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[a] COPERTINA                                                             Pag=1
[a] Il Vasari tra teoria e filologia delle arti.                          Pag=2
[b] Note.                                                                 Pag=14
[a] Prospetto biografico.                                                 Pag=16
[a] ALLO ILLUSTRISSIMO ET ECCELLENTISSIMO SIGNOR                          Pag=26
[a] ALLO ILLUSTRISSIMO ED ECCELLENTISSIMO SIGNORE                         Pag=29
[a] AGLI ARTEFICI DEL DISEGNO                                             Pag=33
[a] PROEMIO DI TUTTA L'OPERA                                              Pag=37
[a] INTRODUZZIONE DI MESSER GIORGIO VASARI                                Pag=54
[a] Delle diverse pietre che servono agl'architetti                       Pag=55
[a] Che cosa sia il lavoro di quadro semplice                             Pag=77
[a] De' cingue ordini d'architettura:                                     Pag=78
[a] Del fare le volte di getto, che vengano intagliate;                   Pag=90
[a] Come di tartari e di colature d'acqua si conducono le fontane rustichePag=92
[a] Del modo di fare i pavimenti di commesso.                             Pag=95
[a] Come si ha a conoscere uno edificio proporzionato bene,               Pag=97
[a] DELLA SCULTURA                                                        Pag=101
[a] Che cosa sia la scultura,                                             Pag=102
[a] Del fare i modelli di cera e di terra,                                Pag=106
[a] De' bassi e de' mezzi rilievi,                                        Pag=111
[a] Come si fanno i modelli per fare di bronzo le figure                  Pag=114
[a] De' conii d'acciaio per fare le medaglie di bronzo                    Pag=120
[a] Come di stucco si conducono i lavori bianchi;                         Pag=122
[a] Come si conducono le figure di legno,                                 Pag=124
[a] Come si fanno e si conoscono le buone pitture,                        Pag=126
[a] De gli schizzi, disegni,                                              Pag=130
[a] De li scorti delle figure al di sotto in su,                          Pag=134
[a] Come si debbino unire i colori a olio,                                Pag=136
[a] Del dipingere in muro,                                                Pag=140
[a] Del dipignere a tempera                                               Pag=142
[a] Del dipingere a olio,                                                 Pag=144
[a] Del pingere a olio nel muro                                           Pag=146
[a] Del dipingere a olio su le tele.                                      Pag=147
[a] Del dipingere in pietra a olio,                                       Pag=148
[a] Del dipingere nelle mura di chiaro e scuro                            Pag=150
[a] De gli sgraffiti delle case,                                          Pag=152
[a] Come si lavorino le grottesche su lo stucco                           Pag=154
[a] Del modo del mettere d'oro a bolo                                     Pag=156
[a] De 'l musaico de' vetri,                                              Pag=158
[a] De le istorie e de le figure,                                         Pag=162
[a] Del musaico di legname,                                               Pag=165
[a] De 'l dipignere le finestre di vetro                                  Pag=167
[a] Del niello                                                            Pag=172
[a] Della tausia,                                                         Pag=175
[a] De le stampe di legno                                                 Pag=177
[a] I.Proemio Io non dubito punto che non sia quasi di tutti gli scrittoriPag=179
[a] I,1.G.Cimabue Erano per l'infinito diluvio dei mali, che avevano cacciPag=196
[a] I,2.A.Taffi Avendo cominciato Cimabue a dare all'arte della pittura diPag=202
[a] I,3.G.Gaddi Dimostr Gaddo, pittor fiorentino, in questo medesimo tempPag=205
[a] I,4.Margaritone Entr molto grande spavento ne' vecchi maestri pittoriPag=208
[a] I,5.Giotto Quello obligo istesso che hanno gli artefici pittori alla nPag=210
[a] I,6.Stefano Era tanta la fama della nuova pittura, e tanto erano onoraPag=223
[a] I,7.Ugolino Fu felicissima l'et di Giotto per tutti coloro che dipingPag=227
[a] I,8.P.Laurati Grandissimo contento pruova certamente un pittore, o quaPag=229
[a] I,9.A.Pisano Non fior mai per tempo nessuno l'arte della pittura, chePag=231
[a] I,10.B.Buffalmacco Non fece mai la natura un burlevole e con qualche gPag=237
[a] I,11.A.Lorenzetti Grandissima senza dubbio  l'obligazione che doverebPag=241
[a] I,12.P.Cavallini Era gi stata Roma anni pi di seicento non solamentePag=244
[a] I,13.Simone Sanese Felicissimi si possono dir gli artefici che, oltra Pag=246
[a] I,14.T.Gaddi Egli  veramente una utile e bella cosa, quando si vede iPag=251
[a] I,15.L'Orgagna Rare volte  uno ingegnoso e valente, che non sia ancorPag=259
[a] I,16.Tommaso Fiorentino Quando l'arte della pittura  presa in gara etPag=262
[a] I,17.G.dal Ponte Dice uno antico nostro proverbio: A goditore non mancPag=267
[a] I,18.A.Gaddi Di quanta importanza sia il mostrare di essere eccellentePag=269
[a] I,19.Berna Sanese Se a coloro che si affaticano per venire eccellenti Pag=272
[a] I,20.Duccio Senza dubbio coloro che sono inventori d'alcuna cosa notabPag=274
[a] I,21.Antonio Veniziano Quanti si starebbono nelle patrie dove nascono,Pag=276
[a] I,22.Iacopo di Casentino Gi molti anni s'era udita la fama et il romoPag=279
[a] I,23.Spinello Aretino Quando un solo  cagione di illustrare una virtPag=281
[a] I,24.Gh.Starnina Veramente chi camina lontano da la patria sua fermandPag=286
[a] I,25.Lippo Sempre fu tenuta la invenzione madre verissima della       Pag=289
[a] I,26.L.degli Agnoli Ad una persona buona e religiosa, credo io che siaPag=291
[a] I,27.T.Bartoli Quanti sono tra' nostri artefici quegli che per guadagnPag=294
[a] I,28.L.di Bicci Grandissima ventura hanno quelli che nello attendere aPag=296
[a] II.Proemio Quando io presi primieramente umanissimo lettor mio, a descPag=299
[a] II,1.I.della Quercia Infinitamente  da credere che nella vita sua pruPag=312
[a] II,2.Niccol d'Arezzo Non  sempre vero il proverbio antico di noi tosPag=317
[a] II,3.Dello Gran cosa  che sempre la maladizzione della invidia in ognPag=320
[a] II,4.Nanni di Banco E' pare universalmente ne' delicatissimi tempi nosPag=323
[a] II,5.L.della Robbia Quanti scultori si sono affaticati lavorando, i quPag=327
[a] II,6.P.Uccello Rare volte nasce uno ingegno bello che nelle invenzioniPag=331
[a] II,7.L.Ghiberti Non  dubbio che in tutte le citt coloro che con qualPag=337
[a] II,8.Masolino Grandissima certamente si debbe credere la satisfazzionePag=359
[a] II,10.Masaccio Costuma la benigna madre natura, quando ella fa una perPag=364
[a] II,11.F.Brunelleschi Molti forma la natura diminuiti di persona e di  Pag=372
[a] II,12.Donato Gli scultori che noi abbiamo chiamati vecchi, ma non antiPag=415
[a] II,13.M.Michelozzi Se ognuno che ci vive pensasse de le cose che fa, vPag=435
[a] II,14.G.da Maiano Tutti coloro i quali danno principio alle case loro,Pag=438
[a] II,15.A.Filarete e Simone Se Papa Eugenio IIII, nel tempo che e' liberPag=442
[a] II,16.P.della Francesca Molto sono infelici quelli che esercitandosi nPag=445
[a] II,17.G.da Fiesole Certamente chi lavora opere ecclesiastiche e sante,Pag=453
[a] II,18.L.Vasari Quanto diletti eccessivamente qualunche de' nostri artePag=458
[a] II,19.L.B.Alberti Grandissima comoditade arrecano le lettere universalPag=461
[a] II,20.A.da Messina Considerando meco medesimo le diverse qualit de'  Pag=466
[a] II,21.A.Baldovinetti Ha tanta forza la nobilt dell'arte della pitturaPag=473
[a] II,22.Vellano Padovano Tanto grande  la forza del contraffare, che ilPag=477
[a] II,23.F.Lippi Se gli uomini attentamente considerassino di quanta impoPag=480
[a] II,24.Paulo Romano e M. Mi Egli  pure una temeraria prosunzione, anziPag=491
[a] II,25.Ch.Camicia Chi di s rende al mondo buon conto per le cose che ePag=494
[a] II,30.A.del Castagno Quanto sia biasimevole in una persona eccellente Pag=496
[a] II,31.Fabriano e Pisanello Grandissimo vantaggio ha chi campa in uno  Pag=505
[a] II,32.Pesello e F. Peselli Rare volte suole avvenire che i discepoli dPag=507
[a] II,33.Benozzo Chi camina con le fatiche a la strada della virt, ancorPag=510
[a] II,34.L.Vecchietto Egli si vede assai chiaramente per tutte le et pasPag=514
[a] II,35.Galasso Ferrarese Quando in una citt dove non sono eccellenti  Pag=516
[a] II,36.A.Rossellino Veramente che e' fu sempre cosa mirabile, oltra la Pag=518
[a] II,37.F.di Giorgio Lo ornamento della virt di chi nasce non pu esserPag=521
[a] II,38.D.da Settignano Hanno grandissimo obligo al cielo et alla naturaPag=523
[a] II,39.Mino Quando gli artefici nostri non cercano altro nelle opere chPag=527
[a] II,40.Ercole Ferrarese Ancora che fiorissero in Toscana d'ogni tempo gPag=533
[a] II,41.I Bellini Le cose radicate nella virt, ancora che il fondamentoPag=537
[a] II,42.C.Rosselli 1      Molte persone, sbeffando e schernendo altrui, Pag=546
[a] II,43.Il Cecca Se la dura necessit non avesse sforzati gli uomini ad Pag=550
[a] II,44.A.Verrocchio Molti per lo studio imparano una arte, che se e' foPag=553
[a] II,45.Abate di S.Clemente Rare volte suole avvenire, se uno  d'animo Pag=561
[a] II,46.D.Ghirlandaio Molte volte si truovano ingegni elevati e sottili Pag=567
[a] II,47.Gherardo Veramente che di tutte le cose perpetue che si fanno coPag=583
[a] II,48.S.Botticello Sforzasi la natura a molti dare la virt, et in conPag=585
[a] II,49.A.e P.Pollaiuoli Molti di animo vile cominciano cose basse, a' qPag=592
[a] II,50.Benedetto da Maiano Gran dote riceve dal cielo colui che oltra lPag=599
[a] II,51.A.Mantegna Quanto possa il premio nella virt, colui che opera  Pag=604
[a] II,52.F.Lippi Coloro che con qualche macchia nascono al mondo (qualuncPag=609
[a] II,53.L.Signorelli Chi ci nasce di buona natura non ha bisogno nelle cPag=616
[a] II,54.B.Pinturicchio Molti sono aiutati dalla fortuna, che non hanno vPag=621
[a] II,55.Iacopo l'Indaco Iacopo detto l'Indaco fu discepolo di Domenico dPag=625
[a] II,56.F.Francia Di gran danno fu sempre in ogni scienza il presumere dPag=627
[a] II,57.V.Scarpaccia Egli si conosce espressamente che quando gli artefiPag=636
[a] II,58.P.Perugino Di quanto benefizio sia agli ingegni la povert, di  Pag=640
[a] III.Proemio Veramente grande augumento fecero alle arti, nella architePag=650
[a] III,1.L.da Vinci Grandissimi doni si veggono piovere da gli influssi cPag=658
[a] III,2.Giorgione Quegli che con le fatiche cercano la virt, ritrovata Pag=674
[a] III,3.Antonio da Coreggio Sforzasi bene spesso la benigna natura infonPag=679
[a] III,4.Piero di Cosimo Chi pensasse a' pericoli de' virtuosi et a gli  Pag=684
[a] III,5.Bramante Di grandissimo giovamento alla architettura fu veramentPag=692
[a] III,6.Fra' Bartolomeo Rare volte fa la natura nascere un buono ingegnoPag=700
[a] III,7.M.Albertinelli Di grandissima possanza  un commerzio nell'amiciPag=709
[a] III,8.R.del Garbo E` gran cosa che la natura si sforza talora di far uPag=714
[a] III,9.Torrigiano Grandissima possanza ha lo sdegno per chi invidiosamePag=717
[a] III,10.G.e A.da San Gallo L'animo et il valore in un corpo, che di virPag=720
[a] III,11.Raffaello Quanto largo e benigno si dimostri talora il cielo   Pag=737
[a] III,12.Guglielmo da Marcil Il beneficio che si cava da la virt  veraPag=779
[a] III,13.Il Cronaca Molti ingegni si perdono, i quali farebbono opere raPag=789
[a] III,14.D.e B.Ghirlandai Ancora ch'e' paia e strano et impossibile che,Pag=796
[a] III,15.D.Puligo Di grandissima maraviglia e di stupendissimo miracolo Pag=799
[a] III,16.Andrea da Fiesole Egli non manco avviene a gli scultori la pratPag=802
[a] III,17.Vincenzio da San Gi Quanto obligo debbono avere gli scultori e Pag=806
[a] III,18.A.dal Monte Sansovi I buoni ingegni et i doni che 'l cielo compPag=809
[a] III,19.Benedetto da Rovezz Gran dispiacere mi penso che sia a tutti coPag=816
[a] III,20.Baccio da Monte Lup Quanto manco pensano i popoli che gli stracPag=819
[a] III,21.Lorenzo di Credi Sforzasi la natura donare ad alcuni il medesimPag=823
[a] III,22.Boccaccino Cremones Quando i popoli cominciano ad inalzare col Pag=825
[a] III,23.Lorenzetto Quando la fortuna ha tenuto in basso per la povert Pag=827
[a] III,24.B.Perucci Fra tutti i doni che largamente distribuisce il cieloPag=830
[a] III,25.Pellegrino da Modana Gli accidenti son pur diversi e strani, chPag=837
[a] III,26.Il Fattore Egli si pu ben fortunatissimo chiamar colui che, sePag=840
[a] III,27.A.del Sarto Egli  pur da dolersi de la fortuna, quando nasce uPag=843
[a] III,28.P.de'Rossi Gran cosa  che in tutte quelle virt et in tutti quPag=886
[a] III,29.A.Lombardi Egli non  dubbio alcuno, nelle persone sapute, che Pag=890
[a] III,30.Michele Agnolo Sanese Ancora che molti perduti in aiutare altruPag=895
[a] III,31.G.Santacroce Infelicit grandissima  pur quella degli ingegni Pag=897
[a] III,32.Dosso e Batista Bench il cielo desse forma pittura nelle lineePag=900
[a] III,33.G.A.Licino Certamente la concorrenzia ne' nostri artefici  unoPag=904
[a] III,34.Rosso Fiorentino Gli Uomini pregiati ch'alle virt si danno e qPag=910
[a] III,35.G.A.Sogliani Spesse volte veggiamo nelle scienze delle lettere Pag=922
[a] III,36.Girolamo da Trevigi Rare volte avviene che coloro che nascono iPag=926
[a] III,37.Polidoro e Maturino E` pur cosa di grandissimo esemplo e di avePag=929
[a] III,38.B.da Bagnacavallo Certamente che il fine delle concorrenzie nelPag=942
[a] III,39.Marco Calavrese Quando il mondo ha un lume in una scienza che sPag=948
[a] III,40.Morto da Feltro Coloro che sono per natura di cervello capricciPag=950
[a] IIII,41.Francia Bigio Le fatiche che si patiscono nella vita per levarPag=954
[a] III,42.F.Mazzola Veramente che il cielo comparte le sue grazie ne gli Pag=962
[a] III,43.Palma Pu tanto l'artificio e la bont d'una sola opera, che pePag=972
[a] III,44.F.Granacci Grandissima  la ventura di quelli artefici che si  Pag=975
[a] III,45.Baccio d'Agnolo Sommo piacere mi piglio alle volte nel vedere iPag=978
[a] III,46.Valerio Vicentino Da che gli egregii Greci ne gli intagli di piPag=982
[a] III,47.A.da San Gallo Quanto buona opera fa la natura, fra le infinitePag=985
[a] III,48.Giulio Romano Quando fra il pi de gli uomini si veggono spiritPag=1003
[a] III,49.Sebastiano Veniziano                                           Pag=1016
[a] III,50.Perino del Vaga Grandissimo  certo il dono della virt, la quaPag=1028
[a] iii,51.M.Bonarroti Mentre gli industriosi et egregii spiriti col lume Pag=1073
[a] Conclusione Quantunque sommamente mi siano piaciute, virtuosi arteficiPag=1119
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Giorgio Vasari

Le vite dei pi eccellenti pittori, scultori e architetti.

Introduzione di Maurizio Marini

Grandi Tascabili Economici Newton.

Il Vasari tra teoria e filologia delle arti.

... Il far lume fra tante tenebre alle cose de' nostri antichi e preparare la materia e la via a chi vorr scriverle, mi sar sommamente grato... ( 1550) .

Anche una breve introduzione alle vite di Giorgio Vasari 1, non pu esimersi dal tracciare un sintetico profilo della sua figura di singolare umanista toscano del Cinquecento. Non si possono, cio, ignorare il ruolo portante svolto dalle personali teorie estetiche filtrate nelle biografie dei pi eccellenti architetti pittori e scultori - da Cimabue insino a' tempi nostri, sia quello parallelo assunto dalla sua produzione artistica strictu sensu (nonch dai suoi molteplici viaggi), e come entrambi saranno normativi per gli esiti della cultura del XVI secolo attinenti quella che, proprio dalla sua concezione e dalla terminologia adottata, sar la buona maniera moderna, vale a dire il Manierismo.
Nondimeno, la stessa vocazione letteraria vasariana, legata a vicende e fatti del mondo artistico, risulter modello e incentivo determinante per coloro che ne proseguiranno (come egli stesso si auspicava) l'opera (Giulio Mancini; Giovanni Baglione; Giovan Pietro Bellori; Giovanni Battista Passeri; etc.), riconoscendovi (pi o meno esplicitamente) la premessa per la moderna indagine storico-artistica.
La formazione del giovanissimo Giorgio  affidata dal padre, Antonio, all'insegnamento di due maestri, gli eruditi di lettere e grammatica Antonio da Saccone e Giovanni Pollio Lappoli (quest'ultimo fregiato del curioso nomignolo di Pollastra). Tuttavia la sua vera inclinazione si rivela assai per tempo, attorno agli otto anni, conseguentemente a un soggiorno aretino (proprio in Casa Vasari) del vecchio pittore Luca Signorelli. Questi, avendo inteso dal maestro che m'insegnava le prime lettere [narra il biografo] che io non attendeva ad altro in ischuola che a far figure... voltosi ad Antonio, mio padre, gli disse: Antonio, poich Giorgino non traligna, fa ch'egli impari a disegnare in ogni modo.
Nel 1524, mentore il cardinale Silvio Passerini, Giorgino (che gi in Arezzo aveva ricevuto un avvio alla pittura da Guglielmo da Marcilla) frequenta, a Firenze, l'ambiente dei Medici e ha modo di seguire le lezioni latine impartite dal poeta Piero Valeriano a Ippolito (1511-1535; futuro cardinale) e ad Alessandro (1521-1537; destinato a essere Duca), ma, soprattutto, pu apprendere gli svolgimenti del disegno e della pittura da Michelangelo, nonch stringere un'amicizia (che sar duratura) col pittore Francesco De Rossi, detto il Salviati. I rapporti con quest'ultimo (che, pi dotato, esercit certamente una notevole influenza su di lui) rivestono importanza primaria anche per il comune denominatore estetico, focalizzato nell'ottica della maniera michelangiolesca.
Gl'impegni contratti da Michelangelo a Roma e le conseguenti assenze dalla Toscana, vedono il Vasari avvicinarsi dapprima alla bottega di Andrea del Sarto e, quindi, a quella di Baccio Bandinelli (di cui va ricordata anche la produzione pittorica).
La cacciata dei Medici da Firenze (1527), seguita poco dopo da una pestilenza (in cui perde il padre), obbligano Giorgio a tornare ad Arezzo, dove si lega d'amicizia al Rosso Fiorentino, transfuga dal Sacco di Roma.
Il mondo del giovane artista  comunque sconvolto, tuttavia, nel 1529, su sollecitazione del Salviati,  di nuovo a Firenze da cui (a seguito del disastroso assedio) si allontana per recarsi prima a Pisa, quindi a Bologna e, infine, nel 1531, a Roma, col favore del cardinale Ippolito de' Medici, che lo assume al suo servizio, nella corte del palazzo in Campomarzio.
Nella citt papale che, proprio grazie ai pontificati medicei (Leone X 1513-1521; Clemente VII - 1523-1534), ha superato il grido artistico e culturale di Firenze, riprende il sodalizio col Salviati. E' con lui che Giorgio studia l'antichit classica, Michelangelo, Raffaello e Baldassarre Peruzzi, partecipando, altres, intensamente alle vicende di questi anni (come testimonier nei vari aneddoti biografici), densi di avvenimenti umani, spirituali ed estetici.
Nel 1532 una grave malattia lo costringe a tornare ad Arezzo, ma, una volta rimessosi (gi nel corso dello stesso anno), torna a Firenze (dove, all'apparenza, si  rinsaldato il potere mediceo) per mettersi al servizio di Ottaviano de' Medici (1482-1546), il quale l'introduce alla corte del duca Alessandro. L'assassinio d'Ippolito per veleno, nel 1535, e quello di coltello dello stesso Alessandro, nel 1537, lo spingono ad abbandonare gli ambienti cortigiani (dove pure ha conosciuto Francesco Rucellai, Bindo Altoviti e Pietro Aretino, amici che lo avvantaggeranno a Venezia e a Roma), per dedicarsi in toto alle arti.
Tuttavia  con una commissione di Alessandro, l'allestimento de gli ornamenti, apparato e Trionfo per onorare sua Maest, e far pi bella questa magnifica citt, vale a dire gli addobbi effimeri per l'ingresso solenne di Carlo V in Firenze, il 29 aprile 1536, che il Vasari (cui il duca aveva affiancato Luigi Guicciardini, Giovanni Corsi, Palla Rucellai e Alessandro Corsini) aveva iniziato a esprimersi nelle forme pittoriche, ma, anche, letterarie (alludo alla relazione che il venticinquenne artista, nella stessa giornata, invia a Pietro Aretino): non ho mancato servire di disegni et d'inventione, ancora che ogniuno di questi quattro [i suddetti Guicciardini, Corsi, Rucellai e Corsini]  dottissimo per s, per cui l'Aretino definisce il conterraneo historico, poeta, philosopho e pittore, contribuendo, cos, a diffonderne la fama e la stima, al di l dell'encomiastica del tempo, presso vari strati della cultura italiana ed europea.
L'arresto traumatico delle imprese decorative di Casa Medici  riferito in una lettera, diretta allo zio Antonio, dallo stesso artista: Ecco, zio Honorando, le speranze del mondo, i favori della fortuna et l'appoggio del confidare n principi, et i premii delle mie tante fatiche finite in uno spirar di fiato... Ora poi che la morte ha rotto le catene della servit mia presa gi con quella ill[ustrissi]ma casa, risolvo di separarmi per un tempo da tutte le corti, cos di principi ecclesiastici come secolari. Da ci, come detto, il suo riconvergere su commissioni di natura diversa, come quella per il Monastero di Camaldoli, Dove mi piacque sommamente l'alpestre ed eterna solitudine e quiete di quel luogo santo, per cui, nel corso delle estati degli anni seguenti, fino al 1540, continua a dipingere affreschi e tavole devozionali.
Nondimeno, sebbene Ottaviano de' Medici lo avesse richiamato a Firenze, Giorgio pu continuare a intraprendere viaggi di studio e di lavoro per cui, tra febbraio e giugno del 1538, egli  a Roma, mentre, nel febbraio del '39  a Bologna, attivo (tra le invidie dei pittori Gerolamo Pennacchi e Biagio Pupini) per la chiesa di San Michele in Bosco. Infine, il matrimonio di una sua terza sorella e l'acquisto di una casa in Borgo San Vito, nell'autunno del 1540, lo troveranno ad Arezzo. Ulteriori spostamenti lo vedono poi percorrere gran parte dell'Italia, dal Nord al Sud, da Venezia (dove, su invito dell'Aretino, giunge nell'autunno del 1541, passando per Modena, Parma, Mantova e Verona - e avvicinandosi all'arte di Correggio e Giulio Romano), a Roma, a Napoli, a Ravenna e a Rimini. La presenza a Venezia si collega alla messa in scena (poi smontata alla fine del Carnevale), entro il febbraio del '42, nel Palazzo Corner di Cannaregio, della Talanta, dello stesso Aretino.
Un immediato riscontro dell'abilit diplomatica di Pietro e pittorica di Giorgio si ha nell'aprile successivo, quando Vasari ha modo di condurre su tavola la decorazione di un palcho o sffittato di legniame... con nove quadri grandi nel suddetto palazzo acquistato nel precedente gennaio da Giovanni Corner.
Nella medesima lettera dell'8 aprile 1542, in merito al nuovo soffitto (tutto di legnami intagliati e messi d'oro riccamente), si ricordano -a olio... nove quadri grandi: in uno di mezzo la Carit... con li suoi putj atorno, che coronano in quatro quadri la Fede, la Speranza et la Giustizia et la Patientia, che tutte sono acompagniate da figure diverse, secondo un disegno, fattoli per cio; et di pi 4 quadri, drentovi quattro puttj nei canti.
Il nucleo dei dipinti (pervenuti in seguito nella raccolta Giovannelli, a Venezia)  oggi diviso in varie collezioni, tuttavia, la loro prolungata permanenza lagunare  stata giustamente individuata tra le cause della permeazione manieristica a Venezia. In esse, infatti, al di l dei rapporti col Salviati, si possono ben scorgere talune valenze cromatico-formali, che saranno fondamentali per Pordenone e, soprattutto per il Veronese 2.
Nondimeno, la tiepida accoglienza riservata dai veneziani alla sua opera induce Giorgio a rientrare a Roma, vera scuola dell'arti nobili rispetto a Venezia dove non si tenea conto del disegno, n i pittori in quel luogo l'usaranno. Quando nel 1566, alcuni anni dopo la pubblicazione della prima stesura delle vite, il biografo torna nella Serenissima, fatta eccezione per Tiziano, ribadisce la personale idiosincrasia per i pittori lagunari (da cui l'avversione per il Tintoretto), a suo dire lontani dal perseguire la perfezione secondo un apice evolutiva delle arti, il cui apogeo  rappresentato da Michelangelo (figura centrale dell'ambiente tosco-romano). Peraltro, nell'imminente seconda edizione delle vite (1568), tale ottica restrittiva, fiorentina, subisce un certo ampliamento, sprovincializzandosi (probabilmente in coincidenza coi criteri estetici dell'Aretino), in quanto, all'astratta idea di perfezione progressiva, subentra quella delle perfezioni relative alle personalit. Da ci il coinvolgimento ai vertici anche di Raffaello e Tiziano.
Dopo una sosta in Arezzo, impegnato a decorare a fresco la propria residenza (e a strutturarne i soffitti secondo lo schema, con dipinti inseriti entro cornici intagliate e dorate, desunto dall'esperienza veneziana) 3, sempre nel '42, si porta a Roma e, salvo un breve soggiorno a Napoli tra il '44 e il '45 4, la sua attivit successiva si svolger tra il centro papale e Firenze.
E' comunque noto che l'idea di stendere le biografie degli artisti  stata formulata in seno alla koin romana del cardinale Alessandro Farnese, nipote del papa regnante Paolo III. Il Vasari che (per tramite del banchiere Bindo Altoviti e dell'umanista Paolo Giovio) era stato presentato al porporato fino dal 1542, nel 1546  impegnato nella decorazione del cosiddetto Salone dei Cento Giorni alla Cancelleria 5 e, nel corso di una riunione conviviale in Palazzo Farnese, dove erano convenuti diversi esponenti della cultura e del patriziato, come Annibal Caro, Claudio Tolomei, il Molza, Romolo Amaseo e il gi menzionato Paolo Giovio 6, ebbe modo d'intervenire proprio quando quest'ultimo formul l'ipotesi d'inserire tra i suoi Elogi degli uomini celebri anche la memoria di artisti, a partire da Cimabue. E' lo stesso Vasari a ricordare l'accaduto in forma aneddotica precisando che il Giovio, parlando di tale argomento, sarebbe, tuttavia, incorso in alcuni errori: scambiava i nomi, i cognomi, le patrie, l'opere, o non dicea le cose giuste come stavano appunto, ma cos alla grossa.
Coinvolto nella disputa, Giorgio, avrebbe affermato che la materia non poteva essere trattata approssimativamente, bens con attenzione, mettendo le cose a' luoghi loro, et a dirle come stanno veramente. Da ci la richiesta di fornire al Giovio una ordinata notizia della vicenda artistica 7.
La preparazione specifica del Vasari ha, tuttavia, origini alquanto precedenti La stessa prima edizione (1550), nella dedica a Cosimo I de' Medici, asserisce che il testo  frutto di una ricerca decennale. Pertanto, pur nella relativa incertezza circa l'esatto inizio della stesura in forma biografica della notizia vasariana,  attendibile che, all'epoca, questi possa avere ordinato appunti e notizie raccolti in varie date e li abbia mostrati al Giovio perch se ne servisse. L'umanista, peraltro, dopo avere apprezzato il lavoro, avrebbe affermato: Giorgio mio, voglio che prendiate voi questa fatica di distendere il tutto in quel modo che ottimamente veggio sapete fare; perciocch a me non d il cuore, non conoscendo le maniere, n sapendo molti particolari che potete sapere voi.
In concomitanza la richiesta di opere di pittura non accenna, comunque, a flessioni, donde il 13 novembre dello stesso '46 Giorgio  a Firenze incaricato di dipingere una tavola con l'Ultima cena alle monache del famoso monasterio delle murate... per lo refettorio; la quale [egli narra] mi fu fatta fare e pagata da papa Paulo III, che aveva monaca in detto monasterio una sua cognata stata contessa di Pitigliano 8. Un ulteriore incarico lo vede nell'agosto del 1547 a Rimini e, quindi, poco dopo, a Ravenna, prima di tornare per qualche tempo ad Arezzo per completare la decorazione della propria casa di Borgo San Vito 9. Da tale contesto di commissioni pittoriche si possono desumere alcuni elementi filologici attorno alla genesi delle vite. Mi riferisco, in particolare, a quanto noto a proposito dei rapporti intercorsi con l'abate del Monastero Olivetano di Santa Maria della Scolca, fuor di Rimini, Don Gianmatteo Faetani, il quale si offre di fare copiare il manoscritto biografico, quasi finito, da uno dei suoi monaci, nel mentre Giorgio  impegnato a dipingere in loco (10 agosto 1547) una Tavola... con due quadri, che la mettano in mezzo drentovi la Storia quando i Magi vengono d'Oriente 10, nonch un ciclo (perduto) di affreschi.
Va, altres, ricordato che Giorgio aveva inviato parte del testo delle vite al Giovio e ad Annibale Caro. Quest'ultimo, non solo avrebbe dovuto leggerla, ma, anche, provvedere a appianarne lo stile scrittorio, troppo vicino a quello parlato. Peraltro, proprio tale carattere antiletterario, risulta, per la sensibilit del Caro, determinante ai fini dell'incisivit della narrazione che, soprattutto nel rapporto di dipendenza dalla lingua parlata correntemente, trova un innegabile tratto stilistico con conseguente grande efficacia espressiva. A tal fine il Caro invita Giorgio a rifuggire dalle tentazioni intrinseche all'eleganza formale che egli sovente introduce nel testo, dal quale, quindi, se ne lievino certi trasportamenti di parole, et certi verbi posti nel fine tal volta per eleganza, che in questa lingua a me generano fastidio. In una opera simile, vorrei la scrittura a punto come il parlare, ci c'havesse pi tosto del proprio, che del metaforico o del pellegrino, et del corrente pi che de l'affettato. Et questo  cos veramente, se non in certi pochissimi lochi, i quali rileggendo avvertirete, et ammenderete facilmente.
Affiorano, quindi, criticamente gli aspetti salienti del Vasari, Virtuoso, Pittore, Istorico e Poeta. Quegli aspetti, ci, che gli permettono di narrare a similitudine del dipingere. Una dicotomia in cui le valenze del pittore esprimono anche quelle dello scrittore e viceversa, come sottolinea il Giovio: Non con men desiderio aspetto el famoso capo del vostro libro, nel qual se bene pingiete con la penna et la tinta, che l'honorate teste de vostri immortali Toscanj, leccati dal vostro nobile pennello et profumati colorj.
Il Vasari scopre, pertanto, nella letteratura un evidenziatore pittorico di cui non esita a fare uso per proporre giudizi ed exemplia quale valido supporto critico e didattico. Vengono cos (in un quadro d'insieme delle vite e della biografia vasariane), ribadite la continua ricerca... di un rapporto di buon vicinato e, quando possibile, di alleanza coi propri colleghi il costante appello alla solidariet e conseguente condanna delle "invidie" (col corrispettivo di simpatia per gli artisti socievoli e diffidenza per quelli solitari e "malinconici") e, soprattutto, il mai smentito appoggio, nei fatti e negli scritti, ai propri "amici e creati", allievi, garzoni di bottega, artisti pi giovani 11. La giustificazione di tale ottica  reperibile nel Proemio della seconda parte delle Vite, in cui il pittore-istorico asserisce la historia essere veramente lo specchio della vita umana, donde egli in sede narrativa non si limita ai casi occorsi a un principe od a una repubblica, ma per avvertire i giudizii, i consigli, i partiti et i maneggi degli uomini, cagione poi delle felici et infelici azzioni. Il che  proprio l'anima della istoria; e quello che invero insegna a vivere e fa gli uomini prudenti, e che appresso al piacere che si trae del vedere le cose passate come presenti,  il vero fine di quella. Per la qual cosa avendo io preso a scriver la istoria de' nobilissimi artefici, per giovar all'arti quanto patiscono le forze mie, et appresso per onorarle, ho tenuto quanto io poteva, ad imitazione di cos valenti uomini, il medesimo modo; e mi sono ingegnato non solo di dire quel che hanno fatto, ma di scegliere ancora discorrendo il meglio da 'l buono, e l'ottimo da 'l migliore, e notare un poco diligentemente i modi, le arie, le maniere, i tratti e le fantasie de' pittori e degli scultori; investigando, quanto pi diligentemente ho saputo, di far conoscere a quegli che questo per se stessi non sanno fare, le cause e le radici delle maniere e del miglioramento e peggioramento delle arti, accaduto in diversi tempi et in diverse persone 12.
La concezione delle arti in Vasari , pertanto, leggibile in chiave determinista, per cui, nonostante la Provvidenza e la Natura Divina siano all'origine del Bene, l'uomo-artista percorre itinerari segnati dal Fato in relazione all'incognita volont celeste. La sua capacit di volgere a proprio favore disegni maligni e ingannevoli, comunque accettando la volont di Dio, costituisce il tema ottimistico che fa da base alle vite; quella vasariana  tuttavia un'arte organica che, in quanto tale, nasce, si evolve e muore, sebbene con diversi cicli e ritorni storici.
Sullo scorcio del 1549, nel mentre le vite sono in composizione presso lo stampatore ducale Lorenzo Torrentino, Giorgio contrae matrimonio con Nicolosa Bacci, figlia di Francesco, della nobilt d'Arezzo. Nel marzo 1550 inizia, pertanto, il cammino teorico (e filologico) delle vite. La prima edizione, realizzata, come detto, con slancio emotivo e letterario, va considerata come apporto fondamentale e sincero per la conoscenza delle personalit (soprattutto contemporanee) che coinvolge e dei relativi valori critici.
In essa la perfezione (che sovrintende al cammino evolutivo delle arti, da Cimabue a Michelangelo)  un exemplum ascendente inequivocabile, per contro, la seconda edizione (cosiddetta Giuntina, del 1568), ribadisce, ma, per lo pi, livella certe disparit di valutazione, nondimeno, l'impegno filologico, col conseguente emendamento degli errori, costituisce (coi reinterventi letterari) un connotato di distinzione pur nell'univocit teorica, per cui il percorso vasariano delle arti si articola inequivocabilmente in tre et: antica, vecchia e moderna.

MAURIZIO MARINI

Note.
1. Arezzo, 1511-1574. Per recenti trascrizioni di documenti epistolari e notizie filologiche, cfr. Giorgio Vasari (cat. mostra Arezzo, con aggiunte e revisioni a cura di C. Davis e M. Daly Davis), Firenze, 1981 (passim).
2. Cfr. R. Pallucchini e M. W., Da Tiziano a El Creco - Per la storia del Manierismo a Venezia, 1540-1590, Milano (Venezia), 1981, pp. 86-87, nn. 8, 9 (v. anche, pp. 81-85, nn.
6, 7); L. Corti, Vasari / catalogo completo, Firenze, 1989, pp. 42-43, n. 24.
3. Giorgio Vasari (cat. mostra Arezzo), cif., pp. 21-34 (passim), figg. 38, 39.
4. E ivi convocato dal Padre Generale degli Olivetani, Gianmatteo d'Aversa, per cui esegue, tra il 7 novembre del 1544 e il febbraio del '45, la Presentazione di Ces al Tempio, gi sull'altare maggiore dea chiesa di MontoGveto in Napoli e, oggi, nella medesima citt, presso la Pinacoteca di Capodimonte (cfr. L. Corti, cit., Firenze, 1989, pp. 51-54, n. 32).
5. Il ciclo affrescato nel Palazzo della Cancelleria Apostolica in Roma,  dedicato a imprese di papa Paolo 1ll ed  commissione (1546) del nipote, cardinale Alessandro Farnese. Lo schema narrativo-iconologico si deve all'umanista Paolo Giovio, mentre la denominazione con cui  noto dipende dai tempi corti concessi per la realizzazione al Vasari e ai suoi aiuti (cfr. L. Corti, cit., Firenze 1989, pp. 65-66, n. 46).
6. Paolo Giovio (Como, ;483 - Firenze, 1552), letterato e poligrafo, nel 1528  nominato vescovo di Nocera dei Pagani (v. anche nota 5).
7. Cfr. L. Grassi, Teorici e storia della critica d'arte, 1, Roma, 1970, pp. 203-204.
8. Il dipinto (oggi smembrato)  in attesa di restauro presso il Cenacolo di Fuligno, in Firenze (cfr. L. Corti, Cit., Firenze, 1989, p. 68, n. 48).
9. V. nota 3; v. anche Giorgio Vasari (cat. mostra Arezzo), Cit., figg. 5-70; L. Corti, cit., Firenze, 1989, pp. 44-45, n. 26.
10. Oggi nella chiesa di San Fortunato, sempre a Rimini (cfr. L. Corti, cit., 1989, p. 70, n. 50).
11. Cfr. G. Previtali, Presentazione di C. Vasari, Le vite de' pi eccellenti architetti, pittori, et scultori italiani da Cimabue insino a' tempi nostri - nell'edizione per i tipi di Lorenzo Torrentino, Firenze 1550 (a cura di L. Bellosi e A. Rossi), Torino, 1986, p. XIII.
12. Cit., v. nota 11, Torino, 1986, pp. 207-208.

Prospetto biografico.

1538.

1539.
1540.

Il 30 luglio, in Arezzo, da Antonio Vasari e Maddalena Tacci, nasce Giorgio, futuro biografo.
Dopo un breve tirocinio aretino nella bottega del francese Guillaume de Marcillat (pittore, cui si debbono i cartoni delle vetrate del Duomo d'Arezzo), si reca a Firenze col cardinale di Cortona Silvio Passeruni. Nel centro ducale frequenta, oltre Michelangelo, Andrea del Sarto e incontra, quale condiscepolo, Francesco de' Rossi (in seguito soprannominato il Salviati), minore di lui di un anno, al quale si legher di duratura amicizia. Ha modo, inoltre, d'essere introdotto presso la bottega di Baccio Bandinelli.
1527. Torna ad Arezzo a causa della cacciata dei Medici da Firenze.
1528. In Arezzo, transfuga dal cosiddetto Sacco di Roma (dell'anno precedente), incontra il Rosso Fiorentino il quale era stato per breve tempo ospite a Sansepolcro e a Citt di Castello. Su disegno del Rosso conduce una perduta Resurrezione per Lorenzo Gamurrini.
1529. E' di nuovo a Firenze, dove, assieme al Salviati,  attivo nella bottega di Raffaellino da Brescia. Nondimeno s'interessa all'arte orafa, che apprende da Vittore Ghiberti, ma che abbandona per dedicarsi definitivamente alla pittura. Nel mese di ottobre  presente a Pisa.
1530. E' a Modena e Bologna, invitato a partecipare alla realizzazione dell'arco di trionfo effimero eretto per celebrare l'incoronazione di Carlo V. Successivamente, rientrato in Arezzo, continua la sua attivit pittorica.
1531. Sullo scorcio dell'anno  chiamato a Roma, al servizio del cardinale Ippolito de' Medici. In questa citt ritrova il Salviati col quale si dedica assiduamente allo studio sia dell'antico che di Michelangelo e Raffaello, reputati testi fondamentali per la messa a punto della Maniera moderna italiana. Egli stesso afferma come le indagini di questo periodo costituiscano per lui il vero e principal maestro. Inoltre, per il duca Ottaviano de' Medici, lavora in qualit di pittore e architetto.
1532. In novembre  ancora a Firenze. In questa citt (eccetto un intervallo nel 1536) sar impegnato fino al 1536. Per il cardinale Ippolito conduce, su tavola, il Cristo portato al sepolcro, oggi in Arezzo, Casa Vasari, in cui si riscontrano forti valenze tra Rosso Pontormo e Andrea del Sarto (questa  la sua opera pi antica di accertate provenienza e attribuzione).
1534. E' a Citt di Castello, dove, con la collaborazione di Cristoforo Gherardi, detto il Doceno (il quale, fino alla morte nel 1536, sar suo valido collaboratore in numerose imprese, tra Bologna, Roma e Napoli), esegue il ciclo decorativo di Palazzo Vitelli. A quest'anno deve risalire anche il Ritratto del Duca Alessandro de' Medici, Firenze, Uffizi (depositi).
1536. Prende parte alla realizzazione degli apparati effimeri che celebrano l'ingresso trionfale a Firenze di Carlo V e di sua figlia Margarita, che va in sposa al duca Alessandro.
E' accolto nella Compagnia di San Luca (degli artisti).
1537. Il canonico aretino Giovanni Pollio Lappoli, detto il Pollastra (che gi lo aveva introdotto alle lettere in et precoce), lo invita nel Monastero di Camaldoli per realizzarvi tavole devozionali e affreschi (questi sono oggi perduti). Alla fine dell'anno si reca a Firenze e, quindi, dopo una sosta ad Arezzo,  ancora a Roma.
Esegue (dopo il suddetto soggiorno romano) una Nativit per la Chiesa dei Ss.
Donato e Ilariano del Monastero di Camaldoli, caratterizzata da forti valenze luministiche: una notte alluminata dallo splendore di Cristo.
E' convocato a Bologna, dove, per il refettorio di San Michele in Bosco, riceve l'incarico della relativa decorazione con tavole e affreschi.
Con la partecipazione del Gherardi prosegue e conclude il ciclo bolognese, prima di recarsi, quindi, a Camaldoli a completare il lavoro avviato nel 1537. Qui esegue una grande pala con la Deposizione dalla Croce e I Ss. Donato e llariano, Benedetto e Romualdo (nonch la relativa predella), Monastero di Camaldoli, Chiesa dei Ss. Donato e Ilariano. Su commissione del banchiere Bindo Altoviti dipinge (per la chiesadei Ss. Apostoli in Firenze), l'Allegoria dell'Immacolata Concezione, uno dei suoi temi pi noti e di cui sussistono cinque redazioni relativamente autografe.
1541. E' a Modena, Parma, Mantova e, nel dicembre, a Venezia dove, l'anno precedente,  stato anche il Salviati. Dalla citt lagunare ripartir il successivo mese di agosto.
1542. Prepara l'apparato scenico della commedia la Talanta, di Pietro Aretino (col quale era stato precedentemente in rapporti epistolari e che, ora, l'appoggia). Dopo le feste di Carnevale le scene della Talanta sono smembrate, tuttavia l'artista riceve la commissione di un soffitto per lo stesso palazzo di Giovanni Corner, espletandola tra aprile e agosto. E' in questo periodo che il linguaggio vasariano, sollecitato dagli esempi della Maniera moderna, approda a una sorta d'ideale astrazione, che sar canonica per gli sviluppi acronici della pittura, nell'ottica della Riforma Cattolica. Nei due anni seguenti, trascorsi tra Firenze e Roma, il futuro biografo ha modo di frequentare intensamente la bottega di Michelangelo il quale, peraltro, lo invita a interessarsi anche allo studio dell'architettura.
1544. Sempre in rapporto con Michelangelo (che gliene fornisce il disegno) esegue una Venere per il banchiere Bindo Altoviti. Dopo una presenza a Lucca, si porta a Napoli dove si trattiene anche l'anno successivo.
1545. A Napoli  impegnato in varie imprese pittoriche, tra cui la decorazione del refettorio del Convento di Monte Oliveto, nonch, per l'altare maggiore della chiesa, la pala raffigurante la Presentazione della Vergine al Tempio (oggi nella Pinacoteca di Capodimonte, Napoli).
1546. Tornato a Roma riceve dal cardinale Alessandro Farnese la commissione degli affreschi per un salone del Palazzo della Cancelleria dedicati alle Imprese di papa Paolo III. Il canovaccio tematico  fornito dall'umanista Paolo Giovio. L'impresa  condotta con estrema celerit e con l'aiuto di numerosi collaboratori, da cui la denominazione (allusiva al tempo d'esecuzione) di Salone dei cento giorni con cui  nota. Nell'ambiente farnesiano e su idea dello stesso Giovio inizia la stesura delle vite (v. Introduzione). Allo scadere dell'anno  a Firenze, dove conduce, su tavola, un'Ultima cena per il refettorio del Convento delle Murate (in deposito, in attesa di restauro, presso il Cenacolo di Fuligno in Firenze).
1547. Viaggia per lavoro a Rimini e Ravenna (v. Introduzione) eseguendo alcune pale d'altare. Successivamente si trova in Arezzo, impegnato nella decorazione della propria residenza.
1548. Nella stagione estiva decora il soffitto e, quindi, le pareti della Sala della suddetta Casa Vasari in Arezzo. In seguito  presente a Urbino.
1549. Dopo un nuovo soggiorno a Bologna torna ad Arezzo e qui esegue la monumentale tavola (cm 289 per 745, oggi in Arezzo Museo Statale d'Arte Medioevale e Moderna) raffigurante le Nozze di Ester e Assuero, destinata al refettorio della Badia delle Ss.
Flora e Lucilla (commissionata il 14 luglio dell'anno precedente). Sposa Nicolosa Bacci, nobile aretina.
1550. A Firenze, per i tipi dello stampatore ducale Torrentino appare la prima edizione de Le Vite de' pi eccellenti architetti, pittori, et scultori italiani da Cimabue insino a' tempi nostri. Il nuovo pontefice, Giulio III, lo convoca a Roma perch, assieme all'Ammannati, si occupi della cappella del cardinale Antonio del Monte in San Pietro in Montorio. Fino al '53  nella citt papale legato in sodalizio a Michelangelo.
1553. Ancora a Roma  impiegato da Giulio III alla stesura dei cartoni per gli affreschi mitologici della Loggia della Vigna detta Giulia. Per la villa di Bindo Altoviti esegue gli affreschi di due logge e quelli di una sala, altri ne conduce per decorare il palazzo sul Tevere (distrutto), gi di fronte a Castel Sant'Angelo.
1554. Non avendo ottenuto ulteriori commissioni vaticane il pittore-biografo si porta ad Arezzo. Qui progetta il coro del Duomo, nonch, spostatosi a Firenze e a Cortona, per quest'ultimo centro avvia la costruzione della chiesa di Santa Maria Nuova. S'impegna perch venga revocato il bando nei confronti del pittore Cristoforo Gherardi, di cui si avvale per svolgere efficacemente i lavori richiestigli a Firenze (facciata di Palazzo Sforza Almeni in via de' Servi) e a Cortona (affreschi per gl'interni della Compagnia di Ges). In dicembre, dopo avere ricusato l'invito a trasferirsi in Francia, si porta, con tutta la famiglia, stabilmente a Firenze dove  stato assoldato dal duca Cosimo I de' Medici. La nuova posizione in seno ai vertici del potere politico-culturale di Toscana gli vale un ruolo di autentico arbiter delle arti.
1555. Per il duca Cosimo deve intraprendere la ristrutturazione e decorazione di Palazzo Vecchio, che viene trasformato in residenza patrizia. L'impresa avr uno sviluppo pluriennale e vedr, al solito, la collaborazione di Cristoforo Gherardi (scomparso, tuttavia, nel 1556), di Marco da Faenza (specialista nelle grottesche), di lan van Straten (detto Giovanni Stradano), di Jacopo Zucchi, del bolognese Prospero Fontana, di Giovanni Battista Naldini e di Francesco Morandini (detto il Poppi). Supervisore al programma iconologico  il letterato fiorentino Vincenzo Borghini, cui Giorgio si lega di sincera amicizia.
1556. Nel piano nobile di Palazzo Vecchio avvia la decorazione del Quartiere di Leone X, in cui, con intonazione storico-celebrativa, sono esaltate le glorie di Casa Medici.
Ancora la grandezza ducale  il tema centrale del Quartiere degli elementi, in cui, con la collaborazione del Doceno, vengono eseguite la Sala degli Elementi e quelle di Opi, Cerere, Giove, Ercole, nonch il Terrazzo di Giunone.
1559. Risultano completati gli affreschi della Sala degli Elementi.
1560. E' per qualche tempo a Roma, quindi, di nuovo a Firenze, dove gli viene affidata la fabbrica del Palazzo degli Uffizi la cui conclusione ha luogo solo nel 1580, dopo la sua morte, a opera di Bernardo Buontalenti e Adolfo Santi da Parigi.
1561. Cosimo gli fa dono della casa fiorentina (in Borgo Santa Croce) dove abita dal 1557.
Poco dopo (pressoch in concomitanza con gli affreschi della Stanza di Eleonora in Palazzo Vecchio, dove  affiancato dallo Stradano), egli ne avvia la decorazione.
1562. Risultano completati gli affreschi del Quartiere di Leone X, nel mentre presenta al duca Cosimo il modello del Palazzo dei Cavalieri di Santo Stefano a Pisa.
1563. Con la collaborazione dello Stradano esegue la pala d'altare per la Pieve d'Arezzo mentre inizia gli affreschi della volta del Salone dei Cinquecento (o Sala Grande) in Palazzo Vecchio (stimata la sua impresa di maggiore livello qualitativo), alla cui definizione letteraria partecipano il suddetto Borghini e Giovanni Battista Adriani. E' di quest'anno la sua attiva promozione dell'Accademia delle Arti del disegno.
1565. Risultano completati gli affreschi della Sala dei Cinquecento. Si occupa degli apparati effimeri da realizzare in occasione delle nozze di Francesco I, figlio di Cosimo, con Giovanna d'Austria. Nello stesso anno gli viene affidato il progetto del congiungimento (sopra Ponte Vecchio) degli Uffizi con Palazzo Pitti, attraverso quello che sar denominato Corridoio Vasariano.
1566. Approfittando della conclusione dei lavori del Salone dei Cinquecento si pone in viaggio attraverso l'Italia al fine di rinvenire nuovo materiale documentario per la seconda edizione delle vite che aveva in preparazione. In tale circostanza risulta avere visitato l'Umbria, le Marche, l'Emilia, il Veneto, la Lombardia. A Perugia, per l'Abate di San Pietro, Jacopo Dei, accetta di dipingere tre tavole per il refettorio del convento, oggi nella Cappella del Sacramento della stessa chiesa: Il profeta Eliseo, Il Miracolo della mensa di San Benedetto, Le nozze di Cana.
1567. Conduce l'Adorazione dei Magi per il neo pontefice Pio V, che la destina all'altare della chiesa di Santa Croce, Cappella del SS. Sacramento, della cittadina natia di Boscomarengo (Alessandria). Esegue, inoltre, l'Assunzione della Vergine per la Badia Fiorentina, corredata dalle relative predelle, affiancata dalle raffigurazioni laterali coi Ss.
Benedetto, Nicola, Agostino e Lorenzo, a loro volta sormontate da tondi con le Ss.
Ciustina e Scolastica. Risulta conclusa, a Pisa, la costruzione (su suo progetto) del palazzo per i Cavalieri di Santo Stefano. Per questi elabora la contigua chiesa (conclusa, poi, nel 1569) dedicata al santo eponimo.
1568. E' edita a Firenze, per i tipi di Giunti, la nuova serie delle Vite dei pi eccellenti pittori, scultori e architettori; contemporaneamente  eletto gonfaloniere della citt d'Arezzo e inizia a dipingere le vaste pareti del Salone dei Cinquecento, in Palazzo Vecchio, dedicati ai fasti della gloria di Firenze, fino alla Presa di Siena. Ancora una volta  affiancato dallo Stradano, dal Naldini e dallo Zucchi.
1569. Su commissione di papa Pio V esegue (assieme al Poppi) alcune tavole per la chiesa di Santa Croce a Boscomarengo (Alessandria, v. 1567).
1570. Dipinge il Perseo e Andromeda per lo Studiolo di Francesco I. Il 15 settembre, a seguito di un incarico di papa Pio V da espletare in Vaticano (v. 1571), parte per Roma assieme allo Zucchi. 1571. In Vaticano, in soli otto mesi (con l'aiuto di Jacopo Zucchi), conduce le cappelle di San Michele, di San Pietro Martire e di Santo Stefano e avvia la decorazione della Sala Regia. Alla scomparsa di Pio V torna a Firenze.
1572. Si conclude (dopo un decennio) la decorazione del Salone dei Cinquecento, in Palazzo Vecchio, scoperta quasi all'inizio dell'anno. Riceve, quindi, l'incarico di affrescare un Giudizio finale sulla cupola brunelleschiana di Santa Maria del Fiore. Lavoro avviato nel mese di giugno, ma abbandonato a novembre, quando deve raggiungere Roma, ivi convocato dal nuovo pontefice, Gregorio XIII, che gli conferma l'incarico di decorare (con l'aiuto del bolognese Lorenzo Sabatini, di Jacopo Coppi e del fiammingo-bolognese Denis Calvaert) la Sala Regia in Vaticano.
1573. Nel contesto dell'esecuzione degli affreschi vaticani vengono elaborati anche i progetti per quelli della cupola fiorentina. Ancora a tale periodo risale l'idea di affrescare la Cappella Paolina, pure in Vaticano, poi rimasta irrealizzata. Nel mese di aprile torna a Firenze dove assiste all'inaugurazione dello Studiolo di Frarcesco I, di cui aveva fornito i disegni relativi alla partitura decorativa. Hanno l'avvio i lavori di costruzione delle Logge aretine, condotte su suoi progetti.
1574. Il 27 giugno muore a Firenze, lasciando non finita l'impresa della cupola di Santa Maria del Fiore che sar conclusa, nel 1579 (con parziali reinvenzioni), da Federico Zuccari.

ALLO ILLUSTRISSIMO ET ECCELLENTISSIMO SIGNOR

COSIMO MEDICI DUCA DI FIORENZA E SIENA

SIGNOR SUO OSSERVANDISSIMO

Ecco dopo diciassette anni ch'io presentai quasi abbozzate a Vostra Eccellenza illustrissima le vite de' pi celebri pittori, scultori et architetti, che elle Vi tornano innanzi, non pure del tutto finite, ma tanto da quello che ell'erano immutate, et in guisa pi adorne e ricche d'infinite opere, delle quali insino allora io non aveva potuto avere altra cognizione, che per mio aiuto non si pu in loro, quanto a me, alcuna cosa desiderare. Ecco, dico, che di nuovo Vi si presentano, Illustrissimo e veramente Eccellentissimo signor Duca, con l'aggiunta d'altri nobili e molti famosi artefici, che da quel tempo insino a oggi sono dalle miserie di questa passati a miglior vita, e d'altri che ancorch fra noi vivano, hanno in queste professioni s fattamente operato, che degnissimi sono d'eterna memoria.
E di vero  a molti stato di non piccola ventura, che io sia per la benignit di Colui a cui vivono tutte le cose, tanto vivuto, che io abbia questo libro quasi tutto fatto di nuovo: perci che, come ne ho molte cose levate, che senza mia saputa et in mia assenza vi erano, non so come, state poste, et altre rimutate, cos ve ne ho molte utili e necessarie, che mancavono, aggiunte. E se le effigie e' ritratti che ho posti di tanti valenti uomini in questa opera, dei quali una gran parte si sono avuti con l'aiuto e per mezzo di Vostra Eccellenzia non sono alcuna volta ben simili al vero, e non tutti hanno quella propriet e simiglianza che suol dare loro la vivezza de' colori, non  per che il disegno et i lineamenti non sieno stati tolti dal vero, e non siano e proprii e naturali: senzach essendomene una gran parte stati mandati dagli amici che ho in diversi luoghi, non sono tutti stati disegnati da buona mano.
Non mi  anco stato in ci di piccolo incommodo la lontananza di chi ha queste teste intagliate, per che se fussino stati gli intagliatori appresso di me, si sarebbe per avventura intorno a ci potuto molto pi diligenza, che non si  fatto, usare. Ma, comunche sia, abbiano i virtuosi e gli artefici nostri, a comodo e benefizio de' quali mi sono messo a tanta fatica, di quanto ci averanno di buono, d'utile e di giovevole, obbligo di tutto a Vostra Eccellenza Illustrissima; poich, in stando io al servigio di Lei, ho avuto con lo ozio che Le  piaciuto di darmi, e col maneggio di molte, anzi infinite, Sue cose, comodit di mettere insieme e dare al mondo tutto quello che al perfetto compimento di questa opera parea si richiedesse; e non sarebbe quasi impiet nonch ingratitudine che io ad altri dedicassi queste vite, o che gli artefici da altri che da Voi riconoscessino qualunque cosa in esse averanno di giovamento o piacere! Quando non pure col vostro aiuto e favore uscirono da prima et ora di nuovo in luce, ma siete Voi, ad imitazione degli avoli Vostri, solo padre, signore et unico protettore di esse nostre arti.
Onde  bene degna e ragionevole cosa, che da quelle sieno fatte in Vostro servigio et a Vostra eterna e perpetua memoria tante pitture e statue nobilissime, e tanti maravigliosi edifizii di tutte le maniere. Ma se tutti Vi siamo, che siamo infinitamente per queste e altre cagioni, obbligatissimi, quanto pi Vi debbo io, che ho da Voi sempre avuto (cos al deso e buon volere avesse risposto l'ingegno e la mano) tante onorate occasioni di mostrare il mio poco sapere: che, qualunque egli sia, a grandissimo pezzo non agguaglia nel suo grado la grandezza dell'animo Vostro, e la veramente reale magnificenza. Ma che fo io!  pur meglio che cos me ne stia, che io mi metta a tentare quello, che a qualunche e pi alto e nobile ingegno, nonch al mio piccolissimo, sarebbe del tutto impossibile. Accetti dunque Vostra Eccellenza illustrissima questo mio, anzi pur Suo, libro delle vite degli artefici del disegno, et a somiglianza del grande Iddio pi all'animo mio et alle buone intenzioni che all'opera riguardando, da me prenda ben volentieri, non quello che io vorrei e doverrei, ma quello che io posso .

Di Fiorenza, alli 9 di gennaio 1568.
Di Vostra Eccellenzia Illustrissima obligatissimo servitore

GIORGIO VASARI

ALLO ILLUSTRISSIMO ED ECCELLENTISSIMO SIGNORE

IL SIGNOR COSIMO DE' MEDICI DUCA DI FIORENZA

SIGNORE MIO OSSERVANDISSIMO Poi che la Eccellenzia Vostra, seguendo in ci l'orme degli lllustrissimi Suoi progenitori e da la naturale magnanimit Sua incitata e spinta, non cessa di favorire e d'esaltare ogni sorte di virt, dovunque ella si truovi, et ha spezialmente protezzione dell'arti del disegno, inclinazione agli artefici d'esse, cognizione e diletto delle belle e rare opere loro, penso che non Le sar se non grata questa fatica presa da me di scriver le vite, i lavori, le maniere e le condizioni di tutti quelli che essendo gi spente, l'hanno primieramente risuscitate, di poi di tempo in tempo accresciute, ornate e condotte finalmente a quel grado di bellezza e di maest dove elle si trovano a' giorni d'oggi. E' perci che questi tali sono stati quasi tutti Toscani e la pi parte Suoi Fiorentini e molti d'essi dagli lllustrissimi Antichi Suoi con ogni sorte di premii e di onori incitati et aiutati a mettere in opera, si pu dire che nel Suo stato, anzi nella Sua felicissima casa siano rinate, e per benefizio de' Suoi medesimi abbia il mondo queste bellissime arti ricuperate, e che per esse nobilitato e rimbellito si sia. Onde, per l'obligo che questo secolo, queste arti e questa sorte d'artefici debbono comunemente agli Suoi et a Lei, come erede della virt Loro e del Loro patrocinio verso queste professioni; e per quello che Le debbo io particularmente per avere imparato da Loro, per esserLe suddito, per esserLe devoto, perch mi sono allevato sotto Ippolito Cardinale de' Medici e sotto Alessandro suo antecessore; e perch sono infinitamente tenuto alle felici ossa del Magnifico Ottaviano de' Medici, dal quale io fui sostentato, amato e difeso, mentre che e' visse, per tutte queste cose, dico, e perch dalla grandezza del valore e della fortuna Sua verr molto di favore a quest'opera e dall'intelligenza, ch'Ella tiene del suo soggetto meglio che da nessun altro, sar considerata l'utilit di essa e la fatica e la diligenza fatta da me per condurla; mi  parso che a l'Eccellenza Vostra solamente si convenga di dedicarla; e sotto l'onoratissimo nome Suo ho voluto che ella pervenga a le mani degli uomini.
Degnisi adunque l'Eccellenza Vostra d'accettarla, di favorirla, e, se da l'altezza de' Suoi pensieri Le sar concesso, talvolta di leggerla, riguardando alla qualit delle cose che vi si trattano e alla pura mia intenzione- la quale  stata non di procacciarmi lode come scrittore, ma come artefice di lodar l'industria ed avvivar la memoria di quelli che avendo dato vita ed ornamento a queste professioni, non meritano che i nomi e l'opere loro siano in tutto, cos com'erano, in preda della morte e della oblivione. Oltra che in un tempo medesimo, con l'esempio di tanti valenti uomini e con tante notizie di tante cose, che da me sono state raccolte in questo libro, ho pensato di giovar non poco a' professori di questi esercizi, e di dilettare tutti gli altri che ne hanno gusto e vaghezza. Il che mi sono ingegnato di fare con quella accuratezza e con quella fede che si ricerca alla verit della storia e delle cose che si scrivono. Ma se la scrittura per essere incolta e cos naturale com'io favello, non  degna de lo orecchio di Vostra Eccellenzia, n de' meriti di tanti chiarissimi ingegni, scusimi, quanto a loro, che la penna d'un disegnatore, come furono essi ancora, non ha pi forza di linearli e d'ombreggiarli; e, quanto a Lei, mi basti che Ella si degni di gradire la mia semplice fatica, considerando che la necessit di procacciarmi i bisogni della vita non mi ha concesso che io mi eserciti con altro mai che col pennello. N anche con questo son giunto a quel termine, al.
quale io mi imagino di potere aggiugnere, ora che la fortuna mi promette pur tanto di favore, che con pi commodit e con pi lode mia e con pi satisfazione altrui potr forse cos col pennello come anco con la penna spiegare al mondo i concetti miei qualunque si siano. Perci che oltra lo aiuto e la protezzione che io debbo sperar dall'Eccellenza Vostra, come da mio Signore e come da fautore de' poveri virtuosi,  piaciuto alla divina Bont d'eleggere per Suo vicario in terra il Santissimo e Beatissimo Giulio Terzo, Pontefice Massimo, amatore e riconoscitore d'ogni sorte virt e di queste eccellentissime e difficilissime arti spezialmente, da la cui somma liberalit attendo ristoro di molti anni consumati e di molte fatiche sparte sino ad ora senza alcun frutto. E non pur io, che mi son dedicato per servo perpetuo a la Santit Sua, ma tutti gl'ingegnosi artefici di questa et ne debbono aspettare onore e premio tale ed occasione d'esercitarsi talmente, che io gi mi rallegro di vedere queste arti arrivate nel Suo tempo al supremo grado della lor perfezzione, e Roma ornata di tanti e s nobili artefici, che annoverandoli con quelli di Fiorenza, che tutto giorno fa mettere in opera l'Eccellenza Vostra, spero che chi verr dopo noi ar da scrivere la quarta et del mio volume, dotato d'altri Maestri, d'altri magisterii che non sono i descritti da me; nella compagnia de' quali io mi vo preparando con ogni studio di non esser degli ultimi.
Intanto mi contento che Ella abbia buona speranza di me e migliore opinione di quella che senza alcuna mia colpa n'ha forse concepita, desiderando che Ella non mi lasci opprimere nel Suo concetto dell'altrui maligne relazioni, fino a tanto che la vita e l'opere mie mostrerranno il contrario di quello che e' dicono.
Ora con quello animo che io tengo d'onorarLa e di servirLa sempre dedicandoLe questa rozza fatica, come ogni altra mia cosa e me medesimo L'ho dedicato, La supplico che non Si sdegni di averne la protezzione o di mirar almeno a la devozione di chi glieLa porge; et alla Sua buona grazia raccomandandomi, umilissimamente Le bacio le mani.

Di Vostra Eccellenzia umilissimo servitore

GIORGIO VASARI, pittore aretino.

AGLI ARTEFICI DEL DISEGNO

GIORGIO VASARI

Eccellenti e carissimi Artefici miei. Egli  stata sempre tanta la delettazione, con l'utile e con l'onore insieme, che io ho cavato ne l'esercitarmi cos come ho saputo in questa nobilissima arte, che non solamente ho avuto un desiderio ardente d'esaltarla e celebrarla, et in tutti i modi a me possibili onorarla, ma ancora sono stato affezzionatissimo a tutti quelli che di lei hanno preso il medesimo piacere e l'han saputa, con maggior felicit che forse non ho potuto io, esercitare; e di questo mio buono animo, e pieno di sincerissima affezzione mi pare anche fino a qui averne colto frutti corrispondenti, essendo stato da tutti voi amato et onorato sempre, et essendosi con incredibile non so s'io dico domestichezza o fratellanza conversato fra noi, avendo scambievolmente io a voi le cose mie, e voi a me mostrate le vostre, giovando l'uno a l'altro, ove l'occasioni si sono porte, e di consiglio e d'aiuto.
Onde, e per questa amorevolezza, e molto pi per la eccellente virt vostra, e non meno ancora per questa mia inclinazione, per natura e per elezzione potentissima, m' parso sempre essere obbligatissimo a giovarvi e servirvi, in tutti quei modi et in tutte quelle cose che io ho giudicato potervi arrecare o diletto o commodo. A questo fine mandai fuora l'anno 1550 le vite de' nostri migliori e pi famosi, mosso da una occasione in altro luogo accennata, et ancora (per dire il vero) da un generoso sdegno che tanta virt fusse stata per tanto tempo et ancora restasse sepolta.
Questa mia fatica non pare che sia stata punto ingrata, anzi in tanto accetta, che, oltre a quello che da molte parti me n' venuto` detto e scritto, d'un grandissimo numero che allora se ne stamp non se ne trova ai librai pure un volume. Onde, udendo io ogni giorno le richieste di molti amici, e conoscendo non meno i taciti desiderii di molti altri, mi sono di nuovo (ancor che nel mezzo d'importantissime imprese) rimesso alla medesima fatica; con disegno non solo d'aggiugnere questi che, essendo da quel tempo in qua passati a miglior vita, mi dnno occasione di scrivere largamente la vita loro; ma di sopplire ancora quel che in quella prima opera fussi mancato di perfezzione, avendo avuto spazio poi d'intendere molte cose meglio, e rivederne molte altre, non solo con il favore di questi illustrissimi miei signori, i quali servo, che sono il vero refugio e protezzione di tutte le virt: ma con la comodit ancora che m'hanno data di ricercar di nuovo tutta l'Italia, e vedere et intendere molte cose, che prima non m'erano venute a notizia. Onde non tanto ho potuto correggere quanto accrescere ancora tante cose, che molte vite si possono dire essere quasi rifatte di nuovo: come alcuna veramente delli antichi pure, che non ci era, si  di nuovo aggiunta. N m' parso fatica, con spesa e disagio grande, per maggiormente rinfrescare la memoria di quelli, che io tanto onoro, di ritrovare i ritratti, e mettergli innanzi alle vite loro. E per pi contento di molti amici fuor dell'arte, ma all'arte affezzionatissimi, ho ridotto in un compendio la maggior parte dell'opere di quelli che ancor sono vivi e degni d'esser sempre per le loro virt nominati; perch quel rispetto che altra volta mi ritenne a chi ben pensa non ci ha luogo, non mi si proponendo se non cose eccellenti e degne di lode. E potr forse essere questo uno sprone, che ciascun seguiti d'operare eccellentemente, e d'avanzarsi sempre di bene in meglio; di sorte che chi scriver il rimanente di questa istoria potr farlo con pi grandezza e maest, avendo occasione di contare quelle pi rare e pi perfette opere, che di mano in mano dal desiderio di eternit incominciate e dallo studio di s divini ingegni finite, vedr per inanzi il mondo uscire delle vostre mani. Et i giovani che vengono dietro studiando, incitati dalla gloria (quando l'utile non avesse tanta forza), s'accenderanno per aventura dall'esempio a divenire eccellenti.
E perch questa opera venga del tutto perfetta, n s'abbia a cercare fuora cosa alcuna, ci ho aggiunto gran parte delle opere de' pi celebrati artefici antichi, cos greci come d'altre nazioni, la memoria de' quali da Plinio e da altri scrittori  stata fino a' tempi nostri conservata, che senza la penna loro sarebbono come molte altre sepolte in sempiterna oblivione.
E ci potr forse anche questa considerazione generalmente accrescer l'animo a virtuosamente operare, e vedendo la nobilt e grandezza dell'arte nostra, e quanto sia stata sempre da tutte le nazioni, e particolarmente dai pi nobili ingegni e signori pi potenti e pregiata e premiata, spingerci ed infiammarci tutti a lasciare il mondo adorno d'opere spessissime per numero e per eccellenzia rarissime; onde abbellito da noi ci tenga in quel grado, che egli ha tenuto quei sempre maravigliosi e celebratissimi spiriti.
Accettate dunque con animo grato queste mie fatiche, e qualunque le sieno, da me amorevolmente, per gloria dell'arte ed onor degli artefici, condotte al suo fine, e pigliatele per uno indizio e pegno certo dell'animo mio, di niuna altra cosa pi desideroso, che della grandezza e della gloria vostra, della quale, essendo ancor io ricevuto da voi nella compagnia vostra (di che e voi ringrazio e per mio conto me ne compiaccio non poco) mi parr sempre in un certo modo partecipare.

PROEMIO DI TUTTA L'OPERA

Soleano gli spiriti egregii in tutte le azzioni loro per uno acceso desiderio di gloria non perdonare ad alcuna fatica, quantunche gravissima, per condurre le opere loro a quella perfezzione, che le rendesse stupende e maravigliose a tutto il mondo; n la bassa fortuna di molti poteva ritardare i loro sforzi dal pervenire a sommi gradi, s per vivere onorati, e s per lasciare ne' tempi a venire eterna fama d'ogni rara loro eccellenza. Et ancora che di cos laudabile studio e desiderio fussero in vita altamente premiati dalla liberalit de' principi, e dalla virtuosa ambizione delle repubbliche, e dopo morte ancora perpetuati nel cospetto del mondo con le testimonianze delle statue, delle sepulture, delle medaglie et altre memorie simili, la voracit del tempo, nondimeno, si vede manifestamente che non solo ha scemate le opere proprie e le altrui onorate testimonianze di una gran parte, ma cancellato e spento i nomi di tutti quelli che ci sono stati serbati da qualunque altra cosa, che dalle sole vivacissime e pietosissime penne delli scrittori.
La qual cosa pi volte meco stesso considerando, e conoscendo non solo con l'esempio degli antichi ma de' moderni ancora che i nomi di moltissimi vecchi e moderni architetti, scultori e pittori, insieme con infinite bellissime opere loro in diverse parti d'Italia si vanno dimenticando e consumando a poco a poco, e di una maniera, per il vero, che ei non se ne pu giudicare altro che una certa morte molto vicina, per difenderli il pi che io posso da questa seconda morte, e mantenergli pi lungamente che sia possibile nelle memorie de' vivi, avendo speso moltissimo tempo in cercar quelle, usato diligenzia grandissima in ritrovare la patria, l'origine, e le azzioni degli artefici, e con fatica grande ritrattole dalle relazioni di molti uomini vecchi, e da diversi ricordi e scritti lasciati dagli eredi di quelli in preda della polvere e cibo de' tarli, e ricevutone finalmente et utile e piacere; ho giudicato conveniente, anzi debito mio, farne quella memoria che il mio debole ingegno et il poco giudizio potr fare.
A onore, dunque, di coloro che gi sono morti, e benefizio di tutti gli studiosi principalmente di queste tre arti eccellentissime Architettura, Scultura e Pittura, scriver le vite delli artefici di ciascuna, secondo i tempi che ei sono stati, di mano in mano da Cimabue insino a oggi; non toccando altro degli antichi, se non quanto facesse al proposito nostro per non se ne poter dire pi che se ne abbino detto quei tanti scrittori che sono pervenuti alla et nostra.
Tratter bene di molte cose che si appartengono al magistero di qual si  l'una delle arti dette, ma prima che io venga a' segreti di quelle, o alla istoria delli artefici, mi par giusto toccare in parte una disputa nata e nutrita tra molti senza proposito, del principato e nobilt, non dell'architettura, che questa hanno lasciata da parte, ma della scultura e della pittura, essendo per l'una e l'altra parte addotte, se non tutte, almeno molte ragioni degne di esser udite e per gl'artefici loro considerate.
Dico, dunque, che gli scultori, come dotati forse dalla natura e dall'esercizio dell'arte di miglior complessione, di pi sangue e di pi forze, e per questo pi arditi e animosi de' pittori, cercando d'attribuir il pi onorato grado all'arte loro, arguiscono e provano la nobilt della scultura primieramente dall'antichit sua, per aver il grande Iddio fatto l'uomo, che fu la prima scultura; dicono che la scultura abbraccia molte pi arti come congeneri e ne ha molte pi sottoposte che la pittura: come il basso rilievo, il far di terra, di cera, o di stucco, di legno, d'avorio, il gettare de' metalli, ogni ceselamento, il lavorare d'incavo o di rilievo nelle pietre fini e negl'acciai, et altre molte, le quali e di numero e di maestria avanzano quelle della pittura. Et allegando ancora che quelle cose che si difendono pi e meglio dal tempo, e pi si conservano all'uso degl'uomini, a benefizio e servizio de' quali elle son fatte, sono senza dubbio pi utili e pi degne d'esser tenute care et onorate che non sono l'altre, affermano la scultura esser tanto pi nobile della pittura, quanto ella  pi atta a conservare e s ed il nome di chi  celebrato da lei ne' marmi e ne' bronzi, contro a tutte l'ingiurie del tempo e dell'aria, che non  essa pittura; la quale di sua natura pure, non che per gl'accidenti di fuora, perisce nelle pi riposte e pi sicure stanze ch'abbino saputo dar loro gl'architettori. Vogliano eziandio che il minor numero loro, non solo degl'artefici eccellenti ma degl'ordinari, rispetto all'infinito numero de' pittori, arguisca la loro maggiore nobilt; dicendo che la scultura vuole una certa migliore disposizione e d'animo e di corpo, che rado si truova congiunto insieme- dove la pittura si contenta d'ogni debole complessione, pur ch'abbia la man sicura se non gagliarda; e che questo intendimento loro si pruova similmente da' maggiori pregi citati particolarmente da Plinio, dagl'amori causati dalla maravigliosa bellezza di alcune statue e dal giudizio di colui che fece la statua della Scultura d'oro, e quella della Pittura d'argento, e pose quella alla destra e questa alla sinistra. N lasciano ancora d'allegare le difficult prima, dell'aver la materia subietta, come i marmi e i metalli, e la valuta loro rispetto alla facilit dell'avere le tavole, le tele et i colori, a piccolissimi pregi et in ogni luogo; di poi l'estreme e gravi fatiche del maneggiar i marmi et i bronzi per la gravezza loro, e del lavorargli per quella degl'istrumenti, rispetto alla leggerezza de' pennegli, degli stili e delle penne, disegnatoi e carboni- oltra che di loro si affatica l'animo con tutte le parti del corpo; et  cosa gravissima rispetto alla quieta e leggera opera dell'animo e della mano sola del dipintore.
Fanno appresso grandissimo fondamento sopra l'essere le cose tanto pi nobili e pi perfette, quanto elle si accostano pi al vero. E dicono che la scultura imita la forma vera, e mostra le sue cose, girandole intorno, a tutte le vedute; dove la pittura, per esser spianata con semplicissimi lineamenti di pennello, e non avere che un lume solo, non mostra che una apparenza sola. N hanno rispetto a dire molti di loro, che la scultura  tanto superiore alla pittura, quanto il vero alla bugia. Ma per la ultima e pi forte ragione, adducono che allo scultore  necessario non solamente la perfezione del giudizio ordinaria come al pittore, ma assoluta e subta di maniera che ella conosca sin dentro a' marmi l'intero a punto di quella figura ch'essi intendono di cavarne, e possa senza altro modello prima far molte parti perfette che e' le accompagni ed unisca insieme: come ha fatto divinamente Michelagnolo; avvenga che, mancando di questa felicit di giudizio, fanno agevolmente e spesso di quelli inconvenienti che non hanno rimedio, e che, fatti, son sempre testimonii degl'errori dello scarpello, o del poco giudizio dello scultore, la qual cosa non avviene a' pittori.
Perci che ad ogni errore di pennello o mancamento di giudizio che venisse lor fatto, hanno tempo, conoscendogli da per loro o avvertiti da altri, a ricoprirli e medicarli con il medesimo pennello che l'aveva fatto; il quale nelle man loro ha questo vantaggio dagli scarpelli dello scultore, ch'egli non solo sana, come faceva il ferro della lancia d'Achille, ma lascia senza margine le sue ferite.
Alle quali cose rispondendo i pittori, non senza sdegno dicono primieramente, che volendo gli scultori considerare la cosa in sagrestia, la prima nobilt  la loro; e che gli scultori s'ingannano di gran lunga a chiamare opera loro la statua del primo Padre, essendo stata fatta di terra. L'arte della qual operazione mediante il suo levare e porre non  manco de' pittori che d'altri, e fu chiamata plastice da' Greci e fictoria da' Latini, e da Prassitele fu giudicata madre della scultura, del getto e del cesello, cosa che fa la scultura veramente nipote alla pittura; conci sia che la plastice e la pittura naschino insieme e subito dal disegno. Et esaminata fuori di sagrestia, dicono che tante sono e s varie l'opinioni de' tempi, che male si pu credere pi all'una che all'altra; e che considerato finalmente questa nobilt, dove e' vogliono, nell'uno de' luoghi perdono e nell'altro non vincono, siccome nel Proemio delle Vite pi chiaramente potr vedersi.
Appresso, per riscontro dell'arti congeneri e sottoposte alla scultura dicono averne molte pi di loro: perch la pittura abbraccia l'invenzione dell'istoria, la difficilissima arte degli scorti, tutti i corpi dell'architettura per poter far i casamenti e la prospettiva, il colorire a tempera, l'arte del lavorare in fresco, differente e vario da tutti gl'altri, similmente il lavorar a olio, in legno, in pietra, in tele, et il miniare, arte differente da tutte; le finestre di vetro, il musaico de' vetri, il commetter le tarsie di colori facendone istorie con i legni tinti, ch' pittura- lo sgraffire le case con il ferro, il niello, e le stampe di rame, membri della pittura- gli smalti degl'orefici, il commetter l'oro alla damaschina; il dipigner le figure invetriate, e fare ne' vasi di terra istorie ed altre figure, che tengono all'acqua, il tesser i broccati con le figure e' fiori, e la bellissima invenzione degl'arazzi tessuti, che fa commodit e grandezza; potendo portar la pittura in ogni luogo, e salvatico e domestico: senzach in ogni genere, che bisogna esercitarsi, il disegno, ch' disegno nostro, l'adopra ognuno. S che molti pi membri ha la pittura e pi utili che non ha la scultura.
Non niegano l'eternit, poich cos la chiamano, delle sculture, ma dicono questo non esser privilegio che faccia l'arte pi nobile ch'ella si sia di sua natura, per esser semplicemente della materia; e che se la lunghezza della vita desse all'anime nobilt, il pino tra le piante, et il cervio tra gl'animali, arebbon l'anima oltramodo pi nobile che non ha l'uomo; nonostante che ei potessino addurre una simile eternit e nobilt di materia ne' musaici loro, per vedersene delli antichissimi quanto le pi antiche sculture che siano in Roma, ed essendosi usato di farli di gioie e pietre fini. E quanto al piccolo o minor numero loro, affermano che ci non  perch l'arte ricerchi miglior disposizione di corpo et il giudizio maggiore, ma che ei dipende in tutto dalla povert delle sustanze loro, e dal poco favore o avarizia, che vogliamo chiamarlo, degli uomini ricchi; i quali non fanno loro commodit de' marmi, n danno occasione di lavorare; come si pu credere e vedesi che si fece ne' tempi antichi, quando la scultura venne al sommo grado. Et  manifesto che chi non pu consumare o gittar via una piccola quantit di marmi e pietre forti, le quali costano pur assai non pu fare quella pratica nell'arte che si conviene: chi non vi fa la pratica non l'impara, e chi non l'impara non pu far bene. Per la qual cosa doverrebbono escusare piuttosto con queste cagioni la imperfezzione e il poco numero degli eccellenti, che cercare di trarre da esse, sotto un altro colore, la nobilt.
Quanto a' maggior pregi delle sculture, rispondono che, quando i loro fussino bene minori, non hanno a compatirli, contentandosi di un putto che macini loro i colori e porga i pennelli o le predelle di poca spesa: dove gli scultori oltre alla valuta grande della materia vogliono di molti aiuti, e mettono pi tempo in una sola figura che non fanno essi in molte e molte; per il che appariscano i pregi loro essere pi della qualit e durazione di essa materia, degl'aiuti ch'ella vuole a condursi e del tempo che vi si mette a lavorarla, che dell'eccellenza dell'arte stessa. E quando questa non serva n si truovi prezzo maggiore, come sarebbe facil cosa a chi volesse diligentemente considerarla, truovino un prezzo maggiore del maraviglioso bello e vivo dono, che alla virtuosissima et eccellentissima opera d'Apelle fece Alessandro il Magno, donandogli non tesori grandissimi o stato, ma la sua amata e bellissima Campsaspe; et avvertischino di pi, che Alessandro era giovane, innamorato di lei, e naturalmente agli affetti di Venere sottoposto, e re insieme e Greco; e poi ne faccino quel giudizio che piace loro.
Agli amori di Pigmalione, e di quegli altri scelerati, non degni pi d'essere uomini, citati per pruova della nobilt dell'arte, non sanno che si rispondere, se da una grandissima cecit di mente, e da una sopra ogni natural modo sfrenata libidine, si pu fare argumento di nobilt. E di quel non so chi allegato dagli scultori d'aver fatto la Scultura d'oro e la Pittura d'argento, come di sopra, consentono che se egli avesse dato tanto segno di giudizioso quanto di ricco, non sarebbe da disputarla. E concludono finalmente che l'antico vello dell'oro, per celebrato che e' sia, non vest per altro che un montone senza intelletto: per il che n il testimonio delle ricchezze, n quello delle voglie disoneste, ma delle lettere, dell'esercizio, della bont e del giudizio, son quelli a chi si debbe attendere.
N rispondono altro alla difficult dell'avere i marmi e i metalli, se non che questo nasce dalla povert propria e dal poco favore de' potenti, come si  detto, e non da grado di maggiore nobilt. All'estreme fatiche del corpo et a' pericoli propri e dell'opere loro, ridendo e senza alcun disagio rispondono che se le fatiche et i pericoli maggiori arguiscono maggiore nobilt l'arte del cavare i marmi delle viscere de' monti per adoperare i conii, i pali e le mazze, sar pi nobile della scultura; quella del fabbro avanzer l'orefice e quella del murare, l'architettura. E dicono appresso che le vere difficult stanno pi nell'animo che nel corpo; onde quelle cose che di loro natura hanno bisogno di studio e di sapere maggiore, son pi nobili ed eccellenti di quelle che pi si servono della forza del corpo; e che valendosi i pittori della virt dell'animo pi di loro, questo primo onore si appartiene alla pittura. Agli scultori bastano le seste o le squadre a ritrovare e riportare tutte le proporzioni e misure che eglino hanno di bisogno; a' pittori  necessario, oltre al sapere ben adoperare i sopradetti strumenti, una accurata cognizione di prospettiva, per avere a porre mille altre cose, che paesi o casamenti; oltra che bisogna aver maggior giudicio per la quantit delle figure in una storia, dove pu nascer pi errori, che in una sola statua. Allo scultore basta aver notizia delle vere forme e fattezze de' corpi solidi e palpabili e sottoposti in tutto al tatto, e di quei soli ancora che hanno chi gli regge. Al pittore  necessario non solo conoscere le forme di tutti i corpi retti e non retti, ma di tutti i trasparenti et impalpabili; et oltra questo bisogna ch'e' sappino i colori che si convengono a' detti corpi, la multitudine e la variet de' quali, quanto ella sia universalmente e proceda quasi in infinito, lo dimostrano meglio che altro i fiori et i frutti oltre a' minerali; cognizione sommamente difficile ad acquistarsi ed a mantenersi per la infinita variet loro.
Dicono ancora, che dove la scultura, per l'inobbedienza et imperfezzione della materia, non rappresenta gli affetti dell'animo, se non con il moto, il quale non si stende per molto in lei, e con la fazione stessa de' membri, n anche tutti i pittori gli dimostrano con tutti i moti, che sono infiniti, con la fazione di tutte le membra, per sottilissime che elle siano ma che pi? con il fiato stesso e con gli spiriti della vista. E che a maggiore perfezzione del dimostrare non solamente le passioni e gl'effetti dell'animo, ma ancora gl'accidenti a venire, come fanno i naturali, oltre alla lunga pratica dell'arte bisogna loro aver una intera cognizione d'essa fisionomia; della quale basta solo allo scultore la parte che considera la quantit e forma de' membri, senza curarsi della qualit de' colori, la cognizione de' quali, chi giudica dagli occhi conosce quanto ella sia utile e necessaria alla vera imitazione della natura alla quale chi pi si accosta  pi perfetto. Appresso soggiungono che, dove la scultura levando a poco a poco in un medesimo tempo d fondo et acquista rilievo a quelle cose che hanno corpo di loro natura, e servesi del tatto e del vedere, i pittori in due tempi danno rilievo e fondo al piano con l'aiuto di un senso solo; la qual cosa, quando ella  stata fatta da persona intelligente dell'arte, con piacevolissimo inganno ha fatto rimanere molti grandi uomini, per non dire degli animali: il che non si  mai veduto della scultura, per non imitare la natura in quella maniera che si possa dire tanto perfetta quanto  la loro.
E finalmente, per rispondere a quella intera ed assoluta perfezzione di giudizio che si richiede alla scultura, per non aver modo di aggiugnere dove ella leva, affermando prima che tali errori sono, come ei dicano incorregibili, n si pu rimediare loro senza le tppe, le quali cos come ne' panni sono cose da poveri di roba, nelle sculture e nelle pitture similmente son cose da poveri d'ingegno e di giudizio. Di poi che la pazienza con un tempo conveniente, mediante i modelli, le centine, le squadre, le seste et altri mille ingegni e strumenti da riportare, non solamente gli difendano dagli errori, ma fanno condur loro il tutto alla sua perfezzione concludono che questa difficult che ei mettano per la maggiore,  nulla o poco rispetto a quelle che hanno i pittori nel lavorare in fresco; e che la detta perfezzione di giudizio non  punto pi necessaria alli scultori che a' pittori, bastando a quelli condurre i modelli buoni di cera, di terra, o d'altro, come a questi i loro disegni in simili materie pure o ne' cartoni, e che finalmente quella parte che riduce a poco a poco loro i modelli ne' marmi,  pi tosto pazienza che altro. Ma chiamisi giudizio, come vogliono gli scultori, se egli  pi necessario a chi lavora in fresco, che a chi scarpella ne' marmi. Perci che in quello non solamente non ha luogo n la pacienza n il tempo, per essere capitalissimi inimici della unione della calcina e de' colori, ma perch l'occhio non vede i colori veri, insino a che la calcina non  ben secca, n la mano vi pu aver giudizio d'altro che del molle o secco; di maniera che chi lo dicesse lavorare al buio o con occhiali di colori diversi dal vero, non credo che errasse di molto, anzi non dubito punto che tal nome non se li convenga pi che al lavoro d'incavo, al quale per occhiali, ma giusti e buoni, serve la cera. E dicono che a questo lavoro  necessario avere un giudizio risoluto, che antivegga la fine nel molle, e quale egli abbia a tornar poi secco; oltra che non si pu abbandonare il lavoro mentre che la calcina tiene del fresco, e bisogna risolutamente fare in un giorno quello che fa la scultura in un mese. E chi non ha questo giudizio e questa eccellenzia, si vede nella fine del lavoro suo, o col tempo le toppe, le macchie, i rimessi, et i colori soprapposti o ritocchi a secco che  cosa vilissima; per che vi si scuoprono poi le muffe, e fanno conoscere la insufficienza et il poco sapere dello artefice suo, s come fanno bruttezza i pezzi rimessi nella scultura; senzach, quando accade lavare le figure a fresco, come spesso dopo qualche tempo avviene, per rinovarle, quello che  lavorato a fresco rimane, e quello che a secco  stato ritocco,  dalla spugna bagnata portato via.
Soggiungono ancora, che dove gli scultori fanno insieme due o tre figure al pi d'un marmo solo, essi ne fanno molte in una tavola sola, con quelle tante e s varie vedute che coloro dicono che ha una statua sola, ricompensando con la variet delle positure, scorci et attitudini loro il potersi vedere intorno intorno quelle degli scultori; come gi fece Giorgione da Castelfranco in una sua pittura: la quale, voltando le spalle et avendo due specchi, uno da ciascun lato, et una fonte d'acqua a' piedi, mostra nel dipinto il dietro, nella fonte il dinanzi e negli specchi gli lati: cosa che non ha mai potuto far la scultura. Affermano, oltra di ci, che la pittura non lascia elemento alcuno che non sia ornato e ripieno di tutte le eccellenzie che la natura ha dato loro, dando la sua luce o le sue tenebre alla aria con tutte le sue variet et impressioni, et empiendola insieme di tutte le sorti degli uccegli; alle acque la trasparenza, i pesci, i muschi, le schiume, il variare delle onde, le navi, e l'altre sue passioni, alla terra i monti, i piani, le piante, i frutti, i fiori, gli animali, gli edifizii, con tanta moltitudine di cose e variet delle forme loro e de' veri colori, che la natura stessa molte volte n'ha maraviglia: e dando finalmente al fuoco tanto di caldo e di luce, che e' si vede manifestamente ardere le cose, e quasi tremolando nelle sue fiamme render in parte luminose le pi oscure tenebre della notte.
Per le quali cose par loro potere giustamente conchiudere e dire, che, contraposte le difficult degli scultori alle loro, le fatiche del corpo alle fatiche dell'animo, la imitazione circa la forma sola alla imitazione della apparenzia circa la quantit e la qualit che viene a lo occhio,- il poco numero delle cose dove la scultura pu dimostrare e dimostra la virt sua allo infinito di quelle che la pittura ci rappresenta, oltre il conservarle perfettamente allo intelletto e farne parte in que' luoghi che la natura non ha fatto ella; e contrapesato, finalmente, le cose dell'una alle cose dell'altra, la nobilt della scultura, quanto all'ingegno, alla invenzione et al giudizio degli artefici suoi, non corrisponde a gran pezzo a quella che ha e merita la pittura. E questo  quello che per l'una e per l'altra parte mi  venuto agli orecchi degno di considerazione.
Ma perch a me pare che gli scultori abbino parlato con troppo ardire, et i pittori con troppo sdegno, per avere io assai tempo considerato le cose della scultura, et essermi esercitato sempre nella pittura, quantunque piccolo sia forse il frutto che se ne vede, nondimeno e per quel tanto che egli , e per la impresa di questi scritti, giudicando mio debito dimostrare il giudizio che nello animo mio ne ho fatto sempre, e vaglia l'autorit mia quanto ella pu, dir sopra tal disputa sicuramente e brevemente il parer mio, persuadendomi di non sottentrare a carico alcuno di prosunzione o d'ignoranza, non trattando io de l'arti altrui come hanno gi fatto molti per apparire nel vulgo intelligenti di tutte le cose mediante le lettere, e come tra gli altri avvenne a Formione peripatetico, in Efeso, che ad ostentazione della eloquenza sua, predicando e disputando de le virt e parti dello eccellente capitano, non meno della prosunzione che della ignoranza sua fece ridere Annibale.
Dico, adunque, che la scultura e la pittura per il vero sono sorelle, nate di un padre che  il disegno, in un sol parto et ad un tempo; e non precedono l'una alla altra, se non quanto la virt e la forza di coloro che le portano addosso fa passare l'uno artefice innanzi a l'altro, e non per differenzia o grado di nobilt che veramente si trovi in fra di loro. E sebbene per la diversit dell'essenzia loro hanno molte agevolezze, non sono elleno per n tante n di maniera ch'elle non venghino giustamente contrapesate insieme, e non si conosca la passione o la caparbiet, pi tosto che il giudizio di chi vuole che l'una avanzi l'altra. Laonde a ragione si pu dire che un'anima medesima regga due corpi; et io per questo conchiudo, che male fanno coloro che s'ingegnano di disunirle e di separarle l'una da l'altra. De la qual cosa volendoci forse sgannare il cielo e mostrarci la fratellanza e la unione di queste due nobilissime arti, ha in diversi tempi fattoci nascere molti scultori che hanno dipinto, e molti pittori che hanno fatto delle sculture; come si vedr nella vita d'Antonio del Pollaiuolo, di Lionardo da Vinci e di molti altri di gi passati. Ma nella nostra et ci ha prodotto la bont divina Michelagnolo Buonarroti- nel quale amendue queste arti s perfette rilucono e s simili et unite insieme appariscono, che i pittori delle sue pitture stupiscono, e gli scultori le sculture fatte da lui ammirano e reveriscono sommamente. A costui perch egli non avesse forse a cercare da altro maestro dove agiatamente collocare le figure fatte da lui, ha la natura donato s fattamente la scienza dell'architettura, che senza avere bisogno d'altrui, pu e vale da s solo et a queste e quelle imagini da lui formate dare onorato luogo et ad esse conveniente: di maniera che egli meritamente debbe esser detto scultore unico, pittore sommo ed eccellentissimo architettore, anzi dell'architettura vero maestro. E ben possiamo certo affermare che e' non errano punto coloro che lo chiamano divino, poich divinamente ha egli in s solo raccolte le tre pi lodevoli arti e le pi ingegnose che si truovino tra' mortali, e con esse, ad essempio d'uno Iddio, infinitamente ci pu giovare.
E tanto basti per la disputa fatta dalle parti, e per la nostra opinione.
E tornando oramai al primo proposito, dico che, volendo, per quanto si estendono le forze mie, trarre dalla voracissima bocca del tempo i nomi degli scultori, pittori ed architetti, che da Cimabue in qua sono stati in Italia di qualche eccellenza notabile, e desiderando che questa mia fatica sia non meno utile, che io me la sia proposta piacevole, mi pare necessario, avanti che e' si venga all'istoria, fare sotto brevit una introduzzione a quelle tre arti, nelle quali valsero coloro di chi io debbo scrivere le vite; a cagione che ogni gentile spirito intenda primieramente le cose pi notabili delle loro professioni; et appresso, con piacere et utile maggiore, possa conoscere apertamente in che e' fussero tra s differenti, e di quanto ornamento e comodit alle patrie loro, et a chiunque volle valersi della industria e sapere di quelli.
Comincerommi dunque dall'architettura, come da la pi universale e pi necessaria ed utile agli uomini, et al servizio et ornamento della quale sono l'altre due; e brevemente dimostrer la diversit delle pietre, le maniere o modi dell'edificare con le loro proporzioni, et a che si conoschino le buone fabbriche e bene intese. Appresso ragionando della scultura, dir come le statue si lavorino, la forma e la proporzione che si aspetta loro, e quali siano le buone sculture, con tutti gli ammaestramenti pi segreti e pi necessari. Ultimamente, discorrendo della pittura, dir del disegno, de' modi del colorire, del perfettamente condurre le cose, della qualit di esse pitture, e di qualunque cosa che da questa dependa; de' musaici d'ogni sorte, del niello, degli smalti, de' lavori alla damaschina, e finalmente poi delle stampe delle pitture. E cos mi persuado, che queste fatiche mie diletteranno coloro che non sono di-questi esercizi, e diletteranno e gioveranno a chi ne ha fatto professione. Perch, oltra che nella Introduzzione rivedranno i modi dello operare, e nelle vite di essi artefici impareranno dove siano l'opere loro, e a conoscere agevolmente la perfezzione o imperfezzione di quelle, e discernere tra maniera e maniera, e' potranno accorgersi ancora quanto meriti lode et onore chi con le virt di s nobili arti accompagna onesti costumi e bont di vita; et accesi di quelle laudi che hanno conseguite i s fatti, si alzeranno essi ancora a la vera gloria. N si caver poco frutto de la storia, vera guida e maestra delle nostre azzioni, leggendo la varia diversit di infiniti casi occorsi agli artefici, qualche volta per colpa loro e molte altre della fortuna.
Resterebbemi a fare scusa de lo avere, alle volte, usato qualche voce non ben toscana; de la qual cosa non vo' parlare, avendo avuto sempre pi cura di usare le voci et i vocaboli particulari e proprii delle nostre arti, che i leggiadri o scelti della delicatezza degli scrittori. Siami lecito adunque usare nella propria lingua le proprie voci de' nostri artefici, e contentisi ognuno della buona volont mia: la quale si  mossa a fare questo effetto, non per insegnare ad altri, ch non so per me, ma per desiderio di conservare almanco questa memoria degli artefici pi celebrati; poich in tante decine di anni non ho saputo vedere ancora chi n'abbia fatto molto ricordo. Conci sia che io ho pi tosto voluto con queste rozze fatiche mie, ombreggiando gli egregii fatti loro, render loro in qualche parte l'obligo che io tengo alle opere loro, che mi sono state maestre ad imparare quel tanto che io so, che malignamente vivendo in ozio esser censore delle opere altrui, accusandole e riprendendole come alcuni spesso costumano.
Ma egli  oggimai tempo di venire a lo effetto.

IL FINE DEL PROEMIO

INTRODUZZIONE DI MESSER GIORGIO VASARI

PITTORE ARETINO

ALLE TRE ARTI DEL DISEGNO CIOE ARCHITETTURA PITTURA E SCOLTURA

E PRIMA DELL'ARCHITETTURA

 Intr.,Cap. 1.
per gl'ornamenti, e per le statue della scoltura.

Quanto sia grande l'utile che ne apporta l'architettura non accade a me raccontarlo, per trovarsi molti scrittori i quali diligentissimamente et a lungo n'hanno trattato. E per questo lasciando da una parte le calcine, le arene, i legnami, i ferramenti e 'I modo del fondare, e tutto quello che si adopera alla fabrica, e l'acque, le regioni e i siti largamente gi descritti da Vitruvio e dal nostro Leon Batista Alberti, ragioner solamente per servizio de' nostri artefici e di qualunque ama di sapere, come debbano essere universalmente le fabriche e quanto di proporzione unite e di corpi, per conseguire quella graziata bellezza che si desidera- brevemente raccorr insieme tutto quello che mi parr necessario a questo proposito.
Et acci che pi manifestamente apparisca la grandissima difficult del lavorar delle pietre che son durissime e forti, ragioneremo distintamente ma con brevit, di ciascuna sorte di quelle che maneggiano i nostri artefici.
E primieramente del porfido. Questo  una pietra rossa con minutissimi schizzi bianchi, condotta nell'Italia gi dall'Egitto, dove comunemente si crede che nel cavarla ella sia pi tenera che quando ella  stata fuori della cava alla pioggia al ghiaccio e al sole, perch tutte queste cose la fanno pi dura e pi difficile a lavorarla. Di questa se ne veggono infinite opere lavorate, parte con gli scarpelli, parte segate, e parte con ruote e con smerigli consumate a poco a poco; come se ne vede in diversi luoghi diversamente pi cose, cio quadri, tondi, et altri pezzi spianati per far pavimenti, e cos statue per gli edifici, et ancora grandissimo numero di colonne e picciole e grandi, e fontane con teste di varie maschere intagliate con grandissima diligenza. Veggonsi ancora oggi sepolture con figure di basso e mezzo rilievo, condotte con gran fatica: come al tempio di Bacco fuor di Roma, a S. Agnesa, la sepoltura che e' dicono di S. Gostanza figliuola di Gostantino imperadore, dove son dentro molti fanciulli con pampani et uve, che fanno fede della difficult ch'ebbe chi la lavor nella durezza di quella pietra. Il medesimo si vede in un pilo a S. Giovanni Laterano vicino alla Porta Santa ch' storiato, et vvi dentro gran numero di figure. Vedesi ancora sulla piazza della Ritonda una bellissima cassa fatta per sepoltura, la quale  lavorata con grande industria e fatica, et  per la sua forma di grandissima grazia e di somma bellezza, e molto varia dall'altre. Et in casa di Egidio e di Fabio Sasso ne soleva essere una figura a sedere di braccia tre e mezzo, condotta a' d nostri con il resto de l'altre statue in casa Farnese. Nel cortile ancora di casa La Valle sopra una finestra una lupa molto eccellente, e nel lor giardino i due prigioni legati, del medesimo porfido, i quali son quattro braccia d'altezza l'uno, lavorati dagli antichi con grandissimo giudicio, i quali sono oggi lodati straordinariamente da tutte le persone eccellenti, conoscendosi la difficult che hanno avuto a condurli per la durezza della pietra.
A' d nostri non s' mai condotto pietre di questa sorte a perfezzione alcuna, per avere gli artefici nostri perduto il modo del temperare i ferri, e cos gli altri stormenti da condurle. Vero  che se ne va segando con lo smeriglio rocchi di colonne e molti pezzi per accomodarli in ispartimenti per piani, e cos in altri varii ornamenti per fabriche, andandolo consumando a poco a poco con una sega di rame senza denti, tirata dalle braccia di due uomini; la quale con lo smeriglio ridotto in polvere e con l'acqua che continuamente la tenga molle, finalmente pur lo ricide. E sebbene si sono in diversi tempi provati molti begli ingegni per trovare il modo di lavorarlo che usarono gli antichi, tutto  stato invano; e Leon Battista Alberti, il quale fu il primo che cominciasse a far pruova di lavorarlo, non per in cose di molto momento, non truov, fra molti che ne mise in pruova, alcuna tempera che facesse meglio che il sangue di becco, perch sebbene levava poco di quella pietra durissima nel lavorarla e sfavillava sempre fuoco, gli serv nondimeno di maniera che fece fare nella soglia della porta principale di S. Maria Novella di Fiorenza le diciotto lettere antiche, che assai grandi e ben misurate si veggono dalla parte dinanzi in un pezzo di porfido, le quali lettere dicono Bernardo Oricellario. E perch il taglio dello scarpello non gli faceva spigoli, n dava all'opera quel pulimento e quel fine che le era necessario, fece fare un mulinello a braccia con un manico a guisa di stidione, che agevolmente si maneggiava, apontandosi uno il detto manico al petto, e nella inginocchiatura mettendo le mani per girarlo; e nella punta dove era o scarpello o trapano, avendo messo alcune rotelline di rame, maggiori e minori secondo il bisogno, quelle imbrattate di smeriglio, con levare a poco a poco e spianare facevano la pelle e gli spigoli, mentre con la mano si girava destramente il detto mulinello. Ma con tutte queste diligenze non fece per Leon Batista altri lavori; perch era tanto il tempo che si perdeva che mancando loro l'animo, non si mise altramente mano a statue, vasi o altre cose sottili.
Altri poi che si sono messi a spianare pietre e rapezzar colonne col medesimo segreto, hanno fatto in questo modo: fannosi per questo effetto alcune martella gravi e grosse con le punte d'acciaio temperato fortissimamente col sangue di becco, e lavorato a guisa di punte di diamanti, con le quali picchiando minutamente in sul porfido, e scantonandolo a poco a poco il meglio che si pu si riduce pur finalmente o a tondo o a piano, come pi aggrada all'artefice, con fatica e tempo non picciolo; ma non gi a forma di statue, che di questo non abbiamo la maniera; e se gli d il pulimento con lo smeriglio e col cuoio strofinandolo, che viene di lustro molto pulitamente lavorato e finito. Ed ancor che ogni giorno si vadino pi assottigliando gl'ingegni umani, e nuove cose investigando, nondimeno anco i moderni che in diversi tempi hanno per intagliar il porfido provato nuovi modi, diverse tempre et acciai ben purgati, hanno, come si disse di sopra, infino a pochi anni sono faticato invano.
E pur l'anno 1553, avendo il signor Ascanio Colonna donato a papa Giulio III una tazza antica di porfido bellissima 1 larga sette braccia, il Pontefice per ornarne la sua vigna ordin, mancandole alcuni pezzi, che la fusse restaurata; per che, mettendosi mano all'opera e provandosi molte cose per consiglio di Michelagnolo Buonarroti e d'altri eccellentissimi maestri, dopo molta lunghezza di tempo fu disperata l'impresa, massimamente non si potendo in modo nessuno salvare alcuni canti vivi, come ilbisogno richiedeva. E Michelagnolo, pur awezzo alla durezza de' sassi insieme con gli altri se ne tolse gi, n si fece altro.
Finalmente, poich niuna altra cosa in questi nostri tempi mancava alla perfezione delle nostr'arti che il modo di lavorare perfettamente il porfido acci che n anco questo si abbia a disiderare, si  in questo modo ritrovato. Avendo l'anno 1555 il signor duca Cosimo condotto dal suo palazzo e giardino de' Pitti una bellissima acqua nel cortile del suo principale palazzo di Firenze, per farvi una fonte di straordinaria bellezza, trovati fra i suoi rottami alcuni pezzi di porfido assai grandi, ordin che di quelli si facesse una tazza col suo piede per la detta fonte; e per agevolar al maestro il modo di lavorar il porfido, fece di non so che erbe stillar un'acqua di tanta virt, che, spegnendovi dentro i ferri bollenti, fa loro una tempera durissima. Con questo segreto adunque, secondo 'l disegno fatto da me, condusse Francesco del Tadda, intagliator da Fiesole, la tazza della detta fonte, che  larga due braccia e mezzo di diametro, et insieme il suo piede, in quel modo che oggi ella si vede nel detto palazzo. Il Tadda parendogli che il segreto datogli dal Duca fusse rarissimo, si mise a far prova d'intagliar alcuna cosa, e gli riusc cos bene, che in poco tempo ha fatto in tre ovati di mezzo rilievo grandi quanto il naturale il ritratto d'esso signor duca Cosimo, quello della duchessa Leonora, et una testa di Ges Cristo con tanta perfezzione, che i capelli e le barbe che sono dificilissimi nell'intaglio, sono condotti di maniera che gl'antichi non stanno punto meglio. Di queste opere ragionando il signor Duca con Michelagnolo quando sua Eccellenza fu in Roma, non volea creder il Buonarroto che cos fusse; per che, avendo io d'ordine del Duca mandata la testa del Cristo a Roma, fu veduta con molta maraviglia da Michelagnolo, il quale la lod assai e si rallegr molto di veder ne' tempi nostri la scultura arricchita di questo rarissimo dono cotanto invano insino a oggi disiderato.
Ha finito ultimamente il Tadda la testa di Cosimo vecchio de' Medici in uno ovato come i detti di sopra, et ha fatto e fa continuamente molte altre somiglianti opere.
Restami a dire del porfido che per essersi oggi smarrite le cave di quello  perci necessario servirsi di spoglie e di frammenti antichi e di rocchi di colonne e altri pezzi; e che per bisogna a chi lo lavora avvertire se ha avuto il fuoco: perci che quando l'ha avuto, sebbene non perde in tutto il color n si disfa, manca nondimeno pure assai di quella vivezza che  sua propria, e non piglia mai cos bene il pulimento, come quando non l'ha avuto; e, che  peggio, quello che ha avuto il fuoco si schianta facilmente quando si lavora. E da sapere ancora, quanto alla natura del porfido, che messo nella fornace non si cuoce, e non lascia interamente cuocer le pietre che gli sono intorno: anzi, quanto a s, incrudelisce; come ne dimostrano le due colonne che i Pisani l'anno 1117 donarono a' Fiorentini dopo l'acquisto di Maiolica, le quali sono oggi alla porta principale del tempio di S. Giovanni, non molto bene pulite e senza colore per avere avuto il fuoco come nelle sue storie racconta Giovan Villani.
Succede al porfido il serpentino, il quale  pietra di color verde scuretta alquanto, con alcune crocette dentro giallette e lunghe per tutta la pietra della quale nel medesimo modo si vagliano gli artefici per far colonne e piani per pavimenti per le fabriche; ma di questa sorte non s' mai veduto figure lavorate, ma s bene infinito numero di base per le colonne e piedi di tavole et altri lavori pi materiali, perch questa sorte di pietra si schianta ancorch sia dura pi che 'l porfido, e riesce a lavorarla pi dolce e men faticosa che il porfido, e cavasi in Egitto e nella Grecia, e la sua saldezza ne' pezzi non  molto grande. Conci sia che di serpentino non si  mai veduto opera alcuna di maggior pezzo di braccia tre per ogni verso; e sono state tavole e pezzi di pavimenti. Si  trovato ancora qualche colonna, ma non molto grossa n larga, e similmente alcune maschere e mensole lavorate, ma figure non mai. Questa pietra si lavora nel medesimo modo che si lavora il porfido.
Pi tenera poi di questa  il cipollaccio, pietra che si cava in diversi luoghi, il quale  di color verde acerbo e gialletto, et ha dentro alcune macchie nere quadre picciole e grandi, e cos bianche, alquanto grossette; e si veggono di questa sorte in pi luoghi colonne grosse e sottili, e porte et altri ornamenti, ma non figure. Di questa pietra  una fonte in Roma in Belvedere, cio una nicchia in un canto del giardino, dove sono le statue del Nilo e del Tevere; la quale nicchia fece far papa Clemente Settimo col disegno di Michelagnolo per ornamento d'un fiume antico, acci in questo campo fatto a guisa di scogli apparisce, come veramente fa, molto bello.
Di questa pietra si fanno ancora, segandola, tavole, tondi, ovati et altre cose simili, che in pavimenti e altre forme piane fanno con l'altre pietre bellissima accompagnatura e molto vago componimento. Questa piglia il pulimento come il porfido et il serpentino, et ancora si sega come l'altre sorti di pietra dette di sopra, e se ne trovano in Roma infiniti pezzi sotterrati nelle ruine che giornalmente vengono a luce; e delle cose antiche se ne sono fatte opere moderne, porte, et altre sorti d'ornamenti, che fanno, dove elle si mettono, ornamento e grandissima bellezza.
Ecci un'altra pietra chiamata mischio dalla mescolanza di diverse pietre congelate insieme e fatte tutt'una dal tempo e dalla crudezza dell'acque. E di questa sorte se ne trova copiosamente in diversi luoghi, come ne' monti di Verona, in quelli di Carrara, et in quei di Prato in Toscana, e ne' monti dell'Imprunetta nel contado di Firenze. Ma i pi begli e' migliori si sono trovati, non ha molto, a S. Giusto a Monterantoli lontano da Fiorenza cinque miglia; e di questi me n'ha fatto il signor duca Cosimo ornare tutte le stanze nuove del palazzo in porte e camini, che sono riusciti molto belli; e per lo giardino de' Pitti se ne sono dal medesimo luogo cavate colonne di braccia sette, bellissime: et io resto maravigliato che in questa pietra si sia trovata tanta saldezza. Questa pietra, perch tiene d'alberese, piglia bellissimo pulimento, e trae in colore di paonazzo rossigno, macchiato di vene bianche e giallicce. Ma le pi fini sono nella Grecia e nell'Egitto, dove sono molto pi duri che i nostri italiani; e di questa ragion pietra se ne trova di tanti colori, quanto la natura lor madre s' di continuo dilettata e diletta di condurre a perfezione. Di questi s fatti mischi se ne veggono in Roma ne' tempi nostri opere antiche e moderne, come colonne, vasi, fontane, ornamenti di porte, e diverse incrostature per gli edifici e molti pezzi ne' pavimenti. Se ne vede diverse sorti di pi colori: chi tira al giallo et al rosso, alcuni al bianco et al nero, altri al bigio et al bianco pezzato di rosso e venato di pi colori; cos certi rossi, verdi, neri e bianchi che sono orientali. E di questa sorte pietra n'ha un pilo antichissimo, largo braccia quattro e mezzo, il signor Duca al suo giardino de' Pitti, che  cosa rarissima, per esser, come s' detto, orientale, di mischio bellissimo e molto duro a lavorarsi. E cotali pietre sono tutte di specie pi dura e pi bella di colore e pi fine, come ne fanno fede oggi due colonne di braccia dodici di altezza nella entrata di San Pietro di Roma, le quali reggono le prime navate: et una n' da una banda, l'altra dall'altra. Di questa sorte quella ch' ne' monti di Verona  molto pi tenera che l'orientale infinitamente, e ne cavano in questo luogo d'una sorte ch' rossiccia, e tira in color ceciato, e queste sorti si lavorano tutte bene a' giorni nostri con le tempere e co' ferri s come le pietre nostrali, e se ne fa e finestre e colonne, e fontane e pavimenti, e stipiti per le porte e cornici, come ne rende testimonianza la Lombardia, anzi tutta la Italia.
Trovasi un'altra sorte di pietra durissima, molto pi ruvida e picchiata di neri e bianchi e talvolta di rossi, dal tiglio e dalla grana di quella comunemente detta granito, della quale si truova nello Egitto saldezze grandissime, e da cavarne altezze incredibili, come oggi si veggono in Roma negli obelischi, aguglie, piramidi, colonne, et in que' grandissimi vasi de' bagni che abbiamo a San Pietro in Vincola e a San Salvadore del Lauro e a San Marco, et in colonne quasi infinite che per la durezza e saldezza loro non hanno temuto fuoco n ferro, et il tempo istesso, che tutte le cose caccia a terra, non solamente non le ha distrutte, ma neppur cangiato loro il colore. E per questa cagione gli Egizzii se ne servivano per i loro morti, scrivendo in queste aguglie coi caratteri loro strani la vita de' grandi, per mantener la memoria della nobilt e virt di quegli.
Venivane d'Egitto medesimamente d'una altra ragione bigio, il quale trae pi in verdiccio i neri et i picchiati bianchi; molto duro certamente, ma non s che i nostri scarpellini per la fabrica di San Pietro non abbiano delle spoglie che hanno trovato messe in opera, fatto s che con le tempere de' ferri, che ci sono al presente, hanno ridotto le colonne e l'altre cose a quella sottigliezza ch'hanno voluto, e datoli bellissimo pulimento come al porfido. Di questo granito bigio  dotata la Italia in molte parti, ma le maggiori saldezze che si trovino sono nell'isola dell'Elba 2, dove i Romani tennero di continuo uomini a cavare infinito numero di questa pietra. E di questa sorte ne sono parte le colonne del portico della Ritonda, le quali son molto belle e di grandezza straordinaria, e vedesi che nella cava quando si taglia,  pi tenero assai che quando  stato cavato, e che vi si lavora con pi facilit. Vero  che bisogna per la maggior parte lavorarlo con martelline che abbiano la punta, come quelle del porfido, e nelle gradine una dentatura tagliente dall'altro lato. D'un pezzo della qual sorte pietra che era staccato dal masso, n'ha cavato il duca Cosimo una tazza tonda di larghezza di braccia dodici per ogni verso, et una tavola della medesima lunghezza per lo palazzo e giardino de' Pitti.
Cavasi del medesimo Egitto e di alcuni luoghi di Grecia ancora certa sorte di pietra nera detta paragone, la quale ha questo nome, perch volendo saggiar l'oro s'arruota su quella pietra, e si conosce il colore; e per questo, paragonandovi su, vien detto paragone. Di questa  un'altra specie di grana e di un altro colore, perch non ha il nero morato affatto e non  gentile: che ne fecero gli antichi alcune di quelle sfingi et altri animali come in Roma in diversi luoghi si vede, e di maggior saldezza una figura in Parione d'uno Ermafrodito accompagnata da un'altra statua di porfido, bellissima. La qual pietra  dura a intagliarsi, ma  bella straordinariamente e piglia un lustro mirabile. Di questa medesima sorte se ne trova ancora in Toscana ne' monti di Prato, vicino a Fiorenza a X miglia, e cos ne' monti di Carrara, della quale alle sepolture moderne se ne veggono molte casse e dipositi per i morti: come nel Carmine di Fiorenza alla capella maggiore, dove  la sepoltura di Piero Soderini (se bene non vi  dentro) di questa pietra, et un padiglione similmente di paragon di Prato, tanto ben lavorato e cos lustrante, che pare un raso di seta e non un sasso intagliato e lavorato. Cos ancora nella incrostatura di fuori del tempio di S. Maria del Fiore di Fiorenza per tutto lo edificio  un'altra sorte di marmo nero e marmo rosso, che tutto si lavora in un medesimo modo.
Cavasi alcuna sorte di marmi in Grecia e in tutte le parti d'Oriente che son bianchi e gialleggiano e traspaiono molto, i quali erano adoperati dagli antichi per bagni e per stufe e per tutti que' luoghi dove il vento potesse offendere gli abitatori; e oggi se ne veggono ancora alcune finestre nella tribuna di San Miniato a Monte, luogo de' monaci di Monte Oliveto, in su le porte di Fiorenza, che rendono chiarezza e non vento. E con questa invenzione riparavano al freddo e facevano lume alle abitazioni loro. In queste cave medesime cavavano altri marmi senza vene ma del medesimo colore, del quale eglino facevano le pi nobili statue. Questi marmi di tiglio e di grana erano finissimi, e se ne servivano ancora tutti quelli che intagliavano capitegli, ornamenti, et altre cose di marmo per l'architettura.
E vi eran saldezze grandissime di pezzi, come appare ne' Giganti di Montecavallo di Roma, e nel Nilo di Belvedere, e in tutte le pi degne e celebrate statue. E si conoscono esser greche, oltra il marmo, alla maniera delle teste et alla acconciatura del capo et ai nasi delle figure, i quali sono dall'appiccatura delle ciglia alquanto quadri fino alle nare del naso: e questo si lavora coi ferri ordinari e coi trapani, e si gli d il lustro con la pomice e col gesso di Tripoli, col cuoio e struffoli di paglia.
Sono nelle montagne di Carrara, nella Carfagnana vicino ai monti di Luni, molte sorti di marmi, come marmi neri, et alcuni che traggono in bigio, et altri che sono mischiati di rosso, et alcuni altri che son con vene bigie, che sono crosta sopra a' marmi bianchi; perch non son purgati, anzi offesi dal tempo, dall'acqua e dalla terra, pigliano quel colore. Cavansi ancora altre specie di marmi, che son chiamati cipollini e saligni e campanini e mischiati, e per lo pi una sorte di marmi bianchissimi e lattati, che sono gentili et in tutta perfezzione per far le figure. E vi s' trovato da cavare saldezze grandissime, e se n' cavato ancora a' giorni nostri pezzi di nove braccia per far giganti, e d'un medesimo sasso ancora se ne sono cavati a' tempi nostri due, l'uno fu il Davitte che fece Michelagnolo Buonarroto, il quale  alla porta del palazzo del Duca di Fiorenza, e l'altro, l'Ercole e Cacco, che di mano del Bandinello sono, all'altro lato della medesima porta. Un altro pezzo ne fu cavato, pochi anni sono, di braccia nove, perch il detto Baccio Bandinello ne facesse un Nettuno per la fonte che il Duca fa fare in piazza. Ma essendo morto il Bandinello,  stato dato poi all'Ammannato, scultore eccellente, perch ne faccia similmente un Nettuno. Ma di tutti questi marmi quelli della cava detta del Polvaccio, ch' nel medesimo luogo, sono con manco macchie e smerigli, e senza que' nodi e noccioli che il pi delle volte sogliono esser nella grandezza de' marmi, e recar non piccola difficult a chi gli lavora, e bruttezza nell'opere, finite che sono le statue.
Si sono ancora, dalle cave di Serravezza in quel di Pietrasanta 3, avute colonne della medesima altezza, come si pu vedere una, di molte che avevano a essere, nella facciata di San Lorenzo di Firenze, quale  oggi abbozzata fuor della porta di detta chiesa, dove l'altre sono parte alla cava rimase e parte alla marina.
Ma tornando alle cave di Pietrasanta, dico che in quelle s'essercitarono tutti gli antichi, et altri marmi che questi non adoperarono, per fare que' maestri che furon s eccellenti le loro statue; essercitandosi di continuo, mentre si cavavono le lor pietre per far le loro statue, in fare ne' sassi medesimi delle cave, bozze di figure; come ancora oggi se ne veggono le vestigia di molte in quel luogo. Di questa sorte, adunque, cavano oggi i moderni le loro statue, e non solo per il servizio della Italia, ma se ne manda in Francia, in Inghilterra, in Ispagna, e in Portogallo. Come appare oggi per la sepoltura fatta in Napoli da Giovan da Nola, scultore eccellente, a don Pietro di Toledo vicer di quel regno; che tutti i marmi gli furon donati e condotti in Napoli dal signor duca Cosimo de' Medici.
Questa sorte di marmi ha in s saldezze maggiori e pi pastose e morbide a lavorarla, e se le d bellissimo pulimento pi ch'ad altra sorte di marmo.
Vero  che si viene talvolta a scontrarsi in alcune vene domandate dagli scultori smerigli, i quali sogliono rompere i ferri. Questi marmi si abbozzano con una sorte di ferri chiamati subbie, che hanno la punta a guisa di pali a facce, e pi grossi e sottili, e di poi seguitano con scarpelli detti calcagnuoli, i quali nel mezzo del taglio hanno una tacca, e cos con pi sottili di mano in mano che abbiano pi tacche, e gl'intaccano, quando sono arruotati, con un altro scarpello. E questa sorte di ferri chiamano gradine, perch con esse vanno gradinando e riducendo a fine le lor figure; dove poi con lime di ferro diritte e torte vanno levando le gradine che son restate nel marmo; e cos poi con la pomice arrotando a poco a poco gli fanno la pelle che vogliono. E tutti gli strafori che fanno, per non intronare il marmo, gli fanno con trapani di minore e di maggior grandezza, e di peso di dodici libre l'uno, e qualche volta venti; che di questi ne hanno di pi sorte, per far maggiori e minori buche; e gli servon questi per finire ogni sorte di lavoro e condurlo a perfezzione. De' marmi bianchi venati di bigio gli scultori e gli architetti ne fanno ornamenti per porte e colonne per diverse case. Servonsene per pavimenti e per incrostatura nelle lor fabriche, e gli adoperano a diverse sorti di cose; similmente fanno di tutti i marmi mischiati.
I marmi cipollini sono un'altra specie, di grana e colore differente, e di questa sorte n' ancora altrove che a Carrara; e questi il pi pendono in verdiccio, e son pieni di vene, che servono per diverse cose, e non per figure. Quegli che gli scultori chiamano saligni, che tengono di congelazione di pietra, per esservi que' lustri ch'appariscono nel sale e traspaiono alquanto,  fatica assai a farne le figure, perch hanno la grana della pietra ruvida e grossa, e perch ne' tempi umidi gocciano acqua di continuo overo sudano. Quegli che si dimandano campanini son quella sorte di marmi che suonano quando si lavorano, et hanno un certo suono pi acuto degli altri; questi son duri e si schiantano pi facilmente che l'altre sorti su dette, e si cavano a Pietrasanta. A Seravezza ancora in pi luoghi et a Campiglia si cavano alcuni marmi, che sono per la maggior parte buonissimi per lavoro di quadro, e ragionevoli ancora alcuna volta per statue; et in quel di Pisa al monte a San Giuliano si cava similmente una sorte di marmo bianco che tiene d'alberese, e di questi  incrostato di fuori il Duomo et il Camposanto di Pisa oltre a molti altri ornamenti che si veggono in quella citt, fatti del medesimo.
E perch gi si conducevano i detti marmi del monte a San Giuliano in Pisa con qualche incommodo e spesa, oggi avendo il duca Cosimo, cos per sanare il paese come per agevolare il condurre i detti marmi et altre pietre che si cavano da que' monti, messo in canale diritto il fiume d'Osoli et altre molte acque, che sorgeano in que' piani con danno del paese, si potranno agevolmente per lo detto canale condurre i marmi o lavorati o in altro modo con picciolissima spesa, e con grandissimo utile di quella citt che  poco meno che tornata nella pristina grandezza, merc del detto signor duca Cosimo che non ha cura che maggiormente lo prema che d'aggrandire e rifar quella citt, che era assai mal condotta, innanzi che ne fusse sua Eccellenza Signore.
Cavasi un'altra sorte di pietra chiamata trevertino, il quale serve molto per edificare e fare ancora intagli di diverse ragioni, che per Italia in molti luoghi se ne va cavando, come in quel di Lucca et a Pisa et in quel di Siena da diverse bande. Ma le maggiori saldezze e le migliori pietre, cio quelle che son pi gentili, si cavano in sul fiume del Teverone a Tigoli, ch' tutta specie di congelazione d'acque e di terra, che per la crudezza e freddezza sua non solo congela e petrifica la terra, ma i ceppi, i rami e le fronde degli alberi. E per l'acqua che riman dentro non si potendo finire di asciugare, quando elle son sotto l'acqua, vi rimangono i pori della pietra cavati, che pare spugnosa e buccheraticcia egualmente di dentro e di fuori.
Gli antichi di questa sorte pietra fecero le pi mirabili fabriche et edifici che facessero, come sono i Colisei e l'Erario da San Cosmo e Damiano, e molti altri edifici; e ne mettevano ne' fondamenti delle lor fabriche infinito numero, e lavorandoli non furon molto curiosi di farli finire, ma se ne servivano rusticamente: e questo forse facevano, perch hanno in s una certa grandezza e superbia. Ma ne' giorni nostri s' trovato chi gli ha lavorati sottilissimamente, come si vide gi in quel tempio tondo che cominciarono e non finirono, salvo che tutto il basamento, in sulla piazza di San Luigi i Francesi in Roma. Il quale fu condotto da un francese chiamato maestro Gian, che studi l'arte dello intaglio in Roma, e divenne tanto raro, che fece il principio di questa opera, la quale poteva stare al paragone di quante cose eccellenti antiche e moderne che si sian viste d'intaglio di tal pietra, per aver straforato sfere di astrologi, et alcune salamandre nel fuoco, imprese reali, et in altre libri aperti con le carte lavorati con diligenza, trofei e maschere, le quali rendono, dove sono testimonio della eccellenza e bont da poter lavorarsi questa pietra simile al marmo, ancor che sia rustica. E reca s in s una grazia per tutto vedendo guella spugnosit de' buchi unitamente, che fa bel vedere. Il qual principio di tempio, essendo imperfetto, fu levato dalla nazione francese, e le dette pietre et altri lavori di quello posti nella facciata della chiesa di San Luigi, e parte in alcune capelle, dove stanno molto bene accomodati e riescono bellissimi.
Questa sorte di pietra  bonissima per le muraglie, avendo sotto squadratola o scorniciata; perch si pu incrostarla di stucco, con coprirla con esso et intagliarvi ci ch'altri vuole; come fecero gli antichi nell'entrate publiche del Culiseo et in molti altri luoghi, e come ha fatto a' giorni nostri Antonio da San Gallo nella sala del palazzo del Papa dinanzi alla capella, dove ha incrostato di trevertini con stucco con vari intagli eccellentissimamente. Ma pi d'ogni altro maestro ha nobilitata questa pietra Michelangelo Buonaroti nell'ornamento del cortile di casa Farnese, avendovi con maraviglioso giudizio fatto d'essa pietra far finestre, maschere, mensole, e tante altre simili bizzarrie, lavorate tutte come si fa il marmo, che non si pu veder alcuno altro simile ornamento pi bello. E se queste cose son rare,  stupendissimo il cornicione maggiore del medesimo palazzo nella faciata dinanzi, non si potendo alcuna cosa n pi bella n pi magnifica disiderare.
Della medesima pietra ha fatto similmente Michilagnolo nel difuori della fabrica di San Piero certi tabernacoli grandi, e dentro la cornice che gira intorno alla tribuna, con tanta pulitezza, che non si scorgendo in alcun luogo le commettiture, pu conoscer ognuno agevolmente quanto possiamo servirci di questa sorte pietra. Ma quello che trapassa ogni maraviglia , che avendo fatto di questa pietra la volta d'una delle tre tribune del medesimo San Pietro, sono commessi i pezzi di maniera, che non solo viene collegata benissimo la fabrica con varie sorti di commettiture, ma pare, a vederla da terra, tutta lavorata d'un pezzo.
Ecci un'altra sorte di pietre che tendono al nero, e non servono agli architettori se non a lastricare tetti. Queste sono lastre sottili prodotte a suolo a suolo dal tempo e dalla natura per servizio degli uomini che ne fanno ancora pile, murandole talmente insieme, che elle commettino l'una ne l'altra, e le empiono d'olio secondo la capacit de' corpi di quelle e sicurissimamente ve lo conservano. Nascono queste nella riviera di Genova in un luogo detto Lavagna, e se ne cavano pezzi lunghi X braccia; e i pittori se ne servono a lavorarvi su le pitture a olio; perch elle vi si conservano su molto pi lungamente che nelle altre cose, come al suo luogo si ragioner ne' capitoli della pittura.
Aviene questo medesimo de la pietra detta piperno, da molti detta preperigno; pietra nericcia e spugnosa come il trevertino, la quale si cava per la campagna di Roma, e se ne fanno stipiti di finestre e porte in diversi luoghi, come a Napoli et in Roma; e serve ella ancora a' pittori a lavorarvi su a olio, come al suo luogo racconteremo. E questa pietra alidissima et ha anzi dell'arsiccio che no.
Cavasi ancora in Istria una pietra bianca livida, la quale molto agevolmente si schianta; e di questa sopra di ogni altra si serve non solamente la citt di Vinegia, ma tutta la Romagna ancora, facendone tutti i loro lavori e di quadro e d'intaglio; e con sorte di stromenti e ferri pi lunghi che gli altri la vanno lavorando, massimamente con certe martelline andando secondo la falda della pietra, per essere ella molto frangibile. E di questa sorte pietra ne ha messo in opera una gran copia messer lacopo Sansovino, il quale ha fatto in Vinegia lo edificio dorico della Panatteria, et il toscano alla Zecca in sulla piazza di San Marco. E cos tutti i lor lavori vanno facendo per quella citt, e porte, finestre, cappelle et altri ornamenti che lor viene comodo di fare, non ostante che da Verona per il fiume dello Adige abbiano comodit di condurvi i mischi et altra sorte di pietre, delle quali poche cose si veggono, per aver pi in uso questa, nella quale spesso vi commettono dentro porfidi, serpentini et altre sorti di pietre mischie, che fanno, accompagnate con essa, bellissimo ornamento. Questa pietra tiene d'alberese come la pietra da calcina d'i nostri paesi, e, come si  detto, agevolmente si schianta.
Restaci la pietra serena, e la bigia detta macigno, e la pietra forte che molto s'usa in Italia, dove son monti, e massimamente in Toscana, per lo pi in Fiorenza e nel suo dominio. Quella ch'eglino chiamano pietra serena,  quella sorte che trae in azzurrigno overo tinta di bigio; della quale n' ad Arezzo cave in pi luoghi, a Cortona, a Volterra, e per tutti gli Appennini; e ne' monti di Fiesole  bellissima, per esservisi cavato saldezze grandissime di pietre: come veggiamo in tutti gli edifici che sono in Firenze fatti da Filippo di ser Brunellesco, il quale fece cavare tutte le pietre di San Lorenzo e di Santo Spirito et altre infinite che sono in ogni edificio per quella citt. Questa sorte di pietra  bellissima a vedere, ma dove sia umidit e vi piove su, o abbia ghiacciati addosso, si logora e si sfalda, ma al coperto ella dura in infinito.
Ma molto pi durabile di questa e di pi bel colore  una sorte di pietra azzurrigna, che si dimanda oggi la pietra del fossato, la quale quando si cava, il primo filare  ghiaioso e grosso, il secondo mena nodi e fessure, il terzo  mirabile, perch  pi fine. Della qual pietra Michelagnolo s' servito nella libreria e sagrestia di San Lorenzo, per papa Clemente, per esser gentile di grana, et ha fatto condurre le cornici, le colonne et ogni lavoro con tanta diligenza, che d'argento non resterebbe s bella. E questa piglia un pulimento bellissimo, e non si pu desiderare in questo genere cosa migliore. E perci fu gi in Fiorenza ordinato per legge, che di questa pietra non si potesse adoperare se non in fare edifizi publici, o con licenza di chi governasse. Della medesima n'ha fatto assai mettere in opera il duca Cosimo, cos nelle colonne et ornamenti della loggia di Mercato Nuovo, come nell'opera dell'udienza cominciata nella sala grande del Palazzo dal Bandinello, e nell'altra che  a quella dirimpetto; ma gran quantit, pi che in alcuno altro luogo sia stato fatto gi mai, n'ha fatto mettere Sua Eccellenza nella strada de' Magistrati che fa condurre col disegno et ordine di Giorgio Vasari Aretino. Vuole questa sorte di pietra il medesimo tempo a esser lavorata che il marmo; et  tanto dura, che ella regge all'acqua e si difende assai dall'altre ingiurie del tempo.
Fuor di questa n' un'altra specie ch' detta pietra serena, per tutto il monte, ch' pi ruvida e pi dura e non  tanto colorita, che tiene di specie di nodi della pietra, la quale regge all'acqua, al ghiaccio, e se ne fa figure et altri ornamenti intagliati. E di questa n' la Dovizia, figura di man di Donatello in su la colonna di Mercato Vecchio in Fiorenza; cos molte altre statue fatte da persone eccellenti non solo in quella citt ma per il dominio.
Cavasi per diversi luoghi la pietra forte, la qual regge all'acqua, al sole, al ghiaccio, et a ogni tormento e vuol tempo a lavorarla, ma si conduce molto bene, e non v' molte gran saldezze. Della qual se n' fatto e per i Gotti e per i moderni i pi belli edifici che siano per la Toscana, come si pu vedere in Fiorenza nel ripieno de' due archi che fanno le porte principali dell'oratorio d'Orsanmichele, i quali sono veramente cose mirabili e con molta diligenza lavorate. Di questa medesima pietra sono similmente per la citt, come s' detto, molte statue et armi, come intorno alla fortezza et in altri luoghi si pu vedere. Questa ha il colore alquanto gialliccio con alcune vene di bianco sottilissime che le danno grandissima grazia; e cos se n' usato fare qualche statua ancora, dove abbiano a essere fontane, perch reggano all'acqua. E di questa sorte pietra  murato il palagio de' Signori, la Loggia, Orsanmichele, et il didentro di tutto il corpo di S.
Maria del Fiore, e cos tutti i ponti di quella citt, il palazzo de' Pitti e quello degli Strozzi. Questa vuol esser lavorata con le martelline, perch' pi soda; e cos l'altre pietre su dette vogliono esser lavorate nel medesimo modo che s' detto del marmo e dell'altre sorti di pietre. Imper, non ostante le buone pietre e le tempere de' ferri,  di necessit l'arte, intelligenza e giudicio di coloro che le lavorano; perch  grandissima differenza negli artefici, tenendo una misura medesima da mano a mano, in dar grazia e bellezza all'opere che si lavorano. E questo fa discernere e conoscere la perfezzione del fare da quegli che sanno a quei che manco sanno.
Per consistere, adunque, tutto il buono e la bellezza delle cose estremamente lodate negli estremi della perfezzione che si d alle cose, che tali son tenute da coloro che intendono, bisogna con ogni industria ingegnarsi sempre di farle perfette e belle, anzi bellissime e perfettissime.

Itr.,Cap. 2.
Che cosa sia il lavoro di quadro semplice et il lavoro di quadro intagliato.

Avendo noi ragionato cos in genere di tutte le pietre, che o per ornamenti o per iscolture servono agli artefici nostri ne' loro bisogni, diciamo ora che quando elle si lavorano per la fabrica, tutto quello dove si adopera la squadra e le seste e che ha cantoni, si chiama lavoro di quadro. E questo cognome deriva dalle facce e dagli spigoli che son quadri, perch ogni ordine di cornici, o cosa che sia diritta o vero risaltata et abbia cantonate,  opera che ha il nome di quadro; e per volgarmente si dice fra gli artefici, lavoro di quadro. Ma s'ella non resta cos pulita, ma si intagli in tai cornici, fregi, fogliami, uovoli, fusaruoli, dentelli, guscie, et altre sorte d'intagli, in que' membri che sono eletti a intagliarsi da chi le fa, ella si chiama opra di quadro intagliata o vero lavoro d'intaglio. Di questa sorte opra di quadro e d'intaglio si fanno tutte le sorti ordini: rustico, dorico, ionico, corinto e composto; e cos se ne fece al tempo de' Goti il lavoro tedesco. E non si pu lavorare nessuna sorte d'ornamenti che prima non si lavori di quadro e poi d'intaglio, cos pietre mischie e marmi e d'ogni sorte pietra, cos come ancora di mattoni, per avervi a incrostar su opra di stucco intagliata; similmente di legno di noce e d'albero e d'ogni sorte legno. Ma perch molti non sanno conoscere le differenze che sono da ordine e ordine, ragioneremo distintamente nel capitolo che segue di ciascuna maniera o modo pi brevemente che noi potremo.

Intr., Cap.3.
De' cingue ordini d'architettura: rustico, dorico, ionico, corinto, composto, e del lavoro tedesco.

Il lavoro chiamato rustico  pi nano e di pi grossezza che tutti gl'altri ordini, per essere il principio e fondamento di tutti, e si fa nelle modanature delle cornici pi semplici, e per conseguenza pi bello, cos ne' capitelli e base come in ogni suo membro. I suoi zoccoli, o piedistalli che gli vogliam chiamare, dove posano le colonne, sono quadri di proporzione, con l'avere da pi la sua fascia soda, e cos un'altra di sopra che lo ricinga in cambio di cornice. L'altezza della sua colonna si fa di sei teste, a imitazione di persone nane ed atte a regger peso; e di questa sorte se ne vede in Toscana molte logge pulite et alla rustica con bozze e nicchie fra le colonne, e senza, e cos molti portichi, che gli costumarono gli antichi nelle lor ville; et in campagna se ne vede ancora molte sepolture, come a Tigoli et a Pozzuolo. Servironsi di questo ordine gli antichi per porte finestre, ponti, acquidotti, erarii, castelli, torri, e rocche da conservar munizioni et artiglieria, e porti di mare, prigioni e fortezze, dove si fa cantonate a punte di diamanti et a pi faccie, bellissime. E queste si fanno spartite in vari modi, cio o bozze piane per non far con esse scala alle muraglie, perch agevolmente si salirebbe quando le bozze avesseno, come diciamo noi, troppo aggetto, o in altre maniere, come si vede in molti luoghi e massimamente in Fiorenza nella facciata dinanzi e principale della cittadella maggiore, che Alessandro primo duca di Fiorenza fece fare; la quale per rispetto dell'impresa de' Medici  fatta a punte di diamante e di palle schiacciate, e l'una e l'altra di poco rilievo. Il qual composto tutto di palle e di diamanti, uno allato all'altro,  molto ricco e vario, e fa bellissimo vedere. E di questa opera n' molto per le ville de' Fiorentini, portoni, entrate, e case e palazzi dove e' villeggiono, che non solo recano bellezza et ornamento infinito a quel contado, ma utilit e commodo grandissimo ai cittadini. Ma molto pi  dotata la citt di fabriche stupendissime, fatte di bozze, come quella di casa Medici, la facciata del palazzo de' Pitti, quello degli Strozzi, et altri infiniti. Questa sorte di edificii tanto quanto pi sodi e semplici si fanno e con buon disegno, tanto pi maestria e bellezza vi si conosce dentro, et  necessario che questa sorte di fabrica sia pi eterna e durabile di tutte l'altre, avvenga che sono i pezzi delle pietre maggiori, e molto migliori le commettiture dove si va collegando tutta la fabrica con una pietra che lega l'altra pietra. E perch elle son pulite e sode di membri, non hanno possanza i casi di fortuna o del tempo nuocergli tanto rigidamente, quanto fanno alle altre pietre intagliate e traforate, o, come dicono i nostri, campate in aria dalla diligenza degli intagliatori.
L'ordine dorico fu il pi massiccio ch'avesser i Greci e pi robusto di fortezza e di corpo, e molto pi degl'altri loro ordini collegato insieme; e non solo i Greci, ma i Romani ancora dedicarono questa sorte di edificii a quelle persone che erano armigeri, come imperatori d'eserciti, consoli e pretori; ma agli Dei loro molto maggiormente, come a Giove, Marte, Ercole et altri, avendo sempre avvertenza di distinguere, secondo il lor genere, la differenza della fabrica o pulita o intagliata, o pi semplice o pi ricca, acci che si potesse conoscere dagli altri il grado e la differenza fra gl'imperatori, o di chi faceva fabricare. E perci si vede all'opere che feciono gl'antichi essere stata usata molta arte ne' componimenti delle loro fabriche, e che le modanature delle cornici doriche hanno molta grazia, e ne' membri unione e bellezza grandissima. E vedesi ancora che la proporzione ne' fusi delle colonne di questa ragione  molto ben intesa, come quelle che non essendo n grosse grosse n sottili sottili hanno forma somigliante, come si dice, alla persona d'Ercole, mostrando una certa sodezza molto atta a regger il peso degli architravi, fregi, cornici, e il rimanente di tutto l'edificio che va sopra.
E perch quest'ordine, come pi sicuro e pi fermo degl'altri,  sempre piaciuto molto al signor duca Cosimo, egli ha voluto che la fabrica, che mi fa far con grandissimo ornamento di pietra per tredici magistrati civili della sua citt e dominio, accanto al suo palazzo insino al fiume d'Arno, sia di forma dorica. Onde per ritornare in uso il vero modo di fabricare, il quale vuole che gl'architravi spianino sopra le colonne, levando via la falsit de girare gli archi delle logge sopra i capitelli, nella facciata dinanzi ho seguitato il vero modo che usarono gli antichi, come in questa fabrica si vede. E perch questo modo di fare  stato dagl'architetti passati fuggito, perci che gli architravi di pietra, che d'ogni sorte si trovano, antichi e moderni, si veggono tutti, o la maggior parte, essere rotti nel mezzo, non ostante che sopra il sodo delle colonne, dell'architrave, fregio, e cornice siano archi di mattoni piani che non toccano e non aggravano; io, dopo molto avere considerato il tutto, ho finalmente trovato un modo bonissimo di mettere in uso il vero modo di far con sicurezza degl'architravi detti, che non patiscono in alcuna parte, e rimane il tutto saldo e sicuro quanto pi non si pu desiderare, s come la sperienza ne dimostra. Il modo dunque  questo che qui di sotto si dir a beneficio del mondo e degl'artefici.
Messe su le colonne e sopra i capitelli gl'architravi, che si stringono nel mezzo del diritto della colonna l'un l'altro, si fa un dado quadro- essempigrazia se la colonna  un braccio grossa e l'architrave similmente largo et alto, facciasi simile il dado del fregio, ma dinanzi gli resti nella faccia un ottavo per la commettitura del piombo, ed un altro ottavo o pi sia intaccato di dentro il dado a quartabuono da ogni banda. Partito poi nell'intercolonnio il fregio in tre parti, le due dalle bande si augnino a quartabuono in contrario, che ricresca di dentro, acci si stringa nel dado e serri a guisa d'arco; e dinanzi la grossezza dell'ottavo vada a piombo, et il simile faccia l'altra parte di l, all'altro dado. E cos si faccia sopra la colonna che il pezzo del mezzo di detto fregio stringa di dentro e sia intaccato a quartabuono infino a mezzo; l'altra mezza sia squadrata e diritta e messa a cassetta, perch stringa a uso d'arco, mostrando di fuori essere murata diritta. Facciasi poi che le pietre di detto fregio non posino sopra l'architrave, e non s'accostino un dito, perci che facendo arco, viene a reggersi da s e non caricar l'architrave. Facciasi poi dalla parte di dentro, per ripieno di detto fregio, un arco piano di mattoni alto quanto il fregio, che stringa fra dado e dado sopra le colonne. Facciasi di poi un pezzo di cornicione largo quanto il dado sopra le colonne, il quale avvia le commettiture dinanzi come il fregio; e di dentro sia detta cornice come il dado a quartabuono, usando diligenza che si faccia, come il fregio, la cornice di tre pezzi, de' quali due dalle bande stringhino di dentro a cassetta il pezzo di mezzo della cornice sopra il dado del fregio. E avertasi che il pezzo di mezzo della cornice vada per canale a cassetta in modo che stringa i due pezzi dalle bande e serri a guisa d'arco. Et in questo modo di fare pu veder ciascuno che il fregio si regge da s, e cos la cornice, la quale posa quasi tutta in sull'arco di mattoni. E cos, aiutandosi ogni cosa da per s non viene a regger l'architrave altro che il peso di se stesso, senza pericolo di rompersi gi mai per troppo peso. E perch la sperienza ne dimostra questo modo esser sicurissimo, ho voluto farne particolare menzione a commodo e beneficio universale; e massimamente conoscendosi che il mettere, come gl'antichi fecero, il fregio e la cornice sopra l'architrave, che egli si rompe in spazio di tempo e forse per accidente di terremuoto o d'altro, non lo defendendo a bastanza l'arco che si fa sopra il detto cornicione. Ma girando archi sopra le cornici fatte in questa forma, incatenandolo al solito di ferri, assicura il tutto da ogni pericolo e fa eternamente durar l'edificio.
Diciamo, adunque, per tornar a proposito, che questa sorte di lavoro si pu usare solo da s, et ancora metterlo nel secondo ordine da basso sopra il rustico, et alzando mettervi sopra un altro ordine variato come ionico, o corinto o composto, nella maniera che mostrarono gli antichi nel Culiseo di Roma, nel quale ordinatamente usarono arte e giudizio. Perch avendo i Romani trionfato non solo de' Greci ma di tutto il mondo, misero l'opera composta in cima, per averla i Toscani composta di pi maniere- e la misero sopra tutte, come superiore di forza, grazia e bellezza, e come pi apparente dell'altre, avendo a far corona all'edificio- che per essere ornata di be' membri fa nell'opra un finimento onoratissimo e da non desiderarlo altrimenti.
E per tornare al lavoro dorico, dico che la colonna si fa di sette teste d'altezza et il suo zoccolo ha da essere poco manco d'un quadro e mezzo di altezza, e larghezza un quadro, facendoli poi sopra le sue cornici e di sotto la sua fascia col bastone e due piani, secondo che tratta Vitruvio; e la sua base e capitello tanto d'altezza una quanto l'altra, computando del capitello dal collarino in su; la cornice sua col fregio et architrave appiccata, risaltando a ogni dirittura di colonna con que' canali che gli chiamano tigrifi ordinariamente, che vengono partiti fra un risalto e l'altro un quadro, dentrovi o teste di buoi secche o trofei o maschere o targhe o altre fantasie. Serra l'architrave, risaltando con una lista, i risalti, e da pi fa un pianetto sottile, tanto quanto tiene il risalto; a pi del quale fanno sei campanelle per ciascuno, chiamate gocce dagli antichi. E se si ha da vedere la colonna accanalata nel dorico, vogliono essere venti facce in cambio de' canali, e non rimanere fra canale e canale altro che il canto vivo.
Di questa ragione opera n' in Roma al Foro Boario ch' ricchissima; e d'un'altra sorte le cornici e gli altri membri al teatro di Marcello, dove oggi  la piazza Montanara; nella quale opera non si vede base, e quelle che si veggono son corinte. Et  openione che gli antichi non le facessero, et in quello scambio vi mettessero un dado tanto grande, quanto teneva la base.
E di questo n' il riscontro a Roma al carcere Tulliano, dove son capitelli ricchi di membri pi che gli altri che si sian visti nel dorico. Di questo ordine medesimo n'ha fatto Antonio da San Gallo il cortile di casa Farnese in campo di Fiore a Roma, il quale  molto ornato e bello; bench continuamente si veda di questa maniera tempii antichi e moderni, e cos palazzi, i quali per la sodezza e collegazione delle pietre son durati e mantenuti pi che non hanno fatto tutti gli altri edifici.
L'ordine ionico per esser pi svelto del dorico fu fatto dagli antichi a imitazione delle persone che sono fra il tenero et il robusto; e di questo rende testimonio l'averlo essi adoperato e messo in opera ad Apolline, a Diana, e a Bacco, e qualche volta a Venere. Il zoccolo che regge la sua colonna lo fanno alto un quadro e mezzo e largo un quadro, e le cornici sue di sopra e di sotto secondo questo ordine. La sua colonna  alta otto teste, e la sua base  doppia con due bastioni, come la descrive Vitruvio al terzo libro al terzo capo, et il suo capitello sia ben girato con le sue volute, o cartocci o viticci che ognun se li chiami, come si vede al teatro di Marcello in Roma sopra l'ordine dorico: cos la sua cornice adorna di mensole e di dentelli, et il suo fregio con un poco di corpo tondo. E volendo accanalare le colonne, vogliono essere il numero de' canali ventiquattro, ma spartiti talmente, che ci resti fra l'un canale e l'altro la quarta parte del canale che serva per piano. Questo ordine ha in s bellissima grazia e leggiadria, e se ne costuma molto fra gli architetti moderni.
Il lavoro corinto piacque universalmente molto a' Romani; e se ne dilettarono tanto ch'e' fecero di questo ordine le pi ornate et onorate fabriche per lasciar memoria di loro; come appare nel tempio di Tigoli in sul Teverone, e le spoglie del Tempio della Pace, e l'arco di Pola, e quel del porto d'Ancona: ma molto pi  bello il Pantheon, cio la Ritonda di Roma, il quale  il pi ricco e 'I pi ornato di tutti gli ordini detti di sopra.
Fassi il zoccolo, che regge la colonna, di questa maniera: largo un quadro e due terzi, e la cornice di sopra e di sotto a proporzione, secondo Vitruvio; fassi l'altezza della colonna nove teste con la sua basa e capitello, il quale sar d'altezza tutta la grossezza della colonna da pi, e la sua base sar la met di detta grossezza, la quale usarono gli antichi intagliare in diversi modi. E l'ornamento del capitello sia fatto co' suoi vilucchi e le sue foglie, secondo che scrive Vitruvio nel quarto libro, dove egli fa ricordo essere stato tolto questo capitello dalla sepoltura d'una fanciulla corinta.
Sguitisi il suo architrave, fregio e cornice con le misure descritte da lui, tutte intagliate con le mensole et uovoli et altre sorti d'intagli sotto il gocciolatoio. E i fregi di quest'opera si possono fare intagliati tutti con fogliami, et ancora farne de' puliti o vero con lettere dentro, come erano quelle al portico della Ritonda, di bronzo commesso nel marmo. Sono i canali nelle colonne di questa sorte a numero ventisei bench n' di manco ancora; et  la quarta parte del canale fra l'uno e l'altro che resta piano, come benissimo appare in molte opere antiche e moderne misurate da quelle.
L'ordine composto, se ben Vitruvio non ne ha fatto menzione, non facendo egli conto d'altro, che dell'opera dorica, ionica, corintia e toscana, tenendo troppo licenziosi coloro, che pigliando di tutt'e quattro quegli ordini, ne facessero corpi che gli rappresentassero piuttosto mostri che uomini; per averlo costumato molto i Romani et a loro imitazione i moderni, non mancher di questo ancora, acci se n'abbia notizia, dichiarare e formare il corpo di questa proporzione di fabrica. Credendo questo, che se i Greci e i Romani formarono que' primi quattro ordini e gli ridussero a misura e regola generale, che ci possino essere stati di quegli che abbino fin qui fatto nell'ordine composto, e componendo da s delle cose, che apportino molto pi grazia che non fanno le antiche. E che questo sia vero, ne fanno fede l'opere che Michelagnolo Buonarroti ha fatto nella sagrestia e libreria di San Lorenzo di Firenze: dove le porte, i tabernacoli, le base, le colonne, i capitelli, le cornici, le mensole, et insomma ogni altra cosa, hanno del nuovo e del composto da lui, e nondimeno sono maravigliose, non che belle. Il medesimo e maggiormente dimostr lo stesso Michelagnolo nel secondo ordine del cortile di casa Farnese, e nella cornice ancora che regge di fuori il tetto di quel palazzo. E chi vuol veder quanto in questo modo di fare abbia mostrato la virt di questo uomo, veramente venuta dal cielo, - arte, disegno, e varia maniera, consideri quello che ha fatto nella fabbrica di San Piero, nel riunire insieme il corpo di quella machina, e nel far tante sorti di vari e stravaganti ornamenti tante belle modanature di cornici, tanti diversi tabernacoli, et altre molte cose tutte trovate da lui e fatte variatamente dall'uso degli antichi. Perch niuno pu negare che questo nuovo ordine composto, avendo da Michelagnolo tanta perfezzione ricevuto, non possa andar al paragone degli altri.
E di vero la bont e virt di questo veramente eccellente scultore, pittore et architetto ha fatto miracoli dovunque egli ha posto mano, oltre all'altre cose che sono manifeste e chiare come la luce del sole, avendo siti storti dirizzati facilmente, e ridotti a perfezione molti edifici et altre cose di cattivissima forma, ricoprendo con vaghi e capricciosi ornamenti i difetti dell'arte e della natura. Le quali cose non considerando con buon giudicio e non le immitando, hanno a' tempi nostri certi architetti plebei, prosontuosi e senza disegno, fatto quasi a caso, senza servar decoro, arte o ordine nessuno, tutte le cose loro mostruose e peggio che le tedesche.
Ma tornando a proposito di questo modo di lavorare  scorso l'uso, che gi  nominato questo ordine da alcuni composto, da altri latino, e per alcuni altri italico. La misura dell'altezza di questa colonna vuole essere dieci teste, la base sia per la met della grossezza della colonna, e misurata simile alla corinta, come ne appare in Roma all'arco di Tito Vespasiano. E chi vorr far canali in questa colonna, pu fargli simili alla ionica, o come la corinta, o come sar l'animo di chi far l'architettura di questo corpo ch' misto con tutti gli ordini. I capitelli si posson fare simili ai corinti salvo che vuole essere pi la cimasa del capitello, e le volute o viticci alquanto pi grandi, come si vede all'arco suddetto. L'architrave sia tre quarti della grossezza della colonna, et il fregio abbia il resto pien di mensole e la cornice quanto l'architrave, che l'aggetto la fa diventar maggiore; come si vede nell'ordine ultimo del Culiseo di Roma; et in dette mensole si possono far canali a uso di tigrifi, e altri intagli secondo il parere dell'architetto; et il zoccolo, dove posa su la colonna, ha da essere alto due quadri, e cos le sue cornici a sua fantasia o come gli verr in animo di farle.
Usavano gli antichi o per porte, o sepolture, o altre specie d'ornamenti, in cambio di colonne, termini di varie sorti: chi una figura ch'abbia una cesta in capo per capitello, altri una figura fino a mezzo, et il resto verso la base piramide, ovvero bronconi d'alberi; e di questa sorte facevano vergini satiri, putti, et altre sorti di mostri o bizzarrie che veniva lor comodo, e secondo che nasceva loro nella fantasia le mettevano in opera.
Ecci un'altra specie di lavori che si chiamano tedeschi, i quali sono di ornamenti e di proporzione molto differenti dagli antichi e da' moderni, n oggi s'usano per gli eccellenti, ma son fuggiti da loro come mostruosi e barbari, mancando ogni lor cosa di ordine, che pi tosto confusione o disordine si pu chiamare: avendo fatto nelle lor fabriche, che son tante ch'hanno ammorbato il mondo, le porte ornate di colonne sottili et attorte a uso di vite, le quali non possono aver forza a reggere il peso di che leggerezza si sia. E cos per tutte le facce et altri loro ornamenti facevano una maledizione di tabernacolini l'un sopra l'altro, con tante piramidi e punte e foglie, che non ch'elle possano stare, pare impossibile ch'elle si possino reggere; et hanno pi il modo da parer fatte di carta che di pietre o di marmi. Et in queste opere facevano tanti risalti, rotture, mensoline e viticci, che sproporzionavano quelle opere che facevano, e spesso con mettere cosa sopra cosa andavano in tanta altezza, che la fine d'una porta toccava loro il tetto. Questa maniera fu trovata dai Gotti, che per aver ruinate le fabriche antiche, e morti gli architetti per le guerre, fecero dopo coloro che rimasero, le fabriche di questa maniera; le quali girarono le volte con quarti acuti, e riempierono tutta Italia di questa maledizione di fabriche, che per non averne a far pi, s' dismesso ogni modo loro. Iddio scampi ogni paese da venir tal pensiero, et ordine di lavori, che per esser eglino talmente difformi alla bellezza delle fabriche nostre, meritano che non se ne favelli pi che questo.
E per passiamo a dire delle volte.

intr., Cap. 4.
Del fare le volte di getto, che vengano intagliate; quando si disarmino, e d'impastar lo stucco.

Quando le mura son arrivate al termine che le volte s'abbino a voltare o di mattoni o di tufi o di spugna, bisogna sopra l'armadura de' correnti o piane voltare di tavole in cerchio serrato, che commettino secondo la forma della volta, o a schifo; e l'armadura della volta, in quel modo che si vuole, con buonissimi puntelli fermare, che la materia di sopra del peso non la sforzi; e da poi saldissimamente turare ogni pertugio nel mezzo, ne' cantoni, e per tutto con terra, acci che la mistura non coli sotto, quando si getta. E cos armata, sopra quel piano di tavole si fanno casse di legno che in contrario siano lavorate: dv' un cavo, rilievo; e cos le cornici e i membri che far ci vogliamo, siano in contrario; acci, quando la materia si getta, venga, dov' cavo, di rilievo, e dove  rilievo, cavo; e cos similmente vogliono essere tutti i membri delle cornici al contrario scorniciati. Se si vuol fare pulita o intagliata, medesimamente  necessario aver forme di legno che formino di terra le cose intagliate in cavo, e si faccin d'essa terra le piastre quadre di tali intagli, e quelle si commettino l'una all'altra su' piani o gola o fregi, che far si vogliano diritto per quella armadura. E finita di coprir tutta degli intagli di terra formati in cavo e commessi, gi di sopra detti, si debbe poi pigliare la calce con pozzolana o rena vagliata sottile, stemperata, liquida et alquanto grassa, e di quella fare egualmente una incrostatura per tutte, finch tutte le forme sian piene. Et appresso sopra coi mattoni far la volta, alzando quegli et abbassando, secondo che la volta gira, e di continuo si conduca con essi crescendo, sino ch'ella sia serrata. E finita tal cosa, si debbe poi lasciare far presa e assodare, finch tale opra sia ferma e secca. E da poi, quando i puntelli si levano, e la volta si disarma, facilmente la terra si leva e tutta l'opera resta intagliata e lavorata, come se di stucco fosse condotta; e quelle parti che non son venute, si vanno con lo stucco ristaurando, tanto che si riducano a fine. E cos si sono condotte negli edifici antichi tutte l'opre, le quali hanno poi di stucco lavorate sopra a quelle. Cos hanno ancora oggi fatto i moderni nelle volte di San Pietro, e molti altri maestri per tutta Italia.
Ora, volendo mostrare come lo stucco s'impasti, si fa con un edificio in uno mortaio di pietra pestare la scaglia di marmo; n si toglie per quelI'altro che la calce che sia bianca, fatta o di scaglia di marmo o di trevertino; et in cambio di rena si piglia il marmo pesto e si staccia sottilmente ed impastasi con la calce, mettendo due terzi calce et un terzo marmo pesto, e se ne fa del pi grosso e sottile, secondo che si vuol lavorare grossamente o sottilmente. E degli stucchi ci basti or questo, perch il restante si dir poi, dove si tratter del mettergli in opra tra le cose della scultura. Alla quale prima che noi passiamo, diremo brevemente delle fontane che si fanno per le mura, e degli ornamenti varii di quelle.

 Intr.,Cap. 5.
Come di tartari e di colature d'acqua si conducono le fontane rustiche, e come nello stucco si murano le telline e le colature delle pietre cotte.

S come le fontane che nei loro palazzi, giardini et altri luoghi fecero gl'antichi, furono di diverse maniere, - cio alcune isolate con tazze e vasi d'altre sorti, altre allato alle mura con nicchie, maschere o figure et ornamenti di cose maritime, altre poi per uso delle stufe pi semplici e pulite, et altre, finalmente, simili alle salvatiche fonti che naturalmente surgono nei boschi - cos parimente sono di diverse sorti quelle che hanno fatto e 'I fanno tuttavia i moderni- i quali, variandole sempre, hanno alle invenzioni degli antichi aggiunto componimenti di opera toscana, coperti di colature d'acqua pietrificate, che pendono a guisa di radicioni, fatti col tempo d'alcune congelazioni d'esse acque ne' luoghi dove elle son crude e grosse: come non solo a Tigoli, dove il fiume Teverone petrifica i rami degl'alberi et ogni altra cosa che se gli pone inanzi, facendone di queste gromme e tartari- ma ancora al lago di Pi di Lupo che le fa grandissime! et in Toscana al fiume d'Elsa, l'acqua del quale le fa in modo chiare, che paiono di marmi, di vitrioli e d'allumi. Ma bellissime e bizzarre sopra tutte l'altre si sono trovate dietro Monte Morello pure in Toscana, vicino otto miglia a Fiorenza. E di questa sorte ha fatti fare il duca Cosimo nel suo giardino dell'Olmo a Castello gli ornamenti rustici delle fontane fatte dal Tribolo scultore. Queste, levate donde la natura l'ha prodotte, si vanno accomodando nell'opera che altri vuol fare con spranghe di ferro, con rami impiombati, o in altra maniera, e s'innestano nelle pietre in modo che sospesi pendino; e, murando quelli addosso all'opera toscana, si fa che essa in qualche parte si veggia. Accommodando poi fra essi canne di piombo ascose, e spartiti per quelle i buchi, versano zampilli d'acque, quando si volta una chiave ch' nel principio di detta cannella; e cos si fanno condotti d'acque e diversi zampilli, dove poi l'acqua piove per le colature di questi tartari, e colando fa dolcezza nell'udire e bellezza nel vedere.
Se ne fa ancora d'un'altra specie di grotte, pi rusticamente composte, contrafacendo le fonti alla salvatica in questa maniera. Pigliansi sassi spugnosi, e, commessi che sono insieme, si fa nascervi erbe sopra, le quali, con ordine che paia disordine e salvatico, si rendon molto naturali e pi vere. Altri ne fanno di stucco pi pulite e lisce, neDe quali mescolano l'uno e l'altro, e mentre quello  fresco mettono fra esso per fregi e spartimenti gongole, telline, chiocciole maritime, tartarughe, e nicchi grandi e piccoli chi a ritto e chi a rovescio. E di questi fanno vasi e festoni, in che cotali telline figurano le foglie, et altre chiocciole, e i nicchi fanno le frutte; e scorze di testuggini d'acqua vi si pone, come si vede alla vigna che fece fare papa Clemente Settimo quando era cardinale, a pi di Monte Mario per consiglio di Giovanni da Udine.
Cos si fa ancora in diversi colori un musaico rustico e molto bello, pigliando piccoli pezzi di colature di mattoni, disfatti e troppo cotti nella fornace, et altri pezzi di colature di vetri, che vengono fatte quando pel troppo fuoco scoppiano le padelle de' vetri nella fornace; si fa, dico, murando i detti pezzi, fermandogli nello stucco, come s' detto di sopra, e facendo nascere tra essi coralli et altri ceppi maritimi, i quali recano in s grazia e bellezza grandissima. Cos si fanno animali e figure, che si cuoprono di smalti in varii pezzi posti alla grossa e con le nicchie su dette; le quali sono bizzarra cosa a vederle. E di questa specie n' a Roma fatte moderne di molte fontane, le quali hanno desto l'animo d'infiniti a essere per tal diletto vaghi di s fatto lavoro.
E' oggi similmente in uso un'altra sorte d'ornamento per le fontane, rustico affatto, il quale si fa in questo modo: fatte di sotto l'ossature delle figure o d'altro che si voglia fare e coperte di calcina o di stucco, si ricuopre il difuori a guisa di musaico di pietre di marmo bianco o d'altro colore, secondo quello che si ha da fare, overo di certe piccole pietre di ghiaia di diversi colori; e queste, quando sono con diligenza lavorate, hanno lunga vita. E lo stucco con che si murano e lavorano queste cose  il medesimo che inanzi abbiamo ragionato, e per la presa fatta con essa rimangono murate. A queste tali fontane di frombole, cio sassi di fiumi tondi e stiacciati, si fanno pavimenti murando quelli per coltello e a onde a uso d'acque, che fanno benissimo. Altri fanno alle pi gentili pavimenti di terra cotta a mattoncini con varii spartimenti et invetriati a fuoco, come in vasi di terra, dipinti di varii colori e con fregi e fogliami dipinti; ma questa sorte di pavimenti pi conviene alle stufe et a' bagni che alle fonti.

Intr.,Cap. VI.
Del modo di fare i pavimenti di commesso.

Tutte le cose che trovar si poterono, gli antichi, ancora che con difficult, in ogni genere o le ritrovarono o di ritrovarle cercarono: quelle, dico, ch'alla vista degli uomini vaghezza e variet indurre potessero. Trovarono, dunque, fra l'altre cose belle i pavimenti di pietre ispartiti con varii misti di porfidi, serpentini, e graniti, con tondi e quadri, et altri spartimenti, onde s'imaginarono che fare si potessero fregi, fogliami et altri andari di disegni e figure. Onde, per poter meglio ricevere l'opera tal lavoro, tritavano i marmi, acci che essendo quelli minori, potessero per lo campo e piano con essi rigirare in tondo e diritto et a torto, secondo che veniva lor meglio; e dal commettere insieme questi pezzi lo dimandarono musaico, e nei pavimenti di molte loro fabriche se ne servirono; come ancora veggiamo all'Antoniano di Roma 4 et in altri luoghi, dove si vede il musaico lavorato con quadretti di marmo piccioli, conducendo fogliami, maschere et altre bizzarrie; e con quadri di marmo bianchi et altri quadretti di marmo nero fecero il campo di quegli. Questi, dunque, si lavoravano in tal modo: facevasi sotto un piano di stucco fresco di calce e di marmo, tanto grosso che bastasse per tenere in s i pezzi commessi fermamente, sin che, fatto presa, si potessero spianar di sopra: per che facevano nel seccarsi una presa mirabile et uno smalto maraviglioso, che n l'uso del caminare n l'acqua non gl'offendeva. Onde, essendo questa opera in grandissima considerazione venuta, gli ingegni loro si misero a speculare pi alto, essendo facile a una invenzione trovata aggiugner sempre qualcosa di bont. Per che fecero poi i musaici di marmi pi fini, e per bagni e per stufe i pavimenti di quelli, e con pi sottile magistero e diligenza quei lavoravano sottilissimamente, facendosi pesci variati et imitando la pittura con varie sorti di colori, atti a ci, con pi specie di marmi, mescolando anco fra quegli alcuni pezzi triti di quadretti di musaico di ossa di pesce, ch'hanno la pelle lustra. E cos vivamente gli facevano, che l'acqua postavi di sopra velandogli, pur che chiara fosse, gli faceva parere vivissimi nei pavimenti; come se ne vede in Parione in Roma in casa di messer Egidio e Fabio Sasso. Per che parendo loro questa una pittura da poter reggere all'acque et ai venti et al sole per l'eternit sua, e pensando che tale opra molto meglio di lontano che d'appresso ritornerebbe, perch cos non si scorgerebbono i pezzi che il musaico d'appresso fa vedere, ordinarono per ornar le volte e le pareti dei muri, dove tai cose si avevano a veder di lontano. E perch lustrassero e dagli umidi et acque si difendessero, pensarono tal cosa doversi fare di vetri, e cos gli misero in opra; e facendo ci bellissimo vedere, ne ornarono i tempii loro et altri luoghi, come veggiamo oggi ancora a Roma il tempio di Bacco et altri. Talch da quegli di marmo derivano questi, che si chiamano oggi musaico di vetri, e da quel di vetri s' passato al musaico di gusci d'uovo, e da questi al musaico del far le figure e le storie di chiaroscuro, pur di commessi, che paiono dipinte; come tratteremo, al suo luogo, nella pittura.

 Intr.,Cap. 7.
Come si ha a conoscere uno edificio proporzionato bene, e che parti generalmente se li convengono.

Ma perch il ragionare delle cose particulari mi farebbe deviar troppo dal mio proposito, lasciata questa minuta considerazione agli scrittori dell'architettura, dir solamente in universale come si conoscano le buone fabriche e quello che si convenga alla forma loro per essere insieme et utili e belle. Quando s'arriva, dunque, a uno edificio, chi volesse vedere s'egli  stato ordinato da uno architettore eccellente e quanta maestria egli ha avuto, e sapere s'egli ha saputo accomodarsi al sito e alla volont di chi l'ha fatto fabricare, egli ha a considerare tutte queste parti. In prima, se chi lo ha levato dal fondamento ha pensato se quel luogo era disposto e capace a ricevere quella qualit e quantit di ordinazione, cos nello spartimento delle stanze come negli ornamenti che per le mura comporta quel sito, o stretto o largo, o alto o basso; e se  stato spartito con grazia e conveniente misura, dispensando e dando la qualit e quantit di colonne, finestre, porte e riscontri delle facce fuori e dentro nelle altezze o grossezze de' muri, e in tutto quello che c'intervenga a luogo per luogo.  di necessit che si distribuischino che lo edificio le stanze, ch'abbino le lor corrispondenze di porte, finestre, camini, scale segrete, anticamere, destri, scrittoi, senza che vi si vegga errori: come saria una sala grande, un portico picciolo e le stanze minori; le quali per esser membra dell'edificio,  di necessit ch'elle siano, come i corpi umani, egualmente ordinate e distribuite secondo le qualit e variet delle fabriche: come tempii tondi [in] otto facce, in sei facce, in croce, e quadri, e gli ordini varii secondo chi et i gradi in che si trova chi le fa fabricare. Perci che quando son disegnati da mano che abbia giudicio, con bella maniera mostrano l'eccellenza dell'artefice e l'animo dell'auttor della fabrica.
Perci figureremo, per meglio esser intesi, un palazzo qui di sotto, e questo ne dar lume agli altri edifici, per modo di poter conoscere, quando si vede, se  ben formato o no. In prima, chi considerer la facciata dinanzi, lo vedr levato da terra o in su ordine di scalee o di muricciuoli, tanto che quello sfogo lo faccia uscir di terra con grandezza, e serva che le cucine o cantine sotto terra siano pi vive di lumi e pi alte di sfogo; il che anco molto difende l'edificio da' terremuoti e altri casi di fortuna. Bisogna poi che rappresenti il corpo dell'uomo nel tutto e nelle parti similmente, e che per avere egli a temere i venti, l'acque e l'altre cose della natura, egli sia fognato con ismaltitoi che tutti rispondino a un centro che porti via tutte insieme le bruttezze et i puzzi che gli possano generare infermit. Per l'aspetto suo primo, la facciata vuole avere decoro e maest et essere compartita come la faccia dell'uomo: la porta da basso et in mezzo, cos come nella testa ha l'uomo la bocca, donde nel corpo passa ogni sorte di alimento; le finestre per gli occhi, una di qua e l'altra di l, servando sempre parit, che non si faccia se non tanto di qua quanto di l negli ornamenti o d'archi, o colonne, o pilastri, o nicchie, o finestre inginocchiate, o vero altra sorte d'ornamento, con le misure et ordini che gi s' ragionato, o dorici, o ionici, o corinti, o toscani. Sia il suo cornicione che regge il tetto fatto con proporzione della facciata, secondo ch'egli  grande, e che l'acqua non bagni la facciata e chi sta nella strada a sedere.
Sia di sporto secondo la proporzione dell'altezza e della larghezza di quella facciata.
Entrando dentro, nel primo ricetto sia magnifico, e unitamente corrisponda all'appiccatura della gola ove si passa, e sia svelto e largo, acci che le strette o de' cavalli o d'altre calche che spesso v'intervengono, non faccino danno a lor medesimi nell'entrata o di feste o d'altre allegrezze. Il cortile, figurato per il corpo, sia quadro et uguale, o vero un quadro e mezzo, come tutte le parti del corpo, e sia ordinato di porte e di parit di stanze dentro con belli ornamenti. Vogliono le scale publiche esser commode e dolci al salire, di larghezza spaziose e d'altezza sfogate, quanto per comporta la proporzione de' luoghi. Vogliono oltre acci, essere ornate e copiose di lumi, et almeno sopra ogni pianerottolo, dove si volta, avere finestre o altri lumi; et insomma vogliono le scale in ogni sua parte avere del magnifico, attesoch molti veggiono le scale e non il rimanente della casa. E si pu dire che elle sieno le braccia e le gambe di questo corpo, onde, s come le braccia stanno dagli lati dell'uomo, cos deono queste stare dalle bande dell'edificio. N lascer di dire che l'altezza degli scaglioni vuole essere un quinto almeno, e ciascuno scaglione largo due terzi, cio come si  detto, nelle scale degli edifici publici, e negli altri a proporzione; perch quando sono ripide non si possono salire n da' putti n da' vecchi, e rompono le gambe. E questo membro  pi difficile a porsi nelle fabriche, e per essere il pi frequentato che sia e pi comune, avviene spesso, che per salvar le stanze le guastiamo. E bisogna che le sale con le stanze di sotto faccino un appartamento commune per la state, e diversamente le camere per pi persone; e sopra siano salotti, sale e diversi appartamenti di stanze che rispondino sempre nella maggiore- e cos faccino le cucine e l'altre stanze; ch, quando non ci fosse quest'ordine et avesse il componimento spezzato, et una cosa alta e l'altra bassa, e chi grande e chi picciola, rappresenterebbe uomini zoppi, travolti, biechi e storpiati: le quali opre fanno che si riceve biasimo e non lode alcuna.
Debbono i componimenti dove s'ornano le facce o fuori o dentro, aver corrispondenza nel seguitar gli ordini loro nelle colonne, e che i fusi di quelle non siano lunghi o sottili, o grossi o corti, servando sempre il decoro degli ordini suoi. N si debbe a una colonna sottile metter capitel grosso n base simili, ma secondo il corpo le membra, le quali abbino leggiadra e bella maniera e disegno. E queste cose son pi conosciute da un occhio buono, il quale, se ha giudicio, si pu tenere il vero compasso e l'istessa misura, perch da quello saranno lodate le cose e biasimate.
E tanto basti aver detto generalmente dell'architettura, perch il parlarne in altra maniera non  cosa da questo luogo.

DELLA SCULTURA

Intr.,Cap. 8.
Che cosa sia la scultura, e come siano fatte le sculture buone, e che parti elle debbino avere per essere tenute perfette.

La scultura  una arte che levando il superfluo dalla materia suggetta, la riduce a quella forma di corpo che nella idea dello artefice  disegnata. Et  da considerare che tutte le figure, di qualunque sorte si siano, o intagliate ne' marmi o gittate di bronzi o fatte di stucco o di legno, avendo ad essere di tondo rilievo, e che girando intorno si abbino a vedere per ogni verso,  di necessit che a volerle chiamar perfette ell'abbino di molte parti.
La prima  che, quando una simil figura ci si presenta nel primo aspetto alla vista, ella rappresenti e renda somiglianza a quella cosa per la quale ella  fatta, o fiera o umile o bizzarra o allegra o malenconica, secondo chi si figura; e che ella abbia corrispondenza di parit di membra: cio non abbia le gambe longhe, il capo grosso, le braccia corte e disformi; ma sia ben misurata, et ugualmente a parte a parte concordata dal capo a' piedi.
E similmente, se ha la faccia di vecchio, abbia le braccia, il corpo, le gambe, le mani et i piedi di vecchio, unitamente ossuta per tutto, musculosa, nervuta, e le vene poste a' luoghi loro. E se ar la faccia di giovane, debbe parimente esser ritonda, morbida e dolce nell'aria, e per tutto unitamente concordata. Se ella non ar ad essere ignuda, facciasi che i panni ch'ella ar ad aver addosso, non siano tanto triti ch'abbino del secco, n tanto grossi che paino sassi; ma siano con il loro andar di pieghe girati talmente, che scuoprino lo ignudo di sotto, e con arte e grazia talora lo mostrino e talora lo ascondino, senza alcuna crudezza che offenda la figura. Siano i suoi capegli e la barba lavorati con una certa morbidezza svellati e ricciuti, che mostrino di essere sfilati, avendoli data quella maggior piumosit e grazia che pu lo scarpello: ancora che gli scultori in questa parte non possino cos bene contraffare la natura, facendo essi le ciocche de' capelli sode e ricciute, pi di maniera che di immitazione naturale. Et ancora che le figure siano vestite,  necessario di fare i piedi e le mani che siano condotte di bellezza e di bont come l'altre parti. E per essere tutta la figura tonda,  forza che in faccia, in profilo e di dietro ella sia di proporzione uguale, avendo ella a ogni girata e veduta a rappresentarsi ben disposta per tutto. E' necessario adunque che ella abbia corrispondenza, e che ugualmente ci sia per tutto attitudine, disegno, unione, grazia e diligenza; le quali cose, tutte insieme, dimostrino l'ingegno et il valore dell'artefice.
Debbono le figure cos di rilievo come dipinte, esser condotte pi con il giudicio che con la mano, avendo a stare in altezza dove sia una gran distanza; perch la diligenza dell'ultimo finimento non si vede da lontano, ma si conosce bene la'bella forma delle braccia e delle gambe, et il buon giudicio nelle falde de' panni con poche pieghe: perch nella semplicit del poco si mostra l'acutezza dell'ingegno. E per questo le figure di marmo o di bronzo, che vanno un poco alte, vogliono esser traforate gagliarde acci che il marmo, che  bianco, et il bronzo, che ha del nero, piglino all'aria della oscurit, e per quella apparisca da lontano il lavoro esser finito, e d'appresso si vegga lasciato in bozze. La quale avvertenza ebbero grandemente gli antichi, come nelle lor figure tonde e di mezzo rilievo che negli archi e nelle colonne veggiamo di Roma, le quali mostrano ancora quel gran giudicio che egli ebbero; et infra i moderni si vede essere stato osservato il medesimo grandemente nelle sue opere da Donatello. Debbeno oltra di questo considerare, che quando le statue vanno in un luogo alto, e che a basso non sia molta distanza da potersi discostare a giudicarle da lontano, ma che s'abbia quasi a star loro sotto, che cos fatte figure si debbon fare di una testa o due pi d'altezza. E questo si fa, perch quelle figure che son poste in alto si perdono nello scorto della veduta stando di sotto e guardando allo in su; onde, ci che si d di accrescimento viene a consumarsi nella grossezza dello scorto, e tornano poi di proporzione, nel guardarle, giuste e non nane, ma con bonissima grazia. E quando non piacesse far questo, si potr mantenere le membra della figura sottilette e gentili, che questo ancora torna quasi il medesimo.
Costumasi per molti artefici fare la figura di nove teste, la quale vien partita in otto teste tutta, eccetto la gola, il collo e l'altezza del piede, che con queste torna nove; perch due sono gli stinchi, due dalle ginocchia a membri genitali, e tre il torso fino alla fontanella della gola, et un'altra dal mento all'ultimo della fronte, et una ne fanno la gola e quella parte ch' dal dosso del piede alla pianta: che sono nove. Le braccia vengono appiccate alle spalle, e dalla fontanella all'appiccatura da ogni banda  una testa, et esse braccia sino a la appiccatura delle mani sono tre teste, et allargandosi l'uomo con le braccia, apre appunto tanto quanto egli  alto. Ma non si debbe usare altra miglior misura che il giudicio dello occhio, il quale sebbene una cosa sar benissimo misurata, et egli ne rimanghi offeso, non rester per questo di biasimarla. Per diciamo che sebbene la misura  una retta moderazione da ringrandire le figure talmente, che le altezze e le larghezze, servato l'ordine, faccino l'opera proporzionata e graziosa, l'occhio, nondimeno, ha poi con il giudicio a levare et ad aggiugnere, secondo che vedr la disgrazia dell'opera, talmente che e' le dia giustamente proporzione, grazia, disegno e perfezzione, acci che ella sia in s tutta lodata da ogni ottimo giudicio. E quella statua o figura che avr queste parti, sar perfetta di bont, di bellezza, di disegno e di grazia. E tali figure chiameremo tonde, purch si possino vedere tutte le parti finite, come si vede nell'uomo girandolo attorno, e similmente poi l'altre che da queste dipendono. Ma e' mi pare oramai tempo da venire alle cose pi particulari.

Intr., Cap. 9.
Del fare i modelli di cera e di terra, e come si vestino, e come a proporzione si ringrandischino poi nel marmo; come si subbino e si gradinino e pulischino e impomicino e si lustrino e si rendino finiti.

Sogliono gli scultori, quando vogliono lavorare una figura di marmo, fare per quella un modello, che cos si chiama, cio uno esemplo, che  una figura di grandezza di mezzo braccio o meno o pi, secondo che gli torna comodo, o di terra o di cera o di stucco, perch e' possin mostrar in quella l'attitudine e la proporzione che ha da essere nella figura che e' voglion fare, cercando accomodarsi alla larghezza et all'altezza del sasso che hanno fatto cavare per farvela dentro.
Ma per mostrarvi come la cera si lavora, diremo del lavorar la cera, e non la terra. Questa per renderla pi morbida, vi si mette dentro un poco di sevo e di trementina e di pece nera, delle quali cose il sevo la fa pi arrendevole, e la trementina tegnente in s, e la pece le d il colore nero e le fa una certa sodezza, da poi ch' lavorata, nello stare fatta, che ella diventa dura. E chi volesse anco farla d'altro colore, pu agevolmente, perch mettendovi dentro terra rossa, o vero cinabrio o minio, la far giuggiolina o di somigliante colore, se verderame, verde, et il simile si dice degli altri colori. Ma  bene da avvertire che i detti colori vogliono esser fatti in polvere e stiacciati, e cos fatti essere poi mescolati con la cera, liquefatta che sia. Fassene ancora per le cose piccole e per fare medaglie ritratti e storiette, et altre cose di basso rilievo, della bianca. E questa si fa mescolando con la cera bianca biacca in polvere, come si  detto di sopra.
Non tacer ancora che i moderni artefici hanno trovato il modo di fare nella cera le mestiche di tutte le sorti colori, onde nel fare ritratti di naturale di mezzo rilievo, fanno le carnagioni, i capegli, i panni e tutte l'altre cose in modo simili al vero, che a cotali figure non manca, in un certo modo, se non lo spirito e le parole.
Ma per tornare al modo di fare la cera, acconcia questa mistura e insieme fonduta, fredda ch'ella , se ne fa i pastelli i quali, nel maneggiarli, dalla caldezza delle mani si fanno come pasta, e con essa si crea una figura a sedere, ritta, o come si vuole, la quale abbia sotto un'armadura, per reggerla in se stessa, o di legni, o di fili di ferro, secondo la volont dell'artefice; et ancor si pu far con essa e senza, come gli torna bene. Et a poco a poco, col giudicio e le mani lavorando, crescendo la materia, con i stecchi d'osso, di ferro o di legno si spinge in dentro la cera, e con mettere dell'altra sopra si aggiugne e raffina finch con le dita si d a questo modello l'ultimo pulimento. E finito ci, volendo fare di quegli che siano di terra, si lavora a similitudine della cera, ma senza armadura di sotto, o di legno o di ferro, perch li farebbe fendere e crepare; e mentre che quella si lavora, perch non fenda, con un panno bagnato si tien coperta fino che resta fatta.
Finiti questi piccioli modelli o figure di cera o di terra, si ordina di fare un altro modello che abbia ad essere grande quanto quella stessa figura che si cerca di fare di marmo nel che fare, perch la terra che si lavora umida, nel seccarsi, rientra, bisogna mentre che ella si lavora fare a bell'agio e rimetterne su di mano in mano, e nell'ultima fine mescolare con la terra farina cotta, che la mantiene morbida e lieva quella secchezza; e questa diligenza fa che il modello, non rientrando, rimane giusto e simile alla figura che s'ha da lavorare di marmo. E perch il modello di terra grande si abbia a reggere in s, e la terra non abbia a fendersi, bisogna pigliare della cimatura o borra che si chiami, o pelo, e nella terra mescolare quella; la quale la rende in s tegnente e non la lascia fendere.
Armasi di legni sotto e di stoppa stretta, o fieno, con lo spago, e si fa l'ossa della figura e se le fa fare quella attitudine che bisogna, secondo il modello picciolo, diritto o a sedere che sia, e cominciando a coprirla di terra, si conduce ignuda lavorandola insino al fine. La qual condotta, se se le vuol poi fare panni addosso che siano sottili, si piglia pannolino che sia sottile, e se grosso, grosso, e Si bagna; e bagnato, con la terra s'interra, non liquidamente, ma di un loto che sia alquanto sodetto, et attorno alla figura si va acconciandolo che faccia quelle pieghe et ammaccature che l'animo gli porge; di che secco verr a indurarsi e manterr di continuo le pieghe.
In questo modo si conducono a fine i modelli e di cera e di terra.
Volendo ringrandirlo a proporzione nel marmo, bisogna che nella stessa pietra onde s'ha da cavare la figura, sia fatta fare una squadra, che un dritto vada in piano a' pi della figura, e l'altro vada in alto e tenga sempre il fermo del piano, e cos il dritto di sopra; e similmente un'altra squadra o di legno o d'altra cosa sia al modello, per via della quale si piglino le misure da quella del modello, quanto sportano le gambe fora e cos le braccia; e si va spignendo la figura in dentro con queste misure, riportandole sul marmo dal modello; di maniera che, misurando il marmo et il modello a proporzione, viene a levare della pietra con li scarpelli; e la figura a poco a poco misurata viene a uscire di quel sasso, nella maniera che si caverebbe d'una pila d'acqua, pari e diritta, una figura di cera: ch prima verrebbe il corpo e la testa e [le] ginocchia, et a poco a poco scoprendosi et in su tirandola, si vedrebbe poi la ritondit di quella fin passato il mezzo, e in ultimo la ritondit dell'altra parte. Perch quelli che hanno fretta a lavorare e che bucano il sasso da principio e levano la pietra dinanzi e di dietro risolutamente, non hanno poi luogo dove ritirarsi, bisognandoli; e di qui nascono molti errori che sono nelle statue- ch per la voglia ch'ha l'artefice del vedere le figure tonde fuor del sasso a un tratto, spesso se gli scuopre un errore che non pu rimediarvi se non vi si mettono pezzi commessi, come abbiamo visto costumare a molti artefici moderni; il quale rattoppamento  da ciabattini e non da uomini eccellenti o maestri rari, et  cosa vilissima e brutta e di grandissimo biasimo.
Sogliono gli scultori nel fare le statue di marmo, nel principio loro abozzare le figure con le subbie - che sono una specie di ferri da loro cos nominati, i quali sono appuntati e grossi -, e andare levando e subbiando grossamente il loro sasso; e poi con altri ferri, detti calcagnuoli, ch'hanno una tacca in mezzo e sono corti, andare quella ritondando per fino ch'eglino venghino a un ferro piano pi sottile del calcagnuolo, che ha due tacche, et  chiamato gradina: col quale vanno per tutto con gentilezza gradinando la figura colla proporzione de' muscoli e delle pieghe, e la tratteggiano di maniera per la virt delle tacche o denti predetti, che la pietra mostra grazia mirabile. Questo fatto, si va levando le gradinature con un ferro pulito- e per dare perfezione alla figura, volendole aggiugnere dolcezza, morbidezza e fine, si va con lime torte levando le gradine. Il simile si fa con altre lime sottili e scuffine diritte, limando che resti piano e da poi con punte di pomice si va impomiciando tutta la figura, dandole quella carnosit che si vede nell'opere maravigliose della scultura. Adoperasi ancora il gesso di Tripoli, acci che l'abbia lustro e pulimento; similmente con paglia di grano facendo struffoli, si stropiccia, talch finite e lustrate si rendono agl'occhi nostri bellissime.

Intr., Cap. 10.
De' bassi e de' mezzi rilievi, la difficult del fargli, et in che consista il condurgli a perfezzione.

Quelle figure che gli scultori chiamano mezzi rilievi furono trovate gi dagli antichi per fare istorie da adornare le mura piane, e se ne servirono ne' teatri e negl'archi per le vittorie; perch volendole fare tutte tonde, non le potevano situare, se non facevano prima una stanza o vero una piazza che fusse piana. Il che volendo sfuggire, trovarono una specie che mezzo rilievo nominarono, et  da noi cos chiamato ancora: il quale, a similitudine d'una pittura, dimostra prima l'intero delle figure principali, o mezze tonde, o pi come sono; e le seconde occupate dalle prime, e le terze dalle seconde, in quella stessa maniera che appariscono le persone vive quando elle sono ragunate e ristrette insieme. In questa specie di mezzo rilievo, per la diminuzione dell'occhio, si fanno l'ultime figure di quello basse, come alcune teste bassissime, e cos i casamenti et i paesi, che sono l'ultima cosa.
Questa specie di mezzi rilievi da nessuno  mai stata meglio n con pi osservanza fatta, n pi proporziona[ta]mente diminuita o allontanata le sue figure l'una dall'altra, che dagli antichi. Come quelli che imitatori del vero et ingegnosi, non hanno mai fatto le figure in tali storie che abbino piano, che scorti o fugga, ma l'hanno fatte co' proprii piedi che posino su la cornice di sotto: dove alcuni de' nostri moderni, animosi pi del dovere hanno fatto nelle storie loro di mezzo rilievo posare le prime figure nel piano che  di basso rilievo e sfugge, e le figure di mezzo sul medesimo, in modo che stando cos non posano i piedi con quella sodezza che naturalmente doverebbono, laonde spesse volte si vede le punte de' pi di quelle figure che voltano il di dietro, toccarsi gli stinchi delle gambe, per lo scorto che  violento. E di tali cose se ne vede in molte opere moderne, et ancora nelle porte di S. Giovanni et in pi luoghi di quella et. E per questo i mezzi rilievi che hanno questa propriet sono falsi: perch, se la met della figura si cava fuor del sasso, avendone a fare altre dopo quelle prime, vogliono avere regola dello sfuggire e diminuire, e co' piedi in piano, che sia pi innanzi il piano che i piedi, come fa l'occhio e la regola nelle cose dipinte; e conviene che elle si abbassino di mano in mano a proporzione, tanto che venghino a rilievo stiacciato e basso; e per questa unione che in ci bisogna,  difficile dar loro perfezzione e condurgli; atteso che nel rilievo ci vanno scorti di piedi e di teste, ch' necessario avere grandissimo disegno a volere in ci mostrare il valore dello artefice. E [a] tanta perfezzione si recano in questo grado le cose lavorate di terra e di cera, quanto quelle di bronzo e di marmo. Per che in tutte l'opere che aranno le parti ch'io dico, saranno i mezzi rilievi tenuti bellissimi e dagli artefici intendenti sommamente lodati.
La seconda specie, che bassi rilievi si chiamano, sono di manco rilievo assai ch'il mezzo, e si dimostrano almeno per la met di quegli che noi chiamiamo mezzo rilievo; e in questi si pu con ragione fare il piano, i casamenti, le prospettive, le scale, et i paesi: come veggiamo ne' pergami di bronzo in S. Lorenzo di Firenze et in tutti i bassi rilievi di Donato, il quale in questa professione lavor veramente cose divine con grandissima osservazione. E questi si rendono a l'occhio facili e senza errori o barbarismi, perch non sportano tanto in fuori che possino dare causa di errori o di biasimo.
La terza specie si chiamano bassi e stiacciati rilievi, i quali non hanno altro in s, che 'l disegno della figura con ammaccato e stiacciato rilievo.
Sono difficili assai, atteso che e' ci bisogna disegno grande e invenzione, avvenga che questi sono faticosi a dargli grazia per amor de' contorni; et in questo genere ancora Donato lavor meglio d'ogni artefice con arte, disegno et invenzione. Di questa sorte se n' visto ne' vasi antichi aretini assai figure, maschere, et altre storie antiche, e similmente ne' cammei antichi, e nei conii da stampare le cose di bronzo per le medaglie, e similmente nelle monete.
E questo fecero, perch, se fossero state troppo di rilievo, non arebbono potuto coniarle, ch'al colpo del martello non sarebbono venute l'impronte dovendosi imprimere i conii nella materia gittata, la quale, quando  bassa dura poca fatica a riempire i cavi del conio. Di questa arte vediamo oggi molti artefici moderni che l'hanno fatta divinissimamente, e pi che essi antichi, come si dir nelle vite loro pienamente. Imper chi conoscer ne' mezzi rilievi la perfezzione delle figure fatte diminuire con osservazione, e ne' bassi la bont del disegno per le prospettive et altre invenzioni, e nelli stiacciati la nettezza, la pulitezza, e la bella forma delle figure che vi si fanno, gli far eccellentemente per queste parti tenere o lodevoli o biasimevoli, et insegner conoscerli altrui.

Intr.,Cap. 11.
Come si fanno i modelli per fare di bronzo le figure grandi e picciole, e come le forme per buttarle; come si armino di ferri e come si gettino di metallo, e di tre sorti bronzo; e come, gittate, si ceselino e si rinettino; e come, mancando pezzi che non fussero venuti, s'innestino e commettino nel medesimo bronzo.

Usano gl'artefici eccellenti quando vogliono gittare o [di] metallo o bronzo figure grandi, fare nel principio una statua di terra tanto grande quanto quella che e' vogliono buttare di metallo, e la conducono di terra a quella perfezzione ch' concessa dall'arte e dallo studio loro. Fatto questo che si chiama da loro modello e condotto a tutta la perfezione dell'arte e del saper loro, cominciano poi con gesso da fare presa a formare sopra questo modello, parte per parte, facendo addosso a quel modello i cavi d'i pezzi; e sopra ogni pezzo si fanno riscontri, che un pezzo con l'altro si commettano segnandoli o con numeri o con alfabeti o altri contrassegni, e che si possino cavare e reggere insieme. Cos a parte per parte lo vanno formando et ungendo con olio fra gesso e gesso, dove le commettiture s'hanno a congiugnere; e cos di pezzo in pezzo la figura si forma, e la testa, le braccia, il torso, e le gambe per fin all'ultima cosa, di maniera che il cavo di quella statua, cio la forma incavata, viene improntata nel cavo con tutte le parti et ogni minima cosa che  nel modello. Fatto ci, quelle forme di gesso si lasciano assodare e riposare; poi pigliano un palo di ferro che sia pi lungo di tutta la figura che vogliono fare e che si ha a gettare, e sopra quello fanno un'anima di terra, la quale morbidamente impastando, vi mescolano sterco di cavallo e cimatura; la quale anima ha la medesima forma che la figura del modello, et a suolo a suolo si cuoce per cavare la umidit della terra: e questa serve poi alla figura; perch gittando la statua, tutta questa anima, ch' soda, vien vacua n si riempie di bronzo, che non si potrebbe muovere per lo peso. Cos ingrossano tanto e con pari misure quest'anima, che scaldando e cocendo i suoli, come  detto, quella terra vien cotta bene, e cos priva in tutto dell'umido, che gittandovi poi sopra il bronzo, non pu schizzare o fare nocumento, come si  visto gi molte volte con la morte de' maestri e con la rovina di tutta l'opera. Cos vanno bilicando questa anima et assettando e contrapesando i pezzi, finch la riscontrino e riprovino, tanto ch'eglino vengono a fare che si lasci appunto la grossezza del metallo o la sottilit di che vuoi che la statua sia.
Armano spesso questa anima per traverso con perni di rame e con ferri che si possino cavare e mettere, per tenerla con sicurt e forza maggiore.
Questa anima, quando  finita, nuovamente ancora si ricuoce con fuoco dolce, e cavatane interamente l'umidit, se pur ve ne fusse restata punto si lascia poi riposare. E ritornando a' cavi dl gesso, si formano quelli pezzo per pezzo con cera gialla, che sia stata in molle e sia incorporata con un poco di trementina e di sevo. Fondutala dunque al fuoco, la gettano a met per met ne' pezzi di cavo, di maniera che l'artefice fa venire la cera sottile secondo la volont sua per il getto. E tagliati i pezzi secondo che sono i cavi addosso all'anima che gi di terra s' fatta, gli commettono et insieme gli riscontrano e innestano, e con alcuni brocchi di rame sottili fermano sopra l'anima cotta i pezzi della cera, confitti da detti brocchi, e cos a pezzo a pezzo la figura innestano e riscontrono, e la rendono del tutto finita. Fatto ci vanno levando tutta la cera dalle bave delle superfluit de' cavi, conducendola il pi che si pu a quella finita bont e perfezione che si desidera che abbia il getto. Et avanti che e' proceda pi innanzi, rizza la figura e considera diligentemente se la cera ha mancamento alcuno, e la va racconciando e riempiendo o rinalzando o abbassando dove mancasse.
Appresso, finita la cera e ferma la figura, mette l'artefice su due alari, odi legno o di pietra o di ferro, come un arrosto, al fuoco la sua figura, con commodit che ella si possa alzare e abbassare; e con cenere bagnata, appropriata a quell'uso, con un pennello tutta la figura va ricoprendo che la cera non si vegga, e per ogni cavo e pertugio la veste bene di questa materia. Dato la cenere, rimette i perni a traverso, che passano la cera e l'anima, secondo che gl'ha lasciati nella figura; perci che questi hanno a reggere l'anima di dentro, e la cappa di fuori, che  la incrostatura del cavo fra l'anima e la cappa dove il bronzo si getta. Armato ci, l'artefice comincia a trre della terra sottile con cimatura e sterco di cavallo, come dissi, battuta insieme, e con diligenza fa una incrostatura per tutto sottilissima, e quella lascia seccare; e cos volta per volta si fa l'altra incrostatura con lasciare seccare di continuo, finch viene interrando et alzando alla grossezza di mezzo palmo il pi. Fatto ci, que' ferri che tengono l'anima di dentro, si cingono con altri ferri che tengono di fuori la cappa, ed a quelli si fermano; e l'un l'altro incatenati e serrati fanno reggimento l'uno all'altro: l'anima di dentro regge la cappa di fuori, e la cappa di fuori regge l'anima di dentro. Usasi fare certe cannelle fra l'anima e la cappa, le quali si dimandano venti, che sfiatano all'ins, e si mettono, verbigrazia, da un ginocchio a un braccio che alzi; perch questi danno la via al metallo di soccorrere quello che per qualche impedimento non venisse; e se ne fanno pochi et assai, secondo che  difficile il getto. Ci fatto, si va dando il fuoco a tale cappa ugualmente per tutto, tal che ella venga unita et a poco a poco a riscaldarsi, rinforzando il fuoco sino a tanto che la forma si infuochi tutta, di maniera che la cera che  nel cavo di dentro venga a struggersi, tale che ella esca tutta per quella banda per la quale si debbe gittare il metallo, senza che ve ne limanga dentro niente. Et a conoscere ci, bisogna, quando i pezzi s'innestano su la figura, pesarli pezzo per pezzo; cos poi, nel cavare la cera, ripesarla; e facendo il calo di quella, vede l'artefice se n' rimasta fra l'anima e la cappa, e quanta n' uscita. E sappi che qui consiste la maestria e la diligenza dell'artefice a cavare tal cera; dove si mostra la difficult di fare i getti, che venghino begli e netti; atteso che, rimanendoci punto di cera, ruinarebbe tutto il getto, massimamente in quelle parti dove essa rimane.
Finito questo, l'artefice sotterra questa forma vicino alla fucina dove il bronzo si fonde, e puntella s che il bronzo non la sforzi, e li fa le vie che possa buttarsi, et al sommo lascia una quantit di grossezza, che si possa poi segare il bronzo che avanza di questa materia; e questo si fa perch venga pi netta. Ordina il metallo che vuole, e per ogni libra di cera ne mette dieci di metallo. Fassi la lega del metallo statuario di due terzi rame et un terzo ottone, secondo l'ordine italiano. Gli Egizi, da' quali quest'arte ebbe origine, mettevano nel bronzo i due terzi ottone e un terzo rame. Del metallo elletro, che  degl'altri pi fine, si mette due parti rame e la terza argento; nelle campane per ogni cento di rame XX di stagno - et a l'artiglierie per ogni cento di rame dieci di stagno -, acci che il suono di quelle sia pi squillante et unito.
Restaci ora ad insegnare, che venendo la figura con mancamento perch fosse il bronzo cotto o sottile o mancasse in qualche parte, il modo dell'innestarvi un pezzo. Et in questo caso lievi l'artefice tutto quanto il tristo che  in quel getto, e facciavi una buca quadra cavandola sotto squadra; di poi le aggiusti un pezzo di metallo attuato a quel pezzo, che venga in fuora quanto gli piace; e commesso appunto in quella buca quadra, col martello tanto lo percuota che lo saldi, e con lime e ferri faccia s che lo pareggi e finisca in tutto.
Ora, volendo l'artefice gettare di metallo le figure picciole, quelle si fanno di cera o, avendone, di terra o d'altra materia, vi fa sopra il cavo di gesso come alle grandi, e tutto il cavo si empie di cera. Ma bisogna che il cavo sia bagnato, perch buttandovi detta cera, ella si rappiglia per la freddezza dell'acqua e del cavo. Di poi, sventolando e diguazzando il cavo, si vta la cera che  in mezzo del cavo, di maniera che il getto resta vto nel mezzo; il qual vto o vano riempie l'artefice poi di terra e vi mette perni di ferro. Questa terra serve poi per anima, ma bisogna lasciarla seccar bene. Da poi fa la cappa come all'altre figure grandi, armandola e mettendovi le cannelle per i venti; la cuoce di poi, e ne cava la cera, e cos il cavo si resta netto, s che agevolmente si possono gittare. Il simile si fa de' bassi e de' mezzi rilievi e d'ogni altra cosa di metallo.
Finiti questi getti, l'artefice di poi con ferri appropriati, cio bulini, ciappole, strozzi, ceselli, puntelli, scarpelli, e lime lieva dove bisogna, e dove bisogna spigne all'indietro e rinetta le bave, e con altri ferri che radono raschia e pulisce il tutto con diligenza, et ultimamente con la pomice gli d il pulimento. Questo bronzo piglia col tempo per se medesimo un colore che trae in nero, e non in rosso come quando si lavora.
Alcuni con olio lo fanno venire nero, altri con l'aceto lo fanno verde, et altri con la vernice li danno il colore di nero, tale che ognuno lo conduce come pi gli piace. Ma quello che veramente  cosa maravigliosa,  venuto a' tempi nostri questo modo di gettar le figure, cos grandi come picciole, in tanta eccellenza, che molti maestri le fanno venire nel getto in modo pulite, che non si hanno a rinettare con ferri, e tanto sottili quanto  una costola di coltello. E, quello che  pi, alcune terre e ceneri che a ci s'adoperano, sono venute in tanta finezza, che si gettano d'argento e d'oro le ciocche della ruta, e ogni altra sottile erba o fiore agevolmente e tanto bene, che cos belli riescono come il naturale. Nel che si vede questa arte essere in maggior eccellenza che non era al tempo degli antichi.

Intr.,Cap.12.
De' conii d'acciaio per fare le medaglie di bronzo o d'altri metalli e come elle si fanno di essi metalli, di pietre orientali e di cammei.

Volendo fare le medaglie di bronzo, d'argento o d'oro come gi le fecero gli antichi, debbe l'artefice primieramente con punzoni di ferro intagliare di rilievo i punzoni nell'acciaio indolcito a fuoco, a pezzo per pezzo, come per esemplo la testa sola di rilievo ammaccato in un punzone solo d'acciaio, e cos l'altre parti che si commettono a quella; fabbricati cos d'acciaio tutti i punzoni che bisognano per la medaglia, si temprano col fuoco, et in sul conio dell'acciaio stemperato, che debbe servire per cavo e per madre della medaglia, si va improntando a colpi di martello e la testa e l'altre parti a' luoghi loro. E dopo l'avere improntato il tutto, si va diligentemente rinettando e ripulendo e dando fine e perfezione al predetto cavo, che ha poi a servire per madre. Hanno tuttavolta usato molti artefici d'incavare con le ruote le dette madri in quel modo che si lavorano d'incavo i cristalli, i diaspri, i calcidonii, le agate, gli ametisti, i sardonii, i lapislazuli, i crisoliti, le corniuole, i cammei, e l'altre pietre orientali; et il cos fatto lavoro fa le madri pi pulite, come ancora le pietre predette. Nel medesimo modo si fa il rovescio della medaglia; e con la madre della testa e con quella del rovescio si stampano medaglie di cera o di piombo, le quali si formano di poi con sottilissima polvere di terra atta a ci; nelle quali forme, cavatane prima la cera o il piombo predetto, serrate dentro a le staffe, si getta quello stesso metallo che ti aggrada per la medaglia. Questi getti si rimettono nelle loro madri d'acciaio, e per forza di viti o di lieve et a colpi di martello si stringono talmente, che elle pigliano quella pelle dalla stampa che elle non hanno presa dal getto. Ma le monete e l'altre medaglie pi basse si improntano senza viti, a colpi di martello con mano; e quelle pietre orientali che noi dicemmo di sopra, si intagliano di cavo con le ruote per forza di smeriglio, che con la ruota consuma ogni sorte di durezza di qualunque pietra si sia. E l'artefice va spesso improntando con cera quel cavo che e' lavora, et in questo modo va levando dove pi giudica di bisogno, e dando fine alla opera. Ma i cammei si lavorano di rilievo, perch essendo questa pietra faldata, cio bianca sopra e sotto nera, si va levando del bianco tanto, che o testa o figura resti di basso rilievo bianca nel campo nero. Et alcuna volta, per accomodarsi che tutta la testa o figura venga bianca in sul campo nero, si usa di tignere il campo, quando e' non  tanto scuro quanto bisogna. E di questa professione abbiamo viste opere mirabili e divinissime antiche e moderne.

Intr., Cap. 13.
Come di stucco si conducono i lavori bianchi; e del modo del fare la forma di sotto murata, e come si lavorano.

Solevano gl'antichi, nel volere fare volte o incrostature o porte o finestre o altri ornamenti di stucchi bianchi, fare l'ossa di sotto di muraglia, che sia o di mattoni cotti o vero di tufi, cio sassi che siano dolci e si possino tagliare con facilit; e di questi murando, facevano l'ossa di sotto, dandoli o forma di cornice o di figure o di quello che fare volevano, tagliando de' mattoni o delle pietre, le quali hanno a essere murate con la calce. Poi con lo stucco che nel capitolo IIII dicemmo impastato di marmo pesto e di calce di trevertino, debbano fare sopra l'ossa predette la prima bozza di stucco ruvido, cio grosso e granelloso, acci vi si possi mettere sopra il pi sottile, quando quel di sotto ha fatto la presa, e che sia fermo, ma non secco affatto. Perch lavorando la massa della materia in su quel che  umido, fa maggior presa, bagnando di continuo dove lo stucco si mette, acci si renda pi facile a lavorarlo. E volendo fare cornici o fogliami intagliati, bisogna avere forme di legno, intagliate nel cavo di quegli stessi intagli che tu vuoi fare.
E si piglia lo stucco che sia non sodo sodo, n tenero tenero, ma di una maniera tegnente; e si mette su l'opra alla quantit della cosa che si vuol formare, e vi si mette sopra la predetta forma intagliata, impolverata di polvere di marmo; e picchiandovi su con un martello, che il colpo sia uguale, resta lo stucco improntato: il quale si va rinettando e pulendo poi, acci venga il lavoro diritto et uguale. Ma volendo che l'opera abbia maggior rilievo allo infuori, si conficcano, dove ell'ha da essere, ferramenti o chiodi o altre armadure simili che tenghino sospeso in aria lo stucco, che fa con esse presa grandissima: come negli edificii antichi si vede, ne' quali si truovano ancora gli stucchi et i ferri conservati sino al d d'oggi.
Quando vuole, adunque, l'artefice condurre in muro piano un'istoria di basso rilievo, conficca prima in quel muro i chiovi spessi, dove meno e dove pi in fuori, secondo che hanno a stare le figure, e tra quegli serra pezzami piccoli di mattoni o di tufi, a cagione che le punte o capi di quegli tenghino il primo stucco grosso e bozzato; et appresso lo va finendo con pulitezza e con pacienza, che e' si rassodi. E mentre che egli indurisce, l'artefice lo va diligentemente lavorando e ripulendolo di continovo co' pennelli bagnati, di maniera che e' lo conduce a perfezzione come se e' fusse di cera o di terra. Con questa maniera medesima di chiovi e di ferramenti fatti a posta, e maggiori e minori secondo il bisogno, si adornano di stucchi le volte, gli spartimenti e le fabbriche vecchie, come si vede costumarsi oggi per tutta Italia da molti maestri che si son dati a questo esercizio. N si debbe dubitare di lavoro cos fatto come di cosa poco durabile, perch e' si conserva infinitamente, et indurisce tanto nello star fatto, che e' diventa col tempo come marmo.

Intr., cap.14 Come si conducono le figure di legno, e che legno sia buono a farle.

Chi vuole che le figure dil legno si possino condurre a perfezzione, bisogna che e' ne faccia prima il modello di cera o di terra, come dicemmo. Questa spezie si  usata molto nella cristiana religione, atteso che infiniti maestri hanno fatto molti crocifissi e diverse figure ancora. Ma invero, non si d mai al legno quella carnosit o morbidezza che al metallo et al marmo et a le altre sculture che noi veggiamo, ci  cose o di stucchi o di cera o di terra. Il migliore nientedimanco tra tutti i legni, che si adoperano a la scultura,  il tiglio, perch egli ha i pori uguali per ogni lato et ubbidisce pi agevolmente alla lima et allo scarpello. Ma perch lo artefice, essendo grande la figura che e' vuole, non pu fare il tutto d'un pezzo solo, bisogna ch'egli lo commetta di pezzi, e lo alzi et ingrossi secondo la forma ch'e' lo vuol fare. E per appiccarlo insieme in modo che e' tenga, non tolga mastrice di cacio, perch non terrebbe, ma colla di spicchi; con la quale strutta, scaldati i predetti pezzi al fuoco, gli commetta e gli serri insieme, non con chiovi di ferro, ma del medesimo legno. Il che fatto, lo lavori et intagli secondo la forma del suo modello. E degli artefici di cos fatto mestiero si sono vedute ancora opere di bossolo lodatissime et ornamenti di noce bellissimi, i quali quando sono di bel noce che sia nero, appariscono quasi di bronzo. Et ancora abbiamo veduti intagli in noccioli di frutte come ciregie e meliache di mano di Todeschi, molto eccellenti, lavorati con una pazienza e sottigliezza grandissima. E se bene e' non hanno quel perfetto disegno che nelle cose loro dimostrano gli Italiani, hanno nientedimeno operato et operano continovamente riducendo le cose a tanta sottigliezza, che elle fanno stupire il mondo. E questo basti brevemente aver detto de le cose della scultura. Passiamo ora a la pittura.

 Intr., cap.15 Come si fanno e si conoscono le buone pitture, et a che; e del disegno et invenzione delle storie.
La pittura  un piano coperto di campi di colori, in superficie o di tavola o di muro o di tela, intorno a diversi lineamenti, i quali per virt di un buon disegno di linee girate circondano la figura. Questo s fatto piano, dal pittore con retto giudizio mantenuto nel mezzo chiaro e negli estremi e ne' fondi scuro et accompagnato tra questi e quello da colore mezzano tra il chiaro e lo scuro, fa che, unendosi insieme questi tre campi, tutto quello che  tra l'uno lineamento e l'altro si rilieva et apparisce tondo e spiccato. Bene  vero che questi tre campi non possono bastare ad ogni cosa minutamente, atteso che egli  necessario dividere qualunche di loro almeno in due spezie, faccendo di quel chiaro due mezzi e di quell'oscuro duae pi chiari, e di quel mezzo due altri mezzi che pendino l'uno nel pi chiaro e l'altro nel pi scuro. Quando queste tinte d'un color solo, qualunche egli si sia, saranno stemperate, si vedr a poco a poco cominciare il chiaro e poi meno chiaro e poi un poco pi scuro, di maniera ch'a poco a poco troverremo il nero schietto. Fatte dunque le mestiche, ci  il mescolare insieme questi colori, volendo lavorare o a olio o a tempera o in fresco si va coprendo il lineamento e mettendo a' suoi luoghi i chiari e gli scuri et i mezzi e gli abbagliati de' mezzi e de' lumi che sono quelle tinte mescolate de' tre primi, chiaro, mezzano e scuro; i quali chiari, mezzani e scuri et abbagliati si cavano da 'l cartone o vero altro disegno, che per tal cosa  fatto per porlo in opra; il qual  necessario che sia condotto con buona collocazione e disegno fondato e con giudizio et invenzione, atteso che la collocazione non  altro nella pittura che avere spartito in quel loco dove si fa una figura, che gli spazii siano concordi al giudizio de l'occhio e non siano disformi, ch'il campo sia in un luogo pieno e ne l'altro voto; la qualcosa nasca da 'l disegno e da lo avere ritratto o figure di naturale vive o da modelli di figure fatte per quello che si voglia fare. Il qual disegno non pu avere buon'origine se non s'ha dato continuamente opera a ritrare cose naturali, e studiato pitture d'eccellenti maestri ed istatue antiche di rilievo.
Ma sopra tutto il meglio  gl'ignudi degli uomini vivi e femine, e da quelli avere preso in memoria per lo continuo uso i muscoli del torso, delle schiene, delle gambe, delle braccia, delle ginochia e l'ossa di sotto, e poi avere sicurt, per lo tanto studio, che senza avere i naturali inanzi si possa formare di fantasia da s attitudini per ogni verso; cos aver veduto de gli uomini scorticati, per sapere come stanno l'ossa sotto et i muscoli et i nervi, con tutti gli ordini e termini della notomia, per potere con maggior sicurt e pi rettamente situare le membra nello uomo e porre i muscoli nelle figure. E coloro che ci sanno, forza  che faccino perfettamente i contorni delle figure, le quali dintornate come elle debbono, mostrano buona grazia e bella maniera. Perch chi studia le pitture e sculture buone, fatte con simil modo vedendo et intendendo il vivo,  necessario che abbi fatto buona maniera nell'arte. E da ci nasce l'invenzione, la quale fa mettere insieme in istoria le figure a quattro, a sei, a dieci, a venti, talmente che si viene a formare le battaglie e l'altre cose grandi della arte. Questa invenzione vuol in s una convenevolezza formata di concordanzia e di obedienza; che s'una figura si muove per salutare un'altra, non si faccia la salutata voltarsi indietro, avendo a rispondere, e con questa similitudine tutto il resto.
La istoria sia piena di cose variate e differenti l'una da l'altra, ma a proposito sempre di quello che si fa e che di mano in mano figura lo artefice. Il quale debbe distinguere i gesti e l'attitudini, facendo le femmine cum aria dolce e bella e similmente i giovani; ma i vecchi gravi sempre di aspetto et i sacerdoti massimamente e le persone di autorit. Advertendo per sempre mai che ogni cosa corrisponda ad un tutto della opera, di maniera che quando la pittura si guarda, vi si conosca una concordanzia unita che dia terrore nelle furie e dolcezza negli effetti piacevoli, e rappresenti in un tratto la intenzione del pittore, e non le cose che e' non pensava. Conviene adunque per questo che e' formi le figure, che hanno ad esser fiere, con movenzia e con gagliardia; e sfugga quelle che sono lontane da le prime con l'ombre e con i colori appoco appoco dolcemente oscuri; di maniera che l'arte sia accompagnata sempre con una grazia di facilit e di pulita leggiadria di colori, e condotta l'opera a perfezzione, non con uno stento di passione crudele, che gl'uomini che ci guardano abbino a patire pena della passione che in tal opera veggono sopportata dallo artefice, ma da ralegrarsi della felicit, che la sua mano abbia avuto dal cielo quella agilit, che renda le cose finite con istudio e fatica s, ma non con istento; tanto che dove elle sono poste non siano morte, ma si appresentino vive e vere a chi le considera. Guardinsi da le crudezze, e cerchino che le cose, che di continuo fanno, non paino dipinte, ma si dimostrino vive e di rilievo fuor della opera loro; e questo  il vero disegno fondato e la vera invenzione che si conosce esser data da chi le ha fatte alle pitture da chiamar buone.

Intr., cap.16 De gli schizzi, disegni, cartoni et ordine di prospective; e per quel che si fanno, et a quello che i pittori se ne servono.
Gli schizzi chiamiamo noi una prima sorte di disegni, che si fanno per trovare il modo delle attitudini et il primo componimento dell'opra. E sono fatti in forma di una macchia, accennati solamente da noi in una sola bozza del tutto. E perch questi dal furor dello artefice sono in poco tempo espressi, universalmente son detti schizzi, perch vengono, schizzando o con la penna o con altro disegnatoio o carbone, in maniera che questi non servono se non per tentare l'animo di quel che gli sovviene. Da questi schizzi vengono poi rilevati in buona forma e con pi amore e fatica i disegni, i quali con tutta quella diligenza che si pu si cerca vedere dal vivo, se gi l'artefice non si sentisse gagliardo che da s li potesse condurre. Appresso, misuratili con le seste o a occhio, si ringrandiscono da le misure piccole nelle maggiori, secondo l'opera che si ha da fare. Questi si fanno con varie cose, ci  o di lapis rosso, che  una pietra la qual viene da' monti di Alamagna, che per esser tenera agevolmente si sega e riduce in punte sottili da segnare con esse in su i fogli come tu vuoi, o con la pietra nera che viene de' monti di Francia, la qual  similmente come la rossa. Altri di chiaro e scuro si conducono su fogli tinti, che fa un mezzo, e la penna fa il line<a>mento ci  il d'intorno o profilo, e l'inchiostro con un poco d'acqua fa una tinta dolce che vela et ombra quello, da poi con un pennello sottile con della biacca stemperata con la gomma si lumeggia il disegno, e questo modo  molto alla pittoresca e mostra pi l'ordine del colorito. Molti altri fanno con la penna sola lasciando i lumi della carta, che  difficile ma molto maestrevole; et infiniti altri modi ancora de' quali non accade fare menzione, perch tutti rappresentano una cosa medesima, cio il disegnare.
Fatti cos i dissegni, chi vuole lavorare in fresco, ci  in muro,  necessario faccia i cartoni, ancora che e' si costumi per molti di fargli per lavorare anco in tavola.
Questi cartoni si fanno cos: impastansi fogli con colla di farina et acqua cotta al fuoco, et i fogli voglion essere squadrati, e si tirano al muro con lo incollarli attorno duo dita verso il muro con la medesima pasta, e si bagnano spruzzandovi dentro per tutto acqua fresca, e cos molli si tirano, acci nel seccarsi vengano a distendere il molle delle grinze. Da poi, quando sono secchi con una canna lunga, per giudicare discosto, vanno riportando sul cartone tutto quello che nel disegno piccolo  disegnato con pari grandezza, et a poco a poco quando a una figura, quando a l'altra danno fine. Qui fanno i pittori tutte le fatiche dell'arte del ritrarre dal vivo ignudi e panni di naturale, e tirano le prospettive con tutti quelli ordini che piccoli si sono fatti in su' fogli, ringrandendoli a proporzione. E se in quegli fussero prospettive o casamenti, si ringrandiscono con la rete, la quale  una graticola di quadri piccoli ringrandita nel cartone, che riporta giustamente ogni cosa. Perch chi ha tirate le prospettive ne' disegni piccoli, cavate di su la pianta, alzate co 'l profilo e con la intersecazione e co 'l punto fatte diminuire e sfuggire, bisogna che le riporti proporzionate in su 'l cartone. Ma de 'l modo del tirarle, perch ella  cosa fastidiosa e difficile a darsi ad intendere non voglio io parlare altrimenti. Basta che le prospettive son belle tanto, quanto elle si mostrano giuste alla loro veduta e sfuggendo si allontanano da l'occhio, e quando elle sono composte con variato e bello ordine di casamenti. Bisogna poi ch'il pittore abbia risguardo a farle con proporzione sminuire con la dolcezza de' colori, la qual  nello artefice una retta discrezione et un giudizio buono, la causa del quale si mostra nella difficult delle tante linee confuse colte da la pianta, dal profilo et intersecazione, che ricoperte dal colore restano una facilissima cosa, la qual fa tenere l'artefice dotto, intendente et ingegnoso nell'arte. Usono ancora molti maestri, innanzi che faccino la storia nel cartone, fare un modello di terra in su un piano, con situare tonde tutte le figure per vedere li sbattimenti, ci  l'ombre, che da un lume si causano addosso alle figure, che sono quella ombra tolta dal sole, il quale pi crudamente che il lume le fa in terra nel piano per l'ombra della figura. E di qui ritraendo il tutto della opra hanno fatto l'ombre che percuotono addosso a l'una e l'altra figura, onde ne vengono i cartoni e l'opera, per queste fatiche, di perfezzione e di forza pi finiti, e da la carta si spiccano per il rilievo. Il che dimostra il tutto pi bello e maggiormente finito. E quando questi cartoni al fresco o al muro s'adoprano, ogni giorno nella commettitura se ne taglia un pezzo e si calca sul muro che sia incalcinato di fresco e pulito eccellentemente. Questo pezzo del cartone si mette in quel luogo dove s'ha a fare la figura e si contrassegna, perch l'altro d, che si voglia rimettere un altro pezzo, si riconosca il suo luogo appunto e non possa nascere errore. Appresso, per i dintorni del pezzo detto, con un ferro si va calcando in su lo intonico della calcina, la quale per esser fresca acconsente alla carta e cos ne rimane segnata. Per il che si lieva via il cartone, e per que' segni che nel muro sono calcati si va con i colori lavorando, e cos si conduce il lavoro in fresco o in muro. Alle tavole et alle tele si fa il medesimo calcato; ma il cartone tutto d'un pezzo, salvo che bisogna tingere di dietro il cartone con carboni o polvere nera, acci che segnando poi col ferro, quello venga profilato e disegnato nella tela o tavola. E per questa cagione i cartoni si fanno per compartire, che l'opra venga giusta e misurata. Assai pittori sono che, per l'opre a olio, sfuggono ci, ma per il lavoro in fresco non si pu sfuggire che non si faccino. Ma certo chi trov tal invenzione ebbe buona fantasia, atteso che ne' cartoni si vede il giudizio di tutta l'opra insieme, e si acconcia e guasta finch stiano bene. Il che ne l'opra poi non pu farsi.

Intr., cap.17 De li scorti delle figure al di sotto in su, e di quelli in piano.
Hanno avuto gli artefici nostri una grandissima avvertenza nel fare scortare le figure, ci  nel farle apparire di pi quantit che elle non sono veramente, essendo lo scorto a noi una cosa disegnata in faccia corta, che a l'occhio venendo innanzi non ha la lunghezza o la altezza che ella dimostra. Tuttavia la grossezza, i dintorni, l'ombre et i lumi fanno parere che ella venga innanzi, e per questo si chiama scorto. Di questa specie non fu mai pittore o disegnatore, che facesse meglio che s'abbia fatto il nostro Michele Angelo Buonarroti; et ancora nessuno meglio gli poteva fare, avendo egli divinamente fatto le figure di rilievo. Egli prima di terra o di cera ha per questo uso fatti i modelli; e da quegli, che pi del vivo restano fermi, ha cavato i contorni, i lumi e l'ombre.
Questi danno a chi non intende grandissimo fastidio, perch non arrivano con l'intelletto a la profondit di tale difficult, la qual  la pi forte, a farla bene, che nessuna che sia nella pittura. E certo i nostri vecchi, come amorevoli de l'arte, trovarono il tirarli per via di linee in prospettiva, che non si poteva fare prima, pure li ridussero tanto innanzi, che oggi s'ha la vera maestria di farli. E quegli che li biasimano (dico delli artefici nostri) sono quelli che non li sanno fare, e che, per alzare se stessi, vanno abassando altrui. Et abbiamo assai maestri pittori, i quali, ancora che valenti, non si dilettano di fare scorti; e nientedimeno quando gli veggono belli e difficili, non solo non gli biasimano, ma gli lodano sommamente. Di questa specie ne hanno fatto i moderni alcuni, che sono a proposito e difficili, come sarebbe a dir in una volta le figure, che guardando in su scortano e sfuggono; e questi chiamiamo al di sotto in su, ch'hanno tanta forza ch'eglino bucano le volte. E questi non si possono fare se non si ritraggono dal vivo, o con modelli in altezze convenienti non si fanno fare loro le attitudini e le movenzie di tal cose. Certo che in questo genere si recano in quella difficult una somma grazia et una gran bellezza, e mostrasi una terribilissima arte. Di questa specie troverrete che gli artefici nostri nelle vite loro hanno dato grandissimo rilievo a tali opere e condottele a una perfetta fine, onde hanno conseguito lode grandissima.
Chiamansi scorti di sotto in su, perch il figurato  alto, guardato dall'occhio per veduta in su e non per la linea piana dell'orizzonte, laonde alzandosi la testa a volere vederlo e scorgendosi prima le piante de' piedi e l'altre parti di sotto, giustamente si chiama co 'l detto nome.

Intr., cap.18 Come si debbino unire i colori a olio, a fresco o a tempera; e come le carni, i panni e tutto quello che si dipigne venga nell'opera ad unire, talch le figure non venghino divise et abbino rilievo e forza e mostrino l'opra chiara et aperta.
La unione nella pittura  una discordanza di colori diversi accordati insieme, i quali nella diversit di pi divise mostrano differentemente distinte l'una da l'altra le parti delle figure, come le carni da i capelli, et un panno diverso di colore da l'altro. Quando questi colori son messi in opera accesamente e vivi, con una discordanza spiacevole, talch siano tinti e carichi di corpo, s come usavano di fare gi alcuni pittori, il disegno ne viene ad essere offeso di maniera che le figure restano pi presto dipinte dal colore che dal pennello, che le lumeggia et adombra fatte apparire di rilievo e naturali. Tutte le pitture adunque, o a olio o a fresco o a tempera, si debbon fare talmente unite ne' loro colori, che quelle figure che nelle storie sono le principali venghino condotte chiare chiare, mettendo i panni di colore non tanto scuro addosso a quelle dinanzi, che quelle che vanno dopo gli abbino pi chiari poi che le prime; anzi a poco a poco, tanto quanto elle vanno diminuendo a lo indentro, divenghino anco parimente di mano in mano, e dil colore delle carnagioni e delle vestimenta, pi scure. E principalmente si abbia grandissima avvertenza di mettere sempre i colori pi vaghi, pi dilettevoli e pi belli nelle figure principali et in quelle massimamente che nella istoria vengono intere e non mezze, perch queste sono sempre le pi considerate e quelle che son pi vedute che l'altre, le quali servono quasi per campo nel colorito di queste; et un colore pi smorto fa parere pi vivo l'altro che gli  posto accanto. E con i colori maninconici e pallidi fanno parere pi allegri quelli che li sono accanto e quasi d'una certa bellezza fiameggianti. N si debbono vestire gli ignudi di colori tanto carichi di corpo, che dividino le carni da' panni quando detti panni atraversassino detti ignudi, ma i colori de' lumi di detti panni siano chiari simili alle carni, o gialletti o rossigni o violati o pagonazzi, con cangiare i fondi scuretti o verdi o azzurri o pagonazzi o gialli, purch tragghino a lo oscuro e che unitamente si accompagnino, nel girare delle figure, con le loro ombre, in quel medesimo modo che noi veggiamo nel vivo, che quelle parti che ci si apresentano pi vicine allo occhio pi hanno di lume, e l'altre perdendo di vista perdono ancora de 'l lume e de 'l colore. Cos nella pittura si debbono adoperare i colori con tanta unione, che e' non si lasci uno scuro et un chiaro s spiacevolmente ombrato e lumeggiato, che e' si faccia una discordanza et una disunione spiacevole, salvo che negli sbattimenti che sono quelle ombre che fanno le figure addosso l'una all'altra, quando un lume solo percuote addosso ad una prima figura, che viene ad adombrare del suo sbattimento la seconda. E questi ancora quando accaggiono, voglion essere dipinti con dolcezza et unitamente, perch chi gli disordina, viene a fare che quella pittura par pi presto un tappeto colorito o un paro di carte da giucare che carne unita o panni morbidi o altre cose piumose, delicate e dolci. Che s come gli orecchi restano offesi da una musica che fa strepito o dissonanza o durezze, salvo per in certi luoghi et a' tempi, s come io dissi degli sbattimenti, cos restano offesi gli occhi da' colori troppo carichi o troppo crudi.
Con ci sia che il troppo acceso offende il disegno, e lo abbacinato, smorto, abbagliato e troppo dolce, pare una cosa spenta, vecchia et affumicata; ma lo unito, che tenga infra lo acceso e lo abbagliato,  perfettissimo e diletta l'occhio parimente che una musica unita et arguta diletta lo orecchio. Debbonsi perdere negli scuri certe parti delle figure e nella lontananza della istoria; perch, oltra che se elle fussino nello apparire troppo vive et accese confonderebbono le figure, elle danno ancora, restando scure et abbagliate, quasi come campo, maggior forza alle altre che vi sono inanzi. N si pu credere, quanto nel variare le carni con i colori, faccendole a' giovani pi fresche che a' vecchi, et a' mezzani tra il cotto et il verdiccio e gialliccio, si dia grazia e bellezza alla opera, e quasi in quello stesso modo che si faccia nel disegno la aria delle vecchie accanto alle giovani et alle fanciulle et a' putti; dove veggendosene una tenera e carnosa, l'altra pulita e fresca, fa bellissima discordanza accordatissima. Et in questo modo si debbe nel lavorare metter gli scuri dove meno offendino e faccino divisione, per cavare fuori le figure; come si vede nelle pitture di Rafaello da Urbino e di altri pittori eccellenti che hanno tenuto questa maniera. Ma non si debbe tenere questo ordine nelle istorie dove si contrafacessino lumi di sole e di luna, o vero fuochi o cose notturne, perch queste si fanno con gli sbattimenti crudi e taglienti. E nella sommit dove s fatto lume percuote, sempre vi sar dolcezza et unione. Et in quelle pitture che aranno queste parti si conoscer che la intelligenzia del pittore ar con la unione del colorito campata la bont del disegno, dato vaghezza alla pittura, e rilievo e forza terribile alle figure.

[Del dipingere in muro,]Intr., cap.19 Del dipingere in muro, come si fa; e perch si chiama lavorar in fresco.
Di tutti gl'altri modi che i pittori faccino, il dipignere in muro  pi maestrevole e bello, perch consiste nel fare in un giorno solo quello che nelli altri modi si pu in molti ritoccare sopra il lavorato. Era da gli antichi molto usato il fresco, et i vecchi moderni ancora l'hanno poi seguitato. Questo si lavora su la calce che sia fresca, n si lascia mai sino a che sia finito quanto per quel giorno vogliamo lavorare. Perch allungando punto il dipingerla, fa la calce una certa crosterella, pe 'l caldo, pe 'l freddo, pe 'l vento e pe' ghiacci, che muffa e macchia tutto il lavoro. E per questo vuole essere continovamente bagnato il muro che si dipigne, et i colori che vi si adoperano tutti di terre e non di miniere et il bianco di trevertino cotto. Vuole ancora una mano destra, resoluta e veloce, ma sopra tutto un giudizio saldo et intero, perch i colori, mentre che il muro  molle, mostrano una cosa in un modo, che poi secco non  pi quello. E per bisogna che in questi lavori a fresco giuochi molto pi al pittore il giudizio che il disegno, e che egli abbia per guida sua una pratica pi che grandissima, essendo sommamente difficile il condurlo a perfezzione. Molti de' nostri artefici vagliono assai negli altri lavori, ci  a olio o a tempera, et in questo poi non riescono, per essere egli veramente il pi virile, pi securo, pi resoluto e durablle di tutti gl'altri modi, e quello che nello stare fatto di continuo acquista di bellezza e di unione pi degl'altri infinitamente. Questo a l'aria si purga e da l'acqua si difende e regge di continuo a ogni percossa. Ma bisogna guardarsi di non avere a ritoccarlo co' colori che abbino colla di carnicci o rosso d'uovo o gomma o draganti, come fanno molti pittori; perch oltra che il muro non fa il suo corso di mostrare la chiarezza, vengono i colori apannati da quello ritoccar di sopra, e con poco spacio di tempo diventano neri. Per quegli che cercano lavorar in muro, lavorino virilmente a fresco e non ritocchino a secco, perch oltra l'esser cosa vilissima, rende pi corta vita alle pitture.

Intr., cap.20 Del dipignere a tempera o vero a uovo su le tavole o tele, e come si pu usare sul muro che sia secco.
Da Cimabue in dietro e da lui in qua s' sempre veduto opre lavorate da' Greci a tempera in tavola et in qualche muro. Et usavano nello ingessare delle tavole questi maestri vecchi, dubitando che quelle non si aprissero in su le committiture, mettere per tutto con la colla di carnicci tela lina e poi sopra quella ingessavano per volere lavorarvi sopra e temperavano i colori da condurle co 'l rosso dello uovo o tempera, la qual  questa: toglievano uno uovo e quello dibattevano e dentro vi tritavono un ramo tenero di fico, acci che quel latte con queluovo facesse la tempera de' colori; i quali con essa temperando, lavoravono l'opere loro. E toglievano per quelle tavole i colori ch'erano di miniere, i quali son fatti parte da gli alchimisti e parte trovati nelle cave. E di questa specie di lavoro ogni colore  buono, salvo ch'il bianco che si lavora in muro fatto di calcina, ch' troppo forte. Cos veniano loro condotte con questa maniera le opere e le pitture loro; e questo chiamavono colorire a tempera. Solo gli azzurri temperavono con colla di carnicci perch la giallezza dell'uovo gli faceva diventar verdi, ove la colla gli mantiene nell'essere suo; e 'l simile fa la gomma. Tiensi la medesima maniera su le tavole, o ingessate o senza, e cos su' muri, che siano secchi, si d una o due mano di colla calda, e da poi con colori temperati con quella si conduce tutta l'opera, e chi volesse temperare ancora i colori a colla agevolmente gli verr fatto, osservando il medesimo che nella tempera si  raccontato. N saranno peggiori per questo, poich anco de' vecchi maestri nostri si sono vedute le cose a tempera conservate centinaia d'anni con bellezza e freschezza grande. E certamente e' si vede ancora delle cose di Giotto, che ce n' pure alcuna in tavola, durata gi dugento anni e mantenutasi molto bene. E` poi venuto il lavorar a olio, che ha fatto per molti mettere in bando il modo della tempera, s come oggi veggiamo, che nelle tavole e nelle altre cose d'importanza si  lavorato e si lavora ancora del continovo.

Intr., cap.21 Del dipingere a olio, in tavola e su le tele.
Fu una bellissima invenzione et una gran commodit all'arte della pittura il trovare il colorito a olio, di che fu primo inventore in Fiandra Giovanni da Bruggia, il quale mand la tavola a Napoli a 'l Re Alfonso et al Duca d'Urbino Federigo II la stufa sua, e fece un San Geronimo che Lorenzo de' Medici aveva, e molte altre cose lodate. Lo seguit poi Rugieri da Bruggia suo discipolo, et Ausse creato di Rugieri che fece a' Portinari in Sancta Maria Nuova di Fiorenza un quadro picciolo, il qual  oggi appress'al Duca Cosimo, et  di sua mano la tavola di Careggi, villa fuora di Fiorenza, della illustriss<ima> Casa de' Medici; similmente Lodovico da Luano e Pietro Crista e maestro Martino et ancora Giusto da Guanto, che fece la tavola della Comunione de 'l Duca d'Urbino et altre pitture, et Ugo d'Anversa, che fe' la tavola di Sancta Maria Nuova di Fiorenza. Questa arte condusse poi in Italia Antonello da Messina, che molti anni consum in Fiandra, e nel tornarsi di qua da' monti fermatosi ad abitare in Venezia, la insegn quivi ad alcuni amici, uno de' quali fu Domenico Veniziano, che la condusse poi in Firenze, quando dipinse a olio la capella de' Portinari in Sancta Maria Nuova, dove la impar Andrea da 'l Castagno, che la insegn agli altri maestri, con i quali si and ampliando l'arte et acquistando, sino a Pietro Perugino, a Lionardo da Vinci et a Rafaello da Urbino, talmente che ella s' ridotta a quella bellezza che gli artefici nostri, merc loro, l'hanno acquistata. Questa maniera di colorire accende pi i colori, n altro bisogna che diligenza et amore, perch l'olio in s si reca il colorito pi morbido, pi dolce e delicato e di unione e sfumata maniera pi facile che li altri, e mentre che fresco si lavora, i colori si mescolano e si uniscono l'uno con l'altro pi facilmente. Et insomma li artefici danno in questo modo bellissima grazia e vivacit e gagliardezza alle figure loro, talmente che spesso ci fanno parere di rilievo le loro figure, e che elle eschino de la tavola, e massimamente quando elle sono continovate di buono disegno, con invenzione e bella maniera. Ma per mettere in opera questo lavoro si fa cos: quando vogliono cominciare, ci <> ingessato che hanno le tavole o quadri, gli radono, e datovi di dolcissima colla quattro o cinque mani con una spugna, vanno poi macinando i colori con olio di noce o di seme di lino (bench il noce  meglio perch ingialla meno) e cos macinati con questi olii, che  la tempera loro, non bisogna altro, quanto a essi, che distendergli co 'l pennello. Ma conviene far prima una mestica di colori seccativi, come biacca, giallolino, terre da campane, mescolati tutti in un corpo et un color solo, e quando la colla  secca impiastrarla su per la tavola, il che molti chiamano la imprimatura. Seccata poi questa mestica, va lo artefice o calcando il cartone, o con gesso bianco da sarti disegnando quella, e cos ne' primi colori l'abozza; il che alcuni chiamono imporre. E finita di coprire tutta, ritorna con somma politezza lo artefice da capo a finirla, e qui usa l'arte e la diligenza per condurla a perfezzione; e cos fanno i maestri in tavola a olio le loro pitture.

Intr., cap.22 Del pingere a olio nel muro che sia secco.
Quando gl'artefici vogliono lavorare a olio in su 'l muro secco, due maniere possono tenere: una con fare che il muro, se vi  dato su il bianco o a fresco o in altro modo, si raschi; o se egli  restato liscio senza bianco, ma intonacato, vi si dia su due o tre mane di olio bollito e cotto, continovando di ridarvelo su, sino a tanto ch'e' non voglia pi bere; e poi secco si gli d di mestica o imprimatura come si disse nel capitolo avanti a questo. Ci fatto e secco, possono gli artefici calcare o disegnare e tale opera come la tavola condurre al fine, tenendo mescolato continuo nei colori un poco di vernice, perch facendo questo, non accade poi vernicarla. L'altro modo  che l'artefice, di stucco di marmo e di matton pesto finissimo fa un arricciato che sia pulito, e lo rade co 'l taglio della cazzuola perch il muro ne resti ruvido.
Appresso gli d una man d'olio di seme di lino e poi fa in una pignatta una mistura di pece greca e mastico e vernice grossa, e quella bollita, con un pennel grosso si d nel muro, poi si distende per quello con un calzuola da murare che sia di fuoco. Questa intasa i buchi dello arricciato e fa una pelle pi unita per il muro. E poi ch' secca, si va dandole d'imprimatura o di mestica, e si lavora nel modo ordinario dell'olio, come abbiamo ragionato.

Intr., cap.23 Del dipingere a olio su le tele.
Gli uomini per potere portare le pitture di paese in paese, hanno trovato la comodit delle tele dipinte, come quelle che pesano poco et avvolte sono agevoli a trasportarsi. Queste a olio, perch'elle siano arrendevoli, se non hanno a stare ferme non s'ingessano, atteso che il gesso vi crepa su arrotolandole, per si fa una pasta di farina con olio di noce et in quello si metteno due o tre macinate di biacca, e quando le tele hanno auto tre o quattro mani di colla che sia dolce, ch'abbia passato da una banda a l'altra, con un coltello si d questa pasta, e tutti i buchi vengono con la mano dell'artefice a turarsi. Fatto ci, se li d una o due mani di colla dolce e da poi la mestica o imprimatura, et a dipignervi sopra si tiene il medesimo modo che agl'altri di sopra raconti.

Intr., cap.24 Del dipingere in pietra a olio, e che pietre siano bone.
E` cresciuto sempre lo animo ai nostri artefici pittori, faccendo che il colorito a olio, oltra lo averlo lavorato in muro, si possa volendo lavorare ancora su le pietre. Delle quali hanno trovato nella riviera di Genova quella spezie di lastre che noi dicemmo nella architettura che sono attissime a questo bisogno; perch, per esser serrate in s e per avere la grana gentile, pigliano il pulimento piano. In su queste hanno dipinto modernamente quasi infiniti e trovato il modo vero da potere lavorarvi sopra. Hanno provato poi le pietre pi fine, come mischi di marmo, serpentini e porfidi et altre simili che, sendo liscie e brunite, vi si attacca sopra il colore. Ma nel vero quando la pietra sia ruvida et arida, molto meglio inzuppa e piglia l'olio bollito et il colore dentro, come alcuni piperni gentili, i quali quando siano battuti col ferro e non arrenati con rena o sasso di tufi, si posso' spianare con la medesima mistura che dissi nello arricciato, con quella cazzuola di ferro infocata.
Percioch a tutte queste pietre non accade dar colla in principio, ma solo una mano d'imprimatura di colore a olio, ci  mestica; e secca che ella sia, si pu cominciare il lavoro a suo piacimento. E chi volesse fare una storia a olio su la pietra, pu torre di quelle lastre genovesi e farle fare quadre e fermarle nel muro con perni sopra una incrostatura di stucco, distendendo bene la mestica in su le commettiture, di maniera che e' venga a farsi per tutto un piano di che grandezza l'artefice ha bisogno. E questo  il vero modo di condurre tali opre a fine; e finite si pu a quelle fare ornamenti di pietre fini, di misti e d'altri marmi, le quali si rendono durabili in infinito, purch con diligenza siano lavorate; e possonsi e non si possono vernicare come altrui piace, perch la pietra non prosciuga, ci  non sorbisce quanto fa la tavola e la tela.

Intr., cap.25 Del dipingere nelle mura di chiaro e scuro di varie terrette, e come si contrafanno le cose di bronzo, e delle storie di terretta per archi o per feste, a colla, che  chiamato a guazzo, et a tempera.
Vogliono i pittori che il chiaro scuro sia una forma di pittura, che tragga pi a 'l disegno che a 'l colorito, che ci  stato cavato da le statue di marmo, contrafacendole, cos da le figure di bronzo et altre varie pietre. E questo hanno usato di fare nelle facciate de' palazzi e case in istorie, mostrando che quelle siano contrafatte e paino di marmo o di pietra con quelle storie intagliate, o veramente contrafacendo quelle sorti di specie di marmo e porfido e di pietra verde e granito rosso e bigio o bronzo o altre pietre, come per loro meglio si sono accommodati in pi spartimenti di questa maniera; la qual  oggi molto in uso per fare le facce delle case e de' palazzi, cos in Roma come per tutta Italia. Queste pitture si lavorano in due modi: prima in fresco, che  la vera, o in tele per archi o per feste, le quali fanno bellissimo vedere. Trattaremo prima de la specie e sorte del fare in fresco, poi diremo de l'altra. Di questa sorte, di terretta si fanno i campi con la terra da fare i vasi, mescolando quella con carbone macinato o altro nero per far l'ombre pi scure, e bianco di trevertino con pi scuri e pi chiari, e si lumeggiano col bianco schietto e con ultimo nero a ultimi scuri finite; vogliono avere tali specie fierezza, disegno, forza, vivacit e bella maniera et essere espresse con una gagliardezza che mostri arte e non stento, perch si hanno a vedere et a conoscere di lontano. E con queste ancora s'imitano le <figure> di bronzo, le quali col campo di terra gialla e rosso s'abozzano e con pi scuri di quello nero e rosso e giallo si sfondano, e con giallo schietto si fanno i mezzi e con giallo e bianco si lumeggiano. E di queste hanno i pittori le facciate e le storie di quelle con alcune statue tramezzate, che in questo genere hanno grandissima grazia. Quelle poi che si fanno per archi, comedie o feste, si lavorano che la tela sia data di terretta, cio di quella prima terra schietta da far vasi, temperata con colla, e bisogna che essa tela sia bagnata di dietro, mentre lo artefice la dipigne, a ci che con quel campo di terretta unisca meglio li scuri et i chiari della opera sua. E si costuma temperare i neri di quelle con un poco di tempera. E si adoperano biacche per bianco e minio per dar rilievo alle cose, che paiono di bronzo, e giallolino per lumeggiare sopra detto minio. E per i campi e per gli scuri le medesime terre gialle e rosse et i medesimi neri, che io dissi nel lavorare a fresco, i quali fanno mezzi et ombre. Ombrasi ancora con altri diversi colori altre sorti di chiari e scuri, come con terra d'ombra, alla quale si fa la terretta di verde terra, e gialla e bianco; similmente con terra nera, che  un'altra sorte di verde terra e nera, che lo chiamono verdaccio.

Intr., cap.26 De gli sgraffiti delle case, che reggono a l'acqua; quello che si adoperi a fargli e come si lavorino le grottesche nelle mura.
Hanno i pittori un'altra specie di pittura, ch' disegno e pittura insieme, e questo si domanda sgraffito e non serve ad altro che per ornamenti di facciate di case e palazzi, che pi brevemente si conducono con questa spezie e reggono alle acque sicuramente. Perch tutti i lineamenti, invece di essere disegnati con carbone o con altra materia simile, sono tratteggiati con un ferro dalla mano del pittore. Il che si fa in questa maniera: pigliano la calcina mescolata con la rena ordinariamente, e con la paglia abbruciata la tingono d'uno scuro che venga in un mezzo colore che trae in argentino, e verso lo scuro un poco pi che tinta di mezzo, e con questa intonicano la facciata. E fatto ci e pulita col bianco della calce di trevertino, la imbiancano tutta, et imbiancata ci spolverono su i cartoni, o vero disegnano quel che ci vogliono fare. E di poi agravando col ferro, vanno dintornando e tratteggiando la calce, la quale essendo sotto di corpo nero, mostra tutti i graffi del ferro come segni di disegno. E si suole ne' campi di quegli radere il bianco e poi avere una tinta d'acquerello scuretto molto acquidoso, e di quello dare per gli scuri, come si desse a una carta; il che di lontano fa un bellissimo vedere; ma il campo, se ci  grottesche o fogliami, si sbattimenta, cio ombreggia con quello acquarello. E questo  il lavoro, che per essere dal ferro graffiato, l'hanno chiamato i pittori sgraffito. Restaci ora ragionare de le grottesche che si fanno sul muro, quelle che vanno in campo bianco. Non ci essendo il campo di stucco, per non essere bianca la calce, si d loro per tutto sottilmente il campo di bianco; e fatto ci, si spolverano e si lavorano in fresco di colori sodi, perch non arebbono mai la grazia ch'hanno quelle che si lavorano su lo stucco.
Di questa spezie possono essere grottesche grosse e sottili, le quali vengono fatte nel medesimo modo che si lavorano le figure a fresco o in muro.

Intr., cap.27 Come si lavorino le grottesche su lo stucco.
Le grottesche sono una specie di pittura licenziosa e ridicola molto, fatte dagl'antichi per ornamenti di vani, dove in alcuni luoghi non stava bene altro che cose in aria; per il che facevano in quelle tutte sconciature di monstri per strattezza della natura e per gricciolo e ghiribizzo degli artefici, i quali fanno in quelle cose senza alcuna regola, apiccando a un sottilissimo filo un peso che non si pu reggere, a un cavallo le gambe di foglie, a un uomo le gambe di gru et infiniti sciarpelloni e passerotti; e chi pi stranamente se gli immaginava, quello era tenuto pi valente. Furono poi regolate, e per fregi e spartimenti fatto bellissimi andari; cos di stucchi mescolarono quelle con la pittura. E s inanzi and questa pratica, che in Roma et in ogni luogo dove i Romani risedevano, ve n' ancora conservato qualche vestigio. E nel vero che tocche d'oro et intagliate di stucchi, elle sono opera allegra e dilettevole a vedere. Queste si lavorano di quattro maniere: che l'una lavora lo stucco schietto, l'altra fa gli ornamenti soli di stucco e dipigne le storie ne' vani e le grottesche ne' fregi; la terza fa le figure parte lavorate di stucco e parte dipinte di bianco e nero, contrafacendo cammei et altre pietre. E di questa spezie grottesche e stucchi se n' visto e vede tante opere lavorate da' moderni, i quali con somma grazia e bellezza hanno adornato le fabbriche pi notabili di tutta la Italia, che gli antichi rimangono vinti di grande spazio. E la ultima lavora di acquerello in su lo stucco, campando il lume con esso et ombrandolo con diversi colori. Di tutte queste sorti, che si difendono assai da 'l tempo, se ne veggono delle antiche in infiniti luoghi a Roma et a Pozzuolo vicino a Napoli. Et ancora questa ultima sorte si pu benissimo lavorare con colori sodi a fresco, e si lascia lo stucco bianco per campo a tutte queste, che nel vero hanno in s bella grazia; e fra esse si mescolano paesi, che molto danno loro de lo allegro, cos ancora storiette di figure piccole colorite. E di questa sorte oggi in Italia ne sono molti maestri, che ne fanno professione et in esse sono eccellenti.

Intr., cap.28 Del modo del mettere d'oro a bolo et a mordente et altri modi.
Fu veramente bellissimo segreto et investigazione sofistica il trovar modo, che l'oro si battesse in fogli s sottilmente, che per ogni migliaio di pezzi battuti, grandi uno ottavo di braccio per ogni verso, bastasse fra lo artificio e l'oro il valore solo di sei scudi. Ma non fu punto meno ingegnosa cosa il trovar modo a poterlo talmente distendere sopra il gesso, che il legno od altro ascostovi sotto paresse tutto una massa d'oro. Il che si fa in questa maniera: ingessasi il legno con gesso sottilissimo, impastato con la colla pi tosto dolce che cruda, e vi si d sopra grosso pi mani, secondo che il legno  lavorato bene o male. Inoltre, con la chiara dello ovo schietta, sbattuta sottilmente con l'acqua dentrovi, si tempera il bolo armeno, macinato ad acqua sottilissimamente; e si fa il primo acquidoso o vogliamo dirlo liquido e chiaro e l'altro appresso pi corpulento. Poi si d con esso almanco tre volte sopra il lavoro, sino che e' lo pigli per tutto bene.
E bagnando di mano in mano con un pennello dove  dato il bolo, vi si mette su l'oro in foglia, il quale subito si appicca a quel molle. E quando egli  soppasso, non secco, si brunisce con una zanna di cane o di lupo, sinch e' diventi lustrante e bello. Dorasi ancora in un'altra maniera, che si chiama a mordente, che si adopera ad ogni sorte di cose, pietre, legni, tele, metalli d'ogni spezie, drappi e corami; e non si brunisce come quel primo. Questo mordente, che  la maestra che lo tiene, si fa di colori seccaticci a olio di varie sorti e di olio cotto con la vernice dentrovi, e dassi in su il legno che ha avuto prima due mani di colla. E poi che il mordente  dato cos, non mentre che egli  fresco, ma mezzo secco, vi si mette su l'oro in foglie. Il medesimo si pu fare ancora con l'orminiaco, quando s'ha fretta, atteso che mentre si d  buono; e questo serve pi a fare selle, arabeschi et altri ornamenti. E se ne macina ancora di questi fogli in una razza di vetro con un poco di mele e di gomma, che serve a' miniatori et a infiniti, che col pennello si dilettano fare proffili e sottilissimi lumi nelle pitture. E tutti questi sono bellissimi segreti, ma per la copia di essi non se ne tiene molto conto.

Intr., cap.29 De 'l musaico de' vetri, et a quello che si conosce il buono e lodato.
Essendo assai largamente detto di sopra nel VI cap<itolo> che cosa sia il musaico e come e' si faccia, continuandone qui quel tanto che  propio della pittura, diciamo che egli  maestria veramente grandissima condurre i suoi pezzi cotanto uniti, che egli apparisca di lontano per onorata pittura e bella. Atteso che in questa spezie di lavoro bisogna e pratica e giudizio grande, con una profondissima intelligenzia nella arte del disegno; perch chi offusca ne' disegni il musaico con la copia et abbondanza delle troppe figure nelle istorie, con le molte minuterie de' pezzi, le confonde. E per bisogna ch'il disegno de' cartoni che per esso si fanno sia aperto, largo, facile, chiaro e di bont e bella maniera continuato. E chi intende nel disegno la forza degli sbattimenti e del dare pochi lumi et assai scuri con fare in quegli certe piazze o campi, costui sopra di ogni altro lo far bello e bene ordinato. Vuole avere il musaico lodato chiarezza in s, con certa unita scurit verso l'ombre, e vuole essere fatto con grandissima discrezione, l'occhio lontano, a ci che lo stimi pittura e non tarsia commessa. Laonde i musaici, che aranno queste parti, saranno buoni e lodati da ciascheduno; e certo  che 'l musaico  la pi durabile pittura che sia.
Imper che l'altra col tempo si spegne, e questa nello stare fatto di continuo s'accende, et inoltre la pittura manca e si consuma per se medesima, ove il musaico, per la sua lunghissima vita, si pu quasi chiamare eterno. Per il che scorgiamo noi in esso non solo la perfezzione de' maestri vecchi, ma quella ancora degli antichi, mediante quelle opere che oggi si riconoscono della et loro.
Preparansi adunque i pezzi da farlo in questa maniera: quando le fornaci de' vetri sono disposte e le padelle piene di vetro, se li vanno dando i colori a ciascuna padella il suo; advertendo sempre che da un chiaro bianco, che ha corpo e non  trasparente, si conduchino i pi scuri di mano in mano, in quella stessa guisa che si fanno le mestiche de' colori per dipignere ordinariamente. Appresso, quando il vetro  cotto e bene stagionato, e le mestiche sono condotte e chiare e scure e d'ogni ragione, con certe cucchiaie lunghe di ferro si cava il vetro caldo e si mette in su uno marmo piano e sopra con uno altro pezzo di marmo si schiaccia pari, e se ne fanno rotelle, che venghino ugualmente piane e restino di grossezza la terza parte dell'altezza di un dito. Se ne fa poi con una bocca di cane di ferro pezzetti quadri tagliati, et altri col ferro caldo lo spezzano incrinandolo a loro modo. I medesimi pezzi diventano lunghi e con uno smeriglio li tagliano; il simile fanno di tutti i vetri che hanno di bisogno, e se n'empiono le scatole e si tengono ordinati, come si fa i colori quando si vuole lavorare a fresco, che in varii scodellini si tiene separatamente la mestica delle tinte pi chiare e pi scure per lavorare. E`cci un'altra specie di vetro, che si adopra per lo campo e per i lumi de' panni, che si mette d'oro; questo quando lo vogliano dorare, pigliono quelle piastre di vetro ch'hanno fatto e con acqua di gomma bagnano tutta la piastra del vetro e poi vi mettono sopra i pezzi d'oro.
Fatto ci, mettono la piastra su una pala di ferro e quella nella bocca della fornace, coperta prima con un vetro sottile tutta la piastra di vetro, che hanno messa d'oro, e fanno questi coperchi o di bocce o modo di fiaschi spezzati, di maniera che un pezzo cuopra tutta la piastra. E lo tengono tanto nel fuoco, che vien quasi rosso, et in un tratto cavandolo l'oro viene con una presa mirabile a imprimersi nel vetro e fermarsi, e regge alle acque et a ogni tempesta; poi questo si taglia et ordina come l'altro di sopra. E per fermarlo nel muro usano di fare il cartone colorito, alcuni altri senza colore; il quale cartone calcano o segnano a pezzo a pezzo in su lo stucco, e di poi vanno commettendo appoco appoco quanto vogliono fare nel musaico. Questo stucco per esser posto grosso in su la opera gli aspetta duoi d e quattro secondo la qualit del tempo; e fassi di trevertino, di calce e mattone pesto, draganti e chiara di uovo, il quale tengono molle continuo con pezze bagnate; cos pezzo per pezzo tagliano i cartoni nel muro e lo disegnano su lo stucco calcandolo, finch poi con certe mollette si pigliano i pezzetti degli smalti e si commettono nello stucco, e si lumeggiano i lumi, e dassi mezzi a' mezzi e scuri a gli scuri, contrafacendo l'ombre, i lumi et i mezzi minutamente come nel cartone; e cos lavorando con diligenzia si conduce appoco appoco a la perfezzione. E chi pi lo conduce unito s che e' torni pulito e piano, colui  pi degno di loda e tenuto da pi degli altri. Imper sono alcuni tanto diligenti al musaico, che lo conducono di maniera che egli apparisce pittura a fresco. Questo fatto la presa indura talmente il vetro nello stucco che dura in infinito; come ne fanno fede i musaici antichi, che sono in Roma, e quelli che sono vecchi; et anco nell'una e nell'altra parte i moderni a i d nostri n'hanno fatto del maraviglioso.

Intr., cap.30 De le istorie e de le figure, che si fanno di commesso ne' pavimenti, ad imitazione delle cose di chiaro e scuro.
Hanno aggiunto i nostri moderni maestri al musaico di pezzi piccioli un'altra specie di musaici di marmi commessi, che contrafanno le storie dipinte di chiaro scuro. E questo ha causato il desiderio ardentissimo di volere che e' resti nel mondo a chi verr dopo, se pure si spegnessero le altre spezie della pittura, un lume che tenga accesa la memoria de' pittori moderni; e cos hanno contrafatto con mirabile magisterio storie grandissime, che non solo se ne potrebbe mettere ne' pavimenti dove si camina, ma incrostarne ancora le facce delle muraglie e di palazzi, con arte tanto bella e maravigliosa, che pericolo non sarebbe che 'l tempo consumasse il disegno di coloro, che sono rari in questa professione. Come si pu vedere nel Duomo di Siena, cominciato prima da Duccio Sanese e poi da Domenico Beccafumi a' d nostri e seguito et augumentato. Questa arte ha tanto del buono, del nuovo e del durabile, che per pittura commessa di bianco e nero poco pi si puote desiderare di bont e di bellezza. il componimento suo si fa di tre sorte marmi, che vengono de' monti di Carrara, l'uno de' quali  bianco finissimo e candido, l'altro non  bianco, ma pende in livido, che fa mezzo a quel bianco et il terzo  un marmo bigio di tinta che trae in argentino, che serve per iscuro. Di questi volendo fare una figura, se ne fa un cartone di chiaro e scuro con le medesime tinte; e ci fatto per i dintorni di que' mezzi e scuri e chiari a' luoghi loro si commette nel mezzo con diligenzia il lume di quel marmo candido, e cos i mezzi e gli scuri allato a que' mezzi secondo i dintorni stessi che nel cartone ha fatto l'artefice. E quando ci hanno commesso insieme e spianato di sopra tutti i pezzi de' marmi, cos chiari come scuri e come mezzi, piglia lo artefice, che ha fatto il cartone, un pennello di nero temperato, quando tutta l'opra  insieme commessa in terra, e tutta sul marmo la tratteggia e proffila dove sono gli scuri, a guisa che si contorna, tratteggia e proffila con la penna una carta che avesse disegnata di chiaro o scuro. Fatto ci, lo scultore viene incavando coi ferri tutti quei tratti e proffili che il pittore ha fatti, e tutta l'opra incava dovunque ha disegnato di nero il pennello. Finito questo, si murano nei piani a pezzi a pezzi, e finito, con una mistura di pegola nera bollita o asfalto e nero di terra, si riempiono tutti gli incavi che ha fatti lo scarpello; e poi che la materia  fredda et ha fatto presa, con pezzi di tufo vanno levando e consumando ci che sopra avanza; e con rena, mattoni et acqua si va arrotando e spianando, tanto che il tutto resti ad un piano, ci  il marmo stesso et il ripieno. Il che fatto, resta l'opera in una maniera, che ella pare veramente pittura in piano, et ha in s grandissima forza con arte e con maestria. Laonde  ella molto venuta in uso per la sua bellezza, et ha causato ancora che molti pavimenti di stanze oggi si fanno di mattoni, che siano una parte di terra bianca, ci  di quella che trae in azzurrino quando ella  fresca, e cotta diventa bianca; e l'altra della ordinaria da fare mattoni, che viene rossa quando ella  cotta. Di queste due sorti si sono fatti pavimenti commessi di varie maniere a spartimenti, come ne fanno fede le sale papali a Roma al tempo di Raffaello da Urbino, et ora ultimamente molte stanze in Castello Santo Agnolo, dove si sono con i medesimi mattoni fatte imprese di gigli, commessi di pezzi che di mostrano l'arme di Papa Paulo e molte altre imprese, con tanta diligenzia commisse, che pi di bello non si pu desiderare in tale magisterio. E di tutte queste cose commesse fu cagione il primo musaico.

Intr., cap.31 Del musaico di legname, ci  de le tarsie, e de le istorie che si fanno di legni tinti e commessi a guisa di pitture.
Quanto sia facil cosa lo aggiugnere alle invenzioni de' passati qualche nuovo trovato sempre, assai chiaro ce lo dimostra non solo il predetto commesso de' pavimenti, che senza dubbio viene da 'l musaico, ma le stesse tarsie ancora e le figure di tante varie cose, che a similitudine pur del musaico e della pittura, sono state fatte da' nostri vecchi di piccoli pezzetti di legno commessi et uniti insieme nelle tavole del noce e colorati diversamente; il che i moderni chiamano lavoro di commesso, bench a' vecchi fosse tarsia.
Le miglior cose che in questa spezie gi si facessero, furono in Firenze ne' tempi di Filippo di Ser Brunellesco e poi di Benedetto da Maiano. Il quale nientedimanco giudicandole cosa disutile, si lev in tutto da quelle, come nella vita sua si dir. Costui come gli altri passati le lavor solamente di nero e di bianco; ma fra' Giovanni Veronese, che in esse fece gran frutto, largamente le miglior, dando varii colori a' legni con acque e tinte bollite e con olii penetrativi, per avere di legname i chiari e gli scuri, variati diversamente, come nella arte della pittura, e lumeggiando con bianchissimo legno di silio sottilmente le cose sue. Questo lavoro ebbe origine primieramente nelle prospettive, perch quelle avevano termine di canti vivi, che commettendo insieme i pezzi facevano il profilo e pareva tutto d'un pezzo il piano de l'opera loro, se bene e' fosse stato di pi di mille.
Lavorarono per di questo gli antichi ancora nelle incrostature delle pietre fini, come apertamente si vede nel portico di San Pietro, dove  una gabbia con uno uccello in un campo di porfido e d'altre pietre diverse, commesse in quello con tutto il resto degli staggi e delle altre cose.
Ma per essere il legno pi facile e molto pi dolce a questo lavoro, hanno potuto i maestri nostri lavorarne pi abbondantemente et in quel modo che hanno voluto. Usarono gi per far l'ombre abbronzarle co 'l fuoco da una banda, il che bene imitava l'ombra; ma gli altri hanno usato di poi olio di zolfo et acque di solimati, e di arsenichi, con le quali cose hanno dato quelle tinture che eglino stessi hanno voluto; come si vede ne l'opre di fra' Damiano in San Domenico di Bologna. E perch tale professione consiste solo ne' disegni che siano atti a tale esercizio, pieni di casamenti e di cose ch'abbino i lineamenti quadrati, e si possa per via di chiari e di scuri dare loro forza e rilievo, hannolo fatto sempre persone che hanno auto pi pazienzia che disegno. E cos s' causato che molte opere vi si sono fatte, e si sono in questa professione lavorate storie di figure, frutti et animali, che invero alcune cose sono vivissime; ma per essere cosa che tosto diventa nera e non contraf se non la pittura, sendo da meno di quella e poco durabile per i tarli e per il fuoco,  tenuto tempo buttato invano, ancora che e' sia pure e lodevole e maestrevole.

Intr., cap.32 De 'l dipignere le finestre di vetro e come elle si conduchino co' piombi e co' ferri da sostenerle senza impedimento delle figure.
Costumarono gi gli antichi, ma per gli uomini grandi o almeno di qualche importanza, di serrare le finestre in modo che senza impedire il lume non vi entrassero i venti o il freddo; e questo solamente ne' bagni loro, ne' sudatoi, nelle stufe e negli altri luoghi riposti, chiudendo le aperture o vani di quelle con alcune pietre trasparenti, come sono le agate, gli alabastri et alcuni marmi teneri, che sono mischi o che traggono a 'l gialliccio. Ma i moderni, che in molto maggior copia hanno avuto le fornaci de' vetri, hanno fatto le finestre di vetro, di occhi e di piastre, a similitudine od imitazione di quelle che gli antichi fecero di pietra. E con i piombi accanalati da ogni banda, le hanno insieme serrate e ferme; et ad alcuni ferri messi nelle muraglie a questo proposito o veramente ne' telai di legno, le hanno armate e ferrate come diremo. E dove elle si facevano nel principio semplicemente di occhi bianchi e con angoli bianchi o pur colorati, hanno poi imaginato gli artefici fare un musaico de le figure di questi vetri, diversamente colorati e commessi ad uso di pittura. E talmente si  assottigliato lo ingegno in ci, che e' si vede oggi condotta questa arte delle finestre di vetro a quella perfezzione che nelle tavole si conducono le belle pitture, unite di colori e pulitamente dipinte; s come nella vita di Guglielmo da Marzilla franzese, largamente dimostrerremmo. Di questa arte hanno lavorato meglio i Fiaminghi et i Franzesi che l'altre nazioni; atteso che eglino, come investigatori delle cose del fuoco e de' colori, hanno ridotto a cuocere a fuoco i colori che si pongono in su 'l vetro, a cagione che il vento, l'aria e la pioggia non le offenda in maniera alcuna. Dove gi costumavano dipigner quelle di colori velati con gomme et altre tempere, che co 'l tempo le faceva fuggire il tempo, et i venti, le nebbie e l'acque se le portavano di maniera che altro non vi restava che il semplice colore del vetro.
Ma nella et presente veggiamo noi condotta questa arte a quel sommo grado, oltra il quale non si pu appena desiderare perfezzione alcuna di finezza, di bellezza e di ogni particularit che a questo possa servire; con una delicata e somma vaghezza, non meno salutifera per assicurare le stanze da' venti e da le arie cattive, che utile e comoda per la luce chiara e spedita che per quella ci si appresenta. Vero  che per condurle che elle siano tali, bisognano primieramente tre cose: ci  una luminosa trasparenza ne' vetri scelti, un bellissimo componimento di ci che vi si lavora et un colorito aperto senza alcuna confusione. La trasparenza consiste nel saper fare elezzione di vetri, che siano lucidi per se stessi. Et in ci meglio sono i franzesi o fiaminghi che e' si siano che i veniziani: perch i fiaminghi sono molto chiari et i veniziani molto carichi di colore. E quegli che son chiari, adombrandoli di scuro non perdono il lume del tutto, tale che e' non traspaino nelle ombre loro. Ma i veniziani, essendo di loro natura scuri et oscurandoli di pi con l'ombre, perdono in tutto la trasparenza. Et ancora che molti si dilettino di avergli carichi di colori, artifiziatamente soprapostivi, che sbattuti da l'aria e da' sole mostrano non so che di bello, pi che non fanno i colori naturali, meglio  nondimeno avere i vetri di loro natura chiari che scuri a ci che da la grossezza del colore non rimanghino offuscati.
A condurre questa opera bisogna avere un cartone disegnato con proffili, dove siano i contorni delle pieghe de' panni e delle figure, i quali dimostrino dove si hanno a commettere i vetri. Di poi si pigliano i pezzi de' vetri, rossi, gialli, azzurri e bianchi e si scompartiscono secondo il disegno per panni o per carnagioni, come ricerca il bisogno.
E per ridurre ciascuna piastra di essi vetri a le misure disegnate sopra il cartone si segnano detti pezzi in dette piastre, posate sopra il detto cartone, con un pennello di biacca; et a ciascuno pezzo si assegna il suo numero, per ritrovargli pi facilmente nel commettergli, i quali numeri finita l'opera si scancellano. Fatto questo, per tagliarli a misura, si piglia un ferro appuntato affocato, con la punta del quale, avendo prima con una punta di smeriglio intaccata alquanto la prima superficie dove si vuole cominciare e con un poco di sputo bagnatovi, si va con esso ferro lungo que' dintorni, ma alquanto discosto. Et a poco a poco, movendo il predetto ferro, il vetro si inclina e si spicca da la piastra. Di poi con una punta di smeriglio si va rinettando detti pezzi e levandone il superfluo; e con un ferro, che e' chiamano grisatoio o vero topo, si vanno rodendo i dintorni disegnati, tale ch'e' venghino giusti da potergli commettere per tutto. Cos dunque commessi i pezzi di vetro, in su una tavola piana si distendono sopra il cartone, e si comincia a dipignere per i panni l'ombra di quegli, la quale vuol essere di scaglia di ferro macinata e d'un'altra ruggine ch'alle cave dil ferro si trova, la quale  rossa, e con questa si ombrano le carni, cangiando quelle co 'l nero e rosso secondo che fa bisogno. Ma prima  necessario alle carni velare con quel rosso tutti i vetri e con quel nero fare il medesimo a' panni con temperarli con la gomma a poco a poco dipignendoli et ombrandoli come sta il cartone. Et appresso, dipinti che e' sono, volendoli dare lumi fieri si ha un pennello di setole corto e sottile, e con quello si graffiano i vetri in su il lume, e levasi di quel panno che aveva dato per tutto il primo colore, e con l'asticciola del pennello si va lumeggiando i capegli e le barbe et i panni et i casamenti e paesi come tu vuoi. Sono per in questa opera molte difficult, e chi se ne diletta pu mettere varii colori sul vetro perch, segnando su un colore rosso un fogliame o cosa minuta, volendo che a fuoco venga colorito d'altro colore, si pu squagliare quel vetro quanto tiene il fogliame, con la punta d'un ferro, che levi la prima scaglia dil vetro ci  il primo suolo e non la passi, perch faccendo cos rimane il vetro di color bianco, e se gli d poi quel rosso fatto di pi misture, che nel cuocere, mediante lo scorrere, diventa giallo. E questo si pu fare su tutti i colori, ma il giallo meglio riesce sul bianco che in altri colori, su lo azzurro a campirlo divien verde nel cuocerlo, perch il giallo e lo azzurro mescolati fanno color verde. Questo giallo non si d mai se non dietro, dove non  dipinto, perch mescolandosi, scorrendo guastarebbe e si mescolarebbe con quello il quale cotto rimane sopra grosso il rosso, che raschiato via con un ferro, vi lascia giallo. Dipinti che sono i vetri, vogliono esser messi in una teghia di ferro con un suolo di cennere stacciata e calcina cotta mescolata; et a suolo a suolo i vetri parimente distesi e ricoperti dalla cenere istessa, poi posti nel fornello, il quale a fuoco lento a poco a poco riscaldato, venga a infocarsi la cennere et i vetri, perch i colori, che vi sono su infocati, irrugginiscono e scorrono e fanno la presa sul vetro. Et a questo cuocere bisogna usare grandissima diligenza, perch il troppo fuoco violento li farebbe crepare, et il poco non li cocerebbe. N si debbono cavare finch la padella o tegghia dove e' sono non si vede tutta di fuoco e la cennere con alcuni saggi sopra che si vegga quando il colore  scorso.
Fatto ci, si buttano i piombi in certe forme di pietra o di ferro, i quali hanno due canali, ci  da ogni lato uno, dentro al quale si commette e serra il vetro. E si piallano e dirizzano e poi su una tavola si conficcano, et a pezzo per pezzo s'impiomba tutta l'opera in pi quadri e si saldano tutte le commettiture de' piombi con saldatoi di stagno; et in alcune traverse, dove vanno i ferri, si mette fili di rame impiombati, acci ch'e' possino reggere e legare l'opra; la quale s'arma di ferri, che non siano al dritto delle figure, ma torti secondo le commettiture di quelle, a cagione che e' non impedischino il vederle. Questi si mettono con inchiovature ne' ferri che reggono il tutto.
E non si fanno quadri, ma tondi acci impedischino manco la vista. E da la banda di fuori si mettono alle fenestre e ne' buchi delle pietre s'impiombano, e con fili di rame, che nei piombi delle fenestre saldati siano a fuoco, si legano fortemente. E perch i fanciulli o altri impedimenti non le guastino, vi si mette dietro una rete di filo di rame sottile. Le quali opre, se non fossero in materia troppo frangibile, durerebbono al mondo infinito tempo. Ma per questo non resta che l'arte non sia difficile, artificiosa e bellissima.

Intr., cap.33 Del niello e come per quello abiamo le stampe di rame; e come si intaglino gl'argenti per fare gli smalti di basso rilievo, e similmente si ceselino le grosserie.
Il niello, il quale non  altro che un disegno tratteggiato e dipinto su lo argento, come si dipigne e tratteggia sottilmente con la penna, fu trovato da gli orefici fino al tempo degli antichi, essendosi veduti cavi co' ferri ripieni di mistura negli ori et argenti loro.
Questo si disegna con lo stile su lo argento, che sia piano, e si intaglia col bulino, ch' un ferro quadro tagliato a unghia da l'uno degli angoli a l'altro per isbieco, che cos calando verso uno de' canti, lo fa pi acuto e tagliente da due lati e la punta di esso scorre e sottilissimamente intaglia. Con questo si fanno tutte le cose, che sono intagliate ne' metalli, per riempierle o per lasciarle vote, secondo la volont dello artefice. Quando hanno dunque intagliato e finito co 'l bulino pigliano argento e piombo e fanno di esso al fuoco una cosa, ch'incorporata insieme  nera di colore e frangibile molto e sottilissima a scorrere.
Questa si pesta e si pone sopra la piastra dello argento dov' l'intaglio, il qual  necessario che sia bene pulito et accostatolo a fuoco di legne verdi, soffiando co' mantici, si fa che i raggi di quello percuotino dove  il niello. Il quale per la virt del calore fondendosi e scorrendo, riempie tutti gli intagli, che aveva fatti il bulino. Appresso, quando l'argento  raffreddo, si va diligentemente co' raschiatoi levando il superfluo e con la pomice appoco appoco si consuma, fregandolo e con le mani e con un cuoio tanto che e' si truovi il vero piano e che il tutto resti pulito. Di questo lavor mirabilissimamente Maso Finiguerra fiorentino, il quale fu raro in questa professione, come ne fanno fede alcune paci di niello in San Giovanni di Fiorenza, che sono tenute mirabili. Da questo intaglio di bulino son derivate le stampe di rame onde tante carte et italiane e tedesche veggiamo oggi per tutta Italia; che s come negli argenti s'improntava, anzi che fussero ripieni di niello, di terra, e si buttava di zolfo, cos gli stampatori trovarono il modo del fare le carte su le stampe di rame col torculo, come oggi abbiam veduto da essi imprimersi.
E`cci un'altra sorte di lavori in argento o in oro, comunemente chiamata smalto, che  spezie di pittura mescolata con la scultura; e serve dove si mettono l'acque, s che gli smalti restino in fondo. Questa dovendosi lavorare in su l'oro, ha bisogno di oro finissimo, et in su lo argento, argento almeno a lega di giulii. Et  necessario questo modo, perch lo smalto ci possa restare e non iscorrere altrove che nel suo luogo: bisogna lasciarli i proffili d'argento, che di sopra sian sottili e non si vegghino. Cos si fa un rilievo piatto et in contrario a l'altro; acci che, mettendovi gli smalti, pigli gli scuri e chiari di quello da l'altezza e da la bassezza dello intaglio. Pigliasi poi smalti di vetri di varii colori, che diligentemente si fermino co 'l martello e si tengono negli scodellini con acqua chiarissima, separati e distinti l'uno da l'altro. E nota che quegli che si adoperano a l'oro sono differenti da quegli che servono per l'argento, e si conducono in questa maniera: con una sottilissima palettina di argento si pigliano separatamente gli smalti e con pulita pulitezza si distendono a' luoghi loro; e vi se ne mette e rimette sopra, secondo che ragnano, tutta quella quantit, che fa di mestiero. Fatto questo, si prepara una pignatta di terra, fatta a posta, che per tutto sia piena di buchi et abbia una bocca dinanzi; e vi si mette dentro la mufola, cio un coperchietto di terra bucato, che non lasci cadere i carboni a basso; e da la mufola in su si empie di carboni di cerro e si accende ordinariamente. Nel voto che  restato sotto il predetto coperchio, in su una sottilissima piastra di ferro, si mette la cosa smaltata a sentire il caldo a poco a poco, e vi si tiene tanto che fondendosi gli smalti, scorrino per tutto quasi come acqua. Il che fatto, si lascia rafreddare; e poi con una frassinella, ch' una pietra da dare filo ai ferri, con rena da bicchieri si sfrega, e con acqua chiara, finch si truovi il suo piano; e quando  finito di levare il tutto, si rimette nel fuoco medesimo, che il lustro nello scorrere l'altra volta gli d per tutto.
Fassene d'un'altra sorte a mano, che si pulisce con gesso di Tripoli e con un pezzo di cuoio, del quale non accade fare menzione; ma di questo l'ho fatto, perch, essendo opra di pittura, come le altre, m' paruto a proposito.

Intr., cap.34 Della tausia, cio lavoro a la damaschina.
Hanno ancora i moderni ad imitazione degli antichi rinvenuto una spezie di commettere ne' metalli intagliati d'argento o d'oro, faccendo in essi lavori piani o di mezzo o di basso rilievo; et in ci grandemente gli hanno avanzati. E cos abbiamo veduto nello acciaio l'opere intagliate a la tausia altrimenti detta a la damaschina, per lavorarsi di ci in Damasco e per tutto il Levante eccellentemente. Laonde veggiamo oggi di molti bronzi et ottoni e rami, commessi di argento et oro con arabeschi, venuti di tali paesi; e negli antichi abbiamo veduto anelli d'acciaio con mezze figure suvi e fogliami. E di questa spezie di lavoro se ne sono fatte a' d nostri armadure da combattere lavorate tutte d'arabeschi d'oro commessi e similmente staffe, arcioni di selle e mazze ferrate; et ora molto si costumano i fornimenti delle spade, de' pugnali, de' coltelli e d'ogni ferro che si voglia riccamente ornare e guernire; e si fa cos: cavasi il ferro in sotto squadra e per forza di martello si commette l'oro in quello, fattovi prima sotto una tagliatura a guisa di lima sottile, s che l'oro viene a entrare ne' cavi di quella et a fermarvisi.
Poi con ferri si dintorna o con garbi di foglie o con girare di quel che si vuole; e tutte le cose co' fili d'oro passati per filiera si girano per il ferro e col martello s'amaccano e fermano nel modo di sopra. Advertiscasi nientedimeno che i fili siano pi grossi et i proffili pi sottili, a ci si fermino meglio in quegli. In questa professione infiniti ingegni hanno fatto cose lodevoli e tenute maravigliose: e per non ho voluto mancare di farne ricordo, dependendo da 'l commettersi et essendo scultura e pittura, ci  cosa che deriva da 'l disegno.

Intr., cap.35 De le stampe di legno e de 'l modo di farle e del primo inventor loro e come con tre stampe si fanno le carte, che paiono disegnate e mostrano il lume, il mezzo e l'ombre.
Il primo inventore delle stampe di legno di tre pezzi, per mostrare, oltra il disegno, l'ombre, i mezzi et i lumi ancora, fu Ugo da Carpi, il quale ad imitazione delle stampe di rame ritrov il modo di queste, intagliandole in legname di pero o di bossolo, che in questo sono eccellenti sopra tutti gli altri legnami. Fecele dunque di tre pezzi, ponendo nella prima tutte le cose proffilate e tratteggiate, nella seconda tutto quello che  tinto a canto al proffilo con lo acquerello per ombra, e nella terza i lumi et il campo, lasciando il bianco della carta invece di lume e tingendo il resto per campo. Questa, dove  il lume et il campo, si fa in questo modo: pigliasi una carta stampata con la prima dove sono tutte le proffilature et i tratti, e cos fresca fresca si pone in su l'asse del pero, et agravandola sopra con altri fogli che non siano umidi, si strofina, in maniera che quella ch' fresca lascia su l'asse la tinta di tutti i proffili delle figure. Et allora il pittore piglia la biacca a gomma e d in su 'l pero i lumi; i quali dati, lo intagliatore gli incava tutti co' ferri secondo che sono segnati. E questa  la stampa, che primieramente si adopera perch ella fa i lumi et il campo, quando ella  imbrattata di colore ad olio; e per mezzo della tinta, lascia per tutto il colore, salvo che dove ella  incavata, che ivi resta la carta bianca. La seconda poi  quella delle ombre, che  tutta piana e tutta tinta di acquerello, eccetto che dove le ombre non hanno ad essere, che quivi  incavato il legno. E la terza, che  la prima a formarsi,  quella dove il proffilato del tutto  incavato per tutto, salvo che dove e' non ha i proffili tocchi dal nero della penna. Queste si stampano al torculo, e vi si rimettono sotto tre volte, ci  una volta per ciascuna stampa, s che elle abbino il medesimo riscontro. E certamente che ci fu bellissima invenzione.
Tutte queste professioni et arti ingegnose si vede che derivano dal diseguo, il quale  capo necessario di tutte, e non l'avendo non si ha nulla. Perch se bene tutti i segreti et i modi sono buoni, quello  ottimo per lo quale ogni cosa perduta si ritrova, et ogni difficil cosa per esso diventa facile, come potrete vedere nel leggere le vite degl'artefici; i quali dalla natura e dallo studio aiutati, hanno fatto cose sopra umane per il mezzo solo del disegno.
E cos faccendo qui fine alla introduzzione delle tre arti, troppo pi lungamente forse trattate che nel principio non mi pensai, me ne passo a scrivere le Vite.

I.Proemio Io non dubito punto che non sia quasi di tutti gli scrittori commune e certissima opinione che la scultura insieme con la pittura fussero naturalmente da i populi dello Egitto primieramente trovate, e ch'alcun'altri non siano che attribuischino a' Caldei le prime bozze de' marmi et i primi rilievi delle statue, come danno anco a' Greci la invenzione del pennello e del colorire. Ma io dir bene che l'essere dell'una e dell'altra arte et il disegno, che  il fondamento di quelle, anzi l'istessa anima che concepe e nutrisce in se medesima tutti i parti degli intelletti, fusse perfettissimo in su l'origine di tutte l'altre cose, quando l'altissimo Dio, fatto il gran corpo del mondo et ornato il cielo de' suoi chiarissimi lumi, discese con l'intelletto pi gi nella limpidezza dell'aere e nella solidit della terra e, formando l'uomo, scoperse con la vaga invenzione delle cose la prima forma della scoltura e della pittura; dal quale uomo a mano a mano poi (ch non si de' dire il contrario) come da vero esemplare fur cavate le statue e le scolture e la difficult dell'attitudini e de i contorni, e per le prime pitture (qual che elle si fussero) la morbidezza, l'unione e la discordante concordia che fanno i lumi con l'ombre. Cos dunque il primo modello, onde usc la prima imagine dell'uomo, fu una massa di terra, e non senza cagione; percioch il divino architetto del tempo e della natura, come perfettissimo, volse mostrare nella imperfezzione della materia la via del levare e dell'aggiugnere nel medesimo modo che sogliono fare i buoni scultori e pittori, i quali ne' lor modelli aggiungendo e levando, riducono le imperfette bozze a quel fine e perfezzione ch'e' vogliono. Diedegli colore vivacissimo di carne, dove s' tratto nelle pitture poi da le miniere della terra gli istessi colori, per contraffare tutte le cose che accaggiono nelle pitture. Bene  vero che e' non si pu affermare per certo quello che ad imitazione di cos bella opera si facessino gli uomini avanti al diluvio in queste arti, avvegna che verisimilmente paia da credere che essi ancora e scolpissero e dipignessero d'ogni maniera; poi che Belo, figliuolo del superbo Nebrot, circa CC anni dopo la inondazione generale fece fare la statua donde nacque poi la idolatria; e la famosissima nuora sua Semiramis, Regina di Babillonia, nella edificazione di quella citt pose tra gli ornamenti di quella, non solamente variate e diverse spezie di animali ritratti e coloriti di naturale, ma e la imagine di se stessa e di Nino suo marito, e le statue ancora di bronzo del suocero e della suocera e della antisuocera sua, come racconta Diodoro, chiamandole co' nomi de' Greci, che ancora non erano, Giove, Giunone et Ope. Da le quali statue appresero per avventura i Caldei a fare le imagini de' loro dii; poi che 50 anni dopo, Rachel nel fuggire di Mesopotamia insieme con Jacob suo marito, fur gli idoli di Laban suo padre, come apertamente racconta il Genesi.
N furono per soli i Caldei a fare sculture e pitture, ma le fecero ancora gli Egizzii, esercitandosi in queste arti con tanto studio, quanto mostra il sepolcro maraviglioso dello antichissimo Re Simandio, largamente descritto da Diodoro, e quanto arguisce il severo comandamento fatto da Mos nello uscire de lo Egitto, cio che sotto pena della morte non si facessero a Dio imagini alcune. Costui nello scendere di su 'l monte, avendo trovato fabricato il vitello dello oro et adorato solennemente dalle sue genti, turbatosi gravemente di vedere concessi i divini onori alla imagine d'una bestia, non solamente lo ruppe e redusse in polvere, ma per punizione di cotanto errore, fece uccidere da' Leviti molte migliaia degli scelerati figliuoli di Israel, che avevano commessa quella idolatria. Ma perch non il lavorare le statue, ma lo adorarle era peccato sceleratissimo, e si legge nello Esodo che l'arte del disegno e delle statue, non solamente di marmo, ma di tutte le sorte di metallo, fu donata per bocca di Dio a Beseleel della trib di Iuda e ad Oliab della trib di Dan, che furono que' che fecero i due cherubini d'oro et il candelliere e 'l velo e le fimbrie delle veste sacerdotali e tante altre bellissime cose di getto nel tabernacolo, non per altro che per indurvi le genti a contemplarle et adorarle.
Da le cose dunque vedute inanzi al diluvio, la superbia degli uomini trov il modo di fare le statue di coloro che al mondo volsero che restassero per fama immortali. Et i Greci, che diversamente ragionano di questa origine, dicono che gli Etiopi trovarono le prime statue, secondo Diodoro, e gli Egizzii le presono da loro, e da questi i Greci, poich insino a' tempi di Omero si vede essere stato perfetta la scultura e la pittura, come fa fede lo scudo d'Acchille da quel divino poeta con tutta l'arte pi tosto sculpito e dipinto che scritto. Lattanzio Firmiano favoleggiando le concede a Prometeo, il quale a similitudine del grande Dio form l'immagine umana di loro; e da lui l'arte delle statue afferma essere venuta. Ma, secondo che scrive Plinio, questa arte venne in Egitto da Gige lidio, il quale, essendo al fuoco e l'ombra di se medesimo riguardando, subito con un carbone in mano contorn se stesso nel muro; e da quella et per un tempo le sole linee si costum mettere in opera senza corpi di colore, s come afferma il medesimo Plinio; la qual cosa da Filocle egizzio con pi fatica e similmente da Cleante et Ardice corinzio e da Telefane sicionio fo ritrovata. Cleofante corinzio fu il primo appresso de' Greci che colori, et Apolodoro il primo che ritrovasse il pennello. Segu Polignoto tasio, Zeusi e Timagora calcidese, Pithio et Aglaufo tutti celebratissimi, e dopo questi il famosissimo Apelle, da Alessandro Magno tanto per quella virt stimato et onorato, ingegnosissimo investigatore della calumnia e del favore; come ci dimostra Luciano, e come sempre fur quasi tutti e' pittori e gli scultori eccellenti, dotati dal cielo il pi delle volte, non solo dell'ornamento della poesia, come si legge di Pacuvio, ma della filosofia ancora, come si vide in Metrodoro, perito tanto in filosofia quanto in pittura, mandato da gli Ateniesi a Paulo Emilio per ornar il trionfo, che ne rimase a leggere filosofia a' suoi figliuoli.
Furono adunque grandemente in Grecia esercitate le sculture, nelle quali si trovarono molti artefici eccellenti, e tra gli altri Fidia ateniese, Prasitele e Policleto grandissimi maestri; cos Lisippo e Pirgotele in intaglio di cavo valsero assai; e Pigmaleone in avorio di rilievo, di cui si favoleggia, che a' preghi suoi impetr fiato e spirito alla figura della vergine ch'ei fece. La pittura similmente onorarono e con premii gli antichi Greci e Romani; grandi a coloro che la fecero maravigliosa apparire, lo dimostrarono col donare loro citt e dignit grandissime.
Fior talmente quest'arte in Roma, che Fabio diede nome al suo casato sottoscrivendosi nelle cose da lui s vagamente dipinte nel tempio della Salute, e chiamandosi Fabio Pittore. Fu proibito per decreto publico che le persone serve tal arte non facessero per le citt, e tanto onore fecero le gente del continuo all'arte et agli artefici, che l'opere rare nelle spoglie de' trionfi, come cose miracolose, a Roma si mandavono, e gli artefici egregi erono fatti di servi liberi e riconosciuti con onorati premii dalle republiche. Gli stessi Romani tanta reverenzia a tale arti portarono, che oltre il rispetto che nel guastare la citt di Siragusa volle Marcello che s'avesse a uno artefice famoso di queste, nel volere pigliare la citt predetta ebbero riguardo di non mettere il fuoco a quella parte dove era una bellissima tavola dipinta, la quale fu di poi portata a Roma nel trionfo con molta pompa. Dove in spazio di tempo, avendo quasi spogliato il mondo, ridussero gli artefici stessi e le egregie opere loro, delle quali Roma poi si fece s bella, che invero le diedero grande ornamento le statue pellegrine pi che le domestiche e particulari, che si sa che in Rodi, citt d'isola non molto grande, furono pi di tre mila statue <a>no<ve>rate fra di bronzo e di marmo. N manco ne ebbero gli Ateniesi, ma molto pi que' di Olimpia e di Delfo e senza alcun numero que' di Corinto, e furono tutte bellissime e di grandissimo prezzo.
Non si sa egli che Nicomede Re di Licia, per l'ingordigia di una Venere, che era di mano di Prasitele, vi consum quasi tutte le ricchezze de' popoli? Non fece il medesimo Attalo, che per avere la tavola di Bacco dipinta da Aristide, non si cur di spendervi dentro pi di sei mila sesterzii? La qual tavola da Lucio Mummio fu posta, per ornarne pur Roma, nel tempio di Cerere con grandissima pompa.
Ma con tutto che la nobilt di questa arte fusse cos in pregio, e' non si sa per ancora per certo chi le desse il primo principio. Perch, come gi si  di sopra ragionato, ella si vede antichissima ne' Caldei, certi la danno alli Etiopi et i Greci a se medesimi l'attribuiscono, e puossi non senza ragione pensare che ella sia forse pi antica appresso a' Toscani, come testifica el nostro Lion Batista Alberti, e ne rende assai buona chiarezza a maravigliosa sepoltura di Porsena a Chiusi, dove non  molto tempo che si  trovato sotto terra, fra le mura del Laberinto, alcune tegole di terra cotta, dentrovi figure di mezzo rilievo, tanto eccellenti e di s bella maniera che facilmente si pu conoscere l'arte non esser cominciata appunto in quel tempo, anzi per la perfezzione di que' lavori, esser molto pi vicina al colmo che al principio. Come ancora ne pu far medesimamente fede il veder tutto il giorno molti pezzi di que' vasi rossi e neri aretini, fatti, come si giudica per la maniera, intorno a que' tempi, con leggiadrissimi intagli e figurine et istorie di basso rilievo, e molte mascherine tonde sottilmente lavorate da maestri di quella et, come per l'effetto si mostra, pratichissimi e valentissimi in tale arte. Vedesi ancora per le statue trovate a Viterbo nel principio del pontificato d'Alessandro VI, la scultura essere stata in pregio e non picciola perfezzione in Toscana; e come che e' non si sappia appunto il tempo che elle furon fatte, pure, e dalla maniera delle figure e dal modo delle sepulture e delle fabriche, non meno che dalle inscrizzioni di quelle lettere toscane, si pu verisimilmente conietturare che le sono antichissime e fatte ne' tempi che le cose di qua erano in buono e grande stato.
Ma perch le antichit delle cose nostre come de' Greci e delli Etiopi e de' Caldei sono parimente dubbie, e per il pi bisogna fondare il giudizio di tali cose in su le conietture, che ancor non sieno talmente deboli che in tutto si scostino dal segno, non per sono certe certe, io credo non mi esser punto partito da 'l vero, e penso che ognuno che questa parte vorr discretamente considerare, giudicher come io, quando di sopra io dissi, il principio di queste arti essere stata la istessa natura e l'innanzi, o modello, la bellissima fabrica del mondo et il maestro quel divino lume, infuso per grazia singulare in noi, il quale non solo ci ha fatti superiori alli altri animali, ma simili (se  lecito dire) a Dio. E se ne' tempi nostri e' si  veduto (come io credo per molti esempli poco inanzi poter mostrare) che i semplici fanciulli e rozzamente allevati ne' boschi, in sullo esempio solo di queste belle pitture e sculture della natura, con la vivacit del loro ingegno da per se stessi hanno cominciato a disegnare, quanto pi si pu e debbe verisimilmente pensare, que' primi uomini, e' quali quanto manco erano lontani dal suo principio e divina generazione, tanto erono pi perfetti e di migliore ingegno, essi da per loro, avendo per guida la natura, per maestro l'intelletto purgatissimo, per esempio s vago modello del mondo, aver dato origine a queste nobilissime arti, e da picciol principio a poco a poco migliorandole, condottole finalmente a perfezzione? Non voglio gi negare che e' non sia stato un primo che cominciasse, ch io so molto bene che e' bisogn che qualche volta e da qualcuno venissi il principio; n anche negher esser stato possibile che l'uno aiutassi l'altro et insegnassi et aprissi la via al disegno, al colore et al rilievo, perch io so che l'arte nostra  tutta imitazione della natura principalmente e poi, per chi da s non pu salir tanto alto, delle cose che da quelli che miglior maestri di s giudica sono condotte. Ma dico bene che il volere determinatamente affermare chi costui o costoro fussero,  cosa molto pericolosa a giudicare e forse poco necessaria a sapere, poich veggiamo la vera radice et origine donde ella nasce. Perch, poi che delle opere che sono la vita e la fama delli artefici, le prime e di mano in mano le seconde e le terze, per il tempo che consuma ogni cosa venner manco, e non essendo allora chi scrivesse, non potettono essere almanco per quella via conosciute da' posteri, vennero ancora a essere incogniti gli artefici di quelle; ma da che gli scrittori cominciorono a far memoria delle cose state inanzi a loro, non potettono gi parlare di quelli de' quali non avevano potuto aver notizia, immodo che primi appo loro vengono a esser quelli, de' quali era stata ultima a perdersi la memoria. S come il primo de' poeti per consenso comune si dice esser Omero, non perch inanzi a lui non ne fussi qualcuno, che ne furono, se bene non tanto eccellenti e nelle cose sue istesse si vede chiaro, ma perch di que' primi, tal quali essi furono, era persa gi dumila anni fa ogni cognizione. Per, lasciando questa parte indietro, troppo per l'antichit sua incerta, vegnamo alle cose pi chiare della loro perfezzione e rovina e restaurazione e per dir meglio rinascita, delle quali con molti miglior fondamenti potreno ragionare.
Dico adunque che egli  ben vero, che elle cominciorno in Roma tardi, se le prime figure furono per, come si dice, il simulacro di Cerere fatto di metallo, de' beni di Spurio Cassio, il quale, perch macchinava di farsi re, fu morto dal proprio padre senza respetto alcuno, e continovarono l'arti della scultura e della pittura sino a la consumazione de' XII Cesari. Ma la fortuna quando ella ha condotto altri a 'l sommo della ruota, o per ischerzo o per pentimento il pi delle volte lo torna in fondo. Per il che, sollevatesi in diversi luoghi del mondo quasi tutte le nazioni barbare contra i Romani, ne segu fra non molto tempo non solamente lo abbassamento di cos mirabile imperio, ma la rovina del tutto e massimamente di Roma stessa, con la quale rovinarono parimente gli eccellentissimi artefici, scultori, pittori et architetti, lasciando l'arti e loro medesimi sotterrare e sommerse fra le miserabili stragi e rovine di quella famosissima citt. Ma prima andarono in mala parte la pittura e la scoltura come arti che pi per diletto che per altro servivano, bench l'altra, ci  l'architettura, come necessaria et utile alla salute del corpo, di continuo ma non troppo bene si essercitasse. E se non fusse stato che le sculture e le pitture rappresentavano inanzi a gli occhi di chi nasceva di mano in mano coloro ch'erano onorati per darsi loro perpetua vita, se ne sarebbe tosto spento la memoria dell'une e dell'altre. L dove la conservarono per le imagine e per le inscrizzioni poste nell'architetture private, nelle publiche, ci  negli anfiteatri, ne' teatri, nelle terme, negli acquedotti, ne' tempii, negli obelisci, ne' colloss<e>i, nelle piramidi, negli archi, nelle conserve e negli erarii, e finalmente nelle sepulture medesime; delle quali furono distrutte una gran parte da gente barbara et efferata, che altro non avevano d'uomo che l'effigie e 'l nome. Questi fra gli altri furono i Visigoti, i quali avendo creato Alarico loro Re, assalirono l'Italia e Roma, e la saccheggiorno due volte senza rispetto di cosa alcuna. Il medesimo fecero i Vandali venuti d'Affrica con Genserico loro Re; il quale, non contento a la roba e prede e crudelt che vi fece, ne men in servit le persone con loro grandissima miseria, e con esse Eudossia, moglie stata di Valentiniano Imperatore, stato amazzato poco avanti da i suoi soldati medesimi. I quali, degenerati in grandissima parte da 'l valore antico romano, per esserne andati gran tempo innanzi tutti i migliori in Bisanzio con Gostantino Imperatore, non avevano pi costumi, n modi buoni nel vivere. Anzi, avendo perduto in un tempo medesimo i veri uomini et ogni sorte di virt, e mutato leggi, abito, nomi e lingue, tutte queste cose insieme, e ciascuna per s, avevano ogni bello animo et alto ingegno fatto bruttissimo e bassissimo diventare. Ma quello che sopra tutte le cose dette fu di perdita e danno infinitamente a le predette professioni, fu il fervente zelo della nuova religione cristiana; la quale, dopo lungo e sanguinoso combattimento, avendo finalmente con la copia de' miracoli e con la sincerit delle operazioni, abbattuta et annullata la vecchia fede de' Gentili, mentre che ardentissimamente attendeva con ogni diligenzia a levar via et a stirpare in tutto ogni minima occasione donde poteva nascere errore, non guast solamente o gett per terra tutte le statue maravigliose e le scolture, pitture, musaici et ornamenti de' fallaci dii de' Gentili, ma le memorie ancora e gl'onori d'infinite persone egregie. Alle quali, per gl'eccellenti meriti loro, da la virtuosissima antichit erono state poste in publico le statue e l'altre memorie. Inoltre per edificare le chiese a la usanza cristiana, non solamente distrusse i pi onorati templi degli idoli, ma per far diventare pi nobile e per adornare San Piero, spogli di colonne di pietra la Mole d'Adriano, oggi detto Castello S.
Agnolo, s come la Antoniana di colonne e di pietre e di incrostature per quella di S. Paulo, e le Terme Deocliziane e di Tito per fare S. Maria Maggiore, con estrema rovina e danno di quelle divinissime fabriche, quali veggiamo oggi guaste e destrutte. Avvenga che la religione cristiana non facessi questo per odio che ella avesse con le virt, ma solo per contumelia et abbattimento degli dii de' Gentili; non fu per che da questo ardentissimo zelo non seguisse tanta rovina a queste ornate professioni, che se ne perdesse in tutto la forma. E se niente mancava a questo grave infortunio, l'ira di Totila contro a Roma, che oltre a sfasciarla di mura, e rovinar col ferro e col fuoco tutti i pi mirabili e degni edificii di quella, universalmente la bruci tutta; e spogliatola di tutti i viventi corpi, la lasci in preda alle fiamme del fuoco, senza che <in> XVIII giorni continovi si ritrovasse in quella vivente alcuno; abbatt e destrusse talmente le statue, le pitture, i musaici e gli stucchi maravigliosi che se ne perd, non dico la maiest sola, ma la forma e l'essere stesso. Per il che, essendo le stanze terrene prima di stucchi, di pitture e di statue lavorate, con le rovine di sopra affogorno tutto il buono che a' giorni nostri s' ritrovato. E coloro che successer poi, giudicando il tutto rovina, vi piantarono sopra le vigne. Di maniera che per essere le stanze rimaste sotto la terra, le hanno i moderni nominate grotte, e grottesche le pitture che vi si veggono al presente. Finiti gli Ostrogotti, che da Narse furono spenti, abitandosi per le rovine di Roma in qualche maniera pur malamente, venne dopo cento anni Costante secondo Imperatore di Costantinopoli, e ricevuto amorevolmente da i Romani, guast, spogli e portossi via tutto ci che nella misera citt di Roma era rimaso pi per sorte che per libera volont di coloro che l'avevono rovinata. Bene  vero che e' non potette godersi di questa preda, perch, da la tempesta del mare trasportato nella Sicilia, giustamente occiso da i suoi, lasci le spoglie, il regno e la vita, tutto in preda della fortuna. La quale, non contenta ancora de' danni di Roma, perch le cose tolte non potessino tornarvi gi mai, vi condusse una armata di Saracini, a' danni dell'isola; i quali e le robe de' Siciliani e le stesse spoglie di Roma se ne portorono in Alessandria, con grandissima vergogna e danno della Italia e del Cristianesimo. E cos tutto quello che non avevono guasto i pontefici, e San Gregorio massimamente, il quale si dice che messe in bando tutto il restante delle statue e delle spoglie degli edificii, per le mani di questo sceleratissimo greco finalmente capit male.
Di maniera che, non trovandosi pi n vestigio n indizio di cosa alcuna che avesse del buono, gl'uomini che vennono appresso, ritrovandosi rozzi e materiali, e particularmente nelle pitture e nelle scolture, incitati dalla natura et assottigliati dall'aria, si diedero a fare, non secondo le regole dell'arti predette, che non le avevano, ma secondo la qualit degli ingegni loro. E cos nacquero da le lor mani quei fantocci e quelle goffezze, che nelle case vecchie ancora oggi appariscono. Il medesimo avvenne de la architettura; perch, bisognando pur fabricare et essendo smarrita in tutto la forma et il modo buono per gl'artefici morti, e per l'opere distrutte e guaste, coloro che si diedero a tale esercizio non edificavano cosa, che per ordine o per misura avesse grazia, n disegno, n ragion alcuna. Onde ne vennero a risorgere nuovi architetti, che delle loro barbare nazioni fecero il modo di quella maniera di edifici ch'oggi da noi son chiamati tedeschi, i quali facevano alcune cose pi tosto a noi moderni ridicole, che a loro lodevoli; finch la miglior forma trovarono poi i migliori artefici, come si veggono di quella maniera per tutta Italia le pi vecchie chiese, e non antiche, che da essi furono edificate, s com'in Pisa la pianta del duomo da Buschetto Greco da Dulichio architetto, edificata nel MXVI; a onore del quale furono fatti, per commemorazione del troppo esser valente in quella et rozza, questi versi oggi in duomo di Pisa alla sua sepoltura: 140  QUOD VIX MILLE BOUM POSSENT IUGA IVNCTA MOVERE 141 ET QUOD VIX POTUIT PER MARE FERRE RATIS 142 BUSCHETI NISU QUOD ERAT MIRABILE VISU 143 DENA PUELLARUM TURBA LEVAVIT ONUS.
Fu il Duomo di Milano fatto nella medesima maniera, edificato l'anno 1388, e quello di Siena et infiniti edifici alla tedesca di quella medesima sorte e molti palazzi e varie fabriche, che per tutt'Italia e fuor di essa si veggono; come San Marco di Vinegia, la Certosa di Pavia, il Santo di Padova, San Petronio di Bologna, San Martino di Lucca, il Duomo di Arezzo, la Pieve, il Vescovado fatto finire da Papa Gregorio X piacentino della famiglia de' Visconti, e cos il tempio di Santa Maria del Fiore in Fiorenza, fabbricato da Arnolfo Tedesco architettore.
Stettero poi oltra le ruine di Roma per le guerre sotterrati i modi delle sculture e de le pitture da le ruine di Totila fino a gl'anni di Cristo MCCL, nel qual tempo era rimasto in Grecia un residuo d'artefici che vecchi erano, i quali facevano imagini di terra e di pietra, e dipignevano altre figure mostruose e col primo lineamento e col campo di colore. E quegli per esser soli in tale professione, l'arte della pittura in Italia portarono insieme col musaico e con la scultura, e quella come sapevano, a gl'uomini italiani insegnarono rozzamente.
Onde gl'uomini di que' tempi, non essendo usati a veder altra bont n maggior perfezzione nelle cose, di quelle ch'essi vedevano, solamente si maravigliavano e quelle, ancora che baroncesche fossero, nondimeno per le migliori apprendevano. Pur gli spirti di coloro che nascevano, aitati in qualche luogo dalla sottilit dell'aria, si purgarono tanto che nel MCCL, il cielo, a piet mossosi de i belli ingegni che 'l terren toscano produceva ogni giorno, gli ridusse a la forma primiera. E se bene gli inanzi a loro avevano veduto residui di archi o di colossi o di statue, o pili, o colonne storiate, nell'et che furono dopo i sacchi e le ruine e gli incendi di Roma, e' non seppono mai valersene o cavarne profitto alcuno, sino al tempo detto di sopra; nel quale venuti su, come io diceva, ingegni pi begli, conoscendo assai bene il buono da 'l cattivo, abbandonando le maniere vecchie, ritornarono ad imitare le antiche, con tutta la industria et ingegno loro. Ma perch pi agevolmente si intenda quello che io chiami vecchio et antico, antiche furono le cose inanzi Costantino, di Corinto, d'Atene e di Roma, e d'altre famosissime citt, fatte fino a sotto Nerone, a i Vespasiani, Traiano, Adriano et Antonino; percioch l'altre si chiamano vecchie, che da San Silvestro in qua furono poste in opera da un certo residuo de' Greci, i quali pi tosto tignere che dipignere sapevano. Perch, essendo in quelle guerre morti gli eccellenti primi artefici, al rimanente di que' Greci, vecchi e non antichi, altro non era rimaso che le prime linee in un campo di colore; come di ci fanno fede oggid infiniti musaici, che per tutta Italia lavorati da essi Greci si veggono, come nel Duomo di Pisa, in San Marco di Vinegia, et ancora in altri luoghi; e cos molte pitture, continovando, fecero di quella maniera con occhi spiritati e mani aperte, in punta di piedi, come si vede ancora in San Miniato fuor di Fiorenza, fra la porta che va in sagrestia e quella che va in convento, et in Santo Spirito di detta citt tutta la banda del chiostro verso la chiesa, e similmente in Arezzo, in San Giuliano et in San Bartolomeo et in altre chiese, et in Roma in San Pietro, nel vecchio, storie intorno intorno fra le finestre, cose ch'hanno pi del mostro nel lineamento, che effigie di quel che si sia.
Di scultura ne fecero similmente infinite, come si vede ancora, sopra la porta di San Michele a Piazza Padella di Fiorenza, di basso rilievo, et in Ogni Santi e per molti luoghi, sepolture et ornamenti di porte per chiese, dove hanno per mensole certe figure per regger il tetto, cose s goffe e s ree, e tanto malfatte di grossezza e di maniera, che pare impossibile che imaginare peggio si potesse. E di questa maniera n' in Roma sotto i tondi nell'arco di Costantino, che d le storie di sopra, che furono da le spoglie di Traiano smurate et a Costantino in onore della rotta data da lui a Massenzio, quivi son poste; onde per non avere maestri mancandogli ripieno, fecero i maestri ch'alora tenevano il principato, que' berlingozzi che si veggono nel marmo intagliati. Lavorarono ancora le chiese nuove di Roma di musaico alla greca, com'a Santa Prassedia la tribuna, et a Santa Potenziana, il simile a Santa Maria Nuova, in un medesimo modo, cos a Santa Agnesa fuor di Roma et a tutte le onorate basiliche che a' santi dedicato avevano, fin ch'eglino di miglioramento accrebbero, s che fecero la tribuna di Santo Ianni e quella di Santa Maria Maggiore, e particularmente la tribuna della cappella maggiore di San Pietro di Roma et infinite altre chiese e cappelle di detta citt. E, nell'antichissimo tempio di San Giovanni in Fiorenza, la tribuna delle otto facce, da la cornice fino alla lanterna, lavorata di mano d'Andrea Taffi con la medesima maniera greca, ma invero molto pi bella.
Sino a qui mi  parso discorrere da 'l principio della scultura e della pittura, e per adventura pi largamente che in questo luogo non bisognava. Il che ho io per fatto, non tanto trasportato dalla affezzione della arte, quanto mosso dal benefizio et utile comune degli artefici miei. I quali avendo veduto in che modo ella, da picco principio, si conducesse a la somma altezza e come da grado s nobile precipitasse in ruina estrema, e, per conseguente, la natura di questa arte, simile a quella dell'altre, che, come i corpi umani, hanno il nascere, il crescere, lo invecchiare et il morire, potranno ora pi facilmente conoscere il progresso della sua rinascita; e di quella stessa perfezzione, dove ella  risalita ne' tempi nostri. Et a cagione ancora che se mai (il che non acconsenta Idio) accadesse per alcun tempo, per la trascuraggine degli uomini o per la malignit de' secoli o pure per ordine de' cieli, i quali non pare che voglino le cose di quaggi mantenersi molto in uno essere, ella incorresse di nuovo nel medesimo disordine di rovina, possino queste fatiche mie, qualunche elle si siano (se elle per saranno degne di pi benigna fortuna), per le cose discorse innanzi e per quelle che hanno da dirsi, mantenerla in vita; o almeno dare animo a i pi elevati ingegni di provederle migliori aiuti: tanto che con la buona volont mia e con le opere di questi tali, ella abbondi di quelli aiuti et ornamenti de' quali (siami lecito liberamente dire il vero) ha mancato sino a quest'ora. Ma tempo  di venire oggimai a la vita di Giovanni Cimabue; il quale, s come dette principio al nuovo modo del dipignere, cos  giusto e conveniente che e' lo dia ancora alle Vite, nelle quali mi sforzer di osservare il pi che si possa l'ordine delle maniere loro, pi che del tempo. Senza descrivere per altrimenti le forme e fattezze degli artefici, giudicando tempo perduto il circunscrivere con le parole quello che manifestamente si pu vedere negli stessi ritratti loro, citati et assegnati da me, dovunque e' si truovano.

I,1.G.Cimabue Erano per l'infinito diluvio dei mali, che avevano cacciato al di sotto et affogata la misera Italia, non solamente rovinate quelle che chiamar si potevano fabriche, ma, quel che importava assai pi, spentone affatto tutto 'l numero degli artefici, quando (come Dio volse) nacque nella citt di Fiorenza l'anno MCCXL, per dare i primi lumi all'arte della pittura, Giovanni cognominato Cimabue, della famiglia de' Cimabuoi in quel tempo nobile; il quale, crescendo, fu conosciuto non solamente dal padre ma da infiniti lo acume dello ingegno suo. Dicesi che, consigliato da molti, il padre deliber farlo esercitare nelle lettere, e lo mand a Santa Maria Novella a un maestro suo parente, il quale allora insegnava la gramatica ai novizii di quel convento; per il che Cimabue, che si sentiva non avere l'animo applicato a ci, in cambio dello studio tutto il giorno andava dipignendo in su i libri o altri fogli, uomini, cavalli, casamenti e diverse fantasie, spinto dalla natura che le pareva ricever danno a non essere esercitata. Avvenne che in que' giorni erano venuti di Grecia certi pittori in Fiorenza, chiamati da chi governava quella citt non per altro che per introdurvi l'arte della pittura, la quale in Toscana era stata smarrita molto tempo. Laonde, avendo questi maestri presi molte opere per quella citt, cominciorono infra l'altre la capella de' Condi, allato a la principale in Santa Maria Novella, della quale oggi dal tempo la volta e le facciate son molto spente e consumate; per il che Cimabue, cominciato a dar principio a questa arte che gli piaceva, si fuggiva spesso da la scuola e tutto il giorno stava a vedere lavorare que' maestri; per il che fu giudicato dal padre e da que' Greci che, se egli attendessi alla pittura, senza alcun dubbio egli verrebbe perfetto in quella professione. Fu aconcio con non sua piccola satisfazione alla arte della pittura con que' maestri e, di continuo esercitandosi, in poco tempo la natura lo aiut talmente, che pass di gran lunga di disegno e di colorito e' maestri che gl'insegnavano; nel che, inanimito per le lode che egli si sentiva dare, messosi a maggior studio avanz la maniera ordinaria che egli aveva visto in coloro i quali, non si curando passar pi innanzi, avevon fatto quelle opere nel modo che elle si veggono oggi; et ancora che egli imitassi i Greci, lavor assai opere nella patria sua onorando quella con le fatiche che vi fece, et acquest a se stesso nome et utile certo grandissimo. Ebbe costui per compagno et amico Caddo Caddi, il quale attese alla pittura con Andrea Taffi domestico suo, e lev da la pittura gran parte della maniera greca nelle figure dipinte da lui, come ne fanno fede in Fiorenza le prime opere che egli lavor, come il dossale dello altare di Santa Cecilia et, in Santa Croce, una tavola dentrovi una Nostra Donna, che gli fu fatta dipignere da un guardiano di quel convento amicissimo suo, la quale fu appoggiata in un pilastro a man destra intorno al coro. La quale opera fu cagione che, avendolo servito benissimo, e' lo condusse in Pisa in San Francesco lor convento, e quivi fece un San Francesco scalzo, il quale fu tenuto da que' popoli cosa rarissima, conoscendosi nella maniera sua un certo che di nuovo e di miglior per l'aria delle teste e per le pieghe de' panni, che <pi> non avevon fatto qui infino allora que' maestri greci nelle lor pitture sparse gi per tutta Italia. Cos dunque prese pratica con questi frati, i quali lo condussono in Ascesi, dove nella chiesa di San Francesco lasci una opera da lui cominciata, e da altri pittori dopo la morta sua finita benissimo.
Costui lavor nel Castello di Empoli nella pieve, et in Santo Spirito di Fiorenza nel chiostro, dove  dipinta alla greca da altri maestri tutta la banda di verso la chiesa, et ove sono medesimamente lavorati di sua mano tre archetti fra quegli, dentrovi storie della vita di Cristo. Fece poi nella chiesa di Santa Maria Novella una tavola, dentrovi una Nostra Donna, la quale  posta in alto, fra la cappella de' Rucellai e de' Bardi da Vernia, con alcuni angeli intorno ad essa, ne i quali, ancora che egli avesse la vecchia maniera greca, tuttavolta si vede che e' tenne il modo et il lineamento della moderna. Fu quest'opera di tanta maraviglia ne' populi di quel tempo, per non essersi veduto infino allora meglio, che di casa sua con le trombe perfino in chiesa fu portata, con solennissima processione, et egli premio straordinario ne ricevette. E dicesi che, mentre Cimabue ditta tavola dipigneva in certi orti vicin'a Porta S. Piero, non per altro che per avervi buon lume e buon aere, e per fuggire la frequenzia de gli uomini, pass per la citt di Fiorenza il Re Carlo Vecchio di Angi, figliuolo di Lodovico, il quale andava al possesso della Sicilia chiamatovi da Urbano Pontefice, nimico capital di Manfredi, e che fra le molte accoglienze fattegli da gli uomini di quella citt, e' lo condussero a vedere la tavola di Cimabue, la quale, per ci ch'ancora non era stata veduta da alcuno, mostrandosi al re, subito vi concorsero tutti gli uomini e tutte le donne di Fiorenza, con grandissima festa e con la maggior calca del mondo. Laonde, per l'allegrezza che n'ebbero i vicini, chiamarono quel luogo Borgo Allegri, il quale col tempo messo fra le mura della citt, sempr'ha tenuto quel nome. Or aveva la natura dotato Cimabue di bello e destro ingegno, di maniera che fu messo per architetto, in compagnia di Arnolfo Tedesco, allora nell'architettura eccellente, della fabrica di Santa Maria del Fiore in Fiorenza, e tanto sotto di lui miglior la pittura, che nel suo tempo eccellente e mirabile fu chiamata quell'arte, la quale infino a quell'et era stata sepolta. Visse Cimabue anni sessanta, e lasci molti discepoli di quell'arte, e fra gli altri Giotto di perfettissimo ingegno. Mor nel MCCC, et in Santa Maria del Fiore di Fiorenza gli fu dato sepoltura, et uno de' Nini gli fece questo epitaffio: 103  CREDIDIT UT CIMABOS PICTURAE CASTRA TENERE 104 SIC TENVIT VIVENS NUNC TENET ASTRA POLI.
Le case sue erano nella via del Cocomero, nelle quali, dopo lui (secondo si dice) abit Giotto suo discepolo.
Dicono che la morte di costui dolse molto ad Arnolfo, il quale, con altri, inanzi fond la chiesa di Santa Maria del Fiore di Fiorenza, la quale fu una pianta bellissima di quella maniera, e gira in circuito braccia DCCLXXXII e due terzi, e la lunghezza di quella  braccia CCLX, che fu di pietre forti squadrate, di dentro tutta lavorata, e di fuori di marmi bianchi e neri e rossi incrostata et adorna; la qual costa insino al presente due millioni d'oro e pi di 700.000 fiorini. N in cristianit si truova fabrica moderna pi ornata di quella, sendovi molte statue e nella facciata e nel campanile, fabricate da eccellenti maestri.
Arnolfo dunque, rimasto solo, volt le tre tribune sotto la cupola, oltra quel che s' detto di sopra, a onor e memoria del quale e della edificazione del tempio, oggi ancora si veggono fra il campanile e la chiesa, su 'l canto, gli infrascritti versi di marmo in lettere tonde intagliate: 19  ANNIS MILLENIS CENTUM BIS OCTO NOGENIS 20 VENIT LEGATUS ROMA BONITATE DONATUS 21 QUI LAPIDEM FIXIT FUNDO SIMUL ET BENEDIXIT 22 PRESVLE FRANCISCO GESTANTE PONTIFICATUM 23 ISTUD AB ARNULFO TEMPLUM FUIT AEDIFICATUM 24 HOC OPUS INSIGNE DECORANS FLORENTIA DIGNE 25 REGINAE COELI CONSTRVXIT MENTE FIDELI 26 QUAM TU VIRGO PIA SEMPER DEFENDE MARIA.
Or, s'alla gloria di Cimabue non avesse contrastato la grandezza di Giotto suo discepolo, sarebbe la fama sua stata maggiore, come ne fa fede Dante Aligheri nella Comedia sua alludendo nello XI canto del Purgatorio a la stessa inscrizzione della sepultura, e dicendo: 6      Credette Cimabue nella pittura 7 Tener lo campo, et ora ha Giotto il grido, 8 S che la fama di colui oscura.
Cimabue dunche fra tante tenebre fu prima luce della pittura, e non solo nel lineamento delle figure, ma nel colorito di quelle ancora, mostrando per la novit di tale esercizio s chiaro e celebratissimo. Costui dest l'animo a i compatrioti suoi di seguirlo in s difficile e bella scienza, di che lode infinita merita egli per la impossibilit e per la grossezza del secolo in che nacque, e molto pi che s'egli ritrovata l'avesse. E ci fu cagione che Giotto, suo creato, mosso dalla ambizione della fama et aiutato dal cielo e dalla natura, and tanto alto col pensiero, ch'aperse la porta della verit a coloro che hanno ridotto tal mestiero a lo stupore et a la maraviglia che veggiamo nel secol nostro. Il qual, avezzo ogni d a vedere le maraviglie et i miracoli e le impossibilit degli artefici in questa arte,  condotto oggimai a tale che, di cosa fatta da gli uomini, bench pi divina che umana sia, punto non istupisce, e buon per coloro che lodevolmente s'affaticano se, in cambio d'esser lodati et ammirati, non ne riportassero biasimo, et il pi delle volte vergogna.

I,2.A.Taffi Avendo cominciato Cimabue a dare all'arte della pittura disegno e forma migliore, fu di non poca maraviglia a quegli che l'arte per pratica, pi che per istudio o per scienza, esercitavano, non usandosi in que' tempi mettere in opera altro, che il modo vecchio della maniera goffa greca, e non la profondit de l'arte della pittura, poco nota ad Andrea Taffi fiorentino, eccellente maestro nel musaico di que' tempi, et in quella professione tenuto divino da que' popoli inetti, non pensando eglino che in tale arte meglio operare si potesse. Or essendo il musaico, per la perpetuit delle memorie, pi che l'altre pitture stimato da gli uomini, si part da Fiorenza Andrea, et a Vinegia se n'and, dove alcuni pittori greci lavoravano in San Marco opere di musaico; e con essi pigliando dimestichezza, con prieghi, con danari e con promesse, di maniera oper, che a Fiorenza condusse un maestro Apollonio pittor greco, il quale gli insegn cuocere i vetri del musaico e fare lo stucco di quello, et in compagnia con Andrea lavor, nella tribuna di San Giovanni, la parte di sopra, dove sono le Potest, i Troni e le Dominazioni. Dove Andrea, pi dotto diventato, fece in ultimo il Cristo sopra la banda della cappella maggiore, onde famoso per tutta Italia divenuto, e nella patria sua raro e primo stimato, da' suoi cittadini merit onorato premio. Felicit certamente grandissima fu quella d'Andrea, nascere in tempo che, goffamente operando, si stimasse quello che niente si doveva stimare. E nel vero tutte l'et sempre ebbero per costume in tutte l'arti, e particularmente nella pittura, avere in maggior pregio e grado i pochi e rari, quantunque goffi fossero, che i molti saputi e veramente eccellenti, e quegli con estraordinari premi remunerare; come apertamente si vede nella opera di quel fra Iacopo di San Francesco, che molte decine d'anni prima lavor di musaico la scarsella dopo lo altare nella detta chiesa di San Giovanni.
Ma poi che l'opere di Giotto furono poste in paragone di quelle d'Andrea e di Cimabue, conobbero i popoli la perfezzione dell'arte, vedendo la differenza ch'era da la maniera prima di Cimabue a quella di Giotto nelle figure loro, e da gli imitatori dell'uno e dell'altro egregiamente fatte; laonde, seguendo gli altri di mano in mano l'orme de' lor maestri, alla bont dove oggi siamo pervenuti sono, e da tanta bassezza al colmo delle meraviglie, ch'oggi veggiamo, la pittura hanno inalzata. Infelici secoli possono chiamarsi quegli che privi sono stati di cos bella virt, la quale ha forza, quando  da dotta mano, o in muro o in tavola, in superficie di disegno, o con colore lavorata, tenere gli animi fermi et attenti a risguardare il magisterio delle opere umane, rappresentando la idea e la imaginazione di quelle parti che sono celesti, alte e divine, dove per pruova si mostra l'altezza dello ingegno e le invenzioni dello intelletto; l'operazioni de i quali altamente riducono gli egregi spiriti et i valoros'ingegni a la notizia delle cose della natura, et esprimendole nelle pitture fanno fede delle grandezze del cielo ne gli ornamenti del mondo.
Visse Andrea anni LXXXI e mor inanzi a Cimabue, nel MCCXCIIII. E per la riputazione et onore che e' si guadagn co 'l musaico, per averlo egli prima d'ogni altro arrecato et insegnato agli uomini di Toscana in migliore maniera, fu cagione che Gaddo Gaddi, Giotto e gli altri pittori moderni, fecero poi le eccellentissime opre di quel magisterio, che hanno recato fama e nome a bellissimi ingegni. N manc chi, dopo la morte sua, lo magnific con cotale inscrizzione: 9  QUI GIACE ANDREA CH'OPRE LEGGIADRE E BELLE 10 FECE IN TUTTA FIORENZA ET ORA E` ITO 11 A FAR VAGO LO REGNO DELLE STELLE.

I,3.G.Gaddi Dimostr Gaddo, pittor fiorentino, in questo medesimo tempo, pi disegno nelle opere sue lavorate alla greca, e con grandissima diligenza condotte, che non fece Andrea Taffi e gli altri pittori inanzi a esso, nascendo questo da la amicizia e da la pratica dimesticamente tenuta con Cimabue; perch, o per la conformit de' sangui o per la bont degli animi ritrovandosi tra loro congiunti d'una stretta benivolenzia, nella frequente conversazione che avevano insieme e nel discorrere bene spesso amorevolmente sopra le difficult della arte, nascevano loro nell'animo concetti bellissimi e grandi, generati da la sottile aria della citt di Firenze, la quale producendo ordinariamente spiriti ingegnosi e gentili, lieva loro del continuo d'attorno quel poco di ruggine e di grossezza che 'l pi delle volte la natura non puote, con la emulazione e co' precetti che d'ogni tempo porgano buon'artefici. E vedesi apertamente che le cose conferite fra quegli, i quali nella amicizia di doppia scorza non sono coperti, si riducono a molta perfezzione. Et i medesimi nelle scienze che imparano, conferendo le difficult di esse, le purgano et assai pi le fanno limpide e chiare, onde se ne trae grandissima lode. E per lo contrario, alcuni diabolicamente nella professione dell'amicizia praticando, sotto spezie di verit, per invidia e per malizia i concetti loro defraudano, di maniera che l'arti in quella eccellenza non riescono, che doverebbono se la carit abbracciasse gli ingegni de gli spiriti gentili, come veramente strinse Gaddo e Cimabue, medesimamente Andrea Taffi e Gaddo, che in compagnia lo elesse per finire il musaico di San Giovanni. Dove Gaddo imparando fece poi i profeti che si veggono intorno intorno a quel tempio nei quadri sotto le finestre; i quali avendo egli lavorati da s solo, e con molto miglior maniera, gli arrecarono fama grandissima. Laonde cresciutogli l'animo e dispostosi a lavorare da s solo, attese continovamente a studiare la maniera greca accompagnata con quella di Cimabue. E fra non molto tempo essendo venuto eccellente nella arte, da gli operai di Santa Maria del Fiore gli fu allogato il mezzo tondo dentro a la chiesa, sopra la porta principale, dove egli lavor di musaico la Incoronazione di Nostra Donna, la quale da tutti i maestri, e forestieri e nostrali, fu giudicata la pi bella opera che si fusse veduta ancora per tutta la Italia di quel mestiero, conoscendosi in essa pi disegno, pi giudizio e pi diligenzia, che in tutto il resto delle altre. E cos, mescolando Gaddo quando il musaico e quando la pittura, nell'una e nell'altra, fece molte opere nella citt e fuori assai ragionevoli, per le quali acquist tal credito, che per tenerlo in Firenze, et averne seme, gli dierono moglie di nobil gente; de la quale ebbe pi figliuoli, e tra gli altri Taddeo, da lui dopo lo avergli insegnati i principii della arte, dato per discepolo a Giotto, co 'l quale venne poi buon maestro nella pittura.
Ora io non mi distender in raccontare tutte l'opere di Gaddo, essendo le maniere ancora di questi maestri s dure nelle difficult dell'arte, che non bisogna aver molta curiosit di quelle; atteso che l'estremit di coloro, che hanno fatto grande utile all'artefici et all'arte, saranno secondo l'opre loro, con quella sottigliezza e curiosit ch'essi lavorarono, da noi sottilmente e curiosamente descritte. Visse Gaddo anni LXXIII e mor nel MCCCXII, et in Santa Croce fu, da Taddeo suo figliolo, con doloroso pianto sepolto, con questa inscrizzione: 11  HIC MANIBUS TALIS FUERAT QUOD FORSAN APELLES 12 CESSISSET QUAMVIS GRAECIA SIC TUMEAT.

 I,4.Margaritone Entr molto grande spavento ne' vecchi maestri pittori, per le gran lode che gli uomini sentivano di Cimabue e di Giotto suo discepolo, che gi per l'altrui terre ancora s'udiva la grandezza, e 'l maraviglioso grido del vago operar loro nella pittura. Perch, sentendo i maestri pittori l'arte essere accompagnata dallo studio di questi artefici, quegli che il supremo grado tenevano e gi da' popoli erano adorati, venivano perdendo della fama e del principato loro, tanti anni gi posseduto. E, fra gli uomini che alla greca lavoravano, era tenuto eccellente Margaritone Aretino, il quale lavor a fresco in Arezzo molte tavole e molte pitture; et in San Clemente, badia de' frati di Camaldoli, oggi rovinata e spianata tutta, insieme con altri edifizii, per avere il duca Cosimo de' Medici non solo in quel luogo, ma intorno intorno a quella citt, disfatte le mura vecchie, le quali da Guido Pietramalesco Vescovo e padrone di quella citt furon gi rifatte, et oggi per ordine di questo principe si vanno gittando per terra e riducendo fortissime alla moderna. Aveva Margaritone, non senza grandissimo tempo e fatica, quasi tutta questa chiesa dipinta in pi quadri, ne' quali si vedevano figure grandi e piccole; et ancora che elle fussino lavorate alla greca, ci si conosceva dentro un buon giudizio et un grandissimo amore, come pu far fede quel che si vede di suo rimasto in quella citt, e massime in San Francesco, dove ora  messa in uno ornamento moderno, in la cappella della Concezzione, una tavola dentrovi una Nostra Donna, tenuta da que' frati in grandissima venerazione. Fece nella medesima chiesa, alla greca, un Crocifisso grande, oggi posto in quella cappella dove  la stanza degli operai, il quale  in su l'asse dintornato la croce; e di questa sorte ne fece molti per quella citt. Lavor nelle monache di Santa Margherita una opera che ora  posta nel tramezzo della chiesa appoggiata a quello, et  una tavola con istorie di figure piccole, da lui con assai miglior maniera, che le grandi, <e con pi> diligenzia e grazia condotte. Fece per tutta la citt pitture infinite, e fuori della citt similmente, a Sargiano, convento de' frati del Zoccolo; et in una tavola un San Francesco ritratto di naturale, et in questa opera scrisse il suo nome, parendogli pi del solito aver bene operato. Fece in legno un Crocifisso grande lavorato a la greca, il quale fu portato a Firenze e posto in Santa Croce tra la cappella de' Peruzzi e quella de' Giugni, sopra il pilastro che regge gli archi di quelle. Et a Ganghereto, luogo sopra Terra Nuova in Valdarno, un'altra tavola di San Francesco. Ma abbandon finalmente la pittura in vecchiezza, e diedesi a lavorare Crocifissi grandi di legno tondi, e molti ne fece finch giunse all'et d'anni LXXII, infastidito (per quel che si disse) d'esser tanto vissuto, vedendo variato l'et e gli onori ne gli artefici nuovi. Fu sepolto Margaritone nel duomo vecchio fuori d'Arezzo, in una cassa di trevertino, l'anno MCCCXVI, con questo epitaffio: 53  HIC IACET ILLE BONUS PICTURA MARGARITONUS 54 CUI REQUIEM DOMINUS TRADAT UBIQUE PIUS.

 I,5.Giotto Quello obligo istesso che hanno gli artefici pittori alla natura, la quale continuamente per essempio serve a quegli che, cavando il buono da le parti di lei pi mirabili e belle, di contrafarla sempre s'ingegnano, il medesimo si deve avere a Giotto. Perch, essendo stati sotterrati tanti anni dalle ruine delle guerre i modi delle buone pitture et i dintorni di quelle, egli solo, ancora che nato fra artefici inetti, con celeste dono, quella ch'era per mala via, resuscit, e redusse ad una forma da chiamar buona. E miracolo fu certamente grandissimo che quella et e grossa et inetta avesse forza d'operare in Giotto s dottamente, che 'l disegno, del quale poca o nessuna cognizione avevano gli uomini di que' tempi, mediante s buono artefice, ritornasse del tutto in vita. E nientedimeno i principii di s grande uomo furono nel contado di Fiorenza, vicino alla citt XIIII miglia. Era l'anno MCCLXXVI nella villa di Vespignano uno lavoratore di terre, il cui nome fu Bondone, il quale era tanto di buona fama nella vita e s valente nell'arte della agricoltura, che nessuno che intorno a quelle ville abitasse era stimato pi di lui. Costui, nello aconciare tutte le cose, era talmente ingegnoso e d'assai, che dove i ferri del suo mestiero adoperava, pi tosto che rusticalmente adoperati e' paressino, ma da una mano che gentil fussi d'un valente orefice o intagliatore, mostravano essere esercitati. A costui fece la natura dono d'un figliuolo, il quale egli per suo nome alle fonti fece nominare Giotto. Questo fanciullo, crescendo d'anni, con bonissimi costumi e documenti mostrava in tutti gli atti, ancora fanciulleschi, una certa vivacit e prontezza d'ingegno straordinario ad una et puerile. E non solo per questo invaghiva Bondone, ma i parenti e tutti coloro che nella villa e fuori lo conoscevano. Per il che, sendo cresciuto Giotto in et di X anni, gli aveva Bondone dato in guardia alcune pecore del podere, le quali egli ogni giorno quando in un luogo e quando in un altro l'andava pasturando, e venutagli inclinazione da la natura dell'arte del disegno, spesso per le lastre, et in terra per la rena, disegnava del continuo per suo diletto alcuna cosa di naturale, o vero che gli venissi in fantasia. E cos avenne che un giorno Cimabue, pittore celebratissimo, transferendosi per alcune sue occorrenze da Fiorenza, dove egli era in gran pregio, trov nella villa di Vespignano Giotto, il quale, in mentre che le sue pecore pascevano, aveva tolto una lastra piana e pulita e, con un sasso un poco apuntato, ritraeva una pecora di naturale, senza esserli insegnato modo nessuno altro che dallo estinto della natura. Per il che fermatosi Cimabue, e grandissimamente maravigliatosi, lo domand se volesse star seco. Rispose il fanciullo che, se il padre suo ne fosse contento, ch'egli contentissimo ne sarebbe. Laonde domandatolo a Bondone con grandissima instanzia, egli di singular grazia glielo concesse. Et insieme a Fiorenza inviatisi, non solo in poco tempo pareggi il fanciullo la maniera di Cimabue, ma ancora divenne tanto imitatore della natura, che ne' tempi suoi sband affatto quella greca goffa maniera, e risuscit la moderna e buona arte della pittura, et introdusse il ritrar di naturale le persone vive, che molte centinaia d'anni non s'era usato. Onde, ancor oggi d, si vede ritratto, nella cappella del Palagio del Podest di Fiorenza, l'effigie di Dante Alighieri, coetaneo et amico di Giotto, et amato da lui per le rare doti che la natura aveva nella bont del gran pittore impresse; come tratta Messer Giovanni Boccaccio in sua lode, nel prologo della novella di Messere Forese da Rabatta e di Giotto.
Furono le sue prime pitture nella Badia di Fiorenza, la cappella dello altar maggiore, nella quale fece molte cose tenute belle; ma particularmente in una storia della Nostra Donna, quando ella  annunziata da l'Angelo, nella quale contrafece lo spavento e la paura, che nel salutarla Gabriello la f mettere con grandissimo timore quasi in fuga. Et in Santa Croce quattro cappelle, tre poste fra la sagrestia e la cappella grande: nella prima, e dove si suonono oggi le campane, vi  fatto di sua mano la vita di San Francesco, e l'altre due, una  della famiglia de' Peruzzi e l'altra de' Giugni, et un'altra dall'altra parte di essa cappella grande. Nella cappella ancora de' Baroncelli  una tavola a tempera, con diligenza da lui finita, dentrovi l'Incoronazione di Nostra Donna con grandissimo numero di figure picciole et un coro d'angeli e di santi, fatta con diligenzia grandissima, et in lettere d'oro scrittovi il nome suo. Onde gli artefici, che consideraranno in che tempo questo maraviglioso pittore, senza alcun lume della maniera, diede principio al buon modo di disegnare e del colorire, saranno sforzati averlo in perpetua venerazione. Sono ancora in detta chiesa altre tavole, et in fresco molte altre figure, come sopra il sepolcro di marmo di Carlo Ma<r>supini aretino, un Crocifisso con la Nostra Donna e San Giovanni e la Magdalena a' pi della Croce. E` da l'altra banda della chiesa, sopra la sepoltura di Lionardo Aretino, una Nunziata verso l'altare maggiore, la quale  stata ricolorita da altri pittori moderni, come nel refettorio uno albero di croce e storie di San Lodovico et un Cenacolo; e nella sagrestia, ne gli armarii, storie di Cristo e di San Francesco. Nel Carmino, alla cappella di San Giovanni Batista, lavorate in fresco tutte le storie della vita sua, e nella Parte Guelfa di Fiorenza una storia della fede cristiana in fresco, dipinta perfettissimamente. Fu condotto ad Ascesi a finir l'opera cominciata da Cimabue, dove passando da Arezzo lavor nella pieve la cappella di San Francesco sopra il battesimo et in una colonna tonda, vicino a un capitello corinzio antico bellissimo, dipinse un San Francesco e San Domenico. Al duomo fuor d'Arezzo una cappelluccia, dentrovi la Lapidazione di Santo Stefano con bel componimento di figure. Finite queste opere si condusse ad Ascesi, a l'opra cominciata da Cimabue, dove acquist grandissima fama, per la bont delle figure che in quella opera fece, nelle quali si vede ordine, proporzione, vivezza e facilit donatagli dalla natura e dallo studio accresciuta, percioch era Giotto studiosissimo e di continuo lavorava. Et allora dipinse nella chiesa di Santa Maria de gli Agnoli e, nella chiesa d'Ascesi de' frati minori, tutta la chiesa dalla banda di sotto. Sent tanta fama e grido di questo mirabile artefice Papa Benedetto XII da Tolosa che, volendo fare in San Pietro di Roma molte pitture per ornamento di quella chiesa, mand in Toscana un suo cortigiano, che vedesse che uomo era questo Giotto e l'opere sue, e non solamente di lui, ma ancora degli altri maestri che fussino tenuti eccellenti nella pittura e nel musaico. Costui, avendo parlato a molti maestri in Siena, et avuti disegni da loro, capit in Fiorenza per vedere l'opere di Giotto e pigliar pratica seco; e cos una mattina, arrivato in bottega di Giotto che lavorava, gli espose la mente del papa et in che modo e' si voleva valere dell'opera sua. Et in ultimo lo richiese che voleva un poco di disegno per mandarlo a Sua Santit. Giotto, che cortesissimo era, squadrato il cortigiano prese un foglio di carta et in quello, con un pennello che egli aveva in mano tinto di rosso, fermato il braccio al fianco per farne compasso e girato la mano, fece un tondo s pari di sesto e di proffilo, che fu a vederlo una maraviglia grandissima. E poi, ghignando, volto al cortigiano gli disse: Eccovi il disegno. Tennesi beffato il mandato del papa, dicendo: Ho io <a> avere altro disegno che questo? Rispose Giotto: Assai e pur troppo  quel che io ho fatto: mandatelo a Roma insieme con gli altri e vedrete se sar conosciuto. Partissi il cortigiano da Giotto, e quanto e' pigliasse mal volentieri questo assunto, dubitando non essere uccellato a Roma, ne fece segno co 'l non esser satisfatto nel suo partire; pure, uscito di bottega e mandato al papa tutti e' disegni, scrivendo in ciascuno il nome e di chi mano egli erano, tanto fece nel tondo disegnato da Giotto e nella maniera che egli l'aveva girato, senza muovere il braccio e senza seste, fu conosciuto dal papa e da molti cortigiani intendenti quanto egli avanzasse di eccellenzia tutti gli altri artefici de' suoi tempi. E perci, divulgata<s>i questa cosa, ne nacque quel proverbio familiare e molto ancora ne' nostri tempi usato: Tu sei pi tondo che l'O di Giotto. Il qual proverbio non solo per il caso donde nacque si pu dir bello, ma molto pi per il suo significato, che consiste nella ambiguit del tondo, che oltra a la figura circulare perfetta significa ancora tardit e grossezza d'ingegno.
Fecelo dunque il predetto papa venire a Roma, onorandolo grandemente e con premi riconoscendolo, dove fece la Tribuna di San Pietro et uno angelo di sette braccia, dipinto sopra l'organo, e molte altre pitture, parte ristaurate da altri a' nostri d, e parte nel rifondare le mura nuove, disfatte, e traportate da lo edificio del vecchio San Piero fin sotto l'organo; come una Nostra Donna che era in su<r> un muro, il quale, perch ella non andasse per terra, fu tagliato attorno et allacciato co' travi e ferri, e murata di poi per la sua bellezza dalla piet et amore che portava all'arte il gentilissimo Messer Niccol Acciaiuoli, dottore fiorentino, con altre restaurazioni moderne di pittura e di stucchi per abellire questa opera di Giotto. Fu di sua mano la nave del musaico, fatta sopra le tre porte del portico, nel cortile di San Pietro, la quale fu s maravigliosa, et in quel tempo di tal disegno, d'ordine e di perfezzione, che le lode universalmente datele da gli artefici e da altri intendenti ingegni meritamente se le convengono. Fu chiamato a Napoli dal Re Ruberto, il quale gli fece fare in Santa Chiara, chiesa reale edificata da lui, alcune cappelle, nelle quali molte storie del Vecchio e Nuovo Testamento si veggono. Dove ancora, in una cappella, sono molte storie dell'Apocalisse, ordinategli (per quanto si dice) da Dante, fuor uscito allora di Firenze e condotto in Napoli anch'egli per le parti. Nel Castello de l'Uovo fece ancora molte opere, e particularmente la cappella di detto Castello. E fu s da quel re amato, che oltra la pittura pigli grandissimo piacere del suo ragionamento, avendo egli alcuni motti et alcune risposte molto argute, come fu quando dicendogli un giorno il re che lo voleva fare il prim'uomo di Napoli, E per ci, gli rispose Giotto, son io alloggiato vicino a Porta Reale per esser il primo di Napoli. Et un'altra volta, dicendogli il re: Giotto, s'io fusse in te, ora che fa caldo, tralasserei un poco il dipignere, rispose: Et io, se fussi in voi, farei il medesimo. Fecegli dunque fare molte cose in una sala che il Re Alfonso Primo ruin per fare il castello, e cos nella Incoronata. Dicesi che gli fu fatto dal re dipignere per capriccio il suo reame, per che Giotto gli dipinse uno asino imbastato, che teneva a' piedi un altro basto nuovo e, fiutandolo, faceva segno di desiderarlo; e su l'uno e l'altro basto era la corona reale e lo scettro della podest. Domandato dunque Giotto da 'l re, nel presentargli questa pittura, de 'l significato di quella, rispose tali i sudditi suoi essere e tale il suo regno, nel quale ogni giorno nuovo signore desideravano.
Ora, partitosi da Napoli, fu intertenuto in Roma dal Signor Malatesta da Rimini, che condottolo nella sua citt moltissime cose nella chiesa di San Francesco gli fece dipignere; le quali da Sigismondo, figliuolo di Pandolfo, che rifece la chiesa tutta di nuovo, furono guaste e rovinate. Fece ancora nel chiostro di detto luogo, a l'incontro della facciata della chiesa, la istoria della Beata Michilina a fresco, che fu una delle pi belle et eccellenti cose che Giotto facesse, per le leggiadrissime considerazioni che ebbe questo rarissimo artefice nel dipignerla. Perch, oltra la bellezza de' panni, e la grazia e la vivezza delle teste de gli uomini e delle donne, che sono vivissime e miracolose, egli  cosa singularissima una giovane che v', bellissima quanto pi esser si possa, la quale, per liberarsi da la calumnia dello adulterio, giura sopra di un libro, con gli occhi fissi negli occhi del proprio marito, che giurar la faceva per diffidanza d'un figliuol nero partorito da lei, il quale in nissun modo che suo fusse poteva credere. Costei (cos come il marito mostra lo sdegno e la diffidenza nel viso) fa conoscere, con la piet della fronte e de gli occhi, a coloro che intentissimamente la contemplano, la innocenzia e la simplicit sua, et il torto che se le faceva in farla giurare, e nel publicarla a torto per meretrice.
Medesimamente grandissimo affetto fu quel ch'espresse questo ingegnosissimo artefice in un infermo di certe piaghe; dove tutte le femmine che vi sono dattorno, offese dal puzzo, fanno certi torcimenti schifosi, i pi graziati del mondo.
Et in un altro quadro vi si veggono scorti bellissimi fra una quantit di poveri attratti; et  maravigliosissimo l'atto che fa la sopradetta beata a certi usurai, che le sborsano i danari della vendita delle sue possessioni, per dargli a' poveri, e le pare che i denari di costor putino; e vi  uno che, mentre quegli annovera, pare ch'accenni al notaio che scriva, e co 'l tenere le mani sopra i denari, fa conoscere, con garbatissima considerazione, l'affezzione e l'avarizia sua. Mostr Giotto in tre figure, che in aria sostengano l'abito di San Francesco, figurate per l'obedienza e la pazienzia e la povert, molta bella maniera di panni, i quali con bello andare di pieghe, morbidamente colorite, fanno conoscere a coloro che le mirano, che egli era nato per dar luce all'arte della pittura. Ritrasse di naturale il signor Malatesta in una nave, che pare vivissimo; et alcuni marinai et altre genti che, di prontezza e di affetto nelle attitudini loro, fanno conoscere l'eccellenzia di Giotto, come si vede in una figura, che parlando con alcuni si mette una mano al viso, sputando in mare. E certamente, fra tutte le cose fatte da Giotto in pittura, questa si pu dire essere una delle migliori, perch non vi  figura, in cos gran numero di figure, che non abbia in s grandissimo e bell'artificio, e non sia posta con capricciosa attitudine. E per non manc il Signor Malatesta, vistosi nascere nella sua citt una delle pi belle cose del mondo, premiarlo e magnificamente lodarlo. Finiti i lavori di quel signore, pregato da un prior fiorentino, che allora nella chiesa di San Cataldo, in quella citt, era da' suoi superiori mandato, che egli volesse dipignerli, fuor della porta della chiesa, un San Tomaso d'Aquino che a' suoi frati leggesse la lezzione, esso per l'amicizia che seco aveva non manc di satisfarlo, faccendoli una pittura molto lodevole. E di quivi partito and a Ravenna, et in San Giovanni Vangelista fece una cappella a fresco lodata molto. Tornossi poi con grandissimo onore e con grandissima facult a Fiorenza, dove in San Marco fece un Crocifisso in sul legno grande lavorato a tempera, maggiore che 'l naturale, in campo d'oro, il quale fu messo a mano destra in chiesa; et un simile ne fece in Santa Maria Novella, sul quale Puccio Capanna suo creato in compagnia di lui lavor, et ancora oggid  locato sopra la porta maggiore nell'intrata della chiesa. Dipinse in fresco nel medesimo luogo un San Lodovico, sopra al tramezzo della chiesa a man destra, sotto la sepoltura de' Gaddi; e ne' frati umiliati in Ogni Santi una cappella e quattro tavole.
E fra l'altre una, dentrovi una Nostra Donna, con molti angeli attorno et il figliuolo in braccio; et un Crocifisso grande in legno, da 'l quale Puccio Capanna, pigliando il disegno, molti per tutta Italia ne lavor, avendo presa molto la pratica e la maniera di Giotto. Nel tramezzo della chiesa in detto luogo  appoggiata una tavolina a tempera, dipinta di mano di Giotto con infinita diligenza e con disegno e vivacit dentrovi la Morte di Nostra Donna, con gli Apostoli che fanno l'essequie, e Cristo che l'anima in braccio tiene; da gl'artefici pittori molto lodata, e particularmente da Michel Agnolo Buonaroti, attribuendole la propriet della storia essere molto simile al vero. Oltra che le attitudini nelle figure con grandissima grazia dello artefice sono espresse. E veramente fu in que' tempi un miracolo il vedere in Giotto tanta vaghezza nel dipignere e considerare ch'egli avesse appreso quest'arte senza maestro.
Avvenne che, per aver Giotto nel disegno fatto una bellissima pratica, li fu fatto fare molti disegni, e non solamente per pitture, ma per fare delle sculture ancora; come quando l'Arte de' Mercatanti volse far gettar di bronzo le porte del Batisteo di San Giovanni, egli disegn per Andrea Pisano tutte le storie di San Giovanni Batista, ch' quella porta che volta oggi verso la Misericordia. Ma quanto e' valesse nella architettura lo dimostr nel modello del campanile di Santa Maria del Fiore, che essendo mancato di vita Arnolfo Todesco, capo di quella fabrica, e desiderando gli operai di quella chiesa, e la Signoria di quella citt, che si facesse il campanile, Giotto ne fece fare co 'l suo disegno un modello di quella maniera todesca che in quel tempo si usava, e per averlo egli ben considerato, inoltre disegn tutte le storie che andavano per ornamento in quella opera. E cos scompart di colori bianchi, rossi e neri in sul modello, tutti que' luoghi dove avevano andare le pietre et i fregi, con grandissima diligenzia, et ordin che 'l circuito da basso fussi in giro di larghezza de braccia 100, ci  braccia 25 per ciascuna faccia e l'altezza braccia 144 nella quale opera fu messo mano l'anno MCCCXXXIIII e seguitata del continuo, ma non s che Giotto la potessi veder finita, interponendosi la morte sua. Mentre che questa opera si andava fabricando, fece egli, nelle Monache di San Giorgio, una tavola, e nella Badia di Fiorenza, in uno arco sopra la porta di dentro alla chiesa, tre mezze figure, oggi dalla ignoranzia d'uno abbate fatte imbiancare per illuminare la chiesa. Nella sala grande del Podest di Fiorenza, per mettere paura a i popoli dipinse il commune ch' rubato da molti; dove in forma di giudice con lo scettro in mano a sedere lo figura, e le bilance pari sopra la testa, per le giuste ragioni ministrate da esso, et aiutato da quattro figure, dalla Fortezza con l'animo, dalla Prudenzia con le leggi, dalla Giustizia con l'armi e dalla Temperanza con le parole; pittura bella et invenzione garbata, propria e verisimile. Partissi di Fiorenza per fare nel Santo di Padova alcune cappelle, dove molto dimor, perch fece ancora nel luogo dell'arena una Gloria Mondana, la quale gli diede molto onore. Et a Milano trasferitosi quivi ancor lavor, et a Fiorenza ritornatosi, alli VIII di gennaio nel MCCCXXXVI rese l'anima a Dio, onde da gli artefici pianto et a' suoi cittadini assai doluto, non senza portarlo alla sepoltura con quelle esequie onorevoli che a una tanta virt com'era quella di Giotto si convenissi, et a una patria come Fiorenza, degna d'uno ingegno mirabile come il suo. E cos quel giorno non rest uomo, piccolo o grande, che non facesse segno con le lacrime o co 'l dolersi della perdita di tanto uomo. Il quale, per le rare virt che in lui risplenderono, merit, ancora che e' fosse nato di sangue vile, lode e fama certo chiarissima.
Il campanile di Santa Maria del Fiore fu seguitato e tirato avanti da Taddeo Gaddi suo discepolo, in su lo stesso modello di Giotto. Et  opinione di molti, e non isciocca, che egli desse opera alla scoltura ancora, attribuendogli ch'e' facesse due storiette di marmo che sono in detto campanile, dove si figurano i modi et i principii dell'arti, ancora che altri dichino solamente il disegno di tali storie essere di sua mano. Rest in memoria della sua sepoltura in Santa Maria del Fiore, dalla banda sinistra entrando in chiesa, un mattone di marmo, dove  sepolto il corpo suo.
I discepoli suoi furono Taddeo sopradetto e Puccio Capanna, che in Rimini nella chiesa di San Cataldo de' frati predicatori, dipinse un voto d'una nave che par che affoghi nel mare, con gente che gettano le robe nel mare. Et vvi Puccio di naturale, fra un buon numero di marinari. Fu ancora suo discepolo Ottaviano da Faenza, che in San Giorgio di Ferrara, luogo de' monaci di Monte Oliveto, dipinse molte cose; et in Faenza sua patria, dove egli visse e mor, dipinse nello arco sopra la porta di San Francesco una Nostra Donna con San Piero e San Paulo. E Guglielmo da Forl, che fece molte opere, e particularmente la cappella di San Domenico nella sua citt. Furono similmente creati di Giotto Simon Sanese, Stefano Fiorentino e Pietro Cavallini romano, et altri infiniti, i quali molto alla maniera et alla imitazione di lui s'accostarono. Rest nelle penne di chi scrisse a suo tempo, e poi, tanta maraviglia del nome suo, per esser stato primo a ritrovare il modo di dipignere, perduto inanzi lui molti anni, che dal Magnifico Lorenzo Vecchio de' Medici, facendosi egli di questo maestro ogni giorno pi maraviglia, merit d'avere in Santa Maria del Fiore la effigie sua scolpita di marmo; e dal divino uomo Messer Angelo Poliziano lo infrascritto epitaffio in sua lode, acci che quegli che verranno eccellenti e rari in qual si voglia professione, debbino valorosamente esercitarsi per avere di s fatte memorie, meritandole, in lode loro dopo la morte, come fe' Giotto: 27  ILLE EGO SUM PER QUEM PICTURA EXTINCTA REVIXIT 28 CUI QUAM RECTA MANUS TAM FUIT ET FACILIS 29 NATURAE DEERAT NOSTRAE QUOD DEFVIT ARTI 30 PLUS LICVIT NVLLI PINGERE NEC MELIVS 31 MIRARIS TURRIM EGREGIAM SACRO AERE SONANTEM? 32 HAEC QUOQUE DE MODVLO CREVIT AD ASTRA MEO 33 DENIQUE SUM IOTTUS. QUID OPUS FVIT ILLA REFERRE? 34 HOC NOMEN LONGI CARMINIS INSTAR ERIT.

 I,6.Stefano Era tanta la fama della nuova pittura, e tanto erano onorati gli artefici di quella per le maraviglie che Giotto faceva, a paragone di quelli che inanzi a lui in muri et in tavole avevano operato, che molti giovani, pronti e volonterosi, si mettevano ad imparar tale arte, scioperandosi da tutto il resto de gli essercizii; e sentendo il bene che del continuo ne traevano, volentieri vi perseveravano. Fra i quali fu Stefano pittor fiorentino, il quale con l'opere sue di gran lunga pass coloro che prima di lui s'erano affaticati nell'arte, mostrando il valor suo essere di tanta intelligenzia in tale esercizio, quanto di minore gli inanzi a lui erano stati. Impar Stefano l'arte della pittura da Giotto, il quale l'am molto per li costumi buoni, e per l'assiduit ch'e' mostrava in ogni sua azzione che per tale essercizio facesse. Laonde in poco tempo, dopo la morte di Giotto, lo avanz di maniera, d'invenzione e di disegno talmente, che ne gli artefici vecchi pu veramente darsigli il vanto, poi ch'egli tolse a tutti l'onore et il pregio. Costui dipinse a fresco, in Pisa, la Nostra Donna del Campo Santo; et in Fiorenza nel chiostro di Santo Spirito in tre archetti, a fresco lavor di sua mano, nell'uno de i quali  la Trasfigurazione di Cristo con Mos et Elia et i tre discepoli. Dove Stefano, imaginandosi lo splendore che abbagli quegli, figurandogli in straordinarie attitudini, cerc avviluppargli di panni, e nuove pieghe facendo, tentava ricercare sotto lo ignudo della figura.
Fecevi sotto la storia quando Cristo libera la indemoniata, dove tir in prospettiva uno edificio perfettamente, di quella maniera allora poco nota, et a destra forma et a miglior cognizione la ridusse; quivi, con giudicio straordinario modernamente operando d'arte, d'invenzione, di proporzione e di giudizio nelle colonne, nelle porte, nelle finestre e nelle cornici, si dimostr talmente eccellente, e da gli altri maestri diverso, che mi pare che non se gli disconvenga il titolo d'accorto e di savio investigatore della nuova maniera moderna.
Imaginossi costui, fra l'altre cose ingegnose, una salita di scale molto difficili, le quali in pittura e di rilievo murate, et in ciascun modo fatte, hanno disegno, variet et invenzione garbatissima. Sotto questa, nell'altro archetto,  una storia di Cristo quando libera San Pietro da 'l naufragio, ov'egli par che gridi: Domine salva nos, perimus; cosa giudicata molto pi bella dell'altre, essendovi, oltra la morbidezza de' panni e la dolcezza dell'aria nelle teste delle figure, lo spavento della fortuna del mare, e gli Apostoli percossi da diversi moti e fantasmi marini, e figurati con attitudini molto proprie e tutte bellissime. E bench il tempo abbia consumato le fatiche che fece, si conosce abbagliatamente per che si difendono da la furia de' venti e da l'onde del mare; cosa che restando a gli artefici moderni per opra eguale a i meriti, e degna di singularissima lode, dovette certo, ne' tempi suoi, parer miracolo in tutta Toscana. Dipinse nel primo chiostro di Santa Maria Novella un San Tomaso d'Aquino allato a una porta, dove fece ancora un Crocifisso, il quale  stato da altri pittori per rinovarlo in mala maniera condotto. Lasci similmente una cappella in chiesa, cominciata e non finita, e molto consumata dal tempo; nella quale si vede quando gli angeli, per la superbia di                           Lucifero, piovvero gi in forme diverse, nelle quali, con Lucifero, piovvero gi in forme diverse, nelle quali, con quella fatica che egli pot, fece gli scorti nelle figure.
Et egli fu il primo che in tale difficult mostrasse in parte quel che oggi veggiamo fare da gli spiriti egregii di tal mestiero; onde coloro lo chiamarono per sopranome scimia della natura, contrafacendo quella tanto propria e vivacemente, che ancora oggi da que' che lo veggono  tenuto il medesimo.
Fu costui condotto a Milano, dove lavorando a molte cose diede principio, ma finir non le potette, essendosi per la mutazione dell'aria ammalato di sorte, che gli convenne tornare a Fiorenza. Dove, essendo ritornato nella sua prima sanit, non pass molto tempo che fu condotto ad Ascesi; e quivi cominci una storia, e mezza la fin, la quale lavor con somma diligenzia e con sommo amore. Indi, ritornato a Fiorenza per alcune faccende, dipinse a' Cianfigliazzi lungo Arno, fra la casa loro e 'l ponte alla Carraia, un tabernacolino picciolo in un canto che v', dove figur con tal diligenzia una Nostra Donna, alla quale, mentre ella cuce, un fanciullo vestito che siede porge uno uccello; che per picciolo che sia il lavoro, non manco merita lode che si faccino l'opere maggiori e da lui pi maestrevolmente lavorate.
Stimasi che Maso detto Giottino fosse suo figliuolo, bench molti, per l'allusione del nome e del vocabolo, lo tenghino figliuol di Giotto. Ma io, per alcuni stratti ch'ho visto, e per certi ricordi di buona fede scritti da Lorenzo Ghiberti e da Domenico del Grillandaio, pi tosto credo ch'e' fosse figliuolo di Stefano che di Giotto. Egli fu certamente molto parco e costumato nel vivere e nella virilit sua rese l'anima al cielo, avendosi acquistato con l'opere grandissima fama. Puossi attribuire a costui che dopo Giotto ponesse la pittura in grandissimo miglioramento, perch nella invenzione fu molto vario da lo stile e da la maniera di Giotto. E fu pi unito ne' colori e pi sfumato che tutti gli altri, e non ebbe paragone di diligenza ne' tempi suoi.
E quegli scorti ch'e' fece, ancora che cattiva maniera in essi per la difficult del farli mostrasse, nondimeno chi  investigatore delle prime difficult ne gli esercizii, merita molto pi nome che color che seguono con qualche pi ordinato componimento. Certamente grande obligo si dee avere a Stefano, perch chi camina al buio e mostra la via e gli altri rincuora,  cagione che, scoprendo i passi difficili di quella, da 'l cattivo camino, con spazio di tempo, si pervenga a 'l desiderato fine. Laonde coloro che con giudicio considereranno l'opere ch'e' fece nel tempo dell'oscurit dell'arte, averanno non manco grado alle sue fatiche che oggi s'abbia a chi apertamente dimostra i lumi della facilit nelle pitture eccellenti. Furono l'opere di Stefano lavorate nel MCCCXXXVII, e visse XXXIX anni, et in Santo Spirito di Fiorenza fu nella sua sepoltura riposto con questo epitaffio: STEFANO FLORENTINO PICTORI FACIUNDIS IMAGINIBUS AC COLORANDIS FIGURIS NULLI UNQUAM INFERIORI AFFINES MOESTISSIMI POS<UERUNT>. VIX<IT> AN<NOS> XXXIX.

 I,7.Ugolino Fu felicissima l'et di Giotto per tutti coloro che dipingevano, perch in quella i popoli, tirati dalla novit e dalla vaghezza dell'arte, che gi era ridotta da gli artefici in maggior grado, avendo le religioni di San Domenico e di San Francesco finito di fabricare le muraglie de' conventi e delle chiese loro, et in quelle predicando del continovo, tiravano con le predicazioni a la cristiana fede et a la buona vita i cuori indurati nelle male opere, e quegli esortavano ad onorare i santi di Gies, di sorte che ogni d si fabricavano cappelle, e da gli idioti si facevano dipignere, per desiderio di giugnere in Paradiso. E cos costoro, co 'l muovere gl'intelletti ignoranti de gli uomini, acomodavano le chiese loro con bellissimo ornamento.
Per questo Ugolino, sanese pittore, fece moltissime tavole et infinite cappelle per tutta Italia, tenendo ancora gran parte della maniera greca, come gi vecchi in essa; et ancora che fosse venuto Giotto, nondimeno aveva, come caparbio e duro, la maniera di Cimabue in grandissima venerazione pi che quella che us Giotto; come nell'opere di Ugolino fanno fede in Siena le tavole lavorate da lui, e similmente in Fiorenza la tavola di Santa Croce allo altar maggiore, in campo tutto d'oro, et in Santa Maria Novella un'altra tavola della medesima maniera, che gi molti anni stette a lo altare della cappella maggiore, et oggi  posta nel capitolo e data alla nazione spagnuola, per far quivi la festa di Santo Iacopo.
Dipinse costui molte tavole grandi per la Italia, e di queste la maggior parte a la foggia medesima; e molte ancora fuori de la Italia, finite tutte con bella pratica; senza uscire per punto de la maniera del suo maestro. E di queste non far io memoria particulare, per esser costui uno di que' maestri che si tenne sempre al modo de' vecchi. Basti che egli ne acquist buone facult e che, divenuto vecchissimo, potette ben sostentarsi et aiutarsi con esse, ne gli incommodi che apporta seco il pi delle volte la et decrepita. E che, arrivato a quel termine, senza avere avuti dispiaceri di importanza nella sua professione, pass finalmente di questa vita l'anno MCCCXXXIX, e fu sepolto in Siena con questo epitaffio: 14  PICTOR DIVINUS IACET HOC SUB SAXO UGOLINUS 15 CUI DEUS AETERNAM TRIBUAT VITAMQUE SUPERNAM.

 I,8.P.Laurati Grandissimo contento pruova certamente un pittore, o qual si voglia altro raro ingegno, essendo chiamato fuori della patria sua per onorar l'altrui; e se per adventura quella truova pi nobile di costumi e d'ingegni e di facult, incontinente tutto si riempie di gioia in vedersi premiare, accarezzare e largamente onorare. Perch pu veramente costui felicissimo riputarsi, considerando molti nella propria patria, per eccellenti che siano, esser poco stimati e quasi da ciascuno vilmente il pi delle volte negletti, senza ricevere premio o vedere alcun segno d'onore; e per lor mala disgrazia, umili e senza nome alcuno abietti giacersi, ricevendo tutto il contrario d'ogni loro merito. Ancora che ci non avvenisse in maniera alcuna a Pietro Laurati pittor sanese, il quale mentre che visse, opere lodevoli facendo, primieramente orn et onor Siena sua patria, indi molte altre citt di Toscana. E prima alla Scala, spedale di Siena, dipinse in fresco due storie, imitando la maniera di Giotto, gi per tutta Toscana da infiniti maestri divulgata, come di quel millesimo, oggi ancora assai numero in diversi luoghi si vede. Dimostr nel suo lavorare in queste due storie una pratica grande e maestrevolmente risoluta, molto pi che Cimabue e Giotto e gli altri stati sino a quel tempo. Vedesi in dette figure, quando la Vergine Maria saglie i gradi del tempio accompagnata da Giovacchino e da Anna, e ricevuta dal sacerdote, e nell'altra lo sposalizio di essa, con ornamenti assai e le figure ben panneggiate, ne' suoi abiti semplicemente avvolte. Dimostr nelle cose sue maiest e magnifica maniera, essendo il primo in Siena che dipignesse in fresco; in tavola lavorando a 'l modo migliore e' f conoscere a gli artefici di quella lui essere non meno pratico che diligente. A Monte Oliveto di Chiusuri dipinse una tavola a tempera, posta oggi nel Paradiso di sotto la chiesa; et a Fiorenza, dirimpetto alla porta sinistra della chiesa di Santo Spirito, in sul canto dove oggi sta il beccaio, dipinse un tabernacolo, il quale per la morbidezza delle teste e per la dolcezza che vi si vede, merita sommamente da ogni artefice loda et onore. Poco da poi la vot in Cortona, et in Arezzo fece nella Badia di Santa Fiora e Lucilia, monistero de' monaci neri, in una cappella, un San Tomaso che cerca a Cristo la piaga, e nella pieve di detta citt la tavola dello altar maggiore con assai figure, nelle quali e' mostr esser vero e buon maestro. Lasci suo discepolo Bartolomeo Bolghini sanese, il quale in Siena e per Italia molte tavole dipinse, e lavor in Fiorenza quella ch' locata su lo altare della cappella di San Salvestro nella chiesa di Santa Croce. Le loro pitture furono nello anno MCCCXXXVIIII.

 I,9.A.Pisano Non fior mai per tempo nessuno l'arte della pittura, che gli scultori non facessino il loro esercizio con eccellenza. E di ci ne sono testimonii molte cose a chi ben riguarda le opere di tutte le et s come ci dimostra al presente nella sua Andrea Pisano. Il quale, esercitando la scultura nel tempo di Giotto, fece tanto miglioramento in tale arte che, e per pratica e per istudio, fu stimato in quella professione il maggior uomo che avessino avuto insino a' tempi suoi i Toscani. Per il che da chiunque lo conobbe furono talmente onorate e premiate le opere sue, e massimo da' Fiorentini, che non gli increbbe cambiar patria, parenti, facultati et amici, mostrando quell'animo valoroso che il pi delle volte suol mostrare ogni da bene artefice quando, lavorando continovamente,  aiutato dalla natura, dagli uomini, dalla pace e dal premio. A costui giov molto quella difficult che avevano avuta nella scultura i maestri che erano stati avanti a lui, perch avevano usato di fare le loro sculture s rozze e s dozzinali, che chi le vedeva a paragone di quelle di questo uomo aveva molto da lodarlo.
E che quelle prime fussero goffe ne fanno fede alcune che sono sopra la porta di San Paulo di Firenze, nell'arco della porta principale de la detta chiesa, e nella chiesa di Ognisanti, dove sono alcune cose lavorate di pietra che senza dubbio muovono pi tosto gl'intelletti d'altrui a ridersi et a farsi beffe delle fatiche loro, che ad alcuna maraviglia di tal opere. E certamente l'arte della scultura si pu molto meglio ritrovare quando si perdesse lo esser delle statue, avendo gli uomini il vivo et il naturale, che  tutto tondo come vuole ella, che non pu l'arte della pittura, non essendo cos presto o facile il ritrovare i be' dintorni e la maniera buona per metterla in luce: le quali cose, nelle opere che fanno i pittori, arrecano maiest, bellezza, grazia et ornamento.
Et ebbe Andrea nelle fatiche sue grandissimo vantaggio, essendo state condotte in Pisa mediante le molte vittorie che per mare con le lor galee e legni ebbero i Pisani, molte anticaglie e pili, che ancora sono intorno al Duomo et al Campo Santo che gli fecero tal lume certamente, che tale non lo potette avere Giotto da le opere di Cimabue e degli altri pittori, per non si esser conservate le pitture antiche tanto quanto la scultura. La quale, ancora che spesso sia destrutta da' fuochi, da le rovine, dal furor delle guerre e sotterrata e transportata in diversi luoghi, spogliate le opere d'ogni bello artifizio, si riconosce nondimeno da chi intende la differenzia delle maniere di tutti i paesi, come per esempio la egizzia  sottile e lunga nelle figure, la greca  artifiziosa e di molto studio negli ignudi e le teste hanno quasi una aria medesima. E la antichissima de' Toscani e de' Romani  bella per l'arie, per le attitudini e moti, per gli ignudi e per i panni, che certo hanno cavato il bello di tutte queste provincie e, raccoltolo in una sola maniera, per farla apparire la pi divina di tutte le altre.
Dove, spente queste arti, si adoperava nel tempo di Andrea quella che da' Gotti e da' Greci goffi era stata recata in Toscana. Et egli, considerato il nuovo disegno di Giotto e quelle poche anticaglie che gli erano note, assottigli gran parte della grossezza di s sciaurata maniera con il suo giudizio, e cominci ad operare meglio et a dare molto                        maggiore bellezza alle cose sue, che non aveva fatto ancora maggiore bellezza alle cose sue, che non aveva fatto ancora nessuno altro in quella arte, insino a' tempi suoi. Per il che, visto lo ingegno, la destrezza e la pratica, cominci nella patria sua, ci  in Pisa, ad essere aiutato da molti et a mettere in opera. Laonde fece a Santa Maria a Ponte alcune figurine di marmo di sua mano, le quali gli recarono tal nome ch'e' fu ricerco e con grandissima instanzia e per non piccoli mezzi, di venire a lavorare in Firenze per la Opera di Santa Maria del Fiore, la quale aveva allora cominciata la fabbrica del campanile, et avevano carestia di maestri che facessino le storie che Giotto aveva disegnate, da mettersi nel principio di detta fabbrica. E cos Andrea, pensando fare acquisto nella roba, s come egli aveva fatto nella arte, si condusse a Firenze, e fece la porta di detto campanile con quelle figurette che sono in cima di quella, e di poi seguit le istorie che ci sono intorno, per che quattro, che sono fra la chiesa e la torre del campanile, che si conoscono che non sono sue. Seguit di fare di sopra, in certe mandorle, i sette Pianeti, le sette opere della misericordia e le sette Scienzie tutte di marmo, ci  con figurette piccole e di basso rilievo. Et acquistato grandemente pi fama e pi maestria, prese a fare da gli operai tre figure, che sono braccia, che andavano nel campanile nelle nicchie sotto le finestre; e finite, furon messe su da quella banda dove oggi stanno i Pupilli, ci  verso mezzogiorno. Le quali gli feciono acquistare tanta grazia appresso degli operai, che e' li diedero a fare due altre figure di marmo della medesima grandezza, che furono il Santo Stefano et il Santo Lorenzo che son posti nella facciata di Santa Maria del Fiore, in su le ultime cantonate della facciata. Le quali opere ciascuna di per s e tutte insieme, feciono s invaghire di quel suo lavorare quegli che governavano allora la citt, che e' fu fatto ragionamento, fra i consoli dell'Arte de' Mercatanti, di fare al Tempio di San Giovanni le porte di bronzo, di una delle quali Giotto aveva fatto un disegno bellissimo. E cos Andrea, preso animo, chiamato dalla signoria di Firenze, gli fu allogata detta porta per essere egli, fra tanti che avevano lavorato insino allora, tenuto di tutti il pi valente di giudicio, di sperienza e di pratica, non solo di quelli che si ritrovavano in Toscana, ma in tutta l'Italia.
La quale opera lo dispose totalmente a la fatica, per acquistar fama et onore, conoscendo che quello era il pi degno et onorato lavoro che si potessi mai allogare ad artefice. E cos gli fu la sorte propizia nel getto, che in termine di XXII anni condusse tale opera alla perfezzione che si vede.
E mentre lavorava questa porta, fece ancora il tabernacolo dello altare maggiore di San Giovanni, con duoi angeli che lo mettono in mezzo, che furono in quel tempo tenuti cosa bellissima. Ma, per tornare onde mi son partito, dico che in detta porta di bronzo sono storiette di basso rilievo, da la nascita e della vita sino alla morte di S. Giovanni Batista, le quali condusse egli felicemente con amore e con diligenzia a l'ultimo fine. E se bene pare a molti che in tali istorie non apparisca quel bel disegno e quella grande arte che si suol porre nelle figure, non merita per biasimo ma lode grandissima, per essere stato il primo e per aver avuto tale animo di avere condotta a perfezzione quella opera, che fu poi cagione che gl'altri che vennono dopo lui hanno fatto tutto quello di bello, di difficile e di buono, che nelle altre due porte e negli ornamenti di fuori al presente si veggono. Questa opera fu posta, per la sua somma bellezza, alla porta di mezzo di quel tempio, e vi stette insino a che Lorenzo Ghiberti fece quella che vi  al presente; et allora fu levata e posta di rincontro alla Misericordia, ci  a mezzogiorno, dove ancora si truova.
Merit dunche Andrea, per le onorate fatiche di cotanti anni, non solamente premii grandissimi ma e la civilit ancora: perch fatto dalla Signoria cittadino fiorentino e' gli furono dati uficii e magistrati in quella citt; e le opere sue furono molto pregiate, mentre che e' visse e dopo la morte ancora, non si trovando nessuno che lo passasse nello operare, sino al tempo di Niccol Aretino e di Iacobo da la Quercia sanese e di Donatello e di Filippo di Ser Brunellesco e di Lorenzo Chiberti, i quali condussono le sculture che e' fecero di maniera che ei feciono conoscere a' popoli in quanto errore egli erano stati insino a quel tempo, dimostrandosi costoro nelle fatiche loro pi perfetti e risuscitando quella vera virt che era molti e molti anni stata nascosa e non ben conosciuta dall'intelletti degli uomini. E le dette opere di Andrea furono da lui lavorate circa gli anni MCCCXXXIX. Lasci a la morte sua discepoli assai, fra' quali fu Giovanni Pisano architetto, che fece il disegno e la fabbrica del Campo Santo di Pisa et il campanile del Duomo; similmente Niccola Pisano che fece la fonte et il pergamo di San Giovanni, ad onore del quale Niccola furono intagliati questi versi: 42  ANNO MILLENO BIS CENTUM BISQUE TRIDENO 43 HOC OPUS INSIGNE SCULPSIT NICOLA PISANUS.
Et altri discepoli ancora, de' quali non accade fare memoria altrimenti, se non dire che e' condussero infinite cose goffe nella facciata di Santa Maria del Fiore di Firenze, et a Pisa, a Vinegia, a Milano e per tutta Italia, ne fecero pi che molte.
Di Andrea rimase Nino suo figliuolo, che attese alla scultura, et in Santa Maria Novella di Firenze, sotto il tramezzo, fece di marmo una Nostra Donna dentro a la porta, allato alla capella de' Minerbetti. Costui sepel Andrea suo padre in Santa Maria del Fiore l'anno MCCCXL, e gli fece nel sepolcro questo epitaffio: 7  INGENTI ANDREAS IACET HAC PISANUS IN URNA 8 MARMORE QUI POTUIT SPIRANTES DUCERE VULTUS 9 ET SIMULACRA DEVM MEDIIS IMPONERE TEMPLIS 10 ET AERE EX AVRO CANDENTI ET PULCRO ELEPHANTO.

 I,10.B.Buffalmacco Non fece mai la natura un burlevole e con qualche grazia garbato, ch'ancora non fosse a caso e da straccurataggine accompagnato nel viver suo. E nientedimeno si truovano alle volte costoro s diligenti, per la dolcezza dell'amicizia, nelle comodit di coloro che amano, che per fare i fatti loro il pi delle volte dimenticano se medesimi. Onde, se costoro usassero la astuzia ch' lor data dal cielo, si leverebbono dattorno quella necessit, che nasce nelle vecchiezze loro e negli infortuni ove si veggono incorrere il pi delle volte, e serbandosi il capitale di qualcosa delle fatica della giovanezza, diventerebbe loro comodit utilissima e necessaria, in quel tempo proprio ove sono tutte le miserie e tutte le incomodit. E certamente chi ci fa, s'assicura benissimo per la vecchiaia e vive con minor sospetto e con maggior contentezza. Questo non seppe fare Buonamico detto Buffalmacco, pittor fiorentino, celebrato dalla lingua di m<esser> Giovanni Boccaccio nel suo Decamerone. Fu costui, come si sa, carissimo compagno di Bruno, e di Calandrino pittori, e dotato nella pittura di buon giudicio. Lavor nelle monache fuor della porta, a Faenza (luogo oggi ruinato per farvi il castello) tutta la chiesa di sua mano. E per essere egli figura astratta nel vestire come nel vivere, rare volte portava il mantello e 'l cappuccio. Onde cominciando l'opera, e le monache per la turata che fatto aveva Buonamico spesso guatando, non si contentavano di vederlo in farsetto. Pure, avendo il castaldo lor detto che egli era maestro molto valente di quel mestiero, se ne stettero tacite alcuni d; ma di nuovo rivedendolo pareva loro un garzonaccio da pestar colori.
Perch fu Buonamico dalla badessa richiesto che il maestro arebbono voluto veder lavorare e non lui; onde Buonamico, come uomo faceto e di piacevole pratica, promise loro che, tosto che il maestro ci fosse stato, gliele arebbe fatto intendere, accorgendosi della diffidenza che le monache avevano dell'opera sua. Preso dunque un desco, e postovene sopra un altro, mise all'ultimo in cima una brocca d'acqua, che serviva al lavoro che faceva; e dove era la bocca di essa pose il cappuccio in su 'l manico, e co 'l mantello il mezzo del corpo coperse, affibbiatolo intorno a i deschi; e nel boccuccio dove l'acqua si trae, pose un pennello. Onde da una banda cansando la turata della tela, le monache vedevano il maestro dell'opera, che pareva che dipignesse.
Ma essendo elle venute in desiderio di veder l'opera ch'e' faceva, e passati pi di quindici giorni che Buonamico non c'era capitato, elleno una notte, pensando che il maestro non ci fosse, come curiose andarono a vedere la pittura di Buonamico e ritrovarono la loro semplicit esser mutata in goffezza. Perch, scornate dalla burla, fecero cercare al castaldo di Buonamico, il quale con grandissime risa si ricondusse al lavoro, dichiarando alle monache la differenza ch'era da gli uomini alle brocche. Ora quivi in pochi giorni lavorando fin una storia, di ch'elle vedutola si contentaron molto, a una cosa sola apponendosi: che le figure parevano loro troppo smorticce. Per il che Buonamico, il quale aveva inteso che la badessa aveva una bonissima vernaccia, che per lo sacrificio della messa serbava, le disse esserci rimedio ad acconciarle; che avendo vernaccia, la qual buona fusse, stemperandola ne' colori e toccandone le gote e 'l corpo delle figure, le farebbe tornare il colore pi vivace che non avevano; di che ne fu fornito mentre che dur il lavoro, et egli fece le figure pi rosse co i colori, et a s et a gli amici suoi il colore medesimamente mantenne.
Finito il lavoro delle monache, dipinse nella Badia di Settimo alcune istorie di S. Iacopo a' monaci di quel luogo, a i quali fece infinitissime burle e molte piacevolezze.
Lavor a fresco in Bologna in S. Petronio la capella de' Bolognini, con molte istorie e gran numero di figure, dove tanto satisfece a quel gentiluomo che lo faceva lavorare, che oltre al premio che non fu piccolo, ne acquist benivolenzia et amore perpetuo. Appresso fu da molti signori per Italia chiamato per la sua garbata maniera e per far burle e per trattener cicalando gli amici. Fece ancora in San Paolo a Ripa d'Arno in Pisa certi lavori, et in Campo Santo alcune storie dove comincia il principio del mondo. Fu costui sempre familiare e domestico di Maso del Saggio, e la sua bottega era del continuo piena di cittadini, tirati dalle costui piacevolezze, secondo che si vede nella novella di maestro Simone, quando lo mandarono in corso, e similmente nelle giostre fatte a Calandrino.
Dicesi che, avendo egli promesso in Valdimarina a un contadino lavorare un San Cristofano, ne fece fare d'accordo con esso lui in Fiorenza uno istrumento rogato, che lo dovesse fare per prezzo d'otto ducati, e la figura doveva essere dodici braccia. Arrivato Buonamico a la chiesa per farlo, trov che ella non era pi che nove braccia in tutta l'altezza, dove n di fuori n di dentro potendo accomodarlo, si risolse poi che non ci poteva capir ritto, di farlo dentro in chiesa a giacere, e cos lo fece. Onde il contadino si dolse di Buonamico in giudicio all'Arte de gli Speziali, ma per lo contratto che avevano fatto insieme fu giudicato ch'egli avesse il torto. A Calcinaia ancora dipinse una Nostra Donna a fresco co 'l Figliolo in braccio, la quale finita, non potendo trarre i danari di mano al contadino, vedendosi trattenere et alla fine uccellare, deliber valersene. Et una mattina, partitosi da Fiorenza et a Calcinaia inviatosi, convert il fanciullo che la Vergine aveva in collo, con tinta senza colla o tempera, in uno orsacchino. Dove il contadino, pressoch disperato, ritornando per Buonamico della prima opera fatta e della seconda ch'a fare aveva, lo pag interamente. Et egli, con una spugna bagnata, lav la tinta che vi aveva messa di sopra, et allegro, co' meritati danari, se ne ritorn a Fiorenza. Fece infinite altre burle Buonamico, le quali lungo sarebbe e fuor di proposito a raccontare. Basta che le figure sue furono stimate bonissime e da quegli che dopo lui sono stati sempre avute in pregio grandissimo. Fin il corso della vita sua nell'et d'anni LXVIII, e dalla Misericordia sovenuto in Santa Maria Nuova di Fiorenza ordinariamente fu sepolto nelle ossa l'anno MCCCXL. Dolse veramente a molti la perdita di Buonamico, il quale con le piacevolezze sue trattenne del continuo i suoi cittadini e gli artefici, facendosi conoscere non meno mirabile nell'arte che faceto ne i costumi. Onde dopo la sua morte fu alcuno che cos scrisse di lui: 36  UT MANIBUS NEMO MELIUS FORMARE FIGURAS 37 SIC POTERAT NEMO VEL MELIORA LOQUI.

 I,11.A.Lorenzetti Grandissima senza dubbio  l'obligazione che doverebbono aver del continuo alla natura et al cielo gli artefici di bellissimo ingegno, ma molto pi grande doverebbe esser la nostra verso loro, veggendo ch'eglino con tanta sollecitudine riempiono tutte le citt di proporzionatissime fabriche e di vaghissimi componimenti, e s'arrecano il pi delle volte grandissima fama e grandissime ricchezze nelle case loro, non togliendosi punto dall'arte; la qual cosa veramente mise in esecuzione Ambruogio Lorenzetti, pittor sanese, il quale fu inventore molto considerato nel comporre e situare in istoria le sue figure. Di che ne fa vero testimonio in Siena ne' frati minori una istoria leggiadrissimamente dipinta da lui, che tien tutta la facciata d'un chiostro figurando in quella in che maniera un giovane si fa frate et in che modo egli et alcuni altri vanno a 'l Soldano, e quivi sono battuti e sentenziati alle forche et impiccati ad uno albero e finalmente decapitati, con la sopragiunta d'una orrenda e spaventevole tempesta.
Nella qual pittura con molta arte contrafece destrissimamente il rabbaruffamento dell'aria e la furia della pioggia e de' venti ne' travagli delle figure, da le quali i moderni maestri hanno imparato il modo et il principio della invenzione, per la quale come inusitata anzi prima, merit egli comendazione infinita. Fu Ambruogio pratico coloritore a fresco, e nel maneggiare a tempera i colori oper quegli del continuo con destrezza e con facilit grande, come si vede ancora nelle tavole finite da lui in Siena allo spedaletto, per sopranome Monna Agnesa, nel quale dipinse e fin una storia, con nuova e bella composizione. Et allo spedal grande fece la Nativit di Nostra Donna in muro, e ne' frati di Santo Agostino di detta citt il capitolo, e nella volta si veggono figurate di sua mano parte delle storie del Credo. Indi nella facciata maggiore sono tre storie di Santa Caterina martire, quando disputa co 'l tiranno in un tempio, e nel mezzo la Passion di Cristo con i ladroni in croce e le Marie da basso, che sostengono la Vergine Maria venutasi meno. Le quali cose furono finite da lui con assai buona grazia e con bella maniera. Fece ancora, nel palazzo della Signoria di Siena, in una sala grande la Guerra, la Pace e gli accidenti di quelle, dove figur una cosmografia perfetta, secondo que' tempi. E pi si veggono nel medesimo palazzo otto storie di verdeterra, lavorate eccellentemente da lui. Dicesi che mand ancora a Volterra una tavola a tempera, che fu lodatissima cosa in quella citt. Et a Massa, lavorando in compagnia d'altri una capella in fresco et una tavola a tempera, fece conoscere a coloro quanto egli di giudicio e d'ingegno nell'arte della pittura valesse. Finita tale opera si part, et a Fiorenza capitando per tornarsene a Siena, desideroso vedere le lodate opere de gli artefici nuovi fiorentini, fece in San Procolo, nella detta citt, una tavola et una cappella, dentrovi le storie di San Niccol in figure piccole, a contemplazione de gli artefici pittori amici suoi curiosi di vedere il modo dell'operar suo; et in breve tempo, come destro e pratico di tale arte, ad ultimo fine condusse tutto il lavoro, che gli conferm il nome et accrebbe riputazione infinita. Fu grandemente stimato Ambruogio nella sua patria, non tanto per esser persona nella pittura valente, quanto per avere dato opera a gli studi delle lettere umane nella sua giovanezza. Le quali gli furono tanto ornamento nella vita, in compagnia della pittura che, praticando sempre con literati e studiosi, fu da quegli con titolo d'ingegnoso ricevuto e del continuo ben visto, e fu messo in opera dalla republica ne' governi publici molte volte, e con buon grado e con buona venerazione. Furono i costumi suoi molto lodevoli e come di gran filosofo aveva sempre l'animo disposto a contentarsi d'ogni cosa che il mondo gli dava, e 'l bene e 'l male finch visse sopport con grandissima pazienzia. Costui con bella grazia, nell'ultimo di sua vita, fece una tavola in Monte Oliveto di Chiusuri.
Furono dunque le pitture di questo artefice nel MCCCXLI, et egli, in et d'anni LXXXIII, felicissimamente e cristianamente pass da questa all'altra vita, e fu pianto da tutti quegli che avevano pratica con esso lui et i suoi cittadini, per l'onore ch'egli nell'una e nell'altra scienza aveva fatto alla patria, della morte di lui infinitamente e per molto tempo si dolsero, come si vede per la inscrizzione ch'essi gli fecero, ci : 9  AMBROSII INTERITUM QUIS SATIS DOLEAT? 10 QUI VIROS NOBIS LONGA AETATE MORTUOS 11 RESTITUEBAT ARTE AC MAGNO INGENIO? 12 PICTURAE DECUS VIVAS ASTRA DESUPER!

 I,12.P.Cavallini Era gi stata Roma anni pi di seicento non solamente priva de le buone lettere e de la buona gloria dell'armi, ma eziandio di tutte le scienze e di tutte le virt e d'ogni buono artefice; pure quando Dio volse le diede uno che l'orn grandemente. Costui fu dipintore e chiamossi Pietro Cavallini Romano, perfettissimo maestro di musaico, la quale arte insieme con la pittura apprese da Giotto nel lavorare che aveva fatto con esso lui nella nave del musaico di San Pietro, e fu il primo, che dopo lui illuminasse questa arte.
Fu di ottima vita e certo nella sua citt fu sempre di grandissima utilit e visse reputatissimamente. Costui fece in Roma le sue prime pitture e dipinse in Araceli, sopra la porta della sagrestia, storie che sono ora molto consumate dal tempo; et in Santa Maria di Trastevere fece moltissime cose, colorite per tutta la chiesa in fresco. E lavorando alla capella maggiore di musaico insieme con la faccia dinanzi della chiesa, mostr nel principio di tale opera, senza l'aiuto di Giotto, saperla non meno esercitare e condurre a fine che e' si facesse la pittura. Fece ancora in San Grisogono per la chiesa varie storie a fresco, in pi pareti di muro, e si sforz sempre di farsi conoscere per ottimo discepolo di Giotto e per buono artefice. Costui dipinse in Santa Cecilia, nel medesimo Trastevere, quasi tutta la chiesa di sua mano, poi lavor nella chiesa di San Francesco appresso Ripa molte altre cose. Et in San Paulo fuor di Roma, fece la facciata del musaico che v' e per la nave del mezzo v'interpose molte storie del Testamento Vecchio. E lavorando pur nel capitolo, dentro nel primo chiostro, di sua mano in fresco con diligenza, gli fu dato, da quei che miglior giudicio in tale essercizio avevano, nome di grandissimo maestro. Ma da' prelati fu favorito talmente, che n'ebbe infinitissime lode e grandissima utilit, perch e' furono cagione di fargli fare la facciata di San Pietro, di dentro fra le finestre, tra le quali mostr, di grandezza straordinaria, a uso delle figure che in quel tempo non s'usavano molto, i quattro Evangelisti lavorati a bonissimo fresco, et un San Pietro e S. Paulo et, in una nave da lato, buon numero di figure, nelle quali, per molto piacergli la maniera greca, essa mescol sempre con quella di Giotto. E per dilettarsi di dar rilievo alle figure in quelle mostr il desiderio che sempre ebbe in migliorar di quello che pot l'arte della pittura, per mostrarsi amator delle fatiche e dilettarsene molto. La bont delle quali gli fece utile in vita, e diede fama et onore grandissimo al nome dopo la morte. Lavor costui in diversi altri luoghi, per Roma e fuor di essa, e condotto all'et d'anni LXXV, se ne mor di mal di fianco, preso nel lavoro in muro, per la umidit di quello e per lo star continuo a tale esercizio.
Furono le sue pitture nel MCCCXLIIII, et esso fu sepolto in San Paulo fuor di Roma con onoratissime esequie e con cotale epitaffio: 4  QUANTUM ROMANAE PETRVS DECUS ADDIDIT URBI 5 PICTURA TANTUM DAT DECUS IPSE POLO.

 I,13.Simone Sanese Felicissimi si possono dir gli artefici che, oltra l'eccellenza dell'arte loro, sono il pi delle volte accompagnati dalla natura di gentilezza e di bonissimi costumi. Ma pi felici ancora si possono chiamare quando, nascendo al tempo di qualche dotto o raro poeta, gli diventano amici, perch, oltra il dolce e virtuoso trattenimento della pratica loro, nel fargli un picciol ritratto od altra qualsivoglia cosa dell'arte, spesso poi ne ritraggono scritti del loro purgato et eterno inchiostro, in lode delle eccellenti pitture loro, le quali divengono eterne dove erano prima mortali. Laonde, fin che durano gli scritti loro, essi medesimamente in venerazione et in pregio si conservano. Perch le pitture, che sono in superficie et in campo di colore, non possono avere quella eternit che danno i getti di bronzo e le cose di marmo allo scultore. Le quali, ancora che tacciano, recano per la loro eccellenza e maraviglia e stupore ad ogni persona intelligente in tale arte. Fu adunche quella di Simone grandissima ventura, oltra la sua virt, venire al tempo di M<esser> Francesco Petrarca, et abbattersi in Avignone alla corte, dove trov questo amorosissimo poeta desideroso di avere la imagine di madonna Laura ritratta con bella grazia dalle dotte mani di maestro Simone. Perch, avendola poi come desiderava, ne fece memoria ne' due sonetti, l'uno de i quali comincia: 25      Per mirar Policleto a prova fiso 26 Con gli altri che ebber fama di quell'arte, e l'altro: 28      Quando giunse a Simon l'alto concetto 29 Ch'a mio nome gli pose in man lo stile.
Et invero questi sonetti hanno dato pi fama alla povera vita di maestro Simone che quanti pagamenti gli furono mai fatti per le sue opere e per le sue virt, perch questi si consumano tosto, e quella, mentre gli scritti vivono, vive anch'ella con esso loro. Era maestro Simon Memmi sanese singulare maestro e bonissimo dipintore e molto stimato da i prelati in quel tempo. E questo nacque perch, dopo la morte di Giotto maestro suo, avendolo seguito a Roma quando dipinse la nave del musaico e l'altre sue cose, Simone, contrafacendo la maniera di Giotto, fece una Vergine Maria nel portico di San Pietro, et un San Pietro e San Paulo in quel luogo, vicino dov' la pina di bronzo, in un muro fra gli archi del portico da la banda di fuori, e vi ritrasse un sagrestano di San Pietro che accende alcune lampade a dette sue figure. La quale opera fu del continuo tenuta molto bella da i cortigiani e da chi conobbe Simone. Ora stando la corte in Avignone per li comodi e per le voglie di papa Giovanni XXII, Simone fu fatto venire in quel luogo con grandissima instanza, dove lavorando molte pitture in fresco et in tavola, ne riport lode infinita insieme con grandissima utilit. E ritornato in Siena sua patria, vi fu molto stimato, nascendo questo primieramente da l'eccellenti opere sue, e dal favore che aveva ricevuto appresso tanti signori nella corte del papa. Onde, dalla Signoria di Siena, gli fu dato a dipignere nel palazzo loro, in una sala, una Vergine Maria con molte figure attorno, la quale, finita che fu, venne in grandissimo nome fra gli artefici di quella citt. Et avendola lavorata in fresco, volse ancora mostrare a' Sanesi ch'egli era valentissimo maestro nella tempera. E perci, dipignendo una tavola in detto palazzo, fu cagione di avere a fare nel duomo di Siena due bellissime tavole, e sopra la porta dell'opera del duomo una Nostra Donna co 'l Fanciullo in collo, in attitudine garbatissima e bella, dove  uno stendardo sostenuto in aria da alcuni angeli che volano e guardano allo 'ngi certi santi, i quali intorno alla Nostra Donna fanno bellissimo componimento et ornamento grande.
Costui fu condotto dal generale di Santo Agostino in Fiorenza dove, lavorando il capitolo di Santo Spirito, mostr invenzione e giudicio mirabile nelle figure e ne i cavalli fatti da lui, come in quel luogo ne fa fede la istoria della Passion di Cristo, nella quale si veggono ingegnosamente tutte le cose lavorate da lui esser lavorate con discrezione e con bellissima grazia. Veggonsi i ladroni in croce rendere il fiato, e l'anima del buono esser portata in cielo con allegrezza da gli angeli, e l'altra con alcuni diavoli con l'ali irsene tutta rabuffata a la ingi, a 'l tormento dell'inferno. E si pu dire che bellissima avvertenza mostrasse Simone in questa opera, figurando il pianto de gli angeli intorno al Crocifisso, il quale espresse con attitudini amarissime. Ma non  cosa che dia maggior contentezza che 'l vedere quegli spiriti che fendono l'aria con le spalle visibilissimamente, e quasi girando sostengono il moto del volar loro. Ma farebbono molto maggior fede de la eccellenza di Simone, se il tempo non avesse tolto via la bont di questa opera, veramente lodatissima e bella. Costui lavor tre facciate nel capitolo di Santa Maria Novella. Nella prima, che  sopra la porta donde vi si entra, fece la vita di San Domenico, et in quella che segue verso la chiesa, figur la Religione di San Domenico pure combattente contra gli eretici, figurati per lupi che assalgono le pecore, ma da molti cani pezzati di bianco e di nero, sono ributtati, cacciati e morti. Fecevi ancora certi eretici i quali convinti nelle dispute stracciano i libri e pentiti si confessano, e cos passano le anime a la porta del Paradiso, nel quale sono molte figurine che fanno diverse cose. In cielo si vede la gloria de' santi et Ies Cristo, e nel mondo qua gi rimangono i piaceri e' diletti vani in figure che seggono, e massime donne. Tra le quali  madonna Laura del Petrarca, vestita di verde, con una piccola fiammetta di fuoco tra il petto e la gola, et  ritratta di naturale. E`vvi ancora la chiesa di Cristo et, a la guardia di quella, il papa, lo imperadore, i re, i cardinali, i vescovi e tutti i principi cristiani; e tra essi, a canto ad un cavaliere di Rodi, m<esser> Francesco Petrarca, ritratto pure di naturale. Il che fece Simone per rinfrescare nelle opere sue la fama di chi lo aveva fatto immortale. Per la Chiesa Universale fece la chiesa di Santa Maria del Fiore di Firenze, non come ella sta oggi, ma come secondo il disegno suo egli arebbe voluto farla. Nella terza facciata, che  quella dello altare, fece la Passione di Cristo che esce di Ierusalem, e con la croce su la spalla se ne va al monte Calvario, e con esso un popolo grandissimo che lo accompagna. Appresso, lo essere levato in croce nel mezzo de' ladroni, con tutte le altre appartenenze di questa istoria. Nella quale sono cavalli e diverse cose molto considerate per la invenzione. E`vvi ancora lo spogliare il Limbo de' Santi Padri, con advertimenti non da maestro di quella et, ma da moderno e considerato. Con ci sia che pigliando tutte le facce con diligentissima osservazione fa in ciascuna di quelle diverse istorie su per un monte e non divide con ornamenti tra storia e storia, come hanno usato di fare i vecchi, e con essi molti moderni, che fanno la terra sopra l'aria quattro o cinque volte, come  la cappella maggiore di questa medesima chiesa et il Campo Santo di Pisa.
Lavor con Simone in questa opera Lippo Memmi suo fratello, il quale, se ben non era in questa arte quale fu lo eccellente Simone, seguit nondimeno quanto pi pot la maniera del fratello, e tenendogli compagnia, fecero molte cose a fresco in Santa Croce in Fiorenza, et in Pisa a' frati predicatori di Santa Caterina la tavola dello altar maggiore, et in San Paulo a Ripa d'Arno in fresco figure e storie bellissime. Et a Siena tornati, cominci Simone una opera colorita grandissima sopra il portone di Camollia, dentrovi la Coronazione di Nostra Donna con infinite figure, la quale, sopravenendogli una grandissima infirmit, rimase imperfetta, et egli, vinto dalla gravezza di quella, pass di questa vita l'anno MCCCXLV, con grandissimo dolore di tutta la sua citt, e da Lippo suo fratello gli fu data onorata sepoltura in San Francesco di Siena. Costui diede col tempo fine a parte dell'opere che Simone aveva lasciate imperfette, et in Santa Croce di Fiorenza dipinse due tavole et altre in buon numero per tutta Italia. Visse costui XII anni dopo la morte del fratello. E l'epitaffio di Simone fu questo: SIMONI MEMMIO PICTORUM OMNIUM OMNIS AETATIS CELEBERRIMO. VIX<IT> AN<NOS> LX MEN<SES> II D<IES> III.

 I,14.T.Gaddi Egli  veramente una utile e bella cosa, quando si vede in qualche paese premiata una virt largamente, et onorato colui che l'ha, perch infiniti ingegni, che talvolta si dormirebbono, eccitati da questo invito, si sforzano con ogni industria non solamente di apprendere quella, ma di venirvi dentro eccellenti, per sollevarsi a qualche buon grado o di onore o di facult. E per la gloria e per l'utile si dispongono certo talmente che e' non si curano di que' disagi e di quelle fatiche che si patiscono nello operare, anzi esercitandosi del continuo onorano le patrie loro e le altrui in una maniera che bene spesso arricchiscono i loro descendenti e danno principio alla nobilt delle loro famiglie, nella medesima guisa che fece Taddeo di Gaddo Caddi pittore fiorentino. Il quale, dopo la morte di Giotto suo maestro, rimase valente nella pittura e di giudizio e d'ingegno grande sopra ogni altro suo condiscepolo, come assai manifestamente dimostrano l'opere. Nelle quali si vede una certa facilit avuta in que' tempi da la natura molto pi che da lo studio della arte, come in Giotto ancora si conosce. Sono in Fiorenza gran parte delle opere di costui, e particularmente nella chiesa di Santa Croce, dove ne' suoi principii lavor la capella della sagrestia insieme co' suoi compagni gi discepoli del morto Giotto. E nella cappella de' Baroncelli, dove il predetto Giotto avea fatto la tavola a tempera, lavor Taddeo a fresco nel muro alcune storie di Nostra Donna, che sono state tenute belle. Dipinse ancora, sopra la porta della sagrestia, la storia di Cristo disputante co' dottori nel tempio, la quale fu mezza rovinata pi tempo fa per mettere una cornice di pietra sopra la detta porta. Nella medesima chiesa dipinse a fresco la capella de' Bellacci e quella di Santo Andrea, allato ad una delle tre di Giotto, et in questa fece Ies Cristo quando chiama Andrea e Pietro da le reti e la Crocifissione di esso Apostolo, cosa veramente et allora ch'ella fu finita e ne' giorni presenti ancora commendata e lodata molto. Fece sopra la porta del fianco, sotto la sepoltura di Carlo Marsupini aretino, un Cristo morto con le Marie, lavorato a fresco, che fu lodatissimo. E sotto il tramezzo che divide la chiesa, a man sinistra sopra il Crucifisso di Donato, dipinse a fresco una storia di Santo Francesco, d'un miracolo che e' fece cadendo un fanciullo da un verone e morendo subito, e Santo Francesco in aria apparendogli lo risucita. Et in questa storia ritrasse Giotto suo maestro, Dante Alighieri e Guido Cavalcanti, de' quali sempre fu amicissimo. Per la detta chiesa fece ancora in diversi luoghi molte figure che si riconoscono dagli artefici. Et alla Compagnia del Tempio, il tabernacolo in sul canto della via del Crocifisso, nel quale dipinse un bellissimo Deposto di Croce. Nel chiostro di Santo Spirito lavor due storie negli archetti allato al capitolo, molto ben coloriti, ne l'uno de' quali fece quando Giuda vende Cristo, e nell'altro figur la Cena de gli Apostoli. E nel medesimo luogo, sopra la porta del refettorio, dipinse un Crocifisso con alcuni santi, faccendo conoscere a gli altri che quivi lavorarono in tale arte, s essere de' veri e buoni imitatori della maniera di Giotto avuta da lui in grandissima venerazione.
Dipinse a Santo Stefano del Ponte Vecchio la tavola e la predella dello altare maggiore, con grandissima diligenzia; e nello oratorio de San Michele in Orto, lavor molto bene una tavola d'un Cristo morto che dalle Marie  pianto e da Nicodemo riposto nella sepoltura molto devotamente. Nella chiesa de' frati de' Servi dipinse la capella di San Nicol di quegli del palagio, con istorie di quel santo, dove con ottimo giudizio e grazia, per una barca quivi dipinta, dimostr assai chiaramente come egli aveva notizia intera del tempestoso agitar del mare e della furia della fortuna.
Nella quale, mentre che i marinari votano la nave et in mare gettano le mercanzie, appare in aria Santo Niccol e gli libera da quel pericolo, opera certo molto lodata. Fu condotto a Pisa dalla comunit, dove nel Campo Santo fece in istorie tutta la vita del pazientissimo Giobbe, e nella medesima citt, nel chiostro di San Francesco, una Nostra Donna con alcuni santi, la quale  con molta diligenza lavorata e condotta. Ritorn a Fiorenza e dipinse il tribunale della Mercatanzia Vecchia, nella quale istoria con poetica invenzione figur il tribunale de' sei uomini, magistrato di detta citt, i quali stanno a vedere cavare la lingua alla Bugia dalla Verit, la quale  vestita di velo su lo ignudo, e la Bugia ammantata di nero, scritto sotto a queste figure i versi che seguono: 1      La pura Verit per ubbidire 2 Alla santa Giustizia che non tarda, 3 Cava la lingua a la falsa Bugiarda.
E sotto la storia  uno epigrama in nome suo, cos scritto: 1      Taddeo dipinse questo bel rigestro, 2 Discepol fu di Giotto il buon maestro.
Fu fattogli allogazione in Arezzo di alcuni lavori in fresco, i quali ridusse Taddeo con Giovanni da Milano suo discepolo a l'ultima perfezzione; e di questi veggiamo ancora, nella Compagnia dello Spirito Santo, una storia nella faccia dello altar maggiore, dentrovi la Passione di Cristo con molti cavalli et i ladroni in croce; cosa tenuta bellissima per la considerazione che e' mostr nel metterlo in croce. Dove sono alcune figure che, vivacissimamente espresse, dimostrano la rabbia di essi Giudei, tirandolo alcuni per le gambe con una fune, altri porgendo la spugna, et altri in varie attitudini, come il Longino che gli passa il costato et i tre soldati che si giuocano la veste, nel viso de' quali si scorge la speranza et il timore nel trarre i dadi. Il primo di costoro armato sta in attitudine disagiosa aspettando la volta sua, e si mostra tanto bramoso di tirare che e' non pare che senta il disagio. L'altro, inarcando le ciglia, con la bocca e con gli occhi aperti, guarda i dadi per sospetto quasi di fraude, e chiaramente dimostra a chi lo considera il bisogno e la voglia che egli ha di vincere. Il terzo, che tira i dadi, fatto piano de la veste in terra co 'l braccio tremolante pare che accenni ghignando volere piantargli. Similmente per le facce della chiesa si veggono storie di Santo Giovanni Evangelista, et altre cose per la citt fatte da Taddeo, che si riconoscono per di sua mano da chi ha giudizio nell'arte. Veggonsi ancora oggi nel vescovado, dietro allo altare maggiore, alcune storie di Santo Giovanni Batista, le quali con tanto maravigliosa maniera e disegno sono lavorate, che lo fanno tenere mirabile. In Santo Agostino, alla cappella di Santo Sebastiano, allato alla sagrestia, fece storie di esso martire et una Disputa di Cristo con i dottori, tanto ben lavorata e finita, che  miracolo a vedere la bellezza ne' cangianti varii e la grazia ne' colori di queste opere, finite per eccellenza. In Casentino, transferitosi al Sasso della Vernia, dipinse la cappella dove San Francesco ricevette le stimite et Iacopo di Casentino, divenne suo discepolo in queste gita. Finita tale opera, insieme con Giovanni Milanese se ne torn a Fiorenza, dove nella citt e di fuori, fecero tavole e pitture assaissime e di grande importanza. Et in processo di tempo lavor e guadagn tanto, che faccendo capitale delle facult sopra ogni altro che in quell'arte si esercitasse ne' tempi suoi diede principio alla ricchezza et alla nobilt della sua famiglia.
Fu Taddeo tenuto savio e molto discreto, e da' suoi cittadini grandemente onorato in vita. Co' discepoli suoi fu piacevole e faceto, e per questo amato da loro tenerissimamente. Dipinse in Santa Maria Novella di Fiorenza il capitolo di quel convento, allogatogli dal priore di quello con la invenzione delle pitture che e' ci voleva.
Bene  vero che per essere il lavoro grande e per essersi scoperto in quel tempo che e' si facevano i ponti, il capitolo di Santo Spirito con grandissima fama di Simone Memmi che lo aveva dipinto, venne voglia al detto priore di chiamarlo a la met di questa opera, e lo confer con Taddeo; il quale ne fu molto contento, perch sommamente amava Simone come compagno et amico suo, allevatosi con esso lui fanciulletto a' servizii di Giotto et inoltre conosceva e pregiava molto la sua virt. Animi veramente gentili e spiriti nobilissimi, che senza emulazione o ambizione alcuna fraternamente amavano l'un l'altro, godendo dello onore e del pregio altrui come del suo proprio. Fu adunque spartito il lavoro, dandone tre facciate a Simone (come io dissi nella sua vita) et a Taddeo la facciata sinistra e tutta la volta, la quale fu divisa da lui in quattro spicchi o quarte, secondo gli andari di essa volta, e nel primo fece la Resurressione di Cristo, dove pare che e' volesse tentare che lo splendore del corpo glorificato facesse lume, che apparisce ancora in una citt et in alcuni scogli di monti; ma non seguit di farlo nelle figure e nel resto, dubitandosi forse di non lo potere condurre, per la difficult che e' vi conosceva. Nel secondo spicchio fece Ies Cristo che libera San Pietro da 'l naufragio, dove sono gli Apostoli che guidano la barca certamente molto begli; e fra le altre cose vi fece uno che in su la riva del mare pesca a lenza, con grandissima affezzione, cosa fatta prima da Giotto in Roma, nel musaico della nave di Santo Pietro.
Nel terzo dipinse la Ascensione di Cristo e nello ultimo la Venuta dello Spirito Santo, dove sono i Giudei a la porta che cercano volere entrare, e vi si veggono molto belle attitudini di figure. Nella faccia di sotto sono le sette Scienzie, con i caratteri di quelle, cio la Gramatica in abito d'una donna con una porta, che insegna ad un putto, e sotto lei a sedere Donato scrittore. Di quella segue la Rettorica et a' pi di quella una figura che ha due mani a' libri et una terza mano si trae di sotto il mantello e se la tiene appresso alla bocca. La Logica ha il serpente in mano sotto di un veto, et a' pi suoi Zenone Eleate che legge. La Aritmetica tiene le tavole dello abbaco, e sotto lei siede Abramo inventor di quelle. La Musica ha gli instrumenti da sonare, e sotto lei siede Tubalcaino che batte con due martelli sopra una ancudine, e sta con gli orecchi attenti a quel suono. La Geometria ha la squadra e le seste, et a' suoi piedi siede Euclide. La Astrologia ha la sfera del cielo in mano, et a' suoi piedi siede Atalante. Da l'altra parte seggono sette Scienze Teologiche, e ciascuna ha sotto di s quello stato o condizione di uomini che pi se le conviene. Nel mezzo e pi alto  San Tomaso d'Aquino che di tutte fu adornato, e tiene legati sotto i suoi piedi gli eretici Ario, Sabellio et Averrois, et intorno di lui sono Mos, Paulo e Giovanni Evangelista et alcune altre figure, sopra le quali sono le quattro Virt Cardinali e le tre Teologiche, con altre infinite considerazioni, espresse da Taddeo con disegno e grazia non piccola, e puossi dire di questa pittura che ella  la pi conservata e la pi intesa di tutte quante le cose sue. Nella medesima Santa Maria Novella, sopra il tramezzo della chiesa, fece ancora un Santo Geronimo vestito da cardinale, avendo egli divozione in quel santo e per protettore di sua casa eleggendolo, sotto il quale Agnolo suo figliuolo, dopo la morte di Taddeo, fece fare una lapida di marmo con l'arme loro, per sepoltura de' discendenti. A' quali San Geronimo Cardinale, per la bont di Taddeo, ha impetrato da Dio la elezzione de' cherici di Camera Apostolica, de' vescovi et in ultimo del cardinale. I quali tutti nell'arte della pittura e della scoltura hanno sempre stimato i begli ingegni, e quegli con ogni sforzo loro favorito. Finalmente essendo Taddeo venuto in et d'anni cinquanta, d'atrocissima febbre percosso, pass di questa vita l'anno MCCCL, lasciando Agnolo suo figliuolo e Giovanni che attendessero alla pittura, raccomandandoli a Iacopo di Casentino per li costumi del vivere, et a Giovanni da Milano per gli ammaestramenti dell'arte per il che Giovanni Milanesi, mentre che insegnava loro, fece una tavola, che  ancora oggi posta in Santa Croce in Fiorenza, che fu fatta allo altare di San Cherardo da Villamagna XIIII anni dopo la morte di Taddeo suo maestro. Il quale, con quella facilit che pi poteva, insegn sempre i modi della pittura a' discepoli di esso.
Mantenne continuamente Taddeo la maniera di Giotto n per molto la miglior, salvo che il colorito suo fu pi fresco e pi vivace che quel di Giotto, avendo egli tanto atteso a migliorare tutte le altre parti e l'altre difficult di questa arte. Et ancora che a questa badasse, non pot per aver grazia di farlo. Laonde avendo veduto Taddeo quel che era facilitato in Giotto, et imparatolo, pot aver tempo di aggiugnere facilmente e di migliorare quella nel colorito.
Fu egli con tenerissime lagrime da Agnolo e da Giovanni suoi figliuoli pianto, et in Santa Croce nel primo chiostro datogli sepoltura, non cessando infiniti amici et artefici compor sonetti et epigrammi in sua lode, lodandolo ne' costumi, nel giudicio e nell'arte, tanto quanto ancora lo lodarono nella esecuzione buona ch'e' diede al campanile di Santa Maria del Fiore del disegno lasciatogli da Giotto suo maestro. Il quale avendo fatto la pianta, and di altezza braccia CXLIIII, e di maniera si mur, che non pu pi commettersi pietre con tanta diligenza, et  stimato la pi bella torre per ornamento e per spesa del mondo. Lo epitaffio che se li fece fu questo: 21  HOC UNO DICI POTERAT FLORENTIA FELIX 22 VIVENTE AT CERTA EST NON POTUISSE MORI.

 I,15.L'Orgagna Rare volte  uno ingegnoso e valente, che non sia ancora accorto e sagace, n mai la natura partor uno spirto in una cosa eccellente, che ancora in molte non operasse il medesimo, o vero delle altrui non fusse almeno intelligentissimo, come fece nell'Orgagna, il quale fu pittore, scultore, architetto e poeta. Dimostrossi costui molto valente nella pittura e di avere di quella gran pratica, e nella scultura similmente, come ancora le sculture sue ne possono far fede, e nella architettura, il tabernacolo di Orto San Michele, e nella poesia alcuni sonetti che di suo si leggono ancora, scritti da lui gi vecchio al Burchiello allora giovanetto. Mostrossi molto accorto nelle sue operazioni, e vedesi espressamente che mai non si parte da 'l buono chi, nascendo con esso, nelle azzioni sue non fa mai cosa che non sia con buon garbo e con bellissimo disegno. Il che mostr lo spirito del garbatissimo Orgagna, il quale fece il principio delle pitture sue in Pisa, che sono alcune storie in Campo Santo, allato a quelle di Giob, che furono fatte da Taddeo Gaddi.
Fece in Fiorenza la capella grande di Santa Maria Novella de' Tornabuoni, ridipinta nel 1485 da Domenico Ghirlandai, il quale ne trasse molte invenzioni di cose che in detto operar si serv.
Fece ancora in detta chiesa la capella degli Strozzi, con Bernardo suo fratello, vicina alla porta della sagrestia che sale una scala di pietra, nella quale lavor una tavola a tempera dove pose il nome suo. E nelle facce di essa figur l'Inferno et i cerchi e le bolge di Dante, dilettandosi con ogni studio cercare di intenderlo. In Santo Romeo fece una tavola et a Santo Apollinare con Bernardo predetto fin a fresco la facciata fuor della chiesa. In Santa Croce di Fiorenza dipinse l'Inferno, il Purgatorio et il Paradiso con infinite figure. Nello Inferno della quale opera ritrasse tirato da un diavolo il Guardi, messo del comune, con tre gigli rossi sopra la berretta, perch lo pegnor, et il notaio et il giudice ancora che gli dette quella sentenzia.
Fece in San Michele in Orto la cappella della Madonna, lavorata di marmo da uno altro suo fratello che era scultore e condotta al fine da lui nella scultura et architettura.
Nella quale opera dietro alla Madonna fece di mezzo rilievo una Morte di Nostra Donna e l'Assunzion sua, et appresso alla fine della storia, a man sinistra, ritrasse s, il quale  uno che ha il viso tondo e piatto, co 'l cappuccio avvolto alla testa, e sotto a tale istoria mise il suo nome: ANDREAS CIONI PICTOR ARCHIMAGISTER.
Trovasi questa opera esser costa, fra lo edifizio di fuori, i marmi della capella et altre pietre che in essa sono et il magisterio, LXXXVI mila fiorini. Laonde per l'architettura e scultura di cos fatto lavoro, con reputazione e gloria non piccola, vive ancor oggi la fama sua. Usava l'Orgagna scrivere il nome nelle sue opere, ma nelle pitture diceva, Andrea di Cione scultore, e nelle sculture, Andrea di Cione pittore, volendo che la pittura si sapesse nella scultura, e la scultura nella pittura. Sono per tutta Fiorenza infinite tavole fatte da lui, e parte da Bernardo suo fratello, il quale, poco dopo la morte di Andrea, chiamato a Pisa, fece l'Inferno di Campo Santo, imitando le invenzioni dello Orgagna. In San Paulo a Ripa d'Arno rifece di molte istorie e tavole per molte chiese, e nel suo dimorare in Pisa, insegn l'arte della pittura a Bernardo Nello di Giovanni Falconi pisano, il quale lavor le tavole che sono nel duomo, della maniera vecchia. Visse Andrea Orgagna anni LX e nel MCCCLXXXIX fin il corso di questa vita. Le case sue erano in Fiorenza nella via vecchia de' Corazzai, et ebbe in su la sepoltura il seguente epitaffio: 21  HIC IACET ANDRAEAS QUO NON PRAESTANTIOR ALTER 22 AERE FVIT PATRIAE MAXIMA FAMA SUAE.
Rimase dopo la morte sua un suo nipote, chiamato Mariotto, il quale fece in Fiorenza, di pittura a fresco, il Paradiso di Santo Michele Bisdomini nella via de' Servi, cercando di imitare in ogni azzione l'opere lodevoli dell'Orgagna.

 I,16.Tommaso Fiorentino Quando l'arte della pittura  presa in gara et esercitata da gli emoli con grandissimo studio, e quando gli artefici lavorano a concorrenza, senza dubbio truovano ogni giorno gli ingegni buoni nuove vie e nuove maniere, per satisfare a' gusti et alle volont di chi gli vede gareggiare nella arte. Chi usa di porre in opera cose oscure et inusitate, et in quelle mostrando la difficult del fare, nelle ombre del colore fa conoscere la chiarezza dell'ingegno, e chi lavora le dolci e le dilicate, e pensando quelle rendersi pi facili a gli occhi nella dilettazione, fa il medesimo, e tira agevolissimamente a s gli animi della maggior parte de gli uomini. Ma chi dipigne unitamente, e ribatte unitamente a' suoi luoghi i lumi, i colori e l'ombre delle figure, merita grandissima lode e mostra la destrezza dell'animo et i discorsi dell'intelletto, come con dolce maniera mostr sempre nella pittura Tommaso di Stefano detto Giottino, discepolo di Stefano suo padre e prontissimo imitatore di Giotto, e s vero che ne cav oltra la maniera molto pi bella di quella del suo maestro, il sopranome da' popoli e fu chiamato da tutti Giottino mentre che e' visse. E per tal cagione era parer di molti, i quali furono per in error grandissimo, che fosse figliuolo di Giotto, essendo (come abbiamo detto) Tommaso figliuol di Stefano e non di Giotto.
Fu costui nella pittura s diligente e di quella tanto amorevole, che se ben molte opere di lui non si ritrovano, nondimeno quelle che trovate si sono erano buone e di bella maniera e degne d'ogni gran lode. Percioch i panni, i capegli e le barbe et ogni suo lavoro furono lavorati et uniti con tanta morbidezza e con tanta diligenza, che si conosce ch'egli aggiunse senza dubbio l'unione a questa arte molto pi perfetta che non avevano Giotto, Stefano e gli altri pittori nell'opere loro. Dipinse nella sua giovanezza in Santo Stefano dal Ponte Vecchio in Fiorenza, una cappella a lato alla porta del fianco, nella quale la umidit ha oggi guasto la maggior parte delle sue fatiche, pur vi si vede destrezza grande. Poi fece, al canto a la Macine ne' frati Ermini, San Cosimo e Damiano, i quali spenti dal tempo ancor essi, oggi poco si veggono. Rifece una cappella in Santo Spirito di detta citt, inanzi che lo incendio lo struggesse, et in fresco, sopra la porta principale della chiesa, la storia dello Spirito Santo, e su la piazza di detta chiesa, per ire al Canto a la Cuculia, sul cantone del convento de' frati, quel tabernacolo ch'ancora vi si vede con la Nostra Donna et altri santi dattorno, con alcune teste le quali tirano forte a la maniera moderna. Quivi cerc variare e cangiare le carnagioni, e similmente mostro accompagnar nella variet de' colori e ne' panni e con grazia e con giudicio tutte le sue figure. Le quali molto s'ingegn correggere, e fugg quegli errori che spesse volte all'occhio danno cagione di biasimo al giudicio di molti.
Costui medesimamente lavor in Santa Croce la cappella di San Salvestro, nella quale si veggono l'istorie di Costantino, fatte con pulitezza e con grandissima diligenza.
Fece ancora in San Pancrazio, all'entrar della porta alla capella della Madonna, un Cristo che porta la croce et alcuni altri santi dappresso, ch'hanno espressissimamente la maniera di Giotto e molto leggiadrissimamente sono aiutati dalla unione ch'e' diede sempre alle cose ch'e' fece. Era in San Gallo fuor della porta, in un chiostro de' frati, una Piet dipinta a fresco, oggi rovinata e per terra; pur n' rimasta una copia in San Pancrazio gi detto, in un pilastro accanto alla capella maggiore.
Lavor a fresco in Santa Maria Novella alla capella di San Lorenzo, entrando in chiesa per la porta a man destra, nella facciata dinanzi, un San Cosimo e San Damiano, et in Ogni Santi un San Cristofano et un San Giorgio, che dalla malignit del tempo furon guasti e rifatti da altri pittori, per ignoranza d'un proposto balordo e poco di tal mestiero intendente. Dipinse ancora, nella torre del Palagio del Podest, il Duca d'Atene et i suoi seguaci con l'arme loro sotto a i piedi e con le mitre in testa, fatti cos dipignere a Tommaso dal pubblico, per segno della liberata patria e non per altro. Indi fece alle Campora, fuor della porta a San Pier Gattolini, San Cosimo e Damiano nella chiesa, oggi guasti per imbiancar la chiesa, et al ponte a' Romiti in Valdarno il tabernacolo che  in sul mezzo murato, con bella e fresca maniera, pur di sua mano. Trovasi, per l'openione di molti che ci scrissero, che Tommaso attese alla scultura et in quella arte lavor una figura di marmo nel campanile di Santa Maria del Fiore di Firenze, di braccia quattro, verso dove oggi sono i Pupilli. In Roma similmente condusse a buon fine, in San Giovanni Laterano, una storia dove figur il papa in pi gradi, che oggi ancora si vede consumata e rosa dal tempo di malissima sorte.
Dicono che Tommaso fu persona maninconica e molto solitaria, ma nell'arte amorevole e studiosissimo, come apertamente si vede in Fiorenza nella chiesa di San Romeo, per una tavola lavorata da lui a tempera, con tanta diligenzia et amore, che di suo non si  mai visto in legno cosa me<glio> fatta. Questa tavola  posta nel tramezzo di detta chiesa a man destra, et vvi dentro un Cristo morto, con le Marie intorno e co' Niccodemi, accompagnati di altre figure, le quali con amaritudine et atti dolcissimi et affettuosi piangono quella morte, torcendosi con diversi gesti di mani e battendosi di maniera che nella aria del viso si dimostra assai chiaramente l'aspro dolore del costar tanto i peccati nostri. Et  cosa maravigliosa a considerare, che e' penetrasse mai con lo ingegno in s alta imaginazione.
Questa opera e sommamente degna di lode, non tanto per il suggetto della invenzione, quanto per avere egli mostrato in alcune teste che piangono, che ancora che il lineamento si storca nelle ciglia, negli occhi, nel naso e nella bocca di chi piagne, e' non guasta per, n altera una certa bellezza che suol molto patire nel pianto da chi non sa valersi de l'arte. Costui non si cur altrimenti di trarre de le sue fatiche quel premio che molti de' nostri artefici stimano oggi sopra la fama, della quale veramente fu assai pi avaro Tommaso, che delle ricchezze e de i comodi nella vita. E del suo vivere poveramente contentandosi, cerc con ogni sua diligenza sodisfare pi altri che se stesso. Laonde venuto, per la straccuratezza del mal governarsi e per la fatica dello studiare nel mal del tisico, d'et d'anni XXXII pass di questa vita, e da' parenti suoi gli fu dato sepoltura fuor di Santa Maria Novella, alla porta del Martello, allato al sepolcro di Bontura, e fugli fatto questo epitaffio: 54  HEU MORTEM INFANDAM MORTEM QUAE CUSPIDE ACUTA 55 CORDA HOMINUM LACERAS DUM VENIS ANTE DIEM.
Lasci costui pi fama che facult dopo la morte sua, e rimasero suoi discepoli Giovanni Tossicani, Michelino, Giovan dal Ponte e Lippo, i quali furono assai ragionevoli maistri di questa arte. Furono le sue pitture nel MCCCXLIX.

 I,17.G.dal Ponte Dice uno antico nostro proverbio: A goditore non manc mai roba, e verificasi certamente nella azzion di molti per non dire per di infiniti. I quali hanno il cielo s benigno e tanto propizio, che e' ne tiene cura particulare, e porge loro continovamente aiuto e sussidio, senza che essi vi pensin mai, come sempre aiut Giovannino da Santo Stefano a Ponte di Fiorenza. Costui, essendo naturalmente inclinato alle comodit e piaceri del mondo, non si cur molto di venir perfetto nella arte come e' poteva, anzi, mandando male il suo patrimonio e venendoli in mano alcune eredit e nella arte guadagni continovi, pi per sorte che per merito, per attendere pi alle baie che all'opra, consum il tempo, la roba e se stesso. Dove il cielo che favorire lo volle, nel tempo che egli era gi divenuto vecchio, e delle sue fatiche avea fatto poco avanzo, co 'l dargli in cambio dello stento la morte, felicemente lo fe' passare a vita migliore.
Lasci dell'opre sue in Santa Trinita di Fiorenza la cappella delli Scali, et un'altra allato a essa, et una delle storie di San Paulo allato alla capella maggiore. In Santo Stefano al Ponte Vecchio, fece una tavola et altre pitture a tempera in tavola et in fresco, per Fiorenza e di fuori, che li diedon credito assai. Molti amici suoi content ne' piaceri pi che nell'opre. Era amico delle persone litterate et amator di tutti quegli che per venire eccellenti si davano a tal professione e frequentavano gli studii di quella, confortando gli altri a talmente esercitarsi nell'arte, che se bene egli non operava in quel modo, aveva piacere dell'opra virtuosa in essi artefici, e molto pi quando gli vedeva fiorire nella pittura.
Visse dunque Giovannino allegrissimamente, in fin che d'anni di mal di petto, in pochi giorni perse la vita, nella quale, poco pi che durato avesse, sarebbe stato costretto a patire incommodi, essendoli appena rimaso tanto in casa che li bastasse per darli onesta sepoltura in Santo Stefano del Ponte Vecchio. Furono l'opre sue fatte nel MCCCLXV. E li fu fatto questo epitaffio: 8  DEDITUS ILLECEBRIS ET PRODIGVS VSQUE BONORUM 9 QUAE LINQUIT MORIENS MI PATER IPSE FVI 10 ARTIBUS INSIGNES DILEXI SEMPER HONESTIS.
11 PICTURA POTERAM CLARVS ET ESSE VOLENS.

 I,18.A.Gaddi Di quanta importanza sia il mostrare di essere eccellente in una arte, manifesto si vede nella virt e nel governo di Taddeo Caddi. Il quale, ordinando le cose sue nella propria famiglia, le accomod ne' suoi tempi di maniera, lasciando Agnolo e Giovanni suoi figliuoli, che l'uno e l'altro diede principio alla ricchezza et alla esaltazione di casa sua.
Avendo oggi veduto noi le fatiche loro meritare il premio da la Romana Chiesa, dipignendo Gaddo, Taddeo, Agnolo e Giovanni mentre che vissero con la virt e con l'arte loro, molte chiese, e quelle ornate et onorate, presaghi, dopo alcun tempo, avere i posteri e descendenti loro ad essere da quella ornati et onorati.
Lasci Taddeo, Agnolo e Giovanni in compagnia de' discepoli suoi, e bench Agnolo nell'opre sue non fusse eguale al padre, ancora che nella sua giovanezza faticando mostrasse di gran lunga volerlo superare, nondimeno gli agi sono molte volte cagione d'impedimento agli studii. Perch, essendo egli rimaso benestante e traficando nelle mercanzie danari, indebol l'ingegno che all'arte da principio aveva volto per inalzarsi con la virt. Il che non ci debbe parere strano, vedendosi molte volte la avarizia esser cagione di sotterrare gli ingegni, i quali illustri e perfetti sarebbono divenuti, se il desiderio del guadagno negli anni primi e migliori non gli avesse levati da 'l viaggio della virt. Lavor Agnolo nella giovenezza sua in Fiorenza, in San Iacopo tra' Fossi, di figure poco pi d'un braccio, una istorietta di Cristo quando risuscita Lazzero quatriduano, dove, imaginatosi di voler contraffare la corruzzione di quel corpo stato morto tre d, fece le fasce che lo tenevano legato macchiate dal fracido della carne, et intorno a gli occhi certi lividi e giallicci della carne, tra la viva e la morta; non senza stupore degli Apostoli e di altre figure, le quali con attitudini varie e belle, chi co' panni e chi con mano turandosi il naso per il fetore di quel corpo, dimostrano nelle teste il timore e lo spavento di tale novit, non meno che la singulare allegrezza Maria e Marta, nel vedere rinovare la vita nel morto corpo del loro fratello. La quale opera di tanta bont fu stimata, che si promisero infiniti che la virt di Agnolo passar devesse i discepoli di Taddeo et ancor le cose di quello. Questa opera fu cagione di farlo immortale e di venire in tal credito, che li fu fatto allogagione de la cappella maggiore di Santa Croce, con le storie di Gostantino e la invenzione della Croce, la quale con gran pratica in fresco da lui fu condotta. Lavor per <la> chiesa altre storie di figure, e nella cappella de' Bardi dipinse la vita di Santo Lodovico in diverse storie, e fece di sua mano la tavola di questa cappella, et ancora altre tavole nella medesima chiesa della maniera sua. In Prato, castello dieci miglia lontano a Fiorenza, dipinse a fresco la cappella della pieve, dove  riposta la Cintola, et in altre chiese per quel castello rifece molti lavori. In Fiorenza nel suo ritorno dipinse l'arco sopra la porta di Santo Romeo, e lavor a tempera in Orto San Michele una Disputa di Dottori con Cristo nel tempio. Veggonsi in detta citt per le chiese molte tavole di sua mano, e similmente per il dominio si riconoscono molte delle sue opere, de le quali acquist bene assai facult, ma molto pi nelle mercanzie, a le quali indirizz ben presto i figliuoli, perch essi, non volendo vivere da dipintori, si contentarono d'esser mercanti, e cos Agnolo, senza affaticarsi pi oltre nella pittura, la seguit solamente per suo piacere e senza porvi pi diligenzia o studio, quasi che per un passatempo si condusse con ella fino a la morte, che mediante una fiera febbre, l'anno LXIII di sua vita, lo men a vita migliore.
Lasci discepoli suoi maestro Antonio da Ferrara, che fece in San Francesco a Urbino et <a> Citt di Castello molte belle opere; Stefano da Verona, il quale dipinse in fresco perfettissimamente, come si vede in Verona sua patria in pi luoghi, et in Mantova ancora. Costui fece eccellentemente bellissime arie di putti, di femine e di vecchi, le quali furono imitate e ritratte tutte da un miniatore chiamato Piero da Perugia, che mini tutti i libri che sono a Siena in Duomo, nella libreria di Papa Pio, e colori in fresco praticamente. Fu discipolo di Agnolo Michele da Milano e Giovanni Gaddi suo fratello, il quale nel chiostro di Santo Spirito, dove sono gli architetti di Gaddo e di Taddeo, fece la Disputa di Cristo nel tempio con i Dottori, la Purificazione della Vergine, la Tentazione nel diserto del Diavolo a Cristo et il Battesimo di Santo Giovanni; et essendo in espettazione grandissima, poco tempo di poi lavorando si mor, e tutti questi discepoli in tale arte gli fecero onore. Fu Agnolo da' figliuoli suoi con tenere lagrime pianto, e con onore grandissimo in Santa Maria Novella sepellito nella sepoltura che egli medesimo aveva fatta per s e per i discendenti, l'anno della salute MCCCLXXXVII. E gli fu fatto poi questo epitaffio: ANGELO TADDEI FI<LIO> GADDIO INGENII ET PICTURAE GLORIA HONORIBUS PROBITATISQUE EXISTIMATIONE VERE MAGNO FILII MOESTISS<IMI> POSUERE.

 I,19.Berna Sanese Se a coloro che si affaticano per venire eccellenti in qualche virt non troncasse bene spesso la morte ne' migliori anni il filo della vita, non  dubbio che molti ingegni perverrebbono pure a quel grado che da essi pi si desidera. Ma il corto vivere de gli uomini e la acerbit de' varii accidenti che d'ogni banda stanno lor sopra o gli impedisce lo esercitarsi o ce li toglie troppo per tempo, come aperto pot conoscersi nel poveretto Berna Sanese. Il quale, ancora che e' morisse giovane, lasci nondimeno tante opere, che egli appare di vita lunghissima. E lasciolle tali e s fatte, che ben si pu credere da questa mostra che e' sarebbe venuto eccellente e raro, se e' non fusse morto s tosto. Veggonsi di suo in Siena due cappelle in Santo Agostino, storiate di figure in fresco. Era nella chiesa in una faccia, oggi per farvi cappelle guasta, una storia: dentrovi  un giovane menato a la giustizia, impalidito dal timore della morte, imitato s bene e simigliante cos al vero, che ben merit somma lode; era accanto a costui un frate che lo confortava, molto bene atteggiato e condotto. E ben parve in questa opera che il Berna si imaginasse quel caso orribile, pieno di acerbo e crudo spavento, perch e' lo espresse s vivamente col suo pennello, che la cosa stessa apparente in atto non moverebbe maggiore affetto.
Nella citt di Cortona dipinse ancora molte cose, ma sparse in diversi luoghi, et acquistovvi et utile e fama. Ritorn di quivi a la patria sua, et in legno vi fece alcune pitture, di figure e piccole e grandi; ma non vi fece lunga dimora, perch condotto in Fiorenza, ebbe a dipignere in Santo Spirito la cappella di Santo Niccol, opera grandemente lodata allora, ma consumata e guasta di poi dal fuoco, con tutti gli altri ornamenti e pitture, nel miserabile incendio di quella chiesa. A San Gimignano di Valdelsa, lavor a fresco nella pieve storie del Testamento Vecchio, le quali appresso il fine avendo gi condotte, stranamente da 'l ponte a terra cadendo, talmente dentro si pest e si infranse s sconciamente, che in spazio di due giorni, con maggior danno dell'arte che suo che a miglior luogo se ne andava, di questa a l'altra vita pass. E nella pieve predetta i Sangimignanesi, onorandolo molto nelle esequie, diedero al corpo suo onorata sepoltura, tenendolo in quella riputazione cos morto, che e' lo avevano tenuto vivo, e non cessando per molti mesi di appiccare intorno al sepolcro suo epitaffii latini e vulgari, per essere naturalmente gli uomini di quel paese dediti sempre alle buone lettere. Cos dunque alle oneste fatiche del Berna resero il premio conveniente, celebrando co' loro inchiostri chi gli aveva onorari co' suoi colori, e gli fu poi fatto questo epitaffio: BERNARDO SENENSI PICTORI IN PRIMIS ILLUSTRI QUI DUM NATURAM DILIGENTIVS IMITATUR QUAM VITAE SUAE CONSVLIT DE TABVLATO CONCIDENS DIEM SUUM OBIIT GEMINIANENSES NOMINIS DE SE OPTIME MERITI VICEM DOLENTES POS<UERUNT>.
Lasci il Berna Giovanni da Asciano suo creato, il quale condusse a perfezzione il rimanente di quella opera, e fece in Siena nello Spedale della Scala alcune pitture, e cos in Fiorenza in casa de' Medici, che gli diedero nome assai.
Furono le opere del Berna Sanese nel MCCCLXXXI.

 I,20.Duccio Senza dubbio coloro che sono inventori d'alcuna cosa notabile hanno grandissima parte nelle penne di chi scrive l'istorie, e ci nasce perch sono pi osservate e con maggior maraviglia tenute le prime invenzioni, per lo diletto che seco porta la novit della cosa, che quanti miglioramenti si fanno poi da qualunque si sia nelle cose che si riducono a l'ultima perfezzione. Atteso che se mai a nessuna cosa non si desse principio, non crescerebbono di miglioramento le parti di mezzo, e non verrebbe il fine ottimo e di bellezza maravigliosa. Merit dunque Duccio Sanese, pittor molto stimato, portare il vanto di quegli che dopo lui sono stati molti anni, avendo in Siena, nei pavimenti del duomo, dato principio di marmo a i rimessi delle figure di chiaro e scuro, nelle quali oggi i moderni artefici hanno fatto le maraviglie che in essi si veggono.
Attese costui alla imitazione della maniera vecchia, e con giudizio sanissimo diede oneste forme alle sue figure, le quali espresse eccellentissimamente nelle difficult di tale arte. Egli di sua mano ordin e disegn i principii del detto pavimento, e nel duomo fece una tavola, che a suo tempo si mise allo altar maggiore e poi ne fu levata per mettervi il tabernacolo del Corpo di Cristo ch'al presente si vede. Fece ancora per Siena, in campo d'oro, assai tavole, et in particulare una in Fiorenza in Santa Trinita.
Dipinse poi moltissime cose in Pisa, in Lucca et in Pistoia per diverse chiese, che tutte furon lodati in dette citt, onde gli acquistarono nome e fecero grandissima utilit.
Costui non si sa dove morisse, n che parenti o facult lasciasse. Basta che per avere egli lasciato erede l'arte de la invenzione della pittura nel marmo di chiaro e scuro merita per tal beneficio nell'arte commendazione e lode infinita, onde sicuramente si pu annoverarlo fra i benefattori ch'allo essercizio nostro aggiungono grado et ornamento. Atteso che coloro, i quali vanno investigando le difficult delle rare invenzioni, hanno eglino ancora le memorie ch'e' lasciano tra l'altre cose maravigliose.
Truovansi l'opere di costui fatte nel MCCCXLIX.

 I,21.Antonio Veniziano Quanti si starebbono nelle patrie dove nascono, che per gli stimoli dell'invidia morsi da gli artefici et oppressi dalla tirannia de' suoi cittadini, si partono di quelle e l'altrui nido nuova et ultima patria si eleggono e quivi fanno l'opre loro, mostrando lo sforzo di quel che sanno e parendoli, nel far cos, d'ingiuriar coloro da chi sono stati ingiuriati, de' quali non si curano sentir memoria n nome, obliandoli tanto per la loro invidia e maledicenza, che e' non vorrebbono mai ricordarsi del paese che gli produsse. Il quale, se bene in questo non ha colpa, non pu nientedimeno ammortare con la sua dolcezza quello sdegno giustissimo, che ne gli animi di costoro caus la emulazione e la ingratitudine de' maligni lor cittadini. Il che manifestamente si vide in Antonio Veniziano, il quale venne in Fiorenza con Agnol Gaddi ad imparare la pittura, et appresela di maniera, che non solamente era stimato et ammirato da' Fiorentini, ma carezzato ancora grandemente per questa virt e per l'altre buone qualit sue. Laonde, venutogli voglia di farsi vedere nella sua citt per ricogliere in essa il frutto delle lunghe fatiche da lui durate, si torn a la sua Vinegia. E faccendo quivi a fresco et a tempera molte pitture, merit che da la Signoria gli fusse dato a dipignere una facciata della sala del Consiglio. La quale opera condusse egli s eccellentemente e con tanta maest che ogni gran premio se li veniva, se la emulazione degli artefici et il favore che ad altri pittori forestieri facevano alcuni gentiluomini non avesse accecati gli occhi di chi doveva vedere il vero. Ma tanta fu la invidia e s potente la ambizione, che il poverello Antonio si trov s percosso e tanto abbattuto, che per miglior partito a Fiorenza se ne ritorn, con proposito di non volere a Vinegia mai pi tornare, e quella per sua nuova patria deliber d'eleggersi. Dove nel chiostro di Santo Spirito in un archetto fece Cristo che chiama Pietro et Andrea da le reti, e Zebedeo et i figliuoli; e sotto i tre archetti di Stefano dipinse la storia del miracolo di Cristo ne' pani e ne' pesci, nella quale infinita diligenza et amore dimostr come apertamente si vede nella figura stessa di Cristo che a l'aria del viso mostra la compassione che egli ha alla turba e lo ardore della carit con la quale fa dispensare il pane. Vedesi medesimamente in gesto bellissimo la affezzione d'uno apostolo che dispensando con una cesta grandemente si affatica. Et imparasi da chi  della arte a dipignere sempre le sue figure in una maniera che elle favellino, perch altrimenti non sono pregiate. Dimostr questo medesimo Antonio nel frontispizio di sopra, in una storietta piccola della manna, con tanta diligenza lavorata e con s buona grazia finita, che vanto dar si gli pu di veramente eccellente. A Santo Antonio al ponte alla Carraia dipinse l'arco sopra la porta, et a Pisa dall'Opera del Duomo fu condotto, dove in Campo Santo fece gran parte delle storie di San Rinieri, et in quelle figur la nascita, la vita e la morte sua. Ritorn a Fiorenza et a Nuovoli nel contado dipinse un tabernacolo. E perch molto studiava le cose di Dioscoride nelle erbe, piacendogli intendere le propriet e virt di esse, abbandon la pittura e diedesi a stillar semplici e cercar quegli con ogni studio. Cos di pittore medico divenuto, molto tempo seguit questa arte, finch infermo di mal di stomaco, in breve tempo fin il corso della sua vita, dolendo agli amici suoi la morte di lui, per essere egli stato non meno medico esperto che diligente pittore, avendo infinite esperienze fatto nella medicina a quegli che di lui ne' suoi bisogni s'erano serviti. Per il che lasci al mondo di s bonissima fama nell'una e nell'altra virt. Furono l'opre sue nel MCCCLXXX.
Fu suo discepolo Gherardo Starnini fiorentino, il quale molto lo imit e gli fe' continovamente onore eccessivo. N manc, alla morte di Antonio, chi lo onorasse con questo epitaffio: 5  ANNIS QUI FUERAM PICTOR IVVENILIBUS ARTIS 6 ME MEDICAE RELIQUO TEMPORE COEPIT AMOR 7 NATURA INVIDIT DUM CERTO COLORIBUS ILLI 8 ATQUE HOMINUM MULTIS FATA RETARDO MEDENS 9 ID PICTUS PARIES PISIS TESTATUR ET ILLI 10 SAEPE QUIBUS VITAE TEMPORA RESTITUI.

 I,22.Iacopo di Casentino Gi molti anni s'era udita la fama et il romore delle pitture di Giotto e de' discepoli suoi perch molti, volenterosi di arricchire nella povert per mezzo dell'arte della pittura, caminavano inanimiti dalle speranze dello studio e dalla inclinazione della natura, e si pensavano, quella esercitando, avanzare di eccellenza e Giotto e Taddeo e gli altri pittori. Et infra molti che ebbero questo pensiero cerc porlo ad esecuzione Iacopo di Casentino, da molti scritto e creduto essere stato de la famiglia di m<esser> Cristofano Landino da Prato Vecchio. Costui, mentre che Taddeo Gaddi lavorava al Sasso della Vernia la capella delle Stimite, da un frate di Casentino, allora guardiano in detto luogo, fu acconcio con esso lui ad imparare il disegno et il colorito di quell'arte. Per il che in Fiorenza condottosi in compagnia di Giovanni da Milano per li servigi di Taddeo lor maestro, molte cose lavorando, fece il tabernacolo della Madonna di Mercato Vecchio; similmente quello su 'l canto della piazza di San Niccol della via del Cocomero, et a' Tintori quello che  a Santo Nofri su 'l canto delle mura dell'orto loro, dirimpetto a San Giuseppo. Fece in San Michele in Orto alcune pitture, et in Casentino, in Prato Vecchio et in tutte le chiese, molte cappelle e figure, che seminate in diversi luoghi per Casentino si veggono ancora. Lavor in Arezzo nel Duomo Vecchio; e per il capitolo della pieve, nella chiesa di San Bartolomeo fece la facciata dello altar maggiore; e nella pieve stessa sotto l'organo la storia di S. Matteo, et in Santo Agostino due altre cappelle ancora et in San Domenico.
E cos faccendo per tutta la citt opere di sua mano, mostr <a> Spinello Aretino i principii di tal arte insegnata interamente da lui a Bernardo Daddi fiorentino, il quale nella citt sua molte cose lavorando, quella onor e da' cittadini suoi, che di bonissimo governo lo stimorono, fu ne' magistrati adoperato assai. Furono le pitture di Bernardo molte et in molta stima, e prima in Santa Croce la cappella di San Lorenzo e di Santo Stefano de' Pulci e Berardi, e molte altre pitture in diversi luoghi di detta chiesa. Sopra le porte della citt di Fiorenza da la parte di dentro quelle dipinse e, d'anni carico morendo, in Santa Felicita gli fu dato onorato sepolcro l'anno MCCCLXXX. E Iacopo di Casentino in vecchiezza venuto, nella badia di Santo Angelo, fuor del castello di Prato Vecchio in Casentino, fu sepolto d'anni LXIIIII, dolendo a molti la morte sua e massimamente a' parenti, i quali da le fatiche di lui di continuo traevano utile, onore e fama. E nel MCCCLVIII gli fu dato sepoltura. N gli manc dopo la morte questo epitaffio: 48  PINGERE ME DOCVIT GADDUS; COMPONERE PLURA 49 APTE PINGENDO CORPORA DOCTUS ERAM.
50 PROMPTA MANUS FUIT, ET PICTUM EST IN PARIETE TANTUM 51 A ME: SERVAT OPUS NVLLA TABELLA MEVM.

 I,23.Spinello Aretino Quando un solo  cagione di illustrare una virt usatasi rozzamente in una patria gi per molti anni e, rendendole il vero splendore, la fa conoscere per lodata et ispiritosa, pare che tutti quegli che di sapere e di virt operano, si voltino a lodarlo, a favorirlo, a inalzarlo e ad onorarlo; di maniera che molto si sente caricare il peso delle fatiche quel tale in cercare d'inalzarsi in quella virt o scienza. Atteso che diventano obbligati a gli onori tutti coloro a' quali per le virt e per le fatiche son fatti commodi e favori nell'arte ingegnose che anno apprese, come fu fatto in Arezzo a Spinello di Luca Spinelli pittore; il quale, dopo la morte di Giotto e Taddeo Gaddi, svegliato dal bello ingegno che aveva, impar la bella arte della pittura, essendo gi dimenticata in quella citt la maniera de' Greci vecchi, per non avere atteso aretino alcuno, da Margheritone insino a Spinello a quello esercizio, ancora che Giotto e Taddeo et Iacopo di Casentino vi avessino lavorato molte cose. Spinello adunque, essendo chiamato dal cielo a suscitare nella patria sua una arte tanto ingegnosa e bella, addomesticatosi con Iacopo di Casentino, impar da lui il disegno et il modo del lavorare, e con buona pratica e grazia fece poi infinite cose. Perch invaghitosi del mestiero, non rest mai insino a la morte di esercitarvisi prontamente. Fu condotto in Fiorenza e lavor con Iacopo di Casentino, la domestichezza del quale aveva preso in Arezzo, mentre vi lavorava nella sua giovanezza; et acquist grandemente fama in quella citt per molte opere che e' vi fece. Infra l'altre lavor in fresco la cappella maggiore di Santa Maria Maggiore e la sagrestia di San Miniato in Monte fuor di Fiorenza, la quale fu cagione che fra' Iacopo d'Arezzo, allora Generale della Congregazione di Monte Oliveto, vedendo s bello ingegno della patria sua, lo riconducesse ad Arezzo. Dove in San Bernardo, monistero di tal religione, dipinse quattro cappelle, due allato alla cappella maggiore, che la mettono in mezzo, e le altre due al tramezzo della chiesa; e fece a fresco infinite figure per la chiesa, condotte da lui con bellissima pratica e vivezza. Sopra il coro dipinse pure a fresco una Nostra Donna con due figure, che a guardarle paiono vivissime. Di maniera che, trovandosi ben servito da lui, fra' Iacopo lo condusse a Monte Oliveto, capo della sua religione, dove, alla cappella maggiore, gli fece fare una tavola a tempera in campo d'oro, con infinito numero di figure piccole e grandi; nella quale di rilievo ne l'ornamento di legname, son fatti di gesso di mezzo rilievo e messi d'oro tre nomi: Simon Cini fiorentino, che fece lo intaglio e legname; Gabriel Saracini, che la mise d'oro; e Spinello di Luca aretino, che la dipinse.
La quale opra finita, il che fu l'anno MCCCLXXXV, con carezze da' monaci usategli, se ne torn in Arezzo, e per lo nome che aveva acquistato, fece nella pieve la cappella di San Bartolomeo e sotto l'organo similmente quella di San Matteo, nelle quali figur storie dell'uno e dell'altro apostolo. Non poco lontano a questo, fuor d'Arezzo, dipinse al Duomo vecchio fuor della citt la cappella e la chiesa di Santo Stefano, nella quale i colori suoi, per essere lavorati risolutamente et a buon fresco, sono ancora vivissimi et accesi che paiono dipinti al presente. Et in detta chiesa fece di pittura una Nostra Donna, la quale oggi  tenuta da gli Aretini in divozione et in gran riverenza, nascendo questo da avere Spinello sempre dato alle figure che dipinse mansuetudine, modestia e grazia e massimamente nelle teste; come dimostr ancora al Canto delle Beccherie in quella citt in una altra Nostra Donna fatta da lui in fresco, e similmente in quella di Seteria. E sul canto del canale fece la facciata dello spedale dello Spirito Santo, con una istoria, che gli Apostoli lo ricevono, e da basso storie di San Cosimo e Damiano che tagliano al moro morto una gamba sana, per appiccarla ad uno infermo a chi ne avevano tagliato una fracida. Nel mezzo fece un Noli me tangere, pittura certo bellissima e lodata. Al Canto alla Croce dipinse la facciata di San Lorentino e Pergentino, et allo spedale di San Marco, nel portico, lavor molte figure.
Fece nella compagnia de' Puraccioli una cappella dentrovi una Annunziata, e nel chiostro di Santo Agostino similmente lavor a fresco una Nostra Donna e molte altre figure in compagnia di quella, et in chiesa la cappella di San Lorenzo e quella di Santo Antonio; et in San Domenico nella medesima citt, entrando in chiesa a man sinestra, si vede la cappella di San Iacopo e Filippo, lavorata da lui a fresco con bella e risoluta pratica; e cos in San Giustino la cappella di Santo Antonio e la chiesa di San Lorenzo, dove e' dipinse dentro le storie della Nostra Donna, e fuori una Nostra Donna bellissima a fresco. Ancora dirimpetto alle monache di Santo Spirito, oggi fuora per ristrigner la citt con le mura nuove fatte dal duca Cosimo, in un portico d'uno spedaletto lavor un Cristo morto in grembo alle Marie, nel quale certamente si vede l'ingegno di Spinello aver paragonato Giotto di disegno e di colorito di grandissima lunga, et in qualche parte superato. Nel medesimo luogo figur un Cristo a sedere, con significato teologico, figurando la Trinit situata dentro a un sole in una maniera che da ciascuna de le tre figure pare che i medesimi raggi risplendino. Alla compagnia della Trinit si vede un tabernacolo da lui benissimo lavorato a fresco. Et inoltre per quella citt e fuori non  chiesicciuola, n spedale, n cappella, n maest che non sia lavorata da lui a fresco.
Laonde avendo acquistato Spinello bonissime facult e credito et essendo gi fatto vecchio, non sapendo starsi in riposo, prese a fare alla compagnia di Santo Agnolo in quella citt storie di San Michele, le quali in su lo intonacato del muro disegn egli di rossaccio, cos alla grossa, come gli artefici vecchi usavano di fare il pi delle volte; et in un cantone per mostra ne lavor e color interamente una storia sola, che piacque assai. Convenutosi dunque del prezzo con chi ne aveva la cura, fin tutta la facciata dello altare maggiore, nella quale figur Lucifero porre la sedia sua in Aquilone, e vi fece la ruina de gli angeli i quali in diavoli si tramutono, piovendo inver la terra, dove si vede in aria un San Michele che combatte con lo antico serpente di sette teste e di dieci corna; e da basso nel centro un Lucifero gi mutato in bestia bruttissima. E dilettossi tanto Spinello di farlo orribile e contraffatto, che e' si dice (tanto pu la imaginazione) che la figura da lui dipinta gli apparve in sogno, domandandolo dove egli la avesse vista s brutta e perch fattole tale scorno co' suoi pennelli. Egli dunche svegliatosi da 'l sonno per la paura e non potendo gridare, con tremito si scosse talmente, che la moglie destatasi lo soccorse, e fu egli nientedimanco a rischio di stringersigli il core e morire di subito. Ben che ad ogni modo spiritaticcio e con occhi tondi, poco tempo vivendo poi, si condusse a la morte, lasciando fama di s in quella citt e due figliuoli piccoli: l'uno de i quali fu Forzore orefice, che a Fiorenza mirabilissimamente lavor di niello, e l'altro Parri, che imitando il padre, di continuo attese alla pittura, e di disegno infinitamente lo vinse. Dolse molto a gli Aretini cos sinistro caso, con tutto che Spinello fosse vecchio, rimanendo privati d'una virt e d'una bont quale era la sua. Mor d'et d'anni LXXVII et in Santo Agostino di detta citt gli fu dato sepolcro, dove ancora oggi si vede una lapida con l'arme sua, dentrovi uno spinoso. E gli fu fatto questo epitaffio: SPINELLO ARRETINO PATRI OPT<IMO> PICTORIQUE SUAE AETATIS NOBILISS<IMO> CUIUS OPERA ET IPSI ET PATRIAE MAXIMO ORNAMENTO FUERUNT PII FILII NON SINE LACRIMIS POSS<UERUNT>.
Furono le pitture sue dal MCCCLXXX fino a 'l MCCCC.

 I,24.Gh.Starnina Veramente chi camina lontano da la patria sua fermandosi nelle altrui, fa bene spesso nello animo un temperamento di buono e di garbato spirito, perch nel vedere i costumi buoni impara da quegli ad essere trattabile, amorevole e paziente. N lo grava per la caldezza del sangue la superbia, e nascendo bisogno de' suoi piaceri, si sforza ad altri far cortesia, acci intravenendogli i sinistri che nascono da una ora a l'altra, possa ancor egli da altri ricevere il medesimo. Et invero, chi disidera affinar gli uomini nel vivere del mondo, altro fuoco, n miglior cimento di questo, non cerchi perch quegli che sono rozzi di natura ringentiliscono, et i gentili in maggior gentilezza e grazia riescono. Come fece Gherardo di Iacopo Starnini pittor fiorentino, il quale ancora che fosse di sangue pi che di buona natura, nondimeno nelle pratiche era molto duro e rozzo; onde a s pi ch'a gli amici faceva danno. Per il che trasferitosi in Ispagna quivi impar ad essere tanto gentile, cortese, trattabile e benigno, che ritornando a Fiorenza, infiniti di quegli i quali inanzi la sua partita a morte lo odiavano, con grandissima tenerezza nel suo ritorno lo amarono, per essersi fatto s gentile e s cortese.
Gherardo fu discepolo d'Antonio da Vinegia, et i suoi primi principii furono in Santa Croce nella cappella di Santo Antonio de' Castellani, ove fece in fresco alcune cose, le quali furono poi cagione di farlo conoscere a' mercanti spagnuoli, che venuti a Fiorenza per lor bisogni, partendosi, in Ispagna appresso il loro re lo condussero; dove molti anni dimorando e grandissima copia de' lavori faccendo e di quelli premio onorato traendo, a la sua patria desideroso di farsi rivedere e conoscere fece ritorno. Nella quale, con molte carezze da gli amici e da' cittadini ricevuto, non and molto tempo che gli fu data a dover dipignere la cappella di San Girolamo nel Carmino, storie di esso dipignendo, nelle quali figur nella storia di Paula et Eustochio e di Girolamo alcuni abiti spagnuoli in quel tempo usatisi in quel paese; le quali storie furono da lui con invenzione molto propria intese e condotte con abondanza di modi e di pensieri nelle attitudini delle figure, con quel magisterio e con quella bont che gli aveva largito il cielo. Fece in una storia, quando San Girolamo impara le prime lettere et il maestro che ha fatto levare a cavallo un fanciullo addosso ad un altro. Il quale, mentre che per il duolo della sferza mena le gambe, pare che gridando tenti mordere l'orecchio a colui che lo tiene; il che con grazia molto leggiadramente espresse Gherardo come persona che andava ghiribizzando le cose della natura. Similmente nel testamento di San Girolamo per esser vicino a morte, contraffece alcuni frati, i quali chi scrivendo e chi ascoltando, osservano l'ultime parole del lor maestro con grande affetto. La quale opra gli acquist appresso agli artefici grado e fama, et i costumi, con la dolcezza della pratica, grandissima riputazione. Fu similmente di mano di Gherardo il San Dionigi alla Parte Guelfa a sommo della scala, nella faccia dinanzi, fatto nella ricuperazione di Pisa l'anno MCCCLXVI; il quale per esser ben colorito e meglio lavorato a fresco,  stato sempre tenuto pittura degna di molta lode. E cos si tiene al presente per essersi mantenuta fresca e bella, come se ella fusse fatta pur ora.
Venuto dunque Gherardo in riputazione e fama grandissima nella patria e fuori, la morte, invidiosa e nimica sempre delle virtuose azzioni, in su il pi bello dello operare, tronc la infinita speranza di molto maggior cose che si aveva promesso il mondo di lui. E cos nella et di anni XLVIIII inaspettatamente giunto a 'l suo fine, con esequie onoratissime fu sepellito nella chiesa di San Iacopo sopra Arno. E gli fu fatto poi questo epitaffio: GHERARDO STARNINAE FLORENTINO SUMMAE INVENTIONIS ET ELEGANTIAE PICTORI. HUIUS PULCHERRIMIS OPERIBUS HISPANIAE MAXIMVM DECUS ET DIGNITATEM ADEPTAE VIVENTEM MAXIMIS HONORIBUS ET ORNAMENTIS AUXERUNT ET FATIS FUNCTUM EGREGIIS VERISQUE LAUDIBUS MERITO SEMPER CONCELEBRARUNT.
Lasci suoi discepoli Masolino da Panicale e Pace da Faenza, molto pratico e valente pittore, il quale dipinse in Ferrara molte cose et a Belfiore similmente. Furono le pitture di Gherardo da 'l MCCCXC a 'l MCCCCVIII vel circa.

 I,25.Lippo Sempre fu tenuta la invenzione madre verissima della architettura, della pittura e della poesia, et in tutte le cose de gli artefici dotti giudicata sempre maravigliosa e di grande ingegno. Percioch ella gradisce gli artefici molto e di lor mostra i ghiribizzi e capricci de' fantastichi cervelli di quelli che trovano le variet delle cose, le novit delle quali esaltano sempre in maravigliosa lode tutti quegli che tal cosa esercitando con garbo e con straordinaria bellezza danno forma, sotto coperta e velata ombra, alle cose che fanno. Costoro lodano altrui con destrezza e biasimano coloro ch'essi vogliono, senza essere apertamente intesi. Di questo molto si dilett Lippo pittor fiorentino, et ancora che in ci felicissimo fosse, nondimeno infelici furono e l'opere che egli fece e la vita che gli dur poco. Furono le pitture che e' fece fuor di Fiorenza a San Giovanni fra l'Arcora, fuori della porta a Faenza, chiesa rovinata per lo assedio di detta citt, dove e' dipinse una Passione di Cristo con molte figure, e fra esse una che si soffiava il naso, giudicata cosa bellissima da chi la vide. Fece per Nicol da Uzzano cittadino allor grande in Fiorenza, la cappella a fresco di Santa Lucia sopra Arno, e lavor a fresco in certi spedaletti della porta a Faenza et in Santo Antonio dentro a detta porta, vicino allo spedale, certi poveri, e dentro nel chiostro fece con bella e nuova invenzione una visione, nella quale figur quando Santo Antonio vede i lacci del mondo, appresso i quali erano le volont e gli appetiti de gli uomini per diverse cose del mondo involti e da esse tirati. Lavor di musaico in molti luoghi per Italia. Nella Parte Guelfa in Fiorenza fece una figura con la testa invetriata, et in San Giovanni racconci alcune storie di musaico. Et in Pisa sono ancora molte altre cose sue. Puossi dire di lui che sia stato infelicissimo, da che le fatiche sue oggi sono per terra e la maggior parte, per le rovine dell'assedio di Fiorenza, andate in perdizione. Era Lippo persona che volentieri litigava e cercava sempre pi la discordia che la pace. Al tribunale della Mercatanzia disse una mattina di bruttissime parole a uno adversario suo nella lite, onde gli avvenne che l'offeso si sdegn e, di malo animo contra lui acceso, una sera lo appost che a casa se ne tornava, e con un coltello che aveva gli di un colpo nel petto, de 'l quale, dopo non molti giorni, miseramente si mor. E lo epitaffio fu cos fatto: LIPPI FLORENTINI EGREGII PICTORIS MONUMENTUM. HVIC ELEGANTIA ARTIS IMMORTALITATEM PEPERIT FORTUNAE INIQUITAS INDIGNISSIME VITAM ADEMIT.
Furono le sue pitture circa il MCCCCX.

 I,26.L.degli Agnoli Ad una persona buona e religiosa, credo io che sia gran contento il trovarsi alle mani qualche esercizio onorato o di lettere o di pittura o di altre liberali o meccaniche arti, che non offendino Idio et in qualche parte giovino al prossimo; perch dopo i divini ufici, si passa il tempo co 'l diletto che e' si piglia per le dolci fatiche di esercizii tanto piacevoli; et oltra che e' si fa stimare da gli altri mentre che e' vive, mediante cos virtuose occupazioni, lascia bonissimo nome di s in terra dopo la morte. E certo, chi dispensa il tempo in questa maniera, vive in una quieta contemplazione e senza molestia alcuna di quegli stimoli ambiziosi che negli scioperati sempre si veggono. E se pure avviene che da qualche maligno sia talora percosso, pu tanto il valor della virt che il tempo ricuopre e sotterra la malignit di quegli, et il virtuoso nel secolo che succede riman sempre chiaro et illustre.
Questo avvenne in fra' Lorenzo de gli Agnoli fiorentino, il quale nella religion sua camaldolese fece molte opere, e molto fu da essi stimato in vita; et oggi dopo morte tengono i frati ne gli Agnoli le mani di esso come reliquie per memoria di lui. Tenne fra' Lorenzo la maniera di Taddeo e de gli altri maestri e fu diligentissima persona, come appare ancora oggid nella infinita quantit di libri da esso miniati nel monastero di detti Agnoli, et all'eremo di Camaldoli, oltra le molte tavole ancora che egli fece in quel luogo colorite a tempera. Nelli Agnoli di Fiorenza fece la tavola dello altar maggiore finita nel MCCCCXIII, et indusse i frati suoi ad esercitarsi nella pittura, de' quali lasci alcuni suoi discepoli che di molte pitture accomodarono il monistero loro e di libri miniati e scritti, cos come vi fu di quegli che ricamavano paramenti e storie di figure divinissimamente, come ne fanno fede oggi in quel luogo le opere che vi feciono. Egli in Santa Trinita di Fiorenza dipinse a fresco la cappella e la tavola de gli Ardinghelli, la quale al suo tempo era molto lodata, nella quale ritrasse di naturale i nostri Dante e Petrarca. Et ancora in detto luogo lavor la cappella de' Bartolini. A costui nocevano molto i cibi et i digiuni, a i quali per la regola monastica et eremitica era obligato. Per il che da Papa Eugenio, che dimorava allora in Fiorenza per lo Concilio et ebbe compassione a tanta virt, benignamente fu dispensato; et egli per questo fece un messale, il quale  ancora oggid nella cappella papale di Roma. Fece poi una tavola in San Iacopo sopr'Arno et un'altra in San Pietro Scheraggio, et in Santo Michele di Pisa loro convento, et in Camaldoli di Fiorenza un Crocifisso in tavola et un San Giovanni. Finalmente per lo star chinato e col petto appoggiato, gli venne una postema crudele, la quale in lungo termine lo condusse al fine di sua vita di et d'anni LV.
Insegn costui a Francesco Fiorentino suo discepolo, il quale dopo la morte sua fece il tabernacolo che  sul canto di Santa Maria Novella, nella piazza a sommo alla via della Scala per ire alla sala del papa. Fu pianto fra' Lorenzo assai da' suoi monaci, e nella solita loro sepultura pietosamente riposto, giudicandosi per la maggior parte, per le buone qualit sue, che e' fusse ito a vita migliore, come benefattore della sua religione e come persona che del continovo visse nelle miserie di qua con grandissimo timore di non incorrere nell'offese di Dio. N gli manc dopo la morte chi lo onorasse con questo epitaffio: 12  EGREGIE MINIO NOVIT LAURENTIUS UTI 13 ORNAVIT MANIBUS QUI LOCA PLURA SUIS 14 NUNC PICTURA FACIT FAMA SUPER AETHERA CLARUM 15 ATQUE ANIMI EUNDEM SIMPLICITASQUE BONI.

 I,27.T.Bartoli Quanti sono tra' nostri artefici quegli che per guadagnarsi nome si mettono a molte fatiche nella pittura.
Et il pi delle volte il maligno influsso che gli persegue fa che le mirabili opere loro son poste in luogo oscurissimo, o s vile e disonorato, che a molti che non conoscono pi l, d cagione di biasimare e vituperare quelle cose che per se stesse meritan lode e per la fatica de' loro artefici che tanti giorni infelici, e tante pessime notti, senza frutto vi hanno speso. E pare che sempre tocchi questa invidia del tristo faro a chi cerca pi la eccellenzia. Tutta volta, advenga negli altri quello che si voglia, a Taddeo Bartoli pittor sanese non advenne certo cos. Perch l'opera publica della cappella che e' fe' nel Palazzo di Siena alla Signoria, fu comune ad ognun che vedere la volse; e di lumi e di aria, sino a' d nostri, si vede ragionevolmente accompagnata. Era tenuto Taddeo nella patria sua eccellentissimo maestro e meritamente fu elletto ne' tempi suoi dalla Signoria di quella citt a dipignere detta cappella. Il che gli diede animo, essendo il luogo molto onorato et il premio conveniente, a dar fama alle sue pitture et ornare con s bella occasione la sua patria e la propria gloria; presago, come fu il vero, che questa dovesse esser la vera strada da fare utile et onore non piccolo et a se stesso et a' descendenti. Lavor Taddeo per Siena molte pitture, nelle quali si vede certamente diligenzia e studio grandissimo. N rest per lui che affaticandosi del continovo, non divenisse pi eccellente di quello che egli era. Ma la indisposizione di un male oppilativo, lo assassin di maniera, che ella gli imped quella ottima voglia che gli fu sempre fissa nello animo mentre che e' visse. Mor Taddeo di anni LIX e le pitture sue appariscono del MCCCCVII. E col tempo gli fu poi fatto questo epitaffio: TADDAEVS BARTOLUS SENENSIS HIC SITUS EST CUM PINGENDI ARTIFICIO QUOD IPSE MITISSIMIS ET HUMANISS<IMIS> MORIBUS TUM SVAVITATE INGENII QUAM OPERIBUS SUMMO STUDIO ELABORATIS ET PLANE PERFECTIS VICISSIM EXORNAVERAT IMMORTALITATE DIGNISSIMUS.
Lasci Domenico Bartoli suo nipote e discepolo, che attendendo alla arte della pittura, dipinse con maggior pratica le figure; e nelle istorie che e' fece mostr molto pi copiosit, variandole in diverse cose. Sono nel pellegrinario dello Spedale grande di Siena due storie grandi lavorate in fresco da Domenico, dove qualche prospettiva e qualche ornamento garbatamente fece apparire.
Dicesi essere stato Domenico molto modesto e gentile e d'una singulare amorevolezza e liberalissima cortesia, la quale non di manco nome alle buone qualit sue che l'arte stessa della pittura. Furono l'opere di costui nel MCCCCXXXVI. E nello ultimo dipinse in Santa Trinita di Fiorenza una tavola d'una Annunziata e nella chiesa del Carmino la tavola dello altare maggiore.

 I,28.L.di Bicci Grandissima ventura hanno quelli che nello attendere ad una qualche bella professione o virt, si invaghiscono in quel diletto che di questa sentono ogni ora; perch mentre che adoperano, passano lo ozio del tempo in uno esercizio onorato, lasciano fama e nome di loro, guadagnano lecitamente e fanno acquisto sempre di amici. Laonde con tanta tenerezza sono amati dagli uomini, che e' si pu dire che e' ne siano padroni, e de le comodit di altrui acquistan sempre il comodo proprio. Percioch a chi serve altri bene e prestamente, non basta il pagamento per sodisfarlo, ma l'obligo entra poi di mezzo fra chi fa operare et esso operante. Questo espressamente si vide in Lorenzo di Bicci pittor pratico e spedito, il quale per dilettarsi del lavorare, come e' fece, acquist mezzi tali, che da ogni suo conoscente era tenuto di s dolce pratica, che ogni persona ardeva di fargli piacere. Le figure sue tirano forte a la maniera di Taddeo Gaddi e de gli altri maestri inanzi, i quali si dilett egli molto di contrafare, per piacergli quelle maniere. Fece Lorenzo in Santa Maria del Fiore a tutte le cappelle sotto le finestre figure, e per la chiesa la imagine de' XII Apostoli per sacrare la chiesa e mettervi le croci. Nella chiesa di Camaldoli di Fiorenza, per la Compagnia de' Martiri dipinse una facciata della storia loro con due cappelle. E nella chiesa del Carmino un'altra facciata, quando essi martiri sono condannati a la morte e vanno a 'l tormento, e tutti i crocifissi che da una pratica grande e maestria onesta sono condotti. Nelle quali opere si vede ingegno et infiniti suoi tratti in attitudine, per contrafar la natura. Su la piazza di Santa Croce fece fuori, nella facciata del convento, la storia d'un S. Tommaso col resto de gli Apostoli, il quale cerca la piaga a Cristo; e similmente una Assunta in cielo in campo d'oro, con infinito numero d'angeli intorno e San Tommaso che la cintola riceve frescamente e con vivi colori lavorati; et a canto a queste opre lavor un San Cristofano, il quale  di altezza di braccia XIII e mezzo nel quale mostr grandissimo animo, non si essendo fin allora fatto le figure di maggior grandezza che di cinque braccia, eccetto per il San Cristofano di Buffalmacco. Dentro il convento lavor all'entrata della porta del martello pi di XL frati, tutti vestiti di bigio, ne i quali volse mostrare Lorenzo la pratica e la scienza la quale aveva in lavorare in fresco; et a tutti vari il colore del bigio, che chi pendeva pi in rossigno e tan e chi in azzurrino e gialliccio, per ciascuno differente talmente, ch' cosa singulare. Dipinse ancora altre istorie per le mura e per le volte, con tanta facilit e prestezza, che si racconta di lui per vero che, avendo il guardiano del luogo che gli dava le spese fattolo chiamare a mensa, egli che aveva fatto lo intonaco per una figura e cominciatala appunto allora, rispose a quel frate che lo chiamava: Fate le scodelle, ch'io fo questa figura e vengo. E per dicono che in Lorenzo si vide tanta velocit e risoluzione di quella maniera, quanta non fu in alcuno altro gi mai. Fu di man sua il tabernacolo a fresco in sul canto delle monache di Fuligno e sopra alla porta della chiesa loro una Nostra Donna con alcuni santi, fra i quali si vede San Francesco il quale sposa la Povert. Fu condotto in Arezzo, e vi dipinse la cappella maggiore di San Bernardo, convento de' monachi di Monte Oliveto, con la storia di San Bernardo, fatta fare da M<esser> Carlo Marsupini. Et inoltre cominci la cappella di Francesco Bacci Vecchio in San Francesco d'Arezzo similmente, a la quale finita la volta, ammal di mal di petto e poco and che guarito se ne torn in Fiorenza e fece la sala vecchia di casa Medici nella Via Larga a Pier Francesco Vecchio.
Ebbe Lorenzo due figliuoli, Bicci e Neri, i quali furono ambidue pittori, non quali il padre il quale imitarono il pi che poterono. Per il che Bicci gli aiut finire la cappella de' Martini in San Marco, et infinite opere in Fiorenza e per il contado lavorarono; e Neri dipinse a fresco in Ogni Santi la cappella de' Lenzi insieme con la tavola, dove ritrasse se medesimo vicin a Lorenzo suo padre.
Et allo Ordine Camaldolese infinite opere fece, e similmente nel chiostro di San Brancazio e nella chiesa lavor cose che non fa mestiero raccontarle. Ma Lorenzo, divenuto gi vecchio, nella et di LXI anni ammal di male di febbre ordinario, et appoco appoco si consum, desiderando pure ritornare ad Arezzo a finire l'opra da lui cominciata, la quale, dopo la morte di Lorenzo, fin Pietro dal Borgo a San Sepolcro. Fu dopo che spir da Bicci e da Neri pianto et infine con infiniti sospiri a la sepoltura accompagnato, e dolse la morte sua universalmente a tutti gli amici. N manc di poi chi lo onorasse di questo epitaffio: LAUR<ENTIO> BICCIO PITTORI ANTIQUOR<VM> ARTIFICIO ET ELEGANTIAE SIMILLIMO AC PROPE PARI BICCIVS ET NERIVS FILII ET ARTIS ET PIETATIS ERGO POSUER<UNT>.

 II.Proemio Quando io presi primieramente umanissimo lettor mio, a descrivere queste vite, e' non fu mia intenzione fare una nota delli artefici et uno inventario, dir cos, delle opere loro, n giudicai mai degno fine di queste mie, non so come belle, certo lunghe e fastidiose fatiche, ritrovare il numero et i nomi e le patrie loro, et insegnare in che citt et in che luogo appunto di esse si trovassino al presente le loro pitture o sculture o fabriche; che questo io lo arei potuto fare con una semplice tavola, senza interporre in parte alcuna il giudizio mio. Ma vedendo che gli scrittori delle istorie, quegli che per comune consenso hanno nome di avere scritto con miglior giudizio, non solo non si sono contentati di narrare semplicemente i casi seguiti, ma con ogni diligenzia e con maggior curiosit che hanno potuto, sono iti investigando i modi et i mezzi e le vie che hanno usati i valenti uomini nel maneggiare l'imprese, e sonsi ingegnati di toccare gli errori, et appresso i bei colpi e ripari e partiti prudentemente qualche volta presi ne' governi delle faccende, e tutto quello insomma che sagacemente o straccuratamente, con prudenzia o con piet o con magnanimit, hanno in esse operato, come quelli che conoscievano la istoria essere veramente lo specchio della vita umana, non per narrare asciuttamente i casi occorsi a un principe od a una republica, ma per avvertire i giudizii, i consigli, i partiti et i maneggi degli uomini, cagione poi delle felici et infelici azzioni. Il che  proprio l'anima della istoria; e quello che invero insegna a vivere e fa gli uomini prudenti, e che appresso al piacere che si trae del vedere le cose passate come presenti,  il vero fine di quella. Per la qual cosa avendo io preso a scriver la istoria de' nobilissimi artefici, per giovar all'arti quanto patiscono le forze mie, et appresso per onorarle, ho tenuto quanto io poteva, ad imitazione di cos valenti uomini, il medesimo modo; e mi sono ingegnato non solo di dire quel che hanno fatto, ma di scegliere ancora discorrendo il meglio da 'l buono, e l'ottimo da 'l migliore, e notare un poco diligentemente i modi, le arie, le maniere, i tratti e le fantasie de' pittori e degli scultori; investigando, quanto pi diligentemente ho saputo, di far conoscere a quegli che questo per se stessi non sanno fare, le cause e le radici delle maniere e del miglioramento e peggioramento delle arti, accaduto in diversi tempi et in diverse persone. E perch nel principio di queste vite io parlai de la nobilt et antichit di esse arti, quanto a questo proposito si richiedeva, lasciando a parte molte cose che io mi sarei potuto servire di Plinio e d'altri autori, se io non avessi voluto, contra la credenza forse di molti, lasciar libero a ciascheduno il vedere le altrui fantasie ne' proprii fonti, mi pare che e' si convenga fare al presente quello che, fuggendo il tedio e la lunghezza, mortal nemica della attenzione, non mi fu lecito fare allora, ci  aprire pi diligentemente l'animo et intenzione mia, e mostrare a che fine io abbia diviso questo corpo delle vite in tre parti.
Bene  vero che quantunque la grandezza delle arti nasca in alcuno da la diligenzia, in un altro da lo studio, in questo da la imitazione, in quello da la cognizione delle scienzie che tutte porgono aiuto a queste, et in chi da le predette cose tutte insieme o da la parte maggiore di quelle, io nientedimanco per avere nelle vite de' particulari ragionato a bastanza de' modi de l'arte, de le maniere e de le cagioni del bene e meglio ed ottimo operare di quelli, ragioner di questa cosa generalmente, e pi presto de la qualit de' tempi che de le persone, distinte e divise da me, per non ricercarla troppo minutamente, in tre parti, o vogliamole chiamare et, da la rinascita di queste arti sino al secolo che noi viviamo, per quella manifestissima differenza che in ciascuna di loro si conosce. Con ci sia che nella prima e pi antica si sia veduto queste tre arti essere state molto lontane da la loro perfezzione, e come che elle abbino avuto qualcosa di buono, essere stato acompagnato da tanta imperfezzione, che e' non merita per certo troppa gran lode; ancora che, per aver dato principio e via e modo al meglio che seguit poi, se non fusse altro, non si pu se non dirne bene e darle un po' pi gloria che, se si avesse a giudicare con la perfetta regola dell'arte, non hanno meritato l'opere stesse. Nella seconda poi si veggono manifesto esser le cose migliorate assai e nelle invenzioni e nel condurle con pi disegno e con miglior maniere e con maggior diligenzia, e cos tolto via quella ruggine della vecchiaia e quella goffezza e sproporzione che la grossezza di quel tempo le aveva recata addosso. Ma chi ardir di dire in quel tempo essersi trovato uno in ogni cosa perfetto? E che abbia ridotto le cose al termine di oggi e d'invenzione e di disegno e di colorito? E che abbia osservato lo sfuggire dolcemente delle figure con la scurit del colore, che i lumi siano rimasti solamente in su i rilievi, e similmente abbia osservato gli strafori e certe fini straordinarie nelle statue di marmo come in quelle si vede? Questa lode certo  tocca alla terza et, nella quale mi par potere dir sicuramente che l'arte abbia fatto quello che ad una imitatrice della natura  lecito poter fare, e che ella sia salita tanto alto, che pi presto si abbia a temere del calare a basso, che sperare oggimai pi augumento.
Queste cose considerando io meco medesimo attentamente, giudico ch'e' sia una propriet et una particulare natura di queste arti, le quali da uno umile principio vadino appoco appoco migliorando, e finalmente pervenghino a 'l colmo della perfezzione. E questo me lo fa credere il vedere essere intervenuto quasi questo medesimo in altre facult; che, per essere fra tutte le arti liberali un certo che di parentado,  non piccolo argumento che e' sia vero. Ma nella pittura e scultura in altri tempi debbe essere accaduto questo tanto simile che, se e' si scambiassino insieme i nomi, sarebbono appunto i medesimi casi. Imper che e' si vede (se e' si ha a dar fede a coloro che furono vicini a que' tempi e potettono vedere e giudicare de le fatiche de gli antichi) le statue di Canaco esser molto dure e senza vivacit o moto alcuno, e per assai lontane dal vero, e di quelle di Calamide si dice il medesimo, bench fussero alquanto pi dolci che le predette. Venne poi Mirone, che non imit affatto affatto la verit della natura, ma dette alle sue opere tanta proporzione e grazia che elle si potevono ragionevolmente chiamar belle. Successe nel terzo grado Policleto e gli altri tanto celebrati, i quali, come si dice e credere si debbe, interamente le fecero perfette.
Questo medesimo progresso dovette accadere nelle pitture ancora, perch e' si dice, e verisimilmente si ha a pensare che fussi cos nell'opere di quelli che con un solo colore dipinsero, e per furon chiamati monocromati, non essere stata una gran perfezzione. Di poi nelle opere di Zeusi e di Polignoto e di Timante, o degli altri che solo ne messono in opera quatro, si lauda in tutto i lineamenti, et i dintorni e le forme, e senza dubbio vi si doveva pure desiderare qualcosa. Ma poi in Ethione, Nicomaco, Protogene et Apelle,  ogni cosa perfetta e bellissima, e non si pu imaginar meglio, avendo essi dipinto non solo le forme e gli atti de' corpi eccellentissimamente, ma ancora gli affetti e le passioni dell'animo. Ma lasciando ire questi, che bisogna referirsene ad altri, e molte volte non convengano i giudizii e, che  peggio, n<pure> tempi, ancora che io in ci seguiti i migliori autori, vegniamo a' tempi nostri, dove abbiamo l'occhio, assai miglior guida e giudice che non  l'orecchio. Non si vede egli chiaro quanto miglioramento et acquisto fece, per cominciarsi da un capo l'architettura da Buschetto Greco ad Arnolfo Tedesco et a Giotto? Vegghinsi le fabriche di que' tempi, i pilastri, le colonne, le base, i capitegli e tutte le cornici con i membri difformi, come n' in Fiorenza in Santa Maria del Fiore, e nella incrostatura di fuori di San Giovanni, a San Miniato al Monte, nel Vescovado di Fiesole, al Duomo di Milano, a San Vitale di Ravenna, a Santa Maria Maggiore di Roma et al Duomo vecchio fuore d'Arezzo, dove, ecettuato quel poco di buono rimasto de' frammenti antichi, non vi  cosa che abbia ordine o fattezza buona. Ma quelli certo la migliorarono assai, e fece non poco acquisto sotto di loro; perch e' la ridussero a migliore proporzione e fecero le lor fabbriche non solamente stabili e gagliarde, ma ancora in qualche parte ornate; certo  nientedimeno che gli ornamenti loro furono confusi e molto imperfetti, e per dirla cos, non con grande ornamento. Perch nelle colonne non osservarono quella misura e proporzione che richiedeva l'arte, n distinsero ordine che fusse pi dorico che corinto o ionico o toscano, ma alla mescolata con una loro regola senza regola, faccendole grosse grosse o sottili sottili, come tornava lor meglio. E le invenzioni furono tutte, parte di lor cervello, parte de 'l resto delle anticaglie vedute da loro. E facevano le piane parte cavate da 'l buono, parte agiuntovi lor fantasie, che rizzate con le muraglie avevano un'altra forma. Nientedimeno chi comparer le cose loro a quelle dinanzi, vi vedr migliore ogni cosa, e vedr delle cose che danno dispiacere in qualche parte a' tempi nostri, come sono alcuni tempietti di mattoni lavorati di stucchi a Santo Ianni Laterano di Roma. Questo medesimo dico de la scultura, la quale in quella prima et della sua rinascita ebbe assai del buono, perch, fuggita la maniera goffa greca che era tanto rozza che teneva ancora pi della cava che dello ingegno degli artefici, essendo quelle loro statue intere intere senza pieghe o attitudine o movenzia alcuna, e proprio da chiamarsi statue, dove, essendo poi migliorato il disegno per Giotto, molti migliorarono ancora le figure d'i marmi e delle pietre, come fece Andrea Pisano e Nino suo figliuolo e gli altri suoi discepoli che feron molto meglio che i primi, e storsono pi le lor statue, e dettono loro migliore attitudine assai; come que' due sanesi Agostino et Agnolo che feciono la sepoltura di Guido Vescovo di Arezzo, e que' Todeschi che feciono la facciata d'Orvieto. Vedesi adunque in questo tempo la scultura essersi un poco migliorata e dato qualche forma migliore alle figure, con pi bello andar di pieghe di panni e qualche testa con migliore aria, certe attitudini non tanto intere, et infine cominciato a tentare il buono; ma avere tuttavolta mancato di infinite parti per non esser in quel tempo in gran perfezzione il disegno, n vedersi troppe cose di buono da potere imitare. Laonde que' maestri che furono in questo tempo, e da me son stati messi nella prima parte, meriteranno quella lode e d'esser tenuti in quel conto, che meritano le cose fatte da loro, pur che si consideri, come anche quelle delli architetti e de' pittori di que' tempi, <che> non ebbono innanzi aiuto et avevano a trovare la via da per loro; et il principio, ancora che piccolo,  degno sempre di lode non piccola.
Non corse troppo miglior fortuna la pittura in questi tempi, se non che essendo allora pi in uso per la divozione de' popoli, ebbe pi artefici, e per questo fece pi evidente progresso che quelle due. Cos si vede che la maniera greca, prima co 'l principio di Cimabue, poi con l'aiuto di Giotto, si spense in tutto, e ne nacque una nuova la quale io volentieri chiamo maniera di Giotto, perch fu trovata da lui e da' suoi discepoli, e poi universalmente da tutti venerata et imitata. E si vede in questa levato via il proffilo che ricigneva per tutto le figure, e quegli occhi spiritati e piedi ritti in punta e le mani aguzze et il non avere ombre et altre mostruosit di que' Greci, e dato una buona grazia nelle teste e morbidezza nel colorito. E Giotto in particulare fece migliori attitudini alle sue figure, e mostr qualche principio di dare una vivezza alle teste, e pieg i panni che traevano pi alla natura che non quegli innanzi, e scoperse in parte qualcosa de lo sfuggire e scortare le figure. Oltre a questo egli diede principio agli affetti, che si conoscesse in parte il timore, la speranza, l'ira e lo amore; e ridusse a una morbidezza la sua maniera, che prima era e ruvida e scabrosa; e se non fece gli occhi con quel bel girare che fa il vivo, e con la fine de' suoi lagrimatoi, et i capegli morbidi, e le barbe piumose, e le mani con quelle sue nodature e muscoli, e gli ignudi come il vero, scusilo la difficult della arte et il non aver visto pittori migliori di lui. E pigli ognuno in quella povert dell'arte e de' tempi, la bont del giudizio nelle sue istorie, l'osservanza dell'arie e l'obedienza di un naturale molto facile, perch pur si vede che le figure obbedivano a quel che elle avevano a fare; e perci si mostra che egli ebbe un giudizio molto buono, se non perfetto. E questo medesimo si vede poi negli altri, come in Taddeo Gaddi nel colorito, il quale  pi dolce et ha pi forza; e dette migliori incarnazioni e colore ne' panni e pi gagliardezza ne' moti alle sue figure. In Simon Sanese si vede il decoro nel compor le storie; in Stefano Scimmia et in Tommaso suo figliuolo, che arecarono grande utile e perfezzione nel disegno et invenzione della prospettiva e nello sfumare et unire de' colori, riservando sempre la maniera di Giotto.
Tale feciono nella pratica e destreza Spinello Aretino, Parri suo figliuolo, Iacopo di Casentino, Antonio Veniziano, Lippo e Gherardo Starnini e gli altri pittori che lavorarono dopo Giotto, seguitando la sua aria, lineamento, colorito e maniera, et ancora migliorandola qualche poco, ma non tanto per che e' paresse ch'e' la volessino tirare ad altro segno. Laonde chi considerer questo mio discorso, vedr queste tre arti fino a qui essere state, come dire, abbozzate, e mancar loro assai di quella perfezzione che elle meritavano, e certo, se non veniva meglio, poco giovava questo miglioramento e non era da tenerne troppo conto. N voglio che alcuno creda che io sia s grosso, n di s poco giudizio, che io non conosca che le cose di Giotto e di Andrea Pisano e Nino e degli altri tutti, che per la similitudine delle maniere ho messi insieme nella prima parte, se elle si compareranno a quelle di coloro che dopo loro hanno operato, non meriteranno lode straordinaria n anche mediocre; n era che io non lo vedessi, quando io gli ho laudati. Ma chi considerer la qualit di que' tempi, la carestia de gli artefici, la difficult de' buoni aiuti, le terr non belle, come ho detto io, ma miracolose, et ar piacere infinito di vedere i primi principii e quelle scintille di buono che nelle pitture e sculture cominciavono a risuscitare. Non fu certo la vittoria di L<ucio> Marzio in Spagna tanto grande, che molte non avessino i Romani delle maggiori. Ma avendo rispetto al tempo, al luogo, al caso, alla persona et al numero, ella fu tenuta stupenda et ancor oggi pur degna delle lode, che infinite e grandissime le son date da gli scrittori. Cos a me, per tutti i sopradetti rispetti,  parso che e' meritino non solamente d'essere scritti da me con diligenzia, ma laudati con quello amore e sicurt che io ho fatto. E penso che non sar stato fastidioso a' miei artifici l'aver udite queste lor vite e considerato le lor maniere e lor modi: e ne ritrarrano forse non poco utile, il che mi fia carissimo e lo reputer a buon premio delle mie fatiche, nelle quali non ho cerco altro che far loro, in quanto io ho potuto, utile e diletto.
Ora, poi che noi abbiamo levate da balia, per un modo di dir cos fatto, queste tre arti, e cavatele ancora de la fanciullezza, ne viene la seconda et, dove si vedr infinitamente migliorato ogni cosa; e la invenzione pi copiosa di figure, pi ricca d'ornamenti; et il disegno pi fondato e pi naturale verso il vivo; et inoltre una fine nell'opre condotte con manco pratica, ma pensatamente con diligenzia; la maniera pi leggiadra, i colori pi vaghi, in modo che poco ci rester a ridurre ogni cosa al perfetto, e che elle imitino appunto la verit della natura. Perch prima con lo studio e con la diligenzia del gran Filippo Brunelleschi, la architettura ritrov le misure e le proporzioni degli antichi cos nelle colonne tonde come ne' pilastri quadri e nelle cantonate rustiche e pulite, et allora si distinse ordine per ordine e fecisi vedere la differenza che era tra loro. Ordinossi che le cose andassino per regola, seguitassino con pi ordine e fussino spartite con misura. Crebbesi la forza et il fondamento al disegno, e dettesi alle cose una buona grazia, e fecesi conoscere l'eccellenzia di quella arte. Ritrovossi la bellezza e variet de' capitelli e delle cornici, in tal modo che si vide le piante de' tempii e de gli altri suoi edifizi esser benissimo intese, e le fabbriche ornate, magnifiche e proporzionatissime, come si vede nella stupendissima machina della cupola di Santa Maria del Fiore di Fiorenza, nella bellezza e grazia della sua lanterna, ne l'ornata, varia e graziosa chiesa di Santo Spirito, e nel non manco bello di quell'edifizio di San Lorenzo, nella bizzarissima invenzione del tempio in otto facce degli Angioli, e nella ariosissima chiesa e convento della Badia di Fiesole, e nel magnifico e grandissimo principio del palazzo de' Pitti. Oltra il comodo e grande edifizio che Francesco di Giorgio fece nel palazzo e chiesa del Duomo di Urbino, et il fortissimo e ricco castello di Napoli, e lo inespugnabile castello di Milano, senza molte altre fabbriche notabili di quel tempo, et ancora che e' non ci fussi la finezza et una certa grazia squisita et appunto nelle cornici, e certe pulitezze e leggiadrie nello intaccar le foglie e far certi stremi ne' fogliami, et altre perfezzioni che furon di poi, come si vedr nella terza parte, dove seguiteranno quegli che faranno tutto quel di perfetto nella grazia, nella fine e nella copia e nella prestezza che non feceno gli altri architetti vecchi, nondimeno elle si possono sicuratamente chiamar belle e buone. Non le chiamo gi perfette, perch, veduto poi meglio in questa arte, mi par potere ragionevolmente affermare che le mancava qualcosa. E se bene e' vi  qualche parte miracolosa e de la quale ne' tempi nostri per ancora non si  fatto meglio, n per avventura si far in que' che verranno, come verbigrazia la lanterna della cupola di Santa Maria del Fiore, e per grandezza, essa cupola, dove non solo Filippo ebbe animo di paragonar gli antichi ne' corpi delle fabbriche, ma vincerli nella altezza delle muraglie; pur si parla universalmente in genere, e non si debbe da la perfezzione e bont d'una cosa sola, argumentare la ecellenzia del tutto. Il che della pittura ancora dico e de la scultura, nelle quali si vede ancora oggi cose rarissime de' maestri di questa seconda et, come quelle di Masaccio nel Carmino, che fece uno ignudo che triema del freddo, et in altre pitture vivezze e spiriti; ma in genere e' non aggiunsono a la perfezzione de' terzi, de' quali parleremo al suo tempo, bisognandoci qui ragionare de' secondi; i quali per dire prima degli scultori, molto si allontanarono dalla maniera de' primi, e tanto la migliorarono, che lasciorono poco ai terzi. Et ebbono una lor maniera tanto pi graziosa, pi naturale, pi ordinata, di pi disegno e proporzione, che le loro statue cominciarono a parere pressoch persone vive, e non pi statue come le prime. Come ne fanno fede quelle opere, che in quella rinovazione della maniera si lavorarono, come si vedr in questa seconda parte, dove le figure di Iacopo della Quercia sanese hanno pi moto e pi grazia e pi disegno e diligenza, quelle di Filippo pi bel ricercare di muscoli e miglior proporzione e pi giudizio, e cos quelle de' loro discepoli. Ma pi vi aggiunse Lorenzo Ghiberti nell'opera delle porte, dove mostr invenzione, ordine, maniera e disegno, che par che le sue figure si muovino et abbino l'anima. Ma non mi risolvo in tutto, ancora che fussi ne' lor tempi Donato, se io me lo voglia metter fra i terzi, restando l'opre sua a paragone degli antichi buoni, dir bene che in questa parte si pu chiamar lui regola de gli altri, per aver in s solo le parti tutte che a una a una erano sparte in molti; poich e' redusse in moto le sue figure dando loro una certa vivacit e prontezza, che posson stare e con le cose moderne e, come io dissi, con le antiche medesimamente. E il medesimo augumento fece in questo tempo la pittura, da la quale l'eccellentissimo Masaccio lev in tutto la maniera di Giotto, nelle teste, ne' panni, ne' casamenti, negli ignudi, nel colorito, negli scorti che egli rinov, e messe in luce quella maniera moderna, quale fu in que' tempi e fino a oggi da tutti i nostri artefici seguitata, e di tempo in tempo con miglior grazia, invenzione, ornamenti, arricchita et abbellita; come particularmente si vedr nelle vite di ciascuno, e si conoscer una nuova maniera di colorito, di scorci, d'attitudini naturali; e molto pi espressi moti dello animo et i gesti del corpo, con cercare di appressarsi pi a 'l vero delle cose naturali nel disegno; e le arie del viso che somigliassino interamente gli uomini, s che fussino conosciuti per che' glieron fatti. Cos cercaron far quel che vedevono nel naturale e non pi; e cos vennono ad esser pi considerate e meglio intese le cose loro, e questo diede loro ardimento di metter regola alle prospettive e farle scortar appunto, come faccevano, di rilievo, naturali et in propria forma, e cos andarono osservando l'ombre et i lumi, gli sbattimenti e le altre cose difficili, e le composizioni delle storie con pi propria similitudine, tentaron fare i paesi pi simili al vero, e li albori, l'erbe, i fiori, l'arie, i nuvoli et altre cose della natura, tanto che si potr dire arditamente che queste arti sieno non solo allevate, ma ancora ridotte nel fiore della lor giovent, e da sperare quel frutto che intervenne di poi, e che in breve elle avessino a venire a la loro perfetta et.
Daremo adunque con lo aiuto di Dio principio alla vita di Iacopo della Quercia sanese, e poi agli altri architetti e scultori, fino che perverremo a Masaccio; il quale per essere stato primo a migliorare il disegno nella pittura, mosterr quanto obligo se gli deve per la sua nuova rinascita. E poi che ho eletto Iacopo sopradetto per onorato principio di questa seconda parte, seguitando l'ordine delle maniere, verr aprendo sempre colle vite medesime, la dificult di s belle, dificili et onoratissime arti.

 II,1.I.della Quercia Infinitamente  da credere che nella vita sua pruovi grandissima contentezza colui che per mezzo delle fatiche fatte con la virt sua si senta, o nella patria o fuori, onorare di dignit o guiderdonare di premio fra gli altri uomini, crescendone per le lode e per gli onori in infinito la virt sua. Ci intervenne a Iacopo di maestro Piero di Filippo della Quercia scultor sanese, il quale, per le sue rarissime doti nella bont, nella modestia e nel garbo, merit degnamente di esser fatto cavaliere. Il qual titolo, onoratissimamente ritenne vivendo, onorando del continovo la patria e se medesimo. Per il che quegli, che dalla natura dotati sono di egregia et eccellente virt, quando accompagnano con la modestia de' costumi onorati il grado nel quale si trovano, sono testimoni i quali al mondo mostrano d'essere assunti al colmo di quella dignit che si riceve da 'l merito, e non da la sorte; come veramente e degnissimamente mostr Iacopo, il quale, alla scultura attendendo, di quella perfettissimo divenne e con eccellenzia dimostr del continovo l'opere sue: le quali in Siena furono prima due tavole in legname di figure tonde, con grazia di disegno e d'intaglio affaticate da lui. In Lucca fece per la moglie a Paolo Guinigi signor di quella citt, nella chiesa di San Martino, una sepoltura la quale alla cappella della comunit  restata, et in quel luogo alcuni fanciulli in un fregio con festoni di marmo, e la cassa e la figura morta all'entrata della sagrestia: la quale con diligenza lavorando, a' piedi di essa fece nel medesimo sasso un cane di tondo rilievo per la fede portata al marito. Transferissi poi a Bologna dove gli fu allogato da gli operai di San Petronio, la porta principale di quel tempio di marmo a figure e storie e fogliami lavorata, nella quale ne' pilastri che reggono la cornice e l'arco, sono cinque storie per pilastro, le quali condusse di basso rilievo. E nello a<r>chitrave ne fece altre cinque, le quali furono e sono tenute cosa lodevole. E dentro a quelle intagli da la creazione del mondo fino a No. E nell'arco fece tre figure di tondo rilievo, la Nostra Donna et il putto con due santi da lato: la quale opera fu da lui lavorata con grande amore e con somma diligenzia, e fu cagione di cavare d'uno errore i Bolognesi che non pensavano che si potessi far meglio che una tavola fatta da' maestri vecchi, quale  in San Francesco all'altar maggiore nella citt loro, qual fu di mano di alcuni Todeschi che doppo i Gotti lavororono della maniera vecchia pi che altri che facessero in que' tempi. De' quali si vede ancora opere assai per Italia fatte da loro, come la facciata di Orvieto e la tavola di marmo del Vescovado di Arezzo, et in Pisa nel Duomo, et a Milano nel Duomo, e per la citt in diversi luoghi.
Ora mentre che la fama di Iacopo si andava cos dilatando, egli venne in Fiorenza, e sopra la porta del fianco di Santa Maria del Fiore, che va a la Nunziata, fece di marmo una Assunta, la quale con tanta grazia e con tanta bont a fine condusse che oggi quella opera  guardata da gli artefici nostri per cosa maravigliosa; et in ogni et il medesimo sempre  stata tenuta. Veggonsi le movenzie delle sue figure con una grazia e con una bont espresse, e le pieghe de' panni suoi con bellissimo andare di falde, e maestrevole circondar d'ignudo a perfetta fine mirabilissimamente condotte. Figur in tale opra Iacopo un San Tomaso che la cintola piglia, e dall'altra banda fece uno orso che monta su un pero; del significato del quale, perch variamente sentono gli uomini, dir sicuramente io ancora una mia opinione, lasciandone tuttavolta il giudizio libero a chi sa trarne miglior costrutto. Pare a me che e' volesse intendere che il diavolo, significato per l'orso ancora che egli salga nelle cime degli alberi, ci  a la altezza di qualsivoglia santo, perch in ciascuno truova qualche cosa del suo, non riconosce nientedimanco in questa Vergine gloriosissima n vestigio n segno alcuno, dove egli abbia punto che fare, e per ancora che inalberato, si rimane gi basso, dove ella ascende sopra le stelle. E chi di questo non si contenta, contentisi almeno de la risposta che a Luciano gi fece Omero de 'l principio del suo poema, ci  che gli venne allora a proposito, di fare cos. E`cci opinione di molti che questa opera fusse di mano di Nanni d'Antonio di Banco fiorentino; la qual cosa non pu essere, prima, perch Nanni non lavor le cose sue in tanta perfezzione, l'altra, la maniera  da la sua differente et alle cose di Iacopo molto pi somiglia. Trovasi nella allogazione delle porte di San Giovanni, Iacopo essere stato di quelle in concorrenza fra i maestri ch'a tal lavoro furono eletti, in far saggio d'una storia et era egli stato in Fiorenza quattro anni, innanzi che tale opera s'allogasse. Dove non si vedendo altra opra di suo, se non questa,  sforzato ognuno a credere che ella sia pi condotta da Iacopo che da Nanni.
Tornatosene poi a Siena, et in quella dimorando, dalla Signoria di detta citt gli fu fatta allogazione della superba fonte di marmo fatta su la piazza publica dirimpetto al palazzo loro; la quale opra fu di prezzo di ducati duo milia e dugento; et in quella us artificio e bont che gli diede tanto nome che sempre fu nominato, e vivo e morto, Iacopo de la Fonte Sanese. Intagli in detta opera le virt teologiche con dolce e delicata maniera nelle arie loro con istorie del Testamento vecchio: ci  la creazione d'Adamo e d'Eva, il lor peccar nel pomo, dove egli fece alla femmina una aria nel viso s bella e di tanta benigna grazia, et una attitudine della persona tanto dolce verso di Adamo nel porgergli il pomo che e' pare al tutto impossibile che e' lo possa mai recusare. Senza che tutta l'opera  piena di bellissime considerazioni, con infiniti altri ornamenti tutti dalla dilicata mano di Iacopo con amore e con grandissima pratica condotti a perfezzione. La quale opera fu cagione che dalla Signoria della citt predetta fu fatto cavaliere, et in breve spazio divenne operaio publico del Duomo di Siena e sopra tutte le cose della spesa di quella fabbrica. E cos in quello ufficio tre anni visse, con molta grazia di quella citt, e fu utilissimo per quel tempio e per quella fabbrica, la quale non fu mai prima cos ben maneggiata da alcuno, essendo egli molto gentil persona. Ora per le fatiche gi fatte, stanco e vecchio divenuto, di questa vita all'altra pass, et in Siena da' suoi cittadini con amare lagrime onorato, merit sepolcro nel Duomo, non cessando eglino con epigrammi latini e rime volgari inalzare con debite lode le bellissime opere, la vita e gli onestissimi costumi suoi, l'anno MCCCCXVIII. Il che hanno fatto ancora gli strani, come si vede per questo epitaffio: IACOBO QUERCIO SENENSI EQUITI CLARISSIMO STATUARIAEQUE ARTIS PERITISS<IMO> AMANTISSIMOQUE UTPOTE QUI ILLAM PRIMUS ILLUSTRAVERIT TENEBRISQUE ANTEA IMMERSAM IN LUCEM ERVERIT AMICI PIETATIS ERGO NON SINE LACHRYMIS P<OSUERUNT>.
Aggiunse Iacopo all'arte della scultura un modo molto di bella maniera, e lev gran parte di quella vecchia che avevano usata gli scultori inanzi a esso, nel fare le figure in maest senza torcersi e svoltare le attitudini, e morbidamente s'ingegn gli ignudi di maschi e di femmine far parere carnosi, e di leccatezza pulitamente il marmo cerc finire con diligenza infinita.

 II,2.Niccol d'Arezzo Non  sempre vero il proverbio antico di noi toscani: tristo a quello uccello che nasce in cattiva valle, perch, se bene la maggior parte degli uomini si stanno ordinariamente pi che volentieri nel paese dove e' son nati, e' si vede pur bene spesso che molti ancora se ne vanno altrove, a cagione di imparare e di apprendere fuori quello che a casa non si pu fare, essendo comunemente (eccetto le citt grandi, che non sono per molte) ogni luogo particulare, mal fornito de' suoi bisogni, e massimamente de le scienzie e di quelle arti chiare et egregie, che danno utile e fama insieme a chi vuol durarvi fatica. Se gi non volessimo noi dire che questi tali non dalla natura, ma da quello influsso celeste che gli vuol conducere a 'l sommo, sono cavati de gli infelici paesi loro e condotti ancora in que' luoghi dove e' possino comodamente farsi immortali. Il che volendo condurre il cielo, adopera s diverse vie che e' non si pu assegnarne regola, inducendo alcuni, per via di amicizie o di parentadi, altri per esilii o per villanie fatteli da' suoi medesimi, altri per la povert e per infinite cagioni strane, ad assentarsi da la patria. E certo che se da questi scherzi del mondo non fosse stato pi che oppressato Niccol di Pietro aretino, e' non sarebbe gi mai uscito di Arezzo, n mai averebbe acquistato gloria n fama, anzi, come un cartoccio di qualche eccellente seme, tenuto dalla dimenticanza dentro a la apertura d'un muro, sarebbe sempre stato perduto. Ma il cielo e quella buona fortuna sua, che lo voleva al tutto far grande, non essendo atta la citt dove egli era nato, per non vi essere maestri che gli insegnassero a condurlo a 'l termine suo, oltra lo averlo fatto povero, lo fece talmente ancora ingiuriar da' parenti suoi che e' fu forzato andarsene altrove. Laonde arrivando in Fiorenza e seguitando lo instinto della natura, si pose alla arte dello scultore, dove esercitandosi del continovo, con fatiche non mediocri, s per la povert che lo assassinava, e s per gli stimoli delle concorrenzie di altri giovani suoi equali, venne finalmente tanto eccellente, che onor la patria e se stesso, e fece utile grandissimo a s et a' suoi.
Furono l'opere sue prime in Fiorenza nella opera di Santa Maria del Fiore, e massimamente una statua di marmo di braccia quattro, posta allato alla porta principale di detta chiesa, a man manca entrando in essa, che  uno Evangelista a sedere, dove Niccol dimostr certamente quanto e' valesse. E tanto pi ne fu egli lodato, quanto di tondo rilievo non si era ancora visto meglio; come si vide poi per que' maestri che seguitorono la maniera moderna, e per lui ancora, che la mut del tutto. Lavor eziandio in compagnia di Iacopo della Fonte, in molte opere di quello. In Arezzo fece di terra cotta sopra la porta del vescovado del fianco tre figure, et un San Luca di macigno nella facciata in una nicchia che vi . Alla fraternita di Santa Maria della Misericordia lavor di sua mano di pietra forte tutta la facciata, et una Nostra Donna che tiene 'l popolo sotto il manto, con due figure nelle nicchie tonde che la mettano in mezzo, l'una fu San Gregorio Papa, e l'altra San Donato Vescovo protettore di quella citt, con buona grazia e con buona maniera. In pieve, alla cappella di San Biagio, fece di terra una figura bellissima di detto santo. Et a Santo Antonio nella medesima citt fece un tabernacolo con Santo Antonio di terra tondo, et un altro a sedere sopra la porta dello spedale di detto luogo. Ritorn a Fiorenza e sopra la statua del San Matteo di bronzo a San Michele in Orto, fece alcune figurette di marmo nella nicchia di sopra, che sono cosa lodatissima, e che gli dette allora tanto credito e nome che, avendosi ad allogar le porte di San Giovanni di bronzo, e' fu eletto fra que' maestri, che in tale opra furono concorrenti. Ma rimanendo a dietro in tale opra se ne part et, a Milano trasferitosi, nel Duomo fece di marmi alcune cose bellissime. Essendo poi divenuto vecchio, volsero gli Aretini fare allogazione de la sepoltura di Guido Pietramalesco Signore e Vescovo loro, gi morto, e per Niccol mandarono. Perch da Milano a Bologna condottosi, quivi mor in pochi giorni, et essi de la sepoltura fecero allogazione a maestro Agostino et ad Agnolo sanesi, i quali la finirono e posero nel vescovado alla cappella del Corpus Domini, la quale sepoltura, per le guerre e per vendette fatte contra quel vescovo, si truova oggi rotta in pi pezzi. Visse Niccol anni LXVI e furono l'opere sue nel MCCCCXIX. Et ebbe dopo morto questo epitaffio: 42  NICOLAUS ARETINUS SCULPTOR 43 NIL FACIS IMPIA MORS CUM PERDIS CORPORA MILLE 44 SI MANIBUS VIVUNT SAECULA REFECTA MEIS.

 II,3.Dello Gran cosa  che sempre la maladizzione della invidia in ogni tempo abbia potuto macchiare la virt de' begli animi che ci sono nel biasimar l'opere, ma molto pi ch'e' ne offenda il veder quegli che si ingegnano, rilevandosi con la virt, da la bassezza venire in alto e che i popoli, che in vilissimo grado quegli hanno conosciuti, non possino sopportare gli onori e le dignit date in premio alle onorate fatiche loro. Anzi continuo con villania beffino altrui, o con grida o con sonetti sempre detraendo all'opere loro, gli schernischino senza fine, cercando far scemare co 'l biasimo tutto quello che e' dovrebbano tentare di accrescere con le lodi. Il che nasce il pi delle volte non tanto da la natura del popolo, quanto da la falsa calunnia di alcuni artefici che esercitando il mestier medesimo, per la poca virt che egli hanno, si ritruovano rimasi in dietro. E come se il biasimo di colui accrescesse la gloria loro, attendono in detti et in fatti a vituperarlo, ancora che a torto. Questo si vide in Dello pittor fiorentino, il quale essendo dalla natura dotato d'ingegno e d'accorgimento, lo mostr molto bene nello essere stato schernito e proverbiato, quando e' fu fatto cavaliere; onde si vendic, mostrando il mezzo dell'ugna, e con esse quiet il grido di colui che lo aveva schernito e vituperato. Et inoltre con lo aversi alcuna cosa de le sue fatiche acquistato in contanti, fugg il bisogno delle merc di altrui. Perch Dello fuor d'ogni bisogno in grado et in convennevole onore trovossi e da coloro che serviti se n'erano, fu strabocchevolmente remunerato. Onde coloro che pi erano ricchi d'invidia e di mal animo, da l'invidia e da la misera vita che di continuo menavano, furono tormentati et afflitti. Le quali cose, i superbi e gli arroganti gastigano spesso col bastone della povert. Dicono molti, che Dello attese alla scultura et alla pittura, perch nel primo chiostro di Santa Maria Novella, in un cantone, fece di verde terra la storia d'Isaac, quando d la benedizzione ad Esa. E poco dopo questa opera fu condotto in Ispagna, ove postosi al servigio del re, venne in tanto credito, che molto pi desiderare da artefice non si sarebbe potuto. Di maniera che avendo fatto opere dell'una e dell'altra arte, al re pareva essergli debitore. Venendo adunque dopo qualche anno capriccio a Dello di tornare a Fiorenza, solo per farsi vedere a gli amici come da la tanta povert che prima il tormentava, a cos gran ricchezze fosse salito, il re, per mostrargli gratitudine de' suoi servigi, lo fece cavaliere a spron d'oro. Perch tornando a Fiorenza, per avere le bandiere e la confermazione de' privilegi, gli furono denegate ad instanzia di Filippo Spano de gli Scolari che tornava vittorioso contra de' Turchi, e fu fatto forza che e' non le avesse altrimenti. Ma Dello scrisse subitamente in Ispagna a 'l re, dolendosi di questa ingiuria, et il re scrisse alla Signoria in favore di lui s caldamente, che gli fu conceduto senza contrasto ci che e' chiedeva. Dicono che tornando a casa a cavallo con le bandiere, vestito di broccato e dalla Signoria onorato, passando per Vacchereccia dove allora erano infinite botteghe d'orefici, da molti suoi domestici amici, i quali in giovent l'avevano conosciuto, fu nel passare proverbiato o per ischerno o per piacevolezza. Per il che rivolto dove udiva la voce, fece con ambe le mani le fiche, e senza alcuna cosa dire pass via, si che quasi nessuno se n'accorse, se non se alcuni che lo avevano uccellato. Laonde sendo egli stato morso da gli artefici per la invidia, a' quali pareva che pi la sorte che la virt lo avesse aiutato, riscrisse al re che volentieri sarebbe tornato a 'l servigio suo, quando piacesse a Sua Maest. Et avuto risposta fra breve tempo che e' tornasse quando e' voleva, perch sempre sarebbe veduto molto volentieri, se ne pass in Ispagna la seconda volta. E ricevuto con favor grande, esercit l'arte sua onoratamente, lavorando sempre da indi innanzi co 'l grembiule del broccato.
Cos dunque dette luogo Dello alla invidia, et appresso di quel re, onoratamente visse e mor. Furono le sue pitture nel MCCCCXXI et esso di anni XLVIIII pass di questa vita.
N cessarono per questo i favori del re, perch s come onoratamente lo aveva tenuto mentre che e' visse, cos, morto ancora, suntuosamente lo fece accompagnare a la sepoltura, dove fu dedicato questo epitaffio: DELLUS EQUES FLORENTINUS PICTURAE ARTE PERCELEBRIS REGISQ<UE> HISPANIARUM LIBERALITATE ET ORNAMENTIS AMPLISSIMUS.
H<IC> S<EPULTUS> E<ST>. S<IT> T<IBI> T<ERRA> L<EVIS>

 II,4.Nanni di Banco E' pare universalmente ne' delicatissimi tempi nostri uno inconveniente certo non piccolo, se una persona bene agiata, e che pu vivere senza sudori, si esercita o nelle scienzie o in quelle arti ingegnose e belle, che recan fama al vivo et al morto; come la virt non convenga forse se non a poveri, od a coloro almeno che non son nati di sangui chiari. Opinione veramente erronea, e che merita giustamente di essere abominata da ciascheduno, essendo sempre molto pi onorata e pi bella cosa la virt nella nobilit e nelle ricchezze che nella gente povera e vile. Il che apertissimamente si vide in que' felicissimi tempi santi, quando i re et i principi dottamente filosofavano, e nel secolo quasi nostro lo dimostr assai chiaro Nanni di Antonio di Banco fiorentino. Il quale, ricco di patrimonio e non basso al tutto di sangue, dilettandosi de la scultura, non solamente non si vergogn di impararla e di esercitarla, ma se lo tenne a gloria non piccola e vi fece dentro tal frutto, che la sua fama durer sempre, e tanto pi sar celebrata, quanto si saperr che egli attese a cos bella sorte, non per bisogno, ma per vero amore di essa virt.
Costui fu uno de' discepoli di Donato, et  da me posto innanzi al maestro, perch e' morse molti anni avanti di quello. Fu persona alquanto tardetta, ma modesta, umile e benigna nella sua conversazione. Veggonsi de le opere sue in Fiorenza il San Filippo di marmo in un pilastro a San Michele in Orto, allogato dall'Arte de' Calzolai a Donato, e per discordia fra loro del prezzo riallogato di poi a Nanni, per far dispetto a Donato, promettendo Nanni pigliar tutto quel pagamento che detti consoli gli darebbono. Fin la statua e, condottola al suo luogo, domandava il premio delle fatiche sue, prezzo maggiore che Donato non aveva chiesto.
Rimisero la stima della figura in Donato per compromesso, credendosi al fermo i consoli che, per invidia non l'avendo egli fatta, la stimasse meno dell'opera sua. Ma egli molto pi la stim che Nanni non chiese e che i consoli non credettero pagarli. Per il che gran romore nacque fra i consoli, i quali gridando dicevano a Donato: Tu adunque la facevi per minor prezzo, et ora giudichi questa opera molto pi della tua e che egli non chiede? E pur sai ch'ella  manco buona delle fatiche che in essa aresti fatto tu.
Rispose Donato ridendo: Questo povero uomo non  tale nell'arte quale sono io, e dura nel lavorare assai pi fatica di me: sete forzati volendo sodisfarlo, come uomini giusti che mi parete, pagarlo del tempo che v'ha speso. E fu per Donato il lodo della figura finito con danno loro.
Sotto a questa nicchia sono quattro santi di marmo fatti per l'Arte de' Fabbri, Legnaiuoli e Muratori, e lavorati da Nanni d'Antonio. Dicesi che, avendoli finiti tutti tondi e spiccati l'un da l'altro e murata la nicchia, che a mala fatica non ve ne entravano dentro se non tre, avendo egli nelle attitudini loro ad alcuni aperte le braccia, perch disperato e mal contento and a trovar Donato, e contandoli la disgrazia e poca acortezza sua, rise Donato di questo caso e disse: Se tu mi paghi una cena con tutti i miei giovani di bottega, mi d il core di farli entrar nella nicchia senza fastidio nessuno. E cos convenutosi, lo mand a Prato a pigliare alcune misure, dove aveva d'andare esso Donato. E cos Nanni partito e Donato preso i discepoli andatosene al lavoro, scanton a quelle statue a chi le spalle et a chi le braccia talmente, che facendo luogo l'una all'altra, le accost insieme, facendo apparire una mano sopra le spalle di una di loro. E le commesse cos unite, che co' 'l savio giudizio suo ricoperse lo errore di Nanni di maniera che, murate ancora in quel luogo, mostrano indizii manifestissimi di concordia e di fratellanza; e chi non sa la cosa, non si accorge di quello errore. Nanni trovato nel suo ritorno che Donato aveva corretto il tutto e rimediato ad ogni disordine, gli rendette grazie infinite, et a lui insieme con suoi creati pag la cena, la quale lietamente e con grandissime risa fu da loro finita. Nella faccia di Santa Maria del Fiore  di sua mano uno Evangelista da la banda sinistra entrando in chiesa, a la porta del mezzo. E stimasi che il Santo L, intorno ad Or' San Michele che  della Arte de' Maniscalchi, sia medesimamente suo. Arebbe costui fatti molti lavori, se e' non fusse morto s tosto. Fu nientedimanco per questi pochi tenuto sempre ragionevole e valente artefice, e perch era cittadino, attese a gli uffici della citt di Fiorenza a lui conferiti per esser buono e giusto. Pativa molto di male di fianco, il quale lo strinse pure una notte s aspramente, che e' pass di questa vita l'anno XLVII della sua vita e MCCCCXXX della salute, et onoratamente fu sepellito nella chiesa di Santa Croce. Dicono alcuni che il Frontispizio sopra la porta di Santa Maria del Fiore che va a' Servi, fu di sua mano; il che molto pi lo farebbe degno di lode, se fosse cos, per essere tal cosa certo rarissima. Ma gli altri lo attribuiscono a Iacopo della Fonte, per la maniera che vi si vede, la quale molto pi  di Iacopo che di Nanni.
Al quale, dopo la morte, fu fatto poi il seguente epitaffio: 90  SCVLPTOR ERAM EXCELLENS, CLARIS NATALIBUS ORTUS.
91 ME PROHIBET DE ME DICERE PLURA PUDOR.

 II,5.L.della Robbia Quanti scultori si sono affaticati lavorando, i quali hanno nel loro esercizio fatto di marmo e di bronzo cose lodatissime, poi trovatosi per la fatica dell'arte da i disagi stanchi e mal condotti, ogni altra cosa hanno fatto pi volentieri che la propria arte. Il che adviene il pi delle volte, perch quando nello stare scioperati cominciano a indurar l'ossa nella infingardaggine, per non chiamarla poltroneria, si intrattengono pi volentieri, cicalando e beendo al fuoco, che intorno ad un marmo; perduto in tutto il vigore dello animo e postposto il nome e la fama che erano per conseguire a gli agi et a' diletti folli del mondo. La qual cosa manifestamente si  vista gi molte volte ne' cervelli sofistici di alcuni artefici, che ghiribizzando continovamente hanno trovato cose bellissime et invenzioni astrattissime solamente per guadagnare. Ma non cos Luca della Robbia scultor fiorentino, il quale s'affatic ne i marmi lavorando molti anni. Et avendo una maravigliosa pratica nella terra, la quale diligentissimamente lavorava, trov il modo di invetriare essa terra co 'l fuoco, in una maniera che e' non la potesse offendere n acqua n vento. E riuscitoli tale invenzione, lasci dopo s eredi i figliuoli di tal secreto. E cos fino al tempo nostro, i suoi descendenti hanno lavorato di tal mestiero, e non solo ripiena di ci tutta la Italia, ma e mandatone ancora in diverse parti del mondo. E di questa invenzione merita egli certo non manco lode che e' si meritasse nella scultura, nella quale grandemente fu celebrato. Dicono molti che Luca della Robia era concorrente di Donatello e tenuto di grande ingegno ne' tempi suoi. Onde per virt di questo, merit che gli operai di Santa Maria del Fiore gli allogassero alcune storiette di marmo, le quali furono poste nel campanile dove sono i principii della musica, della filosofia e dell'arti liberali. Nelle quali istoriette acquist grandemente, perch di materia di disporre gli operai sopradetti ad allogarli l'ornamento di marmo dell'organo, sopra la sagrestia nuova di Santa Maria del Fiore; nel quale fece egli i cori della musica con diligenza e con sottil magisterio lavorati, dove sono alcune figure che cantano et, ancora che elle siano alte, vi si conosce il gonfiare della gola per lo alito e le battute in su le spalle da chi regge la musica. Et in queste medesime istorie and imitando e suoni e balli, con tutti gli affetti simili, in cosa per cosa, finendo il tutto molto pi pulitamente che non fece Donato stesso. Perch si vede in quel di Donato pi risoluta pratica e pi maestrevole vivezza, che non fa perfezzione e finita bont in quel di Luca. E vedesi negli artefici egregi aver sempre le bozze pi forze e vivacit che non ha la fine nelle opere loro.
Perch il furore dell'arte in un subito esprime il concetto dell'animo, il che non pu fare la diligenza e la fatica nelle cose pulite. E di maniera acquist Luca in questa opera di esser tenuto valente, che ottenne il lavoro della porta di bronzo che a essa sagrestia si conveniva, la quale per getto, per bont e per magisterio merita gran lode. E ghiribizzando alle cose di terra del lavorar quello invetriato, del quale di sopra dicemmo, fece alle due porte sopra ne' mezzi tondi, una Resurressione et una Ascensione di Cristo con gli Apostoli. Laonde, essendo cosa nuova, piacque a' popoli sommamente per la vaghezza di quella.
Lavor ancora alla chiesa di San Piero Buonconsiglio sotto Mercato Vecchio sopra la porta uno archetto, dentrovi una Nostra Donna con angeli intorno e sopra la porta pure d'una chiesina vicina a San Piero Maggiore, in un mezzo tondo fece de' medesimi invetriati, una Nostra Donna similmente con alcun'angeli intorno di quella; cose che di quella materia sono tenute molto belle da gli artefici. Similmente nel capitolo de' Pazzi in Santa Croce, per ordine di Pippo di Ser Brunellesco, fece tutti gli invetriati s di figure, come di altre cose, che si veggono e dentro e fuori in detto edifizio. E cos alla cappella di San Iacopo in San Miniato fuori di Fiorenza in sul monte, per la sepoltura del Cardinale di Portogallo, fece la volta de' medesimi invetriati di terra cotta dentrovi figure; et al Re d'Ispagna mand opere di quella mistura e figure di tondo rilievo et altri lavori di marmo. A Napoli fece la sepoltura dello Infante, fratello del Re Alfonso e Duca di Calavria, della quale grandissima parte ne lavor in Fiorenza. Dicono che Luca fu molto costumata e savia persona et alla religione cristiana mirabilmente devoto.
Lasci Andrea suo nipote, che ne i lavori di terra fu molto pratico e valente, e sempre lavor invetriati mentre ch'e' visse. Fece una cappella di marmo fuor d'Arezzo a Santa Maria delle Grazie, per ornamento di quella devozione. Visse Andrea anni LXXXIII e lasci molti figliuoli, i quali a gli invetriati attendevano similmente come esso. De i quali il minore, chiamato Gerolamo, fece opre di marmo lodate e stette per lungo tempo in Francia, et anco Luca suo fratello vi condusse.
E per tornare a Luca vecchio, essendo egli d'anni LXXV, e fieramente di mal di renella aggravato, non potendo resistere al dolore che tale malattia gli dava pass di questa a miglior vita, et in San Piero Maggiore da' mestissimi figliuoli fu sotterrato l'anno MCCCCXXX. E co 'l tempo fu onorato con questi versi: 1      Terra vivi per me cara e gradita 2 Che alle acque e a' ghiacci come il marmo induri; 3 Perch quanto men cedi o ti matturi 4 Tanto pi la mia fama in terra ha vita.
Ancora che gli invetriati nelle figure di terra cotta non siano in istima grandissima, son molto utili e perpetui e necessarii; atteso che, dove non possono reggere le pitture o per gli ghiacci o per gli umidi o per i luoghi acquidosi, questa specie di figure serv come s' visto al Sasso della Vernia in Casentino, che per tal colpa altro che invetriati non restano; onde Luca della Robia merita somma lode, avendo alla scultura questa parte aggiunta, potendosi con bellezza e con non molta spesa ogni luogo acquatico et umido abbellire.

 II,6.P.Uccello Rare volte nasce uno ingegno bello che nelle invenzioni delle opere sue stranamente non sia bizzarro e capriccioso, e molto di rado fa la natura persona alcuna affaticante l'anima con lo intelletto, che ella per contrappeso non vi accompagni la ritrosia. Anzi, tanto pu in questi s fatti la solitudine e 'l poco dilettarsi di servire altrui e fare piaceri nell'opre loro, che spesso la povert li tiene di maniera impediti, che non possono se ben vogliono alzarsi da terra. E pare loro che l'affaticarsi di continuo, e sempre la notte per gli scrittoi disegnare, sia la buona via e la vera virt. N s'accorgono che l'ingegno vuole essere affaticato quando la volont pregna d'amore nella voglia del fare esprime certe cose divine, e non quando stanca et affaticata sterilissime e secche cose viene generando, con sommo suo dolore e con fastidio di chi la sforza. Questo manifestamente si vide in Paulo Uccello, eccellente pittor fiorentino, il quale perch era dotato di sofistico ingegno, si dilett sempre di investigare faticose e strane opere nell'arte della prospettiva; e dentro tanto tempo vi consum, che se nelle figure avesse fatto il medesimo, ancora che molto buone le facesse, pi raro e pi mirabile sarebbe divenuto. Ove altrimenti faccendo, se la pass in ghiribizzi mentre che visse e fu non manco povero che famoso. Per il che Donato che lo conobbe spesso gli diceva, essendo suo caro e domestico amico: Eh, Paulo, cotesta tua prospettiva ti fa lasciare il certo per l'incerto. E questo avveniva perch Paulo ogni giorno mostrava a Donato mazzocchi a facce tirati in prospettiva, e di quegli a punte di diamanti con somma diligenza e bizzarre vedute per essi.
Conduceva bruccioli in su i bastoni, che scortassero, perch si vedessi il di drento e 'l di fuori e le grossezze di quelli, e palle a settantadue facce molto difficili.
Lavorava nientedimeno ancora di pittura. E le prime figure sue furono nello spedale di Lelmo in Fiorenza infra le donne un Santo Antonio et un San Cosimo e Damiano in fresco; et in Annalena, monistero di donne, due figure. Et in Santa Trinita, sopra la porta sinistra dentro alla chiesa, alcune storie di San Francesco. Lavor ancora in Santa Maria Maggiore, in una cappella allato alla porta del fianco che va a San Giovanni, dove  la tavola e la predella di Masaccio, una Annunziata, nella qual figura volse mostrare alcune colonne che scortano per via di prospettiva, le quali rompono il canto vivo della volta, et in essa i quattro Evangelisti, cosa tenuta bella e difficile. Perch Paulo in quella professione fu stimato ingenioso e valente. Lavor in San Miniato in Monte fuor di Fiorenza un chiostro, di verde terra e parte colorito con la vita de' Santi Padri; et in quegli non osserv molta unione di far d'un solo colore, come si debbono fare le storie, delle quali fece i campi azzurri, le citt di color rosso, e gli edifici mescol secondo che gli parve, perch le cose che si contrafanno di pietra non possono n debbono essere tinte d'altro colore.
Dicesi che, mentre Paulo lavorava questa opra, uno abbate ch'era allora in quel luogo gli faceva mangiar molto formaggio. Per il che essendogli venuto a noia, deliber Paulo, come timido ch'egli era, di non venire a l'opera per lavorarci pi. Laonde, fatto cercare dallo abbate, quando sentiva domandarsi da' frati, non voleva mai essere in casa; e se per avventura alcune coppie di quello ordine scontrava per Fiorenza, si dava a correre quanto pi poteva da essi fuggendo. Per il che due di loro pi curiosi e pi giovani di lui, lo raggiunsero un giorno e gli domandarono per qual cagione egli non tornava a finire l'opra a 'l monistero e perch, veggendo frati, si fuggisse da quegli; Paulo rispose loro: Voi m'avete ruinato, che non solo fuggo da voi, ma non posso ancora praticare n passare dove siano legnaiuoli; e di tutto  stato cagione la poca discrezione dello abate vostro il quale, fra torte e minestre, mi ha fatto mettere in corpo tanto formaggio, che io ho paura grandissima, essendo gi tutto cacio, di non esser messo in opra per mastice. E se pi oltre continuassi, non sarei pi forse Paulo, ma Cacio. I frati si partirono da lui con risa grandissime, e conferito ogni cosa allo abate, per farlo tornare a 'l lavoro, gli ordinarono altra vita che di formaggio.
Dipinse nel Carmine alla cappella di San Girolamo, il dossale del San Cosimo e Damiano, et in casa de' Medici su le tele alcune bellissime istorie di cavagli e di altri animali. Poi gli fu fatto allogazione, nel chiostro di Santa Maria Novella, d'alcune storie; le prime delle quali, quando s'entra di chiesa nel chiostro, sono la Creazion de gli animali, con vario et infinito numero di quegli, acquatici e terrestri e volatili; dove egli, che era capricciosissimo e si dilettava grandemente di far bene gli animali, mostr in certi lioni che si voglion mordere, quanto sia di superbo in quelli, et in alcuni cervi e danii, la velocit et il timore; oltra che vivi sono gli uccelli et i pesci con le squame vivissimi. Fece la Creazione dell'uomo e della femmina, e 'l peccato loro, opera con bella maniera affaticata e ben condotta. Et in questa opera si dilett far gli alberi di colore, i quali allora non era costume di fare molto bene; cos ne' paesi egli fu 'l primo che guadagnasse nome fra i vecchi moderni di lavorare, e quegli ben condurre. Sotto queste due storie di mano d'altri, pi basso, vi fece il Diluvio con l'arca di No, nel quale con tanta fatica e con tant'arte e diligenza lavor i morti, la tempesta, il furore de' venti, i lampi delle saette, il troncar de gli alberi e la paura de gli uomini, et in iscorti le figure in prospettiva, come una morta che il corbo le cava gli occhi, et un putto annegato, che per avere il corpo pieno d'acqua, fa di quello uno arco grandissimo.
Dimostrorvi ancora varii effetti, come il poco timore de l'acqua in due che a cavallo combattono, e la somma paura del morire in una femmina et in un maschio che sono a cavallo in su una bufola, la quale per le parti di dietro empiendosi di acqua, fa disperare in tutto coloro di poter salvarsi pi oltre. Opera tutta di bont e d'eccellenza infinita che gli acquist grandissima fama. Diminu le figure ancora per via di linee in prospettiva, e fece mazzocchi et altre cose in tale opra certo bellissime. Sotto questa storia dipinse ancora la Inebriazione di No co 'l dispregio di Cam suo figliuolo, e con la piet di Sem e di Iafet che lo ricuoprono, mostrando esso le sue vergogne.
Quivi fece egli in prospettiva una botte che gira per ogni lato, cosa tenuta molto bella, fece il sacrificio con l'arca aperta et infiniti animali; e tanta morbidezza don a questa opera, la quale senza comparazione fu superiore a tutte l'altre sue, che ne' suoi tempi ebbe grandissimo grido, e ne' nostri parimente lode grandissima. Fece in Santa Maria del Fiore, per la memoria di Giovanni Aucuto inglese, capitano de' Fiorentini, un cavallo di terra verde tenuto bellissimo, di grandezza straordinaria, dove mise il suo nome di lettere grandissime: PAULI UCELLI OPUS.
Lavor nel chiostro dell'orto de gli Angeli, e molte prospettive e quadri nelle case de' cittadini si veggono di suo, tra' quali ne sono quattro con istorie di chiaro scuro assai grandi, dentrovi molte figure, cavagli, animali e paesi, oggi nello orto de' Bartolini. Avvenga che lo averle voluto raccendere di colori che erano mezzi spenti, abbia pi tosto nociuto loro che giovato. Dicesi che gli fu allogato sopra la porta di San Tommaso di Mercato Vecchio un San Tommaso, che a Cristo cerca la piaga; e quivi ogni suo studio mise in fare opra che per ultima desse fine alla sua vecchiaia. Et in questo termine us dire che voleva mostrar allora tutto quello che valeva e sapeva. E cos fece fare una serrata di tavole, che nessuno potesse vedere l'opera sua se non quando fosse finita. Laonde un giorno a caso scontrandolo solo Donato, gli disse: E che opra sia questa tua, che cos serrata la tieni? E Paulo gli rispose: Tu vedrai, basta. Non lo volse astringere Donato pensando (come era solito) vedere a tempo qualche miracolo. Accadde poi che, essendo una mattina venuto Donato in Mercato per comperare frutte per desinare, vide Paulo che scopriva l'opera sua. Per il che accostatosi a lui e salutatolo cortesemente, fu dimandato da esso, che curiosamente desiderava udirne il giudizio suo, quello che gli paresse di questa pittura. Donato, guardato che ebbe l'opera bene, gli rispose: Eh Paulo, ora che sarebbe tempo di coprire e tu scuopri. Allora s'attrist Paulo grandemente, e sentendosi avere di questa ultima sua fatica molto pi biasimo, che e' non aspettava di averne lode, si rinchiuse in casa, non avendo ardire come avvilito uscire pi fuora. Et attese alla prospettiva, la quale lo tenne povero et intenebrato sino a la morte. Divenuto adunque vecchissimo, e poca contentezza sentendo nella sua vecchiaia, si mor l'anno LXXXIII della sua vita, nel MCCCCXXXII, e fu sepolto in Santa Maria Novella. Nella morte di costui furono fatti molti epigrammi e latini e vulgari, de' quali mi basta porre solamente questo: 37  ZEVSI E PARRASIO CEDA, E POLIGNOTO, 38 CH'IO FE L'ARTE VNA TACITA NATURA: 39 DIEI AFFETTO E FORZA AD OGNI MIA FIGVRA, 40 VOLO A GLI VCCELLI, A' PESCI IL CORSO E 'L NVOTO.
Lasci di s una figliuola che sapeva disegnare e la moglie, la quale soleva dire che tutta la notte Paulo stava nello scrittoio per trovare i termini della prospettiva, e mentre ch'ella a dormire lo invitava et egli le diceva: O che dolce cosa  questa prospettiva! La quale egli veramente a buono ordine mise in uso, come ancora ne fanno piena fede l'opere sue.

 II,7.L.Ghiberti Non  dubbio che in tutte le citt coloro che con qualche rara virt vengono in qualche fama fra li uomini, non siano il pi delle volte un santissimo lume d'esempio a molti che dopo lor nascono et in quella medesima et vivono, oltra le lodi infinite e lo straordinario premio ch'essi vivendo ne rapportano. N si vede cosa, che pi desti gli animi delle genti e faccia parere loro men faticosa la disciplina de gli studi, che l'onore e l'utilit che si cava poi dal sudore delle virt; percioch elle rendono facile a ciascheduno ogni impresa difficile, e con maggiore impeto fanno accrescere la virt loro, quando con le lode del mondo s'inalzano. Perch infiniti, che ci sentono e veggono, imparando da 'l buono, si mettono alle fatiche, per venire in grado di meritare quello che veggono aversi meritato un suo compatriota. E da questo nasceva ne gli antichi che le citt in bellezza si mantenevano, per giustamente guiderdonare coloro che se medesimi e le loro patrie onoravano; e per tutti gli artefici che per questa via caminarono, o tardi o per tempo sono stati riconosciuti: come fu Lorenzo di Cione Ghiberti altrimenti di Bartoluccio.
Il quale, per mostrar l'amore che prima a se stesso, poi alla sua patria portava, merit da Donato scultore e Filippo Brunelleschi architetto e scultore, eccellenti artefici, essere posto nel luogo loro conoscendo essi in verit, ancora che il senso gli stringesse forse a fare il contrario, che Lorenzo era migliore maestro di loro nel getto. Fu veramente ci gloria di quegli e confusione di molti, i quali presumendo di s, si mettono in opera et occupano il luogo delle altrui virt, non per facendo eglino frutto alcuno, ma penando mille anni nel fare una lor cosa, sturbano et opprimono la scienzia de gli altri con malignit e con invidia grandissima. Fu adunque avventurato Lorenzo a ritrovarsi avere in casa sua uomini i quali ebbero animo di conoscere il valore della sua virt, e di dare con gratitudine e premio alle fatiche sue quel grado che meritamente se gli convenne; felicissimo fu nel trovar gli artefici senza invidia et i popoli che si dilettassino delle virt, perch lasci la sua patria erede della pi bella opera del mondo. Fu dunque Lorenzo figliuolo di Bartoluccio Ghiberti, e da i suoi primi anni impar l'arte dell'orefice col padre, il quale v'era eccellente maestro e gl'insegn quel mestiero, il quale da Lorenzo fu preso talmente, ch'egli lo faceva assai meglio che 'l padre suo. E dilettandosi molto pi de l'arte della scultura e del disegno, maneggiava qualche volta colori et alcun'altra gettava figurette piccole di bronzo e le finiva con molta grazia. Dilettossi molto contraffare i conii delle medaglie antiche, e di naturale nel suo tempo ritrasse molti suoi amici. E mentre egli con Bartoluccio lavorando cercava acquistare in quella professione, venne in Fiorenza l'anno MCCCC alcuna corruzzione d'aria pestilenziale; per la qual cosa, non potendo far facende alla bottega, si convenne con un pittore, il quale aveva preso in Romagna opere per Pandolfo Malatesta allora Signore d'Arimino e di Pesero, di andarsene seco, e cos gli aiut Lorenzo a dipignere una camera e molti altri lavori che con diligenzia furon da loro finiti. De' quali ne acquist in quella et cos giovinile quello onore che pi si poteva. N anche per questo rest per ogni sorte di fatica che si potessi far per lui, ch'egli non continuasse lo studio del disegno et il lavorare di rilievo cere e stucchi di cose piccole.
N st molto tempo lontano da la patria sua, che cessata la pestilenzia, la Signoria di Fiorenza e l'Arte de' Mercatanti deliberorno (avendo in quel tempo la scultura gli artefici suoi in eccellenzia, cos forestieri come Fiorentini) che si dovessi, come si era gi molte volte ragionato, finire l'altre due porte di San Giovanni, tempio antichissimo e principale di quella citt. Et ordinato fra di loro che si facessi intendere a tutti e maestri, che erano tenuti migliori in Italia, che comparissino in Fiorenza per fare esperimento di loro in una mostra d'una storia di bronzo, simile a una di quelle che gi Andrea Pisano aveva fatto nella prima porta, fu scritto questa deliberazione da Bartoluccio a Lorenzo ch'era a Pesero che lavorava, confortandolo a tornare a Fiorenza a dar saggio di s; che questa era una occasione da farsi conoscere e da mostrare l'ingegno suo, oltra che e' ne trarrebbe quell'utile, che n l'uno n l'altro arebbono mai pi bisogno d'opere. Mossero l'animo di Lorenzo le parole di Bartoluccio, e quantunque il Signor Pandolfo et il pittore e tutta la sua corte gli facessino carezze grandissime, prese Lorenzo da quel signore licenza e dal pittore, i quali pur con fatica e dispiacer loro lo lascioron partire, non giovando n promesse n ricrescer provisione, parendo a Lorenzo ogn'ora mille anni di tornare a Fiorenza. Et inviatosi felicemente a la sua patria si ridusse. Erano gi scomparsi molti forestieri e fattisi conoscere a' Consoli dell'Arte, da' quali furono eletti di tutto il numero sette maestri, tre Fiorentini e gli altri Toscani, e fu ordinato loro una provisione di danari, e che fra un anno eglino dovessino aver finito una storia di bronzo della medesima grandezza ch'erano quelle della prima porta, per saggio. Et elessero che dentro si facessi la storia quando Abraam sacrifica Isach suo figliuolo, nella quale pensorono dovere avere eglino che mostrare, quanto a le difficult dell'arte, per essere storia che ci va dentro paesi, ignudi, vestiti, animali, e si potevono far le prime figure di relievo e le seconde di mezzo e le terze di basso. Furono i concorrenti di questa opera Filippo di Brunellesco, Donato e Lorenzo di Bartoluccio fiorentini, et Iacopo della Quercia sanese, e Niccol d'Arezzo suo creato, Francesco di Vandabrina e Simone da Colle detto de' bronzi; i quali dinanzi a' Consoli promessono dare condotta la storia nel tempo detto e ciascuno alla sua dato principio, con ogni studio e diligenzia operavano ogni lor forza per passare d'eccellenzia l'un l'altro, tenendo nascoso quel che facevano secretissimamente, per non raffrontare elle cose medesime. Solo Lorenzo, che aveva Bartoluccio che lo guidava e li faceva far fatiche e molti modelli, innanzi che si risolvessino di mettere in opera nessuno, di continuo menava i cittadini a vedere, e talora i forestieri che passavano, se intendevano del mestiero, per sentire l'animo loro; i quali pareri furon cagione ch'egli condusse un modello ch'era molto ben lavorato e senza nessun difetto. E cos, fatto le forme sopra, e gittatolo di bronzo, venne benissimo, et egli con Bartoluccio suo padre cominciorno a rinettarlo con un amore e pazienzia tale, che non si poteva condurre n finire meglio. E continovando fino al fine nel tempo che si aveva a vedere a paragone, fu la sua e le altre di que' maestri finite del tutto, e venuto a giudizio dell'Arte de' Mercatanti, e viste da i Consoli e da molti altri cittadini, furono diversi i pareri ch'ognuno faceva sopra di ci. Erano concorsi in Fiorenza molti forestieri, parte pittori e parte scultori, el resto orefici, i quali furono chiamati da i Consoli a dover dar giudizio queste opere insieme con gli altri di quel mestiero che abitavano in Fiorenza. Il qual numero furono XXXIIII e ciascuno della sua arte era peritissimo. E quantunque fussino infra di loro differenti di parere, piacendo a chi la maniera di uno e chi quella di un altro, si accordavano nondimeno che Filippo di Ser Brunellesco e Lorenzo di Bartoluccio avessino e meglio e pi copiosa di figure migliori composta e finita la storia loro, che non aveva fatto Donato la sua, ancora ci fusse gran disegno, e Iacopo della Quercia che non era simile a quello, cos le altre tre di Francesco di Valdanbrina e di Simone da Colle e Niccol d'Arezzo ch'erano le manco buone.
Donato e Filippo, visto la diligenzia e lo amore che Lorenzo aveva usata nell'opra sua, si tiroron da un canto, e parlando fra loro, risolverono che l'opera dovesse darsi a Lorenzo, parendo loro che il publico et il privato sarebbe meglio servito, e Lorenzo, essendo giovanetto che non passava XX anni, arebbe nello esercitarsi a fare in quella professione que' frutti maggiori che prometteva la bella storia, che egli a giudizio loro aveva pi degli altri eccellentemente condotta, dicendo che sarebbe stato pi tosto opera invidiosa a levargliela, che non era virtuosa a fargliela avere. E cos entrati Filippo e Donato nella udienza dove sedevano i Consoli, parl Filippo in questa forma: Lo sperimento che avete fatto di tanti eccellenti maestri, signori Consoli,  stato molto approposito, avendo noi veduto la differenza delle maniere, e colui che sia pi atto a fare onore alla nostra citt. E poi ch'egli ci  venuto per sorte che ne stavamo Donato et io in dubbio, che questi forestieri non avessino a passare i maestri della citt nostra, anzi abbiamo visto che l'opere loro restano inferiori di invenzioni, di disegno e di getto, e finite sono manco che le nostre, abbiamo giudicato infra di noi, che prima Lorenzo Ghiberti sia quello a cui si debba dare il pregio di questo onore, e poscia il lavoro delle porte.
Perch egli essendo giovane e volentoroso dello acquistar fama, far seguitando opera tale, che non solo come ha passato ora tutti questi artefici, vincer ogni giorno se medesimo. E se bene egli  parere di questi che hanno a giudicare, di volere darli me per compagno, io renunzio questa compagnia, perch o io avevo a essere principale e far da me, o io avevo a essere escluso de l'opra, come al presente mi escludo. Perch se io non ho possuto apparire eccellente in questa opera, che  mio difetto, cercher forse emendarmi, per venire principale in un'altra.
Conchiudo adunque che per nostro parere l'opera si dia resolutissimamente a Lorenzo. Avevano gi i Consoli inteso da chi aveva a giudicare, e restava a paragone con Lorenzo la storia di Filippo, et arebbon voluto unirgli insieme e facessino questa opera a mezzo. Ma n per prieghi, n per cosa ch'e' potessino usare inverso Filippo, non lo svoltorono da la sua fantasia, avendo deliberato o che s'e' volevano ch'e' la facesse, gli dessero tutta l'opera, o non avere a dividere la gloria delle sue fatiche a mezzo. Laonde i Consoli, non potendo pi, vinti dalle ragioni che allegava Filippo e da quelle che diceva Donato, allogarono finalmente questa opera a Lorenzo. Fu veramente un atto molto onorato questo di Filippo e di Donato, et uno animo molto netto di passione et un giudizio sano nel conoscere se medesimi; esemplo certo grandissimo di amore che all'arte avevano, stimando pi le virtuose fatiche d'altri, che lo interesso e l'utile proprio. La quale generosit d'animo non accrebbe minore fama alle virtuose azzioni loro, che si facesse a Lorenzo lo avere conseguito la vittoria d'avere avuto s grande opera nella patria sua et in una et s giovanile.
Fu cominciata da Lorenzo questa opera con grandissima diligenzia, e fu questa la porta che  volta dirimpetto all'opera di San Giovanni; nella quale fece dentro lo spartimento simil a quello che aveva gi fatto Andrea Pisano nella prima porta che gli disegn Giotto, facendovi venti storie del Testamento nuovo. Et in otto vani simili a quelli, seguitavon le dette storie, da pi fece i quattro Evangelisti, due per porta, e cos i quattro Dottori della Chiesa nel medesimo modo, i quali sono differenti fra loro di attitudini e di panni: chi scrive, chi legge, altri pensa, e variati l'un da l'altro si mostrano nella lor prontezza molto bene condotti. Oltra che nel telaio dell'ornamento riquadrato a quadri intorno alle storie, v' una fregiatura di foglie d'ellera e d'altre ragioni, tramezzate poi da cornici et in su ogni cantonata una testa d'uomo o di femmina tutta tonda, avendo figurato profeti e sibille, che son molto belle, le quali nelle loro variet mostrano la bont de l'ingegno di Lorenzo nella variet delle effigie. Et ordin che i componimenti delle storie ch'egli vi fece, seguitassino la vita di Cristo dal suo nascere, per infino a la Morte e Resurressione sua, che questo si vede quando  serrata la porta, perch, quando  aperta, le storie non seguitano per rimanerne una parte per lato di quelle. Seguiter come stanno adunque le storie quando  serrata, acci seguitino per non fare confusione.
Sopra i Dottori e gli Evangelisti gi detti, ne' quattro quadri dappi, seguita, da la banda di verso Santa Maria del Fiore, il principio, dove nel primo quadro  la Annunziazione della Nostra Donna, dove egli finse nell'attitudine di essa Vergine uno spavento et un subito timore, storcendosi con grazia per la venuta de l'angelo. Et alzato a questa fece il nascer di Cristo, dove  la Nostra Donna che, avendo partorito, sta a ghiacere, riposandosi; vvi Giuseppo che contempla i pastori e gli angeli che cantano. Nell'altra allato a queste, ch' l'altra parte della porta, a un medesimo pari, seguita la storia della venuta de' i Magi, et il loro adorar Cristo dandoli i tributi; dove  la corte che gli seguita con cavagli et altri arnesi, fatta con grande ingegno. E cos allato a questa  il suo disputare nel tempio fra i Dottori nella quale  non meno espressa l'ammirazione e l'udienzia che danno a Cristo i Dottori, che l'allegrezza di Maria e Giuseppo ritrovandolo. Seguita sopra a queste, ricominciando sopra la Nunziazione, la storia del Battesimo di Cristo nel Giordano da Giovanni, conoscendosi ne gli atti loro la riverenzia dell'uno e la fede dell'altro. Allato a questa, seguita il Diavolo che tenta Cristo che, spaventato per le parole di Gies, fa un'attitudine spaventosa, mostrando per quella il conoscere che Egli  Figliuolo di Dio. Allato a questa, ne l'altra banda, v' quando Egli caccia del Tempio i venditori, mettendo loro sottosopra gli argenti, le vittime, le colombe e le altre mercanzie; nella quale sono le figure che cascano l'una sopra l'altra, che hanno una grazia nella fuga del cadere molto bella e considerata.
Seguit Lorenzo allato a questa il naufragio, de gli Apostoli, e San Pietro uscire de la nave, che affondando nella acqua, Cristo lo sollieva; storia copiosa di varii gesti nelli Apostoli che aiutano la nave, e simile la fede di San Piero si conosce nel suo venire a Cristo. Ricomincia sopra la storia del Battesimo, da l'altra parte, la sua Transfigurazione nel monte Tabor, dove egli espresse nelle attitudini de' tre Apostoli lo abbagliare che fanno le cose celesti le viste de i mortali; come si conosce ancora Cristo nella sua divinit, col tenere la testa alta e le braccia aperte, in mezzo d'Elia e di Mos. Et allato a questa  la Resurressione del morto Lazzaro, il qual uscito de 'l sepolcro legato i piedi e le mani, sta ritto con maraviglia de' circunstanti; vvi Marta e Maria Magdalena che bacia i piedi del Signore con umilt e reverenzia grandissima.
Seguita allato a questa, ne l'altra parte della porta, quando Egli va in su l'asino in Gierusalem, dove i figliuoli de gli Ebrei che con varie attitudini gettano le veste per terra e gli ulivi e le palme, oltra a gli Apostoli che seguitano il Salvatore. Et allato a questa  la Cena de gli Apostoli, bellissima e bene spartita, fingendoli a una tavola lunga, mezzi dentro e mezzi fuori. Sopra la storia della Transfigurazione ricomincia la Adorazione nell'orto, dove si conosce il sonno in tre varie attitudini de gli Apostoli. Et allato a questa seguita quando Egli  preso, e che Giuda Lo bacia; dove sono molte cose da considerare, per esservi e gli Apostoli che fuggono, et i Giudei che nel pigliar Cristo fanno atti e forze gagliardissime. Et  nell'altra parte allato a questa quando Egli  legato alla colonna; dove  la figura di Gies Cristo che nel duolo delle battiture si storce alquanto, con una attitudine compassionevole, oltra che si vede in que' Giudei che lo flagellano una rabbia e vendetta molto terribile per i gesti che fanno. Seguita allato a questa quando lo menano a Pilato, e che e' si lava le mani e lo sentenzia a la croce.
Sopra l'Adorazione dell'orto, ne l'altra banda, l'ultima fila delle storie comincia dove E' porta la croce e va a la morte, menato da una furia di soldati, i quali con le attitudini, in modo par che Lo tirono per forza; oltra il dolore e pianto che fanno co' gesti quelle Marie, che non le vide meglio chi fu presente. Allato a questo fece Cristo crocifisso, et in terra a sedere con atti dolenti e pien di sdegno la Nostra Donna e San Giovanni Vangelista. Seguita, allato a questa nell'altra parte, la sua Resurressione; ove, addormentate le guardie dal tuono, stanno come morti, mentre Cristo va in alto con una attitudine che ben pare glorificato nella perfezzione delle belle membra, fatto dalla ingegnosissima industria di Lorenzo. Nell'ultimo vano  la venuta dello Spirito Santo, dove sono attenzioni et attitudini dolcissime in coloro che lo ricevono. E fu condotto questo lavoro a quella fine e perfezzione senza rispiarmo di fatiche e di tempo che pu darsi a opera di metallo, considerando che le membra de gli ignudi hanno tutte le parti bellissime, et i panni, ancora che tenessino un poco dello andare vecchio di verso Giotto, vi  dentro un tutto che va in verso la maniera de' moderni, e si reca in quella grandezza di figure una certa grazia molto leggiadra.
E nel vero i componimenti di ciascuna storia sono tanto ordinati e bene spartiti che merit conseguire quella lode e maggiore, che da principio gli aveva data Filippo. E cos fu onoratissimamente fra i suoi cittadini riconosciuto, e da loro e da gli artefici terrazzani e forestieri sommamente lodato. Cost questa opera fra gli ornamenti di fuori, che son pur di metallo et intagliatovi festoni di frutti et animali, XXII mila fiorini, e pes la porta di metallo XXXIIII migliaia di libbre. Finita questa opera, parve a' Consoli dell'Arte de' Mercatanti essere serviti molto bene, e per le lode dateli da ognuno deliberarono che facesse Lorenzo, in un pilastro fuori di Or San Michele, in una di quelle nicchie, ch' quella che volta fra i cimatori, una statua di bronzo di quattro braccia e mezzo in memoria di San Giovanni Batista, la quale egli principi n la stacc mai che egli la rese finita; che fu et  opera molto lodata, et in quella nel manto fece un fregio di lettere, scrivendovi il suo nome. E nel frontespizio di quel tabernacolo si prov a far di musaico, facendovi dentro un mezzo profeta.
Era gi cresciuta la fama di Lorenzo per tutta Italia e fuori, de l'artifiziosissimo magistero nel getto, di maniera che avendo Iacopo della Fonte et il Vecchietto, sanese e Donato fatto per la Signoria di Siena, per il loro San Giovanni, alcune storie e figure di bronzo che dovevano ornare il battesimo di quel tempio, et avendo visto <i Sanesi> l'opere di Lorenzo in Fiorenza, si convennono con seco e li feciono fare due storie della vita di San Giovanni Batista. In una fece quando e' batez Cristo, accompagnandola con molte figure et ignude e vestite molto riccamente; e nell'altra quando San Giovanni  preso e menato a Erode; con le quali storie super e vinse gli altri che avevano fatto le altre, onde ne fu sommamente lodato da i Sanesi e da gli altri che le veggono. Avevano in Fiorenza a far una statua i Maestri della zecca in una di quelle nicchie che sono intorno a Or San Michele, dirimpetto a l'Arte della Lana, et aveva a esser San Matteo d'altezza del San Giovanni sopradetto. La quale figura allogorono a Lorenzo che la condusse a perfezzione, e fu lodata molto pi che il San Giovanni, avendovi, usato la maniera pi moderna.
La quale statua fu cagione che i consoli dell'Arte della Lana si deliberorono nel medesimo luogo che e' facessi nell'altra nicchia allato a quella una statua di metallo medesimamente, che fusse alta alla medesima proporzione de l'altre due, in persona di Santo Stefano loro avvocato. Et egli la condusse a fine e diede una vernice al bronzo molto bella. La quale statua non manco satisfece che si facessino l'altre opere gi lavorate da lui. Era generale de' frati predicatori in quel tempo M<esser> Lionardo Dati, il quale per lassare memoria in Santa Maria Novella, dove egli aveva fatto professione, et alla sua patria, fece fabricare a Lorenzo una sepoltura di bronzo, sopraci lui a ghiacere morto, ritratto di naturale, che da questa, che piacque e fu lodata, ne nacque una che fecion fare in Santa Croce, di Lodovico de gl'Albizi e di Niccol Valori. Erano onorati nel convento degli Angeli i corpi di tre martiri, Proto, Iacinto e Nemesio; ma perch e' si onorassino molto pi, fu allogato a Lorenzo una cassa di metallo, dove fece certi angeli di basso rilievo che tengono una ghirlanda d'ulivo, scrittovi dentro i nomi loro. E da questa, che riusc molto onorevole, venne volunt alli operai di Santa Maria del Fiore di far fare la cassa e sepoltura di metallo per mettervi il corpo di San Zanobi, Vescovo di Firenze, la quale fu di grandezza di braccia tre e mezzo et alta due. Nella quale fece, oltra il garbo della cassa, con diversi e varii ornamenti, nel corpo di essa cassa dinanzi una storia quando esso San Zanobi risuscita il fanciullo lasciatoli in custodia dalla madre, morendo egli, mentre ch'ella era in perigrinaggio. In un'altra v' quando un altro  morto dal carro e simile quando e' risuscita l'uno de' due famigli mandatoli da Santo Ambruogio, che rimase morto uno in su le Alpi, l'altro v' che se ne duole alla presenza di San Zanobi che, venutoli compassione, disse: Va, che e' dorme, tu lo troverrai vivo. E nella parte di dietro sono sei angioletti che tengono una ghirlanda di foglie d'olmo, nella quale son lettere intagliate in memoria e lode di quel santo. Questa opera condusse egli e fin con ogni ingegnosa fatica et arte, s che ella fu lodata straordinariamente per cosa bella. Mentre che l'opere di Lorenzo ogni giorno accrescevon fama al nome suo, lavorando e servendo infinite persone cos <in> lavori di metallo come di argento e d'oro, capit nelle mani a Giovanni, figliuolo di Cosimo de' Medici, una corniuola assai grande, dentrovi lavorato d'intaglio in cavo quando Apollo fa scorticare Marsia; la quale, secondo che si dice, serviva gi a Nerone Imperatore per suggello. Et essendo per il pezzo della pietra, ch'era pur grande, e per la maraviglia dello intaglio in cavo, cosa rara, Giovanni la diede a Lorenzo che gli facesse intorno d'oro uno ornamento intagliato, et esso, penatovi molti mesi, lo fin del tutto, facendo una opera non men bella d'intaglio attorno a quella, che si fussi la bont e perfezzione del cavo in quella pietra. La quale opera fu cagione ch'egli d'oro e d'argento lavorassi molte altre cose che oggi non si ritruovano, stimando essere state distrutte per l'avarizia o bisogno di que' metalli. Fece d'oro medesimamente a Papa Martino un bottone, ch'egli teneva nel piviale, con figure tonde di rilievo e fra esse gioie di grandissimo prezzo, cosa molto eccellente. E cos una mitera maravigliosissima di fogliami d'oro straforati, e fra essi molte figure piccole tutte tonde che furon tenute bellissime. E ne acquist, oltra al nome, una utilit grande da la liberalit di quel pontefice.
Venne in Fiorenza l'anno MCCCCXXXIX Papa Eugenio, per unire la discordia fra la Chiesa Greca e la Romana, dove si fece il Concilio. E visto l'opere di Lorenzo, e piaciutogli non manco la presenzia sua, che si facessino quelle, gli fece fare una mitera d'oro, di peso di libre quindici e le perle di libre cinque e mezzo, le quali erano stimate con le gioie in essa ligate trenta mila ducati d'oro. Dicono che in detta opera erano sei perle come nocciuole avellane, e non si pu imaginare, secondo che s' visto poi <in> un disegno di quella, le pi belle bizzarrie di legami nelle gioie e nella variet di molti putti et altre figure, che servivano a molti varii e graziati ornamenti. De la quale ricev infinite grazie e per s e per gli amici da quel pontefice, oltra il primo pagamento. Aveva Fiorenza ricevute tante lode, per le opere eccellenti di questo ingegnosissimo artefice, che e' fu deliberato da i Consoli dell'Arte de' Mercatanti di farli allogazione della terza porta di San Giovanni di metallo medesimamente. E quantunque quella che prima aveva fatta, l'avessi per ordine loro seguitata e condotta con l'ornamento che segue intorno alle figure e che fascia il telaio di tutte le porte, simile a quello di Andrea Pisano; visto quanto Lorenzo l'aveva avanzato, risolverono i Consoli a mutare la porta di mezzo, dove era quella di Andrea, e metterla a l'altra porta, che  dirimpetto alla Misericordia. E che Lorenzo facessi quella di nuovo, per porsi nel mezzo giudicando ch'egli avesse a fare tutto quello sforzo, che egli poteva maggiore in quella arte. E se gli rimessono nelle braccia, dicendo che gli davon licenzia, che e' facessi in quel modo ch'e' voleva o che pensassi, ch'ella tornassi pi ornata, pi ricca, pi perfetta e pi bella che e' potessi o sapessi imaginarsi. N guardassi a tempo, n a spesa, acci che cos come egli aveva superato gli altri statuarii per infino allora, superassi e vincessi tutte l'opere sue.
Cominci Lorenzo detta opera mettendovi tutto quel sapere maggiore ch'egli poteva; e cos scompart detta porta in X quadri, cinque per parte, che rimaseno i vani delle storie un braccio et un terzo, et attorno per ornamento del telaio che ricigne le storie, sono nicchie in quella parte ritte, e piene di figure quasi tonde, il numero delle quali  XX e tutte bellissime; come uno Sansone ignudo, che abbracciato una colonna, con una mascella in mano, mostra quella perfezzione che maggior pu mostrare cosa fatta nel tempo de gli antichi ne' loro Ercoli, o di bronzi o di marmi. E come fa testimonio un Iosu, il quale in atto di locuzione par che parli allo essercito, oltra molti profeti e Sibille adorni l'uno e l'altro in varie maniere di panni per il dosso e di acconciature di capo, di capegli et altri ornamenti, oltra dodici figure, che sono a ghiacere nelle nicchie, che ricingono l'ornamento delle storie per il traverso, faccendo in sulle crociere delle cantonate in certi tondi, teste di femmine e di giovani e di vecchi il numero XXXIIII. Fra le quali, nel mezzo di detta porta vicino al nome suo intagliato in essa,  ritratto Bartoluccio suo padre, ch' quel pi vecchio, et il pi giovane  Lorenzo suo figliuolo, maestro di tutta l'opera; oltra a infiniti fogliami e cornici et altri ornamenti fatti con grandissima maestria. Le storie, che sono in detta porta, sono del Testamento vecchio; e nella prima  la Creazione di Adamo e di Eva sua donna; quali sono perfettissimamente condotti, vedendosi che Lorenzo ha imitato che sieno di membra pi begli che egli ha possuto, volendo osservare che, sendo quelli di mano di Dio, e' non fussino mai fatto le pi belle figure, e cos questi di suo avessino a passare tutte l'altre ch'erano state fatte da lui ne l'altre opere sue, avvertenzia certo grandissima. E cos fece nella medesma quando e' mangiano il pomo et insieme quando e' son cacciati di Paradiso, le qual figure in quegli atti rispondono a l'effetto, prima del peccato conoscendo la loro vergogna, coprendola con le mani, e nell'altro la penitenzia nello essere da l'Angelo fatti uscir fuori di Paradiso. Nel secondo quadro  fatto Adamo et Eva, avendo Caim et Abel piccoli fanciulli creati da loro; e cos vi sono quando de le primizie Abel fa sacrifizio, e Caim de le men buone, dove si scorge negli atti di Caim l'invidia contra il prossimo, et in Abel l'amore in verso Idio. E quello che  di singular bellezza  il veder Caim arare la terra con un par di buoi, i quali nella fatica del tirare al giogo l'aratro, paiono veri e naturali; cos come  il medesimo Abel, che, guardando il bestiame, Caim li d la morte; dove si vede quello con attitudine impietosissima e crudele, con un bastone ammazzare il fratello, che il bronzo medesmo mostra la languidezza delle membra morte nella bellissima persona di Abel, e cos di basso relievo da lontano  Iddio, che domanda a Caim quel che ha fatto di Abel; contenendosi in ogni quadro gli effetti di quattro storie. Figur Lorenzo nel terzo quadro come No esce de l'arca, la moglie coi suoi figliuoli e figliuole e nuore, et insieme tutti gli animali, cos volatili come terrestri; i quali, ciascuno nel suo genere, sono intagliati dalle eccellentissime mani di Lorenzo, con quella perfezzione che pu l'arte imitar la natura. Vedendosi l'arca aperta, e le stagge in prospettiva di bassissimo rilievo, che non si pu esprimere la grazia loro. Oltre che le figure di No e delli altri suoi, faccendo sacrifizio, si vede l'arcobaleno, segno di pace fra Iddio e No; ma molto pi eccellente di tutte le figure quando egli ha piantato la vigna, e che inebriato del vino mostrando la vergogna, Cam suo figliuolo lo schernisce, che uno nel sonno non pu imitarsi con pi aspetto vedendosi lo abandonamento delle membra ebbre, e la considerazione et amore de gli altri due figliuoli, che lo ricuoprono con bellissime attitudini. Oltre che v' e la botte et i pampani e gli altri ordigni della vendemmia, fatti con una avvertenza, accomodandoli in certi luoghi, che non impediscono la storia, anzi le fanno un ornamento bellissimo.
Piacque molto a Lorenzo fare nella quarta storia in quel quadro lo apparire de' tre angeli nella valle Mambre; faccendo quegli simili l'uno a l'altro, si vede quel santissimo vecchio adorarli, con una attitudine di mani e di volto molto propria e vivace; oltre ch'egli con uno affetto molto bello intagli i suoi servi, che a pi del monte con uno asino spettano Abraam, che sacrificava il figliuolo. Il quale ignudo in su l'altare, il padre con il braccio in alto cerca far l'obbedienzia,  impedito da l'Angelo, che con una mano lo ritiene, e con l'altra accenna dove  il monte a da far sacrifizio, e libera Isac da la morte; storia veramente viva per le bellissime parti, ciascheduna per s, vedendo tanta perfezzione nelle membra rustiche de' servi, a comparazione delle delicate d'Isac, dove non pare che sia colpo che non sia con una discrezione et arte grandissima.
Mostr avanzar sempre se medesmo Lorenzo di mano in mano in quest'opera, e massime nelle difficult dove erano casamenti; come in questa quando nasce a Isac, Iacob et Esa, o dove Esa che caccia per far la volunt del padre; et Iacob, amaestrato da Rebecca, porge il cavretto cotto, avendo la pelle intorno al collo,  cercato da Isac, il quale gli d la benedizzione. Nella quale storia sono cani bellissimi e naturali, oltra le figure che fanno quello effetto istesso, che Iacob et Isac e Rebecca nelli lor fatti, quando eron vivi. Inanimito Lorenzo per lo studio dell'arte, che di continuo la faceva pi facile, tentava lo ingegno suo in cose pi artifiziose e difficili; faccendo in questo sesto quadro come Iosef  messo da' suoi fratelli nella cisterna, e quando lo vendono a que' mercanti; e da loro  donato a Faraone, al quale interpetra il sogno della fame; e la provisione per rimedio; e gli onori fatti a Iosef da Faraone. Et  vi quando Iacob manda i suoi figliuoli per il grano in Egitto, e che riconosciuti da lui, gli fa ritornare per il padre. Nella quale storia Lorenzo fece un tempio tondo girato in prospettiva con una difficult grande, nel quale  dentro figure in diversi modi che carricano grano e farine; et asini straordinarii. E certamente nella bellezza loro, oltra che vi  il convito ch'e' fa loro, il nascondere la coppa d'oro nel sacco a Beniamin, e lo essergli trovata, e come egli abbraccia e riconosce i fratelli; la quale istoria per tanti affetti e variet di cose  tenuta fra tutte l'opera la pi degna e la pi difficile e la pi bella.
Certamente che Lorenzo non poteva, avendo s bello ingegno e s buona grazia in questa maniera di statue, fare che, quando gli venivano i componimenti delle storie belle, e' non facessi bellissime le figure; come appare in questo settimo quadro, dove egli figurando il monte Sinai, e nella sommit Moys che da Idio ha le leggi; dove con attitudine riverente ingenocchioni le piglia; et a mezzo il monte Iosu che l'aspetta e tutto il popolo a' piedi quello impaurito per i tuoni, saette e tremuoti, che in attitudini diverse mostrano gli animi loro con una prontezza grandissima. Oper diligenzia e grande amore nello ottavo quadro, dove egli fece quando Iosu and a Ierico, e volse il Giordano, e pose i dodici padiglioni pieni delle dodici trib, figure molto pronte; ma molto belle sono alcune di basso rilievo, quando girando con l'arca intorno alle mura della citt predetta con suono di trombe rovinano le mura e gli Ebrei pigliano Ierico; nella quale  diminuito il paese et abbassato sempre con osservanzia da le prime figure a i monti e da i monti a la citt, e da la citt ad il lontano del paese di bassissimo relievo, condotta tutta con una gran perfezzione.
Veramente che Lorenzo di giorno in giorno si fece pi pratico in quell'arte, come egli si vide poi nel nono quadro quando nella occisione di Golia gigante al quale Davit taglia la testa con una fanciullesca e fiera attitudine, si vede rompere lo esercito de i Filistei da quello de Idio; dove Lorenzo fece cavalli, carri et altre cose da guerra con diligenzia. E cos fece Davit che, tornando con la testa di Golia in mano, il popolo lo incontra sonando e cantando. I quali affetti sono tutti proprii e vivaci. Rest a far tutto quel che poteva Lorenzo nella decima et ultima storia, la regina Sabba quando visita Salemone, con grandissima corte; dove egli fece un casamento tirato in prospettiva, molto bello; e cos tutte le altre figure simili alle predette storie, oltra gli ornamenti de gli architravi che li vanno intorno a dette porte, dove son frutti e festoni, fatti de la solita bont. Nella quale opera, da per s e tutta insieme, si conosce quanto il valore e lo isforzo di uno artefice statuario possa nelle figure quasi tonde, in quelle mezze, nelle basse e nelle bassissime, oprare d'invenzione ne' componimenti delle figure, e di stravaganzia di attitudini, nelle femmine e nelli maschi e di variet di casamenti, nelle prospettive et oltre alle graziose arie di tutti i sessi, parimente osservato il decoro in tutta l'opera: ne' vecchi la gravit, e ne' giovani la legiadria e la grazia. Et invero che si pu attribuire per la perfezzione di tutte le cose e per la saldezza del getto, venendo netta nel buttarla, ella sia la pi bella opera del mondo e che si sia vista mai fra gli antichi e moderni. E ben debbe essere veramente lodato Lorenzo, da che un giorno Michelagnolo Buonarroti, fermatosi a veder questo lavoro, sopraggiuntolo uno amico suo, li dimand quel che gniene pareva, e se queste porte eron belle. Rispose Michelagnolo: Elle son tanto belle che elle starebbon bene alle porte del Paradiso. Lode veramente propria e detta da chi poteva giudicarla. E ben le pot egli condurre che mentre lavorandole a fine da la et sua di XX anni che le cominci, vi dur su 40 anni a lavorarle con fatiche via pi che estreme, le quali furon cagione che i Signori di quella citt, oltra il pagamento fatto da' Consoli, gli donassino un podere il quale  posto vicino alla Badia a Settimo.
Oltra che fu fatto de' Signori riconoscendo la sua virt con tutte quelle sorti di onori che pi poterono. Seguit dirimpetto alla Misericordia l'ornamento di bronzo con quei fogliami stupendissimi, i quali non fin per l'amore della morte, insieme con un modello che egli lasci imperfetto dell'altra porta dove  quella d'Andrea Pisano che la voleva rifare, il qual oggi  ito male.
E cos lasci Buonaccorso suo figliuolo che fin di sua mano quell'ornamento con una diligenzia grandissima. N fece poi molte opere, morendo giovane; rimasili tutti i segreti del gittare che venissino le cose sottili, che la lunga sperienzia aveva insegnati a Bartoluccio et a Lorenzo, e quel modo di straforare il metallo, come si veggono le cose campate da lui; oltra che gli lasci molte anticaglie di marmo e di bronzo, come il letto di Policleto ch'era cosa rarissima et una gamba antica di bronzo et altre teste di femmine e vasi condotti di Grecia senza sparagno di spese.
Oltre a' torsi di figure et altre cose rare de le quali egli si dilett avere e studiandone, imitar quelle nelle opere sue; le quali furon insieme con gran parte delle facult mandate in malora, et una parte ne vend a M<esser> Giovanni Gaddi cherico di Camera Apostolica, che fu il letto di Policleto e l'altre migliori.
Attese Lorenzo mentre visse a pi cose, e dilettossi di pittura e di lavorare finestre di vetro, come appare in Santa Maria del Fiore gli occhi della chiesa, quelli che sono intorno alla cupola; da quel che f Donato in fuora dove  Cristo che incorona la Nostra Donna, fece quello ch' sopra la porta principale di essa Santa Maria del Fiore dove  il suo irsene in Cielo, e cos quello che  sopra la porta di Santa Croce, a, che ne fece un bellissimo cartone che v' dentro Cristo quando  diposto di Croce. Fu nel principio della allogazione della cupola eletto per compagno e coaiutore di Filippo di Ser Brunellesco, ancor che poi ne fusse levato, come s' detto nella vita di Filippo; e cos, seguitando la sua arte, visse onoratissimamente e lasci facult; laonde gi pervenuto a gli anni della sua vita LXIIII, d'un mal di febbre continova pass a l'altra vita, lasciando fama immortale del suo nome a chi vede l'opere et ode le sue azzioni; e da e' suoi gli fu in Santa Croce di Fiorenza data onoratissima sepoltura, non restando fargli versi latini e volgari in sue lode quali si sono smarriti salvo che questi sotto scritti: 21  DUM CERNIT VALVAS AVRATO EX AERE NITENTES 22 IN TEMPLO MICHAEL ANGELUS OBSTUPUIT.
23 ATTONITUSQUE DIV, SIC ALTA SILENTIA RVPIT: 24 O DIVINUM OPUS, O IANVA DIGNA POLO! 25 LORENZO IACE QUI, QUEL BVON GHIBERTO 26 CH'A' CONSIGLI DEL PADRE E DELLO AMICO, 27 FVOR DE L'VSO MODERNO E FORSE ANTICO 28 GIOVINETTO MOSTRO` QUANT'VOMO ESPERTO.

 II,8.Masolino Grandissima certamente si debbe credere la satisfazzione di quegli animi che si accostano al sommo grado delle scienzie ove e' si affaticano; e di coloro che tirati dal diletto e dalla dolcezza delle virt, sentendosi trar buon frutto de le fatiche, vivono una vita molto pi e dolce e beata, che non  amara e meschina quella altra di colui che quanto pi si affatica per appressarsi a la perfezzione, tanto pi gli ingrossa lo ingegno e riesce di manco pregio.
E certo quando il cielo forma que' primi, forma un vaso capace di molte cose, una memoria che le ritenga et una mano che graziatamente e con buon giudizio le sappia esprimere, come bene esprimere le seppe ne' tempi suoi Masolino da Panicale di Valdelsa, il quale fu discepolo di Lorenzo di Bartoluccio Ghiberti, e nella sua fanciullezza bonissimo orefice, e nel lavoro suo delle porte il miglior rinettatore che Lorenzo avesse; ne' panni delle figure era molto destro e valente, e nel rinettare aveva molto buona maniera et intelligenza. Per il che nel cesellare faceva con pi destrezza alcune ammaccature morbidamente, cos nelle membra umane come ne' panni. Diedesi alla pittura d'et d'anni XIX, e quella per sua arte esercit poi sempre, imparando il colorire da Gherardo dello Starnina. Et andatosene a Roma per studiare, mentre che vi dimor, fece la sala di casa Orsina Vecchia in monte Giordano, e, per un male che l'aria gli faceva alla testa, tornatosi a Fiorenza, fece nel Carmino allato della cappella del Crocifisso la figura del S. Pietro che si vede ancora. La quale essendo da gli artefici lodata, fu cagione che gli allogarono in detta chiesa la cappella de' Brancacci con le storie di San Pietro, che dato opera con ogni studio ne condusse a fine una parte, come nella volta dove sono i IIII Vangelisti e quando Cristo toglie da le reti Andrea e Piero; fecevi il suo piangere il peccato quando egli neg Cristo e dopo la sua predicazione per convertire i popoli. Fecevi il tempestoso naufragio degli Apostoli, e quando San Piero libera da 'l male Petronella sua figliuola, e nella medesima storia quando egli e Giovanni vanno al tempio, dove innanzi al portico  quel povero infermo che gli chiede la limosina, al quale non potendo dare n oro, n argento, col segno della croce lo libera; fatte le figure per tutta quell'opera con molta buona grazia, e datoli grandezza nella maniera, morbidezza et unione nel colorire e rilievo e forza nel disegno. La quale opera fu stimata molto per la novit sua e per l'osservanzia di molte parti che erono totalmente fuori della maniera di Giotto. Le quali storie, sopraggiunto dalla morte, lasci imperfette. Fu persona Masolino di bonissimo ingegno, e molto unito, e facile nelle sue pitture, le quali con diligenzia e con grand'amore a fine si veggono condotte.
Questo studio e questa volont d'affaticarsi ch'era in lui del continovo, gli gener una cattiva complessione di corpo, la quale inanzi al tempo gli termin la vita e troppo acerbo lo tolse al mondo. Mor Masolino giovane di et d'anni XXXVII, troncando la aspettazione che i popol avevano concetta di lui. Et ad memoria di cos acerbissima morte gli fu fatto poi questo distico: 56      Hunc puerum rapuit Mors improba: sed tamen omnes 57 Pingendo senes vicerat ille prius.
Furono le pitture sue circa l'anno MCCCCXL. E Paulo Schiavo, che in Fiorenza in su 'l canto de' Gori fece la Nostra Donna con le figure che scortano i piedi in su la cornice, si ingegn molto di seguire la maniera sua e di Masaccio parimente.

[] II,9.P.Spinelli Ancora che molte provincie del mondo abbino le persone eccellenti ereditarie in qualche arte od in qualche virt, la natura pure alle volte come benigna madre fa nascere in una patria uno ingegno straordinario, il quale la onora, la illustra e la fa nominare per fama da quegli, i quali non ne arebbono ricordo alcuno. Laonde spesse volte si vede gli spiriti egregi e gli onorati ingegni dar nome alle patrie loro; come veramente fece Parri di Spinello pittore aretino, il quale pass di disegno talmente Spinello, che la fama et il grido che dato gli fu, veramente se gli convenne. Imit Parri alquanto la maniera di Masolino, ma tenne pi sottili e pi svelte le sue figure. Fece le sue pitture in Arezzo, n di quivi partire si volle gi mai, per li figliuoli e per l'amore che portava al paese. Fece nello Spedale della Nunziata la cappella di San Cristofano e di San Iacopo con altre figure, et in San Bernardo, monistero di Monte Oliveto, due cappelle all'entrata della chiesa, una de' Magi e l'altra della Trinit, con altre storie e figure. Al Duomo vecchio fuor d'Arezzo  una cappellina altrimenti una maest, con una Annunziata la quale per lo spavento dello Angelo, tutta si torce, quasi a fuggire. E` nel cielo della volta una musica d'angeli che suonano e cantano con tanta efficacia, che e' pare quasi sentire la voce. Inoltre vi  una Carit, che affettuosissimamente struggendosi verso tre figliolini, uno ne allatta, a l'altro fa festa, et il terzo piglia per mano. Et in una Fede che e' vi dipinse, oltra l'ordinario della croce e del calice, ha indotto nuova attitudine, faccendole battezzare di sua mano un putto dentro ad una conca, col versargli in capo la tazza della acqua. Dipinse in Santo Agostino nel coro de' frati alcune figure, et in San Giustino un San Martino nel tramezzo della chiesa. Nel Vescovado di Arezzo, sotto la finestra di San Giovanni che battezza Cristo, dipinse una Nunziata oggi mezza guasta; e nella pieve dipinse una cappella alla porta vicino alla stanza dell'opera, et in una colonna un San Vincenzio bellissimo, et in San Francesco la cappella de' Viviani e quella de' quattro Incoronati, con molte storie, pure a fresco. Dipinse in questo medesimo modo nella udienza della fraternita di Santa Maria della Misericordia, una Nostra Donna et un popolo, con San Gregorio Papa e San Donato Vescovo. Et a' detti rettori lavor una tavola a tempera per San Laurentino e Pergentino, lodatissima e bellissima. In San Domenico fece una cappella all'entrar della porta di chiesa, nella quale molto bene si port. Fu assaltato un giorno mentre faceva questa opera da' nimici e da' parenti suoi, che con seco piativano non so che dote, con armi per ispaventarlo; ma da gente che vi sopragiunse subito fu soccorso. Ma pure la paura che egli ebbe di tale assalto fu cagione che da indi innanzi sempre dipinse le sue figure torte in su uno lato. Costui per escusazione delle tante opere fatte e per i morsi datili dalle lingue di quelle genti, vi fece una storia di lingue che abbruciano, da Cristo in aria maledette e scrittovi sotto: A lingua dolosa. Era Parri solitario e maninconico, e perch'era studiosissimo, s'accort molto la vita nelle fatiche dell'arte. Mor d'anni LVI et in Santo Agostino nel sepolcro di Spinello suo padre fu riposto, et a quegli che lo conoscevano molto increbbe della sua morte. E perch egli era sempre vivuto con virt e con fama bonissima, con essa buona fama dopo la morte rimase in vita. Furono le pitture sue circa il MCCCCXL. Et ebbe appresso questo epitaffio: 62  PROGENVIT PARIDEM PICTOR SPINELLUS ET ARTEM 63 SECTARI PATRIAM MAXIMA CURA FUIT 64 UT PATREM INGENIO ET MANIBUS SUPERARIT AB ILLO 65 EXTANT QUAE MIRE PLURIMA PICTA DOCENT.

 II,10.Masaccio Costuma la benigna madre natura, quando ella fa una persona molto eccellente in alcuna professione, comunemente non la far sola, ma in quel tempo medesimo, e vicino a quella, farne un'altra a sua concorrenza, a cagione che elle possino giovare l'una a l'altra nella virt e nella emulazione, spignere avanti con eccellenzia quelle stesse arti dove elle adoprano, a benefizio dello universo. La qual cosa, oltra il singular giovamento di quegli stessi che in ci concorrono, accende ancora oltra modo gli animi di chi viene dopo quella et a sforzarsi con ogni studio e con ogni industria, di guadagnare quello onore e quella gloriosa reputazione, che ne' passati tutto il giorno altamente sente lodare. E che questo sia il vero, lo aver Fiorenza prodotto in una medesima et Filippo, Donato, Lorenzo, Paulo Uccello e Masaccio, eccellentissimi ciascuno nel genere suo, non solamente lev via le rozze e goffe maniere, mantenutesi fino a quel tempo, ma per le belle opere di costoro incit et accese tanto gli animi di chi venne poi, che lo operare in questi mestieri si  ridotto in quella grandezza et in quella perfezzione che si vede ne' tempi nostri. Di che abbiamo noi, per il vero, uno obligo singulare a que' primi, che mediante le loro fatiche ci mostrarono la vera via da caminare a 'l grado supremo. E quanto a la maniera buona delle pitture, a Masaccio massimamente, per aver egli prima di ogni altro fatto scortare i piedi nel piano, e cos levato quella goffezza del fare le figure in punta di piedi, usata universalmente da tutti i pittori insino a quel tempo; et inoltre, per aver dato tanta vivezza e tanto rilievo alle sue pitture, che e' merita certamente non esserne manco riconosciuto che se e' fusse stato inventore della arte. Con ci sia che le cose fatte innanzi a lui erano veramente dipinte e dipinture, ove le sue, a comparazione de' suoi concorrenti e di chi lo ha voluto imitare, molto pi si dimostrano vive e vere che contraffatte.
La origine di costui fu da Castello San Giovanni di Valdarno, e dicono che quivi si veggono ancora alcune figure fatte da lui nella fanciullezza. Fu persona astrattissima e molto a caso, come quello che avendo fisso tutto l'animo e la volont alle cose della arte sola, si curava poco di s e manco di altrui. E perch e' non volle pensar gi mai in maniera alcuna alle cure o cose del mondo, e non che altro, al vestire stesso, non costumando riscuotere i danari da' suoi debitori, se non quando era in bisogno estremo, per Tommaso, che era il suo nome, fu da tutti detto Masaccio.
Non gi perch e' fusse vizioso, essendo egli la bont naturale, ma per la tanta straccurataggine con la quale nientedimanco era egli tanto amorevole nel fare altrui servizio e piacere, che pi oltre non pu bramarsi. Cominci l'arte nel tempo che Masolino da Panicale lavorava nel Carmino di Fiorenza la cappella de' Brancacci, seguitando sempre quanto e' poteva le vestigie di Filippo e di Donato, ancora che l'arte fusse diversa, e cercando continuamente nello operare di fare le figure vivissime e con bella prontezza a la similitudine del vero. E tanto modernamente trasse fuori de gli altri i suoi lineamenti et il suo dipignere, che le opere sue sicuramente possono stare al paragone con ogni disegno e colorito moderno. Fu studiosissimo nello operare, e nelle difficult della prospettiva, artificioso e molto mirabile, come si vede in una sua istoria di figure piccole, che oggi  in casa Ridolfo del Ghirlandaio, nella quale, oltra il Cristo che libera lo indemoniato, sono casamenti bellissimi in prospettiva, tirati in una maniera che e' dimostrano in un tempo medesimo il di dentro et il di fuori, per avere egli presa la loro veduta, non in faccia, ma in su le cantonate per maggior difficult. Cerc pi de gli altri maestri di fare gli ignudi e gli scorti nelle figure, poco usati avanti di lui. Fu facilissimo nel far suo, e molto semplice nel panneggiare.
Sono le opere sue in Fiorenza, in Santa Maria Novella, una Trinit con figure da lato sopra la cappella di Santo Ignazio, et una predella d'una tavola in Santa Maria Maggiore accanto alla porta del fianco per andare a San Giovanni, con figurine piccole de la istoria di Santa Caterina e di San Giuliano, et una Nativit di Cristo condotta con diligenzia. A Pisa fece nella chiesa del Carmino in una cappella del tramezzo, una tavola con infinito numero di figure piccole e grandi, tanto accomodate e s bene condotte, che alcune ve ne sono che appariscono modernissime. Nel medesimo luogo in una parete di muro, uno Apostolo molto lodato. Nel ritorno da Pisa, laver in Fiorenza una tavola, dentrovi un maschio et una femmina ignudi quanto il vivo, la quale si truova oggi in casa Palla Rucellai. Appresso, non sentendosi in Fiorenza a suo modo, e stimolato dalla affezzione et amore della arte, deliber per imparare e superar gli altri, andarsene a Roma; e cos fece.
Quivi acquistata fama grandissima, lavor al cardinale di San Clemente nella chiesa di San Clemente una cappella, dove a fresco fece la Passione di Cristo co' ladroni in croce e le storie di Santa Caterina martire. Fece ancora a tempera molte tavole, che ne' travagli di Roma si son tutte o perse o smarrite. Successe intanto la morte di Masolino, per la quale, restando imperfetta la cappella de' Brancacci, fu richiamato Masaccio a Fiorenza da Filippo di Ser Brunellesco suo amicissimo; e per mezzo di quello gli fu allogata a finire la detta cappella. Et allora fece Masaccio per pruova il San Paulo presso alle corde delle campane, solamente per mostrare il miglioramento che egli aveva fatto nella arte. E dimostr veramente infinita bont in questa pittura, conoscendosi nella testa di quel santo, il quale  Bartolo di Angiolino Angiolini ritratto di naturale, una terribilit tanto grande, che e' pare che la sola parola manchi a questa figura. E chi non conobbe San Paulo, guardando questo, vedr quel dabbene della civilt romana, insieme con la invitta fortezza di quello animo divinissimo tutto intento alle cure della fede. Mostr ancora in questa pittura medesima la intelligenzia di scortare le vedute di sotto in su, che fu veramente maravigliosa, come apparisce ancor oggi ne' piedi stessi di detto Apostolo, per una difficult facilitata in tutto da lui, respetto a quella goffa maniera vecchia che faceva (come io dissi poco disopra) tutte le figure in punta di piedi. La qual maniera dur fino a lui senza che altri la correggesse, et egli solo, e prima di ogni altro, la ridusse a 'l buono del d d'oggi.
Accadde, mentre che e' lavorava in questa opera, che e' fu consagrata la detta chiesa del Carmine da tre vescovi, e Masaccio in memoria di ci, di verde terra dipinse, di chiaro e scuro, sopra la porta che va in convento, dentro nel chiostro, tutta la sagra come ella fu. E vi ritrasse infinito numero di cittadini in mantello et in cappuccio, che vanno dietro a la processione, fra i quali fece Filippo di Ser Brunellesco in zoccoli, con Donato scultore et altri suoi amici domestici. Dopo questo, ritornato a 'l lavoro della cappella, seguitando le istorie di San Piero cominciate da Masolino, ne fin una parte, ci  la istoria della cattedra, il liberare gli infermi, suscitare i morti et il sanare gli attratti con l'ombra nello andare a 'l tempio con San Giovanni. Ma tra l'altre notabilissima apparisce quella dove San Piero per pagare il tributo, cava per commissione di Cristo i danari de 'l ventre del pesce; perch, oltra il vedersi quivi in uno Apostolo che e nello ultimo il ritratto stesso di Masaccio, fatto da lui medesimo a lo specchio, che par vivo vivo, e' vi si conosce lo ardire di San Piero nella dimanda e la attenzione de gli Apostoli nelle varie attitudini intorno a Cristo, aspettando la resoluzione con gesti s pronti che veramente appariscon vivi. Et il San Piero massimamente, il quale nello affaticarsi a cavare i danari del ventre del pesce ha la testa focosa per lo stare chinato. E molto pi quando e' paga il tributo, dove si vede lo affetto del contare e la sete di colui che riscuote, che si guarda i danari in mano con grandissimo piacere. Dipinsevi ancora la resurressione del figliuolo del re, fatta da San Piero e San Paulo, ancora che per la morte di esso Masaccio restasse imperfetta l'opera che fu poi finita da Filippino. Nella istoria dove San Piero battezza, si stima grandemente uno ignudo che triema tra gli altri battezzati assiderando di freddo, condotto con bellissimo rilievo e dolce maniera, il quale da gli artefici e vecchi e moderni  stato sempre tenuto in riverenza et ammirazione, per il che da infiniti disegnatori e maestri continuamente fino a 'l d d'oggi  stata frequentata questa cappella. Nella quale sono ancora alcune teste vivissime e tanto belle, che ben si pu dire che nessuno maestro di quella et si accostasse tanto a' moderni quanto costui. Laonde le sue fatiche meritano infinitissime lodi, e massimamente per avere egli dato ordine nel suo magisterio alla bella maniera de' tempi nostri. E che questo sia il vero, tutti i pi celebrati scultori e pittori che sono stati da lui in qua esercitandosi e studiando in questa cappella, sono divenuti eccellenti e chiari, ci  fra' Giovanni da Fiesole, fra' Filippo, Filippino che la fin, Alesso Baldovinetti, Andrea da 'l Castagno, Andrea del Verrocchio, Domenico del Grillandaio, Sandro di Botticello, Lionardo da Vinci, Pietro Perugino, fra' Bartolomeo di San Marco, Mariotto Albertinelli et il divinissimo Michelagnolo Buonarroti. Raffaello ancora da Urbino che di quivi trasse il principio della bella maniera sua, il Granaccio, Lorenzo di Credi, Ridolfo del Grillandaio, Andrea del Sarto, il Rosso, il Francia Bigio, Baccio Bandinelli, Alonso Spagnuolo, Iacopo da Pontormo, Pierino del Vaga e Toto del Nunziata; et insomma tutti coloro che hanno cercato imparar quella arte, sono andati a imparar sempre a questa cappella et apprendere i precetti e le regole del far bene da le figure di Masaccio. E se io non ho nominati molti forestieri e molti Fiorentini che sono iti a studiare a detta cappella, basti che dove corrono i capi della arte, quivi ancora concorrono le membra. Ma con tutto che le cose di Masaccio siano state sempre in cotanta riputazione, egli  nondimeno opinione, anzi pur credenza ferma di molti, che egli arebbe fatto ancora molto maggior frutto nella arte, se la morte, che di XXVI anni ce lo rap, non ce lo avesse tolto cos per tempo. Ma, o fusse la invidia o fusse pure che le cose buone comunemente non durano molto, e' si mor nel bel del fiorire, et andossene s di subito, che e' non manc chi dubitasse in lui di veleno, assai pi che di altro accidente.
Dicesi che, sentendo la morte sua, Filippo di Ser Brunellesco disse: Noi abbiamo fatto in Masaccio una grandissima perdita; e gli dolse infinitamente, essendosi affaticato gran pezzo in mostrargli molti termini di prospettiva e di architettura. Fu sepolto nella medesima chiesa del Carmino l'anno MCCCCXLIII. E se bene allora non gli fu posto sepolcro alcuno, per essere stato poco stimato vivo, non gli  per mancato dopo la morte chi lo abbia onorato di questi epitaffi: MASACCIO NEL CARMINE 11 S'ALCVN CERCASSE IL MARMO O 'L NOME MIO 12 LA CHIESA E` IL MARMO VNA CAPPELLA E` IL NOME.
13 MORII CHE NATURA EBBE INVIDIA COME 14 L'ARTE DE 'L MIO PENNELLO VOPO E DESIO.
MASACCIO 16 PINSI E LA MIA PITTURA AL VER FV PARI; 17 L'ATTEGGIAI L'AVVIVAI LE DIEDI IL MOTO 18 LE DIEDI AFFETTO; INSEGNI IL BVONARROTO 19 A TUTTI GLI ALTRI E DA ME SOLO IMPARI.
20 MASACCII FLORENTINI OSSA TOTO HOC 21 TEGUNTUR TEMPLO QUEM NATURA FOR 22 TASSIS INVIDIA MOTA NE QUANDOQUE 23 SUPERARETUR AB ARTE ANNO AETATIS 24 SUAE XXVI, PROH DOLOR!, INIQUISSIME 25 RAPUIT. QUOD INOPIA FACTUM FORTE FVIT 26 ID HONORI SIBI VERTIT VIRTUS.
27 INVIDA CUR LACHESIS PRIMO SUB FLORE IVVENTAE 28 POLLICE DISCINDIS STAMINA FUNEREO? 29 HOC UNO OCCISO INNUMEROS OCCIDIS APELLES; 30 PICTURAE OMNIS OBIT, HOC OBEUNTE, LEPOS.
31 HOC SOLE EXTINCTO, EXTINGUUNTUR SYDERA CUNCTA.
32 HEU DECUS OMNE PERIT, HOC PEREUNTE, SIMUL.
E gli artefici pi eccellenti, conoscendo benissimo la sua virt gli hanno dato vanto di avere aggiunto nella pittura vivacit ne' colori, terribilit nel disegno, rilievo grandissimo nelle figure et ordine nelle vedute de gli scorti, affermando universalmente che da Giotto in qua di tutti i vecchi maestri Masaccio  il pi moderno che si sia visto; e che e' mostr co 'l giudizio suo, quasi che per un testamento, in cinque teste fatte da lui, a chi per lo augumento fatto nelle arti si avesse ad avere il grado di quelle: lasciandocene in una tavola di sua mano, oggi in casa Giuliano da San Gallo in Fiorenza, i ritratti quasi vivissimi, che sono questi: Giotto per il principio della pittura; Donato per la scultura; Filippo Brunellesco per la architettura; e Paulo Uccello per gli animali e per la prospettiva; e tra questi Antonio Manetti per eccellentissimo matematico de' tempi suoi.

 II,11.F.Brunelleschi Molti forma la natura diminuiti di persona e di fattezze nel nascere loro, et a quegli fa in corpo l'animo pieno di tanta grandezza et il cuore di s smisurata terribilit, che se non cominciano cose difficili et impossibili e quelle non rendono finite al mondo con maraviglia di chi le vede, mai non danno requie alla vita loro. E tante cose, quante l'occasione mette nelle mani di questi, per vili e basse che elle si siano, le fanno essi divenire in pregio et altezza.
Laonde mai non si doverrebbe torcere il muso, quando s'incontra in persone che in aspetto non hanno quella prima grazia o venust, che dovrebbe dare la natura nel venire al mondo a chi opera in qualche virt, perch non  dubbio che sotto le zolle della terra si ascondono le vene dell'oro. E molte volte nasce in questi che sono di sparutissime forme, tanta generosit d'animo e tanta sincerit di cuore che, sendo mescolata la nobilt con esse, non pu sperarsi da loro se non grandissime maraviglie; percioch e' si sforzano di abbellire la bruttezza del corpo con la virt dell'ingegno, come apertamente si vide in Filippo di Ser Brunellesco, sparutissimo de la persona, ma di ingegno tanto elevato, che ben si pu dire che e' ci fu donato dal cielo per dar nuova forma alla architettura, gi per centinaia d'anni smarrita, nella quale gl'uomini di quel tempo in mala parte molti tesori avevano spesi, facendo fabriche senza ordine, con mal modo, con tristo disegno, con stranissime invenzioni, con disgraziatissima grazia e con peggior ornamento. E volse il cielo, sendo stata la terra tanti anni senza uno animo egregio et uno spirito divino, che Filippo lasciassi al mondo di s la maggiore e la pi alta fabrica di tutte l'altre fatte nel tempo de' moderni et ancora in quello degli antichi, mostrando che il valore ne gli artefici toscani ancora che perduto fusse, non perci era morto. Adornollo altres di ottime virt, fra le quali ebbe quella dell'amicizia, s che non fu mai alcuno pi benigno n pi amorevole di lui. Nel giudicio era netto di passione; e dove e' vedeva il valore de gli altrui meriti, deponeva l'util suo e l'interesso de gli amici. Conobbe se stesso, et il grado della sua virt comunic a molti, et il prossimo nelle necessit sempre sovvenne, dichiarossi nimico capitale de' vizii et ottimo e fervido onorator di coloro che essercitavono le virt. Non spese mai il tempo in vano, che o per s o per l'opere d'altri, nelle altrui necessit non s'affaticasse e caminando gli amici visitasse e sempre sovvenisse.
Dicesi che in Fiorenza fu uno uomo di bonissima fama e di molti lodevoli costumi e fattivo nelle faccende sue, il cui nome era Ser Brunellesco di Lippo Lapi; aveva auto l'avolo suo che era chiamato Cambio, che fu litterata persona anch'egli, il quale nacque di un fisico in que' tempi molto famoso, nominato maestro Ventura Bacherini; le virt de' quali avevon non meno arricchito l'ingegno di Ser Brunellesco ne l'esercizio del notaio, quanto si avessino loro nelle altre cure maggiori acresciuto di facult e di grado. Crebbe Ser Brunellesco in credito per le buone parti che del suo saper essere si era procacciato co' cittadini grandissima benivolenzia; e non and molto che fu fatto provveditore de i Dieci della guerra, i quali allora per le cose dello stato in quella citt tenevano molti condottieri e capitani di cavalli e fanterie. De' principali de' quali divent Ser Brunellesco proccuratore di riscuotere i quartieri, e tutte le paghe e stanziamenti che eglino avessino avere da quello stato per lor servito; et inoltre con somma diligenzia spendeva per loro in drappi, panni, armadure, cavalli e fornimenti e tutto il loro bisogno, per aver egli intelligenzia e gran pratica in queste cose, e con fede da intera persona diede sempre onoratamente saggio di s. Tolse costui per donna una giovane costumatissima, de la nobil famiglia delli Spini, de la quale per parte della dote ebbe in pagamento una casa, dove egli et i suoi figliuoli abitarono fino a la morte. La quale casa posta dirimpetto a San Michele Berteldi per fianco, in un biscanto, passato la piazza degli Agli. Ora, mentre che egli si esercitava cos e vivevasi lietamente, gli nacque l'anno MCCCLXXVII, un figliuolo al quale pose nome Filippo, per il padre suo gi morto, della qual nascita fece quella allegrezza che maggior poteva. Laonde con ogni accuratezza gl'insegn nella sua puerizia i primi principii delle lettere, nelle quali si mostrava tanto ingegnoso e di spirito elevato, che teneva spesso sospeso il cervello, quasi che in quelle non curasse venir molto perfetto. Anzi pareva che egli andasse co 'l pensiero a cose di maggior utilit, per il che Ser Brunellesco, che desiderava che egli facesse il mestier suo del notaio o quel del tritavolo, ne prese dispiacere grandissimo. Pure, veggendolo continovamente esser dietro a cose ingegnose d'arte di mano, gli fece imparare l'abbaco e scrivere, e di poi lo pose all'arte dell'orefice, acci imparasse a disegnare con uno amico suo. E fu questo con molta satisfazione di Filippo, il quale cominciato a imparare e mettere in opera le cose di quella arte, non pass molti anni che egli legava le pietre fini meglio che artefice vecchio di quel mestiero. Esercit il niello et il lavorare grosserie, come alcune figure d'argento che erano nello altare di Santo Iacopo di Pistoia tenute bellissime, fatte da lui all'opera di quella citt; et opere di bassi rilievi, dove mostr intendersi tanto di quel mestiero, che era forza che 'l suo ingegno passasse i termini di quella arte. Laonde, avendo preso pratica con certe persone studiose, cominci a entrarli fantasia nelle cose de' tempi e de' moti, de' pesi e delle ruote, come si posson far girare e da che si muovono, e cos lavor di sua mano alcuni oriuoli bonissimi e bellissimi. N fu contento a questo che nell'animo se li dest una voglia della scultura; e tutto venne che, essendo Donatello giovane tenuto valente in quella et in espettazione grande, cominci Filippo a praticare seco del continuo et insieme per le virt l'un dell'altro si posono tanto amore, che l'uno non pareva che sapesse vivere senza l'altro. Laonde Filippo, che era capacissimo di pi cose, dava opera a molte professioni, n molto si esercit in quelle che egli fu tenuto fra le persone intendenti bonissimo architetto, come mostr in molte cose che servirono per acconcimi di case; come al canto di Ciai verso Mercato Vecchio, la casa di Apollonio Lapi suo parente che in quella (mentre egli la faceva murare) si adoper grandemente. Et il simile fece fuor di Fiorenza la torre e la casa della Petraia a Castello. Nel palazzo dove abitava la Signoria ordin e spart, dove era l'ufizio delli ufiziali di monte, tutte quelle stanze e vi fece e porte e finestre nella maniera cavata da lo antico, allora non usatesi molto per essere l'architettura rozzissima in Toscana.
Avenne che in Fiorenza volevon fare far i frati di Santo Spirito una statua di Santa Maria Madalena in penitenzia di legname di tiglio, per porre a una cappella, e Filippo, che aveva fatto molte cosette piccole di scultura, desideroso mostrare che ancora nelle cose grandi varrebbe similmente, prese a far detta figura, la qual finita e messa in opera fu tenuta cosa molto bella; ma nell'incendio poi di quel tempio, l'anno MCCCCLXXI abruci insieme con altre pitture notabili. Attese molto alla prospettiva allora molto in male uso adoperata per molte falsit che vi si facevano. Nella quale perse molto tempo, perfino che egli trov da s un modo che ella potesse venir giusta e perfetta, che fu il levarla con la pianta e proffilo e per via della intersegazione, cosa veramente ingegnosissima et utile all'arte del disegno. Di questa prese tanta vaghezza, che di sua mano ritrasse la piazza di Santo Giovanni, con tutti quegli spartimenti della incrostatura murati di marmi neri e bianchi, che diminuivano con una grazia singulare, e similmente fece la casa della Misericordia, con le botteghe de, cialdonai e la volta de' Pecori e da l'altra banda la colonna di Santo Zanobi. La qual opera, essendoli lodata dalli artefici e da chi aveva giudizio in quell'arte, gli diede animo che non st molto che egli misse mano a una altra, e ritrasse il palazzo, la piazza e la loggia de' Signori, insieme col tetto de' Pisani e tutto quel che intorno si vede murato. Le quali opere furon cagione di destare l'animo a gli altri artefici, che vi atteseno di poi con grande studio. Egli particularmente la insegn a Masaccio, pittore allor giovane, molto suo amico, il quale gli fece onore in quello che gli mostr, come appare negli edifizii dell'opere sue; n rest di mostrare a quelli che lavoravono le tarsie, che  un'arte di commettere legni di colori, e tanto gli stimol, ch'e' fu cagione di metterla in buono uso; che si fece di quel magisterio, et allora e di poi molte cose eccellenti che hanno recato e fama et utile a Fiorenza per molti anni. Avvenne che torn da studio M<esser> Paulo dal Pozzo Toscanelli et una sera trovandosi in uno orto a cena con certi suoi amici, per farli onore invitarono Filippo, il quale, uditolo ragionare de l'arti matematiche, prese tal familiarit con seco, che egli impar la geometria da lui. E se bene Filippo non aveva lettere, gli rendeva s ragione delle cose, con il naturale della pratica e sperienza, che molte volte lo confondeva. E cos seguitando, dava opera alle cose della scrittura cristiana, n restava continuo di intervenire alle dispute et alle prediche delle persone dotte, delle quali faceva tanto capitale per la mirabil memoria sua, che m<esser> Paulo predetto, celebrandolo, usava dire che nel sentir arguir Filippo gli pareva un nuovo Santo Paulo. Diede ancora molto opera in questo tempo alle cose di Dante, le quali furon da lui bene intese circa i siti e le misure, e spesso, nelle comparazioni allegandolo, se ne serviva ne' suoi ragionamenti. N mai col pensiero faceva altro che machinare et immaginarsi cose ingegnose e difficili. N pot trovar mai ingegno che pi lo satisfacessi che Donato, con il quale domesticamente confabulando, pigliavano piacere l'uno dell'altro, e le difficult del mestiero conferivano insieme. Avvenne che Donato in que' giorni aveva finito un Crocifisso di legno, il qual fu posto in S. Croce di Fiorenza sotto la storia del fanciullo che risucita S.
Francesco, dipinto da Taddeo Gaddi; del quale Crocifisso pigliandone Donato parere con Filippo, gli rispose che egli aveva messo un contadino in croce, onde ne nacque il detto di: Togli del legno, e fanne uno tu, come largamente si ragiona nella vita di Donato. Per il che Filippo, il quale ancor che fusse provocato a ira, mai si adirava per cosa che li fusse detta, stette cheto molti mesi, tanto ch'e' condusse di legno un Crocifisso della medesima grandezza, di tal bont e s con arte, disegno e diligenza lavorato, che nel mandar Donato a casa innanzi a lui, quasi ad inganno (perch non sapeva che Filippo avessi fatto tale opera) un grembiule che egli aveva pieno di uova e di cose per desinarle insieme, gli casc mentre lo guardava uscito di s per la maraviglia e per la ingegnosa et artifiziosa maniera che aveva usato Filippo nelle gambe, nel torso e nelle braccia di detta figura, disposta et unita talmente insieme, che Donato, oltra il chiamarsi vinto, lo predicava per miracolo. La qual opera  oggi posta in Santa Maria Novella, fra la cappella de gli Strozzi e de' Bardi da Vernia, lodata ancora da i moderni per il medesimo infinitamente. Laonde vistosi la virt di questi maestri veramente eccellenti, fu lor fatto allogazione dall'Arte de' Beccai e dall'Arte de' Linaiuoli, di due figure di marmo, da farsi nelle lor nicchie che sono intorno a Ort San Michele, le quali Filippo lasci fare a Donato da s solo, avendo preso altre cure, e Donato le condusse a perfezzione. Era l'anno MCCCCI che s'era deliberato, vedendo la scultura essere salita in tanta altezza, di rifare le due porte di bronzo del tempio e batisteo di Santo Giovanni, perch da la morte di Andrea Pisano in qua, non avevono avuti maestri che l'avessino sapute condurre. E cos fatto intendere a quelli scultori che erano allora in Toscana l'animo loro, fu mandato per essi e dato loro provisione et un anno di tempo a fare una storia per ciascuno, fra i quali furono richiesti Filippo e Donato di dovere ciascuno di essi da per s fare una storia, a concorrenzia di Lorenzo Ghiberti e Iacopo della Fonte e Simone da Colle, Francesco di Valdambrina e Niccol d'Arezzo. Le quali storie furono finite l'anno medesimo e venute a mostra in paragone, furon tutte bellissime et intra s differenti; chi era ben disegnata e mal lavorata, come quella di Donato; e chi aveva bonissimo disegno e lavorata diligente, ma non spartito bene la storia col diminuire le figure, come aveva fatto Iacopo della Quercia; e chi fatto invenzione povera e figure minute, nel modo che aveva la sua condotto Francesco di Valdambrina; e le peggio di tutte erano quelle di Niccol d'Arezzo e di Simone da Colle. Ma la migliore era quella di Lorenzo di Cione Ghiberti, la quale aveva in s disegno, diligenzia, invenzione, arte e le figure molto ben lavorate. N gli era per molto inferior la storia di Filippo, nella quale aveva figurato uno Abraam che sacrifica Isaac; nella quale storia fece un servo, che mentre aspetta Abraam e che l'asino pasce, si cava una spina di un piede, che merita lode assai. Venute dunche le istorie a mostra, non si satisfacendo Filippo e Donato se non di quella di Lorenzo, lo giudicorono pi a 'l proposito di quell'opera che non erano essi e gli altri che avevano fatto le altre storie. E cos a' Consoli con buone ragioni persuasero che a Lorenzo l'opera allogassero, mostrando che il publico et il privato ne sarebbe servito meglio; e fu veramente questo una bont vera d'amici et una virt senza invidia, et un giudizio sano nel conoscere se stessi, onde pi lode meritorono che se l'opera avessino condotta a perfezzione. Felici spiriti che mentre giovavano l'uno a l'altro, godevano nel lodare le fatiche altrui. Quanto infelici sono ora i nostri che, mentre ch'e' nuocono, non sfogati, crepano di invidia nel mordere altrui? Fu da' Consoli pregato Filippo ch'e' dovessi far l'opera insieme con Lorenzo, la qual non volse fare, avendo animo di venire a un segno, di volere essere pi tosto primo in una sola arte, che pari o secondo in quell'opera. Per il che la storia, che aveva lavorata di bronzo, don a Cosimo de' Medici, la qual egli col tempo fece mettere nella sagrestia vecchia di Santo Lorenzo, nel dossal dello altare e quivi si truova al presente, e quella di Donato fu messa nell'Arte del Cambio. Fatta la allogagione a Lorenzo Ghiberti, furono insieme Filippo e Donato, e risolverono insieme partirsi di Fiorenza et a Roma star qualche anno, per attender Filippo alla architettura e Donato alla scultura. Il che fece Filippo, per voler esser superiore et a Lorenzo et a Donato, tanto quanto fanno l'architettura pi nobile de la scultura e de la pittura. E venduto un poderetto che egli aveva a Settignano, di Fiorenza partiti, a Roma si condussero, nella quale, vedendo la grandezza degli edifizii e la perfezzione de i corpi de' tempii, stava astratto che pareva fuor di s.
E cos dato ordine a misurare le cornici e levar le piante di quegli edifizii, egli e Donato continuamente seguitando, non perdonarono n a tempo n a spesa. N lasciarono dove eglino et in Roma e fuori in campagna, non vedessino e non misurassino tutto quello che potevano avere che fusse buono.
Era Filippo sciolto da le cure familiari e, datosi in preda agli studii, non si curava di suo mangiare o dormire, solo l'intento suo era l'architettura, che gi era spenta, dico gli ordini antichi buoni e non la todesca e barbara, quale molto si usava nel suo tempo. Et aveva in s duoi concetti grandissimi: l'uno era il tornare a luce la buona architettura, credendo egli, ritrovandola, non lasciare manco memoria di s che fatto si aveva Cimabue e Giotto; l'altro di trovar modo, se e' si potesse, a voltare la cupola di Santa Maria del Fiore di Fiorenza. Le dificult della quale avevano fatto si che, dopo la morte di Arnolfo Todesco, non ci era stato mai nessuno che li bastassi l'animo, senza grandissima spesa d'armadure di legname, potere volgere quella. Non confer per mai questa sua immaginazione a Donato n ad anima viva; n rest che in Roma tutte le difficult che sono nella Ritonda egli non considerasse, s come si poteva voltare. Tutte le volte nello antico aveva notato e disegnato, e sopra ci del continuo studiava. E se per avventura eglino avessino trovato sotterrati pezzi di capitelli, colonne, cornici e basamenti di edifizii, eglino mettevano opere e facevano cavare, per toccare il fondo. Per il che si era sparsa una voce per Roma, quando eglino passavano per le strade, che andavano vestiti a caso, gli chiamavano quelli del tesoro, credendo i popoli ch'e' fussino persone che attendessino alla geomanzia per ritrovare tesori. E di ci fu cagione che trovorono un giorno una brocca antica di terra, piena di medaglie. Venero manco a Filippo i denari, e si andava riparando con il legare gioie a orefici suoi amici che erano di prezzo; e cos si rimase solo in Roma, ch Donato a Fiorenza se ne torn, e con maggiore studio e fatica di prima, dietro alle rovine di quelle fabriche, di continuo si esercitava. N rest ch'e' non fusse disegnata da lui ogni sorte di fabbrica, tempii tondi e quadri, a otto facce, basiliche, acquidotti, bagni, archi, colisei, anfiteatri et ogni tempio di mattoni, da' quali cav le cignature et incatenature, e cos il girarli nelle volte, tolse tutte le collegazioni e di pietre e di impernature e di morse; et investigando a tutte le pietre grosse una buca nel mezzo per ciascuna in sotto squadra, trov esser quello ferro, che  da noi chiamato la ulivella, con che si tira su le pietre, et egli lo rinov e messelo in uso di poi. Fu adunque da lui messo da parte, ordine per ordine, dorico, ionico e corinto, e fu tale questo studio, che rimase il suo ingegno capacissimo di potere vedere nella immaginazione Roma come ella stava, quando non era rovinata. Fece l'aria di quella citt un poco di novit l'anno 1407 a Filippo, onde egli, consigliato da' suoi amici a mutar aria, se ne torn a Fiorenza. Nella quale, per l'absenzia sua, si era patito in molte muraglie, per le quali diede egli a la sua venuta molti disegni e molti consigli. Fu fatto il medesimo anno una ragunata d'architettori e di ingegneri del paese, sopra il modo del voltar la cupola, dagli operai di Santa Maria del Fiore e da i Consoli dell'Arte della Lana, intra quali intervenne Filippo e dette consiglio che era necessario cavare lo edifizio fuori del tetto e non fare secondo il disegno d'Arnolfo, ma fare un fregio di braccia quindici d'altezza et in mezzo a ogni faccia fare uno occhio grande, perch oltra che leverebbe il peso fuor de le spalle delle tribune, verrebbe la cupola a voltarsi pi facilmente. E cos se ne fece modelli e si messe in esecuzione.
Filippo, dopo alquanti mesi riavuto, essendo una mattina in su la piaza di Santa Maria del Fiore con Donato et altri artefici, si ragionava de le antichit nelle cose della scoltura, e raccontando Donato che quando e' tornava da Roma aveva fatto la strada da Orvieto per veder quella facciata del Duomo di marmo, tanto celebrata, lavorata di mano di diversi maestri, tenuta cosa notabile in que' tempi; e che nel passar poi da Cortona entr in pieve, e vedde un pilo antico bellissimo dove era una storia di marmo, cosa allora rara non essendosi disotterrati quella abbondanza che ha fatto ne' tempi nostri, e cos seguendo Donato il modo che aveva usato quel maestro a condurre quella opera, e la fine che vi era dentro, insieme con la perfezzione e bont del magistero, accese s Filippo di una ardente volont di vederlo, che cos come egli era, in mantello et in cappuccio, in zoccoli, senza dir dove andasse, si part da loro a piedi e si lasci portare a Cortona dalla volont et amore ch'e' portava all'arte. E veduto e piaciutoli il pilo, lo ritrasse con la penna in disegno, e con quello torn a Fiorenza, senza che Donato o altra persona si accorgesse che e' fussi partito, pensando che e' dovessi disegnare o fantasticare qualcosa.
Cos tornato in Fiorenza li mostr il disegno del pilo, da lui con pazienza ritratto, per il che Donato si maravigli assai, vedendo quanto amore Filippo portava all'arte. Stette molti mesi in Fiorenza, dove egli faceva segretamente modelli et ingegni, tutti per l'opera della cupola, stando tuttavia con gli artefici in su le baie, che allora fece egli quella burla del Grasso e di Matteo, et andando bene spesso per suo diporto ad aiutare a Lorenzo Ghiberti a rinettar qualcosa in su le porte. Ma toccoli una mattina la fantasia, sentendo che si ragionava del far provisione di ingegneri che voltassino la cupola, si ritorn a Roma, pensando con pi riputazione avere a esser ricerco di fuora che non arebbe fatto in Fiorenza se lo avessino richiesto.
Laonde, trovandosi in Roma e venuto in considerazione l'opera e l'ingegno suo acutissimo, per aver mostro ne' ragionamenti suoi quella sicurt e quello animo che non avevan trovato ne gli altri maestri, i quali stavono smarriti insieme coi muratori, perdute le forze e non pensando poter mai trovar modo da voltarla, n legni da fare una travata che fusse s forte che reggessi l'armadura et il peso di s grande edifizio, deliberati vederne il fine, scrissono a Filippo a Roma, con pregarlo ch'e' venisse a Fiorenza. Et egli, che non aveva altra voglia, molto cortesemente torn. E ragunatosi a sua venuta lo ufizio delli operai di Santa Maria del Fiore et i Consoli dell'Arte della Lana, dissono a Filippo tutte le difficult, da la maggiore a la minore, che facevano i maestri, i quali erano in sua presenzia nella udienza insieme con loro, per il che Filippo disse queste parole: Signori operai, e' non  dubbio che le cose grandi abbino in s delle dubitazioni nel dar lor fine; et ancor che io conosca questa opera esser faticosa e difficile a condursi, atteso che maggior difficult ci conosco io, che non fanno i muratori n le S<ignorie> V<ostre> insieme, e questi eccellenti ingegneri et architetti, et ancora che mai n essi, n io, n forse gli antichi voltassero una volta s terribile quanto questa, ho pur pensato molte volte alle armadure di fuori e di dentro, e come si possi trovar modo che gli uomini con sicurt ci lavorino, conoscendo uno espresso pericolo di morte senza rimedio ne gli sbigottiti dalla altezza dello edifizio pi che dalla larghezza della volta; perch, se ella si potesse girar tonda, si potrebbe tenere il modo che tennero i Romani nel voltare il Panteon di Roma, ci  la Ritonda, ma qui bisogna seguitare l'otto facce et entrare in catene et in morse di pietre, che sar cosa molto difficile. Ma ricordandomi che questo  tempio sacrato a Dio, mi confido che, faccendosi in memoria sua, non mancher di infondere il sapere dove non sia et agiugnere le forze e la sapienza e l'ingegno a chi sar autore di tal cosa. Ma che posso io in questo caso giovarvi, non essendo mia l'opera? Bene vi dico che se ella toccasse a me, risolutissimamente mi basterebbe l'animo di trovare il modo che ella si volterebbe, senza tante difficult. N ci ho pensato su ancor niente, e volete che io vi dica il modo? Ma quando pure le S<ignorie> V<ostre> delibereranno che ella si volti sarete forzati, non solo a fare esperimento di me che non penso bastare a consigliare s gran cosa, ma a spendere et ordinare che fra uno anno di tempo, a un d determinato, venghino in Fiorenza architettori, non solo Toscani et Italiani, ma Todeschi e Franzesi e d'ogni nazione, e proporre loro questo lavoro, ch'e' disputato e risoluto fra tanti maestri, si cominci e si dia a colui che pi dirittamente dar nel segno, o ar miglior modo e giudizio per fare tale opera. N vi saperrei dare io altro consiglio, n migliore ordine di questo.
Piacque a i Consoli et a gli operai l'ordine et il consiglio di Filippo, ma arebbono voluto che in questo mentre egli avessi fatto un modello, e che ci avesse pensato su. Et egli mostrava di non curarsene, anzi, preso licenzia da loro, disse esser sollecitato con lettere, et era necessario che egli tornassi a Roma. Avvedutosi dunque i Consoli che i prieghi loro e degli operai non erano bastanti a fermarlo, lo feciono pregare da molti amici suoi e, non si piegando, una mattina che fu add XXVI di maggio MCCCCXVII, gli fecero gli operai uno stanziamento di una mancia di danari, i quali si truovano a uscita a Filippo, ne' libri dell'opera, e tutto era per agevolarlo. Ma egli, saldo nel suo proposito, partitosi pure di Fiorenza, se ne torn a Roma, nella quale fece molte strette esamine, e sopra tal lavoro di continuo studi, ordinando e preparandosi per il fine di tale opera, pensando, come era certamente, che altro che egli non potesse condurre tale opera. Et il consiglio dato, del condurre nuovi architettori, non l'aveva Filippo messo inanzi per altro, se non perch eglino fussino testimoni del grandissimo ingegno suo, pi che perch e' pensasse che eglino avessino ad aver ordine di voltar quella tribuna e di pigliare tal carico che era troppo difficile. E cos si consum molto tempo, inanzi che fussino venuti quegli architetti de' lor paesi, che eglino avevano di lontano fatti chiamare, con ordine dato a' mercanti fiorentini che dimoravano in Francia, nella Magna, in Inghilterra et in Ispagna; i quali avevano commissione di spendere ogni somma di danari, per mandare et ottenere da que' principi, i pi esperimentati e valenti ingegni che fussero in quelle regioni. Venne l'anno MCCCCXX, che furono ragunati in Fiorenza tutti questi maestri oltramontani, e cos quelli della Toscana e tutti gli ingegnosi artefici di disegno fiorentini, e cos Filippo torn da Roma.
Ragunaronsi dunque tutti nella opera di Santa Maria del Fiore, presenti i Consoli e gli operai, insieme con una scelta di cittadini i pi ingegnosi, che udissino sopra questo caso l'animo di ciascuno, e si dovessi risolvere il modo di voltare questa tribuna, cominciarono a chiamarli nella udienza et udirono a uno a uno l'animo che avevano, e l'ordine che ogni architetto sopra di ci aveva pensato. E fu cosa bella il sentir le strane e diverse opinioni sopra di tal materia, percioch chi diceva di far pilastri murati da 'l piano della terra, per volgervi su gli archi, e tenere le travate per reggere il peso; altri voltarla di spugne, acci fussi pi leggieri il peso: e molti si accordavano fare un pilastro in mezzo e condurla a padiglione, come quella di Santo Giovanni di Fiorenza. E ci fu uno chi propose empierla di terra e mescolare quattrini fra essa, acci che volta, dessino licenzia che chi voleva di quel terreno potessi andare per esso, e cos in un subito il popolo lo portassi via senza spesa. Solo Filippo disse che si poteva voltarla senza tanti legni e senza pilastri o terra, con assai minore spesa di tanti archi e facilissimamente senza armadura.
Parve a' Consoli, che stavano ad aspettare qualche bel modo, et agli operai et a tutti que' cittadini, che Filippo avessi detto una cosa da sciocchi, e se ne feciono beffe ridendosi di lui, e si volsono, e li dissono che ragionassi d'altro, che quello era un modo da pazzi, come era egli. Del che, parendo a Filippo di essere offeso, disse: Signori, considerate che non  possibile volgerla in altra maniera che in questa; et ancora che voi vi ridiate di me, conoscerete (se non volete essere ostinati) non doversi n potersi fare in altro modo. Et  necessario, chi la vorr condurre nel modo ch'io ho pensato, ella si giri col sesto di quarto acuto, e facciasi doppia, l'una volta di dentro e l'altra di fuori, in modo che fra l'una e l'altra si cammini. Et in su le cantonate de gli angoli delle otto facce con le morse di pietra, s'incateni la fabbrica per la grossezza, e similmente, con catene di legnami di quercia si giri per le facce di quella. Et  necessario pensare a' lumi, alle scale et a i condotti, dove l'acque nel piovere possino uscire. E nessuno di voi ha pensato che bisogna avvertire che si possa fare i ponti di dentro per fare i musaici et una infinit di cose difficili, ma io, che la veggo volta, conosco che non ci  altro modo n altra via da potere volgerla che questa ch'io ragiono. E riscaldato nel dire, tanto quanto e' cercava facilitare il concetto suo, ch eglino lo credessino, veniva proponendo pi dubbii, che gli faceva meno credere e tenerlo una bestia et una cicala.
Laonde, licenziatolo parecchi volte et alla fine non volendo partire, fu portato di peso da i donzelli loro fuori dell'audienza, tenendolo del tutto pazzo. Il quale scorno fu cagione che Filippo ebbe a dire poi che non ardiva passare per luogo alcuno della citt, temendo non fussi detto: Vedi col quel pazzo. Restati i Consoli nella audienza confusi, e da i modi de' primi maestri difficili, e da l'ultimo di Filippo, a loro sciocco, parendoli che e' confondessi quell'opera con due cose: l'una era il farla doppia, che sarebbe stato pur grandissimo e sconcio peso, l'altra il farla senza armadura. Da l'altra parte, Filippo, che tanti anni aveva speso nelli studii per avere questa opera, non sapeva che si fare e fu tentato partirsi di Fiorenza pi volte. Pure volendo vincere gli bisognava armarsi di pazienza, avendo egli tanto di vedere, ch'e' conosceva i cervelli di quella citt non stare molto fermi in uno proposito. E cominciato in disparte a favellare ora a questo consolo ora a quello operaio, e similmente a molti cittadini, mostrando parte del suo disegno, gli ridusse che si deliberarono a fare allogazione di questa opera o a lui o a uno di que' forestieri. Per la qual cosa, inanimiti i Consoli e gli operai e quei cittadini, si ragunarono tutti insieme, e gli architetti disputarono di questa materia; ma furon, con ragioni assai, tutti abbattuti e vinti da Filippo, dove si dice che nacque la disputa dell'uovo in questa forma: egli arebbono voluto che Filippo avesse detto l'animo minutamente, e mostro il suo modello, come avevano mostri essi modelli e disegni loro; il che non volse fare, ma propose questo a' maestri e forestieri e terrazzani, che chi fermasse in sur un marmo piano un uovo ritto, quello facesse la cupola, che quivi si vedrebbe lo ingegno loro. Fu tolto uno uovo, e da tutti que' maestri provato a farlo star ritto, nessuno sapeva il modo. Fu da loro detto a Filippo ch'e' lo fermasse, et egli con grazia lo prese e datoli un colpo del culo in sul piano del marmo, lo fece star ritto.
Romoreggiando gl'artefici che similmente arebbono fatto essi, rispose loro Filippo ridendo che egli averebbono ancora saputo voltare la cupola, vedendo il modello o il disegno. E cos fu risoluto che egli avessi carico di questa opera, e ne informasse meglio i Consoli e gli operai.
Andatosene dunque a casa, si messe a scrivere, et in sur un foglio scrisse l'animo suo pi apertamente che poteva per darlo al magistrato in questa forma. Considerato le difficult di questa fabbrica, magnifici signori operai, trovo ch'e' non si pu per nessun modo volgerla tonda perfetta, atteso che sarebbe tanto grande il piano di sopra, dove va la lanterna che mettendovi peso rovinerebbe presto.
E mi pare che quegli architetti che mancano del considerare pi che possono a la eternit della fabrica, non abbino amore alle memorie, per quel che elle si fanno. E per risolvo girar di dentro questa volta a spicchi come stanno le facce e darle la misura et il sesto del quarto acuto: percioch questo  un sesto che girato sempre pigne a lo in su, e caricatolo con la lanterna, l'uno con l'altro la far durabile. E vuole essere grossa, nella mossa da pi braccia 3 3/4, e vada piramidalmente strignendosi di fuora perfino dove ella si serra e dove ha a essere la lanterna. E la volta sia congiunta insieme alla grossezza di braccia 11/4, farassi da 'l lato di fuora un'altra volta, che da pi sia grossa braccia 2 1/2, per conservare quella di dentro da l'acqua, e piramidalmente diminuisca a proporzione, che si congiunga al principio della lanterna, come l'altra, tanto che sia in cima la sua grossezza duoi terzi. Sia per ogni angolo uno sprone che sono otto in tutto; et in ogni faccia due nel mezzo di quella, che vengono a essere sedici; e da la parte di dentro e di fuori nel mezzo di detti angoli, in ciascheduna faccia, siano due sproni, ciascuno grosso da pi braccia 4. E lunghe vadino insieme le dette due volte, piramidalmente murate, insino a la sommit dell'occhio chiuso dalla lanterna, per equale proporzione.
Facciasi 24 sproni con le dette volte murati intorno, e sei archi di macigni forti e lunghi, bene sprangati di ferri, i quali sieno stagnati, e sopra detti macigni, catene di ferro, che cinghino la detta volta con loro sproni. Assi a murare di sodo, senza vano, nel principio a l'altezza di braccia et un quarto, e di poi seguitar gli sproni, e si dividino le volte. Il primo e secondo cerchio da pi, sia rinforzato per tutto, con macigni lunghi per il traverso, si che l'una volta e l'altra della cupola si posi in su detti macigni. Facciasi nella altezza d'ogni braccia IX delle dette volte, siano volticciuole tra l'uno sprone e l'altro, siano catene di legno di quercia grosse, che leghino i detti sproni che reggono la volta di dentro: e siano coperte poi dette catene di quercia, con piastre di ferro per l'amor delle salite. Gli sproni murati tutti di macigni e di pietra forte, e similmente le facce della cupola tutte di pietra forte, legate con gli sproni fino alla altezza di braccia 24, e da indi in su si muri di mattoni, o vero di spugna, secondo che si deliberer per chi l'ar a fare, pi leggieri che egli potr. Debbasi far di fuori un andito sopra gli occhi, che sia di sotto ballatoio, con parapetti straforati di altezza di braccia due, all'avenante di quelli delle tribunette di sotto; o veramente due anditi l'un sopra l'altro in sur una cornice bene ornata, e l'andito di sopra sia scoperto. L'acque della cupola terminino in su una ratta di marmo larga un terzo, e getti l'acqua dove di pietra forte murato sotto la ratta; facciasi otto coste di marmo a gli angoli nella superficie della cupola di fuori, grossi come si richiede a lei et alti un braccio sopra la cupola, scorniciato a tetto, largo braccia due che vi sia del colmo e della gronda da ogni parte; muovansi piramidali da la mossa loro, per infino a la fine. Murinsi le cupole nel modo di sopra, senza armadure, perfino a braccia XXX, e da indi in su in quel modo che sar consigliato, per que' maestri che l'aranno a murare; perch la pratica insegna quel che si ha a seguire.
Finito che ebbe Filippo di scrivere le sopraddette parti, and la mattina a 'l magistrato, e dato loro questo foglio, fu considerato da loro; et ancora che eglino non ne fussino capaci, vedendo la prontezza dell'animo di Filippo e che nessuno degli altri architetti non andava con miglior gambe, per mostrare egli una sicurt tanto manifesta nel suo dire, replicando di continuo il medesimo, che pareva certamente che egli ne avessi volte dieci non che nessuna, tiratisi da parte i Consoli, consultorono di dargliene; ma che arebbono voluto vedere un poco di sperienza, come si poteva volger questa volta senza armadura, tutte l'altre cose aprovavono.
Avvenne che Bartolomeo Barbadori voleva far fare una cappella in Santa Filicita, e gi ne aveva parlato con Filippo, et egli vi messe mano e la fece voltar senza armadura; che  quella cappella nello entrare in chiesa a man ritta, dove  la pila dell'acqua santa, pur di sua mano; e similmente in que' d ne fece voltare un'altra in Santo Iacopo sopr'Arno per Stiatta Ridolfi, allato alla cappella dello altar maggiore. Le quali furon cagione che gli fu dato pi credito che alle parole. E cos, assicurati i Consoli e gli operai per lo scritto e per l'opera che avevano veduta, gli allogorono la cupola, facendolo capo maestro principale per partito di fave. Ma non gliene obligarono se non braccia dodici d'altezza, dicendoli che volevono vedere come riusciva l'opera; che riuscendo come egli diceva loro, non mancherebbono fargli allogagione del resto. Parve cosa strana a Filippo il vedere tanta durezza e diffidenza ne' Consoli et operai; e se non fusse stato ch'e' sapeva che egli era solo per condurla, non ci arebbe messo mano; pur, come sitibondo di conseguire quella gloria, la prese e di condurla a fine perfettamente si oblig. Fu fatto copiare il suo foglio in su un libro dove il proveditore teneva i debitori et i creditori de' legnami e de' marmi, con l'obligo suddetto; facendosi la provisione medesima per partito di quelle paghe che avevano fino allora date agli altri capo maestri. Saputasi la allogazione fatta a Filippo per gli artefici e per i cittadini, a chi pareva bene et a chi male, come sempre fu il parere del popolo e de gli spensierati, ma la maggiore parte era delli invidiosi.
Mentre che si faceva le provisioni per cominciare a murare, si dest su una setta fra artigiani e cittadini, e fatto testa a i Consoli et agli operai, dissono che si era corsa la cosa, che un lavoro simile a questo non doveva esser fatto per consiglio di un solo, e che se eglino fussin privi d'uomini eccellenti, come eglino ne avevono abbondanza, saria da perdonare loro; ma che non passava con onore della citt, venendo qualche disgrazia, come suole avvenire nella fabbrica, e' si potessi et avessi a dare la colpa a un solo con vergogna e con danno grande; e che per mitigare il furore di Filippo era bene giugnerli un compagno.
Era Lorenzo Ghiberti venuto in molto credito, per aver gi fatto esperienza del suo ingegno nelle porte di Santo Giovanni, e che e' fusse amato da certi che molto potevano nel governo, si dimostr assai chiaramente perch, nel vedere tanto crescere la gloria di Filippo, sotto spezie di amore e di affezzione verso quella fabbrica, operarono di maniera appresso de' Consoli e degli operai, ch'e' fu unito compagno di Filippo in questa opera. In quanta disperazione et amaritudine si trovassi Filippo, sentendo quel che avevono fatto gli operai, si conosce da questo ch'e' fu per fuggirsi da Fiorenza; e se non fussi stato Donato e Luca della Robbia che lo confortavano, era per uscir fuor di s.
Veramente impia e crudel rabbia  quella di coloro che, accecati da la invidia, pongono a pericolo gli onori e le belle opere, per la gara della ambizione. Da loro certo non rest che Filippo spezzasse i modelli, abruciasse i disegni et in men di mezza ora precipitasse tutta quella fatica che aveva condotta in tanti anni. Gli operai, scusatisi prima con Filippo, lo confortarono a andare inanzi, che lo inventore et autore di tal fabrica era egli, e non altri; ma tuttavolta fecero a Lorenzo il medesimo salario che a Filippo. Fu seguitato l'opera con poca voglia di lui, conoscendo avere a durare le fatiche ch'e' ci faceva, e poi avere a dividere l'onore e la fama a mezzo con Lorenzo. Pure messosi in animo che troverrebbe modo che non durerebbe troppo in questa opera, andava seguitando insieme con Lorenzo nel medesimo modo che stava lo scritto dato agli operai. Destossi in questo mentre nello animo di Filippo un pensiero di volere fare un modello, che ancora non se ne era fatto nessuno; e cos messo mano, lo fece lavorare a un Bartolomeo legnaiuolo, che stava dallo studio. Et in quello, come il proprio, misurato appunto in quella grandezza, fece tutte le cose difficili, come scale alluminate e scure e tutte le sorti de' lumi, porte e catene e speroni; e vi fece un pezzo d'ordine del ballatoio.
Avvenne che Lorenzo desiderava vederlo, Filippo gliene neg, e Lorenzo venutone in collora, diede ordine di fare un modello egli ancora, acci che e' paressi che il salario che egli tirava non fusse vano e che ci fusse per qualcosa. De' quali modelli, quel di Filippo fu pagato lire cinquanta e soldi quindici; trovandosi uno stanziamento al libro di Migliore di Tommaso add tre d'ottobre nel MCCCCXIX; et a uscita di Lorenzo Ghiberti lire CCC, per fatica e spesa fatta nel suo modello causato ci dalla amicizia e favore che egli aveva, pi che da utilit o bisogno che ne avesse la fabbrica.
Dur questo tormento in su gli occhi di Filippo perfino al MCCCCXXVI, chiamando coloro Lorenzo, parimente che Filippo, inventori; lo qual disturbo era tanto potente nello animo di Filippo, che egli viveva con grandissima passione. Fatto adunque varie e nuove immaginazioni, deliber al tutto di levarselo dattorno, conoscendo quanto e' valesse poco in quell'opera. Aveva Filippo fatto voltare gi intorno la cupola fra l'una volta e l'altra dodici braccia e quivi avevano a mettersi su le catene di pietra e di legno: le quali per essere cosa difficile, ne volle parlare con Lorenzo per tentare se egli avesse considerato questa difficult. E trovollo tanto digiuno circa lo avere pensato a tal cosa, che e' rispose che la rimetteva in lui come inventore. Piacque a Filippo la risposta di Lorenzo, parendoli che questa fusse la via di farlo allontanare dall'opera e da scoprire ch'e' non era di quella intelligenzia che lo tenevano gli amici suoi et il favore che lo aveva messo in quel luogo. Gi erano fermi tutti i muratori de l'opera, aspettando di dovere cominciare sopra le dodici braccia e far le volte et incatenarle, e gi cominciando a strignere la cupola da sommo, erano forzati fare i ponti, acci che i manovali e muratori potessino lavorare senza pericolo, atteso che l'altezza era tale che guardando allo ingi faceva paura e sbigottimento a ogni sicuro animo. Stavasi da i muratori e dagli altri maestri ad aspettare il modo della catena e de' ponti: n resolvendosi niente per Lorenzo n per Filippo, nacque una mormorazione fra i muratori e gli altri maestri, non vedendo sollecitare come prima; et essi, che povere persone erano, vivevano sopra le lor braccia, e dubitando che n a l'uno n all'altro bastassi l'animo di andar pi su con quella opera, il meglio ch'e' sapevano e potevano, andavano trattenendosi per la fabrica, ristoppando e ripulendo tutto quel che era murato fino allora. Una mattina infra le altre, Filippo non capit al lavoro, e fasciatosi il capo entr nel letto, e continovamente gridando si fece scaldare taglieri e panni con una sollecitudine grande, fingendo avere mal di fianco.
Inteso questo, i maestri che stavano aspettando l'ordine di quel che avevono a lavorare, dimandarono Lorenzo quel che avevono a seguire: rispose che l'ordine era di Filippo e che bisognava aspettare lui. Fu chi gli disse: Oh non sai tu l'animo suo? S  disse Lorenzo  ma non farei niente senza esso. E questo lo disse in escusazion sua, che non avendo visto il modello di Filippo e non gli avendo mai dimandato che ordine e' volessi tenere, per non parere ignorante, stava sopra di s nel parlare di questa cosa e rispondeva, tutte parole dubbie, massime che egli sapeva essere in questa opera contra la volont di Filippo. Al quale durato gi pi di dua giorni il male, et andato a vederlo il proveditore dell'opera et assai capomaestri muratori, di continuo li domandavano ch'e' dicessi quello che avevono a fare. Et egli: Voi avete Lorenzo, faccia un poco egli. N altro si poteva cavare. Laonde, sentendosi questo, nacque parlamenti e giudizi di biasimo grandi sopra questa opera; chi diceva che Filippo si era messo nel letto per il dolore che non gli bastava l'animo di voltarla; e ch'e' si pentiva d'essere entrato in ballo. Et i suoi amici lo difendevano, dicendo esser, se pure era il dispiacere, la villania dello averli messo Lorenzo per compagno; ma che il suo era mal di fianco, causato dal molto faticarsi per l'opera.
Cos dunque romoreggiandosi, era fermo il lavoro, e quasi tutte le opere de' muratori e scarpellini si stavano; e mormorando contro a Lorenzo dicevano: Basta ch'e' gli  buono a tirare il salario, ma a dare ordine che si lavori, no. O se Filippo non ci fussi, o se egli avessi mal lungo, come farebbe egli? Che colpa  la sua, se egli sta male? Gli operai, vistosi in vergogna per questa pratica, deliberorono d'andare a trovar Filippo; et arrivati, confortatolo prima del male, gli dicono in quanto disordine si trovava la fabbrica et in quanto travaglio gli avessi messo il mal suo. Per il che Filippo con parole appassionate, e dalla finzione del male e dallo amore dell'opera: Oh non ci  egli  disse  Lorenzo? Che non fa egli? Io mi maraviglio pur di voi. Allora gli risposono gli operai: E' non vuol far niente senza te. Rispose loro Filippo: Lo farei ben io senza lui. La qual risposta argutissima e doppia bast loro; e partiti, conobbono che egli aveva male di voler far solo. Mandarono dunque amici suoi a cavarlo de 'l letto, con intenzione di levar Lorenzo dell'opera; e cos venuto Filippo in su la fabbrica, vedendo lo sforzo del favore in Lorenzo, e che egli arebbe il salario senza far fatica alcuna, pens a un altro modo per scornarlo e per publicarlo interamente per poco intendente in quel mestiero; e fece questo ragionamento a gli operai, presente Lorenzo: Signori operai, il tempo che ci  prestato di vivere, se egli stessi a posta nostra come il poter morire, non  dubbio alcuno che molte cose che si cominciano, resterebbono finite, dove elleno rimangono imperfette; e visto che il mio accidente, del male che ho passato, poteva tormi la vita e fermare questa opera, acci che se mai pi io ammalassi o Lorenzo, che Dio da questo lo guardi, possa l'uno o l'altro seguitare la sua parte, ho pensato che cos come le Segnorie Vostre ci hanno diviso il salario, ci dividino ancora l'opera, acci che spronati dal mostrare ognuno quel che sa, possa sicuramente acquistare e fama et utile appresso a questa republica, et ancora conseguire per il mondo nome et onore. Sono adunque due cose le difficili, che al presente si hanno a mettere in opera: l'una  i ponti, perch i muratori possino murare, che hanno a servire dentro e di fuori della fabrica, dove  necessario tener su uomini, pietre e calcina, e che vi si possa tener su la burbera da tirar pesi, e simili altri strumenti; e l'altra  la catena, che si ha a mettere sopra le dodici braccia, che venga legando le otto facce della cupola et incatenando la fabrica, che tutto il peso che di sopra si pone, stringa e serri, di maniera ch'e' non sforzi o allarghi il peso, anzi equalmente tutto lo edifizio resti sopra di s. Pigli Lorenzo adunque una di queste parte, quale egli pi facilmente creda esequire, che io l'altra senza dificult mi prover di conducere, acci non si perda pi tempo. Fu forzato Lorenzo non ricusare per l'onor suo uno di questi lavori, et ancora che mal volentieri lo facesse, si risolv a pigliar la catena, come cosa pi facile, fidandosi ne' consigli de' muratori et in ricordarsi che nella volta di Santo Giovanni di Fiorenza era una catena di pietra che si poteva da quella trarre parte, se non tutto l'ordine. E cos l'uno messo mano a' ponti, l'altro alla catena, l'uno e l'altro fin. Erano i ponti fatti da Filippo con tanto ingegno et industria, che fu tenuto veramente in questo il contrario di quello che per lo a dietro molti si erano immaginati, ch cos sicuramente lavoravano i maestri e tiravono pesi e vi stavano sicuri, come se nella piana terra fussino; e ne rimase i modelli di detti ponti nell'opera. Fece Lorenzo, in una dell'otto facce, la catena con grandissima difficult; e finita fu dagli operai fatta vedere a Filippo, il quale non disse loro niente, ma con certi amici suoi ne ragion, dicendo che bisognava altra legatura che quella, e metterla per altro verso che non avevano fatto, e che al peso che vi andava sopra non era suffiziente, perch non strigneva tanto che fussi a bastanza, e che la provisione che si dava a Lorenzo era, insieme con la catena che egli aveva fatta murare, gittata via. Fu inteso l'umore di Filippo e li fu commesso che e' mostrassi come si arebbe a fare che tal catena adoperassi.
Era gi da lui fatto disegni e modelli, i quali subito dimostr che, veduti dagli operai e da gli altri maestri, conobbono in che errore erano cascati per favorire Lorenzo; e volendo mortificare questo errore, e mostrare che conoscevano il buono, feciono Filippo governatore e capo a vita di tutta la fabbrica, e che non si facessi di cosa alcuna in quella opera se non il voler suo; e per mostrare di riconoscerlo li donorono cento fiorini, stanziati per i Consoli et operai sotto d 13 d'agosto 1423, per mano di Lorenzo Pauli notaio dell'opera, a uscita di Gherardo di M<esser> Filippo Corsini, e li feciono provisione per partito, di fiorini cento l'anno per sua provisione a vita.
Cos, dato ordine a far camminare la fabbrica, la seguitava con tanta obedienza e con tanta accuratezza, che non si sarebbe murata una pietra che non l'avessi voluta vedere. Da l'altra parte Lorenzo, trovandosi vinto e quasi svergognato, fu da' suoi amici favorito et aiutato talmente che tir il salario, ch'e' non poteva essere casso, per infino a tre anni di poi. Faceva Filippo di continovo, per ogni minima cosa, disegni e modelli di castelli da murare, et edifizii da tirar pesi. N per questo restavano per alcune persone malotiche, amici di Lorenzo, per farlo disperare, tutto il d farli modelli contro, per concorrenzia; come ne fece uno Maestro Antonio da Verzelli et altri maestri favoriti e messi inanzi ora da questo cittadino et ora da quell'altro, mostrando la volubilit loro, il loro poco sapere et il manco intendere, avendo in mano le cose perfette, mettendo inanzi l'imperfette e le inutili. Erano gi le catene finite intorno intorno all'otto facce, e gi i muratori inanimiti lavoravano gagliardamente; ma sollecitati da Filippo pi che 'l solito, per alcuni rabbuffi avuti nel murare, e per le cose che accadevano giornalmente, se lo erono recato a noia.
E mossi da questo e da invidia, si strinseno insieme i capi faccendo setta, e dicendo che era faticoso lavoro e di pericolo, che non volevon volgerla senza gran pagamento, ancora che pi del solito loro fusse stato cresciuto, e cos si sarebbono vendicati con Filippo e fatto utile non piccolo a loro. Dispiacque a gli operai questa cosa et a Filippo similmente; e pensatovi su, prese partito un sabato sera di licenziarli tutti. I quali, vistosi licenziare, non sapevono che fine avessi avere questa cosa, ma il luned seguente messe in opera Filippo dieci Lombardi, e con lo star quivi presente, dicendo: Fa' qui cos e fa' qua, gli instru in un giorno tanto, ch'e' ci lavorarono molte settimane.
Dall'altra parte i muratori, veggendosi licenziati e tolto il lavoro e fattoli quello scorno, non avendo lavori tanto utili quanto quello, messono mezzani a Filippo, che ritornerebbono volentieri, raccomandandosi quanto e' potevano. Cos li tenne molti d in su la corda del non gli voler pigliare, poi gli rimesse con minor salario, che eglino non avevono in prima; e cos, dove pensarono avanzare, persono, e con il vendicarsi contro a Filippo, feciono danno e villania a loro.
Erano gi fermi i romori e venuto tuttavia considerando, nel vedere volgere tanto agevolmente quella fabbrica, l'ingegno di Filippo, e si teneva gi, per quelli che non avevano passione, lui aver mostrato quell'animo che forse nessuno architetto antico o moderno nell'opere loro avesse mostro, e questo nacque ch egli cav fuori il suo modello; e visto per ognuno le grandissime considerazioni che egli aveva immaginatosi, nelle scale, ne i lumi dentro e fuori, che non si potessi percuotere ne i bui per le paure e quanti diversi appoggiatoi di ferri, che per salire dove era la ertezza erano posti, con considerazione ordinati, oltra che egli aveva perfin pensato a i ferri, per fare i ponti di dentro, se mai si avesse a lavorarvi musaico o pitture; e avendo messo ne luoghi men pericolosi le distinzioni degli smaltitoi dell'acque, dove elleno andavano coperte e dove scoperte, seguitando con ordine, buche e diversi apertoi, acci che i venti si rompessino, et i vapori insieme con i tremuoti non potessino far nocumento, mostr quanto lo studio nel suo stare a Roma tanti anni gli avessi giovato.
Ch, considerando la quantit diversa che egli aveva fatto nelle avvignature, incastrature e commettiture e legazioni di pietre, faceva tremare e temere a pensare che un solo ingegno fusse capace di tanto, quanto era diventato quel di Filippo. Il quale di continuo crebbe talmente, che nessuna cosa che fussi umana quantunque difficile et aspra, egli non la rendesse facile e piana, mostrandolo nel tirare i pesi, per via di contrappesi e ruote che un sol bue tirava quanto arebbono appena tirato sei paia.
Erano gi cresciuti con la fabbrica tanto alto, che era uno sconcio grandissimo, salito che uno vi era, inanzi si venisse in terra; e molto tempo perdevano i maestri nello andare a desinare e bere, che per il caldo il giorno pativano. Fu adunque trovato da Filippo ordine che si aprissero osterie nella cupola con le cucine, e vi si vendesse il vino, e cos nessuno si partiva del lavoro se non la sera. Il che fu a loro commodit, et all'opera utilit grandissima. Era s cresciuto l'animo a Filippo, vedendo l'opera camminar forte, e riuscire con felicit, che di continuo si affaticava; et egli stesso andava alle fornaci dove si spianavano i mattoni, e voleva vedere la terra et impastarla, e cotti che erano, gli voleva scerre di sua mano con somma diligenzia. E delle pietre a gli scarpellini guardava se vi era peli dentro, se eran dure, e dava loro i modelli delle avvignature e commettiture di legname e di cera, e cos fatti di rape; e similmente faceva de' ferramenti a i fabbri. E trov il modo de' gangheri co 'l capo e degli arpioni, e facilit molto l'architettura, la quale certamente per lui si ridusse a quella perfezzione che forse ella non fu mai appresso a i Toscani.
Era l'anno MCCCCXXIII in tutta quella felicit et allegrezza che poteva essere, quando Filippo fu tratto per il quartiere di Santo Giovanni, per maggio e giugno, de' Signori; essendo tratto per il quartiere di Santa Croce gonfaloniere di giustizia Lapo Niccolini. Trovandosi registrato nel priorato Filippo di Ser Brunellesco Lippi, da Lippo suo avolo, sendosi scordato il casato de' Lapi, et onoratamente esercit quello ufizio e cos per la citt ebbe tutti gli altri magistrati, ne' quali con un giudizio gravissimo sempre si govern. Restava a Filippo vedendo gi cominciare a chiudere le due volte verso l'occhio dove aveva a cominciare la lanterna (se bene egli aveva fatto a Roma et in Fiorenza pi modelli di terra e di legno, dell'uno e dell'altro, che non s'erono veduti) a risolversi finalmente quale e' volesse mettere in opera. Per il che, deliberatosi a terminare il ballatoio, ne fece diversi disegni, che nella opera rimasono dopo la morte sua; i quali dalla trascurataggine di que' ministri sono oggi smarriti. Perch a' tempi nostri fu voluta finire e se ne fece un pezzo d'una dell'otto facce, e per disunire da quell'ordine, per consiglio di Michelagnolo Bonarruoti, fu dismesso e non seguitato. Fece di sua mano di legname un modello della lanterna, a otto facce, misurato alla proporzione della cupola, per ultimo suo disegno, che nel vero di invenzione e vario et ornato riusc molto; vi fece la scala da salire a la palla, che era cosa divina, ma aveva turato Filippo, con un poco di legno commesso, di sotto dove s'entra, ch nessuno, se non egli, non sapeva la salita. Et ancora che e' fusse lodato et avesse gi abbattuto la invidia e l'arroganzia di molti, non pot per tenere, nella veduta di questo modello, che tutti i maestri che erano in Fiorenza non s mettessero a farne in diversi modi; e fino a una donna di casa Gaddi ard concorrere in giudicio con quello che aveva fatto Filippo. Egli nientedimeno tuttavia si rideva della altrui prosunzione, e fu sgridato da molti amici suoi che e' non dovesse mostrare il modello suo a nessuno artefice, acci che eglino da quello non imparassero. Et esso rispondeva loro che non era se non un solo il vero modello, e gli altri erano vani. Alcuni altri maestri avevano nel loro modello posto de le parti di quel di Filippo, a i quali, nel vederlo, Filippo diceva: A questo altro modello che costui far, far il mio propio.
Era da tutti infinitamente lodato, ma solo non ci vedendo la salita per ire a la palla, apponevano ch'e' fusse difetto.
Conclusero gli operai di fargli allogazione di detta opera con patto che mostrando loro la salita, l'opera fusse sua; per il che Filippo, levato nel modello quel poco di legno che era da basso, mostr in uno pilastro la salita che al presente si vede in forma di una cerbotana vota; e da una banda un canale, con staffe di bronzo, dove l'un piede e poi l'altro montando, s'ascende in alto. E perch non ebbe tempo di vita, per la vecchiezza, di potere tal lanterna veder finita, lasci per testamento che tal come stava il modello murata fusse, e come aveva posto in iscritto; altrimenti protestava che la fabbrica ruinerebbe sendo volta in quarto acuto, che aveva bisogno che il peso la caricasse, per farla pi forte. Il quale edifizio non pot egli innanzi la morte sua vedere finito, ma s bene tiratone su parechi braccia.
Fece bene lavorare e condurre quasi tutti i marmi che vi andavano, de' quali, nel vederli condotti, i popoli stupivano che e' fussi possibile che egli volessi che tanto peso andassi sopra quella volta. Et eraci opinione di molti ingegnosi che ella non fussi per reggere, e pareva loro una gran ventura che egli l'avessi condotta in fin quivi, e che egli era un tentare Dio a caricarla s forte. Filippo sempre se ne rise, e preparate tutte le machine e tutti gli ordigni che avevano a servire a murarla, non perse mai tempo con la mente, di antivedere, preparare e provvedere et a tutte le minuterie, infino che non si scantonassino i marmi lavorati, nel tirarli su; tanto che e' si mur tutti gli archi de' tabernacoli coi castelli di legname, e del resto, come si disse, v'erano scritture e modelli. La quale opera quanto sia la sua bellezza, ella medesima ne fa fede, per essere d'altezza da 'l piano di terra a quello della lanterna, braccia 204 e tutto il tempio della lanterna braccia 36, la palla di rame braccia 4 1/2. E si pu dir certo che gli antichi non andorono mai tanto alto con le lor fabbriche, n si messono a un risico tanto grande che eglino volessino combattere co 'l cielo; come par veramente che ella combatta: veggendosi ella estollere in tanta altezza, che i monti intorno a Fiorenza paiono simili a lei. E, nel vero, pare che il cielo ne abbia invidia, che di continuo le saette tutto il giorno la percuotono, parendoli che la fama sua abbia quasi vinto l'altezza dell'aria.
Fece Filippo, mentre che questa opera si lavorava, molte altre fabbriche le quali per ordine qui di sotto narreremo.
Fece di sua mano il modello del capitolo de' Pazzi in Santa Croce di Fiorenza, cosa varia e molto bella; e 'l modello della casa de' Busini per abitazione di due famiglie; e similmente il modello della casa e della loggia degli Innocenti, la volta della quale senza armadura fu condotta: modo che ancora oggi si osserva per ognuno. Dicesi che Filippo fu condotto a Milano per fare al duca Filippo Maria il modello d'una fortezza, e che a Francesco della Luna, amicissimo suo, lasci la cura di questa fabbrica degli Innocenti. Fece Francesco il ricignimento d'uno architrave che corre a basso, di sopra, il quale secondo l'architettura  falso; tornando Filippo e sgridatolo, perch tal cosa avesse fatto, rispose averlo cavato da 'l tempio di Santo Giovanni che  antico. Disse Filippo: Uno error solo  in tale edifizio, e tu l'hai messo in opera. Stette il modello di questo edifizio, di mano di Filippo, molti anni nell'arte di Port Santa Maria, tenutone molto conto per un restante della fabbrica che si aveva a finire: oggi  smarritosi. Fece il modello della badia de' canonici regolari di Fiesole, a Cosimo de' Medici, la quale  molto ornata architettura, commoda et allegra, e la chiesa sfogatissima e magnifica. Disegn similmente il palazzo di Santo Girolamo da Fiesole e 'l modello della fortezza di Vico Pisano; et a Pisa disegn la cittadella vecchia. E per lui fu fortificato il ponte a mare, et egli similmente diede il disegno alla cittadella nuova del chiudere il ponte con le due torri. Fece similmente il modello della fortezza del porto di Pesero. Ritornato a Milano, disegn molte cose per il duca, et ingegni per il Duomo di detta citt a' maestri di quella.
Era in questo tempo principiata la chiesa di Santo Lorenzo di Fiorenza per ordine de' popolani, i quali avevano il priore fatto capo maestro di quella fabbrica, che era tenuto intendente e persona che faceva professione di intendersi e si andava dilettando della architettura per passatempo. E gi avevano cominciata la fabbrica di pilastri di mattoni e non gran cosa. Era allora tenuto in riputazione Giovanni di Bicci de' Medici, et aveva promesso a i popolani et al priore di far fare a sue spese la sagrestia et una cappella; e come persona di ingegno, avendo visto tante belle imprese di Filippo, li diede desinare una mattina, e doppo molti ragionamenti, li dimand del principio di Santo Lorenzo e quel che gli pareva. Fu costretto Filippo da i preghi di Giovanni a dire il parere suo; e per dirli il vero lo biasim in molte cose, come ordinato da persona che aveva forse pi lettere che esperienza di fabbriche, e di quella sorte. Laonde Giovanni dimand Filippo s'e' si poteva far cosa migliore, e di pi bellezza; a cui Filippo disse: Senza dubbio, e mi maraviglio di voi, che sendo capo non diate bando a parecchi migliara di scudi, e facciate un corpo di chiesa con le parti convenienti et al luogo et a tanti nobili sepoltuarii di tal luogo, che vedendovi cominciare, seguiteranno le lor cappelle, con tutto quel che potranno; e massime che altro ricordo di noi non resta, salvo le muraglie che rendono testimonio di chi  stato autore, centinaia e migliaia d'anni. Inanimito Giovanni dalle parole di Filippo, deliber fare la sagrestia e la cappella maggiore, insieme con tutto il corpo della chiesa, n volsono concorrere altro che sette casati, appunto perch gli altri non avevano il modo. E furono questi: Rondinelli, Ginori, da la Stufa, Neroni, Ciai, Marignolli, Martelli e Marco di Luca; e queste cappelle si avevono a fare nella croce. La sagrestia fu la prima cosa a tirarsi inanzi e la chiesa poi di mano in mano. E per la lunghezza della chiesa, si venne a concedere poi di mano in mano le altre cappelle a i cittadini pur popolani, e di continuo erano a vedere i popoli, cos della citt come forestieri, tirar su le colonne e venir pietre che davono storpio e noia grande a i maestri che ci lavoravano. Non fu finita di coprire la sagrestia, che Giovanni de' Medici pass a l'altra vita, et in suo luogo rimase Cosimo suo figliuolo. Il quale avendo maggior animo che il padre, dilettandosi delle memorie, fu il primo principio che egli facessi murare, che lo rec in tanta delettazione, che egli, da quivi inanzi, sempre fino alla morte fece murare. Sollecitava Cosimo questa opera con pi caldezza, e mentre si imbastiva una cosa, faceva finire l'altra. Et avendo preso per spasso questa opera, ci stava quasi del continuo. E caus la sua sollecitudine, che Filippo forn la sagrestia, e Donato fece gli stucchi, e cos <a> quelle porticciuole l'ornamento di pietra e le porte di bronzo. Avevano Giovanni e quegli altri ordinato fare il coro nel mezzo, sotto la tribuna; Cosimo lo rimut col voler di Filippo, che fece tanto maggiore la cappella grande, che prima era ordinata una nicchia pi piccola, che e' vi si potette fare il coro come sta al presente finita, rimase a fare la tribuna del mezzo, et il resto della chiesa. La qual tribuna et il resto non si volt se non doppo la morte di Filippo. Questa chiesa  di lunghezza braccia 144, dove causorono molti errori, ma fra gli altri quello delle colonne messe nel piano, senza mettervi sotto un dado, che fussi tanto alto quanto era il piano delle base de' pilastri posati in su le scale; cosa, che al vedere il pilastro pi corto che la colonna, fa parere zoppa tutta quell'opera. E di tutto furono cagione i consigli di chi rimase dopo lui, che avevono invidia al suo nome, e che in vita gli avevano fatto i modelli contro, de' quali nientedimeno erano stati, con sonetti fatti da Filippo, svergognati; e dopo la morte, con questo se ne vendicorono non solo in questa opera, ma in tutte quelle che rimasono da lavorarsi per loro. Lasci il modello, e parte della calonaca de' preti di esso Santo Lorenzo finita, nella quale fece il chiostro lungo braccia 144.
Mentre che questa fabbrica si lavorava, Cosimo de' Medici voleva far fare il suo palazzo, e cos ne disse l'animo suo a Filippo; che posto ogni altra cura da canto, gli fece un bellissimo e gran modello per il palazzo suo, il quale situar voleva dirimpetto a Santo Lorenzo su la piazza intorno intorno isolato. Dove l'artificio di Filippo s'era talmente operato, che, parendo a Cosimo troppo suntuosa e gran fabbrica, pi per fuggire la invidia che la spesa, lasci di metterla in opera. Mentre che il modello lavorava, soleva dire Filippo che ringraziava la sorte di tale occasione, avendo a fare una casa, di che aveva auto desiderio molti anni, et essersi abbattuto a uno che la voleva e poteva fare. Ma intendendo poi la resoluzione di Cosmo, che non voleva tal cosa metter in opera, con sdegno in mille pezzi il disegno ruppe. Ma bene si pent Cosimo di non avere seguito il disegno di Filippo, poi che egli ebbe fatto quell'altro. Dicesi che Cosimo soleva dire non aver mai parlato ad uomo di maggiore intelligenzia e d'animo che a Filippo.
Fece ancora il modello per un tempio bizzarissimo vicino alla chiesa delli Agnoli, non finito altrimenti, ma condotto fino a mezzo, d'una fabbrica in otto facce; le carte della pianta e del finimento del quale sono appresso a' detti frati. Questo fu fatto cominciare da M<esser> Matteo Scolari e da altri grandi di quella casa, per lasciarlo in memoria delle virt e de' fatti di Filippo Spano degli Scolari, vittoriosissimo contra a' Turchi. Ordin a M<esser> Luca Pitti fuor della porta a Santo Niccol di Fiorenza, a un luogo chiamato Ruciano, un palazzo; e nella citt il principio d'uno altissimo e gran palazzo, condotto al finestrato secondo, tanto egregio, che di opera toscana non si  visto il pi raro e 'l pi magnifico. Sono le porte di questo doppie, la luce braccia XVI e larghezza VIII, le prime e seconde finestre alla altezza e larghezza delle porte medesime. Vi sono le volte doppie, cosa et artificiosa e di ingegno; n pu immaginarsi in bont meglio in architettura per magnificenza.
Dicesi che gli ingegni del Paradiso di Santo Felice in piazza, in detta citt, furono trovati da lui per fare una rappresentazione; cosa industriosa a vedere muovere un cielo pieno di figure vive, e i contrappesi di ferri girare e muovere e con lumi coperti e da scoprirsi s'accendono: cose che diedero a Filippo grandissima lode. Era talmente la fama di Filippo cresciuta, che era mandato di lontano da chi aveva a far fabbriche per avere disegni e modelli di sua mano; e si adoperavano perci amicizie e mezzi grandissimi.
Et infra gli altri, desiderandolo il marchese di Mantova, ne scrisse a la Signoria di Firenze con grande instanzia; e cos da quella gli fu mandato, dove diede disegni d'argini in sul fiume del Po l'anno MCCCCXLVI. E da quel principe fu accarezzato e riconosciuto, lodando molto la virt sua, e dicendo che Fiorenza era tanto degna d'aver Filippo per cittadino et ingegnoso, quanto egli d'avere s bella e nobil citt per patria. Un'altra volta a Pisa il conte Francesco Sforza e Niccol da Pisa, restando vinti da lui nelle fortificazioni della guerra, in sua presenzia lo commendorono, dicendo che se ogni stato avesse un uomo simile a lui, ch'e' si poteva tenere sicuro senza arme. Onde egli rivolse le parole, e diede tutti gli onori all'arme per loro, et alla sua republica per loro e per lui. Diede molti altri disegni fuori per il dominio, massime per ripari da' nimici per la guerra de' Fiorentini coi Lucchesi; et in Fiorenza diede il disegno della casa de' Barbadori, allato alla torre de' Rossi in Borgo Santo Iacopo, che non si messe in opera; cos quello della casa de' Giuntini in su la piazza d'Ogni Santi in su Arno. Fu deliberato per i capitani di Parte Guelfa di Fiorenza di fare uno edifizio, nel qual fussi una sala et una audienzia; e percossi in Francesco della Luna, si diede ordine a cominciare tale edifizio, il quale i maestri avevano gi fino a 10 braccia alzato da terra; e facendovi dentro molti errori, Filippo lo prese, e ridusse a quella forma e magnificenzia che egli si vede al presente l'audienzia, l'andito e la sala. Nella qual muraglia ebbe a competere con Francesco detto Favorito da alcuni suoi amici, e nel vero di continuo fu forza che egli combattesse; e li faccevono guerra co' suoi disegni medesimi, tale che in fine disperatosi, si era ridotto a non mostrar niente. Ma faceva condurre le mura dell'opera, et un pezzo qui e l'altro col, lasciando morse, acci confondesse gl'ingegni e non li fussi dato pi briga.
Era una quaresima, in Santo Spirito di Fiorenza, stato predicato da maestro Francesco Zoppo, allora molto grato a quel popolo, dove egli raccomand molto il convento, lo studio de' giovani e particularmente la chiesa arsa in que' d; e per essere allora i capi di quel quartieri, Lorenzo Ridolfi, Bartolomeo Corbinelli, Neri di Gino Capponi e Goro di Stagio Dati, et altri infiniti cittadini, ottennero da la Signoria di ordinar tal fabbrica, e ne feciono provveditore Stoldo Frescobardi. Il quale per lo interesso che egli aveva nella chiesa vecchia, che la cappella e l'altare maggiore era di casa loro, vi dur grandissima fatica. E da principio, inanzi che si fussino riscossi i danari, secondo che erano tassati i sepultuarii e chi ci aveva cappelle, egli di suo spese molte migliaia di scudi, de' quali fu rimborsato. Fatto dunque consiglio sopra di ci, fu mandato per Filippo, il quale facesse un modello con tutte quelle belle, utili et onorevoli parte che si potessi a un tempio cristiano; et egli si sforz assai con le persuasioni e co' prieghi che la pianta di quello edifizio si rivoltasse capo piedi, perch e' desiderava sommamente che la piazza di questo tempio arrivasse lungo Arno, acci che tutti quelli che di Genova e de la Rivera, cos de la Lunigiana, de 'l Pisano e del Lucchese passassero di cost, vedessino la magnificenza di quella fabbrica. Ma certi che avevono interesso per le case loro, vollono che ella si voltasse dalla banda di l. E cos fece modello della abitazione de' frati, che insieme con quello della chiesa fu tenuto cosa mirabile. Ordinolla di lunghezza di braccia 161, n si pu far opera per ordine di colonne, n pi ricca, n pi vaga, n pi ariosa di quella e nel vero se non fusse stato dalla maladizione di coloro, che sempre per parere d'intendere pi che gl'altri, nel finire le cose imperfette per le morti, continuo guastano i principii belli delle cose, sarebbe oggi il pi perfetto tempio de' Cristiani, cos come per tanto tempo egli  il pi vago e meglio spartito delli altri, purch e' fusse stato seguito, come certi principii delle porte di dentro e ricignimenti delle finestre di fuori, avendo accennato nel modello e parte nell'opera che quel che girava dentro, girasse medesimamente di fuori. Sonvi alcuni errori, che gli tacer, attribuiti a lui, i quali si crede che egli se l'avesse seguitato di fabbricare non gli arebbe comportati, poi che ogni sua cosa con tanto giudizio, discrezione, ingegno et arte aveva ridotta in perfezzione.
Questa opera lo rend medesimamente per uno ingegno veramente divino, che merit essere amato da chi il conobbe, et ammirato da coloro che considereranno le bellissime opere sue.
Fu facetissimo nel suo ragionamento e molto arguto nelle risposte, come fu quando egli volse mordere Lorenzo Ghiberti, che aveva compero un podere a Monte Morello, chiamato Lepriano, nel quale spendeva due volte pi che non ne cavava entrata, che venutoli a fastidio lo vend.
Domandato Filippo qual fussi la miglior cosa che facessi Lorenzo, pensando forse per la nimicizia egli dovessi tassarlo, rispose: Vendere Lepriano. Finalmente divenuto gi molto vecchio, ci  di anni LXIX, l'anno MCCCCXLVI, add XXVI d'aprile, a miglior vita n'and s nobilissimo spirito; il quale cos come affaticansi per lasciar tante memorie di s, merit in terra nome onorato, ragionevolmente credere si puote che su nel cielo abbia avuto luogo quieto.
Dolse infinitamente alla patria sua, che lo conobbe e lo stim molto pi morto, <che> non fece vivo; e fu sepellito con onoratissime esequie et onore in Santa Maria del Fiore, ancora che la sepoltura sua fusse in Santo Marco, sotto il pergamo verso la porta, dove  un'arme con due foglie di fico e certe onde verdi in campo d'oro per essere discesi i suoi de 'l Ferrarese, da Ficaruolo, castello in sul Po, che le foglie fanno il cognome del castello, e l'onde, del fiume. Piansero costui infiniti suoi amici artefici, e massime i pi poveri, quali di continuo benefic. E cos cristianamente vivendo, lasci al mondo odore della bont sua e delle egregie sue virt. Parmi che si gli possa attribuire che da gli antichi Greci e da' Romani in qua, non ci sia stato il pi raro n il pi eccellente di lui; e tanto pi merita lode, quanto n tempi suoi era la maniera todesca in venerazione per tutta Italia, e dagli artefici vecchi esercitata, come in infiniti edifici si vede: San Petronio di Bologna, Santa Maria del Fiore, in Fiorenza la chiesa di Santa Croce et Orto S. Michele e similmente il palazzo e la loggia de' Signori, la Certosa di Pavia, il Duomo di Siena e quello di Pisa, e molti altri edifici che non fa mestiero nominarli. Egli ritrov le cornici antiche, e l'ordine toscano, corinzio, dorico et ionico alle primiere forme restitu. Ebbe un discepolo da 'l Borgo a Buggiano, detto il Buggiano, il quale fece l'acquaio della sagrestia di Santa Reparata con certi fanciulli che gettano acqua, e fece di marmo la testa del suo maestro ritratta di naturale, che fu posta dopo la sua morte in Santa Maria del Fiore alla porta a man destra, entrando in chiesa; dove ancora  il sottoscritto epitaffio, messovi dal publico per onorarlo dopo la morte, cos come egli vivo aveva onorato la patria sua: D<EVS> S<ANCTUS> QUANTUM PHILIPPUS ARCHITECTUS ARTE DAEDALEA VALVERIT CUM HUIUS CELEBERRIMI TEMPLI MIRA TESTUDO TUM PLURES ALIAE DIVINO INGENIO AB EO ADINVENTAE MACHINAE DOCUMENTO ESSE POSSUNT. QUAPROPTER OB EXIMIAS SUI ANIMI DOTES SINGULARESQUE VIRTUTES EIVS B<ONAE> M<EMORIAE> CORPUS XV CALEND<AS> MAIAS ANNO MCCCCXLVI HAC HUMO SUPPOSITA GRATA PATRIA SEPELIRI IUSSIT.
Altri nientedimanco per onorarlo ancora maggiormente, gli hanno aggiunto questi altri due: PHILIPPO BRUNELLESCO ANTIQUAE ARCHITECTURAE INSTAURATORI S<ENATUS> P<OPULUS> Q<UE> F<LORENTINUS> CIVI SUO BENEMERENTI P<OSUERUNT>.
PIPPO 7 TAL SOPRA SASSO, SASSO 8 DI GIRO IN GIRO ETERNAMENTE IO STRVSSI: 9 CHE COSI` PASSO PASSO 10 ALTO GIRANDO A 'L CIEL MI RICONDUSSI.

 II,12.Donato Gli scultori che noi abbiamo chiamati vecchi, ma non antichi, sbigottiti dalle molte difficult della arte, conducevano le figure loro s mal composte di artifizio e di bellezza, che o di metallo o di marmo che elle si fussino, altro non erano per che tonde; s come avevano essi ancora tondi gli spiriti e gli ingegni stupidi e grossi. E nasceva tutto da questo che, ritraendosi, esprimevano se medesimi e se medesimi assomigliavano. E cos le povere cose loro erano in tutto prive de la perfezzione del disegno e della vivezza, essendo veramente al tutto impossibile che chi non ha una cosa la possa dare. Per la qual cosa, la natura giustamente sdegnata, per vedersi quasi beffare da le strane figure che costoro lasciavano al mondo, deliber far nascere chi, operando, riducesse ad ottima forma, con buona grazia e proporzione, i male arrivati bronzi et i poveri marmi da lei come da madre benigna, et amati e tenuti cari, s come cose dallei prodotte con lunga diligenzia e cura grandissima.
Laonde, per meglio adempiere la volont e la deliberazione sua, colm Donato nel nascere di maravigliose doti; et in persona quasi di se medesima lo mand qua gi tra' mortali, pieno di benignit, di giudizio e di amore. Per il che, degnando egli ciascuno che operasse, o con diletto fare altrui operare si ingegnasse, lasci sempre godere de le sue fatiche non solamente gli amici suoi, ma e chi non lo conosceva ancora. N regn tirannia alcuna nella virt che gli diede il cielo, riserrandosi a lavorare per le buche, acci che i modi della bella maniera sua non gli fussino veduti operare; anzi lavor egli sempre le cose sue apertissimamente, s che ognuno le pot vedere. Fu s grato, s piacevole e tanto onesto in ciascuna sua azzione, che se il secol d'oggi lo pregia e venera cos morto, molto maggiormente lo adorerebbe se e' fusse vivo. Atteso che, dove i moderni artefici sono oggi, per lo pi tutti pieni di invidia e di superbia, mescolata con una vana ambizione insolente, Donato era benigno, cortese, umile e senza alcuna riputazione; dove questi nuocono al prossimo, si sforzava egli giovargli sempre, lodando modestamente e con giudizioso respetto le cose de' suoi artefici. Felicissimi giorni e beati secoli che vi godeste tanta virt e tanta bont quando gli artefici buoni erano padri, amici, maestri e compagni a chi voleva imparare! Dicevano, ci  mostravano gli errori a chi operava, ma dolcemente, e quando si poteva ancora ripararvi: ma non vi essendo riparo alcuno, non publicavano, altrui vergogne. Usavano insieme da fratelli, con caritativa amorevolezza, e sempre nelle occorrenze loro si giovavano l'uno all'altro. Onde piacque al cielo, in questo secolo pieno di bont, mandar Donato a operare in terra, acci, trovando gli artefici buoni, trovasse ancora gli uomini volenterosi di farlo operare. Nacque Donato l'anno MXXXLXXXIII nella citt di Fiorenza, e da' suoi cittadini e da gli artefici suoi, Donatello per lo pi fu chiamato, et in molte opere ancora si sottoscrisse cos. Fu scultor raro e statuario maraviglioso, pratico ne gli stucchi e valente, e nella prospettiva e nella architettura similmente molto stimato. Ma nelle cose sue, di grazia, di bont e di disegno e di pratica divenne tale, che osservando le vestigia dell'antica maniera de gli eccellenti Greci e de' Romani, tanto simile in essa appar, che senza dubbio si ammira per uno de' maggiori ingegni che pi si accostasse alle vere difficult, di coloro che perfettamente l'hanno mostrate, s come appare in tutte lo opere sue. Onde veramente se gli d grado del primo, che mettesse in buono uso la invenzione delle storie, ne' bassi rilievi, i quali da lui furono talmente operati, che alla considerazione perfetta di facilit e di magisterio mostr sapergli con intelligenzia e con bellezza pi che ordinaria. Perch operando, nonch alcuno artefice allora lo vincesse, ma nell'et nostra ancora non  chi lo abbia paragonato. Fu allevato da fanciullezza in casa Ruberto Martelli, e per le buone qualit e per lo studio dalla virt sua, non solo merit d'essere amato da lui, ma ancora da tutto il parentado suo e da essi favorito. Lavor nella giovent sua molte cose delle quali, per le molte che ne fece, non si tenne molto gran conto. Ma quello che gran nome gli diede e che conoscer lo fece, fu una Nunziata di pietra di macigno, che in Santa Croce di Fiorenza fu posta allo altare et alla cappella de' Cavalcanti, nella quale opera fece uno ornamento di componimento alla grottesca, con basamento vario et attorto e finimento a quarto tondo, con sei putti che reggono alcuni festoni, i quali putti finse che per aver paura dell'altezza, tenendosi abbraciati l'un l'altro, s'assicurano. Ma molto pi ingegno et arte mostr ancora nella figura della Vergine, la quale, impaurita dello improviso apparire dello Angelo, muove timidamente ma con dolcezza la sua persona quasi a la fuga, e da l'altra parte con bellissima grazia et onest si rivolge a chi la saluta.
Di maniera che e' se le scorge nel viso quella umilt e gratitudine somma, che del non aspettato dono tanto pi si debbe a chi te lo dona, quanto pi il dono  maggiore.
Dimostr oltra questo Donato ne' panni della Madonna e dello Angelo, con lo essere bene rigirati e maestrevolmente piegati, cercare lo ignudo delle figure, come e' cercava di discoprire la bellezza degli antichi, stata nascosa gi cotanti anni. E mostr tanta facilit e magisterio in questa opera, che non manco fa stupire nel vedervi la brevit del fare, quanto fa pi il conoscere l'artificio e la dottrina dello averla saputa fare. Nella chiesa medesima sotto il tramezzo a lato alla storia di Taddeo Gaddi, fece un Crocifisso di legno, e lavorandolo con fatiche straordinarie, parendogli di avere fatto una opera lodatissima, chiam per il primo Filippo di Ser Brunellesco, che era domestico amico suo, che lo venisse a vedere. E di compagnia a casa inviatosi con esso, incominci per la via Donato a mostrare le difficult che hanno coloro i quali a fine conducono una opera degna di lode, e quanti son quegli che fuggono la via delle fatiche; e cos in casa entrati, e visto Filippo l'opera di Donato, pensando veder meglio, si tacque et alquanto sorrise. Vedendo questo, Donato lo scongiur per l'interesso dell'amicizia, che la opinione sua ne dicesse, perch, essendo soli, liberamente far lo poteva.
Laonde Filippo, liberalissimo essendo, non gliene fu avaro, dicendogli che gli pareva ch'egli avesse messo in croce un contadino e non il corpo di Cristo, il quale fu delicatissimo di membra e d'aspetto gentile ornato. Udendosi morder Donato pi a dentro che non pensava, et avendo creduto sentirne il contrario, gli rispose: Se cos facil fosse a fare come a giudicare, il mio Cristo ti parrebbe Cristo e non contadino, per piglia del legno e prova a fare ancor tu. Tacque Filippo senza pi far motto a Donato, et a casa tornatosi, ordin di fare un Cristo di legno alla misura di quello che aveva fatto Donato; e senza farlo sapere altrui, molti mesi dietro a esso consum, cercando avanzar Donato, acci il giudicio che dato gli aveva, perfetto et intero si rimanesse. Finito che l'ebbe, and Filippo per Donato, e mostrando che fosse a caso, seco lo invit a desinare come spesso erano usati di fare insieme. E nel passare per Mercato Vecchio, Filippo comper formaggio, uova e frutte, e con queste cose invi Donato a casa, dandogli la chiave dell'uscio; et in questo mezzo fatto sembiante fermarsi per il pane al fornaio, tanto indugi che Donato a casa fu giunto. Il quale arrivato a casa et aperta la porta et in terreno entrato, vide il Crocifisso di Filippo, a un buon lume posto di perfezzione e s maravigliosamente finito, che di stupore e di terror ripieno, ne rimase vinto talmente, che la tenerezza dell'arte e la bont di quella opera gli aperse le mani, con le quali strette teneva il grembiule pieno di quelli frutti et uova e formaggio, s che il tutto si vers in terra e si fracass. Sopragiuntolo Filippo et immobile trovandolo, consider che s come lo stupor dell'opera gli aveva aperto le mani, cos dovesse il core e l'animo il medesimo aver fatto. Onde ridendo gli disse: Che fai tu con mandare male e versar ci che desinare dobbiamo? Rispose Donato: Io per me ho la mia parte avuto stamane, perch attendi tu a raccor la tua; imperoch conosco e veramente confesso ch'a te  conceduto fare i Cristi et a me i contadini.
Nel tempio di San Giovanni di Fiorenza fece la sepoltura di Papa Giovanni Coscia, stato disfatto dal Concilio Constanziense; la quale gli fu fatta fare da Cosimo de' Medici, amicissimo del detto Coscia. Et in questa fece Donato di sua mano il morto di bronzo dorato e di marmo la Speranza e la Carit, e Michelozzo, creato suo, fece la Fede. Vedesi nel medesimo tempio e dirimpetto a questa opera, di mano di Donato, una Santa Maria Maddalena di legno in penitenzia, molto bella e molto ben fatta. Et in Mercato Vecchio, sopra una colonna di granito, una Dovizia di macigno forte, tutta isolata, dagli artefici lodata sommamente. Fece in giovent sua, nella facciata di Santa Maria del Fiore, un Daniello profeta di marmo, e di marmo medesimamente una statua di braccia quattro che siede, di un San Giovan Evangelista, molto lodata e con semplice vestito abbigliata. E vedesi in detto luogo sul cantone, per la faccia che rivolta per andare nella via del Cocomero, un vecchio fra due colonne, pi simile alla maniera antica ch'alcuna altra cosa che di suo si possa vedere, conoscendosi nella testa di quello i pensieri che arrecano gli anni afflitti dal tempo e dalla fatica. Fece nella chiesa di dentro l'ornamento sopra la sagrestia vecchia sopra l'organo, con le figure in bozze, le quali a guardarle di terra paiono veramente vivere e muoversi, talmente che di lui si pu dire che e' lavorasse tanto col giudicio quanto con le mani.
Nella sagrestia nuova ordin il disegno di que' fanciulli che tengono i festoni che girano intorno al fregio. E dicono ancora che il disegno delle figure per farsi di vetro nell'occhio sotto la cupola, dove  la Incoronazione di Nostra Donna, ha maggior forza in s che gli altri da diversi maestri disegnati. A San Michele in Orto in detta citt lavor di marmo alla Arte de' Beccai la statua di San Piero, figura savissima e mirabile; et all'Arte de' Linaiuoli il San Marco Evangelista, il quale avendo egli preso a fare insieme con Filippo Brunelleschi, Filippo lo lasci poi finire a lui. Et esso con tanto giudizio et amore lo lavor, ch'essendo in terra, e non piacendo a' Consoli di quella Arte, fu per non essere posto in opera. Per il che disse Donato che e' lo lasciassero mettere lass, ch voleva mostrare, lavorandovi attorno, che un'altra figura e non pi quella ritornerebbe. E cos fatto, la tur per XV giorni, e senza altrimenti toccarla, la scoperse riempiendo di maraviglia ognuno, e per cosa egregia fu lodata da tutti.
All'Arte de' Corazzai fece una figura di San Giorgio, armato vivissima e fierissima. Nella testa della quale si conosce la bellezza nella giovent, l'animo et il valore nelle armi, una vivacit fieramente terribile et un maraviglioso gesto di muoversi dentro a quel sasso. E certo nelle figure moderne non s' veduta ancora tanta vivacit, n tanto spirito in marmo, quanto la natura e l'arte oper con la mano di Donato in questo. E nel basamento che il tabernacolo di questo regge, lavor di marmo in basso rilievo, quando egli amazz il serpente, fra le quali cose  un cavallo molto stimato e molto lodato. Nel frontispizio fece di basso rilievo mezzo un Dio Padre, e dirimpetto alla chiesa di detto San Michele, in detto oratorio, lavor di marmo e con l'ordine antico detto corinzio, fuori d'ogni maniera todesca, il tabernacolo per l'arte della Mercatanzia, per collocare in esso due statue, le quali non volse fare perch non fu d'accordo del prezzo. Queste figure, dopo la morte sua, fece di bronzo Andrea del Verrocchio. Lavor di marmo, nella facciata dinanzi del campanile di Santa Maria del Fiore, quattro figure di braccia cinque, delle quali due, ritratte da 'l naturale, sono nel mezzo, l'una  Francesco Soderini giovane, e l'altra Giovanni di Barduccio Cherichini, oggi nominato il Zuccone. La quale per essere tenuta cosa rarissima e bella quanto nessuna che facesse mai, soleva Donato, quando voleva giurare, s che si gli credesse, di re: Alla f ch'io porto al mio Zuccone, e mentre che lo lavorava, guardandolo tuttavia gli diceva: Favella, favella, che ti venga il cacasangue! E da la parte di verso la canonica, sopra la porta del campanile, fece uno Abraam che vuole sacrificare Isaac, et un altro profeta; le quali figure furono poste in mezzo a due altre statue. Fuse per la Signoria di quella citt un getto di metallo, che fu locato in piazza in uno arco della loggia loro, et  Giudit che ad Oloferne taglia la testa, opera di grande eccellenzia e di magisterio, la quale, a chi considerer la semplicit del di fuori, nello abito e nello aspetto di Giudit, manifestamente scuopre nel di dentro l'animo grande di quella donna e lo aiuto di Dio, s come nella aria di esso Oloferne, il vino et il sonno e la morte nelle sue membra, che per avere perduti gli spiriti si dimostrano fredde e cascanti. Questa fu da Donato talmente condotta, che il getto con sottilit  venuto, e con pazienzia e con grandissimo amore; et appresso fu s rinetta, che maraviglia grandissima  a vederla.
Similmente il basamento di granito con semplice ordine si dimostra ripieno di grazia et a gli occhi grato in aspetto.
E s di questa opra si sent sodisfare, che pi che all'altre il nome suo gli parve di dovervi imprimere, scrivendovi: Donatelli opus. Trovasi di bronzo, nel cortile del palazzo di detti Signori, un David ignudo quanto il vivo, ch'a Golia ha troncato la testa, et alzando un piede, sopra esso lo posa, et ha nella destra una spada. Et  la figura in s tanto naturale nella vivacit e nella morbidezza, che impossibile pare a gli artefici che ella non sia formata sopra il vivo. Stava gi questa statua nel cortile di casa Medici, e per lo essilio di Cosimo in detto luogo fu portata. E` posto ancora nella sala dove  l'oriuolo di Lorenzo della Volpaia, da la mano sinistra, un David di marmo, che tiene fra le gambe la testa morta di Golia sotto i piedi, e con una fromba che ha in mano, quella ha percossa. In casa Medici, nel primo cortile, sono otto tondi di marmo, dove sono ritratti cammei antichi e rovesci di medaglie et alcune storie fatte da lui molto belle; i quali sono murati nel fregio, fra le finestre e l'architrave, sopra gli archi delle logge. Similmente la restaurazione d'un Marsia di marmo bianco antico, posto all'uscio del giardino; et una infinit di teste antiche poste sopra le porte, restaurate e da lui acconce con ornamenti d'ali e di diamanti, impresa di Cosimo, di stucchi benissimo lavorati. Fece di granito un bellissimo vaso che gettava acqua; et al giardino de' Pazzi in Fiorenza, un altro simile ne lavor che medesimamente getta acqua. Sono in detto luogo Madonne di marmi e di bronzi di basso rilievo, et altre storie di marmi, di figure bellissime e di schiacciato rilievo maravigliose. E fu tanto l'amore che Cosimo port alla virt di Donato, che di continuo lo faceva lavorar; et allo incontro ebbe tanto amore verso Cosimo Donato, ch'ad ogni minimo suo cenno indovinava tutto quel che voleva, e di continuo lo ubbidiva. Dicesi che un mercante genovese fece fare a Donato una testa di bronzo quanto il vivo, bellissima, e per portarla lontano sottilissima di metallo, e che per mezzo di Cosimo tale opra gli fu allogata. Finitala adunque, volendo il mercante sodisfarlo, gli parve che Donato troppo ne chiedesse, perch fu rimesso in Cosimo il mercato, e fatta portare in sul cortile di sopra ch' in detta casa e fu posata fra' merli che voltano su la strada, acci che meglio veder la potessino. Cosmo, volendo accomodare la differenza, trov il mercante molto lontano da la chiesta di Donato, perch, voltatosi, disse ch'era troppo poco. Laonde il mercante, parendogli troppo, diceva che in un mese o poco pi lavorata l'aveva Donato, e che gli toccava pi d'un mezzo fiorino per giorno. Si volse allora Donato con collera, parendogli d'essere offeso troppo, e disse al mercante che in un centesimo d'ora averebbe saputo guastare la fatica e 'l valore d'uno anno; e, dato d'urto alla testa, subito su la strada la fece ruinare, della quale se ne fer molti pezzi, dicendogli che ben mostrava d'essere uso a mercatar fagiuoli e non statue. Perch egli pentitosi, gli volle dare il doppio pi, perch la rifacesse, e Donato non volse per sue promesse, n per prieghi di Cosimo, rifarla gi mai.
Sono nelle case de' Martelli di molte storie di marmi e di bronzi, infra gli altri, un David di braccia tre, et infinite cose da lui, in fede della servit e dell'amore ch'a tal famiglia portava, donate liberalissimamente; e particularmente un San Giovanni tutto tondo di marmo, finito da lui, di tre braccia d'altezza, cosa rarissima oggi in casa gli eredi di Ruberto Martelli, da esso in presente ricevuto, del quale fu fatto un fideicommisso, che n impegnare n vendere n donare si potesse, senza gran pregiudicio per testimonio e fede delle carezze usate da loro a Donato, e da esso a loro, in riconoscimento de la virt sua, la quale per la protezzione e per il comodo avuto da loro aveva imparata. Fece ancora a Napoli una sepoltura di marmo per uno arcivescovo, da Fiorenza mandatavi per acqua, posta in Santo Angelo di Seggio di Nido, nella quale son tre figure tonde, che la cassa del morto con la testa reggono, e nel corpo della cassa una storia di basso rilievo s maravigliosa, che infinite lode se ne convengono. Lavor nel Castello di Prato il pergamo di marmo dove si mostra la cintola, nello spartimento del quale un ballo di fanciulli intagli s belli e s mirabili, che si pu dire che non meno mostrasse la perfezzione dell'arte in questo che e' si facesse nelle altre cose. Di pi fece, per reggimento di detta opera, due capitelli di bronzo, uno de i quali vi  ancora, e l'altro da gli Spagnuoli, che quella terra misero a sacco, fu portato via.
Avvenne che in quel tempo la Signoria di Vinegia, sentendo la fama sua, mand per lui acci che facesse la memoria di Gattamelata nella citt di Padova, che fu il cavallo di bronzo su la piazza di Santo Antonio, nel quale si dimostra lo sbuffamento et il fremito del cavallo et il grande animo e la fierezza vivacissimamente espressa dalla arte nella figura che lo cavalca. E dimostrossi Donato tanto mirabile nella grandezza del getto in proporzioni et in bont, che veramente si pu aguagliare a ogni antico artefice, in movenzia, in disegno, in arte, in proporzione et in diligenza. Perch non solo fece stupire allora que' che lo videro, ma ogni persona che al presente lo pu vedere. Per la qualcosa cercarono i Padovani con ogni via di farlo lor cittadino, e con ogni sorte di carezze fermarlo. E per intrattenerlo gli allogarono a la chiesa de' Frati Minori, nella predella dello altar maggiore, le istorie di Santo Antonio da Padova, le quali sono di basso rilievo e talmente con giudicio condotte, che gli uomini eccellenti di quella arte ne restano maravigliati e stupiti, considerando in esse i belli e variati componimenti, con tanta copia di stravaganti figure e prospettive diminuite. Similmente nel dossale dello altare fece bellissime le Marie che piangono il Cristo morto. Et in casa d'un de' conti Capo di Lista, lavor una ossatura d'un cavallo di legname che senza collo ancora oggi si vede; per lo quale le commettiture sono con tanto ordine fabbricate, che chi considera il modo di tale opera, giudica il capriccio del suo cervello e la grandezza dello animo di quello.
In un monastero di monache fece un San Sebastiano di legno, a' preghi d'un capellano loro amico e domestico suo, che era fiorentino; il quale gliene port uno che elle avevano vecchio e goffo, pregandolo che e' lo dovessi fare come quello. Per la qual cosa, sforzandosi Donato di imitarlo, per contentare il capellano e le monache, non pot far s che ancora che quello che goffo era imitato avesse, non facesse nel suo la bont e l'artificio usato. In compagnia di questo, molte altre figure di terra e di stucco fece; et in un cantone di un pezzo di marmo vecchio, che le monache in un loro orto avevano, ricav una molto bella Nostra Donna. E similmente per tutta quella citt sono opre di lui infinitissime. Onde essendo per miracolo quivi tenuto e da ogni intelligente lodato, si deliber di voler tornare a Fiorenza, dicendo che se pi stato vi fosse, tutto quello che sapeva dimenticato s'averebbe, essendovi tanto lodato da ognuno; e che volentieri nella sua patria tornava, per esser poi col di continuo biasmato; il quale biasmo gli dava cagione di studio, e consequentemente di gloria maggiore.
Per il che, di Padova partitosi, nel suo ritorno a Vinegia, per memoria della bont sua, lasci in dono alla nazione fiorentina, per la loro cappella ne' Frati Minori, un San Giovanbatista di legno, lavorato da lui con diligenzia e studio grandissimo.
Nella citt di Faenza lavor di legname un San Giovanni et un San Girolamo, non punto meno stimati che l'altre cose sue. Appresso, ritornatosene in Toscana, fece nella pieve di Monte Pulciano una sepoltura di marmo con una bellissima storia; et in Fiorenza, nella sagrestia di San Lorenzo, un lavamani di marmo, nel quale lavor parimente Andrea Verrocchio. Et in casa di Lorenzo della Stufa fece teste e figure molto pronte e vivaci. Partissi poi da Fiorenza, et a Roma si trasfer, cercando volere imitare le cose de gli antichi pi ch'e' poteva, e quelle studiando, lavor di pietra in quel tempo un tabernacolo del Sacramento che oggi d si truova in San Pietro. Ritornando a Fiorenza, e da Siena passando, tolse a fare una porta di bronzo per il batisteo di S. Giovanni, et avendo fatto il modello di legno e le forme di cera quasi tutte finite, et a buon termine con la cappa condottele per gittarle, vi capit Bernardetto di Mona Papera orafo fiorentino, amico e domestico suo, il quale tornava da Roma, et era persona molto intendente e di bonissimo ingegno in tale arte. Costui, poco amico de' Sanesi, vedendo preparata cos bella opera ad onore di quella citt, commosso da invidia e malignit, cominci con molte ragioni a persuadere a Donato che non solamente e' non dovesse finire tale opera, ma guastare ancora e spezzare tutto quello che egli aveva fatto. E non restando giorno n notte da questa empia persuasione, lo condusse pur finalmente, dopo una lunghissima resistenzia, a macchiare la chiarissima bont sua con questo errore. Avendoli dunque gi persuaso Bernardetto, che il guastare le sole fatiche sue non ancora messe in opera, non era uno ingiuriare i Sanesi, ma solamente se stesso, et in una cosa usitatissima, essendo lecito ad ogni artefice rimutare disegno e concetti, aspettarono un giorno di festa che i garzoni erano andati a spasso, e spezzarono tutte le forme con grandissimo dolore di Donato. E subitamente messasi la via fra i piedi, se ne fuggirono a Fiorenza. I garzoni tornati, trovando spezzato e fracassato ogni cosa, e non rivedendo Donato, sentendo che e' se ne era andato a Fiorenza, per ritrovarlo si misero in camino. Rest similmente nell'opera del Duomo di Siena un San Giovanni Battista di metallo, al quale lasci egli imperfetto il braccio destro dal gomito in su, dicendo che non avendolo sodisfatto de lo intero pagamento, non voleva finirlo se non gli davano il doppio pi di quello che aveva avuto. Di tutti questi disordini fu cagione la malignit di Bernardetto, che troppo gagliardamente oper nella semplicit di Donatello. Il quale troppo pi credendo allo amico che e' non doveva, tardi si accorse dello error suo.
Lavor nella tornata sua a Cosimo de' Medici in San Lorenzo la sagrestia, di stucco, ci  ne' peducci della volta quattro tondi coi campi di prospettiva, parte dipinti e parte di bassi rilievi di storie de gli Evangelisti. Et in detto luogo fece due porticelle di bronzo di basso rilievo bellissime, con gli Apostoli, co' martiri e co' confessori; e sopra quelle alcune nicchie piane, dentrovi nell'una un San Lorenzo et un Santo Stefano, e nell'altra San Cosimo e Damiano. Nella crociera della chiesa lavor di stucco quattro santi di braccia cinque l'uno, i quali praticamente sono lavorati. Ordin ancora i pergami di bronzo, dentrovi la Passion di Cristo; cosa che ha in s disegno, forza, invenzione et abbondanza di figure e casamenti, i quali non potendo egli pi per vecchiezza lavorare, fin Bertoldo suo creato et a ultima perfezzione li ridusse. A Santa Maria del Fiore fece due colossi di mattoni e di stucco, i quali son fuora della chiesa, posti in su i canti delle cappelle per ornamento. Sopra la porta di Santa Croce si vede ancor oggi, finito di suo, un San Lodovico di bronzo di cinque braccia, del quale, essendo incolpato che fosse goffo e forse la manco buona cosa che avesse fatto mai, rispose che a bello studio tale l'aveva fatto, essendo egli stato un goffo a lasciare il reame per farsi frate. Insomma Donato fu tale e tanto mirabile in ogni azzione, che e' si pu dire che in pratica, in giudicio et in sapere, sia stato de' primi a illustrare l'arte della scultura e del buon disegno ne' moderni; e tanto pi merita commendazione, quanto nel tempo suo le antichit non erano scoperte sopra la terra, da le colonne, i pili e gli archi trionfali in fuora. Et egli fu potissima cagione che a Cosimo de' Medici si destasse la volont dello introdurre a Fiorenza le antichit che sono et erano in casa Medici, e quelle tutte di sua mano acconci.
Era liberalissimo, amorevole e cortese, e per gli amici migliori che per se medesimo; n mai stim danari, tenendo quegli in una sporta con una fune al palco appicati, onde ogni suo lavorante et amico pigliava il suo bisogno, senza dirgli nulla. Pass la vecchiezza allegrissimamente, e venuto in decrepit, ebbe ad essere soccorso da Cosimo e da altri amici suoi, non potendo pi lavorare. Dicesi che venendo Cosimo a morte lo lasci raccomandato a Piero suo figliuolo, il quale, come diligentissimo esecutore della volont di suo padre, don un podere in Cafaggiuolo, di tanta rendita che e' ne poteva vivere comodamente. Di che fece Donato festa grandissima, parendoli essere con questo pi che sicuro di non avere a morir di fame. Ma non lo tenne per uno anno che, ritornato a Piero, glie lo rinunzi per contratto publico, affermando che non voleva perdere la sua quiete per pensare alla cura familiare et alla molestia del contadino, il quale ogni terzo d gli era intorno; quando perch il vento gli aveva scoperto la colombaia, quando perch gli erano tolte le bestie dal comune per le gravezze, e quando per la tempesta che gli aveva tolto il vino e le frutte. Delle quali cose era tanto sazio et infastidito, che e' voleva innanzi morire di fame che avere a pensare a tante cose.
Rise Piero de la semplicit di Donato, e per liberarlo di questo affanno, accettato il podere, che cos volle al tutto Donato, gli assegn in su 'l banco suo una provisione della medesima rendita, o pi, ma in danari contanti, che ogni settimana gli erano pagati per la rata che gli toccava; de 'l che egli sommamente si content. E servitore et amico della casa de' Medici, visse lieto e senza pensieri tutto il restante della sua vita, ancora che condottosi ad LXXXIII anni, si trovasse tanto parletico che e' non potesse pi lavorare in maniera alcuna, e si conducesse a starsi nel letto continovamente, in una povera casetta che aveva nella via del Cocomero, vicino alle monache di San Niccol. Dove, peggiorando di giorno in giorno e consumandosi a poco a poco, dicono alcuni che e' non si poteva per indurlo n con preghi, n con consigli, o admonizioni di chi teneva la cura del governarlo, a confessarsi e communicarsi ad usanza di buon cristiano. Non perch e' non fusse e buono e fedele, ma per quella somma straccurataggine che ebbe sempre in ogni sua cosa fuori che nella arte. La qual cosa intendendo Filippo di Ser Brunellesco amicissimo suo, venutolo a visitare, dopo alcuni ragionamenti gli disse: Donato, fratello carissimo, io veggo la tua vecchiezza averti condotto assai vicino a quel fine dove arriva ciascuno che nasce; per il che, dovendo noi pi che gli altri conoscere la bont di Dio, per lo ingegno che e' ci ha dato, e per lo onore che ci  stato fatto sopra gli altri uomini, voglio per ricordanza della tanta nostra amicizia un servizio da te avanti la morte, il quale non voglio io che tu mi nieghi in maniera alcuna. Donato che am sempre Filippo cordialmente e conosceva la sua virt, disse che e' chiedesse sicuramente, che non mancherebbe di satisfargli. Soggiunseli Filippo allora che, per salute sua e per isgannare infiniti che avevano opinione che tutti gli ingegni elevati e begli fussino eretici, e non credessino da 'l tetto in su, voleva che egli si confessasse e comunicasse; e che se pure non lo voleva fare per amor suo, lo facesse almeno per amor di chi rimaneva vivo nella arte; acci che e' non fusse rimproverato loro con lo esemplo di lui che e' non credessino in Cristo. Parve strana a Donato questa dimanda, ma non potendo mancare a Filippo, si confess e communic e ricev tutti i sagramenti con grandissima divozione. Cos dicono alcuni de la morte di Donatello, ancora che manifestamente si conosca il tutto essere finzione; s perch e' fu veramente fedele e buono, e s perch Filippo mor anni XX prima di lui, come nel publico epitaffio suo si vede in Santa Maria del Fiore. Laonde bisogna dire, o che questo advenisse in qualche infermit particulare e non nella morte, o pi tosto che tutto  falso et un mero trovato di chi ha voluto cardar gli artefici.
Morissi Donato il d XIII di dicembre MCCCCLXVI, e fu sotterrato nella chiesa di San Lorenzo vicino alla sepoltura di Cosimo, come egli stesso aveva ordinato, a cagione che cos gli fusse vicino il corpo gi morto, come vivo sempre gli era stato presso con l'animo. Dolse infinitamente la morte sua a' cittadini, a gli artefici et a chi lo conobbe vivo. Laonde per onorarlo pi nella morte che e' non avevano fatto nella vita, gli fecero esequie onoratissime nella predetta chiesa; accompagnandolo tutti i pittori, gli architetti, gli scultori, gli orefici e quasi tutto il popolo di quella citt. La quale non cess per lungo tempo di comporre in sue lodi varie maniere di versi in diverse lingue, de' quali a noi basta por questi soli.
SCVLTURA H<OC> M<ONUMENTUM> A FLORENTINIS FIERI VOLVIT DONATELLO UTPOTE HOMINI QUI EI QUOD IAM DIU OPTIMIS ARTIFICIBUS MULTISQUE SAECULIS TUM NOBILITATIS TUM NOMINIS ACQUISITUM FUERAT INIVRIAVE TEMPOR<UM> PERDIDERAT IPSA IPSE UNUS UNA VITA INFINITISQUE OPERIBUS CUMULATISS<IMIS> RESTITUERIT ET PATRIAE BENEMERENTI HUIUS RESTITUTAE VIRTUTIS PALMAN REPORTARIT.
21      Excudit nemo spirantia mollius aera: 22 Vera cano: cernes marmora viva loqui.
23 Graecorum sileat prisca admirabilis aetas 24 Compedibus statuas continuisse Rhodon.
25 Nectere namque magis fuerant haec vincula digna 26 Istius egregias artificis statuas.
27     Quanto con dotta mano alla scultura 28 Gi fecer molti, or sol Donato ha fatto: 29 Renduto ha vita a' marmi, affetto et atto.
30 Che pi, se non parlar, pu dar natura? Delle opere di costui rest cos pieno il mondo, che bene si pu affermare con la verit, nessuno artefice aver mai lavorato pi di lui. Imperoch, dilettandosi d'ogni cosa, a tutte le cose mise le mani, senza guardare che elle fossero o vizi o di pregio, faccendo insino a l'armi di pietra, et ogni lavoro basso e meccanico. E fu nientedimanco necessariissimo alla scultura il tanto operare di Donato in qualunque spezie di figure tonde, mezze, basse e bassissime.
Perch s come ne' tempi buoni degli antichi Greci e Romani, i molti la fecero venir perfetta, cos egli solo con la moltitudine delle opere, la fece ritornare perfetta e maravigliosa nel secol nostro. Laonde gli artefici debbono riconoscere la grandezza della arte, pi da costui che da qualunche altro che sia nato modernamente, avendo egli oltra il facilitare le difficult della arte, con la copia delle opre sue congiunto insieme la invenzione, il disegno, la pratica, il giudizio et ogni altra parte, che da uno ingegno divino si possa o debbia mai aspettare. Fu Donato resolutissimo e presto, e con somma facilit condusse tutte le cose sue, et oper sempremai assai pi di quello che e' promise. Attribuiscongli alcuni che e' facesse la testa del cavallo che  a Napoli in casa del conte di Matalone; ma non  verisimile che cos sia, essendo quella maniera antica, e non essendo egli mai stato a Napoli.
Rimase a Bertoldo, suo creato, ogni suo lavoro; e massimamente i pergami di bronzo di San Lorenzo, che da lui furono poi rinetti la maggior parte, e condotti a quel termine che e' si veggono in detta chiesa.

 II,13.M.Michelozzi Se ognuno che ci vive pensasse de le cose che fa, vederne pur finita una parte, sarebbono gli intelletti umani molto pi svegliati e providi che non sono nelle loro azzioni; e se e' credessino di avere a vivere quando non possono poi operare, non si condurrebbono una gran parte a mendicare nella lor vecchiezza, quello che senza rispiarmo alcuno consumarono in giovent e negli altri tempi seguenti, quando i copiosi e larghi guadagni, accecando il vero discorso, gli facevano spendere oltra il bisogno e molto pi che non conveniva. Imperoch atteso quanto mal volentieri  visto chi da 'l molto  venuto a 'l poco, per non condursi a termine tale, frenerebbono pi gli appetiti, e matura e discretamente procederebbono ne' loro affari, come prudentissimamente fece Michelozzo fiorentino, discepolo di Donato. Costui conoscendo lo errore del maestro suo, che troppo le mani aperse a lo spendere di quello che in mano gli veniva, fu bonissimo conservatore e di maniera oper oltra la virt sua con la prudenzia del governarsi, che non manco valse alla casa sua l'esser provido e nelle spese temperato, che il giudizio e l'arte che egli ebbe, che nella sua professione grandemente gli fecer luogo.
Attese Michelozzo al disegno molto et alla scultura con Donato, e quella fece con bonissima destrezza, quantunque e' non desse alle cose sue quella somma grazia, che sogliono dare coloro che raramente operando son tenuti quasi divini.
Fece dunque una Fede di marmo posta alla sepoltura di Papa Giovanni Coscia in San Giovanni di Fiorenza, della quale Donato gli fece il modello. E nella Nunziata, avendo contratto amicizia con Cosimo Vecchio de' Medici et avendo molto dato opera alla architettura, lavor di marmo la cappella di essa Vergine; e di bronzo gett un luminario che dinanzi a quella si vede, e la pila di marmo con un San Giovanni a sommo, e la Nostra Donna di mezzo rilievo sopra il desco delle candele. Laonde Cosimo, cresciutogli lo amore, da che cos bene se ne serviva, gli fece fare il modello della casa sua; la quale condusse egli a la perfezzione che ne' d nostri si pu vedere. Nello esilio di Cosimo lo accompagn a Vinegia, e lasci in quella citt molti modelli di suo. Ritornatosi poi a Fiorenza, bisogn nel palazzo della Signoria rimettere alcune colonne nel cortile, de le quali a infiniti volsero dar la cura, e dubitando che 'l palazzo per lo peso non ruinasse, nessun la volse mai. Laonde Michelozzo per volersi mostrare animoso et intendente, quelle con tanta agilit mise, che tale opera gli aggiunse gran fama al nome che aveva prima, di maniera che, riconosciuto dal publico, fu fatto di collegio. Fu chiamato dopo questo a Perugia a fare la cittadella vecchia; et a pi signori in Italia fece modelli di palazzi e di mura per citt e ripari infiniti. Et in Fiorenza la casa di Giovanni Tornabuoni, in sul modello di quella de' Medici.
Per Cosimo fece ancora di marmo la cappella di San Miniato, dove  il Crocifisso; e per Italia fece infinite cose di marmo, di bronzo e di legno. A San Miniato al Tedesco egli e Donato insieme lavorarono alcune figure di rilievo, ; et in Lucca fece egli solo una sepoltura di marmo in San Martino, dirimpetto al Sacramento. A Genova mand alcune figure, e di ogni sua fatica fece facult onesta, che di comodo alla casa sua non meno che fama et utile a se medesimo.
Finalmente divenuto gi vecchio, e non operando pi nulla se non per suo passatempo, fu assalito repentinamente da una febbre che in pochissimi d gli tolse la vita, essendo pure di LXVIII anni; et accompagnato da' suoi pi cari a la sepoltura, ebbe onorate esequie e grandissimo onore per le sustanzie ch'aveva lasciate.

 II,14.G.da Maiano Tutti coloro i quali danno principio alle case loro, alzandole da terra co 'l nome e di poveri ricchi et agiati divenendo, perpetuamente si fanno obligati quegli che di lor nascono et i discendenti loro. Ma le pi volte avviene a coloro che le ricchezze e 'l nome alle loro case acquistano, che mentre vivono, togliendo a s per lasciare ad altri la roba che hanno, non godono essi; et inoltre i loro discendenti sono appunto il contrario di quel che pensavano che essere dovessero. Laonde la maggior pazzia che possa essere ne i padri di famiglia,  il non lasciare fare nella fanciullezza il corso della natura a gli ingegni che gli nascono, et il non esercitargli continuamente in quella facult che satisf e diletta loro. Perch il volergli volgere a quello che non va loro per lo animo,  un cercare manifestamente che e' non siano mai eccellenti in cosa nessuna. Perch si vede di continuo coloro che non esercitano le cose che li vanno a gusto, sempre riportarne vergogna; e per l'opposito, quegli che seguitano lo instinto della natura circa delle arti, venir sempre eccellenti in quelle. Questo chiaramente si conobbe in Giuliano da Maiano, il padre del quale lungamente vivuto nel Poggio di Fiesole nella villa detta Maiano, con lo esercizio di squadratore di pietre, condottosi finalmente in Fiorenza, si diede a far bottega di pietre lavorate, tenendola sempre fornita di que' lavori che sogliono improvvisamente il pi delle volte venire a bisogno a chi fabbrica qualche cosa. Quivi essendo gi di qualche facult pure da artefice, gli nacque questo figliuolo, che insino da la fanciullezza mostr segni di buono ingegno. La qual cosa vedendo il padre, et avendo provati pur molti affanni e disagi nella arte sua, deliber che il figliuolo attendesse ad altro esercizio di pi guadagno e manco fatica; e per questo desiderando farlo notaio, gli fece apprendere i principii delle lettere; le quali non piacendo molto a Giuliano, si fugg pi volte da 'l padre, et avendo tutta la sua affezzione alla scultura et alla architettura contra la volont de' suoi, finalmente a quelle si diede. E venuto co 'l tempo in quelle eccellente, fu chiamato a Napoli, dove fece al Re Alfonso allora Duca di Calavria molte architetture e sculture, ci  nella sala grande del Castello di Napoli sopra una porta di dentro e di fuori storie di basso rilievo, e la porta del castello di marmo, a ordine corinzio, con infinito numero di figure.
Diede a quella opera qualit d'arco trionfale, dove le istorie et alcune vittorie di quel re di marmo sculp. A Poggio Reale ordin l'architettura di quel palazzo, tenuta sempre cosa bellissima; et a dipignerlo vi condusse Piero del Donzello fiorentino e Polito suo fratello che in quel tempo era tenuto buon maestro, il quale dipinse tutto il palazzo di dentro e di fuori con storie di detto re.
Fece Giuliano ancora di marmo l'ornamento della Porta Capovana, et in quella infinit di trofei variati; per il che merit che quel re gli portasse grande amore, e remunerandolo altamente delle fatiche, adagiasse i suoi descendenti. Furono amendue chiamati a Loreto e la chiesa di Santa Maria per loro disegno si edific; laonde vi steron tanto, che la tribuna di essa lasciarono volta e finita.
Appresso ritornatisi a Napoli per finire l'opre incominciate, gli fu allogato dal Re Alfonso una porta vicina al castello, dove andavano pi di 80 figure, le quali avevano a farsi per Benedetto in Fiorenza, e per la morte del re rimasero imperfette. Quivi Giuliano d'et di 70 anni fin la sua vita; e per l'esequie sue, fece vestire il re ben 50 uomini a bruno, che l'accompagnarono alla sepoltura, e di pi ordin che gli fosse fatto un sepolcro di marmo molto onorato.
Rimase Polito nello avviamento suo, e seguitando, diede fine a i canali per condur l'acque di Poggio Reale in Napoli, et a Benedetto fratello di Giuliano fece imparare l'arte della scultura. Onde dilettandosene egli pass in eccellenza di gran lunga Giuliano suo zio, e fu concorrente nella giovanezza sua d'uno scultore che faceva di terra, chiamato Modanino da Modona; il quale dal Re Alfonso era tenuto in grandissima venerazione, avendo egli lavorato una Piet con infinite figure tonde di terra cotta colorite, le quali con grandissima vivacit si veggono condotte da lui e dal detto re fatte porre nella chiesa di Monte Oliveto di Napoli, monistero in quel luogo onoratissimo. Fra queste Statue volse ritrarre il re, che in ginocchioni adora tal misterio, il quale si dimostra pi che vivo. Onde Modanino fu da lui con grandissimi premi rimunerato. Avvenne allora la morte di quel re, per che Polito e Benedetto se ne ritornarono a Fiorenza, dove brieve tempo si god Polito la patria sua, che venuto a 'l fine degli affanni se ne and a Giuliano per sempre. Furono le sculture e pitture di costoro circa il MCCCCXLVII. Et a Giuliano fu fatto co 'l tempo questo epitaffio: 22  CHE NE CONSOLA AHIME`, POI CHE CI LASSA 23 DI SE PRIVI IL MAIAN? QUELLO ARCHITETTO 24 IL CVI BELLO OPERARE, IL CVI CONCETTO 25 VITRVVIO AGGIVGNE, E DI GRAN LVNGA IL PASSA.

 II,15.A.Filarete e Simone Se Papa Eugenio IIII, nel tempo che e' liber fare di bronzo la porta di S. Piero di Roma, avesse fatto diligenzia in cercare di avere uomini eccellenti a questo lavoro, s come ne' tempi suoi agevolmente poteva fare essendo pur vivi Filippo di Ser Brunellesco, Donatello et altri artefici molto rari, non sarebbe condotta quella opera in cos sciagurata maniera, come ella si vede ne' tempi nostri. Ma forse intervenne a lui come il pi delle volte suole advenire ad una buona parte de' principi, che, o non si intendono de le opere, o ne pigliano poco diletto. Dove se e' volessino considerare di quanta importanzia sia il fare stima delle persone eccellenti e rare nelle cose publiche, per la fama che se ne acquista, non sarebbono certo s straccurati, n essi, n i lor ministri. Perch chi si impaccia con artefici vili et inetti, d poca vita alla fama sua; et inoltre vituperando se stesso, fa grandissima ingiuria al publico et al secolo dove egli  nato.
Credendosi resolutamente per chi vien poi, che se in quella et si fussino trovati miglior maestri, quel principe arebbe tolto pi tosto i buoni che gli inetti. E nientedimanco sapendo noi la eccellenzia de' rari ingegni del secol detto, per testimonio delle verit, sicuramente diciamo che Antonio Filarete, avendo molto pi resoluto il modo del fondere i bronzi che lo essere buono inventore di figure od ottimo disegnatore di quelle, condusse la detta porta in compagnia di Simone scultore, fratello di Donato. Il quale Simone cerc con ogni suo ingegno di imitare la maniera di esso Donato, quantunque non gli fusse concesso da la natura il venire a tanta perfezzione. Fece Simone fatiche veramente eccessive nelle due istorie di San Piero e di San Paulo della detta porta; et Antonio nella banda di dentro appi della medesima fece una storietta, nella quale ritrasse s et i discepoli suoi, che avendo carico uno asino di cose da godere, vanno a spasso a la vigna. Dicesi che in Roma condusse ancora di metallo molte altre cose, e fece di mezzo rilievo in San Pietro infiniti lavori per sepolture di papi; le quali nel disfare e rifare quella chiesa la maggior parte sono smarrite. In San Clemente fecero insieme una sepoltura di marmo; e Simone, retornando a Fiorenza, fece alcuni getti di metallo che andarono in Francia. Lavor ancora nella chiesa degli Ermini al canto alla Macine un Crocifisso da portare a processione, grande quanto il vivo, e perch e' fusse pi leggiero, lo fece di sughero. In Santa Felicita fece una Santa Maria Maddalena di terra, di braccia tre e mezzo, in penitenzia, la quale  concordata di bonissima proporzione e con bellissima notomia ricerca. Nella Nunziata lavor in una lapida di marmo una figura di commesso di chiaro e scuro, imitando la maniera di Duccio Sanese, che fu in quel tempo cosa lodata. Mand in Arezzo una cappelletta di terra cotta con una Nostra Donna, la quale fu pesta in pieve ad una colonna, per un canonico degli Scamissi molto amatore di quella arte. Finalmente per le tante fatiche del lavorare, divenuto stanco et infermo, lo anno LV della sua et rend la vita a colui che gliene aveva data. La qual cosa intendendo Antonio, che attendeva a finire in Roma l'opere loro, se ne dolse cordialmente, per averlo continuamente conosciuto fedelissimo nella amicizia e prontissimo a qualunque fortuna per i suoi amici. Capit in questo tempo a Roma Giovanni Fochetta, assai celebrato pittore, che fece nella Minerva il Papa Eugenio, tenuto in quel tempo cosa bellissima, e dimesticossi assai con Antonio. Ma non and per molto avanti la amicizia loro, perch ad Antonio una sera che ad una vigna cenavano, cal una scesa impetuosa e tanto crudele, che trovandolo in qualche disordine, lo mand a quella altra vita di et d'anni LXVIII. Furono le loro sculture circa il MCCCCLII.

 II,16.P.della Francesca Molto sono infelici quelli che esercitandosi negli studii et attendendo il giorno e la notte a descrivere et a dichiarare le cose difficili delle belle arti, per lasciar fama di s al mondo, o la infermit proibisce loro il dar fine e perfezzione alle onorate e somme fatiche, o sopravenendo la morte, la prosunzione di altrui ruba loro i lunghissimi loro sudori, et attribuendosi l'altrui pregio ricuopre la pelle dello asino con le gloriosissime spoglie del leone. Et avvegna che il tempo che  il padre della verit, o tardi o per tempo la faccia pur ritornare in luce, non  per che in quel tanto non sia defraudato quello spirito virtuoso de la debita gloria sua; s come tante decine di anni ne  stalo defraudato Pietro della Francesca da 'l Borgo San Sepolcro. Il quale, essendo stato tenuto maestro raro e divino nelle difficult de' corpi regolari, e nella aritmetrica e geometria, sopraggiunto nella vecchiaia dalla cecit corporale e dalla fine della vita, non possette mandare in luce le virtuose fatiche sue et i molti libri scritti da lui, che nel Borgo, sua patria, a' d nostri ancora si conservano. E colui, che con tutte le forze sue si doveva ingegnare di mantenergli la gloria e di accrescerli nome e fama, per aver pure appreso da lui tutto quello che e' sapeva, non come grato e fedele discepolo, ma come empio e maligno nimico, annullato il nome del precettore, usurpatosi il tutto, dette in luce sotto nome suo proprio ci  di fra Luca da 'l Borgo tutte le fatiche di quel buon vecchio. Il quale, oltra le scienzie dette di sopra, fu eccellente nella pittura e molto onorato et amato universalmente al pari d'ogni altro della et sua.
Costui nacque nel Borgo detto, a' d nostri fatto citt, e chiamossi della Francesca, da 'l nome di sua madre, per esser quella restatane gravida quando il padre suo si mor; e per essere stato da lei allevato e nutrito con ogni sollecitudine e diligenzia, perch e' potesse venire a 'l grado che la sua buona sorte gli dava, attese Pietro nella sua giovanezza alle matematiche, et ancora che di anni XV fusse in diritto ad esser pittore, non si ritrasse gi mai da quelle. Anzi, faccendo mirabil frutto et in esse e nella pittura, fu adoperato da Guidobaldo Feltro Duca vecchio d'Urbino in molti disegni. Laonde acquistatosi in quella corte credito e nome, volle farsi conoscer fuori. E per lavorando et in Pesero et in Ancona, venne la fama sua a le orecchie del duca Borso; il quale chiamatolo a Ferrara, nel suo palazzo gli fece dipignere molte camere, rovinate di poi dal Duca Ercole vecchio per edificarvi a l'uso moderno, di maniera che in quella citt non  rimaso di man sua se non una cappella in Santo Agostino lavorata in fresco, e quella stessa per una soverchia umidit assai bene in declinazione.
Queste opere lo fecero noto a Papa Niccola V, il quale condottolo a Roma, gli fece lavorare in palazzo due storie nelle camere di sopra, a concorrenzia di Bramantino da Milano; le quali medesimamente furono poi gittate per terra da Papa Giulio II, perch Raffaello da Urbino vi dipignesse la Prigione di San Piero et il miracolo del Corporale di Bolsena, insieme con alcune che aveva dipinte Bramantino da Milano, pittore molto eccellente ne' tempi suoi; del quale non potendo scrivere la vita o le opere particulari, che per la mala fortuna sua sono capitate male, mi par debito farne almanco questa memoria in testimonio della sua virt.
Straordinariamente ho sentito lodare costui in alcune teste fatte da lui nella detta istoria da 'l naturale, s belle e s bene condotte, che la sola parola mancava a dar loro la vita. Et ho veduto in Milano, sopra la porta della chiesa di San Sepolcro, un Cristo morto fatto da lui in iscorto; nel quale, ancora che tutta la pittura non sia pi che un braccio di altezza, egli nientedimanco nella brevit dello spazio ha voluto mostrare la lunghezza dello impossibile con la facilit e virt dello ingegno suo. Sono ancora di sua mano in detta citt, in casa il Marchesino Ostanesia, camere e logge con molte storie lavorate da lui con una pratica resolutissima e con grandissima forza ne gli scorti delle figure. Le istorie sono cose romane accompagnate con diverse poesie. E fuori di Porta Versellina, vicino al castello, a certe stalle oggi rovinate e guaste, alcuni servidori che stregghiavano cavalli, de' quali ve ne fu uno tanto vivo e tanto ben fatto, che un altro cavallo, tenendolo per vero, gli tir molte coppie di calci.
Ma tornando a Pietro della Francesca, finito in Roma l'opera sua, se ne ritorn a 'l Borgo, per la morte della madre; e nella pieve fece a fresco dentro a la porta del mezzo due santi, che sono tenuti cosa bellissima. Nel convento de' frati di Santo Agostino dipinse la tavola dello altar maggiore, che fu cosa molto lodata, e lavor in fresco una Nostra Donna della Misericordia ad una loro confraternita; e nel Palazzo de' Conservatori una Resurressione di Cristo, tenuta delle opere che sono in detta citt e di tutte le sue la migliore. Dipinse a Santa Maria de Loreto, in compagnia di Domenico da Vinegia. E fu condotto in Arezzo da Luigi Bacci, cittadino aretino, e dipinse in S. Francesco la loro cappella dello altar maggiore, la volta della quale era cominciata da Lorenzo di Bicci. Nella quale sono le istorie della Croce, da che i figliuoli di Adamo, sotterrandolo, gli pongono sotto la lingua il seme dello albero, da 'l quale nasce il predetto legno; sino a la esaltazione di essa Croce, fatta da Eraclio Imperadore, che portandola su la spalla a piedi e scalzo, entra con essa in Ierusalem; dove sono molte belle considerazioni e molte attitudini degne certo di esser lodate. Come, verbigrazia, gli abiti delle donne della Regina Saba, condotti con una maniera dolce e molto nuova; molti ritratti di naturale antichissimi e vivissimi; uno ordine di colonne corinzie divinamente misurate; un villano che, appoggiato con le mani in su la vanga, sta con tanta prontezza a udire parlare Santa Lena, mentre le tre croci si disotterrano, che e' non  possibile migliorarlo. Il morto ancora, che al toccare della Croce risuscita; e la letizia di Santa Lena, con la maraviglia de' circunstanti che si inginocchiano ad adorare. Ma sopra ogn'altra considerazione e di ingegno e di arte,  lo avere dipinto la notte et uno angelo in iscorto che, venendo a capo a lo ingi a portare il segno della vittoria a Gostantino, che dorme in un padiglione guardato da un cameriere e da alcuni armati oscurati dalle tenebre della notte, con la stessa luce sua illumina il padiglione, gli armati e tutti i dintorni, con grandissima discrezione: perch Pietro fa conoscere in questa oscurit quanto importi lo imitare le cose vere, e lo andarle togliendo da 'l proprio. Il che avendo egli fatto benissimo, ha dato cagione a' moderni di seguitarlo e di venire a quel grado sommo, dove si veggono oggi le cose. In questa medesima istoria espresse egli efficacemente in una battaglia grandissima la paura, l'animosit, la destrezza, la forza, gli affetti e gli accidenti eccellentemente considerati in coloro che combattono con una strage quasi incredibile di feriti, di cascati e di morti. Ne' quali, per aver Pietro contraffatto in fresco l'armi che lustrano, merita giustamente lode grandissima. S come e' la merita ancora per aver fatto nella altra faccia della cappella dove  la fuga e la sommersione di Massenzio, un gruppo di cavagli in iscorto, s maravigliosamente condotti, che respetto a que' tempi si possono chiamare troppo begli e troppo eccellenti. Fece in questa medesima istoria uno mezzo ignudo vestito a la saracina, in su un caval secco molto bene ritrovato di notomia, poco nota nella et sua. E merit per questa opera che Luigi Bacci, da lui con Carlo et altri suoi fratelli e molti Aretini che fiorivano allora nelle lettere, quivi intorno a la decollazione d'un re tutti ritratti di naturale, largamente lo premiasse e di esser poi sempre e riverito et amato in quella citt che egli aveva tanto illustrata. Dilettossi molto costui di far modelli di terra, et a quelli metter sopra de' panni molli, per ritrarli con infinit di pieghe. Fece nel Vescovado di detta citt una Santa Maria Maddalena a fresco, allato a la porta della sagrestia; e nella pieve un San Bernardino in una colonna, ch' tenuto cosa bellissima. Alla compagnia della Nunziata in detta citt fece il segno da portare a processione; et a Santa Maria delle Grazie fuor della terra, in testa ad un chiostro, in una sedia tirata in prospettiva, un San Donato; et in San Bernardo, monaci di Monte Oliveto, una figura di San Vincenzo in una nicchia in alto in muro, ch' di grandissimo rilievo a tal cosa, che bellissima da gli artefici  stimata. Dipinse a Sargiano, luogo de' frati del Zoccolo di San Francesco fuor d'Arezzo, una cappella dove  un Cristo nello orto che ora di notte, che bellissimo si tiene.
Egli fu studiosissimo nell'arte, e nella prospettiva valse tanto, che nessuno pi di lui fu mirabile nelle cose della cognizione di Euclide, e tutti i miglior giri tirati ne' corpi regolari egli meglio ch'altro geometra intese, et i maggiori lumi che di tal cose ci sieno, ci sono di man sua; perch maestro Luca da 'l Borgo frate di San Francesco che sopra i corpi regolari della geometria scrisse, fu suo discepolo. E vedendo in vecchiezza Pietro che aveva composto di molti libri, Maestro Luca facendoli stampare, tutti gli usurp per se stesso, come gi s' detto di sopra, s come quello a cui erano pervenuti nelle mani dopo la morte di Maestro Pietro. Lavor ancora in Perugia molte cose che per quella citt si veggono. Fu grandissimo compagno et amico di Lazaro Vasari aretino, il quale sempre la sua maniera imit, e bonissimo maestro fu tenuto di figure piccole.
Furono discepoli di Pietro, Lorentino d'Angelo aretino, il quale imitando quella maniera, fece in Arezzo molte pitture, e quelle che cominciate aveva Pietro a ultima fine ridusse; come ancora nel chiostro di Santa Maria delle Grazie fuor di Arezzo, vicino al San Donato che Pietro vi lavor, son le storie di San Donato da Laurentino lavorate in fresco.
Dipinse in Santo Agostino et in San Francesco in Arezzo cappelle; e per la citt molt'opere similmente, e fuori per il contado fece moltissime figure per aiutare la famiglia sua che era in quei tempi molto povera. Dicesi che, sendo vicino a Carnovale, i suoi figliuoli lo pregavano che amazzasse il porco, per essere cos costume in quel paese; e non avendo Lorentino il modo, lo molestavano que' fanciulli dicendo: Voi non avete danari, padre, come faremo a comperare il porco? Lorentino rispondeva: Qualche santo ci aiuter. Perch lo replic pi volte, e non comparendo il modo e passando la stagione, pur finalmente venne un contadino da la Pieve a Quarto, che aveva a sodisfare un boto, di far dipignere la imagine di San Martino, ma non aveva altro che un porco il quale valeva cinque lire. Trov Lorentino e gli disse che aveva a far questa opra, e che altro assegnamento non aveva che 'l porco; perch convenutisi, gli fece il lavoro et egli a casa il porco ne men, dicendo a' figliuoli che San Martino lo aveva aiutato.
Fu suo discepolo un Piero da Castel della Pieve, che fece al Borgo uno arco sopra Santo Agostino, e dipinse in Arezzo nelle monache si Santa Caterina un Santo Urbano Papa, oggi ito per terra per rifar la chiesa. Similmente fu suo creato Luca Signorelli da Cortona, il quale grandissimo onore pi de gli altri gli fece. Furono le pitture di Maestro Pietro Borghese l'anno MCCCCLVIII. Dicesi che per un male di cattarro che gli venne di et d'anni LX accec, e fino a gli anni LXXXVI sempre orbo visse. Lasci Pietro nel Borgo bonissime facult e case ch'egli aveva edificate, le quali per le parti furono arse e distrutte l'anno MDXXXVI. La morte sua dolse molto a' suoi cittadini, che onoratamente lo sepelirono nella pieve, oggi vescovado di quella citt; e merit titolo da gli artefici de 'l miglior geometra che si trovasse ne' tempi suoi, per il che forse hanno le sue prospettive pi moderna maniera e disegno e grazia migliori de l'altre. Costui fu investigatore di molti modi brevi, e redusse a facilit quasi tutte le difficult delle cose geometriche; come apertamente si pu vedere per i libri delle sue compo<si>zioni, conservati la maggior parte nella libreria del II Federigo Duca di Urbino; i quali oltra la fama della pittura hanno arrecato a Pietro nome immortale. Per il che non  poi mancato chi lo abbia onorato di questi versi: PIETRO DELLA FRANCESCA 50      Geometra e pittor, penna e pennello 51 Cos ben misi in opra; che natura 52 Condann le mie luci a notte scura 53 Mossa da invidia: e de le mie fatiche 54 Che le carte allumar dotte et antiche, 55 L'empio discepol mio fatto si  bello.

 II,17.G.da Fiesole Certamente chi lavora opere ecclesiastiche e sante, doverrebbe egli ancora del continovo essere ecclesiastico e santo, perch si vede che, quando elle sono operate da persone che poco credino e manco stimino la religione, fanno spesso cadere in mente appetiti disonesti e voglie lascive; onde nasce il biasimo dell'opre nel disonesto, e la lode nell'artificio e nella virt. Ma io non vo' gi che alcuni s'ingannino, interpretando il devoto per goffo et inetto, come fanno certi che, veggendo pitture dove sia una figura o di femmina o di giovane, un poco pi vaga e pi bella e pi adorna d'ordinario, le pigliano e giudicano subito per lascive. N si avveggano che non solo dannano il buon giudizio del pittore, il quale tiene de' santi e sante che son celesti, e tanto pi belle della natura mortale quanto avanza il cielo la terrena bellezza dell'opere nostre, ma ancora scuoprono l'animo loro essere infetto e corrotto, cavando male e voglie non oneste di quello; che se e' fussino amatori della onest come in quel loro zelo sciocco voglion mostrare, eglino ne caverebbono desiderio del cielo e laude del sommo Iddio, da 'l quale perfettissimo e bellissimo nasce ogni bellezza delle creature sue. Veramente fu fra' Giovanni, santissimo e semplice ne' suoi costumi, e questo solo faccia segno della bont sua, percioch volendo una matina Papa Nicol V dargli desinare, si faceva conscienzia mangiar de la carne, senza licenza del priore, non pensando alla autorit del pontefice. Schif tutte le azzioni del mondo, e pura e santamente vivendo, fu de' poveri tanto amico, quanto pens che l'anima sua avesse a essere del cielo. Egli tenne del continuo in esercizio il corpo occupato nella pittura, n mai volle lavorar cose altro che di santi. Potette esser ricco, e non se ne cur, anzi diceva la vera ricchezza essere il contentarsi di poco.
Possette comandare a molti, e lo schif, dicendo esser men fatica e manco errore ubbidire altrui. Puot aver dignit ne' frati e fuori, e non le stim, dicendo la maggior dignit  cercar fuggire lo inferno et accostarsi al paradiso. Era umanissimo e molto sobrio, e castamente vivendo, da i lacci del mondo si sciolse, usando dire spesso che chi faceva questa arte aveva di bisogno di quiete, e di vivere senza pensieri, e d'attendere all'anima, e chi fa cose di Cristo, con Cristo debbe star sempre. Dicesi che non fu mai veduto in collera tra' frati, il che grandissima cosa mi pare a credere, e che sempre sogghignando semplicemente ammoniva gli amici. E con amorevolezza a ognuno che ricercava opre dallui, diceva che ne facesse esser contento il priore, et egli sempre farebbe cosa che gli fosse in piacere. I suoi ragionamenti erano umilissimi e bassi, e l'opre sue furono sempre tenute bellissime et eccellenti. Fu chiamato al secolo Guido detto Guidolino; poi frate di San Marco di Fiorenza, fu nominato frate Giovanni Angelico de' frati predicatori. Costui fu nelle sue opere molto facile e devoto; et invero si pu dire che i santi non abbino aria pi modesta da santi che quegli che da esso furono lavorati.
Fu costui al secolo pittore, e miniatore, et in San Marco di Fiorenza sono alcuni libri miniati di sua mano; e perch era di conscienza e quieto, per sodisfazzione dell'anima sua si ridusse a la religione, per vivere pi onesto, con bonissimo animo di lasciare il mondo in tutto e per tutto.
Lavor in fresco cose assai, et in tavola similmente; e nella cappella della Nunziata di Fiorenza dipinse l'armario dell'argenterie che in detta cappella sono, e condusse infinito numero di storie di figurine piccole con somma diligenza. A San Domenico da Fiesole sono alcune sue tavole, ma una Nunziata fra l'altre, che nella predella dello altare ha storie piccole di San Domenico e della Nostra Donna, che diligentissime e bellissime sono; cos l'arco sopra la porta di essa chiesa. In Fiorenza fece a Cosimo de' Medici la tavola dell'altar maggiore di San Marco, et in fresco il capitolo di detti frati, pagato da Cosimo, e sopra ogni porta nel chiostro mezze figure et un Crocifisso, et in tutte le celle de' frati una storia del Testamento Nuovo per ciascuna. Fece in Santa Trinita nella sagrestia una tavola d'un Deposto di Croce, nella quale us gran diligenza, et  delle pi belle cose che facesse mai; et una altra tavola, a San Francesco fuor della porta a San Miniato, d'una Nunziata. In Santa Maria Novella fece il cereo pasquale dipinto di storie piccole et altri reliquieri con istorie di figure, da tenere sull'altare. Et in Badia sopra una porta del chiostro, un San Benedetto che accenna silenzio. Fece ancora a' Linaiuoli una tavola, la quale  nell'Arte loro.
Dipinse a Cortona uno archetto sopra la porta della chiesa del convento loro similmente la tavola della chiesa. Ad Orvieto cominci una volta con certi profeti, in duomo alla cappella della Madonna; la quale fu poi finita da Luca da Cortona. Fece medesimamente alla Compagnia del Tempio in Fiorenza una tavola d'un Cristo morto; e negli Agnoli di Fiorenza un Paradiso et un Inferno di figure piccole. Et in Santa Maria Nuova al tramezzo della chiesa si vede ancora una tavola sua.
Per questi tanti lavori si divulg per la Italia molto altamente la fama di questo maestro, giudicato da tutti non manco santo che eccellente. Avendo egli in consuetudine di non ritoccare o racconciare alcuna sua dipintura, ma lasciarle sempre in quel modo che erano venute la prima volta, per credere (secondo che egli diceva) che cos fusse la volont di Dio. Dicono alcuni che fra Giovanni non arebbe preso i pennelli se prima non avesse fatto orazione. Non fece mai Crocifisso, che e' non si bagnasse le gote di lagrime. Onde certamente si conosce nelle attitudini delle figure sue, la bont del grande animo suo nella religion cristiana. Perci sent la fama sua Papa Niccola V e mandato per lui, et a Roma condottolo, gli fece fare la cappella del palazzo, dove il papa ode la messa, con un Deposto di Croce e con istorie bellissime di San Lorenzo, dove ritrasse Papa Niccola di naturale. Fece ancora nella Minerva la tavola dello altar maggiore con una Nunziata, che ora  locata allato alla cappella grande a canto un muro. E` la cappella del Sagramento in palazzo per detto papa, ruinata al tempo di Papa Paulo III per drizzarvi le scale; cosa molto eccellente nella maniera sua. E perch al papa pareva persona di santissima vita, quieto e modesto, et aveva respetto et amore alla sua bont, vacando in quel tempo l'Arcivescovado di Fiorenza, ordin che fra' Giovanni ne fusse investito, parendogli ch'egli pi d'ogni altro degno ne dovessi essere. Intendendo ci, il frate supplic a Sua Santit che provvedesse d'uno altro, percioch egli non era buono a governar popoli; ma che nella religione avevano un frate amorevole de' poveri, il quale era persona santa, dottissima e di grandissimo governo, il quale amava egli quanto se stesso. Per il che se e' piacesse a Sua Santit di darlo a questo tale, lo riputerebbe propriamente, come se e' fusse collocato nella stessa persona sua. Il papa, sentendo questo, gli fece la grazia liberamente; e cos fu fatto Arcivescovo di Fiorenza frate Antonio dello ordine de' predicatori, che da Papa Adriano VI fu poi canonizzato ne' tempi nostri. Era fra' Giovanni tanto continovo nella arte, che e' lavor infinite cose, le quali si sono smarrite, e pure tuttavia se ne ritruova qualcuna in diversi luoghi.
Aiut sempre i poveri de le sue fatiche, n mai abbandon la religione. Mor di anni LXVIIII nel MCCCCLV. E lasci suoi discepoli Benozzo Fiorentino, che imit sempre la sua maniera; Zanobi Strozzi, che fece quadri e tavole per tutta Fiorenza per le case de' cittadini, e particularmente una tavola posta oggi nel tramezzo di Santa Maria Nuova allato a quella di fra' Giovanni; Gentile da Fabbriano, e parimente Domenico di Michelino, il quale in Santo Apolinare fece la tavola a lo altare di San Zanobi, e nel convento degli Agnoli un Giudizio con infinito numero di figure. Fu sepolto fra' Giovanni da' frati suoi nella Minerva di Roma, lungo la entrata del fianco presso alla sagrestia, in un sepolcro di marmo tondo, dove si vede intagliato questo epitaffio: 53  NON MIHI SIT LAUDI QUOD ERAM VELUT ALTER APELLES 54 SED QUOD LUCRA TUIS OMNIA CHRISTE DABAM 55 ALTERA NAM TERRIS OPERA EXTANT ALTERA COELO.
56 URBS ME IOANNEM FLOS TULIT AETHRVRIAE.

 II,18.L.Vasari Quanto diletti eccessivamente qualunche de' nostri artefici il trovare che nella arte da lui seguita, sia gi stato qualcuno de' suoi che n'abbia riportato e gloria et onore, chiaramente me lo dimostra la contentezza che io sento in me di aver trovato tra' miei passati Lazaro Vasari, pittor famoso ne' tempi suoi, e non solamente nella sua patria, ma in tutta Toscana ancora. E non certo senza cagione, come bene crederrei mostrarlo, se io potesse liberamente (come ho fatto di tutti gli altri) cos scrivere ancora di lui. Ma perch respetto a lo essere io nato del sangue suo, si crederebbono forse alcuni che io lo ledasse pi del dovere, lasciando a parte i meriti suoi e della famiglia, dir semplice e nudamente quello che io non posso tacere in maniera alcuna, non volendo mancare al vero, donde tutta pende lo storia.
Fu adunque Lazaro Vasari pittore aretino, amicissimo e fido compagno di Pietro della Francesca del Borgo a San Sepolcro, e valse molto nelle cose piccole di figure. E perch molto s'usava nel suo tempo dipignere le barde de' cavagli, infinitissimi lavori fece a Niccol Piccinino; onde fu cagione per il guadagno che ne trasse, di ritirare in Arezzo una parte de' suoi fratelli, che alle misture de' vasi di terra attendendo, abitavano allora in Cortona. Et egli, essendosi innamorato della pittura e del disegno, giorno e notte non restava di seguitare gli studi di quella. Prese s la maniera di Pietro Borghese, che poco da quella si conosceva differente. Era persona che teneva sempre ferma la imaginazione a certe cose naturali; come si vede in San Gimignano in Arezzo nel tramezzo di essa chiesa una cappellina, dove in fresco dipinse un Crocifisso, la Nostra Donna, San Giovanni e la Maddalena, le quali fece piangenti appi della Croce, con una maniera s disposta et intenta al pianto, che oltra che elle paiono e vive e vere, elle gli acquistarono e credito e nome tra' suoi cittadini. Lavor ancora in Monte Pulciano una predella di figure piccole posta nella pieve; et in Castiglione Aretino una tavola a tempera in S. Francesco, e molti altri lavori, i quali sono in corpi di cassoni di figure piccole per la citt sua in varie case de' cittadini. Et in Firenze nella Parte Guelfa si veggono ancora de le barde di suo lavoro.
Era Lazaro persona piacevole e motteggera molto, et argutissima nel modo del parlar suo; et ancora che per diletto e comodo suo e' si desse molto a' piaceri, non si part per mai da la vita onesta. Visse anni LXXIII, e lasci Giorgio suo figliuolo, il quale attese continovamente alla antiquit de' vasi di terra aretini; egli nel tempo che era in Arezzo M<esser> Gentile urbinate, Vescovo aretino, ritrov i modi del colore e rosso e nero de' vasi di terra che fino al tempo del Re Porsenna i vecchi Aretini lavorarono. Et egli, che industriosa persona era, fece vasi grandi al torno d'altezza di un braccio e mezzo, i quali in casa di esso si veggono ancora, da quella antiquit per conservazione ritenuti. Dicono che, cercando in un luogo de' vasi, dove pensavano che gli antiqui lavorassero, Giorgio trov in un campo di terra al ponte alla Calciarella, luogo cos chiamato, sotto la terra tre braccia, tre archi delle fornaci antiche, et attorno cercando vi trovorono di quella mistura vasi rotti infiniti, e de gli interi quattro, i quali, venendo in Arezzo il Magnifico Lorenzo de' Medici, da Giorgio per introduzzione del vescovo gli ebbe in dono; i quali prese, e furono cagione del principio della servit che con quella felicissima casa poi sempre tenne. Egli lavor benissimo di rilievo, come ne fanno fede in casa sua alcune teste di suo. Ebbe cinque figliuoli maschi, i quali tutti fecero lo esercizio medesimo, e tra gli altri artefici buoni furono Lazzaro e Bernardo, che giovinetto mor a Roma, disegnatore e pittore di vasi con le figure, e tenuto maestro molto buono. E certo che se la morte non lo rapiva cos tosto alla casa nostra, per lo ingegno che destro e pronto si vide in lui, egli averebbe cresciuto grado et onore alla patria sua. Mor Lazzaro vecchio nel MCCCCLII e Giorgio, l'anno LXVIII della sua et, se ne pass ad un'altra vita nel MCCCCLV. E furono sepolti amendue nella pieve di Arezzo, appi della cappella loro di San Giorgio, dove in laude di Lazzaro furono da chi lo amava appiccati co 'l tempo questi versi: 37      Aret exultet tellus clarissima: namque est 38 Rebus in angustis in tenuiq<ue> labor.
39 Vix operum istius partes cognoscere possis, 40 Myrmecides taceat, Callicrates sileat.

 II,19.L.B.Alberti Grandissima comoditade arrecano le lettere universalmente a tutti coloro che di quelle piglian diletto, ma molto maggiore la apportano elle senza alcuna comparazione a gli scultori, a' pittori et a gli architetti, abbellendo et assottigliando (come elle fanno) le invenzioni, che naturalmente nascono in quelli. Il che  veramente la pi utile e la pi necessaria cosa che advenir possa a gli ingegni miracolosi di questi artefici; oltra che il giudizio non pu essere molto perfetto in una persona, la quale (abbia pur naturale a suo modo) sia privata de lo accidentale, ci  de la compagnia delle buone lettere; perch, chi non sa che nel situare gli edifizii bisogna filosoficamente schifare la gravezza de' venti pestiferi, la insalubrit della aria, i puzzi, i vapori delle acque crude e non salutifere? Chi non conosce che bisogna con matura considerazione sapere, o fugire, o apprendere, per s solo, ci che si cerca mettere in opra, senza avere a raccomandarsi alla merc della altrui teorica, la quale separata da la pratica il pi delle volte giova assai poco? Ma quando elle si abbattono per avventura a essere insieme, non  cosa che pi si convenga alla vita nostra; s perch l'arte co 'l mezzo della scienzia diventa molto pi perfetta e pi ricca; s perch gli scritti et i consigli de' dotti artefici hanno in s molto maggiore efficacia et acquistansi maggior credito, che le parole o le opere di coloro che non sanno altro che il semplice esercizio, o bene o male che essi lo faccino. Ch invero leggendo le istorie e le favole et intendendole, un capriccioso maestro megliora continovamente; e fa le sue cose con pi bont e con maggiore intelligenzia che non fanno gli illiterati. E che questo sia il vero, manifestamente si vede in Leonbatista Alberti fiorentino, il quale, per avere atteso alla lingua latina, e dato opera alla architettura, alla prospettiva et alla pittura, lasci i suoi libri scritti in maniera che, per non essere stato fra gli artefici moderni chi le abbia saputo distendere con la scrittura, ancora che infiniti ne abbiamo avuti pi eccellenti di lui nella pratica, e' si crede communemente (tanta forza hanno gli scritti suoi nelle bocche de' dotti) che egli abbia avanzato tutti coloro che lo avanzarono con l'operare. E vedesi per il vero quanto a lo accrescere la fama et il nome, che fra tutte le cose gli scritti sono e di maggior forza e di maggior vita; atteso che i libri agevolmente vanno per tutto, e per tutto si acquistan fede; purch e' siano veritieri e senza menzogne.
Per il che qualunque paese pu conoscere il valore dello ingegno e le belle virt di altrui molto pi che per le opere manuali, che rare volte possono mutarsi da quel luogo ove elle son poste. Non  maraviglia dunque, se pi che per le opere manuali  conosciuto per le scritture il famoso LeoneBatista, il quale nato nella citt di Fiorenza de la nobilissima famiglia degli Alberti, se bene attese a far opere, e cerco il mondo per misurare le antichit, nondimeno fu ancora molto pi inclinato a lo scrivere che a lo operare. E s come negli scritti suoi si conosce, fu molto litterato, bonissimo aritmetico e geometrico, e scrisse de la architettura dieci libri in lingua latina, pubblicati da lui nel MCCCCLXXXI, e tradotti oggi in lingua fiorentina dal reverendo M<esser> Cosimo Bartoli, proposto di San Giovanni di Fiorenza. Scrisse ancora de la pittura tre libri pure latini, oggi tradotti in lingua toscana da M<esser> Lodovico Domenichi. Fece un trattato di tirari e di ordini da misurare altezze; i libri della vita civile, et alcuni altri libri amorosi in prosa et in versi; e fu il primo che tentasse ridurre i versi vulgari a la misura de' latini, come si vede in quella sua epistola: Questa per estrema miserabile epistola mando a te, che spregi miseramente noi.
Ma nella pittura non fece egli opere grandi n molto belle; con ci sia che quelle che si veggono di suo, che son pure pochissime, non hanno molta perfezzione; atteso che egli era molto pi dedito a gli studii delle lettere che a quegli degli esercizii manuali, per essere egli nato (come si  detto) di nobilissimo sangue. Fu sua opera quella che  in Fiorenza su la coscia del ponte a la Carraia in una piccola cappelletta di Nostra Donna, che  uno scabello di altare, dentrovi tre storiette con prospettive, assai meglio descritte da lui con la penna che dipinte co 'l pennello.
Nella medesima citt, in casa Palla Rucellai,  un ritratto di se medesimo fatto a la spera, et una tavola di figure assai grande di chiaro e scuro. Figur ancora una Vinegia in prospettiva e San Marco, ma le figure che vi sono furono condotte da altri maestri, et  questa una de le miglior cose che si vegga di suo di pittura. Intese Vitruvio benissimo, e fece il modello delle facciate di San Francesco in Arimino al Signore Sigismondo Malatesta, che per cosa soda  uno de' pi famosi tempi di Italia: nel quale sono ritratti di naturale il detto signore e Leonbatista. E per andare a Padova sono in su la Brenta alcuni tempii di pietra; et in Mantova molti disegni di architettura, tutte cose uscite da lui. Fece ancora di legname il disegno e modello di Santo Andrea di Mantova; e finch e' non fu finito, non si volle partire di quella citt. Ritornato poi a Fiorenza, fece a Cosimo Rucellai il modello del palazzo loro, nella strada chiamata la Vigna, e la loggia similmente ne' canti della quale sono alcuni archi non girati perfettamente per la difficult della cantonata nel pilastro. Il quale errore fu causato da lo avere condotto lo edifizio fino a la imposta degli archi e, sforzato dal vano che  piccolo, non avere avuto dove distendersi. Il che apertamente dimostra che, oltra la scienzia, bisogna avere grandissima pratica e buon giudizio; il quale nientedimanco non si pu fare, se di continovo non si adopera manualmente.
Dicesi ancora che e' diede il disegno della casa de' medesimi, nello orto loro della via della Scala; la qual casa dicono che  lavorata con bonissima grazia e con somma comodit. Attribuiscesi a Leonbatista il disegno della porta nella facciata di Santa Maria Novella e della tribuna della chiesa de' Servi, nella citt di Fiorenza fatta ad instanzia del Marchese di Mantova, come dimostrano l'armi e le imprese che vi son dentro. Fu Leonbatista persona di molto lodevoli costumi, amicissima delle persone litterate e virtuose, e che di continovo usava gran cortesie a chi le meritava, et a' forestieri massimamente, pure che attendessino alla virt. Et essendosi gi condotto in etade assai bene matura, se ne pass contento e tranquillo a vita migliore, lasciando onorato nome di s e desiderio grandissimo del somigliarlo a tutti coloro che desiavano di farsi eterni, per essere egli veramente stato quale lo descrive questo epitaffio: 17  LEONI BAPTISTAE ALBERTO VITRVVIO FLORENTINO 18 ALBERTUS IACET HIC LEO, LEONEM 19 QUEM FLORENTIA IVRE NUNCVPAVIT, 20 QUOD PRINCEPS FVIT ERVDITIONUM 21 PRINCEPS UT LEO SOLUS EST FERARUM.

 II,20.A.da Messina Considerando meco medesimo le diverse qualit de' benefizii et utili fatti alla arte della pittura per quelli eccellenti ingegni che seguitano questa seconda maniera, giudico per le loro operazioni che e' si possino chiamare veramente industriosi e valenti, cercando eglino del continuo acrescere in maggiore grado l'arte, senza pensare a' disagii di se medesimi o ad altra spesa ancora che gagliarda, tanto ardeva in essi la voglia di investigare da potere aggiugnere nella pittura qualche altra cosa, oltra la perfezzione del disegno, migliorato tanto da loro. E perch e' non adoperavano allora in su le tavole et in su le tele, altro colorito che a tempera, preso nel MCCL da Cimabue nello stare con que' Greci, e seguitato da Giotto, e da gli altri maestri sino a quel tempo, desideravano di trovar meglio, parendo loro che e' mancassi a quello una certa morbidezza et una vivacit, che avessi ad beccare trovandolo pi forza al disegno e pi vaghezza al colorito, et ancora maggiore facilit nello unire i colori insieme, avendo eglino infino a qui usato il tratteggiare l'opere loro per punta solamente di pennello. Ma bench molti avessino sofisticamente cerco di tal cosa, non per avevano trovato modi, n con vernice liquida, n con altra e di olii mescolati nella tempera, come prov Alesso Baldovinetti Pesello e molti altri, n cosa che tornasse l'opera di quella bellezza e bont che s'erano immaginati. Oltra che vi mancava un modo, che e' volevano che le pitture in tavola si possino, come quelle che e' facevano in muro, lavare senza andarsene il colore, e che elle reggessino ad ogni percossa nel maneggiarle; come pi volte nel ragunarsi gli artefici insieme avevano disputato di questa cosa. Era questo medesimo desiderio non solamente in Italia fra tutti i pi elevati ingegni che esercitassino la pittura, ma ancora in Francia, in Ispagna, in Alamagna, et in altre provincie dovunque l'arte viveva in pregio.
Avvenne in questi tempi che esercitandosi in essa in Fiandra Giovanni da Bruggia, pittore molto stimato in que' paesi per la buona pratica che egli in quel mestiero aveva acquistata con le fatiche de' suoi studii, e con la frequente imaginazione che del continuo aveva di arricchire l'arte del dipignere, avvenne, dico, mentre che e' cercava di trovare diverse sorti di colori, dilettandosi forte della archimia, e stillando continovamente olii per far vernice e varie sorte di cose, come suole accadere alle persone sofistiche, che avendo egli un giorno infra gli altri dipinto una tavola, durato in quella molte fatiche, e condottala con una diligenza a la fine che gli piaceva, le volse dare la vernice al sole, come si costuma alle tavole; e cos vernicata e lassatola che il sole la secasse, fu tanto violento quel caldo, o che il legname fusse mal commesso, o pur che non fusse stagionato, che ella si aperse in su le commettiture di mala sorte. Laonde visto Giovanni il nocumento che gli aveva fatto il caldo del sole, deliber che mai pi li facesse tal danno; e recatosi non meno a noia la vernice che il lavorare a tempera, cominci a pensare di trovare un modo di fare una sorte di vernice che seccasse a l'ombra, senza mettere al sole le sue pitture; e cos sperimentato diverse cose, e pure e mescolate, alla fine trov che l'olio di seme di lino e quello delle noci, fra tanti che ne prov, erano pi seccativi di tutti gli altri.
Questi dunque bolliti con altre sue misture, gli fecero la vernice che egli stesso desiderava. E cos fatto sperimento oltre a quella di molte cose, vide che il mescolare i colori con queste sorti d'oli gli dava una tempera molto forte, che secca non temeva l'acqua altrimenti; et inoltre accendeva il colore tanto forte, che gli recava lustro da per s senza vernice; e quello che pi gli parve mirabile era che si univa meglio che la tempera infinitamente. Rallegrossene dunque Giovanni come era giusto; e dato principio a mettere in opera i suoi lavori, ne venne a condurre oggi una cosa e domani un'altra, di maniera che assicuratosi de la esperienza, venne a far opere maggiori; le quali vedutesi e da gli artefici del suo paese e da i forestieri furon molto lodate. E ne sparse per Fiandra e per Italia e per le altre parti del mondo, che egli reccaronno utile e fama immortale; e massimamente da chi intendeva la nuova invenzione del colorito di Giovanni. Perch vedendo le opere sue, e non sapendo quello che egli si adoperasse, era costretto non solamente a lodarlo, ma a celebrarlo quanto e' poteva. E tanto pi, quanto egli per un tempo non volse mai esser veduto lavorare, n insegnare a nessuno artefice quel segreto. Ma poi che egli gi divenuto vechio, ne fece grazia a Ruggieri da Bruggia suo creato, che la insegn ad Ausse, suo discepolo, et a gli altri che io dissi gi nel capitolo XXI dove si ragion de 'l colorire a olio nelle cose della pittura, ancora che Giovanni la tenesse in pregio. Molti che facevano mercanzie in Fiandra di diverse nazioni, mandavan de l'opere sue per incetta a diversi principi, i quali le stimoron molto, s per le lode che gli davano gli artefici nel vederle, e molto pi per la bellezza di quella invenzione che Giovanni aveva trovato. N per questo in Italia si pot investigar ma' fra i pittori che vivevano allora, che olio o mistura si fusse quella; ancora che ella avesse in s uno odore acuto che facevano i colori e quelli olii mescolati, che pareva possibile d'averla a rinvenire.
Ma n per questo si ritrov o rinvenne mai, sino a che e' fu mandato da certi mercanti fiorentini che facevano faccende in Napoli e stavano in Fiandra, al Re Alfonso primo, una tavola con molte figure lavorata a olio di mano di Giovanni; che vedutola il re, fu dallui sommamente lodata e tenuta cara, e per la bellezza delle figure e per la novit di quella invenzione di colorito, a la quale opera concorse tutto il regno, per vedere questa maraviglia.
Era stato a Roma molti anni a disegnare nella sua fanciullezza Antonello da Messina, il quale essendo di buono ingegno, desto e molto accorto in quel mestiero, aveva fatto bonissimo profitto nel disegno; e cos dimorando molti anni in quella citt aveva acquistato nome. Ritiratosi di poi in Palermo vi lavor molti anni; e cos fece in Messina sua patria, dove conferm con l'opre che e' vi fece la buona openione che teneva il suo paese della virt che e' sapeva cos ben dipignere. Costui capitando un giorno per suoi bisogni da Palermo a Napoli, sent che a 'l Re Alfonso era venuta di Fiandra la sopradetta tavola di mano di Giovanni da Bruggia, dipinta con olii, che si poteva lavare e che reggeva ad ogni percossa; cosa che nel disegno per la maniera di quel paese era buona, e per la vaghezza del colorito bellissima; e che il re ne teneva gran conto per la maniera di quel lavorar, e desider sommamente potere vederla. Per il che messo mezzi si condusse finalmente a questa opera, e pot tanto in lui la vivacit de' colori e la bellezza et unione di quello dipinto, che lasciato da parte ogni altro negozio e pensiero se ne and fino in Fiandra. Et in Bruggia pervenuto, prese dimestichezza grandissima co 'l detto Giovanni, al qual fece presente di molti disegni alla maniera italiana; et altre sue cose talmente che per questo, e per esser Giovanni gi vecchio, non si cur che Antonello vedesse l'ordine del suo colorire a olio, e cos non si part egli di quel luogo sino a che ebbe appreso eccellentemente quel colorire, come egli medesimo desiderava. Ora, mentre che egli stava fra el s et il no di partirsi, Giovanni si mor, et Antonello desideroso di tornare in Italia per rivedere la sua patria e per fare il paese partecipe di s comodo et utile segreto, se ne ritorn in quella; e capitato in Venezia, per essere persona molto dedita a' piaceri e tutta venerea piacendoli quel modo di vivere, si risolv abitare in quella; e vi fece molti quadri, coloriti nella maniera a olio che egli di Fiandra aveva portata, che sono sparsi in molte case di que' gentiluomini, i quali per la novit di quel lavoro furono stimati assai. Similmente fece altra sorte di lavori, che furon mandati in diversi luoghi. Alla fine avendo egli quivi acquistato fama, gli fu fatto allogazione d'una tavola che andava in San Cassano, parrochia di quella citt; la quale tavola fu da Antonello con ogni sua industria et arte senza rispiarmo di tempo lavorata, e per la novit di quel colorire e per la bellezza delle figure, che e' si port assai bene nel dissegno commendata molto e tenuta in pregio grandissimo, e molto pi per avervi egli condotto s bel segreto. E cos gli fu fatto abilit e carezze grandissime dal Senato mentre che egli vi dimor.
Era in quella citt allora de' pi eccellenti pittori uno chiamato M<esser> Domenico da Venezia, il quale fece ad Antonello in nella sua giunta quelle carezze e cortesie, che maggiori si posson fare ad amico che si ami; per il che Antonello che non si volse lassar vincere dalle cortesie da M<esser> Domenico, dopo non molti mesi gli insegn il secreto del colorire a olio; del quale egli fu molto contento et in Venezia per quello onorato. N vi and troppo tempo che egli fu condotto a Fiorenza da quegli che facevano in Venezia le faccende mercantili de' Portinari, per lavorare la cappella di Santa Maria Nuova, edificata da loro, come si dir nella vita di Andrea del Castagno; perch poi M<esser> Domenico la insegn ad Andrea predetto, et egli a tutti discepoli suoi, tanto che ella si sparse per tutta Italia. Ma per tornare ad Antonello che rimase in Venezia, e' seguit dopo l'opera di San Cassano il far molti ritratti di naturale a pi persone; e di gi gli era stato allogato dalla Signoria per il palazzo alcune storie da lavorarsi nella sala del loro consiglio, le quali non volson mai dare per prieghi che ne facessi un marchese vecchio di Mantova a Francesco di Monsignore veronese, che fu provisionato da lui e gli fece molte opere in Mantova, e lavor ancora in Verona sua patria. Bene  vero che Antonello non potette mettere in opera queste istorie, ancora che e' ne avesse fatto i cartoni, perch ammalandosi di un mal di punta di et di anni XXXIX se ne pass a vita migliore. E sommamente fu onorato nelle esequie da gli artefici del mestiero, per il dono che aveva fatto loro de la nuova maniera del colorire, come testifica questo epitaffio: D<ATUR> O<MNIBUS> M<ORI> ANTONIUS PICTOR PRAECIPUUM MESSANE SUAE ET SICILIAE TOTIUS ORNAMENTUM HAC HUMO CONTEGITUR NON SOLUM SUIS PICTURIS IN QUIBUS SINGULARE ARTIFICIUM ET VENUSTAS FUIT SED ET QUOD COLORIBUS OLEO MISCENDIS SPLENDOREM ET PERPETUITATEM PRIMUS ITALICAE PICTURAE CONTULIT SUMMO SEMPER ARTIFICUM STUDIO CELEBRATUS.
Rincrebbe questa morte di Antonello a molti suoi amici, e particularmente ad Andrea Riccio scultore, che in Venezia nella corte del palazzo della Signoria aveva lavorato di marmo le due statue che si veggono ignude di Adamo et Eva, che son tenute belle. Costui non manc di portarli afezzione e di lodarlo dopo la morte, come non aveva mancato in vita di lodarlo e di celebrarlo quanto e' poteva. Tale fu la fine di Antonello, al quale debbono certamente gli artefici nostri tenere non meno obligazione dell'avere portato in Italia il modo del colorire a olio, che si abbia avere a Giovanni da Bruggia che ne fu inventore in Fiandra, avendo l'uno e l'altro beneficato et arricchito questa arte.
Perch, mediante questa invenzione, sono venuti di poi s eccellenti gli artefici, che hanno potuto far quasi vive le loro figure, dar nome alle patrie et onorare et ornare qualunche luogo egli hanno voluto. La qual cosa tanto pi debbe essere in pregio, quanto manco si truova scrittore alcuno che questa maniera di colorire assegni a gli antichi.
E se e' si potesse sapere che ella non fusse stata veramente appresso di loro, avanzerebbe pure questo secolo le eccellenzie dello antico in questa perfezzione. Ma perch s come e' non si dice cosa che non sia stata detta, cos forse non ci  cosa che non sia stata, me la passer senza altro discorso; e lodando sommamente coloro che oltra la eccellenzia del disegno, aggiungono sempre alla arte qualcosa, attender a scrivere de gli altri.

 II,21.A.Baldovinetti Ha tanta forza la nobilt dell'arte della pittura, che molti nobili si son visti partire da le arti, dove arebbono potuto fare infinito numero di ricchezze ne gli aviamenti che hanno, se vi avessero voluto attendere; e dalla volont tirati si sono sforzati, contra il voler de' padri loro, seguire l'appetito naturale, lasciando l'accidentale. N di ricchezza si sono curati, dicendo la vera ricchezza essere i frutti colti da l'albero della virt; i rami della quale si spandono in ogni luogo, e facilmente dove si camina si portano, n possono incendii, ruine, o ferro alla virt far offesa; ch invero la fama avanza i termini della morte.
Conoscendo questo Alesso Baldovinetti, da propria volont tirato, abbandon la mercanzia, che per successione facevano i suoi per essere stati quegli conservatori delle facult e del grado che da i nobili cittadini avevano, e si sforz onorare quegli con l'ornamento della pittura, alla quale fu molto amorevole nel contraffare le cose della natura, come si pu vedere nelle cose sue. Era Alesso nella sua fanciullezza molto inclinato alla pittura, di modo che contra la volont del padre, il quale averebbe voluto ch'alla mercanzia avesse dato opera, continuarla volse, dicendo egli che questa arte era la pi eccellente e la pi onorata di tutte l'altre manuali, allegando Fabio nobilissimo romano e molti filosofi avervi dato opera.
Laonde Alesso, perseverando nel suo lodevole proponimento, incominci in Santa Maria Nuova la cappella di San Gilio, ci  la faccia dinanzi; e similmente la tavola e la cappella maggiore a' Gianfigliazzi di Santa Trinita, con istorie del Testamento Vecchio. Fu diligentissimo nelle cose sue, e d'ogni minuzia che la natura facesse, era bonissimo imitatore. Ebbe la maniera un poco secca e crudetta, massimamente ne' panni; e dilettossi molto contraffar paesi, e ritraendoli da 'l vivo come stavano appunto, imitava i ponti, i fiumi, i sassi, l'erbe, le frutte, le vie, i campi, le citt, le castella, l'arena et ogni minima pietra; come si vede in una storia a fresco, et a secco ritocca, alla Nunziata di Fiorenza nel cortile dietro il muro, dov' dipinta la Nunziata, nella quale fece una Nativit di Cristo; e quivi mise tal fine, fatica e diligenza in una capanna, che numerar si potrebbono i fili et i nodi della paglia. Vi contrafece ancora una ruina d'una casa di pietre dal tempo muffate e dalla pioggia logore e consumate, con una radice di edera grossa che una parte di quel muro ricuopre, nella quale imit colore del ritto e del rovescio delle foglie con diligenza e con pazienza. Vi sono ritratti pastori a la usanza del paese; e mise tempo infinito a contraffare una serpe che camina per il muro. E merita egli certamente infinita lode, per lo amor che e' port alla arte.
Dicesi che egli and lungamente sofisticando intorno al musaico, e che non essendone mai pervenuto a quello che e' desiderava, gli capit a le mani un todesco che andava a Roma a le perdonanze, il quale alloggiato et intrattenuto da Alesso parecchi giorni, gli insegn interamente il modo e la regola del condurre quella opera. Di maniera che egli arditamente si mise a lavorare di musaico; et in San Giovanni, sopra le tre porte di bronzo, fece da la banda di dentro negli archi alcuni angeli che tengono la testa di Cristo. Per il che li allogarono i Consoli della Arte de' Mercatanti tutta la volta di quel tempio, fatta da Andrea Taffi, che e' dovesse rinettarla e pulirla, e racconciare e rassettare quanto avesse corrotto il tempo. Il che fece Alesso in su uno edifizio di legname, fatto dal Cecca architetto, tenuto il migliore che avesse quel secolo.
Insegn il magisterio de' musaici a Domenico Ghirlandaio, che lo ritrasse poi accanto a se stesso nella cappella de' Tornabuoni, dove  Giovacchino cacciato de 'l tempio, et  un vecchio raso con un cappuccio rosso in testa.
Visse anni LXXX e si commise nello spedale di San Paulo con alcune sue facult; et a cagione di esservi accettato pi volentieri, fece portarvi un gran cassone, dove finse di avere tesoro, dandone la chiave allo spedalingo, ma con patto che e' non dovesse aprirsi gi mai, se non dopo la morte di esso Alesso. La quale quando fu venuta, si aperse il cassone, e vi si trov dentro solamente un libretto che insegnava fare le pietre del musaico e lo stucco, et il modo del lavorare; volendo cos inferire che la fama e la virt di chi opera  un tesoro.
Fu suo discepolo il Graffione Fiorentino, che sopra la porta degli Innocenti fece a fresco il Dio Padre con quegli Angeli che vi si veggono ancora.
Dicono che il Magnifico Lorenzo de' Medici ragionando un d co 'l Graffione che era uno stran cervello, gli disse: Io voglio far fare di musaico e di stucchi tutti gli spigoli della cupola di dentro. Al che rispondendo il Graffione: Voi non ci avete maestri, replic Lorenzo: Noi abbiamo tanti danari, che noi ne faremo. Il Graffione subitamente gli soggiunse: Eh, Lorenzo, i danari non fanno i maestri, ma i maestri fanno i danari. Era costui una fantastica e bizzarra persona, che non mangi mai a tavola apparecchiata d'altro che de' fogli de' cartoni che e' faceva; e non dorm in altro letto che in un cassone pieno di paglia senza lenzuola. Ma tornando ad Alesso, e' fin e l'arte e la vita nel MCCCCXLVIII. E se bene per allora non fu onorato molto, non  per mancato di poi chi gli abbia fatto questo epitaffio: ALEXIO BALDOVINETTO GENERIS ET ARTIS NOBILITATE INSIGNI CVIVS NEQUE INGENIO NEQUE PICTURIS QUICQUAM POTEST ESSE ILLUSTRIUS. PROPINQUI OPTIME MERITO PROPINQUO POS<UERUNT>.

 II,22.Vellano Padovano Tanto grande  la forza del contraffare, che il pi delle volte imitando bene la maniera dello imitato, ella si apprende s fattamente, che le cose apprese bene spesso appariscono per quelle del maestro, come si vede nelle cose del Vellano da Padova, scultore; il quale pose tanto studio in contraffare la maniera et il fare di Donato, nella scultura e massimamente ne' bronzi, che e' rimase in Padova patria sua ereditario della virt di Donato; come ancor oggi ne fanno fede le opere sue nel Santo, nelle quali, pensando infiniti che elle siano opere di Donato, se e' non ne sono avvertiti, tutto giorno restano gabbati. Costui infiammato delle gran lodi che e' sentiva dare a Donato, scultore fiorentino che allora lavorava in Padova, e dello utile e comodo che e' gli vedeva, mostrandosi molto desideroso nella sua giovanezza di voler venire eccellente e famoso, fu acconcio con Donato predetto a imparar l'arte della scultura; e seguitando e studiando continovamente sotto tanto maestro, consegu finalmente lo intento suo. Con ci sia che avendolo servito et aiutato in tutta l'opera che e' fece in Padova, occorrendo il ritorno di quello a Fiorenza, merit che il maestro gli lasciasse tutte le masserizie, i disegni et i modelli di quelle istorie che si avevano a fare di bronzo intorno al coro del Santo di quella citt. Il che fu cagione che dopo la partita di esso Donato, tutta l'opera sopra detta fusse publicamente allogata al Vellano, restato nella sua patria con grandissimo nome e fama. Fece egli adunque tutte le istorie di bronzo che sono nel coro del Santo da la banda di fuori; et infiniti credono le invenzioni esser venute da Donato, come  la istoria quando Sansone, abbracciata la colonna, rovina il tempio de' Filistei, dove si vede con ordine venir gi i pezzi delle ruine e la morte di tanto popolo, et inoltre la diversit di tante attitudini di coloro che muoiono, chi de 'l fatto e chi de la paura; il che maravigliosamente espresse il Vellano.
E nel medesimo luogo sono alcune cere e modelli di queste cose, et alcuni candellieri di bronzo lavorati da lui con istorie, e condotti con un buon garbo; de' quali ebbe lode infinita, conoscendosi in cotali opere uno estremo desiderio di volere arrivare a 'l segno di Donatello, a 'l quale nientedimanco non arriv, per essersi posto colui troppo alto con una arte difficilissima. Fu bene stimato e pregiato assai et in Padova e per tutta la Lombardia e dalla Signoria di Vinegia; si perch non avevano avuti molto eccellenti artefici sino a 'l suo tempo, s ancora perch nel fondere i metalli per la lunghissima pratica, valeva un mondo.
Accadde, essendo egli gi divenuto vecchio, che per la signoria di Vinegia fu fatto deliberazione che e' si facesse di bronzo la statua di Bartolomeo da Bergamo a cavallo; e volsero fare allogazione de 'l cavallo ad Andrea del Verrocchio fiorentino, e de la figura al Vellano. Laonde non sapendo questo Andrea, et avendo gi finito il modello del cavallo, come intese questa nuova, ne mont in tanta collera e s fatto sdegno, che parendoli essere altro maestro come in effetto era, ruppe le gambe et il collo al modello e, fracassatolo tutto, se ne torn a Fiorenza. Ma richiamato dalla Signoria che gli dette tutto il lavoro, nuovamente torn a finirlo. De la qual cosa prese il Vellano tanto dispiacere, che senza indugio alcuno, se ne torn a Padova.
E se bene e' non fece questa, le altre opere quasi infinite che egli aveva fatte per la Lombardia, gli servirono pure a bastanza a dargli nome e reputazione. E finalmente mor di et di anni LXXXXII. Furono le esequie sue celebrate nel Santo; e quivi onoratamente riposto il corpo e mantenuta appresso la sua memoria, per degno e conveniente premio delle fatiche durate da lui per onorare et esaltare e se medesimo e la sua citt, che di lui veramente pu gloriarsi.

 II,23.F.Lippi Se gli uomini attentamente considerassino di quanta importanza sia ne gli ingegni buoni venire eccellenti e rari in quelle professioni che elli esercitano, sarebbono certamente pi solleciti e molto pi frequenti et assidui nelle fatiche che si patiscono per imparare. Perci che e' si vede pur chiaramente tutti coloro che attendono alla virt, nascere (come gli altri) ignudi et abbietti, et impararla ancora con grandissimi sudori e fatiche; ma come e' sono conosciuti per virtuosi, acquistarsi in tempo brevissimo onorato nome e ricchezze quasi eccessive, le quali nientedimanco giudico io nulla in comparazione della fama e di quel respetto che hanno lor gli uomini, non per altro che per conoscergli virtuosi e per vedergli adornati e colmi di quelle somme scienzie od arti, che a' pochi il ciel largo destina. E tanto  grande la forza della virt, che ella trae i favori e le cortesie di mano a coloro che non le conobber mai et i virtuosi non hanno pi visti. Ma che pi? Se in uno che veramente sia virtuoso si ritruova pur qualche vizio, ancora che biasimevole e brutto, la virt lo ricuopre tanto, che dove in un altro non virtuoso gravemente si disdirebbe e ne sarebbe colui punito, non apparisce quasi peccato nel virtuoso. E non solamente non ne  punito, ma compassionevolmente se li comporta, portando la stessa giustizia sempre mai una certa quasi reverenzia a qualunche ombra della virt. La quale, oltra mille altri effetti maravigliosi, muta la avarizia de' principi in liberalit; rompe gli odi dell'animo; sotterra le invidie ne' gli uomini; et alza di qua gi fin in cielo coloro che per fama divengono di mortali immortali, come in queste parti mostr fra' Filippo di Tommaso Lippi, carmelitano, il quale dicono che nacque in Fiorenza in una contrada detta Ardiglione, sotto il canto alla Cuculia, dietro al convento de' frati Carmelitani, e per la morte di Tommaso suo padre rest povero fanciullino d'anni due senza alcuna custodia, essendosi ancora morta la madre non molto lontano al suo partorillo. Rimase dunque costui in governo d'una mona Lapaccia sua zia, sorella di Tommaso, la quale con grandissima calamit lo allev in disagio grandissimo, e quando non potette pi sostentarlo, essendo egli gi di VIII anni, lo fece frate nel sopradetto convento del Carmine. Era questo fanciullo molto destro et ingenioso nelle azzioni di mano, ma nella erudizione delle lettere grosso e male atto ad imparare, oltra che e' non volle applicarvi lo ingegno mai, n averle mai per amiche. Lo chiam il priore, per lo medesimo nome che aveva quando si vest l'abito. E perch nel noviziato, ogni giorno su i libri de' frati che studiavano, si dilettava imbrattare le carte di quegli, il priore gli di comodit ch'a dipignere attendesse.
Era allora nel Carmino la cappella di Masaccio da lui nuovamente dipinta, la quale, percioch bellissima era, piaceva molto a fra' Filippo; per ogni giorno per suo diporto la frequentava, e quivi esercitandosi del continovo in compagnia di molti giovani che sempre vi disegnavano, di gran lunga li altri avanzava di destrezza e di sapere, di maniera che e' si teneva per fermo che e' dovesse fare qualche maravigliosa cosa nel fine della virilit sua. Ma ne gli anni acerbi nonch ne' maturi, tante lodevoli opere fece che fu un miracolo. Perch l a poco tempo lavor di verde terra nel chiostro vicino alla sagra di Masaccio alcune storie di chiaro scuro; et in molti luoghi in chiesa in pi pareti in fresco dipinse; et ogni giorno, avanzando in meglio, aveva preso la mano di Masaccio, s che le cose sue s simili imitando faceva, che molti dicevano lo spirito di Masaccio essere entrato nel corpo di fra' Filippo. Fece in un pilastro in chiesa la figura di San Marziale presso all'organo, la quale gli arrec infinita fama, potendo stare a paragone con le cose che Masaccio aveva dipinte. Per il che sentitosi lodar tanto per il grido d'ognuno, animosamente si cav l'abito d'et d'anni XVII, ancora che negli ordini sacri fusse gi ordinato a Vangelo. Di che nulla curandosi o poco, si part da la religione. E trovandosi nella Marca d'Ancona, diportandosi un giorno con certi amici suoi in una barchetta per mare, furono tutti insieme dalle fuste de' Mori, che per quei luoghi scorrevano, presi e menati in Barberia, essendo ciascuno di loro condotto alla catena in servit e tenuto schiavo, dove stette con molto disagio per XVIII mesi. Ma advenne un giorno, che avendo egli molto in pratica il padrone, gli venne commodit e capriccio di dipignerlo; per il che preso un carbone spento del fuoco, con quello tutto intero lo ritrasse co' suoi abiti indosso alla moresca, in un muro bianco. Fu da gli altri schiavi detto questo al padrone, perch a tutti un miracolo pareva, non s'usando il disegno n la pittura in quelle parti, e ci fu cagione di dargli premio e di liberarlo da la catena dove per tanto tempo era stato tenuto. Veramente gloria di questa virt grandissima avere forza con uno a cui  conceduto per legge di poter condannare e punire, di far tutto il contrario, anzi d'indurlo a fargli carezze et a dargli libert in cambio di supplicio e di morte. Lavor con colori alcune cose segretamente al padron suo che, liberatolo, sicuro a Napoli con premio portar lo fece; dove egli dipinse al Re Alfonso, allora Duca di Calavria, una tavola a tempera nella cappella del castello dove oggi sta la guardia. Appresso gli venne volont di ritornare a Fiorenza dove dimor alcuni mesi; e lavor alle donne di S. Ambruogio allo altar maggiore una bellissima tavola, la quale molto grato lo fece a Cosimo de' Medici, che per questa cagione divenne suo amicissimo. Fece anco nel capitolo di Santa Croce una tavola, la qual finita che fu, ne fece un'altra che fu posta nella cappella in casa Medici, e dentro vi fece la Nativit di Cristo; lavor ancora per la moglie di Cosimo detto una tavola con la medesima Nativit di Cristo e San Giovanni Batista, per mettere all'ermo di Camaldoli, a una cella de' romiti fatta per divozion sua, intitolata San Giovanni Batista; et alcune storiette che si mandarono a donare per Cosimo a Papa Eugenio quarto veniziano. Laonde fra' Filippo molta grazia di questa opera acquist appresso il papa. Dicesi ch'era tanto venereo, che vedendo donne che gli piacessero, se le poteva avere, ogni sua facult donato le arebbe; e non potendo, per via di mezzi, ritraendole in pittura, coi ragionamenti la fiamma del suo amore intiepidiva. Era tanto perduto dietro a questo appetito, che all'opere prese da lui, quando era in questo umore, poco o nulla lavorava. Onde una volta fra l'altre, Cosimo de' Medici, faccendoli fare una opera in casa sua, lo rinchiuse perch fuori a perder tempo non andasse, ma egli statoci gi due giorni, spinto dal furore amoroso, una sera con un paio di forbici fece alcune liste de' lenzuoli del letto, e da una finestra calatosi, attese per molti giorni a' suoi piaceri. Onde non lo trovando e facendone Cosimo cercare, alfine pur lo ritorn al lavoro; e d'allora innanzi gli diede libert ch'a suo piacere andasse, pentito assai d'averlo per lo passato rinchiuso, pensando alla pazzia sua et al pericolo che poteva incorrere. Per il che sempre con carezze lo tenne da poi, e da lui ne fu servito con pi prestezza, dicendo egli che l'eccellenze de gli ingegni rari sono forme celesti e non asini vetturini. Lavor una tavola nella chiesa di Santa Maria Primerana in su la piazza di Fiesole, dentrovi una Nostra Donna annunziata dall'Angelo, nella quale  una diligenzia grandissima, e nella figura dello angelo tanta bellezza che pare veramente cosa celeste. Fece alle monache delle Murate due tavole, una della Annunziata, posta allo altar maggiore, l'altra nella medesima chiesa a uno altare, dentrovi storie di S. Benedetto e di S. Bernardo, et in palazzo della Signoria dipinse in tavola una Annunziata sopra una porta, e similmente fece in detto palazzo un San Bernardo sopra un'altra porta, e nella sagrestia di S.
Spirito di Fiorenza una tavola con una Nostra Donna et angeli dattorno e santi da lato; opera rara e da questi nostri maestri stata sempre tenuta in grandissima venerazione.
In San Lorenzo, alla cappella de gli operai, lavor una tavola con un'altra Anunziata; et a quella della Stufa, una che non  finita. In Santo Apostolo di detta citt, in una cappella, dipinse in tavola alcune figure intorno a una Nostra Donna; et in Arezzo, a M<esser> Carlo Marsupini, la tavola della cappella di San Bernardo ne' monaci di Monte Oliveto, con la Incoronazione di Nostra Donna e molti santi attorno, mantenutasi cos fresca che pare fatta delle mani di fra' Filippo pure al presente. Dove dal sopradetto M<esser> Carlo gli fu detto che egli avvertisse alle mani che dipigneva perch molto le sue cose n'erano biasimate.
Per il che fra' Filippo nel dipignere da indi innanzi la maggior parte o da panni o da altra invenzione, ricoperse per fuggire il predetto biasimo. Lavor in Fiorenza alle monache di Annalena una tavola d'un presepio, et in Padova si veggono ancora di lui alcune pitture. Mand a Roma due storiette di figure picciole al cardinal Barbo, le quali erano molto eccellentemente lavorate e condotte con diligenzia. E certamente ch'egli con maravigliosa grazia lavor, e finitissimamente un le cose sue, per le quali sempre da gli artefici in pregio e da moderni maestri  stato con somma lode celebrato; et ancora mentre che l'eccellenza di tante sue fatiche la voracit del tempo terr vive, sar da ogni secolo avuto in venerazione.
Si trasfer a Prato, castello vicino a Fiorenza, dove per parentela d'alcuni suoi che rimasti erano in compagnia di fra' Diamante del Carmino, stato compagno e novizio insieme, alcuni mesi dimor faccendo opere in diversi luoghi di quel castello. Avvenne allora che le monache di Santa Margherita gli allogarono per lo altare della chiesa una tavola, la quale poi che egli ebbe cominciata, essendo nel monistero, vide fra' Filippo un d una figliuola di Francesco Buti cittadin fiorentino, la quale o per serbanza o per monaca farsi era quivi condotta. Fra' Filippo dato d'occhio alla Lucrezia, che cos era il nome della fanciulla, la quale aveva bellissima grazia et aria, tanto oper con le monache che ottenne di farne un ritratto, per metterlo in una figura di Nostra Donna per l'opra loro; la qualcosa con molta difficult gli concessero. Et egli poi fece tanto per via di mezzi e di pratiche, che egli svi la Lucrezia da le monache, un giorno appunto ch'ella andava a vedere mostrar la cintola di Nostra Donna, onorata reliquia di quel castello. Di che le monache molto per tal caso furono svergognate; e Francesco suo padre non fu mai pi allegro, tenendosi per questo vituperatissimo, egli pur la rivoleva, et ella per paura mai non vi volse andare. Perch molto delle qualit sue innamoratosi fra' Filippo la ingravid, et ella a tempo debito gli partor un figliuol maschio, che fu chiamato Filippo egli ancora, e fu poi, come il padre, molto eccellente e famoso pittore. In San Domenico di detto Prato sono due tavole, et una Nostra Donna nella chiesa di San Francesco nel tramezzo, il quale levandosi dove prima era, per non guastarla, tagliarono il muro dove fu dipinto, et allacciatolo con legni attorno lo traportarono in una parete della chiesa dove si vede ancora oggi. E nel Ceppo di Francesco di Marco, sopra un pozzo in un cortile,  una tavoletta di man sua col ritratto di detto Francesco di Marco, autore e fondatore di quella casa pia. E nella pieve di detto castello fece in una tavolina sopra la porta del fianco salendo le scale, la morte di San Bernardo, che toccando la bara molti storpiati sana; dove sono frati che piangono il loro morto maestro, ch' cosa mirabile a vedere le belle arie di teste, nella mestizia del pianto con artificio e naturale similitudine contrafatte. Sonvi alcuni panni di cocolle di frati che hanno bellissime pieghe, che meritano infinite lodi per lo buon disegno e colorito, componimento, e per grazia e proporzione che in detta opra si vede, condotto dalla delicatissima mano di fra' Filippo.
Gli fu allogato da gli operai della detta pieve per avere una gran memoria di lui, la cappella dello altar maggiore di detto luogo, dove mostr tanto del valor suo in questa opera ch'oltra la bont e l'artificio di essa, vi sono panni e teste mirabilissime. Fece in questo lavoro le figure maggiori del vivo, dove introdusse poi a gli altri artefici moderni il modo di dar grandezza, alla maniera d'oggi. Sonvi alcune figure con abbigliamenti in quel tempo poco usati, dove cominci a destare gli animi delle genti a uscire di quella semplicit che pi tosto vecchia che antica si pu nominare. In questo lavoro sono le storie di Santo Stefano, titolo di detta pieve, partite nella faccia dalla banda destra, che dentrovi fece la disputazione, lapidazione e morte di detto protomartire; nella faccia del quale disputante contra i Giudei dimostr tanto zelo e tanto fervore, che egli  cosa difficile ad imaginarlo nonch ad esprimerlo, e ne' volti e nelle varie attitudini di essi Giudei l'odio, lo sdegno e la collera del vedersi vinto da lui; s come pi apertamente ancora fece apparire la bestialit e la rabbia in coloro che lo uccidono con le pietre, avendole afferrate chi grandi e chi piccole, con uno strignere di denti orribile, e con gesti tutti crudeli e tutti rabbiosi. E nientedimeno, infra s terribile assalto, Santo Stefano sicurissimo e co 'l viso levato a 'l cielo, si dimostra con grandissima carit e fervore supplicare a lo Eterno Padre per quegli stessi che lo uccidevano.
Considerazioni certo bellissime e da far conoscere altrui quanto vaglia la invenzione del sapere esprimere gli affetti nelle pitture. Il che s bene osserv costui, che in coloro che sotterrano Santo Stefano fece attitudini s dolenti et alcune teste s afflitte e dirotte al pianto, che e' non  appena possibile di guardarle senza commuoversi. Da l'altra banda fece la Nativit, la Predica, il Battesimo, la Cena d'Erode, e la Decollazione di San Giovanni Batista, dove nella faccia di lui predicante si conosce il divino spirito, e nelle turbe che iscoltano, i diversi movimenti et allegri et afflitti, s nelle donne come negli uomini, astratti e sospesi tutti negli ammaestramenti di San Giovanni. Nel Battesimo si riconosce la bellezza e la bont; e nella Cena di Erode, la maest del convito, la destrezza di Erodiana, lo stupore de' convitati e lo attristamento fuori di maniera nel presentarsi la testa tagliata dentro al bacino. Veggonsi intorno al convito infinite figure con molto belle attitudini e ben condotte, e di panni e di arie di visi, tra' quali ritrasse a lo specchio se stesso vestito di nero in abito da prelato, et il suo discepolo fra' Diamante. Et invero questa opera fu la pi eccellente di tutte le cose sue, s per le considerazioni dette di sopra, e s per aver fatto le figure alquanto maggiori che il vivo. Il che dette animo a chi venne dopo lui di ringrandire la maniera.
Fu tanto per le sue buone qualit stimato, che molte cose che di biasimo erano alla vita sua, furono ricoperte mediante il grado di tanta virt. Dicesi che M<esser> Allessandro de gli Alessandri allora cavaliere, domestico et amico suo, gli fece per in villa fare per la sua chiesa a Vincigliata nel poggio di Fiesole, una tavola con un Santo Lorenzo et altri santi, nella quale ritrasse lui e due suoi figliuoli. Era molto amico delle persone allegre e sempre lietamente visse. A fra' Diamante fece imparare l'arte della pittura, il quale nel Carmino di Prato lavor molte pitture; e della maniera sua imitandola, assai si fece onore, perch e' venne a ottima perfezzione. St seco in sua giovent Sandro Boticello, Pisello, Iacopo del Sellaio fiorentino, che in San Friano fece due tavole et una nel Carmino lavorata a tempera, et infiniti altri maestri a i quali sempre con amorevolezza insegn l'arte. De le fatiche sue onoratamente visse, e straordinariamente spese, massime nelle cose d'amore; delle quali del continuo, mentre che visse, fino a la morte si dilett. Fu richiesto, per via di Cosimo de' Medici, dalla comunit di Spoleti per fare la cappella nella chiesa principale della Nostra Donna, la quale lavorando insieme con fra' Diamante condusse a bonissimo termine, e delle cose sue ch'egli fece e delle belle, tenuta la bellissima; ma intervenendo la morte sua da lui non fu finita. Percioch dicono che, sendo egli tanto inclinato a questi suoi beati amori, alcuni parenti della donna da lui amata lo fecero avvelenare. Fin il corso della vita sua fra' Filippo di et d'anni LXVII nel MCCCCXXXVIII, et a fra' Diamante lasci in governo per testamento Filippo suo figliuolo, il quale, fanciullo di dieci anni, imparando l'arte da fra' Diamante, seco se ne torn a Fiorenza, e portosene fra' Diamante CCC ducati, che per l'opera fatta si restavano ad avere da le comunit, de' quali comperati alcuni beni per se proprio, poca parte fece al fanciullo. Fu acconcio Filippo con Sandro Botticello, tenuto allora maestro bonissimo. Et il vecchio fu sotterrato in un sepolcro di marmo rosso e bianco, fatto porre da gli Spoletini nella chiesa che e' dipigneva. Dolse la morte sua a molti amici et a Cosimo de' Medici, e particularmente a Papa Eugenio, il quale in vita sua volse dispensarlo, che potesse avere per donna legitima la Lucrezia di Francesco Buti, la quale per potere far di s e de lo appetito suo come paresse, non si volse curare d'avere. Mentre che Sisto IIII viveva, Lorenzo de' Medici, fatto ambasciatore da' Fiorentini, fece la via di Spoleti, per chiedere a quella comunit il corpo di fra' Filippo per metterlo in Santa Maria del Fiore in Fiorenza; ma gli fu risposto da loro che essi avevano carestia d'ornamento, e massimamente d'uomini eccellenti, perch per onorarsi gliel domandarono in grazia; avendo in Fiorenza infiniti uomini famosi, e quasi di superchio, che e' volesse fare senza questo, e cos non lo ebbe altrimenti. Bene  vero che deliberatosi poi di onorarlo in quel miglior modo ch'e' poteva, mand Filippino suo figliuolo a Roma a 'l Cardinale di Napoli, per fargli una cappella. Il quale, passando da Spoleti, per commissione di Lorenzo, fece fargli una sepoltura di marmo sotto l'organo sopra la sagrestia, dove spese cento ducati d'oro, i quali pag Nofri Tornabuoni mastro del Banco de' Medici, e da M<esser> Agnolo Poliziano gli fece fare il presente epigramma intagliato in detta sepoltura di lettere antiche: 61  CONDITUS HIC EGO SUM PICTURAE FAMA PHILIPPUS; 62 NULLI IGNOTA MEAE EST GRATIA MIRA MANUS.
63 ARTIFICES POTUI DIGITIS ANIMARE COLORES; 64 SPERATAQUE ANIMOS FALLERE VOCE DIV.
65 IPSA MEIS STUPUIT NATURA EXPRESSA FIGVRIS; 66 MEQUE SUIS FASSA EST ARTIBUS ESSE PAREM.
67 MARMOREO TUMULO MEDICES LAURENTIVS HIC ME 68 CONDIDIT; ANTE HUMILI PULVERE TECTUS ERAM.

 II,24.Paulo Romano e M. Mi Egli  pure una temeraria prosunzione, anzi una grande e matta pazzia, quella di coloro che per gara molte volte si mettono a volere essere superiori a quegli che ne sanno pi di loro e con istudio maggiore si sono affaticati nelle virt, ove questi perversi dalla mala natura spinti e tirati da odio, senza rispetto o freno di vergogna inanzi a tutti vogliono essere i pi stimati. E si lasciano uscire di bocca certe parole, che molte volte fanno lor danno. Perch gonfiati da i veleni e dalle ostinazioni ch'hanno concetto in loro, si danno ad intendere, e facilmente si credono senza alcuna considerazione (tutto che in parte e' conoschino l'error loro dentro a se stessi) con la vampa delle parole ricoprire la ignoranzia loro et abbattere o sotterrare quegli altri che umili e di pi sapere operando con le fatiche loro, poveramente seguitano l'orme della vera virt. E se questo non segue sempre, egli adviene pure spesso che infiniti credono alla ciurma delle loro parole. E molte cose per questa via sono allogate loro, le quali come cattivi e di mal animo che sono conducono fino a una certa fine, e trovatosi al di sotto delle opere per la imperfezzione, le guastano, e di que' paesi si fuggono, attribuendo ci alla altezza dello ingegno, alla fantasticheria dell'arte, o all'avarizia de' principi, o a qualche altra nuova sciagura. Laonde col tempo scuoprono poi la ragia del saper loro nelle arti, come scoperse di s maestro Mino scultore. Il quale fu tanto prosontuoso, che oltra il far suo, con le parole alzava tanto le proprie fatiche per le lode, che nel farsi allogazione da Pio secondo Pontefice, a Paulo scultor romano d'una figura, egli tanto per invidia lo stimol et infestollo, che Paulo, il quale era buona et umilissima persona, fu sforzato a risentirsi. Laonde Mino sbuffando con Paulo, voleva giuocare mille ducati a fare una figura con esso lui. E questo con grandissima prosunzione et audacia diceva, conoscendo egli la natura di Paulo, che non voleva fastidi, non credendo egli che tal partito accettasse. Ma Paulo accett l'invito, e Mino mezzo pentito, solo per onore suo cento ducati giuoc. Fatta la figura fu dato a Paulo il vanto, come raro et eccellente ch'egli era, e Mino fu scorto per quella persona nell'arte che pi con le parole che con l'opre valeva.
Sono di mano di Mino a Monte Cassino, luogo de' monaci neri nel Regno di Napoli, alcune sepolture, et in Napoli alcune cose di marmo. In Roma il San Piero e San Paolo che sono a pi delle scale di San Pietro, et in San Pietro la sepoltura di Papa Paulo II. E la figura che fece Paulo a concorrenza di Mino fu il San Paulo, ch'all'entrata del ponte Santo Angelo su un basamento di marmo si vede, il quale molto tempo stette inanzi alla cappella di Sisto IIII non conosciuto. Avvenne poi che Clemente VII Pontefice un giorno diede d'occhio a questa figura, e per essere egli di tali essercizii intendente e giudicioso, gli piacque molto. Per il che egli deliber di far fare un San Pietro della grandezza medesima, et insieme, alla entrata di ponte Santo Angelo dove erano dedicate a questi Apostoli due cappellette di marmo, levar quelle che impedivano la vista al castello, e mettervi queste due statue. Il medesimo Paulo fece una statua di armato a cavallo, che oggi si vede in terra in San Pietro, vicino alla cappella di Santo Andrea. Ottenuta che egli ebbe questa vittoria, fu tenuto poi sempre in pregio et in venerazione grandissima in vita et in morte. Ma egli che gli piaceva far poco e bene, separatosi da le faccende, si ridusse ad una vita solitaria e quieta. Nella quale, condottosi gi a la et di LVII anni in Roma sua patria si mor, et onoratamente fu sepellito, meritandone co 'l tempo questo epigramma: 26  ROMANUS FECIT DE MARMORE PAULUS AMOREM; 27 ATQUE ARCUM ADIUNXIT CUM PHARETRA ET FACIBUS.
28 ILLO PERDIDERAT VENUS AUREA TEMPORE NATUM, 29 QUEM SEDES QUAERENS LIQUERAT ILLA POLI.
30 HOC OPUS (UT ROMAM DIVERTERAT) ASPICIT, ATQUE 31 GAUDET, SE NATUM COMPERIISSE PUTANS.
32 SED PROPRIOR SENSIT CUM FRIGIDA MARMORA, CLAMAT: 33 AN NE HOMINUM POSSUNT FALLERE FACTA DEOS? Fu creato di Paulo Iancristoforo Romano, che dopo lui riusc valente scultore.

 II,25.Ch.Camicia Chi di s rende al mondo buon conto per le cose che e' lascia di architettura, bene intese e meglio condotte, merita certo lode infinita, e veramente non senza giusta cagione. Con ci sia che pi degna e di maggior pregio si debbe sempre tenere quella arte che porta a gli uomini universalmente comodo et utile sopra l'altre. De le quali se bene io non debbo, n voglio disputare o discorrere, non intendo per tacermi che la architettura non solamente  utile e comoda alla vita umana, ma sommamente necessaria.
Con ci sia che senza essa, non vo' dire i palazzi, le fortezze, le citt, le macchine, i tirari, ma le semplici abitazioni che ci difendono da gli incomodi e la agricultura stessa che ci mantiene la vita, o non sarebbono in modo alcuno, o s fattamente disordinate, che poco profitto se ne trarrebbe. Per la qual cosa, chi diviene in quella famoso, debbe meritamente fra tutti li artefici aver luogo e pregio grandissimo e come lo ebbe ne' tempi suoi Chimenti Camicia, che in Ungheria, per questa virt, merit essere molto stimato da quel re et onoratissimamente riconosciuto. I principii di costui interamente ci sono ascosti, e da la patria in fuori che tu Fiorenza non sappiano di lui dire altro, se non che a servizio del Re di Ungheria egli fece palazzi, giardini, fontane, tempii e muraglie grandissime di fortezze, con intagli et ornamenti di palchi molto garbati, che furono condotti di poi per le mani di Baccio Cellini con bellezza e grazia infinita. Dopo le quali cose Chimenti, come amorevole della sua patria, se ne torn a Fiorenza, e Baccio si rest in Ungheria, faccendo lavorare in Fiorenza a Berto Linaiuolo pittore fiorentino alcune tavole, le quali condotte in Ungheria furono tenute cosa bellissima. E ne acquist appresso quel re grandissimo nome Berto predetto, il quale nella citt di Fiorenza patria sua lavor ancora per le case de' cittadini alcuni tondi di Nostra Donna, molto lodati da chi gli vide. Ma non contentandosi la fortuna che e' passasse pi l con l'arte, di XVIII anni ce lo rap. Chimenti un'altra volta ritornato nella Ungheria, non dimor molto tempo in quella; perch, andando su pe 'l Danubio a dar disegni per le mulina, prese per la stracchezza una infermit che in brevissimi giorni lo condusse ad un'altra vita.
Le opere di questi maestri furono circa il MCCCCLXX, quando ancora fu appresso di papa Sisto IIII Baccio Pintelli fiorentino, il quale per lo ingegno suo nella architettura merit che il predetto papa in ogni sua impresa se ne servisse. Costui dunque fabric Santa Maria del Popolo, la libreria di palazzo, lo Spedale di Santo Spirito in Sassia, e con tutta quella magnificenzia che e' pot, si sforz onoratamente servire il papa. Fece ponte Sisto in su il Tevere e la cappella in palazzo detta di Sisto, con tutte quelle chiese che rinov il detto papa nel Giubileo. Et affermano alcuni che e' fece ancora il modello della chiesa di Santo Agostino di Roma, ma che e' si mor avanti che essa chiesa fusse finita. Ma ritornando al Camicia egli ha poi avuto co 'l tempo questo epitaffio: 15  CHIMENTI CAMICIA 16 STAGNI, ACQUIDOTTI, TERME E COLISEI 17 CHE FVRON DI VETRVVIO SEPOLTURA 18 NELLA FAMA QUAGGIV`: L'ARCHITETTURA 19 VIVE PER ME NELLE OPRE; ET IO PER LEI.

 II,30.A.del Castagno Quanto sia biasimevole in una persona eccellente il vizio della invidia, che in nessuno doverrebbe alloggiarsi mai, et inoltre quanto scelerata et orribil cosa il cercare sotto spezie d'una simulata amicizia, spegnere in altri, non solamente la fama e la gloria, ma la vita stessa. Non credo io certamente che ben sia possibile esprimersi con le parole, vincendo la sceleratezza del fatto ogni virt e forza di lingua, ancora che eloquente. Per il che, senza altrimenti distendermi in questo discorso, dir solo che ne' s fatti alberga spirito, non dir inumano e fero, ma crudele in tutto e diabolico; tanto lontano da ogni virt, che non solamente non sono pi uomini, ma n animali ancora generosi o degni di vivere. Con ci sia che quanto la emulazione e la concorrenzia, che virtuosamente operando cerca vincere e soverchiare i da pi di s, per acquistarsi gloria et onore,  cosa lodevole e da essere tenuta in pregio come necessaria ed utile al mondo; tanto per lo opposito, e molto pi, merita biasimo e vituperio la sceleratissima invidia, che non sopportando onore o pregio in altrui si dispone a privar di vita chi ella non pu spoliare de la gloria, come fece lo sciaurato Andrea de 'l Castagno, la pittura e disegno del quale fu per il vero eccellente e grande, ma molto maggiore il rancore e la invidia che e' portava a gli altri pittori: di maniera che con le tenebre del peccato sotterr e nascose in tutto ogni splendor della sua virt.
Costui, per esser nato in una piccola villetta non molto lungi a la Scarperia di Mugello, contado di Firenze, comunemente detta il Castagno, se la prese per suo cognome quando venne a stare in Fiorenza; il che successe in questa maniera; essendo egli nella prima sua fanciullezza rimaso senza padre, fu raccolto da un suo zio che lo tenne molti anni a guardare gli armenti, per vederlo pronto e svegliato e tanto terribile, che e' sapeva far riguardare non solamente le sue bestiuole, ma le pasture et ogni altra cosa che attenesse al suo interesse. Continovando adunque in tale esercizio, advenne che fuggendo un giorno la pioggia, si abbatt a caso in un luogo, dove uno di questi dipintori di contado che lavorano a poco pregio, dipigneva un tabernacolo d'un contadino, non per di molto momento. Andrea, che mai pi non aveva veduta una simil cosa, assalito da una subita maraviglia, cominci attentissimamente a guardare e considerare la maniera di tale lavoro. E gli venne subito un desiderio grandissimo et una voglia s spasimata et avida di quella arte, che senza mettere pi tempo in mezzo, cominci per le mura e su per le pietre co' carboni o con la punta del coltello, a sgraffiare et a disegnare animali e figure, si fattamente che e' moveva gran maraviglia in chi le vedeva. Cominci dunque a correr la fama tra' contadini di questo nuovo studio di Andrea, e pervenendo (come volse la sua ventura) questa cosa a gli orecchi d'un gentiluomo fiorentino, chiamato Bernardetto de' Medici, che vi aveva sue possessioni, volle conoscere questo fanciullo; e vedutolo finalmente et uditolo ragionare con molta prontezza, lo dimand se egli farebbe volentieri l'arte del dipintore. E rispondendoli Andrea che e' non potrebbe avvenirli cosa pi grata, n che quanto questa mai gli piacesse, a cagione che e' venisse perfetto in quella, ne lo men con seco a Fiorenza, e con uno di que' maestri che erano allora tenuti migliori, lo acconci a lavorare. Per il che seguendo Andrea l'arte della pittura, et a gli studii di quella datosi tutto, mostr grandissima intelligenzia nelle difficult della arte, e massimamente nel disegno. Non fece gi cos poi nel colorire le sue opere, le quali faccendo alquanto crudette et aspre, diminu gran parte della bont e grazia di quelle, e massimamente una certa vaghezza che nel suo colorito non si ritruova. Era gagliardissimo nelle movenzie delle figure e terribile nelle teste de' maschi e delle femmine, faccendo gravi gli aspetti loro, con buon disegno. Le opere di mano sua furono da lui dipinte, nel principio della sua giovanezza, nel chiostro di San Miniato al Monte, quando si scende di chiesa per andare in convento, di colori a fresco, una storia di San Miniato e San Cresci, quando da 'l padre e da la madre si partono. Erano in San Benedetto, fuor della porta a' Pinti, opere di man sua in un chiostro et in chiesa; e negli Agnoli di Fiorenza  ancora un Crocifisso nel chiostro, dirimpetto alla porta che s'entra prima. Dipinse a Legnaia in casa di Pandolfo Pandolfini in una sala molti uomini illustri, ritratti di naturale. Et alla compagnia de lo Evangelista un segno da portare in processione tenuto bellissimo; e nel convento de' Servi in detta citt lavor in fresco tre nicchie piane in certe cappelle: l'una  quella di San Giuliano con storie sue, che oltra la figura v' un cane in iscorto che fu lodato molto, e similmente sopra questa cappella lavor quella di San Girolamo, nella quale dipinse un San Girolamo secco e raso molto con disegno e fatica da lui condotto, e sopra vi fece una Trinit che ha un Crocifisso che scorta; del quale, nel vero, molte lodi per tal cosa merita Andrea, per avere egli dato forma e disegno a gli scorti migliore e con maniera pi moderna che gli altri inanzi a lui non avevano fatto. Similmente l'altra cappella sotto quella dell'organo, la quale fece fare M<esser> Orlando de' Medici, dentrovi Lazaro, Marta e Maddalena, da lui medesimo lavorata; et alle monache di San Giuliano un Crocifisso a fresco sopra la porta con San Domenico, San Giuliano e Nostra Donna e San Giovanni in fresco, da lui con pi amore e studio condotti a fine; il quale fu tenuto per una delle sue pitture la migliore che facesse gi mai, da tutti i pittori universalmente lodata. Lavor ancora in Santa Croce alla cappella de' Cavalcanti un San Francesco e San Giovanni Batista, bonissime figure. Ma molto pi fece stupire e maravigliare gli artefici nel chiostro nuovo di detto convento: nella testa del quale, dirimpetto alla porta, in una storia a fresco dipinse Cristo alla colonna battuto, dove tir una loggia con colonne in prospettiva, con crociere di volte a liste diminuite, e le pareti commesse a mandorle, dove non manco mostr d'intendere la difficult della prospettiva, che si facesse il disegno dell'arte nella pittura; nella quale opra Andrea fece attitudini sforzatissime di coloro che flagellano Cristo, dimostrando non meno la rabbia e l'odio in coloro, che la mansuetudine e la pazienzia in esso Ies Cristo. Nel corpo del quale, arrandellato e stretto con funi alla colonna, pare che Andrea tentasse voler mostrare il patire della carne, e che la divinit nascosa in quel corpo arrechi in s un certo splendore di nobilit. Per il quale commosso, Pilato che siede tra' suoi consiglieri, pare che cerchi di trovar modo da liberarlo. Et  s fatta questa pittura, che se ella non fusse stata graffiata e guasta dalla ignoranza di chi ha voluto vendicarsi contra i Giudei, ella sarebbe certo bellissima tra tutte le cose di Andrea. Al quale, se la natura avesse dato gentilezza nel colorire, come ella gli dette invenzione e disegno e sapere esprimere gli affetti, e' sarebbe veramente stato tenuto e perfetto e maraviglioso.
Dipinse in Santa Maria del Fiore l'imagine di Niccol da Tolentino a cavallo; dove lavorando, avvenne che un fanciullo dimen la scala, perch egli in colera salito, gli corse dietro fino al canto de' Pazzi. Fece ancora in Santa Maria Nova nel cimiterio infra l'ossa un Santo Andrea, che fu cagione che et il refettorio dove i servigiali mangiano e gli altri dello spedale, la Cena di Cristo con gli Apostoli vi dipignesse. Per il che acquistato grazia con la casa de' Portinari, fu messo alla cappella dello altar maggiore di San Gilio in detta chiesa, nella quale lavor una parete, e dell'altre, una ne fu data ad Alesso Baldovinetti e l'altra al molto allora celebrato pittore Domenico da Vinegia.
Perch i Portinari l'avevano fatto venire da Vinegia, percioch di quel luogo il colorire a olio portato aveva, onde di tal cosa grandissima invidia gli ebbe Andrea, e bench si conoscesse essere pi eccellente di lui, per questo non rest che non lo invidiasse; perch vedendolo Andrea come foristiero da' suoi cittadini con molte carezze tratenuto, fu cagione che invelenito pens di torselo dinanzi col perseguitarlo con fraude. Era Andrea persona allegrissima e simulatore non manco valente che pittore, se bene nessuno nol conosceva, e molto nella lingua spedito e d'animo fiero, et in ogni azzione del corpo come della mente risoluto. Us ad alcuni artefici, nell'opre che fecero, segnare col graffio dell'ugna gli errori che in quelle conosceva; et ancora a quegli che nella sua giovanezza lo avevano morso nelle prime opre che fuora aveva messo, per istizza dar delle pugna loro, et a buona occasione di altrui che l'offendeva, vendicarsi.
Avenne che di quei primi d che Domenico da Vinegia, il quale nella sagrestia di Santa Maria delLoreto aveva dipinto in compagnia di Piero della Francesca, giunse in Fiorenza, fece sul canto de' Carnesecchi nell'angolo delle due vie che vanno a Santa Maria Novella un tabernacolo a fresco con una Nostra Donna et alcuni santi da lato; onde molto da cittadini et artefici in quel tempo fu lodato. Per il che crebbe ad Andrea la invidia e lo sdegno contra di lui assai maggiore che prima non aveva. Laonde fatto pratica pi si domestic con Maestro Domenico, il quale perch buona persona et amorevole era, assai alla musica attendeva, e dilettandosi sonare il liuto, andava la notte cantando et alcune serenate faccendo a sue innamorate; et Andrea spesso in compagnia di lui andava, monstrando non avere pi grato n pi domestico amico, onde gli fu insegnato da Domenico l'ordine e 'l modo del colorire a olio, il quale in Toscana non era ancora in uso. Aveva Andrea finito a fresco nella cappella una storia della Nostra Donna quando  dallo Angelo annunziata, che  tenuta cosa bellissima per avervi egli dipinto lo angelo in aria, cosa non usata sino a quel tempo.
Ma molto pi bella ancora fu tenuta una altra istoria d'una Nostra Donna pure quando ella sale i gradi del tempio, in su i quali figur molti poveri, e fra gli altri uno che con un boccale d in su la testa ad un altro; cosa molto bene finita da lui per lo sprone della concorrenzia di Maestro Domenico, con industria, arte et amore. Dall'altra parte aveva Maestro Domenico fatto ad olio nell'altra parete di detta cappella la Nativit e lo Sposalizio di detta Vergine, et Andrea aveva cominciato a olio l'ultima storia della morte di Nostra Donna; nella quale per la concorrenzia di M<aestro> Domenico, spronato dal desiderio di esser tenuto quello che egli era veramente, fece in iscorto un cataletto dentrovi la morta, la quale non  un braccio e mezzo di lunghezza, e pare lunga tre. Intorno a questa figur gli Apostoli in una maniera, che se bene si conosce ne' visi loro la allegrezza del vederne portare quella anima in cielo da Ies Cristo, e' vi si conosce ancora il dolore e l'amaritudine del rimanere in terra senza essa. Tra gli Apostoli mescol molti angeli che tengono lumi accesi, con belle arie di teste e s bene condotte, che e' mostr certamente di saper maneggiare i colori a olio s bene quanto M<aestro> Domenico suo concorrente. Tuttavolta, avendo gi condotto questa opera a bonissimo termine, accecato dall'invidia per le lodi che alla virt di Domenico udiva dare, volendo al tutto levarselo dattorno, imaginossi varie vie da farlo morire, e fra l'altre una ne mise in essecuzione in questa guisa. Una sera di state, come altre volte era solito, Maestro Domenico tolse il liuto, e di Santa Maria Nuova partitosi, lasci Andrea il quale nella camera sua disegnava, e l'invito che Domenico gli aveva fatto di menarlo a spasso per la terra accettar non volse, mostrando che allora avesse fretta di disegnare alcune cose importanti. Per il che Domenico subito partito, et a' suoi piaceri usati per la citt caminando, Andrea sconosciuto nel suo ritorno si mise ad aspettarlo dietro a un canto, e con certi piombi il liuto e lo stomaco a un tempo gli sfond, e con essi anco di mala maniera su la testa il percosse, e non finito di morire, fuggendosi in terra lo lasci; et a Santa Maria Nuova alla sua stanza tornato, si rimise con l'uscio socchiuso intorno al disegno che avea lasciato. Perch sentito in poco spazio di tempo il romore del morto portatosi, gli fu da alcuni servigiali di quel luogo percossa la porta della camera e datogli la nuova del quasi morto amico. Laonde corso a 'l rumore con spavento terribile gridando tuttavia: Fratel mio, e piantolo assai, poco and che Domenico gli spir nelle braccia. N mai per alcun tempo si seppe chi morto l'avesse; e se Andrea, venendo a morte, in confessione non lo manifestava, nulla se ne saprebbe ancora. Fin l'opera sua, e quella del morto amico rimase imperfetta, la quale da gli artefici comunemente e da tutti i cittadini fu lodata.
Dipinse Andrea in S. Miniato fra le torri di Fiorenza una tavola, nella quale  una Assunzione di Nostra Donna con due figure, et alla Nave a l'Anchetta fuor della porta alla Giustizia un tabernacolo d'una Nostra Donna. E Domenico in Perugia fece altres una camera per li Baglioni, tenuta vaghissima; et ancora in molti altri luoghi alcune opre bellissime. Egli era ottimo prospettivo, et in molte cose dell'arte molto valse. Gli diedero sepoltura in Santa Maria Nuova nell'et degli anni suoi LVI. Et Andrea seguit per Fiorenza l'altre sue opere. Lavor in casa i Carducci in Fiorenza, oggi de' Pandolfini, alcuni uomini famosi, parte ritratti di naturale e parte da lui investigando l'effigie.
Tra i quali sono Philippo Spano de gli Scolari, Dante, Petrarca, il Boccaccio et altri cavalieri fra un buon numero di litterati, i quali sono stati lavorati da lui con molto amore. Alla Scarperia, che  castello in Mugello, passo per Bologna, sopra la porta del palazzo del vicario  una Carit ignuda molto bella; et in Fiorenza, per la ribellione d'alcuni cittadini, nella faccia del Palazzo del Podest furono da lui dipinti quegli e per un piede impiccati, con tanto disegno, che acquist pi nome che prima non aveva fatto; e da questi, perch ella era pittura famosa e publica fu chiamato Andrea de gli Impiccati. Visse nel suo tempo molto onoratamente, e perch era persona splendida e dilettavasi molto di vestire e di stare in casa pulitamente, lasci poche facult alla morte sua, la quale gli tronc la vita nella et d'anni LXXI. E risapendosi dopo la morte sua l'impiet che egli aveva usata a maestro Domenico, con odiose esequie fu sepolto in Santa Maria Nuova e fugli fatto questo epitaffio: 31  CASTANEO ANDREAE MENSVRA INCOGNITA NVLLA 32 ATQUE COLOR NULLUS LINEA NVLLA FVIT 33 INVIDIA EXARSIT FVITQUE PROCLIVIS AD IRAM 34 DOMITIUM HINC VENETUM SUBSTULIT INSIDIIS 35 DOMITIUM ILLUSTREM PICTURA TURPAT ACUTUM 36 SIC SAEPE INGENIUM VIS INIMICA MALI.
Lasci suoi discepoli Iacop del Corso che fu ragionevole maestro, il Pisanello che fin le sue cose, il Marchino e Giovanni da Rovezzano, l'anno MCCCCLXXIII.

 II,31.Fabriano e Pisanello Grandissimo vantaggio ha chi campa in uno avviamento dopo la morte di chi ha procacciato qualche degna opera donde egli abbia ad acquistar nome, perch senza molta fatica, seguitando l'ombra del suo maestro, sotto quella protezzione si perviene a que' fini, che se per s solo vi si dovesse arrivare, bisognerebbe pi lungo tempo e fatiche maggiori assai. Il che, ancora che in molti si sia veduto, si potette vedere e toccare (come si dice) con mano nel Pisanello pittore; il quale, dimorato molti anni in Fiorenza con Andrea da 'l Castagno e finito le opere sue dopo la morte di quello, acquist tanto credito co 'l nome di Andrea, che venendo in Fiorenza Papa Martino V ne lo men seco a Roma, et in Santo Ianni Laterano in fresco gli fece fare alcune istorie, vaghissime e belle al possibile. Perch egli abondantissimamente mise in quelle una sorte di azzurro oltramarino donatoli dal detto papa, si bello e si colorito, che non ha avuto ancor paragone. Et a concorrenza di questo lavoro Maestro Gentile da Fabbriano alcune istorie di sotto a lui, et infra l'altre fece di terretta tra le finestre in chiaro e scuro alcuni Profeti, che sono tenuti la miglior cosa di tutta quella opera. Il Pisanello per proprio nome detto Vittore, dipinse ancora in altri luoghi per Roma; e parimente nel Campo Santo di Pisa, nella quale, come in amatissima patria sua dimorando poi lungamente, termin finalmente assai ben maturo la vita sua. Costui oltre a questo fu eccellentissimo ne' bassi rilievi, e fece le medaglie di tutti i principi di Italia e quelle del Re Alfonso I massimamente. Ma Gentile seguitando il dipignere, con molta diligenzia fece infiniti lavori nella Marca, e particularmente in Agobbio dove ancora se ne veggono alcuni, e similmente per tutto lo stato d'Urbino. Lavor in San Giovanni di Siena, et in Fiorenza nella sagrestia di Santa Trinita fece una tavola con la istoria de' Magi, et in Perugia molti lavori e specialmente in San Domenico, dove e' fece una tavola molto bella. Dipinse ancora in Citt di Castello, sino a che ultimamente torn a Roma, dove lavorando per sostentarsi, si condusse a tale, essendo fatto parletico, che e' non operava pi cosa buona. Laonde stette pi di sei anni che nulla fece, e consumato dalla vecchiezza, trovandosi gi LXXX anni, finalmente pur si mor. E gli fu fatta questa memoria: 42  HIC PULCHRE NOVIT VARIOS MISCERE COLORES: 43 PINXIT ET IN VARIIS URBIBUS ITALIAE.

 II,32.Pesello e F. Peselli Rare volte suole avvenire che i discepoli de' maestri rari, se osservano i documenti di quegli, non divenghino molto eccellenti, e che se pure non se gli lasciano dopo le spalle, non gli pareggino almeno e si agguaglino a loro in tutto. Perch il sollecito fervore della imitazione, con la assiduit dello studio, ha forza di pareggiare la virt di chi gli dimostra il vero modo dello operare. Laonde vengono i discepoli a farsi tali, che e' concorrono poi co' maestri e gli avanzano agevolmente, per esser sempre poca fatica lo aggiugnere a quello che  trovato. E che questo sia il vero, Francesco di Pesello imit talmente la maniera di fra' Filippo, che se la morte non ce lo rapiva cos acerbo, di gran lunga lo superava. Conoscesi che Pesello, imit la maniera d'Andrea da 'l Castagno e tanto prese piacer del contraffare animali e di tenerne sempre in casa vivi d'ogni specie, che e' fece quegli s pronti e vivaci, che di quella professione non ebbe alcuno nel suo tempo che gli facesse paragone. Stette fino all'et di X anni sotto la disciplina di Andrea, imparando da lui, e divenne bonissimo maestro.
Fece nella via de' Bardi la tavola della cappella di Santa Lucia, la quale gli arrec tanta lode, che per la Signoria di Fiorenza gli fu fatto dipignere una tavola a tempera, quando i Magi offeriscono a Cristo, che fu collocata a mezza scala del loro palazzo, per la quale Pesello acquist gran fama. Fece ancora alla cappella de' Cavalcanti in Santa Croce, sotto la Nunziata di Donato, una predella con figurine piccole, dentrovi storie di San Niccol; e lavor in casa de' Medici una spalliera d'animali molto bella, et alcuni corpi di cassoni con storiette piccole con giostre di cavalli. E veggonsi in detta casa sino al d d'oggi di mano sua alcune tele di leoni, i quali s'affacciano a una grata che paiono vivissimi; et altri ne fece fuori, e similmente uno che con un serpente combatte; e color in un'altra tela un bue et una volpe con altri animali molto pronti e vivaci.
Fece ancora a Pistoia una tavola in S. Iacopo, la quale  molto diligentemente finita; e per la citt sua una infinit di tondi che smarriti per le case di cittadini si veggono.
Fu persona molto modesta, moderata e gentile, e sempre ch'e' poteva giovare agli amici con amorevolezza e volentieri lo faceva. Tolse moglie giovane et ebbene Francesco detto Pesellino suo figliuolo, che attese alla pittura imitando gli andari di fra' Filippo infinitamente.
Costui se pi tempo viveva, per quello che si conosce, averebbe fatto molto pi ch'egli non fece, perch era studioso nell'arte, n mai restava n d n notte di disegnare. Perch si vede ancora nella cappella del noviziato di Santa Croce, sotto la tavola di fra' Filippo, una maravigliosissima predella di figure piccole, le quali paiono di mano di fra Filippo. Egli fece molti quadretti di figure piccole per Fiorenza, et in quella acquistato il nome se ne mor d'anni XXXI, perch Pesello ne rimase dolente; n molto stette che lo segu lasciando il mondo non manco pieno dell'opre, che s'abbia fatto di nome. Visse in Fiorenza anni LXXVII. Et insieme col suo figliuolo fu onorato poi di questi versi: 19      Se pari cigne il Cielo i duoi Gemelli; 20 Tal cigne il padre e 'l figlio la bella arte: 21 Che Appelle fa di s fama in le carte 22 Come fan le rare opre a' duoi Peselli.

 II,33.Benozzo Chi camina con le fatiche a la strada della virt, ancora che ella sia (come e' dicono) e sassosa e piena di spine, a la fine della salita si ritruova pur finalmente in un largo piano, con tutte le bramate felicit. E nel riguardare a basso, veggendo i cattivi passi con periglio fatti da lui, ringrazia Dio che a salvamento ve lo ha condotto, e con grandissimo contento suo benedice quelle fatiche che gi tanto gli rincrescevano. E cos ristorando i passati affanni con la letizia del bene presente, senza fatica pur si affatica per far conoscere a chi lo guarda come i caldi, i geli, i sudori, la fame, la sete e gli incomodi che si patiscono per acquistare la virt, liberano altrui da la povert e lo conducono a quel sicuro e tranquillo stato, dove con tanto contento suo lo affaticato Benozzo, si ripos. Costui fu discepolo dello Angelico fra' Giovanni, a ragione amato da lui, e da chi lo conobbe tenuto pratico di grandissima invenzione, e molto copioso negli animali, nelle prospettive, ne' paesi e negli ornamenti. Fece tanto lavoro nella et sua, che e' mostr non essersi molto curato d'altri diletti; et ancora che e' non fusse molto eccellente a comparazione di molti che lo avanzarono di disegno, super nientedimeno col tanto fare tutti gli altri della et sua, perch in tanta moltitudine di opere gli vennero fatte pure delle buone. Dipinse in Fiorenza nella sua giovanezza alla Compagnia di San Marco la tavola dello altare; et in San Friano un Transito di San Ieronimo, che  stato guasto per acconciare la facciata della chiesa lungo la strada. Nel palazzo de' Medici fece in fresco la cappella con la storia de' Magi, et a Roma in Araceli, nella cappella de' Cesarini, le storie di Santo Antonio da Padova, et in Santo Apostolo la cappella dello altar maggiore. La quale per le fatiche duratevi e per alcune figure scortate ebbe grido e fama grandissima in quella citt, e fu cagione di farlo conoscere per molto pratico e diligente nella arte. Non mancano per alcuni che attribuischino questa cappella a Melozzo da Furl, il che a noi non pare verisimile, s perch di Melozzo non abbiamo visto gi mai cosa alcuna, e s ancora perch e' vi si riconosce tutta la maniera di Benozzo; pure ne lasciamo il giudicio libero a chi la intende meglio di noi. Dipinse in questa cappella la Ascensione di Cristo, con assai ornamenti di prospettiva, ad instanzia, dicono, del Cardinale Riario, nipote di Papa Sisto IIII dal quale ne fu molto remunerato. Fu costui abbondante di figure e di ogni altra cosa ne' suoi lavori, e molto si dilett di fare scortar le figure di sotto in su: cosa difficile e faticosa nella pittura. Fu chiamato dalla opera di Pisa e lavor nel cimiterio allato al duomo detto Campo Santo una parete di muro lunga quanto tutto lo edifizio, e vi fece storie del Testamento vecchio, con grandissima invenzione di figure. E bene si pu veramente chiamar questa una opera terribilissima, per esservi distintamente le storie della creazione del mondo a giorno per giorno, tutte quelle di No che fabrica l'arca e vi riceve gli animali, la inondazione del diluvio espressa con bellissimi componimenti e copiosit di figure e con ogni bello ornamento. Inoltre la superba edificazione della torre disegnata da Nebrot, lo incendio di Soddoma e delle altre citt vicine, le istorie di Abramo, nelle quali sono da considerare affetti bellissimi; perch ancora che Benozzo non avesse molto singular disegno nelle figure, e' dimostr nientedimanco l'arte efficacemente nel sacrifizio di Isaac, per avere situato in iscorto uno asino in tale maniera, che e' si volta per ogni banda; il che  tenuto cosa bellissima. Segu appresso il nascere di Mos, con que' tanti segni e prodigii sino a che e' trasse il popolo fuori de lo Egitto e lo cib tanti anni dentro al deserto. Aggiunse a questo tutte le storie ebree sino a Davit et a Salomone suo figliuolo, sino che a lui viene la Regina Saba. E dimostr veramente Benozzo in questo lavoro uno animo pi che invitto, perch dove s grande impresa arebbe giustamente fatto paura ad una legione di pittori, egli solo la fece tutta e la condusse a perfezzione. Di maniera che avendone acquistato fama grandissima, merit che nel mezzo di quel lavoro gli fusse posto questo epigramma: 74  QUID SPECTAS VOLVCRES, PISCES ET MONSTRA FERARUM 75 ET VIRIDES SILVAS AETHEREASQUE DOMOS? 76 ET PUEROS, IVVENES, MATRES, CANOSQUE PARENTES 77 QUEIS SEMPER VIVUM SPIRAT IN ORE DECUS? 78 NON HAEC TAM VARIIS FINXIT SIMULACRA FIGURIS 79 NATURA, INGENIO FOETIBUS APTA SUO: 80 EST OPUS ARTIFICIS; PINXIT VIVA ORA BENOXUS.
81 O SUPERI, VIVOS FUNDITE IN ORA SONOS.
Nella medesima citt di Pisa, nelle monache di San Benedetto a Ripa d'Arno, fin tutta la storia della vita monastica di quel santo, che non  piccola. Et inoltre molte opere a tempera in fresco et in tavola si veggono per tutta quella terra, facilissimamente lavorate da lui, come nella Compagnia de' Fiorentini dirimpetto a San Girolamo, et infiniti altri luoghi che troppo sarebbe lungo il contargli.
Dipinse a San Gimignano, et a Volterra tanto, che logoro finalmente dalla fatica in et di LXXVIII anni, se ne and a 'l vero riposo nella stessa citt di Pisa, in una casetta che in s lunga dimora vi si aveva comperata nella carraia di San Francesco. La qual casa lasci morendo alla sua figliuola, e con lagrime di tutta quella citt onoratamente fu sepellito in Campo Santo con questo epitaffio: HIC TIMULUS EST BENOTII FLORENTINI QUI PROXIME HAS PINXIT HISTORIAS. HUNC SIBI PISANOR<UM> DONAVIT HUMANITAS.
MCCCCLXXVIII.
Visse Benozzo costumatissimamente sempre, e da vero cristiano, consumando tutta la vita sua in esercizio onorato; per il che e per la buona maniera e qualit sua lungamente fu ben veduto in quella citt e tenuto in pregio.
Lasci dopo s, discepoli suoi, Zanobi Machiavegli fiorentino, et alcuni altri che non accade farne memoria.

 II,34.L.Vecchietto Egli si vede assai chiaramente per tutte le et passate che in una patria non fiorisce mai uno artefice, che molti altri, o minori o pari, non concorrino poco appresso. Dando la virt di colui cagione di insegnare gli esercizii lodati a chi viene di poi, et a quegli stessi che adoperano, di guardarsi da gli errori, essendo assai pi che certo che i giudizii degli uomini sono quelli che dimostrano la bont e la eccellenzia delle cose e conoscono il vero essere loro; per il che agevolmente si pu ricevere da essi cos biasimo degli errori, come onore del portarsi bene. Questo adopera la concorrenza, de la utilit della quale non intendo pi ragionare: solamente dir che i Sanesi ebbero in un tempo medesimo concorrenti assai loro artefici molto lodati; infra i quali fu Lorenzo di Piero Vecchietti, scultore ne' suoi tempi molto stimato, perch nel fare il tabernacolo di bronzo con gli ornamenti di marmo in su lo altar maggiore del Duomo di Siena sua patria, acquist reputazione e nome grandissimo per il mirabil getto ch'egli fece e per la proporzione che in tal lavoro dimostr, nel quale chi guarda bene, vede ancora un disegno buono et un giudicio accompagnato con grazia e garbo bellissimo. Onde per tale opra merit che la Signoria di Siena lo rimunerasse. Costui per essere amorevole e cortesissimo, portava alla arte ch'egli esercit et a tutti gli artefici, grandissimo amore.
Laonde alla cappella de' pittori sanesi nello Spedal grande della Scala fece un Cristo nudo che tiene la croce in mano, di altezza quanto il vivo, col getto del metallo molto ben condotto e con grazia e con amor rinetto, perch da quegli oltre il pagamento con lode di tutti gli artefici fu sempre celebrato. Nella medesima casa nel peregrinario  una storia dipinta da lui coi colori, e sopra la porta di San Giovanni uno arco con figure lavorate a fresco. Similmente, perch il battesimo non era finito, vi lavor alcune figurine di marmo e vi fin di bronzo una istoria cominciata gi da Donato, dove lavor ancora due istorie di bronzo Iacopo della Fonte, la maniera del quale imit sempre Lorenzo il pi che e' potette. E cos condusse il detto battesimo a la ultima perfezzione ponendovi ora alcune figure gittate di bronzo gi da Donato, ma non finite se non da esso Lorenzo, che sono tenute cosa bellissima. Alla loggia degli Uficiali in Banchi fece di marmo, a la altezza del naturale, un San Piero et un San Paulo, lavorati con somma grazia e condotti con grande amore. Accomod costui talmente le cose che e' fece, che e' ne merita lode infinita, cos morto come vivo.
Fu persona assai maninconica e solitaria, e che sempre attualmente stava in considerazione, il che forse gli fu cagione di non molto vivere. Con ci sia che venuto gi di LVIII anni pass a l'altra vita. Furono da lui finite l'opre sue l'anno MCCCCLXXXII. E gli fu fatto questo epitaffio: 50  SENENSIS LAURENS, VIVOS DE MARMORE VULTUS 51 DUXIT, ET EXCUSSIT MOLLIUS AERA MANU.

 II,35.Galasso Ferrarese Quando in una citt dove non sono eccellenti artefici vengono forestieri a fare opere, sempre si desta l'ingegno a qualcuno, che si sforza di poi, con l'apprendere quella medesima arte, far s che nella sua citt non abbino pi a venire gli strani per abbellirla da quivi inanzi e portarne le facult; le quali si ingegna di meritare egli con la virt, e di acquistarsi quelle ricchezze che troppo gli parsono belle ne' forestieri. Il che chiaramente fu manifesto in Galasso Ferrarese, il quale, veggendo Pietro da 'l Borgo a San Sepolcro rimunerato da quel duca dell'opre e delle cose che lavor, et oltra ci onoratamente tratenuto in Ferrara, fu per tale esempio incitato, dopo la partita di quello, di darsi alla pittura talmente, che in Ferrara acquist fama di buono et eccellente maestro. La qual cosa lo fece tanto pi grato in quel luogo, quanto nello andare a Vinegia impar il colorire a olio e lo port a Ferrara, perch fece poi infinite figure in tal maniera, che sono per Ferrara sparte in molte chiese. Appresso, venutosene a Bologna, condottovi da alcuni frati di San Domenico, fece ad olio una cappella in San Domenico; e cos il grido di lui crebbe insieme col credito. Per che appresso questo lavor a Santa Maria del Monte fuor di Bologna, luogo de' monaci neri, e fuor della porta di San Mammolo, molte pitture in fresco; e cos alla Casa di Mezzo per questa medesima strada fu la chiesa tutta dipinta di man sua et a fresco lavorata, ne <la> quale egli fece le storie del Testamento vecchio.
Visse sempre costumatissimamente e si dimostr molto cortese e piacevole, nascendo ci per lo essere pi uso fuor della patria sua a vivere et ad abitare che in quella. Vero  che per non essere egli molto regolato nel viver suo, non dur molto tempo in vita, andandosene di anni cinquanta o circa a quella vita che non ha fine. Onorato dopo la morte da uno amico di questo epitaffio: 34  GALASSUS FERRARIEN<SIS> 35 SUM TANTO STUDIO NATURAM IMITATUS ET ARTE 36 DUM PINGO, RERUM QUAE CREAT ILLA PARENS, 37 HAEC UT SAEPE QUIDEM, NON PICTA PUTAVERIT A ME, 38 A SE CREDIDERIT SED GENERATA MAGIS.
In questi tempi medesimi fu Cosm da Ferrara, pure. Del quale si veggono in San Domenico di detta citt, una cappella e nel duomo, duoi sportelli che serrano lo organo di quello. Costui fu migliore disegnatore che pittore, e per quanto io ne abbia possuto ritrarre, non dovette dipigner molto.

 II,36.A.Rossellino Veramente che e' fu sempre cosa mirabile, oltra la virtuosa modestia, lo essere ornato di gentilezza e di quelle rare virt, che agevolmente si riconoscono nelle onorate azzioni di Antonio Rossellino scultore; il quale faceva quella arte con tanta grazia, che da ogni suo conoscente era stimato assai pi che uomo et adorato quasi per santo, per quelle ottime qualit che erano unite alla virt sua. Fu chiamato Antonio il Rossellino da 'l Proconsolo, perch e' tenne sempre la sua bottega in un luogo che cos si chiama in Fiorenza. Era maestro molto eccellente anzi maraviglioso nella scultura, stimato assai mentre che e' fu vivo, e celebratissimo dopo la morte. Fu s dolce e s delicato ne' suoi lavori, e di finezza e pulitezza tanto perfetta, che la maniera sua giustamente si pu dir vera e veramente chiamare moderna. Fece nel palazzo de' Medici la fontana di marmo che  nel secondo cortile, nella quale sono alcuni fanciulli che sbarrano delfini che gettano acqua, et  finita con somma grazia e con maniera diligentissima. Nella chiesa di Santa Croce a la pila della acqua santa, fece la sepoltura di Francesco Nori, e sopra quella una Nostra Donna di basso rilievo, et una altra Nostra Donna in casa de' Tornabuoni, e molte altre cose mandate fuori in diverse parti, s come a Lione in Francia una sepoltura di marmo. A San Miniato a Monte, monasterio de' monaci bianchi fuori de le mura di Fiorenza, gli fu fatto fare la sepoltura del Cardinale di Portogallo, la quale s maravigliosamente fu condotta da lui, e con diligenzia et artifizio cos grande, che non si imagini artefice alcuno di poter mai vedere cosa alcuna che di pulitezza, di fine o di grazia, passare la possa in maniera alcuna. E certamente a chi la considera pare impossibile, nonch difficile, che ella sia condotta cos; vedendosi in alcuni angeli che vi sono tanta grazia e bellezza di arie, di panni e di artifizio, che e' non paiono pi di marmo, ma vivissimi. Di questi, l'uno tiene la corona della verginit di quel cardinale, il quale si dice che mor vergine, l'altro la palma della vittoria che egli acquist contra il mondo. E fra le molte cose artifiziosissime che vi sono, vi si vede uno arco di pietra detta macigno che regge una cortina di marmo aggruppata, tanto netta, che fra il bianco del marmo et il bigio del macigno, ella pare molto pi simile al vero panno che al marmo. In su la cassa del corpo sono alcuni fanciulli veramente bellissimi et il morto stesso, con una Nostra Donna in un tondo, lavorata molto bene. La cassa tiene il garbo di quella di porfido che  in Roma su la piazza della Ritonda. Questa sepoltura del cardinale fu posta su nel MCCCCLVIIII. E tanto piacque la forma sua e la architettura della cappella al Duca di Malfi nipote di Papa Pio II, che da le mani del maestro medesimo ne fece fare in Napoli una altra per la donna sua, simile a questa in tutte le cose, fuori che nel morto. Di pi vi fece una tavola di una Nativit di Cristo nel Presepio, con un ballo di angeli in su la capanna che cantano a bocca aperta, in una maniera che ben pare che dal fiato in fuori Antonio desse loro ogni altra movenzia et affetto, con tanta grazia e con tanta pulitezza, che pi operare non possono nel marmo, il ferro e lo ingegno. Per il che sono state molto stimate le cose sue da Michelagnolo e da tutto il restante degli artefici pi che eccellenti. Nella pieve di Empoli fece di marmo un San Sebastiano, che  tenuto cosa bellissima; e finalmente si mor in Fiorenza di et d'anni XLVI lasciando un suo fratello architetto e scultore, nominato Bernardo, che in Santa Croce fece di marmo la sepoltura di M<esser> Lionardo Bruni da Arezzo, che scrisse la storia fiorentina. Costui del continuo attese alla architettura, ma per non essere stato eccellente quanto il fratello, non se ne fa memoria altrimenti. Lavor Antonio Rossellino le sue sculture circa il MCCCCLX. E perch quando l'opere si veggono piene di diligenzia e di difficult gli uomini restano di quelle pi ammirati, conoscendosi queste due cose massimamente ne' suoi lavori, merita egli e fama et onore, come augumentatore della arte e come esemplo certissimo donde i moderni scultori hanno potuto imparare come si debbino fare le statue, che mediante le difficult arrechino lode e fama grandissima. Con ci sia che dopo Donatello aggiunse egli alla arte della scultura pulidezza e fine, cercando bucare e ritondare in maniera le sue figure, che elle apparissero per tutto e tonde e finite. E per quella infinita grazia che e' mise sempre nelle sue cose, non manc dopo la morte chi lo onorasse di questo epitaffio: EN VIATOR POTIN EST PRAETEREUNTEM NON COMPATI NOBIS? CHARITES QUAE MANUI ANTONII ROSSELLINI DUM VIXIT SEMPER ADFUIMUS HILARES, EAEDEM EIVSDEM MANIBUS HOC MONUMENTO CONDITIS CONTINVO NUNC ADSUMUS ADERIMUSQUE LVGENTES.

 II,37.F.di Giorgio Lo ornamento della virt di chi nasce non pu esser maggior nel mondo, che quello della nobilt e quello de i buoni costumi, i quali hanno forza di trarre al sommo di qualsivoglia fondo, ogni smarrito ingegno et ogni nobile intelletto. Onde coloro che praticano con questi tali, invaghiscono non solamente delle parti buone che in esse veggano oltra la virt, ma si fanno schiavi del suggetto bello di vedere in un sol ramo inestati tanti saporiti frutti, l'odore e 'l gusto de' quali recano gli uomini a essere ricordati dopo la morte e che di essi di continuo si scrivino memorie; come veramente merita che lodate e scritte siano le azzioni di Francesco di Giorgio scultor sanese. Il quale non manco fu eccellente e raro scultore ch'egli si fosse architetto, come apertamente mostrano le figure da lui dopo la morte lasciate a Siena sua patria; le quali di bronzo con bellissimo getto furono due angeli oggi locati su lo altar maggiore del duomo di quella citt, i quali egli con sua grandissima comodit fece e rinett. Era Francesco persona che faceva l'arte pi per ispasso e per piacere, sendo ben nato e di sufficienti facult dotato, che per avarizia o altro comodo che trar ne potesse. Laonde cerc ancora di dare opera alla pittura, e fece alcune cose non cos perfette per come nella scultura e nella architettura.
Per il che avendo egli avviamento per il Duca Federigo di Urbino, and a' servigi di quello, et il mirabile palazzo d'Urbino, fattone prima il modello, gli condusse quale e' si vede. Il che fu cagione di non manco farlo tener vivo fra gli uomini per tal memoria, che per la stessa scultura sua.
E s'e' vi avesse atteso, non  dubbio ch'egli non ne fosse restato sempre famoso. Atteso che infiniti scrittori, per l'Academia che in tal luogo in quel tempo si ritrov, hanno talmente celebrato l'edificio, che ben pu Francesco di tale opera quanto altro artefice contentarsi. Egli ricevette da quel principe infinite carezze, essendo quello amator singularissimo di tali uomini; et inoltre per che a Siena se ne torn con premio, merit per gli onori e pel grado che a Siena sua patria aveva acquistato, essere eletto de' Signori di quella citt. Ma pervenuto finalmente ad et d'anni XLVII per un male, ch'alle gambe gli venne, indeboli talmente, che poco tempo dur; n gli valsero o bagni o altri rimedii alla vita. Furono da lui le statue e l'architetture fatte l'anno MCCCCLXX. Et acquistonne questo epitaffio: 43  QUAE STRUXI URBINI AEQUATA PALATIA COELO 44 QUAE SCULPSI ET MANIBUS PLURIMA SIGNA MEIS 45 ILLA FIDEM FACIUNT UT NOVI CONDERE TECTA 46 AFFABRE ET SCIVI SCVLPERE SIGNA BENE.
Lasci suo compagno e carissimo amico Iacopo Cozzerello, il quale attese alla scultura et alla architettura similmente, e fece alcune figure di legno che sono in Siena, e cominci la architettura di Santa Maria Maddalena fuori de la porta a' Tufi, la quale rimase imperfetta per la sua morte.

 II,38.D.da Settignano Hanno grandissimo obligo al cielo et alla natura quegli che senza fatiche partoriscono le cose loro, con una certa grazia che non si pu dare alle opere che altri fa, n per istudio n per imitazione; ma  dono veramente celeste che piove in maniera su quelle cose, che elle portano sempre seco tanta leggiadria e tanta gentilezza, che elle tirano a s non solamente quegli ch'intendono il mestiero, ma molti altri ancora che non sono di quella professione. E nasce che la facilit del buono, quando si guarda, non  aspra a gli occhi per mostrarsi difficile a non essere intesa, ma  mirabile e dilettevole nella dolcezza per essere facilissima a intenderla; come avvenne a Desiderio che nella semplicit sua fu tale, che con la grazia divina oper le sue cose.
Dicono alcuni che Desiderio fu da Settignano, luogo vicino a Fiorenza due miglia, alcuni altri lo tengono fiorentino; ma questo rilieva nulla, per essere s poca distanza da l'un luogo a l'altro. Fu costui imitatore della maniera di Donato, quantunque da la natura avesse egli grazia grandissima e leggiadria nelle teste. E veggonsi l'arie sue di femmine e di fanciulli, con delicata, dolce e vezzosa maniera aiutate tanto dalla natura che inclinato a questo lo aveva, quanto era ancora da lui esercitato l'ingegno dall'arte. Fece nella sua giovanezza il basamento del David di Donato, ch' in palazzo de' Signori in Fiorenza, nel quale Desiderio fece di marmo alcune arpie bellissime et alcuni viticci di bronzo molto graziosi e bene intesi, e nella facciata della casa de' Gianfigliazzi un'arme grande con un lione, bellissima, et altre cose di pietra, le quali sono in detta citt. Fece nel Carmine alla cappella de' Brancacci uno agnolo di legno; et in San Lorenzo fin di marmo la cappella del Sacramento, la quale egli con molta diligenza condusse a perfezzione. Eravi un fanciullo di marmo tondo, il qual fu levato, et oggi si mette su lo altare per le feste della Nativit di Cristo, cosa mirabile e dilicata; in cambio del quale ne fece un altro Baccio da Monte Lupo, di marmo pure, che sta continovamente sopra il tabernacolo del Sacramento. In Santa Maria Novella fece di marmo la sepoltura della Beata Villana, cosa garbata; e nelle monache delle Murate, sopra una colonna in un tabernacolo, una Nostra Donna piccola di leggiadra e graziata maniera, onde l'una e l'altra cosa  in grandissima stima et in bonissimo pregio. Fece ancora a San Piero Maggiore, il tabernacolo del Sacramento di marmo, con la solita diligenza. Et ancora che in quello non siano figure, e' vi si vede per una bella maniera et una grazia infinita, come nell'altre cose sue. Egli similmente di marmo ritrasse di naturale la testa della Marietta de gli Strozzi, la quale essendo bellissima gli riusc molto eccellente. Fece la sepoltura di M<esser> Carlo Marsupini aretino in Santa Croce, la quale non solo in quel tempo fece stupire gli artefici e le persone intelligenti che la guardarono, ma quegli ancora che al presente la veggono se ne maravigliano; dove egli avendo lavorato in una cassa fogliami, bench un poco spinosi e secchi, per non essere allora scoperte molte antichit, furono tenuti cosa bellissima. Ma fra l'altre parti che in detta opra sono, vi si veggono alcune ali che a una nicchia fanno ornamento a pi della cassa, che non di marmo, ma piumose si mostrano; cosa difficile a potere imitare nel marmo, atteso ch'a i peli et alle piume non pu lo scarpello agiugnere. E`vvi di marmo una nicchia grande, pi viva che se di osso proprio fosse. Sonvi ancora alcuni fanciulli et alcun'angeli condotti con maniera bella e vivace; similmente  di somma bont e di artificio il morto su la cassa, et in un tondo una Nostra Donna di basso rilievo, lavorato secondo la maniera di Donato, con giudicio e con grazia mirabilissima. Per il che se la morte s tosto non toglieva al mondo quello spirito che tanto egregiamente oper, avrebbe s per lo avenire con la esperienza e con lo studio operato, che vinto avrebbe d'arte tutti coloro che di grazia aveva superati. Troncogli la morte il filo della vita nella et di XXVIII anni; perch molto ne dolse a tutti quegli che stimavano dover vedere la perfezzione di tanto ingegno nella vecchiezza di lui, e ne rimasero pi che storditi per tanta perdita. Fu da' parenti e da molti amici accompagnato nella Chiesa de' Servi, continuandosi per molto tempo alla sepoltura sua di mettersi infiniti epigrammi e sonetti. De 'l numero de' quali mi  bastato mettere solamente questo: DESIDERII SETTINIANI VENUSTISS<IMI> SCULPTORIS QUOD MORTALE ERAT HAC SERVATUR URNA PARCAE N<ON> INIQUISS<IMI> FACTI POENITENTIA DUCTAE ID LACHRIMIS NON ARABVM SED CHARITUM SUI INCOMPARABILIS ALUMNI DESIDERIO ACERBISS<IMA> FATA DEFLENTIUM AETERNITATI D<ANT> D<EDICANT>.
84      Come vide natura 85 Dar Desiderio a' freddi marmi vita; 86 E poter la scultura 87 Agguagliar sua bellezza alma e infinita, 88 Si ferm sbigottita; 89 E disse: Ormai sar mia gloria oscura.
90 E piena d'alto sdegno 91 Tronc la vita a quel felice ingegno.
92 Ma in van; perch i suoi marmi 93 Viveran sempre, e viveranno i carmi.
Furono le sculture sue fatte nel MCCCCLXXXV. Lasci abbozzata una Santa Maria Maddelena in Penitenzia, la quale fu poi finita da Benedetto da Maiano, la quale  in Santa Trinita di Fiorenza, entrando in chiesa a man destra, bellissima quanto pi dir si possa.

 II,39.Mino Quando gli artefici nostri non cercano altro nelle opere ch'e' fanno, che imitare la maniera del loro maestro o d'altro eccellente, che gli piaccia il modo di quello operare, o nell'attitudini delle figure, o nell'arie delle teste, o nel piegheggiare de' panni, e studiano quelle solamente, se bene col tempo e con lo studio le contraffanno simili, non possono arrivare con questo solo a la perfezzione dell'arte; avvenga che manifestissimamente si vede che rare volte si passi a chi si camina dietro, perch la imitazione della natura  ferma nella maniera di quello artefice che ha fatto la lunga pratica diventare maniera.
Con ci sia che l'imitazione  una ferma arte di fare appunto quel che tu fai, come sta il pi bello delle cose della natura, pigliandola schietta senza la maniera del tuo maestro o d'altri; i quali ancora eglino ridussono in maniera le cose che tolsono da la natura. E se ben pare che le cose delli artefici eccellenti siano cose naturali o ver simili, non  che mai si possa usar tanta diligenzia che si facci tanto simile che elle sieno com'essa natura; n ancora, scegliendo le migliori, si possa fare composizion di corpo tanto perfetto che la arte la trapassi. E se questo  adunque le cose tolte da lei per far e le pitture e le sculture perfette, rimanendoci per la maniera imperfezzione, chi studia strettamente le maniere de gli artefici e non i corpi o le cose naturali,  necessario che facci l'opere sue e men buone della natura e da chi si to' la maniera. Laonde s' visto molti de' nostri artefici non avere voluto studiare altro che le opere de' loro maestri e lasciato da parte la natura; de' quali n' avenuto che non le hanno apprese del tutto e non passato il maestro loro, ma hanno fatto ingiuria grandissima all'ingegno ch'egli hanno avuto, che s'eglino avessino studiato la maniera e le cose naturali, arebbon fatto maggior frutti nelle opere loro che e' non feciono. Come intervenne <ne> l'opere di Mino scultore da Fiesole, il quale aveva l'ingegno atto a far quel che e' voleva, invaghito della maniera di Desiderio da Settignano suo maestro, per la bella grazia che dava alle teste delle femmine e de' putti e d'ogni sua figura; parendoli al suo giudizio meglio della natura, esercit et and dreto a quella, abandonando e tenendo cosa inutile le naturali; onde fu pi graziato che fondato in el l'arte.
Nel monte di Fiesole, gi citt antichissima vicino a Fiorenza, nacque Mino di Giovanni scultore, il quale posto a l'arte dello squadrar le pietre con Desiderio da Settignano, e' giovane eccellente nella scultura, che inclinato a quel mestiero, impar, mentre lavorava le pietre squadrate, a far di terra figure, e condusse alcune cose di basso relievo ritratte dalle cose che aveva fatte di marmo Desiderio s simili, che egli vedendolo volto a far profitto in quella arte lo tir innanzi, e lo messe a lavorare di marmo sopra le cose sue, <ne> le quali con una osservanza grandissima cercava di mantenere la bozza di sotto; n molto tempo and seguitando ch'egli si fece assai pratico in quel mestiero, del che se ne sodisfaceva Desiderio infinitamente, ma pi Mino dell'amorevolezza di lui, vedendolo continuo a insegnarli et a instruillo che e' si difendessi da gli errori che si possono fare in quell'arte; et in mentre ch'egli era per venire in quella professione eccellente, la disgrazia sua volse che Desiderio passassi a miglior vita; la qual perdita fu di grandissimo danno a Mino il quale, come disperato, si part da Fiorenza e se ne and a Roma, et aiut a' maestri che lavoravano allora opere di marmo e sepolture di cardinali, che andorono in San Pietro di Roma, le quali sono oggi ite per terra per la nuova fabbrica, tal che fu conosciuto per maestro molto prattico e sufficiente, e gli fu fatto fare da un cardinale che li piaceva la sua maniera, l'altare di marmo dove  il corpo di San Girolamo nella chiesa di Santa Maria Maggiore, con istorie di basso rilievo della vita sua, le quali egli condusse a perfezzione. Avenne che Papa Paulo II veneziano faceva fare il suo palazzo a San Marco che vi si adoper molto e cos il papa si mor in quel tempo, e Mino trovandosi a' suoi servigii gli fu fatto allogazione della sua sepoltura, della quale egli pen duo anni et alfine la men in San Pietro, che fu allora tenuta la pi ricca sepoltura che fussi stata fatta di ornamenti e di figure a pontefice nessuno; la quale da Bramante fu messa in terra nella rovina di San Piero, e quivi stette sotterrata fra i calcinacci parecchi anni, et or nel MDXLVII fu fatta rimurare d'alcuni Veneziani in S.
Piero nel vecchio, in una pariete vicino alla cappella di Papa Innocenzio. E se bene alcuni credono che tal sepoltura sia di mano di Mino del Reame, ancor che fussino quasi a un tempo, a me pare alla maniera di mano di Mino da Fiesole.
Ma per tornare a lui, acquistato ch'egli ebbe nome in Roma per tal sepoltura e per le opere che egli aveva fatte, non ist molto ch'egli con buon numero di danari avanzati, a Fiesole se ne ritorn e tolse donna. N molto tempo and ch'egli per servigio delle donne delle Murate fece un tabernacolo di marmo di mezzo rilievo, per tenervi il Sacramento, il quale fu da lui con tutta quella diligenza ch'e' sapeva condotto a perfezzione. Il quale non aveva ancora murato, che inteso le monache di Santo Ambruogio, che erano desiderose di far fare un ornamento simile nella invenzione ma pi ricco d'ornamento, per tenervi dentro la reliquia del miracolo che fu del Sacramento in quel luogo de' frammenti rimasti nel calice, da quellloro cappellano che diceva la messa lasciati da lui inavertentemente, che diventoron carne, Mino li fece un'opera molto finita e lavorata con diligenza, che, satisfatte da lui quelle donne, gli diedono tutto quello ch'e' dimand per prezzo di quell'opera; e cos poco di poi prese a fare una tavoletta con figure d'una Nostra Donna col Figliuolo in braccio, messa in mezzo da San Lorenzo e da San Lionardo, di mezzo rilievo, che doveva servire per i preti o capitolo di San Lorenzo, ad instanzia di M<esser> Dietesalvi Neroni, ma  rimasta nella sagrestia della Badia di Firenze. Et a que' monaci fece un tondo di marmo, drentovi una Nostra Donna di rilievo col suo Figliuolo in collo, qual posono sopra la porta principale che entra in chiesa, il quale piacendo molto a l'universale, fu fattogli allogazione di una sepoltura per il magnifico M<esser> Bernardo cavaliere di Giugni, il quale per essere stato persona onorevole e molto stimata, merit questa memoria da' suoi fratelli.
Condusse Mino in questa sepoltura, oltre alla cassa et il morto che sono assai belli, una Giustizia, la quale 'mita la maniera di Desiderio molto, se non avessi i panni di quella un poco tritati dalla maniera dello intaglio. La quale opera fu cagione che l'abate di quel luogo e' suoi monaci che avevano il corpo del Conte Ugo figliuolo del Marchese Uberto di Madeborgo, il quale lasci a quella badia molte facult e privilegii, e come desiderosi onorallo il pi ch'e' potevano, feciono fare a Mino, di marmo di Carrara, una sepoltura che fu la pi bella opera che Mino facesse mai; perch n' alcuni putti che tengonoll' arme di quel conte, che stanno molto arditamente e con una fanciullesca grazia; oltre alla figura del conte morto ch'egli fece in sulla cassa, et in mezzo sopra la bara, nella faccia, una figura d'una Carit con que' suoi putti, lavorata molto diligente et accordata insieme molto bene; simile una Nostra Donna, nel mezzo tondo col putto in collo, imitando la maniera di Desiderio pi ch'e' poteva, e se egli avesse aiutato il far suo con le cose vive ch'egli li avessi studiate, non  dubio che egli arebbe fatto grandissimo profitto ne l'arte. Cost questa sepoltura a tutte sue spese lire 1600 e la fin nel MCCCCLXXXI; della quale acquist molto onore, e per questo gli fu allogato a fare nel Vescovado di Fiesole, a una cappella vicina alla maggiore a man dritta salendo, credo dov' il Sacramento, un'altra sepoltura per il Vescovo Lionardo Salutato da Pescia, vescovo di detto luogo; nella quale egli vi fece il suo ritratto in pontificale che lo somigli molto, e di questa ne consegu medesima laude che nelle altre fatto aveva. Avenne che un giorno Mino, volendo muovere certe pietre, si affatic pi che il solito non avendo molti aiuti, e cos prese una calda; e perch non vi rimedi col cavarsi sangue, egli pass di questa ad un'altra vita, dolendo a' suoi amici che rimasono, per la perdita sua, sconsolati molti mesi, per essere egli molto grato nella conversazione. E cos nella chiesa della Calonaca di Fiesole, gli diedono sepoltura l'anno MCCCCLXXXVI. E fu per memoria et onore di lui, non dopo molto spazio di tempo, fattoli questo epitaffio: 39  DESIDERANDO A 'L PARI 40 DI DESIDERIO ANDAR NELLA BELLA ARTE, 41 MI TROVAI TRA QUE' RARI 42 A CVI VOGLIE SI` BELLE IL CIEL COMPARTE.

 II,40.Ercole Ferrarese Ancora che fiorissero in Toscana d'ogni tempo gli ingegni maravigliosamente nelle pitture, nondimeno ne l'altre provincie d'Italia, che questo intendevano, si veniva a risvegliare sempre qualche persona che faceva l'arte in que' luoghi tenere eccellente. E certamente dove non sono gli studii e gli uomini per usanza inclinati ad imparare, non possono le genti n cos tosto n cos lodate divenire. Ma quando in tali citt divengono alcuni eccellenti, sono da que' popoli ammirati e stimati, per la poca quantit che il paese loro ne produce; come fu veramente ammirato e tenuto eccellente Ercole da Ferrara pittore, che fu creato di Lorenzo Cossa, il quale Cossa fu ne' suoi tempi molto stimato, et infinite opere fece et in Ferrara e per tutta la Lombardia et in Bologna massimamente, dove chiamato da M<esser> Giovanni Bentivogli dipinse molte camere e molte sale nel palazzo di quello, de le quali, per essere state poi rovinate, non accade altrimenti dire; e la cappella ancora in San Iacopo con duoi trionfi tenuti allora in quella citt una cosa molto eccellente. Lavor ancora in Ravenna, nella chiesa di San Domenico, la tavola a tempera e la cappella di San Bastiano a fresco; et in Ferrara sua patria il coro di San Domenico a fresco pure, e molte altre opere a tempera che non sono da farne memoria. E nella Misericordia di Bologna fece alcune pitture. Ma particularmente in San Giovanni in Monte di quella citt fece una tavola con una Nostra Donna e certi santi d'intorno, che fu finita da lui l'anno MCCCCIIIC. E cos in San Petronio in una cappella una tavola a tempera, che si conosce a la maniera, con una predella sotto di figure piccole fatte con gran diligenzia. Al Cossa dunque, mentre che egli era in cotanto credito, fu da alcuni Ferraresi dato a imparare i modi della arte il predetto Ercole molto giovane allora modesto e di acuto ingegno il quale, per venire a quel grado che e' pi bramava, studiando continovamente il d e la notte pass in brieve tempo il maestro quanto al disegno; ma per la reverenzia che gli portava, non si volse per per questo partire da lui, ma continov nel servizio suo sino a la morte di esso Cossa, con fatiche e disagi quasi incredibili. Venuta la morte del suo maestro, che lavorava allora la cappella de' Garganelli in San Pietro di Bologna, fu ricercato da 'l padrone di quello, se li bastava l'animo di condurla a quella perfezzione che 'l Cossa aveva disegnato. Per il che Ercole con bonissimo animo la prese, e si convennero insieme di dargli quattro ducati il mese, e la spesa per lui e per un suo garzone, et i colori che in tale opera avevano a porsi.
Laonde Ercole, messosi a gara con l'opera che il Cossa aveva fatta nella volta, la pass grandemente di disegno, di colorito e d'invenzione. Egli figur in una parete la Crocifissione di Cristo, cosa che  molto piena e bella, dove si vede figurato da lui oltra il Cristo che gi  morto, il tumulto de' Giudei venuti a vedere il Messia in croce; e tra questi una diversit di teste grandissima, avendo egli studiosissimamente cercato di farle tanto differenti l'una da l'altra, che elle non si somiglino in cosa alcuna. E ve ne fece veramente qualcuna che scoppiando di dolore nel pianto, assai chiaramente dimostra quanto e' cercasse imitare il vero. E`vvi lo svenimento della Madonna che  pietosissimo, ma molto pi compassionevole lo aiuto delle Marie in verso di quella, per vedersi ne' loro aspetti tanto dolore, quanto  appena possibile imaginarsi nel morire la pi cara cosa che tu abbia, e stare in perdita della seconda. Ma tra l'altre cose notabili che vi sono  un Longino a cavallo in su una bestia secca in iscorto, che ha rilievo grandissimo; et in lui si conosce la impiet nello avere aperto il lato di Cristo, e la penitenzia e converzione nel trovarsi ralluminato. Similmente in strana attitudine figur alcuni soldati che si giuocano la veste di Cristo, con modi bizzarri di volti et abbigliamenti nel dosso. Sonvi figure infinite, et i ladroni in croce legati, e que' soldati che rompono loro le gambe, i quali di attitudini e forza non si possono quasi far meglio, e mostrano come egli aveva intelligenza, cercando le fatiche dell'arte. Fece ancora nella parete dirimpetto a questa il Transito di Nostra Donna, la quale  da gli Apostoli circondata, con attitudini bellissime; fra le quali fece sei persone ritratte di naturale tanto bene, che quegli che le conobbero, affermano che elle sono vivissime. Ritrasse in tale opra se medesimo et il padrone della cappella, il quale per lo amore che gli port e per la fama che di tale opra consegu, finita ch'ella fu, gli don mille lire di bolognini. Dicono che Ercole stette XII anni a finir tale opra: sette a condurla in fresco e cinque per ritoccarla a secco.
Dicono che Ercole nel lavoro era molto fantastico, perch quando e' lavorava aveva cura che nessuno pittore n altri lo vedesse. Era molto odiato da i pittori bolognesi, i quali a' forestieri sempre per la invidia che a essi hanno avuto, portarono odio, e pi ch'infinita nelle concorrenze fra loro, perch s'accordarono con un legnaiuolo alcuni pittori, et in chiesa si rinchiusero vicino alla cappella che egli faceva, e la notte in quella entrarono per forza; onde gli videro l'opera e gli rubarono tutti i cartoni, gli schizzi et i disegni. Per la qual cosa Ercole si sdegn di maniera, che finita tale opera, disegn partirsi di Bologna et isviare di quella citt il Duca Tagliapietra scultore, ch'era cos nominato, il quale in detta opera che Ercole dipinse, intagli di marmo bellissimi fogliami nel parapetto dinanzi a essa cappella, et in Ferrara fece tutte le finestre di pietra nel palazzo del duca, che sono bellissime. Laonde gi venutogli a fastidio lo star fuori di casa, egli a Ferrara se ne torn in compagnia di colui. E fece per quella citt dell'altre opere senza numero. Era Ercole persona a cui molto piaceva il vino; e spesso inebriandosi fu cagione di accortarsi la vita, la quale condusse libera senza alcun male fino a gli anni XXXX. Poi gli cadde un giorno la gocciola, di maniera che in poche ore gli tolse la vita. E da uno amico, non molto dopo, gli fu fatto questo epitaffio: 26  HERCVLES FERRARIEN<SIS> 27 INGENIUM FVIT ACRE MIHI SIMILESQUE FIGVRAS 28 NATURAE EFFINXIT NEMO COLORE MAGIS.
Lasci Guido Bolognese pittore suo creato, il quale sotto il portico di S. Piero a Bologna fece a fresco un Crocifisso, colladroni, cavalli, soldati, e con le Marie. E perch egli desiderava sommamente di venire stimato in quella citt come il suo maestro, studi tanto e si sottomise a tanti disagi, che e' si mor di XXXV anni. E se e' si fusse messo a imparar la arte da fanciullezza, come e' vi si mise di anni XVIII, lo arebbe egli non solamente arrivato senza molta fatica, ma passatolo ancora di gran lunga.

 II,41.I Bellini Le cose radicate nella virt, ancora che il fondamento sia basso e vile, sormontano sempre in altezza di mano in mano, e fino a che elle non sono arrivate in altissima sublimit, non si arrestano o posan mai; s come chiaramente pot vedersi nel debile e basso principio della casa de' Bellini, e nella gagliarda et alta eccellenza dove e' salirono con la pittura. Con ci sia che Iacopo Bellini pittore veneziano o, concorrente di quel Domenico che insegn il colorire ad olio ad Andrea da 'l Castagno, ancora che molto si affaticasse per venire eccellente nella arte, non acquist per nome in quella, se non dopo la partita di esso Domenico. Ma poi ritrovandovisi unico, cio senza alcuno che lo pareggiasse, acquistando credito e fama, desider di venire maggiore. E per questo con ogni studio e sollecitudine attendendo al mestiero, cominci a farsi lume per se medesimo, e la fortuna a fargli favore et a provedergli gagliardo aiuto, ci  due figliuoli, Giovanni e Gentile. A' quali, poi che e' furono cresciuti in et conveniente, insegn egli stesso con ogni accuratezza i principii del disegno. E non pass molto che l'uno e l'altro avanzorono di gran lunga il padre, il quale con ogni sollecitudine attendeva ad inanimirgli; acci che cos come i Toscani tra lor medesimi portavano il vanto del vincersi l'un l'altro, secondo che e' venivono a la arte di mano in mano, cos avesse Giovanni a vincer lui, e Gentile poi l'uno e l'altro. Furono le prime cose che diedono pi fama a Iacopo per gli aiuti de' figliuoli una storia che alcuni dicono che  nella Scuola di San Giovanni Vangelista, dove sono le storie della Croce. Le quali furono dipinte da loro in tela, per avere del continuo costumato quella citt di far lavorare in quella maniera. Dilettossi Iacopo di lavorare egli solo, e dentro e fuori di Vinegia, con tenere accesi allo studio delle difficult della pittura nel colorire e Giovanni e Gentile; il che fecero amendue di maniera che, dopo la morte del padre, lavorarono in compagnia molte cose lodate. E cos successe miglior fortuna nell'arte a Giovanni, il quale dotato dalla natura d'ingegno e di memoria migliore, divenne e pi pratico e di maggiore intelligenzia e di pi giudizio che non fu Gentile, avendo acquistato Giovanni credito e nome grandissimo da aver ritratto di naturale molte persone, e fra gli altri un doge di quella citt, che dicono essere stato da ca' Loredano. Il ritratto del quale fu per la amicizia presa con esso cagione che e' facesse per suo mezzo, nella chiesa di San Giovanni e Pavolo, la cappella di San Tommaso d'Aquino; per la quale opera, reputata certo bellissima, fu egli tenuto in quel grado che maggior si poteva in quella professione. E non and molto che e' fu ricerco da far una tavola in Canaregio nella chiesa di San Giobbo, dove egli fece dentro una Nostra Donna con molti santi, che sempre gli ha mantenuto quello istesso nome di celebrato che egli si acquist in quella citt. Spartosi dunque il nome suo per quel paese, erano con prieghi intercesse l'opere da lui e con mezzi grandi, come fu la tavola che  oggi in Pesaro di sua mano in San Francesco, che fu tenuta per un tempo cosa molto eccellente, per vedersi dentro a quella una pulitezza et una diligenzia straordinaria. Fece nella chiesa di San Zacaria dove stanno le monache, alla cappella di San Girolamo, una tavola che vi  dentro variati santi intorno alla Nostra Donna, dove  usato ingegno e giudizio in un casamento che v' dentro, e cos nelle figure; la quale fu lodata grandemente da gli artefici e gentiluomini di quella citt. Egli ancora nella sagrestia de' frati minori, detta la Ca' Grande, ne fece un'altra che di assai bella maniera e con bonissimo disegno fu condotta. A San Michele poi di Murano lavor un'altra tavola, et a S. Francesco della Vigna, dove stanno frati del Zoccolo, nella chiesa vecchia pose un quadro di un Cristo morto; la fama del quale si divulg talmente, che Lodovico XI Re di Francia invaghito del suo nome, lo mand a chiedere a quella citt, dalla quale con difficult gli fu concesso, et in luogo di quello ve ne fu messo un altro sotto il nome di Giovan Bellino, il quale non fu s leggiadro n s ben condotto quanto quello. Perch si tiene che un Girolamo Mocetto suo creato vi lavorasse sopra, sendo la differenza dal primo tanto diversamente condotta.
Fece ancora nella confraternita di San Girolamo una opera che v' dentro figure piccole, molto lodata; laonde venute in considerazione l'opere di Giovanni fra i gentiluomini di quella citt, la volsero crescere di ornamento, e proposto nel Senato di far dipignere a Giovanni la sala del Gran Consiglio, per l'eccellenza sua fu vinto il partito senza contesa alcuna. E cos ordinarono che egli cominciasse quell'opera, e dentro vi facesse i fatti pi notabili della Repub<lica> Veniziana. Onde egli vi lavor molte storie in compagnia di Gentile pi di lui giovane, fra le quali dipinse una armata di galee che sbarcano alla piazza di San Marco; dove tir in prospettiva la chiesa, le case e 'l palazzo e la piazza, con infinito numero di popolo in processione, con grazia e con buona maniera condotte, le quali gli fecero onore et utile grandissimo. Egli vi dipinse ancora un'altra storia, lavorata con diligenza grandissima, con uno armamento di galee et una battaglia intricata, dove combattono i soldati; et in esse diminu per via di prospettiva le barche e le figure, e quelle con grandissima ordinanza e con bonissima maniera dipinse. Quivi si vede il furore, la forza, la difesa, il ferire de' soldati, e le diverse morti che egli and considerando; dove non men di quelle espresse lo intrigamento delle galee, del tritar l'acque co' remi, e la confusione delle onde e gli altri armamenti marittimi, fatti con una arte certo grandissima.
Un'altra storia  in detto luogo ancora, nella quale  quando cavano il papa, che era stato nascosto per cuoco fuggitosi in Vinegia nel monasterio della Carit; dove sono molte figure ritratte di naturale, e similmente in quelle altre dette di sopra. Contrafece s vivi e proprii que' casamenti, la piazza e palazzo di San Marco, la pescheria e 'l macello, che merit per questo da la Signoria perpetua provisione. Laonde avendo egli finita una pittura non molto grande, nella quale erano alcuni ritratti di naturale che pareano vivi, ella fu portata in Turchia da uno ambasciadore a Maumetto allotta Gran Turco. E se ben tal cosa era proibita loro per la legge maumettana, ella fu pure di tanto stupore nel presentarla, che non essendo usato il signore vederne, gli parve grandissimo magistero. Onde non solo prese la pittura, ma chiese loro il maestro che l'aveva fatta. Perch a Vinegia tornato, espose al Senato qualmente al signore dovessero mandare Giovan Bellino. Ma essi, come quegli che molto l'amavano, essendo egli gi in et che male poteva sopportare disagii, si risolverono di mandarvi Gentile suo fratello, il quale arebbe fatto il medesimo che Giovanni. Et inoltre si assicuravano di non perderlo interamente, e massime che egli seguitava per il palazzo le storie che egli aveva cominciate nella sala del Gran Consiglio. Laonde messosi Gentile in ordine, e montato in su le galee con onoratissima provisione, pervenne in Gostantinopoli a salvamento. E presentato dal balio della Signoria a Maumetto, fu veduto volentieri e come cosa nuova molto accarezzato. E poi che egli present a quel principe una vaghissima pittura, fu ammirato da quel signore che uno uomo mortale avesse in s tanta divinit, che egli esprimesse s vivamente e s naturale le cose della natura.
N vi dimor molto Gentile che egli ritrasse di naturale Maometto, che pareva vivissimo; al quale, come cosa inusitata, pareva questo pi tosto miracolo che arte. Et in ultimo, doppo lo aver veduto molte esperienzie di quell'arte, lo domand se gli dava il cuore di dipigner se medesimo, e Gentile rispose che per satisfarli si ritrarebbe, e facilissimamente. N pass molti giorni che ritrattosi a una spera che somigliava forte, lo present al signore. Il quale, vedendo quel che Gentile faceva della pittura, ne rimase pi amirato e stupefatto che prima; per la qualcosa da se stesso non poteva immaginarsi che e' non avesse qualche spirto divino addosso. E se non fussi stato che per legge tale esercizio era proibito, et andavane la morte a chi adorava statue, non arebbe mai licenziato Gentile, anzi lo arebbe onorato grandemente e tenutolo a farli fare opere appresso di s. Un giorno lo fece venire a s, e fattolo ringraziare de le cortesie usate e datoli lode infinite per l'opere fatte dallui, gli fece dire che e' dimandasse quel che e' volesse, che ogni grazia gli sarebbe conceduta. Ma Gentile che era modesto altra cosa non chiese, salvo che una lettera di favore, che al Serenissimo Senato della citt sua lo raccomandasse. Perci Maometto gli fece fare una lettera di favore molto calda; e sopra quella gli diede molti onorati doni, et appresso lo fece cavaliere con molti previlegi e li pose al collo una catena lavorata alla turchesca, di peso di scudi 250 d'oro, la quale ancora si trova appresso a gli eredi suoi in Venezia, e di pi gli concesse immunit per tutti luoghi del suo imperio. Partissi Gentile di Gostantinopoli con grandissima allegrezza et ebbe felicissimo ritorno per il mare; et arivato in Vinegia, fu da Giovanni suo fratello e da quasi tutta quella citt molto volentieri veduto, e visitato da chiunque seco si rallegrava del grande onore che gli aveva fatto Maometto. Fecesi vedere alla Signoria, la quale aveva gi obligo per gli onori che Giovanni faceva con le opere a quel Senato, e molto pi a Gentile, che aveva recato tanti onori di Levante alla sua patria. E presentata la lettera fu consolato di quel che chiese, che fu una provisione di scudi 200 l'anno, la quale gli dur quanto la vita sua. Fece Gentile doppo il suo ritorno molte opere, ma particularmente una storia nella Scuola di San Marco, di esso Evangelista; et in quella fece lo edificio di Santa Sofia di Gostantinopoli, oggi moschea de' Turchi;  tirato in prospettiva, cosa veramente difficile e bella per molte parti che si veggono che egli ha fatto scoprire in quello edificio. Oltra che egli ritrasse di naturale tutte le femmine che sono in quella storia, con gli abiti alla turchesca, quali egli aveva recati di Gostantinopoli, e molte aconciature di capo che son tenute molto belle. E cos seguitando fece per la citt di poi molte opere, le quali oltra alle ricchezze che egli aveva acquistato, gli donoron fama immortale, per i buoni costumi e la vita lodevole che egli tenne continovamente.
Finalmente, vicino gi alla et di anni LXXX, pass all'altra vita; e da Giovanni suo fratello gli fu dato onorato sepolcro in San Giovanni e Paulo, l'anno MDI.
Rimasto Giovanni vedovo di Gentile, che sempre am tenerissimamente, andava lavorando e passandosi tempo, ancora che egli fusse vecchio; e per che e' si era dato a far ritratti di naturale, introdusse una usanza in quella citt, che chi era niente di grado, si faceva fare o da lui o da altri il suo ritratto, come appare per tutte le case di Venezia che son tutte piene di quegli, e vi si vede per infino in quarta generazione i discendenti nella pittura.
Ritrasse Giovanni per M<esser> Pietro Bembo, che ancora non stava con Leone X, la sua innamorata, da 'l quale ebbe oltra al pagamento un bellissimo sonetto che comincia: 123      O imagine mia celeste e pura 124 Che splendi pi che il sole a gli occhi miei.
Fece Giovanni un numero grandissimo di opere e quadri che sono riposti in quelle case de' gentiluomini di Venezia, de' quali per la moltitudine non iscade far menzione, avendo io insegnato dove sono le cose pi notabili e belle che e' facesse mai. N ancora dir tutto quel che di suo egli mand per il dominio di Venezia e molti ritratti di principi che egli fece, senza le altre cose spezzate di alcuni quadroni fatti loro, come in Rimino al S<ignor> Sigismondo Malatesta un quadro d'una Piet che ha due puttini che la reggono, la quale  oggi in San Francesco in quella citt.
Ebbe Giovanni molti discepoli a i quali egli con grande amorevolezza insegn l'arte, fra i quali fu in Padova gi 60 anni Iacopo da Montagna, che imit molto la sua maniera per quanto mostrano l'opere sue che si veggono et in Padova et in Venezia. Ma quello che pi di tutti lo imit e gli fece maggiore onore, fu il Rondinello da Ravenna, del quale si serv sempre in tutte le opere sue. Costui fece in Ravenna molte opere, come in San Domenico una tavola e nel duomo un'altra, ch' tenuta molto bella per di quella maniera. E quella che pass tutte l'altre, a' frati Carmelitani nella chiesa di San Giovan Batista, dove  una Nostra Donna con due santi bellissimi. Ma fra tutte le cose che vi sono ci  un Santo Alberto loro frate, che  bellissimo nella testa e ne' panni e per tutta la figura.
St con seco, ancora che facesse poco frutto Benedetto Coda da Ferrara, che abit a Rimini, et in quella citt fece molte pitture, lasciando di s Bartolomeo suo figliuolo che fece il medesimo. Dicesi che ancora Giorgione da Castelfranco attese a quella arte seco ne' suoi primi principii, e molti altri del Travisano e Lombardi, che non iscade farne memoria.
E per tornare a Giovanni, egli gi condotto alla et di LXXXX anni Passando nome per le opere fatte in Venezia sua patria e fuori di quella, pass di male di vecchiaia da questa vita ad una migliore; e nella medesima chiesa et in quello stesso deposito che egli aveva fatto a Gentile, onoratamente fu sepelito. N manc in Venezia chi con sonetti volgari e con epigrammi latini cercassi di onorarlo morto, come egli aveva cercato sempre di onorar vivo la patria sua. E molti gli renderono i versi che egli aveva gi fatti nella giovanezza nel dilettarsi della poesia, e quello che molto pi importa, fu lodato da il lodatissimo Ariosto che, nel far menzione de gli eccellenti pittori moderni, nel canto XXXIII a la seconda stanza disse: 14      Que' ch'a' nostri d furo e sono ancora, 15 Leonardo, Andrea Mantegnia e Gian Bellino.

 II,42.C.Rosselli 1      Molte persone, sbeffando e schernendo altrui, si pascono 2 d'uno ingiusto diletto, che il pi delle volte torna lor 3 danno, in quella stessa maniera quasi che tornar fece lo 4 scherno in capo a chi cerc di avvilire le fatiche sue 5 Cosimo Rosselli, che nel suo tempo fu tenuto assai buon 6 pittore, ma non per eccellente e raro, ancora che egli 7 valesse non poco in alcune parti della arte. Costui nella 8 sua giovanezza fece in Fiorenza nella chiesa di Santo 9 Ambruogio una tavola, e sopra l'arco delle monache di S.
10 Iacopo da le Murate tre figure. Lavor ancora nella chiesa 11 de' Servi la tavola della cappella di Santa Barbara, e nel 12 primo cortile lavor in fresco la storia quando il Beato 13 Filippo piglia lo abito della Nostra Donna. A' frati di 14 Cestello fece la tavola dello altar maggiore e ne fece 15 ancora un'altra in una cappella; e similmente in una 16 cappella innanzi che s'entri in una chiesetta, sopra il 17 Bernardino, lavor una tavola con molte figure. Dipinse il 18 segno a' fanciulli della Compagnia di San Giorgio, nel quale 19  una Annunziata, e molti quadri e tondi di madonne a' 20 cittadini. Alle monache di Santo Ambruogio fece la cappella 21 del miracolo del Sacramento, la quale opera  cosa assai 22 buona, e delle sue che sono in Fiorenza tenuta la migliore.
23 Et in questa fece di naturale il Pico signore della 24 Mirandola tanto eccellentemente, che e' non pare ritratto, 25 ma vivo. Laonde egli, che de gli amici aveva per la sua 26 buona conversazione, fu con gli altri pittori chiamato a far 27 l'opera che fece fare Sisto IIII Pontefice nella cappella 28 del palazzo. E cos in compagnia di Sandro Botticello, di 29 Domenico Ghirlandaio, dell'Abbate di San Clemente, di Luca 30 da Cortona e di Pietro Perugino, vi dipinse di sua mano tre 31 storie, nelle quali fece la sommersione di Faraone nel Mar 32 Rosso e la predica di Cristo a' popoli lungo il mar di 33 Tiberia e la Cena de gli Apostoli con Cristo, et in quella 34 fece una tavola in otto facce tirate in buona prospettiva, e 35 sopra quella il palco in otto facce con spartimento che gira 36 in otto angoli, dove molto bene scortando, mostr quanto gli 37 altri sapere dell'arte. Dicesi che il papa aveva ordinato un 38 premio, oltra il pagamento, a chi meglio avesse lavorato, e 39 questo s'aveva a dare a chi con lode e merito al giudicio 40 del pontefice fosse paruto. Laonde finite le storie, venne 41 Sua Santit a veder l'opera, e gi ciascuno de' maestri 42 aveva procurato far s, che 'l premio e l'onore fosse suo.
43 Per il che sentendosi Cosimo pi debile d'invenzione e di 44 disegno, cerc occultare il suo difetto. Onde e' coperse 45 tutta questa opera di finissimi azzurri oltramarini e di 46 vivaci colori, e con molto oro illumin la storia: n 47 albero, n erba, n panno, n nuvolo rimase, che lumeggiato 48 non fosse, credendosi che 'l papa, come di quella arte poco 49 intendente, gli dovesse donare la vittoria. Venne il giorno 50 ch'ogni maestro doveva la sua opera scoprire, perch egli 51 ancora mostr la sua, de la quale fu da que' maestri assai 52 riso e schernito, s come quegli che la sua debolezza pi 53 tosto ucellavano che ne avessero compassione. Il papa and a 54 vedere l'opera della cappella finita, e giunto in quella, 55 l'azzurro, l'oro e gli altri be' colori di Cosimo in un 56 tratto gli abbagliarono gli occhi, perch questa assai pi 57 di tutte l'altre gli piacque, come a persona che aveva poco 58 giudicio in tal professione. Onde giudic Cosimo molto 59 meglio aver sodisfatto e lavorato, che gli altri pi 60 eccellenti di lui non avevano fatto. E cos fece dare a 61 Cosimo il premio ordinato, come a pi valente e migliore 62 artefice de gli altri. E comand a coloro che acconciassero 63 d'oro le loro istorie e le coprissero di migliori azzurri, 64 acci che elle fussero simili a quelle di Cosimo nel 65 colorito e nella ricchezza. Laonde i poveri pittori mal 66 contenti anzi pure disperati, per satisfare alla poca 67 intelligenzia del Padre Santo, si diedero a guastare tutto 68 quel buono che avevano fatto. Risesi Cosimo di costoro pi 69 che essi non avevano riso di lui quando lo ucellavano del 70 tanto oro; e tornatosene a Fiorenza onorato et assai bene 71 agiato, attese a lavorare al solito suo, avendo sempre in 72 sua compagnia in tutte le cose Piero di Cosimo suo 73 discepolo, che lo aiut in Roma e per tutto. Questo Piero 74 lavor nella cappella di Sisto e vi fece molte cose, e 75 massimamente un paese nella predica di Cristo che  tenuto 76 la miglior cosa che vi sia. Stette ancora seco Andrea di 77 Cosimo che attese alle grottesche. Visse Cosimo anni LXVIII, 78 e per una lunga infermit consumato e logoro, finalmente si 79 mor l'anno MCCCCLXXXIIII e dalla Compagnia del Bernardino 80 fu sepellito in Santa Croce. Dilettossi molto de la 81 alchimia, la quale vivo sempre lo consum, et in grandissime 82 povert lo condusse a la morte. Dopo la morte poi, in 83 memoria dello scorno fatto a' suoi concorrenti nella 84 cappella, gli fu fatto questo epitaffio: 85  PINSI, E PINGENDO FEI 86 CONOSCER QUANTO IL BEL COLORE INGANNA; 87 ET A' COMPAGNI MIEI, 88 COME TAL BIASMA ALTRVI, CHE SE CONDANNA.

 II,43.Il Cecca Se la dura necessit non avesse sforzati gli uomini ad essere ingegnosi per la utilit e comodo proprio, non sarebbe la architettura divenuta s eccellente e maravigliosa nelle menti e nelle opere di coloro che, per acquistarsi et utile e fama, si sono esercitati in quella con tanto onore, quanto giornalmente si rende loro da chi conosce il migliore da 'l buono. Questa necessit primeramente indusse le fabbriche; questa gli ornamenti di quella; questa gli ordini, le statue, i giardini, i bagni e tutte quelle altre comodit suntuose che ciascuno brama e pochi posseggono. Questa nelle menti degli uomini ha eccitato la gara e le concorrenzie non solamente de gli edifizii, ma delle comodit di quegli; per il che sono stati forzati gli artefici a divenire industriosi ne gli ordini de' tirari, nelle machine da guerra, negli edifizii da acque et in tutte quelle advertenzie et accorgimenti, che sotto nome di ingegni e di architetture, disordinando gli adversarii et accomodando gli amici, fanno e bello e comodo il mondo. E qualunche sopra gli altri ha saputo fare queste cose, oltra lo essere uscito d'ogni sua noia, sommamente  stato lodato e pregiato da tutti gli altri; come al tempo de' padri nostri fu il Cecca fiorentino, al quale ne' d suoi vennero in mano molte cose e molto onorate; et in quelle si port egli tanto bene nel servigio della patria sua, operando con rispiarmo e sodisfazzione e grazia de' suoi cittadini, che le ingegnose et industriose fatiche sue lo hanno fatto famoso e chiaro fra gli altri egregi e lodati spiriti. Dicesi che il Cecca fu nella sua giovanezza legnaiuolo bonissimo; e perch egli aveva applicato tutto lo intento suo a cercare di sapere le difficult de gli ingegni, come si pu condurre ne' campi de' soldati machine da muraglie, scale da salire nelle citt, arieti da rompere le mura, difese da riparare i soldati per combattere, et ogni cosa che nuocere potesse a gli inimici e quelle che a' suoi amici potessero giovar, essendo egli persona di grandissima utilit alla patria sua, merit che la Signoria di Fiorenza gli desse provisione continua. Per il che, quando non si combatteva, andava per il dominio rivedendo le fortezze e le mura delle citt e castelli ch'erano debili, et a quelli dava il modo de' ripari e d'ogni altra cosa che bisognava. E dicesi che le nuvole che andavano per la festa di San Giovanni in Fiorenza a processione, furono ingegno suo, che certo sono tenute cosa bellissima. Fece egli ancora uno edificio, che per nettare e racconciare il musaico nella tribuna di San Giovanni si girava, s'alzava et abbassava et accostava, che due persone lo potevano maneggiare, cosa che diede al Cecca riputazione grandissima. Avvenne al suo tempo che lo esercito de' signori fiorentini era intorno a Piancaldoli, et egli con lo ingegno fece s, che i soldati vi entraron dentro per via di mine senza colpo di spada; e seguitando pi oltre a certi castelli, fece la mala sorte sua, che volendo egli un giorno misurare alcune altezze in un luogo difficile, messe il capo fuori della muraglia per mandare un filo a basso, acci potesse sapere l'altezza di quella, ma essendo egli mortalissimamente odiato da inimici che molto pi temevano lo ingegno suo che le forze quasi de gli adversarii continovamente tenevano gli occhi addosso a lui solo. Per il che, veduta questa opportunit, un prete con una balestra a panca gli trasse, e con un verettone lo colse nella testa s fieramente, che il povero Cecca di subito si mor. Dolse molto a tutto lo esercito et a' suoi cittadini il danno e la perdita che fecero nella morte di lui, ma non vi essendo rimedio alcuno, ne lo rimandarono in cassa a Fiorenza, e le sorelle sue in S. Pietro Scheraggio gli diedero onorata sepoltura, e sotto il ritratto suo di marmo fecero porre lo infrascritto epitaffio: FABRUM MAGISTER CICCA NATUS OPPIDIS VEL OBSIDENDIS VEL TUENDIS HIC IACET. VIXIT ANN<OS> XXXXI, MEN<SES> IV, DIES XIIII. OBIIT PRO PATRIA TELO ICTUS. PIAE SORORES MONIMENTUM FECERUNT MCCCCLXXXVIII.

 II,44.A.Verrocchio Molti per lo studio imparano una arte, che se e' fossero nella maniera di quella aiutati dalla natura, accozzando il naturale con lo accidentale, supererebbono non tanto quegli che sono stati avanti di loro, ma quegli che dopo la morte loro arebbono a nascere. E di quanta importanza sia alle persone eccellenti questa parte congiunta con essa, ogni d se ne vede lo esemplo in molti, i quali mentre che studiano fanno infiniti miracoli, e mancando quello studio per non essere accompagnato con la natura, se stanno pure tre giorni che non s'affatichino, ogni cosa si parte de l'animo loro. E pigliano questi tali sempre una maniera cruda e senza dolcezza alcuna, di che  cagione l'asprezza delle fatiche che e' durano malgrado della natura. E ben si vede che chi sforza quella, fa effetti contrarii alla voglia sua; e cos per lo opposito, seguitandola con piacere, conduce cose maravigliose. Laonde non debbe certo parere strano se Andrea del Verrocchio che, aiutato pi dallo studio che dalla natura, pervenne tra gli scultori a 'l sommo de' gradi et intese l'arte perfettamente, fu tenuto duro e crudetto nella maniera de' suoi lavori, e sempre tali sono apparite le cose sue, ancora che sieno mirabili nel cospetto di chi le conosce. Costui per patria fu fiorentino, ne' suoi tempi scultore, intagliatore, pittore e musico perfettissimo, e dalla natura d'ogni cosa sommamente dotato, et attese alle scienze, perch molto della geometria si dilett nella sua giovanezza; et in quella, perch attendeva allo orefice, lavor di argento due storie nelle teste dello altar di San Giovanni, delle quali, quando elle furono messe in opera, acquist lode e nome grandissimo. Mancavano in questo tempo in Roma alcuni di quelli Apostoli grandi, che ordinariamente solevano stare in su l'altare in cappella del papa con alcune altre argenterie che erano state disfatte; per il che fu mandato per Andrea con gran favore da Sisto IIII e condotto a Roma et allogatoli quel tanto che il papa desiderava et egli tutto condusse a perfezzione, con arte, diligenzia et ingegno maraviglioso. Ma veduto nella stanza di Roma ritrovarsi molte statue di varie sorti, e particularmente quel cavallo di bronzo che dal papa fu fatto porre a Santo Ioanni Laterano, e che de' fragmenti nonch de le cose intere che ogni d si trovavano, si faceva stima grandissima, deliber di attendere alla scultura. E cos, abbandonato in tutto lo orefice, si mise a gittare di bronzo alcune figurette, che gli furono molto lodate; laonde preso maggiore animo, si mise a lavorare di marmo. Et avvenne che essendo morta di parto in que' giorni in Roma la moglie di Francesco Tornabuoni, e volendo il marito che assai la amava onorare quel corpo, dette a fare la sepoltura ad Andrea. Et egli sopra una cassa di marmo intagli in una lapida la donna, il partorire, et il passare a quella altra vita, con molte altre figurette s belle e s bene condotte, che questa per la prima opera sua di marmo fu tenuta molto buona. Ritornato poi a Fiorenza con danari e fama et onore, gli fu subito allogata una figura d'un Davit di braccia due e mezzo per farla di bronzo, la quale da lui condotta a perfezzione, fu posta et  ancora oggi nel palazzo Ducale al sommo della scala dove sta la catena, e fu sommamente lodata da ciascheduno. Mentre che egli conduceva la statua detta, fece ancora quella Nostra Donna di marmo ch' sopra la sepoltura di M<esser> Lionardo Bruni aretino in Santa Croce, la quale lavor egli, essendo ancor giovane, per Bernardo Rossellini scultore, il quale condusse di marmo tutta quella opera. Per le quali cose acquistando Andrea nome di eccellente maestro, e massimamente nelle cose di metallo delle quali egli si dilettava molto, fece di bronzo tutta tonda in San Lorenzo la sepoltura di Giovanni e di Piero di Cosimo de' Medici, dov' una cassa di porfido retta da quattro cantonate di bronzo, con girari di foglie molto eccellentemente lavorate e finite con infinita sottilit e diligenza; la quale  posta fra la capella del Sacramento e la sagrestia, della quale non si pu lavorare di bronzo, n di getto far cosa meglio. Avvenne che gi il magistrato de' Sei della Mercatanzia in Fiorenza, quando viveva Donato gli allogarono a far di marmo un tabernacolo che  oggi dirimpetto a San Michele, nell'oratorio di fuori di Ort Santo Michele, che finito da lui e messo in opera, volendo i Sei far fare di bronzo San Tommaso che a Cristo mette il dito nella piaga, furono in disferenzia del prezzo, non per altro che per la gara di alcuni che favorivano Donato, et altri che volevano che le facessi Lorenzo Ghiberti. E s questa caparbiet de' cittadini and seguitando, che perfino che non fu morto e Donato e Lorenzo, non messon mai in esecuzione il loro proponimento. Per il che Andrea gi fattosi conoscere per la sottilit del suo magistero, per l'universalit della buona pratica sua, s nel conversare, come al lavoro che egli faceva, fu da' suoi amici proposto che e' facesse queste due statue di Cristo e di San Tommaso.
Le quali allogateli, con fatica e grande studio fattone i modelli e fatto le forme, ebbe nel getto grandissima fortuna, che gli vennono tutte unitamente di bont salde et intere. Onde messosi a rinettarle e finirle, le ridusse a quella perfezzione che elle si veggono al presente; e si comprende nell'attitudine di quel San Tommaso una certa incredulit e subita voglia di toccarlo intero, che 'l suo stare in dubbio lo faceva stare ostinato; e conoscesi quanto con amore egli tocchi con mano quelle cicatrici di Cristo, il quale con liberalissima attitudine alza un braccio et apre la veste, per chiarire il dubbio del suo discepolo; ch, vestito di bellissimi panni l'uno e l'altro, fece conoscere Andrea in quell'arte non meno saperla esercitare che si facessi e Donato e Lorenzo e gl'altri scultori che avevono operato innanzi a lui; la quale opera fu locata nel tabernacolo che aveva gi fatto Donato, et allora e poi  sempre stata tenuta in pregio. Laonde non potendo la fama sua pi crescere in quella professione, come persona che gli piacevon gli studi et ogni cosa dove si aveva a durare fatica, non gli bastando in una sola esser tenuto valente, voleva ancora in altre che egli non sapessi impararle per fare il medesimo; e cos volto l'animo a volere ancora passare opere di pittura, fece cartoni di alcune storie e quadri, e cominci a metterci in opera di colori. E mentre che egli alla pittura attendeva, non mancava attendere alle cose della geometria, avendo animo valersene un d nelle cose della architettura. E con questo suo modo di procedere caminando, andava virtuosamente spendendo il tempo. Fu in que' giorni finito di murare la lanterna della cupola di Santa Maria del Fiore, e ristrettosi insieme gli operai di quella fabrica, risolverono fra molte dispute e ragionamenti fra loro che si dovessi fare la palla che sopra quello edifizio, per ordine gi di Filippo morto, si doveva porre per finimento di quello, e mandato per Andrea innanzi che si partisse da loro, gli feciono allogazione di detta palla che fusse di misura di bracciao, e che egli avesse la cura di farla posare in sur un bottone et incatenarla di maniera che volendovi mettere su la croce, la potessi reggere. La quale opera Andrea fin e messe su con grandissima festa del popolo, con fuochi e con molte altre allegrezze. Ma fu mestiero adoperarci industria et ingegno nello ordinarla talmente che e' vi si potesse entrar dentro, et ad armarla con buone fortificazioni, ch i venti non le nocessero. Sono ancora in detta citt molte altre cose lavorate da lui.
Dipinse ancora a' frati di Valle Ombrosa una tavola a San Salvi, fuor della porta alla Croce, nella quale  quando San Giovanni battezza Cristo; e Lionardo da Vinci suo discepolo, che allora era giovanetto, vi color uno angelo di sua mano, il quale era molto meglio che le altre cose.
Aveva gi Cosimo de' Medici condotto da Roma alcune anticaglie, fra le quali aveva messo nel suo giardino, alla porta che riesce nella via de' Ginori, un Marsia di marmo bianco, impiccato ad un tronco per dovere essere scorticato, cosa tenuta molto maravigliosa. A Lorenzo similmente, dopo la morte di Cosimo, era pervenuto un torso con la testa d'un altro Marsia, antichissimo e bello molto pi da quello. E perch chi l'aveva fatto consider che quando Marsia rimase scorticato si vedevano i muscoli rossi et alcuni nerbicini per la figura, tolse una pietra che  marmo rosso, et in quel sasso che aveva alcune vene bianche sottili intagli questo Marsia, che doveva parere, quando egli aveva il pulimento, cosa vivissima; se ora, a chi lo considera, fa venir considerazione dello aver quello artefice con s propria e bella arte ridotto tale opera a fine. Per il che volendo Lorenzo de' Medici accompagnarlo a quell'altro, di maniera che e' mettessino in mezzo quella porta, mancandogli le braccia, le coscie e le gambe, mand per Andrea; donde egli con quello ingegno che egli aveva, glielo rindirizz in piede, et aggiunsegli i pezzi di marmo rosso con tanta diligenzia, che Lorenzo ne rimase satisfattissimo.
Avvenne che la Signoria di Vinezia avendo avuto molte vittorie per la virt di Bartolomeo da Bergamo, volendo onorare la virt di quel signore e dare animo a gli altri loro capitani, deliber in Senato che e' se gli facessi una statua a cavallo di bronzo e dorata per porsi in su la piazza di Santo Giovanni e Polo, e trovando il nome d'Andrea sparso per tutta Italia e fuora sopra ogni altro, mandarono per lui a Fiorenza, e condottolo a Venezia con grandissima provisione gli fecion fare un modello di terra, grande appunto quanto aveva da essere. Il quale, poi che egli ebbe finito di terra e cominciato ad armare per gettarlo di bronzo, eraci molti gentiluomini che volevano che il Vellano da Padova facesse la figura, et Andrea il cavallo. De la qual cosa sdegnatosi, egli se ne torn a Fiorenza, avendo prima spezzato al cavallo le gambe e la testa. Il che intendendo la Signoria, gli fece intendere che non tornasse loro nelle mani, perch gli sarebbe tagliato il capo. Laonde egli le scrisse che sapeva rifare il capo a' cavalli, ma ch'essi non avrebbono gi saputo rapiccare la testa a gli uomini, n una simile a quella di Andrea. Questa pronta risposta piacque molto a quei signori, e con doppia provisione lo fecero ritornare. E non dopo molto tempo racconci il modello e, gittandolo di bronzo, riscald e raffredd, di maniera che e' fin la vita in Vinezia lasciando imperfetta non solamente questa opera, ma un'altra che e' faceva in Pistoia, ci  la sepultura del Cardinale Forteguerra, con tre Virt Teologiche et un Dio Padre sopra, la quale fu finita di poi da Lorenzetto scultore fiorentino.
Aveva Andrea quando e' mor anni LVI. E dolse la morte sua infinitamente a gli amici et a' suoi discepoli che non erano pochi, e massimamente a Nanni Grosso scultore, persona molto astratta e nella arte e nel vivere. Dicesi di costui, che e' non arebbe lavorato fuori di bottega, o a' monaci o frati, se e' non avesse avuto per ponte l'uscio della volta, per potere andare a bere a sua posta e senza licenzia. Lavorava malvolentieri e per ogni piccola alterazione si faceva portare a lo spedale, e quivi si stava sino a che e' fusse guarito in tutto. E fra l'altre, essendo egli una volta tornato sano d'una sua infermit, gli amici che lo visitavano, lo dimandorono come egli stava, e rispondendo egli: Male, gli soggiunsero: Tu sei pur guarito; E per sto io male  replic egli  imper che io arei bisogno d'un poco di febbre, per potermi intrattenere qui agiato e servito. Costui venendo a morte nello spedale, e vedendosi posto innanzi un Crocifisso di legno assai goffo, preg che lo levassino via e ve ne mettessino uno di mano di Donato, affermando che se e' non lo levavano, si morrebbe disperato, tanto era lo amore che e' portava alla arte.
Ma per tornare ad Andrea, le sue cose rimasero a Lorenzo di Credi discepolo et amico suo carissimo, e l'ossa ricondotte da Venezia, furono sepellite nella chiesa di Santo Ambruogio nella sepoltura di Ser Michele di Cione, dove sopra la lapida sono intagliate queste lettere: SER MICHAELIS DE CIONIS ET SVORUM. HIC OSSA IACENT ANDREAE VERROCCHII, QUI OBIIT VENETIIS MCCCCLXXXVIII.
Fu nientedimanco onorato di poi con questo epitaffio: IL VERROCCHIO.
3 SE IL MONDO ADORNO RESI 4 MERCE DELLE BELLE OPRE ALTE E SUPERNE, 5 SON DI ME LUMI ACCESI 6 FABRICHE, BRONZI MARMI IN STATUE ETERNE.

 II,45.Abate di S.Clemente Rare volte suole avvenire, se uno  d'animo buono e di vita esemplare, che il cielo non lo provegga d'amici ottimi e di abitazioni onorate, e che per i benigni costumi suoi e' non sia vivo, in venerazione, e morto, in grandissimo desiderio di qualunque lo ha conosciuto; come poco avanti di questa et fu Don Piero della Gatta, abate di San Clemente di Arezzo, eccellente in diverse cose e costumato fra tutti gli altri. Costui fu frate de gli Agnoli, e nella sua giovanezza miniatore singularissimo e dotato di bonissimo disegno, come ne fanno fede le miniature lavorate da lui a' monaci di Santa Fiora e Lucilla nella Badia di Arezzo; et ancora in S. Martino, Duomo di Lucca. Fu amato molto nel suo tempo dal Generale di Camaldoli, che fu Mariotto Maldoli aretino, il quale parendo il Don Piero persona che per le sue virt meritasse tal beneficio, liberamente glieli don, e colui come grato lavor poi molte opre per quella religione.
Venne la peste del MCCCCLXVIII, e non potendosi allora con molti praticare, lo Abate si diede a dipignere le figure grandi, e la prima fu un S. Rocco, che e' fece in tavola a' rettori della Fraternita d'Arezzo, nella udienza dove e' si ragunano; la quale figura raccomanda alla Nostra Donna il popolo aretino. Et in pochissimi mesi impar benissimo a lavorare a fresco in muro et in tavola ancora, e lavorando assai, divenne pittore eccellente e raro. Fece in Arezzo una tavola in San Pietro, dove stanno i frati de' Servi, dentrovi uno agnolo Rafaello, et ancora lavor il ritratto del Beato Iacopo Filippo da Piacenza. Fu condotto a Roma nella cappella di Sisto IIII et in compagnia di Luca da Cortona e di Pietro Perugino lavor quivi una storia. E tornato in Arezzo fece nella cappella de' Gozzari in vescovado un San Gerolamo in penitenzia, il quale magro e raso con gli occhi fermi attentissimamente nel Crocifisso percotendosi il petto, assai bene fa conoscere quanto lo ardore di amore in quelle consumatissime carni possa travagliare la virginit. E per quella opera fece un sasso grandissimo, con alcune altre grotte di sassi, fra le rotture delle quali nel paese fece le storie di detto San Girolamo. Poi lavor in Santo Agostino di detta citt una cappella alle monache del terzo ordine, dove a fresco  una Coronazione di Nostra Donna, molto lodata e molto ben fatta; e sotto un'altra cappella una Assunta con alcuni angeli in una gran tavola che molto bene sono abbigliati di panni sottili; et  veramente tenuta una pittura molto lodata, per essere lavorata a tempera, di buon disegno e condotta con diligenzia straordinaria. Nella badia di Santa Fiore in detta citt  una cappella all'entrata della chiesa per la porta principale, con San Benedetto e con altri santi, finita con grazia, con buona pratica e con dolcezza. E certo egli era in quella citt adorato e riverito, perch e' valeva non solo nella pittura, ma in molte ancora di quelle arti che ricercano industria et ingegno. Avvenne al suo tempo che Gentile Urbinate Vescovo aretino molto amico della sua virt risedeva in Arezzo, e del continuo vivevano insieme; laonde il vescovo, che si dilett sempre d'ogni virt, gli fece dipignere nel palazzo suo una cappella, nella quale  un Cristo morto e su una loggia ritrarre esso vescovo e se medesimo con alcuni canonici della citt.
Fecegli fare al duomo vecchio fuor d'Arezzo una cappella, della quale parte ne pag il vescovo e parte gli operai, et  una Misericordia con certi angeli in alto, con alcuni panni bianchi sottili che circondano lo ignudo, certamente bellissimi. E cos un San Sebastiano et un San Rocco con certi tondi in chiaro e scuro, dentrovi le storie loro.
Lavor oltre a questo per tutta la citt in diversi luoghi, come nel Carmino tre figure, e la cappella delle monache di Santa Orsina, et infinite opere che al presente si veggono per quella citt; et a Castiglione Aretino nella pieve di San Giuliano una tavola a tempera alla cappella dello altar maggiore, dove  una Nostra Donna bellissima et un San Giuliano e San Michelangelo, figure molto ben lavorate e benissimo condotte, e massime il San Giuliano, che avendo affisati gli occhi al Cristo che  in collo alla Nostra Donna, pare che oltre a modo si affligga di avere ucciso il padre e la madre. Similmente ad una cappella poco di sotto,  di sua mano un portello che soleva stare ad uno organo vecchio, nel quale  dipinto un San Michele, tenuto cosa maravigliosa, et in braccio d'una donna un putto fasciato, che par vivo vivo.
Fece in Arezzo alle monache delle Murate la cappella dello della quale parte ne pag il vescovo e parte gli operai, et  una Misericordia con certi angeli in alto, con alcuni panni bianchi sottili che circondano lo ignudo, certamente bellissimi. E cos un San Sebastiano et un San Rocco con certi tondi in chiaro e scuro, dentrovi le storie loro.
Lavor oltre a questo per tutta la citt in diversi luoghi, come nel Carmino tre figure, e la cappella delle monache di Santa Orsina, et infinite opere che al presente si veggono per quella citt; et a Castiglione Aretino nella pieve di San Giuliano una tavola a tempera alla cappella dello altar maggiore, dove  una Nostra Donna bellissima et un San Giuliano e San Michelangelo, figure molto ben lavorate e benissimo condotte, e massime il San Giuliano, che avendo affisati gli occhi al Cristo che  in collo alla Nostra Donna, pare che oltre a modo si affligga di avere ucciso il padre e la madre. Similmente ad una cappella poco di sotto,  di sua mano un portello che soleva stare ad uno organo vecchio, nel quale  dipinto un San Michele, tenuto cosa maravigliosa, et in braccio d'una donna un putto fasciato, che par vivo vivo.
Fece in Arezzo alle monache delle Murate la cappella dello altar maggiore, pittura certo molto lodata, et al monte San Savino un tabernacolo dirimpetto al palazzo del Cardinale di Monte, che fu tenuto bellissimo. Et al Borgo San Sepolcro in vescovado fece una cappella, onde lode et utile grandissimo ne trasse. Fu persona molto fattibile e buono e vero amatore di tutte le virt, et aveva l'ingegno tanto versatile, ch'oltre a tante altre sue doti, era musico perfetto e faceva gli organi di piombo di man sua. Et in San Domenico si vede ancora uno de' cartoni di sua mano, che dolce sempre s' mantenuto. In San Clemente ve ne era un altro pur di sua mano, dove aveva fatto l'organo in alto e la tastatura era bassa al piano del coro; e questa considerazione gli venne, perch egli erano pochi monaci a cantare in coro, e voleva che l'organista cantassi e sonassi. Costui molto bonific quel luogo di muraglie e di pitture, avendo rifatta la cappella maggiore di quella chiesa dove era dentro quell'organo, e per la chiesa molte altre pitture; le quali gran danno fu, che insieme con la chiesa e convento fussero rovinate. Ma cos era necessario volendo ornare e fortificare quella citt lo illustriss<imo> Duca Cosimo de' Medici, il quale nella reparazione delle nuove mura,  stato necessitato ristrignere tra la detta chiesa e la porta di Santo Spirito un terzo della citt, et atterrare molte case di cittadini, insieme con un quarto d'un coliseo antico e consumato dietro al convento di San Bernardo e l'ultime reliquie d'un teatro sotto la cittadella.
Ma tornando a lo Abate, egli fu parco e costumato nel vivere e lasci suo discepolo nella pittura Matteo di Ser Iacopo Lappoli aretino molto pratico, il quale imitando la sua maniera, merit lode, come ne fa fede nella pieve sotto il pergamo, dove si predica un Cristo con la croce, et infinite altre pitture di sua mano. Et in compagnia lasci Domenico Pecori, il quale molte delle sue opre fin, come in S. Pietro di quella citt la tavola di San Fabiano e San Sebastiano de' Bonucci, e la tavola di Santo Antonio, e la capella di San Giustino, condotta con suoi disegni. Era Domenico bene stante, e fece l'arte della pittura pi per trattenimento che per bisogno, onde sempre in compagnia faceva i suoi lavori. Fece in Arezzo nella Trinit una tavola che uno spagnuolo color, e similmente nella pieve alla capella della Madonna, et un'altra, che fu l'ultima, per M<esser> Donato da Chiari in vescovado, che 'l Capanna Sanese gli fin, ch' cosa lodata. Diedesi poi alle finestre di vetro, e tre, ch'erano in vescovado, ne lavor, l'una delle quali per le guerre dall'artiglieria fu ruinata. Fu ancora suo creato Angelo di Lorentino pittore, il quale aveva assai buono ingegno, e lavor l'arco sopra la porta di San Domenico; e se avesse avuto aiuto, sarebbe diventato bonissimo maestro. Mor Don Pietro d'et d'anni LXXXIII e da un mal di petto stretto pass di questa vita, il che a quella citt fu di grandissimo danno, massimamente lasciando egli alla sua morte imperfetto un tempio della Nostra Donna dalle Lagrime, del quale aveva fatto il modello, che da diversi  poi stato finito. Merita dunque assai lode, per avere inteso il miniare, l'architettura, la pittura e la musica. Gli diedero i suoi monachi sepoltura in San Clemente sua badia. E tanto sono state stimate sempre le cose sue in detta citt, che egli ne ha avuto questo epitaffio: 33  PINGEBAT DOCTE ZEVSIS CONDEBAT ET AEDES 34 NICON PAN CAPRIPES FISTULA PRIMA TUA EST.
35 NON TAMEN EX VOBIS MECUM CERTAVERIT ULLUS 36 QUAE TRES FECISTIS UNICUS HAEC FACIO.
Mor nel MCCCCLXI. Aggiunse all'arte della pittura nella miniatura quella bellezza che fuor nella maniera vecchia s' visto poi nell'opre di Gerolamo Padovano fatte in Santa Maria Nuova di Fiorenza ne' libri da lui miniati, et in quegli di Gherardo miniatore suo creato, come ancora si vide per un Vante miniator fiorentino, e Gerolamo Milanese, che mirabilissime opre fece in Milano sua patria.

 II,46.D.Ghirlandaio Molte volte si truovano ingegni elevati e sottili che volentieri si darebbono alle arti et alle scienze et eccellentemente le eserciterebbono, se i padri loro gli indirizzassero nel principio a quelle stesse a le quali naturalmente sono inclinati; ma spesso avviene che chi gli governa non conoscendo forse pi oltre, straccura quello di che pi doverebbe curarsi; e cos  cagione che gli ingegni prodotti dalla natura ad ornamento et utile del mondo disutilmente rimangon persi. E quanti abbiamo noi veduti seguire una professione lungo tempo, solo per tema di chi li governa, che arrivati poi a gli anni maturi l'hanno lasciata in abbandono per un'altra che pi loro aggrada? Et  tanta la forza della natura, che lo inclinato ad una professione molto pi frutto vi fa in un mese, che con qualunche studio o fatica non far un altro in molti anni. Et adviene bene spesso che continuando poi questi tali, per lo instinto che ve gli tira, fanno ammirare e stupire insieme l'arte e la natura; come a ragion le fece stupire Domenico di Tommaso Ghirlandaio, il quale fu posto all'arte dello orefice, e non piacendoli quella, non rest di continuo di disegnare.
Perch essendo egli dotato dalla natura d'uno spirito perfetto e d'un gusto mirabile e giudicioso nella pittura, quantunque orafo nella sua fanciullezza fosse, sempre al disegno attendendo, venne s pronto e presto e facile, che molti dicono che mentre che all'orefice dimorava, ritraendo i contadini et ogni altra persona che da bottega passava, li faceva subito somigliare. Come ne fanno fede ancora nell'opre sue infiniti ritratti, che sono di similitudini vivissime. Furono le sue prime pitture in Ogni Santi la cappella de' Vespucci, dov' un Cristo morto et alcuni santi, e sopra uno arco una Misericordia, e nel refettorio di detto luogo un Cenacolo a fresco. Dipinse e in Santa Croce all'entrata della chiesa a man destra, la storia di San Paolino. Et acquistando fama grandissima, in credito venuto, a Francesco Sassetti lavor in Santa Trinita una cappella con istorie di San Francesco, la quale opra  mirabilmente condotta, e da lui con grazia, con pulitezza e con amor lavorata. In questa contrafece egli e ritrasse il ponte a Santa Trinita, col palazzo de gli Spini, fingendo nella prima faccia la storia di San Francesco quando apparisce in aria e resuscita quel fanciullo. Dove si vede in quelle donne che lo veggono resuscitare, il dolore della morte nel portarlo alla sepoltura, e la allegrezza e la maraviglia nella sua resurressione. Contrafecevi i frati che escon di chiesa co' bechini dietro alla croce per sotterrallo, fatti molto naturalmente, e cos altre figure che si maravigliano di quello effetto, che non danno altrui poco piacere. In un'altra fece quando San Francesco, presente il vicario, rifiuta la eredit a Pietro Bernardone suo padre, e piglia l'abito di sacco cignendosi con la corda. E nella faccia del mezzo quando egli va a Roma a Papa Onorio e fa confermar la regola sua, presentando di gennaio le rose a quel pontefice. Nella quale storia finse la sala del Concistoro co' cardinali che sedevano intorno, e certe scalee che salivano in quella; accennando certe mezze figure ritratte di naturale, accomodandovi ordini di appoggiatoi per la salita. E fra quegli ritrasse il Magnifico Lorenzo Vecchio de' Medici. Dipinsevi medesimamente quando San Francesco riceve le stimite. E nella ultima fece quando egli  morto e che i frati lo piangono, dove si vede un frate che gli bacia le mani; et invero quello effetto non si pu esprimer meglio nella pittura, senza che e' v' un vescovo parato con gli occhiali al naso che gli canta la vigilia, che il non sentirlo solamente lo dimostra dipinto. Ritrasse in due quadri che mettono in mezzo la tavola, Francesco Sassetti ginocchioni in uno, e ne l'altro la sua donna.
Oltra che e' fece nella volta quattro Sibille, e fuori della cappella un ornamento sopra l'arco nella faccia dinanzi, con una storia dentrovi, quando la Sibilla Tiburtina fece adorar Cristo a Ottaviano Imperatore, che per opera in fresco  molto praticamente condotta e con una allegrezza di colori molto vaghi. Et insiemi acompagn questo lavoro con una tavola pur di sua mano, lavorata a tempera; quale ha dentro una Nativit di Cristo da far maravigliare molto ogni persona intelligente, dove ritrasse se medesimo e fece alcune teste di pastori, che sono tenuti cosa divina.
Dipinse a' frati Giesuati una tavola per lo altar maggiore con alcuni santi in compagnia di una Nostra Donna bellissima. E nella chiesa di Cistello fece una tavola finita da David e Benedetto suoi fratelli, dentrovi la Visitazione di Nostra Donna, con alcune teste di femmine vaghissime e bellissime. Nella chiesa de gli Innocenti fece una tavola de' Magi, molto lodata e stimata, che fu a tempera. Nella quale sono teste bellissime d'aria e di fisonomia varie, cos di giovani come di vecchi; e particularmente nella testa della Nostra Donna si conosce quella onest, bellezza e grazia, che nella madre del vero o Dio, pu esser fatta da mano umana. Et in San Marco al tramezzo della chiesa, un'altra tavola, e nella forestieria un Cenacolo con diligenza l'uno e l'altro condotto; et in casa di Giovanni Tornabuoni un tondo con la storia de' Magi, fatto con diligenza. Allo spedaletto per Lorenzo Vecchio de' Medici, amato e stimato da lui, la storia di Vulcano, dove lavorano molti ignudi fabricando con le martella folgori o saetti a Giove. Et in Fiorenza nella chiesa d'Ogni Santi, a concorrenza di Sandro di Botticello, dipinse a fresco un San Girolamo che oggi  allato alla porta che va in chiostro, intorno al quale fece una infinit di instrumenti di libri da persone studiose.
Dipinse ancora l'arco sopra la porta di Santa Maria Ughi et un taber<na>colino dietro a la Arte de' Linaiuoli, similmente un San Giorgio molto bello, che ammazza il serpente. E per il vero egli intese molto bene il modo del dipignere in muro, e facilissimamente lo lavor, essendo nientedimanco nel comporre le sue cose molto leccato. Fu chiamato a Roma da papa Sisto IIII a dipignere con altri maestri la sua cappella, e dipinsevi quando Cristo chiama a s da le reti Pietro et Andrea, e la Resurressione di esso Ies Cristo, della quale oggi  guasta la maggior parte per essere ella sopra la porta respetto a lo avervisi avuto a rimettere uno architrave che rovin. Era in questi tempi medesimi in Roma, Francesco Tornabuoni onorato e ricco mercante et amicissimo di Domenico, al quale essendo morta la donna sopra parto, et avendo per onorarla come si convenia alla nobilt loro, fattole fare una sepoltura nella Minerva, con alcune storie di marmo, piacque ancora che Domenico dipignesse tutta la faccia dove ell'era sepolta, et oltre a questo vi facesse una piccola tavoletta a tempera.
Laonde in quella pariete fece quattro storie: dua di San Giovanni Batista e due della Nostra Donna; le quali veramente gli furono allora molto lodate. E prov tanta dolcezza nella pratica di Domenico, che tornandosene quello a Fiorenza con onore e con danari, lo raccomand per lettere a Giovanni suo parente, scrivendoli quanto e lo avesse servito bene in quella opera e quanto il papa fusse satisfatto de le sue pitture. Le quali cose udendo Giovanni, cominci a disegnare di metterlo in qualche lavoro magnifico da onorare la memoria di se medesimo e da arrecare a Domenico fama e guadagno. Era per avventura in Santa Maria Novella, convento de' frati predicatori, la cappella maggiore dipinta gi di Andrea Orgagna; la quale, per essere stato mal coperto il tetto della volta, era in pi parte contaminata e guasta da la acqua. Per il che gi molti cittadini la avevano voluta rassettare, o vero ridipignerla di nuovo; ma i padroni, che erano de la famiglia de' Ricci, non se n'erano mai contentati, non potendo essi far tanta spesa n volendosi risolvere a concederla ad altrui che la facessi, per non perdere la iuridizione del padronato et il segno dell'arme loro lasciatagli da i loro antichi. Giovanni adunque, desideroso che Domenico gli facesse questa memoria, si messe intorno a questa pratica tentando diverse vie. Et in ultimo promesse a' Ricci far tutta quella spesa egli e che gli ricompenserebbe in qualcosa; e farebbe metter l'arme loro nel pi evidente et onorato luogo che fusse in quella cappella. E cos persuasi, diede loro un beveraggio per una certa amorevolezza, e fece fare uno instrumento rogato molto stretto de 'l senso ragionato di sopra, et allog a Domenico questa opera, con le storie medesime che erano dipinte prima; e feciono che il prezzo fussi ducati mille dugento d'oro larghi; et in caso che l'opera gli piacesse fussino dugento pi. Per il che Domenico misse man alla opera; n rest che egli in quattro anni l'ebbe finita; il che fu nel MCCCCLXXXV, con grandissima satisfazzione e contento di esso Giovanni. Il quale chiamandosi servito, e confessando ingenuamente che Domenico aveva guadagnati i dugento ducati del pi, disse che arebbe piacere che e' si contentasse de 'l primo pregio; e Domenico, che molto pi stimava la gloria e l'onore che le ricchezze, gli larg subito tutto il restante, affermando che aveva molto pi caro lo avergli satisfatto de 'l lavoro che lo essere contento de 'l pagamento. Appresso Giovanni fece fare due armi grandi di pietra, l'una de' Tornaquinci, l'altra de' Tornabuoni, e metterle ne' pilastri fuori d'essa cappella. E quando poi Domenico fece la tavola dello altare nello ornamento dorato, sotto un arco ch' per fine di quella tavola fece mettere il tabernacolo del Sacramento, bellissimo; e nel frontispizio di quello fece un scudicciuolo d'un quarto di braccio, dentrovi l'arme de' padron detti. Et il bello fu allo scoprire della cappella: questi cercorono con gran romore de l'arme loro, e finalmente, non ve la vedendo, se n'andarono al magistrato degli Otto portando il contratto. Per il che, non Giovanni che era morto allora, ma gli eredi suoi per commissione lasciata dallui, mostrarono esservi posta nel pi evidente et onorato luogo di quell'opera, e bench quelli esclamassino che ella non si vedeva, fu lor detto che eglino avevano il torto, e che avendogli fatti metter Giovanni di sopra a Cristo, se ne dovevano contentare. E cos fu deciso che dovesse stare, per quel magistrato, come al presente si vede. Ma se questo paresse ad alcuno fuor delle cose della vita che si ha da scrivere, non gli dia noia: perch tutto era nel fine del tratto della mia penna e serve se non ad altro a mostrare quanto la povert  preda delle ricchezze; e che le ricchezze acompagnate dalla prudenzia, conducono a fine e senza biasimo ci che altri vuole.
Ma per tornare alle belle opere di Domenico, sono in questa capella, primieramente nella volta, i quattro Evangelisti, maggiori del naturale, e nella pariete della finestra storie di San Domenico e San Pietro martire e San Giovanni quando va al deserto e la Nostra Donna annunziata dall'Angelo e molti santi avvocati di Fiorenza ginocchioni sopra le finestre, e dappi v' ritratto di naturale ginocchioni Giovanni Tornabuoni da man ritta e la donna sua da man sinistra, che dicono esser molto naturali. Nella facciata destra di poi  sette storie, scompartite sei di sotto, in quadri, quanto tien la facciata; et una ultima di sopra, larga quanto son due istorie e quanto serra l'arco della volta, e nella sinistra altrettante di San Giovanni Batista.
La prima della facciata destra  quando Giovacchino fu cacciato del tempio; dove si vede nel volto di lui espressa la pacienzia come in quel di coloro il dispregio e l'odio che essi Giudei avevano a quelli che senza avere figliuoli venivano a 'l tempio. E sono in questa storia, da la parte verso la finestra, quattro uomini ritratti di naturale, l'un de' quali, ci  quello che  vecchio e raso et in cappuccio rosso,  Alesso Baldovinetti, maestro di Domenico nella pittura e nel musaico. L'altro che  in capegli e che si tiene una mano al fianco et ha un mantello rosso e sotto una vesticciuola azzurra,  Domenico stesso, maestro dell'opera, ritrattosi in uno specchio da se medesimo. Quello che ha una zazzera nera con certe labbra grosse,  Bastiano da San Gimignano suo discepolo e cognato, e l'altro che volta le spalle et ha un berrettino in capo,  Davitte Ghirlandaio pittore suo fratello; i quali tutti per chi gli ha conosciuti si dicono esser veramente vivi e naturali. Nella seconda storia  la Nativit della Nostra Donna fatta con una diligenzia grande; e tra le altre cose notabili che egli vi facesse, nel casamento o prospettiva,  una finestra che d 'l lume a quella camera, la quale inganna chi la guarda.
Oltra questo, mentre Santa Anna  nel letto e certe donne la visitano, pose alcune femmine che lavano la Madonna con gran cura, e chi mette acqua, e chi fa le fascie, e chi fa un servizio e chi un altro, e mentre ognuna attende al suo, vi  una femmina che ha in collo quella puttina, e ghignando la fa ridere, con una grazia donnesca, degna veramente di un'opera simile a questa, oltre a molti altri affetti che sono in ciascuna figura. Nella terza, che  la prima sopra,  quando la Nostra Donna saglie i gradi del tempio, dove  un casamento che si allontana assai ragionevolmente da l'occhio; oltra che v' uno ignudo che gli fu allora lodato per non se ne usar molti, ancor che e' non vi fusse quella intera perfezzione come a quegli che si son fatti ne' tempi nostri, per non essere eglino tanto eccellenti. Accanto a questa  lo Sposalizio di Nostra Donna, dove dimostr la collora di coloro che si sfogano nel rompere le verghe che non fiorirono come quella di Giuseppo; la quale istoria  copiosa di figure in uno accomodato casamento. Nella quinta si veggono arrivare i Magi in Bettelem con gran numero di uomini, cavalli e dromedarii et altre cose varie; storia certamente accomodata. Et accanto a questa  la sesta, la quale  la crudele impiet fatta da Erode a gli innocenti, dove si vede una baruffa bellissima di femmine e di soldati e cavalli, che le percuotono et urtano; e nel vero, di quante storie vi si vede di suo, questa  la migliore, perch ella  condotta con giudizio, con ingegno et arte grande. Conoscevisi l'impia volont di coloro che comandati da Erode, senza riguardare le madri, uccidono que' poveri fanciullini; fra i quali si vede uno che ancora appiccato alla poppa, muore per le ferite ricevute nella gola da un soldato e sugge, per non dir beve, col petto non meno sangue che latte; cosa veramente di sua natura e per esser fatta nella maniera che ella , da tornar viva la piet dove ella fusse ben morta. E certo fu ventura di Erode che tal caso non vi fusse considerato. E`vvi ancora un soldato che ha tolto per forza un putto, e mentre correndo con quello se lo stringe in sul petto per amazzarlo, se li vede appiccata a' capegli la madre di quello con grandissima rabbia; e facendoli fare arco della schiena, fa che si conosca in loro tre effetti bellissimi: uno  la morte del putto che si vede crepare, l'altro l'impiet del soldato che per sentirsi tirare s stranamente, mostra l'affetto del vendicarsi di esso putto, il terzo  che la madre nel veder la morte del figliuolo, con furia e dolore e sdegno cerca che quel traditore non parta senza vendetta; cosa veramente pi da filosofo mirabile di giudizio che da pittore. Sonvi espressi molti altri affetti, che chi li guarda conoscer senza dubbio questo maestro esser stato in quel tempo eccellente.
Sopra questa, nella settima che piglia le due storie e cigne l'arco della volta,  il Transito di Nostra Donna e la sua Assunzione con infinito numero d'angeli et infinite figure e paesi et altri ornamenti, di che egli soleva abbondare, in quella sua maniera facile e pratica. Da l'altra faccia, dove sono le storie di San Giovanni, nella prima  quando Zacheria sacrificando nel tempio, l'angelo gli appare e per non credergli amutolisce. Nella quale storia, mostrando che a' sacrifizii de' tempii concorrono sempre le persone pi notabili, per farla pi onorata ritrasse un buon numero di cittadini fiorentini, che governavono allora quello stato; e particularmente tutti quelli di casa Tornabuoni, i giovani et i vecchi et altri. Oltre a questo, per mostrare che quella et fioriva in ogni sorte di virt e massime nelle lettere, fece in cerchio quattro mezze figure, che ragionano insieme appi della istoria, i quali erano i pi scienziati uomini che in que' tempi si trovassero in Fiorenza, e sono questi: il primo  Messer Marsilio Ficino, che ha una veste da canonico, il secondo con un mantello rosso et una becca nera al collo  Cristofano Landino, e Demetrio Greco che se li volta, et in mezzo a questi, che alza alquanto una mano  Messer Angelo Poliziano, i quali son vivissimi e pronti.
Seguita nella seconda, allato a questa, la Visitazione di Nostra Donna a Santa Elisabetta; nella quale sono molte donne che la accompagnano con portature di que' tempi, e fra loro fu ritratta la Ginevra de' Benci, allora bellissima fanciulla. Nella terza storia sopra alla prima  la Nascita di San Giovanni, nella quale  una avvertenzia bellissima: che mentre Santa Elisabetta  in letto, e che certe vicine la vengono a vedere e la balia stando a sedere allatta il bambino, una femmina con allegrezza gnene chiede, per mostrare a quelle donne la novit che in sua vechiezza aveva fatto la padrona di casa. E finalmente vi  una femmina che porta a la usanza fiorentina frutte e fiaschi da la villa, la quale  molto bella. Nella quarta allato a questa  Zacheria che ancor mutolo stupisce con lo intrepido dello animo che sia nato di lui quel putto; e mentre gli  dimandato de 'l nome, scrive in su 'l ginocchio, affisando gli occhi al figliuolo quale  tenuto in collo da una femmina con reverenzia, postasi ginocchione innanzi a lui, segna con la penna in su 'l foglio: Giovanni sar il suo nome, non senza ammirazione di molte altre figure, che pare che stiano in forse se egli  vero o no. Seguita la quinta, quando e' predica alle turbe; nella quale storia si conosce quella attenzione che danno i popoli nello udir cose nuove; e massime nelle teste degli scribi che ascoltano Giovanni, i quali pare che con un certo modo del viso sbeffino quella legge, anzi l'abbino in odio; dove sono ritti et a sedere maschi e femmine in diverse fogge. Nella sesta si vede San Giovanni battezare Cristo; nella reverenzia del quale mostr interamente la fede che si debbe avere a sacramento tale. E perch questo non fu senza grandissimo frutto, vi figur molti gi ignudi e scalzi, che aspettando d'essere battezzati, mostrano la fede e la voglia scolpita nel viso. Et infra gli altri vi  uno che si cava una scarpetta, che rappresenta la prontitudine istessa.
Nella ultima, ci  nello arco accanto alla volta, vi  la suntuosissima cena di Erode col ballo di Erodiana, con infinit di servi che fanno diversi aiuti in quella storia, oltra la grandezza di uno edifizio tirato in prospettiva, che mostra come nell'altre cose apertamente la virt di Domenico insieme con le dette pitture. Condusse a tempera la tavola isolata tutta, e le altre figure che sono ne' sei quadri; che oltre alla Nostra Donna che siede in aria col Figliuolo in collo e gli altri santi che gli sono intorno, oltra il San Lorenzo et il Santo Stefano che sono interamente vivi, vi  il San Vincenzio et il San Pietro Martire che non li manca se non la parola. Vero  che di questa tavola ne rimase imperfetta una parte, mediante la morte sua; per il che, avendo egli gi tiratola tanto innanzi, che e' non le mancava altro che il finire certe figure dalla banda di dietro dove  la Resurressione di Cristo e tre figure che sono in que' quadri, finirono poi il tutto Benedetto e Davitte Ghirlandai suoi frategli. Questa cappella fu tenuta cosa bellissima, grande, garbata e vaga, per la vivacit de' colori, per la pratica e pulitezza del maneggiargli nel muro e per il poco ritoccargli a secco, oltra la invenzione e collocazione delle cose. E certamente ne merita Domenico lode grandissima per ogni conto, e massime per la vivezza delle teste, le quali per essere ritratte di naturale rappresentano a chi verr le vivissime effigie di molte persone segnalate. Fece ancora nel palazzo della Signoria, nella sala dove  il maraviglioso orologio di Lorenzo della Volpaia molte figure di santi fiorentini con bellissimi adornamenti. E tanto fu amico del lavorare e di satisfare ad ognuno, che egli aveva commesso a' garzoni che e' si accettasse qualunche lavoro che capitasse a bottega, se bene fussero cerchi da paniere di donne, perch non gli volendo fare essi, gli dipignerebbe da s, acci che nessuno si partisse scontento da la sua bottega. Dolevasi bene quando aveva cure familiari, e per questo dette a David suo fratello ogni peso di spendere dicendogli: Lascia lavorare a me e tu provedi, che ora che io ho cominciato a conoscere il modo di questa arte, mi duole che non mi sia allogato a dipignere a storie il circuito di tutte le mura della citt di Fiorenza, mostrando cos animo invittissimo in ogni sua impresa e risoluto in ogni sua azzione. Lavor a Lucca in San Martino una tavola di San Pietro e San Paulo, e dipinse a San Gimignano. In Fiorenza lavor ancora molti tondi, quadri e pitture diverse, che non si riveggono altrimenti per essere nelle case de' particulari. In Pisa fece la nicchia del duomo allo altar maggiore, e lavor in molti luoghi di quella citt, come alla facciata dell'opera quando il re Carlo raccomanda Pisa; et in San Girolamo a' frati Giesuati una tavola. Dicono che ritraendo anticaglie di Roma: archi, terme, colonne, colisei, aguglie, amfiteatri, acquidotti, era s giustissimo nel disegno che le faceva a occhio, senza regolo o seste e misure; e misurandole da poi fatte che le aveva, erano giustissime come se e' le avesse misurate. E ritraendo a occhio il Coliseo, vi fece una figura ritta appi, che misurando quella tutto l'edificio si misurava; e fattone esperienza da maestri dopo la morte sua, ritornava giustissimo. Fece a Santa Maria Nuova nel cimiterio sopra una porta, un San Michele in fresco armato bellissimo, con riverberazione d'armadure poco usate inanzi a lui; et alla Badia di Passignano, luogo de' monaci di Valle Ombrosa, lavor in compagnia di David suo fratello e di Bastiano da San Gimignano. Dove, trattandoli i monaci male de 'l vivere, inanzi la venuta di Domenico si richiamarono all'abate, pregandolo che meglio servire li facesse, non essendo onesto che come manovali fossero trattati. Promise loro l'abate di farlo e scusossi che questo pi avveniva per ignoranza che per malizia. Venne Domenico e tuttavia si continu nel medesimo modo. Per il che David trovando un'altra volta lo abbate, si scus dicendo che non faceva questo per conto suo, ma per li meriti e per la virt del suo fratello. Ma lo abate, come ignorante ch'egli era, altra risposta non fece.
La sera, postisi a cena, venne il forestario de' monaci con una asse piena di scodelle e tortacce da manigoldi, pur nel solito modo che l'altre volte si faceva. David salito in colera rivolt le minestre addosso al frate, e preso il pane che era su la tavola avventandolo al frate, lo percosse di modo che mal vivo a la cella ne fu portato. Lo abate che gi era a letto, levatosi e corso al rumore, credette che 'l monistero rovinasse; e trovando il frate mal concio cominci a contendere con David. Per il che infuriato, David gli rispose che si gli togliesse dinanzi che valeva pi la virt di Domenico che quanti abati porci suoi pari furon mai in quel monistero. Laonde lo abate riconosciutosi, da quell'ora inanzi s'ingegn di trattargli da valenti uomini come elli erano. Finita l'opera torn a Fiorenza, et al Signor di Carpi dipinse una tavola, un'altra ne mand a Rimino a 'l Signor Carlo Malatesta, che la fece porre nella sua cappella in San Domenico. Questa tavola fu a tempera, con tre figure bellissime, con istoriette di sotto; e dietro figure di bronzo, finte con disegno et arte grandissima. Una altra tavola fece nella Badia di Volterra, e condotto poi a Siena per mezzo del Magnifico Lorenzo de' Medici che gli entr mallevadore a questa opera di ducati ventimila, tolse a fare di musaico la facciata del duomo; e cominci a lavorare con buono animo e miglior maniera, ma prevenuto da la morte, lasci l'opera imperfetta. Come per la morte del predetto Magnifico Lorenzo rimase imperfetta in Fiorenza la cappella di San Zanobi cominciata a lavorare di musaico da Domenico in compagnia di Gherardo miniatore. Vedesi di mano di Domenico sopra quella porta del fianco di Santa Maria del Fiore, che va a' Servi, una Nunziata di musaico bellissima, della quale fra' maestri moderni di musaico non s' veduto ancor meglio. Usava dire Domenico la pittura essere il disegno e la vera pittura per la eternit essere il musaico.
Stette seco in compagnia a imparare Bastiano Mainardi da San Gimignano, il quale in fresco era divenuto molto pratico maestro di quella maniera; per il che andando con Domenico a S. Gimignano, dipinsero a compagnia la cappella di Santa Fina, la quale  cosa bellissima. Onde per la servit e gentilezza di Bastiano, sendosi cos bene portato, giudic Domenico che e' fosse degno d'avere una sua sorella per moglie, e cos l'amicizia loro fu cambiata in parentado; liberalit di amorevole maestro rimuneratore delle virt del discepolo acquistate con le fatiche della arte. Avvenne poi che Domenico ammal di gravissima febbre, la pestilenza della quale in cinque giorni gli tolse la vita. Essendo infermo, gli mand Giovanni Tornabuoni a donare cento ducati d'oro, mostrando l'amicizia e la familiarit sua e la servit che Domenico a Giovanni avea sempre portata. Visse Domenico anni XLIIII e fu con molte lagrime e con pietosi sospiri da David e da Benedetto suoi fratelli e da Ridolfo suo figliuolo con belle esequie sepellito in Santa Maria Novella, e fu tal perdita di molto dolore agli amici suoi; perch intesa la morte di lui, molti eccellenti pittori forestieri scrissero a' suoi parenti dolendosi della sua acerbissima morte. Restarono suoi discepoli David e Benedetto Ghirlandai, Bastiano Mainardi da San Gimignano e Michele Agnolo Buonarotti fiorentino, Francesco Granaccio, Niccol Cieco, Iacopo del Tedesco, Iacopo dell'Indaco, Baldino Baldinelli et altri maestri, tutti fiorentini. Mor nel MCCCCXCIII Et  stato poi onorato con questi versi: DOMENICO GHIRLANDAIO.
3 TROPPO PRESTO LA MORTE 4 TRONCO` IL VOLO ALLA FAMA; CHE A LE STELLE 5 PENSAI CORRENDO FORTE 6 PASSAR ZEVSI E PARRASIO E SCOPA E APELLE.
Arricch Domenico l'arte della pittura del musaico pi modernamente lavorato che non fece nessun toscano, d'infiniti che si provorono, come lo mostrano le cose fatte da lui per poche ch'elle si siano. Onde per tal ricchezza e memoria, nell'arte merita grado et onore et essere celebrato con lode straordinarie dopo la morte.

 II,47.Gherardo Veramente che di tutte le cose perpetue che si fanno con colori, nessuna pi resta alle percosse de' venti e dell'acque che 'l musaico. E bene lo conobbe in Fiorenza ne' tempi suoi Lorenzo Vecchio de' Medici, il quale come persona di spirito e speculatore delle memorie antiche, cerc di rimettere in uso quel che molti anni s'era tenuto ascoso; e perch grandemente si dilettava de le pitture e de le sculture, non potette non dilettarsi ancora de 'l musaico.
Laonde veggendo che Gherardo miniatore, allora cervello sofistico, cercava le difficult di tal magistero, come persona che sempre aiut chi ne aveva bisogno, lo favor grandemente, e messolo in compagnia di Domenico del Ghirlandaio, gli fece fare da gli operai di Santa Maria del Fiore allogazione de le cappelle delle crociere; onde per la prima gli fece allogare quella del Sacramento dove  il corpo di S. Zanobi. Per il che Gherardo assottigliando l'ingegno, arebbe fatto con Domenico mirabilissime cose, se la morte non vi si fusse interposta. Era Gherardo gentilissimo miniatore, e fece ancora figure grandi in muro, e fuor della porta alla Croce un tabernacolo in fresco. Fece ancora un altro tabernacolo in Fiorenza a sommo della via Larga molto lodato, e nella facciata della chiesa di San Gilio a Santa Maria Nuova dipinse la consagrazione di quella chiesa per il papa. E quivi mini una infinit di libri, et insieme con quegli ne fece per Santa Maria del Fiore di Fiorenza, e fuora per il Re Mattia de Ungheria alcuni altri; per che accresciuto d'animo di miniatore divent pittore.
Nel musaico fu concorrente e compagno di Domenico Ghirlandai, e quello molto ben lavor. Fece una testa di S.
Lorenzo a concorrenza di Domenico, e cos cominci il musaico, nel quale molto tempo spese a ritrovare i segreti; perci Lorenzo fece loro ordinare continua provisione, acci in quel luogo si lavorasse sempre. Ma tale impedimento a quella opra diede la morte di Lorenzo, che il lavoro si rimase imperfetto; e Gherardo quasi per lo dolore pass di questa vita nella et d'anni LXIII. Furono le sue fatiche fatte l'anno MCCCCLXVIII.

 II,48.S.Botticello Sforzasi la natura a molti dare la virt, et in contrario gli mette la trascurataggine per rovescio, perch non pensando al fine della vita loro, ornano spesso lo spedale della lor morte come con l'opre in vita onorarono il mondo. Questi nel colmo delle felicit loro sono de i beni della fortuna troppo carichi e ne' bisogni ne son tanto digiuni, che gli aiuti umani da la bestialit del lor poco governo talmente si fuggono, che col fine della morte loro vituperano tutto l'onore e la gloria della propria vita.
Onde non sarebbe poca prudenzia ad ogni virtuoso, e particularmente a gli artefici nostri, quando la sorte gli concede i beni della fortuna, salvarne per la vecchiezza e per gli incomodi una parte, acci il bisogno che ogni ora nasce, non lo percuota; come stranamente percosse Sandro Botticello, che cos si chiam ordinariamente per la cagione che appresso vedremo. Costui fu figliuolo di Mariano Filipepi cittadino fiorentino, dal quale diligentemente allevato e fatto instruire in tutte quelle cose che usanza  di insegnarsi a' fanciulli in quella citt, prima che e' si ponghino a le botteghe, ancora che agevolmente apprendesse tutto quello che e' voleva, era nientedimanco inquieto sempre; n si contentava di scuola alcuna, di leggere, di scrivere o di abbaco, di maniera che il padre infastidito di questo cervello s stravagante, per disperato lo pose a lo orefice con un suo compare chiamato Botticello, assai competente maestro allora in quella arte. Era in quella et una dimestichezza grandissima e quasi che una continova pratica tra gli orefici et i pittori; per la quale Sandro, che era desta persona e si era volto tutto a 'l disegno, invaghitosi della pittura, si dispose volgersi a quella. Per il che, aprendo liberamente l'animo suo al padre, da lui che conobbe la inchinazione di quel cervello, fu condotto a fra' Filippo del Carmine, eccellentissimo pittore allora et acconciato seco a imparare, come Sandro stesso desiderava.
Datosi dunque tutto a quella arte, seguit et imit s fattamente il maestro suo, che fra' Filippo gli pose amore, et insegnolli di maniera che e' pervenne tosto ad un grado che nessuno lo arebbe stimato. Dipinse, essendo giovanetto, nella Mercatanzia di Fiorenza, una Fortezza fra le tavole delle Virt che Antonio e Piero del Pollaiuolo lavorarono.
In S. Spirito di Fiorenza fece una tavola alla cappella de' Bardi, la quale  con diligenza lavorata et a buon fin condotta, dove sono alcune olive e palme lavorate con sommo amore. Lavor nelle Convertite una tavola a quelle monache, et a quelle di San Barnaba similmente un'altra. In Ogni Santi dipinse a fresco nel tramezzo alla porta che va in coro, per i Vespucci, un Santo Agostino, nel quale cercando egli allora di passare tutti coloro ch'al suo tempo dipinsero, molto s'affatic; la quale opera riusc lodatissima per avere egli dimostrato nella testa di quel santo, quella profonda cogitazione et acutissima sottigliezza, che suole essere nelle persone sensate et astratte continovamente nella investigazione di cose altissime e molto difficili. Per il che, venuto in credito et in riputazione, dall'Arte di Porta Santa Maria gli fu fatto fare in San Marco una Incoronazione di Nostra Donna in una tavola, et un coro d'angeli, la quale fu molto ben disegnata e condotta da lui. In casa Medici, a Lorenzo Vecchio, lavor molte cose, e massimamente una Pallade su una impresa di bronconi che buttavano fuoco, la quale dipinse grande quanto il vivo, et ancora un S. Sebastiano in Santa Maria Maggior di Fiorenza. Per la citt in diverse case fece tondi di sua mano e femmine ignude assai, delle quali oggi ancora a Castello, luogo del Duca Cosimo <fuor> di Fiorenza, sono due quadri figurati, l'uno Venere che nasce, e quelle aure e venti che la fanno venire in terra con gli amori, e cos un'altra Venere che le Grazie la fioriscono, dinotando la Primavera; le quali da lui con grazia si veggono espresse. Nella via de' Servi in casa Giovanni Vespucci, oggi di Piero Salviati, fece intorno <a> una camera molti quadri, chiusi da ornamenti di noce, per ricignimento e spalliera, con molte figure e vivissime e belle. Ne' monaci di Cestello a una cappella fece una tavola d'una Annunziata in San Pietro Maggiore alla porta del fianco, fece una tavola per Matteo Palmieri con infinito numero di figure, la Assunzione di Nostra Donna con le zone de' cieli come son figurate, i Patriarchi, i Profeti, gli Apostoli, gli Evangelisti, i Martiri, i Confessori, i Dottori, le Vergini e le Gerarchie, disegno datogli da Matteo ch'era litterato. La quale opra egli con maestria e finitissima diligenza dipinse. E`vvi ritratto appi Matteo in ginocchioni e la sua moglie ancora. Ma con tutto che questa opera sia bellissima e che ella dovesse vincere la invidia, furono per alcuni malivoli e detrattori, che non potendo dannarla in altro dissero che e Matteo e Sandro gravemente vi avevano peccato in eresia; il che se  vero o non vero, non se ne aspetta il giudizio a me, basta che le figure che Sandro vi fece veramente sono da lodare, per la fatica che e' dur nel girare i cerchi de' cieli e tramezzare tra figure e figure d'angeli e scorci e vedute in diversi modi diversamente, e tutto condotto con buono disegno. Fu allogato a Sandro in questo tempo una tavoletta piccola, di figure di tre quarti di braccio l'una; la quale fu posta in Santa Maria Novella fra le due porte, nella facciata principale della chiesa, nello entrare per la porta del mezzo a sinistra: et vvi dentro la Adorazione de' Magi, dove si vede tanto affetto nel primo vecchio, che baciando il piede al Nostro Signore e struggendosi di tenerezza, benissimo dimostra avere conseguito la fine del lunghissimo suo viaggio. E la figura di questo re  il proprio ritratto di Cosimo Vecchio de' Medici, di quanti a' d nostri se ne ritruovano il pi vivo e pi naturale. Il secondo, che  Giuliano de' Medici, padre di Papa Clemente VII si vede che intentissimo con l'animo, divotamente rende riverenzia a quel putto e gli assegna il presente suo. Il terzo, inginocchiato egli ancora, pare che adorandolo gli renda grazie e lo confessi il vero Messia. N si pu descrivere la bellezza che Sandro mostr nelle teste che vi si veggono, le quali con diverse attitudini son girate, quale in faccia, quale in proffilo, quale in mezzo occhio, e qual chinata, et in pi altre maniere e diversit d'arie di giovani, di vecchi, con tutte quelle stravaganzie che possono far conoscere la perfezzione del suo magisterio; avendo egli distinto le corti di tre re, di maniera che e' si comprende quali siano i servidori dell'uno e quali dell'altro. Opera certo mirabilissima, e per colorito, per disegno e per componimento ridotta s bella, che ogni artefice ne resta oggi maravigliato. Et allora gli arrec in Fiorenza e fuori tanta fama, che Papa Sisto IIII, avendo fatto fabbricare la cappella in palazzo di Roma e volendola dipignere, ordin ch'egli ne divenisse capo; onde in quella fece di sua mano le infrascritte storie, ci  quando Cristo  tentato dal Diavolo, quando Mos amazza lo Egizzio, e che riceve bere da le figlie di Ietro Madianite. Similmente quando sacrificando i figliuoli di Aaron, venne fuoco da' cielo, et alcuni santi papi nelle nicchie di sopra alle storie. Laonde, acquistato fra molti concorrenti che seco lavorarono, e Fiorentini e di altre citt, fama e nome maggiore, ebbe da 'l papa buona somma di danari; i quali ad un tempo destrutti e consumati tutti nella stanza di Roma, per vivere a caso come era il solito suo, e finita insieme quella parte che e' gli era stata allogata, e scopertala, se ne torn subitamente a Fiorenza. Dove per essere persona sofistica, coment una parte di Dante, e figur lo Inferno e lo mise in stampa, dietro al quale consum di molto tempo, per il che non lavorando fu cagione di infiniti disordini alla vita sua.
Mise in stampa ancora il Trionfo della Fede di fra' Girolamo Savonarola da Ferrara e fu molto partigiano a quella setta.
Il che fu causa che, abbandonando il dipignere e non avendo entrate da vivere, precipit in disordine grandissimo.
Perch ostinato alla setta di quella parte, faccendo continuamente il piagnone e deviandosi da 'l lavoro, invecchiando e dimenticando, si condusse in molto mal essere. Aveva lavorato molte cose in quel di Volterra e molte a Lorenzo Vecchio de' Medici, il quale mentre visse sempre lo sovvenne. Et in San Francesco fuor della porta San Miniato un tondo con una Madonna, con angeli grandi quanto il vivo, il quale fu tenuto cosa bellissima. Dicesi che Sandro era persona molto piacevole e faceta, e sempre baie e piacevolezze si facevano in bottega sua, dove continovamente tenne a imparare infiniti giovani, i quali molte giostre et uccellamenti usavano farsi l'un l'altro, e Sandro stesso accus per burla uno amico suo di eresia a gli Otto; il quale comparendo domand chi l'aveva accusato e di che, perch sendogli detto che Sandro era stato, il quale diceva ch'ei teneva l'opinione degli Epicurei, che l'anima morisse col corpo, rispose e disse: Egli  vero che io ho questa opinione dell'anima sua, ch' bestia, e bene  egli eretico, poich senza lettere comenta Dante e mentova il suo nome invano. Dicesi ancora che molto amava quegli che vedeva studiosi della arte, e dicono che guadagn molto, e tutto per trascurataggine senza alcun frutto mand in mala parte.
Fu da Lorenzo Vecchio molto amato e da infiniti ingegni et onorati cittadini ancora. Ma finalmente, condottosi vecchio e disutile, camminava per terra con due mazze, per il che non potendo pi far niente, infermo e decrepito, ridotto in miseria, pass di questa vita d'anni LXXVIII et in Ogni Santi di Fiorenza fu sepolto l'anno MDXV.
Merit veramente Sandro gran lode in tutte le pitture che e' fece dove lo strigneva lo amore e la affezzione, et ancora che e' si fusse indiritto come si disse a le cose, che per la ipocresia si recano a noia le bellissime considerazioni della arte, e' non resta per che le sue cose non siano e belle e molto lodate, e massimamente la tavola de' Magi di Santa Maria Novella. In su la grandezza della quale si vede oggi d suo appresso di Fabio Segni una tavola dentrovi la Calumnia di Apelle, dove Sandro divinamente imit il capriccio di quello antico pittore, e la don ad Antonio Segni suo amicissimo. Et  s bella questa tavola che, e per la invenzione di Apelle e per la pittura di Sandro,  ella stata onorata di questo epigramma: 14  INDICIO QUEMQUAM NE FALSO LAEDERE TENTENT 15 TERRARUM REGES, PARVA TABELLA MONET.
16 HVIC SIMILEM AEGYPTI REGI DONAVIT APELLES: 17 REX FVIT ET DIGNUS MUNERE MUNUS EO.

 II,49.A.e P.Pollaiuoli Molti di animo vile cominciano cose basse, a' quali crescendo poi l'animo con la virt, cresce ancora la forza et il valore. Di maniera che, salendo a maggiori imprese, aggiungono vicino al cielo co' bellissimi pensier loro. Et inalzati dalla fortuna, si abbattono bene spesso in un principe buono e santo che aggiusta fede s salda alle loro parole, che fidatosi di essi e trovandosene ben servito ne' suoi disegni,  forzato remunerare in modo le lor fatiche, che i posteri di quegli sino in quinta generazione ne sentino largamente ed utile e comodo. Laonde questi tali caminano in questa vita con tanta gloria a la fine loro, che di s lasciano segni al mondo di maraviglia; come fecero Antonio e Piero del Pollaiolo, molto stimati ne' tempi loro per quelle rare virt che e' si avevano guadagnate co' loro sudori. Nacquero costoro nella citt di Fiorenza, pochi anni l'uno dopo l'altro, di padre assai basso e non molto agiato, il quale conoscendo per molti segni il buono et acuto ingegno de' suoi figliuoli, non avendo il modo a indirizzargli a le lettere, pose Antonio alla arte dello orefice con Bartoluccio Ghiberti, maestro allora molto eccellente in tale esercizio, e Piero misse al pittore con Andrea del Castagno, che era il meglio allora di Fiorenza.
Antonio dunque tirato innanzi da Bartoluccio, oltra il legare le gioie e lavorare a fuoco smalti d'argento, era tenuto il pi valente che maneggiasse ferri in quella arte.
Laonde Lorenzo Ghiberti, che allora lavorava le porte di San Giovanni, dato di occhio alla maniera d'Antonio, lo tir al lavoro suo in compagnia di molti altri giovani. E postolo intorno ad uno di que' festoni che allora aveva tra mano, Antonio vi fece su una quaglia, che dura ancora, tanto bella e tanto perfetta, che non le manca se non il volo. Non consum dunque Antonio molte settimane in questo esercizio, che e' fu conosciuto per il meglio di tutti que' che vi lavoravano, di disegno e di pazienzia, e per il pi ingegnoso e pi diligente che vi fusse. Laonde, crescendo la virt e la fama sua, si part da Bartoluccio e da Lorenzo, et in Mercato Nuovo in quella citt aperse da s una bottega di orefice, magnifica et onorata. E molti anni seguit l'arte, disegnando continovamente e faccendo di rilievo cere et altre fantasie, che in brieve tempo lo fecero tenere (come egli era) il principale di quello esercizio.
Era in questo tempo medesimo un altro orefice chiamato Maso Finiguerra, il quale ebbe nome strasordinario e meritamente, che per lavorare di bulino e fare di niello, non si era veduto mai chi in piccoli o grandi spazii facesse tanto numero di figure quante ne faceva egli; s come lo dimostrano ancora certe paci lavorate da lui in San Giovanni di Fiorenza, con istorie minutissime de la Passione di Cristo. A concorrenza di costui fece Antonio alcune istorie, dove lo paragon nella diligenzia e superollo nel disegno.
Per la qual cosa i Consoli della Arte de' Mercatanti, vedendo la eccellenzia di Antonio, deliberarono tra loro che avendosi a fare di argento alcune istorie nello altare di San Giovanni, s come da varii maestri in diversi tempi sempre era stato usanza di fare, che Antonio egli ancora ne lavorasse. E cos fu fatto. E riuscirono queste sue cose tanto eccellenti, che elle si conoscono fra tutte l'altre per le migliori. Per il che gli allogarono i detti Consoli i candellieri de l'argento, di braccia III l'uno, e la croce a proporzione, dove egli lavor tanta roba d'intaglio e la condusse a tanta perfezzione, che e da' forestieri e da' terrazzani sempre  stata tenuta cosa maravigliosa. Dur in questo mestiero infinite fatiche, s ne' lavori che e' fece d'oro, come in quelli di smalto e di argento. Le quali cose in gran parte, per i bisogni della citt nel tempo della guerra, sono state dal fuoco destrutte e guaste. Laonde, conoscendo egli che quella arte non dava molta vita alle fatiche de' suoi artefici, si risolv per desiderio di pi lunga memoria, non attendere pi ad essa. E cos avendo egli Piero suo fratello che attendeva alla pittura, si accost a quello, per imparare i modi del maneggiare et adoperare i colori. Parendoli pure una arte tanto differente da l'orefice, che se egli non avesse cos prestamente resoluto di abbandonare quella prima in tutto, e' sarebbe forse stata ora che e' non arebbe voluto esservisi voltato. Per la qual cosa spronato dalla vergogna pi che dallo utile, appresa in non molti mesi la pratica del colorire, divent maestro eccellente. Et unitosi in tutto con Piero lavorarono in compagnia di molte pitture. Fra le quali per dilettarsi molto del colorito, fecero al Cardinale di Portogallo una tavola ad olio in San Miniato al Monte, fuori di Fiorenza, la quale fu posta su lo altare della sua cappella, e vi dipinsero dentro San Iacopo Apostolo, Santo Eustachio e San Vincenzio, che sono stati molto lodati. Dipinsero ancora in San Michele in Orto, in uno pilastro in tela ad olio, uno Angelo Raffaello con Tobia; e fecero nella Mercatanzia di Fiorenza alcune Virt in quello stesso luogo dove siede, pro tribunali, il magistrato di quella. Nel Proconsolo fece il Poggio di naturale et un'altra figura, e nella cappella de' Pucci a San Sebastiano da' Servi, fece la tavola dello altare, che  cosa eccellente e rara, dove sono cavalli mirabili, ignudi e figure bellissime in iscorto, et il San Sebastiano stesso ritratto dal vivo, ci  da Gino di Lodovico Capponi, e fu questa opera la pi lodata che Antonio facesse gi mai. Con ci sia che per andare egli imitando la natura il pi che e' poteva, pose in uno di que' saettatori, che appoggiatasi la balestra al petto si china a terra per caricarla, tutta quella forza che pu porre uno forte di braccia in caricare quello instrumento; imper che e' si conosce in lui il gonfiare delle vene e de' muscoli et il ritenere del fiato, per fare pi forza. E non  questo solo ad essere condotto con advertenzia, ch tutti gli altri ancora, con le diverse attitudini, assai chiaramente dimostrano lo ingegno e la considerazione che egli aveva posto in questa opera, la quale fu certamente conosciuta da Antonio Pucci, che gli don per questo CCC scudi, affermando che non gli pagava appena i colori. Crebbeli dunche da questo l'animo, et a San Miniato fra le torri fuor della porta dipinse un San Cristofano di X braccia, cosa molto bella e modernamente lavorata. Poi fece in tela un Crocifisso con Santo Antonino, il quale  posto alla sua cappella in S. Marco. In palazzo della Signoria di Fiorenza lavor alla porta della catena un San Gio<vanni> Batista; et in casa Medici dipinse a Lorenzo Vecchio tre Ercoli in tre quadri, che sono di cinque braccia, l'uno de' quali scoppia Anteo, figura bellissima, nella quale s propriamente si vede la forza di Ercole nello strignere, che i muscoli della figura et i nervi di quella sono tutti raccolti per fare crepare Anteo. E nella testa di esso Ercole si conosce il digrignare de' denti, accordato in maniera con l'altre parti, che fino a le dita de' piedi s'alzano per la forza. N us punto minore advertenzia in Anteo, che stretto da le braccia d'Ercole, si vede mancare e perdere ogni vigore, et a bocca aperta rendere lo spirito.
L'altro, ammazzando il leone, gli appunta il ginocchio sinistro al petto et afferrata la bocca del leone con ammendue le sue mani, serrando i denti e stendendo le braccia, lo apre e sbarra per viva forza, ancora che la fiera per sua difesa, con gli unghioni malamente gli graffi le braccia. Il terzo, che amazza l'Idra,  veramente cosa maravigliosa, e massimamente il serpente, il colorito del quale cos vivo fece e s propriamente, che pi vivo far non si pu. Quivi si vede il veleno, il fuoco, la ferocit, l'ira, con tanta prontezza che merita esser celebrato e da' buoni artefici in ci grandemente imitato.
Alla Compagnia di Santo Angelo in Arezzo fece in sul drappo a olio un San Michele che combatte col serpe, tanto bello quanto cosa che di sua mano si possa vedere; perch v' la figura del San Michele che con una bravura affronta il serpente, stringendo i denti et increspando le ciglia, che veramente pare disceso da 'l cielo per fare la vendetta di Dio contra la superbia di Lucifero, et  certo cosa maravigliosa. Da l'altra banda vi fece un Crocifisso. Egli s'intese de gli ignudi pi modernamente che fatto non avevano gli altri maestri inanzi a lui, e scortic molti uomini per vedere la notomia lor sotto. E fu primo a mostrare il modo di cercare i muscoli che avessero forma et ordine nelle figure; e di quegli tutti cinti d'una catena intagli in rame una battaglia, e fece altre stampe di sua mano con migliore intaglio che non avevano fatto gli altri.
Per il che nella morte di Sisto IIII fu da Papa Innocenzio condotto a Roma, e fece di metallo la sepoltura di questo pontefice, e similmente la sepoltura di Papa Sisto suo antecessore nella sua cappella medesima in San Pietro, isolata intorno e tutta di bronzo, la quale fu cagione ch'egli nello impacciarsi coi grandi, riconosciuto della virt sua e di continuo pi inalzandosi, ricchissimo divenne. Bene  vero che, non molto dopo il fine di detta opera, l'uno dopo l'altro in poco tempo se ne morirono nel MCCCCIIC. Lasciarono molte facult, e da' parenti in S.
Pietro in Vincula in Roma furono sepolti, et in memoria loro, allato alla porta di mezzo a man sinistra entrando in chiesa, in duoi tondi di marmo sono i ritratti loro con questo epitaffio: ANTONIUS PULLARIUS, PATRIA FLORENTINUS, PICTOR INSIGN<IS> QUI DUOR<UM> PONT<IFICUM> XISTI ET INNOCENTII AEREA MONIMENT<A> MIRO OPIFIC<IO> EXPRESSIT. RE FAMIL<IARI> COMPOSITA EX TEST<AMENTO> HIC SE CUM PETRO FRATRE CONDI VOLVIT. VIX<IT> ANN<OS> LXXII. OBIIT ANNO SAL<UTIS> MIID.
E non  mancato di poi chi con questo altro lo abbia onorato: ANTONIO POLLAIOLO 4 Aere magis solers, liquidi sve coloribus alter 5 Non fuit heroas ponere sive deos.
6 Argento aut auro nunquam prestantius alter 7 Divina potuit fingere signa manu 8 Thusca igitur tellus magis hoc se iactet alumno, 9 Graecia quam quondam Parrhasio aut Phidia.
Et aveva Antonio quando mor anni LXXII e Pietro anni LXV. Lasci molti discepoli, e fra gli altri Andrea Sansovino. Ebbe nel tempo suo felicissima vita, trovando pontefici ricchi e la sua citt in colmo, che si dilettava di virt; perch molto fu stimato, e forse avendo avuto contrari i tempi non avrebbe fatto que' frutti che e' fece, essendo inimici molto i travagli alle scienze, delle quali gli uomini fanno professione e prendono diletto. E per questo in tal quiete furono fatte condurre con suoi disegni in San Giovanni di Fiorenza due tonicelle et una pianeta e piviale di broccato, riccio sopra riccio, tessuti tutti d'un pezzo, senza alcuna cucitura; e per fregi et ornamenti di quelle, furono ricamate le storie della vita di San Giovanni, con sottilissimo magisterio et arte di Paulo da Verona, divino in quella professione sopra ogni altro ingegno rarissimo. Dal quale non sono condotte manco bene le figure con l'ago, che se le dipignesse Antonio col pennello.
Di che si debbe avere obligo non mediocre alla virt dell'uno nel disegno, et alla pazienza dell'altro nel ricamare. Dur a condursi questa opera anni XXVI.

 II,50.Benedetto da Maiano Gran dote riceve dal cielo colui che oltra la grandezza della natura, nelle azzioni della virt et in ogni cosa si mette considerato, animoso e prudente; onde perci ne li viene maggioranza sopra tutti gli artefici, et oltre a questo utilit perpetua. Ma coloro che mossi dal genio loro imparano una scienza, et in quella si conducono perfetti, e condotti e guadagnato il nome, inanimiti per la gloria, salgono poi da una imperfetta a una perfetta, da una mortale a una eterna; questo certamente  gran lume, in tal vita conoscere, della fama che i mortali si lasciano la pi immortale; e quelle operando far di s vita eterna nelle cose del mondo; come certamente conobbe e fece il non meno prudente che virtuoso Benedetto da Maiano scultor fiorentino. Il quale nella sua fanciullezza messo allo intagliator di legnami, quegli intagli tanto egregiamente, che merit lode del pi bello ingegno che in quel tempo tenesse di quello essercizio ferri in mano. Avvenne che per li modi di Paolo Uccello e di Filippo Brunelleschi, s'era dato in Fiorenza fortemente opera alle cose di legno commesse in prospettiva, con quei legnami tinti di bianchi e neri, e di quei di legno di silio bianchi commessi nel noce e ripieni di segatura di noce e di colla profilati, de i quali Benedetto da Maiano fu il pi eccellente maestro che di tal professione si vedesse nel suo tempo: come ne fanno fede per le case di molti cittadini in Fiorenza opere di suo, e particularmente tutti gli armarii della sagrestia di Santa Maria del Fiore. Perch venuto per la novit di tale arte in grandissimo nome, fece diversi lavori di legnami di cassoni et altre opere mandate a' principi Italiani e forestieri ancora. Viveva allora Mattia Corvino Re d'Ungheria, il quale avendo nella sua corte Fiorentini che lavoravano opere, essi infinitamente gli lodarono le cose di Benedetto e l'ingegno di lui. Per il che volle saggio dell'opera sua, e piacciutogli, fu mandato per esso. Onde egli gli fece un paio di casse con difficilissimo magisterio e con fatica incredibile di commessi di legni. Et ordinato da quel re che l'opere et esso in Ungheria andasse, l'opere armate di legni e lasciate in acqua messe per nave insieme con lui arrivarono in Ungheria. Perch egli primieramente al re fatto riverenza fu raccolto, e quegli onori reali che fu possibile a persona vertuosa e di fama, gli furono fatti.
Appresso fatto venire l'opera, il re si volse trovare a vederla sballare per la volont e desiderio, e con trombe et altri suoni ne fece far molta festa. Laonde cominciato a scassar le casse et isdruscire gli incerati, vide Benedetto che l'umidit dell'acqua e 'l mucido del mare aveva tutta fatta intenerire la colla, e nello aprir gli incerati quasi tutti i pezzi che erano alle casse appiccati caddero in terra; onde Benedetto ammutolito, l'uno e l'altro, per il concorso di tanti signori e per la fama di quelle, restarono ucellati. Rimesse nientedimeno Benedetto il suo lavoro insieme il meglio che e' potette, et in maniera pure che il re ne fu satisfatto; ma non egli, che recatosi a noia quel mestiero, non lo poteva pi patire, per la vergogna che e' ne aveva ricevuto. E cos per disperazione rinegato tale arte, si mise in animo non volerla pi fare. Et alzato l'animo, vinta la timidit, prese la scultura per arte. E non part d'Ungheria, ch'e' fece conoscere a quel re che la colpa era dello essercizio ch'era basso, e non dello ingegno suo ch'era alto e pellegrino. Diedesi dunque a operare, e fece modelli di terra et alcune cose di marmo; et a Fiorenza per lo desiderio d'oprare in ci ritornato, fece e di terra e di legno molte opre.
Avvenne che la Signoria di Fiorenza volse far fare la porta doppia di marmo della Udienza loro nel palazzo, e la allogarono a Benedetto; dove oltra l'ornamento ch' molto bello, et alcuni fanciulli che festoni reggono bellissimi, et una figura tonda di due braccia e mezzo d'un San Giovanni giovanetto, la quale  tenuta di dolcezza e di bellezza singulare, nella sala di dentro alla Udienza  una Giustizia a sedere di marmo sopra l'arco di essa, ch' molto lodevole.
Et a questa opra fece di sua mano ancora la porta di que' legni commessi, dove fece per ciascuna parte della porta una figura, Dante Allghieri e M<esser> Francesco Petrarca.
Fece in Santa Maria Novella di Fiorenza, dove Filippino dipinse la cappella, una sepoltura di marmo nero, et un tondo con la Nostra Donna e certi angeli di marmo per Filippo Strozzi Vecchio, la quale  con somma diligenza lavorata. Volse fare il Magnifico Lorenzo Vecchio in Santa Maria del Fiore la memoria del ritratto di Giotto pittore fiorentino, e l'allog a Benedetto, il quale sopra quello epitaffio fece di marmo la figura che dipigne, la quale  molto lodevole. Aveva lavorato molte cose a Napoli Giuliano suo zio, per il Re Alfonso insieme con esso, e per essere egli morto a' servigi di quello, gli convenne per la eredit e robe sue trasferirsi a Napoli; onde prese a fare opere a quel re, et inoltre fece al Conte di Terra Nuova una tavola di marmo nel monistero de' monaci di Monte Oliveto, dentrovi una Nunziata con certi santi e fanciulli intorno bellissimi, che reggono alcuni festoni; e molti bassi rilievi lavor nella predella di detta opera.
Chiamato a Faenza, lavor nel duomo di quella una bellissima sepoltura di marmo, per il corpo di San Savino nella quale fece di basso rilievo sei istorie de la vita di quel santo, con grandissima diligenzia et arte e disegno, e ne' casamenti e nelle figure. Di maniera che per questa e per l'altre opere sue fu conosciuto per uomo eccellente e di grande ingegno. A Fiorenza tornato, fece a Pietro Mellini in Santa Croce il pergamo di marmo, cosa rarissima e tenuta bella sopra ogni altra di quel grado, per vedersi lavorate le figure di marmo nelle storie di S. Francesco, con tanta bont e diligenza, che di marmo non si potrebbe desiderar meglio. Avendo egli con artificio di buona maniera intagliato alberi, sassi, casamenti, prospettive et alcune cose maravigliosamente spiccate; et inoltre in terra un ribattimento di detto pergamo per la lor sepoltura con tanto disegno, che impossibile  lodarlo tanto che basti. Dicesi che egli ebbe difficult con gli operai di Santa Croce, perch sendo appoggiato detto pergamo a una colonna che regge gli archi, i quali sostengono il tetto dello edificio, volendola forare per fare la scala per salire a predicare, non volevano consentire, perch dubbitavano d'indebolirla col vacuo della salita, e che il detto peso non la sforzasse s, che ruinasse il tempio. Per il che diede loro securt che finirebbe l'opra senza alcun danno della chiesa. Onde sprang di fascie di bronzo di fuori la colonna, che  ricoperta dal pergamo in gi di pietra forte; e la scala di dentro per salirvi, tanto quanto egli buc per farla di fuora, ingross detto lavoro di quella pietra. E quello con stupore di chi lo vede al presente, a perfezzione ridusse mostrando nella piccolezza delle figure di detta opra, la bont e la vivezza che i rari mostrano nelle grandi. Dicesi che Filippo Strozzi Vecchio, volendo fare il palazzo suo, ne prese parere con Benedetto, e che egli ne fece un modello in su 'l quale si cominci lo edifizio, che fu poi finito dal Cronaca per la morte di esso Benedetto. Il quale avendosi acquistato modo di vivere, poche altre opere volse far poi; n pi lavor di marmo, ma fin in Santa Trinita una Santa Maria Maddalena, cominciata da Desiderio da Settignano, e fece ancora il Crocifisso che  sopra lo altare di Santa Maria del Fiore, et alcuno altro per la citt; e condottosi ad anni LIIII venne a morte l'anno MCCCCIIC e con esequie onorate fu sepellito nella chiesa di San Lorenzo.

 II,51.A.Mantegna Quanto possa il premio nella virt, colui che opera virtuosamente lo sa; che non sente il freddo, gli incomodi, i disagi, n lo stento, solo per venire allo effetto dello esser premiato, et ha tanta forza l'ambizione nel vedersi onorare e guiderdonare, che la virt si fa ogni giorno pi vaga, pi lucida, pi chiara e pi divina. Onde chi senza quella si muove ad alzarsi in buon credito fra gli uomini, indarno consuma se medesimo nelle fatiche e si empie d'amaritudine l'animo e la mente senza far frutto. Perch vedendo premiare pi di s chi nol merita, cadono nella mente e nello animo pensieri tanto maligni, che si scorda in una ora quel che in molti anni e con molte fatiche aveva da 'l cielo e dalla natura conseguito. Per il che si d in preda il valore alla desperazione, di maniera che deviano da 'l primo essere e vanno in abbandono i principii buoni cominciati altamente. Onde viene che gli spiriti eccellenti s'attoscano, e non producono i frutti che tengono vivi i nomi dopo la morte. Laonde veggiamo quello che avvenne nella remunerazione e nella sorte in Andrea Mantegna, il quale sendo stimato, onorato e premiato, non fu maraviglia se la virt che aveva sempre and crescendo. E fu grandissima ventura la sua che, sendo nato d'umilissima stirpe in contado, e pascendo gli armenti, tanto s'alzasse col valore della sorte e della virt, ch'egli meritasse di venire cavaliere onorato.
Nacque, secondo la opinione di molti, Andrea in una villa vicino a Mantova, e col tempo condotto in quella citt, impar l'arte della pittura. E fece molte opere nella sua giovanezza che li diedon nome e lo fecion conoscere; e da chi vide l'opere sue fu molto avuto in pregio, e massime in Lombardia da que' signori fu poi molto stimato et in molte citt fuor di quella provincia ancora. E perch fu amicissimo del marchese Lodovico di Mantova, in sua giovent fama e grazia grandissima e favori infiniti ebbe appresso di lui. Et egli in molte cose mostr di stimar molto la virt sua e d'averla in grado et in bonissimo pregio. Perch Andrea gli dipinse nel castello di Mantova nella cappella di quello una tavoletta, nella quale con storie di figure non molto grandi mostr che meritava gli onori che gli erano fatti, perch questa opera  molto stimata fino al presente da tutti i lodati ingegni. In detto luogo similmente  una camera con una volta lavorata in fresco, dove sono dentro molte figure che scortano al di sotto in su, molto lodate certamente, e da lui benissimo considerate. Et ancora ch'egli avesse il modo del panneggiar suo crudetto e sottile, e la maniera alquanto secca, e' vi sono per cose con molto artificio e con molta bont da lui lavorate e ben condotte. Fece ancora in Verona nella chiesa di Santa Maria in Organo a' frati di Monte Oliveto la tavola dello altar maggiore, la quale ancora oggi  tenuta cosa lodatissima, et ancora sono altre pitture di sua mano in quella citt. Alla badia di Fiesole fuor di Fiorenza, al monastero de' canonici regolari,  un quadro d'una mezza Nostra Donna sopra la porta della libraria, con diligenza lavorato da lui. Fece ancora a Vinegia alcune cose che sono lodatissime; et al detto marchese, per memoria dell'uno e dell'altro, nel palazzo di San Sebastiano in Mantova dipinse il trionfo di Cesare intorno a una sala, cosa di suo la migliore ch'e' facesse gi mai. Quivi con ordine bellissimo situ nel trionfo la bellezza e l'ornamento del carro; colui che vitupera il trionfante, i parenti, i profumi, gli incensi, i sacrifizii et i sacerdoti, i prigioni e le prede fatte per gli soldati e l'ordinanza delle squadre e tutte le spoglie e le vittorie; e le citt e le rocche in vari carri contrafece, con una infinit di trofei in su le aste, e varie armi per in testa e per indosso, acconciature, ornamenti e vasi infiniti; e tra le moltitudine de gli spettatori, una donna che ha per la mano un putto, che essendoseli fitto una spina in un piede, lo mostra alla madre e piagne, cosa bellissima e naturale. E certo che in tutta questa opera pose il Mantegna gran diligenzia e fatica non punto piccola, non guardando n a tempo n a industria nel lavorare; e di continuo mostr avere a quel principe affezzion grandissima, da che e' faceva cortesie s rare alla sua virt, innamorato in tutto di quella. Finita questa opera, fece a San Zeno in Verona la tavola dello altar maggiore, de la quale dicono che e' lavor per mostra una figura bellissima, avendo gran volont di condurre tal lavoro. Le cose che fece in Mantova, e massimamente quella sala, furon cagione che egli fu tanto nominato per Italia, ch'altro non si udiva che 'l grido del Mantegna nella pittura.
Avvenne che, essendo la virt sua accompagnata da costumi e da modi buoni, ud le sue maraviglie Papa Innocenzio VIII, il quale avendo fabricato a Roma la muraglia di Belvedere, con paesi e pitture bellissime desideroso di adornarle, mand a Mantova per il Mantegna; et egli subito se ne venne a Roma con gran favore del marchese, che per maggior esaltazione e grandezza lo fece allora cavaliere a spron d'oro. Il papa, fattoli gran favori in questa arrivata e vedutolo lietamente, gli fece fare una cappella picciola in detto luogo; la quale con diligenza e con amore lavor minutissimamente di tal maniera, che e la volta e le mura paiono quasi pi tosto cosa miniata che dipintura, e le maggiori figure che vi sieno, sono sopra l'altare, le quali egli fece in fresco come le altre, il Battesimo ci  di Cristo per San Giovanni Batista, che lo accompagn con angeli e con altre figure; et in questa fece ancora i popoli, che spogliandosi fanno segno di volersi battezzare.
E fra gli altri gli venne capriccio di fare una figura, che si cava una calza che per essersi per il sudore appiccata alla gamba, colui la tira a rovescio, appoggiandosela allo altro stinco, con tanta forza e disagio che e l'una e l'altro gli appare nel viso; cosa che fu tenuta molto in que' tempi in maraviglia e venerazione. Dicesi che Papa Innocenzio per le occupazioni che aveva, non dava cos spesso danari al Mantegna, come esso avrebbe voluto; per il che si risolse di dipignere in tal lavoro alcune Virt di terretta, e fra l'altre fece la Discrezione. Onde il papa un giorno venuto a veder l'opra, gli domand che figura fosse quella; egli rispose essere la Discrezione. Allora disse il papa: Se vuoi ch'ella stia meglio, favvi allato la Pazienzia. E cos fu cagione che Andrea si tacque, et aspett il fine dell'opera; la quale poi che fu finita, il papa con onorevoli premii al suo duca lo rimand. Fece poco da poi in Padova sopra la porta del Santo, uno archetto dove si vede scritto il suo nome; e ne' Servi della medesima citt, dipinse la cappella di San Cristofano con bellissima grazia. Appresso ritornato a Mantova, mur e dipinse per uso suo una bellissima casa, la quale si godette mentre che e' visse. Dilettossi ancora de l'architettura, et accomodonne molti suoi amici. Per il che avendo gi pieno il mondo di fama e di opere, con dispiacere grandissimo di chi lo amava, si mor nella et di anni LXVI nel MDXVII. E con esequie onorate fu sepelito in Santo Andrea, e gli fu fatto questo epitaffio: 45  ESSE PAREM HVNC NORIS, SI NON PRAEPONIS, APELLI, 46 AENEA MANTINEAE QUI SIMULACRA VIDES.
Tiensi ancora memoria grandissima dello onorato viver suo e de' costumi lodevoli che egli aveva, e dello amore col quale insegnava l'arte a gli altri pittori. Lasci costui alla pittura la difficult degli scorti delle figure al di sotto in su: invenzione difficile e capricciosa; et il modo dello intagliare in rame le stampe delle figure, comodit singularissima veramente; per la quale ha potuto vedere il mondo, non solamente la baccanaria, la battaglia de' mostri marini, il Deposto di croce, il Sepelimento di Cristo, la Resurressione con Longino e con Santo Andrea, opere di esso Mantegna, ma le maniere ancora di tutti gli artefici che sono stati.

 II,52.F.Lippi Coloro che con qualche macchia nascono al mondo (qualunche ella si sia) lasciatagli da i suoi maggiori, e quella cuoprono con la modestia del vivere e con la gratitudine delle parole, e con fatti egregi il pi che sanno in tutte l'azzioni et in tutte l'opere loro, non solamente meritano lode de la prima virt, ma infiniti premi de le seconde azzioni; conoscendosi apertamente che il vincolo della virt, che  infusa in un animo, che sia in quella raro et eccellente,  il maggiore ornamento che sia e che si possa avere, e la cortesia fra l'altre virt, il pi delle volte  quella che taglia, spezza e rompe gli animi indurati nelle invidie e nelle maledicenzie de gli uomini. Questa sola virt rende molli e facili i pensieri ignoranti; perch si vede che chi continua i mezzi del non dar menda ad altrui et in tutto il suo procedere si ingegna sempre giovare a ciascuno, costui sicuramente si tira a la sepoltura prigione il mondo malgrado suo e trionfa de la malizia e dell'invidie de gli uomini, come fece Filippo. Il quale, continuando i modi soprascritti, fu pianto alla morte non solo da chi 'l conobbe, ma da molt'altri, anzi da tutto Firenza, perch veramente coloro che sentono solamente ragionare delle sue virt, se ben non lo conobbero altrimente vivendo si dolgono ancora del suo fine. Fu Filippo figliuolo di fra' Filippo del Carmino; e seguitando nella pittura le vestigie del padre morto mentre che egli era ancor giovinetto, fu tenuto in governo et amaestrato da Sandro di Botticello; et avendolo fra' Filippo alla morte sua raccomandato a fra' Diamante, et a lui datolo, che i modi dell'arte buoni gli insegnasse, egli fu di tanto ingegno e di s copiosa invenzione nella pittura, e tanto bizzarro e nuovo ne' suoi ornamenti, che fu il primo il quale a' moderni mostrasse il nuovo modo di variare abiti et abbellisse ornatamente con antichi abiti e veste soccinte le figure che e' faceva. Fu primo ancora a dar luce alle grottesche, che somiglino l'antico; e le mise in opera di terretta e colorite in fregi, con pi disegno e grazia che gli inanzi a lui non avevano fatto. Maravigliosa cosa era a vedere gli strani capricci che nascevano nel suo fare, atteso che e' non lavor mai opera che delle cose antiche di Roma con gran studio non si servisse, invasi, calzari, trofei, bandiere, cimieri et ornamenti di templi, abbigliamenti da dosso a figure; onde grandissimo e sempiterno obligo se gli debbe avere, sendo egli stato quello che ha dato principio alla bellezza et all'ornamento di questa arte, la quale con i destri modi suoi  venuta a quella perfezzione dove ella si truova al presente.
Nella sua prima giovent diede fine alla cappella de' Brancacci nel Carmino di Fiorenza, cominciata da Masolino e non finita da Masaccio per la morte sua; e cos Filippo di sua mano la ridusse a perfezzione insieme con un resto della storia, quando San Piero e San Paolo risuscitano il nipote dello imperatore. E quando San Paolo visita San Pietro in prigione, cos tutta la disputa di Simon Mago e di San Pietro dinanzi a Nerone, e la sua crocifissione. Et in questa storia ritrasse s et il Pollaiuolo, per la quale gloria e fama grandissima apport nella sua giovent. Fece poi a tempera alle Campora, alla cappella di Francesco del Pugliese, una tavola di San Bernardo al quale apparisce la Nostra Donna con angeli, et esso  in un bosco che scrive; la quale  tenuta mirabile in alcune cose, come in sassi, libri, erbe e simili figure ch'egli drento vi fece, oltra che vi ritrasse Francesco di naturale che non li manca se non la parola; questa tavola fu levata per l'assedio di Fiorenza di quella cappella e messa in Fiorenza nella Badia in sagrestia per conservarla. Et a' frati di Santo Spirito lavor una tavola, dentrovi la Nostra Donna, San Martino e San Niccol per Tanai de' Nerli; et ancora in San Brancazio alla cappella de' Rucellai una tavola, et in San Ruffello una d'un Crocifisso e due figure in campo d'oro. In San Francesco nel poggio di San Miniato, dinanzi alla sagrestia, fece uno Iddio Padre con molti fanciulli, e nel Palco a' frati del Zoccolo fuor di Prato, castello X miglia lontano a Fiorenza, lavor un'altra tavola; e dentro nella terra nella udienza de' Priori di Prato fece una tavolina con tre figure molto lodata: Santo Stefano, San Giovanni Battista e la Madonna. In sul canto al Mercatale, vicino a certe sue case, fece dirimpetto alle monache di Santa Margherita un tabernacolo in fresco molto bello e lodato per esservi una Nostra Donna, e bellissima e modestissima, con un coro di Serafini in campo di splendore: il che sofisticamente dimostra che e' cercava penetrare con lo ingegno nelle cose del Cielo. Et in questo lavoro medesimo dimostr arte e bella advertenzia in un serpente che  sotto a Santa Margherita, tanto strano e s pauroso, che e' fa conoscere dove abita il veleno, il fuoco e la morte; et il resto di tutta l'opera  colorito con tanta freschezza e vivacit, che e' merita di esser lodato infinitamente; et in Lucca in San Michele una tavola similmente con tre figure. In San Ponziano ne' frati di Monte Oliveto v' una tavola in una cappella di Santo Antonio, che ha in mezzo una nicchia, dentrovi un Santo Antonio bellissimo di rilievo, di mano d'Andrea Sansovino, cosa prontissima e bellissima. Fu ricercato con grande instanza di andare in Ungheria per il Re Mattia e ricus d'andarvi, ma fece bene due tavole per esso in Fiorenza, che a quel re furono mandate, cosa lodata e degna di Filippo; nelle quali mostr quanto valeva in quell'arte. Mand suoi lavori a Genova, e fece a Bologna in San Domenico, allato alla cappella dello altar maggiore a man sinistra, una tavola di San Sebastiano, cosa molto bella e tenuta certo eccellente. A Tanai de' Nerli fece una altra tavola a San Salvatore fuor di Fiorenza. Et a Pietro del Pugliese amico suo lavor una storia di figure picciole, condotte con tanta arte e diligenza, che volendone un altro cittadino una simile, gliela deneg, dicendo essere impossibile di farla. Ora avendo intrinseca amicizia con Lorenzo Vecchio de' Medici, fu da lui strettamente pregato per dovere fare una opra grandissima a Roma per Olivieri Caraffa Cardinale napolitano, amico di Lorenzo; e cos per commessione di quello se ne and a Roma a servire il detto signore, passando prima da Spoleto, come volse Lorenzo detto, per fare una sepoltura di marmo a fra' Filippo suo padre, chiesto gi da Lorenzo a gli Spoletini, ma non ottenuto, come altrove abbiamo narrato. Disegn dunque Filippo la sepoltura con bel garbo e con buona grazia, e Lorenzo in su quel disegno suntuosamente la fece fare.
Appresso condottosi a Roma, fece al cardinale nella chiesa della Minerva una cappella, dove sono istorie di San Tomaso d'Aquino molto belle et alcune poesie cristiane molto lodate, e da lui che ebbe in questo la natura sempre propizia, tutte trovate.
Ritorn a Fiorenza, e cominci in Santa Maria Novella la cappella a Filippo Strozzi, la quale con molto amore avendo avviata, quella prese a finire con sua comodit; e fatto il cielo, et a Roma ritornato, fece oltra la cappella della Minerva, la sepoltura del cardinale, ch' di stucchi e di gessi in uno spartimento di una cappellina allato a quella, et altre figure, delle quali Rafaellin del Garbo suo discepolo molte ne lavor. Fu stimata detta cappella per maestro Lanzilago Padovano e per Antonio detto Antoniasso Romano, pittori de i migliori che fossero allora in Roma, due mila ducati d'oro senza le spese de gli azzurri e de' garzoni. Per il che Filippo, riscosso i danari e garzoni e le spese pagate, finita l'opera tornatosi a Fiorenza, fin la cappella de gli Strozzi, la quale da lui fu tanto ben condotta, e con arte e con disegno, che fa maravigliare ogni artefice a vedere la variet delle bizzarrie, armati, tempii, vasi, cimieri, armadure, trofei, aste, bandiere, abiti, calzari, acconciature di capo, veste sacerdotali, con tanto bel modo condotte, che merita grandissima comendazione. Sono le storie di detta opera la resurrezzione di Drusiana per San Giovanni Evangelista, dove mirabilmente si vede espressa la maraviglia de' circunstanti nel vedere suscitare una morta con un semplice segno di croce, e massimamente in un sacerdote o filosofo con un vaso in mano, vestito alla antica, il quale attonito di tal cosa, attentissimamente considera donde ci sia. In questa medesima istoria, fra molte donne diversamente abbigliate, si vede un putto che, impaurito d'un cagnolino spagnuolo pezzato di rosso, che lo ha preso co' denti per una fascia, ricorrendo intorno a la madre e fra' panni di quella occultandosi, non dimostra manco timore o spavento del morso, che la madre tra quelle donne e maraviglia et orrore de la resurressione di Drusiana. Appresso, il bollire nello olio di esso santo, dove si vede la collera del giudice che comanda che il fuoco si accresca, et i reverberi delle fiamme nel viso di chi soffia, e molto belle attitudini in tutte le figure ad imitazione dello antico. Nella altra faccia  San Filippo nel tempio di Marte, che fa uscire il serpente di sotto l'altare, il quale amazza col puzzo il figliuolo del re. Perch Filippo fece una buca in certe scale et un sasso che  aperto, s simile la rottura de 'l sasso, che una sera un de' garzoni volendo riporre una cosa che non fosse veduta, sendo picchiata la porta, ivi corse per appiatarvela dentro, e ne rest ingannato. Si dimostr l'arte di Filippo ancora in un serpe talmente, che il veleno, il fetore e 'l fuoco pare di gran lunga pi naturale che dipinto. E molto  lodata la invenzione dell'altra istoria, nel suo essere crocifisso. Perch per quanto e' se ne conosce, egli imagina che gi in terra e' fusse disteso in su l'arbero della croce, e poi cos tutto insieme, alzato e tirato in aria per via di fune e di puntegli. Sonvi grottesche infinite e cose lavorate di chiaro scuro molto simili al marmo, e fatte stranamente con invenzione e disegno garbatissimo. Fece a' frati Scopetini a San Donato fuor di Fiorenza, detto Scopetto, al presente ruinato, una tavola de i Magi che offeriscono a Cristo, cosa molto lodata, e fra le cose sue finita con molta diligenza. Quivi sono Mori, Indiani, abiti stranamente acconci et una capanna bizzarrissima. Fece in palazzo della Signoria la tavola della sala, dove stavano gli Otto di pratica; et il disegno di quella grande, con ornamento nella sala del Consiglio, la quale per la interposizione della morte, non cominci se bene l'ornamento fu intagliato. Fece ne' frati di Badia un S. Girolamo in chiesa, e per tutte le case di quei cittadini sono delle sue opere. Cominci a' frati de' Servi la tavola dello altar maggiore, che  un Deposto di croce; e fin le figure dal mezzo in su, che depongono Cristo, ma sopragiugnendoli un crudelissimo male di febbre, non fu rimedio che la morte acerbissima nell'et di XLV anni, con una fiera strettezza di gola, da' vulgari detta spramanzia, alla patria sua non lo togliesse. Onde essendo egli stato sempre domestico, affabile, liberale e gentile, fu pianto da tutti quegli che lo avevano conosciuto, e molto pi da' cittadini che si servivano di lui nelle mascherate; i quali solevano dire di non aver mai visto cosa che pi aggradasse loro che le invenzioni di Filippo. Rest la fama di questo gentil maestro talmente ne i cuori di quegli che l'avevano praticato, che merit coprire con la grazia della sua virt l'infamia della nativit sua. E sempre visse in grandezza et in riputazione. Et in Fiorenza nella chiesa di S. Michele Bisdomini, gli fu da' suoi figliuoli dato onorato sepolcro, et il giorno XIII di aprile MDV mentre si portava a sepellire si serrarono tutte le botteghe nella via de' Servi, come ne' dolori universali si suol fare il pi delle volte. N ci  mancato di poi chi lo abbia onorato con questo epitaffio: 87  MORTO E` IL DISEGNO OR CHE FILIPPO PARTE 88 DA NOI: STRACCIATI IL CRIN FLORA, PIANGI ARNO; 89 NON LAVORAR PITTURA, TU FAI INDARNO 90 CHE IL STIL HAI PERSO, E L'ENVENZIONE, E L'ARTE.

 II,53.L.Signorelli Chi ci nasce di buona natura non ha bisogno nelle cose del vivere di alcuno artificio, perch i dispiaceri del mondo si tollerano con pazienzia, e le grazie che vengono si riconoscono sempre da 'l cielo. Ma in coloro che sono di mala natura pu tanto la invidia, cagione delle ruine di chi opera, che sempre le cose altrui, ancora che minori, gli appariscono e maggiori e migliori che le proprie. Laonde infelicit grandissima  di quegli che fanno per concorrenza le cose loro pi per passare con la superbia l'altrui virt, che perch da loro trar si possa utile o beneficio. Questo peccato non regn veramente in Luca Cortonese, il quale che sempre am gli artefici suoi e sempre insegn a chi volle apprendere, dove e' pens fare utile alla professione. E fu tanta la bont della sua natura, che mai non si inchin a cosa che non fusse giusta e santa. Per la qual cagione il Cielo, che lo conobbe vero uomo da bene, si allarg molto in dargli delle sue grazie. Fu Luca Signorelli pittore eccellente, e nel suo tempo era tenuto in Italia tanto famoso e l'opre sue furono in tanto pregio, quanto nessuno in alcun tempo sia stato. Perch nell'opre ch'egli fece nell'arte di pittura, mostr il modo dell'usare le fatiche ne gli ignudi, e quegli con gran difficult e bonissimo modo mostr potersi far parer vivi. Fu creato e discepolo di Pietro dal Borgo a San Sepolcro, e molto nella sua giovanezza l'osserv; et ogni fatica mise per potere non solo paragonarlo, ma di gran lunga passarlo. Per il che cominci a lavorare et a dipignere nella maniera di Maestro Pietro, che quasi l'una da l'altra non si sarebbe potuta conoscere. Le prime opere sue in Arezzo sono in San Lorenzo una cappella di Santa Barbara dipinta da lui in fresco, et alla Compagnia di Santa Caterina il segno d'andare a processione, in tela a olio, con una istoria di lei nelle ruote; e similmente quello della Trinit, ancora che e' non paia di mano di Luca ma di Pietro da 'l Borgo. Fece in Santo Agostino in detta citt la tavola di S. Niccola da Tolentino, con istoriette bellissime condotte da lui con benissimo disegno et invenzione, e nel medesimo luogo alla cappella del Sagramento due angeli lavorati in fresco. E per Messer Francesco Accolti aretino, dottissimo legista, fece la tavola della cappella sua, dove ritrasse alcune sue parenti e M<esser> Francesco ancora. In questa opera  un San Michele che pesa l'anime, che mirabile  a pensare di vedere l'arte di Luca ne gli splendori dell'arme, e vedere i barlumi, le riverberazioni et i riflessi fatti delle mani e di tutto quello che ha indosso, dove con molta grazia e disegno mostr quanto sapeva. Miseli in mano un paio di bilance, nelle quali uno ignudo va in alto, et una femmina d la bilancia, che va gi all'incontro, cosa in iscorto bellissima. E fra l'altre cose ingegnose, sotto i piedi di questo San Michele,  uno iscorto d'una figura ignuda bonissimo trasformato in un diavolo, nel quale un ramarro il sangue d'una ferita gli lecca.
In Perugia fece tavole et altre opere; et a Volterra e per la Marca sino a Norcia fece molti lavori, de' quali non accade far memoria particulare. Similmente al Monte Santa Maria dipinse a quei signori una tavola d'un Cristo morto, et a Citt di Castello in San Francesco  ancora una tavola d'una Nativit di Cristo, cosa con disegno et amore da lui lavorata, et un'altra di San Sebastiano nella chiesa di San Domenico. Sono similmente in Cortona sua patria molte opre di suo, ma fra l'altre appresso Santa Margherita, vicino alla rocca, luogo de' frati del Zoccolo, un Cristo morto, ch' tenuto cosa bellissima di gran lode, non pure da' Cortonesi, ma da gli artefici ancora. Similmente nel Gies, Confraternita di secolari in Cortona, fece in una tavola una Comunione d'Apostoli per Cristo, dove  un Giuda che si mette l'ostia nella scarsella; la quale opera ancora oggi  molto stimata. Molte altre cose fece in quella citt; e lavor a fresco in Castilione Aretino sopra la cappella del Sacramento un Cristo morto con le Marie; et a Lucignano di Valdichiana dipinse in San Francesco alcuni sportelli dove sono figure di suo che ornano uno armario, dove sta uno albero di coralli con una croce a sommo. A Siena fece in Santo Agostino una tavola alla cappella di San Cristofano, dentrovi alcuni santi che mettono in mezzo il San Cristofano di rilievo; per il che in quella citt acquist molte ricchezze e molto onore. Venne in Fiorenza per vedere la maniera di que' maestri che erano moderni, desiderato da Lorenzo Vecchio, e dipinse una tela dove sono alcuni di ignudi, con molta aspettazione di coloro che desideravano vedere de le cose sue, e molto fu per quella opera comendato. Fece ancora un quadro di una Nostra Donna con due profeti piccoli di terretta, il quale  oggi a Castello, luogo del Duca Cosimo. E perch egli era al disegno molto destro et al colorire molto agile non meno che cortese, de la tela e de 'l quadro fece dono a Lorenzo, il quale da lui non si lasci vincere di cortesia. And a Chiusuri a' monaci di Monte Oliveto in quel di Siena, dove sta di continuo il lor generale, e dipinse una banda del chiostro in muro con XI storie di San Benedetto; e da Cortona mand de le opere sue a Monte Pulciano e per tutta la Valdichiana. Fu condotto a Orvieto da gli operai del Duomo di Santa Maria, et interamente fin loro di man sua tutta la cappella di Nostra Donna, gi cominciata da fra' Giovanni da Fiesole; nella quale fece tutte le istorie de la fine del mondo: invenzione bellissima, bizzarra e capricciosa, per la variet di vedere tanti angeli, demoni, terremoti, fuochi, ruine e gran parte de' miracoli di Anticristo; dove mostr la invenzione e la pratica grande ch'egli aveva ne gli ignudi, con molti scorti e belle forme di figure, imaginandosi stranamente il terror di que' giorni. Per il che dest l'animo a tutti quelli che dopo lui son venuti, di far nell'arte le difficult che si dipingono in seguitar quella maniera.
Dicesi che a la tornata sua in Cortona gli mor un figliuolo che egli molto amava, bellissimo di volto e di persona; e fu cosa compassionevole, essendogli stato ucciso.
Onde cos addolorato Luca lo fece spogliare ignudo, e con grandissima constanzia d'animo senza piagnere lo ritrasse.
Sparsesi talmente la fama dell'opera d'Orvieto e delle altre tante che aveva fatte, che da Papa Sisto fu mandato a Cortona per lui, che venisse a lavorare in concorrenza con gli altri; acci che nella cappella di palazzo, nella quale tanti rari e begli ingegni lavoravano, fosse ancora dell'opere di Luca. Fecevi egli dunque due storie, tenute le migliori fra tutti gli altri artefici: l'una  il testamento di Mos al popolo ebreo nello avere veduto la terra di promissione, e l'altra la morte sua. Fece ancora molte opere a diversi principi in Italia e fuori; e gi vecchio tornatosi a Cortona, lavorava opere per diversi luoghi. Fece in ultimo della sua vecchiezza alle monache di Santa Margherita in Arezzo, una tavola per la chiesa loro, che molto fu stimata. Similmente una alla Compagnia di San Girolamo in detta citt, parte della quale pag M<esser> Niccol Gamurrini aretino, auditor di ruota, che in essa fu ritratto. E finalmente venuto in vecchiezza di anni LXXXII in Cortona fra' suoi parenti si mor; e nella pieve gli fu dato onorata sepoltura, perch fu da' suoi Cortonesi onorato vivo e morto, s come quello che molto ben l'aveva meritato, per lo utile e per l'onore che e' dette alla patria sua.
Dicesi che Luca fu persona molto amorevole e cordiale nelle amicizie sue, et aveva tanto buona maniera nella pratica e nelle parole, che arebbe fatto fare de' lavori a chi non ne avesse avuto n bisogno n voglia. Fu sempre cortese a chi volle servizio da lui, e molto amorevole nello insegnare a' discepoli suoi. Visse splendidamente, e vestissi sempre di seta, e da tutti i personaggi grandi fu avuto in venerazione, e cos fuori, come in Italia, fece conoscere il nome suo. Mor nel MDXXI. E fu onorato da' poeti con molti versi. De' quali ci bastano questi soli: 11      Pianga Cortona omai, vestasi oscura 12 Che estinti son del Signorello i lumi, 13 E tu pittura, fa de gli occhi fiumi 14 Che resti senza lui debile e scura.

 II,54.B.Pinturicchio Molti sono aiutati dalla fortuna, che non hanno virtute in loro, et infiniti que' virtuosi che la mala sorte sempre perseguita, dimostrando apertissimamente conoscere per suo figliuolo chi depende tutto da lei senza aiuto alcuno di virt, e che sommamente le piace di inalzare la dappocaggine di certi che senza il favore di lei non sarebbono pure conosciuti; come avvenne de 'l Pinturicchio, il quale ancora che facesse molti lavori aiutato da diversi, ebbe certo pi nome assai, che per le opere sue non aveva meritato.
Tuttavolta egli era persona che ne' lavori grandi aveva molta pratica, e che teneva di continovo molti lavoranti nelle sue opere. Fece in giovanezza molti lavori in compagnia di Pietro suo maestro, da 'l quale tirava per sua mercede il terzo del guadagno. In Siena lavor in San Francesco al Cardinale Piccoluomini nipote di Papa Pio III, una tavola da altare, dentrovi un Parto di Nostra Donna; et in Roma alcune stanze per il sopra detto pontefice; e mandato a Siena, prese a dipignere la libreria edificata da Papa Pio II nel duomo di quella citt. Era in quel tempo, ancor giovanetto, Raffaello da Urbino pittore, che in compagnia erano stati con Pietro; onde egli lo condusse in Siena, dove di tutti gli schizzi delle storie della libreria, fece i cartoni Raffaello, che benissimo aveva appresa la maniera di Piero; e di questi se ne vede oggi ancora uno in Siena. In questo lavoro tenne Pinturicchio in opera molti lavoranti, tutti della scuola di Pietro. E fu la fama sua tenuta dalla plebe in gran venerazione, di maniera che chiamato a Roma da Papa Alessandro VI, gli dipinse in palazzo tutte le stanze dove detto papa abit, e tutta la Torre Borgia; nella quale fece storie delle arti liberali in una stanza, e di stucchi di gessi mise d'oro le volte di rilievo, e con infinita spesa le condusse a l'ultima perfezzione. Ritrasse sopra la porta d'una camera la signora Giulia Farnese per il volto d'una Nostra Donna, e nel medesimo quadro la testa di Papa Alessandro; us molto fare alle figure dipinte ornamenti di rilievo messi d'oro, per contentare le persone che poco di quella arte intendevano, acci avesse maggior lustro e veduta, cosa goffissima nella pittura. Perch avendo fatto in dette stanze una storia di Santa Caterina, figur gli archi di Roma di rilievo, e le figure dipinte; di modo che essendo innanzi le figure e dietro i casamenti, vengono pi inanzi le cose che diminuiscono, che quelle che secondo l'occhio crescono, eresia grandissima nella nostra arte. In Castello Santo Angelo fece infinite stanze a grottesche, ma nel torrione da basso nel giardino, di storie di Papa Alessandro. Mand a Napoli a Monte Oliveto a Paolo Tolosa una tavola d'una Assunta. Fece infinite opere per tutta Italia che per non essere molto eccellenti, ma di pratica, le porr in silenzio. Visse onoratamente, e perch era morso di non faticarsi nell'arte, diceva che il maggior rilievo che desse un pittore alle figure, era lo avere da s, senza saperne grado n a principi n a gli altri. Lavor ancora a Perugia; et in Araceli dipinse la cappella di San Bernardino; a Santa Maria del Popolo fece due cappelle e la volta della cappella maggiore.
Avvenne che, essendo egli gi condotto a la et d'anni LIX, gli fu allogata una opera in San Francesco di Siena, dove gli assegnarono i frati una camera per suo abitare, e gliela diedero come e' volle, espedita e vacua de 'l tutto, salvo che d'un cassonaccio grande et antico che rincresceva loro a levarlo. Ma Pinturicchio, come strano e fantastico, ne fece tanto romore e tante volte, che i frati finalmente per disperati si misero a levarlo via; e fu tanta la loro ventura, che nel cavarlo fuori si ruppe una asse, nella quale erano cinquecento ducati d'oro di camera. De la qual cosa prese Pinturicchio tanto dispiacere, e tanto ebbe a male il bene di que' frati, che mentre fece quella opera s'accor di dolore, tuttavia non pensando in altro, e di quel si mor. Furono le pitture sue circa l'anno MDXIII. Fu suo compagno et amico Benedetto Buonfiglio pittore Perugino, il quale molte cose lavor a Roma in palazzo del papa per que' maestri, et a Perugia sua patria fece la cappella della Signoria. Fu compagno e suo domestico amico ancora e seco lavor Gerino Pistolese, il quale ancor egli fu discepolo di Piero Perugino, e fu tenuto diligente coloritore et imitatore della maniera di Pietro suo maestro, con il quale lavor fino presso alla morte, e col Pinturicchio insieme oper molte cose. In Pistoia sua patria fece opere, ma non molte, perch al Borgo a San Sepolcro si condusse a fare un tavola a olio a una Confraternita del buon Gies in detta citt, dentrovi la Circoncisione, dove molto amore e molta diligenza mise. Alla pieve nel medesimo luogo dipinse una cappella in fresco, e sul Tevere per la strada che va ad Anghiari, fece un'altra cappella in fresco per la comunit, et in quel medesimo luogo nella badia de' monaci di Camaldoli intitolata San Lorenzo, un'altra cappella. Quivi dimor egli tanto, che quasi per sua patria la elesse. Fu persona molto nelle cose dell'arte meschina, e che durava grandissime fatiche nell'opere et aveva un costume, ch'e' penava tanto su' lavori a condurli, che di stento s e loro in fine conduceva. Fecero le pitture loro circa nel MDVIII.

 II,55.Iacopo l'Indaco Iacopo detto l'Indaco fu discepolo di Domenico del Ghirlandaio e molto destro maestro nel tempo suo. Et ancora ch'e' non facesse molte cose, quelle che furono fatte da lui, sono molto da commendare. Fu persona faceta et amorevole, e dilettossi vivere con assai pochi pensieri, passando il tempo. Trovavasi spesso a Roma in compagnia del divin Michele Agnolo, il quale aveva molta sodisfazzione del suo commerzio. Lavor a Roma parecchi anni, et in quella, assai dedito a piaceri, condusse pochi lavori d'importanza.
In Santo Agostino di Roma alla porta della facciata dinanzi, entrando in chiesa a man ritta, la prima cappella  di man sua, dentrovi nella volta quando gli Apostoli ricevono lo Spirito Santo; e di sotto due storie di Cristo, l'una, quando E' leva da le reti Andrea e Piero, e l'altra, la cena di Simone e la Maddalena, nella quale  un palco di legno di travi con molta vivacit contrafatto; e questo lavor egli in muro, e cos a olio in detta cappella  la tavola di sua mano molto ben fatta e condotta, che merita commendazione assai, nella quale fece un Cristo morto. Et alla Trinit in Roma  di sua mano una tavoletta, dentrovi la Coronazione di Nostra Donna. E cos s'and passando il tempo con dilettarsi pi del dire che del molto fare. Perch trattenendo egli Michele Agnolo, mangiavano quasi sempre insieme, ma e' gli era un d per la importunit del cicalare venuto a noia, onde lo mand per comperar fichi una mattina per desinare; et avendo Iacopo a ritornare, Michele Agnolo serr la porta di dentro, perch picchiando forte Iacopo, Michele Agnolo non gli rispondeva. Onde venutogli collera, prese le foglie co' fichi e su la soglia della porta le stese; e partitosi stette molti mesi senza parlargli. Fece burle infinite, le quali non accade raccontare. E gi fatto vecchio, di et d'anni LXVIII in Roma si mor.

 II,56.F.Francia Di gran danno fu sempre in ogni scienza il presumere di s, e non pensare che l'altrui fatiche possino avanzar di gran lunga le sue; e per natura e per arte avere da 'l cielo non solamente le doti eccellenti e rare, ma ancora prerogative di grazia, di agilit e di destrezza nell'operare molto maggiori che altri non ha. Perch alle volte s'incontra e vedesi l'opere di tale, che mai non si sarebbe creduto, essere s belle e s bene condotte, che lo ingannato dalla folle credenza sua, ne rimane tinto di gran vergogna e tutto confuso. E quanti si sono trovati che nel vedere l'opere d'altri, per il dolore del rimanere a dietro, hanno fatto la mala fine? Come  opinione di molti che intervenisse al Francia Bolognese, pittore ne' tempi suoi tenuto tanto famoso, che e' non pens che altri non solo lo pareggiasse, ma si acostasse a gran pezzo a la gloria sua.
Ma vedendo poi l'opere di Raffaello da Urbino, sgannatosi finalmente di quello errore, ne abbandon e l'arte e la vita.
Dicesi che in Bologna citt molto magnifica nacque l'anno MCCCCL Francesco Francia, di persone artigiane e molto da bene; e nella sua fanciullezza fu posto a l'orefice, per lo ingegno che e' mostrava et acuto e buono nelle sue azzioni.
Crebbe di persona e di aspetto talmente ben proporzionato, e con un modo di parlare s dolce e piacevole, che aveva forza di tenere allegro e senza pensieri qualunche pi maninconico mentre durava il ragionamento. E fu tanto umano nella conversazione, che fu amato non solamente da molti principi italiani, ma da tutti coloro che di lui ebbero cognizione.
Attese mentre che egli faceva l'arte dell'orefice talmente al disegno, e tanto gli piacque, che svegliatosi lo ingegno suo che era capace di molte cose, vi fece dentro profitto grandissimo, come apparisce in Bologna sua patria per molti argenti in pi luoghi lavorati di niello, con istorie di figure piccole, le quali furono s sottilmente lavorate da lui, che spesse volte metteva, in uno spazio di due dita d'altezza e poco pi lungo, XX figurine proporzionatissime e belle. Lavor di smalti ancora molte cose di argenti, guaste per le rovine de' Bentivogli e trafuggate nella partita loro. Leg molte gioie perfettamente, e d'ogni cosa che difficilmente si potesse lavorare in quel mestiero, lavor egli meglio che qualsivoglia eccellente orefice. Ma quello che gli dilett sopra modo, fu il fare i conii per le medaglie, i quali da nessuno meglio che dal Francia furono fatti ne' tempi suoi, come apparisce ancora in alcune medaglie fatte da lui naturalissime della testa di Papa Iulio II che stettono a paragone di quelle di Caradosso.
Oltra che fece le medaglie del S<ignor> Giovanni Bentivogli che par vivo e d'infiniti principi, i quali nel passaggio di Bologna si fermavano, et egli faceva le medaglie ritratte in cera, e poi finite le madri de' conii, le mandava loro; di che, oltra la immortalit della fama, trasse ancora presenti grandissimi. Tenne continuamente mentre che e' visse la Zecca di Bologna; e fece le stampe di tutti i conii per quella, nel tempo che i Bentivogli reggevano; e poi che se n'andorono, ancora mentre che visse Papa Iulio, come ne rendono chiarezza le monete che il papa gitt nella entrata sua, dove era da una banda la sua testa naturale, e da l'altra queste lettere: Bononia per Iulium a tyranno liberata. E fu talmente tenuto eccellente in questo mestiero, che dur a far le stampe delle monete fino a 'l tempo di Papa Leone; e tanto sono in pregio le 'npronte de' conii suoi, che chi ne ha le stima assai, n per danari se ne possono avere. Avenne che il Francia, desideroso di maggior gloria, avendo conosciuto Andrea Mantegna e molti altri pittori che avevano cavato de la loro arte e facult et onori, deliber provare se la pittura gli riuscisse nel colorito, avendo egli si fatto disegno, che e' poteva comparire largamente con quegli. E dato ordine a farne pruova, fece alcuni ritratti et altre cose piccole, tenendo in casa molti mesi persone del mestiero, che gl'insegnassino i modi e l'ordine del colorire, di maniera che egli che aveva giudizio molto buono, vi f la pratica prestamente; e la prima opera che egli facesse fu una tavola non molto grande a M<esser> Bartolomeo Felisini, che la pose nella Misericordia, chiesa fuor di Bologna, nella quale tavola  una Nostra Donna a sedere sopra una sedia con due figure per ogni lato, con il detto M<esser> Bartolomeo ritratto di naturale, et  lavorata a olio, con grandissima diligenzia; la quale opera cominciata fu da lui l'anno MCCCCXC. Piacque talmente questo lavoro in Bologna, che M<esser> Giovanni Bentivogli desideroso di onorare con l'opere di questo nuovo pittore la cappella sua in San Iacopo di quella citt, gli fece fare una tavola, e dentro una Nostra Donna in aria e due figure per lato, con due angioli da basso che suonano, La quale opera fu tanto ben condotta dal Francia, che merit da M<esser> Giovanni oltra le lode, un presente onoratissimo. Laonde incitato da questa opera Monsignore de' Bentivogli gli fece fate una tavola per mettersi a lo altar maggiore della Misericordia, che fu molto lodata; dentrovi la Nativit di Cristo, dove oltre al disegno che non  se non bello, l'invenzione et il colorito molto diligente e migliore assai che li altri, vi fece monsignore ritratto di naturale, molto simile per quanto dice chi lo conobbe, et in quello abito stesso che egli, vestito da pellegrino, torn di Ierusalemme. Fece similmente una tavola nella chiesa della Nunziata fuor della porta di San Mammolo, dentrovi quando la Nostra Donna  anunziata dall'Angelo, insieme con due figure per lato, tenuta cosa molto ben lavorata. Mentre dunque per l'opere del Francia era cresciuta la fama sua, deliber egli, si come il lavorare in olio li aveva dato fama et utile, di vedere se il medesimo gli riusciva nel lavoro in fresco.
Aveva fatto M<esser> Giovanni dipignere il suo palazzo a diversi maestri, e Ferraresi e di Bologna et alcuni altri Modonesi, ma vedute le pruove del Francia a fresco, deliber che egli vi facessi una storia in una facciata d'una camera dove egli abitava per suo uso, nella quale fece il Francia il campo di Oloferne armato in diverse guardie, appiedi et a cavallo, che guardavano i padiglioni; e mentre che erano attenti ad altro, si vedeva il sonnolento Oloferne preso da una femmina soccinta in abito vedovile, la quale con la sinistra teneva i capegli sudati per il calore del vino e del sonno, e con la destra vibrava il colpo per uccidere il nemico; mentre che una serva vecchia con crespe et aria veramente da serva fidatissima, intenta negli occhi della sua Iudit per inanimirla, chinata gi con la persona, teneva bassa una sporta per ricevere in essa il capo del sonnacchioso amante Oloferne. Storia che fu delle pi belle e meglio condotte che il Francia facesse mai; la quale and per terra nelle rovine di quello edifizio nella uscita de' Bentivogli, insieme con un'altra storia sopra questa medesima camera, contraffatta di colore di bronzo, d'una disputa di filosofi molto eccellentemente lavorata et espressovi il suo concetto. Le quali opere furono cagione che M<esser> Giovanni e quanti eran di quella casa, lo amassino et onorassino; e dopo loro, tutta quella citt.
Fece nella cappella di Santa Cecilia, attaccata con la chiesa di San Iacopo, due storie lavorate in fresco, in una delle quali dipinse quando la Nostra Donna  sposata da Giuseppo e nell'altra fece la morte di Santa Cecilia, tenute cosa molto lodata da' Bolognesi; e nel vero il Francia prese tanta pratica e tanto animo nel veder comparirsi a perfezzione l'opere che egli voleva, che e' lavor molte cose che io non ne far memoria; bastandomi mostrare a chi vorr veder l'opere sue, solamente le pi notabili e le migliori. N per questo la pittura gl'imped mai che egli non seguitasse e la Zecca e l'altre cose delle medaglie, come e' faceva sino da 'l principio. Ebbe il Francia, secondo che si dice, grandissimo dispiacere de la partita di M<esser> Giovanni Bentivogli, il quale avendogli fatti tanti benefizii gli dolse infinitamente; ma pure come savio e costumato che egli era, attese d'opere sue. Fece dopo la sua partita di quello tre tavole, che andarono a Modena, in una delle quali era quando San Giovanni battezza Cristo, nell'altra una Nunziata bellissima, e nella ultima una Nostra Donna nell'aria con molte figure, la qual fu posta nella chiesa de' frati de l'Osservanza. Spartasi dunque per cotante opere la fama di cos eccellente maestro, facevano le citt a gara per aver dell'opere sue. Laonde fece egli in Parma, ne' frati di San Giovanni, una tavola con un Cristo morto in grembo alla Nostra Donna et intorno molte figure, tenuta universalmente cosa bellissima; e cos, trovandosi serviti, i medesimi frati operorono che egli facesse un'altra a Reggio di Lombardia in uno luogo loro, dove egli fece una Nostra Donna con molte figure. A Cesena fece un'altra tavola pure per la chiesa di questi frati, e vi dipinse la Circoncisione di Cristo colorito vagamente. N volsono avere invidia i Ferraresi a gli altri circonvicini, anzi diliberati ornare de le fatiche del Francia il lor duomo, gli allogarono una tavola, che vi fece su un gran numero di figure, e la intitolorono la tavola di Ogni Santi.
Fecene in Bologna una in San Lorenzo, con una Nostra Donna e due figure per banda, e due putti sotto, molto lodata. N ebbe appena finita questa, che gli convenne farne un'altra in San Iobbe, con un Crocifisso e San Iobbe ginocchione appi della croce, e due figure da' lati. Era tanto sparsa la fama e l'opere di questo artefice per la Lombardia, che convenne mandare di Toscana ancora per qualcosa di suo, come fu in Lucca, dove and una tavola dentrovi una Santa Anna e la Nostra Donna, con molte altre figure, e sopra un Cristo morto in grembo alla madre. La quale opera  posta nella chiesa di San Fidriano, et  tenuta da que' Lucchesi cosa molto degna. Fece in Bologna per la chiesa della Nunziata due altre tavole, che furon molto diligentemente lavorate; e cos fuor della porta a Stra' Castione nella Misericordia, ne fece una a requisizione d'una gentildonna de' Manzuoli.
Nella Compagnia di San Francesco nella medesima citt, ne fece un'altra; e similmente una ne la Compagnia di San Ieronimo Aveva sua dimestichezza M<esser> Polo Zambeccaro, e come amicissimo per ricordanza di lui, gli fece fare un quadro assai grande, dentrovi una Nativit di Cristo, che  molto celebrata delle cose che egli fece. E per questa cagione M<esser> Polo gli fece dipignere due figure in fresco alla sua villa, molto belle. Fece ancora in fresco una storia molto leggiadra in casa M<esser> Ieronimo Bolognino, con molte varie e bellissime figure. Le quali opere tutte insieme gli avevano recato una reverenzia in quella citt, che v'era tenuto come uno Idio. E quello che glie l'acrebbe infinito, fu che il Duca d'Urbino gli fece dipignere un par di barde da cavallo, nelle quali fece una selva grandissima d'alberi, che vi era appicciato il fuoco, e fuor di quella usciva quantit grande di tutti gli animali aerei e terrestri, et alcune figure; cosa terribile, spaventosa e veramente bella, che fu stimata gran numero di danari per tempo consumatovi sopra nelle piume degli ucelli e nelle altre razze de gli animali terrestri, oltra le diversit delle frondi e rami diversi, che nella variet degli alberi si vedevano. La quale opera fu riconosciuta con doni di gran valuta, per satisfare alle fatiche del Francia; oltra che il duca sempre gli port obligo per le lode che egli ne ricev.
Lavor dopo queste una tavola in San Vitale et Agricola, allo altare della Madonna, che vi  dentro due angeli che suonano il liuto, molto begli. Non conter gi i quadri che sono sparsi per Bologna in casa que' gentiluomini, e meno la infinit de' ritratti di naturale che egli fece, perch troppo sarei prolisso. Basti che mentre che egli era in cotanta gloria e godeva in pace le sue fatiche, era in Roma Raffaello da Urbino; e tutto il giorno gli venivano intorno molti forestieri, e fra gli altri molti gentiluomini bolognesi, per vedere l'opere di quello. E perch egli avviene il pi delle volte, che ognuno loda volentieri gli ingegni da casa sua, cominciarono questi Bolognesi con Raffaello a lodare l'opere, la vita e l'eccellenzia del Francia; e cos feciono tra loro a parole tanta amicizia, che il Francia e Raffaello si salutaronno per lettere. Et udito il Francia tanta fama de le divine pitture di Raffaello, desiderava veder l'opere sue; ma gi vecchio et agiato, si godeva la sua Bologna. Avvenne appresso che Raffaello fece in Roma per il Cardinal Santi IIII una tavola di Santa Cecilia, che si aveva a mandare in Bologna per porsi in una cappella in San Giovanni in Monte, dove  la sepoltura della Beata Elena dall'Olio; et incassata, la dirizz a 'l Francia, che come amico fatto gi la dovesse porre in su lo altare di quella cappella, con l'ornamento come l'aveva esso acconciato. Ebbelo molto caro il Francia, per aver agio di poter veder l'opere di Raffaello, da lui anco bramate. Et avendo aperta la lettera che gli scriveva Raffaello, e dove e' lo pregava, se ci fusse nessun graffio che e' l'acconciasse e similmente conoscendoci alcuno errore, come amico, lo correggesse, fece con allegrezza grandissima ad un buon lume trarre de la cassa la detta tavola. Ma tanto fu lo stupore che e' ne ebbe e tanto grande la maraviglia, che conoscendo qui lo error suo e la stolta presunzione della folle credenza sua, si accor di dolore e fra brevissimo tempo se ne mor. Era la tavola di Raffaello divina, e non dipinta ma viva, e talmente ben fatta e colorita da lui, che fra le belle che egli dipinse mentre visse, ancora che tutte siano miracolose, ben poteva chiamarsi rara. Laonde il Francia mezzo morto per il terrore e per la bellezza della pittura che era presente a gli occhi, et a paragone di quelle che intorno di sua mano si vedevano, tutto smarrito la fece con diligenzia porre in San Giovanni in Monte, a quella cappella dove doveva stare, et entratosene fra pochi d nel letto, tutto fuori di se stesso, parendoli esser rimasto quasi nulla nell'arte appetto a quello che egli credeva e che egli era tenuto, di dolore e malinconia si mor, essendoli advenuto nel troppo fisamente contemplare la vivissima pittura di Raffaello, quello che al Fivizano nel vagheggiare la sua bella Morte, de la quale  scritto questo epigramma: 73  ME VERAM PICTOR DIVINUS MENTE RECEPIT; 74 ADMOTA EST OPERI, DEINDE PERITA MANUS.
75 DUMQUE OPERE IN FACTO DEFIGIT LUMINA PICTOR, 76 INTENTUS NIMIUM, PALLVIT ET MORITUR.
77 VIVA IGITUR SUM MORS, NON MORTUA MORTIS IMAGO, 78 SI FUNGOR QUO MORS FUNGITUR OFFICIO.
Tuttavolta dicono alcuni altri che la morte sua fu s subita, che a molti segni appar pi tosto veleno. Fu il Francia uomo savissimo in vita e regolatissimo del vivere e di buone forze. E fu sepolto onoratissimamente da i suoi figliuoli in Bologna, l'anno MDXVIII. E per le sue virt fu onorato da poi con questo epitaffio: 7  CHE PUO` PIV` FAR NATURA 8 SE IL BEL DI LEI PIV` BELLO HO MESSO IN ATTO? 9 E QUEL CHE AVEA DISFATTO 10 LA MORTE E IL TEMPO, VIVE E PER ME DVRA.

 II,57.V.Scarpaccia Egli si conosce espressamente che quando gli artefici nostri cominciano in una provincia, ne seguon molti l'un dopo l'altro, et in un tempo istesso infiniti, che la professione medesima esercitano per gara imitando l'un l'altro e per dependenza dello avere avuto maestri che siano stati eccellenti nella arte, difendendo ciascuno il suo, in tutti que' modi che e' sa e pu. Ma posto che molti dependino da un solo, subito che da essi si dividono, o per tempo o per morte,  divisa la volont; e cos per parere ognuno capo di s, cerca mostrare il valor suo, come fecero in Vinegia Vittore Scarpaccia, Vincenzio Catena, Giovan Battista da Conigliano, Giovannetto Cordelliaghi, Marco Basarini, il Montagnana, che furono Veniziani, et ebbero dependenza da la maniera di Giovan Bellino. De i quali Vittore come pi avventurato, dalla scuola di Santa Orsola, da San Giovanni e Paolo di Vinegia ebbe a fare assai storie in tela a tempera, de le faccende ch'ella fece insino a la sua morte; le fatiche della quale egli seppe s ben condurre col valor dell'altro, che n'acquist nome, se non fra gli alti e grandi ingegni, almeno di accomodato e pratico maestro. Il che fu cagione, secondo che dicono i pi, che la nazione milanese gli fece far ne' frati Minori una tavola alla cappella loro, con Santo Ambruogio et altre infinite figure.
Fu gran concorrenza mentre e' visse fra lui e Vincenzio Catena, il quale oltra le pitture che egli nel suo tempo dipinse, attese molto a i ritratti di naturale, e fra gli altri ne fece uno di un tedesco, persona onorevole che nel suo tempo abitava nel Fondaco; cosa da lui s vivamente dipinta, che lo fece infinitamente stimare, perch tanto non pensarono vedere.
Laonde Giovan Batista da Conigliano, discepolo di Giovan Bellino, spronato da tali esempli, non volendo parere da manco di questi, fece di molte opere di pittura in Vinegia, e diede nome di s e per valente si fece conoscere. E particularmente di suo si vede nelle monache del Corpus Domini di Vinegia, un San Benedetto et altri santi et un fanciullo che mette in corde un liuto.
Marco Bassarini ebbe ancor esso in quel tempo buon nome nel dipignere. Lavor in San Francesco della Vigna in Vinegia una tavola, dentrovi un Deposto de la croce. E tutto ch'egli fosse nato in Vinegia, i suoi genitori erano greci, ma venuti ad abitare quivi.
Fu nel medesimo tempo ancora Giannetto Cordelliaghi tenuto buon pittore, dolce e delicato, perch egli fece molti quadri da camere e molte altre pitture. Cerc di paragonarlo il Montagnana, che dipinse in Vinegia, e fece in Padova a Santa Maria di Monte Artone una tavola nella chiesa. Fra questi fu Simon Bianco fiorentino scultore, che elettasi la stanza in Vinegia, fece continuamente qualche cosa, come alcune teste di marmo mandate in Francia da' mercanti veniziani. E vi fu ancora Talio Lombardo, molto pratico intagliatore.
Sono stati in questa provincia et in Lombardia di molti pittori e scultori, de' quali per non avere io visto molte gran cose, non ne far le vite, ma per mostrare che io non me ne sono scordato, soccintamente ne tratter. Non perch io non sappi appunto come de gli altri il principio, il mezzo et il fine loro, ma perch il trattare di chi non  morto o non ha fatto benifizio et onore alle arti, non mi pare che meriti il pregio. Dico adunque che in Lombardia sono stati eccellenti Bartolomeo Clemento da Reggio et Agostino Busto scultori; e nello intaglio Iacopo d'Avanzo milanese e Gasparo e Girolamo Misuroni. E che in Brescia esercit l'arte un Vincenzio Verchio, pratico e valente nel lavorare in fresco, il quale per le belle opere sue acquist grandissimo nome in Brescia sua patria. Cos come fece Girolamo Romanino bonissimo pratico e buon disegnatore, come apertamente si vede nelle opere fatte da lui, et in Brescia et intorno a molte miglia. N da meno di questi resta, anzi pi tosto gli passa, Alessandro Moretto, dilicatissimo ne' colori et amicissimo della diligenzia, come apertamente fan fede le pulite e ben lodate opere <fatte> da lui. In Verona ancora fior la pittura per lungo tempo, per quanto gi feci menzione di Stefano nella vita di Agnolo Gaddi, e come ancora possono fare chiara fede nel tempo de' Signori della Scala, le bellissime pitture fatte da Aldigieri da Zevio pittor molto pratico et espedito; di mano del quale si vede ancora la sala del Palazzo del Podest, condotta con una fierezza grandissima. Cos come poi ne' tempi nostri ha fatto nel colorire qualche cosa Francesco Caroto e Maestro Zeno Veronese, che in Arimini lavor la tavola di San Marino e due altre con molta diligenzia. Ma quel che pi di tutti in qualche parte ha fatto maravigliosamente qualche figura di naturale,  il Moro Veronese detto Francesco Turbido, come si vede oggi in Venezia in casa Monsignore de' Martini un ritratto di un gentiluomo da Ca' Badovaro figurato da lui in un pastore che par vivissimo, e pu stare a paragone di quanti se ne son fatti in quelle parti, oltra le altre opere che vi si veggono. Seguitalo Batista d'Angelo suo genero, il quale e nel colorito e nel disegno e nella diligenza l'avanza infinitamente. Ma perch una parte di costoro sono ancor vivi e faranno forse cose molto migliori, altra penna e giudizio pi saldo render loro quelle lode che non gli ho saputo dare io, che me li passo in questa maniera. N mi curo dire altrimenti dove o quando morissero que' che son morti, n quello che e' si guadagnassero; atteso che eglino con buona comodit in quella provincia si contentarono di operare, et in essa parimente vivere e morire.

 II,58.P.Perugino Di quanto benefizio sia agli ingegni la povert, di qualunque spezie essi siano, e quanto ella sia potente cagione di fargli venire perfetti ne' sommi gradi delle eccellenzie, assai chiaramente si mostra nelle azzioni di Pietro Perugino. Il quale, partitosi da le estreme calamit di Perugia e condottosi a Fiorenza, desiderando col mezzo della virt di pervenire a qualche grado, stette molti mesi, non avendo altro letto, poveramente a dormire in una cassa; fece de la notte giorno, e con grandissimo fervore continovamente attese allo studio della sua professione. Et avendo fatto lo abito in quello, nessuno altro piacere conobbe che di affaticarsi sempre in quella arte e sempre dipignere. Perch, avendo sempre dinanzi a gli occhi il terrore della povert, faceva cose per guadagnare, che e' non arebbe forse guardate, se avesse avuto da mantenersi. E per adventura tanto gli arebbe la ricchezza chiuso il camino da venire eccellente per la virt, quanto glielo aperse la povert e ve lo spron il bisogno, desiderando venire da s misero e basso grado, se e' non poteva a 'l sommo e supremo, ad uno almeno dove egli avesse da sostentarsi. Per questo non si cur egli mai di freddo, di fame, di disagio, di incomodit, di fatica, n di vergogna, per potere vivere un giorno in agio e riposo; dicendo sempre, e quasi in proverbie, che dopo il cattivo tempo  necessario che e' venga il buono, e che quando  buon tempo si fabricano le case per potervi stare al coperto quando e' bisogna. Ma perch meglio si conosca il progresso di questo artefice, cominciandomi da 'l suo principio, dico secondo la publica fama che nella citt di Perugia nacque ad una povera persona un figliuolo, al battesimo chiamato Pietro. Il quale, allevato fra la miseria e lo stento, fu dato dal padre per fattorino a un dipintore di Perugia, il quale non era molto valente in quel mestiero, ma aveva in gran venerazione e l'arte e gli uomini che in quella erano eccellenti. N mai con Pietro faceva altro che dire di quanto guadagno et onore fussi la pittura a chi ben la esercitasse. E contandoli i premii gi delli antichi e de' moderni, confortava Pietro a lo studio di quella. Onde gli accese l'animo di maniera, che gli venne capriccio di volere (se la fortuna lo volessi aiutare) essere uno di quelli. E per spesso usava di domandare qualunque conosceva essere stato per il mondo in che parte meglio si facessino gli uomini di quel mestiero, e particularmente il suo maestro. Il quale gli rispose sempre di un medesimo tenore, ci  che in Firenze pi che altrove venivano gli uomini perfetti in tutte l'arti, e specialmente nella pittura. Atteso che in quella citt sono spronati gli uomini da tre cose: l'una, da 'l biasimare che fanno molti e molto, per far quell'aria gli ingegni liberi di natura, e non contentarsi universalmente dell'opere pur mediocri, ma sempre pi ad onore del buono e del bello, che a rispetto del facitore considerarle; l'altra, che a volervi vivere bisogna essere industrioso, il che non vuole dire altro che adoperare continuamente l'ingegno et il giudizio et essere accorto e presto nelle sue cose, e finalmente saper guadagnare, non avendo Firenze paese largo et abbondante, di maniera che e' possa darle spese per poco a chi si sta, come dove si truova del buono assai. La terza, che non pu forse manco dell'altre,  la ambizione che genera quell'aria, la quale in tutte le persone che hanno spirito, non pur consente che gli uomini voglino stare al pari, nonch restare in dietro a chi e' veggono essere uomini come sono essi, bench gli riconoschino per maestri; ma gli sforza bene spesso a desiderar tanto la propria grandezza, che se non sono benigni di natura o savi, riescono mal dicenti, ingrati e sconoscenti de' benefizii. E ben vero che quando l'uomo vi ha imparato tanto che basti, volendo far altro che vivere come gli animali giorno per giorno e desiderando farsi ricco, bisogna partirsi di quivi e vender fuora la bont delle opere sue e la riputazione di essa citt; come fanno i dottori quella del nostro studio. Perch Firenze fa de li artefici suoi quel che il tempo de le sue cose; che fatte, se le disfa e se le consuma a poco a poco. Da questi avvisi dunque e dalle persuasioni di molti altri mosso, venne Pietro in Fiorenza con animo di farsi eccellente; e bene gli venne fatto, con ci sia che al suo tempo le cose della maniera sua furono tenute in pregio grandissimo.
Studi sotto la disciplina d'Andrea Verrocchio, e le prime sue figure furono fuor della porta al Prato, in San Martino alle monache, oggi ruinato per le guerre; et in Camaldoli un San Girolamo in muro allora molto stimato da' Fiorentini e con lode messo inanzi. Venne in pochi anni in tanto credito, che de l'opre sue s'empi non solo Fiorenza et Italia, ma la Francia, la Spagna e molti altri paesi, dove elle furono mandate. Laonde, venute le cose sue in riputazione e pregio grandissimo, cominciarono i mercanti a fare incetta di quelle, et a mandarle fuori in diversi paesi, con utile e guadagno loro molto eccessivo. Lavor alle donne di Santa Chiara una tavola con un Cristo morto, colorito tanto vago e nuovo di colori vivacissimi, che e' conferm l'opinione degli artefici dell'essere maraviglioso et eccellente; ma molto pi celebre e mirabile ne gli altri popoli, i quali vedendo la novit della maniera quasi moderna, con infinite lode lo esaltarono. Veggonsi in questa opera alcune bellissime teste di vecchi, e similmente certe Marie, che restate di piagnere, considerano il Morto con ammirazione e con amore straordinario, oltra che egli vi fece un paese che fu tenuto grandissimo. Dicesi che Francesco del Pugliese volse dare a quelle monache tre volte tanti danari, quanto elle avevano pagati a Pietro, e farne far loro una simile a quella, di sua man propia medesimamente, e che elle non volsono acconsentire, percioch Pietro disse che non arebbe creduto paragonarla. Fuor della porta a' Pinti, al convento de' frati Giesuati, oggi per l'assedio di Fiorenza mandato a terra, fece a un priore, molto suo amico, di molte opere; delle quali ora sono rimaste quelle che furon fatte in tavola, ch' un Cristo nell'orto e gli Apostoli che dormono, ne' quali mostr Pietro quanto vaglia il sonno contra gli affanni et i dispiaceri, avendogli figurati dormire in attitudini molto agiate, con fresca e leggiadra maniera condotto; et una tavola d'una Piet in grembo alla Nostra Donna, con quattro figure intorno, non manco buona che tutte l'altre della maniera sua. Dove in grembo a Nostra Donna fece un Cristo morto, intirizzato come se E' fusse stato tanto in croce, che lo spazio et il freddo L'avessino ridotto cos; e Lo fece reggere e sostenere da San Giovanni e dalla Maddalena, molto afflitti e piangenti la morte del Signore. Lavor in un'altra tavola un Crocifisso con la Maddalena, a' piedi San Girolamo, San Giovanni Batista e 'l Beato Giovanni Colombino, fondatore di tal religione, con infinita diligenza. Per il che, essendo da' Fiorentini molto commendate l'opre sue, a un priore di quel convento, che si dilettava dell'arte, in un primo chiostro fece in muro una Nativit coi Magi di minuta maniera, con vaghezza e pulitezza grande a perfetto fine condotta; dove era numero infinito di teste variate, e ritratti di naturale non pochi, fra i quali era la testa d'Andrea del Verrochio suo maestro.
Fece in detto cortile un fregio sopra gli archi delle colonne, con teste quanto il vivo, molto ben condotte, delle quali era una quella del priore tanto viva e di buona maniera lavorata, che fu giudicata da peritissimi artefici la miglior cosa che mai facesse Pietro. Fu fatto seguitare in uno altro chiostro, sopra la porta che andava in refettorio, una storia, quando Papa Bonifazio conferma l'abito al dato Giovanni Colombino, dove era in tale storia una prospettiva bellissima che sfugiva, della quale scienzia Pietro oltra modo si dilett e studi continuamente. Sotto a questo in un'altra storia cominciava la Nativit di Cristo con alcuni angeli e pastori, con freschissimo colorito, et aveva fatto sopra la porta d'uno oratorio in convento, uno arco con tre mezze figure: la Nostra Donna, San Girolamo e 'l Beato Giovanni, con tanta bont della maniera sua, che de l'opere che in muro lavor, quella era stimata la pi continuata in eccellenza. Venne tanto famoso il grido di Pietro, che fu sforzato dipignere a Siena in San Francesco una tavola grande, che fu tenuta lodatissima, e similmente in quella citt in Santo Agostino un'altra, dentrovi un Crocifisso con alcuni santi. E poco dopo questo, a Fiorenza nella chiesa di San Gallo fece una tavola di San Girolamo in penitenzia, che oggi  in San Iacopo tra' Fossi, dove detti frati dimorano, vicino al canto de gli Alberti. Fu fattogli allogazione d'un Cristo morto con San Giovanni e la Madonna, sopra le scale della porta del fianco di San Pier Maggiore, e lavorollo in maniera, che sendo stato all'acqua et al vento, s' conservato con quella freschezza, come se pur ora dalla man di Pietro fosse finito. Certamente i colori furono dalla intelligenza di Pietro conosciuti, cos il fresco come l'olio; onde obligo gli hanno tutti i periti artefici, che per suo mezzo hanno cognizione de' lumi che per le sue opere si veggono. In Santa Croce in detta citt, una Piet col morto Cristo in collo, e due figure che danno maraviglia a vedere, non la bont di quelle, ma il suo mantenersi s viva e nuova di colori, dipinti in fresco. Gli fu allogato da Bernardino de' Rossi cittadin fiorentino un San Sebastiano per mandarlo in Francia; e furono d'accordo del prezzo in cento scudi d'oro; la quale opera fu venduta da Bernardino al Re di Francia quattro cento ducati d'oro. A Valle Ombrosa dipinse una tavola per lo altar maggiore, e nella Certosa di Pavia lavor similmente una tavola a que' frati. Dipinse al cardinal Caraffa di Napoli nello Piscopio una tavola allo altar maggiore, dentrovi l'Assunzione di Nostra Donna e gli Apostoli ammirati intorno al Sepolcro. Et allo Abbate Simone de' Graziani al Borgo a San Sepolcro una tavola grande, la quale fece in Fiorenza, che fu portata in San Gilio del Borgo sulle spalle de' facchini con ispesa d'infinito numero di danari. Mand a Bologna a San Giovanni in Monte una tavola con alcune figure ritte et una Madonna in aria; perch talmente si sparse la fama di Pietro per Italia e fuori, che e' fu da Sisto IIII Pontefice con molta sua gloria condotto a Roma a lavorare nella cappella in compagnia de gli altri artefici eccellenti; dove fece la storia di Cristo quando d le chiavi a San Pietro, in compagnia di Don Pietro della Gatta Abate di San Clemente di Arezzo; e similmente la Nativit e 'l Battesimo di Cristo, e 'l nascimento di Mos, quando dalla figliuola di Faraone  ripescato nella cestella. E nella medesima faccia dov' l'altare, fece la tavola in muro con l'Assunzione della Madonna, dove ginocchioni ritrasse Papa Sisto. Ma queste opere furono mandate a terra per fare la facciata del Giudicio del divin Michele Agnolo, al tempo di Papa Paolo III. Lavor una volta in Torre Borgia nel palazzo del papa con alcuni tondi, storie di Cristo, e fogliami di chiaro oscuro, i quali ebbero al suo tempo nome straordinario di essere eccellenti. In Roma medesimamente in San Marco fece una storia di due martiri allato al Sacramento. Le quali opere gli misero in mano grandissima quantit di danari; laonde risolutosi a non stare pi in Roma, partitosene con buon favore di tutta la corte, a Perugia sua patria se ne torn, et in molti luoghi della citt fin tavole e lavori a fresco. E ritornato a Fiorenza fece ne' monaci di Cestello una tavola di San Bernardo, e nel capitolo un Crocifisso con San Benedetto e San Bernardo, la Nostra Donna e San Giovanni. A San Domenico da Fiesole una tavola, dentrovi una Nostra Donna con tre figure, fra le quali  un San Sebastiano lodatissimo. Aveva Pietro tanto lavorato e tanto gli abondava sempre da lavorare, che e' metteva in opera le medesime cose. Et era talmente la dottrina della arte sua ridotta a maniera, che e' faceva a tutte le figure una aria medesima. Per il che, sendo venuto gi Michele Agnolo Buonarroti al suo tempo, molto desiderava grandemente Pietro vedere le figure di quello, per lo grido che gli davano gli artefici. E vedendosi occultare la grandezza di quel nome, che con s gran principio per tutto aveva acquistato, cercava molto, con mordaci parole, offendere quelli che operavano. E per questo merit, oltre alcune brutture fattegli da gli artefici, che Michele Agnolo in publico gli dicesse ch'egli era goffo nell'arte. Ma non potendo Pietro comportare tanta infamia, al magistrato de gli Otto tutti due ne furono, e con assai suo poco onore vituperatolo, che superbo era, Michele Agnolo si part. Avvenne che i frati de' Servi di Fiorenza, avendo volont di avere la tavola dello altar maggiore che fussi fatta da persona famosa, mediante la partita di Lionardo da Vinci che se ne era ito in Francia, l'avevano renduta a Filippino, et egli quando n'ebbe fatto la met d'una di due tavole che v'andavano, pass di questa all'altra vita. Onde i frati per la fede che avevono in Pietro, gli feciono allogazione di tutto il lavoro. Aveva Filippino finito in quella tavola dove egli faceva Cristo deposto di croce, i Niccodemi che lo depongono; e Pietro seguit di sotto lo svenimento della Nostra Donna et alcune altre figure. Andavano in questa opera due tavole, che l'una voltava in verso il coro de' frati, e l'altra in verso il corpo della chiesa; dietro al coro si aveva a porre il Diposto di croce, e dinanzi l'Assunzione di Nostra Donna, la qual Pietro fece tanto ordinaria, che fu messo il Cristo deposto dinanzi, e l'Assunzione dalla banda del coro. E queste oggi, per mettervi il tabernacolo del Sacramento, sono state l'una e l'altra levate via; e per la chiesa, messe in su certi altari,  rimasto in quell'opera solamente sei quadri, dove sono alcuni santi dipinti da Pietro in certe nicchie. Dicesi che quando detta opera si scoperse poi fu da tutti i nuovi artefici assai biasmata. Erasi Pietro servito di quelle figure ch'altre volte era usato mettere in opera, dove tentandolo gli amici suoi dicevano che affaticato non s'era e che aveva tralasciato il buon modo dell'operare, e per avarizia e per non perder tempo era incorso in tale errore.
Ai quali Pietro rispondeva: Io ho messo in opera le figure altre volte lodate da loro, e songli infinitamente piacciute; se ora gli dispiacciono e non le lodano, che ne posso io? Ma coloro aspramente con sonetti e publiche villanie lo saettavano. Onde egli, gi vecchio partitosi da Fiorenza e tornatosi a Perugia, condusse alcuni lavori a fresco nel Cambio di quella citt, e cominci un lavoro a fresco pure di non poca importanza a Castello della Pieve.
Soleva Pietro, s come quello che di nessuno si fidava, mentre andava e veniva da Castello della Pieve a Perugia, portare di molti danari addosso, anzi quanti n'aveva; per il che alcuni aspettatolo lo rubbarono, e raccomandandosi molto, gli lasciarono la vita per Dio. Laonde egli, operando mezzi che pure n'aveva assai, infine della liberazione gran parte ne riebbe, ma fu per dolore vicino a morirsi.
Era Pietro persona di assai poca religione, e non si gli puot gi mai far credere l'immortalit dell'anima, anzi con parole accomodate al suo cervello di porfido, ostinatissimamente recusava ogni buona via. Aveva ogni sua speranza ne' beni della fortuna, e per danari arebbe fatto ogni mal contratto. Guadagn infinite ricchezze, et in Fiorenza mur e compr case, et in Perugia et a Castello della Pieve similmente acquist molti beni stabili. Tolse per moglie una donna bellissima, et ebbene figliuoli, e dillettossi molto ch'ella portasse leggiadre acconciature in casa e fuori. E venuto in vecchiezza, d'anni LXXVIII di un mal di febbre continua fin la vita sua nel Castello della Pieve, e da' suoi parenti e figliuoli con pompa e pianti infiniti onoratamente fu sepolto l'anno MDXXIIII. N di poi  mancato chi gli abbia fatto questo epitaffio: 16  GRATIA SI QUA FVIT PICTURAE, SI QUA VENUSTAS, SI VIVAX, 17 ARDENS CONSPICUUSQUE COLOR, OMNIA SUB PETRI (FUIT HIC 18 PERUSINUS APPELLES) DIVINA REFERUNT EMICUISSE MANU.
19 PERPULCHRE HIC PINXIT, MIRAQUE EBVR ARTE POLIVIT, ORBIS QUAE 20 TOTUS VIDIT ET OBSTUPUIT.
Fece molti maestri di quella maniera, ma uno fra tutti ecced, che datosi a pi onorati studi di gran lunga vinse il maestro, e fu questo il miracoloso Raffaello Sanzio da Urbino, il quale molti anni lavor con Pietro in compagnia di Giovanni de' Santi suo padre; il Pinturicchio pittor perugino, che sempre tenne la maniera di Pietro; Rocco Zoppo fiorentino, il Monte Varchi pittore, Baccio Ubertini et il suo fratello fiorentini, Gerino Pistolese pittore e Niccol Soggi fiorentino, il quale in Roma lavor il quadro di Santa Prassedia et a Prato fece la tavola della Madonna delle Carceri, e si mise ad abitare in Arezzo, dove fece una storia nella Madonna delle Lagrime vicino a una volta della minor tribuna, e nel medesimo luogo lavor una tavola della Nativit et altre opere infinite in quella citt et altrove.
Attese continovamente alla prospettiva, et in quella citt visse e mor. Lasci Pietro ereditaria la pittura d'una maniera vaga et onorata di colori, cos nel fresco come all'olio, e dur tal cosa per Italia a imitarsi fino che venne la maniera di Michele Agnolo Buonarroti. E' mostr a gli artefici che chi lavora continuo e non a ghiribizzi, lascia opere, nome, facult et amici.

 III.Proemio Veramente grande augumento fecero alle arti, nella architettura, pittura e scultura quelli eccellenti maestri che noi abbiamo descritti sin qui nella seconda parte di queste Vite, aggiugnendo alle cose de' primi regola, ordine, misura, disegno e maniera, se non in tutto perfettamente, tanto almanco vicino al vero, che i terzi di chi noi ragioniamo da qui avanti, poterono mediante quel lume sollevarsi e condursi a la somma perfezzione, dove abbiam le cose moderne di maggior pregio e pi celebrate. Ma perch pi chiaro ancor si conosca la totalit del miglioramento che ci hanno fatto i predetti artefici, non sar certo fuori di proposito dichiarare in poche parole i cinque aggiunti che io nominai, e discorrer succintamente donde sia nato quel vero buono che, superato il secolo antico, fa il moderno s glorioso. Fu adunque la regola nella architettura il modo del misurare delle anticaglie, osservando le piante de gli edificii antichi nelle opere moderne; l'ordine fu il dividere l'un genere da l'altro, s che toccasse ad ogni corpo le membra sue, e non si cambiassero pi tra loro il dorico, ionico, il corinzio et il toscano; e la misura fu universale, s nella architettura, come nella scultura, fare i corpi delle figure retti, diritti e con le membra organizzati parimente; et il simile nella pittura. Il disegno fu lo imitare il pi bello della natura in tutte le figure, cos scolpite come dipinte, la qual parte viene da lo avere la mano e l'ingegno che rapporti tutto quello che vede l'occhio in sul piano, o disegni o in su fogli o tavola o altro piano, giustissimo et a punto; e cos di rilievo nella scultura; la maniera venne poi la pi bella, da l'avere messo in uso il frequente ritrarre le cose pi belle, e da quel pi bello mani o teste o corpi o gambe, agiugnerle insieme e fare una figura di tutte quelle bellezze che pi si poteva; e metterla in uso in ogni opera per tutte le figure, che per questo se dice ella essere bella maniera.
Queste cose non l'aveva fatte Giotto, n que' primi artefici, se bene eglino avevano scoperto i principii di tutte queste difficult, e toccatele in superficie, come nel disegno, pi vero che e' non era prima e pi simile alla natura, e cos l'unione de' colori et i componimenti delle figure nelle storie e molte altre cose, de le quali a bastanza s' ragionato. Ma se ben i secondi augumentarono grandemente a queste arti tutte le cose dette di sopra, elle non erano per tanto perfette, che elle finissino di agiugnere a l'intero della perfezzione. Mancandoci ancora nella regola una licenzia che, non essendo di regola, fusse ordinata nella regola e potesse stare senza fare confusione o guastare l'ordine, il quale aveva di bisogno di una invenzione copiosa di tutte le cose e d'una certa bellezza continuata in ogni minima cosa, che mostrasse tutto quell'ordine con pi ornamento. Nelle misure mancava uno retto giudizio, che senza che le figure fussino misurate avessero in quelle grandezze, ch'elle eran fatte, una grazia che eccedesse la misura. Nel disegno non v'erano gli estremi del fine suo, perch se bene e' facevano un braccio tondo et una gamba diritta, non era ricerca con muscoli con quella facilit graziosa e dolce, che apparisse fra 'l vedi e non vedi, come fanno la carne e le cose vive: ma elle erano crude e scorticate, che faceva difficult a gli occhi e durezza nella maniera, alla quale mancava una legiadria di fare svelte e graziose tutte le figure e massime le femmine et i putti con le membra naturali come a gli uomini, ma ricoperte di quelle grassezze e carnosit, che non siano goffe come li naturali, ma artefiziate dal disegno e dal giudizio.
Vi mancavano ancora la copia de' belli abiti, la variet di tante bizzarrie, la vaghezza de' colori, la universalit ne' casamenti e la lontananza e variet ne' paesi. Et avvegna che molti di loro cominciassino come Andrea Verrocchio, Antonio del Pollaiuolo e molti altri pi moderni, a cercare di fare le loro figure pi studiate, e che ci apparisse dentro maggior disegno, con quella imitazione pi simile e pi a punto alle cose naturali, non di meno e' non v'era il tutto ancora, che ci fussi una sicurt pi certa, ch'eglino andavano inverso il buono e ch'elle fussino per approvate secondo l'opere de gli antichi, come si vide quando il Verrocchio rifece le gambe e le braccia di marmo al Marsia di casa Medici in Firenze, mancando loro pure una fine et una estrema perfezzione ne' piedi, ancora che il tutto delle membra sia accordato con l'antico et abbia una certa corrispondenzia giusta nelle misure. Che s'eglino avessino avuto quelle minuzie de i fini, che sono la perfezzione et il fiore dell'arte, arebbono avuto ancora una gagliardezza risoluta nell'opere loro e ne sarebbe conseguito la leggiadria et una pulitezza e somma grazia, che non ebbeno, ancora che vi sia lo stento della diligenzia, che son quelli che danno gli stremi dell'arte nelle belle figure, o di rilievo o dipinte. Quella fine e quel certo che che ci mancava, non lo potevan mettere cos presto in atto, avvenga che lo studio insecchisce la maniera, quando egli  preso per terminare i fini in quel modo. Bene lo trovaron poi dopo loro gli altri, nel veder cavar fuora di terra certe anticaglie citate da Plinio de le pi famose: il Lacoonte, l'Ercole et il Torso grosso di Belvedere, cos la Venere, la Cleopatra, lo Apollo et finite altre, le quali nella lor dolcezza e nelle lor asprezze con termini carnosi e cavati da le maggior bellezze del vivo, con certi atti, che non in tutto si storcono, ma si vanno in certe parti movendo, si mostrano con una graziosissima grazia. E furono cagione di levar via una certa maniera secca e cruda e tagliente, che per lo soverchio studio avevano lasciata in questa arte Pietro della Francesca, Lazzaro Vasari, Alesso Baldovinetti, Andrea dal Castagno, Pesello, Ercole Ferrarese, Giovan Bellini, Cosimo Rosselli, l'Abate di San Clemente, Domenico del Ghirlandaio, Sandro Botticello, Andrea Mantegna, Filippo e Luca Signorello; i quali per sforzarsi cercavano fare l'impossibile dell'arte con le fatiche e massime ne gli scorti e nelle vedute spiacevoli che, s come erano a loro dure a condurle, cos erano aspre e difficili a gli occhi di chi le guardava. Et ancora che la maggior parte fussino ben disegnate e senza errori, vi mancava pure uno spirito di prontezza che non ci si vede mai, et una dolcezza ne' colori unita, che la cominci ad usare nelle cose sue il Francia Bolognese e Pietro Perugino. Et i popoli nel vederla corsero come matti a questa bellezza nuova e pi viva, parendo loro assolutamente che e' non si potesse gi mai far meglio.
Ma lo errore di costoro dimostrarono poi chiaramente le opere di Lionardo da Vinci, il quale, dando principio a quella terza maniera noi vogliamo chiamare la moderna, oltra la gagliardezza e bravezza del disegno, et oltra il contraffare sottilissimamente tutte le minuzie della natura cos appunto come elle sono, con buona regola, migliore ordine, retta misura, disegno perfetto e grazia divina, abbondantissimo di copie e profondissimo di arte, dette veramente alle sue figure il moto et il fiato. Seguit dopo lui, ancora che alquanto lontano, Giorgione da Castelfranco, il quale sfum le sue pitture e dette una terribil movenzia a certe cose, come  una storia nella scuola di San Marco a Venezia, dove  un tempo torbido che tuona, e trema il dipinto, e le figure si muovono e si spiccano da la tavola, per una certa oscurit di ombre bene intese. N meno di costui dette alle sue pitture forza, rilievo, dolcezza e grazia ne' colori fra' Bartolomeo di San Marco. Ma pi di tutti il graziosissimo Raffaello da Urbino, il quale studiando le fatiche de' maestri vecchi e quelle de' moderni, prese da tutti il meglio, e fattone raccolta, arricch l'arte della pittura di quella intera perfezzione, che ebbero anticamente le figure di Apelle e di Zeusi e pi, se si potessi dire o mostrare l'opere di quelli a questo paragone. Laonde la natura rest vinta da i suoi colori, e l'invenzione era in lui s facile e propria quanto pu giudicare chi vede le storie sue, le quali sono simili alli scritti, mostrandoci in quelle i siti simili e gli edificii, cos come nelle genti nostrali e strane, le cere e gli abiti, secondo che egli ha voluto: oltra il dono della grazia delle teste, giovani, vecchi e femmine, riservando alle modeste la modestia, alle lascive la lascivia et a i putti ora i vizii ne gli occhi et ora i giuochi nelle attitudini. E cos i suoi panni piegati, n troppo semplici, n intrigati, ma con una guisa che paion veri. Segu in queta maniera, ma pi dolce di colorito e non tanta gagliarda Andrea del Sarto, il qual si pu dire che fusse raro, perch l'opere sue son senza errori. N si pu esprimere le leggiadrissime vivacit vive che fece nelle opere sue Antonio da Correggio, sfilando i suoi capelli con un modo, non di quella maniera fine che facevano gli innanzi a lui, ch'era difficile, tagliente e secca, ma d'una piumosit morbidi, che si scorgevano le fila nella facilit del farli, che parevano d'oro e pi belli che i vivi, i quali restano vinti da i suoi coloriti.
Il simile fece Francesco Parmigiano suo creato, il quale in molte parti di grazia e di ornamenti e di bella maniera lo avanz, come si vede in molte pitture sue, le quali ridano nel viso e de gli occhi veggono vivacissimamente, scorgendosi il batter de' polsi, come pi piacque al suo pennello. Ma chi considerer l'opere delle facciate di Polidoro e di Maturino, vedr le figure far que' gesti che l'impossibile non pu fare, e stupir come e' si possa non ragionare con la lingua ch' facile, ma esprimere col pennello le terribilissime invenzioni messe da loro in opera con tanta pratica e destrezza, rappresentando i fatti de' Romani come e' furono propriamente. E quanti ce ne sono stati che hanno dato vita alle loro figure coi colori ne morti? Come il Rosso, fra' Sebastiano, Giulio Romano, Perin del Vaga, perch de' vivi, che per se medesimo son notissimi, non accade qui ragionare. Ma quello che fra i morti e vivi porta la palma e trascende e ricuopre tutti  il divino Michel Agnolo Buonarroti il qual non solo tien il principato di una di queste arti, ma di tutte tre insieme.
Costui supera e vince non solamente tutti costoro, che hanno quasi che vinto gi la natura, ma quelli stessi famosissimi antichi, che s lodatamente fuor d'ogni dubbio la superarono: et unico giustamente si trionfa di quegli, di questi e di lei, non imaginandosi appena quella cosa alcuna s strana e tanto difficile, che egli con la virt del divinissimo ingegno suo, mediante la industria, il disegno, l'arte, il giudizio e la grazia, di gran lunga non la trapassi. E non solo nella pittura e ne' colori, sotto il qual genere si comprendono tutte le forme e tutti i corpi retti e non retti, palpabili et impalpabili, visibili e non visibili, ma nella estrema rotonditade ancora de' corpi: e con la punta del suo scarpello e de le fatiche di cos bella e fruttifera pianta son distesi gi tanti rami e s onorati, che oltra lo aver pieno il mondo in s disusata foggia de' pi saporiti frutti che siano, hanno ancora dato l'ultimo termine a queste tre nobilissime arti con tanta e s maravigliosa perfezzione, che ben si pu dire e sicuramente, le sue statue in qual si voglia parte di quelle, esser pi belle assai che le antiche. Conoscendosi nel mettere a paragone teste, mani, braccia e piedi formati da l'uno e da l'altro, rimanere in quelle di costui un certo fondamento pi saldo, una grazia pi interamente graziosa et una molto pi assoluta perfezzione, condotta con una certa difficult s facile nella sua maniera, che egli  impossibile mai veder meglio. Il che medesimamente per consequenzia si pu credere de le sue pitture. Le quali, se per adventura ci fussero di quelle famosissime greche o romane da poterle a fronte a fronte paragonare, tanto resterebbono in maggior pregio e pi onorate, quanto pi appariscono le sue sculture superiori a tutte le antiche. Ma se tanto sono da noi ammirati que' famosissimi, che provocati con s eccessivi premii e con tanta felicit, diedero vita alle opere loro, quanto doviamo noi maggiormente celebrare e mettere in cielo questi rarissimi ingegni, che non solo senza premii, ma in una povert miserabile fanno frutti s preziosi? Credasi et affermisi adunque che se in questo nostro secolo fusse la giusta remunerazione, si farebbono senza dubbio cose pi grandi e molto migliori che non fecero mai gli antichi. Ma lo avere a combattere pi con la fame che con la fama, tien sotterrati i miseri ingegni, n gli lascia (colpa e vergogna di chi sollevare gli potrebbe e non se ne cura) farsi conoscere. E tanto basti a questo proposito, essendo tempo di oramai tornare a le Vite, trattando distintamente di tutti quegli che hanno fatto opere celebrate in questa terza maniera: il principio della quale fu Lionardo da Vinci, dal quale appresso cominceremo.

 III,1.L.da Vinci Grandissimi doni si veggono piovere da gli influssi celesti ne' corpi umani molte volte naturalmente; e sopra naturali talvolta strabocchevolmente accozzarsi in un corpo solo bellezza, grazia e virt, in una maniera che dovunque si volge quel tale, ciascuna sua azzione  tanto divina, che lasciandosi dietro tutti gli altri uomini, manifestamente si fa conoscere per cosa (come ella ) largita da Dio, e non acquistata per arte umana. Questo lo videro gli uomini in Lionardo da Vinci, nel quale oltra la bellezza del corpo, non lodata mai a bastanza era la grazia pi che infinita in qualunque sua azzione; e tanta e s fatta poi la virt, che dovunque lo animo volse nelle cose difficili, con facilit le rendeva assolute. La forza in lui fu molta e congiunta con la destrezza, l'animo e 'l valore sempre regio e magnanimo. E la fama del suo nome tanto s'allarg, che non solo nel suo tempo fu tenuto in pregio, ma pervenne ancora molto pi ne' posteri dopo la morte sua. E veramente il cielo ci manda talora alcuni che non rappresentano la umanit sola, ma la divinita istessa, acci da quella come da modello, imitandolo, possiamo accostarci con l'animo e con l'eccellenzia dell'intelletto alle parti somme del cielo. E per esperienza si vede quegli che con qualche studio accidentale si volgono a seguire l'orme di questi mirabili spiriti, se punto sono dalla natura aiutati, quando il medesimo non sono che essi, tanto almanco s'accostano a le divine opere loro, che participano di quella divinit.
Adunque mirabile e celeste fu Lionardo, nipote di ser Piero da Vinci, che veramente bonissimo zio e parente gli fu, nell'aiutarlo in giovanezza. E massime nella erudizione e principii delle lettere, nelle quali egli arebbe fatto profitto grande, se egli non fusse stato tanto vario et instabile. Percioch egli si mise a imparare molte cose e, cominciate, poi l'abbandonava. Ecco nell'abbaco egli in pochi mesi che e' v'attese, fece tanto acquisto, che movendo di continuo dubbi e difficult al maestro che gli insegnava, bene spesso lo confondeva. Dette alquanto d'opera alla musica, ma tosto si risolv a imparare a sonare la lira, come quello che da la natura aveva spirito elevatissimo e pieno di leggiadria, onde sopra quella cant divinamente allo improviso. Nondimeno, bench egli a s varie cose attendesse, non lasci mai il disegnare et il fare di rilievo, come cose che gli andavano a fantasia pi d'alcun'altra. Veduto questo Ser Piero, e considerato la elevazione di quello ingegno, preso un giorno alcuni de' suoi disegni, gli port ad Andrea del Verrocchio, che era molto amico suo, e lo preg strettamente che gli dovesse dire se Lionardo, attendendo al disegno, farebbe alcun profitto. Stup Andrea nel vedere il grandissimo principio di Lionardo, e confort Ser Piero che lo facessi attendere, onde egli ordin con Lionardo che e' dovesse andare a bottega di Andrea. Il che Lionardo fece volentieri oltre a modo. E non solo esercit una professione, ma tutte quelle ove il disegno si interveniva. Et avendo uno intelletto tanto divino e maraviglioso, che essendo bonissimo giometra, non solo oper nella scultura e nell'architettura, ma la professione sua volse che fosse la pittura. Mostr la natura nelle azzioni di Lionardo tanto ingegno, che ne' suo' ragionamenti faceva con ragioni naturali tacere i dotti. Fu pronto et arguto, e con una perfetta arte di persuasione mostrava le difficult del suo ingegno, che nelle cose de' numeri faceva muovere i monti, tirava i pesi, e fra le altre parole mostrava volere alzare il tempio di San Giovanni di Fiorenza e sottomettervi le scalee, senza ruinarlo, e con s forti ragioni lo persuadeva, che pareva possibile, quantunque ciascuno, poi che e' si era partito, conoscesse per se medesimo la impossibilit di cotanta impresa. Era tanto piacevole nella conversazione che tirava a s gli animi delle genti. E non avendo egli, si pu dir, nulla e poco lavorando, del continuo tenne servitori e cavalli, de' quali si dilett molto, e particularmente di tutti gli altri animali, i quali con grandissimo amore e pazienzia sopportava e governava. E mostrollo che spesso passando da i luoghi dove si vendevano uccelli, di sua mano cavandoli di gabbia e pagatogli a chi li vendeva il prezo che n'era chiesto, li lasciava in aria a volo, restituendoli la perduta libert. Laonde volse la natura tanto favorirlo, che dovunque e' rivolse il pensiero, il cervello e l'animo, mostr tanta divinit nelle cose sue, che nel dare la perfezzione, di prontezza, vivacit, bontade, vaghezza e grazia, nessuno altro mai gli fu pari.
Trovasi che Lionardo per l'intelligenzia de l'arte cominci molte cose e nessuna mai ne fin, parendoli che la mano aggiugnere non potesse alla perfezzione de l'arte ne le cose, che egli si imaginava, con ci sia che si formava nella idea alcune difficult tanto maravigliose, che con le mani, ancora che elle fussero eccellentissime, non si sarebbeno espresse mai. E tanti furono i suoi capricci, che filosofando de le cose naturali, attese a intendere la propriet delle erbe, continuando et osservando il moto del cielo, il corso de la luna e gli andamenti del sole. Per il che fece ne l'animo un concetto s eretico, che e' non si accostava a qualsivoglia religione, stimando per avventura assai pi lo esser filosofo che cristiano.
Acconciossi per via di Ser Piero suo zio nella sua fanciullezza a l'arte con Andrea del Verocchio, il quale faccendo una tavola dove San Giovanni battezzava Cristo, Lionardo lavor uno angelo, che teneva alcune vesti; e bench fosse giovanetto, lo condusse di tal maniera, che molto meglio de le figure d'Andrea stava l'angelo di Lionardo. Il che fu cagione ch'Andrea mai pi non volle toccare colori, sdegnatosi che un fanciullo ne sapesse pi di lui. Li fu allogato per una portiera, che si aveva a fare in Fiandra d'oro e di seta tessuta, per mandare al Re di Portogallo un cartone d'Adamo e d'Eva, quando nel Paradiso terrestre peccano: dove col pennello fece Lionardo di chiaro e scuro lumeggiato di biacca un prato di erbe infinite con alcuni animali, che invero pu dirsi che in diligenza e naturalit al mondo divino ingegno far non la possa s simile.
Quivi  il fico oltra lo scortar de le foglie e le vedute de' rami, condotto con tanto amor, che l'ingegno si smarisce solo a pensare come uno uomo possa avere tanta pacienzia.
E`vvi ancora un palmizio, che ha la rotondit de le ruote de la palma lavorate con s grande arte e maravigliosa, che altro che la pazienzia e l'ingegno di Lionardo non lo poteva fare. La quale opera altrimenti non si fece: onde il cartone  oggi in Fiorenza nella felice casa del Magnifico Ottaviano de' Medici donatogli, non ha molto, dal zio di Lionardo.
Dicesi che Ser Piero da Vinci zio di Lionardo, essendo alla villa, fu ricercato domesticamente da un suo contadino, il quale d'un fico da lui tagliato in su 'l podere, aveva di sua mano fatto una rotella, che a Fiorenza gnene facesse dipignere, e che egli contentissimo e volentieri lo fece, sendo molto pratico il villano nel pigliare uccelli e ne le pescagioni, e servendosi grandemente di lui Ser Piero a questi esercizii. Laonde fattala condurre a Firenze, senza altrimenti dire a Lionardo di chi ella si fosse, lo ricerc che egli vi dipignesse suso qualche cosa. Lionardo, arrecatosi un giorno tra le mani questa rotella, veggendola torta, mal lavorata e goffa, la dirizz col fuoco, e datala a un torniatore, di rozza e goffa che ella era, la fece ridurre delicata e pari. Et appresso ingessatala et acconciatala a modo suo, cominci a pensare quello che vi si potesse dipignere su, che avesse a spaventare chi le venisse contra, rappresentando lo effetto stesso che la testa gi di Medusa. Port dunque Lionardo per questo effetto ad una sua stanza, dove non entrava se non e' solo, lucertole, ramarri, grilli, serpi, farfalle, locuste, nottole et altre strane spezie di simili animali: da la moltitudine de' quali, variamente adattata insieme, cav uno animalaccio molto orribile e spaventoso, il quale avvelenava con l'alito e faceva l'aria di fuoco. E quello fece uscire d'una pietra scura e spezzata, buffando veleno da la gola aperta, fuoco da gli occhi e fumo dal naso s stranamente, che e' pareva monstruosa et orribil cosa. E pen tanto a farla, che in quella stanza era il morbo de gli animali morti troppo crudele, ma non sentito da Lionardo, per il grande amore che e' portava alla arte. Finita questa opera, che pi non era ricerca n dal villano n dal zio, Lionardo gli disse che ad ogni sua comodit mandasse per la rotella, che quanto a lui era finita. Andato dunque Ser Piero una mattina a la stanza per la rotella e picchiato alla porta, Lionardo gli aperse, dicendo che aspettasse un poco; e ritornatosi nella stanza acconci la rotella al lume in su 'l leggio et assett la finestra, che facesse lume abbacinato, poi lo fece passar dentro a vederla. Ser Piero nel primo aspetto, non pensando alla cosa, subitamente si scosse, non credendo che quella fosse rotella, n manco dipinto quel figurato che e' vi vedeva. E tornando col passo a dietro, Lionardo lo tenne, dicendo: Questa opera serve per quel che ella  fatta: pigliatela dunque e portatela, ch questo  il fine, che dell'opere s'aspetta. Parse questa cosa pi che miracolosa a Ser Piero, e lod grandissimamente il capriccioso discorso di Lionardo; poi comperata tacitamente da un merciaio una altra rotella dipinta d'un cuore trapassato da uno strale, la don al villano che ne li rest obligato sempre mentre che e' visse. Appresso vend Ser Piero quella di Lionardo secretamente in Fiorenza a certi mercatanti, cento ducati.
Et in breve ella pervenne a le mani di Francesco Duca di Milano o, vendutagli CCC ducati da detti mercatanti.
Fece poi Lionardo una Nostra Donna in un quadro, ch'era appresso Papa Clemente VII, molto eccellente. E fra l'altre cose che v'erano fatte, contrafece una caraffa piena d'acqua con alcuni fiori dentro, dove oltra la maraviglia della vivezza, aveva imitato la rugiada dell'acqua sopra, s che ella pareva pi viva che la vivezza. Ad Antonio Segni, suo amicissimo, fece in su un foglio un Nettuno condotto cos di disegno con tanta diligenzia, che e' pareva del tutto vivo.
Vedevasi il mare turbato et il carro suo tirato da' cavalli marini con le fantasime, l'orche, et i noti et alcune teste di di marini bellissime. Il quale disegno fu donato da Fabio suo figliuolo a M<esser> Giovanni Gaddi, con questo epigramma: 14  PINXIT VIRGILIVS NEPTUNUM, PINXIT HOMERVS 15 DUM MARIS VNDISONI PER VADA FLECTIT EQUOS.
16 MENTE QUIDEM VATES ILLUM CONSPEXIT UTERQUE 17 VINCIVS AST OCULIS, IVREQUE VINCIT EOS.
Fu condotto a Milano con gran riputazione Lionardo a 'l Duca Francesco, il quale molto si dilettava del suono de la lira, perch sonasse: e Lionardo port quello strumento, ch'egli aveva di sua mano fabricato d'argento gran parte, accioch l'armonia fosse con maggior tuba e pi sonora di voce. Laonde super tutti i musici, che quivi erano concorsi a sonare; oltra ci fu il migliore dicitore di rime a l'improviso del tempo suo. Sentendo il duca i ragionamenti tanto mirabili di Lionardo, talmente s'innamor de le sue virt, che era cosa incredibile. E pregatolo, gli fece fare in pittura una tavola d'altare, dentrovi una Nativit che fu mandata dal duca a l'imperatore. Fece ancora in Milano ne' frati di San Domenico a Santa Maria de le Grazie un Cenacolo, cosa bellissima e maravigliosa, et alle teste de gli Apostoli diede tanta maest e bellezza, che quella del Cristo lasci imperfetta, non pensando poterle dare quella divinit celeste, che a l'imagine di Cristo si richiede. La quale opera, rimanendo cos per finita,  stata da i Milanesi tenuta del continuo in grandissima venerazione, e da gli altri forestieri ancora, atteso che Lionardo si imagin e riuscigli di esprimere quel sospetto che era entrato ne gli Apostoli, di voler sapere chi tradiva il loro Maestro. Per il che si vede nel viso di tutti loro l'amore, la paura e lo sdegno, o ver il dolore, di non potere intendere lo animo di Cristo. La qual cosa non arreca minor maraviglia, che il conoscersi allo incontro l'ostinazione, l'odio e 'l tradimento in Giuda, senza che ogni minima parte dell'opera mostra una incredibile diligenzia. Avvenga che insino nella tovaglia  contraffatto l'opera del tessuto, d'una maniera che la rensa stessa non mostra il vero meglio.
La nobilt di questa pittura, s per il componimento, s per essere finita con una incomparabile diligenzia, fece venir voglia al Re di Francia di condurla nel regno, onde tent per ogni via, se ci fussi stato architetti, che con travate di legnami e di ferri, l'avessino potuta armare di maniera, che ella si fosse condotta salva; senza considerare a spesa che vi si fusse potuta fare, tanto la desiderava. Ma l'esser fatta nel muro, fece che Sua Maest se ne port la voglia, et ella si rimase a' Milanesi. Mentre che egli attendeva a questa opera propose al duca fare un cavallo di bronzo di maravigliosa grandezza, per mettervi in memoria l'imagine del duca. E tanto grande lo cominci e riusc, che condur non si pot mai. E`cci opinione che Lionardo, come dell'altre cose sue faceva, lo cominciasse perch non si finisse; perch, sendo di tanta grandezza in volerlo gettar d'un pezzo, lo cominci, acci fosse difficult di condurlo a perfezzione. Venne al suo tempo in Milano il re di Francia; onde pregato Lionardo di far qualche cosa bizzarra, fece un lione, che camin parecchi passi, poi s'aperse il petto e mostr tutto pien di gigli. Prese in Milano Sala Milanese per suo creato, il quale era vaghissimo di grazia e di bellezza, avendo begli capegli, ricci et inanellati, de' quali Lionardo si dilett molto; et a lui insegn molte cose dell'arte, e certi lavori che in Milano si dicono essere di Sala, furono ritocchi da Lionardo.
Ritorn a Fiorenza, dove trov che i frati de' Servi avevano allogato a Filippino l'opere della tavola dello altar maggiore della Nunziata; per il che fu detto da Lionardo che volentieri avrebbe fatto una simil cosa. Onde Filippino inteso ci, come gentil persona ch'egli era, se ne tolse gi; et i frati perch Lionardo la dipignesse, se lo tolsero in casa, facendo le spese allui et a tutta la sua famiglia. E cos li tenne in pratica lungo tempo, n mai cominci nulla. In questo mezzo fece un cartone dentrovi una Nostra Donna et una Santa Anna, con un Cristo, la quale non pure fece maravigliare tutti gli artefici, ma finita ch'ella fu, nella stanza durarono duoi giorni di andare a vederla gli uomini e le donne, i giovani et i vecchi, come si va a le feste solenni, per vedere le maraviglie di Lionardo, che fecero stupire tutto quel popolo. Perch si vedeva nel viso di quella Nostra Donna tutto quello che di semplice e di bello pu con semplicit e bellezza dare grazia a una madre di Cristo; volendo mostrare quella modestia e quella umilt che in una vergine contentissima di allegrezza del vedere la bellezza del suo figliuolo, che con tenerezza sosteneva in grembo; e mentre che ella con onestissima guardatura a basso scorgeva un santo Giovanni piccol fanciullo che si andava trastullando con un pecorino, non senza un ghigno d'una Santa Anna che, colma di letizia, vedeva la sua progenie terrena esser divenuta celeste. Considerazioni veramente dallo intelletto et ingegno di Lionardo. Ritrasse la Ginevra d'Amerigo Benci, cosa bellissima; et abbandon il lavoro a' frati, i quali lo ritornarono a Filippino, il quale sopravenuto egli ancora dalla morte non lo pot finire.
Prese Lionardo a fare per Francesco del Giocondo il ritratto di Mona Lisa sua moglie; e quattro anni penatovi lo lasci imperfetto, la quale opera oggi  appresso il Re Francesco di Francia in Fontanable; nella qual testa chi voleva vedere quanto l'arte potesse imitar la natura, agevolmente si poteva comprendere, perch quivi erano contrafatte tutte le minuzie che si possono con sottigliezza dipignere.
Avvenga che gli occhi avevano que' lustri e quelle acquitrine che di continuo si veggono nel vivo, et intorno a essi erano tutti que' rossigni lividi et i peli, che non senza grandissima sottigliezza si posson fare. Le ciglia per avervi fatto il modo del nascere i peli nella carne, dove pi folti e dove pi radi, e girare secondo i pori della carne, non potevano essere pi naturali. Il naso, con tutte quelle belle aperture rossette e tenere, si vedeva essere vivo. La bocca, con quella sua sfenditura con le sue fini unite dal rosso della bocca con la incarnazione del viso, che non colori ma carne pareva veramente. Nella fontanella della gola, chi intentissimamente la guardava, vedeva battere i polsi: e nel vero si pu dire che questa fussi dipinta d'una maniera da far tremare e temere ogni gagliardo artefice e sia qual si vuole. Usvi ancora questa arte, che essendo Mona Lisa bellissima, teneva mentre che la ritraeva, chi sonasse o cantasse, e di continuo buffoni che la facessino stare allegra, per levar via quel malinconico che suol dare spesso la pittura a i ritratti che si fanno. Et in questo di Lionardo vi era un ghigno tanto piacevole che era cosa pi divina che umana a vederlo, et era tenuta cosa maravigliosa, per non essere il vivo altrimenti.
Per la eccellenzia dunque delle opere di questo divinissimo artefice, era tanto cresciuta la fama sua, che tutte le persone che si dilettavano de l'arte, anzi la stessa citt intera intera desiderava che egli le lasciasse qualche memoria. E ragionavasi per tutto di fargli fare qualche opera notabile e grande, donde il publico fusse ornato et onorato di tanto ingegno, grazia e giudizio, quanto nelle cose di Lionardo si conosceva. E tra il gonfalonieri et i cittadini grandi si pratic che, essendosi fatta di nuovo la gran sala del Consiglio, vi si dovesse dargli a dipignere qualche opera bella; e cos da Piero Soderini Gonfaloniere allora di giustizia, gli fu allogata la detta sala. Per il che volendola condurre Lionardo, cominci un cartone alla sala del papa, luogo in Santa Maria Novella, dentrovi la storia di Niccol Piccinino capitano del Duca Filippo di Milano, nel quale disegn un groppo di cavalli che combattevano una bandiera, cosa che eccellentissima e di gran magisterio fu tenuta per le mirabilissime considerazioni che egli ebbe nel far quella fuga. Percioch in essa non si conosce meno la rabbia, lo sdegno e la vendetta ne gli uomini che ne' cavalli; tra' quali due, intrecciatisi con le gambe dinanzi, non fanno men vendetta coi denti che si faccia chi gli cavalca nel combattere detta bandiera, dove appiccato le mani un soldato, con la forza delle spalle, mentre mette il cavallo in fuga, rivolto egli con la persona, agrappato l'aste dello stendardo, per sgusciarlo per forza delle mani di quattro, che due lo difendono con una mano per uno, e l'altra in aria con le spade tentano di tagliar l'aste; mentre che un soldato vecchio con un berretton rosso gridando tiene una mano nell'aste, e con l'altra inalberato una storta, mena con stizza un colpo per tagliar tutte a due le mani a coloro, che con forza digrignando i denti, tentano con fierissima attitudine di difendere la loro bandiera; oltra che in terra fra le gambe de' cavagli v' dua figure in iscorto, che combattendo insieme, mentre uno in terra ha sopra uno soldato, che alzato il braccio quanto pu, con quella forza maggiore gli mette alla gola il pugnale, per finirgli la vita, e quello altro con le gambe e con le braccia sbattuto, fa ci che egli pu per non volere la morte. N si pu esprimere il disegno che Lionardo fece negli abiti de' soldati variatamente variati da lui; simile i cimieri e gli altri ornamenti, senza la maestria incredibile che egli mostr nelle forme e lineamenti de' cavagli: i quali Lionardo meglio ch'altro maestro fece, di bravura, di muscoli e di garbata bellezza. La notomia di essi scorticandoli disegn insieme con quella de gli uomini, e l'una e l'altra ridusse alla vera luce moderna. Dicesi che per disegnare il detto cartone fece uno edifizio artificiosissimo, che stringendolo, s'alzava, et allargandolo, s'abbassava. Et imaginandosi di volere a olio colorire in muro, fece una composizione d'una mistura s grossa, per lo incollato del muro, che continuando a dipignere in detta sala, cominci a colare, di maniera che in breve tempo abbandon quella. Aveva Lionardo grandissimo animo et in ogni sua azzione era generosissimo. Dicesi che andando al banco per la provisione, ch'ogni mese da Piero Soderini soleva pigliare, il cassiere gli volse dare certi cartocci di quattrini, et egli non li volse pigliare, rispondendogli: Io non sono dipintore da quattrini.
Essendo incolpato d'aver giuntato, da Piero Soderini fu mormorato contra di lui; perch Lionardo fece tanto con gli amici suoi, che ragun i danari e portolli per restituire, ma Pietro non li volle accettare.
And a Roma col Duca Giuliano de' Medici nella creazione di Papa Leone, che attendeva molto a cose filosofiche, e massimamente alla alchimia, dove formando una pasta di una cera, mentre ch'e' caminava faceva animali sottilissimi pieni di vento, ne i quali soffiando, gli faceva volare per l'aria; ma cessando il vento, cadevano in terra. Ferm in un ramarro, trovato dal vignaruolo di Belvedere, il quale era bizzarrissimo, di scaglie di altri ramarri scorticate, ali addosso con mistura d'argenti vivi, che nel moversi quando caminava tremavano; e fattoli gli occhi, corna e barba, domesticatolo e tenendolo in una scatola, tutti gli amici a i quali lo mostrava, per paura faceva fuggire. Usava spesso far minutamente digrassare e purgare le budella d'un castrato, e talmente venir sottili, che si sarebbono tenuto in palma di mano. Et aveva messo in un'altra stanza un paio di mantici da fabbro, a i quali metteva un capo delle dette budella e, gonfiandole, ne riempiva la stanza, la quale era grandissima, dove bisognava che si recasse in un canto chi v'era, mostrando quelle trasparenti e piene di vento, da 'l tenere poco luogo in principio, esser venute a occuparne molto, aguagliandole alla virt. Fece infinite di queste pazzie, et attese alli specchi; e tent modi stranissimi nel cercare olii per dipignere e vernice per mantenere l'opere fatte. Dicesi che gli fu allogato una opera dal papa, perch subito cominci a stillare olii et erbe per far la vernice; perch fu detto da Papa Leon: Oim costui non  per far nulla, da che comincia a pensare alla fine innanzi il principio dell'opera. Era sdegno grandissimo fra Michele Agnolo Buonaruoti e lui; per il che part di Fiorenza Michelagnolo per la concorrenza, con la scusa del Duca Giuliano, essendo chiamato dal papa per la facciata di San Lorenzo. Lionardo intendendo ci part, et and in Francia, dove il re avendo avuto opere sue, gli era molto affezzionato, e desiderava ch'e' colorisse il cartone della Santa Anna; ma egli, secondo il suo costume, lo tenne gran tempo in parole. Finalmente venuto vecchio, stette molti mesi ammalato; e vedendosi vicino alla morte, disputando de le cose catoliche, ritornando nella via buona, si ridusse a la fede cristiana con molti pianti. Laonde confesso e contrito, se bene e' non poteva reggersi in piedi, sostenendosi nelle braccia de' suoi amici e servi, volse divotamente pigliare il Santissimo Sacramento fuor de 'l letto. Sopraggiunseli il re che spesso et amorevolmente lo soleva visitare; per il che egli per riverenza rizzatosi a sedere sul letto, contando il mal suo e gli accidenti di quello mostrava tuttavia quanto avea offeso Dio e gli uomini del mondo, non avendo operato nell'arte come si conveniva.
Onde gli venne un parossismo messaggero della morte. Per la qual cosa rizzatosi il re, e presoli la testa per aiutarlo e porgerli favore, acci che il male lo alleggerisse, lo spirito suo, che divinissimo era, conoscendo non potere avere maggiore onore, spir in braccio a quel re, nella et sua d'anni LXXV. Dolse la perdita di Lionardo fuor di modo a tutti quegli che l'avevano conosciuto, perch mai non fu persona che tanto facesse onore alla pittura. Egli con lo splendor dell'aria sua, che bellissima era, rasserenava ogni animo mesto, e con le parole volgeva al s et al no ogni indurata intenzione. Egli con le forze sue riteneva ogni violenta furia; e con la destra torceva un ferro d'una campanella di muraglia et un ferro di cavallo, come s'e' fusse piombo. Con la liberalit sua raccoglieva e pasceva ogni amico povero e ricco, purch egli avesse ingegno e virt.
Ornava et onorava con ogni azzione qualsivoglia disonorata e spogliata stanza; per il che ebbe veramente Fiorenza grandissimo dono nel nascere di Lionardo, e perdita pi che infinita nella sua morte. Nella arte della pittura aggiunse costui alla maniera del colorire ad olio una certa oscurit; donde hanno dato i moderni gran forza e rilievo alle loro figure. E nella statuaria fece pruove nelle tre figure di bronzo che sono sopra la porta di San Giovanni da la parte di tramontana, fatte da Giovan Francesco Rustici ma ordinate col consiglio di Lionardo, le quali sono il pi bel getto e di disegno e di perfezzione, che modernamente si sia ancor visto. Da Lionardo abbiamo la notomia de' cavalli e quella degli uomini assai pi perfetta. Laonde per tante parti sue s divine, ancora che molto pi operasse con le parole che co' fatti, il nome e la fama sua non si spegneranno gi mai.
Per il che fu detto in un suo epitaffio: 17  VINCE COSTUI PUR SOLO 18 TUTTI ALTRI; E VINCE FIDIA, E VINCE APELLE, 19 E TUTTO IL LOR VITTORIOSO STUOLO.
Et un altro ancora, per veramente onorarlo, disse: 21  LEONARDUX VINCIVS. QUID PLURA? 22 DIVINUM INGENIUM, DIVINA MANUS, 23 EMORI IN SINV REGIO MERVERE.
24 VIRTUS ET FORTUNA HOC MONUMENTUM 25 CONTINGERE GRAVISS[IMIS] IMPENSIS CURAVERUNT.
26 ET GENTEM ET PATRIAM NOSCIS; TIBI GLORIA ET INGENS 27 NOTA EST: HAC TEGITUR NAM LEONARDUX HUMO.
28 PERSPICVAS PICTURAE VMBRAS OLEOQUE COLORES 29 ILLIVS ANTE ALIOS DOCTA MANUS POSUIT.
30 IMPRIMERE ILLE HOMINUM, DIVUM QUOQUE CORPORA IN AERE 31 ET PICTIS ANIMAM FINGERE NOVIT EQUIS.
Fu discepolo di Lionardo Giovanantonio Boltraffio milanese, persona molto pratica et intendente; e cos Marco Uggioni, che in Santa Maria della Pace fece il Transito di Nostra Donna e le Nozze di Cana galilee.

 III,2.Giorgione Quegli che con le fatiche cercano la virt, ritrovata che l'hanno, la stimano come vero tesoro e ne diventano amici, n si partono gi mai da essa. Con ci sia che non  nulla il cercare delle cose, ma la difficult , poi che le persone l'hanno trovate, il saperle conservare et accrescere. Perch ne' nostri artefici si sono molte volte veduti sforzi maravigliosi di natura, nel dar saggio di loro; i quali, per la lode montati poi in superbia, non solo non conservano quella prima virt, che hanno mostro e con difficult messo in opera, ma mettono oltra il primo capitale in bando la massa de gli studi nell'arte da principio dallor cominciati; dove non manco sono additati per dimenticanti, ch'e' si fossero da prima per stravaganti e rari e dotati di bello ingegno. Ma non gi cos fece il nostro Giorgione, il quale impanando senza maniera moderna, cerc nello stare co' Bellini in Venezia, e da s, di imitare sempre la natura il pi che e' poteva. N mai per lode che e' ne acquistasse, intermisse lo studio suo; anzi quanto pi era giudicato eccellente da altri, tanto pareva allui saper meno, quando a paragone delle cose vive considerava le sue pitture; le quali, per non essere in loro la vivezza dello spirito, reputava quasi nonnulla. Per il che tanta forza ebbe in lui questo timore, che lavorando in Vinegia fece maravigliare non solo quegli che nel suo tempo furono, ma quegli ancora che vennero dopo lui. Ma perch meglio si sappia l'origine et il progresso d'un maestro tanto eccellente, cominciando da' suoi principii, dico che in Castel Franco in sul Trevisano nacque l'anno MCCCCLXXVII Giorgio, dalle fattezze della persona e da la grandezza dell'animo, chiamato poi col tempo Giorgione. Il quale quantunque egli fusse nato di umilissima stirpe, non fu per se non gentile e di buoni costumi in tutta sua vita. Fu allevato in Vinegia, e dilettossi continovamente delle cose d'amore, e piacqueli il suono del liuto mirabilmente, anzi tanto, che egli sonava e cantava nel suo tempo tanto divinamente, che egli era spesso per quello adoperato a diverse musiche et onoranze e ragunate di persone nobili.
Attese al disegno e lo gust grandemente; et in quello la natura lo favor s forte, che egli innamoratosi di lei non voleva mettere in opera cosa, che egli da 'l vivo non la ritraessi. E tanto le fu suggetto e tanto and imitandola, che non solo egli acquist nome di aver passato Gentile e Giovanni Bellini, ma di competere con coloro che lavoravano in Toscana et erano autori della maniera moderna. Diedegli la natura tanto benigno spirito, che egli nel colorito a olio et a fresco fece alcune vivezze et altre cose morbide et unite e sfumate talmente negli scuri, ch'e' fu cagione che molti di quegli che erano allora eccellenti confessassino lui esser nato per metter lo spirto nelle figure e per contraffar la freschezza della carne viva, pi che nessuno che dipignesse non solo in Venezia, ma per tutto. Lavor in Venezia nel suo principio molti quadri di Nostre Donne et altri ritratti di naturale, che son e vivissimi e belli; come ne pu far fede uno che  in Faenza in casa Giovanni da Castel Bolognese intagliatore eccellente, che  fatto per il suocero suo; lavoro veramente divino, perch vi  una unione sfumata ne' colori, che pare di rilievo pi che dipinto. Dilettossi molto del dipignere in fresco, e fra molte cose che fece egli condusse tutta una facciata di ca' Soranzo in su la piazza di San Polo. Nella quale oltra molti quadri e storie et altre sue fantasie, si vede un quadro lavorato a olio in su la calcina; cosa che ha retto alla acqua, al sole et al vento, e conservatasi fino ad oggi. Crebbe tanto la fama di Giorgione per quella citt che avendo il Senato fatto fabricare il palazzo detto il Fondaco de' Todeschi al ponte del Rialto, ordinarono che Giorgione dipignesse a fresco la facciata di fuori; dove egli messovi mano si accese talmente nel fare, che vi sono teste e pezzi di figure molto ben fatte e colorite vivacissimamente, et attese in tutto quello che egli vi fece, che traesse a 'l segno delle cose vive, e non a imitazione nessuna della maniera. La quale opera  celebrata in Venezia, e famosa non meno per quello che e' vi fece, che per il comodo delle mercanzie et utilit del publico. Gli fu allogata la tavola di San Giovanni Grisostimo di Venezia che  molto lodata, per avere egli in certe parti imitato forte il vivo della natura, e dolcemente allo scuro fatto perdere l'ombre delle figure. Fugli allogato ancora una storia che poi, quando l'ebbe finita, fu posta nella scuola di San Marco in su la piazza di San Giovanni e Paulo, nella stanza dove si raguna l'Offizio, in compagnia di diverse storie fatte da altri maestri; nella quale  una tempesta di mare, e barche che hanno fortuna, et un gruppo di figure in aria e diverse forme di diavoli che soffiano i venti, et altri in barca che remano. La quale per il vero  tale e s fatta, che n pennello, n colore, n immaginazion di mente pu esprimere la pi orrenda e pi paurosa pittura di quella, avendo egli colorito s vivamente la furia dell'onde del mare, il torcere delle barche, il piegar de' remi et il travaglio di tutta quell'opera, nella scurit di quel tempo, per i lampi e per l'altre minuzie che contraffece Giorgione, che e' si vede tremare la tavola e scuotere quell'opera come ella fusse vera. Per la qual cosa certamente lo annovero fra que' rari che possono esprimere nella pittura il concetto de' loro pensieri. Avvenga che, mancato il furore, suole addormentarsi il pensiero, durandosi tanto tempo a condurre una opera grande. Questa pittura  tale per la bont sua, e per lo avere espresso quel concetto difficile, che e' merit di essere stimato in Venezia et onorato da noi fra i buoni artefici. Lavor un quadro d'un Cristo che porta la croce, et un giudeo lo tira; il quale col tempo fu posto nella chiesa di Santo Rocco, et oggi per la devozione che vi hanno molti, fa miracoli, come si vede. Lavor in diversi luoghi, come a Castel Franco e nel Trevisano, e fece molti ritratti a vari principi italiani; e fuor di Italia furon mandate molte de l'opere sue, come cose degne veramente, per far testimonio che se la Toscana soprabbondava di artefici in ogni tempo, la parte ancora di l vicino a' monti non era abbandonata e dimenticata sempre dal cielo. Mentre Giorgione attendeva ad onorare e s e la patria sua, nel molto conversar che e' faceva per trattenere con la musica molti suoi amici, si innamor di una madonna, e molto goderono l'uno e l'altra de' loro amori. Avvenne che l'anno MDXI ella infett di peste non ne sapendo per altro, e praticandovi Giorgione al solito, se li appicc la peste di maniera, che in breve tempo nella et sua di XXXIIII anni, se ne pass a l'altra vita, non senza dolore infinito di molti suoi amici che lo amavano per le sue virt. E ne increbbe ancora a tutta quella citt; pure tollerarono il danno e la perdita con lo essere restati loro duoi eccellenti suoi creati, Sebastiano Viniziano che fu poi frate del Piombo a Roma, e Tiziano da Cador che non solo lo paragon, ma lo ha superato grandemente. Come ne fanno fede le rarissime pitture sue et il numero infinito de' bellissimi suoi ritratti di naturale, non solo di tutti i principi cristiani, ma de' pi belli ingegni che sieno stati ne' tempi nostri. Costui d vivendo vita alle figure che e' fa vive, come dar e vivo e morto fama et alla sua Venezia et alla nostra terza maniera. Ma perch e' vive, e si veggono l'opere sue, non accade qui ragionarne.

 III,3.Antonio da Coreggio Sforzasi bene spesso la benigna natura infondere tanta grazia ne' nostri artefici, con tanta divinit nel maneggiare de' colori, che se e' fussero accompagnati da profondissimo disegno, ben farebbono stupire il cielo, come egli empiono la terra di maraviglia. Ma sempre si  potuto vedere ne' nostri pittori, che quelli che hanno ben disegnato, hanno avuto qualche imperfezzione nel colorire; e che molti che fanno perfetta una qualche cosa particulare, lasciano poi per la maggior parte le cose loro pi imperfette che perfette. Il che per il vero nasce da la difficult della arte, la quale ha da imitare tanti capi di cose, che uno artefice solo non pu farle tutte perfette.
Laonde ben si pu dire che e' sia non dico maraviglia, ma miracolo grandissimo che gli spiriti ingegnosi faccino quello che e' fanno. Et i Toscani per avventura in maggior numero certo che gli altri. Di che proverbiata la madre dello universo da infiniti a chi non pareva avere il debito loro in questa divisione, fece degna la Lombardia de 'l bellissimo ingegno di Antonio da Correggio pittore singularissimo. Il quale attese alla maniera moderna tanto perfettamente, che in pochi anni dotato dalla natura et esercitato dall'arte divenne raro e maraviglioso artefice.
Fu molto d'animo timido, e con incommodit di se stesso in continove fatiche esercit l'arte, per la famiglia che lo aggravava: et ancora che e' fusse tirato da una bont naturale, si affliggeva nientedimanco pi del dovere, nel portare i pesi di quelle passioni, che ordinariamente opprimono gli uomini. Era nell'arte molto maninconico e suggetto alle fatiche di quella e grandissimo ritrovatore di qualsivoglia difficult delle cose, come ne fanno fede nel Duomo di Parma una moltitudine grandissima di figure, lavorate in fresco e ben finite, che sono locate nella tribuna grande di detta chiesa: nelle quali scorta le vedute al di sotto in su con stupendissima maraviglia. Et egli fu il primo che in Lombardia cominciasse cose della maniera moderna. Perch si giudica che, se l'ingegno di Antonio fosse uscito di Lombardia e venuto a Roma, averebbe fatto miracoli e dato delle fatiche a molti, che nel suo tempo furono tenuti grandi. Con ci sia che essendo tali le cose sue, senza avere egli visto de le cose antiche o de le buone moderne, necessariamente ne seguita che se le avesse vedute, arebbe infinitamente migliorato l'opere sue, e crescendo di bene in meglio sarebbe venuto a 'l sommo de' gradi.
Tengasi pur per certo che nessuno meglio di lui tocc colori, n con maggior vaghezza o con pi rilievo alcun artefice dipinse meglio di lui, tanta era la morbidezza delle carni ch'egli faceva, e la grazia con che e' finiva i suoi lavori. Egli fece ancora in detto luogo due quadri grandi lavorati a olio, ne i quali fra gli altri, in uno si vede un Cristo morto, che fu lodatissimo. Et in San Giovanni in quella citt fece una tribuna in fresco, nella quale figur una Nostra Donna, che ascende in cielo, fra moltitudine di angeli et altri santi intorno: la quale pare impossibile ch'egli potesse non esprimere con la mano, ma imaginare con la fantasia, per i belli andari de' panni e delle arie che e' diede a quelle figure. In Santo Antonio ancora di quella citt dipinse una tavola, nella quale  una Nostra Donna e Santa Caterina con San Girolamo, colorita di maniera s maravigliosa e stupenda, che i pittori ammirano quella per colorito mirabile, e che non si possa quasi dipignere meglio. Fece similmente quadri et altre pitture per Lombardia a molti signori; e fra l'altre cose sue, due quadri in Mantova al duca Federigo II, per mandare a lo imperatore, cosa veramente degna di tanto principe. Le quali opere vedendo Giulio Romano, disse non aver mai veduto colorito nessuno, ch'aggiugnesse a quel segno. L'uno era una Leda ignuda, e l'altro una Venere, s di morbidezza colorito e d'ombre di carne lavorate, che non parevano colori, ma carni. Era in una un paese mirabile, n mai lombardo fu che meglio facesse queste cose di lui; et oltra di ci, capegli s leggiadri di colore e con finita pulitezza sfilati e condotti, che meglio di quegli non si pu vedere. Eranvi alcuni amori, che de le saette facevano prova su una pietra, quelle d'oro e di piombo, lavorati con bello artificio. E quel che pi grazia donava alla Venere era una acqua chiarissima e limpida, che correva fra alcuni sassi e bagnava i piedi di quella, e quasi nessuno ne occupava.
Onde, nello scorgere quella candidezza con quella delicatezza, faceva a gli occhi compassione nel vedere.
Perch certissimamente Antonio merit ogni grado et ogni onore vivo, e con le voci e con gli scritti ogni gloria dopo la morte.
Desiderava Antonio, s come quello ch'era aggravato di famiglia, continuo risparmiare, et era divenuto perci tanto misero, che pi non poteva essere. Per il che si dice che essendoli stato fatto in Parma un pagamento di sessanta scudi di quattrini, esso volendoli portare a Correggio, per alcune occorrenzie sue, carico di quelli si mise in camino a piedi; e per lo caldo grande, che era allora scalmanato dal sole, beendo acqua per rinfrescarsi, si pose nel letto con una grandissima febre, n di quivi prima lev il capo, che fin la vita nell'et sua d'anni XL o circa. Lasci suo discepolo Francesco Mazzola parmigiano, il quale lo imit grandemente. Furono le pitture sue circa il MDXII. E fece alla pittura grandissimo dono ne' colori da lui maneggiati come vero maestro, e fu cagione che la Lombardia aprisse per lui gli occhi, dove tanti belli ingegni si son visti nella pittura, seguitandolo in fare opere lodevoli e degne di memoria. Perch mostrandoci i suoi capegli fatti con tanta facilit nella difficult del fargli, ha insegnato come e' si abbino a fare. Di che gli debbono eternamente tutti i pittori. Ad instanzia de' quali gli fu fatto questo epigramma: ANTONIO A COREGIO.
23 HUIUS CUM REGERET MORTALES SPIRITUS ARTUS 24 PICTORIS, CHARITES SUPPLICVERE IOVI: 25 NON ALIA PINGI DEXTRA, PATER ALME, ROGAMUS; 26 HVNC PRAETER, NVLLI PINGERE NOS LICEAT.
27 ANNVIT HIS VOTIS SUMMI REGNATOR OLYMPI 28 ET IUVENEM SUBITO SYDERA AD ALTA TULIT, 29 UT POSSET MELIUS CHARITUM SIMULACRA REFERRE 30 PRAESENS ET NUDAS CERNERET INDE DEAS.
Et appresso quest'altro ancora: DISTINCTOS HOMINI QUANTUM NATURA CAPILLOS EFFICIT, ANTONI DEXTRA LEVIS DOCUIT. EFFIGIES ILLI VARIAS TERRAEQUE MARISQUE NOBILE AD ORNANDAS INGENIUM FUERAT. COREGIUM PATRIA, ERIDANUS MIRANTUR ET ALPES, MOESTAQUE PICTORUM TURBA DOLET TUMULO.
Fu in questo tempo medesimo Andrea del Gobbo milanese, pittore e coloritore molto vago, di mano del quale sono sparse molte opere nelle case per Milano sua patria; et alla Certosa di Pavia una tavola grande con la Assunzione di Nostra Donna, ma imperfetta per la morte che li sopravenne; la qual tavola mostra quanto egli fusse eccellente et amatore delle fatiche della arte.

 III,4.Piero di Cosimo Chi pensasse a' pericoli de' virtuosi et a gli incomodi che e' sopportano ne la vita, si starebbe per avventura assai bene lontano da la virt. Considerando massimamente che, se bene ella fa di bellissimi ingegni, ella ne fa ancora de' tanto astratti e difformi da gli altri, che fuggendo la pratica de gli uomini, cercano solamente la solitudine. Il che faccendo a comodo loro, incorrono in maggiore incommodo de vita, e lasciandosi manomettere da la nebbia de la dappocaggine, mostrano a' popoli fare ci che e' fanno, per lo amore che e' portano a la filosofia anzi pi tosto furfanteria, che tale  veramente questa loro. E certamente non  che il bene et il buono non li piaccia, e che avendone non l'usassero, ma faccendo de la necessit virt, non vogliono che altri vada ne le stanze loro, per non vedere le loro meschinit ricoperte da bizzarria o da altro spirito filosofico. Et hanno questi il core tanto amaro nel vedere l'azzioni d'altri studiosi et eccellenti, considerando il monte d'altri esser maggior del loro, che sotto spezie di dolcezza danno morsi terribili, i quali le pi volte tornano in danno loro, s come la stessa vita fantastica gli conduce a fini miserabili; come apertamente pot vedersi in tutte le azzioni di Piero di Cosimo. Il quale a la virt che egli ebbe, se fusse stato pi domestico et amorevole verso gli amici, il fine de la sua vecchiezza non sarebbe stato meschino; e le fatiche durate da lui ne la giovanezza gli sarebbono state alimento fino a la morte, dove non facendo servigio alcuno, non pot essere mentre che visse aiutato da nessuno.
Ma venendo pi al particulare, dico che mentre che Cosimo Rosselli lavorava in Fiorenza, gli fu raccomandato un giovanetto per dovere imparar l'arte della pittura, di et di anni XII, il cui nome fu Piero; il quale aveva da natura uno spirito molto elevato, et era molto stratto e vario di fantasia, dagli altri giovani che stavono con Cosimo per imparare la medesima arte. Costui era qualche volta tanto intento a quello che faceva, che ragionando di qualche cosa, come suole avenire, nel fine del ragionamento bisognava rifarsi da capo a ricontargnene, essendo ito col cervello ad un'altra sua fantasia. Era costui tanto amico de la solitudine, che non aveva piacere se non quando pensoso da s solo poteva andarsene fantasticando e fare i suoi castelli in aria. Volevagli un ben grande Cosimo suo maestro, per che se ne serviva talmente ne le opere sue, che spesso spesso gli faceva condurre molte cose che erano d'importanza, conoscendo che Piero aveva e pi bella maniera e miglior giudizio di lui. Per questo lo men egli seco a Roma, quando vi fu chiamato da Papa Sisto per far le storie de la cappella, in una de le quali Piero fece un paese bellissimo, come si disse nella vita di Cosimo.
Fece et in Fiorenza molti quadri a pi cittadini, sparsi per le lor case, che ne ho visti de' molto buoni, e cos diverse cose a molte altre persone; e ne la chiesa di Santo Spirito di Fiorenza lavor alla cappella di Gino Capponi una tavola, che vi  dentro una Visitazione di Nostra Donna, con San Nicolao et un Santo Antonio che legge con un par d'occhiali al naso, che  molto pronto. Quivi contraffece un libro di carta pecora un po' vecchio, che par vero, e cos certe palle a quel San Niccol con certi lustri ribattendo i barlumi et i riflessi l'una nella altra, che si conosceva infino allora la stranezza del suo cervello et il cercare che e' faceva de le cose difficili. E bene lo dimostr meglio dopo la morte di Cosimo, che egli del continuo stava rinchiuso e non si lasciava veder lavorare, e teneva una vita da uomo pi tosto bestiale che umano. Non voleva che le stanze si spazzassino, voleva mangiare allora che la fame veniva, e non voleva che si zappasse o potasse i frutti dello orto, anzi lasciava crescere le viti et andare i tralci per terra, et i fichi non si potavon mai, n gli altri alberi, anzi si contentava veder salvatico ogni cosa, come la sua natura, allegando che le cose d'essa natura bisogna lassarle custodire a lei, senza farvi altro.
Recavasi spesso a veder o animali o erbe o qualche cosa, che la natura fa per istranezza et accaso di molte volte; e ne aveva un contento e una satisfazione che lo furava tutto a se stesso. E replicavalo ne' suoi ragionamenti tante volte, che veniva talvolta, ancor che e' se n'avesse piacere, a fastidio. Fermavasi talora a considerare un muro dove lungamente fusse stato sputato da persone malate, e ne cavava le battaglie de' cavagli e le pi fantastiche citt e pi gran paesi che si vedesse mai; simil faceva de i nuvoli de la aria. Diede opera al colorire a olio, avendo visto certe cose di Lionardo fumeggiate, e finite con quella diligenzia estrema, che soleva Lionardo quando e' voleva mostrar l'arte, e cos Piero piacendoli quel modo cercava imitarlo, quantunque egli fusse poi molto lontano da Lionardo e da l'altre maniere assai stravagante. Perch bene si pu dire che e' la mutasse quasi acci che e' faceva. E se Piero non fusse stato tanto astratto, et avesse tenuto pi conto di s nella vita, che egli non fece, arebbe fatto conoscere il grande ingegno che egli aveva, di maniera che sarebbe stato adorato, dove egli per la bestialit sua fu pi tosto tenuto pazzo, ancora che egli non facesse male se non a s solo nella fine, e benefizio et utile con le opere a la arte sua. Per la qual cosa doverrebbe sempre ogni buono ingegno et ogni eccellente artefice ammaestrato da questi esempli aver gli occhi alla fine.
Fu allogato a Piero una tavola a la cappella de' Tedaldi nella chiesa de' frati de' Servi, dove eglino tengono la veste et il guanciale di Filippo lor frate, nella quale finse la Nostra Donna ritta, che  rilevata da terra in un dado e con un libro in mano, senza il Figliuolo, alza la testa al cielo, e sopra quella  lo Spirito Santo che la illumina. N ha voluto che altro lume che quello che fa la colomba, lumeggi e lei e le figure che le sono intorno, come una Santa Margherita et una Santa Caterina che la adorano ginocchioni, e ritti son a riguardarla San Pietro e San Giovanni Evangelista, insieme con San Filippo frate de' Servi e Santo Antonino arcivescovo di Firenze. Oltra che vi fece un paese bizzarro, e per gli alberi strani e per alcune grotte, e per il vero ci sono parti bellissime, come certe teste che mostrano e disegno e grazia, oltra il colorito molto continovato. E certamente che Piero possedeva grandemente il colorire a olio. Fecevi la predella con alcune storiette piccole, molto ben fatte; et infra l'altre ve n' una, quando Santa Margherita esce de 'l ventre del serpente, che per aver fatto quello animale e contraffatto e brutto, non penso che in quel genere si possa veder meglio, mostrando il veleno per gli occhi, il fuoco e la morte, in uno aspetto veramente pauroso. E certamente che simil cose non credo che nessuno le facesse meglio di lui n le imaginasse a gran pezzo, come ne pu render testimonio un mostro marino, che egli fece e don al Magnifico Giuliano de' Medici, che per la deformit sua  tanto stravagante, bizzarro e fantastico, che pare impossibile che la natura usasse e tanta deformit e tanta stranezza nelle cose sue.
Questo monstro  oggi ne la guardarobba del duca Cosimo de' Medici, cos come egli  appresso di S<ua> E<ccellenzia> pur di mano di Piero un libro d'animali de la medesima sorte, bellissimi e bizzarri, tratteggiati di penna diligentissimamente e con una pazienza inestimabile condotti. Il quale libro gli fu donato da M<esser> Cosimo Bartoli proposto di San Giovanni mio amicissimo e di tutti i nostri artefici, come quello che sempre si  dilettato et ancora si diletta di tale mestiero.
Fece parimente in casa di Francesco del Pugliese intorno a una camera diverse storie di figure piccole, n si pu esprimere la diversit de le cose fantastiche che egli in tutte quelle si dilett dipignere, e di casamenti e d'animali e di abiti e strumenti diversi, et altre fantasie che gli sovennono, per essere storie di favole, come un quadro di Marte e Venere con i suoi amori e Vulcano, fatto con una grande arte e con una pazienza incredibile. Dipinse Piero per Filippo Strozzi Vecchio, un quadro di figure piccole, quando Perseo libera Andromeda da 'l monstro, che v' dentro certe cose assai belle. Il quale  oggi in camera di Lorenzo suo figliuolo.
Era molto amico di Piero lo Spedalingo de li Innocenti, e volendo far fare una tavola che andava all'entrata di chiesa a man manca, la allog a Piero, il quale con suo agio la condusse al fine, ma prima fece disperare lo Spedalingo; che non ci fu mai ordine che la vedesse se non finita, e quanto ci gli paresse strano, e per l'amicizia e per il sovvenillo tutto il d di danari e non vedere quel che si faceva, egli stesso lo dimostr, che all'ultima paga non gliele voleva dare se non vedeva l'opera. Ma minacciato da Piero che guasterebbe quel che aveva fatto, fu forzato dargli il resto, e con maggior collora che prima aver pazienza che la mettesse su, et in questa sono veramente assai cose buone.
Prese a fare per una cappella una tavola ne la chiesa di San Piero Gattolini, e vi fece una Nostra Donna a sedere con quatro figure intorno e due angeli in aria che la incoronano. Opera condotta con tanta diligenzia, che n'acquist lode et onore. Fece una tavoletta de la Concezzione nel tramezzo de la chiesa di S. Francesco da Fiesole, la quale  assai buona cosetta, sendo le figure non molto grandi. Lavor per Giovan Vespucci, che stava dirimpetto a San Michele della via de' Servi, dove  oggi di Pier Salviati alcune storie baccanarie che sono intorno a una camera, nelle quali fece s stran' fauni, satiri e silvani e putti e baccanti, che  una maraviglia a vedere la diversit de' zaini e delle vesti e la variet delle cere caprine, con una grazia et imitazione verissima. E`vvi in una storia Sileno a cavallo su uno asino con molti fanciulli, chi lo regge e chi gli d bere, e si vede una letizia al vivo fatta con grande ingegno. E nel vero si conosce in quel che si vede di suo, uno spirito molto vario et astrattato da gli altri, et una certa sottilit nello investigare certe sottigliezze della natura, che penetrano, senza guardare a tempo o fatiche, solo per suo diletto e per il piacere della arte; e non poteva gi essere altrimenti, perch innamorato di lei, non curava de' suoi comodi, e si riduceva a mangiar continuamente ova sode, che per rispiarmare il fuoco, le coceva quando faceva bollir la colla; e non sei o otto per volta, ma una cinquantina, tenendole in una sporta, che consumava a poco a poco. Nella quale vita cos strattamente godeva, che l'altre appetto alla sua gli parevano servit. Aveva a noia il piagner de' putti, il tossir de gli uomini, il suono delle campane, il cantar de' frati; e quando diluviava il cielo d'acqua, aveva piacere di veder rovinarla a piombo da' tetti e stritolarsi per terra. Aveva paura grandissima de saette, e quando e' tonava straordinariamente, si inviluppava nel mantello e, serrato le finestre e l'uscio della camera, si recava in un cantone finch passasse la furia.
Nel suo ragionamento era tanto diverso e vario, che qualche volta diceva s belle cose che faceva crepar delle risa altrui. Ma per la vecchiezza vicino gi ad anni 80, era fatto s strano e fantastico, che non si poteva pi seco.
Non voleva che i garzoni gli stessino intorno, di maniera che ogni aiuto per la sua bestialit gli era venuto meno.
Venivagli voglia di lavorare, e per il parletico non poteva.
Et entrava in una collora, che voleva sgarare le mani che stessino ferme, e mentre che e' borbotava, o gli cadeva la mazza da poggiare o veramente i pennelli, che era una compassione. Adiravasi con le mosche, e gli dava noia infino a l'ombra; e cos ammalatosi di vecchiaia, e visitato pure da qualche amico, era pregato che dovesse acconciarsi con Dio: ma non li pareva avere a morire, e tratteneva altrui d'oggi in domane; non che e' non fussi buono, e' non avessi fede, ch era zelantissimo, ancor che nella vita fusse bestiale. Ragionava qualche volta de' tormenti che per i mali fanno distruggere i corpi e quanto stento patisce chi consumando gli spiriti a poco a poco si muore, il che  una gran miseria. Diceva male de' medici, degli speziali e di coloro che guardano gli ammalati e che gli fanno morire di fame; oltra i tormenti de gli sciloppi, medicine, cristeri et altri martorii, come il non essere lasciato dormire quando tu hai sonno, il fare testamento, il veder piagnere i parenti e lo stare in camera al buio, e lodava la giustizia, che era cos bella cosa l'andare a la morte; e che si vedeva tanta aria e tanto popolo; che tu eri confortato con i confetti e con le buone parole; avevi il prete et il popolo che pregava per te; e che andavi con gli angeli in Paradiso; che aveva una gran sorte chi n'usciva a un tratto. E faceva discorsi e tirava le cose a' pi strani sensi che si potesse udire. Laonde per s strane sue fantasie vivendo stranamente si condusse a tale, che una mattina fu trovato morto appi d'una scala, l'anno MDXXI. Et in San Pier Maggiore gli fu dato sepoltura; n  mancato poi chi per le sue azzioni gli abbi fatto memoria di epitaffi, che metto solamento questo: PIERO DI COSIMO PITTOR F<IORENTINO>.
38 S'IO STRANO, E STRANE FVR LE MIE FIGVRE, 39 DIEDI IN TALE STRANEZZA E GRAZIA ET ARTE; 40 E CHI STRANA IL DISEGNO A PARTE A PARTE 41 DA` MOTO, FORZA E SPIRTO ALLE PITTURE.
Molti furono i discepoli di costui, e tali che non accade farne menzione, se non di Andrea del Sarto, il quale per il vero fu pi raro e pi eccellente di Piero, come dimostrano l'opere sue. E di costui al suo luogo faremo la Vita.

 III,5.Bramante Di grandissimo giovamento alla architettura fu veramente il moderno operare di Filippo Brunellesco, avendo egli contrafatto l'opere egregie de' pi dotti e maravigliosi antichi, per esemplo tolti da lui, a questa nuova imitazione del buono et a conservazione del bello, ch'egli poi seguitando gli edifici, mise a luce nell'opere sue. Ma non fu manco necessario a 'l secolo nostro il creare Giulio II, Pontefice animoso, e nel lasciar memorie di s curiosissimo, perch stante questa sua ardentissima voglia, era necessario che Bramante in questo tempo nascesse, acci seguitando le vestigie di Filippo, facesse a gli altri dopo lui strada sicura nella professione della architettura, essendo egli di animo, valore, ingegno e scienza in quella arte non solamente teorico, ma pratico et esercitato sommamente. N poteva la natura formare uno ingegno pi spedito, che esercitasse e mettesse in opera le cose della arte, con maggiore invenzione e misura e con tanto fondamento quanto costui. Giov ben molto alla virt sua il trovare un principe, il che a gli ingegni grandi avviene rare volte, a le spese del quale e' potesse mostrare il valore dello ingegno suo e quelle artificiose difficult che nella architettura mostr Bramante. La virt del quale si estese tanto ne gli edifici da lui fabricati, che le modanature delle cornici, i fusi delle colonne, la grazia de' capitegli, le base, le mensole et i cantoni, le volte, le scale, i risalti et ogni ordine d'architettura tirato per consiglio o modello di questo artefice, riusc sempre maraviglioso a chiunque lo vide. Laonde quello obligo eterno che hanno gli ingegni che studiano sopra i sudori antichi, mi pare che ancora lo debbano avere alle fatiche di Bramante. Perch se pure i Greci furono inventori della architettura et i Romani imitatori, Bramante non solo imitandogli con invenzion nuova ci insegn, ma ancora bellezza e difficult accrebbe grandissima all'arte, la quale per lui imbellita oggi veggiamo.
Costui nacque in Castello Durante nello Stato di Urbino, d'una povera persona, ma di buone qualit. E nella sua fanciullezza oltra il leggere e lo scrivere, si esercit grandemente nello abbaco. Ma il padre che aveva bisogno che e' guadagnasse, vedendo che egli si dilettava molto de 'l disegno, lo indirizz ancora fanciulletto a l'arte della pittura, nella quale studi egli molto le cose di fra' Bartolomeo, altrimenti fra' Carnovale da Urbino, che fece la tavola di Santa Maria della Bella in Urbino. Ma perch egli sempre si dilett de la architettura e de la prospettiva, si part da Castel Durante e, condottosi in Lombardia, andava ora in questa ora in quella citt, lavorando il meglio che e' poteva. Non per cose di grande spesa o di molto onore, non avendo ancora n nome n credito. Per il che deliberatosi di vedere almeno qualcosa notabile, si trasfer a Milano per vedere il duomo, dove allora si trovava un Cesare Cesariano, reputato buono geometra e buono architettore, il quale coment Vitruvio e, disperato di non averne avuto quella remunerazione che egli si aveva promessa, divent s strano che non volse pi operare, e divenuto salvatico mor pi da bestia che da persona. Eravi ancora un Bernardino da Triviglio milanese, ingegnere et architettore del duomo e disegnatore grandissimo, il quale da Lionardo da Vinci fu tenuto maestro raro, ancora che la sua maniera fusse crudetta et alquanto secca nelle pitture.
Vedesi di costui in testa del chiostro delle Grazie una Resurressione di Cristo, con alcuni scorti bellissimi, et in San Francesco una cappella a fresco, dentrovi la morte di San Piero e di San Paulo.
Ma per tornare a Bramante, considerata che egli ebbe questa fabbrica e conosciuti questi ingegneri, si inanim di sorte che egli si risolv del tutto darsi a l'architettura.
Laonde, partitosi da Milano, se ne venne a Roma innanzi lo Anno Santo del MD, dove conosciuto da alcuni suoi amici e del paese e lombardi, gli fu dato da dipignere a San Giovanni Laterano sopra la porta santa che s'apre per il Giubbileo, una arme di Papa Alessandro VI lavorata in fresco, con angeli e figure che la sostengono. Aveva Bramante recato di Lombardia e guadagnati in Roma a fare alcune cose, certi danari; i quali con una masserizia grandissima spendeva, desideroso poter viver del suo et insieme, senza avere a lavorare, potere agiatamente misurare tutte le fabriche antiche di Roma. E messovi mano, solitario e cogitativo se n'andava; e fra non molto spazio di tempo misur quanti edifizii erono in quella citt e fuori per la campagna. E scoperto in questo modo l'animo di Bramante, il Cardinale di Napoli datoli d'occhio prese a favorirlo. Donde Bramante seguitando lo studio, essendo venuto voglia al cardinal detto di far rifare a' frati della Pace il chiostro di trevertino, ebbe il carico di questo chiostro. Per il che desiderando di acquistare e di gratuirsi molto quel cardinale, si messe a l'opera con ogni industria e diligenzia, e prestamente e perfettamente la condusse al fine. Et ancora che egli non fusse di tutta bellezza, gli diede grandissimo nome, per non essere in Roma molti che attendessino alla architettura con tanto amore, studio e prestezza, quanto Bramante. Pervenne la fama di questa prestezza a gli orecchi di Giulio secondo, il quale perci gli messe in mano l'opera de i corridori di Belvedere, i quali furono da lui con grandissima prestezza condotti. Et era tanta la furia di lui che faceva, e del papa che aveva voglia che tali fabriche non si murassero ma nascessero, che i fondatori portavano di notte la sabbia et il pancone fermo della terra, e la cavavano di giorno in presenza a Bramante, perch'egli senza altro vedere faceva fondare. La quale inavvertenza fu cagione che le sue fatiche sono tutte crepate e stanno a pericolo di ruinare, come fece questo medesimo corridore, del quale un pezzo di braccia ottanta ruin a terra al tempo di Clemente VII e fu rifatto poi da Papa Paulo III, et egli ancora lo fece rifondare e ringrossare.
Sono di suo in Belvedere molte salite di scale variate secondo i luoghi suoi alti e bassi, cosa bellissima con ordine dorico, ionico e corinzio, opera condotta con somma grazia. Et aveva di tutto fatto un modello, che dicono essere stato cosa maravigliosa, come ancora si vede il principio di tale opera cos imperfetta. Fece oltra questo una scala a chiocciola su le colonne che salgono, s che a cavallo vi si camina, nella quale il dorico entra nello ionico e cos nel corinzio, e de l'uno salgono ne l'altro: cosa condotta con somma grazia e con artifizio certo eccellente; la quale non gli fa manco onore che cosa che sia quivi di man sua. Per il che merit da 'l papa, che sommamente lo amava per le sue virt, di essere fatto degno dell'ufficio del Piombo, nel quale fece uno edificio da improntar le bolle con una vite molto bella. Si risolv il papa di mettere in strada Giulia, da Bramante indrizzata, tutti gli uffici e le ragioni di Roma in un luogo, per la comodit ch'a i negoziatori averia recato nelle faccende, essendo continuamente fino allora state molto scomode. Onde Bramante diede principio al palazzo ch'a San Biagio su 'l Tevere si vede, nel quale  ancora un tempio corinzio non finito, cosa molto rara, et il resto del principio di opera rustica bellissimo.
Fece ancora a San Pietro a Montorio di trevertino nel primo chiostro un tempio tondo, del quale non pu di proporzione, ordine e variet imaginarsi, e di grazia il pi garbato n meglio inteso; e molto pi bello sarebbe se fusse tutta la fabbrica del chiostro, che non  finita, condotta come si vede in un suo disegno. Fece fare in Borgo il palazzo che fu di Raffaello da Urbino lavorato di mattoni e di getto con casse le colonne, e le bozze di opera dorica e rustica, cosa molto bella et invenzion nuova del fare le cose gettate.
Fece ancora il disegno et ordine dell'ornamento di Santa Maria da Loreto, che da Andrea Sansovino fu poi continuato, et infiniti modelli di palazzi e tempii, i quali sono in Roma e per lo Stato della Chiesa. Era tanto terribile l'ingegno di questo maraviglioso artefice, che e' rifece un disegno grandissimo per restaurare e dirizzare il palazzo del papa. E tanto gli era cresciuto l'animo vedendo le forze del papa e la volont sua corrispondere allo ingegno et alla voglia che esso aveva, che sentendolo avere volont di buttare in terra la chiesa di Santo Pietro per rifalla di nuovo, gli fece infiniti disegni. Ma fra gli altri ne fece uno che fu molto mirabile, dove egli mostr quella intelligenzia che si poteva maggiore. E cos resoluto il papa di dar principio alla grandissima e terribilissima fabbrica di San Pietro, ne fece rovinare la met e, postovi mano con animo che di bellezza, arte, invenzione et ordine, cos di grandezza, come di ricchezza e d'ornamento avessi a passare tutte le fabbriche che erano state fatte in quella citt dalla potenzia di quella republica, e dall'arte et ingegno di tanti valorosi maestri, con la solita prestezza la fond; et in gran parte innanzi alla morte del papa e sua, la tir alta fino a la cornice, dove sono gli archi a tutti i quattro pilastri e volt quegli con somma prestezza et arte. Fece ancora volgere la cappella principale, dov' la nicchia, attendendo insieme a far tirare inanzi la cappella che si chiama del Re di Francia.
Egli trov in tal lavoro il modo del buttar le volte con le casse di legno, che, intagliate, vengano co' suoi fregi e fogliami di mistura di calce; e mostr ne gli archi, che sono in tale edificio, il modo del voltargli con i ponti impiccati, come abbiamo veduto seguitare poi da Anton da San Gallo. Vedesi in quella parte, ch' finita di suo, la cornice che rigira attorno di dentro correre in modo, con grazia, che il disegno di quella non pu nessuna mano meglio in essa levare e sminuire. Si vede ne' suoi capitegli, che sono a foglie di ulivo di dentro, et in tutta l'opera dorica di fuori stranamente bellissima, di quanta terribilit fosse l'animo di Bramante; che invero s'egli avesse avuto le forze eguali allo ingegno, di che aveva adorno lo spirito, certissimamente avrebbe fatto cose inaudite pi che non fece.
Fu persona molto allegra e piacevole, e si dilett sempre di giovare a' prossimi suoi. E dicesi che non fu molto inclinato a la religione, ma amicissimo delle persone ingegnose e favorevole a quelle in ci che e' poteva; come si vede che egli fece al grazioso Raffaello Sanzio da Urbino, pittor celebratissimo, che da lui fu condotto a Roma. Sempre splendidissimamente si onor e visse, et al grado, dove i meriti della sua vita l'avevano posto, era niente quel che aveva a petto a quello che egli avrebbe speso. Dilettavasi de la poesia, e volentieri udiva e diceva in proviso in su la lira, e componeva qualche sonetto, se non cos delicato come si usa ora, grave almeno e senza difetti. Fu grandemente stimato da i prelati e presentato da infiniti signori che lo conobbero. Ebbe in vita grido grandissimo e maggiore ancora dopo morte, perch la fabbrica di San Piero rest a dietro molti anni. Visse Bramante anni LXX et in Roma con onoratissime esequie fu portato dalla corte del papa e da tutti gli scultori, architettori e pittori. Fu sepolto in San Piero l'anno MDXIIII. Et  stato di poi onorato con questo epitaffio: 21  MAGNUS ALEXANDER, MAGNAM CUM CONDERET URBEM 22 NILIACIS ORIS, DINOCRATEN HABUIT.
23 SED SI BRAMANTEM TELLUS ANTIQUA TULISSET, 24 HIC MACEDUM REGI GRATIOR ESSET EO.
Fu di grandissima perdita all'architettura la morte di Bramante, il quale fu investigatore di molte buone arti, aggiunse a quella, come l'invenzione del buttar le volte di getto e lo stucco, l'uno e l'altro usato da gli antichi, ma stato perduto da le ruine loro fino al suo tempo. Onde quegli che vanno misurando le cose antiche d'architettura, trovano in quelle di Bramante non meno scienza e disegno che si faccino in tutte quelle. Onde pu rendersi a quegli che conoscono tal perfessione, uno de gli ingegni rari che hanno illustrato il secol nostro. Lasci suo domestico amico Giulian Leno, che molto valse nelle fabbriche de' tempi suoi.

 III,6.Fra' Bartolomeo Rare volte fa la natura nascere un buono ingegno et uno artefice mansueto: che di quiete e di bont in qualche tempo non lo provegga come ella fece a Baccio da la Porta a San Piero Gattolini di Fiorenza, al secolo cos detto, pittore tenuto eccellente e coloritore vago e raro. Stette costui nella sua giovanezza con Cosimo Roselli per i primi principii della pittura, per la quale egli punto dalle concorrenze de gli artefici suoi, per il voto dello onore fece molte fatiche nella giovanezza sua; et in quelle perseverando, pervenne ad ultima perfezzione di quel grado, che per fama e per opre s'acquista studiando. Si part da Cosimo, e lavor alla porta San Piero Gattolini nelle sue case, nelle quali fece molti quadri di pittura. Per il che la fama sua si divulg talmente, che da Gerozzo di Monna Venna Dini gli fu fatta allogazione d'una cappella nel cimiterio, dove sono l'ossa de' morti nello spedale di Santa Maria Nuova, e cominciovi un Giudicio a fresco, il quale condusse con tanta diligenza e bella maniera in quella parte ch'e' fin, che acquistandone grandissima fama, oltra quella che aveva, molto fu celebrato per aver egli con bonissima considerazione espresso la gloria del Paradiso e Cristo con i dodici Apostoli giudicare le dodici trib, le quali con bellissimi panni sono morbidamente colorite. Oltra che si vede nel disegno, che rest a finirsi, queste figure che sono ivi tirate all'Inferno, la disperazione, il dolore e la vergogna della morte eterna; cos come si conosce la contentezza e la letizia che sono in quelle che si salvano; ancora che questa opera rimanesse imperfetta, avendo egli pi voglia d'attendere alla religione che alla pittura.
Perch trovandosi in questi tempi in San Marco fra' Girolamo Savonarola da Ferrara, dell'ordine de' Predicatori, teologo famosissimo, e continovando Baccio la udienza delle prediche sue, per la devozione che in esso aveva, prese strettissima pratica con lui e dimorava quasi continuamente in convento avendo anco con gli altri frati fatto amicizia.
Avvenne che un giorno si levarono le parti contrarie a fra' Girolamo per pigliarlo e metterlo nelle forze della giustizia, per le sedizioni che aveva fatte in quella citt.
Il che vedendo, gli amici del frate si ragunarono essi ancora, in numero pi di cinquecento, e si rinchiusero dentro in San Marco; e Baccio insieme con esso loro, per la grandissima affezzione che egli aveva a quella parte. Vero  che essendo pure di poco animo, anzi troppo timido e vile, sentendo poco appresso dare la battaglia al convento e ferire et uccidere alcuni, cominci a dubitare fortemente di se medesimo. Per il che fece voto, se e' campava da quella furia, di vestirsi subito l'abito di quella religione, et interamente poi lo osserv. Con ci sia che finito il rumore e preso e condannato il frate alla morte, egli in quello stesso convento si fece frate, con grandissimo dispiacere di tutti gli amici suoi, che infinitamente si dolsero di averlo perduto, e massime per sentire che egli aveva postosi in animo di non attendere pi alla pittura. Laonde Mariotto Albertinelli, fido amico e compagno suo, a preghi di Gerozzo Dini prese le robbe da fra' Bartolomeo, che cos lo chiam il priore nel vestirgli l'abito, e l'opra dell'ossa di Santa Maria Nuova condusse a fine. Stavasi fra' Bartolomeo in convento non attendendo ad altro che a gli uffici divini et alle cose della regola, ancora che pregato molto dal priore e da gli amici suoi pi cari che e' facesse qualche cosa di pittura. Et era gi passato il termine di quattro anni che egli non aveva voluto lavorar nulla, ma stretto poi da Bernardo del Bianco, amico suo e del priore, infine cominci a olio nella badia di Fiorenza una tavola di San Bernardo che scrive, e nel vedere la Nostra Donna, portata col putto in braccio da molti angeli e putti da lui coloriti pulitamente, sta tanto contemplativo, che bene si conosce in lui un non so che di celeste che resplende in quella opera, a chi la considera attentamente, dove molta diligenza et amor pose, insieme con uno arco lavorato a fresco che vi  sopra. Fece ancora alcuni quadri per Giovanni Cardinale de' Medici, e dipinse per Agnolo Doni un quadro di una Nostra Donna.
Venne in questo tempo Raffaello da Urbino pittore a imparare l'arte a Fiorenza et insegn i termini buoni della prospettiva a fra' Bartolomeo; perch essendo Raffaello volonteroso di colorire nella maniera del frate, e piacendogli il maneggiare i colori e lo unir suo, con lui di continuo si stava. Fece in quel tempo una tavola con infinit di figure in San Marco di Fiorenza, oggi  appresso al Re di Francia che fu a lui donata, et in San Marco molti mesi si tenne a mostra. Poi ne dipinse un'altra in quel luogo, dove  posto infinito numero di figure, in cambio di quella che si mand in Francia, nella quale sono alcuni fanciulli in aria che volano tenendo un padiglione aperto, con arte e con buon disegno e rilievo tanto grande, che paiono spiccarsi da la tavola e coloriti di colore di carne mostrano quella bont e quella bellezza, che ogni artefice valente cerca di dare alle cose sue, la quale opera ancora oggi per eccellentissima si tiene. Sono molte figure in essa intorno a una Nostra Donna tutte lodatissime, ma tra l'altre vi fece un S. Bartolomeo ritto, che merita lode grandissima insieme con due fanciulli che suonano uno il liuto e l'altro la lira, a l'un de' quali ha fatto raccorre una gamba e posarvi su lo strumento, le man poste alle corde in atto di diminuire, l'orecchio intento all'armonia e la testa volta in alto, con la bocca alquanto aperta, d'una maniera, che chi lo guarda non pu discredersi di non avere a sentire ancor la voce. Simile fa l'altro, che acconcio per lato, con uno orecchio appoggiato alla lira, par che senta l'accordamento che fa il suono con il liuto e con la voce mentre che facendo tenore egli con gli occhi a terra va seguitando, con tener fermo e volto l'orecchio compagno che suona e canta, avvertenzie e spiriti veramente ingegnosi e cos stando quelli a sedere e vestiti di velo, che maravigliosi et industriosamente dalla dotta mano di fra' Bartolomeo sono condotti, e tutta l'opera con ombra scura sfumatamente cacciata.
Fece poco tempo dopo un'altra tavola dirimpetto a quella, la quale  tenuta buona, dentrovi la Nostra Donna et altri santi intorno Merit lode straordinaria avendo introdotto un modo di fumeggiar le figure, che all'ottima arte aggiungono unione maravigliosa talmente che paiono di rilievo e vive, lavorate con ottima maniera a perfezzione. Sentendo egli nominare l'opre egregie di Michele Agnolo fatte a Roma cos quelle del grazioso Rafaello, sforzato dal grido che di continuo udiva de le maraviglie fatte da i due divini artefici, con licenza del priore si trasfer a Roma dove, trattenuto da fra' Mariano Fetti, frate del Piombo, a Monte Cavallo e San Salvestro luogo suo gli dipinse due quadri di San Pietro e San Paolo. E perch non gli riusc molto il far bene in quella aria, come aveva fatto nella fiorentina, atteso che fra le antiche e moderne opere che vide, et in tanta copia, stord di maniera che grandemente scem la virt e la eccellenza che gli pareva avere, deliber di partirsi. E lasci a Rafaello da Urbino che finisse uno de' quadri, il quale non era finito, che fu il San Pietro, il quale tutto ritocco di mano del mirabile Rafaello, fu dato a fra' Mariano. E cos se ne torn a Fiorenza, dove era stato morso pi volte, che non sapeva fare gli ignudi. Volse egli dunque mettersi a prova, e con fatiche mostrare ch'era attissimo ad ogni eccellente lavoro di quella arte, come alcuno altro. Laonde per prova fece in un quadro un San Sebastiano ignudo con colorito molto alla carne simile, di dolce aria e di corrispondente bellezza alla persona parimente finito, dove infinite lode acquist appresso a gli artefici. Dicesi che stando in chiesa per mostra questa figura, avevano trovato i frati nelle confessioni, donne che nel guardarlo s'erano corrotte, per la leggiadra e lasciva imitazione del vivo, datagli dalla virt di fra' Bartolomeo; per il che levatolo di chiesa, lo misero nel capitolo, dove non dimor molto tempo, che da Giovan Battista della Palla comprato, si mand al Re di Francia. Fece sopra l'arco d'una porta per andare in sagrestia in legno a olio un San Vincenzio de l'ordine loro che, figurando quello predicar del giudizio, si vede ne gli atti e nella testa particularmente quel terrore e quella fierezza, che sogliono essere nelle teste de' predicanti quando pi s'affaticano con le minacci de la giustizia di Dio di ridurre gli uomini, ostinati nel peccato, a la vita perfetta, di maniera che non dipinta, ma vera e viva apparisce questa figura a chi la considera attentamente, con s gran rilievo  condotto.
Vennegli capriccio, per mostrare che sapeva fare le figure grandi, sendogli stato detto che aveva maniera minuta, di porre ne la faccia, dove  la porta del coro, il San Marco Evangelista, figura di braccia cinque in tavola condotta con bonissimo disegno e grande eccellenzia. Era tornato da Napoli Salvador Billi, mercatante fiorentino, che inteso la fama di fra' Bartolomeo e visto l'opere sue, li fece fare una tavola, dentrovi Cristo Salvatore, alludendo al nome suo, et i quattro Evangelisti che lo circondano, dove sono ancora due putti a' pi che tengono la palla del mondo, i quali di tenera e fresca carne benissimo sono condotti come l'altra opera tutta; sonvi ancora due profeti molto lodati.
Questa tavola  posta nella Nunziata di Fiorenza sotto l'organo grande, che cos volle Salvadore; et  cosa molto bella e dal frate con grande amore e con gran bont finita, la quale ha intorno l'ornamento de' marmi, tutto intagliato.
Accade che, avendo egli bisogno di pigliare aria, il priore allora amico suo lo mand fuora ad un lor monasterio, nel quale mentre che egli stette, accompagn ultimamente per l'anima e per la casa l'operazione de le mani alla contemplazion de la morte. E fece a San Martino in Lucca una tavola dove a' pi d'una Nostra Donna  uno agnoletto, che suona un liuto, insieme con Santo Stefano e San Giovanni, con bonissimo disegno e colorito, mostrando in quella la virt sua. Similmente in San Romano fece una tavola in tela, dentrovi una Nostra Donna de la Misericordia, posta su un dado di pietra et alcuni angeli che tengono il manto, e figur con essa un popolo su certe scalee chi ritto, chi a sedere, chi in ginocchioni, i quali risguardano un Cristo in alto, che manda saette e folgori addosso a' popoli.
Certamente mostr fra' Bartolomeo in questa opera possedere molto il diminuire l'ombre della pittura e gli scuri di quella con grandissimo rilievo operando, dove le difficult dell'arte mostr con rara et eccellente maestria e colorito, disegno et invenzione.
Nella chiesa medesima dipinse un'altra tavola pure in tela dentrovi un Cristo e Santa Caterina martire insieme con Santa Caterina da Siena ratta da terra in spirito, che  una figura de la quale in quel grado non si pu far meglio.
Ritornando egli in Fiorenza, diede opera alle cose di musica e di quelle molto dilettandosi alcune volte per passar tempo usava cantare. Dipinse a Prato dirimpetto alle carcere una tavola d'una Assunta e fece in casa Medici alcuni quadri di Nostre Donne et altre pitture ancora a diverse persone. In Arezzo in badia de' monaci neri fece la testa d'un Cristo in iscuro cosa bellissima; e la tavola della Compagnia de' Contemplanti, la quale s' conservata in casa del Magnifico M<esser> Ottaviano de' Medici. Nel noviziato di San Marco nella cappella una tavola della Purificazione molto vaga e con disegno condusse a buon fine. Et a Santa Maria Maddalena luogo di detti frati fuor di Fiorenza, dimorandovi per suo piacere, fece un Cristo et una Maddalena, e per il convento alcune cose dipinse in fresco; similmente lavor in fresco uno arco sopra la foresteria di San Marco, et in questo dipinse Cristo con Cleofas e Luca, dove ritrasse fra' Niccol della Magna, quando era giovane, il quale poi Arcivescovo di Capova et ultimamente fu cardinale. Cominci in San Gallo una tavola, la quale fu poi finita da Giuliano Bugiardini. Similmente un quadro de 'l ratto di Diana, il quale  oggi appresso M<esser> Cristoforo Rinieri, amico et amatore di tutti i nostri artefici, che dal detto Giuliano fu colorito, dove sono e casamenti et invenzioni molto lodati.
Gli fu da Piero Soderini allogata la tavola della sala del Consiglio, che di chiaro oscuro da lui disegnata ridusse in maniera ch'era per farsi onore grandissimo. La quale  oggi nella sagrestia di San Lorenzo, onoratamente collocata, cos imperfetta. Perch avendola cominciata e disegnata tutta, avvenne che per il continuo lavorare sotto una finestra, il lume dato di quella addosso percotendogli, da quel lato tutto intenebrato rest, non potendosi movere punto. Onde fu consigliato che andasse al bagno a San Filippo, essendogli cos ordinato da' medici; dove dimorato molto, pochissimo per questo miglior. Era fra' Bartolomeo delle frutte amicissimo et alla bocca molto gli dilettavano, bench alla salute dannosissime gli fossero. Perch una mattina infiniti fichi mangiando, oltra il male che egli aveva, gli sovragiunse una grandissima febbre; la quale in quattro giorni gli fin il corso della vita, d'et d'anni XLVIII, onde egli con buon conoscimento rese l'anima al cielo. Dolse a gli amici suoi et a' frati particolarmente la morte di lui, i quali in San Marco nella sepoltura loro gli diedero onorato sepolcro, l'anno MDXVII, alli otto di ottobre. Era dispensato ne' frati che in coro a ufficio nessuno non andasse; et il guadagno dell'opere sue veniva al convento, restandogli in mano danari per colori e per le cose necessarie del dipignere. Lasci discepoli suoi Cecchino del Frate, Benedetto Ciampanini, Gabriel Rustici, e fra' Paolo Pistolese, al quale rimasero tutte le cose sue, che molte tavole e quadri con que' disegni fece dopo la morte sua.
Diede tanta grazia ne' colori fra' Bartolomeo alle sue figure e quelle tanto modernamente augument di novit, che per tal cosa merita fra i benefattori dell'arte da noi essere annoverato. Et ssene giustamente guadagnato questo epitaffio: FRA' BARTOLOMEO PITTORE.
34 APELLE NEL COLORE, E 'L BVONARROTO 35 IMITAI NEL DISEGNO; E LA NATURA 36 VINSI, DANDO VIGOR 'N OGNI FIGVRA 37 E CARNE ET OSSA E PELLE E SPIRTI E MOTO.

 III,7.M.Albertinelli Di grandissima possanza  un commerzio nell'amicizia che piaccia, et i costumi et una maniera che stringa, a osservare per la dilettazione non solo i gesti nelle azzioni, ma i caratteri, i lineamenti e l'arie nelle figure.
E certamente si vede gli stili che le persone seguono essere quegli che pi ci entrano nel core, sforzandoci del continuo contrafar quegli s bene, che si giudica spesso spesso la medesima mano: dove i giudicii de gli artefici possono appena conoscere la vera da la imitata; come si pu vedere nell'opre dipinte da Mariotto Albertinelli pittore, il quale fu nella domestichezza tanto unito con Baccio della Porta innanzi al suo farsi frate in San Marco, ch'egli continovando senza ch'egli avesse volont seguitare la pittura, i modi della dolcezza nella compagnia a quella arte il condussero. E non lo ne divenne pittor grande, ma imit tanto la maniera del frate, che l'una da l'altra non si conosceva.
Egli cominci tale arte d'et d'anni XX, avendo prima dato opera al battiloro, et in tutto abbandonatolo. Dove prese tanto animo, vedendosi riuscir s bene le cose sue, che imitando la maniera e l'andar del compagno, era da molti presa la mano di Mariotto per quella del frate. Perch intervenendo l'andata di Baccio nel farsi frate di S. Marco, Mariotto per il compagno perduto era quasi smarrito e fuor di se stesso. E s strana gli parve questa novella, che disperato di cosa alcuna non si rallegrava. E se in quella parte Mariotto non avesse avuto a noia il commerzio de' frati, del quale di continuo diceva male, et era della parte che teneva contra la fazzione di frate Girolamo da Ferrara, arebbe l'amore di Baccio operato talmente, che a forza nel convento medesimo col suo compagno si sarebbe incapucciato egli ancora e sarebbesi fatto frate. Ma da Gerozzo Dini, che faceva fare nell'ossa il Giudicio, che Baccio aveva lasciato imperfetto, fu pregato che, avendo quella medesima maniera, gli volesse dar fine. Et inoltre perch v'era il cartone finito di mano di Baccio et altri disegni, e pregato ancora da fra' Bartolomeo, che aveva avuto a quel conto danari e si faceva coscienza di non avere osservato la promessa, Mariotto all'opra diede fine; dove con diligenza e con amore condusse il resto dell'opera, talmente che molti non lo sapendo, pensano che d'una sola mano ella sia lavorata. Per il che tal cosa gli diede grandissimo credito nell'arte.
Lavor alla Certosa di Fiorenza nel capitolo un Crocifisso con la Nostra Donna e la Maddalena appi della Croce et alcuni angeli in aere, che ricolgono il sangue di Cristo, opera lavorata in fresco e con diligenza e con amor assai ben condotta. Ma non parendo che i frati del mangiare a lor modo li trattassero, alcuni suoi giovani, che seco imparavano l'arte, non lo sapendo Mariotto, avevano contrafatto la chiave di quelle finestre onde si porge a' frati la piatanza, la quale risponde in camera loro; et alcune volte secretamente quando a uno e quando a uno altro rubavano il mangiare. Fu molto romore di questa cosa tra' frati: perch de le cose della gola i frati si risentono molto ben come gli altri; e facendo ci i garzoni con molta destrezza, essendo tenuti buone persone, incolpavano coloro alcuni frati che per odio l'un dell'altro il facessero; dove la cosa pur si scoperse un giorno. Perch i frati, acci che il lavoro si finisse, raddoppiarono la piatanza a Mariotto et a' suoi garzoni, i quali con allegrezza e risa finirono quella opera.
Alle monache di San Giuliano di Fiorenza fece la tavola dello altar maggiore, che in Gualfonda lavor in una sua stanza, insieme con un'altra nella medesima chiesa d'un Crocifisso con angeli e Dio Padre, figurando la Trinit in campo d'oro a olio. Era Mariotto persona inquietissima e carnale nelle cose d'amore e di buon tempo nelle cose del vivere; perch, venendogli in odio le sofisticherie e gli stillamenti di cervello della pittura, et essendo spesso dalle lingue de' pittori morso, come  continua usanza in loro e per eredit mantenuta, si risolvette darsi a pi bassa e meno faticosa e pi allegra arte; et aperto una bellissima osteria fuor della porta San Gallo, al ponte Vecchio al Drago, taverna pi che osteria fece, e quella molti mesi tenne, dicendo che aveva presa una arte la quale era senza muscoli, sconti, prospettive e, quel ch'importa pi, senza biasmo, e che quella che aveva lasciata era contraria a questa; perch imitava la carne e 'l sangue, e questa faceva il sangue e la carne, che quivi ognora si sentiva, avendo buon vino, lodare, et a quella ogni giorno si sentiva biasimare.
Ma pure venutogli a noia, rimorso dalla vilt del mestiero, ritorn a la pittura, dove fece per Fiorenza quadri e pitture in casa di cittadini. E lavor a Giovan Maria Benintendi tre storiette di sua mano. Et in casa Medici per la creazione di Leon decimo dipinse a olio un tondo della sua arme con la Fede, la Speranza e la Carit, il quale sopra la porta del palazzo loro stette gran tempo. Prese a fare nella Compagnia di San Zanobi, allato alla canonica di Santa Maria del Fiore, una tavola della Nunziata e quella con molta fatica condusse. Aveva fatto far lumi a posta, et in su l'opera la volle lavorare, per potere condurre le vedute che alte e lontane erano, abbagliate, diminuire e crescere a suo modo. Fecevi alcuni angeli che volano, e fanciulli bellissimi, e intravenendo discordia fra quegli che la facevano fare e Mariotto, Pietro Perugino, allora vecchio, Ridolfo Ghirlandaio e Francesco Granacci la stimarono e d'accordo il prezzo di essa opera insieme acconciarono.
Fece in San Brancazio di Fiorenza in un quadrotto in un mezzo tondo la Visitazione di Nostra Donna, similmente in Santa Trinita lavor in una tavola la Nostra Donna, San Girolamo e San Zanobi con diligenza. Et alla chiesa della Congregazione de' Preti in San Martino fece una tavola della Visitazione molto lodata. Fu condotto al convento de la Quercia fuori di Viterbo, e quivi poi che ebbe cominciata una tavola, gli venne volont di veder Roma, e cos in quella condottosi lavor e fin, a frate Mariano Fetti a San Salvestro di Monte Cavallo alla cappella sua, una tavola a olio con San Domenico, Santa Caterina da Siena che Cristo la sposa, con la Nostra Donna, con una delicata maniera. Et alla Quercia ritornato, dove aveva alcuni amori, a i quali per lo desiderio del non gli avere posseduti, mentre che stette a Roma, volse mostrare ch'era ne la giostra valente, perch fece l'ultimo sforzo. E come quel che non era ne molto giovane n valoroso in cos fatte imprese, fu sforzato mettersi in letto. Di che dando la colpa all'aria di quel luogo, si f portare a Fiorenza in ceste. E non gli valsero aiuti n ristori, che di quel male si mor in pochi giorni d'et d'anni XLV, et in San Pier Maggiore di quella citt fu sepolto. E dopo non molto tempo, fu onorato con questa memoria: 24  MENTE PARUM (FATEOR) CONSTABAM: MENTIS ACUMEN 25 SED TAMEN OSTENDUNT PICTA, FVISSE MIHI.
Furono le sue pitture circa l'anno MDXII.

 III,8.R.del Garbo E` gran cosa che la natura si sforza talora di far uno ingegno, che ne' suoi primi principii fa cose di tanta maraviglia, che gli uomini si promettono di lui che e' debba salir sopra il cielo; e tanta aspettazione si pongano nell'animo, che o per vigore della natura o per capriccio della fortuna lo inalzano fino al mezzo et in un tratto a terra, onde lo levorono, lo ritornano. Talch chi aveva appoggiata tutta le fede in quella persona, tronca i rami della speranza, e non solo tace la impossibilit di colui, ma vitupera il primo moto, che lo mise su salti del venire pi che mortale; n si resta con infinito oprobrio sotterrarlo s, che mai pi de terra non si pu rilevare. N per cosa che fra tante cattive poi operando si faccia buona (tanta forza ha lo sdegno ne gli animi di coloro, i quali aspettavano i miracoli) non lo vogliono riguardare o considerare in maniera alcuna, chiudendosi gli occhi il pi delle volte per non avere a vedere il vero. Laonde sbigottito l'animo dello operante, oltra al divenir d'animo pi vile, di continuo viene in declinazione, e fassi pi debile di forze. E di tali molti se ne veggono in questa arte, et infiniti ancora nelle altre scienzie. Per il che chi ben comincia i principii, trattenendoli con onesti mezzi, rare volte  che non conduca l'opre sue a ottimo fine. Questo non fece Rafaellin del Garbo, pittore aiutato dalla natura nella giovanezza d'ottimo e mirabile ingegno, il quale nel migliore della aspettazione delle genti, si condusse a miglior fine. Fu Rafaellino discepolo di Filippo di fra' Filippo nella sua giovanezza, e molto studioso e desideroso di venire a gli ultimi fini della perfezzione di questa arte, dove segni manifestissimi dimostr, lavorando quando era giovane nella Minerva con Filippo. E parve che la natura nella giovent di costui si sforzasse fare certi principii, il mezzo de i quali fu meno che mediocre, et il fine quasi nulla.
Le prime opere di Rafaello furono lodate nella cappella de' Capponi a San Bartolomeo di Monte Oliveto fuor della porta S. Friano sul monte, dove dipinse in tavola una Resurressione di Cristo, fra le figure della quale sono alcuni soldati, i quali promettevano di lui cose rarissime.
Fece sopra le monache di San Giorgio in muro alla porta della chiesa una Piet con le Marie intorno, e similmente sotto quello un altro arco con una Nostra Donna nel MDIIII.
Nella chiesa di Santo Spirito in Fiorenza in una tavola sopra quella de' Nerli, di Filippo suo maestro, dipinse una Piet, cosa tenuta molto buona e lodevole; et una altra di San Bernardo manco perfetta di quella. Era in una fantasia d'andare inanzi con l'arte di continuo, et ogni d peggiorava. In Santo Spirito sotto le porte della sagrestia fece due altre tavole, nelle quali declin tanto da quel primo buono, che queste cose non parevano pi di sua mano; et ogni giorno l'arte dimenticando si ridusse poi, oltra le tavole e quadri che faceva, a dipignere ogni vilissima cosa; e tanto avvil per la grave famiglia de' figliuoli che aveva, ch'ogni valor dell'arte trasmut in goffezza. Perch sovragiunto da infermit et impoverito, miseramente fin la sua vita di et d'anni LVIII. Fu sepolto dalla Compagnia della Misericordia in San Simone di Fiorenza nel MDXXIIII.
Lasci dopo di s molti, che furono pratiche persone. And ad imparare da costui i principii dell'arte nella sua fanciullezza Bronzino fiorentino pittore, il quale si port poi s bene sotto la protezzione di Iacopo da Puntormo pittor fiorentino, che nell'arte ha fatto i medesimi frutti che Iacopo suo maestro, come ne fanno fede alcuni ritratti et opere di sua mano appresso lo illustrissimo et eccellentissimo signor Duca Cosimo nella guarda roba, e per la illustrissima signora duchessa la cappella lavorata in fresco; e vivendo et operando merita quelle infinite lodi che tutto di s gli danno.

 III,9.Torrigiano Grandissima possanza ha lo sdegno per chi invidiosamente cerca con alterigia e con superbia in una professione essere stimato eccellente, e che in tempo ch'egli non se lo aspetti vegga levarsi di nuovo qualche bello ingegno della medesima arte, il quale non pure lo paragoni, ma col tempo di gran lunga lo avanzi. Questi tali certissimamente non  ferro, che per rabbia non rodessero, o male, che potendo non facessero. Per che par loro scorno ne' popoli troppo orribile lo avere visto nascere i putti, e da' nati, quasi in un tempo nella virt essere raggiunti; non sapendo eglino che ogni d si vede la volont spinta dallo studio, ne gli anni acerbi de' giovani, quando con la frequentazione de gli studi  da essi esercitata, crescere in infinito; e che i vecchi dalla paura, dalla superbia e dalla ambizione tirati, diventano goffi, e quanto meglio credono fare, peggio fanno, e credendo andare inanzi, ritornano a dietro. Onde essi invidiosi mai non danno credito alla perfezzione de' giovani nelle cose che fanno, quantunque chiaramente le vegghino, per l'ostinazione ch' in loro. Per che nelle prove si vede che, quando eglino per volere mostrare quel che sanno pi si sforzano, ci mostrano spesso di loro cose ridicole e da pigliarsine giuoco. E nel vero come gli artefici passano i termini, che l'occhio non sta fermo e la mano lor trema, possono, se hanno avanzato alcuna cosa, dare di consigli a chi opera, atteso che l'arte della pittura e della scultura vuol l'animo cui bolla il sangue, fiero e pieno di voglia ardente e de' piaceri del mondo capital nimico. E chi nelle voglie del mondo non  continente, fugga in tutto gli studii. E da che tanti pesi si recano dietro queste virt, pochi son quegli, e rari, ch'arrivino a 'l supremo lor grado. Di maniera che pi son quegli che da le mosse con caldezza si partono, che quegli che per ben meritar nel corso acquistano il premio.
Come pi superbia che arte, ancora che molto valesse, si vide nel Torrigiano scultor fiorentino, il quale nella sua giovanezza fu da Lorenzo de' Medici Vecchio tenuto nel giardino. E perch egli lavorava di terra benissimo, fece di quella in tal luogo alcune figure. Perci egli, che sendo giovane concorreva con Michele Agnolo, avendosi acquistato nome di valente artefice, fu condotto in Inghilterra, dove a' servigi di quel re infinitissime cose fece di marmo, di bronzo e di legno; e quivi lavor a concorrenza con maestri di quel paese, e con l'opere sue tutti li vinse. Fece molte cose, e di quelle cav premii tali, che se non fosse stato persona superba averebbe fatto ottima fine, come per lo contrario fece. Dicesi che d'Inghilterra in Ispagna condotto fece un Crocifisso di terra, cosa pi mirabile che sia in tutta la Spagna; e fuori della citt di Sevilia, in un monasterio de' frati di San Girolamo, un altro Crocifisso e San Girolamo in penitenzia accompagnato da 'l suo lione. E ritrasse un vecchio, dispensiero de' Botti mercanti fiorentini in Ispagna, et una Nostra Donna et il Figliuolo, che per la bellezza sua fu cagione che egli ne facesse un'altra al Duca d'Arcus, il quale per averla gli aveva fatte tante promesse, ch'egli si pens d'esserne ricco per sempre. Laonde finita, gli don tanti di que' suoi maraveds, moneta che val poco o nulla, ch'egli due persone cariche a casa se ne condusse, per che si pens d'essere ricchissimo diventato. Ma poi fatto contare a certo suo amico fiorentino tal moneta e ridurre al modo italiano, vide che tanta somma non arrivava pure a trenta ducati.
Perch'egli tenendosi beffato, con grandissima collera and dove era la figura sua e guastolla. Laonde quello spagnuolo stimandosi vituperato, accus il Torrigiano per eretico; il quale fu messo in prigione et ogni d esaminato et a diversi inquisitori di eresia mandato, perch eglino giudicorono che meritasse essere per tale eccesso gravemente punito. La qual cosa fu cagione che il Torrigiano in tanta malinconia si trov, che egli stette alquanti giorni senza voler mangiare; per che divenuto debillssimo appoco appoco fin la sua vita.
Et acquistone questo epitaffio: 39  VIRGINIS INTACTAE HIC STATUAM QUAM FECERAT, IRA 40 QUOD FREGIT VICTUS, CARCERE CLAUSUS OBIT.
Cos col torsi il cibo si liber da la vergogna, parendogli perci meritare d'essere condannato a morte.
Furono fatte le figure sue circa gli anni MDXVIII. E mor nel MDXXII.

 III,10.G.e A.da San Gallo L'animo et il valore in un corpo, che di virt sia capace, fa di s effetti infiniti di maraviglia, con ci sia che tutte le persone che sono abiette o dalle corti o da i capi, che far possono esperimento de gli uomini valenti, sono ancora lontani da l'operar loro nella virt, la quale  figurata per un lume in questo cieco mondo, che  quello che la fa pi in infinita grandezza risplendere e di pi lode degna. Onde nasce che oltra l'opere il nome suo in infinito cresce e lascia di s ne' posteri suoi l'eternit del nome, e dassi animo a quegli che sono timidi, che si mettono inanzi alle fatiche et all'operare. Cos adunque s'abbellisce il mondo e si d animo a i principi che di continuo faccino dell'opere, e si mostra le doti avute da 'l cielo nelle virt a i discendenti, i quali de gli altrui sudori acquistano e ricevono infinita comodit. Onde per tal cagione comprenderemo il valore in questa vita, e nell'arte l'animo pronto, che nelle imprese difficili mostr Giuliano di Francesco di Bartolo Giamberti architetto fiorentino, che l'origine di quella arte prese da Francesco padre suo, il quale ne' suoi tempi fu di quegli architetti che vivevano nel governo di Cosimo de' Medici, adoprato ne' suoi edifici e guiderdonato di provisione per quelli e per la musica, che di diversi stromenti sonava. Ebbe Giuliano et Antonio suoi figliuoli, i quali all'arte dello intagliare di legno mise; et essi disegnando seguitarono quella arte. Viveva al tempo di Lorenzo Vecchio de' Medici il Francione legnaiuolo domestico suo, con chi sonetti e baie tutto il giorno facevano, et esso a gli intagli di legno et alle prospettive attendeva et insieme cose infinite d'architettura disegn a quel magnifico cittadino. Perci Francesco mise Giuliano sotto la custodia sua, come di spirto pi acuto e d'ingegno pi destro, il quale fece in quella arte cose degne di lode, come ne pu rendere vero testimonio nel Duomo di Pisa il coro tutto fatto di bellissimi intagli e di vaghissime prospettive, il qual ancor oggid fra molte prospettive nuove non senza maraviglia si vede. Avvenne che in quel tempo che Giuliano attendeva al disegno et il sangue della giovanezza gli bolliva, lo esercito del Duca di Calavria per odio che quel signore teneva col Magnifico Lorenzo imperiosamente s'accamp alla Castellina, per occupare il dominio alla Signoria di Fiorenza e per venire (se avessi potuto) a fine di qualche disegno maggiore. Perch strignendo egli la Castellina, fu sforzato il Magnifico Lorenzo mandarvi uno ingegnere che facesse mulini e bastie, et inoltre avesse cura della artiglieria, allora assai poco usata a maneggiarsi. E fra infiniti che concorsero, Giuliano come d'ingegno pi atto e pi destro e spedito fu messo inanzi, e gli fu facile ad ottenere, avendo egli dependenza di servit contratta per Francesco padre di esso Giuliano con Cosimo Vecchio. Per il che con auttorit conveniente al suo mistiero fu espedito a quella impresa.
Arrivato Giuliano a la Castellina, provide quella di fortificazioni di dentro alle mura, et a i mulini et altre cose necessarie a la difesa di quella. E visto gli uomini star lontano da la artiglieria a quella si gett, e caricandola e tirandola con destrezza grandissima, la acconci in maniera, che da indi in poi a nessuno fece male nel tirarla, avendo ella prima ucciso molte persone, le quali per poco giudizio loro non avevano saputo provedersi, che nel tornare a dietro ch'ella faceva, sempre qualche uno non vi capitasse male. E tanta fu la prudenzia di Giuliano nel tirare, che il campo del duca impaur di maniera, che per questo et altri impedimenti ebbe caro lo accordarsi e di quindi partirsi. Fu dato lode dallo universale in Fiorenza a Giuliano, e dal Magnifico Lorenzo fu di continuo ben veduto; or costui, voltosi alle fabriche, fece il chiostro di Cestello di componimento ionico, il quale rimase imperfetto per le spese de' frati, et intanto venne in maggior considerazione a Lorenzo lo spirito di Giuliano. Et avendo egli volont di fabricare al Poggio a Caiano, luogo tra Fiorenza e Pistoia, avendone al Francione fatto pi volte fare insieme con altri architetti modelli e disegni, pens che Giuliano ancora facesse il medesimo; il che egli fece volentieri, e lo trasse tanto de la forma solita e consueta, che Lorenzo cominci subitamente a farlo mettere in opera come il migliore di tutti; et accresciutoli grado per questo, gli dette poi sempre provisione. Avvenne che egli voleva fare una volta alla sala grande di detto palazzo che noi chiamiamo a botte, e non credeva Lorenzo che per la distanzia si potesse girare; onde Giuliano, che fabricava in Fiorenza una sua casa, volt la sala sua a similitudine di quella per far capace la volont del Magnifico Lorenzo; per che egli quella del Poggio felicemente fece condurre. Onde la fama sua talmente era cresciuta, che a' preghi del duca di Calavria fece il modello d'un palazzo, che con commissione del Magnifico Lorenzo doveva servire a Napoli, e consum gran tempo a condurlo. Mentre adunque lo lavorava, accade che il castellano di Ostia, Vescovo allora della Rovere, il quale fu poi col tempo Papa Giulio II, volendo acconciare e mettere in buono ordine quella fortezza, udita la fama di Giuliano, mand per lui a Fiorenza, et ordinatoli buona provisione ve lo tenne due anni a farvi tutti quegli utili e comodit e' poteva con l'arte sua. E perch il modello del Duca di Calavria non patisse e finir si dovesse, ad Antonio suo fratello lasci che con suo ordine lo finisse, il quale nel lavorarlo aveva con diligenza seguitato e finito ancora, essendo Antonio di sofficienza in tale arte non meno che Giuliano venuto al segno. Per il che fu consigliato Giuliano da Lorenzo Vecchio a presentarlo egli stesso, acci che in tal modello potesse mostrare le difficult che in esso aveva fatto; laonde part per Napoli, e presentato l'opera, onoratamente fu ricevuto non con meno stupore de lo averlo il Magnifico Lorenzo mandato con tanto garbata maniera, quanto con maraviglia a mirare il magisterio de l'opera nel modello. La quale opra piacque s, che si diede con celerit principio a essa vicino al Castel Nuovo.
Poi che Giuliano fu stato a Napoli un pezzo, nel chiedere licenza al duca per tornare a Fiorenza, gli fu fatto dal re presenti di cavalli e vesti, e fra l'altre una tazza d'argento con alcune centinaia di ducati, i quali Giuliano non volle accettare, dicendo che stava con padrone il quale non aveva bisogno d'oro n d'argento. E se pure gli voleva far presente o alcun segno di guiderdone, per mostrare che vi fosse stato, gli donasse alcuna de le sue anticaglie a sua elezzione. Le quali il re liberalissimamente per amor del Magnifico Lorenzo e per le virt di Giuliano gli concesse, e queste furono: la testa d'uno Adriano Imperatore, oggi sopra la porta del giardino in casa Medici, una femmina ignuda pi che 'l naturale, et un Cupido che dorme, di marmo tutti tondi. Le quali Giuliano mand a presentare al Magnifico Lorenzo, che perci ne mostr infinita allegrezza, non restando mai di lodar l'atto del liberalissimo artefice, il quale rifiut l'oro e l'argento per l'artificio, cosa che pochi averebbono fatto.
Ritorn Giuliano a Fiorenza e fu gratissimamente raccolto dal Magnifico Lorenzo, al quale venne capriccio per sodisfare a frate Mariano da Ghinazzano, literatissimo de l'ordine de' frati Eremitani di Santo Agostino, di edificargli fuor de la porta S. Gallo un convento, capace per cento frati, del quale ne fu da molti architetti fatto modelli, et in ultimo si mise in opera quello di Giuliano.
Il che fu cagione che Lorenzo lo nomin da questa opera Giuliano da S. Gallo. Onde Giuliano, che da ognuno si sentiva chiamare da San Gallo, disse un giorno burlando al Magnifico Lorenzo: Colpa del vostro chiamarmi da San Gallo, mi fate perdere il nome del casato antico, e credendo avere andare inanzi per antichit, ritorno a dietro. Per che Lorenzo gli rispose che pi tosto voleva che per la sua virt egli fosse principio d'un casato nuovo, che dependessi da altri. Onde Giuliano di tal cosa fu contento. Venne che seguitando l'opera di San Gallo insieme con le altre fabbriche di Lorenzo, non fu finita n quella n l'altre, intervenendo la morte di esso Lorenzo. E poi ancora poco viva in piede rimase tal fabrica, che nel MDXXX per lo assedio di Fiorenza fu rovinata e buttata in terra insieme col borgo, che di fabbriche molto belle aveva piena tutta la piazza; et al presente alcun vestigio non vi si vede n di casa n di chiesa n di convento. Successe in quel tempo la morte del Re di Napoli, e Giuliano Gondi ricchissimo mercante fiorentino se ne torn a Fiorenza, e dirimpetto a S. Firenze, di sopra dove stanno i lioni di componimento rustico fece fabricare un palazzo da Giuliano, col quale per la gita di Napoli aveva stretta dimestichezza. Questo palazzo doveva fare la cantonata finita e voltare verso la Mercatanzia Vecchia, ma la morte di Giuliano Gondi la fece fermare.
Fece per un viniziano fuor de la porta a' Pinti in Camerata un palazzo, et ancora a' privati cittadini molte case, delle quali non accade far menzione. Avvenne che al Magnifico Lorenzo tirato da l'utilit del publico e da l'ornamento del secolo, per lasciar fama e memoria oltre alle infinite che procacciate si aveva, venne il bel pensiero di fare la fortificazione del Poggio Imperiale sopra Poggibonzi su la strada di Roma, per farci una citt, la quale non volse disegnare senza il consiglio e disegno di Giuliano; e per lui fu cominciata quella fabbrica famosissima, nella quale fece quel considerato ordine di fortificazione e di bellezza che oggi veggiamo. Le quali opere gli diedero tal fama, che dal Duca di Milano acci che gli facesse il modello d'un palazzo per lui, fu per il mezzo poi di Lorenzo condotto a Milano, dove non meno fu onorato Giuliano dal duca, che e' si fusse stato onorato prima dal re quando lo fece chiamare a Napoli. Per che presentando egli il modello per parte del Magnifico Lorenzo riempi quel duca di stupore e di maraviglia nel vedere in esso l'ordine e la distribuzione di tanti begli ornamenti, e con arte tutti e con leggiadria accomodati ne' luoghi loro. Il che fu cagione, che, procacciate tutte le cose a ci necessarie, si cominciasse a metterlo in opera. Fu trovato da Giuliano Lionardo da Vinci, che lavorava col duca, e parlarono del getto che far voleva del suo cavallo, disputando de la impossibilit; di che n'ebbe bonissimi documenti. La quale opra fu messa in pezzi per la venuta de' Francesi, e cos il cavallo non si fin, n ancora si pot finire il palazzo.
Ritorn a Fiorenza, dove trov che Antonio suo fratello, che gli serviva ne' modegli, era divenuto cotanto egregio, che nel suo tempo non c'era chi lavorasse et intagliasse meglio di esso, e massimamente crocifissi di legno grandi, come ne fa fede quello sopra lo altar maggiore nella Nunziata di Fiorenza, et uno che tengono i frati di San Gallo in San Iacopo tra' Fossi, et uno altro nella Compagnia dello Scalzo, i quali sono tutti tenuti bonissimi. Ma egli lo lev da tale essercizio et alla architettura in compagnia sua lo fece attendere, avendo egli per il privato e publico a fare molte faccende. Avvene, come di continuo avviene, che la fortuna nimica della virt lev gli appoggi delle speranze a' virtuosi con la morte di Lorenzo de' Medici; la quale non solo fu cagione di danno a gli artefici virtuosi et alla patria sua, ma a tutta l'Italia ancora; e perci di tal perdita fino il cielo ne f segno. Rimase Giuliano con gli altri spirti ingegnosi smarriti sconsolatissimo, e per lo dolore si trasfer a Prato vicino a Fiorenza a fare il tempio della Nostra Donna della Carcere, per essere ferme in Fiorenza tutte le fabbriche publiche e private. Dimor dunque in Prato tre anni continui, con sopportare la spesa, il disagio e 'l dolore quanto poteva il meglio. Avvenne che a Santa Maria di Loreto era la chiesa scoperta, et avendosi a voltare la cupola, cominciata gi e non finita da Giuliano da Maiano, stavano in dubbio che la debolezza de' pilastri non reggesse tal peso. Per il che scrissero a Giuliano che, se voleva tale opera, la andasse a vedere, et egli come animoso e valente, mostr con facilit quella poter voltarsi e che a ci gli bastava l'animo; e tante e tali ragioni alleg loro, che l'opera gli fu allogata. Dopo la quale allogazione fece espedire l'opera di Prato e coi medesimi maestri muratori e scarpellini a Loreto si condusse. E perch tale opra avesse fermezza nelle pietre e saldezza e forma e stabilit e facesse legazione, mand a Roma per la pozzolana; n calce fu, che con essa non fosse temperata e murata ogni pietra, cos in termine di tre anni quella finita e libera rimase perfetta.
And poi a Roma, dove a Papa Alessandro VI restaur il tetto di Santa Maria Maggiore, che ruinava; e vi fece quel palco ch'al presente si vede, che dallo ingegno e valor di Giuliano fu condotto. Cos nel praticare per la corte il Vescovo della Rovere, fatto Cardinale di San Pietro in Vincola, gi amico di Giuliano fin quando era castellano d'Ostia, gli fece fare il modello del palazzo di San Pietro in Vincola. E poco dopo questo volle edificare a Savona sua patria un palazzo, pur col disegno e con la presenzia di Giuliano. La quale andata gli era difficile, percioch il palco non era ancor finito, e Papa Alessandro non voleva ch'e' partisse. Per il che lo fece finire per Antonio suo fratello, il quale per avere ingegno buono e versatile, nel praticare la corte contrasse servit col papa, che gli mise grandissimo amore e gnene mostr nel volere fondare e rifondare con le difese a uso di castello la Mole di Adriano, oggi detta Castello Santo Agnolo; alla quale impresa fu preposto Antonio. Cos si fecero i torrioni da basso, i fossi e l'altre fortificazioni, ch'al presente veggiamo. La quale opera gli di credito grande appresso il papa, e 'l medesimo col Duca Valentino suo figliuolo; e fu cagione ch'egli facesse la rocca che si vede oggi a Civita Castellana. E cos, mentre quel pontefice visse, egli di continuo attese a fabbricare, e per esso lavorando fu non meno premiato che stimato da lui.
Gi aveva Giuliano a Savona condotto l'opera innanzi, et il cardinale per alcuni suoi bisogni ritorn a Roma e lasci molti operari ch'alla fabbrica dessero perfezzione con l'ordine e col disegno di Giuliano, il quale ne men seco a Roma et egli fece volentieri questo viaggio per rivedere Antonio e l'opere d'esso, dove dimor alcuni mesi. Accadde allora che il cardinale venne in disgrazia del papa, e si part da Roma per non esser fatto prigione, e Giuliano gli tenne sempre compagnia. Arrivati dunque a Savona crebbero maggior numero di maestri da murare et altri artefici in su il lavoro. Ma facendosi ognora pi vivi i romori del papa contra il cardinale, non stette molto ch'e' se n'and in Avignone, e d'un modello che Giuliano aveva fatto d'un palazzo per lui, fece fare un dono al re; il quale modello era maraviglioso di bellissimi ordini, e corrispondente di ornamento con variati garbi, capace per lo alloggiamento di tutta la sua corte. Era la corte reale in Lione quando Giuliano present il modello, il quale fu tanto caro et accetto al re, che largamente lo premi e gli diede lode infinite, e ne rese molte grazie al cardinale ch'era in Avignone. Ebbero intanto nuove che il palazzo di Savona era gi presso alla fine; per il che il cardinale deliber che Giuliano rivedesse tale opera; e cos and Giuliano a Savona, e poco vi dimor, che fu finito affatto. Laonde Giuliano desiderando tornare a Fiorenza, dove per lungo tempo non era stato, con que' maestri prese il cammino.
Aveva in quel tempo il Re di Francia rimesso Pisa in libert e durava ancora la guerra tra Fiorentini e Pisani; per il che volendo Giuliano passare, giunto in Lucca si fecero fare salvocondotto, avendo eglino de' soldati pisani non poco sospetto. Onde nel lor passare vicino ad Altopascio, furono da' Pisani fatti prigionieri, non curando essi salvocondotto n cosa che avessero. E per sei mesi fu ritenuto in Pisa, con taglia di trecento ducati; onde pagati quelli se ne torn a Fiorenza.
Aveva Antonio a Roma inteso queste cose, et avendo desiderio di rivedere la patria e 'l fratello, con licenzia part da Roma, e nel suo passaggio disegn al Duca Valentino la rocca di Monte Fiascone. Cos a Fiorenza si ricondusse l'anno MDIII e quivi con allegrezza di loro e de gli amici si goderono. Segu allora la morte di Alessandro VI e la successione di Pio III che poco visse, e fu creato pontefice il Cardinale di San Pietro in Vincola, chiamato Papa Giulio II, la qual cosa fu di grande allegrezza a Giuliano, per la lunga servit che aveva seco. Onde deliber andare a baciargli il piede, perch giunto a Roma fu lietamente veduto e con carezze raccolto, e subito fu fatto esecutore delle sue prime fabbriche inanzi la venuta di Bramante.
Antonio, ch'era rimasto a Fiorenza, sendo Gonfaloniere Pier Soderini, non ci essendo Giuliano continu la fabbrica del Poggio Imperiale, e quivi erano mandati a lavorare tutti i prigioni pisani, per finire pi tosto tal fabbrica. Fu poi per i casi d'Arezzo ruinata la fortezza, et Antonio fece il modello con consenso di Giuliano, il quale da Roma perci part e subito vi torn. Fu questa opera cagione che Antonio fosse fatto architetto del Comune di Fiorenza sopra tutte le fortificazioni. Nel ritorno di Giuliano in Roma si praticava che 'l divino Michele Agnolo Buonarroti dovesse fare la sepoltura di Giulio, per che Giuliano confort il papa alla impresa, e che per tale edifizio si fabricasse una cappella a posta, e non por quella nel vecchio San Pietro, non ci essendo luogo; la quale cappella renderebbe quella opera pi perfetta e con maest. Laonde molti architetti fecero i disegni, di maniera che venuti in considerazione appoco appoco, da una cappella si misero alla fabbrica del nuovo San Pietro. Era capitato a Roma Bramante da Urbino architetto, che tornava di Lombardia, e con mezzi straordinari e con l'opera sua, insieme con Baldassar Perucci e Raffael da Urbino et altri architetti, mise tale opera in confusione, di maniera che molto tempo si consum ne' ragionamenti; finalmente l'opera fu data a Bramante.
Onde talmente si sdegn Giuliano, per la servit che avea col papa in minor grado, avendogli promesso tal fabbrica, che domand licenza; ancora che dargliele volesse in compagnia di Bramante; e cos con molti doni del papa se ne torn a Fiorenza. N fu ci meno caro a Pier Soderini, il quale subito lo mise in opera.
Non passarono sei mesi, che il papa gli fece scrivere da M<esser> Bartolomeo della Rovere, nipote del papa e compare e domestico a Giuliano, che a Roma per util suo dovesse ritornare; ma n per patti n per promesse si poteva svolgere Giuliano, parendogli essere stato schernito dal papa. Talch ne fu scritto a Pier Soderini che lo inviasse a Roma, perch Sua Santit voleva finire l'impresa di Papa Nicola V, ci  la fortificazione del torrion tondo cominciata da lui, e cos di Borgo e Belvedere e San Pietro voleva fare ricignere di mura forte. E perch era molto onorata impresa si lasci Giuliano persuadere da Pietro a la andata. Giunto a Roma fu dal papa ben raccolto, et ebbe molti doni. Aveva in animo il papa di cacciare i Franzesi d'Italia; e venuto a la impresa di Bologna men seco Giuliano; e cacciatine i Bentivogli, per consiglio di Giuliano deliber di far fare da Michele Agnolo Buonarroti un papa di bronzo. Cos Giuliano scrisse a Michele Agnolo per parte del papa; il quale venne e fabricollo, e fu posto nella facciata di S. Petronio. Part Giuliano col papa a la Mirandola, e quella presero, e Giuliano con fastidio e disagio ritorn a Roma con la corte. Non era ancora la rabbia di cacciare i Franzesi uscita di testa al papa, perch di nuovo tentava levare il governo di Fiorenza a Pier Soderini, essendogli ci di grave impedimento e di noia allo animo suo. Onde deviato il papa da 'l primo ordine di fabbricare, e nelle guerre intricato, Giuliano gi stanco deliber domandare licenzia al papa, veggendo che solo alla fabbrica di San Pietro s'attendeva, et anco quella caminava pian piano. Il papa ci udendo, gli rispose in collera: Credi tu che non si trovino de' Giuliani da S. Gallo? Et egli: Non mai di fede n di servit pari alla sua, ma ch'egli ritroverebbe ben de i principi pi d'integrit nelle promesse che il papa. Cos non gli volse dar licenzia, anzi gli disse che altra volta gliene parlasse.
Aveva allora condotto Bramante da Urbino Raffaello, che dipigneva le camere papali, le quali piacevano molto al papa; per il che seguitando la cappella di Sisto suo zio, volentieri arebbe fatto dipignere la volta di quella. E per sapendo Giuliano che Michelagnolo aveva finito a Bologna il papa di bronzo, ne parl a Sua Santit, e la consigli a chiamarlo a Roma et a dargli questo lavoro. Il che volentieri fece Papa Giulio. E cos la volta della cappella fu allogata a Michele Agnolo. Poco dopo questo, ricerc Giuliano la licenzia per ritornarsi a Fiorenza, et il papa vedendolo in ci deliberato, con buona grazia sua lo benedisse, et in una borsa di raso rosso gli don 5OO scudi, dicendogli ch'e' andasse a riposarsi a casa, che in ogni suo evento gli sarebbe amorevole. Cos Giuliano baciatogli il piede se ne torn a Fiorenza. Era nel suo ritorno circundata Pisa dall'esercito fiorentino et assediata. Per il che Pier Soderini, dopo le accoglienze fatte a Giuliano, lo mand in campo a i commessarii, i quali non potevano riparare che i Pisani non mettessero per Arno vettovaglie in Pisa. Onde consigliarono che si dovesse fare un ponte su le barche, acci fossero impediti i navili, che non potessero passar. Ritornato Giuliano a Fiorenza conclusero che a primavera ci si facesse. In questo mezzo fatte le debite provisioni, and nel tempo statuito Giuliano a Pisa, e men seco Antonio suo fratello, e cos fabbricando insieme, condussero un ponte, cosa molto ingegnosa e bella, per potersi quello difendere de le piene delle acque e da altri impedimenti; e lo incatenarono di maniera, che oltra che fece lo effetto che volsero, mostr ancora il valore della solita virt di Giuliano. Laonde stretto pi forte l'assedio a' Pisani per cagione del sopra detto ponte, eglino veggendo non esser rimedio al mal loro, fecero l'accordo co' Fiorentini, et a quei si resero. N molto vi and, che Pier Soderini vi mand di nuovo Giuliano, il quale con infinito numero di maestri e con celerit straordinaria vi fabbric la fortezza che oggi alla porta San Marco si vede, e la porta di componimento dorico; la quale opra dur fino all'anno MDXII. Mentre che Giuliano serviva a questo lavoro, Antonio faceva continuare per il dominio tutte le altre fabbriche publiche. Avvenne allora che il favore che diede Papa Giulio alla casa de' Medici per farla ritornare in Fiorenza onde era stata cacciata da' Franzesi, fu mezzo a cacciare loro d'Italia. Fu adunque per questo effetto con l'armi del papa cavato di palazzo Piero Soderini, e rimessa nello antico stato e governo la casa de' Medici; la quale rientrata in Fiorenza, fu riconosciuta la servit di Giuliano et Antonio col Magnifico Lorenzo de' Medici da Giovanni Cardinale suo figliuolo; il quale non molto lungi and che, seguita la morte di Giulio II, fu creato pontefice, e cos convenne a Giuliano trasferirsi di nuovo a Roma. Avvenne che poco stette a morire Bramante, per il che volsero dare a Giuliano la cura di quella fabbrica, che fu poi data al grazioso Rafaello da Urbino. Ma Giuliano, macero dalle fatiche et abbattuto dalla vecchiezza e da un male di pietra che lo cruciava, con licenzia di Sua Santit se ne torn a Fiorenza. E fra lo spazio di due anni, non potendo reggere a tale infermit, da quella aggravato, d'anni LXXIIII si mor l'anno MDXVII, lasciando il nome al mondo, il corpo alla terra e l'anima a Dio.
Lasci nella sua partita dolentissimo Antonio, che teneramente lo amava, et un suo figliuolo nominato Francesco, che attendeva alla scultura et era di tenera et quando mor suo padre. Si riposorono adunque le sue fabbriche un pezzo; et in questo mezzo Antonio, che malvolentieri si stava senza lavorare, fece due Crocifissi grandi di legno, l'uno de i quali fu mandato in Ispagna, e l'altro per via di Domenico Boninsegni, per il Cardinale Giulio de' Medici vicecancelliere, fu portato in Francia.
Avvenne che la casa de' Medici deliber di fare la fortezza di Livorno; per il che dal Cardinale de' Medici vi fu mandato Antonio per fare il disegno, ancora che poi non si mettesse interamente in opera in quel modo che Antonio lo aveva disegnato. In quel medesimo tempo gli uomini di Monte Pulciano per miracoli fatti da una imagine di Nostra Donna, deliberarono di fare un tempio di grandissima spesa, del quale Antonio fece il modello e ne divenne capo. Per il che seguendo due volte l'anno visitava tal fabbrica, la quale oggi si vede condotta a l'ultima perfezzione, che nel vero di bellissimo componimento e vario dall'ingegno d'Antonio si vede essere finita con somma grazia. E tutte le pietre sono di certi sassi che tirano al bianco in modo di tivertini. La quale opra  fuor della porta di San Biagio a la banda a man destra, a mezzo la salita del poggio. In questo tempo diede principio ancora al palazzo d'Antonio di Monte, Cardinale di Santa Prassedia, nel castello del Monte San Savino, et un altro per il medesimo ne fece a Monte Pulciano, la quale opra  di bonissima grazia lavorata e finita. Fece l'ordine della banda delle case de' frati de' Servi su la piazza loro, secondo l'ordine della loggia de gli Innocenti. Et in Arezzo f modelli de le navate della Nostra Donna delle Lagrime; similmente fece un modello della Madonna di Cortona, il quale non penso che si mettesse in opera.
Fu adoprato nello assedio per le fortificazione e bastioni dentro alla citt, et ebbe a cotale impresa per compagnia Francesco suo nipote. Avvenne che, essendo stato messo in opera il gigante di piazza, di mano di Michelagnolo, al tempo di Giuliano fratello di esso Antonio, e dovendovisi condurre quell'altro che aveva fatto Baccio Bandinelli, fu data la cura ad Antonio di condurvelo a salvamento; et egli, tolto in sua compagnia Baccio d'Agnolo, con ingegni molto gagliardi e lo condusse e lo pos salvo in su quella base, che a questo effetto si era ordinata. Ora essendo egli gi vecchio divenuto, non si dilettava d'altro che dell'agricoltura, nella quale era intelligentissimo. Laonde quando pi non poteva per la vecchiaia patire gli incomodi del mondo, l'anno MDXXXIIII rese l'anima a Dio, et insieme con Giuliano suo fratello nella chiesa di Santa Maria Novella nella sepoltura de' Giamberti gli fu dato riposo.
Le opere maravigliose di questi duoi fratelli faranno fede al mondo dello ingegno mirabile ch'essi avevano, e la vita et i costumi onorati delle azzioni loro avute in pregio da tutto il mondo. Lasciarono Giuliano et Antonio ereditaria l'arte dell'architettura de i modi dell'architetture toscane con miglior forma che Pippo e gli altri fatto non avevano; e l'ordine dorico con miglior misure e proporzione, che alla vitruviana opinione e regola prima non s'era usato di fare.
Condussero in Fiorenza nelle lor case una infinit di cose antiche di marmo bellissime, che non meno onorano et ornano Fiorenza, ch'eglino ornassero s et onorassero l'arte. Port Giuliano da Roma il gettare le volte di maniera che venissero intagliate, come in casa sua ne fa fede una camera, et al Poggio a Caiano nella sala grande la volta che si vede ora; onde obligo si debbe avere alle fatiche sue, avendo fortificato il dominio fiorentino et ornata la citt, e per tanti paesi dove lavorarono dato nome a Fiorenza et a gli ingegni toscani, che per onorata memoria hanno fatto loro questi versi: 20      Cedite Romani strvctores, cedite Graii, 21 Artis, Vitruvi, tu quoque cede, parens.
22 Hetruscos celebrate viros: testudinis arcus, 23 Urna, tholus, statuae, templa domusque petunt.

 III,11.Raffaello Quanto largo e benigno si dimostri talora il cielo collocando, anzi per meglio dire, riponendo et accumulando in una persona sola le infinite ricchezze delle ampie grazie o tesori suoi, e tutti que' rari doni che fra lungo spazio di tempo suol compartire a molti individui, chiaramente pot vedersi nel non meno eccellente che grazioso Rafael Sanzio da Urbino; il quale con tutta quella modestia e bont, che sogliono usar coloro che hanno una certa umanit di natura gentile, piena d'ornamento e di graziata affabilit, la quale in tutte le cose sempre si mostra, onoratamente spiegando i predetti doni con qualunche condizione di persone et in qualsivoglia maniera di cose, per unico od almeno molto raro universalmente si f conoscere. Di costui fece dono la natura a noi, essendosi di gi contentata d'essere vinta dall'arte per mano di Michele Agnolo Buonarroti, e volse ancora per Rafaello esser vinta dall'arte e da i costumi. Con ci sia che quasi la maggior parte de gli artefici passati avevano sempre da la nativit loro arrecato seco un certo che di pazzia e di salvatichezza, la quale oltra il fargli astratti e fantastichi fu cagione, il pi delle volte, che assai pi apparisse e si dimostrasse l'ombra e l'oscuro de' vizii loro, che la chiarezza e splendore di quelle virt, che giustamente fanno immortali i seguaci suoi. Dove per adverso in Rafaello chiarissimamente risplendevano tutte le egregie virt dello animo, accompagnate da tanta grazia, studio, bellezza, modestia e costumi buoni, che arebbono ricoperto e nascoso ogni vizio quantunque brutto, et ogni machia ancora che grandissima. Per il che sicurissimamente pu dirsi che i possessori delle dote di Rafaello, non sono uomini semplicemente, ma di mortali. E che quegli che coi ricordi della fama lassano quaggi fra noi per le opere loro onorato nome, possono ancora sperare in cielo guiderdone delle loro fatiche, come si vede che in terra fu riconosciuta la virt, et ora e sempre sar onoratissima la memoria del graziosissimo Rafaello.
Nacque Rafaello in Urbino citt notissima l'anno MCCCCLXXXIII, in Venerd Santo a ore tre di notte, d'un Giovanni de' Santi, pittore non molto eccellente, anzi non pur mediocre in questa arte. Egli era bene uomo di bonissimo ingegno e dotato di spirito e da saper meglio indirizzare i figliuoli per quella buona via, che per sua mala fortuna non avevano saputo quelli che nella sua giovent lo dovevano aiutare. Per il che natogli questo figliuolo con buono augurio, al battesimo gli pose nome Rafaello; e subito nato lo destin alla pittura ringraziandone molto Idio, n vole mandarlo a baglia, ma che la madre propria lo alattassi continovamente. Crescendo fu ammaestrato da loro, che altro che quello non avevano, con tutti que' buoni et ottimi costumi che fu possibile; e cominciando Giovanni a farlo esercitare nella pittura e vedendo quello spirito volto a far le cose tutte secondo il desiderio suo, non gli lasciava metter punto di tempo in mezzo n attendere ad altra cosa nessuna, acci che pi agevolmente e pi tosto venissi nell'arte di quella maniera che egli desiderava. Aveva fatto Giovanni in Urbino molte opere di sua mano e per tutto lo stato di quel duca, e facevasi aiutare da Rafaello, il quale, ancor che fanciulletto, lo faceva il pi et il meglio che e' sapeva. N lasciava Giovanni per questo di cercare d'intendere per ogni via chi tenessi il principato nella pittura; e trovando che i pi lodavano Pietro Perugino, si dispose potendo di porlo seco, e perci andato a Perugia e non trovandovi Pietro, si messe per poterlo meglio aspettare a lavorare in San Francesco alcune cose. Ma tornato Pietro da Roma prese alcuna pratica seco, e quando fu il tempo a proposito del desiderio suo, con quella affezzione che pu venire da un cuor di padre et onorato gli disse il tutto. E Pietro che era benigno per natura, non potendo mancare a tanta voglia, accett Rafaello. Onde Giovanni con la maggiore allegrezza del mondo torn ad Urbino e non senza lagrime e pianti grandissimi della madre lo men a Perugia.
Dove Pietro, veduto il disegno suo, i modi et i costumi, ne f quel giudizio che il tempo dimostr vero. E notabilissimo fu che in pochi mesi, studiando Rafaello la maniera di Pietro, e Pietro mostrandoli con desiderio che egli imparassi, lo imitava tanto a punto et in tutte le cose, che i suoi ritratti non si conoscevano da gli originali del maestro, e fra le cose sue e di Pietro non si sapeva certo discernere, come apertamente mostrano ancora in S. Francesco di Perugia alcune figure che si veggono fra quelle di Pietro. Per il che Pietro per alcuni suoi bisogni tornato a Fiorenza, Rafaello partitosi da Perugia con alcuni suoi amici a Citt di Castello fece una tavola in Santo Agostino di quella maniera, e similmente in S. Domenico una di un Crocifisso, la quale se non vi fosse il suo nome scritto, nessuno la crederebbe opera di Rafaello, ma s ben di Pietro. In San Francesco di quella citt fece una tavoletta de lo Sponsalizio di Nostra Donna, nel quale espressamente si conosce lo augumento della virt sua venire con finezza assotigliando e passando la maniera di Pietro. Nella quale opera  tirato un tempio in prospettiva con tanto amore, che  cosa mirabile a vedere le difficult che in tale essercizio egli andava cercando.
In questo tempo avendo egli acquistato fama grandissima nel seguito di quella maniera, era stato allogato da Pio II Pontefice nel Duomo di Siena la libreria a dipignere al Pinturicchio, il quale avendo domestichezza con Rafaello, fece opera di condurlo a Siena come buon disegnatore, acci gli facesse i disegni et i cartoni di quella opera, et egli pregato quivi si trasfer, et alcuni ne fece. La cagione ch'egli non continu, fu che in Siena erano venuti pittori che con grandissime lode celebravano il cartone che Lionardo da Vinci aveva fatto nella sala del papa in Fiorenza in un groppo di cavalli, per farlo nella sala di palazzo, e Michele Agnolo un altro d'ignudi a concorrenza di quello pi mirabile e pi divino. Onde spronato da l'amore de l'arte pi che da l'utile, lasci quella opera e se ne venne a Fiorenza. Ne la quale giunto e piaciutogli tali opere, abit in essa per alcun tempo tenendo domestichezza con giovani pittori, fra i quali furono Ridolfo Ghirlandaio et Aristotile San Gallo. Gli fu dato ricetto nella casa di Taddeo Taddei, e vi fu onorato molto, atteso che Taddeo era inclinato da natura a far carezze a tali ingegni. Per il che merit che la gentilezza di Rafaello li facesse due quadri, che tengono de la maniera prima di Pietro e de l'altra che studiando vide, i quali si veggono ancora in casa sua. Aveva preso Raffaello amicizia grandissima con Lorenzo Nasi, il quale avendo tolto donna in que' giorni fecesi che Rafaello gli dipinse un quadro d'una Nostra Donna, per tenere in camera sua; nel quale fece a quella fra le gambe un puto, al quale un San Giovanni fanciulino egli ancora porge uno uccello con gran festa e giuoco de l'uno e de l'altro. Et in quelle attitudini loro si conosce una semplicit puerile et amorevole, oltra che son tanto ben coloriti e con una pulitissima deligenzia condotti, che nel vero paiono in carne viva pi che lavorati di colori e di disegno, e similmente la Nostra Donna, la quale ha un'aria veramente piena di grazia e di divinit, come il paese et i panni, e tutto il resto de l'opera. La quale fu da Lorenzo Nasi tenuta con grandissima venerazione in mentre che e' visse, in memoria de le fatiche fattevi da Rafaello ne l'usarvi la diligenzia e l'arte che egli fece a condurla. Ma capit male poi questa opera l'anno MDXLVIII a d 9 d'agosto, quando la casa sua insieme con quella degli eredi di Marco del Nero, che oltra la bellezza de lo edificio era piena di molti abbigliamenti et ornamenti quanto casa di Fiorenza, per uno smottamento del monte di San Giorgio rovinarono insieme con altre case vicine. E cos rimasono i pezzi di quella che poi ritrovati fra i calcinacci, furono da Batista suo figliuolo amorevolissimo di tale arte, fatti rimettere insieme con quel miglior modo che si poteva. Fece ancora a Domenico Canigiani un altro quadro della medesima grandezza, nel quale  una Nostra Donna col putto che faccendo festa a un San Giovannino che gli  porto da Santa Elisabetta mentre che ella con una vivezza prontissima lo sostiene guarda un San Giuseppo, che apoggiatosi con ambe due le mani a un bastone, china la testa a quella vecchia, che l'uno e l'altro pare che stupischino del veder con quanto senno in quella et s tenera i due cugini l'un reverente a l'altro si fanno festa. Oltra che ogni colpo di colore nelle teste, mani e piedi, son pennellate di carne viva, pi che d'altra tinta di maestro che facci quell'arte, la quale opera  oggi appresso gli eredi di Domenico, tenuta con grandissima venerazione.
Studi Rafaello in Fiorenza le cose vecchie di Masaccio, e vide ne i lavori di Lionardo e di Michele Agnolo cose tali, che gli furono cagione di augumentare lo studio in maniera per la veduta di tali opere, che gran miglioramento e grazia accrebbe in tale arte. Era in quel tempo fra' Bartolomeo da San Marco coloritore in quella terra bonissimo, del quale aveva Rafaello presa domestichezza piacendogli molto, per che egli ogni giorno visitandolo cercava assai d'imitarlo.
Et acci che meno avesse a rincrescere al frate la sua compagnia, gli insegn Rafaello i modi della prospettiva, alla quale il frate non aveva pi atteso. Ma in su la maggior frequenzia di questa pratica fu chiamato Rafaello a Perugia, et egli vi and, e quivi in San Francesco dipinse una tavola d'un Cristo morto che portano a sotterrare, la quale fu tenuta divinissima. E condusse questo lavoro con tanta freschezza e s fatto amore, che a vederlo par fatto or ora; et imaginossi nel componimento di questa opera il dolore che hanno i parenti stretti nel riporre il corpo di quella persona pi cara, nella quale veramente consista il bene, l'onore e l'utile della loro famiglia. E certamente chi considera la diligenzia, l'amore, l'arte e la grazia di questa opera, giustamente si maraviglia, perch ella fa stupire ognuno, con la dolcezza dell'arie nelle figure, la bellezza de' panni e la bont in ogni cosa. Finito questo lavoro se ne ritorn a Fiorenza, conoscendo l'utile dello studio che ci aveva fatto, et ancora trattovi dall'amicizia.
E veramente per chi impara tali arti  Fiorenza luogo mirabile, per le concorrenze, per le gare e per le invidie, che sempre vi furono e molto pi in que' tempi. Gli fu da i Di, cittadini fiorentini, allogata una tavola, che andava alla cappella dell'altar loro in Santo Spirito; et egli la cominci, et a buonissimo termine la condusse bozzata. E fece un quadro, che si mand in Siena, il quale nella partita di Rafaello rimase a Ridolfo del Ghirlandaio, perch'egli finisse un panno azzurro che vi mancava. E questo avvenne perch Bramante da Urbino, essendo a' servigi di Giulio II per un poco di parentela che avevano insieme e per essere di un paese medesimo, gli scrisse che aveva operato col papa che, volendo far certe stanze, egli potrebbe in quelle mostrare il valor suo. Piacque il partito a Rafaello, e lasci l'opere di Fiorenza, trasferendosi a Roma; per il che la tavola de' Di non fu pi finita, e dopo la morte sua rimase a M<esser> Baldassarre da Pescia che la fece porre a una cappella fatta fare da lui nella pieve di Pescia.
Giunto Rafaello a Roma trov che gran parte delle camere di palazzo erano state dipinte, e tuttavia si dipignevano da pi maestri; e cos stavano come si vedeva, che ve n'era una che da Pietro della Francesca vi era una storia finita, e Luca da Cortona aveva condotta a buon termine una facciata, e Don Pietro della Gatta Abbate di San Clemente di Arezzo vi aveva cominciato alcune cose; similmente Bramantino da Milano vi aveva dipinto molte figure, le quali la maggior parte erano ritratti di naturale, che erano tenuti bellissimi.
Laonde Rafaello nella sua arrivata avendo ricevute molte carezze da Papa Iulio cominci nella camera della Segnatura una storia quando i teologi accordano la filosofia e l'astrologia con la teologia, dove sono ritratti tutti i savi del mondo e di certe figure abbigli tal cosa, che alcuni astrologi di caratteri di geomanzia e d'astrologia cavano, et a i Vangelisti quelle tavole mandano. Et in fra costoro  un Diogene con la sua tazza a ghiacere in su le scalee, figura molto considerata et astratta, che per la sua bellezza e per lo suo abito cos accaso  degna d'essere lodata. Simile vi  Aristotile e Platone, l'uno col Timeo in mano, l'altro con l'Etica, dove intorno li fanno cerchio una grande scuola di filosofi. N si pu esprimere la bellezza di quelli astrologi e geometri che disegnano con le seste in su le tavole moltissime figure e caratteri.
Fra costoro si vede un giovane di formosa bellezza, il quale apre le braccia per maraviglia e china la testa, et  il ritratto di Federigo II, Duca di Mantova, che si trovava allora in Roma.
E`vvi similmente una figura che, chinata a terra con un paio di seste in mano, le gira sopra le tavole, la quale dicono essere Bramante architettore, e che egli non  men desso che se e' fusse vivo, tanto  ben ritratto.
Allato a una figura che volta il didietro et ha una palla del cielo in mano,  il ritratto di Zoroastro, et allato a esso  Rafaello, maestro di questa opera, ritrattosi da se medesimo nello specchio. Questo  una testa giovane e d'aspetto molto modesto, accompagnato da una piacevole e buona grazia, con la berretta nera in capo. N si pu esprimere la bellezza e la bont che si vede nelle teste e figure de' Vangelisti, a' quali ha fatto nel viso una certa attenzione et accuratezza, massime a quelli che scrivono. E cos fece dietro ad un San Matteo mentre che egli cava di quelle tavole dove sono le figure e' caratteri tenuteli da uno angelo e che le distende in sun un libro, un vecchio che messosi una carta in sul ginocchio copia tanto quanto San Matteo distende. E mentre che sta attento in quel disagio pare che egli torca le mascella e la testa, secondo che egli allarga et allunga la penna.
Et oltra le minuzie delle considerazioni, che son pure assai, vi  il componimento di tutta la storia, che certo  spartito tanto con ordine e misura, che egli mostr veramente un saggio di s, tale che fece conoscere che egli voleva, fra coloro che toccavano i pennelli, tenere il campo senza contrasto.
Adorn ancora questa opera di una prospettiva e di molte figure finite con tanto delicata e dolce maniera che fu cagione che Papa Giulio facesse buttare a terra tutte le storie de gli altri maestri e vecchi e moderni, e che Rafaello solo avesse il vanto di tutte le fatiche che in tali opere fussero state fatte fino a quell'ora. Avvene che Gio<van> Antonio Soddoma da Vercelli aveva lavorata una opera, la quale era sopra la storia fatta da Rafaello; per il che Rafaello ebbe commissione dal papa di gettarla a terra, et egli nientedimanco volle servirsi del partimento e delle grottesche, e dove erano alcuni tondi che son quattro, fece per ciascuno una figura del significato delle storie di sotto, volte da quella banda dove era la storia. A quella prima, dove egli aveva dipinto che la Filosofia e l'Astrologia, Geometria e Poesia si accordassino con la Teologia, v'era una femmina fatta per la cognizione delle cose, la quale sedeva in una sedia che aveva per reggimento da ogni banda una dea Cibele, con quelle tante poppe che da gli antichi era figurata Diana Polimaste; e la veste sua era di quattro colori, figurati per li elementi, da la testa in gi v'era il color del fuoco e sotto la cintura era quel dell'aria, da la natura a 'l ginocchio era il color della terra e dal resto perfino a' piedi era il colore dell'acqua.
E cos la accompagnavano alcuni putti bellissimi quanto si pu imaginare bellezza.
In un altro tondo volto verso la finestra che guarda in Belvedere,  finto la Poesia, la quale  in persona di Polinnia coronata di lauro e tiene un suono antico in una mano et un libro nell'altra e sopraposte le gambe con una aria di viso immortale per le bellezze sta elevata con esso al cielo, accompagnandola due putti che son vivaci e pronti, che insieme con essa fanno vari componimenti con le altre. E da questa banda vi f poi, sopra la gi detta finestra, il monte di Parnaso. Nell'altro tondo, che  fatto sopra la storia dove i santi Dottori ordinano la messa,  una Teologia con libri et altre cose attorno, co' medesimi putti, non men bella che le altre.
E sopra l'altra finestra, ch' volta nel cortile, fece nell'altro tondo una Giustizia con le sue bilance e la spada inalberata, con i medesimi putti che a l'altre di somma bellezza, per aver egli nella storia di sotto della faccia fatto come si d le leggi civili e le canoniche, come a suo luogo diremo.
E cos nella volta medesima in su le cantonate de' peducci di quella, fece quattro storie disegnate e colorite con una gran diligenza, ma di figure di non molta grandezza. In una delle quali verso dove era la Teologia fece il peccar di Adamo, lavoratovi con leggiadrissima maniera, il mangiare del pomo; et in quella dove era la Astrologia vi era ella medesima che poneva le stelle fisse e l'erranti a' luoghi loro.
Nell'altra poi del monte di Parnaso era Marsia fatto scorticare a uno albero da Apollo; e diverso la storia dove si davono i decretali, era il giudizio di Salamone quando egli vuol far dividere il fanciullo. Le quali quattro istorie sono tutte piene di senso e di affetto, e lavorate con disegno bonissimo e di colorito vago e graziato.
Ma finita oramai la volta, cio il cielo di quella stanza, resta che noi raccontiamo quello che e' fece faccia per faccia appi delle cose dette di sopra.
Nella facciata dunque di verso Belvedere, dove  il monte Parnaso e il fonte di Elicona, fece intorno a quel monte una selva ombrosissima di lauri, ne' quali si conosce per la loro verdezza quasi il tremolare delle foglie per l'aure dolcissime e nella aria una infinit di amori ignudi con bellissime arie di viso, che colgono rami di lauro e ne fanno ghirlande, e quelle spargono e gettano per il monte.
Nel quale pare che spiri veramente un fiato di divinit nella bellezza delle figure e da la nobilt di quella pittura, la quale fa maravigliare chi intentissimamente la considera, come possa ingegno umano con l'imperfezzione di semplici colori ridurre con l'eccellenzia del disegno le cose di pittura a parere vive; come que' poeti che si veggono sparsi per il monte, chi ritti, chi a sedere e chi scrivendo, altri ragionando et altri cantando o favoleggiando insieme, a quattro, a sei, secondo che gli  parso di scompartirgli.
Sonvi ritratti di naturale tutti i pi famosi et antichi e moderni poeti che furono e che erano fino al suo tempo, i quali furono cavati parte da statue, parte da medaglie e molti da pitture vecchie et ancora di naturale mentre che erano vivi da lui medesimo.
E per cominciarmi da un capo, qui vi  Ovidio, Virgilio, Ennio, Tibullo, Catullo, Properzio et Omero, e tutte in un groppo le nove Muse et Apollo con tanta bellezza d'arie e divinit nelle figure, che grazia e vita spirano ne' fiati loro. E`vvi la dotta Safo et il divinissimo Dante, il leggiadro Petrarca e lo amoroso Boccaccio, che vivi vivi sono; et il Tibaldeo et infiniti altri moderni. La quale istoria  fatta con molta grazia e finita con diligenzia.
Fece in un'altra parete un cielo con Cristo e la Nostra Donna, San Giovanni Batista, gli Apostoli e gli Evangelisti, i Martiri su le nugole con Dio Padre, che sopra tutti manda lo Spirito Santo a un numero infinito di santi che sotto scrivono la Messa; e sopra l'Ostia, che  sullo altare, disputano. Fra i quali sono i quattro Dottori della Chiesa, e intorno hanno infiniti santi. E`vvi Domenico, Francesco, Tomaso d'Aquino, Buonaventura, Scoto, Nicol de Lira, Dante, fra' Girolamo da Ferrara e tutti i teologi cristiani et infiniti ritratti di naturale; et in aria sono quattro fanciulli che tengono aperti gli Evangeli. Delle quali figure non potrebbe pittore alcuno formar cosa pi leggiadra, n di maggior perfezzione, avvenga che nell'aria et in cerchio son figurati que' santi a sedere, che nel vero, oltra al parer vivi di colori, scortano di maniera e sfuggono che non altrimenti farebbono s'e' fussino di rilievo.
Oltra che sono vestiti diversamente, con bellissime pieghe di panni e l'arie delle teste pi celesti che umane, come si vede in quella di Cristo, la quale mostra quella clemenzia e quella piet che pu mostrare a gli uomini mortali divinit di cosa dipinta. Avvenga che Rafaello ebbe questo dono dalla natura di far l'arie sue delle teste dolcissime e graziosissime, come ancora ne fa fede la Nostra Donna che messesi le mani al petto, guardando e contemplando il Figliuolo, pare che non possa dinegar grazia; senza che egli riserv un decoro certo bellissimo, mostrando nell'arie de' santi Patriarci l'antichit, negli Apostoli la semplicit e ne' Martiri la fede.
Ma molto pi arte et ingegno mostr ne' santi e Dottori cristiani, i quali a sei, a tre, a due disputando per la storia, si vede nelle cere loro una certa curiosit et uno affanno nel voler trovare il certo di quel che stanno in dubbio, faccendone segno col disputar con le mani e col far certi atti con la persona, con attenzione degli orecchi, con lo increspare delle ciglia e con lo stupire in molte diverse maniere, certo variate e proprie, salvo che i quattro Dottori della Chiesa che, illuminati dallo Spirito Santo, snodano e risolvono con le Scritture Sacre tutte le cose de gli Evangeli, che sostengano que' putti che gli hanno in mano volando per l'aria.
Fece nell'altra faccia, dove  l'altra finestra, da una parte Giustiniano che d le leggi a i dottori che le corregghino, e sopra la Temperanza, la Fortezza e la Prudenza.
Dall'altra parte fece il papa che d le decretali canoniche, e vi ritrasse Papa Giulio di naturale; Giovanni Cardinale de' Medici assistente, Antonio Cardinale di Monte et Alessandro Farnese Cardinale, ora, la Dio grazia, Sommo Pontefice, con altri ritratti.
Rest il papa di questa opera molto sodisfatto, e per fargli le spalliere di prezzo, come era la pittura, fece venire da Monte Oliveto di Chiusuri, luogo in quel di Siena, fra' Giovanni da Verona, allora gran maestro di commessi di prospettive di legno, il quale vi fece non solo le spalliere che attorno vi erano, ma ancora usci bellissimi e sederi lavorati in prospettive; i quali grandissima grazia, premio et onore gli acquistarono col papa. E` certo che in tal magisterio mai non fu pi nessuno pi valente di disegno e d'opera che fra' Giovanni, come ne fa fede ancora in Verona sua patria una sagrestia di prospettive di legno bellissima in Santa Maria in Organo, il coro di Monte Oliveto di Chiusuri e quel di San Benedetto di Siena et ancora la sagrestia di Monte Oliveto di Napoli, e nel luogo medesimo nella cappella di Paolo da Tolosa il coro lavorato da lui; per il che merit che dalla religion sua fosse stimato e con grandissimo onor tenuto, il quale mor in quella d'et d'anni LXVIII l'anno MDXXXVII.
E di costui come di persona veramente eccellente e rara ho qui voluto far menzione, parendomi che cos meritasse la sua virt. Ma per tornare a Rafaello, crebbero le virt sue di maniera ch'e' seguit, per commissione del papa, la camera seconda verso la sala grande. Et egli, che nome grandissimo aveva acquistato, ritrasse in questo tempo Papa Giulio in un quadro a olio, tanto vivo e verace, che faceva temere il ritratto a vederlo, come se proprio egli fosse il vivo, la quale opera  oggi in Santa Maria del Popolo, con un quadro di Nostra Donna bellissimo, fatto medesimamente in questo tempo, dentrovi la Nativit di Ies Cristo, dove  la Vergine che con un velo cuopre il Figliuolo, il quale  di tanta bellezza che nella aria della testa e per tutte le membra dimostra essere vero figliuolo di Dio. E non manco di quello  bella la testa et il volto di essa Madonna, conoscendosi in lei oltra la somma bellezza, allegrezza e piet. E`vvi un Giuseppo che, appoggiando ambe le mani ad una mazza, pensoso in contemplare il Re e la Regina del Cielo, sta con una ammirazione da vecchio santissimo. Et amendue questi quadri si mostrano le feste solenni. Aveva acquistato in Roma Rafaello in questi tempi molta fama; et ancora che egli avesse la maniera gentile da ognuno tenuta bellissima, con tutto che egli avesse veduto tante anticaglie in quella citt e che egli studiasse continovamente, non aveva per per questo dato ancora alle sue figure una certa grandezza e maest che e' diede loro da qui avanti. Perch vi venne in questo tempo che Michele Agnolo fece al papa nella cappella quel romore e paura, come diremo nella vita sua, onde fu sforzato fuggirsi a Fiorenza; per il che avendo Bramante la chiave della cappella, a Rafaello, come amico, la fece vedere, acci che i modi di Michele Agnolo comprendere potesse. Onde tal vista fu cagione che in Santo Agostino sopra la Santa Anna di Andrea Sansovino in Roma Rafaello subito rifece di nuovo lo Esaia profeta che ci si vede, che di gi lo aveva finito. La quale opera per le cose vedute di Michele Agnolo miglior et ingrand fuor di modo la maniera e diedeli pi maest.
Perch, nel veder poi Michele Agnolo l'opera di Rafaello, pens che Bramante com'era vero, gli avesse fatto quel male inanzi per fare utile e nome a Rafaello.
Era in questo tempo a Roma Agostin Chisi mercante sanese ricchissimo e grande, il quale oltra a la mercatura teneva conto di tutte le persone virtuose e massime de gli architetti, pittori e scultori, e fra gli altri aveva preso grandissima amicizia con Rafaello, al quale per lassar nome nelle memorie di quell'arte come fece nella mercatura e ricchezze, fece allogazione d'una cappella all'entrata della chiesa di Santa Maria della Pace a man destra entrando in chiesa dalla porta principale; che, fatto fare i ponti Rafaello e finito i cartoni, la condusse lavorata in fresco nella maniera nuova et alquanto pi magnifica e grande che egli aveva presa di nuovo. Figur Rafaello in tal pittura, avanti che la cappella di Michelagnolo si discopresse publicamente, alcuni profeti e sibille che nel vero delle sue cose  tenuta la miglior e, fra le tante belle, bellissima; perch nelle femmine e ne i fanciulli che vi sono v' grandissima vivacit e colorito perfetto. E questa opera lo f stimar grandemente vivo e morto. Poi, stimolato da' prieghi d'un cameriere di Papa Giulio, dipinse la tavola dello altar maggiore di Araceli, nella quale fece una Nostra Donna in aria, con un paese bellissimo, un San Giovanni et un San Francesco, e San Girolamo ritratto da cardinale; nella qual Nostra Donna  una umilt e modestia veramente da Madre di Cristo; et il putto  con bella attitudine scherzando col manto della Madonna; conoscesi nella figura di San Giovanni quella penitenza che suole fare il digiuno, e nella testa si scorge una sincerit d'animo et una prontezza di sicurt, come in coloro che lontani dal mondo lo sbeffano e nel praticare il publico odiano la bugia e dicono la verit. Simile  nel San Girolamo che ha una testa elevata con gli occhi alla Nostra Donna, tutta contemplativa, ne' quali par che ci accenni tutta quella dottrina e sapienzia che egli scrivendo mostr ne le sue carte, offerendo con ambe le mani il cameriero, e par che egli lo raccomandi, il quale nel suo ritratto  non men vivo che si sia dipinto. N manc Rafaello fare il medesimo nella figura di San Francesco, il quale ginocchioni in terra, con un braccio steso e con la testa elevata, guarda in alto la Nostra Donna, ardendo di carit nello affetto della pittura, la quale nel lineamento e nel colorito mostra che e' si strugga di affezzione, pigliando conforto e vita da 'l mansuetissimo guardo della bellezza di lei e da la vivezza e bellezza del Figliuolo. Fecevi Rafaello un putto ritto in mezzo della tavola sotto la Nostra Donna, che alza la testa verso lei e tiene uno epitaffio, che di bellezza di volto e di corrispondenza della persona non si pu fare n pi grazioso n meglio, oltre che v' un paese che in tutta perfezzione  singulare e bellissimo. Dappoi, continuando le camere di palazzo, fece una storia del Miracolo del Sacramento del corporale d'Orvieto o di Bolsena, che eglino si dichino. Nella quale storia si vede mentre che il prete dice messa, nella sua testa infocata di rosso, la vergogna che egli aveva nel veder per la sua incredulit fatto liquefar l'Ostia in sul corporale e che spaventato ne gli occhi e fuor di s e smarrito nel cospetto de' suoi uditori, par persona inrisoluta. E si conosce nell'attitudine delle mani quasi il tremito e lo spavento che merc della colpa gli si debbe dalla punizione con la pena. Fecevi Rafaello intorno molte varie e diverse figure, chi serve a la messa, altri stanno su per una scala ginocchioni, che alterate dalla novit del caso fanno bellissime attitudini in diversi gesti, esprimendo in molte uno affetto di rendersi in colpa, tanto ne' maschi, quanto nelle femmine, fra le quali ve n' una che a pi della storia da basso siede in terra tenendo un putto in collo, la quale sentendo il ragionamento che mostra un'altra di dirle il caso successo al prete, maravigliosamente si storce mentre che ella ascolta ci, con una grazia donnesca molto propria e vivace.
Finse da l'altra banda Papa Giulio ch'ode quella messa, cosa maravigliosissima, dove ritrasse il Cardinale di San Giorgio et infiniti; e nel rotto della finestra accomod una salita di scalee che la storia mostra intera, anzi pare che, se il vano di quella finestra non vi fosse, quella non stava punto bene.
Laonde veramente si gli pu dar vanto che nelle invenzioni de i componimenti di che storie si fossero, nessuno gi mai pi di lui nella pittura  stato accomodato et aperto e valente; come mostr ancora in questo medesimo luogo dirimpetto a questa in una storia quando San Piero nelle mani d'Erode in pregione  guardato da gli armati, dove tanta  l'architettura che ha tenuto in tal cosa e tanta la discrezione nel casamento della prigione, che invero gli altri appresso a lui hanno pi di confusione ch'egli non ha di bellezza; cercando di continuo figurare le storie come elle sono scritte e farvi dentro cose garbate et eccellenti, come mostra in questa l'orrore della prigione nel veder legato fra que' due armati con le catene di ferro quel vecchio, il gravissimo sonno nelle guardie, il lucidissimo splendor dell'angelo nelle scure tenebre della notte luminosamente far discernere tutte le minuzie delle carcere e vivacissimamente risplendere nell'armi di coloro, che i lustri paressino bruniti pi che se fussino di pittura.
N meno arte e ingegno  nello atto quando egli, sciolto da le catene, esce fuor di prigione accompagnato dall'angelo, dove mostra nel viso San Piero pi tosto d'essere un sogno che visibile, come ancora si vede terrore e spavento in altre guardie che, armate fuor della prigione, sentono il romore della porta di ferro, et una sentinella con una torcia in mano desta gli altri, e mentre con quella fa lor lume reflettano i lumi della torcia in tutte le armi, e dove non percuote quella serve un lume di luna. La quale invenzione, avendola fatta Rafaello sopra la finestra, viene a esser quella facciata pi scura, avvenga che quando si guarda tal pittura ti d il lume nel viso e contendono tanto bene insieme la luce viva con quella dipinta co' diversi lumi della notte, che ti par vedere il fumo della torcia, lo splendor dell'angelo con le scure tenebre della notte s naturali e s vere, che non diresti mai che ella fussi dipinta, avendo espresso tanto propriamente s difficile imaginazione. Qui si scorgono nell'arme l'ombre, gli sbattimenti, i reflessi e le fumosit del calor de' lumi lavorati con ombra s abbacinata, che invero si pu dire che egli fosse il maestro de gli altri. E, per cosa che contrafaccia la notte pi simile di quante la pittura ne facesse gi mai, questa  la pi divina e da tutti tenuta la pi rara.
Egli fece ancora, in una delle pareti nette, il culto divino e l'arca de gli Ebrei et il candelabro e Papa Giulio che caccia l'avarizia de la Chiesa, storia di bellezza e di bont simile alla notte detta di sopra.
Nella quale istoria si veggono alcuni ritratti di palafrenieri, che vivevano allora, i quali in su la sedia portano Papa Giulio veramente vivissimo.
Al quale mentre che alcuni popoli e femmine fanno luogo perch e' passi, si vede la furia d'uno armato a cavallo, il quale accompagnato da due appi, con attitudine ferocissima, urta e perquote il superbissimo Eliodoro, che per comandamento di Antioco vuole spogliare il tempio di tutti i depositi de le vedove e de' pupilli, e gi si vede lo sgombro delle robe et i tesori che andavano via, ma per la paura del nuovo accidente di Eliodoro abbattuto e percosso aspramente da i tre predetti che, per essere ci visione, da lui solamente sono veduti e sentiti, si veggono traboccare e versare per terra, cadendo chi gli portava per un subito orrore e spavento che era nato in tutte le genti di Eliodoro.
Et appartato da questi si vede il Santissimo Onia Pontefice, pontificalmente vestito, con le mani e con gli occhi al cielo, ferventissimamente orare, afflitto per la compassione de' poverelli che quivi perdevano le cose loro et allegro per quel soccorso che dal ciel sente sopravenuto.
Veggonsi oltra ci, per bel capriccio di Rafaello, molti saliti sopra i zoccoli del basamento et abbracciatisi alle colonne, con attitudini disagiatissime, stare a vedere; et un popolo tutto attonito in diverse e varie maniere, che aspetta il successo di questa cosa. Nella volta poi che vi  sopra fece quattro storie: l'apparizione di Dio ad Abraam nel promettergli la moltiplicazione del seme suo, il sacrificio d'Isac, la scala di Iacob e 'l rubo ardente di Mois, nella quale non si conosce meno arte, invenzione, disegno e grazia che nelle altre cose lavorate di lui.
Mentre che la felicit di questo artefice faceva di s tante gran maraviglie, la invidia della fortuna priv de la vita Giulio II, il quale era alimentatore di tal virt et amatore d'ogni cosa buona. Laonde fu poi creato Leon X, il quale volle che tale opera si seguisse, e Rafaello ne sal con la virt in cielo e ne trasse cortesie infinite avendo incontrato in un principe s grande, il quale per eredit di casa sua era molto inclinato a tale arte. Per il che Rafaello si mise in cuore di seguire tale opera e nell'altra faccia fece la venuta d'Atila a Roma e lo incontrarlo appi di Monte Mario che fece Leon III Pontefice, il quale lo cacci con le sole benedizzioni.
Fece Rafaello in questa storia San Pietro e San Paulo in aria con le spade in mano, che vengono a difender la Chiesa.
E se bene la storia di Leon III non dice questo, egli per capriccio suo volse figuralla forse cos, come interviene molte volte che con le pitture come con le poesie si va vagando, per ornamento dell'opera, non si discostando per per modo non conveniente dal primo intendimento.
Vedesi in quegli Apostoli quella fierezza et ardire celeste che suole il giudizio divino molte volte mettere nel volto de' servi suoi per difender la santissima religione.
E ne fa segno Atila, in sun un cavallo nero balzano e stellato in fronte, bellissimo quanto pi si pu, il quale con attitudine spaventosa alza la testa e volta la persona in fuga; sonvi cavalli bellissimi e massime un gianetto macchiato, che  cavalcato da una figura, la quale ha tutto lo ignudo coperto di scaglie a guisa di pesce, il che  ritratto da la Colonna Traiana, nella quale son i popoli armati in quella foggia. E si stima ch'elle siano arme fatte di pelle di coccodrilli. E`vvi Monte Mario che abruccia, mostrando che nel fine della partita de' soldati gli aloggiamenti patiscano di ci. Ritrasse ancora di naturale alcuni mazzieri che accompagnano il papa, i quali son vivissimi e cos i cavalli dove son sopra et il simile la corte de' cardinali et alcuni palafrenieri che tengono la chinea dove  a cavallo sopra in pontificale, ritratto non men vivo che gli altri, Leon X e molti cortigiani, cosa leggiadrissima da vedere a proposito in tale opera et utilissima a l'arte nostra, massimamente per quegli che di tali cose son digiuni. In questo medesimo tempo fece a Napoli una tavola, la quale fu posta in San Domenico nella cappella dove  il Crocifisso che parl a S. Tomaso d'Aquino; dentro vi  la Nostra Donna, San Girolamo vestito da cardinale et uno angelo Rafaello ch'accompagna Tobia.
Lavor un quadro al signor Leonello da Carpi, il quale fu miracolosissimo di colorito e di bellezza singulare, atteso che egli  condotto di forza e d'una vaghezza tanto leggiadra, che io non penso che e' si possa far meglio; vedendosi nel viso della Nostra Donna una divinit e ne la attitudine una modestia che non  possibile migliorarla.
Finse che ella a man giunte adori il Figliuolo che le siede in su le gambe, facendo carezze a San Giovanni piccolo fanciullo, il quale lo adora insieme con Santa Elisabetta e Giuseppo.
Questo quadro  oggi appresso il reverendissimo Cardinale di Carpi, della pittura e scultura amator grandissimo. Et essendo stato creato Lorenzo Pucci, Cardinale di Santi Quattro, sommo penitenziere, ebbe grazia con esso che egli facesse per San Giovanni in Monte di Bologna una tavola, la quale  oggi locata nella cappella, dove  il corpo della Beata Elena da l'Olio, nella quale opera mostr quanto la grazia nelle delicatissime mani di Rafaello potesse insieme con l'arte.
E`vvi una Santa Cecilia che, a un coro in cielo d'angeli abbagliati, sta a udire il suono et  data in preda alla armonia, vedendosi nella sua testa quella astrazzione che si vede nelle teste di coloro che sono in estasi; oltra che sono esparsi per terra instrumenti musici che non dipinti, ma vivi e veri si conoscono, e similmente alcuni suoi veli e vestimenti di drappi d'oro e di seta, e sotto quelli un ciliccio maraviglioso.
E`vvi un San Paulo che posato il braccio destro in su la spada ignuda e la testa posta appoggiata alla mano, dove si vede espressa la considerazione della sua scienzia, non meno che l'aspetto della sua fierezza conversa in gravit; vestito d'un panno rosso semplice per mantello e tonica verde sotto quello, alla apostolica, e scalzo. E`vvi una Santa Maria Maddalena che tiene in mano un vaso di pietra finissima, in un posar leggiadrissimo e svoltando la testa par tutta allegra in una vivezza della sua converzione, che certo in quel genere penso che meglio non si potesse fare; cos le teste di Santo Agostino e di S. Giovanni Evangelista.
E nel vero che l'altre pitture da quei che l'hanno dipinte, pitture nominare si possono, ma quelle di Rafaello vive: perch trema la carne, vedesi lo spirito, battono i sensi alle figure sue e vivacit viva vi si scorge; per il che questo li diede, oltra le lodi che aveva, pi nome assai.
Laonde furono per fatti a suo onore molti versi e latini e vulgari, de' quali metter questi soli per non far pi lunga storia di quel che mi abbi fatto: 4      Pingant sola alii referantque coloribus ora; 5 Caeciliae os Raphael atque animum explicuit.
Fece ancora dopo questo un quadretto di figure piccole, oggi in Bologna medesimamente in casa il Conte Vincenzio Arcolano, dentrovi un Cristo a uso di Giove in cielo e d'attorno i quattro Evangesti, come gli descrive Ezecchiel; uno a guisa di uomo e l'altro di leone e quello d'aquila e di bue, con un paesino sotto figurato per la terra, non meno raro e bello nella sua piccolezza che sieno l'altre cose sue nelle grandezze loro. A Verona mand della medesima bont un quadro in casa i Conti da Canossa, et a Bindo Altoviti fece il ritratto suo quando era giovane, che  tenuto stupendissimo.
E similmente un quadro di Nostra Donna che egli mand a Fiorenza nelle sue case, cosa bellissima. Avendo egli in quello fatto una Santa Anna vecchissima a sedere, la quale porge alla Nostra Donna il suo Figliuolo di tanta bellezza ne l'ignudo e nelle fattezze del volto, che nel suo ridere rallegra chiunche lo guarda; senza che Rafaello mostr nel dipignere la Nostra Donna tutto quello che di bellezza si possa fare nell'aria di una vergine, dove sia accompagnata negli occhi modestia, nella fronte onore, nel naso grazia e nella bocca virt, senza che l'abito suo  tale che mostra una semplicit et onest infinita. E nel vero non penso per una tanta cosa si possa veder meglio. E`vvi un San Giovanni a sedere ignudo et un'altra santa ch' bellissima anch'ella.
Cos per campo vi  un casamento, dove egli ha finto una finestra impannata che fa lume alla stanza dove le figure son dentro.
Fece in Roma un quadro di buona grandezza, nel quale ritrasse Papa Leone, il Cardinale Giulio de' Medici et il Cardinale de' Rossi, nel quale si veggono non finte, ma di rilievo tonde le figure; quivi  il velluto che ha il pelo, il domasco addosso a quel papa, che suona e lustra; e le pelli della fodera son morbide e vive, gli ori e le sete contrafatti s, che non colori ma oro e seta paiono. Vi  un libro di carta pecora miniato che pi vivo si mostra che la vivacit, un campanello d'argento lavorato che maraviglia  a voler dire quelle parti che vi sono.
Ma fra l'altre una palla della seggiola brunita e d'oro nella quale, a guisa di specchio, si ribattono (tanta  la sua chiarezza) i lumi delle finestre, le spalle del papa et il rigirare delle stanze; e sono tutte queste cose condotte con tanta diligenzia, che credasi pure e sicuramente che maestro nessuno di questo meglio non faccia, n abbia a fare.
La quale opera fu cagione che il papa di premio grande lo rimuner, e questo quadro si trova ancora in Fiorenza nella guardaroba del duca. Fece similmente il Duca Lorenzo e 'l Duca Giuliano con perfezzione non pi da altri che da esso dipinta nella grazia del colorito, i quali sono appresso a gli eredi di Ottaviano de' Medici in Fiorenza.
Laonde di grandezza fu la gloria di Rafaello accresciuta e de' premii parimente, perch per lasciare memoria di s fece murare un palazzo a Roma in Borgo Nuovo, che Bramante lo fece condurre di getto.
Avvenne in questo tempo che la fama di questo mirabile artefice fino in Fiandra et in Francia era passata; per che Alberto Durero tedesco, pittore mirabilissimo et intagliatore di rame di bellissime stampe, divenne tributario delle sue opere a Raffaello et e' gli mand la testa d'un suo ritratto condotta da lui a guazzo su una tela di bisso, che da ogni banda mostrava parimente e senza biacca i lumi trasparenti, se non con acquerelli di colori era tinta e macchiata, e de' lumi del panno aveva campato i chiari, la quale cosa parve maravigliosa a Raffaello, per che egli gli mand molte carte disegnate di man sua, le quali furono carissime ad Alberto. Era questa testa fra le cose di Giulio Romano, ereditario di Raffaello in Mantova.
Perch avendo veduto Raffaello lo andare nelle stampe d'Alberto Durero, volenteroso ancor egli di mostrare quel che in tale arte poteva, fece studiare Marco Antonio Bolognese in questa pratica infinitamente, il quale riusc tanto eccellente che fece stampare le prime cose sue: la carta de gli Innocenti, un Cenacolo, il Nettunno e la Santa Cecilia quando bolle nell'olio.
Fece poi Marco Antonio per Rafaello un numero di stampe, le quali Rafaello don poi al Baviera suo garzone, ch'aveva cura d'una sua donna, la quale Rafaello am sino alla morte e di quella fece un ritratto bellissimo che pareva viva viva, il quale  oggi in Fiorenza appresso il gentilissimo Matteo Botti, mercante fiorentino, amico e familiare d'ogni persona virtuosa e massime de i pittori, tenuta da lui come reliquia per lo amore che egli porta all'arte e particularmente a Rafaello.
N meno di lui stima l'opere dell'arte nostra e gli artefici il fratello suo Simon Botti che, oltra lo esser tenuto da tutti noi per uno de' pi amorevoli che faccino benefizio a gli uomini di queste professioni,  da me particulare tenuto e stimato per il migliore e maggiore amico che a lungo si possa con isperimenti provare, oltra al giudizio buono che egli ha e mostra nelle cose dell'arte. Ma per tornare a le stampe, il favorire il Baviera fu cagione che si destassi poi Marco da Ravenna et altri infiniti, talch le stampe in rame fecero, de la carestia loro, quella copia ch'al presente veggiamo.
Per che Ugo da Carpi che d'invenzione aveva il cervello in cose ingegnose e fantastiche, trov le stampe di legno, che con tre stampe si possa il mezzo, il lume e l'ombra contrafare, le carte di chiaro oscuro, la quale certo fu cosa di bella e capricciosa invenzione e di questa ancora  poi venuta abbondanza.
Egli fece per il monasterio di Palermo detto Santa Maria dello Spasmo, de' frati di Monte Oliveto, una tavola d'un Cristo che porta la croce, la quale  tenuta cosa maravigliosa, conoscendosi in quella la impiet de' crocifissori che lo conducevano a la morte a 'l Monte Calvario con grandissima rabbia, dove il Cristo, appassionatissimo nel tormento dello avvicinarsi alla morte, cascato in terra per il peso del legno della croce e bagnato di sudore e di sangue, si volta verso le Marie, che del dolore piangono dirottissimamente. E`vvi fra loro Veronica che stende le braccia porgendoli un panno, con uno affetto di carit grandissima. Oltra che l'opera  piena di armati a cavallo et a piede, i quali sboccano fuora della porta di Gierusalemmo con gli stendardi della giustizia in mano, in attitudini varie e bellissime.
Questa tavola, finita de 'l tutto, ma non condotta ancora a suo luogo, fu vicinissima a capitar male, con ci sia che e' dicono che, essendo ella messa in mare per portarla in Palermo, una orribile tempesta percosse ad uno scoglio la nave che la portava, di maniera che tutta si aperse e si perderono gli uomini e le mercanzie, eccetto questa tavola solamente che, cos incassata come era, fu portata dal mare in quel di Genova; dove ripescata e tirata in terra, fu veduta essere cosa divina e per questo messa in custodia, essendosi mantenuta illesa e senza macchia o difetto alcuno, percioch sino alla furia de' venti e l'onde del mare ebbono rispetto alla bellezza di tale opera. Della quale, divulgandosi poi la fama, procacciarono i monaci di riaverla, et appena che co' favori stessi del papa ella fusse renduta loro, satisfacendo prima e bene a chi la aveva salvata.
Rimbarcatala dunque di nuovo e condottola pure in Sicilia, la posero in Palermo, nel quale luogo ha pi fama e riputazione che 'l monte di Vulcano.
Mentre che Rafaello lavorava queste opere, le quali non poteva mancare di fare, avendo a servire per persone grandi e segnalate, oltra che ancora per qualche interesse particulare e' non potesse disdire, non restava per con tutto questo di seguitare l'ordine che egli aveva cominciato de le camere del papa e delle sale. Nelle quali del continuo teneva delle genti che con i disegni suoi medesimi gli tiravano innanzi l'opera, e continuo rivedendole sopperiva con tutti quelli aiuti migliori che egli pi poteva ad un peso cos fatto.
Non pass dunque molto che egli scoperse la camera di Torre Borgia, nella quale aveva fatto in ogni faccia una storia, due sopra le finestre e due altre in quelle libere.
Era in una lo Incendio di Borgo Vecchio di Roma, che non possendosi spegnere il fuoco, San Leone IIII si fa alla loggia di palazzo e con la benedizione lo estingue interamente: nella quale storia si vede diversi pericoli figurati, da una parte v' femmine che dalla tempesta del vento, mentre elle portano acqua per ispegnere il fuoco con certi vasi in mano et in capo, sono aggirati loro i capegli et i panni con una furia terribilissima: oltre che molti si studiano a buttare acqua, i quali accecati dal fumo, non cognoscono se stessi.
Da l'altra parte v' figurato, nel medesimo modo che Vergilio descrive che Anchise fu portato da Enea, un vecchio ammalato, fuor di s per l'infermit e per le fiamme del fuoco; e vedesi nella figura del giovane l'animo e la forza et il patire di tutte le membra dal peso del vecchio abbandonato addosso a quel giovane.
Seguitalo una vecchia scalza e sfibbiata che viene fuggendo il fuoco et un fanciulletto gnudo, loro innanzi. Cos da 'l sommo d'una rovina si vede una donna ignuda tutta rabbuffata la quale avendo il figliuolo in mano, lo getta ad un suo, che  campato da le fiamme e sta nella strada in punta di piede, a braccia tese per ricevere il fanciullo in fasce: dove non meno si conosce in lei l'affetto del veder di campare il figliuolo, che il patire di s nel pericolo dello ardentissimo fuoco che la avvampa; n meno passione si scorge in colui che lo piglia, che si facci in lui il timore della morte. N si pu esprimere quello che si imagin questo ingegnosissimo e mirabile artefice in una madre che, messosi i figlioli innanzi, scalza, sfibbiata, scinta e rabbaruffato il capo, con parte delle veste in mano, gli batte perch e' fugghino da la rovina e da quello incendio del fuoco. Oltre che vi sono ancor alcune femmine che, inginocchiate dinanzi al papa, pare che prieghino Sua Santit che faccia che tale incendio finisca.
L'altra storia  del medesimo San Leon IIII dove ha finto il porto di Ostia occupato da una armata di Turchi, che era venuta per farlo prigione.
Veggonvisi i Cristiani combattere in mare l'armata e gi al porto esser venuti prigioni infiniti che d'una barca escano tirati da certi soldati per la barba con bellissime cere e bravissime attitudini, e con una differenza di abiti da galeotti sono menati innanzi a San Leone che  figurato e ritratto per Papa Leone X. Dove fece Sua Santit in pontificale, in mezzo del Cardinale Santa Maria in Portico, ci  Bernardo Divizio da Bibbiena, e Giulio de' Medici Cardinale che fu poi Papa Clemente.
N si pu contare minutissimamente invero le belle avvertenze che us questo ingegnosissimo artefice nelle arie de' prigioni, che senza lingua si conosce il dolore, la paura e la morte, come fa fede in tutta l'opera quel che si vede dipinto, fatto con arte e giudizio grandissimo.
Sono nelle altre due storie quando Papa Leone X sagra il Re cristianissimo Francesco I di Francia; cantando la messa in pontificale Sua Santit benedice gli olii per ugnerlo et insieme la corona reale. Dove oltra il numero de' cardinali e vescovi in pontificale che ministrano, vi ritrasse molti ambasciatori et altre persone ritratte di naturale, e cos certe figure con abiti alla franzese usatisi in quel tempo.
Nell'altra storia fece la coronazione del detto re, nella quale  il papa et esso Francesco ritratti di naturale, l'uno armato e l'altro pontificalmente. Oltra che tutti i cardinali, vescovi, camerieri, scudieri, cubicularii, sono in pontificale a' loro luoghi a sedere ordinatamente come costuma la cappella, ritratti di naturale, come Giannozzo Pandolfini Vescovo di Troia, amicissimo di Rafaello e molti altri che furono segnalati in quel tempo.
E vicino al re  un putto ginocchioni che tiene la corona reale, che fu ritratto Ipolyto de' Medici, che fu poi cardinale e vicecancelliere, tanto pregiato et amicissimo non solo di questa virt, ma di tutte le altre. Alle benignissime ossa del quale mi conosco molto obbligato, poich il principio mio, quale egli si sia, ebbe origine da lui.
Non si pu scrivere le minuzie delle cose di questo artefice, che invero ogni cosa nel suo silenzio par che favelli; oltra i basamenti fatti sotto a queste con varie figure di difensori e remuneratori della Chiesa, messi in mezzo da varii termini e condotto tutto d'una maniera, che ogni cosa mostra spirto et affetto e considerazione, con quella concordanzia et unione di colorito l'una con l'altra, che non si pu imaginare non che fare.
E perch la volta di questa stanza era dipinta da Pietro Perugino suo maestro, Raffaello non la volse guastar per la memoria sua e per l'affezzione che egli gli portava, sendo stato principio del grado che egli teneva in tal virt. Era tanta la grandezza di questo uomo che teneva disegnatori per tutta Italia, a Pozzuolo e fino in Grecia; n rest d'avere tutto quello che di buono per questa arte potesse giovare.
Per che seguitando egli ancora fece una sala, dove di terretta erano alcune figure di Apostoli et altri santi in tabernacoli; e per Giovanni da Udine suo discepolo, il quale per contrafare animali  unico e solo, fece in ci tutti quegli animali che Papa Leone aveva, il cameleonte, i zibetti, le scimie, i papagalli, i lioni, i liofanti e gli altri animali stratti. Et inoltre che di grottesche e vari pavimenti egli tal palazzo abbell assai, diede ancora disegno alle scale papali et alle logge cominciate bene da Bramante architettore, ma rimase imperfette per la morte di quello e seguite poi col nuovo disegno et architettura di Raffaello, che ne fece un modello di legname con maggiore ordine et ornamento che non aveva fatto Bramante.
Perch volendo Papa Leone mostrare la grandezza della magnificenzia e generosit sua, Raffaello fece i disegni degli ornamenti di stucchi e delle storie che vi si dipinsero e similmente de' partimenti; et allo stucco et alle grottesche fece capo di quella opera Giovanni da Udine, e per le figure Giulio Romano, ancora che poco vi lavorasse, cos Gio<van> Francesco, il Bologna, Perin del Vaga, Pellegrino da Modona, Vincenzio da San Gimignano e Polidoro da Caravaggio, con molti altri pittori che feciono storie e figure et altre cose che scadevano per tutto quel lavoro.
Il quale fece egli finire con tanta perfezzione, che sino da Fiorenza fece condurre il pavimento da Luca della Robbia.
Onde certamente non pu per pitture, stucchi, ordine, invenzioni pi belle n farsi, n imaginarsi di fare. E fu cagione la bellezza di questo lavoro che Raffaello ebbe carico di tutte le cose di pittura et architettura che si facevano in palazzo.
Dicesi ch'era tanta la cortesia in Raffaello, che coloro che muravano, perch egli accomodasse gli amici suoi, non tirarono la muraglia tutta soda e continuata, ma lasciarono sopra le stanze vecchie da basso alcune aperture e vani da potervi riporre botti, vettine e legne, le quali buche e vani fecero indebilire i piedi della fabbrica s, che  stato forza che si riempia da poi, perch tutta cominciava ad aprirsi. Egli fece fare a Gian Barile in tutte le porte e palchi di legname cose d'intaglio, lavorate e finite con bella grazia.
Diede disegni d'architettura alla vigna del papa, et in Borgo a pi case e particularmente al palazzo di M<esser> Gio<van> Batista da l'Aquila, il quale fu cosa bellissima.
Ne disegn ancora uno al Vescovo di Troia, il quale lo fece fare in Fiorenza nella via di San Gallo. Fece a' monaci neri di San Sisto in Piacenza la tavola dello altar maggiore, dentrovi la Nostra Donna con San Sisto e Santa Barbara, cosa veramente rarissima e singulare. Fece in Francia molti quadri e particularmente per il re San Michele che combatte col Diavolo, tenuto cosa maravigliosa. Nella quale opera fece un sasso arsiccio per il centro della terra che fra le fessure di quello usciva fuori alcuna fiamma di fuoco e di solfo; et in Lucifero incotto et arso nelle membra con incarnazione di diverse tinte si scorgeva tutte le sorte della collera che la superbia invelenisce e gonfia contra chi opprime la grandezza di chi  privo di regno dove sia pace, e certo di avere approvare continovamente pena. Il contrario si scorge nel San Michele, che ancora che e' sia fatto con aria celeste acompagnato dalle armi di ferro e di oro, gli d bravura e forza e terrore, avendo gi fatto cader Lucifero, e quello con una zagaglia abbatte a rovescio, senza che egli  dipinto d'una maniera che tanto quanto l'angelo getta splendore; tanto pi cresce e multiplica paura e tenebre guardando Lucifero, che l'uno e l'altro fu talmente fatto da lui che egli ne ebbe dal re onoratissimo premio. Ritrasse Beatrice Ferrarese et altre donne e particularmente quella sua et altre infinite.
Era Rafaello persona molto amorosa et affezzionata alle donne, e di continuo presto a i servigi loro.
La qual cosa era cagione che, continuando egli i diletti carnali, era con rispetto da' suoi grandissimi amici osservato, per essere egli persona molto sicura. Onde facendogli Agostin Ghigi, amico suo caro, allora ricchissimo mercante sanese, dipignere nel palazzo suo la prima loggia, egli non poteva molto attendere a lavorare per lo amore che e' portava ad una sua donna; per il che Agostino si disperava di sorte, che per via d'altri e da s, e di mezzi ancora, oper s che appena ottenne che questa sua donna venne a stare con esso in casa continuamente, in quella parte dove Rafaello lavorava, il che fu cagione che il lavoro venisse a fine.
Fece in questa opera tutti i cartoni e molte figure color di sua mano in fresco.
E nella volta fece il concilio degli iddei in cielo; dove si veggono nelle loro forme abiti e lineamenti cavati da lo antico, con bellissima grazia e disegno espressi; e cos fece le nozze di Psiche con ministri che servon Giove e le Grazie che spargono i fiori per la tavola; e ne' peducci della volta fece molte storie, fra le quali in una  Mercurio col flauto, che volando par che scenda da 'l cielo, et in un'altra  Giove con gravit celeste che bacia Ganimede; e cos di sotto nell'altra il carro di Venere e le Grazie che con Mercurio tirano al ciel Pandora, e molte altre storie poetiche negli altri peducci. E negli spicchi della volta, sopra gl'archi fra peduccio e peduccio, sono molti putti che scortano bellissimi, che volando portano tutti gli strumenti de gli di: di Giove il fulmine e le saette, di Marte gli elmi, le spade e le targhe, di Vulcano i martelli, di Ercole la clava e la pelle del lione, di Mercurio il caduceo, di Pan la sampogna, di Vertunno i rastri della agricultura. Et a tutti ha fatto gli animali appropriati secondo gli di: pittura e poesia veramente bellissima.
Fecevi fare da Giovanni da Udine un ricinto intorno alle storie d'ogni sorte fiori, foglie e frutte in festoni divini. Fece l'ordine delle architetture delle stalle de' Ghigi, et ancora nella chiesa di Santa Maria del Popolo l'ordine della cappella di Agostino sopradetto. La quale oltra il dipignerla, diede ordine che d'una maravigliosa sepoltura s'adornasse; dove a Lorenzetto scultor fiorentino fece lavorar due figure, che sono ancora in casa sua al Macello de' Corbi in Roma. Ma la morte di Rafaello e poi quella di Agostino fu cagione che tal cosa si desse a Sebastian Veniziano, che fino al presente la tiene coperta.
Era Rafaello dal nome e dall'opre tanto in grandezza venuto, che Leon X ordin che egli cominciasse la sala grande di sopra, dove sono le vittorie di Gostantino, alla quale egli diede principio; e similmente venne volont al papa di far panni d'arazzi ricchissimi d'oro e di seta in filaticci; per che Rafaello fece in propria forma e grandezza di tutti di sua mano i cartoni della medesima grandezza coloriti, i quali furono mandati in Fiandra a tessersi, e finiti vennero a Roma.
La quale opera fu tanto miracolosamente condotta che di gran maraviglia  il vedere come sia possibile avere sfilato i capegli e le barbe e dato morbidezza alle carni; opera certo pi tosto di miracolo che d'artificio umano, perch in essi sono acque, animali, casamenti e talmente ben fatti che non tessuti, ma paiono veramente fatti col pennello. Cost tale opra LXX mila scudi, e sono ancora conservati nella cappella papale.
Fece al Cardinale Colonna un S. Giovanni in tela, il quale portandogli per la bellezza sua grandissimo amore e trovandosi da una infirmit percosso, gli fu domandato in dono da M<esser> Iacopo da Carpi medico, che lo guar; e per averne egli voglia, a se medesimo lo tolse parendogli aver seco obligo infinito et ora si ritrova in Fiorenza nelle mani di Francesco Benintendi. Dipinse a Giulio Cardinale de' Medici e vicecancelliere una tavola della Trasfigurazione di Cristo, per mandare in Francia, la quale egli di sua mano, continuamente lavorando, ridusse ad ultima perfezzione. Nella quale storia figur Cristo trasfigurato nel Monte Tabor et appi di quello erano rimasti gli undici discepoli che lo aspettavano; dove si vede condotto un giovanetto spiritato acci che Cristo sceso de 'l monte lo liberi, il quale giovanetto mentre che con attitudine scontorta si prostende gridando e stralunando gli occhi, mostra il suo patire dentro nella carne, nelle vene e ne' polsi contaminati dalla malignit dello spirto e con pallida incarnazione fa quel gesto forzato e pauroso. Questa figura fece egli sostenere da un vecchio che, abbracciatola e preso animo, fatto gli occhi tondi con la luce in mezzo, mostra con lo alzare le ciglia et increspar la fronte in un tempo medesimo e forza e paura. Pure mirando gli Apostoli fiso pare che sperando in loro, faccia animo a se stesso. E`vvi una femina fra molte, la quale  principale figura di quella tavola che inginocchiata dinanzi a quegli, voltando la testa loro et il tutto delle braccia verso lo spiritato, mostra la miseria di colui. Oltra che gli Apostoli chi ritto e chi a sedere, altri ginocchioni mostrano avere grandissima compassione di tanta disgrazia. E nel vero egli vi fece figure e teste, oltra la bellezza straordinaria, tanto di nuovo e di vario e di bello, che si fa giudizio commune de gli artefici che questa opera, fra tante quante egli ne fece, sia la pi celebrata, la pi bella e la pi divina.
Avvenga che chi vuol conoscere il mostrare in pittura Cristo trasfigurato alla divinit lo guardi in questa opera, nella quale egli lo fece sopra questo monte diminuito in una aria lucida con Mos et Elia, che alluminati da una chiarezza di splendore si fanno vivi nel lume suo. Sono prostrati in terra Pietro, Iacopo e Giovanni, in diverse e varie attitudini: che chi atterra col capo e chi con fare ombra a gli occhi con le mani si difendono da' raggi del sole e da la immensa luce dello splendore di Cristo; il quale vestito di color di neve et aprendo le braccia, con alzare la testa a 'l Padre, pare che mostri la essenzia della deit di tutte tre le Persone unitamente ristrette nella perfezzione della arte di Rafaello. Il quale pare che tanto si ristrignesse insieme con la virt sua, per mostrare lo sforzo et il valor dell'arte nel volto di Cristo, che finitolo, come ultima cosa che affare avesse, non tocc pi pennelli, sopragiugnendoli la morte.
Aveva Rafaello stretta e domestica amicizia con Bernardo Divizio Cardinale di Bibbiena, il quale per le qualit sue molto l'amava, e per lo infestava gi molti anni per dargli moglie, et egli non la recusava, ma diceva volere ancora aspettare quattro anni. Laonde lasci il cardinale passare il tempo e ricordollo a Rafaello, che gi non se lo aspettava, et egli vedendosi obligato, come cortese non volle mancare della parola sua e cos accett per donna la nipote di esso cardinale. E perch sempre fu malissimo contento di questo laccio, andava mettendo tempo in mezzo, s che molti mesi passarono, che 'l matrimonio non s'era ancora consumato per Rafaello.
E ci faceva egli non senza onorato proposito, perch, avendo tanti anni servito la corte et essendo creditore di Leone di buona somma, gli era stato dato indizio che alla fine della sala, che per lui si faceva, in ricompensa delle fatiche e delle virt sue, il papa gli avrebbe dato un cappello rosso, che gi infinito numero il papa aveva deliberato far cardinali, e persone manco degne di lui. Per egli di nuovo in luogo importante andava di nascosto a' suoi amori. E cos continuando fuor di modo i piaceri amorosi, avvenne ch'una volta fra l'altre disordin pi del solito, perch a casa se ne torn con una grandissima febbre e fu creduto da' medici che fosse riscaldato. Onde non confessando egli quel disordine che aveva fatto, per poca prudenza, loro gli cavarono sangue; di maniera che indebilito si sentiva mancare, l dove egli aveva bisogno di ristoro.
Per il che fece testamento e prima come cristiano mand l'amata sua fuor di casa e le lasci modo di vivere onestamente; e divise le cose sue fra' discepoli suoi, Giulio Romano, il quale sempre am molto, Giovan Francesco Fiorentino detto il Fattore, et un non so chi prete da Urbino suo parente.
Ordin poi che de le sue facult in Santa Maria Ritonda si restaurasse un tabernacolo di quegli antichi di pietre nuove et uno altare si facesse con una statua di Nostra Donna di marmo, la quale per sua sepoltura e riposo dopo la morte s'elesse; e lasci ogni suo avere a Giulio e Giovan Francesco, faccendo essecutore M<esser> Baldassarre da Pescia, allora datario del papa.
Poi confesso e contrito fin il corso della sua vita il giorno medesimo ch'e' nacque, che fu il Venerd Santo d'anni XXXVII, l'anima del quale  da credere che come di sue virt ha imbellito il mondo, s abbia di se medesima adorno il cielo.
Gli misero alla morte al capo nella sala, ove lavorava, la tavola della Trasfigurazione che aveva finita per il cardinale de' Medici, la quale opera nel vedere il corpo morto e quella viva, faceva scoppiare l'anima di dolore a ognuno che quivi guardava. La quale tavola per la perdita di Rafaello fu messa dal cardinale a San Pietro a Montorio allo altar maggiore; e fu poi sempre per la rarit d'ogni suo gesto in gran pregio tenuta.
Fu data al corpo suo quella onorata sepoltura che tanto nobile spirito aveva meritato, perch non fu nessuno artefice che dolendosi non piagnesse et insieme alla sepoltura non l'accompagnasse.
Dolse ancora sommamente la morte sua a tutta la corte del papa, prima per avere egli avuto in vita uno officio di cubiculario et appresso per essere stato s caro al papa che la sua morte amaramente lo fece piagnere.
O felice e beata anima, da che ogn'uomo volentieri ragiona di te e celebra i gesti tuoi et ammira ogni tuo disegno lasciato! Ben poteva la pittura, quando questo nobile artefice mor, morire anche ella che quando egli gli occhi chiuse, ella quasi cieca rimase.
Ora a noi che dopo lui siamo, resta imitare il buono, anzi ottimo modo, da lui lasciatoci in esempio e come merita la virt sua e l'obligo nostro, tenerne nell'animo graziosissimo ricordo e farne con la lingua sempre onoratissima memoria. Che invero noi abbiamo per lui l'arte, i colori e la invenzione unitamente ridotti a quella fine e perfezzione che appena si poteva sperare, n di passar lui gi mai si pensi spirito alcuno. Et oltre a questo beneficio che e' fece all'arte, come amico di quella, non rest vivendo mostrarci come si negozia con li uomini grandi, co' mediocri e con gl'infimi.
E certo fra le sue doti singulari ne scorgo una di tal valore che in me stesso stupisco: che il cielo gli dette forza di poter mostrare ne l'arte nostra uno effetto s contrario alle complessioni di noi pittori. E questo  che naturalmente gli artefici nostri, non dico solo i bassi, ma quelli che hanno umore d'esser grandi (come di questo umore l'arte ne produce infiniti), lavorando ne l'opere in compagnia di Rafaello stavano uniti e di concordia tale, che tutti i mali umori nel veder lui si amorzavano et ogni vile e basso pensiero cadeva loro di mente. La quale unione mai non fu pi in altro tempo che nel suo.
Questo avveniva perch restavano vinti dalla cortesia e dall'arte sua, ma pi dal genio della sua buona natura.
La quale era s piena di gentilezza e s colma di carit, che egli si vedeva che fino agli animali l'onoravano, nonch gli uomini. Dicesi che ogni pittore che conosciuto l'avessi, et anche chi non lo avesse conosciuto, lo avessi richiesto di qualche disegno che gli bisognasse, egli lasciava l'opera sua per sovvenirlo. E sempre tenne infiniti in opera aiutandoli et insegnandoli con quello amore che non ad artefici, ma a figliuoli proprii si conveniva.
Per la qual cagione si vedeva che non andava mai a corte che partendo di casa non avesse seco cinquanta pittori tutti valenti e buoni che gli facevono compagnia per onorarlo.
Egli insomma non visse da pittore, ma da principe. Per il che, o Arte della pittura, tu pur ti potevi allora stimare felicissima avendo un tuo artefice che di virt e di costumi t'alzava sopra il cielo! Beata veramente ti potevi chiamare, da che per l'orme di tale uomo hanno pur visto gli allievi tuoi come si vive e che importi l'avere accompagnato insieme arte e virtute; le quali in Rafaello congiunte, potettero sforzare la grandezza di Giulio II e la generosit di Leone X nel sommo grado e degnit che egli erono a farselo familiarissimo et usarli ogni sorte di liberalit, talch pot co 'l favore e con le facult che gli diedero fare a s et a l'arte grandissimo onore. Beato ancora si pu dire chi stando a' suoi servigi sotto lui oper, perch ritrovo ognuno che lo imit essersi a onesto porto ridotto e cos quegli che imiteranno le sue fatiche nell'arte saranno onorati dal mondo, e ne' costumi santi lui somigliando remunerati dal cielo. Ebbe Rafaello dal Bembo questo epitaffio: D<ATUR> O<MNIBUS> M<ORI> RAPHAELI SANCTIO IOAN<NIS> F<ILIO> URBINAT<I> PICTORI EMINENTISS<IMO> VETERUMQUE EMULO CVIVS SPIRANTEIS PROPE IMAGINEIS SI CONTEMPLERE NATURAE ATQUE ARTIS FOEDUX FACILE INSPEXERIS. IVLII II ET LEONIS X PONT<IFICUM> MAX<IMORUM> PICTURAE ET ARCHITECT<VRAE> OPERIBUS GLORIAM AVXIT. V<IXIT> A<NNOS> XXXVII INTEGER INTEGROS. QUO DIE NATUS EST, EO ESSE DESIIT VIII ID<VS> APRIL<ES> MDXX.
ILLE HIC EST RAPHAEL, TIMVIT QUO SOSPITE VINCI RERUM MAGNA PARENS, ET MORIENTE MORI.
Et il conte Baldassarre Castiglione scrisse de la sua morte in questa maniera: 3      Quod lacerum corpus medica sanaverit arte, 4 Hippolytum Stigiis et revocarit aquis, 5 Ad Stygias ipse est raptus Epidaurius undas; 6 Sic precium vitae mors fuit artifici.
7 Tu quoque, dum toto laniatam corpore Romam 8 Componis miro, Raphael, ingenio 9 Atque Urbis lacerum ferro, igni annisque cadaver 10 Ad vitam antiquum iam revocasque decus, 11 Movisti superum, invidiam indignataq<ue> Mors est, 12 Te dudum extinctis reddere posse animam 13 Et quod longa dies paulatim aboleverat, hoc te 14 Mortali spreta lege parare iterum.
15 Sic miser heu prima cadis intercepte iuventa, 16 Deberi et morti nostraque nosque mones.

 III,12.Guglielmo da Marcil Il beneficio che si cava da la virt  veramente grandissimo e non pure  partito in un paese solo, ma  comune egualmente a tutti. Perch sia pure di che strana e lontana regione, o barbara et incognita nazione quale uomo si voglia, pure che egli abbia lo animo ornato di virt e con le mani faccia alcuno esercizio ingegnoso, nello apparir nuovo in ogni citt dove e' camina, mostrando il valor suo, tanta forza ha l'opera virtuosa, che di lingua in lingua in poco spazio gli fa nome et il nome lo fa sempre vivo, perch diventa maraviglioso per la virt di quello e le qualit di lui diventano pregiatissime et onoratissime.
E spesso avviene a infiniti, che di lontano hanno lasciato le patrie loro, nel dare d'intoppo in nazioni che siano amiche delle virt e de' forestieri per buono uso di costumi, trovarsi accarezzati e riconosciuti s fattamente, ch'e' si scordano il loro nido natio et un altro nuovo s'eleggono per ultimo riposo.
Come per ultimo suo nido elesse Arezzo Guglielmo da Marzilla prete franzese, il quale nella sua giovanezza attese in Francia all'arte del disegno et insieme con quello diede opera alle finestre di vetro, nelle quali faceva figure di colorito non meno unite che se elle fossero d'una vaghissima et unitissima pittura a olio.
Costui ne' suoi paesi, persuaso da' prieghi d'alcuni amici suoi, si ritrov alla morte d'un loro inimico, per la qual cosa fu sforzato nella religione di San Domenico in Francia pigliare l'abito di frate, per essere libero da la corte e da la giustizia.
E se bene egli dimor nella religione, non per mai abbandon gli studi dell'arte, anzi continuando gli condusse ad ottima perfezzione. Fu per ordine di Papa Giulio II dato commissione a Bramante d'Urbino di far fare in palazzo molte finestre di vetro, perch nel domandare ch'egli fece de' pi eccellenti, fra gli altri, che di tal mestiero lavoravano, gli fu dato notizia d'alcuni che facevano in Francia cose maravigliose, e ne vide il saggio per lo ambasciator francese che negoziava allora appresso Sua Santit, il quale aveva in un telaro per finestra dello studio, una figura lavorata in un pezzo di vetro bianco con infinito numero di colori sopra il vetro lavorati a fuoco; onde per ordine di Bramante fu scritto in Francia che venissero a Roma, offerendogli buone provvisioni.
Laonde Maestro Claudio Franzese, avuto tal nuova, sapendo l'eccellenza di Guglielmo, con buone promesse e danari, fece s che non gli fu difficile trarlo fuor de' frati; avendo egli per le discortesie usategli e per le invidie, che son di continuo fra loro, pi voglia di partirsi che Maestro Claudio bisogno di trarlo fuora.
Vennero dunque a Roma, e lo abito di San Domenico si mut in quello di San Piero.
Aveva Bramante fatto fare allora due fenestre di trevertino nel palazzo del papa, le quali erano nella sala dinanzi alla cappella, oggi abbellita di fabbrica in volta per Antonio da San Gallo, e di stucchi mirabili per le mani di Perino del Vaga fiorentino, le quali fenestre da Maestro Claudio e da Guglielmo furono lavorate, ancora che poi per il sacco spezzate, per trarne i piombi per le palle de gli archibusi, le quali erano certamente maravigliose. Oltra queste ne fecero per camere papali infinite, delle quali il medesimo avvenne che dell'altre due.
Et oggi ancora rimastone una nella camera del fuoco di Rafaello sopra Torre Borgia, nelle quali sono angeli che tengono l'arme di Leon X.
Fecero ancora in Santa Maria del Popolo due fenestre nella cappella di dietro alla Madonna con le storie della vita di lei, le quali di quel mestiero furono lodatissime. E queste opere non meno gli acquistarono fama e nome che comodit alla vita. Ma Maestro Claudio ordinando molto nel mangiare e bere, come  costume di quella nazione, cosa pestifera all'aria di Roma, ammal d'una febbre s grave che in sei giorni pass a l'altra vita. Perch Guglielmo, rimanendo solo e quasi perduto senza il compagno, da s dipinse una fenestra in Santa Maria de Anima, chiesa de' Tedeschi in Roma, pur di vetro, la quale fu cagione che Silvio Cardinale di Cortona gli fece offerte e convenne seco perch in Cortona sua patria alcune fenestre et altre opere gli facesse, onde seco in Cortona lo condusse a abitare. E la prima opera che facesse fu la facciata di casa sua, che  volta su la piazza, la quale dipinse di chiaro oscuro e dentro vi fece Crotone e gli altri primi fondatori di quella citt.
Laonde il cardinale, conoscendo Guglielmo non meno buona persona che ottimo maestro di quella arte, gli fece fare nella pieve di Cortona la fenestra della cappella maggiore e molte altre finestrette ancora per quella citt.
Mor allora in Arezzo Fabiano di Stagio Sassoli aretino, bonissimo maestro di far finestre; et avevano gli operai del vescovado allogato tre fenestre grandi, che sono nella cappella principale, di xx braccia d'altezza l'una, a Stagio figliuolo di Fabiano et a Domenico Pecori pittore; le quali finite al luogo suo le posero, ma non molto sodisfecero a gli Aretini, quantunque fosse onesto lavoro e pi tosto certo lodevole. Avvenne in quel tempo che Maestro Lodovico Bellichini, medico peritissimo allora e de' primi che governassero quella citt e persona ingeniosa, fu con molti preghi chiamato a medicare la madre del cardinale, per che egli con gran fretta andato a Cortona quivi dimor alcune settimane. E nel tempo che gli avanzava, si domestic molto con Guglielmo, il quale si domandava allora il priore, avendo avuto in que' giorni un benefizio d'un priorato. Per il che dimandato se in Arezzo sarebbe venuto, con buona grazia del cardinale, a farvi alcune finestre, egli gliene promise et, avuto buona licenza da 'l cardinale, vi si condusse. E Stagio, che aveva divisa la amicizia con Domenico, prese in casa il priore, et egli fece la finestra di Santa Lucia nella cappella de gli Albergotti nel vescovado di Arezzo, dentrovi essa Santa e San Salvestro. La quale opera pu veramente dirsi non essere vetri colorati e trasparenti, ma vivissime figure o pittura almanco veramente lodata e maravigliosa. Perch oltra al magisterio delle carni sono squagliati i vetri ci<>  levata in alcun luogo la prima pelle e colorita d'altro colore, come sarebbe a dire sul rosso una opera gialla e sullo azzurro, bianca e verde lavorata, cosa di quel mestiero difficile e miracolosa. Perch il tignerle poco o niente e che sia diafano o trasparente non  cosa di gran momento, ma essere poi cotti al fuoco e rimanere alle percosse dell'acqua e del tempo per non si consumar gi mai, questo  fatica degna di lode e che ognun se ne maravigli. Certamente questo egregio spirito merita lode grandissima, per non essere chi in questa professione di disegno, d'invenzione, di colore e di bont abbia mai fatto tanto.
Fece poi l'occhio grande di detta chiesa dentrovi la Venuta dello Spirito Santo e cos il Battesimo di Cristo, per San Giovanni, dove egli fece Cristo nel Giordano che aspetta San Giovanni, il quale ha preso una tazza d'acqua per battezzarlo, mentre che un vecchio nudo si scalza e certi angeli preparano la veste per Cristo, e sopra  il Padre, che manda lo Spirito Santo a 'l Figliuolo, sopra il battesimo in detto duomo.
E lavor la finestra della Resurressione di Lazzaro quattriduano, dove  impossibile mettere in s poco spazio tante figure, nelle quali si conosce lo spavento e lo stupire di quel popolo et il fetore del corpo di Lazzaro, il quale fa piangere et insieme rallegrare le due sorelle de la sua resurressione.
Et in questa opera sono XV guagliamenti infiniti di colore sopra colore nel vetro e vivissima certo pare ogni minima cosa nel suo genere.
E chi vuol vedere quanto abbia in questa arte potuto la mano del priore nella finestra di San Matteo sopra la cappella di esso Apostolo, guardi la mirabile invenzione di questa istoria e vedr vivo Cristo chiamare Matteo da 'l banco, che lo seguiti, il quale aprendo le braccia per riceverlo in s, abbandona le acquistate ricchezze e tesori.
Et in questo mentre uno apostolo, addormentato appi di certe scale, essere svegliato da un altro con prontezza grandissima, e nel medesimo modo che vi si vede ancora un San Piero favellare con San Giovanni, s belli l'uno e l'altro, che veramente paiono divini; in questa finestra medesima sono i tempii di prospettiva, le scale e le figure talmente composte, et i paesi s proprii fatti, che mai non si penser che sien vetri, ma cosa piovuta da cielo a consolazione de gli uomini.
Fece in detto luogo la finestra di Santo Antonio e di S.
Niccol bellissime e due altre, dentrovi nella una la storia quando Cristo caccia i vendenti del tempio e nell'altra l'adultera, opere veramente tutte tenute egregie e maravigliose.
E talmente furono di lode, di carezze e di premii le fatiche e le virt del priore da gli Aretini riconosciute et egli di tal cosa tanto contento e sodisfatto, che si risolse eleggere quella citt per patria, e di franzese che era diventare aretino.
Appresso, considerando seco medesimo, arte de' vetri essere poco eterna per le rovine che nascono ognora in tali opre, gli venne desiderio di darsi alla pittura e cos da gli operai di quel vescovado prese a fare tre grandissime volte a fresco, pensando lasciar di s memoria. E gli Aretini in ricompensa gli fecero dare un podere, ch'era della Fraternita di Santa Maria della Misericordia, vicino alla terra, con bonissime case a godimento della vita sua: e volsero che, finita tale opera, fosse stimato per uno egregio artefice il valor di quella e che gli operai di ci gli facessino buono il tutto. Per che egli si mise in animo di farsi in ci valere et alla similitudine delle cose della cappella di Michele Agnolo, fece le figure per la altezza grandissime. E pot in lui talmente la voglia di farsi eccellente in tale arte, che ancora che e' fosse di et di L anni, miglior di cosa in cosa di modo che mostr non meno conoscere et intendere il bello, che in opera dilettarsi di contrafare il buono, come ne fa fede una ultima volta piccola da basso lavorata da lui con pratica, con disegno e con intelligenza. Nella quale figur i principi del Testamento Nuovo, come nelle tre grandi il principio del Vecchio aveva fatto. Onde per questa cagione voglio credere che ogni ingegno che abbia volont di pervenire a la perfezzione, possa passare (volendo affaticarsi) il termine d'ogni scienza.
Egli si spaur bene nel principio di quelle per la grandezza e per non aver pi fatto. Il che fu cagione ch'egli mand a Roma per Maestro Giovanni Franzese miniatore, il quale, venendo in Arezzo, fece in fresco sopra Santo Antonio uno arco con un Cristo e nella compagnia il segno che portano quegli in processione, che gli furono fatti lavorare dal priore.
Et egli molto diligentemente gli condusse. In questo medesimo tempo fece alla chiesa di San Francesco l'occhio della chiesa nella facciata dinanzi, opera grande, nel quale finse il papa nel Consistorio e la residenza de' cardinali, dove San Francesco porta le rose di gennaio e per la confermazione della regola va a Roma. Nella quale opera mostr quanto egli de' componimenti s'intendesse, che veramente si pu dire lui esser nato per quello essercizio.
Quivi non pensi artefice alcuno, di bellezza, di copia di figure, n di grazia gi mai paragonarlo. Sono infinite opere di finestre per quella citt tutte bellissime e nella Madonna delle Lagrime l'occhio grande con l'Assunzione della Madonna et Apostoli et una d'una Annunziata bellissima. Un occhio con lo Sponsalizio et un altro dentrovi un San Girolamo per gli Spadari. Similmente gi per la chiesa tre altre finestre e nella chiesa di San Girolamo un occhio, con la Nativit di Cristo, bellissimo, et ancora un altro in San Rocco. Madonne eziandio in diversi luoghi come a Castilion del Lago et a Fiorenza a Lodovico Capponi una per in Santa Felicita, dove  la tavola di Iacopo da Puntormo, pittore eccellentissimo, e la cappella lavorata da lui a olio in muro et in fresco et in tavola, la quale finestra venne nelle mani de' frati Giesuati, che in Fiorenza lavorano di tal mestiero, et essi la scommessero tutta per vedere i modi di quello e molti pezzi per saggi ne levarono e di nuovo vi rimessero e finalmente la mutarono di quel ch'ella era.
Volse ancora colorire a olio e fece in San Francesco d'Arezzo alla cappella della Concezzione una tavola, nella quale sono alcune vestimenta molto bene condotte e molte teste vivissime e tanto belle che egli ne rest onorato per sempre, essendo questa la prima opera che egli avesse mai fatta ad olio. Era il priore persona molto onorevole e si dilettava cultivare et acconciare. Comper un bellissimo casamento e fece in quello infiniti bonificamenti.
E come uomo religioso tenne di continuo costumi bonissimi et il rimorso della conscienza, per la partita che fece da' frati, lo teneva molto aggravato. Per il che a San Domenico d'Arezzo, convento della sua religione, fece una finestra alla cappella dello altar maggiore bellissima, nella quale fece una vite ch'esce di corpo a San Domenico e fa infiniti santi frati i quali fanno lo albero della religione et a sommo  la Nostra Donna e Cristo che sposa Santa Caterina sanese, cosa molto lodata e di gran maestria della quale non volse premio, parendoli avere molto obligo a quella religione. Mand a Perugia in San Lorenzo una bellissima finestra et altre infinite in molti luoghi intorno ad Arezzo. E perch era molto vago delle cose d'architettura, fece per quella terra a' cittadini assai disegni di fabbriche e di ornamenti per la citt, le due porte di San Rocco di pietra e lo ornamento di macigno che si mise alla tavola di Maestro Luca in San Girolamo. Nella badia a Cipriano d'Anghiari ne fece uno e nella Compagnia della Trinit alla cappella del Crocifisso uno altro ornamento et un lavamani ricchissimo nella sagrestia, i quali Santi Scarpellino condusse in opera perfettamente. Laonde egli, che di lavorare sempre aveva diletto, continuando il verno e la state il lavoro del muro, il quale chi  sano fa divenire infermo, prese tanta umidit che la borsa de' granelli si gli riempi d'acqua, talmente che foratagli da' medici, in pochi giorni rese l'anima a chi gliene aveva donata. E come buon cristiano prese i Sacramenti della Chiesa e fece testamento. Appresso, avendo speziale divozione ne i romiti camaldolesi, i quali vicino ad Arezzo venti miglia sul giogo d'Apennino fanno congregazione, lasci loro l'avere et il corpo suo. Et a Pastorino da Siena suo garzone, ch'era stato seco molti anni, lasci i vetri e le masserizie da lavorare, ancora che costui abbia fatto poi poche cose di quella professione.
Lo seguit molto un Maso Porro cortonese che valse pi nel commetterle e nel cuocere i vetri che nel dipignerle.
Furono suoi creati Batista Borro aretino, il quale delle fenestre molto lo va imitando et insegn i primi principii a Benedetto Spadari et a Giorgio Vasari aretino.
Visse il priore anni LXII e mor l'anno MDXXXVII.
Merita infinite lodi il priore, da che per lui in Toscana  condotta l'arte del lavorare i vetri con quella maestria e sottigliezza che desiderare si puote. E perci, sendoci stato di tanto beneficio s largo, ancora saremo a lui d'onore e d'eterne lode abondevoli esaltandolo nella vita e nell'opere del continovo.

 III,13.Il Cronaca Molti ingegni si perdono, i quali farebbono opere rare e degne di loda, se nel venire al mondo percotessero in persone che sapessino e volessino mettergli in opera a quelle cose dove e' son buoni. Dove egli avviene bene spesso che, chi pu, non sa e non vuole; e se pure gli occorre di fare una qualche eccellente fabbrica, non si cura altrimenti cercare d'uno architetto rarissimo e d'uno spirito molto elevato. Anzi mette lo onore e la gloria sua in mano a certi ingegni ladri che vituperano spesso il nome e la fama delle memorie.
E per tirare in grandezza chi dependa tutto da lui (tanto puote la ambizione) d spesso bando a' disegni buoni che si gli danno e mette in opera il pi cattivo, onde rimane alla fama sua la goffezza dell'opera, stimandosi, per quegli che sono giudiciosi, l'artefice e chi lo fa operare essere d'uno animo istesso, da che ne l'opere si congiungono. E per lo contrario, quanti sono stati i prncipi poco intendenti, i quali per essersi incontrati in persone illustri, hanno dopo la morte loro non minor fama per le memorie delle fabbriche che in vita si avessero per il dominio ne' popoli? Ma veramente il Cronaca fu nel suo tempo avventurato; che, sapendo fare, trov chi di continuo lo mise in opera, et in cose tutte grandi e magnifiche.
Di costui si racconta che, mentre Antonio Pollaiuolo era in Roma a lavorare le sepolture di bronzo che sono in San Pietro, gli capit a casa un giovanetto suo parente, chiamato per propio nome Simone, fuggitosi da Fiorenza per alcune quistioni; il quale, avendo molta inclinazione all'arte della architettura per essere stato con un maestro di legname, cominci a considerare le bellissime anticaglie di quella citt e, dilettandosene, le andava misurando con grandissima diligenzia. Laonde seguitando, non molto poi che fu venuto a Roma, dimostr avere fatto molto profitto, s nelle misure e s nel mettere in opera alcuna cosa. Per il che, fatto pensiero di tornarsene a Firenze, si part di Roma et arrivato quivi, per essere divenuto assai buon ragionatore, contava le maraviglie di Roma e d'altri luoghi, con tanta accuratezza ch'e' lo nominarono da indi innanzi il Cronaca: parendo veramente a ciascuno che egli fussi una cronaca di cose nel suo ragionamento. Era adunque costui fattosi tale ch'e' fu ne' moderni tenuto il pi eccellente architettore che fussi nella citt di Fiorenza; per avere nel discernere i luoghi pi giudizio e per mostrare che era con lo ingegno pi elevato che molti altri che attendevano a quel mestiero. Conoscendosi per le opere sue quanto egli fussi buono imitatore delle cose antiche e quanto egli osservassi le regole di Vetruvio e le opere di Filippo di Ser Brunellesco.
Era allora in Fiorenza quel Filippo Strozzi, che oggi a differenzia del figliuolo si chiama il Vecchio, il quale per le sue ricchezze desiderava lassare di s alla patria et a' figliuoli, tra le altre, una memoria di un bel palazzo. Per la qual cosa Benedetto da Maiano, chiamato a questo effetto da lui, gli fece un modello isolato intorno intorno, che poi non si fece, non volendo alcuni vicini fargli commodit de le case loro.
Onde cominci il palazzo in quel modo che e' pot, e condusse il guscio di fuori avanti la morte sua pressoch al fine. Fecelo di fuori con ordine rustico e graduato, come si vede: percioch la parte de' bozzi dal primo finestrato in gi, insieme con le porte,  rustica grandemente e la parte dal primo finestrato al secondo  meno rustica assai. Ora accadde che, partendosi Benedetto di Fiorenza e tornandovi da Roma il Cronaca, fu messo per le mani a Filippo, e gli piacq<ue> tanto per il modello fattoli da lui del cortile e del cornicione che va di fuori intorno al palazzo, che conoscuta la eccellenzia di quello ingegno, volle che tutto si governasse per le sue mani, e servissi da indi innanzi sempre di lui. Fecevi dunque il Cronaca, oltra la bellezza di fuori con ordine toscano, in cima una cornice corinzia molto magnifica, ch' per fine del tetto. Della quale la met al presente si vede finita e con tanto singular grazia e garbo all'occhio si mostra, che desiderando apporgli menda nessuna non vi si pu mostrare. Similmente le pietre di tutto il palazzo sono tanto finite e s ben commesse, che non pu nessuno quasi vedere ch'elle siano murate. Et in detto palazzo per ornamento fece fare ferri di finestre mirabili e campanelle con bellissimo garbo, e similmente le lumiere su canti che da Niccol Grosso Caparra, fabbro fiorentino furono con grandissima diligenza lavorate. Vedesi in quelle le cornici, le colonne, i capitegli, le mensole saldate di ferro con maraviglioso magistero. N mai ha lavorato moderno alcuno di ferro machine s grandi e s difficili con tanta scienza e pratica.
Era Niccol Grosso persona fantastica e di suo capo, ragionevole nelle sue cose e d'altri, n mai voleva di quel d'altrui.
Non volse mai far credenza a nessuno de' suoi lavori, ma sempre voleva l'arra, e per questo Lorenzo de' Medici lo chiamava il Caparra e da molti altri ancora per tal nome era conosciuto.
Egli aveva appiccato alla sua bottega una insegna, nella quale erano alcuni libri ch'ardevano; per il che, quando uno gli chiedeva tempo a pagare, gli diceva: Io non posso, perch i miei libri abbruciano e non vi si pu pi scrivere debitori.
Gli fu allogato per i signori Capitani di Parte Guelfa, magistrato in Fiorenza non mediocre, un paio d'alari, i quali avendo egli finiti, pi volte gli furono mandati a chiedere per gli loro donzelli.
Et egli di continuo usava dire: Io sudo e duro fatica su questa ancudine e voglio che qui su mi siano pagati i miei danari. Per il che essi di nuovo rimandarono per il lor lavoro e che per li danari andasse, che subito sarebbe pagato, et egli ostinato rispondeva che prima gli portassero i danari, et il lavoro li darebbe. Laonde il provveditore venuto in collera, perch i capitani li volevano vedere, gli mand dicendo ch'esso aveva avuto la met de i danari e che mandasse gli alari che del rimanente lo sodisfarebbe. Per la qual cosa il Caparra, avvedutosi del vero, diede al donzello uno alar solo, dicendo: Te' porta questo, ch' il loro e, se piace a essi, porta l'intero pagamento che te gli dar, percioch questo  mio.
Gli ufficiali, veduto l'opera mirabile che in quello aveva fatto, gli mandarono i danari a bottega et esso mand loro l'altro alare. Dicono ancora che Lorenzo de' Medici volse far fare ferramenti per mandare a donar fuora, acci che l'eccellenza del Caparra si vedesse; perch and egli stesso in persona a bottega sua e per avventura trov che lavorava alcune cose che erano di povere persone, da le quali aveva avuto parte del pagamento per arra.
Per che lo richiese Lorenzo, et egli mai non gli volse promettere di servirlo se prima non serviva coloro, dicendogli che erano venuti a bottega inanzi lui e che tanto stimava i danari loro quanto quei di Lorenzo.
Alcuni giovani cittadini gli portarono un disegno, che egli facesse loro un ferro da sbarrare e rompere altri ferri con una vite, perch egli li sgrid dicendo: Io non vo' far tal cosa, che non sono se non istrumenti da ladri e da rubare in casa altrui e da svergognar fanciulle, n sono cosa per me n per voi, i quali mi parete uomini da bene.
Volsero che gli insegnasse chi far gli potesse altri che lui del mestiero, per che egli con villanie se li lev d'intorno. Non volse mai lavorare a' Giudei, dicendo loro che i danari loro erano fracidi e putivano. Fu persona del suo corpo bonissima e religiosa e di cervello fantastico et ostinato; n mai volse partir di Fiorenza, ma in quella visse e mor. Onde per le qualit sue l'ho giudicato degno di memoria. Ma, ritornando al Cronaca, egli condusse a fine questo palazzo, dove il Caparra fece tanti lavori et adornollo dentro di ordine corinzio e dorico con molta delicatezza di colonne, capitelli, cornici, finestre e porte. E le modanature delle cornici e d'ogni cosa, di somma bellezza e grazia furono dallo spirito del Cronaca consideratamente condotte. Le scale di dentro similmente sono bonissime e bellissime, e lo spartimento delle stanze  tale che, considerando il tutto, ogni bello ingegno troverr arte grandissima nella dispensazione delle stanze, comodit utilissima ne l'usarle, grandezza e maest nel vederle, ordine regolatissimo nelle misure e proporzione sopra tutto graziatissima all'occhio. Et insomma un lavoro fatto appresso con grandissima diligenzia, s quanto all'opera dello scarpello e s quanto allo averlo commesso insieme.
Per il che merit e merita il Cronaca commendazione da qualunche persona conosce la bont dello operare suo. Et il palazzo fu e sar sempre lodato per una delle pi belle fabbriche moderne che abbia Fiorenza.
Fece ancora la sagristia di Santo Spirito in Fiorenza, tempio in otto facce lavorato con garbata proporzione e con amorevolezza commessa ogni minima pietra. Sonvi ancora alcuni capitelli condotti dalla felice mano di Andrea dal Monte San Savino, che gli lavor in somma perfezzione.
Similmente fece il ricetto della sagrestia, che  tenuta bellissima invenzione, se bene il partimento non  su le colonne ben partito. Fece Simone la chiesa di San Francesco dell'Osservanza su 'l poggio di San Miniato, e similmente tutto il convento di detti frati, il quale  cosa molto lodata e di bonissimo garbo condotta, le cappelle, le finestre e tutto quello che vi si vede. Nel palazzo della Signoria di Fiorenza nella sala del Gran Consiglio fece i cavalli di legno di pezzi per reggere il tetto, i quali sono tenuti mirabili, ingegnosi e stupendissimi, dove molta fama acquist. Eragli entrato in capo frenesia delle cose di fra' Girolamo Savonarola, nelle quali era tanto impazzito che altro che di quelle non voleva ragionare. Finalmente, essendo gi d'et d'anni LV d'una infirmit assai lunga si mor. E fu onoratamente sepolto nella chiesa di Santo Ambruogio di Fiorenza nel MDIX, e non dopo lungo spazio di tempo fu poi fatto per lui questo epitaffio: CRONACA.
24 VIVO; E MILLE, E MILLE ANNI, E MILLE ANCORA 25 MERCE DE' VIVI MIEI PALAZZI, E TEMPI 26 BELLA ROMA VIVRA` L'ALMA MIA FLORA.
Ebbe il Cronaca un suo fratello scultore che si chiam Matteo, il quale stette con Antonio Rossellino allo scultore; e per aver una agilit dalla natura nel disegno e buona pratica nel lavorar di marmo si aspettava universalmente che e' venisse a 'l colmo della perfezzione.
Ma la morte sopragiugnendolo di et di XIX anni ce lo tolse, che non si pot vedere i frutti suoi se non acerbi, bench per la bont loro e' paressino certo maturi.

 III,14.D.e B.Ghirlandai Ancora ch'e' paia e strano et impossibile che, chi seguita un maestro eccellente in qualsivoglia professione, continuando quel tale studio, non divenga esso ancora eccellente e raro, tuttavolta e' si vede pure che i parenti, i fratelli et i figliuoli stessi delle persone singulari, ancora che e' si sforzino di seguitarle, tralignano grandemente da quelle, e non solo non le somigliano interamente, ma n vi si appressano ancora per lungo intervallo. Della qual cosa mi penso io che sia la cagione non il sangue e la prontezza dello spirito che in essi non sia, ma i troppi agi e le facult nelle quali allevati, coloro diventano il contrario di quello che arebbono a riuscire. Perch se eglino avessino esercitato lo ingegno che elli hanno ne gli studii a loro necessarii, come fece quel primo loro, e' non  dubbio che tali sarebbono stati essi ancora, quale il primo che elli imitarono. E di questo sono tanti esempli antichi e moderni, che e' non accade provarlo altrimenti. E chi pure ne stessi sospeso, guardi David e Benedetto Ghirlandai, i quali avevano bonissimo ingegno, e non fecero, se ben poterono, quello che aveva fatto Domenico loro fratello. Perch sviati dopo la morte sua, l'uno ci  Benedetto and vagabondo e l'altro si mise a ghiribizzare il musaico.
Fu David molto amato da Domenico et am esso ancora Domenico sommamente, e la morte di lui tanto gli dolse che, mentre di lui ragionava sempre piangeva. Fin poi in compagnia di Benedetto suo fratello molte cose cominciate da Domenico, fra le quali  la tavola di Santa Maria Novella a Giovanni Tornabuoni da la parte di dietro, dove  la Resurressione di Cristo; et a gli allevati di Domenico fece finir la predella, che  sotto la figura del Santo Stefano, nella quale  una disputa di figure piccole, dipinta di man di Niccolaio, che per il molto studio dell'arte accec, il quale sarebbe venuto maestro veramente eccellente. Vi lavor ancora Francesco Granaccio et Iacopo del Tedesco. Cos a Benedetto suo fratello fece fare in detta opera la figura di Santo Antonino Arcivescovo di Fiorenza e la Santa Caterina da Siena; et in chiesa, in una tavola, una Santa Lucia lavorata a tempera con la testa d'un frate, vicino al tramezzo della chiesa.
Trasferissi poi Benedetto in Francia, dove fece molti ritratti di naturale et altre pitture, per il che con molti danari guadagnati si ridusse a Fiorenza, et ebbe dal re privilegi di potere andare inanzi et in dietro per tutta la Francia esente d'ogni dazio o gabella in merito e testimonio della sua virt. Fece ancor l'esercizio dell'armi, s come quello che si dilettava molto della milizia. Mor d'anni cinquanta e fu sepolto insieme con Domenico. Ma David si dilett di lavorare in musaico, e ne fece in un quadro grosso di noce una Madonna con alcuni angeli intorno, per mandarla a 'l Re di Francia. E per avere comodit di vetri a suo modo e di legnami, dimor lungamente a Monte Aione, dove fece molte cose et alcuni vasi che furono poi donati a Lorenzo de' Medici Vecchio, e tre teste, una di Giuliano suo fratello in una tegghia di rame, l'altra di San Piero e l'altra di San Lorenzo, per saggio e testimonianza della sua virt. Visse onoratamente e da persona magnifica e lasci bonissime sustanzie. Pass di questa vita di anni LXXIIII per una malattia di febbre nel MDXXV e da Ridolfo suo fratello gli fu dato in Santa Maria Novella, in compagnia de gli altri fratelli, onorata sepoltura.

 III,15.D.Puligo Di grandissima maraviglia e di stupendissimo miracolo mi paiono molti nell'arte nostra, che nel continuo esercitare e praticare i colori, per uno instinto di natura e per uno uso di buona maniera presa da quegli senza disegno alcuno o fondamento dell'arte, conducono le cose loro a s fatto termine, che elle si abbattono molte volte ad essere s buone, che ancora che gli artefici di quelle non siano de' rari, elle sforzano gli uomini a tener conto di loro e delle fatiche spese da essi in tale esercizio. E nel vero e' si  visto gi molte volte et in molti nostri pittori, che se coloro che hanno naturalmente bella maniera si vogliono esercitare con fatica e studio continovo, fanno l'opere loro pi vivaci e pi perfette che gli altri. Et ha tanta forza questo dono della natura che, bench e' trascurino e lascino gli studi di tale arte et altro non seguino che l'uso solo del dipignere e del maneggiare i colori con grazia e fumeggiata maniera, il buono tuttavolta in loro infuso dalla natura apparisce s nel primo aspetto delle opere loro, che elle mostrano tutte le parti eccellenti e maravigliose che sogliono minutamente apparire ne' lavori di que' maestri che noi tegnamo eccellenti e rari. E chi bramasse di questo una esperienza o testimonianza de' tempi nostri, guardi le cose di Domenico Puligo pittore fiorentino, et avendo notizia delle cose della arte, conoscer chiarissimamente quanto io ho detto. Costui seguitando la pittura con s buon gusto, nel dimorar che fece con Ridolfo Ghirlandaio apprese il colorito vaghissimo, e quello continu con maniera abbagliata, con perdere i contorni ne gli scuri de' suoi colori, che piacendogli dare alle sue figure una aria gentile, fece in sua giovent infiniti quadri con buona grazia e per Fiorenza e per mercatanti. Questi lavorati di buon garbo, furono cagione ch'egli si diede a i ritratti di naturale. E gli fece molto simili e molto vivi, e con essi bella pittura, come ancora ne fanno fede alcune teste di suo in casa Giuliano Scali. Diedesi appresso a fare opere grandi, e lavor una tavola a Francesco del Giocondo a una sua cappella, nella tribuna dello altar maggiore de' Servi in Fiorenza, dentrovi quando San Francesco riceve le stimite, cosa di colorito molto dolce e di morbidezza, lavorata magnificamente. E nel monistero di Cestello ad un Sagramento, lavor a fresco due angeli; et in una cappella fece una tavola con molti santi, la quale di colorito e di morbidezza  simile all'altre cose sue. Gli fu da detti monaci fatto allogazione di lavorare alla Badia di Settimo in un chiostro tutte le storie de i sogni del Conte Ugo delle Sette Badie. E non molto dopo sul canto di via Mozza da Santa Caterina lavor un tabernacolo a fresco. Fece ad Anghiari in una compagnia un Deposto di Croce, il quale fu tenuto dell'opere sue la migliore. E perch egli era persona che attendeva pi a' quadri di Nostre Donne et a' ritratti et alle teste che a opere grandi, consum il tempo in quelle. Ma se Domenico avesse seguitato le fatiche dell'arte e non i piaceri del mondo, arebbe senza alcun dubbio fatto infinito profitto in tal mestiero; perch egli si vede che Andrea del Sarto, amico e domestico suo, in alcune cose di disegno lo soccorse, dove ben si pare che ci fosse il disegno buono et il colorito perfetto, per che egli corrotto da un suo uso di non molta fatica nelle cose, lavorava pi per fare opere che per fama. E ci fu cagione ch'egli continuo praticava con persone allegre e con musici, alcune femmine e certi suoi amori seguendo. E per venendo la peste l'anno MDXXVII, praticando in casa alcune sue innamorate, da esse ne guadagn la peste e la morte. E da uno amico poi questo distico: 65      Esse animum nobis coelesti e semine et aura, 66 Hic pingens, passim credita, vera docet.
Fin il corso della vita sua d'anni LII. Furono i colori per lui s con unita maniera adoperati, che pi per questo merita lode che per altro. Rimasero molti discepoli suoi, fra gli altri Domenico Beceri fiorentino, il quale i colori pulitissimamente adoperando con bonissima maniera conduce l'opere sue.

 III,16.Andrea da Fiesole Egli non manco avviene a gli scultori la pratica ne' ferri ch'a i pittori la pratica ne' colori, e si veggono queste arti procedere di parit. Ch se molti fanno di terra bene, di marmo non conducono, e quegli ancora che lavorano bene il marmo, non hanno alcun disegno, salvo che nella idea un non so che di buona maniera, la imitazione della quale si trae da certe cose ch'al giudicio piacciono et alle cose che si fanno viene quel pensiero di esprimerle nello imitare. A me pare gran maraviglia vedere alcuni scultori che niente disegnano in carta, e coi ferri conducono le cose loro; come fece Andrea da Fiesole scultore in tutte l'opere sue, le quali pi condusse per pratica e per risoluzione avuta ne i ferri che per disegno o per intelligenza, che in tal mestiero egli avesse gi mai. Impar da Michele Maini da Fiesole che nella Minerva di Roma fece di marmo il San Sebastiano tanto lodato ne' tempi suoi; e fu Andrea nella sua giovanezza intagliatore di fogliami, et appoco appoco lavorando il marmo si mise alle figure, come ne fanno vero testimonio l'opere sue lavorate in diversi luoghi. Nelle quali non ci distenderemo molto perch pi da pratica che da arte sono lavorate. Nondimeno egli vi si conosce una risoluzione et un gusto di bont molto lodevole. E nel vero se tali artefici, con la pratica e col giudicio che hanno, accompagnassero il fondamento del disegno, vincerebbono di eccellenza tutti coloro che, disegnando perfettamente di continuo, quando vengono a lavorare il marmo lo graffiano, e con istento in mala maniera lo conducono, solo per non avere le pratiche ne' fini.
Le opere di Andrea furono lavorate e poste nella chiesa principale della canonica di Fiesole, una tavola di marmo con tre figure tonde, appoggiata nel mezzo alle due scale che per andare al coro di sopra si monta; et ancora in San Girolamo di Fiesole un'altra tavolina di marmo, la quale  murata nel tramezzo della chiesa di detto luogo. Avvenne che l'anno che 'l Cardinale Giulio de' Medici vicecancelliere governava in Fiorenza, erano scultori e vecchi e giovani di sofficienza eccellenti; e venuto in considerazione a gli operai di Santa Maria del Fiore di far lavorare di marmo gli Apostoli, che per la sagra di tal chiesa furono dipinti da Lorenzo di Bicci, furono allogate cinque figure di marmo: una a Benedetto da Maiano, una a Iacopo Sansovino allora giovane, una a Michele Agnolo Buonaroti, una a Baccio Bandinelli, e similmente una ad Andrea da Fiesole; acci la gara e la concorrenza di tutti dovesse essere sprone a quegli. Per il che Andrea cominci tal figura ch'era di quattro braccia, e quella con bella pratica e giudicio pi che disegno rese finita. Dove acquist lode non quanto gli altri, ma grado di buono e pratico maestro; e per questo di continuo lavor nell'opera mentre che visse, et in quella fece la testa di Marsilio Ficino, ch' posta in Santa Maria del Fiore da la porta della canonica. Fece ancora una fonte di marmo, che fu tenuta lodatissima, la quale si mand al Re d'Ungheria, e grande onore gli fece. Attese assai alle cose di quadro. E perch egli era persona molto modesta e da bene, quietamente vivere si contentava; onde fu molto amato e stimato da quei che lo conobbero. Prese a fare la sepoltura di M<esser> Antonio Strozzi, la quale da Madonna Antonia de' Vespucci sua consorte fu fatta finire, che ne le figure di essa, per la vecchiezza di lui, due agnoli furono lavorati per Maso Boscoli da Fiesole suo creato, il quale molte opere ha condotte et a Roma et altrove; e similmente per Silvio da Fiesole suo creato la Nostra Donna che si ci vede. La quale opera rimase a mettersi su, intervenendo la morte di lui l'anno MDXXII; per il che Silvio la pose in opera. Il quale seguitando l'arte della scultura con fierezza straordinaria ha molte cose lavorato bravissimamente e bizzarrissimamente finito con un modo di pratica e con disegno nel marmo con l'essempio di natura in esso fatti s leggiadri, che nel vero di gagliardezza la sua maniera ha passati infiniti, massimamente in bizzarrie di cose alla grottesca, come si vede ancora in Santa Maria Novella nella cappella de' Minerbetti una sepoltura, nella quale sono alcuni cimieri e targhe benissimo condotte. Fece in Pisa allo altar maggiore due angeli di marmo, che sono su due colonne; et a Monte Nero vicino a Livorno lavor una tavola ne' frati Giesuati. Fece la sepoltura di M<esser> Rafaello Volterrano in Volterra; et a Milano, a Genova et a Padova et in molti altri luoghi per Italia appariscono opere sue. E certo se la morte non gli toglieva cos tosto la vita, arebbe fatto di s cose maravigliose, per lo spirito che dava pronto all'opre da lui fatte. Il quale s come pass Maestro Andrea di magisterio, arebbe ancora vivendo avanzato molti altri. Fin il corso della vita sua d'et d'anni XXXVIII, l'anno MDXL. E gli fu fatto questo epitaffio: 58  SI` LA PRATICA E 'L STUDIO A' DVRI SASSI 59 CO IL FERRO VSAI, CHE DOLCI GLI RENDEI, 60 MA LO SPIRTO MAI DAR NON GLI POTEI 61 CHE BEN MOSSO CON QUELLO ARIANO I PASSI.
Fior ne' tempi di Andrea un altro scultore fiesolano detto il Cicilia, il quale fu persona molto pratica; e vedesi di suo nella chiesa di S. Iacopo in Campo Corbolini di Fiorenza la sepoltura del cavaliere de' Tornabuoni, la quale  stata molto lodata; oltre a costui fu uno Antonio da Carrara scultore rarissimo, che se ne and in Palermo e fu trattenuto da 'l Duca di Monte Lione di casa Pignatella, napolitano e Vicer di Sicilia, e le statue che e' fece a questo signore sono tre Nostra Donna in tre diversi atti, poste in su tre altari diversi nel Duomo di Montelione in Calabria, et altre storie in Palermo, tutto di marmo. Tolse moglie et ebbe figliuoli, de' quali ce ne  oggi scultore non meno eccellente che suo padre.

 III,17.Vincenzio da San Gi Quanto obligo debbono avere gli scultori e pittori alla aria di Roma, et a quelle poche antiquit che la voracit del tempo e la ingordigia del fuoco mal grado loro vi hanno lasciato, con ci sia che ella uno altro spirito in corpo forma, et in uno altro gusto lo appetito converte. Atteso che infiniti si sgannano da una vana pazzia un tempo seguitata, i quali nel vedere le mirabili fatiche di tanti antichi e moderni artefici che v'hanno operato, i passati errori abbandonano e, seguitando le vestigie di coloro che trovarono la buona via, conducono le cose loro a perfezzione di una bella maniera, et imitando quel buono che e' veggono, sono cagione che quegli che vi stanno fanno il medesimo.
Come veggiamo che fece Vincenzio da San Gimignano pittore, il quale ne lo accostarsi al grazioso Rafaello da Urbino, fu di quegli che lavorarono nelle logge papali. Onde gli avvenne che, piacendogli molto quella terribilit del chiaro oscuro, che lavoravano nelle facciate delle case Maturino e Polidoro, si mise ancor egli in animo di seguir l'orme loro.
Per il che fece in Borgo dirimpetto al palazzo di M<esser> G<iovan> Batista da l'Aquila una facciata di terretta, nella quale in un fregio figur le nove Muse con Apollo in mezzo, e sopra vi condusse alcuni leoni, impresa del papa, i quali sono tenuti bellissimi. Aveva Vincenzio la sua maniera diligentissima, et era molto grato nello aspetto delle figure e morbido nel suo colorito, e di continuo imit la maniera del grazioso Rafaello, come si vede ancora nel medesimo Borgo dirimpetto al palazzo del Cardinale d'Ancona una facciata a una casa, dove Vulcano fabbrica le saette a Cupido, con alcuni ignudi bonissimi et altre storie e statue, le quali lo renderono non meno stimato ch'egli si fosse nell'arte valente. Fece ancora su la piazza di San Luigi de' Franzesi in Roma una facciata, nella quale infinitissime storie sono da lui dipinte: la morte di Cesare et un trionfo della Giustizia, con un fregio di battaglie di cavalli, dalla dotta mano di Vicenzio lavorati e condotti.
Et in tale opera vicino al tetto fra le finestre alcune Virt, con molto bella maniera lavorate e finite. Similmente la facciata de gli Epifani dietro alla Curia di Pompeo; e vicino a Campo di Fiore, dove fece quando i Magi seguono la stella, cosa lodatissima; et altri infiniti lavori per quella citt, la quale merc dell'aria e del sito, i begli ingegni di continuo ha fatto operare.
Cos in bonissimo credito in quella citt venuto, successe l'anno MDXXVII la furia e la ruina del sacco. Per il che dolente oltra modo, a San Gimignano sua patria tornare gli convenne. Laonde fra i disagi patiti e lo amore dell'arte mancatogli, non essendo pi fra tanti divini ingegni e fuor dell'aria che i belli ingegni alimenta e fa fare cose rare, in quella terra fece opere di facciate e d'altro, che non le conter parendomi coprire ogni lode che in Roma s'aveva acquistato. basta che si vede espressamente che le violenzie deviano forte i pellegrini ingegni da quel primo obietto, e li fanno torcere la strada in contrario. Come si vede che fecero ancora a un suo compagno chiamato Schizzone, il quale fece in Borgo alcune cose lodate, e cos in Campo Santo di Roma et in Santo Stefano de gli Indiani; e 'l poverino ancor egli dalla poca discrezione de' soldati fu fatto deviare da l'arte, e di l a poco tempo vi perd ancora la vita. Ma per tornare a Vicenzio, essendo egli gi venuto in et de gli anni della vecchiaia, in San Gimignano di mal di febbre fin la vita l'anno MDXXXIII.

 III,18.A.dal Monte Sansovi I buoni ingegni et i doni che 'l cielo comparte alle persone che teniamo rare, sono sempre con stravagante e raro modo da noi scoperti e da loro con bizzarri e straordinarii andari, continuamente poi messi in opera; ma s cariche di sapere si dimostrano le cose loro, s per il fatto e s per lo studio, ch'elle fanno ammirare ogni intelletto saputo.
Atteso che in ogni loro azzione traboccano di quel soverchio sapere, il quale senza benigno influsso de' cieli, per se medesimo non si acquista. Con ci sia cosa che il loro affaticarsi accresce grazia e bont nella virt d'essi che, aguzzando e dirugginando, puliscono l'ingegno s fattamente, che e' ne sono tenuti perfetti e maravigliosi fra tutti gli altri. Come veggiamo al presente in Andrea di Domenico Contucci dal Monte San Savino, il quale nato di poverissimo padre, lavoratore di terre, idiota in ogni sua azzione, fu levato da guardare gli armenti. E se bene egli fu di nascita umilissimo, fu per di concetti tanto alti, d'ingegno s raro e d'animo s pronto, che ne i ragionamenti de le difficult della architettura e della prospettiva, nel suo tempo non fu mai il pi nuovo e 'l pi sottile cervello, n chi rendessi i dubbii maggiori, pi chiari et aperti, che faceva egli. Laonde furono tali i meriti suoi, che da ogni raro maestro fu tenuto singularissimo nelle dette professioni.
Dicono che Andrea nacque l'anno MCCCCLXXI e che nella sua fanciullezza mentre che guardava gli armenti gli disegnava sopra il sabbione, e talora di terra formandoli, gli ritraeva eccellentemente. Avenne che un cittadin fiorentino, il quale credo che fosse Simone Vespucci, and podest del Monte mentre che Andrea faceva queste cose; e veduto questo fanciullo e saputa la sua inclinazione, oper con Domenico Contucci padre di quello che a Fiorenza in casa sua lo lasciasse, perch deliberava vedere dove la natura e lo studio conducessino questo ingegno. Per che Andrea che vivissimo era e di ci contentissimo, pi che volentieri prese quello essercizio. Onde Simone lo pose alla arte con Antonio del Pollaiuolo, e tanto persever in quella, che in pochi anni divenne bonissimo maestro. Come in casa Simone al Ponte Vecchio si vede ancora per un cartone di Cristo a la colonna fatto da esso, e due teste mirabili di terra cotta ritratte da medaglie antiche, l'uno  Nerone e l'altro Galba Imperatori, i quali teneva per ornamento sopra un camino.
Avvenne che egli fece in Fiorenza una tavola di terra cotta per la chiesa di Santa Agata dal Monte San Savino, dove  San Lorenzo et altri santi e storie picciole del detto, benissimo lavorate. Et indi a poco tempo fece la tavola di terra cotta, dentrovi l'Assunzione di Nostra Donna, Santa Agata, Santa Lucia e San Romoaldo, che fu invetriata in Fiorenza per quegli della Robbia. Seguit l'arte della scultura con ogni studio e con ogni fatica. E nella sua giovanezza fece per Simon Pollaiuolo altrimenti il Cronaca due capitelli di pilastri per la sagristia di Santo Spirito, dove egli acquist grandissima fama. E fu tal lavoro tanto tenuto in pregio, che egli fu allogata la cappella del Sacramento di Santo Spirito per li Corbinelli, la quale egli lavor con tanta diligenzia, imitando ne' bassi rilievi Donato e gli altri artefici eccellenti, che non volle risparmiare difficult nessuna n fatica per farsen onor come fece. Per che chi considerer il finimento e la pulitezza con la pazienzia di Andrea, scorger lo amore che i belli ingegni portano alle bont et a i meriti di ogni sorte di virt. Ebbe tanta forza questa opera per le lode che ne trasse, che il Magnifico Lorenzo Vecchio de' Medici lo mand con favore straordinario a 'l Re di Portogallo, dove e' fece molte opere di scultura, e parimente d'architettura. E l'une e l'altre s egregie e tanto lodate, che da quel re ne ebbe premii assai onorati e da' popoli lode infinite.
Ritorn poi a Fiorenza nel MD. E cominci di marmo un S.
Giovanni che battezzava Cristo, per mettersi sopra la porta del tempio di San Giovanni, verso la Misericordia; ma non fu finito da lui, percioch egli fu condotto a Genova, dove fece due figure di marmo, un Cristo et una Nostra Donna, o vero San Giovanni, le quali veramente sono lodatissime. Fu poi condotto a Roma da Papa Giulio II e gli fu fatto allogazione di due sepolture di marmo poste in Santa Maria del Popolo, delle quali una fu fatta per il Cardinale Ascanio Sforza e l'altra per il Cardinale di Ricanati, strettissimo parente del papa. Le quali opere s perfettamente fin Andrea, che pi desiderare non si potrebbe, se nate non che lavorate fossero; cos sono elleno di nettezza, di bellezza e di grazia ben finite e ben condotte. In quelle si scorge la osservanzia e le misure dell'arte, e quivi si conosce quanto fosse il valore di Andrea nelle figure da lui con sommo amor lavorate. Fra le quali si vede una Temperanzia che ha in mano uno oriuolo da polvere, tenuta cosa molto divina, la quale per la sua bont veramente apparisce antica pi che moderna. Et avvegna che altre siano parimente simili a questa, ella nientedimanco per la attitudine  molto pi vaga. Oltra che e' non si pu desiderare o imaginar meglio d'un velo postole intorno, lavorato da lui con tanta bellezza e con tanta leggiadria, che il vederlo solo  miracolo. Fece di marmo in Santo Agostino di Roma, in un pilastro a mezzo la chiesa, una Santa Anna che tiene in collo la Nostra Donna con Cristo di misura poco minore al vivo, e con molta bont e finezza  lavorata questa opra, la quale fra le moderne figure si pu tenere divina. Perch si vede una vecchia viva con allegrezza formata et una Nostra Donna finita con somma grazia e bellezza, similmente al fanciullo Cristo nessuno mai di marmo fu condotto simile a quello di perfezzione e di leggiadria. E merit tale opera che molti anni si appiccassero sonetti e versi latini in lode sua, come i frati di quel luogo possono mostrare un libro di ci, il quale io ho veduto. E nel vero ebbe ragione il mondo di farlo, percioch non pu questa opera tanto lodarsi che basti, per vedersi in essa panni, dalla delicata mano di Andrea condotti di sorte che meglio di lui non  chi abbia in tal genere lavorato, con tante belle discrezioni e girar di pieghe e dolcezza di ammaccature.
Crebbe tanto la fama sua, che Leon X si risolse fare a Santa Maria di Loreto l'ornamento della camera di Nostra Donna di marmi lavorati, per il che dopo a Bramante, che aveva cominciato l'architettura di ornamento bellissimo, Andrea seguitando fu dal papa constituito capo per tale opera, finch egli visse, la quale lasci prima che morisse in buon termine. Fecevi due storie che sono finite: in una la Annunziata, nella quale strafor talmente alcuni fanciulli et angeli, che maravigliosa cosa  a vedere le belle fatiche da Andrea, lavorate nella difficult della scultura, nell'altra storia fece la Nativit della Madonna, nella quale sono figure bellissime et ornatissime. Fecevi infinite altre fatiche, et ancora diede infiniti disegni per tutta quella fabbrica. Aveva di vacanzia l'anno IIII mesi per suo riposo, i quali consumava in agricultura al Monte sua patria, e per le cure famigliari e per interesse di s e de gli amici suoi. Dove in quel castello fece fabbricare per s una comoda casa, e vi comper molti beni stabili e tanto lo onorarono i suoi terrazzani che e' fu continuamente tenuto il primo della sua patria mentre che e' visse. A' frati di Santo Agostino di quel luogo fece fare un chiostro, che per picciolo ch'e' sia,  molto bene inteso, avvenga ch'egli non  quadro per le mura, ch'erano fabbricate nel vecchio; onde lo ingegno d'Andrea lo ridusse nel mezzo quadro, et ingrossando i pilastri ne' cantoni, fece tornarlo, sendo sproporzionato, in buona e giusta proporzione. Disegn a una Compagnia ch' in tal chiostro, intitolata di Santo Antonio, una bellissima porta, di componimento dorico; e similmente il tramezzo della chiesa di Santo Agostino et il pergamo di quella; e fece fare nello scendere, per andare a la fonte fuor d'una porta verso la pieve vecchia a mezza costa, una cappelletta per li frati, ancora che non n'avessero voglia. E fece infiniti altri disegni di palazzi, di case e di fortezze, come in Arezzo a M<esser> Pietro, astrologo peritissimo, fece il disegno della sua casa. Avvenne che condottosi egli gi al termine d'anni LXVIII come persona che mai non stava indarno, si mise a tramutare in villa certi pali da luogo a luogo; per il che di quella fatica riscaldato in breve tempo di male di febbre si mor nel MDXXIX. Et ancora che per lui si facessero molti epitaffii in diverse lingue, basteranno questi due soli: 43  SANSOVII AETERNUM NOMEN TRIA NOMINA PANDUNT: 44 ANNA, PARENS CHRISTI, CHRISTUS ET ORE SACRO.
45 SI POSSENT SCULPI MENTES UT CORPORA COELO, 46 HUMANUM POSSEM VEL REPARARE GENU.
47 HUMANAS ENIM SCULPO QUASCUMQUE FIGVRAS 48 ESSE HOMINES DICAS, PARS DATA SI ILLA FORET.
Dolse la morte sua per l'onore alla patria e per lo utile a tre suoi figliuoli maschi et alle femmine ancora. E non  molto tempo che Muzio Camillo, uno de' tre predetti figliuoli, il quale nelli studii delle buone lettere riusciva ingegno bellissimo, gli and dietro con molto danno della sua casa e con doglia grandissima de gli amici. Fu Andrea, oltra la professione della arte, persona invero assai segnalata; percioch'egli ne' discorsi era prudente e d'ogni cosa ragionava benissimo. Era molto provido e costumato in ogni sua azzione, amicissimo de' filosofi e filosofo naturalissimo. Attendeva alle cose della cosmografia, e lasci a' suoi alla morte alcuni disegni e scritti di lontananze e di misure. Era di statura alquanto piccolo, ma benissimo complessionato e formato. I capegli suoi erano distesi e molli. Aveva gli occhi bianchi, il naso aquilino, la carne bianca e rubiconda, et aveva la lingua alquanto impedita o non bene sciolta. Furono discepoli suoi Lionardo del Tasso fiorentino, il quale in Santo Ambruogio sopra la sepoltura loro fece un San Sebastiano di legno, e similmente lavor di marmo la tavola alle monache di Santa Chiara; et Iacopo Sansovino fiorentino, cos nominato dal suo maestro, il quale in Fiorenza fece a Giovan Bartolini un Bacco di marmo, ch' tenuto miracolosissimo e la pi bella opera di grazia e di maniera, che per tale effetto ne' moderni sia stata lavorata. Fece nell'opra di Santa Maria del Fiore il San Iacopo Apostolo, figura mirabile; et a Roma et ultimamente a Vinegia ha paragonato e di bella maniera passato Andrea suo maestro. Per il che le mirabili virt sue hanno meritato, che la signoria di Vinegia lo onori e con provisione lo trattenga, acci con la bellezza del suo ingegno possa fare onorate e pregiate opere, come fece Andrea suo maestro. Il quale all'arte dell'architettura aggiunse molti termini di misure et ordini di tirar pesi et un modo di diligenzia, che non s'era per inanzi a lui usato in quel modo; e nell'altra condusse a una perfezzione il marmo nel lavorarlo, che nessuno meglio le difficult di quello con la facilit come Andrea ha lavorato, onde fra gli artefici ha ottenuto lode di mirabilissimo ingegno e benefattore di tali esercizii.

 III,19.Benedetto da Rovezz Gran dispiacere mi penso che sia a tutti coloro che lavorano cose ingegnose quando, sperando godersi le loro fatiche nella vecchiezza e credendo poter veder le prove e le bellezze de gli ingegni che fioriscono nelle sculture e nelle pitture, per potere conoscere quanto di perfezzione abbia quella parte che hanno esercitata la mala sorte del tempo e la cattiva complessione, o vero il difetto dell'aria, toglie loro il lume de gli occhi, di maniera ch'e' non possono come prima conoscere n la perfezzione n il difetto di quegli che vivendo oprano in tal mestiero. E molto pi mi credo gli attristi il sentire le lode de' nuovi, non per invidia gi, ma per non potere essi ancora essere giudici, se quella fama viene a ragione. E di questo che io dico si pu certo far conghiettura nel morto per l'arte et ancor vivo per la vita Benedetto da Rovezzano, il quale  stato tenuto molto pratico e valente scultore, come fanno fede l'opere che si veggono di lui in Fiorenza, nelle quali di diligenza e di campare il marmo spiccato ha fatto cose maravigliose. Dicono che lavor tutti i fogliami che sono intorno alla sepoltura, che nel Carmino fu fatta per Piero Soderini e messa alla cappella maggiore. Fece in Santo Apostolo di Fiorenza sopra le due cappelle di M<esser> Bindo Altoviti, dove Giorgio Vasari aretino lavor la tavola della Concezzione, la sepoltura di M<esser> Oddo Altoviti, con una cassa piena di fogliami bellissima. Et ancora nell'opera di Santa Maria del Fiore fece uno Apostolo a concorrenza di Iacopo Sansovino, Andrea da Fiesole, Baccio Bandinelli e gli altri, che  bellissimo e con pulitissima maniera lavorato, onde merit lode e n'acquist grandissima fama. Poi prese a fare per il corpo di San Giovanni Gualberto la sua sepoltura, cosa bellissima, e la lavor al Guarlone sopra San Salvi; et in quella fece infinite storie de le faccende di lui lavorate con molta pazienzia. E continuando abbozz un numero di figure tonde, grandi quanto il vivo, che per le ruine delle guerre e da' frati per il loro generale rimasero imperfette. And in Inghilterra, et infinito numero di cose di metallo fece a quel re, massimamente la sepoltura sua. Et a Fiorenza ritornato fin molte altre cose avvegna che piccole. Accadde poi che, lavorando ancora di metallo il fuoco, gli tolse il lume de gli occhi, di maniera che n bagni, n altre medicine non l'hanno mai potuto guarire. Onde vecchio e cieco per lui l'opere finirono l'anno MDXL. Per il che di lui si legge questo epigramma: 45  IVDICIO MIRO STATUAS HIC SCVLPSIT ET ARTE 46 TECUM ET COLLATUS IVRE, LYSIPPE, FVIT.
47 ASPERA SED FUMI NUBES QUAM FUSA DEDERUNT 48 AERA, DIEM MISERIS ORBIBUS ERIPUIT.
E gli  venuto a proposito lo avere conservato il frutto delle sue fatiche nella arte, perch ci lo mantiene al presente in tanta quiete, che e' sopporta pazientissimamente tutto lo insulto della fortuna. E chi conoscer le fatiche da lui fatte nelle sculture, lo amore e 'l tempo messo alle cose di marmo, vedr che egli con ogni diligenza, pi per piacere che per alcun prezzo, ha esercitato queste arti, che e vivo e morto lo terranno appresso a i begli ingegni di continuo in perpetua venerazione. Si  medesimamente dilettato delle cose di poesia, et  stato non meno vago di poeteggiare cantando, che di fare statue co' mazzuoli e con gli scarpelli lavorando, onde gli diamo lode egualmente in tutte due le virt.

 III,20.Baccio da Monte Lup Quanto manco pensano i popoli che gli straccurati delle stesse arti che e' voglion fare, possino quelle gi mai condurre ad alcuna perfezzione, tanto pi contra il giudizio di molti impar Baccio da Monte Lupo l'arte della scultura.
E questo gli avvenne perch nella sua giovanezza sviato da' piaceri quasi mai non istudiava; et ancora che da molti sgridato e sollecitato, nulla o poco stimava l'arte. Ma venuti gli anni della discrezione, i quali arrecano il senno seco, gli fecero subitamente conoscere quanto egli era lontano da la buona via. Per il che, vergognatosi da gli altri, che in tale arte gli passavano inanzi, con bonissimo animo si propose seguitare et osservare con ogni studio quello che con la infingardaggine sino allora aveva fuggito.
Questo pensiero fu cagione ch'egli fece nella scultura que' frutti, che la credenza di molti da lui pi non aspettava.
Diedesi dunque alla arte con tutte le forze sue et esercitandosi molto in quella, divent eccellente e raro.
Mostronne saggio in una opera di pietra forte lavorata di scarpello, in Fiorenza sul cantone del giardino appiccato col palazzo de' Pucci; che fu l'arme di papa Leone X, dove son due fanciulli che reggono tale arme, con bella maniera e pratica condotti.
Fece uno Ercole per Pier Francesco de' Medici, e fugli allogato per l'arte di porta Santa Maria una statua di San Giovanni Evangelista per farla di bronzo; la quale prima che avesse, ebbe assai contrarii, perch molti maestri fecero modelli a concorrenza.
La quale figura fu posta poi sul canto di San Michele in Orto, dirimpetto all'ufficio.
Fu questa opera finita da lui con somma diligenzia. Dicesi che, quando egli ebbe fatto la figura di terra, chi vide l'ordine delle armadure e le forme fattele addosso, l'ebbe per cosa bellissima, considerando il bello ingegno di Baccio in tal cosa. E quegli che con tanta facilit la videro gettare, diedero a Baccio il titolo di avere con grandissima maestria saldissimamente fatto un bel getto.
Le quali fatiche durate in quel mestiero, nome di buono anzi di ottimo maestro gli diedero, et oggi pi che mai da tutti gli artefici  tenuta bellissima questa figura.
Diedesi a lavorare di legno, intagliando crocifissi grandi quanto il vivo, perch infinito numero per Italia ne fece, e fra gli altri uno a' frati di San Marco in Fiorenza sopra la porta del coro.
Questi tutti sono ripieni di bonissima grazia; ma pure ve ne sono alcuni molto pi perfetti de gli altri, come quello delle monache Murate di Fiorenza et in S. Pietro Maggiore un altro non manco lodato di quello. Et a' monaci di Santa Fiora e Lucilla un altro che lo locarono sopra l'altar maggiore nella loro badia in Arezzo, che  tenuto molto pi bello de gli altri.
Nella venuta di Papa Leone in Fiorenza, fece Baccio alla badia di Fiorenza uno arco trionfale bellissimo di legno e di terra, e fece molte cose piccole che sono smarrite per Fiorenza per le case de' cittadini.
Ma venutogli a noia lo stare a Fiorenza, trasferendosi a Lucca, lavor molte opere di scultura e d'architettura in quella citt, dove molto pi attese alle fabbriche che alle sculture. Et infra queste il bello e ben composto tempio di San Paolino, avvocato de' Lucchesi, con buona e dotta intelligenza di dentro e di fuori ornato.
E dimorando continuo in quella citt fino agli anni della et sua LXXVIII, fin il corso della vita, et in San Paolino predetto gli fu data onorata sepoltura da quegli ch'esso aveva onorato in vita.
Fu coetaneo di costui Agosto Milanese, scultore et intagliatore molto stimato, il quale in Santa Marta di Milano cominci la sepoltura di Monsignor de Foys, oggi rimasta imperfetta; nella quale si veggono ancora molte figure grandi e finite e mezze fatte et abbozzate, con assai storie di mezzo rilievo in pezzi e non murate, con copia grandissima di fogliami e di trofei. Et un'altra sepoltura finita e murata in San Francesco, fatta a' Biraghi, con sei figure grandi et il basamento storiato, con altri bellissimi ornamenti che fanno fede chiarissima de la pratica e maestria d'uno artefice s valoroso.
Lasci Baccio alla morte sua figliuoli di s, fra i quali fu Rafaello, che attese alla scultura come suo padre, il quale non solo paragon Baccio nell'opere, ma di gran lunga, mirabilissimamente lo vinse.
Dolse molto la sua morte a cittadini lucchesi, avendolo essi conosciuto giusto, buono e delle persone nobili serventissimo e molto verso gli artefici amorevole, massimamente onorando et ornando la patria loro, la cui fama in Lucca non manco vive ora che egli  morto che si facesse con esso loro, mentre che in vita operava. Furono l'opere di Baccio lavorate nel MDXXXIII. Fu suo grandissimo amico e da lui impar molte cose Zaccheria da Volterra, che in Bologna molte opere fece lavorate di terra cotta, delle quali alcune ne sono nella chiesa di San Giuseppo.

 III,21.Lorenzo di Credi Sforzasi la natura donare ad alcuni il medesimo amore nelle loro azzioni, ch'ella suole usar nelle piante e nelle altre sue creature, che con infinita diligenzia diligentemente conduce al desiderato fine. E chi mira le stravanganze dell'erbe, l'artificio e la diligenzia con che la natura di continovo le mantiene, e con che arte et amorevolezza le conduce al fiorire et al far frutto, non stupir nel vedere l'opre di Lorenzo di Credi pittore finite da lui con infinitissima pazienzia. Era costui persona certo diligentissima e pulitissima nell'opre ch'e' fece quanto nessuno altro che in Fiorenza sia stato per lo a dietro. Fu compagno, caro amico e molto dimestico di Lionardo da Vinci, che insieme, sotto Andrea del Verrocchio, lungo tempo impararono l'arte. Vedesi il lavorare a olio di Lorenzo essere stato cagione che la pulitezza del tenere i colori e del purgare gli olii, coi quali lavorava le pitture, le fanno parere men vecchie che quelle de gli altri pi pratichi, i quali furono al tempo suo, come ne fa fede in Cestello una tavola, dentrovi una Nostra Donna, San Giuliano e San Niccol, cosa incredibile a vedere l'amore che Lorenzo in questa opera mostr portare all'arte, per l'infinita diligenza che us in quella.
Lavor in sua giovenezza in Orto San Michele, in un pilastro, un San Bartolomeo. Alle monache di Santa Chiara in Fiorenza, dipinse una tavola della Nativit di Cristo con alcuni pastori et angeli, dove spese grandissimo tempo in fare erbe contraffatte da 'l vivo, e similmente nell'altre figure mise tempo e fatica straordinaria. Nel medesimo luogo  il quadro d'una Maddalena in penitenzia et un altro quadro appresso. In casa M<esser> Ottaviano de' Medici fece un tondo d'una Nostra Donna, e per molte altre case di cittadini, tondi di Nostra Donna et altri lavori. In S.
Friano fece una tavola, et in S. Matteo dell'ospedal di Lemmo lavor alcune figure. In Santa Reparata un quadro dell'Angelo Michele; e per Fiorenza fece molte altre pitture come la tavola della Compagnia dello Scalzo fatta con la solita diligenzia. Per il che Lorenzo, che di patrimonio e di guadagno alcuna cosa s'avea messo da canto, non curandosi molto di lavorare si commesse in Santa Maria Nuova di Fiorenza, traendone la stanza e de vivere tanto che fin alla morte gli poteva bastare. Laonde datosi alle cose di fra' Girolamo, si trattenne continovamente come uomo onesto e di buona vita. Era molto amorevole verso gli artefici, e sempre che poteva giovarli nelle occorrenzie, lo faceva molto volentieri. E finalmente venuto gi in et d'anni LXXVIII si mor di vecchiezza, e fu sepellito in San Pier Maggiore l'anno MDXXX. Fu tanto finito e pulito ne' suoi lavori, che ogni altra pittura a comparazione di quelli, parr sempre abbozzata e poco netta. Laonde meritamente gli fu fatto questo epigramma: 29  ASPICIS UT NITEANT INDUCTO PICTA COLORE 30 ET COMPLETA MANU PROTINUS ARTIFICIS.
31 QUICQUID IN EST OPERI INSIGNI CANDORIS ET ARTIS, 32 LAURENTI EXCELLENS CONTULIT INGENIUM.
Lasci molti discepoli, e fra gli altri, Giovanantonio Sogliani e Tommaso di Stefano fiorentini, i quali di pulitezza e di diligenzia lo hanno sempre molto imitato.

 III,22.Boccaccino Cremones Quando i popoli cominciano ad inalzare col grido alcuni pi eccellenti nel nome che ne' fatti, egli  difficil cosa potere, ancora che a ragione, abbattergli con le parole, sino a che l'opere stesse contrarie al tutto a quella credenza, non discuoprono quello che e' sono. E certo che il maggior danno che a gli altri uomini faccino gli uomini, sono le lode che si donano troppo presto a gli ingegni che si affaticano nello operare; perch facendoli gonfiare acerbi, non gli lasciano andare pi avanti, e non riuscendo poi le opere di quella bont che elle si aspettavano, accorandosi di quel biasimo, si disperano in tutto de l'arte. Laonde coloro che sani sono, debbono assai pi temer le lodi che il biasimo, perch quelle adulando ingannano, e questo scoprendo il vero insegna. Non ebbe questa avvertenza Boccaccino Cremonese, il quale in Cremona e per tutta Lombardia, acquist fama di raro e d'eccellente maestro, perch furono molto predicate in Roma le lodi di lui; laonde egli volse vedere l'opere di Michele Agnolo e, spinto dalla fama di quel che udito n'aveva, se ne venne in Roma; e vedutele, furono talmente da lui abbassate in parole, che la cappella di Santa Maria Traspontina gli fu allogata a dipignere. La quale opera finita e scoperta, chiar tutti coloro che, pensando che passar dovesse il cielo, non lo videro pur aggiugnere al palco de gli ultimi solari delle case. Perch veggendo i pittori di Roma quella Incoronazione di Nostra Donna, che fatta aveva in tale opera con alcuni fanciulli volanti, cambiarono la maraviglia in riso. Onde egli di Roma si part e, tornatosene a Cremona, quivi continu l'arte. E dipinse nel duomo sopra gli archi di mezzo tutte le storie della Madonna, che  una opera molto stimata in quella citt. Costui insegn l'arte ad un suo figliuolo chiamato Camillo, il quale di continuo attese a rimediare dove aveva mancato la vana gloria di Boccaccino, come fanno fede l'opere ch'egli ha fatto nella chiesa di San Sigismondo, lontano un miglio da Cremona, le quali da' Cremonesi sono stimate la pi bella pittura ch'abbino. Fece ancora su la piazza un'altra opera nella facciata d'una casa, et in Santa Agata tutti i partimenti delle volte et alcune tavole, e la facciata di S. Antonio con altre cose che vivendo ha fatte e tuttavia dee fare.
Cerc Boccaccino nel suo ritorno de la veduta delle anticaglie e delle altre cose de' moderni maestri avanzarsi molto; ma non potendo farlo, colpa del troppo tempo che aveva, fece l'arte pur nel medesimo modo. E finalmente gi d'anni LVIII, dicono che per una lunga infermit pass di questa vita. Ne' tempi di costui fu in Milano Girolamo Milanese miniatore o, del quale si veggono opere assai, e quivi et in tutta la Lombardia. Fu ancora Bernardino del Lupino milanese, quale fu delicatissimo, vago et onesto nelle figure sue, come si vede sparsamente in quella citt et a Sarone, luogo lontano da quella XII miglia, nello Sponsalizio di Nostra Donna, et in altre storie nella chiesa di Santa Maria fatte in fresco perfettissimamente. Costui valse ancora nel fare ad olio cos bene come a fresco, e fu persona molto cortese e servente de l'arte sua; per il che giustamente se li convengono quelle lodi che merita qualunche artefice che, con l'ornamento della cortesia, fa cos risplendere l'opere della vita sua come quelle della arte.

 III,23.Lorenzetto Quando la fortuna ha tenuto in basso per la povert la virt, rimorsa spesse volte dallo stimolo, si ravvede, et in un punto non aspettato, procaccia varii modi di beneficii, per rimunerare in uno anno i dispetti e le incommodit di molti. Questo prov Lorenzo di Lodovico campanaio fiorentino, le cui fatiche furono parte nella scultura e parte nella architettura. Fu al tempo del grazioso Raffaello da Urbino da lui strettissimamente amato; il quale lo fece operare sotto di s aiutandolo, e gli diede per moglie la sorella di Giulio Romano discepolo suo. Fin nella sua giovanezza la sepoltura del Cardinale Forteguerri, posta in S. Iacopo di Pistoia, gi cominciata da Andrea del Verrocchio, dove Lorenzo lavor una Carit. Fece a Gio<vanni> Bartolini una figura per il suo orto. And a Roma, dove pi cose fece, le quali non sono degne di memoria.
Gli allog Agostin Ghigi per ordine di Raffaello da Urbino la sua sepoltura in Santa Maria del Popolo, dove aveva fabbricata una cappella; perch Lorenzo si mise con grande amore a fatiche impossibili, per riuscire con lode e per piacere a Raffaello, che lo poteva ingrandire et aiutar molto in questo lavoro, et ancora con speranza che Agostino uomo ricchissimo straordinariamente lo rimunerasse. Le quali figure furono dal giudizio di Rafaello di continuo aiutate, et egli a ultima fine le condusse. In una  figurato Iona ignudo uscito del ventre del pesce, per la ressurezzione de' morti, nell'altra Elia, che col vaso d'acqua e col pane subcinerizio vive di grazia sotto il ginepro. Le quali statue furono da Lorenzo a tutto suo potere con arte e con somma bellezza condotte, ma l'aspettazione del premio che desiderava per il peso della famiglia che aveva, tardi venne; con ci sia cosa che si chiuser gli occhi ad Agostino Chigi et al mirabile Rafaello, e le figure per la poca piet de' suoi gli rimasero in bottega. Onde Lorenzo oltra modo dolente perd in un tratto tutte le sue speranze. Avvenne che fu eseguito il testamento di Rafaello da Urbino, perch fece una statua di marmo di quattro braccia d'una Nostra Donna per il sepolcro di esso Rafaello nel tempio di Santa Maria Rotonda; cos per suo ordine fu restaurato il tabernacolo. Fece ancora per un mercante de' Perini alla Trinit di Roma una sepoltura con due fanciulli di mezzo rilievo, e di architettura a molte case et altre fabbriche diede il disegno, come al palazzo di M<esser> Bernardino Caffarelli, e nella Valle la facciata di dentro e cos il disegno delle stalle et il giardino di sopra. Avvenne che Papa Clemente volse mettere in ponte Santo Angelo il San Paolo di Paolo Romano; perch, volendolo accompagnare da un'altra figura di San Pietro, l'allog a Lorenzo, il quale la fece e tutte due pose dove si veggono all'entrata del ponte. Successe la morte di Clemente VII e che le sepolture della Minerva di Leone e di esso a Baccio Bandinelli furono allogate. Laonde Lorenzo ebbe la cura del lavoro di quadro e di farlo finire di marmo, e cos si trattenne alquanto.
Finalmente nella creazione di Paulo III, essendo egli venuto per le poche facende in molto mal governo, e non avendo altro che una casa che al Macello d'i Corbi esso aveva fabbricato, con cinque figliuoli alle spalle, e gi passato il tempo d'aspettare il ristoro delle fatiche sue, venne la fortuna a voltarsi et a volerlo ingrandire per altra via. E ci fu che volendo Papa Paulo III far seguire la fabbrica di San Pietro, non essendo pi vivo n Baldassare Sanese, n quegli che a tal cura attendevano, Antonio da San Gallo mise Lorenzo a tale opera, che facevano le mura in cottimo a tanto la canna. Cos fu posto in tale opera per architetto. Laonde in quei pochi anni fu conosciuto pi senza affaticarsi, che non era stato ne i molti quando lavorando si esercitava, avendo in quel punto propizio Iddio, gli uomini e la fortuna. Per il che se egli fino al presente fosse vissuto, averebbe ristorato quei danni che la violenzia della sorte quando egli bene operava, indegnamente gli aveva fatto. Cos condotto alla et di anni XLVII si mor di male di febbre l'anno MDXLI. Dolse infinitamente la morte di costui a molti amici suoi, che lo conobbero sempre amorevole e discreto. E perch egli visse sempre da uomo buono e ragionevole, i deputati di San Piero gli diedero in un deposito onorato sepolcro, e posero in quello lo infrascritto epitaffio: SCULPTORI LAURENTIO FLORENTINO ROMA MIHI TRIBUIT TUMULUM, FLORENTIA VITAM; NEMO ALIO VELLET NASCI ET OBIRE LOCO. MDXLI VIX<IT> ANN<OS> XLVII MEN<SES> II D<IES> XV.

 III,24.B.Perucci Fra tutti i doni che largamente distribuisce il cielo a' mortali, nessuno giustamente si puote o debbe stimare o tenere maggiore che la stessa virt e la quiete o pace dello animo, facendoci quella sempre immortali e questa beati. E per chi di queste  dotato, oltra lo obligo che egli ha grandissimo a Dio, tra gli altri, quasi fra le tenebre un lume, manifestamente si fa conoscere, come ha fatto ne' tempi nostri Baldassarre Perucci architetto e pittor sanese.
Del quale sicuramente possiamo dire che la modestia e la bont che si videro in lui fussino rami non mediocri della somma tranquillit che sospirano sempre le menti di chi ci nasce, e le opere di lui restate, onoratissimi frutti di quella vera virt che gli fu infusa dal cielo. Costui, se non per se stesso, per i suoi antinati almeno, secondo molti, fu da Volterra, ancora che egli continuamente si facesse chiamare da Siena, e quella amasse teneramente come sua patria. And nella sua giovanezza a Roma, e con Agostin Chigi sanese prese familiarit grandissima. E perch egli era molto inclinato alla architettura, si dilett misurare le antichit di Roma e cercare d'intenderle. Et attese alla prospettiva mirabilmente, et in quella divenne tale, che pochi pari a lui per nessun secolo abbiamo veduto operare, come ne fanno fede tutte l'opere sue, delle quali nessuna mai fece, che di tali cose non cercasse mettere in essa.
Fu fatta nella sua giovanezza per Papa Giulio in un corridore in palazzo vicino al tetto una uccelliera, dove egli dipinse tutti i mesi di chiaro oscuro, et in questi tutti gli esercizi che si fanno mese per mese per tutto l'anno; nella quale opera si veggono infiniti casamenti, teatri, anfiteatri, palazzi et altre fabbriche, con bella invenzione da lui accomodate in quel luogo. Lavor nel palazzo di San Giorgio per il Cardinale Rafaello Riario Vescovo d'Ostia, in compagnia d'altri pittori, alcune stanze, e fece una facciata dirimpetto a M<esser> Ulisse da Fano, e similmente quella di M<esser> Ulisse, la quale per le storie di Ulisse che e' vi dipinse, gli diede nome e fama grandissima. Ma molto pi gliene diede il modello del palazzo d'Agostin Chigi, condotto con quella bella grazia che si vede, non murato, ma veramente nato, et adorno di fuori di terretta con storie di man sua, fra le quali alcune ve ne sono molto belle. E similmente la sala in partimenti di colonne figurate in prospettiva, le quali con istrafori mostrano quella esser maggiore. E quello che di stupenda maraviglia vi si vede  una loggia sul giardino dipinta da Baldassarre, con le istorie di Medusa quando ella converte gli uomini in sasso e quando Perseo le taglia la testa, con molte altre storie ne' peducci di quella volta, la quale  uno ornamento di tutta l'opera, tirato in prospettiva, et  di stucco coi colori contrafatti, che non pare colore, ma vivo e di rilievo. E pu veramente questo credersi che il mirabile Tiziano, pittore onoratissimo et eccellentissimo, menandolo io a vedere tale opera, non voleva credermi che fosse pittura; per il che fummo sforzati mutar veduta, onde rimase maravigliato di tal cosa. Sono in questo luogo alcune cose fatte da Sebastian Veniziano della prima maniera, e dal divino Raffaello d'Urbino una Galatea rapita da gli di marini. Egli fece ancora, passato Campo di Fiore per andare a piazza Giudea, una facciata bellissima di terretta, con prospettive mirabili, la quale fu fatta finire da un cubiculario del papa, et oggi  posseduta da Iacopo Strozzi fiorentino. E similmente fece nella Pace una cappella a M<esser> Ferrando Ponzetti che fu poi cardinale, alla entrata della chiesa a man manca, con storie del Testamento vecchio piccole, cosa in fresco lavorata con molta diligenza. Ma molto pi mostr il valore della arte della pittura e la prospettiva nel medesimo tempio vicino allo altar maggiore, per M<esser> Filippo da Siena cherico di camera, in una storia quando la Nostra Donna va a 'l tempio, che sale i gradi; nella quale sono molte figure tutte degne di lode, come un gentiluomo vestito alla antica, il quale scavalcato d'un suo cavallo, mentre i servidori lo aspettano, mosso da compassione, d la elemosina ad un povero tutto ignudo e meschinissimo, il quale con grande affetto gliela chiede. Sonovi casamenti varii et ornati bellissimi, e tal cosa fu lavorata in fresco e contrafatta con uno ornamento di stucco attorno, mostrando essere appiccata con campanelle grandi al muro, che paresse una tavola a olio. Fece ancora la facciata di M<esser> Francesco Buzio vicino alla piazza de gli Altieri, e nel fregio di quella mise tutti i cardinali romani che erano allora ritratti di naturale, et in essa figur le storie di Cesare, quando i tributi di tutto il mondo gli sono presentati. E sopra vi fece i dodici imperadori, i quali posano su certe mensole e scortano le vedute al di sotto in su, con grandissima arte lavorate e da lui intese; nella quale opera merit comendazione infinita. Lavor in Banchi una arme di Papa Lione, nella quale fece tre fanciulli a fresco, che di tenerissima carne e vivi parevano. Fece a fra' Mariano Fetti frate del Piombo a Monte Cavallo un San Bernardo di terretta nel giardino, bellissimo; et alla Compagnia di Santa Caterina da Siena in strada Giulia alcune altre cose. E diede per Roma disegni di architettura a case infinite. Similmente in Siena, diede il disegno dell'organo del Carmino, et ancora molte altre cose per quella citt. Fu condotto a Bologna da gli operai di San Petronio per fare disegno e modello alla facciata di detto; et in casa del conte G<iovan> Batista Bentivogli fece per tal fabbrica pi disegni, che furono bellissimi, de i quali non si potrebbono mai bastevolmente lodare le bellissime investigazioni trovate per non ruinare il vecchio, che era murato e fatto, e congiugnerlo col nuovo; certamente fu di bellezza e d'ordine singularissimo. Et ancora fece al conte G<iovan> Batista sopradetto un disegno d'una Nativit co' Magi di chiaro oscuro, cosa maravigliosissima a vedere i cavalli, i carriaggi, le corti di tre re con tanta grazia da Baldassarre imaginate, nella quale fece muraglie di tempii et invenzioni di casamenti nella capanna bellissimi; la quale opera fece poi colorire il conte a Girolamo Trevigi, che molto gli fu lodata. Fece ancora fuor di Bologna il disegno per la porta della chiesa di San Michele in Bosco, e 'l Duomo di Carpi molto bello e secondo le regole di Vitruvio dottamente con suo ordine fabbricato. E nel medesimo luogo diede principio alla chiesa di San Niccola, la quale non venne a fine in quel tempo, perch egli ritornando a Siena, diede i disegni a quella citt delle fortificazioni, e per ordine suo in opera furono poste.
Trasferitosi poi a Roma, fece la casa dirimpetto a Farnese, et altre case, le quali dentro di Roma sono. Avvenne che Leon X voleva finire la fabbrica di San Pietro, da Giulio II per ordine di Bramante incominciata, perch pareva loro troppo grande edificio e da reggersi poco insieme, onde Baldassarre fece un modello molto ingegnoso e magnifico, d'alcune parti del quale si sono poi serviti questi altri architetti. E nel vero che Baldassarre era di giudizio e di diligenza e di sapere talmente ordinato nelle cose sue, che mai non  veduto pari a lui nella professione dell'architettura per esser quello dalla pittura accompagnato. Fece il disegno della sepoltura d'Adriano VI e dipinse quella attorno di sua mano. Fece nel tempo di Leone, in Campidoglio di Roma per recitare una comedia, uno apparato et una prospettiva, nel qual lavoro si mostr quanto di perfezzione e di grazia fosse nell'ingegno di Baldassarre dal cielo infuso; n mai si pu pensare di vedere i palazzi, le case et i tempii nelle scene moderne, quanto di grandezza mostrasse nella piccolezza del sito dall'ingegno di s gran prospettivo fatto, le stravaganti bizzarrie di andari in cornici e di vie, che con case parte vere e finite ingannavano gli occhi di tutti, dimostrandosi essere, non una piazza dipinta, ma vera; e quella s di lumi e di abiti nelle figure de gli istrioni fece propri et al vero simili, che non le favole recitare parevano in comedia, ma una cosa vera e viva, la quale allora intervenisse.
Ordin il disegno della casa de' Massimi in modo ovale girato, e quello con bella e con nuova maestria di fabbrica esequire fece; il quale non pot vedere finito, intervenendo la morte sua.
Erano tali le virt di questo artefice maraviglioso, che le sue fatiche molto giovarono altrui, ma a s poco, perch avendo egli sempre avuto amicizie di papi, di grandissimi cardinali e di ricchissimi mercanti, non per alcun d'essi si mosse gi mai a fargli beneficio, procedendo questo tanto da la modestia del timido e discreto animo suo, quanto da la ingratitudine e da la avarizia di coloro che di continuo si servirono di lui, i quali non gli diedero mai premio alcuno.
Per il che in famiglia e gi vecchio venuto, con tutta quella modestia ch'a un religioso conviene, sollecit molto la chiesa, e gi d'anni carico ammal gravemente. Onde Clemente VII intendendo il mal suo e conoscendo pure allora ma tardi la perdita che faceva nella morte di tanto uomo, gli mand a donare cinquanta scudi et a offerirgli altro, se bisognava. Laonde egli, che della famiglia sua pi che di se medesimo sempre ebbe cura, a quella di continuo pensando, s'accor talmente, che pass di questa vita; e da' suoi figliuoli molto pianto, nella Ritonda vicino alla sepoltura di Raffaello da Urbino ebbe onorato sepolcro, con gran dolore di tutti gli artefici, scultori, architetti e pittori, i quali finch fu posto in terra sempre piangendo gli fecer compagnia. E gli fu posto questo epitaffio: BALTHASARI PERUTIO SENENSI VIRO ET PICTURA ET ARCHITECTURA ALIISQUE INGENIORUM ARTIBUS ADEO EXCELLENTI UT SI PRISCORUM OCCUBUISSET TEMPORIBUS NOSTRA ILLUM FAELICIUS LEGERENT. VIX<IT> ANN<OS> LV MENS<ES> XI DIES XX.
LUCRETIA ET IO<ANNES> SALUSTIUS OPTIMO CONIUGI ET PARENTI NON SINE LACHRIMIS SEMONIS HONORII CLAUDII AEMILIAE AC SULPITIAE MINORUM FILIORUM DOLENTES POSUERUNT. DIE IIII IANUARII MDXXXVI.
Rest dopo la morte di lui per le sue qualit, conoscendo i principi il bisogno loro, maggior fama. E questo nacque che, risolvendosi Paulo III far finire San Pietro, si desider molto lo aiuto di lui, atteso che assai giovato avrebbe Baldassarre in tal fabbrica con Antonio da San Gallo. E bench Antonio facesse poi quello che ci si vede, nondimeno assai meglio in compagnia avrebbono veduto le difficult di tale opera. Rimase erede di molte cose sue Sebastian Serlio bolognese, il quale fece il terzo libro delle architetture e 'l quarto delle antiquit di Roma misurare; le quali fatiche di Baldessar furono poste in margine, e gran parte scritte. Le quali a lui rimasero, et a Iacopo Melighino ferrarese, fatto architetto da Papa Paulo III nelle sue fabbriche. Rimase vivo un suo creato chiamato Cecco Sanese, il quale a Roma fece l'arme del cardinale di Trani in Navona et altre opere. Basta dunque che egli fu tanto e virtuoso e buono, che ognuno che lo conobbe e lo richiese, sempre lo ritrov cortese e benigno. E ben lo mostra ancor morto, che s'avviene ragionar di lui, ciascuno della sua cattiva sorte si duole. Furono amici e domestici suoi Domenico Beccafumi sanese pittore eccellente et il Capanna, il quale fra le molte cose che fece in Siena, dipinse la facciata de' Turchi et un altra sopra la piazza.

 III,25.Pellegrino da Modana Gli accidenti son pur diversi e strani, che di continuo nascono ne' pericoli della vita sopra i corpi umani universalmente ogni giorno, ma particularmente veggiamo le persone ingegnose essere sottoposte a quegli. Atteso che chi nelle fatiche degli studi esercita la memoria e fa che il corpo e l'animo patisce, d occasione alle membra di disunirle l'uno da l'altro, e deviandole da 'l suo primo corso, diventino rubelle de i sangui, di maniera che chi di allegra complessione ha il genio, lo trasforma in maninconia, et in poco spazio di tempo s'accosta alla morte.
E da dolere infinitissimamente, a chi di questo scampa, quando la vendetta, il furore e la forza d'altrui, violentemente, o con ferro o con veleno o con altra nuova disgrazia, senza rispetto, tronca il filo della vita a questi tali, allora che de gli ingegni loro si sperano i migliori e pi maturi frutti esser raccolti. E nel vero torto grandissimo fa la natura quando ci d uno ingegno, il quale sia per ornamento del secolo in che nasce e per utilit di chi ci vive, a levarlo cos tosto di terra, e veramente fa poco onore a s e grandissimo danno altrui.
Come si vede che fu di Pellegrino da Modona pittore il quale desideroso con la forza delle fatiche acquistarsi nome nell'arte della pittura, si part de la sua patria, udendo le maraviglie del grandissimo Raffaello da Urbino; e tanto fece, ch'a lavorare si pose con lui. E trov nel suo giungere in Roma infinitissimi giovani ch'attendevano alla pittura, et emulando fra loro cercavano l'un l'altro avanzare nel disegno, e davano opera di continuo alle fatiche dell'arte per venire in grazia di Raffaello e guadagnarsi nome fra i popoli. Per il che Pellegrino molto a questo attendendo, divenne oltre al disegno, di pratica maestrevole nell'arte. E mentre che Leon X fece dipignere le logge a Raffaello, vi lavor ancora egli, in compagnia de gli altri giovani. Le quali fatiche furono cagione che Raffaello si serv di lui in molte cose. Fece Pellegrino in Santo Eustachio di Roma, entrando in chiesa, tre figure in fresco a uno altare, e nella chiesa de' Portughesi alla Scrofa la cappella dello altar maggiore in fresco, insieme con la tavola. Avvenne che in San Iacopo della Nazione Spagnuola in Roma, si fece una cappella adorna di marmi, nella quale Iacopo Sansovino fece di marmo un San Iacopo di quattro braccia e mezzo, molto lodato, e Pellegrino vi dipinse in fresco le storie di questo Apostolo, nelle quali si vede gentilissima aria a imitazione di Raffaello suo maestro e bonissima forza e componimento; le quali hanno sempre fatto conoscere Pellegrino per un desto e garbato ingegno nella pittura. Fece in Roma in molti altri luoghi opere da s et in compagnia, e dopo la morte di Raffaello se ne torn a Modona et in quella prese opere e ne fece infinite e fra l'altre a una Confraternita di Battuti fece una tavola, nella quale  un San Giovanni che batteza Cristo, e questa lavor a olio. Fece ancora nella chiesa de' Servi un'altra tavola, che a tempera da lui fu condotta, dentrovi San Cosmo e Damiano e molte altre figure, le quali opere insieme con le altre, furono cagione che egli prese moglie in Modona, e di quella ebbe un figliuol maschio, il quale diede poi occasione alla morte del padre. Dicono che venendo in quistione di parole con altri suoi compagni, giovani modenesi, messo mano all'arme, il figliuolo di Pellegrino amazz un di quelli. Onde fu portata la nuova di tal caso a Pellegrino ch'era a lavorare, il quale sbigottito, per soccorre il figliuolo che non venisse in mano della giustizia, si mise in via con dolore per trafugarlo; e non molto lontano da casa sua si scontr ne gli armati parenti del morto giovane, che cercavano del figliuolo di Pellegrino, per farne le vendette sopra di lui.
Ma incontrandosi in Pellegrino, abbassarono l'armi e con tanta furia lo assalirono, che egli non ebbe spazio n di fuggire, n di difendersi da loro; per il che pieno di ferite e morto lo lasciarono in terra. Dolse molto a' Modonesi questo caso s strano dello aver tolto la vita a chi lor dava vita, nome e gloria con l'opre sue. Perch di tal perdita sopra modo dolenti diedero in Modona a Pellegrino onorato sepolcro. E di costui ho io visto questo epitaffio: 76  EXEGI MONUMENTA DVO, LONGINQUA VETUSTAS 77 QUAE MONUMENTA DVO NVLLA ABOLERE POTEST.
78 NAM QUOD SERVAVI NATUM PER VULNERA, NOMEN 79 PRAECLARUM VIVET TEMPUS IN OMNE MEVM.
80 FAMA ETIAM VOLITAT TOTUM VULGATA PER ORBEM 81 PRIMAS PICTURAE FERME MIHI DEDITAS.
Fu coetaneo di costui Gaudenzio Milanese pittore eccellentissimo pratico et espedito, che a fresco fece per Milano molte opere, e particularmente a' frati della Passione un Cenacolo bellissimo, che per la morte sua rimase imperfetto. Lavor ancora ad olio eccellentemente, e di suo sono assai opere a Vercelli et a Veralla molto stimate da chi le possiede.

 III,26.Il Fattore Egli si pu ben fortunatissimo chiamar colui che, senza aver pensiero a cosa che si sia, dalla sorte  condotto a un fine, che di lode, d'onore et utile di continuo lo accresca; e per cognizione gli faccia essere portato riverenza, et ogni sua azzione e fatica di premio onorato guiderdoni.
Questo avvenne a G<iovan> Francesco detto il Fattore pittor fiorentino, il quale non fu manco obligato alla fortuna, ch'egli si fosse alla bont della natura sua et alle fatiche da lui sopportate ne gli studi della pittura. I quali ornamenti furono cagione che Raffaello da Urbino, vedendolo a ci volto, lo prese in casa, et insieme con Giulio Romano come suoi propri figliuoli sempre gli tenne.
Di che mostr verissimi segni alla morte, lasciandoli cos delle facult sue eredi, come anco della virt. Come sempre si vide in G<iovan> Francesco, da Raffaello nella sua fanciullezza chiamato il Fattore, il quale ne' disegni suoi imit la maniera di Raffaello e la osserv del continuo. E perch sempre si dilett pi di disegnare che di colorire, spendeva il tempo in ci pi che in alcuna altra cosa.
Furono le prime cose da G<iovan> Francesco lavorate nelle logge del papa a Roma, in compagnia di Giovanni da Udine, di Perino e d'altri eccellenti maestri; nelle quali si vede una bonissima grazia e di maestro che attendesse alla perfezzione delle cose. Furono lavorate molte cose da lui con cartoni et ordini di Raffaello, come la volta d'Agostin Chigi in Trastevere in Roma, e 'n quadri e 'n tavole et altre opre diverse; nelle quali si port tanto bene, che merit da Raffaello infinitissimamente essere amato.
Fece in Monte Giordano di Roma una facciata di chiaro scuro, et in Santa Maria di Anima, alla porta del fianco che va alla Pace, fece in fresco un S. Cristofano d'otto braccia, che bonissima figura  tenuta e con grandissima pratica lavorata. Quivi  una grotta con un romito che ha una lanterna in mano, di disegno e di buona grazia unitamente condotta. Capitando a Fiorenza, fece a Lodovico Capponi a Monte Ughi, luogo fuor della porta a S. Gallo, alla sua possessione un tabernacolo con una Nostra Donna molto lodata. Avvenne allora la morte di Raffaello suo maestro, la quale fu cagione che Giulio Romano e Gio<van> Francesco molto tempo sterono insieme, e finirono di compagnia l'opere che di Raffaello erano rimase imperfette, come ancora ne fanno fede nella vigna del papa alcune cose; e similmente la sala grande in palazzo, dove si veggono dipinte per loro le storie di Gostantino, e nel vero e' fecero bonissime figure con bella pratica e maniera, ancora che le invenzioni e gli schizzi delle storie venissero da Raffaello. In questo tempo tolse Perino del Vaga pittor molto eccellente la sorella di G<iovan> Francesco per moglie, per il che molti lavori fecero in compagnia. E cos seguitando, Giulio e G<iovan> Francesco fecero in compagnia una tavola di due pezzi, dentrovi l'Assunzione di Nostra Donna, che and a Perugia a Monte Lucci; e fecero altri infiniti lavori di quadri et opere in pi luoghi.
Ebbero poi commissione da Papa Clemente di fare una tavola simile a quella di Raffaello, ch' a San Piero a Montorio, la quale voleva mandare in Francia, dove quella di Raffaello prima era destinata; per il che vennero a divisione e partirono la roba che Raffaello aveva lasciato loro, et i disegni ancora. E cos Giulio si part per Mantova, dove al marchese fece infinitissime cose; e G<iovan> Francesco intendendo ci, pensando avere a fare ancor esso, capit a Mantova, dove Giulio non gli fece molte carezze; per il che G<iovan> Francesco se ne part e, girata la Lombardia, ritorn a Roma. Poi se ne and a Napoli con le galee dietro al Marchese del Vasto, e quella tavola che era imposta di San Piero a Montorio, con alcune altre cose e robe sue, fece posare in Ischia, isola del marchese; et oggi  nella chiesa di Santo Spirito de gli Incurabili in Napoli. Quivi fermatosi, e continovamente disegnando, ebbe molte carezze da Tommaso Cambi mercante fiorentino, che governava le cose di quel signore. Ma non vi dimor lungamente, che per essere di mala complessione, ammalatosi, vi si mor con infinito dispiacere del signor marchese e di tutti gli amici di esso G<iovan> Francesco. Lasci Luca suo fratello, il quale lavor in Genova con Perino suo cognato, et in molti altri luoghi di Italia, come in Lucca; e finalmente se ne and in Inghilterra. Furono le opere di G<iovan> Francesco circa il MDXXVIII. E lo epitaffio fatto al suo nome, dice cos: 51  OCCIDO SVRREPTUS PRIMAEVO FLORE IVVENTAE, 52 CUM CLARA INGENII IAM DOCUMENTA DAREM.
53 SI MEA VEL IVSTOS AETAS VENISSET AD ANNOS, 54 PICTURA AETERNUM NOTUS ET IPSE FOREM.
Et un altro ancora: 2  GIACE QUI GIOAN FRANCESCO IL GRAN FATTORE ECCELLENTE 3 PITTORE ORNATO E BELLO CHE VINSE I PARI A SE; E RAFFAELLO 4 VINCEA: MA MORTE L'AMMAZZO` IN SVL FIORE.

 III,27.A.del Sarto Egli  pur da dolersi de la fortuna, quando nasce un buono ingegno e che e' sia di giudizio perfetto nella pittura e si facci conoscere in quella eccellente, con opere degne di lode, vedendolo poi per il contrario abbassarsi ne' modi della vita, e non potere temperare con mezzo nessuno il male uso de' suoi costumi. Certamente che coloro che lo amano, si muovono a una compassione, che si affliggono e dolgono vedendolo perseverare in quella, e molto pi quando si conosce che e' non teme, e' non li giova le punte de gli sproni che recano chi  elevato d'ingegno a stimare l'onore da la vergogna. Atteso che chi non istima la virt, con la nobilt de' costumi e con lo splendore di una vita onesta et onorata non la riveste, nascendo bassamente aombra d'una macchia l'eccellenzia delle sue fatiche, che si discerne malamente da li altri. Per il che coloro i quali seguitano la virt, doverriano stimare il grado in che si trovano, odiare le vergogne e farsi onorare il pi che possono del continuo, che cos come per l'eccellenzia delle opere che si fanno, si resiste a ogni fatica, perch non vi si vegga difetto; il simile arebbe a intervenire ne l'ordine della vita, lasciando non men buona fama di quella, che si facci d'ogni altra virt. Perch non  dubio che coloro che trascurano s e le cose loro, danno occasione di troncare le vie alla fama e buona fortuna, precipitandosi per satisfare a un desiderio d'un suo appettito che presto rincresce, onde ne seguita che si scaccia il prossimo suo da s, e che col tempo si viene in fastidio al mondo, di maniera che in cambio della lode che si spera, il tutto in danno et in biasimo si converte. Laonde si conosce che coloro che si dolgono, che non sono n in tutto n in parte rimunerati dalla fortuna e da gli uomini, dando la colpa ch'ella  nemica della virt, se vogliono sanamente riconoscere se medesmi, e si venga a merito per merito, si troverr che e' non l'aranno conseguito pi per proprio difetto o mala natura loro, che per colpa di quelli. Perch e' non  che non si vegga se non sempre almeno qualche volta che siano remunerati, e le occasioni del servirsi di loro. Ma il male  quello de gli uomini, i quali, accecati ne' desideri stessi, non voglion conoscere il tempo, quando l'occasione si presenta loro, che se eglino la seguitassino e ne facessin capitale, quando ella viene, non incorrerebbono ne' desordini, che spesso pi per colpa di loro stessi che per altra cagione si veggono, chiamandosi da lor medesimi sfortunati. Come fu nella vita pi che ne l'arte lo eccellentissimo pittore Andrea del Sarto fiorentino, il quale obligatissimo alla natura per uno ingegno raro nella pittura, se avesse atteso a una vita pi civile et onorata e non trascurato s et i suoi prossimi, per lo appettito d'una sua donna che lo tenne sempre e povero e basso, sarebbe stato del continuo in Francia, dove egli fu chiamato da quel re che adorava l'opere sue e stiamavalo assai, e lo arebbe rimunerato grandemente. Dove per satisfare al desiderio de l'appetito di lei e di lui, torn e visse sempre bassamente.
E non fu delle fatiche sue mai se non poveramente sovenuto, e da lei, ch'altro di ben non vedeva, nella fine vicino alla morte fu abandonato. Ma cominciamoci dal principio.
Nacque l'anno MCCCCLXXVIII nella citt di Fiorenza a una persona da bene, chiamato sopra nome il Sarto dall'arte che egli faceva, un figliuolo il cui nome fu Andrea. Il quale di acutissimo ingegno e vivace fu da lui, che altro che l'arte del cucire non aveva, allevato poveramente. E cos nella et di sette anni fu levato da la scuola del leggere e messo a l'arte de l'orefice. Nella quale egli con molta pi facilit e volentieri disegnava, che gli altri lavori di argento di bottega si dilettasse lavorare. Avvenne che Gian Barile pittore fiorentino, uomo nella pittura grosso, visto il disegnare di questo fanciullo, li piacque tanto che si ingegn di tirarlo a s, conoscendosi averne bisogno. E cos faccendolo abbandonare lo orefice, lo condusse alla arte della pittura. La quale gustando Andrea, e conoscendo che la natura per quello lo avea creato, in pochi mesi cominci coi colori a far cose che Gian Barile e molti di quel mestiero di giorno in giorno faceva maravigliare. Per il che passati tre anni e fatto una pratica molto destra, disegnando egli del continuo, e conoscendo Gian Barile l'ingegno di questo fanciullo, il quale se attendesse e seguitasse l'arte farebbe una riuscita molto buona, parlatone con Pier di Cosimo, tenuto allora de' miglior pittori che fussino in Fiorenza, acconci seco Andrea. Il quale come desideroso d'imparare l'arte, non restava esercitarsi in quella del continuo, conoscendosi che la natura l'aveva fatto nascere veramente pittore, avvenga ch'egli, nel toccare i colori, gli maneggiava con tanta grazia, che Piero li pose un grandissimo amore. E cos non restava, e le feste e quando aveva comodit, di andare a disegnare in compagnia di molti giovani alla sala del papa, dove era il cartone di Michel Agnolo Buonarroti e similmente quello di Lionardo da Vinci.
Et ancora che egli ci fussino disegnatori assai, e terrazzani e forestieri, Andrea vi disegn a paragone di molti quantunque egli fusse giovanetto. Era fra gli altri disegnatori in questo luogo il Francia Bigio pittore, il qual era persona molto buona che, visto il modo del disegnare di Andrea, prese con esso strettissima pratica. E cos conferitisi l'animo l'un de l'altro Andrea disse che per la stranezza di Piero che era gi vecchio, non lo poteva pi sopportare e che voleva torre stanza da s. Il Francia ancor egli ne aveva di bisogno, avendo Mariotto Albertinelli suo maestro abbandonato l'arte della pittura. E cos fatto comune la volont per venire da qualcosa nel mestiero, l'uno e l'altro tolsero alla piazza del Grano una stanza, e quivi ciascuno lavorando, condussero molte opere insieme. Fra le quali furono le cortine che cuoprono la tavola dell'altar maggiore de' Servi, che allogate gli furono da un sagrestano ch'era parente strettissimo del Francia. Nelle quali dipinsero, in quella che volta in verso il coro, una Nostra Donna Annunziata da l'Angelo, e nell'altra dinanzi, un Cristo Deposto di croce, simile a quello che  quivi nella tavola dipinta da Filippo e da Piero Perugino; che finite ne acquistarono onore appresso a' frati e cos a quegli dell'arte.
Ragunavasi in Fiorenza sopra la casa del Magnifico Ottaviano de' Medici, dirimpetto a l'orto di San Marco, una Compagnia chiamata lo Scalzo, titolata in San Giovanni Batista, murata in que' d da molti artefici fiorentini; e fra l'altre cose che eglino ci avevan fatte di muraglia era un cortile murato d'intorno di colonne non molto grande, et ancora ch'eglino fussin poveri di danari, erano ricchi d'animo. Laonde vedendo alcuni di loro che Andrea perveniva in grado nell'arte della pittura, ordinaron fra loro che facessi intorno a detto chiostro in dodici quadri di chiaro e scuro, ci  di terretta in fresco, XII istorie della vita di San Giovan Batista. Per il che egli messovi mano, fece la prima quando San Giovanni battezza Cristo e la condusse con una diligenzia grande. Della quale istoria acquist egli credito e fama tale, che molte persone si voltarno a fargli fare opere, come a quello che stimavano dovere col tempo far que' fini onorati e di nome, che prometteva il principio delle opere sue. Erasi in quel tempo murato, fuor della porta a San Gallo, la chiesa di San Gallo, a' frati Eremitani Osservanti de l'ordine di Santo Agostino, et andavano ogni giorno faccendo fare a' padroni per le nuove cappelle della chiesa tavole di pittura. E cos fu fatto dar principio a Andrea, che ne fece una di Cristo quando in forma d'ortolano apparisce a Maria Magdalena, e di colorito condusse tutta quell'opera, con una morbidezza molto unitamente e dolce per tutto. La quale fu cagione ch'egli in ispazio di tempo ne fece poi altre due. E detta tavola  posta oggi al canto a gli Alberti, in San Iacopo fra' Fossi.
Mentre che Andrea et il Francia dimoravano cos, e cresciuti di fama crescevano d'animo, e' presono nuove stanze vicino al convento de' Servi nella Sapienzia. E non and molto che Iacopo Sansovino allora giovane, che sotto la disciplina d'Andrea dal Monte Sansovino suo maestro imparava l'arte della scultura, prese con Andrea molta familiarit, talmente ch'eglino giorno e notte insieme dimoravano, e tanto giovamento si porsono l'un l'altro nel conferire le difficult dell'arte, che Iacopo fece quei frutti che si son visti poi in Fiorenza et in Roma et in Venezia, nelle mirabili e belle opere sue, tanto di marmo quanto di bronzo, oltra le ingegnosissime architetture fatte da esso.
Era allora nel convento de' Servi, al banco delle candele, un frate sagrestano, nominato fra' Mariano dal canto alla Macine, il quale aveva ragunato alcuni danari di limosine; e considerato la voglia che avea Andrea di far acquisto de l'arte, pens tentarlo in su le cose dell'onore, con mostrare sotto spezie di carit e di volerlo aiutare, che gli tornerebbe utile e si farebbe conoscere, et inoltre se gli appresentarebbe una occasione di non dovere essere mai povero, e fu questo. Gi molti anni innanzi nel primo cortile de' Servi aveva Alesso Baldovinetti dipinto nella facciata che fa spalle alla Nunziata, una Nativit di Cristo e Cosimo Rosselli, da l'altra parte, aveva cominciato in detto cortile una istoria, quando San Filippo autore di quell'ordine piglia l'abito; la quale istoria finita, per l'impedimento della morte, non pot Cosimo seguitare il restante. Aveva il frate adunque volont grande di seguitare il resto, e pens di fare ch'Andrea et il Francia, che erano gi di amici venuti concorrenti nell'arte, gareggiassino insieme e ne facessino ciascuno di loro una parte; il che, oltra a l'essere servito benissimo, arebbe fatto la spesa minore, et a loro le fatiche maggiori. Laonde aperto l'animo suo a Andrea, lo persuase a pigliare tal carico; con ci sia cosa che il luogo era pubblico, e sarebbe conosciuto da i forestieri tanto quanto da i Fiorentini, sapendo egli quanto la chiesa per i miracoli della Nunziata fussi dalla frequenzia delle genti visitata. E ch'egli non doveva pensare a prezzo nessuno, sendo egli in sul farsi conoscere, anzi avendo quel luogo s pubblico, per farvi l'opere sue, doveva molto pi pregarne il frate che esserne pregato da lui. E che quando egli attendere non ci volessi, aveva il Francia che per farsi conoscere gli aveva offerto di farle, e de 'l prezzo gli dessi quel che volessi. Furono questi sproni molto gagliardi a far che Andrea pigliassi tal carico, essendo massimo di poco animo; ma questo ultimo de 'l Francia lo fece risolvere allora e fare scritta di tutta l'opera, perch nessuno non v'entrasse. Avendolo dunque il frate cos imbarcato, gli diede danari e convenne che seguitassi la vita di San Filippo, e non avessi per prezzo da lui altro che dieci ducati per istoria, allegando che gli dava di suo e che lo faceva per il ben d'Andrea, pi che per l'utile o bisogno de 'l convento. La quale opera presa da lui con quel prezzo e cominciata, fu seguita con grandissima diligenzia, e le prime istorie ch'egli fin e scoperse furon queste tre: la prima, quando San Filippo gi frate riveste quello ignudo, e l'altra, quando egli, sgridando alcuni giucatori che bestemmiavano Dio et uccellavano San Filippo del suo ammunirgli, viene in un tempo una saetta da 'l cielo, e dato sopra un albero dove eglino stavano sotto a l'ombra, ne uccide due, e gli altri, chi con le mani alla testa, sbalorditi si gettano innanzi, altri si mettono in fuga gridando; dove fra l'altre figure  una femmina, dal tuono e dalla paura in fuga uscita di s, et un cavallo scioltosi che, sentendo lo strepito della saetta, con salti fa vedere quanto le cose improvisamente paurose, a chi non le spetta, rechino timore e spavento. Nella qual opera, conosce chi la guarda quanto Andrea pensassi alla variet delle cose in un sol caso, avvertenzie certamente molto belle a chi esercita la pittura. La terza fece quando San Filippo cava lo spirito da dosso a una femmina; le qual'istorie scopertesi, ne consegu quella lode che meritamente si conveniva a una opera simil a quella. E seguit Andrea inanimito per la lode due altre istorie nel cortile medesimo. In una faccia quando San Filippo  nella bara morto, et intorno e' suoi frati lo piangono, aggiuntovi un putto morto anch'egli, che nel farli toccare la bara dove  San Filippo, risuscita, et vvi contrafatto, e quando egli  morto e quando egli  vivo, con una arte molto vivace e molto bella; cos seguit l'ultima da quella banda, dove egli figur quando i frati mettono le veste di San Filippo in capo a i fanciulli, dove ritrasse Andrea della Robbia scultore molto pratico, che  un vecchio che vien chinato vestito di rosso con una mazza in mano, e similmente vi ritrasse Luca suo figliuolo, cos nell'altra gi detta dove  morto San Filippo ritrasse Girolamo figliuol d'Andrea scultore allora suo amicissimo, il qual  oggi in Francia, tenuto molto valente nella scultura. E cos dato fine a 'l cortile da quella banda, parendoli il prezzo poco e l'onore troppo si risolv licenziarlo, quantumque il frate molto se ne dolessi. Il quale per l'obligo fatto disse che non voleva disobligarlo, se non li promettessi fare due altre istorie, e che gli crescerebbe prezzo; e cos furon d'accordo, ma le voleva fare a suo comodo e piacimento.
E cos conosciuto ogni giorno da pi persone, gli furon allogati molti quadri e cose d'importanza, e fra gli altri da el Generale de' frati di Valle Ombrosa, per il convento di San Salvi fuora della porta alla Croce, ne 'l refettorio loro, un arco d'una volta e la facciata per farvi il Cenacolo. La qual volta egli cominci, e dentro vi fece in quattro tondi quattro figure: San Benedetto, San Giovan Gualberto, San Salvi Vescovo e San Bernardo delli Uberti di Firenze lor frate Cardinale, e nel mezzo figur un tondo, dentrovi tre facce che sono una medesima, per la Trinit; certamente per opera fresca molto ben lavorata. Avvenne che Andrea era gi molto noto, e tenuto veramente quella persona che egli era nella pittura; laonde per ordine di Baccio d'Agnolo gli fu fatto allogazione di una operetta a fresco, da Or San Michele, quando si scende lo sdrucciolo che va in Mercato Nuovo, in un biscanto; nel quale si sforz e vi fece una Annunziata con maniera molto minuta, la quale ancora che fussi bella, non fu lodata molto, avvenga che Andrea faceva bene senza ch'egli affaticassi e sforzassi la natura. Fece molti quadri che per Fiorenza e fuori servirono, che non far menzione di tutti salvo che de' migliori, fra i quali fu uno quello ch' oggi in camera di Baccio Barbadori, dove  una Nostra Donna intera con un putto in collo, e Santa Anna con San Giuseppo, qual  lavorato di bella maniera e tenuto carissimo da Baccio, per l'amore ch'e' porta al nome di Andrea, ma molto pi per dilettarsi de l'arte della pittura. Fecene un altro a Lionardo del Giocondo, d'una Nostra Donna, vario da quello di sopra, oggi appresso a Piero suo figliuolo; e cos ne fece a Carlo Ginori due non molto grandi, comperi dal Magnifico Ottaviano de' Medici nella vendita delle sue masserizie, de' quali uno fece portar nella villa sua di Campi, dove egli fece murare un casamento grande, con una coltivazione pi tosto da re che da cittadino privato, l'altro tiene in camera in Fiorenza Bernardetto suo figliuolo, con molte altre pitture moderne, fatte da eccellentissimi maestri, come vero figliuol di suo padre, che non meno onora e stima l'opere de' famosi artefici, che egli si diletti accarezzare, favorire e far piacere, non solamente ad ogni pellegrino ingegno, ma ad ogni nobile et onorato spirto. Aveva in questo tempo il frate de' Servi allogato al Francia Bigio una delle istorie de 'l cortile; il quale non aveva finito ancora la turata, che Andrea insospettito, perch gli pareva che il Francia nel maneggiare i colori a fresco valesse pi di lui, con prestezza per gara fece i cartoni di due istorie, nel canto fra la porta del fianco di San Bastiano e quella a man ritta che entra ne' Servi, e si messe a colorirle con un grandissimo amore. Nelle quali istorie, in una fece la Nativit della Nostra Donna, dove si vede un componimento di figure ben misurate in una camera, figurato certe comari o parente che vengono a visitare la donna de 'l parto, con quegli abiti stessi che si usava a suo tempo. Et inoltre fece al fuoco le donne che lavano la Nostra Donna, donde chi fa le fasce e chi altre faccende. E fra gli altri un fanciullo che si scalda al fuoco, molto vivace, senza che vi  un vecchio che si riposa in su un lettuccio, ch' molto naturale. Et inoltre  piena l'istoria di femmine che ministrano cose da mangiare, et in aria putti che getton fiori, i quali con tutte le figure, son d'aria, di panni e d'ogni cosa consideratissimi, oltre il colorito morbido e dolcissimo, che paion carne, e le figure pi vive che dipinte. Simile  l'altra dove Andrea fece i tre Magi scavalcati, che mostrano avere a ire poco, avendo sol lo spazio delle due porte per vano, dove  l'istoria della Nativit di Cristo di mano di Alesso Baldovinetti. Nella quale istoria Andrea fece la corte di tre re venire lor dietro, con carriaggi e molti lesi e molte genti che gli accompagnono; fra i quali son in un cantone ritratti di naturale tre persone, vestite ne l'abito alla fiorentina: l'uno  Iacopo Sansovino che guarda inverso chi vede l'istoria tutto intero, et un altro appogiato a esso che ha un braccio in iscorto et accenna,  Andrea maestro dell'opera, et un'altra testa in mezzo occhio dietro a Iacopo,  lo Aiolle musico. Senza che vi ha finto putti che salgono per i muri, per istare a vedere passare le magnificenzie e le stravaganti bestie che menano con loro que' re. La qual istoria  simil a l'altra gi detta di bont, e super se stesso et il Francia che la sua vi fin.
Fece in questo tempo medesmo una tavola alla badia di San Godenzio benefizio di detti frati, che invero  molto ben fatta. Fece ancora per i frati di San Gallo, una tavola di una Nostra Donna quando  Annunziata da l'Angelo, nella quale si vede una unione di colorito molto piacevole et alcune teste di angeli che accompagnano Gabriello, con dolcezza sfumate e di bellezza di arie di teste condotte perfettamente. E sotto quella fece una predella Iacopo da Puntormo allora suo discepolo, il quale diede saggio in quella et giovenile di fare poi le belle opere che sono in Fiorenza di sua mano. Fece Andrea in questo tempo medesmo un quadro di figure non molto grandi a Zanobi Girolami, ne 'l quale era dentro una istoria di Iosep figliuolo di Iacob, che fu da lui finita con una diligenzia molto continuata e fu tenuta una bellissima pittura. Prese a fare per gli uomini della Compagnia di Santa Maria della Neve, dietro alle monache di Santo Ambruogio, una tavolina con tre figure: la Nostra Donna, San Giovanni Batista e Santo Ambruogio; la quale col tempo ancor ella fu condotta da lui e data a quegli che la posono in su l'altare di detta compagnia. Aveva preso dimestichezza grande con Andrea per le virt sue Giovanni Gaddi, che fu poi cherico di camera, il quale per delettarsi de l'arte del disegno, faceva del continuo operare Iacopo Sansovino. E cos piacendoli la maniera di Andrea, gli fece fare per s un quadro d'una Nostra Donna, bellissimo; il quale per avervi fatto intorno e modegli et altre fatiche ingegnose, fu stimato la pi bella pittura che infino allora Andrea avesse dipinto. Fece dopo questo un altro quadro di Nostra Donna a Giovanni di Paulo merciaio, che per averlo servito benissimo gli rest del continuo con obligo, per quelle lode che sentiva dare a quell'opera, mostrandolo a ogni persona, tanto intendente nel mestiero, quanto a quelli che non se ne 'ntendevano.
Fece ad Andrea Sartini un quadro con la Nostra Donna, Cristo, San Giovanni e San Giuseppo, lavorato con diligenzia, che sempre si stim in Fiorenza per pittura molto lodevole. Le quali opere lo avevano arricchito s di nome, che nella sua citt, fra molti giovani e vecchi che dipignevano, era stimato de' pi eccellenti che adoperassino colori e pennelli. Per il che Andrea vistosi onorare, et ancora che poco si facessi pagare l'opere ritrovandosi benissimo, et a s et a' sui di continuo sovenendo nelle miserie, e da i fastidii che ha chi ci vive, si difendeva gagliardamente.
Era in quel tempo in via di S. Gallo maritata una bellissima giovane a un berrettaio, la quale teneva seco non meno l'alterezza e la superbia, ancor che fussi nata di povero e vizioso padre, ch'ella fossi piacevolissima e vaga d'essere volentieri intrattenuta e vagheggiata d'altrui. Fra i quali de l'amor suo invagh il povero Andrea, il quale dal tormento del troppo amarla aveva abbandonato gli studii de l'arte et in gran parte gli aiuti del padre e della madre.
Ora nacque ch'una gravissima e subita malattia venne al marito di lei, n si lev del letto che si mor di quella.
N bisogn ad Andrea altra occasione, perch senza consiglio di amici, non risguardando alla virt dell'arte, n alla bellezza dell'ingegno, n al grado che egli avesse acquistato con tante fatiche, senza far motto a nessuno, prese per sua donna la Lucrezia di Baccio del Fede, che cos aveva nome la giovane, parendoli che le sue bellezze lo meritassero e stimando molto pi l'appetito de l'animo che la gloria e l'onore per il quale aveva gi caminato tanta via. Laonde, saputosi per Fiorenza questa nuova, fece travolgere l'amore che gli era portato in odio da i suoi amici, parendogli che con la tinta di quella macchia avessi oscurato per un tempo la gloria e l'onore di cos chiara virt. E non solo questa cosa fu cagione di travagliar l'animo d'altri suoi domestici, ma in poco tempo ancor la pace di lui che, divenutone geloso e capitato a mani di persona sagace atta a rivenderlo mille volte e fargli supportare ogni cosa, che datoli il tossico delle amorose lusinghe, egli n pi qua n pi l faceva ch'essa voleva.
Et abandonato del tutto que' miseri e poveri vecchi, tolse ad aiutare le sorelle et il padre di lei in cambio di quegli. Onde chi sapeva tal cose per la compassione si doleva di loro et accusava la semplicit di Andrea essere con tanta virt ridotta in una trascurata e scelerata stoltizia; e tanto quanto da gli amici prima era cerco, tanto per il contrario era da tutti fuggito. E nonostante che i garzoni suoi indovinassono per imparar qualcosa nello star seco, non fu nessuno, o grande o piccolo, che da essa con cattive parole o con fatti nel tempo che vi stesse non fussi dispettosamente percosso; del che ancora ch'egli vivessi in questo tormento gli pareva un sommo piacere. Era in questo tempo Governatore delle monache di San Francesco di via Pentolini, un frate di Santa Croce dell'ordine minore, il quale si dilettava molto della pittura, e quelle monache avevan di bisogno per la loro chiesa d'una tavola; per il che il frate conoscente di Andrea con non molti preghi ottenne che ella li fu da lui promessa, et ancora convenne per un prezzo molto piccolo; nascendo questo pi dal poco chiedere di Andrea, che da l'animo che avessi il frate di voler poco spendere. In questa tavola dipinse una Nostra Donna ritta, rilevata in su una basa in otto facce, et in sulle cantonate di quella sono Arpie che seggono adorandola. La qual figura tiene in collo il Figliuolo, che con attitudine bellissima la strigne con le braccia tenerissimamente, e l'altra tiene un libro serrato guardando due putti ignudi, che mentre ch'eglino l'aiutano a reggere, le fanno intorno ornamento. E da man ritta, una figura di San Francesco molto ben fatta, conoscendosi nella testa la bont e la semplicit di quello, oltra che i piedi son bellissimi e cos i panni, de' quali Andrea con un girar di pieghe molto ricco e con alcune ammaccature dolci, sempre contornava le figure s, che si vedeva lo ignudo; l'altra figura  un San Giovanni Vangelista finto giovane, che scrive lo Evangelio, figura non men bella che si sien l'altre. Oltra che vi  un fumo di nuvoli trasparenti sopra il casamento e le figure che par che si muovino. La qual opera  tenuta oggi delle cose ch'ei fece, molto bella. Fece al Nizza legnaiuolo un quadro di Nostra Donna, che fu stimato non meno che l'altre opere sue.
Fu deliberato per l'Arte de' Mercatanti che si facessino di legname certi trionfi in su li carri, alla usanza antica; i quali dovevono andar in processione la mattina di San Giovan Batista, in cambio di certi paliotti e ceri, che per i tributi delle citt ogni anno vengono in piazza al duca et i suoi magistrati, a essere riconosciuti tal giorno da chi governa. Fra questi Andrea fece a olio di chiaro e scuro molte istoriette le quali furon molto lodate; e cos si aveva a seguitare di farne ogni anno qualcuno, per fin che ogni citt avessi il suo; che nel vero sarebbe stato una grandissima pompa. Mentre che le bellissime opere di Andrea venivano a far ornamento alla patria sua et a dare ogni giorno ne l'arte pi nome a lui, fu da quegli uomini che governavano la Compagnia dello Scalzo consultato che Andrea dovessi lor finire l'opera del cortile di ch'egli gi avevano avuta da lui quella prima istoria del Battesimo di Cristo; il che non fu molta fatica a persuaderlo, perch Andrea era persona facilissima e serviva pi volentieri le persone basse, che quelle a chi s'aveva avere rispetto. E cos messo mano in quell'opera, la seguit di continuo, finch fece due istorie, fra le quali lavor prima per ornamento della porta che entra a la Compagnia due figure, che fu una Carit et una Giustizia, veramente degne della man sua. Dove mostr quanto acquisto egli aveva fatto ne l'arte, da la prima istoria del Battesimo al principio di quella. Seguit l'istoria da l'altro canto, dove fece San Giovanni che predica alle turbe, istoria veramente bella, per le molte e varie figure di que' farisei, che ammirati danno udienzia alle nuove parole del precursore di Cristo; oltre che egli figur quel S. Giovanni con una persona adusta, atta a quella vita ch'egli fece, et una aria di testa che mostra tutto spirto e considerazione. Ma molto pi si adoper l'ingegno di Andrea nel farlo quando battezza in acqua dove sono quei popoli, i quali si spogliano, et altri spoliati aspettano che e' finisca di battezare uno. Onde mostr quanto  di affetto e di ardente desiderio nelle attitudini di coloro, che affrettano il mondarsi dal peccato, oltra ch'elle son lavorate di quel colore di chiaro e scuro, che rappresentano istorie di marmo vive e vere.
Aveva volunt grandissima in quel tempo Baccio Bandinelli, ch'era tenuto disegnatore molto stimato, d'imparare a colorire a olio; e conoscendo che nessuno in Fiorenza era meglio di Andrea a doverli mostrare il modo, lo preg che li dovessi fare un ritratto di s et egli volentieri lo fece che somigli molto in quella et, il quale  oggi appresso di lui. E cos vede l'ordine del colorire, quantunq<ue> egli poi, o per la difficult o per non se ne curare, cominciasse a colorire e non seguitassi, tornandoli pi a proposito la scultura. Fece un quadro ad Alexandro Corsini pieno di putti intorno et una Nostra Donna che siede in terra con un putto in collo, il quale fu condotto da lui con una arte molto di colorito piacevole. E cos ancora fece una testa bellissima a un merciaio che faceva bottega in Roma, ch'era suo amicissimo. Piacque molto l'opera d'Andrea a Giovan Batista Puccini, e come quello che desiderava avere qualcosa del suo, prese dimestichezza seco, e gli fece fare un quadro di Nostra Donna, per mandare in Francia, che riuscito bellissimo lo ritenne per s e non ve lo mand; il quale tiene egli appresso di lui molto onoratamente, per essere non men bello che si fussino l'altre opere sue. E perch egli faceva in Francia molte faccende, gli fu dato commissione che egli facesse di mandar l pitture eccellenti; per il che egli allog ad Andrea un quadro di un Cristo morto, che aveva certi angeli attorno che lo sostenevano e con atti pietosi e mesti contemplavano il lor fattore essere in tanta miseria per i peccati de gli uomini, che finitolo fu tenuto in Fiorenza cosa eccellente. Ma pi fu lodato in Francia dal suo re e cos da tutti quei signori et altri che lo videro. Et acceso il re di voglia d'avere de le opere sue, ordin che se ne facesse fare delle altre, la qual commissione fu cagione che Andrea persuaso col tempo da gli amici, si risolv andare poco dopo in Francia. Venne l'anno MDXV da Roma Papa Leone X, il quale l'anno terzo del suo pontificato, a' tre di settembre ne 'l suo papato, volse fare grazia di s di farsi vedere in Fiorenza, nella quale si ordin per riceverlo una festa molto magnifica. E ne 'l vero si pu dire che non sia stata mai per pompa di archi, facciate, tempi, colossi et altre statue, fatto la pi sontuosa e la pi bella. Perch allora fioriva in quella citt maggior copia di pi begli et elevati ingegni, ch'ella abbia fatto per tempo nessuno. Laonde alla porta San Pier Gattolini a l'intrata, fece un arco istoriato Iacopo di Sandro e Baccio da Monte Lupo; et a San Felice in piazza un altro Giulian del Tasso, a Santa Trinita statue e la Meta di Romulo; in Mercato Nuovo la Colonna Traiana; in piazza de' Signori fece un tempio a otto facce Antonio fratello di Giulian da Sangallo, e Baccio Bandinelli fece un gigante in su la loggia; e fra la badia et il palazzo del Podest, fece un arco il Granaccio et Aristotile; et al canto de' Bischeri un altro il Rosso, cosa molto bella di ordine e di figure.
Ma quel che valse pi di tutti, fu la facciata di Santa Maria del Fiore di legname e d'istorie, lavorate di mano d'Andrea di chiaro e scuro, che oltre alle comendazioni ch'egli ebbero della architettura fatta da Iacopo Sansovino, con alcune istorie di basso rilievo, di scoltura e figure tonde, fu giudicato dal papa non dover essere altrimenti di marmo tal edifizio, n le istorie che a farvi si avevano, d'altro disegno. Senza ch'Iacopo fece in sulla piazza di Santa Maria Novella un cavallo, simil a quel di Roma, molto eccellente. Oltra l'infinito numero de gli altri ornamenti fatti alla sala del papa, e l'ornamento pieno d'istorie, per la met della via della Scala, lavorato da molti artefici e gran parte disegnate di man di Baccio Bandinelli. Finito questo, fu di nuovo ricerco di far un altro quadro per in Francia, e non molto vi pen, ch'egli lo fin. Nel quale fece una Nostra Donna bellissima, che fu mandato subito e cavatone da' mercanti quattro volte pi, che non era il costo. Aveva allora Pier Francesco Borgherini fatto fare a Baccio d'Agnolo di legnami intagliati spalliere e cassoni, sederi e letto di noce, cosa molto bella per fornimento d'una camera, et a Andrea fece fare parte delle istorie, di figure non molto grandi, dentrovi i fatti di Giusep figliuol di Iacob, a concorrenzia di alcune che aveva fatte il Granaccio e Iacopo da Puntormo, che son molto belle. Et Andrea in quelle si sforz di mettere del tempo, le quali riuscirono molto pi de l'altre perfette, avendo egli nella variet delle cose che accaggiono in quelle istorie mostro quanto egli valessi nell'arte della pittura. Le quali istorie per la bont loro furon per l'assedio volute scassar dove erano confitte da Giovan Batista della Palla, per mandar al re di Francia. Ma perch erano confitte di sorte che tutta l'opera si guastava, restorno nel luogo medesimo, con un quadro di Nostra Donna, che  tenuto cosa molto eccellente. Fece in questo medesimo tempo una testa di un Cristo, tenuta oggi da i frati de' Servi in su l'altare della Nunziata. Erasi in San Gallo fuora della porta nelle cappelle della chiesa, fatte oltra alle due tavole di Andrea molte altre, le quali non paragonano le sua, e cos avendosene allogare un'altra operarono que' frati col padrone della cappella, che ella si dovesse dare a lui, et Andrea presala, la cominci subito, et in quella fece quattro figure ritte, che disputano de la Trinit. Le quali son questi: Santo Agostino, con una aria africana, con veemenzia che si muove in abito di vescovo parato verso un San Pier Martire, il quale tiene un libro aperto, con una aria fieramente terribile, la qual testa e figura  molto lodata; allato a questo  un San Francesco, che con una mano tiene un libro e l'altra si pone al petto, et esprime con la bocca aperta una certa caldezza di fervore, che par ch'egli si strugga in quel ragionamento; vvi un San Lorenzo che ascolta, e come giovane par che ceda alle auttorit di coloro. Fecevi ginocchioni due figure, una  Maria Magdalena con bellissimi panni, ritratta la moglie; perci ch'egli non faceva aria di femmine in nessun luogo, che da lei non la ritraessi, e se pur avveniva che d'altri la togliessi, per l'uso del continuo vederla e dal tanto averla designata le dava quell'aria, non possendo far altro. L'altra figura fu un San Bastiano, il quale ignudo mostra le schiene, che non dipinte, ma di carne vivissime paiono. E certamente questa fra tante opere, fu da gli artefici tenuta a olio la migliore. Con ci sia che si vede in quella una grandissima osservanzia de le misure delle figure et un modo molto ordinato e proprio nell'arie delle teste, dando dolcezza alli giovani e crudezza alli vecchi, e mescolato de l'una e dell'altra in quelle di mezza et, oltra che i panni e le mani erano oltra modo bellissime; la qual tavola si truova con le altre al canto a gli Alberti, in San Iacopo fra' Fossi.
Era gi ad Andrea, non le bellezze della sua donna venute a fastidio, ma il modo della vita, e conosciuto in parte l'error suo, visto ch'egli non si alzava da terra, e lavorando di continuo non faceva alcun profitto, et avendo il padre di lei e tutte le sorelle che gli mangiavano ogni cosa, ancora che egli fosse avvezzo a tenerle, quella vita gli dispiaceva. Conosciuto questo, qualche amico che lo amava, pi per la sua virt, che per i modi tenuti, cominci a tentarlo che egli mutassi nido, che farebbe meglio, e quando egli lasciasse la sua donna in qualche luogo sicuro e col tempo poi la conducesse seco, potrebbe pi onoratamente vivere e fare de la sua arte qualche avanzo secondo ch'egli stesso volessi. Cos adunche quasi dispostosi a volere questo errore ricorregere, non pass molti giorni che e' gli venne occasione grande da potere ritornare in maggior grado, che e' non era innanzi ch'egli togliessi donna. Gi erano stati considerati in Francia i due quadri che Andrea vi aveva mandati dal giudizio del Re Francesco primo, e molto pi gli ne fece stimare alcuni altri che di Lombardia e di Venezia e di Roma erano stati presentati a Sua Maest; i quali n di colorito, n di disegno si accostavano a quelli di Andrea a gran pezzo, avendo egli molto pi la maniera moderna, che non avevon gli altri. Fu detto al re che facilmente Andrea si condurrebbe in Francia e che volentieri servirebbe Sua Maest; di che il re che si ne dilettava, diede commissione, e cos si scrisse in Fiorenza e li fu pagato danari; et egli con Andrea Sguazzella suo creato, allegramente si invi in Francia. Et arrivati a salvamento alla corte, fu dal re fattoli grata accoglienza et allegra cera. N pass senza gustar il primo giorno la liberalissima cortesia di quel principe, donandoli veste, danari et altri arnesi. Cominci Andrea a operare, e molto grato alla corte, di maniera che li pareva che la sua partita l'avessi condotto da una infelicit a una felicit grandissima, e vedutosi l'opera sua et il modo di quella facilit ne' colori che faceva stupire ognuno, ritrasse di naturale il Dalfino figliuol del re, nato di pochi giorni, ch'era nelle fasce, che finito e presentato al re gli f dono di scudi 300 d'oro, e cos seguitando il lavorare fece una Carit per il re, tenuta cosa molto rara, nella quale egli dur molte fatiche, e dal re conosciuta fu tenuta molto in pregio mentre ch'e' visse. Ordinato appresso grossa provisione, lo confortava a starsi con seco, che non gli mancherebbe cosa ch'egli desiderassi, piacendoli la prestezza dell'operare di Andrea et un certo modo di bassezza che si contentava d'ogni cosa che gli fussi data. Et in oltre la corte se ne satisfaceva molto, e cos fece molti quadri et altre opere, e nel vero s'egli avessi considerato di dove e' part e la sorte dove ella lo aveva condotto, non  dubio ch'egli non fussi venuto, lasciando stare le ricchezze, in un grandissimo grado. Mentre ch'egli lavorava un quadro di un San Girolamo in penitenzia per la madre del re, venne un giorno una man di lettere infra molte che prima gli eron venute, mandate dalla Lucrezia sua donna, rimasa in Fiorenza sconsolata per la partita sua; et ancora che non li mancassi e che Andrea avessi mandato danari e dato commissione che si murassi una casa dietro alla Nunziata con darle speranza di tornare ogni d, non potendo ella aiutare i suoi come faceva prima, scrisse con molta amaritudine a Andrea, e mostrandoli quanto era lontano, e che ancora che le sue lettere dicessino ch'egli stessi bene non per restava mai di affligersi e piagnere continuamente. Et avendo accomodato parole dolcissime, atte a sollevar la natura di quel povero uomo, che l'amava purtroppo, cercava sempre ricordarli alcune cose molto accorabili, talch fece quel pover uomo mezzo uscir di s nello udire che, se non tornava, la troverebbe morta. Laonde intenerito, ricominciato a percuotere il martello, elesse pi tosto la miseria de la vita, che l'utile e la gloria e la fama de l'arte. E perch in quel tempo egli si trovava pure avere avanzato qualcosa, e di vestimenti donatili dal re e d'altri baroni di corte, et essere molto adorno gli pareva mille anni una ora di ritornare, per farsi alla sua donna vedere. Laonde chiese licenzia al re per andare a Fiorenza et accomodare le sue faccende e cercare di condurre la moglie in Francia, promettendoli che porterebbe ancora alla tornata sua pitture, sculture et altre cose belle di quel paese. Per che egli presi danari dal re che di lui si fidava, li giur sul Vangelo di ritornare a lui fra pochi mesi; e cos a Fiorenza arrivato felicemente, si god la sua donna alcuni mesi, e fece molti benefizii al padre et alle sorelle di lei, ma non gi a' suoi, i quali non volse mai vedere; laonde in spazio di tempo, morirono in miseria. Era gi passato il tempo della tornata, e fra murare e darsi piacere senza lavorare si erano consumanti i danari suoi e quelli del re. Per il che volendo egli ritornare, fu stretto pi che prima da i pianti e da i prieghi della sua donna, pi che dalla fede e dal suo bisogno e da 'l merito di cos gran re. Il quale sentendo ci, si sdegn poi tanto, che mai pi con dritto occhio guardar non volse per molto tempo pittori fiorentini, giurando che se mai li capitava in mano, pi dispiacere che piacere gli arebbe fatto, senza riguardo avere a nessuna virt di quello. Cos Andrea restato in Fiorenza, e da una grandezza di grado venuto a un infimo, si tratteneva e passava tempo.
Nella sua partita per Francia avevano gli uomini dello Scalzo considerato che non si partirebbe pi, et avevano allogato tutto il restante dell'opera del lor cortile al Francia Bigio, che gi ci aveva fatto due istorie; ma, vedendo Andrea in Firenze, lo domandorono se voleva seguitare. Et egli ripresa l'opera molto volentieri la seguit; et in quella fece quattro istorie, l'una dopo l'altra, dove  in una la presa di San Giovanni dinanzi a Erode, la qual  molto bene intesa e lodata; l'altra, la cena et il ballo di Erodiana, con figure molto accomodate et a proposito; e simil fece la sua decollazione, nella quale  un boia mezzo ignudo che ha tagliato la testa a San Giovanni ch' una figura molto eccellentemente disegnata, simile tutte l'altre; e cos fece quando Erodiana presenta la testa, dove sono alcune figure che di stupore si maravigliano, fatte con una considerazione molto a proposito. Le quali istorie sono state un tempo lo studio e la scuola di molti giovani, oggi venuti eccellenti in questa arte. Fece in su 'l canto che si voltava per ire al convento de' frati Iesuati fuora della porta a' Pinti, un tabernacolo, il quale rest per lo assedio di Fiorenza l'anno MDXXX in piedi, e non fu rovinato come l'altre cose per la bellezza sua; ne 'l quale  una Nostra Donna a sedere con un putto in collo et un San Giovanni fanciullo che ride, fatto con un'arte grandissima e lavorato in fresco perfettissimamente, stimato molto per la vivezza e per la bellezza sua. E la testa della Nostra Donna  il ritratto della sua moglie di naturale. Faceva allora in Francia molte faccende di mercanzia Bartolomeo Panciatichi il Vecchio, e desideroso lasciare memoria di s in Lione, ordin a Baccio d'Agnolo che Andrea li dipignessi una tavola per mandarsi l, nella qual volse una Assunta di Nostra Donna con gli Apostoli che stessino attorno a 'l sepolcro. La quale Andrea condusse fin presso alla fine, ma il legname di quella parecchi<e> volte si aperse; e cos ella rimase adietro non finita del tutto alla morte sua. Questa fu poi da Bartolomeo Panciatichi il Giovane suo figliuolo riposta nelle sue case, come opera veramente degna di lode, per le bellissime figure de gli Apostoli, oltre alla Nostra Donna che da un coro di putti ritti  circundata, senza altri fanciulli che la reggano e portono con una grazia singularissima. Et in una sommit della tavola  ritratto fra gli Apostoli Andrea nello specchio che par vivo vivo.
Fece ne l'orto de' frati de' Servi a sommo i dua cantoni, due istorie de la Vigna di Cristo, nelle quali  quando ella si pianta e lega e paleggia, con quel padre di famiglia che mette alcuni operai oziosi, fra i quali  uno che mentre li dimanda s'e' vuole entrar in opera, sedendo se gratta le mani, la qual  molto ben fatta. Ma molto  pi bella l'altra, quando e' gli paga che e' mormorano; infra i quali  uno che da s annovera i danari, che  una bella figura, intento a quel che gli tocca, e cos ancora quel castaldo che gli paga. Le quali istorie sono di chiaro scuro lavorate in fresco, con una destrissima pratica. E non usc di questo lavoro, ch'egli fece una Piet colorita nel noviziato, in fresco in una nicchia, a sommo a una scala, che fu molto bella.
Aveva preso con Andrea molta dimestichezza Zanobi Bracci, il quale, desideroso di avere una pittura di sua mano, lo richiese che gli facessi un quadro per una camera, e cos Andrea gli fece una Nostra Donna, che inginocchiata si appoggia a un masso contemplando Cristo che posato in sun un viluppo di panni, la guarda sorridendo; e cos v' ritto un putto, ch' finto per San Giovanni, che accenna alla Nostra Donna mostrando quello essere il Figliuol di Dio. E dietro loro  un Giuseppo appoggiato con la testa in sulle mani, che lo posa in uno scoglio, che pare ch'egli si beatifichi l'anima nel vedere la generazione umana esser diventata per quella nascita, divina. Era stato commesso a Giulio Cardinal de' Medici per ordine di Papa Leone di fare lavorare di stucco e di pittura la volta della sala grande de 'l Poggio a Caiano, palazzo e villa della casa de' Medici, posta fra Pistoia e Fiorenza, lontano dieci miglia da l'una e da l'altra; e dato la commissione cos di pagare i danari, come di fare provisioni e rivedere quel che si faceva, al Magnifico Ottaviano de' Medici, come a persona che si intendeva di quel mestiero et era molto domestico et amico di tali artefici, dilettandosi sempre di avere pitture di varii maestri, e che fussino eccellenti opere, si ordin, essendosi dato tutta l'opera a dipignere al Francia Bigio, che Andrea ne avessi un terzo e gl'altri due terzi si dividessino, uno a Iacopo da Puntormo e l'altro rimase al Francia. N si pot per sollecitudine ch'egli usassi loro e per quanti danari egli pagassi, ancora che fusse di mestiero ricordare loro ch'e' venissin per essi, far s che quella opera venissi al fine. Per il che Andrea con ogni diligenzia fin solamente in una facciata una istoria, dentrovi quando a Cesare son presentati i tributi di tutti gli animali.
Nella quale desideroso di passare il Francia et Iacopo, si misse a fatiche non pi da lui usate, tirandoci una prospettiva magnifica et un ordine di scalee molto difficile, dove si perviene salendo per quelle a la sieda dov'era Cesare. N manc adornarla di statue, oltra il farvi variet di figure che portano addosso varii animali, come una figura indiana che ha una casacca gialla indosso, che porta in su le spalle una gabbia tirata in prospettiva, dentrovi e fuori pappagalli, ch' cosa rarissima; oltra che vi sono alcuni che guidano capre indiane, leoni, giraffe, leonze, lupi cervieri, scimie e mori et altre belle fantasie, accomodate con un'arte molto perfetta e colorite in fresco divinissimamente. Senza che v' una grazia et una leggiadria nella maniera di tutta l'opera da stupirne veramente. Et inoltre figur a sedere in su quelle scalee un nano che tiene in una scatola il camaleonte, che non si pu imaginare nella disformit della stranissima forma sua, la bella proporzione che gli diede. La qual opera rimase imperfetta, venendo la morte di Papa Leone. E se bene il Duca Alessandro de' Medici mentre viveva desiderava che Iacopo da Puntormo la finisse, non pot far mai tanto, che egli vi potessi por mano, che nel vero ricev un torto grandissimo a restare imperfetta quella opera, sendo per cosa di villa la pi bella sala del mondo. Ritornato in Fiorenza, Andrea fece in un quadro una mezza figura ignuda di San Giovan Batista ch' molto bella, la quale gli fu fatta fare da Giovan Maria Benintendi, oggi appresso di lui.
Mentre le cose sue succedevano in questa maniera, ricordatosi alcuna volta delle cose di Francia, sospirava grandemente; e s'egli avessi pensato di potere avere perdono de 'l fallo commesso, non  dubbio ch'egli vi sarebbe con ogni suo sforzo ritornato. E cos per tentare la fortuna, pensando forse che per la virt sua egli avessi a essere assoluto, si messe gi e fece un quadro dentrovi un San Giovan Batista mezzo ignudo, per mandarlo al Gran Maestro di Francia, acci ch'egli fussi mezzano con quel re a farli ritornare la grazia persa; ma sconfortato da mercanti non gliele mand, anzi lo vend al Magnifico Ottaviano de' Medici, il qual lo stim sempre mentre ch'e' visse insieme con due quadri di Nostre Donne ch'egli fece d'una medesma maniera, oggi rimasti in casa sua. Fece mettere mano Zanobi Bracci perch facessi un quadro, che serv per Monsignor di San Biause, il quale lo f con ogni diligenzia per vedere se fussi stato cagione di poter ricuperare la grazia persa con quel re, il quale desiderava tornare a servire. Fece un quadro a Lorenzo Iacopi ancora, molto di grandezza maggiore che l'usato, dentrovi una Nostra Donna a sedere con il putto in braccio, e cos due altre figure che l'accompagnano, le quali seggono in sun certe scalee che di disegno e colorito son simili alle altre opere sue.
Venne l'anno MDXXIII che in Fiorenza fu una peste et inoltre per il contado in qualche luogo, et Andrea impaurito non sapeva dove ritirarsi. Lavor un quadro bellissimo e molto lodato a Giovanni d'Agostino Dini, dentrovi una Nostra Donna bellissima, ch' oggi molto in pregio stimata per le sue bellezze. E dopo questa a Cosimo Lapi fece un ritratto di naturale molto vivo, che ne fu molto lodato. Era divenuto amicissimo suo Antonio Brancacci, il quale aveva interesse con le monache di Luco in Mugello, le quali desiderose di avere una tavola che fussi onorevole, Antonio ne ricerc Andrea, il quale accordatosi seco ordinarono che egli fuggissi la peste in Mugello da quelle monache, et in mentre facessi questo lavoro. E cos messosi in ordine men seco la moglie et una figliastra, con la sorella di lei et un garzone, et in Mugello se ne andorno; dove stando quietamente, messe mano in quell'opera, e ricevendo da quelle donne ogni d nuove carezze, egli con grandissimo amore si pose a lavorare quella tavola. Nella quale fece un Cristo morto, pianto dalla Nostra Donna, San Giovanni Evangelista e la Magdalena, figure che col fiato e con l'anima paion vive. Oltra che si scorge quella tenera dilezzione di quello Apostolo e l'amore della Magdalena nel pianto, oltra il dolore intenso nel volto et attitudine della Nostra Donna, la quale, vedendo il Cristo, che par veramente di rilievo in carne e morto, fa di terrore temere un San Piero e stupire un San Paulo che contemplano quella passione. La qual opera fa conoscere quanto egli si dilettassi delle fini e perfezzioni dell'arte. Per il che pi nome ha dato tal opera a quel munistero, che quante fabbriche e spese vi sono state fatte. Onde egli ne fece bene, scampando la vita fuor di pericolo, e quelle donne meglio, per la fama che elle ne hanno acquistato, ancor che molte volte portassin pericolo mentre Ramazzotto, capo di parte a Scaricalasino, avessi pi volte tentato di torla loro per lo assedio, per farne a Bologna dono a San Michele in Bosco alla sua cappella. Mentre ch'egli ritornato a Firenze attendeva a' suoi lavori, Becuccio Bicchieraio da Gambassi amicissimo suo, deliber mandare a Gambassi una tavola di sua mano, per lasciare quella memoria di s, la quale Andrea gli fin, dove  dentro una Nostra Donna in aria col Figliuolo in collo, et a basso son quattro figure, San Giovan Batista e Santa Maria Magdalena e San Sebastiano e San Rocco, opera certamente onorevole; e nella predella ritrasse di naturale Becuccio e la moglie, che son vivissimi. Fece a Zanobi Bracci un quadro bellissimo per la villa di Rovezzano, per tenere in una sua cappella, dentrovi una Nostra Donna che allatta un putto et un Giuseppo, che si staccono per il relievo da la tavola, oggi in Fiorenza nella camera di Messer Antonio suo figliuolo, che si diletta della pittura, il qual lo stima come cosa degna e meritamente.
Fece Andrea in questo tempo nel cortile dello Scalzo due istorie, delle quali in una figur Zacheria quando sacrifica et ammutolisce nello apparirgli l'angelo, istoria molto bella; e nell'altra la Visitazione di Nostra Donna, mirabilissimamente l'una e l'altra condotte.
Era in casa Medici in Fiorenza quel ritratto di Papa Leone et il Cardinal Giulio de' Medici col reverendissimo Rossi fatto dal grazioso Raffaello d'Urbino, il quale a Federigo secondo Duca di Mantova ne 'l suo passare da Fiorenza che andava a visitare Clemente VII, vedendolo sopra una porta, piacque s straordinariamente, che pens farselo suo, massime ch'egli era vaghissimo delle pitture eccellenti; e ne 'l suo visitare il papa, gnene chiese in dono, e da Clemente gli fu largito liberalissimamente. Scrisseno adunque i secretarii a Fiorenza al Magnifico Ottaviano de' Medici, che governava il Magnifico Ippolito et il duca Alessandro, che lo incassassi e lo facessi portare a Mantova. Rincrebbe grandissimamente a messere Ottaviano il privar Fiorenza d'una pittura tale, n si poteva accordare che il papa l'avessi corsa cos di subito, e li rispose che non mancherebbe servire il duca, ma che l'ornamento era cattivo e gi s'era ordinato farne fare uno, et era mezzo fatto, che come egli era messo d'oro, lo mandarebbe sicurissimamente a Mantova. E subito M<esser> Ottaviano, mandato per Andrea, che sapeva quanto e' valeva nella pittura, segretamente li disse come il quadro doveva partire, ma che non ci era altro rimedio, che contraffarne un simile con ogni diligenzia, e farne presente al duca, con ritenere nascosto quel di Raffaello. Promesse Andrea di farlo, e con prestezza fatto fare un quadro simile, fu d'Andrea in casa di M<esser> Ottaviano segretamente lavorato; et in quello si affatic Andrea talmente, che M<esser> Ottaviano intendentissimo in quella arte quando fur finiti, non li conosceva, avendo Andrea contrafatto fino alle macchie del sudicio com'era in quello. Cos nascosto quel di Raffaello, in uno ornamento simile fu mandato a Mantova salvo; per il che rest satisfattissimo il Duca Federigo, per avergnene lodato Giulio Romano, discepolo di Raffaello, il quale, credendolo certamente di sua mano, st in quella opinione di molti anni. Avvenne che un che st con Andrea mentre si f questa opera e creatura di M<esser> Ottaviano, capit a Mantova, dove gli fu da Giulio fatto molte carezze e mostrogli l'anticaglie e le pitture sue, e da lui in ultimo come reliquia li fu mostro questo quadro.
Per il che nel guardarlo lo amico di Giulio li disse: E` una bella opera, ma non  quella di Raffaello. Come non? disse Giulio  non lo so io, che riconosco i colpi che vi lavorai su? Voi ne gli avete dimenticati  rispose l'amico  che questo  di mano d'Andrea del Sarto e, per segno di ci, v' dietro un contrasegno che fu fatto, perch si scambiavano in Fiorenza quando eglino erano insieme.
Volse far rivoltare il quadro Giulio e, cos visto il contrasegno, si strinse nelle spalle e disse queste parole: Io non lo tengo da meno, che di man di Raffaello, anzi certo da pi, perch' cosa fuora di natura, a un che sia eccellente, imitar la maniera d'un altro e farla simile a lui. Basta che si conosce che la virt di Andrea valse sola et accompagnata, e cos fu per l'ordine di M<esser> Ottaviano satisfatto il duca e non privato Fiorenza d'una opera s degna, la quale egli tenne molti anni, che gli fu donata dal Duca Alessandro, et egli ne fece dono al Duca Cosimo, dove  ora in guarda roba in palazzo con l'altre pitture famose. Fece mentre ch'egli faceva questo ritratto per M<esser> Ottaviano sudetto, in un quadro, solo la testa di Giulio Cardinal de' Medici, che fu poi Papa Clemente, simile a quella di Raffaello, che fu molto bella, e fu poi da esso M<esser> Ottaviano donata al Vescovo vecchio de' Marzi. Era in questo tempo M<esser> Baldo Magini da Prato desideroso far fare alla Madonna delle Carcere in quel castello una tavola di pittura bellissima, avendo egli fatto fare, per memoria sua, un ornamento di marmo molto onorato, dove egli voleva collocare quella. E fra molti maestri buoni che gli furon posti innanzi, ancor ch'egli non se ne intendessi, fu Andrea come pi celebrato et invero pi sperimentato de gli altri. Avvenne che un Niccol Soggi Sansovino, il quale aveva in Prato amicizia con amici di M<esser> Baldo, era messo molto innanzi per quest'opera, e che non si poteva migliorare, e la dessino a lui, et egli convenuto con esso di far molto pi perfettamente che gli altri, li prometteva servirlo. Fu mandato per Andrea a Fiorenza che, cavalcato a Prato con Domenico Puligo e con altri suoi amici pittori, credendo per un suo disegno fatto perci dovere avere l'opera, trov che Niccol aveva rivolto l'animo di M<esser> Baldo, e cos in presenzia sua, Niccol disse a Andrea che giucherebbe seco ogni somma di danari a far qualcosa di pittura e chi fusse meglio tirassi. Andrea che sapeva quanto Niccol valesse a petto a lui, si rise della sua pazzia, et ancor che fussi di poco animo, li rispose: Io ho qui meco questo mio garzone, che non  stato molto a l'arte, ma se tu vuoi giucar seco, io lo far volentieri e metter i danari per lui, ma meco non vo' che tu giuochi per niente: perch s'io ti vincesse non mi sarebbe onore, e s'io perdesse mi sarebbe una grandissima vergogna. E detto a M<esser> Baldo che gli dessi l'opera, che ella piacerebbe a chi viene al mercato in Prato, se ne torn a Fiorenza. Gli fu allogato in questo tempo una tavola per Pisa, in cinque quadri, da porsi alla Madonna di Santa Agnesa, chiesa lungo le mura di quella citt, fra la cittadella vecchia et il duomo; et egli vi f dentro per ciascuno una figura, ci  San Giovanni Batista e San Piero che mettano in mezzo quella Nostra Donna che fa miracoli; ne gli altri  Santa Caterina Martire e Santa Agnesa e Santa Margherita; figura ciascheduna per s, che fanno maravigliare per la loro bellezza chiunque le guarda, e son tenute le pi leggiadre e belle femmine ch'egli facessi mai. Aveva M<esser> Iacopo frate de' Servi, nello assolvere un voto d'una donna, fatto pro muta che ella facessi far sopra la porta ch'esce per il fianco nel chiostro, dove  il capitolo della Nunziata, una figura d'una Nostra Donna; e trovato Andrea, li disse che aveva da fare ispendere questi danari che, se bene eglino non erano molta somma, era assai lassare ne l'ultimo del suo essere eccellente un'opera in un luogo che si vedessi da tutto il mondo, e che se bene l'utile talvolta ci fa commodit, non  per che l'onore non si spenda di continuo pi di quello doppo la morte. Laonde Andrea fra la voglia del luogo e la poca opera, che non vi andavano se non tre figure, spinto dalla gloria pi che dal prezzo, la prese volentieri; e cos messoci mano, fece in fresco una Nostra Donna che siede, bellissima, con il Figliuolo in collo e con un Giuseppo appoggiato a un sacco, che aperto un libro legge quello.
Dove s'ingegn far conoscere in tal lavoro una assoluta arte e perfetta di disegno et una grazia e bont di colorito, oltre alla grazia delle teste e la vivezza e rilievo di quelle figure, mostrando a tutti i pittori fiorentini averli superati et avanzati di gran lunga perfino a quel giorno, come apertamente da se stessa si fa senza altra lode conoscere, che gli artefici e gli altri ingegnosi spirti di continuo la celebrano per cosa rarissima.
Mancava al cortile dello Scalzo solamente una istoria, e restava finito del tutto; per il che Andrea, che aveva ringrandito la maniera per aver visto le figure che Michel Agnol Buonarroti aveva cominciate e parte finite per la sagrestia di San Lorenzo, messe mano a fare quest'ultima istoria dove andava il nascere di San Giovan Batista, la qual fin, e diede l'ultimo saggio del suo miglioramento, certamente di lode dignissimo; atteso che v' le figure molto pi belle che in tutte l'altre che v'aveva fatto, e maggior relievo et aggiunto pi grazia che a tutte le altre.
Vedendosi una femmina che porta il putto nato a letto, dov' Santa Elisabet ch' una bellissima figura, senza che vi  Zaccheria che scrive, con una carta in su un ginocchio, tenendola con una mano e con l'altra scrivendo il nome del figliuolo, che non li manca altro ch'il fiato istesso. Oltra che v' una vecchia che siede in su una predella, che si ride del parto di quell'altra vecchia, che d'attitudine e di affetto, mostra quel tanto che farebbe la natura istessa.
Finita quell'opera, certamente degna et onorata, fece per ordine del generale di Valle Ombrosa una tavola, la quale fu messa sopra a Valle Ombrosa in una altezza d'un sasso, dove stavano certi frati separati da quelli per fare maggiore astinenzia, detto le Celle, nella quale son quattro figure lodatissime e belle, l'una  San Giovan Batista e San Giovan Gualberto lor frate, et in l'altra un San Michel Angelo, con San Bernardo cardinale e lor frate; oltra che v' nel mezzo alcuni putti che nel vero non possono essere pi vivaci n pi begli. Aveva avuto commissione Giuliano Scala di far fare per Serrezana una tavola, qual allog a Andrea, nella qual fece molte figure col solito suo disegno, colorito e grazia, le quali furono una Nostra Donna a sedere col Figlio in collo e due mezze figure da le ginocchia in su, San Celso e Santa Iulia, Santo Onofrio e Santa Caterina, San Benedetto e Santo Antonio di Padua e San Piero e San Marco, la quale fu tenuta et ancora si tiene per cosa molto perfetta delle sue. Rimase un mezzo tondo, che vi andava sopra a Giuliano per un resto che gli avevono a pagare quegli uomini, il qual pose ne' Servi nella tribuna dov' il coro a una sua cappella, nel quale vi  dentro una Nostra Donna Annunziata da l'Angelo, molto bella. Erano stati i frati di San Salvi, per le loro discordie et altre cose importanti del generale e di abati che avevon disordinato quel luogo, molti anni, che il Cenacolo che gi a Andrea allogarono, quando e' fece l'arco con le quattro figure, non s'era mai n ragionatone n risoluto di farlo; e venuto un abate che si dilettava pi de gli altri dell'opere virtuose, avendo e lettere e molto giudizio nelle cose, deliber che Andrea finisse quell'opera, de la quale, egli che gi era obligato, non fece resistenzia. E fatto cartoni e messo in ordine, fra non molti mesi, lavorandone a suo piacere un pezzo per volta la fin. La qual opera fu certamente tenuta et  la pi facile e la pi vivace di colorito e di disegno che e' facesse mai, avendo dato grandezza e maest a quelle figure, con una grazia da perfettissimo maestro. La quale opera, oltre al far stupire chi la vide finita, fu cagione ancora che nelle rovine dello assedio di Fiorenza l'anno MDXXIX, quando i soldati comandati da chi regeva lo stato facevano tutti i borghi fuor delle porte mandare a terra, senza riguardare n chiese n spedali o altri belli edifizii, rovinati i borghi della porta della Croce e pervenuti a San Salvi, rovinato la chiesa et il campanile e cominciato a mandare gi parte del convento, giunti al refettorio dove era questo Cenacolo, i soldati e quegli che rovinavono, visto s miracolosa pittura, abbandonaron l'impresa e non rovinarono altrimenti pi la muraglia, serbandola a quando non potessino far altro. Grandissimo onore veramente di quest'arte che, mutissima e senza parola, avessi forza di temperare il furore de l'armi e del sospetto, inducendo coloro a portarle riverenza e rispetto, non essendo per genti della professione che conoscessino la bont sua.
Fece a una Compagnia di San Iacopo che li stava vicino, un segno da portare a processione, dove egli fece un S. Iacopo che fa carezze, toccando sotto il mento ad un putto vestito da battuto, oltra che v' un altro putto che ha un libro in mano, pittura lodevole per essere ben fatta. Era un commesso che stava vicino a Valle Ombrosa in una villa, per le ricolte di que' frati; il quale aveva volont d'esser ritratto d'Andrea per metterlo in un luogo, dove l'acqua percoteva, avendoci acconcio e pergole et altre fantasie.
Cos Andrea che era molto suo amico lo satisfece. Avvenne che gli avanz de' colori e de la calcina et un tegolo compagno di quelle. Et Andrea chiam la Lucrezia sua donna e li disse: Vien qua, che poi che ci  avanzato questi colori, ti voglio ritrarre, acci si vegga in questa tua et quanto tu ti sei conservata, e si conosca quanto hai mutato effigie da i primi ritratti. Non volse ella star ferma, per il che Andrea che li pareva essere quasi vicino al suo fine, tolse una spera, e ritrasse se medesimo in un tegolo, che  vivissimo e naturale, oggi appresso alla donna sua.
Ritrasse un canonico pisano, suo amicissimo, che fu una testa molto naturale e ben fatta, oggi in Pisa. Aveva in questo tempo preso Andrea a fare per la Signoria di Fiorenza cartoni che si avevano a colorire, per fare le spalliere della ringhiera di piazza, con molte fantasie belle, sopra i quartieri della citt, con tutte le bandiere delle Capitudini tenute d'alcuni putti, con ornamento di tutte le virt, oltra i fiumi et i monti sudditi a quella citt. La quale opera egli cominci, e rimase imperfetta per la morte.
Similmente prese una tavola per la Badia di Poppi, da i frati di Valle Ombrosa, la quale condusse a un gran termine, dentrovi una Nostra Donna Assunta con molti putti e San Giovanni Gualberto e San Bernardo Cardinale, con Santa Caterina e San Fedele. La quale  oggi posta in detta badia, rimanendo molte cose imperfette per conto della morte; il simile avenne di una tavola non molto grande che finita doveva andare a Pisa. E mentre che egli queste cose attendeva a lavorare, si dilettava di sempre tenere le mani in molte cose cominciate. Aveva preso Andrea domestichezza grandissima con Giovan Battista della Palla, il quale, desideroso rimenarlo in Francia, spese in tre anni che egli st in Fiorenza molti e molti centi di scudi comperando cose fatte di scultura e pittura, e tutte le cose notabili, s'egli non le poteva avere, le faceva ritrarre di maniera che egli spogli Fiorenza di una infinit di cose elette, senza alcun rispetto, solo per ordinare al re di Francia uno appartamento di stanze che fussi di ornamenti pi eccellenti che si potessin trovare. E cos, convenuto con Andrea, li fece, fare perci due quadri, de' quali fece in uno quando Abraam vuole ammazzare nel sacrificio Isaac: cosa tanto rara di suo, che fu giudicato che egli non avessi fatto mai meglio. Perch si vedeva dentro a quella figura del vecchio, quella constanzia d'animo e quella fede che non lo spaventava nello ammazzare il figliuolo, e nel menare del ferro, voltava la testa a un putto, che par gli dica che fermi il colpo; il qual di bellezza non si pu far meglio, senza che l'abito, l'attitudine et i calzari et altre cose di quel vecchio avevono una grandissima maest. Oltra che si vedeva ignudo la bellissima e tenera et di Isaac, che dal timore della morte si vedeva quasi tremare e morire innanzi al ferillo, avendo per fino contrafatto il collo, tinto dal calore del sole, et il resto de l'ignudo candidissimo per la coperta de' panni. Senza che vi era un montone fra le spine vivo et i panni d'Isaac in terra, veri pi che dipinti, oltre a certi servi ignudi che guardavano un asino che pasceva, con un paese da mostrare a chi guardava questa pittura, non essere stato quel fatto altrimenti che come Andrea l'aveva lavorato. La qual pittura dopo la sua morte e la cattura di Batista, fu venduta a Filippo Strozzi. Il qual ne fece degno Alfonso Davolos Marchese del Vasto, et il marchese lo fece portare ne l'isola d'Ischia, vicina a Napoli in alcune stanze in compagnia d'altre dignissime pitture. Ne l'altro fece una Carit bellissima con tre putti, simile di bont allo Abraam sudetto, la quale compr de la sua donna dopo la morte Domenico Conti pittore, che la vend poi a Niccol Antinori, che lo tiene per cosa rara come egli  veramente. Aveva grandissimo desiderio il Magnifico Ottaviano de' Medici di avere un quadro di sua mano in quell'ultimo, vedendo quanto egli aveva migliorato, per il che Andrea che desiderava farli servizio, conoscendo quanto gli fussi tenuto per i benefizii ricevuti e per aver avuto egli sempre in protezzione l'ingegni buoni nella pittura, deliber servirlo. E fatto un quadro molto bello, dentrovi una Nostra Donna che siede in terra con un putto in su le gambe a cavalcione, svoltando la testa a un San Giovanni anche egli fanciullo, il quale sostenuto da una vecchia, figurata per una Santa Elisabetta, molto viva e naturale, con ogni minuzia e diligenzia et arte, disegno e grazia lo lavor. E per lo assedio andato a trovarlo, dicendoli come li aveva finito il quadro, gli rispose M<esser> Ottaviano che lo dessi a chi e' voleva, che per essere in que' frangenti et a pericol della vita, et avendo occupato l'animo a altro che pitture, lo scusassi, e che lo ringraziava. Andrea non rispose altro, se non: la fatica  durata per voi, e vostro sar sempre, se non lo volete ora, ve lo serber. Vendilo e serviti de' danari  rispose M<esser> Ottaviano  che so quel che mi dico. Partissi Andrea e lo serb fin fatto lo assedio, n per chieste che li fussen fatte lo volse mai dare; ma ritornati i Medici in Fiorenza, lo port a M<esser> Ottaviano, il quale presolo volentieri e ringraziatolo de l'atto, gnene pag doppiamente con lo avergli obligo di continuo. La qual opera  oggi in camera di Madonna Francesca sua donna, sorella del Reverendissimo Salviati, la quale non tiene men conto delle belle pitture lasciateli dal magnifico suo consorte, che ella si faccia del conservare e tenere conto degli amici di lui. Fece un altro quadro quasi simile a quello della Carit gi detta a Giovan Borgherini, dentrovi una Nostra Donna, dove  un San Giovanni putto che porge a Cristo una palla, figurata per il mondo, con una testa di Giuseppo molto bella. Venne volont grandissima vedendo la bozza di quello Abraam a Paulo da Terra Rossa, amico grandissimo universalmente di tutti i pittori e persona molto gentile, che Andrea li facessi in un quadro piccolo, un ritratto di quello. Et egli non gli potendo negare per essere la persona ch'io dico, volentieri si pose a servirlo. E lo fin e lo fece tale, che nella sua piccolezza, non era punto inferiore alla grandezza di quello originale; per il che portatolo a casa Paulo e piaciutogli, li dimand del prezzo per pagarlo, stimando che dovessi costarli quel che veramente e' valeva, preparatosi a pagarglielo tutto quello che e' diceva per essere ben servito. Chiese Andrea una miseria, che Paulo si vergogn e, strintosi nelle spalle, gli diede tutto quel che chiese. Il quale quadro fu da lui mandato a Napoli, *** et in quel luogo  la pi onorata e bella pittura che vi sia.
Erano per lo assedio fuggitisi alcuni capitani con le paghe, i quali fu rechiesto Andrea che dovessi dipignere; simile ancora certi cittadini fuggiti e fatti ribelli al palazzo del Podest, i quali Andrea ordin e disse di farli fare a un suo garzone, chiamato Bernardo del Buda, non volendo acquistare come Andrea del Castagno il cognome delli Impiccati. E cos fatta una turata grande, v'entrava di notte et usciva similmente, che non fussi veduto, e li condusse di maniera, che quelli vivi e naturali parevano. I soldati furono dipinti alla piazza nella facciata dov' la Mercatanzia Vecchia vicino alla condotta, oggi fatti bianchi perch non si veggino. Simile furon guasti quelli del palazzo del Podest, i quali fin egli, e ne dette il nome a Bernardo che il d a tutte l'ore saliva e scendeva, perch e' fusse veduto.
Era Andrea molto familiare d'alcuni che governavano la Compagnia di San Bastiano, dietro a' Servi, i quali desiderosi di avere una testa di San Sebastiano di man sua da 'l bellico in su, fu lor fatta da Andrea con grandissima arte, sforzandosi la natura et egli quasi indovinando che quest'opere avessino a essere l'ultime pennellate ch'egli avessi a dare. Cos finita del tutto dopo l'assedio se ne stava aspettando che le cose si allargassino, e vedendo per la presa di Giovan Batista della Palla il suo disegno di Francia esser rotto, ne stava di mala voglia. E mentre che Fiorenza si riempi di soldati del campo e le vettovaglie vennero molto vili, appetto alla strettura dello assedio, capitarono alcuni Lanzi appestati fra loro, che diedono spavento alla citt di avere a essere pi tosto infezzione ne' corpi quello anno che altro. Laonde, o fusse per questo sospetto o perch egli nello andare come era solito suo in Mercato Vecchio ogni mattina a comprare, come  per li pi il costume in Fiorenza, e' si mescolassi, o fussi che disordinando per avere abbondanza di cose da magnare e' si riempiesse, un giorno si ammal gravemente, e senza avere allora molti rimedii, bench non bisognassi, peggiorando egli venne molto in estremo del male. Laonde, postosi in letto giudicatissimo e la donna sua impaurita, credendo che e' fussi ammalato di peste, il pi ch'ella poteva li stava lontana. Per il che Andrea senza essere visto, miseramente dicono che si mor, che quasi nessuno se ne avide. E cos con assai poche cerimonie, ne' Servi, vicino a casa sua, gli fu dato sepoltura.
Furono i discepoli suoi infiniti, i quali chi poco e chi assai vi dimorarono per colpa non sua, ma della donna di esso, per le frequenti tribulazioni ch'ella nel comandargli dava loro, non riguardando nessuno. Fra i quali furono Iacopo da Puntormo, oggi eccellentissimo maestro; Andrea Sguazzella che in Francia ha lavorato un palazzo fuor di Parigi, cosa molto lodata, tenendo sempre la maniera sua; il Solosmeo; Pier Francesco di Iacopo di Sandro, il qual ha fatto in Santo Spirito tre tavole; similmente Francesco Salviati, il quale in Roma alla Misericordia, Compagnia de' Fiorentini, et a Santa Maria de Anima de' Tedeschi fece una cappella, e per Italia e per Fiorenza al Duca Cosimo fece una sala bellissima a fresco; et insieme li fu compagno Giorgio Vasari aretino ancor ch'egli vi stessi poco, l'opere del quale per esserne sparse per tutta Italia non accade qui raccontarle, essendo molto note. Simile Iacopo de 'l Conte fiorentino e Nannoccio, ch' oggi in Francia col Cardinale di Tornon e lavora felicissimamente. Dolse la perdita di Andrea molto al Tribolo scultore amicissimo suo, il quale oggi ha fatto opere di scultura a Castello per il Duca Cosimo, molto onorate; et ancora similmente a Iacopo pittore, il quale mentre ch'egli lavor, si valse di lui come appare nelle opere sue; e massime nella facciata del Cavalier Buondelmonti, in su la piazza di Santa Trinita.
Rest dopo la sua morte erede de' disegni e delle cose dell'arte Domenico Conti, il quale come desideroso di dargli quelli onori che meritava dopo la morte, oper con la cortesia di Raffaello da Monte Lupo, ch'egli facesse uno quadro assai ornato di marmo, che nella chiesa de' Servi fu murato in un pilastro, con questo epitaffio fatto da il litteratissimo Pier Vittori allora giovane: ANDREAE SARTIO.
ADMIRABILIS INGENII PICTORI AC VETERIBUS ILLIS OMNIUM IVDICIO COMPARANDO. DOMINICUS CONTES DISCIPULUS PRO LABORIBUS IN SE INSTITUENDO SUSCEPTIS GRATO ANIMO POSUIT.
VIXIT AN<NOS> XLII. OB<IIT> A<NNO> MDXXX.
Advenne che alcuni cittadini operai, pi tosto ignoranti che nimici delle memorie onorate, operarono che quel luogo fussi vacuo, allegando essere statovi messo senza licenzia, cos fu tolto via, n ancora  stato rimurato. Volendo forse la fortuna mostrarci che non solo gl'influssi de' fati possono in vita, ma ancora nelle memorie dopo la morte, ancora che a dispetto suo siano per vivere e l'opere sue e questi miei scritti qualche tempo per tenerne memoria. Basta che s'egli fu d'animo basso nelle azzioni della vita, cercando contentarsi, piacendoli il comerzio delle donne, egli per questo non  che nell'arte non fussi e d'ingegno elevato e speditissimo e pratico in ogni lavoro; avendo con le opere sue, oltra l'ornamento ch'elle fanno a' luoghi dove elle sono, fatto grandissimo giovamento a' suoi artefici nella maniera, nel disegno e nel colorito, con manco errori ch'altro pittore fiorentino, per avere inteso benissimo l'ombre et i lumi e lo sfuggire le cose nelli scuri, dipinte con una dolcezza molto viva, oltra lo aver mostro il modo de 'l lavorare in fresco, con quella unione e senza ritoccar troppo a secco che fa parere fatto l'opera sua tutta in un medesmo giorno. Onde pu a gli artefici toscani star per esemplo in ogni luogo, avendo con tal fatiche unitamente lavorato, concedendoli fra i pi celebrati ingegni, lode grandissima et onorata palma.

 III,28.P.de'Rossi Gran cosa  che in tutte quelle virt et in tutti quelli esercizii ne' quali, in qualunche tempo, hanno voluto le donne intromettersi con qualche studio, siano sempre riuscite eccellentissime e pi che famose, come con una infinit di esempli agevolmente pu dimostrarsi a chi forse non lo credesse. E certamente ognun sa quanto elleno universalmente tutte nelle cose economice vagliono, oltra che nelle cose della guerra, medesimamente si sappia chi fu Camilla, Arpalice, Valasca, Tomiri, Pantasilea, Molpadia, Orizia, Antiope, Ippolita, Semiramide, Zenobia; chi finalmente Fulvia di Marcantonio che, come dice Dione istorico, tante volte s'arm per defender il marito e se medesima. Ma nella poesia ancora sono state maravigliosissime: come raconta Pausania, Corinna fu molto celebre nel versificare, et Eustazio, nel catalogo delle navi d'Omero, fa menzione di Safo, onoratissima giovane; il medesimo fa Eusebio nel libro de i tempi; la quale invero se ben fu donna, ella fu per tale che super di gran lunga tutti gli eccellenti scrittori di quella et. E Varone loda anch'egli fuor di modo, ma meritamente, Erinna che con trecento versi s'oppose alla gloriosa fama del primo lume della Grecia, e con un suo piccol volume, chiamato Elecate, equiper la numerosa Iliade del grand'Omero. Aristofane celebra Carissena, nella medesima professione, per dottissima et eccellentissima femmina; e similmente Teano, Merone, Polla, Elpe, Cornificia e Telisilla, alla quale fu posta nel tempio di Venere, per meraviglia delle sue tante virt, una bellissima statua. E per lassar tant'altre versificatrici, non leggiamo noi che Arete nelle difficult di filosofia fu maestra del dotto Aristippo? E Lastenia et Assiotea discepole del divinissimo Platone? E nell'arte oratoria Sempronia et Ortensia, femmine romane, furono molto famose. Nella grammatica, Agallide (come dice Ateneo) fu rarissima, e nel predir delle cose future, o diasi questo all'astrologia o alla magica, basta che Temi e Cassandra e Manto ebbero ne' tempi loro grandissimo nome. Come ancora Iside e Cerere nelle necessit dell'agricultura, et in tutte le scienzie universalmente, le figliuole di Tespio. Ma certo in nessun'altra et s' ci meglio potuto conoscere che nella nostra, dove le donne hanno acquistato grandissima fama, non solamente nello studio delle lettere, com'ha fatto la S<ignora> Vittoria del Vasto, la S<ignora> Veronica Gambara, la S<ignora> Caterina Anguisola, la Schioppa, la Nugarola e cent'altre, s nella volgare, come nella latina e nella greca lingua, dottissime, ma eziandio in tutte l'altre facult. N si son vergognate, quasi per torci il vanto della superiorit, di mettersi con le tenere e bianchissime mani nelle cose meccaniche e fra la ruvidezza de' marmi e l'asprezza del ferro, per conseguir il desiderio loro e riportarsene fama, come fece nei nostri d la Properzia de' Rossi da Bologna, giovane virtuosa, non solamente nelle cose di casa, come l'altre, ma in infinite scienzie che non che le donne, ma tutti gli uomini l'ebbero invidia. Costei fu del corpo bellissima e son e cant ne i suoi tempi meglio che femmina della sua citt. E perci ch'era di capriccioso e destrissimo ingegno, si mise ad intagliar noccioli di pesche, i quali s bene e con tanta pazienzia lavor, che fu cosa singulare e maravigliosa il vederli, non solamente per la sottilit del lavoro, ma per la sveltezza delle figurine che in quegli faceva e per la delicatissima maniera del compartirle. E certamente era un miracolo veder in su un nocciolo cos piccolo tutta la Passione di Cristo, fatta con bellissimo intaglio, con una infinit di persone, oltra i crucifissori e gli Apostoli. Questa cosa le diede animo, dovendosi far l'ornamento delle tre porte della prima facciata di San Petronio, tutta a figure di marmo, che ella per mezzo del marito, chiedesse a gli operai una parte di quel lavoro, i quali di ci furon contentissimi, ogni volta ch'ella facesse veder loro qualche opera di marmo condotta di sua mano. Onde ella subito fece al Conte Alessandro de' Peppoli un ritratto di finissimo marmo, dov'era il Conte Guido suo padre di naturale. La qual cosa piacque infinitamente, non solo a coloro, ma a tutta quella citt, e perci gli operai non mancarono di allogarle una parte di quel lavoro. Nel quale ella fin, con grandissima maraviglia di tutta Bologna, un leggiadrissimo quadro, dove (percioch in quel tempo la misera donna era innamoratissima d'un bel giovane, il quale pareva che poco di lei si curasse) fece la moglie del maestro di casa di Faraone che, innamoratosi di Iosep, quasi disperata del tanto pregarlo, a l'ultimo gli toglie la veste d'attorno con una donnesca grazia e pi che mirabile. Fu questa opera da tutti riputata bellissima et allei di gran sodisfazzione, parendole con questa figura del vecchio Testamento avere isfogato in parte l'ardentissima sua passione. N volse far altro mai per conto di detta fabbrica, n fu persona che non la pregasse ch'ella seguitar volesse, eccetto Maestro Amico, che per l'invidia sempre la sconfort e sempre ne disse male a gli operai, e fece tanto il maligno, che il suo lavoro le fu pagato un vilissimo prezzo. Fece ancor ella due agnoli di grandissimo rilievo e di bella proporzione, ch'oggi si veggono, contra la sua voglia per, nella medesima fabbrica.
All'ultimo costei si diede ad intagliar stampe di rame e ci fece fuor d'ogni biasimo e con grandissima lode. Finalmente alla povera innamorata giovane ogni cosa riusc perfettissimamente, eccetto il suo infelicissimo amore.
And la fama di cos nobile et elevato ingegno per tutt'Italia, et all'ultimo pervenne a gli orecchi di Papa Clemente VII il quale, subito che coronato ebbe l'imperatore in Bologna, domandato di lei, trov la misera donna esser morta quella medesima settimana et esser stata sepolta nello spedale della Morte, che cos s'era lasciata per ultimo suo testamento.
Onde al papa, ch'era volunteroso di vederla, spiacque grandissimamente la morte di quella, ma molto pi a' suoi cittadini, li quali, mentre ella visse, la tennero per un grandissimo miracolo della natura ne i nostri tempi.
E per onorarla pure di qualche memoria, le fu posto alla sepultura il seguente epitaffio: 3  SI QUANTUM NATURAE ARTIQUE PROPERTIA, TANTUM 4 FORTUNAE DEBEAT MUNERIBUSQUE VIRUM, 5 QUAE NUNC MERSA IACET TENEBRIS INGLORIA, LAUDE 6 AEQUASSET CELEBRES MARMORIS ARTIFICES.
7 ATTAMEN INGENIO VIVIDO QUOD POSSET ET ARTE, 8 FOEMINEA OSTENDUNT MARMORA SCULPTA MANU.

 III,29.A.Lombardi Egli non  dubbio alcuno, nelle persone sapute, che la eccellenza del far loro non sia tenuta qualche tempo ascosa e dalla fortuna abbattuta, ma il tempo fa talora venire a luce la verit insieme con la virt che delle fatiche passate e di quelle che vengono, gli remunera con onore, e son quegli che valenti e maravigliosi fra gli artefici nostri teniamo. Percioch  necessario in ogni professione, che la povert negli animi nobili combatta di continuo, e massimamente ne gli anni che il fiore della giovanezza di coloro che studiano fa deviare, o per cagione d'amore o per altri piaceri, che lo animo dilettano e la dolcezza della figura pascono. Le quali dolcezze, passato la prima scorza, pi oltre al buono non penetrano, ma in amaritudine si convertono. Non fanno gi cos le virt che si imparano, le quali, di continuo in quelle operando, ti pongono in cielo e per l'ambizione della fama e della gloria in sublime et onorato grado vivo e morto ti mantengono. Questo lo prov Alfonso Ferrarese nella sua giovanezza, che di stucchi di cera fece ritratti di naturale infinitissimi in medagliette piccole; et in tai cose s raro et eccellente fu tenuto, che continuando in quello a luce fuor di Ferrara sua patria in Bologna pervenne. Nella quale fece in San Michele in Bosco la sepoltura di Ramazzotto onde acquist grandissimo nome.
Fece similmente in quella citt alcune storiette di marmo, di mezzo rilievo all'arca di San Domenico, nella predella dello altare, le quali grandissima riputazione gli diedero.
Perch continuando fece alcune altre storiette per la porta di San Petronio, a man sinistra all'entrare di chiesa, con una Resuressione di Cristo lavorata di marmo. Ma quello ch'a' Bolognesi fu grato e gli don nome d'eccellente, fu una opera di mistura, d'uno stucco molto forte, nel quale fece la Morte di Nostra Donna, con gli Apostoli in figure tonde e col giudeo che lascia appiccate le mani al cataletto della Madonna; la quale opera si vede nello spedal della Morte, su la piazza di San Petronio, nella stanza di sopra.
Certamente in questa opera Alfonso talmente lavor con amore e con diligenza, che non manco fama e nome per questa s'acquist che per le medaglie s'avesse procacciato. Di questo medesimo stucco si veggono ancora di suo alcune cose a Castel Bolognese, et alcune a Cesena nella Compagnia di San Giovanni. Sono in Bologna molte altre cose sue, smarrite in pi persone, per essersi egli dilettato far cose di cera di stucco e di terra, pi che di marmo. Atteso che Alfonso, uscito fuora d'una certa sua et, sendo assai bello di persona e d'aspetto gioviale, esercit l'arte pi per delicatezza che per iscarpellar sassi. E soleva s adornare la persona sua d'ornamenti d'oro e d'altre frascherie, che pi tosto aveva, animo inchinato alla corte, ch'alle fatiche della scultura. Con ci sia che, invaghito di se medesimo, us termini poco convenienti a virtuoso et artefice, s come a certe nozze che faceva un conte una sera trovandosi Alfonso, et avendo fatto all'amore con una grandissima gentil donna, fu per aventura da lei levato al ballo della torcia; per il che aggirandosi egli e vinto da smania d'amore, guard con occhi pieni di dolcezza verso la sua donna sospirando, e disse in voce tutto tremante: S'amor non , che dunque  quel ch'io sento? Laonde volendoli quella donna, che accortissima era, mostrar l'error suo, gli rispose: E' sar qualche pidocchio. Onde di questo motto s'empi tutta Bologna, et egli sempre ne rimase scornato. E veramente se Alfonso alle fatiche dell'arte e non alle vanit del mondo avesse dato opera, averebbe senza dubbio fatto cose di infinita maraviglia. Perch se ci faceva non esercitando, molto meglio fatte l'avrebbe s'essercitato si fosse.
Venne in questo tempo l'Imperator Carlo V a Bologna, perch Tiziano da Cador, pittore eccellentissimo, venne a ritrarre Sua Maest; onde ebbe Alfonso anch'egli via d'entrare per mezzo di Tiziano, e di rilievo cominci un ritratto quanto il vivo di quegli stucchi. E tanto con grazia espresse la effigie di quello, che oltre il nome che in quella cosa acquist, de' mille scudi che l'imperatore don a Tiziano, esso n'ebbe in sua parte cinquecento. La quale riputazione et opera lo fece molto grato al Cardinale Ippolito de' Medici, il quale con ogni instanza lo condusse a Roma; e quivi dimorando ebbe tutti i favori che e' volse da quel signore, il quale aveva allora in casa sua infinit di pittori e scultori e d'altri virtuosi. Laonde egli in grandissima aspettazione era tenuto. Fece di marmo e ritrasse da una testa antica Vitellio Imperatore, e la condusse perfettamente. La qualcosa gli conferm il nome e gli accrebbe grado con quel signore et insieme con tutta Roma. Fece ancora una testa di marmo bellissima, nella quale di naturale ritrasse Papa Clemente VII, e grandissimi doni per quella ricevette, et ancora un Giuliano de' Medici, padre del cardinale, che non fu finita. Le quali furono vendute a Roma e da me comperate a requisizione del Magnifico Ottaviano de' Medici con altre pitture; et oggi dal Duca Cosimo de' Medici sono poste nella villa di Castello sopra a certe porte. Venne in quel tempo la morte di Papa Clemente, e fu necessario far la sepoltura di Leone e la sua, per il che Alfonso ebbe a far tal lavoro dal Cardinale de' Medici. Onde furono fatti alcuni schizzi de l'ordine da Michele Agnolo Buonarroti, et Alfonso fece un modello sopra quelli con figure di cera, che fu tenuto cosa bellissima; e preso danari and a Carrara per cavar marmi.
Ma non and molto, che il cardinale, partito di Roma per andare in Africa, mor ad Itri. Onde Alfonso, rimaso in tale opra intricato, fu da que' cardinali che erano commissarii di tale opera ributtato, i quali furono Salviati, Ridolfi, Pucci, Cib e Gaddi; talch per il favore di Madonna Lucrezia de' Salviati, fu ordinato che Baccio Bandinelli scultor fiorentino facesse tale opra, per averne egli fino in vita di Clemente fatto i modelli. Per la qualcosa Alfonso mezzo fuor di s, posta gi l'alterezza si dispose ritornarsene a Bologna. Onde da Roma partito et in Fiorenza arrivato, fece riverenza al Duca Alessandro, e gli don una bellissima testa di marmo, che avea fatto per il cardinale, la quale  oggi in guarda roba del Duca Cosimo. E prese assunto di ritrarre il duca, il quale era allora in uno umore, che si fece ritrarre a orefici fiorentini e forestieri ancora. Fra i quali lo ritrasse Domenico di Polo intagliator di ruote, Francesco di Girolamo da Prato in medaglie, e Benvenuto per le monete, cos di pittura Giorgio Vasari aretino e Iacopo da Puntormo, che fece un ritratto certo bellissimo. Di rilievo lo fece il Danese da Carrara, et altri infiniti. Ma quello che avanz tutti fu Alfonso, perch gli fu dato comodit, poich e' voleva andare a Bologna, che egli ne facesse uno di marmo come il modello.
Perci rimuner il Duca Alessandro Alfonso, et egli a Bologna se ne torn. Dove, essendo gi per la morte del cardinale poco contento e per la perdita della sepoltura molto dolente, gli venne un male di rogna pestifera et incurabile, che a poco a poco, and consumando, finch egli condottosi gi a 49 anni di sua et pass di questa vita, continuamente dolendosi, con dire che la felicit di s alto signore, con cui la fortuna l'aveva posto, averebbe potuto chiudergli gli occhi in quel tempo, inanzi che di s vedesse s miserabil fine. Mor Alfonso l'anno MDXXXVI.

III,30.Michele Agnolo Sanese Ancora che molti perduti in aiutare altrui consumino il tempo e da loro poche opere si piglino o conducano a fine, non per questo quando si conosce l'animo pieno di virt si toglie nulla alla bont loro, n si scema de 'l lor valore, s che e' non siano eccellenti e chiari in quelle arti che elli hanno fare. Perch il cielo che ha ordinato che e' venghin tali, ha ordinato ancora il tempo et il luogo dove e quando debbino mostrarsi. Per questa cagione Michele Agnolo Sanese assai tempo che lavor, lo consum in Schiavonia, con altri maestri nella scultura, et alla fine venuto a Roma per alcun tempo vi fece il medesimo. Avvenne che Baldassarre Perucci pittor sanese era domestico del Cardinale Hincfort, creato da Papa Adriano, il quale nella morte di quel pontefice, volendogli mostrare alcuna gratitudine dell'amore che sempre gli port della dignit da lui avuta, gli fece fare in Santa Maria de Anima, chiesa de' Tedeschi in Roma, una sepoltura di marmo. Per il che a Baldassarre, come pi valente, fu data la cura del disegno per l'architettura di detta opera che di marmo dovea farsi. Il quale, come amico di Michele Agnolo, gli mise animo che pigliasse tal cosa.
Laonde Michele Agnolo inanimito prese il lavoro, e continuando tra le fatiche sue et i disegni di Baldassarre e lo aiuto di molti, felicemente lo condusse. Lavor molte cose, che in tale opera sono, il Tribolo fiorentino allora giovane; le quali fra tutte furono stimate le migliori. E perch Michele Agnolo con sottilissima diligenza lavor minutamente tale opera,  tenuta perci de le figure, che piccole sono, lavoro molto lodato. Avvenga che vi sono fra l'altre cose bellissime pietre mischie, con grandissima pulitezza lustrate, e le commettiture di tale opera con sommo amore et accuratezza murate. Laonde fu primieramente dal cardinale alle fatiche sue donato giusto et onorato premio, et obligo infinito gli port mentre visse; atteso che questa sepoltura non ha dato minor fama alla gratitudine del cardinale, che alle fatiche di Michele Agnolo si facesse nome in vita e dopo la morte. Fu posto in opera tal cosa poco dopo la morte di Adriano. N dopo molto tempo pass Michele Agnolo di questa all'altra vita d'et d'anni cinquanta in circa.

 III,31.G.Santacroce Infelicit grandissima  pur quella degli ingegni divini, che mentre pi valorosamente operando s'affaticano, importuna morte tronca in erba il filo della vita loro, senza che il mondo possa finire di vedere i frutti maturi della divinit che il cielo ha donato loro nell'opere che hanno fatto, le quali, come che poche siano, fanno del petto de gli uomini uscire infiniti sospiri, quando tanta perfezzione in esse veggiamo, pensando pure che se avessero fatto il giudicio fermo, e la scienza pi con pratica e con studio essercitata, e facendo questo in et giovenile, molto pi fatto avrebbono ancora, se fossero vissuti; come nel giovane Girolamo Santa Croce veggiamo per l'opere sue di scultura in Napoli, le quali furono con quella amorevolezza condotte e finite, che si pu desiderare di vedere in un giovane che voglia di gran lunga avanzar gli altri, che vecchi inanzi a lui di grido e di fama abbiano tenuto il principato in una citt molti anni. Come ne fa vero testimonio di San Giovanni Carbonaro di Napoli, la cappella del Marchese di Vico, la quale  un tempio tondo, partito in colonne e nicchie, e dentrovi sepolture con intagli, molto con diligenza lavorati. E`vvi di mano d'uno spagnolo la tavola di marmo, di mezzo rilievo, quando i Magi offeriscono a Cristo. E Girolamo vi fece di tondo rilievo in una nicchia un San Giovanni, nel quale egli mostr per la concorrenza non esser minore e di animo pi securo, et in tale opera tanto con amore oper, che salito in alto crebbe molto di grido. Di maniera che in Napoli essendo tenuto per iscultore maraviglioso e di tutti il migliore Giovanni da Nola, che gi vecchio infinitissime opere aveva lavorate per Napoli, atteso che quella citt molto costuma fare di marmi lavorati le cappelle e gli ornamenti di esse, prese Girolamo per concorrenza di esso Giovanni a fare una cappella in Monte Oliveto di Napoli, dentro la porta della chiesa, a man manca entrando in chiesa, et un'altra ne fece da l'altra banda Giovanni da Nola, de 'l medesimo componimento che era quella. Quivi fece Girolamo una Nostra Donna quanto il vivo, tutta tonda, che  tenuta bellissima figura; e quella con infinita diligenza ne' panni, mani e straforamenti di spiccare il marmo, condusse a perfezzione tanto che veramente merit pregio di aver passato tutti coloro che di Napoli adoperaron ferri per lavorar di marmi. Fecevi ancora un San Giovanni et un San Pietro, figure molto bene intese, e con mirabil maniera lavorate e pulitissimamente finite, e similmente alcuni fanciulli che sopra vi sono. La quale opera fu cagione di levarlo al cielo con la fama, meritamente donatagli da gli artefici e da tutti i signori neapolitani. Fece oltra ci nella chiesa di Cappella due statue grandi di tutto rilievo bellissime; poi cominci una statua di Carlo quinto Imperatore, nel suo ritorno da Tunisi; e quella abbozzata e subbiata in alcuni luoghi rimase gradinata. Ma la iniqua fortuna come invidiosa della gloria di Girolamo, per mano della morte fece le sue vendette contra tanta virt, senza avere risguardo alcuno ch'egli vissuto non fosse al mondo pi che xxxv anni. Per che a ognuno che lo conobbe, dolse la morte di lui, aspettandosi che s come egli aveva vinto i suoi compatrioti, cos ancora avesse a superare ogni altro artefice del mondo. E tanto pi fu da dolere la morte di Girolamo, quanto egli era pi di modestia, d'umanit, di gentilezza e d'ingegno, con istraordinario influsso dal cielo e dalla natura dotato. I quali ornamenti poterono tanto in lui, che coloro che di lui ragionano, con tale affetto lo porgono, che sempre di lingua in lingua sar con le poche sue opere che si veggono e con tali affetti ricordato, che e' potr morto tenersi beatissimo come vivo fu stimato singulare. Le ultime sue sculture furono fatte l'anno MDXXXVII insieme con la morte di lui, che fu in Napoli con onoratissime essequie sepolto. E col tempo fu per lui fatto questo epitaffio: 70  L'EMPIA MORTE SCHERNITA 71 DA 'L SANTA CROCE IN LE SVE STATUE ETERNE 72 PER NON FARLE PIV` ETERNE 73 TOLSE IN UN PUNTO A LORO E LUI LA VITA.

 III,32.Dosso e Batista Bench il cielo desse forma pittura nelle linee e la facesse conoscere per poesia muta, non rest egli per per tempo alcuno di congiugnere insieme la pittura e la poesia.
Acci che se l'una stesse muta, l'altra ragionasse, et il pennello con l'artifizio e co' gesti maravigliosi mostrasse quello che gli dettasse la penna e formasse nella pittura le invenzioni che se le convengono. E per questo insieme col dono che a Ferrara fecero i fati de la Nativit del divino M<esser> Lodovico Ariosto, accompagnando la penna al pennello, volsero che e' nascesse ancora il Dosso pittore ferrarese; il quale, se bene non fu s raro tra i pittori come lo Ariosto tra' poeti, fece pure molte cose nella arte, che da molti sono celebrate, et in Ferrara massimamente.
Laonde merit che il poeta, amico e domestico suo facesse di lui memoria onorata ne' chiarissimi scritti suoi. Di maniera che al nome del Dosso diede pi nome la penna di M<esser> Lodovico universalmente, che non avevano fatto i pennelli et i colori che Dosso consum in tutta sua vita, ventura e grazia infinita di quegli che sono da s grandi uomini nominati. Perch il valore delle dotte penne loro sforza infiniti a dar credenza alle lode di quelli, ancora che perfettamente non le meritano.
Era il Dosso ferrarese pittor molto amato dal Duca Alfonso di Ferrara, prima per le sue qualit nell'arte della pittura e poi per le sue piacevolezze, che molto al duca dilettavano. Ebbe in Lombardia titolo da tutti i pittori di fare i paesi meglio che alcuno altro che di quella pratica operasse, o in muro o in olio o a guazzo, massimamente da poi che la maniera tedesca s' veduta. Fece in Ferrara nella chiesa Catedrale una tavola con figure a olio, tenuta assai bella, e lavor al duca nel palazzo infinite stanze insieme con un suo fratello detto Batista, i quali sempre furono nimici l'uno dello altro, ancora che lavorassero insieme.
Eglino fecero di chiaro e scuro il cortile del Duca di Ferrara con le storie di Ercole e dipinsero una infinit d'ignudi per quelle mura. E similmente per tutta quella citt lavorarono, et in muro et in tavola molte cose dipinsero. Fecero in Modona nel Duomo di loro mano una tavola e si condussero a Trento per il cardinale a lavorare il palazzo suo in compagnia d'altri pittori, e quivi fecero molte cose di lor mano. Furono appresso condotti a Pesero per il Duca Francesco Maria e particularmente <in compagnia> di Girolamo Genga, del quale, avendone al presente la occasione, mi pare mio debito fare quella menzione che alle sue rare virt si conviene. Fu adunque costui da Urbino, molto amico del graziosissimo Raffaello, et aiutato molto da lui mentre che esso Girolamo fece a Roma in via Giulia, alla Compagnia de' Sanesi, la tavola della Resurressione di Cristo, opera certo molto lodata. Lavor di poi a Cesena e vi fece una tavola giudicata cosa bellissima, et altre ancora per tutta Romagna. Seguit nello esilio Francesco Maria Duca d'Urbino da 'l quale poi tornato in istato fu adoperato per architettore in molte cose de 'l suo dominio.
E particularmente al Poggio detto la Imperiale, sopra Pesero, dove egli fece fare bellissime fabbriche. Le quali co' disegni et ordini suoi furono dipinte da Raffaello da 'l Borgo, da Francesco da Furl, da Camillo Mantovano e da altri pittori come i Dossi da Ferrara, et in ultimo da Bronzino fiorentino. Le quali opere furono cagione che, dopo la morte del predetto duca, il suo figliuolo Guidobaldo facessi fare, per ordine pure di Girolamo Genga la sepoltura di marmo che e' volle fare a suo padre, da Bartolomeo Ammannati da Settignano, le sculture del quale sono oggi coperte in Fiorenza nella Nunziata a la cappella di San Niccol, in una sepoltuta di marmo. Il medesimo Genga condusse ad Urbino Batista Veniziano, il quale per il Duca Guidobaldo fece in fresco la volta della cappella maggiore del duomo. Ma essendo vivi ciascuno di questi, e lavorando felicemente, non mi accade pi ragionarne; e per ritornando a' Dossi, dico che e' condussero a fine una delle dette stanze della Imperiale, la quale fu poi gittata in terra, per non piacere al duca e rifatta da gli altri maestri che erano quivi.
A l'ultimo fecero in Faenza nel Duomo al Cavaliere de' Buosi una bellissima tavola d'un Cristo che disputa nel tempio, nella quale veramente vinsero se stessi, per la maniera nuova che usarono in quella. Finalmente divenuto Dosso gi vecchio e non molto lavorando, ebbe continuo dal Duca Alfonso emolumento e provvisione; bench egli per un male che gli venne indebilito, in breve tempo pass di questa vita. Rimase Batista suo fratello che vive ancora, il quale molte cose fece dopo la morte di Dosso, mantenendosi in buono stato. Fu sepellito Dosso in Ferrara patria sua. E la principalissima laude sua fu il dipignere bene i paesi.
Fu in questi tempi medesimi il Bernazzano Milanese eccellentissimo per fare paesi et erbe et animali, cos terrestri, come volatili et acquatici; non diede molto opera alle figure, e come quello che si trovava imperfetto, fece compagnia con Cesare da Sesto, che le faceva molto bene e di buona maniera. Dicesi che il Bernazzano fece in un cortile a fresco certi paesi molto belli e tanto bene imitati, che essendovi dipinto un fragoleto pieno di fragole e mature et acerbe e fiorite, alcuni pavoni ingannati dalla falsa apparenzia di quelle, tanto spesso tornarono a beccarle, che bucarono la calcina dello intonaco.

 III,33.G.A.Licino Certamente la concorrenzia ne' nostri artefici  uno alimento che gli mantiene; e nel vero se e' non si pigliasse per obietto di abbattere ogni studioso il suo concorrente, credo certo che i fini nostri sarebbono molto debili nella frequenzia delle continue fatiche. Con ci sia cosa che veggiamo quegli che di ci si dilettano rendere le cose che fanno per prova piene d'onorate fatiche e colme di terribilissimi capricci; onde ne segue nell'arte la perfezzione nelle pitture, e ne gli artefici una continua tema di biasmo, che si spera quando ci non si fa; la quale diminuisce di fama quei che pi la cercano, come di continuo mentre che visse cerc Giovanni Antonio da Pordenone di Friuli, che ebbe in Vinegia grandissima concorrenza con Tiziano da Cador. Il quale per avere da natura uno instinto di divinit nelle sue pitture, e con bellissima maniera di disegno e pi di colorito lavorate, non pot mai Giovanni Antonio superare la dilicatezza e la bont che nell'opere di Tiziano si vede. Et ancora che la terribilit et un certo furore molto da pittor nuovo e stravagante fosse nelle azzioni del Pordenone, non si toglie per ch'egli non fosse in grado d'eccellenza nella pittura egregio e spedito maestro. Dicono alcuni che nel Friuli suo paese per una peste, essendo giovane Giovanni Antonio, si diede in contado a dipignere a fresco, e di quella arte venne s pratico, che in quei luoghi gli fu dato nome di maestro molto valente et espedito. Per il che lavorando egli alcune cose per Lombardia pervenne a Mantova, e poco vi dimor, che a messer Paris, gentiluomo mantovano, lasci da s colorita in fresco una facciata di muro, con una grazia maravigliosa, nella quale sono storie di Venere, Giove, Marte et altre poesie.
Nelle quali si vide un principio di dovere pervenire a segno di grandezza. E fra le altre invenzioni, che di bellezza in tale opera mostr, vi fece a sommo sotto la cornice un fregio di lettere antiche, l'altezza delle quali  un braccio e mezzo, e fra esse un numero di fanciulli che vi passano per entro, chi le cavalca e chi vi  sopra a sedere e ritto, legandole in varie attitudini ch'intorno gli fanno bellissimo ornamento, la quale opera gli acquist in quella citt nome e fama grandissima. Fu condotto in Piacenza, e da que' gentiluomini onoratamente raccolto; fece per essi infiniti lavori, e particularmente nella chiesa di Santa Maria di Campagna, ove dipinse tutta la tribuna, della quale una parte ne rimase imperfetta per la sua partita, e poi fu diligentemente finita da Maestro Bernardo da Vercelli. Fece ancora in detta chiesa a fresco due cappelle, una di Santa Caterina, con istorie sue, l'altra della Nativit di Cristo e della solenne Adorazione de i Magi, cosa molto eccellente e lodata da tutti. Dipinse poi nel bellissimo giardino di M<esser> Barnaba del Pozzo dottore, alcuni quadri di poesia. Poi lavor similmente pur nella chiesa di Campagna la tavola dell'altare di Santo Agostino, entrando in chiesa a man sinistra. Le quali opre di lode degne infinitissimamente ornarono quella citt et egli di premii grandi e di straordinarie accoglienze ne fu remunerato. E per meglio rimeritarlo volsero que' gentili uomini darli moglie, per poterlo di continuo onorare e delle opre sue quella citt abbellire.
And in Vinegia, dove prima qualche operetta aveva fatta, come a San Geremia sul Canal Grande una facciata e nella Madonna dello Orto una tavola a olio, nella quale sono molte figure; ma particularmente in un San Gio<vanni> Batista si sforz di mostrare quanto valesse. Fece ancora su 'l Canale Grande alla casa di certi gentiluomini molte storie a fresco, dove si vede un Curzio a cavallo in iscorto, che pare tutto tondo e di rilievo, similmente un Mercurio in aria, che vola, oltre all'altre ingegnose e belle particularit, che gira per ogni lato. La quale opera fu di tanto grido e di tanta fama in quella citt, che tir a s gli animi di tutta Vinegia, lodandolo e magnificandolo sopra ogni altro pittore che in quella mai lavorasse. Onde per tal cagione da i soprastanti di San Rocco gli fu data a dipignere a fresco la cappella di quella chiesa, con tutta la tribuna. E nel vero che di fierezza, di pratica, di vivacit e di terribilit, non ho mai visto meglio che le cose da lui dipinte, n fu mai chi nel muro con tanta prestezza lavorasse. Fece in questa opera uno Dio Padre nella tribuna, et una infinit di fanciulli, che da esso si partono, con molte belle e variate attitudini. Per il che gli fu fatto dipignere il tabernacolo di legno, dove si conservano le argenterie; nel quale fece un San Martino a cavallo con molti poveri che porgono voti sotto una prospettiva, che n'acquist grandissime lode et accrebbe maggior nome al grado che prima teneva. Onde tal cosa fu cagione che M<esser> Iacopo Soranzo gli divenisse amico e protettore; onde a concorrenza di Tiziano gli allogarono la sala de' Pregati, nella quale fece molti quadri di figure che scortano al di sotto in su, che bellissime sono tenute, e similmente un fregio di mostri marini lavorati a olio intorno a detta sala, che a quello Illustrissimo Senato lo renderono molto caro; e perci mentre che visse dalla liberalit loro gli fu data onorata provisione. Cercava egli gareggiando sempre mettere opere dove Tiziano aveva messo le sue; per che avendo Tiziano fatto in San Giovanni di Rialto, un San Giovanni elemosinario che a' poveri dona danari, pose Giovan Antonio a uno altare un quadro d'un San Sebastiano e San Rocco et altri santi, che fu cosa bella, ma non per tale quale  l'opera di Tiziano, bench da infiniti, pi per malignit che per la verit fusse pi lodata l'opera di Gio<vanni> Antonio. Fece ancora nel chiostro di Santo Stefano in fresco molte storie, una del Testamento vecchio et una del nuovo, tramezzate da diverse virt, nelle quali mostr scorti terribili di figure, ne i quali sempre ebbe grandissima opinione, et in ogni suo componimento cerc ognora cose che fossero difficilissime e quelle empi et adorn meglio che nissun altro pittore.
Aveva il Principe Doria in Genova fatto un palazzo su la marina, et a Perin del Vaga pittor celebratissimo fatto far sale, camere et anticamere a olio et a fresco, che per la ricchezza e per la bellezza delle pitture sono maravigliosissime. E perch in quel tempo Perino non frequentava molto il lavoro, acci che per isprone e per concorrenza facesse quel che non faceva per se medesimo, fece venire il Pordenone, il quale cominci una sala, dove lavor un fregio di fanciulli con la sua solita maniera, i quali votano una barca piena di cose maritime, e per tutta la stanza girando fanno bellissime attitudini. Fece ancora una storia grande quando Iasone chiede licenzia al padre per andare per il vello dell'oro. Ma il principe, vedendo il cambio che faceva da l'opera di Perino a quella del Pordenone, licenziatolo, fece venire in suo loco Domenico Beccafumi sanese, eccellente e pi raro maestro di lui. Il quale per servire tanto principe non cur d'abbandonare Siena sua patria, dove sono tante opere maravigliose di lui.
Et in tal loco fece una storia sola e non pi perch Perino condusse ogni cosa ad ultimo fine.
A Giovanni Antonio ritornato a Vinegia fu fatto intendere come Ercole Duca di Ferrara aveva condotto di Alamagna un numero infinito di maestri, et a quegli fatto cominciare a far panni di seta e d'oro e di filaticci e di lana, secondo l'uso e l'animo suo che far voleva. Per il che non avendo in Ferrara ottimi disegnatori di figure (che bench vi fosse Girolamo da Ferrara, era pi atto a' ritratti et a cose appartate, che a storie terribili dove bisognasse la forza dell'arte e del disegno) fu scritto con grandissima instanza a Giovanni Antonio che venisse a servire quel signore; ond'egli non meno desideroso d'acquistare fama che facult, part da Vinegia, e nel suo giungere a Ferrara dal duca fu ricevuto con molte carezze. Ma poco dopo la sua venuta, assalito da gravissimo affanno di petto, si pose nel letto per mezzo morto, dove aggravando poi del continuo, in tre giorni o poco pi, senza potervisi rimediare, d'anni LVI fin il corso della sua vita. Parve ci cosa strana al duca e similmente a gli amici di lui. E non manc chi per molti mesi credesse lui di veleno esser morto. Fu sepolto il corpo di Giovan Antonio, e della morte sua molto ne increbbe a molti, et in Vinegia specialmente. Percioch Giovan Antonio aveva prontezza nel dire, era amico e compagno di molti, piacevagli la musica, et ancor aveva dato opra alle littere latine. Rimase suo creato Pomponio da San Vito del Frioli, il quale ha lavorato in Vinegia e lavora tuttavia. Furono le opere del Pordenone lavorate nel tempo del Serenissimo Andrea Gritti, e morissi egli nel MDXL. Costui si mostr nella pittura s valoroso, che le sue figure appariscon tonde e spiccate dal muro. Laonde per avere egli dato forza, terribilit e rilievo nel dipignere, si mette fra quelli che hanno fatto augumento alla arte e benefizio allo universale.

 III,34.Rosso Fiorentino Gli Uomini pregiati ch'alle virt si danno e quelle con tutte le forze loro abracciano, sono pur qualche volta, quando manco ci si aspettava, esaltati et onorati eccessivamente nel cospetto di tutto il mondo; come apertamente si pu vedere nelle fatiche che il Rosso pittor fiorentino pose nell'arte della pittura. Le quali se in Roma et in Fiorenza non furono da quei che lo potevano remunerare sodisfatte, trov egli pure in Francia chi per quelle e per esso lo riconobbe di sorte che la gloria di lui pot spegnere la sete in ogni grado di ambizione che possa il petto di qual si voglia artefice occupare.
N poteva egli in quello essere conseguire degnit, onore o grado maggiore, poich sopra un altro del suo mestiero, da s gran re, come  quello di Francia, fu ben visto e pregiato molto.
E nel vero i meriti di esso erano tali, che se la fortuna gli avesse procacciato manco, ella gli avrebbe fatto torto grandissimo. Con ci sia che il Rosso era oltra la virt, dotato di bellissima presenza; il modo del parlar suo era molto garbato e grave; era bonissimo musico et aveva ottimi termini di filosofia, e quel che importava pi che tutte l'altre sue bonissime qualit, fu che egli del continuo nelle composizioni delle figure sue era molto poetico, e nel disegno fiero e fondato, con leggiadra maniera e terribilit di cose stravaganti, et un bellissimo compositore di figure.
Nella architettura fu garbatissimo e straordinario, e sempre per povero ch'egli fosse, fu ricco d'animo e di grandezza.
Per il che coloro che nelle fatiche della pittura terranno l'ordine che 'l Rosso tenne, saranno di continuo celebrati come son l'opre sue. Le quali di bravura non hanno pari, e senza fatiche di stento son fatte, levato via da quelle un certo tisicume e tedio, che infiniti patiscono per fare le loro cose di niente parere qualche cosa. Disegn il Rosso nella sua giovanezza al cartone di Michele Agnolo, e con pochi maestri volle stare alla arte, avendo egli una certa sua opinione contraria alle maniere di quegli, come si vede fuor della porta a San Pier Gattolini di Fiorenza, a Marignolle, un tabernacolo lavorato a fresco con un Cristo morto, dove cominci a mostrare quanto egli desiderasse la maniera gagliarda e di grandezza pi de gli altri, leggiadra e maravigliosa. Lavor sopra la porta di San Sebastiano de' Servi l'arme de' Pucci con due figure che in quel tempo fece maravigliare gli artefici, aspettando di lui quello che riusc. Onde gli crebbe l'animo talmente che, avendo egli a maestro Iacopo frate de' Servi, che attendeva alle poesie, fatto un quadro d'una Nostra Donna con la testa di San Giovanni Evangelista mezza figura, persuaso da lui fece nel cortile de' detti Servi, allato alla storia della Visitazione che lavor Iacopo da Puntormo, l'Assunzione di Nostra Donna, nella quale fece un cielo d'angeli tutti fanciulli ignudi, che ballano intorno alla Nostra Donna accerchiati, che scortano con bellissimo andare di contorni e con graziosissimo garbo girati per quella aria; di maniera che se il colorito fatto da lui fosse con quella maturit di arte con ch'egli poi crebbe col tempo, avrebbe, come di grandezza e di buon disegno paragon l'altre storie, di gran lunga ancora trapassatele. Fecevi gli Apostoli carichi molto di panni e troppo di dovizia di essi pieni, ma le attitudini et alcune teste sono pi che bellissime. Fecegli fare lo spedalingo di Santa Maria Nuova una tavola, la quale, vedendola abbozzata, gli parvero, come colui ch'era poco intendente di questa arte, tutti quei santi, diavoli, avendo il Rosso un costume, nelle sue bozze a olio, fare certe arie crudeli e disperate, e nel finirle poi addolciva l'aria e riducevale al buono, per che se li fugg di casa e non volse la tavola, dicendo che lo aveva giuntato. Dipinse medesimamente sopra un'altra porta l'arme di Papa Leone con due fanciulli, oggi guasta.
E per le case de' cittadini si veggono pi quadri e molti ritratti.
Fece per la venuta di Papa Leone a Fiorenza su 'l canto di Bischeri uno arco bellissimo. Poi lavor al Signor di Piombino una tavola con un Cristo morto bellissimo, e gli fece ancora una cappelluccia. E similmente a Volterra dipinse un bellissimo Deposto di Croce. Per che cresciuto in pregio e fama, fece in Santo Spirito di Fiorenza la tavola de' Di, la quale gi avevano allogato a Raffaello da Urbino, che la lasci per le cure dell'opera ch'aveva preso a Roma, la quale il Rosso lavor con bellissima grazia e disegno e vivacit di colori. N pensi alcuno che nessuna opera abbia pi forza o mostra pi bella di lontano di quella, la quale per la bravura nelle figure e per l'astrattezza delle attitudini, non pi usata per gli altri, fu tenuta cosa stravagante, n gli fu molto lodata. Ma poi a poco a poco hanno conosciuto i popoli la bont di quella, e gli hanno dato lode mirabili. Fece in San Lorenzo la tavola di Carlo Ginori dello Sponsalizio di Nostra Donna, tenuto cosa bellissima.
Et invero che in quella sua facilit del fare non  mai stato chi di pratica o di destressa l'abbi potuto vincere, n a gran lunga accostarseli.
Era nel colorito s dolce e con tanta grazia cangiava i panni, che il diletto, che per tale arte prese, lo f sempre tenere lodatissimo e mirabile, come chi guarder tale opera conoscer tutto questo ch'io scrivo esser verissimo. Fece ancora a Giovanni Bandini un quadro di alcuni ignudi bellissimi, storia di Mos quando egli amazza lo Egizzio, nel quale erano cose lodatissime; e credo che in Francia fosse mandato. Similmente un altro ne fece a Giovanni Cavalcanti, che and in Inghilterra, quando Iacob piglia 'l bere da quelle donne alla fonte, che fu tenuto divino, atteso che vi erano ignudi e femmine lavorate con somma grazia, alle quali egli di continuo si dilett far pannicini sottili, acconciature di capo con trecce et abbigliamenti per il dosso.
Stava il Rosso, quando questa opra faceva, nel Borgo de' Tintori, che risponde con le stanze ne gli orti de' frati di Santa Croce, e si pigliava piacere d'un bertuccione, il quale aveva spirto pi d'uomo che di animale; per la qual cosa carissimo se lo teneva e come se medesimo l'amava, e perci ch'egli aveva uno intelletto maraviglioso, gli faceva fare di molti servigi. Avvenne che questo animale s'innamor di un suo garzone, chiamato Batistino, il quale era di bellissimo aspetto, et indovinava tutto quel che dir voleva, a i cenni, che 'l suo Batistin gli faceva. Per il che, sendo da la banda delle stanze di dietro, che nell'orto de' frati rispondevano, una pergola del guardiano piena di uve grossissime sancolombane, quei giovani mandavano gi il bertuccione per quella che dalla finestra era lontana, e con la fune su tiravano lo animale con le mani piene d'uve. Il guardiano, trovando scaricarsi la pergola e non sapendo da chi, dubitando de' topi, mise lo aguato a essa e, visto che il bertuccione del Rosso gi scendeva, tutto s'accese d'ira, e presa una pertica per bastonarlo, si rec verso lui a due mani, in attitudine a gambe larghe. Il bertuccione, visto che se saliva ne toccherebbe, e se stava fermo il medesimo, cominci salticchiando a ruinargli la pergola, e fatto animo di volersi gettare addosso il frate, con ambedue le mani prese l'ultime traverse che cingevano la pergola; et in un tempo il frate mena la pertica, e 'l bertuccione scuote la pergola per la paura, di sorte e con tal forza, che fece uscire delle buche le pertiche e le canne: onde la pergola e 'l bertuccione ruinarono addosso a 'l frate, il quale gridava misericordia, fu da Batistino e da gli altri tirata la fune, et il bertuccion salvo rimesso in cammera.
Discostatosi il guardiano et a un suo terrazzo fattosi, disse cose fuor della messa; e con clora e malo animo se n'and allo uffizio de gli Otto, magistrato in Fiorenza molto temuto.
Quivi posta la sua querela e mandato per il Rosso, fu per motteggio condannato il bertuccione a dovere un contrapeso tenere al culo, acci che non potesse saltare come prima soleva su per le pergole.
Cos il Rosso fatto un rullo che girava con un ferro, quello gli teneva, acci che per casa potesse andare, ma non saltare per le altrui come prima faceva. Perch vistosi a tal supplicio condennato, il bertuccione parve che s'indovinasse il frate essere stato di ci cagione, onde ogni d s'essercitava saltando di passo in passo con le gambe e tenendo con le mani il contrapeso, e cos posandosi spesso al suo disegno pervenne.
Perch, sendo un d sciolto per casa, salt appoco appoco di tetto in tetto, su l'ora che il guardiano era a cantar il vespro, e pervenne sopra il tetto della camera sua.
Quivi, lasciato andare il contrapeso, vi fece per mezza ora un s amorevole ballo, che n tegolo n coppo vi rest che non rompesse. E tornatosi in casa, si sent fra tre d per una pioggia le querele del priore.
Avendo il Rosso finito l'opere sue, con Batistino e 'l bertuccione s'invi a Roma, et essendo in grandissima aspettazione, l'opre sue infinitamente erono desiderate, essendosi veduti alcuni disegni fatti per lui, i quali erano tenuti maravigliosi, atteso che il Rosso divinissimamente e con gran pulitezza disegnava.
Quivi fece nella Pace sopra le cose di Raffaello una opra, della quale non dipinse mai peggio a' suoi giorni, n posso imaginare onde ci procedesse, se non ch'egli gonfio di vana gloria di se stesso, niente stimava le cose d'altri: per che gli avvenne che, ci poco apprezzando, la sua fu poi meno stimata.
In questo tempo fece al Vescovo Tornabuoni amico suo un quadro d'un Cristo morto, sostenuto da due angeli, che oggi  appresso Monsignor Della Casa, il quale fu una bellissima impresa. Fece al Baviera, in disegni di stampe, tutti gli di, intagliati poi da Iacopo Caraglio alcune, quando Saturno si muta in cavallo, e quando Plutone rapisce Proserpina. Lavor una bozza della decollazione di San Gio<vanni> Batista, che oggi  in una chiesiuola su la piazza de' Salviati in Roma. Successe in quel tempo il sacco di Roma, dove il povero Rosso fu fatto prigione de' Tedeschi e molto male trattato. Percioch oltra lo spoliarlo de' vestimenti, scalzo e senza nulla in testa, gli fecero portare addosso pesi, e sgombrare quasi tutta la bottega d'un pizzicagnuolo. Per il che da quelli mal condotto, si condusse appena in Perugia, dove da Domenico di Paris pittore fu molto accarezzato e rivestito; et egli disegn per lui un cartone di una tavola de' Magi, il quale appresso lui si vede, cosa bellissima. N molto rest in tal luogo, intendendo ch'al Borgo era venuto il Vescovo de' Tornabuoni, fuggito egli ancora dal sacco, e si trasfer quivi.
Era in quel tempo al Borgo Raffaello da Colle pittore, creato di Giulio Romano, che nella sua patria aveva preso a fare, per Santa Croce, Compagnia di Battuti, una tavola per poco prezzo, de la quale come amorevole si spogli e la diede al Rosso, acci che in quella citt rimanesse qualche reliquia di suo. Per il che la compagnia si risent, ma il vescovo gli fece molte comodit. Mentre che il Rosso lavorava questa tavola prese nome, et in quel luogo ne fu tenuto gran conto, e la tavola messa in opera in Santa Croce, nella quale fece un Deposto di Croce, il quale  cosa molto rara e bella, per avere osservato ne' colori un certo che tenebroso per le eclisse che fu nella morte di Cristo, per essere stata lavorata con grandissima diligenza. Gli fu fatto in Citt di Castello allogazione di una tavola, la quale volendo lavorare mentre che s'ingessava, le ruin un tetto addosso che la infranse tutta.
Vennegli un mal di febbre s bestiale, che ne fu quasi per morire: per il che di Castello si f portare al Borgo.
Seguitando quel male con la quartana, si trasfer poi a la Pieve a Santo Stefano a pigliare aria, et ultimamente in Arezzo, dove fu tenuto in casa da Benedetto Spadari.
Stando egli a' suoi servigi oper il mezzo di Gio<vanni> Antonio Lappoli aretino e di quanti amici e parenti essi avevano, acci che egli facesse alla Madonna delle Lagrime una volta, allogata gi a Niccol Soggi pittore. E perch tal memoria si lasciasse in quella citt, gliele allogarono per prezzo di trecento scudi d'oro. Onde il Rosso cominci cartoni in una stanza che gli avevano consegnata in un luogo detto Murello, e quivi ne fin quattro. In uno fece i primi parenti legati allo albero del peccato, e la Nostra Donna che cava loro il peccato di bocca, figurato per quel pomo, e sotto i piedi il serpente, e nella aria, volendo figurare ch'era vestita del sole e de la luna, fece Febo e Diana ignudi.
Nell'altra fece quando l'arca federis  portata da Mos, figurata per la Nostra Donna che le Virt la cingono.
In un'altra il trono di Salomone, a cui i voti si porgono, somigliata pur per lei, significando quei che ricorrono a lei per ritrarne aiuto e grazia, con altre bizzarrissime fantasie, che dal pellegrino e bello ingegno di M<esser> Giovan Pollastra canonico aretino et amico del Rosso furono trovate. La quale opera egli cos ordinando, non restava per per sua cortesia di far del continuo disegni a tutti coloro che di Arezzo e di fuori, o per pitture o per fabbriche, n'avevano bisogno. Entr mallevadore di questa opera Gio<vanni> Antonio Lappoli aretino et amico suo fidatissimo, che con ogni modo di servit gli us termini di amorevolezza. Avvenne l'anno MDXXX, essendo l'assedio intorno a Fiorenza, et essendo gli Aretini per la poca prudenza di Papo de gli Altoviti rimasi in libert, essi combatterono la cittadella e la mandarono a terra. E perch que' popoli mal volentieri vedevano i Fiorentini, il Rosso non si volle fidar di essi, e se n'and al Borgo San Sepolcro, lasciando i cartoni et i disegni dell'opera serrati in Cittadella: perch quelli che a Castello gli aveva<n> allogato la tavola, volsero che la finisse; e per il male che avea avuto a Castello, non volle ritornarvi, e cos al Borgo fin la tavola loro. N mai a essi volse dare allegrezza di poterla vedere: dove figur un popolo et un Cristo in aria adorato da quattro figure, e quivi fece mori, zingani e le pi strane cose del mondo; e da le figure in fuori, che di bont son perfette, il componimento attende a ogni altra cosa, che all'animo di coloro che gli chiesero tale pittura. In quel medesimo tempo che tal cosa faceva, disotterr de' morti nel vescovado, ove stava, e fece una bellissima notomia. E nel vero il Rosso era studiosissimo nell'arte, n passava mai giorno che qualche ignudo non disegnasse di naturale.
Gli era gi venuto capriccio volere finire la sua vita in Francia e levarsi da questa miseria e povert, perch lavorando gli uomini in Toscana e ne' paesi dove e' sono nati, si mantengono sempre poveri. Ma per meglio comparire fra que' barbari, cerc farsi insegnare la lingua latina, la quale impar benissimo. Or avvenne un gioved santo, quando si dicono gli uffici la sera, che, avendo egli un giovanetto aretino suo creato, che con un moccolo acceso e con la pece greca faceva alcune vampe di fuoco nelle tenebre, ne fu sgridato da preti e fattogli male. Per il che il Rosso, che sedeva, vedendo un prete che lo batteva, si lev in piede verso il prete. N sapendo alcuno chi si fosse, si mise la chiesa a romore, e contra il Rosso trassero alcune spade ignude. Onde egli datosi a fuggire fu tanto destro, che si ricover nelle stanze sue senza che nessuno lo potesse giungere, tenendosi in ci vituperatissimo. Per la qualcosa, finita la tavola di Castello, non cur pi del lavoro d'Arezzo, n del danno ch'e' faceva a Gio<vanni> Antonio, avendo egli avuto pi di cento cinquanta ducati; ma si part di notte, e faccendo la via di Pesaro, arriv a Vinegia, dove da M<esser> Pietro Aretino trattenuto, gli disegn una carta che si stampa, quando Marte dorme con Venere e gli Amori e le Grazie lo spogliano e gli traggono la corazza.
Cos di quivi partito, arriv in Francia a Parigi, dove con favor grande della nazione fece al re due quadri d'un Bacco e d'una Venere, che sono posti in Fontanable nella galleria del re, ch'a lui parvero miracolosi, e pi parve la presenza del Rosso, tal che lo giudic (sentendo il suo procedere di parole) degno d'ogni beneficio e lo constitu sopra gli ornamenti di tal fabbriche, e gli don un canonicato della Santa Cappella della Madonna di Parigi. E cos continuando i servigi di tanto re, fece stanze tutte di stucchi lavorate in quel luogo, con storie assai et ordini di camini e porte fantastiche. E nel vero il Rosso era in ci miracoloso. Per il che gli furono donati altri benefici, talch egli aveva da la liberalit di quel re mille scudi d'entrata e le provisioni dell'opera, ch'erano grossissime. Fece ancora un cartone per fare una tavola alla Congregazione del Capitolo, dove era canonico, et infinitissimi altri, de i quali non accade far memoria. Basta che egli non pi da pittore, ma da principe vivendo, teneva servitori assai e cavalcature, e si trovava fornito di bellissime tappezzerie e d'argenti.
Avvenne s, come vuole l'invidiosa fortuna, che non lascia mai lungo tempo in alto grado chi dalle felicit di essa  esaltato, che praticando seco Francesco di Pellegrino fiorentino, il quale della pittura si dilettava et amicissimo e suo domestico continuo era, furono in questo tempo rubati alcune centinaia di scudi al Rosso; il quale non avendo sospetto di altri che di Francesco, lo fece pigliare dalla corte e con esamine rigorose stringerlo molto. Ma colui che innocente si trovava, non confessando altro che il vero, finalmente fu relassato, et acceso di giusto sdegno contra il Rosso, fu sforzato a risentirsi de 'l vituperosissimo carico che da lui gli era stato apposto.
Mosseli dunque un piato di ingiuria, e lo strinse di tal maniera, che il Rosso non si potendo aiutare stava mesto e doloroso, parendogli di continuo avere vituperato e l'amico et il proprio onore. E che se egli si disdiceva o teneva altri vituperosi ordini, si dichiarava da se medesimo per cattivo uomo. Laonde fatto deliberazione pi tosto da se stesso morire, che sopportare ingiurie per mano d'altrui, prese questo modo. Un giorno che il re si trovava a Fontanable mand egli un contadino a Parigi per certo venenosissimo liquore, mostrando volerlo per far colori o vernici. Et era tanta la malignit di quello, che al contadino stesso, il quale nello arrecarlo tenne sempre il dito grosso sopra la bocca della ampolla, diligentissimamente turata con la cera, fu nientedimanco dalla mortifera virt del liquore consumato e quasi mangiato tutto quel dito. Et il Rosso che era sanissimo, preso questa cosa dopo mangiare in poche ore fin il corso della sua vita. E guadagnossi questi epitaffii: D<ATUR> M<ORI> ROSCIO FLORENTINO PICTORI TUM INVENTIONE AC DISPOSITIONE TUM VARIA MORUM EXPRESSIONE TOTA ITALIA GALLIAQUE CELEBERRIMO. QUI DUM POENAM TALIONIS EFFVGERE VELLET VENENO LAQUEVM REPENDENS TAM MAGNO ANIMO QUAM FACINORE IN GALLIA MISERRIME PERIIT. VIRTUS ET DESPERATIO FLORENTIAE HOC MONUMENTUM EREXERE.
38 L'OMBRA DEL ROSSO E` QUI; LA FRANCIA HA L'OSSA; 39 LA FAMA IL MONDO COPRE; IL CIEL RISPONDE 40 A CHI PER LE BELLE OPRE IL CHIAMA; DONDE 41 NON PASSA L'ALMA SVA LA INFERNA FOSSA.
La qual nuova sendo portata al re, senza fine gli dispiacque, e de 'l Rosso gli dolse molto. E perch l'opera non patisse fece seguitare a Francesco Primaticcio bolognese, che gli aveva lavorato molte stanze, al quale come al Rosso don in quel tempo una abbazia. Successe la infelice morte del Rosso l'anno MDXXXXI, il quale per avere arricchito l'arte nel disegno e mostro a gli altri che dopo lui son venuti, quanto accompagni nella dote dell'arte un vago e netto e bel disegnatore e quello che acquista presso un principe l'essere universale,  cagione che gli ingegni moderni lo vanno ora in molte parti imitando; onde, sendo cagione di tanto benefizio, merita lode per la fama nell'opere e per tale esempio nell'arte.

 III,35.G.A.Sogliani Spesse volte veggiamo nelle scienze delle lettere e nelle arti ingegnose manuali, quelli che sono maninconici essere pi assidui a gli studii, e con frequentazione d'una certa pazienzia sopportar meglio i pesi delle fatiche. E rari sono coloro che abbino tale umore, che in tal professione non rieschino ancora eccellenti; come fece Giovanni Antonio Sogliani pittor fiorentino, il quale, nel vederlo, pareva il freddo e la maninconia del mondo. E pot quello umor talmente in lui, che da le cose dell'arte in fuori, pochi altri pensieri si dava, eccetto che delle cure familiari, nelle quali egli sopportava grandissima passione, quantunque avesse assai onesto modo da ripararsi. Stette in sua giovent con Lorenzo di Credi all'arte della pittura, e con esso lui visse con tanta diligenzia osservandolo sempre, che veramente divenne bonissimo pittore e mostr in ogni sua azzione di essergli fidelissimo discepolo, come fece conoscere nelle sue prime pitture nella chiesa dell'Osservanza su 'l poggio di San Miniato. Nella quale fece una tavola di ritratto, simile a quella che Lorenzo aveva fatta nelle monache di Santa Chiara, dentrovi la Nativit di Cristo, non manco buona che quella di Lorenzo.
Cos in un pilastro, che in chiesa di San Michele in Orto si vede, per l'Arte de' Vinattieri, un San Martino a olio, figurato da vescovo, il quale gli diede nome di bonissimo maestro. Ebbe Giovanni Antonio di continuo in venerazione l'opere e la maniera di fra' Bartolomeo di San Marco, e fortemente a esse cerc nel colorito d'accostarsi. Fece per Madonna Alfonsina, moglie di Piero de' Medici, una tavola posta nella chiesa di Camaldoli di Fiorenza, dentrovi Santo Arcadio crocifisso et altri martiri con le croci in braccio, e due ginocchioni; nella quale sono alcuni fanciulli che portano loro le palme, che di colorito sono bellissimi e di grazia. Fece molti quadri per le case de' cittadini, et ancora dipinse a Taddeo Taddei un Crocifisso con due figure su 'l canto della casa loro a fresco in un tabernacolo.
Lavor nel refettorio della badia di Fiorenza un Crocifisso et altre figure a fresco, e dipinse in San Girolamo, San Francesco e Santa Lisabetta di quello ordine, Regina di Ungheria. Fece alla Compagnia del Ceppo un segno da portare a processione, nel quale dipinse la Visitazione di Nostra Donna e San Niccol. Lavor una tavola a San Iacopo sopra Arno, dentrovi la Trinit con infiniti angeli, e da basso Santa Maria Maddalena e Santa Caterina con San Iacopo Apostolo; tutte di bonissimo colorito tirate e con diligenzia finite. Nel castello d'Anghiari fece a olio un Cenacolo di Cristo con XII Apostoli, di grandezza quanto il vivo, et insieme la Lavazione de' piedi fatta loro da Cristo; la quale opera in quel paese  tenuta in gran venerazione. Lavor alla Osservanza ancora, dove e' fece l'altra tavola, due figure per farvi la tavola poi, che fu San Giovanni e Santo Antonio da Padova.
Avvenne che l'opera di Pisa destin fare al coro alcuni quadri che trattassero de le figure del Sacramento, dove Giovanni Antonio fece il Sacrificio di No dopo il diluvio, che fu tenuto cosa lodata e bella. Similmente vi fece poi quel di Caino e quel di Abel. Ne seguit in concorrenza Domenico Beccafumi da Siena, perch mirabilissimi pi di questi di disegno e d'invenzione gli fece. Simile i quattro Evangelisti, con altri del Soddoma da Vercelli e d'altri pittori men buoni. Fece ancora per la chiesa quattro tavole, dove mostr diligenza et amore, per le quali in concorrenza ne fecero fare di miglioramento una a Domenico sanese sopradetto e due ne condusse Giorgio Vasari aretino, ch'a principio dell'entrata delle quattro porte fece. Perch'egli nel convento de' frati di San Marco fece ancora in fresco un cenacolo di frati, ch' quando San Domenico si mette a tavola, e senza che vi sia pane, fatta l'orazione vengono due angeli in terra che ne portano loro. E sopra vi fece un Crocifisso con l'arcivescovo Santo Antonino ginocchioni e Santa Caterina sanese di quello ordine, veramente pittura con molta diligenzia e con pulitezza lavorata, venendo questo da la pazienzia e da l'amore che port a tale arte.
Fece ancora a Giovanni Serristori una tavola della Concezzione di Nostra Donna, quando Agostino, Ambruogio e Bernardo disputano de 'l peccato originale sopra il corpo del morto Adamo, dove figur angeli e fanciulli, con infiniti motti a proposito di quella; la quale imperfetta rimase nella morte di Giovanni, et egli all'ultimo della sua vita la fin e la consegn a M<esser> Alamanno Salviati, erede delle cose di Giovanni. Pose in essa bellissime fatiche e massimamente in alcune teste di vecchi, le quali non potrebbono star meglio.
Fece Giovanni Antonio molte altre cose, le quali andorono in Francia et in diversi paesi, e non accade farne menzione, essendosi ragionato de le principali opere sue. Fu persona che viveva con religione e, di continuo a' fatti suoi badando, non diede mai n noia n impaccio a veruno. Perch egli stanco dell'arte e mal complessionato, n molto desideroso di far troppo, aveva per ascendente la tardit nell'operare. Era scrupolosissimo in ogni cosa, e se avesse voluto lavorare quanto gli sarebbe stato dato, grandissime ricchezze avrebbe lasciato. Perch la maniera sua molto piacque allo universale, faccendo egli arie pietose e devote, secondo l'uso de gli ipocriti. Era gi venuto alla et di LII anni, n poteva sentir ragionare di cavare una pietra che aveva, generata nella vesica, che ne sentiva grandissimo dolore e si veniva meno. Per il che questo male lo strinse s forte che, non potendo pi reggere a tanto intrinseco tormento, rese l'anima a Dio l'anno MDXLIIII.

 III,36.Girolamo da Trevigi Rare volte avviene che coloro che nascono in una patria, et in quella lavorando perseverano, dalla fortuna siano esaltati a quelle felicit che meritano le virt loro, dove cercandone molte, finalmente in una si vien riconosciuto, o tardi o per tempo.
E molte volte nasce che chi tardi perviene a i ristori delle fatiche, per il tossico della morte poco tempo quelli si gode, nel medesimo modo che vedremo nella vita di Girolamo da Trevigi pittore, il quale fu tenuto bonissimo maestro. E quantunque egli non avesse un grandissimo disegno, fu coloritor vago nell'olio e nel fresco, et imitava grandemente gli andari di Raffaello da Urbino.
Lavor in Trevigi sua patria, et in Vinegia ancora fece molte opere, e particularmente la facciata della casa di Andrea Udone in fresco, e dentro nel cortile alcuni fregi di fanciulli et una stanza di sopra. Dimor molto tempo in Bologna, et in quella lavor molte pitture; et in San Petronio nella cappella di Santo Antonio da Padova di marmo, a olio, contrafece tutte le storie della vita sua, nelle quali certamente si conosce giudizio, bont, grazia et una grandissima pulitezza.
Fece una tavola a San Salvatore di una Nostra Donna che saglie i gradi con alcuni santi, cosa veramente la pi debole che di suo si vegga in Bologna. Fece ancora, sopra un portone vicino alla Savena dentro in Bologna, un Crocifisso, la Nostra Donna e San Giovanni, che sono lodatissimi.
Fece in San Domenico di Bologna una tavola a olio di una Madonna et alcuni santi, la quale  la migliore delle cose sue, vicino al coro nel salire all'arca di San Domenico, dentrovi ritratto il padrone che la fece fare.
Similmente color un quadro al conte Giovanni Batista Bentivogli, che aveva un cartone di mano di Baldassarre sanese de la storia de' Magi: cosa che molto bene condusse a perfezzione, ancora che vi fossero pi di cento figure.
Similmente sono in Bologna di man d'esso molte altre pitture, e per le case e per le chiese; et in Galiera una facciata di chiaro e scuro, di sorte che in quella citt aveva fama e credito assaissimo.
And a Trento e dipinse al cardinal vecchio il suo palazzo insieme con altri pittori, di che n'acquist grandissima fama. Ritornato a Bologna attese all'opere da lui cominciate.
Avvenne che per Bologna si diede nome di fare una tavola per lo spedale della Morte, onde a concorrenza furono fatti varii disegni, chi disegnati e chi coloriti.
E parendo a molti essere inanzi, chi per amicizia e chi per merito, di dovere avere tal cosa, rest in dietro Girolamo.
E parendoli che gli fosse fatto ingiuria, di l a poco tempo si part di Bologna, onde la invidia altrui lo pose in quel grado di felicit, ch'egli non pens mai, atteso che, se passava inanzi, tale opra gl'impediva il bene che la buona fortuna gli aveva apparecchiato. Per che, condottosi in Inghilterra, da alcuni amici suoi, che lo favorivano, fu preposto al Re Arrigo; e giuntogli inanzi, non pi per pittore, ma per ingegnere s'accomod a' servigi suoi.
Quivi mostrando alcune prove d'edifici ingegnosi, cavati da altri in Toscana e per Italia, e quel re giudicandoli miracolosi, lo premi con doni continui e gli ordin provisione di quattrocento scudi l'anno. E gli diede comodit ch'e' fabbricasse una abitazione onorata alle spese proprie del re. Per il che Girolamo da una estrema calamit a una grandissima grandezza condotto, viveva lietissimo e contento, ringraziando Idio e la fortuna, che lo aveva fatto arrivare in un paese dove gli uomini erano s propizii alle sue virt.
Ma perch poco doveva durargli questa insolita felicit, advenne che, continuandosi la guerra tra Franzesi e gli Inglesi, e Girolamo provedendo a tutte le imprese de' bastioni e delle fortificazioni per le artiglierie e ripari del campo, un giorno faccendosi la batteria intorno alla citt di Bologna in Piccardia, venne un mezzo cannone con violentissima furia, e da cavallo per mezzo lo divise.
Onde in un medesimo tempo la vita e gli onori del mondo insieme con le grandezze sue rimasero estinte, essendo egli nella et de gli anni suoi XXXXVI, l'anno MDXLIIII. E non ci  mancato di poi chi lo abbia indotto a parlare di se stesso in questa guisa: 6  PICTOR ERAM, NEC ERAM PICTORUM GLORIA PARVA, 7 FORMOSASQUE DOMOS CONDERE DOCTUS ERAM.
8 AERE CAVO, SONITU ATQUE INGENTI EMISSA RVINA, 9 IGNE A SVLPHVREO ME PILA TRANSADIGIT.

 III,37.Polidoro e Maturino E` pur cosa di grandissimo esemplo e di averne timore il vedere la instabilit della fortuna rotare talora di basso in altezza alcuni, che di loro fanno maravigliosi fatti e cose impossibili nelle virt. Perch risguardando noi i principii loro s deboli e tanto lontani da quelle professioni che hanno poi esercitate, e poi vedendo con poco studio e con prestezza le opere loro mettersi in luce e tal che non umane paiono, ma celesti, di grandissimo spavento si riempiono alcuni poveri studiosi, i quali, nelle continue fatiche crepando, a perfezzione rare volte conducono l'opere loro. Ma chi pu mai sperare da la invidiosa fortuna a chi tocchi pure tanta grazia, che col nome e con l'opere sia condotto gi immortale, se, quando pi si speri che i guiderdoni delle fatiche siano remunerati, ella come pentita del bene a te fatto, contra la vita di te congiura e ti d la morte? E non solo si contenta ch'ella sia ordinaria e comune, ma acerbissima e violenta, faccendo nascer casi s terribili e s mostruosi, che la istessa piet se ne fugge, la virt s'ingiuria et i benefici ricevuti in ingratitudine si convertono. Per la qual cosa tanto si pu lodare la pittura d<e> la ventura nella virtuosa vita di Polidoro, quanto dolersi de la fortuna mutata in cattiva remunerazione nella dolorosa morte di quello. E veramente la inclinazione della natura in tale arte per lui avuta fu s propria e divina, che sicuramente si pu dire che e' nascesse cos pittore, come Virgilio nacque poeta e come veggiamo alle volte nascere certi ingegni maravigliosi.
Era Polidoro da Caravaggio di Lombardia venuto a Roma ne' tempi di Leon X e, mentre che le logge si fabbricavano nel palazzo per ordine di Raffaello da Urbino, egli portava lo schifo pien di calce a' maestri che muravano, e fino che fu di XVIII anni fece sempre quello esercizio. Ma cominciando Giovanni da Udine a dipignerle, e murandosi e dipignendosi, la volont e la inclinazione di Polidoro molto volta alla pittura, non rest di far s ch'egli prese dimestichezza con tutti quei giovani che erano valenti, per vedere i tratti et i modi dell'arte, e si mise a disegnar. Ma fra gli altri che furono suoi domestici, s'elesse per compagno Maturino Fiorentino, allora nella cappella del papa, et alle anticaglie tenuto bonissimo disegnatore. E talmente di questa arte invagh, che in pochi mesi f tanta prova del suo ingegno, che ne stupiva ogni persona che lo aveva gi conosciuto in quell'altro stato. Per la qual cosa, seguitandosi le logge, egli s gagliardamente si esercit con quei giovani pittori, che erano pratichi e dotti nella pittura, e s divinamente apprese quella arte, che egli non si part di su quel lavoro senza portarsene la vera gloria del pi bello e pi nobile ingegno, che fra tanti si ritrovasse. Per il che crebbe talmente lo amore di Maturino a Polidoro, e di Polidoro a Maturino, che deliberarono, come fratelli e veri compagni, vivere insieme e morire. E rimescolato le volont, i danari e l'opere, di comune concordia si misero unitamente a lavorare insieme.
E perch erano in Roma pur molti, che di grado, d'opere e di nome i coloriti loro conducevano pi vivaci et allegri, e di favori pi degni e pi sortiti, cominci entrargli nell'animo, avendo Baldasarre Sanese fatto alcune facce di case di chiaro e scuro, d'imitar quello andare et a quelle, gi venute in usanza, attendere da indi innanzi. Per il che ne cominciarono una a Monte Cavallo dirimpetto a San Salvestro in compagnia di Pellegrino da Modena, la quale diede loro animo di poter tentare se quello dovessi essere il loro essercizio; e ne seguitarono dirimpetto alla porta del fianco di San Salvatore del Lauro un'altra; e similmente fecero da la porta del fianco della Minerva una istoria, e di sopra San Rocco a Ripetta un'altra, che  un fregio di mostri marini. E ne dipinsero infinite in questo principio, manco buone dell'altre, per tutta Roma, che non accade qui raccontarle per avere eglino poi in tal cosa operato meglio.
Laonde, inanimiti di ci, cominciarono s a studiare le cose dell'antichit di Roma, ch'eglino contraffacendo le cose di marmo antiche ne' chiari e scuri loro, non rest vaso, statue, pili, storie n cosa intera o rotta, ch'eglino non disegnassero e di quella non si servissero. E tanto con frequentazione e voglia a tal cosa posero il pensiero, che unitamente presero la maniera antica e tanto l'una simile all'altra, che s come gl'animi loro erano d'uno istesso volere, cos le mani ancora esprimevano il medesimo sapere.
E bench Maturino non fosse quanto Polidoro aiutato dalla natura, pot tanto l'osservanzia dello stile nella compagnia, che l'uno e l'altro pareva il medesimo, dove poneva ciascuno la mano, di componimenti, d'aria e di maniera. Fecero su la piazza di Capranica per andare in Colonna, una facciata con le Virt teologiche et un fregio sotto le finestre, con bellissima invenzione, una Roma vestita e per la fede figurata, col calice e con l'ostia in mano, aver prigione tutte le nazioni del mondo, e concorrere tutti i popoli a portarle i tributi, et i Turchi a l'ultima fine distrutti, saettare l'arca di Macometto, conchiudendosi finalmente col detto della Scrittura, che sar uno ovile et un pastore. E nel vero eglino d'invenzione non ebbero pari, di che ne fanno fede tutte le cose loro, cariche di abbigliamenti, veste, calzari, strane bizzarrie, e con infinita maraviglia condotte. Et ancora ne rendono testimonio le cose loro, da tutti i forestieri pittori disegnate s di continuo, che pi utilit hanno essi fatto all'arte della pittura, per la bella maniera che avevano e per la bella facilit, che tutti gli altri da Cimabue in qua insieme non hanno fatto. Laonde si  veduto di continuo, et ancor si vede per Roma, tutti i disegnatori essere pi volti alle cose di Polidoro e di Maturino, che a tutte l'altre pitture moderne. Fecero in Borgo Nuovo una facciata di graffito, e su 'l canto della Pace un'altra di graffito similmente; e poco lontano a questa, nella casa de gli Spinoli per andare in Parione, una facciata, dentrovi le lotte antiche, come si costumavano, et i sacrificii e la morte di Tarpea. Vicino a Torre di Nona verso il ponte Sant'Angelo si vede una facciata piccola con un trionfo per Camillo et un sacrificio antico figurato. Nella via che camina a la imagine di Ponte  una facciata bellissima con la storia di Perillo, quando egli  messo nel toro di bronzo da lui fabbricato. Nella quale si vede la forza di coloro che lo mettono in esso toro, et il terrore di chi aspetta vedere tal morte inusitata. Oltra che vi  a sedere Falari (come io credo) che comanda con imperiosit bellissima che e' si punisca il troppo feroce ingegno che aveva trovato crudelt nuova per ammazzar gli uomini con maggior pena. Et in questa si vede un fregio bellissimo di fanciulli figurati di bronzo, et altre figure. Sopra questa fece poi un'altra facciata di quella casa stessa, dove  la imagine che si dice di Ponte, ove con l'ordine senatorio vestito nell'abito antico romano pi storie da loro figurate si veggono. Et alla piazza della Dogana allato a Santo Eustachio una facciata di essi di battaglie. E dentro in chiesa, a man destra entrando, si conosce una cappellina con le figure dipinte da Polidoro. Fecero ancora sopra Farnese un'altra de' Cepperelli, et una facciata dietro alla Minerva, nella strada che va a' Maddaleni, dentrovi storie romane. E fra l'altre cose belle vi si vede un fregio di fanciulli di bronzo contraffatti che trionfano, condotto con grandissima grazia e somma bellezza. Nella faccia de' Buoni Auguri, vicino alla Minerva, sono alcune storie di Romolo bellissime, ci  quando egli con lo aratro disegna il luogo per la citt, e quando gli avoltoi gli volano sopra, dove, imitando gli abiti, le cere e le persone antiche, pare veramente che gli uomini siano quelli istessi. E nel vero che di tal magisterio nessuno ebbe mai in questa arte n tanto disegno, n pi bella maniera, n s gran pratica o maggior prestezza. E ne resta ogni artefice s maravigliato, ogni volta che quelle vede, ch' forza stupire che la natura abbia in questo secolo potuto aver forza farci per tali uomini vedere i miracoli suoi.
Fecero ancora, sotto Corte Savella, la casa che comper la Signora Gostanza, quando le Sabine son rapite; la quale istoria fa conoscere non meno la sete et il bisogno del rapirle, che la fuga e la miseria delle meschine portate via da diversi soldati, et a cavallo et in diversi modi. E non sono in questa sola simili advertimenti, ma molto pi nelle istorie di Muzio e d'Orazio, e la fuga di Porsena Re di Toscana. Lavorarono nel giardino di quel dal Bufalo, vicino alla fontana di Trievi, storie bellissime del fonte di Parnaso, e vi fecero grottesche e figure piccole colorite.
Similmente nella casa del Baldassino, da Santo Agostino, fecero graffiti e storie, e nel cortile alcune teste d'imperadori sopra le finestre. Lavorarono in Monte Cavallo vicino a Santa Agata una facciata, dentrovi infinite e diverse storie, come quando Tuzia vestale porta da 'l Tevere a 'l tempio l'acqua nel crivello, e quando Claudia tira la nave con la cintura. E cos lo sbaraglio che fa Camillo mentre che Brenno pesa l'oro. E nella altra facciata dopo il cantone, Romolo et il fratello alle poppe della lupa, e la terribilissima pugna di Orazio, che mentre solo fra mille spade difende la bocca del ponte, ha dietro a s molte figure bellissime, che in diverse attitudini, con grandissima sollecitudine, co' picconi tagliano il ponte.
E`vvi ancora Muzio Scevola, che nel cospetto di Porsena abbrucia la sua stessa mano che aveva errato nello uccidere il ministro in cambio del re, dove si conosce il disprezzo del re, il desiderio della vendetta. E dentro in quella casa fecero molti paesi. Lavorarono la facciata di San Pietro in Vincola e le storie di San Pietro in quella con alcuni profeti grandi. E fu tanto nota per tutto la fama di questi maestri, per l'abbondanza del lavoro, che furono cagione le publiche pitture da loro con tanta bellezza lavorate, che meritarono lode grandissima in vita, et infinita et eterna, per la imitazione, l'hanno avuta dopo la morte. Fecero ancora su la piazza, dove  il palazzo de' Medici, dietro a Naona, una faccia coi trionfi di Paulo Emilio, et infinite altre storie romane. Et a San Salvestro di Monte Cavallo, per fra' Mariano, per casa e per il giardino alcune cosette; et in chiesa li dipinsero la sua cappella e due storie colorite di Santa Maria Maddalena, nelle quali sono i macchiati de' paesi fatti con somma grazia e discrezione, ch Polidoro veramente lavor i paesi o macchie d'alberi e sassi meglio d'ogni pittore. Et egli nell'arte  stato cagione di quella facilit, che oggi usano gli artefici nelle cose loro. Fecero ancora molte camere e fregi nelle case di Roma, coi colori a fresco et a tempera lavorati, le quali opere erano da essi esercitate per prova, ch mai a' colori non poterono dare quella bellezza, che di continuo diedero alle cose di chiaro e scuro, o in bronzo o in terretta, come si vede ancora nella casa che era del Cardinale di Volterra da Torre Sanguigna. Nella faccia della quale fecero uno ornamento di chiaro oscuro bellissimo, e dentro alcune figure colorite, le quali sono tanto mal lavorate e condotte, che hanno deviato da 'l primo essere il disegno buono ch'eglino avevano. E ci tanto parve pi strano per esservi appresso un'arme di Papa Leone, di ignudi, di man di Gio<van> Francesco Vetraio, il quale se la morte non avesse tolto di mezzo arebbe fatto cose grandissime. E non isgannati per questo de la folle credenza loro, fecero ancora in Santo Agostino di Roma, allo altare de' Martelli, certi fanciulli coloriti, dove Iacopo Sansovino per fine dell'opera fece una Nostra Donna di marmo; i quali fanciulli non paiono di mano di persone illustri, ma d'idioti che comincino allora quella arte. Per il che nella banda dove la tovaglia cuopre l'altare, fece Polidoro una storietta d'un Cristo morto con le Marie, ch' cosa bellissima, mostrando nel vero essere pi quella la professione loro che i colori. Onde ritornati al solito loro, fecero in Campo Marzio due facciate bellissime: nell'una le storie di Anco Marzio, e nell'altra le feste de' Saturnali celebrate in tal luogo, con tutte le bighe e quadrighe de' cavalli ch'a gli obelischi aggirano intorno, che sono tenute bellissime per essere elleno talmente condotte di disegno e bella maniera, che espressissimamente rappresentano quegli stessi spettacoli per i quali elle sono dipinte. Su 'l canto della Chiavica, per andare a Corte Savella, fecero una facciata la quale  cosa divina, e delle belle che fecero, giudicata bellissima. Perch oltra la istoria delle fanciulle che passano il Tevere, abbasso vicino alla porta  un sagrifizio fatto con industria et arte maravigliosa, per vedersi osservato quivi tutti gli instrumenti e tutti quegli antichi costumi, che a' sagrifizii di quella sorte si solevano osservare. Vicino al Popolo, sotto San Iacopo de gli Incurabili, fecero una facciata con le storie di Alessandro Magno che  tenuta bellissima, nella quale figurarono il Nilo e 'l Tebro di Belvedere antichi. A San Simeone fecero la facciata de' Gaddi, ch' cosa di maraviglia e di stupore nel considerarvi dentro i belli e tanti e varii abiti, la infinit delle celate antiche, de' soccinti, de' calzari e delle barche, ornate con tanta leggiadria e copia d'ogni cosa, che imaginare si possa un sofistico ingegno. Quivi la memoria si carica di una infinit di cose bellissime, e quivi si rappresentano i modi antichi, l'effigie de' savi e le bellissime femmine. Perch vi sono tutte le spezie de' sacrifici antichi, come si costumavano, e da che s'imbarca uno esercito e combatte con variatissima foggia di strumenti e di armi, lavorate con tanta grazia e condotte con tanta pratica, che l'occhio si smarrisce nella copia di tante belle invenzioni. Dirimpetto a questa  un'altra facciata minore, che di bellezza e di copia non potria migliorare, dov' nel fregio la storia di Niobe quando si fa adorare e le genti che portano tributi e vasi e diverse sorti di doni; le quali cose con tanta novit, leggiadria, arte, ingegno e rilievo espresse egli in tutta questa opera, che troppo sarebbe certo narrarne il tutto. Seguit appresso lo sdegno di Latona e la miserabile vendetta ne' figliuoli della superbissima Niobe, e che i sette maschi da Febo e le sette femmine da Diana le sono amazzati, con una infinit di figure di bronzo che non di pittura, ma di metallo paiono. E sopra altre storie lavorate con alcuni vasi d'oro contrafatti con tante bizzarrie dentro, che occhio mortale non potrebbe imaginarsi altro, n pi bello n pi nuovo, con alcuni elmi etrusci da rimaner confuso per la moltiplicazione e copia di s belle e capricciose fantasie, ch'uscivano loro de la mente. Le quali opere sono state imitate da infiniti che lavorano in tali bizzarrie. Fecero ancora il cortile di questa casa, e similmente la loggia, colorita di grotteschine picciole, che sono stimate divine.
Insomma ci che eglino toccarono, con grazia e bellezza infinita assoluto renderono. E s'io dovessi nominare tutte le opere loro, farei un libro intero de' fatti loro, perch non  stanza, palazzo, giardino, n vigna, dove non siano opere di Polidoro e di Maturino.
Ora, mentre che Roma ridendo s'abbelliva de le fatiche loro et essi aspettavano premio de i proprii sudori, l'invidia e la fortuna mandarono a Roma Borbone, l'anno MDXXVII, che quella citt mise a sacco. Laonde fu divisa la compagnia non solo di Polidoro e di Maturino, ma di tante migliaia d'amici e di parenti, ch'a un sol pane tanti anni erano stati in Roma. Perch Maturino si mise in fuga, n molto and che da i disagi patiti per tal sacco, si stima a Roma ch'e' morisse di peste, e fu sepolto in Santo Eustachio. Polidoro verso Napoli prese il suo camino, e quivi capitando, essendo quei gentili uomini poco curiosi de le cose eccellenti di pittura, fu per morirvisi di fame. Onde egli lavorando a opere per alcuni pittori, fece in Santa Maria della Grazia un San Pietro nella maggior cappella; e cos aiut in molte cose que' pittori, pi per campare la vita che per altro. Ma pure essendo predicato le virt sue, fece al conte di *** una volta dipinta a tempera, con alcune facciate, ch' tenuta cosa bellissima. E cos fece il cortile di chiaro e scuro al s<ignor> *** et insieme alcune logge, le quali sono molto piene di ornamento e di bellezza, e ben lavorate.
Fece ancora in Santo Angelo, allato alla pescheria di Napoli, una tavolina a olio, nella quale  una Nostra Donna et alcuni ignudi d'anime cruciate, la quale di disegno, pi che di colorito,  tenuta bellissima. Similmente alcuni quadri, in quella dello altar maggiore, di figure intere sole, nel medesimo modo lavorate.
Avvenne che, stando egli in Napoli, e veggendo poco stimata la sua virt, deliber partire da coloro che pi conto tenevano d'un cavallo che saltasse che di chi facesse con le mani le figure dipinte parer vive. Per il che, montato su le galee, si trasfer a Messina, e quivi trovato pi piet e pi onore, si diede ad operare; e talmente lavorando di continuo prese ne' colori buona e destra pratica. Onde egli vi fece di molte opere, che sono sparse in molti luoghi. Et alla architettura attendendo, diede saggio di s in molte cose ch'e' fece. Appresso nel ritorno di Carlo V da la vittoria di Tunizi, passando egli per Messina, Polidoro gli fece archi triomfali bellissimi, onde n'acquist nome e premio infinito. Laonde egli, che di continuo ardeva di desiderio di rivedere quella Roma, la quale di continuo strugge coloro che stati ci sono molti anni nel provare gli altri paesi, avendo ne l'ultimo fatto una tavola d'un Cristo che porta la croce, lavorata a olio, di bont e di colorito vaghissimo. Nella quale fece un numero di figura che accompagnano Cristo a la morte, soldati, farisei, cavagli, donne, putti et i ladroni innanzi, col tener ferma la intenzione, come poteva essere ordinata una giustizia simile: che ben pareva che la natura si fusse sforzata a far l'ultime pruove sue in questa opera veramente eccellentissima. Dopo la quale cerc egli molte volte svilupparsi di quel paese, ancora ch'egli ben veduto vi fosse; ma la cagione della sua dimora era una donna, da lui molti anni amata, che con sue dolci parole e lusinghe lo riteneva. Ma pure tanto pot in lui la volont di rivedere Roma e gli amici, che lev del banco una buona quantit di danari ch'egli aveva, e risoluto al tutto, deliber partire il giorno seguente.
Aveva Polidoro tenuto molto tempo un garzone di quel paese, il quale portava maggiore amore a danari di Polidoro che a lui, ma per averli cos su 'l banco, non pot mai porvi su le mani e con essi partirsi; per il che caduto in pensiero malvagio e crudele, deliber la notte seguente, mentre che dormiva, con alcuni suoi congiurati amici, dargli la morte e poi partire i danari fra loro. Laonde nel primo sonno che Polidoro dormiva, quegli con una fascia lo strangolarono, e poscia gli diedero alcune ferite, tanto che lo fecero morire. E per mostrare ch'essi non l'avessero fatto, lo portarono su la porta della donna da Polidoro amata, fingendo che o parenti o altri in casa l'avessero ammazzato.
Diede dunque il garzone buona parte de' danari a que' ribaldi, che s brutto eccesso avevano commesso; e quindi li fece partire. La mattina piangendo and a casa un conte, amico del morto maestro, e tuttavia gridava giustizia. Per che molti d si cerc tal cosa, n mai nulla ne venne a luce. Ma pure come Dio volle, avendo la natura e la virt a sdegno d'essere per mano della fortuna percosse, fecero a uno, che interesso non ci aveva, parlare come impossibile era che altri che tal garzone l'avesse assassinato. Per il che il conte gli fece por le mani addosso, et alla tortura messolo, senza che altro martorio gli dessero, confess il delitto, e fu dalla giustizia condannato alle forche, ma prima con tanaglie affocate per la strada tormentato et ultimamente squartato.
Ma non per questo torn la vita a Polidoro, n alla pittura si rese quello ingegno pellegrino e veloce, che per tanti secoli non era pi stato al mondo. Per il che se allora ch'egli mor, avesse potuto morire con lui, sarebbe morta la invenzione, la grazia e la bravura nelle figure dell'arte.
Felicit della natura e della virt nel formare in tal corpo cos nobile spirto; et invidia et odio crudele di cos strana morte nel fato e nella fortuna sua, la quale, se bene gli tolse la vita, non gli torr per alcun tempo il nome.
Furono fatte l'esequie sue solennissime, e con doglia infinita di tutta Messina nella chiesa catedrale datogli sepoltura l'anno MDXXXXIII. Et ebbe appresso questo epitaffio: 14  FACIL STUDIO IN PITTURA, 15 ARTE, INGEGNO, FIEREZZA E POCA SORTE 16 EBBI IN VINCER NATURA 17 STRANA, ORRIBILE INGIUSTA E CRUDA MORTE.
Aggiunse all'arte della pittura Polidoro facilit, copia d'abiti e stranissimi ornamenti e garbi nelle cose d'ogni sorte, e grazia e destrezza in ogni lineamento o pittura; arricchilla d'una universalit d'ogni sorte figure, animali, casamenti, grottesche e paesi, che da lui in qua ogni pittore ha cercato essere in tutte queste parti universale; onde il mondo pi l'onora cos morto, che se si fosse perpetuato vivo eternamente nel mondo.

 III,38.B.da Bagnacavallo Certamente che il fine delle concorrenzie nelle arti, per la ambizione della gloria, si vede il pi delle volte esser lodato. Ma s'egli avviene che da superbia e da presumersi chi concorre meni alcuna volta troppa vampa di s, e' si scorge in ispazio di tempo quella virt che cerca, in fumo e nebbia risolversi; atteso che mal pu crescere in perfezzione chi non conosce il proprio difetto, e chi non teme l'operare altrui. Per meglio si conduce ad augumento la speranza de gli studiosi timidi, che sotto colore d'onesta vita onorano l'opere de' rari maestri, le lodano e con ogni studio quelle imitando, appoco appoco s'avanzano di sapere, e dopo non molto tempo aguagliano i maestri e facilissimamente, se non in ogni cosa, in qualche parte ancora gli trapassano. Non fecero gi cos Bartolomeo da Bagnacavallo, Amico Bolognese, Girolamo da Cotignola et Innocenzio da Imola, i quali maestri e pittori in Bologna quasi in un tempo fiorirono. Perch quella invidia che l'un l'altro si portarono, nutrita pi per superbia che per gloria, li deviava da la via buona; la quale a la eternit conduce coloro che valorosi pi per il nome che per le gare combattono. Perch fu questa cosa cagione che a' buoni principii che avevano, non diedero quello ottimo fine che s'aspettava da loro. Con ci sia che il prosumersi d'essere maestri li fece deviare da 'l primo obietto.
Era Bartolomeo da Bagnacavallo venuto a Roma, ne' tempi di Raffaello, per aggiugnere con l'opere, dove con l'animo gli pareva arrivare di perfezzione. E come giovane, ch'aveva fama in Bologna per l'aspettazzione di lui, fu messo a fare un lavoro nella chiesa della Pace di Roma, nella cappella prima a man destra entrando in chiesa, sopra la cappella di Baldassar Perucci sanese. Ma non gli parendo riuscire quel tanto, che di s aveva promesso, se ne torn a Bologna.
Avvenne in questo tempo che si fece ragunata de' sopradetti in Bologna, et a concorrenza l'un dell'altro, fecero in San Petronio, alla cappella della Nostra Donna, allato alla porta della facciata dinanzi, a man destra entrando in chiesa, ciascuno una storia di Cristo e della Nostra Donna, fra le quali poca differenza di perfezzione si vede l'un da l'altro. Perch Bartolomeo acquist in tal cosa fama di avere la maniera pi dolce e pi sicura, avvenga che ancora nella storia di Maestro Amico vi sia una infinit di cose strane, per aver figurato nella Resurression di Cristo armati, e quelli con attitudini torte e rannicchiate, e dalla lapida del sepolcro, che rovina loro addosso, stiacciati di molti soldati; non dimeno per essere quella di Bartolomeo pi unita, pi fu lodata dagli artefici. Il che fu cagione ch'egli facesse poi compagnia con Biagio Bolognese, persona molto pi pratica nella arte che eccellente; e lavororono in compagnia a San Salvatore a' frati Scopetini, un refettorio, il quale dipinsero parte a fresco parte a secco; dentrovi quando Cristo sazia coi cinque pani e due pesci cinque mila persone. E quivi lavororono ancora nella libreria una facciata, con la disputa di Santo Agostino, nella quale fecero una prospettiva assai ragionevole. Avevano questi maestri, per aver veduto l'opere di Raffaello e praticato con esso, un certo che d'un tutto, che pareva di dovere esser buono; ma nel vero non attesero alle ingegnose particularit dell'arte, come si debbe. E perch in Bologna in quel tempo non erano altri pi perfetti di loro, erano tenuti da que' che governavano e da' popoli di quella citt per li migliori. Sono di mano di Bartolomeo sotto la volta del palagio del Podest alcuni tondi a fresco, et ancora dirimpetto al palazzo de' Fantucci in San Vitale, parrocchia in quella citt, una storia di sua mano. E ne' Servi di Bologna attorno a una tavola d'una Nunziata sono alcuni santi lavorati a fresco da Innocenzio da Imola, che a San Michele in Bosco dipinse a fresco la cappella di Ramazzotto, capo di parte in Romagna, e fece infinite opere da s et in compagnia de i sopradetti per Bologna, finch d'anni LVIII fin la sua vita.
Era Bartolomeo molto invidiato da Amico pittor bolognese, il quale fu sempre un capriccioso e pazzo cervello, come pazze e capricciose le figure di lui per tutta Italia si veggono, e particolarmente in Bologna, dove dimor il pi del tempo. E nel vero, se le fatiche che e' fece et i disegni in tale arte fossero state durate per buona via e non a caso, sarebbe possibile ch'egli avesse passato infiniti che tegnamo rari et esperti. Ma pu tanto la quantit del fare assai, che impossibile  che fra molte alcuna cosa buona non si faccia. Fra l'altre sue cose che di meglio siano in Bologna, fra tanta quantit,  una facciata di chiaro oscuro sulla piazza de' Marsigli, et un'altra alla porta di San Mammolo. Dipinse a San Salvatore un fregio, intorno la cappella maggiore, e per ogni chiesa, strada, spedale, cantone e casa, ogni cosa  di suo, o di terretta o di colori imbrattato, cos a Roma v'ha opere, et a Lucca in San Friano una cappella con strane e bizzarre fantazie.
Dicesi che Maestro Amico come persona astratta da le altre, andava per Italia disegnando et ogni cosa ritraendo, le buone e le cattive, cos di rilievo come dipinte; il che fu cagione che egli divent un praticaccio inventore. E quando poteva avere cosa da servirsene la pigliava volentieri, e perch altri non se ne valesse dopo lui la guastava. Le quali fatiche furono cagione di fargli far quella maniera cos pazza e strana. Laonde venuto gi in vecchiezza di LXX anni, fra l'arte e la stranezza della vita, bestialissimamente impazz. Per il che il Guicciardino allora governator di Bologna ne pigliava grandissimo piacere con tutta quella citt. Ma pure gli pass quello umore et in s ritorn. Dilettosi continuo cicalare, e diceva stranamente di bellissime cose. Vero  che non gli piacque gi mai dir bene di persona alcuna, virtuosa o buona, o per merito o per fortuna. Dicesi che un pittore bolognese, avendo comprato cavoli all'Avemaria in piazza, fu trovato da Amico, che lo tir sotto la loggia del Podest a ragionare con s dolci trappole e strane fantasie, che si condussero fino appresso al giorno. Per il che Amico gli disse che andasse a far cuocere i cavoli, che ora mai la ora passava.
Et a colui per la dolcezza delle chiacchiare non pareva passato troppo il tempo.
Fece infinite burle e pazzie delle quali non accade far menzione, volendo seguitare di Girolamo da Cotignola, il quale fece in Bologna molti quadri e ritratti di naturale, e particularmente la tavola di San Iosep, che gli fu molto lodata. E cos a San Michele in Bosco la tavola a olio alla cappella di San Benedetto, la quale fu cagione che con Biagio Bolognese egli facesse tutte le istorie che sono intorno alla chiesa, parte a fresco imposte et a secco lavorate, nelle quali si vede pratica assai, come nella maniera di Biagio dissi. Dipinse in Rimini in Santa Colomba, a concorrenza di Benedetto da Ferrara dipintore e di Lattanzio, una ancona, e vi fece una Santa Lucia pi tosto lasciva che bella, e nella tribuna grande fece una Coronazione di Nostra Donna co' dodici Apostoli e' quattro Vangelisti con certe teste tanto grosse e contrafatte, che  una vergogna a vederle. Poi se ne torn a Bologna e di quivi and a Roma, dove fece molti ritratti di naturale di pi Signori e d'altre persone, e vedendo egli quello non esser paese dove far potesse, per i migliori pittori di lui, quel profitto nel nome e nel premio, che 'l desiderio e 'l suo bisogno richiedeva, prese partito di trasferirsi a Napoli.
Dove condottosi, trov alcuni amici suoi che lo favorirono, e particularmente M<esser> Tomaso Cambi, mercante fiorentino, delle antiquit de' marmi e delle pitture molto amatore, che lo accomod di stanze e di tutto il bisogno suo. Laonde praticarono ch'egli facesse in Monte Oliveto la tavola de' Magi, che e' dipinse a olio alla cappella di M<esser> Antonello Vescovo di non so che luogo, et ancora in Santo Aniello fece a olio una tavola con la Nostra Donna e San Paulo e San Gio<vanni> Batista, e per tutta quella citt a questo signore et a quello fece infiniti ritratti di naturale e ad altre persone medesimamente. E perch egli con miseria vivendo, cercava di avanzare qualche cosa, sendo gi condotto in vecchiezza, dopo non molto tempo se ne ritorn a Roma. L dove alcuni amici suoi, che intesero come egli aveva avanzato qualche scudo, gli persuasero che per governo della propria vita, dovesse tor moglie. E cos egli, che si credette far bene, tanto si lasci aggirare, che da quei per comodit loro gli fu posta a canto per moglie una puttana che essi tenevano; e sposata che l'ebbe, gliela misero seco nel letto a dormire. Onde scopertasi la cosa, n'ebbe il vecchio tanto dolore, per lo scorno e per la vergogna, che in termine di poche settimane se ne mor di et di anni LXIX.
Restami ora a far memoria di Innocenzio da Imola, il quale stette molti anni a Fiorenza con Mariotto Albertinelli e, ritornato in Imola, vi fece molte opere. Avenne che il Conte Gio<van> Batista Bentivogli, passando da Imola, gli persuase che volesse andare a stare a Bologna; per il che in quella condotto, contrafeceli un quadro di Raffaello da Urbino, gi fatto al Signor Lionello da Carpi, e fece ancora a San Michele in Bosco a' frati di Monte Oliveto fuor di Bologna, il capitolo de' frati lavorato in fresco, dentrovi la Morte di Nostra Donna e la Resurressione di Cristo; la quale opera con grandissima diligenza e pulitezza fu condotta da Innocenzio. Egli vi fece ancora la tavola dello altar maggiore, la parte di sopra della quale  lavorata con buona maniera e fatica e colorito. Ne' Servi di Bologna fece una tavola d'una Annunziata, et ancora in San Salvatore dipinse una tavola d'un Crocifisso; cos molti quadri e tavole et altre pitture in quella citt. Era Innocenzio persona molto modesta e buona, e per la mala pratica che nel conversare usavano quei pittori bolognesi, li fuggiva e solo si restava. E perch egli faceva l'arte con assai fatiche, ridotto d'anni LVI ammal di febbre pestilenziale, la quale lo trov s debile et affaticato, che in pochi giorni se ne mor. Rimase un lavoro grande, che aveva cominciato fuor di Bologna, a finire a Prospero Fontana bolognese, il quale a ottima fine glielo ridusse, avendosi confidato in lui, che ci far dovesse inanzi la morte. Furono le pitture di questi maestri dal MDVI fino al MDXLII.

 III,39.Marco Calavrese Quando il mondo ha un lume in una scienza che sia grande, universalmente ne risplende ogni parte, e dove maggior fiamma e dove minore, secondo i siti e le arie e le nature inclinati, fa parere i miracoli ancora maggiori e minori. E nel vero di continuo certi ingegni in certe provincie sono a certe cose atti, ch'altri non possono essere. N per fatiche, che eglino durino, arrivano per mai a 'l segno di grandissima eccellenza. Ma quando noi veggiamo in qualche provincia nascere un frutto che usato non sia a nascerci, ce ne maravigliamo, tanto pi uno ingegno buono possiamo rallegrarci, quando lo troviamo in un paese dove non nascano uomini di simile professione. Come fu Marco Calavrese pittore, il quale, uscito della sua patria, elesse come ameno e pieno di dolcezza per sua abitazione Napoli, se bene indrizzato aveva il camino per verirsene a Roma et in quella ultimare il fine che si cava dallo studio della pittura. Ma s gli fu dolce il canto della Serena, dilettandosi egli massimamente di sonare di liuto, e s le molli onde del Sebeto lo liquefecero, ch'e' rest prigione col corpo di quel sito fin che rese lo spirito al cielo, et alla terra il mortale. Fece Marco infiniti lavori in olio et in fresco, et in quella patria mostr valere pi di alcuno altro, che tale arte in suo tempo esercitasse. Come ne fece fede ad Aversa, dieci miglia lontano da Napoli, e particularmente nella chiesa di Santo Agostino allo altar maggiore una tavola a olio, con grandissimo ornamento, e diversi quadri con istorie e figure lavorate, nelle quali figur Santo Agostino disputare con gli eretici, e di sopra e dalle bande storie di Cristo e santi in varie attitudini. Nella quale opera si vede una maniera molto continuata e di trarre al buono delle cose della maniera moderna, e bellissimo e pratico colorito in essa si comprende. Questa fu una delle sue tante fatiche, che in quella citt e per diversi luoghi del regno fece.
Visse di continuo allegramente, e bellissimo tempo si diede.
Per che non avendo emulazione, n contrasto de gl'artefici nella pittura, fu da que' signori sempre adorato, e delle cose sue si fece con bonissimi pagamenti sodisfare. Cos pervenuto a gli anni LVI di sua et, d'uno ordinario male fin la sua vita. Lasci suo creato Gio<van> Filippo pittor napolitano, il quale in compagnia di Lionardo suo cognato, fece molte pitture e tuttavia fanno: de i quali per essere vivi et in continuo essercizio, non accade far menzione alcuna. Furono le pitture di Maestro Marco da lui lavorate dal MDVIII fino al MDXLII. E non ci  mancato di poi chi lo abbia celebrato con questo epigramma: 46  VOLTO HANNO IL DOLCE CANTO 47 IN DOGLIA AMARA LE SERENE SNELLE; 48 STA PARTENOPE IN PIANTO 49 CHE VN NVOVO APOLLO E` MORTO ET VN NVOVO APELLE.

 III,40.Morto da Feltro Coloro che sono per natura di cervello capriccioso e fantastico, sempre nuove cose ghiribizzano e cercano investigare, e coi pensieri strani e diversi da gli altri, fanno l'opere loro piene et abondanti di novit; che spesso per il nuovo capriccio da loro trovato sono cagione a gli altri di seguitargli, i quali di qualche novit pi, se possono, cercano di passargli di maniera che sono ammirati e di grandissima lode nell'opre loro per ogni lingua vengono esaltati. Questo si vide nel Morto pittore da Feltro, il quale molto fu astratto nella vita come era nel cervello e nelle novit della maniera nelle grottesche ch'egli faceva, le quali furono cagione di farlo molto stimare. Condussesi il Morto a Roma nella sua giovanezza in quel tempo che il Pinturicchio per Alessandro VI dipinse le camere papali, et in Castel Sant'Angelo molte altre logge e stanze da basso nel torrione e sopra in altre camere. Perch egli, che era maninconica persona, di continuo alle anticaglie studiava, dove spartimenti di volte et ordini di facce alla grottesca vedendo e piacendogli, quelle sempre studi. E s i modi del girar le foglie anticamente prese, che di quella professione a nessuno era al suo tempo secondo. Per il che non rest di vedere sotto terra ci che pot in Roma di grotte antiche et infinitissime volte. Stette a Tivoli molti mesi nella Villa Adriana disegnando tutti i partimenti e grotte, che sono in quella sotto e sopra terra. E sentendo egli che a Pozzuolo, nel Regno, vicino a Napoli X miglia, erano infinite muraglie piene di grottesche, fra di rilievo, di stucchi e dipinte, antiche, tenute tutte bellissime, attese parecchi mesi in quel luogo a cotale studio. N rest che in Campana, strada antica di quel luogo, piena di sepolture antiche, ogni minima cosa non disegnasse; et ancora al Trullo, vicino alla marina, molti di quei tempii e grotte sopra e sotto ritrasse. And a Baia et a Mercato di Sabato, tutti luoghi pieni d'edificii guasti e storiati cercando, e con lunga et amorevole fatica di continuo in quella virt crebbe infinitamente di valore e di sapere. Ritorn a Roma, e quivi lavor molti mesi et attese alle figure, parendoli che di quella professione egli non fosse tale, quale nel magisterio delle grottesche era tenuto. E poi che era venuto in questo desiderio, sentendo i romori che in tale arte avevano Lionardo e Michele Agnolo per li loro cartoni fatti in Fiorenza, subito si mise per andare a Fiorenza; e vedute l'opere, non gli parve poter fare il medesimo miglioramento, che nella prima professione aveva fatto. Laonde egli ritorn a lavorare alle sue grottesche.
Era allora in Fiorenza Andrea di Cosmo pittor fiorentino, giovane diligente, il quale raccolse in casa il Morto, e lo trattenne con molto amorevoli accoglienze. E piaciutoli i modi di tal professione, volto egli ancora l'animo a quello esercizio, e' riusc molto valente, e pi del Morto fu col tempo raro et in Fiorenza molto stimato. Perch'egli fu cagione che il Morto dipignesse a Pier Soderini, allora Gonfalonieri, la camera a quadri di grottesche, le quali bellissime furono tenute; ma oggi, per racconciar le stanze del Duca Cosimo, state ruinate e rifatte. Fece a Maestro Valerio frate de' Servi, un vano d'una spalliera, che fu cosa bellissima; e similmente per Agnolo Doni in una camera molti quadri, di variate e bizzarre grottesche. E perch si dilettava ancora di figure, lavor alcuni tondi di Madonne, tentando se poteva in quelle divenir famoso, come era tenuto. Perch, venutogli a noia lo stare a Fiorenza, si transfer a Vinegia. E con Giorgione da Castelfranco, ch'allora lavorava il Fondaco de' Tedeschi, si mise ad aiutarlo, faccendo gli ornamenti di quella opera. Et in quella citt dimor molti mesi, tirato da i piaceri e da i diletti che per il corpo vi trovava. Poi se ne and nel Friuli a fare opere, n molto vi stette che, faccendo i signori viniziani soldati, egli prese danari; e senza avere molto esercitato quel mestiero, fu fatto capitano di dugento soldati. Era allora lo essercito d'i Viniziani condottosi a Zara di Schiavonia dove, appiccandosi un giorno una grossa scaramuccia, il Morto, desideroso d'acquistar maggior nome in quella professione, che nella pittura non aveva fatto, andando valorosamente innanzi e combattendo in quella baruffa, rimase morto, come nel nome era stato sempre, d'et d'anni XLV. Ma non sar gi mai nella fama morto, perch coloro che l'opere della eternit nelle arti manovali esercitano e di loro lasciano memoria dopo la morte, non possono per alcun tempo gi mai sentire la morte delle fatiche loro, percioch gli scrittori grati fanno fede delle virt di essi. Per molto deverebbono gli artefici nostri spronar se stessi con la frequenza de gli studi, per venire a quel fine che rimanesse ricordo di loro per opere e per scritti, perch, ci facendo, darebbono anima e vita a loro et all'opere ch'essi lasciano dopo la morte. Ritrov il Morto le grottesche pi simili alla maniera antica, ch'alcuno altro pittore, e per questo merita infinite lode, da che per il principio di lui sono oggi ridotte dalle mani di Giovanni da Udine e di altri artefici a tanta bellezza e bont in questo mestiero. Per il che meritamente gli fu fatto questo epitaffio: 47  MORTE HA MORTO NON ME CHE IL MORTO SONO, 48 MA IL CORPO; CHE MORIR FAMA PER MORTE 49 NON PUO`. L'OPERE MIE VIVON PER SCORTE 50 DE' VIVI, A CHI VIVENDO OR LE ABBANDONO.

 IIII,41.Francia Bigio Le fatiche che si patiscono nella vita per levarsi da terra e 'l ripararsi da la povert, soccorrendo non pur s ma i prossimi suoi, fanno che il sudor di tale, di amaro diventa dolcissimo, et el nutrimento di ci talmente pasce l'animo altrui, che la bont del cielo, veggendo alcun volto a buona vita et ottimi costumi e pronto et inclinato a gli studi delle scienzie,  sforzata sopra l'usanza sua essergli nel genio favorevole e benigna. Come fu veramente al Francia pittor fiorentino, il quale da ottima e giusta cagione posto all'arte della pittura, s'esercit in quella, non tanto desideroso di fama, quanto per porgere aiuto nel bisogno a' parenti suoi. Et essendo egli nato di umilissimi artefici e persone basse, cercava svilupparsi da questo, al che fare lo spron molto la concorrenza di Andrea del Sarto allora suo compagno, col quale molto tempo tenne e bottega e la vita del dipignere. La qual vita fu cagione ch'eglino di grande acquisto l'un per l'altro all'arte della pittura fecero.
Impar il Francia nella sua giovanezza, dimorando alcuni mesi con Mariotto Albertinelli, i principii dell'arte.
Et essendo molto inclinato alle cose di prospettiva e quella imparando di continuo per lo diletto di essa, fu in Fiorenza riputato molto valente nella sua giovanezza.
Le prime opere da lui dipinte furono in San Brancazio, chiesa dirimpetto alle case sue, un San Bernardo lavorato in fresco, e nella cappella de' Rucellai in un pilastro una Santa Caterina da Siena lavorata similmente in fresco: le quali diedero saggio delle sue buone qualit, che in tale arte mostr per le sue fatiche. E lo dimostr a San Giobbe dietro a' Servi in Fiorenza, in un cantone della chiesa di detto santo, un tabernacolo lavorato a fresco da lui, nel quale fece la Visitazione della Madonna ad Elisabeth. Nella quale figura si scorge la benignit della Madonna, et in quella vecchia una reverenzia grandissima; e dipinse il San Giobbe povero e lebbroso, et il medesimo ricco e sano.
La quale opera di tal saggio di lui, che pervenne in credito et in fama.
Laonde gli uomini, che di quella chiesa e compagnia erano capitani, gli allogarono la tavola dello altar maggiore, nella quale il Francia si port molto meglio; et in tale opera, in un San Giovanni Batista si ritrasse nel viso; e fece in quella una Nostra Donna e San Giobbe povero.
Edificossi allora in Santo Spirito in Fiorenza la cappella di San Niccola, nella quale di legno col modello di Iacopo Sansovino fu intagliato esso santo tutto tondo, et il Francia due agnoletti, che in mezzo lo mettono, dipinse a olio in duo quadri che furono lodati, et in due tondi fece una Nunziata; e lavor la predella di figure piccole de i miracoli di San Niccola con tanta diligenza, che merita perci molte lodi.
Fece in San Pier Maggiore alla porta a man destra entrando in chiesa, una Nunziata, dove ha fatto lo angelo che ancora vola per aria, et essa ginocchioni, con una graziosissima attitudine, riceve il saluto.
E vi ha tirato un casamento in prospettiva, il quale fu cosa molto lodata et ingegnosa.
E nel vero ancor che 'l Francia avesse la maniera un poco gentile, per essere egli molto faticoso e duro nel suo operare, nientedimeno egli era molto riservato e diligente nelle misure dell'arte nelle figure. Gli fu allogato a dipignere ne i Servi, per concorrenza d'Andrea del Sarto, nel cortile dinanzi alla chiesa, una storia: nella quale fece lo Sposalizio di Nostra Donna, dove apertamente si conosce la grandissima fede che aveva Giuseppo, il quale sposandola non meno mostra nel viso il timore che la allegrezza. Oltra che egli vi fece uno che gli d certe pugna, come si usa ne' tempi nostri per ricordanza delle nozze.
Et in uno ignudo espresse felicemente la ira et il desio, inducendolo a rompere la verga sua che non era fiorita. In compagnia ancora della Nostra Donna fece alcune femmine con bellissime arie et acconciature di teste, de le quali egli si dilett sempre. Et in tutta questa istoria, non fece cosa che non fusse benissimo considerata, come  una femmina con un putto in collo che va in casa, et ha dato de le busse ad un altro putto che postosi a sedere non vuole andare e piagne, e sta con una mano al viso molto graziatamente.
E certamente che in ogni cosa, e grande e piccola, mise in quella istoria molta diligenzia et amore, per lo sprone et animo che aveva di mostrare in tal cosa a gli artefici et a gli altri intendenti, quanto egli le difficult dell'arte sempre avesse in venerazione, e quelle imitando a buon termine riducesse.
Accade che i frati, che per la solennit d'una festa erano molto desiderosi che le storie d'Andrea si scoprissero, volsero quelle del Francia similmente scoprire; per il che videro la notte che il Francia aveva finita la sua dal basamento in fuori, e come temerari e prosontuosi che sono, gliela scopersero, pensando, come ignoranti di tale arte, che il Francia ritoccare o fare altra cosa nelle figure non dovesse. La mattina, scoperta cos quella del Francia come quelle d'Andrea, fu portato la nuova al Francia, che l'opere d'Andrea e la sua erano scoperte: di che ne sent tanto dolore, che ne fu per morire.
E venutagli stizza contra a' frati per la presunzione loro, che cos poco rispetto gli avevano usato, di buon passo caminando pervenne all'opera.
E salito su 'l ponte, che ancora non era disfatto se bene era scoperta la storia, con una martellina da muratori, che era quivi, percosse alcune teste di femmine e guast quella della Madonna, e cos uno ignudo che rompe una mazza, quasi tutto lo scalcin dal muro.
Per il che i frati corsi al rumore, et alcuni secolari gli tennero le mani, ch non la guastasse tutta.
E bench poi col tempo gli volessero dar doppio pagamento, egli per non volle mai, per l'odio che contra di loro aveva concetto, racconciarla. E per la riverenza avuta a tale opera et a lui, gli altri pittori non l'hanno voluta finire.
La quale opera  lavorata in fresco con tanto amore e con tanta diligenza e con s bella freschezza, che si pu dire che 'l Francia in fresco lavorasse meglio che uomo del tempo suo; e meglio con i colori sicuri da 'l ritoccare, in fresco le sue cose unisse et isfumasse. Onde per questa e per l'altre sue opere merita molto d'esser celebrato.
Fece ancora fuor della porta alla Croce di Fiorenza, a Rovezzano, un tabernacolo d'un Crocifisso et altri santi, et a San Giovannino alla porta di San Pier Gattolino un Cenacolo di Apostoli lavor a fresco.
Avvenne che nello andare in Francia Andrea del Sarto pittore, il quale aveva incominciato alla Compagnia dello Scalzo di Fiorenza un cortile di chiaro e scuro, dentrovi le storie di San Giovanni Batista, gli uomini di quella avendo desiderio dar fine a tal cosa presero il Francia, il quale, come imitatore della maniera di Andrea, l'opera cominciata da lui seguitasse. Laonde in quel luogo fece il Francia intorno intorno gli ornamenti a una parte; e condusse a fine due storie di quelle lavorate con diligenza. Le quali sono quando San Giovanni Batista piglia licenzia da 'l padre suo Zaccheria, per andare al deserto; e l'altra lo incontrare che si fecero per viaggio Cristo e San Giovanni con Giuseppo e Maria, ch'ivi stanno a vederli abbracciare. N segu pi inanzi per lo ritorno d'Andrea, il quale continu poi di dar fine al resto dell'opere.
Fece con Ridolfo Ghirlandai uno apparato bellissimo per le nozze del duca Lorenzo, con due prospettive per le comedie che si fecero, lavorate molto con ordine e maestrevole giudicio e grazia; per le quali acquist e nome e favore appresso a quel principe.
La qual servit fu cagione ch'egli ebbe l'opera della volta della sala del Poggio a Caiano a mettersi d'oro, in compagnia d'Andrea di Cosimo; e poi cominci per concorrenza di Andrea del Sarto e di Iacopo da Puntormo una facciata di detta: quando Cicerone da i cittadini romani  portato per gloria sua.
La quale opera aveva fatto cominciare la liberalit di Papa Leone per memoria di Lorenzo suo padre, che tale edifizio aveva fatto fabbricare, e di ornamenti e di storie antiche a suo proposito fatto dipignere.
Le quali dal dottissimo e grandissimo istorico M<esser> Paolo Giovio Vescovo di Nocera, allora primo appresso a Giulio Cardinale de' Medici, erano state date ad Andrea del Sarto et a Iacopo da Puntormo et al Francia Bigio, che il valore e la perfezzione di tale arte in quella mostrassero; et avevano il Magnifico Ottaviano de' Medici che ogni mese dava loro trenta scudi per ciascuno.
Laonde il Francia faticandosi fece nella parte sua, oltra la bellezza della storia, alcuni casamenti misurati molto bene in prospettiva.
Ma questa opera per la morte di Leone rimase imperfetta, e poi fu di commissione del Duca Alessandro de' Medici l'anno MDXXXII ricominciata per mano di Iacopo da Puntormo, il quale la mand tanto per la lunga, che il duca si mor et il lavoro rest a dietro.
Ma per tornare al Francia, egli ardeva tanto di desiderio nella arte, che non era giorno di state, che e' non ritraesse di naturale per istudio uno ignudo in bottega sua.
Fece in Santa Maria Nuova una notomia a requisizione di Maestro Andrea Pasquali medico fiorentino eccellentissimo, il che fu cagione ch'egli miglior molto nell'arte della pittura e la seguit poi sempre con pi amore.
Lavor poi nel convento di Santa Maria Novella sopra la porta della libreria nel mezzo tondo, dove a fresco dipinse San Tommaso che confonde gli eretici con la dottrina, et vvi Sabellio, Arrio et Averrois, la quale opera  molto lavorata con diligenzia e buona maniera.
E fra gli altri particulari vi son due fanciulli, che servono a tenere nell'ornamento un'arme, i quali son molto di bont e di bellissima grazia ripieni, e di maniera vaghissimi lavorati.
Fece ancora un quadro di figure piccole a Giovanni Maria Benintendi, a concorrenza di Iacopo da Puntormo che gliene fece un altro d'una simil grandezza, con la storia de' Magi, e due altri lavorati da Francesco d'Albertino. Fece il Francia nel suo quando David vede Bersab lavarsi in un bagno, dove lavor alcune femmine troppo con leccata e saporita maniera, e tirovvi un casamento in prospettiva, nel quale fa David che d lettere a' corrieri, che le portino in campo perch Uria Eteo sia morto. E sotto una loggia fece in pittura un pasto regio bellissimo, la quale storia alla fama del Francia  stata molto utile e necessaria. Con ci sia che coloro che a ottimo fine caminano, spesso avvien loro che quando giungono a la morte e lasciano delle opere loro la pi bella e la pi lodata, veggono aggiugnersi infinito grado al merito loro. Perch egli gi nelle figure grandi valse assai, ma nelle piccole molto pi. Fece ancora bellissimi ritratti di naturale et universalmente lavor d'ogni cosa e fece altre infinite minuzie, de le quali non accade far menzione. Fu persona molto onesta e di buona natura et a gli amici suoi parzialissimo e servigiale sopra modo. Cerc del continuo dimorare nella pace sua, et a' suoi discepoli fu molto amorevole. Non si cur partire di Fiorenza, come quello che, avendo veduto alcune cose di Raffaello da Urbino in Fiorenza dubitava non perdere, parendogli di non esser tale quale bisognato arebbe che e' fosse stato, volendosi porre a paragone di tali ingegni terribili, ristrignendosi nella modestia sua, nella quale fu sempre involto. Perch, essendo egli gi di et di XLII anni gli venne un male orribile di febbre pestilenziale, con dolori intensi di stomaco, per lo quale in pochi giorni pass da questa a l'altra vita. Dolse la morte sua a molti artefici per la buona grazia e modestia che egli aveva. E non dopo lungo spazio di tempo gli fu fatto questo epitaffio: 35  FRANCIA BIGIO 36 VISSI; E CON ARTE E INGEGNO, 37 STUDIO E VIRTU` PER ME VIVONO ANCORA 38 L'OPRE CH'IO DIEDI A FLORA 39 CANGIANDO IL TERREN BASSO A L'ALTO REGNO.
Lasci discepoli suoi Agnolo suo fratello, il quale si mor giovane, Antonio di Donnino e Visino, che aveva fatto molto buon principio se la morte non lo rapiva. Fu sepulto il Francia con tenere lagrime de' suoi fratelli in San Brancazio di Fiorenza lo anno MDXXIII. Arricch la arte de la prospettiva, tirata veramente da lui con maravigliosa diligenzia, come poi hanno imitato molti e particularmente Aristotile da San Gallo, il quale in tal professione ha preso titolo veramente eccellente.

 III,42.F.Mazzola Veramente che il cielo comparte le sue grazie ne gli ingegni nostri a chi pi a chi meno, secondo che gli piace.
Ma egli  pure un dispetto grande et insopportabile a' begli spiriti, il vedere che uno che sia divenuto raro e maraviglioso e talmente abbia appresa qualche arte, che le cose sue siano reputate divine da gli uomini, allora che egli doverebbe pi esercitarsi, contentando chi brama delle cose sue, per acquistare oltra la roba e gli amici, pregio et onore, disprezzato ogni emolumento, lassati a parte gli amici e nulla curando la fama et il nome, si dispone a non volere operare, n fare, se non s di rado, che appena mai se ne vede il frutto. Il che per il vero troppo pi spesso avviene che non arebbe bisogno il comodo umano, pervenendo il pi delle volte il benignissimo influsso delle doti eccellenti e rare in persone pi spiritate, che spiritose, le quali fuggono lo esercitarsi; n farlo vogliono se non per punti di luna o per capriccio de' cervelli loro, pi tosto bestiali che umani. E certamente non niego che il lavorare a furore non sia il pi perfetto, ma biasimo bene il non lavorar mai. E per Dio che doverrebbono gli artefici saputi, quando vengono loro i pensieri alti e che non vi si pu aggiugnere, cercare di contentarsi di quegli, che il sapere dell'ingegno senza rompere il collo, possedendogli li manifesti nell'opere che fanno. Atteso che infiniti dell'arte nostra, per voler mostrare pi di quel che sanno, smarriscono la prima forma; et alla seconda che cercano arrivare, non aggiungono poi, perch al biasmo pi ch'alla lode si sottopongono, come fece Francesco Parmigiano, del quale appresso porr la vita. Fu costui dotato dalla natura di s graziato e leggiadro spirito, che s'egli di continuo non avesse voluto operare pi di quello ch'e' sapeva, averebbe nel continuo far suo tanto avanzato se stesso, che s come di bella maniera, d'arie, di leggiadria e di grazia pass ognuno, cos averebbe ancora di perfezzione, di fondamento e di bont superato ciascuno. Ma il cervello che aveva a continovi ghiribizzi di strane fantasie lo tirava fuor de l'arte, potendo egli guadagnare quello oro ch'egli stesso arebbe voluto, con quello che la natura nel dipignere e 'l suo genio gli avevano insegnato. E volse con quello, che non pot mai imparare, perdere la spesa et il tempo e farsi danno alla propria vita. E questo fu ch'egli stillando cercava l'archimia dell'oro, e non si accorgeva lo stolto ch'aveva l'archimia del far le figure, le quali con pochi imbratamenti di colori, senza spesa, traggono de le borse altrui le centinaia de gli scudi. Ma egli in questa cosa invanito e perdutovi il cervello, sempre fu povero; e tal cosa gli f perdere tempo grandissimo et odiarlo da infiniti, che pi per il suo danno che per il loro bisogno, di ci si dolevano. E nel vero chi riguarda a i fini delle cose, non debbe mai lasciare il certo per l'incerto, n dove ei pu facilmente acquistar lode, cercare con somma fatica venire in perpetuo biasmo.
Dicono che in Parma Francesco fu nutrito da piccolo da un suo zio, e che crescendo poi sotto la disciplina di Antonio da Correggio pittore, impar benissimo da lui i principii di tale arte. E che perch egli era bellissimo di volto e formato di gentile aria, moveva nella sua giovanezza i suoi gesti con animo timoroso et onestissimo. Per che ebbe continuo in custodia un suo zio vecchio, il quale ne aveva diligentissima cura. Di maniera ch'egli avanzandosi nell'arte et investigando le sottigliezze, si mise un giorno, per fare esperimento e saggio di s, a ritrarsi in uno specchio da barbieri, di que' mezzi tondi. E visto quelle bizzarie che fa la rotondit dello specchio nel girar suo, che i palchi torcono, e le porte e tutti gli edifici stranamente sfuggono, prese per elezzione questa cosa.
Laonde fece fare una palla di legno al tornio, mezza tonda e di grandezza simile allo specchio, e dentro si mise con grande amore a contraffare tutto quello che vedeva nello specchio, e particularmente se stesso; e s simile a se medesimo ritraendosi somigliar si fece, che non si potrebbe stimare n credere. Basti che con tanta felicit e perfezzione gli successe tal cosa, che nel vero non averebbe il medesimo il vivo fatto, che egli fece. Quivi era ogni lustro del vetro et ogni segno di riflessione, d'ombre e di lumi, s propri e veri, ch'aggiugnere non vi si pu per alcuno ingegno. E ne f segno tal cosa manifesto il mandarlo a Clemente VII Pontefice, ch'egli nel vederlo con ogni ingegnoso se ne stup, et ordin di sua bocca ch'egli da Parma venisse a Roma. E di tal cosa in dono ne f degno M<esser> Pietro Aretino, il quale in Arezzo nelle sue case un tempo come reliquia il tenne, e poi lo don a Valerio Vicentino. Venne Francesco da Parma a Roma, e da que' prelati fu onorato molto e fu tanto degno di lode, per alcune cose sue, che colorite aveva recate da Parma, che e' ne fu giudicato di grande spirito et ingegnosissimo. Con ci sia che di somma maraviglia erano i modi dell'opere e de gli andari suoi, vedendosi ancora alcuni quadretti piccoli ch'erano venuti in mano del Cardinale Ippolito de' Medici, e si diceva publicamente in Roma per infinite persone lo spirito di Raffaello esser passato nel corpo di Francesco, nel vederlo nell'arte raro e ne i costumi s grato. Perch fu tanto lo amore che Francesco port alle cose di Raffaello, et il bene ch'egli diceva di lui, che mai non finiva ragionare delle lodi di quello.
Or essendo Francesco in Roma, fece un bellissimo quadro d'una Circuncisione e lo don al papa; e fu tenuto una garbatissima invenzione per tre lumi fantastichi ch'a detta pittura servivano. Percioch le prime figure erano illuminate dalla Vampa del volto di Cristo, le seconde ricevevano lume da certi che portavano i doni al sacrificio per certe scale con torce accese in mano, e l'ultime erano scoperte et illuminate dall'aurora, che mostrava un leggiadrissimo paese, con infinit di casamenti. La qual cosa piacque grandissimamente al papa et a chi le vide, per questo nuovo capriccioso modo di dipignere, e lo premi liberalissimamente. Avvenne ch'egli si mise a operare con gran fervore, e lavor un quadro di una Madonna con un Cristo, con alcuni angioletti et un San Giuseppo, mirabilmente finiti d'arie di teste, di colorito, di grazia e di diligenzia. Nel quale fece a San Giuseppo sopra un braccio ignudo molti peli, come al vivo spesse volte veggiamo. La quale opera rimase appresso Luigi Gaddi, e da' suoi figliuoli e da chi la vede, et in vita di lui e dopo la morte,  stimato pregio grandissimo. Destossi allora un pensiero al signor Lorenzo Cibo, invaghito della maniera sua e venutone partigiano di fargli fare qualche opera; e' gli fece metter mano in una tavola per San Salvatore del Lauro, da mettersi a una cappella vicino alla porta. In questa figur Francesco una Nostra Donna in aria che legge, con un fanciullo fra le gambe. Et in terra con straordinaria e bella attitudine ginocchioni con un pi fece un San Giovanni che, torcendo il torso, accenna Cristo fanciullo, et in terra a giacere in iscorto San Girolamo in penitenza che dorme. La quale opera quasi a fine ridusse di tal perfezzione, che se la fortuna non lo impediva, egli ne sarebbe stato lodatissimo et ampiamente remunerato. Ma venne la ruina del sacco di Roma nel MDXXVII, la quale non solo fu cagione che alle arti per un tempo si diede bando, ma ancora che la vita a molti artefici fosse tolta. E manc poco che Francesco non la perdesse ancor egli, e ci fu che su 'l principio del sacco era egli s in tento alla frenesia del lavorare, che quando i soldati entravano per le case e gi nella sua erano alcuni tedeschi entrati, egli per romore che facessero non si mosse mai dal lavoro. Per il che giunti sopra e vedutolo lavorare, stupiti di quella opera che faceva, lo lasciarono seguitare e, mentre che le crudelt mettevano quella povera citt in perdizione, egli fu da quei tedeschi proveduto e grandemente stimato, senza che gli fosse fatta offesa alcuna. Ben  vero che uno di loro che si dilettava de 'l mestiero, gli fece disegnare un numero infinito di disegni, d'acquerello e di penna, e quegli volse per la sua taglia. Ma nel mutarsi i soldati, fu Francesco vicino a capitar male; con ci sia che, andando egli a cercar de gli amici, volsero alcuni di nuovo farlo prigione, e bisogn che quegli suoi lo liberassero un'altra volta. Per che fu tal cosa cagione che Francesco ritorn a Parma per alcuni mesi, e non stette molto, che se n'and a Bologna a far lavori. Et il primo che vi fece, fu in San Petronio in una cappella un San Rocco di molta grandezza, al quale diede bellissima aria et a parte per parte lo fece veramente molto bene, imaginandoselo alquanto sollevato da 'l dolore che gli dava la peste nella coscia, il che mostra con la testa guardando il cielo in attitudine di ringraziare. Poi fece un quadro con un San Paolo per l'Albio, medico parmigiano, con un paese e molte figure, che fu stimato cosa rarissima. Et un altro ne fece ad un sellaio suo amico, bellissimo fuor di modo, dove era una Madonna dipinta, volta per fianco con bella attitudine, e parecchie altre figure. Dipinse al Conte Georgio Manzuoli un quadro e due tele a guazzo per Maestro Luca da i Leuti, con certe figurette di bellissima maniera.
Aveva Francesco in questo tempo un suo servitore che si chiamava Antonio da Trento, che intagliava; il quale una matina, essendo in letto Francesco, gli tolse la chiave del forzieri e lo aperse e gli fur tutte le stampe di rame e di legno e quanti disegni vi avea, et andossene col diavolo. N mai pi se ne seppe nuova. Riebbe Francesco le stampe, che colui lass appresso un suo amico in Bologna, con animo di riaverle forse col tempo, ma i disegni non mai, per il che rest mezzo disperato. Pur tornato a dipignere, fece un ritratto d'un conte bolognese, di colorito e di vaghezza molto bene lavorato. E poco dopo questo fece un quadro di Nostra Donna in casa M<esser> Dionigi de' Gianni, con un Cristo che tiene una palla di mappamondo, cosa veramente bellissima, E fra l'altre cose che belle vi sono,  una aria di Nostra Donna fatta con grave maniera, e cos il putto che  bellissimo. Oltra che egli sempre ne gli occhi de' putti e nelle arie loro accordava una certa capresteria di vivacit, che fa conoscere gli spiriti acuti e maliziosi, che bene spesso sogliono vedersi nella vivezza de' putti. Abbigli ancora la Nostra Donna d'un certo abito nelle maniche di veli gialletti quasi vergati d'oro, che nel vero hanno una bellissima grazia e fanno parere le carne e formose e delicatissime, oltra che de i capegli da lui lavorati non pu vedersi meglio, n maggior destrezza delle cose da lui dipinte. Fece alle monache di Santa Margherita in Bologna una tavola di Nostra Donna con Santa Margherita, San Petronio, San Girolamo e San Michele, che molto in prezzo  tenuta in Bologna, la quale con gran pratica e bella destrezza  lavorata. E le arie delle sue teste son tante belle, di dolcezza e di lineamenti, che fa stupire ogni persona dell'arte. Sono ancora sparsi per Bologna alcuni altri quadri di Madonne e quadri piccoli, coloriti e bozzati; et ancora un numero di disegni per diversi, come per Girolamo del Lino amico suo, et ancora Girolamo Fagiuoli orefice et intagliatore n'ebbe da lui per intagliare in rame, i quali graziosissimi sono tenuti. Fece a Bonifazio Gozadino il suo ritratto di naturale e quel della moglie, che rimase imperfetto, come molte altre cose sue. Abbozz il quadro d'un'altra Madonna, il quale in Bologna fu venduto a Giorgio Vasari aretino, che in Arezzo nelle sue case nuove e da lui fabricate onoratamente lo serba, con molte altre nobili pitture e sculture e marmi antichi. In questo tempo vennero a Bologna lo Imperatore Carlo quinto e Papa Clemente VII per la incoronazione di Sua Maest, dove Francesco, andando talora a vederlo mangiare, fece senza ritrarlo, l'imagine sua a olio in un quadro grandissimo, et in quello dipinse la Fama che lo coronava di lauro, et un fanciullo che gli porgeva il mondo, figurato per il dominio. Il quale donandolo a Sua Maest n'ebbe premio onorato; e quel ritratto per un grandissimo favore, fu donato al Signor Duca di Mantova, et ancora oggi si truova nella sua guarda robba.
Prese assunto come cervello capriccioso ch'egli era, di fare carte stampate intagliate sul ferro e sul rame con acqua forte, et ancora di chiaro scuro se ne vede di suo in legno molte, come ancora di bulino intagliate per mano del Caralio, dilettandosi egli non meno de 'l disegno, che si facesse del colorito.
Ritornato a Parma vi fece alcune tavole e quadri, poi tolse a fare alla Madonna della Steccata una opera grandissima a fresco, nella quale andavano alcuni rosoni per tramezzi in ornamento, i quali egli si mise a lavorar di rame, e fece in essi grandissime fatiche. E lavorando questa opera fece alcuni profeti e sibille di terretta, e poche cose in essa in colori, nascendo ci dal non contentarsi. In questo tempo si diede all'alchimia, e pensando in breve arricchirne, tentava di congelare il mercurio. Perch tenendo egli di molti fornelli e spese, non poteva riscuotere tanto dell'opera, quanto in tal cosa consumava. La qual pazzia fu cagione ch'egli, lasciato per la dilettazione di tal novella la utilit et il nome dell'arte propria, per la finta e vana in malissimo disordine della vita e dell'animo si condusse.
Fece in questo mezzo a un gentiluomo parmigiano a punti di luna un Cupido che fabbricava uno arco di legno, la qual pittura fu tenuta bellissima, et alla sorella del Cavallier Baiardo dipinse una ancona che fu molto stimata. Et a Casal Maggiore per quei signori fece due bellissime tavole.
Intanto trovavansi quegli uomini, che l'opra della Steccata gli avevano allogato, al tutto disperati, non vedendo n il mezzo n il fine di tal cosa; per il che ordinarono di fargli usar forza dalla corte, acci che la finisse, e gli mossero un piato. Laonde egli non potendo resistere, una notte si part di Parma, e con alcuni suoi amici si fugg a San Secondo; e quivi incognito dimor molti mesi, di continuo alla alchimia attendendo. E perci aveva preso aria di mezzo stolto, e gi la barba et i capegli cresciutigli, aveva pi viso d'uomo salvatico, che di persona gentile come egli era. Avvenne che, appressandosi egli a Parma, non istimando quegli che gli facevano operare, fu preso e messo in prigione, e sforzato promettere di dar fine all'opera. Ma fu tanto lo sdegno che di tal cattura prese, che accorandosi di dolore dopo alcuni mesi si mor d'anni XXXXI. La quale perdita fu di gran danno all'arte, pe la grazia che le sue mani diedero sempre alle pitture che fece. Fu Francesco sepolto in Parma, e molto dolse la morte sua ad alcuni amici suoi, ma senza fine ne increbbe a M<esser> Vicenzio Caccianimici bolognese nobilissimo. Il quale, dilettandosi assai dell'arte della pittura, lavor alcune cose per piacere, come ancora si vede in San Petronio alla cappella loro, la Decollazione di San Gio<vanni> Batista. Non and molto tempo che questo virtuoso gentiluomo gli fece compagnia, morendo nel MDXXXXII. Fece Francesco benefici all'arte di tanta grazia nelle figure sue, che chi quella imitasse, altro che augumento nella maniera non si farebbe.
Fece dono di miglioramento all'arte, facendo intagliar le stampe con l'acqua forte, come di suo moltissime si veggono.
Onde per bel cervello lode se gli convengono infinite, come accenna questo epigramma, che fu fatto per onorarlo: 32  CEDUNT PICTORES TIBI QUOT SUNT QUOTQUE FUERUNT, 33 ET QUOT POST ETIAM SAECULA MULTA FERENT.
34 PRINCIPIUM FACILE EST LAUDUM REPERIRE TUARUM, 35 ILLIS SED FINEM QUIS REPERIRE QUEAT?

 III,43.Palma Pu tanto l'artificio e la bont d'una sola opera, che perfetta si faccia in quella arte che l'uomo esercita, che per minima ch'ella si sia, comunemente sforza i giudicii de gli artefici, a lode singulari di chi l'ha operata. Di maniera che gli scrittori per tali fatiche e per la eccellenza di ci, ancora essi danno con gli scritti eternit al nome di quello artefice, come al presente faremo noi al Palma Veniziano. Il quale, ancora che non fusse eccellente e raro nella perfezzione della pittura, fu s pulito e s diligente e con le fatiche s sommessibile in tale arte, che le cose sue, se non tutte, almeno il pi di quelle, hanno del buono, nel contraffare molto il vivo et il naturale ne gli uomini. Era il Palma molto pi ne' colori unito, sfumato e paziente, che galiardo nel disegno, e quegli maneggi con grazia e pulitezza grandissima, come si vede in Vinegia in casa di molti gentili uomini per quadri e ritratti infiniti, i quali non narro per non fare prolissa la storia, bastando solo far menzione di due tavole e d'una testa che tegnamo divina e maravigliosa. Delle tavole una ne dipinse in Santo Antonio di Vinegia, vicino a Castello, e l'altra in Santa Elena presso al Lio, dove i frati di Monte Oliveto hanno il monasterio loro. La quale opera fu locata allo altar maggiore di detta chiesa, e dentro vi fece la storia de' Magi quando offeriscono a Cristo, con buon numero di figure, fra le quali (come di sopra dissi) ha di molte teste in alcune figure, che son degne di lode. Ma certo che tutte l'opere sue, come che molte siano, non vagliono nulla appresso a una testa, che se ritrasse nella spera con alcune pelli di camello attorno con certi ciuffi di cappegli, la quale quasi ogni anno nella mostra della Ascesa in quella citt si vede. Pot s lo spirito del Palma solo in questa cosa salire tanto alto, che quella fece miracolosissima e fuor di modo bella. E perci merita d'esser celebrato per il pi mirabile di disegno, d'artificio, di colorito e di perfetto sapere, che viniziano che fino al tempo suo abbia lavorato. E nel vero vi si vede dentro un girar d'occhi, che Lionardo da Vinci e Michele Agnolo non avrebbono altrimenti operato. Ma ancora di pi  una somma grazia et una bella gravit in essa, il che fa che tanta lode non si pu dare a tale opera, che per la sua perfezzione pi non ne meriti.
Pertanto  stato cagione, che non solo, ma tutti quegli che tal cosa hanno veduta, l'abbino tenuto maraviglioso nell'arte. E se la sorte avesse voluto che il Palma dopo tale opera si fosse morto, egli solo portava il vanto di aver passato tutti coloro che noi celebriamo per ingegni rari e divini. Laonde la vita che, durando gli fece operare altro, fu cagione che, non mantenendo il principio che aveva preso, venne a diminuire tutto quello che infiniti pensorono che dovesse accrescere, e per tale inganno a dietro rimasti, n molte lode gli diedero, n troppo ancora lo percossero di biasimo. Egli gi fatto frutto delle sue fatiche, con capitali di qualcosa nella et sua di XLVIII anni, si mor in Vinegia.
Fu suo compagno et amico dimestico Lorenzo Lotto pittor veniziano, che dipinse a olio in Ancona la tavola di Santo Agostino e lavor in Vinegia infinite pitture. Ritrasse Andrea de gli Odonia che in Vinegia ha la sua casa molto adornata di pitture e di sculture. Fece ancora nel Carmino di detta citt, alla cappella di San Niccol, una tavola, et in San Gianni e Polo quella di Santo Antonino Arcivescovo di Fiorenza, et infinite altre cose che si veggono per Venezia.
Fu tenuto molto valente nel colorito, leccato e pulito nella giovent, e dilettossi di finire le cose sue.

 III,44.F.Granacci Grandissima  la ventura di quelli artefici che si accostano nel nascere loro ad essere compagni di quegli uomini, che il cielo ha eletti per segnalati e per superiori a gli altri nello operare, perch certamente e' non possono se non acquistarne un guadagno estraordinario nella fama.
Atteso che, se tutti fanno la medesima professione, dal buono bonissimi tratti imparano e, veggendo l'altrui maniere, i modi e le difficult, sono messi per la via senza cercarne. E quando in questo rari non divenissero o valenti, la domestichezza avuta con lo amico eccellente, fa che al mondo per la virt d'altri, diventa il nome celebre et illustre. Perch coloro che non possono praticare con quell'uomo eccellente che tu pratichi, vengono a riverirti per rispetto di lui, il che per tuo merito non farebbono gi mai. E nel vero, tanta forza ha il dependere da persona valorosa, che quasi il medesimo onore riceve da la virt dello amico, che lo amico da l'opera sua. Onde Francesco Granacci pittor molto saputo, merit prima per le fatiche sue nell'arte della pittura onorata lode, poi, nella pratica del divin Michele Agnolo, onori e grado infinito. Perch la stima che, mentre che e' visse, fece di lui il divino Michel Agnolo, e lo aiutarlo, ebber forza di metterlo in fama, oltra il suo nome, a onta della sorte.
Dicesi che il Granaccio nella sua giovanezza impar l'arte con Domenico del Ghirlandaio e con Michel Agnolo fanciullo fu da Lorenzo de' Medici posto nel suo giardino a esercitarsi; et essendo giovane, aiut a finire l'opere della tavola di Santa Maria Novella, da Domenico suo maestro lasciata imperfetta. Egli studi molto al cartone di Michel Agnolo e da lui fu condotto a Roma per l'opera della cappella, dove poi con gli altri scornato se ne torn a Fiorenza. Dipinse a Pier Francesco Borgherini in Fiorenza una storia a olio in una camera, de' fatti di Giuseppo quando serviva a Faraone, nella quale come diligente mostr quanto amore egli portasse alla pittura. Fece in San Pier Maggiore di Fiorenza alla cappella de' Medici una tavola, dentrovi una Assunta di Nostra Donna, la quale d la cintola a San Tommaso. E fra l'altre figure vi sono San Paulo, San Iacopo e San Lorenzo, lavorati con tanta bella grazia e disegno, che questa opera sola basta a far conoscere il valor dell'arte che nel Granaccio era infuso della natura; la quale opera lo fece tenere da tutti gli artefici molto eccellente. Fece ancora nella chiesa di San Gallo una tavola, la quale  oggi in San Iacopo fra' Fossi alla cappella de' Girolami. E perch egli era di patrimonio ereditario comodamente agiato, lavorava con suo grandissimo agio. Fece Michele Agnolo per lo interesso della nipote, che aveva fatta monaca in Santa Apollonia, lo ornamento e 'l disegno della tavola dello altar maggiore; e quivi poi il Granaccio dipinse storiette e figure a olio, le quali molto a quelle monache satisfecero et a' pittori ancora. Oltre a ci fece loro, ad uno altro altare da basso, una tavola con Cristo e la Nostra Donna et un Dio Padre, la quale per un caso di fuoco abbruci insieme co' paramenti di molto valore. E certamente ne fu gran danno, per esser cosa molto lodata da' nostri artefici. Alle monache di San Giorgio fece la tavola dello altar maggiore, e per le case de' cittadini una infinit di opere, che non accade che io le racconti.
Lavor pi tosto per gentilezza che per bisogno, essendo persona che si contentava conservare il suo, senza esser cupido di quello d'altrui. E perch e' si dette pochi pensieri, visse fino in LXVII anni, et in quegli con una malattia ordinaria di febbre, fin il corso della sua vita, e nella chiesa di Santo Ambruogio di Firenze, fu sepellito il giorno di Santo Andrea Apostolo, del MDXLIIII. Et ha avuto questo epitaffio: 44  ONORATA PER ME L'ARTE FV MOLTO 45 ET IO PER LEI CON FAMA SEMPRE VIVO, 46 CHE SE BEN DEL MIO CORPO RESTAI PRIVO 47 LA LODE ET IL NOME NON FIA MAI SEPOLTO.

 III,45.Baccio d'Agnolo Sommo piacere mi piglio alle volte nel vedere i principii degli artefici nostri che pervengano di basso in alto, e specialmente nell'architettura, la scienza della quale non  stata esercitata da parecchi anni a dietro, se non da intagliatori o da persone sofistiche, le quali aspirano a le cose della prospettiva, e non pu nientedimanco perfettamente esser fatta, se non da quegli che hanno giudizio sano e disegno buono, che o in pitture o in sculture o in cose di legname abbino grandemente operato.
Con ci sia che in essa si misurano i corpi delle figure loro, che sono le colonne, le cornici, i basamenti e tutti gli ordini di essa, i quali a ornamento delle figure son fatti, e non per altra cagione. E per questo i legnaiuoli di continuo maneggiandogli, diventano fra qualche tempo architetti. Gli scultori per lo situare le statue loro, e per fare ornamenti a sepolture et altre cose tonde, non possono fare di meno. Et il pittore per le prospettive e pei casamenti da esso tirati, non pu fare che le piante de gli edifici non faccia; atteso che non si pongono case, n scale ne' piani dove le figure posano, che per la prima cosa l'architettura e l'ordine non si tiri. Per Baccio d'Agnolo, che di continuo pratic con Andrea Sansovino, se bene a gli intagli attendeva et in quegli era pi che valente, come per tutta Fiorenza ne dimostrano le opere sue, nondimeno attese sempre alla prospettiva et alla architettura. Et a ci lo spron molto, che il verno nella bottega sua si facevano raunate d'artefici et i capi di quelle erano Raffaello da Urbino giovane, Andrea Sansovino et infiniti giovani artefici che gli seguitavano, dove difficult grandissime si proponevano e bellissimi dubbi si vedevano del continuo risolvere da gli eccellentissimi intelletti loro, ch'erano e sottili et ingegnosissimi.
Laonde Baccio cominci a fare di s esperimento, e di maniera si port in Fiorenza e talmente in credito venne di tutta quella citt, che le pi magnifiche fabbriche che in suo tempo s'allogassero, furono allogate allui, che ne divenisse capo; per il che prese pratica con Pier Soderini allora Gonfaloniere et ordin la sala grande del Consiglio, e lavor di legname l'ornamento della tavola grande che bozz fra' Bartolomeo, disegnato da Filippino. Fece la scala che va in detta sala, con ornamento di pietra molto bello, et ancora fece fare le porte di marmo che sono su la sala seconda, dove  la tavola di Filippino. Fece su la piazza di Santa Trinita il palazzo a Giovanni Bartolinia, il quale  dentro molto adornato e di palchi e d'ornamenti; e cos al suo giardino in Gualfonda, molti disegni gli diede. A Lanfredino Lanfredini fece fabbricare lungo Arno la casa, fra il ponte a Santa Trinita e 'l ponte alla Carraia. E su la piazza de' Mozzi cominci, ma non fin, la casa de' Nasi, che risponde sul renaio d'Arno. Fece ancora la casa a Taddeo Taddei, che fu tenuta comodissima e bella. Diede a Pier Francesco Borgherini i disegni della casa in borgo Santo Apostolo, et in quella con grande spesa fece condurre ornamenti di porte e di camini, e particularmente ordin l'ornamento di essa camera, il quale tutto di noce, intagliato con somma bellezza, a bonissimo termine condusse.
Fece il modello della chiesa di San Giuseppo da Santo Nofri, et in quello fece fabbricare la porta, ultima sua opera.
Fece poi condurre di fabbrica il campanile di Santo Spirito di Fiorenza, e similmente quello di San Miniato in Monte, il quale, bench fusse per l'assedio di Fiorenza l'anno MDXXIX inimicissimamente dalla artiglieria del campo battuto, non per fu mai rovinato. Per il che non minor fama acquist per la offesa che faceva a' nemici, che per la bont e per la bellezza con che Baccio lo aveva fatto lavorare e condurre.
Avvenne ch'egli per le sue buone qualit e per la piacevole domestichezza che aveva coi cittadini, fu posto nell'opera di Santa Maria del Fiore alla cura per architetto; dove diede i disegni di fare il ballatoio che ricigne intorno alla cupola, il quale Pippo di Ser Brunellesco, sopraggiunto dalla morte, aveva lasciato a dietro. E bench'egli avesse fatto i disegni di tal cosa, per la poca diligenza de' ministri dell'opera, erano in mala parte andati e perduti.
Per il che Baccio, fatto sopra suoi disegni modello, mise in opera tutta la banda verso il canto de' Bischeri. Ma Michele Agnolo Buonaroti, nel suo ritorno da Roma, veggendo tal cosa farsi e tagliare le morse che fuora aveva lasciate Filippo Brunellesco, fece tanto romore, che si ferm tal fabbrica.
Per il che Michele Agnolo fece modello, e con gran dispute d'artefici e di cittadini, che erano intorno al Cardinale Giulio de' Medici tanto fecero, che n l'uno n l'altro si mise in opera. Fu biasmato questo disegno di Baccio in molte parti, non che di misura in quel grado non stesse bene, ma che troppo diminuiva, a comparazione di cotanta macchina, onde per le inimicizie suscitate, non se li diede fine.
Attese poi Baccio a fare i pavimenti di Santa Maria del Fiore et altre sue fabbriche, le quali non erano poche, tenendo egli cura particulare di qualsivoglia monasterio e case di cittadino dentro e fuori della citt, et ordinandovi quello che accadeva, per essere molto amato universalmente.
Ne l'ultimo, vicino allo anno LXXXIII della vita, dove ancora aveva il giudizio saldo e buono, se ne and a quella altra vita nel MDXLIII, lasciando Giuliano, Filippo e Domenico suoi figliuoli, da' quali fu sepelito con molte lagrime nella chiesa di San Lorenzo. E guadagnossi questo epitaffio: 32  FVI TANTO ALLE OPRE INTENTO 33 DISEGNANDO, MVRANDO, ALZANDO L'ARTE, 34 CHE PER ME VIDE FLORA IN OGNI PARTE 35 COMODITA`, BELLEZZA ET ONORAMENTO.
Fu Baccio molto amatore de' parenti suoi, et a tutti fece bene universalmente, et i suoi figliuoli ne' costumi e nelle opere lo vanno imitando gagliardamente.

 III,46.Valerio Vicentino Da che gli egregii Greci ne gli intagli di pietre orientali furono cos divini, e ne' cammei s perfettamente lavorarono, mi parebbe far torto et ingiuria grandissima s'io non facessi conto di quegli che s maravigliosi ingegni hanno imitato. Con ci sia cosa che per et che stata sia, ne' moderni non s' visto (dicono) ancora nessuno, che abbia passato gli antichi di finezza e di disegno, come in questa presente veramente felice et, carica et in tutto piena delle maraviglie del cielo, ne' miracoli che gli uomini fanno, umanamente operando nel mondo, s' veduto, e specialmente ne' cristalli, di Giovanni da Castel Bolognese, fatti per Ipolito Cardinale de' Medici, il Tizio, il Ganimede e le altre paci, et infinite pietre lavorate in cavo, appresso Giovanni Reverendissimo Cardinale de' Salviati. Similmente s' veduto nelle nette e pulite opere di Valerio Vicentino, di cui tanta moltitudine se ne vede a lui uscita di mano, che maraviglia  stato, come egli abbia potuto con tanto sottil magisterio, s maravigliose opere conseguire. E pure a Papa Paulo III diede paci bellissime et una croce divina, e similmente coni d'acciaio da improntar medaglie, con le impronte delle teste e de' rovesci antichi, talmente di similitudine lavorati, che non si pu di bellezza far meglio, n di bont pi desiderare. Infinito numero delle cose di costoro si trova appresso il Reverendissimo Cardinal Farnese, il quale cos Giovanni come Valerio ha fatto lavorare. Questo ultimo ha nella arte sua con tanta pratica lavorato, che nell'et sua di LXXVIII anni ha fatto con l'occhio e con le mani miracoli stupendissimi.
Ha insegnato l'arte a una sua figliuola, che lavora benissimo, anzi dottamente. Era tanto vago di continuo procacciare per dilettazione antiquit di marmi, impronte di gessi antichi e cose moderne, che spendeva ogni prezzo per essere sempre carico, di ritorno, con prede di tali esercizii. Similmente non restava da' maestri, che fossero buoni avere disegni e quelli con venerazione tenere. Perch la casa sua in Vicenza di tante cose  piena e di tante varie cose adorna, che lo stupore esce di s a vedere l'amore che Valerio a tale arte portava. E nel vero si conosce che, quando uno porta amore alla virt, operando in quella continuo fino a la fossa, conseguisce opere virtuose e lascia dopo la morte di lui odore in infinito. Acquist Valerio premii dell'opere sue grandissimi, ebbe beneficii et ufici da que' principi ch'e' serv, onde potranno quei che restano di lui, merc d'esso, mantenere onorato grado. E non potendo egli pi, per li fastidi che porta seco la vecchiezza, attendere all'arte, n vivere, rese l'anima a Dio l'anno MDXLVI. E riportonne questa memoria: 48  SI SPECTAS A ME DIVINE PLURIMA SCVLPTA, 49 ME CERTE ANTIQUIS AEQUIPARARE POTES.
Lasci dopo s molti lodati artefici vivi, i quali l'hanno di gran lunga avanzato, come si vede nell'opere di Luigi Anichini ferrarese, il quale di sottigliezza d'intaglio e di acutezza di fine ha le sue cose fatto apparire mirabili. Ma molto pi ha l'uno e l'altro passato di disegno, di grazia e di bont, per essere universale Alessandro Cesati cognominato il Greco, il quale ne' cammei e nelle ruote ha fatto intagli di cavo e di rilievo con somma grazia e divinit, e ne' coni d'acciaio, lavorati in cavo e coi bulini, ha condotto le minutezze di tale arte con tanta estrema diligenza, che il valor d'esso non pu meno di lode accompagnarsi, ch'egli di grazia e di gentilezza accompagnato si sia. E chi vuole finire di stupire ne' miracoli suoi, miri una medaglia fatta a Papa Paulo III, la quale di bont e di similitudine  perfettissima, come ancora il maraviglioso rovescio di quella vedr condotto. La quale da Michele Agnolo, presente me, veduta, fu detto essere venuto l'ora della morte nell'arte, non pensando poter veder meglio. Ha seguito nel contrafar delle medaglie di prontezza infinitamente Leone Aretino, orefice et intagliator celebrato, il quale, nel continuar l'arte, se gli anni della vita arrivano al corso dove debbono arrivare, far vedere di s miracolose et onorate opere, s come delle belle e lodate abbiamo fino al presente vedute. E similmente tali ingegni ha seguiti e segue negli intagli Filippo Negrollo milanese, intagliatore di cesello in arme di ferro con fogliami e figure, e Gasparo e Girolamo Misuroni intagliatori, et Jacopo da Trezzo, i quali in Milano lor patria hanno fatto opere lodevoli e degne di lor; come ancora mostra nelle medaglie Pietro Paulo Galeotti romano appresso il Duca Cosimo in Fiorenza, oltre i coni delle medaglie nell'opere della tausia, imitando gli andari di Maestro Salvesto, che di tal professione in Roma fece cose divine; Enea ancora Parmigiano, intagliatore di stampe di rame che oggi lavora felicemente, et Ieronimo de' Fagiuoli bolognese, intagliatore pur di stampe di rame e bonissimo maestro di cesello.

 III,47.A.da San Gallo Quanto buona opera fa la natura, fra le infinite buone che ella ne fa, quando ella manda uomini al mondo, che universalmente siano nelle fabbriche di alto ingegno e che quelle rendino sicure di fortezza e murate con diligenza, le quali d'ogni tempo a chi nasce faccino vero testimonio de la generosit de' principi magnanimi, con lo abbellire, onorare e nobilitare i siti, dove elle sono? Con ci sia cosa che gli scritti, quando si fatte cose adducono per testimonio, sono pi carichi di verit e di maggiore ornamento pieni.
Inoltre elle ci difendono da la furia de gli inimici, danno conforto all'occhio nel vederle, essendo di somma bellezza ornate, e ci fanno infinite comodit, consumandosi dentro a quelle, se non pi, la metade almeno della vita nostra. Sono ancora necessarie per le povere genti, le quali, in quelle lavorando, si guadagnano il viver loro, senza che gli squadratori, gli scarpellini, i muratori et i legnaiuoli operando sotto nome d'un solo, fanno che si d fama a infiniti. Laonde, concorrendo gli artefici per gara della professione, diventano rari ne gli esercizii e tali eterni per fama, che, come un lucentissimo sole posto sopra la terra, circondano il mondo ornatissimo e pieno di bellezza.
Perch la gran madre nostra, del seme de' suoi genitori con l'opere di loro stessi, fanno diventare di rustica, pulita, e di rozza, leggiadra e colta, e con le virt di lei medesima infinitamente crescere de grado. Laonde il cielo, che gli intelletti forma nel nascere, veggendo quegli s belle fabbriche cavarsi della fantasia, gioisce nel vedere esprimere i concetti delle menti divine et i grandissimi intelletti de gli uomini. E nel vero, quando tali ingegni vengono al mondo, e tali e tanti benefici gli fanno, ha grandissimo torto la crudelt della morte a impedirli il corso della vita. Ancora che non potr ella per gi mai con ogni sua invidia troncare la gloria e la fama di quegli eccellenti, consecrati alla eternit; la onorata memoria de' quali (merc degli scrittori) si andr continuamente perpetuando di lingua in lingua, a dispetto della morte e del tempo; come le stesse fabbriche e scritti del chiarissimo Antonio da San Gallo. Il quale nella architettura fu tanto illustre e mirabile et in ogni sua opera considerato s, che per le sue fatiche merita non minor fama di qualsivoglia architetto antico o moderno, considerando quanto di valore e di grandissimo animo fosse.
Era costui nel discorrere le cose eloquente e saputo, nel risolverle savissimo e presto, et in esequirle molto sollecito. N mai fu architetto moderno, che tanti uomini tenesse in opra, n che pi risolutamente in esercizio gli facesse operare. Aveva tanta pratica per la moltitudine dell'opere infinite che aveva fatte, et era il giudicio di esso tanto sano e maraviglioso nel conoscere le cose ben misurate, che e' pareva certo impossibile che ingegno umano sapesse tanto. Tenne continuo gli occhi nelle cose che fece, che non uscissero fuor de' termini e misure di Vitruvio, e continuamente infin che mor studi quello, e veramente lo mostr d'intendere nella maravigliosa fabbrica e nel modello di San Pietro, come a suo luogo diremo.
Fu figliuolo Antonio di Bartolomeo Picconi di Mugello bottaio, il quale, nella sua fanciullezza imparando l'arte del legnaiuolo, si part di Fiorenza, sentendo che Giuliano da San Gallo suo zio era in faccende a Roma insieme con Anton suo fratello. Per il che da bonissimo animo, volto a le faccende dell'arte dell'architettura, seguitando quegli, prometteva di s que' fini che nella et matura cumulatamente veggiamo per tutta l'Italia, in tante cose fatte da lui. Avvenne che Giuliano, per lo impedimento che ebbe di quel suo male di pietra, fu sforzato ritornare a Fiorenza, et Antonio venuto in cognizione di Bramante da Casteldurante architetto, cominci per esso, che era vecchio e dal parletico impedito le mani, non poteva come prima operare, a porgergli aiuto ne' disegni che si facevano; dove Antonio tanto nettamente e con pulitezza conduceva, che Bramante trovandogli di parit misuratamente corrispondenti, fu sforzato lasciargli la cura d'infinite fatiche che egli aveva a condurre, dandogli Bramante l'ordine che voleva, e tutte le invenzioni e componimenti che per ogni opra s'avevano a fare. Nelle quali con tanto giudizio e spedizione e diligenza si trov servito da Antonio, che l'anno MDXII Bramante gli diede la cura del corridore ch'andava a' fossi di Castel Santo Agnolo, della quale opera cominci avere una provisione di X scudi il mese. Avvenne che segu la morte di Giulio II, onde l'opra rimase imperfetta. Ma lo aversi acquistato Antonio gi nome di persona ingegnosa nella architettura, e che nelle cose delle muraglie avesse bonissima maniera, fu cagione che Alessandro primo Cardinal Farnese, ora Papa Paulo III, venne in capriccio di far restaurare il suo palazzo vecchio, ch'egli in Campo di Fiore con la sua famiglia abitava.
Della quale opera Antonio, che desiderava venire in grado, fece pi disegni in variate maniere disegnati, fra i quali ve n'era uno accomodato, con due appartamenti, e fu quello che a Sua S<antit> Reverendissima piacque, avendo egli il Signor Pier Luigi e 'l Signor Ranuccio suoi figliuoli, i quali amando pens dovergli lasciare di tal fabbrica accommodati. E dato a tale opera principio, ordinatamente ogni anno si fabbricava un tanto.
Venne in questo tempo, ch'al Macello de' Corbi a Roma, vicino alla Colonna Traiana, si fabbric una chiesa col titolo di Santa Maria da Loretto, la quale da gli ordini di Antonio fu ridotta finita di perfezzione con ornamento bellissimo. Per che, crescendogli quel nome, per lo quale infiniti cercano far fare le cose loro a quegli che di bellezza e di perfezzione le conducono, si dest l'animo a M<esser> Marchionne Baldassini e, vicino a Santo Agostino, fece condurre col modello e reggimento di Antonio un palazzo, il quale  in tal modo ordinato, che per piccolo che egli sia,  tenuto per quello ch'egli  il pi comodo et il primo allogiamento di Roma, nel quale le scale, il cortile, le logge, le porte et i camini con somma felicit e grazia sono lavorati. Di che rimanendo M<esser> Marchionne sodisfattissimo, deliber, poi inanimito, che Perino del Vaga pittor fiorentino vi facesse una sala di colorito e storie et altre figure, i quali ornamenti gli hanno recato grazia e bellezza infinita. Accanto a Torre di Nona ordin e fin la casa de' Centelli, la quale  piccola, ma molto comoda. E non pass molto tempo che and a Gradoli, luogo su lo stato del Reverendissimo Cardinal Farnese, e vi fece fabbricare per quello un bellissimo et utile palazzo. Nella quale andata fece grandissima utilit nel restaurare la rocca di Capo di Monte, con ricinto di mura basse e ben foggiate; e fece allora il disegno della fortezza di Capraruola. Trovandosi Monsignor Reverendissimo Farnese con tanta sodisfazione servito in tante opere di Antonio, fu costretto a volergli bene, e di continuo gli accrebbe amore, e sempre che pot farlo, gli fece favore in ogni sua impresa.
Avvenne che il Cardinale Alborense, per lasciar memoria di s nella chiesa della sua nazione, fece fabbricare da Antonio, e condurre a fine, in San Iacopo de gli Spagnuoli una cappella di marmi et una sepoltura per esso; la quale cappella fra' vani di pilastri fu da Pellegrino da Modona tutta dipinta, e su lo altare da Iacopo del Sansovino fatto un San Iacopo di marmo bellissimo; la quale opera di architettura  certamente tenuta lodatissima. Avvenne che M<esser> Bartolomeo Ferratino, per comodit di s e beneficio de gli amici, et ancora per lasciare memoria onorata e perpetua, fece fabbricare da Antonio su la piazza d'Amelia un palazzo, il quale  cosa onorevolissima e bella, dove Antonio acquist fama et utile non mediocre.
Era in questo tempo in Roma Antonio di Monte, Cardinale di Santa Prassedia, il quale per le buone qualit sue, avendo animo a far qualche memoria in vita al palazzo dove abitava e che risponde in Agone, dove  la statua di Maestro Pasquino, volse nel mezzo che risponde nella piazza, far fabbricare una torre, la quale, con bellissimo componimento di pilastri e finestre dal primo ordine fino al terzo, con grazia e con disegno gli fu da Antonio ordinata e finita, e per Francesco dell'Indaco lavorata di terretta a figure e storie da la banda di dentro e di fuora.
Aveva contratta seco talmente amicizia il Reverendissimo Cardinale d'Arimino che, mosso da gloria, per lasciare di s a' posteri ricordo in Tolentino nella Marca fece per ordine di Antonio fabbricare un palazzo. Onde oltra lo esser Messer Antonio premiato, gli ebbe il cardinale di continuo obligazione. Mentre che queste cose giravano e la fama d'Antonio crescendo si spargeva, avvenne che la vecchiezza di Bramante, et alcuni suoi impedimenti, lo fecero cittadino dell'altro mondo. Per il che per Papa Leone subito furono constituiti tre architetti sopra la fabbrica di San Pietro: Raffaello da Urbino, Giulian da San Gallo zio d'Antonio, e fra' Giocondo.
E non and molto che fra' Giocondo si part di Roma, e Giuliano, essendo vecchio, ebbe licenza di potere ritornare a Fiorenza.
Laonde Antonio, avendo servit col Reverendissimo Farnese, strettissimamente lo preg che volesse supplicare a Papa Leone che il luogo di Giuliano suo zio gli concedesse.
La qual cosa fu facilissima a ottenere prima per le virt di Antonio, ch'erano degne di quel luogo, poi per lo interesso della benivolenza fra il papa e 'l Reverendissimo Farnese.
Cos in compagnia di Raffaello da Urbino si continu quella fabbrica assai freddamente.
Avvenne che il papa and a Civita Vecchia per fortificarla, et in compagnia di esso erano perci venuti infiniti signori, fra gli altri Giovan Paulo Baglioni e 'l Signor Vitello, similmente, di persone ingegnose, v'erano Pietro Navarra et Antonio Marchisi architetto, il quale per commissione del papa era venuto da Napoli.
E ragionandosi di fortificare Civita Vecchia, infinite e varie circa ci furono le opinioni; e chi un disegno e chi un altro facendo, Antonio, fra tanti, ne spieg loro uno, il quale fu confermato dal papa e da quei signori et architetti, che di fortezza, di guardie e di bellezza fosse di tutti il meglio inteso et il pi facile.
Per il che ne acquist gran credito appresso la corte.
Nacque in questo tempo un disordine di paura nel palazzo Apostolico, per avere Raffaello da Urbino nel far le logge papali compiaciuto a tanti nel fare le stanze di sopra al fondamento, che vi erano restati molti vani con assai grave danno del tutto, per il peso che in su quelli si aveva a reggere, e di gi lo edificio minava a terra, per il grandissimo peso che avea sopra. Per il che tutta la corte a furia sgomberando, si dubitava che tal cosa fra breve spazio non ne facesse infiniti capitar male. E certamente lo arebbe fatto, se la virt di Antonio con puntegli e travate, riempiendo di dentro quelle stanzerelle e rifondando per tutto, non le avesse ridotte ferme e saldissime, come elle furono mai da principio, il che gli accrebbe nome grandissimo.
Aveva la nazion fiorentina in Roma dato ordine, e cominciato in strada Giulia dietro a' Banchi la chiesa loro, la quale per mano di Iacopo Sansovino fu disegnata. Ma perch nel porla si mise troppo dentro nel fiume, furono sforzati fare una spesa di dodici mila scudi in un fondamento in acqua per quella. Il quale fu poi da Antonio con bellissimo ingegno e con fortezza condotto. La quale via, non potendo esser trovata da Iacopo, si trov per Antonio, e fu murata sopra acqua parecchi braccia. Et oltre questo ne fece modello, che certo  cosa rara, superba et onorata, se ci conducevano a fine. Si part il papa una state di Roma et and a Monte Fiasconi, et in quel luogo ordin che Antonio, il quale aveva condotto seco, restaurasse quella rocca, gi anticamente edificata da papa Urbano. Et inanzi che si partisse, nell'Isola Visentina nel lago di Bolsena, fece fare due tempietti piccioli, uno de i quali era condotto di fuori a otto facce e dentro tondo, fabbricato con leggiadro ordine, e l'altro era di fuora quadro e dentro in otto facce, e nelle facce de' cantoni erano quattro nicchie, una per ciascuno, i quali fecero testimonio di quanto egli sapesse usare la variet ne' termini delle architetture. E cos, mentre che questi tempii si fabbricavano, egli torn in Roma, e diede principio sul canto di Santa Lucia, dove al presente  la nuova Zecca, al palazzo del Vescovo di Cervia, il quale non si fin. Fece ancora quello del Signore Ottavio de' Cesis, cosa onoratissima. Vicino a Corte Savella fece la chiesa di Santa Maria di Mon<s>errato, la quale  tenuta bellissima. E similmente fece la casa d'un Marrano, posta dietro il palazzo di Cib, vicino alle case de' Massimi dall'Orso, cosa non molto grande.
Successe in questo tempo la morte di Leone X, la quale diede la morte a tutte le buone arti et a tutte le virt, essendosi nel tempo di Giulio e suo, ridotte a perfezzione tutte le architetture, le sculture e le buone pitture, e ritrovati gli stucchi, et ogni difficilissima cosa venuta in bella maniera et in buona facilit con le altre scienze ancora, le quali tutte furono assassinate per la creazione di Papa Adriano VI. E talmente queste virt furono battute, che se il governo della Sede Apostolica fosse lungo tempo durato nelle sue mani, intraveniva a Roma nel suo pontificato, come al tempo di Gregorio o di altri padri vecchi che attesero solamente allo spirito e pregiarono poco le architetture. Anzi furono inimicissimi alle arti del disegno, se vero  (come molti affermano) che tutte le statue avanzate alle rovine de' Gotti, s le buone come le ree, fussino dannate da loro al fuoco, per cose da fare deviare gli uomini da la santa religione. Et aveva gi minacciato Adriano (credo per mostrarsi simile a quelli, come se la santit consistesse in imitare i difetti delli uomini da bene, et alcuno n'hanno) di voler gettare per terra la cappella del divino Michele Agnolo, dicendo ch'era una stufa d'ignudi. E sprezzando tutte le buone pitture e le statue, le chiamava lascive e del mondo, opprobriose e transitorie. Per il che fu cagione che non solo Antonio, ma tutti coloro che avevano ingegno, si fermassero in ogni cosa, talch nel suo tempo non si lavor quasi nulla alla fabbrica di San Pietro, della quale doveva pur quel papa essere molto pi ardente, poich delle altre cose mondane si voleva mostrare nimico. Voltossi dunque Antonio ad altre cose, e ristaur sotto il pontificato suo le navi piccole della chiesa di San Iacopo de gli Spagnuoli, et insieme accomod la facciata dinanzi con bellissimi lumi. Fece lavorare il tabernacolo della imagine di ponte di trevertino, il quale bench piccolo sia ha per molta grazia, nel quale Perin del Vaga lavor a fresco una bella operetta.
Erano gi le povere virt per lo viver d'Adriano mal condotte, quando il cielo, mosso a piet di quelle, deliber con la morte d'uno farne risuscitar mille; onde lo lev del mondo, e gli fece dar luogo a chi meglio doveva tenere tal grado e con altro animo governar le cose del mondo. Perci creato Papa Clemente VII, pieno di generosit, seguitando le vestigie di Leone e de gli altri antecessori suoi, si pens che, avendo nel cardinalato suo fatto belle memorie, dovesse nel papato avanzare tutti gli altri di rinovamenti di fabbriche e di ornamenti. La quale creazione fu di refrigerio a molti virtuosi, et ai timidi et ingegnosi animi, che s'erano avviliti, grandissimo fiato e desideratissima vita. I quali per tal cosa risurgendo, diedero poi quegli onorati segni nell'opere loro, ch'al presente veggiamo. Antonio dunque per commissione di Sua Santit messo in opera, subito rifece un cortile in palazzo dinanzi alle logge, dipinte per ordine di Raffaello; il quale fu di grandissima utilit, andandosi prima per certe vie torte strane e strette, dove allargando Antonio diede ornamento, ordine e grandezza a quel luogo. Fece in Banchi la facciata della Zecca vecchia di Roma, di bellissimo garbo in quello angulo girato in tondo, che  tenuto cosa difficile e miracolosa, et in quella mise l'arme del papa.
Rifond il resto delle logge papali, le quali per la morte di Leone non s'erano finite, e per la poca cura d'Adriano non s'erano continuate n tocche. Ora Clemente per mezzo di Antonio le fece condurre a ultimo fine.
Avvenne che Sua Santit, come ingegnosa, desiderava che si fortificassero Piacenza e Parma, e per esse infiniti disegni e molti modelli si fecero; i quali deliberato il papa mandare in quei luoghi, un insieme Giulian Leno et Antonio, il quale men seco a Piacenza lo Abbaco suo creato, e Pier Francesco da Viterbo ingegnere valentissimo, e Michele da San Michele veronese architetto, il quale in Monte Fiascone alla Madonna dava disegni. Et a Parma et a Piacenza arrivati, tutti insieme condussero a perfezzione i disegni di quella fortificazione. Il che fatto, si part Antonio solo per Roma e fece la via di Fiorenza, per vedere gli amici suoi. La qual passata fu l'anno MDXXVI. E ci fu cagione che, nel passare per le strade, come  usanza di chi ritorna alla patria, Antonio vide una giovane de' Deti di bellissimo aspetto, e molto per la venust e per la grazia sua di quella s'accese. Onde, domandando de lo essere di colei e de' parenti ancora, pens non poter conseguire l'intenzion sua, se per moglie non gliene concedevano, non avendo egli risguardo a la et, n a la condizion bassa di se medesimo, n considerando la servit, n il disordine in che metteva la casa sua, e molto pi se stesso, che pi importava e che molto pi doveva stimare. Confer ci con i parenti suoi, che ne lo sconfortarono molto, essendo disconvenevole in ogni parte per esso, il quale doveva fuggir quello, che con suo danno e mal grado del proprio fratello cercava d'avere. Ma lo amore, che lo teneva morto, e 'l dispetto e la gara lo fecero dare in preda allo appetito, onde consegu l'intento suo. Era naturalmente Antonio contra i suoi prossimi ostinato e crudele; il quale empio costume fu cagione che il padre di esso non molto inanzi, con animo disperato, continuamente visse per lui, e veggendosi nella vecchiezza abbandonato dal proprio figliuolo, pi di questo che d'altro s'era morto.
Era questa sua donna tanto altiera e superba, che non come moglie di uno architetto, ma a guisa di splendidissima signora faceva disordini e spese tali, che i guadagni, che per lui furono grandissimi, erano nulla alla pompa et alla superbia di lei. Che oltra lo essere stata cagione che la suocera si uscisse di casa e morisse in miseria, non potette ancora guardar mai con occhio diritto alcuno de' parenti del marito, e solo attese ad alzare i suoi, e tutti gli altri ficcar sotto terra. N per questo rest Batista fratello di lui, come persona di ingegno ben dotato dalla natura et ornato straordinariamente di buoni costumi, di servirlo et onorarlo sempre mai e con ogni sollecitudine in tutto ci che gli fu possibile, ma tutto invano perch mai non gli fu mostrato da quello un segno pure di amorevolezza, in vita o in morte.
Era assai poca comodit di stanze in palazzo, per il che Papa Clemente ordin che Antonio sopra la Ferraria cominciasse quelle dove si fanno i concistori publici, le quali da Clemente furono lodate. Fece farvi poi sopra le stanze de' camerieri di Sua Santit, et ancora fece sopra il tetto di queste stanze, la quale opra fu pericolosa molto con tanto rifondare. E nel vero in questo Antonio valse molto, atteso che le fabbriche di lui mai non mostrarono un pelo, n fu mai de' moderni architetto pi securo n pi accorto in congiungere mura. And poco dopo questo per ordine del papa a Santa Maria de Loreto, et ordin che si coprisse di piombo i tetti, e quella, che ruinava, rifond, dandole miglior forma e miglior grazia che ella non aveva prima. Avvenne che la fuga del sacco di Roma fece ritirare il papa nella sua partita in Orvieto, dove la corte infinitamente pativa disagio d'acqua. Talch venne pensiero al papa di fare murare di pietra un pozzo in quella citt, con larghezza di XXV braccia e due scale intagliate nel tufo, l'una sopra l'altra a chiocciola, secondo che 'l pozzo girava, e che si scendesse sino in su 'l fondo per due scale a lumaca doppie in questa maniera: che le bestie andavano per l'acqua, entrando per una porta, calassino sino in fondo, per la lumaca deputata solamente a lo scendere, et arrivate su 'l ponte dove si carica l'acqua, senza ritornare in dietro, passassino a l'altro ramo della lumaca, che si aggira sopra quello della scesa, e se ne venissino suso e, per una altra porta diversa e contraria alla prima, riuscissino fuori de 'l pozzo. Cosa ingegnosa di capriccio e maravigliosa di bellezza, la quale fu condotta quasi al fine inanzi che Clemente morisse. Da poi Papa Paulo fece finire la bocca di esso pozzo, ma non come aveva ordinato Clemente.
E` certo che gli antichi non fecero mai edifizio pari a questo, n d'industria n d'artificio, essendo in quello il tondo del mezzo, che sino in fondo d lume per certe finestre a quelle due scale, che girando salgono e scendono sino in su 'l fondo. Mentre si faceva questa opera, si condusse Antonio in Ancona, et ordin la fortezza in quella citt, la quale continuando a fine si condusse. Deliber Papa Clemente nel tempo del Duca Alessandro suo nipote che in Fiorenza si facesse la fortezza, per la quale il Signore Alessandro Vitello con Pierfrancesco da Viterbo, mise le corde a la porta a Faenza, e per ordine di Antonio si condusse con tanta prestezza, che mai nessuna fabbrica antica o moderna fu condotta s tosto al termine. Fondovvisi da principio un torrione chiamato il Toso, dove furono messi epigrammi e medaglie infinite, con cerimonia e pompa solenne. La quale opera  celebrata oggi per tutto il mondo, et in quella citt  tenuta inespugnabile.
Fu con suo ordine inanzi a questo condotto a Loreto il Tribolo scultore, Raffaello da Monte Lupo e Francesco da San Gallo giovane, i quali finirono le storie di marmo cominciate per Andrea Sansovino, le quali lavorarono con diligenza. Era allora in Arezzo il Mosca Fiorentino intagliator di marmi raro et unico al mondo, per gli intagli di che sorte si sia, il quale faceva un camino di pietra a gli eredi di Pellegrino da Fossombrone, che riusc opera divinissima per intaglio. Costui a' preghi d'Antonio si condusse a Loreto, et in quei luoghi fece festoni, che sono divinissimi. Per il che con solecitudine et amore tal fabbrica e tutto lo ornamento rest a quella camera di Nostra Donna finito. Aveva Antonio in questo tempo alle mani cinque opere grosse, alle quali, bench fossero in diversi luoghi situate lontane l'una da l'altra, a tutte suppliva, n mai manc da fare a nessuna prima per lo provido ingegno di lui e poi per l'aiuto portogli da Batista suo fratello.
Erano queste cinque opere la fortezza di Fiorenza, quella di Ancona, l'opera del Loreto, il palazzo Apostolico et il pozzo d'Orvieto, che di sopra dicemmo. Successe in questo tempo la morte di Clemente e la creazione di Papa Paulo III Farnese, gi nel suo cardinalato amicissimo, il quale lo fece divenire in maggior credito et in pi favore. Perch, avendo Sua Santit fatto il Signor Pier Luigi suo figliuolo Duca di Castro, mand Antonio in quella citt, che vi fece il disegno della fortezza, la quale fu poi da quel duca fatta fondare da Antonio, e similmente la fabbrica del suo palazzo, ch'in su la piazza  murato, nominato l'Osteria. In quel luogo su la medesima piazza fece la Zecca di trevertino, a similitudine di quella di Roma, e molti altri palazzi a pi persone, cos terrazzane, come foristiere, con spese grossi<ssi>me et incredibili a chi non l'ha vedute, senza rispiarmo alcuno, tutti di bellezza ornati, e parimente di comodit agiatissimi.
Avvenne che l'anno che torn Carlo V Imperadore vittorioso da Tunizi, avendo egli in Messina, in Puglia et in Napoli, onoratissimi archi del trionfo della vittoria sua, e venendo Sua Maest a Roma, fu data commissione ad Antonio ch'al palazzo di S. Marco facesse di legname uno arco trionfale, il quale egli ordin in sotto squadra, acci che potesse servire a due strade, del quale non s' veduto mai in tal genere il pi superbo n il pi proporzionato. E nel vero, se in tale opera fosse stata la superbia e la spesa de' marmi, come vi fu la diligenza del condurlo, con la sottilit e lo studio dell'arte in legname, meritamente si avrebbe potuto numerare fra le sette moli del mondo. Et oltra questo, ordin tutta la festa che si fece, per la riceuta di s alto imperadore, la quale festa fu cagione che Siena, Lucca e poi Fiorenza le tante nuove ornate e variate opere facessero. Seguit poi per il Duca di Castro la fortezza di Nepi, con tutta la fortificazione, che per detta citt si vede inespugnabile e bella; et inoltre tutti i disegni privati a' cittadini di quel luogo, dove ancora dirizz molte strade. Fu parere di Sua Santit che si facessero i bastioni di Roma, ordinati (come si vede) inespugnabilissimi. Ne' quali venendo compresa la porta di Santo Spirito, ve la fece egli ma con ornamento rustico di trevertini, in maniera molto soda e molto rara, e con tante magnificenzie che ella pareggia le cose antiche. La quale opera, dopo la morte di lui, fu chi cerc con vie straordinarie far ruinare, mosso pi per invidia della gloria sua che per ragione, s'e' fosse stato lasciato fare da chi poteva. Ma chi poteva non volse. Fu di suo ordine il rifondare quasi tutto il palazzo Apostolico, il quale minacciava ruina, et in un fianco, la cappella di Papa Sisto, dove sono l'opere di Michele Agnolo, e similmente la facciata dinanzi, senza che mettesse un minimo pelo, cosa pi di pericolo che d'onore. Accrebbe la sala grande della cappella di Sisto et a quella in due lunette in testa fece quelle finestrone terribili, con s maraviglioso lume e partimenti buttati nella volta, i quali si fecero di stucco, la quale opera si pu mettere per la pi bella e per la pi ricca sala di tutto il mondo. Et in su quella accompagn, per ire in San Pietro, scale mirabili di dolcezza a salire, che fra gli antichi e moderni non si  visto ancor meglio; e la cappella Paulina, dove si ha da mettere il Sacramento, cosa vezzosissima e tanto bella e s bene misurata e partita, che per la grazia che vi si vede pare che ridendo e festeggiando ti s'appresenti. Fece la fortezza di Perugia, nella discordia che fu tra loro e 'l papa, dove le case de' Baglioni andorono per terra, la quale con prestezza maravigliosa non solamente rese finita, ma bella. Fece ancora la fortezza in Ascoli, e quella in pochi giorni condusse a termine, che ella si poteva guardare. Il che gli Ascolani e gli altri non pensarono gi mai che si potesse fare in molti anni. Per il che nel metterci s tosto la guardia, quei popoli si stupirono e quasi non lo credevano.
Rifond ancora per le piene, quando il Tevere ingrossa in Roma, la casa sua in strada Giulia, e diede principio et a buon termine condusse il palazzo ch'egli abitava, vicino a San Biagio, cosa onoratissima e degna d'ogni principe, nel quale spese qualche migliaia di scudi.
Ma tutto quello che fece di giovamento e d'utilit al mondo  nulla a paragone del modello della venerandissima e stupendissima fabbrica di San Pietro, la quale fu ordinata da Bramante, et egli con ordine nuovo e modo straordinario di leggiadria e di proporzionata composizione e di decoro e distribuzione de' suoi luoghi, con bellissimi corpi in pi parti di quella situati e fermi, nuovamente ha riordinata e per mano d'Antonio d'Abaco suo creato, fattone fare di legname tutto il modello interamente finito, dove si ha guadagnato nome grandissimo. Ringross i pilastri di San Piero acci il peso della tribuna di quello dovesse aver fede, dove potesse posare le forze sue et inoltre i fondamenti per tutto sparsi pieni di soda materia e di fortezza corrispondenti, i quali saranno cagione che quella fabbrica non far pi peli, n minaccer ruina, come fece a Bramante. Il quale magisterio se fosse sopra la terra, come  nascosto sotto, farebbe sbigottire ogni terribile ingegno.
Per il che la lode e la fama di questo mirabile artefice debbono tenere luogo di considerazione fra gli intelletti begli e fra i chiari ingegni, i quali sapranno grado alle sue fatiche, per tante belle vie e tanti modi di facilit cerc ornare l'arte sua in questo secolo.
Trovasi che sino al tempo degli antichi Romani sono stati e sono di continuo gli uomini di Terni e quegli di Rieti inimicissimi, per la differenzia che 'l lago delle Marmora alcuna volta tenendo in collo faceva violenzia a una delle parti, onde quei di Rieti lo volevano aprire et i Ternani non volevano a ci consentire. Per il che di continuo et in ogni tempo, o di imperatore o di pontefice che s'abbia governato Roma, hanno mostro segno di dolersi. E fino al tempo di M<arco> Tullio Cicerone fu mandato dal Senato a decidere tal differenza, la quale per gli dubbi ebbe difficult e non fu mai risoluta. E per questo ancora l'anno MDXLVI furono mandati ambasciatori a Papa Paulo, et egli mand Antonio che risolvesse tal cosa, onde per suo giudicio si risolse che questo lago da una banda, dove  il muro, sboccasse; e lo fece Antonio con grandissima difficult tagliare. Quivi per il caldo del sole, essendo pur vecchio e cagionevole, si ammal di febbre in Terni, e non and molto che rese l'anima al cielo. De la qual cosa infinito dolore sentirono i prossimi e gli amici suoi, et universalmente tutte le fabbriche, le quali per il vero ne hanno patito.
Come il palazzo di Farnese, vicino a Campo di Fiore dove, essendo state poi rifatte le scale et alcuni palchi fuori del primo disegno, non parr mai unito il tutto, n di una medesima mano. Similmente San Pietro et altre muraglie se ne debbon dolere. Morto fu condotto in Roma e con pompa grandissima portato a la sepoltura, accompagnandolo tutti gli artefici di disegno, et altri infiniti amici di lui. Fu da i soprastanti di San Pietro fatto mettere il corpo suo in un deposito, vicino alla cappella di Papa Sisto in San Pietro; e gli hanno fatto porre lo infrascritto epitaffio: ANTONIO SANCTI GALLI FLORENTINO URBE MUNIENDA AC PUB<LICIS> OPERIBUS PRAECIPUEQUE D<IVI> PETRI TEMPLO ORNAN<DO> ARCHITECTORUM FACILE PRINCIPI DUM VELINI LACUS EMISSIONEM PARAT PAVLO III PONT<IFICE> MAX<IMO> AUTORE INTER AMNAE INTEMPESTIVE EXTINCTO ISABELLA DETA UXOR MOESTISS<IMA> POSUIT MDXLVI III CALEND<IS> OCTOBRIS.

 III,48.Giulio Romano Quando fra il pi de gli uomini si veggono spiriti ingegnosi, che siano affabili e giocondi, con bella gravit in tutta la conversazione loro, e che stupendi e mirabili siano nell'arti che procedono da l'intelletto, si pu veramente dire che siano grazie ch'a pochi il ciel largo destina; e possono costoro sopra gli altri andare altieri per la felicit delle parti, di che io ragiono. Percioch tanto pu la cortesia de' servigi negli uomini, quanto nelle opere la dottrina delle arti loro. Di queste parti fu talmente dotato dalla natura Giulio Romano, che veramente si pot chiamare erede del graziosissimo Raffaello s ne' costumi, quanto nella bellezza delle figure nell'arte della pittura; come dimostrano ancora le maravigliose fabbriche fatte da lui e per Roma e per Mantova, le quali non abitazioni di uomini, ma case degli di per esempio fatte degli uomini ci appariscono. N tacer voglio la invenzione della storia di costui nella quale ha mostro d'essere stato raro, e che nessuno l'abbia paragonato. E ben posso io sicuramente dire che in questo volume non sia egli secondo a nessuno. Veggonsi i miracoli ne' colori da lui operati, la vaghezza de i quali spira una grazia ferma di bont e carca di sapienzia ne' suoi scuri e lumi, che talora alienati e vivi si mostrano. N con pi grazia mai geometra tocc compasso di lui. Tal che se Apelle e Vitruvio fossero vivi nel cospetto degli artefici, si terrebbono vinti dalla maniera di lui che fu sempre anticamente moderna, e modernamente antica. Per il che ben doveva Mantova piagnere, quando la morte gli chiuse gli occhi, i quali furono sempre vaghi di beneficarla, salvandola da le inondazioni dell'acque e magnificandola ne i tanti edifizi, che non pi Mantova, ma nuova Roma si pu dire, bont dello spirito e del valore dello ingegno suo maraviglioso. Il quale di modi nuovi, che abbino quella forma, che leggiadramente si conoschino nella bellezza de gli artefici nostri, pi d'ogni altro valse per arte e per natura.
Fu Giulio Romano discepolo del grazioso Raffaello da Urbino, e per la natura di lui mirabile et ingegnosa, merit pi de gli altri essere amato da Raffaello, che ne tenne gran conto, come quello che di disegno, d'invenzione e di colorito tutti i suoi discepoli avanz di gran lunga. E ben lo mostr Raffaello, mentre ch'e' visse, nel farlo di continuo lavorare su tutte le pi importanti cose che egli dipignesse, nelle quali, come curioso e desideroso d'imitare il suo maestro, attese molto alle cose d'architettura. E per lo diletto che in tal cosa sempre pigli, fece di nuove capricciose e belle fantasie. Come si vede ancora alla vigna del papa, vicino a Monte Mario, nella quale  un componimento leggiadrissimo nella entrata e di stravaganzia nelle facce di fuora, e nel cortile di dentro il medesimo si vede. La quale opera e per le fontane, che rustiche fece lavorar, e per quelle che domestiche ci sono, e per ogni ornamento fattovi  la pi bella che sia fuor di Roma, per ispasso di vigne e per grandezza e bellezza di luogo. Per essere in quella una fonte lavorata di musaico alla rustica, di gongole, telline et altre cose maritime, per le mani del mirabile Giovanni da Udine, che, per essere stata da lui investigata dallo antico,  la prima ne' moderni ch'ha dato lume di far quelle, che s belle in Roma e sparse per Italia sono s maravigliose di variet e d'ornamento. E per mano del medesimo sono ancora gli stucchi, che in tal vigna nelle belle logge fece e le grottesche che vi si veggono dipinte, delle quali egli il primo di tale arte fra' moderni fu capo, e pi di tutti divino  stato tenuto. Come si veggono ancora di man d'esso gli animali, che in questa opera fece, i quali nessuno con pi pratica e con pi vivezza ha mai lavorato.
Fece in tal fabbrica Giulio, oltra infiniti disegni, in una testa di quelle logge un Polifemo grandissimo, con infinito numero di fanciulli satiri, che gli giuocano intorno; il quale  stato tenuto cosa molto lodevole.
Avvenne che, nella morte di Raffaello, Gio<van> Francesco Fiorentino e Giulio Romano rimasero insieme eredi delle sue cose; perch diedero fine in compagnia a infinite opere, le quali Raffaello aveva lasciato loro insieme col credito, e particularmente la sala di palazzo, dove sono i fatti di Gostantino. Della quale opera tutta Giulio fece i cartoni, et una parete dove Gostantino ragionava a' soldati, ordinarono di mistura per farla in muro a olio, e poi, non riuscendo, si deliberarono di gettarla per terra e dipignerla in fresco. E fu tosto finita, essendosi quella gi cominciata da Raffaello nel tempo di Leone X, la quale per la morte di esso e poi di Papa Adriano, che non cur di farla finire, fu prolungata fino a i primi anni di Clemente VII. E` questa opera molto bella d'invenzione, et ha di molte parti perfettissimamente condotte. E cos fecero insieme Giovan Francesco e Giulio per Perugia la tavola di Monte Luci, et un quadro di Nostra Donna, nel quale Giulio fece una gatta, e fu per questo detto il quadro della Gatta, che fu molto lodato. Era in quel tempo Giovan Matteo Genovese, datario del papa e Vescovo di Verona, il quale a' servigi di Clemente con grandissimi favori tenne Giulio in altezza. Perch in palazzo gli ordin alcune stanze murate vicino alla porta, e gli fece lavorare una tavola della lapidazione di Santo Stefano, per Santo Stefano di Genova, suo beneficio. La quale  di bellezza e di singular grazia e di componimento s ben condotta, che  la migliore opera di quante e' facesse gi mai. Atteso che vi sono pezzi d'ignudi bellissimi, e quella gloria, dove Cristo siede alla destra del Padre,  cosa veramente celeste e non dipinta. Della quale Giovan Matteo fece degni i frati di Monte Oliveto, donandogli quel luogo dove oggi dimorano per monistero loro.
Fece ancora a Iacopo Fuccheri tedesco, in Roma nella chiesa di Santa Maria d'Anima, una tavola alla cappella loro, ch' molto lodata, e massimamente un casamento girato in tondo, che certo  cosa divina. Similmente a' pi d'un San Marco un leone, i peli del quale torcono secondo che egli gira, cosa veramente difficile, e le ali di quello pi di piume e di penne, che di colori contraffatte. Aveva Giulio a' servigi suoi in Roma Giovanni dal Leone e Raffaello dal Colle da 'l Borgo a San Sepolcro, i quali erano molto destri nel mettere in opera le cose ch'egli disegnava. Per il che gli fece condur vicino alla Zecca un'arme, assegnandone la met per ciascuno, situata allato a Santa Maria Chiesina, vicino alla Zecca vecchia in Banchi, nella quale sono due figure che reggono l'ornamento col capo. E nella sala grande che fece, essi una gran parte colorirono e condussero di quelle cose che vi sono. Fece poi Giulio a Raffael Borghese solo condurre sopra la porta di dentro del Cardinale della Valle una Nostra Donna, la quale cuopre un fanciullo che dorme, e Santo Andrea e San Niccol, che maravigliosissimamente furono lodati.
Diede in questo medesimo tempo il disegno della vigna e palazzo di M<esser> Baldassarre da Pescia, e dentro a quello fece condurre di pittura e di stucchi la sala e la stufa e lavorare una loggia di stucchi bianchi. La quale opera  certo tanto bella, varia et aggraziata, che miracolo e stupore  a vederla. Si divise in questo tempo Giulio da Giovan Francesco, come quello che voleva l'opere proprie condurre a modo suo. Fece per Roma diverse cose d'architettura a diverse persone, come il disegno della casa de gli Alberini in Banchi, il quale disegn Giulio per ordine di Raffaello, e cos quello del palazzo che si vede su la piazza della Dogana, che nel vero  cosa bellissima.
Ordin su un canto al Macello de' Corbi la casa sua, la quale ha bel principio e vario, ancora che sia poca. Era questo ingegno tanto celebrato di nome e di grado, che la sua fama e dolcezza di natura fu cagione che, sendo per suoi bisogni capitato a Roma Federigo Gonzaga, primo Duca di Mantova, amicissimo di Messer Pietro Aretino, et egli domestico di Giulio, in tanta grazia lo raccolse per essere amatore delle virt, che non cess di accarezzarlo, s che lo condusse in Mantova a' suoi servigi. Quivi dimorando, non dopo molto tempo, diede principio alla fabbrica et al bel palazzo del T. fuor della porta di San Sebastiano, la quale opera, per non esservi pietre vive, fece di mattoni e di pietre cotte lavorate, con colonne, base, capitegli, cornici, porte e finestre, con bellissime proporzioni e stravagante maniera di adornamenti di volte, spartimenti, con ricetti, sale, camere et anticamere divinissime. Le quali non abitazioni di Mantova, ma di Roma paiono, con bellissima forma di grandezza. E fece dentro a questo edifizio, in luogo di piazza, un cortile scoperto, nel quale sboccano in croce quattro entrate. La principale delle quali trafora e passa in una grandissima loggia e sbocca nel giardino, l'altre due vanno a diversi appartamenti, che son quattro. Due de i quali ha fatto ornati di stucchi e di pitture, et in una sala di quelli tutti i bellissimi cavalli turchi e barbari del duca, et appresso quello i cani favoriti, che sono naturali e bellissimi, con le volte di diversi spartimenti, e questi dipinti per le facce da basso.
Arrivasi poi in una stanza, ch' sul canto del palazzo, nella quale sono nella volta le storie di Psiche veramente bellissime, e nel mezzo alcuni di che scortano al di sotto in su, che di rilievo e non dipinti paiono. La forza de i quali buca la volta con la bellezza de' contorni e con lo essere di colori con dottissima arte dipinti. Nelle facciate attorno fece varie istorie, tutte divinissime e belle, et una baccanaria per un sileno, che maraviglia  credere che si possa far meglio ne gli strani fauni, satiri, tigri, et una credenza di festoni pieni d'argenti, che i lustri de gli ori e de gli argenti mostra vivissimi in varie fogge di lavori stranamente fatti da gli orefici. Le quali capricciose invenzioni dottamente con senso poetico e pittoresco ha garbatissimamente finite. Si passa poi in una camera, dove sono fregi di figure di basso rilievo di stucchi, con tutto l'ordine de' soldati, che sono nella colonna di Traiano, lavorati con bella maniera. Vedevisi ancora in un palco d'una anticamera lavorato a olio, quando Icaro volando da Dedalo suo padre ammaestrato, per gloria del troppo alzarsi, il sole gli strugge la cera et abbrucia l'ale, per il che precipitando in mare si muore; la quale opera fu talmente considerata d'imaginazione e poi s ben condotta, che non pitture o cose imaginate, ma vive e vere si rappresentano, perch qui si ha paura che non ti cada addosso, et il calor del sole nel friggere e nell'abbruciar l'ale de 'l misero giovane fa conoscere il fumo e 'l fuoco acceso. E la morte nel volto d'Icaro si comprende, non meno che il dolore e la passione nell'aria di Dedalo. Vedesi in XII storie de' mesi quando in ciascuno le arti pi da gli uomini sono con studio esercitate. Le quali dir si puote che tanto rendino piacere, quanto la fatica d'un cos bello ingegno abbia avuto conforto nel dipignerle s capricciosamente, e giudizio nel conoscerle. Passato quella loggia di tanti stucchi adorna e di tante bizzarrie piena, si capita in certe stanze, dove dalle fantasie che varie vi sono, l'intelletto s'abbaglia. Perch Giulio, che capriccioso et ingegnosissimo era, volse in un canto del palazzo fare una stanza di muraglia e di pittura unita, tanto simile al vivo, che gli uomini ingannasse, et a quegli nell'entrare facesse paura. Adunque perch quello edificio in quel cantone, che  ne' paduli, non patisse danno o impedimento da la debolezza de' fondamenti, fece fare nella quadratura della cantonata una stanza tonda acci che i quattro cantoni venissero di maggior grossezza, et a quella stanza una volta tonda a uso di forno. N avendo tal camera cantoni per il girar di quella, vi fece murare le porte e le finestre e 'l camino di pietre rustiche lavorate e scantonate a caso, e s dall'una all'altra scommessi, che dall'una banda verso terra ruinavano. Ci fatto, si mise a dipignere per quella una storia, quando Giove fulmina i Giganti. Aveva Giulio nel mezzo del cielo figurato su certi nugoli il trono e la sedia di Giove, con l'aquila che teneva il folgore in bocca. E Giove partito di quella, sceso e pi basso, lanciava folgori, lo spavento e 'l lampo de i quali faceva Giunone ristrignersi in se stessa, Ganimede e gli di fuggire per lo cielo su carri, Marte coi lupi, Mercurio coi galli, la Luna con le femmine, il Sole co' cavalli, Saturno coi serpenti, Ercole e Bacco e Momo non manco affrettava il fuggire per l'aria, che si facessero gli altri, i quali dalla baruffa de' venti erano nelle loro vesti involti et aviluppati. Aveva fatto il pavimento di terra di frombole di fiume acconce che giravano murate, e quelle nel piano della pittura, che veniva in terra, aveva contrafatte; perch un pezzo quelle dipinte in dentro sfuggivano, e quando da erbe e quando da sassi pi grossi erano occupate et adorne. E perch la stanza aveva sopra tutto il cielo pieno di nugoli, et intorno un paese che non aveva n fine n principio, sendo quella tonda, i monti si congiungevano, et i lontani chi pi inanzi o pi a dietro sfuggivano. Erano i Giganti grandi di statura, che da lampi de' folgori percossi ruinavano a terra, e quale inanzi, e quale a dietro cadeva a quelle finestre, ch'erano diventate grotte o vero edifici, e nel ruinarvi sopra i Giganti le facevano cadere, onde chi morto e chi ferito, e chi da i monti ricoperto, si scorgeva la strage e la ruina d'essi. N si pensi mai uomo vedere di pennello cosa alcuna pi orribile o spaventosa, n pi naturale. Perch chi vi si trova dentro, veggendo le finestre torcere, i monti e gli edifici cadere insieme coi Giganti, dubita che essi e gli edifizi non gli ruinino addosso. Onde si conosce in questa opera quanto il valore della invenzione e dell'arte abbia avuto origine da Giulio d'imaginare di nuovo quello che di antico maestro non si scrisse mai, come delle fatiche sue lodatissime per questa opera si veggono.
Fece in questo lavoro perfetto coloritore Rinaldo Mantovano che, oltre alla camera de' Giganti dipinta da lui con i cartoni di Giulio, fece molte altre stanze, il quale, mentre che visse, sempre gli fece onore in questa arte; e pi fatto gliene avrebbe, se egli, non morendo s giovane, avesse potuto mostrar quanto egli cercava imitare Giulio suo maestro. Sono ancora in tal luogo ricetti et altre cose, alle quali tutte  dato dall'ingegno di Giulio quel fine, che abbiamo detto dell'altre. Rifece d'ornamenti di stucchi tutte le stanze del castello dove il duca abitava, et in una sala fece tutta la storia troiana. Fece ancora fare in una anticamera dodici storie a olio, sotto le dodici teste de gli imperatori, le quali dipinse Tiziano da Cadoro, e veramente sono onorate e belle pitture. Sono altre stanze, e per il duca altre pitture, le quali taceremo, avendo di lui dato quel saggio che si pu dare d'un tanto bello ingegno, come chi, andando a Mantova, potr vedere la fabbrica di Marmiruolo, nelle pitture sue non meno belle che quelle del castello e del T. Fece in Santo Andrea allo altar del Sangue una tavola a olio bellissima, et ancora nelle facce due storie: in una la Crocifissione di Cristo coi ladroni e cavalli, de i quali egli continuo molto si dilett, e meglio d'altro maestro e pi perfettamente di bella maniera gli dipinse; nell'altra faccia vvi la storia quando trovano il sangue. E per molte chiese di quella citt fece cappelle, tavole e varii ornamenti, per abbellirla et ornarla. La qual cosa fu cagione che quel duca onoratamente lo rimuner.
Inoltre fabbric per sua abitazione in quella citt una casa dirimpetto a San Barnaba, la quale fece tutta dipignere et abbellire di stucchi. Percioch egli aveva de le antiquit di Roma, e similmente il duca glie ne aveva date, ch'egli se ne ornasse e ne avesse buona custodia. E perch grandissima utilit si traeva de' suoi disegni, ordin che in Mantova non si potesse far fabbrica, senza disegni et ordine di Giulio, il quale talmente oper con fogne, fossi et ordini buoni dati a' Mantovani, che dove prima solevano abitare di continuo nel fango e nella memma gli ridusse all'asciutto, e di mala aria e pestifera che prima era, la condusse a buona e sana. Rifece poi la chiesa a San Benedetto da Mantova vicino al Po, luogo de' monaci neri, e rinov molti altri edifici. E per tutta la Lombardia giov di maniera che que' popoli hanno posto di torre in uso l'arte del disegno, inusitata sino al suo tempo, che ne sono uscite di poi pratiche persone e bellissimi ingegni. Faceva di continuo disegni a circunvicini e per fabbriche e per opere, come a Verona nel Duomo fece al Moro Veronese, il quale la tribuna d'esso a fresco dipinse, et al Duca di Ferrara moltissimi disegni per panni di seta e d'arazzi.
Mostr ancora il valor suo nella venuta di Carlo V imperatore, quando fece gli apparati in Mantova e l'ordine d'una scena, nella quale egli con nuovi ordini di lumi fece recitare, errando il sole mentre si recit, che faceva lume loro, e finita la comedia si nascose sotto i monti. Nessuno fu mai che meglio di lui disegnasse celate, selle, fornimenti di spade e mascherate strane, e quelle con tanta agevolezza espediva, che il disegnare in lui era come lo scrivere in un continuo pratico scrittore. N pens mai a fantasia, che aperto la bocca non avesse inteso, e lo animo altrui con la penna subito non esprimesse. Era d'ogni ordine di buone qualit carico talmente, che la pittura pareva la minor virt ch'egli avesse. Fece in Mantova in San Domenico una bellissima tavola d'un Cristo morto, e fece medesimamente fabbricare nel duomo assai cose per il cardinale. Avvenne che il duca si mor, et egli per la benivolenza ch'e' portava al cardinale et a quella patria, dove aveva moglie e figliuoli, bench desiderasse tornare a Roma et andare in altre parti, mai non si part di quivi, se non quanto o per muraglie per quello stato o per altre cose importanti era costretto.
Erano i soprastanti alla fabbrica di S. Petronio in Bologna desiderosi di dar principio alla facciata di quella; per il che con grandissima instanza vi condussero Giulio in compagnia di uno architetto milanese, chiamato Tofano Lombardino, i quali fecero per questo disegni et ordini, essendosi smarriti quelli che Baldassarre Sanese aveva gi fatti. E fu s bello e tanto bene ordinato il disegno fatto da Giulio, che e' ne ricevette da quel popolo lode grandissima, e con liberalissimi doni se ne ritorn a Mantova. Era morto in quei giorni Antonio da S. Gallo, et aveva lasciato in grandissimo travaglio di mente i deputati di San Pietro di Roma, non sapendo essi a cui voltarsi, per dargli il carico di dovere con lo ordine cominciato venire a fine di tal fabbrica; e perch e' pensarono che altri non fosse migliore a far ci, che il valore di Giulio Romano, dissimulatamente ne lo facevano tentare per via degli amici, persuadendosi che e' dovesse accettar volentieri, per ripatriare con impresa onorata e con grossa provisione. E nel vero egli pi che volentieri vi sarebbe andato, se due cose non l'avessero ritenuto. L'una era che il Cardinale di Mantova non voleva per alcun modo contentarsi ch'egli si partisse, l'altra che la moglie, gli amici e parenti di lui lo confortavano a non lassar Mantova. E di pi si trovava egli allora molto male disposto del corpo. Laonde, rinfrescato di lettere da Roma, cominci a fantasticare in quanto onore e gloria, et in casa sua tal cosa lo porrebbe, et in quanta grandezza d'utile e di grado i figliuoli suoi per la chiesa potevano venire. Per il che, non potendo partire, ne prese tal dispiacere che fra il male e quello aggravamento di pi, si mor in pochi giorni in Mantova. La quale poteva pur concedergli grazia che, come ella s'era abbellita per lui, cos egli la sua patria ornasse et onorasse. Ove per la invidia di non se lo prestare l'una all'altra, fecero s che poi nessuna di loro non se lo potette godere altrimenti. Mor di et d'anni LIIII. E finch durer Mantova, quivi sar sempre celebrato. Fu da' suoi figliuoli pianto e da' suoi cari amici, et in San Barnaba datogli onorato sepolcro. N il cardinale, n i figliuoli del duca restarono di tal perdita senza dolore, e dolgonsene ancora del continuo ne' bisogni loro. Perch le virt di esso che l'onorarono in vita, lo fanno e faranno bramare cos morto quanto di lui ci sar memoria. Bene  vero quanto a lei opere che, se innanzi a lui non fossero morti il Figurino suo creato e Rinaldo Mantovano, le arebbono fatte se non tante e tali, simili almeno, come per tutta Mantova s' veduto nell'opere di Rinaldo, e massimamente in una facciata di chiaro oscuro alla casa de' Bagni, ch' tenuta bellissima. Rese Giulio l'anima al cielo, il giorno che si fa solenne commemorazione di tutti i santi, l'anno MDXLVI. E gli fu posto alla sepoltura lo infrascritto epitaffio: 52  VIDEBAT IVPPITER CORPORA SCVLPTA PICTAQUE 53 SPIRARE, ET AEDES MORTALIUM AEQUARIER COELO 54 IVLII VIRTUTE ROMANI. TUNC IRATUS, 55 CONCILIO DIVORUM OMNIUM VOCATO, 56 ILLUM E TERRIS SUSTULIT, QUOD PATI NEQUIRET 57 VINCI AUT AEQUARI AB HOMINE TERRIGENA.
58 ROMANUS MORIENS SECUM TRES IULIUS ARTEIS 59 ABSTULIT (HAUD MIRUM): QUATTUOR UNUS ERAT.

III,49.Sebastiano Veniziano

Tanto si inganna il discorso nostro e la cieca prudenzia umana, che bene spesso brama il contrario di ci che pi ci fa di mestiero, e credendo segnarsi (come suona il proverbio tosco) con un dito si d nell'occhio. Il che, se bene apparisce manifestissimo in una infinit di cose che lo fanno palpare con mano, la vita nientedimeno, che al presente vogliamo scrivere, ce lo far pi chiaro et aperto col suo esemplo. Con ci sia che la publica et universale opinione degli uomini affermi assolutamente che i premii e gli onori accendino et infiammino gli animi de' mortali a gli studii di quelle arti che pi veggono remunerate; e per l'opposito che il non premiare largamente gli artefici, gli conduca a disperazione e conseguentemente a trascurarle et abbandonarle. E per questo gli antichi e' moderni insieme biasimano quanto pi sanno e possono tutti que' principi che non sollievano i virtuosi, di qualunque genere o facult, e non danno i debiti premii et onori a chi virtuosamente se li affatica. Chiamandoli per questo avari, crudeli et inimici delle virt, e se peggior nome pu ritrovarsi, et attribuendo alla loro miseria tutto il danno dello universo.
E nientedimanco abbiamo pur veduto ne' tempi nostri che la sola liberalit e magnificenzia di quel famosissimo principe, a chi serviva Sebastiano Veneziano eccellentissimo pittore, remunerandolo troppo altamente, fu cagione che di sollecito et industrioso diventasse infingardo e negligentissimo. E che dove, mentre dur la gara della arte fra lui e Raffaello da Urbino, si affatic di continuo per non essere tenuto inferiore in quella arte, nella quale cozzava di pari; per lo opposito, fece tutto il contrario poich egli ebbe da contentarsi, lavorando poi sempre malvolentieri e con una fatica grandissima, anzi per forza, e sviando lo ingegno e la mano da quella sua prima facilit, tanto lodata mentre che e' fece. Per la qual cosa (lasciando ora il parlar de' principi) da questa disparit di vita si conosce il cieco giudizio ch'io ragionava, e comprendesi apertamente che gli ingegni non vorrebbono patire, n ancora d'onori o d'entrate sopra abbondare: se gi non fossero in alcuni che pi gli strignesse l'onore dell'opere, che il comodo e gli agi della vita epicurea.
Dicono che Sebastiano in Vinegia nella prima sua giovanezza si dilett molto de le musiche di varie sorti. Ma perch il liuto pu sonar tutte le parti senza compagnia, quello continu di maniera che insieme con altre buone parti, che aveva, lo fece sempre onorare, e fra i gentiluomini di quella citt per virtuoso conoscere. Vennegli volont d'attendere all'arte della pittura e con Giovan Bellino allora vecchio fece i principii dell'arte. Avvenne che Giorgione da Castel Franco mise in quella citt i modi della maniera moderna pi uniti e con certo fumeggiar di colore, per il che Sebastiano si part da Giovanni, e si acconci con Giorgione col quale stette fino attanto, che egli prese una maniera che teneva forte delle cose di Giorgione e di quella di Giovan Bellino ancora. Fece in Vinegia molti ritratti di naturale, come  costume di quella citt. N pass molto tempo ch'Agostin Chigi sanese, grandissimo mercante, che in Vinegia faceva faccende, cerc di condurre Sebastiano a Roma, avendogli posto amore per il liuto ch'e' sonava, e per essere piacevole nella conversazione. N fu troppa fatica a persuaderlo, per avere egli inteso, quanto l'aria di Roma fosse propizia a i pittori et a tutte le persone ingegnose. Inviossi dunque a Roma con Agostino e, pervenuti in quella, Agostino lo mise in opera e gli fece fare tutti gli archetti che sono su la loggia, che risponde su 'l giardino dove Baldassarre Sanese aveva fatto la sua volta dipinta; ne i quali archetti Sebastiano fece cose poetiche di quella maniera che aveva recato da Vinegia, molto disforme da quella che usavano in Roma que' valenti pittori.
Aveva Raffaello fatto in questo medesimo luogo una storia di Galatea, e Sebastiano non stette molto che fece un Polifemo in fresco, allato a quella, nel quale cerc d'avanzarsi pi che poteva, spronato dalla concorrenza di Baldassarre Sanese e poi di Raffaello. Color alcune cose a olio, delle quali per avere egli da Giorgione imparato un modo morbido di colorire, ne tenevano in Roma un grandissimo conto. Aveva in questo tempo preso in Roma Raffaello da Urbino nella pittura una fama s grande, che molti amici et aderenti suoi dicevano che le pitture di lui erano di quelle di Michele Agnolo, secondo l'ordine della pittura, pi vaghe di colorito, pi belle d'invenzione e d'arie pi vezzose e di corrispondente disegno, talch quelle di Michele Agnolo Buonaroti non avevano, da 'l disegno in fuori, nessuna di queste parti. E per questa cagione giudicavano Raffaello essere nella pittura se non pi eccellente di lui, almeno pari, ma nel colorito volevano che in ogni modo lo passasse.
Questi umori seminati per molti artefici, che pi aderivano alla grazia di Raffaello, che alla profondit di Michele Agnolo, erano divenuti per lo interesso pi favorevoli nel giudicio a Raffaello, che a Michele Agnolo.
Per il che, destato l'animo di Michele Agnolo verso Sebastiano, piacendogli molto il colorito di lui, lo prese in protezzione, pensando che, se egli usasse lo aiuto del disegno in Sebastiano, si potrebbe con questo mezzo, senza che egli operasse, battere coloro che tenevano tale opinione, et egli sotto ombra di terzo giudicare quali di loro facesse meglio. Furono questi umori nutriti gran tempo cos, in molte cose che fece Sebastiano, come quadri e ritratti, e si alzavano l'opere sue in infinito, per le lodi dategli da Michele Agnolo. Alle quali opere, oltra l'essere di bellezza, di disegno e di colorito, facevano grandissima credenza le parole dette da Michele Agnolo ne' capi della corte. Levossi in questo tempo su un messer non so chi da Viterbo, il quale era molto riputato appresso il papa; e per una sua cappella, che in Viterbo aveva fatto, in San Francesco, fece fare a Sebastiano un Cristo morto con una Nostra Donna che lo piagne. Della quale opera Michele Agnolo fece il cartone, e Sebastiano di colorito con diligenza lo fin; et in quello fece un paese tenebroso, che fu tenuto bellissimo. La quale opera gli diede credito grandissimo e conferm il dire di que' che lo favorivano. Aveva Pier Francesco Borgherini mercante fiorentino in San Pietro in Montorio, entrando in chiesa a man ritta, preso una cappella, la quale col favore di Michele Agnolo fu allogata a Sebastiano. Credeva Sebastiano trovare il buon modo, che 'l colorire a olio in muro si potesse fare: perch questa cappella con mistura nella incrostatura dello arricciato del muro acconci di maniera, che quella da basso, dove Cristo alla colonna si batte, tutta a olio lavor nel muro.
Fece Michele Agnolo il disegno piccolo di questa opera, e si giudica che il Cristo che alla colonna si batte sia contornato da lui per essere grandissima differenza da l'altre figure a quello. Atteso che, se Sebastiano non avesse fatto altra opera che questa, per lei sola meriterebbe essere lodato in eterno. Sono fra l'altre cose in questo lavoro alcuni piedi e mani bellissime. Et ancora che quella sua maniera sia un poco dura, per la fatica ch'egli durava nelle cose che e' contrafaceva, si pu nondimeno fra buoni e lodati artefici numerarlo. Come in fresco ancora di sopra a questa istoria si vede ne i due profeti, e la storia della Trasfigurazione nella volta. Ma i due santi, San Piero e San Francesco, che mettono in mezzo la storia di sotto, sono vivissime e pronte figure. E bench in s piccola opera egli penasse sei anni, attribuendoli ci a troppa tardit nelle cose, quegli che o presto o tardi l'opera a fine perfettamente conducono, non si debbe per mai guardare n alla celerit del tempo, n ancora alla tardit di chi opera. Con ci sia che basta il bello delle cose a renderle tardi o per tempo perfette, se bene ha pi vantaggio e pi lode chi tosto e bene l'opere sue conduce.
Nello scoprire di questa opera lo mostr Sebastiano che, ancora che assai penasse, avendo fatto bene, le male lingue si tacquero, e pochi furon quelli che lo mordessero.
Faceva Raffaello per il Cardinale de' Medici quella tavola, per mandarla in Francia, la quale dopo la morte sua fu posta allo altar principale di San Piero a Montorio, dentrovi la Trasfigurazione di Cristo; e Sebastiano in quel tempo fece anco egli una tavola della medesima grandezza in concorrenza di quella di Raffaello, dove  un Lazzaro quattriduano e la resuressione, la quale fu contrafatta e dipinta con diligenza grandissima, sotto ordine e disegno in alcune parti per Michele Agnolo. Le quali tavole in palazzo publicamente nel concistoro furon poste in paragone, et ambedue di mirabilissima maestria furono tenute. E bench Raffaello di grazia e di bellezza in ci portasse il vanto, nondimeno furono ancora le fatiche di Sebastiano universalmente lodate per gli artefici et ingegnosi spiriti.
L'una mand il cardinale in Francia a Nerbona, al vescovado suo, e l'altra nella cancellaria suo palazzo publicamente si mise, finch a San Pietro a Montorio fu portata con l'ornamento che ci lavor Giovan Barile. Per il che Sebastiano acquist tal servit col cardinale per questa opera, che nel suo papato merit d'esserne rimunerato nobilmente, come diremo.
Era morto Raffaello da Urbino in questi giorni, onde il principato dell'arte della pittura, per il favore che Michele Agnolo aveva volto a Sebastiano, volevano pervenisse a lui. Talch Giulio Romano, Gio<van> Francesco Fiorentino, Perin del Vaga, Polidoro, Maturino, Baldassarre Sanese e gli altri perci rimasero a dietro, per lo rispetto che avevano a Michele Agnolo e per essere morto l'uno di due concorrenti. E per Agostin Chigi, che per ordine di Raffaello faceva fare la sua sepoltura e cappella in Santa Maria del Popolo, fece contratto con Sebastiano, che tutta la volta e le parte gli dipignesse, la quale opera si tur allora, n mai pi s' veduta n scoperta n molto lavoro vi ha egli fatto, ancora che n'abbia per ci riceuto de gli scudi pi di 1200, perch s come stanco nelle fatiche dell'arte e poi involto nelle comodit de i piaceri, la pose in abbandono.
Il medesimo ha fatto a M<esser> Filippo da Siena, cherico di camera, per lo quale nella Pace di Roma, sopra lo altar maggiore cominci una storia a olio sul muro, dove il ponte stette nove anni n l'opra si fin mai. Onde i frati, disperati di ci, furono costretti levare il ponte, che gl'impediva la chiesa, e coprire quella opra con una tela, et aver pazienzia. Girando queste cose in tal modo, volse la sua buona fortuna che il Cardinale Giulio de' Medici fu fatto papa, e chiamato Clemente VII, il quale per mezzo del Vescovo di Vasona, molto domestico di Sebastiano, gli fece intendere ch'era venuto il tempo di fargli bene. In questo tempo fece egli molti ritratti di naturale, che invero tenuti furono cosa divina e mirabile n tutti gli conteremo, ma alcuni. Ritrasse Anton Francesco de gli Albizi, che allora per alcune faccende sue si trovava in Roma, e lo fece tale, che e' non pareva dipinto, ma vivo. Onde egli, come preziosissima gioia, se lo mand a Fiorenza nelle sue case.
Eranvi alcune mani che certo erano cosa maravigliosa; taccio i velluti, le fodre, i rasi, che per Dio si pu dire che questa pittura fosse rara. E nel vero Sebastiano nel fare i ritratti di finitezza e di bont fu sopra tutti gli altri superiore, e tutta Fiorenza grandemente stup di questo ritratto di Anton Francesco. Ritrasse in questo tempo ancora M<esser> Pietro Aretino, il quale oltra il somigliarlo  pittura stupendissima, per vedervisi la differenza di cinque o sei sorti di neri che egli ha addosso, velluto, raso, ermisino, damasco e panno, et una barba nerissima, sopra quei neri sfilata, certo da stupirne, che di similitudine e di carne si mostra viva. Tiene in una mano un ramo di lauro et una carta, dentrovi scritto il nome di Clemente VII, e due maschere inanzi, una bella per la virt e l'altra brutta per il vizio; e certamente non si potrebbe a tal cosa aggiugnere. Ritrasse ancora Andrea Doria, che era nel medesimo modo mirabile, e cos fece poi la testa di Baccio Valori della medesima bont e cos la testa del papa, che fu tenuta divina; dopo la quale insieme con le altre cose di lui, che infinite furono in questi ritratti, tutte di corrispondente bellezza lavorate e finite, egli nella corte di Sua Santit serviva con sommissione grandissima.
Avvenne che fra' Mariano Fetti frate del Piombo si mor, e Sebastiano per mezzo del Vescovo di Vasona, maestro di casa di Sua Santit, chiese al papa l'ufficio del Piombo, e cos Giovanni da Udine, che tanto ancor egli aveva servito Sua Santit in minoribus, e tuttavia la serviva. Ma il papa, per li preghi del vescovo e per la servit di Sebastiano, ordin ch'egli avesse tale ufficio e che sopra quello pagasse a Giovanni da Udine una pensione di CCC scudi. Laonde Sebastiano prese l'abito del frate, e subito si sent per quello variar l'animo. E vedutosi il modo di poter sodisfare le volont sue, senza colpo di pennello se ne stava riposando, e le male notti spese et i giorni affaticati ristorava con le entrate. E quando pure aveva a far nulla, si riduceva a 'l lavoro con una passione che pareva ch'andasse a la morte. Condusse con gran fatica al Patriarca d'Aquilea un Cristo che porta la croce, dipinto nella pietra dal mezzo in su, che fu cosa molto lodata, avvenga che Sebastiano le mani e le teste molto mirabilmente faceva.
Era venuta in questo tempo in Roma la nipote del papa, che ora  Regina di Francia; fra' Sebastiano la cominci a ritrarre, e quella non fin, la quale  rimasa nella guardaroba del papa. Era allora Ippolyto Cardinale de' Medici innamorato della Signora Giulia da Gonzaga, la quale si ritrovava in Fondi, per il che come desideroso d'averne un ritratto, mand fra' Sebastiano a Fondi per questo, che fu accompagnato da quattro cavalli leggeri. Et egli in termine d'un mese fece il ritratto che, venendo da le bellezze di quella signora ch'erano celesti, riusc una pittura divina; la quale opera portata a Roma, furono grandemente riconosciute le fatiche di fra' Sebastiano dal reverendissimo cardinale, che aveva in ci giudicio grandissimo. Questo ritratto veramente di quanti egli ne fece, fu il pi divino, venendo ci dal suggetto di lei e da le fatiche di lui.
Aveva cominciato un novo modo di colorire in pietra, la qual novit piaceva molto a' popoli, considerando che tali pitture diventassero eterne, cos dette da fra' Sebastiano, n che il fuoco o tarli gli potessero nuocere. E cos infinite cose cominci in queste pietre, le quali faceva ricignere di ornamenti di altre pietre mischie belle, le quali lustrandole erano una maraviglia, ma, finite, non si potevano n le pitture n l'ornamento per il peso movere. E cos con questa cosa molti principi, tirati dalla novit della cosa e dalla vaghezza dell'arte, gli davano arre di danari, ch facesse opere per essi, delle quali egli pi si dilettava di ragionare che di farle. Fece una Piet con Cristo morto e la Nostra Donna in una pietra per Don Ferrante Gonzaga, il quale la mand in Spagna con ornamento di pietra, che fu tenuta cosa molto bella, della quale cav egli cinquecento scudi, che M<esser> Nino da Cortona agente dal Cardinale di Mantova in Roma gli don.
Era nel tempo di Clemente in Fiorenza Michele Agnolo, che finiva l'opra della sagrestia, e perch Giuliano Bugiardini potesse fare un quadro a Baccio Valori, dove ritrasse papa Clemente e lui, e cos un altro, che il Magnifico Ottaviano de' Medici a esso faceva fare, dentrovi il papa e l'Arcivescovo di Capova, Michele Agnolo Buonaroti chiese a fra' Sebastiano che di sua mano gli mandassi da Roma dipinta a olio la testa del papa, la qual fece e la mand, e quella riusc cosa bellissima. Finite l'opere di Giuliano, Michele Agnolo, ch'era compare di M<esser> Ottaviano, gliene fece di poi un presente. E certo di quante ne fece fra' Sebastiano, che molte furono, questa  la pi simile di bellezza e di somiglianza. La quale oggi  in casa sua in Fiorenza fra l'altre belle pitture riposta. Ritrasse nella creazione di Papa Paolo, Sua Santit; e cos cominci il Duca di Castro suo figliuolo, e non lo fin; e molte cose ancora aveva incominciate et imbastite, le quali egli non si curava, fattovi un poco su, toccare altrimenti, dicendo: Io non posso dipignere.
Aveva fra' Sebastiano vicino al Popolo murato una bellissima casa, e con grandissima contentezza si viveva, n curava pi cosa alcuna dipignere o lavorare, dicendo essere una grandissima fatica lo avere nella vecchiezza a raffrenare i furori, a i quali nella giovanezza gli artefici per utilit, per onore e per gara si sogliono mettere. E che non era men prudenzia cercare di vivere quieto, vivo, che vivere con le fatiche inquieto, per lasciare di s nome dopo la morte, le quali fatiche ancor elle hanno avere morte. E per questa cagione egli et i miglior vini, e le pi preziose cose che e' trovava, le voleva sempre per il vitto suo, tenendo molto pi conto della vita che dell'arte. E di continuo aveva a cena il Molza e M<esser> Gandolfo, e facevano bonissima cera. Era amico di tutti i poeti, e particularmente di M<esser> Francesco Berni, il quale gli scrisse un bellissimo capitolo, et esso gli fece la risposta.
Era morso da alcuni nell'arte, i quali dicevano ch'egli era gran vergogna, poich'egli aveva il modo da vivere, che non lavorasse et alcuna cosa di pittura facesse. Et egli rispondeva loro: Ora che io ho il modo da vivere, non vo' far nulla, perch ci son venuti ingegni che fanno in due mesi quel ch'io soleva fare in due anni e che, se viveva molto, non andrebbe troppo che sarebbe dipinto ogni cosa. E da che essi fanno tanto,  bene ancora che ci sia chi non faccia nulla, acci che eglino abbino quel pi che fare. E soggiugnendo diceva ancora che era venuto un secolo che i garzoni ne sapevano pi che i maestri e, chi aveva da vivere, bastasse a vivere allegramente perch non si poteva pi far nulla. Era molto piacevole e faceto, n fu mai il miglior compagno di lui. Era fra' Sebastiano tutto di Michele Agnolo; et in quel tempo, che si aveva a fare la faccia della cappella del papa, dove oggi Michele Agnolo ha dipinto il Giudicio, aveva fra' Sebastiano persuaso al papa che la facesse fare a olio da Michele Agnolo, che non la voleva fare se non a fresco; non dicendo n s n no, si fece acconciare la faccia a modo di fra' Sebastiano. Per stette Michele Agnolo alcuni mesi che non la cominci; e pure un giorno disse che non la voleva fare se non a fresco, ch il colorire a olio era arte da donna. Pertanto furono sforzati gettare a terra tutta la incrostatura che avevano fatto et arricciare, ch si potesse lavorare in fresco. Per il che Michele Agnolo cominci subito l'opera, e tenne odio con fra' Sebastiano quasi fino alla morte di lui.
Era fra' Sebastiano gi ridotto in termine, che n lavorare n far niente voleva, salvo allo essercizio del frate et attendere a buona vita; onde nella et sua di LXII anni, si ammal di acutissima febbre e grave, la quale per essere egli di natura rubiconda e sanguigna, gli infiamm talmente gli spiriti, che in pochi giorni rese l'anima a Dio. E cos inanzi il suo morire fece testamento, lasciando che fosse portato al sepolcro senza cerimonie di preti o di frati o spese di lumi, e tutta la spesa che volevano fare la distribuissero a povere persone per l'amor di Dio; e cos fu eseguito. Riposero il corpo suo nella chiesa di *** alli *** di giugno l'anno MDXLVII. N fu perdita alla arte la morte sua, perch subito che e' fu vestito frate del Piombo, si potette egli annoverare tra i perduti. Vero  che per la conversazione sua dolse a molti amici e ad alcuni artefici ancora, come particularmente a Don Giulio Corvatto miniatore, che appresso il Reverendissimo Farnese ha fatto tante egrege opere miniate, le quali si possono mettere fra i miracoli che si veggono oggi nel mondo in quella professione, come ne fa fede uno offiziuolo fatto di storie, che sono divine di colorito e di disegno perfettamente dalle sue dotte mani condotte e lavorate. Le quali, se fossero poste inanzi a quei Romani antichi, confesserebbono esser vinti dalla finezza e bellezza di queste. Per il che, se la grazia di Dio gli concede quella vita che si spera, far operando cose degne de le maraviglie di questo secolo.

III,50.Perino del Vaga Grandissimo  certo il dono della virt, la quale, non guardando a grandezza di roba n a dominio di stati o nobilt di sangue, il pi delle volte cigne et abbraccia e sollieva da terra uno spirito povero, assai pi che non fa un bene agiato di ricchezze.
E questo lo fa il cielo perch e' vol mostrarci quanto possa in noi lo influsso delle stelle e de' segni suoi, compartendo a chi pi et a chi meno de le grazie sue. Le quali sono il pi delle volte cagione che nelle complessioni di noi medesimi nascere ci fanno pi furiosi o lenti, pi deboli o forti, pi salvatichi o domestici, fortunati o sfortunati e di minore e di maggior virt.
E chi di questo dubitasse punto, lo sganner al presente la vita di Perino del Vaga, eccellentissimo pittore e molto ingegnoso. Il quale, nato di padre povero e rimasto piccol fanciullo abbandonato da' suoi parenti, fu dalla virt sola guidato e governato. La quale egli, come sua legittima madre, conobbe sempre e quella onor del continuo.
E l'osservazione della arte della pittura fu talmente seguita da lui con ogni studio, che fu cagione di fare nel tempo suo quegli ornamenti tanto egregii e lodati, che hanno dato nome a Genova et al Principe Doria. Laonde si pu senza dubbio credere che il cielo solo sia quello che conduca gli uomini da quella infima bassezza dov'e' nascono, a 'l sommo della grandezza dove eglino ascendono, quando, con l'opere loro affaticandosi, mostrano essere seguitatori delle scienzie che e' pigliano a imparare; come pigli e seguit per sua Perino l'arte de 'l disegno, nella quale mostr eccellentissimamente e con grazia la perfezzione nelle figure sue. E non solo nelli stucchi paragon gli antichi, ma tutti gli artefici moderni in quel che abbraccia tutto il genere della pittura, con tutta quella bont che pu desiderarsi da ingegno umano che voglia far conoscere, nelle difficult di questa arte, la bellezza, la bont e la vaghezza e leggiadria ne' colori e negli altri ornamenti. Ma vegnamo pi particularmente a l'origine sua.
Fu nella citt di Fiorenza un Giovanni Buonaccorsi che, nelle guerre di Carlo VIII Re di Francia, come giovane et animoso e liberale, in servit con quel principe spese tutte le facult sue nel soldo e nel giuoco, et in ultimo ci lasci la vita. A costui nacque un figliuolo, il cui nome fu Piero che, rimasto piccolo di due mesi per la madre morta di peste, fu con grandissima miseria allattato da una capra in una villa, fino che il padre, andato a Bologna, riprese una seconda donna, alla quale erano morti di peste i figliuoli et il marito.
Costei, con il latte appestato, fin di nutrire Piero, chiamato Perino per vezzi, come ordinariamente per li pi si costuma chiamare i fanciulli, il qual nome se li mantenne poi tuttavia.
Fu condotto da 'l padre in Fiorenza e, nel suo ritornarsene in Francia, lasciato ad alcuni suoi parenti, i quali, o per non avere il modo o per non voler quella briga di tenerlo e farli insegnare qualche mestiero ingegnoso, lo acconciarono allo speziale del Pinadoro, acci che egli imparasse quel mestiero.
Ma non piacendoli quella arte, fu preso per fattorino da Andrea de' Ceri pittore, piacendogli e l'aria et i modi di Perino e parendoli vedere in esso un non so che d'ingegno e di vivacit da sperare che qualche buon frutto dovesse col tempo uscir di lui. Era Andrea non molto buon pittore, anzi ordinario, di questi che stanno a bottega aperta publicamente a lavorare ogni cosa meccanica.
Era costui consueto dipignere ogni anno per la festa di San Giovanni certi ceri che andavano ad offerirsi, insieme con gli altri tributi della citt, e per questo si chiamava Andrea de' Ceri, da 'l cognome del quale fu poi detto un pezzo Perino de' Ceri.
Custod Andrea Perino qualche anno, et insegnatili i principii dell'arte il meglio ch'e' sapeva, fu forzato nel tempo dell'et sua di XI anni acconciarlo con miglior maestro di lui. Aveva Andrea stretta dimestichezza con Ridolfo figliuolo di Domenico Ghirlandaio, che era tenuto nella pittura persona molto pratica e valente, come si vede di suo in Fiorenza molte opere in assai luoghi e publici e privati. Con costui acconci Andrea de' Ceri Perino, acci che egli attendesse al disegno e cercasse di fare acquisto in quell'arte come mostrava l'ingegno, che egli aveva certo grandissimo, con quella voglia et amore che pi poteva. E cos seguitando, fra molti giovani che egli aveva in bottega che attendevano all'arte, in poco tempo venne a passargli innanzi con lo studio e con la sollecitudine.
Eravi fra gli altri uno, il quale gli fu uno sprone che continuo lo pugneva, il quale fu nominato Toto del Nunziata, il quale, ancor egli aggiugnendo col tempo a paragone con i begli ingegni, part di Fiorenza e, con alcuni mercanti fiorentini condottosi in Inghilterra, quivi ha fatto tutte l'opere sue, e da 'l re di quella provincia  stato riconosciuto grandissimamente.
Costui adunque e Perino, esercitandosi a gara l'uno de l'altro, e seguitando nella arte con sommo studio, non ci and molto tempo che e' vennero eccellenti.
E Perino, disegnando in compagnia di altri giovani, e Fiorentini e forestieri al cartone di Michelagnolo Buonarroti, vinse e tenne il primo grado fra tutti quegli, di maniera che si stava in quella aspettazione di lui, che successe di poi nelle belle opere sue, condotte con tanta arte et eccellenzia.
Venne in quel tempo in Fiorenza il Vaga pittor fiorentino, il quale lavorava in Toscanella a in quel di Roma cose grosse, per non essere egli maestro eccellente, e soprabondatogli lavoro, aveva di bisogno di aiuti, e desiderava menar seco un compagno et un giovanetto che gli servissi al disegno, che non aveva, et all'altre cose dell'arte ne gli aiuti di quella. Avvenne che costui vide Perino disegnare in bottega di Ridolfo insieme con gli altri giovani, e tanto superiore a quegli che ne stup. Ma molto pi gli piacque lo aspetto et i modi suoi, atteso che Perino era un bellissimo giovanetto, cortesissimo, modesto e gentile, et aveva tutte le parti del corpo corrispondenti alla virt dello animo. Invaghito dunque il Vaga di questo giovane, lo domand se egli volesse andar seco a Roma, che non mancherebbe aiutarlo negli studii e fargli que' benefizii e patti che egli stesso volesse.
Era tanta la voglia che aveva Perino di venire a qualche grado eccellente della professione sua che, quando sent ricordar Roma, per la voglia che egli ne aveva, tutto si rintener e li disse che egli parlasse con Andrea de' Ceri, che non voleva abbandonarlo, avendolo aiutato perfino allora.
Cos il Vaga, persuaso Ridolfo suo maestro et Andrea che lo teneva, tanto fece che alla fine condusse Perino et il compagno in Toscanella. Quivi cominciarono a lavorare, et aiutando loro Perino, non finirono solamente quell'opera che il Vaga aveva presa, ma molte ancora che e' pigliarono di poi. Ma dolendosi Perino che le promesse del condursi a Roma erano mandate in lunga per colpa dell'utile e comodit che ne traeva il Vaga, e risolvendosi andarci da per s, fu cagione che il Vaga, lasciato tutte l'opere, lo condusse a Roma. Dove egli, per l'amore che portava all'arte, ritorn al solito suo disegno, e continovando molte settimane, pi ogni giorno di continuo si accendeva. Volse il Vaga far ritorno a Toscanella, e per questo, fatto conoscere a molti pittori ordinarii Perino per cosa sua, lo raccomand a tutti quegli amici che ci aveva, acci lo aiutassino e favorissino nella assenzia sua. E da questa origine, da indi innanzi, si chiam sempre Perin del Vaga.
Rimasto cos in Roma, e veduto le opere antiche nelle sculture e le mirabilissime machine de gli edifizii gran parte rimasti nelle rovine, stava in s ammiratissimo del valore di tanti chiari et illustri che avevano fatte quelle opere. E cos, accendendosi tuttavia pi in maggior desiderio della arte, ardeva continuamente di pervenire in qualche grado vicino a quelli, s che con le opere desse nome a s et utile, como lo avevano dato coloro di chi egli si stupiva vedendo le bellissime opere loro. E mentre che egli considerava alla grandezza loro et alla infinita bassezza e povert sua, e che altro che la voglia non aveva di volere aggiugnerli e, senza chi lo intrattenesse, che e' potesse campar la vita, gli conveniva, volendo vivere, lavorare a opere per quelle botteghe oggi con uno dipintore e domane con un altro, nella maniera che fanno i zappatori a giornate. E quanto fusse disconveniente allo studio suo questa maniera di vita, egli medesimo per il dolore se ne dava passione non possendo far que' frutti, e cos presto, che l'animo e la volont et il bisogno suo gli promettevano.
Fece adunque proponimento di dividere il tempo, la met della settimana lavorando a giornate et il restante attendendo al disegno. Aggiugnendo a questo ultimo tutti i giorni festivi, insieme con una gran parte delle notti, e rubando al tempo il tempo, per divenire famoso e fuggir da le mani di altrui pi che gli fusse possibile.
Messo in esecuzione questo pensiero, cominci a disegnare nella cappella di Papa Iulio, dove la volta di Michelagnolo Buonarroti era dipinta da lui, seguitando gli andari e la maniera di Raffaello da Urbino. E cos continuando a le cose antiche di marmo, e sotto terra a le grotte per la novit delle grottesche, impar i modi del lavorar di stucco e, mendicando il pane con ogni stento, sopport ogni miseria per venir eccellente in questa professione. N vi corse molto tempo che egli divenne, fra quegli che disegnavano in Roma, il pi bello e miglior disegnatore che ci fusse, atteso che meglio intendeva i muscoli e le difficult dell'arte ne gli ignudi che forse molti altri, tenuti maestri allora de i migliori.
La qual cosa fu cagione che, non solo fra gli uomini della professione, ma ancora fra molti signori e prelati, e' fosse conosciuto, e massime che Giulio Romano e Giovan Francesco detto il Fattore, discepoli di Raffaello da Urbino, lodatolo al maestro pur assai, fecero ch'e' lo volse conoscere e vedere l'opre sue ne' disegni. I quali piaciutili, insieme col fare e la maniera e lo spirito et i modi della vita, giudic lui, fra tanti quanti ne avea conosciuti, dover venire in gran perfezzione in quell'arte.
Erano gi state fabbricate da Raffaello da Urbino le logge papali che Leon X gli aveva ordinate, le quali finite di muraglia, ordin che Raffaello le facesse lavorare di stucco e dipignere e metter d'oro come meglio allui pareva.
E cos Raffaello fece capo di quell'opera, per gli stucchi e per le grottesche, Giovanni da Udine rarissimo et unico in quegli, ma pi negli animali e frutti et altre cose minute; et ancora che egli avesse scelto per Roma e fatto venir di fuori molti maestri, aveva raccolto una compagnia di persone valenti in pi generi, et ognuno nel suo lavorare, chi stucchi, chi grottesche, altri fogliami, altri festoni e chi storie, et altri metteva d'oro; e cos, secondo che eglino miglioravano, erano tirati innanzi e fattogli maggior salarii.
Laonde, gareggiando in quell'opera, si condussono a perfezzione molti giovani, che furon poi tenuti molto eccellenti nelle opere loro.
In questa compagnia fu consegnato Perino a Giovanni da Udine da Raffaello, per dovere con gli altri lavorare a grottesche e storie, e, secondo che egli si porterebbe, fusse da Giovanni adoperato. Avvenne che lavorando Perino per la concorrenzia e per far prova et acquisto di s, non vi and molti mesi che egli fu, fra tutti coloro che ci lavoravano, tenuto il primo e di disegno e di colorito, anzi il migliore et il pi vago e pulito, e che con pi leggiadra e bella maniera conducesse cos grottesche e figure, come ne rendono testimonio e chiara fede le grottesche et i festoni e le storie di sua mano che, oltra lo avanzar le altre, son dai disegni e schizzi, che faceva lor Raffaello, le sue molto meglio et osservate molto, come chi considerer in una parte di quelle storie nel mezzo della detta loggia nelle volte, dove sono figurati gli Ebrei quando passano il Giordano con l'arca santa e quando, girando le mura di Gerico, quelle rovinano, e le altre che seguono dopo, come quando, combattendo Iosu con quegli Amorrei, fa fermare il sole, e molte altre che non fa mestiero per la moltitudine loro nominarle, che si conoscono infra le altre.
Fecene ancora nel principio dove si entra nella loggia, del Testamento nuovo, che sono bellissime, senza che sotto le finestre sono le migliori storie colorite di color di bronzo che siano in tutta quell'opera.
Le quali cose fan stupire ognuno, e per le pitture e per molti stucchi che egli vi lavor di sua mano. Oltra che il colorito suo  molto pi vago e meglio finito che tutti gli altri.
La quale opera fu cagione che egli sal in tanta fama per le lode, che non si diceva infra gli artefici altro che de le rarissime parti che egli aveva da la natura. Ma queste lode furon cagione non di addormentarlo, perch la virt lodata cresce, anzi di maggiore studio nella arte, pigliando molto pi vigore, quasi certissimo seguitandola di dovere corre que' frutti e quegli onori, ch'egli vedeva tutto il giorno in Raffaello da Urbino et in Michelagnolo Buonarroti.
E tanto pi lo faceva volentieri, quanto da Giovanni da Udine e da Raffaello vedeva esser tenuto conto di lui et essere adoperato in cose importanti. Us sempre una sommessione et una obedienzia certo grandissima verso Raffaello, osservandolo di maniera, che da esso Raffaello era amato come proprio figliuolo.
Fecesi in questo tempo, per ordine di Papa Leone, la volta della sala de' Pontefici, che  quella che s'entra in sulle logge a le stanze di papa Alexandro VI dipinte gi dal Pinturicchio, la qual volta fu dipinta da Giovan da Udine e da Perino.
Et in compagnia feciono e gli stucchi e tutti quegli ornamenti e grottesche et animali che ci si veggono, oltra le belle e varie invenzioni che da essi furono fatte nello spartimento, avendo diviso quella in certi tondi et ovati per sette pianeti del cielo, tirati da i loro animali, come Giove dall'aquile, Venere dalle colombe, la Luna dalle femmine, Marte da i lupi, Mercurio da i galli, il Sole da i cavalli e Saturno da i serpenti, oltra i dodici segni del Zodiaco et alcune figure delle settantadue imagini del cielo, come l'Orsa maggiore, la Canicola e molte altre che, per la lunghezza loro, le taceremo senza raccontarle per ordine, potendosi tal opera vedere, che tutte queste figure, furono gran parte di sua mano. Oltra che nel mezzo della volta  un tondo con quattro figure finte per vittorie, che tengono il Regno del papa e le chiavi, scortando al di sotto in su, lavorate con una maestrevole arte e molto bene intese. Oltra la leggiadria che egli us ne gli abiti loro, velando lo ignudo con alcuni pannicini sottili che parte scuoprono le gambe ignude e le braccia, certo con una graziosissima bellezza.
La quale opera fu veramente tenuta, et oggi ancora si tiene, per cosa molto onorata e ricca di lavoro, e cosa allegra e vaga, degna veramente di quel pontifice, il quale non manc riconoscere le lor fatiche, degne certo di grandissima remunerazione.
Fece Perino una facciata di chiaro oscuro, allora messasi in uso per ordine di Pulidoro e Maturino, la quale facciata  dirimpetto alla casa della Marchesa di Massa, vicino a Maestro Pasquino, condotta molto gagliardamente di disegno e di forza, che gli diede molto onore.
Avvenne che l'anno MDXV, il terzo anno del suo pontificato, Papa Leone venne a Fiorenza, e, perch in quella citt si feciono molti trionfi, Perino, parte per vedere la pompa di quella citt e parte per rivedere la patria, venne inanzi alla corte; e fece in uno arco trionfale a Santa Trinita, una figura grande di sette braccia bellissima, che un'altra in sua concorrenzia fece Toto del Nunziata, gi nella et puerile suo concorrente. Parveli nondimeno ognora mille anni ritornarsene a Roma, giudicando molto differente la maniera et i modi degli artefici da quegli che in Roma si usavano. E ripreso l'ordine del solito suo lavorare, fece in Santo Eustachio da la Dogana un San Piero in fresco, il quale  una figura che ha un rilievo grandissimo, fatto con semplice andare di pieghe, ma molto con disegno e giudizio lavorato.
Era in questo tempo l'Arcivescovo di Cipri in Roma, persona molto amatore delle virt, ma particularmente della pittura et, avendo egli una casa vicino alla Chiavica, nella quale aveva acconcio un giardinetto con alcune statue et altre anticaglie certo onoratissime e belle, e desiderando acompagnarle con qualche ornamento onorato, fece chiamare Perino, che era suo amicissimo, et insieme consultarono che e' dovesse fare intorno alle mura di quel giardino molte storie di baccanti, di satiri e di fauni e di cose selvagge, alludendo ad una statua d'un Bacco, che egli ci aveva antico, che sedeva vicino a una tigre. E cos adorn quel luogo di diverse poesie, oltra che li fece fare una loggetta di figure piccole, e varie grottesche e molti quadri di paesi, fatti da Perino e coloriti con una grazia e diligenzia grandissima.
La quale opera  stata tenuta di continuo da gli artefici cosa molto lodevole; e fu cagione farlo conoscere a' Fucheri mercanti todeschi, i quali, avendo visto l'opera di Perino e piaciutali, perch avevano murato vicino a' Banchi una casa, che  quando si va a la chiesa de' Fiorentini, vi fecero fare da lui un cortile et una loggia e molte figure, degne di quelle lode che son le altre cose di sua mano, nelle quali si vede una bellissima maniera et una grazia molto leggiadra.
Aveva in questo tempo Messer Marchionne Baldassini fatto murare una casa molto bene intesa da Antonio da San Gallo, vicino a Santo Agostino, e desiderando che una sala che egli vi aveva fatta fusse dipinta tutta, esaminato molto di que' giovani acci che ella fusse e bella e ben fatta, risolv dopo molti darla a Perino, con il quale, convenutosi de 'l prezzo, vi messe egli mano; n da quello lev per altri l'animo, che egli felicissimamente la condusse a fresco.
Nella quale  uno spartimento a' pilastri, che mettono in mezzo nicchie grandi e nicchie piccole.
Nelle grandi son varie sorte di filosofi, due per nicchia, et in qualcuna un solo, e nelle minori son putti ignudi e parte vestiti di velo, con certe teste di femmine finte di marmo sopra alle nicchie piccole.
E sopra la cornice che fa fine a' pilastri, seguiva un altro ordine, partito sopra il primo ordine, con istorie di figure non molto grandi de' fatti de' Romani, cominciando da Romulo perfino a Numa Pompilio.
Sonvi varii ornamenti contraffatti di varie pietre di marmi, senza che v' sopra il cammino di pietre bellissimo una Pace la quale abbrucia armi e trofei, che  molto viva.
Della quale opera fu tenuto conto, mentre visse Messer Marchionne, e di poi da tutti quelli che operano in pittura, oltra quelli che non sono della professione, che la lodano straordinariamente.
Fece nel monasterio delle monache di Santa Anna una cappella in fresco con molte figure, lavorata da lui con la solita diligenzia. et in Santo Stefano del Cacco, ad uno altare, dipinse in fresco per una gentildonna romana una Piet con un Cristo morto in grembo alla Nostra Donna, e ritrasse di naturale quella gentildonna che par ancor viva.
La quale opera  condotta con una destrezza molto facile e molto bella.
Aveva in questo tempo Antonio da San Gallo fatto in Roma, in su una cantonata di una casa, che si dice l'immagine di Ponte, un tabernacolo molto ornato di trevertino e molto onorevole, per farvi far dentro di pitture qualcosa di bello; e cos ebbe commissione dal padrone di quella casa che lo dessi a fare a chi li pareva che fusse atto a farvi qualche onorata pittura.
Antonio, che conosceva Perino di que' giovani che ci erano per il migliore, allui lo allog.
Et egli, messovi mano, vi fece dentro Cristo quando incorona la Nostra Donna, e nel campo fece uno splendore con un coro di Serafini et angeli che hanno certi panni sottili che spargono fiori, et altri putti molto belli e varii, e cos nelle due facce del tabernacolo fece nell'una San Bastiano e nell'altra Santo Antonio, opera certo ben fatta e simile alle altre sue, che sempre furono e vaghe e graziose.
Aveva finito nella Minerva, <un protonotario>, una cappella di marmo in su quattro colonne; e come quello che desiderava lassarvi una memoria d'una tavola, ancora che non fusse molto grande, sentendo la fama di Perino, convenne seco e gniene fece lavorare a olio. Et in quella volse a sua elezzione un Cristo sceso di croce; il quale Perino, con ogni studio e fatica, si messe a condurre.
Dove egli lo figur esser gi in terra deposto, et insieme le Marie intorno che lo piangono, fingendo un dolore e compassionevole affetto nelle attitudini e gesti loro.
Oltra che vi sono que' Niccodemi, e le altre figure ammiratissime, meste et afflitte nel vedere l'innocenzia di Cristo morto.
Ma quel che egli fece divinissimamente furono i duo ladroni, rimasti confitti in sulla croce, che sono oltra al parer morti e veri, molto ben ricerchi di muscoli e di nervi, avendo egli occasione di farlo, rappresentandosi a gli occhi di chi li vede, le membra loro in quella morte violenta tirate da i nervi et i muscoli da' chiovi e dalle corde.
Oltra che vi  un paese nelle tenebre, contrafatto con molta discrezione e molta arte. E se questa opera non avesse la inondazione del diluvio che venne a Roma l'anno MD*** fatto dispiacere coprendola pi di mezza, che l'acqua rintener di maniera il gesso e fece gonfiare il legname di sorte, che tanto quanto se ne bagn dappi si  scortecciato di maniera che se ne gode poco, anzi fa compassione il guardalla e grandissimo dispiacere, che ella sarebbe certo de le pregiate cose che avesse Roma.
Facevasi in questo tempo per ordine di Iacopo Sansovino rifar la chiesa di San Marcello di Roma, convento de' frati de' Servi, fabbrica oggi rimasta imperfetta. E cos avendo eglino tirate a fine di muraglia alcune cappelle e coperte di sopra, ordinaron que' frati che Perino facesse in una di quelle per ornamento d'una Nostra Donna, devozione in quella chiesa, due figure in due nicchie che la mettessino in mezzo: l'una fu San Giuseppo e l'altra San Filippo, frate de' Servi et autore di quella religione.
E sopra quelli fece alcuni putti condotti da lui perfettissimamente, dove ne messe in mezzo della facciata uno ritto in sun un dado, che tiene sulle spalle il fine di due festoni che esso manda verso le cantonate della cappella, dove sono due altri putti che gli reggono a sedere in su quelli, faccendo con le gambe attitudini bellissime.
E questo lavor con tanta arte, con tanta grazia, con tanta bella maniera, dandoli nel colorito una tinta di carne e fresca e morbida, che si pu dire che sia carne vera, pi che dipinta.
E certo si posson tenere per i pi begli che in fresco facesse mai artefice nessuno; la cagione  che nel guardo vivono, nell'attitudine si muovono, e ti fan segno con la bocca voler isnodare la parola, e che l'arte vince la natura, anzi che ella confessa non poter fare in quella pi di questo.
Fu questo lavoro di tanta bont nel cospetto di chi intendeva l'arte, che ne acquist gran nome, ancora che egli avessi fatto molte opere e si sapesse certo quello che egli si sapeva de 'l grande ingegno suo in quel mestiero; e se ne tenne molto pi conto e maggiore stima, che prima non si era fatto.
E per questa cagione Lorenzo Pucci Cardinale Santi IIII, avendo preso alla Trinit, convento de' frati Calavresi e Franciosi che veston l'abito di San Francesco di Paula, una cappella a man manca allato allato alla cappella maggiore, la allog a Perino, acci che in fresco vi dipignesse la vita della Nostra Donna.
La quale cominciata dallui, ha finito tutta la volta et una facciata sotto uno arco; e cos fuor di quella, sopra uno arco della cappella, fece due profeti grandi di quatro braccia e mezzo, figurando Isaia e Daniel, i quali nella grandezza loro mostrano quella arte e bont di disegno e vaghezza di colore, che pu perfettamente mostrare una pittura fatta da artefice grande. Come apertamente vedr chi considerer lo Esaia che, mentre legge, si conosce la maninconia che rende in s lo studio et il desiderio nella novit del leggere, perch affisato lo sguardo a un libro, con una mano alla testa mostra come l'uomo sta qualche volta quando egli studia. Similmente il Daniel immoto alza la testa a le contemplazioni celesti, per isnodare i dubbi a' suoi popoli.
Sono nel mezzo di questi, due putti che tengono l'arme de 'l cardinale, con bella foggia di scudo, i quali, oltra lo esser dipinti che paion di carne, mostrano ancora esser di rilievo.
Sono sotto spartite nella volta quattro storie, dividendole la crociera, ci  gli spigoli delle volte. Nella prima  la Concezzione di essa Nostra Donna, la seconda  la Nativit sua; nella terza  quando ella saglie i gradi del tempio, e la quarta  quando San Giuseppo la sposa.
In una faccia, quanto tiene l'arco della volta,  la sua Visitazione, nella quale sono molte belle figure, e massime alcune che son salite in su certi basamenti, che per veder meglio la cerimonia di quelle donne, stanno con una prontezza molto naturale.
Oltra che i casamenti e l'altre figure hanno del buono e del bello in ogni loro atto.
Non seguit pi gi, venendoli male; e guarito, cominci, l'anno MDXXIII, la peste, la quale fu d'una sorte in Roma, che se egli volse campar la vita, gli convenne far proposito partirsi di Roma.
Era in questo tempo in detta citt il Piloto orefice, amicissimo e molto familiare di Perino, il quale aveva volont partirsi; e cos desinando una mattina insieme, persuase Perino ad allontanarsi e venire a Fiorenza, atteso che egli era molti anni che egli non ci era stato, e che non sarebbe se non grandissimo onor suo farsi conoscere e lasciare in quella qualche segno della eccellenzia sua.
Et ancora che Andrea de' Ceri e la moglie che lo avevano allevato fussin morti, nondimeno egli, come nato in quel paese, ancor che non ci avesse niente, ci aveva amore.
La qual persuasione non dur molto, che egli et il Piloto una mattina partirono, et inverso Fiorenza ne vennero.
Et arrivati in quella, ebbe grandissimo piacere riveder le cose vecchie dipinte da' maestri passati che gi gli furono studio nella sua et puerile, e cos ancora quelle di que' maestri che vivevano allora de' pi celebrati e tenuti migliori in quella citt.
Quivi fu operato da' suoi amici che egli avesse una opera in fresco, de la quale diremo di sotto.
Avvenne che, trovandosi un giorno seco per fargli onore molti artefici, pittori, scultori, architetti, orefici et intagliatori di marmi e di legnami, che secondo il costume antico si erano ragunati insieme, chi per vedere et accompagnare Perino et udire quello che e' diceva, e molti per veder che differenza fusse fra gli artefici di Roma e quegli di Fiorenza nella pratica, et i pi v'erano per udire i biasimi e le lode che sogliono spesso dire gli artefici l'un de l'altro, e cos ragionando insieme d'una cosa in altra, pervennero, guardando l'opere e vecchie e moderne per le chiese, in quella del Carmine per veder la cappella di Masaccio. Dove guardando ognuno fisamente e moltiplicando in varii ragionamenti in lode di quel maestro, e che egli avesse avuto tanto di giudizio che egli in quel tempo, non vedendo altro che l'opere di Giotto, avesse lavorato con una maniera s moderna nel disegno, nella invenzione e nel colorito, che egli avesse avuto forza di mostrare, nella facilit di quella maniera, la difficult di questa arte.
Oltra che nel rilievo e nella resoluzione e nella pratica non ci era stato nessuno di quegli che avevano operato, che ancora lo avesse raggiunto. Piacque assai questo ragionamento a Perino, e rispose a tutti quegli artefici che ci dicevano, queste parole: Io non niego quel che voi dite che non sia, e molto pi ancora, ma che questa maniera non ci sia chi la paragoni negher io sempre; anzi dir, se si pu dire, con soportazione di molti, non per dispregio, ma per il vero, che molti conosco e pi risoluti e pi graziati; le cose de' quali non sono manco vive in pittura di queste, anzi molto pi belle.
E mi duole in servigio vostro, io che non sono il primo dell'arte, che non ci sia luogo qui vicino che si potesse farvi una figura; che innanzi che io mi partisse di Fiorenza, farei una prova, allato a una di queste in fresco medesimamente, acci che voi co 'l paragone vedeste se ci  nessuno ne' moderni che l'abbia paragonato.
Era fra costoro un maestro tenuto il primo in Fiorenza nella pittura, e come curioso di veder l'opere di Perino, e per abbassarli lo ardire, messe innanzi un suo pensiero, che fu questo: Se bene egli  pieno  diss'egli  cost ogni cosa, avendo voi cotesta fantasia, che  certo buona e da lodare, egli  qua al dirimpetto dove  il San Paulo di sua mano, non men buona e bella figura che si sia ciascuna di queste della cappella, dove agevolmente potrete mostrarci quello che voi dite, faccendo un altro apostolo allato, o volete a quel San Piero di Masolino o allato al San Paulo di Masaccio.
Era il San Piero pi vicino alla finestra et eraci migliore spazio e miglior lume, et oltre a questo non era manco bella figura che il San Paulo.
Adunque ognuno confortavan Perino a fare, et a lui il pregava che avevan caro veder questa maniera di Roma, oltra che molti dicevano che egli sarebbe cagione di levar loro de 'l capo questa fantasia, tenuta nel cervello tante decine d'anni, e che s'ella fusse meglio, tutti correrano a le cose moderne. Per il che, persuaso Perino da quel maestro, che gli disse in ultimo ch'e' non doveva mancarne, per la persuasione e piacere di tanti begli ingegni, oltra che elle erano due settimane di tempo quelle che a fresco conducevano una figura, e che loro non mancherebbono spender gli anni in lodare le sue fatiche.
E bench costui dicesse cos, era di animo contrario, persuadendosi che egli non dovesse far per cosa molto meglio che facevano allora quegli artefici, che tenevano il grado de' pi eccellenti.
Accett Perino di far questa prova, e chiamato di concordia M<esser> Giovanni da Pisa priore del convento, gli dimandarono licenzia de 'l luogo per fare tale opera, che invero di grazia e cortesemente lo concesse loro; e cos, preso una misura del vano, con le altezze e larghezze, si partirono. Fu fatto da Perino un cartone di uno apostolo in persona di Santo Andrea e finito diligentissimamente. Et era Perino gi resoluto voler dipignerlo, e fattoci far l'armadura per cominciarlo.
Ma inanzi a questo nella venuta sua molti amici suoi, che avevano visto in Roma eccellentissime opere sue, gli avevano <allogato> quella opera a fresco, ch'io dissi, avendo proccurato che egli come gli altri lasciasse di s in Fiorenza qualche memoria di sua mano che avesse a mostrare la bellezza e la vivacit dell'ingegno che egli aveva nella pittura, acci che e' fusse cognosciuto e forse, da chi governava allora, messo in opera in qualche lavoro d'importanza.
Erano in Camaldoli di Fiorenza allora uomini artefici che si ragunavano a una Compagnia, nominata de' Martiri, la quale aveva avuto voglia pi volte di far dipignere una facciata, che era in quella, drentovi la storia di essi martiri quando e' son condannati alla morte dinanzi a i due imperadori romani che, dopo la battaglia e presa loro, gli fanno in quel bosco crocifiggere e sospendere a quegli alberi.
La quale storia fu messa per le mani a Perino, et ancora che il luogo fussi discosto et il prezzo piccolo, fu di tanto potere la invenzione della storia e la facciata che era assai grande, che egli si dispose a farla; ancora che egli fusse assai confortato da chi gli era amico, atteso che questa opera lo metterebbe in quella considerazione che meritava la sua virt fra i cittadini che non lo conoscevano, e fra gli artefici suoi in Fiorenza, dove non era conosciuto se non per fama. Deliberatosi dunque a lavorare, prese questa cura, e fattone un disegno piccolo, che fu tenuto cosa divina, e messo mano a fare un carton grande quanto l'opera, lo condusse (non si partendo d'intorno a quello) a un termine che tutte le figure principali erano finite del tutto.
E cos lo apostolo si rimase indietro, senza farvi altro.
Aveva Perino disegnato questo cartone in su 'l foglio bianco, sfumato e tratteggiato, lasciando i lumi della propria carta, condotto tutto con una diligenzia mirabile; nel quale erano i due imperadori nel tribunale che sentenziavano a la croce tutti i prigioni, i quali erano volti verso il tribunale, chi ginocchioni, chi ritto et altro chinato, tutti ignudi legati per diverse vie, in attitudini varie, storcendosi con atti di piet e conoscendosi il tremar delle membra, per aversi a disgiugner l'anima nella passione e tormento del crucifiggersi. Oltra che vi era accennato in quelle teste la costanzia della fede ne' vecchi, il timore della morte ne' giovani, in altri il dolore delle torture nello stringerli le legature, il torso e le braccia.
Vedevasi appresso il gonfiar de' muscoli, e fino a 'l sudor freddo della morte, accennato in quel disegno. Oltra che si vedeva ne' soldati che gli guidavano una fierezza terribile, impietosissima e crudele nel presentargli a 'l tribunale per la sentenzia e nel guidargli a le croci. Oltra che vi erano per il dosso degli imperadori e de' soldati, corazze all'antica et abbigliamenti molto ornati e bizzari, senza i calzari, le scarpe, le celate, le targhe e le altre armadure fatte con tutta quella copia di bellissimi ornamenti che pi si possa fare et imitare et aggiugnere allo antico, disegnate con quello amore et artificio e fine, che pu far tutti gli estremi dell'arte.
Il quale cartone, vistosi per gli artefici e per altri intendenti ingegni, giudicarono non aver visto pari bellezza e bont in disegno dopo quello di Michelagnolo Buonarroti, fatto in Fiorenza per la sala del Consiglio. Laonde acquistato Perino quella maggiore fama che egli pi poteva acquistare nell'arte, mentre che egli andava finendo tal cartone, per passar tempo, fece mettere in ordine e macinare colori a olio per fare al Piloto orefice suo amicissimo un quadretto non molto grande; il quale condusse a fine quasi pi di mezzo, dentrovi una Nostra Donna.
Era gi molti anni stato suo domestico un Ser Raffaello di Sandro, prete zoppo, cappellano di San Lorenzo, il quale port sempre amore a gli artefici di disegno; costui persuase Perino a tornare seco in compagnia, non avendo egli n chi gli cucinasse, n chi lo tenesse in casa, essendo stato il tempo che ci era stato, oggi con uno amico e domani con un altro. Laonde Perino and alloggiare seco e vi stette molte settimane. Avvenne che la peste cominci a scoprirsi in certi luoghi in Fiorenza, e messe a Perino paura di non infettarsi, per il che deliberato partirsi di quella citt, volse satisfare a Ser Raffaello tanti d che era stato seco a mangiare, ma non volse mai Ser Raffaello acconsentire di pigliar niente; anzi disse: E' mi basta un tratto avere uno straccio di carta di tua mano.
Per il che, visto questo Perino, tolse circa a quatro braccia di tela grossa, e fattola appiccare ad un muro che era fra due usci della sua saletta, vi fece una storia contraffatta di colore di bronzo, in un giorno et in una notte.
Questa serviva per ispalliera, dentrovi la storia di Mos quando e' passa il Mar Rosso e che Faraone si sommerge in quello co' suoi cavalli e co' suoi carri.
Dove Perino fece attitudini bellissime di figure, chi nuota armato e chi ignudo, altri abbracciando il collo a' cavalli, bagnati le barbe e' cappelli, nuotano e gridano per la paura della morte, cercando il pi che possono con quel che veggono scampo da allungar la vita.
Da l'altra parte del mare vi  Mos, Aron e gli altri Ebrei, maschi e femmine, che ringraziano Idio. E`vvi un numero di vasi che egli finge che abbino spoliato lo Egitto, con bellissimi garbi e varie forme, e femmine con acconciature di testa molto varie, la quale finita, lass per amorevolezza a Ser Raffaello, e gli fu cara tanto, quanto se li avesse lassato il priorato di San Lorenzo.
La qual tela fu tenuta di poi in pregio e lodata, e dopo la morte di Ser Raffaello rimase, con le altre sue robe, a Domenico di Sandro pizzicagnolo suo fratello.
Partissi da Fiorenza Perino, lasciato in abbandono l'opera de' Martiri, della quale gli rincrebbe grandemente, e certo se ella fusse stata in altro luogo che in Camaldoli, la arebbe egli finita; ma considerato che gli uffiziali della Sanit avevano preso per gli appestati lo stesso convento di Camaldoli, volle pi tosto salvare s che lasciar fama in Fiorenza, bastandoli aver mostrato quanto e' valeva nel disegno.
Rimase il cartone e le altre sue robe a Giovanni di Goro orefice suo amico, che si mor nella peste; e dopo lui pervenne poi nelle mani del Piloto, che lo tenne molti anni spiegato in casa sua, mostrandolo volentieri a ogni persona d'ingegno, che era tenuto certo cosa rarissima; n so dove e' si capitasse dopo la morte del Piloto.
Stette fuggiasco molti mesi da la peste Perino in pi luoghi, n per questo spese mai il tempo indarno, che egli continovamente non disegnasse e studiasse cose dell'arte. Ma cessata la peste se ne torn a Roma et attese a far cose piccole, le quali io non narrer altrimenti.
Fu l'anno MDXXIII creato Papa Clemente VII, che fu un grandissimo refrigerio alla arte della pittura e della scultura, state da Adriano VI, mentre che e' visse, tenute tanto basse, che non solo non si era lavorato per lui niente, ma non se ne dilettando, anzi pi tosto avendole in odio, e cagione che nessuno altro se ne dilettasse era stato, o spendesse, o trattenesse nessuno artefice; per il che Perino allora fece molte cose nella creazione del nuovo pontefice.
Et oltre a questo convennono di capo dell'arte, in cambio di Raffaello da Urbino gi morto, Giulio Romano e Giovan Francesco detto il Fattore, acci che si scompartissino i lavori a gli altri secondo l'usato di prima. Per il che Perino, che aveva lavorato un'arme de 'l papa in fresco col cartone di Giulio Romano sopra la porta de 'l Cardinal Ceserino, si port tanto egregiamente, che dubitarono di lui, perch, ancora che eglino avessino il nome di discepoli di Raffaello e redato le cose sue, non avevano redato interamente l'arte e la grazia che egli coi colori dava alle sue figure. Presono partito adunque Giulio e Gian Francesco d'intrattenere Perino, e cos l'anno Santo del Giubileo MDXXV diedero la Caterina, sorella di Gianfrancesco, a Perino per donna, acci che fra loro fussi quella intera amicizia, che tanto tempo avevon contratta, convertita in parentado. Laonde continovando a le opere che egli faceva continovamente, non ci and troppo tempo che, per le lode dategli nella prima opera fatta in S. Marcello, fu deliberato dal priore di quel convento e da certi capi della Compagnia del Crocifisso, la quale ci ha una cappella fabbricata da gli uomini suoi per ragunarvisi, che ella si dovesse dipignere; e cos allogorono a Perino questa opera, con isperanza di avere qualche cosa eccellente di suo.
Perino, fattovi fare i ponti, cominci l'opera, e fece nella volta a mezza botte, nel mezzo, una storia quando Dio, fatto Adamo, cava de la costa sua Eva sua donna, nella quale storia si vede Adamo ignudo, bellissimo et artifizioso che, oppresso dal sonno, giace, mentre che Eva vivissima a man giunte si leva in piedi e riceve la benedizzione dal suo Fattore, la figura del quale  fatta di aspetto ricchissimo e grave, in maest, diritta, con molti panni attorno, che vanno girando i lembi lo ignudo; fecevi da una banda a man ritta due Evangelisti, de' quali fin tutto il San Marco et il San Giovanni, eccetto la testa et un braccio ignudo.
Fecevi in mezzo fra l'uno e l'altro, due puttini che abracciano per ornamento un candelliere, che veramente son di carne vivissimi, e similmente i Vangelisti molto belli, nelle teste e ne' panni e braccia e tutto quel che lor fece di sua mano.
La quale opera, mentre che egli la fece, ebbe molti impedimenti, e di malattie e d'altri infortuni, che accagiono giornalmente a chi si vive. Oltra che dicano che mancarono danari ancora a quelli della compagnia; e talmente and in lunga questa pratica che l'anno MDXXVII venne la rovina di Roma, che fu messa quella citt a sacco, e spento molti artefici e distrutto e portato via molte opere.
Perino, trovandosi in tal frangente, et avendo donna et una puttina, con la quale corse in collo per Roma per camparla di luogo in luogo, fu in ultimo miserissimamente fatto prigione, dove si condusse a pagar taglia con tanta sua disavventura, che fu per darla volta del cervello.
Passato le furie del sacco, era sbattuto talmente per la paura che egli aveva ancora, che le cose dell'arte si erano allontanate da lui; fece nientedimeno per alcuni soldati spagnoli tele a guazzo et altre fantasie e, rimessosi in assetto, viveva come gli altri poveramente. Era rimasto il Baviera, che teneva le stampe di Raffaello, che non aveva perso molto, e per l'amicizia che egli aveva con Perino, per intrattenerlo gli fece disegnare una parte d'istorie, quando gli di si trasformano per conseguire i fini de' loro amori.
I quali furono intagliati in rame da Iacopo Caraglio eccellente intagliatore di stampe. Et invero in questi disegni si port tanto bene che, riservando i dintorni e la maniera di Perino, e tratteggiando quegli con un modo facilissimo, cerc ancora dargli quella leggiadria e quella grazia che aveva dato Perino a' suoi disegni.
Mentre che le rovine del sacco avevano distrutta Roma e fatto partir di quella gli abitatori et il papa stesso, che si stava in Orvieto, non essendovi rimasti molti e non si faccendo faccenda di nessuna sorte, capit a Roma Niccola Veneziano, raro et unico maestro di ricami, servitore del Principe Doria, il quale, e per la amicizia vecchia con Perino e perch egli ha sempre favorito e voluto bene a gli uomini dell'arte, persuase Perino a partirsi di quella miseria e lo consigli inviarsi a Genova, promettendoli che egli farebbe opera con quel principe, che era amatore e si dilettava della pittura, che gli farebbe fare opere grosse.
E massime che Sua Eccellenzia gli aveva molte volte ragionato che arebbe avuto voglia di far uno appartamento di stanze con bellissimi ornamenti.
Non bisogn molto persuader Perino, il quale, e dal bisogno oppresso e dalla voglia di uscir di Roma appassionato, deliber con Niccola partire. E dato ordine di lasciar la sua donna e la figliuola bene acompagnata a sua parenti in Roma, assettato il tutto, se ne and a Genova. Dove arrivato, e per mezzo di Niccola fatto noto a quel principe, fu tanto grato a Sua Eccellenzia la sua venuta, quanto cosa che in sua vita per trattenimento avessi mai avuta. Fattogli dunque accoglienze e carezze infinite, dopo molti ragionamenti e discorsi, alla fine diedero ordine di cominciare il lavoro, e conchiusono dovere fare un palazzo ornato di stucchi e di pitture a fresco, a olio e d'ogni sorte, il quale pi brevemente che io potr mi ingegner di descrivere con le stanze e le pitture e l'ordine suo, lasciando stare dove cominci prima Perino a lavorar, acci non confonda nel dire questa opera, che di tutte le sue  la meglio.
Dico adunque che a l'entrata del palazzo del principe  una porta di marmo, di componimento et ordine dorico, fattone disegni e modelli di man di Perino, con sue appartenenze di piedistalli, base, fuso, capitelli, architrave, fregio, cornicione e frontispizio, con alcune bellissime femmine a sedere che reggono una arme. La quale opera e lavoro intagli di quadro maestro Giovanni da Fiesole, e le figure condusse a perfezzione Silvio scultore da Fiesole, fiero e vivo maestro.
Entrando dentro alla porta , sopra il ricetto, una volta piena di stucchi con istorie varie e grottesche, con suoi archetti, ne' quali  dentro per ciascuno cose armigere, chi combatte appi, chi a cavallo, e battaglie varie lavorate con una diligenzia et arte certo grandissima.
Truovansi le scale a man manca, le quali non possono avere il pi bello e ricco ornamento di grotteschine alla antica, con varie storie e figurine piccole, maschere, putti, animali et altre fantasie, fatte con quella invenzione e giudizio che solevano esser le cose sue, che in questo genere veramente si possono chiamare divine. Salita la scala, si giugne in una bellissima loggia, la quale ha nelle teste, per ciascuna, una porta di pietra bellissima, sopra le quali, ne' frontispizii di ciascuna, sono dipinte due figure, un maschio et una femmina, volte l'una al contrario dell'altra per l'attitudine, mostrando una la veduta dinanzi, l'altra quella di dietro. E`vvi la volta con cinque archi, lavorata di stucco superbamente, e cos tramezzata di pitture con alcuni ovati, dentrovi storie fatte con quella somma bellezza, che pi si pu fare; e le facciate son lavorate fino in terra, dentrovi molti capitani a sedere armati, parte ritratti di naturale e parte imaginati, fatti per tutti gli invitti capitani antichi e moderni di casa Doria, e di sopra loro son queste lettere d'oro grandi che dicono: MAGNI VIRI MAXIMI DUCES OPTIMA FECERE PRO PATRIA.
Nella prima sala, che risponde in su la loggia dove s'entra per una delle due porte a man manca, nella volta sono gli ornamenti di stucchi bellissimi; in su gli spigoli e nel mezzo  una storia grande di un Naufragio di Enea in mare, nel quale sono ignudi vivi e morti, in diverse e varie attitudini, oltra un buon numero di galee e navi, chi salve e chi fracassate dalla tempesta del mare, non senza bellissime considerazioni delle figure vive che si adoprano a difendersi, senza gli orribili aspetti che mostrano nelle cere il travaglio dell'onde, il pericolo della vita e tutte le passioni che danno le fortune marittime.
Questa fu la prima storia et il primo principio che Perino cominciasse per il principe, e dicesi che nella sua giunta in Genova era gi comparso inanzi a lui per dipignere alcune cose Ieronimo da Trevisi, il quale dipigneva una facciata che guardava verso il giardino, e mentre che Perino cominci a fare il cartone della storia che di sopra s' ragionata de 'l Naufragio, e mentre che egli a bell'agio andava trattenendosi e vedendo Genova, continovava o poco o assai al cartone, di maniera che gi n'era finito gran parte in diverse fogge, e disegnati quegli ignudi, altri di chiaro e scuro, altri di carbone e di lapis nero, altri gradinati, altri tratteggiati e dintornati solamente. Mentre dico che Perino stava cos e non cominciava, Ieronimo da Trevisi mormorava di lui, dicendo: Che cartoni e non cartoni! Io, io ho l'arte su la punta del pennello. E sparlando pi volte in questa o simil maniera, pervenne a gli orecchi di Perino, il quale, presone sdegno, subito fece conficcare nella volta, dove aveva andare la storia dipinta, il suo cartone, e levato in molti luoghi le tavole del palco acci si potesse vedere di sotto, aperse la sala. Il che sentendosi, corse tutta Genova a vederlo e, stupiti de 'l gran disegno di Perino lo celebrarono immortalmente. Andovvi fra gli altri Ieronimo da Trevisi, il quale vide quello che egli mai non pens veder di Perino; e, spaventato dalla bellezza sua, si part di Genova senza chieder licenzia al Principe Doria, tornandosene in Bologna dove egli abitava.
Rest adunque Perino a servire il principe e fin questa sala colorita in muro a olio, che fu tenuta et  cosa singularissima nella sua bellezza, essendo (come dissi) in mezzo della volta e dattorno e fin sotto le lunette, lavori di stucchi bellissimi. Nella altra sala, dove si entra per la porta della loggia a man ritta, fece medesimamente nella volta pitture a fresco, e lavor di stucco in uno ordine quasi simile quando Giove fulmina i Giganti, dove sono molti ignudi, maggiori del naturale, molto begli. Similmente in cielo tutti gli di, i quali, nella tremenda orribilit de' tuoni, fanno atti vivacissimi e molto proprii, secondo le nature loro. Oltra che gli stucchi sono lavorati con somma diligenzia et il colorito in fresco non pu essere pi bello, atteso che Perino ne fu maestro perfetto e molto valse in quello.
Fecevi quattro camere, nelle quali tutte le volte sono lavorate di stucco in fresco, e scompartitevi dentro le pi belle favole di Ovidio che paion vere, n si pu imaginare la bellezza, la copia et il vario e gran numero che sono per quelle, di figurine, fogliami, animali e grottesche, fatte con grande invenzione. Similmente, da l'altra banda dell'altra sala, fece altre quatro camere, guidate dallui e fatte condurre da i suoi garzoni, dando loro per i disegni cos degli stucchi, come delle storie, figure e grottesche, che infinito numero, chi poco e chi assai, vi lavor. Come Luzio Romano, che vi fece molte opere di grottesche e di stucchi, e molti lombardi.
Basta che non vi  stanza che non abbia fatto qualche cosa e non sia piena di fregiature, perfino sotto le volte, di vari componimenti pieni di puttini, maschere bizzarre et animali che  uno stupore. Oltra che gli studioli, le anticamere, i destri, ogni cosa  dipinto e fatto bello.
Entrasi da 'l palazzo al giardino in una muraglia terragnola che in tutte le stanze e fin sotto le volte ha fregiature molto ornate, e cos le sale e le camere e le anticamere, fatte della medesima mano. E cos in questa opera lavor ancora il Pordenone, come dissi nella sua vita.
E cos Domenico Beccafumi sanese, rarissimo pittore, che mostr non essere inferiore a nessuno de gli altri, quantunque l'opere che sono in Siena di sua mano siano pi eccellenti che egli abbi fatto infra tante sue.
Ma per tornare a le opere che fece Perino dopo quelle che egli lavor nel palazzo de 'l principe, come un fregio in una stanza in casa Gianettin Doria, dentrovi femmine bellissime, oltra che per la citt fece molti lavori a molti gentiluomini, in fresco e coloriti a olio, come una tavola in San Francesco molto bella, con bellissimo disegno, e similmente in una chiesa dimandata Santa Maria de Consolazione, ad un gentiluomo di casa Baciadonne, nella qual tavola fece una Nativit di Cristo, opera lodatissima, ma messa in luogo oscuro talmente, che per colpa del non aver buon lume, non si pu conoscer la sua perfezzione, e tanto pi che Perino cerc di dipignerla con una maniera oscura, e nel vero aria bisogno di gran lume.
Senza i disegni che e' fece de la maggior parte della Eneide con le storie di Didone, che se ne fece panni di arazzi, e similmente i begli ornamenti disegnati da lui nelle poppe delle galee, intagliati e condotti a perfezzione dal Carota e dal Tasso, intagliatori di legname fiorentini, i quali eccellentemente mostrarono quanto e' valessino in quell'arte.
Oltra tutte queste cose, dico, fece ancora un numero grandissimo di drapperie per le galee del principe, et i maggiori stendardi che si potessi fare per ornamento e bellezza di quelle.
Laonde e' fu per le sue buone qualit tanto amato da quel principe, che se egli avessi atteso a servirlo, arebbe grandemente conosciuta la virt sua.
Mentre che egli lavor in Genova, gli venne fantasia di levar la moglie di Roma, e cos comper in Pisa una casa, piacendoli quella citt, e quasi pensava, invecchiando, elegger quella per sua abitazione.
Era in quel tempo operaio del Duomo di Pisa M<esser> ***, il quale aveva desiderio grandissimo di abbellir quel tempio et aveva fatto fare un principio di ornamenti di marmo molto belli per cappelle gi per la chiesa, levando alcune vecchie e goffe che v'erano e senza proporzione, le quali aveva condotte di sua mano Stagio da Pietra Santa, intagliatore di marmi molto pratico e valente. E cos dato principio, l'operaio pens di riempier dentro a' detti ornamenti di tavole a olio, e fuora seguitare a fresco storie e partimenti di stucchi, e di mano de' migliori e pi eccellenti maestri che egli trovassi, senza perdonare a spesa che ci fussi potuta intervenire; perch egli aveva gi dato principio alla sagrestia e l'aveva fatta nella nicchia principale dietro a l'altar maggiore, dove era finito gi l'ornamento di marmo e fatti molti quadri da Giovannantonio Sogliani pittore fiorentino, il resto de' quali, insieme con le tavole e cappelle che mancavano, fu poi dopo molti anni fatto finire da M<esser> Sebastiano della Seta, operaio di quel duomo.
Venne in questo tempo in Pisa tornando da Genova Perino, e visto questo principio per mezzo di Batista del Cervelliera, persona intendente nell'arte e maestro di legname, in prospettive et in rimessi ingegnosissimo, fu condotto allo operaio e, discorso insieme de le cose dell'opera del duomo, fu ricerco che, a un primo ornamento dentro alla porta ordinaria che s'entra, dovessi farvi una tavola, che gi era finito l'ornamento, e sopra quella una storia, quando San Giorgio ammazzando il serpente libera la figliuola di quel re.
Cos fatto Perino un disegno bellissimo, che faceva in fresco un ordine di putti e d'altri ornamenti fra l'una cappella e l'altra, e nicchie con profeti e storie in pi maniere, piacque tal cosa all'operaio. E cos fattone cartone d'una di quelle, cominci a colorire quella prima, dirimpetto alla porta detta di sopra, e fin sei putti, i quali sono molto ben condotti. E cos doveva seguitare intorno intorno, che certo era ornamento molto ricco e molto bello, e sarebbe riuscita tutta insieme una opera molto onorata.
Avvenne che egli volse ritornare a Genova, avendovi egli del continuo preso e pratiche amorose et altri suoi piaceri, a e' quali egli era inclinato a certi tempi. E nella sua partita diede una tavoletta dipinta a olio, che egli aveva fatta per le monache di San Maffeo a quelle, che  dentro nel munistero fra loro. Arrivato poi in Genova, dimor in quella molti mesi faccendo per il principe altri lavori ancora.
Dispiacque molto all'operaio di Pisa la partita sua, ma molto pi il rimanere quell'opera imperfetta, non cessando scriverli che tornassi, oltra al dimandare ogni giorno de la sua tornata la donna sua, la quale insieme con la figliuola aveva Perino lasciata in Pisa; e veduto poi finalmente che questa era cosa lunghissima, non rispondendo o tornando, allog la tavola di quella cappella a Giovannantonio Sogliani, che la fin e la messe al luogo suo.
Ritornato Perino in Pisa, e visto l'opera di Giovannantonio, sdegnatosi non volse seguitare il principio fatto da lui, dicendo che non voleva che le sue pitture servissino per fare ornamento ad altri maestri.
Laonde si rimase per lui imperfetta quell'opera, e Giovannantonio la seguit tanto che egli vi fece quattro tavole, le quali parendo poi a Sebastiano della Seta, nuovo operaio, tutte in una medesima maniera e pi tosto manco belle della prima, ne allog a Domenico Beccafumi sanese, dopo la prova di certi quadri che egli fece intorno alla sagrestia che son molto belli, una tavola che egli fece in Pisa.
La quale non satisfacendoli come i quadri primi, ne fecero fare due ultime che vi mancavano a Giorgio Vasari aretino, le quali furono poste alle due porte accanto alle mura delle cantonate nella facciata dinanzi della chiesa. De le quali insieme con le altre molte opere grandi e piccole, sparse per Italia e fuora <in> pi luoghi, non conviene che io ne parli altrimenti, ma ne lascer il giudizio libero a chi le ha vedute o vedr.
Dolse veramente questa opera a Perino, avendo gi fattone i disegni, che erano per riuscire cosa degna di lui e da far nominar quel tempio, oltre alla antichit sua, molto maggiormente, e da fare immortale Perino ancora.
Era a Perino nel suo dimorare tanti anni in Genova, ancora che egli ne cavasse utilit e piacer, venutali a fastidio, ricordandosi di Roma nella felicit di Leone.
E quantumque egli nella vita del Cardinale Ipolito de' Medici avesse avuto lettere di servirlo e si fusse disposto a farlo, la morte di quel signore fu cagione che cos presto egli non si rimpaniassi. Stando le cose in questo termine, molti suoi amici procuravano il suo ritorno, et egli infinitamente pi di loro. Cos andorono pi lettere in volta, et in ultimo una mattina gli tocc il capriccio, e senza far motto part di Pisa et a Roma si condusse.
E fattosi conoscere al Reverendissimo Cardinale Farnese e poi a papa Paulo, st molti mesi che egli non fece niente: prima perch era trattenuto d'oggi in domane, e poi, perch gli venne male in un braccio, di sorte che egli spese parecchi centi di scudi, senza il disagio, inanzi che e' potesse guarire; per il che, non avendo chi lo trattenessi fu tentato per la poca carit della corte partirsi molte volte; pure il Molza e molti altri suoi amici lo confortavano ad aver pacienzia, con persuaderli che Roma non era pi quella, e che ora ella vuole che un sia stracco et infastidito da lei, innanzi ch'ella lo elegga et acarezzi per suo. E massime chi seguita l'orme di qualche bella virt.
Comper in questo tempo Messer Pietro de' Massimi una cappella alla Trinit, dipinta la volta e le lunette con ornamenti di stucco, e cos la tavola a olio di mano di Giulio Romano e di Gianfrancesco suo cognato; e desideroso quel gentiluomo di farla finire affatto, lev via una sepoltura di marmo che era in faccia di quella, fatta ad una cortigiana famosissima, con certi putti molto ben lavorati.
E cos fatto alla tavola uno ornamento di legno dorato, che prima ne aveva uno di stucco povero, allog a finire le facciate di quella, con istucchi e figure, a Perino. Il quale fatto fare i ponti e la turata, mise mano e dopo molti mesi a fine la condusse. Fecevi uno spartimento di grottesche bizzarre e belle, parte di basso rilievo e parte dipinte, e ricinse due storiette non molto grandi con uno ornamento di stucchi molto varii, in ciascuna facciata la sua, che nella una era la probatica piscina, con quegli rattratti e malati e l'angelo che viene a commuover le acque, oltra che vi si vede le vedute di que' portici che scortono in prospettiva benissimo, e gli andamenti e gli abiti de' sacerdoti, fatti con una grazia molto pronta, ancora che le figure non sieno molto grandi. E nell'altra la resurressione di Lazzero quatriduano, che si mostra nel suo riaver la vita molto ripieno della palidezza e paura della morte. Oltre che vi son molti che lo sciolgono, e pure assai che si maravigliano, e tanti che stupiscono, senza che la storia  adorna di alcuni tempietti che sfuggono nel loro allontanarsi, lavorati con grandissimo amore et il simile sono tutte le cose dattorno di stucco. Sonvi quattro storiettine minori, due per faccia, che mettono in mezzo quella grande; nelle quali sono in una, quando il centurione dice a Cristo che liberi con una parola il figliuolo che more; nell'altra, quando e' caccia i venditor de 'l Tempio; la Trasfigurazione et un'altra simile. Fecevi ne' risalti de' pilastri di dentro quattro figure in abito di profeti, che sono veramente nella lor bellezza quanto eglino possino essere di bont e di proporzione ben fatti e finiti; e similmente quella opera condotta s diligente, che pi tosto alle cose miniate che dipinte per la sua finezza somiglia.
Vedevisi una vaghezza di colorito molto viva et una gran pacienza usata in condurla, mostrando quel vero amore che si debbe avere all'arte. E questa opera dipinse egli tutta di sua man propria, vero  che gran parte di quegli stucchi fece condurre co' suoi disegni a Guglielmo Milanese stato gi seco a Genova amato gran tempo da lui, avendogli gi voluto dare la sua figliuola per donna, il quale per restaurar le anticaglie di casa Farnese, oggi  fatto frate del Piombo, in luogo di fra' Bastian Viniziano: questa opera con molti disegni, che egli fece, fu cagione che il Reverendissimo Cardinale Farnese gli cominciasse a dar provvisione e servirsene in molte cose.
Fu fatto levare per ordine di Papa Paulo un cammino che era nella camera del Fuoco e metterlo in quella della Segnatura, dove erano le spalliere di legno in prospettiva, fatte di mano di fra' Giovanni intagliatore per Papa Tulio; et avendo nell'una e nell'altra camera dipinto Raffaello da Urbino, bisogn rifare tutto il basamento alle storie della camera della Segnatura. Per il che fu dipinto da Perino uno ordine finto di marmo con termini varii e festoni, maschere et altri ornamenti, et in certi vani, storie contrafatte di color di bronzo, l'uno e l'altro in fresco. Nelle storie era come di sopra trattando a' filosofi, della filosofia, a' teologi, della teologia, a' poeti del medesimo, tutti e' fatti di coloro che erano stati periti in quelle professioni. Et ancora che egli non le conducessi tutte di sua mano, egli le ritoccava in secco di sorte, oltra il fare i cartoni tanti finiti, che poco meno sono che s'elle fussino di sua mano. E ci fece egli perch, sendo infermo d'un catarro, non poteva tanta fatica. Laonde visto il papa che egli meritava, e per l'et e per ogni cosa sendosi raccomandato, gli fece una provvisione di ducati XXV il mese, che gli dur infino a la morte. Et aveva cura di servire il palazzo, e cos, casa Farnese. Aveva scoperto gi Michelagnolo Buonarroti, nella cappella del papa, la facciata del Giudizio, e vi mancava di sotto a dipignere il basamento, dove si aveva appiccare una spalliera di arazzi, tessuta di seta e d'oro, come i panni che parano la cappella. Ordin il papa che si mandassi a tessere in Fiandra, e cos con consenso di Michelagnolo fecero che Perino cominci una tela dipinta, della medesima grandezza, dentrovi femmine e putti e termini, che tenevono festoni, molto vivi, con bizzarrissime fantasie. La quale rimase imperfetta in Belvedere in alcune stanze dopo la morte sua, opera certo degna di lui e dell'ornamento di s divina pittura.
Aveva fatto finire di murare Anton da San Gallo, in palazzo del papa, la sala grande de i Re, dinanzi alla cappella di Sisto IIII. Nella quale fece nel cielo uno spartimento grande di otto facce, e croce et ovati nel rilievo e sfondato di quella. E cos la diedero a Perino che la lavorassi di stucco, in quegli ornamenti e pi ricchi, e pi begli, che si poteva fare, nella difficult di quell'arte.
Cos cominci e fece negli ottangoli in cambio d'una rosa, quattro putti tutti tondi, di rilievo, che puntano i piedi al mezzo, e con le braccia girando, fanno una rosa bellissima. Oltra che per il resto dello spartimento sono tutte le imprese di casa Farnese, e nel mezzo della volta l'arme del papa. E veramente si pu dire questa opera, di stucco, di bellezza e di finezza e di difficult, aver passato quante ne fecero mai gli antichi et i moderni, e degna veramente d'un capo della religione cristiana. Cos fece fare con suo disegno le finestre di vetro al Pastorin da Siena, valente in quel mestiero, e sotto fece ordinar le facciate, per farvi le storie di sua mano, in ornamenti di stucchi bellissimi. La quale opera se la morte forse non gli avesse impedito quel buono animo che aveva, arebbe fatto conoscere quanto i moderni avessino avuto cuore non solo in paragonare a gli antichi le opere loro, ma forse in passarle di gran lunga.
Mentre che lo stucco di questa volta si faceva e che egli pensava a i disegni delle storie, in San Pietro di Roma si rovinavono le mura vecchie di quella chiesa, per rifar le nuove della fabbrica. E pervenuti i muratori a una pariete dove era una Nostra Donna et altre pitture di man di Giotto, furon viste da Perino che era in compagnia di M<esser> Niccol Acciauoli, dottor Fiorentino e suo amicissimo, e mossosi l'uno e l'altro a piet di quella pittura convennero con que' muratori, che non la rovinassino. Anzi tagliassino attorno il muro, e con travi e ferri la allacciassino intorno, talch salva la potessino tramutare e rimurare. Era sotto l'organo di San Piero un luogo, che non v'era altare n cosa ordinata, e per deliberorono murarla quivi e farvi la cappella della Madonna. E di pi farli certi ornamenti di stucchi e di pitture, et insieme mettervi la memoria di un Niccol Acciaiuoli, che gi fu Senator di Roma. Fecene dunche Perino i disegni, e vi messe mano subito aiutato da' suoi giovani, che tutto il colorito fu di Marcello Mantovano suo creato, la quale opera fu fatta con molta diligenzia.
Stava nel medesimo San Pietro, il Sacramento, per lo amor della muraglia, molto poco onorato. Laonde fatti sopra la compagnia di quello uomini deputati ordinorono che e' si facesse in mezzo la chiesa vecchia una cappella, et Antonio da San Gallo la fece fare, parte di spoglie di colonne di marmo antiche e parte aggiugnendovi altri ornamenti e di marmi e di bronzi e di stucchi, mettendo un tabernacolo in mezzo di mano di Donatello per pi ornamento, e faccendovi un sopra cielo bellissimo, con molte storie minute de le figure del Testamento vecchio, figurative del Sacramento.
Fecesi ancora in mezzo a quella una storia un po' maggiore, dentrovi la Cena di Cristo con gli Apostoli, e sotto due profeti che mettono in mezzo il Corpo di Cristo. Cos fece fare alla chiesa di San Giuseppo vicino a Ripetta, et ordin che un di que' suoi giovani facesse la cappella di quella chiesa, che fu poi ritocca e finita da lui. Fece similmente una cappella nella chiesa di San Bartolomeo in Isola con suoi disegni, la quale medesimamente ritocc; et in San Salvatore del Lauro fece dipignere intorno allo altar maggiore alcune storie, e di grottesche nella volta ancora.
Cos di fuori nella facciata una Annunziata condotta da Girolamo Sermoneta suo creato.
Cos adunque, parte per non potere e parte perch gl'incresceva, piacendoli pi il disegnare che il condur l'opere, andava seguitando quel medesimo ordine, che gi tenne Raffaello da Urbino nell'ultimo della sua vita. Il quale quanto sia dannoso e di biasimo ne fanno segno l'opere de' Chigi e quelle che son condotte da altri, come ancora mostrano queste che fece condurre Perino. Oltra che elle non hanno arrecato molto onore a Giulio Romano ancora, dico, quelle che non son fatte di lor mano. Et ancora che si faccia piacere a i principi, per dar loro l'opere presto, e forse benefizio a gli artefici che vi lavorono, se fussino i pi valenti del mondo non hanno mai quello amore alle cose d'altri, che altrui vi ha da se stesso. N mai per ben disegnati che siano i cartoni, si imita appunto e propriamente come fa la mano del primo autore. Il quale, vedendo andare in rovina l'opera, disperandosi lascia precipitare affatto. Atteso che chi ha sete d'onore debbe far da s solo. E questo lo posso io dir per prova che, avendo io faticato con grande studio i cartoni della sala della Cancelleria nel palazzo di San Giorgio di Roma che, per aversi a fare con gran prestezza in cento d vi si messe tanti pittori a colorirla, che diviarono talmente da i contorni e bont di quelli, che feci proposito e cos <ho> osservato che d'allora in qua nessuno ha messo mano in sulle opere mie. Laonde chi vol conservare i nomi e le opere, ne faccia meno, e tutte di man sua se e' vol conseguire quello intero onore che cerca acquistare un bellissimo ingegno.
Dico adunque che Perino per le tante cure commesseli, era forzato mettere molte persone in opera, et erali venuto sete pi del guadagno che della gloria, parendoli avere gittato via e non avanzato niente nella sua giovent. E tanto fastidio gli dava il veder venir giovani su che facessino, che cercava metterli sotto di s, a ci non li avessino a impedire il luogo.
Venne l'anno MDXLVI Tiziano da Cador pittore veneziano, celebratissimo per far ritratti, et avendo egli gi ritratto Papa Paulo, quando Sua Santit and a Buss e, non avendo remunerazione di quello, n di alcuni altri che aveva fatti al Cardinale Farnese et a Santa Fiore, capit allora in Roma, e da essi fu ricevuto onoratissimamente in Bel Vedere.
Si lev dunque la voce in corte e poi per Roma, qualmente egli era venuto per fare istorie di sua mano nella sala de' Re in palazzo, dove Perino doveva farle egli, e vi si lavorava di gi i stucchi. Dispiacque molto questa venuta a Perino e se ne dolse con molti amici suoi, non perch e' credesse che nella storia Tiziano avesse a passarlo lavorando in fresco, ma perch e' desiderava trattenersi con questa opera pacificamente et onoratamente, fino a la morte.
E se pur ne aveva a fare, farla senza concorrenza, bastandoli purtroppo la volta e la facciata della cappella di Michelagnolo a paragone, quivi vicina. Questa suspizione fu cagione che, mentre Tiziano st in Roma, egli lo sfugg sempre, e sempre stette di mala voglia fino a la partita sua.
Era castellano di Castel Santo Agnolo, Tiberio Crispo, oggi fatto reverendissimo cardinale, e come persona che si dilettava delle nostre arti, si messe in animo di abbellire Castello, et in quello rifece logge, camere e sale et apparamenti bellissimi, per poter ricever meglio Sua Santit quando ella ci veniva. E cos fece molte stanze et altri ornamenti, con ordine e disegni di Raffaello da Monte Lupo e poi in ultimo di Antonio da San Gallo. Fecevi far di stucco Raffaello una loggia, et egli vi fece l'angelo di marmo, figura di sei braccia, posta in cima al castello su l'ultimo torrione, e cos fece dipigner detta loggia a Girolamo Sermoneta, che  quella che volta verso i prati, che, finita, fu poi il resto delle stanze date parte a Luzio Romano. Et in ultimo le sale et altre camere importanti fece Perino parte di sua mano e parte fu fatto da altri, con suoi cartoni. La sala  molto vaga e bella, lavorata di stucchi, e tutta piena di storie romane fatte da' suoi giovani, che ve ne sono molte di mano di Marco da Siena, discepolo di Domenico Beccafumi, et vvi in certe stanze fregiature bellissime.
Era in questo tempo a San Giustino in quello di Citt di Castello, un pittore chiamato Cristofano Gherardi da 'l Borgo a San Sepolcro, il quale dotato dalla natura d'uno ingegno maraviglioso per fare grottesche e figure, venne a Roma per vederla, ma non volse mai lavorare con Perino.
Anzi, ritornatosi a San Giustino, ha lavorato quivi in un palazzo de' Bufalini varie stanze, tenute tutte cosa bellissima. Et aveva per usanza Perino, quando poteva avere giovani valenti, servirsene volentieri nelle opere sue. N restava egli di lavorare ogni cosa meccanica. Fece molte volte i pennoni delle trombe, le bandiere del castello e quelle della armata della religione. Lavor drappelloni, sopravveste, portiere et ogni minima cosa dell'arte.
Cominci alcune tele per far panni d'arazzi per il Principe Doria. Fece ancora per il Reverendissimo Cardinal Farnese una cappella, e cos uno scrittoio alla Eccellentissima Madonna Margherita d'Austria. A Santa Maria del Pianto fece fare uno ornamento intorno alla Madonna; e cos in piazza Giudea alla Madonna pure un altro ornamento. E molte altre che non iscade per esser tante farne memoria, perch non gli veniva cosa nessuna in mano che egli non le pigliassi e facessi fine. Aveva gran briga con alcuni uffiziali di palazzo, in darli sempre disegni e trattenergli con cose di sua mano, acci che o per i pagamenti delle provisioni et altre cose sue fusse servito, merc del dargli loro, o acci che tutte le cose capitassino o grandi o piccole in man sua.
Erasi recato una autorit che tutti i lavori di Roma erano allogati da lui a chi li piaceva, con un prezzo alle volte vilissimo da chi faceva l'opere, che a lui reccavon fatica et a chi le faceva poco utile, et all'arte danno certo grandissimo, e che sia il vero, se la volta della sala de' Re in palazzo s'egli la avesse presa sopra di s e lavoratovi insieme con i garzoni, vi avanzava parechi centi di scudi, che furon tutti de' ministri che guidavano e pagavano le giornate a chi vi lavorava. Laonde, avendo egli preso un carico s grande e con tanto fastidio che, sendo catarroso et infirmo, poteva malamente sopportare tanti disagii, in avere il giorno e la notte a disegnare, avendo di continuo a satisfare a' disegni per il palazzo, di ricami, d'intagli, a' banderai, a i capricci di molti ornamenti di Farnese oltra molti cardinali et altri signori, onde teneva continuo l'animo occupatissimo, in questo ultimo suo aveva sempre intorno scultor di stucchi, intagliatori di legnami, sarti, ricamatori e pittori e mettitor d'oro et altri attenenti all'arte nostra. Non aveva altra consolazione che ritrovarsi con amici alla osteria, la quale egli di continuo esercit dove egli si trovava, parendoli la beatitudine e la requie del mondo et il riposo de' suoi travagli, cos per le cose dell'arte, come per le cose di Venere e per i disordini della bocca, guasta la complessione, si andava da una continua asima consumando, tanto che e' cadde nel male del tizico, e cos non giovando rimedii e seguitando il catarro, una sera parlando vicino a casa con uno amico suo, di un subito mal di gocciola casc morto, nella et sua di quarantasette anni. La perdita del quale dolse infinitamente a molti artefici, e da M<esser> Iosef Cincio medico di madama, suo genero, e dalla sua donna nella Ritonda di Roma, alla cappella di San Giuseppo, gli fu dato onorato sepolcro con questo epitaffio: D<ATUR> O<MNIBUS> M<ORI> PERINO BONACCURSIO VAGAE FLORENTINO QUI INGENIO ET ARTE SINGULARI EGREGIOS CUM PICTORES PER MULTOS TUM PLASTAS FACILE OMNES SUPERAVIT, CATHERINA PERINI CONIVGI LAVINIA BONACCURSIA PARENTI IOSEPHVS CINCIUS SOCERO CHARISS<IMO> ET OPT<IMO> FECERE. VIXIT ANN<OS> XLVI MEN<SES> III, DIES XXI.
MORTUVS EST XIIII CALEND<IS> NOVEMB<RIS> ANN<O> CHRIST<I> MDXLVII.
42 CERTANTEM CUM SE, TE QUVM NATURA VIDERET, 43 NIL MIRUM SI TE HAS ABDIDIT IN TENEBRAS.
44 LUX TAMEN ATQUE OPERUM DECUS IMMORTALE TUORUM 45 TE ILLUSTREM EFFICIENT, HOC ETIAM IN TUMULO.
Rest nel luogo suo Daniello Volterrano che molto lavor seco e fin gli altri due profeti, che sono a la cappella del Crocifisso in San Marcello; e nella Trinit fece una cappella bellissima di stucchi e di pittura, alla signora Elena Orsina, e molti altri che non scade farne memoria.
Basta che Perino valse ne l'essere universalissimo pi che pittore che sia stato ne' tempi nostri, perch egli ha introdotto gli artefici a far eccellentemente gli stucchi, le grottesche, i paesi, gli animali et il colorito, tanto in fresco quanto a olio e quanto a tempera, e cos il disegno d'ogni sorte. Onde se gli pu dire che sia stato il padre di queste nobilissime arti, vivendo le virt sue in quegli altri che lo vanno imitando in ogni effetto onorato dell'arte.

 iii,51.M.Bonarroti Mentre gli industriosi et egregii spiriti col lume del famosissimo Giotto e de gli altri seguaci suoi si sforzavano dar saggio al mondo de 'l valore che la benignit delle stelle e la proporzionata mistione degli umori aveva dato a gli ingegni loro e, desiderosi di imitare con la eccellenzia della arte la grandezza della natura, per venire il pi che e' potevano a quella somma cognizione che molti chiamano intelligenzia, universalmente, ancora che indarno si affaticavano, il benignissimo Rettor del Cielo volse clemente gli occhi a la terra e, veduta la vana infinit di tante fatiche, gli ardentissimi studii senza alcun frutto e la opinione prosuntuosa degli uomini, assai pi lontana da 'l vero che le tenebre da la luce, per cavarci di tanti errori si dispose mandare in terra uno spirito, che universalmente in ciascheduna arte et in ogni professione fusse abile, operando per s solo a mostrare che cosa siano le difficult nella scienza delle linee, nella pittura, nel giudizio della scultura e nella invenzione della veramente garbata architettura. E volse oltra ci accompagnarlo de la vera filosofia morale, con l'ornamento della dolce poesia, acci che il mondo lo eleggesse et ammirasse per suo singularissimo specchio nella vita, nell'opere, nella santit de i costumi et in tutte l'azzioni umane, e che da noi pi tosto celeste che terrena cosa si nominasse. E perch vide che nelle azzioni di tali esercizii et in queste arti singularissime, ci  nella pittura, nella scultura e nell'architettura, gli ingegni toscani sempre sono stati fra gli altri sommamente elevati e grandi, per essere eglino molto osservanti alle fatiche et agli studii di tutte le facult, sopra qual si voglia gente di Italia, volse dargli Fiorenza, dignissima fra l'altre citt, per patria, per colmare alfine la perfezzione in lei meritamente di tutte le virt, per mezzo d'un suo cittadino, avendo gi mostrato un principio grandissimo e maraviglioso in Cimabue, in Giotto, in Donato, in Filippo Brunelleschi et in Lionardo da Vinci, per mezzo del quale non si poteva se non credere che col tempo si dovessi scoprire un ingegno che ci mostrasse perfettissimamente (merc della sua bont) l'infinito del fine.
Nacque dunque in Fiorenza l'anno MCCCCLXXIIII un figliuolo a Lodovico Simon Buonaroti, al quale pose nome al battesimo Michele Agnolo, volendo inferire costui essere cosa celeste e divina pi che mortale. E nacque nobilissimo, percioch i Simoni sono sempre stati nobili et onorevoli cittadini.
Aveva Lodovico molti figliuoli perch, essendo povero e grave di famiglia, con assai poca entrata, pose gli altri suoi figliuoli ad alcune arti, e solo si ritenne Michele Agnolo, il quale, molto da se stesso nella sua fanciullezza, attendeva a disegnare per le carte e pei muri.
Onde Lodovico, avendo amist con Domenico Ghirlandai pittore, andatosene a la sua bottega, gli ragion a lungo di Michele Agnolo. Perch Domenico, visto alcuni suoi fogli imbrattati, giudic essere in lui ingegno da farsi in questa arte mirabile e valente. Onde Lodovico, raccomandatosi a Domenico de 'l carico che gli pareva avere di s grave famiglia, senza trarne utile alcuno, si dispose lasciargli Michele Agnolo, e convennero insieme di giusto et onesto salario, che in quel tempo cos si costumava. Prese Domenico il fanciullo per tre anni, e ne fecero una scrittura com'e' ancora oggi appare a un giornale di Domenico Ghirlandai, scritto di sua mano, e di mano di esso Lodovico Buonaroti le ricevute tempo per tempo, le quali cose si ritrovano ora appresso di Ridolfo Ghirlandaio figliuolo di Domenico sopradetto.
Cresceva la virt e la persona di Michele Agnolo di maniera che Domenico stupiva, vedendolo fare alcune cose fuor d'ordine di giovane, perch gli pareva che non solo vincesse gli altri discepoli de i quali aveva egli numero grande, ma ch'e' paragonasse in molte le cose fatte da lui come maestro. Ora advenne che, lavorando Domenico la cappella grande di Santa Maria Novella, un giorno ch'egli era fuori si mise Michele Agnolo a ritrarre di naturale il ponte con alcuni deschi, con tutte le masserizie dell'arte, et alcuni di que' giovani che lavoravano. Per il che, tornato Domenico, e visto il disegno di Michele Agnolo, disse: Costui ne sa pi di me; e rimase sbigottito della nuova maniera e della nuova imitazione che, dal giudizio datogli dal cielo, aveva un simil giovane in et cos tenera, ch'invero era tanto quanto pi desiderar si potesse nella pratica d'uno artefice che avesse operato molti anni.
E ci era che tutto il sapere e potere della grazia era nella natura esercitata dallo studio e dalla arte, perch in Michele Agnolo faceva ogni d frutti pi divini che umani, come apertamente cominci a dimostrarsi nel ritratto che e' fece d'una carta di Alberto Durero, che gli dette nome grandissimo. Imperoch, essendo venuta in Firenze una istoria del detto Alberto, quando i diavoli battono Santo Antonio, stampata in rame, Michele Agnolo la ritrasse di penna, di maniera che non era conosciuta, e quella medesima coi colori dipinse; dove, per contraffare alcune strane forme di diavoli, andava a comperar pesci che avevano scoglie bizzarre di colori, e quivi dimostr in questa cosa tanto valore, che e' ne acquist e credito e nome.
Teneva in quel tempo il Magnifico Lorenzo de' Medici nel suo giardino in su la piazza di San Marco, Bertoldo scultore, non tanto per custode o guardiano di molte belle anticaglie, che in quello aveva ragunate e raccolte con grande spesa, quanto perch, desiderando egli sommamente di creare una scuola di pittori e di scultori eccellenti, voleva che elli avessero per guida e per capo il sopra detto Bertoldo, che era discepolo di Donato. Et ancora che e' fosse s vecchio che e' non potesse pi operare, era nientedimanco maestro molto pratico e molto reputato, non solo per avere diligentissimamente rinettato il getto de' pergami di Donato suo maestro, ma per molti getti ancora che egli aveva fatti in bronzo, di battaglie e di alcune altre cose piccole, nel magisterio delle quali non si trovava allora in Firenze chi lo avanzasse.
Dolendosi adunque Lorenzo, che amor grandissimo portava alla pittura et alla scultura, che ne' suoi tempi non si trovassero scultori celebrati e nobili, come si trovavano molti pittori di grandissimo pregio e fama, deliber, come io dissi, fare una scuola; e per questo chiese a Domenico Ghirlandai che, se in bottega sua avesse de' suoi giovani che inclinati fossero a ci, li inviasse a 'l giardino, dove egli desiderava di esercitargli e creargli in una maniera, che onorasse e lui e la citt sua.
Laonde da Domenico gli furono per ottimi giovani dati fra gli altri Michele Agnolo e Francesco Granaccio; per il che, andando eglino a 'l giardino, vi trovarono che il Torrigiano, giovane de' Torrigiani, lavorava di terra certe figure tonde, che da Bertoldo gli erano state date. Michele Agnolo, vedendo questo, per emulazione alcune ne fece; dove Lorenzo, vedendo s bello spirito, lo tenne sempre in molta aspettazione, et egli inanimito dopo alcuni giorni si mise a contrafare con un pezzo di marmo una testa antica che v'era.
Onde Lorenzo, molto contento, ne fece gran festa e gli ordin provisione, per aiutar suo padre e per crescergli animo, di cinque ducati il mese, e per rallegrarlo gli diede un mantello paonazzo, et al padre uno officio in dogana.
Vero  che tutti quei giovani erano salariati, chi assai e chi poco, da la liberalit di quel magnifico e nobilissimo cittadino, e da lui, mentre ch'e' visse, furono premiati.
Era il giardino tutto pieno d'anticaglie e di eccellenti cose molto adorno, per bellezza, per studio e per piacere ragunate in quel loco. Teneva di continuo Michele Agnolo la chiave di questo loco, e molto pi sollecito che gli altri in tutte le sue azzioni, e con viva fierezza sempre pronto si mostrava.
Disegn molti mesi nel Carmino alle pitture di Masaccio, dove con tanto giudicio quelle opere ritraeva, che ne stupivano gli artefici e gli altri uomini, di maniera che gli cresceva l'invidia insieme col nome. Dicesi che, avendo il Torrigiano contratto seco amicizia e scherzando, mosso da invidia di vederlo pi onorato di lui e pi valente nell'arte, con tanta amorevolezza gli percosse d'un pugno il naso, che rotto e schiacciatolo di mala sorte lo segn per sempre. Lavor costui un fanciullo di marmo in una stanza, che lo comper poi Baldessarre de 'l Milanese, dove, contrafacendo la maniera antica, fu portato a Roma e sotterrato in una vigna, onde cavatosi e tenuto per antico, fu venduto gran prezzo. Conobbe Michele Agnolo nel suo andare a Roma ch'egli era di sua mano, bench difficilmente ogni altro lo credesse.
Fece il Crocifisso di legno, ch' in Santo Spirito di Fiorenza, posto ancora sopra il mezzo tondo dello altar maggiore. E pure in Fiorenza, nel palazzo de gli Strozzi, fece uno Ercole di marmo che fu stimato cosa mirabile, il quale fu poi da Giovan Batista della Palla condotto in Francia. Dipinse nella maniera antica una tavola a tempera d'un San Francesco con le stimite, che  locato a man sinistra nella prima cappella di San Piero a Montorio in Roma. Venne volont ad Agnolo Doni, cittadino fiorentino amico suo, s come quello che molto si dilettava aver cose belle, cos d'antichi come di moderni artefici, d'avere alcuna cosa di mano di Michele Agnolo, perch gli cominci un tondo di pittura ch' dentrovi una Nostra Donna, la quale, inginocchiata con amendua le gambe, alza in su le braccia un putto e porgelo a Giuseppo che lo riceve. Dove Michele Agnolo fa conoscere, nello svoltare della testa della madre di Cristo e nel tenere gli occhi fissi nella somma bellezza del Figliuolo, la maravigliosa sua contentezza e lo affetto del farne parte a quel santissimo vecchio. Il quale con pari amore, tenerezza e reverenzia lo piglia, come benissimo si scorge nel volto suo, senza molto considerarlo. N bastando questo a Michele Agnolo per mostrar maggiormente l'arte sua esser grandissima, fece nel campo di questa opera molti ignudi appoggiati, ritti et a sedere; e con tanta diligenzia e pulitezza lavor questa opera, che certamente delle sue pitture in tavola, ancora che poche siano,  tenuta la pi finita e la pi bella che si truovi. Finita che ella fu, la mand a casa Agnolo coperta e, per un mandato con essa con una polizza, chiedeva settanta ducati per suo pagamento. Parve strano ad Agnolo, che era assegnata persona, spendere tanto in una pittura, se bene e' conosceva che pi valesse, e disse al mandato che bastavano XL e gliene diede, onde Michele Agnolo gli rimand in dietro, mandandogli a dire che cento ducati o la pittura gli rimandasse in dietro. Per il che Agnolo, a cui l'opera piaceva, disse: Io gli dar quei LXX; et egli non fu contento, anzi per la poca fede d'Agnolo ne volle il doppio di quel che la prima volta ne aveva chiesto, per il che se Agnolo volse la pittura, fu sforzato mandargli CXL ducati.
Vennegli volont di trasferirsi a Roma, per le maraviglie ch'udiva de gli antichi, per che quivi giunto, fece nella casa de' Galli, dirimpetto al palazzo di San Giorgio, un Bacco di marmo, maggior ch'el vivo, con un satiro attorno, nel quale si conosce che egli ha voluto tenere una certa mistione di membra maravigliose, e particularmente avergli dato la sveltezza della giovent del maschio e la carnosit e tondezza della femmina: cosa tanto mirabile, che nelle statue mostr essere eccellente pi d'ogni altro moderno, il quale fino allora avesse lavorato. Per il che, nel suo stare a Roma acquist tanto nello studio dell'arte, ch'era cosa incredibile vedere i pensieri alti e la maniera difficile con facilissima facilit da lui esercitata, tanto per ispavento di quegli che non erano usi a vedere cose tali, quanto a gli usi a le buone, perch le cose che si vedevano fatte, parevano nulla a paragone de' suoi parti. Le quali cose destarono l'animo al Cardinale Rovano franzese, di lasciar per mezzo di s raro artefice qualche degna memoria di s in cos famosa citt, e gli f fare una Piet di marmo tutta tonda, la quale finita fu messa in San Pietro nella cappella della Vergine Maria della Febbre nel tempio di Marte.
Alla quale opera non pensi mai scultore n artefice raro potere aggiugnere di disegno, n di grazia, n con fatica poter mai di finitezza, pulitezza e di straforare il marmo tanto con arte, quanto Michele Agnolo vi fece, perch si scorge in quella tutto il valore et il potere dell'arte. Fra le cose belle che vi sono, oltra i panni divini suoi, si scorge il morto Cristo, e non si pensi alcuno di bellezza di membra e d'artifizio di corpo vedere uno ignudo tanto divino, n ancora un morto che pi simile al morto di quello paia.
Quivi  dolcissima aria di testa, et una concordanza ne' muscoli delle braccia et in quelli del corpo e delle gambe, i polsi e le vene lavorate, che invero si maraviglia lo stupore che mano d'artefice abbia potuto s divinamente e propriamente fare in pochissimo tempo cosa s mirabile; che certo  un miracolo che un sasso da principio, senza forma nessuna, si sia mai ridotto a quella perfezzione che la natura a fatica suol formar nella carne.
Pot l'amore di Michele Agnolo e la fatica insieme in questa opera tanto, che quivi quello che in altra opera pi non fece lasci il suo nome scritto a traverso una cintola che il petto della Nostra Donna soccigne, come di cosa nella quale e sodisfatto e compiaciuto s'era per se medesimo. E che  veramente tale che, come a vera figura e viva, disse un bellissimo spirito: 8      Bellezza et onestate 9 E doglia e pita in vivo marmo morte, 10 Deh, come voi pur fate, 11 Non piangete s forte, 12 Che anzi tempo risveglisi da morte, 13 E pur, mal grado suo, 14 Nostro Signore e tuo 15 Sposo, figliuolo e padre 16 Unica sposa sua figliuola e madre.
Laonde egli n'acquist grandissima fama. E se bene alcuni, anzi goffi che no, dicono che egli abbia fatto la Nostra Donna troppo giovane, non s'accorgono e non sanno eglino che le persone vergini senza essere contaminate si mantengono e conservano l'aria de 'l viso loro gran tempo, senza alcuna macchia, e che gli afflitti come fu Cristo fanno il contrario? Onde tal cosa accrebbe assai pi gloria e fama alla virt sua che tutte l'altre dinanzi.
Gli fu scritto di Fiorenza d'alcuni amici suoi che venisse, perch non era fuor di proposito che di quel marmo ch'era nell'opera guasto, egli, come gi n'ebbe volont ne cavasse una figura, il quale marmo Pier Soderini, gi Gonfaloniere in quella citt, ragion di dare a Lionardo da Vinci: et era di nove braccia bellissimo, nel quale per mala sorte un maestro Simone da Fiesole l'aveva cominciato un gigante. E s mal concia era quella opera, che lo aveva bucato fra le gambe e tutto mal condotto e storpiato, di modo che gli operai di Santa Maria del Fiore, che sopra tal cosa erano, senza curar di finirlo, per morto l'avevano posto in abbandono e gi molti anni era cos stato et era tuttavia per istare. Squadrollo Michele Agnolo un giorno et, esaminando potersi una ragionevole figura di quel sasso cavare, accomodandosi al sasso ch'era rimaso storpiato da maestro Simone, si risolse di chiederlo a gli operai, da i quali per cosa inutile gli fu conceduto, pensando che ogni cosa che se ne facesse, fosse migliore che lo essere nel quale allora si ritrovava, perch n spezzato n in quel modo concio, utile alcuno alla fabbrica non faceva. Laonde Michele Agnolo, fatto un modello di cera, finse in quello per la insegna del palazzo un Davit giovane, con una frombola in mano, acci che, s come egli aveva difeso il suo popolo e governatolo con giustizia, cos chi governava quella citt dovesse animosamente difenderla e giustamente governarla. E lo cominci nell'opera di Santa Maria del Fiore, nella quale fece una turata fra muro e tavole et il marmo circondato e, quello di continuo lavorando senza che nessuno il vedesse, a ultima perfezzione lo condusse. E perch il marmo gi da maestro Simone storpiato e guasto non era in alcuni luoghi tanto ch'alla volont di Michele Agnolo bastasse, per quel che averebbe voluto fare, egli fece che rimasero in esso delle prime scarpellate di maestro Simone, nella estremit del marmo, delle quali ancora se ne vede alcuna. E certo fu miracolo quello di Michele Agnolo far risuscitare uno ch'era tenuto per morto.
Era questa statua, quando finita fu, ridotta in tal termine, che varie furono le dispute che si fecero per condurla in piazza de' Signori. Perch Giuliano da San Gallo et Antonio suo fratello fecero un castello di legname fortissimo e quella figura coi canapi sospesero a quello, acci che, scotendosi, non si troncasse, anzi venisse crollandosi sempre, e con le travi per terra piane, con argani la tirorono e la misero in opra, et egli, quando ella fu murata e finita, la discoperse, e veramente che questa opera ha tolto il grido a tutte le statue moderne et antiche, o greche o latine che elle si fossero, e si pu dire che n 'l Marforio di Roma n il Tevere o 'l Nilo di Belvedere n i giganti di Monte Cavallo le sian simili in conto alcuno, con tanta misura e bellezza e con tanta bont la fin Michel Agnolo. Perch in essa sono contorni di gambe bellissime et appiccature e sveltezza di fianchi divine; n mai pi s' veduto un posamento s dolce n grazia che tal cosa pareggi, n piedi, n mani, n testa che a ogni suo membro di bont d'artificio e di parit, n di disegno s'accordi tanto. E certo chi vede questa non dee curarsi di vedere altra opera di scultura fatta nei nostri tempi o ne gli altri da qualsivoglia artefice. N'ebbe Michel Agnolo da Pier Soderini per sua mercede scudi DCCC e fu rizzata l'anno MDIIII, e per la fama, che per questo acquist nella scultura, fece al sopradetto Gonfalonieri un David di bronzo bellissimo, il quale egli mand in Francia; et ancora in questo tempo abbozz e non fin due tondi di marmo, uno a Taddeo Taddei, oggi in casa sua, et a Bartolomeo Pitti ne cominci uno altro, il quale da fra' Miniato Pitti di Monte Oliveto, intendente in molte scienze e particularmente nella pittura, fu donato a Luigi Guicciardini che gli era grande amico; le quali opere furono tenute egregie e mirabili. Et in questo tempo ancora bozz una statua di marmo di San Matteo nell'opera di Santa Maria del Fiore.
Avvenne che, dipignendo Lionardo da Vinci pittor rarissimo nella sala grande del Consiglio, come nella vita sua  narrato, Piero Soderini, allora Gonfaloniere, per la gran virt che egli vide in Michele Agnolo, gli fece allogazione d'una parte di quella sala: onde fu cagione che egli facesse a concorrenza di Lionardo l'altra facciata, nella quale egli prese per subietto la guerra di Pisa. Per il che Michele Agnolo ebbe una stanza nello spedale de' Tintori a Santo Onofrio, e quivi cominci un grandissimo cartone, n per volse mai ch'altri lo vedesse. E lo empi d'ignudi che, bagnandosi per lo caldo nel fiume d'Arno, in quello istante si dava all'arme nel campo, fingendo che gli inimici li assalissero; e mentre che fuor dell'acque uscivano per vestirsi i soldati, si vedeva dalle divine mani di Michele Agnolo disegnato chi tirava su uno, e chi calzandosi affrettava lo armarsi per dare aiuto a' compagni; altri affibbiarsi la corazza, e molti mettersi altre armi indosso, et infiniti, combattendo a cavallo, cominciare la zuffa.
Eravi fra l'altre figure un vecchio che aveva in testa per farsi ombra una ghirlanda d'ellera, il quale, postosi a sedere per mettersi le calze che non potevano entrargli per avere le gambe umide dell'acqua, e sentendo il tumulto de' soldati e le grida et i romori de' tamburini, affrettandosi tirava per forza una calza; et oltra che tutti i muscoli e nervi della figura si vedevano, faceva uno storcimento di bocca per il quale dimostrava assai quanto e' pativa e che egli si adoperava fin alle punte de' piedi. Eranvi tamborini ancora e figure che coi panni avvolti ignudi correvano verso la baruffa; e di stravaganti attitudini si scorgeva chi ritto e chi ginocchioni o piegato o sospeso a giacere, et in aria attaccati con iscorti difficili. V'erano ancora molte figure aggruppate et in varie maniere bozzate, chi contornato di carbone, chi disegnato di tratti e chi sfumato e con biacca lumeggiato, volendo egli mostrare quanto sapesse in tale professione. Per il che gli artefici stupidi e morti restorono, vedendo l'estremit dell'arte in tal carta per Michele Agnolo mostra loro. Onde veduto s divine figure (dicono alcuni che le videro) di man sua e d'altri ancora non s'essere mai pi veduto cosa che della divinit dell'arte nessuno altro ingegno possa arrivarla mai.
E certamente  da credere, percioch dappoi che fu finito e portato alla sala del papa con gran romore dell'arte e grandissima gloria di Michele Agnolo, tutti coloro che su quel cartone studiarono e tal cosa disegnarono, come poi si seguit molti anni in Fiorenza per forestieri e per terrazzani, diventarono persone in tale arte eccellenti, come vedemmo: poich in tale cartone studi Aristotile da San Gallo amico suo, Ridolfo Ghirlandaio, Francesco Granaccio, Baccio Bandinello et Alonso Berugotta spagnuolo; seguit Andrea del Sarto, il Francia Bigio, Iacopo Sansovino, il Rosso, Maturino, Lorenzetto, e 'l Tribolo allora fanciullo, Iacopo da Pontormo e Perin del Vaga, i quali tutti ottimi maestri fiorentini furono e sono. Per il che, essendo questo cartone diventato uno studio di artefici, fu condotto in casa Medici nella sala grande di sopra, e tal cosa fu cagione che egli troppo a securt nelle mani de gli artefici fu messo: perch nella infermit del Duca Giuliano, mentre nessuno badava a tal cosa, fu da loro stracciato, et in molti pezzi diviso, talch in molti luoghi se n' sparto, come ne fanno fede alcuni pezzi che si veggono ancora in Mantova in casa M<esser> Uberto Strozzi gentiluomo mantovano, i quali con riverenza grande son tenuti. E certo che a vedere e' sono pi tosto cosa divina che umana.
Era talmente la fama di Michele Agnolo per la Piet fatta, per il gigante di Fiorenza e per il cartone nota, che Giulio II Pontefice deliber fargli fare la sepoltura e, fattolo venire di Fiorenza, fu a parlamento con esso e stabilirono insieme di fare una opera per memoria del papa e per testimonio della virt di Michele Agnolo, la quale di bellezza, di superbia e d'invenzione passasse ogni antica imperiale sepoltura. La quale egli con grande animo cominci, et and a Carrara a cavar marmi e quegli a Fiorenza et a Roma condusse; e per tal cosa fece un modello tutto pieno di figure et addorno di cose difficili. E perch tale opera da ogni banda si potesse vedere, la cominci isolata, e della opera del quadro, delle cornici e simili, ci  dell'architettura de gli ornamenti, la quarta parte con sollecitudine finita. Cominci in questo mezzo alcune Vittorie ignude, che hanno sotto prigioni, et infinite provincie legate ad alcuni termini di marmo, i quali vi andavano per reggimento; e ne abbozz una parte figurando i prigioni in varie attitudini a quelli legati, de i quali ancora sono a Roma in casa sua per finiti quattro prigioni.
E similmente fin un Mois di cinque braccia di marmo, alla quale statua non sar mai cosa moderna alcuna che possa arrivare di bellezza, e de le antiche ancora si pu dire il medesimo, avvenga che egli con gravissima attitudine sedendo, posa un braccio in su le tavole che egli tiene con una mano e con l'altra si tiene la barba, la quale nel marmo svellata e lunga, condotta di sorte, che i capegli, dove ha tanta difficult la scultura, son condotti sottilissimamente piumosi, morbidi e sfilati d'una maniera, che pare impossibile che il ferro sia diventato pennello; et inoltre alla bellezza della faccia, che ha certo aria di vero santo e terribilissimo principe, pare che mentre lo guardi abbia voglia di chiederli il velo per coprirgli la faccia, tanto splendida e tanto lucida appare altrui. Et ha s bene ritratto nel marmo la divinit che Dio aveva messo nel sacratissimo volto di quello, oltre che vi sono i panni straforati e finiti con bellissimo girar di lembi, e le braccia di muscoli, e le mani di ossature e nervi sono a tanta bellezza e perfezzione condotte, e le gambe appresso, e le ginocchia, et i piedi sono di s fatti calzari accomodati, et  finito talmente ogni lavoro suo, che Mois pu pi oggi che mai chiamarsi amico di Dio, poich tanto inanzi a gli altri ha voluto metter insieme e preparargli il corpo per la sua resurressione, per le mani di Michelagnolo; e seguitino gli Ebrei di andar, come fanno ogni sabato, a schiera, e maschi e femmine, come gli storni a visitarlo et adorarlo: che non cosa umana, ma divina adoreranno. Questa sepoltura  poi stata scoperta al tempo di Paulo III e finita col mezzo della liberalit di Francesco Maria Duca d'Urbino Venne in questo mezzo volont al papa, che aveva ripresa Bologna e cacciatone fuora i Bentivogli, di far fare una statua di bronzo per quella memoria; e mentre che Michele Agnolo lavorava la sepoltura, fu fatto lasciare stare, e mandato a Bologna per la statua, dove fece una statua di bronzo a similitudine di Papa Giulio, cinque braccia d'altezza, nella quale us arte bellissima nella attitudine, perch nel tutto aveva maest e grandezza, e ne' panni mostrava ricchezza e magnificenzia, e nel viso animo, forza, prontezza e terribilit. Questa fu posta in una nicchia, sopra la porta di San Petronio. Dicesi che, mentre Michele Agnolo la lavorava, vi capit il Francia orefice e pittore per volerla vedere, avendo tanto sentito de le lodi e de la fama di lui e delle opere sue, e non avendone veduto alcuna.
Furono adunque messi mezzani, perch vedesse questa, e n'ebbe grazia. Onde, veggendo egli l'artificio di Michele Agnolo, stup. Per il che fu da lui domandato che gli pareva di quella figura. Rispose il Francia che era un bellissimo getto. Intese Michele Agnolo che e' lodasse pi il bronzo che l'artificio, perch sdegnato e con collera gli rispose: Va' al bordello tu e 'l Cossa, che siete due solennissimi goffi nell'arte. Talch il povero Francia si tenne vituperatissimo in presenza di quegli che erano quivi.
Dicesi che la Signoria di Bologna and a vedere tale statua, la quale parve loro molto terribile e brava. Per il che volti a Michele Agnolo gli dissero che l'aveva fatta in attitudine s minacciosa, che pareva che desse loro la maledizzione, e non la benedizzione. Onde Michele Agnolo ridendo rispose: Per la maledizzione  fatta. L'ebbero a male quei signori, ma il papa, intendendo il tratto di Michele Agnolo, gli don di pi trecento scudi. Questa statua fu poi ruinata da' Bentivogli, e 'l bronzo di quella venduto al Duca Alfonso di Ferrara che ne fece una artiglieria, oggi chiamata la Giulia: salvo la testa, la quale ancora si trova ne la sua guarda roba.
Era gi ritornato il papa in Roma e, mosso dall'amore che portava alla memoria del zio, sendo la volta della cappella di Sisto non dipinta, ordin che ella si dipignesse. E si stimava per l'amicizia e parentela che era fra Raffaello e Bramante ch'ella non si dovesse allogare a Michelangelo. Ma pure per commissione del papa et ordine di Giulian da San Gallo fu mandato a Bologna per esso e, venuto che e' fu, ordin il papa che tal cappella facesse e tutte le facciate con la volta si rifacessero. E per prezzo d'ogni cosa vi misero il numero di XV mila ducati. Per il che, sforzato Michele Agnolo dalla grandezza della impresa, si risolse di volere pigliare aiuto, e mandato per uomini e deliberato mostrare in tal cosa che quei che prima v'avevano dipinto dovevano essere prigioni delle fatiche sue, volse ancora mostrare a gli artefici moderni come si disegna e dipigne.
Laonde il suggetto della cosa lo spinse andare tanto alto per la fama e per la salute dell'arte, che cominci i cartoni a quella e, volendola colorire a fresco e non avendo fatto pi, fece venire da Fiorenza alcuni amici suoi pittori, perch a tal cosa gli porgessero aiuto et ancora per vedere il modo del lavorare a fresco da loro, nel quale v'erano alcuni pratichi molto, i quali si condussero a Roma e furono il Granaccio, Giulian Bugiardini, Iacopo di Sandro, l'Indaco Vecchio, Agnolo di Domenico et Aristotile e, dato principio all'opera, fece loro cominciare alcune cose per saggio. Ma veduto le fatiche loro molto lontane da 'l desiderio suo e non sodisfacendogli, una mattina si risolse di gettare a terra ogni cosa che avevano fatto. E rinchiusosi nella cappella non volse mai aprir loro, n manco in casa, dove era, da essi si lasci vedere. E cos dalla beffa, la quale pareva loro che troppo durasse, presero partito, e con vergogna se ne tornarono a Fiorenza.
Laonde Michele Agnolo preso ordine di far da s tutta quella opera, a bonissimo termine la ridusse con ogni sollecitudine di fatica e di studio; n mai si lasciava vedere per non dare cagione che tal cosa s'avesse mostrare; onde ne gli animi delle genti nasceva ogni d maggior desiderio di vederla.
Era Papa Giulio molto desideroso di vedere le imprese che faceva, per il che di questa che gli era nascosa venne in grandissimo desiderio; onde volse un giorno andare a vederla e non gli fu aperto, che Michele Agnolo non avrebbe voluto mostrarla. Per la qual cosa il papa, a cui di continuo cresceva la voglia, aveva tentati pi mezzi, di maniera che Michele Agnolo di tal cosa stava in grandissima gelosia, e dubitava molto ch'alcuni manovali o suoi garzoni non lo tradissero, corrotti dal premio, come e' fecero. E per assicurarsi de' suoi, comandandoli che a nessuno aprissero se ben fosse il papa, et essi promettendogliene, finse che voleva stare alcuni d fuor di Roma e, replicato il comandamento, lasci loro la chiave. Ma partito da essi, si serr nella cappella al lavoro, onde subitamente fu fatto ci intendere al papa, perch, essendo fuori Michele Agnolo, pareva loro tempo comodo che Sua Santit venisse a piacer suo, aspettandone una bonissima mancia. Il papa, andato per entrar nella cappella, fu il primo che la testa ponesse dentro, et appena ebbe fatto un passo, che da l'ultimo ponte su 'l primo palco cominci Michele Agnolo a gettar tavole.
Per il che il papa vedutolo e, sapendo la natura sua, con non meno collera che paura, si mise in fuga minacciandolo molto. Michele Agnolo per una finestra della cappella si part e, trovato Bramante da Urbino, gli lasci la chiave dell'Opera, et in poste se ne torn a Fiorenza, pensando che Bramante rappaceficasse il papa, parendogli invero aver fatto male.
Arrivato dunque a Fiorenza, et avendo sentito mormorare il papa in quella maniera, aveva fatto disegno di non tornare pi a Roma. Ma per gli preghi di Bramante e d'altri amici, passato la collera al papa e non volendo egli che tanta opera rimanesse imperfetta, scrisse a Pier Soderini allora Gonfaloniere in Fiorenza che Michele Agnolo a' suoi piedi rimandasse, perch gli avea perdonato. Fu fatto da Piero a Michele Agnolo saper questo, ma egli era fermato di non ritornarci, non si fidando del papa. Onde Pietro deliber mandarlo come ambasciadore per pi securezza sua, et egli con questa buona sicurt, alla fine pur si condusse al papa.
Era il Reverendissimo Cardinale di Volterra fratello di Pier Soderini, per il che gli fu inviato da Piero e raccomandato ch'al papa lo introducesse. Onde nella giunta di Michele Agnolo, sentendosi il cardinale indisposto, mand un suo vescovo di casa che per sua parte lo introducesse. Onde nello arrivare dinanzi al papa, che spasseggiando aveva una mazza in mano, per parte del cardinale e di Piero suo fratello gli offerse Michele Agnolo, dicendo tali uomini ignoranti essere e che egli per questo gli perdonasse. Venne collera al papa e con quel bastone rifrust il vescovo dicendogli: Ignorante sei tu. E volto a Michele Agnolo benedicendolo se ne rise. Cos Michele Agnolo fu di continuo poi con doni e con carezze trattenuto dal papa, e tanto lavor per emendare l'errore, che l'opra alla fine perfettamente condusse.
La quale opera  veramente stata la lucerna che ha fatto tanto giovamento e lume all'arte della pittura, che ha bastato a illuminare il mondo per tante centinaia d'anni in tenebre stato. E nel vero non curi pi chi  pittore di vedere novit et invenzioni di attitudini, abbigliamenti addosso a figure, modi nuovi d'aria e terribilit di cose variamente dipinte, perch tutta quella perfezzione che si pu dare a cosa che in tal magisterio si faccia a questa ha dato. Ma stupisca ora ogni uomo che in quella sa scorgere la bont delle figure, la perfezzione de gli scorti, la stupendissima rotondit de i contorni, che hanno in s grazia e sveltezza, girati con quella bella proporzione che ne i belli ignudi si vede. Ne' quali per mostrar gli stremi e la perfezzione dell'arte, ve ne fece di tutte l'et, differenti d'aria e di forma, cos nel viso come ne' lineamenti, di aver pi sveltezza e grossezza nelle membra, come ancora si pu conoscere nelle bellissime attitudini che differentemente e' fanno sedendo e girando e sostenendo alcuni festoni di fo glie di quercia e di ghiande messe <per> l'arme <e> per l'impresa di papa Giulio. Denotando che a quel tempo et al governo suo era l'et dell'oro, per non essere allora la Italia ne' travagli e nelle miserie che ella  stata poi, e cos in mezzo di loro tengono alcune medaglie, dentrovi storie in bozza contrafatte di bronzo e d'oro, cavate da 'l Libro de' Re. Senza che egli, per mostrare la perfezzione dell'arte e la grandezza di Dio, fece nelle storie il suo dividere la luce da le tenebre, nelle quali si vede la maest sua che, con le braccia aperte, si sostiene sopra s solo e mostra amore insieme et artifizio. Nella seconda fece con bellissima discrezione et ingegno quando Dio fa il sole e la luna, dove  sostenuto da molti putti e mostrasi molto terribile per lo scorto delle braccia e delle gambe. Il medesimo fece nella medesima storia quando, benedetto la terra e fatto gli animali, volando si vede in quella volta una figura che scorta, e dove tu cammini per la cappella, continuo gira, e si voltan per ogni verso; cos nella altra quando divide l'acqua da la terra: figure bellissime et acutezze d'ingegno degne solamente d'esser fatte dalle divinissime mani di Michelagnolo. E cos seguit sotto a questo la creazione d'Adamo, dove ha figurato Dio portato da un gruppo di angeli ignudi e di tenera et, i quali par che sostenghino non solo una figura, ma tutto il peso del mondo, apparente tale mediante la venerabilissima maest di quello e la maniera del moto, nel quale con un braccio cigne alcuni putti, quasi che egli si sostenga e, con l'altro, porge la mano destra a uno Adamo, figurato di bellezza, di attitudine e di dintorni di qualit che e' par fatto di nuovo dal sommo e primo suo creatore, pi tosto che dal pennello o disegno d'uno uomo tale. Poco di sotto a questa in un'altra storia fa il suo cavar de la costa la madre nostra Eva, nella quale si vede quegli ignudi l'un quasi morto per esser prigion del sonno, e l'altra divenuta viva e fatta vigilantissima per la benedizione di Dio. Si conosce da 'l pennello di questo ingegnosissimo artefice interamente la differenza che  da 'l sonno a la vigilanzia, e quanto stabile e ferma possa apparire, umanamente parlando, la maest divina. Seguitale di sotto come Adamo, a le persuasioni d'una figura mezza donna e mezza serpe, prende la morte sua e nostra nel pomo, e veggonvisi egli et Eva cacciati di Paradiso. Dove nella figura dell'Angelo appare con grandezza e nobilt la esecuzione del mandato d'un Signore adirato, e nella attitudine di Adamo il dispiacere del suo peccato, insieme con la paura della morte; come nella femmina similmente si conosce la vergogna, la vilt e la voglia del raccomandarsi, mediante il suo restringersi nelle braccia, giuntar le mani a palme e mettersi il collo in seno; e nel torcere la testa in verso l'Angelo, che ella ha pi paura della iustizia che speranza della misericordia divina. N  di minor bellezza la storia del sacrifizio di No, dove sono chi porta le legne e chi soffia chinato nel fuoco et altri che scannano la vittima; la quale certo non  fatta con meno considerazione et accuratezza che le altre. Us l'arte medesima et il medesimo giudizio nella storia del Diluvio, dove appariscono diverse morti d'uomini, che, spaventati dal terrore di que' giorni, cercano il pi che possono, per diverse vie, scampo alle lor vite. Percioch, nelle teste di quelle figure, si conosce la vita esser in preda della morte, non meno che la paura, il terrore et il disprezzo d'ogni cosa; vedevisi la piet di molti che, aiutandosi l'un l'altro tirarsi al sommo d'un sasso, cercano scampo. Tra' quali vi  uno che, abbracciato un mezzo morto, cerca il pi che pu di camparlo, che la natura non lo mostra meglio. Non si pu dire quanto sia bene espressa la storia di No quando, inebriato dal vino, dorme scoperto, et ha presenti un figliuolo che se ne ride e due che lo ricuoprono; storia e virt d'artefice incomparabile e da non potere essere vinta se non da se medesima. Con ci sia che come se ella per le cose fatte insino allora avessi preso animo, risorse e dimostrossi molto maggiore ne le cinque Sibille e ne' sette profeti fatti qui di grandezza di cinque braccia l'uno e pi; dove in tutti sono attitudini varie e bellezza di panni e variet di vestiri, e tutto insomma con invenzione e giudizio miracoloso, onde, a chi distingue gli affetti loro, appariscano divini.
Vedesi quel Ieremia, con le gambe incrocicchiate, tenersi una mano alla barba posando il gomito sopra il ginocchio, l'altra posar nel grembo et aver la testa chinata, d'una maniera che ben dimostra la malenconia, i pensieri, la cogitazione e l'amaritudine che egli ha de 'l suo popolo; cos medesimamente due putti, che gli sono dietro; e similmente  nella prima Sibilla di sotto a lui verso la porta, nella quale, volendo esprimere la vecchiezza, oltra che egli, avviluppandola di panni, ha voluto mostrare che gi i sangui sono aghiacciati dal tempo et inoltre, nel leggere, per averla vista gi logora, le fa accostare il libro alla vista accuratissimamente. Sotto questa figura  uno profeta vecchio, il quale ha una movenzia bellissima et  molto di panni abbigliato, che con una mano tiene un ruotolo di profezie e, con l'altra sollevata, voltando la testa, mostra volere parlare cose alte e grandi, e dietro ha due putti che gli tengono i libri. Seguita sotto questi una sibilla, che fa il contrario di quella sibilla che di sopra dicemmo, perch, tenendo il libro lontano, cerca voltare una carta mentre ella con un ginocchio sopra l'altro si ferma in s, pensando con gravit quel che ella de' scrivere, finch un putto che gli  dietro, soffiando in uno stizzon di fuoco, gli accende la lucerna. La qual figura  di bellezza straordinaria per l'aria del viso e per la acconciatura del capo e per lo abbigliamento de' panni, oltra che ella ha le braccia nude, le quali son come l'altre parti. Fece sotto a questa sibilla un altro profeta, il qual, fermatosi cos sopra di s, ha preso una carta e quella con ogni intenzione et affetto legge. Dove, nello aspetto si conosce che egli si compiace tanto di quel che e' truova scritto, che pare una persona viva quando ella ha applicato molto forte i suoi pensieri a qualche cosa. Similmente pose sopra la porta della cappella un vecchio, il quale, cercando per il libro scritto d'una cosa che egli non truova, sta con una gamba alta e l'altra bassa e, mentre che la furia del cercare quel ch'e' non truova lo fa stare cos, non si ricorda del disagio che egli in cos fatta positura patisce. Questa figura  di bellissimo aspetto per la vecchiezza, et  di forma alquanto grossa et ha un panno con poche pieghe, che  bellissimo, oltra che e' vi  un'altra sibilla che, voltando in verso l'altare da l'altra banda col mostrare alcune scritte, non  meno da lodare coi suoi putti che si siano l'altre. Ma chi considerer quel profeta che gli  di sopra, il quale, stando molto fisso ne' suoi pensieri, ha le gambe sopraposte l'una a l'altra e tiene una mano dentro al libro per segno del dove egli leggeva, ha posato l'altro braccio col gomito sopra il libro et appoggiato la gota alla mano, chiamato da un di quei putti che egli ha dietro, volge solamente la testa senza sconciarsi niente del resto, vedr tratti veramente tolti da la natura stessa, vera madre dell'arte, e vedr una figura che tutta bene studiata pu insegnare largamente tutti i precetti del buon pittore.
Sopra a questo profeta  una vecchia bellissima che, mentre che ella siede, studia in un libro con una eccessiva grazia, e non senza belle attitudini di due putti che le sono intorno. N si pu pensare di imaginarsi di potere aggiugnere alla eccellenzia della figura di un giovane fatto per Daniello, il quale, scrivendo in un gran libro, cava di certe scritte alcune cose e le copia con una avidit incredibile. E per sostenimento di quel peso gli fece un putto fra le gambe, che lo regge mentre che egli scrive, il che non potr mai paragonare pennello tenuto da qualsivoglia mano; cos come la bellissima figura della Libica, la quale, avendo scritto un gran volume tratto da molti libri, sta con una attitudine donnesca per levarsi in piedi, et in un medesimo tempo mostra volere alzarsi e serrare il libro: cosa difficilissima per non dire impossibile ad ogni altro ch'al suo maestro.
Che si pu egli dire de le quattro storie de' canti, ne' peducci di quella volta? Dove nell'una Davit, con quella forza puerile che pi si pu, nella vincita d'un gigante spiccandoli il collo, fa stupire alcune teste di soldati, che sono intorno al campo; come fanno ancora maravigliare altrui le bellissime attitudini che egli fece nella storia di Iudit, nell'altro canto, nella quale apparisce il tronco di Oloferne che, privo de la testa, si risente, mentre che ella mette la morta testa in una cesta, in capo a una sua fantesca vecchia, la quale, per esser grande di persona, si china acci che Iudit la possa aggiugnere per acconciarla bene; e mentre che ella tenendo le mani al peso cerca di ricoprirla, e voltando la testa in verso il tronco, il quale cos morto nello alzare una gamba et un braccio fa romore dentro nel padiglione, mostra nella vista il timore del campo e la paura del morto: pittura veramente consideratissima. Ma pi bella e pi divina di queste e di tutte l'altre ancora  la storia delle serpi di Mos, la quale  sopra il sinistro canto dello altare, con ci sia che in lei si vede la strage che fa de' morti, il piovere, il pugnere et il mordere delle serpi, e vi apparisce quella che Mos messe di bronzo sopra il legno; nella quale storia vivamente si conosce la diversit delle morti che fanno coloro che privi sono d'ogni speranza per il morso di quelle. Dove si vede il veleno atrocissimo far di spasimo e di paura morire infiniti, senza il legare le gambe et avvolgere a le braccia coloro che rimasti in quell'attitudine ch'egli erano non si possono muovere; senza le bellissime teste che gridano et arrovesciate si disperano. N manco belli di tutti questi sono coloro che, riguardato il serpente, sentendosi nel riguardarlo alleggerire il dolore e rendere la vita, lo riguardono con affetto grandissimo, fra i quali si vede una femmina che  sostenuta da uno d'una maniera, che e' si conosce non meno l'aiuto che le  porto da chi la regge, che il bisogno di lei in s subita paura e puntura. Similmente nell'altra, dove Assuero, essendo in letto, legge i suoi annali, son figure molto belle, e tra l'altre vi si veggono tre figure a una tavola, che mangiano, nelle quali rappresenta il consiglio che si fece di liberare il popolo ebreo e di appiccare Aman; la qual figura fu da lui in scorto straordinariamente condotta, avvenga che finse il tronco che regge, la persona di colui e quel braccio che viene inanzi non dipinti, ma vivi e rilevati in fuori, cos con quella gamba che manda inanzi e simile parti che vanno dentro; figura certamente fra le difficili <e> belle bellissima e difficilissima. N si pu dire la diversit delle cose, come panni, arie di teste et infinit di capricci straordinari e nuovi e bellissimamente considerati. Dove non  cosa che con ingegno non sia messa in atto; e tutte le figure che vi sono sono di scorti bellissimi et artifiziosi, et ogni cosa che si ammira  lodatissima e divina. Ma chi non ammirer e non rester smarrito veggendo la terribilit de l'Iona, ultima figura della cappella? Dove con la forza della arte la volta, che per natura viene innanzi girata dalla muraglia, sospinta dalla apparenza di quella figura che si piega in dietro, apparisce diritta e vinta da l'arte del disegno, ombre e lumi, pare che veramente si pieghi in dietro.
O veramente felice et nostra, o beati artefici, che ben cos vi dovete chiamare, da che nel tempo vostro avete potuto al fonte di tanta chiarezza rischiarare le tenebrose luci degli occhi e vedere fattovi piano tutto quel ch'era difficile da s maraviglioso e singulare artefice: certamente la gloria delle fatiche sue vi fa conoscere et onorare, da che ha tolto da voi quella benda che avevate inanzi gli occhi della mente, s di tenebre piena, e v'ha scoperto il velo del falso, il quale v'adombrava le bellissime stanze dell'intelletto. Ringraziate di ci dunque il cielo e sforzatevi d'imitar Michele Agnolo in tutte le cose. Sentissi nel discoprirla correre tutto il mondo d'ogni parte, e questo bast per fare rimanere le persone trasecolate e mutole; laonde il papa, di tal cosa ingrandito e dato animo a s di far maggiore impresa, con danari e ricchi doni rimuner molto Michele Agnolo. Di che egli alla sepoltura ritornato, quella di continuo lavorando e parte mettendo in ordine disegni da potere condurre le facciate della cappella, volse la fortuna invidiosa che di tal memoria non si lasciasse quel fine che di tanta perfezzione aveva avuto principio: perch successe in quel tempo la morte di Papa Giulio, onde tal cosa si mise in abbandono per la creazione di Papa Leon X il quale d'animo e di valore non meno splendido che Giulio, aveva desiderio di lasciare nella patria sua per essere stato il primo pontefice di quella, in memoria di s e d'uno artefice si divino e suo cittadino, quelle maraviglie che un grandissimo principe come esso poteva fare. Per il che, dato ordine che la facciata di San Lorenzo di Fiorenza, chiesa dalla casa de' Medici fabbricata, si facesse per lui, fu cagione che il lavoro della sepoltura di Giulio rimase imperfetto per un tempo.
Onde vari et infiniti furono i ragionamenti che circa ci seguirono; perch tale opera averebbono voluto compartire in pi persone, e per l'architettura concorsero molti artefici a Roma al papa, e fecero disegni Baccio d'Agnolo, Antonio da San Gallo, Andrea Sansovino, il grazioso Raffaello da Urbino, il quale, nella venuta del papa, fu poi condotto a Fiorenza per tale effetto. Laonde Michele Agnolo si risolse di fare un modello, e non volere altro che lui in tal cosa, superiore o guida dell'architettura. Ma questo non volere aiuto fu cagione che n egli n altri operasse, e che quei maestri disperati a i loro soliti esercizi si ritornassero.
E Michele Agnolo, andando a Carrara, pass da Fiorenza, con una commissione che da Iacopo Salviati gli fossero pagati mille scudi. Ma essendo nella giunta sua serrato Iacopo in camera per faccende con alcuni cittadini, Michele Agnolo non volle aspettare l'udienza, ma si part senza far motto e subito and a Carrara. Intese Iacopo de lo arrivo di Michele Agnolo, e non lo ritrovando in Fiorenza gli mand i mille scudi a Carrara. Voleva il mandato che gli facesse la riceuta, al quale disse che erano per la spesa del papa e non per interesso suo, che gli riportasse che non usava far quitanza, n recevute per altri; onde per tema colui se ne ritorn senza a Iacopo.
Fece Michele Agnolo ancora per il palazzo de' Medici <un> modello de le finestre inginocchiate a quelle stanze che sono sul canto, dove Giovanni da Udine lavor quella camera di stucco e dipinse, ch' cosa lodatissima, e fecevi fare ma con suo ordine, dal Piloto orefice quelle gelosie di rame straforato che son certo cosa mirabile. Consum Michele Agnolo quattro anni in cavar marmi; vero  che, mentre si cavavano, fece modelli di cera et altre cose per l'opera. Ma tanto si prolung questa impresa, che i denari del papa assegnati a questo lavoro si consumarono nella guerra di Lombardia, e l'opera per la morte di Leone rimase imperfetta, perch'altro non vi si fece che il fondamento dinanzi per reggerla, e condussesi da Carrara una colonna grande di marmo su la piazza di S. Lorenzo. Spavent la morte di Leone talmente gli artefici e le arti, et in Roma et in Fiorenza, che mentre che Adriano VI visse, Michele Agnolo s'attese alla sepoltura di Giulio. Ma morto Adriano e creato Clemente VII, il quale nelle arti della architettura, della scultura e della pittura fu non meno desideroso di lasciar fama, che Leone e gli altri suoi predecessori, chiamato Michele Agnolo e ragionando insieme di molte cose, si risolsero cominciar la sagrestia nuova di S. Lorenzo di Fiorenza. Laonde, partitosi di Roma, volt la cupola che vi si vede, la quale di vario componimento fece lavorare, et al Piloto orefice fece fare una palla a facce, ch' bellissima.
Accadde, mentre che e' la voltava, che fu domandato da alcuni suoi amici: Michele Agnolo, voi doverrete molto variare la vostra lanterna da quella di Filippo Bruneleschi, et egli rispose loro: Egli si pu ben variare, ma migliorare no.
Fecevi dentro quattro sepolture, per ornamento nelle facce, per li corpi de' padri de' due papi, Lorenzo Vecchio e Giuliano suo fratello, e per Giuliano fratel di Leone e per il Duca Lorenzo suo nipote. E perch egli la volle fare ad imitazione della sagrestia vecchia, che Filippo Brunelleschi aveva fatto, ma con altro ordine di ornamenti, vi fece dentro uno ornamento composito, nel pi vario e pi nuovo modo che per tempo alcuno gli antichi et i moderni maestri abbino potuto operare; perch nella novit di s belle cornici, capitelli e basi, porte, tabernacoli e sepolture, fece assai diverso da quello che di misura, ordine e regola facevano gli uomini secondo il comune uso e secondo Vitruvio e le antichit, per non volere a quello aggiugnere. La quale licenza ha dato grande animo a questi che hanno veduto il far suo di mettersi a imitarlo, e nuove fantasie si sono vedute poi alla grottesca pi tosto che a ragione o regola, a' loro ornamenti. Onde gli artefici gli hanno infinito e perpetuo obligo, avendo egli rotti i lacci e le catene delle cose, che per via d'una strada comune eglino di continuo operavano. Ma poi lo mostr meglio e volse far conoscere tal cosa nella libreria di S. Lorenzo nel medesimo luogo, nel bel partimento delle finestre, nel ribattimento del palco e nella maravigliosa entrata di quel ricetto. N si vide mai grazia pi risoluta nelle mensole, ne' tabernacoli e nelle cornici straordinaria, n scala pi commoda: nella quale fece tanto bizzarre rotture di scaglioni e vari tanto da la comune usanza degli altri, che ognuno se ne stup. Mand in questo tempo Pietro Urbano pistolese suo creato a Roma a mettere in opra un Cristo ignudo che tiene la croce, il quale  una figura miracolosissima, che fu posto nella Minerva allato alla cappella maggiore per M<esser> Antonio Metelli. Seguit in detta sagrestia l'opera; et in quella rest parte finite e parte no VII statue, nelle quali con le invenzioni della architettura delle sepolture  forza confessare che egli abbia avanzato ogni uomo in queste tre professioni. Di che ne rendono ancora testimonio quelle statue, che da lui furono abbozzate e finite di marmo che in tal luogo si veggono: l'una  la Nostra Donna, la quale nella sua attitudine sedendo manda la gamba ritta addosso alla manca con posar ginocchio sopra ginocchio, et il putto inforcando le cosce in su quella che  pi alta, si storce con attitudine bellissima in verso la Madre chiedendo il latte, et ella con tenerlo con una mano e con l'altra appoggiandosi si piega per dargliene. Ancora che non siano finite le parti sue, si conosce nell'esser rimasta abozzata e gradinata nella imperfezzione della bozza la perfezzione dell'opra. Ma molto pi fece stupire ciascuno che considerando nel far le sepolture del Duca Giuliano e del Duca Lorenzo de' Medici egli pensassi che non solo la terra fussi per la grandezza loro bastante a dar loro onorata sepoltura, ma volse che tutte le parti del mondo vi fossero, e che gli mettessero in mezzo e coprissero il lor sepolcro quattro statue: a uno pose la Notte et il Giorno, a l'altro l'Aurora et il Crepuscolo; le quali statue sono con bellissime forme di attitudini et artificio di muscoli lavorate, convenienti, se l'arte perduta fosse, a ritornarla nella pristina luce. Vi son fra l'altre statue que' due capitani armati, l'uno il pensoso Duca Lorenzo nel sembiante della saviezza, con bellissime gambe talmente fatte, ch'occhio non pu veder meglio. L'altro il Duca Giuliano s fiero con una testa e gola, con incassatura d'occhi, profilo di naso, sfenditura di bocca e capegli s divini, mani, braccia, ginocchia e piedi; et insomma tutto quello che quivi fece  da fare che gli occhi n sta<n>care n saziare vi si possono gi mai. Veramente chi risguarda la bellezza de' calzari e della corazza, celeste lo crede e non mortale. Ma che dir io de la Aurora femmina ignuda e da fare uscire il maninconico dell'animo e smarrire lo stile alla scultura? Nella quale attitudine si conosce il suo sollecito levarsi sonnacchiosa, svilupparsi da le piume, perch par che, nel destarsi, ella abbia trovato serrati gl'occhi a quel gran duca. Onde si storce con amaritudine, dolendosi nella sua continovata bellezza in segno del gran dolore. E che potr io dire della Notte, statua unica o rara? Chi  quello che abbia per alcun secolo in tale arte veduto mai statue antiche o moderne cos fatte? Conoscendosi non solo la quiete di chi dorme, ma il dolore e la maninconia di chi perde cosa onorata e grande. Credasi pure che questa sia quella notte la quale oscuri tutti coloro che per alcun tempo nella scultura e nel disegno pensano, non dico di passarlo, ma di paragonarlo gi mai. Nella qual figura, quella sonnolenzia si scorge che nelle imagini addormentate si vede. Perch da persone dottissime furono in lode sua fatti molti versi latini e rime volgari come questi, de' quali non si sa lo autore: 86      La Notte che tu vedi in s dolci atti 87 Dormir, fu da uno angelo scolpita 88 In questo sasso; e perch dorme, ha vita: 89 Destala se no 'l credi, e parleratti.
A' quali in persona della Notte rispose Michele Agnolo cos: 92      Grato mi  il sonno, e pi l'esser di sasso 93 Mentre che il danno e la vergogna dura, 94 Non veder, non sentir mi  gran ventura: 95 Per non mi destar, deh parla basso.
E certo se la inimicizia ch' tra la fortuna e la virt, e la bont d'una e la invidia dell'altra avesse lasciato condurre tal cosa a fine, poteva mostrare l'arte alla natura, ch'ella di gran lunga in ogni pensiero l'avanzava.
Lavorando egli con sollecitudine e con amore grandissimo tali opere, venne lo impedimento dello assedio di Fiorenza, l'anno MDXXX; il quale fu cagione che poco o nulla egli pi vi lavorasse, avendogli i cittadini dato la cura di fortificare la terra. Con ci sia che, avendo egli prestato a quella repub<lica> mille scudi e trovandosi de' Nove della milizia, uficio deputato sopra la guerra, volse tutto il pensiero e lo animo suo a fortificare il poggio di San Miniato, in su il quale fece fare i bastioni con tanta diligenzia, che altrimenti non si farebbono da chi gli volesse pi l che eterni. Bene  vero che, stringendosi poi ogni giorno pi le cose dello assedio, per sicurt della sua persona, egli pur finalmente si risolv a partirsi di Fiorenza et andarsene a Vinegia. E per questo segretamente, che nessuno lo sapesse, fece provisione, menandone seco Antonio Mini suo creato e 'l Piloto orefice amico fido suo, e con essi portarono sul dosso uno imbottito per uno di scudi ne' giubboni. Et a Ferrara condotti, riposandosi, avvenne che per gli sospetti della guerra e per la lega dello imperatore e del papa, ch'erano intorno a Fiorenza, il Duca Alfonso da Este teneva ordini in Ferrara e voleva sapere secretamente da gli osti che alloggiavano, i nomi di tutti coloro che ogni d alloggiavano, e la lista de' forestieri, di che nazione si fossero, ogni d si faceva portare. Avvenne dunque che, essendo Michele Agnolo quivi con li suoi scavalcato, fu ci per questa via noto al duca, perch egli, il quale fu principe di grande animo e mentre ch'e' visse si dilett continuamente delle virt, mand subito alcuni de' primi della sua corte che per parte di Sua Eccellenzia in palazzo e dove era il duca lo conducessero, et i cavalli et ogni sua cosa levassero e bonissimo alloggiamento in palazzo gli dessero. Michele Agnolo, trovandosi in forza altrui, fu costretto ubbidire e, quel che vendere non poteva, donare, et al duca con coloro and senza levare le robbe de l'osteria. Perch, fattogli il duca accoglienze grandissime et appresso di ricchi et onorevoli doni, volse con buona provisione in Ferrara fermarlo, ma egli, non avendo a ci l'animo intento, non vi volle restare. E pregatolo almeno che mentre la guerra durava non si partisse, il duca di nuovo gli fece offerte di tutto quello ch'era in poter suo. Onde Michele Agnolo, non volendo essere vinto di cortesia, lo ringrazi molto, e voltandosi verso i suoi due disse che aveva portato in Ferrara XII mila scudi, e che se gli bisognavano erano al piacer suo insieme con esso lui. Il duca lo men a spasso per il palazzo, e quivi gli mostr ci ch'aveva di bello fino a un suo ritratto di mano di Tiziano, il quale fu da lui molto commendato. N per lo pot mai fermare in palazzo, perch egli alla osteria volse ritornare, onde l'oste che lo alloggiava ebbe sotto mano dal duca infinite cose da fargli onore e commissione alla partita sua di non pigliare nulla del suo alloggio. Indi si condusse a Vinegia, dove, desiderando di conoscerlo molti gentiluomini, egli che sempre ebbe poca fantasia che di tale esercizio s'intendessero, si part di Vinegia e si ritrasse ad abitare alla Giudecca.
N molto vi stette che fatto fu l'accordo de la guerra, et egli a Fiorenza ritorn per ordine di Baccio Valori, nel quale ritorno diede fine a una Leda in tavola lavorata a tempera, che era divina, la quale mand poi in Francia per Anton Mini suo creato. Cominci ancora una figuretta di marmo per Baccio Valori, d'uno Apollo che cavava una freccia de 'l turcasso, acci col favor suo fosse mezzano in fargli fare la pace col papa e con la casa de' Medici, la quale era da lui stata molto ingiuriata. E per la virt sua merit che gli fosse perdonato, atteso ch'egli era molto volto a cose brutte e contra di loro aveva promesso fare disegni e statue ingiuriose, in vituperio di chi gli aveva dato il primo alimento nella sua povert. Dicono ancora che nel tempo dello assedio gli nacque occasione per la voglia che prima aveva d'un sasso di marmo di nove braccia venuto da Carrara, che per gara e concorrenza fra loro, Papa Clemente lo aveva dato a Baccio Bandinelli; ma per essere tal cosa del publico, Michele Agnolo la chiese al Gonfaloniere, e glielo diedero che facesse il medesimo, avendo gi Baccio fatto il modello e levato di molta pietra per abbozzarlo. Onde fece Michele Agnolo un modello, il quale fu tenuto maraviglioso e cosa molto vaga. Ma nel ritorno de' Medici fu restituito a Baccio, perch a Michele Agnolo convenne andare a Roma a Papa Clemente. Il quale, bench ingiuriato da lui, come amico della virt gli perdon ogni cosa, e gli diede ordine che tornasse a Fiorenza e che la libreria e la sagrestia di San Lorenzo si finissero del tutto. E per abbreviare tale opera una infinit di statue che ci andavano compartirono in altri maestri. Egli n'allog due al Tribolo, una a Raffaello da Monte Lupo et una a Gio<van> Agnolo gi suto frate de' Servi, tutti scultori, e gli diede aiuto in esse faccendo a ciascuno i modelli in bozze di terra. Laonde tutti gagliardamente lavorarono et egli ancora alla libreria faceva attendere, onde si fin il palco di quella d'intagli in legnami con suoi modelli, i quali furono fatti per le mani del Carota e del Tasso fiorentini eccellenti intagliatori e maestri, et ancora di quadro. E similmente i banchi de i libri lavorati allora da Batista del Cinque e Ciappino amico suo buoni maestri in quella professione. E per darvi ultima fine fu condotto in Fiorenza Giovanni da Udine divino, il quale per lo stucco della tribuna insieme con altri suoi lavoranti et ancora maestri fiorentini, vi lavor. Laonde con sollecitudine cercarono di dare fine a tanta impresa.
Perch, volendo Michele Agnolo far porre in opera le statue, in questo tempo al papa venne in animo di volerlo appresso di s, avendo desiderio di fare la facciata della cappella di Sisto, dove egli aveva dipinto la volta a Giulio II. E gi dato principio a' disegni, successe la morte di Clemente VII, la quale fu cagione che egli non seguit l'opera di Fiorenza, la quale, con tanto studio cercandosi di finire, pure rimase imperfetta, perch i maestri che per essa lavoravano, furono licenziati da chi non poteva pi spendere.
Successe poi la felicissima creazione di Papa Paulo terzo Farnese, domestico et amico suo, il quale, sapendo che l'animo di Michele Agnolo era di finire la gi cominciata opera in Roma da se medesimo per la ultima sua memoria, fattigli fare i ponti, diede ordine che tale opera si continuasse; e cos gli fece fare provisione di danari per ogni mese, et ordine poi da potere tal cosa seguitare.
Perch egli con grandissima voglia e sollecitudine fece fare, che non v'era prima, una scarpa di mattoni alla facciata di detta cappella, che da la sommit di sopra pendeva inanzi un mezzo braccio, acci col tempo la polvere fermare non si potesse, n a essa nocere gi mai. E cos seguitando quella con sua comodit verso la fine andava. In questo tempo Sua Santit volse vedere la cappella, e perch il maestro delle cerimonie us prosunzione et entrovvi seco e biasimolla per li tanti ignudi, onde, volendosi vendicare, Michele Agnolo lo ritrasse di naturale nell'inferno nella figura di Mins, fra un monte di diavoli Avvenne in questo tempo ch'egli casc di non molto alto dal tavolato di questa opera, e, fattosi male a una gamba, per lo dolore e per la collera da nessuno non volse essere medicato. Per il che, trovandosi allora vivo Maestro Baccio Rontini fiorentino, amico suo e medico capriccioso e di quella virt molto affezzionato, venendogli compassione di lui gli and un giorno a picchiare a casa, e non gli essendo risposto da' vicini n da lui, per alcune vie secrete cerc tanto di salire, che a Michele Agnolo di stanza in stanza pervenne, il quale era disperato. Laonde Maestro Baccio finch egli guarito non fu, non lo volle abbandonare gi mai, n spiccarsegli dintorno. Egli di questo male guarito e ritornato all'opera, et in quella di continuo lavorando, in pochi mesi a ultima fine la ridusse, dando tanta forza alle pitture di tal opera, che ha verificato il detto di Dante: Morti li morti e i vivi parean vivi. E quivi si conosce la miseria de i dannati e l'allegrezza de' beati. Onde, scoperto questo Giudizio, mostr non solo essere vincitore de' primi artefici che lavorato vi avevano, ma ancora nella volta ch'egli tanto celebrata avea fatta, volse vincere se stesso, et in quella, di gran lunga passatosi, super se medesimo, avendosi egli immaginato il terrore di que' giorni, dove egli fa rappresentare, per pi pena di chi non  ben vissuto, tutta la sua passione; faccendo portare in aria da diverse figure ignude la Croce, la colonna, la lancia, la spugna, i chiodi e la corona con diverse e varie attitudini molto difficilmente condotte a fine nella facilit loro. E`vvi Cristo il qual, sedendo con faccia orribile e fiera, a i dannati si volge maladicendoli, non senza gran timore della Nostra Donna che, ristrettasi nel manto, ode e vede tanta ruina. Sonvi infinitissime figure che gli fanno cerchio di profeti, di Apostoli e particularmente Adamo e Santo Pietro, i quali si stimano che vi sien messi l'uno per l'origine prima delle genti al giudizio, l'altro per essere stato il primo fondamento della cristiana religione. A' piedi gli  un S. Bartolomeo bellissimo, il qual mostra la pelle scorticata, vvi similmente uno ignudo di S. Lorenzo, oltra che senza numero sono infinitissimi santi e sante et altre figure maschi e femmine intorno, appresso e discosto, i quali si abbracciano e fannosi festa avendo per grazia di Dio e per guidardone delle opere loro la beatitudine eterna. Sono sotto i piedi di Cristo i sette angeli scritti da Santo Giovanni Evangelista con le sette trombe che, sonando a sentenzia, fanno arricciare i capelli a chi gli guarda per la terribilit che essi mostrano nel viso, e fra gli altri vi son due angeli che ciascuno ha il libro delle vite in mano; et appresso, non senza bellissima considerazione, si veggono i sette peccati mortali da una banda combattere in forma di diavoli e tirar gi a lo inferno l'anime che volano al cielo con attitudini bellissime e scorti molto mirabili. N ha restato nella resurressione de' morti mostrare il modo come essi de la medesima terra ripiglian l'ossa e la carne, e come da altri vivi aiutati vanno volando al cielo, che da alcune anime gi beate  lor porto aiuto, non senza vedersi tutte quelle parti di considerazioni che a una tanta opera come quella si possa stimare che si convenga. Perch per lui si  fatto studii e fatiche d'ogni sorte, apparendo egualmente per tutta l'opera, e come chiaramente e particularmente ancora nella barca di Caronte si dimostra, il quale, con attitudine disperata, l'anime tirate da i diavoli gi nella barca batte col remo, ad imitazione di quello che espresse il suo famigliarissimo Dante quando disse: 65      Caron demonio, con occhi di bragia 66 Loro accennando, tutte le raccoglie; 67 Batte col remo qualunque si adagia.
N si pu imaginare quanto di variet sia nelle teste di que' diavoli, mostri veramente d'Inferno. Ne i peccatori si conosce il peccato e la tema insieme del danno eterno. Et oltra a ogni bellezza straordinaria  il vedere tanta opera s unitamente dipinta e condotta, che ella pare fatta in un giorno e con quella fine che mai minio nessuno si condusse talmente. E nel vero la moltitudine delle figure, la terribilit e grandezza dell'opera  tale, che non si pu descrivere, essendo piena di tutti i possibili umani affetti et avendogli tutti maravigliosamente espressi. Avvenga che i superbi, gli invidiosi, gli avari, i lussuriosi e gli altri cos fatti si riconoschino agevolmente da ogni bello spirito, per avere osservato ogni decoro, s d'aria, s d'attitudini e s d'ogni altra naturale circunstanzia nel figurarli. Cosa che se bene  maravigliosa e grande, non  stata impossibile a questo uomo, per essere stato sempre accorto e savio et aver visto uomini assai et acquistato quella cognizione con la pratica del mondo, che fanno i filosofi con la speculazione e per gli scritti. Talch, chi giudicioso e nella pittura intendente si trova, vede la terribilit dell'arte, et in quelle figure scorge i pensieri e gli affetti, i quali mai per altro che per lui non furono dipinti. Cos vede ancora quivi come si fa il variare delle tante attitudini ne gli strani e diversi gesti di giovani, vecchi, maschi, femmine: ne i quali a chi non si mostra il terrore dell'arte insieme con quella grazia che egli aveva da la natura? Perch fa scuotere i cuori di tutti quegli che non son saputi, come di quegli che sanno in tal mestiero. Vi sono gli scorti che paiono di rilievo, e con la unione, la morbidezza e la finezza nelle parti delle dolcezze da lui dipinte, mostrano veramente come hanno da essere le pitture fatte da' buoni e veri pittori. E vedesi ne i contorni delle cose girate da lui, per una via che da altri che da lui non potrebbono esser fatte, il vero giudizio e la vera dannazione e ressurressione. E questo nell'arte nostra  quello esempio e quella gran pittura mandata da Dio a gli uomini in terra, acci che veggano come il lato fa quando gli intelletti dal supremo grado in terra descendono, et hanno in essi infusa la grazia e la divinit del sapere.
Questa opera mena prigioni legati quegli che di sapere l'arte si persuadono, e nel vedere i segni da lui tirati ne' contorni di che cosa ella si sia, trema e teme ogni terribile spirto sia quanto si voglia carico di disegno. E mentre che si guardano le fatiche dell'opra sua, i sensi si stordiscono solo a pensare che cosa possono essere le altre pitture fatte e che si faranno, poste a tal paragone. Et veramente felice chiamar si puote e felicit della memoria di chi ha visto veramente stupenda maraviglia del secol nostro. Beatissimo e fortunatissimo Paulo III, poich Dio consente che sotto la protezzion tua si ripari il vanto che daranno alla memoria sua e di te le penne de gli scrittori: quanto acquistano i meriti tuoi per le sue virt? Certo fato bonissimo hanno a questo secolo nel suo nascere gli artefici, da che hanno veduto squarciato il velo delle difficult di quello che si pu fare et imaginare nelle pitture e sculture et architetture. Contempli ancora chi di maravigliare vuol finirsi, quante delle sue doti grandi abbia il cielo nel suo felicissimo ingegno infuso: le quali cose non solo consistono circa le difficult dell'arte sua, ma fuor di quella, leggansi le bellissime canzoni e gli stupendi suoi sonetti, gravemente composti, sopra i quali i pi celebrati ingegni musici e poeti hanno fatto canti, e molti dotti le hanno comentate e lette publicamente nelle pi celebrate accademie di tutta Italia. Ha meritato ancora Michele Agnolo che la divina Marchesa di Pescara gli scriva, et opere faccia di lui cantando, et egli a lei un bellissimo disegno d'una Piet mand da lei chiestoli. Onde non pensi mai penna, o per lettere scritte, o per disegno da altri meglio che da lui essere adoperat<a>, et il simile qualsivoglia altro stile o disegnatoio.
Sonsi veduti di suo in pi tempi bellissimi disegni, come gi a Gherardo Perini amico suo, et al presente a M<esser> Tommaso de' Cavalieri romano, che ne ha de gli stupendi, fra i quali  un Ratto di Ganimede, un Tizio et una Baccanaria, che col fiato non si farebbe pi d'unione. Vegghinsi i suoi cartoni, i quali non hanno avuto pari, come ancora ne fanno fede pezzi sparsi qua e l, e particularmente in casa Bindo Altoviti in Fiorenza uno di sua mano disegnato per la cappella, e tutti quegli che furono veduti in mano d'Antonio Mini suo creato, i quali port in Francia, insieme col quadro della Leda, ch'egli fece; e quello d'una Venere, che don a Bartolomeo Bettini di carbone finitissimo; e quello d'un Noli me tangere, che fu fatto per il marchese del Vasto, finiti poi co' colori da Iacopo da Puntormo. Ma perch vado io cos di cosa in cosa vagando? Basta sol dire questo, che dove egli ha posto la sua divina mano, quivi ha risuscitato ogni cosa e datole eternissima vita.
Ma per tornare all'opera della cappella, finito ch'egli ebbe il Giudicio, gli don il papa il porto del Po di Piacenza, il quale gli d d'entrata DC scudi l'anno, oltre alle sue provisioni ordinarie. E finita questa, gli fu fatto allogazione d'un'altra cappella, dove star il Sacramento, detta la Paulina, nella quale dipigne due storie: una di San Pietro, l'altra di San Paulo, l'una dove Cristo d le chiavi a Pietro, l'altra la terribile conversione di Paulo. In questo medesimo tempo egli cerc di dar fine a quella parte, che della sepoltura di Giulio secondo aveva in essere; et in San Pietro in Vincola in Roma fece murare non spendendo mai il tempo in altro, che in esercizio dell'arte, n giorno n notte, et egli s' di continuo visto pronto a gli studi, et il suo andar solo, mostra come egli ha l'animo carico di pensieri. Cos egli in breve tempo due figure di marmo fin, le quali in detta sepoltura pose, che mettono il Mois in mezzo; e bozzato ancora in casa sua, quattro figure in un marmo, nelle quali  un Cristo deposto di croce; la quale opera pu pensarsi, che se da lui finita al mondo restasse, ogni altra opra sua da quella superata sarebbe per la difficult del cavar di quel sasso tante cose perfette.
Nelle azzioni di Michele Agnolo s' sempre veduto religione, et in questo ultimo esemplo mirabile, ha fuggito il commerzio della corte quanto ha potuto; e solo domestichezza tenuto con quegli che o per le sue faccende hanno avuto bisogno di lui, o per termini di virt veduti in loro  stato astretto amarli. A' parenti suoi ha sempre porto aiuto onestamente, ma non s'ha curato d'avergli intorno. S' ancora curato molto poco avere per casa artefici del mestiero, e tuttavia in quel ch'ha potuto ha giovato ad ognuno. Truovasi che non ha mai biasmato l'opere altrui, se egli prima non  stato o morso o percosso. Ha fatto per principi e privati molti disegni d'architettura, come nella chiesa di Santa Apollonia di Fiorenza, per avervi monaca una nipote, e cos il disegno del Campidoglio, et a Luigi del Riccio suo domestico la sepoltura di Cecchino Bracci, e quella di Zanobi Montaguto disegn egli perch Urbino le facesse. Garzoni pochi del mestiero ha tenuti; solo tenne un Pietro Urbano pistolese et Antonio Mini fiorentino, la partita del quale molto gli dolse, quando per capriccio se n'and in Francia; tuttavia remuner molto i suoi servigi donandogli que' disegni ch'io dissi di sopra, e la Leda, che aveva dipinta, la quale  oggi appresso il Re di Francia, e due casse di modegli lavorati di cera e di terra i quali si smarrirono nella morte di lui in Francia.
Prese in ultimo uno urbinate il quale del continuo l'ha servito e governato, e s da quello s' trovato secondo l'animo suo sodisfatto, ch' poco tempo ch'egli, ammalando, disse questo patire, perch giorno e notte governandolo non lo aveva abbandonato mai, e per essere egli vecchio fu questo dispiacere per terminargli la vita, nascendo questo da cordiale amore e da rispetto dell'obligo che gli pareva avere. Certamente si pu far giudizio che di bont d'animo, di prudenzia e di sapere nello esercizio suo, non l'abbia mai passato nessuno. E coloro tutti che a fantasticheria et a stranezza gli hanno attribuito l'allontanarsi da le pratiche, debbono scusarlo, perch veramente si pu dire, che chi interamente vuole operare di perfezzione in tal mestiero,  sforzato quelle fuggire, perch la virt vuol pensamento, solitudine e comodit, e non errare con la mente e disviarsi nelle pratiche. Cos egli non ha mancato a se medesimo et ha giovato grandemente con lo affaticarsi a tutti gli artefici, e di onorati vestimenti ha sempre la sua virt ornato, dilettatosi di bellissimi cavalli, perch essendo egli nato di nobilissimi cittadini ha mantenuto il grado, e mostr il sapere di maraviglioso artefice.
Dopo tante sue fatiche, gi alla et di LXIII anni s' condotto, e di continuo sino al presente con bellissime e savie risposte s'ha fatto conoscere com'uom prudente, e stato nel suo dire molto coperto et ambiguo, avendo le cose sue quasi due sensi, et usato di dire sempre che le poche pratiche fanno vivere l'uomo in pace, bench ci in questo ultimo possa egli male osservare; atteso che la morte di Anton da San Gallo gli ha fatto pigliar la cura della fabrica di Farnese del palazzo di Campo di Fiore e di quella di San Pietro. Essendogli ragionato de la morte da un suo amico, dicendogli che doveva assai dolergli, sendo stato in continue fatiche per le cose dell'arte, n mai avuto ristoro, rispose che tutto era nulla perch se la vita ci piace, essendo anco la morte di mano d'un medesimo maestro quella non ci dovrebbe dispiacere. A un cittadino che lo trov a Orto San Michele in Fiorenza, che s'era fermato a riguardare la statua del San Marco di Donato, e lo domand quel che di quella figura gli paresse, Michele Agnolo rispose che non vide mai figura che avesse pi aria di uomo da bene di quella, e che se San Marco era tale, si gli poteva credere ci che aveva scritto. Gli fu mostro un disegno e raccomandato un fanciullo, che allora imparava a disegnare, scusandolo alcuni che egli era poco tempo che s'era posto all'arte, rispose: E' si conosce. Un simil motto disse a un pittore che avea dipinto una Piet: che s'era portato bene, ch'ella era proprio una piet a vederla.
Intese che Sebastian Viniziano aveva a fare nella cappella di San Piero a Montorio un frate, e disse che gli guasterebbe quella opera; domandato de la cagione, rispose che avendo eglino guasto il mondo, che  si grande, non sarebbe gran fatto che guastassero una cappella s piccola.
Aveva fatto un pittore una opera con grandissima fatica e penatovi molto tempo, e nello scoprirla aveva acquistato assai, fu domandato Michele Agnolo che gli parea del fattore di quella, rispose: Mentre che costui vorr esser ricco sar del continuo povero. Uno amico suo, che gi diceva messa et era religioso, capit a Roma, tutto pieno di puntali e di drappi, e salut Michele Agnolo, et egli s'infinse di non vederlo, perch fu l'amico sforzato fargli palese il suo nome; maravigliossi Michel Agnolo che fosse in quello abito, poi soggiunse quasi rallegrandosi: O voi sete bello! se fosse cos dentro, come io vi veggo di fuori, buon per l'anima vostra.
Mentre che egli faceva finire la sepoltura di Giulio, fece a uno squadratore condurre un termine, che poi alla sepoltura in San Piero in Vincola pose, con dire: Lieva oggi questo, e spiana qui, e pulisci qua; di maniera che senza che colui se n'avvedessi, gli f fare una figura.
Perch finita colui maravigliosamente la guardava, disse Michele Agnolo: E che te ne pare? Parmi bene  rispose colui  e v'ho grande obligo Perch? soggiunse Michele Agnolo. Perch io ho ritrovato per mezzo vostro una virt che io non sapeva d'averla. Un suo amico raccomand a Michele Agnolo un altro pur suo amico, che aveva fatto una statua, pregandolo che gli facesse dare qualcosa pi; il che amorevolmente fece. Ma l'invidia dello amico, che richiese M<ichele> Agnolo credendo che non lo dovesse fare, veggendo che pure l'avea fatto se ne dolse, e tal cosa fu detta a M<ichele> Agnolo; onde rispose che gli dispiacevano gli uomini fognati: stando nella metafora della architettura, intendendo che con quegli ch'hanno due bocche mal si pu praticare. Domandato da uno amico suo quel che gli paresse d'uno che aveva contrafatto di marmo figure antiche, de le pi celebrate, vantandosi lo imitatore che di gran lunga aveva superato gli antichi, rispose: Chi va dietro altrui, mai non gli passa inanzi. Aveva non so chi pittore fatto una opera, dove era un bue che stava meglio de l'altre cose; fu domandato perch il pittore aveva fatto pi vivo quello che l'altre cose, disse: Ogni pittore ritrae se medesimo bene. Passando da San Giovanni di Fiorenza gli fu domandato il suo parere di quelle porte, et egli rispose: Elle sono tanto belle, che starebbono bene alle porte del Paradiso.
Per, come nel principio dissi, il Cielo per essempio nella vita, ne' costumi e nelle opere l'ha qua gi mandato, acci che quegli che risguardano in lui, possino imitandolo, accostarsi per fama alla eternit del nome; e per l'opere e per lo studio, alla natura; e per la virt al Cielo, nel medesimo modo che egli alla natura et al cielo ha di continuo fatto onore. E non si maravigli alcuno che io abbia qui descritta la vita di Michelagnolo vivendo egli ancora, perch non si aspettando che e' debbia morir gi mai, mi  parso conveniente far questo poco ad onore di lui, che quando bene come tutti gli altri uomini abbandoni il corpo, non si troverr per mai alla morte delle immortalissime opere sue: la fama delle quali mentre ch'e' dura il mondo, viver sempre gloriosissima per le bocche de gli uomini e per le penne degli scrittori, mal grado della invidia et al dispetto della morte.

 Conclusione Quantunque sommamente mi siano piaciute, virtuosi artefici miei, e voi altri lettori nobilissimi, tutte quelle industriose e belle fatiche, che in un medesimo tempo, dilettando e giovando, abbelliscono et ornano il mondo; e che la affezzione anzi pur lo amor singulare, che io ho sempre portato e porto a gli operatori di quelle, mi avesse gi molte volte spronato e stretto a difendere gli onorati nomi di questi, da le ingiurie della morte e del tempo ad onor loro et a benefizio di chiunque vuole imitargli; non pensava io per da principio distender mai volume s largo, od allontanarmi nella ampiezza di quel gran pelago, dove la troppo bramosa voglia di satisfare a chi brama i primi principii delle nostre arti, e le calde persuasioni di molti amici, che per lo amore ch'e' mi portano, molto pi si promettevano forse di me, che non possono le forze mie, et i cenni di alcuni padroni, che mi sono pi che comandamenti, finalmente contra mio grado m'hanno condotto. Ancora che con somma fatica mia e spesa e disagio, nel cercare minutamente dieci anni tutta la Italia per i costumi, sepolcri et opere di quegli artefici, de' quali ho descritto le vite, e con tanta difficult, che pi volte me ne sarei tolto gi per disperazione, se i fedeli e veri soccorsi de' buoni amici, a' quali mi chiamo e chiamer sempre pi che obbligato, non mi avessero fatto buono animo e confortatomi a tirare avanti gagliardamente, con tutti quelli amorevoli aiuti che per loro si poteva, di advisi e riscontri diversi di varie cose, de le quali io stava perplesso, bench io le avessi vedute e considerate con gli occhi proprii. E tali veramente e s fatti sono stati i predetti aiuti, che io ho potuto puramente scrivere il vero di tanti divini ingegni, e senza alcuno ombramento o velo semplicemente mandarlo in luce, non perch io ne aspetti o me ne prometta nome di storico o di scrittore, che a questo non pensai mai, essendo la mia professione il dipignere e non lo scrivere, ma solo per lasciare questa nota, memoria o bozza che io voglia dirla, a qualunque felice ingegno che, ornato di quelle rare eccellenzie che si appartengono a gli scrittori, vorr con maggior suono e pi alto stile celebrare e fare immortali questi artefici gloriosi, che io semplicemente ho tolti alla polvere et alla oblivione, che gi in gran parte gli avea soppressi. E mi sono ingegnato per questo effetto con ogni diligenzia possibile verificare le cose dubbiose, con pi riscontri, e registrare a ciascuno artefice nella sua vita quelle cose che elli hanno fatte. Pigliando nientedimeno i ricordi e gli scritti da persone degne di fede, e col parere e consiglio sempre degli artefici pi antichi che hanno avuto notizia delle opere, e quasi le hanno vedute fare.
Inoltre mi sono aiutato ancora e non poco de gli scritti di Lorenzo Ghiberti, di Domenico del Ghirlandaio e di Raffaello da Urbino, a' quali, ancora che io abbia aggiustato fede come giustamente si conveniva, ho pur sempre voluto riscontrar l'opere con la veduta; la quale per la lunga pratica (e sia detto ci senza invidia) cos riconosce le varie maniere degli artefici, come un pratico cancelliere, i diversi e variati scritti de' suoi equali. Ora, se io ar conseguito il fine che sommamente desiderava, ci  il far lume fra tante tenebre alle cose de' nostri antichi e preparare la materia e la via a chi vorr scriverle, mi sar sommamente grato; e, dilettando e giovando in parte, mi parr riportare e premio e frutto grandissimo de le lunghe fatiche e travagli che nella opera possono conoscersi. E quando pure altrimenti sia, e' mi sar contento non piccolo lo aver durato fatica in una cosa tanto onorevole, che io ne merto piet non che perdono da le persone virtuose e da gli artefici miei, a chi bramava di satisfare, quantunque s come io gli conosco varii e diversi nella maniera, cos possa trovargli ancora ne' giudizii e ne' gusti loro.
Dispiacerammi per e non poco il non avere onorato coloro che hanno fatto utile a s belle arti, avendomi sempre le opere loro onorato e fatto grande utile. Avvenga che per il poco sapere che io ho, non ne riporti ancora quella palma che ho sempre cercata con ogni industria e sommamente desiderata, et a la qual forse sarei venuto, se io fussi tanto felice nello operare quanto ardente al considerarla, e volonteroso a lo esercitarmi. Ma per venire alfine oramai di s lungo ragionamento, io ho scritto come pittore, e nella lingua che io parlo, senza altrimenti considerare se ella si  fiorentina o toscana, e se molti vocaboli delle nostre arti, seminati per tutta l'opera, possono usarsi sicuramente, tirandomi a servirmi di loro il bisogno di essere inteso da' miei artefici, pi che la voglia di esser lodato. Molto meno ho curato ancora l'ordine comune della ortografia, senza cercare altrimenti se la Z  da pi che il T, o se si puote scriver senza H, perch, rimessomene da principio in persona giudiziosa e degna di onore, come a cosa amata da me e che mi ama singularmente, le diedi in cura tutta questa opera, con libert e piena et intera di guidarla a suo piacimento; purch i sensi non si alterassino et il contenuto delle parole, ancora che forse male intessuto, non si mutasse. Di che (per quanto io conosco) non ho gi cagione di pentirmi, non essendo massimamente lo intento mio lo insegnare scriver toscano, ma la vita e l'opere solamente degli artefici che ho descritti. Pigliate dunche quel ch'io vi dono, e non cercate quel ch'io non posso, promettendovi pur da me fra non molto tempo una aggiunta di molte cose appartenenti a questo volume, con le vite di que' che vivono e son tanto avanti con gli anni, che mal si puote oramai aspettar da loro, molte pi opere che le fatte. Per le quali, e per supplire a quello che mancasse se pur mi si offerisse nulla di nuovo, non mi fia grave il pigliar la penna; e secondo che io vedr queste mie fatiche grate et accette agli artefici miei et agli amatori di queste virt, cos ancor portarmi con essa a benefizio et onore di quegli a' quali (perch io gli amo tutti sinceramente) ricordo io nella fine del ragionamento che egli  necessario a chi brama di esser lodato, nella belleza e bont delle opere seguitar sempre l'orme de' migliori e de' pi valenti. A cagione che chi vorr seguitar la istoria, possa giustamente con le onorate fatiche sue, fare apparire men chiare e men belle quelle de' morti. Il che, artefici miei, tanto vi faccia di giovamento, quanto a me l'hanno fatto l'opere e' gesti di coloro che io vado imitando nella nostra professione.

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