TRE CROCI.
di Federigo Tozzi"


" a Luigi Pirandello"

. CAPITOLO PRIMO.


Giulio chiam il fratello:
- Niccol! Dstati!
Quegli fece una specie di grugnito, bestemmi, si tir pi gi la tesa del cappello; e richiuse gli occhi. Stava accoccolato su una sedia, con le mani in tasca dei calzoni e la testa appoggiata a uno scaffale della libreria; vicino a una cassapanca antica, che tenevano l in mostra per i forestieri; tutta ingombra di vasi, di piatti e di pitture.
- Oh! Non ti vergogni a dormire!  tutta la mattina! Fai rabbia!
Niccol, allora, si sdrusci forte le labbra e apr gli occhi, guardando il fratello.
- Ma che vuoi? Io, fino all'ora di mangiare, dormo!
- Volevo dirti che io devo andare alla banca! Stamani, c' un rinnovo. Niccol fece una sbuffata e rispose:
- Vai! C'era bisogno di destarmi?
- Alla bottega chi ci bada?
- A quest'ora, non viene nessun imbecille a comprare i libri! Vai! Ci bado io!
Niccol, mentre il fratello cercava il tubino, si alz, giunse fino alla porta, come se avesse voluto mettersi a correre, prendendo lo slancio; e torn a dietro, rincantucciandosi a sedere.
Era alto e grasso; con la barbetta brizzolata, le labbra grandi e gli occhi bigi.
Allora, perch Giulio andava da s alla banca, invece di mandarci lui o l'altro fratello, lo guard e chiese con premura studiata:
- Enrico dov'? Dobbiamo sempre fare tutto noi anche per lui?
- Sar a spasso, a quest'ora! Dove vuoi che sia? Lo sai che a quest'ora ha sempre bisogno di fare una passeggiata.
- E rimproveravi me perch me ne sto qui a dormire?
Giulio voleva sorridere; ma si mise le lenti, guard la firma su la cambiale e disse:
- Bada anche tu se ti pare venuta bene!
Niccol alz le spalle e non rispose. Giulio disse, con una specie di ammirazione sempre meno involontaria:
- M' venuta proprio bene!
Il fratello abbass la testa e fece un'altra sbuffata; poi si mise a battere lesto lesto la punta d'un piede; e, allora, tremava tutta la cassapanca con quel che c'era sopra.
- Smetti: farai rompere tutto!
- Non sarebbe meglio?
Giulio, grattandosi vicino alla bocca, quasi sorpreso, lo guard:
- Con te non ci si capisce niente! Ormai, mio caro, anche se volessimo smettere, sarebbe tardi. Piuttosto, speriamo che troveremo i denari per pagare le cambiali!
- E se alla banca scoprono prima che tu... che noi facciamo le firme false?
Giulio era il pi melanconico dei tre fratelli Gambi, ma anche il pi forte e quello che sperava perci di guadagnare tanto con la libreria, da non correre pi nessun pericolo. Era stato lui a proporre quell'espediente; ed era lui che aveva imparato ad imitare le firme. Ma quando il fratello gli diceva a quel modo, si perdeva d'animo e andava alla banca soltanto perch era indispensabile a guadagnare tempo.  vero anche, per, che era doventata un'abitudine; che lo preoccupava piuttosto per la puntualit che ci voleva. Perfino lusingato che ormai da tre anni la cosa andasse bene: avevano preso pi di cinquantamila lire senza destare nessun sospetto, e il cavaliere Orazio Nicchioli, che aveva fatto da vero il favore di firmare qualche cambiale, non indovinava ancora niente. Seguitava sempre ad essere il loro amico, e ad andare alla libreria tutte le sere; a fare la chiacchierata.
Giulio era anche pi alto di Niccol; ma senza barba e pi giovane, sebbene i suoi capelli fossero tutti bianchi. I baffetti erano ancora biondi; il viso roseo; e gli occhi celesti facevano pensare a qualche pietra di quel colore. Il pi intelligente e il solo che avesse voglia di lavorare, stando dentro la libreria dalla mattina alla sera. Niccol, invece, faceva anche l'antiquario; e stava quasi sempre fuori di Siena, a cercare alle fattorie antiche e nei paesi qualche cosa da comprare.
Enrico faceva il legatore, a una piccola bottega vicino alla libreria. Era basso, con i baffi pi scuri; sgarbato e prepotente.
Soltanto Niccol aveva moglie; ma vivevano tutti insieme con due giovinette orfane, loro nipoti.
Il loro padre era stato fortunato, e anch'essi da prima stavano bene; poi, a poco a poco, la libreria aveva sempre fruttato meno.
Giulio si mise il tubino, dopo averlo spolverato con il gomito; stette un poco incerto a esaminare la cambiale aperta su lo scrittoio; si gratt vicino alla bocca, la prese e se la mise in tasca. Niccol lo guardava, imprecando e bestemmiando.
-  inutile bestemmiare.
- Che devo dire, allora?
- Niente. Rassegnarsi.
- Ma io in galera non ci voglio andare!
Aveva la voce forte e robusta, e quando gridava a quel modo non si sapeva se faceva sul serio o per canzonatura. Allora anche a Giulio era impossibile sentirsi afflitto e umiliato. E rispose, con la sua pacatezza di uomo educato:
- Ci metteranno me in galera! Sei contento?
Ma Niccol grid:
- Torna presto, perch io qui dentro non voglio che mi ci venga un accidente!
Giulio, tenendo la mano in tasca dov'era la cambiale, perch aveva paura che potesse escirgli fuori, and alla banca; cercando di camminare a testa alta e di farsi vedere senza preoccupazioni; sicuro di quel che faceva.
Niccol rest su la sua sedia; e si mise a biascicare un sigaro, sputando i pezzetti sotto lo scrittoio; allungando le gambe fin nel mezzo della bottega. Quando entr un signore, che conosceva perch una volta erano andati a caccia insieme, Niccol non si mosse n meno.
Quegli chiese:
- Come sta?
- Io, bene. E lei?
- Un poco di raffreddore.
Niccol sorrise, dicendogli con una seriet finta di cui nessuno alla prima si accorgeva:
- Si abbia riguardo!
Il signor Riccardo Valentini, allora, guard qualche libro, e Niccol richiuse gli occhi come se non ci fosse stato n meno. Tutti quelli che lo conoscevano, non si rivolgevano mai a lui per comprare; ma a Giulio, magari aspettando che tornasse, se non c'era.
Il Valentini gli disse:
- Bella vita, sempre a sedere!
- Lo so! Me la invidia anche lei?
- Io? No, da vero. Anzi, ci ho piacere.
- E io campo da signore per dispetto a quelli che mi vorrebbero vedere a mendicare. Non faccio bene? Devono tutti mangiarsi il fegato dalla rabbia!
Il signor Valentini fece una risata.
- Oggi, a pranzo, tordi e quaglie. E mi son fatto mandare da una delle migliori tenute del Chianti un vino che, se lo bevesse lei, resterebbe stupito. Dio! Come mi voglio godere! Per me, nella vita, non c' altro! Sono nato un signore, io; pi di lei!
- Pi di me? Ah, lo credo! Lei non ha quelle preoccupazioni di cui io non posso fare a meno. Anche stamani son dovuto venire a Siena, perch il fattore mi s' ammalato. Come si fa a rimandare al giorno dopo gli affari, con una tenuta di trenta poderi come io ho su le mie spalle! Senza mentovare, poi, anche le mercature.
Niccol si sollazzava a quelle confidenze; e, fregatesi le mani, disse:
- Vino e ponci! Ma i ponci li faccio da me. Mezzo litro di rumme per volta! Ah, io sto bene!
Nella sua voce c'era una gioia rabbiosa e violenta. Ed egli, ridendo a quel modo, restava simpatico a tutti.
- Ora, quando torna Giulio, che  andato a un appuntamento con una bella signora, si chiude questa paretaia; e si va a mangiare. Che mangiata! Vorrei avere due ventri! Uno non mi basta! Ho fatto comprare, dalla nostra serva, un chilo di parmigiano e certe pere che passano una libbra l'una! Scommetto che le viene voglia di desinare con me!
Il signor Valentini rise e gli batt una mano su la spalla. Poi, chiese:
- Che Madonna  quella, l nel mezzo alla cassapanca? Quella l ritta?
Niccol dovent serio.
- Non me lo vuol dire?
- Anzi! A lei dir la verit:  una Madonna che ho trovato in casa d'un contadino. Non me la volevano vendere a nessun costo. L'ho pagata cento lire sole!
Si alz, e con la voce che doventava acuta, ripet gongolando:
- Cento lire! Cento lire! Me l'ha regalata! Ci voleva un idiota come quello!
- E lei quante ce ne prender?
La voce di Niccol si fece tonante:
- Io?
Poi, con sprezzo:
- Ieri, un inglese mi dava quattromila lire, quattromila lire!
- E non l'ha data?
La voce parve calmarsi, farsi esatta:
- Ce ne prender seimila.
E siccome s'era rimesso a sedere, si alz di scatto, battendo i piedi e ricominciando a gridare:
- Cento lire! Quell'idiota! Ci voleva un idiota come lui, per darmela!
E finse di ridere tanto, come fosse sul punto di soffocare.
Giulio, con il cappello su gli occhi, come senza avvedersene si metteva sempre tornando dalla banca, entr serio:
- Di che ti esalti?
Niccol smise istantaneamente; e s'avvent alla porta, come se fuggisse perch non valeva la pena di rispondergli.


. CAPITOLO SECONDO.


Fuori camminava a testa ritta, nel mezzo della strada, facendo il grande; rispondeva a pena se lo salutavano, tirava via come se sprezzasse tutti; lesto, come se non avesse tempo da perdere. Giunse, per la Via Cavour, fin dov'era una fruttaiola; e, allora, guard le ceste in mostra; ma senza fermarsi, girando un poco il collo come se avesse da accomodarsi il solino. L'odore delle frutta gli fece allargare e stringere le narici, e gli si piegarono le ginocchia; ma seguit a camminare: bench senza raccapezzarsi pi dove andasse, e a ogni pochi passi urtando qualcuno; poi torn a dietro, pensando alle frutta vedute, che se le immaginava pi buone e pi saporite di quante ne aveva mangiate durante tutta la sua vita. Quasi gli venivano le lagrime, perch si trovava senza denaro in tasca. Ma decise di supplicare il fratello, perch glie le comprasse.
In bottega non c'era pi il signor Valentini; ed egli disse a Giulio:
- Che voleva quel vagabondo? Quando viene in bottega, un'altra volta, lo prendo a calci nei ginocchi.
- Che t'ha fatto di male? - gli chiese Giulio, ridendo.
- Toh! C' bisogno che mi faccia qualche cosa di male? Non lo posso n vedere n sopportare: ecco quel che m'ha fatto!
- Tu non puoi vedere nessuno. Sei mezzo matto! Gi, non saresti della nostra razza!
Allora, Niccol gli strinse un braccio e gli disse, dopo aver fatto scricchiare i denti, come un ragazzo che non pu pi contenersi:
- Giulio, Giulio mio! Ho visto certe mele e certe pere che... se le potessi assaggiare, darei dieci anni! Me ne sono invaghito.
Giulio, divertendosi della sua ghiottoneria, gli chiese:
- Erano belle da vero?
- Meravigliose! Con una buccia grassa, che dev'essere come il burro! Io oggi non mangio, se non mi levo anche la voglia di quelle!
- Ci manderemo Enrico, quando viene!
- S, s! Piglia tutto quel che abbiamo incassato stamani; e mandacelo. Fa'invogliare anche lui.
- Non ci vorr di molto!
Enrico entr sbattendo l'uscio, per chiuderlo; perch quando una volta potevano tenere un commesso, se lo faceva sempre chiudere e aprire. Guard tutta la bottega; per vedere se c'era qualcuno; sospettoso e pronto a qualche villania. Giulio gli chiese:
- Dove sei stato?
- Sei mio padre, perch io te lo debba dire? Te lo domando mai io a te?
Niccol disse:
- Hai ragione!
- Tu stai zitto! - gli rispose Enrico, con la sua voce nasale e strascicata - Hai sempre voglia di ruzzare. Ho visto escire il Valentini: che ci viene a fare in bottega, se non compra mai un libro? Gi, non sa n meno leggere! Perch non sta a casa sua? L'impiantito, quando  consumato, bisogna rifarlo fare con i nostri denari! Se stesse a casa, il fattore non terrebbe compagnia alla sua moglie!
-  vero? Chi te l'ha detto? Che soddisfazione mi di!
- Lo so. Quando dico una cosa io, mi chiedete sempre da chi l'ho saputa! Ma, se non ci credete, per me  lo stesso.
Giulio apr il cassetto dello scrittoio, prese con la punta delle dita dieci lire e gliele porse:
- Vai da Cicia, e compra due chili tra mele e pere.
- Io ci devo andare? O voi non siete capaci?
Niccol non gli parlava pi e non lo guardava n meno, come se lo avesse irritato. Giulio gli disse:
-  lui che ti vuol mandare.
- Ma io, se devo andarci, compro anche un pezzo di gorgonzola dal nostro pizzicagnolo.
- Fa'quel che vuoi.
Enrico s'avvi verso l'uscio; e Niccol, allora, disse:
- Purch tu ti spicci; invece di star qui tra i piedi!
E, quando fu escito, seguit:
- Non ha voglia di fare niente.
Ma tutti e due doventarono silenziosi. Soltanto dopo una mezz'ora, Giulio, che s'era seduto allo scrittoio battendo a colpi regolari le lenti su la carta sugante, disse:
- Con la cambiale d'oggi, sono cinquemila lire di pi.
- A me lo dici?
- A chi devo dirlo?
- Non me ne importa. Io non voglio n meno sentirne parlare.
- Hai paura di guastarti il sangue?
- Giulio! Smettila! Tu sai quel che ho nel cuore.  una spina grossa come il mio pollice.
- Lo so: sar eguale alla mia.
Allora, Niccol divenne affettuoso; la sua voce quasi supplichevole e dolce; e sarebbe stato capace di fargli anche le moine:
- Se non ci si volesse bene tra noi, vorrei doventare una bestia... un rospo!
Giulio lo guard con tenerezza; ma il fratello gli disse:
- Non mi guardare!
- Quelle bambine hanno bisogno di vestiti da inverno.
- Glieli farai comprare. Subito! Per loro, faccio anche a meno delle scarpe! Di tutto! Mi lascio morire di fame!
Quando aveva di questi propositi, che gli duravano poco, si drizzava con tutta la persona; mandando in fuora il petto; camminando in su e in gi per la bottega, che allora per lui pareva troppo stretta. Egli era soddisfatto di se stesso e dava occhiate di orgoglio affettuoso; ansando come se avesse dovuto difendere precipitosamente le due nipoti. Pareva che non potesse star fermo mai pi.
- Per noi, quelle bambine devono esser sacre. Non  vero?
- L'ho sempre detto anch'io.
- Ma Enrico... ti pare che Enrico sia del nostro sentimento?
- Diamine!
Ma Niccol cambi subito discorso:
- O quando torna con le frutta?
- Sono dieci minuti soli che  andato via!
E Giulio sbirci il suo orologio.
- Io vado a casa, e vi aspetto l tutti e due. Vieni presto!
Ma Giulio, restato solo, si mise a preparare alcune fatture da riscuotere. Mentre scriveva, entr, come faceva tutte le mattine, venendo dall'Archivio di Stato, un giovane francese, critico d'arte, stabilitosi a Siena per studiare certi pittori del quattrocento. Era vestito sempre bene; con i baffi biondi e un bastone con il pomo d'avorio cerchiato d'oro. Aveva gli occhi turchini, e i baffi parevano un peso sul sorriso.
- Buon giorno, signor Nisard.
- Buon giorno.
- Che mi dice di nuovo?
- Ho trovato una cosa molto importante su Matteo di Giovanni. Una cosa straordinaria! Una scoperta che far effetto! Sono molto contento!
Giulio domand:
- Si pu sapere?
- Mi servir per il libro che sto preparando!
- Allora non voglio essere indiscreto: non voglio che me la dica.
Il libraio aveva una specie di ammirazione per tutto ci che facevano gli altri; e aveva piacere se glie lo dicevano. Era perci un buon amico, uno di quelli da confidenze. Gli pareva che gli altri, non compromessi come lui e i suoi fratelli, appartenessero a un mondo che per lui esisteva soltanto prima delle firme false. Ora si sentiva, sempre di pi, costretto a subire anche le conseguenze morali della sua colpa. Non avrebbe ardito n meno di chiedere a un altro che gli si mostrasse pronto a stimarlo. Anzi, non voleva. Si schermiva, doventava timido; faceva in modo che gli altri non gli dessero mai nulla dei loro sentimenti; perch non voleva ingannarli.
Giudicatosi da s, accettava soltanto la consapevolezza dei fratelli. Perci il suo sorriso restava sempre impacciato e riservato; e quelle erano le occasioni della sua tristezza. Niccol non voleva amicizie e lo rimproverava tutte le volte che era stato affabile con qualcuno. Gli diceva:
- Tu sai che tra noi e gli altri c' una cosa, che nessuno ci perdoner. Anche noi, perci, con gli altri non dobbiamo avere tenerezze.
Giulio ascoltava il Nisard, con le mani nelle tasche della giubba, senza alzare gli occhi, come un povero riesce ad essere pi contento se sta insieme qualche mezz'ora con un ricco. Non avrebbe voluto n meno che il Nisard gli desse la mano!
Quel giorno il Nisard, pensando che a Siena spendevano pochi denari per comprare i libri, gli chiese per dirne male con lui:
- Va bene la bottega?
Giulio scosse la testa; e, poi, disse:
- Non so come facciamo a andare avanti!
E, allora, il piacere sentito ascoltando il Nisard, lo fece soffrire. Gli pareva una grande ingiustizia e una privazione acuta che egli non potesse come lui lavorare, senza imbarazzi, a qualche cosa. Gli venivano in mente parecchi progetti, e vi rinunciava a pena li aveva pensati; sebbene, qualche volta, gliene restasse il ricordo nel suo amor proprio. Il Nisard gli disse:
- Per fortuna ella ha guadagnato in altri tempi, e ora ha i denari per vivere!
Giulio rest un poco perplesso, e poi rispose:
- Gi:  una fortuna da vero! Ma io non me ne voglio preoccupare! Sar quel che Dio vorr.
Il Nisard, credendo che esagerasse per spilorceria e per grettezza, si mise a ridere. Giulio socchiuse gli occhi, e seguit:
- Lei non mi crede.
- Ma, signor Giulio, vuol darmi ad intendere...
- Io non dico mai bugie; cio, non vorrei mai dirle!
E rest soprapensiero. Il Nisard lo guardava in viso, come se avesse capito lo scherzo; e gli domand:
- Crede che io vada a raccontarlo all'agente delle tasse, perch gliele cresca?
In quel mentre, apr la porta Enrico, senza richiuderla; tenendo con ambedue le braccia tutte le frutta comprate. Egli disse, allegro:
- Ora, ci manca il gorgonzola! Non inventerete che io penso prima a me e poi a voi! Dite sempre che io sono un egoista!
Il Nisard si divertiva a vedere come Giulio era restato male e imbarazzato. Ma Giulio esclam:
- Le pere son belle da vero!
Enrico chiese:
- Posso andare a casa? C' altro da comprare?
Il fratello gli accenn la porta, e quegli usc.
Enrico, quando aveva comprato qualche cosa, non salutava n meno: doventava pi arrogante e rispondeva male.
Allora, Giulio disse:
- La tavola bene apparecchiata  una nostra debolezza. Siamo tutti eguali: anche la mia cognata, Modesta, l'abbiamo avvezzata male.
Egli ora era impaziente di essere a casa; perch non lo avrebbero aspettato; e sapeva che i primi sceglievano sempre i bocconi pi buoni. Se non ci fosse stato il Nisard, avrebbe chiuso subito la bottega; quantunque un signore gli avesse detto che sarebbe passato a comprare alcuni libri. Egli, pentito, soffriva anche di essersi impegnato ad aspettarlo; e, perci, si dolse:
- Non capisco come si possano buttar via i denari per comprare la carta stampata! Io sto qui dentro, sacrificato tutto il giorno; non vedo mai di che colore  il cielo; m' venuto a noia perfino a toccarli, i libri! Bella cosa sarebbe mandarli tutti al macero!
- Ma lei  cos intelligente, e parla sul serio a questo modo?
- Sono stato intelligente. Ora,  finita. Ho quarant'anni, e mi sembra di averne ottanta o cento. Lei non mi crede n meno ora!
Il Nisard allarg le braccia; e, sorridendo, disse che si rassegnava a credergli. Ma Giulio cercava di ricordarsi se avevano comprato il parmigiano da grattare su i maccheroni; e, dentro di s, diceva: "Chi sa come resta male Niccol quando sente che non  di quello come piace a noi!". E gli pareva di vedere il fratello che se la prendeva con la moglie; senza smettere pi, per tutto il pranzo. Era capace di alzarsi da tavola, quando aveva finito di mangiare, e di escire senza voler parlare pi alla moglie fino al giorno dopo; mentre le nipoti, Chiarina e Lola, ci ridevano; ed Enrico diceva che era una sconvenienza da pazzo. Queste cose deliziavano Giulio; che si ferm nel mezzo di bottega, con il viso ubriaco di godimento.
Ad un tratto, si sentirono suoni di parecchie campane insieme. Era mezzogiorno. Giulio, per esserne pi sicuro, esc nella strada; ascoltando. L'orologio municipale batteva le ore, con una cadenza placida; e anche San Cristoforo, la chiesa pi vicina alla libreria, in Piazza Tolomei, si dette a suonare. La gente era meno rada, e cominciavano a passare gli impiegati. Allora, egli disse, con dolcezza:
- Posso chiudere!
Il Nisard, che doveva andare alla villa presa in affitto fuor di Porta Camollia, lo salut frettolosamente.
Dopo cinque minuti, l'orologio replic le ore; e a Giulio parve che rispondessero proprio a lui, e fossero saporite e allegre come una leccornia.


. CAPITOLO TERZO.


Dopo mangiato, Niccol era sempre disposto all'allegria, ma cos volubilmente che ingiuriava chiunque gli diceva una parola pi di quelle che volesse ascoltare.
Giulio, invece, durante tutto il chilo, faceva ripetizione alle nipoti; ed Enrico andava a dormire per un paio d'ore. Niccol disse:
- Non mi parlate, perch vado in bestia! Mi fate rodere dalla rabbia! Mi sentivo cos allegro, invece! Lasciatemi: sto bene solo, a parlare con me stesso. Io solo m'intendo!
Poi esc camminando lentamente e strenfiando; quasi sudando, bench fosse d'ottobre. Gli era venuta la gotta, come agli altri fratelli; e, da quanto aveva impippiato, moveva a pena le gambe.
Per la strada, fingeva di fare il viso da ridere; e se qualcuno, allora, si preparava a fargli altrettanto, egli lesto si scansava e mostravasi arcigno; quasi offeso.
Tornato dalla passeggiata alla Lizza, che gli bastava per fumare tutto il sigaro, trov in bottega un suo amico, Vittorio Corsali, che era agente d'una compagnia d'assicurazioni.
- Oh, oggi, non voglio discorrere troppo! Mi fa fatica!
- Non so come faccio a darti fastidio se non ho aperto bocca da quando sei venuto!
- Non importa! A me le persone danno fastidio anche se stanno zitte!
- Ma io, come dicevo a tuo fratello Giulio, ero venuto per proporti un buon affare!
- Non ho voglia di affari! Parlane con lui. Ma quando non ci sono io, perch oggi non posso sopportare n meno una mosca che vola.
E si mise a ridere, come per fare una bravata da smargiasso. Era un riso violento, sensuale e acre. Il Corsali disse a Giulio:
- Aspetter che gli passi!
Niccol, allora, fu preso dal furore:
- E io ti dico che non devi parlarmi! Hai capito? Io ti prendo per il collo, e ti metto fuori di bottega!
Egli respirava forte, mordendosi le mani.
Il Corsali, che era per aversene a male, quantunque Giulio gli facesse cenno che non lo prendesse sul serio, allung un passo verso la porta, per andarsene.
Niccol gli fece, a pena voltato, una risata cos spontanea e gioconda, che quegli rest stupefatto.
- Non ti eri accorto che celiavo?
- Non  questo il modo di trattare gli amici.
Ma Niccol non voleva sentirselo dire; e ridovent minaccioso e provocante.
Vittorio Corsali era magro, senza capelli e i baffi bianchi. Quando parlava, gli si vedevano i denti; e tutta la testa pareva, all'incirca, un cranio di volpe. Giulio domand al fratello:
- Quando  che ti senti disposto ad ascoltarlo? Ci farai il piacere di dircelo.
- Tutte le volte che vuoi, meno che oggi.
- Ma domani io vado con il calesse a Radicondoli, per affari della mia compagnia d'assicurazioni. E l, dal piovano, ho visto un crocifisso d'argento...
Niccol, che cominciava ad ascoltare, si volse con veemenza:
- Lo vende?
-  quello che volevo dirti!
Niccol pareva adirato e come se avesse da leticare:
- Sei sicuro che mi piacer?
- Io credo.
- Tu non capisci niente: non mi fido.
- Lo so che tu mi ritieni uno sciocco!
Giulio chiese:
- Quanto pretende?  avaro?
- Ci vogliono, a quel che ho capito, due fogli da cento.
Niccol fremeva:
- Digli al prete che se lo ficchi in gola! Non fa per me. Io compro da quelli che non sanno vendere. Se capita nella libreria, lo prendo a pedate. Diglielo! Dio ne guardi, se mi viene a cercare!
E spalanc la bocca, come se avesse voluto morderlo. Poi, sorridendo, si racchet. Si mise disteso su la sedia, guardando ora il fratello e ora l'amico, con gli occhi luccicanti di godimento; stimolandoli a ridere. Aveva in tutto il viso una ilarit cos piacevole, che anche gli altri la sentirono subito. Ma quando Niccol li vide cos cambiarsi, disse con rammarico afflitto e brusco:
- Non mi parlate!
Poi, come se il Corsali non ci fosse, si mise a parlare con il fratello:
- Hai mandato quelle fatture?
- Devo metterle dentro le buste.
- O che aspetti?
- In giornata ci penser.
- Hai segnato bene tutto?
- Ho ricopiato dal libro.
- Con le date?
- Con le date.
- Vorrei sapere perch non pagano!
- I signori vogliono fare il loro comodo.
Niccol picchi con l'anello del mignolo su la cassapanca; poi, disse, sbadigliando:
- Mi duole la testa: m'ha fatto male quell'intingolo troppo impepato.
- Sei tu che lo vuoi cos!
- Stasera, c' il pollo?
- Credo.
- Se no, vado a mangiare a qualche trattoria.
- Ci puoi andare: nessuno te lo proibisce. Non  la prima volta.
- E tu che mangi, Vittorio?
- Io? Io mangio quel che trovo: minestra magari come la broscia, lesso, e poi, se c', un cirindello di cacio quanto basterebbe per metterlo nella trappola a un topo.
Niccol fece una risata, e disse:
- Io vorrei trovarmi la tacchina; per domani. Ci credi che il lesso io non lo potrei n meno mettere in bocca per biascicarlo?
Egli era gaio e festoso; e si mise a raccontare una delle sue barzellette. Ne sapeva sempre nuove; e allora rideva anche con lo stomaco, sussultando:
- Questa  bella da vero! Trovatene un altro che le scovi come me!
Anche Giulio rideva, ma a gola chiusa. Niccol seguit:
- Dio, come rido! Mi vengono perfino le lacrime agli occhi! Mi fa perfino male! Stanotte, la mia moglie s' destata e m'ha detto: o che hai da ridere? Perch mi ricordavo sognando di quella che dissi l'altro giorno. Ripetila anche a lui, Giulio! Le mie facezie bisognerebbe stamparle.
Ma divenne serio, perch Enrico entrava in bottega. Era ancora assonnato e intontito; camminava tutto dinoccolato e cozz nel banco dov'era lo scaffale dei libri.
- Oh, non ci vedo! Ho dormito male: c'era, sotto le finestre, il marmista che faceva un chiasso, con certi tonfi! Quando si sa che c' uno a dormire, dovrebbero avere pi riguardo! Pareva che facesse a posta! Vorrei sapere che bisogno avesse di sbatacchiare!
- Gli sar arrivato il marmo!
- Eh, ma si tratta di educazione! Non ci sta mica lui solo nella casa! Che m'importa del suo marmo? Sarebbe lo stesso che importasse a me delle sue corna! La moglie glie le fa tutti i giorni. Lo dicono!
- E a lui che importava se tu volevi dormire?
- Che discorsi mi fate? Dei due, domandiamolo a chi volete, la ragione l'ho io. Io ci scommetto quel che volete: qualunque gentiluomo darebbe ragione a me. Perch, se io dormo, lui pu lavorare lo stesso; mentre io mi son dovuto destare. Quando sono sceso, volevo leticarci. Ma, un'altra volta, non star zitto. Sono troppo buono! E tu perch ti sei succhiata tutta la bottiglia del cognacche?
Niccol rispose:
- Compratene una per te.
- Certo! Da qui in avanti, far cos! Anche se tra fratelli ci si tratta a questo modo! Io credevo di trovarcene almeno un bicchierino!
- E hai bevuto l'acqua?
- L'acqua? Vorrei mi schizzassero via gli occhi, se io ne ho messo mai in bocca una gocciola. Con quella mi ci netto il codrione.
Egli, quando s'arrabbiava, aveva la voce di cattivo; e seguit:
- Me lo dite per offendermi; ma io so tenervi al posto! Perch mi avete domandato se ho bevuto l'acqua? O che tra fratelli non ci si deve portare rispetto? Non  vero, Vittorio? Se me lo ripetono un'altra volta, questiono per da vero. Perch io sono permaloso. E, poi, per le cose giuste!
Niccol gli chiese:
- Perch non vai nella tua legatoria?
- Io faccio il mio comodo. Ne ho diritto quanto te. I libri non si rilegano mica con la mia pelle! Se avete voglia di questionare, io sono sempre pronto; anche se siete in due contro di me.
Giulio lo guard meravigliato e rispose:
- Mi sembra che noi ti lasciamo spifferare tutto quel che vuoi.
- Per forza! Ho ragione!
- Io non ti dico di no.
- E, allora, perch volete insistere?
- Ti dico che io non ho nessuna voglia di alzare la voce.
- Tu, no; ma Niccol, s.
Allora, Niccol disse a Giulio:
- Consiglialo che se ne vada!
E prese in mano un vaso antico.
- E tu, per rompermi la testa, sciuperesti codesto vaso? Io adopro le mani! Fagli posare il vaso! Non mica perch io abbia paura, ma perch la roba di bottega la deve tenere di conto!  d'una terraglia che si scheggia a guardarla. E, poi, badate com'ha ammaccato con i piedi la cassapanca! Sei un lezzone e uno sciupone.
Vittorio, che aveva voglia di ridere, disse:
- Fatemi il piacere di smettere, tutti e due.  vergogna, tra fratelli. O non vi volete bene?
Enrico rispose:
- Lui no: mi farebbe a pezzetti se potesse!
Giulio disse:
- Non  vero!
- Tu lo scusi sempre, ma  cos. Fagli posare il vaso. Non vuol dare mica retta! Non lo vuoi posare? Me ne vado io! Accidenti a quando sono venuto!
Dette un'occhiata stizzosa anche allo scaffale dei libri, ed esc.
Allora, Niccol disse:
- Bisogna metterci riparo! Deve smettere!
- Ma sei anche tu che non lo sai prendere!
- Io vorrei che morisse.
Il Corsali chiese:
- E perch?
- Il perch lo so io! Non mi fate parlare! Se fossimo io e Giulio soli, le cose non ci andrebbero come ci vanno!  tanto tempo che desidero d'essere io e Giulio soltanto!
- Ma ormai, c' anche lui; ed  bene che ci resti fino a quando...
Il Corsali non cap a che alludesse; ma Niccol gli tagli lo stesso le parole, tremando tutto:
- Zitto!
Giulio cap che poteva commettere un'imprudenza. E il Corsali, accortosene, disse perch fossero tranquilli:
- I fatti vostri non li voglio conoscere. Io vengo qui da amico; e potete essere sicuri che non sono n un pettegolo n un maligno.
Giulio, allora, si riprese:
-  Niccol che fa immaginare non si sa che; con le sue gaglioffate.
Niccol, picchiando le ginocchia insieme, esclam:
- Zitto, ti dico!
- Che cosa ho detto?
- Zitto, zitto!
E si tur la bocca con una mano.
Il Corsali s'era incuriosito, ma ormai cap che di pi non avrebbero sciorinato.
- Se avete paura di me, io vi lascio.
Niccol gli grid:
- No: voglio che tu resti!
Giulio arrossiva come una giovinetta imbarazzata. Il Corsali disse:
- Pochi minuti fa, eravate cos allegri!
Niccol gli grid pi forte:
- Io allegro? Questa  la pi grande calunnia che mi si possa inventare! Io non rido mai! Mai, hai capito?
- Perch non te ne ricordi!
- Basta! Basta! Basta! Se lo dico io che non rido!
Giulio fece cenno al Corsali che se ne andasse. E, quando se ne fu andato, Niccol si mise a singhiozzare.
- E, ora, perch piangi?
- Non ne posso pi!
Allora anche Giulio, che lo guardava, in piedi, da dietro la scrivania, sent gli occhi empirsi di lacrime bollenti; che lo accecavano.
E non ebbero il coraggio di guardarsi ancora.


. CAPITOLO QUARTO.


Il cavaliere Orazio Nicchioli, assessore comunale e capo di parecchie congregazioni di carit, era sicuro di trovare sempre la stessa accoglienza deferente. Entrava con un'aria di bonariet affettuosa, procurando di non far sentire che egli si considerava il padrone della libreria; e voleva bene da vero a tutti e tre i fratelli.
Aveva una bocca da bambino, e l'arricciava sempre. Guardava, abbassando la testa, da sopra le lenti.
Il giorno dopo che i due fratelli avevano pianto, domand sottovoce a Giulio perch non sentisse Niccol:
- Come vanno le cose?
Giulio arross, e gli rispose:
- Non cambiano.
- Ma... niente di peggio?
- No, no!
Niccol aspettava che gli rivolgesse per primo la parola, e con lui era quasi umile. Gli chiese:
- A me non parla?
- Perch dovrei fare una differenza tra lei e Giulio? Lei se ne sta sempre rincantucciato in codesta sedia! Povero signor Niccol!
- Qui ci sto meglio che in tutti gli altri posti.
Quasi involontariamente, gli venne da scherzare anche con lui; ma sorrise e basta. Giulio, invece, si sentiva un poco sconvolto; e doveva stare attento di non perdere la testa. Sarebbe andato via volentieri, per fare a meno di parlargli; come quando trovava il pretesto magari d'andare a comprarsi un francobollo, ed esciva trattenendosi fuori pi che poteva. O come Enrico che fingeva d'avere un sacco di faccende, svignandosela subito; sebbene Niccol non gliela perdonasse.
Ma il Nicchioli doventava, qualche volta, cos affettuoso che essi non sapevano pi che contegno tenere. E Niccol disse:
- Giulio, dgli una sedia!
- La prendo da me.
- Non ci mancherebbe altro! Piuttosto, le do la mia.
Ma nondimeno non si alz; seguitando a dire:
- Siccome lei ci fa sempre il piacere di venirci a trovare, sia tanto buono di trattenersi quanto vuole.
Il cavaliere, allora, s'intener; ed essi, avvedendosene, cercarono di dirgli cose gradite:
- Come sta sua moglie?
- Sta bene: grazie.
- E il bambino?
- Ingrassa sempre pi.
- Che bel bambino!
Il cavaliere n'era tanto orgoglioso che non trovava n meno pi le parole per lodarlo a modo suo:
- ... veramente... un prodigio! Bello... forte... Come devo dire?... Robusto... ben fatto... i piedini... le manine... Intelligente!... Capisce pi di noi!... Basta fargli... psi... psi... si volta subito... E ha quattordici mesi precisi... L'ha compiuti tre giorni fa...  la mia consolazione!...
Niccol cominciava ad aver voglia di ridere, ma fece finta di starnutire.
Il cavaliere disse a Giulio:
- Venga con me: facciamo una passeggiata insieme. Cos, ne parliamo un poco!
Giulio, non potendo rifiutare, si mise il tubino e rispose:
- Vengo subito!
- Io parlo volentieri soltanto di lui. Per me, al mondo non c' altro.
Niccol gli faceva cenno di s con la testa.
Andarono fino a Porta Camollia e poi in Pescaia, per rientrare in citt da Fontebranda. La strada di Pescaia cala girando sotto una poggiaia dirupata e sterposa, sempre pi alta; e Siena si ritira e si nasconde sempre di pi dietro ad essa. La campagna, a destra, divalla dentro un collineto lunghissimo e avvignato. Al Madonnino Scapato, si scopre soltanto San Domenico; massiccio e rosso, su un rialzo che sporge. Il cielo era tinto di una nebbiolina rosea; e il Monistero, su un'altura pi ritta e pi lontana, pareva dello stesso rosso, con due cipressi accanto; scuricci e acuminati. Un torrente affossato, strosciando gi per le gorate, veniva dalla sua collina fino alla strada, tra un arruffio tremolante di pioppi storti e arrembati; impolloniti. Accanto ai pioppi, c'era l'erba di un verde cos forte e fresco che il Nicchioli smise di parlare del suo bambino, per dire a Giulio:
- Questi campi li baratterei volentieri con i miei di Monteriggioni.
Ma si riprese subito, e non dette tempo al libraio di rispondere. Egli aveva raccontato, bench non fosse la prima volta, quanti medici avevano assistito la sua moglie partoriente; tutto quel che era accaduto, con i pericoli ed i rimedii. Poi, quante balie aveva dovuto provare, prima di azzeccarne una che avesse latte sufficiente. Ora, era giunto all'infiammazione delle gengive per i denti che cominciavano a spuntare. Cav di tasca un libretto foderato di cartone bianco, con i margini dorati; e disse:
- Vede: io, per non dimenticare niente, segno tutto qui. Il bambino non piange mai... n meno la notte... ma quando lo sentimmo piangere... mia moglie, sensibile e nervosa com'... si allarm subito... perch a nessuno dei due era venuto in mente che poteva trattarsi dei denti... mandammo, immediatamente, le dico immediatamente, a chiamare il medico di casa... che, per dire la verit, a suo onore... venne subito... in carrozza...  uno dei pochi medici scrupolosi, dei quali ci si possa fidare... Io non ne chiamerei mai un altro... Badi, m'ero scordato di dirle... che il bambino aveva la febbre... In casa avevamo gi perso la testa... chi correva di qua... chi di l... Era venuta anche la mia suocera, che voleva mettere le mignatte... Ma io non volli... sebbene sia un rimedio che non mi dispiaccia... Mia moglie piangeva... Le lascio immaginare tutto il rimanente!...
E siccome egli temeva che Giulio si distraesse, lo costringeva sempre a guardarlo negli occhi come faceva lui.
Quando tornarono alla libreria, Giulio non ne poteva pi. E il cavaliere disse a Niccol:
- Abbiamo fatto una magnifica passeggiata. Lo domandi a suo fratello.
- Lo credo; se me lo dice lei!
- Ma ne faremo, presto, un'altra! E verr lei con me, Niccol!
- Io a piedi non posso camminare.
- E perch? Se cammino perfino io!
Giulio disse:
- Noi abbiamo tutti e tre la gotta, come lei sa!
-  una cosa che fa vergogna. Mi permettano di dirlo francamente... Ah, se l'avessi io...
- Che cosa farebbe?
Ma il cavaliere non seppe quel che rispondere; e rest male, a pensarci. Dopo cinque minuti, riprese:
- Se l'avessi io... vorrei guarire! Ah, non potrei sopportarla!
E fiss in viso i due fratelli; che si affrettarono a farsi vedere convinti.
Ma Giulio aveva paura che il Nicchioli volesse farli parlare parecchio per conoscere meglio il loro animo. E, siccome si riteneva pi colpevole degli altri, gli pareva che il Nicchioli gi sospettasse. E tutte le volte che egli entrava in bottega, si sentiva gi perso e chiudeva gli occhi. Anche Niccol aveva paura, ma cercava di pensare ad altro; perch lo pigliava una specie d'immobilit. E, allora, sbagliava anche a rispondere; come se fosse stato sordo e non capisse. Gli saliva il sangue alla testa; e, se il cavaliere si tratteneva molto, stava male tutta la giornata.
Giulio, a lungo andare, aveva perso la salute; e dimagrava; bench, ormai, il suo carattere non potesse pi cambiarsi. Una volta era stato di modi distinti, quasi signorili; ed ora si rassegnava male a portare sempre lo stesso vestito blu; lustro e magagnato.
Il Nicchioli li ammon:
-  inutile che ve lo ridica, mi pare: se il denaro dei vostri incassi fosse poco, me lo dovete avvertire. Badate che io, in contraccambio del favore che vi ho fatto, non esigo da voi altra sincerit... Voi capite che anch'io... bench possa essere... fino a un certo punto... un signore... devo sapere come... si trova il mio denaro.
Niccol and a cambiare di posto a una fila di libri; spolverandoli con un gomito. Ma anche Giulio stette zitto. Il cavaliere si meravigli un poco; e, credendo d'averli offesi, seguit:
- Badiamo che io... vi parlo cos.. perch vi sono amico... ve ne do la prova... Non mi crediate cattivo o... pentito della firma messa... Vi ho detto che... a farmi restituire ci che  mio... non ho nessuna fretta... Io so che voi siete buoni e leali... come me... Mi vergognerei a sospettare... Non mi sbalgina n meno per la mente!
Giulio lo avrebbe supplicato di smettere; e Niccol ficcava all'incontrario i libri nello scaffale, che era anche troppo corto.
Passava tutto il reggimento, e si sentivano soltanto i passi cadenzati. Involontariamente, tutti e tre si voltarono ai vetri della porta; sempre con lo stesso stato d'animo, che si faceva anzi pi intenso. All'improvviso, la banda attacc, con tutti gli strumenti, una marcia. I vetri tremarono; e tutti e tre si riscossero. Essi ascoltavano; e i loro sentimenti parevano aumentare, bench in contrasto con la musica sgargiante; come stupefatti.
Quando si fu allontanata, essi si sentirono un'altra volta insieme, allo stesso punto, con l'animo sospeso. Il Nicchioli aspett un poco, e poi riprese:
- Vedete come siete voi?... Io sono differente... non per vantarmene...
Niccol disse con la sua voce robusta, che faceva subito credere:
- Se lei vuole, noi restituiremo il suo denaro dentro due mesi!
Al Nicchioli questa risposta dispiacque, perch credette di avere irritato il loro amor proprio.
- Lei prende le cose sempre per il peggio!
Giulio, con una dolcezza che gli repugnava, disse:
- Il cavaliere non intendeva dire questo! Con te non si puo mai parlare! Lo scusi, perch n meno lui sa quello che si dica! Doventa irresponsabile.
Il Nicchioli fu soddisfatto, e disse:
- Nessuno... pi di me... conosce la vostra onest... nessuno, pi di me... vi stima. E non vi basta!... Ci conosciamo fino da ragazzi... e sarei pronto a restare per voi senza pane... se non avessi famiglia! Io vi chiedo soltanto di trattarmi... da amico... perch non credo che possiate lamentarvi di me.
Niccol riesc a ridere e gli disse:
- Lo sa come io sono lunatico!
Ma il cavaliere non s'era ancora sfogato, e Giulio dovette ascoltarlo per quasi una mezz'ora. Quando se ne and, Giulio disse:
- Oh, finalmente respiriamo!
Niccol propose:
- E se gli dicessimo della cambiale falsa? Io scommetto che la pagherebbe!  cos benefico! Non hai sentito come parla?
- E che importa se parla in quel modo? Non bisogna approfittarne; e, forse, n meno credergli.
- Tu non vuoi mai tentare!
- Perch sono sicuro di quello che succederebbe!
- Giulino, dai retta a me! Ti dico che pagherebbe la cambiale! Dammi retta, almeno una volta!
- Vuoi assumerti tu la responsabilit di dirglielo?
- Io? Io, finch non se ne accorge, non gli dico niente.
Enrico, zoppicando per la gotta, apr l'uscio.
- Son venuto a prendere una ventina di lire per il pesce! M'hanno detto che al mercato c' una palomba bianca come il sale, e una cesta d'anguille ancora vive!
- Allora, hai fatto bene a tornare! Ma, un'altra volta, se ci lasci soli quand'entra il cavaliere, ti giuro che a casa non ti ci voglio pi.
Ma siccome Giulio rideva, Enrico cap che non c'era pericolo di leticare. E disse:
- Che vi ha detto? Non capisco perch tutti i giorni si zeppi qui, come se la nostra libreria fosse il suo confessionale!  un'indecenza. Quando la gente pu stare tutto il giorno senza fare nulla, cerca di passare le ore con le chiacchiere! Io, ora, se mi date i soldi, vado a comprare il pesce. Ci vado da me, perch lo voglio scegliere. Suder come un ciuco, a portarlo fin su a casa.
- Fallo portare dal pesciaiolo!
- No, no: non mi fido. Ti ricordi quando ci baratt le triglie che puzzavano, e io le avevo scelte, a una a una, fresche? Non c' da fidarsi! Datemi i denari; se no, c' caso che lo compri qualche trattore o qualche signore.
Giulio cav dal portafogli venti lire. Ed Enrico, prendendole come se fosse riescito a truffarle, disse:
- Il cavaliere parla sempre di quel bambino, che crede suo! Pi imbecille di lui, non c' nessuno.
E tutti e tre fecero una risata.


. CAPITOLO QUINTO.


Modesta era una paciona che viveva soltanto per la famiglia: non sapeva fare altro e non capiva di pi. Energica e robusta, passava le giornate in casa; e lavorava pi lei che la donna di servizio. Per farsi portare qualche ora a spasso, le sue nipoti dovevano tentare tutti gli espedienti. Alta quanto Niccol, non era meno massiccia e meno grassa. Il marito e i cognati le empivano la casa di provviste da mangiare; ed ella doveva soltanto preoccuparsi di cucinarle. Ma aveva subodorato che le nascondevano qualche cosa; e non era pi tranquilla e contenta come una volta.
Mentre Niccol finiva di asciugarsi il viso e le mani, ella gli chiese:
- Perch ti lamenti sempre che la libreria non guadagna, e in vece facciamo i signori; come se i denari ci fossero a palate?
Niccol temette di lei, ma rispose con disinvoltura:
- Tu stai al tuo posto. Queste domande, la mia moglie non le deve fare.
Ella voleva tenergli testa, ma le venne da ridere. Egli, allora, seguit con il suo solito brio:
- Le donne devono pensare alla calza!
Ella si perse di franchezza; ma non volle stare pi zitta.
- Sono sicura che non mi dici la verit.
Niccol rise pi forte.
- Troppe volte ti ho visto preoccupato, e troppe volte hai detto che noi ci possiamo trovare nella miseria!
- Non farmi andare in collera di mattinata! Mi ero alzato cos di buonumore, e tu me lo vuoi guastare.
- Non fare il buffo!
- E tu le bizze.
- Non faccio bizze: sono stizzita da vero.
- Come ti devo ragionare io? Ti devo guarire io? T'ho detto di lasciarmi vestire in pace. Te lo chiedo per favore.
Ella, allora, and in cucina; a preparargli la cioccolata. Egli s'affrett a mettersi la giubba, prima che tornasse.
Modesta non si sarebbe arrischiata ad insistere, ma la sua ansia le dette forza. E, portatagli la cioccolata in camera, senza farlo andare in salotto, per esser soli, gli disse ancora:
- Io andr, oggi, dal cavaliere Nicchioli.
- Vai da chi ti pare!
Niccol era ancora disposto ad essere mite, credendo che la moglie la facesse finita. Ma non si sarebbe sentito sicuro, se non avesse pensato ai fratelli. Egli aveva il viso afflitto; e, pure di potersene andare, non gli importava che la cioccolata gli bruciasse la lingua.
- Tu, nonostante il bene che ti voglio e gli anni del nostro matrimonio, tenti di nascondermi quello che fai capire anche a guardarti. Bada che non  una celia!
- Mi minacci? Ora non potrai dire pi d'essere una buona moglie come credevo. E come ti vantavi.
Ella rest senza fiato, ma senza sentirsi avvilita. Il marito non le poteva mentire, ed ella era stata una sciocca. Ma, nondimeno, il suo istinto non la persuadeva. Come quando aveva creduto di sognare un terno sicuro, e tornava a rigiocare i numeri; con quel suo fanatismo testardo e assurdo.
Ella, allora, aspettando che Enrico entrasse in salotto a bevere il caff, mentre gli preparava le fette imburrate, decise di parlarne con lui. Con Giulio non ancora, perch lo avrebbe ridetto al marito.
Enrico era con lei sornione, e qualche volta cupo. Le parlava a distanza, sempre da sgarbato. Vedendolo entrare pi burbero del solito, temette che le rispondesse troppo male. Ma gli chiese:
- Come vanno gli interessi della libreria?
- Non c' il tuo marito? Perch non lo domandi a lui? Perch lo domandi a me? Questo latte non  pi buono, come prima!
- Niccol non ha voluto dirmi niente!
- E, perci, ti rivolgi a me?
- Ma lo sapr lo stesso.
- Le donne riescono a tutto.
- Non mi sar difficile, allora!
- Senti: lasciami far colazione in pace! Piuttosto, hai messo poco burro su le fette! Bisogner che ce lo stenda da me. Meno che io voglio parlare con te, e pi tu mi vieni attorno.
Ella non sapeva se s'ingannava o se aveva ragione di sospettare. Egli la guardava con disprezzo, accigliato e con una seriet ostile; come se l'avesse odiata. Qualche volta egli le era restato antipatico, ma s'era subito rimproverata; come di una sconvenienza. Non poteva prendersela con un cognato! Pens, allora, di supplicarlo; ma a pena egli se ne accorse, le disse:
- Ti prego di smettere e di andartene!
Ella obbed, pentita d'aver creduto ch'egli l'avrebbe ascoltata.
Enrico, invece di fare la passeggiata di tutte le mattine, and difilato a bottega e disse a Niccol:
- Mi pare che la tua moglie metta su presunzione!
- Che t'ha detto?
- Suppongo che prima abbia chiesto a te quel che chiedeva a me.
Niccol, per non passare da debole dinanzi al fratello, rispose:
- Con me, se n' guardata bene.
- Mi credi un idiota? Mettiamoci, invece, d'accordo. E, quando viene Giulio, domandiamolo anche a lui.
- Veramente, non credo che possiamo rimproverarla.
- Ed io ti dico di s. Non fare il sentimentale.
- Oggi, le parleremo tutti e tre insieme. Perch non dovete supporre che io mi sia lasciato scappare n meno un ette!
- Ti saresti fatto pigliare proprio alla tagliola.
- Non c' pericolo! Sono abbastanza furbo, bench lei sia una donna.
- Appunto perch  una donna ci vuole doppio giudizio. E bisogna metterla subito al posto.
- Io non le permetto n meno di fiatare!
- Pare di s: altrimenti, non avrebbe osato, mentre facevo colazione, di mettersi l ad affrontarmi. Io non me l'aspettavo.
- Stai tranquillo che non sa niente. Piuttosto, la strozzo.
- Io le ho portato sempre rispetto, da buon cognato, ma ora glie lo farei scontare.
- Con la mia moglie ci penso da me. Basto io!
Giulio, quando gli raccontarono tutto, disse:
- Siamo rovinati! Non c' pi scampo! Le donne son pi astute del diavolo. Chi avrebbe immaginato che quella sciocca... Scommetto che ha sentito qualche nostro discorso. Ierisera parlammo sottovoce, al buio. Pu darsi che sia stata ad ascoltare.
Ma Niccol disse:
- Oggi, prima di metterci a tavola, la facciamo pentire.
- Senza tanti riguardi!
Giulio propose:
-  meglio con le buone!
Enrico ribatt:
- Allora, io non me ne occupo. Farete da voi.
Giulio chiese, come se riflettesse da s, a voce alta:
-  meglio con le buone o con le cattive?
Enrico rispose:
- Io ho sempre sentito dire...
Ma Niccol grid:
- Ci penso io! Basta! Voi starete l soltanto; e, se ce ne sar bisogno, mi aiuterete.
Enrico scosse la testa, ed esc. Ma Giulio era anche spiacente di obbligare la cognata a non immischiarsi nelle faccende degli interessi.
- O chi glie lo avr messo in mente? Mi pare impossibile che nessuno l'abbia messa su. Sempre cos quieta come una pecora! Non c' stato mai una mezza questione!
- Sono ubbie del suo cervello. Ti garantisco che non sa niente!
- Lo spero.
A mezzogiomo, Niccol, la fece chiamare in salotto; e mand le nipoti in cucina, chiuse insieme con la donna di servizio. E le disse:
- Siamo tutti e tre sorpresi dei discorsi che hai cominciato stamani. Diteglielo anche voi: non  cos?
Modesta si sent addirittura incapace di difendersi. Era il suo istinto che le dava ragione, ma avrebbe voluto piuttosto essere rovinata da vero che trovarsi l a quel modo. Non s'aspettava n meno che il marito le avrebbe fatto sopportare quella parte! Se fosse stata sola con lui, si sarebbe buttata in ginocchio; e invece si sentiva venire meno, come se le si piegassero le gambe, ed ella non avesse pi forza di tenersi ritta. Era sbigottita; e, nello stesso tempo, meravigliata. Ben lontana da indovinare che Giulio le avrebbe chiesto perdono, e che Enrico sarebbe stato pronto, pi degli altri, per vilt, a dirle tutto. Niccol sentiva per lei un affetto che durante qualche attimo rasentava l'adorazione. Ella li credeva indignati, e pieni d'ira. E se, invece, avesse detto una mezza parola, tutti e tre non avrebbero pi osato di apparirle dinanzi. Ma ella, a pena si fu un poco rimessa, bisbigli:
- Non dovete badare a me!
Enrico rispose:
- Non voglio sapere altro: mi basta.
Niccol aggiunse:
- Un'altra volta sarai pi prudente.
Giulio non le disse nulla, perch si vergognava.
Allora, ella, piena di gioia quasi delirante, and in cucina a dire alle nipoti che potevano portare la minestra.
Durante il pranzo, incitava gli altri a ridere e a essere allegri; sentendo una felicit non provata mai. Le pareva perfino troppa; e di essersi ubriacata, bench non avesse bevuto pi del solito. Niccol l'approvava, e burlava Giulio quando stava serio. Egli presentiva che presto non avrebbero pi riso; e, allora, con la sua ilarit avrebbe voluto insultare tutti. Se l'avessero sentito sghignazzare il cassiere e il direttore della banca, sarebbe stato disposto a dare da vero dieci anni della sua vita. Erano risate sorde, ma spumose; risate piene di impazienza; che, ad ascoltarle bene, parevano brividi; lente e comode, larghe e insolenti. Egli rideva anche con la voce; i suoi occhi luccicavano, destando la malcreanza di Enrico, e la timidit corrotta di Giulio. Ma, a un certo punto, pareva che dovessero ridere anche i piatti; battendo su la tavola. Tutto doventava ridicolo e piacevole.
Giulio disse:
- Ora,  troppo!
Chiarina e Lola gridarono:
- No, no! Non dovete smettere!
Soltanto Enrico riesc a farli tornare in s, dicendo:
- Questa baldoria non mi piace!
Quantunque Niccol gli rispondesse pronto con una sguaiataggine tutt'altro che pulita, risero meno, tra i denti. Enrico disse ancora:
- Che tu sei il pi sboccato, lo sapevo. Ma le sudicerie le devi serbare per la bottega. In presenza delle bambine, no. Metti il grifo dentro ai piatti e taci.
- Se non vuoi ascoltare...
Giulio disse:
- Non prendiamo le inezie troppo sul serio! Cionchiamoci sopra un bicchiere di vino; e vi passer la voglia di fare un bisticcio.  meglio divertirsi che altercare!
Niccol faceva il pentito, con un'aria che rimetteva la voglia di ridere. Le due nipoti lo guardavano con una ammirazione ingenua; quasi rapite.
Modesta si alz, and dietro alla sua sedia; e, prendendogli la testa, lo baci. Egli si strofin con il tovagliolo dov'era stato baciato; e, allontanandola con una spinta, disse:
- Queste confidenze non le devi prendere. O che non puoi ritenerti?


. CAPITOLO SESTO.


Chiarina e Lola, crescendo, si volevano sempre pi bene.
Tutte e due bruttine, nchere e tracagnotte, troppo grasse; e si assomigliavano. Chiarina la maggiore. Vestivano alla buona, cucendo da s; e di grazioso non avevano niente. Si parlavano sempre sottovoce, anche se erano sole; perch credevano che avessero da dirsi cose troppo insulse; da nascondere. Quando la zia le sorprendeva a parlarsi, facevano una risatina; e, con gli occhi, si raccomandavano di non confessare. Ma nascondevano soltanto il loro pudore e la loro innocenza. E si promettevano sempre di non parlarsi pi a quel modo; quantunque, specie certi giorni, la loro amicizia avesse bisogno di sottrarsi a chiunque. Erano contente di pensare a cose eguali; e avevano fatto proponimento, giurando, di essere sempre cos; non desiderando un'altra fortuna migliore.
A tutte e due piacevano le passeggiate in campagna. E la zia, sebbene non pi di due volte la settimana, le portava fuori di citt, per una strada solitaria e quieta.
Dovevano passare davanti alla loro Scuola Normale; e allora davano un'occhiata dentro la porta; per vedere se ci fosse la direttrice a salutare qualcuna del convitto, che i parenti erano andati a prendere. Dando quell'occhiata, sghignazzavano e camminavano pi leste; arrivando a Porta Tufi quando la zia stava ancora a met della scesa.
Si voltavano, tenendosi a braccetto, per guardare il muraglione, a mattoni, del giardino della scuola; in cima al quale s'attacca una pianta d'edera; sbrandellandosi. Di fronte, un muro pi basso fatica a reggere un campo; che quasi strabocca. Sopra l'arco della Porta, di fuori, una meridiana vecchia e stinta; senza il ferro. Un arco pi alto, fatto di pietre grigie; chiuso quando riadattarono l'entrata. Da ambedue le parti, congiunte alla Porta, cominciano due muraglie; d'un rosso scuro, con qualche chiazza giallastra; e, dietro a quelle, viti e olivi. Non c'era mai nessun rumore; ed elle facevano un passo pi nel mezzo della strada quando all'improvviso sentivano il frusco di una scala messa da qualche contadino tra i rami di un fico. Una delle muraglie, dopo un cancello di legno, coperto sotto un piccolo tetto a doppio pendo, termina a un caseggiato d'un rosso cupo, con le finestre anguste, fino al Cimitero della Misericordia. Ma le due giovinette, dopo averlo domandato alla zia, prendevano sempre la Strada del Mandorlo. E allora, tra gli olivi, dietro un muricciolo basso, sul quale ci si pu anche mettere seduti, si ricomincia a vedere Siena.
Quando Chiarina e Lola si soffermarono l, ad aspettare la zia, il cielo era tutto cinereo, ma chiaro; e il sole faceva doventare abbarbagliante la nebbia dove restava ficcato. La campagna, sotto il Monte Amiata, sempre pi sbiadita e uniforme. I contorni dei poggi si attenuavano, quasi sparendo. Anche i cipressi si velavano; meno che quelli vicini. Le mura della cinta cascano dentro la terra gialla, tra l'erba delle grosse greppaie. E Siena strapiomba su un rialzo alto, separata dalla sua cinta che in quel punto  quasi dritta; mentre, verso la Porta San Marco, stramba a saliscendi. Dalle case della citt esce fuori soltanto il campanile del Carmine; a punta.
Seguitando la china, sentivano i loro passi risonare; perch la strada si fa pi stretta tra i suoi muri sempre pi alti. La poggiaia fuori di Porta Romana s'appiana, aprendosi con le sue campagne sparse da per tutto. Pi in l, ma come della stessa altezza, i poggi azzurri, dopo una striscia violacea; con le file nere dei cipressi.
Giunsero, quasi senza pi parlare, ad una villa con la facciata scolorita dall'umidit; con una finestra finta e le persiane verdi; con rappezzature fatte a calce, come patacche bianche.
Incontrarono un portalettere sciancato; con la pipa in bocca; volta in gi; con la borsa logora a tracolla ed una fazzolettata di chiocciole in mano.
Chiarina e Lola fecero le boccacce. Poi, incontrarono due preti: uno basso, tarpagno; e un altro secco come un nocciolo d'oliva. E alle due sorelle venne da ridere.
Poi, giunsero ad un'altra casa, tenuta su, perch non franasse, con certi rinforzi di mattoni, a pendo, che arrivavano al tetto. Aveva la facciata gialleggiante di licheni.
Ora, i muri della strada erano tutti storti e piegati; sbilenchi; con rigonfiature che si spaccano come se fossero per sfiancarsi.
Elle si misero a canticchiare; ma, stonando e non andando a tempo, dovevano sempre rifarsi da capo. Non pensavano a niente; e la zia disse loro:
- Non camminate troppo, perch sudate.
Lola chiese:
- Non arriviamo fino alla cappella?
-  troppo lontana; poi, per tornare a dietro,  salita.
- Non t'impaurire. Ti porteremo noi.
Modesta ripensava al contrasto del giorno avanti, con il marito e i cognati. Era stato uno sbaglio di lei che avrebbe potuto finire in litigio. E bench se ne sentisse ancora pentita, era pi serena e sicura. Dunque, il suo istinto, questa volta, l'aveva ingannata.
Ma le due sorelle volevano fare la passeggiata pi lunga, perch avevano da dirle un gran segreto; volevano anche esserci preparate e vederla disposta bene. Veramente, a parlare, toccava a Chiarina; perch il segreto riguardava lei; ma non ne erano ben certe. In due, si sarebbero fatte coraggio meglio.
Chiarina preg Lola:
- Diglielo tu. Appunto perch si tratta di me, mi parrebbe d'essere troppo temeraria.
- E, se per caso, mi dovessi fidanzare io, che faresti tu?
- Lo sai: glielo direi io. Mi ci viene da piangere.
- Aspetta a quando torneremo a casa.
- A forza d'aspettare, non glielo diremo mai. Guarda che more grosse e mature.
- Bisognerebbe fare un salto, per arrivarle.
- C' da bucarsi le mani.
Erano in fondo alla Strada del Mandorlo, alla cappella. Dirimpetto a loro, su un siepone pieno di roghi, c' una ventina di cipressi; tutti diseguali anche d'altezza. La cappella pare un casotto; con due scalini corti, di pietra, e con un'inferriata arrugginita sopra una finestrucola nella porta. Due statuette, come due fantocci di pietra scortecciata, una di San Bernardino e una di Santa Caterina, in proda al tetto di tegole smosse.
- Ce la diranno mai la messa?
- C'entrerebbe soltanto il prete.
- Sicuro! Scommetto che a sentire la messa restano di fuori; qui dove siamo noi.
Pi in l, dove sboccava un'altra strada, c' una croce di legno; con un gallo colorato in cima; in mezzo a due cipressi. Due donne, accoccolate sul ceppo della croce, si spartivano una grembialata d'uva.
Quand'erano pi piccole, Chiarina e Lola dicevano sempre qualche avemaria. Anche ora, si sentivano preoccupate e confuse, quasi sperse; come se la croce proibisse loro di star sole senza la zia.
- Non sarebbe meglio che tu non ti fidanzassi?
Chiarina volt le spalle alla croce e si discost:
- Perch me lo dici qui?
-  peccato qui?
- Mi pare.
- Andiamo via subito, allora!
Ma Chiarina stava tra la paura della croce e il suo desiderio; e disse:
- La zia vorr riposarsi!
- E tu non esagerare, dunque! Se si riposer, glielo dir subito. Oggi o mai pi!
- Bada che, se le dispiace, la colpa  tua!
- Va bene: la prender io.
Modesta giunse, trenfiando. Lola le disse, prendendola a braccetto:
- Zia, Chiarina ha da confessarti una cosa!
- C' bisogno che tu porti l'ambasciata?
- Da s non te lo pu dire.
- Fate sempre le giuccarelle, come se tu non avessi ormai quindici anni e lei diciassette!
Chiarina, allora, and di corsa a dare un pugno a Lola.
- Ohi! M'hai fatto male!
- E tu perch non sei stata zitta?
- Ma mi hai fatto male troppo!
- E io voglio sapere quel che avete tra voi! Vi fate sempre le moine!
- Te lo dir Chiarina da s! Io non voglio n meno ascoltare.
Ma Chiarina, dopo aver dato il pugno alla sorella, piangeva; sebbene quelle due donne la guardassero.
- Io - disse Modesta ricordandosi un'altra volta del giorno avanti - non voglio arrabbiarmi per voi! Vi fa vergogna! Ormai, siete grandi e grosse, da marito!
Lola chiese, ridendo:
- Da marito?
Modesta, allora, cerc di riflettere se aveva detto una cosa fuori posto. Ma Lola seguit, doventando per cos seria e nervosa che si sentiva tirare tutti i tendini fino alla punta dei piedi:
- Chiarina ti voleva dire questo!
La sorella smise di piangere, e la picchi su le spalle e su la testa; quanto poteva. Modesta glie la tolse di sotto e le chiese:
-  vero, s o no?
Lola, per vendicarsi, rispose per la sorella; lagrimando:
-  vero!  vero!
Ma Chiarina, allora, non sapendo come meglio nascondersi, l'abbracci stretta stretta; con tutta la sua amorevolezza, che la faceva tremare. Lola, pentita d'essersi vendicata a quel modo, la schiacciava a s, con il desiderio di non lasciarla pi.
Modesta, bench quelle due donne, incuriosite, ridessero, prese le nipoti insieme; e le baci.
E Lola raccont come un giovanotto, impiegato al Demanio, era riescito a far sapere a Chiarina, dopo averla fatta innamorare, quanto gi era lui, che avrebbe domandato in casa di fidanzarsi.
Tornarono a dietro, fuori di s dalla contentezza. Modesta aveva dovuto promettere a Chiarina di non dire niente, ancora, a nessuno degli zii. Ma ella, la sera stessa, lo fece sapere a Giulio; che, grattandosi vicino alla bocca, rispose:
- Bisogner informarsi bene chi  lui.
Modesta gli chiese:
- Devo dirlo anche a Niccol?
- Io direi d'aspettare. Perch Niccol la piglierebbe in burletta e chi sa come darebbe la baia a Chiarina.
E Chiarina non voleva mettersi n meno a tavola; se non l'avesse persuasa la sorella. Si vergognava; e s'impensieriva senza saper perch, vedendo lo zio Giulio pi serio del solito.
La sorella, dopo, le chiese:
- Mi accompagni al pianoforte?
- No, no! Non mi riesce!
- Dio mio! Ma  possibile che tu faccia cos?
- Ho un'irrequietezza che mi noia. Avrei bisogno di distrarmi.
- Perci vieni con me al pianoforte!
- Mi farebbe peggio!
Lola le sugger:
- Chiudi gli occhi.
- Non mi riesce pi.
- Te li chiudo io, con le mani. Ti passa?
Ma Chiarina voleva esser pi forte del suo sentimento; e le disse:
- Non  facile, anche per me, capire quel che ho.
- Andremo a letto prima.
- No: voglio stare al buio, con la finestra aperta. Voglio provare cos!
Dalla finestra della loro camera, si vedeva la campagna, tra Porta Ovile e Porta Pispini. Ma era gi troppo buio, e la campagna doventava di un colore cinerognolo tutto eguale. Soltanto dove cominciava, il cielo rimaneva come un lungo taglio pi chiaro; che, per, affievoliva. Il vento frusciava nei giardini e negli orti, a pi delle case; dentro la cinta delle mura di Siena. Si sentiva chiudere qualche persiana, sbattendo; e c'era un piccolo eco affilato e rauco, che ripeteva pazientemente in fondo agli orti quel rumore; come se andasse ad appiattarsi laggi; dove gli archi della fonte di Follonica s'interrano fino a mezzo; impiastricciati di muschi, che si sfanno con il tartaro dell'acquiccia. L'erta delle case, silenziosa, morta, non sentiva le foglie di un gran tiglio, sotto la finestra della camera, staccarsi l'una dopo l'altra; senza che potessero smettere pi.
Lola era in salotto, a studiare un libro di scuola; e Chiarina si volt per guardare fisso il Cristo d'ebano e d'avorio, quello della prima comunione, su la parete del letto.


. CAPITOLO SETTIMO.


Giulio diede subito importanza a quel che gli aveva detto la cognata. Ma da solo non riesciva a vedere come avrebbe fatto a fingere che la ragazza avesse almeno una dote piccola. Era curioso di conoscere il giovine; e aspettava, da un giorno all'altro, che capitasse in bottega; perch, certamente, avrebbe dovuto prima parlare a lui. Ma, poi, non volle preoccuparsene troppo; perch, convinto che tutto ormai gli dovesse essere contrario, si racchiocciolava e non desiderava pi che la sua sfortuna mutasse; e aveva perduto ogni senso di volont. Per, fu di parere di dirlo ai fratelli: Enrico rispose che non ci credeva e che si trattava molto probabilmente d'una fisima da donnicciole, e Niccol garant che non valeva la pena n meno di occuparsene. Allora, Giulio volle impegnarsi da solo a fare per Chiarina quel che avrebbe potuto. Tutto il suo sentimento d'uomo gli dava un piacere d'energia, che si trovava d'accordo con la sua coscienza. E credette, cos, di rendersi meno abbandonato a se stesso. Non aveva fatto mai niente che avesse un intento morale, ed ora gliene capitava l'occasione!
Volle riprovarsi a discorrerne pi a lungo con Niccol, e gli disse:
- Tu che sei tanto affezionato, e non lo metto in dubbio, a quelle due bambine, perch ti rifiuti ora di prendere sul serio la possibilit che una abbia trovato da sistemarsi bene?
- Giulio, lo sai! Io di queste bazzecole non me ne intendo punto!
- O perch?
- Perch io, da qui in avanti, pi che ci s'avvicina all'abisso, voglio mangiare e bere soltanto!
- Mi pare che l'una cosa non escluda l'altra!
- Ma che dovrei fare?
- Siccome  un impiegato al Demanio, tu che conosci il direttore, dovresti informartene.
Niccol si mise a ridere:
- Ti pare che io sia proprio adatto?
Poi disse con violenza, alzandosi in piedi e battendosi una mano aperta sul ventre:
- Se  uno che cerca la dote, ha sbagliato! La dote non c' e non la piglia. Si trovi un'altra fidanzata!
Poi, con una voce, che gli sbatteva insieme con le sue risate brusche e quasi minacciose, seguit gridando:
- Ti pare che la sposi senza una dote? Ah, io non ci credo! Sarebbe un bell'imbecille! Sono il primo a dirglielo! Avete voluto mandare a scuola anche lei, e invece doveva entrare a farsi monaca! L'ho sempre detto! Non mi sento mica un gonzo!
- Ormai,  inutile avere codeste idee.
- E, allora, fate quel che volete. Io resto del mio parere.
E rise, sempre pi aspramente.
Mentre rideva, entr un giovine vestito abbastanza bene; con i baffi rossi e le lenti. Niccol gli chiese, con un risolino beffardo:
- Vuol qualche libro?
- Volevo parlare a uno di loro. Non so a chi.
- Parli al mio fratello!
E, abbottonatasi la giubba, scapp.
Giulio esc da dietro la scrivania, e il giovine si present:
- Sono il ragioniere Bruno Pallini, impiegato da un anno al Demanio di Siena.
Giulio, inchinandosi, gli rispose:
- Mi dica pure quello che vuole.
Il giovine stette un momento zitto.
- Sa...  la prima volta ch'io parlo con lei! Mi scusi! Io desidererei l'onore di fidanzarmi con la signorina Chiarina.
Aveva gli occhi luccicanti, e gli tremavano anche le lenti. Aspettava ansioso che il libraio aprisse bocca.
- Non c' nulla in contrario, se la mia nipote acconsente: purch lei sia disposto anche se le condizioni... attuali... della ragazza sono piuttosto modeste.
Il giovine, esaltato, disse senza riflettere:
- Ah, non le voglio n meno sapere!
- Allora... la cosa pu essere fattibile! Oggi ne parler alla sua zia e a lei.
- Quando vuole che torni?
- A comodo suo. Stasera, domattina... Meglio domattina.
Il giovine avrebbe voluto stare con lui pi a lungo, ma siccome non trovava niente da dire, sorrise tutto imbarazzato e timido, gli tese la mano; e se ne and.
Giulio rest fermo, allo stesso posto; facendo girare le lenti fra le dita. Poi, disse:
- E ora?
Ma entr Costanzo Nisard tutto azzimato e gioioso; con un crisantemo che pareva d'oro; tenendolo insieme con un manoscritto arrotolato.
- Disturbo, forse?
- Anzi, mi fa piacere. C' stato, mezzo minuto fa, un signore a chiedere la mano d'una mia nipote; di Chiarina.
Il Nisard, a cui piaceva fare i complimenti, esclam:
- Mi duole di essere arrivato troppo tardi! Lo avrei conosciuto volentieri.
- Pare serio. Dev'essere meridionale; come quasi tutti gli impiegati che mandano qua.
-  ricco?
- Io non gliel'ho chiesto.
Ma il Nisard aveva parlato abbastanza di quell'argomento, e disse:
- Ero venuto per sapere se lei ha un fascicolo del " Burlington Magazine" , dov' uno studio sul Sassetta del Berenson. Mi scusi se io cerco quel che interessa me.
- Ora, guarderemo se lo troviamo!
- Non ho nessuna fretta.
Ma comparve Niccol, ghignando; e s'accomod a sedere senza dire niente.
- Era lui quello che ci domanda di Chiarina - gli disse Giulio.
- Lo sapevo. E perci me la son battuta.
Allora il Nisard gli chiese scherzando, con la sua voce crepitante come fatta di aghi, con un sorriso che sgrigliolava liscio e pulito come le sue scarpe sempre nuove e sempre lucide:
- E lei  contento?
Niccol lo ragguard in viso, ridendo; e ora, il suo riso era tranquillo, ma dileggiante lo stesso. Si calc il cappello fin sugli occhi, in modo che le sopracciglia toccarono la tesa, e gli rispose:
- Le pare che io pensi agli sposalizii?
Il Nisard, con una voce che pareva donnesca, si raccomand che non si prendesse gioco anche della nipote. E rest con il sorriso sospeso, aspettando a ricominciarlo quando il libraio gli avesse risposto. Allora rise come se gli facessero il solletico; rannicchiandosi con le spalle; e torcendosi le mani.
- Ma via!  troppo grossa! Soltanto lei dice cose simili!
Giulio, con il suo sorriso che si sottometteva, un sorriso che si mutava subito nella voce, gli disse:
- Non c' da far caso pi di niente con lui!
Ma Niccol, con un ridere agro, che scherniva:
- Io non me ne intendo!
Poi, chin la testa, e dopo un poco ronfava.
Il Nisard sfogli, sul banco, il fascicolo del Magazine; batt la punta del bastone su le ginocchia di Niccol, per salutarlo. Ma Niccol finse di non destarsi. Quando sent ch'era escito, fece uno sbadiglio lungo come una ragliata, a pi riprese, e disse:
- Non so perch i quadri debbano stare nei musei, e invece non li dnno a me, per venderli! Caro Giulio, senza un quadro di autore vero, saremo sempre miserabili.
Giulio, pensieroso, rispose:
- Lo so! Ma bada se ti riesce a staccarne almeno qualcuno da dove li tengono chiusi a chiave.
- Ecco qui! Siamo costretti a fare l'industria delle antichit false! Come le trecche!
Rise con un suono, che pareva quello di un trombone; e, spalancando la bocca con un altro sbadiglio, continu:
- Una volta, almeno, si poteva cercare per la campagna! Ora il governo ha fatto inventariare tutto senza pensare al nostro mestiere! Ci ha rovinato tutti!
Poi, con una voce pi naturale:
- Dimmi almeno quel che t'ha detto!
- Chi?
- Quel signore, che  venuto a posta per Chiarina!
- Ah, m'era passato di mente!
Niccol parve preso dall'impazienza:
- Che t'ha detto?
Ma ambedue si volsero verso la porta, sentendo toccare la maniglia: era il cavaliere Nicchioli. Allora, Niccol richiuse lesto gli occhi.
Il cavaliere disse tutto festoso:
- Ho incontrato il Nisard, e m'ha detto che la vostra Chiarina  per fidanzarsi. Me ne congratulo, quantunque... al mio bambino sia venuta una tossetta... piuttosto cattiva.
Giulio sorrise:
- Sono certo che domani tutta Siena sapr che  venuto un giovine a domandarmi il consenso di...
- Oh, lo sapranno tutti! Si figuri: ho parlato con due miei amici, che sapevano perch ho dovuto cambiare la donna di servizio... che non si prestava... amorevolmente... con il mio bambino.
-  una cosa meravigliosa.
- Siena  fatta cos; e nessuno ci cambier; se Dio vuole! Anch'io, del resto, non vivrei volentieri a Siena se non fosse possibile conoscere quel che si desidera degli altri. Perch non mi piacciono le grandi citt? Principalmente, perch io non potrei stare senza conoscere gli altri come me stesso.  una curiosit, che abbiamo nel sangue. E nessuno ce la leva. Anzi, io, le persone che non sono di qui, non ce le vorrei n meno! Che ci fanno? Stiamo bene tra noi; essendo tutti eguali e dello stesso seme. Dorme davvero Niccol?
La voce del cavaliere pareva malata, un poco saponosa, d'una timidit floscia.
Il libraio gli rispose:
- Credo. Non fa altro!
- Mi dica che giovine .
- Ancora non ho avuto tempo di chiederlo a nessuno.
- O che aspetta? Vuole che me ne incarichi io? Lo faccio con vero piacere. Mi dia il nome.
Scrisse il nome, e riesc dicendo:
- Tra un'ora... lei sapr con precisione quanti anni ha, di che famiglia  nato, e se  un partito da farsi. Si fidi di me.
Giulio, allora, chiese al fratello:
- Ti sei addormentato da vero?
Niccol se ne vant:
- Sognavo perfino!
Dentro la libreria c'era poca luce e dovevano accendere presto il gasse. Nella strada, vedevano passare sempre le stesse persone; e qualcuna si fermava a guardare la vetrina. Allora, Niccol, che occhiava dal suo cantuccio, cominci a dire:
- Quello  il pazzo che dovette fuggire da Siena, quando scoprirono che aveva rubato al cugino l'eredit; che non doveva toccare a lui... Una di quelle due signore, la pi brutta,  la moglie di un tale che s' fatto pagare i debiti dal suocero... Ecco la contessa, che al servizio non vuol tenere donne... Oh, ecco la marchesa tradita dal marito con la governante dei figlioli... Lo sai chi  quel prete?  un canonico del Duomo: si dice che abbia per amante la zia di quel signore che l'altro giorno compr tutti quei libri di chimica... quella  l'amante del barone che va sempre con l'automobile... stai attento: tra poco passa anche lui... Eccolo! Che ti dicevo, Giulio? Lo vedi che  vero?...
E batt le mani dalla compiacenza:
- Scommetto che sono esciti, a quest'ora, per vedersi!... Oh, ecco la govemante che tradisce la marchesa!  giovine! Si vede che dev'essere l'amante di lui! Basta guardarla in faccia! Stai sicuro che non ci si sbaglia! Lo vedi che io so tutto? E hai visto come soffre la marchesa?... Bada quella signorina che si tinge sempre!... M'hanno detto che la mantiene quel conte tanto ricco, che ha le tenute a Poggibonsi. Io ci credo! Se no, chi glieli comprerebbe i vestiti a quel modo? E suo padre  contento. Anche questo so. Chi me l'ha detto, la conosce fin da bambina... Come fa schifo quella signora vecchia! Non la posso n meno guardare. Come biascica! Non ha pi n meno un dente!... Almeno la baronessa, che va sempre a spasso con gli ufficiali, se li  messi finti.  andata da un dottore americano, che sta a Firenze. Ha speso una somma favolosa!
Ma si turb, dicendo:
- Ecco questo screanzato.
Era Enrico che zoppicava anche pi del solito. Niccol gli chiese:
- Che vuoi?
- Quel che mi pare.
Giulio lo difese:
- Ha ragione.
- Mi ha detto il Nisard che  venuto quel giovine, per il fidanzamento.
- Lo sai anche tu?
- Se non lo so io? Non  anche mia nipote? Dimmi, piuttosto, le tue impressioni.
- N buone n cattive.
- Parla bene? Era disinvolto?
-  un gingillino, di pelo rosso, mogio, un poco anemico! Ma decente.
- Io non capisco perch sia capitato proprio lui! Speriamo che sia una buona fortuna. Per l'appunto  il primo e l'unico. Non c' n meno da scegliere, cos!
- E chi  che pu imbroccare se si deve dirgli di no o di s?
- Se sono innamorati, io direi di non rimandarlo via! E, tu, Niccol, l'hai visto?
Niccol non gli rispose, e si mise a togliere la polvere di sopra alla cassapanca. Allora, Enrico disse:
- Io, invece di prendere moglie, mi metterei un pietrone al collo e m'affogherei.
- Ma tutti non sono come te!
- Perch non hanno la mia furbizia!
E con la voce, che gli cambiava tono, quando voleva preparare gli altri a udire qualche scappata, prosegu:
- Bel piacere a prender moglie! Allora, anche di me direbbero che ho le corna!
E rise, stridendo come un topo e spruzzolando lontano la saliva.


. CAPITOLO OTTAVO.


Enrico era stato uno di quei ragazzi impertinenti e sfacciati, dei quali si dice che non se ne ricaver mai nulla. Ma i fratelli, minacciando che lo avrebbero mandato fuori di casa, riescirono a mettergli un poco di giudizio. Egli, per, doventava sempre pi intrattabile. In casa ci s'era trovato bene, specie dopo il matrimonio di Niccol; e cos cercava di andare d'accordo pi ch'era possibile. Egli, qualche volta, aveva tentato di comandare e d'imporsi agli altri; ma, essendo meno intelligente, specie di Giulio, aveva dovuto sempre sottomettersi. Dentro di s,  vero, glie ne era rimasta la presunzione; e non avrebbe mai voluto essere n disapprovato e n biasimato. Ma egli aveva la convinzione che i fratelli parlassero male di lui anche con gli altri; e, perci, si vantava d'essere sempre diffidente.
Ora che s'avvicinava la scadenza di un'altra cambiale, piuttosto grossa, anch'egli sapeva com'era difficile trovare il denaro per scontarla, o almeno, com'erano soliti, per scemarla d'un quinto. Egli disse:
- Giulio, tu che hai fatto sempre bene e con prudenza, bisogna che anche questa volta suggerisca il mezzo di toglierci d'imbarazzo!  proprio indispensabile!
Egli sapeva che non aveva niente da proporgli, e fingeva di aver fiducia in lui.
- Questa volta bisogner raccomandarsi a Dio!
- Che c'entra Dio? Bada di non scherzare.
Egli, indispettito, piant il fratello nell'intrigo; pensando con disprezzo che non sarebbe stato capace ad escirne. E incontrato Niccol nella strada, gli disse:
- Lo sapevo che quel menno l avrebbe compromesso anche noi!
Niccol, allora, difese il fratello, e rispose:
-  meglio che tu non me ne parli!
Enrico borbott le sue solite ingiurie, e and in una bettola a giocare a briscola. Egli giocava anche dopo cena, fino alla mezzanotte. E disse ai suoi amici:
-  una bella sfortuna avere un micco di fratello, che non capisce niente.
Gli amici non badavano se aveva ragione o torto; ed egli poteva dirne quante voleva. Perci, quasi tutte le volte che aveva messo la sua carta, domandava a qualcuno, senza che nessuno gli rispondesse mai:
- Che gli faresti se tu avessi un fratello come il mio? Non sarebbe meglio nascere soli? Non dovrei trovare il modo, magari per mezzo di tribunale, di farmi rispettare?
Alla fine di parecchie partite, toccava a lui scozzare le carte. Ma egli tenne il mazzo chiuso in mano; e disse:
- Voi credete ch'io faccia una bella vita. Non  mica vero! Vi giuro, sul mio onore, che io non ho mai un giorno di bene. Ma come dovrei fare a separarmi dai fratelli? Ormai da tanti anni stiamo insieme, e sono gi troppo anziano. Ma Dio mi scortichi se nessuno di voi ci resisterebbe. Non ci credete? Ci resisto io, perch li lascio fare come vogliono, e sono remissivo; anzi, dolce. Fanno di me come se fossi un ragazzo!  sempre stato il mio torto.
Egli aveva un'aria sincera e afflitta come quando si lamentava dei tormenti della gotta.
- Vedete: io vengo qui a giocare e a sorsellare un gocciolo di vino, perch ho bisogno di distrarmi! Non ho altra consolazione. Dalla mattina alla sera, non ho altro svago. Mi si pu rimproverare, dunque? E pare, secondo loro, che io sia un essere spregevole; uno che non  buono a niente. Come se fossi incastronito. Ma io l'ho specie con Giulio, che  responsabile di tutti i nostri affari. Non dovrebbe essermi riconoscente se io, di mia volont, mi son tirato in disparte?
Ma gli amici non volevano ascoltarlo, e gli gridavano che desse le carte.
- No, oggi, non gioco pi; perch sono troppo stordito.
Pos le carte, e and a dire le stesse cose al padrone della bettola; che, per fargli piacere, gli dette ragione. Egli, allora, aggiunse:
- Tutti sanno che io, per esempio, ai teatri non mi ci reco; perch non mi ci diverto; anche alla banda, la domenica, mi annoierei. Faccio qualche passeggiata, sempre solo; e non cerco mai di nessuno.
- Ma con la cognata va d'accordo?
- Perch  merito mio. Io non le rivolgo mai la parola, altro che quando siamo a tavola; per convenienza. E, cos, evito qualunque diverbio. E pure non me ne dolgo! Io, anzi, non dico mai male di lei; e mi rimetto sempre a quel che fanno gli altri! E, pure, trovano da ridire anche sul mio carattere e sul mio contegno, che meglio non potrebbe essere.
- Ma Niccol  tanto allegro! Lo giudico anche simpatico!
- Quando pare a lui! Ma non mica con me! Le giuro che non mi pu vedere! Giulio, poi,  un testardo e basta. Non dice mai niente di quello che fa, e pretende che io ne sia contento. Se non ci fosse lui in mezzo, forse con Niccol mi potrei affiatare. Ci sono io che penso a tutto. La spesa la faccio io, per il mangiare d l'ordine io... Io, lo so, ho finito con il sacrificarmi e con il doventare ingiusto anche verso me stesso!  la mia disgrazia. Avrei dovuto prendere moglie, e stare per conto mio. Vedr che, un giorno, dovranno chiudere la libreria e anche la legatoria. Anzi, bisogna che vada a farmi vedere; se no, montano in bestia tutti e due.
Ma il padrone della bettola stava, ora, attento a tre che bestemmiavano per un litro di vino; perch s'erano scordati di portarglielo, e non lo salut n meno; quantunque si fosse affissato di gusto ad ascoltare quel grumolo di bestemmie.
Enrico non entr in bottega e si appoggi, invece, al muro; vicino alla porta. Era deciso a dire le sue ragioni; quantunque, pensandoci meglio, dentro di s non ne trovasse n meno una. In fondo, riconosceva che aveva forse torto, e che non doveva lagnarsi di niente. E, scontento di sentirsi solo, entr in bottega; dove doveva esserci il Nisard e anche il Corsali. Egli sapeva che quei due erano piuttosto amici dei suoi fratelli; ma gli era venuto voglia di farseli amici anche lui. E, siccome c'erano appunto tutti e due, cerc di dire subito qualche cosa che attirasse la loro attenzione.
Quand'egli voleva mostrarsi affabile, dava ragione a qualunque cosa che uno dicesse; e, sentendo che il Nisard sosteneva che il Pinturicchio gli piaceva meno del Perugino, egli disse:
- Io sono del suo parere! Bravo! Ci voleva proprio un forestiero a dire la verit.
Ma Niccol, per deriderlo, gli grid:
- Tu di che t'intendi?
- Io me ne intendo quanto te e pi di te.
Niccol dette in una di quelle sue risate, che non si dimenticavano pi per un giorno intero; e facevano divertire anche a ripensarci dopo un pezzo. Anche il Nisard rise, come un flauto stonato. Giulio gli disse:
- Che ti salta in testa?
Enrico lo guard con risentimento e gli rispose:
- Lo vedremo chi di noi due ha pi cervello! Per cosa molto pi seria di questa. Ch questa  una buffonata e basta! Io ti voglio vedere alla prova, da qui a qualche giorno! Non c' mica molto! Del resto, il Nisard  pi competente di voi, e io ho approvato lui.
Giulio dovent pallido e si sent pieno di dolore.
- Io me ne lavo le mani di tutto: te lo fischio davanti a testimoni. Io e tu sappiamo a quel che voglio alludere.
Il Corsali disse:
- Ho capito!  una delle vostre bazzecole di famiglia! E, per cos poco, siete vicini a leticare?
- Tu stai zitto, perch non sai quel che sncchero. Ma chi mi deve intendere, non  sordo! A buon intenditor, poche parole.
Giulio era anche convulso e non riesciva a rimpiattare niente. Il suo dolore gli faceva girare la testa; e non sentiva pi quel che dicevano; bench alzassero tutti la voce.
Niccol stringeva i pugni nelle tasche della giubba, per nascondere la sua ira.
Il Corsali disse:
- Ho capito! C' qualche cosa di grosso, che vorrebbe trapelare da s. Ma, allora, aspettate di essere soli.
Il Nisard, vedendo Giulio cos pallido che le chiazze rosse delle guance gli eran doventate livide, si fece serio pur senza capire di che si trattava. Egli, appoggiato alla scrivania, chin la testa, aspettando che tornasse la giovialit di prima. Il Corsali, credendo di far bene, disse:
- Ormai nella vostra bottega non ci si viene pi volentieri! Rizzate sempre qualche chiassata che disturba. Dite quel che avete e non vi adirate l'uno con l'altro.
Il Nisard non se ne andava per non essere maleducato con Giulio. Egli sentiva che aveva ragione lui; ed era irritato d'Enrico; ma non se ne fece accorgere.
Enrico ricominci, volgendosi a Giulio:
- Perch non dici chiaramente qual  la ragione della mia arrabbiatura? Se lo dici, a me ormai non importa pi nulla.
- Vuoi dare a me la colpa di tutto?
Enrico non s'arrischi a rispondere. Ma Giulio prosegu:
- La prendo io! Tu che ne pensi, Niccol? Voglio conoscere anche il tuo sentimento.
Niccol si storse tutto; e, raccattando il sigaro acceso che gli era caduto di bocca, disse al fratello:
- Io vorrei soffrire come te. Mi pare giusto! Ma tutti non si pu soffrire. Uno, soffrendo, piange; e io, invece, rido.
Allora Giulio, avendo bisogno di una parola buona, chiese:
- E di lui che ne pensi?
- Stasera non gli parr vero di parlarti come deve!
Ma Enrico rimbecc:
- Sbagliate tutti e due.
Niccol disse al Nisard:
- Mi faccia la cortesia lei: lo porti fuori di bottega!
Il Nisard si accost ad Enrico, tirandolo per una spalla:
- Venga con me.
Enrico, quasi lusingato che il Nisard si intromettesse, si fece portare fuori. Da principio, voleva stare zitto; ma, poi, disse:
- Lo vede come mi trattano? Se non c'era lei mi sbattevano la porta in faccia.
Il Nisard non gradiva ascoltare quelle confidenze, e non gli rispondeva. Allora Enrico, sentendosi troppo sotto a lui, gli disse, con uno sgarbo che non riesc a velare:
- Non s'incomodi per me. Io vado nella bettola, dove sono stato dianzi. L ci sono i miei amici.
Il Nisard voleva sgridarlo, ma torse la bocca e lasci che facesse il suo comodo. Poi, affrettandosi, torn nella libreria.
Il Corsali diceva cose sciocche e senza senso; credendo fosse suo dovere a mettere bocca. N Giulio n Niccol lo ascoltavano: Niccol guardava per tutti i versi la cassapanca e la roba che c'era sopra, come se mancasse qualche cosa. Giulio cercava d'inghiottire la sua amarezza; che gli pareva inverosimile. Il Nisard disse con sdegno affettuoso:
-  andato a giocare.
Soltanto il Corsali gli rispose:
- Quello  il suo posto!
Allora il Nisard dette la mano ai due fratelli, si tolse il cappello al sensale; e se la svign. I tre rimasti non si parlarono pi, per parecchio tempo; alla fine si salutarono e basta.
Enrico torn al tavolino dove i suoi amici giocavano ancora. Ma, essendo incominciata la partita, egli dovette sedersi in disparte. Pensava ai fratelli, e gli pareva di avere agito bene. Ora, finalmente, s'era fatto intendere! Gli pareva di essere stato bravo come a giocare a briscola! E loro non conoscevano n meno le carte! Loro non avevano il coraggio di venire a giocare, come lui! Egli non voleva avere pi nessun affetto per Niccol, comportandosi come se Giulio non esistesse n meno! Stette cos fino a buio, su uno sgabello; con una gamba accavalciata sopra l'altra; avvinazzandosi. Ma quando fu in casa, bench avesse giurato che non ce lo avrebbero pi visto, domand premuroso a Modesta:
- Sono venuti i fratelli?
- Stanno gi a tavola.
- Ora vengo subito anch'io.
Ed, entrato dov'erano a mangiare, si scus d'aver fatto pi tardi del solito.


. CAPITOLO NONO.


Pareva che Giulio escisse da una malattia lunga. Emaciato, con la pelle del viso pi floscia, si capiva che era molto abbattuto d'animo.
Il Nisard torn subito il giorno dopo a trovarli, ma s'avvide che non avevano voglia di burlare. Egli disse:
- Ma! Non bisogna mai stare male pi di quanto  necessario!
Niccol, che sonnecchiava, apr gli occhi e li richiuse smovendo la lingua come se l'avesse allappata. Sapeva qualche cosa il Nisard, forse? A lui, in quel momento, non glie ne importava. Giulio pens che doveva subito investigare, ma bast ch'egli guardasse il Nisard per rassicurarsi. Allora, sfil un libro dallo scaffale che gli era dietro, lo apr a una pagina che conosceva e gli fece leggere, tenendo l'indice sotto le parole e scorrendolo: " Fili, sic dicas in omni re: Domine, si tibi placitum fuerit, fiat hoc ita."
Rimise subito il libro al posto, e chiese:
- Non ha ragione chi ha scritto cos?
Il francese voleva contraddirlo, ma rest colpito che il libraio gli avesse fatto leggere "  l'Imitazione di Cristo."  Non era delicato n opportuno farne una discussione da passatempo. Per, egli aveva intuito che le cose della libreria dovessero andare di molto male e che ne dovessero apparire presto le conseguenze. E se non gliene dicevano niente, vuol dire che diffidavano anche di lui. Egli si disse, vergognandosi di questa diffidenza: "Ma! Soltanto tra s sanno quel che accade!" E, perch quel giorno aveva voglia di sentirsi lieto, non si trattenne come il solito.
Niccol si alz di scatto dalla sedia, stirandosi e mettendo il petto in fuori. Egli pensava a cose addirittura infantili per aiutare il fratello; ch'era costretto a pregarlo che lo lasciasse fare. Quando si fu stirato, tanto che gli parve di essere molto pi alto di quel che era, disse:
- Vendiamo la libreria al primo che capita, e noi faremo un altro mestiere! Io vado a Milano, a Torino, a Roma; e trovo il compratore. Lo porto qua con me; e il rimedio  preso!
E picchi forte le mani insieme; poi, fece una giravolta; che lasci i segni del tacco sul pavimento.
- Oh, ma non bisogna perdere tempo!
Giulio scosse la testa; con le mani nelle tasche dei calzoni e gli occhi fissi su gli sgorbi della cartasuga. I suoi occhi doventavano luminosi e trasparenti; e avevano una tristezza, che avrebbe fatto piet a chiunque.
Dopo un poco, Niccol trasse fuori un'altra proposta; anche pi seriamente:
- Facciamoci firmare una cambiale dal signor Riccardo Valentini.
- La firmer la prima volta, ma la seconda no. E, poi, se non ci fossero quelle false e quelle vere del Nicchioli!
- Gi! Non ci avevo pensato! Il meglio  dirlo al cavaliere, dunque!
- Potremo andare qualche altro mese, ma poi?
- Bisogna resistere fino all'ultimo.
- Abbiamo fatto gi tutto il possibile.
- Seguiteremo.
Giulio apr il cassetto della scrivania, come se avesse potuto trovarci qualche cosa che gli fosse utile. Tocc tutti i mucchi delle carte che c'erano, e con le unghie volle levare uno spillo restato dentro una commettitura del legno. Poi, si mise a bucarsi la punta delle dita.
- Vogliamo dire tutte le cose, come stanno, al direttore della banca? Ci vado io. E gli chiedo che ci lasci tempo di riparare alla nostra uscita.
- Io mi strabilio come non ti rendi conto che tu farnetichi.
- Vado a rubare, piuttosto! Ma in prigione per le cambiali false, no. M'ammazzo!
Il malessere di Giulio si eccitava anche di pi; e fin che egli ebbe pi compassione per il fratello che per se stesso. Di Enrico pens che era un cretino.
Niccol gridava sempre di pi:
- Come! Due uomini non siamo capaci a slegarci da quest'impicci! Faremo ridere tutta Siena! Chi sa quanta gente ci avr piacere. Ma io me ne strafotto! Basta che non mi vengano sotto il viso! Sar una festa per parecchi il nostro fallimento.
- Zitto! Non dire questa parola.
Niccol si volse attorno impaurito, e chiese:
- Non siamo soli?
E, data una stratta alla sedia, la fece rompere. Allora, come un matto, esc di bottega.
Giulio rimise insieme i pezzi della sedia, legandoli con lo spago.
Niccol and a casa, quasi correndo. Gi per la scesa di Via del Re ci manc poco che non sdrucciolasse. Come se fosse ammattito da vero, tremando tutto, baci le nipoti e disse alla moglie:
- Modesta, non ti affaticare troppo per il mangiare! Non voglio! Anche tu hai ragione di riposarti, qualche volta. Dacci pane, acqua e qualche cipolla cruda. Io non voglio altro!
Modesta si spavent e si volse a guardare le nipoti.
- Che hai? La febbre! Quando t' venuta?
Egli entrava da una stanza a un'altra, e riesciva subito. Non capivano quel che volesse.
Egli chiese, sempre senza fermarsi:
- Chiarina,  venuto gi il tuo fidanzato?
La ragazza gli rispose, ridendo:
- Viene questa sera.
Lo zio le fece una carezza sotto il mento e gir gli occhi su attorno al soffitto.
- Niccol, che hai? Mi fai battere il cuore. Io mando a chiamare il medico.
- Il medico? Non ce n' bisogno. Sono venuto a farvi una visita e a cercare il mio cappello sodo, che mi pareva d'averlo attaccato in questa stanza.
Ma non s'era ancora fermato; e la moglie gli domand:
- E, ora, dove te ne vai?
Ella e le nipoti gli andavano dietro, di stanza in stanza.
- Voi, piuttosto, che volete da me? O se io volessi vivere solo da qui in avanti? Toh, non mi piace pi avere moglie e stare con tutti voi. Siamo troppi!
Modesta, allora, credette che burlasse; e gli disse, facetamente, sebbene non del tutto rassicurata:
- Se mi vuoi lasciare, io ne sono pi contenta di te.
Egli rise a singhiozzi, come sforzandocisi. E, rendendosi conto del suo stato d'animo, all'improvviso, lo continu finch non fu all'uscio: l'apr, mand indietro la moglie e salt gi per le scale. Egli si chiedeva perch gli fosse venuto quell'estro poco serio, mentre in bottega aveva lasciato Giulio solo.
Gli chiese, rientrando:
- Che hai fatto mentre non c'ero?
Giulio gli sorrise:
- T'ho accomodato la sedia e mi son messo a segnare sul registro quel pacco di libri arrivato stamani.
- Che roba ?
- Romanzi, novelle...
- Pappa sciapa per chi non ha niente da pensare. Al macero!
E, messosi a ciancicarsi le unghie, disse:
- Io prenderei quelli che scrivono i libri e con una frusta li farei ballare a suon di lividure.
- Codesti son ghiribizzi!
- O alla cambiale non ci pensi pi?
Giulio, che se n'era un poco dimenticato, gli disse:
- Lasciami respirare!
- Ho capito: ci penso pi io di te.
- Perch? Che hai fatto? Hai trovato i denari?
-  inutile che tu mi faccia l'ironico.
E sper che Giulio avesse gi rimediato, parendogli pi tranquillo. Perci, lo guard, aspettando che tenesse a bocca dolce anche lui. Ma Giulio gli disse, accorato:
- Questa volta scivoliamo senza poterci aggrappare a niente! Tu, ancora, non ci vuoi credere!
- Fino ad ora, la fortuna ci ha sempre assistito!
- Ed ora ci ha lasciato.
- Vuol dire che subiremo insieme la stessa sorte: io non sono come Enrico.
- Pensavo, invece, se qualcuno di voi si potesse salvare.
- A quale scopo?
-  vero: se tocca a me, anche voi dovete fare lo stesso.
Ma Niccol non avrebbe potuto resistere di pi alla monotonia di questa tristezza sconsolata. Egli cominci a muoversi e poi a dimenarsi su la sedia; come quando, d'estate, per chiappare una mosca picchiava e sbatacchiava le mani da per tutto. Giulio se ne accorse e gli disse:
- Vai a fare una bella scorpacciata d'aria! Non  mica necessario che tu stia qui perch ci sto io!
Ma il suo dolore, che doveva sopportare da solo, si fece pi vivo; con un'acutezza felina.
Niccol rispose:
- Ti garantisco che non perder mai il mio appetito. Se, stasera, avessimo una mezza dozzina di beccacce arrosto, io pulirei anche gli ossi. La soddisfazione di farmi stare male non l'avr mai nessuno. Alla bottega sarei il primo io a darle fuoco! Perch te la vuoi prendere, Giulio?
- C' bisogno che tu mi metta coraggio? Io non mi sono mai sentito galantuomo e leale come ora! Mi sembra di non avere pi nulla da chiedere; n agli uomini n a Dio. La mia volont consiste appunto nel rendermi conto del mio tracollo.  una specie di orgoglio alla rovescia; ma sempre orgoglio. Ho fatto di tutto non per essere un signore, perch non sarebbe stato possibile, ma per mantenerci quel che avevamo avuto da nostro padre. Se non m' riescito, non  colpa mia. Nondimeno, mi prendo lo stesso la colpa; e voglio morire con pi coscienza di quella che avevo due o tre anni fa. Era destinato ch'io dovessi finire male, e non me ne lamento. Qualcuno potr dire che s'era sbagliato ad avermi stima; e io gli rispondo che ora faccio a meno di qualunque stima. Sono io, proprio io, che gli toglierei qualunque illusione. Nessuno pu pretendere da me che io non sia come Dio mi ha messo al mondo. Non ho mai recato, volontariamente, male a nessuno. Ho fatto le firme false, solo perch la mia firma vera non avrebbe contato nulla.
Niccol, per approvare, fece una specie di grugnito; e disse un'imprecazione con una parola oscena. Ma Giulio si sentiva come morire, desiderando lo stesso di sacrificarsi senza chiedere un limite.
- Nessuno, se sapesse ch'io sono un falsario, mi darebbe la mano. Non me ne importa pi!
Gli mancava anche il respiro, e dovette riposarsi. Niccol gli disse:
- Io solo, che t'ho sentito parlare cos, e ti sono fratello, posso apprezzarti. Ma anche di me non te ne deve importare! Sono io che seguo te, se non vuoi che io sparisca alla chetichella. Ora, stiamo zitti perch entra il verro!
Enrico, con la sua collottola dura di lardo e di cotenna, entr anche pi fosco e imbiecato degli altri giorni. Giulio, senza nessun rancore e senza nessuna animosit, gli chiese:
- Che vuoi?
Egli, prima, biascic senza rispondere; poi, disse:
- Domani  domenica: vogliamo mangiare una spiedonata di tordi? Li ho visti da Cicia, legati a mazzi. Mi son parsi grassi abbastanza.
Niccol, allora, bofonchi:
- Io domani non mangio con voi!
- E perch? Dove vai?
Niccol, con un tono da gradassata, insolente, rispose:
- A Firenze.  tanto tempo che non assaggio pi i fagioli cotti in forno; come li fanno i fiorentini. Questi di Siena non sono buoni.
Giulio rispose, ad ambedue, con una voce pacata; che commoveva:
- Domani tu mangerai i fagioli a Firenze, e tu comprerai i tordi da Cicia. Vi manca altro?


. CAPITOLO DECIMO.


La domenica, Giulio e il cavaliere Nicchioli fecero un'altra passeggiata. Niccol era andato a Firenze; e perch non lo dissuadessero, aveva evitato di parlare a solo con i fratelli.
Quando prendeva di queste decisioni, doventava intrattabile; rifiutando di darne qualunque giustificazione. Non riescivano n meno a trovarlo.
Il cavaliere chiese a Giulio:
- Vogliamo andare da Ovile a Pispini?
Il libraio era distratto, e rispose:
- Dove vuole lei. Per me,  lo stesso.
Nell'aria c'era una dolcezza pungente; e le campagne parevano gli avanzi della primavera. Quasi tutti i contadini avevano vendemmiato; e perci i cancelli su le strade erano aperti; ma portavano ancora le spine.
Siena  come tante strisce dritte di tetti e di facciate, della stessa altezza; che si alzano invece all'improvviso dove le case vengono pi in fuori, pigliando un poco di poggetto. Ma San Francesco e Provenzano, con spicchi di case in mezzo, da un'altra parte della citt, taglierebbero quelle strisce quasi ad angolo retto se in quel punto la pendenza non fosse pi ripida. E le mura della cinta, trattenute dalle loro torrette smozzicate e vuote, lasciano un gran spazio libero; venendo fin gi alla strada; come una corda allentata. Poi, la strada gira troppo sotto la cinta; e Siena non si vede pi. Ma dopo un poco ritorna; con le case ammucchiate alla ridossa. E la Torre del Mangia pare che si spenzoli, su alta nel cielo, dalle mura.
Il cavaliere disse:
- Si volti a vedere com' bella la nostra Siena!
Ma Giulio non aveva voglia di guardare. Aspettando l'ora dell'appuntamento s'era sempre pi persuaso che a chiedere al Nicchioli un'altra firma si sarebbe compromesso; o, per lo meno, gli avrebbe suggerito un sospetto troppo forte. E, poi, si sentiva con lui di una timidit molle. L'averlo ingannato gli metteva nell'animo il desiderio di compensarlo con una devozione intima e profonda. Ma, standoci insieme, fu tentato; e gli parve possibile che il cavaliere avrebbe annuito a firmare un'altra volta. Era, del resto, il mezzo di salvarsi soltanto per altre poche settimane e basta! Ma quando sent che gli parlava con quella sua tenerezza vanitosa e saccente, gli disse:
- Domani avrei bisogno da lei di una gentilezza che m'ha fatto un'altra volta.
- Se posso, volentieri!
Giulio ebbe un gran rivoltolone dentro, e continu come se fosse fatale non potersi trattenere pi:
- Ci fanno comodo altri denari...
Il cavaliere impallid, e chiese:
- Quanti?
- Un diecimila lire!
- E perch?
- Siamo restati al secco.
Il cavaliere trasecolava e allibiva; e Giulio si accorse che, parlando, aveva dato il tracollo a tutto. Ma gli pareva gi da un tempo incalcolabile e che fosse possibile rimediare. Stava per dire che non era vero, quando s'accorse che il cavaliere non aveva pi nessuna stima di lui. Allora si raccomand come un ragazzo, cercando di fargli credere che si trattasse quasi di un capriccio, di una necessit non indispensabile; quasi di un lusso. Gli premeva che il Nicchioli non sospettasse, e sorrise. Ma il cavaliere, addirittura di un altro umore, non dette retta a quel sorriso. Che gli era avvenuto? Non alzava pi gli occhi e non aveva pi voglia di parlare. Questo cambiamento sembrava pieno di conseguenze cattive. Camminava pi lesto, come se non potesse stare pi con lui. Era adirato? Era finita la loro amicizia? O sarebbe andato a informarsi alla banca?
Ma non indovin nulla, bench il cavaliere, lasciandolo, gli desse la mano in un modo come per rimproverarlo.
In casa, Giulio trov Enrico che insegnava a giocare a dama alle nipoti; mentre stava su una poltrona con un piede dentro un senapismo caldo, perch durante la notte aveva avuto un altro attacco di gotta. Modesta vicino alla finestra, cuciva.
Egli entr in camera, e ci si chiuse. Sent che per lui vivere era doventata una cosa del tutto involontaria. Non gli importava pi di niente, e le voci di quelli che parlavano nella stanza accanto gli sembrava che si fermassero a una specie d'ostacolo; che le lasciava passare oltre. Egli, a un certo momento, si volt perfino per vedere se quell'ostacolo era visibile! Non riesciva n meno ad essere triste e a preoccuparsi: una chiarezza fatale ed inalterata gli faceva conoscere, con un gran guazzabuglio di ricordi e di pensieri, ch'egli non avrebbe potuto cambiare nulla. Sentiva dissolversi ogni cosa e non riusciva pi a prendere una decisione. Anzi, gli pareva proibito per sempre che egli potesse trovare una ragione qualunque di quel silenzio cosciente. Se uno avesse parlato di cose allegre, gli avrebbe fatto piacere; e gli sarebbe parso naturale. Pensava volentieri che Niccol era andato a Firenze per divertirsi; ed egli stesso non credeva pi che il giorno dopo c'era la scadenza d'una cambiale. S'allontanava agevolmente dalla realt; e gli pareva che avrebbe potuto fare a meno di riavvicinarcisi.
S'accorse che non parlavano pi; ed Enrico, sporgendo la testa dall'uscio, dopo un bel pezzo, gli chiese:
- Sei stato con il cavaliere?
- S: quasi due ore. C' qualche motivo perch tu me lo domandi?
- Volevo sapere quel che ne pensi, e se gli hai detto niente. Non te ne fidare:  doppio come le cipolle.
- Ma ti pare che io volessi entrare con lui in certi gineprai? Egli aveva tutt'altro per la testa. Non sarebbe stato n meno educazione!
- Allora, hai agito bene.
- Sono venuto al mondo stamattina?
- Lo so. Ma te l'ho chiesto tanto per potermi regolare nel caso che lo incontrassi io.
- Tu farai sempre conto di cadere dalle nuvole, qualunque cosa ti domandi.
- Siamo d'accordo. O perch te ne stai cost solo? Vieni di qua anche tu. Le bambine escono con Modesta.
Giulio rispose come se il fratello cercasse di fargli commettere qualche errore:
- Perch devo muovermi di qui? Ci sto cos bene!
- Allora, se credi, fai il tuo comodo.
E, ritirata la testa, chiuse l'uscio. Ma, istantaneamente, Giulio si sent invadere come da un delirio senza scampo. Chi lo avrebbe trattenuto perch non andasse in mezzo alla cognata e alle nipoti gridando? Come avrebbe potuto fare a non buttarsi a capofitto contro il muro? Chi lo poteva tenere, nella strada, che non corresse per tutta Siena? Bisognava, dunque, che egli si preparasse a commettere chi sa quale stravaganza, che avrebbe fatto effetto a tutti. "Ecco, egli pensava, come un uomo pu cambiarsi!  lo stesso di una malattia, che viene quando non ci si pensa n meno!" Ma egli restava a sedere; e nessuno, vedendolo, avrebbe potuto sospettare di niente. Gli secc che le nipoti andassero a salutarlo e a baciarlo. Pensava: "C' bisogno di queste smancerie?" E non si rendeva conto che esse avevano fatto sempre cos. Poi, pensava: "Tutta la nostra regola di vivere dev'essere intesa in un altro modo. Altrimenti, vuol dire che io, in quarant'anni che ho, non sono mai riescito ad imbastire attorno a me una cosa che mi possa fare veramente piacere e che risponda ai miei sentimenti. Perch gli altri mi credono eguale a loro? Perch gliel'ho fatto credere io. E perch se io dicessi a loro quel che penso,  certo che ne proverebbero dispiacere e non vorrebbero? Vuol dire che io li ho tanto abituati a me stesso e ad essere cos, che io ho perduto ormai qualunque diritto a ricredermi. Ho fatto bene o male? E non potrebbe essere un bene anche per loro se io riescissi a far conoscere quel che penso? Io ho continuato a vivere adattandomi sempre, e costringendo me stesso a una certa regolarit, che mi sembrava giusta ed opportuna. Ora m'accorgo che posso esser vissuto soltanto provvisoriamente, finch un giorno dovesse sopravvenire un fatto decisivo, come quello della cambiale, che far doventare debole ci che prima mi sembrava sicuramente forte e scelto bene. E se io non volessi pi obbedire a tutto ci che fa parte anche di me stesso, mi troverei obbligato a non stare pi in questa casa e forse ad andarmene chi sa dove. L'impazienza del mio stato d'animo deliberativo dipende soltanto da me; finch io non l'ho manifestato a nessuno. Ma, siccome per eseguire la mia volont, dovrei necessariamente, in un modo o in un altro, farla conoscere a loro, io non sarei pi libero come mi credo; ed io, perci, mi sono illuso da vero di godere e di soffrire soltanto per un effetto della mia coscienza. La paura che io ho di sbagliare a prendere qualche decisione, l'impossibilit anzi di prenderla,  la causa della mia indifferenza. Non vale, dunque, la pena ch'io soffra; perch non soffro soltanto per me ma anche per gli altri. Io vivo cos perch essi vivono insieme con me."
Allora gli pareva possibile cedere e trasmettere la sua sofferenza a qualcuno di loro; ed egli ritrarsi verso qualche punto, dal quale avrebbe potuto soltanto assistere. Non vide pi perch egli avesse dovuto continuare a vivere, e il desiderio della morte gli parve preferibile e necessario. "Essi mi fanno morire, senza ch'io abbia il diritto di rifiutarmi. Anzi non mi preparo n meno a rifiutarmi. E perch?" Ma il perch non lo trovava; e, a forza di pensarci, gli vennero in mente altre cose, che con quella domanda non avevano pi nessun legame. Almeno, quand'era giovine, non gli era mai capitato di perdersi in queste possibilit negative, che ora filtravano anche nel suo passato pi remoto; in quel passato che credeva invulnerabile. Invece non esisteva nessuna resistenza; e un giorno di disperazione si trovava subito a contatto con la sua giovinezza; che, con una rapidit da far paura, era doventata soltanto una verit del suo sentimento.
Esc di camera con un viso che Enrico gli domand se si sentisse male.
- Io? Perch? Non sono mai stato come oggi!
Niccol a Firenze s'era divertito a girare tutto il giorno; senza parlare a nessuno. Egli s'incoraggiava con energia ad essere senza preoccupazioni; e camminava a testa alta, tronfio e rimpettito, come un signore che avesse a fare visite da insuperbire; e, solleticando il suo amor proprio, fossero dicevoli soltanto alle sue ricchezze. La giornata gli parve troppo breve; e soltanto in treno, mentre si riavvicinava a Siena, ebbe qualche dubbio se avesse dovuto stare insieme con Giulio. Ma si port almeno un centinaio di ragioni, l'una migliore dell'altra; che lo approvarono. "Avrei poco giudizio se io me la prendessi prima del tempo! Per oggi,  bene ch'io abbia fatto cos."
Quando il treno arriv, era vicino a buio; e Niccol non si sent nessuna fretta di andare a casa. Lasci passarsi avanti tutti gli altri scesi alla stazione; seguiti dai facchini con le valigie in spalla; ed egli guardava Siena come se la vedesse per la prima volta. Era tentato, perfino, di domandare quale strada dovesse prendere! Si ferm, con le mani dietro la schiena, a guardare la basilica di San Francesco; gi scura d'ombra.
Dirimpetto, n meno a mezzo chilometro, il pendio d'una collina era invece ancora chiaro; e, tra essa e la basilica, la vallata che s'allarga in pianura, non smettendo fino ai monti lontani, era azzurrognola e placida; con anche certi colori di grigio quasi bianco. Un cipresso, da sopra una sporgenza che non si vede, pareva sospeso sopra alla pianura. Sotto San Francesco, le case d'Ovile; sospinte e sdrucciolate gi per lunghi scarichi.
Niccol si volse intorno, per vedere se nessuno lo notava. Desiderava che lo giudicassero pieno di boria e d'alterigia; e, andando a casa, si sofferm a tutte le botteghe dove erano ghiottonerie e robe da mangiare. A casa disse giubilando, per vantarsi:
- Come sono stato bene! Una giornata incantevole!
E, poi, fingendo una magnanimit compunta:
- Scommetto che voi vi siete annoiati!


. CAPITOLO UNDICESIMO.


Il Nicchioli non aveva sospettato; ma gli era parso che il libraio volesse troppo approfittarsi di lui; e, perci, s'era imbroncito. Dopo, per, s'avvide ch'egli avrebbe potuto essere pi fermo senza alterarsi. E aveva in mente di spiegarlo al Gambi; disposto magari, in seguito, e dopo aver visto le cose con chiarezza, a non rifiutare il suo aiuto; quando non ci fossero stati veri pericoli. Non poteva darsi pace, anzi, d'essere stato costretto a un diniego cos reciso e anche umiliante. Ma la sua stessa albagia buonacciona non gli permetteva n meno di temere che Giulio avesse fatto qualche imbroglio. Egli, intanto, per evitare di chiedergli troppo presto scusa e anche di accondiscendere, pens che non doveva tornare almeno per un poco di tempo alla libreria; e, il luned, sebbene non ce ne avesse bisogno, and alle sue tenute di Monteriggioni: cos, se lo avessero cercato, non lo avrebbero trovato in casa. Bisogna essere buoni, ma fino a un certo punto!
Il luned mattina, tutti e tre i fratelli si trovarono nella libreria. Enrico bofonchiava abbacchiato ed immusonito; con gli occhi gonfi e pesti. Cav l'orologio dal taschino, e disse:
- Oh, a presentare la cambiale, c' ormai due ore sole!
Niccol, che stava a capo riverso su la sua sedia, sbattendo i denti insieme, gli fece una sghignazzata rabbiosa e grid:
- Tu stattene cheto!
Giulio si raccomand che non si mettessero a imbastire un litigio, perch gli avrebbero fatto perdere di pi la testa.
Egli era sempre mite; e restava assorto a almanaccare la via di scampo pi prudente. Si teneva il mento con una mano, e non alzava mai gli occhi. Le mani gli s'erano affilate e parevano fatte soltanto di tendini. Niccol non voleva essere distornato dal guardarlo, aspettando; e preparandogli un risolino. Ma Giulio disse, con una dolcezza rassegnata:
- Far un'altra firma falsa.
I due fratelli, che s'aspettavano di meglio, restarono zitti; quasi contrariati. Giulio sent che avevano ragione, e non aggiunse altre parole.
Allora, Enrico disse, con una certa vivacit che credeva approvata da Niccol:
- Se non trovi un santo pi fidato!
- Non abbiamo fatto cos le altre volte?
- Ma... sarebbe tempo di smettere.
Niccol si drizz e disse a Giulio, andando alla scrivania:
- Dammi quel che ci vuole per comprare la cambiale: ci vado io.
Enrico disse:
- Aspetta! Riflettiamo, prima!
Allora, Giulio rimise i soldi nella ciotola di legno; pigiandoci la punta delle dita sopra. Niccol sembrava abbonito, quasi contento; come se, anzi, avesse la bramosia di comprare la cambiale. Egli ci teneva a farsi vedere il pi sveglio, quasi il pi sagace; ma siccome gli altri restavano ancora indecisi, egli spazientito si ributt su la sedia, spingendola a dietro con tutto il corpo e puntando i piedi in terra. Bad se ci aveva un mezzo sigaro, e poi si mise a cacciarsi le dita nel naso.
Giulio teneva gli occhi bassi, bench fosse voltato dalla parte di Enrico; e sentiva le ciglia chiudersi da s, su gli occhi. Enrico disse:
- O quel mascalzone del Nicchioli non potrebbe cavarci d'impiccio?
Giulio accenn di no, con la testa.
- Ma bisognerebbe almeno che tu provassi!
Giulio si fece di porpora, e disse:
- Glie ne parlai ieri.
Niccol, allora, smosse un'altra volta la sedia; che scricchiol come se si sfondasse. E grid:
- Le bugie n meno tu me le devi dire.
- Che male ho fatto?
Niccol riprendeva gagliardia, quasi baldanza. And fino alla porta, torn a dietro; poi fece lo stesso altre due volte.
Enrico gli disse:
- Smetti. Non senti come sventoli?
Egli, allora, si piant a sedere; e grid:
- Di qui non mi alzo!
Mentre Giulio stava per dire a Enrico che intanto poteva decidersi lui a comprare la cambiale da qualche tabaccaio, purch non andasse troppo lontano, entr il Corsali; che aveva voglia di raccontare un pettegolezzo su certi suoi pigionali; uno di quei pettegolezzi che li mettevano di buon umore. Niccol lo aggred:
- Che vuoi? Non  giornata, oggi!
- Che ti  accaduto? Io non ne so mica niente!
- Vattene.
- Oh, ma potresti usare modi pi garbati!
Niccol ringhi, battendo forte i piedi. Giulio gli fece capire, con un cenno della testa, che non potevano dargli retta.
Allora, il Corsali s'arrischi:
- Se io posso esservi utile...
Enrico disse, come se si rivolgesse ai fratelli:
- Non se ne vuole mica andare! Entra, qua dentro, franco, quasi con brio... e pretende che lo si tratti da persona educata! La colpa  vostra, perch  sempre venuto a trovare voi! Io non l'avrei fatto passare n meno una volta!
Il Corsali, adirato, gli chiese:
- E tu che hai da guaire contro di me? Finch vi ho fatto comodo...
Niccol rispose:
- A me non fa comodo nessuno. Altro che i signori. E oggi n meno quelli! Vattene, e basta!
- Mi meraviglio di Giulio!
Ma anche Giulio sbuff; e il Corsali esc, minacciandoli.
Erano tutti e tre fuori di s dalla collera; ed erano i soli momenti che si volevano veramente bene. Giulio, sicuro che nessuno avrebbe contraddetto, disse ad Enrico:
- Vai a prenderla!
Restati soli, Giulio e Niccol sentivano l'uno per l'altro una tenerezza che pareva una cosa sola con la loro collera. Anche Giulio, ora, era pi spigliato; e, quando venne la cambiale, la stese subito su la scrivania. Scelse una penna che faceva bene, e la prov con l'unghia del pollice; ma, siccome gli tremavano un poco le mani, disse:
- Prima  meglio ch'io mi calmi!
Gli altri due fratelli, appoggiati agli scaffali, gli stavano attorno. Giulio accese una sigaretta; e, fumatala mezza, disse:
- Ora sono in ordine!
Si strinse forte le mani insieme, poi un dito per volta della destra; tuff la penna, guard che non fosse inchiostrata troppo; e, tenendo ferma la cambiale con la sinistra, cominci la firma. In quel momento si entusiasmava; e, bench si sentisse sempre rimescolare e come un'interruzione nella sua coscienza, non avrebbe potuto fare a meno di finire la firma; quasi protetto e scusato dalla certezza della sua bravura. Egli esamin la firma, da tutte le parti; e la mostr ai fratelli; che la trovarono perfetta, confrontandola con una vera del Nicchioli. Ma, fatta la firma, bisognava portare la cambiale. E la titubanza cominciava qui. Per portarla, doveva ragionare presso a poco cos: "Ormai  fatta, e sarei ridicolo che me ne pentissi e me ne vergognassi. Se  fatta, vuol dire ch'io devo prendere la cambiale e portarla alla banca. A che cosa servirebbe, se no? Sono doventato un ragazzo che non sa quello che deve lambiccare?" Ma quella mattina non ebbe tempo per queste riflessioni, e n meno per altre pi brevi; perch tanto Niccol che Enrico gli intimarono:
- Non bisogna perdere pi tempo! C' mezz'ora soltanto! Alzati da sedere!
Egli prese la cambiale ed obbed. Ma, per la strada, sentiva di perdere quella specie di sicurezza; e camminava sempre pi a rilento. Avrebbe potuto tornare a dietro o strappare la cambiale? Egli ci pens, un attimo solo e come a una cosa impossibile. C'erano dinanzi a lui tante vie, ma egli doveva prendere quella della banca. Quando fu su per le scale, pulite ed eleganti, riconobbe l'odore che veniva sempre da quegli uffici. Molta gente scendeva e saliva; egli ne conosceva parecchi e s'affrettava a salutarli. Giunto allo sportello dove accettavano gli sconti, dovette attendere perch c'erano almeno una dozzina di persone. Ma non gli venne mai in mente di andarsene; anzi, ostentava di avere fretta; e consegn la cambiale all'impiegato, con un sorriso convenzionale; da commerciante conosciuto e accreditato. Poi chiese, scherzando:
- Va bene?
L'impiegato, con un moto della testa, rispose:
- Benissimo!
E butt la cambiale, insieme con le altre, in una cestina di vimini.
Giulio, scendendo con pi allegrezza, pensava: "Anche questa volta il colpo  fatto!" Ma s'accorgeva che la sua allegria era impacciata e malsicura: pareva che egli non avesse forza. Si sentiva, ora, come un convalescente; che comincia a riconoscere le proprie sensazioni e le trova troppo vecchie e usate. E vuole averle pi intense. Ma non tard molto a confessarsi ripreso in mezzo al disordine delle sue preoccupazioni.
In bottega c'era il Nisard, che parlava con quella voce che viene quando ci si trova tra persone in lutto. Egli non capiva che cosa avessero; ma voleva rendersi gradevole e non far pesare quella specie di giocondit corretta, quasi precisa e convenuta, che era della sua indole; pur senza essere costretto a lasciarla per gli altri.
Giulio, con un cenno, fece capire ai fratelli che la cambiale era stata presa; e si mise alla scrivania, un poco impacciato e incuriosito di quel che parlavano. Soffi meticolosamente la polvere su la scrivania; quasi toccandola con le guance, per piegare la testa e sogguardare da vicino e contro luce. Il Nisard gli piaceva, anche perch gli parlava di pittura antica; e con lui poteva mostrare la sua erudizione di bibliofilo; sempre con un'ironia astuta e bonaria. Possedeva parecchi libri rari; e, facendoli vedere con una compiacenza particolare, li sfogliava come se li accarezzasse. S'intendeva bene di stampe vecchie e le riconosceva subito; sorridendo come una zitellona, con il labbro di sotto che gli pendeva.
Il Nisard cap, con un'occhiata, che anche Giulio era molto differente agli altri giorni; e perch fossero costretti ad ammirare la sua amabilit, sfoggi, prima di andarsene, qualche parola come egli solo sapeva scegliere in certe circostanze.
Come fu escito, Giulio disse:
- Domani sapremo se la cambiale sar accettata dalla banca!
Niccol rispose:
- Ne sono arcisicuro!
Ma Enrico non era del suo parere e scuoteva la testa. Poi s'impenn:
- Se io fossi certo che la respingono, anderei ad ammazzarli uno per volta! Ladri! Che ci rimettono, loro, a farci questo piacere? Vorrei che si trovassero con l'acqua alla gola come noi!
Niccol seguit, per un pezzo, a sostenere che aveva torto.
- Ah, ah, ah! Tu non ne infili n meno una! Anzi sono sicuro, appunto perch tu dici di no, che la cambiale sar presa! Andr a vele gonfie! Mi par di vederla, quando la prenderanno in mano quelli che devono decidere! Perdio! Siamo galantuomini, per ora!
Anche Giulio allora si rifece animo; e disse cose strampalate: - Ci penser tutto il giorno; cos, la cambiale doventer viva come se nel suo posto ci fossi io e potr parlare da s!
Enrico chiese:
- O, allora, perch dianzi ci siamo tanto rannuvolati? Se viene il Corsali, quando io non ci sono, ditegli a nome mio che non lo volevo offendere sul serio!
Giulio gli chiese: - E dove hai da andare?
- Vado a giocare due o tre briscole; perch non ne posso fare a meno! Mi parrebbe di non essere pi io!
Niccol era cos nervosamente allegro che cominci a canticchiare sguaiataggini. Giulio lo ascoltava; ma ad un tratto, senza osare di dirlo a lui, sent come un fendente dal capo ai piedi. Per salvarsi, nascose il viso tra le mani.


. CAPITOLO DODICESIMO.


Alla banca, un amico del Nicchioli si stup che egli avesse firmato per i Gambi un'altra cambiale; e pens di dirglielo.
Il Nicchioli non voleva crederci, e rest cos sconvolto ed atterrito delle conseguenze che n meno la moglie riesc a calmarlo. Si spense in lui ogni stima per gli altri; e se si fosse ritrovato, da un giorno a un altro, senza pi niente, non avrebbe potuto accasciarsi di pi. La moglie gli diceva che, dopo tutto, sessanta o settanta mila lire perdute, se dal fallimento non ci fosse stato da prendere n meno una lira, erano per lui soltanto un anno e forse meno di rendita. Egli le dava ragione, le baciava le mani mentre ella lo accarezzava; ma, dopo un poco, ricominciava a smaniare pi di prima; senza sapere se andava la sera stessa a trovare i Gambi o se aspettava il giorno dopo; quando si fosse rimesso e fosse tornato in s. La moglie non lo fece escire; ed egli la notte non pot mai addormentarsi. Verso la mattina, pianse per pi di un'ora, zitto zitto; e pot assopirsi anche perch era sfinito.
Si alz con il proposito di andare alla libreria, a farsi vedere sdegnato e a trattar male i Gambi; ma, per la strada, la sua furia diminuiva; ed era cos debole che sudava. Egli non ebbe animo d'entrare solo; e and a prendere, in casa, il Corsali; che credeva piuttosto di sognare.
Intanto, i Gambi sapevano che la cambiale era stata non solo respinta, ma anche denunciata. Pareva che gi lo sapesse anche tutta Siena; perch molti ne parlavano a voce alta, fermandosi davanti alla libreria; dicendo che si trattava di quasi novantamila lire; e qualcuno assicurava centomila. Enrico era andato a quella bettola, a combinare una partita a carte per la sera; e un suo conoscente gli aveva riso su la faccia. Egli, sgattaiolando, corse ad avvertire i fratelli; facendo loro vedere con che aria la gente si fermava davanti alla libreria. Non c'era pi niente da sperare!
Giulio cadde in deliquio; e Niccol, stringendo la sua testa tra le mani, lo baciava e lo chiamava per nome. Enrico, per non trovarsi a qualche umiliazione brutta, and a turarsi in casa. E, per essere il primo, disse tutto a Modesta; che cominci a disperarsi strillando, insieme con le nipoti.
Quando Giulio si riebbe, non pianse; ma aveva gli occhi di chi ha sparso sempre lagrime. Niccol non stava fermo, andava per tutti i cantucci della libreria; fremendo, bestemmiando e insultando chiunque gli veniva alla mente. La sua voce sembrava un legno grosso che si stronca; ma c'era sempre una specie di risata, che la rendeva pi tagliente e sanguigna.
Quando apparve il Nicchioli seguito dal Corsali, che avrebbe voluto non essere l, per paura che poi i Gambi si sarebbero rifatti sfogandosi contro di lui, Niccol si ferm di botto, sbiancando come se dovesse venirgli male; e Giulio cadde un'altra volta in deliquio. Il Nicchioli disse a Niccol, senz'essere sicuro che egli l'ascoltasse:
- Avrei diritto di dirvi quel che penso e tutto quel che volessi, ma ho compassione di voi!
Niccol fece un gesto, come per trattenerlo e per accennargli Giulio abbandonato addosso alla scrivania; ma il Nicchioli non volle sentire niente, e rispose:
- Non ce n' bisogno. Mi aspettavo pi coscienza!
Il Corsali, che si teneva a una certa distanza, gli apr la porta; e, prima di escire anche lui, disse:
- Pi tardi torner!
Allora a Niccol venne da ridere; ma a vedere il fratello come un morto s'infuriava; e lo sollev di peso, accomodandolo su la sedia. Egli pensava: "Ci dovrebbe essere Modesta! Io non lo so assistere!"
Giulio, aprendo gli occhi, disse:
- Che m' accaduto? Mi son sentito girare la testa. Guarda che le mie lenti non si siano rotte.
Niccol glie le dette, e gli disse:
- Bisogna che tu sia pi forte!
Giulio, tentando di sorridere, chiese:
- Il Nicchioli se n' andato subito?
- Quasi.
- Che ti ha detto? Volevo parlargli io!
- Non ha detto niente! Se non fosse un imbecille, dovrebbe pagare la cambiale; e anche lui eviterebbe quel che cerca facendoci fallire!
Giulio disse:
- Mi pare di sentirmi male.
Ma Niccol vide alcune persone ferme dinanzi alla bottega; allora, and dietro i vetri e fece una risata: le persone, sorprese e vergognose s'allontanarono.
- Credono che io gliela dia vinta! Altro che fallimenti ci vogliono! Niccol non si leva di cappello a nessuno! Senti, Giulio, non ti affliggere come fai. Non ti posso sopportare. Guarda il contegno che tengo io! Guarda: non mi tremano n meno le mani!
E tese il braccio; ma la mano gli tremava cos forte che la ritir subito.
- Che gente! Pare che i soldi li abbiamo presi a loro! Che gliene importa? Non si sapesse, che sono tutti peggio di noi!
Poi, credendo di avere gi influito sul fratello, disse:
- Per me, sono contento se mi resta questa cassapanca. Me la faccio mettere in camera, e me la guarder quanto voglio.
Ma Giulio si sentiva trafitto, e non avrebbe voluto parlare pi. Egli, nello stesso tempo, provava una grande dolcezza, quasi una grande contentezza, che gli faceva desiderare sofferenze pi acute. Gli pareva d'essere doventato, invece, insensibile; e questo lo deludeva. Non c'era altro, dunque, da inventare acciocch egli fosse costretto a patire quanto aveva sognato? Perch, dunque, viveva? Non era incompatibile che vivesse se i suoi occhi vedevano gli stessi scaffali e suo fratello? Non era immorale se egli, forse tra pochi minuti, doveva parlare, come una volta, a Modesta e alle nipoti? A quale fine sarebbe stato cos differente a Enrico e anche a Niccol? Sapeva da s quello che ormai era: nessuno glie lo avrebbe potuto dire con pi asprezza. Ecco perch le angosce degli altri giorni oggi non tornavano! Ecco perch sentiva una specie di serenit incerta e nebulosa; ma quasi soave; come se i suoi pensieri si purificassero da s, a contatto di una misericordia. Disse a Niccol:
- Io invidio quelli che possono credere.
Niccol, con un'alterezza violenta, chiese:
- A che?
- A Dio.
Niccol non voleva sentirne parlare, e s'impazient di pi.
- Giulio, oggi tu hai perso la testa! Non ti giudicavo cos. Fammi sentire il polso se hai la febbre!
Allora, Giulio disse:
- Ho detto... una cosa qualunque. Piuttosto, ora dovremo andare a casa; e non potremo pi nascondere niente.
- Ah, certo!  bene che anche Modesta faccia buon viso alla sventura. Subito ci si deve avvezzare! Ci penso io! Guai a lei se piange! Non ci dormirei n meno insieme. Perdio! Le turo la bocca con le mani. Ci hai il vino in casa?
Ma anche egli, bench il suo istinto fosse sempre forte, si sentiva esasperare; e gli mancava sempre di pi l'animo. Ed aveva paura di doversi pentire. Nondimeno, per ora, sembrava capace di qualunque resistenza e anche di qualunque eccesso. Egli, infatti, con le mani dietro la schiena, e il sigaro in bocca, bench non avesse voluto accenderlo, si mise al vetro della porta, fissando in viso tutti quelli che si voltavano; non smettendo se essi non erano i primi. Poi, disse quasi allegro, bench con una certa punta d'agrezza:
- Giulio, fatti vedere anche tu.
- Ma perch di importanza a queste nnnole? Vieni pi in dentro, e lasciali stare quanti sono. Ora chiudiamo, e andiamo a casa. Poi, sentiremo quel che ci dovr capitare. Verranno a mettere i sigilli alla porta e poi...
- E poi?
- Se io sar vivo, vedr.
- E io lo stesso.
Escirono insieme, come non facevano da anni; e insieme non ci sapevano camminare. Giulio affettava di essere indifferente e anche di non dare importanza alla faccenda; mentre Niccol guardava tutti con un'aria arrogante e sguaiata. In Via del Re, a un certo punto, Giulio disse:
- Senti come puzzano queste stalle! Di qui non ci si dovrebbe mai passare!
Scesi dal Vicolo di San Vigilio, si trovarono al Palazzo Piccolomini: uno dei suoi spigoli pareva rasente alla Torre; come se fosse stata staccata da esso con un taglio. E il Palazzo, di pietra, con le finestre inferriate, fa sempre un'impressione, ch' addolcita dalle Logge, bench deserte e polverose, chiuse dalla vecchia cancellata.
Niccol, alzando gli occhi, che ridoventarono furbi e maliziosi, alle finestre, disse:
- Se mi lasciassero entrare dove sono le pergamene! Altro che cambiale!
Ma quando si tratt di girare la chiave nella serratura di casa, egli non ebbe pi voglia di scherzare; e il viso gli dovent scuro. Giulio, prima d'aprire, si raccomand che lasciasse fare a lui; senza montare in furie, anche se Modesta avesse voluto dire qualche cosa; perch, del resto, aveva diritto a non stare zitta. E, sebbene poco rassicurato, apr.
Allora, come se fosse stata l ad attenderli, Modesta si avvent al collo del marito e non lo voleva pi lasciare; singhiozzando e torcendosi tutta, quasi da cadere insieme con lui. Niccol, a cui non piaceva quella passione insensata e si asciugava il viso che la donna gli bagnava con le lacrime, disse a Giulio:
- Levamela tu di dosso! Prendila! Io non vorrei farle male a staccarla; da quanto mi stringe!
Ma in quel punto le due nipoti afferrarono Giulio, e con il loro peso lo fecero perfino traballare. Giulio, per, si commosse; e avrebbe desiderato che non lo lasciassero pi. Ma disse loro che andassero a prendere la zia e la portassero in salotto. Egli non s'aspettava che sapessero gi tutto; e non gli veniva in mente che poteva essere stato Enrico.
Niccol gli disse:
- Hai visto che sentimento ha quella donna? Non ha detto n meno una parola cattiva!
- Vai da lei!
Niccol and in salotto e si mise a sedere accanto alla moglie; ma, a vederlo, faceva ridere, tanto ci stava goffamente e malvolentieri. Egli non le diceva nulla; e quando ella, per affetto, voleva fissarlo negli occhi, egli a poco a poco li girava altrove e fingeva di fare cos per distrarsi quanto fosse possibile.
- Perch non mi avete detto la verit prima? Vedi ch'io ero stata indovina? Non meritavo, allora, che tu fossi stato schietto?
Egli storceva la bocca e chiudeva gli occhi.
- Forse avrei potuto consigliarti.
Allora, Niccol si scosse e fece l'atto di alzarsi; ma si rilasci su la sedia.
- Certamente, non avrei permesso che spendessimo tanto!
Egli, risolutamente, si alz. E le disse, con una specie di autorit canzonatoria:
- Ne parleremo domani.
Giulio, nella sua camera, si sentiva assai pi triste che nella libreria; e gli sarebbe stato impossibile rimanerci a lungo. Mangi un pezzo di pane intinto nel vino, e and a serrarsi dentro la libreria; a stracciare carte e a preparare i bilanci dei registri. Lavorava in fretta e con una facilit che non aveva sempre avuta. Lavorava come se avesse potuto riparare a qualche cosa; e si sentiva calmo; ma con una di quelle calme che pesano come il piombo e se ne ha paura; perch si sa che esse ci costringeranno a qualche tristizia inaudita.
La sera non mangi niente, e barcollando si gett subito sul letto. Dorm con un senso di dolcezza che lo affascinava. Poi, rimpianse di essersi destato: in certi casi non si lascerebbe mai il sonno.
Niccol tent di parlare con Enrico, ma gli fu impossibile. Uno diceva una cosa e uno un'altra; e nessun dei due pareva disposto a capire quel che dicevano. Enrico sembrava addirittura idiota, quasi inconsapevole della cambiale. Pareva che soltanto a stento ammettesse che era vero; e, alla fine, disse che anche a parlarne non ne ricavavano nessuna utilit. Egli non aveva n meno aperto la legatoria; e i due o tre operai, saputo del perch, se n'erano andati. Niccol avrebbe voluto stare con Giulio; ma questi gli aveva detto di no. Allora, pens di trovare il Nisard; ma non riusc ad incontrarlo.
Non poteva stare senza discorrere; e, tornato a casa, si mise a fare il chiasso con le nipoti; mentre Modesta, distesa su una greppina, teneva gli orecchi turati con le mani.
Ogni tanto, Enrico si affacciava alla stanza; e tornava via senza dire niente. Egli stava con i gomiti appuntellati al davanzale della finestra, sbadigliando.
A tavola, disse:
- Il peggio sar che non potremo mangiare come abbiamo fatto fino ad ora! Il resto, poi, non conta niente.


. CAPITOLO TREDICESIMO.


La mattina, Giulio si disse: "No; non mi lascer illudere. Ho capito, ormai, che le cose bisogna guardarle in un modo come ancora non sapevo! Se io accettassi di vivere, giacch non mi sento per ora nessun male che mi possa togliere la vita, sarebbe lo stesso io trovassi gusto a farmi martoriare. Ma questo non pu essere, per quanto io soffra molto meno. Non pu essere mi manchi la forza di fare a me quello che non farei agli altri. Forse, sbaglier; ma  necessario io faccia la prova della morte. Stanotte, mi pareva gi di non avere pi a che fare con la mia solita vita, alla quale ho creduto fino ad ora; e non rimpiangevo niente. Non avevo mai sognato cos bene!"
Ma la calma della sera innanzi s'era gi rivelata per una enfiagione di cose malaticce. Ed egli continu a pensare, con piacere: "Qualcuno creder che io mi uccida buttandomi dalla finestra; un altro che io vada ad annegarmi. No: cos non mi uccider."
Ed esc di casa. La mattina era umida e fresca. Si ferm a vedere una sciancata; che, aiutandosi con il bastone e appoggiandosi anche con una mano alla sporgenza della balaustrata, cercava di salire le scale della Chiesa di San Martino. Egli non aveva mai visto un'altra ostinazione cos vogliosa e nello stesso tempo un'altra impazienza forse cos piena di gioia. Egli sentiva che quella donncchera poteva significare una cosa, che cerc in vano. E la sua disperazione crebbe. Il giorno dopo, la legge avrebbe fatto mettere i sigilli alla libreria; ed egli aveva dinanzi a s soltanto poche ore, per prendere qualche risoluzione che potesse essere definitiva.
Svoltando per una strada, s'imbatt con il Nisard; che gli and incontro mentre il suo viso doventava rapidamente compunto. Egli disse:
- Ma che disgrazia! Come mi dispiace!
Giulio lo guard con il viso scomposto, quasi irriconoscibile per i sentimenti che ora gli si vedevano. Poi aggiunse:
- Una cosa inevitabile! Vuole accompagnarmi un poco? Ero diretto alla libreria; ma se lei non si vergogna a venire con me, specie per la gente, andremo un poco insieme.
Il Nisard tronc subito la sua titubanza e torn a dietro con lui. Presero, come se l'uno volesse far piacere all'altro, per Via delle Terme, dove potevano incontrare meno conoscenti.
Le case alte e strette insieme dnno un senso d'angustia monotona; con i vicoli di Fontebranda come tanti baratri che lasciano vedere, lontana, una collina verde e intramezzata di cipressi neri. In Piazza di San Domenico si fermarono; sicuri che l non li avrebbe uditi nessuno. C' un giardinetto mezzo devastato con un abete in mezzo; su cui s'arrampicavano un branco di monelli. La Chiesa  d'un rosso tutto eguale; con le finestre tappate a mattoni e la torre crettata da cima a fondo. Dentro uno spiazzo, tra due mura sporgenti accanto alla torre, su per un arco chiuso che arriva fino al tetto, una striscia d'erba sempre pi larga in basso; che va a unirsi con quella del prato.
A Giulio pareva di respirare con una boccata sola tutta l'aria della piazza; ed era come un ragazzo che si trova dinanzi a cose che non pu capire, ma vi si attacca lo stesso. Sentiva che poteva parlare con quanta sincerit voleva; una sincerit immensa. Egli, nondimeno, voleva evitare che il Nisard lo mettesse al punto di parlare di se stesso; e insisteva perch mai cadesse il discorso anche su le cambiali false. Il Nisard si meravigliava di questa noncuranza tranquilla; attribuendola, a torto, a poca scrupolosit; quasi a un cinismo che gli pareva spaventevole, e che egli non osava discutere. Perci, senza volere, assecondava il desiderio del libraio; e, visto che presso a poco poteva parlargli come tutte le altre volte, lo port a guardare Siena; dal muricciolo della Fortezza. Gli disse:
- Venga a vedere come, a quest'ora, i colori sono pi belli che la sera. Io me ne sono convinto venendo qui la mattina e il giorno.
Viene subito alla vista un gran rigonfio di case; e, dentro, la Cattedrale. In Fontebranda, le case invece si biforcano, lasciando in mezzo uno spazio vuoto. Stanno come attaccate e schiacciate sotto la Cattedrale; a strapiombo su gli orti e su la campagna. Poi si abbassano sempre di pi fino a sparire, sotto una balza; e allora si vedono soltanto i loro tetti. Quelle pi grosse reggono le altre; e non  possibile capire dove siano le vie; perch le case paiono separate l'una dall'altra da spacchi e da tagli quasi bizzarri, alla rinfusa; a crocicchi rasenti, contrari, di tutte le lunghezze e di tutte le specie. E i tetti, in quelle picce e in quegli arrembamenti, in quelle spezzettature di ogni forma, sono sempre pi rari di mano in mano che le case si spargono per le chine. La campagna era d'un'ampiezza, che non finiva mai; e Siena, in quel silenzio, quasi taciturno ma soave, sembrava tutta raccolta in se stessa e inaccostabile. Mentre le cime pi lontane, fino alle Cornate di Gerfalco, si sbandavano e riempivano l'orizzonte sperduto.
Giulio guard con avidit: non mai, come allora, aveva amato la sua Siena; e ne fu orgoglioso. Il Nisard gli spiava nel viso l'effetto, e lo riport via subito perch gli sembrava che fosse troppo forte. Giulio disse:
- Ci sarei stato per sempre!
- Lei  senese, e scommetto che qui non c'era mai venuto.
-  vero: soltanto da ragazzo, ma allora non capivo.
- Ci torner, ora, da s?
- Chi lo sa? Oggi siamo vivi e domani gi morti! E, poi, io! Mi ricordo di quand'ero giovine. Bastava che restassi una mezz'ora solo e non avessi niente da fare, perch mi venisse una specie di sospetto che mi faceva paura. Io non ero n meno sicuro di vivere. Il sospetto che avevo non glie lo so spiegare; ma cercher di farglielo capire. Lei sognando, qualche volta, ha certamente avuto nello stesso istante una sensazione vaga, non si sa se con piacere o con dolore, che le impediva di credere al suo sogno; e avrebbe voluto che fosse stata la realt, invece. Ma quella sensazione staccava il suo sogno, lo teneva discosto, senza riescire per a fare di lei stesso e del sogno una cosa sola. Ebbene la realt - la chiamano realt - che m'era intorno, mi faceva lo stesso effetto. Io non sapevo se quel che vedevo era un sogno pi vasto, continuo, a cui mi ero abituato; e del quale soltanto poche volte avevo coscienza. Per farla capire meglio, imagini che il presente stesso era per me il senso d'una realt convenzionale.
Ma al Nisard questo parlare non piaceva; e, arricciando il naso, si discost dal libraio senza dirgli niente. Quegli seguit:
- Io, questi pochi minuti che sono stato con lei in Fortezza, ho capito come vivevo per tanti anni di seguito. E non vorrei ricominciare da capo. Pare che la nostra memoria sparisca e poi si faccia anche pi viva di quel che non ci aspettiamo noi.
Il Nisard storceva la bocca; e, ridacchiando, disse:
- Capisco! Capisco!
Ma egli avrebbe voluto dirgli: "Ero venuto con lei per la curiosit che ho di sapere tutta la storia delle cambiali; e invece lei mi fa di queste divagazioni fuori di luogo; che sembrano sciocchezze d'una mente alterata!" E, per non trovarsi pi a disagio, disse che doveva lasciarlo, per tornare a San Domenico; a vedere una tavola di Matteo di Giovanni, ch'egli studiava. And in chiesa ridendo e proponendosi di raccontare tutto, perch ridesse anche qualche altro. E, dicendosi troppo credulo e troppo debole ad aver pensato ch'egli doveva consolare un pazzo di quel genere, entr nella cappella, dov'era attaccata quella tavola; e lo dimentic subito.
Ma Giulio era restato come ebbro; e aveva una specie di gaudio amaro. Dentro di lui sentiva moversi come una quantit di cose parassite e malvagie; che volevano prendere il sopravvento. I suoi stati di coscienza si erano solidificati l'uno vicino all'altro, ma irriducibilmente; ed egli tentava in vano di metterli d'accordo e di spiegarli con un solo mezzo. Non si sentiva pi libero e comprendeva che la coscienza quotidiana si era inspirata non ai suoi sentimenti, sempre mobili, ma a certe invariabilit; alle quali, forse, quei sentimenti si erano sempre attaccati. Ora, anche il desiderio di morire era invariabile. Non gli parve necessario rivedere quelli della sua famiglia; perch credeva che dovesse restare pi solo che fosse possibile; come un dovere. Egli, in quel momento, non poteva avere pi nessun affetto per loro; e, quando fu alla libreria, ne apr la porta come se andasse a conoscere la realt del suo sentimento.
Nella libreria, con gli sportelli chiusi, c'era buio ed egli accese il gasse. Il rumore del gasse, prendendo fuoco, lo fece tremare di spavento. Gir gli occhi attorno, e gli venne voglia di avventarsi a quelle pareti. Loro lo avevano fatto mentire e poi perdere; loro le pi forti.
Ad un tratto, sent bussare: Niccol, lo chiamava. Doveva rispondere? Non allora. Egli era troppo da pi di lui, perch gli permettesse di chiamarlo ancora. Lasci che egli smettesse di battere le nocche; e, dal cassetto della scrivania, prese una corda forte, con la quale era stato legato un pacco di libri. Egli, allora, non credette pi che si sarebbe ammazzato! Perci sal sopra uno sgabello e prov, ficcandoci il manico del martello dentro, se un gancio alla trave veniva via. Era proprio sicuro che non si sarebbe ammazzato! Ci leg la fune, a nodo scorsoio. Poi, ridiscese dallo sgabello e si mise a guardarla da tutte le parti; sentendo la voglia di sorridere. La guardava scherzando; ma pens di toglierla perch aveva paura che le avrebbe dato retta, mettendoci il collo dentro. Egli delirando le parlava, perch non lo tentasse. Ma non osava pi toccarla. Egli disse: "La lascer qui per sempre. Perch si veda a che punto mi sono ridotto." Era ormai come un pazzo; e appuntell la porta per paura che venisse un branco di gente a buttarla gi. Non dovevano tardare molto. Li sentiva venire, da tutte le parti. Non c'era pi modo di resistere: i puntelli saltavano via. Su la cassapanca, tutti quegli oggetti falsamente antichi gli dissero: "Tu sei eguale a noi!  inutile che tu cerchi d'evitarci!" Egli rispose a voce alta: "Aspettate, faccio una firma." E vide la sua firma falsa saltellare sul pavimento. Si chin per chiapparla; entr con la testa sotto gli scaffali: la firma c'era, ma egli non la vedeva pi. "Guardate: in mano non ce l'ho!"
Allora, spense la luce. E, al buio, senza rendersi conto che si ammazzava, mise la testa dentro il laccio. Sentendosi stringere, avrebbe voluto gridare; ma non gli riesc.


. CAPITOLO QUATTORDICESIMO.


Il pretore fece staccare il cadavere e portarlo all'Istituto Anatomico. Ma, dopo due giorni, fu dato il permesso di seppellirlo nel cimitero del Laterino. Enrico e Niccol lo accompagnarono, dietro la lettiga d'incerato verde; ma erano sospettosi di tutti e desideravano di fare presto, come se temessero di essere arrestati insieme con il morto. C'era soltanto il becchino che li aiut a collocare il cadavere dentro la cassa. Pochi minuti dopo, venne il cappellano del cimitero; che, messa la stola, bened con l'aspersorio un altro morto. Era un vecchio prete atticciato, con il viso adusto e le scarpe imbullettate; da contadino.
I due fratelli stavano a capo scoperto e badavano di non mettere i piedi sopra certi fiori gi putridi, caduti da qualche ghirlanda: anch'essi avevano macchiato il pavimento della piccola cappella.
Il prete, arrossendo e accennando con il mento la bara del Gambi, chiese:
- Come si  ammazzato?
Niccol era pieno d'ira. Ma Enrico rispose:
- Con un nodo scorsoio.
Il prete, allora, li salut; andandosene come se avesse avuto furia, con l'ombrello e il cappello in mano. Egli andava e veniva tra la sua casa e il cimitero; e non aveva mai tempo da perdere.
Era un cielo grigio; quasi giallognolo; con una umidit che bagnava tutto. Anche la cancellata del cimitero sgocciolava gi per le spranghe di ferro; le lapidi si lavavano e la cima dei cipressi restava nascosta nella nebbia; e, bench fossero ormai le dieci, sembrava sempre l'alba. Siena, con un velo addosso che la faceva assomigliare ad una superficie tutta piana e unita, cominciava a schiarirsi allora; lasciando distinguere e riconoscere le case e i loro aggruppamenti; poi anche i loro colori; tutti un poco ceruli per. Finch rest su l'orizzonte un vapore bianco e luccicante.
Niccol disse:
- Io non mi reggo pi in piedi.
- A me dolgono le ginocchia:  la mia gotta reumatica. Ma, ormai, bisogna aspettare.
Il becchino chiam due compagni; e misero il morto in una fossa. Poi, cominciarono subito a buttarci la terra con le pale. I due fratelli piangevano, tappandosi gli occhi. Sentivano che l dentro lasciavano e perdevano quel che essi non avevano; ed erano veramente commossi. Giulio s'era preso la responsabilit di tutto, e li aveva salvati. Ma, all'escita del cimitero, Niccol chiese al fratello:
- Tu passi per la strada pi corta per andare a casa?
- O che vuoi ch'io faccia?
- Io, invece, giro da San Marco.
- Perch? Andiamo insieme!
Ma Niccol, pigliando rasente uno dei muri della strada, affrett il passo e lo lasci a dietro. And a comprare un sigaro, dove era sicuro non sapevano che tornava dal cimitero e s'affrett a trovare il Corsali. E in meno di due ore si misero d'accordo: anche lui avrebbe fatto l'agente d'assicurazione; perch appunto bisognava trovare uno che conoscesse bene i paesi del circondario e fosse disposto ad andarci.
Soltanto Modesta aveva da parte qualche centinaio di lire; e, a tavola, Niccol disse al fratello:
- Io mi son gi sistemato da me; e voglio pensare alla moglie e alle bambine. Anche tu, se credi, arrangiati!
- Dammi almeno tempo!
- No, no! Stasera non verrai n meno a dormire; perch non ti ci voglio: non c' posto. Io e la mia moglie prendiamo una casa pi piccola; e tu farai portare via la tua roba.
Si trattava di un estro forse meditato in quei due giorni, e poi venuto fuori l per l. E sarebbe stato inutile fargli capire ch'era troppo repentino.
Modesta, non per cattiveria, trov giusto quel che disse il marito; ed Enrico tent invano di cavare qualche cosa da lei; perch, Niccol, che stava alle vedette, le proib di rispondergli e a lui ripet che doveva fare come gli aveva detto.
- Non ci doveva essere n meno il bisogno che te lo suggerissi io!
Enrico, senza nessuna idea in capo, gli disse:
- Prestami, almeno, un poco di denaro che mi basti per trovarmi una camera!
Niccol non gli voleva dare niente; ma Modesta esc dalla stanza dove egli le aveva detto che si chiudesse; e, allungando un braccio, gli porse cento lire.
Enrico le strinse e se ne and; barellando come un ubriaco.
Al processo, come se si fossero messi d'accordo prima, incolparono Giulio compiangendolo; ed essi furono assolti.
Ma non restava loro pi nulla; ed il cavaliere Nicchioli ricav a pena la met della cambiale firmata da vero.
Enrico non voleva darsi a niente; e le cento lire, che s'era tenute in tasca invece di pagare la retta della camera, gli bastarono poco pi d'una settimana. Egli non poteva fare a meno delle sue abitudini, e andava sempre anche a quella bettola. L si doleva, e attribuiva a Niccol la sua miseria. La gotta lo perseguitava e s'era ridotto molto male. Alla fine, si dette a fermare tutti i clienti pi ricchi della libreria, chiedendo qualche lira. Essi, dopo le prime volte, fingevano di non vederlo e si scansavano; e, se erano in pi d'uno, gli facevano capire che non potevano dargli retta, prima che s'avvicinasse. Ma Enrico era capace d'aspettare e di seguirli, finch, sopraggiungendoli, quando credeva il momento opportuno, li costringeva almeno ad ascoltarlo. Diceva, quasi sempre:
- Niccol non s' vergognato a mandarmi via e m'ha tolto tutto quello che avevo. Lo divorerei vivo con il mio odio. A tal carne, tal coltello! Io non posso mettermi a lavorare perch sono impedito dalla gotta. Se non ci credono, guardino che nodi noccioluti m' venuto alle dita! Faccio piet! Ora ho anche l'uremia nervosa e intestinale. Bisogna che m'aiutino.
Ma Niccol, sempre pi libero dopo il processo, cominciava a trovarsi discretamente. Gli amici, che gli restavano ancora quasi in ogni paese, dove l'avevano conosciuto quando faceva l'antiquario, non era difficile che lo invitassero a mangiare; ed egli, allora, si compensava delle strettezze in famiglia. Era tornato di buon umore, bench fosse invecchiato a fretta. Egli diceva, picchiandosi il petto:
- Io ho fortuna!
E, a testa ritta, si faceva vedere ancora ben portante e sciolto: qualche volta, si metteva a camminare lesto a posta; con gli occhi pi sgargi di prima.
In casa, erano stati afflitti in un'angustia repentina; e pareva che non potessero dimenticare pi i tempi di una volta.
Chiarina non aveva perso il fidanzato; ma s'era fatta anche pi dimessa; e con Lola non rideva quasi pi. Modesta portava sempre, per voto, le candele alla Madonna del Duomo; e tra le nipoti pregava lunghe ore, sotto le fiammelle delle lampade d'argento, con gli occhi intenti all'altare, in mezzo alle pareti coperte dai cuori di tutte le dimensioni e dai gioielli. La Madonna, dietro il vetro lustro e luccicante, si scorgeva a pena; ma l'ambascia infervorava sempre di pi quella disgraziata; che, senza la fede, non si sarebbe sentita pi n meno un essere umano.
Niccol non avrebbe voluto che andasse sempre in chiesa, ma non si arrischiava a rimproverarla. Soltanto, continuava a fare il proprio comodo; con quella sua giocondit irascibile e beffarda, che gli traluceva anche dagli occhi. Non aveva altra soddisfazione che di farsi invitare a pranzo; e, poi, tornato a Siena, di raccontarlo a Modesta; che, a biasciare il pane, le pareva meno saporito. Ma ringraziava Dio che Niccol s'ingegnasse a quel modo; e anche lei, qualche volta, si rinfrancava a vederlo sempre eguale. Nondimeno egli, verso la fine dell'anno, a pena due mesi dopo il suicidio di Giulio, cominci ad avere certi dolori alla testa che lo lasciavano sbigottito. Contro di essi, non poteva fare niente, e gli andava via la voglia di celiare. Poi, gli venne anche l'insonnia; e il giorno dopo non si sentiva mai capace di prendere il treno. Restava a letto finch, per non avere rimorsi, zoppicando, esciva a rimettere in pari gli affari della Compagnia di Assicurazione. L'insonnia gli lasciava il senso di vivere troppo, quasi il doppio. E, l a letto, lo assalivano mille tristezze, che lo abbattevano.
- Modesta, che pensi quando io non rido pi?  vero che, allora, la casa pare morta? Quando rido, io la scuoto tutta e anche voi state meglio. Peccato ch'io non portassi a casa la mia cassapanca, che avevo nella libreria! Qui a letto, non ci ho niente da guardare. L'avrei messa a una di queste pareti; e avrebbe abbellito la stanza.
Poi si voltava verso la finestra, e diceva:
- Gli occhi mi s'annebbiano: non so perch.
Ma se Modesta gli si metteva attorno, magari per portargli un guanciale di pi, egli non voleva a nessun costo. Poi, se Modesta cominciava a lagrimare, egli le rifaceva il verso; e voleva che le nipoti, sentendolo attraverso l'uscio aperto, ridessero.
- Mi dovete obbedire! Volete farmi crepare di lagrime! Vuol dire che non mi sapete voler bene!
Quando ridevano, egli alzava la testa e chiedeva:
- Chi ve l'ha dato il permesso?
E, crucciato, stava ore ed ore senza parlare. Egli sperava di guarire e voleva, a primavera, andare ai bagni caldi; ma peggior sempre di pi.
Oltre all'insonnia, che gli faceva spavento soltanto a ricordarsene, gli vennero i delirii. Dapprima, non ci fecero caso; credendo che sognasse troppo forte; ma poi, si destavano e lo ascoltavano con terrore. Egli diceva cose lubriche o insensate. Gli pareva sempre che lo avessero chiuso nella libreria e non volessero lasciarlo pi. E lo costringevano a dondolare Giulio penzoloni. Anche gli pareva che lo facessero camminare nudo, con le mani e con i piedi. Alla fine faceva una risata che non finiva pi; una risata bavosa, che gli bagnava il pizzo. I delirii doventarono pi intensi in poche settimane. Quando andavano via, gli restava il dolore alla testa; che era quasi peggio. Ma, durante il giomo, esciva come prima; e non voleva nessuno con s. Andava per strade solitarie; e se lo incontravano i ragazzi che tornavano di scuola, gli facevano la chiucchiurlaia. Egli non se la prendeva; anzi, se ne vantava; e alla moglie gliene parlava come se fosse andato ad una festa. Allora ella temeva che fosse per perdere la ragione; e voleva farlo visitare. Bastava ch'ella dicesse cos, perch ritornasse in s, strafinefatto; e riprendesse subito il suo solito aspetto. Si capiva, per, ch'era uno sforzo; perch, dopo poco, mentre anche la pelle gli si faceva floscia e pallida, il viso doventava paralizzato, solido, privo di qualsiasi intelligenza.
Una notte, gli venne un delirio cos violento che rotol dal letto. A sedere in terra, tra le sedie rovesciate, egli incominci a gridare; come non aveva fatto mai. La sua voce, a stratte, si faceva sempre pi acuta e pi forte; con una rapidit che metteva raccapriccio. Talvolta, invece, era cupa e bassa, quasi piatta; talvolta, scivolava con una ilarit acuminata; una voce senza pi parole e senza senso; ma con dolcezze tenere; intonata.
Non riesciva, ormai, pi a calmarsi; e per quanto, durante qualche intervallo, egli si ricordasse di quando stava bene e invocasse di guarire, subito dopo la sua bocca restava spalancata e torta. Ed egli si sbatteva gi in terra, fuori di s. Questo delirio, che fece ammalare Modesta e sconvolse i nervi alle bambine, dur quasi tre ore; senza attenuarsi mai. Finch la voce venne sempre di pi a mancargli. Allora, gli cominci il rantolo, che pareva una risata repressa; gorgogliante nel sangue diacciato dall'apoplessia reumatica.


. CAPITOLO QUINDICESIMO.


Enrico, come della cambiale, seppe alla bettola che Niccol era morto prima dell'alba. Era, ormai, stralinco; con le mani e le gambe gonfie; con la bocca livida; da cui non esciva pi nessuna parola che non facesse sentire una cattiveria quasi repugnante. Stava seduto, con un bicchiere di vino davanti. Si gratt i capelli sul collo, pieni di lendini, e disse:
- Comincio a credere che ci sia Dio!  morto prima di me, razza di un cane! Ha fatto di tutto per straziarmi; ma, questa volta,  partito prima lui! Oh! Avete sentito quel che m' stato detto?  morto quel farabutto di mio fratello! Ora voglio vedere stesa la sua moglie, quel pezzaccio di carnaccia e di grasso! E io non seguo quello scimunito di Giulio che, appeso al soffitto, scalciava per dare la benedizione con i piedi!
I suoi amici, da un bugigattolo buio e puzzolente, risero; e risposero, rifacendogli la voce un poco strascicata:
- Quando morirai tu, si piglia tutti la sbornia! Quel giorno, il nostro oste non ci metter l'acqua. Credi di averci molto da campare?
- Che m'importa a me? Se fossi un signore come prima!
- Un signore non sei stato mai.
- Del resto, una volta, mi portavate tutti rispetto.
Allora, uno gli and a versare una bottiglia d'acqua dentro il collo, mentre non se l'aspettava; perch sollevava con una mano la tendina rossa della porta e teneva gli occhi ai vetri. Sbalz dallo sgabello, scuotendosi:
- O non lo sapete che mi potete far morire da vero, con la gotta come ho io? E non sono mica guarito dell'uremia nervosa e viscerale!
- Che ce ne importa a noi? Dici sempre la stessa tiritera!
- Io dico quel che ho, e non invento niente!
Ma, visto ch'era inutile arrabbiarsi o protestare, anche perch non ci avrebbe ricavato nulla, si ributt a sedere; e, voltando le spalle a quelli, si mise a discorrere con l'oste che stava con una mano appoggiata allo spigolo dell'uscio e la fronte sopra.
- Stamani il conte, quello che ha pi corna che quattrini, non s' vergognato di mettermi in mano mezza lira sola! Gli ho tenuto dietro per tutta Siena, e gli ho detto che non avevo n meno da mangiare! Se fossi un signore io, vorrei insegnare a quanti sono. Mi voglio mettere a vendere le corna dei signori, per arricchire anch'io.
L'oste gli rispose:
- Sarebbe il mestiere pi adatto per te!
Prima l'oste gli dava del lei, poi aveva fatto come tutti gli altri; ed Enrico aveva detto:
- S, s; a farmi dare del tu mi piace.
Enrico, allora, gli fece una lunga spiegazione:
- Il carretto, come fanno tanti che vanno a prendere le valige alla stazione, io non lo tirer mai; perch non l'ho mai tirato. Mi dovrei mettere a fare il fabbro? E la forza dove l'ho?  inutile: quando si nasce con l'animo di signore, non si perde mai. Ci vuole altro!
- E a dormire dove vai?
- In una panchina della Lizza, sotto agli abeti. Ma comincio a starci male, perch  freddo. Con la malattia che ho, reumatismo e gotta, mi scricchiolano le ossa e mi vengono certe nevralgie che mi fanno perdere i sensi. Mi dolgono tutte le ossa, e mi chiappa un malessere indefinibile che non mi lascia addormentare. Non posso stare in nessun modo; e, anche se avessi una coperta, non potrei adoprarla, perch addosso non sopporterei nulla. Basta anche toccarmi con un dito, per farmi saltare dallo spasimo. Perci, scendo gi dalla panchina e mi metto a passeggiare; anche perch il freddo mi faccia meno male e non mi sbatta i denti. Passeggio fin quasi a giorno; e, allora, potrei quasi addormentarmi; ma ci sono i giardinieri che mi destano; e cos non riposo mai.
- Ma non hai trovato n meno un buco, una spelonca, che so io? dove ficcarti, per essere pi riparato? O quando piove?
- Ho dormito, per quasi una settimana, in quelle grotte che sono gi per la strada di Pescaia. Ma ci venivano a fare all'amore; e, poi, la notte, due o tre giovinastri, vagabondi, che la insozzavano da non respirarci pi dal puzzo. La mattina, a digiuno, mi sentivo quasi svenire. Alla Lizza, invece, sarebbe un luogo pi sicuro e pi pulito! Per, vorrei sapere perch ti diverti a sentirmi squadernare queste delizie!
- Hai sempre la stessa boria: non c' verso di fartela passare. Ora, vattene! Bada se raccapezzi qualche altro soldo! Vattene: se no, il passeggio dei signori finisce.
Enrico si alz e chiese a quelli dentro il bugigattolo:
- Volete niente da me?
Quelli non risposero. Allora, egli ci si avvicin.
- Vi ho chiesto se volete niente da me.
Uno gli disse:
- Tieni: piglia questa cicca. Se tu ne avessi parecchie, potresti levarti la fame!
Enrico se la mise in bocca, per biascicarla. Il suo vestito non ne poteva pi e mancavano tutti i bottoni.
Non sapendo come arzigogolare il tempo, and al cimitero. Ma il guardiano non lo voleva far passare; credendo che volesse portarsi via qualche cosa. Allora egli, risentito, con i suoi denti ancora intatti e bianchi, come quelli di un lupo, che gli si vedevano quand'era arrabbiato e gli s'arricciava la bocca, gli disse:
- Non mi riconosci? Pochi mesi fa son venuto a sotterrare quel mio fratello che si suicid. Oggi vengo a veder sotterrare quell'altro fratello, che allora era con me.
- Come si chiama?
- Niccol Gambi.
-  sotterrato. L'hanno portato gi stamani.
- Dove l'hanno messo?
- Nel quadrilatero pi vecchio, che ora per ordine del municipio si ributta all'aria. Quasi in fondo. La fossa si riconosce, perch  la pi fresca.
- Ho capito: vado!
Ma il guardiano, non rassicurato del tutto, gli disse:
- Aspettami un momento: ti ci porto io. Devo venire da quella parte per preparare un'altra fossa.
Cominciava a pioviscolare, ed era un'acqua cos diaccia che faceva venire i brividi. Tutto il vecchio cimitero era stato scavato. Avevano addossato le lapidi al muro di cinta; e le croci erano tutte una catasta accanto a un cippo. I cipressi odoravano; come se la pioggia facesse escire i loro succhi. E gli uccelli saltellavano sul muro di cinta.
Il guardiano, per avvertire ch'era venuto, fischi al becchino; e disse a Enrico:
- La fossa  quella.
- Sei proprio sicuro?
- Per una settimana almeno, me ne ricordo di tutte e sono sicuro di non sbagliare. Ora che cosa fai?
- Ho voluto vedere qual  per tornarci con pi agio.
Gironzol un poco attorno alla fossa, fin quasi a metterci un piede sopra; poi, torn via.
Il guardiano gli tenne gli occhi dietro finch non ebbe ripassato la cancellata. Enrico, allora, si ricord di come il fratello l'aveva lasciato proprio in quel punto; e sent stringersi i pugni: non gli pareva che gi fosse morto!
Ma non si decideva ad entrare in citt. Quella Porta  pi stretta delle altre; e ci passano soltanto per andare al cimitero. Egli s'era soffermato, ma siccome la guardia daziaria, dall'apertura del suo casotto di legno, lo spiava per capire quel che voleva fare, entr.
Alzando gli occhi a sinistra, vide l'Ospizio de'Vecchi Impotenti: ce n'era uno, vestito di nero, con una suora ritta accanto; e stava seduto sul muraglione alto, con il dorso verso la strada. Allora pens che anch'egli, con la raccomandazione di qualche signore, avrebbe potuto farsi prendere con gli altri l dentro.
Strascicava una gamba; e, per quel giorno, non aveva trovato ancora n meno da spilluzzicare. Il vecchio stava lass, tranquillo sotto una pergola; riparato dal vento e dall'acqua. Egli, invece, si sentiva male e non ne poteva pi.
Ma a Modesta, che ora campicchiava con le trine e i ricami, pareva di far male a lasciarlo finire in quel modo; senza mai dirgli almeno una parola. Perci andava quasi ad appostarlo dove indovinava ch'egli potesse passare. E siccome egli tirava di lungo, facendo finta di non averla guardata, ella aspettava un poco, tutta dritta; poi lo raggiungeva. Gli metteva nella mano, ch'egli non apriva subito, qualche lira; e seguitando a camminargli di fianco, perch egli non si voltava n meno allora, gli diceva:
- Perch, almeno, non ti converti a Dio? Anche il povero Niccol  morto senza potersi confessare; e Giulio s' ucciso. Forse, stanno male tutti e due; ora. Bisogna pensare alle loro anime.
Enrico faceva il viso cattivo; e si raggomitolava tutto; perch'ella non lo vedesse.
La donna proseguiva:
- Vai a farti aiutare dai canonici del Duomo. Fermali quando escono dal coro, la mattina. Tu non hai da compicciare niente in tutta la giornata!
Ella voleva che chiedesse l'elemosina ai canonici, perch a poco a poco gli venisse l'idea di entrare in chiesa. Ma Enrico ai preti non voleva ricorrere; e le rispondeva con la voce velata:
- Ora basta! Vattene!
Modesta, prima di lasciarlo, gli chiedeva:
- Hai bisogno che ti lavi qualche fazzoletto, almeno? Vieni in casa nostra, a farti ricucire i calzoni: li hai troppo rotti.
Ma egli tirava di lungo; ed ella tornava a casa con la stessa tristezza, sebbene un poco sdebitata di coscienza.
Enrico non le dava ascolto, perch non voleva che le bambine, vedendolo, si vergognassero di lui.
Quando le scorgeva di lontano, spariva; magari entrando dentro un uscio, finch non fossero passate.
E, se era dentro la bettola, diceva agli amici:
- Quelle sono due angeli. Ho riguardo soltanto dei loro occhi innocenti, che non mi vedano cos.
Aveva imparato tutti i luoghi pi deserti e pi sporchi di Siena. Soltanto a quelli ci si avvicinava sicuro; come quando andava a riposarsi in Via del Sole, sotto le case di Salicotto, e doveva stare attento che i cenci tesi alle finestre, legati alle forcelle di legno e i fili di ferro, non gli sgocciolassero addosso. E, poi, c'era caso che lo colpissero su la testa con qualche scarpa vecchia, attraventata gi, o magari con le bucce di pomodoro quando le donne ripulivano le pentole e i piatti. Buttavano via anche pezzi di vestiti logori; e i suoi occhi ci si fermavano sopra per ore intere.
Alla fine, dopo avere atteso per un altro mese, i primi di febbraio lo presero all'Ospizio di Mendicit. Egli avrebbe voluto rifiutare, perch si vergognava; ma dovette cedere. Era sempre meglio di quando moriva di fame in qualche immondezzaio, e qualche cane randagio, con le costole sottili che tremolavano, andava a raspare nei mucchi della spazzatura e delle putrilagini; e trovava un osso; ed egli, allora, guardava il cane che mangiava, e gli veniva la saliva alla bocca.
Lo misero in un camerone, dove c'era un centinaio di letti e nessuno vuoto. Quando lo fecero lavare e gli dettero un vestito come avevano tutti gli altri, rossiccio e grosso, con un berretto filettato di turchino, si sent avvilire.
I primi giorni, non poteva fare a meno di guardare fisso quel che gli altri mangiavano; e a lui pareva che la sua parte non bastasse.
Siccome era dei meno vecchi, lo mandarono nell'orto a raccattare le potature restate sotto gli olivi. Poi, con due compagni, a portarle in un piazzale; dove erano le serre dei limoni.
Egli pensava sempre alle nipoti; e avrebbe voluto che le domeniche fossero andate a trovarlo. Ma esse non andavano ancora; perch non sapevano il suo desiderio; e passavano tutte le sere dinanzi all'Ospizio di Mendicit.
Una mattina, mentre raccattava le potature, disse a quelli con lui:
- Se io muoio presto, vi prego di dire alle mie due nipoti, che verranno a vedermi, che io m'ero messo a lavorare.
Gli altri alzarono gli occhi da terra; e lo guardarono, senza rispondergli. Allora, egli si spieg:
- Anch'io ho un briciolo di coscienza. E soltanto quelle bambine capiscono che  vero.
I pi vecchi si misero ad ascoltarlo; e, per ascoltarlo, non lavoravano. Qualcuno cerc di sorridere e non ci riesc: smosse le labbra, come se ciancicasse.
Egli prosegu:
- Sono mesi e mesi che non mi parlano pi.
Ed egli pensava, senza osare di dirlo: "Mi porterebbero una boccina di vino".
Ma egli aveva patito troppo; e, una notte, preso da una nuova crisi di gotta, che gli aveva ormai infettato tutto il sangue, mor senza n meno accorgersene.
La mattina era freddo come il marmo del refettorio.
Lola e Chiarina gli misero due mazzetti di fiori sul letto, uno a destra e uno a sinistra. C'era una sola candela; che, essendo di sego, si piegava per il calore della sua fiamma rossa come se avesse nello stoppino un poco di sangue morticcio.
Esse pregavano inginocchiate, con le mani congiunte vicino ai mazzetti di fiori; e, in mezzo a loro, il morto doventava sempre pi buono.
Il giorno dopo, spaccarono il salvadanaio di coccio e fecero comprare da Modesta tre croci eguali; per metterle al Laterino.

FINE
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