
    Lev N. Tolstj.
    GUERRA E PACE.


    LIBRO SECONDO.

    INDICE.

    Parte prima: pagina 2.
    - Note: pagina 115.
    Parte seconda: pagina 118.
    - Note: pagina 282.
    Parte terza: pagina 289.
    - Note: pagina 449.
    Parte quarta: pagina 454.
    - Note: pagina 561.
    Parte quinta: pagina 563.
    - Note: pagina 712.




    PARTE PRIMA.


    CAPITOLO 1.

    Al principio del 1806 Nikolj Rostv ebbe una licenza.  Anche Denissov
    andava  a  casa  in  licenza,  a  Voronz,  e  Rostv  riusc  a farsi
    accompagnare da lui sino a Mosca e a trattenerlo per qualche tempo  in
    casa dei suoi.  Alla penultima stazione di posta, Denissov, incontrato
    un collega,  aveva bevuto con lui tre bottiglie di vino e,  nonostante
    gli  scossoni  dovuti  a una strada aspra e difficile,  non si svegli
    neppure all'avvicinarsi a Mosca:  tranquillamente  sdraiato  in  fondo
    alla slitta, accanto all'amico, la cui impazienza si faceva sempre pi
    tesa  a  mano  a  mano  che la slitta si avvicinava alla citt,  se la
    dormiva tranquillamente.
    Non si arriva mai!  Quanto tempo  ci  vuole  ancora?  Oh,  come  sono
    insopportabili queste vie, queste botteghe, queste ciambelline, questi
    fanali e questi vetturini!, pensava Rostv dopo che aveva gi esibito
    alle guardie della barriera il permesso suo e quello del compagno.
    -  Denissov,  siamo  arrivati!  E lui se la dorme!   -  diceva Rostv,
    tendendo in avanti tutto il corpo,  come se con quel movimento potesse
    accelerare la corsa della slitta.
    Denissov non rispondeva.
    - Ecco il crocicchio dove sosta il vetturino Zachr, ed ecco l Zachr
    in persona,  sempre con lo stesso cavalluccio.  E l,  ecco la bottega
    dove si comperava il pan pepato... Siamo quasi arrivati! Ah!
    - A quale casa devo fermare?  -  domand il postiglione.
    - Laggi, a quell'edificio grande,  lo vedi?  Quella  la nostra casa,
    -    rispose  Rostv   -  la nostra casa!  Denissov!  Denissov!  Siamo
    arrivati!
    Denissov alz il capo, toss e non rispose.
    - Dmitrij,   -  disse Rostv,  volgendosi al suo  domestico  seduto  a
    cassetta  -  quel lume  in casa nostra?
    - S, signore, c' la luce accesa nella camera del vostro pap.
    -  Allora  non  sono  ancora  andati  a letto?  Eh?  Che ne dici?  Non
    dimenticarti,  mi raccomando,  di levar subito dalla  valigia  la  mia
    giubba  nuova all'ungherese  -  aggiunse il giovanotto,  lisciandosi i
    baffetti  appena  spuntati.     -    Suvvia,   pi  presto!incit   il
    postiglione.    -  Ehi,  Vaska,  svegliati una buona volta!  - grid a
    Denissov,  il quale aveva di nuovo reclinato il capo sul petto.   -  E
    tu fa' presto,  corri corri... ti dar tre rubli di mancia, se vai pi
    in fretta!  -  promise al postiglione quando la slitta era ormai a tre
    case di distanza  dal  portone.  Gli  pareva  che  i  cavalli  non  si
    movessero. Finalmente la slitta prese a destra e rallent per fermarsi
    davanti al portone;  sopra la sua testa Rostv vide il noto cornicione
    sporgente con l'intonaco sgretolato,  vide l'entrata,  il paletto  sul
    marciapiedi.  Balz dalla slitta ancora in moto e corse nell'atrio. La
    casa,  immobile e muta,  pareva del tutto indifferente al suo  arrivo.
    Nell'atrio non c'era nessuno.  Mio Dio, andr tutto bene?, si chiese
    Rostv,  fermandosi un attimo con il cuore che  gli  veniva  meno;  ma
    subito  riprese  a  correre avanti e a salire i noti gradini consunti.
    Ancora la stessa maniglia alla porta  (quella  maniglia  la  cui  poca
    pulizia  faceva  andare in collera la contessa) che,  come sempre,  si
    apriva facilmente, senza rumore. In anticamera ardeva un'unica candela
    di sego.
    Il vecchio Michal dormiva  sopra  una  panca;  Prokofij,  il  robusto
    domestico che era cos forte da sollevare una carrozza prendendola per
    l'asse  delle  ruote posteriori,  stava seduto,  intento a intrecciare
    cimose di stoffa per fare dei "lapty" (1).  Guard  la  porta  che  si
    apriva,  e  l'espressione indifferente e assonnata della sua faccia si
    mut a un  tratto  in  un'espressione  di  entusiasmo  e  di  sgomento
    insieme.
    -  Santi  benedetti!  Il  giovane conte!   -  grid nel riconoscere il
    padroncino.  -  Come mai, caro piccioncino mio!
    E Prokofij,  tremando per l'emozione,  si precipit verso la porta del
    salotto   per  annunziare  l'arrivo  inatteso;   ma  poi  riflett  e,
    voltatosi, si avvicin al suo giovane padrone e gli baci la spalla.
    - Stanno tutti bene?   -  chiese Rostv,  liberando  la  sua  mano  da
    quella di lui.
    - Grazie a Dio, s, tutti bene! Hanno finito poco fa di cenare. Lascia
    che ti guardi, eccellenza!
    - Tutti bene, dunque?
    - Grazie a Dio, s, grazie a Dio...
    Rostv,  che aveva completamente dimenticato Denissov e che non voleva
    essere annunziato, si tolse in fretta la pelliccia e in punta di piedi
    attravers di corsa il grande  salone  buio.  Nulla  era  mutato:  gli
    stessi  tavoli da gioco,  lo stesso lampadario avvolto nella fodera...
    Qualcuno,  per,  aveva gi visto il padroncino,  e questi  non  aveva
    ancora  raggiunto  il  salotto che da un uscio laterale lo invest una
    specie di bufera di abbracci e di baci.  Da un secondo e da  un  terzo
    uscio sbucarono a precipizio una seconda e una terza persona; e ancora
    baci,  ancora abbracci, ancor grida e lacrime di gioia. Non riusciva a
    distinguere nessuno n suo  padre,  n  Natascia,  n  Ptja...  Tutti
    parlavano,   gridavano  e  lo  baciavano  contemporaneamente.  Mancava
    soltanto la madre ed egli se ne avvide subito...
    - E io che non lo sapevo... Nikluska... caro!
    - Eccolo qui il nostro caro Klja.  Come sei cambiato!  Ma non ci sono
    candele qui! E del t, del t...
    - Ma dammi un bacio!
    - Tesoro, uno anche a me!
    Snja,  Natascia,  Anna Michjlovna,  Vera, il vecchio conte, tutti lo
    abbracciavano e lo baciavano. I domestici e le cameriere,  che avevano
    riempito la stanza, parlavano e mandavano esclamazioni di gioia.
    Ptja gli si era aggrappato alle gambe.
    - A me, a me!  -  gridava.
    Natascia,  dopo  aver  attirato  a s il fratello e avergli coperto il
    viso di baci, si scost da lui e, tenendolo per la falda della giubba,
    si mise a saltellare come un  capretto,  sempre  sullo  stesso  posto,
    mandando acutissimi strilli di gioia.
    Da tutte le parti occhi lucidi di lacrime di felicit,  occhi colmi di
    affetto; da tutte le parti labbra che cercavano baci.
    Snja, rossa come la porpora,  stringeva anch'essa una mano di Nikolj
    e,  raggiante,  fissava in quelli di lui i suoi occhi beati, in attesa
    che i loro sguardi si incontrassero.  Snja aveva gi compiuto  sedici
    anni  ed  era  molto  bella,  specialmente  in  quel  momento di gioia
    entusiastica. Lo contemplava senza distogliere gli occhi, sorridendo e
    trattenendo il respiro.  Egli la guard con riconoscenza,  ma  i  suoi
    occhi  cercavano  e  aspettavano  qualcuno  che non c'era.  La vecchia
    contessa non era ancora apparsa.  Ma ecco che si udirono dei passi  di
    l dall'uscio, passi cos rapidi che non potevano essere quelli di sua
    madre...
    E invece era proprio lei,  in un abito nuovo che Nikolj non aveva mai
    visto. Tutti lo lasciarono,  ed egli corse verso la madre.  E,  quando
    furono  vicini,  ella gli si abbandon sul petto,  singhiozzando.  Non
    poteva rialzare il viso che premeva  contro  i  freddi  alamari  della
    giubba.  Denissov,  entrato  senza  che  nessuno si accorgesse di lui,
    assisteva immobile a quella scena, stropicciandosi gli occhi.
    - Vassilij Denissov, amico di vostro figlio!  -  disse,  presentandosi
    al conte che lo fissava con sguardo interrogativo.
    - Favorite, prego... Lo so, lo so  -  disse il conte, abbracciandolo e
    baciandolo.   -  Nikluska ci ha scritto. Natascia, Vera, ecco, questo
     Denissov.
    Tutti quei visi pieni di felicit e di  entusiasmo  si  volsero  verso
    l'arruffato Denissov e lo circondarono.
    - Caro Denissov!   -  strill Natascia, fuori di s per la gioia; fece
    un balzo verso di lui, lo abbracci e lo baci. Tutti rimasero confusi
    da quel gesto.  Anche Denissov arross ma,  sorridendo,  prese la mano
    della fanciulla e la baci.
    L'ospite  fu  accompagnato  nella  camera  assegnatagli  e poi tutti i
    Rostv si  riunirono  nel  salotto,  attorno  a  Nikolj.  La  vecchia
    contessa,  senza  lasciare  la mano del figlio,  che di tanto in tanto
    baciava,  gli sedeva accanto;  gli altri,  standogli vicino quanto pi
    potevano,  cercavano di cogliere ogni suo gesto, ogni sua parola, ogni
    suo sguardo e non gli toglievano di dosso gli occhi entusiasti e pieni
    di amore.  Il fratello e le sorelle litigavano e  si  contendevano  il
    posto  pi  vicino a lui e quasi si azzuffavano per dargli il t,  per
    porgergli il fazzoletto o la pipa.
    Rostv era felice per l'affetto che  tutti  gli  dimostravano;  ma  il
    primo  momento  dell'incontro era stato cos supremamente beato che la
    felicit attuale gli pareva poca cosa,  ed egli ne  aspettava  ancora,
    ancora...
    La  mattina  dopo i due giovani,  stanchi del viaggio,  dormirono sino
    alle dieci.  La stanza  che  precedeva  la  loro  era  disseminata  di
    sciabole,  borse,  valigie aperte,  stivali inzaccherati di fango. Due
    paia di stivali con gli speroni lucidati di fresco erano  stati  posti
    in  quel  momento contro una delle pareti.  I servi stavano portando i
    catini,  l'acqua calda per la barba e gli abiti ripuliti e spazzolati.
    C'era nell'aria odor di tabacco e di uomini.
    - Ehi, Griska, la pipa!  -  rison la voce rauca di Denissov.  Rostv,
    alzati!
    Rostv,  stropicciandosi  gli  occhi  assonnati,  sollev  dal tiepido
    guanciale la testa arruffata.
    - Perch,  tardi?
    - Altro che tardi!  Sono le dieci  -  rispose la voce di  Natascia,  e
    nella  stanza attigua si ud un gran frusciare di gonne inamidate,  si
    udirono sussurri e risate di giovani voci femminili mentre  attraverso
    l'uscio appena socchiuso balenarono un abito azzurro,  dei nastri, dei
    capelli neri e dei visi allegri. Natascia,  Snja e Ptja erano venuti
    a informarsi se Nikolj fosse alzato.
    - Alzati, Niklinka!  -  risuon di nuovo la voce di Natascia al di l
    dell'uscio.
    - Subito!
    Intanto Ptja,  avendo trovato nella prima stanza una sciabola,  se ne
    impadron e, preso dall'entusiasmo che provano i ragazzi alla vista di
    un fratello maggiore e,  per di pi,  militare,  si dimentic che  per
    Natascia  e  per Snja era sconveniente vedere degli uomini svestiti e
    spalanc la porta.
    - E' la tua sciabola, Niklinka?  -  grid.
    Le ragazze, con un balzo, si scostarono.  Denissov con aria spaventata
    nascose  con una coperta le gambe villose,  guardando l'amico come per
    chiedergli aiuto.  L'uscio lasci passare Ptja e fu di nuovo  chiuso.
    Nella stanza attigua si sent ridere.
    - Niklinka,  vieni pure fuori in veste da camera!   -  rison la voce
    di Natascia.
    - E' la tua, Niklinka,  questa sciabola?   -  domand di nuovo Ptja.
    -  Oppure  la vostra?  -  soggiunse, rivolgendosi al baffuto Denissov
    con profondo rispetto.
    Rostv  si  mise  in fretta gli stivali,  indoss la veste da camera e
    usc,  mentre Natascia aveva calzato uno degli stivali con gli speroni
    e  stava  infilandosi  l'altro  e  Snja piroettando faceva gonfiare a
    pallone il vestito.  Indossavano  entrambe  un  nuovo  abito  azzurro,
    uguale,  ed erano allegre, fresche, accese in viso. Snja scapp via e
    Natascia, preso sottobraccio il fratello,  lo condusse nel salotto dei
    divani  e  si  mise  a  discorrere  con  lui.  Non facevano in tempo a
    interrogarsi e a rispondere alle domande su mille cose  insignificanti
    che potevano avere interesse soltanto per loro. Natascia rideva a ogni
    parola che l'uno o l'altra pronunziavano, non gi perch fossero buffe
    le  cose  che  dicevano,  ma  perch  lei  era allegra e,  incapace di
    contenere la propria gioia, l'esprimeva con scoppiettanti risate.
    - Ah, che bellezza, che meraviglia!  -  ripeteva continuamente.
    Sotto la carezza dei caldi raggi dell'affetto dei  suoi  cari,  Rostv
    sentiva  per la prima volta,  dopo un anno e mezzo,  sorgere nella sua
    anima e apparire sul suo volto quell'infantile sorriso che non l'aveva
    pi rallegrato da quando era partito da casa.
    - Ascolta  -  diceva Natascia;  -  adesso tu sei un uomo fatto,  non 
    vero?  Sono  terribilmente  felice  che tu sia mio fratello...-  e gli
    sfior i baffi.  -  Mi piacerebbe sapere come siete voialtri uomini...
    Come noi? No?
    - Perch Snja  scappata?  -  chiese Rostv.
    - Gi  tutta una storia... Come parlerai a Snja? Le darai del tu o
    del voi?
    - Come capiter.
    - Dalle del voi, ti prego. Poi ti dir perch.
    - Perch ?
    - Be' te lo posso dire anche adesso.  Tu sai  che  Snja  e  io  siamo
    amiche,  tanto  amiche  che io mi sono persino bruciata un braccio per
    lei. Guarda...   -  Tir su la manica del leggero vestito di mussola e
    mostr sul lungo,  magro e morbido braccio, sotto la spalla, molto pi
    su del gomito (in un punto che di solito  anche  i  vestiti  da  ballo
    coprono) un segno rosso.   -  Mi sono bruciata io stessa per darle una
    prova del mio affetto.  Ho semplicemente scaldato una  riga  sopra  il
    fuoco e l'ho premuta con forza qui.
    Seduto nella sua antica stanza da studio,  su un divano dai bracciuoli
    imbottiti e guardando gli occhi di Natascia  accesi  da  un'animazione
    febbrile,  Rostv  era  rientrato  in quel suo mondo familiare che non
    poteva aver alcun senso se non per lui, ma che gli aveva fatto gustare
    le pi grandi gioie della sua  vita;  quella  bruciatura  sul  braccio
    fatta con la riga,  come prova di affetto,  non gli pareva inutile; la
    capiva e non se ne meravigliava.
    - E allora? Solo questo?  -  domand.
    - S,  siamo veramente amiche!  Questa storia della  riga  non    una
    sciocchezza:  noi  due saremo amiche per tutta la vita.  Lei,  se vuol
    bene,  vuol bene per sempre;  io,  questo,  non lo capisco perch  io,
    invece, dimentico subito.
    - Be', e allora?
    -  S,  essa  vuol bene a me e a te.   -  Natascia si fece rossa.   Ti
    ricordi, vero, prima della tua partenza... ora lei afferma che tu devi
    dimenticare tutto...  Mi ha detto: io lo amer sempre,  ma voglio  che
    lui si consideri libero.  Non  bello questo?  Non  nobile?  E' molto
    nobile,  vero?   -  chiedeva Natascia,  cos seria e commossa  da  far
    capire che ci che stava dicendo se lo era certamente gi detto prima,
    piangendo.
    Rostv rimase pensieroso.
    - Io non ritiro mai la parola data  -  disse.   -  E poi, Snja  cos
    deliziosa che...  Chi pu essere cos pazzo da rinunziare alla propria
    felicit?
    -  No,  no!   -  esclam Natascia.   -  Di questo abbiamo gi parlato;
    sapevamo che avresti detto cos. Ma la cosa non va, perch se tu parli
    cos, se ti consideri come vincolato da una promessa, lei ha l'aria di
    averlo fatto  apposta  per  ricordartela;  ne  risulta,  insomma,  che
    nonostante  tutto  tu  la  sposerai  per  forza,  e  questo  non  deve
    assolutamente accadere.
    Rostv capiva che tutto ci era stato discusso tra le due ragazze. Sin
    dalla sera prima,  Snja lo aveva colpito per la sua bellezza;  quella
    mattina, rivedendola di sfuggita, gli era apparsa ancora pi graziosa:
    era  davvero  un'affascinante  fanciulla  di  sedici anni,  innamorata
    appassionatamente di lui (di questo non aveva alcun dubbio).
    Perch dunque non ricambiare il suo amore e non  sposarla?,  pensava
    Rostv, ma... al momento c'erano ancora tante altre gioie da provare e
    tante altre occasioni!  S, hanno detto bene, pens, bisogna che io
    rimanga libero.
    - Benissimo  -  disse;   -  ne riparleremo pi tardi.  Ah,  come  sono
    contento di vederti!  -  aggiunse.  -  E tu, dimmi, non hai tradito il
    tuo Bors?
    - Che sciocchezze!   -  grid Natascia, ridendo.  -  Io non penso n a
    lui n a nessun altro, e non voglio saper nulla.
    - Davvero? Ma allora, che farai?
    - Io?   -  disse Natascia,  mentre un radioso sorriso le illuminava il
    volto.  -  Hai visto Duport (2)?
    - No...
    - Non hai visto Duport,  il famoso ballerino?  Be'...  allora non puoi
    capire. Ecco che cosa voglio fare...   -.  E la fanciulla piegando con
    leggiadria  le braccia,  sollev un pochino la gonna come si fa quando
    si balla, fece alcuni passi di corsa, si volt,  disegn una piroetta,
    batt un piede contro l'altro e ritta sulla punta dei piedi, avanz di
    qualche passo.
    -  Vedi  come  so  stare?    -   disse,  ma non riusc a mantenersi in
    equilibrio.   -  Ecco quello che far.  Non mi sposer mai e diventer
    ballerina. Ma tu non dirlo a nessuno, eh?
    Rostv proruppe in una risata tanto sonora che Denissov udendola dalla
    sua  camera,  prov  un  senso  di  invidia:  e  Natascia,  incapace a
    trattenersi, si mise a ridere con il fratello.
    - Che ne dici?
    - Bene... Ma, allora, non vuoi sposare Bors ?
    Natascia arross.
    - Non voglio sposare nessuno. Glielo dir io stessa quando lo vedr.
    - Ah,  cos?  -  esclam Rostv.
    - Ma tutto questo non significa nulla  -  proseguiva Natascia.  Dimmi,
     simpatico il tuo Denissov?
    - Simpaticissimo.
    - Be', ora ti lascio. Vestiti... Ma non  terribile quel tuo Denissov?
    - Perch terribile?   -  chiese Nikolj.  -  Tutt'altro: Vaska  molto
    buono.
    - Lo chiami Vaska? Curioso! (3). Dunque  davvero simpatico?
    - S, molto.
    - Allora spicciati e vieni a  prendere  il  t.  Lo  prenderemo  tutti
    insieme.
    Natascia  si  sollev  ancora  una  volta sulla punta dei piedi e usc
    dalla stanza come le ballerine escono dalla scena,  ma sorridendo come
    sorridono soltanto le fanciulle felici di quindici anni.
    Incontrando  poco dopo Snja nel salotto,  Rostv arross.  Non sapeva
    come comportarsi con lei.  La  sera  avanti,  nella  gioia  del  primo
    incontro,  si erano baciati, ma ora sentiva di non poter fare nulla di
    simile;  sentiva che sua madre,  le sue sorelle e tutti gli  altri  lo
    osservavano, lo guardavano con aria interrogativa, in attesa di vedere
    come  si  sarebbe  comportato con la fanciulla.  Le baci la mano e le
    disse: "Voi", Snja.... Ma i loro occhi incontrandosi si diedero del
    tu e si baciarono teneramente.  Con lo sguardo Snja  gli  domandava
    perdono  di  aver  osato  ricordargli,  per mezzo di Natascia,  la sua
    promessa,  e lo ringraziava  del  suo  amore.  Lui,  con  il  proprio,
    ringraziava  lei  per  l'offerta della libert e le diceva che,  in un
    modo o nell'altro, non avrebbe cessato di amarla perch non amarla gli
    era impossibile.
    - Come  buffo,  per,  che Snja e Niklinka si diano del voi  come
    due  estranei!    -    osserv  Vera,  approfittando  di un momento di
    silenzio. L'osservazione di Vera, giusta come, del resto, erano sempre
    giuste tutte le sue osservazioni, produsse un imbarazzo generale,  non
    soltanto in Snja, Nikolj e Natascia, ma anche nella vecchia contessa
    che, temendo che l'amore di suo figlio per la fanciulla potesse fargli
    perdere  un brillante partito,  arross come una ragazzina.  Denissov,
    con gran meraviglia di Rostv,  comparve in salotto con  una  uniforme
    nuova,  impomatato  e profumato,  elegante come era solito esserlo nei
    giorni di battaglia,  e fu  cos  cortese  con  le  signore  e  con  i
    cavalieri, come Rostv non si sarebbe mai aspettato.


    CAPITOLO 2.

    Al  suo  rientro dall'esercito a Mosca,  Nikolj Rostv fu accolto dai
    suoi di casa come il migliore dei figli,  come un eroe e come il tanto
    amato   Nikluska;   dai   parenti  come  un  simpatico  e  rispettoso
    giovanotto; dai conoscenti come un bel tenente degli ussari,  un abile
    ballerino e uno dei migliori partiti di Mosca.
    I  Rostv,  a Mosca,  conoscevano tutti.  Quell'anno il vecchio Rostv
    disponeva di  molto  denaro  perch  sulle  sue  propriet  era  stata
    rinnovata  l'ipoteca  e perci Niklinka,  che possedeva un cavallo da
    corsa suo personale, un paio di calzoni all'ultima moda, quali a Mosca
    nessuno aveva ancora veduto, e di stivali anch'essi modernissimi dalla
    punta aguzza  e  ornati  di  piccoli  speroni  d'argento,  trascorreva
    allegramente  il  suo  tempo.  Rostv,  tornato  a  casa dopo un certo
    periodo di assenza,  provava un senso piacevolissimo  nel  riabituarsi
    alle  consuetudini  della sua vita di una volta.  Gli pareva di essere
    cresciuto e di essersi fatto pi uomo.  La disperazione per non essere
    stato promosso all'esame di religione,  i denari chiesti in prestito a
    Gavrilo per una corsa in vettura,  i baci furtivi dati  a  Snja,  gli
    ritornavano  alla  mente  come  ragazzate  dalle  quali ora si sentiva
    infinitamente lontano.  Adesso egli era un tenente  degli  ussari  che
    portava un "dolman" ricamato in argento e con la croce militare di San
    Giorgio, allenava il suo trottatore alle corse insieme con alcuni noti
    e  anziani  appassionati  di cavalli.  Conosceva una signora nella cui
    casa, sul "Boulevard", trascorreva spesso le serate;  aveva diretto la
    "mazurca"  a una festa da ballo degli Archarov,  parlava di guerra con
    il feldmaresciallo Kamenskij,  frequentava il circolo inglese  e  dava
    del  tu  a  un  colonnello  quarantenne al quale lo aveva presentato
    Denissov.
    A Mosca,  la sua grande passione  per  l'imperatore  si  era  alquanto
    affievolita  giacch  non  aveva  pi  avuto occasione di vederlo,  ma
    parlava spesso di lui e della propria  devozione  nei  suoi  riguardi,
    lasciando  capire  che  non  diceva tutto,  che nel suo affetto per il
    sovrano c'era qualcosa che non tutti  potevano  capire;  e  con  tutta
    l'anima  condivideva  l'adorazione  generale che in quel periodo Mosca
    professava per l'imperatore Aleksndr Pvlovic',  al quale  era  stato
    dato il soprannome di angelo terrestre.
    Durante  quel  suo  breve soggiorno a Mosca,  in attesa del ritorno al
    reggimento,  Rostv non si riavvicin a Snja,  anzi se ne  allontan.
    Ella era molto bella,  affascinante e, lo si capiva, appassionatamente
    innamorata di lui;  ma egli attraversava quel periodo della giovinezza
    in cui si ha l'impressione di aver molto da fare,  che manchi il tempo
    per occuparsi di queste cose,  e un giovane teme di legarsi e  ama  la
    libert  che  gli    necessaria  per dedicarsi a un'infinit di altre
    cose.
    Quando, durante la sua breve permanenza a Mosca, egli pensava a Snja,
    diceva a se stesso: Eh, come lei ce ne saranno moltissime altre,  qui
    o  l,  che  ancora  non  conosco.  Avr  tempo,  quando lo vorr,  di
    occuparmi anche dell'amore, ma per ora non posso.  Inoltre gli pareva
    umiliante  per  lui,  ormai  uomo,  stare  in  compagnia  delle donne.
    Frequentava i balli,  andava in visita,  ma sempre fingendo  di  farlo
    controvoglia.  Le corse, il circolo inglese, le baldorie con Denissov,
    le visite laggi erano un'altra faccenda: quelle,  secondo lui,  erano
    cose che si addicevano a un giovane ussaro.
    Nei  primi  giorni di marzo il vecchio conte Ilj Andrevic' Rostv si
    diede da fare per organizzare un  banchetto  al  circolo  inglese,  in
    onore del principe Bagratin.
    Il conte,  in veste da camera,  andava su e gi per la sala impartendo
    all'economo del circolo e al famoso Feoktisti,  capo cuoco del circolo
    stesso,  ordini riguardanti gli asparagi,  i cetrioli,  le fragole, la
    carne di vitello e il pesce per il banchetto.  Il conte era  membro  e
    direttore  del circolo sin dal giorno della fondazione e l'incarico di
    organizzare il gran banchetto per Bagratin era stato affidato a  lui,
    giacch  non  era  facile  trovare  chi  sapesse occuparsene con tanta
    signorilit e, soprattutto, giacch non era facile trovare chi potesse
    e volesse,  in caso di necessit,  metter mano alla propria borsa.  Il
    cuoco  e  l'economo  del  circolo  ascoltavano  con  aria  allegra  le
    disposizioni del conte perch sapevano che con nessuno, meglio che con
    lui,  potevano trar profitto  da  un  banchetto  che  sarebbe  costato
    parecchie migliaia di rubli.
    -  Bada,  eh,  di  mettere  delle crestine nella zuppa di tartaruga...
    delle crestine, hai capito?
    - Allora, tre portate fredde?  -  domand il cuoco.
    Il conte si fece pensieroso.
    - Meno di tre  impossibile...  La "mayonnaise",  uno   -    cominci,
    alzando un dito.
    - Sicch, ordinate di prendere sterleti grandi?  -  chiese l'economo.
    - Che ci vuoi fare?  Prendili lo stesso,  anche se il prezzo non cala.
    Santo Iddio,  stavo per dimenticarmene!  Ci vuole un'altra "entre" in
    tavola.  Oh,  padri miei!   -  E si afferr il capo con le mani.  -  E
    chi mi porter i fiori?  Mtenka!  Eh,  Mtenka    -    disse  rivolto
    all'amministratore  che  entrava  alla sua chiamata.Fa' una corsa alla
    nostra villa fuori Mosca e  di'  al  giardiniere  Maksm  di  mandarmi
    qualche pianta della serra e raccomandagli di avvolgerle nel feltro. E
    che per venerd siano qui duecento vasi.
    Dopo aver dato alcune altre disposizioni,  stava per andare a riposare
    un po' con la sua contessuccia, quando si ricord di dover dire ancora
    altre cose  necessarie  e  torn  indietro,  richiamando  il  cuoco  e
    l'economo, ai quali ricominci a impartire ordini.
    Al di l dell'uscio si ud un leggero passo maschile,  accompagnato da
    un tintinnio di speroni, ed entr il giovane conte,  bello,  colorito,
    con  i  baffetti  neri  e  l'aspetto riposato della tranquilla vita di
    Mosca.
    - Ah, mio caro, sei tu?  Mi gira la testa  -  disse il vecchio,  quasi
    vergognandosi  e  sorridendo  al figlio.   -  Se tu mi dessi un po' di
    aiuto! Ci vorrebbero anche dei cantori. Quanto all'orchestra, ce l'ho;
    dovr far venire anche gli zingari?  A voialtri militari  queste  cose
    piacciono.
    - Ah,  pap!  Io credo che il principe Bagratin,  quando si preparava
    alla battaglia di Schngraben,  fosse meno affaccendato di  quanto  lo
    siate voi adesso  -  osserv il giovane, sorridendo.
    Il vecchio conte finse di offendersi.
    - Fai presto tu, a parlare! Vorrei metterti alla prova.
    E  si  rivolse  al  cuoco del circolo che,  con un viso intelligente e
    rispettoso, guardava con affetto padre e figlio.
    - Come sono i giovani di oggi, eh, Feoktisti!   -  disse il conte.   -
    Ci prendono allegramente in giro, noi vecchi...
    - Che volete,  eccellenza! Ai giovani piace mangiar bene, ma occuparsi
    dei preparativi e del servizio non  affar loro...
    - E' proprio cos!   -  esclam il  vecchio.  Poi,  afferrato  per  le
    braccia  il figlio,  disse allegramente:  -  Giacch sei capitato qui,
    prendi subito la slitta a due cavalli,  va' da Bezuchov e digli che il
    conte  Ilj  Andrevic'  ricorre  a  lui  per avere fragole e ananassi
    freschi.  Non  possibile trovarli da altri.  Se il conte non fosse in
    casa,  passa  a  dirlo alle principessine e poi di l va' a Razgulij.
    Ipatka,  il cocchiere,  sa dov'.  Laggi troverai lo zingaro Iljuska,
    quello  che ballava in casa del conte Orlv,  in cosacchino bianco: te
    lo ricordi? Portalo qui da me.
    - Devo portarlo con le zingare?  -  chiese Nikolj ridendo.
    - Ma va', va'...
    In  quel  momento  entr  nella  stanza,  a  passo  silenzioso  e  con
    quell'aria  affaccendata e di cristiana rassegnazione di sempre,  Anna
    Michjlovna.  Sebbene ogni giorno ella trovasse il conte in  veste  da
    camera,  tuttavia ogni volta il vecchio si confondeva e chiedeva scusa
    per il suo abbigliamento.
    -  Non  importa,  caro,  figuratevi!    -    rispose  ella,  chiudendo
    modestamente gli occhi.   -  Andr io da Bezuchov. Il giovane Bezuchov
     appunto tornato e ora troveremo quanto ci occorre nelle  sue  serre.
    Inoltre  ho bisogno di vederlo.  Mi ha mandato una lettera da parte di
    Bors il quale, grazie a Dio, si trova ora nello stato maggiore.
    Il conte fu  felicissimo  che  Anna  Michjlovna  cooperasse  ai  suoi
    preparativi e ordin di fare attaccare per lei la carrozza piccola.
    - Direte a Bezuchov che venga al banchetto. Lo iscriver. C' anche la
    moglie?  -  chiese.
    Anna  Michjlovna  alz  gli  occhi al cielo e il suo viso espresse un
    profondo dolore.
    - Ah, amico mio, egli  molto infelice!  -  rispose.  -  Se  vero ci
    che si sente dire,  orribile! Pensare che ci eravamo tanto rallegrati
    per la sua fortuna!  E ha un'anima cos  nobile,  cos  angelica  quel
    giovane  Bezuchov!  S,  lo compiango con tutto il cuore e far quanto
    sta in me per confortarlo.
    - Ma che cosa gli  successo, insomma?  -  domandarono il vecchio e il
    giovane Rostv.
    Anna Michjlovna trasse un profondo sospiro.
    -  Dlochov,  il  figlio  di  Mrija  Ivnovna,   dicono  che  l'abbia
    gravemente compromessa  -  sussurr con aria di mistero.  -  Pierre lo
    ha protetto,  lo ha invitato a casa sua a Pietroburgo ed ecco... Lei 
    venuta  qui  e  quello  scavezzacollo  l'ha  seguita-  prosegu   Anna
    Michjlovna,  desiderando  esprimere  la  sua simpatia per Pierre,  ma
    mostrando involontariamente,  con l'intonazione della voce  e  con  un
    mezzo  sorriso,  la sua indulgenza per lo "scavezzacollo" di Dlochov.
    -  Si dice che Pierre sia molto abbattuto dal dolore!
    - Ditegli, comunque, che venga al circolo...  Si distrarr.  Avremo un
    banchetto straordinario!
    Il giorno successivo, 3 marzo, alle due pomeridiane, duecentocinquanta
    membri  del  circolo inglese e cinquanta invitati aspettavano a pranzo
    l'ospite  prezioso,  l'eroe  della  campagna  austriaca:  il  principe
    Bagratin. Al primo momento, subito dopo la notizia della battaglia di
    Austerlitz,  tutta  Mosca  era  rimasta perplessa.  I Russi erano cos
    abituati alle vittorie che,  apprendendo la notizia  della  sconfitta,
    alcuni semplicemente non ci credettero, altri cercarono la spiegazione
    di un cos strano avvenimento in chi sa quali cause straordinarie.  Al
    circolo inglese,  dove si riunivano tutte le persone di gran nome  che
    avevano  informazioni  sicure  e  posizioni  importanti,  nel  mese di
    dicembre,  quando cominciarono a giungere le  prime  notizie,  non  si
    parlava  della  guerra  n  dell'ultima  battaglia,  come  se tutti si
    fossero messi d'accordo per tacere.  I personaggi che davano  il  tono
    alle  conversazioni,  quali  il  conte  Rastopcn (4),  il conte Jurij
    Vladimrovic' Dolgorukov (5), Valuev (6), il conte Markv, il principe
    Vjazemskij (7) non si facevano vedere  al  circolo,  ma  si  riunivano
    nelle  loro  case,  nei loro circoli intimi e i moscoviti che dicevano
    solo quello che avevano sentito da altri (tra cui anche il conte  Ilj
    Andrevic'  Rostv)  restarono  per  breve  tempo senza guida e quindi
    senza  opinioni  sull'andamento  della  guerra  e  incapaci  di   dare
    apprezzamenti.  I  moscoviti sentivano che c'era nell'aria qualcosa di
    spiacevole,  che era difficile discutere su quelle cattive  notizie  e
    che era preferibile tacere.  Ma,  dopo un certo tempo,  come i giurati
    che escono dalla camera di consiglio,  riapparvero i pezzi  grossi,  i
    quali  vennero  a  dire  al  circolo  le  loro opinioni e allora tutti
    cominciarono a parlare forte e  chiaro.  Si  scoprirono  le  cause  di
    quell'incredibile,  inaudito avvenimento: la sconfitta dei Russi. Ogni
    cosa divenne perfettamente chiara e  in  tutti  gli  angoli  di  Mosca
    furono ripetute le medesime cose.  Ecco quali erano state la cause del
    disastro: il tradimento degli Austriaci, la cattiva organizzazione del
    vettovagliamento   dell'esercito,    il   tradimento    del    polacco
    Przebyscevskij  e  del  francese  Langeron,  l'incapacit di Kutuzv e
    (questo lo si diceva a bassa  voce)  la  giovinezza  e  l'inesperienza
    dell'imperatore  che  si  era  fidato di uomini infidi e assolutamente
    inetti. Ma le truppe,  le truppe russe  -  lo dicevano tutti  -  erano
    state  meravigliose  e  avevano  compiuto  veri  prodigi di valore.  I
    soldati, gli ufficiali, i generali, erano tutti eroi.  Ma l'eroe degli
    eroi  era stato il principe Bagratin,  a gloria del quale si citavano
    il combattimento di Schngraben e la ritirata di  Austerlitz,  durante
    la  quale  lui  solo  aveva saputo mantenere in ordine perfetto la sua
    colonna,  respingendo  per  l'intera  giornata  un  nemico  due  volte
    superiore.  Al  fatto  che  Mosca considerasse Bagratin un eroe aveva
    contribuito anche un altro motivo: egli a Mosca era un estraneo, senza
    relazioni n amici.  Nella sua persona si onorava  il  soldato  russo,
    semplice,  coraggioso,  il  cui  nome  era  ancora  legato a quello di
    Suvorov dai ricordi della campagna d'Italia.  Inoltre,  nel  rendergli
    simili  onori,  si  esprimevano  nel modo migliore il malcontento e il
    biasimo di cui era oggetto Kutuzv.
    -  Se  Bagratin  non  esistesse,   "il   faudrait   l'inventer"   [8.
    Bisognerebbe inventarlo]  -  diceva lo spiritoso Scinscin,  parodiando
    le parole di Voltaire (9).  Tutti evitavano  di  parlare  di  Kutuzv,
    alcuni  persino  lo  insultavano sottovoce,  chiamandolo banderuola di
    Corte e vecchio satiro.
    Tutta Mosca ripeteva  le  parole  del  principe  Dolgorukov:  Va'  al
    mulino,  va'  al  mulino  e  ne  esci infarinato,  consolandosi della
    sconfitta con il  ricordo  delle  vittorie  riportate  nel  passato  e
    ripetendo  le parole di Rastopcn,  secondo cui per spingere i soldati
    francesi a combattere bisogna eccitarli  con  frasi  altisonanti;  con
    quelli  tedeschi occorreva ragionare a rigor di logica,  convincendoli
    che  pi pericoloso fuggire che andare avanti; ma che i soldati russi
    andavano soltanto trattenuti,  pregandoli di frenare il loro  slancio!
    Ogni  giorno  si  narravano nuovi episodi di grande valore offerti dai
    nostri soldati e dai nostri  ufficiali  ad  Austerlitz.  Questo  aveva
    salvato una bandiera, quello aveva ucciso cinque francesi, quell'altro
    ancora aveva caricato, da solo, cinque cannoni. Chi non conosceva Berg
    diceva che,  ferito alla mano destra,  aveva impugnato la spada con la
    sinistra e aveva continuato  ad  avanzare.  Non  si  diceva  nulla  di
    Bolkonskij.  Soltanto  i  suoi amici si dolevano che fosse morto tanto
    giovane,  lasciando una  moglie  incinta  e  un  padre  stravagante  e
    bisbetico.


    CAPITOLO 3.

    Il  3 marzo,  da tutte le sale del circolo inglese si levava un brusio
    incessante di voci,  come di api che sciamino in primavera;  i soci  e
    gli invitati andavano avanti e indietro,  si sedevano, si alzavano, si
    riunivano a gruppi e si disperdevano, chi in uniforme,  chi in marsina
    e  chi addirittura in parrucca e giubba lunga.  I servitori in livrea,
    parrucca e scarpini,  stavano ritti accanto agli  usci  e  con  vigile
    attenzione  cercavano  di  cogliere  ogni  movimento  dei soci e degli
    invitati,  pronti a offrire i loro servizi.  Quasi  tutti  i  presenti
    erano  persone  rispettabili,   attempate,   con  le  facce  larghe  e
    soddisfatte, le mani grassocce, decisi nei gesti e nella voce.  Questo
    tipo di soci e di invitati sedeva nei soliti posti, e si riunivano nei
    ben  noti,  consueti  gruppetti.  La  minoranza  era  costituita dagli
    invitati per l'occasione,  persone generalmente giovani,  tra le quali
    si  notavano Denissov,  Rostv e Dlochov,  quest'ultimo riammesso tra
    gli ufficiali del  reggimento  Semnovskij.  Sui  volti  dei  giovani,
    specialmente  dei  giovani  militari,  si  leggeva  un'espressione  di
    rispetto un po' disdegnoso verso i vecchi,  ai quali  essi  sembravano
    dire: S, siamo pronti a rispettarvi e a stimarvi, ma non dimenticate
    che noi rappresentiamo l'avvenire!.
    Era  presente  anche  Nesvitzkij,  in  qualit  di  membro anziano del
    circolo.  Pierre che,  per obbedire alla volont della moglie,  si era
    lasciato crescere i capelli,  non portava pi gli occhiali e,  vestito
    all'ultima moda, passeggiava su e gi per le sale con un'aria annoiata
    e triste.  Come ovunque,  anche l era circondato dalle solite persone
    che lo riverivano e lo adulavano per la sua ricchezza,  verso le quali
    egli usava il contegno sprezzante e distaccato di  chi    abituato  a
    dominare.
    Per  l'et avrebbe dovuto far parte del gruppo dei giovani,  ma la sua
    ricchezza e la sua posizione lo portavano tra i membri pi  anziani  e
    pi  autorevoli del circolo,  e perci passava da un gruppo all'altro.
    Alcuni anziani, tra i maggiormente rappresentativi,  stavano al centro
    di  parecchi gruppi,  ai quali si avvicinavano con deferenza anche gli
    invitati meno  noti,  per  ascoltare  le  parole  di  quei  personaggi
    illustri.  I  gruppi  pi  numerosi  si  stringevano  attorno al conte
    Rastopcn,  a Valuev e a Naryskin (10).  Rastopcn raccontava  come  i
    Russi,  travolti  dagli Austriaci in fuga,  avevano dovuto farsi largo
    tra  i  fuggiaschi  servendosi  delle  baionette.   Valuev  diceva  in
    confidenza  che Uvarov era stato mandato da Pietroburgo con l'incarico
    di  raccogliere  informazioni  circa  l'opinione  dei   moscoviti   su
    Austerlitz.
    In  un  terzo  gruppo,  Naryskin parlava della seduta del Consiglio di
    guerra austriaco, nella quale Suvorov aveva strillato come un gallo in
    risposta alle sciocchezze dei generali austriaci.  Scinscin,  che  era
    tra  gli  ascoltatori,   per  fare  lo  spiritoso  disse  che  Kutuzv
    evidentemente non aveva saputo imparare da Suvorov  la  non  difficile
    arte  di cantare come i galli;  ma i vecchi lo guardavano severamente,
    facendogli  capire  come  in  quel  luogo  e  in  quel  giorno   fosse
    sconveniente parlare cos di Kutuzv.
    Il conte Ilj Andrevic' Rostv,  tutto affaccendato,  si spostava dal
    salotto alla sala da pranzo,  camminando in fretta con i suoi  morbidi
    stivaletti da sera, salutando rapidamente e nello stesso identico modo
    le persone ragguardevoli e quelle meno note, che egli conosceva tutte,
    e cercando di tanto in tanto con lo sguardo il suo elegante e valoroso
    figliuolo,  lo  fissava a lungo con gioia e gli faceva una strizzatina
    d'occhi. Il giovane Rostv stava in piedi nel vano di una finestra con
    Dlochov che aveva conosciuto da poco e la  cui  relazione  gli  stava
    molto  a cuore.  Il vecchio conte si avvicin ai due giovani e strinse
    la mano a Dlochov.
    - Ti prego di venirci qualche volta a trovare,  ora  che  conosci  mio
    figlio...  So che laggi vi siete entrambi comportati eroicamente. Ah,
    Vassilij Ignatyc'... salve, vecchio mio!  -  disse poi volgendosi a un
    vecchietto che passava in  quel  momento;  ma  non  fece  in  tempo  a
    completare  il suo saluto che si not un'agitazione generale mentre un
    domestico, entrato di corsa. annunziava con aria spaventata:
    - E' arrivato!
    I campanelli trillarono.  Gli anziani  del  circolo  si  precipitarono
    verso la prima sala mentre gli ospiti,  sparsi nelle varie sale,  come
    grani d'avena ammucchiati  dalle  pale,  si  affollarono  in  un  solo
    gruppo, fermandosi presso la porta del grande salone.
    Sulla soglia dell'anticamera apparve Bagratin, senza cappello e senza
    sciabola  che  egli,  secondo  l'usanza  del  circolo  aveva  lasciato
    all'ingresso,  dal portiere.  Non portava il berretto di  pelo  n  lo
    scudiscio   a  tracolla,   come  Rostv  l'aveva  veduto  nella  notte
    precedente la battaglia di Austerlitz,  ma indossava una divisa nuova,
    attillata,  con  decorazioni  russe  e straniere e con la croce di San
    Giorgio al lato sinistro.  Si capiva che prima del pranzo si era fatto
    tagliare  i capelli e le basette,  il che gli mutava la fisionomia non
    certo con vantaggio.  Il suo volto aveva una espressione  ingenuamente
    festosa  che,  dati i suoi lineamenti,  molto virili ed energici,  gli
    conferiva un non so che di leggermente comico.  Beklesov (11) e  Fdor
    Petrovic'  Uvarov,  che  l'accompagnavano,  si  fermarono  sull'uscio,
    desiderando che egli,  come ospite d'onore,  li precedesse.  Bagratin
    rimase  imbarazzato non volendo cedere alla loro cortesia: si ferm un
    momento sulla soglia ma poi fin con il passar loro avanti.  Camminava
    timido  e  impacciato  sul  pavimento di legno,  senza sapere che fare
    delle proprie mani; gli era pi facile e pi abituale muoversi sotto i
    proiettili nemici,  per un campo arato,  come era stato a  Schngraben
    quando  marciava alla testa del reggimento di Kursk.  I membri anziani
    del  circolo  lo  accolsero  accanto  al  primo  uscio,  esprimendogli
    brevemente  la  loro  gioia di avere un ospite tanto gradito e,  senza
    attendere  la  sua  risposta  e  quasi  impadronendosi  di   lui,   lo
    circondarono  e  lo  guidarono  nel  salone dove era quasi impossibile
    entrare tanta era la folla di soci e  di  invitati  che  si  accalcava
    sugli usci,  si piegava, si rizzava sulle punte dei piedi, sporgeva la
    testa sulle spalle dei vicini per vedere,  come se si trattasse di una
    bestia  rara,  il  famoso  Bagratin.  Il  conte Ilj Andrevic',  pi
    energico di tutti, ridendo e ripetendo: Fa' passare, "mon cher",  fa'
    passare, e facendosi largo tra la folla, riusc a condurre gli ospiti
    nel  salone  e a farli sedere sul divano centrale.  I pezzi grossi,  i
    membri pi ragguardevoli del circolo attorniarono i nuovi  venuti.  Il
    conte Ilj Andrevic', facendosi di nuovo largo tra la folla, usc dal
    salone  e dopo un minuto riapparve in compagnia di un altro importante
    personaggio il quale portava un gran vassoio d'argento che present al
    principe Bagratin.  Su quel vassoio era posato un  foglio  con  versi
    composti  e  stampati  in onore dell'eroe.  Bagratin,  alla vista del
    vassoio,  si guard attorno sgomento,  quasi cercando aiuto.  Ma negli
    occhi  di  tutti  egli  lesse  il  desiderio imperioso che egli non si
    sottraesse a quell'onore.  Sentendosi in loro potere,  Bagratin,  con
    gesto deciso,  prese il vassoio con ambo le mani volgendo al conte che
    glielo porgeva uno sguardo irritato e carico di rimprovero.  Qualcuno,
    sollecito e premuroso, gli tolse il vassoio dalle mani (giacch pareva
    disposto a restare cos sino a sera e a portarselo persino a tavola) e
    attir sui versi l'attenzione di lui.
    Pazienza,  li legger,  parve dire Bagratin e,  fissando sul foglio
    gli  occhi  stanchi,  cominci  a  leggere  con  espressione  seria  e
    concentrata.  Ma  l'autore,  preso il foglio,  continu a leggerli lui
    stesso. Il principe Bagratin chin il capo e ascolt (12):

    Sii tu gloria al secol d'Alessandro
    Mantieni sul trono il nostro Tito.
    Sii duce temuto e uomo buono
    Sii Rifeo in patria e Cesare in battaglia.
    E felice chiamiam Napoleone
    Che, conosciuto all'opra Bagratin,
    Gli Alcidi russi non oser inquietare.

    La lettura non era ancora terminata quando il maggiordomo  dalla  voce
    tonante annunzi:
    - Il pranzo  servito.
    Le  porte della sala del banchetto si aprirono ed echeggiarono le note
    della polacca (13): Risuoni il grido di  vittoria,  si  rallegrino  i
    Russi   valorosi!,   mentre  il  conte  Ilj  Andrevic',   lanciando
    un'occhiata irritata al poeta che continuava a leggere i propri versi,
    s'inchin davanti a Bagratin.  Tutti si alzarono,  coscienti  che  il
    pranzo aveva pi importanza dei versi e Bagratin, precedendo di nuovo
    la  folla,  si  diresse  verso  la tavola.  Al posto d'onore,  tra due
    Alessandri  -  Beklesov  e  Naryskin    -    cosa  che  aveva  il  suo
    significato  in  relazione  al  nome dell'imperatore,  fu fatto sedere
    Bagratin:  trecento  persone  presero  posto  secondo  il   grado   e
    l'importanza di ciascuna,  pi o meno vicino all'ospite, con la stessa
    naturalezza con cui l'acqua si riversa pi fonda l dove il terreno  
    pi basso.
    Prima  che il pranzo avesse inizio,  il conte Ilj Andrevic' present
    suo figlio al principe.  Bagratin,  che  lo  riconobbe,  gli  rivolse
    alcune parole, impacciate e sconnesse come, del resto, lo furono tutte
    le  altre  che  pronunzi  quel  giorno.  Il  conte  Rostv,  felice e
    orgoglioso,  volgeva lo  sguardo  sui  presenti,  mentre  il  principe
    conversava con suo figlio.
    Nikolj  Rostv  con Denissov e il suo nuovo conoscente Dlochov prese
    posto quasi al centro della tavola.  Di fronte a  loro  sedeva  Pierre
    accanto al principe Nesvitzkij. Il conte Ilj Andrevic' era di fronte
    a  Bagratin  insieme  con  gli  altri  membri  anziani del circolo e,
    personificando l'ospitalit moscovita,  si occupava di far servire  il
    principe.
    Il gran da fare che si era dato non era stato inutile. Le vivande, sia
    quelle  di  magro sia quelle di grasso,  erano squisite: tuttavia egli
    non pot sentirsi pienamente tranquillo sino a che il pranzo non  ebbe
    fine.  Ammiccava al credenziere, dava ordini sottovoce ai camerieri e,
    non  senza  una  certa  preoccupazione,  attendeva  l'arrivo  di  ogni
    portata.  Tutto  era  perfetto.  Alla seconda pietanza,  mentre veniva
    servito un enorme storione (alla cui vista Ilj Andrevic' arross  di
    gioia e di modestia), i domestici cominciarono a far saltare i tappi e
    a  versare  lo  "champagne".  Dopo  il  pesce,  che aveva prodotto una
    notevole impressione, il conte Ilj Andrevic' scambi un'occhiata con
    gli altri anziani  del  circolo  e  organizzatori  del  banchetto.  I
    brindisi saranno molti,   ora di cominciare!,  sussurr e,  presa in
    mano una coppa,  si alz.  Tutti tacquero  in  attesa  di  quello  che
    avrebbe detto.
    - Alla salute dell'imperatore!  -  grid, mentre i suoi occhi buoni si
    empivano  di  lacrime  di  gioia  e  di  entusiasmo.  In  quel momento
    l'orchestra inton: Risuoni il grido di vittoria.  Tutti si alzarono
    in  piedi  e  gridarono:  Urr!.  Grid  urr anche Bagratin con la
    stessa voce con cui  aveva  incitato  i  suoi  soldati  sul  campo  di
    Schngraben.  Al  di  sopra  di  quelle  trecento  voci si lev quella
    entusiasta del giovane Rostv; poco mancava che piangesse.
    - Alla salute di sua maest l'imperatore  -  gridava.  -  Urr!e, dopo
    aver vuotato d'un fiato la coppa,  la scagli a terra.  Il suo esempio
    fu  seguito da molti,  mentre continuarono ad echeggiare a lungo grida
    fragorose. Quando le voci tacquero,  i domestici raccolsero i frantumi
    dei  bicchieri  e tutti i commensali,  rimessisi a sedere,  commossi e
    sorridenti ripresero a conversare. Il conte Ilj Andrevic' si alz di
    nuovo, diede uno sguardo a un foglietto posato accanto al suo piatto e
    brind all'eroe  dell'ultima  campagna,  al  principe  Ptr  Ivnovic'
    Bagratin,  e  ancora una volta i suoi occhi azzurri si inumidirono di
    lacrime.  Urr!,  risposero di nuovo i trecento commensali.  Allora,
    invece  della  musica,  si  alzarono  le  voci  del coro che inton la
    cantata composta da Pavel Ivnovic' Kutuzv (14):

    Per i Russi non esistono ostacoli.
    Il valore  garanzia di vittoria;
    Noi che abbiamo i Bagratin,
    Avrem tutti i nemici ai nostri piedi...

    Quando il coro tacque,  vennero fatti molti altri brindisi,  durante i
    quali il conte Ilj Andrevic' si commoveva sempre di pi,  sempre pi
    andavano in pezzi i bicchieri e sempre pi forti si alzavano le  grida
    dei  commensali.  Si  bevve alla salute di Beklesov,  di Naryskin,  di
    Uvarov, di Dolgorukov,  di Apraksin,  di Valuev,  alla salute dei soci
    anziani e dei membri del circolo e infine,  in modo particolare,  alla
    salute dell'organizzatore del banchetto,  il conte Ilj Andrevic'.  A
    questo  punto il vecchio signore estrasse dalla tasca il fazzoletto e,
    copertosi il volto, pianse per davvero.


    CAPITOLO 4.

    Pierre sedeva di fronte  a  Dlochov  e  a  Nikolj  Rostv.  Mangiava
    avidamente  e beveva molto,  come al solito.  Ma chi lo conosceva bene
    notava quel giorno che in lui era avvenuto un  grande  mutamento.  Per
    tutta  la  durata  del  pranzo non disse una parola e,  aggrottando le
    sopracciglia e socchiudendo gli occhi,  si  guardava  attorno  oppure,
    fissando  il  vuoto e con un'aria profondamente distratta,  si fregava
    con le dita la radice del naso.  Era triste e  cupo.  Pareva  che  non
    vedesse  e  non  udisse  nulla  di  quanto  gli avveniva attorno e che
    pensasse a qualcosa di penoso e di insoluto.
    La questione insoluta e tormentosa si riferiva alle allusioni sfuggite
    a Mosca alla principessina sull'intimit di Dlochov con sua moglie  e
    a una lettera anonima ricevuta quella mattina stessa nella quale,  con
    il vile tono scherzoso di cui si serve chiunque scriva  lettere  senza
    firmarle,  gli si diceva che, nonostante gli occhiali, ci vedeva molto
    poco e che la relazione di  sua  moglie  con  Dlochov  era  ormai  un
    segreto  solamente  per  lui.  Pierre non aveva assolutamente prestato
    fede n alle allusioni della principessina,  n alla lettera ma adesso
    gli  riusciva assai penoso vedere Dlochov seduto davanti a lui.  Ogni
    volta che, per caso,  il suo sguardo incontrava gli occhi bellissimi e
    sfrontati  di  Dlochov,  qualcosa  di  orribile  e  mostruoso  pareva
    sollevarglisi nell'anima e si affrettava a voltarsi da un'altra parte.
    Ricordando  involontariamente  tutto  il  passato  della  moglie  e  i
    rapporti  che aveva avuto con Dlochov,  Pierre si rendeva chiaramente
    conto che ci che era scritto nella lettera poteva essere la verit o,
    almeno, sembrare la verit,  se non si fosse trattato di "sua moglie".
    Ricordava,  suo malgrado,  come Dlochov, rientrato nel suo grado dopo
    la  campagna,   fosse  tornato  a  Pietroburgo  e   venuto   da   lui.
    Approfittando  dei passati rapporti e delle comuni scapestrataggini di
    un tempo,  Dlochov era sceso direttamente a casa  sua,  e  Pierre  lo
    aveva  ospitato  e  gli  aveva  dato  in  prestito del denaro.  Pierre
    ricordava che Elen, sorridendo,  aveva espresso la sua contrariet per
    il  fatto  che Dlochov abitasse in casa loro,  che Dlochov gli aveva
    fatto cinicamente un elogio della bellezza della moglie e che sino  al
    giorno  della  partenza  per  Mosca non si era pi allontanato da loro
    nemmeno per un momento.
    S,  un bellissimo giovane, pensava Pierre,  e io lo conosco bene.
    Sarebbe  per  lui una soddisfazione tutta particolare infangare il mio
    nome e rendermi ridicolo, proprio perch io mi sono dato tanto da fare
    per lui, l'ho protetto e l'ho aiutato.  Lo so,  capisco quale e quanto
    sapore  aggiungerebbe  tutto  questo al suo inganno,  se la cosa fosse
    vera. S, se la cosa fosse vera... ma io non ci credo, non posso e non
    ho il diritto di crederlo. Si ricordava dell'espressione che assumeva
    il viso di Dlochov nei momenti in cui diventava crudele,  come quando
    aveva  legato il poliziotto all'orso e lo aveva gettato nell'acqua,  o
    quando,  senza alcuna ragione,  sfidava a duello  qualcuno,  o  quando
    uccideva   con   una   pistolettata  il  cavallo  di  un  postiglione.
    Quell'espressione ritornava spesso  sul  viso  del  giovane  ufficiale
    mentre guardava Pierre.  S,   uno spadaccino, pensava Pierre; per
    lui uccidere un uomo non significa nulla;  deve credere che  tutti  lo
    temano,  e  questo gli procura senza dubbio piacere.  Certamente crede
    che anch'io lo tema. E,  in realt,   proprio cos: ho paura di lui,
    si  diceva  Pierre e a questi pensieri si sentiva di nuovo quel non so
    che  di  terribile  e  di  mostruoso  salirgli  nell'anima.  Dlochov,
    Denissov  e  Rostv,  seduti  a  tavola dirimpetto a Pierre,  parevano
    allegrissimi. Rostv chiacchierava gaiamente con i suoi due amici, uno
    dei quali era un valoroso ussaro e l'altro uno spadaccino  rinomato  e
    grande  scavezzacollo  che,  di  tanto in tanto,  lanciava uno sguardo
    ironico a Pierre il quale l, a quella tavola, si faceva notare per la
    sua persona massiccia e per l'espressione assorta e distratta del  suo
    viso.
    Rostv  considerava  Pierre con scarsa simpatia perch,  per un ussaro
    come lui,  egli non era altro che un ricchissimo borghese,  marito  di
    una donna bella,  s, ma in complesso una donnetta da poco; in secondo
    luogo perch Pierre,  nello stato d'animo concentrato e  distratto  in
    cui si trovava,  non lo aveva riconosciuto e non aveva risposto al suo
    saluto.
    Quando  si  cominciarono  i  brindisi  alla  salute   dell'imperatore,
    Bezuchov,  assorto  nei  suoi pensieri,  non si era alzato e non aveva
    preso in mano il bicchiere.
    - E voi?   -  gli grid Rostv,  lanciandogli  uno  sguardo  pieno  di
    entusiasmo e insieme,  di collera.   -  Non udite? Si beve alla salute
    dell'imperatore!
    Pierre sospir e si alz docilmente;  vuot la sua coppa e,  dopo aver
    atteso che tutti si rimettessero a sedere,  si rivolse a Rostv con il
    suo buon sorriso:
    - Non vi avevo nemmeno riconosciuto  -  disse. Ma Rostv pensava a ben
    altro, tutto teso a gridare: Urr!.
    - Perch non rinnovi la conoscenza?  -  chiese Dlochov a Rostv.
    - Non mi interessa:  un imbecille!  -  rispose Rostv.
    - Bisogna essere amabili con i mariti delle belle donne...  -  osserv
    Dlochov.
    Pierre non udiva ci che i due dicevano,  ma capiva che  parlavano  di
    lui: arross e volt il viso dall'altra parte.
    -  Suvvia,  ora  beviamo  alla  salute delle belle donne!   -  esclam
    Dlochov e con aria seria,  ma con un sorriso agli angoli della bocca,
    si volse a Pierre con la coppa in mano.
    -  Alla  salute  delle  belle  donne,  Petruscia,  e  dei loro amanti!
    esclam.
    Pierre vuot la sua coppa senza alzare lo sguardo su Dlochov e  senza
    rispondergli.  Il  servitore  che distribuiva la cantata di Kutuzv ne
    pose una copia davanti a  Pierre,  considerato  uno  degli  ospiti  di
    maggior  riguardo.  Egli  tese  la  mano  per  prendere il foglio,  ma
    Dlochov, piegatosi in avanti, lo afferr e cominci a leggere. Pierre
    gett uno sguardo su Dlochov,  poi abbass gli occhi: quel non so che
    di  terribile  e di mostruoso che lo aveva tormentato durante tutto il
    pranzo si sollevava di nuovo nel suo animo  e  s'impadroniva  di  lui.
    Curv il corpo massiccio attraverso la tavola e:
    - Non toccatelo! Ve lo proibisco.
    Nell'udire quel grido e nel vedere a chi era diretto,  Nesvitzkij e il
    vicino di destra di Pierre sussultarono  e  si  volsero  in  fretta  a
    Bezuchov.
    - Basta, basta, che avete?  -  mormoravano con voce spaurita.
    Dlochov  guardava  Pierre con i suoi occhi allegri chiari e crudeli e
    con un sorriso che pareva voler dire: Ah, questo s, che mi piace!.
    - Non ve lo dar  -  disse con voce calma e chiara.
    Pallido, con le labbra tremanti per la collera,  Pierre gli strapp il
    foglio di mano.
    - Voi...  voi siete un mascalzone: io vi sfido!  -  grid e, scostando
    la sedia, si alz da tavola.
    Nel momento preciso in cui faceva  quel  gesto  e  pronunziava  quelle
    parole,  Pierre  sent  che  la  questione  sulla  colpevolezza di sua
    moglie, che tanto lo aveva tormentato quel giorno, era definitivamente
    risolta in senso affermativo, senza ombra di dubbio.  Sent di odiarla
    e  di  essersi staccato da lei per sempre.  Nonostante la preghiera di
    Denissov di restare estraneo alla faccenda,  Rostv accett di  essere
    padrino  di  Dlochov e,  dopo il banchetto,  discusse con Nesvitzkij,
    padrino di Bezuchov,  sulle modalit del duello.  Pierre se ne and  a
    casa  e  Rostv  con  Denissov  e  Dlochov si trattenne al circolo ad
    ascoltare i cori degli zingari.
    - Sicch  a  domani,  a  Soklniki  (15)    -    disse  poi  Dlochov,
    accomiatandosi da Rostv sul portone del circolo.
    - Sei tranquillo?  -  domand Rostv.
    Dlochov si ferm.
    - Ecco,  vedi, in due parole ti spiego tutto il segreto del duello. Se
    prima di andare a batterti fai testamento e scrivi lettere  affettuose
    ai genitori,  se pensi,  insomma, alla possibilit di rimanere ucciso,
    sei un imbecille, ed  certo che ci rimetti la pelle; se invece ci vai
    con la  ferma  intenzione  di  uccidere  l'avversario  al  pi  presto
    possibile,  tutto allora andr per il meglio. Senti che cosa mi diceva
    il nostro domatore di orsi di  Kostrom:  Com'  possibile  non  aver
    paura  dell'orso?  Ma,  non  appena lo vedi,  la paura scompare e temi
    soltanto che esso ti possa sfuggire!.  Cos   per  me,  capisci?  "A
    demain, mon cher!" [16. A domani, mio caro].
    Il  mattino seguente alle otto,  Pierre e Nesvitzkij giunsero al bosco
    di Soklniki ove trovarono Dlochov,  Denissov e Rostv.  Pierre aveva
    l'aria  di  un  uomo preoccupato da qualcosa che non aveva nulla a che
    fare con il duello imminente.  Si capiva dal suo  viso  giallognolo  e
    pesto  che  aveva  trascorso  la  notte  insonne,  si guardava attorno
    distrattamente e socchiudeva gli occhi,  come se la luce del sole  gli
    desse  fastidio.  Due pensieri lo preoccupavano: la colpevolezza della
    moglie,  sulla quale,  dopo la notte insonne,  non aveva pi il minimo
    dubbio,  e  la non colpevolezza di Dlochov che non aveva alcun motivo
    per rispettare l'onore di un uomo che per lui era un estraneo. Forse,
    al suo posto, avrei agito come lui, pensava Pierre. S,  avrei agito
    senza  dubbio  come  lui;  e,  allora,  perch  questo duello,  questo
    omicidio?  O io uccido lui oppure  egli  mi  colpir  alla  testa,  al
    gomito,  a un ginocchio... Devo andarmene di qui, fuggire, nascondermi
    da qualche  parte...,  pens.  Ma  proprio  mentre  simili  idee  gli
    passavano  per  la  mente,  egli  con  un'aria  perfettamente  calma e
    indifferente, che ispirava rispetto a chi lo osservava. chiedeva:
    - Si comincia? Siamo pronti?
    Quando tutto fu in ordine,  quando le sciabole furono  piantate  nella
    neve  per  segnare  i  limiti  del  terreno  sino  ai  quali si poteva
    avanzare,  e le pistole furono  caricate,  Nesvitzkij  si  avvicin  a
    Pierre.
    - Non farei il mio dovere,  conte,  -  disse con voce timida  -  e non
    giustificherei la fiducia e l'onore che mi  avete  fatto  scegliendomi
    per  vostro padrino,  se in questo grave,  gravissimo momento,  non vi
    dicessi tutta la verit.  Io credo che questo duello non abbia  motivi
    abbastanza  seri e che,  per una questione simile,  non sia il caso di
    versare del sangue... Siete stato eccessivo, vi siete lasciato vincere
    dalla collera...
    - Ah s! Tutto questo  terribilmente stupido  -  rispose Pierre.
    - Permettetemi dunque di riferire il vostro rammarico per  l'accaduto.
    Sono  certo  che  il  vostro  avversario  acconsentir ad accettare le
    vostre scuse  -  disse  Nesvitzkij,  il  quale,  come  gli  altri  che
    assistevano al duello e come sempre accade in simili circostanze,  non
    credeva ancora che dovesse veramente aver  luogo.    -    Voi  sapete,
    conte,  che  molto pi nobile riconoscere il proprio errore piuttosto
    che portare le cose sino all'irreparabile.  Non c' stata vera  offesa
    n da una parte, n dall'altra. Permettetemi dunque di parlarne...
    - No,  di che c' da parlare?   -  domand Pierre.   -  Non importa...
    Allora,   tutto pronto?   -  soggiunse.   -  Ditemi soltanto  da  che
    parte  devo  andare  e  da che parte devo sparare  disse ancora con un
    sorriso forzato.
    Prese in mano la pistola e cominci a informarsi da Nesvitzkij come si
    doveva premere il grilletto,  giacch sino ad  allora  non  aveva  mai
    tenuto in mano un'arma di quella specie e non voleva confessarlo.
    - Ah s! Cos... lo so, lo so... l'avevo soltanto dimenticato...
    -  Nessuna scusa,  assolutamente nessuna  -  diceva intanto Dlochov a
    Denissov che, da parte sua, faceva dei tentativi di riconciliazione. E
    si avvicin al posto stabilito.
    Il luogo scelto per il duello si trovava a ottanta passi dalla  strada
    sulla  quale aspettavano le slitte,  in una piccola radura di un bosco
    di pini, coperta di neve resa molle dal disgelo che aveva avuto inizio
    due giorni prima.  Gli avversari si  posero  a  quaranta  passi  l'uno
    dall'altro, ai margini della radura. I padrini, misurando le distanze,
    segnarono  orme  profonde  nella neve alta e molle dal punto in cui si
    trovavano gli avversari sino a dove  erano  piantate  le  sciabole  di
    Nesvitzkij  e di Denissov,  che indicavano i limiti della barriera,  a
    dieci passi l'una dall'altra.
    Il disgelo e la nebbia persistevano: a quaranta passi di distanza  non
    si  vedeva  nulla.  Da  tre  minuti ogni cosa era pronta e tuttavia si
    tardava a cominciare. Tutti tacevano.


    CAPITOLO 5.

    - Dunque, cominciamo?  -  disse Dlochov.
    - Perch no?   -  chiese  Pierre,  sempre  con  lo  stesso  innaturale
    sorriso.
    La  situazione  diventava  terribile.  Era  evidente  che la faccenda,
    iniziatasi con tanta facilit,  non poteva pi essere evitata,  che le
    cose  ormai  andavano  da  sole  indipendentemente dalla volont degli
    uomini e che doveva compiersi.  Denissov  per  primo  avanz  sino  al
    limite della barriera e grid risolutamente:
    - Poich gli avversari non intendono rappacificarsi! bisogna iniziare.
    Favoriscano  prendere  le  pistole  e  alla  parola  tre  comincino ad
    avanzare.
    - Uno! Due! Tre!...  -  grid Denissov con rabbia, fece da parte.
    I due avversari avanzarono lungo lo  stretto  sentiero,  avvicinandosi
    sempre di pi, sino a che si ravvisarono attraverso la nebbia. Avevano
    diritto  di sparare quando l'avessero voluto,  andandosi incontro sino
    alla  barriera.   Dlochov  camminava  lentamente,   senza  alzare  la
    pistola...  guardando con i suoi occhi chiari,  scintillanti e azzurri
    la faccia dell'avversario. Come sempre aveva sulle labbra una parvenza
    di sorriso.
    Alla parola tre Pierre and avanti  a  passi  rapidi,  deviando  dal
    sentiero  tracciato  e  camminando nella neve.  Stringeva la pistola a
    braccio teso,  come se temesse di ferirsi con la propria arma.  Teneva
    accuratamente  indietro  il  braccio  sinistro,   giacch  provava  il
    desiderio di usarlo per sostenere quello destro,  e sapeva che ci non
    si  poteva  fare.  Quando  ebbe  percorso  sei  passi  e fu uscito dal
    tracciato nella neve,  guard a terra,  poi alz di nuovo  rapidamente
    gli  occhi  su  Dlochov  e,  piegando  il  dito  come  gli  era stato
    insegnato,  spar.  Pierre,  che non si aspettava un colpo cos forte,
    ebbe  un  sussulto,  poi  sorrise della propria impressionabilit e si
    ferm. Il fumo, particolarmente denso a causa della nebbia, gli imped
    al primo momento di vedere, ma l'altro colpo, che egli attendeva,  non
    venne.  Si  udirono  soltanto i passi affrettati di Dlochov;  poi dal
    fumo emerse la sua figura. Con una mano si premeva il fianco sinistro,
    con l'altra stringeva la pistola abbassata.  Era pallidissimo.  Rostv
    accorse verso di lui e gli disse qualcosa.
    - No...  no!   -  mormor tra i denti Dlochov,   -  no, non  finita!
    E,  fatti ancora alcuni passi vacillanti  e  incerti  sino  al  limite
    segnato  dalla  sciabola,  le cadde accanto nella neve.  Aveva la mano
    sinistra coperta di sangue: se l'asciug con la giubba e l'appoggi su
    di essa. Il suo viso era pallido, livido, tremante.
    - Per favo...  -  cominci Dlochov, ma non pot compiere la frase.  -
    Per favore...  -  riusc poi a dire con uno sforzo.
    Pierre,  che tratteneva  a  stento  i  singhiozzi,  si  slanci  verso
    Dlochov  e stava gi per attraversare lo spazio che separava i limiti
    segnati dalla sciabola, quando Dlochov gli grid:
    - Alla barriera!   -  Pierre,  comprendendo,  si ferm presso  la  sua
    sciabola.  Dieci passi soltanto li separavano.  Dlochov chin il capo
    sulla neve, la morse con avidit, poi rialz il capo, si sollev sulle
    gambe e sedette,  cercando un punto stabile  di  appoggio  resistente.
    Intanto  succhiava  e  inghiottiva  la  neve  gelida;  le  labbra  gli
    tremavano,  ma sorrideva ancora,  e gli occhi gli  brillavano  per  lo
    sforzo,  mentre  con  ira  raccoglieva  le  sue ultime forze.  Alz la
    pistola e prese la mira.
    - Di fianco! Copritevi con la pistola!  -  grid Nesvitzkij.
    - Copritevi!   -   grid  persino  Denissov  al  suo  avversario,  non
    riuscendo a trattenersi.
    Pierre  con  un  mite  sorriso  di  rammarico e di pentimento,  con le
    braccia e le gambe allargate,  rimase  immobile  davanti  a  Dlochov,
    presentandogli  l'ampio  petto  e  guardandolo con dolorosa tristezza.
    Denissov,  Rostv e Nesvitzkij chiusero gli occhi.  In  quello  stesso
    istante udirono lo sparo e il grido selvaggio di Dlochov.
    -  Non  l'ho colpito!   -  grid e,  senza pi forze,  ricadde bocconi
    sulla neve.  Pierre si prese il capo tra le mani,  volt le  spalle  e
    s'inoltr nel bosco, camminando sulla neve alta e pronunziando ad alta
    voce parole sconnesse e incomprensibili.
    - Che stupida... stupida cosa! La morte... la menzogna...  -  ripeteva
    con  il  viso  contratto.  Nesvitzkij  lo  raggiunse,  lo  ferm  e lo
    accompagn a casa.
    Rostv e Denissov portarono via il ferito.
    Dlochov giaceva nella slitta,  muto,  con  gli  occhi  chiusi,  senza
    rispondere alle domande che gli venivano rivolte;  ma quando la slitta
    entr in Mosca, torn improvvisamente in s e, alzata faticosamente la
    testa,  prese la mano di Rostv che  gli  sedeva  accanto.  Rostv  fu
    profondamente  colpito  dall'espressione totalmente mutata e inattesa,
    entusiasticamente commossa, apparsa sul viso di Dlochov.
    - Come va, dunque? Come ti senti?  -  gli domand.
    - Male!  Ma non si tratta di questo  -    mormor  Dlochov  con  voce
    spezzata.   -  Dove siamo? A Mosca, lo so. Per me, non importa, ma lei
    l'ho uccisa,  l'ho uccisa...  Essa non sopporter,  non sopporter  un
    simile dolore...
    - Chi?  -  domand Rostv.
    Mia  madre,  mia  madre,  il  mio angelo,  il mio angelo adorato,  mia
    madre...  -  e scoppi in lacrime, stringendo la mano di Rostv.
    Quando si fu un po' calmato,  spieg a Rostv che egli abitava con sua
    madre,  che  se  essa  lo  avesse veduto ferito gravemente non avrebbe
    resistito. Preg Rostv di andare da lei e di prepararla.
    Rostv precedette la slitta per eseguire l'incarico e con  sua  grande
    sorpresa  venne  a  sapere  che Dlochov,  quello scapestrato,  quello
    spadaccino di Dlochov,  viveva a Mosca con la vecchia madre e con una
    sorella gobba e che era il pi tenero dei figli e dei fratelli.


    CAPITOLO 6.

    Negli  ultimi  tempi  Pierre si era trovato di rado a tu per tu con la
    moglie. A Pietroburgo, come a Mosca,  la loro casa era sempre piena di
    ospiti.  Nella  notte  che  segu  il  duello egli,  come gli accadeva
    spesso,  non and neppure in camera da letto,  ma  rimase  nel  grande
    studio  paterno,  quello  stesso  in cui il vecchio conte Bezuchov era
    spirato.
    Si stese sul divano cercando di dormire per dimenticare tutto ci  che
    gli era accaduto,  ma non vi riusc.  Una tale tempesta di sentimenti,
    di  pensieri,  di  ricordi  gli  era  tutto  ad  un  tratto  scoppiata
    nell'anima che,  non solo non poteva dormire,  ma neppure gli riusciva
    di star fermo.  Dovette alzarsi dal divano e mettersi a camminare  per
    la  stanza  a passi concitati;  ora gli si affacciava l'immagine della
    moglie nei primi tempi dopo il matrimonio,  con le spalle nude  e  gli
    occhi languidi e appassionati;  ma subito,  accanto a lei,  sorgeva il
    bel viso ardito e beffardo di  Dlochov,  quale  lo  aveva  veduto  al
    banchetto,  e  poi  ancora  quello  stesso  viso  pallido,  tremante e
    sofferente come al momento in cui si era voltato ed era caduto bocconi
    sulla neve.
    Ma che dunque  accaduto?,  si chiedeva  con  angoscia.  Ho  ucciso
    l'amante,  s,  l'amante di mia moglie... e perch? Come sono giunto a
    commettere  questo?.  Ci  sei  giunto  perch  l'hai  sposata,  gli
    rispondeva una voce interiore.
    Ma  di  che cosa sono colpevole?,  si domandava.  Di averla sposata
    senza amarla,  di avere ingannato me e lei e riviveva il momento  nel
    quale,  dopo  la cena in casa del principe Vassilij,  aveva finalmente
    detto quelle parole che pure non volevano uscirgli  dalla  bocca:  Je
    vous aime! [17.  Vi amo]. Da quella dichiarazione era derivato tutto!
    Anche allora,  continuava a pensare,  anche allora sentivo di agire
    male, sentivo che non avevo il diritto di farlo. Ed era proprio cos.
    Poi  ripens  ai giorni della luna di miele,  e questo ricordo lo fece
    arrossire.  Particolarmente vivo,  penoso e vergognoso era per lui  il
    ricordo  di  come  una  volta,  subito  dopo  le nozze,  uscendo verso
    mezzogiorno in veste da camera di seta dalla  sua  stanza  era  andato
    nello studio,  dove aveva trovato il suo capo-amministratore il quale,
    inchinandosi,  gli aveva guardato la faccia e la vestaglia,  poi aveva
    sorriso  leggermente  per  esprimere  con  quel  sorriso  la parte che
    rispettosamente prendeva alla sua felicit.
    E quante volte sono stato orgoglioso di  lei,  orgoglioso  della  sua
    maestosa bellezza, del suo modo di comportarsi in societ, continuava
    a  pensare,  orgoglioso  della  mia  casa,  dove  ella riceveva tutta
    Pietroburgo, orgoglioso della sua inaccessibile bellezza!  Ecco dunque
    di che cosa mi inorgoglivo!  Io credevo allora di non capirla.  Quante
    volte,  riflettendo sul suo carattere,  mi dicevo che era mia la colpa
    di  non capire quella sua calma immutabile,  quel suo mostrarsi sempre
    soddisfatta,   di  quell'assenza  in  lei  di  qualsiasi  passione   o
    desiderio... E la soluzione era tutta qui in questa terribile frase: 
    una svergognata! Me la sono detta, questa terribile frase e tutto mi 
    diventato chiaro!.
    Anatolij  veniva  a  domandarle  del  denaro in prestito e la baciava
    sulle spalle nude. Lei non gli dava il denaro, ma si lasciava baciare.
    Suo padre,  scherzando,  eccitava la sua gelosia;  con  un  tranquillo
    sorriso  lei  rispondeva di non essere tanto sciocca da essere gelosa.
    "Faccia pure quello che vuole",  diceva parlando di me.  Le chiesi una
    volta  se  non  sentiva  qualche  inizio  di gravidanza.  Ebbe un riso
    sprezzante e rispose che non era tanto stupida da desiderare di  avere
    dei figli, e che "da me" figli non ne avrebbe mai avuti.
    Poi   ricord   la   volgarit  evidente  dei  pensieri  di  lei,   la
    sfacciataggine di  talune  espressioni  che  le  erano  abituali,  pur
    essendo  stata  educata  in  un ambiente aristocratico.  Non sono una
    stupida qualunque... provaci un po' tu...  "allez vous promener" [18.
    Andate fuori dei piedi.],  diceva.  Spesso, leggendo negli occhi degli
    uomini e delle donne,  dei vecchi e dei giovani,  l'effetto  che  ella
    produceva,  Pierre  non  riusciva  a  capire  perch  egli  stesso non
    l'amasse. No,  non l'ho mai amata si diceva ora;  lo sapevo che era
    una malafemmina, ripeteva a se stesso, ma non osavo confessarmelo.
    E  adesso  Dlochov giace sulla neve,  si sforza di sorridere e forse
    muore, rispondendo con una spavalda finzione al mio pentimento!.
    Pierre era uno di quegli uomini che, nonostante un'apparente debolezza
    di carattere, non cercava di confidare ad alcuno il proprio dolore. Lo
    rimuginava dentro di s, in solitudine.
    Lei sola  colpevole di tutto, lei sola, si diceva.
    E ora? Perch mi sono legato a lei,  perch le ho detto quel "Je vous
    aime" che era una menzogna,  peggiore, anzi, di una menzogna? La colpa
     mia,  e adesso devo sopportare...  Cosa?  Il disonore sul mio  nome,
    l'infelicit  di  tutta la vita?  Ma queste non sono che sciocchezze,
    pens.  L'offesa al mio nome e l'onore non sono che  convenzioni  che
    non dipendono da me.
    Luigi  Sedicesimo  fu  decapitato  perch  essi  dichiararono che era
    disonorato e reo (venne in mente a Pierre) e dal loro punto di vista
    avevano ragione come avevano ragione quegli altri che per lui morivano
    da martiri e lo considerarono un santo. Poi fu giustiziato Robespierre
    (19) perch era un despota. Chi ha ragione? Chi ha torto? Nessuno.  Ma
    sino  a  che  sei vivo,  vivi;  domani morirai,  come potevo morire io
    un'ora fa. Mette dunque conto di tormentarci tanto quando non dobbiamo
    vivere che un secondo, a paragone dell'eternit?.
    Ma proprio quando si sentiva tranquillizzato da  simili  ragionamenti,
    gli si presentava di colpo l'immagine di "lei" nei momenti in cui egli
    le esprimeva con pi intenso ardore il suo amore non sincero,  sentiva
    di colpo il sangue affluirgli al cuore,  ed era di nuovo costretto  ad
    alzarsi,  a muoversi, a rompere e a strappare ci che gli capitava tra
    le  mani.  Perch  le  ho  detto:  "Je  vous  aime"?,  continuava  a
    domandarsi.  E  dopo  di  essersi  ripetuto per la decima volta questa
    domanda gli vennero in mente le  parole  di  Molire  (20)  Mais  que
    diable  allait-il  faire dans cette galre? [Ma che diavolo andava a
    fare in quella galera?] (21), e si mise a ridere di se stesso.
    Durante la notte chiam il cameriere e  gli  ordin  di  preparare  le
    valigie per andare a Pietroburgo. Non poteva pi restare con lei sotto
    lo  stesso tetto,  non poteva immaginare come avrebbe potuto parlarle.
    Decise che l'indomani sarebbe partito, lasciandole una lettera,  nella
    quale  le  avrebbe  dichiarato  la  sua intenzione di separarsi da lei
    definitivamente.
    La mattina dopo,  quando il cameriere che gli portava il  caff  entr
    nello studio,  Pierre era coricato sul divano e dormiva,  con un libro
    aperto tra le mani.  Si svegli e a lungo si guard attorno  con  aria
    spaurita, non riuscendo a capire dove si trovasse.
    - La signora contessa mi ha ordinato di informarmi se sua eccellenza 
    in casa  -  disse il cameriere.
    Pierre  non ebbe il tempo di decidere quale dovesse essere la risposta
    che la contessa in persona, in veste da camera di seta bianca a ricami
    d'argento,  con le pesanti trecce avvolte a diadema  sulla  bellissima
    testa,  entr  tranquilla e maestosa nello studio;  solo la sua fronte
    marmorea,  leggermente convessa,  era solcata da una piccola  ruga  di
    collera. Con la sua imperturbabile calma attese che il cameriere fosse
    uscito.  Era  a  conoscenza  del  duello;  ed era venuta per parlarne.
    Aspett che il cameriere, posato il caff, se ne fosse andato.  Pierre
    la  guardava  timidamente  attraverso  le  lenti  e,   come  la  lepre
    circondata dai cani abbassa le  orecchie  e  resta  appiattata,  senza
    muoversi,  in vista dei suoi nemici, cos anch'egli prov a continuare
    la  lettura;   ma  sentiva  che  il  suo  atteggiamento  era  assurdo,
    impossibile, e di nuovo diede un'occhiata alla moglie.
    Ella, in piedi, fissava con un sorriso sprezzante il marito, in attesa
    di restare sola con lui.
    - Be',  che novit  questa?  Che cosa avete fatto? Sentiamo  -  disse
    in tono severo.
    - Io? Che cosa ho fatto io?  -  domand Pierre.
    - Per mostrarvi coraggioso,  eh?  Suvvia,  rispondete;  che  significa
    questo duello? Che cosa avete voluto dimostrare? Parlate!
    Pierre si gir pesantemente sul divano, apr la bocca, ma non riusc a
    dire nulla.
    -  Giacch  voi non mi rispondete,  parler io  -  prosegu Elen.  Voi
    credete tutto ci che vi raccontano.  Vi avranno  detto...    ed  Elen
    scoppi  a  ridere    -    che  Dlochov   il mio amante  -  disse in
    francese, dando quell'intonazione volgare alla parola amante come la
    dava a qualsiasi altra parola  -  e voi vi avete creduto! Insomma, che
    cosa avete provato con questo?  Che cosa avete dimostrato  con  questo
    duello? Che siete uno stupido! "que vous tes un sot"; del resto tutti
    lo  sanno..  E  cosa ne risulter?  Ne risulter che io sar derisa da
    tutta Mosca, che di voi si dir che in stato di ubriachezza,  fuori di
    senno, avete sfidato a duello un uomo di cui siete geloso senza averne
    alcun motivo,  un uomo che,  sotto ogni rapporto,   molto migliore di
    voi  -  concluse Elen, accalorandosi e alzando sempre di pi la voce.
    - Ehm...  Ehm...   -  mugulava  Pierre,  accigliato,  immobile,  senza
    guardare la moglie.
    - Perch avete potuto credere che sia il mio amante? Perch? Perch mi
    piace la sua compagnia? Se voi foste pi intelligente e pi simpatico,
    avrei preferito la vostra.
    - Non parlate pi con me... ve ne supplico  -  mormor Pierre con voce
    roca.
    -  Perch  non  dovrei  parlare?  Posso dire,  e ve lo dico,  che sono
    pochissime le mogli che avendo un marito come voi non si prenderebbero
    degli amanti ("des amants"), eppure io non l'ho fatto  -  disse.
    Pierre fu l per rispondere, la fiss con uno sguardo strano del quale
    essa non comprese l'espressione, e torn a coricarsi.  In quel momento
    egli  soffriva  fisicamente,  provava  un  senso  di oppressione e non
    poteva respirare.  Sapeva di dover fare qualcosa per  troncare  quella
    sua  atroce  sofferenza,  ma  ci  che  avrebbe voluto fare era troppo
    terribile.
    - E' meglio che ci separiamo  -  disse con voce spezzata.
    - Separiamoci, d'accordo, ma soltanto se voi mi assicurerete una buona
    sostanza  -  dichiar Elen.   -  Separiamoci...   cos che credete di
    spaventarmi!
    Pierre balz dal divano e barcollando si scagli contro di lei.
    -  Io  ti ammazzo  -  grid e,  afferrato il piano di marmo del tavolo
    con una forza di cui non  sarebbe  creduto  capace,  mosse  un  passo,
    sollevandolo verso di lei.
    Il  viso  di  Elen divent spaventoso,  diede un grido e fece un balzo
    indietro.  Il sangue paterno si era  risvegliato  in  lui.  Pierre  si
    sentiva  attratto  dalla  volutt del furore.  Scagli via il pezzo di
    marmo che and in frantumi,  con le braccia tese  si  avvicin  ancora
    alla moglie e url: Fuori di qui!.  Quell'urlo fu cos terribile che
    fu udito in tutta la casa.  Dio solo sa che cosa avrebbe fatto in quel
    momento, se Elen non fosse uscita a precipizio dalla stanza.
    Una settimana dopo, Pierre fece consegnare alla moglie una procura per
    l'amministrazione  di tutte le propriet che aveva nella Grande Russia
    e che costituivano oltre la met del suo patrimonio.  E  part,  solo,
    per Pietroburgo.


    CAPITOLO 7.

    Erano  trascorsi  due  mesi dacch era giunta a Lissia-Gori la notizia
    della battaglia di Austerlitz e della scomparsa del  principe  Andrj;
    nonostante tutte le lettere spedite per mezzo dell'ambasciata e le pi
    accurate  ricerche  fatte,  il  suo corpo non era stato ritrovato,  n
    risultava che egli fosse nel numero  dei  prigionieri.  Il  fatto  pi
    doloroso  per  i  suoi  familiari era il poter sperare che fosse stato
    raccolto sul campo di battaglia dagli abitanti del  paese  e  che  ora
    giacesse  laggi,  chiss dove,  ferito o moribondo,  in mezzo a gente
    estranea, senza alcuna possibilit di dare notizie di s.  I giornali,
    dai quali il vecchio principe aveva appreso la notizia della sconfitta
    di Austerlitz,  avevano annunziato,  molto brevemente come sempre e in
    termini vaghi,  che i Russi,  dopo aver  combattuto  brillantemente,
    erano  stati  costretti  a  ritirarsi  e  che  la  ritirata  era stata
    effettuata in perfetto ordine.  Il  vecchio  principe  aveva  compreso
    facilmente  da  quella  comunicazione  ufficiale,  che le truppe russe
    erano state sconfitte.  Una settimana dopo che i giornali avevano dato
    notizia  della  battaglia  di  Austerlitz,  il  principe ricevette una
    lettera da Kutuzv che lo informava della sorte toccata al figlio.
    Vostro figlio, scriveva Kutuzv, davanti ai miei occhi,  impugnando
    una bandiera,  alla testa del reggimento,  caduto da vero eroe, degno
    di suo padre e della sua  patria.  Purtroppo  sino  a  oggi  con  vivo
    rammarico  mio  e  di  tutto l'esercito,  non si sa se egli sia vivo o
    morto.  Per voi e per me,  spero che egli sia  vivo  poich,  in  caso
    contrario,  tra i nomi degli ufficiali trovati sul campo di battaglia,
    il  cui  elenco  mi    stato  trasmesso  a  mezzo  di   parlamentari,
    figurerebbe anche il suo.
    Dopo  aver  ricevuto questa notizia a sera inoltrata,  mentre era solo
    nel suo studio,  il vecchio principe la mattina seguente usc  per  la
    consueta passeggiata, ma fu taciturno con l'intendente, il giardiniere
    e l'architetto e,  pur avendo l'aria irritata,  non rimbrott nessuno.
    Quando,  all'ora consueta,  la principessina Mrija entr da  lui,  lo
    trov  ritto davanti al tornio cui stava lavorando,  ma non si volt a
    guardarla come faceva ogni giorno.
    - Ah,  principessina Mrija!    -    esclam  a  un  tratto  con  voce
    innaturale e butt via lo scalpello. (La ruota continuava a girare per
    forza  d'inerzia  e  la  principessina Mrija ricord poi a lungo quel
    cigolio che si spegneva a poco a poco e che rimase in lei confuso  con
    ci che accadde in seguito).
    La  fanciulla  si avvicin al padre,  vide la sua faccia e,  di colpo,
    sent il cuore spezzarlesi nel petto. Gli occhi le si offuscarono. Dal
    viso del padre non triste, non abbattuto,  ma rabbioso e insolitamente
    contratto nello sforzo di dominarsi, sent che su di lei era sospesa e
    stava  per schiacciarla una tremenda sventura,  la pi terribile della
    sua  vita,   una  sventura  non  ancora  mai  provata,   una  sventura
    irreparabile e inconcepibile: la morte di una persona cara.
    -  "Mon pre!...  Andr?" [22.  Padre mio!...  Andrj?]  -  esclam la
    principessina brutta e goffa,  con una espressione tale di tristezza e
    di  oblio  di  se  stessa  che il vecchio padre non pot sostenerne lo
    sguardo e si volt scoppiando in singhiozzi.
    - S,  ho ricevuto notizie.  Tra i prigionieri non c',  tra  i  morti
    neppure. Me l'ha scritto Kutuzv  -  grid con voce acuta, come se con
    quel grido volesse schiacciare la principessina.  -  E' stato ucciso!
    La principessina non cadde,  non perse i sensi...  Era gi pallida, ma
    quando ud le parole del padre il suo viso mut e qualcosa brill  nei
    suoi  bellissimi  occhi  pieni di luce,  come se una gioia,  una gioia
    sublime,  che non dipendeva dalla tristezza e dalle  gioie  di  questo
    mondo,  si effondesse al di sopra del dolore che era in lei. Dimentic
    il timore che il padre le ispirava,  si avvicin a lui,  gli prese  le
    mani,  lo  attir  a  s e poi gli cinse con le braccia il collo magro
    dalle vene grosse e tese.
    - "Mon pre",   -  disse  -   non  vi  allontanate  da  me:  piangiamo
    insieme!
    -  Briganti!  Vigliacchi!    -  esclam il vecchio,  scostando il viso
    dalla fanciulla.  -  Perdere l'esercito, perdere tanti uomini, perch?
    Va', va' a dirlo a Liza!
    La principessina si abbandon senza forze in una poltrona  accanto  al
    padre,  e  si  mise  a  piangere.  Rivedeva  suo  fratello nel momento
    dell'addio a Liza e a lei,  rivedeva  il  suo  volto  dall'espressione
    insieme tenera e orgogliosa, lo rivedeva nell'atto in cui si era messo
    al  collo,  commosso e quasi canzonandola,  la piccola immagine sacra.
    Avr avuto un po' di fede?  Si sar pentito  della  sua  incredulit?
    Godr ora la pace e la beatitudine eterna?, pensava.
    - "Mon pre", ditemi, com' avvenuto?  -  domand tra le lacrime.
    -  Va',  va'...  E'  stato  ucciso  in una battaglia nella quale hanno
    condotto a morire gli uomini migliori, la gloria della Russia! Andate,
    principessina Mrija, a dirlo a Liza. Io verr dopo.
    Quando la principessina Mrija ritorn  dall'appartamento  del  padre,
    trov  la piccola principessa seduta,  intenta a un ricamo.  Guard la
    cognata con quella intima,  particolare espressione di calma  felicit
    che  hanno soltanto le donne incinte,  ma era facile capire che i suoi
    occhi non guardavano la cognata,  ma nel profondo di se  stessa,  dove
    qualcosa di lieto e di misterioso si stava compiendo...
    - "Marie",   -  disse, scostandosi dal telaio e piegandosi indietro  -
    dammi la tua mano.
    Prese la mano della principessina e se la  pos  sul  ventre.  I  suoi
    occhi  sorridevano,  il  suo  labbro  superiore,  coperto da una lieve
    peluria,  si era sollevato,  ed era rimasto alzato in un atteggiamento
    di infantile felicit.
    La  principessina  Mrija cadde in ginocchio davanti a lei nascondendo
    il viso tra le pieghe della sua gonna.
    - Ecco... ecco, senti? Mi fa un effetto tanto strano... E sai, Mrija,
    quanto gli vorr bene  -  esclam Liza, guardando la cognata con occhi
    lucenti, colmi di intensa gioia.
    La principessina Mrija non poteva alzare il capo: piangeva.
    - Che hai, Mascia?
    - Nulla...  mi  sento  triste...  triste  per  Andrj    -    rispose,
    asciugandosi le lacrime contro le ginocchia della cognata.
    Parecchie  volte,  nella  mattinata,  la principessina Mrija cerc di
    preparare Liza,  ma ogni volta  si  metteva  a  piangere.  La  piccola
    principessa, che non riusciva a capire la causa di quelle lacrime, per
    quanto  fosse poco osservatrice fin per rimanere turbata.  Non diceva
    nulla, ma si guardava attorno, inquieta, come cercando qualcosa. Prima
    di pranzo il vecchio principe, che le ispirava sempre un vago timore e
    che aveva quel giorno  un  viso  cattivo,  dall'espressione  irritata,
    entr  nella  sua  stanza e ne usc senza aver detto una parola.  Liza
    guard la principessina Mrija,  poi si  fece  pensosa  e  sempre  con
    quell'espressione assorta della donna incinta che pare guardare dentro
    di s, tutto a un tratto scoppi a piangere.
    - Si sono avute notizie di Andrj ?  -  domand.
    - No...  lo sai,  vero...  che non possono ancora esserci notizie,  ma
    "mon pre"  preoccupato e io sono in pena...
    - Sicch nulla ancora...
    - Nulla  -  rispose Mrija,  guardando la cognata senza batter ciglio,
    con gli occhi pieni di luce.
    Aveva  deciso  di  non  dirle  nulla e di convincere suo padre a tener
    nascosta la terribile notizia sino a dopo il parto che era  imminente.
    La  principessina  Mrija e il vecchio principe,  ciascuno a modo suo,
    sopportavano e nascondevano la propria pena.  Il vecchio principe  non
    voleva sperare: aveva deciso che il figlio era stato ucciso e, sebbene
    avesse  mandato in Austria un funzionario a cercarne le tracce,  aveva
    gi ordinato a Mosca un monumento  funebre  che  aveva  intenzione  di
    collocare  in  giardino  e a tutti diceva che suo figlio era caduto in
    battaglia. Si sforzava, non mutando in alcun modo le sue abitudini, di
    condurre  il  solito  tenore  di  vita,  ma  le  forze  lo  tradivano:
    passeggiava meno, mangiava e dormiva poco e di giorno in giorno andava
    perdendo le forze.  La principessina Mrija,  invece, sperava. Pregava
    per il fratello come se fosse vivo  e  aspettava  che  da  un  momento
    all'altro arrivasse la notizia del suo ritorno.


    CAPITOLO 8.

    -  "Ma  bonne  amie"  [23.  Mia  buona  amica]    -   disse la piccola
    principessa la  mattina  del  19  marzo,  dopo  colazione,  e  il  suo
    labbruzzo  ombreggiato  di  peluria  si  sollev  secondo  la  vecchia
    abitudine; ma poich in casa, dopo che era giunta la terribile notizia
    non solo il sorriso,  ma  il  suono  stesso  delle  parole  e  persino
    l'andatura  di  tutti  erano  tristi,  anche  il sorriso della piccola
    principessa,  adattandosi all'umore  generale,  di  cui  tuttavia  non
    conosceva  il  motivo,  era  tale da ricordare ancora pi la tristezza
    comune.
    - "Ma bonne amie,  je crains que le fruschtique  (comme  dit  Foka  le
    cuisinier)  de  ce  matin  ne  m'aie  pas  fait  du  mal" [Temo che il
    "Frhstck" (come dice Foka,  il cuoco) di  questa  mattina  mi  abbia
    fatto male] (24).
    -  Che  hai,  anima  mia?  Sei  pallida,  molto  pallida    -  esclam
    spaventata la principessina Mrija,  accorrendo presso la cognata  con
    il suo pesante passo sgraziato.
    -  Eccellenza,  dobbiamo  mandare  a  chiamare  Mrija Bogdnovna?   -
    domand una delle cameriere  che  si  trovava  nella  camera.  (Mrija
    Bogdnovna  era  la  levatrice  del  capoluogo  che si era stabilita a
    Lissia-Gori gi da un settimana).
    - S, forse  opportuno chiamarla  -  approv la principessina Mrija.
    -  Ci vado io. "Courage, mon ange!" [25.  Coraggio,  angelo mio!].   -
    Baci Liza e fece per uscire dalla stanza.
    - Oh no,  no!  -  e sul viso pallidissimo della piccola principessa si
    dipinse un infantile terrore per le inevitabili sofferenze fisiche.
    - "Non,  c'est l'estomac...  dites que c'est l'estomac,  dites  Marie,
    dites..." [26.  No,   solo lo stomaco...  dite che  solo lo stomaco!
    Ditelo,  Mrija,  ditelo...]  -  e la piccola principessa  si  mise  a
    piangere come una bambina che soffre,  di un pianto un po' capriccioso
    ed esagerato, torcendo le piccole mani.
    La cognata usc dalla stanza in cerca di Mrija Bogdnovna.
    - "Oh, mon Dieu! Mon Dieu!  -  sent ripetere alle sue spalle.
    Soffregandosi  le  piccole  bianche  mani  grassocce,  le  veniva  gi
    incontro di corsa la levatrice con un viso serio ma calmissimo.
    - Mrija Bogdnovna!  Mi pare che cominci!  -  disse la principessina,
    guardandola con gli occhi dilatati dallo spavento.
    - Ebbene... Dio sia lodato,  principessina  -  rispose l'altra,  senza
    affrettare  il  passo.    -   Del resto voi,  signorina,  non dovreste
    neppure sapere queste cose.
    - Ma come mai non  ancora arrivato il dottore da Mosca?   -   domand
    la principessina. (Secondo il desiderio di Liza e del principe Andrj,
    era  stato  mandato  a  prendere  a  Mosca un medico ostetrico e lo si
    aspettava da un minuto all'altro).
    - Non importa,  principessina,  non preoccupatevi  -  le disse  Mrija
    Bogdnovna.  -  Tutto andr benissimo anche senza il dottore!
    Cinque  minuti  dopo,  la principessina ud dalla sua camera che stava
    trasportando qualcosa di  pesante.  Usc  a  vedere  e  scorse  alcuni
    domestici  che  trasportavano nella camera da letto un divano di cuoio
    che stava prima nello studio del principe Andrj.  I loro visi avevano
    un'espressione calma e solenne.
    La principessina Mrija,  sola nella sua camera, tendeva l'orecchio ai
    rumori della casa: quando udiva passare qualcuno,  apriva la  porta  e
    osservava  ci  che  avveniva  nel corridoio.  Alcune donne andavano e
    venivano con  passo  silenzioso,  guardavano  la  principessina  e  si
    voltavano  in  l.  Essa non osava interrogare,  richiudeva la porta e
    ritornava a sedersi nella sua poltrona;  ora prendeva il  libro  delle
    preghiere,  ora  si  alzava  e  andava  a  inginocchiarsi davanti alle
    immagini sacre.  Con dolore e meraviglia sentiva che le preghiere  non
    riuscivano a calmare la sua inquietudine.  A un tratto, la porta della
    camera si apr pian piano e  sulla  soglia  comparve  la  sua  vecchia
    bambinaia,  avvolta in uno scialle: Praskvja Svisna che,  in seguito
    alla proibizione del principe,  non entrava  quasi  mai  nella  camera
    della principessina.
    - Sono venuta per stare un po' con te,  Mscenka,  -  disse la vecchia
    -  e ho portato le candele del loro matrimonio per accenderle  davanti
    ai santi, angelo mio,  -  disse e sospir.
    - Ah, come sono contenta che tu sia qui!  -  rispose la fanciulla.
    - Dio  misericordioso, colombella!
    La  vecchia  bambinaia  accese davanti alle immagini le candele ornate
    d'oro, poi si sedette presso l'uscio,  con il lavoro a maglia in mano.
    La  principessina Mrija prese un libro e si mise a leggere.  Soltanto
    quando si  sentiva  rumore  di  passi  o  di  voci,  la  principessina
    spaventata  guardava  con  occhio  interrogativo la vecchia,  e questa
    rispondeva allo sguardo della padroncina con un'occhiata rassicurante.
    Ma il sentimento che provava la fanciulla,  seduta nella  sua  camera,
    era  lo stesso che dominava la casa e che si era impadronito di tutti.
    Per rispetto alla tradizione,  secondo la quale quanto  meno  numerose
    erano  le  persone  a conoscenza delle doglie di una partoriente tanto
    minori erano le sue sofferenze,  tutti fingevano di ignorare  ci  che
    accadeva.  Nessuno  ne  parlava  ma  in  tutti oltre alla seriet e al
    rispetto che erano di  regola  nella  casa  del  principe,  apparivano
    evidenti una viva inquietudine generale, una specie di intenerimento e
    la  consapevolezza  che  qualcosa  di  augusto e di incomprensibile si
    stava compiendo.
    Nella grande stanza delle cameriere non si udivano risate;  in  quella
    dei  domestici  c'era il silenzio dell'attesa.  Nelle abitazioni della
    servit venivano accese "lucine (27) e candele e nessuno  dormiva.  Il
    vecchio  principe  camminava  pesantemente sui talloni su e gi per lo
    studio; infine mand Tichn da Mrija Bogdnovna per avere notizie.
    - Dille soltanto: il principe mi ha ordinato di domandarvi come  vanno
    le cose e vieni subito a riferirmi la risposta.
    -  Comunica al principe che il parto  incominciato  -  rispose Mrija
    Bogdnovna, guardando il messo con aria significativa.
    Tichn torn dal principe a portare la risposta.
    - Bene  -  disse questi,  chiudendosi la porta alle spalle,  e  Tichn
    non  ud pi alcun rumore provenire dallo studio.  Qualche tempo dopo,
    Tichn entr di nuovo con la scusa di accomodare le  candele.  Vedendo
    il  principe  disteso  sul  divano,  Tichn lo guard,  guard il viso
    turbato del vecchio,  scosse il capo,  gli si avvicin in silenzio  e,
    baciatolo sulla spalla, usc senza avere accomodato le candele e senza
    dire  perch  fosse venuto.  Il pi solenne mistero del mondo si stava
    compiendo.
    Trascorse la sera,  sopraggiunse la notte.  E il senso  di  trepidante
    attesa di fronte all'incomprensibile, anzich diminuire, si faceva via
    via pi intenso. Nessuno dormiva.

    Era  una  di  quelle  notti  di marzo in cui pare che l'inverno voglia
    riprendere il sopravvento e scaglia rabbiosamente sulla terra  le  sue
    ultime  nevi  e  le  sue ultime tempeste.  Incontro al dottore tedesco
    atteso da Mosca,  che doveva arrivare da un minuto all'altro e per  il
    quale  erano  gi  stati mandati sulla strada maestra cavalli freschi,
    furono ora spediti uomini a cavallo  con  lanterne  per  accompagnarlo
    lungo la strada cosparsa di buche e di cumuli di neve ghiacciata.
    La  principessina  Mrija  da un pezzo aveva smesso di leggere;  stava
    seduta in silenzio,  con i begli occhi radiosi fissi  sul  viso  della
    bambinaia,  viso  che  le  era  ben noto in ogni particolare,  e sulla
    ciocca di capelli bianchi sfuggenti di sotto al fazzoletto e ricadenti
    sulla pelle floscia che le pendeva dal mento.
    La vecchia Svisna,  con la calza in mano,  raccontava a  voce  bassa,
    senza udire n capire essa stessa le sue parole,  cose dette centinaia
    di volte: come  la  defunta  principessa  avesse  dato  alla  luce  la
    principessina  Mrija  a Kiscinv con l'aiuto di una contadina moldava
    come levatrice.
    - Se Dio lo vuole, i medici non sono necessari  -  diceva la vecchia.
    A un tratto,  un colpo di vento su  una  delle  doppie  vetrate  della
    finestra della camera (per ordine del principe,  si toglieva una delle
    invetriate in ogni camera all'arrivo delle allodole), apr la maniglia
    non ben chiusa, gonfi le tendine e, con una ventata odorosa di neve e
    di gelo,  spense la candela.  La principessina sussult;  la  vecchia,
    deposta la calza,  si avvicin alla finestra e,  sporgendosi, cerc di
    afferrare l'invetriata per chiuderla. Il vento freddo scuoteva i lembi
    del suo fazzoletto da testa e le ciocche dei bianchi capelli.
    - Principessina,  qualcuno sta venendo su lungo il viale   -    disse,
    tenendo  ferma  l'invetriata senza chiuderla.   -  Vedo le lanterne...
    dev'essere il dottore...
    - Ah,  sia lodato Iddio  -    esclam  la  principessina  Mrija.    -
    Bisogna andargli incontro; non conosce il russo.
    La fanciulla si gett uno scialle addosso e si avvi di corsa incontro
    alle  persone che arrivavano.  Mentre attraversava l'anticamera,  vide
    dalla finestra una carrozza e alcune  lanterne  davanti  all'ingresso.
    Usc sulla scala.  Su un pilastrino della ringhiera ardeva una candela
    di sego che il vento faceva sgocciolare.  Il cameriere Filp,  con  la
    faccia  stravolta  e con un candeliere in mano,  stava ritto sul primo
    pianerottolo. Pi in basso,  dove la scala girava,  si udivano i passi
    frettolosi  di piedi calzati da morbidi stivali di feltro.  E una voce
    che alla principessina Mrija sembr nota stava dicendo qualcosa.
    - Grazie a Dio!  -  diceva quella voce.  -  E mio padre?
    - E' andato a dormire  -  rispose la voce del cameriere Demjn che era
    in fondo alla scala.
    Poi la voce nota pronunzi ancora  qualche  parola  e  qualche  parola
    rispose  ancora Demjn,  mentre i passi felpati si avvicinavano sempre
    pi rapidamente.
    Ma  Andrj,  pens la principessina Mrija.  No,  non  possibile:
    sarebbe  una cosa troppo straordinaria,  si disse,  e proprio in quel
    momento,  sul pianerottolo su cui stava il maggiordomo con la candela,
    comparvero  il  viso e la persona del principe Andrj in pelliccia con
    il bavero rialzato,  coperto di neve...  S,  era  proprio  lui...  ma
    pallido  e scarno,  con il volto mutato,  dall'espressione stranamente
    addolcita ma ansiosa. Sal ancora e abbracci la sorella.
    - Non avete ricevuto le mie lettere?  -  domand e, senza aspettare la
    risposta che non poteva avere perch la principessina non  riusciva  a
    parlare,  si  volt  e  con  l'ostetrico  che  lo  seguiva  (lo  aveva
    incontrato all'ultima tappa) riprese a salire rapidamente la  scala  e
    riabbracci la sorella.
    - Che caso!   -  esclam.   -  Mascia, mia cara Mascia!  -  E, toltosi
    la pelliccia e gli stivali, si rec nell'appartamento della moglie.


    CAPITOLO 9.

    La  piccola  principessa,  in  cuffietta  bianca,   era  coricata  sui
    guanciali. Le doglie si erano appena calmate. I neri capelli pendevano
    a ciocche sulle guance arrossate e madide di sudore; la graziosa bocca
    rossa,  con  il  labbruzzo ombreggiato dalla lieve peluria scura,  era
    aperta ed ella sorrideva gioiosamente.  Il principe Andrj entr nella
    camera  e  si  ferm  dinanzi  ai  piedi del divano sul quale essa era
    distesa.  Gli occhi lucenti  di  lei,  che  guardavano  con  timore  e
    turbamento  come  quelli di un bimbo,  si fissarono sul marito,  senza
    mutare espressione.  Io voglio bene a tutti voi,  non ho fatto male a
    nessuno: perch devo soffrire tanto?  Aiutatemi!,  pareva dire quello
    sguardo.  Ella vedeva il marito ma non capiva il significato della sua
    presenza in quel momento.  Il principe Andrj gir attorno al divano e
    la baci sulla fronte.
    - Piccola anima mia  -  le disse,  usando un'espressione  che  non  le
    aveva mai rivolta.  -  Dio  misericordioso...
    Essa lo guard con aria infantile di rimprovero, interrogativa.
    Io aspettavo aiuto da te,  e invece nulla,  nulla... neppure da te!,
    pareva dire quello sguardo. Non si stupiva del suo ritorno,  non aveva
    capito che era tornato.
    Quel ritorno non aveva alcuna relazione con le sue sofferenze e non le
    portava  alcun sollievo.  Le doglie ricominciarono e Mrija Bogdnovna
    consigli il principe Andrj di uscire.
    Nella camera entr l'ostetrico.  Il  principe  usc  e  incontrata  la
    sorella,   le   si   avvicin.   Cominciarono   a   parlare  sottovoce
    interrompendosi ogni momento. Attendevano e ascoltavano.
    -  "Allez,  mon  ami!"  [28.  Andate,   amico  mio!]    -    disse  la
    principessina Mrija.
    Il  principe  Andrj  rientr  nell'appartamento  della  moglie  e  si
    sedette,  per aspettare,  in una stanza attigua alla camera da  letto.
    Una donna ne usc con aria sgomenta e si turb nel vedere il principe.
    Egli  si  copr  il  viso con le mani e rimase cos per alcuni minuti.
    Dalla   camera   vicina   giungevano   gemiti   dolorosi,   impotenti,
    animaleschi. Il principe Andrj si alz, and verso l'uscio e fece per
    aprirlo. Ma qualcuno lo teneva chiuso dall'interno.
    - Non si pu! Non si pu!  -  grid una voce spaventata.
    Egli si mise a camminare per la stanza.  I gridi cessarono e trascorse
    ancora qualche minuto. Poi, a un tratto un urlo terribile, un urlo che
    non era suo (ella non  poteva  gridare  cos)  si  lev  nella  camera
    attigua. Il principe Andrj si precipit verso l'uscio; l'urlo cess e
    si ud il vagito di un bambino.
    Perch  hanno  portato  di  l  un bambino?,  pens per un attimo il
    principe. Un bambino? Quale bambino? Che ci fa di l un bambino?.
    Quando,  tutto ad un tratto,  comprese il significato gioioso di  quel
    vagito,  le  lacrime  gli serrarono la gola;  si appoggi al davanzale
    della finestra e si mise a piangere come un bimbo. L'uscio si apr. Il
    dottore,  con le  maniche  della  camicia  rimboccate,  senza  giacca,
    pallido,  con la mascella che tremava,  usc dalla stanza. Il principe
    Andrj si volse verso di lui,  ma il dottore  lo  guard  smarrito  e,
    senza dire una parola,  gli pass davanti.  Dalla stanza usc di nuovo
    un donna. Scorgendo il principe, si ferm perplessa sulla soglia. Egli
    entr nella camera della moglie.
    Ella giaceva morta nella stessa posizione in cui egli  l'aveva  veduta
    cinque  minuti  prima,  e  la stessa espressione,  malgrado la fissit
    degli occhi e il pallore delle  guance,  era  su  quel  viso  grazioso
    infantile, dal labbro superiore ombreggiato dalla lieve peluria scura.
    Io vi amo tutti,  non ho fatto del male a nessuno,  e voi che cosa mi
    avete fatto?,  sembrava dire quel visetto grazioso,  triste  e  senza
    vita.
    In  un  angolo  della  camera  una cosa piccola e rossa strill tra le
    bianche mani tremanti di Mrija Bogdnovna.

    Due ore dopo,  il principe Andrj entr  lentamente  nella  stanza  da
    lavoro del padre.  Il vecchio sapeva gi tutto.  Stava in piedi presso
    la porta e non appena questa si apr,  gett al collo  del  figlio  le
    magre braccia di vecchio, dure come tenaglie, e si mise a singhiozzare
    come un bambino.

    Tre  giorni dopo si fecero i funerali della piccola principessa,  e il
    principe Andrj,  per  darle  l'ultimo  saluto,  sal  i  gradini  del
    catafalco.  Anche nella bara il viso di lei,  sebbene avesse gli occhi
    chiusi,  pareva ancora dire: Ah,  che cosa avete fatto di me!  e  il
    principe  sent  che  nella  sua anima qualcosa si spezzava,  sent di
    essere colpevole di una colpa  che  non  avrebbe  potuto  riparare  n
    dimenticare.  E  non  riusciva a piangere.  Venne anche il vecchio che
    baci una delle  piccole  mani  ceree  e  immote  che  posavano  l'una
    sull'altra,  e  anche  a  lui quel visetto pareva dire: Ah,  che cosa
    avete fatto di me!. E il vecchio,  alla vista di quel viso,  si volt
    in l, corrucciato.

    Trascorsi  cinque  giorni,  fu  battezzato il piccolo principe Nikolj
    Andrevic'.  La nutrice con il mento teneva sollevate le fasce  mentre
    il  prete con una penna d'oca ungeva le piccole palme rosse e grinzose
    e le piante dei minuscoli piedini.
    Il nonno,  che era il padrino,  temendo  di  lasciarlo  cadere,  port
    tremando  il neonato accanto al fonte battesimale di latta ammaccata e
    lo consegn subito alla madrina, la principessina Mrija.  Il principe
    Andrj, che si sentiva mancare dalla paura che lasciassero affogare il
    piccino,  stava seduto in un'altra stanza, in attesa che il rito fosse
    finito. Quando la bambinaia gli port il figliuoletto,  egli lo guard
    con  gioia  commossa  e  chin  il  capo quando essa lo inform che il
    pezzetto di cera che avevano gettato nell'acqua con alcuni capelli del
    bimbo non era affondato, ma era rimasto a galleggiare sulla superficie
    del fonte battesimale.


    CAPITOLO 10.

    La partecipazione di Rostv al duello  di  Dlochov  con  Bezuchov  fu
    messa  a tacere per cura del vecchio conte e Rostv,  invece di essere
    degradato come si aspettava,  fu nominato aiutante presso il  generale
    governatore di Mosca. Di conseguenza egli non pot recarsi in campagna
    con  la sua famiglia ma fu costretto,  per attendere ai doveri del suo
    nuovo ufficio, a trascorrere l'estate in citt.  Dlochov si ristabil
    e  Rostv  divenne  pi  che  mai  suo  amico,  soprattutto durante la
    convalescenza.  Dlochov era curato in casa della madre che  lo  amava
    con  appassionata tenerezza.  La vecchia Mrija Ivnovna,  la quale si
    era affezionata a Rostv per l'amicizia che lo legava  al  suo  Fdja,
    gli parlava spesso del figlio.
    -  S,  conte,  egli  ha un'anima troppo nobile e pura  -  diceva  per
    questo mondo di oggi cos corrotto. Nessuno ama pi la virt,  essa d
    fastidio  a  tutti...  Ditemi  voi,  conte: vi pare che Bezuchov abbia
    agito in modo giusto e onesto?  Il mio Fdja che ha un carattere  cos
    generoso, gli voleva bene e anche adesso non dice nulla contro di lui.
    A  Pietroburgo  quello  scherzo al poliziotto,  quella birichinata con
    l'orso l'avevano fatta insieme no? Ebbene,  Bezuchov non ne ebbe alcun
    danno,  Fdja solo ne sub le conseguenze...  E' vero che poi lo hanno
    reintegrato nel grado,  ma come avrebbero potuto non farlo?  Io  credo
    che laggi alla guerra non fossero molti i figli della patria valorosi
    come Fdja!  E ora questo duello! Ma dove ha il senso dell'onore certa
    gente? Sfidarlo a duello, pur sapendo che  figlio unico,  e sparargli
    addosso,  cos!  Per fortuna, Dio ci ha fatto la grazia. E perch poi?
    Chi, all'epoca presente,  non ha qualche relazione?  Che farci se quel
    Bezuchov  cos geloso?  Capisco che prima potesse avere dei sospetti,
    ma la cosa durava gi da un anno!...  E lo sfid a duello pensando che
    Fdja  non si sarebbe battuto perch era suo debitore.  Quale bassezza
    d'animo, quale infamia! So che voi, mio caro conte, avete capito Fdja
    ed  perci che vi voglio bene  con  tutta  l'anima,  credetemi.  Sono
    pochi  quelli  che  lo  capiscono.   E'  un'anima  cos  nobile,  cos
    celestiale!
    Spesso lo stesso Dlochov,  durante la convalescenza,  diceva a Rostv
    delle cose che questi non si sarebbe mai aspettate da lui.
    - So che molti mi considerano cattivo, lo so benissimo  -  gli diceva.
    -    Ma  a  me  non  interessano  se  non le persone alle quali voglio
    veramente bene: e per le persone alle  quali  voglio  veramente  bene,
    sono pronto a sacrificare la vita.  Quanto alle altre,  le calpesterei
    tutte, se mi attraversassero la strada. Ho una madre straordinaria che
    adoro,  ho due o tre amici,  tra i quali ci sei  tu;  degli  altri  mi
    occupo soltanto quando possono essermi utili o dannosi.  E quasi tutti
    sono dannosi, specialmente le donne. S,  mio caro,   -  proseguiva  -
    ho incontrato degli uomini affettuosi,  buoni, di cuore generoso... ma
    quanto alle donne, all'infuori di creature che si vendono,  contesse o
    cuoche  (  lo stesso caso),  non ne ho ancora incontrata una.  Non ho
    ancora mai incontrato quella purezza  celeste,  quella  devozione  che
    cerco in una donna. Se ne trovassi una dotata di simili qualit, sarei
    pronto a dare per lei la vita.  Ma queste!...  -  E faceva un segno di
    disprezzo.   -  Credimi: se ho ancora cara la vita   soltanto  perch
    spero  di  incontrare  la  creatura  divina  che  mi possa purificare,
    rigenerare, redimere. Ma tu non puoi capire queste cose...
    - No,  le  capisco  benissimo    -    rispondeva  Rostv,  che  subiva
    l'influenza del suo nuovo amico.

    Nell'autunno, la famiglia Rostv rientr a Mosca. Denissov vi torn al
    principio  dell'inverno  e  fu  ospite  dei  Rostv.  Quei  primi mesi
    dell'inverno 1806,  trascorsi da Nikolj Rostv a Mosca,  furono tra i
    pi  felici  e pi lieti per lui e per tutta la sua famiglia.  Nikolj
    attir in casa dei genitori molti giovani. Vera, allora sui vent'anni,
    era una bella ragazza;  Snja,  giovinetta sedicenne,  aveva tutto  lo
    splendore  affascinante  di  un fiore appena sbocciato;  Natascia,  n
    donna n bimba,  era talora infantilmente buffa,  talora verginalmente
    affascinante.
    In  casa  dei  Rostv  si  era  creata  in  quel tempo una particolare
    atmosfera satura di amore,  come avviene  nelle  case  in  cui  vivono
    ragazze  molto  giovani  e  graziose.  Ogni giovanotto che frequentava
    quella casa,  contemplando quei visetti freschi,  sorridenti chi sa  a
    che cosa (forse alla propria felicit),  quel continuo movimento pieno
    di vita,  ascoltando quel chiacchierio incoerente ma affettuoso  verso
    tutti,  pronto  a  qualsiasi  cosa e pieno di speranza,  udendo quella
    mescolanza di suoni, di canti, di musica, provava lo stesso sentimento
    di inclinazione all'amore e di attesa della felicit  quale  provavano
    tutti i giovani di casa Rostv.
    Tra  i  giovani  introdotti  in  casa  da  Nikolj,  uno  dei primi fu
    Dlochov, che riusc simpatico a tutta la famiglia fuorch a Natascia.
    Proprio per causa di Dlochov poco manc che ella non litigasse con il
    fratello.  La fanciulla sosteneva che Dlochov era un uomo  cattivo  e
    che nella questione con Bezuchov la ragione era dalla parte di Pierre,
    mentre  l'altro  aveva  torto  e  insisteva nel definirlo antipatico e
    pretenzioso.
    -  Non  ho  proprio  niente  da  capire    -    gridava  Natascia  con
    ostinazione;  -   un uomo cattivo e senza cuore. Mi piace, invece, il
    tuo Denissov...  Scapestrato,  gaudente, tutto quello che vuoi, eppure
    mi piace.  Dunque,  come vedi,  io capisco.  Non so come spiegarmi: in
    Dlochov    tutto  calcolato,  cosa  che proprio non mi va,  Denissov
    invece...
    - Be',  Denissov  tutt'altra cosa   -    ribatteva  Nikolj,  facendo
    comprendere  che,  secondo  lui,  Denissov  paragonato  a Dlochov non
    contava nulla.   -  Bisogna capire che anima    quella  di  Dlochov,
    bisogna vederlo con sua madre per conoscerne il cuore!
    -  Di  questo non posso saper nulla...  so per che con lui mi sento a
    disagio. Ti sei accorto che  innamorato di Snja?
    - Che sciocchezze!
    - Ne sono certa, vedrai...
    La previsione di Natascia si avver.  Dlochov,  che pure non amava la
    compagnia delle signore, cominci a recarsi spesso in casa Rostv e il
    motivo  per  cui appariva cos spesso (quantunque nessuno ne parlasse)
    fu presto capito: egli veniva per  Snja.  E  Snja,  senza  osare  di
    confessarlo a se stessa, lo sapeva e, ogni volta che Dlochov entrava,
    diventava tutta rossa.
    Il  giovanotto  pranzava spesso in casa Rostv,  non mancava mai a uno
    spettacolo  dove  sapeva  di  trovarli,   partecipava  ai  balli   per
    adolescenti  organizzati  dal  maestro  di  ballo  Jogel  che i Rostv
    frequentavano assiduamente. Aveva per Snja premure particolari,  e la
    guardava  in  modo tale che non solo la fanciulla non poteva sostenere
    il suo sguardo senza arrossire,  ma  che  faceva  arrossire  anche  la
    vecchia contessa e Natascia quando la osservavano.
    Si  capiva  che  quell'uomo,   forte  e  strano,   subiva  l'influenza
    invincibile suscitata su di lui da quella  ragazza  bruna  e  graziosa
    innamorata di un altro uomo.
    Rostv  si  era  accorto  che  fra  Dlochov e Snja c'era qualcosa di
    nuovo,  ma non sapeva spiegare a se stesso di che si trattasse.  Sono
    sempre  tutti  innamorati  di una di loro,  o di Snja o di Natascia,
    pensava.  Ma non si sentiva pi a suo agio come prima,  sia con  Snja
    sia con Dlochov, e cominci a rimanere meno spesso in casa.
    Sin  dall'autunno  1808  si  era  ricominciato  a parlare di una nuova
    guerra con Napoleone,  con assai pi calore dell'anno precedente.  Non
    solo  era  stato  stabilito l'arruolamento di dieci reclute ogni mille
    abitanti,  ma anche quella di nove riservisti.  Dappertutto si gettava
    l'anatema su Bonaparte e a Mosca ormai non si parlava che della guerra
    imminente.   Per   la   famiglia  Rostv  tutto  l'interesse  di  quei
    preparativi di guerra si riassumeva soltanto nel fatto che Nikolj non
    intendeva a nessun costo rimanere a Mosca e non aspettava che la  fine
    della  licenza di Denissov per tornare con lui,  passate le feste,  al
    reggimento.  La sua prossima partenza non solo  non  gli  impediva  di
    divertirsi, ma lo incoraggiava a farlo. Trascorreva quasi tutto il suo
    tempo fuori di casa, in pranzi, serate e balli.


    CAPITOLO 11.

    Il  terzo giorno delle feste di Natale,  Nikolj pranz in casa,  cosa
    che negli ultimi tempi gli accadeva  assai  di  rado.  Era  il  pranzo
    ufficiale  di  addio,  poich  dopo  l'Epifania  sarebbe  rientrato al
    reggimento con Denissov.  Gli invitati erano una ventina: tra di essi,
    naturalmente, Denissov e Dlochov.
    Mai  in  casa  Rostv  si era avvertita un'atmosfera cos intensamente
    satura di amore come in quei giorni di festa.  Cogli  gli  attimi  di
    felicit,  lasciati amare e ama! Questa  la sola verit del mondo: il
    resto  sciocchezza.  E questo solo ci interessa e ci occupa,  diceva
    quell'atmosfera.
    Nikolj,  dopo  avere  come  sempre stancato due pariglie senza essere
    riuscito a fare tutte le visite che si era proposto e a  recarsi  dove
    era stato invitato, ritorn a casa giusto per l'ora del pranzo. Appena
    entrato, avvert quell'atmosfera amorosa che regnava pi che mai nella
    casa  e  not  anche  uno strano turbamento che dominava alcuni membri
    della famiglia. Agitati in modo particolare erano Snja, Dlochov,  la
    vecchia  contessa e un poco anche Natascia.  Nikolj si rese conto che
    doveva essere accaduto  qualcosa  tra  Snja  e  Dlochov  e,  con  la
    delicatezza  di  cuore  che  lo distingueva sempre,  si dimostr molto
    affettuoso e attento nel trattare entrambi,  dal principio  alla  fine
    del pranzo.  In quella stessa terza sera dopo Natale doveva aver luogo
    in casa del maestro di danza Jogel uno di quei balli che egli  offriva
    ai suoi allievi di ambo i sessi durante le feste.
    - Niklenka,  verrai da Jogel con noi?  Vieni,  ti prego  -  gli disse
    Natascia.   -  Egli ti ha invitato in modo particolare e ci sar anche
    Vassilij Dmitric' Denissov.
    - E dove non andrei, per ordine della contessina!  -  esclam Denissov
    che in casa Rostv si era scherzosamente assunto la parte di cavaliere
    di Natascia.  -  Sono persino pronto a ballare il "pas de chle" (29).
    - Se far in tempo. Ho promesso di passare la serata dagli Archarov  -
    disse Nikolj.  -  E tu?   -  prosegu, rivolgendosi a Dlochov.
    Ma,  non appena ebbe pronunziato quelle parole,  si rese conto che non
    avrebbe dovuto dirle.
    - S,  forse...   -  gli rispose Dlochov molto freddamente  guardando
    Snja e, aggrottata la fronte, fiss Nikolj con lo stesso sguardo con
    cui, al banchetto del circolo, aveva guardato Pierre.
    Certo,  accaduto qualcosa!, pens Nikolj, e questa supposizione fu
    confermata  dal  fatto  che  Dlochov scomparve immediatamente dopo il
    pranzo. Chiamata Natascia, Rostv le domand che cosa fosse accaduto.
    - Anch'io ti cercavo   -    disse  la  fanciulla,  correndo  verso  il
    fratello.   -  Te lo dicevo, ma tu non mi volevi credere!  -  aggiunse
    con aria di trionfo.  -  Ha chiesto la mano di Snja.
    Per quanto Nikolj  in  quel  periodo  si  occupasse  poco  di  Snja,
    all'udir quella notizia,  prov una stretta al cuore.  Dlochov era un
    partito conveniente e sotto certi aspetti  un  partito  brillante  per
    Snja,  orfana e senza dote. Dal punto di vista della vecchia contessa
    e del mondo era un partito che non poteva essere rifiutato e perci il
    primo sentimento di Nikolj fu di stizza contro  Snja.  Si  preparava
    gi a rispondere: Benissimo!  Le promesse infantili,  si sa,  bisogna
    dimenticarle e si deve accettare la proposta.... Ma non fece in tempo
    a dirlo.
    - Figurati che Snja ha rifiutato,  nel modo pi deciso!   -  prosegu
    Natascia.   -   Ha detto che  innamorata di un altro  aggiunse,  dopo
    un breve silenzio.
    Non poteva comportarsi diversamente, la mia Snja! pens Nikolj.
    - Per quanto la mamma abbia insistito,  essa ha rifiutato e sono certa
    che non cambier idea. Quando ha detto una cosa...
    - La mamma ha insistito?  -  domand Nikolj, contrariato.
    - S  -  rispose Natascia.   -  Tu sai benissimo,  Niklinka... ma non
    ti arrabbiare... sai benissimo che non la sposerai. Non so perch,  ma
    sono sicura che non la sposerai.
    -  Be',  questo  non  lo  puoi sapere  -  disse Nikolj.   -  Ma io ho
    bisogno di parlare con lei. Che deliziosa creatura la nostra Snja!  -
    aggiunse sorridendo.
    - S,  veramente deliziosa!  Te la mando!   -  E Natascia abbracci il
    fratello e corse via.
    Poco dopo,  smarrita, spaventata, con un'aria colpevole, arriv Snja.
    Nikolj le and incontro e le baci la mano.  Era la prima  volta,  da
    quando Rostv era arrivato, che parlavano a tu per tu del loro amore.
    - "Sophie"  -  diss'egli,  cominciando con timidezza e poi prendendo a
    poco a poco ardire.   -  Se voi volete rifiutare non solo  un  partito
    brillante e vantaggioso,  ma anche un uomo buono, dall'animo generoso,
    un amico mio...
    Snja lo interruppe.
    - L'ho gi rifiutato  -  disse in fretta.
    - Se l'avete rifiutato per causa mia, temo che su di me...
    Snja lo interruppe di nuovo e gli  rivolse  uno  sguardo  implorante,
    come sgomenta.
    - Nicolas, non ditemi questo'
    - No.  devo dirlo.  Forse  presunzione da parte mia, ma  meglio dire
    tutto. Se voi lo rifiutate per me,  devo dirvi tutta la verit.  Io vi
    amo, credo, pi di ogni altra persona al mondo...
    - Questo mi basta  -  rispose Snja, arrossendo.
    -  Gi,  ma  io non sono innamorato e mi innamorer ancora migliaia di
    volte,  anche se il sentimento di amicizia,  di tenerezza,  di fiducia
    che  ho  per voi non lo provi per nessun'altra.  E poi,  sono giovane.
    "Maman" non vuole.  Insomma,  non  vi  prometto  nulla.  Vi  prego  di
    riflettere  sulla proposta di Dlochov  -  concluse,  pronunziando con
    sforzo il nome dell'amico.
    - Non mi parlate cos! Io non voglio nulla... Vi amo come un fratello,
    vi amer sempre e non chiedo di pi.
    - Siete un angelo, Snja, e io non sono degno di voi! Temo soltanto di
    ingannarvi...
    E ancora una volta le baci la mano.


    CAPITOLO 12.

    I balli del maestro Jogel erano i pi divertenti di Mosca. Lo dicevano
    le mamme guardando le loro figliuole che  eseguivano  i  passi  appena
    imparati;  lo  dicevano  i ragazzi e le fanciulle che ballavano sino a
    non poterne pi e lo dicevano anche le signorine e  i  giovanotti  che
    venivano  a quei balli con una certa condiscendenza,  ma che poi ci si
    divertivano un mondo. Quell'anno,  proprio durante i balli di Jogel si
    erano combinati due matrimoni: le due graziose principessine Gorciakv
    avevano  trovato  il  fidanzato  e  si erano sposate e con ci avevano
    accresciuto la reputazione di quei balli. C'era poi, in quei balli, un
    fatto particolare: l'assenza tanto di una padrona quanto di un padrone
    di casa; c'era soltanto il buon Jogel, il quale volava come una piuma,
    faceva inchini secondo tutte le regole dell'arte e prendeva dei  buoni
    biglietti  per le lezioni che impartiva ai suoi ospiti.  E c'era anche
    un altro particolare: a quei balli andava soltanto chi aveva veramente
    voglia di divertirsi e di ballare, come accade appunto alle ragazze di
    tredici o quattordici anni che indossano, per la prima volta,  l'abito
    lungo.  Tutte,  salvo  poche  eccezioni,  erano o sembravano graziose,
    tanto vivo era l'entusiasmo dei loro sorrisi e tanto raggianti erano i
    loro occhi.  Qualche volta le migliori allieve ballavano  il  "pas  de
    chle",  e fra queste la pi brava era Natascia che si distingueva per
    la sua grazia.  Ma a  quest'ultimo  ballo  si  ballavano  soltanto  la
    "scozzese", l'"inglese" e la "mazurca", appena venuta di moda. La sala
    era stata affittata da Jogel nella casa di Bezuchov,  e la festa, come
    tutti dicevano,  era veramente brillante.  Erano  presenti  moltissime
    graziose fanciulle e le signorine Rostv, che erano tra le pi carine,
    avevano l'aria particolarmente felice.  Quella sera Snja,  orgogliosa
    per  la  domanda  di  Dlochov,  per  il  proprio  rifiuto  e  per  la
    spiegazione  avuta  con Nikolj,  aveva cominciato a piroettare quando
    ancora si trovava a casa,  impedendo alla cameriera di accomodarle  le
    trecce e ora splendeva tutta di una esuberante felicit.
    Natascia,  non meno fiera per il fatto di indossare per la prima volta
    un abito lungo in un vero e proprio  ballo,  era  ancora  pi  felice.
    Indossavano  entrambe  abiti  di  mussola  bianca guarnita di nastrini
    rosa.
    Natascia fu  innamorata  dal  primo  momento  che  entr  nella  sala:
    innamorata non gi di qualcuno in particolare, ma innamorata di tutti,
    innamorata  di  chiunque  guardasse  nel  momento  stesso  in  cui  lo
    guardava.
    - Ah, che bellezza!  -  continuava a dire, correndo da Snja.
    Nikolj e Denissov passeggiavano per la sala guardando i ballerini con
    un'aria di condiscendente protezione.
    - Com' graziosa  -    esclam  Denissov.    -    Diventer  una  vera
    bellezza.
    - Chi ?
    - La contessina Natascia  -  rispose Denissov.   -  E come balla,  con
    quanta grazia!  -  aggiunse dopo un breve silenzio.
    - Ma di chi stai parlando?
    - Di tua sorella  -  grid Denissov, irritato.
    Rostv sorrise.
    - "Mon cher comte,  vous tes l'un de mes meilleurs coliers,  il faut
    que  vous dansiez"  -  disse il piccolo Jogel avvicinandosi a Nikolj.
    -  "Voyez combien de jolies demoiselles!" [30.  Mio  caro  conte,  voi
    siete uno dei miei migliori allievi,  dovete ballare.  Guardate quante
    belle signorine!]  -  E con la stessa preghiera si rivolse a Denissov,
    anch'egli suo ex-alunno.
    - "Non,  mon cher,  je ferai tapisserie" [31.  No,  mio caro,  far da
    tappezzeria]  -  rispose Denissov.   -  Non ricordate, forse, che poco
    profitto traevo dalle vostre lezioni?
    - Oh no!  -  esclam subito Jogel, confortandolo.  -  Eravate soltanto
    distratto, ma avevate disposizione.
    L'orchestra attacc di  nuovo  una  "mazurca".  Nikolj,  non  potendo
    esimersi  dall'accontentare  Jogel,  and ad invitare Snja.  Denissov
    and a  sedersi  accanto  alle  signore  anziane  e,  appoggiato  alla
    sciabola,  batteva  il  tempo  e  intanto raccontava loro allegramente
    qualcosa che le divertiva,  mentre continuava a guardare  la  giovent
    che  ballava.  Jogel  formava  la  prima  coppia con Natascia,  la sua
    migliore  allieva,  della  quale  era  veramente  orgoglioso.  Movendo
    dolcemente  i  piedi  calzati di scarpini,  Jogel si slanci per primo
    attraverso la sala traendo con s l'intimidita Natascia.  Denissov non
    distoglieva  gli  occhi da lei e batteva il tempo con la sciabola come
    per dire ben chiaro che non ballava non perch non sapesse,  ma perch
    non  ne  aveva  voglia.  A mezzo di una figura,  chiam Rostv che gli
    passava davanti.
    - E' tutta un'altra cosa  -  disse.  -  Forse che questa  la "mazurca
    polacca"? Balla davvero molto bene.
    Sapendo che anche in Polonia Denissov era rinomato per  l'abilit  con
    cui ballava la "mazurca polacca", Nikolj corse da Natascia.
    - Va'  a invitare Denissov. Balla che  una meraviglia  -  le disse.
    Allorch fu di nuovo il turno di Natascia,  essa si alz e, camminando
    rapida nelle scarpette ornate di fiocchi,  timidamente  attravers  le
    sale  e corse all'angolo in cui sedeva Denissov.  Sentiva che tutti la
    osservavano e  aspettavano.  Nikolj  vide  che  Natascia  e  Denissov
    discutevano  sorridendo  e  che  Denissov  rifiutava,  ma sorrideva di
    gioia. Accorse accanto a loro.
    - Vi prego,  Vassilij Dmitric'  -  diceva la fanciulla.   -    Suvvia,
    venite!
    - No, contessina, scusate...  -  rispondeva Denissov.
    - Ma smettila Vssja  -  intervenne Nikolj.
    -  Cercano  di  persuadermi  come  se  fossi  il gatto Vaska  -  disse
    scherzosamente Denissov.
    - Canter tutta la sera per voi  -  promise Natascia.
    - Questa piccola maga fa di me quello che vuole!  -  disse Denissov, e
    si sfibbi la sciabola.  Pass in mezzo alle sedie,  strinse con forza
    la  mano  della  sua dama,  alz la testa e mise avanti una gamba,  in
    attesa di attaccare al momento giusto. Soltanto quando era a cavallo e
    quando ballava la "mazurca"  non  si  notava  la  piccola  statura  di
    Denissov,  che  appariva  allora  quel  baldanzoso  cavaliere che egli
    sentiva di essere. Colta la battuta,  lanci alla sua dama uno sguardo
    scherzoso e trionfante,  batt con forza un piede a terra,  balz come
    una  palla  sul  pavimento  e  traendosi  dietro  la  dama   volteggi
    disegnando  un  cerchio.  Su  un  solo  piede,  quasi senza toccare il
    pavimento,  percorse mezza sala;  pareva che non vedesse le sedie  che
    gli  stavano  davanti,  e  andasse  diritto a sbattervi contro;  ma di
    colpo, facendo risuonare gli speroni e allargando i piedi,  si fermava
    sui tacchi,  restava cos immobile per un attimo,  batteva i piedi sul
    posto con gran  tintinnio  di  speroni  e  con  una  rapida  piroetta,
    accostando il piede sinistro al destro,  si slanciava di nuovo come se
    volasse.  Natascia indovinava i movimenti che egli intendeva  fare  e,
    senza  sapere  come,  lo  seguiva,  abbandonandosi  a  lui.  La faceva
    volteggiare tenendola ora con la mano destra ora con la sinistra, ora,
    cadendo sulle ginocchia, la faceva girare attorno a s;  poi di nuovo,
    scattando  in  piedi come spinto da una molla,  si slanciava in avanti
    con tale impeto da far pensare che avesse intenzione  di  attraversare
    tutte le sale senza riprendere fiato;  ora,  di colpo, eccolo di nuovo
    fermo ed eccolo di nuovo, inaspettatamente, in ginocchio. Quando egli,
    fatta volteggiare in fretta la dama davanti al suo  posto,  batt  gli
    speroni,  inchinandosi,  Natascia  non  gli  fece  nemmeno  la  dovuta
    riverenza.  Con stupore fissava su di lui gli occhi e lo guardava come
    se non lo riconoscesse.
    - Che  mai questo?  -  disse.
    Bench Jogel non ammettesse che quella fosse la vera mazurca,  tutti
    furono entusiasti dell'abilit di Denissov e  tutte  le  ragazze,  una
    dopo l'altra, vollero ballare con lui. I vecchi, sorridendo, presero a
    parlare della Polonia e del buon tempo antico... Denissov, tutto rosso
    per  la foga della danza,  asciugandosi il viso con il fazzoletto,  si
    sedette accanto a Natascia e per tutta la serata non si allontan  pi
    da lei.


    CAPITOLO 13.

    Nei  due  giorni  che  seguirono il ballo,  Rostv non riusc a vedere
    Dlochov e non lo trov mai in casa;  al terzo  ricevette  da  lui  un
    biglietto.
    Poich per le ragioni che conosci, non intendo ritornare a casa tua e
    sto   per  partire,   ti  prego  di  venire  questa  sera  all'albergo
    d'Inghilterra dove offrir agli amici una cena d'addio.
    Rostv,  uscito alle dieci dal teatro dove si era recato con i suoi  e
    con Denissov,  si avvi all'albergo d'Inghilterra.  Fu subito condotto
    nella migliore sala dell'albergo prenotata da Dlochov  per  tutta  la
    notte. Una ventina di persone si accalcavano attorno a una tavola alla
    quale,  tra  due candelieri d'oro,  sedeva Dlochov.  Sul tavolo erano
    sparsi biglietti di banca e monete d'oro e Dlochov teneva banco. Dopo
    la proposta di matrimonio e il rifiuto di Snja,  Nikolj non lo aveva
    pi veduto e provava ora un certo imbarazzo pensando al loro incontro.
    Dlochov,  non  appena Rostv apparve sulla soglia,  lo avvolse con il
    suo sguardo freddo e luminoso, come se lo aspettasse da tempo.
    - E' un pezzo che non ci vediamo  -  disse.  -  Ti ringrazio di essere
    venuto.  Ora finisco questo banco e poi verr  Iljuska  con  il  suo
    coro.
    - Sono passato da casa tua  -  disse Rostv, arrossendo.
    Dlochov non gli rispose.
    - Puoi puntare  -  disse.
    Rostv  in  quel  momento  si  ricord  di  una conversazione alquanto
    strana, avuta una volta con Dlochov. Soltanto gli imbecilli,  aveva
    detto allora, giocano affidandosi alla fortuna.
    - Hai forse paura di giocare con me?   -  chiese ora Dlochov, come se
    avesse indovinato il pensiero di Rostv.  E sorrise.  Attraverso  quel
    sorriso Rostv vide che la disposizione d'animo di Dlochov era uguale
    a  quella  del  pranzo al circolo inglese,  quella in cui in genere si
    trovava quando, annoiato della vita di ogni giorno, sentiva il bisogno
    invincibile di evaderne con qualche  gesto  strano  e,  nella  maggior
    parte dei casi, crudele.
    Rostv  si  sent  a  disagio;  cercava,  senza  trovarla,  una  frase
    scherzosa per rispondere alle parole di Dlochov,  ma non ne  ebbe  il
    tempo.   Dlochov,  fissandolo  negli  occhi,  gli  disse  lentamente,
    scandendo le parole in modo che tutti potessero udirlo:
    - Ti ricordi?  Una volta abbiamo parlato  di  gioco...  Soltanto  gli
    imbecilli  giocano  affidandosi  alla fortuna,  ti ho detto.  Bisogna
    puntare sul sicuro, e io voglio provare.
    Vuole provare a caso o puntare sul sicuro?, penso Rostv.
    - Ma  meglio che tu non giochi    -    continu  Dlochov  e  facendo
    schioccare il mazzo di carte, aggiunse:  -  Banco, signori!
    Spingendo  avanti  il  denaro,  Dlochov  si  accingeva a tener banco.
    Rostv si sedette accanto a lui e  dapprima  non  gioc.  Dlochov  lo
    guardava.
    - Perch non giochi?  -  gli domand.
    E,  cosa strana,  Nikolj sent la necessit di prendere una carta, di
    puntarvi sopra una somma insignificante e di cominciare a giocare.
    - Non ho denaro qui con me  -  rispose.
    - Ti far credito.
    Rostv punt cinque rubli su una carta e perdette;  ripunt e perdette
    ancora.  Dlochov ammazz,  come si dice, ossia vinse a Rostv dieci
    carte di seguito.
    - Signori,   -  disse,  dopo aver tenuto banco per  un  certo  tempovi
    prego  di  mettere  il denaro sulle carte: potrei sbagliare nel fare i
    conti.
    Uno dei giocatori osserv che sperava che di lui ci si potesse fidare.
    - S,  posso fidarmi,  ma temo di sbagliare.  Vi prego di  mettere  il
    denaro  sulle  carte    -    ripet Dlochov.   -  Tu gioca pure senza
    denaro, con te faremo i conti dopo  -  aggiunse rivolto a Rostv.
    Il gioco continuava.  Un cameriere riempiva continuamente le coppe  di
    "champagne".
    Rostv  perdeva senza tregua.  Era ormai in debito di ottocento rubli.
    Aveva gi puntato questa somma su di una carta ma,  mentre gli  veniva
    versato "champagne", cambi idea e vi scrisse la solita posta di venti
    rubli.
    -  Lascia  -  disse Dlochov che pareva non lo guardasse neppure;-  ti
    rifarai pi presto.  Agli altri pago,  a te ti ammazzo.  O forse hai
    paura di me?  -  ripet.
    Rostv  obbed,  lasci  scritto ottocento e gioc un sette di cuori
    strappato in un angolo che aveva raccolto da terra.  Lo  ricord  bene
    dopo.  Depose  il  sette  di  cuori,  sul  quale  scrisse con il gesso
    ottocento  in  cifre  tonde  e  diritte;   vuot  il  bicchiere   di
    "champagne"  che  gli  era  stato  dato  e che non era gi pi fresco,
    sorrise alle parole di Dlochov e,  con il cuore  stretto  aspett  il
    sette,  guardando le mani dell'amico che tenevano il mazzo. La perdita
    o la vincita su quel sette di cuori  aveva  per  Rostv  un'importanza
    enorme.   La  domenica  della  precedente  settimana,  il  conte  Ilj
    Andrevic' aveva dato al  figlio  duemila  rubli  e,  bench  evitasse
    sempre  di  parlare  di  difficolt  finanziarie,  gli aveva detto che
    quella somma era l'ultima che poteva dargli fino a maggio e che perci
    lo pregava di spenderla con un po' pi di  parsimonia.  Nikolj  aveva
    risposto  che quella somma era pi che sufficiente e aveva dato la sua
    parola d'onore di non chiedergli altro denaro sino a primavera. Ora di
    quella somma gli restavano soltanto milleduecento rubli, e perci quel
    sette di cuori significava non solo la perdita di tale somma, ma anche
    la necessit di mancare  alla  parola  data.  Con  il  cuore  stretto,
    fissava  le mani di Dlochov e pensava: Su,  spicciati,  dammi quella
    carta,  e io prendo il berretto e me ne  vado  a  casa  a  cenare  con
    Denissov,  Natascia  e  Snja  e  certo  mai  pi prender in mano una
    carta!. In quel momento la sua vita familiare, gli scherzi con Ptja,
    i discorsi con Snja,  i duetti con Natascia,  le partite a  picchetto
    con  il  padre  e  persino  il  suo tranquillo letto nella casa di via
    Povrskaja gli si presentavano alla mente con tanta  intensit,  tanta
    affascinante chiarezza come se costituissero una felicit passata, non
    abbastanza  apprezzata e perduta per sempre.  Non poteva ammettere che
    uno stupido caso, facendo venir fuori il sette di cuori a destra prima
    che a sinistra, potesse privarlo di quella felicit, che egli soltanto
    allora comprendeva in una luce tutta nuova, e precipitarlo nell'abisso
    di una sventura non  ancora  provata  e  indefinita.  Ci  non  poteva
    accadere,  eppure  egli  attendeva  con il cuore oppresso il movimento
    delle mani di Dlochov. Quelle mani larghe, rossastre, coperte di peli
    che si vedevano spuntare di sotto ai polsini, posarono sulla tavola il
    mazzo di carte e presero il bicchiere  e  la  pipa  che  gli  venivano
    offerti.
    - Sicch non hai paura di giocare con me?   -  ripet Dlochov e, come
    se si accingesse a raccontare una storia piacevole,  lasci  le  carte
    sulla  tavola,  si  rovesci  sulla  spalliera  della  sedia  e con un
    sorriso, cominci lentamente a parlare:
    - S,  signori...  mi hanno detto che a Mosca corre voce che io sia un
    baro; perci vi consiglio di essere prudenti con me.
    - Suvvia, da' le carte!  -  disse Rostv.
    - Oh, le comari di Mosca!  -  esclam Dlochov, e con un sorriso prese
    in mano il mazzo di carte.
    - Aaah!   -  poco manc non gridasse Rostv,  mettendosi tutt'e due le
    mani nei capelli.  Il sette di cuori,  quel sette  che  gli  era  cos
    necessario  era  gi  l,  era  la  prima carta del mazzo.  Egli aveva
    perduto una somma superiore a quella che potesse pagare.
    - Non esagerare,  via!   -  gli disse Dlochov,  guardando di sfuggita
    l'amico e continu a dare le carte.


    CAPITOLO 14.

    Dopo un'ora e mezzo,  la maggior parte dei giocatori considerava ormai
    il proprio gioco come uno scherzo.
    Tutto l'interesse della partita era concentrato su Rostv.  Invece dei
    milleseicento  rubli era ora segnata a suo debito una lunga colonna di
    cifre che egli aveva calcolato sino a diecimila ma che, come vagamente
    supponeva,  doveva aver raggiunto i quindicimila rubli.  In realt  il
    suo  debito  superava  i  ventimila.  Dlochov  non  ascoltava  e  non
    raccontava pi storielle,  seguiva ogni movimento delle mani di Rostv
    e  di  tanto in tanto lanciava un rapido sguardo alle cifre segnate su
    un foglio. Aveva deciso di continuare il gioco sino a che la somma non
    avesse raggiunto i  quarantamila  rubli.  Aveva  scelto  quella  cifra
    perch  rappresentava  la  somma  dei  suoi anni e di quelli di Snja.
    Rostv stava seduto con la testa tra le mani  e  i  gomiti  appoggiati
    sulla  tavola,  coperta di iscrizioni,  di macchie di vino e di carte.
    Era  dominato  da  una  sensazione  tormentosa:  quelle  mani   ossute
    rossastre, con i peli che spuntavano di sotto i polsini della camicia,
    quelle  mani  che egli amava e odiava a un tempo,  lo tenevano in loro
    potere.
    Seicento rubli,  un asso,  un doppio nove...  impossibile rifarsi!  E
    come mi sarei divertito a casa...  Un fante... no non pu essere... Ma
    perch mi fa una cosa simile?,  pensava e ricordava Rostv.  Di tanto
    in  tanto  faceva  una  grossa puntata,  ma Dlochov non l'accettava e
    stabiliva lui stesso la posta. Nikolj obbediva e ora pregava Dio come
    l'aveva pregato sul campo di battaglia  al  ponte  di  Amstetten,  ora
    immaginava  che la prima carta che gli capitasse fra le mani presa fra
    quelle spiegazzate e gettate sotto la tavola,  l'avrebbe salvato;  ora
    contava quanti erano gli alamari della sua giubba e pensava di puntare
    una somma pari a tutta la perdita su di una carta che avesse il valore
    di  quel  numero,  ora volgeva gli occhi sugli altri giocatori come in
    cerca di aiuto,  ora guardava il viso freddo di Dlochov e cercava  di
    indovinare ci che avveniva dentro di lui.
    Eppure egli sa che cosa significa per me questa perdita! E' possibile
    che desideri la mia rovina? Era mio amico, gli volevo bene... Ma non 
    neppure colpa sua: che ci pu fare se la fortuna  dalla sua parte?  E
    non ho colpa neppur io,  si diceva.  Non ho fatto nulla di male.  Ho
    forse ucciso od offeso qualcuno,  ho desiderato il suo male?  E perch
    allora una cos terribile disdetta? E quando  cominciata?  E' passato
    poco  tempo da quando mi sono avvicinato a questo tavolo con l'idea di
    vincere venti rubli, comperare alla mamma per il suo onomastico quella
    scatoletta e tornarmene a casa. Ed ero cos felice, cos libero,  cos
    allegro! Non mi rendevo conto, allora, di quanto fossi felice! Quando,
    dunque,    finita  quella felicit e quando  cominciata questa nuova
    tremenda situazione? Com' avvenuto questo mutamento?  Ero seduto qui,
    come ora,  a questo stesso posto,  a questo stesso tavolo, sceglievo e
    spingevo avanti in questo modo le carte e guardavo queste  abili  mani
    ossute.  Quando  accaduto e che cosa,  precisamente,   accaduto?  Io
    sono sano,  sono sempre lo stesso e sempre seduto al  medesimo  posto.
    No, non  possibile! Certamente tutto finir in nulla!.
    Era rosso,  sudato, sebbene nella stanza non facesse molto caldo. E la
    sua faccia era terribile e faceva  pena,  soprattutto  per  lo  sforzo
    inaudito cui si sottoponeva per mostrarsi tranquillo.
    Il  conto  raggiunse la cifra fatidica: quarantatremila rubli!  Rostv
    aveva preparato la carta con l'angolo piegato per raddoppiare ci  che
    l'altro  aveva  puntato,  quando  Dlochov  picchi con il mazzo sulla
    tavola,  lo mise in disparte e,  preso il gesso,  cominci a  fare  un
    rapido calcolo delle somme perdute da Rostv.
    - A cena, a cena! E' ora... E sono arrivati gli zingari!
    E  infatti  entravano  portando  una  ventata di freddo certi uomini e
    donne bruni, che discorrevano con il loro accento zingaresco.
    Nikolj pens che tutto era finito: tuttavia,  con voce  indifferente,
    disse:
    - Be',  non giochi pi?  Stavo per puntare una carta buona...  -  come
    se pi di ogni altra cosa lo interessasse il piacere del gioco.
    Tutto  finito!  Sono perduto!  Adesso non mi resta che piantarmi una
    pallottola in fronte!, e intanto, con voce allegra, diceva:
    - Ancora una carta, via!
    -  Sta  bene   -  rispose Dlochov che aveva finito il conto.   -  Sta
    bene: vada per ventun rubli!  -  disse,  fissando esattamente la cifra
    che  mancava  per  completare la somma di quarantatremila e,  preso il
    mazzo di carte,  si prepar a distribuirle.  Rostv  pieg  docilmente
    l'angolo   e   invece  di  scrivere  seimila  come  intendeva,   segn
    accuratamente ventuno.
    - Mi fa lo stesso  -  disse;   -  mi interessa soltanto sapere  se  mi
    ammazzi un'altra volta o se mi darai questo dieci.
    Dlochov,  con aria seria,  cominci a distribuire le carte.  Oh, come
    Rostv odiava in quel momento quelle mani rossastre, dalle dita corte,
    con i peli che spuntavano di sotto il polsino della camicia e  che  lo
    tenevano in loro potere! Il dieci usc.
    -  Conte,  mi  dovete  quarantatremila  rubli    -   disse Dlochov e,
    stiracchiandosi, si alz da dietro il tavolo.   -  Ci si stanca a star
    seduti per tanto tempo!  -  aggiunse.
    - S, sono stanco anch'io  -  disse Rostv.
    Dlochov,  come  per  ricordare  che  era  sconveniente  da  parte sua
    scherzare, lo interruppe.
    - Quando potr riscuotere la somma, conte?
    Rostv si fece rosso come il fuoco e con un cenno  preg  Dlochov  di
    passare in un'altra stanza.
    - Non posso pagare subito tutta la somma  -  gli disse.  -  Accetterai
    una cambiale.
    -  Senti,  Rostv    -    rispose  Dlochov,  sorridendo apertamente e
    guardandolo negli occhi.  -  Conosci anche tu il proverbio: Felice in
    amore, sfortunato al gioco. Tua cugina  innamorata di te, lo so...
    Oh,   terribile sentirsi cos in potere di quest'uomo pens Rostv.
    Egli  sapeva  quale  colpo  avrebbe  inferto  al padre e alla madre la
    notizia della sua perdita al gioco,  capiva quale indicibile  felicit
    sarebbe  stato liberarsi da quell'angoscia e capiva anche che Dlochov
    sapeva di essere in grado di liberarlo da quella vergogna  e  da  quel
    dolore,  eppure  voleva  ancora  giocare  con lui come il gatto con il
    topo.
    - Tua  cugina...    -    volle  riprendere  Dlochov,  ma  Nikolj  lo
    interruppe.
    - Mia cugina in questa faccenda non c'entra e non  il caso di parlare
    di lei!  -  grid furente.
    - Allora, quando potr riscuotere?  -  chiese Dlochov.
    - Domani  -  rispose Rostv, e usc dalla stanza.


    CAPITOLO 15.

    Aver  detto  domani  con  tono convinto non era stato difficile,  ma
    tornare solo a casa,  rivedere le sorelle,  il fratello,  i  genitori,
    confessare tutto e chiedere del denaro al quale non aveva diritto dopo
    la parola d'onore che aveva dato, era una cosa veramente terribile!
    A  casa  non  erano  ancora  andati a dormire: i giovani,  tornati dal
    teatro, avevano cenato e si erano messi al pianoforte.  Appena entrato
    nel  salotto,  Nikolj  si  sent  avvolto da quella poetica e amorosa
    atmosfera che regnava quell'inverno nella sua casa, e che ora, dopo la
    domanda di matrimonio di Dlochov e il ballo di Jogel,  pareva essersi
    fatta pi densa,  come l'aria prima del temporale, attorno a Snja e a
    Natascia.  Le due fanciulle,  nell'abito azzurro che avevano indossato
    per  andare a teatro,  erano graziosissime e,  consapevoli di esserlo,
    sedevano al pianoforte felici e sorridenti.  La vecchia  contessa,  in
    attesa del figlio e del marito,  faceva un solitario insieme con una
    vecchietta,  una nobile che abitava in casa loro.  Denissov,  con  gli
    occhi  scintillanti  e i capelli arruffati,  sedeva al clavicembalo e,
    toccando di tanto in tanto la tastiera con le sue dita grosse e corte,
    ne traeva qualche accordo mentre, strabuzzando gli occhi,  con la voce
    debole,  un  po'  rauca ma intonata,  canticchiava alcuni versi di sua
    composizione,  tratti dalla poesia  "La  maga",  per  i  quali  voleva
    trovare una musica adatta.

    O maga, dimmi tu qual forza
    mi attira a queste corde abbandonate;
    qual fuoco nel mio cuore hai tu acceso,
    qual fremito percorre le mie dita!

    Cantava con voce appassionata,  tenendo fisso su Natascia,  sgomenta e
    felice, lo sguardo dei suoi occhi neri di agata.
    - Bello! Magnifico!  -  esclam la fanciulla.  -  Ancora una strofa  -
    preg, senza accorgersi della presenza di Nikolj.
    Qui nulla  mutato, pens Nikolj,  gettando un'occhiata nel salotto
    attiguo, dove scorse Vera e la madre con la vecchietta.
    - Ah, ecco Niklenka!  -  esclam Natascia, correndo verso di lui.
    - Pap  in casa?  -  domand il giovane.
    -  Come  sono  contenta  che  tu sia venuto  -  disse Natascia,  senza
    rispondere alla domanda  del  fratello.    -    Ci  divertiamo  tanto!
    Vassilij Dmitric'  restato qui un altro giorno per me, lo sai?
    - No, pap non  ancora rientrato  -  intervenne Snja.
    - Kok,  sei tornato?  Vieni qui,  caro  -  chiam la vecchia contessa
    dal salotto. Nikolj si avvicin alla madre, le baci la mano, sedette
    in silenzio presso di lei,  osservando le sue mani che allineavano  le
    carte.  Dalla  sala  continuavano a giungere risate e voci allegre che
    cercavano di persuadere Natascia a fare qualche cosa.
    -  Suvvia, suvvia!   -  gridava Denissov.   -  Ora non potete pi dire
    di no. Dovete cantarci la "barcarola". Ve ne supplico!
    La contessa si volse a guardare il figlio che continuava a tacere.
    - Che hai, Nikolj?  -  chiese.
    - Io? nulla  -  rispose il giovane, come annoiato dalla stessa domanda
    tante volte ripetuta.  -  Pap ritarder molto a rientrare?
    - Credo di no.
    Qui  da  loro  tutto  come sempre.  Essi non sanno nulla!  Cosa devo
    fare?, si chiese Nikolj, e torn nella sala dov'era il clavicembalo.
    Snja,  seduta davanti alla tastiera,  sonava il  preludio  di  quella
    "barcarola"  che  piaceva  tanto  a Denissov.  Natascia si preparava a
    cantare. Denissov guardava con occhi pieni di entusiasmo.
    Nikolj prese a camminare avanti e indietro per la sala.
    Che bel gusto farla cantare! Che cosa pu cantare? Non c' proprio di
    che stare allegri, qui!, pensava.
    Snja prese il primo accordo del preludio.
    Mio Dio,  sono un uomo finito,  un  uomo  disonorato!  Una  palla  in
    fronte,  ecco l'unica cosa che mi resta da fare.  Altro che cantare!,
    pens. Se me ne andassi? E dove? Ma s, che cantino pure...  Che cosa
    importa.
    Con  aria  cupa Nikolj,  continuando a camminare per la sala guardava
    Denissov e le ragazze, cercando di evitare i loro occhi.
    Niklinka,  che cosa avete?,  gli chiesero gli occhi di Snja.  Essa
    aveva subito capito che gli era accaduto qualche cosa.
    Nikolj si volt dall'altra parte.  Natascia,  con la sua sensibilit,
    aveva anch'essa avvertito lo stato d'animo del  fratello.  Se  ne  era
    accorta,  ma  in  quel  momento  era tanto allegra,  tanto lontana dal
    dolore, dalla tristezza e dalle recriminazioni che, come spesso accade
    ai giovani,  cercava a bella posta di ingannare  se  stessa.  No,  mi
    sento  troppo  felice  adesso,  per  rovinare  la  mia  gioia  con  la
    partecipazione al dolore di un altro, si diceva. No,  sono certa che
    mi sbaglio. Sar anch'egli allegro come lo sono io.
    -  Incominciamo,  Snja    -  disse,  e si ferm nel centro della sala
    dove, secondo lei,  la risonanza era migliore.  Con la testa alta,  le
    braccia abbandonate lungo la persona come fanno le ballerine, Natascia
    con  un  energico passo sulla punta dei piedi,  si ferm in mezzo alla
    sala.
    Eccomi!,  sembrava  dire,  rispondendo  agli  sguardi  estasiati  di
    Denissov che non l'abbandonava un momento.
    Ma  di che cosa si rallegra tanto?  ,  pensava Nikolj osservando la
    sorella.  Come mai non si annoia e non si vergogna?.  Natascia prese
    la prima nota,  la gola le si dilat,  il petto si sollev e gli occhi
    assunsero un'espressione seria.  In quel momento non pensava a nulla e
    a  nessuno  e  dalla  sua bocca sorridente usc un canto,  uno di quei
    canti che ciascuno pu eseguire nello stesso periodo di tempo e con le
    stesse pause ma che,  dopo avervi lasciati mille  volte  freddi,  alla
    millesima prima vi commuovono e poi vi fanno piangere.
    In  quell'inverno  per  la  prima  volta  Natascia  aveva cominciato a
    cantare seriamente, soprattutto perch Denissov si mostrava entusiasta
    della sua voce. Ormai non cantava pi come una bambina: nel suo canto,
    cio,  non c'era pi quello sforzo comico  e  fanciullesco  di  prima;
    tuttavia  non  cantava ancora bene;  coloro che l'ascoltavano ed erano
    intenditori dicevano infatti: Ha una bellissima voce,  ma non  ancora
    educata,  una  voce  che va coltivata e formata.  Ma lo dicevano,  di
    solito,  molto tempo dopo che la voce si era taciuta.  Mentre risonava
    quella  voce  non  ancora  educata,  in  cui si avvertivano il modo di
    respirare irregolare e i passaggi sforzati,  persino  gli  intenditori
    tacevano e ascoltavano con profondo godimento quella voce non educata,
    con  il  desiderio di sentirla ancora.  Nella voce della fanciulla una
    verginale purezza, una inconsapevolezza della propria forza, un timbro
    morbido e vellutato si fondevano a  tal  punto  con  le  manchevolezze
    dell'arte  canora  da  far  pensare che fosse impossibile poter mutare
    qualcosa in quella voce senza guastarla.
    Ma che  mai questo?,  pens Nikolj,  udendola  e  spalancando  gli
    occhi dallo stupore.  Che cosa  avvenuto in lei? Come mai oggi canta
    cos?.
    E all'improvviso il mondo intero  si  concentr  per  lui  nell'attesa
    della  nota  successiva  e  ogni cosa al mondo si divise in tre tempi:
    "Oh, mio crudele affetto" (32)... Uno, due, tre...  "Oh,  mio crudele
    affetto"...  uno, due, tre... uno, due, tre.... Oh, com' stupida la
    vita, pensava Nikolj. Tutto questo, la mia sfortuna, e Dlochov,  e
    i denari,  e la malvagit, e l'onore sono tutte sciocchezze... Ecco la
    realt, la sola realt... Su, Natascia, su cara! Su, colombella!  Come
    far  a  prendere  il "si"?  L'ha preso!  Sia lodato Iddio!,  ed egli
    stesso, senza accorgersene, per dar forza a quel "si" prese la seconda
    nota alta nell'accordo di terza. Mio Dio, com' bello! E sono proprio
    stato io a prenderla? E con che precisione!, pens.
    Oh,  come fremette quella nota di terza e come si commosse quello  che
    c'era  di meglio nell'animo di Rostv!  E quel meglio era indipendente
    da tutto  e  superiore  a  tutto  quello  che  c'era  nel  mondo.  Che
    importanza  avevano  ormai  le perdite al gioco e Dlochov e la parola
    d'onore!  Sciocchezze,  tutte sciocchezze!  Si pu  uccidere,  si  pu
    rubare ed essere ugualmente felici!


    CAPITOLO 16.

    Da  molto  tempo  Rostv  non  aveva  provato,  ascoltando musica,  un
    godimento simile a quello che aveva provato quella sera. Ma non appena
    Natascia ebbe finito la sua "barcarola",  la realt gli si affacci di
    nuovo  alla  mente.  Senza  dire nulla,  usc dal salotto e discese in
    camera sua.  Un quarto d'ora pi tardi,  il vecchio conte,  allegro  e
    soddisfatto,   torn  dal  circolo.  Nikolj,  uditolo  rientrare,  lo
    raggiunse nel suo appartamento.
    - E allora,  ti sei divertito?   -  domand Ilj Andrevic' sorridendo
    al  figlio  con  orgoglio  affettuoso.  Nikolj  schiuse le labbra per
    rispondere s,  ma non pot e  poco  manc  che  non  scoppiasse  in
    singhiozzi.  Il conte stava accendendosi la pipa, e non si accorse del
    turbamento del figlio.
    E' inevitabile!, pens Nikolj per la prima e l'ultima volta. E a un
    tratto,  con un tono indifferente che lo fece apparire ignobile  a  se
    stesso,  come  se  chiedesse  la carrozza per fare una corsa in citt,
    disse a suo padre:
    - Pap, sono venuto da voi per un affare. Stavo per dimenticarmene. Ho
    bisogno di denaro.
    - Lo vedi,  eh,  lo vedi?   -  rispose il padre che si trovava  in  un
    momento  di  particolare  buon umore.   -  Te l'avevo detto che non ti
    sarebbe bastato. Te ne occorre molto?
    - Moltissimo!  -  rispose Nikolj arrossendo, con un sorriso stupido e
    indifferente che per lungo tempo,  poi,  non pot perdonarsi.   -   Ho
    perduto   un  po'  al  gioco...   molto...   moltissimo,   in  verit:
    quarantatremila rubli.
    - Cosa? E con chi? Tu scherzi!   -  grid il conte,  a cui diventarono
    subitamente paonazzi il collo e la nuca, come accade ai vecchi.
    - Ho promesso di pagare domani  -  disse Nikolj.
    -  Ah!    -    esclam  il  vecchio  conte,  allargando  le  braccia e
    lasciandosi cadere senza forze sul divano.
    - Che farci?  Sono cose che accadono a tutti  -  disse il  figlio  con
    tono  audace  e  disinvolto,  mentre  in  cuor  suo  si considerava un
    vigliacco,  un mascalzone che per tutta la  vita  non  avrebbe  potuto
    espiare  la  sua  colpa.  Avrebbe  voluto baciare le mani a suo padre,
    chiedendo perdono in ginocchio e invece,  con quel tono  noncurante  e
    persino grossolano, raccontava ci che gli era accaduto.
    Il  conte  Ilj  Andrevic'  abbass gli occhi all'udire le parole del
    figlio e si mise in fretta a cercare un rimedio.
    - S, s  -  profer.  -  Ma sar difficile,  temo,  difficile trovare
    da  chi  procurarseli...    -   E il conte,  guardando furtivamente il
    figlio, usc dalla stanza...  Nikolj,  che si era preparato a trovare
    resistenza, non si aspettava assolutamente l'atteggiamento del padre.
    -  Pap!  pa...  p!   -  gli grid dietro,  singhiozzando.   -  Pap,
    perdonatemi!  -  E,  afferrata la mano del vecchio conte,  vi premette
    le labbra e si mise a piangere.
    Mentre  si  svolgeva tra padre e figlio questa scena,  una spiegazione
    non meno importante avveniva tra la  contessa  e  Natascia  che  tutta
    agitata, era corsa dalla madre.
    - Mamma! Mamma! Mi ha fatto...
    - Che cosa ti ha fatto?
    - Mi ha fatto... mi ha fatto una proposta di matrimonio. Mamma, mamma!
    -  gridava la fanciulla.
    La  contessa  non credeva alle proprie orecchie.  Denissov aveva fatto
    una dichiarazione... A chi? A quella ragazzina,  alla piccola Natascia
    che da poco aveva smesso di giocare con la bambola e continuava ancora
    a studiare?
    -  Natascia,  smettila  di dire sciocchezze!   -  rispose la contessa,
    sperando che la figlia scherzasse.
    - Sciocchezze?  Ma io vi parlo seriamente  -  disse Natascia irritata.
    -    Sono  venuta  a  chiedervi  cosa devo fare e voi mi dite che sono
    sciocchezze...
    La contessa si strinse nelle spalle.
    - Se  vero che "monsieur"  Denissov  ti  ha  fatto  una  proposta  di
    matrimonio, digli che  uno stupido: ecco tutto.
    - No, non  uno stupido  -  rispose Natascia, seriamente offesa.
    - E allora,  cosa vuoi?  Voi adesso siete tutte innamorate. Ebbene, se
    sei innamorata di lui,  sposatelo,   -  rispose la  contessa,  con  un
    sorriso forzato  -  e Dio ti benedica!
    -  No,  mamma,  non  sono  innamorata  di  lui...  Credo di non essere
    innamorata di lui...
    - E allora, diglielo!
    - Mamma, siete in collera? Non inquietatevi, mamma cara!  Che colpa ne
    ho?
    - Nessuna colpa,  mia cara.  Se vuoi, vado a dirglielo io  -  disse la
    contessa, sorridendo.
    - No.  glielo dico io.  Soltanto insegnatemi come.  A voi riesce tutto
    facile...  Ma se aveste sentito come mi ha parlato!  Io so che lui non
    avrebbe voluto, ma quelle parole gli sono sfuggite...
    - A ogni modo, bisogna dirgli di no.
    - No, no! Ma fa tanta pena! E' cos caro...
    - E allora accetta la sua proposta.  S,   proprio ora che tu  prenda
    marito  -  disse la madre, irritata, in tono ironico.
    - No, mamma, mi fa tanta pena: non so come dirglielo.
    -  Ma  tu  non  hai  niente  da  dirgli,  gli  parler io  -  disse la
    contessa,  sdegnata per il fatto che Denissov avesse osato considerare
    quella piccola Natascia come una persona grande.
    - No,  no,  a nessun costo!  Gli parler io e voi starete ad ascoltare
    dietro la porta  -  e Natascia attravers di corsa il salotto ed entr
    nella sala dove,  seduto sulla stessa sedia davanti  al  clavicembalo,
    stava Denissov con la faccia nascosta tra le mani.  Al suono dei passi
    leggeri della fanciulla balz in piedi.
    - Natalie!  -  esclam, quasi correndole incontro.   -  Decidete della
    mia sorte: essa  nelle vostre mani.
    - Vassilij Dmitric', mi fate tanta pena! E voi siete tanto caro. Ma...
    non dovete... questo non pu essere. E' cos, ma io vi amer sempre.
    Denissov  si  chin  sulla  mano di lei ed ella ud dei suoni strani e
    incomprensibili, e lo baci sulla testa nera arruffata e ricciuta.  In
    quel  momento si sent il rapido frusciare degli abiti della contessa.
    Ella si avvicin ai due giovani.
    - Vassilij Dmitric',  vi ringrazio dell'onore,   -  disse con una voce
    turbata ma che a Denissov parve severa  -  ma mia figlia  ancora cos
    giovane  e  io pensavo che voi,  come amico di mio figlio,  vi sareste
    rivolto prima a me. In tal caso, non mi avreste messo in condizioni di
    opporvi un rifiuto.
    - Contessa...   -  rispose Denissov  con  gli  occhi  bassi  e  l'aria
    colpevole; fu l l per dire qualche altra cosa, ma si confuse.
    Natascia,  nel vederlo cos abbattuto, non pot rimanere calma e prese
    a singhiozzare forte.
    - Contessa,  sono veramente molto colpevole verso di voi  -   prosegu
    Denissov  con  voce spezzata  -  ma sappiate che adoro vostra figlia e
    tutta la vostra famiglia e che darei due vite per...   -    Guard  la
    contessa e,  visto il suo volto severo,  si affrett a soggiungere:  -
    Allora addio,  contessa!   -  Le  baci  la  mano  e,  senza  guardare
    Natascia, usc a passi rapidi e decisi dalla stanza.
    Il  giorno  seguente  Rostv  and a salutare Denissov,  che non volle
    rimanere a Mosca  nemmeno  un  giorno  di  pi.  Tutti  gli  amici  si
    accomiatarono da lui in un ritrovo di zingari, ed egli non ricord pi
    come  lo  avessero  fatto  salire  nella slitta e come fosse andato il
    viaggio fino alla terza stazione di posta.
    Dopo la partenza di Denissov,  in attesa del  denaro  che  il  vecchio
    conte non aveva potuto procurarsi tutto in una volta, Rostv trascorse
    ancora  due  settimane  a  Mosca,  senza  uscire di casa e passando le
    giornate per lo pi in camera delle signorine.
    Snja era con lui pi affettuosa e pi devota che mai. Pareva volergli
    dimostrare che la perdita al gioco era stata quasi un'avventura eroica
    che glielo faceva amare ancora  di  pi.  Ma  Nikolj  si  considerava
    adesso indegno di lei.
    Egli  riemp  di versi e di pensieri gli album delle ragazze e,  senza
    salutare  nessuna  delle  molte  conoscenze,   dopo  aver   pagato   i
    quarantatremila rubli a Dlochov e aver ritirato la ricevuta, verso la
    fine  di  novembre  part  per  raggiungere  il  suo reggimento che si
    trovava gi in Polonia.









    NOTE.

    N. 1. Calzature contadinesche, specie di ciocie, fatte quasi sempre di
    scorza di tiglio.
    N.   2.   Louis  Duport  (1782-1853),   maestro  di  ballo   parigino,
    trasferitosi a Pietroburgo nel 1803. Confronta anche Libro 2, Parte 5,
    capitolo 9.
    N.  3.  La  meraviglia di Natascia  sollecitata dal fatto che Vaska 
    solitamente un nomignolo utilizzato per indicare il gatto (come Miska,
    l'orso).
    N. 4. Fdor Vasslevic' Rastopcn (1763-1826), gi aiutante di campo e
    ministro degli esteri dello zar Paolo  Primo,  fu  dal  1812  al  1814
    generale governatore di Mosca.  Molti studiosi francesi e alcuni russi
    ritengono che sia stato lui ad appiccare deliberatamente l'incendio  a
    Mosca,  fatta  per  la  pi parte di case di legno,  ma la questione 
    controversa.  Organizz la difesa di Mosca consigliando la leva  delle
    milizie private ed emanando manifesti rimasti celebri, con cui cercava
    di mantenere alto il morale dei cittadini.
    N.  5.  Jurij  Vladimirovic'  Dolgorukov (1740-1830),  generale russo;
    comandante della piazza moscovita sotto Paolo Primo.
    N. 6. Ptr Stepanovic' Valuev (1743-1814), celebre archeologo russo.
    N. 7. Andrj Ivnovic' Vjazemskij (1750-1807),  principe,  padre dello
    scrittore Ptr Andrevic' Vjazemskij.
    N.  9. Se Dio non esistesse, bisognerebbe inventarlo. Franois Marie
    Arouet Voltaire  (1694-1778),  scrittore  e  filosofo  francese,  ebbe
    ingegno  versatile  e  arguto  e  scrisse poesie,  tragedie,  romanzi,
    trattati. Assunto il ruolo di corifeo della scuola anticristiana sorta
    in Francia nel diciottesimo secolo,  coni il motto "craser l'infme"
    (il cristianesimo) che fu di guida a tutta la sua attivit, animata da
    un odio implacabile contro la Chiesa.
    N.  10.  Aleksndr  Lvovic' Naryskin (1760-1826),  appartenente ad una
    famiglia nobile russa,  fu direttore dei teatri imperiali dal 1799  al
    1819.
    N.  11.  Aleksndr  Andrevic' Beklesov (1745-1808): fu governatore di
    Mosca dal 1804 al 1806.
    N. 12. Questi versi sono di N. P. Nikolev (morto nel 1815), un poeta e
    drammaturgo che godette di una certa fama nel diciottesimo secolo come
    autore di opere comiche.
    N.  13.  La polacca: "Ode per la presa di Izmail",  che  nota anche
    col  titolo  "Risuoni  il grido di vittoria" fu l'inno nazionale russo
    fino al 1833.  Il testo venne scritto da Gavriil  Romanvic'  Derzavin
    (1743-1816),  devotissimo  a Caterina Seconda,  governatore di Olonec,
    segretario  dell'imperatrice,   e  ministro  della   giustizia   sotto
    Alessandro Primo.  La musica venne composta da Jozef Kozlowskij (1757-
    1831),  un compositore polacco-russo,  che  fu  ispettore  dei  teatri
    imperiali di Pietroburgo.
    N. 14. Pavel Ivnovic' Kutuzv (1767-1829), rettore dell'universit di
    Mosca nel 1810. Avvers Nikolj Michilovic' Karamzin (1766-1826).
    N. 15. Soklniki: parco di Mosca.
    N. 19. Maximilien Robespierre (1758-1794), avvocato e uomo politico di
    Arras, membro della convenzione, anima del comitato di salute pubblica
    con Marat, Hbert e Danton, domin la Francia con il terrore, mandando
    a morte nemici e rivali. Per sulla ghigliottina.
    N.  20.  Jean-Baptiste  Poquelin,  detto Molire (1622-1673),  celebre
    commediografo francese.  Dedic la  sua  vita  al  teatro,  nel  quale
    eccelse anche come attore comico.
    N.  21.  La battuta  pronunciata da Geronte nell'atto 2,  scena 11 di
    "Le furberie di Scapino".
    N. 24. "Frhstck" significa, in tedesco, colazione.
    N. 27. Sottili e lunghe stecche di legno.
    N. 29. La danza dello scialle.
    N. 32. In italiano, nel testo.




    PARTE SECONDA.


    CAPITOLO 1.

    Dopo la spiegazione con la moglie, Pierre part per Pietroburgo.  Alla
    stazione  di  posta  di  Torgk,   sia  che  non  vi  fossero  cavalli
    disponibili,  sia che il mastro di  posta  non  gliene  volesse  dare,
    Pierre fu costretto ad attendere. Senza neppure spogliarsi, si distese
    sopra  un  divano  coperto  di  cuoio,  davanti  a una tavola rotonda,
    appoggi sulla tavola i grossi piedi calzati di caldi stivali e rimase
    assorto nei propri pensieri.
    - Ordinate che vi si portino dentro le valigie?  Che vi si prepari  il
    letto o desiderate prendere il t?  -  gli domandava il cameriere.
    Pierre  non  rispondeva  perch  non  udiva  e  non vedeva nulla.  Sin
    dall'ultima stazione di posta aveva continuato sempre a  pensare  allo
    stesso  argomento,  cos  importante  per  lui  da non permettergli di
    prestar alcuna attenzione a ci che gli avveniva attorno.  E non  solo
    gli  era  indifferente arrivare pi presto o pi tardi a Pietroburgo e
    di non aver in quella sosta forzata  un  posto  per  riposare;  ma,  a
    paragone dei pensieri che lo occupavano,  gli era persino indifferente
    trascorrere l, in quella stazione, qualche ora o tutta la vita.
    Il mastro di posta,  sua  moglie,  il  cameriere,  una  contadina  che
    vendeva i ricami di Torgk, erano entrati nella stanza per offrirgli i
    loro  servigi.  Pierre,  senza muoversi,  continuando a tenere i piedi
    sulla tavola, li aveva guardati attraverso gli occhiali,  senza capire
    che  cosa volessero n come potessero tutti vivere senza avere risolto
    i problemi che lo preoccupavano.  I problemi che lo assorbivano  erano
    sempre  gli stessi dal giorno in cui,  di ritorno da Soklniki dopo il
    duello, aveva trascorso la prima notte tormentosa e insonne;  ora poi,
    nell'isolamento  del  viaggio,  lo  dominavano  con  una  forza  tutta
    particolare.  Per quanto si sforzasse di  pensare  ad  altro,  tornava
    sempre  a  quegli stessi problemi,  che non sapeva risolvere e che non
    cessava di porsi. Era come se nella sua testa si fosse spanata la vite
    principale su cui poggiava tutta la sua esistenza.  La vite non andava
    pi n dentro,  n fuori, ma girava a vuoto, senza far presa su nulla,
    sempre nello stesso foro, n egli riusciva a fermarla.
    Entr il mastro di posta e preg umilmente  sua  eccellenza  di  voler
    attendere due orette, dopo le quali avrebbe dato a sua eccellenza (gli
    costasse  qualsiasi  cosa!)  i cavalli del corriere.  Evidentemente il
    mastro di posta mentiva,  con l'unico scopo di guadagnare di pi.  E'
    un male o un bene?,  si domandava Pierre.  Per me  un bene,  per un
    altro viaggiatore potrebbe essere  un  male  e  per  lui    una  cosa
    necessaria,  perch  non  ha  da  mangiare;  mi  ha  detto  che per un
    incidente simile una volta un ufficiale l'ha picchiato. Ma l'ufficiale
    l'ha picchiato perch aveva premura di arrivare,  mentre io ho sparato
    su  Dlochov  perch  mi  ero  ritenuto  offeso.  Luigi  Sedicesimo fu
    decapitato perch giudicato  un  criminale,  e  un  anno  dopo  furono
    giustiziati  coloro  che lo avevano mandato a morte.  Che cosa  male?
    Che cosa  bene?  Che cosa si deve amare e che cosa  odiare?  Per  che
    cosa  bisogna vivere,  e io stesso cosa sono?  Che cos' la vita,  che
    cos' la morte?  Quale forza governa tutte le cose?,  chiedeva  a  se
    stesso. E a queste domande non trovava risposta o ne trovava una sola,
    illogica,  che  non  rispondeva  tuttavia  appieno  ad alcune di esse:
    Morirai e sar tutto finito.  Morirai e saprai tutto e  smetterai  di
    fare domande. Ma anche morire era una cosa terribile.
    La  venditrice  di ricami offriva con voce stridula la sua mercanzia e
    insisteva in modo particolare per un paio di  pantofole  di  pelle  di
    capra.  Io  possiedo  centinaia  di  rubli  di cui non so cosa fare e
    costei,   appena  coperta  da  una   lacera   pelliccia,   mi   guarda
    timidamente,  pens Pierre. Ma a che servono i denari? Possono forse
    accrescere,  sia pure  di  un  capello,  la  felicit  e  la  serenit
    dell'anima?  C'  forse  qualcosa  al mondo che possa rendere lei e me
    meno soggetti al male e alla morte?  La  morte,  che  metter  fine  a
    tutto,  e che dovr venire,  inevitabilmente,  oggi o domani,  in ogni
    caso tra un attimo a paragone dell'eternit!.  E Pierre riprendeva  a
    premere  su quella vite che non faceva presa su nulla e che continuava
    a girare a vuoto nello stesso punto.
    Il domestico gli port un libro con le pagine tagliate  sino  a  met:
    era  un  romanzo  epistolare  di  madame Souza (1),  ed egli si mise a
    leggere il racconto delle sofferenze e della  virtuosa  lotta  di  una
    certa Amlie de Mansfeld.  E perch mai costei avr lottato contro il
    suo seduttore,  se lo amava?,  si chiedeva Pierre.  Dio  non  poteva
    farle concepire una passione che fosse contraria alla sua volont.  La
    mia ex-moglie non ha lottato e forse ha avuto ragione. No, non  stato
    scoperto nulla.  Noi possiamo soltanto sapere che non sappiamo  nulla.
    Ed  questo il pi alto grado della saggezza umana.
    Tutto,  dentro  e  attorno  a  lui,  gli  appariva confuso,  insensato
    disgustoso,  ma  anche  in  quel  disgusto  verso  tutto  ci  che  lo
    circondava, Pierre trovava una specie di irritante piacere.
    -  Oso  pregare  vostra eccellenza di scomodarsi un tantino per questo
    signore  -    disse  il  mastro  di  posta  entrando  nella  stanza  e
    introducendovi   un  altro  viaggiatore,   costretto  come  Pierre  ad
    aspettare per mancanza di cavalli. Era costui un vecchietto tarchiato,
    ossuto, giallastro,  pieno di rughe,  con folte sopracciglia spioventi
    su due occhi scintillanti di un indefinito colore grigiastro.
    Pierre  tir  gi  i piedi dal tavolo,  si alz e and a coricarsi sul
    letto che gli avevano preparato.  Di tanto in tanto guardava il  nuovo
    venuto che, con aria cupa e stanca, senza badare a Pierre si spogliava
    faticosamente  aiutato dal suo domestico.  Rimasto coperto soltanto da
    un pellicciotto logoro rivestito di nanchino  con  le  gambe  magre  e
    ossute,  calzate da stivali di feltro,  il nuovo venuto si sedette sul
    divano e, appoggiata alla spalliera la grossa testa dai capelli rasi e
    dalle tempie larghe,  si mise  a  guardare  Bezuchov.  Quello  sguardo
    severo,   intelligente  e  penetrante,  colp  Pierre,  che  prov  il
    desiderio di attaccare discorso con  il  viaggiatore;  ma,  mentre  si
    accingeva  a  rivolgergli  la  parola  e a chiedergli una informazione
    sulla strada, il vecchio,  chiusi gli occhi e congiunte le scarne mani
    rugose,  a  un  dito delle quali portava un grosso anello di ferro con
    raffigurato un teschio, rimase immobile, riposando, oppure, come parve
    a Pierre, riflettendo con calma e profondit su chiss che cosa.
    Il servo del viaggiatore era anch'egli un vecchietto dal viso  rugoso,
    giallognolo,  senza  baffi n barba,  evidentemente non perch fossero
    stati rasati ma perch non gli erano mai cresciuti. Abile e premuroso,
    il vecchio  domestico  apr  il  cesto  delle  provviste,  prepar  il
    necessario  per il t e port il samovr che bolliva.  Quando tutto fu
    pronto,  il viaggiatore apr gli occhi,  si  avvicin  al  tavolo,  si
    riemp di t un bicchiere, ne riemp un altro per il servitore imberbe
    e  glielo porse.  Pierre cominci a sentire una certa inquietudine e a
    provare il desiderio,  anzi la necessit di attaccare discorso con  il
    viaggiatore.
    Il  servo  riport  indietro  il  proprio  bicchiere  vuoto capovolto,
    tenendo ancora in bocca un pezzetto di zucchero,  e chiese al  padrone
    se non gli occorresse altro.
    -  Niente altro.  Dammi il libro  -  rispose il vecchio.  Il domestico
    gli diede un libro che  a  Pierre  parve  essere  di  preghiere  e  il
    viaggiatore si immerse nella lettura.  Pierre lo guardava.  Tutto a un
    tratto,  quello pos il libro e,  dopo aver  posto  un  segno  tra  le
    pagine,  lo chiuse e,  chiudendo di nuovo gli occhi, appoggi la testa
    alla spalliera del divano e  riprese  l'immobilit  di  prima.  Pierre
    continuava  a guardarlo e,  prima che avesse avuto il tempo di voltare
    la testa dall'altra parte, il vecchio riapr gli occhi e fiss in viso
    a Pierre uno sguardo risoluto e severo.
    Pierre si sent turbato;  avrebbe voluto evitare quello sguardo,  ma i
    lucidi occhi senili esercitavano su di lui un fascino invincibile.


    CAPITOLO 2.

    - Ho il piacere,  se non mi inganno,  di parlare con il conte Bezuchov
    -  disse il vecchio viaggiatore, lentamente e a voce alta.
    Pierre,  in  silenzio,  guardava  interrogativamente,  attraverso  gli
    occhiali, il suo interlocutore.
    -  Ho  sentito  parlare  di  voi  e  della  sventura che vi ha colpito
    prosegu il vecchio,  accentuando le ultime  parole  come  se  volesse
    dire:  S,  sventura;  in qualsiasi modo voi la chiamiate,  io so che
    quanto vi  accaduto a Mosca  stata  una  vera  sventura.    -    Vi
    compiango con tutto il cuore, caro signore!
    Pierre arross e, buttando gi in fretta le gambe dal divano, si chin
    verso il vecchio, con un sorriso timido e forzato.
    - Non ho accennato a questo per semplice curiosit, signor mio, ma per
    cause  pi  gravi.    -   Tacque per un momento,  senza distogliere lo
    sguardo da Pierre e si spost sul divano,  invitando con quel gesto il
    giovane  a  sedersi accanto a lui.  Bench adesso la conversazione con
    quel vecchio non lo seducesse affatto, tuttavia Pierre,  suo malgrado,
    obbed e and a sederglisi accanto.
    -  Voi  siete infelice,  signor mio  -  prosegu il viaggiatore.   Voi
    siete giovane, io sono vecchio e vorrei aiutarvi, nei limiti delle mie
    forze.
    - Ah, s!   -  rispose Pierre,  sforzandosi di sorridere.   -  Vi sono
    gratissimo... Voi di dove venite?
    Il viso del viaggiatore non era affettuoso, anzi freddo e severo, per
    nonostante  questo  le  parole  e  la  fisionomia del nuovo conoscente
    esercitavano su Pierre un fascino irresistibile.
    - Ma se  -  rispose il vecchio  -  per qualsiasi motivo non vi facesse
    piacere parlare con me, ditemelo francamente,  signor mio.   -  E a un
    tratto ebbe un sorriso inatteso, affettuosamente paterno.
    -  No!  Anzi,  sono  molto  contento  di  fare la vostra conoscenza  -
    rispose Pierre e,  guardando ancora una  volta  le  mani  del  vecchio
    viaggiatore,  osserv  pi  da  vicino  l'anello.  Ci vide il teschio,
    simbolo della massoneria.
    - Permettetemi una domanda  -  disse.  -  Siete massone?
    - S, appartengo alla confraternita dei liberi frammassoni (2)-rispose
    il viaggiatore,  fissando sempre pi profondamente Pierre negli occhi.
    -  E da parte mia e dei miei compagni vi tendo una mano fraterna.
    - Temo  -  disse Pierre, sorridendo ed esitando tra la fiducia che gli
    ispirava  la persona del vecchio e l'abitudine di deridere le credenze
    massoniche  -   temo  che  le  mie  idee  siano  molto  lontane  dalla
    comprensione delle vostre.  Temo,  come posso dire? che il mio modo di
    concepire l'intera creazione sia cos opposto  al  vostro  da  rendere
    impossibile capirci a vicenda.
    -  Conosco  il  vostro  modo di pensare,   -  replic il massone  -  e
    quelle vostre opinioni di cui parlate e che vi  sembrano  il  prodotto
    del vostro lavoro intellettuale,  sono le opinioni della maggior parte
    degli uomini,  il frutto  uniforme  dell'orgoglio,  della  pigrizia  e
    dell'ignoranza.  Scusatemi,  signor  mio,  ma  se  io  non  le  avessi
    conosciute non vi avrei parlato. Il vostro modo di parlare  un triste
    errore.
    - Allo stesso modo io potrei supporre che siate in errore voi! obiett
    Pierre, con un debole sorriso.
    - Non oserei mai dire di conoscere la verit  -  replic  il  massone,
    il quale,  con la sua decisa e ferma precisione di linguaggio, stupiva
    sempre di pi Pierre.   -  Nessuno pu giungere alla verit  da  solo;
    unicamente mettendo pietra su pietra,  con la partecipazione di tutti,
    per milioni di generazioni, dal padre Adamo sino ai nostri giorni,  si
    erige  il  tempio  che  deve  essere la degna dimora dell'Altissimo  -
    disse il massone, e chiuse gli occhi.
    - Devo confessarvi che non credo...  non credo in Dio  -    mormor  a
    fatica e con rammarico Pierre,  ma sentendo la necessit di dire tutta
    la verit.
    Il massone lo guard attentamente e sorrise come potrebbe sorridere un
    riccone che possedesse molti milioni a un poveretto che gli dicesse di
    non possedere,  lui povero,  i cinque rubli che gli  basterebbero  per
    essere felice.
    -  Lo  so,  signor mio,  voi non lo conoscete,  non potete conoscerlo-
    rispose il massone.   -  Non lo conoscete,  ed  per questo che  siete
    infelice.
    - S, s, sono infelice,  -  replic Pierre  -  ma che ci posso fare?
    -  Voi  non  lo  conoscete,  signor mio,  e perci siete profondamente
    infelice. Voi non lo conoscete,  ed Egli  qui,   in me,   nelle mie
    parole.  Egli    in  te,  e  persino  nelle parole sacrileghe che hai
    pronunziato poc'anzi  -    concluse  il  massone  con  voce  severa  e
    tremante.
    Poi tacque e sospir, sforzandosi visibilmente di calmarsi.
    -  Se  Egli non esistesse,   -  prosegu poi con dolcezza  -  voi e io
    non parleremmo ora di lui,  signor mio.  Di che cosa,  di chi  abbiamo
    parlato?  Chi  hai  tu  negato?    -    chiese a un tratto con solenne
    severit e con tono autorevole.   -   Chi  lo  ha  inventato,  se  non
    esiste? Perch  sorta in te la supposizione che esista un essere cos
    incomprensibile? Perch tu e tutto il mondo avete supposto l'esistenza
    di un Essere inaccessibile, onnipotente, eterno e infinito in tutte le
    sue qualit?  -  Si interruppe e tacque a lungo.
    Pierre non poteva n voleva interrompere quel silenzio.
    -  Egli  esiste;  ma   difficile capirlo  -  riprese il massone senza
    guardare Pierre,  ma fissando davanti a s e sfogliando le pagine  del
    libro  con  le vecchie mani rugose che,  per l'interna agitazione,  si
    movevano nervosamente.   -  Se tu mettessi in dubbio l'esistenza di un
    uomo,  io prenderei per mano quest'uomo, lo condurrei in casa tua e te
    lo farei vedere. Ma come posso io, semplice creatura mortale, mostrare
    tutta l'eternit,  l'onnipotenza e la grazia di lui a chi  cieco o  a
    chi chiude gli occhi per non vederlo, per non capirlo e per non vedere
    e  non  capire nel tempo stesso tutta la propria vilt e colpevolezza?
    -  Egli tacque ancora.   -  Chi sei?  Che cosa sei?  Ti  credi  saggio
    perch  hai  potuto pronunziare quelle sacrileghe parole,   -  riprese
    con un cupo e sprezzante sorriso    -    ma  sei  pi  sciocco  e  pi
    insensato di un bimbetto il quale, nel trastullarsi con le parti di un
    orologio abilmente costruito, osasse dire di non credere all'esistenza
    dell'artefice  che l'ha fatto solo perch non capisce il significato e
    lo scopo dell'orologio.  S,   difficile  conoscerlo.  Per  secoli  e
    secoli,  da Adamo sino ai giorni nostri,  ci affanniamo per giungere a
    questa  comprensione  e  siamo  ancora   infinitamente   lontani   dal
    raggiungere  la  meta,  ma nella nostra incapacit di comprenderlo non
    dobbiamo vedere altro che la nostra debolezza e la sua grandezza...
    Pierre ascoltava il massone con il cuore che gli veniva  meno,  e  con
    gli   occhi   luccicanti   lo  fissava  senza  osare  interromperlo  o
    interrogarlo,  e con tutta l'anima credeva a ci che gli  diceva  quel
    vecchio sconosciuto. Credeva alle sensate argomentazioni contenute nel
    discorso  del  massone  o credeva,  come un bambino,  alle intonazioni
    della convinzione  e  del  fervore  con  cui  quelle  parole  venivano
    pronunziate?   Credeva  al  tremito  della  voce  che  a  volte  quasi
    interrompeva le parole del massone,  o a quei luminosi  occhi  senili,
    invecchiati in quell'unica fede,  o a quella calma, a quella fermezza,
    a quella consapevolezza della  propria  missione  che  splendevano  in
    tutto   l'essere   di  quell'uomo  e  che  colpivano  Pierre  in  modo
    particolare in quanto le paragonava alla propria apatia morale e  alla
    propria  disperazione?  Certo si  che egli desiderava ardentemente di
    credere,  e credeva,  e provava una gioiosa sensazione di  quiete,  di
    rinnovamento, di ritorno alla vita.
    -  Non  con l'intelletto che lo possiamo comprendere,  ma con la vita
    -  concluse il vecchio.
    - Io non capisco  -  rispose Pierre,  sentendo con timore  sorgere  il
    dubbio  dentro  di  s.  Temeva la fragilit e la poca chiarezza delle
    disposizioni del suo interlocutore, temeva di non potergli credere.  -
    Non capisco  -  disse  -  come mai la mente umana non sia in grado  di
    giungere alla conoscenza di cui voi parlate.
    Il massone ebbe di nuovo quel suo sorriso dolcemente paterno.
    -  La  somma  sapienza  e  verit    come un liquido purissimo di cui
    vorremmo essere permeati  -  disse.   -  Posso io forse raccogliere un
    liquido purissimo in un sudicio vaso e giudicarne la purezza? Soltanto
    purificando  il  mio intimo essere mi  concesso di ridurre a un certo
    grado di purezza la linfa che vi ho accolto.
    - S, s,  cos  -  esclam Pierre con gioia.
    - La somma sapienza non  basata soltanto sulla ragione,  non  basata
    sulle scienze del mondo quali la fisica,  la storia,  la chimica e via
    dicendo, nelle quali si dissocia la conoscenza intellettuale. La somma
    sapienza  una.  La somma sapienza non ha  che  un'unica  scienza,  la
    scienza  universale,  la  scienza  che  spiega tutta la creazione e il
    posto che in essa occupa l'uomo.  Per accogliere in noi questa scienza
     necessario purificare e rinnovare il nostro io interiore e pertanto,
    prima  di sapere,  bisogna credere e perfezionarsi.  E per raggiungere
    tali mete,   posta nell'anima nostra una luce divina  che  si  chiama
    coscienza.
    - S, s  -  conferm Pierre.
    -  Considera  con  gli  occhi  dello spirito il tuo essere interiore e
    domandati se sei contento di te stesso.  Che cosa hai raggiunto con la
    sola  guida dell'intelletto?  Che cosa sei?  Voi siete giovane,  siete
    ricco, siete intelligente e istruito, signor mio. Che cosa avete fatto
    di tutti questi beni che vi furono donati?  Siete contento  di  voi  e
    della vostra vita?
    - No, odio la mia vita  -  rispose Pierre, aggrottandosi.
    - La odii? Cambiala, allora. Cerca di purificarti e, a mano a mano che
    ti avvicinerai alla purificazione, conoscerai la sapienza. Considerate
    la vostra vita, signor mio! Come l'avete trascorsa? Nelle orge e nella
    depravazione,  ricevendo  tutto  dalla  societ e non dandole nulla in
    cambio.  Avete avuto la ricchezza: come l'avete  impiegata?  Che  cosa
    avete  fatto per il vostro prossimo?  Avete qualche volta pensato alle
    decine di migliaia dei vostri servi?  Li avete aiutati materialmente e
    moralmente? No. Avete approfittato del loro faticoso lavoro per vivere
    una vita dissoluta.  Ecco quello che avete fatto! Avete scelto un modo
    di vivere  per  cui  vi  fosse  possibile  rendervi  utile  al  vostro
    prossimo?  No. Avete invece trascorso la vostra vita nell'ozio. Poi vi
    siete sposato,  signor mio: vi siete assunto la responsabilit di  far
    da  guida  a  una giovane donna,  e che cosa avete fatto?  Non l'avete
    aiutata, signor mio, a trovare la via della verit, ma l'avete gettata
    nell'abisso della menzogna e dell'infelicit.  Un uomo vi ha offeso  e
    voi  lo  avete  colpito  e  dite che non conoscete Dio e che odiate la
    vostra vita. Non c' da meravigliarsene, signor mio.
    Dopo queste parole il massone,  come se fosse stanco per aver fatto un
    cos lungo discorso,  si appoggi di nuovo alla spalliera del divano e
    chiuse gli occhi. Pierre guardava quel volto senile, severo, immobile,
    che pareva morto,  e moveva le labbra.  Avrebbe voluto  dire:  S,  
    vero,  ho condotto una vita abietta oziosa,  depravata.  Ma non osava
    rompere il silenzio.
    Il massone ebbe un colpo di tosse  rauca,  da  vecchio,  e  chiam  il
    servo.
    - E i cavalli, dunque?  -  chiese, senza guardare Pierre.
    -  Sono  arrivati  quelli a nolo  -  rispose il servo.   -  Non volete
    riposarvi?
    - No, ordina di attaccare.
    Possibile che egli parta e mi lasci solo senza avere  detto  tutto  e
    senza  promettermi un aiuto?,  pens Pierre,  alzandosi da sedere;  a
    capo basso e guardando  di  tanto  in  tanto  il  massone  si  mise  a
    camminare su e gi per la stanza.  S, non ci pensavo, ma ho condotto
    realmente una vita spregevole e depravata;  non l'amavo,  per,  n la
    volevo,  pensava  Pierre  ma  quest'uomo  conosce  la  verit e,  se
    volesse,  potrebbe rivelarmela.  Avrebbe voluto dire tutto questo  al
    vecchio massone,  ma non osava.  Il viaggiatore,  intanto,  dopo avere
    riposto rapidamente le sue cose,  con  le  vecchie  mani  esperte,  si
    abbotton il pellicciotto. Quando fu pronto, si volse a Bezuchov e con
    un tono indifferente e cortese, gli domand:
    - Dove andate, ora, signor mio ?
    - Io? A Pietroburgo  -  rispose Pierre con voce infantile ed esitante.
    -   Vi ringrazio.  Sono d'accordo con voi in tutto.  Non crediate per
    che io sia stato tanto malvagio.  Con tutta l'anima ho  desiderato  di
    essere  quale  voi  vorreste  che fossi;  ma non ho mai trovato chi mi
    aiutasse... Del resto, in primo luogo, la colpa  mia.  Aiutatemi voi,
    istruitemi voi, e forse diventer...
    Pierre  non pot continuare: tir su con il naso e si volt dall'altra
    parte.
    Il massone tacque a lungo, riflettendo.
    - L'aiuto viene soltanto da Dio,   -  disse  -  ma quel tanto di aiuto
    che    nella  possibilit  del  nostro Ordine di dare,  vi sar dato,
    signor mio. Quando sarete a Pietroburgo,  consegnerete questo al conte
    Villarski.    -    (Tir fuori il portafoglio e su un grosso foglio di
    carta piegato in quattro scrisse alcune parole).   -  Permettetemi  di
    darvi  un  consiglio.  Quando sarete nella capitale,  vivete un po' di
    tempo  nell'isolamento,  studiando  profondamente  voi  stesso  e  non
    rimettetevi  sulla strada di prima...  Vi auguro buon viaggio,  signor
    mio,   -  concluse,  avendo notato che il suo servo era entrato  nella
    stanza  -  e buona fortuna...
    Quel  viaggiatore,  come Pierre venne a sapere dal registro del mastro
    di posta,  era Ossp  Aleksevic'  Bazdeev  (3),  uno  dei  massoni  e
    martinisti (4) pi noti sin dal tempo di Nvikov (5).
    Per  un  bel  pezzo,  dopo  che  egli era partito,  Pierre,  invece di
    coricarsi e di chiedere i cavalli,  passeggi  a  lungo  nella  camera
    della  stazione di posta,  riflettendo sul proprio dissoluto passato e
    immaginando, con l'entusiasmo di un rinnovamento,  un avvenire felice,
    irreprensibile e virtuoso che ora gli appariva facilissimo.  Era stato
    vizioso,  cos  gli  pareva,  soltanto  perch  aveva  per  puro  caso
    dimenticato quanto fosse bello l'essere virtuoso.  Nella sua anima non
    rimaneva  alcuna  traccia  degli  antichi  dubbi.   Ora  egli  credeva
    fortemente  nella possibilit della fratellanza tra gli uomini,  uniti
    tra loro con lo scopo di sorreggersi a vicenda sulla via della  virt;
    cos appunto si raffigurava la massoneria.


    CAPITOLO 3.

    Giunto a Pietroburgo,  Pierre non inform nessuno del suo ritorno, non
    si fece vedere da nessuna parte  e  trascorse  intere  giornate  nella
    lettura  di  Tommaso da Kempis (6),  libro che gli era stato procurato
    non sapeva  da  chi.  Leggendo  quelle  pagine  Pierre  capiva  sempre
    soltanto  una  cosa:  capiva  la  gioia,  per lui del tutto nuova,  di
    credere nella possibilit di raggiungere la perfezione,  e quell'amore
    tra gli uomini, fraterno e attivo, che gli era stato rivelato da Ossp
    Aleksevic'.  Una  settimana  dopo  il  suo  arrivo,  il giovane conte
    polacco Villarski che Pierre aveva conosciuto superficialmente, quando
    frequentava la societ pietroburghese,  entr una sera in  camera  sua
    con  quell'aria  ufficiale e solenne con la quale si era presentato il
    padrino di Dlochov e,  chiusa la porta alle sue spalle e  accertatosi
    che  nella  stanza  non  c'era nessuno all'infuori di Pierre,  prese a
    parlare.
    - Sono venuto da voi,  conte,  con un incarico e una proposta  -   gli
    disse  senza  neppure  sedersi.    -   Un personaggio altolocato della
    nostra societ ha insistito perch  voi  siate  accolto  nella  nostra
    fratellanza  prima  dei  termini  usuali  e mi ha proposto di offrirmi
    garante per voi.  Io considero un sacro dovere  la  realizzazione  del
    desiderio di quella persona.  Volete voi entrare, con la mia garanzia,
    nella societ dei liberi frammassoni?
    Il tono freddo e severo di quell'uomo,  che Pierre aveva quasi  sempre
    veduto alle feste di ballo,  sorridente e cortese,  in compagnia delle
    signore pi brillanti della citt, colp profondamente Pierre.
    - S,  -  rispose  -  lo desidero.
    Villarski chin la testa.
    - Ancora una domanda,  conte,  alla quale vi prego di  rispondere  con
    assoluta  franchezza,  non gi come futuro massone ma come uomo onesto
    ("galant homme"): avete ripudiato le vostre convinzioni di  un  tempo,
    credete in Dio?
    Pierre rimase sovrappensiero.
    - S... s..., credo in Dio  -  rispose.
    -  In  tal  caso...    -    riprese  a  dire  Villarski,  ma Pierre lo
    interruppe.
    - S, credo in Dio  -  ripet ancora una volta.
    - In tal caso,  possiamo andare  -   disse  Villarski.    -    La  mia
    carrozza  a vostra disposizione, conte.
    Durante  il  tragitto Villarski non disse una parola.  Alle domande di
    Pierre su cosa dovesse  fare  e  come  dovesse  rispondere,  Villarski
    rispose  soltanto che altri fratelli,  pi degni di lui,  lo avrebbero
    sottoposto a certe prove e che egli non avrebbe dovuto far  altro  che
    rispondere la verit.
    Varcato  il  portone  del  grande  palazzo dove aveva sede la Loggia e
    salita una scala buia,  entrarono in una piccola anticamera illuminata
    dove,   senza   l'aiuto   dei   servi,   si   tolsero   la  pelliccia.
    Dall'anticamera passarono in un'altra stanza.  Sulla soglia apparve un
    uomo  in  uno  strano  costume.  Villarski,  movendogli incontro,  gli
    mormor alcune parole in francese e si avvicin a un  piccolo  armadio
    nel  quale  Pierre scorse dei vestiti quali non aveva mai veduto prima
    di allora. Tolto dall'armadio un fazzoletto,  Villarski copr con esso
    gli  occhi  di  Pierre  e,  annodandoglielo  sulla  nuca,  gli strinse
    insieme,  dolorosamente,  i capelli.  Poi lo attir a s,  lo baci e,
    presolo per mano,  lo condusse avanti.  I capelli,  presi nel nodo gli
    dolevano e Pierre, facendo smorfie per il male che provava,  sorrideva
    come  se si vergognasse di qualche cosa.  La sua enorme persona con le
    braccia penzoloni, con il viso contratto e insieme sorridente, seguiva
    Villarski con andatura timida e incerta.
    Dopo aver percorso una diecina di passi, Villarski si ferm.
    - Qualsiasi cosa vi accada,   -  disse   -    dovete  sopportarlo  con
    coraggio, se siete fermamente deciso a far parte della nostra societ.
    -    (Pierre  rispose  con  un  cenno  affermativo  del capo).  Quando
    sentirete un colpo all'uscio,  dovrete togliervi la benda dagli  occhi
    -  aggiunse Villarski;   -  vi auguro coraggio e fortuna!- E,  stretta
    la mano a Pierre, usc dalla stanza.
    Rimasto solo, Pierre continu a sorridere. Sollev un paio di volte le
    spalle,  port la mano al fazzoletto come se volesse  toglierselo,  ma
    poi  l'abbass.  I  cinque  minuti  che  egli  trascorse con gli occhi
    bendati gli parvero lunghi come un'ora.  Sentiva le mani  intorpidite,
    le gambe vacillanti;  aveva l'impressione di essere stanco. Provava le
    pi complesse e svariate sensazioni.  Aveva paura di ci che gli stava
    accadendo e ancor pi paura di dimostrare la sua paura. Era curioso di
    sapere  che  cosa  gli  sarebbe  successo,  che cosa gli sarebbe stato
    rivelato ma,  soprattutto,  provava una gran gioia nel pensare che era
    finalmente  giunto  per  lui  il momento in cui si sarebbe incamminato
    sulla via di quella rigenerazione, di quella vita attivamente virtuosa
    che sognava dal giorno in cui aveva conosciuto Ossp Aleksevic'.
    Forti colpi furono battuti all'uscio.  Pierre si tolse la benda  e  si
    guard  attorno.  La  stanza  era immersa nel buio: solo in un angolo,
    entro qualcosa di bianco, ardeva una lampada. Pierre si accost e vide
    che la lampada era appoggiata su una tavola nera sulla quale posava un
    libro aperto.  Il libro era il Vangelo.  La  cosa  bianca,  entro  cui
    ardeva la lampada,  era un teschio umano con i suoi buchi e con i suoi
    denti.  Dopo aver letto le prime parole del Vangelo: In principio era
    il  Verbo  e  il  Verbo  era Dio,  Pierre fece il giro della tavola e
    scorse una gran cassa aperta che conteneva qualcosa di indistinto. Era
    una bara,  colma di ossa.  Ci che vedeva non lo meravigliava affatto.
    Giacch   sperava   di   iniziare   una   vita   completamente  nuova,
    completamente diversa  dall'antica,  egli  si  attendeva  qualcosa  di
    eccezionale,  pi eccezionale ancora di quello che vedeva. Il teschio,
    la bara,  il Vangelo erano  tutte  cose  che  gli  pareva  di  essersi
    aspettate,  e  aspettava  qualcosa  di  pi.  Sforzandosi di suscitare
    dentro di s un senso di stupore, si guardava attorno. Dio, la morte,
    l'amore,  la fratellanza,  diceva a se stesso,  collegando  a  queste
    parole immagini confuse ma gioiose. La porta si apr: qualcuno entr.
    A quella debole luce, cui Pierre del resto aveva gi avuto il tempo di
    abituarsi,  vide  entrare  un  uomo  di  bassa statura.  Naturalmente,
    passando dalla luce al buio, quell'uomo si ferm; poi,  a passi cauti,
    avanz verso la tavola e vi appoggi sopra le piccole mani, coperte da
    guanti di pelle.
    Il  piccolo  uomo  indossava  un  grembiale  di cuoio bianco,  che gli
    copriva il petto e parte delle  gambe;  attorno  al  collo  aveva  una
    specie  di  collana  dalla quale usciva un alto "jabot" bianco che gli
    incorniciava il viso lungo, illuminato dal basso.
    - Perch siete venuto  qui?    -    domand  colui  che  era  entrato,
    rivolgendosi  dalla  parte da cui giungeva il fruscio fatto da Pierre.
    -  Perch voi, che non credete nella verit della luce e non vedete la
    luce siete venuto qui?  Che  cosa  volete  da  noi?  Sapienza,  virt,
    istruzione?
    Nel   momento  in  cui  l'uscio  si  era  aperto  ed  era  entrato  lo
    sconosciuto,  Pierre aveva provato un senso di  paura  e  di  profondo
    rispetto,  simile a quello che provava, quando era bambino, durante la
    confessione: si sentiva solo con un uomo, a lui assolutamente estraneo
    secondo le convinzioni del vivere,  a lui fratello secondo i  princpi
    della fratellanza tra gli uomini. Pierre, con il cuore che gli batteva
    con  tanta violenza da mozzargli il fiato,  si mosse verso il retore
    (cos veniva chiamato in massoneria il socio che aveva  l'incarico  di
    preparare   il   cercatore   per   l'ammissione   alla  societ)  e,
    avvicinatosi  di  pi,  riconobbe  in  lui  un  conoscente,  un  certo
    Smoljninov, ma lo offendeva il pensiero che colui che era entrato era
    persona  a  lui  nota.  Quell'uomo  doveva  esser  per lui soltanto un
    fratello e un educatore di virt.  Per un pezzo Pierre non fu in grado
    di  dire  una  parola,  cosicch  il  retore  dovette  ripetere la sua
    domanda.
    - S...  io...  io desidero rinnovare la mia vita  -   rispose  infine
    Pierre, a fatica.
    - Bene  -  disse Smoljninov,  e subito prosegu:  -  Avete conoscenza
    dei  mezzi  con  i  quali  il  nostro  sacro  Ordine  pu  aiutarvi  a
    raggiungere  il  vostro scopo?   -  disse il retore in fretta,  ma con
    calma.
    - Io... spero... in una guida... in un aiuto... per rinnovarmi rispose
    Pierre con la voce tremante e stentando a trovare le parole,  forse  a
    causa  dell'emozione  e  della  mancanza di abitudine di esprimersi in
    russo su argomenti astratti.
    - Che opinione avete della frammassoneria?
    - Io suppongo  che  la  frammassoneria  consista  nella  fraternit  e
    nell'eguaglianza  degli  uomini con scopi virtuosi  -  rispose Pierre,
    vergognandosi,  a mano a mano che parlava,  della insufficienza  delle
    proprie parole rispetto alla solennit dei momento.  -  Io suppongo...
    - Bene  -  dichiar in fretta il retore,  evidentemente soddisfatto in
    pieno della risposta.   -  Avete cercato nella religione i  mezzi  per
    raggiungere la vostra meta?
    - No, la ritenevo falsa e non la seguivo  -  disse Pierre, ma con voce
    cos  sommessa  che  il retore non ud la sue parole e gli domand che
    cosa avesse detto.  -  Ero ateo  -  rispose Pierre.
    -  Voi  cercate  la  verit  per  vivere  secondo  le  sue  leggi;  di
    conseguenza  cercate  la sapienza e la virt,  nevvero?   -  chiese il
    retore dopo una breve pausa.
    - S, s  -  conferm Pierre.
    Il retore toss, incroci sul petto le mani coperte dai guanti e prese
    a dire:
    - Ora devo rivelarvi lo scopo  principale  del  nostro  Ordine  e,  se
    questo scopo coincide col vostro, allora vi sar utile entrare a farvi
    parte.  Il  primo  e pi importante suo scopo e insieme la base su cui
    esso si fonda,  base che nessuna forza al mondo pu rovesciare,    la
    conservazione  e  la  trasmissione  ai  posteri  di un importantissimo
    mistero... giunto a noi dai pi remoti secoli, anzi dal primo uomo: da
    questo mistero dipende forse la storia del  genere  umano.  Ma  poich
    questo  mistero    di  tale  natura  che  nessuno  lo pu conoscere e
    giovarsene se non  preparato da una lunga e diligente preparazione di
    se stesso,  non a tutti  concesso di conoscerlo in breve  tempo.  Noi
    abbiamo  quindi  un  secondo scopo che consiste nel preparare i membri
    dell'Ordine a correggere,  per quanto  possibile,  i  loro  cuori,  a
    purificare e a illuminare il loro intelletto con quei mezzi,  rivelati
    dalla tradizione,  con cui gli uomini si sono affaticati nella ricerca
    di  quel mistero,  e nel renderli capaci di intenderlo.  Purificando e
    indirizzando verso la giusta via i nostri confratelli,  ci  sforziamo,
    in terzo luogo, di emendare il genere umano, offrendogli l'esempio dei
    nostri adepti, esempio di piet e di virt, e cos con tutte le nostre
    forze cerchiamo di combattere il male che domina nel mondo. Riflettete
    a  quanto  vi  ho  detto:  tra poco torner da voi.   -  E dopo queste
    parole, usc dalla stanza.
    - Combattere il male che domina  nel  mondo...    -    ripet  Pierre,
    immaginando  gi  la  sua futura attivit in questo campo.  Immaginava
    anche altri uomini simili a lui quale era due  settimane  addietro  e,
    mentalmente,   rivolgeva  loro  un  discorso  educativo  e  didattico.
    Immaginava uomini viziosi e infelici ai quali egli veniva in aiuto con
    le parole e con le azioni; immaginava gli oppressori ai quali riusciva
    a sottrarre le vittime.  Dei tre scopi cui aveva accennato il  retore,
    l'ultimo,  l'emendamento  del  genere  umano,  pareva  a Pierre il pi
    congeniale al suo spirito. L'importante mistero di cui il retore aveva
    parlato,  per quanto eccitasse la  sua  curiosit,  non  gli  appariva
    essenziale;  il secondo scopo,  la purificazione e la correzione di se
    stesso lo interessava poco,  giacch in quel momento si  sentiva,  con
    piacere,  gi  completamente emendato dei suoi vizi di un tempo e teso
    unicamente verso il bene.
    Dopo mezz'ora il retore riapparve per comunicare al neofita  le  sette
    virt  che corrispondevano ai sette gradini del tempio di Salomone che
    ogni massone doveva coltivare in s.
    Le sette virt erano:
    1) "La discrezione", ossia la conservazione del segreto dell'Ordine.
    2) "L'obbedienza" ai superiori dell'Ordine.
    3) "La severit" dei costumi.
    4) "L'amore" verso il prossimo.
    5) "Il coraggio".
    6) "La generosit".
    7) "L'amore della morte".
    - Cercate  -  disse il retore  -    con  frequenti  meditazioni  sulla
    morte  di  giungere  al  punto  che  essa  non  vi appaia pi come una
    terribile nemica,  ma come  una  amica...  capace  di  liberare  dalle
    miserie  di  questa  vita  l'anima  che ha sofferto per raggiungere la
    virt, per condurla l dove essa trover la ricompensa e la pace.
    S, dev'essere cos, pens Pierre, quando il retore, dopo aver detto
    queste parole, usc di nuovo dalla stanza lasciandolo solo a meditare.
    Dev'essere cos, ma io sono ancora tanto debole da amare la vita,  il
    cui vero significato incomincia appena ora a rivelarmisi. Ma le altre
    cinque  virt  che  Pierre  ramment,  enumerandole sulle dita,  se le
    sentiva nell'anima:  il  coraggio,  la  generosit,  la  moralit  dei
    costumi,  l'amore  per il prossimo e in particolare,  l'obbedienza che
    non gli appariva come una virt, ma come una felicit. (Gli dava tanta
    gioia ora il pensiero  di  sottrarsi  al  suo  libero  arbitrio  e  di
    sottomettere  la  sua  volont  a  coloro  che  conoscevano l'assoluta
    verit).  La settima virt,  Pierre l'aveva dimenticata e non riusciva
    assolutamente pi a ricordarla.
    Per la terza volta ricomparve il retore, dopo un intervallo pi breve,
    e  domand a Pierre se fosse sempre fermo nella sua decisione e pronto
    a sottomettersi a tutto quello che gli si richiedeva.
    - Sono pronto a tutto  -  rispose Pierre.
    - Devo ancora comunicarvi  -  disse il retore  -  che il nostro Ordine
    insegna la sua dottrina non solo a parole,  ma anche con  altri  mezzi
    che forse agiscono con maggiori forze su chi va in cerca della verit,
    pi di quanto lo possano fare le dimostrazioni verbali. Questo tempio,
    arredato come voi vedete,  deve avere gi parlato al vostro cuore,  se
    esso    sincero,   pi  di  qualsiasi  parola;   anche   durante   il
    proseguimento della vostra iniziazione vi capiter di vedere un simile
    modo  di  presentare  le  spiegazioni.  Il  nostro Ordine imita quelle
    societ antichissime che rivelavano le  loro  dottrine  per  mezzo  di
    geroglifici.  Il  geroglifico  -  soggiunse il retore  -   un modo di
    dare un nome alle cose che non cadono  sotto  i  nostri  sensi  e  che
    contengono propriet simili a quelle della cosa rappresentata.
    Pierre  non  ignorava  che  cosa  fosse  un geroglifico,  ma non osava
    parlare.  Ascoltava in silenzio il  retore  avvertendo  da  tutto  che
    presto avrebbero avuto inizio le prove.
    -  Se  siete  fermamente  deciso  devo  procedere  alla iniziazione  -
    dichiar il retore,  accostandosi di pi a Pierre.   -   In  segno  di
    generosit,  vi  prego  di  consegnarmi tutti gli oggetti preziosi che
    avete.
      -   Ma qui con me non ho nulla  -  disse Pierre,  immaginando che si
    volesse da lui tutto ci che possedeva.
    - Quello che avete addosso: l'orologio, il denaro, gli anelli...
    Pierre si affrett a tirar fuori il borsellino e l'orologio e fatic a
    lungo  per  togliersi  dal  grosso dito l'anello matrimoniale.  Quando
    questa operazione fu compiuta, il massone disse:
    - In segno di obbedienza, vi prego di spogliarvi.
    Pierre si tolse la giacca,  il panciotto e la scarpa sinistra  secondo
    l'indicazione  del  retore.  Il  massone  gli apr la camicia dal lato
    sinistro del petto e,  chinandosi,  gli  alz  sino  al  ginocchio  il
    pantalone  sinistro.  Pierre voleva togliersi anche la scarpa destra e
    sollevare  il  pantalone  destro  per  evitare  questa  fatica  a  uno
    sconosciuto,  ma  il  massone  gli  disse che non era necessario e gli
    porse una pantofola per il piede sinistro. Con un fanciullesco sorriso
    di vergogna,  di incertezza e di  canzonatura  verso  se  stesso,  che
    contro  la sua volont gli sfiorava le labbra,  Pierre stava ritto con
    le braccia penzoloni e le gambe allargate, davanti al fratello retore,
    in attesa di nuovi ordini.
    - E infine,  in segno di purezza di cuore,  vi prego di  rivelarmi  la
    vostra pi intensa passione  -  disse quello.
    - La mia pi intensa passione? Ne ho avute tante!  -  rispose Pierre.
    -  Quella che pi di tutte le altre vi ha costretto a tentennare sulla
    via della virt.
    Pierre tacque, riflettendo.
    Il vino? La gola?  L'ozio?  La pigrizia?  L'ira?  L'odio?  Le donne?
    pensava, scegliendo tra i suoi vizi e non sapendo a quale di essi dare
    la precedenza.
    - Le donne  -  disse a voce sommessa,  appena udibile.  Il massone non
    si mosse e, dopo queste parole, rimase a lungo in silenzio. Finalmente
    si accost a Pierre,  prese il fazzoletto posato sulla  tavola  e  gli
    bend di nuovo gli occhi.
    -  Ve lo dico per l'ultima volta: rivolgete tutta la vostra attenzione
    a voi stesso, mettete i ceppi ai vostri sensi e cercate la beatitudine
    non nelle passioni, ma nel vostro cuore.  La fonte della beatitudine 
    dentro di noi, non fuori...
    Pierre gi sentiva in s quella luminosa fonte di beatitudine, che ora
    gli colmava l'anima di commossa gioia.


    CAPITOLO 4.

    Poco  dopo  venne  a  prenderlo  nel  buio tempio non pi il retore di
    prima,  ma il conte Villarski che aveva garantito per lui e che Pierre
    riconobbe alla voce. Alle nuove interrogazioni sulla fermezza dei suoi
    propositi, Pierre rispose:
    - S,  s, consento  -  e con un infantile, radioso sorriso, il grasso
    petto scoperto,  procedendo con passo timido ed esitante un piede nudo
    e  l'altro  calzato,  and  avanti verso la spada che Villarski teneva
    puntata verso il suo petto nudo.  Da quella stanza fu guidato avanti e
    indietro  lungo vari corridoi,  e finalmente lo fecero fermare dinanzi
    all'uscio della Loggia. Villarski toss: gli risposero alcuni colpi di
    martello, all'uso massone,  e la porta si apr dinanzi a lui.  La voce
    di basso di uno sconosciuto (gli occhi di Pierre erano sempre bendati)
    gli  chiese  chi fosse,  dove e quando fosse nato,  eccetera eccetera.
    Poi, sempre a occhi bendati, lo guidarono oltre e, cammin facendo, gli
    parlarono in forma allegorica  delle  fatiche  della  via  intrapresa,
    della santit dell'amicizia, dell'Architetto eterno dell'universo, del
    coraggio,  con  cui  avrebbe  dovuto  affrontare  fatiche  e pericoli.
    Durante il cammino Pierre  not  che  lo  chiamavano  ora  "colui  che
    cerca",  ora "colui che sopporta", ora "colui che chiede" e, a seconda
    di tali denominazioni,  risonavano in modo diverso i colpi battuti con
    il  martello  e  con le spade.  Mentre veniva guidato verso un oggetto
    sconosciuto, Pierre avvert che tra coloro che lo accompagnavano erano
    sorti un certo imbarazzo e un po' di confusione.  Ud che  le  persone
    che  gli  erano  attorno  discutevano  a  bassa voce e che una di esse
    insisteva affinch  egli  fosse  fatto  passare  sopra  non  so  quale
    tappeto. Dopo di che, presagli la mano destra, gliela fecero posare su
    qualche  cosa  e  gli  ordinarono  di  appoggiare  con  la sinistra un
    compasso sulla mammella sinistra;  poi,  facendogli ripetere le parole
    che  uno  di loro leggeva,  gli chiesero di giurare fedelt alle leggi
    dell'Ordine.  Poi,  spente le candele,  accesero,  come Pierre avvert
    dall'odore,  una  lampada a spirito e gli dissero che avrebbe visto la
    piccola luce. Gli tolsero la benda e Pierre, come in sogno,  scorse al
    fioco lume delle fiammelle a spirito,  alcune persone le quali, con un
    grembiale simile a quello del retore,  erano ritte  davanti  a  lui  e
    tenevano  in mano delle spade puntate contro il suo petto.  Tra quelle
    persone vi era un uomo in camicia bianca macchiata di sangue. A quella
    vista Pierre si spinse avanti perch le  spade  gli  trafiggessero  il
    petto, ma le spade si ritrassero e subito dopo gli fu rimessa la benda
    sugli occhi.
    -  Ora  hai veduto la piccola luce  -  gli disse una voce sconosciuta.
    Poi riaccesero le candele,  gli dissero  che  avrebbe  ora  veduto  la
    grande luce. Gli tolsero ancora una volta le bende e pi di dieci voci
    scandirono insieme all'improvviso: "Sic transit gloria mundi" (7).
    A  poco a poco Pierre cominci a tornare in s e a osservare la stanza
    in cui stava e le persone che si trovavano in essa. Attorno a un lungo
    tavolo, coperto di nero, sedevano una dozzina circa di persone,  tutte
    vestite  come  quelle  che aveva gi vedute.  Alcune di esse Pierre le
    aveva  gi  conosciute  in  societ,  a  Pietroburgo.   Al  posto  del
    presidente stava un giovane sconosciuto che portava al collo una croce
    speciale.  Alla  sua  destra  sedeva l'abate italiano che Pierre aveva
    incontrato due anni addietro in casa di Anna Pvlovna. Vide inoltre un
    altissimo funzionario e un precettore svizzero che  abitava  prima  in
    casa Kuragin.  Tutti tacevano e con espressione solenne ascoltavano le
    parole del presidente che aveva in mano un martello.  Alla parete  era
    infissa una stella fiammeggiante; da un lato della tavola era steso un
    piccolo  tappeto con disegni vari,  dall'altro si ergeva una specie di
    altare su cui erano posati un Vangelo e un teschio.  Attorno al tavolo
    sette  grossi  candelabri  simili a quelli delle chiese.  Due fratelli
    condussero Pierre all'altare,  gli disposero i piedi ad angolo retto e
    gli  ordinarono  di  stendersi  bocconi,  spiegandogli  che cos ci si
    prosternava alle porte del tempio.
    - Deve prima ricevere la cazzuola  -   disse  a  bassa  voce  uno  dei
    fratelli.
    - Ah, smettetela, per favore  -  esclam un altro.
    Pierre si guard attorno con gli occhi miopi,  smarrito, e non ubbid,
    colto improvvisamente da un dubbio: Dove sono?  Che cosa  faccio?  Si
    stanno forse burlando di me?  Non mi vergogner, un giorno, al ricordo
    di tutto questo?. Ma il dubbio non dur che un attimo.  Pierre guard
    i  visi seri delle persone che lo circondavano,  ramment tutto quello
    che aveva gi fatto e cap che non  era  possibile  fermarsi  a  mezza
    strada. Ebbe orrore del proprio dubbio e, sforzandosi di far rinascere
    in  s  quel  sentimento di gioiosa commozione gi poco prima provato,
    obbed e si prostern alle porte del tempio.  E infatti il  sentimento
    desiderato si impadron di lui, pi forte che mai. Dopo essere rimasto
    bocconi qualche tempo, gli ordinarono di alzarsi, gli fecero indossare
    il  grembiale di cuoio bianco come avevano gli altri,  gli diedero una
    cazzuola e tre paia di guanti e soltanto allora  il  Gran  Maestro  si
    rivolse  a  lui.  Gli disse di procurare di non macchiare mai in alcun
    modo il candore di quel grembiale,  simbolo  della  fermezza  e  della
    purezza;  poi,  a  proposito  della  cazzuola,  il cui significato gli
    rimase oscuro,  gli dissero che con quella doveva  purificare  il  suo
    cuore  dai  vizi  e  lisciare  con  indulgenza  il cuore del prossimo.
    Infine, a proposito del primo paio di guanti da uomo,  gli dissero che
    non  gli  era  consentito di conoscerne il significato,  ma che doveva
    serbarli;  quanto al secondo  paio,  pure  da  uomo,  doveva  calzarli
    durante  le  riunioni  dell'Ordine  e quanto al terzo,  da donna,  gli
    dissero:
    - Caro  fratello,  questi  guanti  da  donna  sono  destinati  a  voi:
    offriteli  a  colei  che riterrete superiore a tutte le altre.  Questo
    dono dar  a  colei  che  avrete  scelto  come  degna  compagna  nella
    massoneria la certezza della purezza del vostro cuore.   -  Tacque per
    qualche istante e poi aggiunse:  -   Ma  bada,  fratello,  che  questi
    guanti non coprano mani impure  -.  Mentre il Gran Maestro pronunziava
    queste ultime parole,  parve a Pierre che il presidente fosse turbato.
    Egli  stesso si turb ancora di pi,  si fece rosso sino alle lacrime,
    come i bambini, e prese a volgere attorno a s uno sguardo inquieto.
    Segu un silenzio imbarazzante.
    Il silenzio fu interrotto da uno dei fratelli che,  dopo aver condotto
    Pierre  verso  il  tappeto,  prese  a  leggergli  da  un  quaderno  le
    spiegazioni di tutte le figure ivi rappresentate: il sole,  la luna il
    martello,  la  cazzuola,  la  pietra  greggia  e quella squadrata,  la
    colonna, le tre finestre e via di seguito. Poi assegnarono a Pierre il
    suo posto,  gli mostrarono i segni della Loggia,  gli comunicarono  la
    parola  d'ordine  e,  finalmente,  gli  permisero di sedersi.  Il Gran
    Maestro inizi la lettura dello statuto. Esso era molto lungo e Pierre
    per la gioia, l'emozione e la vergogna,  non era proprio in condizioni
    di  capire  ci  che ascoltava.  Ud e prest attenzione soltanto alle
    ultime parole che gli rimasero impresse nella memoria.
    Nei nostri templi non riconosciamo  altri  gradi,  leggeva  il  Gran
    Maestro,  fuorch quelli che stanno tra il vizio e la virt. Guardati
    dal fare qualsiasi cosa  che  possa  guastare  l'eguaglianza  tra  gli
    uomini,  accorri in aiuto del fratello, chiunque egli sia, rimetti sul
    retto cammino il traviato, risolleva il caduto e non nutrire mai astio
    o inimicizia verso un fratello.  Sii affettuoso e gentile,  suscita in
    tutti  i  cuori  la fiamma della virt.  Dividi la felicit con il tuo
    prossimo e non permettere mai che l'invidia  venga  a  turbare  questa
    purissima  gioia.  Perdona  al  nemico  e non vendicarti di lui se non
    facendogli del bene. Obbedendo cos alla legge suprema,  tu ritroverai
    le  tracce  dell'antica  grandezza  perduta,  concluse  e,  alzatosi,
    abbracci Pierre e lo baci.
    Pierre,  con gli occhi umidi di lacrime di gioia,  si guardava attorno
    non  sapendo  che  cosa  rispondere  ai  rallegramenti e alle frasi di
    rinnovata amicizia di coloro che lo circondavano.  Egli non  conosceva
    nessuno,  ma in tutti quegli uomini vedeva soltanto dei fratelli con i
    quali ardeva dal desiderio di accingersi all'opera.
    Il Gran Maestro batt un colpo con il  martello,  tutti  sedettero  al
    loro  posto  e  uno  di  essi  inizi  la lettura di una predica sulla
    necessit dell'umilt.
    Il Gran Maestro propose poi di compiere l'ultimo rito,  e l'importante
    funzionario  che aveva il grado di elemosiniere si mise a fare il giro
    dei fratelli.  Pierre avrebbe voluto sottoscrivere nella  lista  delle
    elemosine  tutto  il  denaro  che  aveva,  ma  temeva che il suo gesto
    potesse apparire un atto di orgoglio e si limit  a  sottoscrivere  la
    stessa somma che avevano sottoscritto gli altri.
    La seduta era finita.
    Rientrato  a casa,  Pierre ebbe l'impressione di essere tornato da chi
    sa quale lungo viaggio durato diecine di anni, di essere completamente
    mutato e di aver lasciato per sempre il modo di vivere e le  abitudini
    di un tempo.


    CAPITOLO 5.

    Il giorno successivo alla cerimonia alla Loggia, Pierre rimase in casa
    immerso  nella  lettura  di  un  libro,  sforzandosi  di  penetrare il
    significato del quadrato di cui un lato rappresenta Dio,  un altro  il
    mondo  morale,  il  terzo  il  mondo fisico e il quarto l'unione degli
    ultimi due.  Di tanto in tanto lasciava il libro e le meditazioni  sul
    quadrato  e,  con l'immaginazione,  andava progettando il piano di una
    nuova vita. Il giorno prima, alla Loggia,  aveva saputo che la notizia
    del  suo duello era giunta alle orecchie dell'imperatore e che sarebbe
    stato cosa saggia, da parte sua,  allontanarsi da Pietroburgo.  Pierre
    pens di recarsi nelle sue terre del mezzogiorno e di occuparsi laggi
    dei  suoi  contadini.  Stava  pensando  con gioia a questa nuova vita,
    quando all'improvviso entr nella camera il principe Vassilij.
    - Ma che hai fatto a Mosca, amico mio?  Perch hai litigato con Llin,
    "mon cher"?  Sei in errore  -  disse il principe Vassilij.-  Ho saputo
    tutto e posso dirti con assoluta certezza  che  Elen    innocente  di
    fronte a te come Cristo di fronte ai Giudei.
    Pierre fece per rispondere, ma il principe lo interruppe.
    -  Perch  non ti sei rivolto semplicemente e direttamente a me come a
    un vero amico? Io so tutto, capisco tutto... Tu ti sei comportato come
    un uomo a cui sta a cuore  il  proprio  onore;  hai  agito  forse  con
    eccessiva fretta,  ma non  di questo che voglio parlare.  Pensa a una
    cosa sola: alla posizione in cui hai messo lei agli occhi del mondo  e
    anche...  della Corte  -  aggiunse,  abbassando la voce.  -  Lei sta a
    Mosca, tu stai qui. Rifletti, mio caro  -  e gli tir il braccio verso
    il basso;   -  si tratta di un malinteso e credo che tu stesso ne  sia
    gi persuaso.  Scriviamo subito insieme una lettera a Elen; essa verr
    qui e tutto si chiarir; se no, mio caro,  ti avverto,   molto facile
    che tu debba passare dei guai.
    Il principe Vassilij guard Pierre con aria grave e prosegu:
    -  So  da buona fonte che l'imperatrice vedova s'interessa vivamente a
    questa faccenda. E tu sai che essa nutre molta benevolenza per Elen.
    Pi volte Pierre aveva tentato di parlare,  ma da un lato il  principe
    Vassilij  non  glielo  permetteva,  dall'altro Pierre stesso temeva di
    iniziare il proprio discorso in tono di reciso rifiuto e di disaccordo
    con cui aveva ferma intenzione di rispondere al  suocero.  Inoltre  le
    parole  dello  statuto  massonico:  Sii  affettuoso  e  cortese  gli
    tornavano alla mente.  Aggrottava il viso,  arrossiva,  si alzava e si
    sedeva,  cercando di fare uno sforzo su se stesso per compiere la cosa
    per lui pi difficile della  vita:  dire  in  faccia  a  una  persona,
    chiunque essa fosse, non ci che quella si aspettava ma, al contrario,
    qualche cosa di spiacevole.  Era cos abituato a sottomettersi al modo
    di fare disinvolto e noncurante del principe  Vassilij  che  anche  in
    quel  momento  sentiva  che  non  avrebbe avuto la forza di resistere;
    d'altra  parte,   sentiva  anche  che  dalle  parole  che  stava   per
    pronunziare dipendeva tutto il suo avvenire.  Avrebbe seguito l'antica
    via o quella nuova che gli era stata indicata in modo cos  allettante
    dai  massoni  e  seguendo  la  quale credeva fermamente di rinascere a
    nuova vita?
    - Suvvia, mio caro,  -  riprese scherzosamente il principe Vassilij  -
    rispondimi di s e io scriver a Elen a nome tuo e uccideremo  insieme
    il vitello grasso!
    Ma  prima  che il principe Vassilij avesse finito di parlare,  Pierre,
    lasciandosi vincere dal furore,  come accadeva a suo  padre,  e  senza
    guardare in faccia il suo interlocutore, disse a bassa voce:
    - Principe,  io non vi ho chiamato in casa mia: vi prego di andarvene!
    -  Balz in piedi e apr la porta.   -  Uscite,  dunque   -    ripet,
    mentre ancora non credeva a se stesso e si rallegrava dell'espressione
    sbalordita e spaventata apparsa sul viso del principe Vassilij.
    - Ma che hai? Ti senti male?
    - Uscite!  -  sibil ancora con voce tremante.
    E  il  principe  Vassilij dovette andarsene senza aver ottenuto alcuna
    spiegazione.
    Una settimana dopo,  salutati i suoi nuovi amici  massoni  e  lasciate
    loro  ingenti  somme per alcune imprese benefiche,  Pierre part per i
    suoi possedimenti.  I suoi  confratelli  gli  dettero  lettere  per  i
    massoni  di  Kiev  e  di  Odessa  e  gli  promisero di scrivergli e di
    guidarlo nella sua nuova attivit.


    CAPITOLO 6.

    Il duello fra Pierre e Dlochov venne messo a tacere e,  nonostante la
    severit  di  cui a quel tempo l'imperatore dava prova riguardo a cose
    del genere, n i loro avversari, n i loro padrini ebbero noie.  Ma la
    storia  del  duello,  confermata  dalla  separazione  di  Pierre dalla
    moglie, si diffuse in tutta la societ. Pierre,  per cui tutti avevano
    mostrato  un'indulgenza  protettrice  quando era figlio naturale e che
    era stato vezzeggiato e corteggiato quando era  diventato  il  miglior
    partito  dell'impero  russo,  dopo  il  suo  matrimonio,  allorch  le
    signorine e le madri non ebbero pi  nulla  da  sperare,  aveva  perso
    terreno  nell'opinione  pubblica,  tanto pi che egli non sapeva e non
    voleva attirarsi la benevolenza del bel mondo.  Ora era considerato il
    solo  colpevole  dell'accaduto:  si  diceva  che  era  di  una gelosia
    assurda, soggetto, come suo padre, ad accessi di furore sanguinario. E
    quando,  dopo la partenza di Pierre,  Elen  torn  a  Pietroburgo,  fu
    accolta  da  tutti  i  conoscenti  non  solo cordialmente,  ma con una
    sfumatura di  rispetto  suscitato  dalla  sua  sventura.  Allorch  si
    parlava  del  marito,  Elen  assumeva un'aria dignitosa che essa aveva
    adottato,  pur senza comprenderne il senso per una specie  di  intuito
    che le era particolare.  Quella sua espressione voleva significare che
    era decisa a sopportare senza lagnarsi  la  sua  triste  sorte  e  che
    considerava  suo  marito come una croce mandatale da Dio.  Il principe
    Vassilij manifestava la sua opinione molto pi francamente.  Quando si
    cominciava  a  parlare  di  Pierre,  egli si stringeva nelle spalle e,
    toccandosi la fronte con un gesto significativo, diceva:
    - "Un cerveau fl...  je le disais toujours [8.  Un cervello  bacato,
    l'ho sempre detto].
    -  Io  ho  sostenuto  prima  di tutti,   -  dichiarava Anna Pvlovna a
    proposito di Pierre,  insistendo sulla priorit della propria opinione
    -   che quello era un giovane pazzo,  esaltato dalle idee corrotte del
    nostro secolo.  E lo sostenevo anche quando tutti erano entusiasti  di
    lui, ed egli era appena ritornato dall'estero; ricordate quella volta,
    a una serata in casa mia, che si dava delle arie da Marat (9)? E com'
    finita?  Io,  sin  da  allora,  non  ero  affatto  favorevole  a  quel
    matrimonio, e avevo previsto tutto quello che purtroppo  accaduto.
    Anna Pvlovna nelle serate libere dava,  come un tempo,  in casa  sua,
    dei ricevimenti organizzati con una abilit tutta particolare,  serate
    nelle quali,  come lei stessa soleva dire,  riuniva la  "crme  de  la
    vritable bonne socit,  la fine fleur de l'essence intellectuelle de
    la socit de Ptersbourg" [10. Il meglio della vera buona societ; il
    fior fiore della cultura della societ pietroburghese].  Oltre che per
    tale  raffinata  scelta degli invitati,  le serate di Anna Pvlovna si
    distinguevano anche perch in  ognuna  di  esse  la  padrona  di  casa
    offriva ai suoi ospiti un personaggio nuovo,  interessante,  e perch,
    in nessun'altra casa,  come nella  sua,  si  manifestavano  con  tanta
    precisione  e  sicurezza  i  gradi  ai quali salivano,  sul termometro
    politico,  gli umori  della  societ  legittimistica  della  capitale,
    relativamente allo svolgersi degli avvenimenti.
    Verso  la  fine  dell'anno  1806,  quando  erano  gi  noti  i  tristi
    particolari delle  sconfitte  dell'esercito  prussiano  a  Jena  e  ad
    Auerstadt  ad  opera  di Napoleone e circa la resa di gran parte delle
    fortezze prussiane,  quando gi le  nostre  truppe  erano  entrate  in
    Prussia e cominciava la seconda guerra contro Napoleone, Anna Pvlovna
    aveva  dato  una  delle  sue  serate.  "La crme de la vritable bonne
    socit" era composta dalla bellissima e  infelice  Elen,  abbandonata
    dal marito,  da Mortemart,  dall'affascinante principe Ippolt, appena
    arrivato da Vienna,  da due diplomatici,  dalla  vecchia  zia,  da  un
    giovane  che  nel salotto godeva semplicemente dell'appellativo di "un
    homme de beaucoup de mrite" [11. Un giovane di molto merito],  da una
    damigella d'onore recentemente eletta, con la madre, e da alcune altre
    persone meno importanti.
    Il  personaggio  che  quella sera Anna Pvlovna offriva come novit ai
    suoi invitati era Bors Drubetzkj,  giunto da pochi giorni in qualit
    di  corriere  dell'esercito  prussiano  e  di  aiutante  di  campo  di
    un'altissima personalit.  Quella sera,  il termometro  politico  dava
    all'eletta  riunione  le  seguenti  indicazioni:  Per  quanto tutti i
    sovrani e i grandi generali europei procurassero di aiutare  sottomano
    il  Buonaparte  per  dare  a  "me"  e  in generale a noi i crucci e le
    amarezze presenti,  la nostra opinione sul conto di Napoleone non  pu
    mutare.  Noi  non  cesseremo di manifestare il nostro franco parere in
    proposito e possiamo soltanto dire al re  di  Prussia  e  agli  altri:
    Peggio  per voi!  "Tu l'as voulu,  Georges Dandin!" [Te lo sei voluto,
    Georges Dandin!] (12).
    Ecco quello che indicava il termometro politico al ricevimento di Anna
    Pvlovna.
    Quando Bors,  che doveva essere presentato agli invitati,  entr  nel
    salotto,  la  riunione  era  quasi  al  completo  e  l'argomento della
    conversazione,  guidata da Anna Pvlovna,  si aggirava sulle relazioni
    diplomatiche  con  l'Austria  e  sulla nostra auspicabile alleanza con
    quella nazione.
    Bors, in uniforme da aiutante da campo, elegante,  fresco,  entr con
    disinvoltura e,  secondo l'usanza,  fu condotto prima ad ossequiare la
    zia e poi nuovamente riunito al gruppo degli ospiti.
    Anna Pvlovna gli porse la  sua  mano  rinsecchita  da  baciare  e  lo
    present ad alcune persone che egli non conosceva,  qualificandogliele
    sottovoce, una per una:
    - "Le prince Hippolyte  Kouraguine,  charmant  jeune  homme.  Monsieur
    Kroug,  charg d'affaires de Kopenhague, un esprit profond";  -  e poi
    semplicemente:  -  "Monsieur Schitoff, un homme de beaucoup de mrite"
    [13.  Il principe Ippolt Kuragin,  giovane  affascinante.  Il  signor
    Kroug,  incaricato di affari di Copenaghen,  una mente profonda...  Il
    signor Scitv,  uomo di grande merito]  -  a proposito  di  colui  che
    godeva di quell'appellativo.
    Bors,  durante  il suo servizio,  grazie alle raccomandazioni di Anna
    Pvlovna, ai suoi gusti particolari e al suo carattere riservato,  era
    riuscito  a  crearsi  una  posizione  assai vantaggiosa.  Addetto come
    aiutante di campo di un alto  personaggio,  era  stato  incaricato  di
    un'importantissima  missione  in  Prussia,  donde  appunto  era appena
    tornato, in qualit di corriere.  Aveva saputo adattarsi perfettamente
    a  quella  regola  disciplinare  non  scritta,  secondo  la  quale  un
    sottotenente poteva trovarsi molto  pi  in  alto  di  un  generale  e
    secondo la quale, per fare carriera, non erano necessari n sforzi, n
    fatiche,  n coraggio, n perseveranza, ma bastava possedere l'arte di
    saper trattare con coloro che distribuiscono gradi  e  ricompense;  ed
    egli  stesso talvolta si meravigliava della rapidit dei suoi successi
    e dell'incapacit degli altri ad agire come lui.  In seguito a  quella
    scoperta,  tutta la sua vita, tutte le sue relazioni con le conoscenze
    di un tempo e tutti i suoi progetti per  l'avvenire  erano  totalmente
    mutati.  Non  era  ricco  ma  impiegava tutto il suo denaro per essere
    vestito meglio  degli  altri;  preferiva  privarsi  di  molti  piaceri
    piuttosto  che  usare  una  brutta  carrozza o mostrarsi per le vie di
    Pietroburgo in una vecchia uniforme.
    Stringeva amicizia e cercava di far conoscenza  soltanto  con  persone
    che come posizione gli fossero superiori e che perci avrebbero potuto
    essergli  utili.  Amava  Pietroburgo  e disprezzava Mosca.  Il ricordo
    della casa dei Rostv e del suo infantile amore per Natascia  gli  era
    sgradito  e,  da  quando  era  partito per la guerra,  non era mai pi
    andato in casa loro. Nel salotto di Anna Pvlovna,  che egli giudicava
    della  massima utilit per fare un passo avanti nella carriera,  aveva
    subito capito la parte  che  doveva  rappresentare  e  lasci  che  la
    padrona  di  casa  traesse profitto dall'interesse che egli suscitava;
    osservava  attentamente  tutte  le  persone  presenti  e  calcolava  i
    vantaggi  e  le possibilit che l'amicizia con ciascuna di esse poteva
    procurargli. Si sedette al posto indicatogli, accanto alla bella Elen,
    e prese ad ascoltare la conversazione generale.
    -  "Vienne  trouve  les  bases  du  trait  propos   tellement   hors
    d'atteinte,  qu'on  ne  saurait  y parvenir mme par une continuit de
    succs les plus brillants,  et  elle  met  en  doute  les  moyens  qui
    pourraient  nous les procurer.  C'est la phrase authentique du cabinet
    de Vienne [14.  Vienna ritiene cos al di fuori di ogni  accettabilit
    le basi del trattato propostole,  che non le accetterebbe neppure dopo
    una serie di successi brillantissimi e dubita dei mezzi che potrebbero
    procurarceli.  E' la frase testuale  del  gabinetto  di  Vienna.]    -
    diceva l'incaricato di affari danese.
    -  "C'est  le  doute qui est flatteur!" [15.  E' proprio il dubbio che
    lusinga!]  -   osserv  l'uomo  dalla  mente  profonda,  con  un  fine
    sorriso.
    -  "Il  faut  distinguer  entre  le  cabinet  de  Vienne et l'empereur
    d'Autriche"  -  disse Mortemart.  -  "L'empereur d'Autriche n'a jamais
    pu penser  una chose pareille,  ce n'est que le cabinet  qui  le  dit
    [16.  Bisogna  distinguere  tra  il gabinetto di Vienna e l'imperatore
    d'Austria...  L'imperatore d'Austria non ha mai potuto pensare  a  una
    cosa simile:  soltanto il gabinetto che l'afferma].
    -  Eh,  "mon  cher vicomte"  -  interloqu Anna Pvlovna  -  "L'Urope"
    (chi sa perch pronunziava "l'Urope" come  se  fosse  una  particolare
    finezza  della lingua francese),  "l'Urope ne sera jamais notre allie
    sincre" [17.  Eh,  caro visconte,  l'Europa non sar mai  una  nostra
    alleata sincera].
    Poi Anna Pvlovna, per introdurre Bors nella conversazione, si mise a
    parlare del coraggio e della fermezza del re di Prussia.
    Bors aveva ascoltato attentamente tutto ci che si diceva, aspettando
    il  suo  turno,  ma intanto era anche riuscito a lanciare di quando in
    quando un'occhiata alla sua vicina, la bellissima Elen, che gi pi di
    una volta gli aveva sorriso,  quando i suoi occhi  s'erano  incontrati
    con quelli magnifici del giovane aiutante.
    Con  molta  naturalezza,  nel  parlare della situazione della Prussia,
    Anna Pvlovna preg Bors di descrivere il suo viaggio a Glogau  e  di
    parlare  delle  condizioni  in cui aveva trovato l'esercito prussiano.
    Bors, senza affrettarsi, esprimendosi in un francese perfetto, espose
    molti particolari interessanti sulle truppe e  sulla  Corte,  evitando
    con  cura,  nel  corso  del  suo  racconto,  di  manifestare  opinioni
    personali sui fatti che  riferiva.  Per  un  certo  tempo  l'interesse
    generale  si concentr sul giovane aiutante di campo,  e Anna Pvlovna
    not con soddisfazione che  il  nuovo  piatto  da  lei  offerto  era
    accettato  con  piacere da tutti gli invitati.  Fu Elen a interessarsi
    pi di tutti alle parole di Bors: lo  interrog  parecchie  volte  su
    alcuni  particolari del suo viaggio,  mostrando d'interessarsi in modo
    speciale alle condizioni dell'esercito prussiano. Non appena egli ebbe
    finito, Elen gli si rivolse con il suo consueto sorriso:
    - "Il faut absolument que vous veniez me voir"    -    gli  disse  con
    un'intonazione   di  voce  tale  da  far  pensare  che,   per  ragioni
    particolari  che  egli  non  poteva  conoscere,  quella  visita  fosse
    assolutamente  indispensabile.    -  "Mardi entre huit et neuf heures.
    Vous me ferez grand  plaisir"  [18.  Bisogna  proprio  che  veniate  a
    trovarmi.  Marted,  tra  le  otto  e  le  nove.  Mi  farete veramente
    piacere].
    Bors le promise di non mancare e stava per mettersi a discorrere  con
    lei,  quando  Anna  Pvlovna  lo  chiam  con  il  pretesto che la zia
    desiderava ascoltare il suo racconto.
    - Voi conoscete suo marito, non  vero?   -  gli chiese Anna Pvlovna,
    socchiudendo gli occhi e indicando Elen con un gesto doloroso.  -  Ah!
    E' una donna deliziosa,  ma tanto infelice!  Non parlate di lui in sua
    presenza, ve ne prego! La fareste troppo soffrire!


    CAPITOLO 7.

    Quando Bors e Anna Pvlovna si riunirono  al  gruppo  principale,  il
    principe  Ippolt  stava  dirigendo la conversazione.  Spintosi avanti
    sulla poltrona, aveva esclamato:
    - "Le roi de Prusse!"  -  e,  detto ci,  si mise a ridere.  Tutti  si
    erano  voltati  verso  di  lui.    -    "Le roi de Prusse?"  -  ripet
    Ippolt, mettendosi di nuovo a ridere e di nuovo torn a sprofondarsi,
    tranquillo e serio, nella poltrona.
    Anna Pvlovna aspett un poco, ma,  poich Ippolt pareva deciso a non
    dire  altro,  ella si mise a parlare di quel sacrilego Bonaparte che a
    Potsdam aveva portato via la spada di Federico il Grande.
    - "C'est l'pe de Frdric le Grand que je..." [19.  E' la  spada  di
    Federico il Grande,  che io...]  -  cominci, ma Ippolt la interruppe
    con le stesse parole di prima:
    - "Le roi de Prusse.."  -  e di nuovo, non appena tutti si rivolsero a
    lui,  si scus e tacque.  Anna Pvlovna  aggrott  le  sopracciglia  e
    Mortemart, amico di Ippolt, gli si rivolse decisamente dicendo:
    - "Voyons,   qui en avez-vous avec votre roi de Prusse?" [20. Vediamo
    un po', con chi ce l'avete, con il vostro re di Prussia?].
    Ippolt si mise a ridere, come se si vergognasse del proprio riso.
    - "Non,  ce n'est rien,  je voulais dire seulement..."    -    (voleva
    ripetere  uno scherzo sentito a Vienna e che per tutta la serata aveva
    cercato invano di inserire nella conversazione).   -  "Je voulais dire
    seulement  que  nous  avons  tort  de  faire la guerre pour le roi de
    Prusse" [21. No, niente, volevo soltanto dire... Volevo soltanto dire
    che abbiamo torto a combattere per il re di Prussia].
    Bors sorrise prudentemente, in modo che il suo sorriso potesse essere
    considerato  come  una  canzonatura  o  come  un'approvazione  per  lo
    scherzo,  secondo  il  modo con cui esso sarebbe stato accolto.  Tutti
    scoppiarono in una risata.
    - "Il est trs  mauvais  votre  jeu  de  mots,  trs  spirituel,  mais
    injuste"  -  disse Anna Pvlovna, minacciandolo con un dito.  -  "Nous
    ne  faisons  pas  la guerre pour le roi de Prusse,  mais pour les bons
    principes. Ah, le mchant, ce prince Hippolyte! [22.  E' molto maligno
    il  vostro  gioco  di  parole,  spiritoso,  s,  ma ingiusto.  Noi non
    facciamo la guerra per il re di Prussia, ma per i buoni princpi.  Ah,
    com' cattivo questo principe Ippolt!].
    La  conversazione  non  ebbe un minuto di sosta durante tutta la sera,
    tratt specialmente le novit politiche e si anim in modo particolare
    verso  la  fine,   quando   si   parl   delle   ricompense   concesse
    dall'imperatore.
    -  L'anno  scorso  N.  N.  ha pure avuto una tabacchiera con ritratto-
    disse "l'homme  l'esprit profond"  -  perch S.  S.  non pu avere la
    stessa ricompensa?
    -  "Je  vous  demande  pardon,  une  tabatire  avec  le  portrait  de
    l'empereur est une rcompense, mais point une distinction"  -  osserv
    uno dei diplomatici;  -  "un cadeau plutt" [23. Chiedo scusa,  ma una
    tabacchiera con il ritratto dell'imperatore pu essere una ricompensa,
    ma non una distinzione... La chiamerei piuttosto un regalo].
    -  "Il  y a eu plutt des antcdents,  je vous citerai Schwarzenberg"
    [Ci sono stati parecchi precedenti, vi citer Schwarzenberg] (24).
    - "C'est impossible" [25. E' impossibile]  -  obiett un altro.
    - Scommettiamo?  "Le grand  cordon,  c'est  diffrent"  [26.  Il  gran
    cordone  un'altra cosa].
    Quando  tutti  si  alzarono  per  andarsene,  Elen,  che aveva parlato
    pochissimo  durante  la  serata,   si  rivolse  di   nuovo   a   Bors
    rinnovandogli,  con affettuosa e significativa preghiera,  l'invito di
    recarsi da lei il marted successivo.
    - E' proprio indispensabile  -  disse con un sorriso,  guardando  Anna
    Pvlovna,  e  Anna  Pvlovna  con  quello  stesso  triste  sorriso che
    accompagnava  le  sue  parole  quando  parlava   della   sua   augusta
    protettrice,  approv il desiderio di Elen.  Sembrava che quella sera,
    da alcune parole dette da Bors a proposito dell'esercito di  Prussia,
    Elen  avesse scoperto improvvisamente l'assoluta necessit di vederlo,
    e ora sembrava promettergli che quando  si  fosse  recato  da  lei  il
    marted gli avrebbe spiegato quella necessit.
    Ma  il  marted sera,  allorch Bors si trov nel magnifico salone di
    Elen,  non ebbe una  chiara  spiegazione  sulla  necessit  di  quella
    visita.  Vi erano altri ospiti; la contessa parl assai poco con lui e
    soltanto al momento di accomiatarsi,  mentre egli le baciava la  mano,
    ella  a  bassa voce e,  stranamente,  senza sorridere,  gli disse a un
    tratto:
    - "Venez demain dner...  le soir.  Il faut que vous veniez...  Venez"
    [27.  Venite  domani  a  pranzo...  di  sera.  Bisogna  che veniate...
    Venite].
    Durante il suo soggiorno  a  Pietroburgo,  Bors  divenne  un  assiduo
    frequentatore della casa della contessa Bezuchov.


    CAPITOLO 8.

    La  guerra  si  andava  intensificando e il teatro delle operazioni si
    avvicinava sempre di pi alla frontiera  russa.  Ovunque  si  levavano
    maledizioni  a Bonaparte,  il nemico del genere umano;  si reclutavano
    soldati in  villaggi,  e  dalle  zone  di  guerra  giungevano  le  pi
    disparate  notizie,  come sempre false,  e perci interpretate in modi
    diversi.
    La vita del vecchio principe Bolkonskij,  del principe Andrj e  della
    principessina Mrija era molto mutata, dopo il 1805.
    Nel  1806 il vecchio principe era stato nominato tra gli otto generali
    in capo della milizia territoriale,  allora  designati  per  tutta  la
    Russia.  Nonostante  la  debolezza  senile,  accentuatasi  durante  il
    periodo in cui aveva creduto che suo figlio fosse morto,  egli non  si
    era  ritenuto  in diritto di rifiutare una carica alla quale era stato
    chiamato dall'imperatore,  e la nuova attivit che gli si  offriva  lo
    aveva  rinvigorito  e  reso pi energico.  Adesso era continuamente in
    giro per i tre governatorati a  lui  affidati;  scrupoloso  sino  alla
    pedanteria  nell'adempimento  del  dovere,  severo  sino alla crudelt
    verso  i  subordinati,   si  occupava  personalmente  sin  nei  minimi
    particolari del suo lavoro.
    La principessina Mrija aveva smesso di prendere lezioni di matematica
    dal  padre  e soltanto qualche volta,  di mattina,  quando egli era in
    casa,  entrava nella sua stanza da lavoro accompagnata  dalla  nutrice
    che  portava  in  braccio il piccolo principe Nikolj.  Il principino,
    ancora  poppante,  viveva  con  la  nutrice  e  la  bambinaia  Svisna
    nell'appartamento  della  defunta  principessa,  dove la principessina
    Mrija passava molta parte della giornata, cercando,  come sapeva,  di
    far  da  madre  al  piccolo nipotino.  Anche "mademoiselle" Bourienne,
    almeno  in  apparenza,   amava  moltissimo  il  bimbo  e   spesso   la
    principessina  Mrija  si privava,  per fare piacere all'amica,  della
    gioia di vezzeggiare l'angioletto (come essa chiamava il  nipotino)  e
    di giocare con lui.
    Di  fianco  all'altare  della  chiesa di Lissia-Gori era stata eretta,
    sulla tomba della piccola principessa,  una cappella,  ove  era  stato
    collocato  un  monumento  di  marmo  fatto  venire  dall'Italia,   che
    rappresentava un angelo con le ali spiegate, pronto a spiccare il volo
    verso il cielo.  L'angelo aveva il labbro superiore un po'  sollevato,
    come se si preparasse a sorridere, e un giorno il principe Andrj e la
    principessina  Mrija,  uscendo  dalla cappella,  si confessarono che,
    cosa strana, il viso dell'angelo rammentava loro quello della defunta.
    Ma,  cosa anche pi strana,  di cui per il principe Andrj  non  fece
    parola  alla  sorella,  era  che  nell'espressione data per caso dallo
    scultore all'angelo, questi aveva le stesse parole di dolce rimprovero
    che aveva letto sul viso della moglie morta: Oh,  che avete fatto  di
    me?.
    Poco  dopo  il ritorno del principe Andrj,  il vecchio principe aveva
    dato in propriet  al  figlio  la  terra  di  Bogucirovo,  un  grande
    possedimento  situato  a  quaranta  miglia  da  Lissia-Gori.  Sia  per
    sfuggire ai tristi ricordi legati a Lissia-Gori, sia perch non sempre
    si sentiva la forza di sopportare il carattere del  padre,  sia  anche
    perch  provava  un  gran  bisogno di solitudine,  il principe Andrj,
    approfittando del dono paterno,  si fece costruire a  Bogucirovo  una
    casa dove fin per trascorrere la maggior parte del suo tempo.
    Dopo  la  campagna di Austerlitz,  il principe Andrj aveva fermamente
    deciso di non prestar pi servizio nell'esercito e,  quando la  guerra
    si  riaccese  e  tutti  parevano dover riprendere le armi,  egli,  per
    evitare il servizio attivo, aveva accettato, agli ordini del padre, di
    attendere al reclutamento delle milizie territoriali. Pareva che padre
    e figlio, dopo la campagna del 1805, si fossero scambiate le parti: il
    vecchio  principe,  rianimato  dalla  nuova  attivit,   si  attendeva
    dall'attuale campagna tutti i possibili successi;  il principe Andrj,
    invece,  che non partecipava alla guerra e che,  in cuor  suo,  se  ne
    doleva, prevedeva eventi tutt'altro che felici.
    Il  26  febbraio del 1809 il vecchio principe part per una ispezione.
    Il figlio,  come sempre faceva durante le assenze del padre,  rimase a
    Lissia-Gori.  Il  piccolo Nikluska era ammalato da quattro giorni.  I
    cocchieri,  che erano andati ad accompagnare il  padrone,  ritornarono
    dalla citt portando carte e lettere per il principe Andrj.
    Il  domestico,  arrivato  con la posta,  non avendo trovato il giovane
    principe nel suo studio, si rec nell'appartamento della principessina
    Mrija,  ma non lo trov neanche l.  Gli dissero che il  signore  era
    nella stanza del piccino.
    - Scusate,  eccellenza,   arrivato Petruscia con alcune lettere disse
    una delle cameriere che aiutavano la bambinaia, volgendosi al principe
    Andrj il quale,  seduto su una seggiolina da bambini,  stava versando
    goccia  a  goccia  con  mano tremante una medicina in un bicchiere per
    met pieno di acqua.
    - Che c'?   -  domand indispettito e,  mossa incautamente  la  mano,
    vers  nel  bicchiere  pi  gocce  del necessario.  Butt per terra la
    medicina contenuta nel bicchiere e chiese altra acqua.
    Nella camera non c'erano che un lettino, due bauli, due poltrone,  una
    tavola, un tavolinetto da bambini e una seggiolina sulla quale appunto
    era  adesso seduto il principe Andrj.  Le finestre avevano le tendine
    abbassate e sul tavolo ardeva una sola candela,  riparata da un  libro
    di musica, in modo che la luce non battesse direttamente sul lettino.
    -  Mio  caro,    -    disse  la principessina Mrija,  rivolgendosi al
    fratello da presso il lettino accanto al quale stava    -      meglio
    aspettare... dopo...
    -  Taci,  ti  prego!  Dici  solo delle sciocchezze.  Hai sempre voluto
    aspettare ed ecco,  a forza di aspettare...   -  mormor  il  principe
    Andrj  in  tono  irritato  e  con  l'evidente intenzione di ferire la
    sorella.
    - Caro, secondo me,  davvero meglio non svegliarlo: si  addormentato
    appena adesso  -  obiett la principessina con voce supplichevole.
    Il principe Andrj si alz e in punta di piedi si avvicin al  lettino
    con il bicchiere in mano.
    - Sar proprio meglio non svegliarlo?  -  domand esitante.
    - Come vuoi... io penso veramente che... ma fa' come credi...  rispose
    la  principessina  Mrija,  evidentemente  intimorita e confusa per il
    fatto che il suo parere fosse stato accettato.
    Indic al fratello la ragazza che chiamava a bassa voce.
    Era quella la seconda notte che fratello  e  sorella  passavano  senza
    dormire  per  assistere  e curare il bimbo febbricitante.  In quei due
    giorni,  non fidandosi del medico di casa e in attesa  di  quello  che
    avevano mandato a chiamare in citt,  avevano tentato ora questo,  ora
    quell'altro  rimedio.   Sfiniti  per  non  aver  dormito  e   dominati
    dall'inquietudine  scaricavano  l'uno  sull'altra  il proprio dolore e
    bisticciavano.
    - E' tornato Petruscia con alcune carte  da  parte  di  vostro  padre-
    sussurr la ragazza. Il principe Andrj usc.
    E,  dopo aver udito gli ordini verbali del padre e aver preso il plico
    che questi gli aveva inviato, rientr nella stanza del bimbo.
    - Come va?  -  domand alla sorella.
    - Sempre lo stesso.  Aspetta,  per amor di Dio!  Karl  Ivnovic'  dice
    sempre  che  il sonno  la miglior medicina  -  sussurr sospirando la
    principessina Mrija.
    Il principe Andrj si avvicin al piccolo e lo tocc. Scottava.
    - Al diavolo voi e il vostro Karl Ivnovic'!
    Prese il bicchiere con la medicina versata a goccia  a  goccia,  e  di
    nuovo si avvicin.
    - Andrj, non farlo!  -  lo supplic la sorella.
    Ma  egli,  non  meno  adirato  che  afflitto,  la  guard  con il viso
    accigliato e si chin con il bicchiere sul bambino.
    - Voglio che prenda la medicina!   -    esclam.    -    Ti  prego  di
    dargliela.
    La principessina Mrija si strinse nelle spalle, prese il bicchiere e,
    chiamata  la  bambinaia,  si  accinse  a  somministrare la medicina al
    malatino.  Il bimbo si  mise  a  strillare,  pareva  soffocasse...  Il
    principe Andrj,  con una smorfia di dolore,  si prese la testa tra le
    mani, usc dalla stanza e and a sedersi sul divano di quella attigua.
    Aveva sempre in mano le lettere ricevute.  Le  apr  macchinalmente  e
    cominci  a  leggerle.   Il  vecchio  principe,   con  la  sua  grossa
    calligrafia slanciata, su un foglio di carta azzurra, gli scriveva:
    Ho ricevuto in questo momento,  per mezzo del corriere,  una  notizia
    molto  lieta  e  che mi auguro non sia falsa.  Pare che Bennigsen (28)
    abbia sconfitto completamente Buonaparte sotto  Eylau.  A  Pietroburgo
    regna  grande  entusiasmo,   e  la  lista  delle  decorazioni  mandate
    all'esercito non ha fine. Quantunque si tratti di un generale tedesco,
    lo lodo  senza  riserve.  Non  capisco  che  cosa  faccia,  cost,  il
    comandante di Krcevo,  un tal Chndrikov: sinora non sono arrivati n
    uomini,  n viveri.  Va' immediatamente da Chndrikov e digli che  gli
    far  tagliare  la  testa  se fra una settimana non sar tutto qui.  A
    proposito della battaglia di Preussich-Eylau,  ho avuto una lettera di
    Ptenka (29);  egli vi ha preso parte:  tutto vero. Quando nelle cose
    non si immischiano  quelli  che  non  devono  immischiarsi,  anche  un
    tedesco  pu  vincere  Buonaparte.  Si  dice  che  sia fuggito in gran
    disordine.  Va' dunque immediatamente a Krcevo ed  eseguisci  i  miei
    ordini.
    Il  principe  Andrj  sospir e apr un'altra lettera,  scritta su due
    fogli ricoperti di minutissima calligrafia: era di Bilibin. La ripieg
    senza leggerla e rilesse invece quella del padre  che  finiva  con  le
    parole:  Va'  dunque  immediatamente  a  Krcevo  ed eseguisci i miei
    ordini.
    Eh no,  scusate tanto,  ma non ci vado sino a che il mio bambino  non
    sia guarito,  si disse,  e avvicinatosi all'uscio,  gett un'occhiata
    nella camera.  La principessina Mrija era sempre  seduta  accanto  al
    lettino e cullava pian piano il piccolo malato.
    E che altro mi scrive di sgradevole?, si domand il principe Andrj,
    cercando di ricordare il contenuto della lettera paterna. Ah, ecco: i
    nostri hanno riportato una vittoria su Buonaparte,  proprio adesso che
    io non sono in servizio. S, s! si diverte a canzonarmi! Buon pro gli
    faccia... e cominci a scorrere la lettera di Bilibin.  Leggeva senza
    capire  nemmeno  la  met di quello che leggeva,  leggeva soltanto per
    impedirsi di pensare a ci che da troppo tempo costituiva il suo unico
    tormentoso pensiero.



    CAPITOLO 9.

    Bilibin in qualit di addetto diplomatico, si trovava adesso presso il
    quartier generale e, bench scrivesse in francese, servendosi di motti
    e di giri di parole francesi, descriveva,  con coraggio tutto russo di
    fronte  alle  critiche e alle canzonature,  lo svolgimento dell'intera
    campagna.  Bilibin scriveva che la propria diplomatica "discrtion" lo
    tormentava   e  che  era  felice  di  avere  nel  principe  Andrj  un
    corrispondente di fiducia al  quale  poter  confidare  tutta  la  bile
    accumulata dentro di s nel costatare ci che succedeva nell'esercito.
    La  lettera  era  gi  vecchia,   scritta  prima  della  battaglia  di
    Preussich-Eylau.
    Depuis nos grands succs d'Austerlitz vous savez,  mon cher  prince,
    scriveva  Bilibin,  que  je  ne  quitte  plus les quartiers gnraux.
    Dcidment j'ai pris le got de la guerre, et bien m'en a pris. Ce que
    j'ai vu ces trois mois est incroyable.
    Je commence "ab ovo".  "L'ennemi du genre humain",  comme vous savez,
    s'attaque aux Prussiens. Les Prussiens sont nos fidles allis, qui ne
    nous ont tromps que trois fois depuis trois ans. Nous prenons fait et
    cause  pour  eux.  Mais il se trouve que "l'ennemi du genre humain" ne
    fait nulle attention  nos beaux discours,  et avec sa manire impolie
    et  sauvage  se  jette  sur les Prussiens sans leur donner le temps de
    finir la parade commence,  en deux tours de main les  rosse    plate
    couture et va s'installer au palais de Potsdam.
    "J'ai le plus vif dsir", crit le roi de Prusse  Bonaparte! "que V.
    M.  soit  accueillie  et traite dans mon palais d'une manire qui lui
    soit agrable,  et c'est avec empressement que j'ai pris   cet  effet
    toutes  les  mesures que les circonstances me permettaient.  Puiss-je
    avoir russi!".  Les gnraux prussiens se piquent de politesse envers
    les Franais et mettent bas les armes aux premires sommations.
    Le chef de la garnison de Glogau,  avec dix mille hommes,  demande au
    roi de Prusse ce qu'il doit faire s'il est somm de se rendre...  tout
    cela est positif.
    Bref,  esprant en imposer seulement par notre attitude militaire, il
    se trouve que nous voil en guerre pour tout de bon,  et,  ce qui plus
    est,  en  guerre  sur  nos frontires "avec et pour le roi de Prusse".
    Tout est au grand complet,  il ne nous  manque  qu'une  petite  chose,
    c'est  le  gnral  en  chef.  Comme  il  s'est  trouv que les succs
    d'Austerlitz auraient pu tre plus dcisifs si le genral en chef  eut
    t moins jeune,  on fait la revue des octognaires et entre les feld-
    marchaux Prosorfsky (30)  et  Kamensky  on  donne  la  prfrence  au
    dernier.  Le gnral nous arrive en kibitka  la manire Souvoroff, et
    est accueilli avec des acclamations de joie et de triomphe.
    Le 4 arrive le premier courrier de Ptersbourg. On apporte les malles
    dans le cabinet du rnarchal,  qui aime  faire tout par lui-mme.  On
    m'appelle  pour  aider  faire le triage des lettres et prendre celles
    qui nous sont destines.  Le marchal nous regarde faire et attend les
    paquets qui lui sont adresss.  Nous cherchons: il n'y en a point.  Le
    marchal devient impatient, se met lui mme  la besogne et trouve des
    lettres de l'Empereur pour le comte T.,  pour le prince V.  et autres.
    Alors le voil qui se met dans une de ses colres bleues. Il jette feu
    et flammes contre tout le monde,  s'empare des lettres,  les dcachte
    et lit celles de l'Empereur adresses  d'autres.  "Ah,  si  agisce  a
    questo modo con me! E sta bene, andatevene! fuori tutti!". Et l crit
    le fameux ordre du jour au gnral Bennigsen.
    [31.  Dopo i nostri grandi successi di Austerlitz,  voi sapete,  caro
    principe che non  mi  sono  pi  allontanato  dal  quartier  generale.
    Decisamente  ho  preso  gusto  alla  guerra e ne sono lietissimo.  Non
    potete credere quello che ho visto durante questi tre mesi.
    Comincio "ab ovo". Come sapete,  "il nemico del genere umano" attacca
    i Prussiani.  I Prussiani sono i nostri fedeli alleati che in tre anni
    ci hanno tradito soltanto tre volte.  Noi  ci  schieriamo  dalla  loro
    parte, ma ecco che "il nemico del genere umano" non bada ai nostri bei
    discorsi  e  con  quel  suo  modo  sgarbato  e  selvaggio,  piomba sui
    Prussiani senza dar loro il tempo di finire la parata incominciata, in
    quattro e quattr'otto li  sbaraglia  senza  alcun  riguardo  e  va  ad
    alloggiare nel palazzo di Potsdam.
    "Io  ho il pi gran desiderio",  scrive il re di Prussia a Bonaparte,
    che V.  M.  sia accolta e trattata nel  mio  palazzo  secondo  i  suoi
    desideri,  e con la pi viva sollecitudine ho preso, a tal fine, tutte
    le misure che le circostanze mi hanno consentito. Mi auguro di esservi
    riuscito!".  I generali prussiani  si  piccano  di  cortesia  verso  i
    Francesi e, alla prima intimazione, depongono le armi.
    Il  comandante  della  guarnigione  di Glogau,  con diecimila uomini,
    domanda al re di Prussia che cosa deve fare se gli viene  intimato  di
    arrendersi... Tutto questo  cosa certa.
    A  farla  breve,   noi  speravamo  di  imporci  con  il  nostro  solo
    spiegamento militare, ed eccoci trascinati in guerra sul serio e, quel
    che  peggio,  alle nostre frontiere "con e per  il  re  di  Prussia".
    Tutto  pronto; ci manca soltanto una piccolezza: il generale in capo.
    E  poich    stato  dimostrato che i successi di Austerlitz sarebbero
    stati pi decisivi se il generalissimo fosse stato meno giovane,  cos
    ora  abbiamo  rivolto  la  nostra  attenzione agli ottuagenari e,  tra
    Prozorovskij e Kamenskij,  si d  la  preferenza  a  quest'ultimo.  Il
    maresciallo  arriva in carrozza coperta alla maniera di Suvorov,  ed 
    accolto con acclamazioni di gioia e di trionfo.
    Il 4 arriva il primo corriere  da  Pietroburgo.  Le  valigie  vengono
    portate  nello  studio  del  maresciallo,  al  quale  piace fare tutto
    personalmente.  Vengo chiamato per  aiutare  a  far  la  scelta  delle
    lettere  e  ritirare  quelle  che ci sono indirizzate.  Il generale ci
    guarda fare e  aspetta  il  plico  di  quelle  destinate  a  lui.  Noi
    cerchiamo,  ma non ne troviamo. Il maresciallo d segni di impazienza,
    si mette di persona al lavoro e trova alcune  lettere  dell'imperatore
    per il conte T.,  per il principe V. e per altri. Allora  preso da un
    attacco di  furia  bestiale,  lancia  fuoco  e  fiamme  contro  tutti,
    s'impadronisce  delle  lettere  le  dissuggella  e  legge  quelle  che
    l'imperatore ha diretto ad altri. "Ah, si agisce a questo modo con me!
    E sta bene, andatevene!  fuori tutti!".  E scrive il famoso ordine del
    giorno al generale Bennigsen].
    "Io  sono  ferito,  non  posso  montare  a cavallo e quindi non posso
    comandare l'esercito.  Voi avete condotto  il  vostro  corpo  d'armata
    sconfitto  a  Pultusk;  l    in terreno aperto,  senza legna e senza
    foraggio,  perci bisogna trovare il modo di provvedere e,  come  ieri
    voi  stesso  avete  riferito  al  conte Bukshevden,  occorre pensare a
    ritirarsi sui nostri confini, cosa da eseguire oggi stesso.
    "A causa del mio continuo andare a cavallo",  scrive  all'imperatore,
    "la  sella  mi ha provocato una escoriazione che,  aggiunta agli altri
    miei inconvenienti di  viaggio,  mi  impedisce  in  modo  assoluto  di
    cavalcare  e  di  comandare  un  esercito  cos  numeroso  e perci ho
    affidato il comando  al  pi  anziano  dei  miei  generali,  al  conte
    Bukshevden;  gli  ho  mandato tutti gli ufficiali di servizio e gli ho
    consigliato,  in caso  non  gli  riuscisse  di  avere  del  grano,  di
    ritirarsi  verso  l'interno della Prussia,  giacch ci  rimasto grano
    per una sola giornata e in alcuni reggimenti non ne  rimasto affatto,
    come  hanno  dichiarato  i  comandanti   di   divisione   Osterman   e
    Sedmoreyzkij e i contadini lo hanno consumato tutto; io stesso, sino a
    quando non mi sar rimesso,  rimarr nell'ospedale di Ostrolenka. Oggi
    stesso faccio rapporto di quanto sopra, e vi informo che,  se l'armata
    rimarr in simili bivacchi per altri quindici giorni, in primavera non
    avremo pi un uomo sano.
    "Permettete  che  un  vecchio,  gi  screditato  per  non aver potuto
    portare a termine la grande e gloriosa impresa cui era stato chiamato,
    si ritiri in campagna.  Attender qui all'ospedale il  vostro  augusto
    consenso  per  non  adempiere il compito di scrivano anzich quello di
    comandante dell'esercito. Il mio allontanamento dall'esercito non avr
    maggior divulgazione di quanto potrebbe averne  quello  di  un  cieco.
    Uomini come me, la Russia ne ha a migliaia".
    Le  marchal se fache contro l'Empereur et nous punit tous;  n'est-ce
    pas que c'est logique!
    Voil le premier acte.  Aux suivants l'intrt et le ridicule montent
    comme  de  raison.  Aprs  le dpart du marchal il se trouve que nous
    sommes en vue de l'ennemi, et qu'il faut livrer bataille.  Boukshevden
    est gnral en chef par droit d'anciennet,  mais le gnral Bennigsen
    n'est pas de cet avis; d'autant plus qu'il est lui, avec son corps, en
    vue de l'ennemi et qu'il veut profiter de  l'occasion  d'une  bataille
    "aus eigener Hand" comme disent les Allemands.  Il la donne.  C'est la
    bataille de Poultousk qui est cense tre une  grande  victoire,  mais
    qui  mon avis ne l'est pas du tout.  Nous autres pkins avons,  comme
    vous savez,  une trs vilaine habitude: de dcider du gain  ou  de  la
    perte  d'une bataille.  Celui qui s'est retir aprs la bataille,  l'a
    perdue,  voil ce que nous disons,  et  ce titre nous avons perdu  la
    bataille  de  Poultousk.  Bref,  nous nous retirons aprs la bataille,
    mais nous envoyons un courrier  Ptersbourg,  qui porte les nouvelles
    d'une  victoire,  et  le gnral ne cde pas le commandement en chef 
    Boukshevden,  esprant recevoir de Ptersbourg en reconnaissance de sa
    victoire  le  titre de gnral en chef.  Pendant cet interrgne,  nous
    commenons  un  plan  de  manoeuvres  excessivement   intressant   et
    original. Notre but ne consiste pas, comme il devrait l'tre,  viter
    ou     attaquer  l'ennemi,   mais  uniquement    viter  le  gnral
    Boukshevden,  qui par  droit  d'anciennet  serait  notre  chef;  nous
    poursuivons  ce  but  avec  tant  d'nergie,  que  mme en passant une
    rivire qui n'est pas  guable,  nous  brlons  les  ponts  pour  nous
    sparer de notre ennemi qui, pour le moment, n'est pas Bonaparte, mais
    Boukshevden.  Le  gnral  Boukshevden a manqu d'tre attaqu et pris
    par des forces ennemies suprieures,    cause  d'une  de  nos  belles
    manoeuvres  qui  nous sauvait de lui.  Boukshevden nous poursuit: nous
    filons.  A peine passe-t-il de notre cot  de  la  rivire,  que  nous
    repassons  de l'autre.  A la fin notre ennemi Boukshevden nous attrape
    et s'attaque  nous.  Les deux gnraux se fchent.  Il y a  mme  une
    provocation  en  duel  de  la  part  de  Boukshevden  et  une  attaque
    d'pilepsie de la part de Bennigsen.  Mais,  au  moment  critique,  le
    courrier,  qui porte la nouvelle de notre victoire de Poultousk,  nous
    apporte de Ptersbourg notre nomination de  gnral  en  chef,  et  le
    premier ennemi Boukshevden est enfonc: nous pouvons penser au second,
     Bonaparte. Mais ne voil-t-il pas qu' ce moment se lve devant nous
    un troisime ennemi, c'est "il soldato ortodosso" qui demande  grands
    cris du pain,  de la viande, des biscuits du foin  -  que sais-je! Les
    magasins sont vides, les chemins impraticables. "Il soldato ortodosso"
    se met  la maraude,  et d'une manire dont la  dernire  campagne  ne
    peut  vous  donner la moindre ide.  La moiti des rgiments forme des
    troupes libres,  qui parcourent la contre en mettant tout  feu et  
    sang.  Les  habitants  sont  ruins  de  fond en comble,  les hopitaux
    regorgent de malades, et la disette est partout. Deux fois le quartier
    gnral a t attaqu par des troupes de maraudeurs et le  gnral  en
    chef  a t oblig lui-mme de demander un bataillon pour les chasser.
    Dans une de ces attaques on m'a emport ma malle vide et  ma  robe  de
    chambre. L'Empereur veut donner le droit  tous les chefs de divisions
    de  fusiller les maraudeurs,  mai ie crains fort que cela n'oblige une
    moiti de l'arme de fusiller l'autre!.
    [32. Il maresciallo  irritato contro l'imperatore e se la prende con
    noi. Logico!
    Questo    il  primo  atto.  Nei  seguenti  aumentano,  naturalmente,
    l'interesse e il ridicolo.  Dopo che il maresciallo se n' andato,  ci
    si accorge che siamo in  vista  del  nemico  e  che  bisogna  attaccar
    battaglia.  Bukshevden   comandante in capo per diritto di anzianit,
    ma il generale Bennigsen non  di questa opinione tanto pi che  lui,
    con il corpo d'armata,  che si trova di fronte al nemico  e  non  vuol
    perdere l'occasione per dar battaglia "aus eigener Hand",  come dicono
    i Tedeschi,  ossia per proprio conto.  E la d.  E'  la  battaglia  di
    Pultusk,  considerata una grande vittoria ma che, a mio avviso, non lo
      affatto.  Noialtri  borghesi  abbiamo,  come  sapete,  una  pessima
    abitudine:  quella di decidere circa la vittoria o la sconfitta di una
    battaglia.  Chi si ritira dopo lo scontro,  secondo noi lo ha perduto,
    e, con questa idea, gli sconfitti di Pultusk siamo stati noi. Insomma,
    dopo  la  battaglia  noi  ci  ritiriamo,  ma mandiamo a Pietroburgo un
    corriere con la notizia della vittoria,  e il  generale  non  cede  il
    comando   supremo   a  Bukshevden,   nella  speranza  di  ricevere  da
    Pietroburgo, in premio della vittoria, la nomina a comandante in capo.
    Durante  questo  interregno,  diamo  inizio  a  un  piano  di  manovre
    interessantissimo  e  originale.  Il  nostro  scopo  non   gi,  come
    apparirebbe logico,  quello di  fuggire  o  attaccare  il  nemico,  ma
    unicamente  di sottrarci al generale Bukshevden il quale,  per diritto
    di anzianit, dovrebbe essere il nostro capo.  E perseguiamo il nostro
    scopo  con  tanta  energia  che persino nell'attraversare un fiume non
    guadabile bruciamo i ponti per separarci dal nostro nemico che, per il
    momento, non  Bonaparte, ma Bukshevden.  E per poco,  a causa di tali
    manovre  che ci dovrebbero salvare da lui,  il generale Bukshevden non
    fu attaccato e preso da forze nemiche superiori. Bukshevden ci insegue
    e noi fuggiamo. Non appena egli passa sulla riva del fiume dove noi ci
    troviamo, ecco che noi ci trasferiamo sull'altra.  Alla fine il nemico
    Bukshevden  ci  raggiunge e ci provoca.  I due generali si affrontano:
    c' anche una sfida a duello da parte di Bukshevden e  un  attacco  di
    epilessia da parte di Bennigsen. Ma, nel momento pi critico, torna da
    Pietroburgo  il  corriere  che  aveva  portato la notizia della nostra
    vittoria a Pultusk e che ci reca la nomina del  nostro  comandante  in
    capo;  il  nostro primo nemico Bukshevden  annichilito.  Possiamo ora
    pensare al secondo,  a Bonaparte.  Ma ecco sorgere dinanzi  a  noi  un
    terzo  nemico,  "il  soldato ortodosso",  che a gran voce chiede pane,
    carne,  gallette,  fieno e che so altro!  I magazzini sono  vuoti,  le
    strade  impraticabili.  Il "soldato ortodosso" si d alle ruberie e in
    modo tale che l'ultima campagna non pu darvene la minima  idea.  Met
    dei  reggimenti  si  trasformano  in  bande  di  truppe  libere,   che
    percorrono il paese, mettendo tutto a ferro e fuoco. Gli abitanti sono
    completamente rovinati, gli ospedali rigurgitano di ammalati e ovunque
    regna la  carestia.  Per  due  volte  il  quartier  generale    stato
    attaccato  da  bande  di  rapinatori  e  il  generale  in capo  stato
    costretto a chiedere un battaglione per respingerli.  In uno  di  tali
    attacchi  mi  hanno  portato  via  la  valigia vuota e la mia veste da
    camera.  L'imperatore vuol  dare  facolt  a  tutti  i  comandanti  di
    divisione  di far fucilare i predatori,  ma temo molto che tale ordine
    costringa una met dell'esercito a fucilare l'altra met!]

    Sulle prime il principe Andrj aveva letto solo con gli occhi  ma  poi
    suo  malgrado  (pur  sapendo  sino  a  che  punto  si doveva credere a
    Bilibin),  cominci a provare un interesse sempre crescente per quanto
    stava leggendo.  Arrivato a questo punto della lettera, appallottol i
    fogli e li gett per terra.  Non era irritato  per  quello  che  aveva
    letto,  ma  per  il  fatto  che  quella  vita  di laggi,  ormai a lui
    estranea,  poteva ancora commuoverlo.  Chiuse gli occhi,  si pass una
    mano  sulla  fronte come per scacciare ogni interesse per quanto aveva
    letto e tese l'orecchio a ci che accadeva nella stanza del  bimbo.  A
    un tratto gli parve di udire, al di l della porta, uno strano rumore.
    Fu  assalito  dalla  paura: temeva che,  mentre egli era immerso nella
    lettura della lettera, fosse accaduto qualcosa al piccino. Si avvicin
    in punta di piedi all'uscio e l'apr.
    Nel momento in cui stava per entrare vide che la bambinaia,  con  aria
    impaurita,  gli  nascondeva qualcosa e che la principessina Mrija non
    era pi accanto al lettino.
    - Caro!  -  ud alle sue spalle la voce sommessa della sorella,  nella
    quale  gli  parve  di avvertire un tono disperato.  Come spesso accade
    dopo una lunga notte insonne e dopo una lunga ansia,  egli fu vinto da
    un  terrore  senza motivo.  Pens che il bimbo fosse morto e gli parve
    che tutto ci che udiva e che vedeva confermasse il suo terrore.
    Tutto  finito,  pens,  e un sudore gelido  gli  bagn  la  fronte.
    Stordito,  si avvicin al lettino, convinto di trovarlo vuoto e che la
    governante avesse appunto nascosto il corpicino.  Scost la cortina: a
    lungo  i  suoi occhi che erravano spaventati non riuscirono a scorgere
    il bimbo.  Finalmente lo vide: il piccolo,  rosso in viso,  giaceva di
    traverso sul lettino, tenendo il capo pi basso del guanciale; poppava
    in sogno, aprendo e chiudendo le labbruzze e respirava regolarmente.
    Nel  vederlo,  il  principe  Andrj  si  rallegr  come  se  lo avesse
    ritrovato dopo averlo perduto.  Si chin e,  come la sorella gli aveva
    insegnato,  lo  sfior  con le labbra per sentire se il piccino avesse
    ancora la febbre.  La tenera fronte era umida,  tocc con la  mano  la
    testa:  anche  i capelli erano bagnati,  tanto il bambino sudava.  Non
    soltanto non era morto,  ma era chiaro che la crisi  era  ormai  stata
    superata, che egli era in via di guarigione.
    Il  principe Andrj prov un irresistibile desiderio di afferrare,  di
    stringersi al petto quella piccola,  indifesa creatura,  ma  non  os.
    Chino sul bimbo,  gli guardava la testa,  le manine, i minuscoli piedi
    che si delineavano sotto la coperta.  Ud un fruscio alle sue spalle e
    un'ombra apparve sotto la cortina del letto. Non si volt e continu a
    contemplare il viso del figlio ed ascoltarne il respiro regolare.
    L'ombra  oscura  era la principessina Mrija che,  silenziosa,  si era
    avvicinata al  lettino  e,  sollevata  la  cortina,  l'aveva  lasciata
    ricadere  dietro di s.  Il principe Andrj la riconobbe senza neppure
    voltarsi e le tese la mano. Ella gliela strinse con forza.
    - E' tutto sudato  -  disse il principe.
    - Venivo da te per dirtelo.
    Il piccolo si mosse lievemente nel sonno, sorrise e strofin la fronte
    contro il guanciale.
    Il principe Andrj guard la sorella.  I luminosi occhi di  lei  nella
    penombra opaca della cortina brillavano pi che mai per le lacrime che
    li  colmavano.   Ella  si  protese  verso  il  fratello  e  lo  baci,
    impigliandosi  leggermente  nella  cortina.  Si  fecero  un  cenno  di
    scherzosa  minaccia e rimasero ancora qualche istante sotto le cortine
    opache,  come se non volessero allontanarsi da quel mondo in cui  loro
    tre erano isolati da tutto il resto...
    Il  principe  Andrj  si  scosse e,  scompigliando i capelli contro la
    mussola della cortina,  si allontan dal  lettino,  mormorando  in  un
    sospiro:
    - S, questa  l'unica cosa che ormai mi  rimasta nella vita!


    CAPITOLO 10.

    Poco dopo la sua ammissione nella confraternita dei massoni, munito di
    tutte  le  istruzioni  che  dovevano  essergli  di guida circa ci che
    doveva fare nei suoi possedimenti,  Pierre part per il  governatorato
    di Kiev, dove si trovava la maggior parte dei suoi contadini.
    Giunto  a  Kiev,  Pierre convoc nel suo ufficio centrale tutti i suoi
    amministratori ed  espose  loro  le  proprie  intenzioni  e  i  propri
    desideri.  Dichiar che presto si sarebbero prese le necessarie misure
    per la completa emancipazione dei contadini dalla servit della  gleba
    e  che,   frattanto,  si  cercasse  di  non  assoggettarli  a  fatiche
    eccessive,  e che le donne con i figli piccoli fossero  esonerate  dal
    lavoro dei campi;  che i contadini dovevano essere aiutati, che doveva
    cessare l'uso delle  punizioni  corporali  e  che  in  ogni  propriet
    sarebbero   stati   costruiti   ospedali,   asili  e  scuole.   Alcuni
    amministratori (fra i quali vi  erano  degli  analfabeti)  ascoltavano
    spaventati,  credendo  di capire da quel discorso che il giovane conte
    era scontento della loro amministrazione e delle loro ruberie;  altri,
    dopo  un  primo  momento di timore,  trovarono divertente la pronunzia
    blesa di Pierre e le sue parole nuove e  mai  udite;  altri  provarono
    semplicemente  piacere  nel  sentir  parlare  il loro padrone;  altri,
    infine, i pi intelligenti,  tra cui l'amministratore capo,  dedussero
    da  quel  discorso  come  dovessero  comportarsi  con  il  padrone per
    raggiungere i loro scopi.
    L'amministratore capo espresse una viva simpatia per le intenzioni  di
    Pierre;  ma  fece notare che,  oltre ad applicare quelle riforme,  era
    indispensabile occuparsi  anche  degli  affari  in  generale,  le  cui
    condizioni erano tutt'altro che buone.
    Nonostante  le  enormi ricchezze del vecchio conte Bezuchov che Pierre
    aveva ereditato e che,  a quanto si diceva,  gli davano un reddito  di
    cinquecentomila rubli l'anno, egli si sentiva assai meno ricco che non
    al  tempo  in  cui  suo padre gliene passava diecimila.  Egli riteneva
    piuttosto urgente che,  a grandi tratti,  il  suo  bilancio  fosse  il
    seguente:  al  Consiglio  di Tutela (33) si pagavano circa ottantamila
    rubli per tutte le sue propriet; su per gi trentamila gli costava il
    mantenimento della casa di Mosca,  della villa  fuori  citt  e  delle
    principessine;  circa quindicimila andavano per le pensioni e le opere
    di beneficenza;  la contessa,  per il suo  mantenimento,  ne  riceveva
    centocinquantamila;   per   i   vari   debiti  si  pagavano  interessi
    aggirantisi sui settantamila rubli; la costruzione di una chiesa,  gi
    iniziata,  era  costata  nei  primi  due anni sui diecimila rubli;  il
    restante denaro  -  circa centomila rubli   veniva  speso  non  sapeva
    neppure  lui stesso come,  e quasi ogni anno era costretto a contrarre
    dei debiti. Ogni anno, inoltre, l'amministratore capo gli dava notizia
    ora di qualche incendio, ora di una carestia,  ora di indispensabili e
    urgenti  riparazioni alle fabbriche e alle varie costruzioni.  Perci,
    il primo lavoro cui Pierre si  sarebbe  dovuto  dedicare  era  proprio
    quello  al  quale  si sentiva meno portato e meno idoneo: occuparsi di
    affari.
    Ogni giorno  Pierre  lavorava  con  il  suo  amministratore  capo,  ma
    purtroppo  sentiva  che  il  suo lavoro non serviva a far procedere le
    cose neppure di un passo.  Sentiva  che  il  suo  lavoro  si  svolgeva
    indipendentemente  dagli affari,  nei quali non riusciva a inserirsi e
    che non progredivano affatto.  Da un lato,  l'amministratore capo  gli
    esponeva  le  situazioni nella loro luce peggiore dimostrando a Pierre
    la necessit di pagare  i  debiti  e  di  intraprendere  nuovi  lavori
    servendosi  dell'opera  dei  servi  della  gleba,  al  che  Pierre non
    consentiva;   dall'altro  lato,   Pierre  esigeva  che  si  procedesse
    nell'opera  di  emancipazione,  al  che  l'amministratore  opponeva la
    necessit di pagare prima i debiti con il Consiglio di  Tutela,  e  da
    ci derivava l'impossibilit di una rapida realizzazione del progetto.
    Non  diceva  l'amministratore  capo  che  si  trattasse  di  una  cosa
    assolutamente impossibile; egli proponeva, per realizzarla, la vendita
    delle foreste della provincia di Kostrom,  la vendita delle  terre  a
    valle  del  fiume e di quelle della tenuta di Crimea.  Ma tutte queste
    operazioni  erano  ostacolate,   secondo   quanto   faceva   osservare
    l'amministratore,  da una tale quantit di processi, di deliberazioni,
    di estinzioni di ipoteche,  di citazioni,  eccetera,  che Pierre ci si
    smarriva e si limitava a dire:
    - S, s, fate pure cos...
    Pierre  non  aveva  quel  senso  pratico che gli avrebbe consentito di
    accingersi subito all'opera; per questo gli affari non gli piacevano e
    si sforzava di interessarsene soltanto in presenza dell'amministratore
    mentre costui,  dal canto suo,  fingeva,  davanti al conte,  di essere
    convinto  che quel lavoro riuscisse molto vantaggioso per il padrone e
    molto scomodo per lui.
    Nella grande citt Pierre  trov  parecchie  conoscenze:  chi  non  lo
    conosceva  cercava di entrare in relazione con lui,  e tutti accolsero
    cordialmente il nuovo, ricchissimo signore appena arrivato, che era il
    pi gran proprietario di  tutta  la  provincia.  Anche  le  tentazioni
    relative alla maggior debolezza di Pierre, quella che aveva confessato
    al  momento della sua ammissione alla Loggia,  erano cos forti che il
    giovane non riusciva a vincerle.  Di nuovo,  giorni,  settimane e mesi
    della  vita  di  Pierre trascorsero tra serate,  pranzi,  ricevimenti,
    feste da ballo, senza dargli modo di riflettere e di riprendersi, come
    un tempo a Pietroburgo.  Invece di iniziare una nuova esistenza,  come
    aveva  sperato,  Pierre  continuava a condurre quella stessa di prima,
    semplicemente in una citt diversa.
    Dei tre precetti della massoneria Pierre riconosceva di non obbedire a
    quello secondo il quale ogni massone era tenuto a essere un modello di
    vita morale;  e  delle  sette  virt  massoniche,  due  gli  mancavano
    totalmente:  l'irreprensibilit dei costumi e l'amore della morte.  Si
    consolava al pensiero che in compenso adempiva un altro  precetto,  la
    rigenerazione del genere umano e aveva altre virt,  quali l'amore per
    il prossimo e, soprattutto, la generosit.
    Nella  primavera  dell'anno  1807,   Pierre  decise  di  ritornare   a
    Pietroburgo.  Aveva intenzione di passare, durante questo viaggio, per
    tutti i suoi  possedimenti  per  rendersi  personalmente  conto  circa
    quanto era stato fatto in obbedienza agli ordini dati, e per costatare
    in  quale  condizione  si  trovasse  ora  la  gente  che Dio gli aveva
    affidato e che egli voleva ardentemente beneficare.
    L'amministratore principale,  che considerava pazzie dannose per  lui,
    per  s  e  per  i  contadini le riforme progettate dal giovane conte,
    aveva fatto tuttavia qualche concessione.  Pur continuando a sostenere
    l'impossibilit dell'emancipazione, aveva ordinato di far costruire in
    ogni  propriet  dei grandi edifici per le scuole,  gli ospedali e gli
    asili;  in  vista  dell'arrivo  del  padrone  fece  preparare  ovunque
    accoglienze  dalle  quali fossero escluse la solennit e la pompa che,
    egli  sapeva,  non  erano  gradite  a  Pierre,  ma  manifestazioni  di
    carattere religioso a dimostrazione della gratitudine generale, con le
    immagini  sacre,  l'offerta del pane e del sale,  tutte cose,  insomma
    che, secondo l'idea che si era fatta del giovane conte, dovevano agire
    favorevolmente su di lui e trarlo in inganno.
    La primavera meridionale,  il viaggio rapido e comodo in una  carrozza
    alla   viennese  e  la  solitudine  delle  strade  ebbero  un  effetto
    rasserenante  sull'animo  di  Pierre.  I  possedimenti  che  egli  non
    conosceva ancora erano uno pi pittoresco dell'altro; ovunque la gente
    si  mostrava felice,  riconoscente e commossa per i benefici ricevuti;
    ovunque gli venivano fatte accoglienze che,  se pure lo  imbarazzavano
    un  po',  gli  destavano tuttavia in fondo all'anima una sensazione di
    gioia.  In un villaggio i contadini gli si fecero incontro recando  il
    pane  e  il  sale  e  le  immagini  dei  santi  Pietro e Paolo,  e gli
    domandarono il permesso di erigere a proprie spese una nuova  cappella
    nella  chiesa,  in  onore  dei due santi suoi protettori e in segno di
    riconoscenza e di affetto per i benefici ricevuti;  in un  altro,  gli
    vennero  incontro  le  donne  con  i  figli  poppanti  tra le braccia,
    ringraziandolo per averle liberate dai lavori faticosi;  in una  terza
    propriet  fu  salutato  dal  prete  con  la  croce  e  circondato dai
    fanciulli ai quali egli,  per volere del conte,  insegnava la lettura,
    la scrittura e la religione.  In tutte le sue terre, Pierre vedeva con
    i  propri  occhi  edifici  di  pietra  gi  costruiti  o  in  via   di
    costruzione,   secondo  un  unico  progetto,   destinati  a  diventare
    ospedali,  scuole e ospizi che ben presto sarebbero stati  inaugurati.
    Dappertutto  Pierre  vide  sui  registri  degli  amministratori che le
    prestazioni gratuite e obbligatorie erano diminuite  in  confronto  al
    passato  e di ci fu ringraziato da delegazioni di contadini venutegli
    incontro in caffettano di panno azzurro.
    Pierre ignorava per che il villaggio dove gli erano stati offerti  il
    pane  e  il sale e si voleva costruire una cappella in onore dei santi
    Pietro e Paolo, era un centro commerciale, dove aveva luogo nel giorno
    di San Pietro una fiera importante,  e ignorava anche che la  cappella
    era  da tempo in costruzione a spese dei contadini pi ricchi,  quelli
    precisamente che si erano presentati a  lui,  mentre  gli  altri  nove
    decimi  della  popolazione  del  villaggio  viveva  nella  pi  penosa
    miseria. Ignorava che, se pure era vero che in seguito a suo ordine le
    madri di bimbi in fasce erano dispensate  dal  lavoro  dei  campi  per
    conto  del  padrone,  quelle stesse madri dovevano compiere nelle loro
    case lavori assai pi faticosi.  Ignorava che il  prete  che  gli  era
    venuto  incontro con la croce angariava i contadini esigendo le decime
    e che gli scolari raccolti attorno a lui gli erano stati lasciati  tra
    le  lacrime  dei  genitori che li dovevano poi riscattare con notevoli
    somme di denaro. Ignorava che gli edifici di pietra, eretti secondo un
    unico progetto,  erano costruiti con il lavoro forzato  dei  contadini
    stessi,  le  cui  prestazioni d'obbligo erano aumentate nella realt e
    diminuite  soltanto  sulla  carta.   Ignorava  infine  che  l,   dove
    l'amministratore gli mostrava sul registro il canone ridotto,  per suo
    ordine,  di un  terzo,  il  lavoro  gratuito  dovuto  al  padrone  era
    raddoppiato.   Perci  Pierre,  entusiasta  di  quel  giro  nelle  sue
    propriet, era ritornato in pieno alle intenzioni filantropiche con le
    quali era partito da  Pietroburgo,  e  scriveva  lettere  vibranti  di
    entusiasmo  al  suo  fratello  istruttore,  come egli definiva il Gran
    Maestro.
    Com' facile,  diceva tra s,  quale lieve sforzo occorre per  fare
    tanto bene! Come si pensa poco a tutto questo!.
    Era  felice  per  la  riconoscenza  che  gli  veniva tributata,  ma si
    vergognava nell'accettarla. Quella riconoscenza, infatti,  lo induceva
    a ricordare quanto bene sarebbe stato in condizione di fare per quella
    gente cos semplice e buona.
    L'amministratore capo, uomo molto stupido ma astuto e che aveva capito
    bene l'intelligente e ingenuo conte, se lo rigirava come un giocattolo
    e,  visto  l'effetto  prodotto  su  di  lui  dai  mezzi  impiegati per
    ingannarlo,   si  mise  a  dimostrargli  con  argomenti   pi   decisi
    l'impossibilit  e,  soprattutto,  l'inutilit della emancipazione dei
    contadini che,  anche senza  essere  emancipati,  erano  perfettamente
    felici.
    Pierre,  in  fondo  al  cuore,  era d'accordo con l'amministratore sul
    fatto che sarebbe stato difficile  immaginarsi  gente  pi  felice  di
    quella,  mentre  Dio  solo sapeva che cosa li attendeva quando fossero
    liberi; ma Pierre, sia pure contro voglia,  insisteva nell'esigere ci
    che  riteneva  giusto.  L'amministratore promise di usare tutte le sue
    forze per realizzare i desideri del conte,  ben  sapendo  che  mai  il
    conte  sarebbe  stato  in grado di verificare se egli avesse realmente
    preso tutte le misure necessarie per affrettare la vendita dei  boschi
    e delle terre,  per riscattare il debito verso il Consiglio di Tutela,
    e che probabilmente non  avrebbe  mai  domandato  n  saputo  che  gli
    edifici  costruiti  rimanevano  vuoti e che i contadini continuavano a
    dare,  in lavoro e in denaro,  tutto quanto avevano dato sino  allora,
    cio tutto quello che potevano dare.


    CAPITOLO 11.

    Tornato  dal  viaggio  nel  sud  nelle  migliori condizioni di spirito
    desiderabili,  Pierre realizz il suo vecchio  progetto  di  fare  una
    visita all'amico Bolkonskij, che non vedeva da pi di due anni.
    Bogucirovo  era situata in una localit pianeggiante,  tutt'altro che
    bella,  una distesa di campi coltivati e  di  boschi  di  abeti  e  di
    betulle,  in parte abbattuti e in parte no. La residenza padronale era
    all'estremit della diritta e larga strada maestra che attraversava il
    villaggio,  al di l di uno stagno scavato da poco e riempito d'acqua,
    le  cui  sponde  non  erano ancora ricoperte di erba,  e in mezzo a un
    giovane bosco nel quale sorgevano alcuni pini di grandi proporzioni.
    La residenza padronale comprendeva l'aia, i fabbricati di servizio, le
    scuderie,  un capanno da bagno,  un padiglione e una  grande  casa  di
    pietra  con  un  frontone  ogivale,  la cui costruzione non era ancora
    terminata.  La casa era circondata da un giardino impiantato  da  poco
    tempo.  I recinti e il portone erano solidi e nuovi. Sotto una tettoia
    erano sistemate due pompe da incendio e una botte verniciata di verde;
    le strade erano diritte,  i ponti solidi e  muniti  di  parapetto.  Su
    tutto era evidente l'impronta di un'amministrazione precisa e oculata.
    I  servi  che  Pierre  incontr  lungo  la via,  alla sua domanda dove
    abitasse il principe,  gli indicarono una piccola  costruzione  nuova,
    situata  proprio  sulla  riva  dello stagno.  Il vecchio cameriere del
    principe Andrj,  Antn,  aiut Pierre a scendere dalla carrozza,  gli
    disse  che  il  padrone  era  in casa e lo accompagn in una piccola e
    linda anticamera.
    Pierre,   ricordando  il  brillante  tenore  di  vita   e   il   lusso
    dell'ambiente   in   cui   aveva   veduto  l'amico  l'ultima  volta  a
    Pietroburgo,  fu  colpito  dalla  modestia  della  piccola  ma  pulita
    casetta.  Attravers in fretta una saletta odorosa di pino, non ancora
    del tutto intonacata,  e gi stava per procedere oltre,  quando  Antn
    gli pass avanti di corsa in punta di piedi e buss all'uscio.
    - Che c'?  -  rispose una voce brusca e sgarbata.
    - Una visita  -  rispose Antn.
    - Prega che aspetti  -  e si ud il rumore di una sedia smossa.
    Pierre si avvicin all'uscio a passi rapidi e si trov viso a viso con
    il principe Andrj che, invecchiato e accigliato, gli veniva incontro.
    Pierre lo abbracci e,  toltosi gli occhiali,  lo baci sulle guance e
    lo guard da vicino.
    - Proprio non ti aspettavo.  Sono felicissimo vederti!   -   disse  il
    principe  Andrj.  Pierre  non diceva nulla e con stupore continuava a
    fissare l'amico.  Il mutamento avvenuto nel principe Andrj  lo  aveva
    profondamente colpito.  Le parole erano state affettuose,  le labbra e
    il volto atteggiati al sorriso, ma lo sguardo al quale il principe non
    riusciva, nonostante il suo desiderio, a dare lo splendore della gioia
    e dell'allegria, era spento, morto. Non che l'amico fosse invecchiato,
    smagrito,  impallidito,  ma quello  sguardo  e  certe  rughe  che  gli
    solcavano  la  fronte,  che  rivelavano una lunga concentrazione su un
    unico pensiero,  avevano sorpreso Pierre e sino a che  non  ci  si  fu
    abituato, glielo fecero sentire estraneo.
    Al  primo  incontrarsi dopo una lunga separazione accade sempre che la
    conversazione stenti ad avviarsi;  si interrogavano e si  rispondevano
    brevemente su cose che avrebbero richiesto  -  ed essi lo sentivano  -
    un lungo colloquio.  Finalmente,  a poco a poco il discorso cominci a
    indugiare su argomenti gi  prima  trattati  con  estrema  concisione,
    sulla  vita  trascorsa,  sui  progetti per l'avvenire,  sul viaggio di
    Pierre,  sulle  sue  occupazioni,  sulla  guerra  e  cos  via...   La
    concentrazione  e l'abbattimento che Pierre aveva notato nello sguardo
    del principe Andrj si mostravano ora ancora pi evidenti nel  sorriso
    con  cui  egli  lo  ascoltava  e  in modo speciale quando Pierre,  con
    l'animazione della gioia, parlava del passato e dell'avvenire.  Pareva
    che  il  principe Andrj desiderasse,  ma non potesse prendere parte a
    ci che egli diceva.  Pierre cominciava a sentire che l'entusiasmo,  i
    sogni,  la  sua  speranza  nella  felicit  e nel bene in presenza del
    principe Andrj erano sconvenienti.  Si vergogn di manifestare le sue
    nuove  idee  massoniche,  eccitate  e  ravvivate  in  lui  dal recente
    viaggio.  Si tratteneva,  per il timore  di  apparire  ingenuo,  nello
    stesso   tempo   provava  un  desiderio  irresistibile  di  dimostrare
    all'amico di essere ora un altro uomo,  un uomo ben diverso dal Pierre
    che Andrj aveva conosciuto a Pietroburgo.
    -  Non  posso  dirvi quante esperienze io abbia fatto in questi ultimi
    tempi! Non mi riconosco pi.
    - S,  siamo entrambi molto mutati da allora  -   rispose il  principe
    Andrj.
    -  E  voi,  che fate  -  domand Pierre.   -  Quali progetti avete per
    l'avvenire?
    - Progetti   -  ripet in tono ironico il principe Andrj.   -  I miei
    progetti?   -  ripet ancora,  quasi stupito dal significato di quella
    parola.   -  Lo vedi?  Sto costruendo una casa: l'anno venturo  voglio
    trasferirmi definitivamente qui...
    Pierre taceva e osservava attentamente il viso rabbuiato dell'amico.
    - No, io domando...  -  disse, ma il principe Andrj lo interruppe.
    - Ma perch parlare di me?  Racconta,  raccontami del tuo viaggio,  di
    tutto quello che hai fatto laggi nei tuoi possedimenti.
    Pierre allora si mise a raccontare quello che aveva  fatto  nelle  sue
    propriet,   cercando   di   nascondere   il   pi  possibile  la  sua
    partecipazione  ai  miglioramenti  effettuati.   Parecchie  volte   il
    principe  Andrj  disse  prima  di  lui  certe cose relative ad alcune
    riforme, come se tutto ci che Pierre aveva fatto fosse una storia che
    gli era nota da un pezzo;  non solo lo ascoltava senza  interesse,  ma
    pareva  si vergognasse di quanto Pierre gli veniva dicendo,  tanto che
    questi fin col sentirsi  imbarazzato,  anzi  oppresso,  in  compagnia
    dell'amico. E tacque.
    -  Senti  un  po',  mio  caro  -  disse il principe Andrj il quale si
    trovava anch'egli visibilmente a disagio con il  suo  ospite:  io  qui
    sono  accampato  alla  meglio...  Ci  sono  venuto  soltanto  per dare
    un'occhiata.  Oggi ritorno da mia sorella.  Ti far conoscere i  miei.
    Ma,  se  non  sbaglio,  tu  li  conosci  gi    -    disse,  tanto per
    intrattenere l'ospite con il quale sentiva ora di non avere  nulla  in
    comune.    -  Partiremo dopo pranzo...  E intanto vuoi visitare il mio
    podere?
    Uscirono e passeggiarono sino all'ora  di  pranzo,  discorrendo  delle
    notizie  politiche e delle conoscenze comuni,  come due persone tra le
    quali non esiste alcuna  intimit.  Il  principe  Andrj  parlava  con
    animazione  soltanto  della  nuova  casa  in costruzione e della nuova
    residenza che  stava  preparando,  ma  anche  mentre  trattava  questo
    argomento,  nel bel mezzo del discorso,  mentre descriveva a Pierre la
    futura disposizione interna della casa, si interruppe di colpo.
    - Del resto,    -    riprese    -    qui  non  c'  proprio  nulla  di
    interessante, andiamo a pranzare e poi partiremo.
    Durante il pranzo il discorso cadde sul matrimonio di Pierre.
    -  Sono  stato  molto  meravigliato  quando  l'ho  saputo  -  disse il
    principe Andrj.
    Pierre arross come ogni qualvolta qualcuno vi accennava si affrett a
    dire:
    - Un giorno vi racconter come sono andate le cose.  Ma voi sapete che
    tutto questo  finito, e per sempre.
    - Per sempre?  -  ripet il principe Andrj.  -  Non c' nulla che sia
    per sempre...
    - Ma voi sapete come tutto  finito? Avete sentito parlare del duello?
    - S, so che hai dovuto passare anche per questa prova.
    -  L'unica cosa di cui ringrazio Iddio  di avermi evitato di uccidere
    quell'uomo  -  disse Pierre.
    - E perch?   -  domand il principe Andrj.   -    Uccidere  un  cane
    rabbioso  sempre un bene.
    - No, uccidere un uomo  male,  ingiusto.
    - Perch ingiusto?   -  ripet il principe Andrj.   -  Non tocca agli
    uomini giudicare ci che  giusto e ci che    ingiusto.  Gli  uomini
    hanno  sbagliato  sempre,  sempre  sbaglieranno  e,  soprattutto,  nel
    giudicare ci che  giusto e ci che non lo .
    - E' ingiusto tutto ci che  male per un altro uomo  -  disse Pierre,
    sentendo con piacere che,  per la prima volta dopo il suo  arrivo,  il
    principe Andrj si animava, cominciava a parlare e desiderava rivelare
    tutto ci che l'aveva fatto diventare quale era attualmente.
    - Ma chi ti dice cosa  il male per un altro uomo?  -  domand.
    - Il male? Il male?  -  ripet Pierre.  -  Noi tutti sappiamo che cosa
     male per noi.
    - S,  noi lo sappiamo, ma quel male che riconosco tale per me, io non
    lo posso fare a un altro  -    disse  il  principe  Andrj  animandosi
    sempre  pi,  evidentemente  per il desiderio di esprimere a Pierre le
    sue nuove idee.  E continu,  parlando in francese:  -  "Je ne connais
    dans la vie que deux maux bien rels c'est le remord et la maladie. Il
    n'est  de  bien  que l'absence de ces maux" [34.  Io non conosco nella
    vita che due veri mali: il rimorso e la malattia.  Il bene non    che
    l'assenza di questi mali].  La mia saggezza, attualmente, consiste nel
    vivere per me solo, evitando questi due mali.
    - E l'amore del prossimo?  E il sacrificio di s?   -  domand Pierre.
    -  No, non posso essere del vostro parere. Vivere soltanto per non far
    male ad alcuno e non aver rimorsi,   troppo poco.  Sono vissuto cos,
    sono vissuto per me solo e ho sprecato la mia  vita.  Soltanto  adesso
    che vivo, o che almeno mi sforzo  (Pierre si corresse per modestia)  -
    di  vivere  per  gli altri,  soltanto adesso ho capito che cosa sia la
    felicit della vita.  No,  non sono d'accordo con  voi,  e  penso  che
    neppure voi crediate a quello che dite.
    Il   principe   Andrj   guardava   Pierre  in  silenzio  e  sorrideva
    ironicamente.
    - Ecco,  vedrai mia sorella,  la  principessina  Mrija.  Con  lei  ti
    troverai pienamente d'accordo  -  disse.   -  Forse, per quello che ti
    riguarda, hai ragione,   -  prosegu dopo una pausa  -  ma ognuno vive
    a modo suo: tu sei vissuto per te solo e dici di avere sprecato la tua
    vita  e di avere conosciuto la felicit soltanto quando hai cominciato
    a vivere per gli altri. E io ho provato il contrario. Sono vissuto per
    la gloria...  E che  poi la gloria?  Sempre lo stesso  amore  per  il
    prossimo, il desiderio di fare qualcosa per gli altri, il desiderio di
    ricevere il loro elogio...  Cos, dunque, sono vissuto per gli altri e
    non soltanto in parte,  ma in tutto e per tutto  ho  sprecato  la  mia
    vita.  Da quando,  invece,  vivo per me solo,  mi sento pi calmo, pi
    sereno...
    - Ma come pu,  un uomo,  vivere per s solo?    -    domand  Pierre,
    infervorandosi.  -  E vostro figlio? Vostra sorella? Vostro padre?
    -  Ma questi fanno parte di me stesso,  non sono gli altri  -  obiett
    il principe Andrj;  -  gli altri, il prossimo, "le prochain", come li
    chiamate tu e la principessina Mrija,  sono essi la fonte  principale
    dell'errore e del male! "Le prochain" sono i tuoi contadini di Kiev ai
    quali tu vuoi fare del bene...
    E guard Pierre con aria ironica e provocante.  Era chiaro che cercava
    di provocarlo.
    - Voi scherzate!  -  gli ripose Pierre,  animandosi sempre di pi.   -
    Quale  male  e quale errore possono esistere nel mio desiderio di fare
    del bene (anche se ho attuato male tale desiderio),  che male  ci  pu
    essere  se  dei  poveri  contadini,  uomini  come noi,  che crescono e
    muoiono senza altra concezione di Dio e della verit  oltre  a  quelle
    che  consistono  nel  rito  e  in  una preghiera senza senso,  vengono
    educati nella confortante fede in una vita futura,  in un  premio,  in
    una consolazione,  in una ricompensa? Quale male e quale errore ci pu
    essere nell'impedire che tanti uomini muoiano di malattia senza  avere
    un  aiuto,  mentre   cos facile soccorrerli materialmente,  mandando
    loro un medico,  offrendo loro  un  ospedale  e  un  ricovero  per  la
    vecchiaia?  E  non    forse  un  bene  indiscutibile e reale che a un
    contadino, a una donna con un bimbo lattante, che ora non hanno riposo
    n giorno ne notte,  io dia un po' di requie e un po' di tempo libero?
    -  soggiunse Pierre, parlando rapidamente.  -  E io questo l'ho fatto,
    sia pure male, sia pure in modo non sufficiente, ma qualcosa ho fatto,
    e  voi  non  solo non riuscirete a convincermi di avere agito male nel
    fare quello che ho fatto,  ma non riuscirete neppure a  farmi  credere
    che  voi  stesso  non siate della mia stessa opinione.  Quello che pi
    importa  -  prosegu Pierre  -   che lo  so,  e  lo  so  con  la  pi
    assoluta  certezza,  che  la gioia di fare del bene  l'unica felicit
    della vita.
    - S, se consideriamo la questione da questo punto di vista, allora la
    cosa cambia aspetto  -  rispose il principe Andrj.  Io costruisco una
    casa, pianto un giardino, e tu fai degli ospedali. Quello che fai tu e
    quello che faccio io sono cose che possono servire  ugualmente  a  far
    passare  il tempo.  Ma in che cosa consistano esattamente il bene e il
    giusto, lascialo giudicare a Colui che sa tutto, non a noi.  Ma tu,  a
    quanto pare,  hai voglia di discutere,  vero?   -  disse.  -  E allora
    discutiamo!
    Si alzarono da tavola e andarono a sedersi sul terrazzino coperto  che
    teneva luogo di balcone.
    -  Coraggio,  discutiamo!    -   cominci allora il principe Andrj.Tu
    dici: le scuole  -  e continu, contando sulle dita: -  l'istruzione e
    cos via,  ossia tu lo vuoi togliere  -  e indic  il  contadino  che,
    passando davanti a loro,  si levava il berretto-  lo vuoi togliere dal
    suo stato animalesco per dargli delle necessit morali,  mentre  a  me
    pare  che  l'unica felicit possibile sia proprio quella dell'animale,
    quella che tu gli vuoi togliere.  Io lo invidio,  e tu  vuoi  renderlo
    simile a me,  pur senza dargli i miei mezzi. In secondo luogo tu dici:
    alleggerirgli il lavoro.  Ma,  questa  la  mia  opinione,  il  lavoro
    fisico    per lui una necessit,  come lo  per te e per me il lavoro
    intellettuale. Tu non puoi non pensare. Io mi corico verso le tre,  mi
    vengono in mente tanti pensieri e non posso addormentarmi;  mi volto e
    mi rivolto nel letto e non  riesco  a  prender  sonno  prima  che  sia
    giorno,  perch  penso  e non posso fare a meno di pensare,  cos come
    lui, il contadino, non pu fare a meno di arare e di falciare;  se non
    lo facesse,  andrebbe all'osteria e si ammalerebbe. Come io non potrei
    sopportare il suo duro lavoro fisico e ne morirei dopo una  settimana,
    cos  egli  non  potrebbe  sopportare la mia inerzia.  Ingrasserebbe e
    finirebbe con il morire.  E poi...  che altro hai detto?    -    E  il
    principe  Andrj  pieg  il terzo dito.   -  Ah s,  gli ospedali,  le
    medicine. Gli viene un colpo apoplettico, sta per morire e tu gli cavi
    il sangue e lo salvi.  Vivr ancora una diecina d'anni ma  infermo,  e
    sar  di  peso  a  tutti.  Per  lui  sarebbe pi semplice e pi facile
    morire.  Ne nasceranno altri,  e anche cos  sono  gi  tanti!  Se  ti
    dispiacesse  di  aver  perduto un lavoratore,  secondo il mio punto di
    vista, be'... potrei essere d'accordo;  ma no,  tu lo vuoi guarire per
    amor suo.  E questo,  a lui,  non  affatto necessario.  E, del resto,
    come puoi pensare che la medicina abbia mai guarito qualcuno?  Che  ne
    abbia  uccisi,  s,  e  tanti!    disse,  aggrottando il viso con aria
    cattiva, ed evitando di guardare Pierre.
    Il principe Andrj esprimeva i suoi pensieri con una chiarezza  e  una
    precisione tali da far capire che ci aveva riflettuto pi di una volta
    e parlava volentieri e in fretta, come chi sia stato molto tempo senza
    conversare  con  nessuno.  Il  suo sguardo si faceva tanto pi animato
    quanto pi i suoi giudizi erano pessimistici.
    - Oh,  ma  terribile,  terribile!   -  esclam Pierre.   -    Io  non
    capisco  come  si  possa  vivere con delle idee come queste.  Ho avuto
    anch'io momenti simili;  mi  accaduto non molto tempo fa a  Mosca,  e
    poi  durante  il viaggio,  ma allora io mi abbatto a tal punto che non
    vivo pi,  tutto mi disgusta e,  soprattutto,  ho nausea di me stesso.
    Allora non mangio pi, non mi lavo pi... E voi?
    -  Perch  non  lavarsi?  Non    pulizia non lavarsi...   -  disse il
    principe Andrj.   -  Al contrario,  bisogna cercare in ogni  modo  di
    rendersi la vita gradevole quanto pi sia possibile. Io vivo, e di ci
    non  sono colpevole,  dunque devo vivere come meglio posso,  senza dar
    fastidio a nessuno, sino alla morte.
    - Ma che  cosa  vi  induce  a  vivere  con  simili  pensieri?  Restare
    inattivo, senza muoversi, senza intraprendere nulla?
    - La vita non ci lascia mai tranquilli.  Sarei ben contento di non far
    nulla,  ma ecco,  da un lato la nobilt di qui mi ha fatto l'onore  di
    eleggermi  suo maresciallo,  e me ne sono liberato a fatica.  Essi non
    potevano ammettere che mi mancassero  le  qualit  necessarie,  quella
    volgarit bonaria e indaffarata, indispensabile in queste cose. Poi ho
    dovuto  mettermi  a  costruire questa casa per avere un cantuccio mio,
    dove poter vivere in pace. Ora c' la milizia territoriale.
    - Perch non prestate pi servizio nell'esercito?
    - Dopo Austerlitz!   -  esclam in tono cupo  il  principe  Andrj.No,
    grazie  tante;  ho dato a me stesso la parola d'onore che non prester
    mai pi servizio nell'esercito attivo  russo;  neanche  se  Buonaparte
    fosse  a  Smolnsk e minacciasse Lissia-Gori rientrerei nell'esercito.
    Ti dicevo, dunque,  -  riprese, calmandosi  -  che ora mi occupo della
    milizia territoriale. Mio padre  generale in capo del terzo distretto
    e per me l'unico mezzo per evitare di far parte dell'esercito attivo 
    l'essere addetto alla sua persona.
    - Ma anche cos, servite la patria.
    - S.
    Tacque per un momento.
    - Ma allora perch lo fate?
    - Ecco perch: mio padre  uno  degli  uomini  pi  notevoli  del  suo
    secolo,  ma,  invecchiando e pur non essendo cattivo,  ha un carattere
    troppo violento.  E' terribile,  abituato com' al potere  illimitato,
    specialmente  adesso con questa carica,  conferitagli dal sovrano,  di
    capo della milizia. Se quindici giorni fa io non fossi sopraggiunto in
    tempo,  e sarebbe  bastato  un  ritardo  di  due  ore,  avrebbe  fatto
    impiccare uno scrivano a Jnkovo!  -  soggiunse il principe Andrj con
    un  sorriso.    -  Cos io presto servizio perch,  all'infuori di me,
    nessuno ha influenza su mio padre;  e in tal modo,  di tanto in tanto,
    gli impedisco di compiere degli atti per cui poi si tormenterebbe.
    - Ah, vedete dunque!
    -  S,  "mais  ce n'est pas comme vous l'entendez" [35.  Ma non  come
    l'interpretate voi]  -  continu il principe Andrj.   -   Io  non  ho
    desiderato  e  non  desidero  il  minimo  bene  a  quella  canaglia di
    scrivano,  che aveva rubato non so  quali  stivali  ai  militi;  sarei
    stato,  anzi,  soddisfatto di vederlo impiccare, ma mi rincresceva per
    mio padre, ossia per me stesso.
    Il principe Andrj si animava sempre di pi.  I suoi occhi avevano una
    lucentezza febbrile, mentre cercava di dimostrare a Pierre che nessuna
    sua azione aveva come scopo il desiderio di far del bene al prossimo.
    - Dunque, tu vuoi emancipare i contadini?  - prosegu.  -  E' una cosa
    bellissima,  questa, ma non per te, giacch non credo che tu abbia mai
    fatto fustigare n fatto deportare qualcuno in Siberia,  e ancor  meno
    per i contadini stessi.  Se vengono frustati,  percossi o deportati in
    Siberia,  non credo che  per  questo  stiano  peggio.  In  Siberia  il
    contadino  continuer a condurre la medesima vita bestiale,  le piaghe
    del suo corpo si rimargineranno ed egli sar felice  esattamente  come
    prima.  Ma  questo    necessario  per  quegli  uomini che si rovinano
    moralmente,   che  si  creano  dei  pentimenti,   li   soffocano,   si
    abbrutiscono  perch  hanno  la  possibilit  di tormentare e anche di
    uccidere a torto o a ragione.  Ecco chi mi fa pena e  per  chi  vorrei
    l'emancipazione dei contadini.  Tu forse non hai mai visto,  ma io s.
    Ho visto delle brave persone,  cresciute nella tradizione  del  potere
    illimitato,  che  con  gli  anni,  quando  pi  si  fanno  irritabili,
    diventano crudeli e brutali; sono consce della loro malvagit,  ma non
    possono trattenersi, e ogni giorno sono pi infelici.
    Il principe Andrj disse queste cose con tanta convinzione che Pierre,
    suo malgrado, pens che quei pensieri gli fossero ispirati dal modo di
    comportarsi del padre. E non rispose.
    -  Ti ho detto,  dunque,  di che ho piet: della dignit umana,  della
    tranquillit della coscienza,  della purezza spirituale,  e non  delle
    loro  schiene  e delle loro fronti che,  per quanto vengano frustate e
    rase a zero, restano sempre le stesse schiene e le stesse fronti.
    - No, no, mille volte no! Non sar mai d'accordo con voi!   -  esclam
    Pierre.


    CAPITOLO 12.

    Verso  sera  il  principe  Andrj  e  Pierre  salirono  in  carrozza e
    partirono alla volta di Lissia-Gori.  Di tanto in  tanto  il  principe
    guardava  l'amico e rompeva il silenzio con parole che dimostravano la
    sua ottima disposizione di spirito.
    Indicandogli i campi,  gli descriveva le  migliorie  introdotte  nella
    coltivazione.
    Pierre,  taciturno,  gli  rispondeva  solo  a  monosillabi  e sembrava
    profondamente assorto.  Egli pensava che il principe Andrj era  molto
    infelice, che viveva nell'errore, che non conosceva la vera luce e che
    toccava a lui, Pierre, venirgli in aiuto, illuminarlo e sollevarlo. Ma
    non appena aveva trovato che cosa dirgli,  presentiva che il principe,
    con una sola parola, con un solo argomento, avrebbe distrutto tutta la
    sua dottrina e perci non osava  cominciare.  Temeva  che  le  proprie
    convinzioni  che  egli  aveva tanto care potessero divenire oggetto di
    derisione.
    - No,  perch pensate...   -  cominci a dire tutt'a un tratto Pierre,
    abbassando  la  testa come un toro che si prepara a colpire  -  perch
    pensate cos? Non dovete pensare cos.
    - A proposito di che cosa?  -  domand il principe Andrj sorpreso.
    - A proposito della vita,  della missione dell'uomo!  Non  pu  essere
    come  voi  dite.  Anch'io,  nel  passato,  ragionavo come voi,  ma fui
    salvato, e sapete da che cosa? dalla massoneria. No non sorridete.  La
    massoneria  non    una  setta  religiosa come pensate;  essa  la pi
    elevata,  l'unica espressione dei lati migliori ed eterni  del  genere
    umano.
    E  Pierre  cominci a spiegare all'amico che cosa fosse la massoneria,
    cos come egli la intendeva.  Diceva che la dottrina massonica era  la
    stessa del cristianesimo, liberata dalle strettoie dello stato e della
    religione, una dottrina di uguaglianza, di fraternit e di amore.
    -  Soltanto  la nostra sacra fratellanza ha un senso reale nella vita;
    tutto il resto  sogno  -  diceva Pierre.  -  Convincetevi, amico mio,
    che al di fuori di questa unione tutto  un cumulo di  menzogne  e  di
    ingiustizie,  sicch io sono d'accordo con voi nell'ammettere che a un
    uomo buono  e  intelligente  non  resta  altro,  come  fate  voi,  che
    attendere  la  fine  della  vita cercando soltanto di non dar fastidio
    agli altri.  Ma adottate le nostre convinzioni fondamentali,  venite a
    far parte della nostra societ, affidatevi a noi lasciandovi guidare e
    vi sentirete subito, come  accaduto a me, una parte di quell'immensa,
    invisibile catena, il cui inizio si nasconde nel cielo.
    Il principe Andrj,  con gli occhi fissi davanti a s,  ascoltava muto
    le parole di Pierre.  Alcune volte,  non avendo udito bene a causa del
    rumore  della  carrozza,  preg Pierre di ripetere alcune cose.  Dalla
    luce inconsueta che gli si era accesa negli occhi e  dal  silenzio  di
    lui,  Pierre capiva che le sue parole non erano cadute nel vuoto,  che
    il principe Andrj non lo avrebbe interrotto e che non avrebbe  deriso
    quanto egli diceva.
    Giunsero  a  un  fiume  che  era  straripato  per la piena e dovettero
    traghettare.  Mentre la carrozza e i cavalli  vi  venivano  sistemati,
    essi salirono sulla chiatta.
    Il principe Andrj,  appoggiato al parapetto,  guardava in silenzio la
    distesa delle acque scintillanti sotto i riflessi rossi de tramonto.
    - Be' cosa ne pensate?  -  chiese Pierre.  -  Perch tacete?
    - Cosa ne penso?  Ti ho ascoltato.  E' tutto giusto   -    rispose  il
    principe.   -  Ma tu dici: Entra nella nostra confraternita.,  noi ti
    additeremo lo scopo della vita,  la missione dell'uomo e le leggi  che
    regolano  l'universo.  Ma  voi chi siete?  Uomini.  Perch dunque voi
    sapete tutto?  Perch io soltanto non vedo ci che voi vedete?  Perch
    voi vedete in terra il regno della verit e del bene e io non lo vedo?
    Pierre lo interruppe.
    - Ma credete a un'altra vita?  -  gli domand.
    -  A un'altra vita?   -  ripet il principe Andrj,  ma Pierre non gli
    lasci il tempo di rispondere e interpret quella ripetizione come  un
    diniego,   tanto   pi  che  egli  conosceva  le  antiche  convinzioni
    ateistiche di lui.
    - Voi dite che non riuscite a vedere in terra  il  regno  del  bene  e
    della verit.  Neppure io lo vedevo,  e non  possibile vederlo quando
    si considera la nostra vita come la  fine  di  tutto.  Sulla  terra,
    proprio  su  questa  terra    -    (e  Pierre  indic  i  campi che li
    circondavano)  -  non esiste la verit: tutto    malvagit,  tutto  
    menzogna;  ma  nell'universo,  inteso  nel  senso pi vasto,  regna la
    verit; noi ora siamo figli della terra,  ma nell'eternit siamo figli
    dell'universo.  Forse  che  io non sento,  dentro l'animo mio,  di far
    parte di questo immenso e armonioso tutto?  Forse che non sento che in
    questa  moltitudine  infinita  di  esseri  in  cui  la divinit o,  se
    preferite, la suprema potenza, si manifesta, io rappresento un anello,
    un gradino tra le creature inferiori e quelle superiori? Se io vedo, e
    vedo con chiarezza questa scala che sale dalle piante all'uomo, perch
    dovrei pensare che la scala finisce con me e non porti  pi  in  alto,
    sempre pi in alto?  Io sento che,  non soltanto non posso scomparire,
    come nulla nel mondo scompare,  ma che esister sempre  e  che  sempre
    sono  esistito.  Sento  che,  oltre a me e sopra di me,  vivono esseri
    spirituali e che nel loro mondo la verit esiste.
    - S, questa  la dottrina di Herder (36)  -  disse il principe Andrj
    -  ma non  questo,  mio caro,  che possa convincermi;  la vita  e  la
    morte soltanto lo possono fare. Quello che ti convince  il vedere una
    creatura  a  te  cara  e  legata  a te,  di fronte alla quale tu fosti
    colpevole e verso la quale speravi di giustificarti  -   (il  principe
    Andrj  ebbe  un tremito nella voce e si volt dall'altra parte)  -  e
    tutt'a un tratto questa creatura soffre,  si  tormenta  e  finisce  di
    esistere...  Perch?  E'  impossibile  che  non  ci  sia una risposta!
    Anch'io credo che ci sia.  Ecco quello che convince,  quello che mi ha
    convinto...  -  concluse il principe Andrj.
    -  Ma s,  ma s  -  disse Pierre.   -  Non  forse la stessa cosa che
    dico io?
    - No.  Io dico soltanto che non sono i  ragionamenti  che  ti  possono
    convincere  della  necessit di una vita futura,  ma  il fatto che tu
    cammini nella vita, mano nella mano, con un altro essere umano e tutto
    a un tratto questo essere scompare nel di l,  nel nulla,  e tu stesso
    ti  fermi  davanti  a  quell'abisso  e  vi  guardi dentro.  E io ci ho
    guardato...
    - E allora?   -  esclam Pierre.   -  Voi sapete che c' un di l  e
    che c' qualcuno. Di l  la vita futura e quel Qualcuno  Dio!
    Il  principe  Andrj  non rispose.  La vettura e i cavalli ormai da un
    pezzo erano passati sull'altra riva ed erano gi attaccati; il sole si
    era nascosto a met,  e la brina  della  sera  copriva  di  stelle  le
    pozzanghere presso il traghetto,  ma Pierre e Andrj,  con stupore dei
    domestici, dei cocchieri e dei traghettatori, erano ancora ritti sulle
    zattere e continuavano a discorrere.
    - Se Dio esiste, se esiste una vita futura,  esistono anche la virt e
    la  verit;  e  la suprema felicit dell'uomo consiste nell'aspirare a
    raggiungerla.  Si deve vivere,  si deve amare,  si  deve  credere    -
    diceva  Pierre    -   che non viviamo soltanto su un piccolo spazio di
    terra,  ma che vivremo e vivremo in eterno l nel tutto!   -  E indic
    il cielo.
    Il  principe  Andrj  stava  in  piedi,  con  i  gomiti  appoggiati al
    parapetto e,  ascoltando Pierre senza  alzare  gli  occhi,  fissava  i
    riflessi purpurei del tramonto sulla superficie azzurrina dell'acqua.
    Pierre  tacque.  Regnava  attorno un profondo silenzio.  La chiatta da
    tempo aveva  toccato  la  riva  e  soltanto  le  onde  della  corrente
    continuavano a mormorare, battendo sul fondo con un fievole sciacquio.
    Sembr  allora  al principe Andrj che quello sciacquio commentasse le
    parole di Pierre e dicesse: E' vero! E' vero! Credigli!.
    Il principe sospir e con  uno  sguardo  raggiante,  mite,  infantile,
    fiss il viso di Pierre,  acceso di entusiasmo ma pur sempre timido di
    fronte alla superiorit dell'amico.
    - Ah, se fosse davvero cos!  -  esclam.  -  Ma ora andiamo a prender
    posto in carrozza  -  aggiunse e, sceso dalla zattera,  alz gli occhi
    al  cielo  che  Pierre  gli aveva indicato e per la prima volta,  dopo
    Austerlitz, rivide quell'immenso, eterno cielo che aveva veduto mentre
    giaceva immobile sul campo di battaglia.. Allora qualcosa che da molto
    tempo dormiva in lui, qualcosa che costituiva la sua parte migliore si
    dest a un tratto nella sua  anima  infondendogli  una  sensazione  di
    letizia  e  di  giovent.  Quella  sensazione per svan non appena il
    principe Andrj ritorn alle consuete condizioni della  sua  vita;  ma
    egli sapeva ormai che un sentimento nuovo,  che non sapeva sviluppare,
    viveva profondamente in  lui.  L'incontro  con  Pierre  segn  per  il
    principe   Andrj  la  data  dalla  quale,   pur  non  essendo  mutata
    l'esteriorit della sua vita,  ebbe inizio per lui una vita  interiore
    completamente diversa.


    CAPITOLO 13.


    Era  gi  quasi  buio quando il principe Andrj e Pierre scesero dalla
    carrozza davanti all'ingresso principale della  casa  di  Lissia-Gori.
    Mentre si stavano avvicinando,  il principe fece notare a Pierre,  con
    un sorriso,  l'agitazione che si manifestava davanti  all'ingresso  di
    servizio.  Una vecchietta curva,  con un sacco sulle spalle, e un uomo
    di piccola statura, vestito di nero e con i capelli lunghi,  al vedere
    la  carrozza  che  si  era  fermata,  erano  fuggiti indietro verso il
    portone.  Due donne corsero a raggiungerli e  tutti  e  quattro,  dopo
    essersi voltati per guardare,  scomparvero spaventati nell'ingresso di
    servizio.
    - Sono la gente di Dio di Mascia  -    disse  il  principe  Andrj.-
    Hanno  creduto che fosse mio padre.  Questa  l'unica cosa nella quale
    non gli obbedisce!
    - Ma cos' questa gente di Dio?  -  domand Pierre.
    Il  principe  Andrj  non  ebbe  tempo  di  rispondere.   I  domestici
    accorrevano  loro  incontro,  ed  egli si inform subito dove fosse il
    vecchio principe e se lo aspettavano presto.
    Il vecchio principe era ancora in citt,  ma lo  si  attendeva  da  un
    momento all'altro.
    Il principe Andrj accompagn Pierre nel proprio appartamento che,  in
    perfetto ordine,  lo attendeva sempre nella casa del padre,  e si rec
    solo nella camera del bimbo.
    - Andiamo da mia sorella  -  disse poi,  ritornandone;   -  ancora non
    l'ho vista.  Adesso si nasconde e sta  con  la  sua  gente  di  Dio.
    Rester  imbarazzata,  sono certo,  e tu vedrai la sua gente di Dio.
    "C'est curieux,  ma parole" [37.  E'  una  cosa  interessante,  te  lo
    assicuro].
    - "Qu'est-ce que c'est que" [33.  Che cos']  la gente di Dio?chiese
    ancora Pierre.
    - Ora vedrai.
    La principessina Mrija si confuse davvero e il suo viso si  copr  di
    chiazze  rosse  quando  i  due  amici  entrarono nella sua camera,  un
    ambiente accogliente, dove le lampade ardevano davanti alle icone. Era
    seduta sul divano,  davanti al samovr,  e  accanto  a  lei  stava  un
    ragazzo con un lungo naso e lunghi capelli, vestito da monaco.
    In  una  poltrona  presso  il divano,  era seduta una vecchia scarna e
    grinzosa dall'espressione dolce e infantile.
    - "Andr, pourquoi ne pas m'avoir prvenue?" [39.  Andrj,  perch non
    mi  hai avvertita?]  -  disse in tono di dolce rimprovero,  mettendosi
    davanti ai suoi pellegrini come una chioccia davanti al suoi  pulcini.
    -    "Charme  de vous voir.  Je suis trs contente de vous voir" [40.
    Lieta di vedervi.  Sono molto contenta di vedervi]  -  disse a Pierre,
    mentre questi le baciava la mano.  L'aveva conosciuto sin da bambino e
    ora l'amicizia di  lui  con  Andrj,  le  sue  disgrazie  coniugali  e
    soprattutto  il  suo  viso  dall'espressione  semplice  e  buona,   la
    disponevano favorevolmente verso di lui.  Lo guardava con i suoi begli
    occhi  radiosi e pareva dirgli: Vi voglio molto bene,  ma vi prego di
    non ridere di questa mia gente.... Dopo aver scambiato i primi saluti
    si sedettero.
    - Ah, c' anche Ivnuska, qui!  -  disse il principe Andrj, indicando
    con un sorriso il giovane pellegrino.
    - Andrj!  -  esclam la fanciulla in tono supplichevole.
    - "Il faut que vous sachiez que c'est une femme" [41.  Devi sapere che
     una donna]  -  disse Andrj all'amico.
    - "Andr,  au nom de Dieu" [42. Andrj, in nome di Dio!]  -  ripet la
    principessina Mrija.
    Si capiva che le parole scherzose del fratello verso i pellegrini e la
    vana difesa  di  costoro  da  parte  della  principessina  erano  cose
    consuete, ormai abituali tra fratello e sorella.
    -  "Mais,  ma  bonne  amie",    -   disse il principe Andrj  -  "vous
    devriez au contraire m'tre reconnaissante  de  ce  que  j'explique  
    Pierre  votre  intimit  avec  ce  jeune  homme" [43.  Ma,  amica mia,
    dovreste invece essermi riconoscente che io spieghi a Pierre la vostra
    intimit con questo giovanotto].
    - "Vraiment?"  [44.  Davvero?]    -    chiese  Pierre  con  curiosit,
    seriamente,  del  che  gli  fu  particolarmente  grata  la  fanciulla,
    osservando attraverso le lenti il viso di Ivnuska che,  resosi  conto
    che si parlava di lui, guardava tutti con un'aria furbesca.
    La  principessina Mrija aveva avuto torto di sentirsi imbarazzata per
    i suoi pellegrini. Essi non erano per nulla intimiditi. La vecchietta,
    a occhi bassi, guardava di tanto in tanto in tralice i nuovi venuti e,
    dopo aver deposto la tazza vuota capovolta sul piattino e avervi messo
    accanto una zolletta di zucchero rosicchiata,  tranquilla e  immobile,
    stava   seduta   nella  sua  poltrona  aspettando  che  le  offrissero
    dell'altro t. Ivnuska, bevendo direttamente dal piattino, guardava i
    due giovani con i suoi maliziosi occhi di donna.
    - Sei stata a Kiev?  -  domand Andrj alla vecchietta.
    - S, padre, ci sono stata  -  rispose la vecchia di natura ciarliera.
    -  Proprio a Natale ho avuto  la  fortuna  di  ricevere  la  Comunione
    presso le sante reliquie.  E adesso vengo da Koljazin,  padre,  dove 
    avvenuto un grande miracolo...
    - E Ivnuska era con te?
    - Io vado per conto mio  -  rispose Ivnuska,  cercando di parlare con
    voce di basso.  -  Ho incontrato Pelagjuska soltanto a Jchovo.
    Pelagjuska   interruppe  il  suo  compagno:  era  chiaro  che  voleva
    raccontare ci che aveva visto.
    - A Koljazin, padre, si  avuto un grande miracolo.
    - Quale?  Si sono trovate nuove reliquie?   -    domand  il  principe
    Andrj.
    -  Smettila,  Andrj   -  intervenne la principessina Mrija.   -  Non
    raccontare niente, Pelagjuska.
    - Che dici mai,  "mtuska"?  Perch non dovrei raccontare?  Gli voglio
    bene,    buono.  E' un mio benefattore,  mandatomi da Dio: mi ha dato
    dieci rubli... me ne ricordo. Quando fui a Kiev, Kirjusa lo "jurodivi"
    (45),  vero uomo di Dio che va scalzo d'inverno e d'estate,  mi  dice:
    Che fai qui?  Perch non vai dove devi andare? Va' a Koljazin, l c'
    una icona miracolosa: la Vergine  Madre  si    rivelata  ai  fedeli.
    All'udire quelle parole ho salutato i miei Santi e sono andata.
    Tutti  tacevano.  Parlava  soltanto  la  pellegrina con voce monotona,
    aspirando l'aria.
    - Sono arrivata,  padre mio,  e la gente mi dice: c' stato un  grande
    miracolo:  dalla  guancia  della  Santissima  Madre di Dio cola l'olio
    santo.
    - S, s... sta bene, racconterai pi tardi  -  disse la principessina
    Mrija, arrossendo.
    - Permettetemi di chiedervi una cosa  -  intervenne Pierre.  -  Senti,
    l'hai visto con i tuoi occhi questo miracolo?
    - Certo,  padre mio,  ho avuto questa gioia.  Una  luce,  come  quella
    celeste,  splendeva  sul  viso  della  Vergine  Madre  e dalla guancia
    scendevano gocce e gocce...
    - Ma si trattava certamente di un inganno!   -   esclam  ingenuamente
    Pierre che ascoltava con attenzione la pellegrina.
    -  Oh,  padre  mio,  che  dici?    -   esclam spaventata Pelagjuska,
    volgendosi verso la principessina Mrija, come per chiederle aiuto.
    - Cos si inganna il popolo  -  ripet Pierre.
    - O Signore Ges Cristo!   -  disse la pellegrina facendosi  il  segno
    della croce.   -  Non dir questo,  padre mio! C'era l un generale che
    non voleva credere e disse: Sono i monaci che combinano imbrogli, ma
    non appena ebbe pronunziato queste parole, divenne cieco.  Poi vide in
    sogno che la Santa Vergine era venuta da lui e gli aveva detto: Credi
    in  me,  e  io  ti  guarir.  E  allora  egli  cominci a supplicare:
    Portatemi,  portatemi da Lei!.  Ti dico la verit,  l'ho visto con i
    miei  occhi.  Condussero il cieco dalla Vergine,  proprio davanti alla
    Sua immagine egli cadde in ginocchio e supplic: Guariscimi e ti dar
    tutto ci che lo zar mi ha donato.  L'ho visto io stessa,  padre: c'
    una stella messa proprio dentro...  Ebbene, riacquist la vista! E' un
    peccato parlare come fai tu. Dio ti castigher  -  concluse, rivolta a
    Pierre.
    - E come mai la stella    capitata  nell'immagine?    -    chiese  il
    giovane.
    - E hanno promosso generale anche la Santa Vergine?   -  intervenne il
    principe Andrj, sorridendo.
    Pelagjuska a un tratto impallid e giunse le mani.
    - Padre mio,  padre  mio,  tu  commetti  peccato,  e  hai  un  figlio!
    cominci a dire,  mentre il suo pallido viso si copriva di rossore.  -
    Padre, che Iddio ti perdoni per quello che hai detto...   -  E si fece
    il segno della croce.
    -  Signore  Iddio,  perdonalo!  "Mtuska",  che   questo?   -  chiese
    rivolta alla principessina Mrija. Si alz e, quasi piangendo, si mise
    a preparare il sacco.  Era visibilmente scandalizzata e si  vergognava
    di  avere  ricevuto  benefici  da  una  casa dove si dicevano cose del
    genere  e,   nello  stesso  tempo,   le  rincresceva  di  dovervi  ora
    rinunziare.
    -  Vi  divertite,  eh?   -  disse la principessina Mrija.   -  Perch
    siete venuti da me?
    - Ma no, Pelagjuska, io ho scherzato. "Princesse, ma parole,  je n'ai
    pas  voulu l'offenser" [46.  Vi assicuro,  principessa,  non ho voluto
    offenderla!],   ho  detto  cos  per  dire...   Non  ci  pensate  pi,
    Pelagjuska,  ho  scherzato    -    ripet,  sorridendo  timidamente e
    desiderando cancellare la sua colpa.
    Pelagjuska si ferm con diffidenza,  ma sulla faccia di Pierre vi era
    una  espressione  di  cos  sincero  pentimento,  e il principe Andrj
    guardava con occhi cos miti,  ora l'amico,  ora  la  vecchietta,  che
    questa a poco a poco si calm.


    CAPITOLO 14.

    La  pellegrina  si calm e,  ripreso l'argomento,  si mise a parlare a
    lungo del padre Amfilochi,  un uomo di cos santa vita che le sue mani
    diffondevano  l'aroma  dell'incenso;  e raccont che alcuni monaci che
    lei conosceva, durante il suo ultimo pellegrinaggio a Kiev, le avevano
    dato le chiavi dei sotterranei dove, avendo con s come cibo due pezzi
    di pane,  aveva trascorso insieme con i santi due giorni e due  notti.
    Prego davanti a uno,  lo adoro e poi passo a un altro.  Mi addormento
    per un po', poi riprendo le mie preghiere e i miei atti di adorazione.
    Regnavano l sotto, "mtuska", un tale silenzio e una tale beatitudine
    che non avevo neppur pi voglia di tornare alla luce del sole.
    Pierre ascoltava seriamente e con attenzione.  Il principe Andrj usc
    dalla camera e, dietro di lui, lasciando che la gente di Dio finisse
    di  prendere il suo t,  la principessina Mrija accompagn Pierre nel
    salotto.
    - Siete molto buono  -  gli disse.
    - Ah,  davvero non volevo offenderla.  Comprendo e apprezzo tanto quei
    sentimenti.
    La  principessina  Mrija  lo  guard  senza  dir  nulla e gli sorrise
    affettuosamente.
    - Vi conosco da molto tempo e vi voglio bene come a  un  fratellodisse
    la  fanciulla.    -   Come avete trovato Andrj?   -  aggiunse subito,
    senza lasciargli il tempo di rispondere alle sue affettuose parole.  -
    Mi d molta preoccupazione.  D'inverno sta  meglio,  ma  nella  scorsa
    primavera  la  sua  ferita  si    riaperta  e il dottore ha detto che
    dovrebbe andare a curarsi.  E anche il suo stato d'animo mi  causa di
    timore.  Non  ha  il  carattere  che  abbiamo noi donne,  che possiamo
    sfogare il nostro dolore con le  lacrime.  Egli  se  lo  tiene  chiuso
    dentro.  Oggi   allegro e vivace,  ma  il vostro arrivo che ha agito
    cos su di lui; molto di rado lo vedo in tale disposizione di spirito.
    Se voi riusciste a persuaderlo a recarsi  all'estero!  Ha  bisogno  di
    attivit, e questa vita monotona e tranquilla lo uccide. Gli altri non
    se ne accorgono, ma io s!
    Verso le dieci i domestici corsero verso l'ingresso,  udendo i sonagli
    della carrozza del vecchio principe che stava arrivando.  Anche Andrj
    e Pierre gli uscirono incontro.
    -  Chi ?   -  chiese il vecchio principe,  scendendo dalla carrozza e
    scorgendo Pierre.  -  Ah, bene,  bene!  Baciami!   -  esclam,  quando
    seppe chi era il giovane sconosciuto.
    Il vecchio era di buon umore e fu assai cordiale con Pierre.
    Prima  della cena,  il principe Andrj,  ritornato nello studio di suo
    padre,  trov il vecchio in animata  discussione  con  Pierre.  Questi
    voleva  dimostrare che sarebbe venuto un tempo in cui non ci sarebbero
    pi state guerre.  Il vecchio principe lo contraddiceva,  ma discuteva
    senza andare in collera.
    -  Lascia  scorrere  il  sangue dalle vene,  sostituiscilo con acqua e
    allora non ci saranno pi guerre. Ciarle di donnette, niente altro che
    ciarle di donnette!  -  esclam, ma batt affettuosamente sulle spalle
    di Pierre e si accost alla tavola presso la quale il principe Andrj,
    che evidentemente non aveva voglia di  partecipare  alla  discussione,
    sfogliava le carte che suo padre aveva portato dalla citt. Il vecchio
    principe gli si avvicin e cominci a parlare di affari.
    -  Il  maresciallo  della  nobilt,  il  conte Rostv,  non ha fornito
    nemmeno met dei suoi uomini.  E' venuto in citt,  gli   saltato  in
    testa  di  invitarmi  a  pranzo:  gliel'ho dato io il pranzo!  Prendi,
    guarda questa carta... Be',  mio caro  -  disse il principe Nikolj al
    figlio  e  battendo ancora con la mano sulla spalla di Pierre  -   un
    bravo ragazzo il tuo amico,  e gli voglio gi bene.  Mi  eccita...  Ci
    sono uomini che dicono cose sagge,  ma non si ha voglia di ascoltarli;
    lui,  invece,  dice delle sciocchezze,  ma accende anche me  che  sono
    vecchio.  Be',  andate,  andate...  Forse  verr  a  cenare  con  voi.
    Riprenderemo a discutere.  Devi voler bene  alla  mia  sciocchina,  la
    principessina Mrija  -  grid poi a Pierre dalla soglia.
    Soltanto ora,  durante il suo soggiorno a Lissia-Gori, Pierre apprezz
    la forza e l'incanto della sua amicizia con il principe Andrj. Questo
    incanto si manifestava non soltanto nei rapporti con il  principe,  ma
    anche con i parenti e i familiari di lui. Pierre si era subito sentito
    un  vecchio amico del severo principe Nikolj Andrevic' e della buona
    e timida principessina Mrija,  nonostante conoscesse appena sia l'uno
    sia l'altra.  E tutti gli volevano gi bene. Non solo la principessina
    Mrija, conquistata dal comportamento dolce di lui verso i pellegrini,
    lo guardava con occhi lucenti e affettuosi,  ma anche il piccolo di un
    anno, il principino Nikolj, come il nonno soleva chiamarlo, sorrideva
    a  Pierre  e  gli  si  buttava  tra  le  braccia.  Michal  Ivanyc'  e
    "mademoiselle" Bourienne lo guardavano sorridendo gioiosamente  quando
    egli discorreva con il vecchio principe.
    Il  vecchio  principe  venne  con  gli  altri a cena: evidentemente lo
    faceva per  Pierre.  Nei  due  giorni  che  pass  a  Lissia-Gori,  fu
    straordinariamente affettuoso con lui e gli ordin di ritornare.
    Dopo la partenza di Pierre, tutti i membri della famiglia si trovarono
    riuniti  e  si  misero  a parlare di lui,  come sempre avviene dopo la
    partenza di un nuovo ospite e tutti,  cosa  che  accade  di  rado,  ne
    parlarono soltanto bene.


    CAPITOLO 15.

    Tornato al reggimento dopo la licenza, Rostv sent per la prima volta
    quanto  fossero  forti  i legami che lo univano a Denissov e a tutti i
    colleghi.
    Gi mentre vi si avvicinava,  provava le stesse sensazioni  di  quando
    stava tornando alla sua casa di via Povrskaja. Allorch vide il primo
    ussaro  del  suo  reggimento,   con  la  giubba  sbottonata,  allorch
    riconobbe il rosso Dementev e scorse i pali cui venivano  attaccati  i
    cavalli  sauri,  allorch  ud  Lavruska  gridare  allegramente al suo
    padrone: Il conte  arrivato! e l'arruffato  Denissov,  che  dormiva
    disteso  sul  letto,  si  precipit fuori dalla baracca e lo abbracci
    mentre gli altri ufficiali gli si stringevano attorno, Rostv prov la
    stessa commozione di quando aveva abbracciato i genitori e le sorelle,
    e le lacrime di gioia che gli serrarono  la  gola  gli  impedirono  di
    parlare.  Anche  il  reggimento era per lui una casa,  una casa cara e
    accogliente come la casa paterna.
    Dopo che si fu presentato al comandante e fu assegnato al  suo  solito
    squadrone,  dopo  aver provveduto al foraggio e ripreso a occuparsi di
    tutti i minuti interessi del  reggimento  e  si  sent  privato  della
    libert e limitato in una stretta, immutabile cornice, Rostv prov il
    medesimo  senso  di  calma  e la medesima consapevolezza di trovarsi a
    casa,  al proprio posto,  che aveva avvertito sotto il tetto  paterno.
    Non vi era al reggimento il disordine che regna nel libero mondo, dove
    egli non sapeva trovare il proprio posto o sbagliava nello sceglierlo;
    non  vi era Snja,  con la quale era necessario o non necessario avere
    una spiegazione;  non vi era la possibilit di andare o non andare  in
    qualche posto;  non vi erano le ventiquattro ore della giornata che si
    potevano impiegare in modi diversi;  non vi era quella grande quantit
    di  persone tra cui nessuna era pi intima o meno di un'altra;  non vi
    erano gli incerti e imprevisti rapporti di denaro con il padre;  nulla
    vi era che ricordasse la terribile perdita al gioco con Dlochov!  L,
    al reggimento,  tutto era semplice  e  chiaro.  Il  mondo  intero  era
    suddiviso  in  due  parti  disuguali: una costituita dal reggimento di
    Pvlograd,  l'altra che comprendeva tutto il resto.  E  con  tutto  il
    resto  non  si  aveva  nulla a che fare.  Al reggimento si sapeva ogni
    cosa: chi era tenente,  chi era capitano,  chi era buono e chi cattivo
    e,  soprattutto,  chi era buon camerata. Il vivandiere faceva credito,
    lo stipendio si  riscoteva  ogni  quadrimestre;  non  c'era  nulla  da
    inventare  n  da  scegliere,  bastava  non  fare nulla di ci che nel
    reggimento di Pvlograd era giudicato riprovevole;  se si riceveva  un
    incarico,  bisognava  eseguire  tutto  ci  che  era  esplicitamente e
    chiaramente ordinato, e tutto andava per il meglio.
    Ritrovatosi di nuovo nelle ben  definite  condizioni  della  vita  del
    reggimento,  Rostv prov la piacevole soddisfazione che prova un uomo
    stanco quando pu coricarsi e riposare.  La vita militare gli riusciva
    tanto pi piacevole in quella campagna,  in quanto, dopo la perdita al
    gioco  con  Dlochov  (perdita  di  cui  non  riusciva  a  consolarsi,
    nonostante  che la famiglia lo avesse perdonato),  Rostv aveva deciso
    di prestar servizio non pi come prima, ma,  per cancellare la propria
    colpa,  in  modo  ineccepibile,  di  essere  un camerata e un compagno
    esemplare,  vale a dire un uomo  perfetto:  cosa  che  appariva  molto
    difficile nel mondo, ma possibilissima al reggimento.
    Rostv, dopo la perdita al gioco, aveva deciso di pagare il suo debito
    ai  genitori  in cinque anni.  Gli mandavano diecimila rubli all'anno:
    ora ne avrebbe presi soltanto duemila e avrebbe lasciato gli altri  ai
    genitori in restituzione del suo debito.

    Il  nostro esercito,  dopo molte ritirate,  parecchi attacchi e alcune
    battaglie  nelle  vicinanze  di  Pultusk  e  di  Preussisch-Eylau,  si
    concentrava    attorno   a   Bartenstein.    Si   aspettava   l'arrivo
    dell'imperatore presso le truppe e l'inizio di una nuova campagna.
    Il  reggimento  di  Pvlograd,   che  faceva  parte  di  quel  settore
    dell'esercito  che  aveva  fatto  la campagna del 1805,  essendo stato
    obbligato a completare i  suoi  quadri  in  Russia,  era  arrivato  in
    ritardo  per  i primi scontri.  Non si era trovato n a Pultusk,  n a
    Preussisch-Eylau e,  nella seconda fase della campagna,  dopo  essersi
    riunito all'esercito operante,  era stato aggregato al corpo di Platov
    (47).
    Il corpo di Platov agiva indipendentemente dal  grosso  dell'esercito.
    Varie  volte  aveva avuto delle scaramucce con il nemico,  aveva fatto
    alcuni prigionieri e  una  volta  si  era  impadronito  persino  della
    vettura  del  maresciallo  Oudinot  (48).   Nel  mese  di  aprile,  il
    reggimento di Pvlograd pass alcune  settimane  senza  muoversi,  nei
    pressi di un villaggio tedesco, interamente distrutto e abbandonato.
    Era  il  tempo  del  disgelo: ovunque fango e freddo,  il ghiaccio del
    fiume si  spezzava,  le  strade  si  erano  fatte  impraticabili.  Per
    parecchi  giorni  tanto  agli  uomini  quanto  agli animali non furono
    distribuiti  i  viveri  e  il  foraggio.  Poich  il  trasporto  degli
    approvvigionamenti   era   divenuto   impossibile,   gli   uomini   si
    sparpagliavano nei villaggi abbandonati e  deserti,  alla  ricerca  di
    patate, che pure si trovavano in piccolissima quantit.
    Tutto  era  stato  mangiato,  quasi  tutti gli abitanti erano fuggiti.
    Quelli che erano rimasti, erano peggio che mendicanti: nelle loro case
    non c'era pi nulla, tanto che spesso i soldati, sebbene poco disposti
    alla piet, invece di prendere davano il poco che era loro rimasto.
    Nelle scaramucce il reggimento di Pvlograd aveva perso  soltanto  due
    uomini, feriti; ma la fame e le malattie l'avevano quasi dimezzato. La
    mortalit  negli  ospedali era tale che i soldati ammalati di febbre o
    gonfi per il pessimo  nutrimento,  preferivano  continuare  a  prestar
    servizio,  trascinandosi  faticosamente  ai loro posti,  piuttosto che
    farsi ricoverare negli ospedali. All'inizio della primavera, i soldati
    cominciarono a trovare nei campi una pianta che spuntava dalla  terra,
    molto  simile  all'asparago,  e alla quale diedero il nome,  non si sa
    perch, di radice dolce di Maska. Si aggiravano per campi e prati in
    cerca di questa radice dolce che era invece amarissima,  la levavano
    dalla  terra  servendosi  della  punta della sciabola e la mangiavano,
    nonostante il divieto di cibarsi di  quell'erba  ritenuta  nociva.  In
    primavera  si  manifest tra le truppe una nuova malattia: un gonfiore
    alle mani,  ai piedi e al viso,  la cui causa  i  medici  attribuirono
    appunto  all'uso di quella pianta.  Ma ad onta del divieto,  i soldati
    del reggimento di Pvlograd,  gli ussari dello squadrone  di  Denissov
    continuarono  a  nutrirsi  soprattutto  della radice dolce di Maska,
    giacch ormai da oltre  una  settimana  le  ultime  gallette  venivano
    razionate, se ne distribuiva non pi di una mezza libbra a testa, e le
    patate, giunte con l'ultimo convoglio, erano gelate e germogliate.
    Anche  i cavalli,  che da due settimane si nutrivano con la paglia dei
    tetti delle case,  erano orribilmente magri e ancora coperti del  pelo
    invernale, infeltrito, a ciuffi.
    Malgrado  tanta  miseria,  i  soldati  e  gli  ufficiali vivevano come
    sempre;  anche adesso,  per quanto con le facce pallide e gonfie e  le
    divise lacere, gli ussari si mettevano in fila per l'appello, uscivano
    per le requisizioni,  strigliavano i cavalli,  lustravano i finimenti,
    strappavano la paglia dai tetti per far foraggio e si riunivano per il
    rancio attorno ai paiuoli,  allontanandosene  affamati  come  prima  e
    scherzando sul pessimo cibo e sulla propria fame.  Come sempre,  nelle
    ore libere dal servizio,  i  soldati  accendevano  dei  grandi  fuochi
    attorno  ai  quali  si  riscaldavano  nudi,  fumavano,  sceglievano  e
    arrostivano le patate gelate e germogliate, raccontavano e ascoltavano
    storie sulle campagne di Potmkin o di Suvorov, o le fiabe di Alscia,
    il furbo lestofante, o di Mikolka, il garzone del "pop".
    Gli ufficiali, come il solito, vivevano in due o in tre nelle case dal
    tetto semidistrutto. I pi anziani si curavano dell'approvvigionamento
    della paglia e delle patate e,  in generale,  dei mezzi di sussistenza
    per gli uomini;  i giovani, come al solito, trascorrevano il tempo chi
    giocando a carte (giacch,  se mancavano le vettovaglie,  non  mancava
    per  il  denaro),  e  chi  dedicandosi  a  giochi innocenti,  come la
    "svjka" (49) o i birilli.  Dell'andamento generale  della  guerra  si
    parlava  poco,  in  parte  perch non si sapeva nulla di positivo,  in
    parte perch si intuiva vagamente che le cose andavano male.
    Rostv, come per l'innanzi, abitava con Denissov,  e il loro legame di
    amicizia,  dopo  la  licenza,  si  era  fatto  pi  stretto  che  mai.
    Difficilmente Denissov parlava dei parenti di Rostv,  ma dalla tenera
    amicizia  che  il  comandante  gli dimostrava,  Nikolj sentiva che lo
    sfortunato amore del vecchio ussaro per Natascia  aveva  una  notevole
    parte  nel rafforzarsi della loro amicizia.  Era evidente che Denissov
    cercava di esporre il meno possibile Rostv ai pericoli della  guerra,
    lo   risparmiava   quanto   poteva  e,   dopo  ciascun  combattimento,
    manifestava una gioia sincera nel rivederlo sano e salvo.
    Durante una  delle  sue  spedizioni,  Rostv  trov  in  un  villaggio
    saccheggiato e abbandonato,  dove si era recato in cerca di viveri, la
    famiglia di un vecchio polacco e della figlia di costui,  con un bimbo
    in  fasce.  Erano  laceri,  affamati,  non in grado di camminare e non
    avevano alcun mezzo per partire.  Rostv  li  port  con  s  nel  suo
    accantonamento,  li ospit e li mantenne per alcune settimane,  sino a
    che  il  vecchio  non  si  fu  ristabilito.   Un  collega  di  Rostv,
    discorrendo un giorno di donne, cominci a canzonarlo, dichiarando che
    era  il  pi  furbo  di  tutti loro e dicendo che non avrebbe commesso
    peccato se avesse fatto conoscere ai compagni la graziosa polacca  che
    aveva  salvato.   Rostv  interpret  lo  scherzo  come  un'offesa  e,
    avvampando di collera,  disse a quell'ufficiale cose tanto  spiacevoli
    che  Denissov  riusc  a stento a evitare un duello tra i due.  Quando
    l'ufficiale si fu allontanato,  Denissov,  che non sapeva  neppur  lui
    quali   fossero   i  rapporti  tra  Rostv  e  la  polacca,   prese  a
    rimproverarlo per lo scatto avuto. Rostv gli rispose:
    - Cosa vuoi...  per me  come una sorella,  e non ti posso dire quanto
    la cosa mi abbia offeso... perch... be'... perch...
    Denissov  gli  batt  una  mano  sulla  spalla e si mise a camminare a
    grandi passi per la stanza senza guardarlo,  come  faceva  sempre  nei
    momenti di grande commozione.
    - Che razza originale quella dei Rostv!   -  esclam,  e Nikolj not
    che Denissov aveva gli occhi pieni di lacrime.


    CAPITOLO 16.

    Nel mese di aprile le truppe si rianimarono alla  notizia  dell'arrivo
    dell'imperatore.  Rostv  non  pot assistere alla rivista passata dal
    sovrano a Bartenstein giacch il reggimento di Pvlograd era accampato
    agli avamposti, assai pi avanti di Bartenstein.
    Adesso quel reggimento bivaccava.  Denissov e Rostv abitavano in  una
    specie di buca scavata per loro dai soldati,  coperta di rami d'albero
    e di zolle erbose e costruita nel seguente modo, venuto in uso allora:
    si scavava un fosso largo poco pi di un metro, profondo uno e mezzo e
    lungo pi di due.  A una estremit  del  fossato  si  facevano  alcuni
    gradini,  e  quello  era l'ingresso,  la scala: il fosso stesso era la
    stanza nella quale,  per i  pi  fortunati  come  il  capo  squadrone,
    all'estremit opposta di fronte ai gradini c'era un'asse appoggiata su
    piuoli  che fungeva da tavola.  Dai due lati,  lungo il fosso,  veniva
    tolto circa un metro di terra e si formavano cos due letti o  divani.
    Il tetto era costruito in modo che al centro si poteva stare in piedi,
    e sui letti,  se ci si avvicinava alla tavola, si poteva persino stare
    seduti.  Denissov che viveva lussuosamente perch i soldati del  suo
    squadrone  gli volevano molto bene,  aveva ancora un'asse sul frontone
    del tetto,  e in questa asse un vetro rotto ma rabberciato  con  carta
    incollata.  Quando faceva molto freddo,  sui gradini (nell'anticamera,
    come  Denissov  chiamava  quella  parte  della  baracca)   i   soldati
    portavano,  su  una lastra di ferro concava,  un po' di brace dei loro
    fuochi e l'ambiente diventava cos caldo che gli ufficiali,  molti dei
    quali erano sempre in visita da Denissov e da Rostv,  erano costretti
    a togliersi la giubba e a rimanere in maniche di camicia.
    Un giorno di aprile, Rostv era di servizio.  Tornato a casa alle otto
    del mattino dopo una notte insonne,  ordin che gli si portasse un po'
    di brace,  si cambi la biancheria inzuppata di  pioggia,  preg  Dio,
    bevve  il  t,  si scald,  mise in ordine la roba nel suo cantuccio e
    sulla tavola e,  con il viso arso  dal  vento,  si  sdrai  supino  in
    maniche  di camicia,  con le mani intrecciate sotto la testa.  Pensava
    con piacere che a giorni sarebbe stato promosso di grado, per l'ultima
    ricognizione effettuata,  e aspettava Denissov che era uscito.  Rostv
    aveva voglia di discorrere un po' con lui.
    Dietro  il  ricovero  si  ud  a un tratto risonare la voce tonante di
    Denissov, il quale gridava in uno dei suoi accessi di collera.  Rostv
    si affacci alla finestrella per vedere contro chi Denissov fosse cos
    furioso e scorse il maresciallo d'alloggio Topcenko.
    -  Ti  ho  ordinato  di  badare  che  i soldati non mangiassero quella
    maledetta radice di Maska!  -  gridava Denissov.  -  Ho veduto poco fa
    con i miei occhi Lazarcik che ne portava un fascio dai campi!
    - Io l'ordine l'ho dato, eccellenza, ma non mi obbediscono  -  rispose
    il maresciallo.
    Rostv torn a sdraiarsi e pens con piacere: Ma s,  che si  dia  da
    fare lui,  adesso,  io il mio dovere l'ho compiuto e voglio riposarmi,
    credo che sia giusto!. Ud anche, al di l della parete, oltre quella
    del maresciallo, la voce di quel furbone di Lavruska,  l'attendente di
    Denissov.  Lavruska  stava  dicendo  qualcosa  di certi carriaggi,  di
    gallette,  di buoi che aveva  visto  mentre  si  recava  in  cerca  di
    provviste.
    Dietro  il ricovero si ud di nuovo,  pi lontano,  la voce adirata di
    Denissov e poi il suo ordine:
    - Secondo plotone, in sella!
    Dove diavolo andranno? si chiese Rostv.
    Cinque minuti dopo,  Denissov entr nel  ricovero,  sal  sul  proprio
    letto  con  gli  stivali infangati,  tir rabbiosamente alcune boccate
    dalla pipa, mise in disordine ogni cosa, si affibbi la "nagjka" (50)
    e la sciabola e si accinse a uscire.  A Rostv,  che gli chiedeva dove
    andasse,  rispose in tono irritato e in modo vago ed evasivo che aveva
    da fare.
    - Mi giudichino Iddio e il grande imperatore   -    disse  uscendo,  e
    Rostv  ud,  dietro  il  ricovero,  il calpestio di molti cavalli nel
    fango; ma non si cur neppure di sapere dove Denissov andasse.  Quando
    si  fu  riscaldato  nel suo cantuccio,  si addorment e soltanto verso
    sera usc dalla baracca.  Denissov non era ancora tornato.  La sera si
    era  fatta  serena;  presso  il ricovero vicino,  due ufficiali con un
    alfiere giocavano alla "svjka" e ridevano piantando alcuni  ravanelli
    nella  molle terra fangosa.  Rostv si un a loro.  A met gioco,  gli
    ufficiali videro alcuni carri che  si  avvicinavano,  seguiti  da  una
    quindicina di ussari montati su cavalli magrissimi.  I carri,  guidati
    da  altri  ussari,  si  avvicinarono  ai  picchetti  e  subito  furono
    circondati da una folla di soldati.
    -  Be',  Denissov  era sempre preoccupato  -  disse Rostv  -  ed ecco
    che l'approvvigionamento ora  arrivato.
    - Gi...   -  risposero gli ufficiali.    -    Come  sono  contenti  i
    soldati!
    Un  poco  dietro  gli  ussari cavalcava Denissov,  accompagnato da due
    ufficiali di fanteria con i quali stava discutendo.  Rostv  gli  and
    incontro.
    - Vi avverto, capitano  -  diceva uno di essi, un tipo magro, piccolo,
    visibilmente furioso.
    - Ve l'ho gi detto, no, che non vi rendo niente!
    -  Ne  risponderete,  capitano.  Questo   brigantaggio bello e buono.
    Portar via un convoglio ai compatrioti!  I nostri uomini non  mangiano
    da due giorni...
    - E i miei da due settimane!  -  rispose Denissov.
    -  Questo  vero brigantaggio,  e la responsabilit  vostra,  egregio
    signore!  -  ripet l'ufficiale di fanteria con voce sibilante.
    -  Ma  perch  continuate  a  seccarmi,  eh?     -    grid  Denissov,
    riscaldandosi  di  colpo.    -    Ne  risponder io,  non voi,  quindi
    smettetela di  ronzare  qui  attorno  e  andatevene  finch  siete  in
    tempo... March!  -  grid all'ufficiale.
    - Benissimo  -  ribatt costui, senza intimorirsi e senza muoversi.  -
    Questo per  brigantaggio, bello e buono, e io...
    - Andate al diavolo voi, e a passo di corsa, mentre siete ancora tutto
    intero!  -  E, voltato il cavallo, lo spinse addosso all'ufficiale.
    -  Sta  bene,  sta  bene!    -    ribatt  costui  in tono minaccioso,
    allontanandosi al trotto.
    - Sei un cane su uno steccato,  un cane vivo su uno steccato!   -  gli
    grid  Denissov  alle  spalle  (era  questo  l'insulto peggiore che un
    ufficiale di cavalleria potesse lanciare a un fante a  cavallo);  poi,
    avvicinatosi a Rostv, scoppi in una risata.
    - Ho portato via un convoglio alla fanteria, gliel'ho strappato con la
    forza!   -  esclam.   -  Ma che diavolo! Potevo forse lasciar crepare
    di fame i miei soldati?
    I carri,  giunti agli ussari,  erano  destinati  a  un  reggimento  di
    fanteria  ma  Denissov,  saputo  da  Lavruska che il convoglio non era
    scortato,  se ne era impadronito  con  la  forza.  Ai  soldati  furono
    distribuite  gallette  a  volont  e ne rimasero persino per gli altri
    squadroni.   Il giorno successivo il comandante  del  reggimento  fece
    chiamare  Denissov  e,  coprendosi  gli occhi con le dita aperte,  gli
    disse:
    - Ecco come io guardo alla faccenda: non so niente di niente e non  me
    ne occupo;  ma vi consiglio di andare allo stato maggiore, all'ufficio
    sussistenza, e di sistemare l le cose, firmando, se  possibile,  una
    ricevuta che dimostri che avete avuto una certa quantit di viveri. In
    caso  contrario,  questi  viveri verrebbero iscritti come pervenuti al
    reggimento di fanteria e la faccenda potrebbe finir male!
    Denissov si rec immediatamente allo stato  maggiore  con  il  sincero
    proposito di seguire quel consiglio.  A sera ritorn nel suo ricovero,
    in uno stato  di  agitazione  quale  Rostv  non  l'aveva  mai  visto.
    Denissov non riusciva a parlare e pareva soffocare.  Quando Rostv gli
    chiedeva  che  cosa  avesse,   non  faceva   che   proferire   minacce
    incomprensibili  con  voce  strozzata e rauca.   Spaventato nel vedere
    l'amico in quello stato, Rostv lo esort a spogliarsi,  a bere un po'
    di acqua e mand a chiamare il medico.
    - Processarmi per rapina!  Oh!  Dammi ancora un po' d'acqua... Ma, s,
    mi processino pure...  ma io le canaglie le picchier  sempre  e  dir
    tutto all'imperatore... Datemi del ghiaccio!  -  aggiunse.
    Venne  il medico del reggimento e disse che era necessario un salasso.
    Una profonda scodella di sangue nero sgorg  dal  braccio  villoso  di
    Denissov che soltanto allora fu in grado di raccontare ci che gli era
    accaduto.
    -  Arrivo...    -    prese  a  dire  Denissov.    -  Be' dov' qui il
    comandante?.  Me lo indicarono.  Non volete  aspettare?.  Sono  di
    servizio,  ho percorso trenta miglia per venire e non posso aspettare.
    Annunziami!.  Bene,  esce il capo di quella banda di ladri e anche  a
    lui viene in mente di farmi una ramanzina.  Il vostro  stato un atto
    di brigantaggio!. Non  un brigante, dico io, colui che prende dei
    viveri per sfamare i suoi soldati,  ma chi li prende e se li mette  in
    tasca.  Bene,  dice. Andate a firmare dal commissario. La faccenda
    seguir la via gerarchica. Vado dal commissario,  mi fermo davanti al
    tavolo e chi vedo?  Indovina... non te lo puoi immaginare! Vuoi sapere
    chi  che ci affama tutti quanti?   -   grid  Denissov,  battendo  un
    pugno  tanto  forte sul tavolo che per poco questo non si rovesci e i
    bicchieri sobbalzarono.  -  Teljanin, gi! Ma come, sei tu che ci fai
    morire di fame?. Un ceffone mi arriv diritto diritto sul muso.  Ah,
    razza  di...,  e gi sberle!  Devo dire,  per che mi sono sfogato  -
    grid  Denissov,   sorridendo  allegramente  e   mostrando   i   denti
    bianchissimi,  minacciosi sotto i baffi neri.  -  Se non me l'avessero
    strappato dalle mani l'avrei accoppato!
    - Ma perch gridi cos?  Calmati  -  diceva Rostv.   -    Vedi,  esce
    ancora sangue... Aspetta, bisogna fasciarti.
    Rifecero la fasciatura a Denissov e lo misero a letto.  Il giorno dopo
    si svegli allegro e tranquillo.
    Ma a mezzogiorno l'aiutante maggiore del  reggimento  entr  con  aria
    seria e triste nella baracca dei due amici,  e,  esprimendo il proprio
    rammarico,  mostr un foglio ufficiale del comandante  del  reggimento
    diretto  al  maggiore Denissov,  in cui erano contenute alcune domande
    circa il fatto accaduto il giorno prima. L'aiutante di campo disse che
    la faccenda poteva prendere  una  bruttissima  piega,  che  era  stata
    nominata una commissione militare d'inchiesta e che,  data la severit
    allora vigente contro il saccheggio e l'indisciplina delle truppe, nel
    migliore dei casi la cosa  poteva  concludersi  con  la  degradazione.
    Secondo  la  parte  lesa,  i  fatti si erano svolti cos: dopo essersi
    impadronito del convoglio,  il maggiore Denissov,  senza essere  stato
    provocato,  si  era  presentato in stato di ubriachezza al commissario
    capo della sussistenza,  gli aveva dato del ladro,  l'aveva minacciato
    di percosse e,  quando era stato trascinato fuori,  si era precipitato
    negli uffici della cancelleria, aveva picchiato due funzionari,  a uno
    dei quali aveva slogato un braccio.
    Alle  nuove  domande  fattegli da Rostv,  Denissov rispose ridendo di
    ricordarsi,  infatti,  che a un certo momento si era trovato sottomano
    un  altro  individuo,  ma che si trattava di inezie,  di cose talmente
    assurde,  che non gli passava nemmeno per l'anticamera del cervello il
    timore  di  un  tribunale militare e aggiunse che,  se quei vigliacchi
    avessero osato  colpirlo,  avrebbe  risposto  loro  in  modo  tale  da
    obbligarli a ricordarsi di lui per tutta la vita.
    Denissov parlava con leggerezza di tutta quella faccenda; ma Rostv lo
    conosceva  troppo  bene  per  non  accorgersi  che  in  cuor  suo (pur
    nascondendolo agli altri),  egli temeva il tribunale e  si  tormentava
    per  quella  faccenda  che,  era  chiaro,  non  poteva non avere gravi
    conseguenze. Ogni giorno, infatti, cominciarono a giungergli documenti
    relativi all'inchiesta,  e il primo maggio fu ordinato a  Denissov  di
    passare  all'ufficiale  pi  anziano  il  comando dello squadrone e di
    presentarsi allo stato maggiore per dare spiegazioni circa le violenze
    commesse negli uffici della  sussistenza.  Il  giorno  innanzi  Platov
    aveva  compiuto  una ricognizione con due reggimenti di cosacchi e due
    squadroni di ussari.  Denissov,  come sempre,  si era spinto in  prima
    linea,  dando  prova  del  suo coraggio.  Una pallottola,  sparata dai
    fucilieri francesi,  lo colp a  una  coscia.  In  altre  circostanze,
    forse,   per  una  ferita  cos  leggera,   Denissov  non  si  sarebbe
    allontanato dal reggimento, ma questa volta approfitt dell'occasione,
    rifiut di presentarsi alla divisione e and all'ospedale.


    CAPITOLO 17.

    Nel mese di giugno ebbe luogo la battaglia di Friedland, alla quale il
    reggimento di Pvlograd non partecip. Subito dopo questa battaglia fu
    concluso l'armistizio.  Rostv,  che sentiva dolorosamente la mancanza
    dell'amico,  di  cui  non  aveva pi avuto notizie dacch era partito,
    preoccupato per l'andamento del processo e per la  ferita,  approfitt
    dell'armistizio  e chiese il permesso di andare all'ospedale a trovare
    Denissov.
    L'ospedale si trovava in un piccolo  villaggio  prussiano,  due  volte
    saccheggiato  dalle truppe russe e da quelle francesi.  Proprio perch
    si era in estate,  quando tutto in mezzo ai campi  cos  bello,  quel
    villaggio  con  le  sue case distrutte,  i suoi recinti abbattuti e le
    strade piene di immondizie,  lungo le quali si aggiravano gli abitanti
    laceri  e  i  soldati  malati,  presentava  un aspetto particolarmente
    desolante.
    L'ospedale era sistemato in una casa di pietra dalle  finestre  con  i
    vetri quasi tutti rotti,  in mezzo a un cortile ingombro dei resti del
    recinto  distrutto.  Alcuni  soldati  bendati,  pallidi  e  gonfi,  si
    aggiravano nel cortile o stavano seduti a godersi un po' di sole.
    Non appena Rostv varc la soglia della casa, si sent serrare la gola
    da  un  tanfo  di ospedale e di putrefazione.  Sulle scale incontr un
    medico militare russo con il sigaro  tra  le  labbra,  seguito  da  un
    infermiere pure russo.
    - Non posso fare l'impossibile  -  diceva il dottore;  -  vieni questa
    sera da Makr Aleksevic', ci sar.
    L'infermiere gli domand ancora qualche cosa.
    - Be', fa' come credi! Non  forse lo stesso?
    In quel momento il dottore vide Rostv che saliva la scala.
    - Perch siete qui,  signore?  -  gli domand.  -  Che ci siete venuto
    a fare?  Giacch  nessuna  pallottola  vi  ha  colpito  perch  volete
    buscarvi il tifo? Questa, mio caro,  la casa degli appestati...
    - Perch?  -  chiese Rostv.
    - Per il tifo.  Chi entra qui,  morto. Soltanto noi due, io e Makev,
    -  (e indic l'infermiere)  -  ci logoriamo  qui  dentro.  Gi  cinque
    miei colleghi ci hanno lasciato la pelle.  Appena ne arriva uno nuovo,
    in una settimana  spacciato  -  prosegu con  evidente  piacere.    -
    Sono  stati  chiamati  dei  medici  prussiani,  ma  il posto ai nostri
    alleati non  gradito...
    Rostv spieg al dottore  che  desiderava  vedere  il  maggiore  degli
    ussari Denissov che si trovava ricoverato l.
    - Non lo so...  non lo conosco.  Pensate che da solo devo occuparmi di
    tre ospedali  con  pi  di  quattrocento  ammalati!  Per  fortuna,  le
    caritatevoli signore prussiane ci mandano un paio di libbre di caff e
    di filacce al mese,  se no saremmo perduti.  -  Egli si mise a ridere.
    -  Quattrocento malati,  mio caro,  e ne continuano ad arrivare.  Sono
    quattrocento, vero?  -  e si rivolse all'infermiere.
    L'infermiere  pareva  sfinito  dalla  stanchezza,   e  si  capiva  che
    aspettava con impazienza che  il  medico  ciarliero  si  decidesse  ad
    andarsene.
    -  Il  maggiore  Denissov   -  ripet Rostv  -   stato ferito presso
    Mauliten.
    - Mi pare che sia morto... Che ne dici, Makev?  -  domand il dottore
    con indifferenza. Ma l'infermiere non conferm le sue parole.
    - E' per caso un tipo alto,  con i  capelli  rossi?    -    chiese  il
    dottore.
    Rostv descrisse l'aspetto di Denissov.
    - S,  uno cos c'era,  c'era proprio  -  conferm il dottore con aria
    soddisfatta;  -  ma dev'essere morto. Del resto, cercher: avevo degli
    elenchi. Li hai tu, ora, Makev?
    - Li ha Makr Aleksevic'  -  rispose l'infermiere.   -  Entrate nella
    stanza   degli  ufficiali,   e  vedrete  voi  stesso    -    aggiunse,
    rivolgendosi a Rostv.
    - Be', sarebbe meglio che non ci andaste,  -  ammon il dottore.-  Non
    vorrei foste poi costretto a fermarvi qui.   -  Ma  Rostv  salut  il
    dottore e preg l'infermiere di accompagnarlo.
    - Badate,  eh,  che la colpa non  mia!  -  gli grid il dottore dalle
    scale.
    Rostv e l'infermiere entrarono in un  corridoio.  In  quel  corridoio
    buio  l'odore di ospedale era cos forte che Rostv dovette turarsi il
    naso e fermarsi un momento: raccolse le forze e  procedette  oltre.  A
    destra si apr un uscio e sulla soglia comparve un uomo magro, giallo,
    con  i  piedi  nudi,  con  addosso  la sola camicia e le mutande,  che
    camminava appoggiandosi sulle grucce.  L'uomo si ferm e,  addossatosi
    allo stipite, guard con occhi luccicanti e pieni di invidia i due che
    passavano.  Lanciando  un'occhiata  attraverso  l'uscio,  Rostv  vide
    soldati malati e feriti che giacevano sul pavimento,  alcuni sopra  un
    po' di paglia, altri sui loro cappotti.
    - Si pu entrare a vedere?  -  chiese Rostv.
    - Vedere che cosa?  -  ribatt l'infermiere.
    Ma  proprio perch era evidente che l'infermiere desiderava che non vi
    mettesse piede, Rostv entr risolutamente nel reparto dei soldati. Il
    fetore,  al quale aveva gi avuto il tempo di abituarsi percorrendo il
    corridoio,  l  dentro  era pi forte e alquanto diverso: era un odore
    pi acre e si capiva che proveniva proprio di l.
    In una  lunga  stanza,  vivamente  illuminata  dal  sole  che  entrava
    attraverso i grandi finestroni,  gli ammalati e i feriti giacevano con
    le teste  contro  la  parete,  su  due  file  divise  da  uno  stretto
    passaggio.   Per  la  maggior  parte  erano  fuori  conoscenza  e  non
    prestarono attenzione ai due che entravano.  Quelli che erano in s si
    sollevarono  tutti  o  almeno  alzarono  i  volti gialli e macilenti e
    guardarono Rostv,  senza togliergli  gli  occhi  di  dosso,  con  una
    identica espressione di speranza in un soccorso,  di tacito rimprovero
    e di invidia per chi era sano.  Rostv  s'inoltr  sino  in  mezzo  al
    grande stanzone,  attraverso gli usci aperti,  gett un'occhiata nelle
    stanze attigue e da tutte le parti vide lo stesso spettacolo. Si ferm
    per un momento e volse gli occhi attorno.  Non si aspettava una  scena
    simile.  Proprio davanti a lui, quasi attraverso il passaggio, giaceva
    sul nudo pavimento un malato,  senza dubbio  un  cosacco,  il  che  si
    poteva arguire dai suoi capelli tagliati in tondo. Giaceva supino, con
    le  braccia  e  le gambe enormi divaricate.  Aveva il viso di un rosso
    paonazzo,  gli occhi stravolti in modo tale che se ne vedeva  solo  il
    bianco,  e le vene dei piedi e delle braccia,  anch'esse rosse,  erano
    tese come corde.  Sbatteva la testa contro il  pavimento  e  con  voce
    rauca  ripeteva  sempre  la  stessa  parola.  Rostv  tese  l'orecchio
    tentando di capire;  la parola era: bere,  bere,  bere!.  Rostv  si
    guard  attorno,   cercando  qualcuno  che  potesse  sistemare  meglio
    l'ammalato e dargli un po' d'acqua.
    - Chi assiste i malati qui?  -  chiese all'infermiere.
    In quel momento,  dalla stanza vicina usc un soldato di  fureria,  in
    servizio all'ospedale,  il quale,  marcando il passo, venne a fermarsi
    sull'attenti davanti a Rostv.
    - Agli ordini, eccellenza  -  grid il soldato, sbarrando gli occhi in
    faccia a Rostv,  scambiandolo evidentemente  per  uno  dei  superiori
    dell'ospedale.
    -  Rimettilo  al  suo  posto  e  dagli  da  bere    -    disse Rostv,
    indicandogli il cosacco.
    - Signors,  eccellenza  -  rispose  il  soldato  con  un  certo  qual
    piacere e continuando a sgranare gli occhi e a restare sull'attenti.
    No,  qui  non   possibile far nulla,  pens Rostv,  abbassando gli
    occhi, e gi stava per uscire, quando si sent fissare, da destra,  da
    uno sguardo insistente.  Si volt da quella parte. Un vecchio soldato,
    giallo e scheletrito,  dall'espressione severa,  la barba  bianca  non
    rasata,  seduto su un vecchio mantello,  lo fissava ostinatamente.  Un
    vicino gli parlava all'orecchio,  accennando a Rostv.  Egli cap  che
    quel  vecchio  voleva chiedergli qualche cosa.  Si avvicin e vide che
    una sola gamba del vecchio era piegata sotto di lui;  l'altra gli  era
    stata  amputata  sopra il ginocchio.  L'altro vicino del vecchio,  che
    giaceva immobile, abbastanza discosto, era un giovane soldato dal viso
    camuso color della cera,  ancora coperto di  lentiggini  e  gli  occhi
    rovesciati  sotto  le  palpebre.  Rostv  guard  il  soldato dal viso
    camuso, e un brivido gli corse lungo la schiena.
    - Ma mi pare... che quell'uomo...  -  osserv, rivolto all'infermiere.
    - Abbiamo gi tanto supplicato,  eccellenza...   -  disse  il  vecchio
    soldato  la  cui  mascella inferiore era scossa da un tremito.   -  E'
    morto sin da stamattina. Anche noi siamo uomini, non cani...
    -  Mando  subito,  lo  porteranno  via...    -    assicur  in  fretta
    l'infermiere.  -  Prego, eccellenza...
    -  Andiamo,  andiamo   -  si affrett a dire Rostv e,  abbassando gli
    occhi e stringendosi tutto in s come tentando di passare  inosservato
    tra  quelle  file di occhi che lo fissavano,  colmi di rimprovero e di
    invidia, usc dalla stanza.


    CAPITOLO 18.

    Dopo aver attraversato il corridoio,  l'infermiere  accompagn  Rostv
    nel  reparto  ufficiali,  costituito  da  tre  camere i cui usci erano
    aperti.  In queste stanze c'erano i letti sui quali alcuni  ufficiali,
    malati  o feriti,  stavano coricati o seduti.  Alcuni,  con addosso il
    camice dell'ospedale,  giravano per le stanze.  La prima  persona  che
    Rostv incontr nel reparto fu un ometto magro,  senza un braccio,  in
    berretto e camice da ospedale,  che,  fumando una  pipa  dal  bocchino
    rosicchiato,  passeggiava  nella  prima  stanza.  Rostv,  fissandolo,
    cercava di ricordare dove lo avesse gi visto.
    - Ecco dove Iddio ha voluto che ci ritroviamo!   -  esclam  l'ometto.
    -    Tuscin,  io  sono  Tuscin!  Vi  ricordate  che  vi  ho preso su a
    Schngraben?  Vedete?  Mi hanno tagliato via un pezzetto!   -    disse
    sorridendo  e  mostrando  la  manica  vuota  del  camice.   -  Cercate
    Vassilij Dmtrevic' Denissov? E' mio coinquilino!   -  aggiunse,  dopo
    aver saputo chi era l'ufficiale che Rostv stava cercando.   -  E qui,
     qui...  -  e Tuscin lo condusse nella stanza attigua, dalla quale si
    udiva giungere l'eco di qualche risata.
    Come possono non  soltanto  ridere,  ma  vivere  qui  dentro?  pens
    Rostv,  che  sentiva  ancora  quel  fetore  di cadavere di cui si era
    impregnato nelle stanze dei soldati,  e che vedeva ancora attorno a s
    quegli  sguardi  colmi  di  invidia che lo accompagnavano dai due lati
    della  corsia  e  il  viso  del  giovane  soldato  morto  dagli  occhi
    rovesciati sotto le palpebre.
    Denissov,  sdraiato sul letto,  con la testa sotto la coperta, dormiva
    bench fosse quasi passato mezzogiorno.
    - Ah, Rostv! Salve, salve!  -  grid con la stessa voce di quando era
    al reggimento,  ma Rostv not subito con tristezza che  sotto  quella
    vivacit  e  quella disinvoltura abituale,  nell'espressione del viso,
    nell'intonazione e nelle  parole  di  lui,  traspariva  un  sentimento
    nuovo, nascosto e cattivo.
    La ferita,  per quanto leggera,  non si era ancora rimarginata sebbene
    Denissov fosse all'ospedale gi da due settimane.  Il suo  viso  aveva
    quel gonfiore pallido,  comune a tutti coloro che erano l dentro.  Ma
    non fu questo a stupire Rostv: lo stup il  fatto  che  Denissov  non
    pareva  molto  contento  di  rivederlo  e  gli sorrideva di un sorriso
    forzato.  Denissov non gli  domandava  nulla  n  del  reggimento,  n
    dell'andamento   generale  della  guerra.   E  quando  Rostv  toccava
    l'argomento, Denissov non l'ascoltava.
    Rostv not anche che all'amico spiaceva udir ricordare il  reggimento
    e   in   genere   la  vita  libera  e  diversa  che  si  viveva  fuori
    dell'ospedale.  Sembrava che egli cercasse di dimenticare quella  vita
    di  prima  e  che  ogni  suo interesse fosse rivolto soltanto alla sua
    questione con  i  funzionari  della  sussistenza.  Quando  Rostv  gli
    domand  a che punto fosse la faccenda,  egli estrasse subito di sotto
    il guanciale una carta inviatagli dalla commissione e la brutta  copia
    della  sua  risposta.  Si  anim  quando ne incominci la lettura e in
    special modo quando faceva notare a  Rostv  le  frecciate  che  egli,
    nella risposta, lanciava ai suoi nemici.
    I compagni di ospedale di Denissov,  che sulle prime si erano radunati
    attorno a Rostv,  come persona appena giunta  dal  mondo  libero,  si
    allontanarono  a  poco a poco non appena Denissov si mise a leggere il
    suo foglio.  Dalla loro espressione Rostv comprese che  quei  signori
    gi  pi  di una volta avevano sentito raccontare quella storia che li
    aveva ormai annoiati.  Soltanto il vicino di  letto  di  Denissov,  un
    grosso  ulano  che  con  il  viso  aggrottato e la pipa in bocca,  era
    rimasto seduto sulla sua branda e  il  piccolo  Tuscin,  privo  di  un
    braccio,  ascoltavano scuotendo il capo in segno di disapprovazione. A
    met della lettura, l'ulano interruppe Denissov.
    - Secondo me  -    disse  rivolgendosi  a  Rostv    -    bisognerebbe
    semplicemente  domandare  la  grazia  all'imperatore.  Dicono  che ora
    saranno concesse  molte  ricompense  agli  ufficiali  e  senza  dubbio
    faranno la grazia...
    - Io?  Io domandar la grazia all'imperatore!   -  esclam Denissov con
    una voce alla quale voleva dare l'energia e il calore di un tempo,  ma
    in cui vibrava soltanto un'inutile irritazione.  -  E perch? Se fossi
    un  brigante,  potrei chiedere la grazia,  ma mi si processa perch ho
    messo in luce i veri briganti.  Mi mettano pure sotto processo: non ho
    paura di nessuno!  Io ho sempre servito onestamente lo zar e la patria
    e non ho rubato!  E proprio me  vogliono  degradare...  Senti,  glielo
    scrivo loro chiaro chiaro: Se io avessi derubato il governo....
    - Hai scritto benissimo,  non c' che dire,  -  osserv Tuscin  ma non
    si tratta di questo,  Vassilij Dmitric'  -    e  si  rivolse  anche  a
    Rostv.    -    Il  fatto    che bisogna chinar la testa,  e Vassilij
    Dmitric' non ne vuol sapere! Eppure,  ve l'ha ben detto l'auditore che
    la vostra faccenda sta prendendo una brutta piega.
    - Prenda la piega che vuole  -  rispose Denissov.
    - L'auditore vi ha scritto la supplica  -  prosegu Tuscin,  -  dovete
    firmarla  e  poi,  per mezzo suo,  mandarla a destinazione.  Il vostro
    amico avr certo qualche conoscenza allo stato maggiore;  un'occasione
    migliore non vi potrebbe capitare.
    -  Ma  l'ho  gi  detto  e  ripetuto  che non voglio abbassarmi  -  lo
    interruppe Denissov; e riprese la lettura del suo foglio.
    Rostv non osava insistere per convincere  l'amico;  sebbene  sentisse
    istintivamente  che  la via proposta da Tuscin e dagli altri ufficiali
    era la pi sicura e sebbene si  considerasse  felicissimo  di  potersi
    rendere utile a Denissov,  conosceva per quanto questi fosse ostinato
    e sincero nelle sue decisioni.
    Allorch Denissov ebbe finito la lettura della sua velenosa  risposta,
    -    lettura  che  dur  quasi  un'ora    -   Rostv non disse nulla e
    trascorse il resto della giornata di pessimo umore,  in compagnia  dei
    compagni   d'ospedale   di  Denissov,   raccontando  quanto  sapeva  e
    ascoltando i discorsi altrui. Denissov,  con espressione cupa,  tacque
    per tutto il tempo.
    A  sera avanzata Rostv si accinse ad andarsene e chiese a Denissov se
    avesse qualche incarico da dargli.
    - S, aspetta...   -  rispose Denissov,  guardando gli altri ufficiali
    e,  tirate  di  nuovo fuori le carte da sotto il cuscino,  si avvicin
    alla finestra sulla quale teneva un calamaio e si mise a scrivere.
    - Evidentemente con  la  forza  non  si  ottiene  niente    -    disse
    allontanandosi  dalla finestra e consegnando a Rostv un grosso plico.
    Era la supplica diretta al sovrano, redatta dall'auditore, nella quale
    Denissov,  senza accennare in alcun modo alle colpe dell'ufficiale  di
    sussistenza, domandava di essere graziato.
    - Trasmettila: si vede che...   -  Non complet la frase, e sorrise di
    un sorriso forzato e doloroso.


    CAPITOLO 19.

    Ritornato al reggimento e riferito al comandante a che punto fosse  la
    faccenda  di  Denissov,  Rostv part per Tilsit,  con la supplica per
    l'imperatore.
    Il 13 di  giugno  l'imperatore  di  Francia  e  quello  di  Russia  si
    incontrarono  a  Tilsit.   Bors  Drubetzkj  aveva  chiesto  all'alto
    personaggio, al quale era addetto,  di far parte del sguito destinato
    a recarsi a Tilsit.
    - "Je voudrais voir le grand homme" [51.  Vorrei vedere il grand'uomo]
    -  disse,  parlando di Napoleone che sino allora aveva sempre chiamato
    Buonaparte, come tutti.
    -  "Vous  parlez  de Bonaparte?" [52.  Parlate del Bonaparte?]  -  gli
    domand sorridendo il generale.
    Bors  volse  uno  sguardo  interrogativo  al  suo  generale  e   cap
    immediatamente che si trattava di una prova scherzosa.
    - "Mon prince,  je parle de l'empereur Napolon" [53.  Principe, parlo
    dell'imperatore  Napoleone]    -    rispose.   Il   generale,   sempre
    sorridendo, gli batt una mano sulla spalla.
    - Ti farai strada, tu!  -  gli disse, e lo prese con s.
    Bors  fu  una  delle  poche persone che si trovarono sulle sponde del
    Niemen il giorno dell'incontro dei due  imperatori;  vide  le  zattere
    stemmate,  vide Napoleone passare sull'altra riva dinanzi alla guardia
    francese, vide il volto serio dell'imperatore Aleksndr mentre, muto e
    pensoso,  aspettava in una locanda sulle rive del Niemen che arrivasse
    Napoleone;  vide i due imperatori salire in barca e Napoleone, montato
    per primo sulla zattera,  avanzare a passo rapido,  verso Aleksndr  e
    porgergli  la mano,  e poi tutti e due scomparire nel padiglione.  Sin
    dal tempo del suo primo ingresso nelle alte sfere, Bors aveva preso
    l'abitudine di osservare attentamente quello che gli accadeva  attorno
    e  di  prenderne  nota.  Durante  l'incontro di Tilsit,  egli cerc di
    conoscere il nome dei personaggi che erano giunti con Napoleone, delle
    uniformi che  essi  indossavano,  e  ascolt  attentamente  le  parole
    pronunziate  dagli  uomini  pi  in  vista.  Nel  momento in cui i due
    imperatori entrarono nel padiglione,  egli  guard  l'orologio  e  non
    dimentic  di  fare altrettanto quando lo zar ne usc.  L'incontro era
    durato un'ora e cinquantatr minuti.  Quella sera stessa Bors  annot
    questo dato nel suo taccuino, insieme con gli altri avvenimenti che, a
    quanto egli supponeva,  potevano avere un'importanza storica.  Siccome
    il sguito degli imperatori era costituito da pochissime persone,  per
    un uomo che aspirava a far carriera,  il fatto di trovarsi a Tilsit in
    quella occasione era cosa di grande importanza,  e Bors  cap  subito
    che  da  quel  momento  la sua posizione poteva considerarsi veramente
    consolidata. Non solo cominci a essere conosciuto,  ma anche a essere
    tenuto in considerazione, e la gente si abitu a vederlo.
    Due volte gli furono affidati incarichi particolari per il sovrano, il
    quale   ebbe  cos  modo  di  conoscerlo  personalmente,   e  tutti  i
    cortigiani, anzich evitare, come prima, il giovane ufficiale,  perch
    nuovo  nell'ambiente,  si  sarebbero  meravigliati  se non lo avessero
    veduto.
    Bors abitava con  un  altro  aiutante  di  campo,  il  conte  polacco
    Gilinski.  Questo  polacco,  cresciuto  ad educato a Parigi era ricco,
    amava moltissimo i Francesi e  quasi  ogni  giorno,  durante  la  loro
    permanenza  a Tilsit,  si riunivano in casa di Bors e di Gilinski,  a
    pranzo e a cena, ufficiali francesi della Guardia dello stato maggiore
    generale.
    La sera del 24 giugno il  conte  Gilinski,  offr  una  cena  ai  suoi
    conoscenti  francesi.  A  quella  cena,  il  cui ospite d'onore era un
    aiutante di campo di Napoleone,  parteciparono alcuni ufficiali  della
    Guardia  francese  e un giovinetto,  discendente da un'antica famiglia
    aristocratica,  paggio dell'imperatore.  Proprio quella  sera  Rostv,
    approfittando  dell'oscurit  per  non  essere riconosciuto,  arriv a
    Tilsit in abito borghese e si  rec  nell'abitazione  di  Bors  e  di
    Gilinski.
    Nell'animo  di  Rostv,  come  del resto in tutto l'esercito dal quale
    egli proveniva,  non si era  ancora  manifestato  quel  capovolgimento
    rispetto  a  Napoleone  e  ai  Francesi,  da  nemici  diventati amici,
    capovolgimento gi verificatosi nel quartier generale e nell'animo  di
    Bors.  Tutti nell'esercito continuavano a provare per Bonaparte e per
    i Francesi gli stessi sentimenti di prima,  un miscuglio di  odio,  di
    disprezzo e di timore.  Anche recentemente Rostv,  discorrendo con un
    ufficiale dei cosacchi di Platov,  sosteneva  che,  qualora  Napoleone
    fosse  caduto  prigioniero,  non lo si sarebbe dovuto trattare come un
    sovrano,  ma come un criminale.  Un'altra  volta,  pure  recentemente,
    imbattutosi  sulla  strada  con  un  colonnello ferito,  Rostv si era
    accalorato per dimostrargli che la pace non poteva essere conclusa tra
    un imperatore legittimo e un malfattore come Bonaparte.  Perci Rostv
    fu  stranamente  colpito quando vide in casa di Bors alcuni ufficiali
    francesi in quelle stesse uniformi che egli era abituato a guardare in
    ben altro modo dalla linea  degli  avamposti.  Non  appena  scorse  un
    ufficiale francese affacciarsi all'uscio,  fu assalito improvvisamente
    da quel sentimento bellicoso e ostile che provava sempre di fronte  al
    nemico.  Si ferm sulla soglia e domand,  in russo,  se fosse proprio
    quella l'abitazione di Drubetzkj.  Bors,  all'udire la  voce  di  un
    estraneo nell'ingresso,  usc a incontrarlo.  Quando riconobbe Rostv,
    il suo viso espresse, nel primo momento, una viva contrariet.
    - Ah,  sei tu!  Sono  felice,  felicissimo  di  vederti!    -    disse
    ugualmente,  sorridendo  e muovendo verso di lui.  Ma a Rostv non era
    sfuggita la prima impressione.
    - Mi pare di essere giunto in un momento poco opportuno  -  disse.   -
    Non  sarei  venuto,  ma si tratta di un affare importante  -  aggiunse
    freddamente.
    - No, mi stupisce soltanto che tu abbia potuto lasciare il reggimento.
    "Dans un moment je suis  vous" [54. Un attimo,  e sono sbito da voi]
    -  disse, rispondendo a una voce che lo chiamava dall'altra stanza.
    - Capisco di essere giunto inopportuno...  -  ripet Rostv.
    L'espressione  di  stizza era gi scomparsa dal viso di Bors;  avendo
    evidentemente riflettuto e deciso che cosa dovesse fare, gli prese con
    molta calma tutt'e due le mani e lo introdusse nella  stanza  attigua.
    Gli occhi di Bors, che guardavano Rostv fermi e tranquilli, parevano
    velati  da  qualche  cosa come se uno schermo  -  gli occhiali azzurri
    delle convenienze sociali  -  li appannasse.
    - Ma via, smettila,  ti prego!  Ti pare possibile che proprio tu possa
    giungere inopportuno?  -  disse Bors.
    E,  condottolo  nella  stanza  dov'era  apparecchiata la tavola per la
    cena,  lo present agli invitati dicendo il suo nome e  spiegando  che
    non era un civile, ma un ufficiale degli ussari, suo vecchio amico.
    -  Il  conte  Gilinski,  "le comte" N.  N.,  "le capitaine" S.  S.   -
    diceva, presentando gli ospiti. Rostv guardava gli ufficiali francesi
    aggrottando le sopracciglia, salutava freddamente e taceva.
    Fu chiaro che Gilinski non era molto lieto di  accogliere  quel  nuovo
    personaggio  nel  suo  gruppo e non gli disse nulla.  Bors pareva non
    accorgersi dell'imbarazzo prodotto dall'arrivo  dell'amico  e  con  la
    stessa  calma  e  lo  stesso  sguardo  appannato con cui aveva accolto
    Rostv, cercava ora di rianimare la conversazione. Uno degli ufficiali
    stranieri,  con la proverbiale cortesia francese si rivolse  a  Rostv
    che  taceva  ostinatamente  e gli domand se fosse venuto a Tilsit per
    vedere l'imperatore.
    - No, sono qui per un affare  -  rispose Rostv, seccamente.
    Rostv era diventato di pessimo umore,  dal momento in cui aveva visto
    sul  viso di Bors l'espressione di malcontento e,  come sempre accade
    alle persone di umor nero,  gli pareva che tutti  lo  guardassero  con
    aria ostile e aveva l'impressione di essere di imbarazzo a tutti. E in
    realt   lo   era,   giacch   era  l'unico  a  non  partecipare  alla
    conversazione generale che aveva ripreso un andamento vivace.  Perch
    costui  sta  qui?  parevano  dire  le  occhiate  che  gli  ospiti gli
    lanciavano. Infine egli si alz e si avvicin a Bors.
    - Sento di essere veramente inopportuno   -    gli  disse  sottovoce;-
    andiamo a parlare un momento del mio affare e poi ti lascio.
    - Ma no,  ma niente affatto!   -  esclam Bors.   -  Ma se sei stanco
    andiamo in camera mia dove ti potrai sdraiare e riposare.
    - S, infatti...
    Entrarono nella cameretta dove dormiva Bors.  Rostv,  senza sedersi,
    con  fare  irritato  come  se  l'amico fosse in qualche modo colpevole
    verso di lui,  cominci subito a raccontargli la storia di Denissov  e
    gli chiese se volesse e potesse intercedere per lui, per mezzo del suo
    generale,  presso  l'imperatore,  facendogli  pervenire  una  lettera.
    Allorch si trovarono soli, Rostv, per la prima volta, si convinse di
    trovarsi a disagio di fronte a Bors.  Questi,  seduto  con  le  gambe
    accavallate, ascoltava l'amico accarezzandosi macchinalmente il mento,
    come  un generale ascolta il rapporto di un subalterno,  ora guardando
    da una parte ora dall'altra e di tanto in tanto fissandolo con  quello
    sguardo velato senza espressione.  E ogni volta, sotto quello sguardo,
    Rostv si fermava imbarazzato e abbassava gli occhi.
    - Ho sentito parlare di storie di questo genere  e  so  che,  in  casi
    simili,  l'imperatore    molto  severo.  Credo che sarebbe meglio non
    arrivare sino a  sua  maest.  Secondo  me    preferibile  rivolgersi
    direttamente  al comandante del corpo d'armata...  Ma in generale,  io
    penso che...
    - Insomma,  non vuoi far nulla,  dimmelo francamente!   -   gli  grid
    quasi Rostv, senza guardarlo negli occhi.
    Bors sorrise.
    - Al contrario, far quello che posso. Pensavo soltanto che...
    In  quel  momento  si  ud al di l dell'uscio la voce di Gilinski che
    chiamava Bors.
    - Va',  va' pure,  va'...   -  disse Rostv e,  rifiutando di  prender
    parte  alla  cena,  rimase  solo nella piccola camera dove passeggi a
    lungo avanti e indietro,  ascoltando l'allegro  chiacchierio  che  gli
    giungeva dalla stanza attigua.


    CAPITOLO 20.

    Rostv era arrivato a Tilsit proprio nel giorno meno adatto per i suoi
    tentativi in favore di Denissov.  Non poteva presentarsi di persona al
    generale di servizio,  poich vestiva in  borghese  ed  era  venuto  a
    Tilsit  senza il permesso dei suoi superiori;  Bors poi,  se anche lo
    avesse voluto,  non avrebbe potuto far nulla.  Il giorno successivo  a
    quello  dell'arrivo  di  Rostv,  il 27 giugno,  erano stati firmati i
    preliminari della pace.  I due imperatori si erano  scambiate  le  pi
    alte  decorazioni  del  loro paese: Aleksndr aveva ricevuto la Legion
    d'onore e Napoleone la croce di  Sant'Andrea  di  prima  classe;  quel
    giorno, inoltre, doveva aver luogo un banchetto, offerto dalla Guardia
    francese a un battaglione del reggimento Preobrazenskij,  banchetto al
    quale dovevano partecipare i due sovrani.
    Rostv si era sentito tanto imbarazzato e a  disagio  con  Bors  che,
    quando,  terminata la cena, questi entr in camera, finse di dormire e
    il giorno dopo,  di buon  mattino,  usc  di  casa,  cercando  di  non
    incontrarlo. In marsina e cappello rotondo, Nikolj vag per la citt,
    osservando  i  Francesi e le loro divise,  le vie e le case dove erano
    alloggiati il sovrano russo  e  quello  francese.  Sulla  piazza  vide
    disporre  le  tavole  e  fare  i preparativi per il banchetto;  per le
    strade scorse bandiere  russe  e  francesi,  e  stendardi  con  enormi
    iniziali A e N, che ornavano anche le finestre delle case.
    Bors  non vuole aiutarmi,  e io non voglio pi rivolgermi a lui.  E'
    deciso!,  pensava Nikolj;  tra noi tutto  finito.  Ma io non me ne
    andr  di  qui  senza aver fatto per Denissov tutto quanto  nelle mie
    possibilit e, soprattutto,  senza aver fatto giungere la sua supplica
    all'imperatore.  All'imperatore.  Ma  egli  qui!,  si diceva Rostv,
    avvicinandosi senza volerlo alla casa in cui alloggiava il sovrano.
    Davanti all'ingresso erano fermi molti cavalli da sella; evidentemente
    gli ufficiali del sguito  dovevano  riunirsi  l,  preparandosi  alla
    prossima uscita del sovrano.  Da un momento all'altro posso vederlo,
    si diceva Rostv.  Se riuscissi soltanto a consegnargli personalmente
    la lettera e a dirgli tutto! Mi arresterebbero perch sono in marsina?
    Impossibile!  L'imperatore comprenderebbe da che parte  la giustizia.
    Egli comprende tutto,  sa  tutto!  Chi  pu  essere  pi  equo  e  pi
    magnanimo  di lui?  In fondo,  se anche mi arrestassero perch sono in
    marsina,  che male ci sarebbe?,  rifletteva il  giovane,  vedendo  un
    ufficiale  che  entrava  nella casa occupata dall'imperatore.  Si pu
    entrare, a quanto pare! Eh, sono tutte sciocchezze! Ci entrer anch'io
    e consegner la lettera al sovrano: tanto peggio per Drubetzkj che mi
    ha costretto a questo. E a un tratto, con una risolutezza della quale
    non si sarebbe creduto capace,  Rostv,  tastando la lettera che aveva
    in tasca, mosse verso la casa abitata dal sovrano.
    No,  questa  volta  non mi lascer sfuggire l'occasione come ho fatto
    dopo Austerlitz,  pensava,  aspettandosi a ogni secondo di incontrare
    l'imperatore e sentendosi affluire il sangue al cuore a quel pensiero.
    Mi getter ai suoi piedi e lo supplicher di ascoltarmi. Egli mi far
    rialzare,  mi ascolter e mi ringrazier. Quando posso fare del bene
    sono felice,  rimediare a un'ingiustizia   per  me  la  felicit  pi
    grande.... Erano queste le parole che Rostv immaginava avrebbe detto
    lo  zar.  E,  passando  davanti ai curiosi che lo guardavano,  sal le
    scale della casa dove alloggiava sua maest.
    Dall'ingresso,  un'ampia scalinata  conduceva  direttamente  al  piano
    superiore: a destra si vedeva una porta chiusa. A piano terreno, sotto
    lo scalone, un'altra porta conduceva ai piani inferiori.
    - Che cercate?  -  gli chiese qualcuno.
    -  Devo  consegnare  un  plico,  una supplica a sua maest  -  rispose
    Nikolj con voce tremante.
    - Una supplica?  Dovete lasciarla all'ufficiale di servizio;  favorite
    passare  di qui  -  e gli indic la porta in basso.   -  Ma adesso non
    riceve.
    All'udire quella voce indifferente,  Rostv si sgoment per quello che
    aveva fatto: il pensiero di poter incontrare da un minuto all'altro il
    sovrano  era per lui cos seducente e perci cos terribile,  che egli
    era pronto a fuggire, ma un ufficiale di camera,  venendogli incontro,
    gli apr la porta che conduceva nella stanza del generale di servizio,
    e Rostv entr.
    Scorse  un  uomo  non  alto,  piuttosto  grasso,  sulla  trentina,  in
    pantaloni bianchi,  stivaloni alti e una camicia di  batista  che,  si
    vedeva,  aveva appena infilata;  un domestico gli fissava di dietro un
    elegante paio  di  bretelle  di  seta  ricamate  che,  chiss  perch,
    attirarono  l'attenzione  di Rostv.  Quell'uomo stava discorrendo con
    qualcuno che si trovava nella strada accanto.
    - "Bien faite et la beaut du diable" [55.  Ben fatta,  e la  bellezza
    del  diavolo]    -   diceva,  ma,  vedendo Rostv,  smise di parlare e
    aggrott le sopracciglia.
    - Che cosa desiderate? E' per una supplica?
    - "Qu'est-ce que c'est?" [56.  Che c'?]  -   domand  qualcuno  dalla
    stanza vicina.
    -  "Encore  un  ptitionnaire" [57.  Ancora un postulante]  -  rispose
    l'uomo in bretelle.
    - Ditegli che venga  dopo.  L'imperatore  uscir  tra  poco:  dobbiamo
    andare.
    - Dopo, dopo, venite domani. Oggi  troppo tardi...
    Rostv si volt per uscire, ma l'uomo dalle bretelle lo ferm.
    - Da parte di chi? E voi chi siete?
    - Da parte del maggiore Denissov  -  rispose Rostv.
    - E voi chi siete? Un ufficiale?
    - Il tenente conte Rostv.
    -  Che  audacia!  Presentate  la  supplica  per via gerarchica!  E ora
    andate...  andate...   -  E si infil la giubba dell'uniforme  che  il
    cameriere gli porgeva.
    Rostv  usc  di  nuovo nel vestibolo e not che all'ingresso si erano
    gi riuniti molti ufficiali e generali in alta  uniforme,  davanti  ai
    quali bisognava per forza passare.
    Maledicendo  la  propria  audacia,  tremando  al  pensiero  di potersi
    imbattere  da  un  minuto   all'altro   nell'imperatore,   di   essere
    svergognato  davanti  a  lui  e mandato agli arresti,  comprendendo in
    pieno tutta la sconvenienza del proprio gesto e pentendosi amaramente,
    Rostv, con gli occhi bassi, cercava di uscire inosservato dalla casa,
    circondato dalla brillante folla del sguito,  quando una voce nota lo
    chiam e una mano lo ferm.
    - Che fate qui in borghese,  mio caro?   -  gli domand quella voce da
    basso.
    Colui che parlava era il generale di cavalleria,  gi comandante della
    divisione  nella  quale  prestava servizio Rostv e che durante quella
    campagna si era meritato il favore dell'imperatore.
    Rostv,  spaventato,  cerc di giustificarsi,  ma vedendo sul viso del
    generale un'espressione bonaria e quasi giovanile,  si fece un poco in
    disparte  e  con  voce  emozionata  gli  espose  tutta  la   faccenda,
    pregandolo  di  intercedere  per Denissov,  che il generale conosceva.
    Dopo averlo  ascoltato,  il  generale  scosse  il  capo  gravemente  e
    mormor:
    - Mi dispiace,  caro,  mi dispiace davvero per quel valoroso! Dammi la
    supplica.
    Rostv aveva appena fatto in tempo a consegnare la supplica raccontare
    il caso di Denissov che dallo scalone giunse un rumore di passi rapidi
    e un tintinnio di speroni e il generale,  allontanandosi in fretta  da
    lui,  mosse  verso  l'entrata.  I  signori del sguito dell'imperatore
    scendevano rapidamente le scale e si avviavano verso i  loro  cavalli.
    Lo  scudiero Ene,  lo stesso di Austerlitz,  fece avanzare il cavallo
    dell'imperatore e sulla scala si ud uno scalpiccio di passi rapidi  e
    leggeri che Rostv riconobbe immediatamente.  Dimenticando il pericolo
    di essere riconosciuto egli, insieme con alcuni cittadini curiosi,  si
    avvicin  agli ufficiali del sguito e un'altra volta,  dopo due anni,
    scorse quei lineamenti che  adorava,  quello  stesso  sguardo,  quella
    stessa  maestosa  dolcezza...  E il sentimento d'entusiasmo e di amore
    per il sovrano risorse nell'animo di Rostv con la forza di un  tempo.
    L'imperatore,  che  indossava la divisa del reggimento Preobrazenskij,
    in stivaloni alti e calzoni bianchi di camoscio che  aveva  sul  petto
    una stella che Rostv non conosceva (era la Legion d'onore),  comparve
    sulle scalinate con  il  cappello  sotto  il  braccio,  infilandosi  i
    guanti.  Si ferm, si guard in giro, e Rostv prov l'impressione che
    quello sguardo illuminasse ogni cosa  attorno  a  lui.  Disse  qualche
    parola  ad  alcuni  generali.  Ravvis anche l'antico comandante della
    divisione di Rostv, gli sorrise e lo chiam a s.
    Tutto il sguito si scost e Rostv vide che il generale si  trattenne
    lungamente  a  conversare con l'imperatore.  Questi gli rispose alcune
    parole e fece un passo per avvicinarsi al suo  cavallo.  Di  nuovo  la
    folla del sguito e la folla della strada, di cui faceva parte Rostv,
    si  avvicinarono al sovrano.  Fermatosi presso il cavallo con una mano
    posata sul pomo della sella,  l'imperatore si  volse  al  generale  di
    cavalleria  e  gli  disse  a voce alta,  evidentemente perch tutti lo
    udissero:
    - Non posso,  generale,  e non posso perch la legge  pi forte di me
    -  disse, e infil il piede nella staffa.
    Il  generale  chin  rispettosamente  il  capo,  l'imperatore  mont a
    cavallo e part al galoppo. Rostv,  fuori di s per l'entusiasmo,  lo
    segu correndo insieme con la folla.


    CAPITOLO 21.

    Sulla  piazza,  verso  la  quale si era diretto l'imperatore,  stavano
    allineati,  uno di fronte  all'altro,  il  battaglione  della  Guardia
    francese,   in   berrettone   di  pelo,   a  sinistra,   e  quello  di
    Preobrazenskij, a destra.
    Mentre il sovrano  si  accostava  a  un  fianco  dei  battaglioni  che
    presentavano le armi,  dal fianco opposto accorreva un numeroso gruppo
    di cavalieri, in testa ai quali Rostv riconobbe Napoleone. Non poteva
    essere che lui: veniva al galoppo,  portava un  piccolo  cappello,  la
    fascia  di  Sant'Andrea  di  sbieco  sulla spalla e la giubba turchina
    aperta su un panciotto bianco. Cavalcava un cavallo arabo, grigio,  di
    razza  purissima,  coperto  da  una gualdrappa cremisi ricamata d'oro.
    Avvicinatosi al sovrano russo, sollev il cappello, e a quel movimento
    l'occhio esperto di Rostv non pot non  accorgersi  che  l'imperatore
    francese  non  stava  ben  saldo  in  arcioni.  Mentre  i  battaglioni
    gridavano Urr! e Vive l'empereur!,  Napoleone disse  qualcosa  ad
    Aleksndr. I due sovrani smontarono da cavallo e si strinsero la mano.
    Sul  viso  di  Napoleone  era  apparso  un sorriso falso e sgradevole.
    Aleksndr gli parlava con espressione affabile.
    Rostv,  senza distogliere gli occhi,  sebbene i  granatieri  francesi
    tenessero  indietro  la folla con i loro cavalli scalpitanti,  seguiva
    attentamente ogni gesto  dell'imperatore  russo  e  di  Bonaparte.  Fu
    colpito,  come da un avvenimento assolutamente inatteso, dal fatto che
    lo zar trattasse Bonaparte come un suo pari,  mentre questi parlava da
    uguale  al  sovrano di Russia,  con perfetta disinvoltura,  come se il
    trovarsi  a  contatto  con  l'imperatore  fosse  per  lui   una   cosa
    naturalissima.
    Aleksndr  e  Napoleone,  con  la  lunga  fila  dei  loro sguiti,  si
    avviarono verso  il  fianco  destro  del  battaglione  Preobrazenskij,
    proprio incontro alla folla che era ammassata in quel punto. Questa si
    trov inaspettatamente cos vicina ai due imperatori che Rstov, ritto
    in   una   delle   primissime  file,   cominci  a  temere  di  essere
    riconosciuto.
    - "Sire je vous demande la permission de donner la Lgion d'honneur au
    plus brave de vos  soldats"  [58.  Sire,  vi  chiedo  il  permesso  di
    decorare  della  Legion d'onore il pi valoroso dei vostri soldati]  -
    disse una voce secca e precisa che accentuava ogni sillaba.
    Era il piccolo Napoleone che parlava, guardando fissamente negli occhi
    il nostro imperatore. Questi, che aveva ascoltato attentamente,  chin
    il capo in segno di assenso e sorrise.
    -  "A  celui qui s'est le plus vaillamment conduit dans cette dernire
    guerre" [59.  A quello  che  si    comportato  pi  valorosamente  in
    quest'ultima guerra]  -  aggiunse Napoleone,  scandendo le sillabe,  e
    guardando con una tranquillit e una sicurezza che indignavano Rostv,
    le file dei soldati russi, irrigiditi davanti a lui sull'attenti,  con
    gli occhi fissi al volto del loro imperatore.
    -  "Votre  Majest me permettra-t-elle de demander l'avis du colonel?"
    [60.   Vostra  maest  mi  permetter  di  chiedere   l'opinione   del
    colonnello?]    -    disse  Aleksndr  e  fece  qualche passo verso il
    principe Kozlovskij, comandante del battaglione.
    Intanto Bonaparte cominci a sfilarsi il guanto dalla mano  piccola  e
    bianca e poich si era lacerato lo butt a terra.  L'aiutante di campo
    che stava alle sue spalle si precipit a raccoglierlo.
    - A chi darla?  -  disse in russo e sottovoce l'imperatore al principe
    Kozlovskij.
    - A chi vostra maest comanda.
    L'imperatore,  scontento,  corrug  le  sopracciglia  e,   guardandosi
    attorno, disse:
    - Bisogna pure rispondergli...
    Kozlovskij con aria decisa fiss le schiere,  e il suo sguardo si pos
    anche su Rostv.
    E se facesse il mio nome?, pens il giovane.
    - Lzarev!  -  chiam il colonnello,  assumendo un'espressione severa,
    e il primo soldato della fila, Lzarev, si fece avanti.
    -  Dove  vai?  Fermati!    -   sussurrarono alcune voci alle spalle di
    Lzarev, il quale non sapeva dove andare. Lzarev si ferm, rivolgendo
    uno sguardo rapido e spaventato al colonnello,  e il suo viso ebbe  un
    tremito, come sempre accade ai soldati chiamati a uscire dalle file.
    Napoleone volse appena il capo e fece un movimento con la piccola mano
    grassoccia,  come  se  volesse  prendere qualche cosa.  Le persone del
    sguito,   indovinando  subito  il  significato  di  quel  gesto,   si
    agitarono,  parlottarono  tra di loro,  passandosi un oggetto dall'uno
    all'altro,  e un paggio,  quello stesso che Rostv aveva visto in casa
    di   Bors,   si   avvicin   all'imperatore  francese  e,   chinatosi
    rispettosamente sulla mano protesa,  senza farla aspettare nemmeno  un
    momento,  vi depose la decorazione dal nastro rosso.  Napoleone, senza
    volgersi a guardare,  la strinse con due dita e si avvicin a  Lzarev
    che,  sbarrando  gli occhi,  continuava ostinatamente a fissare il suo
    sovrano,  poi si volt verso l'imperatore Aleksndr  per  dimostrargli
    che  l'atto  che stava ora per compiere era un omaggio al suo alleato.
    La piccola mano bianca che teneva  la  decorazione  si  stese  sino  a
    toccare un bottone della giubba di Lzarev;  Napoleone sembrava sapere
    che per rendere felice per sempre quel soldato premiato e distinto  da
    tutti  gli  altri  nel  mondo,  bastava  soltanto  che la mano di lui,
    Napoleone, gli toccasse il petto.  E Napoleone si limit ad appoggiare
    la  decorazione  sul  petto  e,  ritirata  subito  la mano si volse ad
    Aleksndr come  se  fosse  certo  che  quella  croce  sarebbe  rimasta
    attaccata alla divisa di Lzarev. E difatti vi rimase attaccata.
    Servizievoli  mani,  russe  e francesi,  afferrarono subito la croce e
    l'appuntarono sulla giubba di Lzarev.  Questi  guard  accigliato  il
    piccolo uomo dalle mani bianche che aveva fatto qualcosa sul suo petto
    e  continuando  a  restare  sull'attenti,  riprese  a  guardare il suo
    imperatore come per domandargli se dovesse  rimanere  ancora  a  lungo
    cos  o  se  dovesse allontanarsi o forse fare qualche altra cosa.  Ma
    nessuno gli diede ordini, ed egli rimase piuttosto a lungo immobile in
    quella posizione.
    I due imperatori montarono a cavallo e se ne andarono.  I  soldati  di
    Preobrazenskij,  rompendo  le  file,  si  mescolarono con quelli della
    Guardia francese e presero posto alle tavole preparate per loro.
    Lzarev fu fatto sedere al posto d'onore;  ufficiali russi e  francesi
    si  congratularono con lui,  lo abbracciarono e gli strinsero la mano.
    Una folla di ufficiali e di gente si avvicinava soltanto per  vederlo.
    Il  ronzio  delle  voci  russe  e francesi e il rumore delle risate si
    diffondevano per la piazza e per le tavole.  Due ufficiali con il viso
    arrossato, allegri e loquaci, passarono accanto a Rostv.
    -  Che  po' po' di banchetto,  eh,  fratello?  Tutto servito su piatti
    d'argento  -  disse uno.  -  Hai visto Lzarev?
    - S l'ho visto.
    - S dice  che  domani  i  soldati  di  Preobrazenskij  offriranno  un
    banchetto agli altri.
    - Che fortunato, per quel Lzarev! Milleduecento franchi di pensione,
    finch vive!
    - Questo s che  un copricapo, ragazzi!  -  gridava un soldato russo,
    cacciandosi in testa il berrettone di pelliccia di un francese.
    - Una meraviglia!
    -  Hai  sentito  la  parola d'ordine?   -  chiedeva un ufficiale della
    Guardia a un  altro.    -    L'altro  giorno  era  "Napolon,  France,
    bravoure" [61. Napoleone, Francia, ardire]; ieri "Aleksndr, Russie,
    grandeur" [62.  Aleksndr,  Russia,  grandezza]; un giorno la parola
    d'ordine    data  dal  nostro  imperatore,   il  giorno  seguente  da
    Napoleone.  Domani  l'imperatore  mander  la  croce di San Giorgio al
    soldato  pi  valoroso  della   Guardia   francese.   Non   pu   fare
    diversamente! Deve ricambiare nello stesso modo.
    Anche  Bors e il suo camerata Gilinski vennero a vedere il banchetto.
    Tornando indietro,  Bors scorse Rostv,  fermo presso l'angolo di una
    casa.
    -  Rostv,  salve!  Non  ci siamo neanche visti  -  disse,  e non pot
    trattenersi dal domandargli che cosa gli fosse  accaduto,  notando  il
    viso di lui stranamente triste e sconvolto.
    - Niente... niente  -  rispose Rostv.
    - Verrai ancora da me?
    - S, verr.
    Rostv  rimase  a  lungo  fermo  a quell'angolo guardando di lontano i
    soldati riuniti a banchetto.  Nella sua mente si andava  svolgendo  un
    lavorio  tormentoso  che  egli  non riusciva in alcun modo a definire.
    Dubbi  terribili  gli  tumultuavano  nel  cervello.  Ora  ripensava  a
    Denissov  con  la  sua espressione mutata e la sua rassegnazione,  ora
    rivedeva l'ospedale con quei moncherini di braccia  e  di  gambe,  con
    tutto  il  suo  sudiciume  e  le  sue  malattie.  Quelle  immagini gli
    apparivano cos vive che gli sembrava di sentire il tanfo di  ospedale
    e di cadaveri, e si voltava per vedere donde provenisse; ora ripensava
    a Bonaparte,  con quell'aria soddisfatta di s,  e con la piccola mano
    bianca, divenuto adesso imperatore, e che l'imperatore Aleksndr amava
    e rispettava.  A che scopo,  allora,  gambe e braccia amputate,  a che
    scopo,  allora,  tanti uomini uccisi?  Ora ripensava a Lzarev che era
    stato decorato e a Denissov punito e non perdonato.  E sorprendeva  se
    stesso, assalito da pensieri tanto strani che lo spaventavano.
    L'odore  dei  cibi  serviti  ai soldati e l'appetito lo distrassero da
    quelle riflessioni: prima  di  ripartire  bisognava  mangiare  qualche
    cosa.  Si rec a un albergo che aveva intravisto la mattina. L dentro
    trov tanta gente e tanti ufficiali venuti come lui in abiti borghesi,
    e a fatica riusc a farsi servire un pranzo.  Due ufficiali della  sua
    divisione si unirono a lui.  La conversazione, naturalmente, ebbe come
    argomento la pace. Gli ufficiali, colleghi di Rostv,  come la maggior
    parte  dell'esercito,  erano  malcontenti  della  pace  conclusa  dopo
    Friedland. Erano d'accordo nel dire che,  se avessero resistito ancora
    un po', Napoleone sarebbe stato sconfitto perch ormai il suo esercito
    non aveva pi n gallette n munizioni.  Nikolj mangiava in silenzio,
    e pi che altro beveva; consum,  da solo,  due bottiglie di vino.  Il
    tumulto  di  pensieri  che  si  agitava  nel suo animo non accennava a
    diminuire e continuava a tormentarlo.  Aveva timore di abbandonarsi ai
    propri pensieri,  ma non riusciva a liberarsene.  A un tratto,  udendo
    dire da uno di  quegli  ufficiali  che  faceva  rabbia  guardare  quei
    Francesi,  Rostv  si  mise  a  gridare  con  una  violenza  del tutto
    ingiustificata e che stup molto i suoi compagni:
    - Ma come potete giudicare che cosa sarebbe stato  preferibile?  grid
    con  il  viso  in  fiamme.    -    Come  potete  giudicare  le  azioni
    dell'imperatore?  Che diritto abbiamo di discuterle?  Noi non possiamo
    comprendere n gli atti dell'imperatore, n gli scopi cui egli mira!
    -  Ma io non ho parlato dell'imperatore  -  si giustific l'ufficiale,
    che non poteva spiegarsi la violenza di Rostv se non con lo stato  di
    ubriachezza in cui si trovava.
    Ma Rostv non l'ascoltava.
    -  Noi non siamo funzionari diplomatici;  siamo soldati e niente altro
    -  prosegu.   -  Se ci ordinano di morire,  dobbiamo morire.  E se ci
    puniscono, vuol dire che siamo in colpa; non tocca a noi giudicare. Se
    il   nostro   sovrano  ritiene  opportuno  riconoscere  imperatore  il
    Buonaparte e stringere un'alleanza con lui,  significa  che    giusto
    fare cos.  Altrimenti, se ci si mettesse a ragionare e a discutere su
    tutto,  non rimarrebbe pi nulla di sacro.  Finiremmo con il dire  che
    Dio  non esiste,  che nulla esiste!   -  gridava Nikolj,  battendo il
    pugno sulla tavola,  molto a sproposito secondo i suoi  interlocutori,
    ma molto logicamente secondo il corso dei suoi pensieri.
    - Noi dobbiamo preoccuparci soltanto di compiere il nostro dovere,  di
    farci fare a pezzi,  se occorre,  e di non pensare;  ecco  tutto!    -
    concluse.
    -  E bere  -  disse uno degli ufficiali che non aveva alcuna voglia di
    discutere.
    - S, e bere!  -  approv Nikolj.  -  Ehi, tu! Un'altra bottiglia!  -
    grid al cameriere.











    NOTE.

    N.  1.  Adelaide  Filleul,   marchesa  di  Souza-Botelho  (1761-1836),
    scrittrice  francese  di romanzi che ben rispecchiano la moralit da
    salotto dell'epoca.  Durante la rivoluzione  francese  visse  esule  a
    Londra.  In realt,  per, il romanzo "Amlie de Mansfeld", pubblicato
    nel 1803,  non era opera di madame de Souza,  ma di madame  Cottin,  e
    cio Marie Sophie Risteau (1770-1807): sposatasi giovanissima,  rimase
    vedova nel 1793; divenne famosa con il cognome del marito, Cottin.
    N.  2.  La massoneria,  abbreviatura di frammassoneria  (dal  francese
    "franc-maon",  libero muratore)  un'associazione,  in parte segreta,
    di persone che professano principi di fratellanza,  si riconoscono tra
    di  loro con segni ed emblemi e si dividono in gruppi,  detti Logge od
    Officine.  La massoneria sembra essere apparsa nella seconda met  del
    diciassettesimo  secolo in Gran Bretagna dove corporazioni di muratori
    e tagliapietre,  per difficolt di reclutamento dovute  all'evoluzione
    dei  metodi  di costruzione,  presero l'abitudine di accettare (da cui
    l'espressione di muratori liberi) membri estranei alla professione. Si
    diffuse  gi  nella  prima  met  del  diciottesimo  secolo  in  tutta
    l'Europa,  negli Stati Uniti d'America, in Asia e in Africa, in questi
    tre ultimi continenti seguita dalla colonizzazione inglese e olandese.
    Mentre negli Stati Uniti conserv un carattere religioso apolitico, ma
    non alieno da simpatie democratiche e rispettose delle leggi esistenti
    dello stato, in altri paesi d'Europa trov, nei fermenti rivoluzionari
    e patriottici,  un terreno che la rese profondamente politica e talora
    sovversiva.  In Francia, dove la prima Loggia regolare risale al 1721,
    l'associazione  diede   un   notevole   contributo   alla   propaganda
    prerivoluzionaria,  se pure secondaria appaia la sua efficacia durante
    la rivoluzione. In Italia, la prima Loggia fu costituita a Firenze nel
    1733;
    seguirono quelle di Napoli,  di  Palermo,  di  Roma,  di  Venezia,  di
    Verona,  della  Savoia  e  della  Sardegna.  Mentre in alcuni stati la
    massoneria fu avversata, in altri fu tollerata malgrado le proibizioni
    papali; in altri,  come nel regno delle Due Sicilie,  sotto Gioacchino
    Murat,  fu persino protetta. Nel periodo risorgimentale, la massoneria
    italiana assunse un carattere spiccatamente politico e di  antagonismo
    verso la Chiesa. Il suo influsso nel risorgimento  indiscutibile: gli
    appartenenti  alla  carboneria e alla Giovane Italia erano quasi tutti
    massoni.  Fu favorevole all'associazione Mazzini,  e massone  fervente
    Garibaldi.   Conclusa   l'unit   d'Italia,   nel  1874  si  addivenne
    all'unificazione delle varie Logge,  mettendo fine alla  rivalit  del
    Grande  Oriente  di Torino,  del Grande Oriente di Napoli e del Grande
    Oriente di Palermo;  tutti confluirono nel  Grande  Oriente  d'Italia,
    detto di Palazzo Giustiniani dalla sua sede di Roma. In quell'epoca la
    massoneria mantenne sempre un atteggiamento anticlericale, combattendo
    l'influenza  della  Chiesa in vari campi.  Ma da questa lotta sorse in
    seno alla massoneria stessa un grave conflitto,  e un gruppo si stacc
    dal Grande Oriente di Palazzo Giustiniani e abbandon la pregiudiziale
    anticlericale;  lo scisma non fu mai composto. Quando il fascismo sal
    al potere,  fece proibire l'adesione dei fascisti  alla  massoneria  e
    promosse  una  campagna  di  devastazione delle sedi e di persecuzione
    contro i  massoni  pi  in  vista.  Vari  gruppi  si  sciolsero  e  si
    ricostituirono dopo lo sbarco delle truppe alleate. Tuttavia avvennero
    in quel momento e perdurano ancora varie scissioni, per cui si contano
    sino a dieci Logge autonome.  Ma da allora, anche perch i due partiti
    principali, la democrazia cristiana e il comunismo, sono per principio
    avversi alla  massoneria,  l'associazione  non    pi  penetrata  nel
    tessuto politico e sociale del paese.
    N.  3. Il personaggio di O. A. Bazdeev sembra identificabile con O. A.
    Pozdeev (morto nel 1811),  il cui  nome  ricorreva  senza  alterazioni
    nelle prime stesure del romanzo tolstojano.
    N.  4.  Seguaci di una setta massonica francese,  dal nome di Martinez
    Pasqualis (1727-1779).  Il martinismo professa una sorta di  panteismo
    mistico,  ammette  un  processo di emanazione tra Dio e la realt e la
    preesistenza di spiriti alla materia;  quanto all'antropologia,  anche
    l'uomo  primitivo  era un puro spirito che,  per un atto di superbia e
    per suggestione diabolica,  pecc e assunse una  condizione  corporea.
    Per ritornare a Dio, gli uomini devono comunicare, attraverso pratiche
    teurgiche,  con  gli  spiriti  superiori.  Il  martinismo  ebbe grande
    diffusione  in  Russia,  Francia  e  Germania  alla  fine  del  secolo
    diciottesimo  e  al principio del diciannovesimo secolo soprattutto ad
    opera di Louis-Claude de Saint-Martin (1743-1803);  sopravvive tuttora
    in  Francia.  I seguaci sono detti martinisti o martinezisti o ancora,
    grandi professori,  illuminati;  il martinismo in Germania assunse  il
    nome di Scuola del nord.
    N.  5.  Nikolj Ivnovic' Nvikov (1744-1818), pubblicista e scrittore
    russo, fu tra le figure pi rappresentative della vita culturale russa
    durante il regno di Caterina Seconda.  Esord  a  Pietroburgo  con  la
    pubblicazione  di alcune riviste satiriche,  in cui trovarono posto le
    pi spinose questioni sociali. Divenuto massone,  si trasfer a Mosca,
    dove cre la prima biblioteca russa e inizi la pubblicazione di opere
    filosofiche,  pedagogiche  ed  economiche.  Accusato di complotto,  fu
    condannato a morte,  ma la condanna fu commutata in quindici  anni  di
    prigione.   Graziato   da  Paolo  Primo,   rinunzi  a  ogni  attivit
    letteraria.  Notevole  il contributo dato  da  Nvikov  al  risveglio
    culturale e allo sviluppo del pensiero progressista russo.
    N.  6. "L'imitazione di Cristo", attribuita a Tommaso da Kempis (1379-
    1471), cronista e vicepriore dei canonici regolari della congregazione
    di Windesheim.  In  giovent  si  specializz  come  amanuense,  e  ci
    rimangono alcuni codici scritti di sua mano.
    N. 7. Cos passa la gloria del mondo.
    N.  9.  Jean-Paul  Marat  (1743-1793),  demagogo  francese,  medico  e
    pubblicista.  Fu pugnalato nel bagno da Charlotte Corday.  Si dimostr
    uno  dei pi violenti rivoluzionari e fu l'istigatore dei massacri del
    settembre 1792 e delle risoluzioni pi sanguinarie durante il  governo
    del Terrore.
    N.  12.  Per  l'esattezza,  la battuta di Molire nella farsa "Georges
    Dandin", atto 1, scena 9, : l'avete voluto voi, Georges Dandin.
    N. 24. Confronta Libro 1, parte 3, nota 45.
    N.  28.  Levin  Leontevic'  Bennigsen  (1745-1826),   generale  russo,
    originario dell'Hannover.  Al servizio della Russia dal 1773, combatt
    contro la Turchia, la Polonia e la Francia. Avversario dello zar Paolo
    Primo come uno dei pi fedeli seguaci di Caterina  Seconda,  partecip
    alla  congiura  ordita  dal  conte  Pahlen  contro  il sovrano (1801).
    Allontanato dalla Corte e poi richiamato  da  Alessandro  Primo,  ebbe
    vari  importanti  comandi  militari,  e sostenne tenacemente l'attacco
    napoleonico nella battaglia di Eylau (1807).  Vinto  Murat  a  Voronov
    (1812), si distinse a Lipsia (1813).
    N. 29. Bagratin.
    N.  30.  Aleksndr Prozorovskij (1732-1809), principe, generale russo,
    comandante in capo dell'esercito russo nella guerra  contro  i  Turchi
    nel 1808.
    N. 33. Corrispondeva all'incirca al Credito fondiario.
    N.  36. Johann Gottfried Herder (1744-1803), poeta, critico e filologo
    tedesco, uno degli iniziatori del movimento dello Sturm und Drang.  Fu
    autore, tra l'altro, di una "Filosofia della storia dell'umanit".
    N. 45. Cos sono chiamati in Russia i poveri di spirito, che il popolo
    riteneva  particolarmente  cari a Dio e per i quali nutriva rispetto e
    venerazione.
    N. 47. Matvj Ivnovic' Platov (1751-1818), atamanno dei cosacchi, con
    il  suo  corpo  di   uomini   agiva   indipendentemente   dal   grosso
    dell'esercito; insegu senza requie l'esercito francese durante la sua
    marcia verso Mosca e soprattutto,  nel corso della ritirata.  Le gesta
    dei suoi cosacchi sono  rimaste  leggendarie:  dopo  la  battaglia  di
    Lipsia penetr coi suoi cosacchi in Parigi.
    N.   48.   Nicholas  Charles  Oudinot  (1767-1847),  duca  di  Reggio,
    maresciallo di Francia.  Arruolatosi come soldato semplice  nel  1784,
    gi tenente colonnello dei volontari della Mosa nel 1792,  si distinse
    durante le campagne della rivoluzione.  Alla testa di una divisione di
    granatieri,  si  segnal ad Austerlitz (1805),  a Friedland (1807) e a
    Wagram ( 1809), dove si guadagn il bastone di maresciallo e il titolo
    ducale.  Comandante del secondo corpo  in  Russia,  si  distinse  alla
    Beresin (1812) e nelle campagne di Francia.  Durante la Restaurazione
    ebbe il comando della  Guardia  nazionale  e  divenne  governatore  di
    Madrid.
    N.  49. Gioco che consisteva nel lanciare chiodi o bastoncini di legno
    dentro grossi anelli disposti in terra.
    N. 50. Staffile dei cosacchi.
















    PARTE TERZA.


    CAPITOLO 1.

    Nel 1808 l'imperatore Aleksndr si rec a Erfurt per un nuovo incontro
    con  l'imperatore  Napoleone;  nell'alta  societ  di  Pietroburgo  si
    parlava assai della grandiosit di quel solenne convegno.
    Nel 1809 l'accordo tra i due dominatori del mondo, come erano definiti
    i  due  sovrani,  giunse al punto che,  quando in quell'anno Napoleone
    dichiar  guerra  all'Austria,   un  corpo  d'armata  russo  pass  la
    frontiera  per  appoggiare  il nemico di un tempo,  Napoleone,  contro
    l'imperatore  d'Austria  gi  alleato  della  Russia;   al  punto  che
    nell'alta societ si sussurrava sulla possibilit di un matrimonio tra
    Napoleone e una delle sorelle dell'imperatore di Russia.  Ma oltre che
    alla politica estera, l'attenzione della societ russa era soprattutto
    rivolta alle riforme interne, che in quel tempo si stavano attuando in
    tutti i rami dell'amministrazione dello stato.
    La vita,  intanto,  la vera vita degli uomini con i suoi interessi pi
    importanti quali la salute,  le malattie,  il lavoro e il riposo con i
    suoi interessi intellettuali, scientifici,  letterari,  musicali,  con
    quelli del sentimento,  dell'amore,  dell'amicizia,  dell'odio,  delle
    passioni, si svolgeva come sempre, indipendentemente dall'inimicizia e
    dall'accordo con Napoleone  Bonaparte  e  al  di  fuori  di  qualsiasi
    possibile riforma.
    Il   principe   Andrj  trascorse  due  anni  in  campagna  senza  mai
    allontanarsi.  Tutte le innovazioni e  le  imprese  che  Pierre  aveva
    iniziato  nei  suoi  possedimenti  senza  giungere ad alcun risultato,
    passando di continuo dall'una all'altra, erano state invece realizzate
    dal principe Andrj senza che egli  ne  parlasse  ad  alcuno  e  senza
    fatica apparente.
    Egli  possedeva  in  sommo  grado quella tenacia pratica che mancava a
    Pierre e che, senza sforzi n scosse da parte sua, dava impulso a ogni
    sua impresa.
    Uno dei suoi possedimenti,  in cui  lavoravano  trecento  servi  della
    gleba,  fu  assegnato  a  liberi  coltivatori e costitu uno dei primi
    esempi in Russia;  in altre tenute le prestazioni di lavoro gratuite e
    obbligatorie furono sostituite da canoni fissi.  A Bogucirovo, Andrj
    aveva fatto venire,  a sue  spese,  una  levatrice  per  assistere  le
    partorienti,  e un prete che insegnava a leggere e a scrivere ai figli
    dei contadini e dei domestici.
    Il principe Andrj trascorreva met del suo tempo a Lissia-Gori con il
    padre e il figliuolo,  tuttora affidato alle cure della  bambinaia,  e
    l'altra  met  nell'eremo di Bogucirovo,  come suo padre lo definiva.
    Nonostante l'indifferenza che aveva manifestato a Pierre per tutti gli
    avvenimenti  del  mondo  esterno,  egli  li  seguiva  con  attenzione,
    riceveva  molti libri e notava con stupore che le persone che venivano
    da suo padre o da lui,  direttamente da Pietroburgo,  ossia  dal  vero
    centro  di ogni attivit vitale,  erano molto meno informate di quanto
    non lo fosse lui,  che abitava sempre in campagna,  sugli  svolgimenti
    della politica interna e estera.
    Oltre  alle  cure  dei  suoi  poderi  e  alla lettura di libri di ogni
    genere,  il principe Andrj si occupava  allora  dell'analisi  critica
    delle  nostre  due  ultime sfortunate campagne di guerra e redigeva un
    progetto di modificazione dei nostri codici e regolamenti militari.
    Nella primavera del 1809,  il principe Andrj si rec nella  provincia
    di Rjazn, per visitare la tenuta del figlio, di cui era tutore.
    Mentre, riscaldato dal sole primaverile, viaggiava nella sua carrozza,
    osservava  l'erba novella,  le tenere giovani foglie delle betulle,  i
    primi cumuli delle bianche nuvolette primaverili  che  si  inseguivano
    nel  limpido  azzurro  del cielo.  Non pensava a nulla,  e si guardava
    attorno lieto e spensierato.  Oltrepassato il traghetto,  dove  l'anno
    precedente  aveva  conversato  con  Pierre  e  oltrepassato il sudicio
    villaggio,  aie,  campi a grano invernale,  il ponte presso  il  quale
    c'erano ancora cumuli di neve e la salita argillosa tra le strisce dei
    campi  mietuti,  fiancheggiati  da cespugli verdeggianti,  entr in un
    bosco di betulle che si stendeva ai due lati della strada.  Nel  bosco
    faceva  quasi caldo,  non si sentiva alito di vento.  Le betulle,  gi
    coperte di verdi foglioline collose,  erano immobili  e  di  sotto  il
    fogliame   caduto   dell'anno   precedente   spuntava,    sollevandolo
    leggermente, la prima erbetta e occhieggiavano le violette. Sparse qua
    e l per il bosco,  alcuni piccoli abeti con il loro perenne  fogliame
    verde  cupo  rammentavano  sgradevolmente  l'inverno.  All'entrare nel
    bosco i cavalli sbuffarono e si coprirono di sudore.
    Il domestico Ptr  disse  qualcosa  al  cocchiere,  il  quale  rispose
    affermativamente.   Ma   Ptr   non   era   evidentemente  soddisfatto
    dell'approvazione del cocchiere e si  volt,  da  cassetta,  verso  il
    padrone.
    -  Come  si  respira bene,  eccellenza!   -  disse,  con un rispettoso
    sorriso.
    - Cosa dici?
    - Come si respira bene, eccellenza!
    Cosa diavolo dice?,  pens il principe  Andrj.  S,  certo,  parla
    della  primavera,  pens ancora,  guardandosi attorno.  E' gi tutto
    verde!  Cos presto...  Le betulle,  gli ontani,  i ciliegi cominciano
    gi... E le querce non si vedono ancora... ah s, eccone una!.
    Una  quercia  sorgeva sul margine della strada.  Probabilmente,  dieci
    volte pi vecchia delle betulle che  formavano  il  bosco,  era  dieci
    volte  pi  grossa  e  due  volte pi alta di ognuna di esse.  Era una
    quercia enorme,  con rami spezzati evidentemente da molto tempo,  e la
    scorza  screpolata e coperta di vecchie cicatrici.  Con le sue braccia
    smisurate e le dita enormi, nodose, divaricate, senza simmetria,  essa
    si ergeva tra le ridenti betulle, simile a un vecchio mostro, malvagio
    e  sprezzante.  Essa sola e i piccoli abeti cupi,  eternamente verdi e
    disseminati per  il  bosco,  non  volevano  cedere  all'incanto  della
    primavera  e  non  volevano  vedere  n la lieta stagione,  n il sole
    sfavillante.
    Primavera, ancora felicit!,  pareva dire la quercia.  Come mai non
    vi  ancora venuto a noia questo assurdo, eterno inganno! E' sempre la
    stessa cosa, ed  sempre un inganno!.
    Non  esistono  n primavera,  n sole,  n felicit.  Ecco,  guardate
    quegli abeti morti,  schiacciati,  sempre solitari  e  guardate  me...
    Vedete?  Io tengo distese le mie dita spezzate,  scortecciate dovunque
    mi siano cresciute, sul dorso,  sui fianchi...  e rimango cos,  e non
    credo n alle vostre speranze n ai vostri inganni!.
    Il  principe  Andrj si gir parecchie volte a guardare quella quercia
    mentre s'inoltrava nel bosco,  come se da  essa  aspettasse  qualcosa.
    Anche  ai  piedi  dell'immenso  albero crescevano erbe e fiori,  ma la
    quercia continuava a ergersi in mezzo a loro immobile  e  corrucciata,
    mostruosa e ostinata.
    S,  quella  quercia  ha  ragione,  mille volte ragione,  pensava il
    principe Andrj. Lasciamo che gli altri,  i giovani,  cedano a questi
    inganni.  Noi  conosciamo  la vita,  e la nostra  finita!.  Un nuovo
    susseguirsi di pensieri sconsolati,  ma di una tristezza dolce,  sorse
    nell'animo  del principe Andrj alla vista della quercia.  E per tutta
    la durata del viaggio egli parve ancora una volta meditare su tutta la
    propria  vita,  per  giungere  alla  medesima,  antica,   disperata  e
    tranquilla   conclusione,   secondo  la  quale  egli  non  doveva  pi
    intraprendere nulla di nuovo,  ma semplicemente finire la  vita  senza
    far del male a nessuno, senza agitarsi e senza desiderare cosa alcuna.


    CAPITOLO 2.

    Per  affari riguardanti la tutela della tenuta di Rjazn,  il principe
    Andrj aveva bisogno di parlare con il maresciallo della  nobilt  del
    distretto,  che era il conte Ilj Andrevic' Rostv e verso la met di
    maggio, il principe Andrj part per recarsi da lui.
    Si era nel periodo caldo della primavera.  Il bosco  era  ormai  tutto
    rivestito  di verde,  la strada era polverosa e il caldo gi tale che,
    passando vicino all'acqua, si provava il desiderio di fare un bagno.
    Il principe  Andrj,  triste  e  preoccupato  per  quello  che  doveva
    chiedere al maresciallo della nobilt, percorreva in carrozza il viale
    del giardino che conduceva a Otrdnoe,  la casa dei Rostv;  a destra,
    di l dagli alberi, ud delle liete grida di donne e scorse un piccolo
    gruppo di fanciulle passare correndo attraverso il viale, davanti alla
    sua carrozza.  Precedendo le altre,  si avvicin  pi  di  tutte  alla
    carrozza una fanciulla dai capelli neri,  gli occhi neri, molto esile,
    stranamente esile,  con un vestito di  cotone  giallo,  un  fazzoletto
    bianco  annodato  sul  capo,  da  sotto al quale sfuggivano ciocche di
    capelli arruffati.  La fanciulla gridava qualcosa ma,  alla vista  del
    forestiero, corse indietro ridendo, senza guardarlo.
    Tutt'a un tratto,  chiss perch, il principe Andrj prov un senso di
    malessere. La giornata era bella,  il sole radioso e tutto all'intorno
    spirava allegria, ma quell'esile e graziosa fanciulla non sapeva e non
    voleva sapere nulla della sua esistenza, ed era soddisfatta e appagata
    di una vita sua propria,  probabilmente insulsa,  ma allegra e felice.
    Che cosa la rende tanto  lieta?  A  che  cosa  pensa?  Non  certo  ai
    regolamenti militari,  non certo ai problemi riguardanti il canone dei
    contadini di Rjazn... A che cosa dunque? E di che cosa  felice?, si
    chiedeva, suo malgrado, il principe Andrj, con curiosit.
    Il conte Ilj Andrevic' nel 1809 viveva a Otrdnoe la stessa vita che
    aveva vissuto per l'innanzi, cio ricevendo quasi tutta la nobilt del
    governatorato, tra partite di caccia,  spettacoli,  pranzi e sonatori.
    Egli,  come per ogni ospite nuovo,  fu lieto della visita del principe
    Andrj e lo indusse, dopo molta insistenza, a trattenersi per la notte
    in casa sua.
    Nel corso di quella noiosa giornata, durante la quale i vecchi padroni
    di casa  e  i  pi  importanti  tra  gli  invitati  di  cui,  a  causa
    dell'avvicinarsi  di  un  onomastico  la casa del conte era piena,  si
    occuparono del principe Andrj, questi,  volgendo pi volte lo sguardo
    su  Natascia,  che  rideva e si divertiva con i pi giovani componenti
    della compagnia, si chiedeva: A che pensa? Perch  tanto felice?.
    La sera,  rimasto solo in quella casa nuova,  per un  pezzo  non  pot
    prender sonno. Lesse un po', spense la candela, poi la riaccese. Nelle
    stanze,  le cui imposte erano chiuse dall'interno,  faceva caldo. Egli
    brontolava stizzito contro quel vecchio balordo (cos chiamava Rostv)
    che l'aveva trattenuto con il  pretesto  che  i  documenti  non  erano
    ancora arrivati dalla citt, e contro se stesso per essere rimasto.
    A  un certo momento si avvicin alla finestra per aprirla.  Non appena
    ebbe schiuso le imposte,  il chiarore della luna,  come se da un pezzo
    fosse  l  davanti alla finestra in attesa di quel momento,  inond la
    stanza.  Il principe apr i vetri.  La notte era  fresca,  immobile  e
    chiara.  Proprio davanti alla finestra si stendeva un filare di alberi
    potati di fresco,  neri da un lato,  illuminati  da  un'argentea  luce
    dall'altro.  Ai  loro  piedi  cresceva una vegetazione umida,  grassa,
    fitta,  tra la quale spiccavano qua  e  l  foglie  e  ramoscelli  che
    parevano d'argento. Pi lontano, dietro agli alberi neri, luccicava un
    tetto bagnato di rugiada; a destra si ergeva un grande albero fronzuto
    dai rami e dal tronco di un bianco luminoso e in alto,  sopra di esso,
    splendeva la luna,  quasi piena  nel  cielo  primaverile,  chiarissimo
    quasi  senza  stelle.  Il principe Andrj si affacci appoggiandosi al
    davanzale, e i suoi occhi si fissarono su quel cielo.
    La camera che egli occupava era al piano di  mezzo;  anche  le  stanze
    sopra  la sua erano abitate e non vi si dormiva.  Egli ud il suono di
    alcune voci femminili.
    - Ancora una volta, soltanto una volta  -  disse lass una voce che il
    principe Andrj riconobbe immediatamente.
    - Ma quando,  dunque,  ti deciderai a dormire?   -   rispose  un'altra
    voce.
    -  Non  dormir,  non  posso  dormire...  che  ci  vuoi fare?  Suvvia,
    un'ultima volta!
    E le due voci femminili intonarono una frase musicale che era la  fine
    di una canzone.
    - Ah, che incanto! Ma ora basta, dormiamo...
    - Dormi tu, io non posso  -  rispose la prima voce, avvicinandosi alla
    finestra.  La  fanciulla  si  era evidentemente affacciata,  perch si
    udivano distintamente il fruscio della sua veste e  persino  il  ritmo
    del  suo  respiro.  Tutto  tacque  e  parve pietrificarsi nel chiarore
    lunare e nelle ombre  dense.  Anche  il  principe  Andrj  evitava  di
    muoversi per non rivelare la sua involontaria presenza.
    - Snja!  Snja!   -  disse di nuovo la prima voce.  -  Ma come si pu
    dormire? Guarda che meraviglia! Ah, che splendore! Svegliati, Snja  -
    ripet quasi con le lacrime nella voce.  -  Non ho mai visto una notte
    pi incantevole di questa.
    Snja rispose a malincuore qualcosa.
    - Ma no,  vieni a vedere che luna!  E' un incanto!  Vieni  qui,  cara,
    vieni qui. Ma non vedi? Io vorrei accoccolarmi cos, stringere le mani
    attorno  alle  ginocchia  con la maggior forza possibile,  prendere lo
    slancio e volar via! Ecco, cos!
    - Smettila, potresti cadere.
    Si ud il rumore di una breve lotta e la voce malcontenta di Snja:
    - Lo sai che sono quasi le due?
    - Ah, tu vuoi proprio rovinarmi tutto! Vieni, vieni qui!
    Segu un nuovo silenzio,  ma il principe Andrj sapeva  che  essa  era
    ancora  l,  alla  finestra;  di tanto in tanto sentiva ora un leggero
    movimento ora un lieve sospiro.
    - Ah,  mio Dio!  mio Dio!  Cosa  mai?   -  ella esclam  tutto  a  un
    tratto.   -  E sta bene,  andiamo a dormire!  -  e sbatt con forza la
    finestra.
    E della mia esistenza non le importa  nulla!,  pensava  il  principe
    Andrj  mentre  stava  ad  ascoltarla  parlare,  aspettando  e insieme
    temendo, chiss mai perch, di udire qualcosa sul conto suo. E ancora
    lei! Neanche se fosse fatto apposta!, pensava.
    Improvvisamente gli sorse  nell'animo  un  tale  inatteso  tumulto  di
    pensieri  e di speranze giovanili,  in contrasto con tutta la sua vita
    che,  non sentendosi la forza di analizzare e  di  spiegarsi  ci  che
    provava, si addorment immediatamente.


    CAPITOLO 3.

    Il giorno seguente, dopo aver preso commiato soltanto dal conte, senza
    aspettare che uscissero le signore, il principe Andrj torn a casa.
    Giugno  era  gi  iniziato  allorch,  sulla  via  del  ritorno,  egli
    riattravers il bosco di betulle,  dove la vecchia quercia contorta lo
    aveva  colpito  in modo tanto strano e indimenticabile.  Le sonagliere
    tintinnavano nel bosco pi sordamente che non un mese e mezzo innanzi;
    tutta la vegetazione era folta,  fitta e ombrosa;  e i giovani  abeti,
    sparsi tra gli alti alberi, non violavano la bellezza dell'insieme ma,
    in armonia con il tono generale,  inverdivano delicatamente di giovani
    teneri germogli.
    La giornata  era  stata  calda:  da  qualche  parte  si  preparava  un
    temporale,  ma  soltanto una piccola nube lasci cadere qualche goccia
    di pioggia sulla polvere della strada  e  sulle  tenere  foglie  degli
    alberi.  Il  lato  sinistro  del  bosco era buio,  immerso nell'ombra;
    quello destro, umido,  lucido,  brillava al sole,  dondolandosi appena
    sotto  il  vento.  Tutte le piante erano fiorite.  Gli usignuoli,  ora
    vicini, ora lontani, lanciavano i loro gorgheggi.
    S,  qui in questo bosco c'era quella quercia con la quale mi sentivo
    in  accordo,  pens  il  principe  Andrj.  Ma  dov'?,  si chiese,
    guardando verso il lato sinistro della strada e, senza saperlo,  senza
    riconoscerla,  stava  proprio  ammirando  la  quercia che cercava.  Il
    vecchio albero, tutto trasformato,  aprendo come un tendaggio la folta
    chioma scura,  lucida e gonfia di linfa,  si beava,  oscillando appena
    appena, ai raggi del sole che tramontava.  Non pi dita contorte,  non
    pi cicatrici,  non pi lo sconforto diffidente e doloroso,  nulla pi
    di tutto ci. Attraverso la dura corteccia centenaria,  si erano fatte
    strada,  senza  rami,  giovani  foglioline  lucenti e gonfie di linfa;
    pareva impossibile che fossero  state  generate  da  un  albero  tanto
    vecchio!  Si,  proprio quella quercia!, si disse il principe Andrj
    e, a un tratto, senza ragione,  fu invaso da una sensazione gioiosa di
    rinascita  primaverile.  E  nello  stesso  istante affluirono alla sua
    mente i momenti pi intensi della sua vita: Austerlitz e il suo  cielo
    profondo;  il viso,  carico di rimprovero, di sua moglie morta, Pierre
    sulla chiatta, la fanciulla turbata dalla bellezza della notte, quella
    notte, la luna... tutto gli torn improvvisamente alla memoria.
    No, la vita non  finita a trent'anni,  concluse con ferma decisione
    il  principe  Andrj.  Non basta che io sappia cosa avviene dentro di
    me,  bisogna che lo sappiano  anche  gli  altri,  e  Pierre  e  quella
    fanciulla  che  voleva  volare  in  cielo...   Bisogna  che  tutti  mi
    conoscano,  affinch la mia vita non si svolga per me  solo,  affinch
    essi  non  vivano  indipendentemente dalla mia esistenza...  Essa deve
    riflettersi in tutti,  e tutti devono vivere in  perfetta  unione  con
    me!.
    Tornato  dal  suo viaggio,  il principe Andrj si decise a partire per
    Pietroburgo,   in  autunno,   e  trov  una  quantit  di  ragioni   a
    giustificazione del suo proposito. Una serie di considerazioni logiche
    e  assennate  per  dimostrare  la  necessit assoluta di compiere quel
    viaggio e persino di prestare servizio, era pronta, a ogni momento, ai
    suoi ordini.  Non riusciva neppure a capire,  adesso,  come mai  prima
    avesse  potuto avere dei dubbi sulla necessit assoluta di partecipare
    attivamente alla vita,  proprio come un mese innanzi non  capiva  come
    sarebbe  potuta venirgli in mente l'idea di lasciare la campagna.  Gli
    pareva evidente che  tutta  la  sua  esperienza  di  vita  si  sarebbe
    veramente  perduta  invano,  non  avrebbe  avuto  alcun  senso  se non
    l'avesse ora applicata alla pratica e non avesse di nuovo  partecipato
    attivamente alla vita. E non riusciva nemmeno a capire come mai prima,
    basandosi  su  altrettanto  poco  ragionevoli pretesti,  gli apparisse
    evidente che si sarebbe umiliato se,  dopo tante lezioni che gli aveva
    dato la vita, avesse creduto ancora alla possibilit di essere utile e
    alla  possibilit  di  amare  e  di essere felice.  Ora la ragione gli
    dimostrava tutto il contrario.
    Dopo quel  viaggio,  il  principe  Andrj  cominci  ad  annoiarsi  in
    campagna;  le  occupazioni di una volta non lo interessavano e spesso,
    solo nel suo studio, si alzava,  si avvicinava allo specchio e a lungo
    si  soffermava  a osservare il suo viso.  Poi si voltava e guardava il
    ritratto della povera Liza che con i riccioli  raccolti  alla  greca
    pareva  fissarlo  dalla  cornice dorata con dolce tenerezza.  Ella non
    diceva pi a suo marito le terribili parole di un tempo,  lo osservava
    curiosa,  con semplicit e gaiezza.  E il principe Andrj, con le mani
    intrecciate  dietro  la  schiena,  andava  su  e  gi  per  la  stanza
    aggrottando  le sopracciglia,  ora sorridendo assorto in quei pensieri
    irragionevoli, inesprimibili a parole e segreti come un delitto,  quei
    pensieri legati a Pierre,  alla gloria, alla fanciulla, alla finestra,
    alla quercia,  alla bellezza femminile e all'amore;  a quei  pensieri,
    insomma,  che  avevano  mutato  tutta la sua vita.  E in quei momenti,
    quando qualcuno entrava nello studio, egli era particolarmente freddo,
    severo, risoluto e, soprattutto, logico e tutt'altro che benevolo.
    - "Mon cher",   -    capitava  che  dicesse  la  principessina  Mrija
    entrando  in uno di quei momenti  -  Nikluska non pu uscire oggi per
    la sua passeggiata; fa freddo!
    - Se facesse caldo,   -    rispondeva  allora  alla  sorella  in  modo
    particolarmente  secco  il  principe  Andrj    -  il piccolo potrebbe
    uscire con la sola camicina,  ma poich fa freddo bisogna mettergli un
    abitino pesante,  inventato,  chiaro, proprio a questo scopo. Ecco la
    conseguenza del fatto che fuori fa freddo,  e non che si debba  tenere
    in  casa un bambino che ha bisogno di prendere aria  -  diceva con una
    logica tutta particolare,  come se punisse  qualcuno  per  tutto  quel
    lavorio misterioso,  illogico, che si svolgeva incessantemente nel suo
    intimo.
    In quei casi la principessina Mrija si rendeva conto di di quanto  il
    lavoro intellettuale inaridisse gli uomini.


    CAPITOLO 4.

    Il principe Andrj arriv a Pietroburgo nell'agosto del 1809.  In quel
    momento la gloria del giovane Speranskij (1) e  le  riforme  che  egli
    andava  realizzando erano nel periodo culminante.  Un giorno di quello
    stesso  mese  di  agosto,   durante  una  passeggiata,   la   carrozza
    dell'imperatore  si  era rovesciata,  e l'imperatore stesso,  sbalzato
    fuori,  aveva avuto una  gamba  ferita;  l'incidente  lo  costrinse  a
    rimanere per tre settimane a Peterchv,  dove riceveva ogni giorno,  e
    unicamente, Speranskij. In quel tempo si stavano preparando non solo i
    due famosi decreti che avevano provocato  una  viva  agitazione  nella
    societ,   quello  per  l'abolizione  dei  gradi  di  Corte  e  quello
    sull'istituzione degli esami per i titoli di assessore di  Collegio  e
    di  consigliere  di  stato,  ma  anche  studiando una costituzione che
    doveva  mutare  totalmente  l'organizzazione  della  giustizia,  delle
    finanze  e  dell'amministrazione di tutta la Russia,  dal Consiglio di
    stato al comune rurale.  Cominciarono in quel  periodo  a  realizzarsi
    quei  confusi  sogni di liberalismo dell'imperatore,  con i quali egli
    era salito al trono e che tentava di tradurre in atto con l'aiuto  dei
    suoi   collaboratori  Ciartoritzskij,   Novosilzv,   Kociubj  (2)  e
    Stroganov che egli stesso chiamava scherzosamente "le Comit de  Salut
    public" [3. Il Comitato di salute pubblica].
    Ora  Speranskij  aveva  sostituito tutti costoro per la parte civile e
    Arakceev per quella militare.  Il principe Andrj,  poco dopo  il  suo
    arrivo,  si  present  a  Corte nella sua qualit di ciambellano,  per
    un'udienza.  L'imperatore lo incontr  due  volte  senza  degnarsi  di
    rivolgergli  neppure  una  parola.  Anche  prima di allora il principe
    Andrj aveva sempre ritenuto di  essere  antipatico  all'imperatore  e
    aveva l'impressione che la sua faccia e la sua persona gli riuscissero
    sgradite.  Nello  sguardo  freddo  e  distaccato con cui il sovrano lo
    aveva guardato,  il principe Andrj avvert pi che mai la conferma di
    tale supposizione.  I cortigiani gli spiegarono che l'indifferenza del
    sovrano nei suoi riguardi  derivava  dal  fatto  che  sua  maest  era
    scontenta  perch  Bolkonskij dal 1805 non aveva pi prestato servizio
    nell'esercito.
    Io stesso so sino  a  che  punto  le  simpatie  e  le  antipatie  non
    dipendano  dalla  nostra  volont,  si  diceva  il principe Andrj e
    perci  non  posso  neppure  pensare   di   presentare   personalmente
    all'imperatore  il  mio progetto sul codice militare;  ma la mia opera
    andr  avanti  da  s.   Espose  il  suo  memoriale  a   un   vecchio
    feldmaresciallo amico di suo padre.  Il feldmaresciallo, fissatogli un
    appuntamento, lo accolse affettuosamente e gli promise di riferirne al
    sovrano.  Dopo  qualche  giorno  il  principe  Andrj  fu  invitato  a
    presentarsi al ministro della guerra, conte Arakceev.
    Il giorno fissato, alle nove del mattino, il principe Bolkonskij entr
    nella sala d'aspetto del conte Arakceev.
    Il  principe  Andrj non conosceva Arakceev personalmente e neppure lo
    aveva mai visto,  ma tutto quanto sapeva  di  lui  gli  ispirava  poco
    rispetto verso quell'uomo.
    Egli  il ministro della guerra,  persona di fiducia dell'imperatore,
    e nessuno deve interessarsi  delle  sue  qualit  personali;  egli  ha
    l'incarico  di  esaminare  il mio progetto e pertanto lui pu avviarlo
    alla realizzazione, pensava il principe Andrj,  mentre aspettava con
    molta altra gente,  importante o meno,  nella sala di attesa del conte
    Arakceev.
    Durante il periodo del suo servizio,  per la maggior parte svolto come
    aiutante  di  campo,  aveva  veduto molte sale di attesa di personaggi
    importanti e le diverse caratteristiche di quelle anticamere gli erano
    ben chiare.  Quella del conte Arakceev aveva un  carattere  del  tutto
    particolare. Sul viso delle persone poco importanti che attendevano il
    loro  turno  di  udienza  si  leggeva  un'espressione  di  umilt e di
    sottomissione,  su quello delle persone pi ragguardevoli era  scritto
    invece   un   unico   sentimento   di   imbarazzo,    nascosto   sotto
    un'ostentazione di disinvoltura e di ironia per la propria persona, la
    propria  situazione  e  il   personaggio   che   aspettavano.   Alcuni
    camminavano pensosi avanti e indietro,  altri, bisbigliando, ridevano,
    e il principe Andrj sent dire "le sobriquet" Sila Andreic' (4) e  le
    parole:  lo  zio  ti  sistemer  riferendosi  al conte Arakceev.  Un
    generale (un personaggio importante), visibilmente offeso per il fatto
    di dover aspettare tanto,  stava seduto con  le  gambe  accavallate  e
    sorrideva tra s e s con disprezzo.
    Ma non appena l'uscio si apriva,  tutti i visi esprimevano a un tratto
    lo stesso sentimento: la  paura.  Il  principe  Andrj  preg  per  la
    seconda volta un funzionario di servizio di annunziarlo,  ma questi lo
    guard con aria beffarda e gli disse che il suo turno sarebbe venuto a
    tempo  debito.   Dopo  parecchie  altre  persone,   fatte  entrare   e
    riaccompagnate   dall'aiutante   fuori  dal  gabinetto  del  ministro,
    attraverso il terribile uscio venne introdotto un ufficiale che  colp
    il  principe Andrj per il suo aspetto umile e sgomento.  L'udienza di
    quell'ufficiale  si  protrasse  a  lungo.  Improvvisamente  al  di  l
    dell'uscio si udirono gli scoppi di una voce sgradevole e l'ufficiale,
    pallido  in  volto  e  con  le  labbra  tremanti,  usc  e  attravers
    l'anticamera tenendosi il capo tra le mani.
    Subito dopo di lui,  il principe Andrj fu condotto  a  quell'uscio  e
    l'ufficiale di servizio gli disse sottovoce:
    - A destra, in direzione della finestra.
    Il  principe  Andrj  entr  in uno studio arredato con ordine,  senza
    lusso, e accanto alla tavola scorse un uomo sulla quarantina alto, con
    il busto lungo, la testa oblunga, i capelli tagliati corti e la faccia
    segnata da rughe profonde,  le sopracciglia aggrottate  su  due  occhi
    ottusi,  di colore verde castano,  e il naso rosso,  un po' spiovente.
    Arakceev, senza guardarlo, volse il viso verso di lui.
    - Voi, cosa chiedete?  -  gli domand.
    - Io non chiedo nulla,  eccellenza  -  rispose lentamente il  principe
    Andrj.
    Gli occhi di Arakceev si posarono su di lui.
    - Sedetevi  -  disse.  -  Siete il principe Bolkonskij, vero?
    -  Io  non  chiedo  nulla,  ma  sua  maest l'imperatore si degnato di
    mandare a vostra eccellenza un mio memoriale.
    - Vedete,  mio caro,  ho letto il vostro progetto  -    lo  interruppe
    Arakceev,  pronunziando  in  tono  gentile  soltanto le prime parole e
    continuando poi, senza pi guardare in viso il suo interlocutore,  con
    un  tono che si faceva sempre pi sprezzante,  brontol:  -  Proponete
    nuove leggi militari? Le leggi sono tante,  e non c' nessuno per fare
    eseguire  le vecchie.  Oggi tutti scrivono leggi: scrivere  assai pi
    facile che eseguire.
    - Sono venuto da vostra eccellenza per volont dell'imperatore al fine
    di conoscere se vostra eccellenza vorr tener conto del mio  memoriale
    -  replic cortesemente il principe Andrj.
    - A proposito del vostro memoriale,  ho espresso la mia decisione alla
    Commissione.  Io "non" l'approvo  -  dichiar  Arakceev,  alzandosi  e
    prendendo una carta dallo scrittoio.  -  Ecco  -  disse, e la porse al
    visitatore.
    Sulla carta, di traverso, era scritto a matita, senza maiuscole, senza
    tener conto dell'ortografia,  senza segni di interpunzione: Compilato
    senza serie basi perch si tratta di un'imitazione del codice militare
    francese e si  allontana  senza  necessit  dal  regolamento  militare
    esistente.
    -  A quale Commissione  stato trasmesso il mio progetto?   -  domand
    il principe Andrj.
    - Alla Commissione per la revisione del codice militare e ho fatto  la
    proposta perch siate ammesso a farne parte, ma senza compenso.
    Il principe Andrj sorrise.
    - Non ne desidero.
    -  Membro senza compenso  -  ripet Arakceev.   -  Ho l'onore...  Ehi,
    chiama!  Chi c' ancora?   -    soggiunse,  inchinandosi  al  principe
    Andrj.


    CAPITOLO 5.

    In  attesa  della  notizia  ufficiale  della sua nomina a membro della
    Commissione,   il   principe   Andrj   riannod   antiche   relazioni
    specialmente  con persone notoriamente in auge e che potevano essergli
    utili.  Ora a Pietroburgo provava un sentimento simile  a  quello  che
    aveva  provato  alla  vigilia  della  battaglia,  quando una curiosit
    inquieta lo aveva tormentato e  spinto  invincibilmente  verso  quegli
    ambienti nei quali si preparava il futuro da cui dipendeva la sorte di
    milioni di esseri umani.  Dallo sdegno dei vecchi, dalla curiosit dei
    profani,  dal  riserbo  di  coloro  che  agivano,  dalla  frettolosit
    preoccupata  di  tutti,  dal  numero  infinito  dei  Comitati  e delle
    Commissioni di cui ogni giorno  veniva  a  conoscere  l'esistenza,  si
    rendeva  conto  che  allora,  nel 809,  si preparava a Pietroburgo una
    grandiosa battaglia civile,  il cui capo  era  un  personaggio  a  lui
    sconosciuto,  misterioso,  ma  che riteneva geniale: Speranskij.  E la
    stessa opera della  riforma,  che  gli  era  nota  solo  vagamente,  e
    l'artefice principale di essa, Speranskij, cominciavano a interessarlo
    cos appassionatamente che nella sua coscienza la revisione del codice
    militare  pass  ben  presto  al  secondo  posto nell'ordine delle sue
    preoccupazioni.
    Il principe Andrj si trovava nelle  migliori  condizioni  per  essere
    bene  accolto  negli  ambienti pi diversi e pi elevati della societ
    pietroburghese.  Il partito riformatore lo riceveva  e  lo  accoglieva
    cordialmente, in primo luogo perch egli godeva fama di essere un uomo
    intelligente   e   molto   colto;   in   secondo  luogo  perch,   con
    l'emancipazione gi concessa ai propri contadini,  si era ormai creato
    una  reputazione  di  liberale.  Il  partito  dei  vecchi scontenti si
    rivolgeva a lui,  come figlio di suo padre,  e cercava la sua simpatia
    nel deplorare le riforme. La societ femminile, il cosiddetto mondo,
    lo riceveva con piacere perch era un partito ricco e brillante,  un
    personaggio quasi nuovo,  cinto dell'aureola della  romanzesca  storia
    della sua supposta morte e della tragica fine di sua moglie.  Inoltre,
    l'opinione generale di quanti lo avevano conosciuto nel  passato,  era
    che  egli  durante  quei cinque anni fosse molto mutato in meglio,  si
    fosse fatto pi affabile,  e che quel  contegno  altero,  affettato  e
    ironico  di  un  giorno fosse scomparso per lasciare il posto a quella
    calma che soltanto con gli anni  si  pu  acquistare.  Si  cominci  a
    parlare di lui, a interessarsi di lui, tutti desideravano vederlo.
    Il  giorno successivo a quello della sua visita al conte Arakceev,  il
    principe Andrj and dal conte Kociubj e gli raccont  del  colloquio
    con  "Sila  Andrevic'"  (cos Kociubj chiamava Arakceev,  con quella
    stessa aria vagamente beffarda verso qualcosa che il  principe  Andrj
    aveva gi notato nell'anticamera del ministro della guerra).
    -  "Mon  cher",   anche  in  questa  faccenda  non  eviterete  Michal
    Michjlovic'.  "C'est le grand faiseur" [5.  E' colui che  fa  tutto].
    Gliene parler. Ha promesso di venire, questa sera...
    - Ma che ne capisce Speranskij di regolamenti militari?  -  domand il
    principe Andrj.
    Kociubj  scosse  il  capo sorridendo,  come se si meravigliasse della
    ingenuit di Bolkonskij.
    - Ho gi parlato di voi con  lui  nei  giorni  scorsi    -    continu
    Kociubj  -  a proposito dei vostri contadini emancipati.
    - Ah, siete voi, principe, che avete emancipato i vostri contadini?  -
    chiese  un  vecchio  del  tempo  di  Caterina,   voltandosi  con  fare
    sprezzante verso Bolkonskij.
    - Quella mia piccola propriet non  mi  rendeva  nulla    -    rispose
    Bolkonskij,  cercando  di minimizzare il suo gesto affinch il vecchio
    non si irritasse inutilmente.
    - "Vous craignez d'tre en retard"  [6.  Voi  temete  di  arrivare  in
    ritardo]  -  disse il vecchio,  guardando Kociubj.  -  Io non capisco
    una cosa  -  continu poi.   -  Chi lavorer  la  terra,  se  si  dar
    libert ai contadini?  E' facile scrivere delle leggi,  ma  difficile
    governare.  Proprio come adesso: io vi domando,  conte,  chi potr pi
    essere  a  capo  delle  varie  amministrazioni,  ora  che tutti devono
    sostenere esami?
    - Quelli che  li  avranno  superati,  penso    -    rispose  Kociubj,
    accavallando una gamba sull'altra e guardandosi attorno.
    -  Io  ho,  per  esempio,  come  impiegato  nei  miei  uffici un certo
    Prjancnikov,  un'ottima  persona,   un  uomo  d'oro,   che  ha  ormai
    sessant'anni:  possibile che vada a dare gli esami?
    -  S,  senza  dubbio questa  una difficolt,  giacch l'istruzione 
    assai poco diffusa...
    Il conte Kociubj non comp la frase, si alz e,  preso per un braccio
    il  principe  Andrj,  and  incontro a un uomo sulla quarantina alto,
    biondo, calvo,  dalla grande fronte scoperta e dalla faccia lunga e di
    una  bianchezza  straordinaria.  L'uomo  che  entrava  in quel momento
    indossava una marsina turchina, e aveva la croce di una decorazione al
    collo e una stella sul petto, a sinistra. Era Speranskij.  Il principe
    Andrj lo riconobbe subito e, come avviene nei momenti pi gravi della
    vita,  sent che l'anima gli tremava.  Non avrebbe saputo dire se quel
    tremito fosse di rispetto, di invidia o di trepidante attesa. Tutta la
    persona di Speranskij rappresentava un tipo singolare tanto  che  lo
    si  poteva  subito riconoscere.  Nella societ nella quale viveva,  il
    principe Andrj non aveva mai visto nessuno  che,  pur  nei  movimenti
    goffi  e pesanti,  dimostrasse tanta calma e tanta sicurezza di s,  e
    nessuno che avesse uno sguardo nello stesso tempo cos  fermo  e  cos
    dolce.  Negli occhi semichiusi e un po' umidi,  non aveva mai visto un
    sorriso cos deciso che tuttavia non significava nulla,  n aveva  mai
    udito una voce cos esile, uguale e sommessa e, soprattutto, non aveva
    mai  scorto  una cos dolce bianchezza del viso e delle mani,  mani un
    poco larghe ma straordinariamente  morbide,  bianche  e  delicate.  Un
    simile delicato candore del viso, il principe Andrj l'aveva osservato
    soltanto  nei soldati rimasti lungo tempo in ospedale.  Quell'uomo era
    Speranskij,  segretario di stato,  confidente  dell'imperatore  e  suo
    compagno  di viaggio a Erfurt,  dove pi di una volta aveva incontrato
    Napoleone e gli aveva parlato.
    Speranskij non volgeva gli occhi ora su un viso  ora  sull'altro  come
    involontariamente  accade  di fare quando si entra in un luogo dove si
    trovano riunite molte persone,  e non aveva alcuna fretta di  parlare.
    Parlava  lentamente,  piano,  sicuro  di  essere  ascoltato e,  mentre
    parlava, guardava soltanto il suo interlocutore.
    Il principe Andrj seguiva con particolare attenzione  ogni  parola  e
    ogni  gesto  di  Speranskij.  Come  succede  sempre agli uomini e,  in
    particolare a quelli che giudicano severamente il  loro  prossimo,  il
    principe Andrj,  incontrandosi con una persona nuova e,  soprattutto,
    con un uomo come Speranskij che gi conosceva di fama, si aspettava di
    trovare in lui l'assoluta perfezione delle qualit umane.
    Speranskij espresse a  Kociubj  il  proprio  rincrescimento  per  non
    essere arrivato prima, ma era stato trattenuto a palazzo. Non disse di
    essere  stato  trattenuto  dal  sovrano,  e  il  principe  Andrj not
    quell'affettazione  di  modestia.   Quando   Kociubj   gli   present
    Bolkonskij,  Speranskij  sollev  lentamente  gli  occhi  sul principe
    Andrj e, sempre con lo stesso sorriso, lo guard in silenzio.
    - Sono felicissimo di conoscervi;  ho sentito parlare  molto  di  voi,
    come tutti, del resto  -  disse poi.
    Kociubj  accenn  brevemente  all'accoglienza  fatta  da  Arakceev  a
    Bolkonskij. Speranskij accentu il suo sorriso.
    - Il direttore della Commissione per  i  codici  militari,  il  signor
    Magnitzkij (7),   mio ottimo amico  -  disse, accentuando ogni parola
    e ogni sillaba  -  e,  se volete,  posso farvelo conoscere.   -    (Al
    punto  fermo  fece  una  sosta).    -  Spero che troviate in lui della
    simpatia e il desiderio di contribuire a tutto ci che  ragionevole e
    utile.
    Attorno a Speranskij si era gi formato un gruppo di persone,  e anche
    quel  vecchio  che  aveva parlato del suo impiegato Prjancnikov aveva
    rivolto a Speranskij una domanda.
    Il principe Andrj,  senza partecipare alla  conversazione,  osservava
    tutti  i  movimenti di Speranskij,  di quell'uomo che poco tempo prima
    era un oscuro seminarista,  e che teneva ora nelle sue mani  grasse  e
    bianche  le  sorti della Russia.  Il principe Andrj era colpito dalla
    straordinaria, sprezzante calma con la quale il ministro rispondeva al
    vecchio.  Pareva che da inaccessibili altezze gli  rivolgesse  le  sue
    indulgenti  parole.  Allorch  il  vecchio  cominci  a parlare a voce
    troppo alta,  Speranskij sorrise e dichiar di non poter giudicare sul
    maggiore o minore vantaggio di quanto era gradito all'imperatore.
    Dopo  aver conversato per qualche tempo nel gruppo comune,  Speranskij
    si alz,  si avvicin al principe Andrj  e  lo  chiam  in  disparte,
    all'altra  estremit  della stanza.  Si capiva che riteneva necessario
    occuparsi di lui.
    - Non ho ancora potuto parlare un momento  con  voi,  principe,  preso
    dall'animata   conversazione   alla   quale   mi  ha  trascinato  quel
    rispettabile vecchio  -  disse, con un sorriso bonariamente sprezzante
    come se volesse far capire che tanto lui  quanto  il  principe  Andrj
    comprendevano  la pochezza di quelle persone con le quali aveva appena
    finito di conversare.  Questo modo di  trattarlo,  colp  il  principe
    Andrj,  che  si  sent  lusingato.   -  Io vi conosco da molto tempo;
    innanzi tutto per l'opera a favore dei  vostri  contadini,  opera  che
    costituisce  il  primo  esempio di un progetto che noi vorremmo vedere
    sviluppato e seguito;  in secondo luogo perch siete uno di quei  rari
    ciambellani  che  non si ritengono offesi dal nuovo decreto sui titoli
    di Corte, decreto che ha suscitato tanti commenti e tanti malumori.
    - Gi  -  rispose il principe Andrj;   -  mio padre non ha voluto che
    io approfittassi di quel diritto: ho cominciato il  mio  servizio  dai
    gradi pi bassi.
    -  Vostro padre  un uomo del vecchio stampo,  evidentemente superiore
    ai nostri contemporanei che tanto biasimano quel provvedimento con  il
    quale non si fa altro che ristabilire la giustizia naturale.
    -  Io penso,  tuttavia,  che quel biasimo abbia,  almeno in parte,  un
    fondamento  -   disse  il  principe  Andrj,  cercando  di  combattere
    l'influenza di Speranskij che gi cominciava a subire.  Gli dispiaceva
    essere d'accordo  con  lui  in  ogni  cosa:  voleva  contraddirlo.  Il
    principe  Andrj,  che di solito discorreva bene e con scioltezza,  si
    rendeva conto ora di provare una certa difficolt  a  esprimersi.  Era
    troppo  preso  dalle  osservazioni che stava facendo sulla personalit
    dell'illustre uomo di stato.
    - Un fondamento forse s, ma per l'ambizione personale  -  osserv con
    voce sommessa Speranskij.
    - In parte anche per lo stato  -  osserv Andrj.
    - In  che  senso  l'intendete?    -    chiese  Speranskij,  abbassando
    lentamente gli occhi.
    - Sono un ammiratore di Montesquieu (8)  -  rispose il principe Andrj
    -    e  la sua idea che "le principe des monarchies est l'honneur,  me
    parat incontestable.  Certains droits et privilges de la noblesse me
    paraissent  tre  des  moyens de soutenir ce sentiment" [9.  ...che il
    principio delle monarchie  l'onore,  mi sembra indiscutibile.  Taluni
    diritti  e  privilegi  della  nobilt mi sembrano essere dei mezzi per
    sostenere questo sentimento].
    Il sorriso  scomparve  dalla  faccia  bianca  di  Speranskij,  la  cui
    fisionomia  apparve  allora  molto  pi  gradevole.  Evidentemente  il
    pensiero del principe Andrj gli era parso interessante.
    - "Si vous envisagez la question sous ce point  de  vue  [10.  Se  voi
    considerate  la  questione  sotto  questo  punto  di vista]  cominci,
    pronunziando le parole francesi con visibile sforzo e parlando  ancora
    pi lentamente che in russo, ma sempre con la massima calma.
    Afferm  che  l'onore,  "l'honneur",  non  poteva  essere sostenuto da
    privilegi nocivi all'andamento del servizio, che l'onore, "l'honneur",
     un concetto negativo, un'astensione da azioni riprovevoli,  oppure 
    una fonte sicura di emulazione onde ottenere approvazione e ricompense
    che ne siano la manifestazione.
    Le sue deduzioni erano concise, semplici e chiare.
    -   L'istituzione   che  sostiene  l'onore  in  questione,   fonte  di
    emulazione,  un'istituzione simile alla "Lgion d'honneur" del grande
    imperatore Napoleone,  la quale non nuoce,  ma  contribuisce  al  buon
    andamento del servizio reso e non un privilegio di casta o di Corte.
    -  Non discuto,  ma non si pu negare che i privilegi di Corte abbiano
    raggiunto lo stesso scopo    -    obiett  il  principe  Andrj;  ogni
    cortigiano,  infatti,  si  sente  obbligato  a mantenere degnamente la
    propria posizione.
    - Ma voi non avete voluto  approfittarne,  principe,    -    disse  il
    ministro.  dimostrando  con un sorriso che desiderava mettere fine con
    queste parole cortesi  a  una  discussione  imbarazzante  per  il  suo
    interlocutore.   -  Se mi farete l'onore di venire da me mercoled,  -
    soggiunse  -  vi comunicher,  dopo aver parlato con  Magnitzkij,  ci
    che vi potr interessare e avr inoltre il piacere di una pi profonda
    conversazione con voi.
    Chiuse  gli  occhi,  salutando  "  la  franaise"  e,  senza prendere
    congedo, lasci la sala, cercando di non essere notato.


    CAPITOLO 6.

    Nei primi tempi del suo soggiorno a Pietroburgo, il principe Andrj si
    rese conto che tutto il cumulo di pensieri  su  cui  aveva  riflettuto
    durante  la  sua  vita  solitaria  era  completamente  offuscato dalle
    piccole preoccupazioni che qui si erano impadronite di lui.
    Ogni sera,  tornato a casa,  segnava sul suo taccuino quattro o cinque
    visite o appuntamenti indispensabili,  a ore stabilite.  Il meccanismo
    dell'esistenza,  la giornata suddivisa in modo da potersi  trovare  in
    tempo  dappertutto,  gli  sottraevano  gran  parte  della  sua energia
    vitale.  Non faceva nulla e neppure pensava n aveva tempo per  farlo;
    si  limitava  a  parlare,  e  parlava con successo di quello che aveva
    profondamente meditato quando viveva in campagna.
    Notava a volte,  con un certo dispetto,  che gli accadeva di  ripetere
    nello  stesso  giorno  le  stesse  cose  in  diverse riunioni.  Ma era
    talmente occupato durante l'intera giornata,  che non aveva neppure il
    tempo di rendersi conto di non pensare a nulla.
    Speranskij,  come in quel primo incontro con lui in casa di Kociubj e
    come il mercoled successivo in casa sua, dove ricevendolo a tu per tu
    gli aveva parlato a lungo e molto confidenzialmente,  aveva fatto  sul
    principe  Andrj  una  profonda impressione.  Questi,  che considerava
    spregevoli e nulle un cos gran numero di persone e che aveva un  cos
    ardente  desiderio  di  incontrare  in  un altro essere umano l'ideale
    vivente di  quella  perfezione  alla  quale  egli  aspirava,  credette
    facilmente  di  aver  trovato  in  Speranskij  il  suo  ideale di uomo
    intelligente e ricco di virt.  Se Speranskij non fosse appartenuto  a
    un ceto sociale diverso da quello del principe Andrj,  e avesse avuto
    la sua  medesima  educazione  e  le  sue  medesime  abitudini  morali,
    Bolkonskij  avrebbe ben presto scoperto i suoi lati deboli umani,  non
    eroici;  ma  ora  quella  tendenza  logica,  per  lui  strana,   della
    intelligenza di Speranskij gli ispirava tanto pi rispetto quanto meno
    riusciva  a  comprenderla interamente.  Oltre a ci,  Speranskij,  sia
    perch apprezzava le capacit del principe Andrj sia perch  riteneva
    utile ingraziarselo,  metteva in mostra la propria intelligenza pacata
    e imparziale,  e lo lusingava con quella fine adulazione  inseparabile
    dalla presunzione, che consiste nel far capire a un interlocutore, con
    tacito  riconoscimento,  che  lo  si  considera  come l'unica persona,
    insieme con noi,  capace di capire la stupidit di tutti gli altri e
    la profonda fondatezza delle nostre idee.
    Durante  la  loro  lunga conversazione del mercoled sera,  Speranskij
    aveva detto pi volte:  -  Da noi si considera tutto ci che  al di
    fuori del comune livello di un'abitudine radicata profondamente...   -
    oppure, con un sorriso:   -  Ma noi vogliamo che i lupi siano sazi e
    le pecore salve...   -  oppure ancora:  -  Essi non sono in grado di
    capire...   -  e tutto ci con una espressione che voleva significare:
    Noi, voi e io, comprendiamo che cosa siano loro e chi siamo noi.
    Quel  primo  lungo  colloquio  con  Speranskij  non  aveva  fatto  che
    rafforzare nel principe Andrj l'impressione avuta la prima volta  che
    lo  aveva  veduto.  Egli  ammirava  in  lui  un  uomo ragionevole,  un
    pensatore profondo di grande intelligenza, giunto al potere per merito
    della propria energia,  potere che impiegava unicamente  per  il  bene
    della  Russia.   Agli  occhi  del  principe  Andrj,   Speranskij  era
    esattamente l'uomo capace di spiegare razionalmente tutti  i  fenomeni
    della  vita,  l'uomo  che  giudicava  importante  soltanto ci che era
    razionale,  che sapeva misurare tutte le cose  entro  i  limiti  della
    ragione: l'uomo, insomma, che egli avrebbe voluto essere. In tutto ci
    che  Speranskij  diceva,  la  semplicit  e  la  chiarezza  sembravano
    dominare in modo tale che il principe  Andrj,  suo  malgrado,  finiva
    sempre  con l'essere d'accordo con lui.  Se obiettava e discuteva,  lo
    faceva a bella posta soltanto perch voleva mantenersi indipendente  e
    non  sottomettersi  totalmente  alle  opinioni  del  ministro.   Tutto
    procedeva cos, per il meglio; ma una cosa turbava il principe Andrj:
    lo sguardo freddo,  glaciale di Speranskij,  che non gli permetteva di
    penetrargli   nell'animo,   e  le  sue  mani  morbide  e  bianche  che
    involontariamente il principe Andrj era tratto a  guardare,  come  di
    solito  si  guardano  le  mani  degli  uomini che detengono il potere.
    Quello sguardo di ghiaccio e quelle mani delicate  irritavano,  chiss
    perch,  il  principe  Andrj.  Era  anche  spiacevolmente colpito dal
    troppo grande disprezzo per gli uomini  che  notava  in  Speranskij  e
    dalla  variet  delle prove che questi citava per sostenere le proprie
    opinioni. Speranskij,  infatti,  si serviva di ogni possibile arma del
    pensiero,  eccezion  fatta  per  la  comparazione,  e,  come pareva al
    principe Andrj, passava con eccessivo ardire dall'una all'altra.  Ora
    adottava il punto pratico dell'uomo di azione e biasimava i sognatori,
    ora  si  poneva  sul  terreno  satirico  e  ironicamente scherniva gli
    avversari,  ora diventava di una rigida logicit o si levava sino alle
    altezze  metafisiche (ed era questa l'arma che usava di preferenza per
    le sue dimostrazioni).  Egli  sollevava  una  questione  alle  altezze
    metafisiche,  passava  alle definizioni del tempo,  dello spazio,  del
    pensiero e,  traendone questa o quella confutazione,  ridiscendeva  al
    piano della discussione.
    In  generale,  il  tratto principale del carattere di Speranskij,  che
    colpiva maggiormente il principe Andrj,  era la  fede  indiscutibile,
    immutabile  nella forza e nei diritti della ragione.  Era evidente che
    Speranskij non avrebbe mai potuto pensare,  come  accadeva  spesso  al
    principe Andrj, che non si pu mai esprimere tutto ci che si pensa e
    che  nemmeno  gli  sarebbe  venuto il dubbio se non fosse un'assurdit
    tutto ci che pensava e ci in cui  credeva.  Ed  era  appunto  questa
    caratteristica  della  mente  di  Speranskij  che  pi  di  ogni altra
    attraeva il principe Andrj.
    Nei primi tempi della  sua  conoscenza  con  Speranskij,  il  principe
    Andrj  nutriva  per  lui  un entusiasmo appassionato,  paragonabile a
    quello che un tempo aveva provato per Bonaparte.  La  circostanza  che
    Speranskij  fosse  figlio di un ecclesiastico e che per questo potesse
    essere  disprezzato  dalle  persone  sciocche-    come  infatti  molti
    facevano    -  quale uomo di chiesa e figlio di prete,  costringeva il
    principe Andrj e considerare  con  particolare  riguardo  il  proprio
    interesse per quell'uomo e a rafforzarlo inconsciamente in s.
    In  quella  prima  sera  che  Bolkonskij  pass  in casa del ministro,
    discorrendo della codificazione  delle  leggi,  Speranskij  gli  aveva
    raccontato con una sfumatura di ironia che la Commissione esisteva gi
    da cinquant'anni,  era costata milioni e non aveva combinato nulla,  e
    che Rosenkampf (11) aveva  incollato  un'etichetta  su  ogni  articolo
    della legislazione comparata.
    - Ed ecco tutto ci per cui lo stato ha profuso milioni!  -  prosegu.
    -    Ora  noi  vogliamo  dare  un nuovo potere giuridico al senato,  e
    intanto non abbiamo leggi!  Ecco perch  un vero peccato  che  uomini
    come voi non prestino ora servizio.
    Il  principe  Andrj  osserv  che  per prestar servizio in quel campo
    occorrevano nozioni giuridiche delle quali egli era privo.
    - Ma non c' nessuno che le  possegga!  Che  volete,    un  "circulus
    vitiosus"  [12.  circolo  vizioso],  dal  quale  dobbiamo sforzarci di
    uscire.
    Una settimana dopo,  il principe  Andrj  era  nominato  membro  della
    Commissione  che  aveva  il compito di elaborare il codice militare e,
    cosa  che  non  si  aspettava  affatto,  capo  di  una  sezione  della
    Commissione  stessa  per  la  redazione delle nuove leggi.  Pregato da
    Speranskij,  egli prese la prima parte del codice civile che si  stava
    componendo  e,  servendosi  del  codice  napoleonico  e  di  quello di
    Giustiniano (13), lavor al capitolo i diritti della persona.


    CAPITOLO 7.

    Due anni addietro,  nel 1808,  tornato a Pietroburgo da un viaggio nei
    suoi  possedimenti,  Pierre  si era trovato senza volerlo a capo della
    massoneria della capitale. Organizzava Logge,  reclutava nuovi membri,
    si dava da fare per l'unificazione delle diverse Logge esistenti e per
    il  possesso degli autentici statuti massonici.  Offriva denaro per la
    costruzione dei templi e integrava,  come poteva,  la  raccolta  delle
    offerte,  per la quale la maggior parte dei membri si dimostrava avara
    e negligente.  Quasi unicamente con i propri mezzi manteneva  la  casa
    dei poveri fondata dall'Ordine a Pietroburgo.
    Frattanto la sua vita scorreva come prima,  tra le medesime passioni e
    le medesime sregolatezze.  Gli piaceva molto bere e mangiare  bene  e,
    sebbene  giudicasse ci immorale e umiliante,  non poteva astenersi da
    quei divertimenti ai quali partecipava  in  compagnia  degli  scapoli.
    Trascorso un anno in un febbrile susseguirsi di occupazioni serie e di
    piaceri  viziosi,  Pierre  cominci  tuttavia  a capire che il terreno
    della massoneria sul quale si reggeva, tanto pi gli sfuggiva di sotto
    ai piedi quanto pi egli tentava di tenervisi ritto.  E  nello  stesso
    tempo  avvertiva che quanto pi il terreno sul quale si reggeva andava
    sprofondandoglisi sotto, tanto pi egli vi era, suo malgrado,  legato.
    Quando  era  entrato nella massoneria,  aveva provato la sensazione di
    chi posi fiduciosamente  il  piede  sulla  superficie  liscia  di  una
    palude: postovi un piede,  era sprofondato. Per persuadersi pienamente
    della solidit del terreno su cui si  reggeva,  aveva  posato  l'altro
    piede ed era sprofondato ancora di pi.  Ormai era impantanato e,  suo
    malgrado, camminava immerso nella palude sino al ginocchio.
    Jussif Aleksevic' non era a Pietroburgo.  Negli  ultimi  tempi  aveva
    smesso  di interessarsi degli affari della massoneria della capitale e
    abitava a Mosca,  di dove non si era  mai  pi  allontanato.  Tutti  i
    confratelli,  membri  delle  varie  Logge,  erano  persone  che Pierre
    conosceva nella vita, e gli riusciva difficile vedere in loro soltanto
    dei  confratelli  in  massoneria  e  non  il  principe  B.,  non  Ivn
    Vasslevic'   D.,   che   egli  frequentava  quasi  quotidianamente  e
    considerava per lo pi come esseri deboli e nulli.  Sotto ai grembiali
    e  ai simboli massonici,  Pierre vedeva le divise e le decorazioni che
    essi  ricercavano  avidamente  nella  vita.  Spesso,  raccogliendo  le
    elemosine e contando venti o trenta rubli tra le entrate, iscritti per
    lo pi come debito da una diecina di membri,  la met almeno dei quali
    erano ricchi quanto lui,  Pierre ripensava al giuramento massonico  in
    cui  ogni confratello prometteva di dare tutte le proprie sostanze per
    il prossimo;  e allora nel suo animo sorgevano dubbi su cui cercava di
    non soffermarsi.
    Pierre   divideva   in  quattro  categorie  tutti  i  confratelli  che
    conosceva. Alla prima assegnava quelli che non prendevano parte attiva
    n agli affari delle Logge n  agli  interessi  del  prossimo,  ma  si
    interessavano   unicamente  dei  misteri  della  scienza  dell'Ordine,
    occupati dai problemi che riguardavano la  triplice  denominazione  di
    Dio  o  i tre princpi delle cose  -  zolfo,  mercurio e sale  -  o il
    significato del quadrato e di tutte le figure del tempio di  Salomone.
    Pierre   rispettava  questa  categoria  di  frammassoni,   alla  quale
    appartenevano per la  maggior  parte  i  fratelli  anziani  e  secondo
    l'opinione di Pierre, lo stesso Jussif Aleksevic', ma non condivideva
    i loro interessi. Il suo cuore non era attratto dal lato mistico della
    massoneria.
    Alla  seconda categoria Pierre iscriveva se stesso e i fratelli simili
    a lui,  ossia coloro che cercavano,  esitavano e non trovavano  ancora
    nella massoneria una via diritta e comprensibile,  ma che speravano di
    trovarla.
    Nella terza categoria,  che era la  pi  numerosa,  egli  includeva  i
    fratelli che della massoneria non vedevano altro che le forme e i riti
    esteriori  e  che  tenevano  in  gran conto la loro stretta osservanza
    senza preoccuparsi n del loro contenuto, n del loro significato. Fra
    questi erano Villarski, e il Gran Maestro della Loggia principale.
    Alla quarta categoria, infine,  apparteneva,  secondo Pierre,  un gran
    numero  di  massoni,  entrati  nella  societ soprattutto negli ultimi
    tempi. Erano uomini  -  cos li giudicava Pierre  -  che non credevano
    in nulla e nulla desideravano,  e che erano entrati a far parte  della
    massoneria  soltanto  per legarsi con i confratelli giovani,  ricchi e
    potenti per le loro relazioni e per la notoriet del  loro  nome,  che
    erano assai numerosi nella Loggia.
    Pierre cominciava a sentirsi insoddisfatto della propria attivit.  La
    massoneria o,  per lo meno,  la massoneria che aveva conosciuto  l  a
    Pietroburgo gli pareva talvolta basata soltanto sull'esteriorit. Egli
    non  dubitava della massoneria in s e per s ma sospettava che quella
    russa si fosse incamminata per una  strada  sbagliata,  allontanandosi
    cos  dalla  sua fonte.  Perci alla fine dell'anno,  Pierre part per
    l'estero,  allo scopo di dedicarsi allo  studio  dei  supremi  misteri
    dell'Ordine.

    Nell'estate   del   1809,   Pierre   ritorn   a  Pietroburgo.   Dalla
    corrispondenza dei nostri massoni con quelli dell'estero si era saputo
    che Bezuchov era riuscito,  all'estero,  ad acquistarsi la fiducia  di
    molte   personalit  altolocate  e  che,   dopo  aver  superato  molte
    iniziazioni, era stato promosso a un altissimo grado massonico e molto
    portava con s per il bene comune della massoneria russa. I massoni di
    Pietroburgo andavano da lui cercando di ingraziarselo e a tutti  parve
    che egli si nascondesse e preparasse qualche cosa.
    Fu  fissata una riunione solenne della Loggia di secondo grado,  nella
    quale  Pierre  aveva  promesso  di  comunicare   quello   che   doveva
    trasmettere  ai  fratelli  di  Pietroburgo  da parte dei capi pi alti
    dell'Ordine. La riunione ebbe luogo al completo. Dopo i riti consueti,
    Pierre si alz e cominci il suo discorso:
    - Cari fratelli,   -  prese a dire,  facendosi rosso e impappinandosi,
    con  in  mano  il  testo  scritto del discorso  -  non basta custodire
    nella quiete della Loggia i nostri segreti:  bisogna  agire...  agire.
    Noi  ci  troviamo  in  una specie di sopore,  ma dobbiamo agire...   -
    Pierre prese il quaderno e cominci a leggere.
    - Per la diffusione della pura verit e il trionfo della  virt,  noi
    dobbiamo liberare gli uomini dai pregiudizi, diffondere norme conformi
    allo  spirito  dei  tempi,  assumerci il compito dell'educazione della
    giovent,  unirci con indissolubili legami alle  persone  di  ingegno,
    vincere   con   ardire   e  insieme  con  prudenza  la  superstizione,
    l'incredulit e la stoltezza,  formare con gli uomini  a  noi  devoti,
    legati tra di loro da un'unica meta, e che abbiano forza e potere.
    Per raggiungere tale scopo,  bisogna assicurare alla virt il trionfo
    sul vizio,  bisogna sforzarsi affinch l'uomo onesto ottenga,  gi  su
    questa terra, il premio eterno per la sua virt. Ma alla realizzazione
    di  questi  progetti  ci  sono  di  ostacolo  le  attuali  istituzioni
    politiche.  Che fare in tale stato di cose?  Favorire le  rivoluzioni,
    rovesciare tutto ci che esiste,  opporre violenza a violenza? No, noi
    siamo ben lontani da questo. Qualsiasi riforma basata sulla violenza 
    degna di biasimo,  giacch non servir mai a correggere il male sino a
    che  gli  uomini restano tali quali sono,  e perch la saggezza non ha
    bisogno della violenza.
    Tutto il piano dell'Ordine  deve  avere  come  base  l'educazione  di
    uomini   forti,   virtuosi  e  legati  dall'unit  delle  convinzioni,
    convinzioni che consistono nel perseguitare  sempre  e  con  tutte  le
    forze  il  vizio  e  la stoltezza e nel proteggere l'intelligenza e la
    virt;  nel trarre dalla polvere gli uomini degni  e  associarli  alla
    nostra fratellanza. Soltanto allora il nostro Ordine avr il potere di
    legare  le  mani ai fautori del disordine e dirigerli in modo che essi
    neppure se ne accorgano. In una parola, bisogna istituire una forma di
    governo universale che si diffonda in tutto il mondo senza distruggere
    i legami civili e accanto alla quale tutti gli altri  governi  possano
    continuare  a  esistere con il loro ordinamento consueto e fare tutto,
    meno quello che dovesse ostacolare l'alto  scopo  del  nostro  Ordine,
    cio il trionfo delle virt sul vizio.  Uno scopo di tal genere si era
    imposto il cristianesimo;  esso insegnava agli uomini a essere saggi e
    buoni  e  a  seguire  per il loro vantaggio l'esempio e l'insegnamento
    degli uomini migliori e pi sapienti.
    Allorch tutto era immerso nelle tenebre, bastava,  naturalmente,  la
    predicazione:   la   nuova   verit   le  conferiva  una  forza  tutta
    particolare;  ma oggi abbiamo bisogno di mezzi molto  pi  forti.  Ora
    bisogna  che  l'uomo,  guidato  dalle proprie sensazioni,  trovi nella
    virt il piacere.  Non   possibile  sradicare  le  passioni,  occorre
    soltanto  sforzarsi  per  indirizzarle  a  un  nobile scopo,  e perci
    bisogna che ognuno possa soddisfare le  proprie  passioni  nei  limiti
    della virt e che il nostro Ordine ne offra i mezzi.
    Non  appena  avremo  riunito  in ogni stato un certo numero di uomini
    degni, ognuno di essi ne avr foggiati due altri,  e tutti si uniranno
    strettamente  tra  di loro;  allora tutto sar possibile per il nostro
    Ordine  che  molto  ha  gi  saputo  fare  in  segreto  per  il   bene
    dell'umanit.
    Quel discorso produsse nella Loggia non solo una profonda impressione,
    ma  un mezzo subbuglio.  La maggior parte dei fratelli,  avvertendo in
    esso pericolose tendenze  verso  gli  Illuminati  (14)  accolsero  con
    freddezza  ostile  le  parole  di  Pierre  che ne rimase profondamente
    stupito.  Il Gran Maestro fece delle obiezioni,  e Pierre,  con calore
    sempre crescente,  prese a sviluppare le proprie idee.  Da molto tempo
    non si era avuta una seduta cos burrascosa. Si formarono dei partiti:
    gli uni accusavano Pierre,  rimproverandolo di essere un  illuminista,
    gli altri lo sostenevano. Durante quella riunione Pierre, per la prima
    volta   nella   sua   vita,   fu   colpito   dalla   infinita  variet
    dell'intelligenza umana,  variet la quale fa s che la verit  stessa
    non  si  presenti mai sotto il medesimo aspetto a due persone diverse.
    Anche quelli tra i membri dell'associazione che parevano essere  dalla
    parte  di  Pierre,  lo  comprendevano  a modo loro,  con limitazioni e
    mutamenti  che  egli  non  poteva  accettare,   giacch  gli   premeva
    soprattutto  di  trasmettere agli altri le proprie idee,  precisamente
    come egli stesso le intendeva.
    Alla  fine  della  seduta   il   Gran   Maestro   rivolse   a   Pierre
    un'osservazione  malignamente  ironica,  sul  suo  ardore,  facendogli
    notare che nella discussione  egli  non  era  stato  guidato  soltanto
    dall'amore per la virt,  ma anche dalla passione per la lotta. Pierre
    non gli rispose e domand bruscamente se la sua proposta sarebbe stata
    accettata.  Gli fu risposto di no: allora  egli,  senza  attendere  le
    solite formalit, lasci la Loggia e torn a casa.


    CAPITOLO 8.

    L'angoscia  di cui Pierre aveva tanta paura s'impossess nuovamente di
    lui. Per tre giorni, dopo il suo discorso,  rimase in casa sdraiato su
    un divano, senza ricevere nessuno e senza andare in alcun luogo.
    Proprio  in quel periodo ricevette una lettera dalla moglie,  la quale
    lo supplicava di concederle un colloquio.  Gli descriveva la nostalgia
    che  provava  per  lui  e  il desiderio di dedicargli tutta la propria
    vita.
    Alla fine della lettera gli annunziava che tra qualche giorno  sarebbe
    tornata a Pietroburgo da un viaggio all'estero.
    Dopo quella lettera,  la solitudine di Pierre fu rotta dalla visita di
    un fratello massone,  uno di quelli da lui  meno  stimati,  il  quale,
    condotto  abilmente  il  discorso sulle relazioni coniugali di Pierre,
    gli fece intendere,  sotto forma di consiglio  fraterno,  che  la  sua
    severit  verso  la  moglie era ingiusta e che Pierre si comportava in
    modo non conforme alle leggi della massoneria,  rifiutando il  perdono
    alla pentita.
    In  quegli stessi giorni sua suocera,  la moglie,  cio,  del principe
    Vassilij,  lo mand a chiamare,  supplicandolo di passare da lei anche
    soltanto  per  pochi  minuti  per parlargli di un affare della massima
    importanza. Pierre vide in tutto questo una congiura contro di lui che
    tendeva a farlo riconciliare con la moglie, cosa che per, nello stato
    d'animo in cui si trovava,  non gli riusciva nemmeno  sgradita.  Tutto
    gli   era   indifferente:  Pierre  ormai  non  attribuiva  pi  grande
    importanza a nulla nella vita e,  sotto l'influenza  dell'angoscia  in
    cui  era  caduto,  non  teneva  pi  n alla propria libert,  n alla
    propria ferma intenzione di punire la moglie.
    Nessuno  ha  ragione,   nessuno  ha  torto;   dunque  neppure  lei  
    colpevole,   pensava.   Se   Pierre   non   acconsent   subito  alla
    riconciliazione con la moglie fu  soltanto  perch  le  condizioni  di
    spirito  in  cui  si  trovava gli toglievano la forza di intraprendere
    qualsiasi cosa. Se la moglie si fosse presentata a lui,  non l'avrebbe
    scacciata.  Non era forse indifferente, a paragone con tutto quanto lo
    preoccupava, vivere o non vivere con lei?
    Senza curarsi di rispondere n alla moglie, n alla suocera,  una sera
    tardi  Pierre si mise in viaggio alla volta di Mosca per vedere Jussif
    Aleksevic'. Ecco ci che Pierre scriveva nel suo diario:

    Mosca, 17 novembre.
    Ritorno appena dalla casa del benefattore e  ho  fretta  di  annotare
    quello  che  ho provato.  Jussif Aleksevic' vive poveramente e gi da
    tre anni soffre  di  un  male  alla  vescica  che  gli  procura  gravi
    sofferenze.  Nessuno  lo ha mai udito gemere n pronunziare una parola
    di ribellione. Dal mattino sino a notte inoltrata, eccezione fatta per
    il tempo in cui si nutre dei cibi pi frugali,  lavora per la scienza.
    Mi ha accolto affabilmente e ha voluto che mi sedessi sul letto in cui
    giaceva.   Gli  ho  fatto  il  segno  dei  cavalieri  d'Oriente  e  di
    Gerusalemme, ed egli mi ha risposto alla stessa maniera e poi,  con un
    mite sorriso,  mi ha interrogato su quello che avevo veduto e imparato
    nelle Logge prussiane e scozzesi.  Gli ho raccontato  ogni  cosa  come
    sapevo,  riferendogli  i punti principali delle proposte presentate da
    me  alla  Loggia  di  Pietroburgo  e  gli  ho  comunicato  la  cattiva
    accoglienza fattami e la rottura avvenuta tra me e i fratelli.  Jussif
    Aleksevic', dopo aver taciuto e riflettuto a lungo,  mi ha esposto su
    tutto questo i suoi punti di vista,  i quali mi illuminarono subito il
    mio passato e la strada futura che si apre  di  fronte  a  me.  Mi  ha
    sorpreso chiedendomi se ricordassi in che cosa consistesse il triplice
    scopo dell'Ordine: 1) nella conservazione e conoscenza del mistero; 2)
    nella  purificazione e correzione di noi stessi per esserne partecipi;
    3) nella correzione del genere umano attraverso  la  tendenza  a  tale
    purificazione.  Quale dei tre  il primo e pi importante fine?  Senza
    dubbio la propria correzione e purificazione.  A questo  soltanto  noi
    possiamo  sempre tendere,  indipendentemente da qualsiasi circostanza.
    Ma nello stesso tempo questa stessa  meta  esige  da  noi  la  massima
    fatica e perci, quando pecchiamo per orgoglio, noi, perdendo di vista
    lo  scopo  cui  tendiamo,  ci  occupiamo di penetrare i misteri che la
    nostra impurit ci rende indegni  di  penetrare  o  ci  dedichiamo  al
    perfezionamento  del genere umano,  mentre siamo noi stessi un esempio
    di bassezza e di corruzione.  L'illuminismo non  quindi una  dottrina
    pura,  perch  si  lasciata attrarre dall'attivit sociale ed  piena
    di orgoglio.  Per tali motivi Jussif Aleksevic' ha condannato il  mio
    discorso  e  tutta  la  mia  attivit.  Nel mio intimo mi sono sentito
    d'accordo con lui.  A proposito delle  mie  vicende  familiari  mi  ha
    detto: "Il dovere principale del vero massone,  come gi ho affermato,
    consiste nel tendere al proprio perfezionamento. Ma spesso pensiamo di
    poter pi agevolmente  raggiungere  tale  scopo  allontanando  da  noi
    stessi tutte le difficolt della vita; invece, signor mio, soltanto in
    mezzo   al   frastuono   del   mondo   si   possono   raggiungere  tre
    importantissime mete: 1) la conoscenza di noi stessi,  giacch  l'uomo
    non   pu   conoscersi  se  non  attraverso  il  confronto;   2  )  il
    perfezionamento, che si ottiene soltanto per mezzo della lotta;  3) il
    conseguimento  della virt principale: l'amore per la morte.  Soltanto
    le vicissitudini della vita possono dimostrarci la vanit  della  vita
    stessa  e  sorreggere il nostro innato amore della morte e dell'inizio
    di una nuova vita". Queste parole sono tanto pi eccezionali in quanto
    Jussif Aleksevic',  nonostante le sue terribili  sofferenze  fisiche,
    non  si  sente mai oppresso dal peso della vita,  eppure ama la morte,
    anche se non  si  sente  ancora  totalmente  pronto  per  affrontarla,
    nonostante  la  purezza  e  l'elevatezza della sua vita interiore.  In
    seguito,  il mio benefattore mi ha spiegato minutamente il significato
    del  grande  quadrato  del mondo e mi ha dimostrato che i numeri 3 e 7
    sono il fondamento di tutto.  Mi ha consigliato di non staccarmi dalla
    comunit  dei  fratelli  di  Pietroburgo  e,  occupando  nella  Loggia
    soltanto mansioni di secondo grado,  tentare di  liberare  i  fratelli
    dagli  errori di orgoglio per condurli sulla vera via della conoscenza
    di s e su quella del proprio perfezionamento.  Inoltre ha consigliato
    a  me  personalmente  di osservarmi di continuo e a questo scopo mi ha
    dato un quaderno,  questo stesso sul quale,  d'ora  innanzi,  annoter
    tutte le mie azioni.

    Pietroburgo, 23 novembre.
    Vivo  di  nuovo  con mia moglie.  Mia suocera  venuta da me tutta in
    lacrime e mi ha detto  che  Elen  era  qui  e  che  mi  supplicava  di
    ascoltarla,  che  ella  era  innocente  e  infelice  a  causa  del mio
    abbandono  e  molte  altre  cose  ancora.  Io  sapevo  che  se  avessi
    consentito  a  vederla,  non  avrei  pi  avuto la forza di opporle un
    rifiuto.  Nel dubbio non sapevo  a  chi  ricorrere  per  aiuto  e  per
    consiglio.  Se il mio benefattore fosse stato qui, mi avrebbe indicato
    lui la strada da seguire.  Mi sono ritirato  nella  mia  stanza  e  ho
    riletto  certe  lettere di Jussif Aleksevic',  ho ricordato le nostre
    conversazioni e ne ho dedotto che non dovevo dire di no a chi pregava,
    mi sono persuaso che era mio dovere tendere una mano  soccorritrice  a
    chiunque, e specialmente a una persona cos strettamente legata a me e
    che,  infine, dovevo portare la mia croce. Ma se io l'ho perdonata per
    compiere un'azione virtuosa, la mia unione con lei deve avere soltanto
    uno scopo spirituale.  Cos ho deciso  e  cos  ho  scritto  a  Jussif
    Aleksevic'.  Ho  detto  a mia moglie che la pregavo di dimenticare il
    passato,  di perdonare tutti i miei torti e che da parte mia non avevo
    nulla  da  perdonarle.  Ho provato un senso di gioia nel parlare cos.
    Ella non deve sapere quanto mi sia stato  penoso  rivederla!  Mi  sono
    sistemato nella casa grande, nelle stanze del piano superiore, e provo
    una lieta sensazione di rinnovamento spirituale.


    CAPITOLO 9.

    Come  sempre,  anche  allora l'alta societ,  pur riunendosi a Corte e
    nelle grandi feste da ballo,  era divisa in parecchi gruppi,  ciascuno
    dei  quali  aveva  caratteristiche  sue  proprie.  Tra questi,  il pi
    numeroso era il gruppo  francese    -    favorevole  all'alleanza  con
    Napoleone  -  di cui facevano parte Rumjanzv e Caulaincourt (15).  In
    questo gruppo, Elen occup uno dei posti pi in vista non appena si fu
    stabilita con il marito a Pietroburgo.  Il suo salotto era frequentato
    dai  membri  dell'ambasciata francese e da molte persone,  note per la
    loro intelligenza e la loro cortesia, che avevano le stesse tendenze.
    Elen si trovava a Erfurt, durante il famoso convegno degli imperatori,
    e di  l  aveva  portato  quelle  relazioni  con  tutte  le  celebrit
    filonapoleoniche  di  Europa.  A  Erfurt ella aveva ottenuto brillanti
    successi. Napoleone stesso, notatala a teatro, aveva chiesto chi fosse
    e aveva espresso la propria viva ammirazione.  Il  successo  di  Elen,
    come  donna  bella  ed  elegante,  non stupiva Pierre,  giacch con il
    passare degli anni ella s'era fatta pi bella che mai;  ma una cosa lo
    meravigliava:  il fatto che in quei due anni sua moglie fosse riuscita
    a crearsi la fama "d'une femme charmante, aussi spirituelle que belle"
    [16. di donna incantevole, spiritosa e intelligente quanto bella].  Il
    celebre  "prince  de  Ligne"  (17) le scriveva lettere di otto pagine.
    Bilibin teneva in serbo  i  suoi  motti  di  spirito  per  offrire  la
    primizia  alla  contessa  Bezuchov.  Essere ricevuti nel salotto della
    contessa Bezuchov era considerato  un  attestato  di  intelligenza;  i
    giovani,  prima di andare ai ricevimenti di Elen,  leggevano dei libri
    per procurarsi argomenti di conversazione;  i segretari d'ambasciata e
    persino gli ambasciatori le confidavano segreti diplomatici,  cosicch
    ella aveva,  in certe questioni,  un'autorit indiscussa.  Pierre  che
    sapeva  quanto  essa fosse stupida,  con uno strano senso di stupore e
    insieme di paura,  assisteva talvolta ai ricevimenti e ai pranzi della
    moglie,  durante  i  quali  si  parlava  di  politica,  di poesia e di
    problemi filosofici.  A quelle serate  egli  provava  un  qualcosa  di
    simile a ci che deve provare un prestigiatore che teme a ogni istante
    di  vedere scoperte le sue sofisticazioni.  Ma sia perch per dirigere
    un salotto come quello era indispensabile appunto  la  stupidit,  sia
    perch  gli  stessi  ingannati  trovavano  piacere  nell'inganno,   la
    mistificazione non veniva scoperta e la fama "d'une femme charmante et
    spirituelle" che  Elen  Vasslevna  Bezchova  si  era  acquistata  si
    affermava  sempre  di  pi,  tanto  che  essa  poteva dire le cose pi
    volgari e pi stupide con la certezza che tutti  sarebbero  andati  in
    estasi a ogni sua parola,  e avrebbero trovato un significato profondo
    che ella stessa non sospettava neppure.
    Pierre era precisamente il marito che ci voleva per  quella  brillante
    donna di mondo. Egli era quell'originale distratto, quel marito "grand
    seigneur"  che  non  disturbava  nessuno e che,  non solo non rovinava
    l'impressione generale del tono elevato di quel  salotto,  ma  per  il
    contrasto  che faceva con il tatto e la raffinatezza della moglie,  le
    serviva da sfondo vantaggioso.  Pierre,  a causa  delle  sue  continue
    occupazioni concentrate in quei due anni su interessi non materiali, a
    causa  del  sincero  disprezzo  che nutriva per tutto il resto,  aveva
    imparato nella societ frequentata dalla moglie, societ che non aveva
    per lui alcuna attrazione, quel tono di indifferenza,  di noncuranza e
    di  benevolenza  verso  tutti,  che  non  si acquista con l'arte e che
    pertanto ispira un involontario rispetto.  Entrava nel  salotto  della
    moglie  come  in un teatro,  conosceva tutti,  era ugualmente contento
    della  presenza  di  tutti,   e  provava  verso  tutti   la   medesima
    indifferenza.  Talvolta  prendeva  parte  a  una  conversazione che lo
    interessava e allora,  senza curarsi se "les messieurs de l'ambassade"
    [18.  i  signori  dell'ambasciata]  fossero  presenti o no,  esprimeva
    balbettando le proprie idee,  le quali  a  volte  erano  assolutamente
    inopportune  nell'atmosfera  del  momento.  Ma  l'opinione  comune  su
    quell'originale marito "de la femme la plus distingue de Ptersbourg"
    [19.  della  donna  pi  distinta  di  Pietroburgo]  si  era  talmente
    consolidata  che nessuno prendeva "au srieux" [20.  sul serio] le sue
    uscite.
    Fra i molti giovani che frequentavano quotidianamente la casa di Elen,
    Bors Drubetzkj,  che aveva gi fatto notevolissimi  progressi  nella
    carriera  militare,  dopo  il  ritorno  della contessa da Erfurt,  era
    l'ospite pi intimo di casa Bezuchov. Elen lo chiamava "mon page" [21.
    il mio paggio] e si comportava con lui come con un bambino. Il sorriso
    che gli rivolgeva era identico a quello  che  rivolgeva  a  tutti  gli
    altri,  ma a Pierre riusciva talvolta sgradito.  Bors trattava Pierre
    con un rispetto  particolare,  dignitoso  e  triste,  e  anche  quella
    sfumatura  di rispetto cagionava a Pierre una vaga inquietudine.  Egli
    aveva tanto sofferto, tre anni addietro,  per l'offesa subita da parte
    della  moglie,  che  ora  si  assicurava dalla possibilit di un'altra
    offesa del genere,  in primo luogo con il non essere il marito di  sua
    moglie,  e  in  secondo  luogo  con  il  non  permettersi di concepire
    sospetti su di lei.
    No, adesso che  diventata "bas bleu" [22. un'intellettuale], diceva
    a se stesso, ha rinunziato per sempre ai piaceri di una volta. Non si
     mai dato il caso che una "bas bleu" abbia una passione di cuore. Si
    ripeteva quella regola,  attinta chiss di dove e  alla  quale,  senza
    dubbio,  credeva. Ma, cosa strana, la presenza di Bors nel salotto di
    Elen,  presenza quasi continua,  agiva  su  di  lui  fisicamente:  gli
    paralizzava  le  membra  e  rendeva  impacciati  e  irresoluti  i suoi
    movimenti.
    Questa antipatia  strana,  si diceva Pierre;  e  pensare  che  una
    volta quel giovane mi era tanto simpatico!.
    Agli occhi del gran mondo Pierre era un gran signore, il marito un po'
    cieco  e  ridicolo di una donna famosa,  un originale intelligente che
    non faceva nulla,  ma non nuoceva a  nessuno,  un  bravo  e  simpatico
    ragazzo.  E intanto nella sua anima si svolgeva un lavorio di sviluppo
    interiore,  complesso e faticoso  che,  rivelandogli  molte  cose,  lo
    condusse a numerosi dubbi e a molte gioie spirituali.


    CAPITOLO 10.

    Pierre continuava il suo diario,  ed ecco che cosa vi scriveva in quel
    tempo:

    24 novembre
    Mi sono alzato alle otto,  ho letto la Sacra Scrittura e poi mi  sono
    recato  all'ufficio  (per consiglio del suo benefattore,  Pierre aveva
    accettato una carica in una delle commissioni); sono tornato per l'ora
    del pranzo che ho consumato da solo,  poich la contessa  aveva  molti
    invitati  a me antipatici e,  dopo aver mangiato e bevuto frugalmente,
    ho trascritto alcuni documenti per i  fratelli.  La  sera  sono  sceso
    dalla  contessa e ho raccontato una buffa storia sul conto di B.  e mi
    sono  ricordato  che  non  dovevo  farlo  quando  gi  tutti  ridevano
    rumorosamente.
    Vado  a  letto  in  condizione  di spirito serena e lieta.  Gran Dio,
    aiutami a camminare sulle tue orme: 1) a vincere  la  collera  con  la
    dolcezza  e  la  sopportazione,  2)  la  lussuria con l'astinenza e il
    disgusto,  3) ad allontanarmi dalla vanit e a non staccarmi: a) dagli
    affari di stato inerenti al mio impiego; b) dalle cure della famiglia;
    c)  dai  rapporti  dell'amicizia  e  d) dalle occupazioni di carattere
    economico.

    27 novembre
    Mi sono alzato tardi.  Dopo essermi svegliato,  sono rimasto ancora a
    lungo a letto,  abbandonandomi alla pigrizia. Mio Dio! Aiutami e dammi
    la forza di poter camminare  sulla  Tua  strada.  Ho  letto  la  Sacra
    Scrittura,  ma  senza il dovuto raccoglimento.  E' poi venuto da me il
    confratello Urussov e insieme  abbiamo  conversato  sulla  vanit  del
    mondo.  Mi ha parlato dei nuovi progetti dell'imperatore.  Dapprima li
    ho criticati,  ma ho ricordato i  precetti  e  le  parole  del  nostro
    benefattore,  secondo  i  quali  il vero massone deve essere un attivo
    agente dello stato,  quando si esige  la  sua  partecipazione  e  deve
    contemplare  con spirito sereno le cose alle quali non  chiamato.  La
    mia lingua  la mia nemica. Ho avuto la visita dei confratelli G. V. e
    O.,   con  i  quali  abbiamo  discusso  sull'ammissione  di  un  nuovo
    confratello.  Essi mi impongono la carica di retore per la quale io mi
    sento debole e indegno. Poi il discorso  caduto sul significato delle
    sette colonne e dei gradini del Tempio: sette discipline, sette virt,
    sette vizi, sette doni dello Spirito Santo. Il confratello O.   stato
    molto  eloquente.  La  sera  hanno avuto luogo alcune iniziazioni.  Il
    nuovo arredamento della Loggia ha contribuito molto alla  magnificenza
    della  cerimonia.  E'  stato  ammesso  Bors  Drubetzkj.  Io lo avevo
    proposto,  e io sono stato il suo retore.  Un sentimento strano mi  ha
    turbato  per tutto il tempo che passai con lui nella buia camera delle
    iniziazioni.  Scoprii in me un sentimento di  odio  verso  quell'uomo,
    sentimento  che  mi  sforzo  invano  di  vincere.  Proprio  per questo
    desidererei sinceramente di salvarlo dal  male  e  di  condurlo  sulla
    strada della verit,  ma i cattivi pensieri sul suo conto non mi hanno
    lasciato.  Pensavo che lo scopo per cui era entrato  nella  massoneria
    fosse  costituito solo dal desiderio di avvicinarsi a certi personaggi
    e di acquistare il loro favore. Oltre al fatto che pi di una volta si
    era informato se N.  e S.  facessero parte della nostra Loggia (al che
    io  non  potevo  rispondere) oltre a questo,  dico,  egli,  in base ad
    alcune mie osservazioni,  non  incline a nutrire venerazione  per  il
    nostro  sacro Ordine ed  troppo preso e soddisfatto della sua persona
    fisica per desiderare realmente di migliorare il  suo  io  spirituale;
    io,  pur  non  avendo  motivo di dubitare di lui,  sentivo che non era
    sincero e per tutto il tempo che sono rimasto a tu per tu  nella  buia
    camera d'iniziazione,  mi pareva che sorridesse con disprezzo alle mie
    parole,  e avrei voluto realmente trafiggerlo con la spada che  tenevo
    puntata  sul  suo  petto  nudo.  Non riuscivo a essere eloquente e non
    potevo sinceramente comunicare i miei dubbi ai miei confratelli  e  al
    Gran Maestro.  O grande Architetto della natura,  aiutami a trovare la
    strada  della  verit,  che  mi  conduca  fuori  dal  labirinto  della
    menzogna.

    Dopo  questo,  tre  pagine  del diario erano bianche e poi era scritto
    quanto segue:

    Ho avuto un lungo e istruttivo colloquio con il fratello V. che mi ha
    consigliato di affidarmi al fratello A. Molte cose,  sebbene io ne sia
    indegno,  mi sono state rivelate. Adonj  il nome di chi ha creato il
    mondo. Elom  il nome di chi tutto governa.  Il terzo nome che non si
    pu  pronunziare,  ha  il  significato  di "Tutto".  I colloqui con il
    fratello V. mi danno forza, mi illuminano e mi sorreggono lungo la via
    della virt.  Di fronte a lui non c' pi posto per  il  dubbio.  Vedo
    chiaramente  la  differenza tra il meschino insegnamento delle scienze
    umane e la nostra santa dottrina che abbraccia ogni cosa.  Le  scienze
    umane suddividono tutto per capire e uccidono tutto per vedere.  Nella
    santa scienza dell'Ordine tutto  unit,  tutto si conosce  nella  sua
    totalit  vitale.  La  Trinit  rappresenta i tre princpi delle cose:
    zolfo,  mercurio e sale.  Lo zolfo ha le  propriet  dell'olio  e  del
    fuoco;  in unione con il sale,  per effetto del suo calore, ne suscita
    la forza di attrazione per mezzo della quale attira il mercurio, se ne
    impadronisce,  lo trattiene e insieme con  esso  d  forma  a  diversi
    corpi.   Il   mercurio      una   sostanza   spirituale,   liquida  e
    volatilizzabile  -  Cristo, lo Spirito Santo, Lui!.

    3 dicembre
    Mi sono svegliato tardi, ho letto la Sacra Scrittura, ma sono rimasto
    insensibile.  Poi sono uscito dalla mia camera e ho passeggiato per la
    sala.   Volevo  meditare,   ma  rievocavo  invece,  mio  malgrado,  un
    avvenimento  accaduto  quattro  anni  addietro.  Il  signor  Dlochov,
    incontrandosi con me a Mosca dopo il duello,  mi disse che sperava che
    io godessi ora di una  perfetta  tranquillit  spirituale,  nonostante
    l'assenza  di  mia moglie.  Io non risposi.  Mi ricordo ora di tutti i
    particolari di quell'incontro e dentro l'anima mia, senza aprir bocca,
    gli ho detto le pi cattive parole e gli ho dato le risposte pi acri.
    Poi mi sono ripreso e ho abbandonato questo pensiero  soltanto  quando
    mi  sono  sentito  preso  da  un impeto di collera;  ma non me ne sono
    pentito abbastanza.  Pi tardi  venuto da me Bors Drubetzkj e si  
    messo a raccontarmi certe sue avventure;  io sin dal suo apparire,  ho
    subito provato un senso di fastidio per quella visita e gli  ho  detto
    delle  frasi cattive.  Egli mi ha risposto.  Allora mi sono irritato e
    l'ho investito con una quantit di parole insolenti,  persino volgari.
    Bors  non  mi  ha risposto,  e io sono tornato padrone di me soltanto
    quando era ormai gi troppo tardi.  Mio Dio,  io non so  assolutamente
    come  comportarmi  verso  di  lui.  E  la causa di tutto  il mio amor
    proprio.  Io mi considero superiore a lui e perci divento peggiore di
    lui,  perch egli  indulgente verso le mie volgarit,  mentre io,  al
    contrario, provo nei suoi confronti soltanto disprezzo.  Mio Dio,  fa'
    che  in  sua presenza io mi renda meglio conto della mia bassezza e mi
    comporti in modo tale da essere utile anche a lui. Dopo pranzo mi sono
    addormentato e mentre sonnecchiavo ho udito chiaramente una  voce  che
    mi diceva all'orecchio: "E' il tuo giorno".
    Ho  sognato  di camminare nel buio e di essere circondato da una muta
    di cani, ma io proseguivo senza paura;  a un tratto un piccolo cane mi
    afferra  con  i  denti  il polpaccio sinistro e non lo lascia pi.  Ho
    cercato di strangolarlo con le mani. L'ho appena allontanato da me che
    un altro, pi grande, mi addenta.  Tento di sollevarlo,  ma quanto pi
    lo sollevo tanto pi esso diventa grosso e pesante.  A un tratto, ecco
    giungere il fratello A. che, presomi sottobraccio, mi conduceva con s
    verso un edificio per entrare nel quale  occorreva  passar  sopra  una
    stretta tavola di legno.  Vi posi sopra il piede: la tavola si pieg e
    cadde,  e io presi ad arrampicarmi su  uno  steccato  che  riuscivo  a
    fatica a raggiungere con le mani.  Dopo enormi sforzi, ho tirato su il
    mio corpo in modo che le gambe penzolavano da una  parte  e  il  corpo
    dall'altra. Mi sono voltato e ho visto il fratello A. che, ritto sullo
    steccato,  mi  indicava un ampio viale e un giardino nel quale sorgeva
    un grande,  bellissimo edificio.  Mi sono svegliato.  Signore,  grande
    Architetto della natura,  aiutami ad allontanare da me i cani,  le mie
    passioni,  e l'ultima di esse,  che concentra in s la forza di  tutte
    quelle di un tempo, e aiutami a entrare in quel tempio della virt, la
    cui visione ho raggiunto in sogno.

    7 dicembre
    Ho  sognato  che Jussif Aleksevic' si trovava nella mia casa,  io ne
    ero felicissimo e desideravo  accoglierlo  degnamente.  Mi  pareva  di
    discorrere senza posa con degli estranei e,  a un tratto,  mi  venuto
    in mente che questo potesse non piacergli e volevo avvicinarmi  a  lui
    per  abbracciarlo.  Ma  non appena mi sono accostato,  ho visto il suo
    viso trasfigurarsi e diventare pi giovane;  egli mi dice a voce bassa
    qualcosa sulla dottrina dell'Ordine,  a voce cos bassa che non riesco
    a sentirlo. Poi, nel sogno, siamo usciti tutti dalla stanza e allora 
    accaduto qualcosa di incomprensibile.  Eravamo seduti o  sdraiati  sul
    pavimento.  Egli mi diceva qualcosa. Io desideravo dimostrargli la mia
    sensibilit  e,  senza  badare  ai  suoi  discorsi,  ho  cominciato  a
    immaginare   lo  stato  della  mia  personalit  spirituale  di  uomo,
    illuminato dalla grazia di Dio.  Ma avevo le lacrime agli occhi ed ero
    contento che egli lo avesse notato,  ma egli mi ha guardato con stizza
    ed  balzato in piedi troncando il suo discorso.  Rimasi male,  e  gli
    chiesi se ci che aveva detto si riferisse a me;  egli non mi rispose,
    ma mi diede uno sguardo affettuoso, e poi, tutto a un tratto, ci siamo
    ritrovati nella mia camera dove c' un letto a  due  piazze.  Egli  si
    coric  sulla sponda del letto,  e io ero come spinto dal desiderio di
    accarezzarlo e di sdraiarmi accanto a lui.  Mi pareva che mi  dicesse:
    "Ditemi la verit, qual  la vostra pi grande passione? La conoscete?
    Io  credo  che  gi  la  conosciate".  Turbato da quelle domande,  gli
    rispondevo che la mia pi grande passione era  la  pigrizia.  Ed  egli
    scosse  incredulo il capo.  Io,  sempre pi turbato,  gli risposi che,
    sebbene per suo consiglio vivessi con mia moglie,  non vivevo tuttavia
    con lei da marito.  A queste parole obiett che non dovevo privare mia
    moglie delle mie carezze e mi fece intendere che  quello  era  un  mio
    preciso dovere. Ma io ribattei che mi vergognavo e, a un tratto, tutto
    scomparve. Mi sono svegliato e nei miei pensieri ho ritrovato il passo
    delle  Sacre  Scritture:  "In  lui era la vita,  e la vita era la luce
    degli uomini.  E la luce riluce nelle tenebre e le tenebre non l'hanno
    compresa"  (23).  Il  viso  di  Jussif  Aleksevic'  era  giovanile  e
    luminoso. Quel giorno ho ricevuto una lettera dal mio benefattore,  in
    cui mi scriveva dei doveri della vita coniugale.

    9 dicembre
    Ho  fatto un sogno dal quale mi sono destato con il cuore in tumulto.
    Ho sognato di essere a Mosca,  nella mia casa,  nelle grandi sale  dei
    divani,  ed  ecco  che vedo uscire dal salotto Jussif Aleksevic'.  Mi
    resi  subito  conto  che  in  lui  il  processo  della  rinascita  era
    totalmente  compiuto e mi precipitai a corrergli incontro.  Mi pareva,
    in sogno, di baciargli il volto e le mani,  ed egli mi diceva: "Ti sei
    accorto che il mio viso  diverso?".  Lo fissai, continuando a tenerlo
    tra le mie braccia,  e mi parve che il suo viso fosse giovane,  che la
    sua  testa fosse calva e i suoi lineamenti completamente cambiati.  Mi
    pareva di dirgli: "Vi avrei riconosciuto se vi avessi  incontrato  per
    caso",  e  frattanto  pensavo:  "Gli ho detto la verit?".  Tutto a un
    tratto vedo che egli giace come un corpo morto;  poi a poco a poco  si
    riprende  ed entra con me nello studio,  tenendo tra le mani un grosso
    libro di pergamena alessandrina,  vergato a mano.  Gli dicevo: "Questo
    l'ho  scritto io".  Ed egli mi rispondeva con un cenno affermativo del
    capo.  Ho aperto il libro,  su ogni pagina del quale vi erano stupendi
    disegni.  Mi  pareva  di sapere che quelle immagini rappresentavano le
    avventure dell'anima con il suo Diletto.  E mi pareva  di  vedere,  in
    quelle pagine, la bellissima figura di una fanciulla in vesti di velo,
    con  il  corpo  trasparente  che si levava a volo verso le nubi.  E mi
    pareva  di  sapere  che  quella  fanciulla  non  era  altro   che   la
    raffigurazione  del  Cantico  dei  Cantici.  Guardando quei disegni mi
    rendevo  conto  di  far  male,  ma  di  non  sapermi  distogliere  dal
    contemplarli.  "Signore, aiutami! Dio mio, se questo abbandono  opera
    Tua,  sia fatta la tua volont;  ma se io  ne  sono  stato  la  causa,
    insegnami  Tu  che  cosa  devo  fare.  Io mi perder a causa della mia
    depravazione, se Tu mi abbandonerai!".


    CAPITOLO 11.

    Gli affari di Rostv durante quei  due  anni  che  la  famiglia  aveva
    trascorsi in campagna, non erano per nulla migliorati.
    Quantunque Nikolj Rostv continuasse,  con fermo proposito, a prestar
    servizio in un reggimento non brillante spendendo  relativamente  poco
    denaro,  l'andamento  di vita a Otrdnoe e l'amministrazione tenuta da
    Mtenka,  facevano s che i debiti erano ogni anno in continuo aumento
    e la sola risorsa che si offrisse al vecchio consisteva nel riprendere
    servizio;  egli  si rec a Pietroburgo per procurarsi un posto e nello
    stesso tempo come diceva,  per far divertire,  per l'ultima volta,  le
    sue ragazze. Poco dopo l'arrivo dei Rostv a Pietroburgo, Berg domand
    la mano di Vera, e la sua domanda venne accolta.
    Quantunque i Rostv a Mosca appartenessero,  senza nemmeno saperlo,  e
    senza domandarsi di  quale  ceto  sociale  facessero  parte,  all'alta
    societ,  quando furono a Pietroburgo, il loro ambiente era formato da
    gente piuttosto mista e non ben  definita.  A  Pietroburgo  erano  dei
    provinciali,  sino  ai  quali non s'abbassavano neppure quelle persone
    che i Rostv a Mosca ospitavano senza chiedersi a quale  ceto  sociale
    appartenessero.
    Ospitali a Pietroburgo, come a Mosca, si potevano incontrare alle loro
    cene  le  persone pi diverse: vicini di campagna,  vecchi proprietari
    terrieri  non  ricchi,  con  le  loro  figlie,  la  damigella  d'onore
    Pernskaja,  Pierre  Bezuchov,  e  il  figlio  del  mastro  di  posta,
    impiegato a Pietroburgo. Tra gli uomini,  diventarono presto intimi di
    casa Rostv: Bors,  Pierre, che il vecchio conte aveva incontrato per
    via e portato a casa con s, e Berg che trascorreva giornate intere da
    loro e dimostrava verso la maggiore  delle  contessine,  Vera,  quella
    attenzione che pu dimostrare soltanto un uomo che abbia intenzione di
    fare una domanda di matrimonio.
    Non  invano  Berg  mostrava  a  tutti  la sua mano destra ferita nella
    battaglia di Austerlitz,  e sorreggeva con la sinistra la  spada,  che
    non gli serviva assolutamente a nulla.  Con tanta perseveranza e tanta
    gravit  narrava  quell'episodio,   che  tutti   si   erano   convinti
    dell'importanza e dell'utilit del suo gesto.  Del resto,  proprio per
    Austerlitz, Berg aveva avuto ben due ricompense al valore.
    Anche nella guerra di Finlandia (24) egli era riuscito a distinguersi.
    Aveva raccolto la scheggia di una granata che aveva ucciso un aiutante
    di  campo  a  fianco  del  generalissimo  e  l'aveva  portata  al  suo
    comandante.  Aveva raccontato anche questo fatto,  come gi l'episodio
    di Austerlitz,  a tutti,  con tanta foga e tanta  insistenza,  che  di
    nuovo  tutti  erano  convinti che bisognava assolutamente fare ci che
    egli aveva fatto e anche per la guerra di  Finlandia  Berg  era  stato
    insignito di due ricompense.  Nel 1809 era capitano della Guardia, con
    parecchie decorazioni  al  valore,  e  occupava  a  Pietroburgo  posti
    particolarmente vantaggiosi.
    Sebbene qualcuno, piuttosto scettico, sorridesse quando gli si parlava
    dei  meriti di Berg,  non si poteva negare che egli fosse un ufficiale
    zelante e coraggioso, tenuto in gran conto dai superiori, e un giovane
    irreprensibile che aveva avanti a s  una  brillante  carriera  e  che
    godeva di una solida posizione nella buona societ.
    Quattro anni prima,  essendosi incontrato nella platea di un teatro di
    Mosca con un amico tedesco, Berg gli aveva indicato Vera Rostv e,  in
    tedesco,  aveva detto: Das soll mein Weib werden " [25.  Quella sar
    mia moglie];  da quel momento aveva deciso  di  sposarla.  Adesso,  a
    Pietroburgo,  dopo  aver  considerato  la  condizione  dei Rostv e la
    propria,  aveva concluso che fosse giunto il momento giusto e fece  la
    sua dichiarazione.
    Sulle prime la domanda fu accolta con uno stupore poco lusinghiero per
    lui. Era sembrato strano che il figlio di un oscuro, piccolo nobile di
    Livonia  chiedesse  la  mano  di  una contessa Rostova;  ma la qualit
    dominante del carattere di Berg era un egoismo tanto ingenuo e bonario
    che i Rostv finirono con il pensare,  loro malgrado,  che il  partito
    fosse buono e,  data la ferma convinzione di lui,  non solo buono,  ma
    addirittura  ottimo.   Inoltre  gli  affari  dei  Rostv  erano  molto
    dissestati,  cosa  che  il  pretendente  doveva  certo sapere;  e poi,
    soprattutto,  Vera aveva ventiquattro anni,  aveva  frequentato  molta
    gente e,  quantunque fosse indiscutibilmente bella e virtuosa, nessuno
    ancora aveva chiesto di sposarla. Il consenso, dunque, fu accordato.
    - Ecco,  vedete,   -  diceva Berg a un suo compagno che definiva amico
    soltanto  perch sapeva che tutti hanno degli amici  -  ecco,  vedete,
    io ho calcolato ogni  cosa  e  non  prenderei  moglie  se  non  avessi
    riflettuto a tutto e se non ritenessi questo passo vantaggioso. Ma ora
    i  miei  genitori sono in condizioni finanziarie abbastanza buone,  ho
    combinato per loro un'affittanza di terre nella regione del Baltico, e
    io posso vivere a Pietroburgo: con il mio stipendio,  la  sostanza  di
    lei e la mia precisione e oculatezza,  me la caver benissimo.  Non mi
    sposo per il denaro,  giacch ritengo che questa  sia  un'azione  poco
    nobile,  ma  bisogna  che  la  moglie  collabori  con  il marito e che
    ciascuno metta la propria parte. Io ho la mia carriera,  lei ha le sue
    relazioni  e  qualche modesta rendita.  E in questi tempi ci vuol pur
    dire qualche cosa, non  vero? E quello che pi importa,  Vera Rostova
     una ragazza bellissima,  onorata e mi ama...  -  Berg nel dir questo
    arross e sorrise.   -  E anch'io l'amo perch    assennata  e  molto
    buona.  Sua  sorella,  al  contrario,  pur  appartenendo  alla  stessa
    famiglia,  completamente diversa, ha un carattere poco simpatico, non
     neanche molto intelligente;  insomma...  non mi va troppo...  La mia
    fidanzata,  invece...  Ecco,  verrete da noi...   -  e voleva dire: a
    desinare,  ma riflett un momento e  disse  a  prendere  il  t  e,
    volgendo rapidamente in bocca la lingua, cacci fuori un cerchietto di
    fumo che simboleggiava in pieno il suo sogno di felicit.
    Dopo  la  prima  impressione di stupore,  suscitata nei genitori dalla
    domanda di Berg,  subentr in famiglia  la  festosa,  consueta  gioia,
    abituale  in  simili casi,  ma si trattava di una gioia superficiale e
    fittizia.  I genitori della giovane contessa avvertivano un  senso  di
    imbarazzo  e di vergogna,  come se provassero il rimorso di aver amato
    cos poco Vera da sbarazzarsene ora cos volentieri.  Pi di tutti era
    turbato il vecchio conte. Egli, probabilmente, non avrebbe saputo dire
    la  causa  del  suo  imbarazzo,  che in realt derivava dalle precarie
    condizioni finanziarie.  Il conte ignorava nel modo pi  assoluto  che
    cosa  possedesse,  a  quanto  ammontassero  i  suoi  debiti e che cosa
    avrebbe potuto  dare  in  dote  a  Vera.  Quando  erano  nate  le  sue
    figliuole,  era  stata assegnata a ciascuna una propriet con trecento
    anime;  ma una di quelle  propriet  era  stata  venduta,  l'altra  si
    trovava cos gravata di ipoteche che la si doveva vendere, perci dare
    in  dote  una  tenuta  non era possibile.  E il denaro liquido mancava
    completamente.
    Berg era ormai fidanzato da pi  di  un  mese,  mancava  soltanto  una
    settimana  alle  nozze,  e  il  conte  non  aveva ancora risolto nulla
    relativamente alla questione della dote e non ne aveva neppure parlato
    con la moglie.  Ora pensava di assegnare a Vera la tenuta  di  Rjazn,
    ora  meditava  di vendere un bosco,  ora di prendere denaro a prestito
    firmando delle cambiali.  Pochi giorni prima delle nozze,  Berg  entr
    una  mattina  nello studio del conte e con un affabile sorriso domand
    rispettosamente al futuro suocero di essere informato sulla dote della
    contessina Vera.  Il conte rimase talmente turbato a  quella  domanda,
    attesa e temuta da tanto tempo,  che senza riflettere rispose la prima
    cosa che gli pass per la mente.
    - Mi fa piacere,  s,  mi fa piacere che tu  ti  preoccupi  di  questa
    questione: sarai contento...
    E,  dopo  aver  battuto  una  mano  sulla  spalla  di  Berg,  si alz,
    desideroso di troncare il discorso sull'argomento. Ma Berg, sempre con
    lo stesso affabile sorriso sulle  labbra,  gli  dichiar  che  se  non
    avesse  saputo  con  certezza ci che Vera avrebbe avuto di dote e non
    avesse avuto in anticipo almeno una parte di  ci  che  era  destinato
    alla fanciulla, egli sarebbe stato costretto a ritirarsi.
    -  Perch,  giudicate  voi  stesso,  conte:  se  mi permettessi ora di
    prender moglie senza essere certo  di  avere  i  mezzi  necessari  per
    mantenerla, commetterei una bassezza...
    Il  colloquio  si  concluse  cos,  che il conte,  volendo dimostrarsi
    generoso,  e non desiderando  subire  nuove  domande,  disse  che  gli
    avrebbe rilasciato una cambiale di ottantamila rubli. Berg sorrise con
    dolcezza,  baci  il  conte  sulla spalla e dichiar che gli era molto
    riconoscente,  ma che non poteva assolutamente iniziare la  sua  nuova
    vita senza disporre di trentamila rubli in contanti.
    - Almeno ventimila, conte,  -  aggiunse  -  e la cambiale sar solo di
    sessantamila.
    - S,  s,  sta bene...   -  rispose in fretta il conte.  -  Soltanto,
    scusami,  caro,  ma mi permetterai  di  darti  i  ventimila  rubli  in
    contanti  e  di rilasciarti ugualmente una cambiale di ottantamila.  E
    adesso dammi un bacio.


    CAPITOLO 12.

    Nel 1809 Natascia aveva sedici anni,  e il 1809 era proprio l'anno che
    la fanciulla aveva fissato come termine,  quattro anni prima, contando
    sulle dita, dopo il primo bacio scambiato con Bors.  Da allora non lo
    aveva  pi  rivisto.  In  presenza  di Snja e della madre,  quando il
    discorso cadeva su di lui,  ella soleva dire con  disinvoltura  e  con
    tranquillit, come di cosa decisa, che quello che era avvenuto quattro
    anni  prima era una fanciullaggine della quale non era neppure il caso
    di parlare e che era ormai dimenticata da un pezzo. Ma in fondo al suo
    cuore la fanciulla si domandava se l'impegno con Bors fosse  soltanto
    uno scherzo o una promessa seria che la legava a lui. E questa domanda
    la tormentava.
    Bors,  da  quando  era  partito da Mosca,  nel 1805,  per raggiungere
    l'esercito, non aveva pi riveduto i Rostv. Era stato a Mosca diverse
    volte,  era passato non lontano da Otrdnoe,  ma non era mai andato  a
    trovarli.
    Natascia  pensava talvolta che egli non volesse vederla,  e questa sua
    supposizione era confermata dal tono triste con cui le persone  grandi
    parlavano di lui.
    -  Al  giorno  d'oggi  si  dimenticano  i vecchi amici!   -  diceva la
    contessa, quando qualcuno accennava a Bors.
    Anna Michjlovna, che negli ultimi tempi frequentava meno i Rostv, si
    comportava in modo stranamente dignitoso  e  ogni  volta  parlava  con
    entusiasmo  e  riconoscenza dei meriti di suo figlio e della brillante
    carriera che stava percorrendo.  Quando  i  Rostv  si  stabilirono  a
    Pietroburgo, Bors and a trovarli.
    Si  rec  in  casa  loro non senza un certo turbamento.  Il ricordo di
    Natascia era il pi poetico  tra  tutti  i  ricordi  della  sua  vita;
    nondimeno  si  recava  dai  Rostv  con  la  ferma  intenzione di fare
    intendere chiaramente alla fanciulla e ai suoi genitori che i rapporti
    d'infanzia tra lui e Natascia non potevano costituire  un  impegno  n
    per lei n per lui. Egli aveva ora una brillante posizione in societ,
    grazie   all'intimit   con   la   contessa   Bezchova  e  godeva  di
    un'altrettanto  brillante   posizione   nell'esercito,   grazie   alla
    protezione  di  un  personaggio  altolocato  di  cui si era pienamente
    acquistata la fiducia, e gi vagheggiava un progetto di matrimonio con
    una delle  pi  ricche  fanciulle  della  citt,  progetto  facilmente
    realizzabile.
    Allorch  Bors  entr nel salotto dei Rostv,  Natascia si trovava in
    camera sua.  Informata dell'arrivo del  giovane,  essa,  con  il  viso
    soffuso  di  rossore,  entr  quasi  di corsa nel salotto,  sorridendo
    affettuosamente.
    Bors ricordava la Natascia in gonnella corta,  con gli occhi  neri  e
    lucenti  sotto i riccioli scomposti,  infantilmente gaia e ridente che
    egli aveva conosciuto quattro anni addietro e perci, quando entr nel
    salotto una Natascia del tutto diversa,  egli si sent imbarazzato,  e
    la sua faccia espresse un'estatica meraviglia;  una simile espressione
    rallegr molto Natascia.
    - Be', riconosci ancora la tua piccola amica?   -  chiese la contessa.
    Bors  baci la mano a Natascia e si meravigli del mutamento avvenuto
    in lei.
    - Come vi siete fatta bella!
    E come! risposero gli occhi ridenti della fanciulla.
    - E pap,  vi sembra invecchiato?   -  domand,  e si  sedette,  senza
    prendere parte alla conversazione tra Bors e la contessa,  osservando
    sino ai minimi particolari il fidanzato dell'infanzia. Egli sentiva su
    di s il peso affettuoso e ostinato di quello sguardo e,  di tanto  in
    tanto, lanciava un'occhiata alla fanciulla.
    La  divisa,  gli speroni,  la cravatta,  la pettinatura di Bors erano
    all'ultima moda e "comme il faut" [26. come si conviene].  Natascia lo
    not  subito.  Egli  sedeva un po' di fianco in una poltrona,  accanto
    alla contessa,  e con la destra si lisciava macchinalmente  il  guanto
    della  mano  sinistra,  attillato  e candido,  e parlava stringendo le
    labbra,  in modo particolare e raffinato,  dei divertimenti  dell'alta
    societ  pietroburghese,  e  in  tono leggermente ironico rievocava il
    passato e gli amici di Mosca.  Natascia avvert che non  a  caso  egli
    accenn, facendo i nomi delle persone dell'alta aristocrazia, al ballo
    di un ambasciatore e agli inviti ricevuti da N. N. e da S. S.
    La fanciulla,  continuando a restar seduta in silenzio, non cessava di
    guardare Bors di sottecchi.  E quello sguardo  cagionava  al  giovane
    ufficiale un turbamento e una inquietudine sempre pi crescenti.  Egli
    si volgeva pi spesso verso Natascia e si interrompeva  nel  racconto.
    Non si trattenne pi di dieci minuti,  si alz e si accomiat,  mentre
    gli occhi curiosi,  provocanti e  un  po'  beffardi  della  fanciulla,
    rimanevano fissi su di lui.  Dopo quella prima visita,  Bors si disse
    che Natascia aveva per lui la stessa attrattiva di un  tempo,  ma  che
    non  gli conveniva abbandonarsi a quel sentimento perch un matrimonio
    con lei  -  una ragazza quasi senza dote  -  sarebbe  stato  un  danno
    per  la  sua  carriera  e  che,  d'altra parte,  il rinnovare l'antica
    relazione senza avere per scopo il matrimonio sarebbe  stato  un  atto
    disonesto.
    Bors decise di evitare gli incontri con Natascia ma,  nonostante tale
    decisione,  dopo qualche giorno  torn  dai  Rostv,  a  poco  a  poco
    cominci  a  recarvisi spesso,  e le sue visite durarono talora intere
    giornate.   Immaginava  che  una  spiegazione   con   Natascia   fosse
    indispensabile;  sentiva  il  dovere  di  dirle  che il passato doveva
    essere dimenticato e che,  malgrado tutto,  ella non poteva  diventare
    sua  moglie  giacch egli era privo di mezzi e non gliel'avrebbero mai
    concessa.  Ma non riusciva a trovare il momento opportuno per iniziare
    quella  spiegazione,  e  ogni  giorno  si  invischiava  sempre di pi.
    Natascia,  stando alle osservazioni di sua madre e  di  Snja,  pareva
    sempre  innamorata  di  Bors.  Gli cantava le romanze preferite,  gli
    mostrava il suo album, e l'obbligava a scrivervi qualche pensiero, non
    gli permetteva di parlare  del  passato,  come  per  fargli  intendere
    quanto  fosse bello il presente.  E ogni giorno egli se ne andava come
    avvolto in una nebbia,  senza aver detto ci che aveva  intenzione  di
    dire,  senza sapere neppure che cosa avesse fatto, perch fosse venuto
    n come tutto ci si sarebbe risolto.
    Bors aveva cessato di frequentare il salotto  di  Elen,  ogni  giorno
    riceveva  da lei biglietti pieni di rimproveri,  e tuttavia passava le
    giornate intere in casa Rostv.


    CAPITOLO 13.

    Una sera, mentre la vecchia contessa, sospirando e tossicchiando,  gi
    in  tenuta  da  notte,  senza  riccioli finti,  con un'unica ciocca di
    capelli bianchi che spuntavano di sotto la  cuffietta  candida,  stava
    facendo  sul  tappetino  le  profonde  genuflessioni  delle  preghiere
    serali, ud stridere l'uscio alle sue spalle e vide precipitarsi nella
    stanza Natascia,  con le pantofole nei  piedi  nudi,  i  bigodini  nei
    capelli,  vestita  anch'essa  per  la  notte.  La  contessa  si  volt
    aggrottando il viso.  Stava recitando la  sua  ultima  preghiera:  Se
    questo letto dovesse essere la mia tomba....  L'irruzione di Natascia
    aveva troncato la sua disposizione alla preghiera. La fanciulla, rossa
    in viso e agitata, al vedere sua madre in atto di pregare, si ferm di
    colpo,  si rannicchi,  e involontariamente cacci  fuori  la  lingua,
    facendo  a  se  stessa  un cenno minaccioso.  Vedendo poi che la madre
    continuava le orazioni, corse in punta di piedi sino al letto,  lasci
    cadere rapida le pantofole strisciando un piede contro l'altro e salt
    su  quella  coltre che la contessa temeva potesse essere la sua coltre
    funebre.  Era un alto letto di piume con cinque morbidi guanciali  che
    diventavano sempre pi piccoli.  Natascia vi salt sopra, sprofond in
    tutta quella morbidezza,  si spost  verso  la  parete  e  cominci  a
    muoversi sotto le coperte, distendendosi, sollevando le ginocchia fino
    al mento,  scalciando e ridendo in maniera appena appena udibile,  ora
    coprendosi la testa,  ora guardando la madre.  La contessa,  finita la
    preghiera,  si  avvicin  al  letto  con  aria severa;  ma vedendo che
    Natascia si era nascosta sotto le coperte,  sorrise del  suo  bonario,
    debole sorriso.
    - Su, su, su...  -  disse.
    - Mamma,  posso parlarti un poco?   -  chiese Natascia.   -  Una volta
    ancora,  a cuore aperto,  e poi basta.   -  E,  gettate le braccia  al
    collo della contessa,  la baci sotto il mento.  Nei suoi rapporti con
    la madre,  Natascia usava modi apparentemente  bruschi,  ma  era  cos
    abile  e  delicata  che,  in qualunque modo l'abbracciasse,  lo faceva
    sempre senza cagionarle n dolore, n fastidio, n disagio.
    - Sentiamo: di che cosa si tratta questa sera?   -  chiese  la  madre,
    appoggiandosi ai guanciali e aspettando che Natascia,  fatte altre due
    giravolte su se stessa,  si stendesse accanto a lei  sotto  la  stessa
    coperta e ne avesse tratto fuori le braccia,  assumendo un'espressione
    seria.
    Quelle visite notturne di Natascia,  che avvenivano prima del  ritorno
    del  conte  dal circolo,  erano uno dei prediletti piaceri tanto della
    madre quanto della figlia.
    - Di che si tratta, dunque? Anch'io ti devo parlare...
    Natascia pose la mano sulla bocca della madre.
    - Di Bors...  lo so  -  disse in tono serio.   -    Sono  venuta  per
    questo.  Non parlate, lo so da me. No, parlate, invece.  -  E tolse la
    mano.  -  Ditemi, mamma, non  simpatico?
    - Natascia,  tu hai ormai sedici anni  e  alla  tua  et  io  ero  gi
    sposata.  Dici  che Bors  simpatico.  S,   molto simpatico,  e gli
    voglio bene come a un figliuolo.  Ma tu che vuoi?  Che cosa  pensi  di
    fare? Gli hai fatto girar la testa, questo lo vedo...
    Cos parlando,  la contessa guard la figlia. Natascia era distesa nel
    letto,  immobile,  e guardava fissamente davanti a s verso una  delle
    sfingi  di  mogano  intagliate  agli  angoli  del  letto,  cosicch la
    contessa vedeva soltanto di profilo il viso della figlia. Quel viso la
    colp per la sua espressione seria e concentrata.
    Natascia ascoltava e rifletteva.
    - Ebbene?  -  disse.
    - Tu gli hai fatto girare la testa,  e a che scopo?  Che cosa vuoi  da
    lui? Lo sai bene che non lo puoi sposare.
    - Perch?  -  domand Natascia, senza mutare posizione.
    -  Perch    giovane,  perch    povero,  perch   nostro parente e
    perch... tu stessa non lo ami.
    - E come lo sapete?
    - Lo so. E non  bene, cara.
    - E se io volessi?
    - Smettila di dire sciocchezze  -  osserv la contessa.
    - E se volessi...
    - Natascia, bada che io parlo seriamente.
    Natascia non lasci che la madre continuasse,  prese la lunga mano  di
    lei,  gliela baci prima sul dorso,  poi sulla palma,  poi la rigir e
    baci   successivamente   le   dite,   sulle   falangi,    sussurrando
    infantilmente: Gennaio, febbraio, marzo, aprile, maggio....
    - Parlate,  mamma, perch tacete, adesso? Parlate  -  disse voltandosi
    verso la madre che con occhio affettuoso osservava la figlia e che  in
    quella  contemplazione  sembrava aver dimenticato tutto ci che voleva
    dire.
    - E' una cosa  che  non  va,  anima  mia.  Non  tutti  possono  capire
    l'amicizia  che  esiste tra te e Bors sin dall'infanzia,  e il vedere
    tanta intimit tra voi due pu danneggiarti  agli  occhi  degli  altri
    giovani  che  frequentano  la  nostra  casa  ma,  soprattutto,  lo fai
    inutilmente soffrire.  Forse egli aveva gi trovato un buon partito  e
    ora tu gli fai perdere la testa.
    - Perdere la testa...  -  ripet Natascia.
    - Ti dir quello che accadde a me... Io avevo un cugino...
    - Lo so, Kirll Matveic', ma  vecchio, no?
    -  Non  stato sempre vecchio.  Senti,  Natascia,  parler io a Bors.
    Egli non deve pi venir da noi cos spesso...
    - E perch, se gli fa piacere venire?
    - Perch so che non si potr arrivare a una conclusione.
    - Come lo sapete? No, mamma, non ditegli nulla. Ma che sciocchezza!  -
    esclam Natascia,  con il tono di una persona  alla  quale  si  voglia
    portar  via  ci che le appartiene.   -  Sia pure: non lo sposer,  ma
    lasciate che continui a venire qui se  questo  gli  fa  piacere  e  fa
    piacere anche a me.   -  Natascia guard sua madre e sorrise.   -  Non
    lo sposer ma... cos...  -  ripet.
    - Cos come, cara?
    - S, cos. Cosa importa se non mi sposo; ma... cos...
    - Cos,  cos...   -  ripet la contessa e,  sobbalzando con tutto  il
    corpo, scoppi in un'improvvisa, bonaria risata da vecchia.
    - Smettetela di ridere,  basta!  -  esclam Natascia.  -  Fate tremare
    il  letto.  Mi  assomigliate  terribilmente,  siete  sempre  pronta  a
    ridere...  Aspettate...  -  Afferr tutt'e due le mani della contessa,
    su di una baci la nocca giugno e poi continu a baciare  luglio  e
    agosto sull'altra mano.   -  Mamma, ma lui  tanto innamorato? Che ve
    ne pare? Anche di voi si innamoravano cos? E' molto, molto simpatico,
    vero? Per non  del tutto di mio gusto. E' stretto,  stretto...  come
    la pendola della sala da pranzo!  Non mi capite?  Stretto,  sapete,  e
    grigio chiaro...
    - Ma che cosa vai dicendo?  -  domand la contessa.
    Natascia prosegu.
    - Possibile che non mi comprendiate?  Niklinka  capirebbe!  Bezuchov,
    invece,    turchino,  turchino  scuro,  con  del  rosso...  E poi,  
    quadrato.
    - Anche con quello tu civetti  -  osserv la contessa ridendo.
    - No, ho saputo che  massone... E' simpatico, turchino scuro, con del
    rosso... Come posso spiegarmi?
    - Contessinuccia,  non dormi?   -  si ud la  voce  del  conte  di  l
    dall'uscio.  Natascia  balz dal letto a piedi nudi,  prese in mano le
    pantofole e scapp di corsa nella sua camera.
    Per un bel pezzo non riusc a prendere sonno.  Pensava con  insistenza
    che  nessuno  poteva  comprendere  ci  che  era  in lei e ci che lei
    comprendeva.
    - Snja?  -  pens, guardando la fanciulla che dormiva rannicchiata, e
    la folta treccia di lei.   -   Ma  no,  essa    troppo  virtuosa.  E'
    innamorata  di  Niklinka e non vuol sapere altro.  E la mamma,  anche
    lei,  non capisce.  E' meraviglioso come sono intelligente...  e com'
    carina!    -  prosegu,  parlando di s in terza persona e immaginando
    che  cos  parlasse  di  lei  un  uomo  molto  intelligente,   il  pi
    intelligente,  il  migliore  degli  uomini.   -  Non le manca nulla  -
    continuava  quell'uomo;    -    ha  un'intelligenza  straordinaria,  
    simpatica e poi  bella,  molto, molto bella e abile; sa nuotare, va a
    cavallo magnificamente e ha una voce!  Una voce che  si  pu  definire
    meravigliosa!
    Canticchi  la  frase  musicale che preferiva a tutte,  da un'opera di
    Cherubini (27),  si butt sul letto,  ridendo di gioia al pensiero che
    si sarebbe addormentata subito, e chiam Dunjascia perch spegnesse la
    candela. Dunjascia non era ancora uscita dalla camera che Natascia era
    gi  passata  in un altro mondo,  pi felice di questo,  nel mondo dei
    sogni dove tutto era facile e bello come nella realt,  ma mille volte
    migliore perch era diverso.
    Il giorno dopo la contessa chiam Bors per parlare con lui, e da quel
    giorno egli cess di frequentare la casa dei Rostv.


    CAPITOLO 14.

    Il 31 dicembre,  alla vigilia del nuovo anno 1810,  per il "rveillon"
    (28),  si svolgeva un ballo in casa di un gran dignitario del tempo di
    Caterina.  Al ballo dovevano essere presenti il corpo diplomatico e il
    sovrano.
    Sul lungo  Neva  degli  Inglesi,  il  famoso  palazzo  del  dignitario
    splendeva di innumerevoli luci. All'ingresso, ai piedi della scalinata
    coperta  di  panno  rosso e vivamente illuminata,  stava di guardia la
    polizia, e non soltanto i gendarmi,  ma il capo stesso con una diecina
    di suoi ufficiali.  Le carrozze,  una dopo l'altra, giungevano e se ne
    andavano incessantemente, con servitori in livrea rossa e servitori in
    cappelli piumati.  Dalle carrozze scendevano signori in uniforme,  con
    decorazioni  e nastri,  e dame vestite di raso e di ermellino posavano
    con cautela il piede sul predellino rumorosamente abbassato e, a passo
    rapido e silenzioso, avanzavano sul tappeto della scalinata.
    Al sopraggiungere di ogni equipaggio,  un  mormorio  si  levava  dalla
    folla, mentre i cappelli si sollevavano.
    - L'imperatore? No... un ministro... un principe... un ambasciatore...
    Non  vedi le piume?   -  si diceva nella folla.  Uno degli spettatori,
    vestito  meglio  degli  altri,  che  pareva  conoscere  tutti,  andava
    elencando i nomi dei principali dignitari del tempo.
    Un  terzo  degli  invitati  era gi giunto al palazzo della festa e in
    casa dei Rostv,  che dovevano partecipare  al  ballo,  i  preparativi
    continuavano ancora, agitati e frettolosi.
    A proposito di quel ballo si erano avute, nella famiglia Rostv, molte
    discussioni,  molta  attesa  e molta paura che l'invito non giungesse,
    che gli abiti non fossero pronti o  che  qualcosa  potesse  andare  di
    traverso.
    Insieme  con  i  Rostv  doveva  recarsi  alla  festa Mrija Igntevna
    Pernskaja,  amica e parente  della  contessa,  magra  e  gialla  dama
    d'onore  della  vecchia  Corte,  che  avrebbe  fatto  da  guida a quei
    provinciali Rostv nell'alta societ di Pietroburgo.
    Alle dieci di sera,  i Rostv dovevano passare a prenderla al giardino
    di  Tauride,  ma  alle dieci meno cinque le signorine non erano ancora
    pronte.
    Natascia partecipava per la prima volta a un gran ballo.  Quel  giorno
    ella  si  era  alzata alle otto e aveva trascorso tutta la giornata in
    un'agitazione e in un'attivit febbrili.  Sin dal primo mattino  aveva
    prodigato  tutti i suoi sforzi per far s che lei stessa,  sua madre e
    Snja fossero abbigliate nel miglior modo  possibile,  e  Snja  e  la
    contessa  si  erano  affidate completamente a lei.  La contessa doveva
    indossare un vestito di velluto cremisi cangiante e le  due  fanciulle
    abiti di velo bianco trasparenti su sottovesti rosa e dalla scollatura
    guernita di rose. I capelli dovevano essere acconciati alla greca.
    Le  operazioni essenziali erano state fatte: i piedi,  le braccia,  il
    collo,  gli orecchi,  erano stati lavati,  profumati e incipriati  con
    grande cura,  come si conviene quando ci si reca a una festa da ballo,
    le calze traforate di seta erano gi state infilate e le scarpette  di
    raso  bianco  ornate di fiocchetti gi calzate.  Le acconciature erano
    quasi terminate. Snja aveva finito di vestirsi, la contessa pure,  ma
    Natascia,  che si era data da fare per tutte,  era in ritardo.  Sedeva
    ancora davanti allo specchio,  con un accappatoio gettato sulle  magre
    spalle. Snja, ormai pronta, era ritta in mezzo alla stanza e premendo
    con  il  mignolo  sino  a  farsi  male,  si  appuntava l'ultimo nastro
    frusciante.
    - Non cos, Snja, non cos!  -  esclam Natascia,  volgendo il capo e
    afferrandosi  con  le  mani  i  lunghi  capelli che la cameriera stava
    acconciandole e che non fece in tempo a lasciare.
    - Quel nastro messo a quel modo non sta bene: vieni qui!   -  Snja le
    si avvicin e si sedette. Natascia glielo annod in un altro modo.
    -  Scusate,  signorina,  ma  non riesco a far nulla...   -  osserv la
    cameriera, che teneva ancora tra le mani i capelli di Natascia.
    - Ah, mio Dio, farai dopo! Ecco, Snja, adesso va bene.
    - Siete pronte s o no?   -  si ud la voce della contessa.   -   Sono
    quasi le dieci.
    - Subito, subito! E voi, mamma, siete pronta?
    - Non ho pi che da appuntarmi il tocco sull'acconciatura.
    - Non fatelo senza di me!   -  grid Natascia.   -  Da sola, non siete
    capace...
    - Ma sono gi le dieci.
    Si era deciso di arrivare al ballo per le dieci e mezzo,  ma  Natascia
    doveva  finire  di vestirsi e poi si doveva ancora passare al giardino
    di Tauride.
    Pettinata  che  fu,  Natascia,  in  sottanina  corta  sotto  la  quale
    spuntavano  le  scarpine  da ballo e con addosso un giacchettino della
    madre, corse da Snja,  la esamin rapidamente e poi and dalla madre.
    Facendole voltare la testa in ogni senso,  le appunt il tocco e, dopo
    averle baciato i capelli grigi,  si avvicin di nuovo  alle  cameriere
    che stavano lavorando all'orlo della sua gonna.
    La  gonna  era  troppo  lunga:  due  delle  ragazze  erano  intente ad
    accorciarla, cucendo in fretta; una terza, che teneva gli spilli tra i
    denti e tra le labbra,  correva ora  dalla  contessa,  ora  da  Snja,
    mentre una quarta le reggeva,  con le braccia alzate,  la bianca veste
    di velo.
    - Marvuscia, sbrigati, cara!
    - Volete darmi il ditale, signorina?
    - Ma siete finalmente pronte?  -  chiese il conte, entrando.   -  Ecco
    dei   profumi  per  voi...   La  signorina  Pernskaja  ci  star  gi
    aspettando.
    - Ecco fatto,  signorina  -  disse una cameriera,  sollevando con  due
    dita  il  lembo  della veste accorciata;  ci soffi sopra e lo scosse,
    rivelando con quei gesti come fosse ben conscia della vaporosit e del
    candore dell'abito che teneva tra le mani.
    Natascia cominci a infilarsi il vestito.
    - Subito, subito, pap! Non entrare ancora!  -  grid di sotto il velo
    della gonna che le copriva il viso.
    Snja chiuse la porta sbattendola.  Ma un minuto dopo fu fatto entrare
    il conte,  in marsina azzurra,  calze di seta e scarpine, impomatato e
    profumato.
    - Ah, pap, come sei bello! Una meraviglia!   -  esclam Natascia che,
    ritta  in  mezzo  alla  camera,  si  stava aggiustando le pieghe della
    veste.
    - Permettete,  signorina,  permettete  -  diceva la cameriera che,  in
    ginocchio, tirava qua e l la gonna, spostando gli spilli da un angolo
    all'altro della bocca, con la punta della lingua.
    - Di' quello che vuoi  -  grid con accento di disperazione Snja;   -
    di' quello che vuoi, ma il tuo abito  ancora troppo lungo.
    Natascia si allontan un poco per guardarsi nella specchiera.  L'abito
    era veramente troppo lungo.
    -  Com'  vero  Dio,  signorina,  non    troppo  lungo    -  dichiar
    Marvuscia,  che si trascinava in ginocchio sul pavimento  dietro  alla
    signorina.
    - Be',  se vi pare ancora troppo lungo,  lo accorciamo in un minuto  -
    disse risolutamente Dunjascia,  togliendosi un ago dal fazzoletto  che
    portava sul petto e accingendosi al lavoro, seduta sul pavimento.
    In  quel  momento  entr  con  timidi passi silenziosi la contessa con
    l'abito di velluto e il tocco in testa.
    - Uh, la mia bellezza!  -  grid il conte.   -  La pi bella di tutte!
    -   Fece per abbracciare la moglie ma quella,  tutta rossa,  si scost
    nel timore che il marito le sgualcisse il vestito.
    - Mamma, il tocco va messo pi di sbieco  -  sugger Natascia.  Ora te
    lo accomodo io  -  e si slanci in avanti,  mentre le cameriere che le
    stavano accorciando  la  gonna  non  fecero  in  tempo  a  seguirla  e
    lacerarono un lembo di essa.
    - Mio Dio, cosa  successo! Ma giuro che non  colpa mia!
    - Non  nulla,  lo accomodo subito: nessuno se ne accorger  -  diceva
    Dunjascia.
    - Oh,  che bellezza,  oh,  la mia regina!   -  esclam dalla soglia la
    vecchia bambinaia.  -  E Snjuska, pure, siete due bellezze!
    Finalmente, alle dieci e un quarto, tutta la famiglia sal in carrozza
    e part. Ma bisognava ancora passare dal giardino di Tauride.
    La  Pernskaja  era  gi  pronta.  Malgrado  l'et  e la bruttezza,  i
    preparativi si erano svolti precisamente come dai Rostv,  se pure con
    minor  fretta,  dato  che  per  lei  era  una cosa abituale,  ma aveva
    anch'essa lavato, profumato,  incipriato il suo vecchio e brutto corpo
    e  con  la stessa cura si era lavata dietro le orecchie;  come in casa
    Rostv,   la  vecchia  cameriera   aveva   ammirato   con   entusiasmo
    l'abbigliamento  della  padrona  allorch  questa  comparve in salotto
    indossando un vestito giallo,  con il corsetto fregiato dal monogramma
    delle dame di Corte.
    La  Pernskaja  lod  l'abbigliamento  delle  Rostv.   Queste  fecero
    l'elogio del buon gusto di lei e  della  sua  toeletta  e,  con  molte
    precauzioni perch le acconciature e le gonne non si sciupassero, alle
    undici salirono tutti in carrozza e partirono.


    CAPITOLO 15.

    Dalla  mattina  Natascia  non  era  stata libera un minuto e non aveva
    neppure avuto il tempo di pensare a ci che l'attendeva.
    Nell'aria umida e fredda,  nello spazio  ristretto  e  semibuio  della
    carrozza traballante, per la prima volta le si present alla mente ci
    che  avrebbe  trovato  laggi,  nei  saloni illuminati,  alla festa da
    ballo: la musica, i fiori, le danze,  l'imperatore,  tutta la giovent
    brillante   di   Pietroburgo.   Ci   che   l'attendeva  era  talmente
    meraviglioso che non poteva neanche crederci,  tanto era in  contrasto
    con  l'impressione  di  freddo,  di  mancanza  di spazio e di buio che
    provava nella carrozza. Cap quello che sarebbe stato soltanto quando,
    dopo essere passata sul rosso  tappetto  della  scalinata,  entr  nel
    vestibolo,  si tolse la pelliccia e, a fianco di Snja, precedendo sua
    madre, sal tra i fiori lo scalone sfarzosamente illuminato.  Soltanto
    allora   si  ricord  come  dovesse  comportarsi  e  cerc  d'assumere
    quell'atteggiamento  maestoso  che  riteneva  indispensabile  in   una
    ragazza  che si rechi a un ballo.  Ma,  per sua fortuna,  gli occhi le
    rimasero abbagliati: non distingueva pi nulla chiaramente,  il  polso
    le batteva cento volte al minuto, e il sangue le martellava nel cuore.
    Non  le  fu  dunque  possibile  assumere  quell'aria  di  sussiego che
    l'avrebbe resa ridicola,  e camminava sentendosi quasi venir meno  per
    l'emozione,  facendo grandi sforzi per nascondere il suo turbamento. E
    questo era proprio il contegno che  le  si  addiceva  meglio  di  ogni
    altro.  Davanti e dietro ai Rostv, conversando sottovoce, in abito da
    ballo, salivano altri invitati. Gli specchi lungo la sala riflettevano
    le signore in vesti bianche, azzurre, rosa, con diamanti e perle sulle
    braccia scoperte e sui colli nudi.
    Natascia guardava in quegli specchi,  ma  non  poteva  distinguere  la
    propria   figura  dalle  altre.   Tutto  si  confondeva  in  un'unica,
    scintillante processione.  Quando entr nella prima  sala,  un  ronzio
    regolare  di  voci,  di  passi,  di  saluti,  la stord;  la luce e lo
    scintillio l'abbagliavano ancora di pi.  Il padrone e la  padrona  di
    casa,  che  gi da mezz'ora stavano presso la porta e che ripetevano a
    tutti coloro che entravano le stesse parole: Charm  de  vous  voir!
    [29.  Felice di vedervi!], accolsero nello stesso modo i Rostv e la
    signorina Pernskaja.  Le due fanciulle biancovestite,  con i  capelli
    neri    ornati    di   rose,    fecero   un'eguale   riverenza,    ma,
    involontariamente,  la padrona di casa ferm pi a  lungo  lo  sguardo
    sulla  sottile  figura  di  Natascia,  ed  ebbe  per  lei  un  sorriso
    particolare,  diverso da quello che  aveva  per  tutti  gli  invitati.
    Guardando  la fanciulla ricordava forse il bel tempo,  che non sarebbe
    tornato mai pi,  della sua giovent e del suo primo ballo.  Anche  il
    padrone di casa segu con lo sguardo Natascia e domand al conte quale
    fosse sua figlia.
    - "Charmante!" [30.  Deliziosa!]  -  disse,  baciandosi la punta delle
    dita.
    Nel salone da ballo gli invitati si affollavano presso  la  porta,  in
    attesa  dell'imperatore.  La  contessa  prese  posto nelle prime file.
    Natascia sentiva e capiva che alcune persone chiedevano di lei  e  che
    molti occhi la guardavano.  Cap di piacere a quanti l'avevano notata,
    e questo la rassicur un poco.
    C' gente come noi e ce n' anche di peggio!, pens.
    La signorina  Pernskaja  indicava  alla  contessa  i  personaggi  pi
    importanti presenti al ballo.
    - Ecco l'ambasciatore d'Olanda... guardate... quello l, in fondo, con
    i  capelli  bianchi    -  diceva,  indicando un vecchietto dalla folta
    chioma argentea e ricciuta il quale faceva ridere,  chiss perch,  un
    gruppo di signore che lo attorniavano.
    -  Ed  ecco  la  regina  di  Pietroburgo,  la  contessa  Bezchova   -
    aggiunse, accennando a Elen che stava entrando in quel momento.- Com'
    bella! Neppure Mrija Antnovna (31) regge al suo confronto.  Guardate
    come l'ammirano giovani e vecchi! Bella e intelligente. Si dice che un
    principe ereditario...  vada pazzo per lei. E quelle due l, guardate,
    quantunque  non  siano  cos  belle,  sono  anche  pi  attorniate  da
    ammiratori.
    E  indic  una  signora  che  attraversava  la sala accompagnata dalla
    figliuola, una fanciulla piuttosto bruttina.
    - La ragazza  un partito...  milionario  -  aggiunse la  Pernskaja.-
    Ed ecco gli spasimanti. Quello  il fratello della contessa Bezchova,
    Anatolij  Kuragin    -    e  indic un bel cavaliere della Guardia che
    passava con la testa alta in mezzo alle signore e con lo sguardo volto
    chiss dove.  -  Com' bello,  vero?  Dicono che gli daranno in moglie
    quella  milionaria.  Anche  vostro  cugino  Drubetzkj  le  sta  molto
    attorno...  Sfido,  si tratta di  milioni!  Ma  s,  s...    proprio
    l'ambasciatore di Francia  -  rispose alla contessa che,  accennando a
    Caulaincourt,  le domandava chi  fosse.-    Guardatelo,  che  arie  da
    imperatore!  Malgrado  tutto,  per,  i  Francesi  sono  molto,  molto
    simpatici: in societ nessuno riesce  pi  simpatico  di  loro...  Ah,
    eccola,  la nostra Mrija Antnovna!  E' pur sempre lei,  per, la pi
    bella di tutte... E che abbigliamento semplice! Deliziosa,  veramente!
    E  quel  tipo laggi,  quel grasso,  con gli occhiali  il frammassone
    internazionale  -  soggiunse la Pernskaja,  indicando  Bezuchov.    -
    Mettetelo vicino a sua moglie e vedrete come sar grottesco!
    Pierre avanzava dondolandosi sul corpo pesante, facendosi largo tra la
    gente,  salutando a destra e a sinistra con noncurante bonariet, come
    se camminasse in mezzo alla folla di un  mercato.  Si  moveva  tra  la
    ressa, evidentemente cercando qualcuno.
    Natascia  guardava  con  piacere  il  viso noto di Pierre,  il viso di
    quell'uomo grottesco,  come l'aveva definito la Pernskaja,  e  sapeva
    che   Pierre,   tra  tutta  quella  gente,   cercava  proprio  loro  e
    specialmente lei.  Egli le aveva promesso di partecipare al ballo e di
    presentarle dei cavalieri.
    Ma  prima di avvicinarsi ai Rostv,  Pierre si ferm presso un giovane
    bruno, non alto, molto bello, in uniforme bianca,  che stava davanti a
    una  finestra  e  conversava  con  un signore alto,  vecchio dal petto
    coperto di decorazioni.  Natascia riconobbe subito il giovane di media
    statura  in  uniforme  bianca:  era  Bolkonskij,  che  le sembr molto
    ringiovanito, pi allegro e pi bello.
    - Ecco un'altra conoscenza, Bolkonskij!  Lo vedete,  mamma?   -  disse
    Natascia, indicando il principe Andrj.  -  Ricordate che ha trascorso
    una notte da noi a Otrdnoe?
    - Ah, lo conoscete anche voi?  -  interloqu la Pernskaja.  -  Io non
    lo posso soffrire!  "Il fait  prsent la pluie et le beau temps" [32.
    Adesso fa il buono e il cattivo  tempo].  E'  di  una  superbia  senza
    limiti: ha preso da suo padre.  E' diventato molto amico di Speranskij
    e stanno preparando insieme non so quali progetti...  Guardate come si
    comporta con le signore! Quelle gli rivolgono la parola e lui si volta
    dall'altra parte  -  disse,  indicandolo.   -  Se facesse cos con me,
    gli insegnerei io l'educazione!


    CAPITOLO 16.

    Tutt'a un tratto  grande  agitazione:  la  folla  fu  percorsa  da  un
    mormorio, si accalc, si divise di nuovo e tra due ali di invitati, al
    suono dell'orchestra, entr l'imperatore, seguito dai padroni di casa.
    Il sovrano camminava svelto,  salutando a destra e a sinistra, come se
    volesse liberarsi al pi presto dei  primi  momenti  dell'incontro.  I
    musicanti  eseguivano una "polacca",  allora assai in voga soprattutto
    per le parole che cominciavano cos:  Aleksndr,  Elizaveta,  voi  ci
    affascinate!.  L'imperatore  entr  nel  salone,  mentre  la folla si
    slanci verso gli usci; alcuni personaggi,  i cui volti avevano mutato
    espressione,  entrarono  in fretta dietro il sovrano e poi rapidamente
    tornarono indietro.  La folla,  dall'uscio del salotto,  si rivers di
    nuovo  nel  salone,  e nel vano apparve l'imperatore intento a parlare
    con la padrona di casa. Un giovane, visibilmente turbato,  mosse verso
    le signore,  pregandole di farsi da parte. Alcune di esse, infatti, il
    cui viso esprimeva un completo oblio di ogni convenienza  mondana,  si
    spingevano avanti, incuranti di sgualcire i loro abiti da ballo.
    Gli uomini cominciarono ad avvicinarsi alle dame e gi si formavano le
    prime coppie della "polacca".
    Tutti  fecero  largo  e  l'imperatore,  sorridendo e traendo per mano,
    contro tempo,  la padrona di casa,  varc la soglia  del  salotto.  Lo
    seguivano  il  padrone  di  casa  con Mrija Antnovna Naryskina;  poi
    venivano  ambasciatori,  ministri,   diversi  generali  dei  quali  la
    Pernskaja diceva via via i nomi,  senza pigliar fiato. Pi della met
    delle dame avevano  gi  i  loro  cavalieri  e  gi  ballavano,  o  si
    preparavano  a  ballare  la  polacca.  Natascia  sentiva che stava per
    rimanere con sua madre e con Snja nel piccolo  gruppo  delle  signore
    addossate  alla  parete  e  che  nessuno invitava a ballare.  Le esili
    braccia abbandonate lungo i fianchi,  il seno appena  segnato  che  si
    sollevava  seguendo  il  ritmo del respiro,  guardava dinanzi a s con
    occhi scintillanti e spauriti,  con l'espressione dell'attesa  di  una
    grandissima  gioia  o di un grandissimo dolore.  Non si interessava n
    dell'imperatore n  degli  importanti  personaggi  che  la  Pernskaja
    indicava.  Un  solo  pensiero  occupava  la  sua mente: Possibile che
    nessuno si avvicini a me,  possibile che io non sia  tra  le  prime  a
    ballare?  Che  non  si accorgano di me tutti questi uomini i quali non
    sembrano  neppure  vedermi  e,   se  mi   guardano,   lo   fanno   con
    un'espressione  che pare voglia dire: "Ah,  non  lei...  non  quella
    che cercavo...  non mette neppur  conto  di  guardarla!".  No,  non  
    possibile!,  pensava. Costoro devono capire che io desidero ballare,
    che so ballare bene e che si divertirebbero molto ballando con me.
    Le note della "polacca", che durava gi da parecchio tempo, giungevano
    all'orecchio di Natascia tristi come un ricordo.  Ella aveva voglia di
    piangere.  La Pernskaja si era allontanata da loro. Il conte stava in
    un altro angolo della sala;  la contessa,  Snja e lei erano sole come
    in una foresta,  in mezzo a quella folla di estranei, non interessanti
    e non necessarie ad alcuno.  Il principe Andrj in  compagnia  di  una
    signora  pass  loro  davanti,  evidentemente  senza riconoscerle.  Il
    bell'Anatolij,  sorridendo,  diceva  qualcosa  alla  dama  alla  quale
    offriva  il braccio e passando guard Natascia con lo stesso interesse
    con cui avrebbe guardato un  muro.  Per  ben  due  volte  Bors  pass
    davanti  alle fanciulle e tutt'e due le volte volse il capo dall'altra
    parte. Berg e sua moglie, che non ballavano, si avvicinarono a loro.
    A Natascia, quella riunione di famiglia l,  al ballo,  come se non vi
    fosse un altro luogo pi adatto per le conversazioni domestiche, parve
    umiliante. Essa non ascoltava e non guardava Vera che le stava dicendo
    non so che cosa a proposito del suo abito verde.
    Finalmente  l'imperatore  si ferm accanto alla sua ultima dama (aveva
    ballato con tre signore), la musica tacque; l'aiutante di campo, serio
    e affaccendato,  corse dalle Rostv pregandole di tirarsi  ancora  pi
    indietro,  sebbene  esse  fossero  gi  con  le spalle appoggiate alla
    parete  mentre  dalla  galleria  cominciarono  a  giungere,   caute  e
    indistinte,  le  note dolci e trascinanti di un valzer.  L'imperatore,
    sorridendo,  diede uno sguardo  alla  sala.  Trascorse  un  minuto,  e
    nessuno ancora riprendeva a ballare. L'aiutante di campo, direttore di
    sala,  si avvicin alla contessa Bezchova e la invit.  Essa,  con un
    bel sorriso,  sollev una mano  e  gliela  pose  sulla  spalla,  senza
    guardarlo.  L'aiutante,  vero  esperto  in  materia,  con  sicurezza e
    misura,  senza affrettarsi,  allacci stretta la sua dama e si slanci
    con  lei,  dapprima  scivolando  lungo  un  semicerchio,  poi,  giunto
    all'angolo della sala e presa la mano sinistra  della  dama,  le  fece
    fare  un  giro  su  se  stessa e,  tra i suoni sempre pi rapidi della
    musica, si ud solo il battere ritmico degli agili piedi dell'aiutante
    mentre, ogni tre battute, al momento della girata,  l'abito di velluto
    della dama ondeggiava, sollevandosi.
    Natascia  fissava  la coppia e sentiva tanta voglia di piangere perch
    non era stata invitata lei a ballare quel primo giro di valzer.
    Il  principe  Andrj,   nella  sua  bianca  divisa  di  colonnello  di
    cavalleria,  in  calze  di seta e scarpini,  allegro e animato,  stava
    nelle prime file del gruppo a breve distanza dalle Rostv.  Il  barone
    Vierhof  discorreva con lui della prima seduta del Consiglio di stato,
    che doveva aver luogo il giorno seguente.  Il  principe  Andrj,  come
    intimo di Speranskij e come membro della Commissione legislativa,  era
    in grado di dare informazioni sicure a  proposito  di  quella  seduta,
    sulla quale correvano voci diverse.  Ma egli non ascoltava ci che gli
    stava dicendo il suo interlocutore e guardava ora l'imperatore  ora  i
    cavalieri  che  si  accingevano a ballare ed esitavano a lanciarsi nel
    circolo della danza.
    Il principe Andrj osservava quei ballerini intimiditi dalla  presenza
    del sovrano e quelle dame che ardevano dal desiderio di essere notate.
    Pierre si accost a lui e lo prese per un braccio.
    - Voi ballate sempre.  Qui c' una mia "protge" [33.  protetta],  la
    piccola Rostova: andate a invitarla  -  gli disse.
    - Dov'?   -  domand Bolkonskij.   -  Vi chiedo scusa  -    aggiunse,
    rivolgendosi   al   barone.     -    Continueremo  altrove  la  nostra
    conversazione.  A un ballo si deve pur ballare!   -  E si mosse  nella
    direzione   che   Pierre  gli  indicava.   L'espressione  disperata  e
    trepidante del viso di Natascia colp lo sguardo del principe  Andrj.
    Riconobbe  la fanciulla,  ne indovin i pensieri,  cap che questo era
    per lei il primo ballo,  ricord  i  discorsi  della  giovinetta  alla
    finestra e con aria allegra si avvicin alla contessa Rostv.
    -  Permettetemi  che  vi  presenti  mia  figlia  -  disse la contessa,
    arrossendo.
    - Ho gi il piacere di conoscerla,  se la contessina si ricorda di  me
    -    rispose il principe Andrj con un inchino profondo e cortese,  in
    contrasto con le osservazioni fatte dalla  Pernskaja  sui  suoi  modi
    villani.  Si  avvicin a Natascia e sollev il braccio per cingerle la
    vita ancor prima di averla invitata a ballare.  Le propose un giro  di
    valzer.  Il  viso  trepidante di Natascia,  pronto alla disperazione e
    all'entusiasmo,  si  illumin  di  colpo  di  un  sorriso  di  felice,
    infantile riconoscenza.
    Ti  attendevo  da  un  pezzo,  pareva dire quella bambina sgomenta e
    felice,  con il  sorriso  spuntato  da  dietro  le  lacrime  pronte  a
    sgorgare, mentre posava la mano sulla spalla del principe Andrj. Essi
    formavano  la seconda coppia che entrava nel giro.  Il principe Andrj
    era uno dei pi  abili  ballerini  del  suo  tempo.  Natascia  ballava
    mirabilmente.  I  suoi  piedini,  nelle  scarpine  di raso,  pareva si
    sollevassero rapidi e leggeri, indipendentemente da lei, e il suo viso
    raggiava di entusiasmo e di felicit.  Il suo collo e le  sue  braccia
    erano di una magrezza infantile,  non belle.  Paragonate con le spalle
    di Elen,  quelle di Natascia erano gracili,  il seno non  formato,  le
    braccia sottili;  ma su Elen pareva si fosse posata la patina di tutte
    le migliaia di sguardi che  avevano  sfiorato  il  suo  corpo,  mentre
    Natascia aveva l'aspetto di una bimba che per la prima volta indossava
    un  abito  scollato,  una bimba che si sarebbe vergognata di mostrarsi
    cos se non l'avessero convinta che cos era necessario fare.
    Al principe Andrj piaceva ballare e,  desideroso di liberarsi al  pi
    presto  sia  delle  conversazioni  politiche  e  impegnate  che  tutti
    intavolavano  con  lui,  sia  della  timidezza  che  lo  indispettiva,
    cagionata  dalla presenza del sovrano,  si era messo a ballare e aveva
    scelto Natascia, perch Pierre gliel'aveva indicata e perch era stata
    la prima donna graziosa a cadergli sotto  gli  occhi;  ma  non  appena
    strinse a s quel corpicino agile e snello,  e la fanciulla si mosse e
    gli sorrise cos da vicino,  l'ebbrezza del fascino che emanava da lei
    gli  sal alla testa;  e mentre,  riprendendo fiato e lasciandola,  si
    fermava  a  guardare  le  coppie  che  ancora  ballavano,   si   sent
    ringiovanito e pieno di vita.


    CAPITOLO 17.

    Dopo il principe Andrj,  a Natascia si avvicin Bors,  invitandola a
    ballare; poi si present anche l'aiutante di campo che aveva aperto le
    danze,  seguito da altri giovani.  E Natascia,  cedendo a Snja alcuni
    dei suoi troppo numerosi cavalieri, accesa in viso e felice, non smise
    di  ballare  per  tutta  la sera.  Non vide nulla di ci che in quella
    festa interessava tutti gli altri.  Non solo non not che l'imperatore
    si  intrattenne a lungo a conversare con l'ambasciatore francese,  non
    si avvide come egli parlasse con particolare amabilit con l'una e con
    l'altra signora o come il tale o tal altro principe facesse o  dicesse
    questo  o  quell'altra  cosa,  n che Elen avesse un grande successo e
    fosse  stata  onorata  della  particolare  attenzione  di   un   certo
    personaggio; ella non vide nemmeno l'imperatore, e si accorse che egli
    se ne era andato soltanto perch, dopo che il sovrano ebbe lasciato la
    sala,  l'animazione  del  ballo  si fece pi viva.  Il principe Andrj
    ball con Natascia uno degli allegri "cotillons" prima della cena.  Le
    ricord  il  loro primo incontro nel viale di Otrdnoe e come ella non
    riuscisse ad addormentarsi in una certa notte  di  luna,  e  le  disse
    anche che, suo malgrado, l'aveva udita parlare alla finestra. Natascia
    arross  a  quel ricordo e cerc di giustificarsi,  come se si dovesse
    vergognare del sentimento in preda al quale il principe Andrj l'aveva
    involontariamente sorpresa.
    Il principe Andrj, come tutte le persone cresciute nell'alta societ,
    amava aver rapporti nel bel mondo con coloro che  erano  esenti  dalla
    comune impronta mondana.  E cos era Natascia, con i suoi stupori, con
    la sua gioia,  la sua  timidezza  e  persino  con  i  suoi  errori  di
    francese.  Egli  si  comportava  con la fanciulla e le parlava in modo
    particolarmente affettuoso.  Sedendole accanto e discorrendo  con  lei
    degli  argomenti  pi  comuni  e senza importanza,  il principe Andrj
    ammirava il gioioso splendore degli occhi e del sorriso  di  lei,  che
    non  dipendevano dalle parole che il giovane pronunziava,  ma soltanto
    dall'intima sua felicit.  Quando altri invitavano Natascia ed ella si
    alzava sorridendo e si metteva a ballare,  il principe Andrj ammirava
    soprattutto la sua grazia timida e  ingenua.  A  met  del  "cotillon"
    Natascia,  dopo  la fine di una figura,  ritorn con il respiro ancora
    ansante al suo posto.  Un  altro  cavaliere  la  invit.  Era  stanca,
    oppressa,  e  avrebbe voluto rifiutare,  ma a un tratto si decise,  si
    alz e allegramente pos la mano sulla spalla del suo nuovo  cavaliere
    e sorrise al principe Andrj.
    Sarei  stata  felice  di riposarmi e di restare seduta accanto a voi,
    sono stanca, ma poich, come vedete, mi invitano, io ne sono lieta, io
    voglio bene a tutti, e noi due, a questo riguardo,  ci intendiamo...,
    e molte, molte altre cose ancora diceva quel sorriso.
    Quando il cavaliere la lasci,  Natascia attravers correndo la sala a
    prendere altre due dame per la figura successiva.
    Se si avviciner prima a sua cugina,  ella sar mia moglie,  disse a
    se stesso,  all'improvviso,  il principe Andrj, guardandola. Natascia
    mosse subito verso la cugina.
    Che sciocchezze ci passano talvolta per il capo!,  pens il principe
    Andrj.  Ma    certo  che  questa fanciulla  tanto graziosa e tanto
    originale che non baller neppure un  mese  qui  a  Pietroburgo  senza
    trovar  marito...  Qui    una  vera  rarit.  Cos  pensava,  mentre
    Natascia,  accomodandosi la rosa che portava  alla  cintura,  torn  a
    sedersi accanto a lui.
    Alla  fine  del  "cotillon",  il  vecchio  conte in marsina azzurra si
    avvicin alla coppia.  Invit il principe Andrj a casa  sua,  e  alla
    figliuola  chiese  se fosse contenta.  Natascia non gli rispose;  ebbe
    soltanto un sorriso che pareva voler dire in tono di  rimprovero:  E'
    possibile domandare una cosa simile?.
    -  Non  mi  sono  mai divertita tanto in vita mia!   -  rispose,  e il
    principe Andrj not come le sue esili braccia che si erano  sollevate
    rapidamente per abbracciare il padre,  erano subito ricadute. Natascia
    era realmente felice,  come non lo era mai stata in  vita  sua.  Aveva
    raggiunto  quel  supremo  grado di gaudio in cui una creatura umana si
    sente infinitamente buona e non pu credere alla possibilit del male,
    della sventura e del dolore.
    Durante quel ballo, Pierre per la prima volta si sent umiliato per la
    posizione che sua  moglie  occupava  nell'alta  societ.  Era  cupo  e
    distratto.  Una  ruga  profonda gli attraversava la fronte;  ritto nel
    vano di una finestra,  guardava  attraverso  le  lenti,  senza  vedere
    nessuno.
    Natascia,  nell'andare a cena, gli pass davanti. Il viso accigliato e
    dall'espressione dolorosa di Pierre la colp. Si ferm, avrebbe voluto
    aiutarlo,  cedergli il soprappi della  felicit  di  cui  si  sentiva
    traboccare il cuore.
    - Ci si diverte, vero, conte?  -  gli disse.
    Pierre sorrise distrattamente, certo senza capire ci che Natascia gli
    diceva.
    - S, sono molto contento  -  rispose.
    Com'  possibile essere scontenti di qualche cosa?,  pens Natascia,
    specialmente quando si  buoni come questo Bezuchov!.  Agli occhi di
    Natascia  coloro  che  partecipavano  al  ballo  erano  tutte  persone
    ugualmente buone, amabili,  belle,  persone che si amavano a vicenda e
    che, perci, dovevano essere felici.


    CAPITOLO 18.

    Il giorno seguente il principe Andrj ripens al ballo della sera,  ma
    senza soffermarvisi a lungo... S,  stata una festa molto brillante,
    e anche... s, la Rostova  molto carina.  C' in lei qualcosa di cos
    fresco,  di cos naturale, di cos non pietroburghese che la distingue
    dalle altre.  Ecco tutto quello che pens del ballo della vigilia  e,
    non appena ebbe bevuto il t, si mise al lavoro.
    Ma sia per la stanchezza sia per la mancanza di sonno, la giornata non
    era  propizia  alle  occupazioni,  e il principe Andrj non riusciva a
    combinar nulla;  non faceva che criticare il proprio lavoro,  cosa che
    gli  accadeva  spesso,  e  fu  quindi  contento  quando  seppe che era
    arrivato qualcuno.
    Il visitatore era un  tal  Bitzkij,  membro  di  diverse  Commissioni,
    frequentatore  di  tutti  gli  ambienti  di Pietroburgo,  appassionato
    seguace delle nuove idee e di Speranskij,  efficiente  propagatore  di
    tutte le notizie della citt, uno di quegli uomini che si scelgono una
    direttiva come un abito,  secondo la moda, ma che, proprio per questo,
    ne appaiono i pi ardenti sostenitori.
    Toltosi in fretta il cappello,  entr di corsa e tutto preoccupato dal
    principe Andrj e cominci subito a parlare. Aveva appena conosciuto i
    particolari  della  seduta  del Consiglio di guerra di quella mattina,
    aperta dall'imperatore,  e li raccontava con entusiasmo.  Il  discorso
    del sovrano era stato straordinario: uno di quei discorsi che soltanto
    un monarca costituzionale pu pronunziare.
    -  L'imperatore  ha detto ben chiaro che il Consiglio e il Senato sono
    le basi dello stato, ha detto che non l'arbitrio, ma soltanto i solidi
    principi ne sono il fondamento.  E ha aggiunto anche  che  il  sistema
    finanziario  esige una riforma e che i conti devono essere portati a
    conoscenza del pubblico   -    raccontava  Bitzkij,  sottolineando  le
    parole  pi  significative e spalancando gli occhi con intenzione.   -
    S,  l'avvenimento  di  oggi    l'inizio  di  un'ra  nuova,  la  pi
    importante della nostra storia  -  concluse.
    Il  principe  Andrj  ascoltava  la descrizione della inaugurazione di
    quel Consiglio di stato,  che egli aveva atteso con tanta  impazienza,
    che  considerava  di  importanza  eccezionale,  e  si meravigliava che
    l'avvenimento, ora che si era realizzato,  non solo non lo commovesse,
    ma  gli  apparisse  pi  che insignificante.  Ascoltava con tranquilla
    ironia le parole entusiaste di Bitzkij.  E  gli  veniva  in  mente  un
    pensiero  semplicissimo: Che cosa importa a me e a Bitzkij,  che cosa
    importa a noi di quello che l'imperatore ha ritenuto opportuno dire al
    Consiglio di stato?  Forse che tutto questo pu rendermi pi felice  e
    migliore di quanto sono?.
    E  tale semplicissimo pensiero distrusse a un tratto tutto l'interesse
    che il principe  Andrj  aveva  sentito  in  passato  per  le  riforme
    realizzate.  Quel  giorno  stesso  egli  doveva  andare  a  pranzo  da
    Speranskij "en petit comit" [34.  in una ristretta cerchia di amici],
    come gli aveva detto il padrone di casa quando lo aveva invitato. Quel
    pranzo  tra  i  familiari  e  gli  amici  di un uomo per il quale egli
    nutriva tanta ammirazione, interessava molto il principe Andrj, tanto
    pi che egli non aveva  ancora  veduto  Speranskij  nel  suo  ambiente
    familiare; ora, per, non aveva pi voglia di andare.
    All'ora stabilita per il pranzo,  tuttavia,  il principe Andrj faceva
    il suo ingresso nella piccola  casa  appartenente  a  Speranskij,  nel
    giardino di Tauride.  Nella sala da pranzo dal pavimento di legno,  di
    un lindezza fuori del comune (una lindezza che ricordava quella di  un
    convento),  il  principe Andrj che era leggermente in ritardo,  trov
    riunite alle cinque  tutte  le  persone  di  quel  "petit  comit"  di
    Speranskij.  Non  c'erano  signore,  all'infuori  della figlioletta di
    Speranskij (una ragazzina dal viso lungo,  somigliantissima al  padre)
    con la sua governante.  Gli invitati erano Gervais (35),  Magnitzkij e
    Stolypin (36). Gi dall'anticamera il principe Andrj sent parlare ad
    alta voce e ud un riso rumoroso, simile a quello proprio degli attori
    sul palcoscenico.  E qualcuno,  con una  voce  che  pareva  quella  di
    Speranskij,  rispondeva a scatti: ah... ah... ah... Il principe Andrj
    non aveva mai sentito ridere Speranskij, e quella sonora,  martellante
    risata dell'uomo di stato lo colp in modo strano.
    Il  principe Andrj entr in sala da pranzo.  Gli invitati erano tutti
    radunati a una piccola tavola,  tra due finestre,  sulla  quale  erano
    disposti  gli  antipasti.   Speranskij,  in  marsina  grigia  con  una
    decorazione  sul  petto  e  che  evidentemente  indossava  ancora   il
    panciotto  bianco  e  l'alta cravatta candida che portava alla celebre
    seduta  del  Consiglio  di  stato,  sedeva  accanto  alla  tavola  con
    espressione   allegra.   Gli   ospiti  lo  circondavano.   Magnitzkij,
    rivolgendosi a Michal Michjlovic', gli stava raccontando un aneddoto
    che Speranskij ascoltava,  ridendo prima ancora che Magnitzkij  avesse
    parlato.  Nel momento in cui il principe Andrj entrava, le parole del
    narratore erano di nuovo soffocate dalle risa. Stolypin, masticando un
    pezzo di pane, rideva con la sua potente voce di basso; Gervais rideva
    di un riso pigolante e sommesso e Speranskij con voce acuta e chiara.
    Speranskij,  continuando a ridere,  tese al principe  Andrj  la  mano
    morbida e grassoccia.
    - Molto lieto di vedervi, principe  -  gli disse.  -  Un momentino...-
    continu  parlando  a  Magnitzkij  e  interrompendone il racconto.   -
    Oggi,  sia ben inteso,  il nostro  un pranzo di piacere;  non  voglio
    sentire una parola sugli affari di stato.   E, rivoltosi a Magnitzkij,
    riprese a ridere.
    Il principe Andrj con lo stupore misto alla tristezza che procura una
    delusione,  ascoltava  e  guardava  Speranskij.   Quell'uomo  non  gli
    sembrava  pi  Speranskij,  ma  una persona diversa.  Tutto ci che di
    misterioso e di affascinante il principe vedeva prima in lui gli parve
    a un tratto chiaro e tutt'altro che affascinante.
    A tavola la conversazione prosegu animatissima,  tutta basata  su  un
    susseguirsi  di aneddoti buffi.  Magnitzkij non aveva ancora terminato
    il suo racconto che gi un  altro  invitato  si  dimostrava  pronto  a
    raccontare  qualcosa  che doveva essere ancora pi divertente.  Per la
    maggior parte le storielle riguardavano,  se  non  proprio  l'ambiente
    dell'amministrazione,  certo i personaggi che la costituivano.  Pareva
    che in quel gruppo di gente,  tutti avessero definitivamente stabilito
    la  nullit di quelle persone,  tanto che gli unici rapporti possibili
    con loro non potessero  essere  se  non  del  genere  comico  bonario.
    Speranskij  narr  che  durante  la  seduta  del mattino,  avendo egli
    domandato a un funzionario sordo quale fosse il suo parere, costui gli
    aveva risposto che era senz'altro  della  medesima  opinione.  Gervais
    narr  tutta  una  storia  relativa  a  un'ispezione,  famosa  per  la
    stupidit di tutti i personaggi che vi  erano  interessati.  Stolypin,
    tartagliando,  interloqu  parlando con calore degli abusi del passato
    ordine di cose,  minacciando di dare alla  conversazione  un  tono  di
    seriet.  Magnitzkij si mise a canzonare la foga di Stolypin.  Gervais
    lanci un frizzo, e la conversazione riprese l'allegro tono di prima.
    Era evidente che Speranskij,  dopo le sue fatiche,  amava riposarsi  e
    stare  allegro  in  mezzo  a  una simpatica cerchia di persone,  e gli
    ospiti,  che si rendevano conto del suo desiderio,  cercavano in  ogni
    modo di divertire lui e se stessi. Ma era un divertimento, quello, che
    al principe Andrj pareva pesante e tutt'altro che piacevole. Egli non
    rideva  e  temeva,   per  questo,  di  rendersi  poco  simpatico  alla
    compagnia.  Ma nessuno not  che  il  suo  contegno  contrastasse  con
    l'umore della compagnia. Tutti apparivano molto allegri.
    Parecchie   volte   prov   il   desiderio   di   prender  parte  alla
    conversazione,  ma ogni volta la sua  parola  schizzava  via  come  un
    turacciolo dall'acqua: non riusciva a scherzare insieme con gli altri.
    Non  c'era  nulla  di male n di inopportuno in ci che essi dicevano:
    era tutto spiritoso e avrebbe potuto  essere  anche  comico;  ma  quel
    qualche  cosa  che  costituisce  il  sale dell'allegria,  non soltanto
    mancava,  ma si capiva che quella gente non sapeva neppure che potesse
    esistere.
    Dopo  pranzo,  la  figlia  di  Speranskij e la governante si alzarono.
    Speranskij fece alla figliuola una carezza con la sua mano  bianca,  e
    la  baci.  E  anche  quel  gesto  parve  al  principe Andrj privo di
    naturalezza.
    Gli uomini,  secondo l'uso inglese,  rimasero a tavola davanti  a  una
    bottiglia  di Porto.  Nel bel mezzo di una conversazione avviata sulla
    politica di Napoleone in Spagna,  politica  che  tutti  approvavano  e
    sulla quale tutti erano d'accordo,  il principe Andrj cominci a fare
    delle obiezioni. Speranskij sorrise e, volendo evidentemente sviare il
    discorso dalla direzione presa,  raccont un  aneddoto  che  con  quel
    discorso  non  aveva  alcuna  relazione.   Per  qualche  minuto  tutti
    tacquero.
    Dopo essere rimasto ancora un po' seduto a tavola,  Speranskij  stapp
    la bottiglia di vino e disse:
    -  Al  giorno d'oggi il vino buono  raro come un ciabattino che abbia
    le scarpe.   -  Diede la bottiglia al domestico e si  alz.  Tutti  lo
    imitarono  e,   continuando  a  parlare  rumorosamente,  passarono  in
    salotto.  Subito vennero portati a Speranskij due plichi recapitati da
    un  corriere.  Egli  li prese e si rec nel suo studio.  Non appena fu
    uscito,   l'allegria  generale  scomparve  e  gli  ospiti  presero   a
    discorrere tra di loro, discutendo pacatamente.
    -  Suvvia,  un  po'  di  declamazione,  ora!    -  esclam Speranskij,
    ritornando dallo studio.   -   Ha  un  ingegno  davvero  sorprendente-
    disse, rivolgendosi al principe Andrj.
    Magnitzkij  si  mise  subito in posa e cominci a recitare in francese
    versi scherzosi,  scritti da lui stesso su alcuni noti  personaggi  di
    Pietroburgo,   spesso  interrotto  dagli  applausi  dei  presenti.  Il
    principe Andrj, alla fine della recitazione, si avvicin a Speranskij
    per accomiatarsi.
    - Dove andate cos presto?  -  gli domand.
    - Ho promesso di partecipare a una serata...
    Tacquero.   Il  principe  Andrj  guardava  da  vicino  quegli   occhi
    cristallini  e  impenetrabili  e  gli pareva ridicolo il fatto di aver
    potuto attender qualcosa da Speranskij e dalla propria attivit, a lui
    collegata,  e di aver potuto dare  importanza  a  ci  che  Speranskij
    faceva.  E,  dopo che lo ebbe lasciato,  quel modo di ridere forzato e
    non allegro di lui non cessava di risonargli alle orecchie.
    Tornato  a  casa,   il  principe  Andrj   ripens   alla   sua   vita
    pietroburghese  di  quegli  ultimi  quattro mesi come a un qualcosa di
    nuovo. Ripens alle sue occupazioni,  alle sue ricerche,  alla vicenda
    del  suo  progetto per un nuovo codice militare che era stato preso in
    considerazione,  ma sul quale si cercava di far  cadere  il  silenzio,
    unicamente perch un altro lavoro,  che pur valeva assai poco, era gi
    stato compilato e presentato al sovrano;  ripens  alle  sedute  della
    commissione di cui Berg era membro; e ricord come in quelle sedute si
    discutesse  con cura e a lungo su tutto quanto riguardava la formalit
    esteriore  e  lo  svolgimento  delle  sedute  e  come,   invece,   con
    altrettanta  cura e rapidit si sorvolasse su tutto ci che costituiva
    l'essenza delle questioni.  Si ricord del suo lavoro di  legislatore,
    della  diligenza  e accuratezza con cui aveva tradotto in lingua russa
    gli articoli delle leggi romane e di quelle francesi e prov  vergogna
    di se stesso.  Poi rivide con il pensiero Bogucirovo,  la sua vita in
    campagna,  il  suo  viaggio  a  Rjazn;  ripens  ai  contadini,  allo
    "strosta"  (37)  Dron  e,  applicando  loro con il pensiero i diritti
    della persona, che egli aveva suddiviso in paragrafi, si meravigli di
    aver potuto, cos a lungo, dedicarsi a un lavoro cos ozioso.


    CAPITOLO 19.

    Il giorno successivo il principe Andrj  si  rec  a  fare  visita  ad
    alcune  famiglie alle quali non si era ancora presentato;  tra queste,
    la famiglia Rostv, con la quale aveva rinnovato la conoscenza durante
    il ballo.  Oltre che da un dovere di  cortesia,  che  lo  obbligava  a
    recarsi  da  loro,  il  principe Andrj era spinto a quella visita dal
    desiderio di vedere in  casa  sua  quella  fanciulla  tanto  vivace  e
    originale, che gli aveva lasciato un cos piacevole ricordo.
    Natascia  fu  una  delle  prime  persone  della  famiglia  a  venirgli
    incontro.  Indossava un abitino azzurro da  casa,  con  il  quale  gli
    sembr ancora pi carina di quanto non gli fosse apparsa al ballo.  La
    fanciulla e tutti i Rostv accolsero il  visitatore  come  un  vecchio
    amico, in modo semplice e affettuoso. Quella famiglia, che il principe
    Andrj  aveva  un  tempo  giudicato  tanto severamente,  gli parve ora
    composta di persone schiette, semplici e buone.  La bonaria ospitalit
    del vecchio conte,  particolarmente rara a Pietroburgo, fu tale che il
    principe Andrj non pot rifiutare l'invito di trattenersi a pranzo.
    S,   veramente una famiglia eccellente  pensava  Bolkonskij;  una
    famiglia che,   chiaro, non comprende quale tesoro abbia in Natascia,
    ma che costituisce  lo  sfondo  migliore  per  dar  risalto  a  questa
    poetica, affascinante fanciulla cos piena di vita!.
    Il  principe  Andrj  avvertiva  in  Natascia  l'esistenza di un mondo
    particolare, a lui completamente estraneo, un mondo colmo di gioie che
    egli non conosceva, un mondo a lui inaccessibile del quale aveva avuto
    gi una vaga manifestazione nel viale di Otrdnoe e alla  finestra  in
    quella notte di luna.  Ora quel mondo non lo irritava pi, non gli era
    pi estraneo; anzi, ora che vi era entrato,  vi trovava piaceri sino a
    quel giorno ignorati.
    Dopo il pranzo, Natascia, pregata dall'ospite, sedette al clavicembalo
    e  cominci a cantare.  Il principe Andrj,  ritto presso la finestra,
    discorreva con le signore  e  l'ascoltava.  Nel  mezzo  di  una  frase
    musicale  tacque  e  sent  a un tratto che le lacrime,  di cui non si
    credeva pi capace, gli facevano groppo alla gola. Guard Natascia che
    cantava e nel suo animo scatur qualcosa di nuovo e di felice. Egli si
    sentiva  felice,   s,   e  nello  stesso  tempo  triste.   Non  aveva
    assolutamente  alcun motivo per piangere,  ma stava proprio per farlo.
    Su che cosa?  Sul suo amore di un tempo?  Sulla  piccola  principessa?
    Sulle  sue disillusioni?  Sulle sue speranze per l'avvenire?  S e no.
    Ci che pi di ogni altra cosa gli suscitava quel desiderio di lacrime
    era il violento contrasto,  di cui aveva avuto  improvvisa  coscienza,
    tra  qualcosa  di  infinito  e  di  grande che era in lui e la materia
    angusta,  corporea,  di cui si sentiva fatto e di cui era fatta  anche
    Natascia.  Contrasto che lo rattristava e lo allietava insieme, mentre
    Natascia cantava.
    Non appena ebbe finito di cantare,  la fanciulla si avvicin a  lui  e
    gli  domand se la sua voce gli fosse piaciuta.  Ma,  subito dopo aver
    parlato,  si confuse per quello che aveva detto,  comprendendo che non
    avrebbe dovuto fare simile domanda.  Egli sorrise,  guardandola,  e le
    rispose che il suo canto gli era piaciuto come gli piaceva  tutto  ci
    che ella facesse.
    Il  principe  Andrj  lasci  a sera inoltrata la casa dei Rostv.  Si
    coric per abitudine,  ma si  rese  ben  presto  conto  di  non  poter
    dormire. Ora accendeva la candela e si metteva a sedere sul letto, ora
    si  alzava  per  coricarsi subito dopo,  senza sentire affatto la noia
    dell'insonnia;  aveva l'anima piena di gioia e di freschezza,  come se
    fosse  uscito da una stanza soffocante e buia alla libera luce di Dio.
    Non gli passava neppure per la mente di essere innamorato di Natascia,
    non pensava a lei,  se la immaginava soltanto e,  in  seguito  a  ci,
    vedeva  in  una luce nuova tutta la propria vita.  Perch mi dibatto,
    perch mi affanno e mi agito in questa angusta, chiusa cornice, mentre
    la vita,  l'intera vita mi si apre dinanzi con tutte le sue gioie? si
    chiedeva. E per la prima volta, dopo molto tempo, si mise a fare lieti
    progetti  per l'avvenire.  Decise che doveva occuparsi dell'educazione
    del figlio e trovare per lui un precettore al  quale  affidarlo;  poi,
    date   le   dimissioni,   sarebbe  partito  per  l'estero  a  visitare
    l'Inghilterra,  la Svizzera,  l'Italia.  Devo approfittare della  mia
    libert sino a che sento di essere giovane e forte, si diceva. Aveva
    ragione  Pierre quando affermava che per essere felici bisogna credere
    che la felicit  possibile.  E ora io ci credo.  Lasciamo che i morti
    seppelliscano  i  loro morti;  ma sino a che si vive si deve vivere ed
    essere felici, pensava.


    CAPITOLO 20.

    Un mattino il colonnello Adolf Berg  -    che  Pierre  conosceva  come
    conosceva  tutti a Mosca e a Pietroburgo  -  entr in casa di lui,  in
    luccicante uniforme,  con i capelli impomatati e pettinati  in  avanti
    come li portava l'imperatore.
    -  Sono stato dalla contessa vostra consorte e ho avuto la sfortuna di
    sentir rispondere con un rifiuto alla mia preghiera: spero, conte,  di
    essere pi fortunato con voi  -  disse sorridendo.
    - Che cosa desiderate, colonnello? Sono a vostra disposizione.
    -  Mi  sono ormai sistemato definitivamente nel mio nuovo appartamento
    -  gli comunic Berg,  certo,  evidentemente,  che quella notizia  non
    poteva  non  essere  gradita    -  e vorrei organizzare una serata per
    riunire i conoscenti di mia moglie e miei  -  (e sorrise in modo anche
    pi amabile).  -  Volevo pregare la contessa e voi di farmi l'onore di
    venire a casa nostra per una tazza di t... per la cena.
    Soltanto la contessa  Elen  Vasslevna,  ritenendo  umiliante  per  se
    stessa  la  compagnia  di  quel Berg,  poteva avere la crudelt di non
    accettare un simile invito.  Berg aveva  spiegato  perch  desiderasse
    riunire  in  casa  sua una piccola e scelta compagnia,  perch ci gli
    avrebbe fatto piacere e perch,  mentre per il gioco delle carte o per
    qualche  cosa  che fosse male gli sarebbe dispiaciuto spendere denaro,
    per una buona compagnia era pronto a sostenere delle spese,  con tanta
    chiarezza  che  Pierre  non  ebbe  il coraggio di rifiutare l'invito e
    promise di non mancare.
    - Non troppo tardi,  conte,  se posso osare di chiedervelo:  verso  le
    otto  meno dieci,  se non vi dispiace.  Faremo una partitina.  Ci sar
    anche il mio generale, che  molto buono con me. Poi ceneremo,  sicch
    fatemi la cortesia di venire!
    Contrariamente alla sua abitudine di essere sempre in ritardo,  Pierre
    quella sera arriv dai Berg alle otto meno  un  quarto,  anzich  alle
    otto meno dieci.
    I  Berg,  dopo  aver  preparato  tutto  quanto poteva occorrere per il
    ricevimento,  erano in attesa di accogliere gli invitati.  I due sposi
    stavano seduti nel loro salottino nuovo, lindo, luminoso, arredato con
    mobili  acquistati  di  recente e adorno di busti e di piccoli quadri.
    Berg in una uniforme nuova fiammante, abbottonata, sedeva accanto alla
    moglie,  alla quale stava spiegando che  si  potevano  e  si  dovevano
    sempre  conoscere  persone  di  grado pi elevato del proprio,  perch
    soltanto cos si trae piacere dalle proprie conoscenze.
    - Puoi sempre prendere qualche esempio da loro,  puoi chiedere  sempre
    qualcosa. Guarda un po' come sono vissuto io sin dai primi gradi della
    mia  carriera    -  (Berg misurava la propria vita non dagli anni,  ma
    dalle promozioni).   -  I miei colleghi  di  allora  non  sono  ancora
    nulla,  e  io sto per essere nominato comandante di reggimento e ho la
    fortuna di essere vostro marito-  e, in cos dire,  si alz e baci la
    mano  a  Vera  ma,  chinandosi  verso  di lei,  raddrizz l'angolo del
    tappeto che si era piegato.  -  Come sono riuscito a conquistare tutto
    questo?  Specialmente scegliendo con abilit le mie conoscenze.  Va da
    s che bisogna essere anche virtuosi e precisi.
    Berg sorrise, convinto della propria superiorit su una debole donna e
    tacque, pensando che, nonostante tutto, quella sua graziosa moglie era
    pur  sempre  una  debole  donna,  non in grado di capire tutto ci che
    costituisce la superiorit di un uomo, "ein Mann zu sein" [38.  essere
    un  uomo].  Anche Vera in quello stesso momento sorrise convinta della
    propria superiorit sul suo buon marito virtuoso il  quale,  tuttavia,
    come tutti gli uomini,  aveva, secondo l'opinione di Vera, un concetto
    sbagliato della vita. Berg, giudicando da sua moglie,  reputava deboli
    e  sciocche  tutte  le  donne,   Vera,  giudicando  da  suo  marito  e
    generalizzando le sue  osservazioni,  pensava  che  tutti  gli  uomini
    attribuiscono  a s soli l'intelligenza mentre in realt non capiscono
    nulla e sono orgogliosi ed egoisti.
    Berg si alz e,  abbracciata con cautela la moglie per non  sgualcirle
    la mantellina di pizzo,  che aveva pagato fior di quattrini,  la baci
    sulla bocca.
    - Una cosa soltanto dobbiamo evitare: che arrivino troppo  presto  dei
    figli  -  disse, per una incosciente associazione di idee.
    -  Certo    -  rispose Vera.   -  Io non ne desidero affatto.  Bisogna
    vivere per la societ.
    - Ne portava una identica la principessa Jusspova  -  disse poi  Berg
    con  un  sorriso  bonariamente  felice,  accennando alla mantellina di
    Vera.
    In quel momento fu annunziato il conte  Bezuchov.  I  due  coniugi  si
    guardarono con un sorriso di soddisfazione,  ciascuno attribuendo a s
    l'onore di quella visita.
    Ecco che cosa significa saper scegliere le  conoscenze  pens  Berg;
    ecco ci che significa sapersi comportare!.
    -  Ti  prego  soltanto  di  non  interrompermi  quando intrattengo gli
    ospiti,   -  disse Vera  -  giacch so benissimo come comportarmi  con
    ciascuno di loro e che cosa bisogna dire a seconda delle persone.
    Anche Berg sorrise.
    -  Ma  non sempre si pu: a volte con gli uomini bisogna fare discorsi
    da uomini  -  obiett.
    Pierre fu ricevuto nel salotto nuovo,  dove non c'era modo di  sedersi
    senza distruggere la simmetria, l'ordine, la pulizia, e perci era ben
    comprensibile   e   niente   affatto   strano   che   Berg  proponesse
    generosamente di distruggere la simmetria delle poltrone o del  divano
    per  un  ospite  di  tanta  importanza e che,  trovandosi lui stesso a
    questo riguardo in una dolorosa incertezza,  finisse con  il  lasciare
    all'ospite  stesso  la  risoluzione del problema.  Pierre distrusse la
    simmetria avvicinando una sedia,  e Vera e Berg diedero subito  inizio
    al ricevimento, interrompendosi a vicenda nell'intrattenere l'ospite.
    Vera,   avendo   stabilito  che  a  Pierre  fosse  necessario  parlare
    dell'ambasciata francese,  attacc subito questo argomento;  Berg,  il
    quale  aveva  invece  stabilito  che fosse adatta una conversazione da
    uomini,  interruppe la moglie e pass a parlare della questione  della
    guerra  con  l'Austria  e,  involontariamente,  port  il  discorso  a
    considerazioni personali sulle proposte che gli erano state  fatte  di
    partecipare  alla campagna d'Austria e sui motivi che l'avevano spinto
    a non accettarle. Quantunque la conversazione risultasse molto slegata
    e quantunque Vera fosse  seccata  per  quell'intrusione  dell'elemento
    maschile, i due coniugi sentivano con piacere che, sebbene vi fosse un
    solo invitato, la serata era iniziata molto bene e somigliava, come si
    somigliano  due  gocce  d'acqua,  a  qualsiasi  altra  serata  con  le
    conversazioni, il t e le candele accese.
    Poco dopo arriv Bors,  vecchio amico dei Berg,  che trattava Vera  e
    Berg  con  una  sfumatura  di superiorit e di protezione.  Dopo Bors
    entrarono una signora con un colonnello, il generale in persona, poi i
    Rostv,  e la serata si present indiscutibilmente uguale a  tutte  le
    altre  serate.  Berg  e  Vera  non  potevano  trattenere un sorriso di
    soddisfazione al vedere il  loro  salotto  cos  pieno  di  movimento,
    all'udire  quel  continuo  chiacchierio,  il  fruscio delle gonne e lo
    strisciare degli inchini. Tutto era come in qualsiasi altro salotto, e
    in particolar modo lo  era  il  generale  che  lodava  l'appartamento,
    battendo sulle spalle di Berg e che,  con paterna padronanza, ordinava
    di preparare il tavolino per una  partita  di  "boston".  Il  generale
    sedette  accanto  al  conte  Ilj  Andrevic'  che,  dopo di lui,  era
    l'ospite pi ragguardevole.  I vecchi con i vecchi,  i giovani  con  i
    giovani,  la  padrona  di  casa attorno alla tavola del t sulla quale
    erano  disposti,  in  un  cestello  d'argento,   gli  stessi  identici
    pasticcini  che  si  sarebbero visti a una serata dei Panin...  Tutto,
    insomma, come in qualunque altra casa ove avesse luogo un ricevimento.


    CAPITOLO 21.

    Pierre,  essendo uno degli ospiti pi ragguardevoli,  doveva giocare a
    "boston" con Ilj Andrevic',  con il generale e con il colonnello. Al
    tavolo da gioco tocc a Pierre di sedersi in modo da aver  proprio  di
    fronte  Natascia;  il giovane fu subito colpito dallo strano mutamento
    avvenuto in lei dal giorno del ballo.  Natascia era  taciturna  e  non
    solo  non appariva pi bella come lo era il giorno del ballo,  ma,  se
    non avesse avuto un'aria cos dolce e  indifferente  a  tutto,  la  si
    sarebbe detta addirittura brutta.
    Che  cosa  ha?,  pensava  Pierre,  guardandola.  La fanciulla sedeva
    accanto alla sorella davanti  alla  tavola  del  t  e  rispondeva  di
    malavoglia  e  senza  guardarlo a ci che diceva Bors,  seduto al suo
    fianco.  Pierre,  che aveva buttato tutte le  carte  e  che  con  gran
    soddisfazione  del suo compagno aveva fatto cinque mani,  udendo rumor
    di passi e di saluti  di  alcune  persone  che  stavano  entrando  nel
    salotto,  mentre raccoglieva le sue vincite, volse di nuovo lo sguardo
    verso di lei.
    Che cosa le sar mai accaduto?, si domand, sempre pi stupito.
    Il principe Andrj, con un'espressione di riguardosa tenerezza, diceva
    qualcosa alla fanciulla che gli stava davanti. Ella,  alzata la testa,
    rossa  in  viso  e  trattenendo  a  fatica  il  respiro affannoso,  lo
    guardava.  La luce ardente di non so quale fuoco interno spentosi  per
    qualche   tempo,   ardeva  nuovamente  in  lei.   Appariva  del  tutto
    trasfigurata.  Da brutta che era,  torn a diventare quale era apparsa
    al ballo.
    Il  principe  Andrj  si  avvicin  a  Pierre,  e questi not sul viso
    dell'amico un espressione nuova e giovanile. Parecchie volte,  durante
    il gioco,  Pierre cambi posto, ora voltando le spalle a Natascia, ora
    sedendole di nuovo di fronte e durante i  "rubbers"  (39)  continu  a
    osservare attentamente la fanciulla e l'amico.
    Qualcosa di molto importante avviene certamente tra di loro, pensava
    Pierre,  e un sentimento lieto e nello stesso tempo amaro lo agitava e
    gli faceva dimenticare il gioco.
    Dopo  sei  "rubbers"  il  generale  si  alz,  dicendo  che  cos  era
    impossibile  giocare e Pierre rimase libero.  Natascia,  Snja e Bors
    discorrevano in un angolo.  Vera,  con un fine sorriso  sulle  labbra,
    parlava  con  il  principe Andrj.  Pierre si avvicin al suo amico e,
    dopo aver domandato se quello che dicevano non fosse  un  segreto,  si
    sedette tra lui e Vera.  Quest'ultima, notato l'interesse del principe
    Andrj verso Natascia,  aveva ritenuto che in una  vera  serata  fosse
    indispensabile  fare  argute  allusioni  ad  argomenti  sentimentali e
    perci,  approfittando di un momento in cui  il  principe  Andrj  era
    rimasto solo,  aveva iniziato con lui una conversazione sul sentimento
    in generale e su sua  sorella  in  particolare.  Con  un  ospite  cos
    intelligente,   quale  ella  giudicava  il  principe  Andrj,  trovava
    necessario mettere in azione tutta la sua arte diplomatica.
    Quando Pierre si avvicin a loro,  not che Vera era trascinata  dalle
    sue  parole  e che il principe Andrj,  il che gli accadeva raramente,
    appariva turbato.
    - Cosa ne pensate?   -   chiedeva  Vera  con  il  suo  consueto,  fine
    sorriso.    -    Voi,  principe,  che  siete  tanto  perspicace  e che
    comprendete cos facilmente il carattere delle persone,  cosa  pensate
    di Natascia?  Credete che possa essere costante nei suoi affetti?  Che
    possa,  come altre donne,   -  (Vera pensava a se stessa)  -  amare un
    uomo per sempre e restargli per sempre fedele? E' questo, a parer mio,
    il vero amore. Che ne dite, principe?
    -  Conosco  troppo  poco vostra sorella  -  rispose il principe Andrj
    con un sorriso ironico,  sotto  il  quale  cercava  di  nascondere  il
    proprio  turbamento    -    per risolvere una questione cos delicata;
    inoltre ho notato che,  quanto meno  una  donna  piace,  tanto  pi  
    costante    -    aggiunse,  e  volse  uno sguardo a Pierre che in quel
    momento si stava avvicinando.
    - S,  questo  vero,  principe;  al nostro tempo,   -  prosegu Vera,
    accennando  al  proprio tempo come in genere amano farlo le persone di
    intelligenza limitata,  le quali credono di aver  trovato  e  valutato
    tutte  le  caratteristiche  della  loro  epoca  e sono persuase che le
    qualit degli uomini mutino con i tempi    -    al  tempo  nostro  una
    ragazza gode di tanta libert che "le plaisir d'tre courtise" spesso
    soffoca in lei il sentimento vero.  "Et Nathalie,  il faut l'avouer, y
    est trs sensible"  [40.    Il  piacere  di  essere  corteggiata...  E
    Natascia,  devo  confessarlo,  a  questo  molto sensibile]  -  Questa
    nuova allusione a Natascia fece di nuovo aggrottare le sopracciglia al
    principe Andrj;  egli fece per  alzarsi,  ma  Vera  continu  con  un
    sorriso ancora pi fine:
    -  Credo che nessuna ragazza sia mai stata corteggiata quanto lei,   -
    disse Vera  -  ma sinora nessuno le    mai  piaciuto  veramente.  Voi
    sapete,  conte,   -  prosegu rivolta a Pierre  -  che anche il nostro
    simpatico cugino Bors che era,  sia detto "entre nous"...  molto,  ma
    molto  "dans  le  pays  du  tendre..." [41.  Fra noi...  nel paese del
    tenero...]  -  concluse alludendo a una  carta  dell'amore  allora  in
    voga.
    Il principe Andrj taceva, cupo e accigliato.
    - Voi siete amico di Bors, nevvero, principe?  -  gli chiese Vera.
    - S, lo conosco...
    - Vi avr certo parlato del suo amore d'infanzia per Natascia...
    -  Ah,  ci fu un amore d'infanzia?   -  chiese a un tratto il principe
    Andrj, arrossendo.
    - S,  "vous savez,  entre  cousin  et  cousine  cette  intimit  mne
    quelquefois  l'amour: le cousinage est un dangereux voisinage. N'est-
    ce   pas?"  [42.   Sapete,   tra  cugini  l'intimit  sfocia  talvolta
    nell'amore; cugini pericolosi vicini... Non  vero?].
    - Senza dubbio  -  rispose il principe  Andrj  e  a  un  tratto,  con
    un'animazione  del  tutto innaturale,  cominci a scherzare con Pierre
    sul suo modo di comportarsi con le sue cinquantenni cugine  di  Mosca;
    poi,  nel  bel  mezzo  del  suo  discorso  scherzoso si alz e,  preso
    sottobraccio l'amico, lo condusse in disparte.
    - Che c'?   -  gli domand Pierre,  che aveva  osservato  stupito  la
    strana   vivacit   dell'amico   e   notato  lo  sguardo  che  questi,
    nell'alzarsi, aveva rivolto a Natascia.
    - Ho bisogno...  ho bisogno di parlarti  -    gli  disse  il  principe
    Andrj.    -  Tu conosci i nostri guanti da donna  -  (alludeva a quei
    guanti massonici che si davano a  ogni  nuovo  confratello  perch  li
    offrisse  alla  donna  amata).    -  Io...  ma no...  ne parleremo pi
    tardi...   -  E con uno strano scintillio negli  occhi  e  una  strana
    inquietudine  nei  gesti,  il  principe si avvicin a Natascia e le si
    sedette accanto. Pierre not che l'amico le chiedeva qualcosa e che la
    fanciulla gli rispondeva, arrossendo.
    Ma in quel momento Berg si  fece  presso  a  Pierre  e  lo  preg  con
    insistenza  di prendere parte alla discussione sorta tra il generale e
    il colonnello, relativamente agli avvenimenti spagnuoli.
    Berg era soddisfatto e felice.  Un sorriso di gioia non abbandonava il
    suo volto.  La serata era riuscita a meraviglia e in tutto e per tutto
    simile alle altre cui aveva partecipato.  Tutto,  tutto uguale.  Erano
    uguali le conversazioni delicate delle signore, le partite alle carte,
    il  generale  che  alzava  la  voce  durante il gioco,  il samovr e i
    pasticcini; mancava per una cosa sola, una cosa che egli aveva sempre
    visto nelle serate e che desiderava imitare: mancava la  conversazione
    ad  alta  voce  tra  gli uomini,  una discussione su qualche argomento
    importante e intellettualmente impegnato.  Il generale  aveva  avviato
    quella discussione, e Berg trascin Pierre a prendervi parte.


    CAPITOLO 22.

    Il giorno dopo il principe Andrj, invitato dal conte Ilj Andrevic',
    and a pranzo dai Rostv, con i quali trascorse l'intera giornata.
    In  casa tutti sapevano per chi venisse il principe,  il quale,  senza
    cercare  di  nasconderlo,  rimase  continuamente  con  Natascia.   Non
    soltanto  nell'animo  della  fanciulla,   sgomenta  eppure  felice  ed
    entusiasta,  ma in tutta la casa regnava  un  vago  sbigottimento  per
    qualcosa  di  importante  che stava per accadere.  La contessa con gli
    occhi tristi, pensosi e seri guardava il principe Andrj mentre questi
    parlava con Natascia,  e timidamente e  con  affettazione  avviava  un
    qualsiasi  insignificante  discorso  non  appena  egli  si  volgeva  a
    guardarla.  Snja temeva di staccarsi da Natascia e nello stesso tempo
    di  infastidire lei e il principe restando insieme con loro.  Natascia
    impallidiva per l'ansia dell'attesa quando le accadeva di restare  per
    un momento a quattr'occhi con il principe,  il quale la stupiva per la
    sua timidezza.  Ella sentiva che egli aveva qualcosa da dirle,  ma che
    non sapeva decidersi.
    Quando,  la sera,  il principe Andrj se ne fu andato,  la contessa si
    avvicin a Natascia e le domand sottovoce:
    - Ebbene?
    - Mamma, in nome di Dio, non domandatemi nulla per ora. E' una cosa di
    cui non bisogna parlare  -  rispose Natascia.
    Ma ciononostante la fanciulla,  quella sera un  po'  commossa  un  po'
    sbigottita,  rimase  a  lungo  coricata  nel letto della madre con gli
    occhi spalancati. Ora le raccontava come egli l'aveva lodata, ora come
    le aveva parlato del progetto di fare un viaggio all'estero,  ora come
    le  aveva  chiesto dove avrebbe trascorso quell'anno l'estate e infine
    come l'aveva interrogata su Bors.
    - Ma una cosa simile...  una cosa simile...  non  l'ho  mai  provata!-
    diceva.  -  Ho paura, ho tanta paura quando mi trovo sola con lui. Che
    significa?  Significa  che  si  tratta di una cosa seria,  s?  Mamma,
    dormite?
    - No, anima mia, ho paura anch'io  -  rispondeva la madre.  -  Ma ora,
    va'!
    - E' inutile,  tanto non  dormir.  Che  assurdit  dormire!  Mammina,
    mammina,  una  cosa  simile  non  mi    mai accaduta!   -  riprese la
    fanciulla stupita e sgomenta di fronte a quel sentimento  che  sentiva
    dentro di s e di cui era consapevole.  -  Lo potevamo mai pensare?
    Le  pareva  di essere innamorata del principe Andrj da quando l'aveva
    visto per la prima volta a Otrdnoe.  Ed era come sbigottita da quella
    strana,  inattesa  fortuna  di aver di nuovo incontrato proprio l'uomo
    che aveva scelto allora (era fermamente convinta di questo) e al quale
    non le pareva di riuscire indifferente. E, come a farlo apposta, egli
    si trova a Pietroburgo ora  che  ci  siamo  anche  noi...  e  dovevamo
    proprio   incontrarci  a  quel  ballo!   Tutto  ci    destino...   
    evidentemente voluto dal destino...  Del resto gi allora,  quando  lo
    vidi per la prima volta provai un non so che di particolare.
    - E che cos'altro ti ha detto? Dimmi quei versi...  -  chiese la madre
    pensierosa,  interrogandola  sui  versi  che  il principe Andrj aveva
    scritto sull'album di Natascia.
    - Mamma, non  una vergogna che sia vedovo?
    - Smettila,  Natascia.  Prega il buon Dio.  "Les mariages se font dans
    les cieux" [43. I matrimoni si decidono in cielo].
    - Mamma,  cara,  come vi voglio bene,  come tutto  bello!  -  esclam
    Natascia, piangendo di gioia e di commozione e abbracciando la madre.
    Frattanto il principe Andrj era in casa di Pierre,  al quale  parlava
    del suo amore per Natascia e della sua ferma intenzione di sposarla.

    Quel  giorno,  in  casa della contessa Elen Vasslevna si svolgeva uno
    dei consueti ricevimenti. Tra gli ospiti erano presenti l'ambasciatore
    di  Francia,   un  principe  del  sangue  che  da  tempo   frequentava
    assiduamente la casa della contessa,  molte dame e numerosi, brillanti
    cavalieri. Pierre era disceso, aveva fatto un giro per le sale e aveva
    stupito gli invitati per l'espressione cupa e triste del viso.
    Sin dalla sera del ballo,  Pierre si sentiva minacciato da  una  delle
    sue crisi di ipocondria contro la quale, con sforzi disperati, cercava
    di  combattere.  Proprio da quando quel principe era diventato assiduo
    di sua moglie,  egli  aveva  inaspettatamente  ricevuto  la  nomina  a
    ciambellano  e  da  allora  aveva  cominciato  a  provare  un senso di
    imbarazzo e di vergogna nel trovarsi in mezzo alla gente e sempre  pi
    spesso  gli tornavano alla mente le idee nere di un tempo sulla vanit
    di tutto ci che  umano. Il sentimento,  sorto in quel periodo tra la
    sua protetta Natascia e il principe Andrj, aveva accresciuto, proprio
    per  il  contrasto  tra la sua condizione e quella dell'amico,  la sua
    tristezza.  Egli cercava tuttavia di non pensare pi n a sua  moglie,
    n  a  Natascia,  n  al  principe  Andrj.  Di nuovo tutto gli pareva
    meschino in confronto all'eternit,  di nuovo  gli  si  affacciava  la
    domanda:  A  che scopo?.  E per giorni e notti intere si imponeva di
    lavorare alle opere massoniche,  sperando  di  allontanare  da  s  lo
    spirito  maligno.   Pierre,  uscito  dalle  stanze  della  contessa  a
    mezzanotte, era salito nel suo appartamento al piano superiore e, dopo
    avere indossato una logora veste da camera,  si sedette davanti  a  un
    tavolino,  nella  camera  bassa e piena di fumo;  mentre era intento a
    ricopiare certi atti originali scozzesi,  sent entrare qualcuno.  Era
    il principe Andrj.
    - Ah,  siete voi?  -  chiese Pierre con aria distratta e scontenta.  -
    Come vedete, sto lavorando  -  disse, accennando al suo quaderno,  con
    quell'espressione  con  cui  gli  uomini  infelici guardano il proprio
    lavoro come a un'ncora di salvezza contro le avversit della vita.
    Il principe Andrj,  con un viso raggiante di entusiasmo e di gioia di
    vivere,   si   ferm   davanti   a   Pierre,   e,   senza   accorgersi
    dell'espressione triste dell'amico,  gli sorrise con  l'egoismo  delle
    persone felici.
    - Ebbene, amico mio,  -  gli disse  -  gi ieri volevo parlarti, e ora
    sono  venuto  per  farlo.  Non  ho  mai provato nulla di simile.  Sono
    innamorato, mio caro...
    Pierre trasse un profondo sospiro  e  si  abbandon  pesantemente  sul
    divano accanto a lui.
    - Di Natascia Rostova, vero?  -  domand.
    - S,  s...  e di chi altri mai?  Non l'avrei mai creduto,  ma questo
    sentimento  pi forte di me.  Ieri mi sono tormentato e ho  sofferto,
    ma  per  nulla al mondo vorrei rinunziare a questa sofferenza.  Prima,
    non vivevo. Soltanto ora sento di vivere, ma non posso vivere senza di
    lei. Ma potr quella fanciulla amarmi? Io sono vecchio, per lei.... Tu
    che ne dici?
    - Io? Io? Che cosa vi dicevo?  -  esclam Pierre,  alzandosi di scatto
    e  mettendosi  a  camminare  su  e gi per la stanza.   -  L'ho sempre
    pensato. Quella ragazza  un tale tesoro che...  E' una ragazza unica!
    Mio  caro  amico,  ve  ne  prego,  non  cavillate  tanto,  non abbiate
    incertezze.... sposatevi,  sposatevi !  Io sono sicuro che non ci sar
    uomo pi felice di voi.
    - Ma lei?
    - Lei vi ama.
    -  Non  dire  sciocchezze...    -   esclam il principe,  sorridendo e
    guardando Pierre negli occhi.
    - Vi ama, lo so  -  grid Pierre quasi con ira.
    - No,  senti...   -  disse il principe Andrj,  trattenendolo  per  un
    braccio.   -  Tu sai in che stato d'animo mi trovo: ho bisogno di dire
    tutto a qualcuno.
    - Suvvia, parlate: sono felice di ascoltarvi  -  rispose Pierre e,  in
    realt,  la  sua  faccia  era  mutata,  le rughe della fronte si erano
    spianate e con gioia ascoltava le parole del principe  Andrj.  Questi
    pareva un altr'uomo e lo era veramente. Dov'erano il suo tedio, il suo
    disprezzo  per la vita,  le sue disillusioni?  Pierre era l'unico uomo
    dinanzi al quale osava rivelarsi,  e ora gli rivelava tutto quello che
    era chiuso nel cuore. Con facilit e con audacia faceva progetti di un
    lungo  avvenire,  dicendo  come  non  potesse  sacrificare  la propria
    felicit ai capricci di suo  padre,  come  gli  avrebbe  strappato  il
    consenso  a  quelle  nozze  e  lo avrebbe costretto ad amarla;  oppure
    avrebbe anche fatto a meno  del  consenso;  ora  si  stupiva  di  quel
    sentimento  che  si  era  impadronito  del  suo animo come di una cosa
    strana indipendente dalla sua volont .
    - Non avrei certo creduto a chi mi avesse detto che sarei stato capace
    di amare cos  -  continuava il principe Andrj.  -  Il sentimento che
    provo ora  tutt'altra cosa da quello provato una volta.  Per me tutto
    il  mondo    diviso in due met: una  lei e l non c' che felicit,
    speranza, luce; l'altra met  tutto il resto, dove lei non c' e dove
    tutto  triste e buio...
    - Tenebra e buio...  -  ripet Pierre.  -  S, s, lo capisco.
    - Io non posso non amare  la  luce:  non    colpa  mia.  E  mi  sento
    straordinariamente felice.  Mi capisci,  vero? So che condividi la mia
    gioia...
    - S,  s  -  conferm Pierre,  fissando l'amico con  occhi  tristi  e
    commossi.  E  quanto  pi  gli appariva luminosa la sorte del principe
    Andrj, tanto pi buia gli appariva la propria.


    CAPITOLO 23.

    Per celebrare il matrimonio occorreva il consenso del padre  e  perci
    il giorno seguente il principe Andrj part per recarsi da lui.
    Il vecchio accolse la comunicazione del figlio con calma apparente, ma
    con  un  intimo  corruccio.  Egli  non riusciva a capire come qualcuno
    volesse cambiare la sua vita, introdurvi qualche cosa di nuovo, quando
    per lui la vita volgeva ormai al termine. Me la lascino almeno finire
    come voglio,  e poi padronissimi di  fare  ci  che  desiderano!,  si
    diceva  il vecchio.  Tuttavia,  con il figlio us quella diplomazia di
    cui si serviva nei casi  importanti  e  con  tono  di  perfetta  calma
    discusse la cosa.
    Anzitutto  quel matrimonio non era brillante n dal punto di vista del
    parentado, n da quello della ricchezza e della posizione sociale.  In
    secondo luogo, il principe Andrj, non pi nella prima giovinezza, era
    di  salute  piuttosto delicata (il principe insist particolarmente su
    questo  punto),  mentre  la  fanciulla  era  giovanissima.  Infine  il
    principe Andrj aveva un figlio al quale era penoso dare una matrigna.
    -  E per ultimo,- disse il padre,  guardando ironicamente il figlio  -
    ti prego di rimandare la decisione; fa' un viaggio all'estero, crati,
    trova, come desideri,  un precettore tedesco per il principe Nikolj e
    poi, se l'amore, la passione, l'ostinazione saranno ancora cos forti,
    spsala.  Questa   la mia ultima parola,  ricrdalo,  l'ultima...   -
    concluse con un tono che denotava chiaramente che nulla avrebbe  fatto
    mutare la sua decisione.
    Il  principe  Andrj capiva molto bene che il padre sperava che i suoi
    sentimenti o quelli della futura fidanzata non  avrebbero  retto  alla
    prova di un anno o che lui stesso,  il vecchio principe, sarebbe morto
    in quel periodo,  e decise di obbedire alla volont paterna:  fare  la
    domanda di matrimonio e rimandare le nozze all'anno successivo.
    Tre  settimane  dopo  l'ultima  serata  trascorsa  in casa Rostv,  il
    principe Andrj part per Pietroburgo.

    Il giorno successivo a quello della confessione  fatta  a  sua  madre,
    Natascia attese Bolkonskij per tutta la giornata, ma egli non venne, e
    non venne l'indomani e neppure il terzo giorno.  Non compariva neppure
    Pierre,  e Natascia,  ignorando che il principe Andrj era partito per
    recarsi dal padre, non riusciva a spiegarsi quell'assenza.
    Cos  trascorsero tre settimane.  Natascia non voleva andare in nessun
    posto e, abbattuta e triste,  si aggirava per le stanze come un'ombra.
    Di  sera,  di nascosto da tutti,  piangeva e non andava neppure pi da
    sua madre. A ogni momento arrossiva e si irritava. Le pareva che tutti
    fossero al corrente del suo disinganno,  che ridessero  di  lei  o  ne
    avessero compassione.  Aggiunto al suo intenso,  intimo dolore, l'amor
    proprio ferito accresceva la sua sofferenza.
    Un giorno ella entr dalla contessa: voleva dirle qualcosa  ma,  a  un
    tratto,  scoppi in lacrime. Era il pianto di un bambino umiliato, che
    ignora il perch di una punizione.
    La contessa cerc di calmare Natascia.  La fanciulla che da  principio
    aveva ascoltato le parole della madre, a un tratto la interruppe:
    - Basta, mamma; io non ci penso e non ci voglio pensare! E cos: prima
      venuto,  poi  ha  smesso...   -  La voce le trem,  fu sul punto di
    piangere,  ma si contenne e prosegu con calma:  -  E poi  non  voglio
    assolutamente  sposarmi.  Quell'uomo  mi  fa paura...  Ora sono calma,
    proprio calma...
    Il giorno che segu questo  colloquio,  Natascia  indoss  un  vecchio
    abito  che  le  era  caro perch le dava una particolare allegria e da
    quel mattino riprese  il  suo  consueto  modo  di  vivere,  che  aveva
    abbandonato dopo la sera del ballo. Dopo aver bevuto il t, and nella
    sala  che prediligeva per la sua notevole acustica e cominci a fare i
    solfeggi. Terminato il primo esercizio,  si sedette in mezzo alla sala
    e  ripet una frase musicale che le piaceva in modo particolare.  Tese
    gioiosamente l'orecchio al fascino (come se le giungesse inatteso)  di
    cui  quei  suoni,  diffondendosi,  riempivano  la  vasta  sala per poi
    spegnersi lentamente,  e tutto a un tratto si sent  allegra.  A  che
    serve pensarci tanto?  Sto bene anche cos,  si disse,  e cominci ad
    andare su e gi per la sala,  camminando sul sonoro piancito di  legno
    non  con  andatura normale,  ma scivolando a ogni passo dal tacco alla
    punta  delle  scarpette  nuove  che  tanto  le  piacevano  e  tendendo
    gioiosamente l'orecchio;  come gi al suono della propria voce, a quel
    ritmico battito del tacco,  allo scricchiolio  delle  punte.  Passando
    davanti alla specchiera si guard.  Ecco,  sono io!,  pareva dicesse
    l'espressione del suo viso, mentre si osservava. Ma s, va benissimo.
    E non ho bisogno di nessuno!.
    Un domestico volle entrare per riordinare qualche cosa nella sala,  ma
    ella non glielo permise e,  rinchiusa la porta dietro di lui, prosegu
    la sua passeggiata.  Quel mattino le aveva riportato lo stato  d'animo
    che  le  era  caro,  costituito  dall'amore  e dall'ammirazione per se
    stessa. Com' deliziosa questa Natascia!,  diceva a proposito di s,
    come  se  ripetesse  le parole di una terza persona di sesso maschile.
    Ha una bella voce,  giovane e non fa del male a nessuno.  Lasciatela
    soltanto in pace!.  Ma,  per quanto la lasciassero in pace,  essa non
    riusciva ad essere tranquilla,  e se ne accorgeva.  In  anticamera  fu
    aperta la porta di ingresso; qualcuno, nel vestibolo, chiese: Sono in
    casa? e si udirono alcuni passi. Natascia si guardava nello specchio,
    ma non si vedeva...  Ascoltava i rumori dell'anticamera. Quando poi si
    vide,  si accorse di essere pallidissima.  Era "lui"!  Ne  era  certa,
    sebbene  avesse sentito a mala pena il suono della sua voce attraverso
    la porta chiusa.
    Bianca in viso e sgomenta, corse in salotto.
    - Mamma,   venuto Bolkonskij   -  esclam.   -   Mamma,    una  cosa
    terribile, insopportabile! Io non voglio... non voglio pi torturarmi!
    Che devo fare?
    La  contessa non fece in tempo a rispondere che gi il principe Andrj
    entrava, serio e visibilmente turbato. Non appena scorse Natascia,  il
    suo volto si illumin.  Baci la mano alla contessa e alla fanciulla e
    sedette accanto al divano...
    - Da un pezzo non abbiamo avuto il piacere...   -   prese  a  dire  la
    contessa,  ma  il principe Andrj la interruppe,  rispondendo alla sua
    domanda e affrettandosi evidentemente a dire ci che doveva.
    - Non sono pi venuto da voi in questo periodo,  perch sono stato  da
    mio  padre:  avevo  bisogno di parlargli di una cosa molto importante.
    Sono tornato soltanto ieri  notte    -    disse,  dopo  aver  guardato
    Natascia.   -  E ora,  contessa, dovrei parlarvi  -  aggiunse, dopo un
    minuto di silenzio.
    La contessa trasse un profondo sospiro e abbass gli occhi.
    - A vostra disposizione  -  rispose.
    Natascia sapeva di dover andar via,  ma non poteva muoversi:  qualcosa
    le serrava la gola ed ella guardava fissamente,  in modo scortese,  il
    principe Andrj con gli occhi spalancati.
    Ora? Subito, subito! No,  impossibile!, pensava.
    Egli la guard di nuovo,  e quello sguardo  la  convinse  che  non  si
    ingannava. S, in quel momento stava per decidersi il suo destino.
    - Va', Natascia, ti far chiamare  -  le sussurr la contessa.
    Natascia,  sbigottita,  volse  alla  madre  e  al principe uno sguardo
    implorante e usc.
    - Sono venuto, contessa, per chiedervi la mano di vostra figlia- disse
    il principe Andrj.
    Il viso della contessa si fece di fiamma, ma ella non rispose subito.
    - La vostra domanda...  -  cominci poi in tono grave,  mentre egli la
    fissava.    -   La vostra domanda  -  ripet con un certo imbarazzo  -
    ci riesce gradita e... io,  per conto mio,  l'accolgo e ne sono lieta.
    Anche mio marito... spero... ma tutto dipende da lei...
    -  Glielo  chieder  io quando avr avuto il vostro consenso...  Me la
    volete dare?  -  chiese il principe Andrj.
    - S  -  rispose la contessa.  Gli tese la  mano  e,  mentre  egli  si
    chinava  a  baciargliela,  ella gli pose le labbra sulla fronte con un
    sentimento misto di tenerezza e di timore.  Desiderava amarlo come  un
    figlio,  ma  sentiva  che per lei egli era come un estraneo,  e questo
    pensiero le faceva paura.
    - Sono certa che mio marito acconsentir,   -  disse la  contessa-  ma
    vostro padre?
    - Mio padre,  al quale ho comunicato le mie intenzioni,  ha posto come
    condizione assoluta al suo consenso che il matrimonio non abbia  luogo
    se non tra un anno.  Ecco quanto volevo dirvi  -  concluse il principe
    Andrj.
    - E' vero che Natascia  ancora tanto giovane,  ma una dilazione  cos
    lunga...
    -  E'  impossibile  fare  diversamente  -  rispose il principe Andrj,
    sospirando.
    - Ora ve la mando  -  disse la contessa, e usc dalla stanza.
    - Signore,  abbi piet di noi  -  ripeteva mentre cercava  la  figlia.
    Snja le disse che Natascia era nella sua camera.  La trov seduta sul
    letto, pallida, con gli occhi aridi;  si faceva rapidi segni di croce,
    mentre, fissando le immagini sacre, mormorava qualche cosa. Alla vista
    della madre, balz in piedi e si precipit verso di lei.
    - Che c', mamma, che c'?
    -  Va',  va',  da  lui.  Egli  ha  chiesto la tua mano  -  le disse la
    contessa in tono che a Natascia parve  freddo.    -    Va'...  va'...-
    ripet  la madre con tristezza e con accento di rimprovero,  guardando
    la figlia che si allontanava correndo. Poi trasse un profondo sospiro.
    Natascia non ricord mai come fosse entrata  nel  salotto.  Aperta  la
    porta  e veduto il principe,  si ferm.  E' possibile,  pens,  che
    questo uomo estraneo sia diventato "tutto"  per  me?,  domand  a  se
    stessa.  S,  tutto! Lui solo, ormai, mi  pi caro di qualsiasi cosa
    al mondo!. Il principe Andrj le si avvicin con gli occhi bassi.
    - Vi ho amata sin dal  primo  momento  in  cui  vi  ho  veduta.  Posso
    sperare?
    La  guard,  e  l'espressione  grave e appassionata del viso di lei lo
    colp. Quel viso diceva: Perch chiederlo? Perch dubitare di ci che
    non  possibile ignorare? Perch parlare,  quando non si pu esprimere
    a parole ci che si sente?.
    Natascia gli si avvicin e si ferm. Egli le prese una mano la baci.
    - Mi amate?
    - S, s!  -  rispose quasi con stizza Natascia; sospir profondamente
    una volta, due, poi sempre pi spesso sino a che scoppi in pianto.
    - Perch? Che cosa avete?
    - Ah! sono tanto felice...  -  rispose la fanciulla, sorridendo tra le
    lacrime;  si  chin verso di lui,  esit un attimo come chiedendosi se
    potesse farlo e lo baci.
    Il principe Andrj le teneva la mano,  la guardava negli occhi  e  non
    ritrovava pi nella propria anima l'amore di prima.  Tutto a un tratto
    era avvenuto dentro di lui un mutamento: scomparso l'incanto poetico e
    misterioso del desiderio,  era rimasta la compassione per la debolezza
    della donna e della bambina, un senso di timore davanti alla dedizione
    e  alla fiducia di lei,  e la coscienza,  penosa e insieme lieta,  del
    dovere che ormai lo legava alla fanciulla per  sempre.  Il  sentimento
    attuale,  quantunque  non fosse pi poetico e luminoso come prima,  si
    era fatto pi serio e pi forte.
    - Vi ha detto "maman" che...  la cosa non potr avvenire prima  di  un
    anno?    -  domand il principe Andrj,  continuando a guardarla negli
    occhi.
    Possibile che io,  la fanciulla-bambina,  come  tutti  mi  chiamano,
    pensava Natascia,  possibile che io, d'ora innanzi, sia "una moglie",
    l'eguale  di  quest'uomo  estraneo,  caro,  intelligente,   rispettato
    persino  da  mio  padre?  Possibile che sia vero?  Vero che adesso non
    posso pi scherzare con la vita,  che adesso sono una persona  grande,
    responsabile delle mie parole e delle mie azioni?  Gi, ma che cosa mi
    ha domandato?.
    - No  -  rispose, senza aver capito ci che egli le aveva chiesto.
    - Perdonatemi,   -  disse il principe Andrj  -   ma  voi  siete  cos
    giovane,  e  io ho gi tanta esperienza della vita.  Ho paura per voi.
    Voi non mi conoscete.
    Natascia ascoltava attentamente,  cercando di capire il significato di
    quelle parole, ma non vi riusciva.
    -  Per quanto mi sia penosa questa attesa,   -  riprese il principe  -
    che allontana di  un  anno  la  mia  felicit,  voi  in  questo  tempo
    guarderete bene dentro di voi.  Fra un anno vi chieder se mi vorreste
    dare la felicit;  ma voi siete libera.  La  nostra  promessa  rester
    segreta e,  se vi persuadeste di non amarmi o di amare un altro...   -
    prosegu il principe Andrj con un sorriso innaturale.
    - Perch mi parlate cos?   -  lo interruppe  Natascia.    -    Sapete
    benissimo  che  vi  amo  sin  dal  giorno  in  cui  veniste a Otrdnoe
    continu, fermamente convinta di dire la verit.
    - In un anno vi conoscerete meglio...
    - Un anno!  -  esclam a un tratto Natascia,  la quale soltanto allora
    aveva capito che il matrimonio veniva rinviato di un anno.   -  Perch
    un anno,  un lungo anno?   -  Il principe Andrj prese  a  spiegare  i
    motivi di tale rinvio. Ma Natascia non lo ascoltava.
    - Non  possibile fare diversamente?  -  chiese.
    Il  principe  Andrj  non  rispose,  ma  il  suo  viso  diceva che era
    impossibile mutare tale decisione.
    - Che cosa terribile!  No,   troppo terribile,  troppo!   -   esclam
    Natascia,  e  di nuovo si mise a singhiozzare.   -  Io morir se dovr
    aspettare un anno: non  possibile,  no...    troppo  terribile!    -
    Fiss  il  suo  fidanzato  e  scorse sul viso di lui un'espressione di
    stupore e di piet.
    - No, no... Far tutto!   -  disse,  trattenendo le lacrime.   -  Sono
    cos felice!
    Il  padre  e  la madre entrarono nel salotto e diedero ai fidanzati la
    loro benedizione.
    Da quel giorno il principe Andrj prese a frequentare  come  fidanzato
    la casa dei Rostv.


    CAPITOLO 24.

    Non  vi  fu  fidanzamento  ufficiale  e  non  si  disse  a nessuno che
    Bolkonskij e Natascia si erano scambiati promessa  di  matrimonio.  Su
    questo  punto il principe Andrj insist molto.  Diceva che,  dato che
    egli era la causa del ritardo delle nozze,  doveva sopportarne da solo
    il peso.  Diceva che con la parola data egli si era legato per sempre,
    ma che non voleva legare allo stesso  momento  Natascia  e  desiderava
    lasciarle assoluta libert.  Se essa, dopo sei mesi, avesse sentito di
    non amarlo,  sarebbe stata in pieno diritto di riprendersi la parola e
    di  rifiutargli  la  sua  mano.  E' inutile dire che Natascia e i suoi
    genitori non volevano sentirlo parlare a quel  modo,  ma  il  principe
    Andrj  insisteva.  Si  recava  ogni giorno in casa Rostv,  ma non si
    comportava con Natascia come un fidanzato: le  dava  del  voi  e  si
    limitava a baciarle la mano.  Tra il principe Andrj e Natascia,  dopo
    la domanda di matrimonio,  si stabilirono rapporti  assai  diversi  da
    quelli  di  prima:  rapporti  semplici  e amichevoli.  Pareva che sino
    allora non si fossero conosciuti.  Entrambi amavano ricordare come  si
    considerassero  a  vicenda  quando non erano ancora "niente" l'uno per
    l'altra;  ora si sentivano entrambi due persone completamente diverse:
    allora prive di naturalezza,  adesso semplici e sincere.  In famiglia,
    da principio,  tutti provavano un certo imbarazzo nei rapporti con  il
    principe  Andrj;  egli  appariva  un  uomo  di  un altro ambiente,  e
    Natascia per parecchio tempo dovette darsi da fare per  familiarizzare
    i  suoi  con  il  principe  Andrj,  affermando  con orgoglio che egli
    pareva, s,  un uomo diverso dagli altri ma che,  in realt,  era come
    tutti,  che  essa  non  aveva alcun timore di lui e che nessuno doveva
    averne.  Dopo un po' di tempo tutti,  in famiglia,  si  abituarono  al
    principe  e  senza alcuna soggezione ripresero la vita di prima,  alla
    quale anch'egli prendeva  ora  parte.  Sapeva  parlare  con  il  conte
    dell'amministrazione  dei  poderi,  di  vestiti  con la contessa e con
    Natascia,  dell'album e dei lavori  al  telaio  con  Snja.  Spesso  i
    Rostv,  discorrendo  tra  di  loro  o  anche in presenza del principe
    Andrj, si meravigliavano di come tutto ci fosse accaduto,  e come di
    tutto  ci  fossero  stati  presagi  evidenti:  l'arrivo del principe a
    Otrdnoe, la loro venuta a Pietroburgo, la somiglianza tra il principe
    Andrj e Natascia, somiglianza che la bambinaia aveva notato sin dalla
    prima visita del principe,  l'alterco nel 1805 tra Andrj e Nikolj  e
    molti altri segni di quanto in seguito era accaduto.
    In casa regnava quella noia poetica e silenziosa che sempre circonda i
    fidanzati.  Spesso,  riuniti nel salotto, tutti tacevano. Talvolta gli
    altri si alzavano e se ne  andavano  lasciando  sola  la  coppia  che,
    tuttavia,  continuava  a  tacere.  Di rado i fidanzati parlavano della
    loro esistenza futura,  alla quale il principe Andrj aveva  timore  e
    vergogna  di accennare.  Natascia condivideva questo sentimento,  come
    tutti gli altri di lui, che sempre indovinava.  Un giorno ella fece al
    principe alcune domande a proposito del suo figliuoletto.  Il principe
    arross,  cosa che ora gli accadeva spesso e che  a  Natascia  piaceva
    molto, e rispose che il piccolo non sarebbe vissuto con loro.
    - Perch?  -  chiese Natascia, stupita.
    - Non posso portarlo via al nonno e poi...
    -   Come  gli  vorrei  bene!     -    esclam  Natascia,   indovinando
    immediatamente il pensiero di lui.   -  Ma capisco: voi non volete che
    sorga alcun motivo di accusa contro di noi.
    Il  vecchio conte si avvicinava qualche volta al giovane principe,  lo
    baciava e gli chiedeva  consigli  sull'educazione  di  Ptja  o  sulla
    carriera  di  Nikolj.  La  vecchia  contessa sospirava,  guardandoli.
    Snja,  timorosa di essere di troppo,  cercava sempre qualche pretesto
    per lasciare soli i fidanzati, mentre essi non ne sentivano affatto il
    bisogno.  Quando  il  principe  Andrj parlava (egli sapeva raccontare
    molto bene),  Natascia lo ascoltava con orgoglio;  quando parlava lei,
    notava   con   timore   e  insieme  con  gioia  che  egli  la  fissava
    attentamente,  come scrutandola.  E allora,  perplessa,  si domandava:
    Che cosa cerca in me?  Che cosa vuole scoprire con il suo sguardo?  E
    se in me non ci fosse nulla di ci che il suo sguardo cerca?. Qualche
    volta  le  accadeva  di  trovarsi  in  uno  di  quegli  stati  d'animo
    pazzamente  gioiosi  che le erano propri,  e allora amava molto sentir
    ridere il principe e guardare come egli rideva.  Egli rideva di  rado,
    ma, quando ci accadeva si abbandonava tutto al suo riso e ogni volta,
    dopo quelle risate, Natascia si sentiva pi vicina a lui. La fanciulla
    sarebbe  stata  completamente  felice  se  il  pensiero della prossima
    separazione, ormai vicina, non l'avesse atterrita.
    Alla vigilia della sua partenza da  Pietroburgo,  il  principe  Andrj
    condusse  con  s  Pierre  il quale,  dalla sera del ballo non era pi
    stato dai Rostv. Pierre sembrava smarrito e confuso.  Convers con la
    contessa, mentre Natascia e Snja andarono a sedersi al tavolino degli
    scacchi,  invitando  cos il principe Andrj ad avvicinarsi,  cosa che
    egli fece subito.
    - Conoscete Bezuchov gi da parecchio tempo, non  vero?  domand.   -
    Vi piace?
    - S,  molto simpatico, ma tanto buffo!
    E, come sempre quando parlava di Pierre, Natascia si mise a raccontare
    degli  aneddoti sulla sua distrazione,  parecchi dei quali,  tuttavia,
    erano inventati.
    - Sappiate che gli ho confidato il nostro  segreto    -    disse  alla
    fanciulla il principe Andrj.   -  Lo conosco sin dall'infanzia: ha un
    cuore d'oro,  perci vi prego di una cosa,  Natascia  -   disse  a  un
    tratto  assumendo un'aria seria.   -  Io parto e sa Iddio che cosa pu
    accadere. Voi potreste cessare di am... S, lo so che non devo parlare
    di questo... Ma qualsiasi cosa possa accadere,  quando io non sar pi
    qui...
    - Che cosa potrebbe accadermi?
    -  Qualsiasi  disgrazia possa accadere,   -  ripet il principe  -  vi
    prego,  "mademoiselle"  Sophie,  di  rivolgervi  soltanto  a  lui  per
    consiglio e per aiuto.  E' l'uomo pi distratto e pi buffo del mondo,
    ma ha un cuore d'oro.
    N il padre,  n la madre,  n Snja,  n lo  stesso  principe  Andrj
    avrebbero   potuto   prevedere  l'effetto  che  ebbe  su  Natascia  la
    lontananza del fidanzato. Rossa e agitata, con gli occhi asciutti,  si
    aggirava  tutto  il  giorno  per  la casa,  occupandosi delle cose pi
    insignificanti,  come se non capisse che cosa le  stava  dinanzi.  Non
    pianse  neppure  nel  momento  in  cui egli,  salutandola per l'ultima
    volta, le baci la mano.
    - Non partite!   -  seppe dire soltanto,  ma  con  una  voce  tale  da
    indurlo  a  pensare  se in realt non dovesse rimanere,  e che da quel
    momento gli rimase a lungo impressa nella memoria.  Non pianse neppure
    quando  egli  fu  partito,  ma parecchi giorni rimase chiusa in camera
    sua,  senza  piangere,  senza  interessarsi  di  nulla  e  limitandosi
    soltanto a dire di tanto in tanto:
    - Mio Dio, perch  partito?
    Ma due settimane dopo la partenza di lui, con molta sorpresa di quelli
    che le stavano attorno,  si riscosse dalla sua malattia morale e torn
    qual era stata prima,  ma soltanto con una diversa fisionomia  morale,
    cos come i fanciulli si alzano dal letto con un altro viso,  dopo una
    lunga malattia.


    CAPITOLO 25.

    Durante quell'ultimo anno, dopo la partenza del figlio, la salute e il
    carattere del principe Nikolj Andrevic' Bolkonskij  si  erano  assai
    indeboliti.  Egli era diventato ancora pi irritabile di prima e tutti
    i  suoi  sfoghi  di  collera  senza  motivo   si   riversavano   sulla
    principessina Mrija.  Pareva che egli cercasse con cura tutti i punti
    pi sensibili e dolenti di lei per tormentarla nel modo  pi  crudele.
    La  principessina Mrija aveva due grandi passioni e perci due gioie:
    il nipotino Nikluska e la religione,  queste  due  passioni  erano  i
    prediletti  argomenti  del  principe  per  le  sue  invettive e le sue
    canzonature.  Di qualsiasi  cosa  si  parlasse,  immancabilmente  egli
    riusciva  a  portare  il  discorso  sulle  superstizioni delle vecchie
    zitelle o sulle moine con le quali si viziavano i bambini.
    Tu vorresti fare di lui,  di Nikluska,  una vecchia zitella come te,
    ma  hai torto: il principe Andrj ha bisogno di un figlio e non di una
    zitelluccia,  le  diceva.   Oppure,   rivolgendosi  a  "mademoiselle"
    Bourienne,  le  chiedeva  che  cosa  pensasse dei nostri "pop" e delle
    nostre icone e ci scherzava sopra...
    Di continuo offendeva  crudelmente  la  principessina  Mrija,  ma  la
    figlia lo perdonava senza sforzo. Poteva mai suo padre essere in torto
    verso di lei? Poteva egli che, nonostante tutto  -  e lei lo sapeva  -
    le voleva molto bene,  essere ingiusto? E poi, cos'era la giustizia? A
    questa superba parola, giustizia,  la principessina Mrija non pensava
    mai. Tutte le complesse leggi degli uomini si riducevano per lei a una
    sola,  chiarissima:  la  legge  dell'amore  e del sacrificio dataci da
    Colui che, pur essendo Dio,  soffr con amore per l'umanit.  Che cosa
    poteva  importare  a  lei della giustizia o della iniquit degli altri
    uomini? A lei bastava soffrire e amare, e questo appunto faceva.
    Durante  l'inverno  giunse  a  Lissia-Gori  il  principe  Andrj.  Era
    allegro,  buono,  affettuoso  come la principessina Mrija non l'aveva
    visto da molto tempo.  Ella intu che qualcosa doveva essere  accaduto
    al  fratello  il  quale,  per,  non le parl del suo amore.  Prima di
    partire,  ebbe un lungo colloquio con il  padre,  e  la  principessina
    Mrija  not,  prima  che il fratello andasse via,  che padre e figlio
    erano scontenti l'uno dell'altro.
    Poco dopo la partenza del fratello, la principessina Mrija scrisse da
    Lissia-Gori a Pietroburgo,  alla sua  amica  Julie  Kargina,  che  la
    principessina  sognava  (come  sempre sognano le fanciulle) di dare in
    moglie a suo fratello Andrj,  e che in quel tempo era in lutto per la
    morte di un fratello, caduto in Turchia.
    Mia cara,  dolce amica Julie, si vede che il dolore  la nostra sorte
    comune;   la  vostra  perdita    cos  terribile  che  io  non  posso
    spiegarmela se non come un segno della grazia di Dio che vuole mettere
    alla prova,  poich vi ama, voi e vostra madre. Ah, mia cara amica, la
    religione,  soltanto la religione,  ci pu,  non  dico  consolare,  ma
    salvare  dalla  disperazione;  essa  sola  ci  pu spiegare quello che
    all'uomo,  senza il suo aiuto,  riesce  incomprensibile:  perch,  per
    quale scopo,  persone buone,  di animo nobile, che sanno trovare nella
    vita la felicit, che non solo non hanno mai fatto del male a nessuno,
    ma sono anzi indispensabili alla felicit degli altri,  siano chiamate
    a Dio mentre altre cattive,  inutili,  nocive o tali da essere un peso
    per s e per il prossimo,  restino in vita.  La prima morte,  a cui ho
    assistito,  e  che  non dimenticher mai pi,  la morte della mia cara
    cognata, ha lasciato in me tale impressione. Proprio come voi chiedete
    al destino perch doveva morire il vostro ottimo fratello,  cos io ho
    domandato perch sia morta quell'angelica Liza, la quale, non solo non
    aveva mai fatto nulla di male ad alcuno,  ma non aveva mai nutrito nel
    suo cuore sentimenti che non fossero di bont. Ebbene, amica mia, sono
    trascorsi da  quel  giorno  cinque  anni  e  io,  con  la  mia  povera
    intelligenza,  incomincio gi a capire perch sia dovuta morire e come
    quella morte sia stata  soltanto  un  segno  dell'infinita  bont  del
    Creatore,   i   cui  disegni,   che  noi  per  la  maggior  parte  non
    comprendiamo,  altro non sono se non manifestazioni del  Suo  infinito
    amore  verso  le proprie creature.  Io penso spesso che ella era forse
    troppo angelicamente innocente per avere la forza di adempiere ai suoi
    doveri di madre.  Era impeccabile come giovane moglie,  non so  se  lo
    sarebbe stata altrettanto come madre.  E ora non solamente ha lasciato
    a noi e in particolar modo al principe Andrj il pi puro ricordo e il
    pi dolce rimpianto,  ma lass avr avuto quel posto che  io  non  oso
    sperare  per  me.  Ma,  per non parlare di lei soltanto,  quella morte
    prematura e tremenda ha esercitato su me e  su  mio  fratello  il  pi
    benefico  influsso.  Allora,  al  momento della perdita,  non potevano
    venirmi questi pensieri che avrei  scacciato  con  orrore,  ma  adesso
    tutto  mi    chiaro  e  indubbio.  Vi scrivo queste cose,  amica mia,
    soltanto per convincervi della verit del Vangelo, che costituisce per
    me una norma  di  vita:  non  cade  neppure  un  capello  dalla  testa
    dell'uomo  senza la volont di Dio.  E poich la Sua volont  guidata
    soltanto da un immenso amore verso di noi,  tutto ci  che  ci  accade
    avviene sempre per il nostro bene.
    Voi  mi  domandate  se passeremo a Mosca il prossimo inverno.  Non lo
    credo e non lo desidero,  nonostante la grande gioia che proverei  nel
    rivedervi. Vi stupirete se vi dico che non torneremo a Mosca per causa
    del Buonaparte?  Ed ecco perch: la salute di mio padre va peggiorando
    a vista d'occhio;  egli non pu sopportare di essere contraddetto,  si
    irrita  con  molta  facilit e la sua irritabilit,  voi lo sapete,  
    suscitata  soprattutto  dalle  questioni  politiche.   Egli  non   pu
    ammettere  che  Napoleone  tratti  da  pari a pari con tutti i sovrani
    d'Europa e in special modo con  il  nostro  imperatore,  nipote  della
    grande  Caterina!  Sapete  gi  che io sono assolutamente indifferente
    alle questioni politiche,  ma dalle parole di mio  padre  e  dai  suoi
    discorsi  con Michal Ivnovic' sono al corrente di ci che accade nel
    mondo e in special modo degli onori accordati al Buonaparte,  il quale
    soltanto  a  Lissia-Gori,  su  tutto il globo terrestre,  pare non sia
    ancora riconosciuto come un grand'uomo n tanto meno  come  imperatore
    dei  Francesi.  Tutto questo mio padre non lo pu tollerare e pertanto
    mi pare che,  innanzi tutto,  a causa delle sue vedute  politiche,  ma
    anche in previsione delle discussioni incresciose che sorgerebbero per
    la  sua  abitudine  di  esprimerle con franchezza con chiunque,  parli
    malvolentieri di un viaggio a Mosca.  I vantaggi  che  la  sua  salute
    potrebbe  trarre  dalle  cure  sarebbero  annullati dalle discussioni,
    inevitabili,  sul Buonaparte.  In ogni caso,  la decisione verr presa
    tra non molto.  La nostra vita domestica procede come al solito, se si
    eccettua la presenza tra noi di mio fratello Andrj. Egli, come gi vi
    ho detto,   molto mutato in questi ultimi tempi.  Dopo il gran dolore
    provato,  soltanto  quest'anno si  ripreso moralmente ed  ridivenuto
    quale lo conoscevo da bambino: buono,  affettuoso,  con un cuore d'oro
    impareggiabile.  A  quanto  pare,  ha capito che per lui la vita non 
    finita.   Ma  il  mutamento  morale    accompagnato  da  un  notevole
    indebolimento fisico.  Si  fatto pi magro ed  pi nervoso di prima.
    Ho paura per lui e sono contenta  che  abbia  deciso  di  fare  questo
    viaggio  all'estero,   che  i  dottori  gli  avevano  da  molto  tempo
    consigliato.  Spero che si ristabilir.  Mi scrivete che a Pietroburgo
    si  parla di lui come di uno dei pi attivi,  pi colti e intelligenti
    giovani della citt.  Perdonate il  mio  orgoglio  di  sorella  ma  in
    proposito  non  ho  mai avuto dubbi.  Non  possibile dire quanto bene
    egli abbia fatto qui a tutti,  a cominciare dai suoi contadini sino ai
    nobili.  A  Pietroburgo  ha  trovato  soltanto  ci  che meritava.  Mi
    meraviglia invece del modo con cui le dicerie giungono da  Pietroburgo
    a  Mosca  e  soprattutto  cos  infondate  come  quella  alla quale mi
    accennate relativa al suo prossimo matrimonio con la giovane  Rostova.
    Non credo che Andrj si risposi pi e,  tanto meno, che si proponga di
    sposare quella ragazza.  E vi dico il  motivo:  prima  di  tutto  che,
    sebbene  parli  assai di rado della moglie morta,  il dolore di quella
    perdita  ancora troppo profondamente radicato nel suo cuore perch si
    decida a sostituirla e a dare una matrigna al nostro  piccolo  angelo;
    in  secondo  luogo  perch,  a  quanto  ne  so io,  quella ragazza non
    appartiene al genere dl donne che possano piacere al principe  Andrj.
    Non credo che mio fratello l'abbia scelta per moglie e, a voler essere
    sincera,  non lo desidero. Ma ho chiacchierato gi troppo: ho riempito
    un secondo foglio. Addio, mia cara amica,  che Iddio vi tenga sotto la
    Sua santa e potente protezione. La mia amica "mademoiselle" Bourienne,
    vi manda un bacio
    Marie.


    CAPITOLO 26.

    Verso  la  met  dell'estate,  la principessina Mrija ricevette dalla
    Svizzera un'inattesa lettera  del  fratello,  con  la  quale  egli  le
    comunicava  una  strana,  inaspettata  notizia.  Il principe Andrj le
    annunziava il suo fidanzamento  con  Natascia  Rostova.  Da  tutta  la
    lettera  spirava  un  amoroso entusiasmo per la fidanzata e una tenera
    fiduciosa amicizia per la sorella.  Le scriveva di non aver mai  amato
    come  allora  e  di  comprendere  e conoscere la vita soltanto allora;
    pregava la sorella di perdonarlo  se,  durante  la  sua  permanenza  a
    Lissia-Gori,  non le aveva detto nulla della sua decisione, sebbene ne
    avesse parlato con il padre. Non le aveva detto nulla perch era certo
    che ella avrebbe interceduto presso il padre  affinch  desse  il  suo
    consenso  e,  senza  raggiungere  lo  scopo,  lo avrebbe irritato e di
    conseguenza le sarebbe toccato  sopportare  il  peso  del  malcontento
    paterno.   Del  resto,  egli  scriveva,  la  cosa  allora  non  era
    definitivamente  decisa  come  adesso.  Nostro  padre,  quando  gliene
    parlai,  mi fiss il termine di un anno ed ecco,  sono ormai trascorsi
    sei mesi e io sono pi che mai fermo nel mio proposito.  Se  i  medici
    non  mi  trattenessero  qui  per le cure delle acque,  io sarei gi in
    Russia, ma il mio ritorno deve essere prorogato di altri tre mesi.  Tu
    mi conosci e sai quali siano i miei rapporti con nostro padre.  Io non
    ho bisogno di nulla da lui, sono stato e sar sempre indipendente,  ma
    agire  contro  la  sua volont,  suscitare la sua ira mentre ormai gli
    resta forse poco tempo da rimanere con  noi,  distruggerebbe  in  gran
    parte la mia felicit. Scriver ora una lettera anche a lui e prego te
    di  scegliere  il momento opportuno per consegnargliela e di farmi poi
    sapere come egli consideri attualmente la cosa e se io  possa  sperare
    che acconsenta ad abbreviare di tre mesi il termine fissato.
    Dopo   lunghe   esitazioni,   molti   dubbi  e  molte  preghiere,   la
    principessina  Mrija  consegn  la  lettera  al  padre.   Il   giorno
    successivo, il vecchio principe le disse tranquillamente:
    -  Scrivi  a  tuo  fratello che aspetti che io sia morto...  Non dovr
    attendere a lungo: presto sar libero.
    La principessina avrebbe voluto ribattere,  ma  il  padre  non  glielo
    permise e, alzando sempre di pi la voce, aggiunse:
    - Sposati,  sposati, caro... La parentela  buona! Gente intelligente,
    eh? Gente ricca, eh? S, una buona matrigna per Nikluska... Scrivigli
    che si sposi anche domani... Lei diventer la matrigna di Nikluska, e
    io diventer il marito della Bourienne! Ah,  ah,  ah!  Cos neppur lui
    rester senza matrigna! Una cosa sola, per: non voglio altre donne in
    casa  mia.  La sposi pure,  ma se ne vada a vivere altrove,  per conto
    suo... E chi sa che non te ne vada anche tu a vivere con lui,  eh?   -
    seguit,  rivolgendosi  alla  principessina  Mrija.   -  Va' con Dio,
    buona fortuna, buona fortuna!
    Dopo quella sfuriata il principe non parl pi della faccenda,  ma  la
    collera  repressa  per  la debolezza d'animo del figlio si manifestava
    nei suoi rapporti con la principessina Mrija.  Agli antichi  pretesti
    di  canzonatura ne aggiunse uno nuovo: il discorso sulla matrigna e le
    cortesie a "mademoiselle" Bourienne.
    - E perch non dovrei sposarla?   -  diceva alla figlia.   -   Sarebbe
    una bella principessa!
    E  negli  ultimi  tempi,  con perplessit e stupore,  la principessina
    Mrija not che  il  padre  cominciava  realmente  a  permettere  alla
    francese una maggiore familiarit.  La principessina Mrija scrisse al
    fratello,  descrivendogli il modo con cui era  stata  accolta  la  sua
    lettera  dal  padre,  ma  nello  stesso  tempo  lo confort facendogli
    sperare che sarebbe riuscita a fargli accettare quell'idea.
    Nikluska e  la  sua  educazione,  Andrj  e  la  religione  erano  la
    consolazione e la gioia della principessina Mrija; ma oltre a questo,
    poich  ogni  creatura  umana  ha bisogno di speranze sue proprie,  in
    fondo all'anima della fanciulla si celavano un sogno  e  una  speranza
    che  costituivano il conforto principale della sua vita.  Quel sogno e
    quella speranza consolatori le venivano dalla sua gente di Dio,  dai
    pellegrini  che la visitavano di nascosto dal principe.  Quanto pi la
    principessina Mrija viveva,  quanto pi sperimentava e  osservava  la
    vita, tanto pi si stupiva della cecit di coloro che cercano quaggi,
    sulla terra, il piacere e la felicit, che lavorano, soffrono, lottano
    e  si  fanno  del  male  a  vicenda  per  raggiungere  questa felicit
    impossibile,  immaginaria peccaminosa.  Il principe Andrj  amava  la
    moglie,  ella  morta;  non gli basta, ed ecco che cerca di trovare la
    felicit con un'altra donna.  Il padre non vuole perch  desidera  per
    lui  un  matrimonio  pi  brillante,  pi  ricco...  E  tutti lottano,
    soffrono,  tormentano gli altri,  rovinano la loro anima immortale per
    raggiungere un bene effimero.  E non ci basta saperlo,  ma Cristo,  il
    figliuolo di Dio,   sceso sulla terra per dire che questa nostra vita
     la vita di un istante,   una prova...  eppure noi siamo attaccati a
    questa vita, nella quale ci illudiamo di trovare la felicit. Come mai
    nessuno lo ha capito?,  pensava la  principessina  Mrija.  Nessuno,
    all'infuori  di  questi  disprezzati poverelli di Dio che con il sacco
    sulle spalle,  vengono da  me  passando  per  la  scala  di  servizio,
    terrorizzati al pensiero di capitare sotto gli occhi del principe, non
    gi  per il timore di essere maltrattati,  ma per evitare di indurlo a
    peccare.  Lasciare la famiglia,  la patria,  tutte  le  preoccupazioni
    derivanti  dai  beni  terreni  per  non  attaccarsi a nessuno di essi,
    andare raminghi e vestiti di cenci,  sotto un altro nome,  da un luogo
    all'altro, senza far male al prossimo, e pregando per i propri simili,
    sia  per  coloro  che  li scacciano sia per coloro che pietosamente li
    accolgono;  al di sopra di questa verit e di questa vita  non  esiste
    altra verit, non esiste altra vita!
    C'era,  tra  quelle  pellegrine,  una certa Fedssjuska,  una piccola,
    tranquilla vecchietta cinquantenne, butterata dal vaiolo, che da oltre
    trent'anni  andava  in  giro   scalza,   portando   il   cilicio.   La
    principessina Mrija le voleva particolarmente bene. Un giorno, mentre
    nella  stanza  quasi buia rischiarata soltanto da una piccola lampada,
    Fedssjuska raccontava la propria vita,  la  principessina  Mrija  fu
    folgorata  dal pensiero che soltanto Fedssjuska aveva trovato il vero
    cammino della vita, e si sent presa dal desiderio di andare anch'ella
    a pellegrinare.  Quando la vecchietta si fu ritirata per  dormire,  la
    principessina Mrija riflett lungamente e concluse che, per quanto la
    cosa fosse strana,  doveva anch'ella farsi pellegrina.  Confid la sua
    intenzione soltanto al suo confessore,  il monaco Akimfi,  e il monaco
    la  approv.  Sotto  il pretesto di un dono da fare ai pellegrini,  la
    principessina Mrija si  prepar  un  abito  completo  da  pellegrina:
    camicia,  calzature di scorza di tiglio,  caffettano, scialletto nero.
    Spesso, avvicinandosi allo stipo che conteneva le sue cose segrete, la
    principessina si fermava dubbiosa,  chiedendosi  se  non  fosse  ormai
    venuto i momento di realizzare il proprio desiderio.
    Spesso,  ascoltando  i pellegrini,  ella si infiammava a quei discorsi
    semplici,  per loro quasi meccanici,  ma densi  per  lei  di  profondo
    significato, tanto che molte volte fu sul punto dl abbandonare tutto e
    di  fuggire  da  casa.  Con  il pensiero gi si vedeva in compagnia di
    Fedssjuska,  coperta da una rozza e povera veste,  con il bordone tra
    le  mani  e la bisaccia,  camminare lungo una strada polverosa,  senza
    invidia,  senza  amore  terreno,  senza  desideri,   da  un  santuario
    all'altro  e  giungere  infine  l  dove non vi sono n tristezze,  n
    sospiri, ma eterna gioia e beatitudine eterna.
    Arriver in un luogo,  pregher e prima ancora di a abituarmi a  quel
    luogo e di amarlo,  me ne andr altrove, pi lontano, sino a quando le
    gambe mi reggeranno;  poi mi stender a terra e  morir  in  un  posto
    qualsiasi  per  giungere  finalmente  a quel porto eterno e tranquillo
    dove  non  esistono  n   tristezze   n   sospiri...,   pensava   la
    principessina Mrija.
    Ma poi,  vedendo suo padre e,  soprattutto,  il piccolo Koko,  sentiva
    venir meno la forza del suo proposito,  piangeva di nascosto e sentiva
    di  essere  una  peccatrice:  amava,  pi  di Dio,  suo padre e il suo
    nipotino.



    NOTE.

    N.  1.  Michal Michjlovic' Speranskij (1772-1839),  uomo politico di
    tendenze  liberali;  ebbe  notevole  importanza  durante il periodo di
    riavvicinamento tra Russia e Francia.
    N.  2.  Viktor Pvlovic' Kociubj (1768-1834),  uomo  politico  russo.
    Ambasciatore a Costantinopoli,  fu nominato vice cancelliere dallo zar
    Paolo Primo nel 1798.  Amico intimo del futuro zar  Alessandro  Primo,
    divent, sotto il regno di quest'ultimo, membro del Comitato di salute
    pubblica,  specie  di  consiglio segreto in cui dominarono le tendenze
    liberali.  Si sforz,  nel  corso  della  sua  attivit  politica,  di
    mantenere forme di liberalismo, bench in regime dispotico.
    N. 4. Il soprannome Forza Andreic'.
    N.   7.   Michal  Leontevic'  Magnitzkij  (1778-1855),   studioso  di
    letteratura, fu uno dei principali consiglieri di Speranskij. Allorch
    questi cadde in disgrazia, fu esiliato.  In seguito venne richiamato a
    dirigere l'universit di Kazn, ma la sua sistematica opposizione alla
    libert di stampa e di parola, lo rese tristemente famoso.
    N.  8.  Charles Louis de Secondat,  barone di Montesquieu (1689-1755),
    letterato,  filosofo e pubblicista francese,  fu  uno  dei  precursori
    della  rivoluzione.  Lo  resero famoso "Les lettres persanes",  vivace
    satira contro la licenza dei costumi del tempo.
    N.  11.   Gustav  Andrevic'  Rosenkampf  (1762-1832)  si  occup  del
    rinnovamento delle istituzioni russe.
    N.  13.  Giustiniano  (482-565),  imperatore romano d'Oriente dal 528,
    successore dello zio materno Giustino (450-527),  dal quale era  stato
    adottato. Cerc di ricostituire la compagine dell'impero; pubblic nel
    534  il  "Corpus  iuris  civilis" o codice delle leggi romane,  la cui
    compilazione affid al suo ministro Triboniano.  Al pari di tutti  gli
    imperatori  bizantini,  volle immischiarsi nelle questioni religiose e
    prender parte alle dispute teologiche. Fece erigere la chiesa di Santa
    Sofia. Dante ne celebr la grandezza nel quinto canto del Paradiso.
    N.  14.  L'Ordine degli Illuminati di Baviera era una societ  segreta
    razionalista  avviata  ad  Ingolstadt  (Baviera)  da  Adam  Weishaupt,
    professore di diritto nella locale universit,  nel 1776.  Fu  sciolta
    nel  1785  dal governo bavarese,  perch dietro lo scopo dichiarato di
    voler educare gli uomini secondo i principi della ragione e indurli ad
    aiutarsi reciprocamente senza distinzioni di religione  si  celava  la
    volont di distruggere il cristianesimo;  essa aveva inoltre lo scopo,
    inaccettabile allora,  di promuovere la forma di governo  repubblicana
    anzich monarchica.
    N.  15.  Armand  de  Caulaincourt  (1772-1827),  marchese  di Vicenza,
    generale  e  diplomatico  francese.  Allo  scoppio  della  rivoluzione
    francese,  degradato,  come nobile, dal grado di capitano nel 1793, lo
    riottenne nel 1795;  nel 1801 assolse missioni in Russia e nel 1802 fu
    promosso   generale   e  nominato  aiutante  di  campo  di  Bonaparte.
    Ambasciatore  in  Russia  dal  1807  al  1811,  fu  affascinato  dalla
    personalit  dello  zar  Alessandro  Primo che lo tenne a sua volta in
    grande stima.  Creato duca di Vicenza nel 1808,  senatore  e  ministro
    delle  relazioni  con  l'estero  nel  1813,  rappresent  Napoleone al
    congresso di Chtillon,  nome dato ai colloqui che  Caulaincourt  ebbe
    con i rappresentanti degli alleati durante la campagna di Francia.  Di
    nuovo ministro nel periodo dei Cento giorni,  scamp all'esilio grazie
    all'intervento  di  Alessandro Primo.  Lasci "Memorie" pubblicate nel
    1934.
    N. 17. Charles-Joseph principe di Ligne (1735-1814), maresciallo belga
    al  servizio  dell'Austria,   godette  dell'amicizia   dell'imperatore
    Giuseppe  Secondo,  di  cui fu consigliere e che rappresent presso la
    zarina Caterina Seconda (1782).  Nel  1789,  nel  corso  della  guerra
    contro  i  Turchi,  si  distinse alla presa di Belgrado.  Nello stesso
    anno, per lealt verso l'imperatore,  rifiut di mettersi a capo della
    ribellione  dei  Paesi  Bassi.  I  suoi  viaggi  in  diversi  paesi e,
    soprattutto in Francia, la sua vasta cultura, la sua vita avventurosa,
    fecero di lui uno dei pi insigni esponenti dello spirito  cosmopolita
    del diciottesimo secolo.  Divenuto maresciallo dell'esercito austriaco
    nel 1808,  visse  da  allora  a  Vienna;  lasci  parecchie  opere  in
    francese, tra le quali sono particolarmente importanti "Le lettere".
    N. 23. Vangelo di san Giovanni 1, 4 s.
    N. 24. Situata tra i due colossi svedese e russo, la Finlandia pass
    volta  a  volta sotto la denominazione dell'uno o dell'altro.  Dopo la
    dominazione svedese iniziata nel 1150,  proprio con  la  campagna  del
    1808-1809  Alessandro  Primo  complet la conquista,  suggeritagli sia
    dall'invito di Napoleone (che vedeva danneggiati  cos  gli  interessi
    della  Svezia,  alleata  dell'Inghilterra)  e  sia  dalla necessit di
    distrarre la pressione interna dei possidenti russi,  in agitazione  a
    causa  del  blocco continentale proclamato da Napoleone e sostenuto da
    Alessandro Primo.  La campagna di Finlandia si concluse con la pace di
    Hamina  (1809);  nella  successiva dieta di Porvoo Alessandro prese il
    titolo  di  granduca  di  Finlandia,  ma  s'impegn  a  rispettare  le
    istituzioni proprie del paese.  Poich sulla fine del secolo scorso il
    processo di russificazione divenne evidente ed eccessivo,  si avvi un
    movimento   indipendentista,   che  raccolse  i  suoi  frutti  con  la
    dichiarazione di indipendenza del 6 dicembre 1917.
    N. 27. Luigi Cherubini (1760-1842), celebre compositore italiano, nato
    a Firenze e morto a Parigi.  Ci lasci molte opere  teatrali  e  molta
    musica  sacra,  tra  cui un "Requiem" e "La Messa dell'incoronazione".
    Dal 1821  divenne  direttore  del  Conservatorio  di  Parigi.  Il  suo
    monumento funebre  a Firenze, in Santa Croce.
    N. 28. Cenone della vigilia di Natale o dell'ultimo giorno dell'anno.
    N.   31.  Mrja  Antnovna  Naryskina  (1779-1854),  nata  principessa
    Cetvertinskaja, fu per molto tempo favorita di Alessandro Primo.
    N. 35. Andrj Andrevic' Gervais (1773-1832), diplomatico russo, amico
    e informatore di Speranskij circa  la  politica  estera,  di  cui  era
    allora ministro Rumjanzv.
    N.  36. Arkadij Aleksevic' Stolypin (1778-1825), senatore e scrittore
    russo.
    N. 37.  Persona eletta o nominata per la direzione degli affari di una
    piccola collettivit.  Lo "strosta" di un villaggio era una specie di
    sindaco con funzioni amministrative e di polizia.
    N. 39. Giri del gioco.










    PARTE QUARTA.


    CAPITOLO 1.

    Una tradizione biblica ci insegna che la mancanza di  lavoro,  l'ozio,
    era  la  condizione  necessaria alla beatitudine dell'uomo prima della
    sua caduta.  L'amore per l'ozio  rimasto tal  quale  anche  nell'uomo
    caduto, ma la maledizione continua a gravare sugli uomini non soltanto
    per  il  fatto che essi devono guadagnarsi il pane con il sudore della
    fronte, ma perch, date le nostre qualit morali,  non possiamo essere
    felici  rimanendo  in  ozio.  Una voce segreta ci dice che ci dobbiamo
    sentire in colpa quando ci abbandoniamo all'ozio.  Se  l'uomo  potesse
    trovare uno stato nel quale,  pur essendo in ozio,  sentisse di essere
    utile e di compiere il proprio dovere, ritroverebbe almeno in parte la
    beatitudine primordiale.  Ma di tale condizione di ozio obbligatorio e
    incensurabile gode una classe intera: la classe militare. E appunto in
    tale  ozio  obbligatorio  e incensurabile consiste e consister sempre
    l'attrattiva principale della carriera militare.
    Nikolj Rostv provava in pieno tale beatitudine continuando,  dopo il
    1807,  a prestar servizio nel reggimento di Pvlograd,  dove comandava
    lo squadrone lasciato da Denissov.
    Rostv era diventato un bravo giovane, dai modi un po' rudi che i suoi
    conoscenti di Mosca avrebbero trovato piuttosto  "mauvais  genre"  [1.
    maleducato], ma che era amato e stimato dai compagni, dai subalterni e
    dai superiori e che era interamente soddisfatto della propria vita.
    Negli  ultimi  tempi,  nel  1809,  nelle lettere che riceveva da casa,
    trovava sempre pi spesso lamentele da parte di sua madre a  proposito
    degli  affari che andavano sempre peggio;  essa gli diceva che era ora
    che tornasse a casa a confortare e a dare un po'  di  tranquillit  ai
    suoi vecchi genitori.
    Leggendo quelle parole, Nikolj era preso dal timore che lo si volesse
    strappare a quell'ambiente nel quale, libero da tutte le complicazioni
    della  vita,  si sentiva cos tranquillo e cos sereno.  Prevedeva che
    presto o tardi sarebbe dovuto rientrare nel turbine  della  vita,  tra
    gli  affari  disorganizzati  e  dissestati,  in  mezzo  ai  conti  con
    l'amministratore,  alle discussioni,  agli intrighi,  alle conoscenze,
    all'amore di Snja e alle promesse che egli le aveva fatto.  Tutto ci
    era terribilmente difficile e complicato,  cosicch agli scritti della
    madre egli rispondeva con lettere classiche e fredde, che cominciavano
    Ma  chre  maman  e  finivano  votre obissant fils [2.  Mia cara
    mamma...  il vostro figlio obbediente],  nelle quali non  manifestava
    mai  l'intenzione  di  tornare.  Nel  1810  gli giunse una lettera dei
    genitori  che  gli  annunziavano  il  fidanzamento  di  Natascia   con
    Bolkonskij  e  gli  dicevano che il matrimonio sarebbe stato celebrato
    soltanto l'anno successivo perch il  vecchio  principe  non  dava  il
    consenso.  Quella lettera rattrist e offese Nikolj.  In primo luogo,
    gli rincresceva che se ne andasse da casa Natascia,  alla quale voleva
    bene  pi  che  a  tutti  gli altri membri della famiglia;  in secondo
    luogo, dal suo punto di vista di ussaro, si doleva di non essere stato
    a casa per far capire a quel Bolkonskij che non considerava un  grande
    onore  imparentarsi  con lui e che,  se amava Natascia,  avrebbe anche
    potuto fare a meno del consenso di quel pazzo di  suo  padre.  Per  un
    momento  rimase  in  dubbio  se  richiedere  una  licenza per andare a
    trovare  Natascia,  ma  proprio  in  quel  periodo  sopraggiunsero  le
    manovre, poi pens a Snja, agli affari che andavano male e rimand la
    decisione.  Ma  nella  primavera  ricevette  una lettera di sua madre,
    scritta a insaputa del conte,  e quella lettera lo decise  a  partire.
    Ella  scriveva  che se Nikolj non fosse tornato e non avesse preso in
    mano  le  redini  degli  affari,  l'intera  propriet  sarebbe  andata
    all'asta e la famiglia sarebbe caduta in miseria. Il conte era debole,
    aveva  riposto  un'eccessiva fiducia in Mtenka,  era troppo buono,  e
    tutti lo ingannavano a tal punto che ormai le cose rotolavano di  male
    in peggio.  Ti supplico,  in nome di Dio, di venire immediatamente se
    non vuoi rendere infelice me e tutta la  tua  famiglia,  scriveva  la
    contessa.
    Quella  lettera scosse profondamente Nikolj: egli era dotato del buon
    senso dei mediocri, che gli indic in che modo doveva comportarsi.
    Bisognava assolutamente partire, se non dimettendosi, ottenendo almeno
    una licenza. Perch fosse proprio necessario non lo sapeva,  ma,  dopo
    il  sonnellino  pomeridiano,  ordin  che gli sellassero il suo grigio
    Marte, uno stallone assai focoso che non usciva da un pezzo e,  giunto
    al suo alloggio,  su quella cavalcatura coperta di schiuma, dichiar a
    Lavruska (il domestico di Denissov era rimasto con lui) e ai colleghi,
    che la sera erano venuti a trovarlo, che chiedeva una licenza e andava
    a casa.  Per quanto gli fosse difficile e gli sembrasse strano pensare
    di  partire  senza  aver  saputo  dallo  stato  maggiore  (cosa che lo
    interessava in modo particolare) se sarebbe stato promosso capitano  o
    se  avrebbe  avuto  la  croce di Sant'Anna per le ultime manovre;  per
    quanto gli paresse strano pensare  che  sarebbe  partito  senza  avere
    venduto al conte Goluchovskij la "trjka" (3) roana,  per cui il conte
    polacco mercanteggiava con lui e che egli aveva scommesso di  cedergli
    per duemila rubli;  per quanto gli paresse incomprensibile che potesse
    avere luogo,  senza di lui,  il ballo che gli  ussari  offrivano  alla
    "pana"  (4) Pszdetkaja per far dispetto agli ulani che ne organizzano
    uno in onore della loro "pana" Borzozvskaja,  egli si  rendeva  conto
    che  bisognava  uscire da quel mondo sereno e buono per andare l dove
    tutto era assurdo  e  complicato.  Dopo  una  settimana  ricevette  la
    licenza. Gli ussari, e non solo i suoi compagni di reggimento ma anche
    i compagni di brigata, gli offrirono un pranzo che cost loro quindici
    rubli a testa, durante il quale sonavano due orchestre e cantavano due
    cori di soldati.  Rostv ball il "trepk" (5) con il maggiore Bassv;
    gli ufficiali, ubriachi, sollevarono, fecero dondolare,  lanciarono in
    alto  e  lasciarono ricadere Rostv,  i soldati del terzo squadrone lo
    sollevarono  ancora  una  volta  sulle  braccia  gridando  Urr!   a
    squarciagola.  Infine  fu fatto salire su una slitta e fu accompagnato
    sino alla prima stazione di posta.
    Sino a met strada, come sempre accade, da Kremencig a Kiev,  tutti i
    pensieri  di  Rostv  erano  ancora  legati  al  suo  squadrone;   ma,
    oltrepassata la met del  cammino,  egli  cominci  a  dimenticare  la
    "trjka"  di  roani,  il  suo  maresciallo  d'alloggio  Dozovjko  e a
    chiedersi,  con una certa inquietudine,  che cosa  avrebbe  trovato  a
    Otrdnoe.  Quanto  pi  si avvicinava alla meta,  tanto pi fortemente
    (come se anche  il  sentimento  obbedisse  alla  legge  di  attrazione
    inversamente  proporzionale al quadrato della distanza) egli pensava a
    casa sua;  all'ultima tappa,  prima di Otrdnoe,  diede al postiglione
    tre rubli di mancia e,  come un ragazzo,  sal di corsa, ansimando, la
    scala d'entrata.
    Dopo l'entusiasmo del primo incontro e dopo  quello  strano  senso  di
    delusione in confronto a ci che si era aspettato,   -   sempre tutto
    uguale, perch dunque mi sono tanto affrettato?  -  Nikolj continu a
    riabituarsi al suo vecchio mondo di casa.  Suo padre e sua madre erano
    gli stessi, solamente un po' invecchiati; in essi nulla c'era di nuovo
    all'infuori  di una certa inquietudine e talora qualche disaccordo mai
    esistiti prima e che,  come presto Nikolj venne a sapere,  derivavano
    dalle  cattive  condizioni degli affari.  Snja,  che aveva gi pi di
    diciannove anni,  aveva cessato di farsi  pi  bella,  non  prometteva
    nulla di pi,  ma,  cos com'era, poteva bastare. Da quando era giunto
    Nikolj,  spiravano da  lei  felicit  e  tenerezza,  e  il  costante,
    irremovibile amore di quella fanciulla procurava a Nikolj un senso di
    gioia. Ptja e Natascia, pi di tutti gli altri membri della famiglia,
    stupirono Nikolj.  Ptja era ormai un ragazzo di tredici anni, bello,
    intelligente,  vivacissimo,  e la sua  voce  di  fanciullo  gi  stava
    assumendo  toni  nuovi.  Di  Natascia,  Nikolj si meravigli e rise a
    lungo guardandola.
    - Sei diventata un'altra  -  le disse.
    - Come, pi brutta?
    - Al contrario, ma con una cert'aria di importanza... una principessa!
    -  le mormorava.
    - S, s, s!  -  confermava Natascia gioiosamente.
    La fanciulla gli raccont il suo romanzo con il  principe  Andrj,  la
    visita di lui a Otrdnoe e gli mostr l'ultima lettera ricevuta.
    - Ebbene,  contento?  -  chiese Natascia al fratello.  -  Ora mi sento
    cos felice, cos tranquilla...
    - Felicissimo anch'io  -    rispondeva  Nikolj.    -    E'  un'ottima
    persona. Ma tu, sei davvero molto innamorata?
    - Come dirti?  Io sono stata innamorata di Bors,  del precettore,  di
    Denissov, ma ora  una cosa diversa. Mi sento tranquilla e serena.  So
    che  non  esiste un uomo migliore di lui e per questo sono cos calma,
    cos felice. Una sensazione completamente diversa da prima...
    Nikolj espresse a Natascia il suo malcontento  perch  il  matrimonio
    era  stato  rimandato  di  un  anno;  ma  Natascia assal il fratello,
    dimostrandogli che  non  era  possibile  fare  diversamente,  che  non
    sarebbe  stato  bello  entrare  a  far parte di una famiglia contro la
    volont del padre e che era stata lei stessa a volere cos.
    - Tu non puoi capire,  non puoi capire  -    diceva.  Nikolj  tacque,
    accettando il modo di vedere di lei. Spesso, osservando la sorella, il
    giovane  provava  un  senso  di  stupore.  Ella non pareva affatto una
    fidanzata innamorata,  costretta a vivere lontano dal promesso  sposo.
    Era  sempre  la  stessa,  di  umore  calmo,  allegro,  uguale.  E  ci
    meravigliava Nikolj,  il quale  non  riusciva  a  vincere  una  certa
    diffidenza verso Bolkonskij e quel fidanzamento.  Egli non credeva che
    la sorte di Natascia fosse gi decisa,  tanto pi che  non  aveva  mai
    visto  il  principe  Andrj  con la sorella.  Gli sembrava che in quel
    futuro matrimonio ci fosse qualcosa che non andava.
    Perch questo rinvio?  Perch  non    stato  fatto  il  fidanzamento
    ufficiale?,  si chiedeva.  E una volta, parlando della sorella con la
    madre, con suo grande stupore ma insieme con un certo piacere, costat
    che la contessa in cuor suo considerava quel matrimonio con una  certa
    sfiducia.
    - Ecco,  egli scrive...  -  disse, mostrando al figlio una lettera del
    principe Andrj, con quel malcelato rancore che una madre nutre sempre
    contro la futura felicit coniugale della figlia  scrive che non verr
    prima di dicembre.  Da  quali  affari  pu  essere  trattenuto?  Senza
    dubbio, una malattia. Ha una salute molto fragile. Non parlarne per a
    Natascia...  E  non dar peso al fatto di vederla allegra: essa vive il
    suo ultimo periodo di fanciulla, e io so che cosa prova ogni volta che
    arriva una lettera di lui.  Del resto,  se Dio lo vuole,  andr  tutto
    bene    -   concludeva la contessa ogni volta che parlava del principe
    Andrj.  -  Si tratta di un'ottima persona.


    CAPITOLO 2.

    Durante il primo periodo dopo il suo arrivo,  Nikolj  apparve  serio,
    persino  triste.  Lo  tormentava la necessit assoluta di occuparsi di
    quegli stupidi affari amministrativi,  a causa dei quali la  madre  lo
    aveva chiamato.  Per liberarsi al pi presto da quel peso,  tre giorni
    dopo il suo ritorno a casa, accigliato e senza rispondere alla domanda
    dove andasse, si diresse verso la casetta abitata da Mtenka e pretese
    che gli fossero consegnati i conti di tutto.  Che cosa fossero  quei
    conti di tutto Nikolj ne sapeva anche meno di Mtenka, spaventato e
    sorpreso.  Il  colloquio  e  il  rendiconto  di Mtenka non durarono a
    lungo.  Gli  "strosta",  quello  elettivo  e  quello  comunale,   che
    aspettavano nell'anticamera della casetta,  dapprima con terrore e poi
    con soddisfazione udirono la voce del  giovane  conte  che  si  levava
    sempre  pi  alta,   pronunziando  ingiurie  e  parole  terribili  che
    piovevano una dopo l'altra.
    - Brigante! Ingrato animale! Ti ammazzo come un cane...  Non hai pi a
    che  fare  con  un uomo come mio padre...  Hai rubato...   -  e via di
    questo passo.
    Poi i due uomini,  con non minore soddisfazione e spavento,  videro il
    giovane  conte,  rosso  in  viso  e con gli occhi iniettati di sangue,
    trascinare fuori Mtenka per il bavero e con  molta  abilit,  tra  un
    insulto  e  l'altro,  assestargli  pedate  e  ginocchiate nel deretano
    gridando:
    - Vattene via!  E che qui dentro non resti  neppure  traccia  del  tuo
    odore, farabutto!
    Mtenka  ruzzol  a  capo  fitto  gi  per  sei  gradini  e  fugg nel
    boschetto,  un ben noto rifugio per i criminali di  Otrdnoe.  Mtenka
    stesso,  tornando  ubriaco  dalla  citt  vi si era nascosto parecchie
    volte e numerosi abitanti di Otrdnoe,  che si nascondevano a Mtenka,
    apprezzavano l'impenetrabilit di quell'asilo.
    La   moglie  e  le  cognate  di  Mtenka  si  affacciarono  spaventate
    dall'uscio di una stanza dove bolliva un  lucido  samovr  e  dove  si
    levava l'alto letto dell'amministratore,  su cui era stesa una coperta
    trapunta, composta da minuti pezzetti di stoffa.
    Il giovane conte,  ansimante,  senza  badare  alle  donne,  pass  con
    andatura decisa davanti a loro e torn a casa.
    La  contessa,  gi  informata  dalle cameriere di ci che era avvenuto
    nella casetta,  da un lato si sent tranquilla,  pensando che  ora  il
    patrimonio  della famiglia sarebbe stato riorganizzato,  ma dall'altro
    si preoccup per l'effetto che l'accaduto poteva  produrre  sull'animo
    del  figlio.  Parecchie  volte si avvicin in punta di piedi all'uscio
    della camera di Nikolj,  tendendo l'orecchio e lo  sent  fumare  una
    pipa dopo l'altra.
    Il  giorno  successivo,  il vecchio conte chiam suo figlio e,  con un
    timido sorriso, gli disse:
    - Lo sai, anima mia,  che la tua sfuriata  stata inutile?  Mtenka mi
    ha raccontato tutto.
    Lo sapevo, pens Nikolj, che in un ambiente di stupidi come questo
    non avrei capito nulla!.
    -  Sei  andato  in  collera  perch  non  aveva  messo a registro quei
    settecento rubli...  Ma,  vedi,  la somma  segnata a  riporto,  nella
    pagina seguente, che tu non hai neppure guardato.
    - Pap, so benissimo che Mtenka  una canaglia e un ladro. E quel che
     fatto,  fatto... Per, se non volete, non gli dir pi niente.
    -  No,  anima  mia...   -  (Il conte era imbarazzato perch si rendeva
    conto di essere un cattivo amministratore  dei  beni  della  moglie  e
    colpevole dinanzi ai figli, ma non sapeva come rimediare ).  -  No, ti
    prego di occuparti degli affari, io sono vecchio, ormai.
    - No, pap, perdonatemi se ho fatto qualcosa che vi dispiace: io ne so
    meno di voi.
    Vadano  al diavolo i contadini,  il denaro,  e i riporti sulla pagina
    seguente,  pensava  Nikolj.   Una  volta  capivo  almeno  che  cosa
    significa far posta doppia su sei giocate,  ma di riporti, proprio non
    capisco un bel niente!,  si diceva,  e da allora non si occup pi di
    affari.  Una volta soltanto la contessa chiam il figlio, gli disse di
    avere una cambiale per duemila rubli di Anna Michjlovna e gli  chiese
    che cosa dovesse fare.
    - Ecco  -  rispose Nikolj.   -  Voi mi avete detto che questo dipende
    da me. Io non ho simpatia per Anna Michjlovna n per Bors,  ma erano
    nostri  amici e sono poveri.  Ecco quindi ci che faccio  -  e strapp
    la cambiale.  Con quel gesto  fece  piangere  lacrime  di  gioia  alla
    contessa.  Dopo di che il giovane Rostv non si immischi pi in alcun
    affare e si dedic invece,  con passione,  a un'occupazione nuova  per
    lui: la caccia con i cani che, nei possedimenti del vecchio conte, era
    sempre stata organizzata con molta efficienza.


    CAPITOLO 3.

    Cominciavano  i  primi  freddi,  le gelate mattutine imprigionavano la
    terra inzuppata dalle piogge d'autunno,  il grano  invernale  spuntava
    gi  con  i  suoi  ciuffetti verde tenero dalle strisce di terra bruna
    calpestate dal bestiame,  dalle stoppie di un pallido giallo del grano
    primaverile e dalle strisce rosse del grano saraceno.
    Le  colline  e  i  boschi,  che  ancora  alla  fine di agosto parevano
    isolette verdi tra i neri campi arati e tra le  stoppie,  avevano  ora
    assunto  l'aspetto  di isole color dell'oro o di un bel rosso vivo tra
    le verdi semine autunnali.  La lepre aveva gi  mutato  met  del  suo
    pelo;  le  giovani  volpi  cominciavano a disperdersi e i lupacchiotti
    erano ormai pi grossi dei cani.  Era  la  stagione  migliore  per  la
    caccia.  I  cani dell'ardente e giovane cacciatore Rostv non soltanto
    erano fisicamente pronti alla caccia,  ma si trovavano  in  uno  stato
    tale di eccitazione che,  per consiglio dei cacciatori pi esperti, fu
    deciso di concedere loro tre giorni di riposo e di mettersi in cammino
    per una battuta il 16 settembre,  cominciando  da  Dubrava,  dove  era
    stata segnalata una covata intatta di lupacchiotti.
    Ecco come stavano le cose il 14 settembre.
    Per  tutta  la  giornata  i  cacciatori restarono in casa: gelava,  il
    freddo era pungente,  ma verso sera  il  tempo  si  fece  pi  mite  e
    sopravvenne il disgelo.
    La  mattina  del 15 settembre,  quando il giovane Rostv,  in veste da
    camera,  guard dalla finestra,  vide che il tempo era  quale  non  si
    poteva  sperare  migliore  per  la  caccia:  sembrava  che il cielo si
    sciogliesse e,  senza  vento,  scendesse  sulla  terra.  L'unico  moto
    nell'aria  era  un  lento cadere di microscopiche gocce di vapore o di
    nebbia.  Ai rami spogli del giardino erano sospese  gocce  trasparenti
    che a quando a quando cadevano sulle foglie sparse a terra.  Nell'orto
    la terra nereggiava,  bagnata e lucida come i semi di  papavero  e,  a
    breve  distanza,  si  fondeva  con  l'opaco,  umido velo della nebbia.
    Nikolj usc  sulla  scala  umida  e  coperta  di  fango;  l'aria  era
    impregnata  di odore di bosco infracidito e di cani.  Milka,  la cagna
    nera dalla larga groppa a chiazze fulve e dagli occhi neri  sporgenti,
    alla  vista del padrone si alz,  si stiracchi,  si appiatt al suolo
    come una lepre,  poi diede un balzo improvviso e gli lecc il naso e i
    baffi.  Un altro cane, un levriero, vedendo il padrone, si slanci con
    impeto da un vialetto fiorito  verso  il  terrazzino  e,  curvando  la
    schiena e alzando la coda, prese a strofinarsi alle gambe di Nikolj.
    -  Ooi!    -    rison  in  quel  momento il richiamo inimitabile dei
    cacciatori,  che riunisce in s le note del basso pi profondo  e  del
    tenore  pi acuto,  e da dietro l'angolo della casa spunt Danilo,  il
    bracchiere, un cacciatore dai capelli tosati in tondo all'uso ucraino,
    canuto e rugoso, che teneva in mano uno staffile ricurvo.  Il suo viso
    aveva  un'espressione di indifferenza e di disprezzo per tutte le cose
    del mondo,  espressione  propria  soltanto  ai  cacciatori.  Si  tolse
    davanti al padrone il berretto circasso, e lo guard con disprezzo. Ma
    quel  disprezzo  non  era offensivo per il signore: Nikolj sapeva che
    quel Danilo,  che tutto sprezzava e che tutti  guardava  dall'alto  in
    basso, era pur sempre un uomo su cui contare, e un cacciatore.
    - Danilo!  -  disse Nikolj, timidamente, gi sentendo che di fronte a
    quel  tempo  cos  adatto  per  la  caccia  e a quei cani anche il suo
    bracchiere era preso dall'invincibile sentimento del cacciatore,  quel
    sentimento  che  fa  dimenticare  a  un uomo,  come a un innamorato in
    presenza dell'amata, tutte le sue precedenti intenzioni.
    -  Cosa  comandate,  signoria?     -    disse  una  voce  profonda  da
    protodiacono,  fatta  rauca  dal  continuo aizzare i cani,  e due neri
    occhi lucenti guardarono  di  sotto  in  su  il  padrone  che  taceva.
    Possibile che tu resista?, parevano chiedere quegli occhi.
    - Bella giornata!  Che inseguimento e che galoppate,  eh?   -  esclam
    Nikolj, grattando Milka dietro le orecchie.
    Danilo non rispose, ma strizz un occhio.
    - All'alba ho mandato Uvarka all'ascolto  -  riprese la voce di  basso
    dopo  un  minuto  di  silenzio  -  e mi ha detto che  passata nelle
    riserve di Otrdnoe:  gli  ululati  venivano  di  l.-  (E'  passata
    significava che la lupa,  di cui entrambi conoscevano l'esistenza,  si
    era spostata con i lupacchiotti nel bosco di  Otrdnoe,  il  quale  si
    trovava a due miglia dalla casa ed era una piccola riserva di caccia).
    -  Bisogna  dunque  andare?   -  domand Nikolj.   -  Vieni da me con
    Uvarka.
    - Come comandate, signoria.
    - Aspetta allora a dar da mangiare ai cani.
    - S, signore.
    Dopo cinque minuti Danilo e Uvarka si trovavano nell'ampio  studio  di
    Rostv.  Bench  Danilo  non fosse di alta statura,  il vederlo in una
    stanza dava la stessa impressione che avrebbe prodotto un cavallo o un
    orso ritti sul pavimento, in mezzo ai mobili,  e in condizioni di vita
    umane.  Anche Danilo lo sentiva e,  come al solito,  rimaneva in piedi
    accanto all'uscio,  cercando di parlare a voce bassa,  di non muoversi
    per  non rompere qualche cosa in casa dei padroni e sforzandosi di dir
    tutto al pi presto per poter uscire all'aria aperta e avere sopra  la
    testa, invece del soffitto, la volta del cielo.
    Finite  le  domande  e  avuta  da  Danilo la conferma che i cani erano
    pronti (anche Danilo aveva voglia di andare a caccia),  Nikolj ordin
    di sellare i cavalli. Ma mentre Danilo stava per uscire, entr a passi
    rapidi nella stanza Natascia,  non ancora n vestita n pettinata,  ma
    semplicemente avvolta nell'ampio scialle  della  bambinaia.  Ptja  la
    seguiva correndo.
    - Vai a caccia?   -  domand Natascia.   -  Io lo sapevo! Snja diceva
    che non sareste andati. Ma io ero sicura che con una giornata simile 
    impossibile non andare.
    - Andiamo,  s...   -  rispose di malavoglia Nikolj che,  avendo quel
    giorno intenzione di fare una caccia seria, non voleva prendere con s
    Natascia  e  Ptja.    -    Andiamo...  ma  solo  a caccia di lupi: ti
    annoierai!
    - Tu sai che per me la caccia  il  piacere  pi  grande    -    disse
    Natascia.  -  Non  bello, sai, da parte tua: ti prepari ad andartene,
    fai sellare i cavalli e a noi non dici niente.
    -  Per  i  Russi  non  esistono  ostacoli,  andiamo!   -  grid Ptja,
    intonando il primo verso della cantata popolare in onore di Bagratin.
    - Ma tu no,  tu non puoi venire: la mamma ha detto di no    -    disse
    Nikolj, volgendosi a Natascia.
    - No,  io verr, verr assolutamente!  -  esclam la fanciulla in tono
    deciso.   -  Danilo,  fa' sellare anche per noi e ordina a Michal  di
    far uscire la mia muta  -  aggiunse, rivolta al cacciatore.
    Se  a  Danilo pareva di essere goffo e impacciato quando si trovava in
    una stanza,  era addirittura sconvolto quando aveva  a  che  fare  con
    Natascia. Abbass gli occhi e si affrett a uscire come se la cosa non
    lo  riguardasse,  badando di non fare distrattamente male,  in qualche
    modo, alla padroncina.


    CAPITOLO 4.

    Il vecchio conte,  che aveva sempre tenuto un efficiente  apparato  di
    caccia,  del  quale  aveva ora trasmesso al figlio la direzione,  quel
    giorno,  15 settembre,  era di ottimo umore e si preparava anch'egli a
    partire.
    Un'ora  dopo,  tutti i partecipanti alla battuta erano riuniti davanti
    alla sala del terrazzino coperto. Nikolj, con aria grave e seria, che
    dimostrava come non avesse tempo di occuparsi di  cose  futili,  pass
    accanto  a  Natascia  e  a  Ptja che volevano dirgli qualcosa,  senza
    badare a loro.  Esamin tutta l'adunata,  mand avanti in esplorazione
    una muta di cani con alcuni battitori, mont in sella al suo rossiccio
    cavallo del Don e, fischiando ai cani della sua muta, attravers l'aia
    e  si  diresse per i campi che portavano alla riserva di Otrdnoe.  Il
    cavallo  del  vecchio  conte,  un  piccolo  castrato  sauro,  chiamato
    Vifljanka,  era  condotto per le briglie da un palafreniere;  il conte
    doveva poi recarsi in calessino direttamente nel posto assegnatogli.
    Cinquantaquattro cani da caccia guidati  da  sei  uomini  erano  stati
    portati fuori. Oltre ai padroni, uscirono otto venatori seguiti da pi
    di  quaranta  levrieri,  cosicch,  insieme  con  le mute dei padroni,
    correvano nei campi pi di  centotrenta  cani  e  venti  cacciatori  a
    cavallo.
    Ogni  cane  conosceva  il  suo  padrone e il suo nome: ogni cacciatore
    conosceva il suo mestiere,  il suo posto e il suo compito.  Non appena
    ebbero  oltrepassato  il recinto,  senza far rumore e in silenzio,  si
    avviarono in fila regolare per la strada e per i campi che conducevano
    al bosco di Otrdnoe.
    I cavalli avanzavano per i campi come su morbidi tappeti,  diguazzando
    di tanto in tanto, nell'attraversare una strada, nelle pozzanghere. Il
    cielo   nebbioso   continuava   ad   abbassarsi,   insensibilmente   e
    regolarmente,  sulla  terra;  l'aria  era  dolce,  calda  e  calma.  A
    intervalli  si udivano il fischio di un cacciatore,  lo sbuffare di un
    cavallo,  lo schioccare di qualche staffilata o il guaito di  un  cane
    che non stava al suo posto.
    Allorch  si  furono  allontanati  di  un miglio,  i partecipanti alla
    caccia scorsero profilarsi  in  mezzo  alla  nebbia  cinque  cavalieri
    seguiti  dai loro cani.  Li precedeva un bel vecchio,  ancora arzillo,
    con due grandi baffi bianchi.
    - Buongiorno,  zio!   -  esclam Nikolj,  allorch il vecchio gli  fu
    vicino.
    - Benissimo,  ecco, lo sapevo che ti avrei incontrato  -  prese a dire
    lo zio (che era un lontano parente e un non ricco proprietario, vicino
    dei Rostv).   -  Lo sapevo che non avresti  saputo  resistere,  ed  
    un'ottima  cosa  che tu vada.  Benissimo,  marsch!   -  (Era questo il
    prediletto intercalare del vecchio).- Prendi subito per il  bosco;  il
    mio Gircik mi ha riferito che gli Ilagin,  con le loro mute,  sono gi
    appostati dalle parti di Krniki: e quelli, marsch,  ti porteranno via
    il branco di sotto il naso...
    -  Vado  proprio  l.  Che ne dite,  devo riunire le mute?   -  chiese
    Nikolj.  -  Pensate che sia meglio riunirle?
    I  cani  furono  riuniti  in  una  sola  muta,  e  lo  zio  e  Nikolj
    procedettero  affiancati.  Natascia,  avvolta  negli scialli dai quali
    spuntava il viso animato dagli occhi scintillanti,  si avvicin a loro
    seguita da Ptja,  che non si staccava un minuto dalla sorella,  e dal
    cacciatore e staffiere Michal, al quale era stato affidato l'incarico
    di sorvegliarla come una bambinaia.  Ptja rideva per chiss che cosa,
    batteva  il  suo  cavallo  e  tirava  le briglie.  Natascia sedeva con
    disinvolta eleganza in sella al suo cavallo nero Arabcik  e  lo  ferm
    senza sforzo, con mano sicura.
    Lo  zio  guard  Natascia e Ptja con un'occhiata che non era certo di
    approvazione.  Non gli piaceva mescolare le ragazzate a una cosa seria
    come la caccia.
    - Buongiorno, zio, veniamo anche noi  -  grid Ptja.
    -  Buongiorno,  buongiorno  s,  ma  badate  a non schiacciare i cani-
    rispose in tono severo lo zio.
    - Niklenka,  che magnifico cane  Trunila!  Mi ha riconosciuta  disse
    Natascia, parlando del suo prediletto cane da corsa.
    Trunila,  innanzi  tutto,  non   un cane qualsiasi,  ma un bracco da
    punta,  pens Nikolj,  e guard severamente la sorella  cercando  di
    farle  capire  quale  distanza  doveva  separarli  in quel momento.  E
    Natascia lo cap.
    - Quanto a voi,  zio,  non dovete  pensare  che  saremo  d'impaccio  a
    chicchessia   -  disse Natascia.   -  Staremo al nostro posto e non ci
    muoveremo.
    - E sar un'ottima cosa,  contessina  -  rispose lo zio.   -    Badate
    soltanto  a  non cadere da cavallo,   -  aggiunse  -  altrimenti ecco,
    benone, marsch! non c' dove aggrapparsi.
    Il bosco riservato di Otrdnoe appariva gi a circa duecento  metri  e
    gi  i  battitori  vi  si  avvicinavano.   Rostv,  dopo  aver  deciso
    definitivamente con lo zio da che parte si dovessero lanciare i cani e
    dopo aver indicato a Natascia il luogo in cui doveva  restar  ferma  e
    dove certo nessun animale sarebbe passato, si diresse lungo il burrone
    a esplorare.
    -  Ehi,  nipotino,  sei  sulla  pista di una lupa  -  avvert lo zio.-
    Attento a non lasciartela sfuggire.
    - Speriamo bene!  Qui,  Karj!   -  grid il giovane,  rispondendo con
    questo  richiamo alle parole dello zio.  Karj era un vecchio e brutto
    cane,  dal pelo fulvo,  famoso perch era il solo capace di affrontare
    un grosso lupo.
    Il vecchio conte,  conoscendo la passione del figlio per la caccia, si
    era affrettato per non essere in ritardo,  e i canettieri non  avevano
    ancora raggiunto il loro posto allorch Ilj Andreic',  allegro, rosso
    in viso,  con le guance tremolanti,  giungeva attraverso i  prati  sul
    calessino  tirato  dai  suoi  morelli,  al  posto  che  gli  era stato
    assegnato.  Sistematasi bene la pelliccia e indossati  gli  arnesi  da
    caccia,  mont  sulla  sua  buona,  mansueta  e ben nutrita Vifljanka,
    lucida,  strigliata e ormai canuta come il padrone.  I morelli  furono
    rimandati indietro con il calessino.  Il conte Ilj Andreic' che,  pur
    non essendo cacciatore appassionato,  conosceva bene  le  leggi  della
    caccia,  giunto  al  limite  della  boscaglia,  dove era il suo posto,
    raccolse le redini, si drizz in sella e sentendosi pronto,  si guard
    attorno sorridendo.
    Gli  stava  accanto  il suo cameriere,  Semn Cekmr,  vecchio e fatto
    pesante dagli anni,  che teneva al  guinzaglio  tre  robusti  mastini,
    anch'essi,  per, un po' ingrassati, come il padrone e il cavallo. Due
    altri  cani,   vecchi  e  intelligenti,   stavano   accucciati   senza
    guinzaglio. A cento passi di distanza, verso il bosco, stava Mitka, un
    altro   staffiere  del  conte,   cavalcatore  esperto  e  appassionato
    cacciatore.  Il  conte,  seguendo  un'antica  usanza,   bevette  prima
    dell'inizio della battuta,  in un bicchierino d'argento,  alcuni sorsi
    di "zapekanka" (6) di quella da cacciatori,  mangi un  boccone  e  lo
    annaffi con mezza bottiglia del suo prediletto Bordeaux.
    Ilj Andreic' appariva un po' arrossato in viso per effetto del vino e
    della corsa;  i suoi occhi, di solito velati e umidi, scintillavano in
    modo particolare; in sella,  avvolto nella pelliccia,  aveva l'aria di
    un ragazzino che avessero condotto a fare una passeggiata.
    Il  magro  Cekmr,  dalle  guance  scavate,  compiuto  che ebbe le sue
    incombenze, si mise a guardare il padrone con il quale era vissuto per
    trent'anni  in  perfetta  armonia  e,  vedendolo  di  buon  umore,  si
    disponeva a una piacevole conversazione.  Una terza persona, uscendo a
    cavallo dal bosco,  si avvicin cautamente (si capiva che sapeva  come
    comportarsi) al conte e si ferm alle sue spalle. Era un vecchio dalla
    barba grigia, avvolto in un mantello da donna e con il capo coperto da
    un alto berretto. Era il buffone Nastssja Ivnovna.
    - Senti,  Nastssja Ivnovna,   -  gli mormor il conte, ammiccando  -
    se fai tanto di far scappar la bestia, te la dovrai vedere con Danilo.
    - Eh, me ne intendo anch'io!  -  rispose Nastssja Ivnovna.
    - Sst!   -  bisbigli il conte,  e si rivolse a Semn.   -  Hai  visto
    Natlja Ilnicna?  -  chiese a Semn.  -  Dov'?
    -  E' con Ptr Ilc',  presso il macchione di Zarov  -  rispose Semn,
    con un sorriso.   -  Bench sia una signorina,  ha una grande passione
    per la caccia.
    -  E  tu  ti  meravigli,  Semn,  di come sa stare a cavallo,  eh?   -
    domand il conte.  -  Come un uomo, n pi n meno.
    - Come non meravigliarsi? Cos ardita e agile...
    - E Nikolaska, dov'? Sull'altura di Ljdovo, eh?   -  chiese il conte
    a voce sommessa.
    - Proprio l.  Lo sa, quello, dove mettersi... Sa stare a cavallo cos
    bene che spesso Danilo e io lo guardiamo stupefatti  -  rispose Semn,
    sapendo di far piacere al padrone.
    - Monta bene, eh? E sta in sella che  una meraviglia!
    - Pare dipinto.  Giorni or sono,  nel macchione  di  Zavrzino  mentre
    stava  stanando  la  volpe,  si  messo a un galoppo da non dirsi!  Il
    cavallo vale mille rubli, ma il cavaliere non ha prezzo! Dove trovarlo
    un giovanotto in gamba come lui?
    -  Gi,   dove  trovarlo...     -    ripet  il  conte,   rimpiangendo
    evidentemente  che  il  discorso  di  Semn fosse cos presto finito.-
    Dove trovarlo?   -  ripet ancora una volta,  scostando le falde della
    pelliccia e tirando fuori la tabacchiera.
    - E l'altro giorno,  mentre usciva in gran tenuta dalla Messa, Michal
    Sidoryc'...   -  Semn non complet la frase,  avendo  udito  risonare
    chiaramente  nell'aria calma un rumore di inseguimento e il latrato di
    due o tre cani.  Chin la testa e rimase in ascolto,  facendo cenno al
    padrone di tacere.  -  S, li hanno scovati  -  sussurr:  -  li hanno
    spinti diritti su Ljdovo.
    Il  conte,  dimenticando  di  cancellare  il  sorriso  dal  suo volto,
    guardava in lontananza, davanti a s e, senza fiatare,  teneva in mano
    la  tabacchiera  aperta.  Subito  dopo il latrare dei cani,  rison il
    corno di Danilo che, in tono di basso, avvertiva la presenza dei lupi;
    il branco si un ai primi tre cani e ora si udiva la voce  dei  segugi
    che  abbaiavano con quell'ululato lungo e particolare che  il segnale
    per inseguire i lupi.  Gi i battitori avevano smesso  di  eccitare  i
    cani,  e  gridavano:  Di!  Di!,  mentre tra tutte le voci spiccava
    quella di Danilo, ora bassa e profonda, ora acuta e penetrante. Quella
    voce pareva riempire di s tutto il  bosco;  usciva  dal  folto  e  si
    spandeva  lontano  nella  campagna.   Il  conte  e  il  suo  staffiere
    ascoltarono,  muti,  per alcuni minuti e si convinsero che i  cani  si
    erano divisi in due mute: una,  molto numerosa che urlava con insolito
    furore, pareva allontanarsi, mentre l'altra, correndo lungo il margine
    del  bosco,  pass  davanti  al  conte  accompagnata  dalle  grida  di
    incitamento  di  Danilo.  I  latrati  delle due mute si fondevano e si
    allontanavano contemporaneamente. Semn sospir e si chin per mettere
    a posto il guinzaglio,  nel quale un giovane cane si  era  impigliato;
    sospir  anche  il conte e,  accortosi di avere in mano la tabacchiera
    aperta, ne cav una presa e l'annus.
    - Indietro!   -  grid Semn a un cane che  si  era  spinto  oltre  il
    margine  del bosco.  Il conte sussult e si lasci sfuggire di mano la
    tabacchiera.  Nastssja Ivnovna scese  da  cavallo  e  si  chin  per
    raccoglierla.
    Il conte e Semn lo guardavano. A un tratto, come spesso avviene nelle
    battute  di  caccia,  i  rumori dell'inseguimento si riavvicinarono di
    colpo come se le gole latranti dei cani fossero l a pochi passi e  da
    quel punto provenissero le grida di incitamento di Danilo.
    Il conte si guard attorno e vide alla sua destra Mitka che lo fissava
    con gli occhi sbarrati e con il cappello gli indicava un punto davanti
    a s, dalla parte opposta.
    -  In  guardia!    -   grid Mitka con una voce come se quella parola,
    trattenuta a stento, volesse da un pezzo uscirgli dalle labbra e, dopo
    aver sciolto i cani, galopp alla volta del conte.
    Il conte e Semn lanciarono i cavalli fuori  del  folto  e  alla  loro
    sinistra  scorsero  il  lupo  che dondolandosi mollemente,  avanzava a
    piccoli saltelli pi a sinistra,  verso il margine del bosco dove essi
    si trovavano. I cani urlarono infuriati e, strappandosi dai guinzagli,
    si scagliarono verso il lupo, passando davanti alle gambe dei cavalli.
    Il  lupo  si ferm;  faticosamente come se fosse sofferente di angina,
    volse la  testa  dalla  grossa  fronte  verso  i  cani  e,  dondolando
    mollemente,  spicc un salto,  poi un altro, agit la coda e scomparve
    nel bosco.  In quel momento,  dal margine opposto,  con un guaito  che
    pareva  un lamento,  balz fuori prima un cane,  poi un altro,  poi un
    terzo e infine tutta la muta si slanci compatta lungo il campo  sulla
    stessa striscia di terreno per cui era passato il lupo in fuga. Dietro
    ai cani, gli arbusti dei noccioli si divisero e spunt il cavallo baio
    di Danilo,  lucido di sudore. Raggomitolato sull'ampia groppa, proteso
    in avanti,  sedeva Danilo,  a capo scoperto,  con  i  bianchi  capelli
    scompigliati ricadenti sulla faccia arrossata e coperta di sudore.
    - Dagli, dagli!  -  gridava. Quando vide il conte, un lampo brill nei
    suoi occhi.
    - Malediz...!   -  grid,  alzando con aria furiosa lo scudiscio verso
    il conte.   -  Lasciarsi sfuggire il lupo cos...  Bei cacciatori!   -
    E,  come  se  non  si  degnasse  di  parlare  oltre al conte confuso e
    sgomento, con tutta la rabbia che aveva in corpo,  colp con la frusta
    i fianchi umidi e incavati del suo baio e si slanci dietro i cani. Il
    conte, immobile, come un bambino punito, si guardava attorno, cercando
    di  ottenere  da  Semn un sorriso di compassione per la situazione in
    cui si trovava.  Ma Semn non era pi l:  egli,  girando  attorno  al
    macchione,  correva incontro al lupo.  I levrieri inseguivano la belva
    da due parti.  Ma il lupo si cacci  tra  i  cespugli  e  nessuno  dei
    cacciatori riusc a raggiungerlo.


    CAPITOLO 5.

    Frattanto Nikolj Rostv rimaneva al suo posto, in attesa della fiera.
    Dall'avvicinarsi e dall'allontanarsi dello strepito dell'inseguimento,
    dai latrati dei cani che ben conosceva, dall'avvicinarsi, allontanarsi
    o  sollevarsi  delle  voci  degli  uomini,  egli  capiva tutto ci che
    accadeva nel bosco.  Sapeva  che  vi  erano  dei  lupi  vecchi  e  dei
    lupacchiotti,  sapeva  che  i  cani  erano divisi in due mute,  che un
    animale era inseguito da vicino e che doveva essere  accaduto  qualche
    incidente  spiacevole.  A ogni istante si aspettava di veder comparire
    il lupo dalla sua parte.  Faceva mille supposizioni diverse su come  e
    di  dove  sarebbe apparsa la fiera,  e in che modo egli avrebbe potuto
    inseguirla.  La speranza si alternava in lui  allo  scoraggiamento.  A
    parecchie riprese preg Iddio di mandargli a tiro il lupo; pregava con
    quell'ardore  appassionato  e  insieme  vergognoso con cui pregano gli
    uomini nei momenti di intensa agitazione,  dipendente da cause di poca
    importanza.  Che cosa ti costa, diceva a Dio, di far questo per me?
    Lo so che Tu sei grande e che    peccato  supplicarti  per  una  cosa
    simile: ma fa' in modo, ti prego, che il vecchio lupo sbuchi nella mia
    direzione e che Karj,  sotto gli occhi dello zio che guarda da questa
    parte, lo afferri alla gola con una stretta mortale. Mille volte,  in
    quella  mezz'ora,  Rostv  percorse  con  lo sguardo teso,  ostinato e
    inquieto, il margine del bosco dove si ergevano due querce rade tra il
    folto di tremule e si apriva il burrone, con l'orlo roso dall'acqua, e
    spiccava il berrettone dello zio che spuntava appena da un  cespuglio,
    a destra.
    No,  non avr questa felicit,  pensava Rostv,  eppure che cosa ti
    costerebbe,  mio Dio?  Io sono sfortunato  sempre:  alle  carte,  alla
    guerra,   in  ogni  cosa.   Austerlitz  e  Dlochov,  avvicendandosi,
    balenarono chiaramente al suo pensiero.  Una volta  sola  nella  vita
    poter  prendere  un  lupo  e non desidero altro!,  pensava,  tendendo
    l'orecchio,  volgendo lo sguardo a sinistra e poi di nuovo a destra  e
    prestando attenzione alle minime sfumature dei latrati. Gir gli occhi
    di  nuovo  a destra e a un tratto vide qualche cosa corrergli incontro
    attraverso il campo deserto.  Non pu  essere,  no!,  pens  Rostv,
    sospirando  profondamente  come  sospira  chi  vede  accadere una cosa
    lungamente attesa.  Si stava realizzando la pi  grande  e  desiderata
    fortuna,  con  la  massima  semplicit,  senza  rumori,  senza  indizi
    speciali,  Rostv non credeva ai suoi occhi,  e il suo dubbio non dur
    pi  di  un  secondo.  Il  lupo,  che  veniva  avanti correndo,  salt
    pesantemente il fossato che attraversava la sua strada. Era un vecchio
    bestione dal dorso grigio e dal  ventre  largo  e  rossiccio.  Correva
    senza  affannarsi,  convinto  evidentemente  di  non  essere  visto da
    nessuno.  Rostv,  che tratteneva il respiro,  guard i cani i  quali,
    senza  vedere  il lupo e senza nulla capire,  se ne stavano in piedi o
    accovacciati.  Il vecchio Karj con la testa  voltata  all'indietro  e
    digrignando  i  denti  giallastri,  si cercava rabbiosamente una pulce
    sulla coscia posteriore.
    - Di! Di!   -  bisbigli Rostov,  movendo appena le labbra.  I cani,
    facendo  risonare  i  collari  di  ferro,  drizzarono  le  orecchie  e
    balzarono su. Karj fin di grattarsi la coscia e si alz, tendendo le
    orecchie e agitando leggermente la coda,  dalla quale pendevano  fitti
    ciuffi di pelo.
    Devo  lanciare  i  cani  oppure no?,  si domandava Nikolj mentre il
    lupo, allontanandosi sempre pi dal bosco,  veniva verso di lui.  A un
    tratto  l'aspetto della belva mut: essa trasal vedendo fissati su di
    s due occhi d'uomo,  probabilmente  mai  sino  allora  incontrati  e,
    volgendo  leggermente la testa in direzione del cacciatore,  si ferm.
    Indietro o avanti?  Be',   lo stesso;  avanti!,  parve  chiedere  e
    rispondere  a  se  stessa e,  senza pi guardarsi attorno,  si slanci
    avanti a un trotto morbido, elastico, misurato, ma deciso.
    - Di!  Di!   -  grid Nikolj con una voce irriconoscibile e il  suo
    buon  cavallo  si slanci a precipizio,  saltando i borri,  gi per il
    pendio, per tagliare la strada al lupo; intanto i cani,  eccitati,  lo
    sorpassarono accelerando la corsa. Nikolj non udiva le proprie grida,
    non  si accorgeva di galoppare,  non vedeva n i cani n il terreno su
    cui  galoppava,  ma  soltanto  il  lupo  che,  accelerando  la  corsa,
    procedeva  a  sbalzi,  senza  mutare direzione,  lungo l'avvallamento.
    Milka,  la nera cagna pezzata  dalla  larga  groppa,  fu  la  prima  a
    comparire vicino alla fiera,  accostandosi sempre di pi... La toccava
    quasi...  stava per raggiungerla...  Ma non appena il  lupo  le  gett
    un'occhiata  in  tralice,  essa,  invece  di  accelerare la corsa come
    soleva fare in momenti simili,  alz a un tratto la coda e  si  ferm,
    puntando sulle zampe anteriori.
    - Di! Di!  -  gridava Nikolj.
    Il fulvo Ljubim sorpass Milka con un balzo, si slanci sul lupo e gli
    addent  una coscia,  ma in quello stesso momento,  spaventato,  balz
    indietro.  Il lupo si accosci,  digrignando i denti,  si rialz e  si
    mise  a correre inseguito da vicino da tutti i cani,  che non ardivano
    avvicinarglisi.
    Mi sfuggir! No,  non  possibile!,  pensava Nikolj,  continuando a
    eccitare i cani con grida rauche.
    - Karj!  Dgli,  Karj  -  urlava,  cercando con gli occhi il vecchio
    cane,  unica sua speranza.  Karj,  con tutte le  sue  vecchie  forze,
    allungandosi quanto pi poteva,  senza distogliere gli occhi dal lupo,
    correva pesantemente a fianco della belva per tagliarle la strada.  Ma
    dalla  velocit  della  corsa  del lupo e dalla lentezza di quella del
    cane,  era evidente che Karj aveva sbagliato i suoi calcoli.  Nikolj
    vedeva  gi  prossimo  davanti  a  s  il bosco nel quale il lupo,  se
    l'avesse  raggiunto,  sarebbe  certamente  riuscito  a  sfuggire  alla
    caccia.  Ma  un  cacciatore,  attorniato  da  altri  cani gli comparve
    galoppando quasi davanti. C'era ancora una speranza... Un giovane cane
    lungo e quasi nero,  sconosciuto a  Nikolj,  staccatosi  da  un'altra
    muta, si scagli con impeto davanti al lupo e quasi l'atterr. Il lupo
    con  una  sveltezza  incredibile  si  rialz  e,  digrignando i denti,
    addent il cane bruniccio il quale con un fianco squarciato e perdendo
    sangue diede un urlo acuto e stramazz con la testa verso terra.
    - Karjuska!  -  esclam Nikolj, quasi piangendo.
    Il vecchio cane,  con i ciuffi di pelo penzolanti sulle cosce,  grazie
    al breve arresto,  nel tagliare la strada al lupo,  si trovava ormai a
    cinque passi dalla belva. Come presentisse il pericolo, il lupo guard
    Karj di traverso,  ritir la coda tra le  gambe  e  acceler  la  sua
    corsa.  A  questo  punto  Nikolj  vide  soltanto  che  qualcosa stava
    accadendo a Karj: il cane in un attimo  piomb  sul  lupo,  e  i  due
    animali avvinghiati rotolarono nel pantano che era davanti a loro.
    Il  momento  in  cui Nikolj vide i cani che si dibattevano nell'acqua
    con il lupo,  e sotto di essi scorse il pelo grigio della  belva,  una
    sua  zampa  posteriore  protesa  e le orecchie tese all'indietro sulla
    testa ansimante e spaurita mentre Karj lo  addentava  alla  gola,  il
    momento  in cui Nikolj vide tutto ci fu uno dei pi felici della sua
    vita.  Gi stava afferrando il pomo della sella per scendere e dare il
    colpo  di  grazia  al  lupo,  quando  a un tratto dalla massa dei cani
    emerse la testa della belva,  poi le sue zampe anteriori si  puntarono
    sul  ciglio del borro.  Il lupo digrign i denti (Karj non lo serrava
    pi alla gola),  balz fuori dall'acqua melmosa  facendo  forza  sulle
    zampe posteriori,  abbass la coda e, allontanatosi di nuovo dai cani,
    riprese la corsa.  Karj,  con il pelo arruffato,  certamente ferito o
    contuso, faceva grandi sforzi per uscire dal borro.
    - Mio Dio! Perch?  -  grid disperato Nikolj.
    Dall'altra  parte,  un  cacciatore  dello zio,  galoppando,  tagli la
    strada al lupo e i suoi cani accerchiarono di nuovo la belva.
    Nikolj con il suo staffiere,  e lo zio con il suo cacciatore giravano
    attorno al lupo incitando i cani, gridando, pronti a scendere di sella
    quando  il  lupo  si accucciava sulle zampe posteriori,  e lanciandosi
    veloci ogni volta che la belva si avvicinava al margine del bosco dove
    poteva trovar rifugio.
    Sin dall'inizio di questo inseguimento, Danilo,  avendo udito le grida
    dei cacciatori,  era uscito sul limitare del bosco. Aveva veduto Karj
    addentare il lupo e, supponendo gi finita l'impresa, aveva fermato il
    cavallo. Ma quando vide che i cacciatori non smontavano di sella e che
    il lupo liberatosi dalla stretta dei cani aveva ripreso la  fuga,  non
    lanci  il suo cavallo incontro alla belva,  ma lo spinse direttamente
    verso il bosco, per tagliargli la strada,  come gi aveva fatto Karj.
    Grazie  alla  direzione  scelta,  egli  si trov vicino alla belva nel
    momento in cui i cani dello zio la fermavano per la seconda volta.
    Danilo galoppava in  silenzio,  tenendo  il  pugnale  sguainato  nella
    sinistra e percuotendo con la lunga frusta,  come un correggiato sulle
    biade, i fianchi del sauro.
    Nikolj non vide e non ud Danilo  sino  a  che  il  sauro,  sbuffando
    rumorosamente,  non gli pass davanti,  sino a che non ud il tonfo di
    un corpo che cade e vide Danilo in mezzo ai cani,  seduto sulla groppa
    del lupo, che cercava di afferrare per le orecchie.
    Era  evidente ai cani come ai cacciatori e come allo stesso lupo,  che
    tutto  era  ormai  finito.  La  belva  spaventata,   con  le  orecchie
    appiattite all'indietro, cercava di sollevarsi, ma i cani la serravano
    da tutte le parti.  Danilo si rizz,  fece un passo barcollando e poi,
    con tutto il suo peso,  come se si coricasse per riposare,  si  lasci
    cadere  sulla  belva,  afferrandola  per  le orecchie.  Nikolj voleva
    dargli il colpo di grazia, ma Danilo sussurr:
    - No, no, lo prenderemo vivo!  -  e, mutando posizione,  pose il piede
    sul  collo  del  lupo  nelle  cui fauci venne cacciato un bastone.  Lo
    imbrigliarono con un guinzaglio, gli legarono le zampe e infine Danilo
    lo volt e rivolt da un fianco all'altro.
    Raggianti ed esausti, i cacciatori gettarono il lupo vivo sulla groppa
    di un cavallo che sbuffava e si agitava e,  accompagnati dai cani  che
    continuavano  a  latrare  furiosamente,  lo  portarono l dove avevano
    deciso di riunirsi tutti.  Due lupicini  erano  gi  stati  presi  dai
    segugi  e  tre dai levrieri.  I cacciatori si avvicinavano con le loro
    prede e con il racconto delle loro avventure,  e tutti  si  spingevano
    per  vedere  l'animale  che,  con  la grossa testa ciondoloni e con il
    bastone conficcato nella gola,  guardava con  i  grandi  occhi  vitrei
    tutta  quella folla di uomini e di cani che gli stava attorno.  Quando
    qualcuno lo toccava contraeva le zampe legate e guardava tutti con uno
    sguardo selvaggio e semplice insieme.  Anche il conte Ilj Andreic' si
    accost per toccare il lupo.
    -  Uh,  che  grosso  bestione!    -  esclam.   -  E' un vecchio lupo,
    nevvero?  -  domand a Danilo che gli stava accanto.
    - S,  eccellenza,  un grosso,  vecchio  lupo    -    rispose  Danilo,
    affrettandosi a togliersi il berretto.
    Il conte ripens a come si era lasciata sfuggire la belva e ricord di
    essere stato redarguito da Danilo.
    - Per,  fratello, come sei irascibile!  -  disse. Danilo non rispose.
    Si limit a sorridere di un sorriso mite, infantile e simpatico.


    CAPITOLO 6.

    Il vecchio conte si diresse verso casa. Natascia e Ptja gli promisero
    di raggiungerlo quanto prima.  Poich era  ancora  presto,  la  caccia
    continu.  Verso mezzogiorno i cani da corsa furono lasciati liberi in
    un burrone coperto di giovani, folti cespugli. Nikolj,  rimasto sulle
    stoppie, vedeva tutti i suoi cacciatori.
    Di  fronte  a  lui  si stendeva il verde tenerello dei campi invernali
    dopo le semine, e l stava in agguato, entro una buca, solo, al riparo
    di un cespuglio di noccioli,  il suo capocaccia.  Non  appena  i  cani
    furono  sguinzagliati,  Nikolj  ud a intervalli l'abbaiare di uno di
    essi,  Voltorn,  che conosceva bene: altri latrati vi si udirono,  ora
    chetandosi, ora riprendendo. Un minuto dopo si lev dal bosco il suono
    del  corno  per  la  caccia  alla volpe,  e tutta la muta si slanci a
    precipizio, gi per il pendio, in direzione dei campi,  allontanandosi
    da Nikolj.
    Egli  vedeva  galoppare  lungo  il ciglio della forra i bracchieri dal
    berretto rosso,  vedeva la muta dei cani e aspettava,  da  un  momento
    all'altro,  di  vedere  comparire,  dall'altra  parte tra il verde dei
    campi, anche la volpe.
    Il cacciatore, in agguato dentro la buca, si mosse,  sciolse il cane e
    Nikolj  vide una volpe rossiccia,  dalle zampe stranamente corte che,
    gonfiando la coda,  correva a precipizio  tra  il  verde  novello  dei
    campi. I cani si lanciarono all'inseguimento. Ecco, si avvicinavano...
    ecco  la  volpe  girare  in mezzo a loro percorrendo cerchi sempre pi
    stretti e girare su se stessa attorno alla morbida coda;  ed  ecco  un
    cane bianco piombarle addosso,  seguito da uno nero,  sino a che tutto
    si confuse, e i cani le si disposero attorno a forma di stella, con le
    zampe posteriori allargate,  ondeggiando  lievemente.  Due  cacciatori
    accorsero al galoppo verso i cani: uno in berretto rosso, l'altro, uno
    sconosciuto, vestito di un caffettano verde.
    Che  succede?,  pens Nikolj.  Di dove  sbucato quello?  Non  un
    cacciatore dello zio.
    I due presero la volpe e rimasero  a  lungo  fermi,  in  piedi,  senza
    legarla.  Accanto a loro stavano i cavalli sellati e i cani accucciati
    a terra. Gli uomini agitavano le mani, facevano qualcosa con la volpe.
    Poi da quella stessa parte un corno  diffuse  un  lungo  suono,  segno
    convenzionale di una contesa.
    -  E'  un cacciatore di Ilagin che sta litigando con il nostro Ivn  -
    disse lo staffiere di Nikolj.
    Nikolj mand a richiamare Natascia e Ptja e mosse al passo verso  il
    luogo  dove  il  capocaccia  si affaccendava a riunire i cani.  Alcuni
    cacciatori erano accorsi attorno ai due litiganti.
    Nikolj smont da cavallo,  si ferm vicino ai  cani  con  Natascia  e
    Ptja  e insieme con loro attese la fine del litigio.  Dal margine del
    bosco usc, con la volpe agganciata all'arcione,  il cacciatore che si
    era  azzuffato e venne verso il giovane padrone.  Levatosi il berretto
    gi da  lontano,  cercava  ora  di  parlare  rispettosamente;  ma  era
    pallido,  ansimante,  e  il  suo  viso esprimeva una collera violenta.
    Aveva un occhio contuso, ma probabilmente non se ne accorgeva neppure.
    - Che c' stato laggi tra voi?  -  domand Nikolj.
    - Quel bel tipo pretende di cacciare sulle tracce dei nostri cani!  La
    volpe  stata presa dalla mia cagna, quella color grigio topo... e lui
    se  n' impadronito!  Va' dal giudice,  va'...  E io l'ho picchiato di
    santa ragione con la volpe stessa... Eccola qui, dietro la sella!... E
    questo lo vuoi provare?   -  diceva il cacciatore  immaginando,  senza
    dubbio, di parlare ancora con il suo rivale.
    Nikolj,  senza rispondergli, preg la sorella e Ptja di aspettarlo e
    and dov'era radunata la caccia avversaria, quella di Ilagin.
    Il  cacciatore  vittorioso  si  mescol  agli  altri  compagni  e  l,
    circondato dai curiosi simpatizzanti, narr la sua impresa.
    Ecco come erano accadute le cose.  Ilagin, con il quale i Rostv erano
    in discordia e avevano in corso un processo, cacciava su terre che per
    diritto di consuetudine appartenevano ai Rostv e ora,  quasi a  farlo
    apposta,  aveva  ordinato  ai  suoi  battitori di avvicinarsi al luogo
    riservato dove stavano cacciando i Rostv e aveva permesso a  uno  dei
    suoi  uomini  di lanciare i cani verso la bestia inseguita da una muta
    che non era la sua.
    Nikolj non aveva  mai  visto  Ilagin  ma,  incapace  come  sempre  di
    mantenere il giusto mezzo nei suoi giudizi e nei suoi sentimenti,  per
    le  voci  che  correvano  circa  le  violenze  e  i  soprusi  di  quel
    possidente,  lo  odiava  con  tutta  l'anima  e  lo considerava il suo
    peggiore  nemico.  Cavalcava  adesso  alla  sua  volta,  accigliato  e
    furioso,  stringendo con forza il manico dello scudiscio,  pronto agli
    atti pi decisivi e pi pericolosi contro il suo avversario.
    Non appena ebbe  aggirato  una  sporgenza  del  bosco,  vide  venirgli
    incontro  un  grosso signore in berretto di lontra,  in sella a un bel
    cavallo nero, seguito da due staffieri.  Invece di un nemico,  Nikolj
    trov   in  Ilagin  un  cortesissimo  e  assai  rispettabile  signore,
    desideroso di fare conoscenza con il giovane  conte.  Avanzando  verso
    Rostv,  Ilagin sollev il suo berretto di lontra,  disse di deplorare
    vivamente l'accaduto e di essere deciso a punire il battitore  che  si
    era  permesso  di cacciare un animale inseguito da cani altrui;  preg
    infine il conte di voler diventare suo buon conoscente e gli offr  di
    cacciare nelle sue terre.
    Natascia,   temendo  che  il  fratello  trascendesse  a  qualche  atto
    deplorevole, lo seguiva inquieta a breve distanza,  ma,  vedendo che i
    due si salutavano amichevolmente,  li raggiunse. Ilagin sollev ancora
    pi alto il suo berretto di lontra e sorridendo affabilmente disse che
    la giovane contessa faceva pensare a Diana,  sia per la  sua  passione
    per  la  caccia,  sia  per  la sua bellezza di cui aveva sentito molto
    parlare.
    Ilagin,  per farsi  perdonare  la  colpa  del  suo  cacciatore,  preg
    insistentemente  Rostv di passare nella sua riserva che distava di l
    appena un miglio e dove,  a suo dire,  le lepri  pullulavano.  Nikolj
    acconsent e il gruppo dei cacciatori, raddoppiato, si spinse oltre.
    Per raggiungere la riserva di Ilagin,  bisognava attraversare i campi.
    I signori marciavano insieme.  Lo  zio,  Rostv  e  Ilagin  guardavano
    furtivamente  i cani altrui,  badando di non farsi scorgere e cercando
    con inquietudine tra quegli animali i possibili rivali dei propri.
    Rostv  fu  specialmente  colpito  dalla  bellezza  di  una  cagnetta,
    piccolina,  sottile,  ma  dai muscoli d'acciaio,  il muso aguzzo,  gli
    occhi neri sporgenti,  pezzata di rosso,  che apparteneva alla muta di
    Ilagin.  Aveva  sentito parlare dell'abilit della muta di Ilagin e in
    quella bellissima cagna scorgeva una rivale della sua Milka.
    Durante una sua conversazione sul raccolto  dell'annata,  iniziato  da
    Ilagin, Rostv gli indic la cagna pezzata di rosso.
    - Bella bestia,  quella vostra cagna!  E' veloce?   -  chiese con aria
    indifferente.
    - Quella? S,  un ottimo animale...  una brava puntatrice  -  rispose
    Ilagin con lo stesso tono indifferente,  accennando alla sua Erza, per
    la quale l'anno precedente aveva ceduto a un suo vicino  tre  famiglie
    di cervi.   -  Dunque neppure voi,  conte, siete molto soddisfatto del
    raccolto di  quest'anno?    -    soggiunse,  riprendendo  il  discorso
    iniziato.  Poi,  giudicando  che  fosse  cortese occuparsi dei cani di
    Rostv come questi  si  era  occupato  dei  suoi,  Ilagin  li  osserv
    attentamente  e  indic Milka,  che lo aveva colpito per la sua taglia
    larga e vigorosa.
    - E quella vostra cagna pezzata di nero  buona?  -  domand.
    - S, abbastanza... corre bene  -  rispose Nikolj. Se adesso,  ecco,
    passasse  di corsa una lepre adulta nel campo,  ti farei vedere io che
    razza di cane  la mia Milka!,  pensava intanto e voltandosi verso il
    suo  staffiere,  promise  un  rublo  a  chi avesse avvistato una lepre
    acquattata.
    - Io non capisco  -  continu Ilagin  -  come i cacciatori siano tanto
    gelosi della selvaggina e dei cani altrui. Per conto mio, conte,  dir
    che  mi  diverto a fare una cavalcata: cos pu capitare di imbattersi
    in una compagnia come questa... che c' di meglio?  -  (E riprendeva a
    levarsi il berretto di castoro davanti a Natascia).   -  Ma il contare
    quante pelli si sono prese proprio non mi interessa!
    - Giustissimo.
    -  O che mi offenda,  o quasi,  se il cane di un altro e non il mio ha
    raggiunto la preda...  A me,  per  divertirmi,  basta  assistere  alla
    caccia. Che ne dite, conte? Ritengo inoltre che...
    -  Aa-t!    -   rison in quel momento il grido prolungato di uno dei
    canettieri che si erano fermati. Immobile su di una piccola altura, in
    mezzo alle stoppie,  con la frusta in mano,  ripet ancora  una  volta
    quel  grido  prolungato:  Aa-t!.  (Il  grido prolungato e la frusta
    sollevata  significava  che  egli  vedeva  davanti  a  s  una   lepre
    acquattata).
    -  Pare  che  l'abbia  scovata,  eh?   - disse con noncuranza Ilagin.-
    Vogliamo inseguirla, conte?
    - S, bisogna andare...  e andiamo insieme,  eh?   -  rispose Nikolj,
    guardando Erza e il fulvo Rugj dello zio, i due rivali contro i quali
    non  gli  era mai capitato di mettere alla prova i propri cani.  E se
    poi fanno fare una  figuraccia  alla  mia  Milka?,  pensava,  mentre,
    insieme con lo zio e con Ilagin, si avvicinava alla lepre.
    - E' adulta?   -  domand Ilagin, accostandosi al cacciatore che aveva
    scovato la lepre e,  guardandosi attorno non senza una certa emozione,
    mand un fischio di richiamo alla sua Erza...
    -E voi, Michal Niknoric'?  -  chiese, rivolgendosi allo zio.
    Lo zio cavalcava cupo e accigliato.
    -  A  che  scopo  mi  ci dovrei immischiare?  I vostri cani sono stati
    pagati quanto costa un  villaggio,  valgono  migliaia  di  rubli.  Voi
    lanciate i vostri all'inseguimento, io star a guardare. Su, su, Rugj
    -     grid.     -    Su,   Rugjuska!     -    aggiunse,   esprimendo
    involontariamente con  quel  diminutivo  la  propria  tenerezza  e  la
    speranza che poneva in quel cane rossiccio.
    Natascia  vedeva e intuiva l'emozione nascosta di quei due vecchi e di
    suo fratello e si sentiva anch'essa agitata.
    Il cacciatore stava sempre ritto sul  piccolo  poggio  con  la  frusta
    sollevata; i signori gli si avvicinano con il cavallo al passo. I cani
    da  punta  che procedevano sulla linea dell'orizzonte si allontanavano
    sempre pi dalla lepre; gli altri cacciatori,  meno i padroni,  fecero
    lo stesso. Tutti si muovevano lentamente e con cautela.
    -  Da  che  parte  ha voltato la testa?   -  domand Nikolj quando si
    trov a circa cento passi dal cacciatore che aveva stanato  la  lepre.
    Ma  questi  non  fece  in  tempo  a rispondere che la lepre,  fiutando
    nell'aria la gelata del mattino successivo,  balz via.  Una  muta  di
    cani, appaiati sui guinzagli, si slanci ululando all'inseguimento gi
    per  il  pendio;  i  levrieri  si  gettarono sui cani da punta e sulla
    lepre. Tutti quei cacciatori,  che si erano mossi lentamente,  presero
    il  galoppo  attraverso  i  campi;  i  bracchieri  gridando:  Fermo!
    disorientavano i cani,  mentre i guidatori dei levrieri li  incitavano
    al grido di: Aa-t!.
    Il  tranquillo  Ilagin,  Nikolj,  Natascia  e lo zio andavano come il
    vento senza sapere n dove n come,  non vedendo altro all'infuori dei
    cani e della lepre e temendo soltanto di perdere di vista,  anche solo
    per un attimo,  le tracce dell'animale.  La lepre era vecchia e agile.
    Dopo  aver  fatto  il primo balzo,  non si diede subito alla fuga,  ma
    agit  le  orecchie  per  ascoltare  le  grida  e  il  calpestio   che
    all'improvviso  le risonarono attorno.  Fece,  senza affrettarsi,  una
    diecina di salti lasciando che i cani si avvicinassero e  poi,  scelta
    la propria direzione e conscia del pericolo,  abbass le orecchie e si
    mise a correre. Si era appiattita in mezzo alle stoppie, ma dinanzi le
    si stendevano i campi gi verdi dove il terreno era molle.  I due cani
    del  cacciatore che l'aveva avvistata,  essendo i pi vicini di tutti,
    furono i primi a vederla e  a  lanciarsi  all'inseguimento:  ma  erano
    ancora  lontani  dal  raggiungerla  quando li sorpass a volo la fulva
    Erza di Ilagin: si avvicin sino alla distanza  di  una  lunghezza  di
    cane,  acceler  la corsa con incredibile velocit,  mirando alla coda
    della lepre e, credendo di averla afferrata, cadde ruzzoloni. La lepre
    inarc la schiena e acceler ancora la corsa.  Dietro a Erza  comparve
    Milka dal largo dorso pezzato di nero,  e rapidamente si avvicin alla
    lepre.
    - Mluska cara!   -  rison il grido trionfante di Nikolj. Pareva che
    Milka fosse l l per raggiungere e agguantare la  preda:  invece  non
    solo  la raggiunse ma,  nell'impeto della corsa,  la super.  La lepre
    fece un balzo laterale.  Di nuovo la bella Erza le fu da presso  e  si
    protese  proprio sulla coda dell'animale,  come se prendesse la misura
    per non sbagliare di nuovo e afferrarlo alla coscia posteriore.
    - Erzinka, cara!   -  si ud la voce piagnucolosa e diversa dal solito
    di Ilagin.
    Ma Erzinka non ascolt la sua preghiera. Nel preciso momento in cui ci
    si  aspettava  che  essa afferrasse la lepre,  questa fece un balzo di
    lato e riprese a correre tra il verde dei campi e le stoppie. Di nuovo
    Erza e Milka, come due cavalli al timone,  si appaiarono e inseguirono
    la  lepre  la quale,  giunta al tratto intermedio tra campo e stoppie,
    pot correre pi facilmente mentre i cani perdevano terreno.
    - Rugj ! Rugjuska! Cos va bene, marsch!  -  grid nel frattempo una
    terza voce e Rugj,  il cane rossiccio e gobbo dello zio,  tendendo il
    pi  possibile il corpo e inarcando la schiena,  gi raggiungeva i due
    primi cani, li sorpassava e,  spingendosi con appassionato oblio di se
    stesso  sin  sopra  la  lepre,  la spinse dal terreno aperto sul campo
    seminato,  la rincorse con maggior rabbia sul  verde  molle  di  fango
    affondando sino alle ginocchia, cosicch lo si vide soltanto rotolare,
    insieme  con la preda,  con il dorso coperto di fango.  Attorno gli si
    disposero a stella i cani.  Dopo un minuto tutti stavano attorno  alla
    massa dei cani.  Lo zio,  l'unico felice, smont da cavallo. Afferrata
    la lepre,  prese a scuoterla per farne colare il sangue e  intanto  si
    guardava  attorno  con  gli occhi sfuggenti,  senza sapere in che modo
    atteggiare le braccia e le gambe  e  parlava  senza  sapere  che  cosa
    dicesse n a chi parlasse.   -  Ecco,  benissimo,  marsch... questo s
    che  un cane...  li ha battuti tutti,  anche quelli  da  mille  e  un
    rublo...    -   diceva,  ansimando e guardandosi rabbiosamente attorno
    come se imprecasse contro qualcuno,  come se tutti fossero suoi nemici
    e lo avessero offeso, e soltanto ora potesse finalmente giustificarsi.
    -    Eccoli  i  vostri  cani  da  mille e un rublo...  Corpo di bacco,
    benissimo, marsch!
    - Rugj,  prendi!   -  esclam gettando al cane la zampetta  tagliata,
    tutta inzaccherata di fango.  -  Te la sei meritata, corpo di bacco!
    - E' sfinito!  Per ben tre volte si  buttato da solo all'inseguimento
    -  diceva Nikolj, anch'egli senza ascoltare nessuno e senza badare se
    gli altri gli prestavano attenzione o no.
    - Per l'ha presa di fianco!  -  osserv lo staffiere di Ilagin.
    - Gi,  dopo aver fatto cilecca,  qualunque cane da guardia  l'avrebbe
    acchiappata    -    diceva intanto Ilagin rosso in viso,  respirando a
    fatica per la galoppata e l'emozione. Intanto Natascia,  senza prender
    fiato,   lanciava  strilli  gioiosi  ed  entusiastici  cos  acuti  da
    stordire.  Con quel suo strillare ella esprimeva ci che i  cacciatori
    esprimevano  parlando tutti in una volta.  E quegli strilli erano cos
    strani e selvaggi che certo ella se ne sarebbe vergognata, in un altro
    momento, e tutti se ne sarebbero meravigliati.  Lo zio in persona leg
    la  lepre  e con un gesto abile e svelto la gett attraverso la groppa
    del cavallo;  poi,  con l'aria di rimproverare tutti,  e di non  voler
    parlare con nessuno, inforc il suo sauro e si allontan.
    Tutti gli altri erano tristi e mortificati;  si divisero in silenzio e
    soltanto dopo un bel pezzo  riuscirono  a  fingere  l'indifferenza  di
    prima.  Ancora  a lungo guardarono il fulvo Rugj che,  con la schiena
    gobba tutta coperta di fango, scuoteva il collare di ferro e procedeva
    calmo e tranquillo,  con l'aspetto del vincitore,  dietro  il  cavallo
    dello zio.
    Io  sono  un  cane  come  tutti  gli  altri  quando  non si tratta di
    inseguire. Ma allora,  attenti!.  Questo pareva a Nikolj che dicesse
    il cane, con quella sua aria da trionfatore.
    Quando,  molto  tempo  pi  tardi,  lo zio si avvicin a Nikolj e gli
    rivolse la parola, il giovane fu lusingato che lo zio, dopo quanto era
    avvenuto, si degnasse ancora di parlargli.


    CAPITOLO 7.

    Quando,  verso sera,  Ilagin salut Nikolj,  questi si trovava a  una
    tale distanza da casa, che accett volentieri la proposta dello zio di
    trascorrere la notte da lui nella sua propriet di Michailovka .
    - E se veniste da me? Ecco, benone, marsch!  -  aveva detto lo zio.  -
    Sarebbe la cosa migliore.  Vedete,  il tempo  umido  -  prosegu,   -
    potreste riposare e la contessina la potremmo riaccompagnare a casa in
    calesse.
    L'invito fu accolto, e fu mandato a Otrdnoe un domestico per prendere
    il calesse mentre Nikolj, Ptja e Natascia andarono dallo zio.
    Cinque o sei domestici, tra adulti e ragazzi, andarono a incontrare il
    padrone  all'ingresso  principale.  Una  diecina  di  donne,  vecchie,
    giovani  e  ragazzine,  spuntarono  da quello di servizio per vedere i
    cacciatori che tornavano. La presenza di Natascia,  di una signorina a
    cavallo,  eccit  la curiosit delle donne di servizio dello zio a tal
    punto che  molte,  senza  alcun  imbarazzo,  le  si  avvicinavano,  la
    fissavano  negli occhi e facevano ad alta voce i loro commenti sul suo
    conto, come se si trattasse di un fenomeno in mostra che,  non essendo
    una creatura umana, non pu n capire n udire ci che si dice di lui.
    -  Arinka,  guarda,    seduta  di  fianco!  Lei    seduta e la gonna
    svolazza... Vedi, ha anche il corno!
    - Santi benedetti, e persino il coltello!
    - Ve', una tartara!
    - Come hai fatto  a  non  cadere?    -    chiedevano  le  pi  ardite,
    rivolgendosi direttamente a Natascia.
    Lo  zio  scese  da  cavallo  davanti all'ingresso della sua casetta di
    legno circondata da un giardino e,  data  un'occhiata  alla  gente  di
    casa,  in  tono  imperioso,  grid  che  chi non era necessario poteva
    andarsene e ordin che fosse fatto tutto quanto occorreva per ricevere
    gli ospiti e i cacciatori.
    Tutti se la squagliarono.
    Lo zio fece scendere  da  cavallo  Natascia  e,  tenendola  per  mano,
    l'aiut  a salire i malfermi scalini dell'entrata.  Nella casa,  dalle
    pareti di legno non intonacate,  non regnava molta pulizia: si  vedeva
    che  i suoi abitanti non si preoccupavano di lasciare qualche macchia,
    ma neppure vi si notava la trascuratezza.  Il  vestibolo,  dove  erano
    appese pelli di lupi e di volpi, era impregnato di un intenso odore di
    mele fresche.
    Attraverso l'anticamera,  lo zio condusse i suoi ospiti in una piccola
    sala, arredata con una tavola pieghevole e alcune sedie di mogano, poi
    in un salotto dove si  trovavano  un  tavolino  rotondo  di  legno  di
    betulla  e un divano,  e infine in uno studio con un divano sfiancato,
    un tappeto logoro, i ritratti di Suvorov,  del padre e della madre del
    padrone di casa e il ritratto di lui stesso in divisa militare.  Nello
    studio si sentiva un forte odore di tabacco e  di  cane.  Qui  lo  zio
    invit i suoi ospiti a sedersi, li preg di considerarsi in casa loro,
    e  usc.  Rugj,  con la schiena ancora coperta di fango,  entr nello
    studio,  si sdrai sul divano e cominci a ripulirsi con la  lingua  e
    con i denti.  Dallo studio si partiva un corridoio in cui si vedeva un
    paravento con la stoffa lacerata.  Dietro al  paravento  si  sentivano
    risate e sussurri femminili. Natascia, Nikolj e Ptja si sbarazzarono
    dei cappotti e si misero a sedere sul divano.  Ptja appoggi la testa
    su un braccio e cadde immediatamente addormentato.  Natascia e Nikolj
    tacevano;  avevano il volto acceso, erano affamati e molto allegri. Si
    scambiarono una occhiata (dopo la caccia, tra le quattro pareti di una
    stanza,  Nikolj non riteneva necessario ostentare la sua  superiorit
    di  uomo  in  presenza  della sorella): Natascia ammicc al fratello e
    tutti e due, incapaci ormai di trattenersi,  scoppiarono in una sonora
    risata, prima ancora di aver inventato un qualsiasi pretesto alla loro
    allegria.
    Poco dopo entr lo zio, in casacca, calzoni turchini e scarpe basse, e
    Natascia  sent che quell'abbigliamento,  che veduto gi a Otrdnoe le
    aveva suscitato stupore e irrisione,  era un vero vestito,  per  nulla
    peggiore delle giubbe e delle marsine. Anche lo zio era allegro; e non
    solo  non  si  offese per l'ilarit dei giovani Rostv (non gli poteva
    neppure passare per l'anticamera del cervello che  si  potesse  ridere
    della sua vita), ma si un anch'egli alle loro risate senza motivo.
    - E brava la contessina!  Ecco, benone, marsch! Non ne avevo mai vista
    una che le possa stare alla pari!   -  esclam,  porgendo una pipa dal
    lungo bocchino a Nikolj e riempiendone per s una corta,  dalla canna
    lavorata, che egli reggeva con gesto abituale, fra tre dita.  -  Tutta
    la giornata a cavallo, come un uomo, come se niente fosse!
    Poco dopo l'ingresso dello zio apr l'uscio una ragazza che, si capiva
    dal rumore dei passi,  camminava scalza,  ed  entr  una  bella  donna
    robusta e colorita,  sulla quarantina, con il doppio mento e le labbra
    tumide e rosse,  che reggeva  tra  le  mani  un  grande  vassoio.  Con
    un'espressione  di  affabile  ospitalit  negli occhi e in ogni gesto,
    guard  gli  invitati   e   con   un   sorriso   gentile   li   salut
    rispettosamente.  Nonostante un'obesit poco comune che la costringeva
    a spingere in fuori il petto e il ventre e a tirare indietro la testa,
    quella donna,  che era la governante di casa dello zio,  camminava con
    straordinaria leggerezza.  Si avvicin al tavolo, vi pos il vassoio e
    con le abili,  bianche  mani  grassocce,  ne  tolse,  disponendole  in
    bell'ordine sulla tavola,  le bottiglie,  gli antipasti e vari tipi di
    leccornie. Fatto ci, si diresse verso l'uscio e si ferm sulla soglia
    con le labbra atteggiate al sorriso. Eccomi qui,  vedete chi sono.  E
    adesso puoi capire lo zio?,  pareva dire a Rostv la sua apparizione.
    Come non capire? Non solo Rostv,  ma persino Natascia capiva lo zio e
    il  significato  delle  sopracciglia  aggrottate e del sorriso lieto e
    soddisfatto che gli aveva  appena  increspato  le  labbra  quando  era
    entrata Anssja Fdorovna. Sul vassoio c'erano infusi di erbe, bevande
    diverse,  funghi, gallettine di grano nero, miele di favo, miele cotto
    e spumoso,  mele,  noci fresche e abbrustolite e noci  di  miele.  Poi
    Anssja  Fdorovna  port ancora varie conserve di frutta fatte con il
    miele e lo zucchero, del prosciutto e un pollo appena arrostito.
    Tutte quelle ghiottonerie erano state scelte e  preparate  da  Anssja
    Fdorovna  e  tutte  facevano  pensare  alla sua freschezza,  alla sua
    pulizia, al suo candore e al suo simpatico sorriso.
    - Mangiate,  signorina contessina  -  diceva,  offrendo a Natascia  un
    piatto dopo l'altro.
    Natascia  mangiava  di  tutto  e  le  pareva di non aver mai veduto n
    assaggiato in alcun altro luogo simili  frittelle,  n  conserve  cos
    profumate,  n noci al miele,  n pollastrelli cos fragranti. Anssja
    Fdorovna usc.  Rostv e lo zio,  bevendo durante la cena rosolio  di
    ciliegie,  discorrevano  della  caccia passata e di quelle future,  di
    Rugj e dei cani di Ilagin.  Natascia,  seduta sul divano,  eretta sul
    busto,  li ascoltava con gli occhi scintillanti. Parecchie volte tent
    di svegliare Ptja,  per  fargli  mangiare  qualcosa,  ma  il  ragazzo
    borbottava nel sonno parole incomprensibili,  senza destarsi. Natascia
    sentiva  in  s  una  tale  gaiezza,   si  trovava   tanto   bene   in
    quell'ambiente  per  lei  nuovo,  che  temeva  soltanto che il calesse
    arrivasse troppo presto a prenderla. Dopo uno di quei brevi improvvisi
    silenzi,  che capitano spesso quando si ricevono per la prima volta in
    casa propria dei conoscenti,  lo zio,  quasi rispondendo a un pensiero
    dei suoi ospiti, disse:
    - Ecco,  cos vado verso la fine della mia vita.  Poi morir...  ecco,
    benone,  marsch...  e  di  me non rester pi nulla.  Perch,  dunque,
    peccare?
    Il viso dello zio,  mentre diceva queste cose,  era molto espressivo e
    quasi  bello.  Rostv,  ascoltandolo,  ricord tutto il bene che aveva
    sentito dire di quell'uomo da suo padre e  dai  vicini.  In  tutto  il
    distretto egli godeva fama di essere un originale,  pieno di nobilt e
    assolutamente disinteressato.  Spesso lo chiamavano come arbitro nelle
    questioni  di  famiglia,  lo  nominavano esecutore testamentario,  gli
    confidavano segreti,  lo eleggevano giudice  o  gli  affidavano  altre
    incombenze;  ma  egli  aveva  sempre rifiutato ostinatamente qualsiasi
    carriera pubblica; trascorreva l'autunno e la primavera nei campi, sul
    suo cavallo sauro;  d'inverno se ne stava in casa e  d'estate  dormiva
    nel suo ombroso, incolto giardino.
    - Perch non prendete servizio, zio?
    - Ho incominciato, ma ho piantato l. Non  cosa per me. Ecco, benone,
    marsch! E' roba per voi, io non ho abbastanza intelligenza. Per quanto
    riguarda la caccia  un altro affare!  Aprite, dunque, quell'uscio!  -
    grid.  -  Perch l'avete chiuso?
    L'uscio  in  fondo  al  corridoio  (che  lo  zio  chiamava  collidoio)
    conduceva  nella  camera  degli  scapoli,  come era chiamata la camera
    riservata ai cacciatori. Si sent un rapido stropiccio di piedi nudi e
    una mano invisibile apr l'uscio. Dal corridoio giunsero distintamente
    le note di una "balaljka" (7) sonata  certamente  dalla  mano  di  un
    artista. Natascia gi da un pezzo porgeva l'orecchio a quella musica e
    ora, per meglio udirla, usc nel corridoio.
    -  E'  il  mio  Mitka,  il  cocchiere...  Gli  ho  comperato una buona
    "balaljka"  -  disse lo zio;   -  mi piace tanto sentirla suonare   -
    spieg.
    In  casa dello zio c'era la consuetudine che quando egli tornava dalla
    caccia Mitka sonasse la "balaljka" nella stanza  dei  cacciatori.  Al
    vecchio piaceva ascoltare quella musica.
    -  Com' bello!  Davvero molto bello!   -  disse Nikolj con una certa
    involontaria noncuranza,  come se si vergognasse di ammettere  che  il
    suono di quella musica piaceva molto anche a lui.
    - Come,  molto bello?  -  domand Natascia che aveva avvertito il tono
    con cui aveva parlato il fratello.   -  Non solo molto bello...   una
    vera meraviglia!
    Come i funghetti,  il miele e il liquore dello zio le erano sembrati i
    migliori del mondo, cos quella musica le pareva, in quel momento,  un
    insuperabile godimento.
    -  Ancora,  ancora,  vi  prego!    -    disse  Natascia  in  direzione
    dell'uscio,  non  appena  la  "balaljka"  tacque.  Mitka  accord  lo
    strumento  e riprese a sonare con bravura e con slancio la canzone "La
    signora",  ornandola di variazioni e di  ghirigori.  Lo  zio,  seduto,
    ascoltava attento,  con la testa piegata da un lato e con un sorriso a
    filo di labbra.  Il motivo di "La signora" fu ripetuto un centinaio di
    volte.  A  parecchie  riprese  il  sonatore  accord  lo strumento,  e
    tremolarono gli stessi suoni di cui  gli  ascoltatori  non  erano  mai
    sazi,  ma  che  volevano  sentire  ripetere  ancora e ancora.  Anssja
    Fdorovna rientr e appoggi contro lo stipite il suo grosso corpo.
    - Vi degnate di ascoltare?   -  domand  a  Natascia  con  un  sorriso
    straordinariamente simile a quello dello zio.   -  Mitka suona davvero
    bene!  -  aggiunse.
    - Ecco,  a questo punto non suona come dovrebbe  -  intervenne lo zio,
    con  un  gesto  energico.    -  Qui ci vuole una cascatella di note...
    ecco, benone, marsch... s, una cascatella...
    - Sapete sonare, voi?  -  domand Natascia. Lo zio,  senza rispondere,
    sorrise.
    -  Guarda un po',  Anssjuska,  se le corde della mia chitarra sono in
    ordine.  Da un bel pezzo non l'ho pi  presa  in  mano  ecco,  benone,
    marsch! L'ho proprio trascurata.
    Anssja  Fdorovna  si  avvi  premurosamente,  con  la  sua  andatura
    leggera,  a eseguire l'ordine del padrone e torn poco dopo,  portando
    la chitarra.
    Lo  zio,  senza guardare nessuno,  soffi via la polvere,  con le dita
    ossute batt sulla cassa dello strumento,  lo accord e si sedette pi
    comodamente  sulla  poltrona.  Con  un gesto un po' teatrale,  tenendo
    sollevato il gomito sinistro,  prese la chitarra  per  il  manico,  e,
    strizzando un occhio ad Anssja Fdorovna, non inton "La signora", ma
    trasse dallo strumento un accordo sonoro e preciso;  poi, lentamente e
    con calma,  ma con vigore,  cominci a modulare su un ritmo  dolce  la
    canzone allora assai nota. Sulla strada selciata.... All'unisono con
    quella misurata gaiezza (quella stessa che emanava da tutta la persona
    di Anssja Fdorovna), il motivo della canzone fece vibrare l'animo di
    Nikolj e di Natascia.  Anssja Fdorovna arross e, copertasi il viso
    con lo scialletto,  usc dalla stanza.  Lo zio continu a  sonare  con
    precisione  in  un tono limpido,  sicuro e rigoroso,  fissando con uno
    sguardo mutato e ispirato il punto da cui si era  allontanata  Anssja
    Fdorovna.   Qualcosa  sorrideva  appena  sul  suo  viso,  un  sorriso
    impenetrabile a un angolo della bocca, sotto il baffo grigio; e questo
    specialmente quando il ritmo della canzone si accentuava,  si sfrenava
    e si spezzava bruscamente.
    - Che meraviglia,  zio!  Che meraviglia!  Ancora,  ancora!  -  esclam
    Natascia,  non appena egli ebbe finito.  E,  balzando dal  suo  posto,
    corse ad abbracciare e a baciare lo zio.
    -  Niklinka,  Niklinka!   -  disse rivolgendosi al fratello come per
    chiedergli: ma che  mai questo?.
    Anche Nikolj gustava molto la musica  dello  zio.  Questi  ripet  la
    canzone. Il viso sorridente di Anssja Fdorovna comparve di nuovo nel
    rettangolo della porta e altri visi comparvero dietro di lei... Lo zio
    son: Laggi mentre attinge acqua alla fresca sorgente, una fanciulla
    grida:  aspetta!  e  poi  fece  una variazione abilissima,  lanci un
    accordo e si mise ad agitare le spalle.
    - Su,  su,  zietto caro,  ancora!   -    supplic  Natascia  con  voce
    implorante, come se fosse in gioco la sua vita.
    Lo  zio si alz e parve che in lui ci fossero due uomini: l'uomo serio
    sorrise gravemente del buontempone e il  buontempone  mosse  un  passo
    ingenuo e preciso prima di iniziare la danza.
    - Su, nipotina!  -  grid, facendo un cenno d'invito a Natascia con la
    mano che aveva spezzato l'accordo.
    Natascia  si sbarazz dello scialletto che l'avvolgeva,  corse davanti
    allo zio,  e con le mani sui fianchi fece un grazioso movimento con le
    spalle e si ferm.
    Dove,  quando e come quella contessina educata da un'emigrata francese
    aveva assorbito,  dall'aria russa  che  respirava,  quello  spirito  e
    quegli  atteggiamenti  che  le  danze francesi da gran tempo avrebbero
    dovuto cancellare?  Ma  la  sua  sensibilit  e  i  suoi  gesti  erano
    precisamente quelli istintivi,  non imparati,  che lo zio si aspettava
    da lei.  Non appena ella si alz e rimase ferma davanti allo zio,  con
    le  labbra atteggiate a un sorriso trionfante,  fiero e divertito,  la
    prima paura che per un  attimo  aveva  afferrato  Nikolj  e  tutti  i
    presenti,  la paura cio che non riuscisse a cavarsela,  svan e tutti
    gi erano in ammirazione davanti a lei.
    Ella faceva proprio ci che doveva,  e lo  faceva  con  tale  perfetta
    precisione che Anssja Fdorovna,  che si era affrettata a porgerle il
    fazzoletto indispensabile alla  sua  danza,  rise  sino  alle  lacrime
    guardando  quella sottile,  graziosa contessina,  cos diversa da lei,
    vestita di seta e di velluto, che sapeva intendere tutto ci che c'era
    in Anssja, nel padre di Anssja,  nella zia e nella madre di lei e in
    ogni anima russa.
    -  Brava  contessina!  Ecco,  benone,  marsch...    -  esclam lo zio,
    ridendo gioiosamente,  non appena ebbe finito la danza.   -   Ah,  che
    nipotina!  Ormai  non  ti  resta che sceglierti un buon marito!  Ecco,
    benone, marsch!
    - L'ha gi scelto  -  intervenne Nikolj, sorridendo.
    - Ah!   -  esclam lo zio con  stupore,  guardando  interrogativamente
    Natascia che, con un sorriso felice, annu con un cenno del capo.
    -  E  che marito!   -  esclam.  Ma non appena ebbe pronunziato queste
    parole, un nuovo, diverso ordine di idee e di sentimenti sorse in lei.
    Che significava  il  sorriso  di  Nikolj  mentre  diceva  "L'ha  gi
    scelto"?  Era  contento  o  non  lo  era?  Pareva  pensare  che il mio
    Bolkonskij non avrebbe approvato e capito questa nostra  allegria.  Ma
    no,  l'avrebbe capita benissimo. E adesso, dove sar?, pens Natascia
    e, di colpo,  il suo viso assunse un'espressione di tristezza.  Ma non
    dur  che  un  secondo.  Non  devi  pensarci,  non devi assolutamente
    pensarci!, si disse e, sorridendo, torn a sedersi accanto allo zio e
    lo preg di sonare ancora qualcosa.
    Lo zio esegu una canzone e un valzer;  poi,  dopo un po' di silenzio,
    toss e inton la sua prediletta canzone di caccia:

    Come era bella la prima neve
    che quella sera cadeva, cadeva....

    Lo  zio  cantava come canta il popolo,  con la convinzione spontanea e
    assoluta che tutto il significato di una canzone  sia  soltanto  nelle
    parole  e  che  la  melodia  venga  da s,  che non esista una melodia
    isolata,  ma che essa serva soltanto  per  l'armonia.  Perci  appunto
    quella  melodia,   inconsapevole  come  il  canto  dell'usignolo,  era
    straordinariamente bella,  anche in bocca allo zio.  Natascia  ne  era
    entusiasta. Decise di non continuare a studiare l'arpa, ma di imparare
    soltanto  la  chitarra.  Preg  lo  zio di darle lo strumento e subito
    seppe trarne gli accordi di una canzone.
    Verso le dieci giunsero una "linjka" (8), un calessino e tre uomini a
    cavallo,  mandati a prendere Natascia e Ptja.  Il conte e la contessa
    non  sapevano  dove fossero e,  come disse il messaggero,  erano molto
    inquieti.
    Ptja fu preso in braccio,  portato gi e deposto nella "linjka" come
    un corpo morto;  Natascia e Nikolj presero posto nel calesse.  Lo zio
    avvolse  Natascia  nello  scialle  e  la  salut  con  una   tenerezza
    affettuosa,  tutta  nuova.  Li  accompagn  a  piedi sino al ponte che
    bisognava aggirare per passare a guado,  e  diede  ordine  che  alcuni
    cacciatori, muniti di lanterne, precedessero i veicoli.
    - Arrivederci,  cara nipote!   -  rison dal buio la sua voce, che non
    era pi la voce che Natascia conosceva,  ma quella che aveva  cantato:
    Com'era bella la prima neve!.
    Nel villaggio che attraversarono,  brillavano qua e l alcuni lumicini
    rossi e si diffondeva un odore di fumo che dava allegria.
    - Che delizia, quello zio!   -  esclam Natascia quando uscirono sulla
    strada maestra.
    - S  -  rispose Nikolj.  -  Non hai freddo?
    -  No,  sto  bene,  sto  benissimo.  Mi sento a meraviglia  -  rispose
    Natascia quasi con un certo stupore. Rimasero a lungo silenziosi.
    La notte era umida e  buia.  Non  si  vedevano  i  cavalli,  si  udiva
    soltanto il diguazzare delle loro zampe nel fango invisibile.
    Che  accadeva  nell'animo  infantile  e sensibile di Natascia che cos
    avidamente accoglieva e assimilava tutte le  pi  diverse  impressioni
    della  vita?  Come  si  fondevano  in  lei?  Certo quella sera ella si
    sentiva profondamente felice. Quando fu vicina a casa, si mise tutto a
    un tratto a canterellare il motivo della canzone:  Com'era  bella  la
    prima  neve,  motivo  che  aveva  inutilmente  cercato lungo tutta la
    strada e che infine le era ritornato alla memoria.
    - L'hai ritrovato?  -  le domand Nikolj.
    - A che cosa pensavi, ora, Niklinka?  -  chiese Natascia.
    Essi amavano farsi questa domanda.
    - Io?  -  rispose Nikolj, ricordando.  -  Ecco,  dapprima pensavo che
    Rugj,  quel  cane rossiccio,  assomiglia allo zio e che,  se fosse un
    uomo, terrebbe sempre lo zio con s, se non per la caccia,  almeno per
    il  suo buon carattere,  ma lo terrebbe.  Com' buono,  lo zio!  Non 
    vero? E tu, dimmi, a che cosa pensavi?
    - Io? Aspetta, aspetta...  Prima pensavo che noi siamo qui in carrozza
    e  andiamo  o  crediamo  di  andare a casa e invece Iddio solo sa dove
    andiamo in questo buio e potrebbe darsi che,  arrivati,  ci trovassimo
    non  a Otrdnoe,  ma in un regno incantato!  E poi ho pensato anche...
    No, non ho pensato a niente altro.
    - Lo so,  pensavi certamente a "lui"  -   disse  Nikolj,  sorridendo,
    come Natascia indovin dal suono della sua voce.
    -  No    -   rispose la fanciulla,  bench nello stesso momento avesse
    realmente pensato al  principe  Andrj,  chiedendosi  se  lo  zio  gli
    sarebbe  piaciuto.    -   E mi ripeto ancora e me lo sono ripetuto per
    tutta la strada: come camminava bene Anssjuska,  proprio bene...    -
    aggiunse.  E  Nikolj  ud nel buio la risata felice,  allegra e senza
    motivo della fanciulla.
    - Sai?  -  disse ella a un tratto.  -  Sono certa che non sar mai pi
    cos felice e cos serena come adesso.
    - Sciocchezze, assurdit, stupidaggini  -  le rispose Nikolj e pens:
    Che incantevole creatura questa mia Natascia.  Non avr mai  un'amica
    come lei. Perch si sposa? Andremmo sempre in giro insieme....
    Com' caro questo Nikolj, pensava nello stesso momento Natascia.
    - Ah!  c' ancora il lume acceso nel salotto!  -  osserv indicando le
    finestre della casa che brillavano  nell'oscurit  umida  e  vellutata
    della notte.


    CAPITOLO 8.

    Il  conte  Ilj Andrevic' aveva rinunziato alla carica di maresciallo
    della nobilt,  perch quell'ufficio era causa di troppe spese.  Ma  i
    suoi  affari andavano ugualmente di male in peggio.  Spesso Natascia e
    Nikolj sorprendevano misteriosi e agitati colloqui tra i  genitori  e
    sentivano  discutere sulla vendita della ricca casa avita dei Rostv e
    della loro propriet presso Mosca.  Non essendo pi maresciallo  della
    nobilt,  il conte non aveva pi l'obbligo di dare grandi ricevimenti,
    e  a  Otrdnoe  la  vita  scorreva  pi  tranquilla  che  negli   anni
    precedenti; la casa grande e le dipendenze erano tuttavia sempre piene
    di  gente  e  pi  di venti persone sedevano ogni giorno a tavola.  Si
    trattava o di persone intime che venivano da molto  tempo  nella  casa
    come  membri  della  famiglia  o di persone la cui presenza nella casa
    pareva essere  indispensabile.  Tali  erano  Dimmler,  il  maestro  di
    musica,  e  la moglie,  Vogel il maestro di ballo,  e la famiglia;  la
    vecchia signorina Blova che abitava in casa,  e molti altri ancora: i
    precettori   di   Ptja,   l'ex-governante  delle  signorine  e  anche
    semplicemente persone per le quali era pi conveniente vivere in  casa
    del  conte  che in casa propria.  Non c'erano pi i grandi ricevimenti
    dei bei tempi  passati,  ma  l'andamento  della  vita  era  sempre  il
    medesimo,  poich  il  conte  e  la  contessa  non  potevano concepire
    diversamente l'esistenza.  Identica era ancora l'organizzazione  della
    caccia,  ampliata,  anzi,  da Nikolj; nelle scuderie c'erano sempre i
    soliti cinquanta cavalli e quindici cocchieri;  si facevano gli stessi
    regali  assai  costosi  in  occasione  delle  feste di onomastico e si
    organizzavano ancora i pranzi solenni ai quali  partecipava  tutto  il
    distretto; le stesse partite di "whist" e di "boston" durante le quali
    il  conte,  lasciando  vedere a tutti le proprie carte,  permetteva ai
    vicini  di  vincergli  centinaia  di  rubli,   a   quei   vicini   che
    consideravano  il  diritto  di  fare  una  partita  con  il conte Ilj
    Andrevic' come la loro rendita pi vantaggiosa.
    Il conte si dibatteva nelle sue difficolt  finanziarie  come  in  una
    immensa  rete,  sforzandosi  di non credere di esservi impigliato e di
    impigliarvisi ogni giorno di pi, e sentendosi incapace sia di rompere
    le maglie sia di scioglierle con paziente prudenza.  La  contessa,  il
    cui  cuore  era  pieno  di  tenerezza  per  i figli,  sentiva che essi
    andavano verso la rovina, che il conte non era colpevole, che egli non
    poteva essere diverso  da  quello  che  era,  che  anch'egli  soffriva
    (sebbene   cercasse   di  nasconderlo)  per  la  consapevolezza  della
    disastrosa condizione sua e dei figliuoli, e cercava i mezzi per porvi
    riparo.  Dal suo punto di vista femminile,  la contessa non vedeva che
    un  mezzo: il matrimonio di Nikolj con una ricca ereditiera.  Sentiva
    che questa era l'ultima speranza e che, se Nikolj avesse rifiutato il
    partito che essa gli aveva trovato,  sarebbe  svanita  per  sempre  la
    possibilit  di rimettere in sesto gli affari.  Il partito era Julie
    Kargina,  figlia di eccellenti e  virtuosi  genitori,  che  i  Rostv
    conoscevano  sin  da bambina e che ora,  quando era morto l'ultimo dei
    suoi fratelli, era diventata una ricca ereditiera.
    La contessa aveva scritto direttamente alla  madre  della  Kargina  a
    Mosca,  proponendole il matrimonio della figlia con Nikolj e ne aveva
    avuta una risposta favorevole. La Kargina dichiarava che da parte sua
    acconsentiva,  ma che tutto sarebbe dipeso  dalle  inclinazioni  della
    figlia e che intanto invitava Nikolj a recarsi a Mosca.
    Spesse  volte,  con  le lacrime agli occhi,  la contessa aveva detto a
    Nikolj che il suo unico desiderio,  dopo aver accasato le  figliuole,
    era di vedere lui ammogliato;  assicurava che sarebbe scesa tranquilla
    nella tomba se questo desiderio si fosse avverato,  e  gli  confessava
    inoltre di aver in vista per lui una graziosissima fanciulla, cercando
    di conoscere l'opinione del figlio sul matrimonio, in generale.
    In  altri  colloqui con Nikolj tesseva le lodi di Julie e consigliava
    il figlio di andare a Mosca per divertirsi un po'.  Nikolj indovinava
    lo scopo dei discorsi di sua madre e, durante uno di essi, ottenne che
    ella  gli  parlasse con assoluta franchezza.  La contessa gli confess
    che  l'unica  speranza  per  la  famiglia  minacciata   dalla   rovina
    consisteva nel suo matrimonio con la Kargina.
    -  Ma  come?  Se  io  amassi  una  ragazza povera,  esigereste dunque,
    "maman",  che io sacrificassi il mio amore  e  il  mio  onore  per  il
    denaro?   -  le domand Nikolj senza rendersi conto della crudelt di
    quella domanda e desiderando soltanto di  dimostrare  la  sua  nobilt
    d'animo.
    -  No,  tu  non  mi hai capita  -  rispose la madre,  non sapendo come
    giustificarsi.  -  Tu non mi hai capita, Niklinka. Io desidero la tua
    felicit  -  aggiunse e,  sentendo di non dire la verit e  di  essere
    sul punto di imbrogliarsi, si mise a piangere.
    -  Mamma,  non  piangete;  ditemi  soltanto ci che volete da me;  voi
    sapete che darei  qualsiasi  cosa,  anche  la  vita,  pur  di  sapervi
    tranquilla  -  disse Nikolj.   -  Sono pronto a sacrificare tutto per
    voi... s, anche i miei sentimenti!
    Ma la contessa non voleva che  la  questione  fosse  posta  cos.  Non
    voleva  sacrificare  suo  figlio,  proprio  lei,  che  avrebbe  invece
    desiderato sacrificarsi per lui.
    - No,  tu non mi  hai  capita,  non  parliamone  pi    -    concluse,
    asciugandosi le lacrime.
    S,  forse    vero,  io amo una ragazza povera,  si diceva Nikolj;
    dovrei sacrificare il mio sentimento e il mio  onore  al  denaro?  Mi
    meraviglia  che  la  mamma  abbia potuto dirmi questo.  Perch Snja 
    povera, io non posso amarla, pensava, non posso corrispondere al suo
    fedele,  devoto amore?  Certo sarei pi felice con  lei  che  con  una
    bambola qualunque come Julie.  Io non so comandare ai miei sentimenti.
    Se amo Snja,  il mio amore  pi alto e pi forte di qualsiasi  altra
    cosa.
    Nikolj  non  part  per  Mosca,  la  contessa non ritorn pi con lui
    sull'argomento del matrimonio,  ma,  con tristezza e talora anche  con
    dispetto,  notava  i  segni  di  una sempre crescente intimit tra suo
    figlio e Snja che non aveva dote.  Rimproverava  se  stessa,  ma  non
    poteva  fare a meno di brontolare e di cercar pretesti per prendersela
    con  la  fanciulla,   spesso  la  redarguiva   senza   alcun   motivo,
    interpellandola  con  il  voi  e  chiamandola  mia  cara.  Ci che
    soprattutto irritava la buona contessa era il fatto che Snja,  quella
    nipote  povera  dagli occhi neri,  fosse cos mite,  cos dolce,  cos
    devotamente grata ai suoi benefattori e cos costante e fedele nel suo
    amore  per  Nikolj,   che  non  le  riusciva  di  trovar   nulla   da
    rimproverarle.
    Nikolj  trascorreva  in  casa dei genitori l'ultimo periodo della sua
    licenza.  Intanto era giunta una quarta lettera del fidanzato principe
    Andrj, da Roma, nella quale diceva che gi da parecchio tempo sarebbe
    stato sulla via del ritorno in Russia se, per effetto del clima caldo,
    la  sua  ferita  non  si  fosse  inaspettatamente riaperta,  il che lo
    costringeva a differire la partenza sino all'inizio del prossimo anno.
    Natascia era sempre ugualmente innamorata del  suo  fidanzato,  sempre
    ugualmente  serena  nel suo amore e pi che mai accessibile a tutte le
    gioie della vita;  ma verso la fine del quarto  mese  di  separazione,
    cominci  ad  avere  qualche  accesso di tristezza contro la quale non
    riusciva a reagire.  Aveva piet di se stessa,  rimpiangeva di perdere
    tutto  quel  tempo  per niente e per nessuno,  mentre si sentiva tanto
    disposta ad amare e ad essere amata.
    In casa dei Rostv non regnava certo l'allegria.


    CAPITOLO 9.

    Venne il Natale  e,  tranne  gli  auguri  solenni  dei  vicini  e  dei
    domestici,  tranne gli abiti nuovi indossati da tutti, non ci fu nulla
    di particolare a distinguere le giornate festive;  eppure  nel  freddo
    senza vento,  a venti gradi sotto zero,  nel sole luminoso e accecante
    del giorno e nel chiarore stellato della notte invernale,  si  sentiva
    la necessit di solennizzare in qualche modo quel momento dell'anno.
    Al  terzo  giorno di festa,  dopo il pranzo,  tutte le persone di casa
    avevano raggiunto le proprie camere.  Era il momento pi noioso  della
    giornata. Nikolj, che durante la mattinata si era recato in visita da
    certi  vicini,  si era addormentato nella sala dei divani.  Il vecchio
    conte riposava nel suo studio.  Snja,  seduta alla tavola rotonda del
    salotto,  ricopiava un disegno.  La contessa stava disponendo le carte
    per un solitario.  Nastssja  Ivnovna,  il  buffone,  con  la  faccia
    triste, sedeva presso la finestra vicino a due vecchie. Natascia entr
    nel  salotto,  si avvicin a Snja,  guard che cosa faceva la cugina,
    poi and dalla madre e le si ferm accanto, in silenzio.
    - Che cos'hai da girare come un'anima senza  pace?    -    domand  la
    contessa.  -  Vuoi qualche cosa?
    -  Voglio  lui...  subito;  ho  bisogno  di  lui immediatamente  -
    rispose Natascia con  gli  occhi  scintillanti,  senza  sorridere.  La
    contessa alz il capo e fiss la figliuola.  -  Non guardatemi, mamma,
    non guardatemi, se no mi metto a piangere.
    - Siediti qui, vicino a me  -  disse la contessa.
    -  Mamma,  ho bisogno di lui.  Perch devo tormentarmi cos?   -  La
    voce le si spezz,  le lacrime le sgorgarono dagli occhi ed ella,  per
    nasconderle,  si  volt  rapidamente e usc dalla stanza.  Entr nella
    sala dei divani, vi si ferm, riflett per un momento,  poi and nella
    stanza  delle cameriere,  dove la vecchia governante stava brontolando
    contro  una  servetta  la  quale,   ansimando,   era   entrata   tutta
    infreddolita dal cortile.
    -  Avete  voglia  di divertirvi,  voialtre,  ma ogni cosa a suo tempo-
    diceva la vecchia.
    - Lasciala fare,  Kondrtevna  -    intervenne  Natascia.    -    Va',
    Mavruscia va'...
    Lasciata   libera   Mavruscia,   Natascia  attraverso  la  sala  pass
    nell'anticamera. Tre domestici, un vecchio e due giovani,  giocavano a
    carte.  Interruppero  il gioco e si alzarono non appena videro entrare
    la signorina. Che devo fare di loro?, pens Natascia.
    - Tu, Nikita, va' per favore...  -  (dove devo mandarlo?)  -  s,  va'
    gi in cortile e portami per favore un gallo; e tu, Miscia, portami un
    po' di avena.
    -  Ordinate di portarvi dell'avena?   -  domand Miscia allegramente e
    pieno di zelo.
    - Va', va' presto...  -  ordin il vecchio.
    - Quanto a te, Fdor, devi procurarmi un po' di gesso.
    Passando davanti  alla  dispensa,  Natascia  ordin  di  preparare  il
    samovr, bench non fosse affatto l'ora del t.
    Il  dispensiere  Fok  era  l'uomo  pi  irritabile  di tutta la casa:
    Natascia si divertiva a provare il  proprio  potere  su  di  lui.  Non
    credette a quell'ordine e and di l a informarsi se dovesse veramente
    preparare il samovr.
    - Ah,  questa signorina!   -  esclam Fok,  fingendo di aggrottare il
    viso e guardando Natascia.
    Nessuno nella casa disturbava tanta gente n  dava  tanto  da  fare  a
    tutti  quanti  come  Natascia.  Non poteva vedere con indifferenza una
    persona di servizio senza mandarla subito  da  qualche  parte.  Pareva
    voler  provare  se  c'era  qualcuno  tra  loro che osasse ribellarsi o
    tenerle il broncio.  Eppure nessun ordine veniva  eseguito  con  tanta
    sollecitudine quanto quelli impartiti da Natascia.  Cosa potrei fare?
    Dove potrei andare?, pensava la fanciulla,  camminando lentamente per
    il corridoio.
    - Nastssja Ivnovna,  cosa nascer da me?   -  domand al buffone che
    le veniva incontro, con addosso il suo giubbetto da donna.
    - Da te nasceranno pulci, grilli e cavallette  -  rispose il buffone.
    Mio Dio!  Mio  Dio!  Sempre  le  stesse  cose!  Dove  devo  andare  a
    nascondermi?  Che far di me?,  e rapidamente, battendo i piedi, sal
    la scala e and da Vogel che con la moglie abitava al piano superiore.
    Da Vogel trov due governanti; sulla tavola erano posati alcuni piatti
    con uva secca, noci e mandorle.  Le donne discutevano se la vita fosse
    pi  cara  a  Mosca  o  a Odessa.  Natascia si sedette ascolt la loro
    conversazione con un viso serio e pensoso; poi si alz e disse:
    - L'isola di Madagascar!  Ma-da-ga-scar!   -  ripet,  scandendo  ogni
    sillaba e,  senza rispondere alle domande di madame Schoss a proposito
    di quanto aveva detto, usc dalla stanza.
    Anche suo fratello Ptja era di sopra,  dal  suo  precettore,  con  il
    quale stava fabbricando dei fuochi d'artificio che aveva intenzione di
    accendere quella notte.
    - Ptja, Ptja!  -  gli grid.  -  Portami gi!
    Ptja accorse e si pieg.  Essa gli salt sulla schiena,  gli cinse il
    collo con le braccia e, saltellando,  si mise a correre.-  No,  lascia
    stare...  l'isola  di  Madagascar   -  ripet e,  scivolando gi dalla
    schiena di Ptja, scese a piedi le scale.
    Come se avesse percorso il suo regno mettendo alla  prova  il  proprio
    potere  e  si  fosse convinta che sebbene tutti le fossero sottomessi,
    ella si annoiava ugualmente,  Natascia  entr  nel  salone,  prese  la
    chitarra, si sedette in un angolo buio dietro un armadietto e cominci
    a pizzicare le corde nei toni bassi, traendo un motivo di un'opera che
    aveva  ascoltato  a  Pietroburgo  insieme con il principe Andrj.  Per
    ascoltatori  estranei,   i  suoni  che  uscivano  dalla  chitarra  non
    avrebbero  avuto alcun significato,  ma nell'immaginazione di Natascia
    essi erano accompagnati da un susseguirsi di  ricordi.  Seduta  dietro
    l'armadietto,  con  lo  sguardo  fisso  su  una  striscia  di luce che
    filtrava  dalla  porta  della  dispensa,  ascoltava  se  stessa  e  si
    abbandonava  ai  ricordi.  Si  trovava  in  uno  stato  d'animo che la
    trascinava a riandare indietro con il pensiero.
    Snja,  con un bicchiere in mano,  attravers la sala per andare nella
    dispensa.  Natascia  la  guard,  guard  la  fessura nell'uscio della
    dispensa e le parve di ricordarsi di avere gi  visto  un'altra  volta
    Snja  con un bicchiere in mano nella luce che usciva da quella stessa
    porta. S, era proprio come adesso!, pens Natascia
    - Snja, che motivo  questo?  -  grid Natascia,  traendo alcune note
    dalla corda pi grossa.
    - Ah,  sei qui?  -  esclam Snja, trasalendo; si avvicin e rimase in
    ascolto.   -  Non so: "La Tempesta",  forse?   -   disse  timidamente,
    temendo di sbagliare.
    S, era proprio cos: essa ha trasalito allo stesso modo, allo stesso
    modo  si  avvicinata e ha avuto lo stesso timido sorriso quando ci 
    accaduto, pens Natascia.  E proprio allo stesso modo ho pensato che
    le manca qualcosa.
    -  No,  questo  il coro di "Il portatore d'acqua" (9),  senti?   -  E
    Natascia fin di cantare il motivo perch Snja lo  riconoscesse.    -
    Dove andavi?  -  le domand poi.
    - A cambiare l'acqua nel bicchiere. Sto per finire il disegno.
    -  Tu  sei  sempre  occupata,  io invece non posso far nulla  -  disse
    Natascia.  -  Niklinka dov'?
    - Credo che dorma.
    - Snja, va' a svegliarlo  -  disse Natascia.   -  Digli che l'aspetto
    per cantare.
    Rimase  ancora  seduta  riflettendo al significato che poteva avere il
    ricordarsi di quella scena di un giorno lontano e,  senza aver risolto
    il   problema   e   senza   affatto   rammaricarsene,    ritorn   con
    l'immaginazione al tempo trascorso con il principe Andrj  quando  lui
    la guardava con occhi innamorati.
    Ah,  se almeno tornasse presto! Ho tanta paura che ci non avvenga. E
    intanto, cosa pi importante,  io mi faccio vecchia ecco!  Non ci sar
    pi  in  me  quello  che  c'  adesso.  Ma forse arriver oggi,  forse
    arriver subito.  Chiss che non  sia  gi  arrivato  e  sia  gi  nel
    salotto! Forse  arrivato ieri, e io me ne sono dimenticata. Si alz,
    pos la chitarra e and in salotto.  Tutti i familiari,  i precettori,
    le governanti e  gli  ospiti  erano  seduti  alla  tavola  del  t.  I
    domestici erano in piedi attorno al tavolo,  ma il principe Andrj non
    c'era, e la vita era sempre la stessa.
    - Ah,  eccola!   -  esclam Ilj  Andreic'  nel  vedere  Natascia  che
    entrava.  -  Su, vieni a sederti vicino a me.  -  Ma Natascia si ferm
    accanto alla madre e si guard attorno, come cercando qualcuno.
    -  Mamma!    -    proruppe.    -   Datemelo,  datemelo,  mamma presto,
    presto...-  e a fatica si trattenne dal mettersi a singhiozzare.
    Sedette alla tavola,  ascolt la conversazione delle persone attempate
    e di Nikolj che finalmente era sceso e si era unito agli altri.  Mio
    Dio, mio Dio! Sempre gli stessi visi, le stesse conversazioni,  e pap
    che  tiene  in  mano  la  tazza  e  ci soffia sopra sempre allo stesso
    modo!,  si diceva Natascia,  sentendo con orrore un senso di disgusto
    che  sorgeva  dentro  di lei verso tutte le persone di famiglia perch
    erano sempre le stesse.
    Dopo il te Nikolj,  Snja e Natascia andarono nel salotto dei divani,
    nel  loro  cantuccio  preferito,  dove  avevano  sempre inizio le loro
    conversazioni pi intime.


    CAPITOLO 10.

    - Non ti accade qualche volta  -  domand Natascia al fratello  quando
    furono seduti nella sala dei divani  -  non ti accade qualche volta di
    aver l'impressione che non avverr mai pi nulla,  nulla...  che tutto
    quanto vi era di buono  gi avvenuto? E che ti rimanga una sensazione
    non di noia, ma di tristezza?
    - E come!   -  egli rispose.   -  Mi capita talvolta  che  tutto  vada
    bene, che tutti siano allegri, e io sono afferrato da un senso di noia
    per tutto e penso che tutti debbano morire.  Una volta, al reggimento,
    non ero andato alla passeggiata, e l sonava la musica... e tutto a un
    tratto ero stato preso dalla tristezza...
    - Oh s, lo so che succede cos  -  lo interruppe Natascia.  -  Questo
    mi accadeva quando ero ancora piccina.  Ricordi?  Una volta sono stata
    messa in castigo per le prugne: voi tutti ballavate e io, seduta nella
    stanza  da  studio,  singhiozzavo.  Non  me  ne  dimenticher mai: ero
    oppressa dalla tristezza,  e mi facevano pena tutti,  tutti: io,  voi,
    gli altri. E pensavo che non ero colpevole, te ne ricordi?
    - Mi ricordo  -  rispose Nikolj.  -  Mi ricordo che poi venni da te e
    avrei   voluto   consolarti   ma,    sai,   mi   vergognavo.   Eravamo
    incredibilmente buffi. Io avevo allora un giocattolo,  un pupazzetto e
    te lo volevo regalare. Te ne ricordi?
    -  E tu ti ricordi  -  continu Natascia con un sorriso pensoso tanto,
    tanto tempo fa,  quando eravamo ancora proprio piccini,  che lo zio ci
    chiam  nel suo studio,  ancora nella vecchia casa,  ed era buio,  noi
    andammo e tutt'a un tratto vedemmo la...
    - Un moro  -  concluse Nikolj con un  gioioso  sorriso.    -    Com'
    possibile  non ricordarsene?  Ancora adesso non so se era veramente un
    moro o se lo abbiamo visto in sogno,  oppure se  una  storia  che  ci
    hanno raccontato.
    - Era grigio,  ti ricordi, e aveva i denti bianchi... stava in piedi e
    ci guardava...
    - Ve ne ricordate, Snja?  -  domand Nikolj.
    - S,  s,  ricordo anch'io  qualcosa    -    rispose  timidamente  la
    fanciulla...
    -  Ho  domandato  di  questo  moro  al babbo e a a mamma,   -  riprese
    Natascia  -  ma mi hanno risposto che non c' mai stato  nessun  moro.
    Eppure te ne ricordi anche tu!
    - E come! Vedo i suoi denti come se fosse ora...
    - Che strano! E' come se fosse accaduto in sogno. E questo mi piace.
    -  E ti ricordi di quando facevamo rotolare le uova nel salone e tutto
    a un tratto apparvero due vecchie che si misero a girare in tondo  sul
    tappeto? E' accaduto davvero o no? Ti ricordi com'era divertente?
    - S. E ti ricordi quando il babbo, vestito con la pelliccia turchina,
    spar con il fucile dal terrazzino della casa?
    Essi   rievocavano  sorridendo,   non  con  la  tristezza  senile  del
    ricordare,  ma con il poetico giovanile piacere  del  richiamare  alla
    mente i ricordi del pi lontano passato, dove le visioni si confondono
    con  la realt...  e ridevano dolcemente,  immersi in una indefinibile
    gioia...
    Snja,  come sempre,  sebbene i ricordi fossero  comuni,  era  rimasta
    fuori dai loro discorsi.
    Si  ricordava  poco di ci che i due fratelli venivano rievocando e le
    poche cose che ricordava non destavano in lei  il  sentimento  poetico
    che  provavano  gli  altri  due.  Ella si limitava a gioire della loro
    gioia e cercava di condividerla.
    Essa prese parte alla conversazione solo  quando  Nikolj  e  Natascia
    rievocarono il suo primo arrivo nella casa. Disse che Nikolj le aveva
    fatto paura, quel giorno, per certi cordoncini che aveva sulla blusa e
    perch  la  governante le aveva detto che avrebbe legato anche lei con
    quei cordoncini.
    - E io mi ricordo che mi  hanno  detto  che  eri  nata  in  un  cavolo
    intervenne  Natascia    -    e  ricordo  anche  che  allora  non osavo
    dubitarne,  pur  sapendo  che  non  era  vero,   e  mi  sentivo  molto
    imbarazzata.
    Durante  questa  conversazione,  sull'uscio  di  fondo  della  saletta
    comparve una cameriera.
    - Signorina, hanno portato il gallo  -  sussurr la ragazza.
    - Non mi occorre pi, Plja;  di' che lo riportino indietro  -  ordin
    Natascia.
    Nel  corso  della  conversazione che si stava svolgendo nella sala dei
    divani,  Dimmler entr e si avvicin all'arpa che era  in  un  angolo.
    Tolse il panno che la ricopriva e l'arpa mand una nota falsa.
    -  Eduard Karlic',  sonate il mio notturno preferito,  quello di Field
    (10),  ve ne prego  -  si  ud  dal  salotto  la  voce  della  vecchia
    contessa.
    Dimmler  trasse  un  accordo  dallo  strumento e,  rivolgendosi ai tre
    ragazzi, esclam:
    - Come sta tranquilla la giovent!
    - S,  stiamo filosofeggiando  -    rispose  Natascia,  volgendosi  un
    momento a guardarlo;  poi riprese la conversazione.  Ora parlavano dei
    sogni.
    Dimmler cominci a sonare.  Natascia,  in punta di piedi,  senza  fare
    rumore,  si  accost al tavolo,  prese la candela,  la port via,  poi
    ritorn in silenzio a sedersi al  suo  posto.  La  sala,  specialmente
    dalla parte del divano dove si trovavano i tre giovani,  era buia,  ma
    dalla grande finestra la luce argentea della luna  piena  si  stendeva
    sul pavimento.
    - Sapete a che cosa penso?  -  disse sottovoce Natascia, avvicinandosi
    a Nikolj e a Snja mentre Dimmler,  finito il notturno,  continuava a
    sfiorare debolmente  le  corde  dell'arpa,  evidentemente  incerto  se
    dovesse smettere o eseguire qualche altro pezzo.   -  Penso che quando
    uno ricorda cos e ricordando va a ritroso nel  tempo,  si  arriva  al
    punto  di  ricordare anche cose che furono prima ancora che si venisse
    al mondo...
    - Questa  la metempsicosi  -  disse Snja,  che aveva sempre studiato
    con  zelo  e non dimenticava nulla.   -  Gli Egiziani credevano che le
    nostre anime fossero vissute prima in corpi  di  animali  e  che  agli
    animali tornassero dopo la nostra morte.
    -  No,  no...  io  non  credo affatto che prima eravamo degli animali-
    disse Natascia,  sempre a voce molto bassa,  sebbene la  musica  fosse
    cessata.   -  Io so con certezza che siamo stati angeli,  lass chiss
    dove,  e che siamo stati anche qui in terra e perci ci ricordiamo  di
    tutto.
    - Posso unirmi a voi?   -  domand Dimmler, che si era silenziosamente
    avvicinato e si era seduto accanto ai ragazzi.
    - Se fossimo stati angeli, perch allora siamo caduti pi in basso?  -
    osserv Nikolj.  -  No, questo  impossibile.
    - Non pi in basso; chi ti ha detto pi in basso?  So io forse cos'ero
    prima  di  venire al mondo?   -  ribatt con convinzione Natascia.   -
    L'anima  immortale... dunque,  se io vivr per sempre,  vuol dire che
    sono vissuta anche prima, per tutta l'eternit...
    -  S,  ma  difficile per noi immaginare l'eternit  -  disse Dimmler
    che si era  avvicinato  ai  giovani  con  un  timido  sorriso  un  po'
    sprezzante,  ma  che parlava ora in tono calmo e serio come quello dei
    giovani.
    - Perch  difficile immaginarsi l'eternit?   - domand Natascia.   -
    "Oggi" , "domani" sar; "ieri" era, "l'altro ieri" era...
    - Natascia,  ora tocca a te! Cantami qualcosa  -  rison la voce della
    contessa.   -  Cosa fate seduti in  quell'angolo  buio?  Sembrate  dei
    cospiratori!
    -  Mamma!  Non  ne  ho  proprio voglia  -  rispose Natascia,  ma nello
    stesso tempo si alz.
    Spiaceva  a  tutti  e  tre,   e  anche  a  Dimmler,   interrompere  la
    conversazione e lasciare il cantuccio del divano, ma Natascia obbed e
    Nikolj  and  a sedersi al pianoforte.  Come sempre,  la fanciulla si
    ferm in mezzo alla sala e,  scelto il  punto  dove  la  sonorit  era
    migliore, cominci a cantare il pezzo preferito della madre.
    Aveva  detto  di  non aver voglia di cantare eppure da molto tempo non
    aveva cantato e per un pezzo non cant pi come quella sera.  Il conte
    Ilj Andreic' dal suo studio,  dove stava parlando con Mtenka,  udiva
    quel canto e,  come uno scolaro che  termina  in  fretta  e  furia  di
    studiare la lezione per correre a divertirsi,  si confuse talmente nel
    dare gli ordini  all'amministratore  che,  alla  fine,  tacque.  Anche
    Mtenka  ascoltava in silenzio,  ritto di fronte al conte e sorrideva.
    Nikolj non distoglieva gli occhi dalla sorella  e  respirava  insieme
    con  lei.  Snja,  ascoltandola,  pensava  all'enorme  differenza  che
    passava tra lei e la sua amica e  come  le  fosse  impossibile  essere
    anche  in  minima parte seducente come la cugina.  La vecchia contessa
    ascoltava con un sorriso beato e con le lacrime agli occhi e di  tanto
    in  tanto  scuoteva  la testa.  Ella pensava a Natascia,  alla propria
    giovinezza,  al  matrimonio  della  figlia  con  il  principe  Andrj,
    matrimonio nel quale ella sentiva qualche cosa di poco naturale che le
    metteva paura.
    Dimmler,  che era andato a sedersi accanto alla contessa,  ascoltava a
    occhi chiusi.
    - Davvero, contessa,  -  disse infine  -  questo  un ingegno europeo.
    Non ha nulla da imparare: ha una dolcezza, un'agilit, una forma...
    - Ah,  quanti timori per lei,  quanti timori!   -  esclam la contessa
    senza pensare con chi parlava. Il suo istinto materno le diceva che in
    Natascia  vi  era qualcosa di eccessivo che non le avrebbe permesso di
    essere felice.  Natascia non aveva ancora finito  di  cantare,  quando
    entr  correndo  nella  stanza  il  quattordicenne  Ptja,   pieno  di
    entusiasmo perch erano arrivate le maschere.
    Natascia si interruppe di colpo.
    - Stupido!  -  grid al fratello; corse a una sedia, vi si abbandon e
    si mise a singhiozzare cos forte da non riuscire pi a smettere.    -
    Non  nulla,  mamma,  proprio nulla: Ptja mi ha spaventata  -  diceva
    cercando di sorridere,  ma le lacrime continuavano a  scenderle  dagli
    occhi, e i singhiozzi le facevano nodo alla gola.
    I domestici della casa,  travestiti da orsi, da Turchi, da tavernieri,
    da signori,  spaventosi e buffi,  portando  nella  casa  il  freddo  e
    l'allegria,   si   erano  dapprima  accalcati  nell'anticamera;   poi,
    nascondendosi l'uno dietro l'altro, comparvero nella sala dove,  sulle
    prime  un  po'  imbarazzati e poi via via con sempre maggior allegria,
    presero a cantare, a ballare,  a fare i loro girotondi e i loro giochi
    natalizi.  La contessa, dopo aver riconosciuto i volti e aver riso dei
    vari travestimenti,  si ritir nel salotto.  Il  conte  Ilj  Andreic'
    rest seduto,  seguendo con un raggiante e benevolo sorriso coloro che
    giocavano. I giovani erano scomparsi.
    Mezz'ora dopo,  tra le maschere,  ecco entrare nella sala una  vecchia
    signora  in crinolina,  che era Nikolj,  una turca che era Ptja,  un
    pagliaccio che era Dimmler,  un ussaro che era Natascia e un  circasso
    che  era  Snja,  con  le  sopracciglia  e  i  baffi  disegnati con un
    turacciolo affumicato.
    Dopo il compiacente stupore,  il mancato riconoscimento e gli elogi da
    parte dei non travestiti,  i giovani trovarono i costumi cos belli da
    sentire il bisogno di farli ammirare anche da altri.
    Nikolj,  che aveva voglia di far fare a tutti una corsa  con  la  sua
    "trjka" sulla bella strada maestra,  propose di prendersi una diecina
    di domestici mascherati e di recarsi dallo zio.
    - No,  perch andare a mettere lo scompiglio da quel buon vecchio?   -
    osserv  la  contessa.    -    E  poi  in  casa  sua non c' posto per
    rigirarsi. Se proprio volete, andate piuttosto dai Meljukov.
    La signora Meljukov era una vedova con figliuoli di varia et, i quali
    avevano anch'essi precettori e governanti,  e abitava a quattro miglia
    dai Rostv.
    - Ottima idea, mia cara  -  intervenne il vecchio conte animandosi.  -
    Vado  subito  a  travestirmi  e vengo con voi.  Vedrete come sveglier
    Pachette... (11).
    Ma la contessa non fu d'accordo che il marito uscisse di casa, giacch
    da qualche giorno gli doleva una gamba.  Fu deciso che Ilj Andrevic'
    non  poteva  muoversi  ma che,  se Luiza Ivnovna ("madame" Schoss) le
    avesse accompagnate, anche le signorine si sarebbero potute recare dai
    Meljukov.  Snja,  sempre timida e imbarazzata,  fu quella che pi  di
    tutti insist presso "madame" Schoss perch acconsentisse.
    Il  costume  di  Snja era il pi bello.  I baffi e le sopracciglia le
    stavano a meraviglia.  Tutti la ammiravano e perci essa era di ottimo
    umore,  piena di energia e di animazione, il che per lei era piuttosto
    inconsueto.  Una voce interna le diceva che quel giorno o mai  pi  si
    sarebbe  deciso  il  suo  destino,  e con il suo abito maschile pareva
    veramente un'altra persona.  Luiza Ivnovna acconsent e mezz'ora  pi
    tardi quattro "trjke" con bubboli e sonagliere, facendo scricchiolare
    e stridere con i pattini la neve ghiacciata, si fermarono davanti alla
    scalinata d'ingresso.
    Natascia  fu  la  prima  a  dare  il  tono dell'allegria natalizia,  e
    quell'allegria, trasmessa dall'uno all'altro, and via via crescendo e
    raggiunse il colmo nel momento in cui tutti uscirono  all'aperto,  nel
    gelo, e chiamandosi, ridendo e gridando, presero posto nelle slitte.
    Due di quelle "trjke" erano cavalli da viaggio;  la terza, quella del
    vecchio,  aveva come cavallo di stanga un ottimo trottatore di  Olrv;
    la  quarta,  infine,  di  propriet  personale di Nikolj,  aveva alla
    stanga il suo piccolo morello dal pelo fitto.  Nikolj nel suo costume
    da  vecchia signora,  sul quale aveva indossato il cappotto da ussaro,
    stava al centro della slitta e teneva le redini.
    La serata era cos chiara che egli vedeva risplendere alla luce  della
    luna  le  borchie  dei  finimenti  e  gli  occhi  dei cavalli i quali,
    impauriti,  volgevano il capo a guardare i viaggiatori vocianti  sotto
    la buia tettoia dell'ingresso.
    Nella slitta di Nikolj presero posto Natascia, Snja, "madame" Schoss
    e  due cameriere;  in quella del vecchio conte salirono Dimmler con la
    moglie e Ptja; nelle altre i domestici mascherati.
    - Va' avanti tu, Zachr!  -  grid Nikolj al cocchiere del padre, per
    avere il piacere di oltrepassarlo lungo la strada.
    La "trjka" del vecchio conte,  nella quale sedevano Dimmler  e  altre
    persone  in  maschera,  stridendo  con  i pattini sulla neve,  come se
    questi fossero stretti nella morsa del gelo, si mosse per prima con un
    suono di sonagliere.  I due bilancini si  stringevano  alla  stanga  e
    affondavano,  sollevando  con  le  zampe la neve,  dura,  lucente come
    zucchero.
    Nikolj si mosse subito,  seguito dalle altre slitte che cigolavano  e
    stridevano.  Dapprima  si avviarono al piccolo trotto lungo una strada
    stretta.  Mentre passavano lungo il giardino,  le ombre  degli  alberi
    nudi  si stendevano attraverso la strada e coprivano con le loro ombre
    la chiara luce della luna,  ma non appena ebbero oltrepassato il  muro
    di cinta,  si apr dinanzi ai viaggiatori la pianura immobile, immersa
    nella neve candida e splendente come diamante,  percorsa  da  riflessi
    azzurrognoli.  Una volta,  due, la prima slitta urt contro un tronco;
    nello stesso modo sobbalzarono la  seconda  e  la  terza  e,  rompendo
    bruscamente  quel  silenzio  immobile,  le  slitte  si disposero l'una
    dietro l'altra.
    - La traccia di una lepre! Quante tracce!  -  si lev nell'aria gelida
    e immobile la voce di Natascia.
    - Come si vede bene, Nicolas!  -  esclam Snja.
    Nikolj si volse verso la fanciulla e si chin per guardarla  in  viso
    pi  da  vicino.  Un  viso  del  tutto  nuovo,  grazioso,  con baffi e
    sopracciglia nere,  emergeva nel chiarore lunare  dalla  pelliccia  di
    zibellino, vicino e insieme lontano.
    Una volta questa era Snja,  pens Nikolj.  La guard ancora pi da
    vicino e sorrise.
    - Che avete, Nicolas?
    - Nulla  -  rispose il giovane e torn a volgersi verso i cavalli.
    Usciti sulla grande strada battuta,  lubrificata dai pattini  e  tutta
    segnata  dalle  impronte  dei ferri da ghiaccio ben visibili alla luce
    della luna,  i cavalli spontaneamente tesero le redini e  accelerarono
    la  loro  andatura.  Il  bilancino  di  sinistra,  inarcando il collo,
    tendeva a sbalzi  le  tirelle.  Il  cavallo  di  stanga  si  dondolava
    rizzando  le  orecchie  come  se  domandasse:  Posso incominciare o 
    ancora presto?. Davanti, gi distaccata dalle altre, con un tintinnio
    cupo di sonagliere che si allontanavano,  spiccava sul  candore  della
    neve  la  scura  "trjka"  di  Zachr.  Da  quella  slitta  si udivano
    provenire le grida e le risate delle maschere che la occupavano.
    - A voi,  amici!   -  grid Nikolj,  tendendo da un lato le redini  e
    alzando  il  braccio  con  la  frusta.  E soltanto dal vento che parve
    soffiare contro pi forte di prima e  dagli  strattoni  dei  bilancini
    che, tendendo le tirelle, acceleravano vieppi la corsa, si sentiva la
    rapidit con cui procedeva la slitta.  Nikolj si volt indietro.  Con
    grida e urli, agitando la frusta per far galoppare i cavalli, le altre
    slitte lo inseguivano.  Il  cavallo  di  stanga  di  Nikolj  trottava
    tranquillo  sotto la "dug" (12) senza alcuna intenzione di rallentare
    e promettendo anzi di andare pi forte quando fosse stato necessario.
    Nikolj raggiunse la prima slitta. Scesero un pendio e si trovarono su
    una strada larga, che, attraversando un prato, correva lungo un fiume.
    Per dove passiamo?, pens Nikolj.  Questo dovrebbe essere il prato
    Kossj...  eppure no,  un posto nuovo che non ho mai veduto. Non  n
    il prato Kossj, n la collina di Demkino... Sa Iddio che cos'. E' un
    luogo nuovo e  incantato.  Be',  vedremo!.  E,  incitati  i  cavalli,
    cominci a sorpassare la prima slitta.
    Zachr  trattenne la sua "trjka" e volse il viso coperto di nevischio
    sino alle sopracciglia.
    Nikolj lanci la sua; Zachr, con le braccia tese, fece schioccare la
    lingua e mise al galoppo la sua.
    - Attento, padrone!  -  grid. Una a fianco dell'altra volavano sempre
    pi veloci le due slitte,  e le zampe dei cavalli si incrociavano  con
    crescente  frequenza.  Nikolj  cominci a guadagnar terreno.  Zachr,
    senza mutare la posizione delle braccia tese,  alz la mano che teneva
    le redini.
    - Sbagli,  padrone!   -  grid a Nikolj.  Ma questi, eccitando sempre
    pi i suoi cavalli, super Zachr. La neve minuta e asciutta sollevata
    dalle zampe degli animali in corsa,  batteva sul viso dei viaggiatori;
    attorno a essi, da tutte le parti, si udivano lo stridere delle slitte
    sulla neve e le grida delle donne.
    Fermati  di  nuovo  i  cavalli,  Nikolj volse un'occhiata in giro: la
    stessa magica  pianura  che,  inondata  dal  chiarore  lunare,  pareva
    disseminata di stelle.
    Zachr mi grida di pigliare a sinistra: chi sa perch pens Nikolj.
    Non  andiamo  dai Meljukov?  E' forse questo il villaggio Meljkovka?
    Dio sa dove andremo a finire...  Ma ci che ci sta accadendo    molto
    strano e molto bello.... Si volt verso la slitta.
    - Guarda, ha le sopracciglia bianche, i baffi bianchi,  tutto bianco!
    -   disse una di quelle strane,  graziosissime personcine che sedevano
    nella slitta e che gli apparivano estranee.
    Mi pare che quella sia Natascia,  pens Nikolj  e  quell'altra  sia
    "madame" Schoss... ma forse no... E questo circasso con i baffi non so
    proprio chi sia, per mi piace molto.
    - Non avete freddo?  -  domand. Le maschere non risposero e si misero
    a  ridere.  Dimmler,  dalla  slitta  che  li seguiva,  grid qualcosa,
    probabilmente qualcosa di buffo, ma era impossibile capirlo.
    - S, s...  -  rispondevano alcune voci, ridendo.
    Eppure,  ecco una  foresta  incantata  con  ombre  nere  e  mutevoli,
    luccichii di diamanti,  una fuga di gradini di marmo,  tetti d'argento
    su magici edifici e il grido acuto di chi  sa  quali  animali.  Ma  se
    questa  veramente Meljkovka  ancora pi strano che noi, andando Dio
    sa dove, ci siamo arrivati..., pensava Nikolj .
    Quella era infatti Meljkovka;  sulla scalinata d'ingresso accorrevano
    domestici e camerieri dalle facce allegre che che portavano i lumi.
    - Chi sar mai?  -  domandava qualcuno, dalla scalinata.
    - Sono le maschere della casa  del  conte,  riconosco  i  cavalli    -
    rispondevano altre voci.


    CAPITOLO 11.

    Pelagja Danlovna Meljukova,  una donna robusta ed energica,  con gli
    occhiali e la vestaglia sbottonata, era seduta in salotto,  attorniata
    dalle  figliuole  che  cercava  di divertire.  Erano intente a fondere
    adagio adagio della cera osservando attentamente le ombre delle figure
    che ne nascevano (13),  quando il rumore dei passi e  delle  voci  dei
    nuovi arrivati risonarono nell'anticamera.
    Ussari,  dame,  pagliacci,  streghe,  orsi, tossendo e asciugandosi le
    facce coperte di nevischio, entrarono nella sala dove furono accese in
    fretta e furia molte  candele.  Dimmler,  il  pagliaccio,  e  Nikolj,
    vestito  da  signora,  aprirono  le danze.  Attorniate dai bambini che
    ridevano,  le maschere,  coprendosi la faccia e cambiando la voce,  si
    inchinavano  davanti alla padrona di casa e si sedevano qua e l nella
    sala.
    - Ah! non  possibile riconoscerli! E' Natascia,  quella!  Guardate un
    po' a chi somiglia...  davvero mi ricorda qualcuno.  Ed Eduard Karlyc'
    come sta bene!  Non l'avrei proprio riconosciuto.  E come  balla!  Ah,
    santi  benedetti,  c'  anche  un circasso: davvero questo costume sta
    molto bene a Snjuska. E quello chi ?  Ci avete fatto un gran piacere
    a venire! Nikita, Vnja, portate via le tavole. E dire che eravamo qui
    quieti quieti...
    - Ah, ah, ah! Sembra davvero un ragazzo, quell'ussaro. E che gambe!...
    Io non riesco a vederlo  -  protestava una voce.
    Natascia, la prediletta dalle ragazze Meljukov, era scomparsa con loro
    in   una  camera  lontana,   dove  si  fecero  portare  un  turacciolo
    bruciacchiato, delle vesti da camera,  qualche abito maschile,  che le
    braccia   nude  delle  signorine  ritiravano  dalle  mani  dei  servi,
    tendendole attraverso l'uscio socchiuso.  Dieci minuti dopo,  tutta la
    giovent della famiglia Meljukov si un alle maschere.
    Pelagja Danlovna,  dopo aver fatto sgombrare il salone per dar posto
    agli ospiti e ordinato di preparare la cena per i signori e le persone
    di servizio,  senza togliersi gli occhiali dal naso,  passava  tra  le
    maschere  con  un  sorriso  trattenuto  e  guardava  tutte le facce da
    vicino, senza riconoscerne alcuna. Non solo non riconosceva i Rostv e
    Dimmler,  ma neppure riusciva a riconoscere le proprie  figlie  n  le
    vesti da camera e le uniformi che esse indossavano.
    -  Ma  questa  chi  ?   -  domandava,  rivolgendosi alla governante e
    fissando la propria figlia, trasformata in un tartaro di Kazn.- Direi
    che  uno dei Rostv.  E  voi,  signor  ussaro,  in  quale  reggimento
    prestate servizio?  -  chiedeva a Natascia.  -  Offri della marmellata
    a  quella  turca    -    ordin  al dispensiere che portava in giro un
    vassoio.  -  La loro legge non lo vieta...
    Di tanto in tanto,  osservando i passi strani e  buffi  dei  ballerini
    che,  convinti  una  volta  per tutte di non poter essere riconosciuti
    dato che erano mascherati,  non avevano  alcuna  soggezione,  Pelagja
    Danlovna  si  copriva  la  faccia  con il fazzoletto,  e tutto il suo
    grosso corpo era scosso da un incontenibile, benevolo riso di vecchi.
    - La mia Sascinette, la mia Sascinette (14)  -  esclamava.
    Dopo le danze caratteristiche russe e il girotondo, Pelagja Danlovna
    riun tutti quanti,  padroni e servitori,  in un unico grande circolo.
    Si  fece  portare  un  anello,  una cordicella e un rublo e cominci a
    organizzare giochi di societ.
    Un'ora dopo tutti i costumi erano sgualciti e in disordine.  I baffi e
    le sopracciglia,  disegnati con il turacciolo affumicato, colavano gi
    sulle facce sudate,  rosse e allegre.  Pelagja Danlovna cominciava a
    riconoscere  le maschere entusiasmandosi per la perfezione dei costumi
    e per il bell'effetto che facevano addosso alle signorine, e ringrazi
    tutti per il divertimento che le avevano procurato.  Gli ospiti furono
    invitati  a  passare  nel  salotto  per  la  cena mentre nella sala si
    preparavano cibi e bevande per i domestici.
    - Ah,   proprio una cosa che fa paura andare a interrogare  la  sorte
    nella stanza da bagno!  -  disse a cena una vecchia zitella che viveva
    in casa dei Meljukov.
    -  E perch?   -  domand la maggiore delle figliuole della padrona di
    casa.
    - Voi non ci andreste... ci vuole del coraggio...
    - Io ci andr  -  disse Snja.
    - Raccontate che cosa accadr a quella signorina...   -  intervenne la
    secondogenita delle Meljukov.
    -  Ecco:  una  volta  una  signorina  ci  and  -  prosegu la vecchia
    zitella;   -  prese un gallo,  due posate,  com' d'uso,  e si mise  a
    sedere.  A un tratto,  dopo un po' di attesa,  sente che sta arrivando
    una slitta con bubboli e  sonagliere;  tende  l'orecchio:  s,  giunge
    qualcuno.  E infatti qualcuno entra: una forma umana, che le sembr un
    ufficiale,  entra e si siede di fronte  a  lei,  davanti  alla  tavola
    apparecchiata.
    -  Ah!  Ah!    -  si mise a gridare Natascia,  sbarrando gli occhi dal
    terrore.
    - E poi? Parlava anche?
    - S, come un uomo vero, tutto come dev'essere.  Cominci a pregarla e
    a esortarla, e lei avrebbe dovuto conversare con lui sino al canto del
    gallo;  ma  ebbe  paura  e  si  coperse  il  viso  con  le  mani.  Lui
    l'afferr...   Per  fortuna  che  accorsero  intanto  le  persone   di
    servizio...
    - Suvvia, perch volete spaventarle?  -  domand Pelagja Danlovna.
    - Ma anche voi,  mamma, vi siete fatta predire la sorte...  -  osserv
    una delle figlie.
    - E come si fa a interrogare la sorte nel granaio?  -  domand Snja.
    - E' semplicissimo: si va adesso in  un  granaio  e  ci  si  mette  in
    ascolto.  Sentite martellare o battere?  Brutto segno.  Sentite cadere
    del grano dall'alto? E' un buon presagio. Accade talvolta...
    - Mamma, raccontateci che cosa udiste nel granaio.
    Pelagja Danlovna sorrise.
    - Eh, ormai me ne sono dimenticata...  -  rispose.   -  Nessuno di voi
    ci andr, dunque?
    -  Io  ci andr.  Se voi me lo permettete,  Pelagja Danlovna,  io ci
    andr  -  disse Snja.
    - Se non hai paura, va' pure...
    - Luiza Ivnovna, posso?  -  domand Snja.
    Sia che facessero il gioco dell'anello,  della cordicella o del rublo,
    sia che conversassero come adesso, Nikolj non si allontanava da Snja
    e  la  guardava  con  occhi del tutto nuovi.  Gli pareva di conoscerla
    pienamente adesso per la prima volta,  grazie a quei baffi e a  quelle
    sopracciglia  disegnate  con il turacciolo bruciato.  Quella sera,  in
    realt, Snja era allegra,  bella,  piena di animazione,  come Nikolj
    non l'aveva mai veduta.
    Ecco  com',  e io sono uno stupido!,  pensava,  guardando gli occhi
    scintillanti della fanciulla e il suo felice, entusiasta sorriso, quel
    sorriso che le faceva due fossette sulle guance,  di sotto  ai  baffi,
    che egli non aveva mai notato.
    - Io non ho paura di nulla!  -  disse Snja.  -  Posso andarci subito?
    -  chiese e si alz.
    Le  spiegarono dov'era il granaio,  le dissero come dovesse restare in
    piedi, in silenzio, ad ascoltare,  e le diedero la pelliccia.  Essa se
    la gett sul capo e guard Nikolj.
    Com'  deliziosa  questa  fanciulla! si disse il giovane.  Ma a che
    cosa ho pensato, sinora?
    Snja usc nel corridoio per  andare  nel  granaio.  Nikolj  usc  in
    fretta  sulla  scalinata  dicendo di aver caldo.  In realt in casa si
    soffocava a cagione del gran numero di persone che vi erano radunate.
    Fuori era ancora quello stesso freddo immobile,  la  stessa  luna,  ma
    tutto  pareva  pi  luminoso.  La  luce  era  tanto  viva e sulla neve
    luccicava un tale scintillio di stelle che non si aveva  il  desiderio
    di guardare il cielo, e le stelle vere quasi non si vedevano. Il cielo
    era oscuro e triste, la terra gaia e piena di luce:
    Imbecille!  Imbecille  che  sono!  Che  cosa  ho  aspettato sinora?,
    pensava Nikolj e, scese le scale a precipizio, gir attorno alla casa
    percorrendo il sentiero che conduceva all'entrata di servizio.  Sapeva
    che  Snja sarebbe passata da quella parte.  A met del sentiero,  una
    catasta di legna coperta di neve gettava una lunga ombra;  al di l  e
    ai  lati  di  quella,  si intrecciavano le ombre proiettate dai vecchi
    tigli ischeletriti sulla strada e sulla neve. Il sentiero conduceva al
    granaio.  La parete di tronchi del granaio e il tetto coperto di  neve
    brillavano  alla  luce  lunare  come  se  fossero tempestati di pietre
    preziose.  Nel giardino un albero  scricchiol,  poi  di  nuovo  tutto
    sprofond nel silenzio.  Si aveva l'impressione di non respirare aria,
    ma una forza eterna giovanile e gioiosa.
    Dall'ingresso di servizio si ud un rumore di passi che scendevano  di
    gradino in gradino e che sull'ultimo, dove si era ammucchiata la neve,
    scricchiolarono  pi  forte,  mentre  la  voce di un'anziana cameriera
    diceva:
    - Sempre diritto, sempre diritto per il sentiero, signorina. Ma badate
    di non voltarvi indietro!
    - Io non ho paura  -  rispose la voce di Snja,  e  sul  sentiero  che
    portava  verso  Nikolj  scricchiolarono  e  stridettero sulla neve le
    scarpette di Snja.
    La fanciulla camminava, avvolta nella pelliccia.  Era a soli due passi
    da  lui  allorch  lo  vide;  anche  lei lo vide diverso da quello che
    conosceva e del quale aveva  sempre  avuto  un  po'  di  timore.  Egli
    indossava  un abito femminile,  aveva i capelli arruffati e un sorriso
    felice, a lei ignoto. Snja gli corse incontro.
    Diversissima, eppure sempre la stessa,  pens Nikolj,  guardando il
    suo viso illuminato in pieno dalla luce della luna.
    Egli  infil  le  mani  sotto  la  pelliccia  che le copriva la testa,
    l'abbracci,  la strinse a s e la baci sulle labbra sopra  le  quali
    erano disegnati i baffi che mandavano odore di sughero bruciato. Snja
    lo  baci proprio in mezzo alle labbra e,  liberate dalla pelliccia le
    piccole mani, lo prese per le guance.
    - Snja!... Nikolas!...  -  dissero soltanto.
    Corsero sino al granaio e tornarono  indietro,  ciascuno  dal  proprio
    ingresso.


    CAPITOLO 12.

    Quando lasciarono la casa di Pelagja Danlovna,  Natascia, che vedeva
    sempre tutto e di tutto si  accorgeva,  armeggi  in  modo  che  Luiza
    Ivnovna  e  lei  stessa salirono sulla slitta insieme con Dimmler,  e
    Snja rimase con Nikolj e le cameriere.
    Nikolj, che non cercava pi di passare davanti agli altri,  procedeva
    ad  andatura  costante  sulla  via  del  ritorno  e  di tanto in tanto
    guardava fissamente Snja illuminata da  quella  strana  luce  lunare,
    cercando  in  lei,  a  quel  chiarore che mutava l'aspetto di tutte le
    cose,  sotto le sopracciglia e i baffi,  la Snja di prima e quella di
    adesso, dalla quale aveva deciso di non separarsi mai pi. La guardava
    fissamente  e quando la riconosceva,  sempre la stessa eppure diversa,
    si ricordava dell'odore di sughero bruciato commisto  alla  sensazione
    del  bacio,  respirava a pieni polmoni l'aria gelida,  guardava ora la
    terra che fuggiva sotto alla slitta,  ora il cielo scintillante,  e si
    sentiva di nuovo in un regno incantato.
    - Snja, stai bene?  -  le domandava di tanto in tanto.
    - S,  -  rispondeva la fanciulla  -  e tu?
    A  met strada,  Nikolj ordin al cocchiere di trattenere i cavalli e
    corse alla slitta di Natascia per  un  momento,  rimanendo  ritto  sul
    predellino.
    - Natascia,  -  le disse a voce bassa, in francese  -  sai? riguardo a
    Snja ho deciso.
    - Le hai parlato?   -   domand Natascia, illuminandosi di gioia.
    -  Ah come sei strana con quei baffi e quelle sopracciglia,  Natascia!
    Sei contenta?
    - Sono tanto, tanto contenta! Ero gi un po' in collera con te. Non te
    lo dicevo,  ma tu agivi male verso di lei.  Snja ha  un  gran  cuore,
    Nicolas...  sono  tanto  contenta!  Qualche volta sono cattiva,  ma mi
    vergognavo di essere felice,  senza Snja  -  prosegu  Natascia.    -
    Ora sono veramente contenta! Su, corri da lei.
    - No,  aspetta...  Ma quanto sei buffa!  -  esclam Nikolj, guardando
    sempre la sorella e trovando anche in lei qualche cosa  di  nuovo,  di
    insolito,  un'espressione  di  dolce  tenerezza  che  non le aveva mai
    veduto.  -  Natascia,  un incanto, no?
    - S  -  rispose la fanciulla.  -  Hai fatto benissimo.
    Se prima di oggi l'avessi vista come la vedo ora,  pensava  Nikolj,
    da  un  pezzo  le avrei domandato che cosa dovessi fare,  avrei fatto
    qualsiasi cosa avesse voluto lei e tutto sarebbe andato bene.
    - Sicch sei contenta; ho fatto bene?
    - Altro che,  hai fatto benissimo!  Pochi giorni fa ho discusso con la
    mamma  per questo.  La mamma diceva che Snja voleva accalappiarti a
    ogni costo.  Come poteva parlare cos?  Per poco non ho litigato.  Non
    permetter  mai  a nessuno di parlare o di pensar male di Snja perch
    non ha che buone qualit.
    - Cos,  allora,  va bene?   -  domand Nikolj,  guardando ancora una
    volta  il  viso  della  sorella  per  capire  dalla sua espressione se
    dicesse la verit;  poi,  con uno scricchiolio di  stivali  salt  gi
    dalla  slitta  e  corse verso la sua.  Il medesimo felice,  sorridente
    circasso  dai  baffetti  neri  e  dagli  occhi  scintillanti  che   lo
    guardavano di sotto il cappuccio di zibellino, era l, e quel circasso
    era  Snja,  e quella Snja era ormai senza alcun dubbio la sua futura
    felice e innamorata sposa.
    Giunti a casa,  dopo aver raccontato alla madre come avevano trascorso
    il  tempo  in  casa  Meljukov,  le  signorine si ritirarono nella loro
    camera.  Si spogliarono e,  senza neppur lavarsi i baffi disegnati con
    il  turacciolo,  si  trattennero  a  lungo  a  discorrere  della  loro
    felicit.  Parlavano di come sarebbero vissute da sposate,  di come  i
    loro  mariti  sarebbero  stati  amici  e  della felicit che avrebbero
    goduto entrambe.  Sulla tavola di Natascia erano  posati  gli  specchi
    preparati da Dunjascia sin dal giorno precedente.
    - Ma quando avverr tutto questo?  Temo che non accadr mai... Sarebbe
    troppo bello!   -  disse  Natascia,  alzandosi  e  avvicinandosi  agli
    specchi.
    -  Siediti,  Natascia,  forse lo vedrai  -  la esort Snja.  Natascia
    accese la candela e si sedette.
    - Vedo qualcuno con i baffi  -  disse Natascia, che vedeva riflessa la
    propria faccia.
    - Non si deve scherzare, signorine  -  osserv Dunjascia.
    Natascia,  con l'aiuto di Snja  e  della  cameriera,  trov  per  gli
    specchi   delle   posizioni   favorevoli,   il   suo   volto   assunse
    un'espressione seria ed ella tacque. Rimase a lungo seduta,  guardando
    muta  la  serie delle fiammelle che si riflettevano all'infinito negli
    specchi supponendo,  secondo i racconti uditi,  ora che avrebbe  visto
    una bara,  ora che avrebbe visto lui,  il principe Andrj,  riflesso
    nell'ultimo quadrato, confuso e torbido.  Ma per quanto fosse disposta
    a scambiare la pi piccola macchia per un viso di uomo o per una bara,
    non  vide nulla.  Cominci a sbattere le palpebre e si allontan dagli
    specchi.
    - Perch gli altri vedono e io non  vedo  nulla?    -    domand.    -
    Suvvia,  Snja, adesso siediti tu; oggi lo devi fare, assolutamente  -
    le disse.  -  Per fallo per me; io ho terribilmente paura!
    Snja sedette davanti allo  specchio,  trov  la  posizione  adatta  e
    cominci a guardare.
    - Ecco, Snja Aleksndrovna vedr certamente  -  mormor Dunjascia.  -
    Voi, invece, ridete sempre!
    Snja ud le parole di Dunjascia e ud anche Natascia rispondere in un
    bisbiglio.
    - S, lo so che lei vedr: ha veduto anche l'anno scorso.
    Per due o tre minuti rimasero tutt'e tre in silenzio.
    - Certamente...  -  mormor Natascia, ma non fin la frase.
    A un tratto Snja depose lo specchio e si copr il viso con le mani.
    - Ah, Natascia!  -  esclam.
    -  Hai  visto?  Hai  visto?  Che  cosa hai visto?   -  grid Natascia,
    sostenendo lo specchio.
    Snja non aveva veduto nulla: le era soltanto venuto all'improvviso il
    desiderio di sbattere gli occhi e  di  alzarsi,  quando  aveva  veduto
    Natascia  che  diceva:  Certamente....  Non aveva alcun desiderio di
    ingannare n Dunjascia n Natascia, ed era stanca di star seduta.  Non
    sapeva neppur lei come e per quale motivo le fosse sfuggito quel grido
    allorch aveva nascosto il viso tra le mani.
    - L'hai veduto?   -  domand Natascia, afferrandola per un braccio.
    -  S,  aspetta...  io...  l'ho veduto  -  rispose suo malgrado Snja,
    senza sapere se Natascia con quel lui volesse alludere a  Nikolj  o
    ad Andrj.
    Ma perch non dovrei dire che ho veduto?  Non vedono forse gli altri?
    E chi pu smentirmi,  se io dico che ho veduto o no?,  le  balen  il
    pensiero.
    - S, l'ho veduto  -  ripet.
    - E come? Come? Era in piedi o coricato?
    -  No,  io ho veduto...  prima non c'era niente,  poi a un tratto l'ho
    visto coricato.
    - Andrj coricato?  Malato,  forse?   -   domand  Natascia,  fissando
    l'amica.
    -  No,  al  contrario,  al  contrario:  il suo viso era allegro,  si 
    voltato verso di me...  -  Mentre cos diceva,  aveva l'impressione di
    aver veramente veduto ci che stava descrivendo.
    - E poi, Snja?
    - Poi... poi non l'ho pi visto bene... C'era qualcosa di azzurro e di
    rosso...
    - Snja! Quando ritorner, quando lo rivedr? Mio Dio, quanta paura ho
    per lui, per me, per tutto...  -  esclam Natascia e, senza rispondere
    alle  parole  di conforto di Snja.  si mise a letto e rimase a lungo,
    dopo che la candela fu spenta,  con gli occhi spalancati,  fissando il
    freddo  chiarore  della luna attraverso i vetri della finestra coperta
    di ghiaccio.


    CAPITOLO 13.

    Poco dopo Natale,  Nikolj parl alla madre del suo amore per Snja  e
    della  ferma  intenzione  di sposarla.  La contessa,  che gi da tempo
    aveva notato ci che avveniva tra Snja e Nikolj e che  si  aspettava
    quella  dichiarazione,  ascolt in silenzio le parole del figlio e gli
    rispose che era padronissimo di sposare chi volesse,  ma che n lei n
    suo  padre  gli  avrebbero mai dato la loro benedizione.  Per la prima
    volta Nikolj sent  che  sua  madre  era  scontenta  di  lui  e  che,
    nonostante  tutto  l'affetto  che  gli  portava,  non  avrebbe ceduto.
    Freddamente, e senza guardare il figlio,  la contessa mand a chiamare
    il marito; e, quando questi fu entrato ella, con fredda concisione, lo
    mise  al  corrente  della  cosa  in presenza di Nikolj,  ma non seppe
    trattenersi: scoppi in lacrime di stizza  e  usc  dalla  stanza.  Il
    vecchio  conte,  in  tono  conciso,  cerc di convincere Nikolj e gli
    chiese di rinunziare al suo progetto.  Nikolj rispose che non  poteva
    mancare  alla  parola  data  e  il  padre,  sospirando  e visibilmente
    turbato,  tronc il colloquio e and dalla contessa.  In tutte le  sue
    divergenze   con   il   figlio  si  rendeva  sempre  conto  della  sua
    colpevolezza verso di lui  per  aver  lasciato  andare  in  rovina  il
    patrimonio  della famiglia,  e perci non poteva andare in collera con
    Nikolj se questi rifiutava di sposare una ricca  ereditiera  e  aveva
    invece  scelto  Snja,  una  fanciulla  senza dote.  In quel caso egli
    pensava pi vivamente del solito al fatto che,  se le sue sostanze non
    fossero andate in rovina, non si sarebbe potuto desiderare per Nikolj
    una  moglie  migliore  di  Snja e che delle precarie condizioni della
    famiglia doveva attribuire la colpa soltanto a se stesso,  con il  suo
    Mtenka e con le sue incorreggibili abitudini.
    N  il  padre n la madre parlarono pi a Nikolj della faccenda;  ma,
    trascorso qualche giorno,  la contessa fece chiamare Snja e  con  una
    crudelt  che  n  lei,  n  la  fanciulla si sarebbero mai aspettata,
    rimprover la  nipote  di  aver  adescato  suo  figlio  e  di  essersi
    dimostrata un'ingrata.  Snja, muta, con gli occhi bassi, ascoltava le
    crudeli parole della contessa, senza capire che cosa si pretendesse da
    lei.  Ella era pronta a sacrificare  tutto  per  i  suoi  benefattori.
    L'idea del sacrificio era il suo pensiero dominante, ma in questo caso
    non  riusciva a capire n perch,  n come dovesse sacrificarsi.  Ella
    non poteva non amare la contessa e tutta la famiglia  Rostv,  ma  non
    poteva  neppure  non  amare  Nikolj  e  ignorare  che la sua felicit
    dipendeva da quell'amore. Se ne stava l,  silenziosa e triste,  e non
    rispondeva.  Nikolj,  non potendo oltre sopportare quella situazione,
    volle avere una spiegazione con la madre,  durante la quale un po'  la
    supplicava  di  perdonare  lui  e  Snja  e  di  acconsentire  al loro
    matrimonio,  un po' la minacciava,  se Snja fosse stata perseguitata,
    di sposarla immediatamente, in segreto.
    La  contessa,  con  una  freddezza  che  il  figlio  non  le aveva mai
    conosciuto,  gli rispose che egli era  maggiorenne,  che  il  principe
    Andrj  si  sposava  senza  il consenso paterno e che egli poteva fare
    altrettanto,  ma che lei non  avrebbe  mai  riconosciuto  come  figlia
    quell'"intrigante".
    Esasperato  dalla  parola  "intrigante",  Nikolj,  alzando  la  voce,
    ribatt che non avrebbe mai creduto che sua madre l'avrebbe  costretto
    a  vendere  i propri sentimenti e che,  stando cos le cose,  egli per
    l'ultima volta diceva...
    Ma non fece in tempo  a  pronunziare  la  parola  definitiva,  che,  a
    giudicare dall'espressione del viso, la contessa aspettava con terrore
    e  che sarebbe rimasta forse per sempre un crudele ricordo tra madre e
    figlio.  Non fece in tempo a pronunziarla perch Natascia,  pallida  e
    con il viso triste, entr nella stanza, dall'uscio dietro il quale era
    stata ad ascoltare.
    - Niklinka, dici delle sciocchezze! Taci, taci! Ti dico di tacere!  -
    esclam, quasi gridando per soffocare la voce di lui.
    - Mamma cara,  non  cos... povera cara, anima mia  -  disse poi alla
    contessa che,  sentendosi vicina alla rottura col figlio,  lo guardava
    terrorizzata ma,  per ostinazione e per spirito di lotta, non voleva e
    non poteva cedere.
    -  Niklinka,  vattene,  ti  spiegher  poi...  E  voi,   mamma  cara,
    ascoltatemi.
    Le sue parole erano prive di senso, ma ottennero il risultato al quale
    essa mirava.
    La  contessa,  singhiozzando  penosamente,  nascose  il viso sul petto
    della figlia.  Nikolj si alz,  si strinse il capo tra le mani e usc
    dalla stanza.
    Natascia  si assunse il compito di riportare la pace e lo raggiunse al
    punto che Nikolj riusc a ottenere dalla madre la promessa che  Snja
    non  sarebbe  stata  perseguitata  e  dal  canto  suo assicur che non
    avrebbe fatto cosa alcuna di nascosto dai genitori.
    Con il fermo proposito di sistemare i propri affari al reggimento,  di
    dare le dimissioni, di tornare a casa e sposare Snja, Nikolj, triste
    e  serio,  in  disaccordo  con  i  genitori  ma,  come  a  lui pareva,
    profondamente innamorato, part ai primi di gennaio per il reggimento.
    Dopo la partenza di Nikolj, la vita in casa Rostv divent pi triste
    che mai. La contessa, a causa delle emozioni provate, si ammal.
    Snja era molto malinconica per la partenza del  giovane  ufficiale  e
    ancora  pi  lo  era per il contegno ostile che la contessa non poteva
    evitare di avere con lei.  Il conte,  sempre pi  preoccupato  per  la
    pessima  condizione  dei suoi affari,  si rendeva conto che ormai essi
    esigevano dei  provvedimenti  radicali.  Era  inevitabile,  purtroppo,
    vendere la casa di Mosca e la villa alla periferia della citt; ma per
    vendere  la  casa  occorreva  andare  a  Mosca  mentre la salute della
    contessa faceva ritardare di giorno in giorno la partenza.
    Natascia,  che da principio aveva sopportato con  facilit  e  persino
    lietamente  la  lontananza  del  fidanzato,  diventava ogni giorno pi
    inquieta e impaziente.  Il pensiero di trascorrere cos inutilmente il
    suo tempo migliore,  quel tempo che ella avrebbe usato per amarlo,  la
    tormentava senza posa.  Le lettere  del  fidanzato,  per  lo  pi,  la
    irritavano.  La offendeva il pensiero che, mentre ella viveva soltanto
    del ricordo di lui,  egli vivesse una vera vita,  vedesse nuovi paesi,
    nuove persone che lo interessavano. Quanto pi le lettere del principe
    erano interessanti,  tanto pi le facevano dispetto,  e le lettere che
    lei gli scriveva non solo non le procuravano  alcun  conforto,  ma  le
    apparivano come un dovere noioso e falso.
    Natascia  non  sapeva  scrivere  perch  non  poteva capire come fosse
    possibile esprimere in una lettera sia pure la millesima parte di  ci
    che ella soleva esprimere con la voce, con lo sguardo, con il sorriso.
    E  scriveva al principe Andrj lettere aride,  classicamente monotone,
    alle quali ella stessa non attribuiva alcuna importanza e  di  cui  la
    contessa correggeva, nella brutta copia, gli errori di ortografia.
    La  salute  della  contessa  non migliorava,  ma non era pi possibile
    differire la partenza per Mosca.  Bisognava  ordinare  il  corredo  di
    Natascia  e  vendere  la  casa;  inoltre il principe Andrj era atteso
    prima  a  Mosca,   dove  quell'anno  il  principe  Nikolj  Andrevic'
    trascorreva l'inverno, e dove Natascia era convinta che egli fosse gi
    arrivato.
    La  contessa  rimase in campagna,  e il conte part per Mosca verso la
    fine di gennaio, accompagnato da Snja e da Natascia.





    NOTE.

    N. 3. Tiro di tre cavalli.
    N. 4. Signora, in polacco.
    N. 5. Vivacissima danza popolare.
    N. 6. Sorta di liquore di acquavite drogata.
    N. 7. Specie di chitarra a tre corde, di forma triangolare.
    N.  8.  Carrozza a quattro ruote,  con due sedili di fronte,  disposti
    perpendicolarmente al sedile del cocchiere.
    N. 9. "Il portatore d'acqua" o pi esattamente "Le due giornate ovvero
    Il  portatore  d'acqua"    un  opera comica di Luigi Cherubini (1760-
    1842): rappresentata per la prima volta nel  1800,  quest'opera  viene
    considerata  uno  dei  primi  esempi  italiani  di  sinfonismo  messo
    mozartianamente a servizio del teatro.  "La tempesta" di cui si parla
    qualche riga sopra  probabilmente una delle tante riduzioni in musica
    della celebre commedia omonima di William Shakespeare (1564-1616), che
     considerata l'ultimo capolavoro del grande drammaturgo inglese.
    N.  10.  John  Field  (1782-1837),  pianista  e compositore irlandese.
    Allievo di Clementi,  si stabil nel 1803 a  Pietroburgo,  dedicandosi
    con successo alla carriera concertistica e all'insegnamento.  A lui va
    il merito di aver creato un genere pianistico originale: fu infatti il
    primo compositore di notturni.  Per l'intimismo espressivo  delle  sue
    composizioni  pu  venire considerato un anticipatore di Chopin (1810-
    1849).
    N. 11. Diminutivo alla francese di Pelagja.
    N. 12. Arco di legno che unisce le stanghe sopra il cavallo.
    N.  13.  Gioco natalizio.  Dai contorni assunti dalle ombre proiettate
    dai pezzi di cera si traeva la buona ventura.
    N. 14. Il diminutivo francesizzato di Sascia, Alessandra.















    PARTE QUINTA.


    CAPITOLO 1.

    Dopo il fidanzamento del principe Andrj con Natascia,  Pierre sent a
    un tratto, senza alcuna causa apparente, l'impossibilit di continuare
    a vivere come prima. Per quanto fosse fermamente convinto della verit
    rivelatagli dal suo benefattore,  per quanta gioia avesse provato  nei
    primi  tempi del suo interno travaglio di autoperfezionamento al quale
    si era dedicato con tanto ardore,  tuttavia dopo il  fidanzamento  del
    principe Andrj con Natascia e dopo la morte di Jussif Aleksevic', di
    cui aveva avuto notizia quasi nello stesso periodo di tempo, l'incanto
    di  quella  vita  svan  per  lui  da  un giorno all'altro.  Della sua
    esistenza restava soltanto come lo scheletro: la casa con  una  moglie
    brillante che ora godeva i favori di un importante personaggio, le sue
    relazioni con tutta Pietroburgo, il servizio con tutte le conseguenti,
    noiose formalit.  E la sua esistenza di prima gli apparve a un tratto
    disgustosa.  Smise di  tenere  aggiornato  il  suo  diario,  evit  la
    compagnia  dei fratelli massoni,  incominci a frequentare il circolo,
    riprese a bere molto,  si riavvicin alla compagnia degli scapoli e si
    diede a condurre una vita tale che la contessa Elen Vasslevna ritenne
    necessario  fargli un severo ammonimento.  Pierre sent che essa aveva
    ragione e, per non compromettere sua moglie, si rec a Mosca.
    A Mosca,  non appena rientr nella sua immensa  casa,  dove  le  magre
    principessine  si  disseccavano  sempre  pi  e  dove  i  servi  erano
    numerosissimi; non appena vide, attraversando la citt, la cappella di
    Iversk con le innumerevoli fiammelle delle candele accese davanti agli
    ori delle immagini,  la piazza del Cremlino  con  la  sua  neve  quasi
    immacolata,  i  vetturini,  le casupole di Sivtzev Vrazk;  non appena
    ebbe scorto i vecchi signori moscoviti,  che senza desiderare nulla  e
    senza fretta di arrivare chiss dove, finivano di vivere la loro vita,
    quando  ebbe  veduto  le  vecchiette e le vecchie signore di Mosca,  i
    balli della capitale, il circolo inglese della citt, si sent in casa
    propria, in un dolce, accogliente asilo. Prov, giungendo a Mosca, una
    sensazione di pace,  di tepore,  di abituale e  di  sudicio,  come  se
    avesse indossato una vecchia veste da camera.
    La  societ  di  Mosca,  a  cominciare  dalle  vecchie signore sino ai
    bambini, accolse Pierre come un ospite lungamente atteso, il cui posto
    era sempre pronto e che nessuno aveva mai occupato.
    Per la societ di Mosca, Pierre era sempre il pi caro,  il pi buono,
    il  pi  intelligente  e generoso degli originali: un signore russo di
    vecchio stampo,  distratto e cordiale.  La sua borsa era sempre  vuota
    perch aperta a tutti.
    Le serate d'onore,  i brutti quadri,  le brutte statue,  le societ di
    beneficenza,  gli zingari,  le scuole,  i grandi pranzi,  le  orge,  i
    massoni,  le chiese,  i libri: niente e nessuno riceveva mai da Pierre
    un rifiuto e se non ci fossero stati due  amici  che  si  erano  fatti
    prestare  da  lui  grosse  somme di denaro e lo tenevano sotto la loro
    tutela,  egli avrebbe distribuito tutto ci che possedeva.  Al circolo
    non  si  organizzava  n  un pranzo n una serata senza la presenza di
    Pierre. Non appena egli, dopo due bottiglie di Margot,  si abbandonava
    al  suo  solito  posto  sul divano,  tutti gli si facevano attorno,  e
    allora avevano inizio le discussioni,  le conversazioni,  gli scherzi.
    Se  sorgeva  un  litigio,  egli  con il suo sorriso buono e una parola
    scherzosa detta a proposito ristabiliva la pace.  Le Logge  conviviali
    massoniche, senza di lui, diventavano monotone e noiose.
    Quando,  dopo  una  cena  tra  scapoli,  egli  con il suo dolce e buon
    sorriso cedeva alle insistenze dell'allegra compagnia e si alzava  per
    uscire  con  loro,  grida  gioiose ed entusiastiche si levavano tra la
    giovent.  Se alle feste da ballo c'era scarsit di cavalieri,  Pierre
    ballava.  Le  giovani signore e le signorine gli volevano bene perch,
    senza far la corte  a  nessuna,  era  ugualmente  gentile  con  tutte,
    soprattutto dopo cena.  Il est charmant,  il n'a pas de sexe [1.  E'
    affascinante, non ha sesso!], dicevano di lui.
    Pierre  era  uno  di  quei  ciambellani  a  riposo  che  trascorrevano
    tranquillamente a Mosca il resto della propria vita.
    Quale  senso di orrore avrebbe provato,  sette anni prima,  quando era
    ritornato dall'estero,  se gli avessero detto che  non  avrebbe  avuto
    bisogno  di  cercare  n  di  escogitare  nulla,  che  la  sua via era
    tracciata da un pezzo, e che, a onta di ogni suo sforzo, sarebbe stato
    in tutto simile agli altri giovani della sua condizione. Non l'avrebbe
    certamente creduto!  Non era forse lui che aveva desiderato con  tutta
    l'anima,  ora  di  stabilire  la  repubblica in Russia,  ora di essere
    Napoleone,  ora di  essere  un  filosofo  oppure  un  condottiero  che
    vincesse  Napoleone?  Non  era  lui  che aveva veduto la possibilit e
    aveva desiderato ardentemente di rinnovare il genere umano corrotto  e
    di  elevare se stesso sino al massimo grado della perfezione?  Non era
    forse stato lui a fondare scuole e ospedali e a  dare  la  libert  ai
    suoi contadini?
    E  invece di tutto questo,  egli era ora il ricco marito di una moglie
    infedele, un ciambellano a riposo al quale piaceva mangiare bene, bere
    bene e,  dopo essersi  sbottonato  un  poco  il  panciotto,  criticare
    benevolmente  il governo;  un socio del circolo inglese moscovita e un
    membro dell'alta societ di Mosca,  benvoluto da tutti.  Per parecchio
    tempo  non  riusc a rassegnarsi all'idea di essere proprio lui uno di
    quei ciambellani a  riposo,  di  cui  sette  anni  prima  aveva  tanto
    disprezzato il tipo!
    A  volte  si  consolava  pensando  che  soltanto  in  via  provvisoria
    conduceva quella vita,  ma poi un altro pensiero lo faceva inorridire:
    il  pensiero  che  cos,  in via provvisoria,  gi molti e molti altri
    erano entrati in quella vita e in quel circolo con tutti i loro  denti
    e il capo ben guarnito di capelli e ne erano usciti calvi e sdentati.
    Nei  momenti  di  orgoglio,  quando  pensava alla sua condizione,  gli
    pareva di essere un uomo diverso dagli altri e in particolare  diverso
    da  quei  ciambellani  a  riposo  che un tempo aveva disprezzato;  che
    quelli erano uomini volgari e stupidi,  contenti e  paghi  della  loro
    condizione sociale,  mentre anche ora io sono sempre insoddisfatto, e
    vorrei sempre far qualcosa per il genere umano, diceva a se stesso in
    quei momenti di orgoglio.  Ma forse anche quegli altri miei  colleghi
    si  sono  battuti  come  me,  hanno cercato come me nella vita una via
    nuova,  tutta loro  e,  come  me,  dalla  forza  dell'ambiente,  della
    societ,  della razza quella forza della natura contro la quale l'uomo
     impotente -  sono giunti l dove sono anch'io,  diceva a se  stesso
    nei  momenti  di  umilt.  E,  dopo essere vissuto per qualche tempo a
    Mosca,  cess di disprezzare e cominci  ad  amare,  a  rispettare,  a
    compiangere,  come  compiangeva  se  stesso,  quei  suoi  compagni  di
    sventura.
    Pierre non era pi assalito come prima da momenti di disperazione,  di
    ipocondria e di disgusto per la vita;  ma quella malattia che dapprima
    si era manifestata in lui con  accessi  violenti,  ricacciata  dentro,
    perdurava latente.
    A  che scopo?  Perch?  Che si fa in questo mondo?,  si chiedeva con
    perplessit parecchie volte al  giorno,  cominciando  suo  malgrado  a
    meditare  sul  significato  dei  fenomeni  della vita;  ma sapendo per
    esperienza che  a  quelle  domande  non  c'era  risposta,  cercava  di
    scacciarle dalla sua mente, prendeva un libro o andava al circolo o da
    Apolln Nikolevic' a discorrere dei pettegolezzi della citt.
    Elen Vasslevna,  che non ha mai amato nulla fuorch il proprio corpo
    e che  certo una delle donne pi stupide del mondo,  pensava Pierre,
    appare  alla  gente come un prodigio di intelligenza e di finezza,  e
    davanti a lei tutti si inchinano.
    Napoleone Bonaparte era disprezzato da tutti sino a che fu grande,  ma
    da  quando  diventato un volgare commediante,  l'imperatore Francesco
    fa di tutto per dargli sua figlia in moglie legittima.  Gli  Spagnuoli
    elevano  preghiere  a  Dio,   per  mezzo  del  clero  cattolico,   per
    ringraziarlo della vittoria ottenuta il 14 giugno sui  Francesi,  e  i
    Francesi   innalzano  preghiere  per  mezzo  di  quello  stesso  clero
    cattolico perch il 14 giugno hanno sconfitto gli  Spagnuoli.  I  miei
    fratelli   massoni   giurano  sul  loro  sangue  di  essere  pronti  a
    sacrificare ogni cosa per il prossimo,  ma non tirano fuori  un  rublo
    quando viene fatta la raccolta per i poveri,  aizzando Astrea contro i
    cercatori della Manna,  e brigano per ottenere il vero  Tappeto  della
    Loggia  scozzese e uno Statuto di cui neppure chi l'ha scritto conosce
    il significato, e che non  utile a nessuno.  Tutti noi professiamo la
    legge cristiana del perdono delle offese e dell'amore per il prossimo,
    la  legge  in seguito alla quale abbiamo eretto a Mosca quaranta volte
    quaranta chiese;  eppure ieri  stato frustato a morte un soldato  che
    era  fuggito  e  il  difensore di quella stessa legge dell'amore e del
    perdono,  il prete,  ha fatto baciare al soldato la  croce  prima  del
    supplizio.  Cos pensava Pierre e tanta generale menzogna, ammessa da
    tutti, e alla quale egli era pure abituato, lo colpiva ogni volta come
    una cosa nuova.  Capisco tale menzogna  e  tale  confusione  pensava
    Pierre,  ma  come posso esprimere agli altri tutto ci che sento?  Ho
    tentato, ma ho dovuto sempre costatare che tutti,  in fondo all'anima,
    sentono come me, ma cercano di non vedere. E' chiaro, dunque, che cos
    dev'essere!  Ma  che  posso  fare  io  di  me  stesso?,  si chiedeva.
    Sperimentava in se stesso  quella  disgraziata  attitudine  che    di
    molti,  specialmente russi,  l'attitudine di vedere e di credere nelle
    possibilit della giustizia e della verit ma di vedere anche,  e  sin
    troppo  chiaramente,  il  male e la menzogna della vita,  per avere la
    forza di partecipare seriamente ad essa.  A parer suo,  in ogni  campo
    d'azione regnavano il male e l'inganno.  Qualunque cosa egli tentasse,
    qualsiasi impresa iniziasse,  il male e la  menzogna  lo  ricacciavano
    indietro  e  gli  sbarravano  la  strada  a ogni attivit.  Nondimeno,
    bisognava vivere e fare qualche cosa.  Era troppo  terribile  per  lui
    restare sotto il giogo di quegli insolubili problemi e perci,  pur di
    dimenticarli, si abbandonava alle sue antiche passioni. Frequentava la
    societ quanto pi gli era possibile, beveva molto, acquistava quadri,
    costruiva e, soprattutto, leggeva.
    Leggeva,  leggeva tutto ci che gli capitava sotto mano e  leggeva  in
    modo tale che,  tornato a casa e mentre ancora il cameriere lo aiutava
    a spogliarsi,  egli aveva gi preso un libro in mano e leggeva:  dalla
    lettura passava al sonno, dal sonno alle chiacchiere nei salotti e nel
    circolo, dalle chiacchiere alle orge e alle donne, dalle orge di nuovo
    alle chiacchiere, alla lettura e al vino. Il bere diventava per lui un
    bisogno  fisico  e morale sempre pi impellente.  Sebbene i medici gli
    dicessero che,  data la sua corpulenza,  il vino costituiva per lui un
    pericolo, beveva molto. Si sentiva completamente bene soltanto quando,
    senza  rendersene egli stesso conto,  dopo aver vuotato nella sua gran
    bocca parecchi bicchieri di vino,  un gradevole tepore  gli  circolava
    per tutto il corpo, e allora provava un senso di tenerezza per tutti i
    suoi  simili e una capacit di intelligenza a reagire superficialmente
    a ogni pensiero senza approfondirne la sostanza.  Soltanto  dopo  aver
    bevuto una bottiglia di vino seguita da un'altra,  concepiva vagamente
    che quell'intricato,  spaventoso grigiore della vita che per l'innanzi
    lo atterriva non era poi cos terribile come gli era sembrato.  Con la
    testa che gli ronzava, chiacchierando,  ascoltando una conversazione o
    leggendo  dopo  il  pranzo  e dopo la cena,  egli vedeva continuamente
    dinanzi a s quel groviglio ora da un lato ora dall'altro. Ma soltanto
    sotto l'effetto del vino  diceva  a  se  stesso:  Non    niente.  Io
    scioglier  questo  groviglio:  ho  gi  dentro  di me una spiegazione
    pronta.  Ma adesso mi manca il tempo.  Rifletter dopo su tutto!.  Ma
    questo dopo non arrivava mai!
    Ogni mattina, a digiuno, tutti i vecchi problemi gli si ripresentavano
    alla mente ancora terribili,  ancora insolubili, ed egli si affrettava
    a prendere un libro e si rallegrava quando qualcuno veniva a trovarlo.
    Talvolta Pierre si ricordava di aver sentito raccontare che i soldati,
    in guerra,  trovandosi sotto il fuoco nelle trincee,  quando non hanno
    nulla   da  fare,   cercano  con  cura  un'occupazione  qualsiasi  per
    sopportare con maggior  facilit  il  pericolo.  E  tutti  gli  uomini
    apparivano  a  Pierre  come  altrettanti soldati che cercassero scampo
    dalla vita: chi ricorrendo all'ambizione,  chi al gioco  delle  carte,
    chi  all'elaborazione  delle  leggi,  chi  alle  donne,  chi infine ai
    cavalli, alla politica,  alla caccia,  al vino,  agli affari di stato.
    Non  c' nulla di meschino,  n di importante: tutto si equivale.  Si
    tratta soltanto di sfuggire alla vita come si  pu,  pensava  Pierre.
    Si  tratta  soltanto di non vederla,  questa "lei",  questa terribile
    vita!.


    CAPITOLO 2.

    All'inizio dell'inverno,  il principe Nikolj Andreic' Bolkonskij  era
    arrivato  a  Mosca  con  la  figlia.   Per  il  suo  passato,  la  sua
    intelligenza, la sua originalit ma,  soprattutto,  per la diminuzione
    di  entusiasmo che si verificava verso l'imperatore Aleksndr e per la
    corrente antifrancese e patriottica da cui Mosca era allora invasa, il
    principe Nikolj Andreic' divenne subito l'oggetto di  un  particolare
    rispetto da parte dei moscoviti e il centro dell'opposizione moscovita
    al governo.
    In quell'ultimo anno il principe era molto invecchiato.  Erano apparsi
    evidenti in lui gli indizi della vecchiaia,  la sonnolenza improvvisa,
    la  tendenza  a  dimenticare  gli avvenimenti pi vicini nel tempo e a
    ricordare vivamente quelli pi lontani,  la puerile ambizione con  cui
    accettava  la parte di capo dell'opposizione a Mosca.  Nonostante ci,
    quando il vecchio principe, specialmente la sera, usciva per il t con
    la sua pelliccetta e la parrucca incipriata e cominciava, provocato da
    qualcuno,  a narrare i suoi  frammentari  episodi  sul  passato  e  ad
    esporre  le  critiche  ancor  pi frammentarie ma severe sul presente,
    suscitava in tutti i  suoi  ospiti  un  unanime  sentimento  di  stima
    rispettosa.  Per i visitatori,  tutta quella gran casa antica,  con le
    sue  enormi  specchiere,   i  mobili  del   periodo   antecedente   la
    rivoluzione,  i domestici in parrucca bianca, con quel vecchio burbero
    e intelligente superstite del secolo passato, la timida figliuola e la
    graziosa "mademoiselle" che  avevano  per  lui  una  vera  adorazione,
    costituiva  uno  spettacolo maestoso e attraente.  Ma i visitatori non
    pensavano che oltre a quelle due o tre  ore  nelle  quali  vedevano  i
    padroni  di  casa,  ve  ne  fossero  altre  ventidue per completare la
    giornata durante le quali trascorreva la  vita  intima  e  segreta  di
    quella famiglia.
    Negli  ultimi  tempi,  a  Mosca,  questa  vita  segreta  era  divenuta
    penosissima per la principessina Mrija. Nella capitale ella era priva
    delle  sue  gioie  migliori,  costituite  dalla  conversazione  con  i
    pellegrini e dalla solitudine,  cose che a Lissia-Gori le davano tanto
    conforto e alle quali non aveva trovato alcun compenso dalla  vita  di
    citt.  Non frequentava la societ: tutti sapevano che il padre non le
    permetteva di uscire senza di lui e,  dato che egli stesso non  poteva
    muoversi per la sua malferma salute,  la gente non la invitava neppure
    pi ai pranzi e alle  serate.  Ormai  la  principessina  Mrija  aveva
    completamente  rinunziato alla speranza di maritarsi.  Ella vedeva con
    quale freddezza e ostilit il principe Nikolj Andreic'  accoglieva  e
    allontanava  quei giovani che qualche volta venivano nella loro casa e
    che  avrebbero  potuto  aspirare  alla  mano  di   lei.   Amiche,   la
    principessina  Mrija  non  ne  aveva...  Ora,  durante il soggiorno a
    Mosca,  fu delusa sul conto delle due persone che pi le erano intime:
    "mademoiselle"  Bourienne,  con  la  quale gi prima non poteva essere
    completamente sincera,  ora le era divenuta  antipatica  e  per  certe
    ragioni si stava allontanando da lei;  Julie, che era a Mosca e con la
    quale la principessina Mrija era stata in corrispondenza  per  cinque
    anni  di seguito,  le parve,  dopo che l'ebbe riveduta,  assolutamente
    estranea alla sua vita. In quel periodo Julie, che a causa della morte
    del fratello era diventata  una  delle  pi  ricche  ereditiere  della
    citt,  si era lanciata nel turbine della piacevole vita mondana.  Era
    attorniata da una quantit  di  giovani  i  quali,  com'ella  credeva,
    avevano  imparato  tutto d'un tratto ad apprezzare le sue qualit,  ed
    era in quel periodo della vita in cui una ragazza della buona societ,
    nel  timore  di  rimanere  zitella,   sente  che    giunta   l'ultima
    probabilit  di  maritarsi  e che la sua sorte deve decidersi subito o
    mai pi.  La principessina Mrija ogni gioved si  ricordava,  con  un
    triste sorriso,  che ormai non aveva pi da scrivere a nessuno, perch
    Julie,  quella Julie la cui presenza non  le  dava  ormai  pi  alcuna
    gioia,  era l e la vedeva ogni settimana.  Come quel vecchio emigrato
    che aveva rifiutato di sposare la signora in casa della quale per anni
    di seguito aveva trascorso le sue serate,  ella si  doleva  che  Julie
    fosse  presente  e  che  lei non avesse pi nessuno a cui scrivere.  A
    Mosca,  la principessina Mrija non sapeva  con  chi  parlare,  a  chi
    confidare  le  sue  pene,  alle  quali in quel tempo molte altre se ne
    erano aggiunte. Si avvicinava il ritorno del principe Andrj e insieme
    il momento delle nozze,  ma l'incarico che egli le aveva  affidato  di
    preparare all'avvenimento il padre, non solo non era stato assolto, ma
    appariva anzi diventare quasi impossibile, giacch ogni minimo accenno
    alla  contessina Rostv faceva andare su tutte le furie il vecchio che
    era quasi continuamente di pessimo umore.  Una nuova pena,  che  negli
    ultimi   tempi   si  era  aggiunta  alle  altre  che  angustiavano  la
    principessina Mrija,  era costituita dalle lezioni che ella  dava  al
    suo  nipotino  di sei anni.  Nei suoi rapporti con il piccolo Nikolj,
    ella si rendeva conto di essere irascibile come suo padre.  Per quanto
    dicesse  a  se  stessa che non doveva permettersi di andare in collera
    mentre insegnava al nipotino, quasi ogni volta che si sedeva al tavolo
    e prendeva in mano il sillabario francese,  era assalita a  tal  punto
    dal desiderio di trasmettere pi in fretta e pi facilmente le proprie
    cognizioni  al  bambino gi timoroso di veder la zia andare in collera
    da un momento all'altro,  che,  alla minima disattenzione da parte del
    nipotino  ella trasaliva,  si agitava,  si irritava,  alzava la voce e
    qualche volta, scuotendolo per un braccio, lo metteva in castigo in un
    angolo.  Subito dopo questo gesto,  per,  la principessina Mrija  si
    metteva  a piangere sul proprio irascibile,  malvagio temperamento,  e
    Nikluska,  imitandola  nei  singhiozzi,  abbandonava  l'angolo  senza
    permesso,  si  avvicinava  alla  zia  e,  scostandole dal viso le mani
    bagnate di lacrime, cercava di consolarla.
    Ma ci che pi affliggeva la principessina Mrija  era  l'irascibilit
    di  suo  padre,  sempre diretta contro di lei,  che negli ultimi tempi
    giungeva spesso alla crudelt.  Se il  vecchio  l'avesse  costretta  a
    stare  tutta  la  notte  in ginocchio davanti alle immagini sacre,  se
    l'avesse picchiata,  obbligata a trasportare legna  e  acqua,  non  le
    sarebbe  neppure passato per la mente che la sua sorte fosse dolorosa;
    ma quel carnefice che le voleva bene  -   tanto  pi  crudele  proprio
    perch  le  voleva  bene  e  che  perci tormentava lei e se stesso  -
    sapeva non soltanto offenderla e umiliarla,  ma anche dimostrarle  che
    essa era sempre e in tutto colpevole.
    Negli  ultimi tempi nel carattere del vecchio si era rivelato un nuovo
    tratto che pi di ogni altra cosa tormentava la principessina  Mrija:
    i  rapporti  sempre  pi  intimi con "mademoiselle" Bourienne.  L'idea
    scherzosa che gli era  nata  di  colpo  quando  era  venuto  a  sapere
    dell'intenzione del figlio,  cio di prendere in moglie "mademoiselle"
    Bourienne se Andrj si fosse sposato, gli era evidentemente piaciuta e
    ora con ostinazione e (come pareva alla principessina Mrija) soltanto
    per offendere lei,  mostrava una tenerezza speciale per "mademoiselle"
    Bourienne  e  dimostrava  il  suo  malcontento  verso  la  figlia  con
    manifestazioni di tenerezza verso la governante.
    Un giorno,  a Mosca,  in presenza della principessina Mrija (e a  lei
    parve  che il padre lo facesse a bella posta davanti a lei) il vecchio
    principe baci la mano a "mademoiselle" Bourienne e,  trattala  a  s,
    l'abbracci  e  l'accarezz.  La  principessina  arross e fugg dalla
    stanza.  Dopo qualche  minuto  "mademoiselle"  Bourienne  entr  nella
    camera della fanciulla e,  sorridendo,  le raccont non so che cosa di
    allegro con la sua gradevole voce. La principessina Mrija si affrett
    ad asciugarsi le lacrime,  si accost a lei a passo  deciso  e,  senza
    evidentemente  rendersi conto di che cosa facesse,  in tono rabbioso e
    con la voce spezzata, prese a inveire contro la francese.
    -  Quale  vilt  abbietta  e  disumana  approfittare  cos  della  sua
    debolezza...  -  Ma non pot finire la frase.  -  Uscite,  -  grid  -
    uscite dalla mia stanza!  -  e scoppi in singhiozzi.
    Il giorno successivo il principe non disse nulla alla figlia,  ma essa
    not  che  a  tavola  ordin  di  servire  i   cibi   cominciando   da
    "mademoiselle" Bourienne.  Alla fine del pranzo,  quando il domestico,
    secondo una vecchia abitudine, serv il caff alla principessina prima
    che agli altri,  il vecchio and su tutte  le  furie,  lanci  il  suo
    bastone  verso  Filpp  e  ordin  immediatamente  che fosse arruolato
    soldato.
    - Non mi si ubbidisce...  l'ho  gi  detto  due  volte...  Non  mi  si
    ascolta...  E'  lei  la  prima persona di questa casa...  lei,  la mia
    migliore amica...    -    gridava  il  principe.    -    E  se  tu  ti
    permetterai,-    url  furioso  rivolgendosi  per  la prima volta alla
    principessina Mrija  -  se ti permetterai ancora una volta,  come  ti
    sei permessa ieri sera...  di perdere davanti a lei il controllo di te
    stessa,  ti far vedere chi  il padrone  in  questa  casa.  Via!  Non
    voglio pi vederti! Vattene, ma prima devi chiederle perdono!
    La principessina Mrija chiese perdono ad Amlie Evgnevna, e al padre
    per s e per Filpp, che l'aveva pregata di intercedere in suo favore.
    In momenti come quelli,  nell'animo della principessina Mrija sorgeva
    un sentimento simile all'orgoglio del sacrificio. E accadeva che tutto
    a un tratto quel padre,  che ella biasimava,  si mettesse a cercare  a
    tastoni gli occhiali che aveva a portata di mano,  o che scordasse ci
    che era appena accaduto,  o che con le gambe malferme facesse un passo
    falso  e  si  volgesse  a  guardare  se  qualcuno  aveva notato la sua
    debolezza o,  cosa ancora peggiore,  che durante  il  pranzo,  se  non
    c'erano  ancora  invitati  che  lo  eccitavano,  si addormentasse a un
    tratto,  lasciandosi sfuggire dalle mani il tovagliuolo mentre la  sua
    testa tremolante si inchinava sul piatto.  E' vecchio e debole,  e io
    ho il coraggio di biasimarlo!,  pensava la  principessina  Mrija  in
    quei momenti, provando un profondo disgusto di s.


    CAPITOLO 3.

    Nel 1811 viveva a Mosca un medico francese venuto rapidamente di moda.
    Era  alto,  bello  e  simpatico come sa esserlo un francese e,  come a
    Mosca  dicevano  tutti,  dotato  di  uno  straordinario  ingegno.  Era
    ricevuto  nelle  case della pi eletta societ non come un medico,  ma
    come un uguale.  Il principe Nikolj Andreic',  che soleva farsi beffe
    della  medicina,  negli ultimi tempi,  per consiglio di "mademoiselle"
    Bourienne,  aveva finito per  ammetterlo  nella  sua  casa  e  si  era
    abituato a lui. Mtivier si recava a visitare il principe due volte la
    settimana.
    Nel giorno di San Nikolj, onomastico del principe, tutta Mosca afflu
    alla  porta  della  sua  abitazione,  ma  egli  aveva  ordinato di non
    ricevere nessuno e di invitare  a  pranzo  pochissime  persone,  delle
    quali aveva consegnato alla principessina Mrija l'elenco.
    Mtivier,  venuto  in  mattinata  per  porgere i suoi auguri,  giudic
    opportuno,  nella sua qualit di  medico,  "forcer  la  consigne"  [2.
    rompere  la  consegna] come disse alla principessina Mrija,  ed entr
    nell'appartamento del principe.  Ma quella mattina,  proprio il giorno
    della  sua  festa,  il  vecchio  principe  si  trovava in uno dei suoi
    momenti  di  pessimo  umore.   Aveva  vagato  ore  e  ore  per   casa,
    rimbrottando  tutti coloro che incontrava,  fingendo di non capire ci
    che gli dicevano e di  non  essere  capito.  La  principessina  Mrija
    conosceva  perfettamente  quello  stato  d'animo e quella tranquilla e
    chiusa tendenza a brontolare che,  di  solito,  si  risolveva  in  uno
    scoppio di furore, e aveva trascorso tutta la mattinata come davanti a
    un  fucile  carico  con il grilletto alzato in attesa dell'inevitabile
    scarica.  Sino all'arrivo del dottore le  ore  erano  trascorse  senza
    incidenti.  Dopo avere introdotto Mtivier, la principessina Mrija si
    sedette in salotto con un libro tra le mani,  a  poca  distanza  dalla
    porta,  in  modo  da  potere  udire  ci che avveniva nello studio del
    principe.
    Dapprima ella sent soltanto la voce di Mtivier, poi quella del padre
    e infine le due voci  contemporaneamente.  L'uscio  si  apr  e  sulla
    soglia  comparvero  il  bel  Mtivier  con  il viso stravolto e il suo
    ciuffo di capelli neri,  e il principe in berretto da notte e veste da
    camera, con la faccia alterata dalla collera e gli occhi bassi.
    - Non capisci?   -  gridava il principe.   -  Io invece capisco tutto!
    Spia francese!  Schiavo di Buonaparte,  spia,  fuori dalla  mia  casa!
    Fuori, dico!  -  e sbatt la porta.
    Mtivier,  stringendosi  nelle  spalle,  si  avvicin a "mademoiselle"
    Bourienne  che  all'udire  quell'alterco  era  accorsa  dalla   stanza
    attigua.
    -  Il  principe  non  sta  bene,  "la bile et le transport au cerveau.
    Tranquillisez-vous, je repasserai demain" [3.  La bile e un travaso di
    sangue al cervello.  Tranquillizzatevi, ripasser domani]  -  le disse
    e, posto un dito sulle labbra, usc rapidamente.
    Di l dall'uscio si udiva un frusciare di  passi  in  pantofole  e  le
    grida:
    - Spie!  Traditori!  Dappertutto traditori!  Neppure in casa mia posso
    avere un momento di pace!
    Quando Mtivier se ne fu andato,  il vecchio principe chiam la figlia
    e tutta la violenza della sua collera si scaten contro di lei. Di lei
    era la colpa di aver introdotto nello studio quella spia,  poich egli
    aveva detto, e proprio a lei,  di fare un elenco e di non ammettere in
    casa coloro il cui nome non figurava nell'elenco stesso. Perch dunque
    era stato introdotto quell'impostore? Era stata lei la causa di tutto!
    Con  lei,  egli  diceva,  non  poteva avere un minuto di pace,  non
    poteva morire tranquillo!.
    - E' inutile,  mia cara,  bisogna che ci  separiamo,  bisogna  che  ci
    separiamo! Sappilo, sappilo che non ne posso pi!  -  esclam, uscendo
    dalla stanza e,  quasi temendo che sua figlia potesse consolarsi in un
    modo qualunque,  torn  verso  di  lei  e,  cercando  di  assumere  un
    atteggiamento calmo, aggiunse:
    - E non crediate che abbia detto questo in un momento di collera; sono
    calmo,  calmissimo  e  ho  riflettuto  a  quello che dico.  Cos sar.
    Dobbiamo separarci... Cercatevi un posto!
    Ma non riusc a resistere oltre e,  con quella collera che    propria
    soltanto dell'uomo che ama,  soffrendo visibilmente egli stesso, agit
    i pugni in aria e grid:
    - Se almeno qualche imbecille se la sposasse!   -   Sbatt  la  porta,
    fece  chiamare  "mademoiselle"  Bourienne e si chiuse nello studio ove
    finalmente si calm.
    Alle due giunsero le sei persone scelte per il pranzo.  Gli  invitati,
    il  noto  conte  Rastopcn,  il  principe  Lopuchin  (4) con il nipote
    generale Ciatrov,  vecchio compagno d'armi  del  principe,  e,  tra  i
    giovani, Pierre e Bors Drubetzkj lo aspettavano in salotto.
    Giunto  da  poco  a  Mosca  in licenza,  Bors aveva desiderato essere
    presentato  al  principe  Nikolj  Andreic'   ed   era   riuscito   ad
    acquistarsene  a  tal  punto  le  simpatie che il principe aveva fatto
    un'eccezione per lui solo tra i giovani scapoli,  di cui non  riceveva
    nessuno in casa sua.
    La  casa del principe non era quel che si pu definire il bel mondo,
    era una ristretta cerchia di persone dalle quali,  sebbene non  se  ne
    sentisse  parlare  in  citt,  era  tuttavia  assai lusinghiero essere
    ricevuti. Di questo si era reso conto Bors una settimana prima quando
    Rastopcn,  in sua presenza aveva risposto  al  generalissimo  che  lo
    invitava a pranzo per il giorno di San Nikolj:
    -  Quel  giorno  andr,  come  sempre,  a  ossequiare  le reliquie del
    principe Nikolj Andreic'.
    - Ah, gi,  gi  -  aveva risposto il generalissimo.   -  A proposito,
    come sta?
    La  piccola  compagnia riunita prima di pranzo nell'antiquato salotto,
    somigliava al solenne  consesso  di  una  Corte  di  tribunale.  Tutti
    tacevano o,  se parlavano,  lo facevano sottovoce. Il principe Nikolj
    Andreic' comparve silenzioso e grave.  La principessina Mrija  pareva
    ancora  pi  mite  e pi timida di quanto non lo fosse di solito.  Gli
    ospiti le rivolgevano malvolentieri la  parola  giacch  capivano  che
    aveva  ben altro per la testa che i loro discorsi.  Il conte Rastopcn
    animava da solo la conversazione,  parlando ora  delle  ultime  novit
    cittadine ora delle ultime notizie politiche.
    Lopuchin e il vecchio generale solo di tanto in tanto prendevano parte
    alla  conversazione.  Il  principe  Nikolj Andreic' ascoltava come un
    giudice supremo ascolta una relazione che gli venga fatta, dimostrando
    con il silenzio o con una breve parola di prender atto di  quanto  gli
    si dice.  Dal tono della conversazione si capiva che nessuno approvava
    ci  che  allora  si  faceva  in  campo  politico.   Si   raccontavano
    avvenimenti  che  dimostravano  con evidenza come le cose andassero di
    male in peggio,  ma ci che pi colpiva  era  il  fatto  che  in  ogni
    narrazione  e in ogni discussione chi parlava si interrompeva o veniva
    interrotto ogni qualvolta toccava il limite oltre il quale il  biasimo
    avrebbe potuto riferirsi alla persona dell'imperatore.
    Durante  il  pranzo  la conversazione tratt della pi recente notizia
    politica: l'occupazione,  da parte di Napoleone,  dei possedimenti del
    duca di Oldenburg (5) e la nota russa,  ostile a Napoleone,  inviata a
    tutte le Corti europee.
    - Buonaparte agisce verso l'Europa  come  un  pirata  verso  una  nave
    conquistata    -    disse il conte Rastopcn,  ripetendo una frase gi
    pronunziata parecchie altre volte.   -  Ci  che  stupisce  di  pi  
    l'apatia  o  la  cecit dei sovrani.  Ora vien messo in gioco anche il
    papa: il Buonaparte, ormai,  senza alcun riguardo,  vuol rovesciare il
    capo della Chiesa cattolica (6),  e tutti tacciono! Soltanto il nostro
    imperatore ha protestato contro  l'occupazione  dei  possedimenti  del
    duca di Oldenburg.  E anche...  -  Il conte Rastopcn tacque, sentendo
    a un tratto  di  essere  giunto  a  quel  limite  che  non  si  doveva
    oltrepassare.
    -  Gli  sono stati proposti altri territori in luogo del ducato  disse
    il principe Nikolj Andreic';   -   come  se  io  trasferissi  i  miei
    contadini  da Lissia-Gori a Bogucirovo e nelle terre di Rjazn,  cos
    egli fa con i duchi.
    - "Le duc d'Oldenburg supporte son malheur avec une force de caractre
    et une rsignation admirables" [7.  Il duca di Oldenburg  sopporta  la
    sciagura con una forza di carattere e una rassegnazione ammirevoli]  -
    disse  Bors,  intervenendo  rispettosamente nel discorso.  Egli aveva
    fatto quell'osservazione perch,  di passaggio per Pietroburgo,  aveva
    avuto  l'onore  di  essere  presentato  al  duca.  Il principe Nikolj
    Andreic' guard il giovane, come volesse rispondergli qualche cosa, ma
    ci riflett su un momento e tacque,  giudicandolo troppo  giovane  per
    meritare un simile onore.
    -  Ho  letto  la  nostra  protesta per l'affare di Oldenburg e mi sono
    meravigliato del pessimo stile con cui era stata redatta   osserv  il
    conte  Rastopcn  con  il  tono  noncurante  dell'uomo che giudica una
    faccenda che conosce a fondo.
    Pierre guard Rastopcn con ingenuo stupore,  non comprendendo  perch
    dovesse preoccuparsi del cattivo stile della nota.
    -  Non   forse indifferente lo stile con cui  stata redatta la nota,
    conte, se il contenuto  forte?  -  domand.
    - "Mon cher,  avec nos 500 mille hommes de troupe,  il  serait  facile
    d'avoir  un  beau  style" [8.  Mio caro,  con i nostri cinquecentomila
    uomini di truppa non sarebbe difficile  avere  un  bello  stile!]    -
    ribatt Rastopcn.
    Pierre   comprese   perch  la  forma  in  cui  era  redatta  la  nota
    preoccupasse Rastopcn.
    -  Eppure  pare  che  ora  si  abbia  un  numero  di  scribi  pi  che
    sufficiente:  laggi,  a  Pietroburgo,  tutti  scrivono  molto  e  non
    soltanto note diplomatiche, ma si scrivono anche nuove leggi.  Il mio
    Andrjuscia  ha  scritto  per  la Russia tutto un volume di leggi.  Al
    giorno d'oggi tutti scrivono!  -  E rise in modo innaturale.
    La conversazione cess per un momento;  il vecchio generale toss  per
    attirare a s l'attenzione degli altri.
    -  Avete  sentito  parlare  dell'ultimo  avvenimento  alla  rivista di
    Pietroburgo? Sapete come si  comportato l'ambasciatore francese?
    - Come?  S,  ho sentito dire qualcosa in proposito:  pare  che  abbia
    commesso una mancanza di tatto verso l'imperatore.
    -  Sua  maest  gli  faceva osservare la divisione dei granatieri e la
    marcia di parata  -    prosegu  il  generale    -    e  si  dice  che
    l'ambasciatore  non  abbia  prestato  la  minima  attenzione  e si sia
    permesso di obiettare che in Francia non si  d  importanza  a  simili
    sciocchezze.  L'imperatore  non  gli ha risposto.  Ma si dice che alla
    rivista successiva non si sia degnato di rivolgergli la parola.
    Tutti  tacquero:  su   quel   fatto   che   riguardava   personalmente
    l'imperatore non era lecito esprimere alcuna opinione.
    -  Che  sfacciato!    -    scatt  il vecchio principe.   -  Conoscete
    Mtivier? Oggi stesso l'ho cacciato da casa mia.  Era venuto e l'hanno
    fatto  passare  nel  mio  studio  sebbene  io  avessi  ordinato di non
    introdurre nessuno...   -    prosegu  il  principe,  rivolgendo  alla
    figliuola uno sguardo irritato.  E raccont tutta la sua conversazione
    con il medico francese accennando ai motivi per cui  si  era  convinto
    che Mtivier fosse una spia. Sebbene tali motivi fossero insufficienti
    e tutt'altro che chiari per giungere a una simile conclusione, nessuno
    fece obiezioni.
    Con  l'arrosto  fu  servito lo "champagne".  Gli ospiti si alzarono in
    piedi per fare gli auguri al vecchio principe. La principessina Mrija
    gli si avvicin.
    Egli le rivolse uno sguardo freddo,  ostile  e  le  porse  la  guancia
    rugosa  e  rasata  da  baciare.  L'espressione  del  suo  viso  diceva
    chiaramente alla figlia che egli non aveva dimenticato quanto le aveva
    detto la mattina,  che  la  sua  decisione  rimaneva  immutata  e  che
    soltanto la presenza degli ospiti gli impediva di parlargliene ora.
    Quando tutti passarono nel salotto per prendere il caff,  i vecchi si
    riunirono in disparte.
    Il principe Nikolj Andreic' si anim ed espresse la propria  opinione
    sulla  guerra  imminente.  Disse che le nostre guerre contro Bonaparte
    non avrebbero avuto buon esito sino a quando i Russi avessero  cercato
    l'alleanza  tedesca  e  si fossero immischiati nelle questioni europee
    nelle quali ci aveva coinvolti la pace di Tilsit.
    - Noi non dobbiamo combattere n per l'Austria n contro l'Austria   -
    prosegu.    -    I  nostri  interessi politici sono tutti volti verso
    Oriente e,  per quanto riguarda il Buonaparte,  dobbiamo semplicemente
    tenere  truppe  armate  sul  confine e seguire una politica energica e
    risoluta.  Se avessimo agito cos nel passato,  egli certo non avrebbe
    mai varcato il confine russo come nel 1807.
    - E come potremmo noi, principe, combattere contro i Francesi? esclam
    il  conte  Rastopcn.    -   Come possiamo noi prendere le armi contro
    coloro che noi veneriamo come divinit?  Guardate  un  po'  la  nostra
    giovent,  guardate  le  nostre  signore.  Le  nostre  divinit sono i
    Francesi, il nostro Paradiso  Parigi!
    E cominci ad alzare la voce, evidentemente perch tutti lo udissero.
    - Abiti francesi, idee francesi, sentimenti francesi! Ecco,  voi avete
    scacciato  Mtivier perch  un francese e un mascalzone,  e le nostre
    signore si trascinano in ginocchio dietro di lui. Ieri mi trovavo a un
    ricevimento:  ebbene,   delle  cinque  signore  presenti,   tre  erano
    cattoliche e,  con il permesso del papa, ricamano anche la domenica...
    e intanto erano quasi nude,  come le figure dipinte sulle insegne  dei
    bagni pubblici,  con rispetto parlando. Eh, principe, quando guardo la
    nostra giovent,  mi vien voglia di  prendere  dal  museo  il  vecchio
    randello di Pietro il Grande e di rompere loro le costole alla maniera
    russa...  Vedreste  che  allora tante bestialit scomparirebbero dalla
    loro testa!
    Tutti tacquero.  Il vecchio principe,  con il viso  illuminato  da  un
    sorriso, guard Rastopcn e scosse il capo in segno di approvazione.
    - Ebbene,  addio,  eccellenza!  Conservatevi in buona salute  -  disse
    Rastopcn,   alzandosi  e  porgendo  la  mano  al  principe   con   la
    caratteristica rapidit di movimenti.
    - Addio, mio caro! Sei una "gussla" (9) che ascolto sempre volentieri!
    -    gli disse il vecchio principe,  trattenendo nelle sue la mano del
    conte e porgendogli una guancia da baciare.
    Insieme con Rastopcn si alzarono anche gli altri.


    CAPITOLO 4.

    La principessina Mrija, seduta nel salotto, ascoltava questi discorsi
    e queste recriminazioni dei vecchi senza capirci  nulla;  si  chiedeva
    soltanto  se  gli ospiti si fossero accorti del modo ostile con cui il
    padre la trattava.  Non si era nemmeno resa conto delle  attenzioni  e
    delle  cortesie  che durante il pranzo aveva avuto per lei Drubetzkj,
    il quale, ormai per la terza volta, veniva in casa sua.
    La principessina Mrija con uno sguardo distratto e  interrogativo  si
    rivolse a Pierre che, ultimo tra gli ospiti, con il cappello in mano e
    il  viso  sorridente,  le  si  era avvicinato dopo che il principe era
    uscito ed essi erano rimasti soli nel salotto.
    - Posso restare ancora un po'?   -  domand,  lasciando cadere il  suo
    grosso corpo su una poltrona accanto alla principessina Mrija.
    - Oh,  s!   -  gli rispose lei.  E voi non avete notato nulla?, gli
    domandava intanto con lo sguardo.
    Pierre si trovava in ottima disposizione di spirito.  Guardava davanti
    a s e sorrideva tranquillo.
    - Lo conoscete da molto tempo quel giovanotto, principessina?
    - Chi?
    - Drubetzkj.
    - No, da poco...
    - Vi piace?
    -  S,  lo trovo un giovane simpatico...  Perch me lo chiedete?   gli
    domand la principessina Mrija,  continuando a pensare a ci  che  le
    aveva detto il padre la mattina.
    -  Perch  ho  fatto  un'osservazione:  spesso  i  giovani  vengono da
    Pietroburgo a  Mosca  in  licenza  solo  allo  scopo  di  trovare  una
    fidanzata ricca.
    - Avete fatto questa osservazione?  -  domand la fanciulla.
    -  S,   -  prosegu Pierre sorridendo  -  e quel giovanotto ora fa in
    modo di trovarsi sempre l dove ci sia una ricca fanciulla da  marito.
    Leggo  in  lui  come  in  un  libro  aperto.  Ora   incerto tra voi e
    "mademoiselle" Julie Kargina. "Il est bien assidu auprs d'elle" [10.
    E' molto assiduo presso di lei].
    - Va spesso dai Karagin?
    - S,  molto spesso.  Lo conoscete il nuovo modo di far la corte  alle
    signorine?    -    chiese  con  un allegro sorriso Pierre,  sentendosi
    evidentemente in uno stato d'animo disposto alla canzonatura, cosa che
    spesso si rimproverava nel suo diario.
    - No  -  rispose la principessina Mrija.
    -  Ora,   per  interessare  le  signorine  a  Mosca,   "il  faut  tre
    mlancolique.  Et  il  est  trs  mlancolique  auprs de mademoiselle
    Kargina"  [11.  ...bisogna  essere  malinconici.   Ed  egli    molto
    malinconico con la signorina Kargina]  -  disse Pierre.
    - "Vraiment?" [12.  Veramente?]  -  chiese la principessina, guardando
    il viso buono di Pierre,  ma con il pensiero sempre fisso alla propria
    pena.  Mi sentirei meglio se confidassi a qualcuno ci che sento, si
    diceva. Ed  proprio a Pierre che vorrei dire tutto. Egli ha un animo
    cos buono e generoso...  Proverei un po' di sollievo e  forse  potrei
    avere da lui un consiglio....
    - Lo vorreste per marito, voi?  -  domand Pierre.
    - Ah, mio Dio, conte! Ci sono momenti in cui sposerei chiunque!rispose
    a un tratto,  in modo inatteso anche per se stessa,  la principessina,
    con le lacrime nella voce.  -  Sapeste com' penoso, talora, amare una
    persona che ci  vicina e cara e sentire che... non puoi far nulla per
    lei,  se non procurarle dolore e renderti conto che  non    possibile
    mutare  una  tale  situazione.  Allora  non resta da fare che una sola
    cosa: andarsene... ma dove posso andarmene, io?   -  continuava a dire
    con la voce che le tremava.
    - Ma che avete, principessina, che avete?
    La fanciulla non rispose e si mise a piangere.
    - Non so che cosa mi succeda,  oggi. Non datemi retta, dimenticate ci
    che vi ho detto.
    Tutta l'allegria di Pierre era scomparsa. Egli interrogava preoccupato
    la principessina,  la pregava di dirgli tutto,  di confidargli la  sua
    pena;  ma  essa  continuava a ripetergli che lo pregava di dimenticare
    quanto gli aveva detto,  che non se ne ricordava neppure pi lei,  che
    non  aveva  altro dolore all'infuori di quello che egli gi conosceva:
    il dolore che il matrimonio del principe  Andrj  potesse  mettere  il
    disaccordo tra padre e figlio.
    -  Avete  sentito  dir  nulla  dei  Rostv?   -  domand,  per cambiar
    discorso.   -  Mi  stato riferito che  saranno  qui  tra  non  molto.
    Anch'io  aspetto  Andrj  da  un  giorno  all'altro.   Vorrei  che  si
    incontrassero qui...
    - E ora "lui" come  considera  la  questione?    -    domand  Pierre,
    intendendo   con   quel   "lui"  alludere  al  vecchio  principe.   La
    principessina scroll il capo.
    - Che fare?  Mancano ormai pochi mesi al termine fissato:  l'anno  sta
    per  scadere.  E  questo non pu essere.  Vorrei soltanto rendere meno
    amari a mio fratello i primi momenti...  Vorrei che  essi,  i  Rostv,
    arrivassero  al pi presto.  Spero che andr d'accordo con lei...  Voi
    che li conoscete da molto tempo,   -  disse la principessina Mrija  -
    ditemi,  con  la  mano sulla coscienza,  tutta la verit: com' quella
    ragazza? Come vi pare? Ma che sia tutta la verit,  vi prego,  perch,
    voi lo capite, Andrj corre un cos gran rischio, sposandosi contro la
    volont di nostro padre, che io vorrei sapere...
    Un   vago  istinto  avvertiva  Pierre  che  quelle  domande  e  quella
    insistenza nel chiedergli di  dire  tutta  la  verit  esprimevano  il
    malanimo  della  principessina  verso la futura cognata e il desiderio
    che egli,  Pierre,  non approvasse la scelta del principe  Andrj.  Ma
    Pierre rispose francamente ci che sentiva piuttosto ci che pensava.
    -  Non  so come rispondere alle vostre domande  -  disse,  arrossendo,
    senza sapere il perch.  -  Non so assolutamente che tipo di fanciulla
    sia e non posso in alcun modo analizzarla. E' adorabile...  ma perch?
    Non lo so. Ecco tutto ci che posso dirvi di lei.
    La  principessina  Mrija  sospir  mentre  l'espressione del suo viso
    diceva: Era proprio questo che aspettavo e temevo di sentirmi dire.
    - E' intelligente?  -  domand la principessina.
    Pierre riflett.
    - Penso di no,  -  rispose  -  ma... forse s.  Non si degna di essere
    intelligente:  adorabile e niente di pi.
    Di nuovo la principessina Mrija scosse il capo, disapprovando.
    - Ah,  desidererei tanto di volerle bene!  Glielo direte,  vero, se la
    vedrete prima di me?
    - Mi  stato detto che arriveranno  tra  qualche  giorno    -    disse
    Pierre.
    La principessina espose a Pierre il suo progetto di stringere amicizia
    con  la futura cognata non appena i Rostv fossero giunti a Mosca e di
    fare il possibile perch il vecchio principe si abituasse a lei.


    CAPITOLO 5.

    Bors,  che non era  riuscito  a  combinare  a  Pietroburgo  il  ricco
    matrimonio cui aspirava, era venuto a Mosca con lo stesso proposito. E
    ora,  a  Mosca,  esitava tra le due pi ricche ereditiere;  Julie e la
    principessina Mrija.  Sebbene brutta,  quest'ultima gli pareva  assai
    pi simpatica di Julie ma, chiss perch, si sentiva imbarazzato a far
    la  corte  alla  Bolknskaja.  Nell'ultimo  suo  incontro con lei,  in
    occasione dell'onomastico del vecchio principe, a tutti i tentativi di
    portare la conversazione sui sentimenti,  ella aveva risposto sempre a
    sproposito e, visibilmente, senza ascoltarlo.
    Julie,  invece,  anche se in un modo tutto suo particolare,  accettava
    volentieri la corte del giovane.
    Julie aveva ventisette anni.  Dopo la  morte  dei  suoi  fratelli  era
    diventata ricchissima.  Ormai si era fatta decisamente bruttina;  per
    non solo credeva di  essere  bella,  ma  anche  di  essere  molto  pi
    attraente che nel passato. Persisteva in quell'illusione anzitutto per
    la  consapevolezza  di  essere  diventata  un ricchissimo partito,  in
    secondo luogo perch,  quanto pi invecchiava e quanto meno  diventava
    pericolosa  per  gli  uomini,  tanto  pi essi si comportavano con lei
    liberamente e, senza assumersi alcun obbligo, potevano godere dei suoi
    inviti a cena,  delle serate e della brillante e vivace societ che si
    riuniva  in  casa di lei.  Lo stesso uomo che dieci anni fa si sarebbe
    fatto scrupolo di recarsi ogni giorno  in  una  casa  dove  c'era  una
    fanciulla diciassettenne nel timore di comprometterla o di impegnarsi,
    ora  si  recava tranquillamente a trovarla ogni giorno e si comportava
    con lei non gi come con una signorina  da  marito  ma  come  con  una
    conoscente che non avesse sesso.
    In  quell'inverno la casa dei Karagin a Mosca era la pi ospitale e la
    pi accogliente della citt.  Oltre che per le serate importanti e per
    i pranzi di gala,  si riuniva ogni giorno dai Karagin moltissima gente
    e in particolare uomini,  che si mettevano a cena a  mezzanotte  e  si
    trattenevano  anche  sino  alle  tre  del  mattino.  Non  c'era ballo,
    passeggiata,  spettacolo teatrale ai quali non partecipasse  Julie.  I
    suoi vestiti erano sempre all'ultima moda, ma, nonostante questo, ella
    pareva  delusa  di  tutto,   e  ripeteva  sempre  di  non  credere  n
    all'amicizia, n all'amore, n a qualsiasi altra gioia della vita,  ma
    di  attendere  la  pace soltanto nell'al di l.  Aveva assunto il tono
    della ragazza provata da gravi disillusioni,  della ragazza che  abbia
    perduto  l'uomo  amato  o  che sia stata da lui crudelmente ingannata.
    Bench nulla di simile le fosse accaduto, gli altri pensavano che essa
    aveva realmente sofferto, e lei stessa era convinta di avere avuto una
    vita piena di sofferenze e di dispiaceri. Questa malinconia che non le
    impediva di divertirsi,  non impediva neppure  ai  giovanotti  che  la
    frequentavano  di  passare  il  tempo molto piacevolmente in casa sua.
    Ogni ospite doveva  pagare  un  tributo  all'umore  malinconico  della
    padroncina di casa,  e poi poteva liberamente occuparsi di chiacchiere
    mondane,  di  balli,  di  giochi  spiritosi,  di  gare  poetiche,  che
    costituivano   una  particolarit  delle  riunioni  in  casa  Karagin.
    Soltanto pochi giovani,  tra i quali  Bors,  favorivano  le  tendenze
    malinconiche  di  Julie  e con essi ella intrecciava colloqui lunghi e
    solitari sulla vanit delle cose mondane, e mostrava loro il suo album
    pieno d'immagini tristi, di massime e di versi.
    Julie era particolarmente amabile con  Bors:  lo  compiangeva  per  i
    precoci  disinganni che la vita gli aveva riservato,  gli offriva quei
    conforti dell'amicizia che poteva offrirgli giacch essa stessa  aveva
    molto  sofferto  e  gli apriva il proprio album.  Bors vi disegn due
    alberi e vi scrisse: Arbres rustiques,  vos sombres rameaux  secouent
    sur moi les tnbres et la mlancolie [13. Rustici alberi, le vostre
    cupe fronde diffondono su di me le tenebre e la malinconia].
    In un'altra pagina disegn una bara e scrisse:

    La  mort  est secourable et la morte est tranquille.  Ah!  Contre les
    douleurs,  il n'y a pas d'autre asile [14.  La morte  pietosa e  la
    morte  tranquilla. Ah, contro il dolore non vi  altro rifugio!].

    Julie disse che erano versi incantevoli.
    -  "Il  y  a  quelque  chose  de  si  ravissant  dans le sourire de la
    mlancolie"  -  gli disse un giorno,  ripetendo parola per  parola  un
    brano  che aveva copiato da un libro francese.   -  "C'est un rayon de
    lumire dans l'ombre, une nuance entre la douleur et le dsespoir, qui
    montre  la  consolation  possible"  [15.  C'  qualche  cosa  di  cos
    incantevole  nel sorriso della malinconia (...).  E' un raggio di luce
    nell'ombra,  una sfumatura tra il dolore e  la  disperazione,  che  fa
    sperare nella possibilit di un conforto].
    A ci Bors rispose scrivendo questi altri versi:

    Aliment de poison d'une me trop sensible,
    Toi, sans qui le bonheur me serait impossible,
    Tendre mlancolie, ah, viens me consoler,
    Viens calmer les tourments de ma sombre retraite
    Et mle une douceur secrte
    A ces pleurs que je sens couler
    [16.  Alimento  venefico  di  un animo troppo sensibile,  tu,  tenera
    malinconia,  senza la quale non potrei  avere  la  felicit,  vieni  a
    consolarmi,  vieni  a  placare  i tormenti della mia cupa solitudine e
    mescola una dolcezza segreta a queste lacrime che sento cadere].

    Julie sonava sull'arpa per Bors  i  notturni  pi  tristi.  Bors  le
    leggeva   ad   alta  voce  "La  povera  Liza"  (17)  e  spesso  doveva
    interrompere la lettura per la commozione che  gli  serrava  la  gola.
    Quando Julie e Bors si incontravano in societ, si guardavano come se
    fossero  le  uniche  persone indifferenti alle cose del mondo e che si
    comprendessero a vicenda.
    Anna Michjlovna,  che frequentava anch'essa il salotto  dei  Karagin,
    mentre   faceva  una  partita  a  carte  con  la  madre,   cercava  di
    raccogliere, tra un discorso e l'altro, informazioni sicure sulla dote
    di Julie (le davano  due  tenute  di  Penza  e  i  boschi  di  Niznij-
    Nvgorod).  Anna  Michjlovna,  docile  ai  voleri  della Provvidenza,
    guardava con commozione la raffinata malinconia che univa  suo  figlio
    alla ricca Julie.
    -  "Toujours charmante et mlancolique cette chre Julie" [18.  Sempre
    incantevole e malinconica questa cara Julie!]  -  diceva alla  figlia.
    -  Bors mi dice che in casa vostra l'anima si riposa.  Ha avuto tante
    disillusioni ed  cos sensibile!  -  diceva alla madre.
    E al figliuolo:
    - Ah,  mio caro,  come mi sono affezionata a Julie  in  questi  ultimi
    tempi!  Non  te  lo puoi immaginare!  E,  del resto,  chi potrebbe non
    volerle bene? E' una creatura cos celestiale! Ah, Bors, Bors!  -  E
    taceva per un momento.  -  E come mi fa pena sua madre  -  riprendeva.
    -  Oggi mi ha fatto vedere i conti e le lettere da  Penza  dove  hanno
    una  tenuta  vastissima:  deve  fare  tutto  lei,  da sola.  E come la
    ingannano, povera donna!
    Bors sorrideva impercettibilmente,  ascoltando  la  madre.  Sorrideva
    della  sua ingenua furberia,  ma l'ascoltava e talvolta la interrogava
    minuziosamente sulle propriet di Penza e di Niznij-Nvgorod.
    Da un pezzo Julie aspettava  una  dichiarazione  dal  suo  malinconico
    adoratore  ed  era  pronta  ad  accettarla.  Ma  un  senso  segreto di
    avversione verso la fanciulla,  verso il suo appassionato desiderio di
    sposarsi,  verso la sua mancanza di naturalezza, e insieme un senso di
    paura all'idea di dover rinunziare alla possibilit di un vero  amore,
    tratteneva  ancora  Bors.  Il  periodo  della  sua  licenza stava per
    scadere: egli trascorreva giornate  intere  in  casa  Karagin  e  ogni
    giorno,  ragionando con se stesso,  si riprometteva di fare la domanda
    il giorno seguente.  Ma in presenza di  Julie,  guardando  quel  volto
    rosso,  quel mento quasi sempre coperto di cipria, quegli occhi sempre
    umidi e l'espressione del viso che la rivelava sempre pronta a passare
    immediatamente  dalla  malinconia   all'entusiasmo   eccessivo   della
    felicit  coniugale,  Bors  non  riusciva  a  pronunziare  la  parola
    decisiva,  anche se con l'immaginazione si  vedeva  gi  da  un  pezzo
    padrone  delle  terre  di  Penza e di Niznij-Nvgorod e gi pensava al
    modo di impiegarne le rendite.
    Julie vedeva l'indecisione di Bors e talora pensava di non piacergli;
    ma subito dopo l'amor proprio femminile la consolava e la  induceva  a
    credere  che  soltanto  l'amore  fosse  la  causa  dell'imbarazzo  del
    giovane.  Ma  intanto  la  sua  malinconia  cominciava  a  mutarsi  in
    nervosismo  e,  poco  prima della partenza di Bors,  ella escogit un
    progetto decisivo.  Proprio nel periodo in cui stava  per  scadere  la
    licenza  di  lui,  comparve  a  Mosca,  e naturalmente nel salotto dei
    Karagin,  Anatolij  Kuragin,  e  Julie,   deposta  improvvisamente  la
    malinconia, divenne molto allegra e premurosa verso Anatolij.
    -  "Mon  cher",   -  diceva Anna Michjlovna al figlio  -  "je sais de
    bonne source que le prince Basile envoie son fils   Moscou  pour  lui
    faire pouser Julie" [19.  Mio caro, so da buona fonte che il principe
    Vassilij manda suo figlio a Mosca  per  fargli  sposare  Julie].  Sono
    tanto affezionata a Julie che mi dispiacerebbe per lei.  Che ne pensi,
    mio caro?
    Il pensiero di restare a bocca asciutta,  di avere inutilmente perduto
    tutto  quel  mese  di  faticosa  malinconia vicino a Julie e di vedere
    nelle mani di un altro,  e soprattutto di quell'imbecille di Anatolij,
    le  cospicue  rendite  dei  possedimenti  di  cui  gi  disponeva  con
    l'immaginazione,  fer profondamente Bors.  Si rec senza indugio dai
    Karagin,  fermamente  deciso  a  domandare la mano di Julie.  Julie lo
    accolse  con  un'aria  allegra  e  spensierata,   gli  descrisse   con
    leggerezza  quanto si fosse divertita al ballo della sera avanti e gli
    chiese quando sarebbe partito.  Sebbene  Bors  fosse  venuto  con  il
    proposito  di  dichiarare  il  suo  amore  e quindi con tutte le buone
    intenzioni  di  essere  affettuoso,   si  mise  tuttavia   a   parlare
    nervosamente della volubilit delle donne, della facilit con cui esse
    possono  passare  dalla  tristezza  alla  gioia,  e del loro umore che
    dipende soltanto da chi le corteggia.  Julie si offese e disse che era
    proprio cos,  che alle donne piace un po' di variet e che il sempre
    lo stesso viene a noia chiunque.
    - Perci vi  consiglio...    -    cominci  Bors,  desiderando  dirle
    qualcosa  di  pungente;  ma  in  quel  momento  gli balen il pensiero
    umiliante di poter partire da Mosca senza aver raggiunto il suo  scopo
    e dopo aver faticato inutilmente,  cosa che non gli succedeva mai.  Si
    interruppe a met discorso,  abbass gli occhi per non  vedere  quella
    faccia indecisa e irritata in modo cos antipatico e disse:
    - Non sono venuto qui per bisticciare con voi. Anzi...  -  e la guard
    per  accertarsi  se poteva continuare.  Tutta l'irritazione di lei era
    scomparsa di colpo e gli occhi inquieti e supplichevoli  lo  fissavano
    con avida attesa.
    Potr  sempre organizzarmi in modo da vederla di rado,  pens Bors.
    Ma la faccenda  iniziata  e  deve  essere  conclusa!.  Arross,  la
    guard risolutamente in viso e le disse:
    - Vi sono certamente noti i miei sentimenti verso di voi!
    Non   era  necessario  dire  altro:  il  viso  di  Julie  raggiava  di
    soddisfazione e di trionfo, ma ella lo costrinse a dirle tutto ci che
    si dice in simili casi,  ossia che l'amava e che non aveva  mai  amato
    alcuna donna pi di lei...  Sapeva che le tenute di Penza e di Niznij-
    Nvgorod  le  permettevano  di  esigere  quelle  dichiarazioni,  e  le
    ottenne.
    I  fidanzati,  senza  pi  ricordare  gli  alberi  che li coprivano di
    tenebra  e  di  malinconia,   cominciarono  subito  a   far   progetti
    sull'arredamento  della  casa  a Pietroburgo,  a recarsi in visita e a
    organizzare tutto il necessario per un fastoso matrimonio.


    CAPITOLO 6.

    Il conte Ilj Andreic' verso la fine di gennaio  giunse  a  Mosca  con
    Snja e con Natascia. La contessa, sempre indisposta, non era stata in
    grado  di partire e,  d'altra parte,  era impossibile aspettare che si
    ristabilisse: il principe Andrj era  atteso  a  Mosca  da  un  giorno
    all'altro,  inoltre  si  doveva  acquistare  il  corredo per Natascia,
    vendere la villa vicino a Mosca ed era inoltre necessario approfittare
    del soggiorno a Mosca del vecchio principe per presentargli la  futura
    nuora.  La  casa  dei Rostv a Mosca non era riscaldata,  il soggiorno
    sarebbe stato breve,  la contessa non  era  con  loro  e  perci  Ilj
    Andreic'  aveva  deciso  di  alloggiare  in  casa  di Mrija Dmtrevna
    Achrosmova, che da tempo aveva offerto al conte ospitalit.
    A tarda sera,  le quattro vetture dei Rostv si fermarono nel  cortile
    di  Mrija  Dmtrevna,  sulla Straja Konjscennaia.  Mrija Dmtrevna
    viveva sola.  La  figliuola  era  sposata,  e  i  figli  maschi  erano
    militari.
    Ella si teneva sempre eretta sulla persona,  diceva sempre francamente
    a ognuno, a voce alta e decisa, la propria opinione e con tutto il suo
    essere sembrava rimproverare  agli  altri  le  loro  varie  debolezze,
    passioni e predilezioni di cui ella non ammetteva la possibilit.  Sin
    dalle prime ore del mattino,  in  vestaglia,  accudiva  alle  faccende
    domestiche, poi, nei giorni di festa si recava alla Messa e, terminata
    la funzione,  alla casa di pena e alle prigioni,  dove aveva affari di
    cui non parlava con nessuno.
    Nei giorni feriali,  invece,  dopo essersi vestita,  riceveva in  casa
    postulanti  di ogni ceto che venivano da lei quotidianamente,  dopo di
    che si metteva a tavola. Al pranzo, succulento e gustoso, aveva sempre
    tre o quattro invitati;  dopo il pranzo faceva una partita a "boston";
    di sera,  mentre lavorava a maglia,  si faceva leggere i giornali o le
    ultime novit in campo librario. Molto di rado faceva eccezione a tali
    regole per uscire e, se usciva, era soltanto per recarsi in visita dai
    personaggi pi importanti della citt.
    Quando arrivarono i Rostv non si era ancora coricata e  ud  cigolare
    la porta dell'anticamera,  che si apriva per lasciare passare i Rostv
    e i loro domestici che giungevano portando una ventata del  freddo  di
    fuori.  Mrija  Dmtrevna,  con  gli  occhiali abbassati sul naso e la
    testa inclinata all'indietro, ritta sulla soglia del salotto, guardava
    con aria corrucciata e ostile coloro che entravano.  Si sarebbe potuto
    pensare  che  fosse  irritata  con  i  nuovi arrivati e che li avrebbe
    subito scacciati se, nello stesso tempo,  non avesse impartito precisi
    ordini  alla  servit  per una conveniente sistemazione degli ospiti e
    dei loro bagagli.
    - Sono quelle del conte?  Portale qui    -    disse,  indicando  certe
    valigie, senza salutare nessuno.  -  La roba delle signorine da questa
    parte,  a  sinistra.  Cosa  fate  voialtre,  laggi?    -   grid alle
    cameriere.  -  Preparate il samovr!  Ti sei ingrassata,  ti sei fatta
    pi bella  -  disse poi tirando a s,  per il cappuccio,  Natascia.  -
    Uh, come sei fredda! E tu, sbarazzati presto della pelliccia  -  grid
    al conte che voleva avvicinarsi per baciarle la mano.   -  Sei gelato,
    mio  caro!  Qui ci vuole del rum con il t...  Sonjuska "bonjour"!   -
    disse poi a Snja, attenuando con quel saluto francese il suo contegno
    un po' sprezzante e nello stesso tempo affettuoso verso la fanciulla.
    Quando gli ospiti,  liberatisi dalle  pellicce,  si  furono  messi  in
    ordine  dopo  il  viaggio  e  rientrarono  per prendere il t,  Mrija
    Dmtrevna li baci uno dopo l'altro.
    - Sono davvero contenta che siate venuti e che vi tratteniate da me  -
    disse.  -  Era ora...  -  soggiunse, guardando Natascia.- Il vecchio 
    gi qui e  aspetta  il  figlio  da  un  giorno  all'altro.  Bisogner,
    bisogner conoscerlo.  Ma ne riparleremo  aggiunse,  lanciando a Snja
    uno sguardo che diceva come non le garbasse toccare in presenza di lei
    quell'argomento.  -  E ora ascolta  -  disse, volgendosi al conte;   -
    per domani chi vuoi?  Chi manderai a chiamare?  Scinscin? uno...  -  e
    pieg un dito.  Quella piagnucolona di Anna Michjlovna,  e due...  E'
    qui con suo figlio.  Suo figlio si sposa.  E poi,  Bezuchov, no? Anche
    lui  qui con la moglie.  Era scappato via da lei,  ma  quella  gli  
    corsa dietro.  E' stato a pranzo da me mercoled. Be', quanto a queste
    signorine,   -  e indic le due fanciulle  -  domani le condurr  alla
    chiesa  di Iversk e poi passeremo dalla Aubert-Chalm (20)!  Credo che
    farete tutte cose alla moda, vero? Non prendere esempio da me: oggi le
    maniche si usano gonfie cos...  L'altro giorno  venuta a trovarmi la
    principessina  Irina  Vasslevna:  era  un  orrore!  Pareva che avesse
    infilato le braccia dentro due botticelle. Ormai si sa, la moda cambia
    ogni giorno! E tu, che cosa mi dici degli affari che ti hanno condotto
    qui   -  soggiunse, rivolgendosi al conte in tono severo.
    - Tante cose accumulate insieme  -  rispose il conte.   -    Anzitutto
    l'acquisto del corredo, poi si  presentato un acquirente per la villa
    e  per  la  casa.  Anzi,  se la vostra bont me lo consentir,  uno di
    questi giorni andr a Marnskoe e vi lascer le mie ragazze.
    - Benissimo,  benissimo...  qui da  me  saranno  al  sicuro,  come  al
    Consiglio di tutela. Le condurr dove si dovr andare, le sgrider, le
    vizier  -  disse Mrija Dmtrevna, accarezzando con la larga mano una
    guancia della prediletta Natascia, sua figlioccia.
    La  mattina  seguente  Mrija  Dmtrevna condusse le due ragazze prima
    alla chiesa di Iversk e poi da "madame" Aubert-Chalm,  la quale aveva
    una  tal  paura  di  Mrija  Dmtrevna  da  cederle i vestiti anche in
    perdita pur di liberarsene al  pi  presto.  Mrija  Dmtrevna  ordin
    quasi tutto il corredo. Quando furono rientrate a casa mand via tutti
    quanti  dalla sua camera ad eccezione di Natascia.  La fece avvicinare
    alla sua poltrona e le disse:
    - E ora discorriamo un po' noi  due.  Mi  congratulo  con  te  per  il
    fidanzato.  Hai  trovato un gran bel giovane!  Ne sono molto lieta per
    te: lo conosco da quando era alto cos...  -  e accenn a poco meno di
    un metro da terra. Natascia arross di gioia.   -  Voglio bene a lui e
    a tutta la sua famiglia. Ora ascoltami. Tu sai che il vecchio principe
    Nikolj non voleva che il figlio si sposasse. E' un vecchio bisbetico!
    Certo  il  principe  Andrj non  pi un ragazzo e pu fare a meno del
    suo consenso,  ma non  bello  entrare  in  una  famiglia  per  forza.
    Bisogna entrare con la pace,  con l'amore. Tu sei intelligente, saprai
    comportarti come si deve. Usa bont e comprensione, e vedrai che tutto
    andr per il meglio.
    Natascia taceva non gi per timidezza,  come pensava Mrija Dmtrevna,
    ma,   in   realt,   perch   le   dava  fastidio  che  altre  persone
    s'immischiassero nel suo amore per il principe Andrj,  amore  che  le
    pareva assai diverso da ogni altra cosa umana e che,  secondo lei, non
    poteva essere compreso da chicchessia.  Ella sola amava e conosceva il
    principe  Andrj,  il quale amava lei e doveva arrivare in quei giorni
    per sposarla. Questo le bastava.
    - Vedi,  io lo conosco da molto tempo e voglio bene anche a  Mscenka,
    la tua futura cognata. Le cognate, di solito, sono malevole, ma questa
    non  farebbe  male  a una mosca.  Mi ha chiesto di conoscerti.  Domani
    andrai da lei con tuo padre; cerca di entrare nelle sue grazie; sei tu
    la pi giovane. Quando verr il tuo fidanzato, avrai gi conosciuto la
    sorella e il padre, ed essi ti vorranno gi bene. D'accordo,  vero?  E
    tutto andr magnificamente. Non ti pare che sia meglio cos?
    - S, meglio  -  rispose Natascia, senza alcun entusiasmo.


    CAPITOLO 7.

    Il giorno successivo, per consiglio di Mrija Dmtrevna, il conte Ilj
    Andreic'  si  rec  con  Natascia  a  far  visita  al principe Nikolj
    Andrevic'. Il conte si preparava a quella visita con animo tutt'altro
    che sereno: in fondo al cuore aveva paura.  L'ultimo suo incontro  con
    il principe,  avvenuto al tempo dell'arruolamento quando,  in risposta
    al suo invito a pranzo,  aveva avuto un aspro rabbuffo per  lo  scarso
    numero  di  uomini raccolti,  era rimasto impresso profondamente nella
    sua memoria.  Natascia,  che aveva indossato il suo vestito pi bello,
    era,  al  contrario,  di  ottimo  umore.  E'  impossibile  che non mi
    vogliano bene, pensava. Tutti mi hanno sempre voluto bene. E io sono
    cos disposta a far per loro tutto ci che desiderano,  cos  disposta
    ad amare lui perch  suo padre e lei perch  sua sorella,  che non 
    possibile che non mi debbano voler bene!.
    Arrivarono alla vecchia,  cupa casa del principe in via Vozdvzenka ed
    entrarono nel vestibolo.
    - E ora ci accompagni la benedizione di Dio  -  mormor il conte,  tra
    il serio e lo scherzoso; ma Natascia not che suo padre si affrettava,
    entrando nel vestibolo e che appariva molto timido nel chiedere se  il
    principe  e la principessina fossero in casa.  Dopo che il loro arrivo
    fu annunziato,  avvenne  una  certa  confusione  tra  la  servit  del
    principe:  il  domestico  che  era andato ad annunziare la visita,  fu
    fermato nella sala da un altro domestico con il quale scambi  qualche
    parola  a bassa voce.  Una cameriera accorse frattanto nella sala e in
    fretta  e  furia  disse   sottovoce   qualche   cosa,   nominando   la
    principessina.  Finalmente  comparve un vecchio domestico dalla faccia
    arcigna a riferire che il principe non poteva  riceverli,  ma  che  la
    principessina  li  pregava  di  favorire da lei.  La prima persona che
    venne loro incontro fu "mademoiselle" Bourienne. Salut padre e figlia
    con  particolare  cortesia  e  li  accompagn   nella   stanza   della
    principessina.  Questa,  con  il  viso agitato,  spaurito,  coperto di
    chiazze rosse, venne, a sua volta, con il suo passo pesante,  incontro
    agli ospiti sforzandosi inutilmente di apparire cordiale e disinvolta.
    Alla  prima occhiata,  Natascia non piacque affatto alla principessina
    Mrija: la fanciulla le sembr troppo elegante, troppo frivola, gaia e
    vanitosa.  La principessina Mrija non si  rendeva  conto  che,  prima
    ancora di vedere la sua futura cognata,  era gi mal disposta verso di
    lei, perch inconsapevolmente ne invidiava la bellezza e la giovent e
    perch era gelosa dell'amore di suo fratello.  Oltre  che  per  questi
    invincibili  sentimenti di antipatia verso Natascia,  la principessina
    Mrija in quel momento era anche turbata perch,  sentendo  annunziare
    l'arrivo dei Rostv, il principe si era messo a gridare che non voleva
    vederli,  ma che la principessina Mrija era padronissima di riceverli
    purch nessuno osasse introdurli nelle sue stanze. La principessina si
    era decisa a ricevere i Rostv,  ma  temeva  a  ogni  istante  che  il
    vecchio  principe  uscisse  in una delle sue terribili trovate giacch
    appariva assai turbato e sconvolto dalla venuta dei Rostv.
    - Ecco, cara principessina,  vi ho condotto la mia figliuola  -  disse
    il conte,  inchinandosi e guardandosi attorno inquieto come se temesse
    di vedere comparire il vecchio principe.   -  Sono molto contento  che
    vi  conosciate...  Peccato,  peccato che il principe sia indisposto  -
    e, dopo aver pronunziato qualche frase generica, si alz.
    - Se permettete,  principessina,  vi lascio per un quarto d'ora la mia
    Natascia.  Io  vado  un  momento  qui  a  due  passi,  alla  Sobciaja
    Ploscjadka da Anna Semnovna e poi passo a riprenderla.
    Ilj Andreic' aveva escogitato quella astuzia diplomatica per dar modo
    alla futura cognata di parlare  a  cuore  aperto  con  Natascia  (come
    spieg  poi  alla  figlia)  e  anche  per evitare la possibilit di un
    incontro con il principe del quale aveva  tanta  paura.  Questo,  alla
    figlia  non  lo disse,  ma Natascia intu la paura e l'inquietudine di
    suo padre e se ne sent offesa.  Arross per lui,  si irrit ancor  di
    pi per essere arrossita e volse alla principessina uno sguardo ardito
    e  provocante  che pareva voler significare che lei non aveva paura di
    nessuno.  La principessina disse al conte di essere molto lieta  e  lo
    preg  di  trattenersi  un  po' a lungo presso Anna Semnovna;  e Ilj
    Andreic' se ne and.
    "Mademoiselle" Bourienne,  nonostante gli  sguardi  inquieti  lanciati
    dalla  principessina  Mrija  che  desiderava rimanere a tu per tu con
    Natascia,  non usciva  dalla  stanza  e  insisteva  nel  mantenere  la
    conversazione  sui  divertimenti e sugli spettacoli teatrali che Mosca
    offriva.  Natascia si sentiva offesa per  la  confusione  che  si  era
    verificata  in anticamera,  per l'inquietudine del padre e per il tono
    forzato  della  principessina  che  sembrava  concederle  una  grazia,
    ricevendola.  Perci si sentiva a disagio. La principessina Mrija non
    le piaceva: le pareva molto brutta, affettata e arida.  A un tratto si
    contrasse  spiritualmente  in se stessa e assunse,  senza volerlo,  un
    atteggiamento noncurante che allontanava  vieppi  da  lei  la  futura
    cognata. Dopo cinque minuti di faticosa, forzata conversazione, si ud
    il  lieve  scalpiccio di qualcuno che camminava in pantofole.  Il viso
    della principessina Mrija assunse un'espressione  spaventata,  mentre
    la  porta  della stanza si apriva e sulla soglia compariva il principe
    in berretto da notte bianco e in veste da camera.
    - Ah,  signora,   -   cominci  a  dire    -    signora  contessina...
    contessina Rostova,  se non mi sbaglio...  vi prego di scusarmi... Non
    sapevo, signorina,  non sapevo...  Dio mi  testimone che ignoravo che
    vi  foste  degnata  di onorarci di una visita...  E sono venuto da mia
    figlia in simile abbigliamento...  Vi prego ancora di scusarmi:  mi  
    testimone  Dio  che  non sapevo  -  ripet in modo cos poco naturale,
    insistendo sulla parola  Dio  e  in  tono  cos  antipatico  che  la
    principessina Mrija rimase ritta in piedi con gli occhi bassi,  senza
    osare guardare n il padre, n Natascia. Natascia, che si era alzata e
    poi rimessa a sedere,  non sapeva neanche lei che cosa fare.  Soltanto
    "mademoiselle" Bourienne sorrideva con grazia.
    -  Prego  di scusarmi!  Dio mi  testimone che non sapevo  -  borbott
    ancora il vecchio e,  dopo aver  squadrato  Natascia  dalla  testa  ai
    piedi,  usc  dalla  stanza.  "Mademoiselle"  Bourienne  fu la prima a
    riaversi dopo quell'apparizione e si mise  a  parlare  della  malferma
    salute del principe.  Natascia e la principessina Mrija si guardavano
    in silenzio e,  quanto pi  si  guardavano  senza  esprimere  ci  che
    avrebbero  voluto  dire,   tanto  pi  si  giudicavano  con  antipatia
    reciproca.
    Quando il conte ritorn,  Natascia manifest in modo scortese  la  sua
    gioia e si affrett ad accomiatarsi;  in quel momento sentiva quasi di
    odiare quella vecchia,  arida principessina che aveva potuto  metterla
    in  una  situazione  cos  imbarazzante  e  trascorrere con lei pi di
    mezz'ora senza dirle una parola del principe Andrj.
    Certo non potevo essere io la prima a parlare di lui davanti a quella
    francese, pensava Natascia. In quello stesso momento la principessina
    Mrija si tormentava per lo stesso motivo.  Sapeva quello che  avrebbe
    dovuto  dire  a  Natascia,  ma  non  aveva  potuto  farlo  perch  era
    imbarazzata dalla presenza di "mademoiselle" Bourienne  e  poi  perch
    neppure  lei  sapeva per quale motivo le riuscisse cos penoso parlare
    di quel matrimonio. Quando il conte stava per uscire dalla stanza,  la
    principessina  Mrija  si accost rapidamente a Natascia,  le prese la
    mano e, sospirando profondamente, le disse:
    - Aspettate... Devo dirvi...
    Natascia la guard,  senza ella stessa  sapere  il  perch,  con  aria
    ironica.
    -  Cara Nathalie,   -  continu la principessina Mrija  -  devo dirvi
    che sono molto contenta che mio fratello abbia trovato la  felicit...
    -    Si  interruppe,  sentendo  di  non essere sincera.  Natascia not
    quell'esitazione e ne comprese la causa.
    - Mi pare, principessina,  che non sia il momento di parlare di queste
    cose   -  disse Natascia con apparente dignitosa freddezza,  ma con le
    lacrime che le facevano groppo alla gola.
    Che cosa ho detto?  Che cosa ho fatto?,  pens poi,  non  appena  fu
    uscita.
    Quel  giorno  Natascia  si  fece aspettare a lungo all'ora del pranzo.
    Chiusa in camera sua,  piangeva a dirotto come una bimba,  soffiandosi
    il  naso  e singhiozzando.  Snja,  ritta accanto a lei,  le baciava i
    capelli.
    - Natascia,  che hai?   -  le chiedeva.   -  Che ti importa  di  loro?
    Passer tutto, Natascia.
    - No, se tu sapessi com' umiliante... come se io...
    -  Non  dir cos,  Natascia,  tu non hai colpa alcuna,  che te ne deve
    importare?  -  disse Snja.
    Natascia sollev il capo e,  dopo aver baciato  sulle  labbra  la  sua
    amica, premette contro di lei il viso inondato di lacrime.
    - Non posso dirlo,  non lo so.  Nessuno ha colpa  -  rispose Natascia.
    -  Io s, io sono colpevole! Ma tutto ci  terribile. Perch egli non
    torna?
    Entr in sala da pranzo con gli occhi rossi. Mrija Dmtrevna, che era
    al corrente dell'accoglienza fatta dal principe ai  Rostv,  finse  di
    non  accorgersi  del  viso  sconvolto  di Natascia e durante il pranzo
    chiacchier e scherz a voce alta con il conte e con gli altri ospiti.


    CAPITOLO 8.

    Quella sera i Rostv  si  recarono  all'opera,  per  la  quale  Mrija
    Dmtrevna aveva acquistato i biglietti.
    Natascia non voleva andare, ma non era possibile rifiutare la cortesia
    di Mrija Dmtrevna, dedicata esclusivamente a lei. Quando, entrata in
    salotto,  gi  vestita,  in  attesa  del  padre,  si guard nel grande
    specchio, Natascia vide di essere bella, molto bella, e questo la rese
    ancora pi triste, ma di una tristezza dolce e soffusa di tenerezza.
    Mio Dio,  se egli fosse qui non mi accadrebbe pi  di  sentirmi  cos
    stupidamente  intimidita  come  mi    capitato,   ma  lo  abbraccerei
    semplicemente,  stringendomi forte a lui,  lo obbligherei a  guardarmi
    con quei suoi occhi scrutatori e curiosi,  con cui spesso mi guardava,
    e poi lo farei ridere come rideva allora... e i suoi occhi... oh, come
    li vedo i suoi occhi!,  pensava Natascia.  E che  m'importa  di  suo
    padre  e di sua sorella...  io amo lui soltanto lui,  lui con quel suo
    viso e quei suoi occhi,  lui con quei suo sorriso virile e infantile a
    un tempo.  No,  meglio non pensare a lui, non pensare... e dimenticare
    tutto, tutto,  per ora!  Io non sopporterei quest'attesa,  mi metterei
    subito a singhiozzare...,  e si allontan dallo specchio, facendo uno
    sforzo su se stessa per non piangere.  E come riesce Snja  ad  amare
    Niklinka  con  tanta  serenit e calma e ad aspettarlo cos a lungo e
    cos pazientemente?, pens,  vedendo entrare Snja,  gi pronta anche
    lei  e  con  il  ventaglio in mano.  Ma lei  diversa,  completamente
    diversa. Io non posso!.
    Natascia si sentiva in quel momento cos commossa e piena di tenerezza
    che le pareva troppo poco amare ed essere amata: aveva  bisogno,  ora,
    di abbracciare subito l'uomo amato,  di parlargli e di udire dalle sue
    labbra le parole di amore di cui il suo cuore era  colmo.  Mentre,  in
    carrozza,  sedeva  accanto  al padre e guardava pensierosa la luce dei
    fanali che si riflettevano sui vetri coperti di gelo,  si sent ancora
    pi  innamorata  e pi triste,  e dimentic con chi era e dove andava.
    Nella fila delle altre carrozze,  quella  dei  Rostv,  le  cui  ruote
    facevano  scricchiolare  la neve,  si avvicinava al teatro.  Quando si
    ferm, Natascia e Snja balzarono a terra,  sollevando i loro vestiti,
    scese poi il conte sorretto dai servitori e tutti e tre, fra signore e
    cavalieri che entravano,  e venditori di programmi, si avviarono lungo
    il corridoio. Dietro gli usci semiaperti dei palchi gi si udiva l'eco
    della musica.
    - "Nathalie,  vos cheveux" [21.  Nathalie,  i capelli!]   -    mormor
    Snja,   mentre  la  maschera,  scivolando  rapidamente  davanti  alle
    signorine,  apriva con garbo la porta del  palco.  La  musica  si  ud
    allora  pi  distintamente,  balenarono le file dei palchi illuminati,
    pieni di signore con le spalle e le braccia nude, e la platea rumorosa
    e scintillante di uniformi.  La signora che entrava nel palco  attiguo
    ebbe  per  Natascia uno sguardo di donna invidiosa.  Il sipario non si
    era ancora alzato,  e  l'orchestra  eseguiva  il  preludio.  Natascia,
    riassettandosi il vestito, entr insieme con Snja e diede un'occhiata
    alle file illuminate dei palchi dirimpetto. La sensazione, da un pezzo
    non provata,  che centinaia di occhi guardassero il suo collo e le sue
    braccia nude,  s'impadron a un tratto di lei,  gradevole e sgradevole
    insieme,  suscitando  nella  sua  mente  uno  sciame  di  ricordi e di
    desideri, collegati a quella sensazione.
    Le  due  fanciulle,  Natascia  e  Snja,  notevolmente  graziose,   in
    compagnia  del  conte Ilj Andreic' che da molto tempo non era stato a
    Mosca, attiravano l'attenzione generale.  Inoltre tutti sapevano pi o
    meno  vagamente  del  fidanzamento di Natascia con il principe Andrj,
    sapevano che da allora i Rostv vivevano in campagna e osservavano con
    curiosit la fidanzata di uno dei migliori partiti di Mosca.
    Come tutti le dicevano, in campagna Natascia si era fatta pi bella, e
    quella sera,  a cagione dello stato di eccitamento in cui si  trovava,
    era  particolarmente  attraente.  Colpiva la sua pienezza di vita e di
    bellezza  unita  alla  totale  indifferenza  verso  tutto  quanto   la
    circondava.  I  suoi  occhi  neri  guardavano  la  folla senza cercare
    nessuno in particolare,  e il suo braccio sottile,  nudo  sino  al  di
    sopra del gomito,  restava abbandonato sul davanzale di velluto mentre
    la mano ora si chiudeva ora si apriva inconsapevolmente  gualcendo  il
    programma.
    - Guarda,   -  disse Snja  -  ecco l'Alnina: mi pare che sia con sua
    madre.
    - Santi benedetti, Michal Kirillyc'  ingrassato ancora!   -  osserv
    il vecchio conte.
    - Guardate la nostra Anna Michjlovna, che tcco ha in testa!
    -  I  Karagin,  Julie,  e  Bors   con loro.  Si vede subito che sono
    fidanzati!
    - Drubetzkj ha gi fatto la sua domanda...  E come  no?  L'ho  saputo
    oggi  -  disse Scinscin entrando nel palco dei Rostv.
    Natascia guard nella direzione in cui guardava suo padre e vide Julie
    con  una  collana  di  perle attorno al collo grasso e rosso (Natascia
    sapeva che era coperto di cipria),  seduta con aria beata accanto alla
    madre.
    Alle loro spalle,  sorridendo,  con l'orecchio chino verso la bocca di
    Julie, si vedeva la bella testa accuratamente pettinata di Bors. Egli
    guardava di sottecchi i Rostv e,  sorridendo,  diceva  qualcosa  alla
    fidanzata.
    Sta  parlando  di  noi,  di  me,  pens Natascia.  E certamente sta
    cercando di placare la gelosia della sua  fidanzata  verso  di  me  Ha
    torto   di   preoccuparsi  tanto!   Se  sapesse  come  mi  sono  tutti
    indifferenti!.
    Dietro alla giovane coppia,  in fondo al palco,  con il tcco verde in
    testa,  il  viso festoso,  felice,  ma rassegnato alla volont di Dio,
    sedeva  Anna  Michjlovna.   Nel  palco  regnava  quell'atmosfera  che
    circonda  due  fidanzati,  che  Natascia  conosceva cos bene e che le
    piaceva tanto.  Ella si volt e a un tratto  le  ritorn  al  pensiero
    tutto ci che l'aveva umiliata durante la visita del mattino.
    Che  diritto  ha  quel  vecchio  di  non volermi accogliere nella sua
    famiglia? Ah,   meglio non pensarci,  non pensarci sino al ritorno di
    Andrj!,  disse  a  se  stessa,  e  cominci a osservare in platea le
    persone note e  quelle  che  non  conosceva.  Davanti  alle  poltrone,
    proprio  a  met  fila  con  le spalle appoggiate alla ribalta,  stava
    Dlochov che indossava  un  costume  persiano,  con  la  folta  chioma
    ricciuta  piegata  all'indietro.  Ritto  nel  punto  pi  in vista del
    teatro,  conscio di attirare su di s l'attenzione  dell'intera  sala,
    aveva  un  contegno  perfettamente disinvolto,  come se si trovasse in
    camera sua.  Attorno a lui si affollava la giovent pi  brillante  di
    Mosca tra la quale egli, era evidente, primeggiava.
    Il  conte  Ilj  Andreic',  ridendo,  tocc  con  il  gomito Snja che
    arrossiva e le indic il suo adoratore di un tempo.
    - L'hai riconosciuto?   -  le domand.    -    Di  dove  diavolo  sar
    sbucato?   -  prosegu volgendosi a Scinscin.   -  Mi pareva che fosse
    scomparso...
    - S  -  rispose Scinscin.  -  E' stato nel Caucaso, di l  scappato,
    e dicono che sia stato ministro di non so quale  principe  persiano  e
    che  abbia ucciso il fratello dello Sci.  Infatti tutte le signore di
    Mosca perdono la testa per lui!  "Dolochoff le Persien" [22.  Dlochov
    il  persiano]  e basta.  Ora non si parla che di lui,  lo si vuole nei
    banchetti,  come uno storione  -  disse  Scinscin.    -    Dlochov  e
    Anatolij Kuragin hanno fatto uscir di senno tutte le nostre signore!
    Nel  palco  attiguo entr una dama alta e bella con una folta treccia,
    le spalle candide e piene molto scoperte e una doppia fila  di  grosse
    perle  attorno al collo.  Impieg molto tempo per mettersi a posto nel
    palco,  facendo frusciare  l'ampia  veste  di  seta.  Natascia  guard
    involontariamente  quel  collo,  quelle spalle,  quelle perle,  quella
    pettinatura, ammirando lo splendore delle spalle e delle perle. Mentre
    Natascia per la seconda volta la guardava,  la donna si volse  e,  non
    appena  i suoi occhi ebbero incontrato quelli del conte Ilj Andreic',
    chin il capo in segno di saluto e sorrise. Era la contessa Bezchova,
    la moglie di Pierre.  Ilj Andreic',  che  conosceva  tutti  nell'alta
    societ, si sporse dal palco per discorrere con lei.
    - Siete qui da molto tempo, contessa?  -  le domand.  -  Verr, verr
    a  baciarvi la mano.  Sono venuto a Mosca per affari e ho condotto con
    me le mie ragazze.  Si dice che la  Semnovna  canti  divinamente.  Il
    conte Ptr Kirillyc' non ci ha mai dimenticati. E' qui?
    -  S,  aveva  intenzione  di  venire    -    rispose  Elen,  e guard
    attentamente Natascia.
    Il conte Ilj Andreic' torn a sedersi.
    - Bella, vero?  -  sussurr a Natascia.
    - Una meraviglia!   -  esclam la  fanciulla.    -    Impossibile  non
    innamorarsene!
    In  quel  momento  risonarono  gli  ultimi accordi del preludio,  e il
    direttore  d'orchestra  diede  un  colpo  secco  sul  leggio  con   la
    bacchetta.  In  platea  i  ritardatari  raggiunsero  i loro posti e il
    sipario si alz.
    Allora nei palchi e in platea si fece  un  gran  silenzio;  tutti  gli
    uomini, vecchi o giovani, in divisa o in marsina, tutte le signore con
    il   corpo   seminudo  coperto  di  splendide  gemme,   fissarono  sul
    palcoscenico la loro attenzione. E anche Natascia si mise a guardare.


    CAPITOLO 9.

    La parte centrale della scena, fatta di un assito piano,  era limitata
    ai  lati da cartoni dipinti che rappresentavano alberi;  lo sfondo era
    costituito da una tela tesa  su  un  telaio.  Nel  mezzo  della  scena
    sedevano  alcune fanciulle in corpetto rosso e gonna bianca.  Un'altra
    ragazza, molto grassa,  che indossava un abito di seta bianca,  sedeva
    in disparte,  su una panchina bassa,  dietro la quale era incollato un
    cartone verde.  Cantavano tutte insieme.  Quando ebbero  terminata  la
    loro  canzone,  la  donna vestita di bianco si avvi verso la buca del
    suggeritore e,  mentre vi si stava avvicinando,  un uomo dalle  grosse
    gambe  coperte  da  un  paio  di  calzoni  di seta,  un pennacchio sul
    cappello e un pugnale alla cintura, incominci a cantare allargando le
    braccia.
    Dapprima cant l'uomo  in  calzoni  corti,  poi  la  donna,  e  infine
    tacquero  entrambi;  poi la musica riattacc,  l'uomo prese tra le sue
    una mano della ragazza biancovestita, in evidente attesa della battuta
    per  riprendere  il  duetto.   Concluso  il  duetto,   gli  spettatori
    cominciarono ad applaudire e a gridare, mentre l'uomo e la donna sulla
    scena,  che raffiguravano due innamorati,  si inchinavano sorridendo e
    allargando le braccia.
    Tutto questo a Natascia,  dopo la vita trascorsa in campagna e il  non
    lieto   stato  d'animo  nel  quale  si  trovava,   appariva  strano  e
    stupefacente.  Ella non riusciva n a seguire la vicenda dell'opera n
    ad  ascoltare  la musica;  vedeva soltanto dei cartoni dipinti,  degli
    uomini e delle  donne  vestiti  in  modo  strano,  i  quali,  in  modo
    altrettanto  strano,  si  movevano,  parlavano e cantavano sulla scena
    sotto  una  luce  abbagliante;  sapeva  che  cosa  tutto  ci  dovesse
    rappresentare,  ma era tutto talmente falso e privo di naturalezza che
    a tratti si vergognava per gli attori,  a tratti le veniva  voglia  di
    ridere.   Intanto  si  guardava  attorno,   osservando  i  visi  degli
    spettatori,  sui quali cercava l'espressione della perplessit e della
    canzonatura che erano dentro di lei,  ma tutti quei visi erano attenti
    a ci che accadeva sulla scena ed  esprimevano  un'ammirazione  che  a
    Natascia pareva simulata.
    Forse  dev'essere  proprio cos!,  pensava la fanciulla.  E guardava
    alternativamente ora in platea le lunghe file delle teste  impomatate,
    ora  nei  palchi le signore scollate e specialmente la sua vicina Elen
    che, seminuda,  con un sorriso freddo e calmo,  fissava la scena senza
    mai  distoglierne  gli occhi,  avvertiva la luce che si diffondeva per
    tutta la sala e il tepore dell'aria riscaldata dalla folla.  A poco  a
    poco  si  sentiva  invadere  da  una specie di ebbrezza non provata da
    molto tempo.  Non si ricordava n chi fosse,  n dove si trovasse,  n
    che  cosa accadesse davanti a lei.  Guardava e pensava,  e le idee pi
    strane e pi inattese le balenavano alla mente,  sconnesse e  confuse.
    Ora  le  veniva  l'idea  di  fare  un salto sul proscenio e di cantare
    l'aria che eseguiva la prima donna,  ora di picchiare con il ventaglio
    un  vecchietto  seduto a breve distanza da lei,  ora di chinarsi verso
    Elen e di farle il solletico.
    In uno dei momenti in  cui  tutto  taceva  in  attesa  dell'inizio  di
    un'aria, la porta della platea, dalla parte dove si trovava il palco
    dei  Rostv,  cigol  e si udirono i passi di qualcuno che giungeva in
    ritardo.
    - Ecco Kuragin!  -  sussurr Scinscin.
    La contessa  Bezchova  si  volse  sorridendo  a  colui  che  entrava.
    Natascia  segu  la  direzione  di quello sguardo e vide un bellissimo
    aiutante di campo dall'aria spavalda, e in pari tempo cortese,  che si
    avvicinava  al  loro palco.  Era Anatolij Kuragin che ella aveva visto
    molto tempo addietro e notato al ballo di Pietroburgo.  Indossava  ora
    la  divisa  di aiutante di campo da mezza sera con una sola spallina e
    gli alamari.  Camminava con un'andatura lenta e spavalda  che  sarebbe
    stata ridicola se egli non fosse stato cos bello e se il suo viso non
    avesse avuto quell'espressione di gioviale soddisfazione e di gaiezza.
    Quantunque la rappresentazione fosse cominciata,  egli camminava senza
    affrettarsi sul tappeto del corridoio  facendo  appena  tintinnare  la
    sciabola  e  gli  speroni  e  tenendo eretta la bella testa profumata.
    Guardando fissamente Natascia, si avvicin alla sorella, pose una mano
    guantata sul parapetto del palco,  fece a Elen un cenno con il capo e,
    chinatosi, le domand qualcosa indicando Natascia.
    -  "Mais  charmante!"  [23.  Ma  incantevole!]   -  disse,  certamente
    parlando della fanciulla, che non ud le parole ma che le indovin dal
    movimento delle labbra di lui.
    Poi pass nella prima fila, si sedette accanto a Dlochov,  e lo tocc
    con il gomito,  dando un leggero e amichevole colpetto a quel Dlochov
    al quale gli altri usavano tanti riguardi.  Gli sorrise,  ammiccando e
    appoggi un piede sulla ribalta.
    -  Come si assomigliano fratello e sorella!  E come sono belli tutti e
    due!  -  osserv il conte.
    Scinscin cominci a raccontargli  sottovoce  la  storia  di  un  certo
    intrigo che Kuragin aveva a Mosca, e Natascia tese l'orecchio, proprio
    perch egli aveva detto di lei che era "charmante".
    Fin il primo atto.  Tutti gli spettatori della platea si alzarono, si
    confusero insieme e cominciarono a muoversi e a uscire.
    Bors venne nel palco  dei  Rostv.  Accolse  con  semplicit  i  loro
    rallegramenti  e,  con le sopracciglia alzate e le labbra atteggiate a
    un  sorriso  distratto,  preg  Natascia  e  Snja,   da  parte  della
    fidanzata,  di non mancare alle nozze, e usc. Natascia con un sorriso
    gaio e civettuolo aveva conversato con lui e si era rallegrata per  il
    matrimonio   di  quello  stesso  Bors  di  cui  un  tempo  era  stata
    innamorata.  Nello stato di ebbrezza in cui si trovava tutto le pareva
    semplice e naturale.
    Elen,  seminuda,  sedeva  presso  di lei e sorrideva indistintamente a
    tutti nello stesso modo con cui Natascia aveva sorriso a Bors.
    Il palco di Elen si era riempito di gente e, dalla parte della platea,
    era affollato dagli uomini pi illustri e pi  noti  della  citt  per
    nascita e talento,  i quali parevano voler ostentare di fronte a tutti
    di conoscere la bella donna.
    Per tutta la durata  dell'intervallo,  Kuragin  rimase  in  piedi  con
    Dlochov  davanti  alla  ribalta  e non cess di guardare il palco dei
    Rostv.  Natascia sapeva che egli parlava di lei e ne provava piacere;
    anzi, si era voltata in modo che egli potesse guardarla di profilo, la
    posa che,  a suo parere,  le era pi favorevole. Prima che cominciasse
    il secondo atto comparve in platea Pierre,  che i Rostv dopo il  loro
    arrivo  non  avevano  ancora  incontrato.   Era  triste  in  viso,   e
    dall'ultima volta che Natascia lo aveva veduto, era ancora ingrassato.
    Senza badare a nessuno,  and  a  prendere  posto  nella  prima  fila.
    Anatolij  gli  si  avvicin  e  si  mise  a  parlargli,   guardando  e
    indicandogli con lo sguardo  il  palco  dei  Rostv.  Pierre,  vedendo
    Natascia, si rianim e si affrett, attraverso le file delle poltrone,
    ad  avvicinarsi  al  suo  palco.  Giunto l sotto appoggi i gomiti al
    parapetto, parl a lungo con Natascia, sorridendo.
    Durante la conversazione con Pierre,  Natascia  ud  nel  palco  della
    contessa  Bezchova  una  voce  di uomo,  e indovin che era quella di
    Kuragin.  Si volse,  e il suo sguardo incontr  quello  di  lui.  Egli
    sorridendo appena la guardava diritto negli occhi con uno sguardo cos
    entusiasta  e  cos  tenero  che  a lei parve strano di essergli tanto
    vicina,  di guardarlo in quel modo e di avere la certezza di piacergli
    e di non conoscerlo.
    Al secondo atto lo scenario rappresentava dei monumenti,  e nella tela
    di fondo era praticato un foro illuminato  che  raffigurava  la  luna.
    Furono tolti i paralumi dalla ribalta; tromba e contrabbasso presero a
    sonare  in  chiave  di  basso e da destra e da sinistra comparvero sul
    palcoscenico molti uomini avvolti in mantelli neri.  Costoro si misero
    a  gesticolare,  tenendo in mano qualcosa di simile a un pugnale;  poi
    altre persone accorsero,  trascinando fuori la giovane  donna  apparsa
    nel primo atto vestita di bianco e che ora indossava un abito celeste.
    Ma  non  la  trascinarono  fuori  subito:  cantarono a lungo con lei e
    infine la portarono via e dietro le quinte furono battuti  allora  tre
    colpi su qualcosa di metallico, mentre tutti si mettevano in ginocchio
    e  intonavano  una  preghiera.  Tutte  queste  scene furono interrotte
    parecchie volte dalle grida entusiaste degli spettatori.
    Durante questo atto,  ogni volta che  Natascia  si  voltava  verso  la
    platea,  vedeva Anatolij Kuragin che, con un braccio abbandonato sulla
    spalliera della poltrona, la guardava.  Le faceva piacere vederlo cos
    pieno di ammirazione per lei e non la sfiorava neppure il pensiero che
    in ci potesse esserci qualche cosa di male.
    Dopo la fine del secondo atto,  la contessa Bezchova si alz si volse
    verso il palco dei Rostv (il suo petto era  completamente  scoperto),
    chiam a s con un cenno del dito inguantato il vecchio conte e, senza
    curarsi  di  coloro che entravano nel suo palco,  si mise a parlargli,
    sorridendo con grazia.
    - Fatemi dunque conoscere le vostre graziose figliuole  -    disse  al
    vecchio conte.  -  Tutta la citt parla di loro, e io non le conosco.
    Natascia si alz e fece una riverenza alla contessa. La lode di quella
    creatura  sfolgorante  di bellezza le giunse tanto gradita che arross
    di piacere.
    - Ora, voglio diventare anch'io moscovita!  -  disse Elen.   -  E voi,
    conte,  come  mai  non vi vergognate di tener nascoste in campagna due
    perle come queste?
    La  contessa  Bezchova  era   giustamente   considerata   una   donna
    squisitamente   cortese.   Sapeva   dire   cose  che  non  pensava  e,
    soprattutto, sapeva adulare con semplicit e naturalezza.
    - No,  caro conte,  voi mi dovete permettere di occuparmi delle vostre
    figliuole,  sebbene,  come voi,  io non debba trattenermi qui a lungo.
    Cercher di farle divertire.  Gi a  Pietroburgo  ho  sentito  parlare
    molto  di  voi    -    disse  a Natascia con il suo bel sorriso sempre
    uguale.   -  Ho sentito parlare di voi  dal  mio  paggio,  Drubetzkj,
    avete saputo che si sposa? e da un amico di mio marito, Bolkonskij, il
    principe  Andrj  Bolkonskij   -  e pronunzi quel nome con un accento
    particolare,  facendo cos intendere di essere al corrente del  legame
    di  lui  con  Natascia.  Preg  poi  il  conte,  per  fare  pi  ampia
    conoscenza,  di permettere a una delle signorine di assistere al resto
    dello spettacolo nel suo palco, e Natascia pass da lei.
    La  scena  del  terzo  atto  rappresentava  la  sala  di  un  palazzo,
    illuminato da numerose candele,  le cui pareti erano ornate  da  molti
    ritratti  di cavalieri con la barbetta.  In mezzo alla sala stavano in
    piedi due attori,  probabilmente il re e la regina.  Il re agitava  la
    destra e,  visibilmente intimidito,  cant male una strofa qualsiasi e
    and a sedersi su un  trono  cremisi.  La  fanciulla,  che  prima  era
    apparsa  vestita  di  bianco,  poi  di  celeste,  e  che indossava ora
    soltanto la camicia e aveva i capelli sciolti,  stava presso il trono.
    Cantava con voce dolente,  rivolgendosi alla regina; ma il re agit la
    mano con gesto severo e a quel gesto da destra e da sinistra  uscirono
    uomini  e  donne con gambe nude,  e si misero a ballare tutti insieme.
    Poi i violini attaccarono con molta finezza un motivo  allegro  e  una
    delle  ragazze  che aveva grosse le gambe nude e magre le braccia,  si
    stacc dalle altre, spar dietro una quinta,  si aggiust il corsetto,
    ritorn  in  mezzo  alla  scena  e  si  mise  a saltellare e a battere
    rapidamente un piede contro l'altro.
    In platea scoppiarono applausi e grida  di  bravo!.  Poi  uno  degli
    uomini si ritir in un angolo.  Nell'orchestra,  i timpani e le trombe
    sonarono pi forte e quell'uomo con le gambe nude si mise a saltare da
    solo molto in alto battendo rapidamente le gambe l'una contro l'altra.
    (Quell'uomo era Duport che  percepiva,  per  quell'arte,  sessantamila
    rubli all'anno). In platea, nei palchi, nelle gallerie, gli spettatori
    si  diedero  ad applaudire e a gridare freneticamente,  mentre l'uomo,
    fermatosi, sorrideva e faceva inchini da tutte le parti. Poi ballarono
    altri uomini e altre donne,  tutti con le gambe nude;  poi di nuovo il
    re grid qualcosa e tutti ripresero a cantare.  Ma a un tratto scoppi
    un uragano: in orchestra si udirono  scale  cromatiche  e  accordi  di
    settima minore; tutti fuggirono, trascinarono dietro le quinte uno dei
    presenti  e  il sipario cal.  Tra gli spettatori si levarono di nuovo
    applausi fragorosi e formidabili grida di entusiasmo.
    - Duport! Duport! Duport!
    A Natascia tutto ci non pareva pi strano.  Sorrideva gioiosamente  e
    si guardava attorno, con piacere.
    -  "N'est-ce  pas  qu'il est admirable,  Duport?" [24.  Non  vero che
    Duport  ammirevole?]  -  disse Elen, volgendosi a lei.
    - "Oh, oui!"  -  rispose Natascia.


    CAPITOLO 10.

    Durante l'intervallo,  un soffio d'aria fredda penetr  nel  palco  di
    Elen: la porta si apr e Anatolij entr,  curvandosi e cercando di non
    incomodare nessuno.
    - Permettetemi di presentarvi mio fratello  -   disse  Elen,  volgendo
    gli occhi inquieti da Natascia ad Anatolij.
    Natascia  gir sopra la spalla nuda la sua graziosa testolina verso il
    bel giovanotto e sorrise.  Anatolij,  non meno bello da vicino che  da
    lontano,  le  si  sedette accanto e le disse che desiderava avere quel
    piacere da molto tempo,  sin dalla sera del ballo  in  casa  Nariskin,
    durante  il  quale  egli  aveva  avuto  l'indimenticabile  fortuna  di
    incontrarla. Kuragin in compagnia delle donne era molto pi semplice e
    pi intelligente di quanto non lo fosse  in  compagnia  degli  uomini.
    Discorreva con disinvoltura e scioltezza,  e Natascia fu stranamente e
    piacevolmente colpita dal fatto che quell'uomo,  sul  quale  correvano
    tante  dicerie,  non  solo  non aveva nulla di terribile,  ma che anzi
    sorrideva nel modo pi ingenuo,  pi gaio e pi mite  che  si  potesse
    immaginare.
    Egli  la interrog sull'impressione che le aveva fatto lo spettacolo e
    le raccont che, durante la rappresentazione antecedente, la Semnovna
    mentre cantava era caduta.
    - Sapete, contessina,  -  le disse a un tratto,  volgendosi a lei come
    a  una  vecchia  conoscenza    -   che stiamo organizzando un ballo in
    costume? Dovreste proprio parteciparvi, vi divertireste moltissimo. Ci
    riuniremo tutti a casa  Archarov.  Venite  anche  voi,  vi  prego.  Ci
    verrete, vero?  -  domand.
    Mentre  diceva  queste cose,  non distoglieva gli occhi sorridenti dal
    collo e dalle braccia nude di  Natascia.  Ella  sentiva  con  assoluta
    certezza che egli l'ammirava; ci le faceva piacere ma, chiss perch,
    la  presenza  di  quell'uomo  le  dava  un senso di disagio e di pena.
    Quando non lo guardava,  sapeva che  egli  fissava  le  sue  spalle  e
    involontariamente  era  attratta  a intercettarne lo sguardo affinch,
    piuttosto,  la guardasse negli  occhi;  ma,  fissandolo,  sentiva  con
    terrore  che  tra  loro due non esisteva quella barriera di pudore che
    sempre avvertiva tra s e gli altri uomini.  Senza sapere  come,  dopo
    cinque minuti, si sentiva in intimit con lui. E quando si voltava era
    presa dalla paura che,  stando alle sue spalle,  egli le afferrasse il
    braccio  nudo  o  la  baciasse  sul  collo.   Discorrevano   di   cose
    semplicissime,  eppure ella sentiva di essere vicina a lui come non lo
    era mai stata a nessun altro.  Natascia guardava Elen e il padre  come
    se  volesse chieder loro che cosa significasse ci che stava provando,
    ma Elen era intenta a conversare con un generale e non rispose al  suo
    sguardo, e gli occhi del padre le dissero soltanto ci che le dicevano
    sempre: Ti diverti, eh? Ne sono lieto!.
    In  un momento di silenzio imbarazzante,  durante il quale Anatolij la
    guardava tranquillamente e ostinatamente con i suoi  occhi  sporgenti,
    Natascia,  per  eliminare  quel  disagio,  gli domand se gli piacesse
    Mosca.  Glielo domand e arross.  Ogni volta  che  gli  rivolgeva  la
    parola  aveva  l'impressione  di  commettere qualcosa di sconveniente.
    Anatolij sorrise come per farle coraggio.
    - Da principio non mi piaceva molto: che cosa, infatti,  rende gradita
    una citt? "Ce sont les jolies femmes", non  vero? Ora mi piace molto
    -  aggiunse.   -  Dunque,  contessina,  verrete al ballo?  Veniteci  -
    insist e,  stendendo la mano al mazzo di fiori di lei e abbassando la
    voce,  continu:  -  "Vous serez la plus jolie. Venez, chre comtesse,
    et comme gage donnez-moi cette fleur" [25. Sono le belle donne.  ( ..)
    Sarete la pi bella!  Venite.  cara contessina e,  come pegno,  datemi
    questo fiore].
    Natascia non capiva bene ci che egli dicesse, cos come non lo capiva
    neppur lui,  ma sentiva in quelle incomprensibili parole un'intenzione
    sconveniente. Poich non sapeva che cosa rispondere volse il capo come
    se  non  avesse udito,  ma non appena si fu voltata pens che egli era
    l, dietro di lei, cos vicino.
    Cosa fa ora? E' confuso?  Irritato?  Devo rimediare?,  si chiedeva e
    non  pot  fare  a  meno di voltarsi.  Lo guard diritto negli occhi e
    quella vicinanza,  quella  sicurezza,  la  bonaria  dolcezza  di  quel
    sorriso  la  vinsero.  Continuando  a fissarlo negli occhi,  come lui,
    anch'essa sorrise. E di nuovo sent con terrore che nessun ostacolo la
    separava dal giovane ufficiale.
    Il sipario si alz ancora una volta.  Anatolij usc dal palco calmo  e
    soddisfatto.  Natascia  ritorn  nel  palco  dov'era  suo  padre,  gi
    completamente affiatata con l'ambiente in cui si trovava. Tutto quanto
    accadeva dinanzi ai suoi occhi le pareva ora  assolutamente  naturale;
    nessuno  dei  pensieri  di prima,  sul fidanzato,  sulla principessina
    Mrija,  sulla vita in campagna le  si  riaffacci  alla  mente,  come
    fossero tutte cose gi lontane nel tempo.
    Nel  quarto  atto,  un  diavolo  cant  gesticolando sino a quando una
    tavola,  sulla quale stava ritto,  fu abbassata ed egli  precipit  di
    sotto,  scomparendo dal palcoscenico.  Di quell'atto Natascia non vide
    altro: qualcosa  la  turbava  tormentosamente,  e  la  causa  del  suo
    turbamento era Kuragin,  che ella suo malgrado seguiva con lo sguardo.
    Mentre usciva dal teatro,  Anatolij le si  avvicin,  chiam  il  loro
    cocchiere  e,  aiutandola a salire in carrozza,  le strinse il braccio
    sopra il gomito.  Natascia,  emozionata e rossa,  lo guard.  Egli  la
    fissava con gli occhi lucenti e con un tenero sorriso...
    Soltanto  quando  fu  di  ritorno a casa,  Natascia pot ripensare con
    calma a ci che  le  era  accaduto  ed  un  tratto,  ricordandosi  del
    principe Andrj,  fu colta dal terrore: in presenza di tutti,  riuniti
    attorno  al  tavolo  per  bere  una  tazza  di  t,  dopo  il  teatro,
    un'esclamazione le sfugg di bocca e,  arrossendo,  ella usc di corsa
    dalla stanza. Dio mio!  Sono perduta!,  disse a se stessa.  Come ho
    potuto permettere che le cose giungessero sino a questo punto?,
    di chiedeva.
    Rimase a lungo seduta, coprendosi il volto con le mani, sforzandosi di
    rendersi  chiaramente conto di ci che era avvenuto;  e non riusciva a
    capire n quello che le era accaduto n quello che ora sentiva.  Tutto
    le  pareva  scuro,   indefinito,   terribile.  L,  nell'immensa  sala
    illuminata,  sull'assito bagnato del palcoscenico  dove  saltellava  a
    gambe  nude Duport con il giubbetto scintillante di lustrini;  l dove
    le fanciulle e i vecchi e la seminuda Elen con il suo  calmo  e  fiero
    sorriso  gli  gridavano  entusiasticamente  bravo! l,  all'ombra di
    quella stessa Elen.  tutto era stato semplice e chiaro,  ma ora,  sola
    con se stessa,  le pareva incomprensibile.  Che mi succede?  Che cosa
    significava la paura che provavo dinanzi a lui? E che cosa sono questi
    rimorsi di coscienza che ora mi tormentano? si chiedeva.
    Soltanto alla vecchia contessa, Natascia avrebbe potuto,  nel silenzio
    della  notte,  rivelare i suoi pensieri.  Sapeva gi che Snja,  con i
    suoi principi severi ed il suo modo scrupoloso di considerare le cose,
    o non avrebbe capito nulla della sua confessione o  ne  sarebbe  stata
    sgomenta.  Natascia,  sola con se stessa,  cercava di spiegarsi il suo
    tormento.
    Sono perduta o no per l'amore del principe Andrj?, si domandava,  e
    con  un  sorriso  noncurante  si  rispondeva:  Come  sono  sciocca  a
    domandarmelo!  Che  accaduto,  dopo tutto?  Niente.  Io non ho  fatto
    nulla,  non ho provocato in alcun modo ci che  stato!  Nessuno sapr
    mai niente,  e io quell'uomo non lo vedr mai  pi,  si  diceva.  E'
    chiaro,  quindi,  che  non    accaduto  proprio  nulla,  che non devo
    pentirmi di nulla e che il principe Andrj pu amarmi quale  sono.  Ma
    come sono? Ah, Dio, mio Dio! Perch egli non  qui?.
    Natascia si calmava per un momento,  ma subito dopo un vago istinto le
    diceva che,  sebbene tutto ci che si diceva fosse vero  e  che  nulla
    fosse accaduto,  tutta la purezza del suo amore per il principe Andrj
    era perduta per sempre.  E di nuovo con il  pensiero  si  ripeteva  la
    conversazione  con  Kuragin,  rivedeva  il  viso,  i gesti,  il tenero
    sorriso di quell'uomo audace e bellissimo nel momento in cui le  aveva
    stretto il braccio.


    CAPITOLO 11.

    Anatolij  Kuragin viveva a Mosca perch suo padre lo aveva mandato via
    da Pietroburgo,  dove spendeva pi di  ventimila  rubli  l'anno  e  si
    indebitava per altrettanti, che poi i creditori esigevano dal padre.
    Il  principe  aveva  dichiarato  al  figlio che per l'ultima volta gli
    avrebbe  pagato  met  dei  suoi  debiti,  ma  solo  a  patto  che  si
    trasferisse  a  Mosca  come  aiutante del generalissimo  -  carica che
    egli stesso gli aveva ottenuto  -  e cercasse finalmente di concludere
    un buon matrimonio.  E gli aveva indicato,  come eventuali  fidanzate,
    Mrija Bolknskaja e Julie Kargina.
    Anatolij  aveva  acconsentito  ed  era  partito  per Mosca dove si era
    stabilito in  casa  di  Pierre.  Da  principio  Pierre  aveva  accolto
    malvolentieri  il  cognato,  ma poi si era abituato a lui,  a volte lo
    faceva partecipare alle sue baldorie e spesso,  a titolo di  prestito,
    gli dava del denaro.
    Anatolij,  come  giustamente  diceva Scinscin,  da quando era venuto a
    Mosca faceva girar la testa a tutte le signore soprattutto perch  non
    se ne curava e a loro preferiva le zingare e le attrici francesi,  con
    la pi famosa delle quali,  "mademoiselle" George,  si  diceva  avesse
    intrecciato  una  relazione  intima.  Non mancava alle orge in casa di
    Danilov o degli altri gaudenti  di  Mosca,  beveva  sfrenatamente  per
    notti  intere  superando  ogni  altro  bevitore e frequentava tutte le
    feste da ballo e le serate del gran mondo.  Si raccontava  che  avesse
    alcuni  intrighi  amorosi  con certe signore moscovite,  e ai balli ne
    corteggiava parecchie.  Ma con le ragazze,  e in  particolare  con  le
    ricche signorine da marito,  quasi tutte brutte, non si spingeva molto
    avanti giacch Anatolij,  cosa che nessuno sapeva all'infuori dei suoi
    amici  pi  intimi,  era  gi  sposato.  Due  anni  prima,  durante un
    soggiorno del suo reggimento in Polonia,  un non ricco signore polacco
    lo aveva costretto a sposare la propria figlia.
    Anatolij abbandon ben presto la moglie e,  alla condizione di mandare
    una certa somma di denaro al suocero,  si era riservato il diritto  di
    farsi passare per celibe.
    Anatolij era sempre soddisfatto della propria condizione, di se stesso
    e degli altri. Per istinto e con tutto il proprio essere, era convinto
    di  non  poter  vivere  diversamente  da come viveva e di non aver mai
    fatto del male a nessuno in vita sua.  Non era in grado di  riflettere
    sulle  conseguenze  che i suoi atti potevano avere per gli altri n su
    quelle che potevano derivare a lui. Era fermamente convinto che,  come
    l'anatra   formata in modo da dover vivere nell'acqua,  cos egli era
    stato creato da Dio per vivere  con  trentamila  rubli  l'anno  e  per
    occupare  sempre nella societ una posizione preminente.  Ne era tanto
    convinto che guardandolo, anche gli altri ne erano persuasi, e nessuno
    gli negava n un'alta posizione sociale n il denaro che egli prendeva
    in prestito da chiunque gli capitasse a tiro,  senza  preoccuparsi  di
    restituirlo.
    Non  era giocatore o,  almeno,  non aveva mai desiderato di vincere al
    gioco.  Non era vanitoso,  giacch non si curava assolutamente di  ci
    che  si  diceva  di  lui  e ancor meno lo si poteva accusare di essere
    ambizioso.  Parecchie volte aveva irritato suo padre compromettendo la
    propria  carriera  e  infischiandosi di ogni genere di onori.  Non era
    avaro e non diceva mai di no a chiunque si rivolgesse a lui.  Le  sole
    cose che amava erano l'allegria e le donne,  e poich,  secondo il suo
    modo di vedere,  in tali gusti non vi era nulla di sconveniente e dato
    che  era  incapace  di  riflettere  sulle  conseguenze  che tali gusti
    potevano  avere  per  gli  altri,   si   considerava   irreprensibile,
    disprezzava  sinceramente  i  vili e i malvagi e marciava a testa alta
    con la coscienza pienamente tranquilla.
    Tutti i gaudenti, queste Maddalene di sesso maschile, hanno la segreta
    convinzione di essere innocenti,  tal quale come le Maddalene di sesso
    femminile,  convinzione  fondata  sulle  medesime speranze di perdono.
    Molto le sar  perdonato  perch  ha  molto  amato;  tutto  gli  sar
    perdonato perch si  molto divertito.
    Dlochov,  che  era ricomparso quell'anno a Mosca dopo il suo esilio e
    il suo avventuroso soggiorno  in  Persia  e  che  conduceva  una  vita
    lussuosa,  dedicandosi  senza  tregua al gioco e alla crapula,  si era
    riavvicinato al suo vecchio amico Kuragin e aveva approfittato di  lui
    per raggiungere i propri scopi.
    Anatolij voleva sinceramente bene a Dlochov per la sua intelligenza e
    il  suo  coraggio;  Dlochov,  il quale aveva bisogno del nome e delle
    relazioni di  Anatolij  Kuragin  per  attirare  nel  suo  ambiente  di
    giocatori  i giovani ricchi,  lo prendeva in giro senza che egli se ne
    accorgesse e si serviva di lui.  Oltre il calcolo,  secondo  il  quale
    Anatolij gli era necessario, il processo stesso di dirigere la volont
    altrui  rappresentava  per  Dlochov  un  piacere,  un'abitudine e una
    necessit.
    Natascia aveva profondamente colpito Kuragin. Durante la cena, dopo il
    teatro,  egli da vero  conoscitore,  in  presenza  di  Dlochov  aveva
    analizzato i pregi delle braccia, delle spalle, dei piedi, dei capelli
    della  fanciulla  e  aveva  espresso  all'amico  la  sua  decisione di
    corteggiarla.   Quali  potessero  essere  le   conseguenze   di   quel
    corteggiamento, Anatolij non poteva n pensare n prevedere.
    - E' bella,  s,  mio caro,   -  disse Dlochov all'amico  -  ma non 
    per noi.
    - Pregher mia sorella di invitarla a pranzo  -  disse Anatolij.-  Che
    te ne pare?
    - Aspetta che si sia maritata:  meglio...
    -  Tu  sai    -  obiett Anatolij  -  che "j'adore les petites filles"
    [26. adoro le ragazzine]; vedrai che perder subito la testa.
    - Sei gi rimasto scottato  una  volta  per  "une  petite  fille"    -
    osserv Dlochov, il quale era al corrente del matrimonio di Anatolij.
    -  Sta' attento!
    -  Ma restare scottati due volte non si pu...   -  assicur Anatolij,
    sorridendo bonariamente.


    CAPITOLO 12.

    Il giorno dopo essere stati a teatro,  i Rostv non uscirono di casa e
    nessuno venne a trovarli.  Mrija Dmtrevna,  di nascosto da Natascia,
    discorreva  a  bassa  voce  con  il  conte.  Natascia  indovinava  che
    parlavano  del vecchio principe e che stavano combinando qualche cosa,
    e ci la inquietava e la offendeva.  Aspettava da un momento all'altro
    il principe Andrj e due volte nella giornata mand il portiere in via
    Vozdvzenka  per informarsi se il principe fosse arrivato.  Ma non era
    arrivato.  Sentiva ora pi pena di quanta non ne  avesse  provata  nei
    giorni  che avevano seguito la partenza di lui.  All'impazienza e alla
    tristezza  si  aggiungevano  nell'animo  della  fanciulla  il  ricordo
    sgradevole  del colloquio con la principessina Mrija e con il vecchio
    principe,  un timore e  una  inquietudine  di  cui  non  conosceva  la
    ragione.  Aveva l'impressione che il principe non sarebbe pi arrivato
    o che,  prima del ritorno di  lui,  dovesse  accaderle  qualcosa.  Non
    poteva,   come   prima,   sola  con  se  stessa,   pensare  ad  Andrj
    tranquillamente e a lungo: non appena cominciava  a  pensare,  a  quel
    ricordo si univano i ricordi del vecchio principe, della principessina
    Mrija,  dell'ultima  serata  a  teatro e di Kuragin.  E di nuovo ecco
    presentarsi il problema se non  fosse  colpevole,  se  non  fosse  gi
    venuta  meno  alla  fedelt  verso  il principe Andrj;  e di nuovo si
    sorprendeva a rammentare, sin nei minimi particolari, tutte le parole,
    tutti  i  gesti,  tutte  le  sfumature  di  espressione  sul  viso  di
    quell'uomo  che aveva suscitato in lei un sentimento incomprensibile e
    che la terrificava.  Agli occhi dei familiari  Natascia  appariva  pi
    vivace del consueto,  ma essa era ben lontana dall'essere tranquilla e
    felice come prima.
    La domenica mattina Mrija Dmtrevna invit  i  suoi  ospiti  a  Messa
    nella sua parrocchia dell'Assunzione.
    -  Non  mi  piacciono queste chiese moderne  -  diceva,  evidentemente
    orgogliosa della sua libert di pensiero.    -    Dio    uno  solo  e
    dovunque.   Abbiamo   un   ottimo   "pop"   che  celebra  le  funzioni
    dignitosamente,  e il diacono pure.  Forse che  dal  fatto  che  nella
    cantoria si eseguiscano cori la chiesa acquista santit? Non mi piace,
    non  che una posa...
    Mrija  Dmtrevna amava le domeniche e sapeva festeggiarle.  Il sabato
    la casa veniva lavata e ripulita da cima a fondo;  la domenica n  lei
    n  la  servit lavoravano;  tutti indossavano gli abiti della festa e
    tutti assistevano alle  sacre  funzioni.  Al  pranzo  dei  signori  si
    aggiungeva  qualche  portata e alla servit veniva distribuita vodka e
    veniva servito un porcellino o un'oca arrosto.  Ma in  tutta  la  casa
    nessun  viso  esprimeva l'aria di festa quanto quello largo e serio di
    Mrija Dmtrevna,  dal quale in quel giorno spirava un'immutabile aria
    di solennit.
    Quando,  dopo la Messa,  tutti ebbero bevuto il caff nel salotto dove
    erano state  tolte  le  fodere  ai  mobili,  fu  annunziato  a  Mrija
    Dmtrevna che la carrozza era pronta; ed ella con aria severa, avvolta
    nello  scialle  di  gala che usava soltanto per recarsi in visita,  si
    alz e dichiar di andare dal principe Nikolj  Andrevic'  Bolkonskij
    per spiegarsi con lui relativamente a Natascia.
    Dopo che Mrija Dmtrevna se ne fu andata,  venne dai Rostv una sarta
    mandata da "madame" Chalm,  e Natascia,  chiuso l'uscio della  stanza
    attigua  al  salotto,  molto soddisfatta di quel diversivo,  si occup
    della prova dei nuovi abiti.  Mentre,  infilatosi un corpetto soltanto
    imbastito  e  ancora  senza  maniche,   si  guardava  nello  specchio,
    inclinando leggermente il capo, per vedere come le stesse dietro,  ud
    provenire dal salotto la voce di suo padre e un'altra,  di donna,  che
    la fece arrossire.  Era la voce di Elen.  Natascia non aveva fatto  in
    tempo a togliersi il corpetto che stava provando,  che gi la porta si
    apriva e  la  contessa  Bezchova  entr  nella  stanza,  raggiante  e
    sorridente.  Indossava  un  abito di velluto lilla scuro con il bavero
    alto.
    - Ah,  "ma dlicieuse"  -  esclam rivolta a Natascia che si era fatta
    rossa.   -  "Charmante!" [27.  Ah,  mia deliziosa!  Incantevole!]. No,
    caro conte,   inaudito  -  osserv al  conte  Ilj  Andreic'  che  la
    seguiva;  -   inaudito vivere a Mosca senza mai uscire di casa. Ma io
    non ve lo permetter. Questa sera in casa mia "mademoiselle" George ci
    offrir una declamazione; vi saranno alcuni amici e se voi, conte, non
    mi   porterete   le  vostre  figliuole,   che  sono  assai  meglio  di
    "mademoiselle" George,  far conto di non conoscervi pi.  Mio  marito
    non c',   andato a Tver, se no avrei mandato lui a prendervi. Venite
    senza fallo, vi aspetto alle nove.
    Salut con un cenno del capo la sarta che conosceva  e  che  le  aveva
    fatto un inchino rispettoso e si mise a sedere su una poltrona accanto
    allo  specchio,  allargando  con  arte  le  pieghe  del suo vestito di
    velluto. Continu a chiacchierare,  benevola e allegra,  ammirando con
    entusiasmo  la  bellezza di Natascia.  Esamin intanto gli abiti della
    fanciulla e li lod,  si fece vanto del proprio abito nuovo  "en  gaze
    mtallique" [28.  di velo metallico], che aveva fatto venire da Parigi
    e consigli a Natascia di farsene confezionare uno uguale.
    - Del resto, a voi, tutto sta bene, bellezza mia  -  le disse.
    Natascia continuava a sorridere di piacere.  Ella si sentiva felice  e
    le  pareva  di rifiorire alle lodi di quell'amabile contessa Bezchova
    che prima le pareva una dama inaccessibile e importante e che  ora  le
    dimostrava  tanta  benevolenza.  Natascia  si  sentiva allegra e quasi
    innamorata di quella donna cos bella e  cos  affettuosa.  Elen,  dal
    canto   suo,   ammirava   sinceramente  Natascia  e  desiderava  farla
    divertire. Anatolij l'aveva pregata di procurargli il modo di trovarsi
    con la fanciulla e proprio per accontentare il fratello era venuta  in
    casa Rostv. L'idea di avvicinare Anatolij a Natascia le piaceva.
    Sebbene  un tempo avesse nutrito una certa ostilit verso Natascia che
    a Pietroburgo le aveva portato via Bors, ora non ci pensava pi e con
    tutta l'anima  desiderava,  a  modo  suo,  il  bene  della  fanciulla.
    Accomiatandosi dai Rostv chiam in disparte la sua protetta.
    -  Ieri  mio fratello  stato a pranzo da me.  Abbiamo riso da morire!
    Non mangia pi nulla e non fa che sospirare per voi, bellezza mia. "Il
    est fou,  mais fou amoureux de vous,  ma chre" [29.  E' pazzo,  pazzo
    d'amore per voi, mia cara].
    A queste parole Natascia arross violentemente.
    - Ma guarda come arrossisce, come arrossisce, questa piccola!  esclam
    Elen.  -  Venite senza fallo. "Si vous aimez quelqu'un, ma dlicieuse,
    ce  n'est pas une raison pour se clotrer.  Si mme vous tes promise,
    je suis sre que votre promis aurait dsir que vous  alliez  dans  le
    monde  en  son  absence  plutt que de dprir d'ennui" [30.  Se amate
    qualcuno,  mia  deliziosa  fanciulla,  non    questo  un  motivo  per
    chiudersi  in  convento.  Anche se siete fidanzata,  sono certa che il
    vostro promesso sposo preferirebbe che anche in sua assenza andaste in
    societ piuttosto di morire di noia].
    Dunque sa che sono fidanzata,  pens Natascia;  dunque lei con  suo
    marito Pierre,  con Pierre che  tanto giusto, hanno parlato di questo
    e hanno riso.  Vuol dire quindi che non  niente.  E di nuovo,  sotto
    l'influenza  di  Elen,  ci  che prima l'atterriva le parve semplice e
    naturale.  Ed essa  cos "grande dame",  cos gentile,  e si capisce
    benissimo   che   mi  vuole  sinceramente  bene.   Perch  non  dovrei
    divertirmi?,   pensava  Natascia,   guardando  Elen  con  gli   occhi
    spalancati, colmi di meraviglia.
    Mrija  Dmtrevna  rincas  all'ora del pranzo,  seria e taciturna: si
    capiva che il vecchio principe l'aveva sconfitta.  Era troppo  turbata
    dopo ci che le era accaduto per essere in grado di raccontarlo.  Alle
    domande del conte rispose che tutto andava bene e che il  giorno  dopo
    avrebbe  riferito  ogni  particolare.  Quando seppe della visita della
    contessa  Bezchova  e  dell'invito  per  la  sera,  Mrija  Dmtrevna
    dichiar:
    -  Non  mi  piace  la  compagnia  della  signora  Bezchova  e  non la
    consiglio...  Ma,  se l'hai promesso,  va'  pure:  ti  distrarrai    -
    aggiunse, rivolgendosi a Natascia.
    Il  conte  Ilj  Andreic'  condusse  le  sue  ragazze  dalla  contessa
    Bezchova. Alla serata c'era molta gente, ma quasi tutta sconosciuta a
    Natascia.  Il  conte  Ilj  Andreic'  not,  contrariato,  che  quella
    riunione  era  composta  principalmente  di uomini e di signore la cui
    libert  di  comportamento  era  assai  nota.  "Mademoiselle"  George,
    attorniata  dai  giovanotti,  stava in un angolo del salotto.  C'erano
    alcuni francesi tra i quali Mtivier che,  dal giorno  dell'arrivo  di
    Elen,  era  assiduo  frequentatore della casa.  Il conte Ilj Andreic'
    decise di non mettersi a  giocare,  per  non  allontanarsi  dalle  due
    fanciulle  e  di  andarsene non appena fosse finita la declamazione di
    "mademoiselle" George.
    Anatolij,  ritto presso l'uscio,  attendeva evidentemente l'arrivo dei
    Rostv.  Dopo aver salutato il conte,  si avvicin subito a Natascia e
    la segu.  Non appena lo vide,  Natascia  prov,  come  a  teatro,  il
    sentimento  vanitoso di piacergli e un senso di sgomento per l'assenza
    di qualsiasi ostacolo morale che la separasse da lui.
    Elen  accolse  lietamente  la  fanciulla  e  ne  lod  ad  alta   voce
    l'eleganza.  Quasi  subito dopo "mademoiselle" George si ritir in una
    camera per vestirsi,  mentre in sala venivano disposte le sedie e  gli
    invitati  prendevano  posto.  Anatolij  avvicin una sedia a quella di
    Natascia e fece per sedersi accanto  a  lei,  ma  il  conte,  che  non
    perdeva  d'occhio  la figliuola,  occup il posto,  e Anatolij dovette
    accomodarsi dietro.
    "Mademoiselle" George, con le braccia grasse e nude piene di fossette,
    con uno scialle  rosso  gettato  su  una  spalla,  usc  nello  spazio
    lasciato  libero  per  lei  dinanzi  alle  poltrone  e  si ferm in un
    atteggiamento   tutt'altro   che   naturale.   Si   udirono   mormorii
    entusiastici.
    "Mademoiselle" George,  dopo aver rivolto un'occhiata cupa e severa al
    pubblico,  cominci a recitare certi versi francesi  che  avevano  per
    argomento  il  suo  delittuoso  amore per il proprio figlio.  In certi
    momenti alzava la voce,  in altri l'abbassava  sino  a  un  bisbiglio,
    sollevando  solennemente  la testa,  in altri ancora si interrompeva e
    rantolava, stralunando gli occhi.
    - "Adorable, divin, dlicieux!" [31. Adorabile, divino, delizioso!]  -
    si udiva esclamare da tutte le  parti.  Natascia  guardava  la  grossa
    George ma non udiva,  non capiva e non vedeva nulla di quanto avveniva
    davanti a lei;  si sentiva di nuovo presa completamente da quel  mondo
    strano,  assurdo, tanto diverso da quello di prima, un mondo nel quale
    non era possibile sapere che cosa fosse bene e che  cosa  fosse  male,
    che cosa fosse ragionevole e che cosa fosse pazzesco.  Alle sue spalle
    era seduto Anatolij ed ella,  sentendolo tanto vicino,  aspettava  che
    accadesse qualche cosa, con un vago, indefinibile sgomento.
    Dopo   il   primo   monologo,   tutti   si   alzarono  e  attorniarono
    "mademoiselle" George esprimendole il loro entusiasmo.
    - Com' bella!   -  esclam Natascia  al  padre,  che  si  era  alzato
    insieme con gli altri e,  facendosi strada tra la folla, si avvicinava
    all'attrice.
    - Guardando voi non sono proprio di  questa  opinione-disse  Anatolij,
    seguendo  Natascia.  E  lo  disse in un momento in cui lei sola poteva
    sentire.  -  Siete incantevole... dal momento in cui vi ho veduta, non
    ho cessato...
    - Vieni,  vieni,  Natascia  -  la chiam il conte che tornava verso la
    figlia.  -  E' proprio bella!
    Natascia,  senza dir nulla, si avvicin al padre e lo guard con occhi
    stupefatti e interrogativi.
    Dopo aver recitato qualche altro monologo, "mademoiselle" George se ne
    and, e la contessa Bezchova invit gli ospiti a passare nel salone.
    Il conte voleva accomiatarsi,  ma Elen lo supplic di non guastare  il
    ballo improvvisato.  E i Rostv rimasero. Anatolij invit Natascia per
    il valzer: durante la danza,  stringendole la vita e le mani le  disse
    che era "ravissante" [32.  incantevole] e le dichiar di amarla.  Poi,
    durante una scozzese che ella danz di nuovo con lui  quando  rimasero
    soli,  egli non le disse nulla,  ma si limit a guardarla. Natascia si
    domandava se non fosse un sogno ci che vedeva attorno a s e  se  non
    avesse  udito in sogno le parole che egli le aveva rivolto poco prima.
    Al finire della figura,  egli le strinse ancora  una  volta  la  mano.
    Natascia  sollev  su  di  lui  gli occhi pieni di sgomento,  ma nello
    sguardo dolce e nel sorriso di quell'uomo c'era una  tale  espressione
    di tenera sicurezza che,  guardandolo, ella non pot dirgli quello che
    voleva. E riabbass gli occhi.
    - Non ditemi certe cose...  Sono fidanzata e amo un altro  -   mormor
    in  fretta,  volgendogli  un  rapido  sguardo.  Anatolij  non  era  n
    imbarazzato n turbato da quanto lei gli aveva detto.
    - Non ditemi questo!  Che me ne importa?   -  rispose il giovane.-  Vi
    ripeto che sono pazzamente innamorato di voi.  E' colpa mia, forse, se
    siete cos adorabile? Ora tocca a noi cominciare!
    Natascia,  eccitata e turbata,  si  guardava  attorno  con  gli  occhi
    spalancati  e  pieni  di  un  vago  spavento  e pareva pi allegra del
    solito.  Non si rendeva quasi conto di  ci  che  le  stava  accadendo
    quella sera.  Ball la "scozzese",  poi il "grossvater".  Suo padre la
    invit di nuovo ad andare,  ma  ella  lo  preg  di  rimanere  ancora.
    Ovunque  fosse,  con  chiunque  parlasse,  ella sentiva sopra di s lo
    sguardo di lui.  In seguito ricordava che aveva chiesto al padre  il
    permesso  di  ritirarsi  nello spogliatoio per rassettarsi il vestito,
    che Elen l'aveva seguita e le aveva parlato,  ridendo,  dell'amore  di
    suo  fratello per lei;  che poi,  nel salottino dei divani,  si era di
    nuovo trovata con Anatolij,  che Elen era scomparsa,  e loro due erano
    rimasti  soli,  e  che  allora  Anatolij prendendole una mano le aveva
    detto con voce carezzevole: Io non posso venire in casa vostra,  ma 
    possibile  che non debba vedervi pi?  Vi amo pazzamente...  Non potr
    dunque mai... e, sbarrandole il passo, aveva avvicinato il suo viso a
    quello di lei.
    I grandi,  lucenti occhi di quell'uomo erano tanto vicini ai suoi  che
    ella null'altro vedeva al di fuori di quegli occhi.
    -  "Nathalie!"  -  sussurr con voce supplichevole il giovane,  mentre
    qualcuno le stringeva la mano cos forte da farle male. "Nathalie!"
    Io non capisco nulla, non ho nulla da dire, rispondeva lo sguardo di
    lei.
    Una bocca ardente premette le sue labbra;  in  quell'istante  ella  si
    sent  di  nuovo  libera e si ud nella stanza un rumore di passi e il
    fruscio dell'abito di Elen.  Natascia  guard  Elen  e  poi,  rossa  e
    tremante,  rivolse  ad Anatolij due occhi interroganti e spauriti e si
    avvi verso l'uscio.
    - "Un mot, un seul, au nom de Dieu!" [33. Una parola, una parola sola,
    in nome di Dio!]  -  preg Anatolij.
    Natascia si ferm.  Aveva bisogno che egli dicesse la  parola  che  le
    spiegasse ci che era accaduto e alla quale avrebbe risposto.
    - "Nathalie, un mot, un seul!"  -  continuava a ripetere Anatolij, non
    sapendo  che altro dire,  e ripet la frase sino a quando Elen non gli
    si avvicin.
    Insieme con Natascia,  Elen rientr in sala.  I Rostv se ne andarono,
    senza trattenersi a cena.
    Tornata  a  casa,  Natascia  non  chiuse  occhio  per  tutta la notte,
    tormentata da un problema che non sapeva risolvere: chi  amava?  Amava
    Anatolij  o  il  principe  Andrj ?  Certo,  amava il principe Andrj,
    ricordava chiaramente con  quanta  forza  lo  amava.  Ma  amava  anche
    Anatolij,  non  c'era  dubbio.  Altrimenti,  pensava,  come sarebbe
    potuto accadere ci che  accaduto?  Se dopo quello che    stato,  ho
    potuto,  salutandolo,  rispondere con un sorriso al sorriso di lui, se
    sono potuta giungere a questo,  vuol dire che l'ho amato sin dal primo
    momento,  vuol  dire  che  egli    buono,  nobile e bello e che non 
    possibile non amarlo.  Che devo fare,  ora,  se amo lui  e  amo  anche
    l'altro?,  chiedeva  a  se  stessa,  e non sapeva rispondere a queste
    terribili domande.


    CAPITOLO 14.

    Venne la mattina con le consuete occupazioni e  le  faccende  di  ogni
    giorno. Tutti si alzarono, si misero in movimento, parlarono; di nuovo
    tornarono  le  sarte,  di  nuovo  comparve Mrija Dmtrevna e di nuovo
    chiamarono per il t.  Natascia,  con gli occhi  spalancati,  come  se
    volesse afferrare ogni sguardo puntato su di lei,  si guardava attorno
    inquieta, cercando di apparire quale era sempre.
    Dopo la colazione,  Mrija Dmtrevna (era questo per  lei  il  momento
    migliore della giornata) si sedette nella sua poltrona e chiam presso
    di s Natascia e il vecchio conte.
    - Dunque,  miei cari,  ora che ho riflettuto su tutta la faccenda,  vi
    dir il mio pensiero  -  cominci.   -  Ieri,  come sapete sono andata
    dal principe Nikolj e ho parlato con lui... Gli  saltato in mente di
    alzare un po' la voce,  ma non  facile gridare pi forte di me. E gli
    ho detto ben chiaro tutto il mio pensiero.
    - E lui?  -  domand il conte.
    - Lui? E' matto da legare... non vuole ascoltare nulla...  A che serve
    parlarne  e  continuare  a  tormentare  questa  povera bambina?- disse
    Mrija Dmtrevna.   -  Ora io vi consiglio di sbrigare al pi presto i
    vostri affari, di tornare a casa, a Otrdnoe... e l aspettare...
    - Ah, no!   -  grid Natascia.
    -  S,  invece:  bisogna  partire  -  insist Mrija Dmtrevna.   -  E
    aspettare l.  Se  il  fidanzato  arrivasse  a  Mosca  adesso  sarebbe
    inevitabile  un  litigio.  Invece potr parlarne da solo a solo con il
    vecchio e poi venire da voi.
    Ilj Andreic' approv la proposta,  della quale comprese subito  tutta
    la  saggezza.  Se  il vecchio fosse venuto a pi miti consigli,  tanto
    meglio: sarebbero potuti venire da lui, dopo, a Mosca o a Lissia-Gori:
    in caso contrario,  il matrimonio poteva essere celebrato  soltanto  a
    Otrdnoe.
    -  Giustissimo!    -  approv il vecchio.   -  Sono davvero pentito di
    essere andato da lui e di averci condotto mia figlia.
    - No, perch essere pentito? Poich eravate qui, non era possibile non
    far loro un atto di cortesia.  Ma se insister nel  non  concedere  il
    consenso,  affari  suoi!    -    concluse  Mrija Dmtrevna,  cercando
    qualcosa nella sua borsetta.   -   Il  corredo    quasi  pronto,  che
    aspettate  ancora?   Quello  che  manca,  ve  lo  mander.  Bench  mi
    dispiaccia separarmi da voi,   meglio che  andiate  e  che  Iddio  vi
    accompagni!   -  Poich aveva trovato nella borsa ci che cercava,  lo
    diede a Natascia: era una  lettera  della  principessina  Mrija.    -
    Scrive  a  te.  Come si tormenta,  quella poverina!  Teme che tu abbia
    pensato che non ti voglia bene.
    - E infatti non me ne vuole!  -  disse Natascia.
    - Non dire sciocchezze!  -  esclam Mrija Dmtrevna.
    - Non credo a  nessuno:  so  che  non  mi  vuol  bene!    -    insist
    arditamente Natascia prendendo la lettera, mentre il suo viso assumeva
    un'espressione dura e decisamente cattiva che obblig Mrija Dmtrevna
    a fissarla e ad aggrottare le sopracciglia.
    - Tu,  mia cara,  non rispondere cos  -  le disse.   -  Quello che ti
    dico  la verit. Scrivi la risposta.
    Natascia tacque e corse nella sua camera a leggere  la  lettera  della
    principessina Mrija.
    La  principessina  diceva di essere dispiaciuta per il malinteso sorto
    tra di loro.  Pregava Natascia di  credere  che  qualunque  fossero  i
    sentimenti  di  suo padre,  per parte sua non poteva non volerle bene,
    come a colei che era stata scelta da suo fratello, per la felicit del
    quale era pronta a qualunque sacrificio.
    Del resto,  scriveva,  non dovete pensare che  mio  padre  sia  mal
    disposto verso di voi.  E' un uomo vecchio e malato: bisogna scusarlo;
    ma  buono e generoso e amer certamente colei che far la felicit di
    suo figlio.  La principessina  Mrija  pregava  inoltre  Natascia  di
    fissare il giorno in cui avrebbe potuto di nuovo incontrarsi con lei.
    Dopo aver letto la lettera,  Natascia si mise a tavolino per preparare
    la risposta.  Chre princesse,  scrisse meccanicamente con rapidit;
    poi  si ferm.  Che cosa poteva mai scrivere dopo ci che era accaduto
    il giorno  innanzi?  S,  s,  tutto  questo    stato,  ma  ormai  
    tutt'altra  cosa,  pensava,  seduta  davanti  allo scrittoio.  Debbo
    rifiutarlo?  Ma debbo proprio farlo?  E' una cosa terribile!.  E  per
    scacciare  quei  tormentosi pensieri and da Snja e con lei si mise a
    esaminare il disegno di certi ricami.
    Dopo pranzo,  Natascia si ritir nella sua camera e riprese la lettera
    della  principessina  Mrija.   Possibile  che  sia  tutto  finito?,
    pensava. Possibile che tutto sia accaduto in cos breve tempo e abbia
    annientato definitivamente il  passato?.  Ricordava  l'amore  per  il
    principe  Andrj  in  tutta  l'intensit di prima e nello stesso tempo
    sentiva di amare Kuragin. Si raffigur con vivezza di essere la moglie
    del  principe  Andrj,  si  rappresent  il  quadro  gi  tante  volte
    immaginato della sua felicit con lui e nello stesso tempo, ardendo di
    emozione, riviveva i particolari del suo incontro del giorno prima con
    Anatolij.
    E  perch  le  due  cose non possono sussistere insieme?,  pensava a
    momenti,  del  tutto  smarrita.  Soltanto  cos  sarei  completamente
    felice.  Eppure ora devo scegliere e non posso essere felice senza uno
    dei  due.  Dire  al  principe  Andrj  tutto  ci  che    accaduto  
    impossibile   quanto   tenerglielo   nascosto,   pensava;   ma   con
    "quest'altro" non c' nulla di rovinato.  E' possibile  che  io  debba
    rinunziare per sempre alla felicit dell'amore del principe Andrj, di
    cui ho vissuto cos a lungo?.
    - Signorina  -  le sussurr una cameriera entrando nella stanza con un
    fare  misterioso.    -    Un uomo mi ha ordinato di consegnarvi questa
    lettera  -  e la ragazza gliela porse.   -    Soltanto,  per  amor  di
    Cristo...   -  aggiunse la cameriera quando Natascia,  senza pensarci,
    dissuggellava con gesto meccanico e leggeva  una  lettera  d'amore  di
    Anatolij:  l'unica cosa che capiva in quel momento era che si trattava
    di una lettera scritta da lui, dall'uomo che amava.
    S,  lo amava,  se no,  sarebbe forse accaduto ci che  era  accaduto?
    Avrebbe potuto avere tra le mani una lettera d'amore di lui?
    Natascia  teneva  tra  le  dita  tremanti  quella  appassionata pagina
    d'amore, composta per Anatolij da Dlochov e,  leggendola,  vi trovava
    l'eco di tutti i sentimenti che le pareva di provare dentro di s.
    Da ieri sera la mia sorte  decisa: essere amato da voi o morire. Non
    esiste per me altra soluzione.  Anatolij proseguiva dicendo di essere
    sicuro che i genitori di lei non l'avrebbero mai concessa in  sposa  a
    lui,  Anatolij,  per  certi  motivi  segreti  che  egli avrebbe potuto
    rivelare a lei sola; ma che, se essa lo amava,  bastava che dicesse la
    parola  s e nessuna forza al mondo sarebbe stata capace di impedire
    la loro felicit. L'amore avrebbe vinto tutto. Egli l'avrebbe rapita e
    condotta in capo al mondo.
    S, s, lo amo!, pensava Natascia, rileggendo per la ventesima volta
    quelle  parole  e  cercando  in  ognuna   di   esse   un   significato
    particolarmente profondo.
    Quella sera,  Mrija Dmtrevna,  che si recava dagli Archarov, propose
    alle ragazze di accompagnarla.  Ma Natascia,  adducendo il pretesto di
    un forte mal di capo, volle rimanere a casa.


    CAPITOLO 15.

    Quando Snja,  rincasata a sera tardi, entr nella camera di Natascia,
    con sua grande sorpresa  la  trov  addormentata  sul  divano,  ancora
    vestita.  Sul  tavolino  accanto a lei era posata la lettera aperta di
    Anatolij. Snja la prese e cominci a leggerla.
    Leggeva e guardava Natascia addormentata,  cercando sul volto  di  lei
    una  spiegazione  che  non riusciva a trovare.  Quel volto era sereno,
    dolce,  soffuso di un'espressione di felicit.  Premendosi al petto le
    mani  per  non soffocare,  Snja,  pallida e tremante di sgomento e di
    emozione, si abbandon su una poltrona e scoppi in pianto.
    Come mai non mi sono accorta di nulla?  Com' possibile che una  cosa
    del  genere  sia giunta a tal punto?  Com' possibile che Natascia non
    ami pi il principe Andrj e abbia permesso a Kuragin un passo simile?
    Costui,  chiaro,  un malvagio, un ingannatore.  Che sar di Nikolj,
    di  quel  caro,  nobile Nikolj quando sapr ci che accade?  Ecco che
    cosa significava il viso di Natascia sconvolto,  deciso  e  cos  poco
    naturale che ho notato sin dall'altro giorno!, pensava Snja. Eppure
      impossibile  che  ella  ami  Kuragin!  Probabilmente avr aperto la
    lettera senza sapere di chi fosse.  Forse ne  rimasta  offesa...  Non
    pu essere capace di una cosa simile!.
    Snja  si  asciug  le lacrime e si avvicin a Natascia,  osservandola
    attentamente.
    - Natascia!  -  esclam in un sussurro.
    La fanciulla si svegli e la vide.
    - Oh, sei tornata?
    E con lo  slancio  e  la  tenerezza  che  si  hanno  talora  al  primo
    risveglio, abbracci l'amica. Ma not subito il turbamento di Snja, e
    il suo viso espresse imbarazzo e indifferenza.
    - Snja, hai letto la lettera?  -  domand.
    - S  -  rispose piano Snja.
    Natascia ebbe un sorriso di trionfo.
    - No,  Snja,  non posso pi... non posso pi nascondertelo  -  disse.
    -  Noi, Snja, ci amiamo! Mi ha scritto... Snja!
    Snja,  come se non credesse alle proprie orecchie,  guardava  l'amica
    con gli occhi sbarrati.
    - E Bolkonskij?  -  domand.
    -  Ah,  Snja,  se tu potessi sapere come sono felice!  Tu non sai che
    cosa sia l'amore...
    - Ma, Natascia... possibile che l'altro sia finito?
    Natascia guardava Snja con gli occhi sbarrati, come se non capisse la
    sua domanda.
    - Dunque non vuoi pi il principe Andrj?  -  domand Snja.
    - Ah, tu non capisci!  Non dire sciocchezze,  ascoltami!    -  esclam
    Natascia in un improvviso scatto di stizza.
    -  No,  non  ci posso credere  -  ripet Snja.   -  Non posso credere
    come tu,  dopo aver amato un uomo per  un  anno  intero,  tutto  a  un
    tratto... Ma, infine, l'hai veduto soltanto tre volte, Natascia, e non
     possibile... tu scherzi... In tre giorni dimenticare tutto cos...
    - Tre giorni?   -  esclam Natascia.  -  Mi pare di non aver mai amato
    nessuno prima di lui. Questo, tu non lo puoi capire.  Snja,  aspetta,
    siedi  qui...    -   E Natascia baciava e abbracciava l'amica.   -  Mi
    avevano detto che  succedono  cose  del  genere,  senza  dubbio  l'hai
    sentito  dire anche tu,  ma soltanto ora ho conosciuto l'amore.  Non 
    quello che conoscevo prima.  Non appena l'ho veduto,  ho  sentito  che
    egli  era  il mio padrone e io la sua schiava e che mi era impossibile
    non amarlo. S, la sua schiava! Ci che mi ordiner di fare,  io far.
    Ma tu,  questo non lo capisci.  Cosa devo fare, Snja, cosa devo fare?
    -  domand Natascia,  il cui viso esprimeva  a  un  tempo  felicit  e
    sgomento.
    -  Ma  rifletti  bene  a quello che fai  -  rispose Snja.   -  Io non
    posso lasciarti  cos.  Queste  lettere  segrete...  Come  hai  potuto
    permettergli di giungere a tanto?  -  esclam Snja con un orrore e un
    disgusto che a stento riusciva a nascondere.
    -  Ti  ho  detto,   -  replic Natascia  -  che io non ho pi volont;
    come puoi non capire che lo amo?
    - Ah,  non permetter che tu giunga a tanto: dir tutto!    -    grid
    Snja con la voce spezzata dalle lacrime.
    - Per amor di Dio,  Snja! Se parli, mi sei nemica  -  disse Natascia.
    -  Tu vuoi la mia infelicit, tu vuoi che ci separino...
    Nel rendersi conto della paura di Natascia,  Snja  vers  lacrime  di
    vergogna e di piet per l'amica.
    - Ma che cosa c' stato tra di voi?    -  domand.   -  Che cosa ti ha
    detto? Perch non viene in casa?
    Natascia non rispose a queste domande.
    - Per amor di Dio, Snja, non dir niente a nessuno, non tormentarmi  -
    supplic Natascia.   -  Ricordati  che  non  bisogna  immischiarsi  in
    affari del genere. Ti ho confidato...
    -  Ma  perch  questi misteri?  Perch non viene in casa?   -  insist
    Snja.   -  Perch non domanda la tua mano?  Lo sai  che  il  principe
    Andrj  ti  ha  lasciato pienamente libera,  se le cose stanno proprio
    cos. Ma io non ci credo.  Natascia,  hai pensato quali possono essere
    questi segreti motivi?
    Natascia  la guardava con stupore.  Evidentemente quella domanda le si
    affacciava per la prima volta e non sapeva che cosa rispondere.
    - Di quali motivi si tratti, non so. Ma certamente ci sono!
    Snja sospir e scosse il capo, incredula.
    - Se ci fossero dei motivi...  -  riprese, ma Natascia,  indovinando i
    suoi dubbi, la interruppe spaventata.
    -  Snja,  non  si  pu dubitare di lui!  Non si pu,  non si pu!   -
    grid.
    - Ti ama?
    - Se mi ama?  -  ripet Natascia con un sorriso di compatimento per la
    sua amica.  -  Hai letto la lettera, no?
    - E se non fosse un gentiluomo?
    - "Lui!" Come puoi dire questo?  Se tu lo conoscessi...   -    rispose
    Natascia.
    -  Se   un gentiluomo deve dichiarare le sue intenzioni o smettere di
    vederti, e se tu non vuoi farlo,  lo far io per te: gli scriver,  lo
    dir al babbo...  -  dichiar decisamente Snja.
    - Ma io non posso vivere senza di lui!  -  grid Natascia.
    - Natascia,  davvero non ti capisco.  Che cosa stai dicendo?  Pensa al
    babbo, pensa a Nikolj.
    - Io non ho bisogno di nessuno, non amo nessuno fuorch lui.  Come osi
    dire che non  un gentiluomo? Non sai forse che io lo amo?  -  gridava
    Natascia.    -   Snja,  vattene,  io non voglio litigare con te.  Per
    l'amor di Dio,  vattene!  Non vedi come mi tormento?   -  grid ancora
    Natascia con una voce aspra che rivelava la sua irritata disperazione.
    Snja scoppi in singhiozzi e fugg dalla camera.
    Natascia si avvicin al tavolo e,  senza riflettere un minuto, scrisse
    alla principessina Mrija la risposta che non aveva saputo redigere in
    tutta  la  mattina.   In  quella  lettera  diceva  semplicemente  alla
    principessina  che  ogni  malinteso  tra  di  loro  era  finito;  che,
    approfittando della generosit del principe Andrj il quale, partendo,
    l'aveva lasciata completamente libera,  la pregava di dimenticare ogni
    cosa e di perdonarla se era in qualche modo colpevole verso di lei, ma
    che  non  poteva diventare la moglie di suo fratello.  In quel momento
    tutto ci le pareva straordinariamente facile, semplice e chiaro.

    Il venerd, i Rostv dovevano ritornare alla loro casa di campagna; il
    mercoled il conte part con un compratore  per  il  suo  possedimento
    vicino a Mosca.
    Il giorno della partenza del conte, Snja e Natascia furono invitate a
    un  gran pranzo in casa Kuragin,  e Mrija Dmtrevna le accompagn.  A
    quel pranzo Natascia incontr di nuovo Anatolij,  e Snja not che  la
    fanciulla  gli  parlava  cercando di non essere udita da nessuno e che
    durante il pranzo apparve pi turbata ed emozionata  che  mai.  Quando
    furono  rincasate,  Natascia fu la prima a parlare e cominci a dare a
    Snja le spiegazioni che l'amica aspettava da lei.
    - Vedi,  Snja,  tu hai detto parecchie sciocchezze  nei  riguardi  di
    Anatolij  -  cominci con quella voce timida e dolce che usano i bimbi
    quando vogliono essere lodati.  -  Oggi abbiamo messo tutto in chiaro.
    - Ebbene,  che cosa ha detto?  Natascia, come sono contenta che tu non
    sia in collera con me!  Dimmi tutto,  tutta la verit.  Che cosa ti ha
    detto?
    Natascia si fece pensierosa.
    - Ah, Snja, se tu lo conoscessi come lo conosco io! Ha detto... Mi ha
    domandato quale promessa ho fatto a Bolkonskij e si  molto rallegrato
    quando ha saputo che dipende soltanto da me riprendere la mia libert.
    Snja sospir con tristezza.
    -  Ma  tu  non  hai  ritirato  la parola data a Bolkonskij,  vero?   -
    domand.
    - Forse... forse l'ho gi fatto!  Probabilmente con Bolkonskij  tutto
    finito. Perch pensi cos male di me?
    - Io non penso niente, soltanto non capisco...
    - Aspetta,  Snja, e capirai tutto. Vedrai che uomo . Non devi pensar
    male n di me n di lui.
    - Non penso male di nessuno: amo tutti e compatisco tutti. Ma che devo
    fare?
    Snja non cedeva al tono  affettuoso  con  cui  le  parlava  Natascia.
    Quanto  pi  tenero e insinuante si faceva il viso di Natascia,  tanto
    pi serio e severo diventava quello di Snja.
    - Natascia,  -  le disse  -  tu mi hai pregata di non parlartene, e io
    ho parlato.  Sei stata tu,  ora,  a cominciare.  Natascia,  io non  ho
    fiducia in lui. Perch tutti quei misteri?
    - Da capo, Snja, da capo?  -  la interruppe Natascia.
    - Natascia, ho paura per te...
    - Paura di che cosa?
    -  Ho  paura  che  tu  ti  rovini    -  dichiar Snja in tono deciso,
    spaventata ella stessa delle sue parole.
    Il viso di Natascia assunse di nuovo un'espressione di collera.
    - Mi roviner, s, mi roviner quanto pi presto mi  possibile.  Sono
    cose  che  non vi riguardano.  Peggio per me,  non per voi.  Lasciami,
    lasciami... ti odio!
    - Natascia!  -  esclam Snja, sgomenta.
    - Ti odio, ti odio! Ormai sarai la mia nemica per sempre!   -  E fugg
    dalla camera.

    Natascia  non  parlava pi con Snja e la evitava.  Con il viso sempre
    atteggiato a un'espressione di stupore e di colpevolezza,  ella vagava
    per le camere; si accingeva ora a fare una cosa ora l'altra, ma subito
    abbandonava  qualsiasi occupazione.  Per quanto le fosse assai penoso,
    Snja, senza perdere d'occhio la sua amica, vigilava su di lei.
    La vigilia del giorno in cui il conte sarebbe  dovuto  tornare,  Snja
    not  che Natascia aveva trascorso l'intera mattinata seduta presso la
    finestra,  come in attesa di qualcuno;  infine la vide fare un cenno a
    un ufficiale che passava e che Snja prese per Anatolij.
    Allora  la  fanciulla  si  diede a osservare con maggior attenzione di
    prima l'amica e not che Natascia,  durante tutto il pranzo e  poi  la
    sera,  si  trovava  in  uno  stato  d'animo  strano  e innaturale (non
    rispondeva a tono alle domande che le venivano  rivolte,  incominciava
    una frase e non la finiva, rideva di tutto).
    Dopo  il t,  Snja vide una cameriera che,  tutta agitata,  aspettava
    Natascia presso l'uscio.  La lasci passare e,  origliando alla porta,
    venne a sapere che veniva consegnata un'altra lettera.
    E  a  un  tratto intu che Natascia aveva un suo terribile piano,  per
    quella stessa sera. Buss all'uscio, Natascia non la fece entrare.
    Fuggir con lui!,  pensava Snja.  E' capace di tutto!  Oggi il suo
    viso  aveva  un'espressione  particolarmente  triste e risoluta.  E ha
    pianto, nel salutare lo zio ricord Snja. S,  certo,  fuggir con
    lui...  Ma  che  cosa devo fare?,  si chiedeva,  ricordando tutti gli
    indizi che stavano a dimostrare che Natascia aveva  in  mente  qualche
    terribile  progetto.  E il conte non c'!  Che devo fare?  Scrivere a
    Kuragin,  esigendo da  lui  una  spiegazione?  Ma  chi  lo  obbliga  a
    rispondermi?  Scrivere  a Pierre,  come ha pregato di fare il principe
    Andrj in caso di una disgrazia?  Ma forse  Natascia  ha  gi  davvero
    ripreso  la  parola  data a Bolkonskij...  Ieri infatti ha mandato una
    lettera alla principessina Mrija... E lo zio non c'!.
    Parlarne a Mrija Dmtrevna,  che aveva  tanta  fiducia  in  Natascia,
    pareva a Snja una cosa orribile.
    Ma  cos  o  in  qualsiasi altro modo...,  pensava Snja,  ferma nel
    corridoio buio.  Adesso o mai pi  venuto il momento  di  dimostrare
    che ricordo i benefizi della loro famiglia e che amo Nicolas.  No, non
    dormir, se sar necessario, anche per tre notti di seguito, ma non me
    ne andr da questo corridoio e,  sia pure usando la forza,  impedir a
    Natascia di disonorare la sua famiglia!.


    CAPITOLO 16.

    Da  qualche  tempo  Anatolij si era stabilito in casa di Dlochov.  Il
    piano del rapimento della Rostova,  organizzato  da  Dlochov,  doveva
    essere  realizzato  proprio la sera in cui Snja,  dopo aver origliato
    alla porta di Natascia,  aveva deciso di sorvegliarla.  Natascia aveva
    promesso  a Kuragin di venirgli incontro verso le dieci di sera per la
    scala di servizio.  Kuragin doveva farla salire su una  "trjka",  gi
    preparata a questo scopo,  e condurla a sessanta miglia da Mosca,  nel
    villaggio  di  Kmenka,  dove  un  prete  spretato  li  aspettava  per
    celebrare il matrimonio.  A Kmenka una carrozza avrebbe portato i due
    giovani  sulla  strada  di  Varsavia,  donde,  in  vetture  da  posta,
    avrebbero varcato il confine.
    Anatolij  era munito del passaporto,  del foglio di via,  di diecimila
    rubli che si era fatto dare dalla sorella e di altri  diecimila  avuti
    in prestito per mezzo di Dlochov.
    I  due  testimoni,  Chvstikov,  un  ex-scrivano di cancelleria di cui
    Dlochov si serviva per il gioco,  e Makarin,  un ussaro  in  congedo,
    uomo  ingenuo  e  debole  che  nutriva  una devozione senza limiti per
    Kuragin, stavano seduti nella prima stanza e prendevano il t.
    Nel vasto studio dalle pareti coperte  sino  al  soffitto  di  tappeti
    persiani,  di pelli d'orso e di fucili,  Dlochov,  in "besmet" (34) e
    stivali,  stava seduto davanti allo scrittoio aperto,  sul quale erano
    sparsi  conti  e  pacchetti  di  denaro.   Anatolij,   con  la  giubba
    sbottonata,  andava e veniva attraverso lo studio dalla stanza in  cui
    si  trovavano i testimoni alla camera in fondo,  dove il suo cameriere
    francese, con l'aiuto di altri,  era occupato a riporre le ultime cose
    in un baule. Dlochov contava il denaro e pigliava alcuni appunti.
    - Be',  -  disse  -  a Chvstikov bisogna darne duemila.
    - E tu dglieli  -  rispose Anatolij.
    -  Quanto a Makarka (cos chiamavano Makarin)  -  quello si butterebbe
    nel fuoco per te,  anche senza guadagnarci nulla.  Sicch con questo i
    conti sono finiti  -  disse Dlochov, mostrandogli gli appunti.  -  Va
    bene cos?
    -  Certamente    -    approv Anatolij che,  si capiva,  non ascoltava
    Dlochov e stava guardando davanti a s senza cessare di sorridere.
    Dlochov chiuse la scrivania e si rivolse ad Anatolij con  un  sorriso
    beffardo.
    - Sai che ti dico? Lascia perdere tutto! Sei ancora in tempo.
    -  Imbecille!    -    gli  rispose  Anatolij.    -    Smettila di dire
    sciocchezze. Se tu sapessi... Eh, lo sa il diavolo che cosa  questo!
    - Davvero,  lascia perdere    -    ripet  Dlochov.    -    Ti  parlo
    seriamente.  Credi  che  sia  una  cosa  da  niente  quella  che  stai
    combinando?
    - Smettila una buona volta di irritarmi e va' al diavolo!   -    grid
    Anatolij  con  una  smorfia.   -  Davvero non ho voglia di ascoltare i
    tuoi stupidi scherzi!  -  E usc dalla stanza.
    Dlochov lo guard con un sorriso di compatimento sprezzante.
    - Aspetta!  -  gli grid poi alle spalle.   -  Io non scherzo affatto,
    parlo seriamente, vieni qui!
    Anatolij  torn  indietro  e,   cercando  di  concentrare  la  propria
    attenzione,  fiss l'amico,  pronto a sottomettersi,  suo malgrado,  a
    lui.
    -  Ascoltami,  te lo dico per l'ultima volta.  Perch dovrei scherzare
    con te? Mi sono forse rifiutato di aiutarti? Chi ha organizzato tutto?
    Chi ti ha trovato il prete,  chi ha procurato il  passaporto?  Chi  ha
    trovato il denaro? Io, tutto io.
    - Lo so,  e ti ringrazio. Credi forse che non ti sia riconoscente ?  -
    Anatolij sospir e abbracci Dlochov.
    - Ti ho aiutato,  ma  devo  dirti  tutta  la  verit:  la  faccenda  
    pericolosa  e,  se  ci  si  pensa bene,  anche stupida.  Tu rapirai la
    ragazza, d'accordo.  Ma pensi che tutto finisca l?  Si verr a sapere
    che sei sposato e dovrai comparire davanti a un tribunale...
    - Ma va'!  Sciocchezze... sciocchezze!  -  esclam Anatolij facendo di
    nuovo una smorfia.   -  Ti ho gi spiegato  tutto,  no?-  E  con  quel
    particolare  entusiasmo che  proprio degli uomini ottusi nel ripetere
    le conclusioni alle quali li ha portati la loro intelligenza, Anatolij
    ripet ci che almeno cento volte aveva gi detto a Dlochov.   -   Te
    l'ho  gi  spiegato  e  te  lo  ripeto:  se questo matrimonio non sar
    valido,  -  disse piegando un dito  -  non sar io a risponderne;  se,
    invece, sar valido, fa lo stesso. All'estero nessuno sapr la verit.
    Non  cos? E ora basta: non dirmi altro, non dirmi altro!
    - Lascia perdere, ti ripeto. Non fai che cacciarti in un ginepraio...
    -  Va'  al  diavolo    -  esclam Anatolij e,  cacciandosi le mani nei
    capelli, usc di corsa dalla stanza, per rientrarvi per, subito dopo.
    Si accoccol su una poltrona,  proprio davanti a Dlochov.- Lo  sa  il
    diavolo quello che mi accade, eh? Senti come mi batte il cuore!  -  E,
    presa  la  mano di Dlochov,  se l'appoggi sul cuore.   -  Ah,  "quel
    pied, mon cher, quel regard! Une desse!" [35.  Ah,  che piedino,  mio
    caro, che sguardo! Una dea!].
    Dlochov  lo  guardava  con  il suo sorriso freddo e con i begli occhi
    sfrontati e scintillanti; si capiva che voleva ancora burlarsi di lui.
    - E quando i denari saranno finiti, che farai?
    - Che far?   -    ripet  Anatolij,  con  un'espressione  di  sincera
    perplessit di fronte al pensiero del futuro.  -  Che far? Questo non
    lo so... Ma a che serve dire sciocchezze?  -  E, guardando l'orologio,
    aggiunse:  -  E' ora.
    Si alz e, passato nell'altra stanza, grid ai domestici:
    - Non siete ancora pronti? Che fate l?
    Dlochov  intanto  ripose  il  denaro  e  ordin  al  domestico di far
    preparare da mangiare e da bere per il viaggio: poi pass nella stanza
    dove si trovavano Chvstikov e Makarin.
    Anatolij, sdraiato sul divano dello studio,  con il capo appoggiato su
    una  mano  sorrideva  pensoso  e  mormorava  tra s e s qualche dolce
    parola.
    - Vieni a mangiare qualche cosa...  Su,  vieni a bere!   -  gli  grid
    Dlochov dall'altra stanza.
    - Non ne ho voglia!  -  rispose Anatolij, continuando a sorridere.
    - Vieni! E' arrivato Balaga.
    Anatolij  si  alz  ed  entr  nella  sala  da  pranzo.  Balaga era un
    cocchiere da "trjka",  molto noto,  che gi  da  sei  anni  conosceva
    Dlochov  e  Anatolij.  Spesse volte,  quando Anatolij era di stanza a
    Tver,  Balaga era andato a prenderlo alla  sera,  l'aveva  condotto  a
    Mosca sul far del giorno e riportato a Tver la notte seguente.  Pi di
    una volta aveva portato in salvo Dlochov da chi lo inseguiva,  pi di
    una  volta  aveva  fatto  scorrazzare  i  due  amici per la citt,  in
    compagnia di zingari e di damigelle,  come Balaga le definiva.  Pi di
    una volta, al loro servizio, aveva travolto persone e vetturini per le
    vie  di  Mosca  e sempre i suoi signori,  come egli li chiamava,  lo
    avevano tirato fuori  dai  pasticci.  Per  loro  aveva  fatto  crepare
    parecchi  cavalli  e  pi  di  una  volta  era  stato percosso e fatto
    ubriacare di "champagne" o di Madera, vino di cui andava pazzo. Sapeva
    sul conto dei due amici cose  tali  che  avrebbero  fatto  spedire  in
    Siberia chiunque altro.  Spesso essi invitavano Balaga alle loro orge,
    lo facevano bere e ballare con gli zingari e parecchio denaro loro era
    passato per le sue mani.  Per servirli,  Balaga rischiava  la  propria
    vita venti volte all'anno e,  lavorando per loro,  erano pi i cavalli
    che aveva sfiancato che i soldi  presi.  Ma  era  affezionato  ai  due
    amici,  gli  piacevano  le  pazze  corse a diciotto miglia l'ora;  gli
    piaceva travolgere vetture di piazza e pedoni volando  come  un  pazzo
    per  le  vie  di  Mosca.  E gli piaceva udire alle sue spalle il grido
    selvaggio  di  voci  ubriache:  Forza!  Forza!,   quando  ormai  era
    impossibile  accelerare  la  corsa;  gli piaceva rifilare una frustata
    sulle spalle di un contadino che,  gi pi  morto  che  vivo,  si  era
    scansato per lasciarlo passare. Veri signori!, pensava.
    Anatolij  e  Dlochov  volevano  anch'essi  bene  a  Balaga per la sua
    bravura nell'esercitare il mestiere di cocchiere  e  perch  amava  le
    stesse  cose  che piacevano a loro.  Con gli altri Balaga contrattava,
    pretendeva venticinque rubli per due ore di corsa, con gli altri assai
    di rado guidava lui stesso ma mandava i  suoi  garzoni.  Con  i  suoi
    signori come egli li chiamava,  andava invece di persona e non voleva
    mai alcuna ricompensa per il  suo  lavoro.  Dalla  servit,  tuttavia,
    veniva  sempre  a  sapere quando i due erano provvisti di denaro e una
    volta ogni due o tre mesi  si  presentava  di  mattina,  perfettamente
    sobrio e,  inchinandosi profondamente,  pregava che lo togliessero dai
    guai. E i signori lo invitavano sempre a sedersi.
    - Voi mi dovete  aiutare,  Fdor  Ivnovic',  o  voi,  eccellenza    -
    diceva.   -  Sono rimasto senza cavalli;  prestatemi quello che potete
    perch possa andare alla fiera...
    E Anatolij e Dlochov,  quando  avevano  soldi,  gli  davano  mille  o
    duemila rubli.
    Balaga  era  un  contadino  di ventisette anni dal viso colorito e dal
    grosso collo sempre rosso; robusto,  tarchiato,  aveva il naso camuso,
    gli occhi piccoli e lustri e una barbetta a punta. Portava un pastrano
    blu  di  panno  molto  fine,  foderato di seta,  che infilava sopra il
    pellicciotto.
    Si fece il segno della croce nell'angolo delle icone e si  avvicin  a
    Dlochov, tendendogli una mano piccola e nera.
    -  Fdor Ivnovic'!  -  disse, inchinandosi.
    - Salute, fratello, ecco qui anche lui.
    - Ossequi,  eccellenza  -  profer,  avvicinandosi e tendendo anche ad
    Anatolij la mano.
    - Voglio sapere una cosa,  Balaga   -    disse  Anatolij  dandogli  un
    colpetto  sulla  spalla:    -  mi vuoi bene s o no?  Ho bisogno di un
    servizio. Con che cavalli sei venuto?
    - Con quelli che il messaggero  mi  ha  ordinato:  con  i  vostri    -
    rispose Balaga.
    - Be', ascoltami, Balaga: a costo di farli crepare tutti e tre, in tre
    ore dobbiamo arrivare; d'accordo?
    - E quando li avr fatti crepare,  come potremo arrivarci?  -  domand
    Balaga, ammiccando.
    - Non scherzare,  sai,  se non vuoi che ti rompa il muso!   -    grid
    Anatolij, stralunando gli occhi.
    - Ma chi vuole scherzare?   -  riprese il cocchiere dopo una risatina.
    -  C' forse qualcosa che non farei per i miei signori?  Correremo con
    tutta la forza che ci potranno dare i cavalli.
    - Ah!  -  disse Anatolij.  -  Siediti!
    - E siediti, dunque!  -  ripet Dlochov.
    - Posso restare in piedi, Fdor Ivnovic'.
    -  Su,  su,  non  fare  tante  storie  e  bevi!    -  ordin Anatolij,
    mettendogli  davanti  un  bel  bicchiere  di  Madera.  Gli  occhi  del
    cocchiere,  alla vista del vino,  luccicarono. Dopo aver rifiutato per
    convenienza,  bevette e si asciug la bocca con un fazzoletto di  seta
    rossa che aveva nel fondo del berretto.
    - Allora, eccellenza, quando si deve partire?
    - Ma... ecco...  -  (Anatolij guard l'orologio).  -  Direi di partire
    subito. Bada, eh, Balaga! Farai in tempo?
    -  Dipende da come avverr la partenza: se sar fortunata,  perch non
    dovrei fare in tempo?   -  rispose Balaga.   -    Una  volta,  non  vi
    ricordate,  eccellenza?  siamo venuti a prendervi sino a Tver in sette
    ore.
    - Sai,  una volta sono venuto da Tver per Natale  -    disse  Anatolij
    sorridendo  al  ricordo,  rivolgendosi a Makarin che guardava commosso
    Kuragin a occhi spalancati.  -  Ci credi,  Makarka,  che ci mancava il
    respiro tanta era la velocit con cui correvamo?
    -  E che cavalli erano quelli!   -  prosegu Balaga.   -  Avevo allora
    attaccati due puledri come bilancini al sauro  -    disse,  rivolto  a
    Dlochov.    -   Lo crederesti,  Fdor Ivnovic'?  Quelle bestie hanno
    volato per sessanta miglia;  non riuscivo pi a tenere le  redini,  le
    mani  mi  si  erano  intorpidite  dal  gelo.  A un certo momento le ho
    buttate. Tienile tu, eccellenza,  dissi,  e caddi nella slitta.  Non
    soltanto non era necessario spronarli,  quegli animali, ma non era pi
    possibile frenarli... In tre ore ci portarono,  quei satanassi!  Crep
    soltanto quello di sinistra.


    CAPITOLO 17.

    Anatolij usc dalla stanza e dopo qualche minuto torn con indosso una
    pelliccia  nera  stretta  ai  fianchi  da  una  cintura d'argento e un
    berretto di zibellino messo sulle ventitr che si  addiceva  assai  al
    suo  bel  viso.   Si  guard  nello  specchio  e  poi,   nello  stesso
    atteggiamento che aveva assunto davanti allo specchio,  si present  a
    Dlochov e prese un bicchiere di vino.
    - Ebbene,  Fdja,  ti saluto! Grazie di tutto, e addio!  -  gli disse.
    -  Addio anche a voi,  compagni e amici  -  riflett  un  momento    -
    della mia giovinezza...  Addio!   -  ripet,  rivolgendosi a Makarin e
    agli altri.
    Bench tutti partissero con lui, Anatolij voleva evidentemente rendere
    quell'addio commovente e solenne.  Parlava adagio  con  voce  alta  e,
    protendendo il petto, dondolava una gamba.
    -  Ognuno  di  voi  prenda  un bicchiere e anche tu,  Balaga.  Ebbene,
    compagni,  amici della mia giovinezza,  ci  siamo  divertiti,  abbiamo
    vissuto,  ci  siamo  dati  alla  pazza  gioia,  non  vero?  Quando ci
    rivedremo?  Io vado all'estero.  Addio,  ragazzi!  Alla vostra salute.
    Urr!  -  esclam, vuotando il bicchiere che poi scagli a terra.
    -  Salute!    -    rispose  Balaga e anch'egli vuot il bicchiere e si
    asciug la bocca con il  fazzoletto.  Makarin,  con  le  lacrime  agli
    occhi, abbracci Anatolij.
    - Ah, principe! Come mi rattrista dovermi separare da te!  -  esclam.
    - Partiamo, partiamo!  -  grid Anatolij.
    Balaga fece per uscire dalla stanza.
    - No,  aspetta!   -  lo trattenne Anatolij.   -  Chiudete la porta: ci
    dobbiamo mettere tutti a sedere...  cos (36)...   -  Gli usci  furono
    chiusi, e tutti si sedettero.
    - E ora, ragazzi, marsch!  -  esclam Anatolij, alzandosi.
    Il domestico Joseph gli porse la borsa e la sciabola, e tutti uscirono
    nell'anticamera.
    - E la pelliccia dov'?   -  domand Dlochov.  -  Eh, Ignatka! Va' da
    Matrna Matvevna e fatti dare la pelliccia, il mantello di zibellino.
    Ho sentito dire come si rapiscono le donne  -  continu strizzando  un
    occhio.    -    La ragazza uscir pi morta che viva,  vestita come in
    casa;   se  ti  tratterrai  appena  un  minuto,   saranno  lacrime   e
    invocazioni: pap di qui, mamma di l... Sentir subito un gran freddo
    e vorr tornare indietro!  Tu, invece, avvolgila immediatamente in una
    calda pelliccia e portala di corsa nella slitta.
    Il domestico rec un mantello da donna foderato di pelli di volpe.
    - Imbecille!  Ti  ho  detto  di  portare  quello  di  zibellino.  Ehi,
    Matrska,  quello  di zibellino!   -  grid cos forte che la sua voce
    rison in tutte le stanze.
    Una bella zingara, pallida e magra,  con gli occhi neri e splendenti e
    i  capelli  ricciuti  dai  riflessi  turchini,  avvolta in uno scialle
    rosso, accorse portando sulle braccia la pelliccia di zibellino.
    - Be', non mi dispiace, prendila!  -  disse,  evidentemente intimidita
    davanti al padrone e guardando con rimpianto la pelliccia.
    Dlochov,  senza risponderle,  prese la pelliccia,  gliela gett sulle
    spalle e gliela avvolse attorno alla persona.
    - Ecco, si fa cos, e poi cos  -  spieg Dlochov, sollevando attorno
    alla testa della donna il bavero e  lasciando  scoperta  soltanto  una
    parte del viso.   -  Poi cos, vedi?  -  e spinse la testa di Anatolij
    verso l'apertura del bavero dalla quale appariva il sorriso radioso di
    Matrscia.
    - Suvvia, addio,  Matrscia!   -  disse Anatolij,  baciandola.   -  E'
    finita la baldoria,  qui!  Salutami Stpka... Addio! Addio, Matrscia,
    augurami buona fortuna!
    - Dio vi conceda, principe, ogni felicit  -  rispose Matrscia con il
    suo accento di zingara.
    Due "trjke" erano ferme davanti alla  scalinata,  trattenute  da  due
    garzoni.  Balaga  si sedette nella prima e alzando i gomiti sistem le
    redini,  senza affrettarsi.  Anatolij e Dlochov presero  posto  nella
    stessa  sua  slitta,  Makarin,  Chvstikov  e  il  cameriere  salirono
    sull'altra.
    - Siamo pronti?   -  domand  Balaga.    -    Via!    -    grid  poi,
    avvolgendosi  le  redini  attorno alla manica.  E la "trjka" part al
    galoppo verso il viale Nikitzikij.
    - Forza! Oh, oh!  -  risonavano nel silenzio le voci di Balaga e del
    garzone che gli sedeva accanto a cassetta.  Sulla piazza dell'Arbt la
    "trjka"  urt  una carrozza;  si ud uno schianto,  un grido...  e la
    "trjka" continu la sua corsa veloce.
    Dopo essere andato su e gi per via Podnovnskaja,  Balaga cominci  a
    moderare l'andatura dei cavalli e poi,  tornato indietro,  li ferm al
    crocicchio della Straja Konjscennaja.
    Il garzone balz gi per tenere i  cavalli.  Anatolij  e  Dlochov  si
    avviarono  lungo  il  marciapiede.  Mentre si avvicinavano al portone,
    Dlochov fece un fischio.  Gli rispose un altro fischio e subito  dopo
    arriv di corsa una cameriera.
    - Entrate nel cortile... vi potrebbero vedere. Verr subito  -  disse.
    Dlochov  rimase  presso  il portone.  Anatolij segu la cameriera nel
    cortile, svolt l'angolo e corse su per la scala.
    Gavrila, il gigantesco lacch di Mrija Dmtrevna, si fece incontro ad
    Anatolij.
    - Favorite dalla signora  -  gli disse con  profonda  voce  di  basso,
    sbarrandogli il passo verso la porta.
    - Da quale signora? E tu chi sei?  -  domand Anatolij ansimando.
    - Favorite: ho l'onore di farvi passare.
    - Kuragin! Torna indietro!  -  gridava Dlochov.  -  Tradimento! Torna
    indietro !
    Presso il portone dove si era fermato,  Dlochov stava lottando con il
    portiere che cercava di chiudere il portone alle spalle  di  Anatolij.
    Radunando  tutte  le  sue  forze,  Dlochov  riusc  a  respingerlo e,
    afferrato per un braccio Anatolij che usciva  di  corsa,  lo  trascin
    fuori dal portone e insieme con lui si precipit verso la "trjka".


    CAPITOLO 18.

    Mrija  Dmtrevna,  sorpresa  Snja in lacrime nel corridoio,  l'aveva
    costretta a rivelare tutto.  Dopo aver letto il biglietto di Natascia,
    era entrata nella camera della fanciulla.
    - Svergognata!  Sfacciata!   -  le aveva detto.  -  Non voglio sentire
    nulla!  -  Respinta Natascia che la guardava con occhi stupefatti,  ma
    completamente asciutti,  l'aveva chiusa a chiave nella stanza e,  dopo
    aver ordinato al portiere di lasciar entrare nel  cortile  le  persone
    che sarebbero venute quella sera ma di non lasciarle pi uscire,  e al
    domestico di far salire quelle persone da lei,  si sedette in salotto,
    in attesa dei rapitori.
    Quando Gavrila annunzi a Mrija Dmtrevna che le persone attese erano
    fuggite,  essa, con le sopracciglia corrugate, si alz e, intrecciando
    le mani dietro la schiena,  per un pezzo  cammin  su  e  gi  per  la
    stanza,  pensando  al da farsi.  A mezzanotte,  tastando la chiave che
    aveva in tasca,  entr nella camera di  Natascia.  Snja,  seduta  nel
    corridoio, singhiozzava.
    -  Mrija  Dmtrevna,  lasciatemi  andare  da  lui,  per  amor di Dio!
    supplic Natascia.  Mrija Dmtrevna non le rispose,  apr l'uscio  ed
    entr.   Che  turpitudine,   che  vigliaccheria!  Nella  mia  casa...
    ragazzaccia svergognata!  Mi fa tanta pena suo padre! pensava  Mrija
    Dmtrevna, sforzandosi di contenere il suo sdegno. Per quanto la cosa
    sia difficile, ordiner a tutti di tacere e di nascondere ogni cosa al
    conte.  Ed entr a passo deciso. Natascia era distesa sul divano, con
    la testa tra le mani,  e immobile.  Era rimasta nella stessa posizione
    in cui Mrija Dmtrevna l'aveva lasciata.
    - Brava,  brava davvero!   -  disse Mrija Dmtrevna.   -  In casa mia
    dare appuntamenti agli amanti !  Inutile  fingere.  E  ascolta  quando
    parlo con te  -  disse,  toccandole un braccio.   -  Ti sei coperta di
    vergogna come l'ultima delle sgualdrine.  So ben io quale  lezione  ti
    darei, ma mi fa troppa pena tuo padre... Gli nasconder ogni cosa...
    Natascia non mut posizione, ma tutto il suo corpo cominciava a essere
    scosso  da  singhiozzi sordi e convulsi,  che le mozzavano il respiro.
    Mrija Dmtrevna guard Snja  e  si  sedette  sul  divano  accanto  a
    Natascia.
    -  E'  stata  una  fortuna  per lui essere riuscito a scappare,  ma lo
    ritrover  -  rispose con la sua voce rude.   -  Senti o no quello che
    dico?    -  Pass la larga mano sotto il viso di Natascia,  voltandolo
    verso di s.  Mrija Dmtrevna e Snja rimasero stupite alla vista  di
    quel volto: gli occhi asciutti scintillavano, le labbra erano serrate,
    le guance incavate.
    - Lasciate...mi ...  stare ...  cosa mi ... io morir!  -  balbett la
    fanciulla,  liberandosi con uno sforzo  iroso  dalle  mani  di  Mrija
    Dmtrevna e riprendendo la posizione di prima.
    - Natlja  -  esclam Mrija Dmtrevna.   -   Io desidero il tuo bene.
    Tu resta pure cos, non ti tocco... ma mi devi ascoltare...  Non star
    a  dirti sino a che punto tu sia colpevole,  giacch lo devi sapere da
    te.  Ti ricorder soltanto che tuo padre arriver domani...  Che  cosa
    devo dirgli, eh?
    Di nuovo il corpo di Natascia fu scosso da violenti singhiozzi.
    -  Tuo padre,  tuo fratello e anche il tuo fidanzato verranno a sapere
    tutto!
    - Non ho pi fidanzato:  ho  ripreso  la  mia  parola!    -    rispose
    Natascia.
    - Non importa  -  continu Mrija Dmtrevna.   -  Lo verranno a sapere
    ugualmente. E credi che resteranno indifferenti?  Ma se tuo padre,  io
    lo conosco, sfider a duello quel giovane, ti pare una bella cosa, eh?
    - Lasciatemi stare!  Perch avete impedito tutto?  Perch? Perch? Chi
    ve l'ha chiesto?   -  gridava  Natascia,  sollevandosi  sul  divano  e
    guardando Mrija Dmtrevna con occhi sfavillanti di collera.
    - Ma che cosa volevi fare?  -  riprese Mrija Dmtrevna accalorandosi.
    -  Ti tenevamo forse prigioniera?  Chi gli impediva di venire in casa?
    Perch voleva rapirti come una zingara? E quand'anche fosse riuscito a
    rapirti, credi che non l'avrebbero trovato?  Tuo padre,  tuo fratello,
    il tuo fidanzato? Quell'uomo  un furfante, un vile: ecco che cos'!
    - Vale pi di tutti voi  -  esclam Natascia, sollevandosi.  -  Se voi
    non vi foste messa in mezzo...  Ah,  mio Dio!  Perch?  Perch? Snja,
    perch?  Andate via!   -  E singhiozzava con la  disperazione  di  chi
    piange  per  un dolore di cui si sente colpevole.  Mrija Dmtrevna si
    rimise a parlare, ma Natascia esclam:
    - Andate via, andate via!  Voi tutti mi odiate...  mi disprezzate!-  E
    si butt di nuovo sul divano.
    Mrija  Dmtrevna  cerc  ancora  per  un  poco  di  calmare Natascia,
    facendole capire che bisognava nascondere  ogni  cosa  al  conte,  che
    nessuno  avrebbe  dovuto  sapere  nulla  purch lei stessa,  Natascia,
    volesse dimenticare tutto e non  lasciasse  mai  trapelare  dinanzi  a
    chicchessia nulla di quanto era accaduto. Natascia non rispondeva, non
    singhiozzava  pi,  ma  era scossa come da brividi di febbre e tremava
    tutta. Mrija Dmtrevna le mise un guanciale sotto la testa,  la copr
    con  due  coperte  e  le  port un decotto di tiglio;  ma la fanciulla
    continuava a tacere.
    - Be',  lasciamola riposare  -  disse Mrija Dmtrevna,  uscendo dalla
    stanza  e  credendo che Natascia fosse assopita.  Ma essa non dormiva;
    con gli occhi spalancati e immobili nel  viso  pallidissimo,  guardava
    diritto davanti a s. Per tutta la notte non chiuse occhio, non pianse
    e non rivolse la parola a Snja che parecchie volte si era alzata e le
    si era avvicinata.
    Il  giorno  successivo,  all'ora di colazione,  il conte Ilj Andreic'
    torn, come aveva promesso,  dal suo possedimento vicino a Mosca.  Era
    molto allegro;  le trattative con il compratore erano state concluse e
    nulla pi lo tratteneva  in  citt,  lontano  dalla  contessa  di  cui
    sentiva nostalgia.  Mrija Dmtrevna gli and incontro e gli disse che
    il giorno prima Natascia si era sentita poco bene, che si era chiamato
    il medico, ma che ora stava assai meglio.  Quella mattina Natascia non
    usc  dalla  camera.  Con  le  labbra  strette,  con gli occhi aridi e
    immobili,  stava seduta presso la finestra,  fissava ansiosa la  gente
    che  passava  per  la  strada  e  si  voltava in fretta a guardare chi
    entrava nella stanza.  Evidentemente ella aspettava ancora notizie  da
    lui, aspettava che egli venisse di persona o le scrivesse.
    Quando entr il conte,  si volt inquieta al rumore dei passi maschili
    di lui, e il suo viso riprese l'espressione fredda e cattiva di prima.
    Non si alz nemmeno per andare incontro al padre.
    - Che hai, angelo mio? Sei malata?  -  domand il conte.
    Natascia non rispose subito.
    - S,  sono malata  -  rispose infine.  Alle domande ansiose del conte
    che  le chiedeva come mai fosse cos abbattuta e se non fosse accaduto
    qualcosa al fidanzato,  ella rispose che non era successo nulla  e  lo
    preg  di  non  preoccuparsi.  Mrija  Dmtrevna  conferm al conte le
    parole di Natascia.  Il conte,  sia dal turbamento  e  dalla  supposta
    malattia della figlia,  sia dalle facce sconvolte di Snja e di Mrija
    Dmtrevna intu che durante la sua assenza era accaduto  senza  dubbio
    qualche  cosa;  ma  gli  era  tanto  penoso  pensare che una qualsiasi
    eventualit spiacevole avesse turbato la sua figliuola prediletta, gli
    stava tanto  a  cuore  la  propria  serena  tranquillit  che  prefer
    astenersi dall'insistere nelle domande e, cercando di convincersi che,
    in realt,  non era accaduto nulla di particolare,  si doleva soltanto
    che l'indisposizione di Natascia gli facesse rimandare la partenza per
    la campagna.


    CAPITOLO 19.

    Dal giorno dell'arrivo di sua moglie a Mosca,  Pierre si  preparava  a
    partire per un luogo qualsiasi, pur di non doversi trovare con lei.
    Poco dopo l'arrivo dei Rostv, l'impressione che Natascia produceva su
    di  lui lo costrinse ad affrettare la realizzazione dei suoi progetti.
    Si rec a Tven dalla vedova di Jussif Aleksevic',  la quale da  molto
    tempo gli aveva promesso di consegnargli le carte del defunto.
    Quando ritorn a Mosca vi trov una lettera di Mrija Dmtrevna che lo
    invitava a casa sua per una faccenda molto importante,  che riguardava
    Andrj Bolkonskij e la sua fidanzata.  Pierre  evitava  Natascia.  Gli
    pareva  di  nutrire  per  lei un sentimento pi forte di quello che un
    uomo ammogliato deve avere per la fidanzata di un amico.  E uno strano
    destino si ostinava a fargliela incontrare.
    Che  cosa  sar  accaduto?  E come posso io entrare nella faccenda?,
    pensava Pierre, vestendosi per recarsi da Mrija Dmtrevna. Se almeno
    tornasse presto il principe Andrj e la sposasse!,  si diceva durante
    il tragitto verso casa Achrosimov.
    Sul viale di Tver si sent chiamare.
    - Pierre! Sei arrivato da molto tempo?  -  gli grid una voce nota.
    Pierre alz la testa. In una slitta tirata da due trottatori grigi che
    con  gli  zoccoli  sollevavano la neve che sprizzava sino a coprire la
    parte anteriore della slitta, balen la figura di Anatolij,  che aveva
    accanto  il  suo inseparabile compagno Makarin.  Anatolij stava seduto
    col busto eretto, nel classico atteggiamento degli eleganti ufficiali,
    con la testa leggermente inclinata  e  la  parte  inferiore  del  viso
    coperta  dal colletto di martora del cappotto.  Era fresco e colorito;
    il cappello con il pennacchio bianco messo sulle ventitr,  scopriva i
    capelli ricciuti, impomatati e cosparsi di piccoli fiocchi di neve.
    Ecco un uomo veramente saggio,  pens Pierre.  Non vede nulla al di
    l del piacere presente e nulla riesce a turbarlo. Per questo  sempre
    allegro, soddisfatto e tranquillo.  Che cosa non darei per essere come
    lui!, concluse con invidia.
    Nell'anticamera  di casa Achrosimov,  un servitore,  aiutando Pierre a
    togliersi la pelliccia,  gli disse che Mrija Dmtrevna lo pregava  di
    favorire nella sua camera da letto.
    Aprendo  l'uscio  della sala,  Pierre scorse Natascia seduta presso la
    finestra e not sul viso magro e pallidissimo  di  lei  un'espressione
    cattiva.  Ella  si  volse  a  guardarlo,  aggrott  le sopracciglia e,
    dignitosa e fredda, usc dalla stanza.
    - Che  successo?  -  domand Pierre,  entrando nella camera di Mrija
    Dmtrevna.
    - Belle cose!   -  rispose Mrija Dmtrevna.   -  Da cinquantotto anni
    sono al mondo, ma non ho mai veduto una vergogna simile.   E,  fattasi
    dare  da  Pierre  la  parola  d'onore di serbare il segreto su ci che
    avrebbe saputo,  Mrija Dmtrevna  lo  inform  che  Natascia  si  era
    svincolata dalla promessa che la legava al principe Andrj senza che i
    genitori  lo  sapessero  e che la causa di tale decisione era Anatolij
    Kuragin,  con il quale la moglie di Pierre l'aveva fatta incontrare  e
    con  il  quale la fanciulla aveva tentato di fuggire durante l'assenza
    del padre, per sposarlo segretamente.
    Pierre,  con le spalle alzate,  ascoltava  Mrija  Dmtrevna  a  bocca
    aperta,  incapace  di credere alle proprie orecchie.  La fidanzata del
    principe Andrj,  da  lui  amata  con  tanta  passione,  quella  dolce
    Natascia   Rostova   di   un  tempo,   aveva  preferito  a  Bolkonskij
    quell'imbecille di Anatolij,  gi ammogliato (Pierre era  al  corrente
    del  segreto  del matrimonio del cognato) e se ne era innamorata a tal
    punto da acconsentire a fuggire con lui?  Queste erano cose che Pierre
    non riusciva a capire e neppure a immaginare.
    La dolce, affascinante immagine di Natascia, che egli conosceva sin da
    bambina, non poteva conciliarsi, nel suo animo, con l'inatteso aspetto
    della  sua  stupida  crudelt.  Si ricord di sua moglie.  Sono tutte
    uguali!, si disse,  pensando che non a lui solo era toccata la triste
    sorte  di  essere  legato  a una donna perversa.  Tuttavia provava una
    piet,  dolorosa sino  alle  lacrime,  per  il  principe  Andrj,  per
    l'orgoglio ferito di lui e,  quanto pi compiangeva l'amico, con tanto
    maggiore disprezzo e disgusto pensava a quella Natascia che poco prima
    gli era passata davanti cos fredda e  dignitosa.  Egli  ignorava  che
    l'anima  di  Natascia  era  colma  di  disperazione,  di vergogna,  di
    umiliazione e che non le si poteva fare colpa se,  senza  volerlo,  il
    suo volto aveva quell'espressione dignitosa e severa.
    - Sposarsi?   -  esclam Pierre alle parole di Mrija Dmtrevna.- Egli
    non poteva sposarsi:  gi ammogliato.
    - Di bene in meglio!   -  disse  Mrija  Dmtrevna.    -    Che  bravo
    ragazzo! Bella razza di farabutto! E lei lo aspetta, lo aspetta da due
    giorni. Bisogner dirle tutto: per lo meno, smetter di aspettare.
    Messa al corrente da Pierre dei particolari del matrimonio di Kuragin,
    e dopo aver sfogato la propria collera con ingiurie e minacce,  Mrija
    Dmtrevna gli spieg perch lo avesse mandato a chiamare.  Temendo che
    il  conte  e  Bolkonskij,  il  quale  poteva  arrivare  da  un momento
    all'altro,  venissero a sapere la cosa che essa intendeva  tener  loro
    nascosta  e  potessero  sfidare  a  duello Kuragin,  pregava Pierre di
    intimare  -  a suo nome  -   al  cognato  di  lasciare  immediatamente
    Mosca e di non comparirvi mai pi.  Pierre le promise di soddisfare il
    suo desiderio, comprendendo soltanto ora il pericolo che minacciava il
    vecchio conte, Nikolj e il principe Andrj. Dopo avergli espresso con
    chiarezza le sue ingiunzioni,  Mrija Dmtrevna gli permise di passare
    in salotto.   -  Bada,  eh, che il conte non sa nulla! Fa' conto anche
    tu di ignorare ogni cosa  -  aggiunse.  -  Intanto io vado a dirle che
     inutile aspettare!  Se vuoi resta qui a pranzo    -    grid  Mrija
    Dmtrevna alle spalle di Pierre.
    Pierre incontr il vecchio conte che trov turbato e sconvolto. Quella
    mattina  Natascia  gli  aveva  detto che si era sciolta dalla promessa
    fatta a Bolkonskij.
    - Che guaio, che guaio,  "mon cher",   -  disse a Pierre  -  che guaio
    aver da fare con queste ragazze,  quando la madre non c';  davvero mi
    pento di essere venuto qui.  Con voi  sar  sincero.  L'avete  saputo?
    Natascia  ha  reso  la  parola  al  fidanzato  senza chiedere niente a
    nessuno.  Diciamo pure che io non mi sono  mai  tanto  rallegrato  per
    questo matrimonio. Il principe Andrj, d'accordo,  un ottimo giovane,
    ma che volete?  Sposandosi contro la volont del padre,  non sarebbero
    stati felici, e Natascia non rester certo senza pretendenti. Tuttavia
    era una cosa che durava ormai da tempo,  ma si pu compiere  un  passo
    simile  senza  parlarne  al padre o alla madre?  Ora  ammalata,  e sa
    Iddio che cosa ha...  Brutto affare,  conte,  le ragazze lontane dalla
    madre!-   Pierre,  vedendo che il conte era molto sconvolto,  cerc di
    parlar  d'altro,   ma  Ilj  Andreic'  ritornava  di  nuovo  alle  sue
    preoccupazioni.
    Snja, tutta agitata, entr nel salotto.
    -  Natascia non sta affatto bene  -  disse a Pierre.   -  E' nella sua
    camera e desidera vedervi. Anche Mrija Dmtrevna,  che  con lei,  vi
    prega di venire.
    - Gi,  voi siete grande amico di Bolkonskij e certamente vorr fargli
    sapere qualcosa per mezzo vostro  -  disse il conte.  -  Ah,  mio Dio,
    mio  Dio!  Andava tutto cos bene...   -  E,  mettendosi le mani tra i
    radi capelli grigi, usc dalla stanza.
    Mrija  Dmtrevna  aveva  informato  Natascia  che  Anatolij  era  gi
    sposato.  La  fanciulla  non  ci  voleva  credere  ed  esigeva di udir
    confermare la cosa da  Pierre.  Snja  ne  inform  Pierre  mentre  lo
    accompagnava lungo il corridoio, verso la camera di Natascia.
    Natascia,  pallida  e severa,  sedeva accanto a Mrija Dmtrevna e non
    appena  scorse  Pierre  lo  accolse  con  uno   sguardo   febbrile   e
    interrogativo. Non gli sorrise, non gli fece un cenno di saluto con il
    capo;  si limit a guardarlo fissamente,  ostinatamente,  e con quello
    sguardo pareva domandargli una sola cosa: se fosse un  amico  o,  come
    tutti gli altri,  un nemico per Anatolij.  Pierre, in s e per s, non
    esisteva per lei; era evidente.
    - Egli sa tutto   -    disse  Mrija  Dmtrevna,  indicando  Pierre  e
    volgendosi  a  Natascia.    -    E potr confermarti se ti ho detto la
    verit.
    Come una bestia ferita guarda i cani e i cacciatori che la inseguono e
    si avvicinano, Natascia guardava ora Pierre, ora Mrija Dmtrevna.
    - Natlja Ilnisna,   -   cominci  Pierre,  abbassando  gli  occhi  e
    provando  un  sentimento  di  piet per ci che doveva fare  -  che la
    cosa sia vera o falsa deve esservi indifferente, perch...
    - Non  vero, dunque, che  gi ammogliato?
    - S,  vero.
    - E' ammogliato da molto tempo? Parola d'onore?  -  domand lei.
    Pierre le diede la sua parola d'onore.
    - E' ancora qui?  -  volle sapere la fanciulla.
    - S, l'ho veduto poco fa.
    Natascia, evidentemente non pi in grado di parlare, fece cenno con la
    mano che la lasciassero sola.


    CAPITOLO 20.

    Pierre non rimase a pranzo e,  appena uscito dalla camera di Natascia,
    se ne and. Gir per la citt in cerca di Anatolij Kuragin. Pensando a
    lui,  tutto  il  sangue gli affluiva al cuore e sentiva di respirare a
    fatica.  Sulla collina,  presso gli zingari,  da Comoneno,  non c'era.
    Pierre and allora al circolo,  dove tutto procedeva come sempre.  Gli
    ospiti,  venuti per pranzare,  stavano  seduti  a  gruppi,  salutavano
    Pierre e parlavano delle novit cittadine.  Il cameriere,  dopo averlo
    salutato, sapendo quali erano i suoi conoscenti e le sue abitudini, lo
    inform che il suo posto era come sempre preparato nel salottino,  che
    il  principe  Michal  Zacharyc'  si trovava in biblioteca e che Pavel
    Timofeic' non si era ancora visto.
    Uno dei conoscenti di Pierre gli domand,  tra una parola e l'altra di
    un discorso sulle condizioni del tempo,  se avesse sentito parlare del
    rapimento della Rostova da parte di Kuragin,  di cui si vociferava  in
    citt:  era  vero?  Pierre,  sorridendo,  disse che si trattava di una
    invenzione,  giacch egli stava venendo proprio allora dalla casa  dei
    Rostv.  Domand  a tutti se avessero visto Anatolij,  uno gli rispose
    che non lo si era ancora visto,  un  altro  lo  assicur  che  sarebbe
    senz'altro  venuto  a  pranzo.  A Pierre pareva strano guardare quella
    folla di persone tranquille e  indifferenti  che  ignoravano  ci  che
    avveniva nel suo animo. Passeggi per le sale, aspett che tutti se ne
    fossero  andati  e,  dopo  aver  atteso  inutilmente  Anatolij,  senza
    fermarsi a pranzare, torn a casa.
    Anatolij,  che egli aveva  tanto  cercato,  pranzava  quel  giorno  da
    Dlochov,  discutendo  con  lui  sul  modo  di  rimediare  all'impresa
    fallita. Gli pareva indispensabile avere un colloquio con Natascia. La
    sera si rec in casa della sorella per trovare con  lei  i  mezzi  pi
    adatti a combinare un incontro con la fanciulla.
    Quando  Pierre,  dopo aver invano fatto il giro di tutta Mosca,  fu di
    ritorno a casa,  un cameriere lo inform che il principe  Anatolij  si
    trovava dalla contessa. Il salotto era pieno di ospiti.
    Pierre,  senza salutare la moglie, che non aveva ancora veduto dopo il
    suo arrivo,  e che in quel momento gli era pi odiosa che  mai,  entr
    nel salotto e, veduto Anatolij, and diritto verso di lui.
    - Ah,  Pierre,   -  esclam la contessa,  avvicinandosi al marito.- Tu
    non sai in che  situazione  si  trova  il  nostro  Anatolij...  ma  si
    interruppe  vedendo  nella  testa profondamente abbassata di lui,  nei
    suoi occhi  scintillanti,  nel  suo  passo  deciso,  quella  terribile
    espressione  di  furore  e  di  forza  che  ella  aveva  conosciuta  e
    sperimentata dal giorno del duello con Dlochov.
    - Dove siete voi,  l sono la corruzione e il male  -    disse  Pierre
    alla moglie.  -  Anatolij, venite, devo parlarvi  -  disse in francese
    al cognato.
    Anatolij  guard  la  sorella  e si alz docilmente,  pronto a seguire
    Pierre.
    Questi, presolo per un braccio, lo tir a s e usc dalla stanza.
    - "Si vous vous permettez dans mon salon..." [37.  Se  vi  permettete,
    nel mio salotto...]  -  bisbigli Elen,  ma Pierre, senza risponderle,
    usc.
    Anatolij lo seguiva con la sua consueta andatura disinvolta. Ma il suo
    viso esprimeva una grande inquietudine.
    Entrato nello studio,  Pierre  chiuse  la  porta  e  si  si  volse  ad
    Anatolij, senza alzar gli occhi su di lui.
    -  Voi  avete  promesso alla contessina Rostova di sposarla?  Volevate
    rapirla?
    - Mio caro,  -  rispose Anatolij in francese,  lingua in cui si svolge
    tutto il colloquio  -  non mi ritengo obbligato a rispondere a domande
    fatte su questo tono.
    Il  viso  di  Pierre,  che gi era pallido,  assunse un'espressione di
    furore.  Con la sua mano poderosa afferr Anatolij per il bavero della
    giubba  e prese a scrollarlo di qua e di l sino a che il volto di lui
    non ebbe assunto una sufficiente espressione di terrore.
    - Quando dico che devo parlare con voi...  -  ripet Pierre.
    - Ma, insomma, questo  sciocco, no?  -  disse Anatolij, tastandosi il
    colletto dal quale un pezzo di panno si era staccato  insieme  con  il
    bottone.
    -  Siete  un vile,  un mascalzone,  e non so che cosa mi trattenga dal
    procurarmi il piacere di spaccarvi la  testa  con  questo  arnese    -
    profer  Pierre,  esprimendosi in modo cos artificioso perch parlava
    in francese,  e,  preso un pesante fermacarte,  lo sollev  con  gesto
    minaccioso, ma lo depose immediatamente al suo posto.
    - Le avete promesso di sposarla, non  vero?
    - Io...  io non ci ho pensato...  Del resto, non ho mai promesso nulla
    perch...
    Pierre lo interruppe.
    - Avete lettere sue? Avete delle lettere?   -  insist,  avvicinandosi
    ad Anatolij.
    Anatolij  lo guard e subito,  messa una mano in tasca,  cav fuori il
    portafogli.
    Pierre prese una lettera che il cognato gli tendeva e, respingendo una
    tavola che gli impediva di passare, si lasci cadere sul divano.
    - "Je ne serai pas violent, ne craignez rien" [33.  Non sar violento,
    non  abbiate  paura]    -   disse,  rispondendo al gesto spaventato di
    Anatolij.  -  Prima cosa, le lettere  -  rispose come se ripetesse una
    lezione a se stesso;   -  seconda  -    continu  dopo  un  minuto  di
    silenzio,  alzandosi  di  nuovo    -   dovete partire domani stesso da
    Mosca...
    - Ma come posso...
    - Terza,   -  continu Pierre senza dargli ascolto  -  non dovrete mai
    dire  una parola su quanto  avvenuto tra voi e la contessina.  So che
    non posso impedirvi di parlare,  ma se avete un minimo di coscienza...
    -   Pierre and parecchie volte avanti e indietro per la stanza mentre
    Anatolij sedeva,  scuro in faccia,  presso la tavola,  e si mordeva le
    labbra.
    -  Voi non potete non comprendere che,  in fin dei conti,  al di fuori
    del vostro piacere,  hanno valore la pace e la  felicit  di  un'altra
    creatura,  che voi non esitate a rovinare per divertirvi. Spassatevela
    con le donne simili a mia moglie,  con le quali siete in pieno diritto
    di farlo;  esse sanno ci che volete da loro.  Sono armate,  contro di
    voi,  di una esperienza del vizio uguale alla vostra.  Ma promettere a
    una fanciulla di sposarla...  ingannarla...  rapirla.  Come non capite
    che questa  un'azione vigliacca,  come il percuotere un vecchio o  un
    bambino?
    Pierre  tacque  e  guard Anatolij,  con un'espressione pi calma,  ma
    interrogativa.
    - Questo non lo so.  Eh?   -  disse Anatolij che ripigliava audacia  a
    mano  a  mano  che  Pierre riusciva a dominare la propria collera.   -
    Questo non lo so,  n lo voglio sapere   -    ripet,  senza  guardare
    Pierre,  con un leggero tremito della mascella;  ma voi mi avete detto
    parole come mascalzone e simili...  che io,  comme  "homme  d'honneur"
    [39. come gentiluomo], non accetto da nessuno.
    Pierre lo fiss stupito, senza riuscire a capire che cosa volesse.
    -  No,   -  prosegu Anatolij  -  non posso permettere che mi si parli
    cos, sia pure a quattr'occhi.
    - Ah, volete dunque soddisfazione?  -  concluse Pierre con ironia.
    - Potreste almeno ritirare la vostre parole ingiuriose. Eh?  Se volete
    che io compia i vostri desideri. Eh?
    - Le ritiro, le ritiro  -  consent Pierre  -  e vi prego di scusarmi.
    -    E,  senza  volerlo,  guard  il  bottone strappato.   -  Se avete
    bisogno, vi dar del denaro per il viaggio...
    Anatolij sorrise.
    Quel sorriso timido e vile che aveva notato tante volte  sul  viso  di
    sua moglie, esasper Pierre.
    - Ah, razza vigliacca e senza cuore!  -  esclam, e usc in fretta.
    Il giorno seguente Anatolij partiva per Pietroburgo.


    CAPITOLO 21.

    Pierre si rec da Mrija Dmtrevna per informarla che il suo desiderio
    relativo all'allontanamento di Kuragin da Mosca era stato appagato.
    Nella casa regnava inquietudine e paura.  Natascia stava molto male e,
    come Mrija Dmtrevna disse a Pierre sotto  il  vincolo  del  segreto,
    nella  notte  stessa  in  cui  le  era stato rivelato che Anatolij era
    sposato, aveva tentato di avvelenarsi con dell'arsenico procuratosi di
    nascosto. Dopo averne inghiottito un po',  si era tanto spaventata che
    aveva  svegliato  Snja  e  le aveva confessato il gesto compiuto.  Le
    misure necessarie contro il veleno erano state prese in tempo,  e  ora
    la  fanciulla  era fuori pericolo,  ma tuttavia ancora cos debole che
    non era possibile pensare di portarla in campagna,  motivo per cui  si
    era  deciso  di  mandare a prendere la contessa.  Pierre vide il conte
    assai turbato e Snja con il viso disfatto dalle lacrime,  ma non pot
    vedere Natascia.
    Quel giorno Pierre pranz al circolo.  Da tutte le parti udiva parlare
    del tentativo di ratto della Rostova, ma smentiva ostinatamente quella
    notizia,  assicurando tutti che nulla era  accaduto  se  non  che  suo
    cognato  aveva  chiesto  la  mano  della  contessina  e aveva avuto un
    rifiuto.  Pierre giudicava suo dovere tener nascosta quella  storia  e
    cercar cos di ristabilire la buona riputazione di Natascia Rostova.
    Attendeva con terrore il ritorno del principe Andrj, e ogni giorno si
    recava dal vecchio principe per avere notizie.
    Il  principe  Nikolj  Andreic'  era stato informato da "mademoiselle"
    Bourienne delle voci che circolavano per la citt  e  aveva  letto  il
    biglietto scritto alla principessina Mrija da Natascia,  con il quale
    dichiarava di voler rompere il  suo  fidanzamento.  Egli  appariva  di
    umore  pi  lieto del solito e aspettava il figlio con sempre maggiore
    impazienza.
    Alcuni giorni dopo  la  partenza  di  Anatolij,  Pierre  ricevette  un
    biglietto  dal principe Andrj,  che gli comunicava il suo arrivo e lo
    pregava di recarsi da lui.
    Il principe Andrj, appena giunto a Mosca,  nel momento stesso del suo
    arrivo, aveva avuto da suo padre il biglietto scritto da Natascia alla
    principessina  Mrija nel quale rendeva la propria parola al fidanzato
    (il biglietto era stato sottratto alla principessina e  consegnato  al
    principe  da  "mademoiselle"  Bourienne)  e  aveva  udito dal padre il
    racconto,  con aggiunte e commenti,  del  tentativo  di  rapimento  di
    Natascia.
    Il principe Andrj era arrivato la sera avanti.  Pierre and da lui il
    mattino successivo. Pensava di trovarlo in condizioni quasi analoghe a
    quelle di Natascia e perci rimase assai sorpreso  allorch,  entrando
    in  salotto,  ud  giungere  dallo  studio la voce sonora del principe
    Andrj che stava raccontando con vivacit un fatto scandaloso accaduto
    a Pietroburgo.  Il  vecchio  principe  e  un  altro  interlocutore  lo
    interrompevano  di  tanto  in tanto.  La principessina Mrija venne in
    salotto per ricevere Pierre.  Ella sospir indicando con lo sguardo la
    porta  dello  studio  dove  il fratello stava discutendo,  desiderando
    manifestare cos la propria partecipazione al dolore di lui. Ma Pierre
    leggeva nel suo viso che ella era contenta di quanto  era  avvenuto  e
    del  modo  con cui il fratello aveva accolto la notizia del tradimento
    della fidanzata.
    - Ha assicurato che se l'aspettava  -  disse;   -  io so  che  il  suo
    orgoglio  gli impedir di esprimere i suoi sentimenti,  ma tuttavia ha
    sopportato  questo  colpo  meglio,  molto  meglio  di  quanto  non  mi
    aspettassi. Si vede che cos doveva essere...
    - Ma  possibile che tutto sia veramente finito?  -  domand Pierre.
    La  principessina Mrija lo guard stupita.  Non capiva neppure che si
    potesse fare  una  domanda  simile.  Pierre  entr  nello  studio.  Il
    principe Andrj, in abito civile, appariva molto mutato e visibilmente
    in  buona  salute,  ma  una  nuova  ruga gli divideva la fronte tra le
    sopracciglia;  stava in piedi  davanti  a  suo  padre  e  al  principe
    Mescierskij e discuteva con calore, facendo gesti energici.
    Parlavano di Speranskij: era appena giunta da Mosca la notizia del suo
    tradimento e del suo improvviso esilio.
    -  Ora  lo condannano e lo accusano quegli stessi che un mese addietro
    lo portavano ai sette cieli  -  diceva il principe Andrj  -  e  anche
    quelli  che non erano in grado di capire i suoi fini.  E' molto facile
    accusare un uomo caduto in disgrazia  e  addossare  a  lui  tutti  gli
    errori degli altri,  ma io dico che se qualcosa di buono  stato fatto
    durante il regno attuale  stato proprio fatto da lui, da lui solo!  -
    Si ferm alla vista di Pierre.  Il suo viso trasal e  assunse  subito
    un'espressione  cattiva.    -  E i posteri gli renderanno giustizia  -
    concluse; poi si rivolse a Pierre.
    - Be', come stai? Continui a ingrassare  -  disse animatamente,  ma la
    ruga  recente  parve  pi profonda sulla fronte.   -  S,  sto bene  -
    rispose alla domanda di Pierre che si informava sulla  sua  salute,  e
    sorrise.  Pierre  capiva  benissimo che quel sorriso voleva dire: Sto
    bene, ma a nessuno importa niente della mia salute!.
    Scambiata qualche parola con l'amico sulle pessime strade dal  confine
    polacco  sino  a  Mosca e su alcuni conoscenti di Pierre incontrati in
    Svizzera,  e dopo aver parlato del signor Desalles,  che aveva portato
    dall'estero come precettore del figlio,  il principe Andrj intervenne
    di nuovo con calore nel discorso su Speranskij che  continuava  tra  i
    due vecchi.
    -  Se  avesse  tradito  e  ci  fossero state le prove dei suoi segreti
    rapporti con Napoleone,  le avrebbero rese pubbliche   -    disse  con
    slancio  e  in fretta.   -  Personalmente non ho e non ho avuto alcuna
    simpatia per Speranskij,  ma amo la giustizia.    -  Pierre  costatava
    adesso  nell'amico  quel bisogno,  che gli era noto,  di agitarsi e di
    discutere su un argomento  estraneo,  al  solo  fine  di  soffocare  i
    pensieri troppo penosi che lo angustiavano.
    Quando  il  principe  Mescierskij se ne fu andato,  il principe Andrj
    prese sottobraccio Pierre e lo condusse nella  camera  che  era  stata
    preparata per lui. Il letto era disfatto e qua e l erano posati bauli
    e valigie aperte.  Il principe Andrj si avvicin a una di queste e ne
    trasse una cassettina,  dalla quale tolse un pacco di lettere  avvolte
    in un foglio di carta.  Fece tutto in fretta e in silenzio. Si sollev
    e toss. Aveva il viso aggrottato e le labbra serrate.
    - Perdonami se ti do un disturbo...   -  Pierre cap che  il  principe
    Andrj  voleva  parlare  di  Natascia,  e  sul  suo viso largo apparve
    un'espressione di compatimento e di  simpatia.  Quell'espressione  del
    viso  di  Pierre  irrit  il  principe  Andrj che,  con voce decisa e
    sgradevole,  riprese:  -   Ho  ricevuto  un  rifiuto  da  parte  della
    contessina  Rostova  e  mi sono giunte voci secondo cui tuo cognato ha
    chiesto la sua mano... o qualcosa del genere. E' vero?
    - E' vero e non  vero  -  prese a dire Pierre,  ma il principe Andrj
    lo interruppe subito.
    -  Ecco  le  sue lettere e il suo ritratto.   -  Prese dalla tavola il
    fascio di carte e lo consegn a Pierre.   -   Restituisci  tutto  alla
    contessina... se la vedi.
    - Essa  molto malata  -  rispose Pierre.
    -  E'  dunque  ancora  qui?   -  domand il principe Andrj.   -  E il
    principe Kuragin?  -  s'inform poi in fretta.
    - E' partito da parecchio tempo. Lei  stata in punto di morte...
    - Mi duole molto che sia malata  -  disse il principe Andrj.  Ed ebbe
    un sorriso freddo, cattivo e antipatico, simile a quello del padre.  -
    Ma  il  signor  Kuragin    -  soggiunse  -  non si  dunque degnato di
    offrire la sua mano alla contessina Rostova? domand ancora.  E aspir
    pi volte l'aria con il naso.
    - Non poteva sposarsi perch  gi ammogliato  -  disse Pierre.
    Il  principe  Andrj rise di nuovo in modo antipatico,  ricordando pi
    che mai suo padre.
    - E posso sapere dove si trova ora vostro cognato?  -  chiese.
    - E' andato a Pietr... del resto, non so altro.
    - Be',  ma questo non ha importanza  -  riprese il principe Andrj.  -
    Riferisci  alla  contessina  Rostova  che  ella era ed  assolutamente
    libera e che io le auguro ogni bene.
    Pierre prese il fascio di lettere e il principe Andrj,  come cercando
    di rammentare se avesse ancora da dirgli qualcosa, lo guardava con gli
    occhi fissi.
    - Sentite, vi ricordate di quella nostra discussione a Pietroburgo? Vi
    ricordate di...  -  fece Pierre.
    - Mi ricordo,  s  -  rispose in fretta il principe Andrj.  -  Dicevo
    che bisogna perdonare a una donna che cade,  ma non ho  detto  che  io
    l'avrei potuto fare. E non posso.
    - Ma sono forse cose che si possono paragonare?
    Il  principe  Andrj  interruppe  di  nuovo l'amico e dichiar in tono
    brusco:
    - Gi,  chiedere di nuovo la sua  mano,  essere  magnanimo,  eccetera.
    Certo sarebbe un gesto nobilissimo, ma io non sono capace di camminare
    "sur les brises de monsieur" [40.  rivaleggiare con quel signore]. Se
    tu mi vuoi essere amico non parlarmi mai pi di tutto questo... E ora,
    arrivederci. Consegnerai le lettere?
    Pierre usc e and dalla principessina Mrija.
    Il vecchio appariva pi vivace del solito. La principessina Mrija era
    quella di sempre,  ma al di l della simpatia di lei per il  fratello,
    Pierre  scorgeva  anche  la  gioia  che quel matrimonio fosse andato a
    monte.   Guardandola,   Pierre  si  rese   conto   del   disprezzo   e
    dell'avversione che padre e figlia nutrivano per i Rostv; cap che in
    loro presenza non sarebbe stato possibile pronunziare il nome di colei
    che aveva potuto preferire al principe Andrj un altro.
    Durante il pranzo si parl della guerra che pareva ormai imminente. Il
    principe  Andrj  non  cess  mai di parlare e di discutere ora con il
    padre ora con Desalles,  il precettore svizzero,  e pareva pi animato
    del  solito;  ma  era un'animazione di cui Pierre conosceva molto bene
    l'intima causa.


    CAPITOLO 22.

    Quella stessa sera Pierre si rec dai Rostv per  eseguire  l'incarico
    avuto.  Natascia era a letto, il conte al circolo e Pierre, consegnate
    le lettere a Snja,  and da Mrija Dmtrevna che desiderava vivamente
    sapere come il principe Andrj avesse accolto la notizia. Dieci minuti
    dopo, Snja entr da Mrija Dmtrevna.
    -  Natascia vuole assolutamente vedere il conte Ptr Kirllovic'.-  Ma
    come  possibile introdurlo da  lei?  La  camera    ancora  tutta  in
    disordine  -  obiett Mrija Dmtrevna.
    -  No,  no,  Natascia si  vestita ed  andata nel salotto  -  rispose
    Snja.
    Mrija Dmtrevna si limit a stringersi nelle spalle.
    - Ah, quando arriver la contessa? Sono proprio stremata. E tu bada  -
    e si rivolse a Pierre  -  di non dirle tutto. Mi manca il coraggio per
    sgridarla: mi fa tanta pena.
    Natascia,  smagrita,  con il  viso  pallido  e  serio  (ma  per  nulla
    vergognoso come Pierre si aspettava di vedere ),  stava ritta in mezzo
    al salotto.  Quando Pierre  comparve  sulla  soglia,  ella  si  turb,
    visibilmente incerta se dovesse andargli incontro o aspettarlo.
    Pierre  le si avvicin rapidamente.  Pensava che ella gli avrebbe teso
    la mano,  come sempre;  ma la fanciulla,  quando  gli  fu  vicina,  si
    arrest,  respirando faticosamente, con le braccia abbandonate lungo i
    fianchi,  l'atteggiamento che era solita prendere  quando  cantava  in
    mezzo al salone, ma con una espressione molto diversa.
    -  Ptr  Kirllyc',    -    prese  a  dire  in  fretta  -  il principe
    Bolkonskij era vostro amico...   ancora vostro amico  -  si  corresse
    (le pareva che ogni cosa fosse passata e che ora fosse tutto diverso).
    -  Mi diceva allora di rivolgermi a voi...
    Pierre la guardava in silenzio,  respirando forte. Sino a quel momento
    l'aveva in cuor suo biasimata,  aveva cercato di disprezzarla;  ma ora
    sentiva  una  cos profonda pena per lei che nella sua anima non c'era
    pi posto per alcun rimprovero.
    - Lui  qui,  adesso...  ditegli che mi per...  che mi perdoni.   -  E
    s'interruppe, mentre il respiro le si faceva sempre pi affannoso.
    - S... glielo dir  -  promise Pierre;  -  ma...
    Egli non sapeva che cosa dire.
    Natascia   parve   spaventata   all'idea  dei  pensieri  che  potevano
    affacciarsi alla mente di Pierre.
    - So che tutto  finito,   -  disse  -  che tutto  finito per sempre.
    Mi  tormenta  soltanto il pensiero del male che gli ho fatto.  Ditegli
    soltanto che lo prego di perdonarmi, di perdonarmi di tutto...
    Fu presa da un tremito violento e dovette sedersi.
    Un senso di piet,  non ancora mai  provato,  si  era  impadronito  di
    Pierre.
    -  Glielo  dir,  gli  dir tutto ancora una volta,   -  disse Pierre-
    ma... ma vorrei sapere una cosa...
    Che cosa?, domand lo sguardo di Natascia.
    - Vorrei sapere se voi avete amato...   -    Pierre  non  sapeva  come
    chiamare  Anatolij  e  arross al pensiero di lui.   -  Se avete amato
    quel cattivo uomo.
    - Non chiamatelo cattivo,   -  rispose Natascia  -  ma io non so,  non
    so nulla, nulla...  -  E prese a piangere.
    Un sentimento ancora pi forte di compassione, di tenerezza e di amore
    si impadron di Pierre.  Sentiva che sotto gli occhiali gli scorrevano
    le lacrime e sperava che Natascia non se ne accorgesse.
    - Non parliamone pi, amica mia  -  disse.
    Tutt'a un tratto quella voce dolce,  tenera e gentile parve  strana  a
    Natascia.   -  Non parliamone pi, amica mia; io gli dir tutto, ma di
    una cosa sola vi prego: consideratemi un amico e se avete  bisogno  di
    un  aiuto,  di  un consiglio o semplicemente di sfogarvi con qualcuno,
    non  dico  adesso,   ma  quando  tutto  sar  chiaro  dentro  di  voi,
    ricordatevi  di  me.    -   Le prese la mano e gliela baci.   -  Sar
    felice se potr...  -  Ma si confuse.
    - Non parlatemi cos,  non ne sono degna  -  esclam Natascia  e  fece
    l'atto  di  uscire  dalla  camera,  ma Pierre la trattenne.  Sapeva di
    doverle dire ancora qualcosa,  ma quando ebbe  parlato  si  meravigli
    delle sue stesse parole.
    - Smettete, smettete di tormentarvi: avete tutta la vita davanti a voi
    -  le disse.
    - Davanti a me?  No! Per me tutto  ormai finito  -  ribatt Natascia,
    vergognosa e umiliata.
    - Tutto finito?   -  ripet Pierre.   -  Se io non fossi io,  se fossi
    l'uomo  pi  bello,  pi intelligente,  l'uomo migliore del mondo,  se
    fossi libero, chiederei subito in ginocchio la vostra mano e il vostro
    amore.
    Natascia,  per la prima volta dopo tanti  giorni,  pianse  lacrime  di
    gratitudine  e  di commozione e,  dopo aver rivolto a Pierre un'ultima
    occhiata, lasci la camera.
    Anche  Pierre,  dopo  di  lei,  usc  quasi  di  corsa  in  anticamera
    trattenendo le lacrime di tenerezza e di felicit che gli serravano la
    gola.  Si  gett  sulle  spalle la pelliccia senza neppure infilare le
    maniche e mont in slitta.
    - Dove comandate di andare?  -  chiese il cocchiere.
    Dove?,  domand a se stesso Pierre.  Dove posso andare adesso?  Non
    certo  al  circolo,  n a fare delle visite....  Tutti gli uomini gli
    apparivano cos miserevoli e meschini a paragone di quel sentimento di
    tenerezza e di amore che egli provava,  a paragone di  quello  sguardo
    dolce e riconoscente che essa gli aveva rivolto attraverso le lacrime.
    - A casa!  -  ordin Pierre e, nonostante i dieci gradi sotto zero, si
    apr   la   pelliccia   d'orso  sull'ampio  petto  che  respirava  ora
    gioiosamente.
    Era una notte gelida e serena.  Sopra le vie fangose e male illuminate
    e  sui  tetti  neri  si stendeva un cielo scuro disseminato di stelle.
    Pierre,  al solo guardare quel cielo,  non  sentiva  pi  la  bassezza
    offensiva  delle  cose  terrene,  in confronto con l'altezza a cui era
    salita l'anima sua.  All'entrare nella piazza  dell'Arbt,  una  vasta
    distesa  di  cielo  cupo  cosparso di stelle gli si apr allo sguardo.
    Quasi in mezzo a quel cielo, sopra il corso Precstenskij,  circondata
    da  ogni  parte di stelle ma distinguendosi da tutte per la sua minore
    distanza dalla terra per la candida,  luminosa e  lunga  coda  rivolta
    verso l'alto,  pendeva l'enorme,  splendente cometa del 1812,  proprio
    quella che,  come si diceva,  preannunziava una serie di sventure e la
    fine  del  mondo.  Ma in Pierre quella stella radiosa dalla lunga coda
    lucente non suscitava alcun sentimento di timore. Tutt'altro!  Con gli
    occhi umidi di pianto,  egli guardava l'astro luminoso che,  dopo aver
    percorso con vertiginosa rapidit spazi incommensurabili seguendo  una
    linea  parabolica,  a un tratto,  come una freccia che si conficca nel
    terreno,  pareva essere rimasto  immobile  lass,  nel  punto  scelto,
    drizzando  la coda verso l'alto,  scintillando e scherzando con la sua
    luce bianca tra le altre fulgide,  palpitanti stelle.  Pareva a Pierre
    che  quella  stella  corrispondesse a ci che ora colmava la sua anima
    commossa e riconfortata, pronta a rifiorire in una nuova vita.









    NOTE.

    N. 4. Ptr Vasil'evic' Lopuchin (1744-1827), principe,  governatore di
    Jaroslavl'  e  di  Vologda  sotto Caterina Seconda;  dal 1803 al 1810,
    sotto Alessandro Primo,  presidente  del  consiglio  di  stato  e  del
    consiglio dei ministri.
    N.  5.  Peter Friedrich Georg Oldenburg (1783-1812),  figlio di P.  F.
    Ludwig Oldenburg (morto nel 1829); cognato dello zar Alessandro Primo.
    Il 22 gennaio 1811 Napoleone  ne  annett  il  granducato  al  dominio
    francese ricavato da territori della Confederazione del Reno.
    N.  6.  Il 17 maggio 1809 Napoleone eman un decreto con cui Roma e lo
    Stato Pontificio entravano a far parte dell'impero francese. Roma, che
    era stata occupata da un corpo di spedizione il 2 febbraio 1808  e  da
    cui  venne  portato  via prigioniero il 4 luglio 1809 papa Pio Settimo
    (Gregorio Chiaramonti,  1740-1823;  papa dal 1800),  divenne  cos  la
    seconda  capitale  dell'impero  napoleonico  e  il figlio di Napoleone
    ricevette il titolo di Re di Roma.
    N. 9. Strumento musicale a una sola corda.
    N.  17.  Celebre romanzo sentimentale di Nikoli Michjlovic' Karamzin
    (1766-1826),  scrittore  e  storico russo.  Sub nelle prime sue opere
    l'influenza di Rousseau, come risulta soprattutto dalle "Lettere di un
    viaggiatore  russo"  e  da  "La  povera  Liza".   Nominato  nel   1803
    storiografo  dello  zar,  scrisse sino alla morte la colossale "Storia
    dello stato russo" in 12 volumi,  la prima opera del genere pubblicata
    in  Russia,  notevole  pi  per  lo  stile  colorito che per il rigore
    scientifico.  Fu il primo scrittore  professionista  della  Russia  ed
    esercit  un'influenza  considerevole  sullo  sviluppo  della lingua e
    sull'evoluzione degli ambienti letterari.
    N.  20.  Madame Aubert-Chalm,  proprietaria di un negozio di  mode  a
    Mosca.  Collabor  con  i Francesi durante l'occupazione della vecchia
    capitale russa e la sua opera venne apprezzata dallo stesso Napoleone.
    Segu i Francesi nella loro disastrosa ritirata e mor a Vilna.
    N. 34. Corto mantello alla tartara, trapuntato.
    N. 36.  Usanza russa.  Prima di intraprendere un viaggio,  ci si siede
    per un momento in una stanza chiusa, attorno a un tavolo.

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