
    Lev Nicoevic' Tolstj.
    GUERRA E PACE.
    Edizioni Paoline 1992.

    Titolo originale dell'opera: "Volna i mir".
    "Opere" di Tolstj,  Edizioni di Stato  in  14  volumi,  Mosca,  1951,
    volumi 4-5-6-7.
    Traduzione dal russo di Giacinta De Dominicis Jorio.

    VOLUME PRIMO.


    INDICE.

    Introduzione: pagina 2.
    LIBRO PRIMO.
    Parte prima: pagina 25.
    - Note: pagina 263.
    Parte seconda: pagina 278.
    - Note: pagina 476.
    Parte terza: pagina 484.
    - Note: pagina 695.

    INTRODUZIONE.

    1. - Guerra e pace.

    "Guerra e pace" cronologicamente  il primo dei tre pi famosi romanzi
    di Tolstj,  essendo stato pubblicato nel 1869,  vale a dire otto anni
    prima di "Anna Karenina" (1873-77) e trent'anni avanti  "Risurrezione"
    (1899).
    Indubbiamente  "Guerra  e pace"  il capolavoro dell'immenso scrittore
    russo e forse la pi  autentica  epopea  narrativa  della  letteratura
    moderna.  L'autore stesso confid un giorno a Gor'kij: Guerra e pace,
    senza falsa modestia,  come l'"Iliade".
    Considero "Guerra e pace" il pi bel romanzo che sia mai stato creato
    in tutti i tempi  e  in  tutti  i  paesi,  scrive  Franois  Mauriac,
    paragonandolo a un gigantesco affresco nel quale si muove,  attraverso
    la  guerra  e  la  pace,  lo  spazio  e  il  tempo,  un'impressionante
    moltitudine  umana.  Esso  ha come sfondo la cronaca degli avvenimenti
    tra  il  1805  e  il  1815,   con   il   particolareggiato   resoconto
    dell'invasione napoleonica nella Russia del 1812 e il panorama sociale
    e  politico  in  uno  dei periodi pi turbolenti della storia europea.
    Tolstj  pennelleggia  uomini  del  destino:  Napoleone  e  i   suoi
    marescialli,  lo  zar  Aleksndr Primo e i suoi generali,  compreso il
    comandante in  capo  Kutuzv  che  sconfisse  i  Francesi;  tratta  di
    battaglie e di altri eventi fatali, ma lascia intuire che tutti questi
    fatti,  apparentemente grandiosi,  sono soltanto illusioni,  errori di
    orgoglio e di vanit.  Veramente essenziali  sono  le  sofferenze,  le
    gioie e gli sforzi degli individui,  sia in tempo di pace che in tempo
    di guerra, di modo che la biografia  pi interessante della storia.
    Si arriva quindi  a  una  situazione  che  potremo  dire  paradossale.
    "Guerra  e  pace"    senza  dubbio  un  romanzo  storico  e un'epopea
    nazionale perch glorifica l'eroica resistenza opposta  agli  invasori
    dal popolo russo,  ma  soprattutto un romanzo antistorico,  in quanto
    il suo autore  non  crede  nel  processo  degli  eventi  e  nega  ogni
    effettivo  valore all'ascesa e alla caduta degli imperi,  ai movimenti
    di milioni di uomini sull'onda di battaglie, vittorie, disfatte.
    Tolstj dava grande importanza ai suoi concetti sulla storia.  La  sua
    tesi  principale  era che i capi non creano gli eventi,  ma li seguono
    fingendo o illudendosi in  buona  fede  di  compiere  ci  che  invece
    subiscono.
    Sullo  sfondo delle due campagne,  dei Russi in Prussia e dei Francesi
    in Russia, si intrecciano le vicende dei membri di due nobili famiglie
    russe, i Rostv e i Bolkonskij,  e del conte Pierre Bezuchov,  attorno
    al  quale si stringono le numerose e complicate fila che partono dalle
    due famiglie,  cos come esse convergono nella mente dello  scrittore,
    della  cui  personalit  Pierre  pi o meno il portavoce,  secondo il
    caratteristico  procedimento  tolstojano.   Dinanzi  ai  nostri  occhi
    sfilano variopinti personaggi,  alcuni di primissimo piano,  altri no,
    ma tutti ugualmente vivi e affascinanti,  anche se  -  a  giudizio  di
    Dostoevskij    -   vengono tratteggiati con troppi minuti particolari
    psicologici.  "Guerra e pace",  come tutte le altre opere di Tolstj,
    contiene  un  messaggio  morale:  la  contrapposizione  del prepotente
    all'umile,  la vittoria della sincerit  sull'ipocrisia,  della  bont
    istintiva  sulla  vanit e sull'avidit.  Le grandi figure storiche si
    dissolvono,  mentre  l'inesauribile  trama  della  vita    -    amore,
    famiglia, desiderio di giustizia e di onest  -  permane eterna.
    George  Steiner  in  "Tolstj  o Dostoevskij?" (Edizioni Paoline 1965)
    commenta:
    L'apparente mancanza di  forma  in  "Guerra  e  pace"    -    o,  pi
    esattamente,  la  mancanza  d'un finale preciso  -  contribuisce assai
    alla sensazione di trovarci di fronte ad  un'opera  che,  sebbene  sia
    ovviamente un romanzo,  riesce ad impersonare la piena ricchezza della
    vita e giunge ad imporsi alla nostra memoria quanto vi riescono le pi
    intense esperienze personali. Guardato da questo punto di vista,   il
    primo  epilogo  quello  che  ha  maggior  peso.  Molti  lettori  hanno
    qualificato questo epilogo come sconcertante e persino  repellente.  I
    primi  quattro  capitoli  sono  un  breve  trattato sulla natura della
    storia dell'ra napoleonica.  L'attuale frase di apertura: "Sette anni
    sono  passati"    probabilmente  un'aggiunta  posteriore destinata ad
    allacciare l'analisi storica agli avvenimenti del romanzo.  Tolstj si
    propose  a  lungo  di  concludere  "Guerra  e pace" con una categorica
    esposizione del suo punto di vista  sul  "movimento  della  massa  dei
    popoli europei dall'ovest verso est e, in seguito, dall'est all'ovest"
    e sul significato di "fato" e di "genio" nella filosofia della storia.
    Ma  dopo  quattro  capitoli  s'interruppe per riprendere la narrazione
    immaginaria.  L'argomento della storiografia fu invece proseguito  nel
    secondo  epilogo.  Perch?  Era  forse  esso  al  di  fuori  di alcuni
    impellenti istinti di verosimiglianza,  fuori dal desiderio di giocare
    il  ruolo  del tempo nelle vite dei suoi personaggi?  Tolstj fu forse
    restio ad abbandonare la sua creazione,  quella galleria di personaggi
    che  avevano  posseduto il suo spirito con tanta forza?  Possiamo fare
    soltanto delle congetture.  Nel maggio 1869 egli scrisse al poeta  Fet
    che  l'epilogo  a  "Guerra  e  pace"  non  era stato "inventato" bens
    "strappato dalle sue viscere".  E' dimostrabile come egli abbia  speso
    in  esso energia e pensiero immensi.  L'effetto di tutti questi finali
    parziali  simile  a  quello  delle  lunghe  code  nelle  sinfonie  di
    Beethoven: una ribellione al silenzio.
    Il  corpo principale del romanzo termina su una nota di risurrezione.
    Persino le rovine carbonizzate di Mosca commuovono Pierre con la  loro
    "bellezza".  Il cocchiere,  i "carpentieri che tagliano il legname per
    nuove  case",  i  venditori  ambulanti  e  i  negozianti,   "tutti  lo
    guardavano con occhi che sprizzavano simpatia".
    Molte parti di "Guerra e pace" furono rifatte sette volte.  I romanzi
    tolstojani terminano  con  riluttanza,  come  se  la  pressione  della
    creazione,  quell'estasi occulta che proviene dal dare forma alla vita
    attraverso il linguaggio,  non si fosse ancora esaurita.  Tolstj ebbe
    coscienza della propria immensit e si glori dell'impetuosit e delle
    pulsazioni  del  suo  sangue.  Una  volta,  in un momento di grandezza
    patriarcale,  dialog con la morte stessa.  Si meravigli che la morte
    -    ed  era evidente che parlava della propria morte fisica  -  fosse
    realmente inevitabile.
    Nessun'opera  della  prosa  moderna  ha  maggiormente  dimostrato  al
    lettore  di  appartenere  in  un  modo  tanto  ovvio  e brillante alla
    tradizione epica come "Guerra e pace".  E' anzi designata  comunemente
    come  epica  nazionale  russa e abbonda in episodi  -  ad esempio,  la
    famosa caccia al lupo  -  ai quali  si  riferisce  inevitabilmente  il
    paragone  fra  Omero  e Tolstj.  Tolstj stesso,  del resto,  concep
    quest'opera pensando esplicitamente ai poemi omerici.  Nel marzo  1865
    giunse poi a riflettere sulla "poesia del romanziere".  Annot nel suo
    "Diario" che questa "poesia" poteva scaturire da diverse sorgenti. Una
    di queste  "la rappresentazione d'una maniera di vivere basata su  un
    evento storico: Odissea,  Iliade. L'Anno 1805". Ci nondimeno, "Guerra
    e pace" costituisce un caso di particolare complessit.
    T. E. Lawrence confidava a Edward Garnett: Ricordate che una volta vi
    dissi di aver raccolto uno scaffale di libri "titanici"  (quelli  cio
    che  si  distinguono per grandezza di spirito,  "sublimi" come direbbe
    Longino): ebbene essi erano "I fratelli  Karamazov",  "Zarathustra"  e
    "Moby  Dick".   Cinque  anni  pi  tardi  egli  estese  questa  lista
    includendo "Guerra e pace".  Questi sono  i  libri  "titanici",  e  la
    qualit  evocata  da  Lawrence  si  manifestava  sia  nella  grandezza
    estrinseca che nelle vite dei loro autori.

    La composizione di "Guerra e pace" ebbe una genesi diversa  da  quella
    delle altre opere di Tolstj,  a causa di un nuovo interesse entrato a
    far parte del mondo spirituale dello  scrittore:  l'interesse  per  la
    storia. Prima idea di Tolstj era stata quella di rievocare il passato
    recentissimo della societ russa,  prendendo come punto di partenza il
    ritorno dalla Siberia  di  un  decabrista,  appartenente  al  valoroso
    gruppo  di cospiratori che avevano invano tentato di rovesciare lo zar
    Nicola Primo,  per  istituire  un  governo  democratico  e  realizzare
    l'immediata  abolizione  della  servit  della  gleba.   Era  un  tema
    affascinante e Tolstj,  dopo molte  ricerche  nelle  biblioteche,  ne
    scrisse i primi capitoli;  ma lo studio del materiale storico attrasse
    la sua attenzione su un altro  argomento:  l'anno  1812,  cio  quello
    della  campagna  di  Napoleone in Russia e della vittoria finale delle
    truppe di Kutuzv. Ben presto, per,  si rese conto che il 1812 era lo
    scioglimento  di  un  dramma  e  non  tutto il dramma.  La vera epopea
    iniziava  nel  1805;   ed  ecco  che  Tolstj  dal  1864   si   dedic
    completamente  alla  stesura  di  un romanzo che ha per titolo "L'anno
    1805".  Quello di "Guerra e pace" fu adottato dallo scrittore soltanto
    verso  la  fine  del  1867.  Al  principio  del 1868 ne fu iniziata la
    pubblicazione;  nell'ottobre  dello  stesso  anno  usciva  la  seconda
    edizione  delle  quattro parti gi pubblicate,  mentre egli ancora non
    aveva portato a termine la quinta e  sesta  parte,  che  uscirono  nel
    1869.
    La  resistenza opposta a Napoleone,  che ebbe a protagonista il popolo
    della cui forza Tolstj si veniva sempre pi convincendo, affascin lo
    scrittore tanto che il primo proposito fu abbandonato  e  nacque  cos
    l'epopea  delle  guerre antinapoleoniche.  Quello che doveva essere un
    episodio circoscritto divenne il quadro grandioso della  storia  russa
    del primo quarto del secolo decimonono.
    Sullo  sfondo  della campagna dei Russi in Prussia con la battaglia di
    Austerlitz e della campagna dei Francesi in Russia con la battaglia di
    Borodin e l'incendio di Mosca, si intrecciano  -  come gi dicemmo  -
    le vicende delle nobili famiglie Bolkonskij e Rostv e del loro comune
    amico,  il conte Pierre Bezuchov.  Della famiglia Bolkonskij    primo
    rappresentante il vecchio,  dispotico principe,  generale dei tempi di
    Caterina,  che vive nella sua propriet  con  la  figlia  Mrija,  non
    bella,  ma  dall'intensa  vita  spirituale,  che  traspare  dai  suoi
    bellissimi occhi irradianti.  Ella porta con  rassegnazione  il  peso
    della  convivenza  con  un padre che le vuole bene,  ma che,  rigido e
    severissimo, le rende amara l'esistenza. Mrija infatti,  pur trovando
    conforto  nelle  opere buone e nella religione,  sogna un marito e dei
    figli,  sogno che realizzer soltanto pi tardi  -   quando  il  padre
    morir  stroncato  dal  dolore  per  l'invasione  della  sua  terra  -
    sposando Nikolj Rostv.  Il personaggio pi importante della famiglia
    Bolkonskij    per  il principe Andrj,  assai diverso dalla sorella:
    forte, intelligente, superbo,  la sua vita intima  tutta intessuta di
    meditazioni,  accarezza per s sogni di gloria che gli si rivelano poi
    meschini allorch, ferito nella battaglia di Austerlitz, vede su di s
    soltanto l'alto cielo infinito e il lento cammino delle nuvole vaganti
    in quell'immensit.  Ritornato a casa proprio  il  giorno  in  cui  la
    giovane  moglie  Liza  muore  dando alla luce un figlio,  si chiude in
    un'esistenza cupa e  solitaria,  da  cui  lo  trarr  l'amore  per  la
    giovanissima, esuberante Natascia Rostova, con la quale si fidanza, ma
    che non potr sposare,  per l'imposizione del tirannico padre,  se non
    dopo un anno.
    Mentre Andrj viaggia attraverso l'Europa, Natascia si lascia attrarre
    dalle lusinghe del dissoluto Anatolij Kuragin che la induce a  fuggire
    con lui.  Ma la cugina Snja, che vive con i Rostv. riesce a impedire
    la fuga,  mentre Pierre Bezuchov informa Natascia che  Kuragin    gi
    sposato.  Andrj,  offeso, non sa comprendere n perdonare, ma quando,
    alla ripresa della guerra,  mortalmente ferito a Borodin,  incontrer
    in un posto di medicazione l'odiato rivale Kuragin, cui viene amputata
    una gamba,  avr,  ma troppo tardi,  la rivelazione della verit di un
    reciproco amore tra gli uomini;  e un disperato desiderio di  vita  si
    accender  in  lui  quando  ritrover la sempre amata Natascia che gli
    resta accanto, devota e innamorata,  sino al momento del trapasso.  Le
    pagine  dedicate  alla  morte  del  principe  Andrj  sono  tra le pi
    poetiche e spirituali del libro.  In attesa della morte,  il giovane a
    poco  a  poco  si distacca da quanto lo circonda e,  dopo averla tanto
    cercata,  trova finalmente "la verit della  vita",  l'amore,  che  si
    traduce in Dio.
    Con  le  vicende della famiglia Bolkonskij si intrecciano quelle della
    famiglia  Rostv.  Il  giovane  Nikolj  Rostv,  semplice,  onesto  e
    cordiale,  buon ufficiale, di livello intellettuale non molto elevato,
     un uomo che ha bisogno di vivere nell'ordine  costituito  e  quando,
    dalle  vicende  della  vita,  sar  portato a sposare la principessina
    Bolknskaja, diventer un marito e padre modello.
    Ma la figura centrale della famiglia Rostv  Natascia,  una delle pi
    belle e affascinanti creature della narrativa di tutti i tempi,  piena
    di vita e di gioia di vivere,  capace di influire su tutti quelli  che
    la circondano,  generosa,  istintiva, inconscia del suo potere, di una
    bellezza senza artifici  da  commuovere  chiunque  la  vede,  un  vero
    miracolo di sensibilit. Troppo giovane per comprendere il vuoto che
      nel  bell'Anatolij  Kuragin,  lo  preferisce,  sino  al momento del
    crudele disinganno, al principe Andrj. Ma poi non riesce a perdonarsi
    la colpa commessa: prima tenta di suicidarsi,  in  seguito  si  ammala
    gravemente.  La  giovinezza  sconfigge il male e l'amore per gli altri
    ridona alla fanciulla la forza di inserirsi di nuovo  nella  vita.  La
    morte  di  Ptja,  suo  fratello,  sul  campo  di  battaglia,  le far
    dimenticare il proprio dolore per  lenire  quello  straziante  di  sua
    madre. L'amore di Pierre la riporter del tutto alla vita e anch'ella,
    al pari di Mrija Bolknskaja,  nella passione per i suoi nuovi doveri
    di sposa e  madre  felice  placher,  soddisfatta  la  sua  esuberante
    vitalit.
    Termine  medio  tra  le  due  vicende di Andrj e di Natascia  Pierre
    Bezuchov  che  costituisce  il  terzo  filone  del   romanzo.   Figlio
    illegittimo del conte Kiril Bezuchov, alla morte del padre si trova in
    possesso  di  un  enorme  patrimonio  di cui non sa servirsi;  diviene
    facile preda di coloro che  lo  circondano,  e  al  principe  Vassilij
    Kuragin non riesce difficile fargli sposare la figlia Elen, sensuale e
    corrotta come il fratello Anatolij. Questo matrimonio costringe Pierre
    a conoscere sempre pi da vicino la societ in cui vive e a sentirsene
    disgustato.  Separatosi da Elen che lo tradisce,  cerca la verit, cui
    egli anela, nella massoneria, la quale non tarder a deluderlo; quando
    l'armata francese entra in Mosca,  si crede  predestinato  a  uccidere
    Napoleone  e pronto a fare sacrificio della propria vita che considera
    inutile.  Ma prima di poter mettere in atto il  suo  proposito,  viene
    imprigionato dai Francesi ed entra cos in contatto con uomini umili e
    semplici,  come  il  meraviglioso  soldato  contadino Platn Karataev,
    dotato di una grande ricchezza di umanit e di amore la  cui  luce  si
    accende  anche  nell'anima  di  Pierre.  Quando sar liberato potr di
    nuovo  affrontare  la  vita.  Elen    morta  e  Natascia,  illuminata
    anch'essa  da  una lunga sofferenza,  gli  vicina e pronta a iniziare
    con lui una nuova esistenza.
    Molti aspetti caratteristici di Tolstj sono tradotti in Andrj  e  in
    Pierre.   Nel  secondo  quelli  che  egli  forse  apprezzava  di  pi:
    intelligenza,  bont di cuore,  semplicit,  passione per il  pensiero
    astratto e un invincibile desiderio di migliorare se stesso; in Andrj
    i  suoi  peccati  giovanili  di  sdegnoso orgoglio,  l'impazienza e lo
    smodato desiderio di far colpo, che per tanto tempo aveva offuscato il
    suo vero carattere.  Nell'uno  e  nell'altro  sono  esemplificati  gli
    inquietanti  interrogativi  tolstojani  che lo costringevano a lottare
    senza tregua per scoprire il fine  ultimo  della  vita.  In  un  vasto
    panorama di vita e di morte, di nascite e di matrimoni, di delusioni e
    di amore,   questa la domanda persistente e ineludibile che colora il
    romanzo di quella sua particolare qualit  di  grandezza  morale,  che
    strapp a Dostoevskij la definizione di "opera capitale".

    2. - Lev Nikolevic' Tolstj.

    Dalla  pubblicazione dell'UNESCO,  "Index translationum",  ove vengono
    segnalate 24 mila traduzioni stampate in 55 Paesi del mondo durante il
    1955, risulta che, per i classici,  la palma tocc a Tolstj,  seguito
    da Shakespeare e da Andersen.
    Il  segreto  di tale successo editoriale pare vada anche ricercato nel
    fatto che di non molti  massimi  scrittori  di  qualsiasi  letteratura
    antica  e  moderna  e,  forse,  per citare un suo immenso conterraneo,
    nemmeno di Dostoevskij,  si pu dire che tutta  la  complessit  della
    vita mondiale,  vista attraverso specifici problemi nazionali e spesso
    caratteristicamente  russi,  si  sia  riflessa  nell'opera  con  tanta
    chiarezza,  nonostante  la  profondit  delle  acque  scrutate come in
    Tolstj.  Il nome di Tolstj  -    osserva  Giuseppe  Prezzolini    -
    diventa   celebre   in   Europa  insieme  con  la  letteratura  russa:
    l'impersona,  la porta eroicamente tutta sulle sue spalle,  scuote  le
    porte  della  nostra  arte e della nostra vita,  vi penetra e vi porta
    tutto quel mondo.  Ma forse fu cos chiaro e profondo  negli  scritti
    del  poeta di Jsnaja Poljna il riflesso universale,  perch egli era
    profondamente russo e, sia pure a modo suo, imbevuto di Vangelo: ora 
    proprio  della  natura  russa    -    come  fu   scritto      -      e
    incommensurabilmente  di  pi  di  quella  del  Vangelo  vedere valori
    universali nelle pi contraddittorie realt dell'umana esistenza.
    Sai leggere?  -  chiede il vecchio del racconto "Dov' amore  Dio" a
    Martin Avdejic,  che la morte dell'ultimo figlio stava per gettare  in
    braccio  alla disperazione.   -  Compra allora il Vangelo e leggi.  L
    imparerai come si vive secondo i  desideri  di  Dio.  Avdejic  compra
    subito il Vangelo. A dire il vero s'era proposto di leggerlo soltanto
    la  domenica  e nei giorni festivi;  ma quando cominci a scorrerlo...
    prov una tale letizia che non pot rinunciare  a  leggerlo  tutte  le
    sere. Quanto pi leggeva, tanto meglio capiva ci che Dio gli chiedeva
    e  come  bisognava vivere e,  nello stesso tempo,  si sentiva il cuore
    sempre pi sereno...  Da allora ln poi egli  mut  il  suo  genere  di
    vita.
    E'  appunto  alludendo  anche  a  questi  interessi universali del suo
    grande compatriota che Maksim Gor'kij  -  il quale non  fu  certamente
    tenero  coi  borghesi  Tolstj  e  Dostoevskij    -   scrisse in "La
    distruzione della personalit": Tolstj e Dostoevskij sono i due  pi
    grandi  geni.  Con  la  forza  del  loro talento hanno scosso il mondo
    intero.  Hanno attirato verso la  Russia  l'attenzione  stupefatta  di
    tutto il mondo, e tutti e due sono pari nelle file incomparabili degli
    uomini, i cui nomi sono Shakespeare, Dante, Cervantes e Goethe.
    All'indomani  della morte dell'autore di "Guerra e pace" Nikolj Lenin
    (1870-1924) scriveva: Lev Tolstj  morto. La sua importanza mondiale
    di  artista  e  la  sua  fama  mondiale  di  pensatore  e  predicatore
    riflettono  a  loro  modo  l'importanza  della rivoluzione russa.  Lev
    Tolstj esord come grande artista gi ai tempi  della  servit  della
    gleba. Nella serie di opere geniali da lui scritte nel corso della sua
    attivit  letteraria  durata  pi  di  mezzo  secolo,  egli ha dipinto
    prevalentemente la vecchia  Russia  prerivoluzionaria,  rimasta  anche
    dopo il 1861 in una condizione di semi-servit,  la Russia rurale,  la
    Russia del latifondista e del contadino.  Delineando quest'epoca della
    vita  storica russa,  Tolstj ha saputo sollevare nelle sue opere cos
    grandi problemi, ha saputo elevarsi a tale potenza artistica, che esse
    hanno conquistato uno dei primi posti nella letteratura mondiale.
    Accostare  il  nome  del  grande   artista   alla   rivoluzione   che
    evidentemente egli non cap,  a cui evidentemente rimase estraneo, pu
    sembrare a prima vista strano e artificioso.  Come  si  pu,  infatti,
    chiamare  specchio  qualcosa  che  non  rispecchia  i fenomeni in modo
    giusto?  Ma la nostra rivoluzione    un  fenomeno  straordinariamente
    complesso: nella massa dei suoi realizzatori e partecipanti diretti vi
    furono molti che non capivano ci che avveniva,  che erano estranei ai
    veri compiti storici che il corso degli avvenimenti per  loro  poneva.
    E,  se  noi ci troviamo di fronte ad un artista effettivamente grande,
    egli  dovr  riflettere  nelle  sue  opere  almeno  alcuni  dei   lati
    essenziali della rivoluzione.

    Tutta  la  mia  lunga  esistenza   -  scriveva Tolstj agli inizi del
    nostro secolo  -  va divisa in quattro periodi.  Il  "primo  periodo",
    splendido,  pieno di giocondit e di poesia, specie se lo si considera
    in confronto a quello che viene poi,  comprende la mia infanzia fino a
    quattordici anni; il "secondo", l'orribile ventennio di dissolutezza e
    di schiavit all'ambizione,  alla vanit e soprattutto alla carne;  il
    "terzo" dura diciotto anni e va dal mio matrimonio  (1862)  fino  alla
    mia  rinascita spirituale.  Secondo l'espressione del mondo,  potrebbe
    anche essere definito come morale; e, infatti, durante questi diciotto
    anni ho vissuto la vita intima della famiglia (Tolstj ebbe 14 figli),
    regolata, onesta, lontana dai vizi che la morale della societ biasima
    e condanna; sennonch l'unico mio interesse era rivolto alla famiglia,
    ad accumulare un patrimonio alla conquista della gloria  letteraria  e
    di altre soddisfazioni egoistiche.  E,  finalmente,  il "periodo degli
    ultimi venti anni",  nel quale io vivo oggi e spero di morire,  poich
    ora capisco tutto il significato della mia vita passata e di cui nulla
    vorrei  modificare,  se non le consuetudini del male che appunto dalla
    vita passata mi derivano. Questa, nei suoi quattro periodi,  la storia
    della  mia  vita  che  voglio  sinceramente  scrivere,  se  Dio  me ne
    conceder il tempo e la forza. E credo che una biografia,  dettata con
    tali  intendimenti  e con tale sistema,  torner di maggior giovamento
    che non tutte quelle mie ciance artistiche di cui sono rimpinzati  ben
    dieci  volumi  delle  mie  opere,  alle quali la societ contemporanea
    vuole attribuire un pregio che esse son ben lungi dal meritare.

    Lev Nikolevic' Tolstj nacque a Jsnaja Poljna nel 1828. Quando gli
    domandavamo  -  scrive la figlia Tatiana Lvovna Sukhotina    -    dove
    fosse  nato,  Tolstj indicava un larice,  piantato presso la casa che
    abitava, nello spazio dove, alcuni passi pi in l,  sorgeva una volta
    la  grande  dimora  paterna.    -  Qui  -  diceva  -  era la camera da
    letto di mia madre, ove essa sul divano di pelle, che si trova ora nel
    mio studio, mi dette alla luce il 28 agosto 1828.
    Ognuno sa quanto sia stata complessa e ricca di opere,  di pensiero  e
    di sentimento la vita del grande scrittore russo,  che, rimasto orfano
    della madre quando non aveva ancora due anni e del padre a nove,  fece
    le  pi contrastanti esperienze,  da quelle della vita mondana bramosa
    di piaceri e della vita militare intessuta di  azioni  generose  e  di
    vanit,  a  quelle  dell'intimit  domestica e dei fervori pedagogici,
    sociali e religiosi, miranti ad instaurare sulla terra l'ordine nuovo
    nel quale regnassero la concordia,  la verit e  la  fraternit,  il
    vivere  per  gli  altri,  e  di  cui  la  sua  arte doveva servire da
    mediatrice.
    Ma  appunto attraverso tali esperienze apparentemente contraddittorie
    che si pu giungere ad una visione unitaria della vita e dell'opera di
    Tolstj.  Il suo pessimismo  -   ispirato  a  Schopenhauer  che,  dopo
    Rousseau, fu il suo autore prediletto  -  caratterizza gli anni in cui
    egli tenta di giungere a Dio per mezzo della ragione,  con lo studio
    delle dottrine religiose e  della  filosofia.  Pi  tardi  apprender,
    attraverso  un  sentimento  immediato,  che  Dio  eccolo:    qui,  
    ovunque; e la ragione, la scienza,  tutta la cultura gli appariranno,
    a partire da allora,  strade non solo inadatte per condurre a Dio,  ma
    da lui divergenti. E' proprio in questo sentimento immediato,  per,
    che    riposto  il  grande  malinteso  tolstojano;  ch se il Tolstj
    razionale piega verso la dottrina cristiana dell'amore  del  prossimo,
    il  Tolstj  immediato,  istintivo  (e perci soprattutto l'artista)
    inclina,  al contrario,  a una concezione pagana del  mondo.  L'ansia
    religiosa trae origine in Tolstj da due moti: l'uno dalla paura della
    morte,  in quanto annullamento dell'io; l'altro dall'amore della vita;
    e,  mentre il primo spinge a cercare nella caducit dell'esistenza  un
    senso  recondito,  il  secondo  trova la pienezza dell'essere e la sua
    immortalit nel conseguimento, quasi fisico e nirvanico, di un'armonia
    con le cose create,  attraverso  una  concezione  panica  del  mondo.
    Particolarmente  nelle  descrizioni  della  natura  -  continua Leone
    Pacini    -    Tolstj,  pi  che  altrove,  tradisce  la  sua  natura
    fondamentalmente,  istintivamente pagana;   in esse,  inoltre, che il
    suo stile immancabilmente ritrova e conserva un registro e un  lessico
    perfettamente costanti.
    Ci ci conduce al tema della religione dell'autore di "Guerra e pace".
    Non  vero che egli folleggi in Cristo, come scriver Lenin. Con ben
    maggior   concretezza   osserva  Gor'kij:  Quando  Tolstj  parla  di
    Cristo...  non c' nessun  entusiasmo,  nessun  sentimento  nelle  sue
    parole  e nessun scintillio di vero fuoco.  Penso che egli veda Cristo
    come un semplice uomo e come degno di piet,  e,  sebbene a  volte  lo
    ammiri,  raramente lo ama.  Tolstj stesso, rispondendo all'editto di
    scomunica promulgato contro di  lui  dal  Sacro  Sinodo  della  Chiesa
    ortodossa  russa  (febbraio  1901)    -    contro la quale aveva,  tra
    l'altro,   scagliato  i  capitoli  39  e  40  della  prima  parte   di
    "Risurrezione"  -  dichiar il suo Credo: Io credo che il volere di
    Dio   sia   espresso   pi   chiaramente   e  intelligibilmente  negli
    insegnamenti  dell'uomo  Ges,   e  stimo  essere  altamente  blasfemo
    considerare Dio quest'ultimo e pregarlo.
    Dopo questa confessione cos brutalmente categorica della non divinit
    di Cristo, va da s che Tolstj non poteva accettare un Regno di Dio
    o  di  Cristo che non fosse di questo mondo.  Conseguentemente,  non
    poteva accettare nessuna Chiesa.  Nel suo libretto "In che  consiste
    la mia fede" scrive: E' terribile a dirsi, ma talvolta mi sembra che,
    se  l'insegnamento di Cristo,  con l'insegnamento della Chiesa nato da
    esso,  non fosse esistito per nulla,  coloro che  ora  si  definiscono
    cristiani  sarebbero stati pi vicini a Cristo  -  vale a dire,  a una
    ragionevole comprensione di ci che di buono c' nella vita    -    di
    quanto non lo siano ora.
    Non    neppure  vero  che  Tolstj  abbia  creato  un  nuovo  sistema
    religioso,  anche se egli in un pensiero del "Diario" della  fine  del
    1854  parla  di  una  idea  grande,  enorme,  cui si sente capace di
    dedicare tutta la vita.  Questa idea  -  continua  -   la fondazione
    di  una nuova religione corrispondente allo sviluppo dell'umanit,  la
    religione di Cristo,  ma purificata dalla  fede  e  dal  mistero,  una
    religione pratica,  che non prometta una beatitudine futura, bens che
    dia la beatitudine sulla terra.
    La sua religione  -  osserva acutamente Stanislao Tyszkiewicz  -    
    una  mescolanza  di Vangelo,  soprattutto del Discorso della Montagna,
    con forti dosi di agnosticismo, di fideismo,  di razionalismo e il pi
    sovente di panteismo. Non fu per un panteista coerente con se stesso,
    che  si  spingesse  nelle  applicazioni  pratiche  fino  alle  estreme
    conseguenze;  n poteva essere altrimenti perch il suo  razionalismo,
    quando  si trattava di dire qualcosa di positivo in materia religiosa,
    andava congiunto con una profonda avversione per la  logica.  L'errore
    capitale  di  Tolstj  consiste  in questo: che confonde gli abusi del
    cristianesimo storico con la Chiesa e non riflette che ci che lo urta
    -  e con ragione  -  non  la Chiesa,  ma  sono  invece  le  infedelt
    verso  di  essa.  La  tragedia  di  lui    quella  stessa  di tutti i
    dissidenti:  scalzando  la  base  soprannaturale  del   cristianesimo,
    Tolstj  ha  reso un grande servizio all'ateismo sovietico,  che,  pur
    mostrandoglisi riconoscente, ironizza la sua dottrina morale.
    Lenin,  infatti,  in un articolo intitolato Tolstj,  specchio  della
    rivoluzione  russa,   apparso  su  il  "Proletarij",  numero  35,  24
    settembre 1908,  non esita  ad  affermare:  Le  contraddizioni  nelle
    opere,  nelle concezioni,  nelle teorie e nella scuola di Tolstj sono
    effettivamente stridenti.  -  Da una parte, l'artista geniale, che non
    solo ha dato dei quadri incomparabili della vita russa, ma anche delle
    opere di prim'ordine sul piano della letteratura mondiale.  Dall'altra
    parte,  il  proprietario terriero che folleggia in Cristo.   -  Da una
    parte,  una protesta stupendamente vigorosa,  diretta e sincera contro
    la menzogna e la falsit sociali; dall'altra, il "tolstojano", cio il
    piccolo uomo imbelle, consunto ed isterico, l'intellettuale russo che,
    battendosi pubblicamente il petto, dice: "Io sono sudicio, ripugnante,
    ma mi dedico all'autoperfezionamento morale. Non mangio pi carne e mi
    nutro  invece  di  polpette  di riso".   -  Da una parte,  una critica
    spietata dello sfruttamento capitalistico,  la capacit di smascherare
    i    soprusi   del   governo,    la   commedia   della   giustizia   e
    dell'amministrazione statale,  la scoperta in tutta la loro profondit
    delle  contraddizioni  tra  l'aumento  della  ricchezza e le conquiste
    della civilt e  l'aumento  della  miseria,  dell'abbrutimento  e  dei
    tormenti   delle   masse   operaie.   Dall'altra  parte,   la  mistica
    predicazione della "non resistenza al male" per mezzo della  violenza.
    -    Da  una parte,  il realismo pi lucido,  la capacit di strappare
    tutte le maschere; dall'altra, l'apologia di una delle cose pi infami
    che vi siano al mondo e,  precisamente,  la religione,  la tendenza  a
    mettere  al  posto  dei  preti,  che rivestono una funzione ufficiale,
    degli altri preti mossi da convinzioni morali,  e cio  il  culto  del
    clericalismo pi raffinato e perci particolarmente ripugnante.
    Nonostante  tutte  le  assurdit,  la  dottrina  morale  tolstojana  -
    tratta,  del resto,  in parte,  dalla Bibbia,  di cui lo scrittore  di
    Jsnaja  Poljna  fu  lettore  avidissimo    -    tinge  di  un colore
    inconfondibile la sua vasta produzione.  Egli opta per una vita  dalla
    quale  siano  tolte  tutte le incrostazioni che vi hanno accumulate la
    violenza,  il falso progresso,  l'egoistico benessere,  la vanit,  le
    convenzioni;  che sia tutta naturalezza,  lavoro,  amore, verit; che,
    insomma, tutta si risolva nella conoscenza di Dio, nella fede in lui e
    nella sua legge,  anche se l'evanescente Dio di Tolstj non   il  Dio
    dei cristiani.
    Se  non    assolutamente  possibile  accettare  certe  sue concezioni
    utopistiche,  n approvare tutte le sue escandescenze  -  come quando,
    in una fierissima lettera dei suoi ultimi anni,  supplicava lo Zar che
    una  rude  corda  lo  sollevasse  in  alto,  nel  vuoto,   che  lo  si
    precipitasse  da  una rupe,  che gli si spezzassero le ginocchia e che
    gli si troncasse, con la vita, la lingua troppo eloquente o ciarliera,
    nella speranza di coronare l'opera sua con un supplizio pari a  quello
    dei  martiri della fede,   -  non si pu non rimanere commossi davanti
    all'uomo che, dopo aver regalato al mondo i suoi immortali capolavori,
    si ripiega su se stesso, sdegna ogni gloria terrena,  cerca la povert
    tra  i  poveri  e  fugge da casa e dalle tentazioni dell'agiatezza per
    morire,  il 7 novembre  1910,  nella  piccola  stazione  di  Astpovo,
    rimproverando  coloro  che  si  affannavano  attorno  al suo letto per
    trattenerlo in vita: Vi sono  sulla  terra  migliaia  di  uomini  che
    soffrono:  perch  volete  soltanto  occuparvi di me?.  In queste sue
    ultime parole,  che rimangono per tutti un monito e  un  insegnamento,
    compendiava  la sua morale altruistica,  nemica della violenza e della
    guerra.
    I suoi funerali civili,  cui presero parte pastori e contadini accorsi
    in  folla a rendere l'estremo saluto al loro grande amico,  riuscirono
    solenni,  nonostante gli impedimenti del governo zarista.  Fu  sepolto
    nel parco di Jsnaja Poljna,  presso la quercia dove lo scrittore era
    solito recarsi a conversare coi poveri,  e  precisamente,  secondo  un
    desiderio da lui pi volte espresso in vita, nel luogo ove, al dire di
    una leggenda udita nell'infanzia,  era nascosto il bastoncino verde,
    su cui era scritto come rendere felici gli uomini.
    VALENTINO GAMBI.











    LIBRO PRIMO.


    PARTE PRIMA.

    CAPITOLO 1.

    - "Eh bien,  mon prince,  Gnes  et  Lucques  ne  sont  plus  que  des
    apanages,  des  pomestja  de  la  famille Buonaparte.  Non,  je vous
    prviens que si vous ne me dites pas que nous avons la guerre, si vous
    vous permettez encore de  pallier  toutes  les  infamies,  toutes  les
    atrocits de cet Antichrist (ma parole, j'y crois), je ne vous connais
    plus,  vous n'tes plus mon verneyj rab,  comme vous dites".  Basta,
    buon giorno, buon giorno!  "Je vois que je vous fais peur..." [Ebbene,
    principe, Genova e Lucca non sono altro, ormai, che appannaggi, feudi,
    della  famiglia  Buonaparte.  Vi  avverto  che se non mi dite che  la
    guerra,  se vi permettete ancora di attenuare tutte le infamie,  tutte
    le  atrocit  di quell'Anticristo (parola d'onore,  ci credo),  non vi
    riconoscer pi, non vi considerer pi mio amico, mio fedele schiavo,
    come voi dite (...). Mi accorgo che vi faccio paura...].  (1) Sedetevi
    e raccontate!
    Cos parlava nel luglio 1805 Anna Pvlovna Scerer, damigella d'onore e
    persona vicinissima all'imperatrice madre Mrija Fdorovna (2) andando
    incontro al principe Vassilij, personaggio importante e pluridecorato,
    che  giungeva  per primo al suo ricevimento.  Anna Pvlovna tossiva da
    alcuni giorni: aveva la "grippe", come diceva lei ("grippe" era allora
    una parola nuova, usata molto raramente). Su tutti i bigliettini,  che
    quella  mattina  aveva  inviato per mezzo di un lacch in livrea rossa
    era scritto indistintamente: "Si vous n'avez rien de mieux    faire,
    M.  le comte" (oppure "mon prince"), et si la perspective de passer la
    soire chez une pauvre malade ne  vous  effraye  pas  trop,  je  serai
    charme  de vous voir chez moi entre 7 et 10 heures.  Annette Scerer"
    [3.  Se non avete niente di meglio da fare,  signor conte (oppure: mio
    caro  principe),  e se la prospettiva di trascorrere la serata con una
    povera ammalata non vi spaventa troppo,  sar lieta di vedervi in casa
    mia questa sera tra le sette le dieci].
    -  "Dieu,   quelle  virulente  sortie!"  [4.  Mio  Dio,  che  violenta
    invettiva!]  -  rispose,  per nulla imbarazzato da  quell'accoglienza,
    il  principe  in  divisa  di  Corte,  ricamata,  con  calze  di seta e
    scarpette con la fibbia,  ornato di tutte le  sue  decorazioni  e  con
    un'espressione sorridente sul viso volgare.
    Egli si esprimeva in quel francese ricercato, nel quale i nostri nonni
    non solo parlavano,  ma pensavano, e con quelle intonazioni sommesse e
    protettive che sono proprie di  un  uomo  importante,  invecchiato  in
    societ  e  a  Corte.  Egli si avvicin ad Anna Pvlovna,  le baci la
    mano,  abbass dinanzi a lei il cranio profumato e lucido e si sedette
    tranquillamente sul divano.
    -  "Avant  tout  dites-moi,  comment  vous  allez,  chre  amie?"  [5.
    Innanzitutto, ditemi come state, mia cara amica!] Tranquillizzatemi  -
    disse, senza mutare il tono della voce che,  nonostante le convenienze
    e  l'espressione  simpatica,   lasciava  trasparire  l'indifferenza  e
    addirittura l'ironia.
    - Com' possibile star bene...  quando lo spirito soffre?  Come si pu
    in questi tempi essere tranquilli,  se si ha un po' di sensibilit?  -
    rispose Anna Pvlovna.  -  Spero che vorrete trascorrere qui la vostra
    serata, vero?
    - E' la festa dell'ambasciatore d'Inghilterra? Oggi  mercoled.  Devo
    essere  presente    -    rispose  il principe.   -  Mia figlia verr a
    prendermi e mi accompagner...
    - Credevo che la festa di oggi fosse stata rinviata.  "Je  vous  avoue
    que  toutes ces ftes et tous ces feux d'artifice commencent  devenir
    insipides..." [6.  Vi confesso che tutte queste feste e  tutti  questi
    fuochi d'artificio cominciano a diventare noiosi].
    -  Se si fosse saputo che voi lo desideravate,  la festa sarebbe stata
    rinviata  -  disse il principe che per abitudine, come un orologio cui
    si sia data la carica,  ripeteva cose alle quali neppur lui pretendeva
    che si credesse.
    -  "Ne me tourmentez pas.  Eh bien,  qu'a-t-on dcid par rapport  la
    dpche de Novosilzv? Vous savez tout" [Non tormentatemi! Dunque, che
    cosa  stato deciso a proposito del dispaccio a Novosilzv? Voi sapete
    tutto] (7).
    - Che posso dirvi?   -  rispose il principe in tono freddo e  seccato.
    -    "Qu'a-t-on  dcid?  On  a  dcid  que  Buonaparte  a  brl ses
    vaisseaux,  et je crois que nous sommes en train de brler les ntres"
    [8. Cosa si  deciso? Si  deciso che Buonaparte ha saltato il fosso e
    io credo che noi siamo in procinto di fare altrettanto].
    Il  principe  Vassilij  parlava sempre pigramente,  come un attore che
    reciti in una vecchia commedia.  Anna Pvlovna Scerer,  al  contrario,
    nonostante i suoi quarant'anni, era vivace, piena di brio, entusiasta.
    L'essere entusiasta era divenuta la sua condizione consueta e talvolta
    si  dimostrava tale,  pur non volendolo,  per non deludere l'attesa di
    coloro  che  la  conoscevano.  Il  sorriso  contenuto,   che  sfiorava
    continuamente  il  viso di Anna Pvlovna,  sebbene non si addicesse ai
    suoi lineamenti avvizziti,  esprimeva,  come nei bambini  viziati,  la
    coscienza del proprio grazioso difetto del quale ella non voleva,  non
    poteva e  non  riteneva  necessario  correggersi.  Nel  corso  di  una
    conversazione di argomento politico, Anna Pvlovna si accalorava.
    - Ah,  non parlatemi dell'Austria! Pu darsi che io non capisca nulla,
    ma l'Austria non ha mai voluto e non vuole la guerra! Essa ci tradisce
    (9).  E'  solo  la  Russia  che  deve  salvare  l'Europa.   Il  nostro
    benefattore  ne conosce l'alto destino e le sar fedele.  Ecco la sola
    cosa in cui io abbia fede.  Al  nostro  buono,  ammirevole  imperatore
    spetta il pi alto compito che esista al mondo ed egli  cos virtuoso
    e  buono che Iddio non lo abbandoner e lo aiuter ad assolvere il suo
    compito,  a schiacciare l'idra della ribellione che  oggi pi che mai
    terribile  nella persona di quell'assassino,  di quel malfattore!  Noi
    soli dobbiamo riscattare il sangue del giusto. Ditemi: su chi possiamo
    sperare? L'Inghilterra, con la sua mentalit commerciale,  non sar in
    grado  di capire la grandezza d'animo dell'imperatore Alessandro (10).
    Essa ha rifiutato di evacuare Malta (11).  Vuole vedere e  trovare  il
    motivo  segreto  del  nostro  modo  di  agire.   Che  hanno  detto  di
    Novosilzv? Niente. Non hanno capito, non possono capire il sacrificio
    del nostro imperatore che nulla vuole per s, ma tutto per il bene del
    mondo. E che cosa hanno promesso?  Niente.  Ci che hanno promesso non
    avverr.  La  Prussia ha gi dichiarato che Buonaparte  invincibile e
    che tutta l'Europa non pu far nulla contro di lui...  E io non  credo
    neppure a una parola di Hardenberg...  (12). "Cette fameuse neutralit
    prussienne, ce n'est qu'un pige!" [13. La famosa neutralit prussiana
    non  altro che una trappola].  Io credo soltanto in Dio  e  nell'alto
    destino del nostro amato imperatore. Egli salver l'Europa!
    E a un tratto Anna Pvlovna si interruppe, con un sorriso canzonatorio
    per il proprio ardore.
    -  Io  penso    -   disse il principe sorridendo  -  che,  se avessero
    mandato  voi  invece  del  nostro  caro  Wintzingerode  (14),  avreste
    ottenuto  facilmente  il  consenso  del  re  di  Prussia.  Siete  cos
    eloquente! Mi offrite una tazza di t?
    - Subito. "A propos",  -  aggiunse Anna Pvlovna,  calmandosi di nuovo
    -  questa sera verranno qui due uomini molto interessanti: "le vicomte
    de Mortemart,  il est alli aux Montmorency par les Rohans", una delle
    migliori famiglie francesi: un emigrato di  quelli  buoni,  di  quelli
    degni  di  questo  nome...   e  poi  "l'abb  Morio"  (15).  Conoscete
    quest'uomo  dall'intelligenza  tanto  profonda?   E'  stato   ricevuto
    dall'imperatore. Lo sapevate?
    -  Ah!  Ne  sar  felicissimo  -  rispose il principe.   -  Ditemi,  -
    soggiunse negligentemente,  come se si  ricordasse  all'improvviso  di
    qualche  cosa  poco  importante,  mentre quello che stava per chiedere
    costituiva lo scopo essenziale della  sua  visita    -      vero  che
    "l'impratrice-mre"  desidera  la  nomina del barone Funke come primo
    segretario a Vienna?  A quanto pare,  quel barone  un uomo da poco...
    -    Il  principe  Vassilij voleva far ottenere al figlio proprio quel
    posto  che,   con  l'intercessione   dell'imperatrice   madre   Mrija
    Fdorovna,  si  voleva dare al barone.  Anna Pvlovna chiuse quasi gli
    occhi per significare che n lei,  n alcun altro poteva giudicare ci
    che piaceva all'imperatrice.
    -  Il  barone  Funke  stato raccomandato all'imperatrice madre da sua
    sorella  -  si limit a dire in tono triste e asciutto.
    Quando Anna Pvlovna nomin l'imperatrice madre,  il suo volto assunse
    di  colpo  quell'espressione  di profonda,  sincera devozione e stima,
    mista a dolore,  che assumeva  ogniqualvolta  nella  conversazione  le
    accadeva di accennare alla sua altissima protettrice. Aggiunse che Sua
    Maest  aveva voluto dimostrare al barone Funke molta stima,  e il suo
    sguardo torn a velarsi di tristezza.
    Il principe tacque con aria indifferente. Anna Pvlovna, con l'abilit
    che le era propria come donna di societ e dama di Corte, e con grande
    rapidit di tatto, volle punire il principe per aver osato parlare con
    quel tono di una persona raccomandata dall'imperatrice e nello  stesso
    tempo per consolarlo...
    -  "Mais   propos de votre famille",   -  disse  -  sapete che vostra
    figlia,  da quando ha fatto il suo  ingresso  in  societ,  "fait  les
    dlices de tout le monde?  On la trouve belle comme le jour" [16. Ma a
    proposito della vostra famiglia (...).  sapete  che  vostra  figlia  
    l'ammirazione di rutti? Tutti la giudicano bella come il giorno].
    Il principe s'inchin in segno di rispetto e di gratitudine.
    - Io penso spesso,   -  prosegu Anna Pvlovna dopo un breve silenzio,
    avvicinandosi al principe e  sorridendogli  affettuosamente  come  per
    dimostrargli  che la conversazione politica e mondana era finita e che
    ora cominciava quella intima -    io  penso  spesso  che  a  volte  la
    felicit  della vita  ingiustamente suddivisa tra gli uomini.  Perch
    la sorte vi ha dato due figli cos simpatici?  Non parlo di  Anatolij,
    l'ultimo nato, che non mi piace affatto!  -  soggiunse in tono deciso,
    sollevando le sopracciglia.   -  Due figli cos affascinanti? E voi, a
    dire il vero,  li apprezzate meno di  tutti,  perch  valete  meno  di
    loro...
    E sorrise del suo entusiasta sorriso.
    - "Que voulez-vous?  Lavater aurait dit que je n'ai pas la bosse de la
    paternit" [Che volete?  Lavater  avrebbe  detto  che  io  non  ho  il
    bernoccolo della paternit] (17)  -  rispose il principe.
    - Smettetela di scherzare. Vorrei parlarvi seriamente. Sapete che sono
    molto scontenta del vostro figliolo minore? Detto tra di noi,  -  e il
    suo  viso  assunse  una  espressione triste  -  si  parlato di lui in
    presenza di Sua Maest, e voi siete stato compianto...
    Il principe non rispose,  ma Anna Pvlovna,  in silenzio,  lo guardava
    con  aria  significativa,  in  attesa  di  una  risposta.  Il principe
    Vassilij aggrott il viso.
    -  Che posso farci?   -  disse finalmente.   -   Voi  sapete  che  per
    l'educazione  dei  miei figliuoli tutto ci che pu fare un padre l'ho
    fatto, e il risultato  che tutti e due sono imbecilli. Ippolt almeno
     un imbecille tranquillo, mentre Anatolij  un imbecille irrequieto e
    turbolento.  Ecco la sola differenza tra  i  due!    -    concluse  il
    principe  con  un  sorriso  pi  innaturale  e pi animato del solito,
    mettendo in evidenza,  nelle rughe che gli si disegnavano attorno alla
    bocca, qualcosa di inaspettatamente volgare e spiacevole.
    -  E perch uomini come voi hanno dei figli?  Se non foste padre,  non
    potrei rimproverarvi  nulla    -    disse  Anna  Pvlovna,  sollevando
    pensosamente gli occhi.
    -  "Je  suis vtre verneyj rab et  vous seule je puis l'avouer: mes
    fils ce sont les entraves de mon existence". Sono la mia croce.  Ve lo
    dico  francamente.  "Que voulez-vous?" [18.  Io sono il vostro schiavo
    fedele e voi soltanto posso dirlo: i miei figli sono le pastoie  della
    mia esistenza. (...) Che ci volete fare?]. E tacque, esprimendo con un
    gesto la sua sottomissione al destino crudele.
    Anna Pvlovna rimase soprappensiero.
    -  Non  avete  mai  pensato  a  dar  moglie al vostro figliuol prodigo
    Anatolij?  Si dice  -  aggiunse  -  che le vecchie  zitelle  hanno  la
    mania di combinare matrimoni. Io ancora non sento questa debolezza, ma
    una  "petite  personne"  che  molto infelice con suo padre...  E' una
    nostra parente, una principessa Bolknskaja...
    Il principe Vassilij non rispose,  ma,  con la rapidit di pensiero  e
    della  memoria  propria delle persone di mondo,  dimostr con un gesto
    del capo di prendere in considerazione quella notizia.
    - Sapete che  Anatolij  mi  costa  quarantamila  rubli  all'anno?    -
    esclam,  incapace,  evidentemente,  di  frenare  il  corso  dei  suoi
    pensieri. E tacque.  -  Che avverr tra cinque anni,  -  riprese-se le
    cose continueranno cos?  "Voil l'avantage d'tre pre" [19.  Ecco  i
    vantaggi di essere padre]. E' ricca la vostra principessina?
    - Il padre  ricchissimo e molto avaro.  Vive in campagna. Sapete... 
    il  famoso  principe  Bolkonskij,   revocato  al  tempo  del   defunto
    imperatore   e   soprannominato  "il  re  di  Prussia".   E'  un  uomo
    intelligentissimo,  ma originale e bizzarro.  "La  pauvre  petite  est
    malheureuse   comme   les   pierres"   [20.   La  povera  fanciulla  
    infelicissima]. Ha un fratello che ha sposato da poco Lise Meinen,  ed
     aiutante di campo di Kutuzv (21). Questa sera verr qui.
    -  "Ecoutez,  chre  Annette"   -  disse il principe,  afferrando a un
    tratto la mano della sua interlocutrice e piegandola,  chiss  perch,
    verso  il  basso.    -  "Arrangez-moi cette affaire,  et je suis vtre
    verneisij rab  tout jamais" [22.  Mia cara Annetta,  conducetemi in
    porto  questa  faccenda,  ed  io sar per sempre il vostro fedelissimo
    schiavo] ("rap",  come scrive il mio amministratore quando mi manda  i
    suoi  rapporti).  La  ragazza    di buona famiglia e ricca.  E' tutto
    quello che mi occorre.
    E con quei gesti disinvolti, familiari e gentili che gli erano propri,
    il principe prese di nuovo la mano della  damigella  d'onore  e,  dopo
    averla baciata con trasporto,  si abbandon su una poltrona e volse lo
    sguardo da un'altra parte.
    - Aspettate!   -  disse Anna Pvlovna,  riflettendo.   -  Oggi  stesso
    parler a Lise,  la moglie del giovane Bolkonskij,  e pu darsi che la
    cosa vada in porto.  "Ce sera dans vtre  famille  que  je  ferai  mon
    apprentissage  de  vieille fille" [23.  Sar nella vostra famiglia che
    far il mio tirocinio di vecchia zitella].


    CAPITOLO 2.

    Il salotto di Anna Pvlovna cominciava,  a poco a poco,  ad affollarsi
    di  gente appartenente all'alta societ di Pietroburgo: si trattava di
    persone diversissime per et e per carattere,  ma che frequentavano  e
    vivevano nel medesimo ambiente. Era giunta tra gli altri la figlia del
    principe  Vassilij,  la bellissima Elen venuta a prendere il padre per
    andare con lui alla festa dell'ambasciatore.  Indossava  un  abito  da
    ballo  con  il  distintivo  delle  damigelle d'onore dell'imperatrice.
    C'era anche la giovane principessa  Bolknskaja,  considerata  la  pi
    seducente  donna di Pietroburgo,  sposatasi l'inverno precedente e che
    ora, essendo incinta, non poteva frequentare i grandi ricevimenti,  ma
    si  limitava  ad  apparire  alle  serate pi semplici.  C'era Ippolt,
    figlio del principe Vassilij,  con Mortemart che egli presentava  agli
    invitati; e c'erano, infine, l'abate Morio e parecchie altre persone.
    - Non avete ancora visto oppure non conoscete mia zia?  -  diceva Anna
    Pvlovna  agli  invitati  che  sopraggiungevano e con molta seriet li
    accompagnava davanti a una vecchietta  tutta  infiocchettata  che  era
    entrata  in  salotto  non  appena erano arrivati i primi ospiti.  Anna
    Pvlovna   li   nominava   lentamente   a   uno   a   uno,   guardando
    alternativamente  loro  e  lei.  Poi si allontanava.  Tutti gli ospiti
    facevano gl'inchini d'uso a quella vecchia zia che nessuno  conosceva,
    di  cui  nessuno  s'interessava  e di cui nessuno aveva bisogno.  Anna
    Pvlovna, con espressione solenne e triste insieme, pareva tacitamente
    approvare. La vecchia, sempre con la stessa espressione,  dava a tutti
    notizie della propria salute e di quella di Sua Maest che ora, grazie
    a Dio,  andava migliorando...  Tutti coloro che le si avvicinavano non
    dimostravano  -  per convenienza  -  alcuna  fretta  di  allontanarsi,
    con  la  coscienza  di compiere un penoso dovere,  ma con l'intenzione
    decisa di non accostarsi pi alla vecchia per tutta la serata.
    La giovane principessa Bolknskaja aveva portato il suo lavoro in  una
    borsetta  di  velluto  ricamato in oro.  Il suo labbro superiore,  ben
    disegnato e con una lievissima peluria scura,  era  un  po'  breve  in
    rapporto  ai denti,  ma si apriva in modo molto leggiadro e con grazia
    si allungava verso quello inferiore.  Come sempre accade  nelle  donne
    seducenti, quel difetto  -  labbro corto e bocca semiaperta  -  pareva
    la sua bellezza particolare,  propria a lei.  Era un piacere per tutti
    guardare quella futura mamma,  piena di  salute  e  di  vivacit,  che
    sopportava  con  tanta  disinvoltura  la  sua  condizione.   Si  aveva
    l'impressione che i  vecchi  e  i  giovani,  dall'aria  imbronciata  e
    annoiata,  diventassero  come lei,  quando erano in sua compagnia e le
    parlavano per qualche  minuto.  Chi  discorreva  con  quella  donna  e
    scorgeva  ad ogni parola i denti candidi e scintillanti che apparivano
    continuamente  nel   radioso   sorriso,   si   sentiva   quel   giorno
    particolarmente  amabile  e  cortese.   E  ognuno  provava  la  stessa
    impressione.
    La giovane principessa, dondolandosi leggermente, fece a piccoli passi
    il giro della tavola,  tenendo  in  mano  la  borsetta  da  lavoro  e,
    accomodandosi  con  grazia  il  vestito,  and  a  sedersi sul divano,
    accanto  al  "samovr"  d'argento,   come  se  tutto  ci  che  faceva
    costituisse  un  divertimento  per  lei  e  per  tutti  coloro  che la
    circondavano.
    - "J'ai apport mon  ouvrage"    -    disse,  aprendo  la  borsetta  e
    rivolgendosi a tutti.  -  Badate, Annette, "ne me jouez pas un mauvais
    tour"  -  si rivolse alla padrona di casa;   -  "vous m'avez crit que
    c'tait une toute petite soire: voyez comme je suis attife..."  [24.
    Ho  portato il mio lavoro.  (...) Badate,  Annette,  non vorrei che mi
    aveste giocato un brutto scherzo;  mi avete scritto che si trattava di
    una piccola serata intima: guardate come sono vestita...].
    E tese le braccia per far vedere la veste grigia,  elegante, ornata di
    merletti, cinta, un po' sotto il petto, da un altro nastro.
    - "Soyez tranquille,  Lise,  vous serez toujours la plus jolie"   [25.
    State tranquilla,  Lise,  voi sarete sempre la pi carina]  le rispose
    Anna Pvlovna.
    - "Vous savez,  mon mari m'abandonne"  -  riprese lei  con  lo  stesso
    tono,  rivolgendosi al generale;   -  "il va se faire tuer.  Dites-moi
    pourquoi  cette  vilaine  guerre?"  [26.   Sapete?   Mio   marito   mi
    abbandona... si far uccidere! Ditemi, perch questa orribile guerra?]
    -    continu,  parlando  al  principe  Vassilij  e,  senza  attendere
    risposta, si rivolse alla figliuola di lui, alla bella Elen.
    - "Quelle dlicieuse personne que cette petite  princesse!"  [27.  Che
    incantevole  creatura,  questa  piccola  principessa]    -    disse il
    principe Vassilij sottovoce ad Anna Pvlovna.
    Poco dopo la giovane principessa, entr un giovanotto grande e grosso,
    con la testa rapata, gli occhiali, un paio di pantaloni chiari secondo
    l'ultima moda e una marsina color  marrone.  Quel  giovanotto  era  il
    figlio  naturale di un gran signore,  molto noto dei tempi di Caterina
    (28),  il conte Bezuchov,  che stava morendo a Mosca.  Egli non  aveva
    ancora  prestato  servizio,  era  appena giunto dall'estero dove aveva
    compiuto gli studi e faceva la sua prima  comparsa  in  societ.  Anna
    Pvlovna  lo accolse con un saluto particolare,  riservato agli uomini
    che nel suo salotto rappresentavano il pi basso grado gerarchico. Ma,
    nonostante quel saluto,  sul volto di Anna  Pvlovna,  nello  scorgere
    Pierre che entrava, apparve un'espressione di inquietudine e di timore
    come  alla  vista  di  qualcosa di troppo grande,  che non si trovi al
    proprio posto. Sebbene,  realmente,  Pierre fosse alquanto pi alto di
    tutti  i  signori presenti,  quel senso di timore si riferiva soltanto
    allo  sguardo  intelligente  e  insieme  timido  e  sincero   che   lo
    distingueva dagli altri invitati.
    -  "C'est bien aimable  vous,  monsieur Pierre,  d'tre venu voir une
    pauvre malade [29.  E' molto gentile da parte vostra,  signor  Pierre,
    essere  venuto  a  trovare  una  povera  ammalata]   -  gli disse Anna
    Pvlovna,  lanciando uno sguardo timoroso alla zia,  verso la quale lo
    stava conducendo. Pierre mormor una parola incomprensibile e continu
    a  cercare  qualcuno  con  gli occhi.  Sorrise lievemente,  con gioia,
    salutando la giovane principessa come una  conoscenza  e  si  avvicin
    alla  zia.  La  paura di Anna Pvlovna non era fuor di luogo,  giacch
    Pierre,  senza ascoltare sino in fondo le informazioni  della  vecchia
    circa  la  salute  di Sua Maest,  fece per allontanarsi da lei.  Anna
    Pvlovna, quasi sgomenta, lo trattenne con queste parole:
    - Non conoscete l'abate Morio? E' una persona molto interessante...  -
    disse.
    - S,  ho sentito parlare dei suoi progetti di  pace  eterna,  il  che
    sarebbe molto interessante... Ma  possibile?
    - Non credete?  -  chiese Anna Pvlovna, tanto per dire qualcosa e per
    affrettarsi a ritornare ai suoi doveri di padrona di casa.  Ma Pierre,
    commettendo una scortesia,  senza attendere che ella avesse finito  di
    parlare,   si   era   gi   allontanato;   poi   volle  riprendere  la
    conversazione, mentre Anna Pvlovna doveva occuparsi di altre persone.
    A testa bassa e con le lunghe  gambe  divaricate,  egli  cominciava  a
    dimostrare  ad  Anna  Pvlovna  perch,   secondo  lui,   il  progetto
    dell'abate fosse una utopia.
    - Ne parleremo dopo  -  disse Anna Pvlovna, sorridendo.
    E,  allontanatasi dal giovanotto che non  conosceva  le  regole  della
    buona  societ,  ritorn alla propria occupazione di padrona di casa e
    continu ad ascoltare e a osservare, pronta a portare aiuto l dove la
    conversazione accennava a languire.  Come un abile capo  di  fabbrica,
    dopo  aver  sistemato  al  loro  posto  gli  operai,  nota,  passando,
    l'immobilit o l'insolito suono scricchiolante e  troppo  rumoroso  di
    una  macchina e si affretta a fermarla o a darle la spinta necessaria,
    cos Anna Pvlovna,  movendosi per il suo salotto,  si avvicinava a un
    gruppo  che  taceva o a un altro che parlava troppo e con una parola o
    con uno spostamento di persone riportava  alla  dovuta  regolarit  la
    macchina della conversazione.  Ma si vedeva che, pur tutta presa dalle
    sue occupazioni, ella temeva qualcosa da parte di Pierre.  Lo guardava
    preoccupata  quando  egli  si avvicinava,  ascoltava ci che si diceva
    attorno a Mortemart e poi si dirigeva verso un altro gruppo nel  quale
    parlava  l'abate.  Per Pierre,  educato all'estero,  il ricevimento in
    casa di Anna Pvlovna era il primo al quale prendeva parte in  Russia.
    Sapeva  che  in quel salotto erano riunite le persone pi elette della
    citt,  e i suoi occhi,  come quelli di un  bimbo  in  un  negozio  di
    balocchi,  non  sapevano  pi  dove  guardare.  Temeva  di perdere una
    conversazione intelligente che avrebbe potuto ascoltare; osservando le
    espressioni tranquille ed  eleganti  delle  persone  riunite  in  quel
    salotto,   egli   aspettava   continuamente   di   udire  qualcosa  di
    particolarmente  interessante.   Infine  si  avvicin  a   Morio.   La
    conversazione del gruppo gli parve attraente e si ferm, in attesa del
    momento opportuno per esprimere le proprie opinioni,  come, in genere,
    desiderano fare i giovani


    CAPITOLO 3.

    La serata di Anna Pvlovna  procedeva  bene.  Le  conversazioni,  come
    macchine di un'officina, funzionavano regolarmente da tutte le parti e
    facevano un rumore ininterrotto.  Oltre alla vecchia zia, accanto alla
    quale sedeva ora una signora anziana, dal viso avvizzito e scarno,  un
    po'  fuori  posto in quella brillante riunione,  gli invitati si erano
    divisi in tre gruppi.  Di uno,  costituito prevalentemente di  uomini,
    l'abate era il centro;  nel secondo, giovanile, primeggiavano la bella
    Elen, figlia del principe Vassilij, e la graziosa, fresca,  sebbene un
    po'  grassoccia  per  la  sua et,  principessa Bolknskaja;  il terzo
    gruppo attorniava il visconte Mortemart e Anna Pvlovna.
    Il  visconte  era  un  giovane  ammodo,  dai  lineamenti  e  dal  fare
    simpatico,  che si riteneva, evidentemente, una celebrit ma che, data
    la buona educazione ricevuta,  modestamente permetteva alla  compagnia
    della quale faceva parte di approfittare di lui. Era facile capire che
    Anna Pvlovna lo offriva ai suoi ospiti.  Come un abile "chef" serve
    come un piatto fine e fuori del comune quello stesso  pezzo  di  carne
    che  nessuno mangerebbe se lo avesse visto nella sudicia cucina,  cos
    durante  il  ricevimento,  Anna  Pvlovna  serviva  ai  suoi  ospiti
    dapprima  il  visconte  e poi l'abate come qualcosa di eccezionalmente
    raffinato. Nel gruppo di Mortemart si parlava dell'assassinio del duca
    d'Enghien (30).  Il visconte asseriva che il duca d'Enghien era  morto
    per  la  sua  magnanimit  e  che lo sdegno di Napoleone contro di lui
    aveva avuto origine da motivi particolari.
    - Ah,  sentiamo,  sentiamo!  Raccontate,  visconte!   -  esclam  Anna
    Pvlovna,  avvertendo  con  gioia che quella frase richiamava qualcosa
    alla Luigi Quindicesimo (31)  -  Raccontate!
    Il visconte s'inchin in segno di obbedienza e  sorrise  cortesemente.
    Anna  Pvlovna  fece  fare  circolo  attorno  a  lui e invit tutti ad
    ascoltare il racconto.
    - "Le vicomte a personnellement connu le monseigneur"    -    sussurr
    Anna Pvlovna a uno.  -  "Le vicomte est un parfait conteur"  -  disse
    a un altro.  -  "Comme on voit l'homme de la bonne compagnie!" [32. Il
    visconte  ha  conosciuto  personalmente  il  duca...  Il visconte  un
    narratore perfetto...  Come si vede che appartiene all'alta  societ!]
    -  aggiunse, rivolta a un terzo.
    Il  visconte  veniva  cos  presentato agli ospiti sotto l'aspetto pi
    elegante e attraente,  come un "roast-beef" su un  piatto  ben  caldo,
    contornato da verdi foglie di insalata.  Il visconte era pronto a dare
    inizio al suo racconto e sorrideva.
    - Venite qui,  "chre Hlne"  -    disse  Anna  Pvlovna  alla  bella
    principessa  che,  seduta un po' distante,  costituiva il centro di un
    altro gruppo.
    La principessa Elen  sorrideva.  Si  alz  con  lo  stesso  immutabile
    sorriso  di  donna perfettamente bella che aveva quando era entrata in
    salotto.  Facendo frusciare leggermente il suo bianco abito  da  ballo
    guernito  di "pluche" ed abbagliando con il candore delle spalle,  lo
    splendore dei capelli e dei brillanti, ella pass in mezzo agli uomini
    che le fecero largo,  senza guardare nessuno ma  sorridendo  a  tutti;
    come  se  concedesse a ciascuno il diritto di ammirare la bellezza del
    suo corpo,  delle spalle rotonde molto scoperte,  secondo la moda  del
    momento,  della  schiena  e  del  petto,  e come se portasse con s lo
    splendore fastoso di una festa da ballo, si avvicin ad Anna Pvlovna.
    Era cos bella che non solo non aveva ombra di civetteria,  ma pareva,
    anzi,  vergognarsi  di  quella  bellezza indiscutibile,  che agiva con
    troppa forza vittoriosa.  Pareva  che  desiderasse,  ma  non  potesse,
    diminuire l'effetto del proprio fascino.
    - Che bella creatura!  -  dicevano tutti coloro che la vedevano.
    Come  colpito  alla  vista  di  qualcosa  di insolito,  il visconte si
    strinse nelle spalle  e  abbass  gli  occhi  mentre  ella,  sedendosi
    davanti a lui, lo illuminava con il suo immutabile sorriso.
    - "Madame,  je crains pour mes moyens devant un pareil auditoire" [33.
    Signora,  temo che i miei mezzi non siano adatti a un simile uditorio]
    -  disse egli con un sorriso e chinando il capo.
    La  principessa appoggi il suo braccio nudo e grassoccio sul tavolino
    e non trov necessario dire neppure una parola.  Aspettava sorridendo.
    Durante  tutto  il  racconto,  ella  rimase seduta con il busto eretto
    guardando  a  lunghi  intervalli  ora  il  suo  bel  braccio   rotondo
    appoggiato  leggermente  sul  tavolino,  ora  il suo petto,  anche pi
    bello,  sul quale accomodava la collana di  brillanti,  lisci  alcune
    volte  le  pieghe dell'abito e quando la narrazione produceva un certo
    effetto guardava  Anna  Pvlovna;  il  suo  viso  assumeva  la  stessa
    espressione  di  quello  della  damigella  d'onore,   ma  subito  dopo
    riprendeva il  suo  radioso  sorriso.  Dopo  Elen,  anche  la  giovane
    principessa si allontan dalla tavola da t.
    -  "Attendez-moi,  je  vais  prendre  mon  ouvrage"  -  diss'ella.   -
    "Voyons,   quoi pensez-vous?"  -  si  rivolse  al  principe  Ippolt.
    "Apportez-moi mon ridicule" [34.  Aspettatemi,  vado a prendere il mio
    lavoro... Suvvia, a che pensate? Portatemi la borsetta].
    La principessa,  sorridendo e parlando con tutti,  si  mise  a  sedere
    comodamente e in tono allegro esclam:
    - Ora sto bene.  -  Poi, pregando di incominciare, si mise a lavorare.
    Il  principe  Ippolt  le  port  la  borsetta  e  rimase  nel gruppo.
    Avvicinatosi alla poltrona di lei, le si sedette vicino.
    "Le charmant" Ippolt colpiva per la straordinaria rassomiglianza  con
    la   bellissima   Elen  e  ancora  di  pi  perch,   malgrado  questa
    somiglianza,  egli era straordinariamente brutto.  I  suoi  lineamenti
    erano come quelli della sorella,  ma in lei tutto era illuminato dalla
    gioia di vivere, dalla giovinezza, dall'immutabile sorriso e dalla non
    comune, scultorea perfezione del corpo; nel fratello, al contrario, lo
    stesso  viso,   offuscato  dall'idiozia,   esprimeva  una  presuntuosa
    incontentabilit,  e il corpo era magro e striminzito.  Gli occhi,  il
    naso, la bocca sembravano contratti da una eterna smorfia di tedio,  e
    le braccia e le gambe assumevano sempre una posizione innaturale.
    - "Ce n'est pas une histoire de revenants?  [35. Non  mica una storia
    di fantasmi?]  -  chiese egli,  sedendosi accanto alla  principessa  e
    affrettandosi  a  mettere  davanti  agli  occhi l'occhialetto come se,
    senza quell'arnese, non potesse parlare.
    - "Mais non, mon cher" [36. Ma no,  mio caro]  -  rispose il narratore
    stupito, alzando le spalle.
    -  "C'est que je dteste les histoires des revenants" [37.  Giacch io
    detesto le storie di fantasmi.]  -  replic il principe  Ippolt,  con
    un  tono dal quale si capiva che egli diceva parole di cui comprendeva
    il significato soltanto dopo averle pronunziate.
    Dal modo presuntuoso con cui parlava, nessuno riusciva a capire se ci
    che egli diceva fosse molto spiritoso o molto stupido.  Indossava  una
    marsina  verde  cupo,  un  paio  di  calzoni  color  "cuisse de nymphe
    effraye" [38.  Coscia di ninfa spaventata],  come diceva egli stesso,
    calze di seta e scarpette con fibbie.
    Il visconte raccontava in modo molto garbato l'aneddoto allora in voga
    del  duca d'Enghien che,  recatosi una volta segretamente a Parigi per
    un appuntamento con  l'attrice  George  (39),  si  era  imbattuto  con
    Bonaparte,  che  godeva  anch'egli  dei  favori della celebre attrice.
    Quell'incontro aveva causato a Napoleone uno  di  quegli  accessi  cui
    andava soggetto, e per cui si era trovato alla merc del duca. Questi,
    per,  non ne aveva approfittato,  ma pi tardi Bonaparte, proprio per
    quella magnanimit, si era vendicato facendolo uccidere.
    Il  racconto  era  molto  interessante,   specialmente   nel   momento
    dell'incontro  fra i due rivali,  e a quel punto le signore mostrarono
    una certa commozione.
    - Molto  bello!    -    disse  Anna  Pvlovna,  guardando  con  occhio
    interrogativo la giovane principessa.
    -  Molto bello  -  ripet questa a voce bassa,  puntando l'ago nel suo
    ricamo,  quasi volesse far capire cos che la bellezza  e  l'interesse
    del racconto le impedivano di continuare a lavorare.
    Il visconte apprezz quella muta lode e,  ringraziando con un sorriso,
    si affrett a proseguire;  ma  in  quel  momento  Anna  Pvlovna,  che
    guardava continuamente il giovanotto per lei terribile,  not che egli
    parlava con l'abate in tono  troppo  alto  e  con  troppa  foga  e  si
    affrett  allora  a  portare  aiuto  nel luogo pericoloso...  Infatti,
    Pierre  era  riuscito  a  intrecciare  con  l'abate  una   discussione
    sull'equilibrio politico,  e l'abate, che evidentemente si interessava
    all'ingenuo ardore  del  giovanotto,  gli  stava  sviluppando  la  sua
    prediletta idea. Entrambi ascoltavano e parlavano con troppa vivacit,
    e questo non andava a genio ad Anna Pvlovna.
    -  I  mezzi  sono  l'equilibrio  europeo  e  il diritto delle genti  -
    diceva l'abate.  -  Spetta a uno stato potente come la Russia,  famosa
    per la sua barbarie,  mettersi disinteressatamente a capo di un'unione
    che abbia per scopo l'equilibrio dell'Europa: essa salver il mondo.
    - Come otterrete un tale equilibrio?  -  prese a dire Pierre.
    Ma in quel momento si avvicin Anna Pvlovna e,  gettato  uno  sguardo
    severo  a Pierre,  chiese all'abate italiano come sopportasse il clima
    di  Pietroburgo.   Il  viso  dell'abate  mut  di  colpo   e   assunse
    l'espressione falsamente offesa ma affabile, che gli era evidentemente
    abituale quando parlava con le donne.
    -  Sono talmente incantato e affascinato dallo spirito e dalla cultura
    di questa societ,  e soprattutto di quella femminile,  nella quale ho
    avuto la fortuna di essere accolto,  che non ho davvero avuto il tempo
    di pensare al clima.
    Senza pi abbandonare l'abate e Pierre,  Anna Pvlovna li fece riunire
    al  gruppo  comune  per  avere agio di osservarli meglio.  Intanto nel
    salotto fece il suo ingresso un altro  personaggio.  Si  trattava  del
    giovane principe Andrj Bolkonskij,  marito della giovane principessa.
    Il principe Bolkonskij era un bellissimo giovane di media statura, dai
    lineamenti nitidi e marcati.  Tutta  la  sua  persona,  dallo  sguardo
    stanco  e  annoiato  sino  all'andatura  lenta  e  uguale,  offriva un
    notevole contrasto con quello della sua giovane,  vivacissima  moglie.
    Egli  evidentemente  non  solo conosceva tutte le persone che erano in
    salotto,  ma esse lo avevano gi annoiato a tal punto  che  non  aveva
    nessuna  voglia  di  guardarle e di ascoltarle.  E tra tutti quei visi
    pareva che quello che lo infastidisse di pi  fosse  proprio  il  viso
    della  sua  graziosa moglie.  Con una smorfia che gli imbruttiva i bei
    lineamenti,  egli volse altrove lo sguardo.  Baci  la  mano  ad  Anna
    Pvlovna e, socchiudendo gli occhi, osserv gli invitati.
    - "Vous vous enrlez pour la guerre,  mon prince?" [40. Vi arruolerete
    per la guerra, principe?]  -  gli chiese Anna Pvlovna.
    - Il generale Kutuzv    -    rispose  Bolkonskij,  accentuando,  alla
    francese,  l'ultima  sillaba    -    mi ha voluto come suo aiutante di
    campo...
    - E Lise, vostra moglie?
    - Andr in campagna.
    - Non considerate da parte vostra un peccato il privarci della  vostra
    incantevole moglie?
    -  "Andr",   -  disse la giovane principessa,  rivolgendosi al marito
    con lo stesso tono civettuolo con  il  quale  soleva  rivolgersi  agli
    estranei    -    se tu sapessi che cosa ci ha raccontato il visconte a
    proposito di "mademoiselle" George e di Bonaparte!
    Il principe Andrj socchiuse gli occhi e si  volt  dall'altra  parte.
    Pierre,  che  dal  momento  in  cui  il principe Andrj era entrato in
    salotto non aveva pi  distolto  da  lui  il  suo  sguardo  gioioso  e
    cordiale,  gli si avvicin e gli prese il braccio.  Il principe, senza
    voltarsi,  atteggi il viso a una smorfia che  esprimeva  il  dispetto
    verso chi lo toccava ma,  quando scorse il volto sorridente di Pierre,
    sorrise anch'egli di un sorriso inaspettato, buono e simpatico.
    - Ma guarda un po'! Anche tu nel gran mondo!  -  disse a Pierre.
    - Sapevo che vi avrei trovato  -  rispose Pierre.   -  Verr a cena da
    voi    -    aggiunse  a  voce bassa per non disturbare il visconte che
    continuava il suo racconto.  -  Posso?
    - No,  impossibile!   -  rispose il principe Andrj ridendo,  con  una
    stretta  di  mano  che fece capire a Pierre che non era una domanda da
    farsi.
    Avrebbe voluto dirgli ancora qualcosa,  ma in quel momento il principe
    Vassilij  si  alz  con  la figlia,  e i due giovani si scostarono per
    farli passare.
    - Mi scuserete,  mio caro visconte  -  disse il principe  Vassilij  al
    francese,  premendo  piano il braccio di lui per impedirgli di alzarsi
    dalla sedia.   -  Quella benedetta festa in casa dell'ambasciatore  mi
    priva di un piacere e mi obbliga ad interrompervi.  Mi rincresce molto
    abbandonare la  vostra  piacevolissima  serata    -    disse  ad  Anna
    Pvlovna.
    Sua  figlia,   la  principessa  Elen,   sollevando  appena  le  pieghe
    dell'abito, pass tra le sedie, e un sorriso pi luminoso rischiar il
    suo bel volto.  Quando fu davanti a  Pierre,  egli  guard  con  occhi
    estatici e quasi sgomenti la splendida fanciulla.
    - E' molto bella!  -  osserv il principe Andrj.
    - Molto!  -  ripet Pierre.
    Passando davanti a loro, il principe Vassilij strinse la mano a Pierre
    e, rivolto ad Anna Pvlovna, disse:
    -  Domatemi  quest'orso:  un mese che vive in casa mia ed  questa la
    prima volta che lo vedo in societ. Nulla  necessario a un giovanotto
    quanto la compagnia di donne intelligenti!


    CAPITOLO 4.

    Anna Pvlovna,  sorridendo,  promise di occuparsi di Pierre che,  come
    sapeva,  era  parente,  per  parte  di  padre,  del principe Vassilij.
    L'anziana signora, che stava seduta davanti alla vecchia zia,  si alz
    in  fretta e raggiunse il conte Vassilij in anticamera.  Dal suo volto
    era scomparsa l'espressione di simulato interessamento di poco  prima:
    la  sua  fisionomia,  buona  e  triste,  esprimeva  soltanto  timore e
    inquietudine.
    - Che mi potete dire,  principe,  del mio Bors?   -    chiese  quando
    l'ebbe raggiunto in anticamera.  (Pronunziava il nome di Bors con una
    particolare accentuazione sulla "o").   -  Io non posso rimanere oltre
    a  Pietroburgo.  Ditemi,  quali  notizie  potr  portare al mio povero
    ragazzo?
    Sebbene  il  principe  Vassilij  ascoltasse  malvolentieri   e   quasi
    scortesemente   l'anziana   signora,   dimostrando   anche  una  certa
    impazienza,  essa gli sorrideva con espressione affettuosa e  commossa
    e, nel timore che egli si allontanasse, gli prese la mano.
    - Che cosa vi costa dire una parola all'imperatore?  Baster perch il
    mio  ragazzo  passi  subito  nella  Guardia    -     disse   in   tono
    supplichevole.
    -Vi assicuro,  principessa,  che io tenter tutto quanto sta in me,  -
    rispose il principe Vassilij  -  ma mi  difficile  fare  una  domanda
    all'imperatore.  Vi  consiglierei  di  rivolgervi a Rumjanzv (41) per
    mezzo del principe Golicyn (42); sarebbe la miglior cosa da farsi.
    L'anziana signora era una principessa Drubetzkaja, appartenente quindi
    a una delle migliori famiglie della Russia, ma era povera, da un pezzo
    aveva abbandonato la vita di societ e perduto quindi le relazioni  di
    un  tempo.  Era  venuta  a  Pietroburgo  per ottenere una nomina nella
    Guardia per il  proprio  unico  figlio.  Soltanto  per  incontrare  il
    principe  Vassilij  si  era  fatta  invitare  al  ricevimento  di Anna
    Pvlovna,  e soltanto per quella ragione aveva ascoltato  il  racconto
    del  visconte  su  "Mademoiselle  George"  e Bonaparte.  Le parole del
    principe Vassilij la sgomentarono: il suo volto, un tempo assai bello,
    espresse un impeto di collera che dur solo un momento. Poi ricominci
    a sorridere e strinse pi forte la mano del principe.
    - Sentite,  principe,   -  riprese l'anziana signora  -  non vi ho mai
    chiesto  niente,  non  vi  chieder  mai  pi  nulla...  Non vi ho mai
    rammentato l'amicizia che ha legato vostro padre al mio.  Ma,  adesso,
    vi  scongiuro,  in  nome di Dio,  fate questo per mio figlio,  e io vi
    considerer come mio benefattore  -  aggiunse in fretta.   -  No,  non
    andate  in  collera...  promettetemelo!  Mi  sono gi rivolta al conte
    Golicyn:  ha  rifiutato.  Siate  buono  come  eravate  un  tempo!    -
    aggiunse,  tentando di sorridere, mentre i suoi occhi si riempivano di
    lacrime.
    - Pap,  arriveremo in ritardo  -   disse  la  principessa  Elen,  che
    attendeva  presso  la  porta,  voltando  verso il padre la bella testa
    eretta sulle spalle scultoree.
    L'autorit  un capitale che in societ bisogna  saper  curare  perch
    non  svanisca.  Il  principe  Vassilij  non  lo ignorava e,  dopo aver
    riflettuto  che  se  avesse  interceduto  per  tutti  quelli  che   lo
    richiedevano  ben presto non avrebbe pi potuto ottenere nulla per s,
    usava di rado della propria  influenza.  Nel  caso  della  principessa
    Drubetzkaja  egli  sent tuttavia,  dopo l'ultimo appello di lei,  una
    specie di rimorso di coscienza.  Essa gli aveva rammentato la  verit,
    giacch  i  primi  passi  nella  carriera  li  doveva al padre di lei.
    Inoltre comprese dal suo atteggiamento  che  si  trattava  di  una  di
    quelle donne,  e in particolare di quelle madri che, quando si mettono
    in mente qualche  cosa,  non  desistono  pi  sino  a  che  non  hanno
    soddisfatto il loro desiderio e che,  in caso contrario, sono pronte a
    tornare alla carica ogni giorno e ogni momento e, addirittura,  a fare
    delle scenate. Quest'ultima considerazione lo fece esitare.
    - "Chre" Anna Michjlovna,   -  disse con la sua consueta familiarit
    e il consueto tono di voce infastidito  -  mi  quasi impossibile fare
    quello che desiderate,  ma per dimostrarvi che vi voglio  bene  e  che
    ricordo devotamente vostro padre vedr di farlo: vostro figlio passer
    nella Guardia: ve lo prometto. Siete contenta?
    - Amico mio,  mio benefattore!  Non mi aspettavo altro da voi, giacch
    so quanto siete buono.
    Il principe fece per allontanarsi.
    - Aspettate!  Ancora una parola!  Quando mio figlio sar passato nella
    Guardia...    -  a questo punto ebbe un momento di esitazione  -  voi,
    che siete in ottimi rapporti con Michal Ilarjnovic' Kutuzv,  glielo
    raccomanderete come aiutante? Allora io sar tranquilla e...
    Il principe Vassilij sorrise.
    -  Questo  non  ve  lo  prometto.  Non  potete  immaginare  da  quante
    raccomandazioni sia assediato  Kutuzv  dal  giorno  in  cui    stato
    nominato comandante in capo dell'esercito! Mi ha detto egli stesso che
    tutte  le  signore  di Mosca si sono messe d'accordo per dargli i loro
    figli come aiutanti di campo...
    - Promettetemelo, via! Altrimenti non vi dar pace, benefattore mio...
    - Pap,   -  ripet la bella principessa con lo stesso tono di voce  -
    arriveremo in ritardo...
    - Dunque, arrivederci...
    - Allora domani farete una relazione all'imperatore?
    - Senza dubbio, ma per Kutuzv non vi prometto nulla...
    - Suvvia,  Vassilij,  promettetemelo!  -  esclam Anna Michjlovna con
    un sorriso civettuolo che forse nel passato le era stato abituale,  ma
    che ora non andava proprio d'accordo con il suo viso sciupato.
    Ella dimenticava evidentemente la propria et e metteva in opera,  per
    abitudine,  tutti i mezzi femminili di un  tempo.  Ma  non  appena  il
    principe  fu uscito,  il suo viso riprese l'espressione fredda e finta
    che aveva avuto prima.  Ritorn  nel  gruppo  in  mezzo  al  quale  il
    visconte  continuava  il  suo  racconto  e  di  nuovo fece le viste di
    ascoltare, in attesa del momento buono per andarsene, dato che ci che
    l'interessava era ormai stato fatto.
    - Be', che ne dite della recente commedia della consacrazione a Milano
    (43)?   -  chiese Anna Pvlovna.   -   "Et  la  nouvelle  comdie  des
    peuples  de Gnes et de Lucques,  qui viennent prsenter leurs voeux 
    M. Buonaparte? M. Buonaparte assis sur un trne, et exauant les voeux
    des nations! Adorable! Non,  mais c'est  en devenir folle!  On dirait
    que  le  monde entier a perdu la tte" [44.  E la nuova commedia delle
    popolazioni di Genova e di Lucca che porgono i loro auguri  al  signor
    Buonaparte?  Il signor Buonaparte assiso su di un trono e nell'atto di
    esaudire i voti delle nazioni!  Deliziosa!  Ah,  c' da impazzire!  Si
    direbbe che il mondo abbia perduto la testa].
    Il principe Andrj sorrise guardando in viso Anna Pvlovna.
    -  Dieu me la donne,  gare  qui la touche!  -  disse,  ripetendo le
    parole pronunziate da Bonaparte durante l'incoronazione.   -  "On  dit
    qu'il  a  t trs beau en prononant ces paroles..." [45.  Dio me la
    d, guai a chi la tocca!.  Dicono che sia stato molto bello nell'atto
    di  pronunciare  questa  frase...]    -  aggiunse,  e ancora una volta
    ripet in italiano le parole:  -  Dio me l'ha data,  guai  a  chi  la
    tocca!.
    -  Io  spero    -   continu Anna Pvlovna  -  "que a a t la goutte
    d'eau qui fera dborder le  verre.  Les  souverains  ne  peuvent  plus
    supporter cet homme,  qui menace tout" [46. Spero che questa sia stata
    la goccia d'acqua che far traboccare il vaso.  I sovrani non  possono
    pi sopportare quest'uomo che minaccia ogni cosa].
    -  "Les  souverains?  Je  ne  parle  pas  de  la  Russie"  -  disse il
    visconte, cortesemente e disperatamente.  -  "Les souverains,  madame!
    Qu'ont-ils fait pour Louis Seize, pour la reine, pour madame Elisabeth
    (47)?  Rien"    -    prosegu accalorandosi.   -  "Et croyez-moi,  ils
    subissent la punition pour leur trahison de la cause des Bourbons. Les
    souverains?  Ils envoient des ambassadeurs complimenter  l'usurpateur"
    [48.  I sovrani?  Io non parlo della Russia.  I sovrani,  signora, che
    cosa hanno fatto per Luigi Sedicesimo, per la regina,  per Elisabetta?
    Nulla!  E,  credetemi,  essi  subiscono  ora  la  punizione  del  loro
    tradimento  alla  causa  dei  Borboni.  I  sovrani?   Mandano    loro
    ambasciatori a complimentare l'usurpatore].
    E, con un sospiro di disprezzo, cambi posizione. Il principe Ippolt,
    che  gi da un pezzo guardava il visconte attraverso l'occhialetto,  a
    queste  parole  si  volt  con  tutta  la  persona  verso  la  giovane
    principessa  e,  dopo  avere  chiesto un ago,  prese a disegnare sulla
    tavola lo stemma dei Cond,  e glielo spieg con aria di tale sussiego
    da far pensare che la principessa glielo avesse chiesto.
    -  "Bton  de  gueules,  engrl de gueules d'azur: maison Cond" [49.
    Palo rosso spinato d'azzurro. Casa Cond]  -  disse.
    La principessa ascoltava sorridendo.
    - Se Buonaparte star ancora per un anno sul trono di Francia    disse
    il visconte proseguendo la conversazione iniziata,  con l'aria di chi,
    senza ascoltare le opinioni degli altri,  segue soltanto il corso  dei
    propri   pensieri    -    se  ne  vedranno  delle  belle!   Per  mezzo
    dell'intrigo,  della violenza,  dell'esilio,  io credo che la migliore
    societ francese sar annientata per sempre, e allora...
    Egli si strinse nelle spalle e allarg le braccia.  Pierre voleva dire
    qualcosa: il discorso lo interessava,  ma  Anna  Pvlovna,  che  stava
    all'erta, lo fren.
    -  L'imperatore  Alessandro    -   ella disse con la tristezza con cui
    parlava sempre quando  accennava  alla  famiglia  imperiale    -    ha
    dichiarato che lascer ai Francesi la scelta della forma di governo. E
    io  credo  che  non vi sia dubbio che tutta la nazione,  non appena si
    sar liberata dall'usurpatore,  si butter tra le  braccia  di  un  re
    legittimo    -  dichiar,  cercando di essere cortese verso l'emigrato
    realista.
    -  Non  certo  -  intervenne il principe Andrj.   -    "Monsieur  le
    vicomte" pensa a ragione che se ne vedranno delle belle.  Io credo che
    sar difficile ritornare al passato.
    -  A  quanto  ho  sentito    -    disse  Pierre,   insinuandosi  nella
    conversazione  e arrossendo  -  quasi tutta la nobilt  gi passata a
    Buonaparte.
    - Questo lo dicono i buonapartisti   -    replic  il  visconte  senza
    guardare  Pierre.    -    Attualmente  difficile conoscere l'opinione
    pubblica francese.
    - L'ha detto Buonaparte!  -  esclam Andrj con un sorriso. (Si capiva
    che il visconte non gli andava a genio e che, pur non guardandolo, era
    a lui che dirigeva le sue parole).  -  Je leur ai montr le chemin de
    la gloire  -  continu dopo un breve silenzio, ripetendo le parole di
    Napoleone.   -  Ils n'en  ont  pas  voulu;  je  leur  ai  ouvert  mes
    antichambres,  ils se sont precipits en foule....  "Je ne sais pas 
    quel point il a eu le droit de le dire"  [50.  Ho  indicato  loro  il
    cammino della gloria.  Essi non hanno voluto seguirlo;  ho aperto loro
    le mie anticamere, vi si sono precipitati in folla.... Ma non so sino
    a che punto egli abbia avuto il diritto di dire cos.].
    - Nessun diritto!   -  replic il visconte.   -  Dopo l'uccisione  del
    duca,  anche gli uomini meno imparziali hanno cessato di vedere in lui
    un eroe. "Si mme a a t un hros pour certaines gens",  -  prosegu
    il visconte rivolto ad Anna Pvlovna  -  "depuis l'assassinat  du  duc
    il y a un martyr de plus dans le ciel, un hros de moins sur la terre"
    [51.  Se anche  stato un eroe per alcuni, dopo l'assassinio del duca,
    c' un martire in pi in cielo e un eroe in meno sulla terra.]
    Anna Pvlovna e gli  altri  non  avevano  ancora  fatto  in  tempo  ad
    approvare con un sorriso le parole del visconte che Pierre s'intromise
    di nuovo nella conversazione e Anna Pvlovna, pur presentendo che egli
    avrebbe detto qualcosa di inopportuno, non riusc a trattenerlo.
    -  Il  supplizio  del  duca  d'Enghien    -   disse Pierre  -  era una
    necessit imprescindibile, e io vedo una grandezza d'animo proprio nel
    fatto che  Napoleone  non  abbia  temuto  di  assumere  su  di  s  la
    responsabilit di quell'atto.
    - Dio! Mio Dio!  -  mormor, atterrita, Anna Pvlovna.
    -  "Comment,  M.  Pierre,  vous  trouvez que l'assassinat est grandeur
    d'me?" [52.  Ma come,  signor Pierre,  voi pensate  che  l'assassinio
    denoti   grandezza  d'animo?]    -    chiese  la  giovane  principessa
    ripiegando il suo lavoro.
    - Ah! Oh!  -  esclamarono varie voci.
    - "Capital! [53. Magnifico!]  -  disse in inglese il principe Ippolt,
    battendosi con la mano un ginocchio.  Il visconte si limit ad  alzare
    le spalle.
    Pierre  con  aria  trionfante  guardava  gli  ascoltatori di sopra gli
    occhiali.
    - Parlo cos,   -  prosegu con slancio  -  perch i Borboni fuggirono
    davanti alla rivoluzione lasciando il popolo nell'anarchia;  Napoleone
    solo seppe comprendere la rivoluzione e vincerla e proprio per questo,
    per il bene comune,  non poteva fermarsi di fronte  alla  vita  di  un
    uomo.
    - Volete venire a questa tavola?   -  chiese Anna Pvlovna. Ma Pierre,
    senza rispondere, continu a parlare.
    - S,   -  disse,  accalorandosi sempre di pi  -  Napoleone   grande
    perch si mise al di sopra della rivoluzione,  ne represse gli abusi e
    mantenne ci che in essa vi era di buono: l'uguaglianza dei  cittadini
    e  la  libert di parola e di stampa: soltanto per questo conquist il
    potere.
    - Se,  conquistato il potere,  non ne avesse approfittato per compiere
    un  assassinio e lo avesse restituito al legittimo sovrano,   -  disse
    il visconte  -  lo chiamerei anch'io un grand'uomo.
    - Non avrebbe potuto compiere un simile gesto.  Il  popolo  gli  aveva
    dato  il  potere  soltanto  perch  lo  liberasse dai Borboni e perch
    vedeva in lui un grand'uomo.  La rivoluzione fu una grande opera!    -
    prosegu   "monsieur"   Pierre,   dimostrando  con  questa  provocante
    dichiarazione la sua estrema giovent  e  il  desiderio  di  esprimere
    tutto al pi presto.
    - La rivoluzione e il regicidio una grande opera?... Dopo questo... Ma
    non volete dunque venire a questa tavola?  -  ripet Anna Pvlovna.
    - "Contrat social" (54)  -  disse il visconte con un amabile sorriso .
    - Io non parlo dell'uccisione del re. Parlo delle idee.
    - Gi, le idee del saccheggio, dell'omicidio, dell'uccisione del re  -
    interruppe di nuovo una voce ironica.
    - Senza dubbio vi furono degli eccessi, ma le cose che hanno veramente
    importanza  sono  l'uguaglianza tra i cittadini,  i diritti dell'uomo,
    l'emancipazione dai pregiudizi.  E  tutte  queste  idee  Napoleone  le
    mantenne in pieno.
    - Libert e uguaglianza  -  disse in tono sprezzante il visconte, come
    se  finalmente  si decidesse a dimostrare seriamente a quel giovanotto
    tutta la stupidit delle sue frasi -  sono grandi parole,  compromesse
    da molto tempo.  Chi non ama la libert e l'uguaglianza? Gi il nostro
    Salvatore predicava la libert e l'uguaglianza.  Forse gli uomini sono
    diventati pi felici dopo la rivoluzione?  Al contrario.  Noi volevamo
    la libert, e Buonaparte l'ha distrutta.
    Il principe Andrj guardava sorridendo ora Pierre,  ora  il  visconte,
    ora  la  padrona  di  casa.  Al  primo  momento  le  uscite  di Pierre
    sgomentarono Anna Pvlovna che pure era avvezza alla vita di  societ,
    ma  quando  vide  che,  nonostante le parole sacrileghe pronunziate da
    Pierre,   il  visconte  si  manteneva  calmo,   e  si  convinse  della
    impossibilit di farlo tacere,  si riprese e,  alleandosi al visconte,
    assal l'oratore.
    - "Mais, mon cher Monsieur Pierre!"  -  esclam Anna Pvlovna. -  Come
    fate a spiegare che un grand'uomo abbia potuto fare uccidere il  duca,
    un uomo semplicemente come gli altri, senza processo e senza colpa?
    -  Io  domanderei  -  disse il visconte  -  in che modo questo signore
    spiegherebbe il 18 brumaio (55).  Non fu forse un inganno?  "C'est  un
    escamotage,  qui ne ressemble nullement  la manire d'agir d'un grand
    homme" [56.  E' una specie di gherminella che non somiglia affatto  al
    modo di agire di un grand'uomo].
    -  E  i prigionieri d'Africa che egli uccise?   -  aggiunse la giovane
    principessa.  -  Che cosa orribile!  -  E si strinse nelle spalle.
    - "C'est un roturier,  vous avez un beau dire" [57.  Dite  quello  che
    volete, ma  un uomo volgare.]  -  intervenne il principe Ippolt.
    Pierre non sapeva a chi rispondere: guardava tutti e sorrideva. Il suo
    sorriso  non  era  come  quello di tutti gli altri uomini: quando egli
    sorrideva,  a un tratto il suo viso serio e un po' cupo svaniva  e  ne
    appariva un altro,  dall'espressione buona,  infantile, persino un po'
    sciocca e che pareva chiedere perdono.
    Al visconte,  che lo vedeva per la prima volta,  apparve evidente  che
    quel giacobino non era assolutamente terribile quanto le sue parole.
    Tutti tacquero.
    -  Come  volete  che egli risponda a tutti in una volta?   -  disse il
    principe Andrj.   -  Inoltre,  negli atti di un uomo di stato bisogna
    distinguere  quelli  dell'uomo  come  uomo  privato,  quelli  del capo
    dell'esercito e quelli dell'imperatore. Almeno a me pare cos.
    - Certo, certo,  si capisce...   -  esclam Pierre,  felice dell'aiuto
    che gli veniva porto.
    -  Non  si  pu  non  ammettere  che  Napoleone  come  uomo  sia stato
    grandissimo al ponte d'Arcole (58),  nel  lazzaretto  di  Giaffa  dove
    diede la mano agli appestati (59); ma... ma ci sono altri atti che non
     facile giustificare...
    Il   principe   Andrj,   che  evidentemente  aveva  voluto  addolcire
    l'inopportunit delle parole di Pierre,  si alz  e,  preparandosi  ad
    andare via, fece un cenno a sua moglie.
    A un tratto si alz anche il principe Ippolt e, fermando tutti con un
    gesto, li preg di sedersi e poi disse:
    - "Ah,  aujourd'hui on m'a racont une anecdote moscovite,  charmante,
    il faut que je vous en rgale. Vous m'excusez, vicomte, il faut que je
    raconte en russe.  Autrement on ne sentira pas le sel  de  l'histoire"
    [60.  Ah,  oggi  mi hanno raccontato un aneddoto moscovita,  veramente
    grazioso;  voglio raccontarvelo.  Mi  scuserete,  visconte,  ma  debbo
    raccontarlo in russo, altrimenti non se ne gusterebbe il sale].
    E  il principe Ippolt si mise a parlare in russo con la pronunzia dei
    Francesi che hanno trascorso un anno o due in Russia. Tutti i presenti
    si fermarono,  tanta era l'insistenza con  cui  il  principe  chiedeva
    attenzione alla sua storia.
    - A Mosca c' una signora, "une dame", molto avara. Essa voleva sempre
    avere due lacch in livrea dietro la carrozza.  E li voleva molto alti
    di statura.  Le  piacevano  cos.  E  aveva  une  "femme  de  chambre"
    altissima. Essa le disse...
    A  questo  punto  il  principe  Ippolt  rimase pensieroso,  poi,  con
    evidente difficolt, riprese:
    -  Essa le disse... S,  essa le disse: Ragazza,  indossa la livrea e
    vieni con me, dietro la carrozza a fare delle visite
    E   qui  il  principe  scoppi  in  una  risata,   molto  prima  degli
    ascoltatori,  il  che  produsse  un'impressione  svantaggiosa  per  il
    narratore.  Tuttavia  parecchie  persone,  tra cui l'anziana signora e
    Anna Pvlovna, sorrisero.
    - La carrozza part.  Improvvisamente si alz  un  forte  vento.  Alla
    ragazza vol via il cappello e le si sciolsero i lunghi capelli...
    A questo punto il principe non riusciva gi pi a contenersi e prese a
    ridere a scatti mentre tra le risate diceva:
    - E tutti lo vennero a sapere...
    E  l'aneddoto  fin  qui.  Sebbene  non  si capisse per qual motivo il
    principe l'avesse raccontato e perch avesse dovuto  farlo  in  russo,
    Anna  Pvlovna  e  gli  altri  apprezzarono  la galanteria mondana del
    principe Ippolt che in modo  cos  simpatico  aveva...  dirottato  la
    conversazione  sgradevole di Pierre.  Dopo l'aneddoto la conversazione
    si disperse in futili chiacchiere  sulle  feste  da  ballo  passate  e
    future,  sugli spettacoli teatrali e sul giorno e sul luogo in cui gli
    ospiti si sarebbero ritrovati.


    CAPITOLO 5.

    Dopo aver ringraziato Anna  Pvlovna  per  la  simpatica  serata,  gli
    ospiti cominciarono ad andarsene.
    Pierre era goffo,  pesante,  di statura pi alta del normale, largo di
    spalle, con enormi mani rosse. Non sapeva, come si dice, entrare in un
    salotto e meno ancora sapeva  uscirne;  ossia  non  sapeva,  prima  di
    accomiatarsi, dire qualche frase particolarmente gentile. Inoltre, era
    distratto. Alzandosi per andar via, prese, invece del suo cappello, il
    tricorno  piumato  del  generale  e  lo  tenne in mano,  agitandone il
    pennacchio, sino a quando il generale non ne chiese la restituzione...
    Ma le distrazioni e la goffaggine erano compensate da una  espressione
    di bont, di semplicit e di modestia. Anna Pvlovna si volt verso di
    lui ed esprimendogli con cristiana bont il proprio perdono per le sue
    uscite, lo salut, e gli disse:
    -  Spero  di  rivedervi,  ma  spero  anche che modificherete le vostre
    opinioni, mia caro "monsieur" Pierre...
    A queste parole egli non rispose: s'inchin e ancora una volta rivolse
    a tutti il suo sorriso che non diceva nulla,  o forse diceva  soltanto
    questo:  Le  opinioni sono opinioni;  del resto vedete che io sono un
    buon ragazzo. E tutti, compresa Anna Pvlovna, lo sentivano.
    Il principe Andrj usc in anticamera. Volgendo le spalle al domestico
    che gli metteva il mantello, ascoltava con indifferenza le chiacchiere
    di sua moglie e del principe Ippolt,  uscito anch'egli in anticamera.
    Il principe Ippolt stava accanto alla bella principessa e la guardava
    con insistenza attraverso l'occhialetto.
    -  Andate,  "Annette",  ch  rischiate  di  raffreddarvi   -  disse la
    giovane principessa salutando Anna  Pvlovna.    -    E'  deciso!    -
    aggiunse a voce bassa.
    Anna  Pvlovna  era  riuscita  a  parlare  a  Lise  del matrimonio che
    progettava di combinare tra Anatolij e la cognata della principessa.
    - Spero in voi,  mia cara  -    disse  Anna  Pvlovna  sottovoce.    -
    Scrivetele e mi saprete dire che cosa ne pensa il padre.  Arrivederci!
    -  e s allontan dall'anticamera.
    Il principe Ippolt si  accost  alla  principessa  e,  avvicinando  a
    quello di lei il suo viso, prese a dirle qualcosa sottovoce.
    Due  domestici,  il  suo  e quello della principessa,  attendevano che
    finissero di parlare, tenendo uno scialle ed un pastrano e ascoltavano
    senza capire nulla; facevano per le viste di capire tutto ma di voler
    far credere che non capissero  nulla.  La  principessa,  come  sempre,
    parlava sorridendo e, sorridendo, ascoltava.
    -  Sono  molto  contento  di  non  essere  andato dall'ambasciatore  -
    diceva il principe Ippolt.   -   Ci  si  annoia  talmente  in  quella
    casa...  Qui invece abbiamo trascorso una piacevolissima serata, non 
    vero?
    - Si dice che la festa da  ballo  sar  bellissima    -    rispose  la
    principessa,  sollevando  il breve labbro dalla lieve peluria.   -  Vi
    prenderanno parte tutte le belle donne della migliore societ.
    - Tutte no, giacch voi non ci sarete  -  rispose il principe Ippolt,
    ridendo allegramente e,  preso lo scialle dalle mani  del  lacch,  lo
    mise  egli stesso sulle spalle della principessa.  Per distrazione o a
    bella posta  -  chi lo pu dire?  -  tard alquanto a ritirare la mano
    e parve abbracciare la giovane donna.
    Con gesto gentile,  e sempre sorridendo,  ella si scost,  si volse  e
    guard  il  marito.  Il  principe  Andrj  aveva gli occhi semichiusi;
    pareva stanco e assonnato.
    - Siete pronta?  -  chiese alla moglie, evitandone lo sguardo.
    Il principe Ippolt si affrett ad indossare il pastrano che,  secondo
    la  moda,  gli  arrivava  sino ai tacchi e,  impacciato nei movimenti,
    segu rapidamente la principessa mentre  il  domestico  la  aiutava  a
    salire in carrozza.
    - Arrivederci, principessa!  -  grid, impacciato nel parlare come nel
    camminare.
    La  principessa,  sollevando  un poco l'abito,  prendeva intanto posto
    nella carrozza, mentre il marito cercava di sistemare la sciabola.  Il
    principe Ippolt, con il pretesto di aiutare, era d'impaccio a tutti.
    -  Permettete,  signore?    -    gli disse in russo,  in tono seccato,
    Andrj, cercando di passare.  -  Ti aspetto, Pierre!   -  aggiunse con
    voce affettuosa.
    Il  cocchiere  tir  le  redini,  e la carrozza si mosse.  Il principe
    Ippolt, ridendo a scatti,  rimase fermo sulla scalinata in attesa del
    visconte che gli aveva promesso di accompagnarlo a casa.

    -  "Eh,  bien,  mon cher,  votre petite princesse est trs bien,  trs
    bien"  -  esclam il visconte,  sedendosi nella carrozza con  Ippolt.
    -  "Trs bien!"  -  E si baci la punta delle dita.  - "Et tout  fait
    franaise"  [61.  Ebbene,  mio  caro,  la vostra piccola principessa 
    molto, molto carina. S molto carina! E veramente francese!].
    Ippolt si mise a ridere.
    - "Et savez-vous que vous tes terrible avec votre petit air innocent"
    -  prosegu il visconte.   -  "Je plains  le  pauvre  mari,  ce  petit
    officier  qui  se  donne des airs de prince rgnant" [62.  E voi,  con
    quella vostra aria ingenua, siete un uomo terribile, sapete? Compiango
    il povero marito,  quell'ufficialetto che si d delle arie da principe
    regnante].
    Ippolt scoppi di nuovo in una risata repressa e disse:
    -  "Et  vous  disiez  que  les  dames russes ne valaient pas les dames
    franaises.  Il faut savoir s'y prendre" [63.  E voi dicevate  che  le
    signore  russe  valgono  meno di quelle francesi!  Tutto sta nel saper
    fare].
    Pierre,  giunto prima,  era entrato direttamente,  come amico di casa,
    nello studio del principe Andrj e,  secondo la sua abitudine,  si era
    steso sul divano,  aveva preso dallo scaffale il primo libro  che  gli
    era  capitato  sottomano  (erano  i  "Commentari"  di  Cesare) (64) e,
    appoggiatosi sul gomito, aveva cominciato a leggerlo, a met.
    - Che cosa hai fatto con la signorina Scerer? Ora si ammaler  - disse
    il principe Andrj, entrando nello studio e stropicciandosi le piccole
    mani bianche.
    Pierre si gir con tutto il corpo in  modo  da  far  scricchiolare  il
    divano, volgendo verso l'amico il volto animato, sorrise e, facendo un
    gesto con la mano, disse:
    -  Quell'abate    molto  interessante,  ma non capisce come stanno le
    cose...  Secondo me la pace  universale    possibile,  ma  non  posso
    dirlo... Per non sar l'equilibrio politico...
    Il  principe  Andrj non si interessava affatto,  si vedeva,  a quella
    conversazione astratta.
    - Non  possibile,  mio caro,  dire sempre e dappertutto  ci  che  si
    pensa.  Dunque, hai finalmente deciso qualcosa? Entrerai nella Guardia
    o diventerai diplomatico?  -  chiese, dopo un minuto di silenzio.
    Pierre, sedette sul divano incrociando le gambe sotto di s.
    - Ci credereste che non lo so ancora?  N l'una  n  l'altra  cosa  mi
    vanno a genio.
    - Ma bisogna pur prendere una decisione, no? Tuo padre aspetta.
    All'et di dieci anni Pierre era stato mandato, accompagnato da un aio
    abate,  all'estero  dove  era vissuto sino ai venti anni.  Ritornato a
    Mosca,  il padre aveva licenziato l'abate e aveva  detto  al  giovane:
    Ora,  figlio  mio,  va' a Pietroburgo: guardati attorno e scegli.  Io
    acconsentir a tutto.  Eccoti una lettera per il principe Vassilij  ed
    eccoti del denaro.  Scrivimi tutto; io sono pronto ad aiutarti in ogni
    cosa.  Pierre da tre mesi ormai  si  occupava  della  scelta  di  una
    carriera,  ma non prendeva alcuna decisione.  E proprio a proposito di
    tale scelta stava ora parlandogli Andrj.  Pierre si  pass  una  mano
    sulla fronte.
    - Ma dev'essere massone  -  disse, pensando ancora all'abate che aveva
    incontrato quella sera.
    -  Queste sono fantasticherie!   -  lo interruppe di nuovo il principe
    Andrj.   -  E' meglio che discorriamo un po'  dei  tuoi  affari.  Sei
    andato alla sede della Guardia a cavallo?
    - No,  non ancora,  ma ecco ci che ho pensato e che volevo dirti. Ora
    c' la guerra contro Napoleone.  Se si trattasse di una guerra per  la
    libert,  la  capirei,  e sarei il primo ad entrare nell'esercito,  ma
    aiutare l'Austria e  l'Inghilterra  contro  il  pi  grande  uomo  del
    mondo... no... non  bene...
    Il  principe  Andrj si limit ad alzare le spalle alle puerili parole
    di Pierre,  facendo capire che a  simili  sciocchezze  non  si  poteva
    neppure ribattere. E, in realt, sarebbe stato difficile rispondere in
    altro modo a quell'ingenua opinione.
    - Se tutti facessero la guerra soltanto per convinzione, le guerre non
    esisterebbero pi  -  disse egli.
    - E sarebbe una gran bella cosa!  -  rispose Pierre.
    Il principe Andrj sorrise.
    - S, sarebbe certo una gran bella cosa, ma non accadr mai...
    - E perch andate alla guerra, voi?  -  chiese Pierre.
    - Perch?  Non lo so.  Per bisogna andarci. E poi... io ci vado...  -
    E a questo punto si ferm un momento.   -  Ci vado perch la vita  che
    conduco qui  una vita che non fa per me!


    CAPITOLO 6.

    Dalla  stanza  accanto giunse il fruscio di una veste femminile.  Come
    destandosi di colpo,  il principe Andrj si  scosse,  e  il  suo  viso
    assunse  la stessa espressione che aveva quando si trovava nel salotto
    di Anna Pvlovna.  Pierre tir gi  le  gambe  dal  divano.  Entr  la
    principessa.  Indossava  gi  un  altro abito,  da casa,  ma anch'esso
    fresco ed elegante.  Il principe Andrj  si  alz  e  cortesemente  le
    avvicin una poltrona.
    - Spesso mi domando,  -  prese a dire la principessa in francese, come
    sempre,  in fretta e sedendosi con un po' di difficolt nella poltrona
    -  mi domando come mai Annette non abbia preso  marito.  Quanto  siete
    sciocchi tutti voi,  "messieurs",  a non averla sposata! Scusatemi, ma
    vi assicuro che in fatto di donne capite  assai  poco.  Con  che  foga
    discutete, "monsieur" Pierre!
    -  S,  e discuto sempre con vostro marito: non riesco a capire perch
    voglia  andare  in  guerra    -    disse  Pierre,   rivolgendosi  alla
    principessa  senza  quel  fare  complimentoso  che di solito usano gli
    uomini rivolgendosi alle giovani signore.
    La principessa sussult: evidentemente,  le parole di Pierre l'avevano
    toccata sul vivo.
    - Ah,  ecco ci che dico anch'io!   -  rispose.   -  Non capisco,  non
    capisco assolutamente perch  gli  uomini  non  possano  vivere  senza
    guerra.  E  perch  mai,  invece,  noi  donne non vogliamo nulla,  non
    abbiamo bisogno di nulla. Sentite e giudicate. Glielo dico sempre: qui
      aiutante  di  campo  di  suo  zio,  ha  quindi  una  brillantissima
    posizione.  Tutti  lo  conoscono  e  tutti  hanno per lui molta stima.
    Giorni  or  sono  in  casa  degli  Apraksin  ho  sentito  una  signora
    esclamare: C'est a le fameux prince Andr?.  "Ma parole d'honneur!"
    [65.  Ah,  quello  il famoso principe Andrj?.  Proprio!]  -  E  si
    mise  a ridere.   -  Egli  bene accolto ovunque e potrebbe facilmente
    diventare aiutante di campo dell'imperatore.  Sapete che  l'imperatore
    gli  ha  parlato  con molta affabilit?  Annette e io riteniamo che la
    cosa potrebbe effettuarsi con molta facilit. Che ne pensate?
    Pierre  diede  un'occhiata  al  principe  Andrj  e,   visto  che   la
    conversazione non andava molto a genio all'amico, non rispose.
    - Quando partirete?  -  domand.
    - "Ah,  ne me parlez pas de ce dpart,  ne m'en parlez pas! Je ne veux
    pas en entendre parler" [66.  Ah,  non mi parlate di questa  partenza,
    non  me  ne  parlate!  Non  voglio  sentirne  parlare!]    -  disse la
    principessa con quel tono scherzosamente capriccioso che  aveva  usato
    parlando  con  Ippolt  nel  salotto  di  Anna  Pvlovna,  ma  che ora
    evidentemente stonava in  quella  conversazione  di  famiglia  di  cui
    Pierre  era  considerato  un  membro.    -   Oggi,  quando pensavo che
    bisogner interrompere tante care relazioni... E poi lo sai,  "Andr"?
    -   guard significativamente il marito.   -  Ho paura,  ho paura!   -
    sussurr, mentre un brivido le percorreva la schiena.
    Il marito la guard come stupito nell'accorgersi che nella  stanza  si
    trovasse un'altra persona, oltre a lui e a Pierre; con fredda cortesia
    si rivolse alla moglie:
    - Di che cosa hai paura, Liza? Non riesco a capirlo  -  le disse.
    - Ecco come sono egoisti gli uomini!  Tutti,  tutti egoisti! Egli, per
    suo capriccio, Dio sa perch, mi lascia e mi confina sola in campagna.
    -  Con mio padre e mia sorella,  non dimenticarlo!    -    rispose  il
    principe Andrj a bassa voce.
    - In ogni caso sola,  senza i "miei" amici... E vuole che io non abbia
    paura...
    Il tono della  principessa  suonava  leggero  rimprovero:  il  piccolo
    labbro  superiore  si sollevava,  dando al viso non pi un'espressione
    gioiosa, ma quella di una bestiolina, di uno scoiattolo.  Ella tacque,
    come  se  ritenesse  sconveniente  parlare  davanti a Pierre della sua
    gravidanza, giacch era questo il nocciolo della discussione.
    - Tuttavia non capisco di che cosa abbia paura  -   ripet  lentamente
    il principe Andrj, senza distogliere gli occhi dalla moglie.
    La principessa arross e allarg le braccia in gesto disperato.
    - "Non,  Andr,  je dis que vous avez tellement,  tellement chang..."
    [67. No, Andrj, io dico che siete molto, molto mutato!].
    - Il dottore ti ha ordinato di coricarti presto la sera  -   disse  il
    principe,  -  dovresti andare a dormire.
    La  principessa  non rispose e ad un tratto il suo piccolo labbro ebbe
    un fremito;  il marito si alz e,  stringendosi nelle spalle  prese  a
    camminare su e gi per la stanza.
    Pierre  con aria stupefatta e ingenua guardava attraverso gli occhiali
    ora il principe, ora la moglie di lui;  si mosse come se volesse andar
    via, ma poi si ferm, soprappensiero.
    - Che mi importa che ci sia monsieur Pierre?   -  disse a un tratto la
    giovane principessa,  e il suo grazioso visetto si  contrasse  in  una
    smorfia di pianto.   -  Da un pezzo volevo chiederti,  "Andr", perch
    sei cos mutato verso di me! Che cosa ti ho fatto? Parti per la guerra
    e non hai compassione di me. Perch?
    - Lise!  -  si limit ad esclamare il principe.  Ma quella sola parola
    conteneva una preghiera e una minaccia e, soprattutto, la certezza che
    essa non avrebbe aggiunto altro. Ma lei continu a parlare:
    -  Ti  comporti  con me come se fossi una malata o una bambina.  Me ne
    accorgo benissimo. Eri forse cos sei mesi or sono?
    - Lise,  ti prego di smetterla!   -  disse il principe Andrj in  tono
    anche pi significativo.
    Pierre,  che si sentiva sempre pi turbato da quella conversazione, si
    alz e si avvicin alla principessa. Pareva che non potesse sopportare
    la vista delle lacrime e che fosse sul punto di mettersi egli stesso a
    piangere.
    - Calmatevi,  principessa.  Voi parlate cos,  ma  vi  assicuro...  Ho
    provato anch'io...  perch...  perch...  No,  scusate, io qui sono un
    estraneo, sono di troppo... Calmatevi, addio...
    Il principe Andrj lo trattenne per un braccio.
    - No, Pierre,  resta.  La principessa  cos buona che non vorr certo
    privarmi del piacere di trascorrere la serata con te.
    -  Gi,  egli  pensa  soltanto a se stesso  -  esclam la principessa,
    senza riusare a trattenere lacrime di collera.
    - Lise!   -  disse seccamente il principe Andrj,  alzando la voce  in
    modo da far capire che la sua pazienza era ormai esaurita.
    A  un tratto,  il visetto grazioso della principessa assunse un non so
    che di attraente,  che  suscitava  piet  e  timore;  essa  guard  di
    sfuggita  il  marito  con  i suoi bellissimi occhi,  con l'espressione
    umile e sottomessa del cane che agita rapidamente la coda  davanti  al
    padrone.
    - Mio Dio,  mio Dio!   -  esclam e, sollevando con una mano le pieghe
    dell'abito, si avvicin al marito e lo baci sulla fronte.
    - Buona sera,  Liza    -    disse  il  principe  Andrj,  alzandosi  e
    baciandole cortesemente la mano, come a un'estranea.

    Gli  amici  rimasero  silenziosi:  n  l'uno  n l'altro riprendeva la
    conversazione. Pierre guardava il principe Andrj che si passava sulla
    fronte la piccola mano.
    - Andiamo a cena!   -  disse con un sospiro,  alzandosi e  dirigendosi
    verso la porta.
    Entrarono  nella  sala  da  pranzo,  rimessa  a nuovo ed elegantemente
    ammobiliata. Tutto, dalla tovaglia all'argenteria,  dalle ceramiche ai
    cristalli,  aveva  quella particolare impronta di nuovo che si osserva
    di solito nelle case di giovani sposi. A met della cena,  il principe
    Andrj  si appoggi con il gomito alla tavola e,  come chi da un pezzo
    ha  qualcosa  sul  cuore  e  decide  a  un  tratto  di  sfogarsi,  con
    un'espressione  di  irritazione e di nervosismo quale Pierre non aveva
    mai notato nell'amico, prese a parlare:
    - Non sposarti, non sposarti mai, amico mio!  Ascolta il mio consiglio
    o, per lo meno, non sposarti sino a quando non potrai dire a te stesso
    di  aver  fatto  tutto  il possibile per cessare di amare la donna che
    avrai scelto e prima di vederla qual  in realt... Se no. commetterai
    un errore crudele e irreparabile...  Sposati quando non sarai pi  che
    un  vecchio buono a nulla...  Se no annullerai tutto ci che c' in te
    di buono e di nobile... Tutto si disperder in inezie. S, s, s! Non
    guardarmi con quell'aria cos stupefatta!  Se attenderai da te  stesso
    qualcosa  per  l'avvenire,  ti  accorgerai a ogni passo che tutto sar
    finito,  tutto ti sar chiuso,  fuorch il salotto,  dove  sarai  alla
    stregua di un valletto di corte o di un idiota... Proprio cos!
    E fece un gesto energico con la mano.
    Pierre si tolse gli occhiali, il suo viso mut, assunse un'espressione
    di maggiore bont e guard stupefatto l'amico.
    -  Mia  moglie    -   prosegu il principe Andrj  -   una bellissima
    donna.  E' una di quelle poche donne alle quali si pu tranquillamente
    affidare il proprio onore. Ma, mio Dio, quanto pagherei ora per essere
    scapolo!  A  te  solo  e  a te per primo dico tutto questo,  perch ti
    voglio bene.
    Il principe Andrj,  mentre parlava,  assomigliava meno che mai a quel
    Bolkonskij  che,  sprofondato  in  una  poltrona  del  salotto di Anna
    Pvlovna,  con gli occhi  socchiusi,  pronunziava  ironiche  frasi  in
    francese.  Il  suo  viso magro tremava,  vibrando nervosamente in ogni
    muscolo;  gli occhi,  nei quali poco prima sembrava  spento  il  fuoco
    della  vita,  ora  scintillavano  di una limpida luce.  Si vedeva che,
    quanto pi egli pareva di solito privo di vitalit,  tanto pi in quel
    momento di irritazione appariva energico e volitivo.
    - Tu non capisci perch io dica queste cose  -  prosegu.  -  Eppure 
    tutta  la  storia  della  mia vita.  Tu parli di Bonaparte e della sua
    carriera  -  disse,  sebbene Pierre  non  avesse  affatto  parlato  di
    Bonaparte.   -  Tu parli di Bonaparte ma, quando egli lavorava, quando
    un passo dopo l'altro camminava  verso  la  sua  meta,  era  libero  e
    null'altro  vedeva  se  non quella meta;  per questo la raggiunse.  Ma
    quando sei legato a  una  donna,  come  un  galeotto  incatenato,  hai
    perduto qualsiasi libert.  E tutto ci che c' in te di speranza e di
    forza viene annientato,  e il pentimento ti  tormenta.  I  salotti,  i
    pettegolezzi, i balli, le ambizioni, le nullit... questo  il circolo
    vizioso  dal quale non posso uscire.  Ora parto per la guerra,  per la
    pi grande guerra che mai sia stata combattuta;  io non so nulla,  non
    sono capace di fare niente altro.  Sono molto cortese e molto caustico
    -  prosegu il principe Andrj  -  e in casa di Anna Pvlovna tutti mi
    ascoltano.  E quella stupida societ,  senza la quale mia  moglie  non
    potrebbe  vivere,  e quelle donne...  Se tu sapessi come sono tutte le
    donne distinte,  e in genere tutte le donne!  Mio  padre  ha  ragione.
    Egoismo,  ambizione,  stupidit,  nullit  in  tutto:  ecco  le  donne
    allorch si mostrano veramente quali sono.  Quando le vedi in societ,
    ti  pare  che  in  esse  ci sia qualcosa e invece no,  non c' niente,
    niente, niente, niente! No, amico mio caro, non sposarti!  -  concluse
    il principe Andrj.
    - Mi pare buffo  -  disse Pierre  -   che  consideriate  voi,  proprio
    "voi" come un uomo inetto e la vostra vita come una vita rovinata.  Ma
    se avete dinanzi tutto l'avvenire! E invece...
    A questo "voi" s'interruppe,  ma  il  suo  tono  gi  indicava  quanta
    considerazione  avesse  per il suo amico e quanto si aspettasse da lui
    nell'avvenire.
    Ma com' possibile che dica questo?,  pensava Pierre.  Egli riteneva
    il  principe  Andrj  un modello di tutte le perfezioni,  precisamente
    perch il principe Andrj riuniva in s, al massimo grado,  le qualit
    che  mancavano  a  lui  e  che si potevano riassumere tutte in un solo
    concetto: forza di volont.
    Pierre si meravigliava sempre della capacit del  principe  Andrj  di
    comportarsi  serenamente  con  ogni  genere  di  persone,   della  sua
    eccezionale memoria,  della sua cultura letteraria (egli  aveva  letto
    tutto,  sapeva tutto) e, in special modo, della facilit di studiare e
    di imparare. E se,  abbastanza spesso,  Pierre era stato colpito dalla
    mancanza,   nel  principe  Andrj,   della  capacit  della  filosofia
    contemplativa (alla quale  Pierre  era  particolarmente  portato)  non
    vedeva in ci un difetto, ma piuttosto una forza.
    Nei rapporti migliori,  pi amichevoli e pi semplici,  l'adulazione e
    la lode sono indispensabili,  quanto  indispensabile il  grasso  alla
    ruota perch giri senza stridere.
    - Sono un uomo finito!   -  esclam il principe Andrj.   -  Che altro
    devo dire di me? Parliamo piuttosto di te  -  aggiunse dopo una pausa,
    sorridendo ai suoi sconfortanti pensieri.
    Quel sorriso in quel momento illumin anche il viso di Pierre.
    - Ma di me cosa si pu dire?  -  esclam questi,  atteggiando la bocca
    a un sorriso allegro e spensierato.   -  Chi sono io?  Un bastardo!  -
    E ad un tratto il suo volto si copr di  rossore:  pareva  che  avesse
    fatto un grande sforzo su se stesso per pronunziare quella parola.   -
    Senza nome, senza fortuna...  Ora sono libero e sono felice...  Ma non
    so proprio di dove cominciare. Vorrei consigliarmi seriamente con voi.
    Il  principe  Andrj  lo  guard  con  i  suoi occhi buoni,  ma il suo
    sguardo, amichevole e affettuoso, espresse tuttavia la coscienza della
    propria superiorit.
    - Tu mi sei caro, specialmente perch sei l'unico uomo vivo nel nostro
    ambiente.  Per te tutto  facile.  Puoi scegliere quello che vuoi: per
    te,  tutto  uguale.  Tu starai bene ovunque, ma ascolta quello che ti
    dico: smetti di frequentare Kuragin e di condurre la vita che  conduce
    lui. Non ti si addice: tutte quelle orge, quelle baldorie...
    - "Que voulez-vous,  mon cher"  -  rispose Pierre,  stringendosi nelle
    spalle;  -  "les femmes, mon cher, les femmes!" [68.  Eh,  che volete,
    mio caro; le donne, mio caro, le donne'].
    -  Non  capisco   -  rispose Andrj.   -  "Les femmes comme il faut" 
    un'altra cosa,  ma "les femmes de Kuragin,  les femmes et le vin" [69.
    Le donne perbene (...) le donne di Kuragin, le donne e il vino (...)],
    non le capisco!
    Pierre  viveva  in  casa  del principe Kuragin e partecipava alla vita
    dissoluta di Anatolij suo figlio, quello stesso che si voleva unire in
    matrimonio con la sorella del  principe  Andrj,  nella  speranza  che
    cambiasse vita.
    -  Sapete?    -  disse Pierre,  come se all'improvviso gli fosse sorta
    un'idea felice;   -  da un pezzo sto seriamente pensando che,  con  la
    vita che conduco, non posso n decidere nulla, n riflettere su nulla.
    La testa mi duole;  non ho denaro.  Oggi mi ha invitato da lui, ma non
    ci andr.
    - Dammi la tua parola d'onore; non andrai pi con quell'uomo?
    - Parola d'onore!
    Era  gi  l'una  dopo  mezzanotte,   una  chiara   notte   di   giugno
    pietroburghese,  quando  Pierre  usc  dalla casa dell'amico.  Sal in
    carrozza con il proposito di andare  a  casa.  Ma  quanto  pi  vi  si
    avvicinava, tanto pi sentiva che gli sarebbe stato impossibile andare
    a dormire in una notte cos chiara da sembrare quasi giorno. Le strade
    erano deserte,  e lo sguardo giungeva lontano.  Strada facendo, Pierre
    ricord che quella sera in casa di  Anatolij  Kuragin  doveva  essersi
    riunito il consueto gruppo di giocatori,  che dopo il gioco si sarebbe
    svolta la solita orgia,  che si sarebbe conclusa con uno dei godimenti
    prediletti da Pierre...
    Sarebbe piacevole andate da Kuragin..., pens. Ma ramment la parola
    d'onore  data ad Andrj di non frequentare pi quell'uomo.  Poco dopo,
    per,  come accade alle persone prive  di  carattere,  prov  un  cos
    sfrenato  desiderio di godere ancora una volta quella vita dissoluta a
    lui tanto nota che decise di andare. L per l, per giustificarsi,  si
    disse  che  la  parola  data ad Andrj non aveva alcun valore giacch,
    prima che ad Andrj,  aveva promesso ad Anatolij di recarsi da lui;  e
    finalmente  decise  tra  s  e s che tutte quelle parole d'onore sono
    cose  convenzionali,  prive  di  senso  preciso,  specialmente  se  si
    considera  che  si  potrebbe  morire  il  giorno  dopo  o che potrebbe
    accadere qualcosa di cos straordinario  per  cui  non  avrebbero  pi
    senso  n  l'onore  n  il  disonore.  Spesso a Pierre si affacciavano
    ragionamenti di tal  genere  che  annullavano  qualsiasi  decisione  e
    proponimento. E fin con l'andare da Kuragin.
    Giunto  all'ingresso  di  una  grande casa,  non lontana dalla caserma
    della Guardia a cavallo, nella quale abitava Anatolij, sal lo scalone
    illuminato e, trovata la porta aperta, entr.  In anticamera non c'era
    nessuno: erano sparsi qua e l bottiglie vuote,  pastrani, calosce; si
    sentiva odor di vino e si udivano voci e grida lontane.
    La cena e il gioco erano finiti,  ma gli ospiti  non  se  ne  andavano
    ancora.  Pierre  si tolse il pastrano ed entr nella prima stanza dove
    erano evidenti i resti della cena e dove un  domestico,  pensando  che
    nessuno  lo  vedesse,  scolava di nascosto i bicchierini non del tutto
    vuoti.  Dalla terza camera proveniva un gran frastuono: risate,  grida
    di  voci  conosciute  e  il  ruggito  di  un orso.  Otto giovanotti si
    accalcavano ansiosi davanti ad  una  finestra  aperta.  Altri  tre  si
    divertivano  con  un  orsacchiotto  che uno di essi trascinava per una
    catena, spaventando gli amici.
    - Scommetto cento rubli su Stivens! grid uno.
    - Badate, eh, nessuno deve sorreggerlo!  -  rispose un altro.
    - Io scommetto su Dlochov!  -  grid un terzo.  -  Dividi, Kuragin!
    - Ebbene, lasciate Miska (70)! Si tratta di una scommessa.
    - Tutta d'un fiato, se no, avr perso!  -  grid un quarto.
    - Jakov! Qua una bottiglia, Jakov!  -  grid a sua volta il padrone di
    casa,  un bel giovane alto,  ritto in mezzo agli altri,  in maniche di
    camicia  dallo  sparato aperto sul petto.   -  Aspettate signori!  Oh,
    eccoti qui Petruscia, mio caro!  -  esclam, rivolgendosi a Pierre.
    Una voce,  che dominava per la sua fermezza tutte le  altre,  alterata
    dal  vino,  appartenente a un giovane di non alta statura,  dai chiari
    occhi azzurri, grid dalla finestra:
    - Vieni qui! Giudica tu!
    Era Dlochov,  ufficiale del reggimento  Semnovskij  (71),  notissimo
    giocatore  e  spadaccino,  che abitava con Anatolij.  Pierre si guard
    attorno e sorrise allegramente.
    - Non capisco nulla!  -  esclam.  -  Di che si tratta?
    - Aspettate,  lui non  ubriaco.  Datemi  una  bottiglia    -    disse
    Anatolij,  e,  preso un bicchiere dal tavolo, si avvicin a Pierre.  -
    Prima di tutto, bevi.
    Pierre prese a mandar gi  un  bicchiere  dopo  l'altro,  osserv  gli
    ospiti ubriachi raggruppati vicino alla finestra e prest attenzione a
    quanto  dicevano.  Anatolij  continuava a versargli vino e intanto gli
    raccontava che  Dlochov  scommetteva  con  Stivens,  ufficiale  della
    marina inglese, che si trovava l, di bere una bottiglia di rum stando
    seduto  su  quella  finestra  del terzo piano,  con le gambe penzoloni
    verso l'esterno.
    - Suvvia,  bevila tutta!   -  concluse  Anatolij,  porgendo  a  Pierre
    l'ultimo bicchiere.
    - No.  non ne voglio pi!   -  rispose Pierre,  respingendo Anatolij e
    avvicinandosi alla finestra.
    Dlochov  teneva  per  un  braccio  l'inglese  ed  esponeva  in   ogni
    particolare  le  condizioni  della  scommessa,  rivolgendosi  in  modo
    speciale ad Anatolij e a Pierre.
    Dlochov, un uomo sui venticinque anni, era di media statura,  aveva i
    capelli  ricciuti,  non  portava  baffi,  come  tutti gli ufficiali di
    fanteria e la sua  bocca,  il  tratto  pi  caratteristico  del  viso,
    appariva  completamente  scoperta.  Il  disegno  di  quella  bocca era
    finemente ricurvo;  la linea del labbro superiore,  formando un angolo
    quasi  acuto,  scendeva  bruscamente  sul labbro inferiore,  piuttosto
    grosso,  e agli angoli parevano disegnati due sorrisi,  uno  per  ogni
    angolo;  tutto  l'insieme,  specialmente  perch  accompagnato  da uno
    sguardo ardito e intelligente, era di un effetto che non si poteva non
    notare.  Dlochov non era  ricco  e  non  aveva  relazioni,  e  bench
    Anatolij  spendesse decine di migliaia di rubli e Dlochov abitasse in
    casa di lui,  gli amici comuni stimavano  Dlochov  pi  di  Anatolij.
    Dlochov  giocava  tutti  i giochi e quasi sempre vinceva.  Per quanto
    bevesse, non perdeva mai la lucidit di pensiero. E Kuragin e Dlochov
    erano  in  quel  tempo  considerati  tra  i  pi  noti  fannulloni   e
    scapestrati di Pietroburgo.
    Fu  portata  una  bottiglia  di  rum:  due  domestici,   evidentemente
    istupiditi e sollecitati dagli ordini,  dai consigli e dalle grida dei
    signori  che  li circondavano,  stavano demolendo l'intelaiatura della
    finestra che impediva di sedere sulla sporgenza esterna del davanzale.
    Anatolij,  con la sua  aria  da  conquistatore,  si  avvicin.  Voleva
    rompere qualche cosa.  Scost i lacch e tiro a s l'intelaiatura,  ma
    questa non cedette. E allora fracass i vetri.
    - A te, atleta!  -  grid a Pierre.
    Pierre si aggrapp all'intelaiatura,  la tir con forza e  la  strapp
    con fracasso.
    -  Levala  via  del tutto,  se no penseranno che io mi sia afferrato a
    qualcosa  -  disse Dlochov.
    - L'inglese si vanta, nevvero? Va bene, cos?  -  chiese Anatolij.
    - Bene!  -  disse Pierre,  guardando Dlochov che,  presa la bottiglia
    di rum, si avvicinava alla finestra attraverso la quale si scorgeva il
    cielo chiaro su cui si fondevano le luci del mattino e della sera.
    Dlochov, con la bottiglia in mano, salt sulla finestra.
    - Statemi a sentire!   -  grid, in piedi sul davanzale e rivolgendosi
    a coloro che erano nella stanza.
    Tutti tacquero.
    - Scommetto...   -  parlava in francese perch l'ufficiale inglese  lo
    capisse  anche  se  parlava  quella lingua piuttosto male -  scommetto
    cinquanta imperiali  (72)  o  anche  cento,  se  volete  -    prosegu
    rivolgendosi all'inglese.
    - No, cinquanta!  -  rispose questi.
    -  Bene,  scommetto  cinquanta  imperiali che berr l'intero contenuto
    della bottiglia,  senza riprendere fiato,  seduto sul davanzale con le
    gambe  penzoloni verso l'esterno  -  e si pieg indicando la sporgenza
    inclinata della parete  -  e senza appoggiarmi a nulla... d'accordo?
    - Benissimo!  -  rispose l'inglese.
    Anatolij gli si avvicin,  lo afferr per un bottone della  giubba  e,
    guardandolo dall'alto in basso (l'inglese era basso di statura), prese
    a ripetergli in inglese le condizioni della scommessa.
    - Aspetta!  -  grid Dlochov, battendo con la bottiglia sul davanzale
    per  attirare l'attenzione.   -  Aspetta,  Kuragin!  Ascoltate!  Se un
    altro far la stessa cosa,  perder volentieri cento imperiali.  Avete
    capito?
    L'inglese  fece un cenno con il capo senza dare in alcun modo a capire
    se avesse intenzione o no di accettare la  nuova  scommessa.  Anatolij
    non si scostava da lui e sebbene questi,  con ripetuti cenni,  facesse
    intendere di capire tutto benissimo,  Anatolij continuava a  tradurgli
    in  inglese  ogni parola di Dlochov.  Un giovane magro,  in divisa da
    ussaro,  che durante la serata aveva perso parecchio,  si sporse dalla
    finestra e guard nella via.
    -  Uh...   uh...  uh!    -    esclam  costatando  l'altezza  sino  al
    marciapiede.
    - Silenzio!   -  grid Dlochov e allontan dalla finestra l'ufficiale
    che, impacciato dagli speroni, stava goffamente nella stanza.
    Posata  la  bottiglia  sul  davanzale per poterla prendere facilmente,
    Dlochov lo scavalc con prudenza,  lasciando penzolare  le  gambe,  e
    distese le braccia verso i bordi della finestra;  si sedette, si mosse
    a destra e a sinistra e prese la bottiglia. Anatolij port due candele
    e le pos sul davanzale,  sebbene ci si vedesse ancora  benissimo.  La
    schiena  di  Dlochov,  coperta  dalla  camicia bianca,  e il suo capo
    ricciuto,  furono  illuminati  da  entrambi  i  lati.  Gli  ospiti  si
    affollarono  vicino alla finestra.  L'inglese si mise davanti a tutti.
    Pierre sorrideva senza dir nulla.  Uno dei presenti,  il pi  anziano,
    con  un'espressione  spaventata  e  irritata nello stesso tempo,  a un
    tratto mosse qualche passo avanti e fece per afferrare Dlochov per un
    braccio.
    - Signori,  una pazzia!  Si ucciderebbe!   -  disse quello che pareva
    essere pi ragionevole degli altri.
    Anatolij lo ferm.
    - Non toccarlo... lo spaventeresti e lo faresti cadere. E allora ?
    Dlochov  si volt,  si rimise a posto,  distese di nuovo le braccia e
    disse:
    - Se qualcuno s'impiccer  ancora  nei  fatti  miei,    -    prosegu,
    pronunziando le parole a denti stretti  -  lo butter gi. Intesi?
    Dopo aver detto intesi? si volt di nuovo, abbass le braccia, prese
    la   bottiglia  e  se  la  port  alla  bocca,   rovesciando  il  capo
    all'indietro,  e tenendo il braccio libero disteso perch  facesse  da
    contrappeso.
    Uno  dei  domestici,  che  stava raccogliendo i vetri rotti,  si ferm
    nella posizione in cui si trovava e non distolse pi lo sguardo  dalla
    finestra  e  dalla schiena di Dlochov.  Anatolij era immobile con gli
    occhi spalancati. L'inglese,  sporgendo le labbra in avanti,  guardava
    da  una parte.  Colui che aveva cercato di fermare Dlochov si rifugi
    in un angolo della camera e si coric sul divano con la  faccia  volta
    verso la parete. Pierre si copr gli occhi con le mani e le sue labbra
    si fermarono atteggiate a un lieve sorriso sebbene egli fosse assalito
    da  un  brivido  di  paura.  Tutti tacevano.  Pierre abbass le mani e
    guard.  Dlochov era ancora seduto nella stessa posizione,  ma teneva
    la  testa  all'indietro,  cosicch  i  capelli ricciuti della nuca gli
    toccavano il collo della camicia e la mano che  reggeva  la  bottiglia
    continuava ad alzarsi, tremando per lo sforzo. La bottiglia si vuotava
    visibilmente  e  nello  stesso tempo si sollevava,  mentre la testa si
    arrovesciava sempre di pi.  Perch ci  vuole  tanto  tempo?,  pens
    Pierre.  Gli pareva che fosse trascorsa pi di mezz'ora.  Ad un tratto
    Dlochov fece un movimento con il dorso e la sua mano ebbe un  tremito
    nervoso;  quel tremito sarebbe stato sufficiente a far scivolare tutto
    il corpo seduto sul davanzale  spiovente.  La  mano  e  la  testa  del
    giovane  tremarono di pi per lo sforzo che egli faceva.  L'altra mano
    si sollev per  cercare  un  appiglio,  e  poi  si  riabbass.  Pierre
    richiuse  gli  occhi e si ripromise di non riaprirli pi.  A un tratto
    sent che tutto attorno gli altri si agitavano.  Si  decise  allora  a
    guardare:  Dlochov era ancora seduto sul davanzale.  Il suo volto era
    pallido ma illuminato di gioia.
    - E' vuota !
    Gett la bottiglia all'inglese che abilmente l'afferr. Dlochov balz
    gi dalla finestra.  Dalla sua bocca si sprigionava un forte odore  di
    rum.
    - Magnifico!  Avete vinto la scommessa!  Corbezzoli,  siete davvero in
    gamba!  -  si gridava da ogni parte.
    L'inglese tir fuori il borsellino e cont il denaro della  scommessa.
    Dlochov,  con le sopracciglia aggrottate,  taceva. Pierre balz verso
    la finestra.
    - Signori! Chi vuole scommettere con me? Far anch'io ci che ha fatto
    Dlochov!   -  grid.   -  Ma anche senza scommessa.  Fate portare una
    bottiglia. Vedrete che anch'io... Una bottiglia, su!
    - Bene, bene!  -  esclam Dlochov sorridendo.
    - Che ti piglia?  Sei impazzito? Chi te lo lascer fare? Ti vengono le
    vertigini solo a salire una scala...  -  si ud dire qua e la.
    - Berr! Datemi la bottiglia!   -  grid Pierre con un gesto deciso da
    ubriaco, battendo un colpo sulla tavola, e sal sulla finestra .
    Cercarono  di  afferrarlo  per le braccia,  ma egli era cos forte che
    respingeva lontano chiunque cercasse di avvicinarglisi.
    - Non riusciremo a persuaderlo a nessun costo  -  disse Anatolij;    -
    aspettate,  lo inganner.  Ascolta,  Pierre, scommetter io con te, ma
    per domani: adesso andiamo tutti da...
    - Andiamo   -  grid Pierre  -  andiamo! E porteremo con noi il nostro
    Miska.
    E,  afferrato l'orsacchiotto,  se lo prese tra le braccia e si mise  a
    girare con lui per la stanza.


    CAPITOLO 7.

    Il  principe  Vassilij  aveva mantenuto la promessa,  fatta la sera in
    casa di Anna Pvlovna alla principessa Drubetzkaja, di intercedere per
    il suo unico figlio Bors.  Era stato parlato di lui al sovrano  e  in
    via   eccezionale   il   giovanotto  pot  entrare  con  il  grado  di
    sottotenente nel reggimento della Guardia di  Semnovskij.  Purtroppo,
    per, non era stato nominato aiutante di Kutuzv, nonostante i passi e
    gli  intrighi di Anna Michjlovna.  Poco tempo dopo quella serata essa
    torn a Mosca,  dai suoi ricchi parenti  Rostv,  in  casa  dei  quali
    dimorava  quando  era in citt;  in quella casa era stato allevato sin
    dall'infanzia ed era vissuto per molti anni il  suo  adorato  Brenka,
    sino a quando cio aveva avuto la nomina a sottotenente nel reggimento
    della Guardia. La Guardia aveva lasciato Pietroburgo sin dal 10 agosto
    e  il  figliuolo,  rimasto  a  Mosca per farsi fare la divisa,  doveva
    raggiungere Radzivilov (73).
    In casa Rostv si festeggiava il doppio  onomastico  di  Natlija,  la
    madre, e di Natlija, la figlia minore. Sin dal mattino le berline dei
    visitatori  che venivano a porgere i loro auguri giungevano senza posa
    e si fermavano dinanzi al gran palazzo della contessa Rostv,  noto  a
    tutta Mosca,  situato in via Povrskaja. La contessa, con la sua bella
    figliuola  maggiore  e  con  i  visitatori  che  si  susseguivano   in
    continuazione, stava nel salotto.
    Era  una donna sui quarantacinque anni,  dal tipo orientale e dal viso
    magro,  visibilmente stancata dalle numerose gravidanze: aveva  avuto,
    infatti,  dodici  figli.  La  lentezza  dei  movimenti  e  del modo di
    parlare,  causata dalla mancanza  di  forze,  le  conferivano  un'aria
    imponente  che  incuteva  rispetto.  La  principessa  Anna Michjlovna
    Drubetzkaja era anch'essa nel  salotto  e,  come  se  fosse  di  casa,
    aiutava a ricevere e a mantenere viva la conversazione tra gli ospiti.
    La  giovent  era  riunita  in altre stanze,  non ritenendo necessario
    partecipare al ricevimento.  Il conte andava incontro ai visitatori e,
    accompagnandoli, li invitava tutti a pranzo.
    - Vi sono molto grato, "ma chre" o "mon cher"  -  diceva "ma chre" o
    "mon  cher"  senza  distinzione e senza sfumature,  sia che le persone
    fossero superiori,  sia che fossero inferiori a  lui.  Vi  sono  molto
    grato per me e per le mie due care festeggiate. Badate, eh, che dovete
    favorire a pranzo.  In caso contrario, mi offendereste, "mon cher". Vi
    prego proprio di cuore, a nome di tutta la famiglia, "mon cher"...
    Con la stessa espressione sul viso  grasso,  allegro  e  accuratamente
    rasato, la stessa stretta di mano e ripetendo gli stessi brevi saluti,
    diceva a tutti le medesime parole,  senza eccezioni e senza mutamenti.
    Dopo aver riaccompagnato un ospite,  il conte ritornava a quello  o  a
    quella  che  era  ancora  in salotto,  si sedeva su una poltrona e con
    l'aria dell'uomo che amava la vita e che l'aveva goduta,  con le gambe
    giovanilmente  allargate  e le mani sulle ginocchia,  si dondolava con
    sussiego,  faceva delle previsioni  sul  tempo,  dava  consigli  sulla
    salute,  ora in russo,  ora in un pessimo, ma disinvolto francese. Poi
    di nuovo,  con il fare di un uomo  stanco  ma  deciso  a  compiere  il
    proprio  dovere,  riaccompagnava  i  visitatori e,  lisciandosi i radi
    capelli grigi,  rinnovava  l'invito  a  pranzo.  Talvolta,  ritornando
    dall'anticamera,  passava  per  l'ampia sala dalle pareti rivestite di
    marmo dove si stava apparecchiando la tavola per  ottanta  persone  e,
    guardando  i  domestici  che  portavano l'argenteria,  i cristalli,  i
    tovagliuoli  damascati,  chiamava  Dmitrij  Vasslevic',  un  uomo  di
    origine nobile che si occupava di tutti i suoi affari e gli diceva:
    - Mi raccomando,  eh,  Mtenka, che tutto vada bene. S, cos, cos...
    -  aggiungeva, osservando con compiacenza l'enorme tavola.  -  La cosa
    pi importante  il servizio, sicuro, sicuro...
    E se ne ritornava nel salotto con un sospiro di soddisfazione.
    - Maria Lvovna Karagina e sua figlia!   -   annunzi  con  voce  grave
    l'alto e grosso maggiordomo della contessa.
    La contessa riflett un momento,  annus una presa di tabacco estratta
    dalla tabacchiera d'oro ornata con il ritratto del marito.
    - Queste visite mi hanno stancata  -  esclam.   -  Questa   l'ultima
    che ricevo.  E' una donna talmente smancerosa...  Be' fa' entrare!   -
    ordin con un'espressione di tristezza nella  voce  come  se  dicesse:
    Be', dammi il colpo di grazia!.
    Un'alta,  grossa signora,  dal fare altezzoso e una fanciulla dal viso
    tondo e sorridente entrarono nel salotto tra un gran fruscio di abiti.
    Chre comtesse, il y a si longtemps...  Elle a t alite,  la pauvre
    enfant...  au bal des Razoumowsky...  et la comtesse Apraksine... J'ai
    t si heureuse... [74.  Cara contessa,  da tanto tempo...  E'  stata
    ammalata,  povera figliola... al ballo dei Razumovsky... e la contessa
    Aprksina... Sono stata tanto felice], si udiva dire da vivaci voci di
    donna,  che si interrompevano e si confondevano tra fruscii di gonne e
    rumore  di sedie smosse.  Era cominciata una di quelle conversazioni a
    tal punto confuse che si aspetta un momento di pausa per alzarsi,  far
    frusciare  la gonna e dire,  per esempio: Je suis bien charme...  La
    sant  de  maman...  et  la  comtesse  Apraksine  [75.  Sono  proprio
    contenta...  La salute della mamma...  e la contessa Aprksina...],  e
    poi,  tra un rinnovellato frusciar di vesti,  passare nell'anticamera,
    indossare la pelliccia o il mantello e andar via.
    La conversazione si aggirava sulla novit cittadina pi importante del
    momento: la malattia del noto,  bellissimo e ricchissimo vecchio conte
    Bezuchov, famoso all'epoca di Caterina, e intanto si parlava anche del
    figlio illegittimo di lui, Pierre,  che si era comportato in modo cos
    scorretto durante la serata in casa di Anna Pvlovna Scerer.
    - Mi dispiace molto per il povero conte  -  esclam la visitatrice;  -
    la  sua  salute  gi cos malandata...  e ora i dispiaceri che gli d
    questo figlio finiranno con l'ucciderlo!
    - Che  successo?   -  chiese la contessa,  come se non sapesse a  che
    cosa volesse riferirsi l'ospite,  anche se gi, almeno quindici volte,
    aveva sentito parlare dei dispiaceri del conte Bezuchov.
    - Ecco l'educazione di  oggigiorno!  All'estero  quel  giovanotto    -
    continu la visitatrice  -   stato abbandonato a se stesso,  e ora si
    dice che a Pietroburgo abbia commesso tali orrori da  farsi  espellere
    dalla polizia.
    - Ma come!  -  esclam la contessa.
    -  Ha  scelto  male  i  suoi  amici  -  intervenne la principessa Anna
    Michjlovna.   -  Il figlio del principe  Vassilij,  lui  e  un  certo
    Dlochov  hanno fatto Dio sa che cosa!  Ma l'hanno pagata!  Dlochov 
    stato degradato, e il figlio di Bezuchov viene mandato a Mosca. Quanto
    ad Anatolij Kuragin...  il padre  riuscito a soffocare  lo  scandalo.
    Tuttavia  stato ugualmente espulso da Pietroburgo.
    - Ma, insomma, che cosa hanno fatto?  -  insist la contessa.
    -  Roba  da  briganti,  specialmente  quel  Dlochov!    -  rispose la
    visitatrice.   -  E  pensare  che    il  figlio  di  Mrija  Ivnovna
    Dlochova,  una signora cos perbene! Figuratevi che tutti e tre hanno
    preso non so dove un orso, l'hanno messo a sedere in carrozza con loro
    e l'hanno portato in casa di certe attrici dove,  a causa del  baccano
    provocato,    dovuta intervenire la polizia per farli smettere.  Essi
    hanno  afferrato  il  poliziotto  e  l'hanno  legato,  schiena  contro
    schiena,  all'orso,  poi hanno gettato l'orso nella Moika (76); l'orso
    si  messo a nuotare con il poliziotto sulla schiena...
    - Bella figura, "ma chre", doveva fare quel poliziotto!   -  grid il
    conte, torcendosi dalle risate.
    - Ah, che orrore! Come potete ridere cos, conte?
    Ma, pur senza volerlo, ridevano anche le signore.
    -  A  fatica  si    potuto  salvare  quel disgraziato  -  prosegu la
    visitatrice.   -  Ed    il  figlio  del  conte  Kirill  Vladimrovic'
    Bezuchov  che  si  diverte  in  modo cos intelligente!   -  comment.
    Eppure si diceva che  fosse  un  giovane  cos  perbene  e  dotato  di
    notevole   ingegno!   Ecco  a  che  cosa  l'ha  condotto  l'educazione
    all'estero! Spero che qui nessuno lo vorr ricevere, sebbene sia tanto
    ricco. Me lo volevano presentare,  ma io ho recisamente rifiutato.  Ho
    delle figlie, capirete...
    -  Perch  dite  che  quel  giovanotto    tanto ricco?   -  chiese la
    contessa, scostandosi un po' dalle signorine,  le quali finsero subito
    di  non  ascoltare.   -  Il conte ha soltanto dei figli naturali...  e
    pare che lo sia anche Pierre.
    La visitatrice fece un gesto vago con la mano.
    - Credo che di figli naturali ne abbia... una ventina.
    La  principessa   Anna   Michjlovna   volle   prendere   parte   alla
    conversazione  desiderando,  era  evidente,  far sapere che ella aveva
    molte relazioni e che era molto al corrente degli avvenimenti mondani.
    - Ecco,  in realt,  di che si tratta  -  disse a voce bassa,  in tono
    grave.   -  Si sa che il conte Kirll Vladimrovic'...  ha perso la...
    contabilit dei suoi figli... Ma Pierre  sempre stato il prediletto.
    - Come era ancora bello quel vecchio,  l'anno scorso!   -  esclam  la
    contessa.  -  Non ho mai veduto un uomo pi bello di lui!
    - Ma ora  assai mutato  -  osserv Anna Michjlovna.  -  Ecco ci che
    volevo  dire    -    prosegu.   -  Da parte di sua moglie il principe
    Vassilij  l'erede diretto di tutta la sostanza...  Ma il padre  amava
    molto Pierre, provvide alla sua educazione e scrisse all'imperatore...
    cosicch  nessuno  sa  a chi,  alla sua morte (sta cos male che la si
    attende da un minuto all'altro e  Lorain    venuto  da  Pietroburgo),
    andr  la  sua  enorme  sostanza:  se a Pierre o al principe Vassilij.
    Quattromila anime e molti milioni!  Lo so con certezza perch me  l'ha
    detto  lo stesso principe Vassilij.  E Kirll Vladimrovic' mi  anche
    prozio per parte di madre.  Ha tenuto a battesimo Bors  -   aggiunse.
    come se non attribuisse a questo fatto alcuna importanza.
    - Il principe Vassilij  arrivato da Mosca ieri. Mi hanno riferito che
     venuto per una ispezione  -  disse la visitatrice.
    - S,  ma, detto tra noi,  -  osserv Anna Michjlovna  -  questo  un
    pretesto: egli  venuto proprio  per  il  conte  Kirll  Vladimrovic'
    avendo saputo che sta male.
    - Per,  "ma chre",   stato un bello scherzo, quello dell'orso disse
    il conte; ma, notando che la visitatrice non lo ascoltava,  si rivolse
    alle  signorine:    -    Immagino  la bella faccia che avr fatto quel
    poliziotto!
    E, mostrando come il poliziotto doveva agitare le braccia, proruppe di
    nuovo in una risata profonda e sonora,  scotendo tutto il corpo obeso,
    una  di  quelle  risate  particolari  agli  uomini che sono abituati a
    mangiare e soprattutto a bere bene.
    - Dunque  -  concluse  -  pranzerete con noi?... ve ne preghiamo...


    CAPITOLO 8.

    Segu un silenzio.  La contessa guardava la visitatrice,  sorridendole
    gentilmente  pur  senza  cercare  di  nascondere  che  non  le sarebbe
    spiaciuto affatto se si fosse alzata e se  ne  fosse  andata  via.  La
    figlia della visitatrice si rassettava gi la veste,  interrogando con
    lo sguardo la madre,  quando dalla stanza attigua si sentirono  ad  un
    tratto  correre verso la porta giovani e ragazze e si ud un rumore di
    sedie smosse e ribaltate;  poi  si  vide  accorrere  nel  salotto  una
    ragazzetta  sui  tredici  anni,   che  nascondeva  qualcosa  sotto  la
    gonnellina di mussola e che si ferm di colpo in  mezzo  alla  stanza.
    Evidentemente  nello  slancio incontrollato della corsa,  la bimba era
    piombata l solo per caso.  Quasi  nello  stesso  momento,  comparvero
    sulla soglia uno studente in divisa dal bavero violaceo,  un ufficiale
    della Guardia,  una ragazza quindicenne  e  un  ragazzotto  paffuto  e
    colorito in giacchetta.
    Il  conte  balz  in piedi e,  dondolandosi,  tese le braccia verso la
    bimba che era arrivata di corsa.
    - Ah,  eccola qui  -  esclam ridendo  -  la festeggiata!  La mia cara
    festeggiata!
    - "Ma chre,  il y a un temps pour tout!" [77.  Ogni cosa a suo tempo,
    mia cara!]  -  disse la contessa,  fingendosi seccata.   -  Tu la vizi
    troppo, Elie...  -  aggiunse, rivolgendosi al marito.
    - Buon giorno,  mia cara,  tanti auguri!  -  disse la visitatrice. Che
    graziosa creatura!  -  esclam, guardando la madre.
    La fanciulla dagli occhi neri e dalla  bocca  un  po'  larga  non  era
    bella,  ma  vivacissima.  Con  le  nude,  gracili spalle infantili che
    uscivano dal corsetto per lo slancio  della  corsa,  i  riccioli  neri
    gettati all'indietro, le sottili braccia nude anch'esse e le mutandine
    guernite di merletti che sporgevano di sotto la gonnella,  ella era in
    quella dolce et in cui una ragazza non    pi  una  bambina,  e  una
    bambina non  ancora una ragazza. Sfuggendo al padre, si slanci verso
    la  madre  e  senza  badare  alla sua osservazione severa,  nascose il
    visetto accaldato tra i merletti della mantiglia materna e si  mise  a
    ridere.  Aveva  un motivo per ridere: ansando,  la bimba parlava della
    bambola che estrasse di tra le pieghe della gonnella.
    - Vedete? La mia bambola... Mim...
    E Natascia,  non potendo pi parlare (tanto la cosa le pareva  buffa),
    si  abbandon  sul  petto  della  madre  e proruppe in una risata cos
    argentina e squillante che tutti,  compresa  l'imponente  visitatrice,
    risero pur senza volerlo.
    -  Su,  vattene,  vattene  con  il  tuo  mostro!    -  disse la madre,
    scostando la bimba con aria fintamente irritata.   -  Questa  la  mia
    ultima...  -  spieg all'ospite.
    Natascia, sollevando per un momento la testa dalle trine dello scialle
    materno,  guard  di sottecchi la visitatrice: poi,  ridendo sino alle
    lacrime, la nascose di nuovo.
    L'ospite, costretta ad assistere a quella scenetta familiare,  ritenne
    necessario prendervi parte.
    -  Vorrei  sapere,  "ma  chre",   -  disse rivolta a Natascia  -  che
    parentela avete con Mim... E' vostra figlia, vero?
    Non piacquero a Natascia il tono indulgente  e  la  domanda  infantile
    rivoltale dalla visitatrice. Non rispose e la guard con aria seria.
    In  quel  momento  tutta  la  giovane  generazione  composta da Bors,
    l'ufficialetto figlio della principessa Anna Michjlovna;  da  Nikolj
    studente,   primogenito   del  conte;   da  Snja,   la  sua  nipotina
    quindicenne,  e dal piccolo Petruska,  l'ultimo nato,  si stabil  nel
    salotto,  cercando  evidentemente  di contenere nei limiti della buona
    educazione la vivacit e l'allegria che animavano ancora i loro  visi.
    Si capiva che nell'altra stanza,  di dove erano arrivati a precipizio,
    la conversazione era stata pi allegra di quella che si  svolgeva  nel
    salotto   sui  pettegolezzi  mondani,   sul  tempo  e  sulla  contessa
    Aprksina.  Di tanto in tanto i ragazzi si scambiavano delle  occhiate
    e, a fatica, si trattenevano dal ridere.
    I due giovanotti,  lo studente e l'ufficiale, amici sin dall'infanzia,
    erano coetanei, e tutti e due belli, ma di una bellezza diversa. Bors
    era un  giovane  alto,  biondo,  dai  lineamenti  fini  e  regolari  e
    dall'espressione tranquilla;  Nikolj, non molto alto, aveva i capelli
    ricciuti e  un  volto  franco  e  aperto.  Sul  suo  labbro  superiore
    compariva  gi una lieve peluria,  e tutta la sua fisionomia esprimeva
    ardore ed entusiasmo. Nikolj, entrando in salotto, si fece rosso. Era
    chiaro che cercava e non sapeva che cosa dire; Bors al contrario, con
    calma scherzosa, assicur che conosceva assai bene quella Mim-bambola
    sin dalla sua giovent,  quando non aveva  ancora  il  naso  rotto,  e
    osserv che in cinque anni era molto invecchiata da come la ricordava,
    poich nella testa aveva un grosso buco...  Mentre diceva queste cose,
    guardava Natascia.  La bimba si volt e rivolse la sua  attenzione  al
    fratellino   minore   che,    tenendo   chiusi   gli   occhi,   rideva
    silenziosamente;  e,  incapace di frenarsi,  fece un salto e corse via
    dal  salotto  con  tutta  la rapidit che le consentivano le sue agili
    gambette. Bors non rideva.
    - Mi pare, "maman", che vogliate andar via anche voi.  Faccio chiamare
    una carrozza?  -  domand, rivolgendosi alla madre con un sorriso.
    -  S,  va'...  va'  a ordinarne una  -  rispose ella,  ricambiando il
    sorriso.
    Bors usc piano piano dietro a Natascia;  il  ragazzotto  paffuto  li
    segu di corsa e pareva irritato per lo scompiglio che avevano portato
    nelle sue occupazioni.


    CAPITOLO 9.

    Dei  giovani,  senza  contare  la  figlia maggiore della contessa (che
    aveva  quattro  anni  di  pi  della  sorella  e  si  considerava  gi
    un'adulta)  e  la  figlia della visitatrice,  erano rimasti in salotto
    soltanto Nikolj e la nipote Snja.  Snja era una  brunetta  sottile,
    dal  viso  fine,  dallo sguardo dolce velato dalle lunghe ciglia;  una
    folta treccia di capelli neri le girava due volte attorno al  capo,  e
    la pelle,  specialmente quella del collo e delle braccia nude,  magre,
    ma  graziose  e  muscolose,  aveva  delle  sfumature  giallognole.  La
    leggerezza dei movimenti, la finezza e la grazia delle membra e i modi
    un  po' artificiosi e contenuti,  facevano pensare a una graziosa,  ma
    non ancora del tutto sviluppata gattina,  che  sarebbe  diventata  una
    splendida gatta...  Era chiaro che riteneva conveniente dimostrare con
    il sorriso che partecipava alla conversazione generale; ma,  pur senza
    che  ella  lo  volesse,  i  suoi occhi dalle folte ciglia fissavano il
    cugino,  che stava per partire per la guerra,  con una adorazione cos
    appassionata  che  il  suo sorriso non poteva ingannare nessuno,  e si
    capiva che la gattina si era seduta soltanto per saltare di pi, dopo,
    e per giocare con il cugino non appena,  come avevano  fatto  Bors  e
    Natascia, fossero usciti insieme dal salotto.
    -  S,  "ma  chre",    -   disse il vecchio conte,  rivolgendosi alla
    visitatrice e indicando Nikolj  -  poich il suo amico Bors   ormai
    ufficiale,  per  amicizia  egli  non  vuole separarsi da lui;  lascer
    l'universit, abbandoner me,  vecchio come sono,  e andr soldato.  A
    quanto  pare la sua nomina era gi pronta negli archivi.  E' una prova
    di amicizia questa, non vi pare, "ma chre"?
    - Si dice infatti che la guerra sia gi stata dichiarata  -    rispose
    la visitatrice
    -  S,  lo  si  afferma da parecchio tempo  -  disse il conte.   -  Si
    parla,  si parla,  ma le cose rimangono sempre allo  stesso  punto.  E
    intanto,  "ma chre", Nikolj entra in un reggimento di ussari. Questa
     amicizia, eh?
    La visitatrice, non sapendo che cosa dire, scoteva il capo.
    - Non lo faccio assolutamente per amicizia!   -   intervenne  Nikolj,
    accalorandosi  e  giustificandosi  come  se  fosse  stato  atrocemente
    calunniato.  -  Non lo faccio per amicizia, ma semplicemente perch mi
    sento attratto verso la vita militare.
    Si volse  verso  la  cugina  e  la  figlia  dell'ospite;  entrambe  lo
    guardavano con un sorriso di approvazione.
    -  Oggi  pranzer da noi Schubert,  il comandante del reggimento degli
    ussari di Pavlograd.  Egli era qui in licenza e condurr  Nikolj  con
    s.  Che  farci?    -    disse  il conte,  stringendosi nelle spalle e
    cercando  di  parlare  con  disinvoltura  di  quella   partenza   che,
    evidentemente, gli procurava molto dispiacere.
    - Vi ho gi detto, pap,  -  riprese il figlio  -  che, se proprio non
    volete  lasciarmi partire,  io rester.  Ma so che a nulla sono adatto
    quanto  al  servizio  militare,   non  mi  sentirei  di  diventare  n
    diplomatico, n funzionario. Sono incapace di nascondere ci che sento
    -  aggiunse,  sempre guardando,  con quella civetteria dei giovani che
    sanno di essere belli, Snja e la figliuola dell'ospite.
    La gattina,  tenendo puntati gli occhi su  di  lui,  pareva  pronta  a
    mettersi a giocare e a dar prova del suo carattere felino.
    -  Va  bene,  va  bene!    -  disse il vecchio conte.   -  Vedete come
    s'infiamma subito!  Quel Buonaparte fa girare la testa a tutti;  tutti
    credono di poter fare come lui: da tenentini diventare imperatori! Dio
    lo   volesse...     -    aggiunse,   senza  notare  l'ironico  sorriso
    dell'ospite.
    Gli adulti si misero a parlare di Bonaparte.  Julie,  la figlia  della
    principessa Karagina, si rivolse al giovane Rostv.
    -  Peccato  che  gioved  non  siate  venuto  dagli Archarov!  Mi sono
    annoiata senza di voi!  -  aggiunse, guardandolo affettuosamente.
    Il giovane, lusingato,  le si avvicin con il civettuolo sorriso della
    giovinezza,  e  inizi con la fanciulla una conversazione a tu per tu,
    senza accorgersi che il suo spontaneo sorriso colpiva, con il coltello
    della gelosia,  il cuore di Snja,  che si era fatta rossa e aveva  la
    bocca atteggiata a un sorriso forzato.  Ma, a met del colloquio, egli
    la guard e vide che la fanciulla lo fissava con due occhi  cattivi  e
    appassionati e che, trattenendo a stento le lacrime si alzava e usciva
    dalla  stanza  con un ironico risolino sulle labbra.  Tutto il brio di
    Nikolj si spense. Attese la prima pausa della conversazione e, con il
    viso turbato, usc dal salotto per andare a cercare Sonja.
    - Come sono cuciti a filo bianco i  segreti  di  questi  giovani!  -
    esclam Anna Michjlovna,  accennando a Nikolj che stava uscendo.   -
    "Cousinage,  dangereux voisinage" [78.  Cugini,  pericolosi vicini]  -
    aggiunse poi.
    - S!   -  disse la contessa,  allorch fu scomparso il raggio di sole
    portato nel salotto da quella  giovent  e,  come  rispondendo  a  una
    domanda  che  nessuno  le  rivolgeva,  ma che le stava sempre a cuore,
    riprese:  -  Quante sofferenze,  quante preoccupazioni abbiamo  dovuto
    sopportare per giungere a guardarli con piacere!  E ora, in verit, si
    hanno pi timori che gioie.  Sempre,  sempre paura!  E' proprio  l'et
    piena di pericoli per le ragazze e per i giovanotti...
    - Tutto dipende dall'educazione  -  osserv la visitatrice.
    - S,  avete ragione  -  prosegu la contessa.   -  Signora,  grazie a
    Dio,  io sono stata un'amica per i miei figliuoli e  ho  goduto  della
    loro  fiducia  -  disse ripetendo l'errore di molti genitori,  i quali
    si illudono che i figli non abbiano per loro alcun segreto.  -  So che
    sar sempre la prima "confidente" (79) delle mie ragazze e che  quando
    Niklenka, dato il suo carattere vivace, commetter qualche marachella
    (non    possibile  che  un  giovane non ne commetta qualcuna!) non si
    tratter di cose  gravi,  quali  purtroppo  commettono  i  giovani  di
    Pietroburgo.
    - S,  i nostri ragazzi sono bravi giovani  -  conferm il conte,  che
    risolveva sempre le questioni gravi con il lodare  tutti  quanti.    -
    Eh,  che  volete,  "ma  chre"?  Mio  figlio vuol proprio diventare un
    ussaro!
    - Che cara creatura la vostra piccina!   -  disse la  visitatrice.  Ha
    l'argento vivo addosso!
    -  S,  davvero!   -  rispose il conte.   -  Ha preso da me.  E ha una
    voce... Sebbene sia mia figlia,  devo dire la verit...  diventer una
    cantante.   Un'altra  Salomoni  (80)!  Le  abbiamo  preso  un  maestro
    italiano.
    - Non  troppo presto?  Dicono che studiare a  quell'et  danneggi  la
    voce.
    -  Oh  no,  non  troppo presto!   -  ribatt il conte.   -  Le nostre
    mamme non si sposarono forse a dodici o tredici anni?
    - Ora  persino innamorata di Bors,  nevvero?   -  disse la contessa,
    sorridendo  con  dolcezza  nel  guardare  la  madre del giovane.  Poi,
    rispondendo evidentemente al pensiero che sempre  le  stava  a  cuore,
    prosegu:  -  Vedete,  se fossi troppo severa con lei,  se la frenassi
    troppo... sa Iddio che cosa farebbero di nascosto...   -  (La contessa
    pensava  che si scambiassero qualche bacio).   -  Invece cos so tutto
    quello che si dicono. E' lei stessa che,  alla sera,  mi racconta ogni
    cosa.  Forse  la  vizio  anche  un  po',  ma  credo che sia il sistema
    migliore. Con la mia figliuola maggiore sono stata pi severa...
    - S, io sono stata educata in modo assai diverso  -  disse sorridendo
    la bella contessa Vera.
    Ma il sorriso non abbelliva il volto di Vera,  contrariamente a quanto
    accade  di  solito.  Anzi  gli conferiva un'espressione non naturale e
    perci sgradevole. Vera era bella, intelligente, beneducata, aveva una
    voce simpatica  e  tutto  quello  che  diceva  era  sempre  sensato  e
    opportuno.  Ma,  cosa  strana,  tutti,  comprese  la  visitatrice e la
    contessa,  la guardavano come stupiti che ella avesse parlato  a  quel
    modo e provarono un senso di disagio.
    - Con i primi figliuoli accade sempre cos: si vuol farne degli esseri
    fuori del comune  -  disse la visitatrice.
    -  Bisogna  essere  sinceri,  "ma  chre"!  La contessa  stata troppo
    severa con la nostra figliuola maggiore  -  osserv il conte.   - Ma a
    ogni  modo  Vera    diventata molto brava!   -  aggiunse,  strizzando
    affettuosamente l'occhio alla figliuola.
    Le visitatrici si alzarono e se ne andarono,  promettendo di ritornare
    per il pranzo.
    - Ah, mio Dio, che visita lunga! Non se ne andavano pi...  -  esclam
    la contessa, dopo aver accompagnato le due ospiti.


    CAPITOLO 10.

    Uscita di corsa dal salotto, Natascia giunse sino alla serra. Quivi si
    ferm  tendendo  l'orecchio alla conversazione che si svolgeva di l e
    aspettando  Bors.  Gi  cominciava  a  rodersi  dall'impazienza,   e,
    pestando  i  piedi,  stava  quasi  per  piangere perch egli tardava a
    uscire,  quando ud i passi di lui non rapidi n lenti,  ma  risoluti.
    Natascia si nascose in fretta e furia dietro a grossi vasi di fiori.
    Bors si ferm in mezzo alla stanza,  diede un'occhiata, scosse via un
    granello di polvere da una manica  della  divisa  e  si  accost  allo
    specchio,  osservando il suo bel viso.  Natascia,  dal nascondiglio in
    cui si trovava, guardava attenta a ci che stava per fare.  Il giovane
    rimase per un momento davanti allo specchio,  sorrise,  poi si diresse
    verso la porta di uscita. La fanciulla fu l l per chiamarlo, ma dopo
    aver riflettuto un attimo, si trattenne.
    Cerchi,  cerchi pure!,  disse tra s.  Non appena Bors  fu  uscito,
    dall'altra porta comparve Snja,  tutta rossa in viso,  mormorando tra
    le lacrime parole di collera.  Natascia fren il suo primo impulso che
    fu  quello di slanciarsi verso di lei e rimase nel nascondiglio,  come
    sotto un berretto magico che le permetteva di osservare non vista, ci
    che accadeva nel mondo.  Provava un piacere nuovo  tutto  particolare.
    Snja, mormorando rapidamente qualcosa, teneva lo sguardo rivolto alla
    porta del salotto; sulla soglia comparve Nikolj.
    - Snja!  Che hai?  E' possibile?...  -  disse egli, correndo verso la
    fanciulla.
    - Niente, niente, lasciatemi  -  esclam Snja, singhiozzando.
    - No, so di che si tratta...
    - Benissimo; allora, se lo sapete, andate pure da lei!
    - S-o-nja!  Lasciami dire una parola.  E' possibile che  ci  dobbiamo
    tormentare  tutti  e due per una cosa immaginaria?   -  disse Nikolj,
    prendendole una mano.
    Snja non ritir la mano e smise di piangere.
    Natascia,  immobile e  quasi  senza  respirare,  osservava  con  occhi
    scintillanti dal suo nascondiglio, pensando: Che accadr, ora?.
    -  Snja!  Non  m'importa nulla della gente!  Tu sola conti per me,  -
    disse Nikolj  -  e te lo dimostrer.
    - Non mi piace che tu parli a quel modo!
    - Bene non lo far pi!  Perdonami,  Snja.   -  E,  attirata a s  la
    fanciulla, la baci.
    Ah,  come  dev'essere  bello!,  pens  Natascia e,  allorch Snja e
    Nikolj uscirono dalla stanza, essa li segu e chiam Bors.
    - Bors, venite qui!   -  disse con aria furba e significativa.  -  Ho
    bisogno di dirvi una cosa.  Qui,  qui...   -  aggiunse,  e lo condusse
    nella serra,  proprio in mezzo ai vasi dietro ai quali si era nascosta
    prima. Bors, sorridendo, la segu.
    - Allora, qual  "questa cosa"?  -  chiese il giovane.
    Ella  si  turb,  si guard attorno e,  scorta la sua bambola su di un
    vaso, la prese in braccio.
    - Baciate la bambola, Bors...
    Bors guard con tenerezza il viso animato di Natascia e non rispose.
    - Non volete?  Ebbene,  venite qui!   -  ella disse e,  gettata via la
    bambola,  s'inoltr  pi  profondamente  tra i vasi e i fiori.   - Pi
    vicino!  -  sussurr afferrando l'ufficialetto per i polsini.  Sul suo
    viso,  intensamente rosso,  si leggevano timore e gravit insieme.   -
    Neppure me volete baciare?   -    sussurr  in  tono  appena  udibile,
    guardando di sottecchi il giovane, sorridendo e quasi piangendo per il
    turbamento.
    Bors arross.
    -  Quanto  siete  strana!    -    esclam,  chinandosi  verso di lei e
    facendosi sempre pi rosso,  incerto  sul  da  farsi  e  rimanendo  in
    attesa.
    Natascia  a un tratto salt su di una cassa in modo da essere pi alta
    di lui,  gli cinse il collo con le braccia esili  e  nude  e,  gettati
    indietro i capelli con un rapido movimento della testa, lo baci sulla
    bocca.
    Poi,  scivolando tra le piante, raggiunse l'altro lato della stanza e,
    abbassata la testa, si ferm.
    - Natascia...  -  disse Bors;  -  sapete che io vi amo, ma...
    - Siete innamorato di me?  -  lo interruppe la fanciulla.
    - S,  sono innamorato,  ma vi prego non facciamo pi ci che  abbiamo
    fatto ora...  Dobbiamo lasciare passare ancora quattro anni...  Allora
    io chieder la vostra mano.
    Natascia riflett.
    - Tredici, quattordici, quindici,  sedici...   -  disse poi,  contando
    sulle dita sottili.  -  Sta bene! Siamo d'accordo, allora?
    E un sorriso di gioia fiduciosa le illumin il viso.
    - D'accordo!  -  rispose Bors.
    - Per sempre?  -  chiese la fanciulla.  -  Sino alla morte?
    E, preso Bors sottobraccio, con il viso illuminato dalla felicit, si
    avvi con lui verso l'attigua camera dei divani.


    CAPITOLO 11.

    La  contessa  si  sentiva  cos stanca per le visite che ordin di non
    ricevere pi nessuno e il portiere ebbe solo l'ordine  di  invitare  a
    pranzo tutti coloro che si fossero presentati per fare gli auguri.  La
    contessa voleva parlare a tu per tu con la sua  amica  d'infanzia,  la
    principessa  Anna Michjlovna,  che aveva appena veduto di sfuggita da
    quando era arrivata a  Pietroburgo.  Anna  Michjlovna,  con  il  viso
    triste e simpatico, si avvicin alla poltrona della contessa.
    - Sar assolutamente sincera con te  -  prese a dire Anna Michjlovna:
    -    ormai  sono pochi gli amici di un tempo che ci sono rimasti!  Per
    questo mi  tanto cara la tua amicizia!
    Poi  guard  Vera  e  si  interruppe.  La  contessa  strinse  la  mano
    all'amica.
    -  Vera,  possibile  che  tu  non  capisca e non ti accorga che la tua
    presenza qui  superflua? Va' con le tue sorelle, va'...   -  disse la
    contessa,  rivolgendosi  alla  figliuola maggiore che non pareva molto
    amata.
    La bella Vera ebbe un sorriso sprezzante ed evidentemente non si sent
    per nulla offesa.
    - Se me lo aveste detto prima,  mamma,  me ne  sarei  gi  andata    -
    rispose, e si ritir nella sua camera.
    Ma,  nell'attraversare  il salottino,  not che presso ad ognuna delle
    due finestre sedeva una coppia.  Si ferm e un sorriso sdegnoso sfior
    le  sue  labbra.  Snja  era  seduta  accanto  a  Nikolj che le stava
    ricopiando dei versi: i primi che avesse composto.  Bors  e  Natascia
    stavano  presso  l'altra  finestra e,  all'entrare di Vera,  tacquero.
    Snja e Natascia la guardarono con espressione colpevole e felice a un
    tempo.
    Era piacevole e commovente vedere quelle due fanciulle innamorate,  ma
    quella vista non suscit in Vera alcun sentimento gradevole.
    - Quante volte vi ho pregati  -  disse  -  di non toccare le cose mie?
    -  E prese il calamaio che Nikolj stava usando.
    - Eccolo, eccolo...  -  rispose questi, intingendo ancora una volta la
    penna.
    -  Non  sapete  mai  fare le cose a tempo opportuno  -  disse Vera.  -
    Poco fa siete entrati  in  salotto  in  modo  che  tutti  se  ne  sono
    vergognati.
    Quantunque  tutto  quello  che  diceva fosse perfettamente giusto  - o
    forse proprio per questo  -  nessuno le rispose,  e tutti e quattro si
    limitarono  a  scambiarsi  un'occhiata.  Vera  si  ferm in mezzo alla
    stanza con il calamaio in mano.
    - E quali segreti potete avere alla vostra et,  tu,  Natascia,  e tu,
    Nikolj, e voi due, Bors e Snja? Stupidaggini!
    -  Ma a te che importa,  Vera?   -  rispose Natascia,  con una vocetta
    dolce e implorante.
    Quel giorno ella era evidentemente pi  buona  e  pi  affettuosa  del
    solito verso tutti.
    -  S,  stupidaggini  -  ripet Vera  -  e mi vergogno per voi.  Quali
    segreti potete avere?
    - Ognuno ha i propri... Noi ti lasciamo in pace con il tuo Berg...   -
    riprese Natascia, accalorandosi.
    - Credo che non vi dobbiate occupare dei fatti miei,   -  replic Vera
    -  perch nelle mie azioni non c' mai nulla da ridire. Ma io riferir
    alla mamma come ti comporti con Bors!
    - Natlija Ilnisna si comporta verso di me  molto  bene    -    disse
    Bors.  -  Non posso davvero lagnarmi...
    -  Smettetela,  Bors...  Siete  un  tal  diplomatico!   -  (La parola
    "diplomatico" veniva  molto  usata  dai  ragazzi  con  il  significato
    particolare che essi solevano darle).
    -  Tutto  questo    insopportabile!    -    esclam Natascia con voce
    tremante nella quale vibrava l'offesa.   -  Perch Vera mi  rimprovera
    cos?  Tu, queste cose non le capirai mai,  -  prosegu rivolta a Vera
    -  giacch non hai mai amato nessuno: non hai cuore, tu!  Sei soltanto
    una "madame de Genlis"! (81).  - (Questo soprannome, considerato molto
    offensivo, era stato dato a Vera da Nikolj).  -  E il tuo piacere pi
    grande consiste nel dare fastidio agli altri.  Fa' la civetta con Berg
    quanto ti piace...  -  esclam con foga.
    - Senza dubbio io,  in presenza di ospiti,  non correrei dietro  a  un
    giovanotto!
    -  Bene,  hai  raggiunto il tuo scopo  -  intervenne Nikolj;   -  hai
    detto cose spiacevoli a  tutti,  hai  rovinato  tutto!  Andiamo  nella
    camera dei ragazzi!
    Tutti e quattro,  come uno stormo d'uccelli spaventati,  si alzarono e
    uscirono dalla stanza.
    - Mi hanno detto delle cose sgradevoli, mentre io non ho detto nulla a
    nessuno  -  concluse Vera.
    - "Madame de Genlis! Madame de Genlis!"  -  gridarono dietro all'uscio
    delle voci canzonatorie.
    La bella Vera,  che produceva su tutti un effetto  cos  spiacevole  e
    irritante, sorrideva e, per nulla turbata da ci che le avevano detto,
    si  accost  allo  specchio  e  si  rassett  la  sciarpa e i capelli.
    Osservando il suo bel volto parve diventare anche  pi  fredda  e  pi
    calma.

    Nel salotto, intanto, la conversazione continuava.
    - Ah,  "ma chre",  -  diceva la contessa  -  non  tutta rosea la mia
    vita!  Credi che non mi renda conto che,  con il tenore  di  vita  che
    conduciamo,  le nostre ricchezze non potranno durare a lungo?  E tutto
    per causa del club (82)...  E non ci riposiamo neppure quando  viviamo
    in campagna!  Il teatro,  le partite di caccia, e Dio sa che altro! Ma
    perch ti parlo di me?  Dimmi un po' come mai  ti  sei  ridotta  cos!
    Spesso  mi meraviglio,  Annette,  che alla tua et tu debba correre da
    sola in carrozza da viaggio a Mosca, a Pietroburgo,  andare da tutti i
    ministri,  da  tutti  i  personaggi  importanti...  e  che tu riesca a
    cavartela con tutti! Non riesco proprio a capire come fai...
    - Ah, amica mia!   -  rispose la principessa Anna Michjlovna.   - Che
    Iddio ti guardi dal provare quanto sia duro restar vedova, senza mezzi
    e con un figlio per il quale hai una vera adorazione!  -  prosegu con
    un  certo  orgoglio.    -  La necessit insegna.  Quando ho bisogno di
    vedere uno  di  quei  pezzi  grossi,  gli  scrivo  un  biglietto:  La
    principessa Tale desidera conferire con il Tale... e mi presento.  Ci
    ritorno due, tre,  anche quattro volte,  sino a quando non ho ottenuto
    ci che mi occorre. Poco m'importa di ci che pensano di me!
    -  A chi ti sei rivolta per Brenka?   -  chiese la contessa.   -  Tuo
    figlio  gi ufficiale della Guardia,  il  mio  Nikoluska    soltanto
    allievo.  Non  abbiamo  nessuno  a  cui  raccomandarlo.  A  chi ti sei
    rivolta, tu?
    - Al principe Vassilij. E' stato molto gentile. Ha subito acconsentito
    a inviare una relazione all'imperatore  -   disse  con  entusiasmo  la
    principessa Anna Michjlovna, dimenticando del tutto l'umiliazione che
    aveva subito per raggiungere il suo scopo.
    -  E'  invecchiato il principe Vassilij?   -  chiese la contessa.  Non
    l'ho riveduto dal tempo degli spettacoli in casa Rumjanzv.  Credo che
    non  si  ricordi  pi  di  me.  Mi faceva la corte...   -  ramment la
    contessa, con un sorriso.
    - E' tale e quale,   -  rispose Anna Michjlovna  -  sempre gentile  e
    amabile.  "Les  grandeurs  ne lui ont pas tourn la tte du tout" [83.
    Gli onori non gli hanno dato alla testa.].  Mi rincresce di non poter
    fare  di  pi per voi,  mia cara principessa,  mi ha detto.  In ogni
    modo,  comandatemi!.  S,   veramente una eccellente  persona  e  un
    ottimo parente.  Ma tu sai, "Nathalie", quanto sia grande il mio amore
    per mio figlio.  Non so che cosa farei per la  sua  felicit.  La  mia
    situazione    cos  triste,    -    aggiunse Anna Michjlovna in tono
    afflitto,  triste e a voce pi bassa  -  triste al  punto  da  poterla
    definire  terribile.  Il mio disgraziato processo divora tutto ci che
    possiedo,  senza andare avanti di un passo.  Figurati che non  ho  pi
    dieci copechi, " la lettre", e non so come far a pagare la divisa di
    Bors...    -   Tir fuori il fazzoletto e si mise a piangere.   -  Mi
    occorrono cinquecento rubli e non ho che un biglietto da  venticinque.
    Capirai  che  in una situazione simile...  La mia unica speranza  ora
    riposta nel conte Kirll Vladimrovic' Bezuchov.  Se  egli  non  vorr
    aiutare  il suo figlioccio ( il padrino di Bors) e fissare una cifra
    per il suo mantenimento,  tutti i miei sforzi saranno  stati  inutili:
    non potr fornirgli il corredo militare.
    La contessa piangeva e, in silenzio, rifletteva.
    -  Io  mi  chiedo  spesso,    -    riprese  la  principessa   -  forse
    commettendo  un  peccato...  mi  chiedo  spesso:  il  principe  Kirll
    Vladimrovic'  vive solo...   immensamente ricco...  Perch vive?  La
    vita per lui non  pi che un  peso  mentre  Bors  incomincia  appena
    adesso a vivere...
    - Senza dubbio lascer qualche cosa a Bors  -  osserv la contessa.
    -  Dio  solo  lo  sa,  "chre  amie"!  Questi  ricconi  sono  talmente
    egoisti...  Ma io andr da lui con Bors e gli dir  francamente  come
    stanno  le  cose.  Pensino e dicano di me ci che vogliono!  Non me ne
    importa niente, giacch si tratta dell'avvenire di mio figlio.   -  La
    principessa si alz.   -  Adesso sono le due,  e il pranzo avr inizio
    alle quattro... Far in tempo a ritornare.
    E con la disinvoltura di una signora di Pietroburgo molto affaccendata
    e che sa utilizzare bene  il  suo  tempo,  Anna  Michjlovna  mand  a
    chiamare il figlio e usc con lui nell'anticamera.
    -  Addio,  mia cara  -  disse alla contessa che l'accompagn sino alla
    porta.  -  Prega che io riesca nel mio intento...  -  aggiunse a bassa
    voce, per non essere udita dal figlio.
    - Andate dal principe Kirll Vladimrovic', "ma chre"?   -  chiese il
    conte,  uscendo  nell'anticamera dalla sala da pranzo.  Se il principe
    sta meglio, pregate Pierre di venire a pranzo da me.  Egli  gi stato
    qui altre volte e ha ballato con le figliuole. Diteglielo senza fallo,
    "ma chre". Ora andr a vedere che cosa fa Tarss... M'ha detto che in
    casa Orlv non c' mai stato un pranzo come il nostro di oggi!


    CAPITOLO 12.

    -  "Mon  cher"  Bors...   -  disse la principessa Anna Michjlovna al
    figlio,  allorch la carrozza della contessa Rostv,  nella  quale  si
    trovavano,  attravers  la  strada  ricoperta  di paglia (84) ed entr
    nell'ampio cortile del conte Kirll Vladimrovic' Bezuchov.   -   "Mon
    cher" Bors,   -  ripet la madre, levando la mano di sotto il vecchio
    mantello e posandola con gesto timido e  affettuoso  sul  braccio  del
    figlio    -  sii gentile e premuroso.  Il conte Kirll Vladimrovic' 
    pur  sempre  il  tuo  padrino  e  da  lui  dipende  il  tuo  avvenire.
    Ricordatelo, "mon cher", sii gentile come sai essere...
    -  Se  almeno  sapessi che da tutto questo non verranno fuori soltanto
    umiliazioni...   -  rispose freddamente il figlio.   -  Ma io ve  l'ho
    promesso e lo far per voi.
    Quantunque  fossero scesi da una carrozza,  il portiere guard madre e
    figlio  (i  quali,   senza   essersi   fatti   annunziare,   entravano
    direttamente  nel vestibolo a vetri,  tra due file di statue allineate
    nelle loro nicchie) e,  osservato attentamente il vecchio mantello  di
    Anna  Michjlovna,  chiese  loro  se desiderassero la principessa o il
    conte e, saputo che volevano parlare con il conte,  li inform che sua
    eccellenza stava peggio e che non riceveva nessuno.
    - Allora possiamo andarcene  -  disse il figlio in francese.
    -  "Mon  ami"  -  rispose la madre con voce supplichevole,  posando di
    nuovo la mano sul braccio  del  figliuolo,  come  se  con  quel  gesto
    potesse calmarlo o eccitarlo.
    Bors tacque e, senza togliersi il cappotto, fiss la madre.
    -  Senti,    -  disse Anna Michjlovna in tono dolce,  rivolgendosi al
    portiere  -  io so che il conte Kirill Vladimrovic' sta molto male...
    e sono venuta proprio per questo. Sono una sua parente...  e certo non
    lo  disturber.  Ho  soltanto  bisogno  di vedere il principe Vassilij
    Sergevic': egli  qui. Annunziami, ti prego.
    Il portiere, con aria cupa, tir il cordone del campanello che dava al
    piano superiore e volt le spalle.
    - La principessa Drubetzkaja per il principe Vassilij Sergevic'!    -
    grid  al  domestico  in marsina che accorreva,  sporgendosi dall'alto
    della scala.
    La madre si rassett il pi possibile le pieghe  alla  veste  tinta  e
    ritinta,  si guard nello specchio di Venezia applicato alla parete e,
    trascinando coraggiosamente le sue scarpe scalcagnate,  si avvi verso
    il piano superiore salendo la scala ricoperta da un tappeto.
    -  "Mon  cher",  mi  hai  promesso...    -    disse rivolta al figlio,
    toccandogli di nuovo il braccio.
    Bors, ad occhi bassi, la segu docilmente.
    Entrarono   in   una   sala   di   dove   si   accedeva   direttamente
    nell'appartamento del principe Vassilij.
    Mentre  madre  e figlio,  fermi in mezzo alla sala,  si accingevano ad
    interrogare un vecchio domestico che al loro ingresso si era alzato da
    uno sgabello, si mosse la maniglia di bronzo di una delle porte,  e il
    principe  Vassilij  in  giacca  di  velluto  da  casa,  con  una  sola
    decorazione,  usc,  accompagnando un bell'uomo dai capelli neri.  Era
    questi Lorrain, il famoso medico di Pietroburgo.
    - "C'est donc positif?"  -  gli domand il principe.
    -  "Mon prince,  errare humanum est..." ma...   -  rispose il dottore,
    pronunziando garbatamente alla francese le parole latine.
    - "C'est bien, c'est bien"...
    Vedendo Anna Michjlovna con il figlio,  il principe  Vassilij  salut
    con un inchino il dottore e in silenzio, ma con aria interrogativa, si
    avvicin a loro. Bors not che ad un tratto un'espressione di intenso
    dolore  era  apparsa  negli  occhi di sua madre e un lieve sorriso gli
    sfior le labbra.
    - Ah, principe,  in quale triste circostanza ci dobbiamo incontrare...
    Come  sta  il  nostro  caro  ammalato?    -    chiese,  come se non si
    accorgesse dello sguardo freddo, quasi offensivo, puntato su di lei.
    Lo stesso sguardo interrogativo e perplesso  pass  da  lei  a  Bors.
    Questi si inchin cortesemente. Il principe Vassilij, senza ricambiare
    il saluto, si volse di nuovo verso Anna Michjlovna. E alle domande di
    lei  rispose  con  un  movimento  del  capo  e delle labbra che voleva
    significare quanto scarse fossero ormai le speranze per l'ammalato.
    - Davvero?   -  esclam Anna Michjlovna.   -   Ah,    terribile!  E'
    terribile pensare... Ecco mio figlio  -  aggiunse, indicando Bors:  -
    egli  venuto per ringraziarvi personalmente.
    Ancora una volta Bors fece un cortese inchino.
    -  Credete,  principe,  il mio cuore di madre non dimenticher mai ci
    che avete fatto per noi.
    - Sono lieto di aver potuto esservi utile.  mia cara Anna  Michjlovna
    -  disse il principe Vassilij,  accomodandosi il colletto della giacca
    e facendo capire con i gesti e con la  voce  alla  sua  protetta  Anna
    Michjlovna  che l,  a Mosca,  la sua importanza era molto pi grande
    che non a Pietroburgo.   -  Cercate di fare  il  vostro  dovere  e  di
    essere  degno  di  quanto  stato fatto per voi  -  ammon,  rivolto a
    Bors.  -  Sono contento... Siete qui in licenza?   -  domand poi con
    il suo tono distaccato.
    -   Aspetto   l'ordine,   eccellenza,   per  recarmi  alla  mia  nuova
    destinazione  -  rispose Bors,  senza mostrarsi seccato dal  tono  un
    po'  brusco del principe e senza dimostrare il desiderio di continuare
    la conversazione.  A  quelle  parole,  pronunziate  in  tono  calmo  e
    indifferente, il principe lo guard fissamente.
    - Vivete con vostra madre?
    - Qui abito in casa della contessa Rostv  -  rispose Bors, ripetendo
    ancora eccellenza.
    -  In  casa  di  quell'Ilj Rostv che ha sposato Nathalie Scnscina -
    spieg Anna Michjlovna.
    - Lo so,  lo so!   -  rispose il principe Vassilij  con  la  sua  voce
    monotona.    -    "Je  n'ai jamais pu concevoir comment Nathalie s'est
    dcide  pouser cet  ours  mal  lch!  Un  personnage  compltement
    stupide  et  ridicule.  Et joueur,   ce qu'on dit" [85.  Non sono mai
    riuscito a capire come mai Nathalie si sia decisa a sposare quell'orso
    grossolano,  un essere assolutamente stupido e ridicolo.  E,  a quanto
    pare,  anche un giocatore].
    - Ma  una brava persona,  principe!  -  osserv Anna Michjlovna, con
    un sorriso commosso,  come per dire che sapeva  benissimo  che  Rostv
    meritava quell'opinione,  ma che pregava di essere indulgente verso il
    povero vecchio.  -  Che cosa dicono i medici?  -  chiese dopo un breve
    silenzio,  mentre il suo viso sciupato esprimeva di nuovo una profonda
    tristezza.
    - Poche speranze  -  rispose il principe.
    -  Avrei  tanto  desiderato  ringraziare  ancora una volta mio zio per
    tutto il bene che ha fatto a me e a Bors.  E' il suo figlioccio!    -
    aggiunse  con  un  tono  particolare,  come  se quella notizia dovesse
    rallegrare chi sa quanto il principe Vassilij.
    Il principe Vassilij si fece pensieroso e  aggrott  la  fronte.  Anna
    Michjlovna  cap  che  egli  temeva  di trovare in lei una rivale per
    quanto si riferiva al testamento del conte Bezuchov.  E si affrett  a
    tranquillizzarlo.
    - Se non fosse per il mio vero affetto e la mia profonda devozione per
    lo  zio...    -    ella disse,  pronunziando queste parole con accento
    convinto e insieme noncurante.   -  Conosco il suo  carattere  nobile,
    retto...  ma  se le principessine restano sole con lui...  sono ancora
    cos giovani...   -  Chin la testa e aggiunse a voce bassa:   -    Ha
    compiuto  gli  estremi doveri,  principe?  Quanto sono preziosi questi
    ultimi momenti! Certo, se sta cos male, bisognerebbe prepararlo.  Noi
    donne, principe,  -  disse, sorridendo teneramente  -  sappiamo sempre
    come dire queste cose. E' necessario che io gli parli... Che tristezza
    per me vederlo cos malato!... Ma io sono abituata a soffrire.
    Il  principe  cap,  come aveva gi capito sin dalla serata in casa di
    Anna Pvlovna, che era difficile liberarsi da Anna Michjlovna.
    - Non credete che questa vostra visita possa essergli penosa,  "chre"
    Anna Michjlovna?   -  le chiese.  -  Aspettiamo sino a sera: i medici
    temono una crisi.
    - Ma in momenti simili, principe, non si pu aspettare! "Pensez,  il y
    va  du  salut  de  son  me...  Ah,  c'est terrible,  les devoirs d'un
    chrtien"... [86.  Pensate,  si tratta della salvezza della sua anima!
    Ah, quale tremenda responsabilit il dovere di un cristiano!]
    Una delle porte che conducevano alle stanze interne si apr e comparve
    una delle principesse, nipoti del conte: aveva il viso cupo e freddo e
    il busto troppo lungo in proporzione alle gambe.
    Il principe Vassilij si volse verso di lei.
    - Come va?
    - Sempre lo stesso... E questo rumore...  -  soggiunse, guardando Anna
    Michjlovna come una sconosciuta.
    -  "Ah,  chre,  je  ne  vous  reconnaissais  pas"    -    disse  Anna
    Michjlovna,  sorridendo lietamente e avvicinandosi con passo  leggero
    alla nipote del conte.   -  "Je viens d'arriver et je suis  vous pour
    vous aider  soigner mon oncle. J'imagine, combien vous avez souffert!
    [87. Ah, mia cara,  non vi avevo riconosciuta.  Sono arrivata or ora e
    mi  metto  a  vostra disposizione per curare mio zio.  Immagino quanto
    abbiate sofferto!]  -   aggiunse,  alzando al cielo gli occhi pieni di
    compassione.
    La  principessa non rispose,  non sorrise neppure e usc subito.  Anna
    Michjlovna si lev i guanti e con aria vittoriosa si accomod in  una
    poltrona, invitando il principe Vassilij a sederlesi accanto.
    - Bors!   -  disse a suo figlio,  sorridendo.   -  Io andr dal conte
    mio zio, e tu, caro, va' da Pierre e non dimenticarti di trasmettergli
    l'invito dei Rostv. I Rostv lo vogliono a pranzo,  ma penso che egli
    non ci andr...  -  soggiunse, rivolgendosi al principe.
    -  Al  contrario    -   rispose il principe,  divenuto visibilmente di
    pessimo umore;   -  "je serais trs content si vous me dbarrassez  de
    ce  jeune  homme..."  [88.  Sarei  lietissimo  se mi liberaste da quel
    giovanotto].  Egli  qui,  infatti.  Il conte non ha  chiesto  di  lui
    neppure una volta.
    E alz le spalle.  Il domestico accompagn Bors al pianterreno e qui,
    salendo un'altra  scala,  lo  guid  nelle  stanze  occupate  da  Ptr
    Kirllovic'.


    CAPITOLO 13.

    Pierre   non  aveva  fatto  in  tempo  a  scegliersi  una  carriera  a
    Pietroburgo,   ed  effettivamente  era  stato  espulso  per   la   sua
    scapestrataggine.  La  storia  narrata  in  casa della contessa Rostv
    corrispondeva al  vero:  Pierre  aveva  partecipato  all'atroce  burla
    giocata  al poliziotto legato all'orso.  Era giunto a Mosca da qualche
    giorno e,  come sempre,  si era stabilito in casa del  padre.  Sebbene
    immaginasse  che  la  storia  fosse  nota  a  Mosca e che le donne che
    circondavano suo padre,  sempre malevolo nei suoi confronti,  avessero
    approfittato  di  quella  occasione  per  suscitare  l'irritazione del
    conte,  tuttavia il giorno stesso dell'arrivo entr  nell'appartamento
    del padre.  Passando nel salotto, salut le principesse che, sedute al
    telaio,  lavoravano e ascoltavano una di esse che leggeva ad alta voce
    un libro.  Erano tre.  La maggiore,  dall'aspetto illibato, dalla vita
    lunga e dall'espressione severa  -  quella stessa venuta  incontro  ad
    Anna Michjlovna  -  stava leggendo;  le altre due fresche e graziose,
    che si distinguevano tra di loro soltanto da un neo che una  aveva  al
    di  sopra  della  bocca e che l'abbelliva molto,  stavano ricamando al
    telaio. Pierre fu accolto come un morto o un appestato. La principessa
    pi anziana interruppe la lettura e lo  fiss  in  silenzio,  con  gli
    occhi spaventati;  la seconda, quella che non aveva il neo, assunse la
    stessa espressione,  la minore,  quella  con  il  neo,  dal  carattere
    allegro  e ridanciano,  si chin sul telaio per nascondere il sorriso,
    rallegrata probabilmente dalla scena divertente che sarebbe  avvenuta.
    Tir  a  s  il  filo  di  lana e si chin come se volesse studiare il
    disegno, trattenendosi a stento dal ridere.
    - Buon giorno, cugina!  -  disse Pierre.  -  Non mi riconoscete ?
    - Vi riconosco benissimo, anche troppo...
      -   Come sta il conte?  Potrei vederlo?   -  chiese Pierre,  un  po'
    goffamente come sempre, ma senza confondersi.
    - Il conte soffre fisicamente e moralmente, e pare che voi vi diate da
    fare per procurargli la maggior quantit possibile di dispiaceri!
    - Posso vedere il conte?  -  insist Pierre.
    -  Eh...  se volete ucciderlo,  ucciderlo del tutto,  potete andare da
    lui.  Olga,  va' a vedere se il brodo per lo zio  pronto;  tra poco 
    ora che lo prenda...   -  aggiunse, facendo cos intendere che esse si
    occupavano di curare il padre  di  lui,  mentre  egli,  evidentemente,
    pensava soltanto a procurargli dispiaceri e turbamento.
    Olga usc.  Pierre,  in piedi,  guard le sorelle e,  dopo un inchino,
    disse:
    - Ritorner nelle mie  stanze.  Quando  potr  vederlo  me  lo  farete
    sapere.
    Usc  e  una  risata  argentina,  non  trattenuta,  della minore delle
    sorelle, rison alle sue spalle.
    Il giorno seguente arriv il principe Vassilij che si stabil in  casa
    del conte. Mand a chiamare Pierre e gli disse:
    -  "Mon  cher,  si  vous  vous  conduisez ici comme  Ptersbourg vous
    finirez trs mal; c'est tout ce que je vous dis [89.  Mio caro,  se vi
    comporterete  qui  come  a  Pietroburgo,  finirete  male.  Non vi dico
    altro].  Il conte    molto,  molto  malato:  non  devi  assolutamente
    vederlo.
    Da  allora  nessuno pi si era occupato di Pierre,  che trascorreva da
    solo tutto il giorno nella sua camera.
    Quando Bors entr, Pierre andava su e gi per le stanze fermandosi di
    tanto in tanto in un angolo e facendo un  gesto  minaccioso  verso  le
    pareti  come  se volesse trafiggere con la spada un invisibile nemico;
    poi  guardava  severamente  di  sopra  le  lenti   e   riprendeva   la
    passeggiata,   pronunziando  parole  confuse,   alzando  le  spalle  e
    allargando le braccia.
    - "L'Angleterre a vcu"  -    disse,  aggrottando  le  sopracciglia  e
    tendendo l'indice come per indicare qualcuno.   -  "M. Pitt (90) comme
    tratre  la nation et au droit des  gens,  est  condamn  ..."  [91.
    L'Inghilterra  finita! Il signor Pitt, come traditore della nazione e
    del diritto delle genti,   condannato a...].   -  Non fece in tempo a
    completare la sua sentenza contro Pitt,  credendo in quel  momento  di
    essere  Napoleone  in  persona  e  di avere,  insieme con il suo eroe,
    compiuto la pericolosa traversata  della  Manica  e  assalito  Londra,
    quando  vide sulla soglia della camera un giovane ufficiale,  bello ed
    elegante.   Si  ferm.   Pierre   aveva   lasciato   Bors   fanciullo
    quattordicenne e non lo ricordava assolutamente pi;  tuttavia, con la
    spontaneit che gli era propria, e con la consueta cortesia, gli porse
    la mano e gli sorrise amichevolmente.
    - Vi ricordate di me?    -    domand  tranquillamente  Bors  con  un
    simpatico  sorriso.    -    Sono venuto con la mamma dal conte che,  a
    quanto pare, sta tutt'altro che bene.
    - Gi,  pare che stia male davvero.  E lo disturbano  continuamente  -
    rispose   Pierre,   cercando  di  ricordare  chi  fosse  quel  giovane
    ufficiale.
    Bors cap che Pierre non lo riconosceva,  ma non  ritenne  necessario
    presentarsi  e,  senza provare il minimo imbarazzo,  lo guard diritto
    negli occhi.
    - Il conte Rostv vi prega di favorire oggi a pranzo  in  casa  sua  -
    disse dopo un silenzio abbastanza lungo e imbarazzante per Pierre.
    - Ah! Il conte Rostv!  -  esclam gioiosamente Pierre.  -  Allora voi
    siete il suo figliuolo Ilj?  Al primo momento,  figuratevi, non vi ho
    riconosciuto!  Vi ricordate che  andammo  con  "madame"  Jacquot  alle
    Colline dei Passeri? Ma tanto tempo fa...
    -  Vi  sbagliate    -    disse  lentamente  Bors  con un allegro e un
    canzonatorio sorriso.   -  Io sono Bors,  il figlio della principessa
    Anna Michjlovna Drubetzkaja. E' il vecchio Rostv che si chiama Ilj,
    suo figlio  Nikolj, e io non conosco alcuna signora Jacquot.
    Pierre  agit  le  mani  e  scosse  la testa come se delle api o delle
    zanzare gli ronzassero attorno.
    - Ah,  mio Dio!  Che confusione ho fatto!  A Mosca ho tanti parenti...
    Voi siete Bors... s! Finalmente ci siamo capiti! Be', che ne pensate
    della  spedizione  di  Boulogne  (92)?  Se  la  vedrebbero  brutta gli
    Inglesi,  se Napoleone  attraversasse  il  canale?  Io  penso  che  la
    spedizione  sia  possibilissima,  purch  Villeneuve  (93)  non faccia
    qualche passo falso!
    Bors non sapeva nulla della spedizione di  Boulogne,  non  leggeva  i
    giornali e il nome di Villeneuve lo sentiva allora per la prima volta.
    -  Qui  a  Mosca  ci  occupiamo di pranzi e di pettegolezzi pi che di
    politica  -  rispose con il suo tono calmo e un po' canzonatorio.    -
    Di  tutto  quanto  dite  non so nulla e non me ne interesso.  Mosca si
    occupa specialmente di pettegolezzi  -  ripet.-  Ora non si parla che
    di voi e del conte...
    Pierre sorrise bonariamente,  come se temesse che il suo interlocutore
    stesse  per  dire  qualcosa di cui dovesse pentirsi.  Ma Bors parlava
    chiaramente, con decisione, guardando Pierre diritto negli occhi.
    - A Mosca non si fanno che pettegolezzi  -  prosegu.   -    Ora  sono
    tutti  curiosi di sapere a chi il conte lascer l'eredit anche se c'
    la possibilit che egli sopravviva a tutti noi,  il che gli auguro  di
    vero cuore...
    -  S,  ed   una cosa triste,  molto triste  -  lo interruppe Pierre.
    Egli temeva sempre  che  quel  giovane  ufficiale  intavolasse,  senza
    volerlo, un discorso imbarazzante per lui.
    E potete immaginare,   -  disse Bors, arrossendo leggermente ma senza
    mutare n voce n posizione    -    potete  immaginare  che  tutti  si
    occupano  di questa eredit perch sperano di potere avere qualcosa di
    tanta ricchezza.
    E' proprio cos, pens Pierre.
    - E io voglio precisamente dirvi, per evitare qualsiasi malinteso, che
    vi sbagliereste di grosso se contaste tra costoro anche  mia  madre  e
    me. Noi siamo molto poveri ma, proprio perch vostro padre  ricco, io
    non  mi considero suo parente,  e n io,  n mia madre chiederemmo mai
    nulla e nulla accetteremmo da lui.
    Pierre tard alquanto a capire, ma, allorch ebbe compreso,  balz dal
    divano,  afferr  la mano di Bors con la sua consueta veemenza un po'
    goffa e,  arrossendo  pi  di  Bors  stesso,  prese  a  dire  con  un
    sentimento di vergogna e di dispetto:
    - Ecco...  strano! Forse che io... Ma chi poteva pensare che... Io so
    benis...
    Ma Bors di nuovo lo interruppe:
    -  Sono  contento  di  aver  detto tutto.  Forse le mie parole vi sono
    spiaciute, ma scusatemi!  -  disse,  tranquillizzando Pierre invece di
    essere tranquillizzato da lui;   -  ma spero di non avervi offeso.  Ho
    l'abitudine di dire le  cose  chiaramente...  Dunque,  che  cosa  devo
    riferire? Verrete a pranzo dai Rostv?
    E  Bors,  evidentemente  soddisfatto di essersi liberato da un noioso
    dovere e di essere uscito da una situazione penosa  divent  di  nuovo
    affabilissimo.
    -  Sentite,    -    rispose  Pierre,  rassicurandosi  -  siete un uomo
    sorprendente!   Ci  che  avete  detto  ora    molto,   molto  bello.
    Naturalmente,  voi non mi conoscete. E' passato tanto tempo dacch non
    ci siamo pi veduti: eravamo ancora ragazzi... cosicch ora voi potete
    supporre in me... Vi capisco, vi capisco molto bene.  Non far questo,
    mi  mancherebbe  il  coraggio  di  farlo,  ma    molto bello.  E sono
    felicissimo di aver rinnovato la  nostra  conoscenza.  E'  strano    -
    aggiunse dopo una pausa,  sorridendo  -  che voi supponiate certe cose
    da parte mia!  -  E si mise a ridere.  -  Bene, ci conosceremo meglio,
    vero?   -  E strinse la mano a Bors.   -  Sapete che non sono entrato
    neppure  una  volta  nella  stanza  del  conte?  Egli  non mi ha fatto
    chiamare... Mi fa pena... ma che farci?
    - E voi pensate che Napoleone riuscir a  far  passare  l'esercito?  -
    chiese Bors, sorridendo.
    Pierre   cap  che  Bors  voleva  cambiare  discorso  e,   pienamente
    d'accordo, cominci a spiegare le difficolt e i vantaggi dell'impresa
    di Boulogne.
    Un domestico venne a chiamare Bors da parte della  principessa.  Ella
    se  ne  andava.  Pierre  promise  di  recarsi  a pranzo dai Rostv per
    incontrarsi  con  Bors,  gli  strinse  forte  la  mano  e  lo  guard
    affettuosamente negli occhi, di sotto alle lenti.
    Uscito  il  giovane ufficiale,  Pierre passeggi ancora a lungo per la
    stanza,   ma  ora  non  minacciava  pi   con   un'inesistente   spada
    l'invisibile  nemico,  ma sorrideva ripensando a quel giovane gentile,
    intelligente e risoluto.
    Come accade sempre nella prima giovinezza,  e specialmente  quando  si
    vive  in solitudine,  egli sentiva una inspiegabile tenerezza per quel
    giovane e si ripromise di stringere amicizia con lui.
    Il principe Vassilij accompagn la  principessa:  essa  si  teneva  il
    fazzoletto sugli occhi e aveva il viso coperto di lacrime.
    - E' terribile,  terribile!   -  diceva.  -  Ma a qualsiasi costo far
    il mio dovere.  Verr  questa  notte  a  vegliarlo.  Non    possibile
    lasciarlo cos. Ogni minuto  prezioso. Non capisco che cosa aspettino
    le  principesse.  Forse  Iddio  mi  aiuter  a  trovare  il  modo  per
    prepararlo... "Adieu,  mon prince,  que le bon Dieu vous soutienne"...
    [94. Addio, principe! Che il Signore vi dia forza...].
    - Addio, amica mia  -  rispose il principe Vassilij, allontanandosi.
    - Ah,  egli  in una condizione terribile!  -  disse la madre a Bors,
    non appena si furono seduti in carrozza.    -    Non  riconosce  quasi
    nessuno...
    - Non capisco, mamma, in quali rapporti egli sia con Pierre  -  chiese
    Bors.
    - Dir tutto il testamento,  mio caro; da esso dipende anche il nostro
    destino...
    - Ma perch pensate che possa lasciarci qualche cosa?
    - Ah, mio caro! Lui  tanto ricco, e noi siamo cos poveri!
    - Questa, mamma, non  ancora una ragione sufficiente!
    - Ah, mio Dio... mio Dio! Come sta male!  -  ripet la principessa.


    CAPITOLO 14.

    Quando Anna Michjlovna usc per recarsi con il  figlio  in  casa  del
    conte Kirll Vladimrovic' Bezuchov,  la contessa Rostv rimase sola a
    lungo,  con  il  fazzoletto  premuto  sugli  occhi.   Infine  son  il
    campanello.
    -  Mia  cara,    -   disse in tono irritato alla cameriera che l'aveva
    fatta aspettare qualche minuto   -    non  vuoi  pi  restare  al  mio
    servizio? Ti trover un altro posto...
    La contessa era turbata per il dolore e la povert umiliante della sua
    amica  e  perci  di  pessimo  umore,  tanto  che  diceva  cara alla
    cameriera e le dava del tu.
    - Scusatemi  -  disse la domestica.
    - Prega il conte di venire da me.
    Il conte, con la sua andatura dondolante,  si avvicin alla moglie con
    l'aria un po' colpevole, come sempre.
    - Ah, contessa! Avremo uno squisito "saut au Madre" di pernici. L'ho
    assaggiato. Non per niente ho pagato mille rubli per Taraska. Li vale!
    Si  mise  a  sedere  accanto  alla  moglie  e,  con  i  gomiti puntati
    baldanzosamente sulle ginocchia,  prese a  lisciarsi  i  radi  capelli
    grigi.
    - Che cosa desiderate, contessa?
    -  Ecco,  amico  mio...  Ma  che  cos'  questa  macchia?   -  chiese,
    accennando al panciotto del marito.   -   Forse  un  po'  di  sugo  al
    "saut"...    -  aggiunse sorridendo.   -  Ecco che cosa volevo dirvi,
    conte: mi occorre del denaro.  -  E il suo viso assunse un'espressione
    triste.
    - Ah, contessa!   -  esclam il conte,  e si affrett a tirar fuori il
    portafoglio.
    - Ho bisogno di una somma un po' alta, conte; mi occorrono cinquecento
    rubli!   -  E,  con il suo fazzolettino di batista cerc di smacchiare
    il panciotto del marito.
    - Subito,  subito...  Ehi,  chi c' di l?   -   chiam  con  il  tono
    dell'uomo   sicuro   che   qualcuno  sarebbe  immediatamente  accorso.
    Mandatemi Mtenka!
    Mtenka,  quel figlio di famiglia nobile,  educato in casa del conte e
    che  ora  si  occupava di tutti i suoi affari,  entr lentamente nella
    stanza.
    - Senti,  mio caro,   -  disse il conte al giovane che  si  avvicinava
    rispettosamente  -  portami...   -  e rimase un momento pensieroso;  -
    s,  portami settecento  rubli.  Ma  bada,  eh,  che  non  voglio  dei
    biglietti  sudici  e sgualciti come mi hai portato l'altro giorno.  Li
    voglio in buono stato: sono per la contessa.
    - S, Mtenka...  vi prego che siano puliti  -  aggiunse ella,  con un
    triste sospiro.
    -  Per  quando  mi  ordinate  di  portarveli,  eccellenza?   -  chiese
    Mtenka.   -  Favorite rendervi conto che...  Ma  in  ogni  modo...  -
    aggiunse  subito,  accorgendosi  che il conte incominciava a respirare
    forte e con frequenza,  il che era presagio di  un  vicino  scatto  di
    collera.  -  Non ricordavo che... Devo portarvi subito la somma?
    - S,  s... portala subito e consegnala alla contessa. Quel Mtenka 
    proprio un ragazzo d'oro!  -  aggiunse sorridendo, allorch il giovane
    fu uscito.   -  Non c' nulla di impossibile per lui!  Io non sopporto
    il  pensiero  che  ci  sia qualcosa che non si possa fare.  Tutto deve
    essere possibile, tutto!
    - Ah, conte! Il denaro... il denaro... Quanto dolore in questo mondo a
    causa del denaro! E questa somma mi  molto necessaria.
    - Voi, contessa,  lo sanno tutti,  siete piuttosto prodiga  -  osserv
    il  conte  e,  dopo  aver  baciato la mano alla moglie,  torn nel suo
    studio.
    Quando Anna Michjlovna fu di  ritorno  dalla  casa  di  Bezuchov,  la
    contessa  aveva  gi  il  denaro sul suo tavolino,  tutto in biglietti
    nuovi,  nascosti sotto il fazzoletto,  e  Anna  Michjlovna  not  che
    l'amica appariva turbata per qualche motivo.
    - Dunque, mia cara, come va il conte?  -  chiese la contessa.
    -  Ah,  in che stato!  E' in tali condizioni che non si riconosce pi.
    Sono rimasta con lui un momento e  non  sono  riuscita  a  dirgli  due
    parole...
    - "Annette",  in nome di Dio,  non rifiutate!  -  esclam ad un tratto
    la contessa, arrossendo,  il che faceva una strana impressione su quel
    viso non pi giovane,  magro e serio, tirando fuori il denaro di sotto
    il fazzoletto.
    Anna Michjlovna comprese in un attimo  di  che  cosa  si  trattava  e
    cominci a chinarsi per abbracciare la contessa al momento giusto.
    - Per Bors, a mio nome, per la sua divisa...
    Anna  Michjlovna  la baciava e piangeva,  e con lei piangeva anche la
    contessa.  Piangevano perch erano amiche,  perch si sentivano buone,
    perch erano costrette a occuparsi di una banale questione di denaro e
    perch  la  giovinezza  era ormai passata...  Ma le loro lacrime erano
    dolci...


    CAPITOLO 15.

    La contessa Rostv era in salotto  con  le  figliuole  e  un  numeroso
    gruppo di invitati.  Il conte condusse gli uomini nello studio per far
    loro ammirare la sua pregiata collezione di pipe turche.  Di tanto  in
    tanto  egli  usciva e domandava: Non  ancora venuta?.  Si aspettava
    Mrija  Dmtrevna  Achrosmova,  detta,   in  societ:  il  terribile
    dragone,  una  signora  nota  non  gi  per la sua ricchezza o i suoi
    titoli, ma per la sua grande rettitudine e il semplice, franco modo di
    comportarsi. La famiglia imperiale la conosceva,  la conoscevano tutta
    Mosca e tutta Pietroburgo,  ed entrambe le citt,  pur ammirandola, la
    canzonavano un po' per la sua rudezza e raccontavano numerosi aneddoti
    sul suo conto. Nonostante ci, tutti, senza eccezione, la rispettavano
    e la temevano.
    Nello studio, pieno di fumo, si parlava della guerra, annunziata da un
    manifesto (95), e del reclutamento.  Questo manifesto nessuno lo aveva
    ancora letto,  ma tutti sapevano che era apparso.  Il conte era seduto
    sul divano,  tra due fumatori che discorrevano tra di loro.  Egli  non
    fumava  e  non  parlava e,  piegando il capo ora verso l'uno ora verso
    l'altro,  con evidente piacere guardava  i  fumatori  e  ascoltava  la
    conversazione che era iniziata tra i due.
    Uno degli interlocutori era un signore dal viso bilioso, magro, rasato
    e  coperto  di  rughe,  un  uomo  gi  prossimo alla vecchiaia sebbene
    vestito da giovane,  all'ultima moda;  con le gambe stese sul divano e
    l'aria di un ospite molto familiare, con il bocchino d'ambra affondato
    nella bocca, cacciava fuori il fumo con forza e socchiudeva gli occhi.
    Era un vecchio scapolo,  Scinscin,  cugino della contessa, una lingua
    malefica,  come si diceva di lui nei salotti  di  Mosca.  Pareva  che
    parlasse  con indulgente degnazione al suo interlocutore.  Questi,  un
    fresco,  roseo ufficiale della Guardia,  di una lindezza  impeccabile,
    abbottonato  e accuratamente pettinato,  teneva il bocchino d'ambra in
    mezzo alla bocca,  e con le rosee labbra aspirava leggermente il fumo,
    lasciandolo  poi  uscire  in  piccoli  cerchi.  Era  il  tenente Berg,
    ufficiale del reggimento Semnovskij,  con il quale  Bors  stava  per
    partire;  a  proposito  di  lui,  Natascia soleva tormentare Vera,  la
    maggiore delle sorelle,  dicendole che Berg era il suo  fidanzato.  Il
    conte,  seduto tra i due,  li ascoltava attentamente. La pi piacevole
    occupazione,  dopo il giuoco del boston che lo divertiva moltissimo,
    era  per  il conte stare ad ascoltare una conversazione,  specialmente
    quando fosse riuscito a iniziarne una tra due persone molto loquaci.
    - Dunque,  caro e degno Alfons Karlyc',   -  diceva Scinscin  in  tono
    canzonatorio  e  accostando (era questa una particolarit del suo modo
    di parlare) le pi semplici frasi russe alle pi ricercate espressioni
    francesi  -  "vous comptez vous faire des rentes sur l'Etat" [96. Fate
    conto di farvi delle rendite sullo stato] con la vostra compagnia?
    -  No,  Ptr  Nikolevic',  desidero  soltanto  dimostrare  che  nella
    cavalleria  si  hanno  vantaggi  molto  minori che non nella fanteria.
    Ascoltate ora qual  la mia situazione.
    Berg parlava con molta precisione,  con calma e con cortesia.  La  sua
    conversazione  riguardava  sempre  e  soltanto  se  stesso;  quando si
    discorreva di qualcosa che non avesse con lui rapporti diretti, taceva
    tranquillamente;  e quel suo silenzio poteva durare anche per  qualche
    ora,  senza  che  egli provasse o facesse provare agli altri il minimo
    imbarazzo.  Ma non appena il discorso si riferiva a lui personalmente,
    diventava  immediatamente  loquace  e  prolisso e parlava con visibile
    piacere.
    - Figuratevi dunque la mia condizione,  Ptr Nikolevic': se fossi  in
    cavalleria, non riceverei pi di duecento rubli in quattro mesi, anche
    con il grado di tenente; ora ne ricevo invece duecentotrenta  -  disse
    con  un  sorriso  gioioso e simpatico,  guardando Scinscin e il conte,
    come se fosse evidente che il suo successo dovesse costituire  la  pi
    grande  aspirazione  degli  altri.    -    Inoltre,  Ptr Nikolevic',
    passando nella Guardia,  io mi metto in vista  -  riprese Berg  -  e
    nella  fanteria  della Guardia le licenze sono molto pi frequenti.  E
    poi,  ditemi,  come potrei cavarmela con duecento rubli?  Faccio anche
    dei  risparmi  e  mando  un po di denaro a mio padre...   -  continu,
    lanciando in aria un cerchietto di fumo.
    - Il bilancio  fatto... Il tedesco batte il grano con il manico della
    scure, come dice il proverbio  -  osserv Scinscin, facendo passare il
    bocchino d'ambra all'altro lato della bocca e strizzando  l'occhio  al
    conte.
    Il conte scoppi in una bella risata.  Gli altri invitati, vedendo che
    Scinscin guidava la  conversazione,  si  avvicinarono  per  ascoltare.
    Berg, senza accorgersi n del tono canzonatorio, n dell'indifferenza,
    continuava  a  spiegare  come,  passando  nella  Guardia,  avesse  gi
    superato di un grado i suoi colleghi di corso e come, dato che durante
    il conflitto poteva cadere  qualche  comandante  di  compagnia,  egli,
    rimanendo  il  pi  anziano,  potesse facilmente diventare comandante.
    Diceva inoltre che nel reggimento era benvoluto da  tutti  e  che  suo
    padre era soddisfatto di lui.  Berg godeva visibilmente nel dire tutto
    questo,  senza neppure sospettare che altre persone avessero interessi
    propri.  Ma  tutto ci che egli diceva era cos garbatamente serio,  e
    l'ingenuit del suo giovanile egoismo appariva cos evidente,  che gli
    ascoltatori si sentivano disarmati.
    -  Insomma,  mio caro,  sia nella fanteria sia nella cavalleria farete
    una buona carriera,  ve lo predco io  -  disse Scinscin,  battendogli
    su una spalla e tirando gi le gambe dal divano.
    Berg ebbe un sorriso gioioso. Il conte, seguito dagli ospiti, pass in
    salotto.

    Era il momento, prima del pranzo, in cui gli invitati, in attesa degli
    antipasti,  non incominciano un lungo discorso e,  nello stesso tempo,
    ritengono doveroso  muoversi  e  non  restarsene  silenziosi  per  non
    mostrarsi  impazienti  di  mettersi  a  tavola.   I  padroni  di  casa
    guardavano la porta e, di tanto in tanto, si scambiavano occhiate.  Da
    quegli  sguardi gli invitati cercavano di indovinare chi o che cosa si
    dovesse ancora aspettare: se un importante parente ritardatario  o  un
    piatto non ancora pronto...
    Pierre  era  giunto  in  anticipo  e  si era messo goffamente a sedere
    proprio in mezzo al salotto, sulla prima poltrona che gli era capitata
    a tiro, impacciando cos tutti gli altri. La contessa cercava di farlo
    parlare, ma egli si guardava ingenuamente attorno attraverso le lenti,
    come  se  cercasse  qualcuno,  e  le  rispondeva  a  monosillabi.  Era
    imbarazzante,  e  lui  solo  non  se  ne  accorgeva.  Gran parte degli
    invitati,   che  conoscevano  la  storia  dell'orso,   guardavano  con
    curiosit quell'uomo grande e grosso dall'aria mite,  stupiti che quel
    ragazzone dall'aspetto cos semplice avesse potuto giocare un tiro del
    genere a un poliziotto.
    -  Siete venuto da poco?  -  gli chiese la contessa.
    - "Oui, madame"  -  rispose lui, guardandosi attorno.
    - Non avete ancora visto mio marito?
    - "Non, madame"  -  e sorrise, assolutamente a sproposito.
    - Mi pare che siate stato, or non  molto, a Parigi,  vero?  Penso che
    sia una citt molto interessante...
    - S, molto interessante.
    La contessa scambi un'occhiata con Anna Michjlovna.  Questa cap che
    l'amica la pregava di occuparsi di quel giovanotto e allora, messasi a
    sedere accanto a lui,  cominci a parlargli del padre: ma,  come prima
    aveva fatto con la contessa, Pierre rispondeva ora ad Anna Michjlovna
    soltanto a monosillabi. Gli invitati conversavano tra di loro.
    - "Les Razumovskij...  a a t charmant... Vous tes bien bonne... La
    comtesse Aprksina...  [97.  I Razumovskij...  E'  stato  delizioso...
    Siete molto buona. La contessa Aprksina...]  -  erano le frasi che si
    udivano da tutte le parti.
    La contessa si alz e pass nella sala.
    - Mrija Dmtrevna!
    -  Proprio  lei!    -    rispose  una  forte voce femminile,  e Mrija
    Dmtrevna entr nella stanza.
    Tutte le signorine e anche le signore,  a eccezione delle pi anziane,
    si alzarono.  Mrija Dmtrevna si ferm sulla soglia e dall'alto della
    sua statura,  tenendo eretta la testa  di  cinquantenne  dai  riccioli
    grigi,  guard gli invitati e,  quasi volesse rimboccarsele, si mise a
    rassettare le ampie maniche  del  vestito.  Mrija  Dmtrevna  parlava
    sempre in russo.
    -  Alla  cara  festeggiata  e  alla  sua  figliuola i miei auguri!   -
    esclam con la sua voce profonda e sonora,  che dominava  su  tutti  i
    rumori.   -  E tu,  vecchio peccatore,   -  aggiunse,  rivolgendosi al
    conte che le baciava la mano  -    ti  annoi  a  Mosca,  dove  non  si
    organizzano  partite di caccia?  Ma che vuoi farci,  mio caro?  Quando
    questi uccellini crescono  -  (e indic le ragazze)  -  bisogna  pure,
    volere o no,  cercar loro un fidanzato.  E tu, cosacco mio?  -  disse,
    accarezzando Natascia (che soleva chiamare  con  quel  nomignolo),  la
    quale le si avvicinava tutta allegra,  senza la minima soggezione.   -
    So che sei un folletto, ma mi piaci...
    Tir fuori dalla sua enorme borsetta un paio  di  orecchini  di  forma
    oblunga,  guarniti di rubini, e li diede alla piccola festeggiata, che
    arross di gioia. Poi si volt e si rivolse a Pierre:
    - Oh, mio caro! Vieni,  vieni qui!   -  gli disse in tono forzatamente
    dolce.  -  Vieni qui, caro...
    E, con gesto minaccioso, si rimbocc le maniche.
    Pierre le si avvicin, guardandola attraverso le lenti.
    - Avvicinati,  avvicinati, caro! Anche a tuo padre io dicevo la verit
    quando era il caso, e Dio stesso mi comanda di dirla anche a te.
    Ella tacque.  Tutti erano silenziosi,  in attesa di  ci  che  sarebbe
    accaduto, sentendo che quella era soltanto l'introduzione.
    - Sei un bravo ragazzo,  non c' niente da dire, un bravo ragazzo! Tuo
    padre  sull'orlo della tomba,  e tu ti diverti a legare un poliziotto
    sulla schiena di un orso!  Vergognati,  ragazzo,  vergognati!  Sarebbe
    stato meglio che tu fossi andato in guerra!
    Gli volt le spalle e porse la mano  al  conte  che  si  tratteneva  a
    fatica dal ridere.
    - Be',  mi pare che sia ora di andare a tavola,  no?   -  disse Mrija
    Dmtrevna.
    Il conte e Mrija  Dmtrevna  precedettero  gli  altri;  li  segu  la
    contessa accompagnata da un colonnello degli ussari,  uomo utilissimo,
    con  il  quale  Nikolj  doveva  raggiungere   il   reggimento;   Anna
    Michjlovna prese il braccio di Scinscin,  e Berg offr il suo a Vera.
    La sorridente Julie Karagina si accompagn a Nikolj.  Dietro a queste
    coppie se ne formarono altre, che si sparsero per la sala, seguite dai
    fanciulli,  dai  precettori  e dalle governanti.  I camerieri erano in
    agitazione;  si udiva rumore di sedie smosse;  nella galleria cominci
    ad un tratto la musica, mentre gli invitati prendevano posto a tavola.
    Ai  suoni dell'orchestra si mescol ben tosto il rumore dei coltelli e
    delle forchette, del chiacchierio degli ospiti e dei passi leggeri dei
    camerieri. Al posto d'onore, a capotavola, si sedette la contessa, che
    aveva  alla  sua  destra  Mrija   Dmtrevna,   alla   sinistra   Anna
    Michjlovna.  All'altra  estremit,  prese  posto  il  conte,  con  il
    colonnello degli ussari a sinistra, Scinscin a destra. Una parte della
    lunga tavola era occupata dai giovani: Vera accanto a Berg.  Pierre  e
    Bors vicini;  all'altro lato, i bambini, i precettori, le governanti.
    Il conte,  attraverso i cristalli,  le caraffe e  le  coppe  colme  di
    frutta,  guardava la moglie,  che aveva in capo una cuffietta guarnita
    di nastri celesti,  e con molto zelo versava il vino ai  suoi  vicini,
    senza  naturalmente dimenticare se stesso.  Anche la contessa,  dietro
    agli ananassi,  si occupava dei suoi  doveri  di  padrona  dl  casa  e
    lanciava  sguardi  significativi  al marito,  la cui calvizie e il cui
    viso rosso parevano stridere con i pochi capelli grigi. Dal lato delle
    signore la conversazione procedeva come  un  regolare  cinguettio;  da
    quello  degli  uomini  risonavano  voci sempre pi alte e specialmente
    quella  del  colonnello  degli   ussari,   che   mangiava   e   beveva
    abbondantemente,  diventando sempre pi rosso,  tanto da essere citato
    dal  conte  come  esempio  agli  altri  commensali.  Berg,  sorridendo
    teneramente,  parlava con Vera e le diceva che l'amore  un sentimento
    celeste pi che terrestre.  Bors andava nominando al suo nuovo  amico
    Pierre  gli invitati seduti attorno al tavolo e scambiava occhiate con
    Natascia, che gli era di fronte. Pierre parlava poco,  guardava i visi
    nuovi e mangiava molto. A cominciare dalle minestre, tra le quali egli
    scelse quella alla tartaruga e dai pasticci,  sino alle pernici, non
    rifiut n una pietanza n uno dei vini  che  il  maggiordomo  versava
    dalla bottiglia misteriosamente avvolta in una salvietta,  dicendone i
    nomi: "dry madre", oppure "hongrois", oppure "vin du Rhin".  Prese il
    primo  dei  quattro  bicchieri  di  cristallo  con lo stemma comitale,
    allineati davanti ad ogni commensale, e bevve di gusto, osservando gli
    ospiti con sempre maggior compiacenza.  Natascia,  seduta  di  fronte,
    guardava  Bors come le ragazzine tredicenni guardano il giovanotto al
    quale hanno appena dato il primo bacio e di cui  sono  innamorate.  Di
    tanto in tanto, rivolgeva la stessa occhiata a Pierre, il quale, sotto
    lo  sguardo  di  quella  bizzarra e vivace ragazzina,  aveva voglia di
    ridere senza sapere perch.
    Nikolj era seduto a una  certa  distanza  da  Snja  vicino  a  Julie
    Karagina,   e   le  parlava  di  tanto  in  tanto  con  quello  stesso
    involontario sorriso.  Snja si sforzava  di  parere  serena,  ma  era
    evidente che la gelosia la tormentava: ora impallidiva,  ora si faceva
    tutta rossa e cercava con tutte le sue forze di  afferrare  le  parole
    che  si scambiavano Nikolj e Julie.  La governante girava preoccupata
    lo sguardo di qua e di l,  come se  si  preparasse  a  lottare  se  a
    qualcuno  fosse venuto in mente di dire qualcosa contro i bambini.  Il
    precettore tedesco si sforzava di  tenere  a  memoria  il  nome  delle
    vivande,  dei  "desserts"  e  dei vini per poterli descrivere con ogni
    particolare in una lettera ai suoi familiari in Germania,  e se l'ebbe
    molto a male per il fatto che il maggiordomo, con la bottiglia avvolta
    nel tovagliuolo,  lo avesse trascurato.  Aggrott il viso, ma cerc di
    far vedere che non desiderava affatto bere di quel vino;  tuttavia  si
    sent  offeso  perch  nessuno riusciva a capire che quel vino gli era
    necessario non per saziare  la  sete,  non  per  avidit,  ma  per  la
    curiosit di conoscerlo.


    CAPITOLO 16.

    Dalla  parte  degli  uomini  la  conversazione  si  faceva  sempre pi
    animata.   Il  colonnello  assicurava  che   il   manifesto   con   la
    dichiarazione  di  guerra era gi apparso a Pietroburgo e che ne aveva
    visto una copia portata proprio quel giorno al generale in capo.
    - Ma perch ci vogliono trascinare a  una  guerra  con  Buonaparte?  -
    chiese  Scinscin.    -  "Il a dj rabattu le caquet  l'Autriche.  Je
    crains que cette fois ce  ne  soit  notre  tour"  [98.  Ha  gi  fatto
    abbassare  la  cresta all'Austria e non vorrei che ora fosse il nostro
    turno...].
    Il colonnello era un  tedesco  grande  e  grosso,  alto  e  sanguigno,
    evidentemente  buon patriota e buon soldato.  Le parole di Scinscin lo
    offesero.
    - Egregio signore,   -  disse con uno  spiccato  accento  tedesco    -
    l'imperatore  sa  benissimo  queste  cose.  Nel manifesto ha detto che
    proprio per questo non  pu  stare  a  guardare  con  indifferenza  il
    pericolo  che  minaccia  la Russia,  la sicurezza dell'impero,  la sua
    dignit e  la  santit  delle  alleanze    -    (e  accentu  in  modo
    particolare, chiss perch, la parola alleanze).
    E  con  la  sua  particolare  infallibile  memoria,  ripet  le parole
    introduttive del manifesto,  quindi riprese:    -    Il  desiderio  di
    stabilire  la  pace in Europa su solide basi,  che costituisce l'unica
    meta e aspirazione  del  governo,  lo  hanno  indotto  ora  a  mandare
    all'estero   una  parte  dell'esercito  e  a  fare  nuovi  sforzi  per
    raggiungere questo intento. Ecco perch, egregio signore,  facciamo la
    guerra  -  concluse in tono edificante,  vuotando un bicchiere di vino
    e cercando con lo sguardo l'approvazione del conte.
    - Conoscete voi il proverbio: Erema, Erema,  se te ne restassi a casa
    a badare ai tuoi fusi?   -  chiese Scinscin,  aggrottando la fronte e
    sorridendo.   -  E' un proverbio che ci si adatta a meraviglia.  Anche
    Suvorov  (99)  stato completamente battuto,  e dove sono ora da noi i
    Suvorov?  Ditemelo...   -  prosegu in francese,  dopo aver parlato un
    po' in questa lingua e un po' in russo.
    - Noi ci dobbiamo battere sino all'ultima goccia di sangue  -  rispose
    il colonnello, picchiando con il pugno sul tavolo  -  ed essere pronti
    a morire per il nostro imperatore! Allora tutto andr bene. E dobbiamo
    ragionare  il  meno  po-o-ssibile    -    (strascicava  in  modo tutto
    particolare la parola possibile);  -  s,  il meno po-o-ssibile!   -
    concluse,  rivolgendosi  di  nuovo  al  conte.    -   Cos la pensiamo
    noialtri, vecchi ussari. E voi giovanotto, voi giovane ussaro, come la
    pensate?  -  prosegu, rivolto a Nikolj,  il quale,  sentendo parlare
    di guerra, trascurava la sua interlocutrice e con gli occhi spalancati
    e le orecchie tese ascoltava il colonnello.
    -  Perfettamente  d'accordo  con  voi!   -  rispose con foga,  facendo
    girare il piatto e spostando i bicchieri con gesti decisi e  disperati
    come  se  in  quel preciso momento corresse un grave pericolo.   -  Mi
    sono convinto che i Russi debbano vincere o morire!  -  aggiunse,  pur
    sentendo, come lo sentivano gli altri, di essersi dimostrato, dopo ci
    che era stato detto,  troppo entusiasta, dato il momento, e persino un
    po' inopportuno.
    - "C'est bien beau ce que vous venez de dire!" [100.  E'  molto  bello
    ci  che  avete detto]  -  esclam con un sospiro Julie che gli sedeva
    accanto.
    Snja,  tutta tremante,  arross sino alle orecchie,  al collo e  alle
    spalle mentre Nikolj parlava.  Pierre prestava attenzione alle parole
    del colonnello e faceva con il capo cenni di approvazione.
    - Benissimo!  -  esclam.
    - E' un vero ussaro questo  giovanotto!    -    grid  il  colonnello,
    picchiando di nuovo con il pugno sul tavolo.
    - Perch tanto rumore?   -  rison a un tratto la voce grave di Mrija
    Dmtrevna.  -  Perch di quei colpi sul tavolo?  -  chiese rivolta al
    colonnello.  -  E contro chi ti scaldi tanto? Credi forse di avere gi
    i Francesi davanti a te?
    - Dico la verit!  -  rispose l'ussaro, sorridendo.
    - Sempre per la guerra!  -  grid il conte,  attraverso la tavola.   -
    Mio figlio sta per partire, Mrija Dmtrevna, sta per partire!
    -  Io  ho  quattro  figli  sotto le armi e non mi intenerisco affatto.
    Tutto dipende dalla volont di Dio: puoi morire sdraiato accanto  alla
    stufa,  e Dio ti pu salvare nel pi furioso combattimento  -  rispose
    all'altro capo del tavolo la voce profonda di Mrija Dmtrevna.
    - E' proprio cos!
    E le conversazioni si concentrarono di nuovo ai due lati  del  tavolo:
    da una parte ripresero a discorrere le signore, dall'altra gli uomini.
    - E allora...  non domanderai...  non domanderai niente?   -  chiese a
    Natascia il fratellino minore.
    - S, domander!  -  rispose la fanciulla.
    Il viso le si infiamm improvvisamente  esprimendo  una  decisa  lieta
    risolutezza.  Si  alz,  fece con gli occhi un cenno a Pierre,  che le
    sedeva di fronte, perch l'ascoltasse e si rivolse alla madre:
    - Mamma!   -  si ud da  tutti  i  punti  della  tavola  la  sua  voce
    infantile.
    - Che c'?  -  chiese la contessa spaventata ma, comprendendo dal viso
    della figliuola che si trattava di una monelleria,  fece con la mano e
    con la testa un gesto minaccioso.
    La conversazione s'interruppe.
    - Mamma, che dolce ci sar?  -  rison,  anche pi forte e pi decisa,
    la vocetta di Natascia.
    La  contessa  voleva  aggrottare  le  sopracciglia,  ma non ci riusc.
    Mrija Dmtrevna minacci la bimba con il dito:
    - Ah, cosacca!  -  disse in tono severo.
    - Mamma, ci sar il dolce?   -  gridava Natascia arditamente e in tono
    allegro  e capriccioso,  sicura in anticipo che la sua audacia avrebbe
    trovato indulgenza.
    Snja e il grasso Ptja trattenevano a stento le risa.
    - Ecco,  l'ho chiesto...   -  sussurr  Natascia  al  fratellino  e  a
    Pierre, guardandolo di nuovo.
    -  Ci  sar  il  gelato...  ma  per  te...  niente!    -  disse Mrija
    Dmtrevna.
    Natascia si rese conto che non doveva avere alcun timore al riguardo e
    perci non si turb affatto alle parole di Mrija Dmtrevna.
    - Che gelato, Mrija Dmtrevna?  Che gelato?  Il gelato alla panna non
    mi piace!
    - Un gelato di carota!
    - No... Che gelato? Ditemelo, Mrija Dmtrevna, voglio saperlo!
    Mrija   Dmtrevna  e  la  contessa  ridevano,   imitate  da  tutti  i
    commensali. E ridevano non gi per la risposta di Mrija Dmtrevna, ma
    per l'audacia non comune e la  furberia  di  quella  bimba  che  osava
    comportarsi a quel modo di fronte a Mrija Dmtrevna.
    Natascia  si  calm soltanto allorch le fu detto che ci sarebbe stato
    il gelato all'ananasso. Prima del gelato fu servito lo "champagne"; la
    musica riprese a sonare,  il conte baci la  contessa  e  gli  ospiti,
    alzatisi  in piedi,  fecero gli auguri alla festeggiata,  e toccarono,
    attraverso il tavolo,  il loro bicchiere con quello del conte e quelli
    dei  bimbi.  I  domestici si agitarono nuovamente,  si riud il rumore
    delle sedie smosse e,  nello stesso ordine di prima,  ma pi rossi  in
    viso,  gli ospiti ritornarono parte in salotto, parte nello studio del
    conte.


    CAPITOLO 17.

    Si preparavano intanto i tavoli da gioco  e  si  stavano  organizzando
    partite di boston.  Gli ospiti del conte avevano preso posto,  parte
    nel salotto dei divani e parte nella biblioteca.
    Il conte,  con le carte aperte a  ventaglio,  resisteva  a  fatica  al
    desiderio del sonnellino pomeridiano al quale era avvezzo, e sorrideva
    a tutti.  I giovani,  chiamati dalla contessa, si riunivano attorno al
    clavicembalo e all'arpa. Julie per prima, a richiesta generale, esegu
    un brano  per  arpa  con  variazioni  e  poi,  insieme  con  le  altre
    signorine,  preg Natascia e Nikolj, il cui talento musicale era noto
    a tutti,  di cantare qualcosa.  Natascia,  alla quale ci si  rivolgeva
    come a una persona grande,  era evidentemente molto fiera ma,  nello
    stesso tempo, presa dalla timidezza.
    - Che cosa canteremo?  -  chiese a Nikolj.
    - "La fonte" (101)  -  rispose il giovane.
    - Bene, allora cominciamo; Bors, venite qui!   -  disse Natascia.   -
    Dov' Snja?
    Si guard attorno e, non vedendo la sua amica, corse a cercarla.
    And  nella  camera della fanciulla,  ma non la trov;  si rec allora
    nella camera dei bambini, ma Snja non era neppure l.  Natascia pens
    allora  che  l'amica  fosse  nel  corridoio,  seduta sulla cassapanca.
    Quella cassapanca era il posto in cui la giovane generazione femminile
    di casa Rostv andava a sfogare la propria tristezza.  Infatti  Snja,
    senza  preoccuparsi  di  sgualcire  il  suo leggero abitino rosa,  era
    distesa bocconi sulla cassapanca sopra il sudicio materassino a  righe
    della  governante  e,  con  il  viso  nascosto  tra  le  piccole mani,
    singhiozzava facendo sussultare le gracili spalle  nude.  Il  viso  di
    Natascia,  illuminato  dalla  gioia  di  quella giornata di festa,  si
    trasform di colpo: i suoi occhi si spalancarono e rimasero  immobili,
    un   fremito  le  percorse  il  viso,   gli  angoli  delle  labbra  si
    abbassarono.
    - Snja, che hai? Che hai? Uh! Uh!
    E Natascia,  spalancando la sua larga bocca  e  apparendo  decisamente
    brutta,  si mise a piangere come una bambina,  senza nessun motivo, ma
    solo perch Snja piangeva.  Snja volle alzare il capo e  rispondere,
    ma  non ci riusc e si copr ancora di pi il viso.  Natascia,  sempre
    piangendo, si mise a sedere sul materassino e abbracci l'amica. Fatto
    appello a  tutte  le  sue  forze,  Snja  si  sollev  e  cominci  ad
    asciugarsi le lacrime e a parlare:
    -  Niklenka  partir tra una settimana...   arrivato l'ordine...  Me
    l'ha detto egli stesso...  per io non piangerei...   -  (e  mostr  a
    Natascia  un  foglietto  che  teneva in mano e sul quale erano scritti
    versi di Nikolj)  -  io non piangerei, ma tu non puoi...  nessuno pu
    capire quanto sia grande il cuore di Nikolj...
    E  riprese  a  singhiozzare  perch  il  cuore  di  Nikolj  era tanto
    grande...
    - Tu sei felice, ma io non ti invidio...  ti voglio bene e voglio bene
    anche a Bors  -  disse, riprendendosi;  -  egli  caro, e per voi non
    esistono  ostacoli.  Nikolj    mio  cugino...  bisognerebbe  che  il
    Metropolita...  ma anche cos  impossibile.  E poi  la  mamma...    -
    (Snja  considerava  la contessa sua madre e la chiamava mamma)  -  la
    mamma dir che comprometto la carriera di Nikolj,  che non ho  cuore,
    che  sono un'ingrata,  e io...  te lo giuro,  amo tanto la mamma e amo
    tanto tutti voi... Soltanto Vera...  ma perch?  Che cosa le ho fatto?
    Sono  tanto  grata  a  voi  tutti,  che  sarei  felice di sacrificarvi
    qualsiasi cosa, ma non ho nulla...
    Snja non poteva pi parlare;  nascose di nuovo il viso tra le mani  e
    lo  affond  nel materassino.  Natascia cerc di tranquillizzarla,  ma
    dall'espressione del suo viso era evidente che essa comprendeva quanto
    fosse grande il dolore della cugina.
    - Snja!  -  disse a un tratto,  come se indovinasse la vera causa del
    dolore di lei.  -  Dimmi, Vera ti ha detto qualcosa dopo pranzo? S?
    - S,  Nikolj ha scritto proprio lui questi versi, e io li ho copiati
    insieme con altri; essa li ha trovati sul mio tavolo,  ha detto che li
    far  vedere  alla mamma e ha aggiunto che io sono un'ingrata,  che la
    mamma non permetter mai a Nikolj di  sposarmi  e  che  egli  sposer
    Julie. Vedi come sta con lei tutto il giorno? Natascia... perch?
    E  riprese  a  piangere  pi  amaramente di prima.  Natascia l'aiut a
    sollevarsi,  l'abbracci  e,  sorridendo  tra  le  lacrime,  cerc  di
    calmarla.
    - Snja,  non crederle,  cara,  non crederle! Ti ricordi come parlammo
    tutti e tre,  noi due e Niklenka nel salotto dei divani?  Ti  ricordi
    quella sera dopo cena?  Decidemmo tutto ci che sar... Io non ricordo
    pi, ma tu certo non hai dimenticato: tutto era bello e possibile.  Lo
    sai,  vero,  che  il  fratello  di  Scinscin ha sposato una sua cugina
    germana?  E noi siamo cugini solo  in  secondo  grado...  Anche  Bors
    assicura che la cosa  possibilissima.  Sai,  gli ho raccontato tutto.
    E' tanto intelligente, tanto buono....  -  prosegu Natascia.   -  Non
    piangere pi, Snja, mia cara, anima mia... Non piangere pi, Snja...
    -  e la baci ridendo.   -  Vera  cattiva...  Dio la protegga!  Tutto
    andr bene,  vedrai che non dir niente alla mamma...  Nikolj  stesso
    parler e non pensa affatto a Julie.
    E  baci  Snja  sui  capelli.  Snja si alz e sembr una gattina che
    riprendesse vita: gli occhi le brillavano e pareva pronta  ad  agitare
    la  coda,  a  saltare  sulle morbide zampette e a riprendere a giocare
    allegramente con il gomitolo.
    - Tu credi davvero?  Giura!   -  esclam,  rassettandosi la veste e  i
    capelli.
    -  Davvero,  te lo giuro!   -  rispose Natascia,  lisciando la treccia
    dell'amica, dalla quale sfuggivano ciocche di capelli.
    - Su, andiamo a cantare "La fonte".
    - Andiamo!
    - Se tu sapessi che tipo buffo  quel grande e grosso  Pierre  che  mi
    sedeva di fronte a tavola!  -  disse a un tratto Natascia, fermandosi.
    -  Mi diverto un mondo, oggi!
    E si mise a correre lungo il corridoio.
    Snja si scosse la polvere di dosso e, dopo aver nascosto in seno, tra
    le  ossa  sporgenti  dello  sterno,  il  foglietto dei versi,  a passo
    leggero e con il viso  animato  e  allegro  segu  Natascia  lungo  il
    corridoio  sino al salotto dei divani.  A richiesta degli invitati,  i
    giovani cantarono il quartetto "La fonte",  che piacque molto a tutti;
    poi Nikolj si produsse in una canzone imparata di recente (102):

    "Nella dolce notte
    Illuminata dalla luna,
    E' bello sapere
    Che c' qualcuno al mondo
    Che pensa a te!

    Intanto lei con la bella mano
    Che accarezza le corde dell'arpa,
    Con la sua appassionata armonia,
    Canta per te e ti chiama!

    Ancora un giorno, ancora due,
    E poi sar il paradiso!
    Ma ahim! il tuo amico
    Non sopravvivr..."

    Egli  aveva  appena  pronunziato le ultime parole che gi nella sala i
    giovani si preparavano a ballare,  mentre i musicanti accordavano  gli
    strumenti.

    Pierre era seduto nel salotto, dove Scinscin aveva intavolato con lui,
    appena  giunto  dall'estero,  una noiosa conversazione politica,  alla
    quale presero parte anche altri invitati.  Allorch la musica  attacc
    le prime note, Natascia entr in salotto e, avvicinatasi a Pierre, gli
    disse, arrossendo e ridendo:
    - La mamma mi ha ordinato di invitarvi a ballare.
    -  Temo  di  non  cavarmela  molto  bene,  ma  se volete essere la mia
    maestra...
    E, abbassando la grossa mano, la porse all'esile ragazzina.
    Mentre si formavano le coppie e i musicanti si preparavano  a  sonare,
    Pierre si sedette accanto alla sua piccola dama.  Natascia era felice:
    ballava con un grande e, per di pi, giunto da poco dall'estero. Tutti
    la guardavano mentre discorreva con lui come una persona adulta. Aveva
    in mano un ventaglio che una signorina le aveva affidato e, assunto un
    atteggiamento molto  mondano  (Dio  sa  dove  l'aveva  imparato!),  lo
    agitava e sorrideva, discorrendo con il suo cavaliere.
    - Guarda guarda!  -  esclam la vecchia contessa attraversando la sala
    e indicando Natascia, la quale si fece tutta rossa e si mise a ridere.
    - Ebbene,  mamma,  che avete? Che cos' che vi diverte tanto? E perch
    tanto stupore?

    A met della  terza  scozzese,  si  ud  un  rumore  di  sedie  smosse
    provenire  dal salotto dove giocavano il conte,  Mrija Dmtrevna e la
    maggior parte degli ospiti pi ragguardevoli e pi anziani,  i  quali,
    stiracchiandosi dopo essere stati a lungo seduti e mettendosi in tasca
    i  portafogli  e le borsette,  si dirigevano verso la sala.  Precedeva
    Mrija Dmtrevna con il conte,  entrambi con un  espressione  lieta  e
    sorridente. Il conte, con gravit scherzosa, come in una pantomima, le
    aveva offerto il braccio. Eresse il busto e il viso gli si illumin di
    un particolare sorriso giovanilmente malizioso;  e non appena l'ultima
    figura della scozzese ebbe termine, egli applaud i musicanti e grid,
    rivolgendosi al primo violino:
    - Semen! Conosci il "Danilo Cooper"?
    Era la danza che piaceva di pi al conte,  il quale  la  ballava  come
    quando era giovane (consisteva in una "figura" dell'"inglese").
    -  Guardate  pap!    -  grid Natascia,  in modo che tutti in sala la
    udirono,   dimenticando  completamente  che  ballava  con  un  grande,
    chinando la testolina ricciuta e prorompendo in una risata sonora.
    In  realt,  tutti  coloro che erano in sala guardavano con un gioioso
    sorriso l'allegro vecchio che avanzava accanto alla sua imponente dama
    Mrija Dmtrevna,  di statura assai superiore alla  sua,  stendeva  le
    braccia  in circolo,  seguendo con un leggero movimento il ritmo della
    musica,  moveva le spalle,  batteva i colpi con  i  piedi  e,  con  un
    sorriso  che  pareva  allargarsi  sempre  di  pi  sul suo viso tondo,
    preparava gli spettatori a ci che stava per seguire.  Non  appena  si
    udirono le note allegre e trascinanti del "Danilo Cooper", cos simili
    a quelle del gaio "trepk" (103),  le porte della sala si gremirono da
    una  parte  e  dall'altra  di  domestici  e  di  cameriere,  dal  viso
    sorridente, che venivano a vedere il padrone che si divertiva.
    - Il nostro padre!  Che aquila!  -  esclamava a voce alta la cameriera
    pi anziana, affacciata a una delle porte.
    Il conte ballava bene e lo sapeva, ma la sua ballerina non era abile e
    non tentava di fare altrettanto.  Il suo enorme corpo era  rigidamente
    eretto,  e  le  lunghe braccia penzolavano inerti (aveva affidato alla
    contessa la sua borsetta);  pareva che danzasse soltanto il  suo  viso
    severo,  ma bello. Ci che esprimeva tutta la pingue figura del conte,
    lo esprimeva il viso sempre pi  sorridente  di  Mrija  Dmtrevna  e,
    soprattutto,  il  naso  dalle  narici  mobilissime.  Ma  se  il conte,
    eccitandosi sempre pi,  affascinava gli spettatori con  gli  inattesi
    volteggi e i leggeri saltelli degli agili piedi, Mrija Dmtrevna, con
    ogni  minimo  movimento  delle  spalle o dei piedi che pestavano nelle
    giravolte,  produceva uguale effetto,  giacch  tutti  l'apprezzavano,
    tenendo  conto  della  pesantezza  del  suo corpo e della sua consueta
    severit.  La danza andava via via animandosi.  Le coppie  "vis--vis"
    non  potevano attirare su di s l'attenzione neppure per un minuto,  e
    non tentavano di farlo,  giacch l'attenzione generale era concentrata
    sul conte e su Mrija Dmtrevna.  Natascia tirava per le maniche o per
    la gonna ora questa ora quella delle persone presenti (le quali  anche
    con  quel  silenzioso  richiamo  non  distoglievano  gli occhi dai due
    ballerini) e insisteva perch ammirassero suo padre.  Il conte,  negli
    intervalli  della  danza,  riprendeva  fiato,  si agitava e gridava ai
    musicanti di accelerare i tempi.  E  sempre,  sempre  pi  in  fretta,
    volteggiava con rapidit crescente, ora sui tacchi ora sulla punta dei
    piedi,  attorno a Mrija Dmtrevna;  infine,  accompagnando la dama al
    suo posto,  esegu l'ultimo passo  della  danza,  alz  l'agile  gamba
    all'indietro, reclin la testa sudata e, sorridendo, fece un bel gesto
    con la destra,  tra uno scroscio di applausi e di risate, specialmente
    da  parte  di  Natascia.  I  due  ballerini  si  fermarono  ansimanti,
    asciugandosi il viso con i loro fazzoletti di batista.
    -  Ecco  come  si  ballava ai nostri tempi,  "ma chre"!   -  disse il
    conte.
    - Eh s, il "Danilo Cooper"...   -  rispose Mrija Dmtrevna,  traendo
    un lungo sospiro e tirandosi su le maniche.


    CAPITOLO 18.

    Mentre nella sala dei Rostv si danzava la sesta "inglese" al suono di
    una  orchestra  che stonava per la stanchezza e mentre i domestici e i
    cuochi, anch'essi sfiniti, preparavano la cena,  il conte Bezuchov era
    stato  colpito da un sesto attacco.  I dottori dichiararono che non vi
    era pi alcuna speranza di guarigione;  il malato si era confessato  e
    aveva   ricevuto   i   Sacramenti;   si  facevano  i  preparativi  per
    somministrargli  l'Estrema  Unzione,   e  nella  casa   regnavano   la
    confusione e l'agitazione dell'attesa,  proprie di simili momenti. Nel
    cortile,  tra gli equipaggi che si succedevano  in  continuazione,  si
    nascondevano  gi  gli  addetti  alle  pompe  funebri,  nella speranza
    dell'ordinazione per un sontuoso funerale.
    Il generale governatore di Mosca,  che aveva mandato continuamente  il
    suo aiutante di campo a informarsi sulle condizioni del conte,  quella
    sera era venuto di persona a salutare il conte  Bezuchov,  il  celebre
    dignitario dei tempi di Caterina.
    La sfarzosa sala di ricevimento era piena di gente.  Tutti si alzarono
    rispettosamente in piedi allorch l'illustre visitatore,  dopo essersi
    trattenuto  per  una  mezz'ora  a tu per tu con il malato,  usc dalla
    camera dell'infermo,  rispondendo appena agli inchini  e  cercando  di
    passare  il  pi in fretta possibile davanti ai medici,  ai preti,  ai
    parenti che tenevano gli  sguardi  puntati  su  di  lui.  Il  principe
    Vassilij,  pallido  e smagrito in quegli ultimi giorni,  accompagn il
    governatore,  mentre a bassa voce  gli  ripeteva  parecchie  volte  la
    stessa cosa.
    Dopo  aver  accompagnato  l'illustre visitatore,  il principe Vassilij
    and a sedersi in disparte,  nel salotto,  e con le gambe accavallate,
    un  gomito puntato sul ginocchio e una mano sul viso,  rimase cos per
    alcuni minuti;  poi si  alz  e  a  passo  rapido  percorse  il  lungo
    corridoio,  guardandosi  attorno  con  aria  spaventata,  e  raggiunse
    l'altra  parte  della  casa,  dove  si  trovava  l'appartamento  della
    principessa primogenita.
    Coloro che erano rimasti nel salotto, debolmente illuminato, parlavano
    a  voce  bassa  tra di loro e di tanto in tanto tacevano guardando con
    occhi ansiosi e interrogativi la porta che conduceva nella camera  del
    moribondo e che strideva leggermente ogni qualvolta qualcuno entrava o
    usciva.
    -  Il  limite  della  vita  umana,    -  diceva un vecchio prete a una
    signora seduta di fronte a lui e  che  lo  ascoltava  con  espressione
    ingenua    -    il limite della vita umana  fissato e non  possibile
    superarlo.
    - Non sar troppo tardi per l'Estrema Unzione?   -  chiese la  signora
    al sacerdote, come se non avesse in proposito alcuna opinione.
    -  L'Estrema  Unzione   un gran sacramento,  signora!   -  rispose il
    vecchietto, accarezzandosi con la mano la testa calva, attraversata da
    alcune ciocche di lisci capelli grigiastri.
    - Chi  quello?  E' proprio il generale  governatore?    -    chiedeva
    qualcuno all'altra estremit della stanza.  -  Che aspetto giovanile!
    - E ha settant'anni!  Dicono che il conte non riconosca pi nessuno...
    Quando gli daranno l'Estrema Unzione?
    - Conosco un tale al quale l'hanno impartita ben sette volte!
    La seconda delle principessine usc dalla camera dell'ammalato con gli
    occhi pieni di lacrime,  e si  mise  accanto  al  dottor  Lorrain  che
    sedeva,  in grazioso atteggiamento, sotto il ritratto dell'imperatrice
    Caterina, con un gomito appoggiato a un tavolo.
    - "Trs beau"  -  rispose il medico a una domanda relativa  al  tempo;
    -    "trs  beau,  princesse,  et  puis,    Moscou,  on se croit  la
    campagne" [104. Molto bello, molto bello, principessa e poi,  a Mosca,
    sembra di essere campagna].
    - Nevvero?   -  disse con un sospiro la principessina.  -  Si pu dare
    un po' da bere al malato?
    Lorrain riflett un momento.
    - Bene, prendete un bicchiere di acqua bollita e mettetevi "une pince
    de cremortartare"...   -  (e indic con le sue dita sottili quello che
    intendeva per "pince").
    -  Non  accade mai  -  diceva un medico tedesco a un aiutante di campo
    -  che dopo il terzo accesso il malato non muoia.
    - E che bell'uomo era!   -  esclam l'aiutante.   -  E  adesso  a  chi
    andranno tutte le sue ricchezze?  -  aggiunse sottovoce.
    - Non dubitate,  pretendenti se ne troveranno!   -  rispose il tedesco
    sorridendo.
    Tutti volsero lo sguardo alla porta che strideva: era la seconda delle
    principessine che  portava  all'ammalato  la  bevanda  prescritta  dal
    dottor Lorrain. Il medico tedesco si avvicin a Lorrain.
    -  Credete che arriver a domattina?   -  gli chiese,  con una pessima
    pronunzia francese.
    Lorrain,  serrando  le  labbra,  fece  un  cenno  negativo,   agitando
    nervosamente l'indice davanti al proprio naso.
    -  Spirer  questa  notte,  non  oltre   -  disse piano con un sorriso
    discreto, soddisfatto di s,  che lasciava chiaramente intendere quale
    fosse la condizione del malato, e si allontan.
    Frattanto  il principe Vassilij apriva l'uscio dell'appartamento delle
    principessine.  La camera nella quale entr era semibuia: soltanto due
    piccole lampade erano accese davanti alle immagini sacre, e l'aria era
    impregnata  di  un  buon profumo di essenze e di fiori.  La stanza era
    tutta arredata  con  mobili  minuti:  stipetti  armadietti,  tavolini.
    Dietro  ad  un paravento si intravedeva la coperta candida di un letto
    molto alto. Un cagnolino abbai.
    - Ah, siete voi, "mon cousin"!
    La principessina si alz,  si  accomod  i  capelli  che  erano,  come
    sempre,  straordinariamente lisci,  tanto da parere una cosa unica con
    la testa ed essere spalmati di vernice.
    - Che c'?  E forse accaduto qualcosa?   -  chiese.   -  Sono gi cos
    spaventata!
    -  Nulla,  le condizioni permangono stazionarie.  Sono venuto soltanto
    per parlare con te di un affare,  Katiscia  -   rispose  il  principe,
    abbandonandosi  con  aria  stanca  sulla  poltrona  dalla quale si era
    alzata la principessina.   -  Che caldo fa qui dentro!- aggiunse.    -
    Su, siediti e discorriamo.
    -  Ho  pensato che fosse accaduto qualcosa  -  ripet la principessina
    e,  con il viso  atteggiato  alla  sua  immutabile,  fredda  e  severa
    espressione,  si sedette di fronte al principe,  pronta ad ascoltarlo.
    -  Ho cercato di  dormire  un  po',  "mon  cousin",  ma  non  ci  sono
    riuscita...
    - E' cos,  mia cara  -  disse il principe Vassilij, prendendo la mano
    della principessina e piegandola,  secondo la sua abitudine,  verso il
    basso.
    Era  evidente  che quel  cos si riferiva a molte cose che entrambi
    comprendevano, senza parlare.
    La principessina, magrissima e con quel busto straordinariamente lungo
    in proporzione alle gambe,  guardava  con  indifferenza  il  principe,
    tenendo  fissi su di lui gli occhi grigi sporgenti.  Scosso il capo e,
    sospirando,  volse lo sguardo  alle  immagini  sacre.  Questo  sguardo
    poteva  essere  interpretato come un segno di tristezza e di devozione
    oppure come un'espressione di stanchezza e di speranza in una prossima
    quiete. Il principe Vassilij lo interpret come indice di stanchezza.
    - E credi che per me sia pi facile?  "Je suis reint comme un cheval
    de  poste..."  [105.  Mi  sento  spossato  come un cavallo da posta!],
    eppure devo parlarti, Katiscia, e molto seriamente.
    Il principe Vassilij tacque. Le sue guance tremarono nervosamente, ora
    da un lato ora  dall'altro,  conferendo  al  suo  viso  un'espressione
    sgradevole, un'espressione che egli non aveva mai quando si trovava in
    un salotto. Anche i suoi occhi apparivano diversi da quelli di sempre:
    il loro sguardo era ora sfacciatamente scherzoso ora quasi spaventato.
    La principessina,  trattenendo con le mani secche e magre il cagnolino
    sulle  ginocchia,   fissava  attentamente  negli  occhi  il   principe
    Vassilij;  ma  era  chiaro  che non avrebbe interrotto il silenzio con
    alcuna domanda, anche a costo di tacere sino al mattino successivo.
    - Vedete,  mia cara principessina e  cugina  Katerina  Semnovna,    -
    prosegu  il  principe  Vassilij  accingendosi,  non  senza  una lotta
    interiore,  a proseguire il suo discorso  -  in  momenti  come  questi
    bisogna riflettere bene su tutto,  bisogna pensare al futuro, a voi...
    Io vi amo come figlie, tu lo sai...
    La principessina continuava a guardarlo, immobile e indifferente.
    - Ma io devo anche pensare alla mia famiglia  -  prosegu il  principe
    Vassilij  senza guardare la cugina e respingendo con gesto irritato il
    tavolino sul quale si era appoggiato.   -  Tu sai,  Katiscia,  che voi
    tre  sorelle  Mamontov  e mia moglie siete le uniche eredi dirette del
    conte.  Capisco,  capisco quanto ti debba  essere  penoso  parlare  di
    queste  cose.  Non  facile neppure per me,  ma,  amica mia,  ho quasi
    sessant'anni e devo essere pronto a tutto.  Tu sai che  ho  mandato  a
    chiamare  Pierre?  Sai  che  il conte,  indicando il suo ritratto,  ha
    chiesto di vederlo?
    Il principe guard interrogativamente la principessina,  ma  non  pot
    capire  se  essa  sapesse  gi  ci  che egli le avrebbe detto o se lo
    guardasse semplicemente cos...
    - Di una cosa sola non mi stanco mai di pregare Dio, "mon cousin",   -
    rispose  la  principessina  -  che lo assolva e conceda alla sua anima
    buona di abbandonare tranquillamente questa...
    - S,  appunto,   -  prosegu con  impazienza  il  principe  Vassilij,
    asciugandosi  la calvizie,  eccitandosi e cominciando a parlare pi in
    fretta  -  ma... ma il fatto si  che, lo sai anche tu,  l'anno scorso
    il  conte  ha  fatto  un  testamento  con il quale lascia tutta la sua
    sostanza a Pierre, a danno dei suoi eredi diretti.
    - Ne ha fatti tanti, testamenti!  -  disse con calma la principessina.
    -  Ma Pierre, che  figlio illegittimo, non pu ereditare.
    - "Ma chre",  -  obiett il principe Vassilij,  riavvicinando a s il
    tavolino  -  e se egli avesse scritto all'imperatore,  chiedendogli di
    poter adottare Pierre?  Capirai che,  dati i meriti del conte,  la sua
    richiesta sarebbe certamente accolta...
    La  principessina  sorrise con il sorriso delle persone che pensano di
    sapere una cosa molto meglio di chi ne parla.
    - Ti dir di pi  -  prosegu il principe  Vassilij,  prendendole  una
    mano;  -  la lettera  gi stata scritta e l'imperatore lo sa, sebbene
    essa  non  sia  stata  ancora  spedita.  Si tratta di sapere se questa
    lettera sia stata distrutta o no.  In quest'ultimo  caso,  non  appena
    tutto sar finito...  -  e il principe Vassilij sospir facendo capire
    in  tal  modo  che  cosa  volessero  significare  le  sue parole  -  e
    verranno in luce tutte le  carte  del  conte,  il  testamento  con  la
    lettera  sar consegnato all'imperatore e la richiesta sar certamente
    accolta. Pierre, come figlio legittimo, erediter tutto.
    - E la  nostra  parte?    -    domand  la  principessina,  sorridendo
    ironicamente   come  per  dire  che  qualsiasi  cosa  poteva  accadere
    all'infuori di quella.
    - Ma, mia povera Katiscia,  chiaro come la luce del giorno. Egli solo
    sar allora legittimo erede di tutto, e voi non avrete nulla.  Tu devi
    cercare di sapere,  mia cara, se il testamento e la lettera sono stati
    scritti e se sono stati distrutti  o  no.  E  se,  per  una  qualsiasi
    eventualit,  fossero  stati dimenticati,  tu dovrai cercare di sapere
    dove sono e trovarli, perch...
    - Ci mancava anche questa!   -  lo interruppe la principessina con  un
    sorriso sarcastico e senza mutare l'espressione dello sguardo.   -  Io
    sono una donna e,  secondo voi,  tutte le donne sono  stupide;  ma  so
    perfettamente  che  un  figlio  illegittimo  non  pu ereditare...  Un
    bastardo!  -  aggiunse, credendo di dimostrare al principe, con questa
    parola, la sua ingenuit.
    - Ma com' possibile che tu non capisca, Katiscia?  Tu,  che sei tanto
    intelligente,  come  fai  a  non  capire  che,  se il conte ha scritto
    all'imperatore una lettera con la richiesta di  poter  legittimare  il
    figlio,  Pierre  cesser  di  essere semplicemente Pierre,  ma sar il
    conte Bezuchov? E allora,  grazie al testamento,  erediter tutto.  In
    conclusione, se il testamento e la lettera non sono stati distrutti, a
    te, all'infuori della consolazione di essere stata virtuosa, eccetera,
    eccetera..., non rester nulla... Questo  sicuro.
    - Io so che il testamento  stato scritto,  ma so anche che esso non 
    valido e mi pare proprio che  voi,  "mon  cousin",  mi  riteniate  una
    perfetta cretina!  -  disse la principessina, con il tono che usano le
    donne  quando  credono  di  aver  detto  qualcosa  di  spiritoso  e di
    offensivo.
    -  Mia  cara  principessa  Katerina  Semnovna!    -    prese  a  dire
    spazientito  il  principe  Vassilij.    -   Non sono mica venuto da te
    perch  ci  punzecchiassimo  a  vicenda,  ma  per  parlarti  dei  tuoi
    interessi come a una buona,  vera e cara parente.  Per la decima volta
    ti ripeto che,  se la lettera all'imperatore e il testamento a  favore
    di  Pierre si trovano fra le carte del conte,  tu e le tue sorelle non
    avrete nulla! Se non credi a me, credi almeno a chi si intende di cose
    del genere: ho  parlato  poco  fa  con  Dmitrij  Onufric',  il  nostro
    avvocato  di famiglia,  e mi ha detto precisamente ci che io ho detto
    ora a te.
    Evidentemente  qualcosa   mut   all'improvviso   nelle   idee   della
    principessina:  le  labbra  sottili  impallidirono  (gli occhi,  per,
    rimasero gli stessi) e la voce, mentre parlava, ebbe scatti quali essa
    non si aspettava.
    - Benissimo!   -  esclam.   -  Io non ho  mai  voluto  e  non  voglio
    niente!   -  Butt a terra il cagnolino che le stava sulle ginocchia e
    si accomod le pieghe della veste.   -  Ecco la riconoscenza,  ecco la
    gratitudine  per  chi  gli  ha  sacrificato  tutto!    -    disse.   -
    Benissimo! Molto bene! Io non chiedo nulla, principe!
    - Gi,  ma non si tratta di te sola: hai delle sorelle  -  replic  il
    principe Vassilij.
    Ma la principessina non lo ascoltava gi pi.
    - S lo sapevo da un pezzo, ma avevo dimenticato che all'infuori della
    bassezza,  dell'inganno, dell'invidia, dell'intrigo, all'infuori della
    pi nera ingratitudine, nulla potevo aspettarmi in questa casa...
    - Ma lo sai o non lo sai dove si trova questo testamento?   -   chiese
    il principe Vassilij, con una contrazione dei muscoli delle guance pi
    forte di prima.
    - S,  sono stata una sciocca, ho avuto fede negli uomini, li ho amati
    e mi sono sacrificata per loro.  Ma soltanto i malvagi e i vili  hanno
    fortuna... Io so, so chi ha ordito questo intrigo...
    La principessina fece per alzarsi,  ma il principe la trattenne per un
    braccio.  Ella aveva l'aria di chi,  all'improvviso,  si sente  deluso
    dall'intero genere umano e guardava irritata il suo interlocutore.
    - C' ancora tempo,  amica mia... Ricordati, Katiscia, che tutto ci 
    stato fatto per caso,  in un momento di ira,  durante una malattia,  e
    poi dimenticato.  Noi abbiamo il dovere, mia cara, di rimediare al suo
    errore,  di alleviargli gli ultimi momenti di vita non  permettendogli
    di commettere questa ingiustizia,  non permettendogli di morire con il
    rimorso di aver reso infelici coloro che...
    -  Coloro  che  gli  hanno  sacrificato  tutto    -      concluse   la
    principessina,  cercando  di  nuovo  di  alzarsi,  ma ancora una volta
    trattenuta dal principe;   -  ...coloro che egli  non  ha  mai  saputo
    apprezzare.  No,  "mon  cousin",    -   aggiunse con un sospiro -  non
    dimenticher mai che in questo mondo non ci si  deve  aspettare  alcun
    premio,  che  in  questo  mondo non esistono n onore n giustizia.  A
    questo mondo bisogna essere furbi e cattivi.
    - Suvvia, calmati... Io so che hai buon cuore...
    - No, ho un cuore cattivo!
    - So che hai buon cuore  -  ripet il principe,   -  apprezzo  la  tua
    amicizia  e  vorrei  che  tu  avessi lo stesso sentimento verso di me.
    Calmati e ragioniamo sino a che siamo in  tempo.  Forse  ci  resta  un
    giorno,  forse  un'ora...  Dimmi  tutto  ci che sai del testamento e,
    soprattutto,  dove  si  trova.  Tu  lo  devi  sapere.   Lo  prenderemo
    immediatamente  e  lo  mostreremo  al conte.  Senza dubbio egli non ci
    pensa gi pi e vorr distruggerlo.  Devi  capire  che  il  mio  unico
    desiderio  di compiere la sua volont;  soltanto per questo sono qui,
    soltanto per aiutare lui e voi.
    - Adesso ho capito tutto. So chi  causa di tutto questo; lo so...   -
    disse la principessina.
    - Non si tratta di questo, mia cara.
    - E' stata la vostra protetta, la vostra cara Anna Michjlovna, quella
    donna  che  non  vorrei neppure per cameriera,  quella vile,  orribile
    donna!
    - Non perdiamo pi tempo!
    - Ah, non me ne parlate!  L'inverno scorso si  introdotta qui in casa
    e  ha  raccontato  al  conte  tali  infamie  e tali bassezze sul conto
    nostro,   e  specialmente  contro  Sophie,   che  non  posso   neppure
    ripetere... infamie tali che il conte se ne ammal e per due settimane
    non volle pi vederci.  Fu allora, lo so bene, che egli scrisse quella
    brutta,  maledetta lettera,  ma io pensavo che essa non  avesse  alcun
    valore!
    - Ma perch, perch non me ne hai mai parlato?
    -  E' nel portafoglio a mosaico,  che tiene sempre sotto il guanciale.
    Adesso so!   -  disse la principessina,  senza rispondere alla domanda
    che  le era stata fatta.   -  S,  lo confesso,  se ho un peccato,  un
    grosso peccato sulla coscienza,   l'odio che nutro per quella  strega
    -  esclam,  quasi gridando e divenuta irriconoscibile.   -  E perch,
    perch viene qui in mezzo a noi?  Ma dir  tutto,  tutto...  Verr  il
    momento, oh, se verr!


    CAPITOLO 19.

    Mentre  tali  discorsi si svolgevano nella sala di ricevimento e nelle
    stanze della principessina,  la carrozza che portava Pierre (mandato a
    chiamare)   e   Anna   Michjlovna   (che  aveva  ritenuto  necessario
    accompagnarlo) entrava nel cortile di casa Bezuchov. Allorch le ruote
    risonarono dolcemente sulla  paglia  stesa  sotto  le  finestre,  Anna
    Michjlovna,  la  quale,  dopo  aver rivolto al suo compagno parole di
    conforto, lo aveva persuaso a dormire in un angolo della carrozza,  lo
    svegli.  Quando fu desto,  Pierre,  seguendo Anna Michjlovna,  scese
    dalla carrozza,  e soltanto allora pens al colloquio che lo attendeva
    con  il  padre  moribondo.  Not  che  la  carrozza non si era fermata
    davanti all'ingresso principale,  ma a quello di servizio.  Mentre  si
    accingeva  a  scendere dal predellino,  due uomini in abito dimesso si
    allontanarono frettolosamente dalla scalinata, nascondendosi all'ombra
    del muro.  Fermatosi un momento,  Pierre vide altri  uomini  simili  a
    quelli,  che  si nascondevano ugualmente nell'ombra (106).  Ma n Anna
    Michjlovna, n il cocchiere,  n il domestico,  che pure non potevano
    non  scorgerli,   prestarono  attenzione  alla  loro  presenza.  Cos
    dev'essere, decise Pierre tra s e s, e segu Anna Michjlovna. Ella
    saliva  a  passo  rapido  la  stretta  scala  di   pietra   debolmente
    illuminata,   chiamando   Pierre  che  era  rimasto  indietro  e  che,
    quantunque non capisse perch dovesse andare dal conte,  e ancora meno
    perch dovesse salire dalla scala di servizio, giudicando dalla fretta
    di  Anna  Michjlovna,  ritenne che tutto ci fosse indispensabile.  A
    met scala, per poco non fu urtato da alcuni uomini che, facendo molto
    rumore con le loro grosse scarpe, scendevano in fretta portando alcuni
    secchi.  Costoro si addossarono al muro,  per cedere il passo ad  Anna
    Michjlovna e a Pierre,  e non mostrarono il bench minimo stupore nel
    vederli.
    - E' di qua l'appartamento  delle  principessine?    -    chiese  Anna
    Michjlovna a uno di loro.
    - S,  di qua  -  rispose uno dei servi con voce forte e ardita,  come
    se ormai fosse tutto permesso.  -  La porta a sinistra, signora.
    - Forse il conte non ha chiesto di me  -    disse  Pierre  giunto  sul
    pianerottolo.  -  Andr nella mia camera...
    Anna Michjlovna si ferm per aspettarlo.
    - Ah, "mon ami"  -  esclam e con lo stesso gesto affettuoso che aveva
    avuto al mattino con il figlio,  gli tocc un braccio.  -  "Croyez que
    je souffre autant que vous,  mais soyez homme"  [107.  Ah,  mio  caro.
    Credetemi, io soffro quanto voi. Siate uomo!].
    - Ma ditemi, non  meglio che me ne vada?  -  chiese Pierre, guardando
    affettuosamente Anna Michjlovna attraverso le lenti.
    - "Ah, mon ami, oubliez les torts qu'on a pu avoir envers vous, pensez
    que  c'est  votre  pre...  peut-tre    l'agonie..."  -  E trasse un
    profondo sospiro.   -  "Je vous ai tout de suite aim comme mon  fils.
    Fiez-vous  moi,  Pierre.  Je n'oublierai pas vos intrts" [108.  Ah,
    mio caro, dimenticate i torti che avete subito!  Pensate che si tratta
    di vostro padre... forse in agonia... Io vi ho subito voluto bene come
    a un figlio.  Abbiate fiducia in me, Pierre. Non dimenticher i vostri
    interessi].
    Pierre non capiva nulla,  ma si convinceva sempre di pi che  le  cose
    dovessero essere cos e,  ubbidiente, seguiva Anna Michjlovna che gi
    stava aprendo la porta.
    La porta dava accesso all'anticamera dove, in un angolo,  stava seduto
    il  vecchio  servitore  delle principessine,  intento a fare la calza.
    Pierre non era mai entrato in quella  parte  del  palazzo  e  ignorava
    addirittura  l'esistenza  di quelle stanze.  Anna Michjlovna chiese a
    una cameriera  (chiamandola  colombella),  che  passava  portando  una
    caraffa  sopra un vassoio,  notizie sulla salute delle principessine e
    condusse Pierre pi avanti,  lungo  il  corridoio.  La  cameriera  che
    portava la caraffa,  per la fretta (in casa in quei momenti, si faceva
    tutto  di  fretta)  non  aveva  chiuso  l'uscio,   e  Pierre  e   Anna
    Michjlovna, passandovi davanti, guardarono senza volerlo nella stanza
    in cui stavano discorrendo,  vicini l'una all'altro,  la principessina
    pi anziana e il principe Vassilij.
    Alla vista dei due che passavano, il principe Vassilij ebbe un moto di
    impazienza e si tir indietro; la principessina balz in piedi e,  con
    un gesto irritato, chiuse la porta sbattendola con forza.
    Quel  gesto  era  cos  contrastante  con la calma abituale di lei,  e
    l'espressione di timore comparsa sul viso del principe  Vassilij  cos
    contraria  all'abituale  sua alterigia che Pierre,  fermatosi,  guard
    interrogativamente la sua guida.  Anna Michjlovna non dimostr alcuna
    meraviglia;  si  limit a un sorriso appena accennato e sospir,  come
    per significare che tutto ci che accadeva  non  le  riusciva  affatto
    inaspettato.
    - "Soyez homme, mon ami, c'est moi qui veillerai  vos intrts" [109.
    Siate  uomo,  amico  mio,  sar  io  a tutelare i vostri interessi]  -
    disse in risposta a quello sguardo,  e prosegu pi rapidamente  lungo
    il corridoio.
    Pierre  non  capiva che cosa accadesse e,  meno ancora capiva che cosa
    significassero le parole: veillerai  vos intrts;  ma sentiva  che
    tutto  cos  doveva  essere.  Dal  corridoio  entrarono  in una stanza
    scarsamente illuminata,  attigua alla sala di ricevimento  del  conte.
    Era una delle tante stanze fredde e sontuose che Pierre conosceva,  ma
    accedendovi dall'entrata principale.  Ora in mezzo alla  stanza  stava
    una  tinozza  da  bagno  vuota e un tappeto tutto intriso d'acqua.  Un
    cameriere e un sacrestano, che portava un turibolo,  uscirono in punta
    di piedi,  senza badare ai due nuovi arrivati.  Essi, attraversando il
    giardino d'inverno,  entrarono nella sala da ricevimento,  ben nota  a
    Pierre,  dalle  due  finestre  all'italiana,  nella quale dominava,  a
    grandezza naturale,  un ritratto di Caterina.  Vi  stavano  sedute  le
    solite  persone,   quasi  tutte  nelle  pose  abituali,   e  parlavano
    sottovoce.  Tacquero a un tratto e guardarono  Anna  Michjlovna,  che
    entrava con il viso pallido e dolente,  e Pierre, grande e grosso, che
    a testa bassa la seguiva docilmente.
    Il viso di Anna Michjlovna esprimeva la consapevolezza che era giunto
    il momento decisivo;  con l'aria di  una  signora  indaffarata  entr,
    senza lasciare Pierre,  ancora pi arditamente che al mattino. Sentiva
    che,  accompagnando colui che il moribondo desiderava  vedere,  poteva
    avere la sicurezza di essere ricevuta. Diede un rapido sguardo a tutte
    le persone riunite nella stanza,  e,  scorto tra di esse il confessore
    del conte, senza inchinarsi ma come facendosi a un tratto pi piccola,
    gli si avvicin pian piano, quasi strisciando, e devotamente ricevette
    prima la benedizione di lui, poi quella di un altro sacerdote.
    - Sia lodato Iddio!  Siamo arrivati in tempo  -  disse al  confessore.
    -    Temevamo  tanto,  noi  parenti...  Questo giovanotto  figlio del
    conte...  -  aggiunse a voce pi bassa.  -  Che momenti terribili!
    Dopo aver detto ci si avvicin al dottore.
    - "Cher docteur",   -  gli disse  -  "ce jeune homme est  le  fils  du
    comte...   Il  y  a-t-il  de  l'espoir?  [110.  Caro  dottore,  questo
    giovanotto  il figlio del conte... C' qualche speranza?].
    Il dottore,  senza parlare,  alz rapidamente gli occhi e  le  spalle.
    Anna Michjlovna fece lo stesso gesto con le spalle e con gli occhi e,
    quasi chiudendoli,  sospir;  allontanatasi dal dottore, si avvicin a
    Pierre,  al quale si rivolse con un rispetto  particolare  e  un  tono
    tenero e triste.
    - "Ayez confiance en Sa misricorde!" [111.  Abbiate fiducia nella Sua
    misericordia!]  -  gli disse e,  indicandogli un piccolo divano perch
    si  sedesse e l'aspettasse,  si diresse silenziosamente verso la porta
    alla quale erano rivolti gli sguardi di tutti e, seguta dal suo lieve
    scricchiolio, scomparve al di l di essa.
    Pierre,  deciso a obbedire in tutto alla  sua  guida,  si  diresse  al
    piccolo  divano  che  Anna Michjlovna gli aveva indicato.  Non appena
    essa fu scomparsa, egli not che gli sguardi di tutti coloro che erano
    riuniti in quella  sala  si  puntarono  su  di  lui  con  curiosit  e
    compassione.  Not che tutti,  bisbigliando,  se lo indicavano con gli
    occhi,  con un'espressione di timore e quasi di  timida  premura.  Gli
    dimostravano   un   rispetto   quale   prima  nessuno  mai  gli  aveva
    manifestato: una signora sconosciuta e che  stava  discorrendo  con  i
    preti  si  alz  e  gli  offr il proprio posto;  un aiutante di campo
    raccolse un guanto che Pierre aveva lasciato cadere e glielo porse;  i
    dottori  tacquero  rispettosamente  quando  egli  fu loro davanti e si
    scostarono per  lasciarlo  passare.  Dapprima  Pierre  voleva  sedersi
    altrove  per non scomodare la signora,  raccogliere da s il guanto ed
    evitare che i medici si scostassero, ma ad un tratto sent che sarebbe
    stato scortese da parte sua,  sent  che  quella  notte  egli  era  un
    personaggio  obbligato  a compiere un rito solenne e atteso da tutti e
    che doveva, perci, accettare i servigi che tutti gli rendevano. Prese
    quindi, senza dir nulla, il guanto che l'aiutante gli porgeva, sedette
    al posto che la signora gli offriva e,  con le grosse mani  appoggiate
    simmetricamente sulle ginocchia e una posa ingenua da statua egiziana,
    concluse ancora tra s che le cose dovevano andare precisamente cos e
    che,   quella  sera,  non  doveva  agire  di  propria  iniziativa,  ma
    abbandonarsi completamente alla volont di chi  lo  guidava,  per  non
    correre il rischio di smarrirsi e di commettere qualche sciocchezza.
    Erano appena trascorsi due o tre minuti,  quando entr nella stanza il
    principe Vassilij, con la giacca a tre decorazioni,  con aria maestosa
    e il capo eretto.  Pareva essere diventato pi magro. Allorch, tra le
    persone  riunite  nella  stanza,  scorse  Pierre,  gli  occhi  gli  si
    allargarono. Si avvicin al giovane, gli strinse la mano (cosa che non
    aveva  mai  fatto)  e  gliela  tir con forza verso il basso,  come se
    volesse provarne la resistenza.
    - "Courage, courage, mon ami.  Il a demand  vous voir.  C'est bien!"
    [112.  Coraggio,  coraggio,  amico  mio.  Ha  chiesto  di vedervi.  E'
    giusto].  -  E fece per allontanarsi.
    Ma Pierre ritenne necessario chiedergli:
    - Come sta...?   -  e rimase esitante,  non sapendo se gli  convenisse
    chiamare conte il moribondo. Si vergognava di dire: mio padre.
    - "Il a eu encore un coup,  il y a une demi-heure". Ancora un colpo...
    "Courage, mon ami" [113. Ha avuto un altro attacco, mezz'ora fa (...).
    Coraggio, amico mio!].
    Pierre aveva una tale confusione nella testa che alla  parola  colpo
    pens  trattarsi dell'urto di un corpo qualsiasi.  Guard perplesso il
    principe e,  soltanto dopo un po',  cap che cos veniva chiamata  una
    crisi della malattia.  Il principe Vassilij, passando, sussurr alcune
    parole al dottor Lorrain e usc in punta di piedi.  Non  gli  riusciva
    facile  camminare  cos  e perci procedeva saltellando goffamente con
    tutta la persona.  Lo segu la maggiore  delle  principessine,  poi  i
    sacerdoti, i cantori e la servit varcarono anch'essi la soglia. Al di
    l  della  porta  si  ud un po' di movimento e poco dopo,  pallida ma
    forte nell'adempimento del proprio dovere  comparve  Anna  Michjlovna
    che strinse la mano a Pierre e gli disse:
    -  "La  bont divine est inpuisable.  C'est la crmonie de l'Extrme
    Onction qui va commencer. Venez [114.  La bont divina  inesauribile.
    Sta per cominciare la cerimonia dell'Estrema Unzione. Venite].
    Pierre,  camminando  su un morbido tappeto,  mosse verso quell'uscio e
    not che anche l'aiutante di campo,  la signora sconosciuta  e  alcuni
    domestici  entrarono  dopo  di  lui.  Pareva  che  ormai non fosse pi
    necessario chiedere il permesso per entrare in quella stanza.


    CAPITOLO 20.

    Pierre conosceva bene  quella  vasta  camera  divisa  da  archi  e  da
    colonne,  tutta rivestita di tappeti persiani.  La parte situata al di
    l delle colonne,  dove si vedeva da un lato un alto letto  di  mogano
    avvolto  da  cortine  di  seta  e dall'altro una grande vetrina con le
    immagini  sacre,  era  vivamente  illuminata,   come  di  solito  sono
    illuminate le chiese durante le funzioni della sera.  Sotto la cornice
    luccicante  della  vetrina  era  situata  una  lunga  poltrona  "  la
    Voltaire" e sopra quella poltrona,  dalla spalliera coperta di cuscini
    candidi come neve,  non ancora sgualciti ed evidentemente rinnovati da
    poco,  avvolta  sino  alla cintola in una coperta verde chiaro,  stava
    distesa la maestosa figura,  ben nota a Pierre,  del  conte  Bezuchov,
    dalla  grigia  criniera  leonina,  dall'ampia  fronte  e  dal bel viso
    solenne, di un giallo rossastro, attraversato da caratteristiche rughe
    profonde.  Egli giaceva proprio sotto le immagini sacre;  le larghe  e
    grosse  mani  erano  abbandonate sulla coperta.  Nella destra,  con il
    palmo rivolto in basso, era stato infilato, tra il pollice e l'indice,
    un cero,  sorretto da un vecchio servitore curvo  sopra  la  spalliera
    della poltrona. Attorno stavano i preti nei loro luccicanti e maestosi
    paramenti,  sui quali ricadevano i lunghi capelli;  tenevano in mano i
    ceri accesi e con  solenne  lentezza  celebravano  l'uffizio.  Un  po'
    discosto  da  loro erano ritte le due principessine pi giovani con il
    fazzoletto agli occhi, e davanti alle sorelle stava Katiscia che,  con
    espressione  risoluta e cattiva,  non distoglieva un attimo lo sguardo
    dalle icone, come per far capire a tutti che, se si fosse voltata, non
    avrebbe pi saputo rispondere di se stessa.  Anna Michjlovna,  con la
    sua  aria  di  rassegnata  tristezza  capace di perdonare tutto,  e la
    signora sconosciuta  erano  ritte  accanto  alla  porta.  Il  principe
    Vassilij,  dall'altro lato della porta, non lontano dalla poltrona del
    conte,  dietro una sedia imbottita sul cui schienale,  che egli  aveva
    voltato  verso  di  s,  appoggiava la mano sinistra che sorreggeva il
    cero,  con la destra si faceva segni di croce,  alzando gli  occhi  al
    cielo  ogni  volta  che  portava  le  dita  alla  fronte.  Il suo viso
    esprimeva una  religiosit  calma  e  un'assoluta  sottomissione  alla
    divina  volont.  Se  non capite questi sentimenti,  tanto peggio per
    voi, pareva volesse dire.
    Alle sue spalle,  a una certa distanza,  erano in piedi l'aiutante  di
    campo,  i medici e la servit maschile; come in chiesa, uomini e donne
    formavano gruppi separati.  In mezzo al generale silenzio  si  udivano
    soltanto  la lettura dei salmi,  il canto contenuto,  basso e profondo
    dei sacerdoti e,  nei momenti di pausa,  uno  scalpiccio  di  piedi  e
    qualche   profondo   sospiro.   Anna   Michjlovna,   con   quell'aria
    significativa con cui voleva  dimostrare  di  essere  ben  conscia  di
    quanto faceva, attravers tutta la stanza e raggiunse Pierre, al quale
    porse un cero da tenere in mano. Egli lo accese e, distratto dalle sue
    osservazioni sui presenti,  si fece il segno della croce con la stessa
    mano che reggeva il cero.
    La minore delle principesse,  la rosea e vivace Sophie,  dal neo sopra
    la bocca,  lo guard,  sorrise, nascose il viso nel fazzoletto e ve lo
    tenne  a  lungo;   poi  guard  ancora  Pierre  e  sorrise  di  nuovo.
    Evidentemente  sentiva di non essere capace di guardarlo senza ridere,
    ma non poteva trattenersi dal volgere gli occhi verso di  lui  e,  per
    evitare la tentazione, si ritir pian piano dietro una colonna. A met
    dell'uffizio,  le  voci  salmodianti  tacquero;  i  preti  si misero a
    parlottare tra di loro,  a voce bassissima,  e il vecchio  servo,  che
    sosteneva la mano del conte, si alz e si volse verso le signore. Anna
    Michjlovna avanz e,  chinatasi sull'ammalato, da dietro la spalliera
    della poltrona,  fece un cenno al dottor Lorrain.  Il medico francese,
    che  non  aveva  in  mano  alcun cero,  stava appoggiato a una colonna
    nell'atteggiamento  rispettoso  di  uno  straniero  il  quale   voglia
    dimostrare che,  nonostante la diversit di religione, comprende tutta
    la solenne impostazione della funzione che si sta svolgendo  e,  anzi,
    l'approva. Si avvicin a passo leggero all'ammalato, gli prese la mano
    libera  sollevandola  dalla  coperta  verde  e,  con le dita sottili e
    bianche, gli tast il polso con aria pensierosa.
    Fecero bere qualcosa  all'infermo;  vi  fu  attorno  a  lui  un  certo
    movimento, poi ognuno riprese il proprio posto e la funzione continu.
    Durante   l'interruzione,   Pierre  not  che  il  principe  Vassilij,
    scostatosi dalla spalliera della sedia,  con l'aria di sapere ci  che
    faceva   -  e tanto peggio per gli altri se non lo capivano  -  non si
    avvicin al malato ma, passatogli davanti, raggiunse la maggiore delle
    principessine e con lei si diresse in fondo alla camera,  verso l'alto
    letto dalle cortine di seta.  Di l, passando da una porticina a muro,
    scomparvero  insieme  ma,   prima  che  l'ufficio   fosse   terminato,
    ritornarono ai loro posti.  Pierre non attribu a quel fatto, come del
    resto a nessun altro,  alcuna importanza particolare,  dato  che,  una
    volta per tutte,  si era convinto che ci che avveniva quella sera, in
    quella casa, doveva assolutamente essere cos.
    Le note dei canti  religiosi  cessarono,  e  si  ud  la  voce  di  un
    sacerdote  che  si  compiaceva con l'ammalato perch aveva ricevuto il
    Sacramento.  L'infermo giaceva sempre immobile,  come privo  di  vita.
    Attorno a lui tutti si agitarono,  si udirono passi concitati e parole
    appena sussurrate, tra le quali dominavano quelle di Anna Michjlovna.
    Pierre sent che essa diceva:
    - Bisognerebbe assolutamente trasportarlo sul letto... qui non pu pi
    stare...
    I medici, le principessine e la servit attorniarono il malato in modo
    tale che Pierre non ne vedeva gi pi la testa giallo-rossastra  dalla
    criniera grigia, la quale, nonostante la vista di tante altre persone,
    gli  era  rimasta  fissa  nella  mente durante tutta la funzione.  Dai
    movimenti prudenti di coloro che circondavano la poltrona, Pierre cap
    che l'ammalato veniva sollevato e trasportato sul letto.
    - Reggiti al mio braccio... se no lo farai cadere...  -  giunse sino a
    lui la voce sommessa e spaventata di uno dei servi.   -   Di  sotto...
    ancora uno...   -  dicevano altre voci,  mentre il calpestio si faceva
    pi rapido e i respiri diventavano pi affannosi,  come se il peso che
    trasportavano fosse stato superiore alle loro forze.
    I   portatori,   tra  cui  c'era  anche  Anna  Michjlovna,   giunsero
    all'altezza di Pierre che per un attimo,  tra le  schiene  e  i  colli
    degli uomini, scorse il grosso petto nudo, le larghe spalle del malato
    sollevato  dai  servi  che  lo tenevano sotto le ascelle,  e la grigia
    testa leonina dalla chioma  ricciuta.  Quella  testa,  con  la  fronte
    eccezionalmente  ampia,  gli  zigomi  pronunziati,  la  bocca  bella e
    sensuale,  lo sguardo nobile  e  freddo,  non  era  affatto  deformata
    dall'avvicinarsi  della morte.  Era tale e quale Pierre l'aveva veduta
    tre mesi prima quando il conte lo aveva mandato a Pietroburgo,  ma ora
    quella testa oscillava inerte a ogni passo dei portatori,  e il freddo
    sguardo apatico non sapeva su cosa fermarsi.
    Seguirono alcuni minuti di grande agitazione  attorno  al  letto;  gli
    uomini  che  avevano  trasportato  il  malato  si allontanarono.  Anna
    Michjlovna tocc un braccio a Pierre e gli disse:
    - "Venez".
    Insieme con lei,  il giovane  si  avvicin  al  letto  sul  quale,  in
    atteggiamento solenne,  in evidente rapporto con la cerimonia svoltasi
    poco prima,  giaceva il morente,  con il capo tenuto alto da  parecchi
    guanciali.  Le mani erano simmetricamente posate sulla coperta di seta
    verde,  a palme all'ingi.  Quando Pierre si  avvicin,  il  conte  lo
    guard  fisso,  con  uno  di  quegli  sguardi  di  cui non  possibile
    all'uomo comprendere il significato e l'importanza. Quello sguardo non
    significava nulla se non che,  sino  a  quando  si  hanno  gli  occhi,
    bisogna  pur posarli su qualche cosa,  oppure significava troppe cose.
    Pierre  si  ferm,   non  sapendo  che  fare   e   volse   un'occhiata
    interrogativa  alla  sua  guida.  Anna  Michjlovna gli indic con gli
    occhi la mano del malato e con le labbra gli fece  capire  che  doveva
    baciarla.  Pierre allora,  tendendo il collo in modo da non toccare la
    coperta,  segu il consiglio e si chin sulla mano larga e grossa  del
    conte. Quella mano non trasal, e non trasal un solo muscolo del viso
    del morente.  Pierre guard di nuovo Anna Michjlovna, chiedendole con
    gli occhi che cosa dovesse fare.  Essa accenn alla poltrona che stava
    accanto  al  letto: Pierre,  ubbidiente,  vi si sedette continuando ad
    interrogare con lo sguardo Anna Michjlovna,  che gli fece con il capo
    un cenno di approvazione.
    Pierre assunse di nuovo l'atteggiamento ingenuo e simmetrico di statua
    egiziana,  rammaricandosi nel costatare che il suo goffo, grande corpo
    occupasse tanto  posto  e  facendo  tutti  gli  sforzi  possibili  per
    riuscire a sembrare meno grosso. Guardava il conte: questi guardava in
    alto, nel punto in cui poco prima si trovava il viso di Pierre, quando
    egli era in piedi... Anna Michjlovna dimostrava di essere consapevole
    della commovente importanza di quell'ultimo incontro del figlio con il
    padre.  Esso  si  protrasse  per  due  minuti che a Pierre parvero pi
    lunghi di un'ora. A un tratto, i muscoli sporgenti e le rughe del viso
    del conte ebbero un fremito. Quel fremito and via via aumentando,  la
    bella  bocca  si  torse  (allora soltanto Pierre cap quanto suo padre
    fosse ormai vicino a morire) e dalla bocca  deformata  usc  un  suono
    rauco e indistinto. Anna Michjlovna guard attentamente gli occhi del
    malato  e,  sforzandosi  di capire che cosa volesse,  gli indicava ora
    Pierre, ora il bicchiere, ora sussurrava in tono interrogativo il nome
    del principe Vassilij,  ora la  coperta.  Gli  occhi  e  il  viso  del
    moribondo  esprimevano  l'impazienza.  Fece uno sforzo per guardare il
    domestico che stava ritto e immobile accanto al letto.
    - Forse vuole girarsi sull'altro fianco   -    sussurr  l'uomo  e  si
    avvicin  per  voltare  con la faccia alla parete il corpo pesante del
    conte.
    Pierre si alz per aiutarlo.
    E mentre stavano rigirando il conte, un braccio di lui, rimasto dietro
    il dorso, penzol inerte,  e l'infermo si sforz inutilmente di trarlo
    a  s.  Forse  il conte si accorse dello sguardo sgomento con il quale
    Pierre fissava quel braccio senza vita? O forse qualche altro pensiero
    balen in quell'attimo supremo alla sua mente?  Fatto si    che  egli
    guard prima quel braccio che non gli obbediva pi,  poi l'espressione
    di terrore apparsa sul viso di Pierre,  poi ancora il braccio,  e  sul
    suo volto balen un sorriso debole e doloroso che non si addiceva alla
    sua  fisionomia e che pareva voler irridere alla sua stessa debolezza.
    Al vedere quel sorriso  inaspettato,  Pierre  sent  un  sussulto  nel
    petto,  un  pizzicore  nel  naso  e  un velo di lacrime gli offusc la
    vista.
    L'ammalato, voltato verso il muro, sospir.
    -  "Il  est  assoupi"    -    disse  Anna  Michjlovna  a  una   delle
    principessine che si avvicinava per darle il cambio.  -  Andiamo!


    CAPITOLO 21.

    Nella  sala  da  ricevimento  non  c'era ormai pi nessuno,  tranne il
    principe Vassilij e la maggiore delle principessine che,  seduti sotto
    il  ritratto  dell'imperatrice Caterina,  parlavano animatamente.  Non
    appena videro Pierre con la sua guida,  tacquero di colpo.  E parve  a
    Pierre che la principessa nascondesse qualcosa e sussurrasse:
    - "Non posso soffrire quella donna...
    -  Katiscia  "a  fait  donner du th dans le petit salon"  -  disse il
    principe Vassilij ad Anna Michjlovna.   -   "Allez,  ma  pauvre  Anna
    Michjlovna,  prenez  quelque  chose,  autrement vous ne suffirez pas"
    [115.  Katiscia ha fatto preparare del t  nel  salotto.  Andate,  mia
    povera Anna Michjlovna,  e prendete qualcosa,  altrimenti non potrete
    resistere].
    A Pierre non disse nulla;  si limit a stringergli la mano.  Pierre  e
    Anna Michjlovna passarono nel salotto.
    -  "Il  n'y  a  rien qui restaure comme une tasse de cet excellent th
    russe aprs une nuit blanche" [116.  Non c' nulla che  ristori  tanto
    quanto una tazza di questo squisito t russo,  dopo una notte insonne]
    -  disse il dottor  Lorrain  con  animazione  contenuta,  sorbendo  la
    profumata bevanda da una fine tazza cinese senza manico, ritto davanti
    alla  tavola  sulla  quale erano apparecchiati il servizio per il t e
    una cena fredda. Attorno alla tavola erano riunite,  per rifocillarsi,
    tutte  le  persone  che  quella  notte  si trovavano in casa del conte
    Bezuchov.  Pierre ricordava perfettamente quel  salottino,  ornato  di
    specchi  e  di tavolinetti.  Durante le feste da ballo organizzate dal
    conte,  lui che non sapeva ballare,  amava rifugiarvisi e osservare le
    signore  che  in eleganti abiti da sera,  con le spalle nude adorne di
    perle  e  di  brillanti,  passavano  attraverso  quella  stanza  e  si
    guardavano  con  compiacenza  negli  specchi  vivamente illuminati che
    riflettevano pi volte la loro immagine. Ora quello stesso salotto era
    rischiarato soltanto da due candele, e nella penombra si intravedeva a
    malapena una piccola tavola su cui erano messi in disordine  le  tazze
    del t e vari piatti,  e le diverse persone l riunite, tutt'altro che
    festose,  parlavano a voce bassissima,  dimostrando con ogni parola  e
    con  ogni  gesto che nessuno dimenticava ci che stava accadendo e che
    doveva compiersi nella camera da letto.
    Pierre non tocc cibo,  sebbene avesse fame.  Si volse ancora verso la
    sua guida e vide che essa entrava di nuovo,  in punta di piedi,  nella
    sala di ricevimento,  dove erano rimasti il  principe  Vassilij  e  la
    maggiore  delle  principessine.  Si  disse  ancora  una volta che cos
    doveva essere e, dopo aver esitato un momento,  segu Anna Michjlovna
    e   la   vide   in   piedi   accanto  alla  principessina.   Parlavano
    sommessamente, con voce concitata.
    - Vi prego, principessa, permettete... io so ci che bisogna e ci che
    non bisogna fare  -  diceva  la  principessina,  che  appariva,  molto
    turbata,  come  quando aveva chiuso,  sbattendola,  la porta della sua
    camera.
    - Ma,  cara principessina,   -   replicava  con  ferma  dolcezza  Anna
    Michjlovna,  trattenendo  la principessina che voleva rientrare nella
    camera da letto  -  non sar una cosa troppo penosa per il povero zio,
    in un momento in cui ha tanto bisogno di  riposo?  Come  parlargli  di
    interessi  terreni,  in  questo  momento,  quando  la  sua anima  gi
    pronta...
    Il principe Vassilij era seduto in poltrona nella sua posa prediletta,
    con  le  gambe  accavallate  l'una  sull'altra.  Le  sue  guance,  che
    apparivano  pi  grosse  nella  parte  inferiore,  avevano  frequenti,
    visibili contrazioni ma,  a vederlo,  aveva l'aria di una persona  che
    non si occupasse affatto di ci che dicevano le due donne.
    -  Via,  mia  buona  Anna Michjlovna,  lasciate fare a Katiscia.  Voi
    sapete quanto il conte le vuol bene...
    - Io non so neppure ci che sia scritto in questa carta  -  diceva  la
    principessina,  rivolgendosi  al  principe  Vassilij e indicandogli il
    portafoglio a mosaico che teneva in mano.   -  So soltanto che il vero
    testamento  nella scrivania della sua camera e che questa  una carta
    dimenticata...
    Ella  cerc di aggirare Anna Michjlovna ma questa,  con un salto,  le
    sbarr di nuovo il passo.
    - So,  so tutto,  mia cara e  buona  principessina    -    disse  Anna
    Michjlovna,  afferrando con una mano il portafoglio con tale forza da
    apparire  chiaro  che  non  l'avrebbe   lasciato   facilmente.-   Cara
    principessina, vi prego, vi supplico... abbiate compassione di lui. Ve
    ne scongiuro!
    La principessina taceva. Si udiva soltanto il lieve rumore della lotta
    per  il  portafoglio.  Era  chiaro  che,  se  la  principessina avesse
    parlato,  non avrebbe detto nulla di lusinghiero  sul  conto  di  Anna
    Michjlovna.  Questa  resisteva con tutte le sue forze ma,  nonostante
    ci, la sua voce continuava a mantenersi calma e dolce.
    - Pierre, venite qui,  mio caro...  Mi pare che egli non sia di troppo
    in un consiglio di famiglia: non  vero, principe?
    -  Ma  perch  tacete,  "mon  cousin"?    -    grid  a  un  tratto la
    principessina, in tono cos alto da essere udita dalle persone riunite
    nella sala,  che ne furono spaventate.   -    Perch,  dunque,  tacete
    quando  qui  un'intrusa qualsiasi si permette di intervenire e di fare
    scenate sulla soglia della camera di  un  moribondo?  Intrigante!    -
    esclam con voce sibilante e maligna,  tirando a s il portafoglio con
    tutta la sua forza,  ma Anna Michjlovna fece qualche  passo  per  non
    lasciare la presa e lo afferr con l'altra mano.
    -  Oh!    -  esclam il principe Vassilij,  in tono di rimprovero e di
    stupore. E si alz.  -  "C'est ridicule, voyons!" [117. Andiamo,  una
    cosa ridicola!]. Smettetela, via, smettetela!
    La principessina lasci il portafoglio.
    - Anche voi!  -  ordin il principe. Ma Anna Michjlovna non gli diede
    ascolto.
    - Lasciatelo,  vi dico!  Assumo io l'incarico.  Andr dal conte  e  lo
    interrogher io stesso... Ne ho abbastanza di tutto questo!
    - "Mais,  mon prince",  -  ribatt Anna Michjlovna  -  lasciategli un
    momento di pace dopo che  ha  ricevuto  un  cos  solenne  Sacramento.
    Suvvia,  Pierre,  dite  anche  voi  la  vostra  opinione  -  aggiunse,
    rivolgendosi al giovane che si avvicinava  e  guardava  stupefatto  il
    viso  della  principessina  dall'espressione  cattiva  e priva di ogni
    dignit, e le guance frementi del principe Vassilij.
    - Badate che sarete responsabile di tutte le conseguenze  -   dichiar
    il  principe  Vassilij  in tono severo.   -  Voi non sapete quello che
    fate.
    - Infame donna!   -  grid la principessina,  slanciandosi  con  gesto
    inaspettato   contro  Anna  Michjlovna  e  strappandole  di  mano  il
    portafoglio.
    Il principe Vassilij abbass il capo e spalanc le braccia.
    In quel momento la porta, quella terribile porta che Pierre aveva cos
    a lungo guardato e che si apriva cos silenziosamente, si spalanc con
    fracasso  e  urt  contro  la  parete.   Sulla  soglia   comparve   la
    principessina secondogenita congiungendo le mani.
    -  Ma  che fate qui?   -  grid disperata.   -  "Il s'en va et vous me
    laissez seule!" [118. Egli sta morendo e voi mi lasciate sola!].
    La sorella maggiore lasci cadere il portafoglio.  Anna Michjlovna si
    chin  rapidamente,  lo  agguant  ed  entr  di corsa nella camera da
    letto.  La principessina e il principe Vassilij,  dopo un  momento  di
    sorpresa,  si  riebbero  e  la  seguirono in fretta.  Trascorsi alcuni
    minuti,  la principessina,  con il viso  pallido  e  tirato  riapparve
    mordendosi  il  labbro  inferiore.  Alla  vista  di Pierre,  quel viso
    assunse un'espressione di collera incontenibile.
    - Rallegratevi, ora!  -  disse.  -  Era questo che aspettavate...
    E, singhiozzando,  si copr il viso con il fazzoletto e fugg di corsa
    dalla  stanza.  Subito  dopo  comparve  anche  il  principe  Vassilij.
    Barcollando, si avvicin al divano sul quale era seduto Pierre e vi si
    abbandon,  coprendosi gli occhi con  le  mani.  Pierre  not  che  il
    principe era pallidissimo e che la mascella inferiore tremava come per
    un attacco di febbre.
    - Ah, mio caro!  -  esclam, stringendo un gomito a Pierre e nella sua
    voce  vibrava un tono di sincera dolcezza,  quale il giovane non aveva
    mai avvertito in lui.   -  Quanto  peccato,  quanta  menzogna  c'  in
    noi... e per che cosa? Io ho quasi sessant'anni, amico mio e ormai per
    me...  Tutto  finisce  con  la  morte,  tutto...  La  morte  una cosa
    orribile...  -  E si mise a piangere.
    Ultima a uscire fu Anna Michjlovna. Si avvicin lentamente a Pierre.
    - Pierre!  -  esclam.
    Pierre le rivolse uno sguardo interrogativo.  Essa baci in fronte  il
    giovane,  bagnandogli  il  viso  di  lacrime.  Tacque un istante e poi
    mormor:
    - E' spirato...
    Pierre la fissava attraverso le lenti.
    - "Allons, je vous reconduirai...  Tchez de pleurer.  Rien ne soulage
    comme  les  larmes"  [119.  Andiamo,  vi  accompagner...  Cercate  di
    piangere. Non v' nulla che dia sollievo quanto le lacrime].
    Lo accompagn nel salotto semibuio,  e Pierre fu contento che  nessuno
    potesse  vederlo in viso.  Anna Michjlovna lo lasci e,  quando fu di
    ritorno,  lo trov profondamente addormentato,  con le mani incrociate
    sotto la testa.
    Il mattino seguente, Anna Michjlovna disse a Pierre:
    - "Oui,  mon cher,  c'est une grande perte pour nous tous. Je ne parle
    pas de vous. Mais Dieu vous soutiendra;  vous tes jeune et vous voil
     la tte d'une immense fortune, je l'espre. Le testament n'a pas t
    encore  ouvert.  Je  vous  connais  assez pour savoir que cela ne vous
    tournera pas la tte,  mais cela vous impose des devoirs,  et il  faut
    tre homme [120.  S, mio caro,  una grave perdita per noi tutti. Non
    parlo di voi,  si capisce,  ma Iddio vi dar forza.  Siete giovane  ed
    entrate  in  possesso  di  una  immensa fortuna.  Almeno lo spero.  Il
    testamento non  stato ancora aperto. Vi conosco abbastanza per sapere
    che la ricchezza non vi far perdere la testa,  ma essa vi imporr dei
    doveri e bisogna mostrarsi uomo].
    Pierre non disse nulla.
    - "Peut-tre plus tard je vous dirai,  mon cher, que si je n'avais pas
    t l, Dieu sait ce qui serait arriv!  Vous savez,  mon oncle avant-
    hier encore me promettait de ne pas oublier Bors.  Mais il n'a pas eu
    le temps. J'espre, mon cher ami, que vous remplirez le dsir de votre
    pre" [121. Forse, pi tardi, vi dir,  mio caro,  che se io non fossi
    stata qui,  Dio sa che cosa sarebbe accaduto.  Voi sapete che mio zio,
    ancora ieri l'altro,  mi promise i non dimenticare  Bors.  Ma  gli  
    mancato il tempo.  Spero,  amico mio, che realizzerete il desiderio di
    vostro padre].
    Pierre non capiva nulla; in silenzio, arrossendo timidamente, guardava
    Anna Michjlovna. Dopo aver parlato con Pierre,  ella torn dai Rostv
    e  and  a  letto.  Raccont  poi  agli amici e a tutti i conoscenti i
    particolari della morte del conte Bezuchov.  Diceva che il  conte  era
    morto  come  lei  stessa  avrebbe  desiderato  morire,  che la fine di
    quell'uomo era  stata  non  solo  commovente,  ma  edificante,  e  che
    l'ultimo  colloquio  tra  padre  e  figlio era stato emozionante a tal
    punto che essa non poteva ripensarci senza piangere.  Aggiunse che non
    sapeva chi si fosse comportato meglio in quel momento terribile: se il
    padre,  che nell'attimo supremo si era ricordato di tutto e di tutti e
    aveva detto al figlio parole veramente toccanti,  o Pierre che era una
    pena  guardarlo,  tanto  appariva abbattuto ma che,  nonostante tutto,
    aveva cercato di nascondere il proprio dolore per  non  affliggere  il
    padre morente.
    - "C'est pnible,  mai cela fait du bien;  a lve l'me, de voir des
    hommes comme le vieux comte et son digne fils" [122.  E' penoso,  ma 
    una cosa che fa bene!  E' edificante per l'anima vedere uomini come il
    vecchio conte e il suo degno figliuolo]  diceva a tutti. Non giudicava
    l'atteggiamento della principessina e del  principe  Vassilij,  ma  lo
    descriveva bisbigliando, sotto il suggello del pi assoluto segreto.


    CAPITOLO 22.

    A   Lissia-Gori,   la   propriet   del  principe  Nikolj  Andrevic'
    Bolkonskij,  si attendeva da un giorno all'altro l'arrivo del  giovane
    principe  Andrj e della principessa;  ma l'attesa non turbava affatto
    l'ordine rigoroso secondo il quale si svolgeva  la  vita  del  vecchio
    principe.
    Il  generale in capo,  principe Nikolj Andrevic',  soprannominato in
    societ "le roi de Prusse", dal tempo in cui, sotto Paolo Primo (123),
    era stato relegato in campagna,  non  aveva  pi  abbandonato  la  sua
    propriet,  dove  viveva,  senza mai allontanarsene,  con la figliuola
    principessa Mrija e la damigella di compagnia di lei,  "mademoiselle"
    Bourienne.  Sebbene,  con  l'inizio  del nuovo regno,  gli fosse stato
    concesso il  permesso  di  rientrare  nella  capitale,  egli  continu
    ugualmente a vivere in campagna, dicendo che, se qualcuno avesse avuto
    bisogno  di lui,  poteva benissimo percorrere le centocinquanta miglia
    per raggiungerlo e che, per conto suo, non aveva bisogno di nulla e di
    nessuno.
    Asseriva che i vizi umani avevano soltanto  due  fonti:  l'ozio  e  la
    superstizione   e   che   due   sole  erano  le  virt:  l'attivit  e
    l'intelligenza. Si occupava personalmente dell'educazione della figlia
    e,  per sviluppare in lei quelle due importanti  virt,  le  impartiva
    lezioni  di algebra e di geometria e le regolava la vita con una serie
    di continue occupazioni.  Egli stesso,  del resto,  non stava  mai  in
    ozio:  ora  scriveva  le  sue  memorie,   ora  risolveva  problemi  di
    matematica trascendentale,  ora faceva tabacchiere al tornio,  ora  si
    occupava  del  giardino  e  sorvegliava  affinch  i  lavori nella sua
    propriet  non  subissero  interruzioni.   Poich  riteneva   che   la
    condizione principale di ogni attivit  l'ordine, quest'ordine, nella
    sua  vita,  era spinto sino all'estremo.  I pasti si svolgevano sempre
    con il medesimo cerimoniale e avevano luogo non solo alla stessa  ora,
    ma addirittura allo stesso minuto. Con le persone che lo circondavano,
    da sua figlia ai domestici,  il principe era rigido ed esigentissimo e
    cos,  pur non essendo cattivo,  suscitava un rispetto pieno di paura,
    quale non avrebbe suscitato il pi crudele degli uomini. Sebbene fosse
    a  riposo  e  non  avesse ormai pi alcuna autorit negli affari dello
    stato,  ogni governatore della provincia in  cui  si  trovava  la  sua
    propriet  riteneva  suo  dovere  recarsi  a  fargli  visita  e,  come
    l'architetto,  il  giardiniere  o  la  principessina  Mrija,   doveva
    aspettare  nella  grande  sala  di  servizio  l'ora in cui il principe
    usciva.  E tutti coloro che aspettavano in quella  sala  provavano  lo
    stesso  sentimento  di rispetto e di timore allorch si apriva l'alta,
    massiccia porta dello studio e compariva  sulla  soglia,  in  parrucca
    incipriata, la piccola figura del vecchio, dalle mani secche e minute,
    dalle  sopracciglia  grigie e cadenti che,  quando egli si aggrottava,
    velavano il bagliore dello sguardo intelligente, vivido, giovanile.
    Nel giorno dell'arrivo degli sposi, la principessina Mrija entr come
    al solito nella vasta sala di servizio all'ora fissata per  il  saluto
    mattutino al padre;  si fece il segno della croce e recit mentalmente
    la preghiera consueta.  Ogni mattina ella entrava in quella  stanza  e
    ogni  mattina  ella  pregava  affinch  il  quotidiano incontro con il
    principe avvenisse senza incidenti.
    Il vecchio domestico in parrucca,  che stava seduto nella  stanza,  si
    alz lentamente e a voce bassa annunzi:
    - Potete favorire.
    Di l dall'uscio si udiva il rumore ritmico del tornio in funzione. La
    principessina  spinse  la porta che si apr silenziosamente e si ferm
    sulla soglia.  Il principe stava  lavorando  al  tornio  e  dopo  aver
    rivolto uno sguardo alla figlia, prosegu nella sua occupazione.
    La vastissima stanza era piena di oggetti che, evidentemente, venivano
    usati  di  continuo.  L'ampio  tavolo  sul  quale erano posati libri e
    disegni,  il grande scaffale a vetri con  le  chiavi  agli  sportelli,
    l'alto  leggo  per  scrivere  in  piedi  e  sul  quale si scorgeva un
    quaderno aperto, il tornio attorno al quale erano ammucchiati utensili
    e i trucioli sparsi qua e l,  tutto stava a dimostrare  una  continua
    varia  e intelligente attivit.  I movimenti del piccolo piede calzato
    di uno stivaletto tartaro ricamato d'argento,  la pressione della mano
    magra,  dalle vene sporgenti, rivelavano che il principe conservava la
    forza di una vecchiaia sana e robusta.  Dopo aver fatto compiere  alla
    ruota   alcuni   giri,   egli  sollev  il  piede  dal  pedale,   pul
    accuratamente la lama e la ripose in una custodia di cuoio  appesa  al
    tornio  e,  avvicinatosi al tavolo,  chiam a s la figlia.  Non aveva
    l'abitudine  di  benedire  i  suoi  figli,   sicch,   offrendo   alla
    principessina Mrija la guancia ispida, non ancora rasata, le disse in
    tono severo, ma nello stesso tempo premuroso e tenero:
    - Stai bene? Allora vieni e siediti.
    Prese il quaderno di geometria,  scritto di suo pugno e, con un piede,
    avvicin al tavolo la sua poltrona.
    - Per domani!  -  disse, cercando rapidamente una pagina e facendo con
    l'unghia un segno da un paragrafo all'altro.
    La principessina si chin verso il tavolo e guard il quaderno.
    - Aspetta,  c' una lettera per te  -  disse a un tratto  il  vecchio,
    traendo  dalla  tasca  appesa  al tavolo una busta vergata da una mano
    femminile e gettandola davanti alla figlia.
    Il viso della principessina,  alla vista della lettera,  si  copr  di
    chiazze rosse. La prese in fretta e si accinse ad aprirla.
    - E' di Eloisa?  (124)  -  chiese il vecchio con un freddo sorriso che
    scopr la dentatura giallastra, ma ancora robusta.
    - S,   di Julie  -   rispose  la  figlia,  guardando  la  lettera  e
    sorridendo timidamente.
    - Lascer passare altre due lettere,  ma legger la terza  -  dichiar
    il vecchio.  -  Temo che vi scriviate molte sciocchezze.
    - Leggete anche questa,  "mon pre"   -    rispose  la  principessina,
    arrossendo ancora di pi e porgendogli la lettera.
    - La terza, ho detto la terza!  -  replic il principe, respingendo la
    busta e posando sul tavolo il quaderno pieno di figure geometriche.  -
    Dunque,  signorina...    -   cominci il vecchio,  curvandosi verso la
    figlia e appoggiando una mano  sulla  spalliera  della  sedia  da  lei
    occupata,  cosicch ella si sent avvolta da ogni parte da quell'odore
    acuto di vecchio e di tabacco,  particolare a suo padre,  e a lei  ben
    noto  da  molto  tempo.   -  Dunque,  signorina: questi triangoli sono
    simili: osserva l'angolo A B C...
    La principessina guardava con  sgomento  gli  occhi  scintillanti  del
    padre;  le  chiazze rosse si diffondevano sul viso;  si vedeva che non
    capiva nulla e che  il  timore  le  avrebbe  impedito  di  seguire  le
    ulteriori  spiegazioni del padre,  per quanto chiare potessero essere.
    Era colpa del maestro oppure dell'alunna?  Fatto si  che ogni  giorno
    si  ripeteva la stessa cosa: le si intorbidiva la vista,  non riusciva
    pi n a vedere n a sentire,  si sentiva  soltanto  addosso  il  viso
    asciutto  del  padre  severo,  ne  avvertiva  il respiro e l'odore,  e
    pensava  soltanto  al  momento  di  poter  uscire  dallo  studio   per
    ritornarsene in camera sua a risolvere in libert il problema.
    Il  vecchio  andava in collera,  moveva avanti e indietro,  facendo un
    gran rumore,  la poltrona su cui stava seduto,  cercava inutilmente di
    non riscaldarsi troppo ma,  quasi ogni volta, prorompeva in ingiurie e
    sbatteva via il quaderno.
    La principessina sbagli la risposta.
    - Ecco, sei proprio una stupida!  -  grid il principe, respingendo il
    quaderno e voltandosi rapidamente; ma subito dopo si alz,  cammin su
    e  gi  per  la  stanza,  pass una mano sui capelli della figlia e si
    rimise a sedere riprendendo la lezione.
    - Cos non va, principessina, non va!  -  disse allorch la figliuola,
    dopo aver chiuso e preso il quaderno  con  la  lezione  assegnata,  si
    preparava  a  uscire.   -  La matematica  una grande cosa,  signorina
    mia.  E io non voglio che tu sia simile alle nostre  stupide  signore.
    Abbi  pazienza,  e la matematica ti piacer.  Allora non sarai pi una
    scioccherella...  -  E le accarezz il viso.
    La fanciulla fece per avviarsi verso la porta, ma egli la ferm con un
    gesto e prese dallo scrittoio un libro nuovo, ancora intonso.
    - Eccoti ancora non so che "Chiave del mistero" (125): te lo manda  la
    tua Eloisa.  E' un libro religioso, e io non mi occupo della religione
    degli altri.  Gli ho dato una occhiata.  Prendilo...  E ora  va',  va'
    pure.
    Le batt una mano sulla spalla e chiuse egli stesso la porta dietro di
    lei.
    La  principessina  Mrija torn nella sua stanza con quell'espressione
    triste e spaventata che di rado abbandonava  il  suo  viso  sparuto  e
    privo  di grazia,  rendendolo ancora pi brutto.  Sedette davanti allo
    scrittoio su cui erano sparsi ritratti in miniatura, quaderni e libri.
    La principessina era tanto disordinata quanto il padre era ordinato  e
    preciso.  Depose il quaderno di geometria e con impazienza dissuggell
    la lettera.  Era della sua pi cara  amica  d'infanzia,  quella  Julie
    Karagina che abbiamo conosciuto alla festa in casa Rostv.
    Ecco che cosa scriveva Julie:
    Chre  et  excellente  amie,  quelle chose terrible et effrayante que
    l'absence!  J'ai beau me dire que la moiti de mon existence et de mon
    bonheur  est  en  vous,  que  malgr la distance qui nous spare,  nos
    coeurs sont unis par des  liens  indissolubles;  le  mien  se  rvolte
    contre  la  destine,  et  je  ne  puis,  malgr  les  plaisirs et les
    distractions qui m'entourent,  vaincre une certaine  tristesse  cache
    que  je ressens au fond du coeur depuis notre sparation.  Pourquoi ne
    sommes-nous pas runies,  comme cet t,  dans votre grand cabinet sur
    le canap bleu, le canap a confidences? Pourquot ne puis-je, comme il
    y  a trois mois,  puiser de nouvelles forces morales dans votre regard
    si doux, si calme et si pntrant,  regard que j'aimais tant et que je
    crois voir devant moi,  quand je vous cris? [126.  Mia cara, ottima
    amica,  quale cosa terribile e spaventosa  la lontananza!  Per quanto
    io  mi  dica  che  la met della mia vita e della mia felicit sono in
    voi,  che malgrado la distanza che ci separa i nostri cuori sono uniti
    da  legami indissolubili,  il mio si ribella contro il destino e,  pur
    vivendo tra mille divertimenti,  non posso vincere una vaga  tristezza
    che avverto in fondo al cuore da quando ci siamo separate.  Perch non
    siamo ancora insieme, come la scorsa estate,  nel vostro vasto studio,
    sul divano azzurro,  il divano delle confidenze? Perch non mi  dato,
    come tre mesi or sono,  di attingere nuove  forze  morali  nel  vostro
    sguardo  cos  dolce,  cos  tranquillo e penetrante,  uno sguardo che
    amavo profondamente e che mi sembra di vedere mentre vi scrivo?].
    Letta la lettera sino a questo punto,  la principessina Mrija sospir
    e  si  guard  nello  specchio di un "armoire" che si trovava alla sua
    destra.  Lo specchio le rimand l'immagine di  un  corpo  sgraziato  e
    mingherlino e di un viso smunto e non bello. Gli occhi, sempre tristi,
    guardavano  ora  con  espressione  particolarmente  sconsolata  la sua
    immagine nello specchio.  Julie mi adula,  pens la principessina e,
    voltatasi,  riprese la lettura.  Julie, per, non adulava l'amica: gli
    occhi della principessina  Mrija,  grandi,  profondi,  luminosi,  che
    pareva  talvolta mandassero raggi di una calda luce,  erano cos belli
    che  molto  spesso,  nonostante  la  bruttezza  del  viso,  erano  pi
    affascinanti di qualunque bellezza.  Ma la principessina non aveva mai
    veduto la espressione dei propri  occhi,  quell'espressione  che  essi
    assumevano allorch ella non pensava a se stessa. Come accade a tutti,
    non  appena  essa  si guardava in uno specchio,  il suo volto appariva
    brutto e teso in modo innaturale. Continu a leggere:

    Tout Moscou ne parle que guerre.  L'un de mes deux frres est dj  
    l'tranger,  l'autre  est  avec  la Garde qui se met en marche vers la
    frontire.  Notre cher empereur a quitt Ptersbourg et,    ce  qu'on
    prtend, compte lui-mme exposer sa prcieuse existence aux chances de
    la guerre. Dieu veuille que le monstre corsicain, qui dtruit le repos
    de  l'Europe,  soit terrass par l'ange que le Tout-Puissant,  dans Sa
    misricorde,  nous a donn pour souverain.  Sans parler de mes frres,
    cette guerre m'a priv d'une relation des plus chres  mon coeur.  Je
    parle du jeune Nicolas  Rostov,  qui  avec  son  enthousiasme  n'a  pu
    supporter  l'inaction  et  a  quitt l'universit pour aller s'enrler
    dans l'arme. Eh bien, chre Marie,  je vous avouerai que,  malgr son
    extrme jeunesse,  son dpart pour l'arme a t un grand chagrin pour
    moi. Le jeune homme, dont je vous parlais cet t, a tant de noblesse,
    de vritable jeunesse,  qu'on rencontre si rarement dans le sicle  o
    nous  vivons  parmi nos vieillards de vingt ans.  Il a surtout tant de
    franchise et de coeur.  Il est  tellement  pur  et  potique  que  mes
    relations avec lui, quelque passagres qu'elles fussent, ont t l'une
    des  plus  douces  jouissances  de  mon pauvre coeur,  qui a dj tant
    souffert!  Je vous raconterai un jour nos adieux et tout ce qui  s'est
    dit en partant.  Tout cela est encore trop frais. Ah! chre amie, vous
    tes heureuse de ne pas connatre ces jouissances  et  ces  peines  si
    poignantes.   Vous   tes   heureuse,   puisque   les  dernires  sont
    ordinairement les plus fortes!  Je sais fort bien que le comte Nicolas
    est  trop  jeune pour pouvoir jamais devenir pour moi quelque chose de
    plus qu'un ami, mais cette douce amiti, ces relations si potiques et
    si pures ont t un besoin pour mon coeur. Mais n'en parlons plus.  La
    grande  nouvelle  du  jour qui occupe tout Moscou est la mort du vieux
    comte  Bezouchoff,  et  son  hritage.   Figurez-vous  que  les  trois
    princesses n'ont recu que trs peu de chose, le prince Basile rien, et
    que  c'est  M.  Pierre qui a tout hrit et qui par-dessus le march a
    t reconnu pour fils lgitime,  par consquent  comte  Bezouchoff  et
    possesseur  de  la plus belle fortune de la Russie.  On prtend que le
    prince Basile a jou un trs vilain rle dans toute cette histoire  et
    qu'il est reparti tout penaud pour Ptersbourg.
    Je  vous  avoue que je comprends trs peu toutes ces affaires de legs
    et de testaments; ce que je sais,  c'est que depuis que le jeune homme
    que  nous  connaissions  tous sous le nom de M.  Pierre tout court est
    devenu comte Bezouchoff  et  possesseur  de  l'une  des  plus  grandes
    fortunes de la Russie, je m'amuse fort  observer le changement de ton
    et  de  manires  des  mamans  accables  de  filles    marier et des
    demoiselles  elles-mmes    l'gard  de  cet   individu,   qui,   par
    parenthse,  m'a  paru toujours tre un pauvre sire.  Comme on s'amuse
    depuis deux ans  me donner des promis que je ne connais pas  le  plus
    souvent,   la  chronique  matrimoniale  de  Moscou  me  fait  comtesse
    Bezouchoff.  Mais vous sentez bien que je ne me soucie nullement de le
    devenir.  A  propos  de mariage,  savez-vous que tout dernirement "la
    tante en gnral", Anna Michjlovna,  m'a confi sous le sceau du plus
    grand secret un projet de mariage pour vous? Ce n'est ni plus ni moins
    que  le  fils du prince Basile,  Anatole,  qu'on voudrait ranger en le
    mariant  une personne ne riche et  distingue,  et  c'est  sur  vous
    qu'est tomb le choix des parents. Je ne sais comment vous envisagerez
    la  chose,  mais j'ai cru de mon devoir de vous en avertir.  On le dit
    trs beau et trs mauvais sujet;  c'est tout ce que j'ai pu savoir sur
    son compte.
    Mais assez de bavardage comme cela.  Je finis mon second feuillet, et
    maman me tait chercher pour aller dner chez les Apraksines.  Lisez le
    livre  mystique  que  je  vous  envoie  et  qui fait fureur chez nous.
    Quoiqu'il y ait des choses, dans ce livre, difficiles  atteindre avec
    la faible conception humaine, c'est un livre admirable dont la lecture
    calme et lve l'me. Adieu. Mes respects  monsieur votre pre et mes
    compliments  Mlle Bourienne. Je vous embrasse comme je vous aime.
    Julie
    P.S.  Donnez-moi des nouvelles de votre  frre  et  de  sa  charmante
    petite femme.
    [126.  Tutta Mosca non parla che di guerra. Uno dei miei due fratelli
     gi all'estero, l'altro  con la Guardia, che sta per marciare verso
    la frontiera. Il nostro amato imperatore ha lasciato Pietroburgo e,  a
    quanto  si  dice,  pare  che  voglia egli pure esporre la sua preziosa
    esistenza ai casi della guerra.  Voglia Iddio che il mostro crso  che
    distrugge   la   pace   dell'Europa   sia  atterrato  dall'angelo  che
    l'Onnipotente,  nella  Sua  infinita  misericordia,  ci  ha  dato  per
    sovrano.  Per  non  parlare  dei  miei  fratelli,  questa guerra mi ha
    privato di una delle conoscenze pi  care  al  mio  cuore.  Alludo  al
    giovane Nikolj Rostv,  il quale,  pieno di entusiasmo com',  non ha
    saputo sopportare l'inattivit e ha lasciato l'universit  per  andare
    ad arruolarsi nell'esercito.  Vi confesso,  cara Mrija,  che, sebbene
    sia tanto giovane,  la sua partenza per l'esercito  stata per  me  un
    grande dolore.  Il giovane di cui gi vi ho parlato l'estate scorsa, 
    cos nobile,  ha in s tanta vera giovinezza,  di quella che si  trova
    ormai  raramente  in  questo  secolo  in cui viviamo tra dei vecchi di
    vent'anni.  E,  soprattutto,   dotato di tanta franchezza e di  tanto
    cuore,   cos puro e cos ricco di poesia, che la mia breve relazione
    con lui  stata una delle gioie pi dolci del mio povero cuore, che ha
    gi tanto sofferto!  Vi racconter un giorno il nostro addio  e  tutto
    ci  che  ci  siamo detti nel separarci.  Adesso  ancora tutto troppo
    recente. Ah,  cara amica.  felice voi che non conoscete queste gioie e
    queste  pene cos profonde!  Felice voi perch le pene sono per solito
    pi forti delle gioie!  So benissimo che il  conte  Nikolj    troppo
    giovane  per  poter  essere  per  me qualcosa di pi che un amico,  ma
    questa dolce amicizia e i nostri rapporti tanto poetici e  tanto  puri
    erano un vero bisogno del mio cuore.  Ma non parliamone pi. La grande
    notizia del giorno, della quale tutta Mosca si occupa,   quella della
    morte  del vecchio conte Bezuchov e dell'eredit che egli ha lasciato.
    Figuratevi che le tre principessine hanno  avuto  pochissimo,  che  il
    principe  Vassilij  non  ha  avuto nulla e chi ha ereditato tutto  il
    signor Pierre che,  per  giunta,    stato  riconosciuto  come  figlio
    legittimo  e  pertanto   diventato conte Bezuchov e padrone della pi
    cospicua  ricchezza  di  tutta  la  Russia.  Dicono  che  il  principe
    Vassilij,   in  tutta  questa  faccenda,   abbia  recitato  una  parte
    antipatica e che sia partito per Pietroburgo scornato e afflitto.
    Vi confesso che in tutte queste faccende di legati e di testamenti io
    ci capisco assai poco: so soltanto che da  quando  quel  giovane,  che
    tutti  conoscevamo  con  il semplice nome di Pierre,   divenuto conte
    Bezuchov e padrone di una delle  maggiori  fortune  della  Russia,  mi
    diverto  un  mondo  a osservare il cambiamento del tono e del contegno
    delle mamme cariche di figlie da marito,  e  delle  signorine  stesse,
    verso  quell'individuo che,  tra parentesi,  a me  sempre sembrato un
    povero diavolo.  Siccome,  da  due  anni  a  questa  parte,  molti  si
    divertono  ad attribuirmi dei fidanzati che,  per la maggior parte dei
    casi,  non conosco neppure,  cos adesso la  cronaca  matrimoniale  di
    Mosca mi fa gi contessa Bezuchov.  Ma voi capite benissimo che io non
    penso affatto a diventarlo.  A proposito di matrimoni,  sapete che  la
    "zia di tutti",  Anna Michjlovna,  mi ha confidato, sotto il suggello
    dello strettissimo segreto,  un progetto di  matrimonio  per  voi?  Si
    tratta nientemeno che del figlio del principe Vassilij,  Anatolij, che
    vorrebbero  sistemare  dandogli  in  moglie  una  signorina  ricca   e
    distinta,  e la scelta dei genitori  caduta proprio su di voi. Non so
    cosa penserete della cosa,  ma ho  creduto  mio  dovere  avvertirvene.
    Dicono  che  sia molto bello,  ma molto scapestrato:  tutto quanto ho
    potuto sapere sul suo conto.
    Ma basta con le chiacchiere. Sono gi alla fine del secondo foglio, e
    la mamma mi fa chiamare per andare a pranzo dagli Apraksin. Leggete il
    libro mistico che vi spedisco e che  qui  da  noi  ottiene  un  enorme
    successo. Sebbene vi siano cose difficili da comprendere per il debole
    intelletto  umano,   un libro veramente meraviglioso,  la cui lettura
    consola ed eleva l'anima. Addio. I miei ossequi al vostro signor padre
    e molti cordiali saluti a "mademoiselle" Bourienne.  Vi abbraccio  con
    tutto il mio affetto.
    Julie
    P.S:  Datemi  notizie  di  vostro  fratello  e  della  sua incantevole
    mogliettina].

    La principessina rimase un momento pensierosa e sorrise, mentre il suo
    volto, illuminato dagli occhi radiosi, si trasform completamente; poi
    si alz di scatto, si accost con il suo passo pesante allo scrittoio,
    prese un foglio  di  carta  e  cominci  a  tracciare  rapidamente  la
    risposta all'amica. Eccola:

    Chre  et  excellente  amie,  votre lettre du 13 m'a caus une grande
    joie. Vous m'aimez donc toujours, ma potique Julie.  L'absence,  dont
    vous  dites tant de mal,  n'a donc pas eu son influence habituelle sur
    vous.  Vous vous plaignez de l'absence: que devrais-je  dire  moi,  si
    j'osais  me plaindre,  prive de tous ceux qui me sont chers?  Ah,  si
    nous n'avions pas la religion pour nous consoler,  la vie serait  bien
    triste!  Pourquoi  me  supposez-vous  un  regard  svre quand vous me
    parlez de votre affection pour le jeune homme?  Sous ce rapport je  ne
    suis rigide que pour moi.  Je comprends ces sentiments chez les autres
    et si je ne puis les approuver,  ne les ayant jamais ressentis,  je ne
    les condanne pas. Il me parat seulement que l'amour chrtien, l'amour
    du prochain, l'amour pour nos ennemis est plus mritoire, plus doux et
    plus beau que ne le sont les sentiments que peuvent inspirer les beaux
    yeux  d'un  jeune  homme    une jeune fille potique et aimante comme
    vous.
    La nouvelle de la mort du comte Bezouchoff nous  est  parvenue  avant
    votre  lettre,  et mon pre en a t trs affect.  Il dit que c'tait
    l'avant-dernier reprsentant du grand sicle,  et qu'  prsent  c'est
    son  tour;  mais  qu'il  fera son possible pour que son tour vienne le
    plus tard possible. Que Dieu nous garde de ce terrible malheur!  Je ne
    puis  partager  votre opinion sur Pierre que j'ai connu enfant.  Il me
    paraissait toujours avoir un coeur excellent,  et c'est la qualit que
    j'estime le plus dans les gens. Quant  son hritage et au rle qu'y a
    jou le prince Basile, c'est bien triste pour tous les deux. Ah! chre
    amie,  la  parole  de  notre  divin  Sauveur  qu'il est plus ais  un
    chameau de passer par le trou d'une aiguille,  qu'il  ne  l'est    un
    riche d'entrer dans le royaume de Dieu,  cette parole est terriblement
    vraie;  je plains le prince Basile et  je  regrette  encore  davantage
    Pierre.  Si  jeune  et  accabl  de cette richesse,  que de tentations
    n'aura-t-il pas  subir!  Si on me demandait ce que je  dsirerais  le
    plus  au  monde  ce  serait  d'tre plus pauvre que le plus pauvre des
    mendiants. Mille grace, chre amie, pour l'ouvrage que vous m'envoyez,
    et qui fait si grande fureur chez vous.  Cependant,  puisque  vous  me
    dites  qu'au  milieu de plusieurs bonnes choses il y en a d'autres que
    la faible conception humaine ne peut atteindre,  il  me  parat  assez
    inutile de s'occuper d'une lecture inintelligible,  qui par l mme ne
    pourrait tre d'aucun fruit.  Je n'ai jamais pu comprendre la  passion
    qu'ont   certaines   personnes  de  s'embrouiller  l'entendement,   en
    s'attachant  des livres mystiques,  qui n'lvent que des doutes dans
    leurs esprits,  exaltent leur imagination et leur donnent un caractre
    d'exagration tout  fait contraire  la simplicit chrtienne. Lisons
    les Aptres et l'Evangile.  Ne cherchons pas  pntrer ce que ceux-l
    renferment  de  mystrieux,  car,  comment  oserions-nous,  misrables
    pcheurs que nous sommes,  prtendre  nous initier dans  les  secrets
    terribles  et  sacrs  de  la Providence,  tant que nous portons cette
    dpouille charnelle,  qui lve  entre  nous  et  l'ternel  un  voile
    impntrable?  Bornons-nous  donc  tudier les principes sublimes que
    notre divin  Sauveur  nous  a  laiss  pour  notre  conduite  ici-bas;
    cherchons    nous  y  conformer et  les suivre,  persuadons-nous que
    moins nous donnons d'essor  notre faible esprit humain et plus il est
    agrable  Dieu,  qui rejette toute science ne venant pas de Lui;  que
    moins  nous  cherchons    approfondir ce qu'il Lui a plu de drober 
    notre connaissance,  et plutt Il nous en accordera la dcouverte  par
    Son divin Esprit.
    Mon  pre  ne m'a pas parl du prtendant,  mais il m'a dit seulement
    qu'il a reu une lettre et attendait une visite du prince Basile. Pour
    ce qui est du projet de mariage qui me regarde,  je vous dirai,  chre
    et  excellente amie,  que le mariage,  selon moi,  est une institution
    divine  laquelle il faut se conformer.  Quelque pnible que cela soit
    pour moi,  si le Tout-puissant m'impose jamais les devoirs d'pouse et
    de mre,  je tcherai de les remplir aussi fidlement que je  pourrai,
    sans  m'inquiter  de  l'examen  de  mes sentiments  l'gard de celui
    qu'il me donnera pour poux.
    J'ai reu une lettre de mon frre qui m'annonce son arrive    Lisie
    Gori avec sa femme.  Ce sera une joie de courte dure,  puisqu'il nous
    quitte pour prendre part  cette malheureuse guerre,   laquelle  nous
    sommes  entrans  Dieu  sait comment et pourquoi.  Non seulement chez
    vous,  au centre des affaires et du monde,  on ne parle que de guerre,
    mais  ici,  au  milieu  de ces travaux champtres et de ce calme de la
    nature que les citadins se reprsentent ordinairement   la  campagne,
    les  bruits  de la guerre se font entendre et sentir pniblement.  Mon
    pre ne parle que marche et  contremarche,  choses  auxquelles  je  ne
    comprends rien; et avant-hier, en faisant ma promenade habituelle dans
    la rue du village,  je fus tmoin d'une scne dchirante... C'tait un
    convoi de recrues enrles chez nous et expdies pour  l'arme...  Il
    fallait  voir l'tat dans lequel se trouvaient les mres,  les femmes,
    les enfants des hommes qui partaient et entendre les sanglots des  uns
    e des autres!  On dirait que l'humanit a oubli les lois de son divin
    Sauveur,  qui prchait l'amour et le pardon des offenses,  et  qu'elle
    fait consister son plus grand mrite dans l'art de s'entre-tuer.
    Adieu,  ma  chre  et bonne amie,  que notre divin Sauveur et Sa trs
    Sainte Mre vous aient en Leur sainte et puissante garde.
    Marie.
    [128.  Cara e ottima amica,  la vostra lettera del 13 mi ha  arrecato
    una grande gioia.  Dunque mi volete ancora bene, mia poetica Julie. La
    lontananza che tanto deprecate non ha avuto il suo abituale effetto su
    di voi. Vi lamentate della lontananza; ma che cosa dovrei dire io,  se
    osassi  lagnarmi,  privata come sono di tutti coloro che mi sono cari?
    Ah, se non avessimo la religione per consolarci, quanto sarebbe triste
    la nostra vita!  Perch  attribuirmi  uno  sguardo  severo  quando  mi
    parlate del vostro affetto per quel giovane?  In simili cose,  io sono
    severa soltanto con me stessa.  Comprendo tali sentimenti negli altri;
    non  posso  approvarli,  non  avendoli  mai conosciuti,  ma nemmeno li
    condanno.  Mi sembra  soltanto  che  l'amore  cristiano,  l'amore  del
    prossimo, l'amore per i nostri nemici, sia pi meritevole, pi dolce e
    pi  bello  dei  sentimenti  che  i  begli occhi di un giovane possono
    ispirare a una fanciulla poetica e semplice come voi siete.
    La notizia della morte del  conte  Bezuchov  ci  giunse  prima  della
    vostra  lettera,  e  mio  padre ne fu molto colpito.  Egli dice che il
    conte Bezuchov era il penultimo rappresentante del grande secolo e che
    ora tocca a lui scomparire,  ma che far di tutto perch il suo  turno
    venga  il  pi  tardi  possibile.  Dio ci guardi da una cos terribile
    sventura!  Non posso condividere la vostra opinione su Pierre,  che ho
    conosciuto bambino e che mi  sempre sembrato avere un cuore d'oro,  e
    questa  la qualit che apprezzo  di  pi  in  qualsiasi  persona.  In
    quanto  alla  sua  eredit  e  alla  parte che vi ha avuto il principe
    Vassilij,  cosa ben triste per tutti e due. Ah, amica mia,  le parole
    del  nostro  divino  Salvatore   -  secondo le quali  pi facile a un
    cammello il passare per la cruna di un ago che a  un  ricco  l'entrare
    nel  regno  di Dio  -  sono terribilmente vere!  Compiango il principe
    Vassilij e ancora di pi Pierre. Cos giovane e afflitto da una simile
    ricchezza, quante tentazioni dovr subire! Se mi si chiedesse che cosa
    desidero di pi al mondo, risponderei che vorrei essere pi povera del
    pi povero fra tutti i mendicanti della  terra.  Mille  grazie,  amica
    cara, per l'opera che mi avete mandato e che ottiene tanto successo da
    voi.  Ma,  poich dite che fra molte cose buone ne contiene altre alle
    quali non pu giungere il debole intelletto  umano,  mi  pare  inutile
    dedicare il tempo a una lettura inintelligibile,  che essendo tale non
    potrebbe recare alcun giovamento.  Non ho mai  potuto  comprendere  la
    passione  che  certuni  hanno  di  confondersi le idee,  ostinandosi a
    leggere dei libri mistici, i quali non possono avere altro effetto che
    quello  di   far   sorgere   dei   dubbi   nell'anima,   di   esaltare
    l'immaginazione  e  di  generare  un'esagerazione  in contrasto con la
    semplicit cristiana.  Leggiamo  gli  Apostoli  e  il  Vangelo,  senza
    cercare  di  comprendere  quanto  di  arcano  contengono,  poich come
    potremmo osare noi,  miseri peccatori,  iniziarci al tremendi e  sacri
    misteri della Provvidenza,  sino a che portiamo questa spoglia carnale
    che stende tra noi  e  l'Eterno  un  velo  impenetrabile?  Limitiamoci
    dunque a studiare i principi sublimi che il nostro divino Salvatore ci
    ha  lasciato  come  guida  nella  nostra  vita  terrena;  cerchiamo di
    conformarci ad essi e di  seguirli;  persuadiamoci  che,  quanto  meno
    libert  concediamo alla nostra debole mente umana,  tanto pi graditi
    saremo a Dio,  il quale respinge ogni scienza che non derivi  da  Lui,
    giacch  quanto  meno  cerchiamo  di  approfondire ci che Gli piacque
    celare al nostro intelletto,  tanto pi presto Egli ce lo riveler per
    mezzo del suo spirito divino.
    Mio padre non mi ha parlato del pretendente, mi ha detto soltanto che
    ha  ricevuto  una  lettera e aspetta una visita del principe Vassilij.
    Quanto al progettato matrimonio che  mi  riguarda,  vi  dir,  cara  e
    ottima  amica,  che  lo  considero  una  istituzione divina alla quale
    dobbiamo conformarci. Per quanto la cosa mi possa riuscire penosa,  se
    l'Onnipotente vorr impormi i doveri di moglie e di madre, cercher di
    compierli  con la massima fedelt possibile,  senza curarmi affatto di
    esaminare i miei sentimenti verso  colui  che  Egli  vorr  darmi  per
    sposo.
    Ho ricevuto una lettera da mio fratello che mi annunzia il suo arrivo
    a  Lissia-Gori  con  la  moglie.  Non  sar una gioia di lunga durata,
    giacch egli ci lascer presto per prendere parte a questa disgraziata
    guerra  alla  quale,  Dio  sa  come  e  perch,   siamo  tutti  quanti
    trascinati.  Non  solo  da  voi,  nel centro degli affari e della vita
    mondana, non si parla d'altro che di guerra, ma anche qui tra i lavori
    dei campi e nella pace della  natura  che  la  gente  di  citt  suole
    immaginare  in campagna,  i rumori della guerra si fanno dolorosamente
    sentire.  Mio padre non parla che di marce e di contromarce,  cose  di
    cui nulla capisco;  e ieri l'altro,  durante la mia solita passeggiata
    per la strada  del  villaggio,  sono  stata  testimone  di  una  scena
    straziante...  Passava un convoglio di reclute, arruolate qui da noi e
    mandate alla guerra...  Bisognava vedere le madri,  le mogli,  i figli
    degli  uomini  che  partivano  e  udire i singhiozzi degli uni e degli
    altri!  Sembra veramente che l'umanit abbia dimenticato le leggi  del
    suo divino Salvatore, che predicava l'amore e il perdono delle offese,
    e che faccia consistere il suo maggior merito nell'arte di uccidersi a
    vicenda.
    Addio,  mia  cara e buona amica!  Che il nostro divino Salvatore e la
    Sua  santissima  Madre  vi  tengano  sotto  la  Loro  santa  e  divina
    protezione.
    Mrija].

    - "Ah,  vous expdiez le courrier, princesse; moi j'ai dj expdi le
    mien. J'ai crit  ma pauvre mre" [129. Ah, state sbrigando la vostra
    corrispondenza,  principessina?  Io ho gi spedito la mia: ho  scritto
    alla mia povera mamma]  -  disse in fretta con la sua voce simpatica e
    profonda  la  sorridente  "mademoiselle"  Bourienne,  infondendo nella
    raccolta,  triste e cupa atmosfera della principessina Mrija un senso
    di gaiezza e di serenit.
    - "Princesse,  il faut que je vous prvienne"  -  soggiunse abbassando
    la voce:   -  "le prince a eu une altercation",   -  e disse la parola
    "altercation"  arrotando  ancor pi la erre e ascoltandosi con piacere
    -  "une altercation avec Michel  Ivanoff.  Il  est  de  trs  mauvaise
    humeur, trs morose. Soyez prvenue, vous savez..." [130. Principessa,
    devo  avvertirvi  che  il  principe  ha  avuto  un alterco con Michal
    Ivnovic'. E' di pessimo umore e molto inquieto. Sappiatelo...].
    - "Ah, chre amie,   -  rispose la principessina Mrija  -  je vous ai
    prie de ne jamais me prvenir de l'humeur lans laquelle se trouve mon
    pre.  Je ne me permets pas de le juger, et je ne voudrais pas que les
    autres le fassent" [131. Mia cara amica, vi ho pregato parecchie volte
    di non informarmi mai dell'umore di mio padre.  Io non mi permetto  di
    giudicarlo e non vorrei che neppure gli altri lo facessero].
    La principessina guard l'orologio e,  accortasi che aveva superato di
    cinque minuti l'ora destinata al clavicembalo,  si affrett,  con aria
    spaventata,  ad entrare nel salotto.  Da mezzogiorno alle due, secondo
    l'ordine del giorno, il principe riposava e la principessina sonava il
    clavicembalo.


    CAPITOLO 23.

    Il vecchio cameriere,  seduto sulla sua sedia  sonnecchiando,  tendeva
    l'orecchio al russare del principe,  che stava riposando nel suo vasto
    studio.  Dall'altra estremit della casa,  attraverso gli usci chiusi,
    si udivano,  ripetuti per la ventesima volta,  i passaggi difficili di
    una sonata di Dussek (132).
    In quel momento si fermarono davanti alla scalinata  del  palazzo  una
    carrozza  e un calesse.  Dalla carrozza discese il principe Andrj che
    aiut la sua piccola moglie a scendere e la fece  passare  avanti.  Il
    vecchio  Tichn,  in  parrucca,  comparve  sulla soglia del vestibolo,
    comunic a voce bassa che il principe dormiva e richiuse in fretta  la
    porta.  Tichn  sapeva  che n l'arrivo del figlio n qualsiasi altro,
    sia pure  eccezionale,  avvenimento,  dovevano  turbare  le  abitudini
    quotidiane.  Evidentemente il principe Andrj lo sapeva quanto Tichn.
    Guard l'orologio per controllare se le abitudini  del  padre  fossero
    mutate  da quando l'aveva visto l'ultima volta e,  assicuratosi di no,
    si volse alla moglie.
    - Tra  venti  minuti  il  principe  si  alza;  andiamo  intanto  dalla
    principessina Mrija  -  disse.
    La  piccola  moglie del principe Andrj si era molto arrotondata negli
    ultimi tempi,  ma i suoi occhi e il suo breve labbruzzo sorridente  si
    sollevarono con la stessa dolce grazia quando cominci a parlare.
    -  Ma  questo   un vero palazzo!   -  esclam,  guardandosi attorno e
    parlando  al  marito  con  quell'espressione   che   si   assume   nel
    congratularsi  con il padrone di casa per una riuscita festa da ballo.
    -  Andiamo, andiamo presto!  -  E,  voltandosi,  sorrise a Tichn,  al
    marito e al domestico che li accompagnava.
    - "C'est Marie qui s'exerce?  Allons doucement, il faut la surprendre"
    [133.  E' Mrija che si esercita?  Andiamo pian piano  per  farle  una
    sorpresa].
    Il principe Andrj la seguiva con aria cortese e triste insieme.
    - Sei invecchiato,  Tichn  -  disse,  passando davanti al vecchio che
    gli baciava la mano.
    Dalla porta laterale della stanza,  dalla quale giungevano i suoni del
    clavicembalo,   usc  di  corsa  nel  corridoio  la  graziosa,  bionda
    francese,  "mademoiselle" Bourienne,  che sembrava fuori di  s  dalla
    gioia.
    - "Ah,  quel bonheur pour la princesse!"  -  esclam.   -  "Enfin,  il
    faut que je la prvienne" [134.  Oh,  che felicit per la principessa!
    Bisogna avvertirla!].
    - "Non,  non,  de grace...  Vous tes mademoiselle Bourienne,  je vous
    connais dj par l'amiti que vous porte ma  belle-soeur"    disse  la
    principessa,  abbracciandola  e  baciandola.   -  "Elle ne nous attend
    pas..."  [135.  No,  no,   per  favore...   Voi  siete  "mademoiselle"
    Bourienne:  vi  conosco gi per l'amicizia che ha per voi mia cognata.
    Ella non ci aspetta...].
    Si avvicinarono alla  porta  del  salotto,  donde  si  udiva  giungere
    l'insistente ripetizione di un passaggio musicale.  Il principe Andrj
    si ferm e aggrott  il  viso,  come  se  si  aspettasse  qualcosa  di
    spiacevole.
    La principessa entr.  I suoni cessarono di colpo; si ud un grido, il
    passo pesante della principessina Mrija  e  lo  schioccare  di  baci.
    Quando  il principe Andrj entr a sua volta,  le due cognate,  che si
    erano appena conosciute il giorno del matrimonio del principe  Andrj,
    erano  ancora strettamente abbracciate,  immobili,  nell'atteggiamento
    del primo minuto. "Mademoiselle" Bourienne, ritta accanto a loro,  con
    le  mani  strette  al cuore e sorridendo commossa,  era pronta tanto a
    mettersi a piangere quanto a scoppiare  in  una  risata.  Il  principe
    Andrj si strinse nelle spalle e fece una smorfia,  come potrebbe fare
    un intenditore di musica che senta una nota stonata.  Le due donne  si
    separarono;   poi,   come   se   temessero   di  non  fare  in  tempo,
    ricominciarono ad abbracciarsi e a baciarsi pi e pi  volte  e,  cosa
    assolutamente inaspettata per il principe Andrj, si misero a piangere
    e  ad abbracciarsi di nuovo.  Anche "mademoiselle" Bourienne piangeva.
    Si capiva che il principe Andrj era a  disagio;  ma  alle  due  donne
    pareva  la  cosa  pi  naturale  del  mondo  piangere e pareva che non
    potessero neppure supporre  che  quell'incontro  si  dovesse  svolgere
    diversamente.
    - "Ah, chre... Ah, Marie!"  -  esclamavano a una voce le due cognate,
    ridendo.    -    "J'ai rv cette nuit..."  -  "Vous ne nous attendiez
    donc pas?"  -  "Ah,  Marie,  vous avez maigri..." -    "Et  vous  avez
    repris" [136. Oh, cara... Oh Mrija! Ho sognato questa notte... Non ci
    aspettavate  dunque?  Ah,  Mrija,  siete  dimagrita...  E  voi  siete
    ingrassata...].
    -  "J'ai  tout  de  suite  reconnu  madame  la  princesse"  [137.   Ho
    riconosciuto  subito la signora principessa!]  -  disse "mademoiselle"
    Bourienne.
    - "Et moi qui ne me doutais pas!"  -  esclam la principessina Mrija.
    -  "Ah, Andr,  je ne vous voyais pas" [138.  E io che non ci pensavo!
    Oh, Andrj, non ti avevo visto].
    Il principe Andrj baci la mano alla sorella e l'abbracci, dicendole
    che  era  sempre  la  stessa "pleurnicheuse",  la piagnucolona che era
    sempre stata.  La principessina Mrija alz il viso verso il  fratello
    e,  attraverso le lacrime,  lo fiss con lo sguardo caldo e affettuoso
    dei suoi occhi in quel momento bellissimi e radiosi.
    La piccola principessa continuava  a  parlare  senza  posa.  Il  breve
    labbruzzo  superiore,  ornato di una lieve peluria,  si abbassava ogni
    momento, sfiorando un poco il roseo labbro inferiore,  poi di nuovo il
    sorriso   illuminava   gli   occhi   e   faceva  risplendere  i  denti
    bianchissimi.  La principessa stava raccontando un incidente  che  era
    loro  accaduto  sul  monte  Spasska  e  che,  date  le sue particolari
    condizioni,  avrebbe potuto costituire  per  lei  un  grave  pericolo;
    subito  dopo  pass  a  dire che aveva lasciato tutti i suoi vestiti a
    Pietroburgo e che qui sarebbe andata vestita Dio sa come,  che  Andrj
    era  molto  mutato,  che Kitty Odynzova aveva sposato un vecchio e che
    c'era un fidanzato per la principessina Mrija,  proprio  davvero,  ma
    che di questo avrebbe parlato poi.  La principessina Mrija continuava
    a tacere  guardando  il  fratello  e  nei  suoi  bellissimi  occhi  si
    leggevano  amore  e  tristezza.  Era  chiaro  che  nella  sua mente si
    susseguivano ora dei pensieri che non avevano nulla a che  vedere  con
    quanto  andava  dicendo  la cognata.  A mezzo della descrizione di una
    festa svoltasi a Pietroburgo, essa si volse al fratello.
    - Sei proprio deciso,  Andrj,  a partire per la guerra?   -   chiese,
    sospirando.
    Anche la principessa Liza trasal.
    - Domani stesso!  -  le rispose il fratello.
    - "Il m'abandonne ici et Dieu sait pourquoi,  quand il aurait pu avoir
    de l'avancement..." [139.  Mi lascia qui,  e  Dio  sa  perch,  mentre
    avrebbe potuto ottenere una promozione...].
    La  principessina  Mrija,  che  continuava a seguire il filo dei suoi
    pensieri,  non l'ascolt sino in fondo,  ma accenn con occhi pieni di
    tenerezza al ventre ingrossato e le chiese:
    - E' certo?
    Il viso della principessa mut espressione e, sospirando, rispose:
    - S,  certo... Ah! E' una cosa terribile, terribile...
    Il  piccolo  labbro  di Liza prese a tremare.  Ella avvicin il viso a
    quello della cognata e, inaspettatamente, riprese a piangere.
    - Ha bisogno di riposarsi  -  intervenne il principe Andrj corrugando
    il volto.  -  Non  vero, Liza?  Mrija,  accompagnala in camera tua e
    intanto io andr dal babbo. Come sta? E' sempre lo stesso?
    -  Sempre  lo  stesso:  non so se sembrer cos anche a te  -  rispose
    ridendo la principessina.
    - Sempre le stesse ore per le passeggiate e per il tornio?   -  chiese
    il principe Andrj con un sorriso appena percettibile,  che dimostrava
    come,  nonostante tutto l'affetto e  il  rispetto  per  il  padre,  ne
    conoscesse e ne comprendesse le debolezze.
    - Sempre ogni cosa alla stessa ora,  e il tornio, e la matematica e le
    mie lezioni di geometria  -   rispose  allegramente  la  principessina
    Mrija,  come  se quelle lezioni fossero una delle cose pi gaie della
    sua vita.
    Allorch i venti minuti che dovevano passare prima del  risveglio  del
    vecchio principe furono trascorsi,  Tichn venne a chiamare il giovane
    principe da parte del padre.  Il vecchio,  in  onore  dell'arrivo  del
    figlio,  aveva  fatto  un'eccezione alle proprie abitudini: aveva dato
    ordine che fosse introdotto nelle sue stanze durante la  toeletta  che
    faceva  prima  del  pranzo.  Il vecchio principe si vestiva secondo la
    moda di parecchi anni addietro e portava la parrucca  incipriata.  Nel
    momento   in  cui  il  principe  Andrj  (non  gi  con  l'espressione
    sprezzante che soleva assumere quando era in un  salotto,  ma  con  il
    viso  animato che aveva quando discorreva con Pierre) entr dal padre,
    il vecchio, seduto nel suo gabinetto di toeletta, in un'ampia poltrona
    di marocchino,  avvolto in un accappatoio che gli riparava  gli  abiti
    dalla cipria, affidava la testa alle mani di Tichn.
    - Ol, guerriero! Vuoi andare a sconfiggere Buonaparte?  -  esclam il
    vecchio,  scotendo la testa incipriata per quanto glielo permetteva il
    codino che Tichn teneva tra le mani  per  intrecciarlo.    -    Dgli
    addosso a dovere,  se no, quello, tra non molto, considerer anche noi
    suoi sudditi. Salve!  -  E gli porse la guancia da baciare.
    Il vecchio era di ottimo umore dopo il sonnellino  pomeridiano.  (Egli
    soleva  dire  che il sonno pomeridiano  d'argento e prima di pranzo 
    d'oro).  Di sotto le folte sopracciglia cadenti diede  un'occhiata  al
    figlio.  Il  principe Andrj gli si avvicin e lo baci su una guancia
    nel punto da lui indicato.  Non rispose al prediletto tema di discorso
    del padre, ironizzante come al solito sui casi militari del momento e,
    in particolare, su Napoleone.
    - S,  babbo, sono venuto a trovarvi con mia moglie incinta  -  disse,
    seguendo con occhi rispettosi e attenti ogni minimo mutamento del viso
    del padre.  -  Come va la vostra salute?
    - Soltanto gli stupidi e i viziosi si  ammalano,  mio  caro...  Tu  mi
    conosci: sono occupato dalla mattina alla sera, in continuazione, sono
    sobrio e perci sto benissimo!
    - Sia lodato Iddio!  -  rispose il figlio, sorridendo.
    -  Iddio  qui  non c'entra.  Be',  raccontami  -  prosegu il vecchio,
    tornando al suo argomento preferito  -    come  i  tedeschi  vi  hanno
    insegnato  a combattere Buonaparte secondo la nuova scienza denominata
    strategia.
    Il principe Andrj sorrise.
    - Lasciatemi pigliar fiato, padre mio  -  rispose con un sorriso,  dal
    quale si capiva che le debolezze del padre non diminuivano l'affetto e
    il rispetto verso il vecchio.  -  Non sono ancora entrato nelle nostre
    stanze...
    -  Storie,  storie...   -  grid il vecchio,  scotendo il treccino per
    provare se era fermato bene e prendendo  per  mano  il  figlio.-    La
    camera  per  tua  moglie    pronta.  La  principessina  Mrija l'avr
    accompagnata,  le mostrer tutto e le racconter un mucchio di cose...
    Le donne si divertono a chiacchierare. Sono contento di vederla. Siedi
    e raccontami. So gi tutto sull'esercito di Michelson (140) e anche su
    quello  di Tolstj (141),  e sullo sbarco simultaneo.  Ma l'armata del
    sud che far?  La Prussia rimane neutrale,  lo  so.  E  l'Austria  che
    intenzioni avr?   -  chiese,  alzandosi dalla poltrona e mettendosi a
    camminare per la stanza seguito  da  Tichn  che  gli  correva  dietro
    porgendogli  a  uno  a  uno  gli indumenti.   -  E la Svezia?  Come si
    attraverser la Pomerania (142)?
    Il principe  Andrj,  alle  insistenti  domande  del  padre,  dapprima
    malvolentieri  ma  via  via  animandosi  sempre pi e passando,  senza
    volerlo ma per abitudine, dal russo al francese, cominci ad esporre i
    piani d'operazione progettati per la futura campagna.  Un esercito  di
    90000  uomini  doveva  minacciare  la  Prussia  per farla uscire dalla
    neutralit e trascinarla nel conflitto; una parte di quell'esercito si
    sarebbe unito a Stralsunda con le truppe  svedesi;  220000  Austriaci,
    insieme  con  100000  Russi  avrebbero  operato  in Italia e sul Reno,
    mentre 5000 Russi e 5000 Inglesi sarebbero sbarcati a Napoli, insomma,
    un esercito di 500000 uomini avrebbe invaso la  Francia  da  tutte  le
    parti.
    Il  vecchio  principe  non  dimostrava alcun interesse alle parole del
    figlio, come se non lo ascoltasse nemmeno. Continuando a vestirsi,  lo
    interruppe inaspettatamente, per ben tre volte. A un certo momento, si
    ferm e grid:
    - Il bianco! Il bianco!
    Ci  significava  che  Tichn non gli aveva dato il panciotto che egli
    desiderava. La seconda volta si ferm di nuovo e chiese:
    - Nascer presto?   -  e,  scotendo il capo con  aria  di  rimprovero,
    disse:  -  Male... Continua, continua!
    La  terza  volta,  mentre  il  principe Andrj stava per finire il suo
    racconto,  il vecchio con voce senile e stonata prese a  canticchiare:
    Marlborough  s'en  va  la guerre.  Dieu sait quand reviendra! [143.
    Marlborough ne va alla guerra. Dio sa quando ritorner].
    Il figlio si limit a sorridere.
    - Non vi dico che io approvi questo piano  -  riprese il figlio; -  vi
    ho detto semplicemente come stanno le cose.  Napoleone avr  anch'egli
    un piano prestabilito, non peggiore del nostro.
    - Be', non mi hai raccontato proprio nulla di nuovo.  -  E il vecchio,
    come  pensieroso,  torn a mormorare rapidamente:  -  Dieu sait quand
    reviendra Va', va' in sala da pranzo!


    CAPITOLO 24.

    All'ora prefissa,  il principe,  incipriato  e  rasato  accuratamente,
    entr in sala da pranzo dove lo attendevano la nuora, la principessina
    Mrija,  "mademoiselle" Bourienne e l'architetto di casa che,  per uno
    strano  capriccio  del  principe,  era  ammesso  alla  tavola  comune,
    sebbene,  da uomo insignificante qual era, non avesse alcun titolo per
    godere di tale onore.  Il principe,  che nella sua vita  aveva  sempre
    tenuto  molto  alla  distinzione  delle  classi  e  che  ben  di  rado
    accoglieva alla sua tavola persino  certi  funzionari  importanti  del
    distretto,  con  l'ammettere  Michal Ivnovic' (il quale in un angolo
    della sala si soffiava il naso con  un  fazzoletto  a  quadri),  aveva
    forse  voluto  dimostrare  che  tutti  gli uomini sono uguali e spesse
    volte aveva ripetuto alla figlia che Michal Ivnovic' non era affatto
    inferiore a loro due.  E a tavola rivolgeva la parola a quel taciturno
    giovanotto pi spesso che agli altri commensali.
    Nella sala da pranzo, alta e vastissima, come lo erano tutte le stanze
    di  quella  casa,  attendevano  l'arrivo  del principe i familiari e i
    domestici ritti dietro le seggiole; il maggiordomo,  con una salvietta
    sul braccio, ispezionava il servizio, faceva cenni rapidi ai domestici
    e continuamente correva con lo sguardo dall'orologio a muro alla porta
    dalla  quale  doveva  entrare  il padrone di casa.  Il principe Andrj
    stava osservando in una grande cornice dorata  un  quadro,  nuovo  per
    lui,  con  l'albero  genealogico della famiglia Bolkonskij,  appeso di
    fronte a un altro che rappresentava la  figura,  piuttosto  mal  fatta
    (evidentemente  dalla  mano  di  un  pittore di casa),  di un principe
    regnante,  con la corona  in  testa,  che  sarebbe  dovuto  essere  un
    discendente  di  Rjurik  (144)  e il capostipite della generazione dei
    Bolkonskij.  Il principe Andrj contemplava quell'albero  genealogico,
    scotendo  il  capo  e sorridendo,  con quell'aria con cui si guarda un
    ritratto somigliante sino ad essere ridicolo.
    - Come lo riconosco in tutto questo!   -    disse  alla  principessina
    Mrija che gli si avvicinava.
    La  principessina  Mrija  guard  il fratello: non comprendeva di che
    cosa egli ridesse.  Tutto ci che faceva suo padre  suscitava  in  lei
    un'ammirazione che non tollerava discussioni.
    -  Ciascuno  ha  il  suo  tallone  d'Achille   -  prosegu il principe
    Andrj.   -  Con  una  intelligenza  come  la  sua,  "donner  dans  ce
    ridicule" [145. cadere in tali ridicolaggini!].
    La  principessina Mrija,  che non poteva capire l'ardire del giudizio
    del fratello, si preparava a rispondere, quando si ud provenire dallo
    studio il rumore dei passi attesi: il vecchio principe entr, rapido e
    allegro come sempre,  quasi  volesse,  con  i  suoi  modi  frettolosi,
    stabilire  un evidente contrasto con l'ordine severo che regnava nella
    casa.  Proprio in quel momento il  grande  pendolo  batt  le  due,  e
    l'orologio  del  salotto  gli  rispose  con  due rintocchi pi dolci e
    leggeri.  Il principe si ferm.  Di sotto le folte  sopracciglia,  gli
    occhi  vivaci  e  lucenti  volsero  su  tutti  uno sguardo severo e si
    fermarono sulla giovane principessa.  Ella  fu  presa,  ora,  da  quel
    sentimento che provano i cortigiani all'ingresso del sovrano,  da quel
    sentimento misto di paura e di rispetto che il  vecchio  suscitava  in
    tutti  coloro  che  gli  si  avvicinavano.  Egli  le accarezz prima i
    capelli e poi, con un gesto goffo, le diede un colpetto sulla nuca.
    - Sono molto, molto contento!  -  disse,  fissandola negli occhi;  poi
    si  scost  in  fretta  da  lei e and a sedersi al proprio posto.   -
    Sedetevi, sedetevi Michal Ivnovic', sedetevi!
    Indic alla nuora il posto accanto a s. Il domestico tir indietro la
    sedia perch ella potesse accomodarsi.
    - Oh, oh, oh!   -  esclam il vecchio,  osservando il corpo ingrossato
    di lei.  -  Troppa fretta, troppa... Male!
    E  rise  di  un riso secco,  sgradevole e freddo,  come rideva sempre:
    soltanto con la bocca, mentre gli occhi rimanevano seri.
    - Bisogna camminare molto, moltissimo, il pi possibile...
    La piccola principessa non sent o non volle sentire  le  sue  parole.
    Taceva  e  appariva  confusa.  Il  principe  le parl del padre e solo
    allora ella sorrise e  ruppe  il  suo  silenzio.  La  interrog  sulle
    conoscenze  comuni e lei,  animandosi vieppi,  si mise a raccontare i
    pettegolezzi della citt e gli trasmise i saluti di tutti.
    - "La comtesse Apraksine, la pauvre, a perdu son mari et elle a pleur
    les larmes de ses yeux" [146. La povera contessa Aprksina ha perso il
    marito e ha pianto tutte le sue lacrime] - disse, animandosi sempre di
    pi.
    Quanto pi si accentuava la vivacit  di  lei,  tanto  pi  severa  si
    faceva  l'espressione  del  viso  del principe che la guardava;  ad un
    tratto,  come se l'avesse studiata abbastanza e  si  fosse  fatto  una
    chiara  opinione  di  lei,  si  volt dall'altra parte,  verso Michal
    Ivnovic'.
    - Dunque, Michal Ivnovic',  le cose si metteranno male per il nostro
    Buonaparte! A quanto mi ha detto il principe Andrj,  -  (egli parlava
    sempre del figlio in terza persona)  -  si stanno preparando contro di
    lui  forze  eccezionali!   E  dire  che  io  e  voi  l'abbiamo  sempre
    considerato una vera nullit!
    Michal Ivnovic',  che ignorava nel modo pi assoluto  quando  "io  e
    voi"   avessero   pronunziato  un  simile  giudizio  nei  riguardi  di
    Bonaparte,  cap tuttavia  di  essere  necessario  per  introdurre  il
    prediletto  argomento  e guard il giovane principe,  domandandosi che
    cosa avrebbe detto.
    - Oh,  egli  un grande stratega!   -  disse il  principe  al  figlio,
    indicandogli l'architetto.
    E la conversazione riprese a trattare della guerra,  di Bonaparte, dei
    generali e degli uomini  di  stato  del  tempo.  Il  vecchio  principe
    sembrava convinto che non solo gli uomini di stato del momento fossero
    tutti  dei  ragazzi  qualsiasi  ignari  delle  pi  elementari nozioni
    dell'arte militare e politica, che Bonaparte fosse un francesucolo che
    aveva avuto successo soltanto perch non esistevano dei Potmkin (147)
    e dei Suvorov da mettergli di fronte;  ma era anche convinto del fatto
    che in Europa non ci fosse alcun contrasto politico,  che non ci fosse
    la guerra e che si assistesse soltanto a una commedia  da  marionette,
    recitata  da  uomini  che  fingevano  di  occuparsi di cose serie.  Il
    principe Andrj sopportava allegramente le canzonature del padre sugli
    uomini del tempo; anzi, con evidente piacere,  lo stuzzicava a parlare
    e lo ascoltava.
    -  Tutto ci che  avvenuto nel passato pare sempre buono e bello,   -
    disse  -  ma forse  che  lo  stesso  Suvorov  non  cadde  nell'insidia
    tesagli da Moreau (148) e dalla quale non seppe uscire?
    - Chi ti ha detto questo?  Chi te lo ha detto?   -  grid il principe.
    -  Suvorov!   -  E respinse violentemente il piatto che Tichn afferr
    al volo.   -  Suvorov! rifletti, principe Andrj... Due uomini ci sono
    stati: Fridrik (149) e Suvorov...  Moreau?  Ma  Moreau  sarebbe  stato
    fatto prigioniero,  se Suvorov avesse avuto le mani libere...  Ma egli
    doveva occuparsi dell'"Hofs-Kriegs-Wurst-Schnaps-Rat" (150) e non  era
    affare  da  poco!  Andrete  l  e  li conoscerete anche voi!  Se non 
    riuscito a venirne a capo Suvorov, come volete che possa farlo Michal
    Kutuzv? No,  mio caro,   -  prosegu  -  con i vostri generali non ce
    la  farete  contro  Buonaparte: ci vorrebbero generali francesi che si
    divorerebbero l'uno con l'altro.  Si  mandato il tedesco Pahlen (151)
    a  New  York,  in  America,  a  cercare  il francese Moreau  -  disse,
    alludendo all'invito fatto quell'anno a Moreau  affinch  entrasse  al
    servizio della Russia.  -  Erano forse tedeschi i Potmkin, i Suvorov,
    gli Orlv (152)?  No, mio caro, o laggi voialtri siete tutti fuori di
    senno o sono impazzito io.  Dio vi  protegga,  ma  staremo  a  vedere.
    Buonaparte,  intanto,   considerato da loro un gran condottiero!  Ah,
    ah!
    - Io non dico che tutte le disposizioni date  sinora  siano  ottime  -
    dichiar  il  principe  Andrj;   -  tuttavia non riesco a capire come
    possiate giudicare a questo modo Buonaparte. Ridete quanto volete,  ma
    Buonaparte resta pur sempre un grande condottiero!
    - Michal Ivnovic'!  -  grid il vecchio principe all'architetto che,
    alle prese con l'arrosto, sperava di essere stato dimenticato.  -  Non
    vi  ho detto che Buonaparte  un grande stratega?  Ecco,  egli dice la
    stessa cosa.
    - Certamente, eccellenza!  -  rispose l'architetto.
    Il principe rise di nuovo del suo riso secco e freddo.
    - Buonaparte  nato con la camicia.  Ha  dei  magnifici  soldati.  Per
    prima cosa ha fatto la guerra soltanto contro i Tedeschi, e soltanto i
    buoni  a niente non riescono a sconfiggere i Tedeschi.  Da che mondo 
    mondo, tutti li hanno battuti, e loro non hanno mai battuto nessuno...
    all'infuori di se stessi.  Proprio su di loro Buonaparte ha fondato la
    propria gloria!
    E  a  questo  punto,  il  principe  cominci  a  enumerare  gli errori
    commessi,  secondo lui,  da Bonaparte sia  nelle  campagne  sia  negli
    affari  di  stato.  Il  figlio  non  obiettava,  ma  era evidente che,
    qualsiasi argomento venisse  addotto,  non  avrebbe  mutato  opinione.
    Ascoltava  trattenendosi  dal  ribattere  e  meravigliandosi  che quel
    vecchio, che da tanti anni viveva isolato in campagna,  potesse essere
    al   corrente   con  tanti  particolari  e  tanta  sottigliezza  della
    situazione politica e militare dell'Europa di quegli ultimi anni.
    - Tu credi che io,  perch sono vecchio,  non capisca  il  vero  stato
    attuale delle cose?  -  concluse.  -  Figurarsi! Di notte non dormo...
    e ci penso.  Dimmi,  infine,  se puoi, perch Buonaparte sia un grande
    condottiero... In che modo l'ha dimostrato?
    - Sarebbe una cosa troppo lunga  -  rispose il figlio.
    - Ma smettila con il tuo Buonaparte!  "Mademoiselle  Bourienne,  voil
    encore  un  admirateur  de votre goujat d'empereur!" [153.   Signorina
    Bourienne,  ecco  un  altro  ammiratore  di  quel  cafone  del  vostro
    imperatore!]  -  esclam ad alta voce, in perfetta lingua francese.
    -  "Vous  savez que je ne suis pas bonapartiste,  mon prince..." [154.
    Voi sapete, principe, che io non sono bonapartista].
    - Dieu sait quand  reviendra...    -    canticchi  il  principe  in
    falsetto. E, con una risatina, ancora pi stonata, si alz da tavola.
    La giovane principessa,  durante la discussione e durante il resto del
    pranzo,   non  aveva  parlato,   guardando  come  spaventata  ora   la
    principessina  Mrija  ora  il suocero.  Quando si alzarono da tavola,
    prese per mano la cognata e la condusse nella stanza attigua.
    - "Comme c'est un homme d'esprit votre pre!  -  le disse;  -  c'est 
    cause de cela peut-tre qu'il me fait peur!" [155.  Che uomo geniale 
    vostro padre! Forse  per questo che mi fa paura!].
    - Oh,  tanto buono!  -  rispose la principessina.


    CAPITOLO 25.

    Il  principe  Andrj partiva la sera successiva.  Il vecchio principe,
    senza mutare le sue abitudini,  dopo pranzo si era gi ritirato  nelle
    proprie stanze. La principessa Liza era nella camera della cognata. Il
    principe Andrj,  in abito da viaggio senza spalline, era intento, con
    il  cameriere,   agli  ultimi   preparativi.   Aveva   gi   esaminato
    personalmente  la carrozza e la sistemazione dei bagagli e dato ordine
    di attaccare i cavalli.  Nella  camera  non  rimanevano  pi  che  gli
    oggetti  che  egli  portava  sempre  con  s: un cofanetto,  un grande
    servizio d'argento di  piatti  e  posate,  due  pistole  turche  e  la
    sciabola,  dono  del  padre,  che  gliel'aveva portata dall'assedio di
    Ocakv (156).  Tutti questi oggetti da viaggio erano tenuti dal  conte
    in perfetto ordine: lucenti come se fossero nuovi, nelle loro custodie
    di panno, accuratamente legati da cordoncini.
    Al momento di una partenza o di un mutamento di vita, tutti gli uomini
    portati a riflettere sui propri atti fanno,  di solito, un serio esame
    delle loro idee. Di solito, in circostanze del genere, si controlla il
    passato e si fanno progetti per  l'avvenire.  Il  volto  del  principe
    Andrj aveva un'espressione buona e pensosa.  Egli, con le mani dietro
    la schiena,  percorreva rapidamente la stanza da un angolo  all'altro,
    guardando avanti a s e scuotendo di tanto in tanto il capo,  con aria
    pensierosa.  Lo rattristava il fatto di partire per la  guerra  o  gli
    doleva  di dover lasciare la moglie?  Forse l'una e l'altra cosa;  non
    desiderando,  per,  di essere sorpreso nello stato d'animo in cui  si
    trovava,  allorch  ud  un  rumore  di  passi in anticamera,  sciolse
    rapidamente le braccia e si ferm davanti allo scrittoio,  fingendo di
    essere  intento  a  chiudere la fodera del suo astuccio,  e assunse la
    consueta espressione calma e  impenetrabile.  Erano  i  passi  pesanti
    della principessina Mrija.
    -  Mi  hanno  detto  che  hai gi dato ordine di attaccare i cavalli -
    disse ella,  ansimando un po' forse perch era venuta  di  corsa.    -
    Vorrei  parlare  un  momento  con te a tu per tu.  Sa Iddio per quanto
    tempo staremo lontani!  Non ti dispiace che io sia venuta?  Sei  molto
    mutato,  Andrjuscia    -    soggiunse,  come  per  giustificare la sua
    domanda.
    Pronunziando il nome di Andrjuscia, ella aveva sorriso.  Evidentemente
    le  riusciva strano pensare che quell'uomo bello e severo fosse quello
    stesso Andrjuscia,  quel ragazzetto magro e birichino che era stato il
    compagno della sua infanzia.
    -  Dov'  Liza?    -    egli domand,  rispondendo con un sorriso alla
    domanda della sorella.
    - Era cos stanca che si  addormentata sul divano della  mia  camera.
    Ah, Andrj! Che tesoro di moglie hai!  -  osserv, mettendosi a sedere
    sul  divano,  davanti  al fratello.   -  E' una bimba,  una cara bimba
    allegra e adorabile. Le voglio tanto, tanto bene!
    Il principe Andrj taceva,  ma la principessina not che sul  viso  di
    lui era comparsa un'espressione un tantino ironica e sprezzante.
    - Ma bisogna essere indulgenti verso certe piccole debolezze;  chi non
    ne ha,  Andrj?  Non dimenticare che essa  stata educata ed  vissuta
    nel gran mondo.  E poi,  anche la sua attuale condizione non  affatto
    rosea.   Bisogna  sempre  mettersi  nei  panni  degli   altri.   "Tout
    comprendre,  c'est  tout  pardonner"  [157.  Tutto comprendere  tutto
    perdonare].  Pensa che cosa deve essere per lei,  poveretta,  dopo  la
    vita alla quale  stata avvezza,  separarsi dal marito,  rimanere sola
    in campagna e,  per di pi,  nella sua condizione!  E' una cosa  molto
    penosa.
    Il  principe  Andrj  sorrise  guardando  la sorella,  come si sorride
    quando si ascolta una persona che ci pare di conoscere sino  in  fondo
    all'anima.
    -  Anche  tu  vivi  in  campagna  e  non  trovi che sia una vita tanto
    terribile  -  disse.
    - La cosa  diversa. E poi,  che c'entro io?  Io non desidero n posso
    desiderare  un'altra  vita  perch  non conosco che questa.  Ma pensa,
    Andrj,  che cosa significa per una donna giovane,  abituata alla vita
    di  mondo,  seppellirsi,  nel fiore degli anni,  in campagna,  sola...
    perch il babbo  sempre occupato e io... tu mi conosci...  sai quanto
    io sia povera di risorse per una donna abituata alla societ elegante.
    Soltanto "mademoiselle" Bourienne...
    -  Non  mi  va affatto a genio la vostra Bourienne...   -  dichiar il
    principe Andrj.
    - Oh no! E' una cara e buona creatura e, soprattutto,  degna di piet.
    Non  ha  pi  nessuno  al  mondo.  A  dire il vero,  non solo non mi 
    necessaria, ma direi che mi  d'impaccio. Io,  tu lo sai,  sono sempre
    stata  una  selvaggia e ora pi che mai mi piace star sola.  Ma nostro
    padre vuol molto  bene  a  "mademoiselle"  Bourienne.  Lei  e  Michal
    Ivnovic'  sono le due sole persone verso le quali egli  sempre buono
    e gentile, perch tutti e due hanno molti obblighi verso di lui.  Come
    dice Sterne (158): Noi amiamo le persone non tanto per il bene che ci
    hanno  fatto,  quanto per il bene che noi abbiamo fatto loro.  Nostro
    padre raccolse sul lastrico la Bourienne,  orfana e sola,  ed  essa  
    molto buona. E al babbo piace assai sentirla leggere. Alla sera gli fa
    lettura ad alta voce. E legge veramente bene.
    - Dimmi, Marie, io penso che tu spesso debba soffrire per il carattere
    di nostro padre:  cos?  -  chiese a un tratto il principe Andrj.
    La  principessina  Mrija rimase dapprima stupita a quella domanda,  e
    poi fu presa quasi da sgomento.
    - Soffrire!  -  mormor.  -  Io soffrire?
    - Egli  sempre stato severo e mi pare che ora stia  diventando  anche
    un  po' crudele...   -  disse il principe Andrj,  a bella posta,  per
    stuzzicare la sorella e metterla alla prova,  parlando a quel modo del
    padre.
    - Tu sei buono con tutti,  Andrj,  ma hai dei pensieri orgogliosi,  -
    disse la principessina,  seguendo il filo dei propri pensieri pi  che
    le  parole  del  fratello    -    e  questo  un grave peccato.  Com'
    possibile giudicare il proprio padre?  E,  se anche  lo  fosse,  quale
    altro sentimento che non sia di venerazione potrebbe suscitare un uomo
    come nostro padre?  Io mi sento tanto contenta,  tanto felice con lui!
    Vorrei soltanto che tutti voi foste felici come lo sono io.
    Il fratello scosse il capo, incredulo.
    - Una sola cosa mi addolora,  e te la dir francamente,  Andrj:   il
    suo  modo  di  pensare per quanto riguarda la religione.  Non riesco a
    capire come un uomo della sua intelligenza non sappia vedere ci che 
    chiaro come il giorno e  possa  smarrirsi  cos!  In  questo  consiste
    veramente la mia infelicit.  Per,  in questi ultimi tempi, ho notato
    un'ombra di miglioramento. Le sue facezie sono meno caustiche, egli ha
    ricevuto un monaco, con il quale ha avuto un lungo colloquio.
    - Ah,  mia cara,  temo che tu  e  quel  monaco  sprechiate  la  vostra
    polvere!    -    disse  il principe Andrj,  ironico e affettuoso a un
    tempo.
    - Oh, "mon ami"! Io non faccio che supplicare Iddio,  e spero che Egli
    mi  esaudir.  Andrj,    -  soggiunse timidamente,  dopo un minuto di
    silenzio  -  ti devo rivolgere una preghiera...
    - Che cosa, mia cara?
    - Promettimi prima che non mi dirai di no.  Non ti coster nulla e non
      niente  che sia indegno di te.  Mi daresti una grande consolazione.
    Promettimi, Andrjuscia!   -  ripet,  mettendo una mano nella borsetta
    dove  prese  qualcosa che non lasci scorgere e che costituiva,  senza
    dubbio,  l'oggetto della sua preghiera,  come se non potesse mostrarlo
    prima  di  aver  ricevuto la promessa: e intanto fissava,  con sguardo
    timido e supplichevole, il fratello.
    - Anche se la cosa mi dovesse costare un grande sforzo...   -  rispose
    Andrj, come se avesse indovinato di che cosa si trattava.
    -  Pensa  quello  che vuoi!  So che tu sei come nostro padre...  Pensa
    quello che vuoi,  ma fallo per me.  Fallo,  te ne prego!  Il padre  di
    nostro padre,  nostro nonno,  l'ha portata in tutte le guerre...  -  E
    non si decideva a tirar fuori dalla borsetta l'oggetto che teneva  tra
    le mani.  -  Me lo prometti, dunque?
    - Certo, di che si tratta?
    - Andrj,  io ti benedico con questa piccola immagine, e tu promettimi
    che non te ne separerai mai... Me lo prometti?
    - Purch non pesi tanto da  tirarmi  gi  il  collo,  ti  prometto  di
    portarla per farti piacere  -  rispose il principe Andrj,  ma in quel
    momento,  notando l'espressione addolorata della sorella all'udire  le
    sue  parole  scherzose,  si  pent di averle pronunziate.   -  Ne sono
    molto lieto, mia cara, molto lieto davvero  -  soggiunse subito.
    - Anche tuo malgrado,  anche senza che tu lo sappia,  Egli ti salver,
    giacch  soltanto  in  Lui  sono  la  verit  e la grazia  -  disse la
    principessina Mrija con  la  voce  tremante  per  l'emozione,  mentre
    porgeva al fratello, con gesto solenne, una vecchia immagine ovale del
    Salvatore  con  un  volto  nero  e  ricoperto d'argento,  appeso a una
    catenella pure d'argento, di squisita fattura.
    Ella si fece il segno della croce,  baci l'immagine  e  la  diede  ad
    Andrj.
    - Te ne prego, Andrj... fallo per me!
    Dai  grandi  occhi  di  lei spirava una luminosa luce di timida bont.
    Quegli  occhi  illuminavano  il  volto  magro   e   malaticcio   della
    principessina  e  lo rendevano bellissimo.  Il fratello volle prendere
    l'immagine, ma ella gli ferm la mano.  Andrj cap,  si fece il segno
    della  croce  e  baci  l'effige del Salvatore.  Il suo viso esprimeva
    nello stesso tempo tenerezza (egli era un po' commosso)  e  una  lieve
    canzonatura.
    - "Merci, mon ami!"
    Ella lo baci in fronte e riprese il suo posto sul divano. Per qualche
    tempo rimasero in silenzio.
    -  Dunque,  Andrj,  sii  buono e generoso come sei sempre stato.  Non
    giudicare severamente Liza  -  prese a dire la principessina.  -  Essa
     cos cara, cos buona, e la sua condizione  ora tanto penosa!
    - Mi pare,  Mascia,  di non aver detto nulla che suoni rimprovero  per
    mia  moglie  o che dimostri che io non sia contento di lei.  Perch mi
    parli cos?
    La principessina Mrija arross e tacque come una colpevole.
    - Io non ti ho detto nulla,  ma c' chi ti ha gi parlato...  E questo
    mi addolora.
    Chiazze rosse comparvero sul collo,  sulle guance e sulla fronte della
    principessina  Mrija.  Ella  voleva  dire  qualcosa,  ma  non  poteva
    parlare.  Il fratello credette di capire: la piccola principessa, dopo
    pranzo,  aveva pianto,  aveva rivelato  i  suoi  timori  di  un  parto
    difficile  e  si  era  lamentata  della  sua sorte,  del suocero e del
    marito.  Dopo aver pianto,  si era addormentata.  Il  principe  Andrj
    prov piet per la sorella.
    -  Sappi  una  cosa,   Mascia:  io  non  posso  rimproverare,  non  ho
    rimproverato e non rimproverer mai nulla a mia moglie,  ma non  posso
    neppure  rimproverare  nulla a me stesso nei miei rapporti con lei.  E
    cos sar sempre, in qualsiasi circostanza io mi debba trovare.  Ma se
    tu  vuoi  proprio  sapere  la  verit...  se  vuoi  sapere  se io sono
    felice... ebbene, ti devo dire di no. E lei  felice? No. Perch?  Non
    lo so...
    Dopo  aver  detto  queste cose,  si alz,  si avvicin alla sorella e,
    chinatosi su di lei,  le diede un bacio  sulla  fronte.  I  bellissimi
    occhi  gli  si  illuminarono di una luce intelligente e buona,  di uno
    splendore inconsueto, ma non guardavano la sorella bens,  al di sopra
    della testa di lei, il vano buio della porta rimasta aperta.
    - Andiamo da Liza: devo salutarla.  Oppure va' tu sola, svegliala e io
    ti raggiunger tra poco.  Petruska!   -  grid al cameriere.-    Vieni
    qui, prendi questo e mettilo sul sedile, al lato destro.
    La  principessina  Mrija  si  alz  e si avvi verso la porta.  Ad un
    tratto si ferm e disse:
    - "Andr, si vous aviez la foi, vous vous seriez adress  Dieu,  pour
    qu'il vous donne l'amour que vous ne sentez pas et votre prire aurait
    t exauce" [159.  Andrj,  se aveste fede,  vi sareste rivolto a Dio
    per pregarlo di darvi l'amore che non sentite,  e la vostra  preghiera
    sarebbe stata accolta].
    - S,  forse...   -  rispose il principe Andrj.   -  Va,  Mascia,  io
    vengo subito.
    Mentre si recava in camera della sorella,  nella galleria che univa  i
    due  corpi del fabbricato,  il principe Andrj incontr "mademoiselle"
    Bourienne,  che gli sorrise amabilmente.  Era la terza volta,  in quel
    giorno, che incontrava la francese in luoghi isolati e sempre ella gli
    rivolgeva un sorriso innocente ed estatico.
    -  "Ah,  je  vous croyais chez vous!" [160.  Oh,  vi credevo in camera
    vostra!]  -  disse, arrossendo, chiss perch, e abbassando gli occhi.
    Il principe Andrj la guard severamente,  mentre il suo viso  assunse
    di  colpo  un'espressione  di  collera.  Egli non le disse nulla ma le
    guard la fronte e i capelli, non gli occhi, con un tale disprezzo che
    quella arross e si allontan senza dire  una  parola.  Allorch  egli
    giunse alla camera della sorella,  la principessa si era gi svegliata
    e la sua allegra vocetta che  ammassava  in  fretta  una  parola  dopo
    l'altra  si  udiva  anche oltre la porta chiusa.  Ella parlava come se
    volesse rifarsi del tempo perduto durante un lungo silenzio.
    - "Non, mais figurez-vous, la vieille comtesse Zouboff avec de fausses
    boucles et la bouche pleine de fausses dents,  comme si  elle  voulait
    dfier les annes...  Ah,  ah, Marie!" [161. No, ma pensate un po', la
    vecchia contessa Zubov con i riccioli finti,  con la  bocca  piena  di
    denti finti, come se volesse sfidare gli anni... Ah, ah, Mrija!].
    Il  principe  Andrj  aveva  gi udito dalla bocca della moglie quella
    stessa frase sulla principessa  e  quella  stessa  risata  gi  almeno
    cinque  volte  in presenza di estranei.  Entr piano nella stanza.  La
    principessa, piccola, grassoccia e rossa in viso, con un lavoro tra le
    mani,  sedeva in una poltrona e  parlava  incessantemente,  rievocando
    ricordi  e  persino  frasi  pietroburghesi.  Il  principe Andrj le si
    avvicin,  le accarezz il capo e le chiese se si fosse  riposata  dal
    viaggio.   Ella   gli   rispose  e  riprese  subito  la  conversazione
    interrotta.

    Una carrozza a sei cavalli era ferma  davanti  all'ingresso.  Era  una
    notte  d'autunno  tanto scura che il cocchiere non riusciva a scorgere
    il timone.  Sulla scalinata andava e veniva gente munita di  lanterne.
    La   grande   casa   aveva   tutte   le   ampie  finestre  illuminate.
    Nell'anticamera erano riuniti i domestici che desideravano salutare il
    giovane principe;  in sala si trovavano  tutte  le  persone  di  casa:
    Michil Ivnovic', "mademoiselle" Bourienne, la principessina Mrija e
    la  principessa  Liza.  Il  principe Andrj era stato chiamato nel suo
    studio dal padre,  che voleva congedarsi da lui a  tu  per  tu.  Tutti
    attendevano che uscissero.
    Allorch il principe Andrj era entrato nello studio,  il principe con
    gli occhiali sul naso e in veste da camera bianca,  con la  quale  non
    riceveva  nessuno  all'infuori del figlio,  era seduto allo scrittoio,
    intento a vergare una lettera. Si volse e domand:
    - Parti?  -  e continu a scrivere.
    - Sono venuto a salutarvi.
    - Dammi un bacio qui!   -  E gli indic una guancia.   -    E  grazie,
    grazie!
    - Perch mi ringraziate?
    -  Ti  ringrazio perch non perdi il tuo tempo attaccato alle gonnelle
    di una donna. Il dovere innanzi tutto.  Grazie,  ancora grazie!   -  E
    continu  a  scrivere,  mentre  gocce  d'inchiostro gli cadevano dalla
    penna scricchiolante sul foglio.  -  Se mi devi dire qualcosa,  parla.
    Posso fare insieme le due cose: scrivere e ascoltare...  -  soggiunse.
    -  Vorrei  parlarvi  di mia moglie.  Gi cos mi vergogno di lasciarla
    qui, sotto la vostra responsabilit...
    - Storie! Dimmi che cosa ti occorre...
    - Quando mia moglie sar vicina al momento del parto,  fate venire  da
    Mosca un ostetrico... perch l'assista.
    Il  vecchio principe smise di scrivere e,  come se non capisse,  fiss
    severamente il figlio.
    - So che nessuno pu aiutare,  se non aiuta la natura!   -   disse  il
    principe  Andrj,  evidentemente turbato.   -  Sono convinto che su un
    milione di casi,  uno solo ha esito  sfavorevole...  ma  questo    un
    desiderio suo e anche mio.  Le hanno raccontato un mucchio di cose, ha
    fatto dei brutti sogni e ora ha paura.
    - Uhm...  uhm...    -    borbott  il  vecchio  principe,  riprendendo
    scrivere.  -  Lo far.
    Firm  la  lettera,  si  volt rapidamente verso il figlio e si mise a
    ridere.
    - Brutta faccenda, eh?
    - Che cosa babbo?
    - Tua moglie!   -  disse rapidamente  il  vecchio  principe,  in  tono
    significativo.
    - Non capisco!  -  obiett il figlio.
    - Ma non c' niente da fare, mio caro, sono tutte cos. Ma non temere,
    non dir nulla a nessuno, e tu lo sai.
    Il principe afferr la mano del figlio con la sua piccola e ossuta, la
    strinse fissandolo negli occhi,  con quello sguardo che pareva leggere
    sino in fondo all'anima e rise di nuovo, freddamente come sempre.
    Il figlio sospir e confess, con quel sospiro,  che suo padre l'aveva
    compreso.  Il  vecchio  pieg  e  suggell  la  lettera con l'abituale
    rapidit di gesti; poi respinse il sigillo, la ceralacca e la carta.
    - Che ci vuoi fare?  E' bella!  Far  tutto  ci  che  desideri,  sta'
    tranquillo!  -  disse a scatti, mentre sigillava.
    Andrj  tacque;   gli  faceva  piacere,  ma  nello  stesso  tempo  gli
    dispiaceva,  che il padre l'avesse capito.  Il vecchio si alz e porse
    al figlio la lettera.
    -  Ascolta,    -   gli disse  -  non devi preoccuparti per tua moglie:
    tutto quanto  possibile fare,  sar  fatto.  Ora  senti:  eccoti  una
    lettera  per Michal Ilarjnovic' (162).  Gli ho scritto perch ti dia
    un buon posto e non ti lasci rimanere per molto tempo suo aiutante  di
    campo:    un brutto lavoro!  Digli che lo ricordo e gli voglio sempre
    bene.  E scrivimi,  dicendomi come ti avr accolto.  Se sar buono con
    te,  servilo  con  devozione,  e  ricordati  che  il figlio di Nikolj
    Andrevic' Bolkonskij non deve prestar  servizio  presso  nessuno  per
    pura grazia. Be', ora vieni qui.
    Parlava  con una rapidit tale che non gli permetteva di completare le
    parole,  ma il figlio era abituato e lo capiva.  Lo condusse presso lo
    scrittoio, apr un cassetto e tir fuori un quaderno coperto dalla sua
    scrittura grossa, lunga e fitta.
    - Probabilmente morir prima di te.  Sappi che qui sono scritte le mie
    memorie, da consegnare, dopo la mia morte, all'imperatore. Qui ci sono
    anche la ricevuta di un deposito bancario e una lettera: si tratta  di
    un  premio  per  chi  scriver  la  storia  delle  guerre  di Suvorov.
    Dev'essere trasmesso all'Accademia. Qui ci sono certi miei appunti: li
    leggerai quando non ci sar pi e ne trarrai vantaggio.
    Andrj non disse al padre che  certamente  sarebbe  vissuto  ancora  a
    lungo. Capiva che non bisognava dirlo.
    - Eseguir tutto, babbo!  -  rispose.
    -  Bene,  e  ora  addio!    -  Diede al figlio la mano da baciare e lo
    abbracci.  -  Ricordati di una sola cosa, principe Andrj: se dovessi
    cadere in battaglia,  io,  povero vecchio,  ne avr gran dolore...   -
    Tacque  improvvisamente,  ma  poi  riprese  con voce acuta:  -   Ma se
    venissi a sapere che non ti comporti come si  conviene  al  figlio  di
    Nikolj Bolkonskij, ne avr... vergogna!
    -  Questo  potevate anche non dirmelo,  babbo!   -  rispose il figlio,
    sorridendo.
    Il vecchio tacque.
    - Vorrei ancora rivolgervi una preghiera    -    riprese  il  principe
    Andrj:    -  se mi nascesse un figlio e io restassi ucciso in guerra,
    non allontanatelo come gi vi ho detto ieri,  ma fate che egli  cresca
    accanto a voi. Ve ne prego!
    - Non vuoi che lo dia a tua moglie,  dunque?   -  chiese il vecchio, e
    si mise a ridere.
    I due uomini,  seduti l'uno di fronte all'altro,  tacevano.  Gli occhi
    mobilissimi  del  vecchio  erano fissi in quelli del figlio.  La parte
    inferiore del viso ebbe un tremito.
    - Ci siamo salutati... ora va'!  -  esclam a un tratto.   -  Va'!   -
    ripet,  quasi  gridando  con  voce irritata e spalanc la porta dello
    studio.
    - Che c'?  Che succede?   -  domandarono la principessina Mrija e la
    cognata al principe Andrj e al vecchio,  apparso per un momento nella
    veste da camera bianca, senza parrucca e con gli occhiali, che gridava
    con voce irritata.
    Il principe Andrj sospir e non rispose.
    - Be'!  -  disse, rivolgendosi alla moglie, e quel be' fu beffardo e
    freddo,  come se le dicesse: Adesso potete  continuare  a  discorrere
    delle vostre sciocchezze....
    - "Andr,  dj?"  -  chiese la piccola principessa, facendosi pallida
    e volgendo al marito uno sguardo sgomento.
    Egli l'abbracci.  Ella mand un grido e  gli  cadde  svenuta  tra  le
    braccia.
    Con   precauzione   egli  la  scost  dalla  spalla  sulla  quale  era
    appoggiata, la guard in viso e la depose con cura su una poltrona.
    - "Adieu,  Marie!"  -  disse  piano  alla  sorella.  Si  baciarono  si
    strinsero la mano, poi egli usc rapidamente dalla stanza.
    La principessa giaceva in poltrona, mentre "mademoiselle" Bourienne le
    stropicciava  le  tempie.  La  principessina  Mrija,  sorreggendo  la
    cognata, con i begli occhi pieni di lacrime,  continuava a guardare la
    porta  dalla  quale  era uscito il fratello e faceva un segno di croce
    verso di lui. Dallo studio giungeva,  simile a una serie di spari,  il
    rumore  ripetuto  e  rabbioso  che faceva il principe,  soffiandosi il
    naso.
    Il principe Andrj si era appena allontanato,  quando la  porta  dello
    studio  si  apr  con  violenza e apparve la severa figura del vecchio
    avvolto nella veste da camera bianca.
    - E' andato?  Bene...   -   disse,  guardando  accigliato  la  piccola
    principessa  svenuta e,  scuotendo il capo con aria di rimprovero e di
    disapprovazione, si ritir, sbattendo la porta.



















    NOTE.

    N.  1.  Genova e Lucca vengono dette feudi della famiglia Bonaparte,
    poich  la  prima  venne  annessa all'impero francese da Napoleone nel
    1805 assieme alla Liguria,  mentre Lucca,  eretta a principato  il  24
    giugno 1805,  venne concessa in appannaggio da Napoleone a sua sorella
    Elisa (1777-1820),  che nel 1797 aveva sposato Felice Baciocchi e  che
    nel 1809-14 fu pure nominata da Napoleone granduchessa di Toscana.  La
    grafia  italiana  di  Buonaparte  (anzich  quella   francese   di
    Bonaparte)  ha  qui  e anche in altri dialoghi un valore di presa di
    posizione politica: essa veniva utilizzata  infatti  dai  legittimisti
    per rinfacciare a Napoleone la sua origine italiana.  (Alla nascita di
    Napoleone, nel 1769, la Corsica era ancora possesso genovese, e quindi
    italiano).
    N.  2.  L'imperatrice madre Mrija Fdorovna (1759-1828) fu la seconda
    moglie  dello  zar  Paolo  Primo  (1754-1801) e matrigna di Alessandro
    Primo Pavlovic' (1777-1825).  Dopo aver avuto una  benefica  influenza
    sul marito autocrate e avverso alla cultura europea dei suoi tempi, fu
    poi da lui duramente tiranneggiata.
    N.  7.  Nikolj  Nikolevi'c  Novosilzv (1761-1836),  statista russo,
    ciambellano dell'imperatore Alessandro Primo,  era stato incaricato di
    una mediazione di pace tra Napoleone e l'Inghilterra.
    N. 9. L'Austria, ancora incerta nel suo atteggiamento verso Napoleone,
    aveva  compiuto  diversi gesti che giustificavano i sospetti di Anna
    Pvlovna: nel 1787  infatti  aveva  cercato  di  concludere  una  pace
    separata  durante  la  guerra russo-turca e nel 1799 era cessata,  per
    colpa dell'Austria, l'alleanza militare austro-russa.
    N. 10. Alessandro Primo (1777-1825), figlio di Paolo Primo e nipote di
    Caterina Seconda (1729-1796),  zar dal 1801.  S'impegn subito in  una
    politica  di  riforme,  valendosi anche della collaborazione di M.  M.
    Speranskij ( 1772-1839).  A.  A.  Arakceev ( 1769-1834)  lo  influenz
    invece in senso conservatore. Infine A. N. Golicyn (1773-1844) e V. U.
    von  Krdener  (1764-1824)  ne stimolarono le tendenze misticheggianti
    che si espressero anche nell'utopico progetto  della  Santa  Alleanza,
    che  si  proponeva  di  instaurare  tra  i  sovrani europei vincoli di
    fraternit cristiana.
    N.  11.  L'isola di Malta venne conquistata da Napoleone  nel  1798  e
    riconquistata  nel  1800  dall'Inghilterra.  Quando questa rifiut nel
    1803 di sgombrare la guarnigione,  secondo gli impegni presi nel 1802,
    scoppi  la  guerra  anglo-francese,  in  cui venne coinvolta anche la
    Russia.
    N.  12.  Karl August von  Hardenberg  (1750-1822),  feldmaresciallo  e
    diplomatico  prussiano,  ministro  degli  esteri  dal  1803  al  1806,
    partecip al Congresso di Vienna (1815) come cancelliere di stato.
    N. 14. Ferdinand Fdorovic Wintzingerode (1770-1818),  feldmaresciallo
    e  diplomatico russo;  prest servizio dal 1805 al 1812,  quando venne
    preso prigioniero a Mosca;  combatt anche nelle campagne del  1813  e
    1814; venne sconfitto da Napoleone a Saint-Dizier.
    N.  15.  In  questo  personaggio  Tolstj raffigur l'abate fiorentino
    Scipione Piattoli (1749-1809).  Espulso dall'universit e dalla  citt
    di Modena per aver scritto un saggio contro la sepoltura nelle chiese,
    viaggi  per l'Europa;  re Stanislao di Polonia lo mand in missione a
    Dresda,  ma  gli  Austriaci  lo  presero  prigioniero,   tenendolo  in
    cattivit dal 1794 al 1800.  Recatosi a Pietroburgo, fece amicizia col
    principe A. Cartoritzkij (1770-1861).
    N. 17. Johann Kaspar Lavater (1741-1801), filosofo e teologo svizzero,
    creatore della fisiognomia.
    N. 21. Michal Ilarjnovic' Kutuzv, principe di Smolnsk, maresciallo
    russo (1745-1813), partecip a tutte le guerre della fine del regno di
    Caterina Seconda, conseguendo il grado di maggiore generale.  Servendo
    agli ordini di Suvorov di cui fu ammiratore e amico, nel 1788, durante
    la  battaglia  di Ocakv perdette l'occhio destro.  Successivamente fu
    mandato da Caterina Seconda a Costantinopoli come  ambasciatore  e  da
    Paolo  Primo  fu  fatto  governatore  della Finlandia e ambasciatore a
    Berlino.   Sotto  Alessandro  Primo  prese  parte  alla  battaglia  di
    Austerlitz  (2  dicembre  1805)  come  comandante  delle  truppe russe
    alleate di quelle austriache.  La battaglia,  sconsigliata da Kutuzv,
    ebbe  esito  negativo  e  nel  corso di essa Kutuzv venne ferito.  In
    seguito ebbe il governo della Lituania e di  Kiev.  Nel  1812,  mentre
    Napoleone,  invasa  la  Russia,  passava  di successo in successo,  fu
    chiamato  alla  testa  delle  forze  russe  e  instaur  una   tattica
    temporeggiatrice  e  difensiva  che  lo  mise  in disaccordo con altri
    comandanti.  Ricevuto l'ordine dallo zar di  difendere  a  ogni  costo
    Mosca contro Napoleone,  si trincer presso Borodin, sulle rive della
    Moscova  e,  dopo  una  sanguinosa  battaglia,   abbandon  il  campo,
    ritirandosi ordinatamente.  Mentre Napoleone entrava in Mosca, Kutuzv
    guadagnava tempo, fingendo di avviare trattative per una tregua. Il 18
    ottobre attacc improvvisamente Gioacchino Murat,  e Napoleone  ordin
    la  ritirata  verso  sud-ovest;  il 24 ottobre i Francesi batterono le
    armate di Kutuzv a Malo-Jarslavetz, aprendosi il passo con la forza,
    ma,  sotto l'incalzare della cavalleria cosacca,  dovettero continuare
    la ritirata verso occidente.  Kutuzv insegu i Francesi da vicino, li
    batt presso Smolnsk (per cui ebbe il titolo di principe e  il  grado
    di maresciallo), li decim sulla Beresina e prosegu la marcia sino in
    territorio prussiano dove,  occupata Lipsia, mor in conseguenza delle
    fatiche sopportate,  mentre stava per assumere il comando di tutti gli
    eserciti della coalizione antinapoleonica.
    Mente  strategica non comune,  Kutuzv colp la fantasia popolare.  La
    sua figura,  contrapposta da Tolstj in "Guerra e pace"  a  quella  di
    Napoleone,  risalta per le sue doti di umanit,  e lo scrittore gli d
    un intenso rilievo storico-psicologico tale da  farne  quasi  uno  dei
    protagonisti dell'opera.
    N.  29. Caterina Seconda la Grande (1729-1796). Principessa di origini
    tedesche,  spos Pietro Terzo (1728-1762) nel 1745  e  gli  succedette
    come  zarina  nel  1762,  quando il marito venne tolto di mezzo da una
    congiura  organizzata  da  G.   Orlv  (1734-1783).   Ammiratrice  dei
    filosofi-enciclopedisti (come Voltaire,  d'Alembert,  Grimm, Diderot),
    s'ispirava ad un dispotismo illuminato, anche sull'esempio di Giuseppe
    Secondo d'Austria (1741-1790) e Federico Secondo il Grande di  Prussia
    (1712-1786).  Dopo  la  rivolta  di Pugacv (1742-1775),  avvenuta nel
    1773,  e per suggerimento del nuovo favorito  G.  A.  Potmkin  (1739-
    1791),  abbandon  ogni disegno riformistico,  garant i privilegi dei
    nobili ed aggrav le gi precarie condizioni dei servi della gleba.
    N.  30.  Louis-Antoine di Cond,  duca d'Enghien (1772-1804),  con  il
    quale  si  estinse  la  casata  di Enghien,  fece parte dell'armata di
    emigrati francesi guidata dal  nonno  Louis-Henri  principe  di  Cond
    (1736-1818)  e  di cui faceva parte anche suo padre Louis-Henri (1756-
    1830).  Scioltasi l'armata nel 1801,  il duca d'Enghien si  ritir  ad
    Ettenheim,  nel  granducato  del Baden.  Nella notte tra il 15 e il 16
    marzo  1804  venne  sequestrato  da  alcuni  emissari  di   Napoleone.
    Trasferito  a Vincennes,  fu fucilato nella notte del 21 marzo dopo un
    processo sommario; venne quindi sepolto nel fossato del castello.  Con
    quella  esecuzione,  il  Primo Console stroncava tutti i tentativi dei
    realisti per fare del principe un luogotenente generale del regno, con
    il compito di preparare la restaurazione dei Borboni;  essa  per  gli
    alien  molte simpatie,  tra cui quella di Chateaubriand.  Esumato nel
    1816,  il duca d'Enghien venne sepolto nella cappella del castello  di
    Vincennes.
    N.  31. Luigi Quindicesimo (1710-1774) divenne re di Francia nel 1715.
    I fatti principali del suo regno, disastroso per la Francia, furono la
    guerra contro la Spagna, le guerre per la successione polacca e per la
    successione austriaca,  la guerra dei sette anni,  durante la quale la
    Francia perse gran parte delle sue colonie,  l'espulsione dei Gesuiti,
    e l'acquisto della Lorena e della  Corsica.  Nello  stesso  tempo  una
    larga  corruzione  si  manifestava  in  tutti gli strati della societ
    francese.  Voltaire,   Montesquieu,   Rousseau  e  gli  enciclopedisti
    denunciarono  gli  abusi  e  la  corruzione  della monarchia assoluta,
    preparando cos la rivoluzione,  che scoppi sotto  il  successore  di
    Luigi Quindicesimo,  Luigi Sedicesimo (1754-1793). Ci spiega il grido
    di esultanza con il quale la notizia della  sua  morte  venne  accolta
    dalla folla parigina.
    N.  39.  "Mademoiselle  George":  nome  d'arte di Marguerite-Josphine
    Weimar (1787-1867): attrice drammatica francese,  amante di  Napoleone
    all'epoca del Consolato.  Nel 1808-1812 abit e lavor a Pietroburgo e
    a Mosca.
    N. 41.  Nikolj Petrovic' Rumjanzv (1754-1826),  uomo di stato russo.
    Divenuto  senatore  sotto  lo  zar  Paolo  Primo,  dal 1802 al 1811 fu
    ministro del commercio;  nel 1807 divenne anche ministro degli  affari
    esteri e nel 1809 cancelliere.
    N.  42.  Aleksndr Nikolevic' Golicyn (1773-1844), principe. Nel 1805
    divenne procuratore generale del Santo Sinodo;  dal 1816  al  1824  fu
    ministro  dell'istruzione pubblica.  Confronta anche "Epilogo",  Parte
    prima, nota 5.
    N. 43. Si tratta dell'incoronazione di Napoleone come re d'Italia, che
    ebbe luogo a Milano il 26 maggio 1805.
    N. 47. Luigi Sedicesimo (1754-1793), nipote di Luigi Quindicesimo. Nel
    1770 spos Maria Antonietta d'Austria (1755-1793), figlia di Francesco
    Primo e Maria Teresa.  Nel 1774 divenne  re  di  Francia.  Debole  nei
    confronti  della  moglie,  invisa ai Francesi,  regn in un momento di
    gravi difficolt economiche e sociali per il  paese;  gli  sforzi  dei
    suoi  ministri Turgot e Necker risultarono in gran parte insufficienti
    e inadeguati.  La convocazione degli Stati generali nel 1789 si rivel
    una  mossa  politicamente  sbagliata,  poich la situazione gli sfugg
    completamente di mano. Avendo infine tentato di fuggire all'estero per
    mettersi  alla   testa   delle   forze   antirivoluzionarie,   risult
    definitivamente   squalificato  agli  occhi  dei  rivoluzionari,   che
    esigettero la condanna a morte sia di Luigi Sedicesimo  che  di  Maria
    Antonietta.   Sulla   ghigliottina  per  pure  la  sorella  di  Luigi
    Sedicesimo, Elisabetta (1764-1794).
    N.  54.  "Il contratto sociale",  celebre  opera  filosofica  di  Jean
    Jacques Rousseau (1712-1778).  In questo scritto il celebre filosofo e
    pedagogista,  uno dei precursori della rivoluzione  francese  e  della
    democrazia   moderna,   pone  a  fondamento  del  corpo  politico  una
    convenzione liberamente stipulata tra tutti i  suoi  membri,  con  cui
    ciascuno  si obbliga verso tutti gli altri,  donde deriva il reciproco
    dovere  di  tutti  verso  ciascuno.   Tra   le   forme   di   governo,
    l'aristocrazia  giudicata la migliore.
    N.  55.  Brumaio  il secondo mese dell'anno repubblicano francese. E'
    famoso il  18  brumaio  dell'anno  ottavo  (9  novembre  1799)  quando
    Bonaparte, reduce dall'Egitto, abbatt il Direttorio.
    N.  58.  Comune  in  provincia  di  Verona,  in  cui Napoleone riport
    un'importante vittoria sugli Austriaci (15-17 novembre 1796).
    N.  59.  La  citt  di  Giaffa,  porto  mediterraneo  che  attualmente
    costituisce  un  sobborgo di Tel Aviv,  venne conquistata da Napoleone
    nel marzo  1799  dopo  un  lungo  assedio.  L'esultanza  delle  truppe
    vittoriose  fu  di  breve durata,  poich scoppi ben presto una grave
    peste.  L'episodio della visita di Napoleone agli appestati di  Giaffa
    venne  immortalato in un celebre dipinto del 1804 di Antoine Jean Gros
    (1771-1835),  che  nel  1799  dipinse  pure  un  Bonaparte  al  ponte
    d'Arcole.
    N.  64.  I  "Commentari  De bello gallico" e "De bello civili" di Caio
    Giulio Cesare (101-44  avanti  Cristo)  sono  un  modello  di  memorie
    militari.
    N. 70. Cos viene familiarmente chiamato l'orso in Russia.
    N.  71.  Il reggimento Semnovskii era un reggimento di fanteria della
    Guardia, costituito da Pietro il Grande (1672-1725) nel 1687.
    N. 72. Moneta d'oro del valore di circa dieci rubli.
    N. 73. Piccola cittadina della Volinia.
    N. 76. Canale di Pietroburgo.
    N. 79. In italiano nel testo.
    N.  80.  Celebre cantante italiana,  che si esib a Mosca  come  prima
    donna di una compagnia tedesca nell'inverno 1805-1806.
    N.  81. Stphanie Flicit du Crest de Saint-Aubin, contessa di Genlis
    (1746-1830), scrittrice francese. Sposando il conte di Genlis, divenne
    nipote di Madame de Montesson,  segretamente sposata nel 1773 da Luigi
    Filippo  d'Orlans  (1725-1785),  che  l'introdusse  al  Palais Royal.
    Nominata dama d'onore della duchessa di Chartres,  nuora del  duca  di
    Orlans,  divenne  educatrice dei suoi figli (tra i quali il futuro re
    Luigi Filippo),  distinguendosi per i suoi originali e moderni  metodi
    pedagogici.  Dapprima favorevole alla rivoluzione,  fu poi costretta a
    lasciare la Francia. Soggiorn in Inghilterra, Svizzera,  Germania,  e
    solo  nel  1802  pot  rientrare  in patria.  Napoleone le assegn una
    pensione e la nomin ispettrice delle scuole  elementari.  Scrisse  un
    centinaio di opere,  particolarmente romanzi pedagogici. Il suo nome 
    legato soprattutto  alle  "Memorie  inedite  sul  secolo  decimottavo"
    (1825), che suscitarono un grosso scandalo.
    N. 82. E' il celebre club o circolo inglese di Mosca fondato nel 1770,
    chiuso da Paolo Primo e riaperto da Alessandro Primo nel 1802;  la sua
    massima fioritura ebbe luogo  nel  1820-1850.  L'edificio  in  cui  si
    riunivano  i  pi  alti funzionari e il gran mondo moscovita e che era
    celebre per la buona cucina (curata  dal  cuoco  Feoktisti)  e  per  i
    tavoli  del  gioco  delle  carte    stato  ora  adibito a museo della
    rivoluzione.
    N. 84.  Per attutire il rumore delle carrozze in prossimit della casa
    in cui si trovava il malato.
    N.  90.  William  Pitt  detto il secondo Pitt (1759-1806),  statista e
    oratore,  primo ministro a 24 anni,  introdusse efficaci riforme nella
    vita  politica  della  Gran  Bretagna  e si fece animatore di tutte le
    coalizioni contro la Francia.
    N. 92.  Boulogne-sur-mer,  citt francese (Pas-de-Calais),  strategico
    porto sulla Manica. Gi nel 43 dopo Cristo serv di base ai Romani per
    l'invasione della Britannia.  Dal 1803 al 1805 Napoleone vi stanzi un
    grosso accampamento militare e arm una forte flotta in  vista  di  un
    grande sbarco nell'isola.
    N.  93. Pierre Charles Jean-Baptiste Sylvestre Villeneuve (1763-1806),
    ammiraglio francese.  Scampato al disastro di Abukir (1798),  nel 1804
    venne incaricato da Napoleone di attirare Nelson (1758-1805),  insieme
    alla flotta inglese,  al largo delle Antille e di ritornare quindi con
    forze  franco-spagnole  nella Manica,  in modo da operare lo sbarco in
    Inghilterra. Il piano fall perch Villeneuve dapprima dovette cercare
    rifugio nel porto di Cadice e infine fu duramente sconfitto da  Nelson
    a Trafalgar.
    N.  95.  E'  il  manifesto  promulgato  da  Alessandro  Primo il primo
    settembre 1805.  In realt gi dal 10 agosto l'esercito russo  si  era
    mosso  al  comando  di  Kutuzv  da  Pietroburgo  per  unirsi a quello
    austriaco.
    N. 99.  Aleksndr Vasilevic' Suvorov (o Suvarov) (1729-1800),  celebre
    maresciallo   russo,   si  segnal  nella  Guerra  dei  Sette  anni  e
    soprattutto nelle guerre contro i Turchi e represse implacabilmente le
    insurrezioni della Bessarabia e della Polonia.  Inviato in Italia  nel
    1799,  vinse  i Francesi a Cassano d'Adda,  alla Trebbia e a Novi e li
    cacci dalla valle del Po.  Mandato poi in Germania dovette  ritirarsi
    davanti alle vittoriose truppe francesi.
    N.  101.  Romanza  molto nota nella Russia di quel tempo,  musicata da
    Wolfgang Amadeus Mozart (1756-1791).
    N.  102.  I versi recitati da Nikolj sono di  Dmitrij  Aleksndrovic'
    Kavelin (1778-1851),  scrittore,  massone, seguace di M. L. Magnitzkij
    (1778-1855).
    N. 103. Danza popolare, caratterizzata da un rapido e forte battere di
    tacchi.
    N. 106. Erano le persone incaricate della preparazione dei funerali.
    N. 123. Paolo Primo (1754-1801),  figlio di Pietro Terzo (1728-1762) e
    di Caterina Seconda (1729-1796).  Sovrano autocratico e crudele, avvi
    una  politica  filonapoleonica  e  antibritannica.  Fu  ucciso  in  un
    complotto organizzato da Panin (1770-1837) e von Pahlen (1745-1826).
    N.  124.  La  battuta  del  vecchio  principe  s'ispira a "Julie ou la
    Nouvelle Hlose",  il celebre romanzo pubblicato  nel  1761  da  Jean
    Jacques Rousseau (su cui confronta qui sopra, nota 54).
    N.  125.  E' il titolo di un'opera di Karl Eckhartshausen (1752-1803),
    scrittore mistico tedesco.  La  sua  opera  principale,  "Gefhle  und
    Tempel der Natur",  godette in Russia di grande notoriet, soprattutto
    dopo la citazione che ne fece  N.  V.  Gogol'  (1809-1852)  in  "Anime
    morte".
    N. 132. Jan Ladislav Dussek (1760-1812), compositore boemo, fece parte
    di una famiglia di musicisti.  Dal 1790 al 1800 soggiorn a Londra; fu
    poi a Parigi, a servizio di Talleyrand. Tipico artista di transizione,
    Dussek pu  essere  considerato  un  classico  quanto  alle  strutture
    formali;  offr  tuttavia qualche spunto anche a Beethoven,  Schuman e
    Liszt. Nel 1796 redasse pure un metodo per pianoforte.
    N.  140.  Ivan  Ivnovic''  Michelson  (1740-1847),   generale  russo,
    comandante di corpo d'armata durante la terza coalizione antifrancese.
    N.  141.  Aleksndr  Ivnovic''  Osterman-Tolsti (1770-1857),  conte,
    generale russo: combatt a Borodin e prese parte  alle  campagne  del
    1805-1809 e del 1813.
    N. 142. La Pomerania  la regione costiera del Baltico compresa tra il
    Meclemburg ad ovest, la Prussia vera e propria ad est e il Brandeburgo
    a sud.  La parte ad ovest dell'Oder,  con Stettino,  con i trattati di
    Westfalia (1648),  venne  assegnata  alla  Svezia.  Dopo  la  disfatta
    svedese  del 1700-1721 la Prussia incamer tutto il territorio fino al
    Peene.  L'ultimo tratto della Pomerania svedese,  invaso da  Napoleone
    nel  1812,  venne  ceduto  nel  1814  alla  Danimarca  in cambio della
    Norvegia.  Dopo la Seconda guerra mondiale,  la Pomerania orientale  
    posta  sotto  l'amministrazione  polacca,  e  la popolazione tedesca 
    stata espulsa.
    N. 144. Rjurik (morto verso 1'879),  principe varengo-russo,  capo dei
    Variaghi,  identificabile forse con il normanno Rorik,  rifugiatosi in
    Danimarca dopo aver devastato la regione parigina e le coste  inglesi.
    Stabilitosi  a  Novgorod verso l'860 vi fond una signoria considerata
    tradizionalmente come  l'embrione  dello  stato  russo.  Gli  successe
    Helgi, detto anche Oleg il Saggio (morto nel 912).
    N.  147. Grigorij Aleksndrovic' Potmkin (1739-1791), generale e uomo
    politico russo.  Dopo aver favorito  l'ascesa  al  trono  di  Caterina
    Seconda (1729-1796),  ne divenne l'amante. Dal 1774 al 1776 ricopr la
    carica di primo ministro.  Sottrasse  la  Crimea  ai  Turchi  e  fond
    Sebastopoli.
    N.  148.  Jean-Victor  Moreau  (1763-1813),  generale  francese,  capo
    dell'armata del Reno  nel  1795,  partecip  nel  1796  alla  campagna
    d'Italia.  I  suoi  trionfi  ingelosirono  il  Bonaparte  che  lo fece
    arrestare,  accusandolo di tramare con i realisti.  Dopo due  anni  di
    carcere  and  in  Spagna e negli Stati Uniti,  dove lo raggiunsero le
    proposte  di  Alessandro  Primo,  e  torn  in  Europa.  Nel  1813  fu
    consigliere  degli  alleati  contro  la  Francia  e  contribu al loro
    successo. Fu ferito mortalmente durante la battaglia di Dresda.
    N. 149. Federico Secondo il Grande (1712-1786) re di Prussia,  insigne
    condottiero,  combatt  nella  guerra  di  successione  austriaca e in
    quella dei Sette anni.
    N. 150. Consiglio aulico di guerra della salsiccia e dell'acquavite.
    N.  151.  Peter von Pahlen (1745-1826),  uomo politico e dignitario di
    Corte;  fu  tra  i  capi  della  rivolta di palazzo che port al trono
    Alessandro Primo nel 1801.
    N.  152.  Grigorii Orlv (1734-1783),  celebre  favorito  di  Caterina
    Seconda, che poi gli prefer Potmkin.
    N. 156. Porto dell'Ucraina conquistato dai Russi nel 1737, ripreso dai
    Turchi e di nuovo dai Russi nel 1788.
    N.  158.  Laurence Sterne (1713-1768),  scrittore inglese,  autore del
    famoso romanzo "Viaggio sentimentale".
    N. 162. Nome patronimico di Kutuzv.













    PARTE SECONDA.


    CAPITOLO 1.

    Nell'ottobre 1805 l'esercito russo occupava  i  villaggi  e  le  citt
    dell'arciducato  d'Austria  e  nuovi  reggimenti  che  continuavano ad
    arrivare dalla Russia opprimevano  con  i  loro  acquartieramenti  gli
    abitanti  e  si accampavano attorno alla fortezza di Braunau (1),  che
    era il quartier generale del comandante in capo Kutuzv.
    L'11 ottobre 1805 uno dei reggimenti  di  fanteria,  appena  giunto  a
    Braunau, si era accampato a mezzo miglio dalla citt, in attesa che il
    comandante  lo  passasse  in  rivista.  Nonostante che la localit non
    fosse russa (frutteti,  recinti di pietra,  tetti di tegole,  montagne
    che si profilavano in lontananza), nonostante che la popolazione fosse
    straniera  e  guardasse  con curiosit i soldati,  il reggimento aveva
    tutto l'aspetto di un qualsiasi reggimento russo che si  preparasse  a
    una rivista in una qualsiasi localit dell'interno della Russia.
    L'ordine  per  l'ispezione  del  comandante  in capo era giunto a sera
    durante l'ultima  tappa.  Bench  il  testo  della  comunicazione  non
    apparisse  molto  chiaro al comandante del reggimento e fosse sorto il
    problema se bisognasse presentarsi o no in tenuta di marcia, era stato
    deciso  dal  Consiglio  dei  capi  di  battaglione  di  presentare  il
    reggimento in uniforme di parata, basandosi sul principio che  sempre
    meglio,  in  fatto  di ossequio,  eccedere piuttosto che mancare.  E i
    soldati,  dopo una marcia di trenta  miglia,  dovettero,  senza  poter
    chiudere  occhio,  passare tutta la notte a rammendare e a ripulire le
    divise.  All'alba il reggimento,  invece  di  una  folla  allungata  e
    disordinata  quale era stata il giorno avanti,  si presentava come una
    massa ordinata di duemila uomini,  ciascuno  dei  quali  conosceva  il
    proprio  posto  e  il  proprio ufficio e su cui ogni cinghietta e ogni
    bottone erano in ordine  e  brillavano,  accuratamente  lucidati.  Non
    soltanto l'apparenza era perfetta, ma se al generalissimo fosse venuto
    in  mente di guardare sotto ogni giubba,  avrebbe visto una camicia di
    bucato e se avesse voluto esaminare gli zaini vi avrebbe trovato tutti
    gli oggetti prescritti dal regolamento, "filo e sapone", come dicono i
    soldati.  Vi era una cosa,  tuttavia,  per cui nessun  soldato  poteva
    sentirsi  tranquillo: la calzatura.  Pi della met degli uomini aveva
    gli stivali  rotti,  ma  tale  manchevolezza  non  era  imputabile  al
    comandante  del  reggimento  poich,  nonostante  le  sue  ripetute  e
    insistenti richieste,  l'amministrazione militare  austriaca  non  gli
    aveva  fornito  il  materiale,  e il reggimento aveva gi marciato per
    mille miglia.
    Il comandante del reggimento era  un  generale  attempato,  sanguigno,
    dalle  sopracciglia  e le fedine brizzolate,  pi largo dal petto alla
    schiena che non da una spalla all'altra. Indossava una divisa nuova di
    zecca,  dalle pieghe  stirate  e  dalle  grosse  spalline  dorate  che
    facevano  apparire pi alte le spalle massicce.  Aveva l'aspetto di un
    uomo che stava per compiere felicemente uno degli atti pi  importanti
    della sua vita. Camminava davanti alle truppe schierate, sussultando a
    ogni  passo  e con la schiena un po' curva.  Si capiva che ammirava il
    suo reggimento,  che ne era orgoglioso e che ad  esso  aveva  dedicato
    tutte le sue forze spirituali;  ma,  nonostante ci,  quel suo modo di
    camminare esitante e  indeciso  rivelava  che,  oltre  agli  interessi
    militari,  occupavano  una  non  piccola parte del suo animo anche gli
    interessi mondani e quelli per il gentil sesso.
    - Dunque,  mio caro Michailo Mitric',   -  disse a  un  comandante  di
    battaglione  che  avanzava  sorridendo e che aveva come il generale un
    aspetto felice  -  ci  toccata una nottata ben faticosa... Ma mi pare
    che quanto al reggimento non ci  sia  niente  da  dire...  non    dei
    peggiori, vi pare?
    Il  comandante di battaglione cap l'allegra ironia di quelle parole e
    si mise a ridere.
    - Non sfigurerebbe neppure sulla piazza d'armi di Tzarizyn...
    - Cosa?  -  chiese il generale.
    In quel momento,  sulla strada che proveniva dalla citt e sulla quale
    erano stati disposti soldati in vedetta,  comparvero due cavalieri: un
    aiutante di campo seguito da un cosacco.
    L'aiutante di campo  era  stato  mandato  dal  quartier  generale  per
    precisare  al comandante del reggimento ci che non era ben chiaro nel
    comunicato del  giorno  prima  e  precisamente  che  il  generalissimo
    desiderava vedere il reggimento come se fosse in marcia: gli uomini in
    cappotto, le armi nei foderi e senza preparazione alcuna.
    Il giorno precedente,  un membro del Consiglio di guerra austriaco era
    giunto da  Vienna  presso  Kutuzv  con  la  proposta  e  l'ordine  di
    ricongiungersi  al  pi presto con l'esercito dell'arciduca Ferdinando
    (2)  e  di  Mack  (3),   ma  Kutuzv,   non   ritenendo   utile   quel
    congiungimento,  tra  le  altre dimostrazioni per sostenere la propria
    opinione,  aveva intenzione di far vedere  al  generale  austriaco  le
    tristi  condizioni  in  cui  gli giungevano le truppe dalla Russia.  A
    questo scopo voleva muovere  incontro  al  reggimento  e,  quanto  pi
    deplorevoli  ne  fossero  state  le condizioni,  tanto pi la cosa gli
    avrebbe fatto piacere.  L'aiutante  di  campo,  pur  ignorando  questo
    particolare,  comunic  al  comandante  del  reggimento  l'ordine  del
    generalissimo: i soldati dovevano essere in tenuta di  marcia  perch,
    in caso contrario, il generalissimo sarebbe stato malcontento.
    A quell'ordine,  il comandante del reggimento abbass il capo, alz in
    silenzio le spalle e con gesto irritato allarg le braccia.
    - Abbiamo combinato un bell'affare!  -  esclam.  -  Ve l'avevo detto,
    Michailo Mitric',  che siamo in marcia e quindi ci vuole l'uniforme da
    campagna    -    aggiunse  in  tono  di  rimprovero  al  comandante di
    battaglione.  -  Ah, mio Dio!  -  aggiunse, e si fece avanti con passo
    deciso.  -  Signori comandanti di battaglione!   -  grid con voce usa
    al  comando.    -   Sergenti maggiori!   -  e poi:-  Verr presto?   -
    chiese,  volgendosi all'aiutante di campo con una certa espressione di
    cortesia rispettosa, che evidentemente si riferiva alla persona di cui
    parlava.
    - Tra un'ora, credo.
    - Faremo in tempo a cambiare tenuta?
    - Non so, generale...
    Il  comandante  del  reggimento,   avvicinatosi  alle  truppe,   diede
    personalmente l'ordine di cambiarsi e  di  indossare  il  cappotto.  I
    comandanti  di  compagnia  si  misero  a correre tra i loro uomini;  i
    sergenti maggiori  si  agitarono  (i  cappotti  non  erano  in  ordine
    perfetto)  e  tutti  i  reparti sino allora immobili e silenziosi,  si
    scomposero,  si mossero,  gridarono.  Da  tutte  le  parti  i  soldati
    andavano  e  venivano di corsa,  sollevavano le spalle togliendosi gli
    zaini,  ne tiravano fuori i cappotti e,  alzando  le  braccia,  se  li
    infilavano.
    Mezz'ora  dopo,  i reparti erano di nuovo nell'ordine di prima,  ma da
    neri erano diventati grigi.  Il comandante del  reggimento  ricomparve
    con la sua andatura saltellante e guard di lontano i suoi uomini.
    - Che c' ancora?  Che cosa significa questo?   -  grid ad un tratto,
    fermandosi.  -  Dov' il capitano della terza compagnia?
    - Comandante della terza compagnia,  dal  generale!  Comandante  della
    terza compagnia,  dal generale!  -  si ud gridare tra le file, mentre
    un aiutante di campo corse a cercare l'ufficiale che non rispondeva.
    Quando  finalmente  le  voci  zelanti  che  gridavano  in  mezzo  alla
    confusione  giunsero all'interessato,  l'ufficiale spunt da dietro la
    propria compagnia e,  sebbene  fosse  un  uomo  gi  attempato  e  non
    abituato  a  correre,  saltellando  sulla punta dei piedi si precipit
    verso il generale. Il suo viso esprimeva l'inquietudine di uno scolaro
    al quale si ordina di ripetere una  lezione  non  studiata.  Sul  viso
    rosso  (che rivelava mancanza di sobriet) erano apparse delle chiazze
    e le labbra tremavano. Il comandante del reggimento lo squadrava dalla
    testa ai piedi, mentre egli,  avvicinandosi,  rallentava a mano a mano
    il passo.
    - Un bel giorno farete indossare ai vostri soldati il "sarafn" (4)...
    Che significa questo?  -  grid, sporgendo le mascelle e indicando tra
    le file della terza compagnia, un soldato in cappotto di panno grezzo,
    diverso  da  tutti  gli  altri.   -  E voi,  dove vi eravate nascosto?
    Stiamo aspettando il comandante in capo,  e  voi  vi  allontanate  dal
    vostro posto?  Vi insegner io a vestire gli uomini con la casacchina,
    in attesa di una rivista!
    Il capitano,  senza distogliere gli occhi  dal  viso  del  comandante,
    serrava  sempre pi forte le due dita alla visiera del berretto,  come
    se da quella pressione dipendesse la sua salvezza.
    - Be', perch tacete? E chi  quello laggi, vestito da ungherese?   -
    disse in tono severamente scherzoso il comandante.
    - Eccellenza...
    -  Eccellenza che cosa?  Eccellenza!  Eccellenza,  Eccellenza che cosa
    nessuno lo sa.
    - Eccellenza, quello  Dlochov,  l'ufficiale che  stato degradato  -
    rispose a bassa voce il capitano.
    - Degradato a feldmaresciallo, forse, o a soldato? E, se  degradato a
    soldato, deve vestire come tutti gli altri, in uniforme.
    -  Eccellenza,  voi stesso lo avete autorizzato a vestirsi cos per le
    marce.
    - Autorizzato! Autorizzato! Gi, con voi giovanotti,   sempre cos  -
    disse il comandante del reggimento,  calmandosi un po'.-  Autorizzato!
    Vi si dice una cosa, e voi...  -  e tacque un momento.   -  Vi si dice
    una cosa, e voi ecco... Insomma, vestite i vostri soldati come si deve
    -  concluse,  irritandosi di nuovo.  E,  voltatosi verso l'aiutante di
    campo,  continu con la sua andatura saltellante a passare in  rivista
    il reggimento. Si vedeva che era soddisfatto della sua sfuriata e che,
    camminando davanti ai soldati, cercava un pretesto per un'altra lavata
    di  testa.  Dopo  aver  rimproverato  un  ufficiale  per  i  gradi non
    abbastanza lucidi e un altro perch non  perfettamente  allineato,  si
    avvicin alla terza compagnia.
    - Cos si sta in fila?  Dov' il tuo piede destro? Dov' il tuo piede?
    -  grid con un'espressione di sofferenza nella  voce,  gi  a  cinque
    uomini di distanza da Dlochov, che indossava un cappotto azzurro.
    Dlochov  lentamente  drizz  la  gamba  piegata  e  fiss il viso del
    generale con i suoi occhi chiari e sfrontati.
    - Perch un cappotto azzurro? Via!  Sergente maggiore,  fate rivestire
    questa can...  -  Ma non fin la frase.
    - Generale,  io ho il dovere di obbedire ai vostri ordini, ma non sono
    obbligato a sopportare...  -  interruppe vivamente Dlochov.
    - Nei ranghi non si parla! Non si parla, non si parla!
    - Non sono obbligato a sopportare gli insulti  -  concluse a voce alta
    e chiara Dlochov.
    Gli occhi del generale e del  soldato  si  incrociarono.  Il  generale
    tacque, tirandosi nervosamente la sciarpa troppo tesa.
    -  Vogliate indossare un altro cappotto,  per favore  -  disse dopo un
    momento, e si allontan.


    CAPITOLO 2.

    - Arriva!   -  grid  in  quel  momento  un  soldato  di  vedetta.  Il
    comandante del reggimento arross,  corse al suo cavallo,  afferr con
    le mani tremanti la staffa, chin il corpo, balz in sella, sguain la
    spada e, con il viso raggiante e risoluto, torse la bocca di lato e si
    precipit a dare il suo comando. Il reggimento ondeggi per un attimo,
    poi rimase immobile.
    - At-ten-ti!   -  grid il generale con una voce che scuoteva l'anima,
    gioiosa per lui stesso,  severa per il reggimento, rispettosa verso il
    superiore che si avvicinava.
    Per l'ampia strada polverosa,  fiancheggiata da due  file  di  alberi,
    avanzava   al   piccolo   trotto  un'alta  carrozza  viennese  dipinta
    d'azzurro,   dalle  ruote  leggermente  scricchiolanti.   Dietro  alla
    carrozza  cavalcavano  gli  ufficiali  del  sguito  e un drappello di
    croati.  Accanto a Kutuzv stava seduto un generale austriaco,  la cui
    giubba  bianca  spiccava stranamente tra le divise nere dei russi.  La
    carrozza si ferm a  breve  distanza  dal  reggimento.  Kutuzv  e  il
    generale  austriaco  stavano  discorrendo  sottovoce e Kutuzv sorrise
    appena quando, con passo pesante,  scese dal predellino come se non ci
    fossero  l  davanti quei duemila uomini che,  trattenendo il respiro,
    guardavano fissi lui e il loro comandante.
    Rison un ordine,  di nuovo il reggimento si  scosse,  presentando  le
    armi.  In  un silenzio di tomba si lev la debole voce del generale in
    capo. Il reggimento unanime url: Evviva vostra eccellenza!.  E,  da
    capo,  tutto fu silenzio. Dapprima Kutuzv rest ritto e immobile allo
    stesso posto, mentre il reggimento gli sfilava davanti;  poi,  insieme
    con  il  generale  in  divisa  bianca,  accompagnato  dal suo sguito,
    cominci a percorrere le file.
    Dal modo con cui aveva salutato il generale in capo, bevendolo con gli
    occhi, dal modo con cui,  moderando il passo saltellante si chinava in
    avanti  seguendo il superiore,  scattando a ogni parola e a ogni gesto
    di lui,  era evidente che il comandante del  reggimento  adempiva  con
    maggior  piacere  i  suoi  doveri di inferiore che quelli di capo.  Il
    reggimento,  grazie  alla  sua  severit  e  alle  sue  cure,  era  in
    condizioni  eccellenti  a  confronto  con quelle degli altri giunti da
    poco a Braunau.  Tra ritardatari  e  malati,  mancavano  soltanto  217
    uomini e tutto era in ordine perfetto, eccetto le calzature.
    Kutuzv passava tra le file,  fermandosi qua e l,  rivolgendo qualche
    parola affettuosa agli  ufficiali  che  aveva  conosciuto  durante  la
    campagna  di  Turchia  e  talvolta  anche  ai  soldati.  Guardando gli
    stivali,  pi volte croll tristemente il capo e li indic al generale
    austriaco,  come  per dire che,  pur non volendo rimproverare nessuno,
    non poteva non notare  che  erano  assai  malandati.  Ogni  volta,  il
    comandante  del  reggimento correva un po' avanti,  temendo di perdere
    sia pure una sola parola del  generalissimo  che  riguardasse  il  suo
    reggimento.  Dietro  Kutuzv,  a  una distanza cos breve che ogni sua
    parola,  anche se pronunziata a  bassa  voce,  potesse  essere  udita,
    camminavano  una  ventina di ufficiali del sguito.  Essi discorrevano
    tra di loro e di tanto in tanto ridevano.  Seguiva assai da vicino  il
    generale  un  bell'aiutante di campo: era il principe Bolkonskij,  che
    aveva al fianco il collega Nesvitzkij,  ufficiale di  stato  maggiore,
    alto,  molto  grasso,  dal  bel  viso buono e sorridente e dagli occhi
    dolci.  Nesvitzkij tratteneva a stento il riso,  eccitato da un  bruno
    ufficiale  degli ussari che gli camminava a fianco.  L'ufficiale degli
    ussari,  senza sorridere e senza mai mutare l'espressione degli  occhi
    immobili,  guardava  con  aria  seria  la  schiena  del comandante del
    reggimento e imitava ogni sua mossa: ogni volta che quello  sussultava
    e  faceva  un inchino,  l'ufficiale degli ussari faceva esattamente lo
    stesso.   Nesvitzkij  rideva  e  dava  gomitate  agli   altri   perch
    guardassero quel burlone.
    Kutuzv camminava lentamente e pigramente davanti a quelle migliaia di
    occhi  che quasi schizzavano dalle orbite per seguirlo.  Arrivato alla
    terza compagnia,  tutto a un tratto si ferm.  Il sguito,  non avendo
    preveduto quella sosta, involontariamente gli si trov quasi addosso.
    - Ah, Timochin!  -  esclam il generalissimo, riconoscendo il capitano
    dal  naso  rosso  che  aveva  avuto una lavata di capo per il cappotto
    azzurro.
    Pareva impossibile riuscire ad irrigidirsi pi di quanto  aveva  fatto
    Timochin,  mentre  il  suo  comandante  lo rimproverava.  Ma quando il
    generalissimo gli rivolse la parola,  il capitano si  irrigid  a  tal
    punto  da  far  pensare  che  non  avrebbe potuto resistere oltre,  se
    Kutuzv l'avesse guardato ancora e perci Kutuzv,  che  evidentemente
    aveva capito la sua situazione e desiderava ogni bene al capitano,  si
    affrett a voltar la testa dall'altra parte,  ma sul suo viso  grasso,
    sfregiato da una cicatrice, pass il lampo di un sorriso.
    -  Un  altro  compagno  di  Ismal  (5)    -   disse.   -  Un valoroso
    ufficiale! Sei contento di lui?  -  chiese,  rivolto al comandante del
    reggimento.
    E questi, imitato come da uno specchio a lui invisibile dall'ufficiale
    degli ussari, ebbe un sussulto, avanz e rispose:
    - Molto contento, eccellenza!
    -  Nessuno  di  noi    esente da qualche debolezza  -  disse Kutuzv,
    sorridendo e allontanandosi.   -   Quel  capitano  era  un  devoto  di
    Bacco...
    Il comandante del reggimento si turb,  come se fosse lui colpevole, e
    non rispose. In quel momento l'ufficiale degli ussari not il riso del
    capitano dal naso rosso e la pancia fortemente ritirata indietro e  lo
    imit  cos  bene  che  Nesvitzkij  non  pot  trattenersi dal ridere.
    Kutuzv si volt.  Ma era evidente che l'ussaro poteva  atteggiare  il
    proprio  viso  come  voleva;  nel  momento  in cui Kutuzv si voltava,
    l'ufficiale riusc a fare una smorfia e  ad  assumere,  immediatamente
    dopo, un'espressione seria, rispettosa e innocente. La terza compagnia
    era l'ultima e Kutuzv si era fatto pensieroso, cercando evidentemente
    di richiamarsi qualcosa alla memoria. Il principe Andrj si stacc dal
    sguito e gli disse sottovoce, in francese:
    - Mi avete ordinato di ricordarvi il degradato Dlochov,  che si trova
    in questo reggimento.
    - Dov' Dlochov?  -  chiese Kutuzv.
    Dlochov, che aveva gi indossato il cappotto grigio dei soldati,  non
    aspett  di  essere chiamato.  La sua snella figura di soldato biondo,
    dagli occhi azzurri, usc dalle file,  avanz verso il generalissimo e
    present le armi.
    -  Un  reclamo?    -    domand  Kutuzv,  corrugando  leggermente  le
    sopracciglia.
    - Questo  Dlochov  -  disse il principe Andrj.
    - Ah!  -  esclam Kutuzv.  -  Spero che la lezione ti servir. Fa' il
    tuo dovere. L'imperatore  magnanimo.  E io non mi dimenticher di te,
    se ti comporterai bene.
    I  chiari  occhi azzurri guardavano ora il generalissimo con lo stesso
    ardire con cui prima avevano guardato il comandante del reggimento,  e
    la loro espressione parve abolire quel velo convenzionale che separava
    il comandante supremo dal soldato semplice...
    -  Io domando soltanto una cosa,  eccellenza  -  disse con la sua voce
    sonora, ferma e lenta.  -  Domando soltanto che mi sia dato il modo di
    cancellare  la  mia  colpa  e   di   dimostrare   la   mia   devozione
    all'imperatore e alla Russia.
    Kutuzv si volt. Nei suoi occhi lampeggi lo stesso sorriso di quando
    si  era  allontanato  dal  capitano  Timochin.  Si volt e aggrott la
    fronte,  come se volesse dire che quanto gli diceva Dlochov e  quanto
    gli avesse potuto ancora dire egli lo sapeva da un gran pezzo, gli era
    venuto  a noia e non era affatto ci che occorreva.  Volse le spalle e
    si avvi verso la carrozza.
    Il reggimento si dispose per compagnie e si diresse ai  quartieri  che
    gli erano stati assegnati, a breve distanza da Braunau dove sperava di
    calzarsi, vestirsi e riposarsi dopo le faticose marce.
    -  Non  mi serbate rancore,  vero,  Prochr Igntevic'?   -  chiese il
    comandante  del  reggimento,   dopo  essersi  avvicinato  al  capitano
    Timochin  che  camminava  in  testa alla terza compagnia.  Il viso del
    comandante del  reggimento  esprimeva,  dopo  la  rivista  felicemente
    conclusa,  una  incontenibile  gioia.    -    E' il servizio...  non 
    possibile altrimenti...  A volte,  di fronte al reggimento,  capita di
    riscaldarsi...  Mi  scuser  io  per  primo,  voi  mi conoscete...  Ha
    espresso il suo vivo compiacimento!   -  E tese la mano al  comandante
    di compagnia.
    -  Ma  figuratevi,  generale,  come  potrei  osare...    -  rispose il
    capitano, mentre il naso gli si faceva pi rosso del consueto, ed egli
    sorrideva mostrando il vuoto lasciato da due denti anteriori  spezzati
    sotto Ismal dal calcio di un fucile.
    -   Riferite  al  signor  Dlochov  di  star  tranquillo  che  non  lo
    dimenticher.  E,  a proposito,  ditemi una  cosa  che  volevo  sempre
    domandarvi: che cosa fa? Come si comporta?
    -  Quanto  al servizio  molto a posto,  eccellenza,  ma...  quanto al
    carattere...  -  disse Timochin.
    - Ah, com' il carattere?
    - Va a giorni, eccellenza  -  rispose il capitano.  -  Qualche volta 
    intelligente, ragionevole, buono; qualche volta,  invece,  diventa una
    bestia.  In  Polonia,  se  lo  volete  sapere,  per poco non uccise un
    ebreo...
    - Eh s,  eh s...  tuttavia bisogna compatire un  giovane  che    in
    disgrazia.  Ha  relazioni  notevoli,  quindi  voi...    -    disse  il
    comandante del reggimento.
    - Obbedir,  eccellenza  -  rispose Timochin,  facendo capire  con  un
    sorriso di aver compreso il desiderio del suo superiore.
    - Ma s, ma s...
    Il  comandante  del  reggimento  cerc tra le file Dlochov e ferm il
    cavallo.
    - Al primo scontro, le spalline!  -  gli disse.
    Dlochov lo guard, non rispose e non mut l'espressione ironica della
    bocca sorridente.
    - Tutto  andato bene  -   prosegu  il  comandante  del  reggimento.-
    Agli  uomini  un  bicchiere  di acquavite da parte mia  -  aggiunse in
    modo che i soldati sentissero.   -  Grazie a tutti!  Sia lodato Iddio!
    -  E, oltrepassata quella compagnia, pass a un'altra.
    -  Be',    davvero  un  brav'uomo,  con lui si presta bene servizio -
    dichiar Timochin all'ufficiale subalterno che gli camminava a fianco.
    - Un vero re  di  cuori!    -    (Cos  era  stato  soprannominato  il
    comandante del reggimento) rispose, ridendo, l'ufficiale subalterno.
    Il  buon  umore  dei  superiori  dopo  la  rivista si era trasmesso ai
    soldati.  Le compagnie  marciavano  allegramente.  Da  ogni  parte  si
    intrecciavano le parole degli uomini.
    - Chi diceva che Kutuzv  cieco da un occhio?
    - E come no? E' guercio.
    -  No,  mio caro,  ha pi occhi di te.  E ha guardato tutto: stivali e
    pezze da piedi...
    - Quando si  fermato e ha guardato i miei... be', ho pensato...
    - E quell'altro,  l'austriaco che era con lui,  sembrava  spalmato  di
    gesso. Bianco come farina ! Immagino come puliranno le divise!
    -   Senti   un  po',   Fedjoscv,   ha  detto  quando  cominceranno  i
    combattimenti?  Tu gli stavi vicino...  Dicevano tutti che "Bunaparte"
    era qui a Braunau!
    - "Bunaparte" qui a Braunau?  Che inventi,  imbecille? Che cosa non sa
    lui!  Ora  il prussiano  che  si  ribella,  e  l'austriaco  lo  tiene
    sottomesso.  Quando quello si sar calmato, allora comincer la guerra
    con Bunaparte. E tu dici che "Bunaparte"  a Braunau?  Si vede proprio
    che sei scemo. Ascolta meglio, un'altra volta!
    -  Ah,  quei diavoli di furieri!  Guarda,  la quinta compagnia sta gi
    svoltando nel villaggio;  loro avranno gi cotto il rancio,  e noi non
    saremo ancora arrivati!
    - Ehi, tu, diavolo, dammi un po' di galletta...
    -  Ma  tu,  caro,  mi hai dato il tabacco,  ieri?  Be',  fa lo stesso:
    prendi, to'!
    - Se almeno si facesse qui una sosta: se  no,  si  marcia  ancora  per
    cinque chilometri senza mangiare...
    -  Sarebbe una bella cosa,  eh,  se questi Tedeschi ci dessero le loro
    carrozze. Si cammina bene, in carrozza...
    - Ma qui,  mio caro,  la gente  povera.  Prima erano tutti  polacchi,
    sempre gente che sta sotto la Russia, ma adesso sono tutti Tedeschi.
    - Avanti i cantori!  -  grid il capitano.
    Da diverse file uscirono allora venti uomini e si misero in testa alla
    compagnia.  Il tambur maggiore, capo dei cori, si volt verso di loro,
    fece un cenno con la mano e  inton  la  lenta  canzone  militare  che
    comincia:  Non    l'aurora,  non  il sole che si  levato... e che
    termina con le parole:  Ah,  quanta  gloria  conquisteremo  con  pap
    Kamenskij  (6)...,  Questa canzone,  composta in Turchia,  veniva ora
    cantata in Austria con una sola variazione: invece di pap  Kamenskij,
    i soldati dicevano: pap Kutuzv.
    Staccando  queste ultime parole alla maniera militare e fatto un gesto
    con le mani come se gettasse qualcosa in terra, il tambur maggiore, un
    bel soldato sui quarant'anni,  guard severamente i cantori e aggrott
    il viso.  Poi, convinto che tutti gli sguardi fossero fissi su di lui,
    fece il gesto di sollevare cautamente sopra  la  testa,  con  ambo  le
    mani,  un invisibile oggetto prezioso, di tenerlo cos qualche secondo
    e poi come scagliandolo risolutamente, attacc:

    O tu casa, casa mia!

    Casa mia,  tutta nuova... ripresero venti voci,  e  il  sonatore  di
    castagnette,  nonostante il peso dello zaino,  balz arditamente fuori
    dalle  file  e,  messosi  a  camminare  all'indietro,  in  testa  alla
    compagnia,  cominci  ad  agitare  le  spalle,  facendo  il  gesto  di
    minacciare qualcuno con le sue castagnette.  I soldati,  dondolando le
    braccia   al   ritmo   della   musica,   marciavano  a  lunghi  passi,
    istintivamente accordandovisi. Dietro la compagnia si ud un rumore di
    ruote, uno scricchiolio di molle e uno scalpitio di cavalli. Kutuzv e
    il suo sguito ritornavano in citt.  Il comandante in  capo  fece  un
    segno che i soldati continuassero a marciare liberamente e il suo viso
    e   quello   degli  ufficiali  del  sguito  assunsero  un'espressione
    soddisfatta all'udire quei canti e al vedere quel soldato che  ballava
    e  l'andatura allegra e ardita della compagnia.  Nella seconda fila di
    destra,  lungo la quale passava la carrozza,  colpiva  lo  sguardo  un
    soldato  dagli  occhi  azzurri:  era  Dlochov  che,  con  una  grazia
    particolare e svelta,  camminava a tempo di musica e fissava  in  viso
    gli  ufficiali che gli passavano a lato con l'aria di compiangere chi,
    in quel momento,  non marciava con  la  compagnia.  L'ufficiale  degli
    ussari   che   faceva  parte  del  sguito  di  Kutuzv  e  che  aveva
    scimmiottato il comandante del reggimento, rimase un po indietro dalla
    carrozza e si avvicin a Dlochov.
    Quell'ussaro,  Zerkv,  un tempo a Pietroburgo aveva  fatto  parte  di
    quella  scapigliata  compagnia  capeggiata  da Dlochov.  Zerkv aveva
    incontrato all'estero Dlochov,  gi degradato,  ma non aveva ritenuto
    necessario riconoscerlo.  Ora, dopo le parole di Kutuzv al degradato,
    si volse a lui con la cordialit di un vecchio amico:
    - Come va, caro?   -  chiese tra il frastuono della musica,  adeguando
    il passo del cavallo a quello della compagnia.
    - Come va?  -  ripet freddamente Dlochov.  -  Lo vedi...
    La  vivace  canzone  conferiva  un particolare significato all'allegro
    tono disinvolto con cui Zerkv parlava e alla decisa  freddezza  della
    risposta di Dlochov.
    - Be', come te la cavi con i superiori?  -  chiese l'ussaro.
    - Non c' male.  Sono brave persone.  E tu, come hai fatto a cacciarti
    nello stato maggiore?
    - Addetto a servizi speciali.
    Tacquero entrambi un poco.
    Con il braccio destro ella ha lanciato il falco,  diceva la canzone,
    suscitando  un  senso  istintivo  di  allegria.  La loro conversazione
    sarebbe stata  probabilmente  diversa  se  non  si  fosse  svolta  con
    l'accompagnamento di quel canto.
    - E' vero che gli Austriaci sono stati sconfitti?  -  chiese Dlochov.
    - Chi lo sa? Dicono...
    -  Sono  contento  -  rispose Dlochov,  in tono secco e deciso,  come
    voleva la canzone.
    - Vieni da noi qualche sera, giocheremo a faraone  -  disse Zerkv.
    - Avete molto denaro adesso?
    - Vieni.
    - Non  possibile!  Ho dato la mia parola: non bevo e non gioco sino a
    quando non avr riconquistato le spalline.
    - Al primo combattimento...
    - Allora si vedr.
    E di nuovo tacquero ambedue.
    -  Se  ti  occorre qualche cosa,  vieni da noi: allo stato maggiore ti
    aiuteranno tutti  -  disse Zerkv.
    Dlochov sorrise.
    - Non ti preoccupare: se ho bisogno di qualche cosa, non lo domander,
    me lo prender.
    - Be', dicevo cos...
    - Dicevo cos anch'io...
    - Addio.
    - Sta' bene.

    ...In alto e lontano
    Al paese natio....

    Zerkv spron il cavallo che per tre  volte  si  impenn  e  scalpit,
    incerto su quale zampa partire; infine si decise, si slanci veloce al
    galoppo,  anch'esso sul ritmo della canzone, oltrepass la compagnia e
    raggiunse la carrozza.


    CAPITOLO 3.

    Al ritorno dalla rivista,  Kutuzv,  sempre accompagnato dal  generale
    austriaco,  pass  nel  suo  studio  e,  chiamato l'aiutante di campo,
    ordin che gli si portassero alcuni documenti relativi alle condizioni
    delle truppe e le lettere avute dall'arciduca Ferdinando che comandava
    l'esercito di prima linea.  Il principe Andrj Bolkonskij entr con le
    carte  richieste.  Dinanzi  alla tavola,  su cui era spiegato un piano
    delle operazioni, sedevano Kutuzv e il generale, membro del Consiglio
    superiore di guerra austriaco.
    - Ah!   -  disse Kutuzv,  volgendosi verso Bolkonskij,  come  se  con
    questa  parola  lo  invitasse ad aspettare,  e continu in francese il
    discorso iniziato.
    - Io dico soltanto questo,  generale  -    prosegu  Kutuzv  con  una
    gradevole   eleganza   di   espressione  e  di  accenti  che  imponeva
    l'attenzione a ogni parola che egli pronunziava  senza  fretta  e  che
    egli  stesso  ascoltava  con  evidente  piacere.   -  Io dico soltanto
    questo,  generale,  che se la questione dipendesse dal  mio  personale
    desiderio, la volont di sua maest l'imperatore Francesco (7) sarebbe
    esaudita da un pezzo. Da molto tempo avrei accontentato l'arciduca; e,
    credetemi  sul  mio  onore,  che  per me personalmente sarebbe un gran
    sollievo cedere il comando supremo dell'armata a generali pi  esperti
    e pi abili di me dei quali l'Austria  tanto ricca, liberando cos me
    stesso   da   questa   pesantissima  responsabilit.   Ma  sovente  le
    circostanze sono pi forti di noi, generale...
    E sorrise con un'espressione che voleva dire: Avete pieno diritto  di
    non  credermi,  e  il  fatto  che  mi crediate o no mi  assolutamente
    indifferente,  ma non avete alcun  motivo  per  dirmelo,  e  questo  
    l'essenziale.
    Il  generale  austriaco  aveva  l'aria  scontenta,  ma  non  pot  non
    rispondere con lo stesso tono cortese.
    - Al contrario  -  disse egli con voce irritata e seccata,  in  aperta
    contraddizione con le parole lusinghiere che stava per pronunziare;  -
    al  contrario,  la  partecipazione  di  vostra  eccellenza all'impresa
    comune   molto  apprezzata  da  sua  maest,  ma  noi  riteniamo  che
    l'attuale   lentezza  privi  il  glorioso  esercito  russo  e  i  suoi
    comandanti di quegli  allori  che  sono  usi  cogliere  sui  campi  di
    battaglia    -    concluse,  con  una frase evidentemente preparata in
    anticipo.
    Kutuzv fece un inchino, senza modificare il proprio sorriso.
    - E io sono convinto e,  in base all'ultima lettera inviatami  da  sua
    altezza l'arciduca Ferdinando, ritengo che le truppe austriache, sotto
    la  guida  di un capo abilissimo qual  il generale Mack,  abbiano gi
    riportato una vittoria decisiva e non abbiano pi bisogno  del  nostro
    aiuto.
    Il  generale aggrott le sopracciglia.  Sebbene non si avessero ancora
    notizie sicure sulla sconfitta  degli  Austriaci,  troppe  circostanze
    ormai confermavano le voci pessimistiche e perci l'ipotesi di Kutuzv
    circa una vittoria austriaca aveva tutta l'aria di una canzonatura. Ma
    Kutuzv  continuava  a  sorridere  serenamente,  sempre  con la stessa
    espressione che affermava  il  suo  diritto  a  una  supposizione  del
    genere.  E infatti, l'ultima lettera di Mack, giuntagli dal campo, gli
    aveva comunicato la notizia delle vittorie riportate  e  gli  riferiva
    circa la vantaggiosa posizione strategica dell'esercito.
    - Dammi quella lettera  -  disse Kutuzv al principe Andrj.  -  Ecco,
    vogliate ascoltarne voi stesso il contenuto  -  e sempre con lo stesso
    sorriso  canzonatorio  agli  angoli delle labbra,  lesse in tedesco al
    generale austriaco  il  brano  seguente  della  lettera  dell'arciduca
    Ferdinando:

    Wir haben vollkommen zusammengehaltene Krfte, nahe an 70000 Mann, um
    den  Feind,  wenn  er  den  Lech passierte,  angreifen und schlagen zu
    knnen. Wir konnen, da wir Meister von Ulm sind, den Vorteil, auch von
    beiden Ufern der Donau Meister zu  bleiben,  nicht  verlieren;  mithin
    auch  jeden  Augenblick  wenn der Feind den Lech nicht passierte,  die
    Donau ubersetzen, uns auf seine Communikations-Linie werfen, die Donau
    unterhalb repassieren und dem Feinde,  wenn er sich gegen unsere treue
    Allirte  mit  ganzer  Macht  wenden  wollte,  seine  Absicht  alsobald
    vereilten.  Wir  werden  auf  solche  Weise  dem  Zeitpunkt,   wo  die
    Kaiserlich-Russische    Arme    ausgerustet    sein   wird,    muthig
    entgegenharren,  und sodann leicht  gemeinschaftlich  die  Mglichkeit
    finden, dem Feinde das Schicksal zu bereiten, so er verdient.
    [8.   Noi  disponiamo  di  circa  settantamila  uomini  perfettamente
    concentrati in modo da poter attaccare e  battere  il  nemico  qualora
    attraversasse il Lech.  Poich occupiamo Ulma,  possiamo conservare il
    vantaggio di dominare anche le due rive del Danubio e quindi,  in caso
    che il nemico non attraversasse il Lech, passare il Danubio e piombare
    in qualsiasi momento sulle sue linee di comunicazione,  riattraversare
    pi in basso il Danubio e rendere vano il disegno del nemico se questi
    volesse  volgersi  contro  i  nostri  fedeli  alleati.   In  tal  modo
    aspetteremo  con  animo  fermo  il momento in cui l'esercito imperiale
    russo sia fermo per poter cogliere l'occasione di infliggere al nemico
    la sorte che si merita].

    Terminata la lettura di  quel  periodo,  Kutuzv  trasse  un  profondo
    respiro  e  guard  con  espressione  benevola e attenta il membro del
    Consiglio superiore della guerra.
    - Ma voi,  eccellenza,  conoscete la saggia regola  che  prescrive  di
    supporre sempre il peggio  -  disse il generale austriaco, desiderando
    evidentemente  di  finirla  con  gli  scherzi  e  di  entrare nel vivo
    dell'argomento.
    Senza volerlo, si volse a guardare l'aiutante di campo.
    - Scusate, generale  -  interruppe Kutuzv, volgendosi anch'egli verso
    il principe Andrj.    -  Senti,  caro,  portami tutti i rapporti  dei
    nostri  informatori  che  ha Kozlovskij (9).  Ecco qui due lettere del
    conte Nostitz (10), ecco la lettera dell'arciduca Ferdinando,  ed ecco
    ancora  queste carte  -  concluse,  porgendogli alcuni fogli.   -  Con
    tutto questo materiale redigerai accuratamente, in lingua francese, un
    memorandum di tutte le notizie che abbiamo  relative  alle  operazioni
    dell'esercito austriaco. E poi lo consegnerai a sua eccellenza.
    Il principe Andrj chin la testa, facendo intendere con quel gesto di
    aver  capito  sin  dalle  prime  parole non solo ci che gli era stato
    detto,  ma anche ci che Kutuzv avrebbe desiderato dirgli.  Prese  le
    carte,  fece un inchino e,  camminando leggermente sul tappeto,  entr
    nella sala di ricevimento.
    Quantunque non fosse trascorso molto tempo dacch  aveva  lasciato  la
    Russia,  il  principe  Andrj  era molto mutato.  Nell'espressione del
    viso, nei gesti,  nel modo stesso di camminare,  non si notavano quasi
    pi  quel  senso  di  simulazione,  di stanchezza,  di indolenza di un
    tempo; ora egli aveva l'aspetto di un uomo che non ha tempo di pensare
    all'impressione che pu produrre sugli altri e che   occupato  in  un
    lavoro  piacevole  e interessante.  Il suo volto esprimeva una maggior
    soddisfazione di s e di coloro che gli stavano attorno;  lo sguardo e
    il sorriso erano pi sereni e attraenti.
    Kutuzv,  che egli aveva raggiunto ancora in Polonia, lo aveva accolto
    molto affettuosamente,  gli aveva promesso  di  non  dimenticarlo,  lo
    aveva scelto tra gli altri aiutanti di campo, l'aveva portato con s a
    Vienna  ove  gli  affidava  gli  incarichi pi importanti.  Da Vienna,
    Kutuzv aveva scritto al suo vecchio compagno  d'armi,  al  padre  del
    principe  Andrj:  Vostro  figlio  promette di diventare un ufficiale
    eccezionale per la fermezza e la  coscienza  con  cui  compie  i  suoi
    doveri.  Mi  considero  fortunato  di  avere  al  mio fianco un simile
    ufficiale.
    Nello stato maggiore di Kutuzv,  tra i colleghi  e  nell'esercito  in
    genere, il principe Andrj, proprio come gi nella migliore societ di
    Pietroburgo,  godeva di due reputazioni assolutamente opposte: alcuni,
    e costituivano la minoranza,  lo consideravano un essere  eccezionale,
    diverso  da  loro  e da tutti gli altri,  si attendevano da lui grandi
    cose, lo ascoltavano,  lo ammiravano,  lo imitavano e con costoro egli
    era  semplice  e  affabile;  gli  altri,  ed erano i pi,  non avevano
    simpatia per lui, lo ritenevano pieno di boria, freddo e antipatico. E
    con questi ultimi,  il principe Andrj si comportava in modo da essere
    rispettato e persino temuto.
    Uscito dal gabinetto di lavoro di Kutuzv,  il principe Andrj, con le
    carte in mano,  si avvicin a un  suo  collega,  l'aiutante  di  campo
    Kozlovskij, che sedeva presso la finestra con un libro in mano.
    - Ebbene, principe?  -  gli chiese Kozlovskij.
    - Ha ordinato di preparare un rapporto dal quale risulti il motivo per
    cui non avanziamo.
    - E perch?
    Il principe Andrj si strinse nelle spalle.
    - Ci sono notizie da Mack?  -  prosegu Kozlovskij.
    - No.
    - Se fosse vero che  stato sconfitto, la notizia sarebbe arrivata.
    - Penso di s  -  disse il principe Andrj, dirigendosi verso l'uscio,
    ma  proprio in quel momento entrava,  chiudendosi con violenza l'uscio
    alle spalle, un generale austriaco, in cappotto, con la testa fasciata
    da un fazzoletto nero e l'Ordine di Maria Teresa al collo. Il principe
    Andrj si ferm.
    - Il generalissimo  Kutuzv?    -    chiese  rapidamente  il  generale
    austriaco con duro accento tedesco,  guardando a destra e a sinistra e
    avanzando, senza fermarsi, verso il gabinetto da lavoro di Kutuzv.
    - Il generalissimo  occupato  -  disse Kozlovskij,  avvicinandosi  in
    fretta al nuovo venuto e sbarrandogli il passo.-  Chi devo annunziare?
    L'ignoto  generale  guard dall'alto in basso,  con un certo disprezzo
    Kozlovskij,  che era di bassa statura,  come stupefatto di non  essere
    riconosciuto.
    - Il generalissimo  occupato  -  ripet con calma Kozlovskij.
    Il  viso  del  generale  si  rabbui,  le  sue  labbra  si  storsero e
    tremarono.  Estrasse un taccuino,  scrisse rapidamente alcune parole a
    matita,  strapp il foglio, lo consegn e, avvicinatosi a passo rapido
    alla finestra,  si lasci cadere  su  una  sedia  e  volse  gli  occhi
    attorno,  quasi chiedendosi perch mai lo guardassero. Dopo un momento
    alz il capo,  allung il collo come se si preparasse a dire qualcosa,
    ma subito dopo, quasi stesse canticchiando con noncuranza tra s e s,
    emise  uno  strano  suono  che  immediatamente  soffoc.  La porta del
    gabinetto da lavoro si  apr  e  sulla  soglia  comparve  Kutuzv.  Il
    generale  dalla testa fasciata,  curvandosi come se volesse evitare un
    pericolo, con rapidi e lunghi passi delle gambe sottili, si avvicin a
    Kutuzv.
    - Vous voyez le malheureux Mack [11.  Ecco dinanzi a voi lo sventurato
    Mack!]  -  disse con voce spezzata.
    Il viso di Kutuzv,  che stava ritto sulla soglia,  rimase per qualche
    secondo assolutamente immobile.  Poi su di esso pass  ondeggiando  un
    fremito,  e  la  sua fronte si spian;  chin rispettosamente il capo,
    chiuse gli occhi e si scost  facendo  passare  Mack  avanti  a  s  e
    chiudendo egli stesso la porta alle proprie spalle.
    La  voce  che  gi  circolava  circa la sconfitta degli Austriaci e la
    capitolazione sotto Ulma di tutto l'esercito, era confermata. Mezz'ora
    dopo, alcuni aiutanti di campo vennero inviati in diverse direzioni ad
    annunziare che le truppe russe, sino allora inattive, avrebbero dovuto
    affrontare il nemico.
    Il principe Andrj era uno dei pochi ufficiali  dello  stato  maggiore
    che  dimostrasse  il  massimo interesse per l'andamento generale della
    guerra.  Al vedere Mack e all'udire i particolari della sua sconfitta,
    comprese  che la campagna era per met perduta,  comprese quanto fosse
    difficile la situazione dell'esercito russo,  e  immagin  rapidamente
    quanto  esso doveva attendersi e quale parte avrebbe dovuto sostenere.
    Involontariamente  provava   un   senso   di   letizia   al   pensiero
    dell'umiliazione  subita  dalla  tracotante  Austria e al pensiero che
    forse tra una settimana egli stesso avrebbe assistito e partecipato  a
    uno scontro tra Russi e Francesi,  il primo,  dopo Suvorov.  Tuttavia,
    pur temendo  il  genio  di  Bonaparte  che  avrebbe  potuto  rivelarsi
    superiore  al  valore  dell'esercito  russo,  non  poteva ammettere la
    possibilit di una sconfitta per il suo eroe.
    Agitato e turbato da questi pensieri,  il  principe  Andrj  si  avvi
    verso  la  sua  camera  per scrivere,  come faceva ogni giorno,  a suo
    padre.  Nel corridoio s'imbatt  nel  collega  Nesvitzkij  e  in  quel
    burlone di Zerkv; come sempre, i due ridevano di qualche cosa.
    - Perch sei tanto cupo?   -  domand Nesvitzkij,  che aveva notato il
    suo viso pallido e gli occhi luccicanti del principe Andrj.
    - Non c' proprio di che essere allegri!  -  rispose Bolkonskij.
    Mentre il principe Andrj si tratteneva con Nesvitzkij e  con  Zerkv,
    dall'altra  estremit  del  corridoio giungevano Strauch,  il generale
    austriaco addetto allo stato maggiore di Kutuzv quale  sovrintendente
    all'approvvigionamento dell'esercito russo,  e un membro del Consiglio
    superiore della guerra, arrivato il giorno precedente.  L'ampiezza del
    corridoio  permetteva  che  i  generali passassero liberamente accanto
    agli ufficiali,  ma Zerkv,  scostando con una spinta Nesvitzkij,  gli
    disse con voce affannata:
    -  Vengono!  Vengono!  Fate largo!  Lasciate libero il passaggio,  per
    favore!
    I generali passavano,  evidentemente desiderosi di sottrarsi a ossequi
    imbarazzanti.  Sul  viso  del  faceto  Zerkv  apparve a un tratto uno
    stupido sorriso di gioia incontenibile.
    -  Eccellenza,    -    disse  egli  in  tedesco,  facendosi  avanti  e
    rivolgendosi  al  generale austriaco  -  ho l'onore di porgervi le mie
    congratulazioni.
    Aveva chinato la  testa  e,  con  quell'aria  goffa  dei  bambini  che
    imparano a ballare, prese a battere ora l'uno ora l'altro tacco.
    Il  generale,  membro  del  Consiglio  di guerra austriaco,  lo guard
    severamente;  ma accortosi della seriet di quello stupido sorriso non
    pot  rifiutare  un  momento di attenzione.  Aggrott un po' il viso e
    dimostr di essere pronto ad ascoltare.
    - Ho l'onore di congratularmi con voi;  il generale Mack  arrivato in
    ottima  salute,  salvo  una  leggera  ferita  qui   -  aggiunse con un
    sorriso radioso e toccandosi la testa.
    Il generale si accigli e and oltre.
    - "Gott, wie naiv!" [12. Dio,  com' ingenuo!]  -  esclam con rabbia,
    gi lontano di alcuni passi.
    Nesvitzkij,  con uno scoppio di risa, abbracci il principe Andrj, ma
    Bolkonskij, fattosi ancora pi pallido,  con un'espressione di collera
    sul viso,  lo scost e si volt verso Zerkv. L'agitazione nervosa che
    gli avevano causato la vista di Mack, le notizie della situazione e il
    pensiero di ci che attendeva  l'esercito  russo,  trovava  uno  sfogo
    nell'irritazione per l'inopportuno scherzo di Zerkv.
    -  Se voi,  egregio signore,   -  disse con voce tagliente,  mentre la
    mascella inferiore gli tremava  -  volete  fare  il  buffone,  io  non
    posso  certo  impedirvelo;  ma  vi  assicuro che se,  in mia presenza,
    oserete ancora  permettervi  certe  pagliacciate,  vi  insegner  come
    dovete comportarvi.
    Nesvitzkij  e  Zerkv  erano  cos  stupefatti per quella sfuriata che
    guardarono in silenzio Bolkonskij, con gli occhi sbarrati.
    - Ma come? Io non ho fatto che congratularmi  -  disse Zerkv.
    - Non scherzo, e vi prego di tacere!   -  grid Bolkonskij e preso per
    un braccio Nesvitzkij,  si allontan da Zerkv che non sapeva che cosa
    rispondere.
    - Che hai, mio caro?  -  gli chiese Nesvitzkij, cercando di calmarlo.
    - E me lo chiedi?  -  rispose il principe Andrj,  fermandosi in preda
    a  violenta  agitazione.    -  Devi capire che,  o siamo ufficiali che
    serviamo il nostro imperatore e la nostra patria e ci rallegriamo  dei
    comuni successi e ci rattristiamo per le sconfitte, o siamo dei lacch
    che  non  si  interessano affatto di ci che riguarda il loro padrone.
    "Quarante mille hommes massacrs et l'arme de nos allis dtruite, et
    vous trouvez l le mot pour rire"  -   disse,  come  se  quella  frase
    pronunziata in francese desse maggior vigore alla propria opinione.  -
    "C'est bien pour un garon de rien, comme cet individu, dont vous avez
    fait  un  ami,  mais pas pour vous,  pas pour vous" [13.  Quarantamila
    uomini massacrati,  l'esercito dei nostri  alleati  distrutto,  e  voi
    potete  scherzarci  su!  (...)  Vada per un ragazzetto da nulla,  come
    quell'individuo di ci cui siete diventato amico,  ma non per voi,  non
    per voi...].  Soltanto un ragazzaccio pu divertirsi cos  -  continu
    il principe Andrj,  in russo,  pronunziando  le  parole  con  accento
    francese, perch aveva notato che Zerkv poteva ancora udirlo.
    Rimase in attesa di una risposta, ma Zerkv gli volt le spalle e usc
    dal corridoio.


    CAPITOLO 4.

    Il  reggimento degli ussari di Pvlograd era accampato a due miglia da
    Braunau.  Lo squadrone,  al quale  apparteneva  come  alfiere  Nikolj
    Rostv,  era  stanziato  nel villaggio tedesco di Saltzeneck.  Al capo
    dello squadrone,  capitano Denissov,  conosciuto in tutta la divisione
    di  cavalleria  come  Vaska Denissov,  era stato assegnato il migliore
    alloggio del villaggio.  Il giovane Rostv,  da quando aveva raggiunto
    il proprio reggimento in Polonia, alloggiava insieme con il comandante
    dello squadrone.
    L'11 ottobre,  giorno in cui il quartier generale era in subbuglio per
    la notizia della sconfitta subita da Mack,  al comando dello squadrone
    la vita trascorreva tranquilla come al solito. Denissov, che per tutta
    la  notte  aveva  perduto alle carte,  non era ancora rincasato quando
    Rostv,  di buon mattino,  era gi di ritorno,  a  cavallo,  dall'aver
    provveduto al foraggiamento.  In uniforme di alfiere, si avvicin alla
    scaletta della casa,  ferm il cavallo e,  gettata indietro con  gesto
    deciso  e  giovanile una gamba,  rimase un attimo sulla staffa come se
    gli dispiacesse staccarsi dall'animale e infine salt a terra e chiam
    l'ordinanza.
    - A te, amico Bondarenko  -  disse all'ussaro che si precipitava verso
    il cavallo.   -  Fallo passeggiare un po'  -  prosegu con  quel  tono
    gioioso  e fraterno con il quale i bravi ragazzi,  quando sono felici,
    si rivolgono a tutti.
    - Signors, eccellenza  -  rispose l'ucraino,  accennando allegramente
    con il capo.
    - E bada, sai, di farlo passeggiare adagino.
    Un  altro  ussaro si era intanto avvicinato al cavallo,  ma Bondarenko
    aveva gi afferrato le briglie.  Era evidente che l'alfiere dava mance
    abbondanti e che era vantaggioso servirlo.  Rostv accarezz l'animale
    sul collo, poi sulla groppa e si ferm all'entrata. Bene!  E' proprio
    un buon cavallo disse tra s e,  sorridendo, si agganci al fianco la
    sciabola e sal di corsa la scaletta, facendo risonare gli speroni.
    Il padrone di casa, un tedesco, in maglia di lana e con il berretto in
    testa,  tenendo in mano il forcone con il quale  stava  rivoltando  il
    letame,  si affacci alla porta della stalla.  Il suo viso, non appena
    ebbe scorto Rostv,  si  illumin  di  gioia.  Sorrise  e,  felice  di
    salutare il giovane, ripet due volte:
    -  "Schn,   gut  Morgen!   Schn,   gut  Morgen!   [14.   Buongiorno!
    Buongiorno!].
    - "Schn fleissig!"  -  disse Rostv,  sorridendo  con  quel  gioioso,
    cordiale  sorriso  che non abbandonava mai il volto vivace.   -  "Hoch
    Oesterreicher!  Hoch Russen!  Kaiser  Alexander  hoch!"  [15.  Gi  al
    lavoro! (...) Evviva gli Austriaci! Evviva i Russi! Evviva lo zar!]  -
    disse al tedesco, ripetendo le parole che il padrone usava spesso.
    Il tedesco si mise a ridere,  usc dalla stalla, si lev il berretto e
    agitandolo sopra la testa, grid:
    - "Und die ganze Welt hoch!" [16. Evviva anche tutto il mondo!].
    Anche Rostv agit il berretto sopra la testa,  imitando il tedesco  e
    ridendo gli fece eco:  - "Und vivat die ganze Welt!" .  Sebbene non vi
    fosse alcun particolare motivo di gioia n per il tedesco che ripuliva
    la sua stalla,  n per Rostv che ritornava dopo aver fatto incetta di
    foraggio,  quei  due  uomini  si  guardarono  con  entusiasmo felice e
    cordialit fraterna, si fecero scambievoli cenni in segno di affetto e
    si separarono sorridendo;  il contadino rientr nella stalla e  Rostv
    nella casa che abitava con Denissov.
    -  Dov'  il tuo padrone?   -  chiese a Lavruska,  lo scaltro servo di
    Denissov, noto a tutto il reggimento.
    - Da ieri non   rientrato.  Certamente  avr  perduto  al  gioco    -
    rispose  Lavruska.    -  Ormai lo so: quando vince torna presto a casa
    per vantarsi ma,  se non rientra sino al mattino,  vuol  dire  che  ha
    perduto, e allora sar di pessimo umore. Volete il caff?
    - S, portalo, portalo...
    Dopo dieci minuti Lavruska ricomparve con il caff.
    - Sta venendo!  -  avvert.  -  Ora sono guai...
    Rostv  guard  dalla  finestra e vide Denissov che veniva verso casa.
    Era quasi un ometto di piccola statura, con la faccia rossa, gli occhi
    neri lucenti, i baffi e capelli scuri e arruffati. Portava il mantello
    sbottonato,   ampi  pantaloni  sgualciti  e  il  berretto  da  ussaro,
    ammaccato  e  buttato all'indietro sulla nuca.  Cupo in viso e a testa
    bassa, si avvicinava alla scaletta.
    - Lavruska!  -  grid forte,  con voce irritata,  pronunziando male la
    "erre".  -  Su, idiota, aiutami a levarmi il mantello!
    -  E'  quello  che  sto  facendo  -  si sent rispondere dalla voce di
    Lavruska.
    - Ah, sei gi alzato?  -  chiese Denissov, entrando nella camera.
    - Da un pezzo  -  rispose Rostv;   -  sono gi andato per il foraggio
    e ho visto "Frulein Mathilde" [17. Signorina Matilde].
    -  Bene!  E  io  ieri sera ho perso come un figlio di cane!   -  grid
    Denissov.  -  Che scalogna! Una vera disdetta. Appena te ne sei andato
    via,  cominciata la iella. Ehi, tu, portami il t!
    Denissov,  contorcendo il volto in una specie di sorriso e mettendo in
    mostra  i  denti  piccoli  e  forti,  cominci ad arruffarsi i fitti e
    ispidi capelli con entrambe le mani dalle dita corte.
    - E che diavolo mi ha trascinato da quel Topo  -  (era  il  soprannome
    di  un  collega)  continu  Denissov,  stropicciandosi  con le mani la
    fronte e il viso.   -  Figurati che non mi ha dato neppure  una  carta
    buona, neppure una!
    Denissov  prese  la  pipa accesa che Lavruska gli porgeva,  la strinse
    forte nel pugno e,  facendone uscire il tabacco fumante,  percosse con
    essa il pavimento,  continuando a gridare.  Fin con lo spezzarla e la
    butt via. Tacque un poco,  poi a un tratto guard allegramente Rostv
    con i suoi occhi scintillanti.
    - Se almeno ci fossero delle donne!  Ma qui, all'infuori che bere, non
    si pu fare altro.  Auguriamoci che presto ci sia da menare  le  mani!
    Ehi,  chi  va l?   -  chiese a un tratto,  voltandosi verso la porta,
    all'udire dei passi pesanti che  si  fermarono  con  un  tintinnio  di
    speroni e un rispettoso tossicchiare al di l dell'uscio.
    - Il maresciallo d'alloggio!  -  rispose Lavruska.
    Le smorfie sulla faccia di Denissov si accentuarono.
    - Andiamo male  -  disse,  gettando a Rostv il borsellino con qualche
    moneta d'oro.   -  Rostv,  mio caro,  conta quanto c' dentro  e  poi
    caccia il borsellino sotto il guanciale  -  disse,  e usc incontro al
    maresciallo d'alloggio.
    Rostv prese il denaro e,  distribuite macchinalmente le monete in due
    mucchietti,  uno  di quelle nuove e uno di quelle vecchie,  cominci a
    contarle.
    - Ah, salve, Teljanin! Ieri mi hanno sistemato bene!   -  giunse dalla
    stanza attigua la voce di Denissov.
    -  Da chi?  Da Bykrov,  eh,  dal Topo?  Lo sapevo  -  rispose con voce
    acuta,  e sbito dopo entr  nella  stanza  il  tenente  Teljanin,  un
    ufficiale del loro stesso squadrone.
    Rostv  cacci  il  borsellino sotto il guanciale e strinse la piccola
    mano sudaticcia che gli veniva tesa.  Teljanin,  prima della campagna,
    era  stato  espulso  dalla Guardia per non si sapeva quale motivo.  Al
    reggimento si comportava benissimo,  ma nessuno aveva simpatia per lui
    e  Rostv,  pi degli altri,  non riusciva a vincere e a nascondere la
    propria invincibile avversione verso quell'ufficiale.
    - Ebbene, giovane cavaliere,  come vi pare il mio Gracik?   -  (Gracik
    era  il  cavallo  da  sella  che Teljanin aveva venduto a Rostv).  Il
    tenente non guardava mai in viso la persona con cui  parlava;  i  suoi
    occhi  si spostavano continuamente da un oggetto all'altro.   -  Vi ho
    visto passare, oggi.
    - Non c' male,   un discreto cavallo   -    rispose  Rostv,  bench
    l'animale, pagato da lui settecento rubli, non valesse nemmeno la met
    -    Per  si    messo  a  zoppicare  un  po'  dalla  zampa anteriore
    sinistra...  -  aggiunse.
    - Gli si  spaccato lo zoccolo!  Non    nulla.  Vi  mostrer  io,  vi
    insegner come ribadire i chiodi.
    - S, insegnatemelo, ve ne prego  -  disse Rostv.
    - Senz'altro,  non  un segreto.  E mi ringrazierete per quel cavallo,
    ne sono certo!
    - Allora lo far  portare  qui    -    disse  Rostv,  desiderando  di
    liberarsi da Teljanin, e usc per dare l'ordine.
    Nel vestibolo, Denissov, con la pipa in bocca, stava accoccolato sulla
    soglia dell'uscio,  di fronte al maresciallo d'alloggio che gli faceva
    rapporto.  Alla vista  di  Rostv,  Denissov  aggrott  la  fronte  e,
    indicando  con  il pollice al di sopra della spalla,  la stanza in cui
    Teljanin era rimasto solo,  fece una  smorfia  ed  ebbe  un  gesto  di
    disgusto.
    - Ah, quel giovanotto proprio non mi va!  -  disse, senza preoccuparsi
    della presenza del maresciallo d'alloggio.
    Rostv  alz le spalle,  come per dire: Neppure a me,  ma che ci vuoi
    fare? e, dato l'ordine riguardante il cavallo, torn da Teljanin.
    Teljanin era ancora seduto nello stesso atteggiamento indolente in cui
    l'aveva lasciato Rostv e si stava fregando le piccole mani bianche.
    Vi  sono  certe  fisionomie  veramente  ripugnanti   pens   Rostv,
    rientrando in camera.
    - E allora,  avete dato ordine che vi conducano il cavallo?  -  chiese
    Teljanin, alzandosi e guardandosi attorno con noncuranza.
    - S.
    - Ma andiamoci noi.  Sono  passato  di  qui  soltanto  per  sapere  da
    Denissov  qualcosa  circa  gli  ordini  di  ieri.  Li  avete ricevuti,
    Denissov?
    - Non ancora. Dove andate?
    - A insegnare a questo giovanotto come si deve ferrare un cavallo    -
    rispose Teljanin.
    Uscirono  sul terrazzino e si avviarono verso la scuderia.  Il tenente
    insegn come il cavallo doveva essere ferrato e se ne and.
    Quando Rostv rientr,  trov sul tavolo una bottiglia di vodka  e  un
    salame.  Denissov,  seduto  l accanto,  faceva scricchiolare la penna
    sopra un foglio di carta.  Con aria cupa alz  gli  occhi  in  viso  a
    Rostv.
    - Scrivo a lei  -  disse.
    Punt  i  gomiti sulla tavola,  con la penna in mano e,  evidentemente
    felice dell'occasione che gli si presentava di dire a  viva  voce  ci
    che  si  accingeva  a  scrivere,  si  mise a raccontare la sua lettera
    all'amico.
    - Vedi, mio caro,  sino a che non si ama,  si dorme.  Siam figli della
    polvere...  ma,  non appena ti innamori,  eccoti un dio, puro come nel
    primo giorno della creazione... Chi altri c'? Mandalo al diavolo! Ora
    non ho tempo!   -  grid a Lavruska che,  senza dimostrare  la  minima
    timidezza, gli si era avvicinato.
    -  Chi  volete  che  sia?   Avete  dato  l'ordine  voi  stesso:    il
    maresciallo, venuto per il denaro.
    Denissov aggrott il viso,  fu  sul  punto  di  gridare  qualcosa,  ma
    tacque.
    Brutto  affare  disse  tra  s  e  s.    -    Quanto   rimasto nel
    borsellino?  -  chiese a Rostv.
    - Sette rubli nuovi e tre vecchi.
    - Ah, brutto affare davvero! Perch te ne stai l impalato?  Manda via
    il maresciallo...  -  grid.
    - Ti prego,  Denissov, prendi il denaro in prestito da me: io ne ho  -
    offr Rostv, arrossendo.
    - Non mi piace farmi prestar denaro,  non  mi  piace!    -    borbott
    Denissov.
    - Se non accetti il mio denaro,  da amico, mi offendi. Ti assicuro che
    ne ho  -  ripet Rostv.
    - Ma no... no!
    Denissov si avvicin al letto per prendere il borsellino da  sotto  il
    guanciale.
    - Dove l'hai messo, Rostv?
    - Sotto il primo guanciale.
    - Ma non c'!
    Denissov gett a terra i due guanciali: il borsellino non c'era.
    - Un bel fatto!
    - Aspetta: non l'avrai mica fatto cadere?  -  chiese Rostv alzando un
    guanciale dopo l'altro e scuotendolo.
    Tolse  dal  letto e scosse anche la coperta,  ma non trov traccia del
    borsellino.
    - Che me ne sia scordato? Ma no, no... Anzi,  ho pensato che l'avresti
    messo  sotto la testa,  come un tesoro  -  disse Rostv-  e l'ho messo
    qui. Dov' adesso?  -  chiese, rivolto a Lavruska.
    - Io non sono nemmeno entrato. Sar dove l'avete messo.
    - Ma non c'.
    - Vi succede sempre cos: gettate la roba chi sa dove,  e  poi  ve  ne
    dimenticate. Guardatevi in tasca!
    -  No!  Se  non  avessi  pensato al tesoro,  potrebbe anche darsi,  ma
    ricordo benissimo di averlo messo l  -  rispose Rostv.
    Lavruska butt per aria il letto,  ci guard sotto,  frug in tutta la
    stanza,  poi  si  ferm  in  mezzo  e  rimase immobile.  Denissov,  in
    silenzio,  aveva seguito i movimenti  di  Lavruska  e,  quando  costui
    allarg  le  braccia  con aria stupita,  dicendo che il borsellino non
    c'era, guard Rostv.
    - Rostv, non vuoi mica scherzare...
    Rostv, sentendo su di s lo sguardo di Denissov,  sollev gli occhi e
    nello stesso momento li riabbass. Tutto il sangue che gli aveva fatto
    nodo in gola,  gli sal di colpo al viso e agli occhi;  non poteva pi
    respirare.
    - E in camera non c'era stato nessuno eccetto voi e il tenente. Quindi
    dev'essere qui, da qualche parte  -  insist Lavruska.
    - E tu,  fantoccio del diavolo,  muoviti e cerca!   -  grid Denissov,
    facendosi  paonazzo  e,   con  gesto  minaccioso,   si  slanci  verso
    l'ordinanza.   -  Il borsellino  c'era  e  si  deve  trovare;  se  no,
    fruster tutti a sangue.
    Rostv,  squadrando Denissov,  si abbotton la giubba,  si affibbi la
    sciabola e si mise il berretto.
    - Ti dico che il borsellino c'era  -  gridava Denissov, scrollando per
    le spalle Lavruska e sbattendolo contro il muro.
    - Denissov,  lascialo: io  so  chi  l'ha  preso    -    disse  Rostv,
    avviandosi verso l'uscio, senza sollevare gli occhi.
    Denissov  si  ferm,  riflett  un  momento  e,  avendo  evidentemente
    compreso a chi avesse voluto alludere Rostv, lo prese per un braccio.
    - Sciocchezze!   -  grid cos forte che le vene  del  collo  e  della
    fronte  gli  si gonfiarono come corde.   -  Ti dico che sei impazzito.
    Non permetter una cosa simile... Il borsellino  qui: lever la pelle
    a questa canaglia a forza di frustate e vedrai che salter fuori.
    - Io so chi l'ha preso  -  ripet Rostv con voce tremante, e mosse un
    altro passo verso l'uscio.
    - E io ti ripeto di non osare  una  cosa  simile    -    grid  ancora
    Denissov, slanciandosi verso l'alfiere, per trattenerlo.
    Ma  Rostv liber il braccio con furore,  come se si trattasse del suo
    peggior nemico e gli piant gli occhi addosso.
    - Ma tu capisci quel che dici?  -  gli chiese con la voce che tremava.
    -  All'infuori di me, nella stanza non  entrato nessuno.  Dunque vuol
    dire che se non  come dico io, allora...
    Non pot finire la frase e usc a precipizio dalla stanza.
    -  Ah!  Andate  al diavolo tu e tutti gli altri!   -  furono le ultime
    parole che gli giunsero alle orecchie.
    Rostv si rec all'alloggio di Teljanin.
    - Il signore non  in casa,  andato allo stato maggiore  -  gli disse
    l'attendente.  -  E' forse accaduto qualcosa?  -  chiese, sorpreso dal
    viso sconvolto dell'alfiere.
    - No, no, nulla...
    - Proprio per poco non l'avete trovato  -  aggiunse l'attendente.
    Lo stato maggiore si trovava a tre miglia da Saltzeneck. Rostv, senza
    rientrare in casa,  prese il  cavallo  e  si  diresse  alla  sede  del
    comando.  In  quel  villaggio,  occupato  dallo stato maggiore,  c'era
    un'osteria frequentata dagli ufficiali,  alla quale Rostv si diresse.
    All'ingresso scorse il cavallo di Teljanin.
    Nella seconda saletta, il tenente sedeva a tavola, davanti a un piatto
    di salame e a una bottiglia di vino.
    - Ah,  siete venuto qui anche voi,  giovanotto?  -  disse sorridendo e
    sollevando le sopracciglia.
    - S  -   rispose  Rostv,  come  se  pronunziare  quella  parola  gli
    costasse un'enorme fatica, e sedette alla tavola accanto.
    Tacevano entrambi. In quella saletta si trovavano anche due tedeschi e
    un  ufficiale russo.  Nessuno parlava e non si udiva altro all'infuori
    del rumore dei coltelli contro i piatti e del masticare  rumoroso  del
    tenente.  Quando  Teljanin  ebbe  finito di far colazione,  tir fuori
    dalla tasca un borsellino doppio,  con le dita bianche e  delicate  ne
    apr  il  fermaglio  e  ne  prese  una moneta d'oro.  Sollevate poi le
    sopracciglia, la porse al cameriere.
    - Presto, per favore  -  disse.
    La moneta d'oro era nuova. Rostv si alz e si avvicin a Teljanin.
    - Permettetemi di guardare questa borsa  -    disse  con  voce  appena
    udibile.
    Con gli occhi che correvano da tutte le parti,  ma con le sopracciglia
    sempre sollevate, Teljanin porse il borsellino.
    - S...  un bel borsellino... s, s...  -  disse in fretta e,  tutto
    a un tratto, si fece pallido.  -  Guardate pure, giovanotto!
    Rostv prese il borsellino,  lo guard, guard il denaro che conteneva
    e poi fiss Teljanin. Il tenente, secondo la sua abitudine, volgeva lo
    sguardo su tutto ci che lo circondava e,  a un  tratto,  parve  farsi
    molto allegro.
    -  Quando  saremo  a Vienna spender tutto,  ma qui,  in queste misere
    cittaduzze,  non si sa davvero come fare!   -  disse,  e aggiunse:   -
    Ridatemi il borsellino, giovanotto, me ne vado!
    Rostv taceva.
    -  E  voi che fate?  Aspettate che vi servano la colazione?  Si mangia
    benino qui. Datemi il borsellino, dunque!
    Tese la mano e fece  il  gesto  di  prenderlo.  Rostv  glielo  porse.
    Teljanin  lo  prese  e  lo  mise  nella  tasca dei calzoni,  mentre le
    sopracciglia gli si sollevavano leggermente e la  bocca  si  schiudeva
    appena,  come  se  volesse  dire:  S,  mi metto il mio borsellino in
    tasca, cosa molto semplice e che non riguarda nessuno.
    - Ebbene,  giovanotto?   -  disse poi,  traendo un sospiro e  fissando
    Rostv  di  sotto  le  sopracciglia  sollevate.  Un lampo pass con la
    rapidit di una scintilla elettrica dagli occhi di Teljanin  a  quelli
    di Rostv e viceversa, e poi ancora e ancora, tutto nello spazio di un
    minuto.
    -  Venite  qui  -  disse Rostv,  afferrando Teljanin per un braccio e
    trascinandolo quasi sotto  la  finestra.    -    Questo  denaro    di
    Denissov, e voi lo avete preso...  -   gli bisbigli all'orecchio,
    - Cosa? Cosa? Come osate?  -  disse Teljanin.
    Ma  quelle  parole  risonarono  come  un  grido  lamentoso  e come una
    preghiera che invoca piet.  Non appena Rostv ebbe udito il suono  di
    quella  voce,  l'enorme peso del dubbio gli cadde dal cuore.  Prov un
    senso di gioia e insieme di piet per  quell'infelice  che  gli  stava
    dinanzi; ma bisognava andare sino in fondo.
    -  Sa  Iddio  che  cosa  penser  qui  la  gente  -  mormor Teljanin,
    prendendo il berretto  e  dirigendosi  verso  una  stanza  vuota;    -
    dobbiamo spiegarci.
    - So quello che dico e lo dimostrer  -  dichiar Rostv.
    - Io...
    Il  viso  spaventato e pallido di Teljanin prese a tremare;  gli occhi
    correvano rapidamente di qua e di l,  ma volti sempre  in  basso  non
    osavano  sollevarsi  verso  il  viso  di  Rostv.  Poi  si udirono dei
    singhiozzi:
    - Conte,  non rovinate un giovane...  Eccovi questo maledetto  denaro,
    prendetelo...   -  E lo gett sulla tavola.  -  Ho un padre vecchio...
    una madre...
    Rostv prese il denaro,  evitando lo sguardo di Teljanin e,  senza dir
    parola,  usc dalla stanza.  Ma,  giunto accanto all'uscio, si ferm e
    torn indietro.
    - Mio Dio,  -  disse con le lacrime agli occhi;   -  come avete potuto
    fare una cosa simile?
    - Conte...  -  rispose Teljanin, avvicinandosi al giovane.
    - Non mi toccate!   -  esclam Rostv, indietreggiando.  -  Se proprio
    questo denaro vi occorre, tenetelo!  -  Gli gett il borsellino e usc
    di corsa dall'osteria.


    CAPITOLO 5.

    La sera di quello stesso giorno,  si svolse in casa  di  Denissov  una
    animatissima conversazione tra gli ufficiali dello squadrone.
    - E io insisto nel dirvi,  Rostv,  che dovete fare le vostre scuse al
    comandante del reggimento   -    esclamava,  rivolgendosi  al  giovane
    ufficiale rosso in viso e turbato,  un capitano in seconda,  alto, dai
    capelli grigi,  un enorme paio di baffi  e  i  lineamenti  pronunziati
    sulla faccia rugosa.
    Il capitano in seconda Kirsten era stato per ben due volte degradato a
    soldato  semplice  per  questioni  di  onore  e  per  due  volte aveva
    riconquistato il grado perduto.
    - Non permetter a nessuno di affermare che mento!   -  grid  Rostv.
    -   Egli mi ha detto che mentivo,  io gli ho risposto che il mentitore
    era lui e non ritratter nulla.  Mi metta pure  di  servizio  tutti  i
    giorni,  mi metta agli arresti,  se vuole, ma nessuno mi costringer a
    scusarmi perch se lui, comandante del reggimento,  ritiene indecoroso
    per s di darmi soddisfazione, allora...
    -  Ma  suvvia,  mio  caro,  ascoltatemi   -  lo interruppe il capitano
    Kirsten con la sua voce da basso,  accarezzandosi lentamente i  lunghi
    baffi.    -    Voi  in  presenza  di  altri ufficiali,  avete detto al
    colonnello che un collega ha rubato...
    - Non  colpa mia se la conversazione  avvenuta in presenza di  altri
    ufficiali.  Forse non dovevo parlare davanti a loro, ma io non sono un
    diplomatico.  Sono entrato negli ussari proprio perch pensavo che qui
    non  ci  fosse  bisogno  di  tante  sottigliezze...  e lui mi dice che
    mento... Deve quindi darmi soddisfazione.
    - D'accordo, nessuno pensa che siate un vigliacco, ma non si tratta di
    questo.  Domandate a Denissov  se    mai  possibile  che  un  alfiere
    pretenda soddisfazione da un colonnello...
    Denissov  ascoltava  la discussione con aria cupa,  mordicchiandosi un
    baffo,  con l'evidente desiderio di non prendervi parte.  Alle  parole
    del capitano Kirsten, scosse il capo negativamente.
    -Voi,  in presenza di altri ufficiali,   -  continu il capitano - gli
    avete parlato di quella porcheria e Bogdanyc'  -  (cos si chiamava il
    colonnello)  -  vi ha richiamato all'ordine.
    - Non mi ha richiamato all'ordine, ha detto che mentivo!
    - D'accordo,  ma voi gli avete risposto delle  stupidaggini  e  dovete
    scusarvi.
    - Per nulla al mondo!  -  grid Rostv.
    -  Non  mi  aspettavo  da voi una simile ostinazione  -  disse in tono
    serio e severo il capitano in seconda.   -  Voi  non  volete  fare  le
    vostre scuse mentre, mio caro, siete colpevole non solo davanti a lui,
    ma  davanti a tutto il reggimento e a tutti noi.  E vi dico perch: se
    aveste prima riflettuto,  se vi foste consigliato su come  comportarvi
    in  questa  faccenda...  ma  invece  no,  avete  tirato diritto e,  in
    presenza degli altri ufficiali, avete spifferato ogni cosa.  Che resta
    ora da fare al colonnello?  Dovrebbe sottoporre a giudizio l'ufficiale
    e disonorare tutto il reggimento?  E dovrebbe coprirlo  di  fango  per
    colpa  di  una  sola canaglia?  Dovrebbe far questo,  secondo voi?  Ma
    secondo noi no,  no davvero.  E Bogdanyc' ha fatto bene  a  dirvi  che
    mentivate.  E'  una cosa spiacevole,  ma  colpa vostra.  E ora che si
    vuole soffocare  la  faccenda,  voi,  per  presuntuosit  e  orgoglio,
    rifiutate  di  scusarvi e volete raccontare tutto.  Vi secca essere di
    servizio ogni giorno,  vero?  Ma che vi  costa  chiedere  scusa  a  un
    vecchio e onesto ufficiale? Bogdanyc', qualunque sia il suo carattere,
      pur  sempre  un  vecchio  colonnello  onesto e coraggioso e cos vi
    sentite offeso;  ma non vi  importa  di  gettare  fango  su  tutto  il
    reggimento!    -    La  voce  del  capitano  in seconda incominciava a
    tremare.  -  Voi, mio caro, siete da poco qui tra noi; oggi vi trovate
    qui e domani potreste essere chi  sa  dove  come  aiutante  di  campo;
    perci  ve  ne  infischiate  che  si  dica:  Tra  gli  ufficiali  del
    reggimento di Pvlograd ci sono dei ladri!.  Ma a noialtri questo non
     indifferente, no! Non  cos, Denissov? A noi  forse indifferente?
    Denissov  continuava  a  tacere e non si muoveva;  di tanto in tanto i
    suoi neri occhi lucenti si volgevano a Rostv.
    - Voi insistete nel vostro  punto  di  vista,  non  volete  scusarvi,-
    prosegu  il  capitano    -  ma a noi vecchi,  che siamo cresciuti nel
    reggimento e che nel reggimento se Dio vorr moriremo,  sta a cuore il
    suo onore,  e Bogdanyc' lo sa.  Oh, quanto ci sta a cuore, mio caro! E
    ci che fate non  bello, non  affatto bello. Che vi offendiate o no,
    io dico sempre la verit. Non  bello, no!
    E il capitano in seconda si alz e volt le spalle a Rostv.
    - E' vero,  per tutti i diavoli!   -   grid  Denissov,  scattando  in
    piedi.  -  Suvvia, Rostv, per favore!
    Rostv,  arrossendo  e  impallidendo,  guardava  ora l'uno ora l'altro
    ufficiale.
    - No, signori, no... non dovete supporre che io... Capisco benissimo e
    avete torto se supponete che io...  per me...  Anche a me sta a  cuore
    l'onore del reggimento... e ve lo dimostrer con i fatti. Anche per me
    l'onore della bandiera...  Ebbene,  s,  vero che ho torto!  -  aveva
    le lacrime agli occhi.   -   Ho  torto,  assolutamente  torto...  Cosa
    volete di pi?
    - Cos va bene,  conte!   -  disse il capitano in seconda,  volgendosi
    verso di lui e battendogli la grossa mano sulla spalla.
    - Te lo dicevo io che  un bravo ragazzo,  te lo dicevo!   -   esclam
    Denissov.
    -  Cos  va bene,  conte  -  ripet il capitano,  come se in premio di
    aver ammesso il proprio torto lo gratificasse del titolo.  -  E adesso
    andate a presentare le vostre scuse.
    - Signori,  far tutto,  tutto...  nessuno udr pi uscire una  parola
    dalla mia bocca,  -  disse Rostv con voce supplichevole-  ma scusarmi
    non  posso...  Quanto  vero Dio,  non posso;  dite quello che volete!
    Come faccio a presentare le mie scuse,  come  un  bambino  che  chieda
    perdono?
    Denissov rise.
    -  Peggio  per  voi!  Bogdanyc'    un  uomo capace di serbar rancore:
    pagherete cara la vostra ostinazione!  -  disse il capitano in seconda
    Kirsten.
    - Ma non si tratta di ostinazione,  ve  lo  giuro!  Non  so  esprimere
    quello che sento, non posso...
    - Come volete!  -  interruppe il capitano.  -  Dove si  nascosto quel
    mascalzone?  -  chiese a Denissov.
    -  Si  dato malato.  Domani,  per ordine superiore sar esonerato dal
    servizio  -  rispose Denissov.
    - Dev'essere proprio una malattia,  la sua: non  si  pu  spiegare  in
    altro modo  -  disse il capitano in seconda.
    - Malattia o non malattia,  si guardi bene dal farsi vedere...  se no,
    l'ammazzo!  -  grid Denissov con furore.
    Nella stanza entr Zerkv.
    - Tu?  Come mai sei qui?   -  chiesero gli  ufficiali,  volgendosi  al
    nuovo venuto.
    -  Si  riprende la marcia,  signori.  Mack si  arreso prigioniero con
    tutto l'esercito!
    - Non  vero!
    - L'ho veduto io stesso...
    - Ma come?  Hai visto Mack in carne e ossa?  Con le braccia e  con  le
    gambe?
    - In marcia!  In marcia!  Una bottiglia a Zerkv per la notizia che ci
    ha portato. E come mai sei capitato qui?
    - Mi hanno mandato al reggimento per colpa di quel diavolo di Mack. Un
    generale  austriaco  ha  fatto  le  sue  lagnanze   perch   mi   sono
    congratulato con lui per l'arrivo di Mack...  E tu,  Rostv,  che hai?
    Pare che tu esca dal bagno...
    - Eh, mio caro, da due giorni siamo in un tale subbuglio, qui...
    Poco dopo entr l'aiutante di campo e conferm la notizia  portata  da
    Zerkv. L'ordine di mettersi in marcia era per l'indomani.
    - In marcia, signori!
    - Siano grazie a Dio! Siamo rimasti fermi abbastanza!


    CAPITOLO 6.

    Kutuzv aveva ripiegato su Vienna, distruggendo alle proprie spalle il
    ponte sull'Inn (a Braunau) e quello sul Traun (a Linz).  Il 23 ottobre
    le truppe russe passavano l'Enns.  I  carriaggi,  le  artiglierie,  le
    colonne  dei  soldati attraversarono in pieno giorno la citt di Enns,
    al di qua e al di l del ponte.
    Era una giornata d'autunno, tiepida e piovosa.  L'ampia visuale che si
    apriva  sotto  l'altura  su  cui erano schierate le batterie russe che
    difendevano il ponte, ora scompariva dietro un velo di pioggia obliqua
    ora, a un tratto,  si allargava e,  alla luce del sole,  tutte le cose
    apparivano  chiare  e splendenti come se fossero coperte di lacca.  In
    basso si scorgeva la cittadina con  le  sue  case  bianche  dai  tetti
    rossi,  la cattedrale e il ponte, ai due lati del quale si accalcavano
    e fluivano le truppe russe.  Oltre la svolta del Danubio  si  vedevano
    alcune  imbarcazioni,  un'isola,  un  castello con il parco circondato
    dalle acque dell'Enns che in quel punto si buttano nel Danubio,  e  si
    distinguevano  la  riva sinistra del fiume tutta coperta di rocce e di
    foreste di abeti,  le cime verdeggianti e le gole azzurrine dei  monti
    che  andavano  svanendo  in  una misteriosa lontananza.  Emergevano in
    mezzo a un'abetaia,  fitta come una foresta vergine,  le torri  di  un
    monastero  e  di  fronte,  lontano,  sulla  sponda  opposta dell'Enns,
    apparivano le pattuglie nemiche.
    Tra  i  cannoni  postati  sull'altura,   stava  il  comandante   della
    retroguardia che,  con il suo ufficiale d'ordinanza,  esaminava con un
    cannocchiale il terreno;  un  po'  indietro  Nesvitzkij,  mandato  dal
    generalissimo  alla  retroguardia,  stava  seduto  sull'affusto  di un
    cannone.  Il cosacco che lo accompagnava gli aveva portato una borsa e
    una  fiaschetta,  e  Nesvitzkij  offriva  agli  ufficiali pasticcini e
    doppio Kmmel autentico.  I  colleghi  lo  circondavano  allegramente,
    alcuni in ginocchio, altri seduti alla turca sull'erba umida.
    -  Non  era davvero uno sciocco quel principe austriaco che si  fatto
    costruire qui il suo castello!  Un posto incantevole...  Ma perch non
    mangiate, signori?  -  chiese Nesvitzkij.
    - Grazie infinite,  principe  -  rispose uno degli ufficiali, lieto di
    parlare con un personaggio cos importante dello stato  maggiore.    -
    E'  davvero  un  posto  bellissimo.  Siamo  passati davanti al parco e
    abbiamo visto due cervi. E che stupenda costruzione!
    - Guardate,  principe  -  disse un altro,  il  quale  aveva  una  gran
    voglia di prendere ancora dei pasticcini ma, poich non osava, fingeva
    di  osservare  il  paesaggio.    -    Vedete?  I nostri fanti sono gi
    arrivati laggi... Guardate, l in fondo,  dietro al villaggio,  ce ne
    sono  tre  che  trascinano  qualcosa...  Scommetto che svaligeranno il
    castello!  -  disse con tono di evidente approvazione.
    - Eh gi,  certo  -  rispose Nesvitzkij.   -  Io  vorrei  arrampicarmi
    lass    -    aggiunse,  sgranocchiando  con la bocca rossa e umida un
    pasticcino;   -  mi piacerebbe veramente!   -  E indicava le torri del
    monastero  che  si  ergevano  sul  monte.  Sorrise  mentre  gli  occhi
    socchiusi gli si illuminarono.  -  Sarebbe bello davvero!
    Gli ufficiali scoppiarono in una risata.
    - Si potrebbe spaventare un po' quelle  monachelle!  Si  dice  che  vi
    siano lass delle giovani italiane...  In verit, darei cinque anni di
    vita per...
    - Tanto pi che, senza dubbio, si annoieranno  -  disse,  ridendo,  il
    pi ardito degli ufficiali.
    Nel frattempo l'ufficiale d'ordinanza,  ritto pi innanzi sull'altura,
    indicava qualcosa al generale,  il quale volse il binoccolo da  quella
    parte.
    -  S,  s,    proprio  cos,    proprio  cos    -  disse irritato,
    abbassando il binoccolo e stringendosi nelle spalle.   -   E'  proprio
    cos:  i  Francesi ci attaccheranno mentre attraverseremo il fiume.  E
    che cosa stanno facendo laggi i nostri?
    Sulla riva opposta si vedeva,  anche a occhio nudo,  il nemico con  le
    sue  batterie  dalle  quali  si lev una spirale di fumo bianco latte;
    subito dopo si ud una detonazione  lontana  e  si  videro  le  nostre
    truppe affrettarsi per attraversare il fiume.
    Nesvitzkij si alz sbuffando e si avvicin sorridendo al generale.
    - Posso offrirvi qualcosa, eccellenza?
    -  Brutta faccenda!   -  esclam il generale,  senza rispondergli.-  I
    nostri hanno indugiato troppo.
    - Volete  che  faccia  una  corsa  laggi,  eccellenza?    -    chiese
    Nesvitzkij.
    -  S,  andate,  ve ne prego  -  rispose il generale e ripet l'ordine
    dato in precedenza,  in ogni particolare.   -   Dite  agli  ussari  di
    attraversare  per  ultimi il fiume e di incendiare il ponte non appena
    l'avranno attraversato, come ho gi ordinato... e che controllino bene
    il materiale infiammabile gi preparato sul ponte stesso.
    - Benissimo  -  disse Nesvitzkij.
    Fece venire il cosacco con il cavallo,  gli ordin di riporre la borsa
    e  la  fiaschetta e balz in sella con leggerezza,  nonostante il peso
    del suo corpo.
    - Vi assicuro che poi vado a trovare le monachelle    -    disse  agli
    ufficiali che lo guardavano sorridendo. Indi si allontan, discendendo
    lungo il sinuoso sentiero montano.
    -  Ora  a voi,  capitano: vediamo un po' se li centrate!   -  disse il
    generale, rivolgendosi al capitano della batteria.   -  Divertitevi un
    po'!
    -  I  serventi  ai  pezzi!    -   comand l'ufficiale.  Un minuto dopo
    arrivarono  di  corsa  gli  artiglieri  e  caricarono  allegramente  i
    cannoni.
    - Prima batteria, a voi!  -  comand il capitano.
    La  prima  batteria  fece  fuoco.  Con  un assordante colpo metallico,
    l'arma spar e la granata,  sibilando,  pass a volo sulla  testa  dei
    nostri  e,  senza  aver raggiunto il nemico,  rivel con una fumata il
    punto in cui era caduta e scoppiata.
    I volti dei soldati e degli ufficiali  assunsero  una  espressione  di
    gioia  a  quel  fragore;  tutti  balzarono  in piedi e osservarono con
    attenzione i movimenti delle nostre truppe che  si  vedevano,  gi  in
    basso,  cos  distintamente  come  se  fossero sul palmo della mano e,
    dirimpetto,  quelle del nemico che si avvicinava.  In quel momento  il
    sole usc del tutto dalle nuvole e lo splendido fragore di quell'unica
    cannonata  si  fuse  con il fulgore del sole in una sola sensazione di
    ardimento e di allegria.


    CAPITOLO 7.

    Due granate nemiche avevano gi oltrepassato  volando  il  ponte,  sul
    quale  si  accalcavano un'enorme quantit di soldati.  A met ponte il
    principe Nesvitzkij, sceso da cavallo, stava ritto con il grosso corpo
    appoggiato al parapetto.  Ridendo si volgeva  indietro  verso  il  suo
    cosacco che,  ad alcuni passi di distanza, teneva per le briglie i due
    cavalli.  Non appena il principe si accingeva a proseguire,  soldati e
    carri lo urtavano e lo immobilizzavano contro il parapetto e a lui non
    restava altro da fare che sorridere.
    -  Ehi,  amico    -    diceva il cosacco a un soldato alla guida di un
    traino di salmerie che premeva contro la fanteria ammassata attorno ai
    veicoli e ai cavalli.   -  Non potresti aspettare?  Lo vedi,  no,  che
    deve passare un generale?
    Ma  il  conducente,  senza  prestar  alcuna  attenzione  al  titolo di
    generale, gridava contro i soldati che gli sbarravano la strada.
    - Ehi, paesani, tenete la sinistra. Aspettate!
    Ma i paesani, stretti spalla a spalla, impigliandosi con le baionette,
    si movevano sul ponte senza intervallo,  come una massa  compatta.  Il
    principe  Nesvitzkij,  chino  sul  parapetto,  vedeva le onde rapide e
    fragorose dell'Enns che, confondendosi, si frangevano contro il pilone
    del ponte e si inseguivano tumultuose. Guardando il ponte, vedeva onde
    simili,  ma viventi: onde di soldati,  di berretti,  di chep  con  le
    fodere,  di zaini, di baionette, di lunghi fucili e, sotto i chep, le
    facce dagli zigomi larghi,  dalle guance incavate  e  dall'espressione
    stanca e inebetita; vedeva onde di piedi che si trascinavano nel fango
    viscido e appiccicoso di cui il ponte era coperto.  Di tanto in tanto,
    tra le ondate regolari dei soldati,  simile a uno spruzzo  di  schiuma
    bianca tra le acque dell'Enns,  emergeva la figura di un ufficiale dal
    mantello chiaro e dalla fisionomia che si distingueva  da  quelle  dei
    soldati;  a tratti, come una scheggia di legno galleggiante sul fiume,
    appariva sul ponte, trascinato dalle ondate della fanteria,  un ussaro
    appiedato, un attendente o un abitante della citt; a momenti, ancora,
    come  una  trave  navigante  sulla  superficie del fiume,  passava sul
    ponte,  premuto da ogni parte,  il carro di una compagnia o di qualche
    ufficiale, carico sino alla cima e coperto di cuoio.
    -  Ma  guarda  che  roba!  E'  come  se si fosse rotta una diga...   -
    esclam il cosacco,  fermandosi disperato.   -  C' ancora molta gente
    che deve passare?
    - Un milione di uomini meno uno!  -  rispose scherzosamente un soldato
    che  indossava  un  cappotto  lacero,  e poi scomparve.  Lo seguiva un
    altro, un veterano.
    - Se "quello"  -  ("quello" era il nemico)   -    adesso  si  mette  a
    sparare  sul  ponte    -    diceva con aria cupa il vecchio soldato al
    compagno  -  ti assicuro che dimenticherai persino di grattarti.
    E pass oltre. Dietro a lui ne veniva un altro, sopra un carro.
    - Dove diavolo hai cacciato le  fasce  da  piedi?    -    chiedeva  un
    attendente che seguiva di corsa il veicolo e vi frugava dentro.
    E pass anche quello, insieme con il carro.
    Dietro  a  questi  camminava un gruppo di soldati molto allegri,  che,
    senza dubbio, avevano bevuto.
    - Con che soddisfazione,  caro il mio uomo,  gli ha dato sui denti con
    il  calcio  del  fucile!    -    diceva allegramente uno di essi,  dal
    cappotto molto rialzato, facendo un ampio gesto con le braccia.
    - Guarda, guarda... del prosciutto dolce!  -  gli rispondeva un altro,
    ridendo.
    E anch'essi passarono,  cosicch Nesvitzkij non pot  mai  sapere  chi
    fosse stato colpito sui denti e che cosa c'entrasse il prosciutto...
    - Eh, che fretta! Perch "quello" ha sparato un colpo, pensano gi che
    ci ammazzeranno tutti!  -  disse un sottufficiale in tono sprezzante e
    beffardo.
    - Quando la granata mi  passata davanti agli occhi,  zietto mio, poco
     mancato che morissi!   -   disse  un  giovane  soldato  dalla  bocca
    enorme,  trattenendosi a stento dal ridere.   -  Ti giuro che ho avuto
    una paura con i fiocchi!   -  aggiunse,  quasi  vantandosi  della  sua
    pusillanimit.
    E anch'egli pass oltre.  Dietro a lui veniva un veicolo assolutamente
    diverso dagli altri che erano transitati sino  allora.  Era  un  carro
    tedesco, trainato da due cavalli, che pareva carico di un'intera casa,
    lo guidava un tedesco e, dietro, vi era legata una bella mucca pezzata
    dalle mammelle enormi. Sulle sponde del carro stavano sedute una donna
    con  un  lattante,  una vecchia e una robusta giovinetta tedesca dalle
    guance  rubiconde.  Erano  evidentemente  abitanti  del  luogo,  fatti
    sgombrare,  e  ai  quali avevano concesso il permesso di passare.  Gli
    occhi di tutti i soldati si volsero alle  donne  e,  mentre  il  carro
    procedeva avanzando a passo rapido,  tutte le osservazioni dei soldati
    riguardavano soltanto le due giovani donne. Un sorriso quasi identico,
    che rivelava pensieri sconvenienti, errava sulla bocca di tutti...
    - Vedi un po', anche la salsiccia se ne va!
    - Vendimi la mamma!  -  disse un altro,  calcando sull'ultima sillaba,
    rivolgendosi al tedesco che, con gli occhi bassi, adirato e impaurito,
    camminava a grandi passi.
    - Com' tutta in ghingheri, accidenti!
    - Che ne diresti, Fdotov, di stare con loro?
    - Ne ho gi viste tante, fratello!
    - Dove andate?  -  chiese un ufficiale di fanteria che stava mangiando
    una mela e guardava anch'egli con un mezzo sorriso la bella ragazza.
    Il tedesco, chiudendo gli occhi, significava di non capire.
    -  Vuoi?  Prendi!    -    disse  l'ufficiale,  porgendo  la  mela alla
    giovinetta.
    Ella sorrise e accett.  Nesvitzkij,  come tutti coloro che erano  sul
    ponte,  non  distolse  lo  sguardo  dalle  donne sino a che non furono
    passate.  E,  quando furono passate,  vennero ancora e ancora  soldati
    simili agli altri, che facevano gli stessi discorsi, e alla fine, a un
    tratto, tutti si fermarono. Come spesso accade, all'uscita del ponte i
    cavalli  di  un  carro di compagnia si impuntarono e tutta la folla fu
    costretta ad aspettare.
    - Ma perch si fermano laggi?  Che confusione!    -    esclamavano  i
    soldati.   -  Non spingere,  diamine!  Non puoi aspettare?  Sar molto
    peggio  quando  "quello"  incendier  il  ponte.   Guardate...   anche
    quell'ufficiale  non  riesce  a  passare...   -  si udiva dire da ogni
    parte da quella massa di uomini fermi,  che si guardavano l'un l'altro
    e premevano avanti verso l'uscita del ponte.
    Mentre  stava  chino  sulla  spalletta  a guardare le acque dell'Enns,
    Nesvitzkij ud a un tratto un rumore,  nuovo per  lui,  che  si  stava
    avvicinando rapidamente... il rumore di qualcosa di grosso che, con un
    tonfo fragoroso, cadesse nell'acqua.
    - Ma guarda dove mira!   -  disse severamente un soldato che gli stava
    vicino, volgendosi a quel rumore.
    La folla si mosse di nuovo.  Nesvitzkij cap che si era trattato di un
    proiettile.
    - Ehi,  cosacco,  dammi il cavallo!   -  disse.   -  E voi,  fatevi da
    parte. Largo! Largo!
    Con grande fatica raggiunse il cavallo. Senza smettere di gridare,  si
    spinse  avanti.  I soldati si serravano l'un contro l'altro per fargli
    strada,   ma  poi  di  nuovo  gli  si  strinsero  addosso,   tanto  da
    schiacciargli  una gamba.  I pi vicini non ne avevano colpa,  giacch
    essi stessi venivano spinti dagli altri.
    - Nesvitzkij!  Nesvitzkij!  Tu qui,  brutto muso!   -  grid alle  sue
    spalle una voce rauca.
    Nesvitzkij si volt e vide,  a quindici passi di distanza, separato da
    lui dalla massa viva della  fanteria  che  avanzava,  Vaska  Denissov,
    rosso,  nero, arruffato, con il berretto sulla nuca e il "dolman" (18)
    spavaldamente gettato su una spalla.
    - Ordina tu a  questi  demoni  di  lasciarmi  passare!    -    gridava
    Denissov,  che  si  trovava  evidentemente  in  preda  a un accesso di
    furore,  sprizzando scintille dalle pupille nere come il  carbone  nel
    bianco  infiammato  degli  occhi,  e  agitando  la sciabola ancora nel
    fodero, che egli teneva con la piccola mano nuda, rossa come il viso.
    - Ehi, Vaska!  -  rispose gioiosamente Nesvitzkij.  -  Che fai?
    - Non si pu far passare lo  squadrone    -    grid  Vaska  Denissov,
    mostrando  rabbiosamente  i denti bianchi e spronando Beduino,  il suo
    bel purosangue morello che,  sbattendo le orecchie  sotto  le  punture
    delle  baionette contro le quali urtava,  sbuffava e gettava attorno a
    s spruzzi di schiuma che gli usciva dal morso, scalpitando sulle assi
    del ponte, e sembrava pronto a saltare il parapetto,  se appena il suo
    cavaliere glielo avesse permesso.
    - Ma che fanno?  Montoni sembrano, niente altro che montoni! Indietro!
    Fate  largo!  Fermi  l,  con  quel  carro,  diavolo...  Vi  prendo  a
    sciabolate, sapete...  -  sbraitava e, snudata la sciabola, cominciava
    a rotearla.
    I soldati,  con le facce spaventate,  si strinsero l'uno all'altro,  e
    Denissov riusc ad avvicinarsi a Nesvitzkij.
    - Come mai oggi non sei brillo?   -   chiese  Nesvitzkij  a  Denissov,
    allorch questi gli fu accanto.
    -  Non ti danno nemmeno il tempo di bere!   -  rispose Vaska Denissov.
    -  Non fanno altro che trascinare il reggimento di qua e di l.  Se si
    deve combattere, ebbene, si combatta! Ma lo sa il diavolo che cosa sta
    succedendo adesso!
    -  Come  sei  elegante,  oggi!    -  osserv Nesvitzkij,  guardando il
    "dolman" nuovo e la gualdrappa del collega.
    Denissov sorrise,  cav dalla tasca  della  sella  un  fazzoletto  che
    sparse  un'ondata  di  essenze  profumate e lo cacci sotto il naso di
    Nesvitzkij.
    - Non si pu fare diversamente: vado a battermi! Mi sono sbarbato,  mi
    sono lavato i denti e mi sono profumato!
    La figura imponente di Nesvitzkij,  accompagnato dal suo cosacco, e la
    decisione con cui Denissov roteava  la  sciabola  e  gridava  come  un
    dannato,  fecero s che i due ufficiali riuscissero ad attraversare il
    ponte e a  fermare  la  fanteria.  Nesvitzkij  trov  allo  sbocco  il
    colonnello  al  quale  doveva trasmettere l'ordine e,  compiuta la sua
    missione, torn indietro.
    Dopo essersi aperta la via,  Denissov  si  ferm  in  capo  al  ponte.
    Trattenendo il suo stallone che si slanciava scalpitando verso i suoi,
    fissava  lo  squadrone  che  gli  veniva  incontro.  Le assi del ponte
    risonarono del limpido suono  degli  zoccoli  come  se  fossero  pochi
    cavalli  al  galoppo,  e  lo squadrone,  in fila per quattro,  con gli
    ufficiali  in  testa,  si  allung  sul  ponte  e  cominci  a  uscire
    dall'altra parte.
    I  fantaccini fermi,  ammassati presso il ponte con i piedi nel fango,
    osservavano gli ussari puliti ed  eleganti  che  passavano  davanti  a
    loro,  con  quel particolare senso di ostilit che sempre si manifesta
    quando si incontrano truppe appartenenti a corpi diversi.
    - Che giovanotti eleganti! Ma quelli vanno al Podnvinskoe (19)!
    - A che servono costoro? Soltanto per far bella figura!
    - Fanteria, non sollevar polvere!  -  disse, scherzando,  un ussaro il
    cui cavallo, scalpitando, aveva fatto schizzare spruzzi di fango su un
    fantaccino.
    - Se tu avessi fatto due marce con lo zaino in spalla,  i tuoi alamari
    non sarebbero cos lustri!   -  ribatt il fante,  togliendosi con  la
    manica il fango dalla faccia...   -  Non sei un uomo tu, ma un uccello
    a cavallo...
    - Eh,  Zikin,  se mettessero te su un cavallo,  saresti elegante anche
    tu!    -    esclam un caporale,  rivolgendosi a uno sparuto soldatino
    curvo sotto il peso dello zaino.
    - Mettiti un bastone tra le gambe ed eccoti a cavallo!    -    scherz
    l'ussaro, e si allontan.


    CAPITOLO 8.

    Anche il resto della fanteria, stringendosi a imbuto in capo al ponte,
    lo percorreva a passo rapido.  Finalmente passarono tutti i carri,  la
    calca diminu e l'ultimo battaglione si  accinse  all'attraversamento.
    Soltanto  gli  ussari  dello squadrone di Denissov restavano all'altra
    estremit,  di fronte al nemico che,  gi visibile in lontananza dalle
    alture,   non   si   vedeva   ancora   dal  ponte  perch  l'orizzonte
    dell'avvallamento, in cui scorreva il fiume,  era limitato da un colle
    che  si  ergeva  a  non  pi  di mezzo miglio di distanza.  Davanti si
    stendeva uno spazio libero,  nel quale si movevano pattuglie di nostri
    cosacchi in ricognizione. A un tratto, in cima all'altura opposta alla
    strada, comparvero truppe in cappotto turchino e pezzi di artiglieria.
    Erano i Francesi. Un drappello di cosacchi raggiunse al trotto i piedi
    del  monte.  Tutti  gli  ufficiali  e  i  soldati  dello  squadrone di
    Denissov,  sebbene cercassero di parlare di  cose  indifferenti  e  di
    guardare da una parte e dall'altra,  non cessavano di pensare a quanto
    stava accadendo l sulla montagna e continuamente volgevano lo sguardo
    alle macchie  azzurre  che  apparivano  all'orizzonte  e  nelle  quali
    riconoscevano  truppe  nemiche.  Il  tempo,  dopo mezzogiorno,  si era
    rimesso al bello, e il sole declinante dardeggiava i suoi ultimi raggi
    sul Danubio e sulle cupe montagne  circostanti.  Tutto  era  silenzio;
    solo a tratti giungevano,  da quell'altura,  i suoni delle trombe e le
    grida del nemico.  Tranne qualche pattuglia non c'era pi nessuno  tra
    lo  squadrone  e  il  nemico;  li  separava  uno spazio vuoto di circa
    trecento "sagen" (20).  I Francesi avevano cessato di sparare e perci
    si  avvertiva  pi  chiaramente  la  vaga  esistenza  di  quella linea
    invisibile e minacciosa che separa due eserciti nemici.
    A un passo al di l di quella linea,  che ricorda quella che divide i
    vivi  dai morti,  vi  l'ignoto,  la sofferenza,  la morte.  E che c'
    laggi,  al di l di quel campo,  di  quell'albero  e  di  quel  tetto
    illuminato dal sole?  Nessuno lo sa, eppure ognuno lo vorrebbe sapere:
     terribile il pensiero di oltrepassare quella linea ma  nello  stesso
    tempo  si desidera oltrepassarla e non si ignora che,  presto o tardi,
    bisogner farlo e rendersi conto di che cosa  c'  di  l,  dall'altra
    parte,  come  si  dovr inevitabilmente conoscere che cosa si nasconde
    oltre la morte... Eppure si  forti, sereni, sani, allegri ed eccitati
    e attorno a noi vi  gente sana, forte e ugualmente eccitata.... Cos
    sente, se pur proprio non lo pensa,  ogni uomo di fronte al nemico,  e
    una  simile  sensazione  conferisce  a  tutto  ci  che accade in quei
    momenti una forza particolare e una gioiosa intensit di impressioni.
    Sulla collina dov'era il nemico, apparve il fumo leggero di uno sparo,
    e un proiettile pass sibilando sopra  le  teste  degli  ussari  dello
    squadrone.   Gli  ufficiali,  che  erano  riuniti  in  un  gruppo,  si
    dispersero per tornare ai loro posti.  Gli ussari presero ad allineare
    con  cura  i  cavalli.   Nello  squadrone  tutto  taceva.  Gli  uomini
    guardavano dalla parte del nemico e verso il comandante,  in attesa di
    ordini.  Passarono  sibilando  un  secondo e un terzo proiettile.  Era
    evidente che il nemico mirava agli ussari;  ma la  granata,  sibilando
    con  rapidit  uniforme,  volava sopra le teste dei soldati e andava a
    cadere, chiss dove, alle loro spalle. Gli ussari non si voltavano ma,
    a ogni sibilo di proiettile che passava a volo,  tutti  insieme,  come
    obbedendo  a  un  comando,  con  le  facce  diverse  eppure  uniformi,
    trattenevano il respiro sino a che  il  proiettile  era  in  volo,  si
    rizzavano sulle staffe e poi ricadevano sulla sella.  I soldati, senza
    voltar  la  testa,  si  sbirciavano  a  vicenda,   osservando  curiosi
    l'espressione  dei compagni.  Su ogni faccia,  da quella di Denissov a
    quella del trombettiere,  affiorava attorno alle labbra e al mento  un
    tratto comune,  un'espressione di desiderio di lotta,  di eccitamento,
    di  impazienza.   Il  maresciallo  d'alloggio,   con  le  sopracciglia
    aggrottate,  guardava  i  soldati,  come  se  minacciasse  un castigo.
    L'alfiere Mironov si curvava sul cavallo al passaggio di ogni granata.
    Rostv,  che stava sul  fianco  sinistro  in  groppa  al  suo  Gracik,
    azzoppato  ma  sempre  imponente,  aveva  l'espressione  felice di uno
    scolaro chiamato a  sostenere  un  esame  alla  presenza  di  un  gran
    pubblico, esame in cui  sicuro di far bella figura. Con occhi limpidi
    e  tranquilli,  guardava  tutti  come  se  chiedesse  attenzione  alla
    perfetta calma con cui si comportava sotto i proiettili.  Ma anche sul
    suo  viso appariva,  suo malgrado,  attorno alla bocca,  quel medesimo
    segno di un certo non so che di nuovo e di severo.
    - Chi  che s'inchina laggi? Alfiere Mironov, non sta bene fare cos!
    Guardate verso di me!  -  grid Denissov,  che non poteva star fermo e
    si agitava sul suo cavallo davanti allo squadrone.
    Il  volto  camuso  e  scuro  di  Vaska Denissov,  tutta la sua piccola
    persona arruffata,  le mani dalle vene sporgenti e dalle dita corte  e
    coperte  di  peli  con  cui stringeva l'elsa della sciabola sguainata,
    erano quasi quelli di sempre, specialmente verso sera,  dopo che aveva
    bevuto  un  paio  di  bottiglie.  Era soltanto pi rosso del solito e,
    traendo indietro la testa come  fanno  gli  uccelli  quando  bevono  e
    cacciando  senza piet con i piccoli piedi gli speroni nei fianchi del
    suo docile Beduino, galopp, con il busto piegato all'indietro,  verso
    l'altro  fianco  dello  squadrone  e  ordin  con  voce  rauca  che si
    esaminassero accuratamente le  pistole.  Si  avvicin  a  Kirsten.  Il
    capitano in seconda gli venne incontro,  al passo,  sulla sua giumenta
    dall'ampia groppa.  Il capitano dai lunghi baffi  era  serio  come  di
    consueto; soltanto gli occhi gli brillavano pi del solito.
    - Non credo  -  disse a Denissov  -  che arriveremo a batterci. Vedrai
    che torneremo indietro.
    -  Lo  sa  il diavolo che cosa fanno!   -  brontol Denissov.   -  Ah,
    Rostv  -    grid  rivolto  al  giovane  alfiere,  notando  l'allegra
    espressione del suo viso.  -  Ci sei arrivato, eh?
    E gli rivolse un sorriso di approvazione,  compiacendosi evidentemente
    del contegno del giovane. Rostv si sent completamente felice.
    In quel momento comparve sul ponte il colonnello comandante.  Denissov
    gli galopp incontro.
    - Eccellenza, date ordine di attaccare! Li metteremo in fuga.
    -  Ma  che  attaccare!    -   rispose il comandante con voce annoiata,
    facendo una smorfia come per scacciare una mosca importuna.  -  Perch
    siete qui,  voi?  Non vedete che gli  esploratori  si  ritirano?  Fate
    ripiegare lo squadrone!
    Lo  squadrone  riattravers il ponte e si allontan dalla zona battuta
    dal nemico,  senza aver perduto un solo  uomo.  Lo  segu  il  secondo
    squadrone  che  era  agli  avamposti,  e infine le ultime pattuglie di
    cosacchi abbandonarono quella riva del fiume.
    I due squadroni  di  Pvlograd,  dopo  avere  attraversato  il  ponte,
    risalirono, uno dopo l'altro, sulla montagna. Il colonnello comandante
    Karl  Bogdanyc'  Schubert  si  avvicin  allo  squadrone di Denissov e
    prosegu al passo,  a breve distanza da Rostv,  senza fare la  minima
    attenzione  a  lui  sebbene,  dopo  il  loro  scontro  a  proposito di
    Teljanin,  fosse quella la prima volta che si vedevano.  E ora Rostv,
    che  l  al  fronte  si sentiva in potere di quell'uomo verso il quale
    sapeva di essere colpevole,  non distoglieva gli occhi  dalla  schiena
    atletica,  dalla  nuca  bionda  e dal collo rosso del comandante.  Ora
    pareva a Rostv che Bogdanyc' fingesse  soltanto  indifferenza  e  che
    avesse come unico scopo di mettere alla prova il suo coraggio e allora
    si  raddrizzava  in  sella e si guardava allegramente attorno;  ora si
    immaginava che Bogdanyc' gli cavalcasse a bella posta accanto soltanto
    per mostrargli il proprio ardimento,  ora pensava che  il  suo  nemico
    avrebbe  lanciato  lo  squadrone  in  attacco  disperato,  proprio con
    l'intenzione di punire lui,  Rostv;  e ora,  infine,  si figurava che
    dopo  l'attacco  il  colonnello gli si sarebbe avvicinato per stendere
    generosamente la mano a lui, ferito, in segno di riconciliazione.
    Zerkv,  la cui aitante figura era ben conosciuta  nel  reggimento  di
    Pvlograd, che da poco aveva lasciato, si avvicin al colonnello. Dopo
    il  suo  allontanamento  dallo  stato  maggiore,  Zerkv  non  era pi
    ritornato al reggimento,  dicendo di non essere tanto sciocco da voler
    tirare  la  carretta  al  fronte  quando,  stando allo stato maggiore,
    avrebbe potuto senza far nulla ricevere un maggior  compenso,  ed  era
    riuscito   a  farsi  nominare  ufficiale  di  ordinanza  del  principe
    Bagratin (21).  Veniva ora dal suo ex-superiore  con  un  ordine  del
    comandante della retroguardia.
    - Colonnello,   -  disse con cupa seriet, rivolto al nemico di Rostv
    e guardando i colleghi  -  l'ordine  di fermarsi e di  incendiare  il
    ponte.
    - Chi ha dato quest'ordine?  -  chiese il colonnello con fare burbero.
    - Io non so "chi abbia dato l'ordine"  -  rispose l'ufficiale; ma a me
    il  principe ha ordinato: Va' a dire al colonnello di far retrocedere
    immediatamente gli ussari e di incendiare il ponte
    Dopo Zerkv, si present al colonnello degli ussari un altro ufficiale
    del sguito con lo stesso  ordine.  E,  subito  dopo,  su  un  cavallo
    cosacco  che  a  stento  lo  portava  al  galoppo,  arriv  il  grosso
    Nesvitzkij.
    - Ma come, colonnello?  -  grid mentre ancora galoppava.  -  Vi avevo
    detto di  incendiare  il  ponte...  e  adesso  qualcuno  ha  travisato
    l'ordine. Laggi tutti sembrano impazziti e non si capisce pi nulla.
    Il  colonnello,  senza  affrettarsi,  ferm  il  reggimento  e disse a
    Nesvitzkij:
    - Mi avete parlato di materie infiammabili,  ma non mi  avete  affatto
    detto di incendiare il ponte.
    -  Ma  come,  mio  caro  -  esclam Nesvitzkij,  dopo essersi fermato,
    levandosi il berretto e lisciandosi con la mano grassoccia  i  capelli
    umidi  di  sudore;    -   come posso non avervi detto di incendiare il
    ponte, dato che vi  stato messo il materiale infiammabile?
    - Io, per voi, non sono affatto mio caro,  signor ufficiale di stato
    maggiore,  e voi non mi avete detto di incendiare il ponte! Conosco il
    servizio e l'abitudine di eseguire rigorosamente gli ordini. Voi avete
    detto  che  il  ponte  sarebbe  stato  incendiato,   ma  chi   dovesse
    incendiarlo non lo potevo sapere dallo Spirito Santo...
    - Gi, sempre cos  -  disse Nesvitzkij, facendo un gesto con la mano.
    -  E tu, come mai sei qui?  -  prosegu, rivolto a Zerkv.
    -  Per  lo  stesso  motivo.  Ma  tu sei tutto bagnato,  addirittura da
    torcere...
    -  Voi  avete  detto,  signor  ufficiale  di  stato  maggiore...     -
    continuava il colonnello in tono offeso.
    -  Colonnello,    -  lo interruppe l'ufficiale del sguito  -  bisogna
    far presto,  se no il nemico spinger avanti i cannoni per  sparare  a
    mitraglia!
    Il colonnello,  senza aprire bocca, guard l'ufficiale del sguito, il
    grosso  ufficiale  di  stato  maggiore  e  Zerkv,   e   aggrott   le
    sopracciglia.
    - Dar fuoco al ponte!   -  esclam con voce solenne,  come se con ci
    volesse significare che,  nonostante  le  noie  che  gli  procuravano,
    avrebbe ugualmente compiuto il proprio dovere.
    Battendo  con le lunghe gambe muscolose il cavallo,  come se l'animale
    fosse colpevole di tutto,  il colonnello si spinse davanti al  secondo
    squadrone,  quello  stesso in cui prestava servizio Rostv agli ordini
    di Denissov e comand di tornare indietro verso il ponte.
    S,  cos pens Rostv. Vuol mettermi alla prova!.
    Il cuore gli si strinse e il sangue gli sal al viso. Sia pure; vedr
    che non sono un vigliacco!.
    E di nuovo sulle facce allegre degli uomini dello squadrone  riapparve
    quell'espressione  seria di quando si erano trovati a portata del tiro
    francese.  Rostv,  senza distogliere gli occhi,  guardava il  proprio
    nemico, il colonnello comandante, con il desiderio di vedere sul volto
    di lui la conferma delle proprie supposizioni; ma il colonnello non si
    volt  neppure  un attimo verso Rostv e come sempre,  quando era alla
    testa dei suoi uomini,  aveva uno sguardo severo e solenne.  Rison un
    ordine.
    - Presto! Presto!  -  esclamarono alcune voci accanto a lui.
    Impigliandosi  con  le  sciabole  nelle briglie e affrettandosi tra un
    tintinnar di speroni,  gli ussari smontavano da cavallo  senza  sapere
    quali  ordini  dovessero  eseguire e si facevano il segno della croce.
    Rostv ormai non guardava pi il colonnello: non aveva tempo.  Temeva,
    con uno stringimento di cuore, di restare indietro dai suoi uomini. La
    mano  gli  tremava mentre dava le briglie all'attendente e sentiva che
    il sangue  gli  affluiva  al  cuore  a  ondate.  Denissov,  piegandosi
    all'indietro e gridando qualcosa, gli pass accanto. Rostv non vedeva
    nulla  oltre agli ussari che si agitavano attorno a lui,  inceppandosi
    negli speroni e facendo tintinnare le sciabole.
    - Una barella!  -  grid una voce alle sue spalle.
    Rostv non pens, l per l, che cosa significasse la richiesta di una
    barella;  correva e cercava soltanto di  essere  avanti  a  tutti,  ma
    proprio  all'imbocco  del  ponte,  non  avendo guardato dove metteva i
    piedi, fin nel fango viscido e pestacchiato,  inciamp e cadde con le
    mani avanti. Gli altri lo sorpassarono.
    -  Da  tutt'e due le parti,  capitano!   -  sent risonare la voce del
    colonnello comandante che,  cavalcando avanti,  si era fermato a breve
    distanza dal ponte, con un'espressione di gaiezza e di trionfo.
    Rostv,  pulendosi sui calzoni le mani imbrattate di fango, si volt a
    guardare il suo nemico e volle correre avanti,  supponendo che  quanto
    pi  riusciva ad avanzare,  tanto meglio sarebbe stato.  Ma Bogdanyc',
    pur senza averlo n guardato n riconosciuto, grid:
    - Chi  che corre in mezzo al ponte? A destra, alfiere!  Indietro!   -
    url  furioso,  e  si  volse  a Denissov il quale,  per far mostra del
    proprio coraggio, si era spinto a cavallo sin sulle assi del ponte.
    - Perch arrischiare cos, capitano? Sarebbe meglio che smontaste!   -
    disse il colonnello.
    -  Eh,  quello  trova  sempre  un  capro espiatorio  -  borbott Vaska
    Denissov, e rimase in sella.
    Frattanto Nesvitzkij,  Zerkv e l'ufficiale  del  sguito  stavano  in
    gruppo  fuori  dal tiro nemico e guardavano ora quel piccolo gruppo di
    uomini dal chep  giallo,  tunica  verde  scuro,  alamari  ricamati  e
    calzoni  azzurri  che  s'agitavano  presso il ponte,  ora,  dall'altra
    parte, i cappotti turchini che avanzavano,  in lontananza,  e i gruppi
    di uomini e cavalli ch'era facile riconoscere come artiglieri.
    Daranno o non daranno fuoco al ponte? Chi arriver prima? Arriveranno
    in   tempo   i  nostri  incendiari  o  i  Francesi  avanzeranno  e  li
    annienteranno a colpi di mitraglia?.  Erano queste  le  domande  che,
    loro  malgrado,  si  ponevano con il cuore stretto tutti quei soldati,
    raccolti in massa e che nella chiara luce della  sera  osservavano  il
    ponte e gli ussari e, sull'opposta riva, i cappotti turchini avanzanti
    con le baionette e i cannoni.
    - Ahi!  Gli ussari passeranno un brutto momento!  -  disse Nesvitzkij.
    -  Ormai stanno per essere a un tiro di mitraglia!
    - E' stato male mandarci tanta gente!   -    osserv  l'ufficiale  del
    sguito.
    -  Infatti  bastavano  due  uomini  in gamba: sarebbe stato lo stesso-
    riprese Nesvitzkij.
    - Ah, eccellenza,   -  intervenne Zerkv,  senza distogliere gli occhi
    dagli  ussari,  ma  sempre  con  quel  suo  tono ingenuo dal quale era
    difficile capire se parlasse seriamente o no.  -  Ah, eccellenza,  che
    dite?  Mandare  due  uomini?  Ma  chi  allora  ci  darebbe la croce di
    Vladimiro?  Cos,  anche se le prenderanno,  si potr sempre  proporre
    tutto  lo squadrone per una decorazione e ottenere per s un nastrino.
    Il nostro Bogdanyc' sa quello che fa.
    - Ehi  -  disse l'ufficiale del sguito  -  questa   mitraglia!-    E
    indic  i  cannoni  francesi  che  venivano staccati dagli avantreni e
    portati rapidamente innanzi.
    Dalla  parte  dei  Francesi,  nei  gruppi  dove  stavano  i  pezzi  di
    artiglieria,  apparve  un fiocco di fumo e quasi contemporaneamente un
    secondo e un terzo e,  nel momento in cui si udiva il rombo del  primo
    colpo  ne  apparve  un  quarto.  Poi  si udirono due scoppi,  uno dopo
    l'altro; infine, un terzo.
    - Oh!   -  grid Nesvitzkij come se avesse provato  un  acuto  dolore,
    afferrando per un braccio l'ufficiale del sguito.  -  Guardate, uno 
    caduto...  caduto...
    - Due, mi pare...
    - Se fossi io lo zar, non farei mai la guerra  -  dichiar Nesvitzkij,
    volgendosi dall'altra parte.
    Intanto i cannoni francesi venivano ricaricati in fretta. La fanteria,
    in cappotto turchino, avanzava di nuovo correndo verso il ponte. E, di
    nuovo, a intervalli diversi, riapparvero le nuvolette di fumo, e colpi
    di mitraglia investirono crepitando il ponte dal quale si lev un fumo
    densissimo.  Ora Nesvitzkij non poteva pi vedere ci che accadeva sul
    ponte. Gli ussari erano riusciti a incendiarlo, e le batterie francesi
    sparavano su di loro,  non gi per impedire  che  compissero  la  loro
    opera,  ma  perch i pezzi erano stati caricati e dovevano pur sparare
    su un obiettivo.
    I Francesi riuscirono a sparare altri tre colpi prima che  gli  ussari
    tornassero ai loro cavalli.  Due di questi colpi andarono a vuoto e la
    mitraglia pass oltre,  ma l'ultima scarica cadde in mezzo  al  gruppo
    degli ussari e ne atterr tre.
    Rostv,  preoccupato  dei  suoi  rapporti con Bogdanyc',  si ferm sul
    ponte,  non sapendo che cosa fare.  Non c'era  nessuno  da  sciabolare
    (come  egli si era sempre immaginato di dover fare in combattimento) e
    non poteva neppure aiutare a incendiare  il  ponte  poich  non  aveva
    preso con s, come gli altri soldati, la paglia attorcigliata. Ritto e
    immobile,  si  guardava  attorno  allorch  sul  ponte  si ud come un
    crepitio di nocciuole e uno degli ussari,  quello che  gli  stava  pi
    vicino, cadde con un gemito sul parapetto. Rostv accorse, insieme con
    altri,  verso di lui. Di nuovo qualcuno grid: Una barella!. Quattro
    uomini afferrarono l'ussaro e lo sollevarono.
    - Oooh!... Lasciatemi stare,  in nome di Cristo!   -  grid il ferito;
    ma lo tirarono su ugualmente e lo stesero sulla barella.
    Nikolj Rostv si volt dall'altra parte e, come se cercasse qualcosa,
    prese a guardare lontano, l'acqua del Danubio, il cielo, il sole! Come
    gli parve bello, azzurro, calmo e profondo il cielo! Come splendente e
    fulgido  il  sole  che  tramontava!  Come lucenti le acque azzurre del
    Danubio lontano!  E ancora pi  belli  i  monti  azzurrognoli  laggi,
    dietro il fiume, e il monastero, e le gole misteriose, e le foreste di
    abeti  velate  di  nebbia  sino  alle cime.  L tutto era silenzioso e
    felice...  Nulla,  null'altro io desidererei,  se io fossi laggi...
    pensava Rostv.  In me e in questo sole c' tanta felicit,  e qui...
    gemiti,  sofferenze,  paure e questa incertezza  angosciosa  e  questa
    fretta...  Ecco,  gridano di nuovo qualcosa e di nuovo tutti corrono e
    io correr con gli altri ed ecco... ecco, la morte  su di me, attorno
    a me...  Un attimo,  e io non vedr mai pi questo sole,  quest'acqua,
    queste gole....
    In  quel  momento  il  sole  cominci  a nascondersi dietro le nuvole;
    davanti a Rostv comparvero altre barelle.  E le barelle,  il  terrore
    della  morte,  l'amore per il sole e per la vita,  tutto si confuse in
    un'unica sensazione di angosciosa inquietudine.
    Signore Iddio, Tu che sei nel cielo, salvami, perdonami, proteggimi!
    mormor il giovane.
    Gli ussari raggiunsero i cavalli,  le voci si fecero pi sonore e  pi
    calme, le barelle scomparvero alla vista.
    -  Ebbene,  amico,  hai  sentito l'odore della polvere?   -  gli grid
    all'orecchio la voce di Vaska Denissov.
    Tutto  finito, ma io sono un vile, s sono un vile! pens Rostv e,
    sospirando profondamente,  prese dalle mani dell'attendente le briglie
    di Gracik e rimont in sella.
    - Era mitraglia?  -  chiese a Denissov.
    - E che razza di mitraglia!  -  rispose gridando Denissov.  -  Abbiamo
    lavorato  con  coraggio...  ma che po' po' di lavoro!  La carica  ben
    altra cosa: tiri sciabolate a quei cani ma qui,  lo sa il diavolo  che
    roba ... pare di essere al bersaglio.
    E  Denissov  si  allontan  dirigendosi  verso  il  gruppo formato dal
    colonnello comandante,  da Nesvitzkij,  da Zerkv e dall'ufficiale del
    sguito.
    Eppure  credo  che  nessuno  se  ne  sia accorto... pens Rostv.  E
    infatti nessuno si era accorto di nulla,  perch a tutti era  nota  la
    sensazione provata dal giovane alfiere che non era mai stato al fuoco.
    -  Ci  sar  un  bel  rapporto  e  io,  sta'  a vedere,  sar promosso
    sottotenente!  -  disse Zerkv.
    - Riferite al principe Bagratin  che  ho  incendiato  il  ponte!    -
    dichiar il colonnello con aria solenne e soddisfatta.
    - E se sar interrogato sulle perdite subite?
    - Inezie!  -  rispose sottovoce il colonnello.  -  Due ussari feriti e
    uno ucciso sul colpo...   -  aggiunse con evidente gioia,  incapace di
    trattenere un sorriso felice,  pronunziando con voce chiara le parole:
    "ucciso sul colpo".


    CAPITOLO 9.

    Inseguito  da  un  esercito  francese di centomila uomini comandato da
    Bonaparte,   accolto  ostilmente  dalla  popolazione  dei  paesi   che
    attraversava,  senza  pi  fiducia  nei propri alleati,  provato dalla
    mancanza di viveri,  e costretto ad agire fuori  di  ogni  prevedibile
    condizione di guerra,  l'esercito russo di trentacinquemila uomini, al
    comando di Kutuzv,  indietreggiava rapidamente a valle  del  Danubio,
    fermandosi soltanto l dov'era raggiunto dal nemico e difendendosi con
    azioni  di  retroguardia quanto era indispensabile per ritirarsi senza
    perdere i carriaggi. Erano avvenuti scontri a Lambach,  ad Amstetten e
    a Melk; ma, nonostante il coraggio e la saldezza di cui i Russi davano
    prova,  riconosciuti  dallo  stesso  nemico contro il quale i Russi si
    battevano,  i risultati di quei fatti d'arme si  riassumevano  in  una
    ritirata sempre pi rapida.  Le truppe austriache, che avevano evitato
    la capitolazione sotto Ulma e che presso  Braunau  si  erano  unite  a
    Kutuzv,  si  erano  poi  separate  dall'esercito russo,  e Kutuzv si
    vedeva ridotto a disporre soltanto delle  sue  deboli  e  gi  esauste
    forze. Non si poteva nemmeno pi pensare a difendere Vienna. Invece di
    una  guerra  offensiva,  profondamente meditata secondo le leggi della
    nuova scienza strategica e il cui piano era stato consegnato a Kutuzv
    dal Consiglio superiore  della  guerra  durante  il  suo  soggiorno  a
    Vienna, l'unico obiettivo quasi irraggiungibile che si presentasse ora
    al  generalissimo  russo  consisteva  nel congiungersi alle truppe che
    affluivano dalla Russia, senza permettere lo sfacelo del suo esercito,
    come era accaduto a Mack sotto Ulma.
    Il 28 ottobre,  Kutuzv pass con il suo esercito sulla riva  sinistra
    del  Danubio e per la prima volta si ferm,  lasciando il fiume tra le
    sue truppe e  il  grosso  dell'esercito  francese.  Il  30  attacc  e
    sconfisse la divisione Mortier (22) che si trovava sulla riva sinistra
    del  fiume.   In  quel  combattimento,   per  la  prima  volta  furono
    conquistati trofei:  una  bandiera,  alcuni  cannoni  e  due  generali
    nemici.  Per la prima volta, dopo due settimane di ritirata l'esercito
    russo si ferm e dopo il combattimento non  solo  rimase  padrone  del
    campo,  ma ricacci indietro i Francesi.  Quantunque le truppe fossero
    mal equipaggiate,  lacere,  ridotte di un terzo a  causa  dei  soldati
    rimasti  indietro,  dei  caduti,  dei  feriti  e  dei  malati lasciati
    sull'altra sponda del Danubio  con  una  lettera  di  Kutuzv  che  li
    raccomandava all'umanit del nemico, quantunque i grandi ospedali e le
    case   di  Krems  trasformate  in  altrettanti  ospedali  non  fossero
    sufficienti ad accogliere tutti i malati e i feriti,  nonostante tutto
    questo,  dico,  la  sosta  a  Krems e la vittoria riportata su Mortier
    avevano notevolmente rianimato le truppe.  In tutto l'esercito  e  nel
    quartiere   generale  circolavano  le  voci  pi  liete,   per  quanto
    assolutamente false,  circa il supposto avvicinarsi di colonne  russe,
    circa  chi  sa  quale  vittoria  riportata  dagli austriaci e circa la
    ritirata di Bonaparte terrorizzato.
    Il principe Andrj si era trovato durante il combattimento accanto  al
    generale  austriaco  Schmidt  (23),  caduto in quello scontro.  Il suo
    cavallo era stato ferito e una pallottola aveva  scalfito  leggermente
    il  braccio  al  cavaliere.  Per  particolare favore del comandante in
    capo,  egli era stato incaricato  di  portare  la  notizia  di  quella
    vittoria  alla  corte  austriaca  che non si trovava gi pi a Vienna,
    minacciata dall'esercito francese,  ma a Brunn.  La stessa  notte  del
    combattimento,  agitato, ma non stanco (malgrado l'apparenza delicata,
    il principe Andrj poteva sopportare la stanchezza fisica molto meglio
    delle persone pi robuste),  giunto a cavallo a Krems con il  rapporto
    di  Dochturov  (24)  a  Kutuzv,  il  principe  Andrj fu spedito come
    corriere quella notte stessa a Brunn.  L'essere inviato come  corriere
    significava  allora,  per  un  ufficiale  russo,  un  gran passo nella
    carriera,  oltre alla sicura prospettiva di una ricompensa.  La  notte
    era scura, stellata; la strada si stagliava nera tra la neve caduta il
    giorno avanti,  quello della battaglia.  Ora rievocando le impressioni
    del combattimento trascorso,  ora immaginando lietamente l'impressione
    che avrebbe prodotto con l'annunzio della vittoria, ora ricordando gli
    addii  del  comandante  in  capo  e  dei colleghi,  il principe Andrj
    viaggiava in carrozza da posta, in preda ai sentimenti di un uomo che,
    dopo avere aspettato a  lungo,  abbia  finalmente  raggiunto  l'inizio
    della felicit desiderata.  Non appena chiudeva gli occhi,  gli pareva
    di riudire le scariche dei fucili,  il rombo delle cannonate,  che  si
    fondevano con il fragore delle ruote e la sensazione della vittoria. A
    tratti  si  figurava  i  Russi  in fuga e se stesso ucciso;  ma subito
    ritornava alla realt,  felice come se per la prima  volta  venisse  a
    sapere che tutto ci non era mai accaduto e che, al contrario, erano i
    Francesi che si erano dati alla fuga.  Riandava da capo con il ricordo
    a tutti i particolari  della  vittoria,  al  proprio  sereno  coraggio
    durante   il   combattimento   e   poi,    calmatosi,   riprendeva   a
    sonnecchiare....  Alla cupa notte stellata segu  un  limpido  e  gaio
    mattino.  La neve si scioglieva al sole, i cavalli galoppavano rapidi,
    e a destra e a sinistra balenavano campi, foreste e villaggi,  nuovi e
    di aspetto diverso.
    A  una  delle  stazioni di posta egli raggiunse un convoglio di feriti
    russi. L'ufficiale che lo guidava,  sdraiato sul primo carro,  urlava,
    lanciando volgari ingiurie a un soldato.  In ognuno dei carri tedeschi
    traballanti sulla strada sassosa,  stavano sei e anche sette  od  otto
    feriti fasciati,  pallidi e sudici.  Alcuni di essi discorrevano (egli
    ud parlare in russo),  altri sbocconcellavano del pane,  i pi  gravi
    tacevano  e  guardavano  con  il  dolce  interessamento  dei malati il
    corriere che passava al galoppo davanti a loro.
    Il principe Andrj ordin di  fermare  il  convoglio  e  chiese  a  un
    soldato in quale azione fosse stato ferito.
    - Ieri l'altro sul Danubio  -  rispose il soldato.  Il principe Andrj
    trasse di tasca il borsellino e gli diede tre monete d'oro.
    - Per tutti  -  disse, volgendosi all'ufficiale che si avvicinava.   -
    Guarite presto, ragazzi!  -  aggiunse ai soldati.  -  C' ancora molto
    da fare...
    -  Che  notizie  ci  sono,  signor  aiutante  di  campo?    -   chiese
    l'ufficiale, evidentemente desideroso di iniziare una conversazione.
    - Buone!...  Avanti!   -  grid poi al postiglione il principe,  e  la
    carrozza prosegu al trotto.
    Era  ormai  buio  quando  il  principe  Andrj entr a Brunn e si vide
    circondato dalle alte case, dalle luci delle botteghe,  delle finestre
    e  dei  lampioni,  dal  rumore  delle  ruote  delle  eleganti carrozze
    rotolanti sul selciato e da tutta quell'atmosfera di  grande,  animata
    citt  che  esercita  sempre tanto fascino su un militare dopo la vita
    del campo.  Il principe Andrj,  malgrado la rapida corsa e  la  notte
    insonne,  appressandosi  al  palazzo  imperiale  si  sentiva  pieno di
    energia come il giorno innanzi,  e forse pi.  Soltanto i  suoi  occhi
    brillavano  di  un  ardore  febbrile  e i pensieri si susseguivano con
    rapidit e chiarezza.  Gli si presentarono di nuovo al  vivo  tutti  i
    particolari del combattimento,  non pi vaghi e confusi ma ben precisi
    nella sintetica  esposizione  che  mentalmente  stava  preparando  per
    l'imperatore Francesco. Al vivo gli si presentavano le domande che per
    caso  potevano essergli rivolte dall'imperatore e le risposte che egli
    avrebbe potuto dare.  Supponeva che l'avrebbero  subito  ammesso  alla
    presenza del sovrano.  Ma quando giunse al grande ingresso del palazzo
    gli  corse  incontro  un  funzionario  che,  riconosciuto  in  lui  un
    corriere, lo guid a un'altra entrata.
    -  A  destra,  dopo  il  corridoio,  "Euer  Hochgeboren"  [25.  Vostra
    nobilt],  troverete l'aiutante di campo di servizio  -  gli disse  il
    funzionario.  -  Egli vi condurr dal ministro della guerra.
    L'aiutante  di  campo  in  servizio,  che  venne  incontro al principe
    Andrj,  lo preg di aspettare e si rec  dal  ministro.  Dopo  cinque
    minuti  ritorn  e  molto  cortesemente  fece  passare davanti a s il
    principe  Andrj  e  lo  condusse  attraverso  il  corridoio  sino  al
    gabinetto  di  lavoro del ministro della guerra.  L'aiutante di campo,
    con la sua estrema cortesia,  pareva volersi preservare  da  qualsiasi
    tentativo  di  familiarit  da parte dell'ufficiale russo.  Il gioioso
    sentimento,  da cui il principe Andrj era invaso,  and  notevolmente
    affievolendosi  mentre  si  avvicinava  alla  porta  del gabinetto del
    ministro della guerra.  Si sentiva offeso,  e quel senso di offesa  si
    mut nello stesso istante,  senza che egli se ne rendesse conto, in un
    senso di disprezzo che non aveva alcun fondamento.  Ma il suo  spirito
    pronto  e  vivace gli sugger contemporaneamente il punto di vista che
    gli dava il diritto di disprezzare tanto l'aiutante di campo quanto il
    ministro.  A costoro deve certo parere molto facile  conquistare  una
    vittoria  non  avendo  mai  annusato  l'odore  della polvere,  pens.
    Socchiudendo gli occhi  con  aria  sprezzante,  entr  lentamente  nel
    gabinetto  del ministro.  Il suo sentimento di disprezzo crebbe ancora
    quando vide il ministro che, seduto a un gran tavolo,  per i primi due
    minuti  non  prest  alcuna  attenzione  a  colui che era entrato.  Il
    ministro teneva chinata la testa calva,  dalle tempia grigie,  tra due
    candele  di  cera  e  leggeva attentamente un foglio sul quale via via
    andava scrivendo annotazioni con la matita.  Finiva di  leggere  senza
    alzare il capo, quando si ud un rumore di passi e la porta si apr.
    -  Prendete  e  trasmettete!    -  ordin il ministro al suo aiutante,
    porgendogli una  carta  e  continuando  a  ignorare  la  presenza  del
    corriere.
    Il  principe Andrj ebbe l'impressione che fra tutte le cose di cui si
    occupava il ministro della  guerra,  le  operazioni  dell'esercito  di
    Kutuzv  fossero  quasi prive di interesse o che,  per lo meno,  fosse
    necessario dare al corriere russo tale impressione. Ma a me di queste
    cose non importa proprio nulla, pens il principe. Il ministro smosse
    altre  carte,   le  ordin  accuratamente  in  modo  che   i   margini
    combaciassero e alz la testa. Aveva un volto energico e intelligente,
    ma  nel  preciso  momento  in  cui  si  volse verso il principe Andrj
    l'espressione intelligente e decisa di quel volto si trasform, per un
    atto evidentemente volontario e cosciente: sulla sua faccia  si  fiss
    uno stupido,  artificioso sorriso che non cercava di nascondere la sua
    artificiosit,  il sorriso dell'uomo abituato  a  ricevere,  uno  dopo
    l'altro, molti postulanti.
    - Da parte del feldmaresciallo Kutuzv?   -  chiese.   -  Spero che si
    tratti di buone notizie...  C' stato uno  scontro  con  Mortier?  Una
    vittoria? Era tempo!
    Prese  il  dispaccio  che  era  a  suo  nome e cominci a leggerlo con
    espressione di tristezza.
    - Ah,  mio Dio!  Mio Dio!  Schmidt,  che disgrazia!   -    esclam  in
    tedesco.  -  Che disgrazia! Che disgrazia!
    Dopo  aver  scorso  con  gli occhi il dispaccio,  lo pose sul tavolo e
    guard il principe Andrj, riflettendo evidentemente su qualche cosa.
    - Ah, che disgrazia!   -  ripet.   -  L'azione voi dite,  che  stata
    decisiva? (Tuttavia Mortier non  stato fatto prigioniero riflett).
    Sono  molto  lieto  che abbiate portato buone notizie,  sebbene questa
    vittoria sia stata pagata assai cara con  la  morte  di  Schmidt.  Sua
    maest  vorr  certo vedervi,  ma non oggi.  Grazie,  andate intanto a
    riposarvi. Domani, dopo la rivista,  trovatevi all'uscita.  Del resto,
    vi far avvertire.
    Lo  stupido  sorriso,  scomparso  mentre parlava,  torn a sfiorare il
    volto del ministro della guerra.
    - Arrivederci, vi ringrazio molto. Sua maest l'imperatore vorr certo
    vedervi  -  ripet, e abbass il capo in segno di saluto.
    Quando il principe Andrj fu  uscito  dal  palazzo,  sent  che  tutto
    l'interesse  e  tutto  il giubilo suscitati dalla vittoria erano stati
    consegnati ed erano rimasti nelle mani indifferenti del ministro della
    guerra e del suo cortese aiutante.  Il corso dei  suoi  pensieri  mut
    istantaneamente:  la  battaglia  gli  parve  un ricordo di un lontano,
    lontanissimo tempo.


    CAPITOLO 10.

    Il principe Andrj si ferm a Brnn  in  casa  di  un  conoscente:  il
    diplomatico russo Bilibin.
    - Ah,  mio caro principe,  non potrei accogliere un ospite pi gradito
    -  disse Bilibin,  andandogli incontro.   -   Franz,  le  valigie  del
    principe  in  camera  mia    -  aggiunse rivolgendosi al domestico che
    aveva introdotto Bolkonskij.  -  Dunque, principe, siete messaggero di
    vittoria? Benissimo. E io, come vedete, sono malato...
    Il principe Andrj,  dopo essersi lavato e dopo avere cambiato  abito,
    entr  nell'elegante  studio del diplomatico e prese posto alla tavola
    apparecchiata per il pranzo.  Bilibin sedette tranquillamente  davanti
    al camino.
    Il principe, che dopo il viaggio e specialmente dopo tutte le campagne
    era  stato  privo  di  qualsiasi  comodit  di  pulizia o di eleganza,
    provava ora una gradevole sensazione di riposante  benessere  tra  gli
    agi  di quella vita di lusso alla quale era avvezzo sin dall'infanzia.
    Gli  era  molto  gradito,   dopo  l'accoglienza  austriaca  di  potere
    discorrere,  sia pure non in russo (essi parlavano in francese) con un
    compatriota il  quale  condivideva  molto  probabilmente  la  generale
    avversione  (  in  quel  periodo  particolarmente sentita) che tutti i
    Russi nutrivano per gli Austriaci.
    Bilibin era uno  scapolo  sui  trentacinque  anni,  appartenente  allo
    stesso  ceto  sociale  del  principe  Andrj.  Si  conoscevano  sin da
    Pietroburgo,   ma  si  erano  molto  avvicinati  specialmente  durante
    l'ultimo  soggiorno del principe Andrj con Kutuzv a Vienna.  Come il
    principe Andrj prometteva di andare lontano nella carriera  militare,
    cos,  e  ancor  pi,  Bilibin  prometteva di salire anche pi in alto
    nella diplomazia.  Era un uomo ancor giovane,  ma non pi  un  giovane
    diplomatico,  giacch,  incominciata  la  carriera a sedici anni,  era
    stato a Parigi e a Copenhagen e ora, a Vienna, occupava un posto molto
    importante.  Il cancelliere e  il  nostro  ambasciatore  a  Vienna  lo
    conoscevano  e  ne  avevano  grande  stima.  Egli  non era uno di quei
    diplomatici cos numerosi che,  per essere ottimi  diplomatici,  hanno
    l'obbligo  di  avere  soltanto  qualit  negative,  di  non fare certe
    determinate cose e di saper parlare in francese;  egli era uno di quei
    diplomatici  che  amano  e  sanno  lavorare cosicch,  malgrado la sua
    pigrizia,  passava talvolta intere notti a tavolino.  Lavorava  sempre
    bene,  qualunque  fosse  la  natura del lavoro.  Non lo interessava la
    domanda:  Perch?  ma  soltanto  la  domanda:   Come?.   Gli   era
    indifferente in che cosa consistesse l'affare diplomatico,  ma provava
    un vivo piacere nello stendere in breve tempo con abilit ed  eleganza
    una circolare, un promemoria o un rapporto. Bilibin era apprezzato non
    solo  in  quanto era abile nello scrivere,  ma anche per l'arte con la
    quale sapeva comportarsi nell'ambiente delle "alte sfere".
    Bilibin amava la conversazione quanto amava il lavoro,  soltanto  per
    quando  essa poteva essere elegante e spiritosa.  In societ aspettava
    sempre l'occasione opportuna per dire qualcosa di notevole e  solo  in
    questo  caso  prendeva  parte  al  discorso.  La sua conversazione era
    sempre  costellata  di  frasi  originali,  spiritose,  eleganti  e  di
    interesse  generale,  che venivano preparate nel laboratorio intimo di
    Bilibin,  composte espressamente in modo accessibile anche alla  gente
    mediocre  affinch  potessero essere facilmente ricordate e portate da
    un salotto all'altro.  E infatti "les mots de Bilibine se colportaient
    dans  les  salons de Vienne" [26.  Le battute di Bilibin si ripetevano
    nei salotti di Vienna],  come si diceva,  e spesso avevano effetto sui
    cosiddetti affari importanti.
    Il suo volto magro,  stanco,  giallognolo,  era tutto solcato da rughe
    profonde che apparivano sempre lavate e pulite accuratamente  come  la
    punta delle dita dopo un bagno. La mobilit di quelle rughe costituiva
    il  gioco  principale  della sua fisionomia.  Ora gli si increspava la
    fronte in grandi pieghe e le sopracciglia si alzavano,  ora queste  si
    abbassavano e attorno alle guance si formavano grosse rughe. Gli occhi
    piccoli, profondamente infossati, avevano uno sguardo diritto e sempre
    gaio.
    - Suvvia, raccontatemi ora le vostre gesta  -  disse all'ospite.
    Bolkonskij con molta modestia, parlando pochissimo di s, descrisse il
    combattimento vittorioso e l'accoglienza del ministro della guerra.
    -  "Ils  m'ont  reu  avec ma nouvelle,  comme un chien dans un jeu de
    quilles" [27. Mi hanno ricevuto,  con la mia notizia,  come un cane in
    chiesa]  -  concluse.
    Bilibin sorrise e le rughe del suo volto si spianarono alquanto.
    -  "Cependant,  mon  cher",    -    rispose,  osservandosi  a distanza
    un'unghia e arricciando la pelle sopra l'occhio sinistro  -    "malgr
    la haute estime que je professe pour" gli ortodossi combattenti russi,
    "j'avoue  que  votre  victoire  n'est  pas des plus victorieuses" [28.
    Tuttavia,  mio caro,  nonostante l'alta stima che professo per  (...),
    confesso che la vostra vittoria non  delle pi vittoriose].
    Continu  poi  a  parlare  in  francese,  dicendo in russo soltanto le
    parole alle quali voleva dare un significato spiccatamente sprezzante.
    - Ma come?  Siete piombato con tutto il peso della  vostra  massa  sul
    povero Mortier,  che aveva soltanto una divisione, e questo Mortier ve
    lo siete lasciato sfuggire? Dov' dunque la vittoria?
    - Tuttavia, parlando seriamente, possiamo dire senza vanteria, di aver
    fatto qualcosa di meglio di quanto si fece a  Ulma    -    rispose  il
    principe Andrj.
    - Perch non avete fatto prigioniero un maresciallo, almeno uno?
    - Perch in battaglia non tutto avviene come si vorrebbe e non in modo
    cos  regolare  come  in  una rivista.  Noi contavamo,  come gi vi ho
    detto,  di trovarci alle spalle del nemico alle sette antimeridiane  e
    non vi eravamo arrivati neppure alle cinque pomeridiane.
    -  E  perch  non  siete  arrivati  alle sette del mattino?  Bisognava
    arrivare  -    disse  Bilibin  sorridendo.    -    Bisognava  arrivare
    assolutamente a quell'ora!
    - E perch non avete suggerito al Bonaparte,  per via diplomatica, che
    avrebbe fatto meglio a lasciar Genova?   -  disse sullo stesso tono il
    principe Andrj.
    -  Lo  so  -  interruppe Bilibin.   -  Voi pensate che l'effettuare la
    cattura di un maresciallo  molto facile standosene seduti  su  di  un
    divano  davanti  al  caminetto.  Verissimo;  tuttavia perch non avete
    preso Mortier?  E non dovete meravigliarvi se non soltanto il ministro
    della  guerra  ma  anche  l'augusto  imperatore  e re Francesco non si
    mostrer entusiasta per la  vostra  vittoria.  E  neppure  io,  povero
    segretario dell'ambasciata russa, provo alcuna gioia particolare...
    Guard  diritto  negli  occhi  il principe Andrj e subitamente la sua
    fronte si copr di rughe.
    - Ora tocca a me, mio caro, chiedervi: Perch?  -  disse Bolkonskij.
    -  Vi confesso che non capisco;  pu darsi che qui  entrino  in  gioco
    certe  finezze  diplomatiche  che  sono  al di sopra della mia modesta
    intelligenza, ma non capisco; Mack perde un'intera armata;  l'arciduca
    Ferdinando  e  l'arciduca  Carlo  (29)  non  danno  segno  di  vita  e
    commettono errori sopra errori;  alla fine  il  solo  Kutuzv  riporta
    un'autentica  vittoria,  spezza  lo  "charme" [30.  l'incantesimo] dei
    Francesi,  e il ministro della guerra  non  si  interessa  neppure  di
    conoscere i particolari di questa vittoria!
    - Proprio per questo,  mio caro. "Voyez-vous, mon cher"; evviva per lo
    zar, per la Russia, per la fede! "Tout a est bel et bon" [31. Vedete,
    mio caro; tutto ci  bello e buono], ma che importa a noi, alla corte
    austriaca, intendo dire,  che importa delle vostre vittorie?  Recateci
    la  bella  notizia  di  una  vittoria  dell'arciduca  Ferdinando,  "un
    archiduc vaut l'autre" [32. Un arciduca vale l'altro] come sapete, sia
    pure la vittoria in un combattimento sopra una compagnia  di  pompieri
    di  Buonaparte,  e  allora  sarebbe  un'altra faccenda: faremmo magari
    sparare i cannoni a  salve.  Ma  questa  vostra  vittoria  pare  fatta
    apposta  per  canzonarci.  L'arciduca  Carlo non fa nulla,  l'arciduca
    Ferdinando si copre  di  vergogna.  Voi  abbandonate  Vienna,  non  la
    difendete  pi  "comme si vous nous disiez" [33.  Come se ci diceste]:
    Dio  con noi,  e andate con Dio voi e la vostra capitale!.  Avevamo
    un generale al quale tutti volevano bene,  Schmidt;  lo esponete sotto
    il tiro nemico  e  poi  ci  fate  i  rallegramenti  per  la  vittoria!
    Confessate  che  non  si  poteva  trovare nulla di pi irritante della
    notizia che avete portato. "C'est comme un fait exprs,  comme un fait
    exprs!" [34.  Pare fatto apposta, pare fatto apposta!]. Inoltre anche
    se aveste riportato una vittoria splendida,  anche se l'arciduca Carlo
    vi  avesse  contribuito,  che cosa sarebbe mutato nell'andamento della
    guerra?  E' ormai troppo tardi,  adesso che Vienna    occupata  dalle
    truppe francesi.
    - Come, occupata? Vienna  occupata?
    -  Non solo Vienna  occupata,  ma Buonaparte  a Schnbrunn (35) e il
    nostro caro conte Wrbna (36) va da lui a ricevere ordini!
    Dopo la stanchezza e le impressioni del  viaggio,  dopo  l'accoglienza
    ricevuta  e  soprattutto  dopo  il  pranzo,  Bolkonskij sentiva di non
    capire tutta l'importanza di ci che il diplomatico gli diceva.
    - Questa mattina  stato qui il conte Lichtenfeld  -  prosegu Bilibin
    -  e mi  ha  mostrato  una  lettera  in  cui  era  descritta  in  ogni
    particolare la parata dei Francesi a Vienna.  "Le prince Murat et tout
    le tremblement..." [Il principe Murat e tutto il diavolo a quattro...]
    (37).  Vedete dunque che la vostra vittoria non pu rallegrare molto e
    che voi non potete essere accolto come un salvatore...
    -  A  me,  personalmente,  non  importa  proprio niente!   -  disse il
    principe Andrj,  cominciando a rendersi conto che  la  notizia  della
    vittoria  di Krems avesse in realt ben poca importanza di fronte a un
    fatto grave come l'occupazione della capitale dell'Austria.    -    Ma
    come mai Vienna  stata occupata?  Il ponte e la famosa "tte de pont"
    [38. testa di ponte]?  E il principe Auersperg (39)?  Si diceva da noi
    che il principe Auersperg difendesse la citt  -  soggiunse.
    - Il principe Auersperg si trova da questa parte,  dalla nostra parte,
    e ci difende; credo che ci difenda molto male, ma insomma, ci difende!
    E Vienna  dall'altra parte.  No,  il ponte non  ancora stato preso e
    spero che non lo sar perch  minato e c' l'ordine di farlo saltare.
    In  caso contrario noi da un bel pezzo ci troveremmo tra i monti della
    Boemia, e voi con il vostro esercito passereste un brutto quarto d'ora
    tra due fuochi.
    - Ma questo non significa tuttavia che la campagna sia finita    disse
    il principe Andrj.
    -  Io  penso,  invece,  che sia proprio finita.  E cos la pensano qui
    anche i pezzi grossi,  i quali per non osano  confessarlo.  Succeder
    ci  che io prevedevo all'inizio della campagna,  che non sar cio la
    vostra "chauffoure de"  [scaramuccia  di]  Drenstein"  (40)  e,  in
    genere, non sar la polvere da sparo a decidere la faccenda, ma quelli
    che  l'hanno  inventata    -    disse  Bilibin ripetendo una delle sue
    battute di spirito,  spianando la fronte e restando per un momento  in
    silenzio.    -    Ora  si tratta solo di sapere che cosa risulter dal
    colloquio a Berlino tra l'imperatore Aleksndr  e  il  re  di  Prussia
    (41).  Se  la  Prussia  entrer  nell'alleanza  "on  forcera la main 
    l'Autriche" [42.  si forzer la mano all'Austria] e ci sar la guerra.
    Se  questo  non  accadr,  si  tratter  allora  soltanto  di mettersi
    d'accordo circa il luogo in cui formulare i preliminari di  una  nuova
    Campoformio (43).
    -  Ma  che  genio straordinario,  quel "Buonaparte"!   -  esclam a un
    tratto il  principe  Andrj,  serrando  a  pugno  la  piccola  mano  e
    battendola sul tavolo.  -  E che fortuna ha quell'uomo!
    -  Buonaparte?   -  chiese Bilibin corrugando la fronte e facendo cos
    comprendere che  stava  per  pronunziare  una  delle  sue  battute  di
    spirito.   -  Buonaparte?  -  ripet calcando forte sulla "u".-  Penso
    per che adesso che da Schnbrunn detta legge  all'Austria,  "il  faut
    lui  faire  grace  de l'u" [44.  bisogna fargli grazia della "u"].  Io
    introduco decisamente  l'innovazione  e  lo  chiamo  Bonaparte,  "tout
    court" [45. semplicemente].
    - Ma possibile che pensiate seriamente che la campagna sia finita?   -
    chiese il principe Andrj.
    - Ecco ci che penso.  L'Austria  rimasta giocata e,  dato che non  
    abituata  a  esserlo,  si vendicher.  Ma  stata giocata innanzitutto
    perch le  sue  province  sono  devastate  ("on  dit  que"  la  truppa
    ortodossa  "est terrible pour le pillage") [46.  Si dice che la truppa
    ortodossa  sia  terribile  in  quanto  a  saccheggi],   l'esercito   
    distrutto,  la  capitale   presa e tutto questo "pour les beaux yeux"
    [47. Per i begli occhi] di sua maest il re di Sardegna (48).  Quindi,
    "entre  nous,  mon  cher",  ho  la sensazione che ci ingannino,  fiuto
    rapporti con la Francia e una pace segreta (49), naturalmente conclusa
    a parte.
    - Non pu essere!   -  esclam il principe Andrj.   -  Sarebbe troppo
    sleale!
    - "Qui vivra verra" [50. Chi vivr, vedr]  -  ribatt Bilibin, la cui
    fronte  si  spian  di  nuovo  come  per  significare  la  fine  della
    conversazione.
    Quando il principe Andrj fu nella camera che gli era stata preparata,
    quando si stese tra candide lenzuola e pos la testa su  un  guanciale
    soffice e profumato, sent lontana, lontanissima da s la battaglia di
    cui  aveva  portato  la notizia.  L'alleanza prussiana,  il tradimento
    dell'Austria,  il nuovo trionfo del Bonaparte,  la rivista e l'udienza
    dell'imperatore  Francesco  per  il giorno dopo costituivano l'oggetto
    dei suoi pensieri.  Chiuse gli occhi,  ma  nello  stesso  istante  gli
    rintronarono nelle orecchie le cannonate,  il crepitio dei fucili,  lo
    strepito delle ruote della carrozza,  ed ecco di nuovo davanti  a  lui
    scendere  dalla  montagna  i  moschettieri  in  fila  indiana,  ecco i
    Francesi sparare,  ed egli sentiva il cuore battergli  con  forza  nel
    petto  mentre  insieme  con  Schmidt  correva  avanti  a  cavallo,  le
    pallottole gli  fischiavano  attorno  allegramente  ed  egli  provava,
    decuplicato,  quel  senso  della gioia di vivere che non aveva provato
    pi dal tempo dell'infanzia.
    Si svegli...
    S, tutto questo  accaduto! si disse felice, sorridendo a se stesso
    come un fanciullo e si riaddorment di un profondo sonno giovanile.


    CAPITOLO 11.

    La mattina seguente si  svegli  tardi.  Richiamando  al  pensiero  le
    impressioni  del  giorno prima si ricord,  innanzi tutto,  che doveva
    presentarsi all'imperatore e ricord  il  ministro  della  guerra,  il
    cortese aiutante di campo austriaco,  Bilibin e la conversazione della
    sera precedente.  Indoss,  per recarsi a palazzo,  l'uniforme di gala
    che da molto tempo non vestiva pi e,  fresco,  vivace e bello, con il
    braccio tuttora fasciato,  entr nel gabinetto di lavoro  di  Bilibin,
    dove   gi   si   trovavano  quattro  signori  appartenenti  al  corpo
    diplomatico.  Bolkonskij conosceva gi  il  principe  Ippolt  Kuragin
    segretario dell'ambasciata. Bilibin gli present gli altri.
    I  signori  che  frequentavano  Bilibin,  mondani,  giovani,  ricchi e
    allegri,  costituivano,  qui come a Vienna,  un gruppetto  a  s,  che
    Bilibin,  il  quale ne era il capo,  soleva chiamare i nostri,  "les
    ntres".  Questo gruppetto,  formato quasi unicamente da  diplomatici,
    non  aveva  evidentemente alcun interesse n per la guerra,  n per la
    politica, ma soltanto interessi relativi al gran mondo, ad alcune dame
    e al lavoro di cancelleria.  Essi accolsero con evidente piacere  come
    uno dei loro (onore che concedevano a pochi) il principe Andrj. Per
    cortesia e per iniziare la conversazione, gli rivolsero alcune domande
    sull'esercito russo e sulle battaglie,  ma ben presto la conversazione
    torn  ad  aggirarsi  su   scherzi   allegri   e   su   insignificanti
    pettegolezzi.
    -  Ma la cosa pi divertente,   -  disse uno, raccontando l'insuccesso
    di un collega diplomatico   -    la  cosa  pi  divertente    che  il
    cancelliere  gli  ha detto chiaro e tondo che la sua nomina a Londra 
    una promozione e che tale doveva considerarla. Ve lo immaginate come 
    rimasto a queste parole?
    - Ma ci che  peggio,  signori,    che  io  tradisco  Kuragin:  quel
    poveretto  in disgrazia e questo don Giovanni,  quest'uomo terribile,
    ne approfitta!
    Il principe Ippolt che era sdraiato in una poltrona con le gambe  sui
    bracciuoli rise forte.
    - "Parlez-moi de a" [51. Sentiamo, sentiamo!]  -  disse.
    - O don Giovanni! O serpente!  -  esclamarono alcune voci.
    -  Voi  non  sapete,  Bolkonskij,    -   disse Bilibin rivolgendosi al
    principe Andrj  -    che  tutti  gli  orrori  commessi  dall'esercito
    francese  (stavo  per dire: dall'esercito russo) sono nulla a paragone
    di quelli di cui quest'uomo si rende colpevole verso le donne.
    - "La femme est la compagne de l'homme" [52.  La donna   la  compagna
    dell'uomo]    -    disse  il  principe  Ippolt,  e si mise a guardare
    attraverso l'occhialino le gambe che teneva sollevate.
    Bilibin e i "nostri" scoppiarono a ridere, guardandolo negli occhi. Il
    principe Andrj si rese conto che quell'Ippolt del quale,  doveva pur
    confessarlo, era stato quasi geloso a causa di sua moglie, non era che
    il buffone di quella compagnia.
    -  Voglio  proprio  farvi  divertire  con  Kuragin    -  disse Bilibin
    sottovoce  a  Bolkonskij.     -    Quando  ragiona   di   politica   
    straordinario, bisogna vedere che importanza!
    And  a  sedere accanto a Kuragin e,  corrugando la fronte,  attacc a
    parlare di politica. Il principe Andrj e gli altri li attorniarono.
    - "Le cabinet de Berlin ne peut pas exprimer un sentiment  d'alliance"
    -  cominci Ippolt,  guardandoli tutti con sussiego "sans exprimer...
    comme dans sa dernire note... vous comprenez... vous comprenez...  et
    puis  si  Sa  Majest  l'Empereur  ne  droge pas au principe de notre
    alliance... Attendez,  je n'ai pas fini"  -  disse al principe Andrj,
    afferrandolo  per un braccio.   -  "Je suppose que l'intervention sera
    plus forte que la non-intervention.  Et..."  -  tacque per un po'.   -
    "On ne pourra pas imputer  la fin de non-recevoir notre dpche du 28
    novembre. Voil comment tout cela finira" [53. Il gabinetto di Berlino
    non pu manifestare un'intenzione di alleanza senza esprimere...  come
    nella sua ultima nota...  voi capite...  voi capite...  e poi  se  sua
    maest   l'imperatore   non   viene  meno  ai  princpi  della  nostra
    alleanza... Aspettate,  non ho finito.  Suppongo che l'intervento sar
    pi forte del non-intervento.  E.. Non si potr imputare, come ragione
    del nostro non-intervento,  il dispaccio del 28  novembre.  Ecco  come
    finir tutta la faccenda.].
    E  lasci  il  braccio  di  Bolkonskij  facendo  capire cos che aveva
    definitivamente concluso il suo discorso.
    - "Demosthne,  je te reconnais au caillou que tu  as  cach  dans  ta
    bouche d'or!" [54.  Demostene, ti riconosco dal sasso che hai nascosto
    nella tua bocca d'oro]  -  esclam Bilibin, agitando per il piacere la
    folta capigliatura.
    Tutti ridevano e Ippolt rideva pi forte di tutti.  Era evidente  che
    soffriva,  che gli mancava il respiro,  ma che non poteva frenare quel
    riso violento che gli tendeva la faccia sempre immobile.
    - E ora sappiate, signori.   -  disse Bilibin  -  che Bolkonskij  mio
    ospite  in casa e qui a Brnn,  e io voglio fargli godere,  per quanto
    posso, tutti i divertimenti della vita locale. Se fossimo a Vienna, la
    cosa sarebbe stata facile ma qui,  "dans  ce  vilain  trou  morave"  
    difficile  e  io  prego voi tutti di aiutarmi.  "Il faut lui faire les
    honneurs de Brnn" [55.  In questo  brutto  paesucolo  della  Moravia.
    (...) Bisogna fargli gli onori di Brnn]. Voi incaricatevi del teatro,
    io della societ e voi, Ippolt, si capisce, delle donne.
    -  Bisogna  fargli  conoscere Amlie:  un incanto!   -  disse uno dei
    "nostri", baciandosi la punta delle dita.
    - Insomma si tratta di condurre a sentimenti pi umani questo  soldato
    sanguinario  -  disse Bilibin.
    - Non so, signori miei, se potr approfittare della vostra ospitalit,
    e  intanto    ora  che  vi  lasci    -   disse Bolkonskij,  guardando
    l'orologio.
    - Dove andate?
    - Dall'imperatore.
    - Oh! Oh! Oh!
    - Arrivederci, dunque,  Bolkonskij!  Arrivederci,  principe!  Venite a
    pranzo presto... Ci occuperemo di voi  -  dissero parecchie voci.
    -   Cercate   di   lodare   il   pi  possibile  la  regolarit  degli
    approvvigionamenti e delle marce quando parlerete con l'imperatore   -
    consigli Bilibin, accompagnando l'ospite sino in anticamera.
    -  Lo farei,   -  rispose questi sorridendo  -  ma,  per quanto ne so,
    proprio non posso.
    - In ogni modo parlate quanto pi  potete!  Le  udienze  sono  la  sua
    passione:  in  quanto a lui,  non gli piace e non sa discorrere,  come
    vedrete.


    CAPITOLO 12.

    Uscito dai suoi  appartamenti,  l'imperatore  Francesco  si  limit  a
    fissare il principe Andrj, che stava ritto nel posto assegnatogli tra
    gli ufficiali austriaci,  e gli fece solo un cenno lieve con la testa.
    Ma dopo la riunione lo stesso  aiutante  di  campo  della  sera  prima
    comunic  a  Bolkonskij,  con estrema cortesia,  il desiderio espresso
    dall'imperatore di dargli udienza.  Il sovrano lo  accolse  stando  in
    piedi  in  mezzo alla sala.  Prima che il colloquio avesse inizio,  il
    principe Andrj fu colpito dall'aria impacciata  dell'imperatore,  che
    non sapeva cosa dire e che era arrossito.
    - Dite, quando incominci il combattimento?  -  chiese poi in fretta.
    Il  principe  Andrj rispose.  A questa domanda ne seguirono altre non
    meno banali: Stava bene  Kutuzv?  Da  quanto  tempo  aveva  lasciato
    Krems?  e  altre del genere.  L'imperatore parlava con un'espressione
    tale come se il suo unico scopo consistesse nel  fare  un  determinato
    numero di domande.  Le risposte poi,  cosa oltremodo evidente,  non lo
    interessavano affatto.
    - A che ora  iniziato il combattimento?  -  ripet l'imperatore.
    - Non potrei dire a vostra maest a che ora  iniziato sulla linea del
    fronte,  ma a Drenstein,  dove mi trovavo io,  le  truppe  iniziarono
    l'azione  alle  sei  pomeridiane  -  rispose Bolkonskij,  animandosi e
    supponendo che gli si offrisse l'occasione  di  fare  una  descrizione
    completa,  che aveva gi pronta nella mente, di tutto ci che sapeva e
    aveva veduto.
    Ma l'imperatore sorrise e lo interruppe.
    - Quante miglia?
    - Da dove e sino a dove, maest?
    - Da Drenstein a Krems.
    - Tre miglia e mezzo, maest.
    - I Francesi hanno abbandonato la riva sinistra?
    - Secondo il rapporto degli esploratori, gli ultimi hanno attraversato
    il fiume nella notte stessa, servendosi di zattere.
    - Vi  foraggio sufficiente a Krems?
    - Il foraggio non  stato provveduto in quantit sufficiente, ma...
    L'imperatore lo interruppe.
    - A che ora venne ucciso il generale Schmidt?
    - Alle sette, mi pare.
    - Alle sette? Molto triste, veramente molto triste!
    L'imperatore disse che ringraziava e  s'inchin.  Il  principe  Andrj
    usc  e  i  cortigiani lo attorniarono.  Da ogni parte gli rivolgevano
    sguardi e parole affettuose.  L'aiutante di campo del giorno avanti lo
    rimprover  perch  non  si  era  fermato a palazzo e gli offr la sua
    casa.  Il ministro della guerra gli si avvicin e si rallegr con  lui
    per  l'Ordine  di  Maria  Teresa di terzo grado,  che l'imperatore gli
    aveva accordato. Il ciambellano dell'imperatrice lo invit da parte di
    sua maest.  Anche l'arciduchessa desiderava vederlo.  Bolkonskij  non
    sapeva  a  chi rispondere e per alcuni secondi tacque,  raccogliendo i
    propri pensieri.  L'ambasciatore russo gli  appoggi  una  mano  sulla
    spalla,  lo  condusse  presso  la finestra e cominci a discorrere con
    lui.
    Contrariamente alle previsioni di Bilibin,  la notizia della  vittoria
    da  lui  portata  fu  accolta  con gioia.  Fu ordinato un "Te Deum" di
    ringraziamento,  Kutuzv fu insignito della gran croce di Maria Teresa
    e  tutto  l'esercito  ricevette ricompense.  Bolkonskij ebbe inviti da
    tutti e fu costretto a trascorrere l'intera mattinata  facendo  visita
    alle  pi  importanti  autorit  austriache.  Terminate le visite alle
    cinque pomeridiane,  compilando mentalmente una lettera al padre sulla
    battaglia  alla quale aveva preso parte e sul suo viaggio a Brnn,  il
    principe Andrj torn a casa di Bilibin.  All'ingresso  era  fermo  un
    calesse per met carico di bagagli, e Franz, il servo del diplomatico,
    comparve  sulla  soglia  portando  a  fatica  una  valigia.  (Prima di
    ritornare da Bilibin, il principe Andrj era entrato in una libreria a
    far provvista di libri in vista della campagna e ci si era  trattenuto
    a lungo).
    - Che succede?  -  chiese Bolkonskij.
    -  "Ack!  Erlaucht!"  -  rispose Franz,  caricando a fatica la valigia
    sul calesse.   -  "Wir ziehen noch weiter.  Der  Bsewicht  ist  schon
    wieder  hinter  uns  her!"  [56.  Ah,  eccellenza!  Andiamo ancora pi
    lontano! Quello scellerato ci sta di nuovo alle spalle].
    - Come? Cosa?  -  domand il principe Andrj.
    Bilibin gli usc incontro.  Sul suo viso sempre tanto calmo si leggeva
    una viva emozione.
    - "Non, non, avouez que c'est charmant"  -  diceva  -  "cette histoire
    du pont de Thabor"  -  (un ponte di Vienna).  -  "Ils l'ont pass sans
    coup  frir" [57.  No,  no,  confessate che  carina questa storia del
    ponte di Thabor. L'hanno passato senza colpo ferire].
    Il principe Andrj non capiva.
    - Ma di dove venite per non  sapere  una  cosa  gi  nota  a  tutti  i
    vetturini della citt?
    - Vengo dall'arciduchessa e l non ho sentito dire nulla...
    - E non avete visto che dappertutto si sta sgomberando?
    - No... Ma che succede?  -  domand con impazienza il principe Andrj.
    - Che succede? Succede che i Francesi hanno passato il ponte difeso da
    Auersperg;  il ponte non  stato fatto saltare e ora Murat corre verso
    Brnn dove giunger oggi o domani.
    - Giunger qui?  E perch non hanno fatto saltare il ponte dal momento
    che era minato?
    - Lo domando a voi. Nessuno lo sa, nemmeno Buonaparte!
    Bolkonskij si strinse nelle spalle.
    -  Ma  se  il  ponte  stato attraversato,  significa che l'esercito 
    perduto: rimarr tagliato fuori  -  disse.
    - Proprio questo  il bello!   -  rispose Bilibin.   -   Ascoltate.  I
    Francesi,  come  vi  ho  detto,  entrano  in Vienna.  E tutto va bene,
    benissimo.  Il giorno dopo,  cio ieri,  i signori marescialli  Murat,
    Lannes  (58)  e  Belliard  (59)  montano  a  cavallo  e vanno verso il
    ponte... Notate che sono tutti e tre guasconi. Signori, dice uno dei
    tre, voi sapete che il ponte di Thabor  minato e controminato, e che
    ha una formidabile "tte de pont" difesa da  quindicimila  uomini  che
    hanno  l'ordine  di  farlo  saltare  e di impedirci di passare.  Ma il
    nostro sovrano,  l'imperatore Napoleone,  sar  ben  contento  se  noi
    prenderemo  il  ponte.  Andiamoci noi tre e prendiamolo!.  Andiamo,
    rispondono gli altri. Vanno, prendono il ponte, lo attraversano e ora,
    con tutto l'esercito,  sono da questa parte del Danubio e si  dirigono
    verso di noi, su di voi e sulle vostre linee di comunicazione.
    -  Smettetela  di  scherzare!    -   disse con volto triste e serio il
    principe Andrj.
    Quella notizia gli era a un tempo penosa e piacevole. Non appena aveva
    saputo  che  l'esercito  russo  si  trovava  in  una  situazione  cos
    disperata,  gli  si era affacciato il pensiero che proprio a lui fosse
    riservata l'impresa di salvarlo da quella  situazione  e  che  sarebbe
    stata  questa la sua Tolone,  quella che dalla condizione di ufficiale
    sconosciuto  gli  avrebbe  aperto  la  via  della  gloria.  Ascoltando
    Bilibin,  egli calcolava gi come,  raggiunto l'esercito, avrebbe dato
    al Consiglio  di  guerra  l'unico  suggerimento  che  potesse  salvare
    l'esercito  stesso  e  come  a  lui  solo  sarebbe  stata  affidata la
    realizzazione di quel piano.
    - Smettetela di scherzare!  -  ripet.
    - Non scherzo  -  continu Bilibin.   -  Nulla di pi vero  e  di  pi
    triste!  Quei signori,  dunque,  arrivano soli sul ponte, agitando dei
    fazzoletti bianchi,  affermano che c' un armistizio  e  che  essi,  i
    marescialli,  sono  venuti per parlamentare con il principe Auersperg.
    L'ufficiale di servizio li lascia entrare nella "tte de  pont".  Essi
    gli  raccontano  una quantit di frottole,  gli dicono che la guerra 
    finita,  che l'imperatore Francesco ha fissato  un  colloquio  con  il
    Bonaparte,  che  essi  vorrebbero  vedere il principe Auersperg e cos
    via...   L'ufficiale  manda  a  cercare  Auersperg.   Questi   signori
    abbracciano  gli  ufficiali,  scherzano,  si  mettono a cavalcioni sui
    cannoni e intanto un battaglione francese entra alla  chetichella  sul
    ponte, rovescia in acqua i sacchi contenenti le materie infiammabili e
    si  avvicina  alla  "tte  de  pont".  Finalmente  compare  il tenente
    generale in persona,  il nostro caro principe Auersperg von Mattern...
    Caro  nemico!  Orgoglio  dell'esercito  austriaco!  Eroe della guerra
    turca!   L'inimicizia    finita:   possiamo   stringerci   la   mano!
    L'imperatore  Napoleone  arde  dal  desiderio di conoscere il principe
    Auersperg.  A farla breve,  questi signori,  che non per  nulla  sono
    guasconi,  stordiscono  il principe con una valanga di parole,  egli 
    cos lusingato da quella rapida amicizia stabilitasi con i marescialli
    francesi,  cos abbagliato dal mantello e dalle penne  di  struzzo  di
    Murat  "qu'il  ne  voit que du feu et oublie celui qu'il devait faire,
    faire sur l'ennemi" [60.  Che non vede che il loro fuoco  e  dimentica
    quello  che  doveva far lui sul nemico].   (Nonostante la vivacit del
    suo discorso, Bilibin, a questo punto, non dimentic di fare una breve
    pausa  dopo  la  sua  battuta  di  spirito  per  dar  modo  che  fosse
    apprezzata).   -  Il battaglione francese,  intanto,  si precipita sul
    ponte, rende inservibili i cannoni e il ponte  preso.  Ma ecco ora il
    pi  bello    -    continu  calmando  l'agitazione con il fascino del
    proprio racconto;   -  ecco il  pi  bello:  il  sergente  addetto  al
    cannone  che doveva dare il segnale dell'accensione delle mine per far
    saltare il ponte,  questo sergente,  dunque,  quando  vede  le  truppe
    francesi  correre sul ponte si accinge a sparare,  ma Lannes gli ferma
    la mano.  Il sergente,  che senza dubbio era pi intelligente del  suo
    generale,  si  avvicina ad Auersperg e gli dice: Principe,  vi stanno
    ingannando: ecco i Francesi!. Murat capisce che, se si lascia parlare
    il sergente, il colpo fallisce.  Con finto stupore,  da vero guascone,
    si  rivolge  ad Auersperg e gli dice: Non riconosco pi la disciplina
    austriaca,  famosa in tutto il mondo!  Voi permettete  che  un  vostro
    subalterno  vi parli cos?.  "C'est gnial.  Le prince d'Auersperg se
    pique d'honneur et fait mettre le sergent aux arrts. Non, mais avouez
    que c'est charmant toute cette histoire du pont de Thabor. Ce n'est ni
    btise,  ni lchet..." [61.  E' geniale.  Il principe  di  Auersperg,
    punto  sul  vivo,   fa  mettere  il  sergente  agli  arresti.  Suvvia,
    confessate che questa storia del ponte di  Thabor    straordinaria...
    Non  n stupidit n vilt...].
    - "C'est trahison,  peut-tre" [62. E' tradimento, forse...]  -  disse
    il principe Andrj,  immaginando al vivo i cappotti grigi,  le ferite,
    il fumo della polvere, il crepitio delle pallottole e la gloria che lo
    attendeva.
    - "Non plus. Cela met la Cour dans de trop mauvais draps"  -  continu
    Bilibin.  -  "Ce n'est ni trahison, ni lchet, ni btise; c'est comme
      Ulm..."  -  e parve riflettere,  cercando l'espressione adatta.   -
    "C'est,  c'est du Mack...  Nous sommes macks"  [63.  Neppure.  Questo
    metterebbe  la  Corte  nei  pasticci.  Non  n tradimento n vilt n
    stupidit,   come ad Ulma...  E',    roba  da  Mack...  Siamo  stati
    mackati]    -  concluse Bilibin,  sentendo di aver coniato una nuova
    parola,  fresca fresca,  che sarebbe  stata  ripetuta,  chiss  quante
    volte.
    Le rughe che sino a quel momento erano state raccolte sulla fronte, si
    spianarono  rapidamente  in  segno  di  soddisfazione  e,   sorridendo
    leggermente, cominci a guardarsi le unghie.
    - Dove andate?   -  chiese a un tratto al principe Andrj che  si  era
    alzato e si dirigeva verso la sua camera.
    - Parto.
    - Per dove?
    - Ritorno all'esercito.
    - Ma non volevate trattenervi ancora un paio di giorni?
    - Invece parto subito.
    E  il principe Andrj,  dopo aver dato gli ordini per la partenza,  si
    ritir nella sua camera.
    - Sapete, mio caro?  -  disse Bilibin, raggiungendolo.   -  Ho pensato
    a voi. Perch dovreste partire?
    E a dimostrazione dell'indiscutibilit del suo argomento,  il viso gli
    si spian completamente.
    Il principe Andrj guard con aria interrogativa il suo  interlocutore
    e non rispose.
    -  Perch dovreste partire?  Lo so,  voi pensate che sia vostro dovere
    correre a raggiungere l'esercito  ora  che  esso    in  pericolo.  Lo
    capisco, "mon cher, c'est de l'hrosme" [64. Mio caro,  eroismo].
    - Niente affatto  -  rispose il principe Andrj.
    -  Ma  voi che siete un "philosophe",  siatelo per intero: guardate le
    cose sotto un altro punto di vista e vi  convincerete  che  il  vostro
    dovere    invece  quello  di risparmiarvi.  Lasciate queste cose agli
    altri,  a coloro che non sono buoni a nulla...  Nessuno vi ha ordinato
    di tornare indietro e nessuno vi ha detto di partire da qui...  Potete
    dunque rimanere e venire con noi,  sin  dove  ci  condurr  il  nostro
    disgraziato  destino.  Si dice che andremo a Olmtz...  E Olmtz  una
    citt molto graziosa.  Potremo viaggiare tranquillamente insieme nella
    mia carrozza.
    - Smettetela di scherzare, Bilibin  -  disse Bolkonskij.
    -  Vi  parlo  con  tutta sincerit e amicizia.  Ragionate.  Per dove e
    perch partite adesso, mentre potete rimanere qui?  Le probabilit che
    vi  aspettano  sono  due    -  e cos dicendo raggrinz la pelle della
    fronte:  -  o la pace sar conclusa prima che raggiungiate  l'esercito
    o subirete la disfatta e la vergogna con tutta l'armata di Kutuzv.
    E  Bilibin  spian  la  fronte,   sentendo  che  il  suo  dilemma  era
    inattaccabile.
    - Su questo argomento non posso ragionare  -  rispose  freddamente  il
    principe Andrj e pens: Parto per salvare l'esercito!.
    - "Mon cher,  vous tes un hros" [65. Mio caro, voi siete un eroe]  -
    dichiar Bilibin.


    CAPITOLO 13.

    Quella stessa notte,  dopo  essersi  accomiatato  dal  ministro  della
    guerra,  Bolkonskij  part  per raggiungere l'esercito,  senza neppure
    sapere dove l'avrebbe trovato e temendo di  cadere  tra  le  mani  dei
    Francesi sulla strada di Krems.
    A  Brnn  tutti i cortigiani facevano le valigie e spedivano i bagagli
    pi voluminosi a Olmtz. Presso Etzeldorf, il principe Andrj si trov
    sulla strada su cui con la massima fretta e tra una immensa confusione
    avanzava l'esercito russo.  La strada era cos ingombra  di  carriaggi
    che  non  gli  fu possibile percorrerla in carrozza.  Fattosi dare dal
    comandante dei cosacchi un cavallo e un soldato,  il principe  Andrj,
    stanco  e  affamato,  oltrepassati  i carri,  cavalc alla ricerca del
    generalissimo e della sua vettura.  Correvano voci  molto  inquietanti
    circa  la  situazione  dell'esercito,  e la vista di quelle truppe che
    fuggivano disordinatamente le confermavano.
    Cette  arme  russe  que  l'or  de  l'Angleterre  a  transporte  des
    extrmits  de l'univers,  nous allons lui taire prouver le mme sort
    (le sort de l'arme d'Ulm) [66.  A questo esercito russo,  che l'oro
    dell'Inghilterra ha trasportato dai confini estremi del mondo,  faremo
    sperimentare la stessa sorte (la sorte dell'esercito di  Ulma)]:  gli
    tornavano  alla  mente  le  parole  del  proclama  di Napoleone al suo
    esercito prima dell'inizio della campagna,  e tali parole  provocarono
    in   lui  l'ammirazione  per  il  geniale  eroe  e  insieme  il  senso
    dell'orgoglio ferito e la speranza della gloria.  E se  non  restasse
    altra  prospettiva se non quella di morire?,  pens.  Che farci,  se
    sar necessario? Morir, non peggio degli altri.
    Il principe Andrj guardava con  disprezzo  quell'infinito  numero  di
    distaccamenti,  di carri, di parchi di artiglierie e poi ancora carri,
    carri,  carri di ogni forma possibile che cercavano di sorpassarsi  e,
    in  tre o quattro file,  sbarravano la strada fangosa.  Da ogni parte,
    indietro  e  davanti,   ovunque  giungesse  l'udito,   si  sentiva  un
    incessante  fragore  di  ruote,  un  continuo  stridio di cassoni,  di
    carrette,  di affusti di cannoni,  calpestio di cavalli,  schiocchi di
    fruste grida di incitamento,  imprecazioni di soldati, di attendenti e
    di ufficiali.  Ai lati della strada si vedevano a ogni  passo  cavalli
    caduti,  scuoiati o no,  carrette rotte presso le quali,  in attesa di
    chi sa che cosa, sedevano soldati isolati, soldati staccatisi dai loro
    reparti,  che si dirigevano in folla verso  i  villaggi  vicini  o  ne
    venivano, trascinando galline, montoni, fieno e sacchi colmi di chi sa
    che cosa.  Alle discese e alle salite, la folla diventava pi fitta, e
    clamori ininterrotti riempivano l'aria. I soldati, nel fango sino alle
    ginocchia,  sollevavano a forza di braccia cannoni e  carri,  facevano
    schioccare le fruste,  gli zoccoli dei cavalli scivolavano, le tirelle
    si spezzavano e i petti degli uomini si schiantavano per  la  violenza
    del  gridare.  Gli  ufficiali,  che dirigevano il movimento,  andavano
    avanti e indietro tra i carri.  Le loro voci si  udivano  appena,  nel
    tumultuoso  urlio  generale,  e  si  capiva  dai  loro  visi  che essi
    disperavano di poter frenare quel disordine caotico.
    "Voil la chre" truppa ortodossa,  pens Bolkonskij,  ricordando le
    parole di Bilibin.
    Per  domandare  a  uno  qualsiasi di quegli uomini dove si trovasse il
    generale in capo,  si avvicin a un carro.  Proprio di  fronte  a  lui
    avanzava  uno  strano  veicolo,   a  un  solo  cavallo,  evidentemente
    costruito in modo primitivo da qualche soldato, un non so che di mezzo
    tra un carro coperto, un calessino e una carrozza.  Guidava il veicolo
    un  militare,  e sotto al soffietto di cuoio,  al di l del parafango,
    sedeva una donna,  tutta avvolta in scialli.  Il  principe  Andrj  si
    avvicin  e  gi  stava  per interrogare il conducente allorch la sua
    attenzione fu attratta dalle grida disperate della  donna  seduta  nel
    veicolo.  L'ufficiale  che  guidava  il convoglio stava percuotendo il
    soldato a cassetta, perch costui voleva oltrepassare gli altri, e una
    violenta scudisciata aveva colpito il  soffietto.  La  donna  emetteva
    grida  acutissime.  Vedendo il principe Andrj,  si sporse di sotto il
    mantice e,  agitando le braccia scarne,  tratte  di  sotto  i  pesanti
    scialli, urlava:
    - Aiutante!  Signor aiutante!  Per amor di Dio,  difendeteci! Che cosa
    succeder?  Io sono  la  moglie  del  medico  del  settimo  reggimento
    cacciatori... Non ci lasciano passare; siamo rimasti indietro, abbiamo
    perduto i nostri...
    -  Ti  ridurr  in poltiglia!  Torna indietro!   -  gridava al soldato
    l'ufficiale furibondo.  -  Torna indietro con la tua sgualdrina!
    - Signor aiutante di campo,  difendeteci!  Che succede?   -  urlava la
    moglie del medico.
    -  Lasciate  passare  questa  vettura.  Non vedete che c' una donna?-
    disse il principe Andrj, avvicinandosi all'ufficiale.
    L'ufficiale lo guard e,  senza  rispondere,  si  volse  di  nuovo  al
    soldato.
    - Non ti lascio passare! Indietro!
    -  Lasciatelo passare,  vi dico  -  ripet a denti stretti il principe
    Andrj.
    - Ma tu chi sei?   -  gli grid a  un  tratto  l'ufficiale,  ebbro  di
    furore.    -    Chi  sei  tu?  Sei per caso il comandante?   -  urlava
    accentuando il "tu".   -  Qui comando io  e  non  tu.  Indietro,  tu!-
    ripet al soldato  -  o ti ridurr in poltiglia.
    Evidentemente quest'espressione gli piaceva molto.
    - L'ha servito a dovere, l'aiutante!  -  rison una voce alle spalle.
    Il  principe Andrj vedeva che l'ufficiale si trovava in uno di quegli
    accessi di incoercibile furore in cui non si sa pi ci che  si  dice.
    Vedeva  che  il  suo  intervento  in difesa della moglie del medico lo
    esponeva a ci che egli temeva pi di ogni cosa al mondo, a ci che si
    chiama "ridicule" [67. il ridicolo],  ma il suo istinto lo consigliava
    diversamente.  L'ufficiale  non  aveva ancora finito di pronunziare le
    ultime parole che gi il principe Andrj,  con il viso stravolto dalla
    collera, gli spinse contro il cavallo e alz il frustino.
    - La-scia-te passare!  -  url.
    L'ufficiale  fece  un  gesto  di  stizza con la mano e si allontan in
    fretta.
    - Tutto il disordine  sempre causato da  loro,  da  questi  ufficiali
    dello stato maggiore...  -  brontol.  -  Fate ci che volete.
    Il  principe Andrj,  senza neppure alzare gli occhi,  si allontan in
    fretta dalla moglie del  medico  che  lo  chiamava  suo  salvatore  e,
    ripensando   con  disgusto  ai  minimi  particolari  di  quella  scena
    umiliante,  galopp verso il villaggio dove,  gli  avevano  detto,  si
    trovava il generalissimo.
    Giunto  al  villaggio,  smont da cavallo e si diresse alla prima casa
    con l'intenzione di riposarsi un poco, di rifocillarsi e di riordinare
    e mettere in chiaro i pensieri umilianti che lo tormentavano.  Questa
      una  banda  di malfattori,  non  un esercito! diceva a se stesso,
    mentre si avvicinava alla finestra della prima casa, allorch si sent
    chiamare per nome da una voce nota.
    Si volt. Alla finestrella stava affacciato il bel viso di Nesvitzkij,
    il quale masticava qualche cosa con le labbra carnose  e  agitando  le
    mani gli faceva cenno di entrare.
    - Bolkonskij! Bolkonskij! Non mi senti? Vieni, spicciati!  -  gridava.
    Il principe Andrj,  entrando nella casa, scorse Nesvitzkij e un altro
    aiutante che  stavano  facendo  uno  spuntino.  Si  volsero  subito  a
    Bolkonskij per chiedergli se sapesse qualcosa di nuovo.  Sui loro visi
    cos noti il principe Andrj lesse un'espressione di turbamento  e  di
    inquietudine,  espressione che si notava in modo particolare sul volto
    sempre ridente di Nesvitzkij.
    - Dov' il comandante in capo?  -  chiese Bolkonskij.
    - L, in quella casa  -  rispose l'aiutante, indicandogliela.
    - Dunque  vero che  si  fa  la  pace  e  si  capitola?    -    chiese
    Nesvitzkij.
    - Lo chiedo a voi. Non so nulla salvo questo, che ho stentato non poco
    ad arrivare sin qui.
    - E qui da noi,  mio caro,  che orrore! Confesso la mia colpa amico...
    ho riso di Mack e adesso ci tocca ben di peggio  -  disse  Nesvitzkij.
    -  Ma siediti, mangia qualcosa.
    - Adesso, principe, non trovereste n una carrozza n altro e sa Iddio
    dove sar il vostro Ptr  -  disse l'altro aiutante.
    - Dov' il quartiere generale?
    - Passeremo la notte a Znam.
    - Quanto a me, ho caricato su due cavalli ci che mi occorre  -  disse
    Nesvitzkij.  -  Mi hanno costruito dei basti eccellenti. Pu darsi che
    si debba fuggire anche attraverso i monti della Boemia.  Le cose vanno
    male, mio caro.  Ma che hai?  Non ti devi sentir bene per rabbrividire
    cos...   -  osserv Nesvitzkij notando che il principe Andrj tremava
    come se avesse toccato una bottiglia di Leida (68).
    - Non  nulla!  -  rispose il principe Andrj.
    Aveva ripensato in quel momento al recente incontro con la moglie  del
    medico e con l'ufficiale che guidava il convoglio.
    - Che fa qui, il generalissimo?  -  chiese poi.
    - Non ci capisco nulla  -  rispose Nesvitzkij.
    -  E  io  capisco  una cosa sola: che tutto  disgustoso,  disgustoso,
    disgustoso...   -  esclam il principe Andrj,  e si diresse verso  la
    casa dove si era fermato il comandante supremo.
    Passando  accanto  alla  carrozza di Kutuzv,  ai malandati cavalli da
    sella del sguito e dei cosacchi,  che parlavano ad alta voce  tra  di
    loro,  il  principe  Andrj  entr  nel vestibolo.  Come gli era stato
    detto,  Kutuzv si trovava in quella  casa  insieme  con  il  principe
    Bagratin  e  con  Weirother  (69),  il  generale  austriaco che aveva
    sostituito Schmidt, ucciso. Nel vestibolo, il piccolo Kozlovskij stava
    seduto sui calcagni davanti a uno scritturale. Questi,  con i paramani
    della divisa rimboccati, scriveva rapidamente su un barile rovesciato.
    Il  viso  di  Kozlovskij era disfatto: diceva chiaramente che egli non
    aveva chiuso occhio tutta la notte.  Guard il principe Andrj  e  non
    gli fece neppure un cenno di saluto.
    -  La  seconda  linea...  Hai  scritto?    -   prosegu a dettare allo
    scrivano.  -  Il reggimento dei granatieri di Kiev, di Podlja...
    - Non cos in fretta,  eccellenza   -    disse  lo  scrivano  in  tono
    irritato e poco rispettoso, fissando in viso Kozlovskij.
    Al di l della porta si ud in quel momento la voce vivace e scontenta
    di  Kutuzv,  interrotta  da  un'altra voce sconosciuta.  Dal suono di
    quelle voci,  dall'indifferenza con cui Kozlovskij lo aveva  guardato,
    dal  poco  rispettoso comportamento dello scrittore stanco,  dal fatto
    che Kozlovskij e lo  scritturale  sedevano  per  terra  a  cos  breve
    distanza  dal  generalissimo,  dalle  risate rumorose dei cosacchi che
    custodivano i cavalli sotto le finestre,  da  tutto  ci  insomma,  il
    principe Andrj intuiva che doveva essere avvenuto qualcosa di grave e
    di doloroso.
    Con insistenza si mise a interrogare Kozlovskij.
    -  Subito,  principe    -    rispose  costui.    -    Sto  dettando le
    disposizioni per Bagratin.
    - E' la capitolazione?
    -  Niente  capitolazione.   Sono  state  date  disposizioni   per   il
    combattimento.
    Il  principe  Andrj  si  diresse  verso  l'uscio,  di  l  del  quale
    giungevano le voci.  Ma nel momento in cui stava per aprirlo,  le voci
    tacquero,  l'uscio  si  spalanc  e Kutuzv,  con il suo naso aquilino
    nella faccia grassa,  comparve sulla soglia.  Il principe Andrj stava
    ritto  davanti a Kutuzv,  ma dalla espressione dell'unico occhio vivo
    del generale si capiva che i pensieri e le preoccupazioni erano  tanto
    intensi  da impedirgli quasi di vedere davanti a s.  Guardava in viso
    il suo aiutante di campo e non lo riconosceva.
    - Dunque, hai finito?  -  chiese a Kozlovskij.
    - Un momento ancora, eccellenza.
    Bagratin,  un uomo  di  media  statura  dal  viso  duro  e  immobile,
    tipicamente  orientale,  magro,  non  ancora  vecchio,  usc dietro il
    comandante supremo.
    - Ho l'onore di presentarmi  -    ripet  ad  alta  voce  il  principe
    Andrj, porgendo un plico.
    - Ah, da Vienna? Bene. Dopo, dopo...
    Kutuzv, accompagnato da Bagratin, and sino alla soglia.
    - Sicch, addio, principe  -  disse Kutuzv a Bagratin.  -  Cristo ti
    accompagni. Ti benedico per la tua grande impresa.
    Il  viso  di  Kutuzv  si  raddolc  all'improvviso,  gli occhi gli si
    riempirono di lacrime.  Con la sinistra attir a s  Bagratin  mentre
    con  la  destra,  su  cui brillava un anello,  gli faceva con un gesto
    evidentemente abituale il segno della croce;  poi gli offr la  grassa
    guancia da baciare, ma Bagratin lo baci sul collo.
    -  Cristo  ti  accompagni!   -  ripet Kutuzv,  e si diresse verso la
    propria carrozza, dicendo al principe Andrj:  -  Sali con me.
    - Eccellenza,  vorrei rendermi utile qui.  Permettetemi di restare nel
    distaccamento del principe Bagratin.
    -  Siediti!    -    ripet Kutuzv e,  notando che Bolkonskij esitava,
    aggiunse:  -  Anche a me sono necessari dei bravi ufficiali.
    Presero posto nella carrozza e  per  qualche  minuto  procedettero  in
    silenzio.
    -  Abbiamo  ancora dinanzi a noi molte cose da fare  -  disse Kutuzv,
    con un'espressione di perspicacia senile,  quasi avesse capito ci che
    avveniva  nell'animo di Bolkonskij.   -  Se domani la decima parte del
    suo distaccamento mi ritorna sana e salva,  ne ringrazier il  Signore
    -  aggiunse Kutuzv, quasi parlando a se stesso.
    Il principe Andrj lo guard e, suo malgrado, gli saltarono agli occhi
    gli orli accuratamente lavati della cicatrice sulla tempia di Kutuzv,
    l  dove il proiettile di Ismal gli aveva forato il cranio e accecato
    l'occhio.  S,  pens,  egli ha il diritto  di  parlare  con  tanta
    tranquillit della morte di quegli uomini!.
    -   E'   appunto  per  questo  che  vi  prego  di  mandarmi  con  quel
    distaccamento  -  disse.
    Kutuzv non rispose.  Pareva avesse  gi  dimenticato  ci  che  aveva
    detto,  ed  era  immerso in profonde riflessioni.  Dopo cinque minuti,
    sobbalzando dolcemente sulle flessibili molle della carrozza,  Kutuzv
    si  volse  al principe Andrj.  Sul suo viso non vi era pi traccia di
    commozione.  Con fine ironia,  interrog l'aiutante di campo  sul  suo
    colloquio con l'imperatore, su quanto si diceva a corte, sullo scontro
    di Krems e su alcune signore di loro comune conoscenza.


    CAPITOLO 14.

    Il  primo  novembre  Kutuzv ricevette da uno dei suoi informatori una
    notizia da cui risult che l'armata che egli comandava si  trovava  in
    una condizione quasi disperata. L'informatore riferiva che i Francesi,
    dopo  aver passato con forze imponenti il ponte di Vienna,  marciavano
    verso la linea su cui Kutuzv doveva  collegarsi  con  le  truppe  che
    provenivano  dalla  Russia.  Se  Kutuzv decideva di fermarsi a Krems,
    centocinquantamila uomini dell'esercito  di  Napoleone  gli  avrebbero
    chiuso  ogni  via  di  comunicazione,  avrebbero  accerchiato  il  suo
    esercito stremato, ed egli si sarebbe cos trovato nelle condizioni di
    Mack a Ulma. Se Kutuzv decideva, invece, di abbandonare la strada che
    lo conduceva da Krems a Olmtz  per  unirsi  alle  truppe  provenienti
    dalla  Russia,   sarebbe  stato  costretto  a  inoltrarsi,  senza  vie
    tracciate,  nelle  sconosciute  regioni  delle  montagne  boeme,  dove
    avrebbe   dovuto   difendersi   dalle  soverchianti  forze  nemiche  e
    abbandonare ogni speranza di riunirsi a  Bukshevden  (70).  Se  infine
    stabiliva di indietreggiare sulla strada da Krems a Olmtz, per unirsi
    con  le  truppe provenienti dalla Russia,  avrebbe corso il rischio di
    essere preceduto su  quella  strada  dai  Francesi,  che  gi  avevano
    passato il ponte di Vienna, e costretto ad accettare battaglia durante
    la  marcia,  con  il  gravame dei bagagli e delle salmerie,  contro un
    nemico tre volte pi numeroso che lo circondava da due parti.
    Kutuzv scelse quest'ultimo partito.
    I Francesi, come aveva riferito l'informatore,  dopo aver attraversato
    il fiume a Vienna,  si dirigevano a marce forzate verso Znam,  che si
    trovava sulla linea di ritirata di Kutuzv,  a  pi  di  cento  miglia
    davanti a lui.  Raggiungere Znam prima dei Francesi significava avere
    una grande speranza di salvare l'esercito;  lasciare  ai  Francesi  la
    possibilit  di  precederlo  voleva  dire  far subire all'esercito una
    vergognosa sconfitta, quale quella di Ulma,  o la totale disfatta.  Ma
    arrivare prima dei Francesi con tutto l'esercito,  era impossibile. La
    marcia dei Francesi,  da Vienna a Znam,  era pi breve e migliore  di
    quella che i Russi dovevano compiere da Krems a Znam.
    La  notte  stessa  in  cui ricevette quella notizia,  Kutuzv mand in
    avanguardia i quattromila uomini di Bagratin, a destra, attraverso le
    montagne,  dalla via  Krems-Znam  a  quella  Vienna-Znam.  Bagratin
    doveva  compiere  quella  marcia  senza soste,  fermarsi con il fronte
    verso Vienna e Znam alle spalle e, qualora fosse riuscito a prevenire
    i Francesi, doveva trattenerli quanto pi potesse. Kutuzv stesso, con
    tutti i bagagli, mosse verso Znam.
    Dopo aver percorso quarantacinque miglia tra i  monti,  in  una  notte
    tempestosa, con dei soldati affamati e scalzi, senza tracce di strade,
    e  aver  perduto per via un terzo dei suoi uomini,  Bagratin arriv a
    Hollabrnn,  sulla strada Vienna-Znam alcune ore prima dei  Francesi,
    che  da  Vienna  avanzavano verso Hollabrnn.  Kutuzv doveva marciare
    ancora una giornata intera,  con i  suoi  carriaggi,  per  giungere  a
    Znam, e pertanto Bagratin avrebbe dovuto salvare l'esercito con soli
    quattromila  uomini  affamati ed esausti,  trattenere per ventiquattro
    ore tutto l'esercito nemico  che  stava  per  incontrarsi  con  lui  a
    Hollabrnn,  il  che era evidentemente impossibile.  Ma la capricciosa
    fortuna  rese  possibile  l'impossibile.   Il  successo   dell'inganno
    mediante il quale,  senza alcuna lotta,  era caduto il ponte di Vienna
    nelle mani dei Francesi,  indusse Murat a tentare di  ingannare  anche
    Kutuzv. Murat, incontrando il debole distaccamento di Bagratin sulla
    strada di Znam,  credette di avere a che fare con tutto l'esercito di
    Kutuzv. Per annientarlo completamente volle aspettare le altre truppe
    rimaste indietro sulla strada di Vienna e,  a tale scopo,  propose  un
    armistizio  di  tre giorni,  a condizione che l'uno e l'altro esercito
    rimanessero fermi nelle loro  rispettive  posizioni  e  non  facessero
    alcun movimento.  Murat assicurava che erano state iniziate trattative
    di  pace  e  che  proponeva  l'armistizio  per  evitare   un   inutile
    spargimento di sangue.  Il generale austriaco,  conte Nostitz, che era
    agli avamposti,  credette alle parole dei parlamentari di Murat,  e si
    ritir,   scoprendo   il   distaccamento   di   Bagratin.   Un  altro
    parlamentare, con le stesse notizie di trattative di pace, si present
    alle linee russe a proporre un armistizio  di  tre  giorni.  Bagratin
    rispose che non poteva n accettare,  n respingere la proposta e, per
    mezzo di un  aiutante  di  campo,  mand  a  informare  Kutuzv  della
    proposta che gli era stata fatta.
    L'armistizio era,  per Kutuzv, l'unico mezzo per guadagnar tempo, per
    dar modo di riposare allo stanco distaccamento di Bagratin e per  far
    compiere  ai  carriaggi  (il  cui  movimento  avveniva  di nascosto ai
    Francesi) almeno un giorno di marcia in pi verso Znam.
    La  proposta  di  armistizio  offriva  dunque   l'unica   e   inattesa
    possibilit  di  salvare l'esercito.  Avuta la notizia,  Kutuzv mand
    immediatamente il generale aiutante  Wintzingerode  al  campo  nemico.
    Egli  doveva  non  solo  accettare l'armistizio,  ma anche proporre le
    condizioni per una capitolazione;  frattanto Kutuzv  mandava  i  suoi
    aiutanti  pi indietro,  con l'ordine di affrettare il pi possibile i
    movimenti dei carriaggi di tutto l'esercito sulla strada  Krems-Znam.
    L'esausto,  affamato  distaccamento  di Bagratin doveva,  per coprire
    questa marcia di carriaggi,  restare immobile di fronte  a  un  nemico
    otto volte superiore.
    Le  previsioni  di Kutuzv si avverarono sia riguardo alla proposta di
    una capitolazione che non obbligava a nulla e  che  pot  dare  a  una
    parte  dei  carriaggi il tempo di passare,  sia riguardo all'errore di
    Murat  che  non  doveva  tardare  a  risultare  evidente.  Non  appena
    Napoleone,  che  si  trovava  a  Schnbrunn,  a  venticinque miglia da
    Hollabrnn,  ebbe ricevuto il rapporto  di  Murat  e  il  progetto  di
    armistizio  e  di capitolazione,  e si avvide dell'inganno,  scrisse a
    Murat la lettera seguente:

    Au prince Murat.
    Schnbrunn, 25 brumaire en 1805,  huit heures du matin.

    Il m'est impossible de trouver des  termes  pour  vous  exprimer  mon
    mcontentement.  Vous  ne  commandez que mon avantgarde et vous n'avez
    pas le droit de faire d'armistice  sans  mon  ordre.  Vous  me  faites
    perdre  le  fruit  d'une campagne.  Rompez l'armistice sur-le-champ et
    marchez  l'ennemi. Vous lui ferez dclarer que le gnral qui a sign
    cette capitulation n'avait pas le droit de le faire,  qu'il n'y a  que
    l'Empereur de Russie qui ait ce droit.
    Toutes  les  fois  cependant  que l'Empereur de Russie ratifierait la
    dite convention, je la ratifierai; mais ce n'est qu'une ruse. Marchez,
    dtruisez l'arme russe... Vous etes en position de prendre son bagage
    et son artillerie.  L'aide de camp de l'Empereur de Russie  est  un...
    Les officiers ne sont rien,  quand ils n'ont pas de pouvoir;  celui-ci
    n'en avait point...  Les Autrichiens se sont  laisss  jouer  pour  le
    passage du pont de Vienne, vous vous laissez jouer par un aide de camp
    de l'Empereur.
    Napolon.
    [71. Al principe Murat.
    Schnbrunn, il 25 brumaio 1805, alle ore otto del mattino.
    Mi    impossibile  trovare  le  parole  adatte per esprimervi il mio
    malcontento.  Voi comandate soltanto la mia avanguardia e non avete il
    diritto di concludere un armistizio senza mio ordine.  Mi fate perdere
    il frutto di  una  campagna.  Rompete  immediatamente  l'armistizio  e
    marciate  contro  il nemico.  Gli farete sapere che il generale che ha
    firmato questa capitolazione non aveva alcun diritto di  farlo  e  che
    tale  diritto  spetta  unicamente  all'imperatore  di Russia.  Qualora
    l'imperatore di Russia ratificasse detta convenzione,  la  ratificher
    anch'io;  ma  questa  non    che  un'astuzia.  Marciate,  distruggete
    l'esercito russo... Siete in condizioni di prendere i suoi carriaggi e
    le sue artiglierie.  L'aiutante di campo dell'imperatore di  Russia  
    un...  Gli  ufficiali  non contano nulla,  quando non hanno poteri,  e
    costui non ne aveva.  Gli Austriaci si  sono  lasciati  ingannare  dal
    passaggio del ponte di Vienna, voi vi lasciate ingannare dall'aiutante
    di campo dell'imperatore.
    Napoleone].

    Un  aiutante  di  campo  dell'imperatore  part  al galoppo con questa
    terribile lettera per Murat.  Lo stesso Bonaparte,  non fidandosi  dei
    suoi  generali,  mosse  di  persona  con tutta la sua guardia verso il
    campo di battaglia, temendo che la vittima gli potesse sfuggire,  ma i
    quattromila  uomini  di  Bagratin,  accesi allegramente i fuochi,  si
    scaldavano,  si asciugavano e si cucinavano  per  la  prima  volta  la
    "kascia"  (72)  dopo  tre  giorni,  e  nessuno  dei  soldati  sapeva o
    prevedeva quale sorte gli si stava preparando.
    Alle quattro del pomeriggio il principe Andrj, che aveva ripetuto con
    insistenza la sua preghiera a Kutuzv,  arriv a Grunt e si present a
    Bagratin. L'aiutante di Bonaparte non aveva ancora raggiunto il corpo
    di  Murat,   e  il  combattimento  non  era  ancora  cominciato.   Nel
    distaccamento di Bagratin non si sapeva nulla dell'andamento generale
    delle cose e si parlava di pace, pur non credendo in tale possibilit.
    Si parlava della battaglia, ma non si riteneva che fosse imminente.
    Bagratin,  che conosceva  Bolkonskij  come  l'aiutante  preferito  di
    Kutuzv  e  nel  quale  il generalissimo riponeva maggior fiducia,  lo
    ricevette con particolare e cortese benevolenza;  gli  spieg  che  in
    giornata  o  il  giorno  seguente avrebbe avuto probabilmente luogo la
    battaglia e gli lasci piena libert  di  stare  con  lui  durante  il
    combattimento  o di recarsi alla retroguardia per sorvegliare l'ordine
    della ritirata, la quale cosa era pure importantissima.
    - E' probabile,  d'altra parte,  che oggi non si combatta  -  concluse
    Bagratin, come per rassicurare il principe Andrj.
    Se  costui  uno dei soliti zerbinotti dello stato maggiore,  pens,
    mandato qui per avere una decorazione,  l'avr  anche  restando  alla
    retroguardia;  se  poi  vuole  restare  con  me,  ed    un  ufficiale
    coraggioso, resti pure... potr essere utile, pens Bagratin.
    Il principe Andrj,  senza  rispondere,  gli  chiese  il  permesso  di
    visitare  la  posizione e di studiare il dislocamento delle truppe per
    rendersi conto  dove  gli  convenisse  andare  in  caso  gli  toccasse
    eseguire qualche ordine. L'ufficiale di servizio del distaccamento, un
    bell'uomo   dalla   divisa  elegante,   con  un  anello  di  brillanti
    all'indice, e che parlava male, ma volentieri,  il francese,  si offr
    di accompagnarlo.
    Da  ogni parte si vedevano ufficiali inzuppati d'acqua,  dallo sguardo
    triste,   che  sembravano  cercare  qualche  cosa,   e   soldati   che
    trascinavano dal villaggio porte, panche, palizzate.
    -  Vedete,  principe,  non  possiamo  liberarci  da  costoro  -  disse
    l'ufficiale di  stato  maggiore,  indicando  quegli  uomini.    -    I
    comandanti sono troppo deboli. E qui  -  e indic la tenda montata dal
    vivandiere    -    qui  si  riuniscono  e non si muovono pi.  Proprio
    stamattina li ho cacciati via tutti quanti  e  ora,  come  vedete,  la
    tenda    di nuovo piena.  Avviciniamoci,  principe,  e cacciamoli via
    un'altra volta. E' questione di un minuto.
    - Entriamo, cos prender anch'io un po' di pane e formaggio  -  disse
    il principe che non aveva ancora fatto in tempo a mangiare un boccone.
    - Perch non me l'avete detto,  principe?  Vi  avrei  offerto  la  mia
    ospitalit.
    Smontarono da cavallo ed entrarono nella tenda del vivandiere.  Alcuni
    ufficiali dalle facce stanche e arrossate stavano seduti davanti  alle
    rozze tavole e mangiavano e bevevano.
    - Ma come,  signori!  -  esclam l'ufficiale di stato maggiore, con il
    tono di rimprovero di chi abbia gi ripetuto parecchie volte la stessa
    cosa...   -  Non sapete che  non    permesso  assentarsi  dai  propri
    reparti? Il principe ha dato ordine che nessuno si muova. E anche voi,
    signor  capitano  in  seconda,  siete  qui  -  disse,  volgendosi a un
    ufficiale di artiglieria piccolo,  magro  e  sporco  il  quale,  senza
    stivali (li aveva dati al vivandiere perch li facesse asciugare), con
    i  soli calzini,  si era alzato in piedi davanti ai due che entravano,
    sorridendo in modo non del tutto naturale.
    - Non vi vergognate,  capitano Tuscin?   -   prosegu  l'ufficiale  di
    stato maggiore.   -  Mi pare che,  nella vostra qualit di artigliere,
    dovreste dare il buon esempio,  ed ecco che siete  senza  stivali.  Se
    venisse dato l'allarme,  stareste davvero bene in tali condizioni!   -
    (L'ufficiale di stato maggiore sorrise).-  Vogliate tornare  tutti  al
    vostro posto, tutti!  -  aggiunse in tono autoritario.
    Il principe Andrj sorrise suo malgrado, guardando il capitano Tuscin.
    In silenzio e sempre sorridendo,  appoggiandosi ora sopra un piede ora
    sopra l'altro,  egli volgeva interrogativamente i grandi occhi buoni e
    intelligenti  ora  sul  principe  Andrj,  ora sull'ufficiale di stato
    maggiore.
    - I soldati dicono che scalzi si va pi comodi  -  mormor il capitano
    Tuscin sorridendo e  facendosi  rosso,  con  l'evidente  desiderio  di
    uscire dall'imbarazzante situazione in cui si trovava,  usando il tono
    scherzoso.
    Ma  ancor  prima  di  aver  finito  di  parlare,   sent  che  la  sua
    spiritosaggine  non  era  accolta e che non serviva a nulla.  E rimase
    imbarazzato.
    - Vogliate ritirarvi  -  gli  disse  l'ufficiale  di  stato  maggiore,
    cercando di mantenersi serio.
    Il   principe   Andrj  guard  ancora  una  volta  la  figura  minuta
    dell'artigliere.  Essa  aveva  un  non  so  che  di  particolare,   di
    assolutamente  non  militaresco,  un  po' comico ma straordinariamente
    simpatico.
    L'ufficiale di stato maggiore e il principe Andrj salirono a  cavallo
    e proseguirono.
    Usciti  dal  villaggio,  tra  un  continuo andirivieni di soldati e di
    ufficiali di varie  armi,  videro  alla  loro  sinistra  trinceramenti
    appena scavati,  rosseggianti di argilla fresca. Alcuni battaglioni di
    soldati,  in maniche di camicia nonostante soffiasse un vento  freddo,
    vi  lavoravano  attorno come bianche formiche;  da dietro le scarpate,
    mani invisibili lanciavano incessantemente  fuori  palate  di  argilla
    rossastra.   I  due  ufficiali,  avvicinandosi  al  trinceramento,  lo
    osservarono e passarono oltre. Proprio dietro la trincea videro alcune
    diecine di soldati che si avvicendavano senza posa,  venendo di  corsa
    dal  trinceramento.  Dovettero  tapparsi il naso e mettere al trotto i
    cavalli per allontanarsi da quella mefitica atmosfera.
    - "Voil l'agrment des  camps,  monsieur  le  prince"  [73.  Ecco  le
    delizie  del  campo,  signor  principe!]    -    disse  l'ufficiale di
    servizio.
    Salirono sulla collina di fronte.  Da quell'altura gi si  vedevano  i
    Francesi. Il principe Andrj si ferm e si mise ad osservare.
    -  Una  nostra  batteria   piazzata l  -  disse l'ufficiale di stato
    maggiore,  indicando il punto culminante della  collina.    -    Ed  
    appunto la batteria di quell'originale che abbiamo visto senza scarpe.
    Di lass si domina tutto: andiamoci, principe.
    -  Vi  ringrazio  moltissimo,  ma  andr avanti da solo  -  rispose il
    principe  Andrj,   desiderando  liberarsi  dall'ufficiale  di   stato
    maggiore.  -  Vi prego, non disturbatevi!
    L'ufficiale si ferm, e il principe Andrj prosegu solo.
    Quanto  pi  procedeva e si avvicinava al nemico,  tanto pi le truppe
    apparivano  gaie  e  ordinate.   Il  disordine  e  l'abbattimento  pi
    impressionante,  il  principe li aveva notati alcune ore prima in quel
    convoglio sulla strada di Znam che egli aveva percorso quella mattina
    stessa, a dieci miglia dai Francesi.  Anche a Grunt aveva avvertito un
    turbamento diffuso e un senso indefinito di paura.  Ma ora, quanto pi
    si avvicinava alle posizioni nemiche, tanto pi l'aspetto delle nostre
    truppe appariva sicuro e  pieno  di  fiducia.  I  soldati  erano  bene
    allineati,  vestiti  di  cappotti  grigi,  e il sergente maggiore e il
    comandante della compagnia  contavano  gli  uomini  puntando  il  dito
    contro  il petto del soldato capofila e ordinandogli di alzar la mano;
    soldati sparpagliati all'intorno  trascinavano  tronchi  e  fascine  e
    costruivano  baracche,  ridendo  e  chiacchierando allegramente tra di
    loro;  attorno ai fuochi  del  bivacco  si  affollavano  davanti  alle
    caldaie, nudi o vestiti, e facevano asciugare le camicie e le pezze da
    piedi  o  rattoppavano stivali e cappotti.  In una compagnia il rancio
    era pronto e i soldati,  con le facce avide,  guardavano  i  pentoloni
    fumanti  e aspettavano che l'ufficiale,  seduto su una trave di fronte
    alla baracca del cantiniere,  assaggiasse la zuppa che  il  cantiniere
    gli porgeva in una ciotola di legno.
    In  un'altra  compagnia  pi fortunata  -  poich non tutti avevano la
    vodka  -  gli uomini si erano stretti attorno al sergente maggiore, un
    tipo dalle spalle larghe e dal  viso  butterato  che,  inclinando  una
    botticella,  versava da bere nei coperchi delle gavette che,  a turno,
    gli uomini gli porgevano.  I soldati,  con espressione beata portavano
    il  coperchio  alle  labbra,  lo  vuotavano e,  sciacquatasi la bocca,
    l'asciugavano con la manica del cappotto e  si  allontanavano  con  il
    viso  atteggiato  a  una pi allegra espressione.  Tutte le fisionomie
    erano calme, come se quegli uomini non si trovassero davanti al nemico
    prima di una battaglia nella quale almeno una met di  essi  sarebbero
    rimasti  sul  terreno,  ma  come  se  si  fossero  riuniti in un luogo
    qualunque del loro paese, in attesa di una tranquilla sosta.
    Dopo aver attraversato il reggimento dei  cacciatori  e  le  file  dei
    granatieri di Kiev,  bei giovani robusti intenti anch'essi a pacifiche
    operazioni,  il principe Andrj,  a breve distanza dalla  baracca  del
    comandante  del  reggimento,  che  spiccava  tra le altre,  giunse sul
    fronte di un plotone di granatieri davanti al quale  era  disteso  per
    terra  un  uomo nudo.  Due soldati lo tenevano saldamente e altri due,
    sollevando certe bacchette flessibili,  gli sferzavano ritmicamente il
    dorso. La vittima emetteva grida strazianti. Un grasso maggiore andava
    avanti e indietro lungo lo schieramento e, senza badare a quegli urli,
    diceva:
    - Per un soldato, rubare  una vergogna: un soldato dev'essere onesto,
    nobile  e  coraggioso;  se un soldato deruba un compagno vuol dire che
    non ha onore, che  una canaglia. Picchiate ancora, ancora!
    Si sentivano soltanto i  colpi  sibilanti  della  sferza  e  gli  urli
    disperati, ma simulati.
    - Ancora, ancora!  -  ripeteva il maggiore.
    Un  giovane ufficiale,  con il viso atteggiato a doloroso stupore,  si
    allontan dal  soldato  punito,  volgendo  uno  sguardo  interrogativo
    all'aiutante che gli passava vicino.
    Giunto  alla linea degli avamposti,  il principe Andrej pass lungo il
    fronte. Le nostre linee e quelle nemiche,  schierate rispettivamente a
    destra e a sinistra, erano lontane l'una dall'altra, ma al centro, nel
    punto  in cui quella mattina erano passati i parlamentari,  si erano a
    tal punto ravvicinate che  gli  uomini  potevano  vedersi  in  viso  e
    parlarsi.  Oltre  ai  soldati  che  in quel punto occupavano la linea,
    c'erano dall'una e dall'altra parte molti curiosi i  quali  stavano  a
    guardare,  sorridendo,  quei  nemici  strani  e  per loro sconosciuti.
    Nonostante il divieto di avvicinarsi alle linee  sino  dal  mattino  i
    comandanti  non erano riusciti a liberarsi dai curiosi.  I soldati non
    guardavano ormai pi i Francesi,  ma facevano le proprie  osservazioni
    su coloro che si avvicinavano e si annoiavano in attesa del cambio. Il
    principe Andrj si ferm ad osservare i Francesi.
    - Guarda!  Guarda!  -  diceva un soldato a un commilitone indicandogli
    un moschettiere russo che con un  ufficiale  si  era  avvicinato  alle
    linee  e  parlava fitto e animato a un granatiere francese.   -  Senti
    come discorre bene!  Neppure  il  francese  pu  stargli  dietro!  Eh,
    Sidorov?
    - Aspetta,  ascolta...  Uh,  come parla bene!  -  rispose Sidorov, che
    aveva fama di conoscere bene il francese.
    Il soldato che i due si indicavano ridendo era Dlochov.  Il  principe
    Andrj  lo  riconobbe  e  tese  l'orecchio alle sue parole.  Dlochov,
    insieme con il  suo  capitano,  era  venuto  sulla  linea  dal  fianco
    sinistro dove si trovava il suo reggimento.
    - Suvvia, ancora, ancora!  -  insisteva il comandante della compagnia,
    chinandosi  in  avanti e cercando di non perdere nemmeno una di quelle
    parole che pur non comprendeva.   -  Pi in fretta,  per favore!  Cosa
    dice?
    Dlochov   non  rispose  al  capitano;   era  tutto  accalorato  nella
    discussione con il granatiere francese.  Com'era  naturale,  parlavano
    della  campagna.  Il francese,  confondendo i Russi con gli Austriaci,
    voleva sostenere che i Russi si erano arresi e si erano dati alla fuga
    dal giorno della battaglia di Ulma,  Dlochov dimostrava che  i  Russi
    non si erano arresi ma che, anzi, avevano battuto i Francesi.
    -  Qui  abbiamo  l'ordine  di  cacciarvi    -  disse Dlochov  -  e vi
    cacceremo.
    - Badate piuttosto di non essere presi con tutti i vostri cosacchi   -
    ribatt il granatiere francese
    Gli spettatori francesi che ascoltavano ridevano.
    -  Vi faremo ballare come ballavate al tempo di Suvorov ("on vous fera
    danser")  -  disse Dlochov.
    - "Qu'est-ce qu'il  chante?"  [74.  Che  diavolo  dice,  costui?]    -
    domand un francese.
    - "De l'histoire ancienne"  -  gli rispose un altro,  che aveva capito
    che si trattava delle guerre passate.   -  "L'Empereur  va  lui  faire
    voir    votre  Souvara,  comme aux autres..." [75.  Vecchia storia...
    L'imperatore gliela far vedere  al  vostro  Suvar,  e  a  tutti  gli
    altri...].
    -  Buonaparte...    -    ricominciava  Dlochov,  ma  il  francese  lo
    interruppe.
    - Macch Buonaparte! L'imperatore...  -  grid incollerito.
    - Il diavolo se lo porti, il vostro imperatore!
    E Dlochov imprec in russo in modo volgare e soldatesco  e  gettatosi
    il fucile in spalla, si allontan.
    - Andiamo, Ivn Lukic'  -  disse al capitano.
    - Ecco il modo di parlare dei Francesi!   -  esclamarono i soldati che
    erano in linea.  -  Ora tocca a te, Sidorov!
    Sidorov strizz gli occhi,  e,  rivolgendosi ai Francesi,  cominci  a
    balbettare fitto fitto parole incomprensibili.
    - Car,  mal,  taf,  saf, mutr, kask  -  farfugliava, cercando di
    dare alla propria voce intonazioni espressive.
    - Oh!  oh!  Ah,  ah,  ah!   -  scoppi tra i soldati una  risata  cos
    clamorosa e allegra che, propagatasi al di l della linea, giunse sino
    al  Francesi,  cosicch  pareva  che  non  restasse  altro da fare che
    scaricare i fucili,  far saltare le cartucce e separarsi  per  tornare
    ciascuno alla propria casa.
    Ma  i  fucili rimasero carichi,  le feritoie delle case continuarono a
    guardare minacciose e, come prima, i cannoni,  staccati dagli affusti,
    rimasero puntati gli uni contro gli altri.


    CAPITOLO 16.

    Dopo  aver percorso tutta la linea delle truppe dal fianco destro sino
    al sinistro,  il principe Andrj sal verso la batteria  dalla  quale,
    secondo  le  parole dell'ufficiale di stato maggiore,  la vista poteva
    spaziare sui due campi. Giuntovi,  scese da cavallo e si ferm accanto
    a  uno  dei  quattro cannoni staccati dagli affusti.  Davanti ai pezzi
    passeggiava un artigliere di sentinella che fu sul punto  di  mettersi
    sull'attenti davanti all'ufficiale ma che,  a un segno di lui, riprese
    il suo andare e venire a passi regolari e monotoni.  Dietro  ai  pezzi
    stavano  gli  avantreni  e,  dietro  ancora,  i  pali  per attaccare i
    cavalli,  e i fuochi di bivacco  degli  artiglieri.  A  sinistra,  non
    lontano   dall'ultimo   cannone,   sorgeva  una  capannuccia  di  rami
    intrecciati,  costruita da poco,  dalla quale uscivano le voci animate
    degli ufficiali.
    Dalla  batteria la vista spaziava realmente sull'allineamento di quasi
    tutte le truppe russe e della maggior parte di quelle nemiche. Proprio
    di fronte alla batteria,  sull'orizzonte  dell'altura  dirimpetto,  si
    vedeva  il villaggio di Schngraben;  pi a sinistra e pi a destra si
    potevano distinguere in tre punti,  tra il  fumo  dei  loro  bivacchi,
    ammassamenti  di  truppe  francesi,  la  maggior  parte delle quali si
    dovevano evidentemente  trovare  nel  villaggio  stesso  e  dietro  la
    collina.  A  sinistra  del  villaggio,  si  scorgeva  in  mezzo a fumo
    qualcosa che sembrava una batteria ma  che,  a  occhio  nudo,  non  si
    poteva  distinguere  bene.  L'ala  destra  russa era scaglionata su di
    un'altura piuttosto ripida che dominava le posizioni francesi.  Vi era
    stata  scaglionata la nostra fanteria e all'orlo estremo si vedevano i
    dragoni.  Al centro,  l dove si trovava la batteria di Tuscin e donde
    il principe Andrj osservava le posizioni, il declivio era pi dolce e
    conduceva  direttamente al ruscello che ci separava da Schngraben.  A
    sinistra le truppe  russe  si  stendevano  sino  a  una  foresta  dove
    fumavano  i fuochi dei nostri fanti,  occupati a raccoglier legna.  La
    linea dei Francesi era pi lunga della nostra ed era chiaro  che  essi
    avrebbero  potuto  facilmente  accerchiarci  dai  due lati.  Dietro le
    nostre posizioni si apriva un burrone scosceso e profondo, che avrebbe
    reso assai  difficile  l'indietreggiamento  dell'artiglieria  e  della
    cavalleria.  Il  principe  Andrj,  poggiato un gomito su un cannone e
    tirato fuori un taccuino,  tracciava  per  proprio  uso  un  piano  di
    disposizione delle truppe.  In due punti fece delle annotazioni con la
    matita con l'intenzione di comunicarle a Bagratin. Riteneva, in primo
    luogo,  che fosse necessario ammassare tutta l'artiglieria nel  centro
    e,  in  secondo,  che  si  dovesse  arretrare  la cavalleria di l del
    burrone.  Il principe Andrj,  che si trovava tuttora al  sguito  del
    comandante  supremo,  seguiva  i  movimenti  delle  masse e gli ordini
    generali,  e studiava sempre  le  descrizioni  delle  battaglie  della
    storia  e  immaginava  suo malgrado anche quell'azione imminente nelle
    linee generali.  Alla  mente  gli  si  presentavano  soltanto  le  due
    seguenti  grandi  ipotesi:  Se  il nemico inizia l'attacco sul fianco
    destro diceva a se stesso i granatieri di Kiev  e  i  cacciatori  di
    Podlja  dovranno  difendere  le loro posizioni sino a che non saranno
    raggiunti dalle riserve del centro.  In tal caso,  i  dragoni  possono
    assalire  l'ala nemica e sfondarla.  Se invece l'attacco avr luogo al
    centro, noi collocheremo su questa altura la batteria centrale e, cos
    protetti,   faremo  ripiegare  l'ala  sinistra  e  indietreggeremo   a
    scaglioni sino al burrone....
    -  No,  mio  caro    -    diceva intanto quella simpatica voce che gli
    sembrava di conoscere;   -  io dico  che  se  fosse  possibile  sapere
    quello che ci sar dopo la morte,  nessuno la temerebbe pi.  E' cos,
    mio caro!
    Un'altra voce pi giovane lo interruppe:
    - Paura o no, non la si pu evitare...
    - Eppure si ha paura!  Eh,  voialtri dotti  -  s'intromise  una  terza
    voce robusta,  interrompendo le altre due;   -  voi, artiglieri, siete
    sempre molto dotti perch potete sempre portarvi dietro la vodka e uno
    spuntino.   -  E l'uomo dalla  voce  robusta,  che  doveva  essere  un
    ufficiale di fanteria, proruppe in una risata.
    -  Eppure  si  ha  paura    -   prosegu la prima voce,  quella che al
    principe Andrj pareva di conoscere.   -  La paura  dell'ignoto,  ecco
    tutto. Si ha un bel dire che l'anima sale al cielo... Noi sappiamo che
    il cielo non esiste, che sopra di noi c' soltanto l'atmosfera...
    Di nuovo la voce robusta interruppe l'artigliere.
    - Suvvia, Tuscin, offriteci un po' del vostro liquore di erbe! disse.
    Ah,  ecco,    quel  capitano  che  ho  visto  scalzo nella tenda del
    vivandiere,  pens il principe Andrj,  riconoscendo con  piacere  la
    simpatica voce filosofeggiante.
    -  Ora ve l'offrir  -  rispose Tuscin;   -  tuttavia,  comprendere la
    vita futura...  -  E non complet la frase.
    In  quell'istante  si  ud  nell'aria   un   sibilo:   si   avvicinava
    rapidissimo,  crescendo  di forza di attimo in attimo,  e una granata,
    come se non avesse finito di dire tutto ci che  doveva,  si  conficc
    violentemente in terra non lontano dalla capanna, sollevando con forza
    non  umana  frammenti  e  sassi.   Il  suolo  trem  gemendo  all'urto
    spaventoso.
    In quello stesso istante balz  fuori  dalla  capannuccia,  primo  fra
    tutti,  il piccolo Tuscin, con la pipa all'angolo della bocca; il viso
    buono e intelligente era un po' pallido. Dietro di lui usc il giovane
    dalla bella voce, un ardito ufficiale di fanteria che,  abbottonandosi
    la giubba, and di corsa verso la sua compagnia.


    CAPITOLO 17.

    Il principe Andrj,  a cavallo,  fermo davanti alla batteria, guardava
    il fumo del cannone  che  aveva  lanciato  il  proiettile.  Gli  occhi
    percorsero  il  vasto  spazio  che  si  stendeva sotto il suo sguardo:
    vedeva soltanto le masse dei Francesi che,  poco  prima  immobili,  si
    agitavano  e vedeva che a sinistra vi era effettivamente una batteria,
    al di sopra della quale indugiava ancora il fumo della cannonata.  Due
    cavalieri francesi,  probabilmente due aiutanti di campo, galoppavano,
    lungo  il  pendio  della  collina,  ai  piedi  della  quale  avanzava,
    nettamente  visibile,  una  breve colonna nemica per un rinforzo della
    linea.  Il fumo della cannonata non si era ancora dissipato quando  ne
    apparve  un  secondo  e si ud un'altra detonazione.  La battaglia era
    incominciata.  Il principe Andrj volt il cavallo e part al  galoppo
    verso Grunt, in cerca del principe Bagratin. Alle sue spalle udiva il
    cannoneggiamento   farsi   via  via  pi  frequente  e  pi  rumoroso.
    Evidentemente i nostri cominciavano a rispondere. In basso,  nel punto
    in cui erano passati i parlamentari, echeggiarono colpi di fucile.
    Lemairrois (76),  latore della dura lettera di Bonaparte, aveva appena
    raggiunto Murat il quale,  mortificato e desideroso  di  rimediare  al
    proprio  errore,  aveva  subito dato ordine alle sue truppe di muovere
    verso il centro e aveva iniziato l'aggiramento  dei  due  fianchi  dei
    Russi  sperando  di  annientare,  prima  che  annottasse e ancor prima
    dell'arrivo  dell'imperatore,   il  piccolo  distaccamento  che  aveva
    davanti a s.
    Ci  siamo!  La battaglia  incominciata!,  pens il principe Andrj,
    sentendo il sangue affluirgli pi rapido al cuore.  Ma  dove  e  come
    potr trovare la mia Tolone (77)?.
    Nel  ripassare  davanti  a  quelle compagnie che un quarto d'ora prima
    mangiavano la "kascia" e bevevano vodka,  vedeva  ovunque  gli  stessi
    rapidi movimenti degli uomini che si allineavano e mettevano in ordine
    i  fucili  e  sul  viso  di  tutti  ritrovava  quello  stesso senso di
    animazione che riempiva il suo cuore.  Ci siamo!  E' cominciata!  Una
    cosa terribile e allegra insieme!,  diceva il volto di ogni ufficiale
    e di ogni soldato.
    Ancor prima di giungere ai lavori di fortificazione,  vide nella  luce
    crepuscolare  della  nuvolosa  giornata autunnale alcuni cavalieri che
    gli venivano incontro.  Quello in testa,  in "burka" (78)  e  berretto
    caucasico,  che montava un cavallo bianco,  era il principe Bagratin.
    Il principe Andrj si ferm per aspettarlo.  Bagratin trattenne a sua
    volta  il cavallo e,  riconosciuto Bolkonskij,  lo salut con un cenno
    del capo,  continuando a guardare davanti a  s,  lontano,  mentre  il
    principe Andrj gli comunicava ci che aveva veduto.
    L'espressione  E'  cominciata!  Ci siamo! appariva persino sul volto
    bruno e deciso  del  principe  Bagratin,  dagli  occhi  semichiusi  e
    torbidi, come se non avesse dormito a sufficienza. Il principe Andrj,
    con  curiosit  inquieta,  guardava  fissamente quel viso immobile,  e
    avrebbe voluto sapere se quell'uomo in quel momento pensava e sentiva,
    e che cosa precisamente pensasse  e  sentisse.  C'  qualcosa  dietro
    quella faccia immobile?, si chiedeva il principe Andrj, guardandolo.
    Bagratin fece con il capo un cenno di approvazione alle parole di lui
    e  disse:  Sta  bene  con  un tono che pareva significasse che tutto
    quanto  era  avvenuto  e  gli  veniva  ora  comunicato   corrispondeva
    precisamente alle sue previsioni. Il principe Andrj, ansimante per la
    veloce galoppata,  parlava in fretta.  Bagratin pronunziava le parole
    con il suo accento orientale, particolarmente lento, come se ritenesse
    inutile affrettarsi. Tuttavia spinse al trotto il suo cavallo verso la
    batteria di Tuscin.  Il principe Andrj  si  un  agli  ufficiali  del
    sguito.  Dietro  al  principe  Bagratin cavalcavano un ufficiale del
    sguito,   l'aiutante  personale  del  principe  Zerkv,   l'ufficiale
    d'ordinanza, un ufficiale di stato maggiore di servizio che montava un
    bel  cavallo inglese,  e un funzionario civile,  un auditore che,  per
    curiosit,  aveva chiesto il permesso  di  assistere  alla  battaglia.
    L'auditore,  un  uomo  atticciato,  dalla  faccia grossa,  dal sorriso
    ingenuo  e  gioioso,   guardava  attorno  a  s  da  tutte  le  parti,
    sballottato  dal  suo  cavallo,  e  tra  gli ussari,  i cosacchi,  gli
    aiutanti di campo risaltava bizzarramente con il suo soprabito di pelo
    di cammello, su una sella da furiere.
    - Costui ha voglia di vedere  una  battaglia,    -    disse  Zerkv  a
    Bolkonskij, indicandogli l'auditore  -  ma ha gi mal di stomaco dalla
    paura...
    - Suvvia, smettetela!  -  rispose l'auditore con un sorriso raggiante,
    ingenuo  e  astuto insieme,  come se fosse lusingato di essere oggetto
    delle celie di Zerkv e come se si sforzasse di parere pi stupido  di
    quanto in realt non fosse.
    - "Trs drle,  mon monsieur prince" [79. Molto divertente, mio signor
    principe!]  -   disse  l'ufficiale  di  stato  maggiore  di  servizio.
    (Ricordava  che  in francese al titolo di "principe" viene aggiunto un
    particolare attributo, ma non riusciva pi a ricordare quale) (80).
    Intanto,  mentre si erano avvicinati alla batteria  di  Tuscin,  cadde
    davanti a loro una granata.
    - Cos' accaduto?  -  domand l'auditore con un ingenuo sorriso.
    - Una focaccia francese  -  rispose Zerkv.
    -  Ah,  e  con  queste,  dunque,  uccidono?  Che  orrore!   -  esclam
    l'auditore.
    E pareva che fosse fuori di s dal piacere.  Aveva  appena  finito  di
    parlare  quando si ud di nuovo,  improvvisamente,  un orribile sibilo
    che fin con un tonfo su qualcosa di liquido e sc...  sc...  sclip...
    il cosacco che cavalcava dietro l'auditore, un po' a destra, ruzzol a
    terra  con  il cavallo.  Zerkv e l'ufficiale di servizio si chinarono
    sulla sella e fecero girare i cavalli.  L'auditore si ferm davanti al
    cosacco e lo guard con curiosit,  attentamente. L'uomo era morto, il
    cavallo si dibatteva ancora.
    Il principe Bagratin si volse con aria accigliata e, resosi conto del
    motivo che aveva causato quella confusione,  guard subito altrove con
    indifferenza come se volesse dire: Ma mette conto occuparsi di simili
    sciocchezze?. Ferm il cavallo da provetto cavaliere, si chin un po'
    in  avanti  e  raddrizz  la  sciabola  che  gli si era impigliata nel
    mantello. Era una sciabola antica,  diversa da quelle che si portavano
    allora. Il principe Andrj si ricord di aver sentito dire che Suvorov
    aveva  regalato  la propria sciabola a Bagratin,  e quel ricordo,  in
    quel momento, gli fu particolarmente gradito.  Raggiunsero la batteria
    presso la quale aveva sostato Bolkonskij, quando osservava il campo di
    battaglia.
    -  Chi  comanda questa compagnia?   -  chiese il principe Bagratin al
    sottufficiale di guardia che stava presso i cannoni.
    Aveva fatto quella domanda,  ma in realt voleva chiedere: Voi,  qui,
    non avete un po' di paura?. Il sottufficiale cap.
    - Il capitano Tuscin, eccellenza  -  grid con voce allegra mettendosi
    sull'attenti,  un  artigliere dai capelli rossi e dalla faccia coperta
    di lentiggini.
    - Bene,  bene  -  disse Bagratin e,  facendo mentalmente dei calcoli,
    si spinse sino all'ultimo cannone della batteria.
    Mentre  egli si avvicinava part da quel cannone,  assordando lui e il
    sguito,  un colpo e nella nube di fumo che avvolse tutto a un  tratto
    il  pezzo,  si  scorsero  gli artiglieri che,  afferrandolo,  facevano
    grandi sforzi per rimetterlo a posto.  Il soldato numero  uno  alto  e
    dalle ampie spalle,  balz indietro a gambe larghe verso la ruota;  il
    numero due,  con mani tremanti,  introdusse la carica nella bocca.  Un
    ometto un po' curvo,  l'ufficiale Tuscin,  corse avanti,  incespicando
    nell'affusto e, senza vedere il generale,  si mise a guardare lontano,
    riparandosi gli occhi con la piccola mano.
    -  Aggiungi  ancora  due  linee  e la mira andr bene  -  grid con la
    esile vocetta alla quale si sforzava di  dare  una  baldanza  che  non
    concordava con la sua persona.   -  Il secondo!   -  strill.-  Fuori,
    Medvedev!
    Bagratin chiam l'ufficiale e Tuscin si avvicin al generale  con  un
    movimento timido e goffo e,  portando tre dita alla visiera salut non
    al modo con cui salutano i  militari,  ma  come  benedicono  i  preti.
    Bench   i   cannoni   di   Tuscin   fossero   destinati   a   sparare
    sull'avvallamento  sottostante,  egli  sparava  proiettili  contro  il
    villaggio  di  Schngraben  che  si scorgeva l di fronte e davanti al
    quale si movevano grandi masse di Francesi.
    Nessuno aveva ordinato a  Tuscin  contro  che  cosa  e  con  che  cosa
    sparare,   ma  egli,  consigliatosi  con  il  suo  sergente  maggiore,
    Zacharcenko,  che teneva in grande considerazione,  aveva  deciso  che
    sarebbe stato utile incendiare il villaggio.
    -  Sta bene!   -  approv Bagratin,  dopo avere ascoltato il rapporto
    dell'ufficiale e prese a osservare il campo di battaglia  che  gli  si
    stendeva dinanzi, come intento a pensare qualcosa.
    I  Francesi  erano avanzati soprattutto dal lato destro.  Un po' sotto
    l'altura,  sulla quale stava il reggimento di Kiev,  nell'avvallamento
    del  fiume,  si  udiva  un  incessante rumore di fucilate che dava uno
    stringimento al cuore e,  molto pi  a  destra,  oltre  la  linea  dei
    dragoni,  l'ufficiale  del  sguito  indic al principe una colonna di
    Francesi che aggirava il fianco  russo.  A  sinistra  l'orizzonte  era
    limitato  dalla  foresta  vicina.  Il principe Bagratin ordin ai due
    battaglioni del centro di andare a rinforzare la  destra.  L'ufficiale
    del  sguito  os  far  osservare  al  principe che,  partiti quei due
    battaglioni,  le  batterie  sarebbero  rimaste  senza  copertura.   Il
    principe  Bagratin si volt verso l'ufficiale del sguito e lo guard
    in silenzio, con gli occhi torbidi.  Al principe Andrj l'osservazione
    dell'ufficiale  pareva  che fosse giusta e che su di essa non ci fosse
    da discutere.  Ma in quel momento stesso giunse al galoppo  l'aiutante
    di campo del comandante del reggimento che occupava l'avvallamento,  e
    annunzi che ingenti forze francesi avanzavano nella pianura,  che  il
    reggimento  era  disperso  e ripiegava verso i granatieri di Kiev.  Il
    principe  Bagratin  chin  il  capo  in  segno  di  consenso   e   di
    approvazione.  Tenendo il cavallo al passo, mosse verso destra e mand
    il suo aiutante di campo dai  dragoni  con  l'ordine  di  attaccare  i
    Francesi.  L'inviato  torn  dopo  mezz'ora  con  la  notizia  che  il
    comandante del reggimento  dei  dragoni  aveva  gi  ritirati  i  suoi
    battaglioni  di  l  dal  burrone,   giacch  un  terribile  fuoco  di
    artiglieria diretto contro di essi gli cagionava  inutili  perdite  di
    uomini  e perci aveva appiedato i tiratori,  facendoli nascondere nel
    bosco.
    - Sta bene!  -  disse Bagratin.
    Mentre egli si allontanava dalla batteria si sent  sparare  anche  da
    sinistra,  nel  bosco,  e  poich la distanza era troppo grande perch
    egli potesse giungere a tempo,  di persona,  il principe Bagratin  vi
    mand  Zerkv a dire al generale in capo,  quello stesso che a Braunau
    aveva presentato il proprio reggimento a  Kutuzv,  di  indietreggiare
    oltre  il  burrone  il  pi  presto  possibile,  giacch  l'ala destra
    probabilmente non sarebbe stata in grado  di  trattenere  a  lungo  il
    nemico.  E si dimentic di Tuscin e del battaglione che avrebbe dovuto
    proteggerlo.  Il principe Andrj  ascoltava  con  molta  attenzione  i
    discorsi  di Bagratin con i comandanti e gli ordini che egli dava,  e
    con vivo stupore si rendeva conto che in realt non si davano  ordini,
    ma  che  il  principe  Bagratin cercava soltanto di fare apparire che
    tutto ci che si faceva per necessit,  per caso,  per iniziativa  dei
    singoli  comandanti,  fosse  fatto,  se non per ordine suo,  almeno in
    concordanza con le sue intenzioni.  E il principe  Andrj  not  anche
    che,  grazie  al tatto dimostrato da Bagratin nonostante la casualit
    degli  avvenimenti  e  l'indipendenza  di  essi  dalla   volont   del
    comandante,  la  presenza  di lui aveva una grandissima importanza.  I
    comandanti che si avvicinavano a Bagratin con  il  volto  sfatto,  si
    rasserenavano;  i  soldati e gli ufficiali lo salutavano allegramente,
    si  rianimavano  in  sua  presenza  ed  era  evidente  che  davanti  a
    quell'uomo cercavano di mettere in mostra il loro valore.


    CAPITOLO 18.

    Giunto  al  punto  culminante  della  nostra  ala destra,  il principe
    Bagratin cominci a scendere verso  quella  parte  da  cui  si  udiva
    giungere un tambureggiare di fucileria e dove, a causa del denso fumo,
    non  si  vedeva  nulla.  Quanto  pi  il  principe  e  il  sguito  si
    avvicinavano all'avvallamento,  tanto meno si vedeva,  ma  si  sentiva
    sempre  pi  prossimo  il  vero  campo  di  battaglia.  Cominciarono a
    incontrare dei feriti. Uno, con la testa sanguinante,  senza berretto,
    era  trascinato  e sorretto da due soldati.  Rantolava e vomitava.  Un
    proiettile doveva averlo colpito alla bocca  e  alla  gola.  Un  altro
    ferito  che  veniva  loro  incontro camminava coraggiosamente da solo,
    senza fucile, gridando forte e agitando il braccio per il dolore della
    ferita recente dalla quale il sangue sgorgava come da  una  bottiglia,
    scorrendogli  sul  cappotto.  L'espressione del viso era pi atterrita
    che sofferente: era stato colpito un  minuto  prima.  Attraversata  la
    strada, gli ufficiali cominciarono a scendere lungo un pendio scosceso
    e  sul  declivio  videro  alcuni uomini stesi a terra;  poi venne loro
    incontro una frotta di soldati,  alcuni dei quali  non  erano  feriti.
    Quegli  uomini,  respirando  a  stento,  salivano  su  per la china e,
    nonostante la presenza del generale,  gesticolavano parlando  ad  alta
    voce.  Pi innanzi,  in mezzo al fumo si intravedevano gi le file dei
    cappotti grigi, e un ufficiale, scorto il principe Bagratin,  si mise
    a  correre  dietro  ai  soldati  che se ne andavano,  gridando loro di
    tornare indietro. Bagratin si avvicin alle file lungo le quali,  ora
    qua  ora l,  crepitavano numerose fucilate che impedivano di udire le
    parole e le grida di comando.  L'aria era impregnata  del  fumo  della
    polvere, le facce dei soldati annerite apparivano animatissime. Alcuni
    pulivano i fucili con le bacchette, altri versavano polvere nel focone
    o estraevano cartucce dalle giberne, altri ancora sparavano. Ma contro
    chi sparavano?  Non era possibile vederlo, a causa del fumo stagnante,
    che il vento non disperdeva.  Si udivano abbastanza  spesso  i  rumori
    piacevoli di un ronzio e di un fischio.
    Che  mai questo?,  pens il principe Andrj, avvicinandosi a quella
    folla di soldati.  Non pu essere una linea giacch sono in  mucchio,
    non  pu  trattarsi di un attacco giacch non si muovono e non mi pare
    sia un quadrato giacch non sono disposti come dovrebbero....
    Il  colonnello  comandante  del  reggimento,   un  vecchietto   magro,
    dall'aspetto  debole,  con  un sorriso simpatico e con le palpebre che
    gli coprivano pi che a met gli occhi senili conferendogli una  dolce
    espressione,  si  accost  al  principe Bagratin e lo accolse come un
    padrone di casa accoglie un ospite che gli  caro.  Rifer al principe
    che i Francesi avevano sferrato un attacco di cavalleria contro il suo
    reggimento  e  che,  nonostante  l'attacco  fosse  stato respinto,  il
    reggimento aveva perduto pi della met dei suoi uomini. Il comandante
    parl di  attacco  respinto,  inventando  quel  termine  militare  per
    significare ci che era accaduto al suo reggimento ma, in realt, egli
    stesso  ignorava  ci  che era successo alle sue truppe durante quella
    mezz'ora e non poteva dire  con  certezza  se  l'attacco  fosse  stato
    respinto realmente o se il reggimento fosse stato sbaragliato.  Sapeva
    soltanto che all'inizio dell'azione molte pallottole e granate avevano
    investito le sue truppe e ucciso molti uomini;  che poi qualcuno aveva
    gridato:  La  cavalleria!  e  i nostri si erano messi a sparare.  Ma
    avevano sparato sino a quel momento non sulla cavalleria  che  si  era
    allontanata, ma sui fanti francesi che erano apparsi nell'avvallamento
    e  tiravano  sui nostri.  Il principe Bagratin chin il capo come per
    indicare che tutto era avvenuto proprio secondo i suoi desideri  e  le
    sue previsioni.  Poi,  rivoltosi all'aiutante di campo,  gli ordin di
    far discendere  dall'altura  due  battaglioni  del  sesto  cacciatori,
    davanti  ai  quali  erano  passati  poco  prima.  In  quell'istante il
    principe Andrj fu colpito dal  cambiamento  avvenuto  sul  volto  che
    esprimeva  ora  la decisione concentrata e felice dell'uomo che in una
    giornata di grande calura  si  accinge  a  prendere  la  rincorsa  per
    buttarsi nell'acqua fresca. Gli occhi non erano pi vaghi e assonnati,
    n  l'aspetto era quello di chi si finge profondamente assorto: quegli
    occhi rotondi erano adesso animati e duri,  occhi  di  sparviero,  che
    guardavano diritto innanzi a s, con entusiasmo e insieme con un certo
    disprezzo,  senza  evidentemente  posarsi  su  nulla  in  particolare,
    sebbene nei suoi gesti sussistesse  tuttora  la  lentezza  metodica  e
    misurata di prima.
    Il  colonnello  comandante  scongiur il principe Bagratin di tornare
    indietro, allontanandosi da quella localit troppo pericolosa.
    - Ve ne supplico, eccellenza, per amor di Dio!  -  diceva e,  come per
    cercare aiuto, guardava l'ufficiale del sguito che voltava le spalle.
    -  Ecco, guardate!
    E  accennava  ai  proiettili  che  senza posa sibilavano,  ronzavano e
    fischiavano attorno a loro.  Parlava con il tono  di  preghiera  e  di
    rimprovero  con  cui  parlerebbe un falegname al signore che avesse in
    mano la scure: Noi ci siamo abituati,  ma a voi verranno i calli alle
    mani!.  Parlava come se quei proiettili non potessero colpire lui, ma
    solo il principe;  e quegli  occhi  semichiusi  conferivano  alle  sue
    parole  un'espressione  ancora  pi  persuasiva.  L'ufficiale di stato
    maggiore un finalmente a quelle del colonnello le sue esortazioni, ma
    il principe Bagratin non rispose;  ordin soltanto di far cessare  il
    fuoco  e  di schierarsi in modo da far posto ai due battaglioni che si
    avvicinavano.  Mentre egli parlava,  la cortina di fumo che nascondeva
    l'avvallamento, come mossa da una mano invisibile, fu spinta da destra
    a  sinistra dal vento che aveva preso a soffiare e,  tutto a un tratto
    si apr dinanzi a loro la visuale dell'altura opposta sulla  quale  si
    movevano i Francesi. Gli occhi di tutti si fissarono involontariamente
    su  questa  colonna  nemica  che,  snodandosi  gi per i declivi della
    montagna,  avanzava verso di loro.  Gi si distinguevano i berretti di
    pelliccia dei soldati;  gi si potevano discernere gli ufficiali dagli
    uomini di truppa e  gi  appariva  la  bandiera  che  sbatteva  contro
    l'asta.
    - Marciano bene!  -  osserv qualcuno del sguito di Bagratin.
    La testa della colonna aveva gi raggiunto l'avvallamento.  Lo scontro
    doveva aver luogo da quella parte del pendio...
    I resti del nostro  reggimento,  gi  impegnato  nella  battaglia,  si
    scostavano verso destra,  riordinandosi; dietro di loro, disperdendo i
    ritardatari,   avanzavano  in  ordine  i  due  battaglioni  del  sesto
    cacciatori.  Non erano ancora giunti dove si trovava Bagratin, ma gi
    si udiva il passo cadenzato e pesante di quella massa di  uomini.  Sul
    fianco  sinistro,  vicino  pi  degli altri a Bagratin,  camminava un
    comandante  di  compagnia,   un  uomo  robusto,   con   viso   rotondo
    dall'espressione  sciocca e lieta,  quello stesso che era uscito dalla
    capannuccia.  E si vedeva che in quel momento non pensava ad altro che
    a passare con aria baldanzosa e marziale davanti ai suoi superiori.
    Con  espressione  soddisfatta  di  s,  camminava  leggero sulle gambe
    muscolose come se galleggiasse,  drizzandosi senza il minimo sforzo  e
    distinguendosi,  per  questa  sua  leggerezza,  dal  passo pesante dei
    soldati,  che misuravano il proprio a quello di lui.  Portava lungo la
    gamba  la sciabola sguainata,  lunga e sottile (una sciabolina ricurva
    che non pareva neppure un'arma) e,  ora  guardando  i  superiori,  ora
    dietro  di  s,  si voltava con la persona vigorosa e flessibile senza
    mai perdere il passo.  Pareva che tutte le forze del suo animo fossero
    tese all'unico scopo di passare nel modo migliore possibile davanti ai
    superiori  e,  rendendosi  conto di riuscire nell'intento,  si sentiva
    felice. Sinistr... sinistr... sinistr...,  pareva dire tra s a ogni
    passo e,  regolandosi su quella cadenza, avanzava il muro dei soldati,
    ognuno con un'espressione di severit diversa,  sotto  il  peso  dello
    zaino  e  del  fucile,  come se ciascuno di quella centinaia di uomini
    ripetesse   mentalmente   a   ogni   passo:   Sinistr...   sinistr...
    sinistr....
    Un maggiore grasso, ansimando e perdendo il passo, girava attorno a un
    cespuglio della strada: un soldato ritardatario, con il fiato grosso e
    il  viso  spaventato per la sua colpevolezza,  raggiungeva di corsa la
    compagnia;  un proiettile squarciando l'aria,  pass al di sopra della
    testa   del  principe  Bagratin  e  del  sguito  e,   sulla  cadenza
    sinistr... sinistr..., colp la colonna.
    - Serrate le file!   -    rison  forte  la  voce  del  comandante  di
    compagnia.
    I soldati,  facendo arco, girarono attorno a qualche cosa nel punto in
    cui era caduto il proiettile,  e un  vecchio  sottufficiale  decorato,
    dopo essersi fermato un momento presso i caduti,  raggiunse la propria
    fila,   con  un  saltello  cambi  piede  e  si  rimise   a   marciare
    regolarmente,   guardando  attorno  con  aria  irritata.   Sinistr...
    sinistr...  sinistr... pareva risonare in quel silenzio minaccioso  e
    nel rumore monotono dei piedi che battevano il terreno.
    - Bravi ragazzi!  -  disse il principe Bagratin.
    - Contenti...  ooh...  ooh!  -  tuon nelle file la risposta d'uso. Un
    soldato dal viso arcigno,  che camminava a  sinistra,  si  volt,  nel
    gridare,  verso  Bagratin  con un'espressione che voleva significare:
    Lo sappiamo da noi...;  un altro,  senza voltarsi,  quasi temesse di
    distrarsi, spalanc la bocca, lanci il suo grido e prosegu.
    Fu dato l'ordine di fermarsi e di deporre gli zaini.
    Bagratin  percorse  a cavallo le file che gli erano passate davanti e
    poi scese di sella.  Diede le briglie al suo cosacco,  si lev  e  gli
    consegn la "burka", si sgranch le gambe e si aggiust il berretto.
    La colonna francese, ufficiali in testa, apparve sotto l'altura.
    -  Con l'aiuto di Dio!   -  esclam Bagratin con voce forte e chiara;
    poi si volt verso il fronte dello schieramento e,  facendo  dondolare
    leggermente   le  braccia,   con  il  passo  goffo  e  impacciato  del
    cavallerizzo,  avanz sul terreno  ineguale,  su  cui  pareva  facesse
    fatica  a  camminare.  Il principe Andrj sentiva che una invincibile,
    ignota forza lo spingeva avanti e ne prov una gioia profonda (81).
    Ormai i Francesi erano vicinissimi;  ormai  il  principe  Andrj,  che
    camminava  accanto  a  Bagratin,  distingueva chiaramente le spalline
    rosse, le sciarpe e persino i visi dei Francesi. (Vedeva benissimo tra
    gli altri,  un vecchio ufficiale francese che con  i  piedi  volti  in
    fuori,   coperti   dalle   ghette,   saliva  faticosamente  la  china,
    afferrandosi ai cespugli).  Il  principe  Bagratin  non  diede  altri
    ordini e,  muto,  continu a camminare davanti alle file. A un tratto,
    in mezzo ai Francesi,  scoppi una granata,  poi  una  seconda  e  una
    terza... diffondendo fumo tra le scomposte file nemiche, e crepitarono
    gli spari. Alcuni dei nostri caddero, tra cui l'ufficiale dalla faccia
    rotonda  che  poco  prima  marciava  con  tanto  zelo  baldanzoso.  Ma
    nell'istante in cui si ud il primo sparo, Bagratin si guard attorno
    e grid:
    - Urr!
    - Urr---!   -  gli rispose un lungo urlo  che  percorse  tutta  la
    linea  russa  e,  oltrepassando  il principe Bagratin e sorpassandosi
    l'un l'altro, i nostri soldati,  in folla confusa ma allegri e vivaci,
    corsero verso la montagna, inseguendo le sbaragliate truppe francesi.


    CAPITOLO 19.

    L'attacco del sesto cacciatori assicur la ritirata dell'ala sinistra.
    Al  centro,  l'azione  della  dimenticata  batteria  di Tuscin che era
    riuscita a incendiare Schngraben,  aveva arrestato il  movimento  dei
    Francesi  i  quali,  occupati  a  spegnere  l'incendio,  che  il vento
    propagava,  diede ai Russi il tempo  di  ritirarsi.  La  ritirata  del
    centro,  attraverso il burrone,  avveniva frettolosamente e con grande
    rumore, tuttavia le truppe, ritirandosi,  non confondevano i reciproci
    comandi. Ma l'ala sinistra, che era stata contemporaneamente attaccata
    e  accerchiata  da preponderanti forze francesi al comando di Lannes e
    che era composta dai reggimenti dei fanti di Azv e di Podlja e dagli
    ussari  di  Pvlograd,  era  in  rotta.  Bagratin  mand  Zerkv  dal
    comandante dell'ala sinistra con l'ordine di effettuare immediatamente
    la ritirata anche da quella parte.
    Zerkv,  senza  togliere  la  mano dalla visiera,  spron il cavallo e
    part al galoppo,  ma poco dopo essersi allontanato da  Bagratin,  le
    forze lo tradirono.  Fu preso da una invincibile paura, che gli imped
    di recarsi dove esisteva il pericolo.
    Arrivato in vicinanza delle truppe dell'ala sinistra,  egli corse  non
    dove si combatteva, ma si mise a cercare il generale e i comandanti l
    dove  non  potevano  essere,  e  cos  non  fu in grado di trasmettere
    l'ordine.
    Il comando dell'ala sinistra apparteneva per diritto di  anzianit  al
    comandante  di  quel  reggimento  che  nei pressi di Braunau era stato
    passato in rivista da Kutuzv e  nel  quale  prestava  servizio,  come
    semplice  soldato,   Dlochov.  Invece  il  comando  dell'estrema  ala
    sinistra  era  stato  assegnato  al  comandante  del   reggimento   di
    Pvlograd,  al  quale  apparteneva  Rostv;  e  in  conseguenza di ci
    avvenne un equivoco.  I due capi erano molto ostili l'uno all'altro e,
    mentre  sul  fianco  destro l'azione gi da un pezzo era impegnata e i
    Francesi incominciavano  a  ritirarsi,  quei  due  erano  occupati  in
    discussioni  che non avevano altro scopo se non quello di offendersi a
    vicenda.  Quanto ai reggimenti,  poi,  sia quello  di  cavalleria  sia
    quello  di  fanteria,  non  erano  affatto  preparati al combattimento
    imminente.   Gli  uomini,   dall'ultimo  soldato  al   generale,   non
    aspettavano  la  battaglia  e  in  tutta tranquillit attendevano alle
    occupazioni di ogni giorno:  i  soldati  di  cavalleria  a  nutrire  i
    cavalli, quelli di fanteria a raccogliere legna.
    -  Se  lui ha un'anzianit di grado superiore alla mia,   -  diceva il
    colonnello tedesco degli ussari,  facendosi rosso e  volgendosi  a  un
    aiutante  di  campo    -   faccia pure quello che vuole.  Io non posso
    sacrificare i miei uomini. Trombettiere! Suona la ritirata!
    Ma l'urgenza di agire si imponeva. Il cannoneggiamento e la fucileria,
    confondendosi, tuonavano a destra e nel centro,  e i cappotti francesi
    dei  tiratori  di  Lannes  gi  attraversavano la diga del mulino e si
    allineavano  dall'altra  parte,  distante  due  tiri  di  fucile.   Il
    colonnello del reggimento di fanteria con la sua andatura scattante si
    avvicin  al  cavallo,  mont  in  sella  e,  ergendo  il corpo il pi
    possibile,  and dal comandante del reggimento  di  Pvlograd.  I  due
    comandanti si scambiarono un cordiale saluto, ma con il cuore colmo di
    ira trattenuta.
    -  Vi ripeto,  colonnello,   -  diceva il generale  -  che proprio non
    posso lasciare met dei miei uomini nel bosco.  Vi prego  pertanto  di
    occupare la posizione e di prepararvi all'attacco  ripet.
    - E io vi prego di non immischiarvi nei fatti che non vi riguardano  -
    rispose il colonnello, esasperato.  -  Se foste di cavalleria...
    - Non sono di cavalleria,  colonnello,  ma un generale russo e, se non
    lo sapete...
    - So benissimo,  eccellenza!   -  grid a  un  tratto  il  colonnello,
    cacciando  avanti  il  cavallo  e  facendosi  molto rosso in viso.   -
    Vogliate compiacervi di ispezionare la linea: e  vi  convincerete  che
    questa posizione non vale nulla.  Io non voglio far distruggere il mio
    reggimento per farvi piacere.
    - Voi passate i limiti,  colonnello.  Qui non si tratta affatto di far
    piacere a me, e non vi permetto di dire cose simili.
    Il generale, accettando l'invito del colonnello a una gara di bravura,
    aggrottando  il viso e raddrizzandosi sulla persona,  si avvi con lui
    in direzione della linea come se tutti i  loro  dissidi  stessero  per
    essere risolti laggi,  agli avamposti,  sotto il tiro dei proiettili.
    Non appena vi furono giunti,  alcune  pallottole  passarono  sibilando
    sulle  loro  teste,  ed essi si fermarono in silenzio.  Alla linea non
    c'era nulla da vedere,  giacch anche dal luogo dove si trovavano poco
    prima era evidente che la cavalleria non avrebbe potuto agire in mezzo
    ai  cespugli  e  alle  forre  e che i Francesi stavano aggirando l'ala
    sinistra. Il generale e il colonnello si guardavano a vicenda con aria
    severa e significativa, simili a due galletti pronti al combattimento,
    aspettando inutilmente l'uno dall'altro  un  segno  di  vigliaccheria.
    Entrambi  ressero alla prova.  Poich non c'era nulla da dire e poich
    nessuno dei due voleva fornire all'avversario un  pretesto  all'accusa
    di  essersi  per  primo sottratto al fuoco,  sarebbero rimasti a lungo
    cos,  a dimostrarsi reciprocamente  il  loro  coraggio,  se  in  quel
    momento  nel  bosco,  quasi alle loro spalle,  non si fossero uditi un
    crepitio di fucileria e sorde grida confuse...  I  Francesi  si  erano
    scagliati  contro  i  soldati  che raccoglievano la legna.  Gli ussari
    ormai non potevano pi indietreggiare con i fanti: la linea  francese,
    a sinistra,  tagliava loro la ritirata. Adesso bench il terreno fosse
    tutt'altro che propizio,  era indispensabile attaccare per aprirsi  un
    passaggio.
    Lo squadrone,  cui apparteneva Rostv,  il quale aveva avuto appena il
    tempo di montare a cavallo,  era fermo di fronte al nemico.  Di nuovo,
    come  gi  al ponte dell'Enns,  tra lo squadrone e il nemico non c'era
    nessuno;  li divideva soltanto la terribile linea  dell'ignoto  e  del
    terrore,  simile a quella che separa i vivi dai morti. Tutti i soldati
    ne  sentivano  la  presenza  e  ognuno  si  chiedeva   emozionato   se
    l'avrebbero superata o no.
    Il colonnello avanz sul fronte della linea,  irritato,  rispose in un
    modo  purchessia  alle  domande  degli  ufficiali  e,   come  un  uomo
    disperatamente  deciso  a  far  valere  la  propria volont,  diede un
    ordine.  Nessuno aveva detto nulla di preciso,  ma gi nello squadrone
    circolava  la  voce  dell'attacco  imminente.  Echeggi  il comando di
    allinearsi e sibilarono le  sciabole  tratte  dal  fodero.  Ma  ancora
    nessuno  si  moveva.  Le  truppe  dell'ala  sinistra,  fanti e ussari,
    sentivano  che  neppure  i  loro  capi  sapevano  che  cosa   fare   e
    l'indecisione dei capi si comunicava alla truppa.
    Fosse presto,  presto, pensava Rostv, sentendo che stava finalmente
    per giungere il momento di provare l'entusiasmo dell'attacco del quale
    gli avevano tanto parlato i suoi compagni ussari.
    - Con l'aiuto di Dio,  ragazzi!   -  rison la voce di Denissov.  - Al
    trotto, "marche"!
    Nella  prima  fila le groppe dei cavalli ondeggiarono.  Gracik tese le
    redini e si avvi con slancio.
    A destra,  Rostv vedeva le prime file dei suoi ussari e pi  lontano,
    in avanti,  una striscia scura che non riusciva a definire bene ma che
    ritenne fosse il nemico. Si udivano in lontananza colpi di fucile.
    - Accelerate il trotto!   -  rison il comando,  e Rostv sent il suo
    Gracik  abbassare la groppa e mettersi al galoppo.  Egli ne indovinava
    in anticipo i movimenti e diventava via via pi allegro.  Not davanti
    a s un albero isolato. Dapprima quell'albero gli stava davanti a met
    di  quella striscia scura,  che gli pareva cos terrificante,  ma ecco
    che quella linea era ormai sorpassata e,  non solo non vi era l nulla
    di terrificante, ma tutto si faceva pi vivace e pi gaio. Oh, quanti
    fendenti, pensava Rostv, stringendo l'elsa della sciabola.
    - Urr--!  -  gridavano voci da ogni parte.
    Se mi capita ora qualcuno a tiro...,  si diceva Rostv, ed eccitando
    con gli speroni Gracik super gli altri,  lanciando l'animale a  tutta
    corsa.  Gi  si  distingueva  il  nemico.  A un tratto lo squadrone fu
    spazzato  come  da  un'immensa  scopa.   Rostv   alz   la   sciabola
    preparandosi  a  menar  fendenti,   ma  in  quel  momento  il  soldato
    Niktenko,  che gli galoppava davanti,  scomparve dal suo campo visivo
    ed  egli  ebbe,  come  in  un  sogno,  la  sensazione  di continuare a
    galoppare in avanti con una velocit incredibile,  eppure stava  fermo
    sempre  nello  stesso  posto.  Alle sue spalle sopraggiunse al galoppo
    Bondarck,  un ussaro che conosceva,  gli piomb quasi  addosso  e  lo
    guard con ira. Il cavallo di Bondarck s'impenn, poi pass oltre.
    Che succede?  Perch non vado avanti?  Sono caduto!  Sono morto?, si
    domand e si rispose in un attimo Rostv.  Era ormai solo in mezzo  al
    campo.  Invece  dei  cavalli  galoppanti e delle schiere degli ussari,
    vedeva attorno la terra immobile e le stoppie della pianura.  Sotto di
    s  sentiva  il  tepore del sangue.  No,  sono soltanto ferito...  Il
    cavallo  morto. Gracik tent di sollevarsi sulle zampe anteriori, ma
    ricadde subito pesando sulle gambe del suo cavaliere.  Dalla testa  di
    Gracik fluiva copioso il sangue. L'animale si dibatteva e non riusciva
    a drizzarsi.  Rostv volle alzarsi in piedi,  ma anch'egli ricadde: la
    sciabola si era impigliata nella sella.  Non sapeva pi dove fossero i
    nostri e dove i Francesi. Attorno non si vedeva nessuno.
    Riusc  infine a liberare le gambe e si alz.  Dove,  da che parte si
    trova ora quella linea che separava cos nettamente i due  eserciti?,
    si chiedeva,  senza poter rispondere. Che mi sia accaduto qualcosa di
    brutto? Accadono davvero simili casi e allora che cosa bisogna fare?,
    si chiese, rizzandosi in piedi;  in quel momento sent che qualcosa di
    inutile gli pendeva dal braccio sinistro intorpidito.  Era la mano che
    non  gli  pareva  pi  sua.  La  guard  con  attenzione,   cercandovi
    accuratamente il sangue. Ecco, viene gente, pens con gioia, vedendo
    alcuni soldati che correvano verso di lui.  Essi mi aiuteranno!.  Li
    precedeva un uomo con la testa coperta da  uno  strano  berretto,  che
    indossava  un cappotto azzurro,  con la faccia nera,  abbronzata,  dal
    naso adunco. Due altri, molti altri,  lo seguivano.  Uno di loro disse
    qualcosa di strano non in russo.  Fra quelli che seguivano,  simili al
    primo,  con lo stesso berretto in testa,  vi era un ussaro  russo.  Lo
    tenevano per le braccia! Dietro di lui veniva il suo cavallo, condotto
    per la briglia.
    Certo  un nostro prigioniero...  S...  Possibile che prendano anche
    me? E chi sono costoro?,  si chiedeva Rostv,  non credendo ai propri
    occhi.  Possibile che siano Francesi?.  Egli guardava i Francesi che
    si avvicinavano e, sebbene un secondo prima galoppasse per assalirli e
    sbaragliarli,  la loro vicinanza gli pareva ora talmente  orribile  da
    non poter credere ai propri occhi.  Chi sono? Perch corrono? Vengono
    contro di me?  E perch?  Per uccidermi?  Per uccidere  me  cui  tutti
    vogliono  tanto bene?.  E si ricord dell'affetto che per lui avevano
    la madre, la famiglia, gli amici, e gli parve impossibile che i nemici
    avessero l'intenzione di ucciderlo. Eppure potrebbero farlo!. Rimase
    in piedi per pi di dieci secondi,  senza muoversi e senza comprendere
    la  situazione in cui si trovava.  Il primo francese,  quello dal naso
    aquilino,  gli era gi cos vicino che  ormai  ne  poteva  distinguere
    l'espressione;  e  la  fisionomia accesa ed estranea di quell'uomo che
    avanzava correndo agilmente verso di lui,  trattenendo il fiato e  con
    la baionetta inastata,  spavent Rostv.  Egli estrasse la pistola ma,
    anzich sparare, la scagli contro il francese e poi,  imponendosi uno
    sforzo sovrumano,  fugg verso i cespugli.  Non correva pi,  ora, con
    quella sensazione di dubbio e di lotta che  aveva  provato  camminando
    sul ponte dell'Enns, ma piuttosto con quella della lepre che sfugge ai
    cani.  Un solo,  unico senso di indicibile paura per la sua giovinezza
    felice lo dominava tutto! Saltando velocemente tra i solchi del campo,
    con quella stessa precipitazione con cui soleva giocare a rincorrersi,
    volgeva di tanto in tanto indietro il pallido,  giovane viso buono,  e
    un  brivido  di  orrore  gli  gelava  la  schiena.  No,   meglio non
    guardare, pens, ma,  dopo aver raggiunto i cespugli,  si gir ancora
    una volta.  I Francesi erano rimasti indietro; il primo di essi, anzi,
    proprio nel momento in cui egli guardava,  aveva mutato  la  corsa  in
    passo e, girandosi indietro, gridava forte qualcosa al compagno che lo
    seguiva.  Rostv si ferm. No, non  cos... non  possibile che essi
    volessero uccidermi.  E frattanto sentiva che il braccio sinistro gli
    pesava  come  se reggesse un carico di due "pud" (82).  Non poteva pi
    correre. Il francese si ferm e prese la mira. Rostv chiuse gli occhi
    e si  chin.  Uno,  due  proiettili  gli  volarono  accanto  ronzando.
    Raccolte  le  ultime  forze,  si prese il braccio sinistro con la mano
    destra e corse sino ai cespugli.  Fra i cespugli  stavano  i  tiratori
    russi.


    CAPITOLO 20.

    I reggimenti di fanteria,  assaliti di sorpresa, uscivano di corsa dal
    bosco e le compagnie, mescolandosi le une con le altre,  scappavano in
    turbe  disordinate.  Un soldato atterrito aveva detto due parole senza
    senso,  terribili in guerra: Siamo  accerchiati!.  E  questa  frase,
    insieme con la paura, si era propagata tra le masse degli uomini.
    -  Accerchiati!  Tagliati  fuori!  Siamo  perduti!    -    gridavano i
    fuggiaschi.
    Il comandante del  reggimento,  nel  momento  stesso  in  cui  ud  le
    fucilate e le grida alle sue spalle,  cap che qualcosa di molto grave
    era accaduto al suo reggimento e il pensiero  che  lui,  un  ufficiale
    esemplare  che aveva prestato servizio per tanti anni,  che non si era
    mai macchiato della pi  lieve  colpa,  potesse  essere  accusato  dai
    superiori  di  negligenza  o  di mancanza di capacit,  lo colp a tal
    punto  che,  dimenticando  il  colonnello  di  cavalleria  che  faceva
    opposizione  e la propria dignit di generale,  ma dimenticando,  e in
    modo assoluto, il pericolo e l'istinto di conservazione,  tenendosi al
    pomo  della sella e spronando il cavallo,  si slanci al galoppo verso
    il reggimento,  sotto una pioggia di proiettili  che,  fortunatamente,
    passavano  tutti  al  di  sopra di lui.  Egli anelava a una cosa sola:
    sapere di che si trattava,  provvedere in qualsiasi  modo  a  riparare
    l'errore,  se  mai errore ci fosse stato da parte sua,  per non essere
    incolpato,  lui,  un ufficiale modello che da ventidue  anni  prestava
    servizio.
    Passato  felicemente  al galoppo in mezzo ai Francesi,  si avvicin al
    campo di battaglia, al di l del bosco attraverso il quale correvano i
    Russi che,  sordi a ogni comando,  scendevano precipitosi gi  per  la
    collina.  Era giunto quel momento di esitazione che decide della sorte
    di una battaglia: quella folla disordinata di soldati in fuga  avrebbe
    ascoltato  la  voce  del  loro  comandante  o,  dopo  avergli  rivolto
    un'occhiata,  sarebbe corsa oltre?  Nonostante il grido disperato  del
    comandante, prima cos terribile per i suoi soldati, nonostante la sua
    faccia congestionata e stravolta e il roteare della sua sciabola,  gli
    uomini continuavano a fuggire,  a gridare,  a sparare in  aria  e  non
    obbedivano pi ad alcun ordine.  L'esitazione spirituale che decide la
    sorte delle battaglie,  evidentemente si stava risolvendo dalla  parte
    della paura.
    Il  generale,  tossendo  per  il  continuo gridare e per il fumo della
    polvere, si ferm disperato. Tutto pareva perduto;  ma proprio in quel
    momento i Francesi,  che attaccavano i nostri,  improvvisamente, senza
    alcuna causa apparente,  fuggirono indietro e scomparvero dal  margine
    del  bosco,  mentre  dal folto sbucavano qua e l dei fucilieri russi.
    Era la compagnia di Timochin,  la sola che fosse rimasta in  ordine  e
    che,  nascostasi in un fosso, attaccava ora inaspettatamente i nemici.
    Timochin si slanci verso i Francesi con un urlo cos  selvaggio,  con
    un'audacia cos folle e una decisione cos ebbra,  tenendo in pugno la
    sciabola, che i Francesi, prima di aver avuto il tempo di riprendersi,
    gettarono le armi e si diedero alla  fuga.  Dlochov,  che  correva  a
    fianco  di Timochin,  uccise a bruciapelo un francese e fu il primo ad
    afferrare per il bavero un ufficiale costringendolo ad  arrendersi.  I
    fuggiaschi  allora  ritornarono,  le  compagnie  si  ricomposero  e  i
    Francesi,  che erano riusciti  a  dividere  in  due  parti  le  truppe
    dell'ala  sinistra,   furono  momentaneamente  respinti,  cosicch  le
    riserve poterono riunirsi e gli sbandati si fermarono.  Il  comandante
    del  reggimento  stava presso il ponte con il maggiore Ekonomov,  e le
    compagnie che avevano indietreggiato sfilavano davanti a  loro  quando
    ad un tratto un soldato gli si avvicin, si aggrapp alla sua staffa e
    gli  si appoggi quasi addosso.  Quel soldato indossava un cappotto di
    ordinario panno turchino,  non portava n zaino n  berretto;  la  sua
    testa  era  bendata  e  una giberna francese gli penzolava a tracolla.
    Teneva in pugno una sciabola, pure francese. Era pallidissimo,  i suoi
    occhi   azzurri   fissavano  arditamente  il  comandante  e  la  bocca
    sorrideva. Bench questi fosse occupato a impartire ordini al maggiore
    Ekonomov, non pot fare a meno di dar retta a quel soldato.
    - Eccellenza,  ecco due trofei !   -  esclam Dlochov,  mostrando  la
    sciabola  e  la  cartucciera  francese.    -   Ho fatto prigioniero un
    ufficiale... ho fermato una compagnia...   -  Dlochov ansimava per la
    stanchezza  e  parlava,  arrestandosi  di  tanto in tanto per pigliare
    fiato.   -    Tutta  la  compagnia  lo  pu  testimoniare.  Vi  prego,
    eccellenza, ricordatevene!
    -  Va  bene,  va  bene  -  rispose il comandante,  voltandosi di nuovo
    verso il maggiore Ekonomov.
    Ma Dlochov non si allontan;  sciolse il fazzoletto che gli  fasciava
    il capo e mostr la ferita sanguinante tra i capelli.
    -  Un  colpo di baionetta,  sono rimasto in prima fila.  Ricordatevene
    eccellenza!

    La batteria di Tuscin era stata dimenticata e soltanto alla fine della
    battaglia,  continuando a udire  un  cannoneggiamento  al  centro,  il
    principe Bagratin vi mand prima un ufficiale di stato maggiore e poi
    il principe Andrj con l'ordine di farla indietreggiare senza indugio.
    Le  truppe  di copertura che proteggevano i cannoni di Tuscin si erano
    gi allontanate per ordine di non si sa chi; ma la batteria continuava
    a sparare,  e non era stata presa dai Francesi solo perch  il  nemico
    non  poteva  supporre  l'audacia  di sparare con quattro cannoni senza
    alcuna difesa.  Anzi il tiro energico e insistente di quella  batteria
    faceva  supporre  al  nemico  che in quel punto fossero concentrate le
    principali forze russe;  per ben due volte aveva tentato di  attaccare
    quella posizione e per ben due volte era stato respinto dai proiettili
    di quei quattro cannoni isolati, posti su quell'altura.
    Ben presto,  dopo la partenza del principe Bagratin,  Tuscin riusc a
    incendiare Schngraben.
    - Uh, che confusione! Brucia! Guarda che fumo!  Bene!  bene' Che fumo!
    -  dicevano i serventi, pieni di ammirazione.
    Tutti i cannoni senza un ordine sparavano verso l'incendio.  Quasi per
    dargli pi forza i soldati a ogni sparo gridavano:  -    Bene!  Bravo!
    Ecco,  cos!    -    L'incendio,  propagato  dal  vento,  si estendeva
    rapidamente.  Le colonne francesi,  dopo essere arrivate al villaggio,
    si ritiravano;  ma come per vendicarsi di quell'insuccesso,  il nemico
    port, pi a destra del villaggio,  dieci cannoni e cominci a sparare
    contro Tuscin.
    Per  la  gioia infantile suscitata dall'incendio e dall'entusiasmo per
    il successo riportato contro i Francesi,  i nostri artiglieri  non  si
    accorsero  di  quella  batteria  se non quando prima due,  poi quattro
    proiettili vennero a cadere in  mezzo  ai  loro  pezzi:  uno  di  essi
    abbatt due cavalli, mentre un altro stroncava di netto una gamba a un
    soldato addetto ai cassoni.  Ma l'entusiasmo, una volta suscitato, non
    diminu; mut solamente direzione.  I cavalli uccisi furono sostituiti
    con quelli di un affusto di riserva,  i feriti trasportati altrove e i
    quattro pezzi rivolti contro la batteria francese  di  dieci  cannoni.
    L'ufficiale,   compagno   di  Tuscin,   era  stato  ucciso  all'inizio
    dell'azione;  nel  volgere  di  un'ora,  diciassette  serventi  furono
    colpiti,  ma  gli  artiglieri  erano  pur  sempre  allegri  e pieni di
    animazione.  Due volte i soldati di Tuscin avevano notato che a  breve
    distanza  sotto  di  loro  erano  comparsi  i  Francesi,  e  due volte
    spararono a mitraglia contro gli assalitori.
    Il piccolo uomo dai movimenti indecisi e goffi chiedeva di continuo al
    suo attendente "un po' di pipa per questo",  come  diceva  e,  facendo
    sprizzare  le  scintille,  correva avanti mentre riparandosi gli occhi
    con la piccola mano, osservava i Francesi.
    - Sbaragliateli,  ragazzi!   -  gridava,  ed egli stesso afferrava  le
    ruote del cannone e svitava le viti.
    Agitandosi in mezzo al fuoco, stordito dai colpi incessanti ognuno dei
    quali lo faceva sussultare, Tuscin, senza lasciare la pipa, correva da
    un  cannone  all'altro,  ora  contando le cariche,  ora aggiustando il
    tiro, ora facendo sostituire i cavalli uccisi o feriti,  e gridava con
    la sua voce sottile,  acuta e indecisa.  Il suo viso si animava sempre
    di pi.  Soltanto quando uno  dei  soldati  cadeva  ucciso  o  ferito,
    aggrottava le sopracciglia e, allontanandosi dalla vittima, strepitava
    contro  i  soldati  che,  come  al solito,  indugiavano a sollevare il
    ferito e a portar via il morto.  Quegli uomini,  per la maggior  parte
    dei  bei  giovani  come sempre in artiglieria (pi alti di due teste e
    due volte pi larghi di spalle del loro ufficiale),  simili a  bambini
    in   una  situazione  difficile,   guardavano  il  comandante,   e  la
    espressione del viso di lui si rifletteva fedelmente sui loro.
    A causa  di  quel  terribile  frastuono,  della  necessit  di  essere
    continuamente attento e attivo,  Tuscin non provava il minimo senso di
    paura,  e il pensiero di poter essere ucciso o ferito non gli  passava
    neppure  per  la  mente.  Anzi,  diventava  sempre  pi  animato e pi
    allegro.  Gli pareva che fosse passato gi molto tempo dal  minuto  in
    cui  aveva  visto  il  nemico  e aveva sparato il primo colpo e che il
    breve spazio del campo sul quale si trovava fosse un luogo a lui  noto
    e  familiare da chiss quanto.  Bench ricordasse tutto,  calcolasse e
    facesse quello che in una  condizione  come  la  sua  poteva  fare  il
    migliore  ufficiale,  egli  si  trovava  in  uno stato molto simile al
    delirio febbrile o all'ubriachezza.
    Dal rumore assordante prodotto dai suoi cannoni,  dal sibilo  e  dallo
    scoppio  delle  granate  nemiche,  dalla vista dei serventi ansimanti,
    trafelati e rossi in viso che si affaccendavano attorno ai  pezzi,  da
    quella  del  sangue  degli uomini e dei cavalli,  e delle nuvolette di
    fumo del nemico (dopo le  quali,  ogni  volta,  piombava  una  granata
    sbattendo in terra un uomo,  un cannone o un cavallo),  dalla vista di
    tutte queste cose insieme,  si muoveva nella sua testa una  specie  di
    mondo  fantastico che gli dava in quel momento piacere e gioia.  Nella
    sua immaginazione i cannoni nemici non erano cannoni,  ma  pipe  dalle
    quali un invisibile fumatore faceva uscire spirali di fumo.
    - Toh,  un'altra fumata  -  diceva Tuscin a mezza voce,  parlando a se
    stesso, mentre dalla collina dirimpetto si levava un pennacchio grigio
    che  il  vento,  spingendolo  verso  sinistra,  faceva  simile  a  una
    striscia.  -  Adesso bisogna aspettare la palla e mandarla indietro.
    - Che cosa comandate,  signor capitano?   -  chiedeva un sottufficiale
    che gli stava vicino, udendo mormorare qualche cosa.
    - Niente... una granata...  -  rispondeva.
    - Su, avanti la nostra "Matvevna"  -  borbottava tra s. La "Matvevna"
    nella sua immaginazione era il  pi  grosso  cannone  della  fila,  un
    cannone  di  vecchio modello.  I Francesi,  vicini ai loro pezzi,  gli
    parevano formiche. Il numero uno del secondo pezzo, bel giovane e gran
    bevitore,  era per lui lo zio.  Tuscin lo guardava pi spesso  degli
    altri  e si rallegrava a ogni suo gesto.  Il crepitio dei fucili,  che
    gi alle falde della collina ora s'indeboliva ora  cresceva,  era  per
    lui  il  respiro di qualcuno.  Con attenzione seguiva il crescere e il
    calare alterno di quei suoni.
    - Senti, ha respirato, ha respirato di nuovo  -  diceva.
    Immaginava se stesso come un uomo di statura gigantesca,  dalla  forza
    prodigiosa che, con ambo le mani, scagliava bombe contro i Francesi.
    -  Su,  Matvevna,  su,  cara,  non  ci  tradire!    -    stava dicendo
    allontanandosi dal pezzo quando, al di sopra della sua testa,  tuon a
    un tratto una strana voce sconosciuta.
    - Capitano Tuscin! Capitano!
    Si  volt,  spaventato.  Colui  che  lo  chiamava  era  quello  stesso
    ufficiale di stato maggiore che lo aveva scacciato da Grunt e che  ora
    gli gridava con voce ansimante:
    - Che fate?  Siete impazzito,  capitano?  Gi due volte avete ricevuto
    l'ordine di ritirarvi, e voi...
    Che cosa vogliono da me?,  pensava Tuscin,  guardando spaventato  il
    suo superiore.
    - Io... niente...  -  disse, portando due dita alla visiera.  -  Io...
    Ma il colonnello non fin di dire ci che voleva.  Una palla,  che gli
    pass vicinissima,  lo costrinse a chinarsi sul cavallo.  Tacque e non
    appena riapr bocca per dire ancora qualche cosa,  un altro proiettile
    lo interruppe. Allora volt il cavallo e galopp via.
    - Ritirarsi! Ritirarsi tutti!  -  grid di lontano.
    I soldati si misero a ridere.  Un momento dopo arriv un  aiutante  di
    campo con lo stesso ordine.
    Era il principe Andrj.  Arrivando presso i cannoni, la prima cosa che
    vide fu un cavallo staccato dall'affusto,  con una zampa spezzata  che
    nitriva  dal  dolore  accanto agli altri cavalli attaccati.  Il sangue
    colava dalla ferita come una  fontana.  Tra  gli  avantreni  giacevano
    parecchi  morti.  Un proiettile dietro l'altro gli passavano sibilando
    sopra la testa mentre si avvicinava,  ed egli sent un tremito nervoso
    percorrergli  la  schiena.  Ma  il solo pensiero di aver paura bast a
    ridargli coraggio.  Io non posso aver  paura,  pens,  e  lentamente
    scese  di sella in mezzo ai cannoni.  Trasmise l'ordine e rimase nella
    batteria.  Aveva deciso di assistere alla  ritirata  dei  pezzi  dalla
    posizione.  Insieme con Tuscin,  scavalcando i cadaveri e dando ordini
    sotto l'imperversare del fuoco dei Francesi,  provvide  a  ritirare  i
    cannoni.
    -  E' venuto poco fa un superiore,  ma si  affrettato ad andarsene al
    galoppo  -  disse un sottufficiale al principe Andrj.    -    Non  ha
    fatto come voi, eccellenza...
    Il principe Andrj non diceva nulla a Tuscin.  Erano talmente occupati
    entrambi che sembrava non si  vedessero  nemmeno.  Quando,  dopo  aver
    posto  sugli  avantreni  i  due soli cannoni rimasti intatti,  essi si
    misero per  il  declivio  (un  cannone  spezzato  e  un  obice  furono
    abbandonati), il principe Andrj si avvicin a Tuscin.
    - Arrivederci!  -  gli disse, tendendogli la mano.
    - Arrivederci,  caro  -  rispose Tuscin.  -  Arrivederci, anima buona,
    amico mio!   -  aggiunse,  mentre gli occhi,  chiss  perch,  gli  si
    riempivano di lacrime.


    CAPITOLO 21.

    Il  vento  si  era  calmato:  le  basse  nuvole nere sopra il campo di
    battaglia si confondevano all'orizzonte con il fumo della polvere.  Si
    era  fatto  buio  e  nell'oscurit tanto pi vivo spiccava il bagliore
    degli incendi. Il cannoneggiamento andava cessando,  ma continuava pi
    frequente  e  pi vicino il crepitio delle fucilate.  Appena Tuscin si
    allontan con i suoi cannoni,  passando attorno  o  sopra  ai  feriti,
    dalla zona battuta dal nemico e discese nell'avvallamento, gli vennero
    incontro  i  superiori  e  gli  aiutanti  di  campo  tra i quali anche
    l'ufficiale di stato maggiore e Zerkv,  che,  mandato due volte,  non
    era   mai   arrivato   alla   batteria   di  Tuscin.   Tutti  costoro,
    interrompendosi l'un l'altro, davano e trasmettevano ordini sul come e
    dove andare, e gli facevano osservazioni e rimproveri. Tuscin non dava
    ordini e taceva,  timoroso di parlare perch sentiva che a ogni parola
    sarebbe  scoppiato  a  piangere,  senza  sapere egli stesso perch,  e
    rimaneva indietro a cavallo del suo ronzino di artiglieria. Quantunque
    ci fosse stato l'ordine di abbandonare i  feriti,  molti  di  essi  si
    trascinavano  dietro  ai  resti della batteria e supplicavano di venir
    messi sui cannoni.  Quello stesso coraggioso ufficiale di fanteria che
    prima  della  battaglia  era  corso fuori dalla capannuccia di Tuscin,
    giaceva,  con una pallottola nel ventre,  sull'affusto della Matvevna.
    Ai piedi dell'altura un alfiere degli ussari, sorreggendosi un braccio
    con  l'altro,  si  avvicin  a Tuscin e chiese che lo facesse salire e
    sedere.
    - Capitano,  per amor di  Dio,  ho  un  braccio  contuso    -    disse
    timidamente.    -  Per amor di Dio,  non posso camminare,  per amor di
    Dio!
    Si vedeva che il giovane alfiere aveva gi chiesto pi volte di  farsi
    caricare  e  aveva  sempre  ricevuto  un  rifiuto.  Pregava  con  voce
    esitante, che suscitava piet.
    - Fatemi mettere su, per amor di Dio!
    - Fatelo salire,  fatelo salire!   -  esclam Tuscin.   -    Tu,  zio,
    distendigli sotto il tuo cappotto  -  disse al suo soldato prediletto.
    -  E l'ufficiale ferito dov'?
    - L'abbiamo scaricato: era morto  -  rispose qualcuno.
    - Salite e sedetevi,  caro, sedetevi. Stendigli sotto il tuo cappotto,
    Antonov.
    Quell'alfiere era Rostv.  Con  un  braccio  si  teneva  l'altro,  era
    pallido  e  un tremito febbrile gli agitava la mascella inferiore.  Lo
    posero sulla Matvevna,  su  quello  stesso  pezzo  dal  quale  avevano
    scaricato  l'ufficiale  morto.  Il  cappotto  ripiegato era intriso di
    sangue che imbratt i calzoni e le mani di Rostv.
    - Siete ferito, caro?  -  domand Tuscin,  avvicinandosi al cannone su
    cui era seduto Rostv.
    - No, sono contuso.
    - Ma perch c' del sangue sull'affusto?
    - E' dell'altro ufficiale,  eccellenza,  che ne ha perduto tanto...  -
    rispose  un  artigliere,  asciugando  il  sangue  con  la  manica  del
    cappotto, quasi scusandosi della poca pulizia del cannone.
    Trascinati  i  cannoni  a  fatica  e con l'aiuto della fanteria su per
    l'erta e raggiunto il villaggio  di  Gunthersdorf,  le  truppe  ebbero
    l'ordine di fermarsi.  L'oscurit era ormai tale che, a dieci passi di
    distanza,  non era possibile distinguere le uniformi dei  soldati;  il
    fuoco  di fucileria cominciava a cessare.  Tutto a un tratto,  vicino,
    dalla parte destra,  si udirono di nuovo grida e spari;  i  lampi  dei
    colpi  squarciavano  qua  e  l  le tenebre.  Era l'ultimo attacco dei
    Francesi al quale rispondevano i  soldati  russi  asserragliati  nelle
    case  del  villaggio.  Di  nuovo  tutti  si  precipitarono  fuori  dal
    villaggio,  ma i cannoni di Tuscin non potevano pi  muoversi,  e  gli
    artiglieri,  Tuscin e Rostv si guardarono in silenzio,  in attesa del
    loro destino.  La sparatoria and scemando e da  una  viuzza  laterale
    sbucarono alcuni soldati che parlavano animatamente tra di loro.
    - Petrv, sei sano e salvo?  -  domandava uno.
    - Li abbiamo sistemati a dovere,  fratello.  Adesso non torneranno pi
    -  diceva un altro.
    - Non ci si vede affatto! Come hanno fatto a non sparare sui loro?  E'
    buio pesto, compagni! Non ci sar qualcosa da bagnarsi la gola?
    I  Francesi erano stati respinti un'altra volta.  E di nuovo i cannoni
    di Tuscin,  immersi nel buio pi  completo,  circondati  come  da  una
    cornice dalla fanteria rumoreggiante, si misero in moto.
    Nell'oscurit,  pareva  scorresse  un  fiume  invisibile e cupo sempre
    nella stessa direzione, con un rumore incessante di voci, di sussurri,
    di scalpitio di cavalli.  Nel clamore generale attraverso  tutti  quei
    suoni, si distinguevano pi netti, nelle tenebre della notte, i gemiti
    dei  feriti.  Pareva  che  i  loro lamenti empissero di s il buio nel
    quale si muovevano  le  truppe:  quei  lamenti  e  quelle  tenebre  si
    fondevano  in  un'unica  cosa.  Dopo un po',  un'agitazione intensa si
    propag tra quella folla che camminava: qualcuno era passato,  con  il
    suo sguito, su un cavallo bianco e nel passare aveva detto qualcosa.
    -  Che ha detto?  Dove si va,  ora?  Ci si deve fermare oppure no?  Ha
    ringraziato?  -  si levavano da ogni parte le domande avide e curiose,
    e tutta quella massa di uomini in movimento comincio ad accalcarsi  su
    se  stessa  (evidentemente  i  soldati che erano pi avanti,  si erano
    fermati),  e corse voce che era giunto l'ordine di sostare.  E  tutti,
    cos come stavano marciando, si fermarono nella strada fangosa.
    Si accesero i fuochi e pi alte si fecero le voci. Il capitano Tuscin,
    impartiti  gli  ordini  alla compagnia,  mand un soldato a cercare un
    posto di medicazione o un medico per Rostv e si  sedette  accanto  al
    fal  che  i  soldati  avevano  acceso  sulla strada.  Anche Rostv si
    trascin sino al fuoco.  Un tremito febbrile causato dal  dolore,  dal
    freddo,  dall'umidit gli squassava il corpo. Un sonno invincibile gli
    faceva chiudere gli occhi,  ma la sofferenza  che  gli  tormentava  il
    braccio  e per cui non riusciva a trovare una posizione,  gli impediva
    di dormire.  Ora chiudeva gli occhi ora  guardava  il  fuoco  che  gli
    appariva di un rosso ardente,  ora la figura curva e debole di Tuscin,
    seduto alla turca accanto a lui.  I grandi occhi buoni e  intelligenti
    di Tuscin lo fissavano con simpatia e compassione.  Rostv sentiva che
    Tuscin avrebbe voluto aiutarlo, con tutto il cuore,  ma non poteva far
    nulla.
    Da  tutte le parti si udivano i rumori,  i passi e le parole di coloro
    che passavano a piedi o a cavallo e della fanteria che  tutto  attorno
    si dava da fare per accamparsi.  I suoni delle voci,  dei passi, dello
    scalpiccio degli zoccoli dei cavalli nel fango,  il crepitio vicino  e
    lontano della legna che bruciava,  si fondevano in una specie di unico
    ondeggiante rumore.
    Ora non scorreva gi pi  nelle  tenebre  l'invisibile  fiume;  adesso
    pareva un mare cupo e tenebroso che si calma dopo la tempesta.  Rostv
    guardava e  ascoltava  senza  nulla  comprendere  di  quanto  avveniva
    davanti e attorno a lui.  Un soldato di fanteria si avvicin al fuoco,
    si accoccol sui calcagni,  avvicin le mani alla fiamma  e  volse  il
    viso dall'altra parte.
    - Permettete, vossignoria?  -  chiese, rivolgendosi interrogativamente
    a Tuscin.  -  Mi sono allontanato dalla mia compagnia, signoria, e non
    so pi dove si trovi. Un bel guaio!
    Insieme  con  il  soldato  si era avvicinato al fuoco un altro con una
    guancia fasciata,  il quale,  rivolgendosi a Tuscin,  lo preg di  far
    spostare  un  poco  i  cannoni  per  permettere a un carro di passare.
    Dietro al comandante della compagnia giunsero correndo due soldati che
    si ingiuriavano e si picchiavano furiosamente strappandosi di mano,  a
    vicenda, uno stivale.
    - Come?  L'hai raccattato tu?  Sei svelto,  sai...  -  gridava uno dei
    due con voce rauca.
    Poi si avvicin un soldato magro e pallido con il collo avvolto in una
    benda insanguinata,  che con voce irritata chiese agli  artiglieri  un
    po' d'acqua da bere.
    - E che, devo morire come un cane?  -  disse.
    Tuscin ordin che gli fosse portata dell'acqua.  Venne poi di corsa un
    soldato tutto allegro a chiedere un po' di fuoco per la fanteria.
    - Un po' di fuoco ben caldo  anche  per  la  fanteria!  Statevi  bene,
    paesani e grazie per il fuoco! Ve lo restituiremo con gli interessi  -
    disse, portandosi via nell'oscurit un tizzone fiammeggiante.
    Poi  passarono  davanti  al  fal  altri quattro soldati che portavano
    qualcosa di  molto  pesante  entro  un  cappotto  teso.  Uno  di  essi
    incespic.
    - Al diavolo! Hanno messo la legna in mezzo alla strada!  -  brontol.
    - E' morto, a che scopo continuiamo a portarlo?  -  disse un altro.
    - Andate voi!
    E anch'essi scomparvero nel buio con il loro triste fardello.
    - Dunque,  vi fa molto male il braccio?   -  chiese Tuscin a Rostv, a
    bassa voce.
    - S, molto male...
    - Vossignoria,  dal generale!  Vi aspetta nell'"izb" (83) qui accanto
    -  disse un cannoniere che si era avvicinato a Tuscin.
    - Subito, mio caro!
    Tuscin  si alz e,  rassettandosi un poco la divisa,  si allontan dal
    fuoco...
    A breve distanza dal fal  acceso  dagli  artiglieri,  in  una  "izb"
    preparata  per lui,  il principe Bagratin sedeva a cena,  discorrendo
    con alcuni ufficiali superiori riuniti attorno al tavolo.  C'erano tra
    gli altri il vecchietto dagli occhi semichiusi,  intento a rosicchiare
    avidamente un osso di montone,  il generale che aveva ventidue anni di
    servizio esemplare, rosso in viso per aver bevuto acquavite e mangiato
    copiosamente,  l'ufficiale  di stato maggiore con l'anello all'indice,
    Zerkv che guardava tutto con occhi inquieti  e  il  principe  Andrj,
    pallido, con le labbra serrate e gli occhi lucidi di febbre.
    Appoggiata  in  un  angolo  dell'"izb"  c'era  la  bandiera  presa ai
    Francesi,  e l'auditore dalla faccia ingenua ne palpava la  stoffa  e,
    perplesso,  scuoteva  il  capo,  forse perch si interessava veramente
    all'aspetto di quel  trofeo  o  forse  perch,  affamato  com'era,  si
    sentiva  triste  nel  veder  mangiare  gli altri che non gli offrivano
    nulla,  per mancanza di  posate.  Nell'"izb"  vicina  si  trovava  un
    colonnello  francese  fatto prigioniero dai dragoni.  Accanto a lui si
    affollavano  i  nostri  ufficiali  e  lo  guardavano  incuriositi.  Il
    principe  Bagratin  ringraziava  personalmente  i  singoli  capi e li
    interrogava sui particolari della battaglia e sulle perdite subite. Il
    comandante del reggimento passato in  rivista  da  Kutuzv  a  Braunau
    riferiva al principe che,  appena cominciata la battaglia, egli si era
    ritirato dal bosco,  aveva riunito i soldati occupati a far  legna  e,
    fattili  passare  avanti,  con  due  battaglioni  aveva  assalito alla
    baionetta i Francesi e li aveva sbaragliati.
    - Appena mi accorsi, eccellenza, che il primo battaglione si stancava,
    mi appostai sulla strada e mi dissi: Lascer passare questi qui e  li
    accoglier con una mitragliata, e cos feci.
    Quel  comandante del reggimento aveva tanto desiderato agire cos e si
    rammaricava talmente di non esserci riuscito che gli pareva che  tutto
    ci  che  raccontava fosse realmente accaduto.  E,  chi sa,  forse era
    realmente accaduto!  Com'era possibile,  in  una  confusione  di  quel
    genere, distinguere ci che era accaduto da ci che non lo era?
    -  Devo inoltre far notare,  eccellenza,   -  prosegu,  ricordando la
    conversazione tra Dlochov e Kutuzv e il suo ultimo incontro  con  il
    degradato   -  che il soldato degradato Dlochov ha fatto prigioniero,
    in mia presenza,  un ufficiale  francese  e  si    distinto  in  modo
    particolare.
    - E qui ho veduto,  eccellenza, l'attacco effettuato dal reggimento di
    Pvlograd  -  s'intromise Zerkv,  guardando attorno con  inquietudine
    giacch  in quel giorno non aveva visto affatto gli ussari,  dei quali
    aveva soltanto sentito parlare da un ufficiale di fanteria.   -  Hanno
    sfondato due quadrati, eccellenza.
    Alle parole di Zerkv,  alcuni ufficiali sorrisero,  credendo che come
    sempre,  egli scherzasse.  Ma,  resisi conto che  quanto  egli  diceva
    tendeva  a  glorificare  le  armi russe e la battaglia di quel giorno,
    ridiventarono seri,  bench molti di loro sapessero benissimo che  ci
    che aveva detto Zerkv era una menzogna priva di qualsiasi fondamento.
    -  Vi  ringrazio  tutti,  signori!  Tutte  le  armi si sono comportate
    eroicamente: fanteria,  artiglieria,  cavalleria.  Ma perch  mai,  al
    centro  sono stati abbandonati due cannoni?   -  chiese poi,  cercando
    qualcuno con lo sguardo.  (Il principe Bagratin non si informava  dei
    cannoni  dell'ala  sinistra: sapeva benissimo che l,  sin dall'inizio
    della battaglia,  tutti i pezzi erano stati abbandonati).   -  Mi pare
    di averlo domandato a voi  -  soggiunse poi rivolgendosi all'ufficiale
    di stato maggiore di servizio.
    -  Uno  dei  due  era  ridotto  in  condizioni inservibili  -  rispose
    l'ufficiale interpellato;  -  quanto all'altro non so capire;  mi sono
    trattenuto  io  stesso  nella  batteria  tutto  il  tempo e me ne sono
    allontanato adesso...  Faceva caldo sul serio lass...   -    aggiunse
    modestamente.
    Qualcuno  disse  che  il  capitano  Tuscin  era nel villaggio e che un
    soldato era stato mandato a chiamarlo.
    - Ma voi,  ecco,  ci siete stato  -    disse  il  principe  Bagratin,
    rivolgendosi a Bolkonskij.
    -  E  come!  E  solo  per  poco non ci siamo incontrati  -  intervenne
    l'ufficiale di stato maggiore, sorridendo gentilmente a Bolkonskij.
    - Non ho avuto il piacere di vedervi  -  rispose il  principe  Andrj,
    in tono freddo e reciso. Tutti ammutolirono.
    Sulla  soglia  comparve  Tuscin  che  si  insinu  timidamente  tra  i
    generali.  Confuso come sempre,  alla  vista  dei  superiori,  girando
    nell'"izb"  angusta  attorno  ai  generali,  non  vide  l'asta  della
    bandiera e incespic.
    - Per quale motivo  un  cannone    stato  abbandonato?    -    chiese
    Bagratin,  aggrottando  le sopracciglia,  non tanto all'indirizzo del
    capitano quanto a quello di coloro che ridevano,  fra i quali  Zerkv,
    la cui voce si udiva pi forte di tutte.
    Ora  soltanto,  di  fronte al minaccioso superiore,  Tuscin si rendeva
    conto dell'orrore della propria colpa  e  della  propria  vergogna  di
    essere  ancora vivo,  dopo aver perduto due cannoni.  Era cos agitato
    che,  sino a quel momento,  non ci  aveva  pensato.  Le  risate  degli
    ufficiali  accrescevano il suo turbamento;  ritto davanti a Bagratin,
    con la mascella inferiore che tremava, riusc appena a balbettare:
    - Non so,  eccellenza...  Non c'erano uomini  in  numero  sufficiente,
    eccellenza...
    - Avreste potuto prenderli dalle truppe di copertura!
    Che  non  ci  fossero truppe di copertura,  pur essendo questa la pura
    verit,  Tuscin non lo disse.  Temeva di "compromettere",  dicendo una
    cosa  simile,  qualche  alto ufficiale e,  muto,  con gli occhi fissi,
    guardava in viso Bagratin,  come lo scolaro impappinato guarda il suo
    esaminatore.
    Segu  un  silenzio  abbastanza  lungo.  Il  principe  Bagratin,  che
    evidentemente non voleva mostrarsi severo,  non sapeva che cosa  dire;
    gli  altri  non  osavano  intervenire.  Il  principe  Andrj  guardava
    furtivamente Tuscin mentre le dita delle sue mani erano agitate da  un
    tremito nervoso.
    - Eccellenza,  -  disse rompendo all'improvviso il silenzio con la sua
    voce  tagliente    -    vi siete degnato di mandarmi alla batteria del
    capitano Tuscin.  Io ci sono stato e ho  trovato  i  due  terzi  degli
    uomini  e  dei cavalli uccisi,  due cannoni ridotti in pezzi e nessuna
    truppa di copertura.
    Il principe Bagratin  e  Tuscin  guardavano  con  eguale  fissit  il
    principe   Andrj   che  parlava,   cercando  di  frenare  la  propria
    agitazione.
    - E se mi permettete,  eccellenza,  di  esprimere  la  mia  opinione,-
    prosegu questi  -  vi dir che il successo della giornata  dovuto in
    gran  parte  all'azione di questa batteria e all'eroica resistenza del
    capitano Tuscin e dei suoi soldati  -  disse  il  principe  Andrj  e,
    senza attendere risposta, si alz e si allontan dalla tavola.
    Il  principe  Bagratin  guard  Tuscin e poich,  evidentemente,  non
    voleva mettere in dubbio il reciso giudizio di Bolkonskij,  e  non  si
    sentiva nello stesso tempo in grado di accettarlo per intero, chin la
    testa  e disse a Tuscin che poteva ritirarsi.  Il principe Andrj usc
    dietro di lui.
    - Vi ringrazio, caro, mi avete salvato!  -  gli disse Tuscin.
    Il principe Andrj lo guard e senza parlare si allontan.  Si sentiva
    triste  e  aveva  il  cuore oppresso.  Tutto ci che avveniva era cos
    strano e cos diverso da quanto egli aveva sperato...

    Chi sono? Perch fanno cos?  Che cosa vogliono?  Quando finir tutto
    questo?,  pensava  Rostv,  seguendo  con  lo sguardo le ombre che si
    muovevano attorno a lui.  Il dolore al braccio si  faceva  sempre  pi
    tormentoso.  Il  sonno  lo  vinceva,  davanti agli occhi gli danzavano
    tanti cerchietti rossi e l'impressione prodotta in lui dalle voci, dai
    visi dei presenti,  insieme con il  senso  della  sua  solitudine,  si
    confondevano con il dolore fisico che lo faceva soffrire.  Erano essi,
    quei soldati,  feriti e non feriti,  erano essi che lo schiacciavano e
    lo opprimevano, gli serravano e legavano le vene e i nervi, bruciavano
    la  carne  del  braccio  e della spalla rotta.  Per liberarsi di loro,
    chiuse gli occhi.
    Per un attimo dimentic ogni cosa,  ma in quel breve momento di  oblio
    vide  in  sogno un infinito numero di cose: vide sua madre e la grande
    mano bianca di lei,  vide le spalle  magroline  di  Snja,  gli  occhi
    ridenti  di  Natascia,  Denissov  con  la  sua voce e i suoi baffi,  e
    Teljanin,  e rivisse tutta la storia con Teljanin e  Bogdanyc'.  Tutta
    quella  storia era una cosa sola con un soldato dalla voce tagliente e
    quella storia e quel soldato tenevano stretto il suo braccio senza mai
    lasciarlo,  glielo schiacciavano e glielo tiravano sempre nella stessa
    direzione,   infliggendogli   terribili  tormenti.   Egli  cercava  di
    allontanarsi da loro,  ma essi non lasciavano nemmeno per un minuto la
    sua spalla.  Questa non gli avrebbe fatto male,  sarebbe stata sana se
    non gliel'avessero tirata: ma era impossibile liberarsi.
    Apr gli occhi e guard in alto.  Il nero velo della notte era sospeso
    a  breve distanza dalla luce delle braci.  In quella luce turbinava un
    nevischio leggero.  Tuscin non  era  ancora  tornato,  il  medico  non
    veniva.  Egli  era solo;  soltanto un piccolo soldato tutto nudo stava
    seduto dall'altra parte  del  fuoco  e  si  scaldava  il  magro  corpo
    giallognolo.
    Non  sono  pi  necessario a nessuno!,  pensava Rostv.  Nessuno mi
    aiuta, nessuno ha piet di me.  Eppure anch'io,  tempo fa,  ero a casa
    mia,  forte,  allegro,  amato.  Sospir,  e il suo sospiro fin in un
    gemito.
    - Soffrite, eh?  -  chiese il soldatino,  agitando la camicia sopra il
    fuoco e senza aspettare risposta,  dopo aver tossito forte,  aggiunse:
    -  Quanti e quanti sono stati storpiati, oggi! Che orrore!
    Rostv non ascoltava ci che  diceva  il  soldato.  Guardava  i  lievi
    fiocchi  di  neve che turbinavano al di sopra delle fiamme e ricordava
    l'inverno russo, la casa tiepida e luminosa, la soffice pelliccia,  le
    slitte  veloci,  il  suo  corpo  sano  e  vigoroso  e  tutto l'affetto
    tenerissimo  della  famiglia.  E  perch,  poi,  sono  venuto  qui?,
    pensava.
    Il  giorno seguente i Francesi non rinnovarono l'attacco e i resti del
    corpo di Bagratin si riunirono all'armata di Kutuzv.



    NOTE.

    N. 1. Braunau: citt austriaca, sul fiume Inn,  nella quale nacque nel
    1889 Adolf Hitler.
    N.  2. Ferdinando Carlo Giuseppe di Asburgo-Este (1781-1850), arciduca
    d'Austria. Sottrattosi alla capitolazione di Ulma,  combatt in Boemia
    contro  i  Bavaresi  alleati  di  Napoleone.  Fu  governatore generale
    dell'Ungheria (1816) e della Galizia ( 1830).  Dal 1846 si  ritir  in
    Italia.
    N.  3.  Karl  Mack (1752-1828),  feldmaresciallo austriaco,  si lasci
    accerchiare a Ulma da Napoleone  nell'ottobre  1805,  capitolando  con
    ventimila  uomini  senza  combattere.   Condannato  a  venti  anni  di
    prigionia, venne poi liberato e riabilitato.
    N. 4. Costume nazionale delle donne russe.
    N. 5. Citt dell'Ucraina, nel delta del Danubio (ramo Kilia).  Fondata
    probabilmente  dai  Genovesi,  pass  pi  volte dai Turchi ai Russi e
    viceversa. Per i Russi venne conquistata nel 1788 da Suvorov.  Annessa
    alla Romania nel 1919, l'attuale Izmail  ritornata possesso russo nel
    1944.
    N. 6. Michal Fdorovic' Kamenskij (1738-1809), conte, feldmaresciallo
    russo.  Nel  1806 venne nominato generale in capo dell'esercito russo,
    ma tenne la carica solo sei giorni.  Ritiratosi a  vita  privata,  non
    molto tempo dopo fu ucciso dai suoi servi.
    N. 7. Francesco Secondo (1768-1835): imperatore tedesco (1792-1806) e,
    col  nome  di Francesco Primo,  imperatore d'Austria (1804-1835).  Era
    figlio  di  Leopoldo  Secondo,   granduca  di  Toscana  e  imperatore.
    Coinvolto  nelle  guerre  provocate dalla rivoluzione francese,  perse
    progressivamente  molti  territori,   fino  a  dover  riconoscere   la
    Confederazione del Reno e abdicare alla corona del Sacro Romano Impero
    (1806).  Sua  figlia  Maria  Luisa  divenne  sposa  di  Napoleone.  Il
    congresso di Vienna (1815) gli restitu la maggior parte dei territori
    sottrattigli,   ma  nel  dicembre  1814  rinunci  alla  restaurazione
    dell'impero;   nel  1815  Francesco  Primo  divenne  presidente  della
    Confederazione germanica.
    N. 9. Michal Timofevic Kozlovskij, principe,  colonnello russo;  nel
    1807 comandava un battaglione del reggimento Preobrazenskij.
    N.  10. Nostitz (1768-1840), generale austriaco. Avendo abbandonato le
    sue  posizioni  ad  Hollabrnn,   nel  1805  venne  accusato  di  alto
    tradimento. Nel 1807 faceva parte dell'esercito russo.
    N.  18. Cappa da signora o da ufficiale, con maniche larghe e rotonde.
    Deriva  da  una  voce  turca,   "doliman",   giuntaci  attraverso  gli
    Ungheresi.
    N.  19.  Podnvinskoe:  localit  moscovita  che,  particolarmente nei
    giorni di festa,  veniva  percorsa  a  piedi  o  in  carrozza  per  il
    passeggio.
    N. 20. Misura lineare antica, corrispondente a poco pi di due metri.
    N.   21.   Ptr  Ivnovic'  Bagratin  (1765-1812),   generale  russo,
    luogotenente preferito del maresciallo Suvorov.  Nel 1812,  durante la
    campagna  napoleonica  in  Russia,  fu alla testa della seconda armata
    dell'ovest e venne ferito mortalmente nella battaglia  della  Moscova.
    Il  suo  carattere  ardito  fu  sempre  in  contrasto  con la tendenza
    temporeggiatrice di Kutuzv,  come risulta anche dalla presente  opera
    di  Tolstj  che  attribu  al  generale Bagratin la qualit di saper
    infondere fiducia ai suoi uomini con il metodo singolare di  approvare
    sempre i movimenti tattici anche sfavorevoli, come se fossero stati da
    lui ordinati e calcolati.  Mor in seguito alle ferite riportate nella
    battaglia di Borodin.
    N. 22.  Edouard Adolphe Casimir Mortier (1768-1835),  duca di Treviso,
    maresciallo  di  Francia.  Comandante della Giovane Guardia durante la
    campagna di Russia, fu l'ultimo generale a lasciare Mosca. Creato Pari
    da Luigi Diciottesimo,  fu poi destituito per essersi rifiutato di far
    parte  della  Corte marziale che doveva giudicare Ney.  Nel 1819 torn
    alla camera dei  Pari,  fu  ambasciatore  in  Russia,  presidente  del
    Consiglio e ministro della guerra.  Fu ucciso nel corso dell'attentato
    della macchina infernale (venticinque canne di fucile su un sostegno
    di legno) di G.  Fieschi  -   cospiratore  e  avventuriero  crso    -
    contro Luigi Filippo.
    N.  23.  Schmidt,  generale austriaco,  intimo di Francesco Primo, nel
    1805 al seguito di Kutuzv.
    N. 24. Dmitrij Sergevic' Dochturov (1756-1816), generale russo. Prese
    parte alla guerra contro  la  Svezia  (  1789-1790)  e  alle  campagne
    antinapoleoniche del 1805-1807 e 1812-1813.
    N.  29.  Carlo  d'Austria  (1771-1847),  arciduca,  figlio di Leopoldo
    Secondo e fratello di Francesco Secondo  (confronta  sopra,  nota  7).
    Alla  testa delle truppe imperiali del Reno nel 1796 respinse Jourdain
    e Moreau e nel 1801 sconfisse  Massena  a  Zurigo.  Nel  1806  divenne
    ministro  della guerra e riorganizz l'esercito austriaco;  perse per
    la battaglia decisiva di Wagram (1809), in cui fu pure ferito.  Caduto
    in  disgrazia  anche  per  le  sue  idee liberali,  non partecip alle
    campagne del 1813-1815.
    N. 35. Schnbrunn  il ben noto castello imperiale ad ovest di Vienna,
    trasformato e ultimato da Maria Teresa d'Austria, verso il 1750.  Dopo
    la  vittoria  di  Wagram Napoleone vi dett la pace di Schnbrunn o di
    Vienna (1809);  ma in quello  stesso  castello  mor,  nel  1832,  suo
    figlio, il Re di Roma o Duca di Reichstadt.
    N. 36. Rudolph Wrbna (1761-1823), conte e uomo di stato austriaco. Nel
    1805 fece da intermediario tra Francesi e Austriaci.
    N.  37.  Gioacchino  Murat (1771-1815) fu uno dei pi valenti generali
    napoleonici.  Ebbe gran parte nella vittoria di Austerlitz e costrinse
    Carlo  Quarto di Spagna a rendersi a discrezione a Baiona.  Napoleone,
    che nel 1800 gli aveva dato in moglie la sorella Carolina e  nel  1806
    lo  aveva fatto granduca di Berg,  nel 1808 lo cre re di Napoli.  Nel
    1812 partecip alla  battaglia  della  Moscova  ma,  dopo  Lipsia,  si
    avvicin all'Austria.  Poi siccome gi nella prima parte del Congresso
    di Vienna si tent la restaurazione borbonica, al ritorno di Napoleone
    dall'Elba,  marci contro gli Austriaci e lanci da Rimini  il  famoso
    proclama. Sconfitto a Tolentino (1815) e respinto in Francia, pass in
    Corsica  e  di qui,  con pochi soldati,  s'imbarc verso il suo regno;
    sbarcato a Pizzo  di  Calabria,  fu  arrestato  e,  dopo  un  sommario
    processo, condannato a morte. Venne fucilato il 13 ottobre 1815.
    N.  39.  Auersperg von Mattern (1740-1822),  principe, feldmaresciallo
    austriaco: come viene narrato anche  dal  Tolstj  poco  pi  innanzi,
    cadde nel tranello tesogli dal Murat. Per questo venne processato.
    N.  40.  Scaramuccia  di  Drenstein.  Ricordiamo  che Drenstein  un
    villaggio dell'Austria meridionale in cui ebbe luogo uno  scontro  tra
    Mortier e Kutuzv.
    N.  41.  Alessandro  Primo  si  rec  nell'ottobre 1805 a Berlino onde
    persuadere il re di Prussia Federico Guglielmo  Terzo  (1770-1840)  ad
    entrare in guerra contro Napoleone.  In realt, nonostante gli accordi
    segreti di Potsdam,  Federico Guglielmo Terzo entr in guerra solo nel
    settembre  1806,  dopo  che  era  nata  la  Confederazione  del Reno e
    Napoleone si era rifiutato di cedergli l'Hannover.
    N. 43.  Campoformio (ora Campoformido),  comune in provincia di Udine,
    noto  per  il trattato di pace tra l'Austria e la Francia (1797),  con
    cui l'Austria cedeva alla Francia i Paesi  Bassi,  Milano  e  Mantova,
    ricevendone in compenso Venezia, l'Istria e la Dalmazia.
    N.  48.  L'armistizio di Cherasco e la pace di Parigi del 1796 avevano
    sottratto al regno di Sardegna,  governato allora da  Vittorio  Amedeo
    Terzo (1726-1796), Nizza e la Savoia. A Potsdam la Prussia aveva posto
    come   condizione   del  suo  intervento  la  restituzione  di  questi
    territori, proposta sotto forma di ultimatum a Napoleone.
    N. 49.  Di fronte alla travolgente avanzata napoleonica,  l'imperatore
    d'Austria  mand  a pi riprese proposte di pace a Napoleone.  Lo fece
    perfino il 13 novembre 1805,  subito  dopo  la  presa  di  Vienna;  ma
    naturalmente senza alcun esito.
    N.  55.  Jean Lannes (1769-1809),  duca di Montebello e maresciallo di
    Francia.  Fece la campagna d'Egitto e partecip al colpo di stato  del
    18 brumaio. Si distinse a Montebello e a Marengo, e nel 1809 conquist
    Saragozza.  Fu ferito mortalmente alla battaglia di Essling, villaggio
    presso Vienna,  celebre per una sanguinosa battaglia tra  Austriaci  e
    Francesi.
    N. 56. Augustin Belliard (1769-1828), generale francese, capo di stato
    maggiore di Dumouriez e destituito dopo la morte di lui, ricominci la
    carriera come volontario. Partecip alla campagna d'Italia, d'Egitto e
    dell'Impero. Serv il suo paese come uomo politico e diplomatico anche
    sotto Luigi Diciottesimo e Luigi Filippo.
    N.  68.  E' il pi antico condensatore elettrostatico. Il prototipo fu
    costruito nel 1746 da tre studiosi di Leida.
    N.  69.  Franz von Weirother (1754-1807),  teorico militare e Capo  di
    Stato maggiore dell'esercito austriaco.
    N.  70.  Fdor  Fdorovic',  conte di Bukshevden (1750-1811) esonerato
    dallo zar  Paolo  Primo,  fu  richiamato  da  Alessandro  Primo  dalla
    Germania   dove   si  era  rifugiato.   Partecip  alla  battaglia  di
    Austerlitz.
    N. 72. Specie di polentina di grano bollito in acqua o latte.
    N. 76.  Jean Lonard Franois Lemarrois (1776-1836) generale francese,
    aiutante di campo di Napoleone.
    N. 77. Tolone: com' noto, fu proprio nell'assedio di questa citt che
    Napoleone,  in  qualit  di  capitano  di  artiglieria,  ebbe  modo di
    distinguersi. Tolone,  consegnata dai monarchici francesi a una flotta
    anglo-spagnola nell'aprile 1973,  venne riconquistata dai repubblicani
    rivoluzionari il 19 dicembre 1793.
    N. 78. Lungo mantello di panno simile al feltro.
    N. 80. La corretta espressione francese  mon prince,  mio principe,
    senza monsieur.
    N.  81.  Fu  questo  l'attacco  di  cui  Thiers scrive: Les Russes se
    conduisirent vaillamment et,  chose rare   la  guerre,  on  vit  deux
    masses  d'infanterie  marcher  rsolument  l'une contre l'autre,  sans
    qu'aucune des deux cde avant d'etre aborde (I Russi si comportarono
    valorosamente e, cosa rara in guerra,  si videro due masse di fanteria
    affrontarsi  risolutamente,  senza che nessuna delle due cedesse prima
    di venire attaccata),  e Napoleone,  all'isola di  Sant'Elena,  disse:
    Quelques  bataillons  russes  montrrent  de  l'intrpidit  (Alcuni
    battaglioni  russi  si   mostrarano   veramente   coraggiosi).   (Nota
    dell'autore).
    N. 82. Vecchia misura corrispondente a chilogrammi 16,38.
    N. 83. Casa di contadini costruita per lo pi in legno.









    PARTE TERZA.


    CAPITOLO 1.

    Il  principe  Vassilij  non  meditava  mai a lungo sui suoi progetti e
    ancor meno pensava di far del male  al  suo  prossimo  per  trarne  un
    vantaggio qualsiasi.  Era soltanto un uomo di mondo che,  avendo avuto
    molto successo in societ, si era a tale successo assuefatto.  Secondo
    le   circostanze   e   i   suoi  incontri  con  il  prossimo,   andava
    incessantemente elaborando entro di s piani e progetti  di  cui  egli
    stesso  non  si  rendeva  esattamente  conto,  ma  che costituivano il
    principale interesse della sua vita.  Non si trattava mai di uno o due
    progetti soltanto,  ma di diecine, alcuni dei quali gli si abbozzavano
    appena nella mente,  altri si realizzavano,  altri finivano nel nulla.
    Per esempio,  egli non diceva mai a se stesso: Quell'uomo ora  molto
    potente;  io devo conquistarne la fiducia e l'amicizia  e,  per  mezzo
    suo,  ottenere  un  sussidio,  e  nemmeno si diceva: Ecco,  Pierre 
    diventato ricco;  bisogna che mi dia dattorno per fargli  sposare  mia
    figlia  e  prendere  in  prestito  da  lui i quarantamila rubli che mi
    occorrono,  ma nel momento stesso in cui  si  imbatteva  in  un  uomo
    influente,  il  suo  istinto gli diceva che quell'uomo poteva essergli
    utile;  allora il principe Vassilij gli si  avvicinava  e  alla  prima
    occasione,   senza  premeditazione,  per  puro  istinto,  lo  adulava,
    diventava suo amico e gli diceva quello che occorreva dire.
    A Mosca,  Pierre si trov a contatto con il principe Vassilij  che  si
    adoper  per  farlo  nominare gentiluomo di camera,  titolo che allora
    equivaleva al grado di consigliere di stato, e insist per portare con
    s il giovane a Pietroburgo e per indurlo a stabilirsi  da  lui.  Come
    per  caso,  e  nello  stesso  tempo con la sicurezza assoluta che cos
    dovesse essere, il principe Vassilij si adoperava in ogni modo per far
    s che Pierre sposasse sua figlia.  Se il principe avesse preparato in
    anticipo  i suoi piani,  non avrebbe potuto avere tanta naturalezza di
    modi,  tanta semplicit e familiarit nei suoi rapporti con le persone
    di condizione sociale superiore o inferiore alla sua.  Ma c'era un non
    so che per cui si sentiva sempre attratto dagli uomini  pi  ricchi  e
    pi  forti  di  lui,  ed  egli aveva il dono rarissimo di cogliere con
    precisione il momento in cui doveva e poteva approfittarne.
    Pierre, diventato all'improvviso ricchissimo e conte Bezuchov, dopo la
    solitudine e  la  spensieratezza  di  prima,  si  sent  a  tal  punto
    attorniato  di gente e talmente occupato che soltanto a letto riusciva
    a rimanere solo con se stesso.  Doveva firmare documenti,  presentarsi
    in uffici pubblici, della cui importanza non aveva alcuna idea, doveva
    interrogare  su  mille  cose il suo amministratore,  recarsi nelle sue
    propriet vicino a Mosca e ricevere una quantit di persone che  prima
    non  volevano neanche sapere che egli esistesse e che ora si sarebbero
    afflitte e offese se egli non avesse voluto vederle.  Queste  svariate
    persone    -    uomini d'affari,  parenti,  conoscenti  -  erano tutte
    ugualmente ben disposte e affettuose verso il giovane erede e tutte si
    mostravano con ogni evidenza  indiscutibilmente  convinte  delle  alte
    qualit di Pierre. Egli udiva di continuo frasi di questo genere: Con
    la  vostra eccezionale bont,  oppure Dato il vostro buon cuore,  o
    anche Voi,  conte,  che siete tanto onesto e ancora: Se egli  fosse
    intelligente  come  voi  e  via di questo passo,  cosicch cominciava
    davvero a credere alla propria  straordinaria  bont  e  alla  propria
    eccezionale intelligenza tanto pi che, nell'intimo del suo cuore, gli
    era sempre parso di essere davvero molto buono e intelligente. Persino
    le persone,  un tempo malevole e ostili,  erano diventate affettuose e
    tenere verso di lui. La principessa pi anziana, quella rabbiosa,  dal
    busto  troppo  lungo  e  dai  capelli  lisci come una bambola,  dopo i
    funerali era entrata in camera di Pierre.  Con gli occhi bassi e rossa
    in  viso,  gli aveva detto di deplorare vivamente i malintesi avvenuti
    tra di loro e di non sentirsi in diritto  di  chiedergli  cosa  alcuna
    oltre al permesso,  dopo la sventura che l'aveva colpita,  di rimanere
    ancora per qualche settimana nella casa che amava tanto e nella  quale
    si  era  tanto  sacrificata.  Nel  pronunziare queste parole non seppe
    frenarsi  e  scoppi  in  pianto.   Sconvolto  dal  fatto  che  quella
    principessa-statua  avesse potuto mutare a quel modo,  Pierre le aveva
    preso una mano e le aveva chiesto scusa,  senza sapere bene lui stesso
    per  che  cosa.  Da quel giorno la principessa incominci a lavorare a
    maglia una sciarpa di lana per Pierre e divenne nei suoi riguardi  una
    donna completamente diversa.
    - Devi farlo per lei,  "mon cher";  pensa che ella ha sofferto molto a
    causa del povero defunto!  -  gli disse il principe Vassilij, dandogli
    da firmare una certa carta in favore della principessina.
    Il  principe  Vassilij  aveva  deciso  che  fosse  opportuno   gettare
    quell'osso    -    un  assegno  di  trentamila  rubli   -  alla povera
    principessina,  perch non le potesse venire in mente di parlare della
    partecipazione di lui,  il principe,  nella faccenda del portafoglio a
    mosaico.  Pierre firm l'assegno e da  quel  giorno  la  principessina
    divenne  ancora  pi buona.  Anche le sorelle cominciarono a mostrarsi
    pi  affettuose  verso  l'erede;  e  soprattutto  la  minore,  la  pi
    graziosa,  quella con il neo, spesso turbava Pierre con i suoi sorrisi
    e il suo confondersi quando lo vedeva.
    A Pierre sembrava naturale che tutti gli volessero bene e gli  sarebbe
    parso  cos strano che qualcuno gli fosse ostile da non poter dubitare
    della sincerit delle persone che lo attorniavano.  Inoltre non  aveva
    tempo  di  porsi delle domande sulla sincerit o l'ipocrisia di quella
    gente.  Non aveva mai tempo per nulla e si sentiva sempre in uno stato
    di ebbrezza placida e gaia.  Si rendeva conto di trovarsi al centro di
    un importante movimento generale;  sentiva che  tutti  si  aspettavano
    qualcosa  da lui e che,  se non avesse fatto questo qualcosa,  avrebbe
    rattristato molte persone privandole delle loro speranze; e si rendeva
    anche conto che,  se avesse fatto questa  o  quell'altra  cosa,  tutto
    sarebbe andato bene. Perci faceva quello che si esigeva da lui, anche
    se quel bene rimaneva sempre e soltanto un'attesa...
    In quel primo tempo, chi si occup pi di tutti degli affari di Pierre
    e di Pierre stesso, era stato il principe Vassilij. Questi, dal giorno
    della  morte del conte Bezuchov,  non si era pi staccato dal giovane.
    Il  principe  Vassilij  aveva  l'aria   dell'uomo   straordinariamente
    occupato dagli affari,  stanco, oppresso, il quale tuttavia non poteva
    abbandonare in balia della sorte  e  degli  imbroglioni  quel  giovane
    inesperto,  figlio, "aprs tout" [1. dopo tutto], di un suo caro amico
    e possessore di una cos enorme ricchezza.  Nei pochi giorni che pass
    a Mosca,  dopo la morte del conte Bezuchov,  spesso mandava a chiamare
    Pierre o si recava personalmente da lui per elencargli tutto  ci  che
    doveva  fare,  con  un  tale tono di stanchezza e di sicurezza insieme
    come se ogni volta dicesse:
    Vous savez que je suis accabl d'affaires et que  ce  n'est  que  par
    pure  charit que je m'occupe de vous,  et puis vous savez bien que ce
    que le vous propose est la seule chose faisable [2.  Voi sapete  che
    sono  oberato  dagli affari e che solo per carit mi occupo di voi,  e
    inoltre sapete benissimo che ci che vi propongo    l'unica  cosa  da
    farsi.].
    -  Dunque,  amico  mio,  domani  finalmente partiremo  -  gli disse un
    giorno,  socchiudendo gli occhi,  tastandogli con le dita il gomito  e
    parlandogli come se si trattasse di una cosa gi combinata tra di loro
    da molto tempo e ormai immutabilmente decisa.  -  Domani finalmente si
    parte,  e io ti dar un posto nella mia carrozza. Sono molto contento.
    Qui l'essenziale  fatto.  Io sarei dovuto essere partito da un pezzo.
    Guarda qui che cosa ho ricevuto dal cancelliere.  Gli avevo parlato di
    te,  ed eccoti ora iscritto al corpo diplomatico e nominato gentiluomo
    di camera. Adesso la carriera diplomatica ti  aperta.
    Nonostante  l'espressione  accentuata  di  stanchezza  e  di  fermezza
    insieme con cui erano state pronunziate  queste  parole,  Pierre,  che
    aveva  meditato  cos  a  lungo  sulla carriera da scegliere,  avrebbe
    voluto ribattere qualche cosa. Ma il principe Vassilij lo prevenne con
    quella sua voce bassa e turbata  che  escludeva  ogni  possibilit  di
    interrompere il suo discorso e della quale si serviva quando giudicava
    necessario convincere qualcuno.
    - "Mais,  mon cher", io l'ho fatto anche per me, per la mia coscienza,
    e non devi quindi ringraziarmi.  Nessuno mai si lagna di essere troppo
    amato;  d'altronde,  tu sei libero e puoi rinunziarvi anche domani. Ma
    deciderai tu stesso a Pietroburgo.  Ed  ormai tempo che ti  allontani
    da  tanti  ricordi  dolorosi.   -  E il principe Vassilij sospir.   -
    Cos ,  cos ,  anima  mia.  Il  mio  cameriere  partir  nella  tua
    carrozza.  Ah,  ecco,  quasi  me ne dimenticavo  -  aggiunse ancora il
    principe Vassilij:  -  tu sai, "mon cher", che io avevo certi conti da
    aggiustare con il defunto;  cos mi trattengo ci che ho riscosso ieri
    dalla  propriet  di Rjazn.  Tu non ne hai bisogno.  Poi regoleremo i
    conti...
    Quello che il principe Vassilij aveva  riscosso  dalla  propriet  di
    Rjazn  e che aveva trattenuto per s ammontava ad alcune migliaia di
    rubli di tributo dei servi della gleba...
    Anche a Pietroburgo,  come a Mosca,  un'atmosfera di  tenera  amicizia
    avvolse Pierre.  Egli non pot rifiutare il posto,  o meglio il titolo
    (in realt non faceva nulla) che gli aveva fatto ottenere il  principe
    Vassilij,  e  le  conoscenze,  gli  inviti,  le occupazioni di societ
    furono tante che, ancor pi che a Mosca, Pierre provava una sensazione
    di stordimento e di fretta e, insieme, quella di un bene impreciso che
    pareva sempre vicino ma che ancora non si manifestava.
    Del gruppo dei suoi  amici  scapoli  molti  non  si  trovavano  pi  a
    Pietroburgo.  La Guardia era partita per la guerra, Dlochov era stato
    degradato,  Anatolij prestava servizio in una citt di  provincia,  il
    principe Andrj si trovava all'estero e pertanto Pierre non poteva pi
    trascorrere  le  notti  come  un tempo e come gli piaceva,  n sfogare
    qualche volta l'animo suo nelle affettuose conversazioni con un  amico
    pi  anziano  e  stimato.  Tutto il suo tempo era occupato dai pranzi,
    dalle feste di ballo, specialmente in casa del principe Vassilij, dove
    in compagnia della grassa principessa, sua moglie,  e della bellissima
    Elen, trascorreva le sue serate.
    Anna  Pvlovna Scerer,  come tutti gli altri,  aveva mostrato a Pierre
    quale mutamento era avvenuto nella buona societ verso di lui.
    Un tempo,  Pierre,  in presenza di Anna Pvlovna,  aveva la sensazione
    che tutto ci che diceva fosse sconveniente, inopportuno, senza tatto,
    che  certi discorsi,  che giudicava saggi allorch li formulava dentro
    di s,  diventassero sciocchi non  appena  li  faceva  ad  alta  voce,
    mentre,  invece, le frasi pi stupide di Ippolt diventavano spiritose
    e piacevoli. Ora, al contrario, qualsiasi cosa egli dicesse,  riusciva
    "charmant". Se anche Anna Pvlovna non lo dichiarava apertamente, egli
    capiva  che  ella  aveva voglia di dirlo e che si tratteneva dal farlo
    unicamente per un riguardo alla modestia di lui.
    Al principio dell'inverno 1805-1806 Pierre ricevette da Anna  Pvlovna
    il  consueto  bigliettino  rosa d'invito al quale ella aveva aggiunto:
    Vous trouverez chez moi la belle Hlne,  qu'on ne se lasse jamais de
    voir [3.  Troverete in casa mia la bella Elen,  che non ci si stanca
    mai di ammirare].
    Leggendo queste parole, Pierre sent per la prima volta che tra lui ed
    Elen si era creato un certo legame riconosciuto  da  tutti,  e  questo
    pensiero,  pur  sgomentandolo  un  poco come se costituisse per lui un
    obbligo che non poteva mantenere,  gli piacque nello stesso tempo come
    una supposizione divertente.
    Quella serata da Anna Pvlovna non era dissimile dalla prima; soltanto
    la novit che ella offriva ai suoi ospiti non era pi Mortemart, ma un
    diplomatico  arrivato da Berlino che portava i particolari pi recenti
    sul soggiorno dell'imperatore Aleksndr a Potsdam e sul giuramento dei
    due amici di difendere,  con una  indissolubile  alleanza,  la  giusta
    causa contro il nemico del genere umano.  Pierre venne accolto da Anna
    Pvlovna con una sfumatura di tristezza che evidentemente si  riferiva
    alla  recente  perdita  subita dal giovane,  cio alla morte del conte
    Bezuchov (tutti si ritenevano sempre in dovere  di  convincere  Pierre
    del  suo  profondo  dolore per la morte del padre,  che egli non aveva
    quasi conosciuto) e tale tristezza era assolutamente uguale  a  quella
    tristezza  che la stessa Anna Pvlovna ostentava quando le capitava di
    nominare l'augusta imperatrice Mrija Fdorovna.  Pierre ne  fu  molto
    lusingato.  Anna Pvlovna aveva disposto nel salotto i vari gruppi con
    la sua consueta abilit.  Il gruppo principale,  di cui facevano parte
    il principe Vassilij e i generali, ebbe il privilegio di accogliere il
    diplomatico;  un  altro  era  raccolto  intorno  alla tavola su cui si
    serviva il  t:  Pierre  avrebbe  voluto  unirsi  al  primo,  ma  Anna
    Pvlovna,  la  quale  si  trovava  nello  stato  di  eccitazione di un
    condottiero sul campo di battaglia,  preso da migliaia di idee nuove e
    luminose che ha a stento il tempo di realizzare, non appena ebbe visto
    Pierre gli tocc con un dito la manica:
    - "Attendez, j'ai des vues sur vous pour ce soir"  -  e intanto guard
    Elen e sorrise.   -  "Ma bonne Hlne",  -  soggiunse  -  "il faut que
    vous soyez charitable pour ma pauvre tante,  qui a une adoration  pour
    vous.  Allez lui tenir compagnie pour dix minutes" [4.  Aspettate,  ho
    delle mire su di voi per questa sera...  Mia cara  Elen,  bisogna  che
    abbiate  un  po'  di carit per la mia povera zia,  che ha per voi una
    vera adorazione. Fatele compagnia per dieci minuti.]. E, perch non vi
    dobbiate annoiare troppo,  eccovi il  vostro  amabile  conte  che  non
    rifiuter di seguirvi.
    La  bellissima  si  diresse  verso la zia,  ma Anna Pvlovna trattenne
    ancora  Pierre  presso  di  s,   come  se  dovesse  dargli  un'ultima
    indispensabile indicazione.
    -  Non   vero che  incantevole?   -  disse al giovane,  indicando la
    bella fanciulla che si allontanava con andatura  maestosa.    -    "Et
    quelle  tenue!" [5.  E che portamento!].  Per una ragazza cos giovane
    quale tatto,  quale capacit di comportarsi!  Tutto ci le  viene  dal
    cuore!  Felice l'uomo al quale essa apparterr! Con lei accanto, anche
    il meno mondano dei mariti giunger,  sia pure  suo  malgrado,  a  una
    posizione  brillantissima:  Non vi pare?  Volevo soltanto conoscere la
    vostra opinione...  -  e Anna Pvlovna lasci Pierre.
    Pierre aveva risposto in tutta sincerit ad Anna Pvlovna,  di  essere
    d'accordo  con  lei  circa  il  contegno  di Elen in societ.  Se egli
    qualche volta pensava alla fanciulla,  ne riconosceva senza fatica  la
    bellezza  e  l'intelligenza  calma  ed  eccezionale  di cui dava prova
    restandosene dignitosamente silenziosa in societ.
    La zia accolse nel suo  cantuccio  i  due  giovani,  ma  pareva  voler
    nascondere la propria adorazione per Elen per manifestare piuttosto la
    sua  paura  per  la  nipote  Anna Pvlovna.  Guardava verso di lei con
    l'aria  di  domandarle  che  cosa   dovesse   fare   con   quei   due.
    Allontanandosi  da  loro,  Anna Pvlovna tocc di nuovo con il dito la
    manica di Pierre e gli disse:
    - "J'espre que vous ne direz plus qu'on s'ennuie chez moi" [6.  Spero
    che  non  direte  pi  che  in  casa  mia ci si annoia]  - e volse uno
    sguardo ad Elen.
    La fanciulla sorrise con un'espressione che pareva dire che  ella  non
    ammetteva  la possibilit che qualcuno potesse vederla senza andare in
    estasi. La zia toss,  ingoi la saliva e dichiar in francese ad Elen
    di essere lietissima di vederla; poi si volse a Pierre con il medesimo
    saluto  e  la medesima espressione del viso.  Durante la conversazione
    noiosa e zoppicante,  la fanciulla guardava Pierre e gli sorrideva con
    quel suo luminoso, affascinante sorriso che aveva per tutti. Ma Pierre
    era  ormai abituato a quel sorriso che gli diceva cos poco,  e non vi
    bad affatto.  La zia parlava intanto della collezione di  tabacchiere
    del  defunto  conte  Bezuchov e mostrava la propria.  La principessina
    Elen chiese di osservare meglio il  ritratto  del  marito  della  zia,
    dipinto sul coperchio.
    -  Deve  essere  un lavoro di Vinesse  -  disse Pierre,  ricordando un
    famoso miniaturista e, chinandosi sulla tavola per prendere in mano la
    tabacchiera,  prest nello stesso tempo orecchio ai  discorsi  che  si
    svolgevano all'altro tavolo.
    Si alz per fare il giro, ma la zia gli porse la tabacchiera dietro le
    spalle  di  Elen,  la quale si abbass un poco in avanti affinch essa
    potesse far passare il braccio e si guard attorno,  sorridendo.  Come
    sempre ai ricevimenti e in ossequio alla moda del tempo,  indossava un
    abito molto scollato davanti e dietro.  Il busto di lei,  che a Pierre
    era  sempre  parso  di  marmo,  venne a trovarsi cos vicino a lui che
    involontariamente egli colse con i suoi occhi miopi  il  fascino  vivo
    delle  spalle  e del collo,  cos presso le sue labbra che gli sarebbe
    bastato chinarsi ancora un poco per  sfiorarli.  Pierre  avvertiva  il
    tepore  di  quel corpo,  la dolcezza del profumo che esso emanava,  lo
    scricchiolio delle stecche del busto a ogni movimento della fanciulla.
    Non vedeva pi, ora,  una bellezza marmorea che formava un tutto unico
    con  il  vestito,  ma  vedeva e sentiva l'incanto di quel corpo appena
    coperto dall'abito. E, dopo averla vista e sentita cos una volta, non
    fu pi in grado di vederla diversamente,  cos come non  possiamo  pi
    tornare all'inganno dopo che esso ci sia stato chiarito.
    Non  vi eravate dunque ancora accorto di quanto sono bella?,  pareva
    dirgli Elen. Non vi siete accorto che sono una donna? Gi, una donna,
    che potrebbe appartenere a chiunque,  anche  a  voi,  diceva  il  suo
    sguardo.  E in quel preciso momento Pierre ebbe la sensazione che Elen
    non soltanto poteva,  ma doveva diventare sua moglie e che non  poteva
    essere diversamente.
    In  quel  momento  lo  seppe  con la stessa certezza con cui l'avrebbe
    saputo se si fosse trovato con lei davanti  all'altare.  Come  sarebbe
    avvenuto?  Quando? Lo ignorava; non sapeva neppure se sarebbe stato un
    bene (sentiva anzi, chiss perch, che sarebbe stato un male),  ma era
    certo che ci sarebbe avvenuto.
    Abbass  gli  occhi,  li rialz di nuovo e avrebbe voluto continuare a
    vedere Elen come una bella donna lontana da lui e a lui estranea, come
    era stato per il passato, ma non ci riusciva pi.  Non ci riusciva pi
    come  uno che,  guardando attraverso la nebbia un'erba selvatica nella
    steppa, la creda un albero e poi,  resosi conto che si tratta di erba,
    non pu pi crederlo un albero.  Elen gli era terribilmente vicino, lo
    aveva ormai in suo potere.  E tra loro due non  esistevano  pi  altri
    ostacoli all'infuori della loro stessa volont.
    - "Bon,  je vous laisse dans votre petit coin. Je vois que vous y tes
    trs bien" [7. Bene, vi lascio nel vostro angolino.  Vedo che ci state
    a meraviglia]  -  rison la voce di Anna Pvlovna.
    E  Pierre,  spaventato,  cercando  di  rammentare  se  avesse compiuto
    qualcosa di sconveniente, si guard attorno, arrossendo.  Gli sembrava
    che tutti sapessero gi quello che gli era accaduto.
    Poco dopo,  quando si avvicin al gruppo principale, Anna Pvlovna gli
    disse:
    - "On dit que vous embellissez votre maison de Ptersbourg"  -    (Era
    vero;   l'architetto   aveva   affermato  che  occorrevano  lavori  di
    abbellimento  e  Pierre,  senza  neppure  sapere  il  perch,   faceva
    restaurare la sua immensa casa di Pietroburgo).   -  "C'est bien, mais
    ne dmnagez pas de chez le prince Basile.  Il est bon d'avoir un  ami
    comme le prince"  -  aggiunse,  rivolgendo un sorriso al principe.   -
    "J'en sais quelque  chose.  N'est-ce  pas?"  [8.  Si  dice  che  state
    rimodernando  la vostra casa di Pietroburgo.  (...) Fate bene,  ma non
    lasciate la casa del principe Vassilij.  E' una buona  cosa  avere  un
    amico  come lui.  (...) Io ne so qualcosa,  non  vero?].  E voi siete
    ancora  cos  giovane,  avete  ancora  bisogno  di  consigli!  Non  vi
    dispiaccia  se  abuso  dei  miei  diritti di persona anziana...   -  E
    tacque,  come fanno sempre  le  donne  aspettando  che  si  dica  loro
    qualcosa  dopo  che  esse  hanno  accennato  alla loro et.   -  Ma se
    prendete moglie,  allora  tutt'altra cosa...   -    E  Anna  Pvlovna
    avvolse  i  due  giovani  in  uno  sguardo  significativo.  Pierre non
    guardava Elen ed Elen non guardava lui,  eppure la sentiva sempre cos
    terribilmente vicina. Mormor qualche cosa e arross.
    Ritornato a casa,  Pierre non riusciva a prender sonno, pensando a ci
    che gli era successo.  Ma che cosa gli era successo,  infine?  Niente!
    Aveva soltanto capito che quella donna,  conosciuta sin dall'infanzia,
    e della quale,  quando gli si diceva  che  era  una  bellezza,  soleva
    distrattamente rispondere: S,  bella, poteva appartenergli.
    Ma  una sciocca, ho detto io stesso che  una sciocca pensava. C'
    qualcosa di non bello nel sentimento che ha destato in me, qualcosa di
    proibito. Mi hanno raccontato che suo fratello Anatolij era innamorato
    di  lei e lei di lui,  che ne segu tutta una deplorevole storia e che
    per questo Anatolij fu  fatto  allontanare.  L'altro  suo  fratello  
    Ippolt...  Suo padre  il principe Vassilij... No, non  una cosa che
    vada bene!, pensava; ma proprio mentre faceva questi ragionamenti che
    restavano campati per aria,  sorrideva e si rendeva conto che un'altra
    serie  di  ragionamenti  stava  seguendo  i primi,  e cio,  mentre si
    confessava la nullit di Elen,  sognava che sarebbe  potuta  diventare
    sua  moglie,  amarla,  ed essere tutta diversa da quella che sembrava;
    sognava che tutto ci che egli aveva pensato e  sentito  dire  di  lei
    poteva  anche  non  essere vero.  E di nuovo non la vedeva pi come la
    figlia del principe Vassilij,  ma vedeva tutto il  suo  corpo  coperto
    soltanto  dall'abito grigio.  Ma perch mai una simile idea  passata
    per il mio cervello?.  E  ancora  una  volta  si  ripeteva  che  quel
    matrimonio  era  una  cosa  impossibile,  una  cosa  disonesta  contro
    natura...  Ricord le parole e lo sguardo di Anna Pvlovna quando  gli
    aveva  accennato alla casa,  ricord le mille allusioni del principe e
    di altri e fu preso, infine, dal terrore di essersi ormai impegnato in
    qualche modo a un'azione che evidentemente era riprovevole e che  egli
    non  doveva  compiere.  Ma  nel  momento  stesso in cui esprimeva a se
    stesso questa decisione,  in  un  altro  cantuccio  della  sua  anima,
    sorgeva l'immagine di lei in tutta la sua femminile bellezza.


    CAPITOLO 2.

    Nel  novembre del 1805,  il principe Vassilij doveva recarsi a fare un
    giro  di  ispezione  in  quattro  governatorati.   Si  era   procurato
    quell'incarico per cogliere nel tempo stesso l'occasione di visitare i
    suoi  poderi  in  rovina e,  dopo aver preso con s il figlio Anatolij
    (nella cittadina dove era  di  guarnigione),  di  recarsi  con  lui  a
    visitare  il  principe  Nikolj  Andrevic' Bolkonskij,  allo scopo di
    concludere il matrimonio di Anatolij con la figliuola di quel  vecchio
    ricchissimo.  Ma  prima  di  partire e di cercare di realizzare questi
    nuovi progetti,  il principe Vassilij aveva  bisogno  di  definire  la
    questione  con  Pierre  il  quale,    vero,  in  quegli  ultimi tempi
    trascorreva intere giornate  in  casa  (ossia  dal  principe  Vassilij
    presso  il  quale  alloggiava)  e,  pur essendo,  in presenza di Elen,
    bizzarro,  turbato,  sciocco (come dev'essere un innamorato),  non  si
    decideva ancora a fare la domanda di matrimonio.
    Tout  a  est  bel  et bon,  mais il faut que a finisse! [9.  Tutto
    questo  bello e buono, ma  ora che finisca!] si disse una mattina il
    principe Vassilij con un sospiro di tristezza,  nel rendersi conto che
    Pierre, che pure aveva molti obblighi con lui (pazienza, che Cristo lo
    protegga!),   in   quella  faccenda  non  si  comportava  molto  bene.
    Giovent...  leggerezza...  be' siamo d'accordo,  pens il  principe
    Vassilij,  compiacendosi della propria indulgente bont, mais il faut
    que a finisse!  Posdomani   l'onomastico  di  Llin  (10),  inviter
    qualcuno e,  se egli non capir quello che deve fare,  ci penser io a
    farglielo capire. S, ci penser io. Sono il padre!.
    Nel mese e mezzo trascorso dall'ultimo ricevimento  in  casa  di  Anna
    Pvlovna  e  dopo quella notte inquieta e insonne,  nella quale Pierre
    aveva deciso che sposare Elen sarebbe stata una sventura,  che  doveva
    evitare  partendo,  non  aveva  saputo  tuttavia  lasciare la casa del
    principe e sentiva con terrore che ogni giorno di pi egli, agli occhi
    della gente,  si legava a Elen;  sentiva che gli era ormai impossibile
    tornare  a  considerarla  come  prima,  che  non  aveva  la  forza  di
    allontanarsi e che,  per quanto terribile fosse,  avrebbe dovuto unire
    il  proprio  destino  a  quello  della fanciulla.  Forse poteva ancora
    salvarsi,  ma non passava  giorno  senza  che  in  casa  del  principe
    Vassilij  (il  quale  riceveva  piuttosto  raramente)  non  ci fossero
    ricevimenti ai quali Pierre era obbligato a partecipare se non  voleva
    rovinare il piacere generale e deludere l'attesa di tutti. Il principe
    Vassilij,  nei pochi momenti in cui si trovava in casa, quando passava
    accanto a Pierre gli tirava  la  mano  verso  il  basso,  gli  offriva
    distrattamente  la  guancia  rasata  e  rugosa da baciare e diceva: A
    domani oppure: Vieni a pranzo,  se  no,  non  ti  vedo  mai  oppure
    ancora:  E' per te che resto e via di seguito.  E bench il principe
    Vassilij quando restava per Pierre (cos affermava)  non  gli  dicesse
    nemmeno  una  parola,  Pierre non aveva il coraggio di deludere la sua
    aspettativa.  Ogni giorno si ripeteva la stessa cosa: Devo una  buona
    volta capirla, devo rendermi conto di quello che . Mi sbagliavo prima
    o mi sbaglio adesso?  No, non  una sciocca;  una ragazza stupenda!,
    si  diceva  talvolta.   Non  commette  mai  errori,   non  dice   mai
    sciocchezze.  Parla  poco,  ma  quello  che  dice   sempre semplice e
    chiaro: dunque non  una sciocca.  Non si  mai turbata e non si turba
    mai:  dunque  non    una  donna  corrotta!.  Spesso  gli accadeva di
    iniziare con lei una conversazione,  di pensare ad alta voce,  e  ogni
    volta  ella  gli  rispondeva  o  con  una  osservazione breve ma assai
    sensata,  che dimostrava come l'argomento non la interessasse,  oppure
    con un sorriso silenzioso e uno sguardo che dicevano a Pierre,  meglio
    di qualsiasi altra cosa,  la sua superiorit.  E aveva sempre  ragione
    considerando  tutti  i ragionamenti una sciocchezza a paragone di quel
    suo incantevole sorriso.
    Elen gli si rivolgeva sempre con un sorriso gioioso, pieno di fiducia,
    riservato  unicamente  a  lui,   nel  quale  c'era  qualcosa  di   pi
    significativo  di  quanto non vi fosse nel consueto sorriso che sempre
    illuminava il suo volto.  Pierre sapeva come  tutti  aspettassero  che
    lui,  finalmente,  dicesse una parola,  che varcasse una certa linea e
    sapeva anche che presto o tardi l'avrebbe varcata;  ma una  specie  di
    terrore   incomprensibile  lo  afferrava  al  solo  pensiero  di  quel
    gravissimo passo. Mille volte in quelle sei settimane durante le quali
    si era sentito sempre pi trascinato  verso  quell'abisso  spaventoso,
    Pierre  aveva  detto  a  se  stesso:  Ma  che  mai questo?  Ci vuole
    decisione! E non ne ho, forse?.
    Voleva decidersi,  ma sentiva con sgomento che in quell'occasione  gli
    mancava la risolutezza di cui si sapeva dotato e che,  effettivamente,
    faceva parte del suo carattere.  Pierre apparteneva a quel  numero  di
    persone  che  sono  forti  soltanto  quando si sentono assolutamente a
    posto con la coscienza.  Ma  dal  giorno  in  cui,  in  casa  di  Anna
    Pvlovna,  il  desiderio  si  era impadronito di lui mentre si chinava
    verso Elen per osservare la tabacchiera,  un  inconsapevole  senso  di
    colpa paralizzava la sua capacit di decisione.
    Nel  giorno  dell'onomastico  di  Elen,  in casa del principe Vassilij
    cenavano alcuni tra gli amici pi intimi e i parenti  pi  stretti.  A
    tutti  costoro si era fatto capire che in quel giorno doveva decidersi
    la sorte della festeggiata.  Gli ospiti erano  raccolti  attorno  alla
    tavola.  La principessa Kurgina,  una donna dall'aspetto maestoso che
    un tempo era stata molto bella, aveva preso posto a capo tavola.  Alla
    sua destra e alla sua sinistra sedevano gli ospiti di pi riguardo: un
    vecchio  generale,  sua moglie,  e Anna Pvlovna;  all'estremit della
    tavola le persone pi giovani,  gli ospiti meno importanti e la  gente
    di  casa  tra  cui  Pierre  ed  Elen vicini.  Il principe Vassilij non
    cenava,  e passeggiava attorno alla tavola in una  lieta  disposizione
    d'animo.  Di  tanto  in  tanto,  si sedeva accanto all'uno o all'altro
    degli invitati, a ognuno dei quali rivolgeva distrattamente una parola
    gentile,  fuorch a Pierre e ad Elen,  dei quali  pareva  ignorare  la
    presenza.  Il  principe  Vassilij  comunicava brio a tutti quanti.  Le
    candele di  cera  diffondevano  una  vivida  luce,  l'argenteria  e  i
    cristalli  brillavano,  i  gioielli  delle  signore scintillavano come
    l'oro e l'argento delle spalline degli ufficiali.  Attorno  al  tavolo
    giravano  i  servitori  in  livrea rossa;  tintinnavano i coltelli,  i
    bicchieri,  i piatti e si udiva il brusio animato delle conversazioni.
    A  un'estremit  della  tavola  si  sentiva un vecchio ciambellano che
    giurava amore appassionato a una vecchia baronessa e le sonore  risate
    della  dama;  all'altra  estremit  si  parlava dell'insuccesso di una
    certa Mrija Viktrovna,  mentre al centro il  principe  Vassilij,  il
    quale  aveva  riunito  attorno  a  s  alcuni ascoltatori,  sorridendo
    scherzosamente  descriveva  alle  dame  l'ultima  seduta,   quella  di
    mercoled,   al  Consiglio  di  stato,   durante  la  quale  il  nuovo
    governatore  generale  militare   di   Pietroburgo,   Sergj   Kuzmc'
    Vjazmtinov  (11),  aveva  ricevuto e letto il famoso proclama mandato
    dall'imperatore Aleksndr Pvlovic' dal suo quartier generale; in quel
    proclama l'imperatore,  rivolgendosi a Sergj Kuzmc',  diceva che  da
    ogni  parte  gli giungevano affermazioni di devozione del popolo,  che
    quella di Pietroburgo gli  era  particolarmente  gradita,  che  andava
    orgoglioso  di  essere  a  capo  di una tale nazione e che faceva ogni
    sforzo per esserne degno.  Il proclama cominciava con  queste  parole:
    Sergj Kuzmc'! Da ogni parte ci giungono voci... eccetera.
    -  Sicch    -    domand una signora  -  non  andato oltre le parole
    Sergj Kuzmc'.
    - No,  no...  non una parola di pi  -  rispose il  principe  Vassilij
    ridendo.    -   Sergj Kuzmc'...  da ogni parte...  da ogni parte...
    Sergj Kuzmc'....  Il povero Vjazmtinov non aveva  potuto  dire  di
    pi.  Parecchie  volte aveva ripreso la lettura,  ma non appena diceva
    Sergj era preso dai singhiozzi... Kuzmc'... e gi lacrime... da
    ogni parte,  ma il pianto lo soffocava  a  tal  punto  che  non  pot
    proseguire e si dovette, alla fine, pregare un altro che leggesse.
    -  Kuzmc'...  da  tutte  le  parti...  e gi lacrime...   -  ripeteva
    qualcuno ridendo.
    - Non siate cattivi!   -  disse Anna Pvlovna,  dall'altra  parte  del
    tavolo,  minacciando con un dito.   -  "C'est un si brave et excellent
    homme notre bon Viasmitinoff..." [12.  E' una cos eccellente persona,
     un tal brav'uomo il nostro Vjazmtinov!].
    Gli  ospiti ridevano di cuore.  Nei posti d'onore della tavola,  tutti
    parevano molto allegri,  sotto l'influsso delle pi diverse  e  vivaci
    disposizioni   d'animo;   soltanto   Pierre  ed  Elen,   seduti  quasi
    all'estremit della tavola,  erano vicini  e  tacevano;  sul  viso  di
    entrambi  raggiava  un  luminoso sorriso,  non certamente provocato da
    Sergj Kuzmc';  era un  sorriso  di  turbamento  di  fronte  ai  loro
    sentimenti.  Qualsiasi cosa gli altri dicessero e per quanto potessero
    ridere e scherzare,  per quanto gustassero i cibi e facessero onore ai
    vini  del  Reno,  al  "saut"  e  al gelato,  per quanto cercassero di
    evitare con lo sguardo quella coppia e volessero apparire indifferenti
    e disattenti, si avvertiva ugualmente,  chiss perch,  dalle occhiate
    loro lanciate di tanto in tanto,  che l'aneddoto di Sergj Kuzmc', le
    risate,  l'apprezzamento per i buoni cibi non erano che finzione,  che
    la vera attenzione di tutti era rivolta soltanto a quei due: Pierre ed
    Elen.  Il principe Vassilij metteva in ridicolo i singhiozzi di Sergj
    Kuzmc',  ma nello stesso  tempo  lanciava  un'occhiata  alla  figlia;
    mentre rideva,  l'espressione del suo viso pareva dire: Bene, bene...
    tutto va bene; oggi si decide ogni cosa.  Anna Pvlovna lo minacciava
    con  il dito a proposito del "notre bon Viasmitinoff",  ma negli occhi
    di lei,  che si erano fuggevolmente  posati  su  Pierre,  il  principe
    Vassilij  aveva  letto le felicitazioni per il suo futuro genero e per
    la fortuna della figlia.  La  vecchia  principessa,  offrendo  con  un
    triste  sospiro  il  vino  alla  sua  vicina  e rivolgendo uno sguardo
    irritato alla figliuola,  pareva dire: Eh s,  ormai a noi non rimane
    che accontentarci di bere un po' di vino dolce,  mia cara; ora tocca a
    questa  giovent  di  essere   cos   insolentemente   felice.   Che
    sciocchezza  vado  raccontando,  come  se  davvero mi interessassero!
    pensava il diplomatico guardando i visi raggianti dei due  innamorati.
    Quella e la felicit!.
    Tra  gli  interessi  artificiosi e meschini che univano quel gruppo di
    persone, dominava ora il sentimento semplice dell'attrazione reciproca
    di un uomo e di una donna, due creature giovani e sane Quel sentimento
    umano aveva soffocato tutto il resto e  volteggiava  leggero  su  quel
    fatuo,  vuoto  chiacchierio.  Le  frasi  scherzose non erano realmente
    allegre,  le notizie non offrivano alcun interesse,  l'animazione  non
    era sincera.  E non soltanto gli invitati,  ma persino i domestici che
    servivano a tavola parevano sentire la stessa cosa e  dimenticavano  a
    tratti  le regole del servizio fermandosi a guardare la bella Elen dal
    volto radioso e la grossa faccia agitata e felice di  Pierre.  Persino
    le  candele  parevano  concentrare  la  loro luce soltanto su quei due
    volti felici.
    Pierre sentiva di essere al centro di tutto,  e questa  sensazione  lo
    rallegrava  e  lo  imbarazzava  nello  stesso tempo.  Si trovava nella
    condizione di un uomo immerso profondamente  in  un  suo  lavoro:  non
    vedeva  e  non  sentiva  nulla  chiaramente,  e  soltanto  a  tratti e
    all'improvviso  gli  balenavano  nella  mente   pensieri   isolati   e
    sensazioni diverse.
    Cos tutto  gi finito!,  pensava.  E com' avvenuto? Cos presto!
    Ora so che non per lei sola, non per me solo ma per tutti la cosa deve
    fatalmente  accadere.  Tutti  l'aspettano,   tutti  ne  sono  talmente
    convinti che io non posso,  no,  non posso deluderli. Ma come avverr?
    Lo ignoro,  ma so che avverr,  che avverr  certamente!,  si  diceva
    Pierre,  guardando quelle superbe spalle che splendevano proprio sotto
    i suoi occhi.
    A tratti era preso da un senso di vergogna.  Si sentiva imbarazzato di
    essere,  lui solo,  il centro dell'attenzione generale, di apparire un
    uomo felice agli occhi di tutti, di apparire,  con il suo brutto viso,
    una specie di Paride,  il fortunato possessore di Elen. Forse succede
    sempre cos e cos deve essere..., diceva a se stesso.  E del resto,
    che  cosa  ho  fatto perch le cose prendessero questa piega?  Quale 
    stato l'inizio?  Sono partito da Mosca insieme con  il  principe...  e
    allora  non c'era ancora nulla...  Poi,  perch accettai di essere suo
    ospite?  Cominciai una sera a giocare a carte con lei,  le raccolsi la
    borsetta,  con  lei  feci qualche passeggiata in carrozza.  Ma quando,
    quando  veramente cominciato tutto questo?. Ed ecco,  ora egli stava
    al suo fianco come fidanzato,  la vedeva, sentiva la sua vicinanza, il
    suo respiro,  avvertiva ogni movimento e la  sfolgorante  bellezza  di
    lei.  Poi,  a  un tratto,  gli pareva che non Elen,  ma lui fosse cos
    bello e che per questo  tutti  lo  guardavano;  allora,  felice  della
    generale  ammirazione,  sollevava  il petto,  alzava la testa e gioiva
    della propria felicit.  All'improvviso una  voce,  la  voce  nota  di
    qualcuno,  gli dice due volte la stessa cosa. Ma Pierre  cos assorto
    che non capisce che cosa si voglia da lui.
    - Ti domando quando hai ricevuto la lettera di Bolkonskij!   -  ripet
    per  la  terza volta il principe Vassilij.   -  Ma come sei distratto,
    mio caro!
    Il principe Vassilij sorride,  e Pierre vede che tutti sorridono a lui
    e ad Elen.  Be', visto che lo sapete tutti, dice Pierre a se stesso,
    ebbene, s,   vero,  e anch'egli sorride con il suo dolce infantile
    sorriso, e sorride anche Elen.
    -  Quando  l'hai  ricevuta?  Veniva da Olmtz?   -  ripet il principe
    Vassilij che pareva aver bisogno di quell'informazione  per  risolvere
    una questione su cui stava discutendo.
    Ma come si pu parlare di simili sciocchezze o anche solo pensarci?,
    dice Pierre a se stesso.
    - S, da Olmtz  -  risponde con un sospiro.
    Dopo  cena Pierre segu gli altri e accompagn la sua dama in salotto.
    Gli ospiti presero ad accomiatarsi e alcuni se ne andarono, senza aver
    salutato Pierre ed Elen.  Altri,  come se non volessero distogliere la
    fanciulla dalla sua importante occupazione,  le si avvicinarono per un
    momento e se ne andavano subito, senza permettere che li accompagnasse
    alla porta. Il diplomatico taceva uscendo dal salotto con aria triste;
    gli appariva tutta la vanit della sua carriera diplomatica a paragone
    della felicit di Pierre. Il vecchio generale brontol irritato quando
    la moglie gli chiese come  stesse  la  sua  gamba.  Eh,  che  vecchia
    stupida!,   pens.   Ecco   Elen   Vasslevna:   quella,   anche   a
    cinquant'anni, sar una bellezza!.
    - Credo di potervi porgere i miei rallegramenti    -    sussurr  Anna
    Pvlovna alla principessa baciandola con effusione.   -  Se non avessi
    l'emicrania, resterei...
    La  principessa  non  rispose;  era  tormentata  dall'invidia  per  la
    felicit di sua figlia.
    Pierre,  mentre  gli invitati se ne andavano,  rimase a lungo solo con
    Elen nel salottino dove si erano seduti. Spesso, anche prima di quella
    sera, era rimasto a tu per tu con lei,  ma non le aveva mai parlato di
    amore. Ora sentiva che era necessario farlo, ma non sapeva decidersi a
    compiere  quell'ultimo  passo.  Si  vergognava: aveva la sensazione di
    occupare l,  accanto ad Elen,  il posto di un altro.  Non   per  te
    questa felicit,  pareva dirgli una voce interna,  essa  per coloro
    che non hanno quello che hai tu.  Ma bisognava pur dire qualche cosa,
    ed  egli cominci a parlare.  Le chiese se era stata soddisfatta della
    serata.  La fanciulla,  come sempre,  gli rispose con  semplicit  che
    quell'ultimo onomastico era stato per lei uno dei pi piacevoli.
    Alcuni  tra  i  parenti  pi  stretti  rimanevano ancora,  riuniti nel
    salone.  Il principe Vassilij,  con andatura indolente,  si avvicin a
    Pierre.  Questi  si  alz e disse che era ormai tardi,  ma il principe
    Vassilij gli volse uno sguardo cos severo e  interrogativo,  come  se
    quelle  parole  fossero  tanto  strane  da  non  poter  essere neppure
    ascoltate. Ma poi l'espressione severa scomparve, il principe Vassilij
    prese Pierre per una mano,  tirandola in gi,  lo fece risedere e  gli
    sorrise affettuosamente.
    - Be',  Llin,  come va?   -  disse, rivolto subito alla figlia con il
    tono negligente della tenerezza abituale,  proprio  dei  genitori  che
    vezzeggiano  i  figli  sin dall'infanzia,  ma che il principe Vassilij
    usava per imitare gli altri genitori. Poi si volse di nuovo a Pierre.
    - Sergj Kuzmc'...  da ogni parte...  -  ripet,  sbottonandosi  il
    bottone superiore del panciotto.
    Pierre sorrise,  ma dal suo sorriso si capiva che non era la storiella
    di  Sergj  Kuzmc'  che  in  quel  momento  interessava  il  principe
    Vassilij;  e  a  sua  volta  il principe cap che Pierre aveva capito.
    Borbott qualche parola e usc.  A Pierre parve che anche il  principe
    Vassilij  fosse turbato.  La vista del turbamento di quel vecchio uomo
    di mondo commosse Pierre; egli si volse a guardare Elen: anche il viso
    della  fanciulla  appariva  turbato  e  sembrava  che  i  suoi   occhi
    dicessero: Che volete, la colpa  vostra!.
    Devo decidermi a fare questo passo,  assolutamente, ma non posso, non
    posso...,  pensava Pierre,  e  subito  si  mise  a  parlare  di  cose
    indifferenti;  chiese  di  Sergj  Kuzmc'  e  in che cosa consistesse
    l'aneddoto che egli non aveva sentito bene; ma Elen,  sorridendo,  gli
    rispose che neppure lei lo sapeva.
    Quando  il  principe  Vassilij  rientr  nel  salotto,  la principessa
    parlava a bassa voce di Pierre con un'anziana signora.
    - Senza dubbio,  "c'est un parti trs brillant,  mais le  bonheur,  ma
    chre..." [13. E' un partito ottimo, ma la felicit, mia cara...].
    - "Les mariages se font dans les cieux" [14.  I matrimoni si combinano
    in cielo]  -  rispose la vecchia signora.
    Il principe Vassilij, come se non udisse le signore, and a sedersi su
    un divano,  in un angolo,  e chin gli occhi  e  parve  assopirsi.  Si
    scosse quando la testa fu per cadergli sul petto.
    -  Aline   -  disse alla moglie.   -  "Allez voir ce qu'ils font" [15.
    Andate a vedere che cosa fanno].
    La principessa si  avvicin  all'uscio,  vi  pass  davanti  con  aria
    significativa e indifferente insieme e lanci un'occhiata nel salotto.
    Pierre ed Elen erano ancora allo stesso posto e discorrevano.
    - Nulla di nuovo  -  disse al marito.
    Il  principe  Vassilij aggrott le sopracciglia,  storse la bocca,  le
    guance gli tremarono con quell'espressione volgare  e  antipatica  che
    gli era propria;  si scosse,  si alz,  gett la testa all'indietro e,
    passando  davanti  alle  signore,   entr  con  andatura  decisa   nel
    salottino.  A  passo rapido si avvicin allegramente a Pierre,  con un
    aspetto cos insolitamente solenne che il giovane a  quella  vista  si
    alz di scatto, come spaventato.
    - Dio sia lodato!    -  esclam.   -  Mia moglie mi ha detto tutto!  -
    Con un braccio circond Pierre,  con l'altro la figlia.   -  Mia  cara
    Llin,  sono molto,  molto contento!  -  La voce gli trem.  -  Volevo
    molto bene a tuo padre..  e lei sar per te una  buona  moglie...  Che
    Iddio vi benedica!
    Abbracci la figlia, poi ancora Pierre, e lo baci con la bocca vizza.
    Aveva realmente le lacrime agli occhi.
    - Principessa, vieni qui!  -  grid.
    La  principessa  entr  e si mise a piangere.  Anche l'anziana dama si
    pass il fazzoletto sugli occhi.  Pierre fu baciato da tutti  e  baci
    parecchie  volte  la  mano  alla  bella Elen.  Poco dopo i due giovani
    furono di nuovo lasciati soli.
    Le cose dovevano andare  cos,  non  potevano  andare  diversamente,
    pens  Pierre;  perci   inutile che io mi domandi se  un bene o un
    male. E' senza dubbio un bene che tutto sia deciso e che sia finito il
    tormentoso dubbio di prima. Pierre, in silenzio, teneva tra le sue la
    mano della fidanzata e guardava  lo  splendido  seno  di  lei  che  si
    sollevava e si abbassava.
    - Elen!  -  disse ad alta voce, e s'interruppe.
    In questi casi,  pens,  bisogna dire qualcosa di particolare,  ma
    non riusc a ricordare che  cosa  si  dovesse  precisamente  dire.  La
    guard in viso. Ella gli si fece pi vicina e il suo viso arross.
    -  Ah,  levatevi questi...  questi..  come si chiamano,  questi...   e
    indicava gli occhiali.
    Pierre se li tolse e  i  suoi  occhi,  oltre  all'espressione  strana,
    comune  a tutti coloro che si tolgono gli occhiali,  aveva uno sguardo
    spaurito  e  interrogatore.  Voleva  chinarsi  sulla  mano  di  lei  e
    baciargliela  ancora,  ma  Elen,  con  un  movimento del capo rapido e
    inatteso,  gli afferr la testa e lo baci sulla bocca.  L'espressione
    del  suo  viso,  totalmente  mutata,  e  che  rivelava  uno sgradevole
    smarrimento, colp Pierre.
    Ormai  troppo tardi... tutto  finito... ma io l'amo!, pens.
    - "Je vous aime!"  -  mormor, ricordandosi quello che si deve dire in
    simili casi;  ma quelle parole ebbero un suono  cos  insulso  che  si
    vergogn di averle pronunziate.
    Un mese e mezzo dopo egli era sposato e, felice possessore, come tutti
    dicevano,  di  una  bellissima  moglie  e  di  molti  milioni,  and a
    stabilirsi a Pietroburgo nella grande casa,  completamente  rimessa  a
    nuovo, del conte Bezuchov.


    CAPITOLO 3.

    Il  vecchio  principe  Nikolj  Andrevic'  Bolkonskij  ricevette  nel
    dicembre  del  1805  una  lettera  dal  principe  Vassilij,   che  gli
    annunziava il suo arrivo insieme con il figlio. (Parto per un giro di
    ispezioni  e,  si capisce,  non mi sar difficile una diversione di un
    centinaio di miglia per venirvi a salutare,  mio stimato benefattore,
    scriveva.  Mi  accompagner il mio Anatolij,  che deve raggiungere il
    suo  reggimento,  e  io  spero  che  gli  permetterete  di  esprimervi
    personalmente la profonda stima e devozione che,  come suo padre, egli
    nutre per voi).
    - Ah,  benissimo,  non occorre neppure portare Mrija  in  societ:  i
    pretendenti  arrivano  da  soli  -  osserv imprudentemente la giovane
    principessa, quando seppe quella notizia.
    Il principe Nikolj Andrevic' aggrott le sopracciglia  e  non  disse
    nulla.
    Due  settimane  dopo  l'arrivo  della  lettera,  verso sera giunsero i
    domestici del principe Vassilij,  che precedevano  il  padrone,  e  il
    giorno dopo arriv il principe in persona con il figlio.
    Il  vecchio  Bolkonskij  non  aveva  mai avuto un'opinione molto buona
    circa il carattere del principe Vassilij,  e specialmente negli ultimi
    tempi,  quando,  sotto  il regno di Pavel e di Aleksndr,  il principe
    Vassilij aveva fatto notevoli progressi nei gradi e negli  onori.  Ora
    poi che,  dalle allusioni contenute nella lettera e dalle parole della
    piccola principessa,  aveva capito di cosa si trattasse,  la  mediocre
    opinione  sul conto del principe Vassilij si era mutata nell'animo del
    principe Nikolj Andrevic' in un sentimento  di  malevolo  disprezzo.
    Parlando  di  lui sbuffava continuamente.  Il giorno dell'arrivo degli
    ospiti il principe Nikolj Andrevic' era particolarmente  inquieto  e
    di cattivo umore.  Sia che la causa di tale disposizione d'animo fosse
    l'arrivo del principe,  sia che di tale arrivo fosse scontento  perch
    era  di  cattivo  umore,  fatto si  che il malumore c'era,  tanto che
    Tichn,   sin  dal  mattino,   aveva  sconsigliato  l'architetto   dal
    presentarsi al principe con la sua relazione.
    -  Sentite  come  cammina?    -  disse Tichn,  attirando l'attenzione
    dell'architetto sul rumore  dei  passi  del  principe.    -    Cammina
    battendo forte con tutta la pianta del piede... e non sappiamo che...
    Tuttavia,  alle  nove precise come al solito,  il principe usc per la
    passeggiata con la sua pelliccetta di velluto dal bavero di  zibellino
    e  con il berretto della stessa pelliccia.  Il giorno prima era caduta
    molta neve.  Il sentiero che il  principe  Nikolj  Andrevic'  soleva
    percorrere  per  andare  alle serre era stato ripulito,  i segni della
    scopa erano visibili qua e l sulla  neve  spazzata,  una  pala  stava
    conficcata  nei  morbidi  cumuli  nevosi  ammucchiati  ai due lati del
    sentierino. Il principe fece il giro delle serre,  del cortile e delle
    costruzioni annesse, taciturno e aggrottato.
    -  Ma  con la slitta si pu passare?   -  chiese all'intendente che lo
    accompagnava a casa,  somigliantissimo al padrone per il comportamento
    e i modi dignitosi.
    -  La  neve   alta,  eccellenza...  Ho gi dato ordine di spazzare il
    viale.
    Il principe approv con  un  cenno  del  capo  e  si  avvi  verso  la
    scalinata d'ingresso.
    Sia  ringraziato  il  Signore,  pens  l'intendente.  La burrasca 
    passata!.
    - Non era facile passare,  eccellenza  -  aggiunse l'intendente.  -  A
    quanto ho sentito dire, eccellenza, un ministro verr a trovare vostra
    eccellenza...
    Il  principe  si  volse di scatto verso l'intendente e lo fiss con lo
    sguardo corrucciato.
    - Cosa? Un ministro? E che ministro? E chi ha dato l'ordine?  -  grid
    con la voce dura e penetrante.   -  Non  avete  fatto  pulire  per  la
    principessina mia figlia,  e per il ministro s! Non conosco ministri,
    io!
    - Eccellenza, io credevo...
    - Credevi!  -  grid il principe pronunziando le parole in modo sempre
    pi rapido e slegato.  -  Credevi! Briganti! Canaglie! Ti insegner io
    a credere!   -  e,  alzato il bastone verso l'intendente,  lo  avrebbe
    colpito se quest'ultimo non avesse istintivamente evitato il colpo.  -
    Credevi!  Canaglie!  -  continuava a gridare il principe sempre pi in
    fretta.  Ma bench Alpatyc',  spaventato della propria audacia di aver
    osato scansare il colpo,  si fosse avvicinato al principe,  abbassando
    umilmente dinanzi a lui la testa calva,  o forse proprio  per  questo,
    pur continuando a urlare:  -  Canaglie!  Si ricopra la strada di neve!
    -  Il principe non alz una  seconda  volta  il  bastone  e  raggiunse
    precipitosamente la casa.
    Prima di pranzo,  la principessina e "mademoiselle" Bourienne, sapendo
    che il principe era di pessimo umore, lo stavano aspettando, rimanendo
    in piedi: "mademoiselle" Bourienne con un viso  raggiante  che  pareva
    voler  dire:  Io  non  so  nulla,   sono  quella  di  sempre!  e  la
    principessina Mrija,  pallida,  spaventata e con gli occhi bassi.  La
    cosa  pi  penosa  per  la principessina Mrija era il fatto di sapere
    che,  in  circostanze  simili,  bisognava  agire  come  "mademoiselle"
    Bourienne,  ma che purtroppo lei non poteva.  Le pareva che, se avesse
    finto di non accorgersi di nulla, il padre avrebbe pensato che lei non
    si curava delle sue preoccupazioni;  se poi si fosse dimostrata  anche
    lei  triste  e  di  cattivo umore,  egli avrebbe detto (come gi altre
    volte era accaduto) che aveva un viso da funerale  e  altre  cose  del
    genere.
    Il principe guard il viso spaurito della figlia e sbuff:
    - Can... ovvero stupida!  -  brontol.
    E quell'altra non c'! Avranno gi spettegolato insieme..., pens, a
    proposito  della  piccola  principessa  che  non si trovava in sala da
    pranzo.
    - Dov' la principessa?  -  chiese.  -  Si nasconde?
    - Non si sente molto  bene    -    rispose  "mademoiselle"  Bourienne,
    sorridendo allegramente.  -  E' una cosa comprensibile, nello stato in
    cui si trova.
    - Ehm... ehm!  -  bofonchi il principe, e sedette a tavola.
    Il piatto non gli sembr abbastanza pulito; vi fece notare una macchia
    e lo butt via. Tichn l'afferr al volo e lo diede al maggiordomo. La
    piccola  principessa  non  era  indisposta,  ma  aveva  una paura cos
    invincibile del principe che,  informata del  cattivo  umore  di  lui,
    aveva deciso di non lasciare le sue stanze.
    -  Temo per il bambino  -  aveva detto a "mademoiselle" Bourienne.   -
    Sa Iddio che cosa pu accadere se mi spavento!
    La piccola principessa viveva a Lissia-Gori in  preda  a  un  continuo
    senso di timore e di antipatia verso il vecchio principe, antipatia di
    cui  non si rendeva conto,  perch la paura la soverchiava a tal punto
    che essa non  provava  alcun  altro  sentimento.  L'antipatia  le  era
    ricambiata  da parte del suocero,  ma era soffocata dal disprezzo.  La
    principessa,  nel suo soggiorno  a  Lissia-Gori,  si  era  affezionata
    soltanto  a  "mademoiselle"  Bourienne,  trascorreva  con lei giornate
    intere,  la pregava di dormire nella sua camera e spesso  parlava  con
    lei del suocero, criticandolo.
    -  "Il  nous  arrive  du  monde,  mon prince"  -  disse "mademoiselle"
    Bourienne,  spiegando il tovagliolo con le sue piccole mani rosee.   -
    "Son  excellence  le  prince  Kouraguine avec son fils,   ce que j'ai
    entendu dire?" [16. Aspettiamo gente, signor principe.  Sua eccellenza
    il principe Kuragin con suo figlio, a quanto ho sentito dire].
    - Uhm...  s... un'eccellenza da poco... Sono stato io a farlo entrare
    nell'amministrazione  -  rispose il principe in tono  sprezzante.    -
    Quanto  al figlio,  poi,  non riesco a capire perch debba venire qui.
    Forse la principessa Lizaveta Krlovna e la  principessina  Mrija  lo
    sanno; io ignoro davvero perch conduca qui suo figlio. Per me, non ne
    sentivo  affatto  il bisogno.   -  E guard la figlia che si era fatta
    rossa.
    - Non stai bene? Che ti senti?  Forse per paura del ministro,  come ha
    detto oggi quel baggiano di Alpatyc'?
    - No, "mon pre".
    Per   quanto   avesse   scelto   male  l'argomento  di  conversazione,
    "mademoiselle" Bourienne non  tacque,  ma  continu  a  parlare  delle
    serre,  della  bellezza  di  un  nuovo  fiore  appena sbocciato,  e il
    principe, dopo la minestra, parve un po' rabbonito.
    Quando si alz da tavola and dalla  nuora.  La  piccola  principessa,
    seduta  a  un tavolino da lavoro,  discorreva con la cameriera Mascia.
    Alla vista del vecchio principe, si fece pallida.
    Era molto mutata. Si poteva dire, ora, pi brutta che bella. Le guance
    erano un po' cascanti,  il labbro superiore era pi che  mai  staccato
    dall'inferiore, e gli occhi parevano tirati all'ingi.
    -  S,  sento  una  certa  pesantezza    -  rispose al principe che le
    chiedeva come stesse.
    - Ti occorre qualche cosa?
    - No, "merci, mon pre".
    - Bene, bene...
    Usc e raggiunse la stanza della servit dove trov Alpatyc',  ritto e
    a capo chino.
    - E' stata ributtata la neve sulla strada?
    - S,  eccellenza;  perdonate,  eccellenza,  in nome di Dio...  stato
    soltanto per la mia stupidit.
    Il principe lo interruppe e rise del suo riso innaturale.
    - Bene, bene...
    Tese ad Alpatyc' la mano da baciare, poi si ritir nel suo studio.
    Verso sera arriv il principe  Vassilij.  Domestici  e  cocchieri  gli
    andarono  incontro  sul  viale  e  con  urla e grida fecero passare le
    slitte sulla strada,  di nuovo a bella posta ricoperta di neve,  e  lo
    condussero  a  un'ala della casa dove,  per lui e per Anatolij,  erano
    state preparate due camere distinte.
    Anatolij, toltasi la giubba,  sedeva con le mani sui fianchi davanti a
    una  tavola,  su  un  angolo della quale teneva distrattamente fissi i
    suoi grandi,  bellissimi occhi.  Egli soleva considerare la  sua  vita
    come  un  piacere  ininterrotto  che qualcuno,  chiss perch,  si era
    impegnato a organizzare per lui.  Allo stesso  modo,  considerava  ora
    quella  visita a un burbero vecchio e a una brutta e ricca ereditiera.
    Secondo lui,  tutto ci poteva riuscire molto bello e divertente.  Ma
    perch  non sposarla,  se  cos ricca?  La ricchezza non guasta mai,
    pensava Anatolij.
    Si fece la barba,  si profum con una cura  e  un'eleganza  che  erano
    ormai  per  lui  un'abitudine,  e,  con  quell'espressione  bonaria  e
    conquistatrice insieme che gli  era  innata,  tenendo  alta  la  bella
    testa,  entr nella camera del padre.  Accanto al principe Vassilij si
    affaccendavano due camerieri che lo  aiutavano  a  vestirsi;  egli  si
    guardava vivacemente attorno e al figlio che entrava fece un cenno con
    il capo come se volesse dire: Bene! Ti voglio proprio cos!.
    - Senza scherzi,  babbo,   proprio tanto brutta?  Eh?   -  domand in
    francese come continuando un discorso gi molte volte iniziato durante
    il viaggio.
    - Basta con queste sciocchezze! Bada soltanto a dimostrarti rispettoso
    e assennato con il vecchio principe.
    - Se comincer a brontolare me ne andr  -  disse Anatolij.   -    Non
    posso soffrire i vecchi bisbetici...
    - Ricordati che tutto il tuo avvenire dipende da questo.
    Frattanto,  nella  stanza  delle  cameriere,  non  solo  era  gi noto
    l'arrivo del  ministro  con  il  figlio,  ma  anche  il  loro  aspetto
    esteriore   era   gi   stato   descritto  in  ogni  particolare.   La
    principessina Mrija,  tutta sola nella sua camera,  tentava invano di
    dominare il suo profondo turbamento.
    Perch hanno scritto?  Perch Liza me ne ha parlato?  No, no, la cosa
    non  possibile!,  diceva a se stessa,  guardandosi  nello  specchio.
    Come  entrer  in  salotto?  Anche  se quel giovane mi piacesse,  non
    potrei pi ormai essere con lui quella che  sono.  Il  solo  pensiero
    dello sguardo di suo padre le riempiva l'anima di sgomento.
    La  piccola  principessa  e "mademoiselle" Bourienne avevano gi avuto
    dalla cameriera  Mascia  tutte  le  informazioni  necessarie:  avevano
    saputo  che il figlio del ministro era un bel giovane colorito,  dalle
    sopracciglia nere, e che, mentre il padre trascinava a fatica i piedi,
    nel salire le scale, egli, come un'aquila, le aveva fatte a volo a tre
    gradini per volta. Avute queste informazioni, la piccola principessa e
    "mademoiselle" Bourienne, le cui voci animate si sentivano mentre esse
    percorrevano  ancora  il  corridoio,   entrarono  nella  camera  della
    principessina Mrija.
    - "Ils sont arrivs,  Marie!" [17. Sono arrivati, Mrija!]. Lo sapete?
    -  disse la principessa Liza, facendo dondolare il ventre ingrossato e
    lasciandosi pesantemente cadere su una poltrona.
    Non indossava gi pi la camicetta che portava al mattino,  ma uno dei
    suoi  abiti  pi  belli,  aveva i capelli acconciati con molta cura ma
    l'eccitazione del suo viso non riusciva tuttavia a nascondere i tratti
    avvizziti e cascanti. Vestita nel modo con cui soleva presentarsi alle
    serate mondane di Pietroburgo,  appariva  pi  evidente  quanto  fosse
    imbruttita.  Anche  in  "mademoiselle"  Bourienne  si poteva notare un
    miglioramento, sia pure impercettibile nella "toilette", che conferiva
    al suo volto fresco e grazioso una maggiore attrattiva.
    - "Eh bien,  et vous restez comme  vous  tes,  chre  princesse"    -
    disse.    -  "On va venir annoncer que ces messieurs sont au salon: il
    faudra descendre,  et vous ne faites pas un petit brin  de  toilette!"
    [18.  Ebbene,  principessina,  voi  restate cosi come siete?  Tra poco
    verranno ad annunziarci che quei signori si trovano  gi  in  salotto:
    bisogna  scendere,  e  voi  non  avete  ancora  fatto  un  pochino  di
    toeletta].
    La piccola principessa si alz dalla poltrona, chiam la cameriera con
    una scampanellata e in fretta,  allegramente,  si mise a combinare e a
    realizzare  un  abbigliamento  per  la  principessina Mrija.  Essa si
    sentiva ferita nella propria dignit per il solo  fatto  che  l'arrivo
    del  probabile  fidanzato la turbava tanto e ancora di pi la umiliava
    la circostanza che le sue due amiche non sospettavano neppure  che  le
    cose potessero svolgersi diversamente.  Dire quanto si vergognasse per
    s e per loro significava rendere palese il proprio turbamento;  ma il
    rifiutare  l'aiuto nell'abbigliarsi che esse le offrivano avrebbe dato
    origine a insistenti e prolungati scherzi. Si fece di fiamma,  la luce
    dei suoi begli occhi si spense,  il viso le si copr di chiazze e, con
    quella sgradevole espressione di  vittima  che  le  era  abituale,  si
    abbandon con rassegnazione alle mani di "mademoiselle" Bourienne e di
    Liza.  Le due donne si davano sinceramente da fare per renderla bella;
    era cos brutta che nessuna delle due avrebbe potuto  mai  pensare  di
    avere  in  lei  una rivale e perci sinceramente e fermamente convinte
    come tutte le donne che un vestito riesca ad abbellire qualsiasi viso,
    si accinsero a vestirla.
    - No davvero,  mia buona amica,  il vestito che hai addosso non  va  -
    diceva Liza,  guardando di lato la principessina.  -  Fatti portare il
    vestito "massac"! Pensa che forse si sta oggi decidendo la tua sorte.
    E questo vestito troppo chiaro non va bene, non va proprio bene!
    Non era il vestito che non andava,  erano il viso e tutta  la  persona
    della   principessina,   ma  "mademoiselle"  Bourienne  e  la  piccola
    principessa non se ne rendevano conto,  pareva  loro  che  mettere  un
    nastro  azzurro  nei cappelli pettinati all'ins,  togliere la sciarpa
    azzurra dal vestito marrone  o  qualche  altro  mutamento  del  genere
    avrebbero  migliorato  le  cose.  Dimenticavano  che non era possibile
    mutare il viso spaurito e la figura della principessina e che  perci,
    per  quanto  variassero la cornice e gli ornamenti a quel volto,  esso
    continuava a rimanere triste e brutto.  Dopo due o tre cambiamenti  ai
    quali  la  principessina  Mrija  si prest con assoluta docilit,  la
    piccola principessa le gir attorno due volte per osservare  l'effetto
    dell'acconciatura  alta  (una pettinatura che le alterava il viso e la
    imbruttiva),  l'abito di "massac" ornato di una sciarpa  azzurra,  le
    aggiust qui una piega del vestito,  l diede un colpetto alla sciarpa
    con la piccola mano e poi la guard, piegando il capo ora da una parte
    ora dall'altra.
    - No,  cos non va!   -  dichiar in tono deciso battendo le  mani.  -
    "Non,  Marie,  dcidment  a ne vous va pas.  Je vous aime mieux dans
    votre petite robe grise de tous les jours.  Non,  de grce faites cela
    pour moi [19.  No,  Mrija,  cos non va proprio. Vi preferisco con il
    vostro abitino grigio di tutti i giorni.  Vi prego,  fatelo  per  me].
    Ktja,    -    disse  volgendosi alla cameriera  -  riporta il vestito
    grigio della principessina e vedrete,  "mademoiselle" Bourienne,  come
    glielo  abbellir    -    disse  con  un sorriso che pregustava la sua
    soddisfazione artistica.
    Ma quando Ktja ebbe portato il vestito  richiesto,  la  principessina
    Mrija stava ancora seduta immobile davanti allo specchio,  osservando
    il proprio viso;  e nello specchio vedeva gli occhi pieni di lacrime e
    la bocca tremante, pronta ai singhiozzi.
    - "Voyons,  chre princesse",   -  esclam "mademoiselle" Bourienne  -
    "encore un petit effort" [20. Suvvia,  principessa,  ancora un piccolo
    sforzo].
    La  principessa  Liza  prese  il vestito dalle mani della cameriera si
    riavvicin alla cognata.
    - Adesso combineremo un insieme, semplice e grazioso.
    La voce di lei,  di "mademoiselle" Bourienne e quella  di  Ktja,  che
    rideva per non so che cosa,  si fondevano in un gaio cinguettio simile
    a un canto di uccelli.
    - Non, laissez-moi! [21. No,  lasciatemi!]  -  disse la principessina,
    e  quella  voce  ebbe  un tono cos serio e pieno di sofferenza che il
    cinguettio cess  immediatamente.  Le  tre  donne  guardarono  i  suoi
    grandi, bellissimi occhi pensosi e pieni di lacrime che si alzavano su
    di  loro  limpidi e supplichevoli e capirono che sarebbe stato inutile
    insistere, e anche crudele.
    - "Au moins,  changez de coiffure"  -  disse la piccola  principessa.-
    "Je  vous  disais"  -  aggiunse in tono di rimprovero,  rivolgendosi a
    "mademoiselle" Bourienne:  -  "Marie a une de ces  figures  auxquelles
    ce  genre  de  coiffure  ne  va  pas du tout,  mais du tout,  du tout.
    Changez, de grce" [22. Almeno cambiate la pettinatura.  Ve lo dicevo,
    io, che Mrija ha uno di quei visi cui non si addice assolutamente una
    pettinatura di questo genere. Cambiatela, per favore].
    -  "Laissez-moi,  laissez-moi,  tout  a m'est parfaitement gal" [23.
    Lasciatemi, lasciatemi, per me tutto  assolutamente indifferente!]  -
    rispose la voce che tratteneva a stento le lacrime.
    "Mademoiselle" Bourienne e la principessa Liza dovettero confessare  a
    se  stesse  che  la  principessina  Mrija,  vestita a quel modo,  era
    veramente brutta, pi brutta del solito; ma ormai era troppo tardi. La
    principessina le guardava con quell'espressione pensosa e  triste  che
    esse  ben  conoscevano,  un'espressione  che  non  ispirava loro alcun
    timore (la principessina non destava mai in alcuno  tale  sentimento),
    ma  sapevano che,  quando sul viso di lei compariva quell'espressione,
    ella diventava taciturna e irremovibile nelle sue decisioni.
    -  "Vous  changerez,  n'est-ce  pas?"  [24.   Cambierete  pettinatura,
    nevvero?]   -  disse Liza e poich la principessina non rispose,  Liza
    usc dalla stanza.
    La principessina Mrija rimase sola,  ma non accontent la cognata,  e
    non  solo  non  mut  acconciatura,  ma  non  si  guard  neppure allo
    specchio.  Essa,  con gli occhi fissi a terra e le braccia abbandonate
    lungo  i  fianchi,  taceva  e pensava.  Vedeva con l'immaginazione uno
    sposo,  un uomo forte,  un essere energico,  dominatore,  dal  fascino
    misterioso,  che la trasportava improvvisamente nel suo mondo, diverso
    e felice. Vedeva con il pensiero un bambino "suo", simile a quello che
    aveva visto il giorno innanzi in grembo  alla  figlia  della  nutrice,
    mentre  le  si  attaccava  al seno.  Il marito,  l accanto,  guardava
    affettuosamente lei e il bimbo.
    Ma no, questo  impossibile! Sono troppo brutta!, pensava.
    - Favorite per il t.  Il principe sta per venire  -  disse attraverso
    la porta la voce della cameriera.
    Mrija si scosse,  ebbe paura del suo fantasticare,  si alz, prima di
    scendere entr nella stanza delle icone e,  fissando lo sguardo su  di
    una grande immagine annerita del Salvatore, illuminata da una lampada,
    rimase immobile per alcuni minuti a mani giunte.  Un dubbio tormentoso
    opprimeva l'anima della fanciulla.  Avrebbe un giorno provato la gioia
    dell'amore  terreno  per  un  uomo?  Nel  pensare  al  matrimonio,  la
    principessina Mrija aveva sempre sognato anche la felicit  domestica
    e  i  figli,  ma  pi di ogni altra cosa e con maggiore ardore segreto
    desiderava l'amore terreno...  e quel sentimento era tanto  pi  forte
    quanto pi ella cercava di nasconderlo agli altri e a se stessa.  Mio
    Dio, si diceva, come posso scacciare dalla mia mente questi pensieri
    diabolici?  Come posso allontanare  da  me,  per  sempre,  i  pensieri
    cattivi  per  poter  compiere tranquillamente la Tua volont?.  Aveva
    appena formulato questa domanda,  e gi Iddio le  rispondeva  nel  suo
    stesso cuore: Non desiderare nulla per te,  non cercare nulla,  evita
    di turbarti,  non invidiare nessuno.  L'avvenire degli uomini e il tuo
    destino devono esserti ignoti, ma vivi in modo tale da essere pronta a
    tutto.  Se  Iddio vorr metterti alla prova nel dovere del matrimonio,
    sii pronta a compiere la Sua volont.
    Con questo pensiero tranquillizzante  (ma  conservando  ugualmente  la
    speranza del suo sogno proibito di felicit terrena), la principessina
    Mrija  si  fece  sospirando  il segno della croce e poi scese,  senza
    pensare n al vestito, n alla pettinatura,  n a come sarebbe entrata
    in salotto, n che cosa avrebbe detto. Quale importanza potevano avere
    queste cose a paragone della predestinazione di Dio,  senza la volont
    del quale non cade un capello dalla testa dell'uomo?


    CAPITOLO 4.

    Quando la principessina Mrija entr nel salotto,  vi si trovavano gi
    il  principe  Vassilij  con  il  figlio,  intenti  a discorrere con la
    principessa Liza e con "mademoiselle" Bourienne. Allorch ella fece il
    suo ingresso con la sua pesante andatura,  battendo sui  talloni,  gli
    uomini   e   "mademoiselle"  Bourienne  si  alzarono,   e  la  piccola
    principessa, indicandola agli ospiti, disse:
    - "Voil Marie!" [25. Ecco Mrija!].
    Con una sola  occhiata  la  fanciulla  vide  tutti  i  particolari  di
    ciascuno.  Not la faccia del principe Vassilij che, al primo vederla,
    si fece seria per un attimo,  ma che torn subito sorridente;  not il
    viso  della  piccola  principessa che spiava con curiosit,  sul volto
    degli ospiti,  l'impressione prodotta loro  da  Mrija;  not  persino
    "mademoiselle"  Bourienne con il suo nastro,  il suo bel viso e il suo
    sguardo vivace di sempre,  fisso  su  di  lui;  ma  lui  non  pot
    vederlo.  Vide soltanto qualcosa di alto di bello,  di luminoso che si
    avvicinava mentre ella entrava nella stanza. Dapprima le si accost il
    principe Vassilij,  ed ella baci la testa calva che si chinava  sulla
    sua mano (26) e alle parole di lui rispose che s, lo ricordava molto
    bene.  Poi fu la volta di Anatolij, che ella continuava a non vedere.
    Sent soltanto una mano morbida stringere con forza la  sua  e  sfior
    appena con le labbra la fronte bianca sulla quale erano impomatati con
    cura  dei  magnifici capelli biondi.  Quando finalmente lo guard,  fu
    colpita dalla sua bellezza. Anatolij, con il pollice della mano destra
    infilato tra due bottoni della giubba,  il petto in fuori e la schiena
    rientrante, dondolandosi su una gamba, la guardava in silenzio, con la
    testa leggermente inclinata, gli occhi allegri, evidentemente pensando
    a tutt'altro che a lei. Anatolij non era n pronto, n vivace, n buon
    parlatore, ma possedeva in compenso certe qualit preziose in societ,
    quali  una  calma e una sicurezza che nulla riusciva a turbare.  Se un
    uomo,  timido di natura,  tace in un primo incontro e se lascia capire
    che sente l'inopportunit del proprio silenzio e del proprio desiderio
    di trovare qualcosa da dire, le cose andranno male, ma Anatolij taceva
    e,  facendo dondolare una gamba, osservava allegramente l'acconciatura
    della   principessina.    Era   chiaro   che   avrebbe   potuto   cos
    tranquillamente   tacere  ancora  a  lungo.   Se  qualcuno  si  sente
    imbarazzato per il mio silenzio parlate voi,  io non  ne  ho  voglia,
    pareva  voler  dire.  Oltre  a  ci,  nei  suoi rapporti con le donne,
    Anatolij aveva quel comportamento atto a ispirare loro  la  curiosit,
    lo  spavento  e  persino  l'amore;  il  comportamento  che dimostra la
    sprezzante coscienza della propria superiorit.  Aveva l'aria di dire:
    Vi  conosco,  vi  conosco...  perch  dovrei  darmi  da fare per voi?
    Sareste felici,  eh,  se lo facessi!.  Probabilmente egli non pensava
    affatto cos davanti alle donne (e forse non lo pensava davvero perch
    in  genere pensava pochissimo),  ma le sue arie e il suo comportamento
    parevano veramente significare qualcosa di  simile.  La  principessina
    avvert  tutto  questo  e,  quasi  volesse  dimostrargli che non osava
    neppure pensare di destare il suo  interesse,  rivolse  la  parola  al
    vecchio principe. La conversazione procedeva generale e molto animata,
    specialmente  grazie  alla  vocina  della  principessa  Liza  e al suo
    labbruzzo superiore troppo corto ornato di lieve peluria  che  metteva
    in  mostra  i  denti  bianchissimi.  Ella  aveva  accolto  il principe
    Vassilij  con  quel  modo  scherzoso  che  usano  spesso  le   persone
    allegramente  loquaci,  e che consiste nel supporre che tra la persona
    alla quale ci si rivolge cos e chi parla  siano  stabilite  da  lungo
    tempo consuetudini scherzose,  divertenti ricordi comuni che non tutti
    conoscono,  mentre tali ricordi non esistono affatto,  come in  realt
    non  esistevano tra la piccola principessa e il principe Vassilij.  Il
    principe ben volentieri si adatt a quel tono;  la piccola principessa
    implic  in  quei  ricordi di avvenimenti piacevoli mai accaduti anche
    Anatolij, che essa quasi non conosceva.  Pure "mademoiselle" Bourienne
    condivideva  quei  comuni ricordi e persino la principessina Mrija si
    sentiva trascinata con piacere in quelle allegre memorie.
    - Ora  almeno  godremo  completamente  della  vostra  compagnia,  caro
    principe  -  disse la piccola principessa,  rivolgendosi, naturalmente
    in francese, al vecchio principe.  -  Non sar pi come alle serate da
    Annette,  dove voi  fuggivate  sempre.  "Cette  chre  Annette"...  La
    ricordate?
    - Ah, ma voi non mi vorrete mica parlare di politica come Annette!
    - E il nostro tavolino da t?
    - Oh, s!
    - E voi, perch non venivate mai da Annette?  -  chiese ad Anatolij la
    piccola principessa.   -  Eh, ma io lo so, lo so!  -  disse strizzando
    gli occhi;   -  vostro fratello Ippolt mi  ha  parlato  delle  vostre
    avventure.  Oh!    -  e lo minacci con il dito.   -  Conosco anche le
    vostre birichinate di Parigi!
    - E a te, Ippolt non ha detto nulla?  -  chiese il principe Vassilij,
    rivolgendosi al figliuolo e tenendo stretta la mano della  principessa
    Liza,  come  se  questa avesse voluto fuggire ed egli fosse riuscito a
    stento a trattenerla.   -  Non  ti  ha  mai  detto  come  lui  si  era
    invaghito  della  graziosa  principessa  e  come  lei "le mettait  la
    porte? Oh, c'est la perle des femmes, princesse!" [27. Lo metteva alla
    porta. Oh, una perla di donna,  principessa!]  -  esclam rivolto alla
    principessa Mrija.
    Dal  canto suo,  "mademoiselle" Bourienne,  al sentir nominare Parigi,
    non pot astenersi dal partecipare alla conversazione generale.
    Si permise di chiedere  ad  Anatolij  se  avesse  lasciato  Parigi  da
    parecchio tempo e se quella citt gli piacesse. Anatolij rispose assai
    volentieri  alla  francesina  e,  guardandola e sorridendo,  si mise a
    discorrere con lei della sua  citt  natale.  Non  appena  entrato  in
    salotto e veduta la graziosa "mademoiselle" Bourienne,  Anatolij aveva
    deciso che anche l a Lissia-Gori non si sarebbe annoiato.  E'  molto
    carina!,  pensava,  osservandola.  Molto carina, questa damigella di
    compagnia.  Speriamo che la porti con s quando diventer mia moglie,
    si disse. La petite est gentille [28. La piccola  carina].
    Il vecchio principe si vestiva lentamente nello studio, e, accigliato,
    pensava  a  ci  che  doveva  fare.   L'arrivo  di  quegli  ospiti  lo
    contrariava assai.  Cosa sono per  me  il  principe  Vassilij  e  suo
    figlio?  Il  principe  Vassilij   un fanfarone,  vuoto,  e suo figlio
    dev'essere della stessa forza,  brontolava tra i denti.  Era irritato
    perch la presenza di quei due risollevava nel suo animo una questione
    mai risolta e sempre soffocata,  una questione a proposito della quale
    il vecchio principe continuava a ingannare se stesso: si  sarebbe  mai
    risolto a separarsi dalla principessina Mrija e darla a un marito? Il
    principe  non si era mai posto in modo chiaro e deciso questa domanda,
    sapendo in anticipo che si sarebbe risposto secondo giustizia;  ma  la
    giustizia  contrastava,  pi ancora che con i suoi sentimenti,  con le
    stesse possibilit della sua esistenza.  Il vecchio  principe  Nikolj
    Andrevic',  infatti,  non  poteva  concepire la propria vita senza la
    presenza della  figliuola  anche  se,  apparentemente,  se  ne  curava
    pochissimo.  E perch dovrebbe sposarsi?, pensava. Senza dubbio per
    essere infelice.  Ecco l'esempio di Liza: essa ha sposato Andrj e  se
    anche  pu  sembrare  difficile  trovare un marito migliore di lui,  
    forse contenta della sua sorte?  E chi prender Mrija per  amore?  E'
    brutta,  sgraziata.  La  sposerebbero  per  le  sue relazioni e il suo
    denaro.  Non ci sono forse donne che vivono senza marito e sono ancora
    pi felici?.
    Questo  si  diceva,  mentre  stava  vestendosi,  il  principe  Nikolj
    Andrevic',  e intanto sentiva che  la  questione,  sempre  rimandata,
    esigeva  ormai  una  soluzione  immediata.  Era chiaro che il principe
    Vassilij aveva condotto a Lissia-Gori suo figlio con  l'intenzione  di
    fare  una  regolare  domanda  di  matrimonio  e forse in quella stessa
    giornata,  o  nella  seguente,   egli  avrebbe  chiesto  una  risposta
    definitiva.  Il nome e la posizione sociale erano buoni.  Be', io non
    sarei contrario, si diceva il principe purch egli sia degno di lei.
    Ed  quello che vedremo!.
    - S,  quello che vedremo  -  ripet ad alta voce.   -  E' quello che
    vedremo!    -    E,  a  passi  svelti e decisi come sempre,  entr nel
    salotto, con una rapida occhiata avvolse tutti i presenti,  osserv il
    cambiamento  di  vestito  della  principessa  Liza,  il  nastro  della
    Bourienne  e  l'orribile  pettinatura  della  figlia,   i  sorrisi  di
    "mademoiselle" e di Anatolij e l'isolamento della principessina Mrija
    nella  conversazione  generale.  Si   acconciata come una stupida!,
    pens,  rivolgendo  un'occhiata  rabbiosa  alla  figlia.  Ma  non  si
    vergogna? E lui non si degna neppure di guardarla!.
    Si avvicin al principe Vassilij.
    - Buon giorno, buon giorno! Felice di vedervi!
    -  Per  un caro amico sette miglia non allungano la strada come dice
    il proverbio  -    rispose  il  principe  Vassilij,  rapidamente  come
    sempre,  con disinvolta familiarit.  -  Ecco il mio secondogenito: vi
    prego di volergli bene e di essere indulgente verso di lui.
    Il principe Nikolj Andrevic' guard Anatolij.
    - Un bel giovanotto!  -  disse.  -  Suvvia, vieni qui e dammi un bacio
    -  e gli porse la guancia.
    Anatolij baci il  vecchio  guardandolo  con  una  calma  curiosit  e
    aspettando  da lui,  da un momento all'altro,  una di quelle originali
    uscite di cui il padre gli aveva parlato.
    Il principe Nikolj Andrevic' sedette al suo solito posto nell'angolo
    del divano,  avvicin a s una  poltrona  per  il  principe  Vassilij,
    gliela  indic  e  prese  a interrogarlo sull'andamento delle novit e
    delle faccende politiche.  Sembrava che ascoltasse con  attenzione  il
    racconto del principe Vassilij,  ma intanto non cessava di guardare la
    principessina Mrija.
    - Cosicch scrivono gi da Potsdam?   -  disse,  ripetendo  le  ultime
    parole  del  principe Vassilij;  poi a un tratto si alz e si avvicin
    alla figlia.
    - E' per accogliere gli ospiti che ti sei acconciata cos, eh?  Bella,
    bella  davvero!   -  le disse.   -  Ti sei fatta una pettinatura nuova
    per i nostri visitatori ma io,  in loro  presenza,  ti  dico  che  non
    avresti dovuto agghindarti a questo modo senza il mio permesso.
    -  Sono  stata  io,  "mon pre"  -  intervenne la piccola principessa,
    facendosi rossa.
    - Voi siete libera di fare quello  che  vi  piace,    -    rispose  il
    principe  Nikolj  Andrevic',  inchinandosi davanti alla nuora  -  ma
    lei non ha bisogno di farsi pi brutta di  quello  che  :  lo    gi
    abbastanza.
    E  riprese  il  suo  posto  senza  pi badare alla figlia che aveva le
    lacrime agli occhi.
    - Al contrario: a me pare che quella pettinatura stia molto bene  alla
    principessina  -  intervenne il principe Vassilij.
    -  Dunque,  mio  caro giovane principe...  come ti chiami?  Vieni qui,
    discorriamo un po' e facciamo conoscenza  -  disse il principe Nikolj
    Andrevic', rivolgendosi ad Anatolij.
    Ecco,  la farsa sta per cominciare,  pens Anatolij  e,  sorridendo,
    and a sedersi accanto al vecchio.
    -  Dunque,  mio  caro,  voi,  a  quanto  si dice,  siete stato educato
    all'estero.  Non come "tuo" (29) padre e io  che  abbiamo  imparato  a
    leggere  da  un  diacono.  Ditemi,  caro,  ora servite nella Guardia a
    cavallo, vero?  -  chiese il principe, fissando il giovane da vicino.
    - No,  sono passato  nell'esercito    -    rispose  Anatolij,  che  si
    tratteneva a fatica dal ridere.
    - Ah,  benissimo!  Sicch volete servire lo zar e la patria?  Siamo in
    guerra.  Un giovanotto come voi deve prestare  servizio,  certo,  deve
    prestare servizio. Siete in prima linea?
    - No, principe. Il nostro reggimento  in marcia, e io faccio parte...
    di che cosa faccio parte,  pap?  -  chiese Anatolij al padre, con una
    bella risata.
    - Ah, ah! Bel modo di servire la patria, bel modo davvero! Di che cosa
    faccio parte!  -  esclam ridendo il principe Nikolj Andrevic' .
    E Anatolij rise ancora pi forte.  A un  tratto  il  principe  Nikolj
    Andrevic' aggrott il viso.
    - Bene,  bene,  va' pure...  -  disse al giovane il quale, sorridendo,
    ritorn presso le signore.
    - Cos  li  hai  fatti  educare  all'estero  i  tuoi  figli,  principe
    Vassilij?  -  domand il vecchio al padre del giovane.
    - Ho fatto quello che ho potuto e vi dir che l'educazione di laggi 
    molto migliore della nostra.
    -  S,  oggigiorno  tutto diverso,  tutto nuovo.  Bravo ragazzo!  Su,
    andiamo un po' nel mio studio.
    Prese sotto braccio il principe Vassilij e lo condusse con s.
    Il principe Vassilij, rimasto a tu per tu con l'amico, gli espresse il
    suo desiderio e le sue speranze.
    - Che cosa credi?  -  chiese aspramente il vecchio principe.  -  Credi
    forse che io la voglia tenere con me  a  ogni  costo,  che  non  possa
    separarmi da lei? Figurarsi!  -  continu in tono irritato.  -  Magari
    domani stesso! Ti dico subito, per, che voglio conoscere meglio colui
    che  diventer  mio  genero.  Tu  conosci  i miei princpi: tutto deve
    essere chiaro come la luce del sole!  Domani la interrogher davanti a
    te:  se  lei lo desidera,  lui pu restare qui un po' di tempo;  resti
    pure e io intanto vedr e rifletter.  -  E il principe sbuff.  -  Se
    lo sposi pure, Mrija,  a me non importa niente!   -  grid con quella
    stessa  voce  acuta  e  penetrante  con  cui aveva salutato suo figlio
    Andrj.
    - Vi parler francamente  -  rispose il principe Vassilij con il  tono
    dell'uomo astuto,  convinto dell'inutilit dell'astuzia di fronte a un
    interlocutore molto intelligente;   -  tanto  voi  leggete  nel  cuore
    delle  persone.  Anatolij  non    un  genio,  ma  un ragazzo buono e
    onesto, ed  un ottimo figlio.
    - Bene, bene, vedremo.
    Come sempre accade alle donne vissute a lungo sole, senza compagnia di
    uomini,  le tre signore  di  casa  del  principe  Nikolj  Andrevic',
    all'arrivo  di  Anatolij,  avevano  sentito ugualmente che sino a quel
    momento la loro vita non era stata vera vita.  La capacit di pensare,
    di sentire, di osservare si era decuplicata all'istante in tutte e tre
    e,  come  se  la loro esistenza fosse stata sino a quel giorno avvolta
    nelle tenebre,  apparve improvvisamente illuminata da una luce nuova e
    vivificatrice.
    La  principessina  Mrija  non  pensava pi alla sua faccia e alla sua
    pettinatura; nemmeno se ne ricordava. Il viso bello e aperto dell'uomo
    che  forse  sarebbe  diventato  suo  marito  assorbiva  tutta  la  sua
    attenzione.  Egli  le  pareva  buono,  energico,  deciso,  risoluto  e
    magnanimo.  Era convinta che fosse cos.  Mille sogni sulla sua futura
    vita  di  famiglia  le  pullulavano nell'immaginazione,  sogni che lei
    cercava di scacciare e di nascondere.
    Ma non sono forse troppo fredda con lui?,  si chiedeva la fanciulla.
    Io cerco di contenermi perch segretamente mi sento gi troppo vicina
    a  lui;  ma  egli  non  conosce  questi miei pensieri e potrebbe anche
    credere di essermi antipatico!.
    E la principessina si sforzava,  senza tuttavia riuscirvi,  di  essere
    gentile con il nuovo ospite.
    La pauvre fille!  Elle est diablement laide! [30.  Povera ragazza, 
    terribilmente brutta!] pensava intanto di lei Anatolij.
    "Mademoiselle" Bourienne,  anch'essa eccitata  al  massimo  grado  per
    l'arrivo   del  giovanotto,   aveva  pensieri  di  tutt'altro  genere.
    Naturalmente la bella ragazza,  priva di una  ben  definita  posizione
    sociale, senza parenti, senza amici e persino senza patria, non poteva
    pensare  di  dedicare  tutta la sua esistenza al servizio del principe
    Nikolj Andrevic',  leggergli i libri ad alta  voce,  accontentandosi
    dell'amicizia  della principessina Mrija.  Ella aspettava da un pezzo
    il principe russo che,  di colpo,  avrebbe saputo  apprezzare  la  sua
    superiorit  sulle  principesse  brutte,  mal vestite,  sgraziate,  si
    sarebbe innamorato di lei  e  l'avrebbe  portata  via;  ed  ecco  che,
    finalmente,  era arrivato un principe russo!  "Mademoiselle" Bourienne
    aveva una sua storia sentita raccontare da una zia e che  essa  stessa
    aveva  completato,  una storia che le piaceva ripetersi durante le sue
    fantasticherie.  Era la storia  di  una  ragazza  sedotta  alla  quale
    appariva in sogno la povera madre, "la pauvre mre", e la rimproverava
    di  essersi  data  ad  un  uomo,  senza il matrimonio.  "Mademoiselle"
    Bourienne spesso  si  commoveva  sino  alle  lacrime,  immaginando  di
    raccontare questa vicenda a lui,  il seduttore. Ora questo lui, un
    vero principe russo, era apparso. Egli l'avrebbe portata via, poi dopo
    la commovente apparizione della "pauvre mre", l'avrebbe sposata. Cos
    si delineava nella mente di "mademoiselle"  Bourienne  la  sua  futura
    storia mentre discorreva di Parigi con Anatolij. Ella non faceva alcun
    calcolo  (non  rifletteva  mai su quanto faceva),  ma tutto quello che
    immaginava era gi da lungo tempo pronto nella  sua  mente  e  ora  si
    condensava,  semplicemente,  attorno ad Anatolij al quale desiderava e
    cercava di piacere quanto pi fosse possibile.
    La principessa  Liza,  come  un  vecchio  cavallo  di  reggimento  che
    nitrisce  all'udire squillare le trombe,  dimentica del suo stato,  si
    preparava  inconsciamente  al  consueto  galoppo   della   civetteria,
    senz'alcun  proposito,  senza  alcuna intenzione di lotta,  ma con una
    ingenua e spensierata allegria.
    Sebbene Anatolij, quando si trovava in una compagnia femminile, avesse
    l'abitudine  di  recitare  la  parte  dell'uomo  seccato  di   vedersi
    corteggiato  dalle  donne,  provava ora una soddisfazione vanitosa nel
    costatare l'effetto che produceva su quelle tre creature. Inoltre egli
    cominciava  a  sentire  per  la  graziosa   e   provocante   Bourienne
    quell'appassionata  sensazione  animalesca che soleva impossessarsi di
    lui con straordinaria rapidit e che spesso lo spingeva agli atti  pi
    volgari e pi arditi.
    Dopo  il  t,   tutti  passarono  nella  saletta  dei  divani,   e  la
    principessina fu  pregata  di  sonare  il  clavicembalo.  Anatolij  si
    appoggi  allo  strumento  davanti  a  lei,  accanto  a "mademoiselle"
    Bourienne e si mise a guardare la principessina con  occhi  ridenti  e
    allegri. La fanciulla, con un'emozione timida e lieta insieme, sentiva
    su  di  s  quello sguardo.  La sonata prediletta la trasportava in un
    mondo di intima poesia e lo sguardo che sentiva  su  di  s  avvolgeva
    quel  mondo  in un'atmosfera poetica anche maggiore.  Ma lo sguardo di
    Anatolij quantunque fisso su di lei,  non seguiva lei ma  i  movimenti
    del piedino di "mademoiselle" Bourienne,  che egli premeva con il suo,
    sotto il clavicembalo.  Anche  "mademoiselle"  Bourienne  guardava  la
    principessina  nei  cui bellissimi occhi leggeva una espressione nuova
    di timida e gioiosa speranza.
    Come mi vuol bene,  pensava  la  principessina  Mrija.  Come  sono
    felice  ora e come potr esserlo in seguito con un'amica cos e con un
    simile marito!  Ma sar veramente mio  marito?,  si  chiedeva,  senza
    osare di alzare lo sguardo sul viso di lui, i cui occhi sentiva sempre
    fissi su di s.
    La sera,  quando dopo cena tutti si separarono, Anatolij baci la mano
    alla principessina che,  non sapendo  neppur  lei  stessa  come,  ebbe
    l'ardire di guardare il bel volto maschile che era cos vicino ai suoi
    occhi  miopi.  Poi Anatolij si avvicin a "mademoiselle" Bourienne per
    baciar la mano anche a lei (una  cosa  sconveniente,  ma  egli  faceva
    tutto con grande semplicit e sicurezza),  e "mademoiselle" Bourienne,
    arrossendo, guard spaventata la principessina.
    Quelle dlicatesse! [31.  Che delicatezza!] pens la  principessina.
    Possibile  che  Amlie  (cos  si  chiamava "mademoiselle" Bourienne)
    creda  che  io  possa  essere  gelosa  di  lei  e  che  non   apprezzi
    l'affettuosa tenerezza e la devozione che ha per me?.
    Si  avvicin  alla  francesina  e la baci con trasporto.  Anatolij si
    accost alla piccola principessa per baciare la mano anche a lei.
    - "Non,  non,  non!  Quand votre pre m'crira que vous vous conduisez
    bien,  je vous donnerai ma main  baiser.  Pas avant" [32. No, no, no!
    Quando vostro padre mi avr scritto che vi comportate bene,  allora vi
    dar la mano da baciare. Prima no!].
    E, sorridendo, alz un ditino con aria minacciosa e lasci la stanza.


    CAPITOLO 5.

    Tutti  si  separarono e quella notte nessuno,  a eccezione di Anatolij
    che si addorment non appena fu a letto, ripos a lungo.
    Possibile  che  questo  estraneo,  quest'uomo  bello  e  buono  debba
    diventare  mio  marito?,  si  chiedeva la principessina Mrija,  e la
    paura,  che non provava quasi mai,  si impadron  di  lei.  Temeva  di
    guardarsi  attorno.  Le  sembrava  che  qualcuno  fosse l,  dietro il
    paravento,  in quell'angolo buio e che quel  qualcuno  fosse  lui,  il
    demonio,  lui, il giovane dalla fronte bianca, dalle sopracciglia nere
    e dalla bocca rossa.
    Chiam la cameriera e la preg di rimanere a dormire nella sua camera.
    "Mademoiselle" Bourienne quella sera passeggi a  lungo  nel  giardino
    d'inverno, aspettando invano qualcuno, ora sorridendogli, ora commossa
    sino  alle lacrime dalle immaginarie parole della "pauvre mre" che le
    rimproverava il suo fallo.
    La principessa Liza brontolava contro la cameriera perch il letto non
    era stato fatto bene,  non poteva restar coricata n su un  fianco  n
    sul  petto.  In  qualsiasi modo si voltasse,  il ventre quella sera le
    dava pena e fastidio.  E quella sera gliene dava pi del solito perch
    la  presenza  di  Anatolij  l'aveva  riportata  vivamente indietro nel
    tempo,  in un tempo diverso,  in cui le cose non erano cos e tutto si
    svolgeva per lei in modo facile e piacevole. In giubbetto e cuffia, se
    ne  stava  seduta  sulla  poltrona,  mentre  Ktja  assonnata e con la
    treccia sfatta,  batteva e rivoltava per la  terza  volta  il  pesante
    materasso, borbottando incomprensibili parole.
    - Ti ho detto che  tutto gobbe e rientranze!   -  ripeteva la piccola
    principessa.  -  Sarei tanto contenta di potermi addormentare, e non 
    colpa mia se il materasso me lo impedisce!-  E la sua voce era tremula
    come quella di una bimba che sia l l per piangere.
    Neppure il vecchio principe dormiva. Tichn,  attraverso il sonno,  lo
    sentiva sbuffare e camminare nervosamente.  Al vecchio principe pareva
    di essere stato offeso nella persona di  sua  figlia  e  l'offesa  era
    tanto pi grande in quanto non riguardava direttamente lui ma un'altra
    persona,  quella  fanciulla  che  egli amava pi di se stesso.  Si era
    detto che avrebbe riflettuto bene  su  tutta  la  faccenda  e  avrebbe
    trovato  la soluzione migliore da adottare,  ma intanto non faceva che
    irritarsi sempre di pi.
    E' bastato il primo venuto ed ecco che suo padre  e  tutto  il  resto
    sono  dimenticati...   Corre  di  sopra  in  camera  sua  si  pettina,
    scodinzola e diventa un'altra!  E' contenta all'idea di  lasciare  suo
    padre!  Sa  benissimo che io me ne accorgo,  ma che gliene importa?  E
    intanto io vedo che quell'idiota non ha occhi che  per  la  Bourienne!
    Bisogner  mandarla  via quella...  E che mancanza di fierezza per non
    capirlo, se non per s,  visto che fierezza non ne ha,  almeno per me.
    Bisogna  pur  far  capire che quell'idiota non pensa a lei,  ma solo a
    guardare la Bourienne. No, non ha proprio orgoglio,  ma le mostrer io
    come....
    Il  vecchio  principe  sapeva che dicendo alla figlia che s'ingannava,
    che Anatolij corteggiava la Bourienne avrebbe eccitato l'amor  proprio
    della  principessina  in  modo  tale  da  vincere  la  partita,  ossia
    realizzare il suo desiderio di non separarsi  dalla  figlia...  Questo
    pensiero lo calm alquanto. Chiam Tichn e cominci a svestirsi.
    Li ha condotti qui il diavolo, quei due!, pensava, mentre Tichn gli
    copriva  con  la  camicia  da notte il corpo magro e secco,  dal petto
    coperto di peli grigi. Io non li ho chiamati, costoro!  Sono venuti a
    sconvolgere la mia vita che non avr pi lunga durata.
    -  Al  diavolo!    -   ripet,  mentre la sua testa non sbucava ancora
    chiusa nella camicia.
    Tichn conosceva quell'abitudine di esprimere talvolta ad alta voce  i
    propri  pensieri  e  perci  con  viso impassibile sopport lo sguardo
    rabbioso e interrogativo che lampeggiava al di sopra della camicia.
    - Sono andati a letto?  -  chiese il principe.
    Tichn,  come  ogni  bravo  servitore,  indovinava  la  direzione  dei
    pensieri del padrone.  Comprese che la domanda si riferiva al principe
    Vassilij e a suo figlio e rispose:
    - Si sono degnati di coricarsi,  eccellenza,  e hanno  gi  spento  il
    lume.
    - Non c' motivo, non c' motivo...  -  borbott in fretta il principe
    e,  cacciati i piedi nudi nelle pantofole e le mani nelle tasche della
    veste da camera, si avvicin al divano sul quale soleva dormire.
    Sebbene tra Anatolij e "mademoiselle" Bourienne non fosse stata  detta
    nemmeno  una  parola,  essi  si erano perfettamente intesi a proposito
    della prima parte del romanzo,  quella precedente l'apparizione  della
    "pauvre mre";  avevano capito di avere molte cose da dirsi in segreto
    e perci,  appena  alzati,  cominciarono  a  cercare  l'occasione  per
    incontrarsi  a quattr'occhi.  Mentre la principessina Mrija si recava
    all'ora consueta dal padre,  "mademoiselle" Bourienne  e  Anatolij  si
    incontravano nel giardino d'inverno.
    Quella  mattina  la  principessina Mrija si avvicin alla porta dello
    studio paterno con  una  insolita  trepidazione.  Le  pareva  che  non
    soltanto  tutti  sapessero che in quel giorno si sarebbe decisa la sua
    sorte,  ma che sapessero anche quali fossero i suoi pensieri.  Leggeva
    questa  impressione  nel  viso  di Tichn e del domestico del principe
    Vassilij che,  incontratala nel corridoio mentre portava l'acqua calda
    al padrone, le si era inchinato profondamente.
    Quella   mattina  il  vecchio  principe  si  dimostr  particolarmente
    affettuoso e sollecito verso la figlia,  la quale conosceva assai bene
    quella  sollecitudine;  era  la  stessa che gli compariva sul viso nei
    momenti in cui le sue mani secche si serravano a pugno per il dispetto
    quando essa non riusciva a risolvere un problema di aritmetica e  lui,
    alzandosi,  si  scostava  e lei ripeteva a voce bassa sempre le stesse
    parole.
    Il principe entr subito in argomento e cominci a parlare dandole del
    voi.
    - Mi  stata fatta una proposta che vi riguarda  -  disse,  sorridendo
    in  modo  poco  naturale.    -    Penso  abbiate gi indovinato che il
    principe Vassilij  venuto qui portando con s il suo pupillo  -  (chi
    sa perch il principe Nikolj Andrevic' chiamava cos  Anatolij)    -
    non certo per i miei begli occhi...  Ieri mi ha fatto una proposta che
    vi riguarda e poich  conoscete  i  miei  princpi  lascio  a  voi  la
    decisione.
    -  In  che  senso  vi  debbo  intendere,  "mon  pre"?    -   disse la
    principessina, impallidendo e poi arrossendo.
    - In che senso intendermi!   -  grid il padre con voce  irritata.  Il
    principe  Vassilij  ti  trova di suo gradimento come nuora e chiede la
    tua mano per il suo pupillo.  Ecco in che senso devi  intendermi...  e
    come, se non cos? Lo chiedo a te.
    -  Non  so  come  voi  la  pensiate,   "mon  pre"    -    mormor  la
    principessina.
    - Io? Io? Ma che c'entro io? Lasciatemi da parte. Non sono io che devo
    sposarmi. Che ne pensate voi? E' questo che si desidera sapere.
    La principessina capiva che suo padre  non  vedeva  favorevolmente  la
    cosa,  ma pens che in quel momento o mai pi si sarebbe decisa la sua
    sorte.  Abbass gli occhi per evitare lo  sguardo  del  padre,  quello
    sguardo  che,  lo  sentiva,  la rendeva incapace di pensare,  ma,  per
    abitudine, capace soltanto di ubbidire, e disse:
    - Io non desidero altro che fare la  vostra  volont.  Ma  se  dovessi
    esprimere ci che desidero...
    Non riusc a compiere la frase: il principe l'interruppe.
    - Benissimo!  -  grid.  -  Egli prender te, la tua dote e per giunta
    anche "mademoiselle" Bourienne. Quella sar la moglie e tu...
    Il  principe tacque: si era accorto dell'impressione che quelle parole
    avevano prodotto sulla figlia.  Ella aveva chinato il capo e stava per
    piangere.
    -  Su,  su,  ho  scherzato!    -    disse.   -  Ricorda per una cosa,
    figliuola: io mi attengo al principio che una ragazza ha pieno diritto
    di scelta e quindi ti lascio assoluta libert.  Ma ricorda  che  dalla
    tua  decisione  dipende  la  felicit  della  tua  vita.  Di me non ti
    preoccupare...
    - Ma... io non so, "mon pre"...
    - Non c' niente da dire!  Lui fa quello che gli  stato  ordinato:  
    pronto  a  sposare  te  come  qualsiasi  altra;  per tu sei libera di
    scegliere. Va' in camera tua,  rifletti e,  tra un'ora,  ritorna qui e
    davanti a lui dirai s o no.  So che andrai a pregare.  S, prega pure
    o, meglio, rifletti. Va' !  S o no,  s o no,  s o no!   -   gridava
    ancora quando la principessina,  vacillante come in mezzo alla nebbia,
    usciva dallo studio.
    La sua sorte si era decisa e decisa  felicemente.  Ma  quello  che  il
    padre  aveva  detto  relativamente  alla Bourienne era un'insinuazione
    terribile. Ammesso anche che non fosse vero, era pur sempre terribile,
    ed essa non  poteva  non  pensarci.  Camminava  diritto  avanti  a  s
    attraverso il giardino d'inverno, senza nulla vedere e sentire quando,
    all'improvviso,  il  noto  bisbiglio  di  "mademoiselle"  Bourienne la
    riscosse.  Sollev gli occhi e a due passi da s scorse  Anatolij  che
    abbracciava  la  francesina  e  le mormorava qualcosa.  Anatolij,  con
    un'espressione di collera sul bel viso, guard la principessina Mrija
    e al primo momento non si stacc  neppure  dalla  Bourienne  che,  dal
    canto suo, non la vedeva.
    Chi   l?  Perch?  Aspettate un momento,  pareva dire la faccia di
    Anatolij. La principessina Mrija li guardava ammutolita. Non riusciva
    a capire.  Finalmente "mademoiselle" Bourienne lanci un grido e fugg
    precipitosamente.
    Anatolij  con  un allegro sorriso si inchin alla principessina,  come
    invitandola a ridere di quel caso strano e, stringendosi nelle spalle,
    si avvi verso la porta che conduceva nelle sue stanze.
    Un'ora pi tardi,  Tichn and a  chiamare  la  principessina  Mrija.
    Disse  che  il  principe  la  desiderava e aggiunse che insieme con il
    padre si trovava anche il principe Vassilij Sergevic'.  Quando Tichn
    era entrato dalla principessina,  essa,  seduta sul divano, teneva tra
    le braccia la Bourienne in  lacrime  e  le  accarezzava  dolcemente  i
    capelli. I bellissimi occhi della principessina, tranquilli e luminosi
    come  sempre,  guardavano  con  affettuosa  tenerezza e compassione il
    visino grazioso di "mademoiselle" Bourienne.
    - "Non, princesse, je suis perdue pour toujours dans votre coeur" [33.
    No,  principessa,  nel vostro cuore non c' pi  posto  per  me!]    -
    diceva "mademoiselle" Bourienne.
    -  "Pourquoi?  Je  vous  aime  plus  que  jamais,"    -  rispondeva la
    principessina Mrija  -  "et je tcherai de faire tout ce qui  est  en
    mon pouvoir pour votre bonheur" [34. Perch? Io vi voglio pi bene che
    mai, e cercher di far tutto ci che posso per la vostra felicit].
    - "Mais vous me mprisez, vous si pure, vous ne comprendrez jamais cet
    garement de la passion.  Ah,  ce n'est que ma pauvre mre..." [35. Ma
    voi mi  disprezzate,  voi,  cos  pura,  non  potrete  mai  capire  lo
    smarrimento della passione. Oh, solo la mia povera madre...].
    -   "Je   comprends  tout"  [36.   Capisco  tutto]    -    rispose  la
    principessina, con un sorriso triste.  -  Calmatevi, amica mia...  Ora
    andr da mio padre  -  disse, e lasci la stanza.
    Quando  la  fanciulla  entr,  il  principe  Vassilij,  seduto  in una
    poltrona con le gambe  accavallate  e  la  tabacchiera  tra  le  mani,
    sorrideva  intenerito  e  pareva  che lui stesso compatisse la propria
    commozione. Si affrett a portare una presa di tabacco al naso.
    - "Ah, ma bonne, ma bonne"  -  disse,  alzandosi e prendendole tutte e
    due le mani.  Sospir e aggiunse:   -  "Le sort de mon fils est en vos
    mains. Dcidez, ma bonne, ma chre, ma douce Marie,  que j'ai toujours
    aime  comme  ma  fille" [37.  Mia cara,  mia cara.  Il destino di mio
    figlio  nelle vostre mani. Decidete, mia buona,  mia cara,  mia dolce
    Mrija, alla quale ho sempre voluto bene come a una figliuola].
    Si scost, e una vera lacrima brill nei suoi occhi.
    - Fr...  fr...   -  sbuffava intanto Nikolj Andrevic'.  -  Ecco qui,
    il principe Vassilij,  a nome del suo pupillo...  ossia di suo figlio,
    chiede  la tua mano.  Vuoi o non vuoi diventare la moglie del principe
    Anatolij Kuragin?  Rispondi: s o no  -  grid.   -  Poi io mi riservo
    il diritto di esprimere la mia opinione, semplicemente la mia opinione
    -   aggiunse il principe Nikolj Andrevic',  rivolgendosi al principe
    Vassilij e rispondendo al suo sguardo supplichevole.  -  S o no?
    - Il mio desiderio,  "mon pre",    di  non  lasciarvi  mai,  di  non
    separare mai la mia vita dalla vostra. Non voglio sposarmi  -  rispose
    decisamente la fanciulla, fissando i suoi bellissimi occhi sul padre e
    sul principe Vassilij.
    -  Sciocchezze,  sciocchezze,  stupidaggini,  assurdit!   -  grid il
    principe Nikolj Andrevic',  aggrottando le sopracciglia e,  presa la
    figlia per mano, l'attir a s; non la baci, ma si limit a sfiorarle
    la  fronte con la fronte,  e le strinse cos forte la mano che serrava
    tra le sue che il viso della fanciulla si contrasse,  ed ella mand un
    grido.
    Il principe Vassilij si alz.
    -  "Ma  chre,  je  vous  dirai que c'est un moment que je n'oublierai
    jamais, jamais; mais,  ma bonne,  est-ce que vous ne nous donnerez pas
    un peu d'esprance de toucher ce coeur si bon, si gnreux. Dites, que
    peut-tre...  L'avenir est si grand. Dites: peut-tre" [38.  Mia cara,
    posso dirvi che questo  un momento che non dimenticher mai, mai; ma,
    mia cara, non ci vorrete dare un filo di speranza che un giorno questo
    vostro cuore cosi buono  e  generoso  possa  commuoversi?  Diteci  che
    forse... L'avvenire  cos lungo. Dite: forse].
    - Principe, ci che ho detto  tutto quello che ho nel cuore.
    -  Vi  ringrazio  per  l'onore  che m'avete fatto,  ma non sar mai la
    moglie di vostro figlio.
    - Bene,  l'argomento  chiuso,  mio caro.  Sono molto lieto di  averti
    veduto,  molto lieto.  Va' principessina, va' in camera tua-  disse il
    vecchio principe.  -  Molto,  molto lieto di averti veduto  -  ripet,
    abbracciando il principe Vassilij.
    La mia vocazione  un'altra,  pensava intanto la fanciulla;  la mia
    vocazione   di  essere  felice  di  un'altra  felicit:  la  felicit
    dell'amore e del sacrificio.  E, per quanto mi costi, far la felicit
    della  povera  Amlie.  Lo  ama  cos  appassionatamente!  Ed    cos
    profondamente pentita!  Far tutto quanto sta in me perch si sposino.
    Se Anatolij non e ricco,  dar io a lei i mezzi,  li  chieder  a  mio
    padre,  li chieder ad Andrj. Sar felice quando lei sar sua moglie.
    E' cos disgraziata, sola, in terra straniera,  senza aiuto!  Mio Dio,
    con  quanta passione deve amarlo se ha potuto smarrirsi cos!  Chi sa,
    forse avrei fatto  anch'io  come  lei...,  pensava  la  principessina
    Mrija.


    CAPITOLO 6.

    Da  molto tempo la famiglia Rostv non aveva pi notizie di Nikluska.
    Solo verso la met dell'inverno, il conte ricevette una lettera, sulla
    cui busta riconobbe la calligrafia del figlio.  Con quella lettera  in
    mano,  il conte,  vagamente spaventato,  corse in punta di piedi nella
    sua stanza da lavoro cercando di non essere visto,  vi si rinchiuse  e
    cominci  a  leggere.   Anna  Michjlovna,  non  appena  fu  informata
    dell'arrivo della lettera (ella sapeva sempre tutto ci che  succedeva
    in  casa),  entr a passi silenziosi nello studio e trov il conte con
    il foglio tra le mani che singhiozzava e rideva contemporaneamente.
    Anna Michjlovna,  bench i suoi affari si  fossero  ormai  sistemati,
    continuava a vivere in casa Rostv.
    - "Mon bon ami?" [39.  Mio buon amico?]  -  domand con tristezza,  in
    tono interrogativo, gi pronta a commuoversi.
    Il conte singhiozz pi forte.
    - Nikluska...  una lettera...   stato  ferito...  "ma  chre"...  la
    contessa...  promosso  ufficiale...  Sia  lodato Iddio!  Come faremo a
    comunicare questo alla contessuccia?
    Anna Michjlovna gli sedette accanto,  asciug col proprio  fazzoletto
    le  lacrime di lui e quelle che erano cadute sul foglio;  poi lesse la
    lettera,  tranquillizz il conte e concluse  che  prima  dell'ora  del
    pranzo e del t avrebbe preparato la contessa,  e che poi, dopo il t,
    con l'aiuto di Dio, le avrebbe spiegato tutto.
    Durante il pranzo, Anna Michjlovna parl delle vicende della guerra e
    di Nikluska; chiese due volte,  sebbene lo sapesse benissimo,  quando
    era  giunta  l'ultima lettera di lui,  e disse che era molto probabile
    che prestissimo,  forse quel giorno stesso,  arrivasse uno scritto del
    giovane. A ognuna di queste allusioni, quando la contessa cominciava a
    turbarsi  e  guardava  ansiosa  ora  il  conte  ora  Anna Michjlovna,
    quest'ultima, con la massima naturalezza, riconduceva la conversazione
    su argomenti insignificanti. Natascia, che di tutta la famiglia era la
    persona pi capace di cogliere le sfumature  delle  intenzioni,  degli
    sguardi  e  dell'espressione  delle  fisionomie,  sin  dall'inizio del
    pranzo  stava  attentissima  e  capiva  che  tra  suo  padre  e   Anna
    Michjlovna doveva esserci qualcosa che si riferiva a suo fratello,  e
    che Anna Michjlovna stava preparando il terreno per comunicare questo
    qualcosa.  Per quanto ardita (Natascia sapeva quanto sua  madre  fosse
    sensibile  a ogni notizia che riguardava Nikluska),  non si arrischi
    durante il pranzo a far domande; per l'inquietudine non mangi nulla e
    si agit continuamente sulla sedia senza dar retta  alle  osservazioni
    della  governante.  Appena  terminato  il  pranzo,  essa si affrett a
    correre dietro ad Anna Michjlovna,  la  raggiunse  nella  stanza  dei
    divani e le si butt al collo.
    - Zia cara, ditemi, cosa  successo?
    - Niente, tesoro...
    -  No,  anima  mia,  cara...  non vi lascio: sono certa che voi sapete
    qualcosa.
    Anna Michjlovna scosse la testa.
    - "Vous tes une fine mouche, mon enfant" [40. Siete una furbacchiona,
    bimba mia!]  -  disse.
    - E' arrivata una lettera di Nikolj?  E' certo!   -   grid  Natascia
    leggendo gi la risposta affermativa sul viso di Anna Michjlovna.
    -  Ma  in nome di Dio,  sii prudente: tu sai quanto una notizia simile
    possa colpire la tua "maman".
    - Sar prudente, sar prudente,  ma parlate.  Non volete dir nulla?  E
    allora vado subito dalla mamma...
    Anna  Michjlovna  in  poche  parole  mise  Natascia  al  corrente del
    contenuto della lettera, a patto per che non ne accennasse a nessuno.
    - Parola d'onore!   -  rispose  Natascia,  facendosi  il  segno  della
    croce.  -  Non dir nulla a nessuno  -  e corse subito da Snja.
    - Niklenka...   ferito, c' una lettera...  -  esclam in tono lieto
    e solenne.
    - Nicolas!  -  riusc soltanto a dire Snja, facendosi improvvisamente
    pallida.
    Natascia,  al vedere l'impressione prodotta  su  Snja  dalla  notizia
    della ferita di suo fratello,  ne comprese per la prima volta il senso
    doloroso.
    Si gett tra le braccia di Snja e pianse.
    - Solo un poco... una ferita leggera... ma l'hanno promosso ufficiale;
    ora sta bene, lo scrive lui stesso  -  disse tra le lacrime.
    - Come si vede  che  voialtre  donne  siete  tutte  piagnucolose!    -
    esclam Ptja,  camminando a gran passi decisi su e gi per la stanza.
    -  Io sono tanto contento,  invece,  proprio tanto  contento  che  mio
    fratello si sia distinto.  Voi non sapete che piagnucolare. Non capite
    proprio nulla!
    Natascia sorrise tra le lacrime.
    - Tu hai letto la lettera?  -  chiese Snja.
    - No,  non l'ho letta,  ma lei mi ha detto che ormai  tutto passato e
    che  gi ufficiale.
    - Sia ringraziato Iddio!   -  rispose Snja,  facendosi il segno della
    croce.
    - Ma se non ti avesse detto la verit? Andiamo da "maman".
    Ptja continuava a passeggiare avanti e indietro per la stanza.
    - Se io fossi al posto di Nikluska,   -  salt su a dire  -  ne avrei
    uccisi  chi sa quanti di questi francesacci!  Sono dei vili!  Ne avrei
    ammazzati tanti da farne un mucchio alto cos!  -  prosegu Ptja.
    - Taci, Ptja, quanto sei stupido!
    - Non io sono stupido,  stupido chi piange per delle sciocchezze!   -
    dichiar il ragazzino.
    - Te lo ricordi,  tu?   -  chiese Natascia dopo un minuto di silenzio.
    Snja sorrise.
    - Se ricordo Nicolas?
    - No,  Snja,  ti chiedo se te lo ricordi,  se ti  ricordi  di  tutto-
    rispose Natascia con un gesto pieno di zelo, evidentemente desiderando
    di  dare  alle  sue  parole  il  significato pi serio.   - Anch'io mi
    ricordo di Niklenka... di Bors invece non mi ricordo affatto.
    - Ma come? Non ti ricordi di Bors?  -  chiese Snja con stupore.
    - Non  che non me lo ricordi,  so  com',  ma  non  lo  ricordo  come
    Niklenka.  Se chiudo gli occhi, lui lo vedo subito, ma Bors no...  -
    (E chiuse gli occhi).  -  No, non vedo proprio niente!
    - Ah,  Natascia!   -   esclam  Snja,  con  aria  solenne,  e  guard
    seriamente  l'amica,  come se la considerasse indegna di ascoltare ci
    che stava per dirle e come se parlasse con un'altra  persona  con  cui
    non  fosse possibile scherzare.   -  Ho preso ad amare tuo fratello e,
    qualsiasi cosa possa accadere a me o a lui,  non cesser mai di amarlo
    per tutta la vita.
    Natascia,  stupita,  con gli occhi pieni di curiosit,  guardava Snja
    senza parlare. Sentiva che quello che Snja diceva era la verit,  che
    l'amore  di  cui  la  fanciulla parlava esisteva realmente ma che lei,
    Natascia,  non aveva ancora mai provato nulla di simile.  Credeva a un
    sentimento del genere, ma non lo capiva.
    - Gli scriverai?  -  domand.
    Snja si fece pensierosa.
    La  questione  se  dovesse  o no scrivere a Nikolj e che cosa dovesse
    dirgli era una questione che la tormentava. Ora che egli era ufficiale
    e un eroe ferito, sarebbe stato bello ricordarsi di lui, quasi volendo
    rammentargli l'impegno che aveva preso con lei?
    - Non so...  credo che,  se mi scriver,  gli risponder  -  disse  la
    fanciulla, arrossendo.
    - E non ti vergognerai a scrivergli?
    Snja sorrise.
    - No.
    -   Io  mi  vergognerei  se  dovessi  scrivere  a  Bors...   non  gli
    scriverei...
    - E perch vergognarsi?
    - Cos... non lo so. Mi vergognerei.
    - Io lo so perch si vergogna  -   s'intromise  Ptja,  ancora  offeso
    dalla  precedente  osservazione  di  Natascia.    -    Perch   stata
    innamorata di quel giovanottone con gli  occhiali    -    (cos  Ptja
    indicava  il  suo  omonimo,  il  nuovo  conte  Bezuchov),    -   ora 
    innamorata del "cantante"...   -   (Ptja  parlava  dell'italiano  che
    insegnava canto a Natascia);  -  ecco perch si vergogna!
    - Sei stupido, Ptja  -  rispose Natascia.
    - Non pi di te, comare mia,  -  disse il novenne Ptja, come se fosse
    stato un vecchio brigadiere.
    La  contessa  era  stata preparata dalle allusioni di Anna Michjlovna
    durante il pranzo.  Rientrata in camera e sedutasi nella sua  poltrona
    non  distoglieva  gli  occhi  dal ritratto in miniatura del figlio che
    ornava il coperchio della tabacchiera, mentre i suoi occhi erano pieni
    di lacrime. Anna Michjlovna,  con la lettera in mano,  si avvicin in
    punta di piedi alla camera della contessa, e si ferm.
    -  Non entrate  -  disse al vecchio conte che la seguiva.   -  Verrete
    dopo...  -  e si chiuse l'uscio alle spalle.
    Il conte appoggi l'orecchio alla serratura e rimase in ascolto.
    Sulle prime ud soltanto uno scambio di parole  indifferenti,  poi  la
    sola  voce  di  Anna  Michjlovna  che parl a lungo e infine un grido
    seguito da un silenzio: poi di nuovo le due voci che  discorrevano  in
    tono  gioioso,  e  finalmente  dei passi;  e Anna Michjlovna gli apr
    l'uscio.  La sua faccia aveva l'espressione fiera di un chirurgo  che,
    terminata una difficile amputazione, introduce il pubblico ad ammirare
    il risultato della sua abilit.
    -  "C'est  fait!"  [41.  Fatto!]  -  disse al conte,  indicando con un
    gesto solenne la contessa che teneva in una mano la tabacchiera con il
    ritratto e nell'altra la lettera e posava le labbra ora su questa  ora
    su quella.
    Alla  vista del marito,  essa gli tese le braccia,  gli serr la testa
    calva, continuando,  al di sopra di questa,  a fissare la lettera e il
    ritratto  e  infine,  per potervi ancora appoggiare le labbra,  scost
    dolcemente la testa calva. Vera,  Natascia,  Snja e Ptja entrarono e
    la  lettura  cominci.  Nella  lettera  erano  descritte brevemente la
    campagna e le due battaglie alle quali aveva partecipato  Nikluska  e
    la promozione a ufficiale.  Aggiungeva che baciava le mani a "maman" e
    a "papa",  chiedendo la loro benedizione e mandava un bacio a Vera,  a
    Natascia  e a Ptja.  Inoltre salutava "monsieur" Schelling,  "madame"
    Schloss e la bambinaia e pregava che  si  baciasse  per  lui  la  cara
    Snja,  che  egli  amava  sempre  allo  stesso  modo  e della quale si
    ricordava sempre. A queste parole Snja arross con tanta violenza che
    le spuntarono le lacrime e,  non  avendo  la  forza  di  sostenere  lo
    sguardo  dei  presenti  rivolto su di lei,  scapp in sala,  si mise a
    correre,  piroett facendo gonfiare  come  un  pallone  la  sua  gonna
    leggera e poi,  rossa in viso e sorridente,  si sedette per terra.  La
    contessa piangeva.
    - Perch piangete, "maman"?  -  domand Vera.   -  Di tutto quello che
    scrive c' da rallegrarsi, non da piangere.
    Era verissimo,  ma il conte,  la contessa e Natascia, tutti quanti, la
    guardarono con aria di rimprovero. A chi somiglia, questa?, pens la
    contessa.
    La lettera di Niklenka fu riletta cento  volte  e  quelli  che  erano
    giudicati degni di ascoltarla,  dovevano andare dalla contessa che non
    se  la  lasciava  sfuggire  dalle  mani.  Vennero  i  precettori,   le
    bambinaie,  Mtenka,  alcuni  conoscenti,  e  ogni  volta  la contessa
    rileggeva la lettera  con  un  piacere  sempre  nuovo,  e  ogni  volta
    scopriva  in  essa  ignorate  virt del suo Nikluska.  Come le pareva
    strano,  come la rallegrava  il  pensiero  che  vent'anni  prima  ella
    avvertiva  muoversi  in lei con le piccole membra,  quel figlio per il
    quale ella bisticciava con il marito perch lo  viziava,  quel  figlio
    che  aveva imparato prima a dire "pera" e poi "donna",  come le pareva
    strano che quel figlio si trovasse ora lontano, in terra straniera, in
    un ambiente estraneo, e fosse un eroico guerriero, solo, senza guida e
    senza aiuto e agisse ormai da persona adulta. La universale,  secolare
    esperienza  che insegna come i figli,  con insensibile cammino,  dalla
    culla in poi diventino uomini,  non aveva valore per la  contessa.  La
    trasformazione  di quel bimbo in uomo,  passando a grado a grado per i
    vari periodi della crescita,  era per lei straordinario  come  se  mai
    milioni  e  milioni di esseri non fossero diventati uomini percorrendo
    la stessa strada.  E,  come vent'anni prima non poteva credere che  la
    minuscola  creatura che viveva in lei,  accanto al suo cuore,  avrebbe
    gridato, succhiato il suo latte e parlato, cos ora non poteva credere
    che quella stessa creatura potesse essere diventata l'individuo  forte
    e coraggioso,  il modello di figlio e di uomo che era ora, a quanto si
    poteva giudicare da quella lettera.
    - E che stile!  Come scrive  bene!    -    diceva  leggendo  la  parte
    descrittiva  della  lettera.    -  E che animo!  Di s non dice nulla,
    neppure una parola!  Parla invece di un certo Denissov;  eppure egli 
    senza  dubbio  il  pi  coraggioso di tutti.  Non dice nulla delle sue
    sofferenze.  Che cuore!  Come lo riconosco!  E come si  ricordato  di
    tutti!  Non ha dimenticato nessuno...  Lo dicevo sempre,  sempre io...
    sin da quando era piccolino cos...
    Per pi di una settimana tutti in casa prepararono minute e  copiarono
    in  bella  copia  le  lettere per Nikluska.  Per il vigile zelo della
    contessa e per cura del conte,  si raccolsero gli oggetti necessari  e
    il  denaro  occorrente  per  la  divisa e per tutto ci di cui potesse
    avere bisogno  il  nuovo  ufficiale.  Anna  Michjlovna,  donna  molto
    pratica, aveva saputo procurare per s e per suo figlio una protezione
    speciale anche per quanto riguardava la corrispondenza.  Aveva modo di
    rispedire la sua posta al granduca Konstantn Pvlovic' che  comandava
    la  Guardia.  I  Rostv  supponevano  che  l'indirizzo: "Guardia russa
    all'estero" fosse un indirizzo pi  che  sufficiente  e  che,  se  una
    lettera  arrivava  al  granduca  comandante  della Guardia,  non c'era
    ragione perch non pervenisse anche al  reggimento  di  Pvlograd  che
    doveva  trovarsi  l  nelle  vicinanze.  Perci  fu  deciso di mandare
    lettere e denaro per mezzo di un corriere,  a Bors,  il quale avrebbe
    dovuto far recapitare tutto a Nikluska.  Le lettere erano del vecchio
    conte,  della contessa,  di Ptja,  di Vera,  di Natascia,  di  Snja,
    accompagnate  dai  seimila rubli per la divisa e da alcuni oggetti che
    il conte mandava a suo figlio.


    CAPITOLO 7.

    Il 12 di novembre l'esercito di Kutuzv,  accampato presso Olmtz,  si
    preparava  a  essere passato in rivista,  il giorno seguente,  dai due
    imperatori: di Russia e di Austria.  La  Guardia,  non  appena  giunta
    dalla  Russia,  aveva trascorso la notte a quindici miglia da Olmtz e
    la mattina dopo,  alle dieci precise,  raggiunse direttamente il campo
    della rivista.
    Nikolj  Rostv  ricevette quel giorno un biglietto da Bors,  con cui
    gli comunicava che il reggimento Izmajlovskij avrebbe passato la notte
    a quindici miglia da  Olmtz  e  che  lui,  Bors,  lo  aspettava  per
    consegnargli una lettera e del denaro.  Il denaro, in particolare, era
    necessario a Rostv ora che,  reduce  dalla  campagna  di  guerra,  le
    truppe  si  erano  fermate presso Olmtz dove i vivandieri e gli ebrei
    austriaci,  ben provvisti,  che gremivano il campo,  erano in grado di
    offrire  ogni  genere  di  tentazioni.  Al  reggimento di Pvlograd si
    susseguivano banchetti per festeggiare le decorazioni e le  ricompense
    ottenute  sul  campo,  e  frequenti  viaggi  di  piacere a Olmtz,  da
    un'ungherese, una certa Karolina,  che,  giunta da poco,  aveva aperto
    una trattoria dove parecchie belle ragazze servivano i clienti. Rostv
    aveva  recentemente  festeggiato  la  propria  promozione a ufficiale,
    aveva acquistato Beduino, il bel morello di Denissov,  ed era pieno di
    debiti con i compagni e i vivandieri.  Ricevuto il biglietto di Bors,
    part con un collega per Olmtz dove si trattenne a pranzare, bere una
    bottiglia  di  vino  e  poi,  a  cavallo,   si  avvi  da  solo  verso
    l'accampamento della Guardia a cercare il suo amico d'infanzia. Rostv
    non era ancora riuscito a mutare uniforme: indossava una giubba un po'
    logora da alfiere con la croce di San Giorgio,  da soldato, un paio di
    pantaloni con il fondo di cuoio e portava una  sciabola  da  ufficiale
    con  la dragona.  Montava un cavallo del Don,  comperato da un cosacco
    durante  la  campagna;   e  il  berretto  ammaccato  da   ussaro   era
    spavaldamente   posato   sulle   ventitr.    Mentre   si   avvicinava
    all'accampamento del  reggimento  Izmajlovskij,  Rostv  pensava  allo
    stupore di Bors e di tutti gli altri suoi compagni della Guardia alla
    vista del suo aspetto marziale di ussaro che aveva combattuto.
    La  Guardia aveva partecipato a tutta la campagna di guerra come a una
    passeggiata militare, facendo sfoggio di eleganza e di disciplina.  Le
    marce  erano  state  brevi,  gli zaini venivano caricati sui carri e a
    ciascuna tappa le autorit austriache offrivano agli ufficiali  pranzi
    eccellenti.   I   reggimenti  entravano  nella  citt  e  ne  uscivano
    accompagnati dalla banda e durante tutta la campagna (cosa di  cui  la
    Guardia andava orgogliosa), per ordine del granduca, i soldati avevano
    marciato  al  passo  e  gli ufficiali a piedi,  ai loro posti.  Bors,
    durante tutta la campagna, aveva marciato e si era fermato insieme con
    Berg, ora gi comandante di compagnia.  Berg,  avuto il comando di una
    compagnia  durante  la  campagna  per  la  sua  precisione  e  la  sua
    diligenza,  era riuscito a conquistarsi la fiducia dei  capi  e  aveva
    sistemato  molto  vantaggiosamente  i  suoi  affari dal punto di vista
    economico.  Bors,  per parte sua,  aveva fatto molte  conoscenze  con
    persone  che  potevano  essergli  utili,  e  mediante  una  lettera di
    raccomandazione  di  Pierre,   aveva  conosciuto  il  principe  Andrj
    Bolkonskij,  con  l'aiuto del quale sperava di ottenere un posto nello
    stato maggiore del generalissimo.  Berg e Bors,  vestiti con accurata
    eleganza, si riposavano, dopo la marcia del giorno avanti, nel lindo e
    ben  arredato  alloggio  che  era  stato loro assegnato,  seduti a una
    tavola rotonda, e giocavano a scacchi.  Berg fumava una lunga pipa che
    teneva  tra  le  ginocchia.  Bors,  con  la  sua consueta precisione,
    ammucchiava a piramide,  con le bianche mani sottili,  i  pezzi  degli
    scacchi fuori gioco,  in attesa delle mosse di Berg,  e fissava il suo
    avversario,  evidentemente assorto nel gioco,  come  sempre,  pensando
    soltanto a ci che lo teneva occupato in quel momento.
    - Ebbene, come ve la cavate?  -  disse Bors.
    -  Faremo  il  possibile    -    rispose Berg,  toccando un pezzo,  ma
    ritirando poi, subito la mano.
    In quel momento la porta si apr.
    - Ah, eccolo, finalmente!   -  grid Rostv.  -  E c' anche Berg!  Ah
    tu,  "pet sanfn,  all cusc dormir" (42)  -  esclam,  ripetendo le
    parole della bambinaia di cui un tempo rideva con Bors.
    - Santi benedetti,  come sei cambiato!   -  Bors si alz  per  andare
    incontro  a  Rostv ma,  alzandosi,  non trascur di mettere a posto i
    pezzi degli scacchi che  cadevano  e  fece  il  gesto  di  abbracciare
    l'amico, ma Nikolj si tir indietro. Con quel particolare senso della
    giovent che teme le vie battute e vuole esprimere i propri sentimenti
    in  modo  nuovo,  personale  e  diverso  da come li esprimono,  spesso
    fingendo,  gli anziani,  Nikolj voleva  fare  qualcosa  di  insolito,
    incontrando  l'amico:  voleva  dargli  un pizzicotto o uno spintone e,
    soprattutto, non abbracciarlo n baciarlo come facevano tutti.  Bors,
    invece, calmo e affettuoso, abbracci e baci tre volte Rostv.
    Erano  trascorsi  sei  mesi  da  quando  i  due giovani si erano visti
    l'ultima volta e,  poich erano in  quel  periodo  in  cui  i  giovani
    compiono  i  primi  passi  nella  vita,  costatarono  l'uno nell'altro
    straordinarie trasformazioni: le tracce del  tutto  nuove  che  quegli
    ambienti,  nei  quali  avevano  percorso  quei primi passi della vita,
    avevano lasciato in loro.  Erano entrambi molto mutati dal loro ultimo
    incontro  e  fremevano  dal  desiderio  di  mostrarsi reciprocamente i
    mutamenti avvenuti.
    - Eh, voi, maledetti lucidatori di pavimenti! Freschi e puliti come di
    ritorno da una passeggiata...  altro che noi  poveracci...-    esclam
    Rostv  con una voce baritonale completamente nuova per Bors,  mentre
    con baldanza soldatesca indicava i suoi calzoni sporchi di fango.
    Al vociare di Rostv, la padrona di casa, una tedesca,  comparve sulla
    soglia.
    - Carina, eh?  -  disse Rostv, strizzando un occhio.
    - Perch gridi tanto?  Vuoi spaventare tutti, tu...  -  osserv Bors.
    -  Non ti aspettavo oggi  -  aggiunse.   -  Ieri soltanto t'ho mandato
    un  biglietto  per  mezzo  di un mio conoscente,  aiutante di campo di
    Kutuzv,  Bolkonskij.  Non  credevo  che  te  lo  facesse  avere  cos
    presto... Ebbene, come stai? Hai gi avuto il battesimo del fuoco?
    Rostv, senza rispondere, batt la mano sulla croce di San Giorgio, da
    soldato,  che  gli  pendeva da un cordone della giubba e,  mostrato il
    braccio fasciato, guard Berg con un sorriso.
    - Come vedi...  -  disse.
    - Ah, cos, dunque? Bene, bene  -  esclam Bors,  pure sorridendo.  -
    Anche  noi  abbiamo  fatto una bella campagna.  Tu sai che il principe
    ereditario  sempre venuto con  il  nostro  reggimento,  cosicch  noi
    abbiamo goduto di tutte le comodit e di tutti i vantaggi. In Polonia,
    pranzi,  feste,  ricevimenti,  balli  da non descriversi!  Il principe
    ereditario  stato molto affabile con tutti noi ufficiali.
    E i due amici si misero a raccontare,  uno le sue  orge  di  ussaro  e
    della  vita  di  accampamento,  l'altro  i  vantaggi e le comodit del
    servizio alle dipendenze di personaggi altolocati.
    - Ah,  si sa,  la Guardia!   -  esclam Rostv.   -  Suvvia,  manda  a
    prendere un po' di vino.
    Bors aggrott le sopracciglia.
    - Se proprio lo vuoi...  -  disse.
    E,  avviandosi  al  letto,  prese  di  sotto  ai  candidi guanciali il
    borsellino e ordin che gli fosse portato il vino.
    - Ed eccoti il denaro e le lettere  -  aggiunse.
    Rostv prese le lettere e,  buttato il  denaro  sul  divano,  punt  i
    gomiti  sul  tavolo e cominci a leggere.  Dopo poche righe,  gett su
    Berg uno sguardo adirato. Incontrandone lo sguardo, Rostv si copr il
    viso con la lettera.
    - Per...  un bel po' di denaro vi hanno mandato   -    osserv  Berg,
    accennando   alla   pesante   borsa   che   era   affondata   un  poco
    nell'imbottitura del divano.
    - Noialtri,  conte,  dobbiamo accontentarci di  vivere  con  i  nostri
    stipendi. Quanto a lui, vi dir...
    -  Sentite,  mio caro Berg,   -  disse Rostv  -  quando riceverete da
    casa una lettera e vi troverete in compagnia  di  un  amico  al  quale
    vorrete rivolgere chiss quante domande,  e io mi trover presente, me
    ne andr subito,  per non disturbarvi.  Datemi retta,  andatevene  per
    favore da qualche parte... magari al diavolo!  -  grid e subito dopo,
    afferratolo  per  le  spalle,   lo  guard  affettuosamente,   volendo
    evidentemente addolcire la villania delle proprie parole  e  aggiunse:
    -  Sapete, eh, che non dovete prendervela a male... Mio caro, vi parlo
    a cuore aperto come a un nostro vecchio conoscente.
    - Ma figuratevi,  conte, capisco benissimo  -  disse Berg, alzandosi e
    parlando con voce gutturale.
    - Andate dai padroni di casa: vi hanno  invitato    -    lo  consigli
    Bors.
    Berg indoss una giubba pulita di fresco,  senza una macchiolina n un
    granello di polvere,  si pettin davanti allo  specchio  sollevando  i
    capelli sulle tempie, come li portava l'imperatore Aleksndr Pvlovic'
    e,  persuaso  da  un'occhiata  di Rostv che la sua giubba aveva fatto
    effetto, usc dalla stanza con un affabile sorriso.
    - Oh, sono un vero animale  -  esclam Rostv, continuando a leggere.
    - Perch?  -  chiese Bors.
    - Ah,  che porco sono io...  che non ho mai scritto alla mia famiglia,
    causando  loro  tanta  ansia!  Che porco!   -  rispose arrossendo.   -
    Suvvia, manda Gavrilo a prendere il vino! Beviamo dunque!
    Tra le lettere dei parenti ne era acclusa una di  raccomandazione  per
    il principe Bagratin,  che la vecchia contessa,  su consiglio di Anna
    Michjlovna, si era procurata per mezzo di conoscenti e che mandava al
    figlio, pregandolo di consegnarla a destinazione e di trarne profitto.
    - Che sciocchezze!  Non ne ho  proprio  bisogno    -    disse  Rostv,
    buttando la lettera sotto la tavola.
    - Perch la butti via?  -  chiese Bors.
    - E' una lettera di raccomandazione: non so che farmene!
    -  Come,  non  sai  che  fartene di una lettera di raccomandazione?  -
    domand Bors.  -  Questa lettera ti sar invece molto utile.
    - Non mi sar utile un bel niente, e io non andr a fare l'aiutante di
    nessuno.
    - E perch?  -  chiese Bors.
    - E' una carica da lacch!
    - Vedo che sei sempre lo  stesso  sognatore...    -    replic  Bors,
    scuotendo la testa.
    - E tu lo stesso diplomatico. Ma parliamo d'altro. Come va, dunque?  -
    domand Rostv.
    -  Eh,  come  vedi...  Finora tutto  andato bene,  ma ti confesso che
    desidererei molto essere nominato aiutante di campo e non  restare  al
    fronte.
    - Perch?
    -  Perch quando si  avviati alla carriera militare,  bisogna cercare
    di percorrerla brillantemente, quanto pi sia possibile.
    - Eh gi!  -  disse Rostv, evidentemente pensando ad altro.
    Egli fissava con uno sguardo interrogativo gli  occhi  dell'amico,  ed
    era chiaro che cercava invano la soluzione di un problema.
    Il vecchio Gavrilo port il vino.
    - Non credi che ora sia il caso di mandare a chiamare Alfonse Karlyc'?
    -  chiese Bors.  -  Egli berr con te. Io non bevo.
    -  S,  s,  chiamalo!  Ma  che tipo  questo tuo tedesco?   -  chiese
    Rostv con un sorriso sprezzante.
    - E' un ottimo uomo, molto onesto e molto simpatico  -  rispose Bors.
    Rostv fiss di nuovo l'amico negli occhi e sospir.  Berg  ritorn  e
    attorno  alla  bottiglia di vino la conversazione dei tre ufficiali si
    anim.  I due della Guardia ripresero a descrivere a  Rostv  le  loro
    marce e le feste che erano state loro offerte in Russia,  in Polonia e
    all'estero. Riferirono parole e atti del loro comandante, il granduca,
    raccontarono aneddoti relativi alla  sua  bont  e  al  suo  carattere
    focoso. Berg, secondo la sua abitudine, taceva quando la conversazione
    non  lo  riguardava personalmente ma,  a proposito della bont e della
    focosit del granduca,  narr con vero piacere come in  Galizia  fosse
    riuscito  a  parlargli  di  persona  mentre ispezionava i reggimenti e
    montava su tutte le furie per i movimenti irregolari delle truppe. Con
    un simpatico sorriso sulle labbra raccont come il granduca,  preso da
    un  accesso  di  collera,  gli  si fosse avvicinato gridando Arnauti!
    (43) (Arnauti era l'espressione  preferita  del  principe  ereditario
    quando  era  in  preda  alla collera) e subito aveva fatto chiamare il
    comandante della compagnia.
    - Lo credete,  conte?  Non mi spaventai affatto perch sapevo di  aver
    ragione.  Vedete,  conte,  posso  dire,  senza  vantarmi,  di sapere a
    memoria tutti gli ordini  del  giorno  del  reggimento  e  conosco  il
    regolamento come il "Pater noster".  Perci,  conte,  la mia compagnia
    non  mai trascurata e io avevo quindi  la  coscienza  tranquilla.  Mi
    presentai  -  Berg si alz e mostr come si era presentato con la mano
    alla visiera. (In realt sarebbe stato difficile esprimere con il viso
    un maggior rispetto e un maggior compiacimento per se stesso).   -  Mi
    sollev di peso,  come si suole dire,  e mi diede una di quelle lavate
    di  testa  che non so descrivere,  urlando: Arnauti!  Al diavolo!  In
    Siberia!  -  continuava Berg,  sorridendo maliziosamente.   -  Sapevo
    di aver ragione e perci stavo muto come un pesce;  non  vero, conte?
    Ehi,  hai perso la lingua? urla il granduca.  E io ancora zitto.  Lo
    credereste,  conte?  Il  giorno dopo,  sull'ordine del giorno,  nessun
    accenno alla faccenda.  Ecco ci che significa non perdere  la  testa!
    Proprio cos, conte  -  concluse Berg, riprendendo la pipa e lanciando
    in aria cerchietti di fumo.
    - S, s... giustissimo  -  disse Rostv, sorridendo.
    Ma  Bors,  notando  che  Rostv aveva intenzione di burlarsi di Berg,
    fece volutamente prendere alla conversazione una piega diversa.  Preg
    Rostv  di  raccontare  come  e dove era stato ferito.  Rostv gradiva
    l'argomento e perci prese a raccontare,  animandosi sempre pi a mano
    a mano che la narrazione procedeva.  Descrisse ai due amici lo scontro
    di Schngraben,  proprio come di solito raccontano  di  una  battaglia
    coloro  che  vi  hanno partecipato,  ossia come avrebbero voluto che i
    fatti si fossero svolti, come ne hanno sentito parlare da altri,  come
    risulta  pi  interessante,  ma  trascurando  completamente la realt.
    Rostv era un giovane onesto e leale, che a nessun costo avrebbe detto
    volutamente una bugia.  Cominci il suo racconto con  l'intenzione  di
    narrare  le  cose  com'erano  avvenute veramente ma,  senza rendersene
    conto,  si mise suo malgrado a inventare.  Se avesse narrato  la  pura
    verit a quegli ascoltatori che,  proprio come lui stesso, avevano gi
    sentito parecchie volte la descrizione di una carica di  cavalleria  e
    gi  ne  avevano  un'idea  chiara  e  precisa,  aspettavano  quindi un
    racconto che vi corrispondesse, o essi non gli avrebbero prestato fede
    o,  il che era peggio,  avrebbero pensato fosse colpa di Rostv se non
    gli  era  accaduto  ci che suole generalmente accadere a chi racconta
    una  carica  di  cavalleria.   Egli   non   poteva   raccontare   cos
    semplicemente che, mentre tutta la squadra si era lanciata al galoppo,
    lui  era  caduto da cavallo,  slogandosi un braccio e che,  con quanta
    forza aveva in corpo,  era  fuggito  nel  bosco  per  salvarsi  da  un
    francese.  Inoltre  per  raccontare  le  cose  semplicemente com'erano
    accadute,  occorreva un grande sforzo su di s: dire la verit  molto
    difficile  e  avviene  di  rado  che i giovani ne siano capaci.  I due
    ascoltatori,  del resto,  si aspettavano che descrivesse come si fosse
    lanciato furente nella battaglia,  che raccontasse come,  dimentico di
    s,  fosse piombato  nel  quadrato  nemico,  facendosi  largo  con  lo
    sferrare  fendenti a destra e a sinistra,  come la sua sciabola avesse
    lacerato la carne  dell'avversario  e  come  infine,  spossato,  fosse
    ruzzolato  a  terra...  e  cose  simili.  Ed  egli raccont loro tutto
    questo.
    A met del racconto,  mentre diceva: Tu  non  puoi  immaginare  quale
    sentimento  strano  di  furore si provi al momento dell'assalto entr
    nella stanza il principe Andrj  Bolkonskij.  Il  principe,  al  quale
    piaceva  sostenere  la parte di protettore dei giovani,  lusingato dal
    fatto che si ricercasse la sua protezione, e ben disposto verso Bors,
    il quale il giorno innanzi aveva saputo acquistarsi la  sua  simpatia,
    desiderava  appagare  il  desiderio del giovane.  Mandato da Kutuzv a
    portare certi documenti al granduca ereditario,  egli era  venuto  dal
    giovane  ufficiale  sperando di trovarlo solo.  Entrato nella stanza e
    vedendo quell'ussaro che raccontava avventure di guerra (una specie di
    uomini  che  il  principe  Andrj  non  poteva  sopportare),   sorrise
    amichevolmente  a  Bors,  aggrott  le  sopracciglia socchiudendo gli
    occhi nel guardare  Rostv  e,  dopo  essersi  inchinato  leggermente,
    sedette  con  aria  stanca  e  indolente sul divano.  Era visibilmente
    contrariato per essere capitato in una cattiva  compagnia.  Rostv  lo
    comprese e si fece di brace.  Ma, in fondo, non gliene importava nulla
    giacch si trattava di una persona estranea. Ma poi,  guardando Bors,
    vide  che  egli  pure  pareva  vergognarsi di quel suo ussaro di prima
    linea.  Nonostante il tono sgradevole e ironico del  principe  Andrj,
    nonostante  il  generico  disprezzo  che,  dal  suo  punto di vista di
    combattente, egli nutriva per tutti gli aiutanti di stato maggiore, ai
    quali evidentemente apparteneva  il  nuovo  venuto,  Rostv  si  sent
    imbarazzato,  arross e tacque. Bors domand quali notizie ci fossero
    allo stato maggiore e che cosa si  dicesse,  se  la  domanda  non  era
    indiscreta, dei nostri piani.
    - Probabilmente si andr avanti  -  rispose Bolkonskij,  che certo non
    voleva dire di pi in presenza di estranei.
    Berg approfitt dell'occasione per informarsi, in modo particolarmente
    cortese,  se,  come si era sentito dire,  i  comandanti  di  compagnia
    avrebbero  avuto  d'ora  innanzi  una  doppia indennit di foraggi.  A
    questa domanda il principe Andrj  rispose  con  un  sorriso  che  non
    poteva parlare di una cos importante questione di stato,  e Berg rise
    allegramente.
    -  Per  quanto  vi  riguarda    -    disse  poi  il  principe  Andrj,
    rivolgendosi  a Bors  -  parleremo pi tardi  -  e guard Rostv.   -
    Venite da me dopo la rivista e faremo tutto il possibile.
    Dopo aver dato un'occhiata  alla  stanza,  si  volse  a  Rostv  senza
    degnarsi  di  notare  l'imbarazzo  infantile  e invincibile da cui era
    dominato, che stava trasformandosi in collera, e gli domand:
    - Se non erro,  voi stavate parlando  dello  scontro  di  Schngraben:
    c'eravate?
    -  S,  c'ero  -  rispose Rostv con ira,  quasi volesse con quel tono
    offendere l'aiutante.
    Bolkonskij not lo stato d'animo dell'ussaro e gli parve divertente. E
    sorrise con un po' di disprezzo.
    - Gi, ora su quello scontro si fanno molti racconti.
    - S, le versioni sono molte  -  disse Rostv ad alta voce,  guardando
    alternativamente  Bors  e Bolkonskij con gli occhi fiammeggianti.   -
    S,  le versioni sono molte...  ma i nostri racconti,  i  racconti  di
    coloro  che  si  sono  trovati sotto il fuoco nemico,  hanno veramente
    peso,  un peso ben diverso da quello che hanno  i  racconti  di  certi
    bellimbusti  dello  stato maggiore che ricevono delle ricompense senza
    far nulla!
    - E ai quali supponete che io appartenga?   -    domand  il  principe
    Andrj, con un sorriso calmo e particolarmente gentile.
    Un  sentimento  strano di collera e nello stesso tempo di rispetto per
    la tranquillit di quell'uomo cominci a  manifestarsi  nell'animo  di
    Rostv.
    - Non parlo di voi  -  disse egli.   -  Non vi conosco e, lo confesso,
    non desidero conoscervi.  Parlo degli ufficiali dello stato  maggiore,
    in genere.
    -  Ed  ecco  che  cosa  vi  dico    -    lo interruppe in tono calmo e
    autorevole il principe Andrj.   -  Voi volete offendermi,  e io  sono
    pronto  ad  ammettere  che la cosa  facilissima,  qualora non abbiate
    sufficiente rispetto per voi stesso;  ma dovete ammettere che il luogo
    e  il momento sono scelti male.  Fra pochi giorni ci troveremo tutti a
    un grande duello, molto pi serio: e oltre a ci Drubetzkj,  che dice
    di  essere un vostro vecchio amico,  non  affatto colpevole se la mia
    fisionomia ha la sfortuna di non piacervi.  A ogni modo  -   soggiunse
    alzandosi    -    sapete  il  mio nome e sapete dove trovarmi;  ma non
    dimenticate che io non considero affatto offeso n voi n me, e il mio
    consiglio di uomo pi attempato  quello di non dare alcun  seguito  a
    questa  questione.  Dunque,  Drubetzkj,  vi  aspetto  venerd dopo la
    rivista.  Arrivederci  -  concluse il principe Andrj,  e usc con  un
    cenno di saluto ai due giovani.
    Soltanto allorch il principe si fu allontanato, Rostv pens a quello
    che avrebbe dovuto rispondergli e si irrit ancora di pi per non aver
    detto nulla.  Ordin che gli fosse subito condotto il suo cavallo,  si
    accomiat senza alcuna cordialit da Bors e se ne  and.  Recarsi  il
    mattino  seguente al quartier generale e sfidare a duello quel borioso
    aiutante,  oppure lasciar perdere tutto?  Questo problema lo  torment
    durante tutto il percorso del ritorno.  Ora pensava con ira al piacere
    che avrebbe provato nel vedere la paura di quell'uomo piccolo,  debole
    e orgoglioso davanti alla sua pistola,  ora invece sentiva con stupore
    che,  tra tutti gli uomini  che  conosceva,  quello  che  pi  avrebbe
    desiderato avere come amico era appunto quel piccolo aiutante di campo
    che gli era tanto odioso...


    CAPITOLO 8.

    Il  giorno  dopo  l'incontro di Bors con Rostv ebbe luogo la rivista
    delle truppe austriache e russe, sia di quelle fresche,  appena giunte
    dalla Russia, sia di quelle che erano tornate dalla campagna di guerra
    di Kutuzv.  I due imperatori, quello russo con il granduca ereditario
    e quello austriaco con l'arciduca,  passarono  in  rivista  l'esercito
    alleato, forte di ottantamila uomini.
    Sin  dalle  prime  ore  del  mattino  le  truppe,  in divisa perfetta,
    cominciarono a muoversi e ad  allinearsi  sul  campo  prospiciente  la
    fortezza.  Ora  si  muovevano  migliaia  di  piedi,  di baionette,  di
    bandiere sventolanti, che,  al comando degli ufficiali,  si fermavano,
    si  giravano,  occupavano  gli spazi vuoti,  lasciandosi sorpassare da
    altre masse di fanteria con divise diverse; ora l'elegante cavalleria,
    in uniformi rosse, azzurre, verdi ricamate, passava con uno scalpitare
    e un tintinnare cadenzato, preceduta dalla banda,  su cavalli morelli,
    bai,  grigi;  ora allineandosi in una lunga fila al suono metallico di
    cannoni  sobbalzanti  sui   loro   affusti   lucidi   e   scintillanti
    accompagnata dall'odore delle micce,  avanzava lenta,  tra i fanti e i
    cavalieri,  l'artiglieria e andava a occupare i  posti  che  le  erano
    riservati. Non soltanto i generali in divisa da parata, corpo grasso o
    magro  serrato  alla  vita  sino  all'impossibile,  con  i colli rossi
    stretti dal colletto,  in sciarpa  e  decorazioni;  non  soltanto  gli
    ufficiali,  eleganti  e  impomatati,  ma  ogni soldato,  con la faccia
    fresca ben lavata e ben rasata, con la divisa spazzolata sino a essere
    lucida, e ogni cavallo, strigliato e lustro come seta, con la criniera
    lisciata e pettinata; tutti sentivano che qualcosa di molto importante
    e molto solenne stava per avvenire. Ciascun generale e ciascun soldato
    avvertiva la propria nullit,  si sentiva un granello  di  polvere  in
    quel  mare  umano,  e nello stesso tempo aveva coscienza della propria
    forza come parte di quell'enorme tutto.
    Sin dall'alba erano cominciati  i  preparativi  pieni  di  zelo  e  di
    fervore e alle dieci tutto era nell'ordine prescritto. Le truppe erano
    allineate  su  un immenso campo.  Tutto l'esercito era disposto su tre
    file: davanti la cavalleria,  poi l'artiglieria e,  pi  indietro,  la
    fanteria.
    Tra  un  piano  e  l'altro  si  apriva  come una strada.  Le tre parti
    dell'esercito erano nettamente separate l'una dall'altra: le truppe di
    Kutuzv (tra le quali in prima linea,  sul  fianco  destro,  stava  il
    reggimento  di Pvlograd),  i reggimenti dell'esercito e della Guardia
    venuti dalla Russia e l'esercito austriaco.  Ma tutti  erano  ordinati
    lungo una sola linea, sotto un unico comando.
    Come  il  vento  tra  le foglie,  pass un fruscio inquieto: Vengono,
    vengono!.  Si udirono voci sgomente,  e l'inquietudine  degli  ultimi
    preparativi pass come una ondata attraverso le truppe.
    Dalla  parte  di Olmtz comparve un gruppo di cavalieri che avanzava e
    nello stesso momento,  bench l'aria fosse calma,  una leggera  brezza
    percorse le schiere,  agitando appena le bandierine delle lance,  e le
    bandiere spiegate fremettero attorno alle aste.  Pareva che quel lieve
    sventolio  esprimesse  la  gioia di tutto l'esercito per l'avvicinarsi
    dei due sovrani. Una voce si lev: Attenti!. Questo comando, come il
    canto del gallo all'alba,  fu ripetuto da altre voci,  qua e  l.  Poi
    tutto tacque.
    In  quel  silenzio  di  morte  non  si udiva pi che uno scalpitare di
    cavalli: era il seguito degli imperatori.  I sovrani cavalcarono verso
    il  fianco  dello  schieramento,  e  le trombe del primo reggimento di
    cavalleria lanciarono nell'aria le loro note squillanti.  Sembrava che
    non soltanto i trombettieri,  ma tutto l'esercito emettesse quei suoni
    di giubilo, rallegrandosi dell'avvicinarsi dei due sovrani.
    Attraverso quelle note si ud,  sola e distinta,  la carezzevole  voce
    giovanile  dell'imperatore Aleksndr.  Egli pronunzi il saluto,  e il
    primo reggimento rispose con un formidabile Urr! cos potente, cos
    gioioso e prolungato che gli uomini stessi rimasero come sgomenti  per
    il loro numero e per la forza dell'enorme massa che essi costituivano.
    Rostv,  fermo  nella prima fila dell'esercito di Kutuzv  -  la prima
    schiera a cui l'imperatore si era avvicinato  -    provava  lo  stesso
    sentimento  che  provava ciascun uomo di quell'esercito: l'oblio di se
    stesso,   la  coscienza  orgogliosa  della  forza  e   dell'entusiasmo
    appassionato per colui che era il centro di quel trionfo.  Sentiva che
    una parola di quell'uomo sarebbe bastata perch tutta quella massa  (e
    anche  lui,  insignificante  granello che ne faceva parte) si buttasse
    nel fuoco o nell'acqua, pronto al delitto, alla morte o al pi sublime
    eroismo...  e perci egli non poteva fare  a  meno  di  fremere  e  di
    sentirsi  venir  meno il cuore alla vista di colui che si avvicinava e
    che avrebbe potuto dire quella parola.
    - Urr! Urr! Urr!  -  si gridava da tutte le parti,  e un reggimento
    dopo  l'altro  accoglieva l'imperatore al suono delle trombe;  poi gli
    urr si  alternavano  agli  squilli  festosi  che,  rinforzandosi  e
    crescendo di continuo, si fondevano in un rombo assordante.
    Sino a che il sovrano non si era avvicinato,  ogni reggimento,  muto e
    immobile,  pareva un corpo senza vita;  ma non appena l'imperatore gli
    stava innanzi,  il reggimento si animava e rumoreggiava, unendo i suoi
    clamori a quelli di tutta la linea gi passata in  rivista.  Al  rombo
    assordante e terribile di tutte quelle voci, tra le masse degli uomini
    immobili,   come  impietriti  nei  loro  quadrati,   si  movevano  con
    noncurante ma ordinata simmetria e, soprattutto, con disinvoltura,  le
    centinaia  di  cavalieri  del  sguito  precedute da due uomini: i due
    imperatori.  Su di  loro  era  concentrata  l'appassionata,  contenuta
    attenzione di quella massa di soldati.
    L'imperatore Aleksndr,  giovane e bello nell'uniforme della Guardia a
    cavallo, con tricorno messo un po' di traverso,  con il viso simpatico
    e la voce non robusta ma sonora, aveva una grande forza di attrazione.
    Rostv era vicino ai trombettieri e di lontano,  grazie alla sua vista
    acuta,  aveva riconosciuto l'imperatore e  ne  seguiva  l'avvicinarsi.
    Quando  il  sovrano  fu  a  una distanza di venti passi e Nikolj pot
    distinguere chiaramente, in ogni particolare,  il bel viso giovanile e
    felice  dell'imperatore,  prov  un senso di tenerezza e di entusiasmo
    che non aveva provato  mai.  Tutto,  nel  sovrano,  ogni  gesto,  ogni
    lineamento, gli pareva affascinante.
    Fermatosi davanti al reggimento di Pvlograd, lo zar disse qualcosa in
    francese  all'imperatore  d'Austria  e  sorrise.  Alla  vista  di quel
    sorriso,  anche Rostv cominci involontariamente  a  sorridere  e  si
    sent  animato  da  un  amore sempre pi grande per il suo imperatore.
    Avrebbe voluto manifestarglielo in qualche modo, ma sapeva che ci era
    impossibile e gli veniva voglia di piangere.  Lo zar chiam  a  s  il
    comandante del reggimento e gli disse alcune parole.
    Mio  Dio,  che  cosa  accadrebbe  se il sovrano mi parlasse? pensava
    Rostv. Morirei di gioia...!.
    L'imperatore si volse anche agli ufficiali:
    - Signori,   -  disse,  e ogni parola pareva a Rostv una  parola  che
    scendesse  nel suo animo dal cielo  -  vi ringrazio tutti con tutto il
    cuore!
    Come sarebbe stato felice Rostv se  in  quel  momento  avesse  potuto
    morire per il suo zar!
    -  Voi  avete  meritato  le bandiere dell'Ordine di San Giorgio,  e ne
    sarete degni!
    Oh, poter morire, morire per lui!, pensava Rostv.  Il sovrano disse
    ancora  qualche altra cosa che a Rostv sfugg,  e i soldati con tutta
    la forza dei loro polmoni gridarono: Urr!.
    Anche Rostv, curvandosi sulla sella, grid con forza,  desiderando di
    farsi  persino  male  gridando,  pur  di  poter esprimere tutto il suo
    entusiasmo per il sovrano.
    L'imperatore rimase ancora qualche secondo fermo davanti agli  ussari,
    come indeciso.
    Come  pu  l'imperatore essere indeciso?,  si chiese Rostv,  ma poi
    anche quell'atteggiamento incerto  gli  parve  grandioso  e  pieno  di
    fascino, come qualsiasi altra cosa l'imperatore facesse.
    L'incertezza   del   sovrano  non  dur  che  un  istante.   Il  piede
    dell'imperatore tocc con la punta aguzza e stretta dello stivale    -
    secondo la moda del tempo  -  la sua cavalla baia di razza inglese; la
    mano chiusa nel guanto bianco raccolse le redini, ed egli pass oltre,
    seguito dall'onda agitata dei suoi aiutanti.  Si allontanava sempre di
    pi,  si fermava davanti ad altri reggimenti e  in  breve  Rostv  non
    riusc pi a vedere che il pennacchio bianco attraverso la folla degli
    ufficiali del sguito che circondava l'imperatore.
    Tra gli ufficiali del sguito Rostv aveva notato anche Bolkonskij che
    cavalcava  con indolente trascuratezza.  Si ricord del battibecco che
    aveva avuto con lui il giorno innanzi e si domand ancora se dovesse o
    non dovesse sfidarlo. Certamente no pens questa volta Rostv. Vale
    forse la pena pensare a cose simili in un momento come questo?  In  un
    momento di amore,  di entusiasmo,  di abnegazione,  che valore possono
    avere i nostri litigi e i nostri risentimenti? Io voglio bene a tutti,
    ora, e perdono tutti!.
    Quando l'imperatore ebbe passato in rivista quasi tutti i  reggimenti,
    le  truppe  cominciarono a sfilare in parata davanti a lui;  e Rostv,
    sul suo Beduino recentemente comperato da Denissov pass  in  coda  al
    suo  squadrone in modo da trovarsi isolato e perfettamente visibile al
    sovrano.
    Prima di giungergli davanti,  Rostv,  da cavaliere esperto spron due
    volte  Beduino  e  lo mise felicemente a quel trotto focoso e marziale
    che Beduino prendeva quando si scaldava.  Piegando sul petto  il  muso
    bianco  di  schiuma,  tenendo ritta la coda e quasi volando per l'aria
    senza toccare terra,  sollevando alte e con grazia le  zampe,  Beduino
    pass in modo stupendo, come se anch'esso sentisse su di s lo sguardo
    del  sovrano.  Rostv  stesso,  le  gambe  all'indietro,  il ventre in
    dentro,  sentendosi un  tutto  unico  con  il  cavallo,  con  il  viso
    aggrottato ma raggiante,  "alla diavola",  come diceva Denissov, pass
    davanti allo zar.
    - Bravi gli ussari di Pvlograd!  -  esclam il sovrano.
    Mio Dio,  come sarei felice se egli mi ordinasse in questo momento di
    gettarmi nel fuoco!, pens Rostv.
    Quando  la  rivista  fu  terminata,  gli  ufficiali,  quelli venuti di
    recente e quelli di Kutuzv,  si riunirono in gruppi  e  si  misero  a
    parlare delle ricompense, degli Austriaci e delle loro uniformi, dello
    schieramento  del  Bonaparte  e  della  difficile condizione in cui si
    sarebbe trovato ora,  specialmente quando fosse giunto anche il  corpo
    d'armata di Essen, e la Prussia si fosse alleata a noi.
    Ma   nei   diversi   gruppi  si  parlava  soprattutto  dell'imperatore
    Aleksndr, si ripetevano le sue parole, i suoi gesti, e tutti ne erano
    entusiasti.
    Un unico desiderio era nell'animo  di  ognuno:  il  desiderio  di  non
    indugiare  a  marciare contro il nemico sotto il comando di Aleksndr.
    Agli ordini di un simile capo sarebbe stato impossibile non  riportare
    la  vittoria,  qualunque  fosse l'avversario.  Cos,  dopo la rivista,
    pensavano Rostv e la maggior parte degli ufficiali.
    E tutti,  in quel momento,  erano certi di vincere,  pi certi che  se
    avessero gi sbaragliato il nemico in due grandi battaglie.


    CAPITOLO 9.

    Il  giorno  successivo a quello della rivista Bors,  indossata la sua
    divisa pi bella e accompagnato dagli auguri di successo del suo amico
    Berg, si rec ad Olmtz,  da Bolkonskij,  per approfittare delle buone
    intenzioni   di   lui  e  procurarsi  una  posizione  migliore  e  pi
    desiderabile di tutte,  quella di aiutante di campo di un  personaggio
    importante, che, nell'esercito, gli pareva la migliore. E' facile per
    Rostv al quale il padre manda decine di migliaia di rubli,  pensava,
    affermare di non voler fare il lacch di nessuno;  ma io,  che non ho
    nulla,  all'infuori della mia testa,  devo pensare alla carriera e non
    posso lasciarmi sfuggire, senza approfittarne, una buona occasione!.
    A Olmtz, quel giorno, non trov il principe Andrj, ma la vista della
    citt che ospitava il quartier generale,  il Corpo diplomatico e  dove
    abitavano  i  due  imperatori  con  i  loro seguiti,  i cortigiani e i
    dignitari,  accrebbe in lui il desiderio di appartenere a  quel  mondo
    superiore.
    Egli  non  conosceva  nessuno  e,  nonostante la sua elegante uniforme
    della Guardia,  tutte quelle persone altolocate che passavano  per  le
    strade  in  lussuose  carrozze,  con  pennacchi  nastri e decorazioni,
    militari o cortigiani, parevano essere cos smisuratamente al di sopra
    di lui,  ufficialetto della Guardia,  da  non  potere  neppure  volere
    ammettere la sua esistenza. Nella residenza del generalissimo Kutuzv,
    dove  si  rec  a cercare Bolkonskij,  tutti gli aiutanti di campo,  e
    persino le ordinanze,  lo guardarono come se volessero  fargli  capire
    che  di ufficiali come lui ne venivano moltissimi ma che ormai avevano
    annoiato tutti.  Nonostante ci o,  piuttosto,  a cagione di  ci,  il
    giorno seguente,  il 15,  egli ritorn a Olmtz e, recatosi nella casa
    abitata da Kutuzv,  chiese di Bolkonskij.  Il principe Andrj era  in
    casa  e Bors venne introdotto in una vasta sala dove probabilmente in
    altri tempi si ballava e dove  ora  si  trovavano  cinque  letti,  dei
    mobili  disparati,  una  tavola,  delle  sedie,  un  clavicembalo.  Un
    aiutante di campo,  in veste da camera persiana,  sedeva a un  tavolo,
    accanto  alla  porta,   e  scriveva.  Un  altro,  il  rosso  e  grasso
    Nesvitzkij,  era sdraiato su di un letto con le mani sotto la testa  e
    rideva  con  un  ufficiale che gli sedeva accanto.  Un terzo sonava al
    clavicembalo un valzer viennese,  un  altro  ancora,  appoggiato  allo
    strumento,  cantava.  Bolkonskij non c'era. Nessuno di questi signori,
    al vedere Bors, mut posizione.  Quello che scriveva e al quale Bors
    si era rivolto,  voltandosi sgarbatamente gli disse che Bolkonskij era
    di servizio e che,  se aveva bisogno di vederlo,  doveva andare  nella
    sala  d'attesa,  passando quella porta che era l,  a sinistra.  Bors
    ringrazi e si rec in sala d'aspetto dove gi si trovavano una decina
    di ufficiali e alcuni generali.
    Nel momento in cui Bors entrava,  il principe Andrj,  con gli  occhi
    sprezzantemente   socchiusi  (aveva  quell'espressione  di  stanchezza
    cortese che dice chiaramente: se non  fosse  un  dovere  non  perderei
    neppure  un minuto a discorrere con voi) ascoltava un vecchio generale
    russo decorato, dal viso di un rosso acceso che,  rigido e con aria di
    ossequio servile e militaresco, gli comunicava qualcosa.
    -  Bene:  favorite  attendere   -  disse in russo al generale,  ma con
    quella pronunzia francese con cui soleva parlare quando voleva  essere
    sprezzante e, avendo visto Bors, senza pi badare al vecchio generale
    che  gli  correva dietro pregandolo di ascoltarlo ancora,  gli fece un
    cenno con il capo e and verso di lui con un lieto sorriso.
    In quel momento Bors cap chiaramente quello che aveva gi sospettato
    da un pezzo,  ossia che nell'esercito,  oltre alla disciplina  e  alle
    norme  di  subordinazione  scritte  dal  regolamento,   che  tutto  il
    reggimento e anche lui conoscevano,  esistevano altre e pi importanti
    norme  di  subordinazione,  quelle che ora costringevano quel generale
    impettito, dal viso paonazzo, ad aspettare rispettosamente,  mentre il
    capitano  principe  Andrj trovava pi comodo per s intrattenersi con
    il sottotenente Drubetzkj.  E Bors decise pi fermamente che mai  di
    prestare  d'ora  innanzi  il  suo  servizio  non secondo la disciplina
    scritta sui regolamenti,  ma secondo le leggi di questa subordinazione
    non scritta. Sentiva che il solo fatto di essere stato raccomandato al
    principe Andrj lo rendeva superiore a un generale il quale,  in altre
    circostanze,  al  fronte,  avrebbe  potuto  annientare  lui,  semplice
    sottotenente  della Guardia.  Il principe Andrj gli si avvicin e gli
    porse la mano.
    - Mi dispiace molto che ieri non mi abbiate  trovato...  Ho  trascorso
    tutta  la  giornata  in  compagnia  dei  Tedeschi.  Siamo  andati  con
    Weirother a verificare l'ordine di operazione.  Quando i  Tedeschi  si
    mettono a essere pignoli, non la finiscono pi!
    Bors  sorrise,  come se capisse ci a cui il principe aveva accennato
    come cosa comunemente nota,  mentre era la prima volta  che  udiva  il
    nome di Weirother e anche le parole ordine di operazione.
    - Dunque,  mio caro, vi sta sempre a cuore di essere nominato aiutante
    di campo? Ho pensato a voi in questo tempo.
    - S  -  disse Bors, chiss perch, arrossendo.   -  Avrei intenzione
    di  rivolgermi al generalissimo,  al quale ha scritto in mio favore il
    principe Kuragin.  Vorrei pregarlo per avere quel posto,   -  aggiunse
    quasi  per scusarsi  -  perch temo che la Guardia non sia destinata a
    partecipare ai combattimenti.
    - Bene, bene... parleremo di tutto  -  rispose il principe Andrj.   -
    Lasciatemi soltanto annunziare questo signore e sono subito da voi.
    Mentre  il  principe  Andrj andava ad annunziare il generale dal viso
    paonazzo, questi che evidentemente non condivideva i punti di vista di
    Bors sui vantaggi della  disciplina  non  scritta,  lanci  una  tale
    occhiata  a quell'audace sottotenente che gli aveva impedito di finire
    il suo discorso con l'aiutante che Bors si sent  imbarazzato.  Volse
    il capo e aspett con impazienza che il principe Andrj ritornasse dal
    gabinetto del generalissimo.
    - Ecco, mio caro, che cosa avrei pensato per voi  -  disse il principe
    Andrj   quando   furono   ritornati  nella  grande  sala  dov'era  il
    clavicembalo.  -  E' inutile che vi presentiate al generalissimo: egli
    sarebbe molto cortese con voi,  vi inviterebbe a pranzo,   -  (questo
    non  sarebbe  poi  tanto  male per quella tale subordinazione,  pens
    Bors)  -  ma non otterreste alcun  altro  risultato.  Di  aiutanti  e
    ufficiali d'ordinanza ce ne sar tra poco un battaglione.  Ecco invece
    cosa  faremo:  ho  un  buon  amico,  il  generale  aiutante  di  campo
    dell'imperatore, il principe Dolgorukov (44), che  un'ottima persona.
    Quantunque non lo sappiate,  il fatto si  che adesso Kutuzv,  il suo
    stato maggiore e noi tutti non contiamo un  bel  niente;  tutto  si  
    concentrato  nell'imperatore.  Noi  andremo dunque da Dolgorukov,  dal
    quale devo per l'appunto passare.  Gli ho gi parlato di voi e vedremo
    se  gli  sar  possibile trovarvi una sistemazione presso di s oppure
    qualche posto... pi vicino al sole.
    Il principe Andrj si animava sempre in modo  particolare  quando  gli
    capitava  di  guidare  un  giovane e di aiutarlo ad avere successo nel
    mondo.  Sotto il pretesto dell'aiuto da offrire a un altro,  aiuto che
    per orgoglio non avrebbe mai accettato per s,  egli veniva a trovarsi
    in quegli ambienti che procuravano il successo e  che  lo  attiravano.
    Con molto piacere,  quindi,  si interessava di Bors e con lui si rec
    dal principe Dolgorukov.
    Era gi sera avanzata quando varcarono la soglia del palazzo  occupato
    dagli imperatori e dai loro seguiti.
    In  quello  stesso  giorno  si  era  tenuta  una  seduta del Consiglio
    superiore di guerra,  alla quale avevano assistito tutti i membri  del
    Consiglio stesso e i due sovrani.  In quella seduta, contrariamente al
    parere degli anziani generali  -  Kutuzv e il principe  Schwarzenberg
    (45)    -    si era deciso di prendere immediatamente l'offensiva e di
    dare al Bonaparte battaglia  campale.  La  seduta  era  appena  finita
    quando il principe Andrj,  accompagnato da Bors,  entr nel palazzo,
    chiedendo del principe Dolgorukov.  Tutti i personaggi  del  quartiere
    generale  si  trovavano  ancora  in  grande agitazione per la vittoria
    riportata quel giorno in Consiglio dal partito dei  giovani.  Le  voci
    dei  temporeggiatori,  che  avevano  consigliato  di  aspettare ancora
    qualche avvenimento prima di iniziare l'offensiva,  erano  state  cos
    unanimemente  soffocate  e  le  loro obiezioni respinte con prove cos
    evidenti circa i vantaggi di un'offensiva immediata,  che  l'argomento
    di  cui si era trattato in Consiglio  -  quello della futura battaglia
    e della vittoria considerata come certissima  -  sembravano non essere
    nel futuro,  ma appartenere ormai al passato.  Tutti i vantaggi  erano
    per noi: forze immense che senza dubbio superavano quelle di Napoleone
    si trovavano concentrate in un unico punto;  le truppe, eccitate dalla
    presenza dei sovrani,  si  mostravano  impazienti  di  combattere;  la
    posizione  strategica su cui si doveva operare era nota sino ai minimi
    particolari  al  generale  austriaco  Weirother   che   era   a   capo
    dell'esercito  (per  un  caso  fortunato  l'anno  precedente le truppe
    avevano fatto le manovre proprio sul terreno dove ora avrebbero dovuto
    battersi i Francesi);  il terreno prescelto era conosciuto e riportato
    sulle  mappe  in ogni particolare,  e infine Bonaparte,  evidentemente
    indebolito, non prendeva alcuna iniziativa.
    Dolgorukov, uno dei pi convinti partigiani dell'offensiva, era appena
    tornato dalla seduta del Consiglio, stanco morto ma pieno di fervore e
    orgoglioso per la vittoria riportata.  Il principe Andrj gli present
    il suo protetto,  ma Dolgorukov,  dopo aver stretto cortesemente e con
    forza la mano di Bors,  non gli disse una  sola  parola  e,  incapace
    evidentemente  di astenersi dall'esprimere le idee che in quel momento
    tanto lo preoccupavano, si rivolse in francese al principe Andrj:
    - Ah, mio caro, che battaglia abbiamo sostenuto! Voglia soltanto Iddio
    che quella che ne sar  la  conseguenza  abbia  un  esito  altrettanto
    vittorioso.  Per,  mio  caro,   -  continu,  parlando a scatti e con
    grande animazione  -  devo riconoscere la mia manchevolezza di  fronte
    agli Austriaci e in particolare di fronte a Weirother.  Che ammirevole
    esattezza, che meticolosit, che conoscenza del paese, che capacit di
    prevedere tutte le possibilit,  tutte le condizioni,  tutti i  minimi
    particolari!  Insomma,  mio  caro,  i  vantaggi delle condizioni nelle
    quali ci troviamo non si potrebbero immaginare migliori. La precisione
    austriaca, unita al valore russo: che volete di pi?
    - Dunque l'attacco  definitivamente deciso?  -  domand Bolkonskij.
    - Vi dir, mio caro, che mi pare che Buonaparte non sappia decisamente
    a qual santo votarsi.  Forse sapete gi che  oggi    giunta  una  sua
    lettera  all'imperatore    -    aggiunse  Dolgorukov  con  un  sorriso
    significativo.
    - Ah, davvero? E che cosa scrive?  -  chiese Bolkonskij.
    - Che cosa pu scrivere? Tralal, lal, lal... eccetera...  tanto per
    guadagnare tempo.  Vi accerto che ormai  nelle nostre mani;  questo 
    sicuro.  Ma la cosa pi divertente di tutte    -    disse,  scoppiando
    improvvisamente  in  una  bonaria  risata  -   che non si sapeva come
    indirizzargli la risposta.  Al console no,  all'imperatore,  va da s,
    no... quindi, secondo me, al generale Buonaparte.
    -  Ma  tra  il  non  riconoscerlo  imperatore  e il chiamarlo generale
    Buonaparte, c' una bella differenza  -  osserv Bolkonskij.
    - Per l'appunto...   -  lo interruppe Dolgorukov,  in fretta e  sempre
    ridendo.    -    Voi  conoscete Bilibin:  un uomo molto intelligente.
    Consigliava di indirizzare: All'usurpatore e  al  nemico  del  genere
    umano.
    E Dolgorukov scoppi in una fragorosa risata.
    - E niente altro?  -  chiese Bolkonskij.
    -  Tuttavia  Bilibin,  da  uomo  intelligente e spiritoso quale ,  ha
    trovato un indirizzo serio.
    - Quale ?
    - Al capo del governo francese,  "au chef du gouvernement  franais"
    -    rispose  Dolgorukov  con  soddisfazione e seriet.  - Non vi pare
    azzeccato?
    - D'accordo;  ma non  credo  che  ne  sar  entusiasta    -    osserv
    Bolkonskij.
    - Per niente!  Mio fratello lo conosce: ha pranzato spesso con lui, in
    casa dell'attuale imperatore,  a Parigi,  e mi diceva di non aver  mai
    conosciuto  un  diplomatico pi fine e pi astuto: un misto di finezza
    francese e di ciarlataneria italiana!  Conoscete la  storia  dei  suoi
    rapporti  con  il  conte Markv (46)?  Il conte Markv era il solo che
    sapeva come ci si doveva comportare con lui.  Lo conoscete  l'aneddoto
    del fazzoletto? E' fantastico!
    E  il  loquace Dolgorukov,  rivolgendosi ora a Bors,  ora al principe
    Andrj, raccont come il Bonaparte,  desiderando mettere alla prova il
    nostro ambasciatore Markv,  lasci cadere a bella posta davanti a lui
    il fazzoletto e si ferm, guardandolo e aspettando, probabilmente, che
    Markv lo raccogliesse.  Ma Markv aveva  lasciato  subito  cadere  il
    proprio  vicino a quello di Bonaparte e si era chinato a raccoglierlo,
    senza tirare su l'altro.
    - Delizioso!  -  esclam Bolkonskij.   -  Ma ecco,  principe,  io sono
    venuto  qui  da  voi  per  pregarvi di far qualcosa per questo giovane
    ufficiale che...
    Egli non pot finire la frase.  Un aiutante di campo entr ed annunzi
    a Dolgorukov che l'imperatore lo attendeva.
    - Ah,  mi dispiace!  -  esclam Dolgorukov, affrettandosi ad alzarsi e
    stringendo la mano a Bolkonskij e a Bors.   -  Sar lietissimo,  come
    voi  sapete,  di  fare tutto ci che dipende da me sia per voi sia per
    questo giovanotto.   -  Strinse ancora una volta la mano a  Bors  con
    un'espressione  di  bonaria  e  sincera  disinvoltura..  -  A un'altra
    volta!
    Bors era molto turbato al pensiero del potere  supremo  al  quale  in
    quel momento si sentiva cos vicino.  Era conscio di essere a contatto
    con quelle molle che guidavano tutti  i  movimenti  di  quelle  enormi
    masse di uomini di cui egli, nel suo reggimento, sentiva di essere una
    piccolissima  parte.  Passati  nel  corridoio,  dietro  a  Dolgorukov,
    incontrarono un uomo di bassa statura,  in abiti borghesi,  che usciva
    dall'appartamento  dell'imperatore,  nel  quale  Dolgorukov  stava per
    entrare.  Il viso di  quell'uomo  aveva  un'espressione  di  vivissima
    intelligenza  e la mascella inferiore prominente,  che tuttavia non lo
    deturpava,  gli conferiva un aspetto vivace e  astuto.  Quell'uomo  di
    bassa statura fece un amichevole cenno del capo a Dolgorukov e con uno
    sguardo  freddo  e  fisso squadr il principe Andrj,  venendo diritto
    verso di lui e aspettando evidentemente che questi lo salutasse e  gli
    cedesse il passo.  Il principe Andrj non fece n una cosa n l'altra;
    il  suo  viso  assunse  un'espressione  di  collera  e   il   giovane,
    voltandosi, pass rasente il muro del corridoio.
    - Chi ?  -  chiese Bors.
    -  E'  uno  degli  uomini  pi  ragguardevoli  ma  pi  antipatici che
    esistano.  E' il  ministro  degli  affari  esteri,  il  principe  Adam
    Ciartoritzskij  (47).  Queste   -  disse Bolkonskij con un sospiro che
    non pot trattenere mentre uscivano dal palazzo  -   sono  le  persone
    che decidono della sorte dei popoli.
    Il  giorno  seguente  le  truppe  si  misero in marcia e,  prima della
    battaglia di Austerlitz,  Bors non pot  rivedere  n  Bolkonskij  n
    Dolgorukov   e  rimase  per  un  certo  tempo  ancora  nel  reggimento
    Izmailovskij.


    CAPITOLO 10.

    Il giorno 16, all'alba, lo squadrone di Denissov, al quale apparteneva
    Nikolj Rostv e che faceva parte del corpo  del  principe  Bagratin,
    lasci il suo accantonamento per entrare,  come si dice,  in azione e,
    dopo aver percorso un miglio,  dietro ad altre colonne,  venne fermato
    sulla strada maestra.  Rostv vide passare avanti a s i cosacchi,  il
    primo e il secondo  squadrone  degli  ussari,  alcuni  battaglioni  di
    fanteria con le artiglierie e infine i generali Bagratin e Dolgorukov
    con i loro aiutanti di campo. Tutta la paura che aveva avuto, come gi
    l'altra  volta  nell'imminenza  dell'attacco,  tutta  la lotta interna
    sostenuta per vincerla,  e tutti i sogni sul modo di distinguersi,  da
    vero  ussaro,  nella  prossima  battaglia,  erano  stati  inutili.  Lo
    squadrone rimase  nella  riserva  e  Nikolj  Rostv  pass  tutta  la
    giornata in preda alla noia e alla tristezza.  Alle nove antimeridiane
    ud davanti a s scariche di fucileria e  grida  urr;  vide  alcuni
    feriti  che  venivano  trasportati  indietro e infine scorse un intero
    distaccamento di cavalleria francese,  circondato da un  centinaio  di
    cosacchi.  Evidentemente il combattimento era gi finito ed era chiaro
    che,  sebbene non molto importante,  doveva avere avuto buon esito.  I
    soldati  e  gli  ufficiali  che  tornavano  indietro  parlavano di una
    brillante vittoria,  dell'occupazione della citt di Wischau  e  della
    cattura di tutto uno squadrone francese.  Il cielo era limpido dopo la
    leggera brinata della notte,  e  lo  splendore  di  quella  soleggiata
    giornata  autunnale coincideva con la notizia della vittoria,  notizia
    portata non solo dal racconto di chi vi aveva preso  parte,  ma  anche
    dall'espressione  gioiosa  dei  volti  dei soldati,  degli ufficiali e
    degli aiutanti di campo che continuavano a ripassare davanti a Rostv.
    E tanto pi si stringeva il cuore di  Nikolj  che  aveva  inutilmente
    sofferto  tutta  la  paura  che  precede  una  battaglia  e  che aveva
    trascorso nell'inattivit quel giorno cos pieno di allegria!
    - Rostv,  vieni qui,  beviamo per scacciare il  dolore!    -    grid
    Denissov, sedendosi sul ciglio della strada, davanti a una bottiglia e
    un pacco di antipasti.
    Gli  ufficiali dello squadrone si erano riuniti in circolo discorrendo
    e mangiucchiando le provviste di Denissov.
    - Ecco che ne portano un altro!  -  osserv uno di essi,  indicando un
    prigioniero,  un  dragone  francese  che  procedeva  a  piedi  tra due
    cosacchi.  Uno di questi teneva per le briglie il grande e bel cavallo
    del prigioniero francese.
    - Vendimi quel cavallo!  -  grid Denissov al cosacco.
    - Prego, vossignoria...
    Gli  ufficiali si alzarono e attorniarono i cosacchi e il prigioniero.
    Il dragone era un giovane alsaziano che parlava francese  con  accento
    tedesco.  Ansimava  per  l'emozione,  era  rosso  in viso e,  sentendo
    parlare francese,  si mise a discorrere in fretta con  gli  ufficiali,
    rivolgendosi  ora all'uno ora all'altro.  Diceva che non sarebbe stato
    fatto prigioniero se il suo "caporal" non lo avesse mandato a prendere
    certe gualdrappe dove, e lui glielo aveva detto, c'erano i Russi.  E a
    ogni  parola  aggiungeva:  "mais qu'on ne fasse pas du mal  mon petit
    cheval" [48.  Ma non fate del male al  mio  cavallino]  e  accarezzava
    l'animale.
    Si  vedeva  che  non  capiva bene dove si trovasse.  Ora si scusava di
    essersi lasciato prendere,  ora si immaginava di trovarsi  davanti  ai
    suoi  superiori e si vantava di aver sempre fatto il proprio dovere da
    buon soldato. Nella nostra retroguardia aveva portato con s, in tutta
    la sua franchezza, l'atmosfera dell'esercito francese, che ci era cos
    estranea e poco nota.
    I cosacchi vendettero il cavallo per due luigi e  lo  comper  Rostv,
    che aveva ricevuto da casa molto denaro e che era il pi ricco tra gli
    ufficiali.
    -  "Mais  qu'on  ne  fasse  pas  du mal  mon petit cheval"  -  ripet
    ingenuamente l'alsaziano a Rostv quando il cavallo fu consegnato a un
    ussaro.
    Rostv, sorridendo, tranquillizz il dragone e gli diede del denaro.
    - "All,  all!" (49)  -  disse il cosacco,  toccando il  braccio  del
    prigioniero, perch si mettesse in cammino.
    - L'imperatore! L'imperatore!  -  si ud a un tratto esclamare tra gli
    ussari.
    Tutti accorrevano e si agitavano,  e Rostv vide avanzare sulla strada
    alcuni cavalieri dai pennacchi bianchi sul  berretto.  In  un  momento
    tutti furono ai loro posti, in attesa.
    Rostv  non  ricordava e non si rendeva conto di come fosse accorso al
    suo posto e come fosse montato in sella. In un attimo svanirono il suo
    rammarico di non aver preso parte all'azione,  il  suo  stato  d'animo
    triste  e annoiato della vigilia in mezzo a quei visi sin troppo noti;
    in un attimo si dilegu ogni pensiero che riguardava se  stesso;  egli
    era  completamente sommerso dal senso di felicit che suscitava in lui
    la vicinanza dell'imperatore.  Quella vicinanza  lo  compensava  della
    perdita di quella giornata. Era felice come un innamorato in attesa di
    un tanto desiderato convegno! Non osava guardarsi attorno tra le file,
    ma  pur  senza volgersi sentiva con istinto appassionato l'avvicinarsi
    del sovrano. E non lo sentiva soltanto per il rumore degli zoccoli dei
    cavalli che si udiva sempre pi forte, ma lo sentiva perch,  a misura
    che  il rumore aumentava,  tutto attorno a lui diventava pi luminoso,
    pi gioioso,  pi festoso.  Sempre pi si accostava a Rostv quel sole
    che  diffondeva  attorno  a  s  i  raggi  di una luce pi dolce e pi
    maestosa,  ed egli gi aveva l'impressione di essere avvolto dal  loro
    calore. Gi udiva la sua voce, quella voce calma, carezzevole, solenne
    e insieme cos semplice.  Come Rostv presentiva,  si fece un silenzio
    di tomba in mezzo al quale rison la voce dell'imperatore.
    - "Les hussards de Pvlograd?" [50.  Gli ussari di Pvlograd?]  disse,
    in tono interrogativo.
    -  "La  rserve,  sire"  [51.  La riserva,  sire]  -  rispose un'altra
    qualunque voce umana,  dopo quella sovrumana  che  aveva  detto:  Les
    hussards de Pvlograd?.
    Il  sovrano  arriv  all'altezza  di  Rostv  e  si  ferm.   Il  viso
    dell'imperatore era ancora pi bello  di  quanto  non  lo  fosse  alla
    rivista,  tre  giorni  prima.  Era illuminato dalla luce di una felice
    giovinezza,  di una  giovinezza  cos  ingenua  da  far  pensare  alla
    vivacit di un fanciullo quattordicenne;  ma nello stesso tempo era il
    viso raggiante di un grande imperatore. Per caso,  mentre osservava lo
    squadrone,  gli  occhi del sovrano incontrarono quelli di Rostv e per
    due secondi appena vi si fissarono.  Comprese l'imperatore quello  che
    accadeva nell'animo di Rostv?  (A Rostv parve che egli avesse capito
    tutto).  I suoi occhi azzurri si soffermarono per  due  secondi  sulla
    faccia  di  Rostv,  il  quale  ebbe l'impressione che da quegli occhi
    azzurri si diffondesse una luce mite e dolcissima.  Poi a un tratto il
    sovrano  sollev le sopracciglia,  con un movimento brusco della gamba
    sinistra colp il cavallo e prosegu al galoppo.
    Il giovane imperatore non  aveva  saputo  resistere  al  desiderio  di
    assistere al combattimento e,  nonostante le insistenze dei cortigiani
    per impedirglielo, a mezzogiorno, staccatosi dalla terza colonna,  che
    egli  seguiva,  galopp  verso  l'avanguardia.  Non  era  ancor giunto
    all'altezza  degli  ussari,  che  alcuni  aiutanti  gli  erano  venuti
    incontro con la notizia del felice esito dello scontro.
    Il combattimento, che non aveva avuto altro successo se non la cattura
    di  uno  squadrone  nemico,  gli  venne  descritto  come una splendida
    vittoria sui Francesi  e  fu  per  questo  che  l'imperatore  e  tutto
    l'esercito,  specialmente prima che il fumo della polvere del campo di
    battaglia si fosse dissipato,  credettero che i Francesi fossero stati
    realmente  sconfitti  e  costretti  a ritirarsi.  Pochi minuti dopo il
    passaggio dell'imperatore,  fu dato l'ordine  di  avanzare  ad  alcuni
    squadroni  del  reggimento  di  Pvlograd.   A  Wischau,  una  piccola
    cittadina tedesca,  Rostv vide ancora una volta  l'imperatore.  Sulla
    piazza,  dove  prima  che  il  sovrano  giungesse aveva avuto luogo un
    notevole scambio di colpi di fucile,  giacevano alcuni soldati morti o
    feriti,   che   non   si  erano  ancora  potuti  trasportare  altrove.
    L'imperatore, circondato dal suo sguito militare e civile, montava un
    cavallo sauro, diverso da quello del giorno della rivista,  dalla coda
    tagliata  all'inglese  e,  chinato  un  poco sul fianco e reggendo con
    gesto grazioso l'occhialetto d'oro,  guardava un soldato  che  giaceva
    sul  selciato,  senza l'elmo e con la testa insanguinata.  Quel ferito
    era tanto sudicio, rozzo e ripugnante, che Rostv giudic offensiva la
    sua vicinanza all'imperatore.  Il giovane vide che le  spalle  un  po'
    curve  del  sovrano,  quasi  fossero percorse da un brivido di freddo,
    sussultarono e not che con il piede sinistro spron  nervosamente  il
    fianco della sua cavalcatura che,  ormai avvezza,  volgeva attorno uno
    sguardo indifferente,  senza muoversi dal posto.  Un aiutante di campo
    smont da cavallo e, preso il ferito sotto le ascelle, lo adagi su di
    una barella. Il soldato gemette.
    -  Pi  piano,  pi piano!  Non  possibile fare pi piano?   -  disse
    l'imperatore che pareva soffrire  pi  del  soldato  morente.  Poi  si
    allontan.
    Rostv  vide  che  l'imperatore aveva le lacrime agli occhi e lo sent
    dire a Ciartoritzskij, in francese:
    - Che orribile cosa,  che orribile cosa la  guerra!  "Quelle  terrible
    chose que la guerre!".
    Le truppe d'avanguardia si disposero davanti a Wischau, di fronte alla
    linea  degli  avamposti  nemici  che  per  tutta la giornata,  ad ogni
    scaramuccia,  avevano  ceduto  terreno  ai  Russi.  Vennero  trasmessi
    all'avanguardia   i   ringraziamenti  del  sovrano,   furono  promesse
    ricompense e i soldati ebbero doppia razione di acquavite.  Ancora pi
    allegri  che  nella notte precedente brillarono i fuochi del bivacco e
    pi gioiosi echeggiarono i canti dei  soldati.  Denissov  quella  sera
    festeggi  la  sua  promozione  a maggiore e Rostv,  che aveva bevuto
    parecchio,  alla fine del banchetto propose un  brindisi  alla  salute
    dell'imperatore,  ma  non  dell'augusto  imperatore come si dice nei
    banchetti ufficiali,  ma alla salute del  sovrano,  dell'uomo  buono,
    magnanimo  e affascinante.  S,  beviamo alla sua salute e alla sicura
    nostra vittoria sui Francesi!.
    - Se gi prima ci siamo battuti  -  continu    -    senza  cedere  ai
    Francesi,   come  sotto  Schngraben,   che  faremo  ora  che  abbiamo
    l'imperatore che ci guida?  Moriremo tutti e moriremo  con  gioia  per
    lui.  Non    cos,  signori?  Forse non mi esprimo bene...  ho bevuto
    molto, ma questi sono i miei sentimenti e, credo, anche i vostri. Alla
    salute di Aleksndr Primo, urr!
    - Urr!  -  ripeterono le voci esaltate degli ufficiali.  E il vecchio
    capitano  Kirsten  non  grid  meno  forte  n  con meno entusiasmo di
    Rostv, giovane di vent'anni.
    Quando gli ufficiali ebbero bevuto e rotto  i  bicchieri,  Kirsten  ne
    emp ancora altri e,  in maniche di camicia, con un bicchiere in mano,
    si avvicin al fal dei soldati e, con il braccio alzato, rimase fermo
    davanti a loro in atteggiamento maestoso e solenne,  con i suoi lunghi
    baffi grigi e il petto bianco che si intravedeva attraverso la camicia
    aperta, illuminato dalla luce delle fiamme.
    -  Ragazzi,  alla  salute  del nostro sovrano imperatore,  alla nostra
    vittoria sul nemico, urr!   -  grid con la sua voce forte dal timbro
    baritonale di vecchio ussaro.
    Gli  ussari  si  strinsero attorno a lui e risposero con un altissimo,
    unanime grido.
    A notte tarda, quando tutti si furono separati,  Denissov batt con la
    mano grossa e corta sulla spalla del suo caro Rostv.
    - Poich in guerra non si sa di chi innamorarsi,  ecco che costui si 
    innamorato dell'imperatore  -  disse.
    - Denissov,  non scherzare su questo argomento  -  esclam Rostv.   -
    Si tratta di un sentimento tanto alto, tanto nobile...
    - Lo credo, amico mio, lo credo... Lo approvo e lo condivido.
    - No, tu non capisci !
    E  Rostv,  alzatosi,  si mise a passeggiare tra i fuochi del bivacco,
    pensando alla gioia di morire non gi per salvargli la vita (a  questo
    non  osava  nemmeno  pensare),  ma  semplicemente per morire sotto gli
    occhi dell'imperatore.  Egli era veramente innamorato del suo sovrano,
    della  gloria delle armi russe e della speranza nel futuro trionfo.  E
    non era il solo a provare quel sentimento in  quei  memorabili  giorni
    che precedettero la battaglia di Austerlitz: i nove decimi dei soldati
    e degli ufficiali russi di allora erano innamorati, se pure con minore
    entusiasmo, del loro imperatore e della gloria delle armi russe.


    CAPITOLO 11.

    Il giorno seguente, l'imperatore si trattenne a Wischau. Il suo medico
    personale  Villiers  (52)  fu  pi  volte  chiamato presso di lui.  Al
    quartier generale e fra le truppe pi vicine si diffuse la notizia che
    il sovrano  fosse  indisposto.  Non  prendeva  cibo  e  quella  notte,
    dicevano coloro che gli erano vicini, aveva dormito male. Il malessere
    dell'imperatore  non  aveva  altra  causa  che  la  forte  impressione
    prodotta sul suo animo sensibile dalla vista dei feriti e dei morti.
    All'alba del giorno 17,  fu accompagnato  a  Wischau,  protetto  dalla
    bandiera  bianca,  un  ufficiale  francese  che  chiedeva  una udienza
    all'imperatore   di   Russia.   Quell'ufficiale   era   Savary   (53).
    L'imperatore  si  era  appena  addormentato  e  perci  Savary dovette
    aspettare. Verso mezzogiorno venne ammesso alla presenza del sovrano e
    mezz'ora  dopo  ritornava  agli  avamposti   dell'esercito   francese,
    accompagnato dal principe Dolgorukov.
    A  quanto si sentiva dire,  lo scopo della venuta di Savary era quello
    di proporre all'imperatore russo un incontro con Napoleone. Con grande
    gioia e orgoglio di tutto l'esercito,  la proposta  di  quell'incontro
    era stata respinta e,  in sua vece,  fu mandato con Savary il principe
    Dolgorukov,  il vincitore di Wischau,  per intavolare  trattative  con
    Napoleone  qualora,  contrariamente  a  tutte  le  supposizioni,  esse
    contenessero un reale desiderio di pace.
    A sera, quando ritorn, Dolgorukov and direttamente dall'imperatore e
    si trattenne a lungo a quattr'occhi con lui.
    Il 18 e il 19 di novembre le truppe procedettero di altre due tappe e,
    dopo brevi scaramucce, gli avamposti nemici indietreggiarono.  Sin dal
    mezzogiorno  del  19,  cominciarono  a  verificarsi  nelle  alte sfere
    dell'esercito un intenso movimento e  un'animazione  indaffarata,  che
    dur sino al mattino successivo, 20 novembre giorno in cui fu sferrata
    la memorabile battaglia di Austerlitz (54).
    Sino  al  mezzogiorno  del  19,   i  discorsi  animati,  l'andirivieni
    frettoloso,  le corse avanti e indietro degli  aiutanti  di  campo  si
    limitarono  al quartiere generale di Kutuzv e allo stato maggiore dei
    comandanti delle colonne.  Verso sera,  attraverso gli ordini  portati
    dagli  aiutanti  di campo,  il movimento si diffuse in tutti i reparti
    dell'esercito e nella notte dal 19 al 20,  la massa degli  ottantamila
    uomini  dei  sovrani  alleati  si  lev dagli accampamenti e risonando
    ondeggi tumultuosa, come un'enorme tela lunga dieci miglia.
    Quel movimento concentrato che  aveva  avuto  inizio  il  mattino  nel
    quartier  generale degli imperatori e che aveva dato la spinta al moto
    successivo era simile alla spinta iniziale della  ruota  centrale  dei
    grandi  orologi  che  si  vedono  sulle  torri.  Una  ruota  si  muove
    lentamente, la seguono una seconda, poi una terza e via via si mettono
    a  girare,  sempre  pi  rapidamente,  ruote,   pulegge,   ingranaggi,
    cominciano  a  sonare  i  "carillons",  a  balzar  fuori le figurine e
    ritmicamente iniziano a muoversi le lancette,  segnando  il  risultato
    del movimento generale.
    Come  nel  meccanismo  dell'orologio,  cos  in  quello  militare,  il
    movimento,  una volta iniziato,  continua sino  al  risultato  finale;
    altrettanto  inerti  e immobili restano le parti del meccanismo sino a
    quando la trasmissione del moto non sia giunta sino a  loro.  Ed  ecco
    che allora cominciano a stridere sugli assi le ruote, ingranandosi con
    i loro dentini,  a fischiare le pulegge che girano rapidamente, mentre
    la ruota vicina resta immobile e fissa come se dovesse  per  centinaia
    di anni mantenere quella immobilit;  ma poi, a un certo momento, ecco
    che una leva la tocca ed essa, obbedendo all'impulso generale, cigola,
    gira,  e si  confonde  in  un'unica  azione  comune  di  cui  le  sono
    incomprensibili il risultato e lo scopo.
    Come  nell'orologio  il  risultato  del  complesso  moto  delle varie,
    innumerevoli rotelle e pulegge non  altro che  un  lento  e  regolare
    spostamento delle lancette che indicano il tempo, cos il risultato di
    tutti  i  complessi  movimenti umani di quei centosessantamila Russi e
    Francesi,  l'effetto di  tutte  quelle  passioni,  dei  desideri,  dei
    rimpianti,  dei pentimenti, delle sofferenze, delle umiliazioni, degli
    slanci orgogliosi,  della paura,  degli  entusiasmi  di  tutti  quegli
    uomini,  fu soltanto la sconfitta della battaglia di Austerlitz, detta
    anche la battaglia dei tre imperatori,  cio un lento movimento  della
    lancetta della storia sul quadrante della storia dell'umanit.
    Il  principe  Andrj  era  quel  giorno  di  servizio  e  non  si  era
    allontanato mai dal generalissimo.
    Alle sei  pomeridiane,  Kutuzv  giunse  al  quartier  generale  degli
    imperatori e, dopo essersi trattenuto per poco con il sovrano, si rec
    presso il gran maresciallo di Corte, conte Tolstj.
    Bolkonskij  approfitt  di  quel  momento  per recarsi da Dolgorukov a
    raccogliere notizie e  particolari  sull'azione.  Il  principe  Andrj
    sentiva che Kutuzv era turbato e contrariato per qualche motivo e che
    al  quartier  generale non erano soddisfatti di lui;  si rendeva conto
    che tutti i personaggi del quartier generale imperiale si comportavano
    verso il vecchio ufficiale come persone che  sanno  quello  che  altri
    ignorano; perci desiderava parlare con Dolgorukov.
    -  Ah,  buongiorno,  "mon  cher"    -    esclam  Dolgorukov che stava
    prendendo il t con Bilibin.   -  Domani  il gran giorno.  Che fa  il
    vostro vecchio? E' di malumore?
    - Non posso dire che sia proprio di malumore,  ma ho l'impressione che
    desidererebbe essere ascoltato.
    - Ma l'hanno gi ascoltato nel Consiglio di guerra  e  sar  ascoltato
    ancora,   purch  parli  assennatamente.   Certo    che  ritardare  e
    aspettare,  ora che Buonaparte teme pi di tutto una battaglia campale
     assolutamente impossibile.
    -  Ma  voi  l'avete veduto?   -  chiese il principe Andrj.   -  Com'
    questo Buonaparte? Che impressione vi ha fatto?
    - S,  l'ho veduto e mi sono convinto  che  egli  teme  una  battaglia
    campale  pi  di  ogni  cosa  al  mondo   -  ripet Dolgorukov,  dando
    evidente e grande importanza  a  questa  conclusione  che  egli  aveva
    tratto dal suo colloquio con Napoleone.  -  Se non avesse timore della
    battaglia, perch avrebbe chiesto un colloquio, iniziato trattative e,
    soprattutto,  perch sarebbe indietreggiato, mentre la ritirata  cosa
    tanto contraria alla sua tattica bellica?  Credetemi: egli  ha  paura,
    veramente  paura della battaglia campale.  La sua ora  sonata.  Ve lo
    assicuro io.
    - Ma ditemi, com'?  -  insist il principe Andrj.
    - E' un uomo in soprabito grigio,  il quale desiderava molto che io lo
    chiamassi  vostra  maest  ma che,  con suo gran dispiacere,  non ha
    ricevuto da me alcun titolo.  E' un  uomo  cos,  niente  di  pi    -
    rispose Dolgorukov, guardando Bilibin con un sorriso.  - Nonostante il
    mio profondo rispetto per Kutuzv,  -  prosegu -  affermo che saremmo
    davvero  degli  sciocchi  se  aspettassimo  non so cosa,  dando cos a
    Napoleone il modo di andarsene o di ingannarci,  proprio ora in cui  
    sicuramente nelle nostre mani.  No,  non bisogna dimenticare Suvorov e
    le sue regole: non mettersi  mai  nelle  condizioni  dell'attacco,  ma
    essere sempre i primi ad attaccare. Credetemi, in guerra l'energia dei
    giovani    spesso una guida migliore di tutta l'esperienza dei vecchi
    temporeggiatori!
    - Ma in  quale  posizione  lo  attaccheremo?  Sono  andato  oggi  agli
    avamposti  e  nessuno  pu dire con precisione dove sia concentrato il
    grosso delle sue forze  -  disse il principe Andrj.
    Egli avrebbe voluto esporre a Dolgorukov il  piano  di  battaglia  che
    aveva preparato.
    - Ah, ma questo non ha assolutamente alcuna importanza!  -  rispose in
    fretta  Dolgorukov,  alzandosi e spiegando sulla tavola una carta.   -
    Tutte le eventualit sono previste: se si trova a Brnn...
    E il principe Dolgorukov, rapidamente e con poca chiarezza,  si mise a
    spiegare il piano del movimento aggirante di Weirother.
    Il  principe  mosse  alcune obiezioni e cominci a spiegare il proprio
    piano che poteva essere dello stesso valore di quello di Weirother  ma
    che aveva un difetto: quello di Weirother era gi stato approvato. Non
    appena  il principe Andrj cominci a dimostrare gli svantaggi di quel
    piano e i vantaggi del proprio, Dolgorukov cess di ascoltarlo e prese
    a guardare  distrattamente,  anzich  la  carta,  la  faccia  del  suo
    interlocutore.
    - Del resto,  oggi si terr da Kutuzv un Consiglio di guerra; potrete
    approfittarne per esporre le vostre idee  -  consigli Dolgorukov.
    - Lo far  -  rispose il principe Andrj, scostando da s la carta.
    - Ma su che cosa discutete,  signori miei?   -  intervenne Bilibin che
    sino  a  quel  momento  aveva ascoltato sorridendo allegramente quella
    conversazione e che ora, era chiaro, si preparava a scherzare.  -  Sia
    domani giorno di vittoria o  di  sconfitta,  la  gloria  dell'esercito
    russo  assicurata. Oltre al vostro Kutuzv non c' un solo comandante
    russo.  I comandanti sono: "Herr General" Wimpfen (55),  "le comte" de
    Langeron (56),  "le prince" de  Liechtenstein  (57),  "le  prince"  de
    Hohenlohe  (58) e "enfin Prsch...  Prsch...  et ainsi de suite,  comme
    tous les noms polonais" [E infine Prsch...  Prsch...  e cos via  come
    tutti i nomi polacchi] (59).
    - "Taisez-vous,  mauvaise langue!" [60. Tacete, linguaccia!]  -  disse
    Dolgorukov.   -  Non   vero:  attualmente  ci  sono  gi  due  russi:
    Milordovic' (61) e Dochturov e ce ne sarebbe anche un altro, il conte
    Arakceev  (62), se non avesse i nervi troppo scossi.
    -  Credo  per  che Michal Ilarjnovic' sia ormai uscito  -  disse il
    principe Andrj.  -  Vi auguro fortuna e successo, signori  - aggiunse
    e, dopo aver stretto la mano a Dolgorukov e a Bilibin, usc.
    Rientrando nel suo alloggio,  il principe Andrj non seppe trattenersi
    dal  chiedere a Kutuzv,  che gli sedeva accanto silenzioso,  che cosa
    pensasse della battaglia del giorno successivo.
    Kutuzv guard severamente il suo aiutante di campo e dopo  una  breve
    pausa gli rispose:
    -  Penso  che  saremo  sconfitti.  L'ho  detto al conte Tolstj e l'ho
    pregato di riferirlo all'imperatore. Sai che cosa mi ha risposto? Eh,
    mon cher gnral,  je me mle de riz et de cotelettes,  mlez-vous des
    affaires de la guerre [63.  Eh,  mio caro generale,  io mi occupo di
    riso e di bistecche,  e voi occupatevi delle faccende della  guerra].
    Gi, mi ha risposto proprio cos.


    CAPITOLO 12.

    Alle  dieci  di  sera,  Weirother  arriv,  portando  i  suoi piani da
    Kutuzv, dov'era riunito il Consiglio di guerra. Tutti i comandanti in
    capo  erano  stati  convocati  presso  il  generalissimo  e  tutti,  a
    eccezione del principe Bagratin, che si era rifiutato di intervenire,
    si trovarono all'ora indicata.
    Weirother,  che  aveva  preparato  il piano per la prossima battaglia,
    offriva per la sua  vivacit  e  la  sua  impazienza  un  sorprendente
    contrasto   con  Kutuzv,   scontento  e  assonnato,   che  funzionava
    svogliatamente da presidente e  da  guida  del  Consiglio  di  guerra.
    Appariva  evidente che Weirother si sentiva alla testa di un movimento
    ormai inarrestabile.  Era come un cavallo tra le stanghe di  un  carro
    che,  presa la rincorsa,  scenda precipitosamente lungo un pendio. Era
    lui a trascinare? Oppure a essere trascinato? Non lo sapeva, ma andava
    a rotta di collo,  senza  avere  ormai  pi  il  tempo  di  riflettere
    sull'esito  della  sua  corsa  precipitosa.  Quella sera Weirother era
    andato due volte a osservare personalmente gli avamposti  nemici;  due
    volte era stato dai sovrani da quello russo e da quello austriaco, per
    fare  rapporti e dare chiarimenti,  e poi nel suo ufficio,  dove aveva
    dettato in tedesco le ultime disposizioni.  Era giunto da  Kutuzv  in
    condizioni di estrema stanchezza.
    Tutto preso,  evidentemente, dai suoi pensieri, si dimenticava persino
    di essere cortese con il generalissimo: lo  interrompeva,  parlava  in
    fretta   e   non   molto   chiaramente,   senza   guardare  in  faccia
    l'interlocutore,  senza  rispondere  alle  domande  che  gli  venivano
    rivolte.   Era   tutto  inzaccherato  di  fango  e  aveva  un  aspetto
    compassionevole, stanco e smarrito ma,  nello stesso tempo,  sicuro di
    s e pieno d'orgoglio.
    Kutuzv  abitava in un piccolo castello a breve distanza da Ostralitz.
    In un'ampia sala,  trasformata  in  studio  del  generalissimo,  erano
    riuniti lo stesso Kutuzv e i membri del Consiglio di guerra.  Stavano
    bevendo il t.  Non aspettavano che il  principe  Bagratin  per  dare
    inizio  alla  seduta.  Alle  otto  giunse  l'ufficiale  d'ordinanza di
    Bagratin con la notizia che il principe non  poteva  intervenire.  Il
    principe  Andrj  entr  per  informare della cosa il generalissimo e,
    approfittando del permesso avuto in precedenza da Kutuzv di assistere
    alla seduta, rimase nella sala.
    - Poich il principe Bagratin  non  verr,  possiamo  incominciare  -
    dichiar   Weirother,   alzandosi   rapidamente   dal   suo   posto  e
    avvicinandosi al tavolo su cui era stesa una grande mappa dei dintorni
    di Brnn.
    Kutuzv con la giubba sbottonata da cui,  come liberato,  emergeva  il
    grasso collo,  era seduto in una poltrona alla Voltaire con le mani un
    po' gonfie, da vecchio, simmetricamente posate sui bracciuoli, e quasi
    dormiva. Al suono della voce di Weirother,  apr a fatica il suo unico
    occhio.
    - S,  s, ve ne prego,  gi tardi  -  e, fatto un cenno con il capo,
    l'abbass di nuovo sul petto e chiuse gli occhi.
    Se in un primo momento i membri del Consiglio avevano potuto  supporre
    che Kutuzv fingesse di dormire, i suoni che cominciarono a sfuggirgli
    dal  naso  durante  la lettura di Weirother,  dimostrarono che in quel
    momento,  per il generale in capo,  si trattava di una cosa assai  pi
    importante  che  non  fosse  il dimostrare il proprio disprezzo per il
    piano di battaglia. Si trattava per lui dell'invincibile bisogno umano
    di abbandonarsi al sonno.  Egli dormiva veramente.  Weirother,  con il
    gesto  dell'uomo  troppo  occupato per permettersi di perdere anche un
    solo minuto, lanci un'occhiata verso Kutuzv e, convinto che dormiva,
    prese un foglio e a voce alta e monotona cominci a  leggere  l'ordine
    di operazione della prossima battaglia,  iniziando dal titolo: Ordine
    di operazioni per l'attacco alle posizioni nemiche dietro Kobelnitz  e
    Sokolnitz, 20 novembre 1805.
    La disposizione era difficile e complessa. Nell'originale era detto:
    Da  der  Feind  mit  seinem  linken Flu'gel an die mit Wald bedeckten
    Berge lehnt und sich mit seinem rechten  Flgel  lngs  Kobelnitz  und
    Sokolnitz hinter die dort befindlichen Teiche zieht, wir im Gegentheil
    mit  unserem  linken Flgel seinem rechten sehr debordiren,  so ist es
    vortheilhaft letzteren Flgel des Feindes zu attakiren, besonders wenn
    wir die Drfer Sokolnitz und Kobelnitz im Besitze haben,  wodurch  wir
    dem  Feind  zugleich  in  die  Flanke  fallen  und  ihn auf der Flche
    zwischen Schlapenitz und dem Thrassa-Walde  verfolgen  konnen,  indem
    wir den Defileen von Schlapanitz und Bellowitz ausweichen,  welche die
    feindliche Front decken.  Zu diesem Endzwecke  ist  es  nothig...  Die
    erste Kolonne marschirt...  Die zweite Kolonne marschirt... Die dritte
    Kolonne marschirt...,    [64.  Poich  il  nemico  trova  protezione
    all'ala  sinistra  delle  sue  forze  appoggiandole  alle  falde delle
    montagne boscose e stende l'ala destra al di l degli stagni che vi si
    trovano,   lungo  Kobelnitz  e  Sokolnitz   e   noi,   al   contrario,
    sopravvanziamo  di molto con la nostra ala sinistra la sua ala destra,
    ci conviene  attaccare  quest'ultima,  soprattutto  avendo  in  nostro
    possesso i villaggi di Sokolnitz e di Kobelnitz,  per cui nel medesimo
    tempo possiamo attaccare di sorpresa il fianco del nemico e inseguirlo
    nelle pianure tra Schlapanitz e la foresta di Thuras, evitando le gole
    tra Schlapanitz e Bellowitz,  che coprono lo  schieramento  nemico.  A
    tale  scopo    necessario...  La prima colonna marcer...  La seconda
    colonna marcer...  La terza  colonna  marcer...]  eccetera  leggeva
    Weirother. I generali sembravano ascoltare di mala voglia il complesso
    piano delle operazioni.  Il biondo e alto generale Bukshevden stava in
    piedi, con le spalle appoggiate alla parete, e,  fissando gli occhi su
    una  candela  accesa,  sembrava  che  non ascoltasse e che non volesse
    neppure far credere agli altri  di  ascoltare.  Proprio  dirimpetto  a
    Weirother,  fissando su di lui gli occhi spalancati e lucenti, sedeva,
    in atteggiamento marziale,  il rubicondo  Milordovic',  con  le  mani
    posate  sulle  ginocchia  e  i gomiti in fuori,  i baffi all'ins e le
    spalle  sollevate.  Egli  taceva  ostinatamente,   guardando  in  viso
    Weirother  e  abbassava  gli  occhi  soltanto  quando il capo di stato
    maggiore austriaco smetteva di parlare.  In quei momenti  Milordovic'
    volgeva  occhiate  significative  sugli  altri generali;  ma da quelle
    occhiate significative era impossibile capire  se  egli  approvasse  o
    disapprovasse,  se fosse contento o no del piano delle operazioni. Pi
    vicino a Weirother di tutti gli  altri  stava  il  conte  Langeron  il
    quale,  con un fine sorriso sul volto di francese meridionale, sorriso
    che dur per tutto il tempo della lettura, si guardava le dita sottili
    che facevano rapidamente girare una tabacchiera d'oro con un  ritratto
    sul  coperchio.  Nel  bel  mezzo  di  uno dei periodi pi lunghi della
    lettura,  egli arrest il movimento rotatorio della tabacchiera,  alz
    il  capo  e,  con  una  piega di antipatica cortesia agli angoli delle
    labbra sottili,  interruppe Weirother e fu sul punto di dire qualcosa;
    ma  il  generale  austriaco,   continuando  imperterrito  la  lettura,
    aggrott il viso e agit i gomiti  come  se  volesse  dire:  Dopo  mi
    esporrete  le  vostre  idee;  per adesso favorite osservare la carta e
    ascoltare.  Langeron sollev gli occhi con espressione di stupore,  e
    si   volse   verso  Milordovic'  come  cercando  una  spiegazione  e,
    incontrando lo  sguardo  di  lui  denso  di  significati  ma  che  non
    significava  nulla,  abbass  tristemente  gli  occhi  e riprese a far
    roteare la tabacchiera tra le dita sottili.
    - "Une leon de gographie" [65.  Una lezione di geografia]  -   disse
    come tra s ma abbastanza forte perch lo sentissero.
    Przebyscevskij  con  rispettosa  ma  dignitosa cortesia piegava con la
    mano l'orecchio verso Weirother,  con l'atteggiamento di chi    tutto
    preso dall'attenzione. Il piccolo Dochturov sedeva proprio di fronte a
    Weirother  con  aria modesta e zelante e,  chino sulla carta spiegata,
    studiava coscienziosamente  lo  schieramento  e  il  terreno  che  non
    conosceva.  Parecchie  volte preg Weirother di ripetere alcune parole
    che non aveva ben  compreso  e  alcuni  difficili  nomi  di  villaggi.
    Weirother lo accontentava, e Dochturov prendeva appunti.
    Quando la lettura,  durata pi di un'ora, fu finita, Langeron ferm di
    nuovo la tabacchiera e,  senza guardare Weirother e  nessun  altro  in
    modo particolare, cominci a esporre le difficolt di attuazione di un
    piano come quello,  piano che supponeva note le condizioni del nemico,
    mentre tali condizioni potevano mutare di continuo, dato che il nemico
    era in movimento.  Le osservazioni di Langeron  erano  giuste,  ma  si
    capiva  che  il  loro  scopo  era soprattutto quello di far sentire al
    generale Weirother,  che aveva letto il suo piano di schieramento  con
    la  boriosa  sicurezza di chi si trova davanti a scolaretti,  che egli
    non era in presenza di ignoranti,  ma di uomini  capaci  di  insegnare
    qualcosa a lui,  in fatto di questioni militari.  Allorch la monotona
    voce di Weirother tacque Kutuzv  aveva  aperto  gli  occhi,  come  un
    mugnaio  che  si desta quando si interrompe il soporifero rumore delle
    ruote del mulino.  Ascolt ci che diceva Langeron e,  come se volesse
    chiedere: Ah, vi occupate ancora di queste sciocchezze?, si affrett
    a chiudere gli occhi e chin il capo pi di prima.
    Cercando  di ferire quanto pi velenosamente fosse possibile Weirother
    nel suo amor proprio  di  autore  militare,  Langeron  dimostrava  che
    Bonaparte  poteva facilmente attaccare invece di subire l'attacco e in
    tal modo rendere  assolutamente  vano  il  piano  operativo  dei  suoi
    avversari.  Weirother  rispose  a tutte le osservazioni con un sorriso
    calmo e sprezzante preparato,  era chiaro,  per  qualsiasi  obiezione,
    indipendentemente da ci che gli sarebbe stato detto.
    -  Se  egli  avesse  potuto  attaccare,  ci  avrebbe attaccati oggi  -
    disse.
    - Supponete dunque che  non  abbia  forze  sufficienti?    -    chiese
    Langeron.
    -  E'  molto  se ha quarantamila uomini  -  rispose Weirother,  con il
    sorriso indulgente di un medico al quale un cerusico  voglia  indicare
    un rimedio.
    -  Se  cos,  egli prepara la sua rovina aspettando il nostro attacco
    -    obiett  Langeron  con  un  fine,   ironico  sorriso,   guardando
    Milordovic' che gli era vicino, per avere approvazione e conferma.
    Ma  Milordovic'  in quel momento non pensava affatto a ci che i suoi
    colleghi stavano discutendo.
    - "Ma foi" [66.  In fede mia]  -  disse.   -  Vedremo domani sul campo
    di battaglia.
    Weirother  sorrise di nuovo con quel sorriso che pareva voler dire che
    gli sembrava ridicolo e strano incontrare delle obiezioni da parte dei
    generali russi ed essere costretto a dimostrare cose delle  quali  non
    soltanto lui, ma anche i due imperatori erano pi che convinti.
    - Il nemico ha spento i fuochi e laggi nel suo accampamento si ode un
    rumore continuo  -  disse.   -  Cosa significa?  O si ritira,  ed  la
    sola cosa che dobbiamo temere, o cambia posizione  -  e, cos dicendo,
    sorrise.  -  Ma se anche occupasse la posizione di Thuras, non farebbe
    altro  che  evitarci  delle  difficolt  e   tutte   le   disposizioni
    resterebbero valide sino ai minimi particolari.
    -  E  in  che modo?   -  chiese il principe Andrj che gi da un pezzo
    aspettava il momento per esprimere i propri dubbi.
    Kutuzv si svegli, toss e guard i generali.
    - Signori, le disposizioni per le operazioni di domani, anzi, per oggi
    giacch  gi passata la mezzanotte,  non possono essere cambiate    -
    disse.  -  Voi le avete udite, e noi tutti compiremo il nostro dovere.
    Prima  della  battaglia  non c' nulla di pi importante che...   -  e
    tacque un momento  -  nulla di  pi  importante  che  fare  una  bella
    dormita.
    E  fece l'atto di alzarsi.  I generali si inchinarono e uscirono.  Era
    gi passata la mezzanotte. Anche il principe Andrj lasci la sala.

    Il Consiglio di guerra,  davanti al quale il principe Andrj non aveva
    potuto  esporre,  come  sperava,  il  suo progetto,  lasci in lui una
    impressione vaga e confusa. Chi aveva ragione?  Dolgorukov e Weirother
    o  Kutuzv,  Langeron  e  quanti  altri  non  approvavano  il piano di
    attacco?  Non lo sapeva.  Ma possibile che Kutuzv non  abbia  potuto
    esprimere  direttamente all'imperatore le sue idee?  Possibile che non
    possa agire diversamente?  Possibile che per considerazioni  personali
    di alcuni cortigiani si debbano mettere a repentaglio migliaia di vite
    e anche la mia,  la mia vita?,  diceva tra s.  S,  possibilissimo
    che domani io resti ucciso,  pens.  E a un  tratto,  all'idea  della
    morte,  una quantit di ricordi,  i pi lontani e i pi intimi, gli si
    ridestarono nella mente;  ricord l'ultimo  saluto  al  padre  e  alla
    moglie,  ricord  i primi tempi del suo amore,  la gravidanza di lei e
    prov per Liza e  per  se  stesso  un  senso  di  piet.  In  preda  a
    un'agitazione   nervosa  e  commossa,   usc  dalla  casupola  in  cui
    alloggiava con Nesvitzkij e si mise a passeggiare davanti a essa.
    La notte era  avvolta  dalla  nebbia,  attraverso  la  quale  filtrava
    misteriosamente  la luce della luna.  S,  domani,  pensava,  forse
    domani tutto sar finito per me,  forse questi ricordi non avranno pi
    alcun significato.  Domani,  probabilmente, anzi certamente,  -  ne ho
    il presentimento  -  dovr finalmente mostrare per la prima volta  ci
    di  cui  sono  capace.  E  si figur la battaglia,  la sconfitta,  il
    concentramento della mischia in un punto solo,  lo  smarrimento  e  la
    confusione  di tutti i capi.  Ed ecco che quel momento felice,  quella
    sua Tolone da tanto tempo attesa finalmente gli si offre. Egli esprime
    con chiara fermezza la sua opinione a  Kutuzv,  a  Weirother  e  agli
    imperatori.   Tutti   sono   colpiti   dalla   giustezza   delle   sue
    considerazioni, ma nessuno si assume la responsabilit di realizzarle.
    Allora egli si mette alla testa di un reggimento,  di  una  divisione,
    pone come condizione che nessuno interferisca nei suoi piani,  conduce
    la sua divisione nel punto decisivo e da solo riporta  la  vittoria...
    E  la morte e la sofferenza?,  sussurra dentro di lui un'altra voce.
    Ma  il  principe  Andrj  non  ascolta  questa  voce  e   continua   a
    fantasticare  sui suoi successi.  La battaglia che segue  preparata e
    organizzata da lui solo.  Egli ha il titolo di ufficiale di  ordinanza
    di Kutuzv,  ma in realt  lui,  Andrj Bolkonskij,  che fa tutto. E'
    lui solo che vince la battaglia.  Kutuzv viene esautorato ed  egli  
    nominato generalissimo... E poi?, sussurra di nuovo l'altra voce, e
    poi, se prima di fare tutto ci non sarai ferito, ucciso, ingannato, e
    poi?. E poi, risponde a se stesso il principe Andrj, e poi non so
    che cosa accadr,  non so e non voglio sapere. Ma se voglio questo, se
    voglio la gloria, se voglio che gli uomini mi conoscano, mi amino, non
    ho alcuna colpa di volerlo,  di non voler altro che questo,  di vivere
    soltanto  per  questo,  s,  soltanto  per  questo!  Non lo dir mai a
    nessuno ma,  mio Dio,  che cosa devo fare se non amo nulla fuorch  la
    gloria  l'amore degli uomini?  La morte,  le ferite,  la perdita della
    famiglia,  nulla mi spaventa!  Per quanto mi possano essere  cari  mio
    padre,  mia  sorella,  mia  moglie  -  le persone che amo di pi -  le
    darei subito tutte,  anche se ci possa parere terribile e innaturale,
    per un momento di gloria e di trionfo,  per essere amato da uomini che
    non conosco e non conoscer mai,  ecco,  proprio per l'amore di questi
    uomini, pensava, prestando orecchio ai discorsi che si svolgevano nel
    cortile  dell'abitazione  di Kutuzv,  dove echeggiavano le voci degli
    attendenti che preparavano i bagagli.  Una voce,  probabilmente quella
    del cocchiere, canzonando il vecchio cuoco di Kutuzv, che il principe
    Andrj conosceva e che si chiamava Tit, diceva:
    - Tit, ehi, Tit?
    - Che vuoi?  -  rispondeva il vecchio.
    - Tit, va' a trebbiare il grano  -  diceva il burlone.
    - Va' al diavolo!  -  risonava un'altra voce, coperta dalle risate dei
    domestici e degli attendenti.
    Eppure io li amo e voglio trionfare soltanto per tutti costoro; anelo
    soltanto a questa forza misteriosa e a questa gloria che sento passare
    sopra di me, qui, in mezzo a questa nebbia!.


    CAPITOLO 13.

    Rostv  si  trovava quella notte con il suo plotone agli avamposti del
    distaccamento di Bagratin.  I suoi ussari erano sparsi a  due  a  due
    lungo  la  linea;  egli  stesso  la percorreva a cavallo,  cercando di
    lottare contro il sonno che irresistibilmente  lo  vinceva.  Alle  sue
    spalle  era visibile un'enorme distesa nella quale erano disseminati i
    fuochi di bivacco del nostro esercito, che ardevano confusamente nella
    nebbia. Davanti a lui buio e foschia...
    Per quanto Rostv aguzzasse lo sguardo in quella  lontananza  brumosa,
    non  vedeva nulla;  ora gli pareva di scorgere qualcosa di grigio o di
    nero,  ora alcuni fuochi balenavano laggi  dove  doveva  trovarsi  il
    nemico,  ora gli pareva che tutto fosse frutto della sua vista. Gli si
    chiudevano gli occhi e nell'immaginazione gli sorgevano  di  volta  in
    volta vuoi l'imperatore, vuoi Denissov, vuoi i suoi ricordi moscoviti:
    egli  si  affrettava  ad  aprire  di nuovo gli occhi e l davanti a s
    vedeva la testa e le orecchie  del  cavallo  sulla  cui  groppa  stava
    seduto,  le  nere figure degli ussari quando si avvicinava a sei passi
    da loro e, in lontananza, ancora oscurit, ancora nebbia.  Perch no?
    Pu darsi benissimo,  pensava Rostv,  che l'imperatore mi incontri,
    mi dia un incarico come a un qualunque altro ufficiale e mi dica: "Va'
    in ricognizione laggi".  Molte volte ho sentito dire  come  per  puro
    caso abbia conosciuto un ufficiale e l'abbia preso con s.  Ah,  se mi
    prendesse con s!  Come vigilerei su di lui,  come gli direi tutta  la
    verit,  come gli denunzierei coloro che lo ingannano!. E Rostv, per
    immaginarsi con vivezza il proprio affetto e la propria devozione  per
    il sovrano,  si raffigurava un nemico o un traditore tedesco,  ed egli
    non solo lo uccideva con piacere, ma lo schiaffeggiava su tutte due le
    guance davanti all'imperatore.  A  un  tratto,  un  grido  lontano  lo
    riscosse. Egli sussult e apr gli occhi.
    Dove  sono?  Ah  s,  agli avamposti.  Parola d'ordine e controparola
    sono: timone e Olmtz. Peccato che il nostro squadrone sia di riserva,
    domani!,  pens.  Chieder di essere mandato al fuoco: forse  questa
    sar l'unica occasione per vedere l'imperatore.  Gi, tra poco  l'ora
    del cambio.  Far ancora un giro  e  poi  andr  dal  generale  e  gli
    esprimer il mio desiderio. Si raddrizz sulla sella e spinse innanzi
    il  cavallo per ispezionare ancora una volta la linea dei suoi ussari.
    Gli pareva che il buio fosse meno fitto.  A  sinistra  si  vedeva  una
    salita lievemente illuminata e, di fronte, un'altura nera che sembrava
    diritta come un muro.  Su quell'altura spiccava una macchia bianca che
    Rostv non sapeva assolutamente definire: era una radura in  un  bosco
    illuminata  dalla  luna  o neve non ancora sciolta o un gruppo di case
    bianche?  Gli parve persino che su quella macchia bianca  qualcosa  si
    muovesse. Certo  neve quella macchia; una macchia, "une tache" [67.
    una macchia], pens Rostv. Ma no, non  "une tache"....
    Natascia,  sorella, occhi neri... Na... taska... Come si meraviglier
    quando le dir che ho visto l'imperatore! Nataska, prendi....
    - Pi a destra,  signoria,  qui ci sono dei cespugli  -  disse la voce
    di  un  ussaro  davanti  al  quale Rostv,  mezzo addormentato,  stava
    passando.  Rostv alz il capo  che  gli  penzolava  quasi  sino  alla
    criniera  del  cavallo  e  si  ferm  accanto  all'ussaro.   Un  sonno
    giovanile,  infantile quasi lo vinceva inesorabilmente.  A  che  cosa
    stavo pensando?  Non voglio dimenticarlo. Come parler all'imperatore?
    No...  no...  questo  avverr  domani.   Ah  ecco  s...   pensavo  di
    attaccare...  ma  chi?  Gli ussari e i baffi...  Un ussaro con i baffi
    passava sempre per la via Tverskja a Mosca:  ho  pensato  a  lui  una
    volta proprio davanti alla casa di Gurev... il vecchio Gurev... Eh s,
      un  gran bravo ragazzo Denissov!  Ma tutte queste sono sciocchezze.
    Ci che importa    che  adesso  l'imperatore    qui.  Quando  mi  ha
    guardato, voleva dirmi qualcosa, ma non ha osato... No, ero io che non
    osavo. Ma sono sciocchezze... l'essenziale  di non dimenticare quello
    che ho pensato di importante,  sicuro...  Na...  taska... attaccare...
    s,  s,  s,  va bene!.  E di nuovo la testa si abbassava  verso  la
    criniera  del  cavallo.  A  un  tratto  gli  parve  che gli sparassero
    addosso.  Che  ?  Che  ?  Gi,  da'  sciabolate.  Che  ?,   disse
    svegliandosi.  Nell'attimo in cui apriva gli occhi, Rostv ud davanti
    a s,  laggi dov'era il nemico,  le grida prolungate di  migliaia  di
    voci.  Il suo cavallo e quello dell'ussaro che cavalcava al suo fianco
    drizzarono le orecchie.  Nel punto da cui  si  sentiva  giungere  quel
    frastuono,  si accese e si spense prima un fuoco, poi un altro e lungo
    tutta la linea delle truppe francesi,  sulle colline,  brillarono  pi
    fuochi mentre si moltiplicavano incessantemente le grida. Rostv udiva
    delle parole francesi,  ma non poteva distinguerle. Era un rombo fatto
    di troppe voci. Adesso si riusciva soltanto a sentire: aaa! e rrr!!
    - Che cos'?  Che ne pensi?   -  domand Rostv all'ussaro che era  al
    suo fianco.  -  E' il nemico?
    L'ussaro non rispose.
    -  Ehi,  non  senti?    -   chiese Rostv,  dopo aver atteso un po' la
    risposta.
    - E chi lo pu sapere, signoria?  -  rispose di malavoglia l'ussaro.
    - Giudicando dalla posizione dovrebbe  trattarsi  del  nemico,  no?  -
    ripet Rostv.
    -  Pu darsi di s,  pu darsi di no  -  disse l'ussaro.   -  E' buio,
    non si sa... Ehi, ehi, tu...  -  grid al cavallo che si agitava sotto
    di lui.
    Anche  il  cavallo  di  Rostv  era   molto   irrequieto:   si   mosse
    nervosamente,  scalpit con gli zoccoli sulla terra indurita dal gelo,
    ascoltando le voci e  guardando  i  fuochi.  Le  grida,  crescendo  di
    continuo,  si  fusero infine in un unico clamore generale quale poteva
    essere prodotto soltanto da un  esercito  di  migliaia  di  uomini.  I
    fuochi si propagavano sempre di pi, forse accesi lungo tutta la linea
    francese.  Rostv  non  aveva pi sonno.  Le grida allegre e trionfali
    dell'esercito nemico lo eccitavano.  Ora  distingueva  chiaramente  le
    parole:  Vive l'empereur!  Vive l'empereur! [68.  Viva l'imperatore!
    Viva l'imperatore!].
    - E non devono essere lontani, forse l,  dietro il ruscello  -  disse
    all'ussaro che gli stava vicino.
    Costui si limit a sospirare senza rispondere, e toss irritato. Lungo
    la  linea  degli  ussari rison lo scalpitio di un cavallo al trotto e
    dalla nebbia notturna emerse a un tratto, simile a un enorme elefante,
    la figura di un sottufficiale degli ussari.
    - Signor tenente, i generali!  -  disse il nuovo venuto, avvicinandosi
    a Rostv.
    Rostv,  continuando a voltarsi dalla parte dei fuochi e delle  grida,
    trott  con  il  suo  subalterno  incontro  ad  alcuni  cavalieri  che
    avanzavano lungo la linea.  Uno di essi montava un cavallo bianco.  Il
    principe  Bagratin  con  il  principe Dolgorukov e i loro aiutanti di
    campo erano venuti a osservare quello strano  fenomeno  dei  fuochi  e
    delle  grida dell'esercito nemico.  Rostv,  avvicinatosi a Bagratin,
    fece il suo rapporto e, unitosi agli aiutanti di campo, ascolt quello
    che dicevano i generali.
    - Credetemi,  -  disse il principe Dolgorukov,  rivolto a Bagratin  -
    non    che  un'astuzia;  egli  si    ritirato  e  ha  ordinato  alla
    retroguardia di accendere i fuochi e di  fare  rumore  per  trarci  in
    inganno.
    - Non credo...  -  rispose Bagratin;  -  sin da ieri sera li ho visti
    su quella collina; se si fossero ritirati se ne sarebbero andati anche
    di l.  Signor ufficiale,  -  continu, rivolgendosi a Rostv  -  sono
    ancora laggi i suoi esploratori?
    - Ieri  sera  c'erano;  ora  non  posso  saperlo,  eccellenza.  Se  me
    l'ordinate, andr a vedere con i miei ussari  -  disse Rostv.
    Bagratin si ferm e,  senza rispondere,  cercava di distinguere nella
    nebbia il viso di Rostv.
    - Be' andate a vedere  -  gli disse dopo un breve silenzio.
    - Signors.
    Rostv spron il cavallo, chiam il sottufficiale Fedcenko e altri due
    ussari,  comand loro di seguirlo e si  diresse  al  trotto  lungo  il
    pendio,  dirigendosi  verso  il  punto da cui giungevano incessanti le
    grida, in preda a una lieta emozione per il fatto di andare,  solo con
    i  suoi  due  uomini,  verso quella lontananza nebbiosa,  misteriosa e
    piena di pericoli, dove nessuno era andato prima di lui. Bagratin gli
    grid dall'alto di non oltrepassare il ruscello,  ma Rostv  finse  di
    non  aver  udito  e,  senza  fermarsi,  continu  ad andare sempre pi
    lontano, ingannandosi di continuo,  scambiando gli arbusti per alberi,
    i  borri  per  uomini  e spiegandosi poi,  uno dopo l'altro,  i propri
    errori.  Scesa la collina a trotto serrato,  non vedeva pi n  fuochi
    dei Russi,  n quelli del nemico,  ma udiva pi alte e pi distinte le
    grida dei Francesi. Gi nella pianura,  davanti a s,  scorse qualcosa
    che  sembrava  un fiume,  ma quando fu pi vicino riconobbe una strada
    maestra. Uscito sulla strada, trattenne il cavallo, incerto se dovesse
    seguirla o attraversarla soltanto e  proseguire,  per  i  campi  neri,
    verso  la  collina  opposta.  Seguire  la strada,  che brillava tra la
    nebbia,  era meno pericoloso perch pi facilmente si poteva vedere se
    vi fossero degli uomini.
    - Seguitemi!   -  disse e,  dopo aver traversato la strada al galoppo,
    si spinse su per l'altura verso il luogo in cui la sera  aveva  veduto
    un picchetto francese.
    - Signoria, eccoli!  -  grid alle sue spalle uno degli ussari.
    E  Rostv  non aveva ancora potuto distinguere una massa scura apparsa
    improvvisamente nella nebbia,  quando brill una fiamma,  si  ud  una
    detonazione e un proiettile ronz in alto,  in mezzo alla nebbia,  con
    un suono dolente e tacque. Un secondo fucile non spar,  ma brill una
    fiamma  sul  focone.  Rostv  volt  il  cavallo  e  torn indietro al
    galoppo. Con intervalli diversi si udirono altri quattro colpi e altre
    quattro pallottole passarono  sibilando  e  producendo  suoni  diversi
    l'uno  dall'altro.  Rostv,  trattenendo il cavallo eccitato dai colpi
    come il  suo  cavaliere,  continu  al  passo.  Bene,  bene!  Ancora!
    Ancora,  diceva dentro di lui una voce allegra.  Ma le fucilate erano
    cessate.
    Soltanto quando fu vicino a Bagratin,  Rostv lanci  il  cavallo  al
    galoppo e portando la mano alla visiera si accost al generale.
    Dolgorukov  insisteva nella sua opinione,  secondo la quale i Francesi
    si ritiravano e avevano acceso  dei  fuochi  soltanto  per  trarre  in
    inganno gli avversari.
    - Ma questo cosa prova?  -  stava dicendo, mentre Rostv si accostava.
    -  Possono essersi ritirati e aver lasciato qualche picchetto.
    - Evidentemente non se ne sono ancora andati tutti, principe  -  disse
    Bagratin.  -  Domani, domani mattina sapremo tutto .
    - Eccellenza,  il picchetto di ieri sera  ancora sulla collina,  allo
    stesso posto  -  rifer Rostv,  chino in avanti,  continuando a tener
    la  mano  alla  visiera  e  incapace  di  frenare il sorriso di gioia,
    provocato in lui  dalla  corsa  e  specialmente  dal  fischiare  delle
    pallottole.
    -  Va  bene,  va  bene  -  disse Bagratin;   -  vi ringrazio,  signor
    ufficiale.
    - Eccellenza, permettetemi di rivolgervi una preghiera.
    - Di che si tratta?
    - Domani il mio squadrone dovr rimanere di riserva:  permettetemi  di
    pregarvi di aggregarmi al primo squadrone.
    - Come vi chiamate ?
    - Conte Rostv.
    - Bene. Restate con me come ufficiale d'ordinanza.
    - Sei figlio di Ilj Andrevic'?  -  chiese Dolgorukov.
    Ma Rostv non gli rispose.
    - Allora posso sperare, eccellenza?
    - Dar gli ordini opportuni.
    Domani,  chiss,    possibile  che  mi  si mandi dall'imperatore con
    qualche messaggio, pens Rostv. Dio sia lodato!.
    Le grida e i fuochi nel campo nemico  erano  causati  dal  fatto  che,
    mentre  tra  le  file si leggeva un proclama di Napoleone,  questi,  a
    cavallo,   passava  tra  i  suoi  bivacchi.   I  soldati,   vedendolo,
    accendevano  fasci  di  paglia  e  gridando:  Vive  l'empereur!  gli
    correvano dietro.
    Ecco il testo del proclama di Napoleone:
    Soldati!  L'esercito russo  si  leva  contro  di  voi  per  vendicare
    l'esercito  austriaco di Ulma.  Sono quegli stessi battaglioni che voi
    sbaragliaste presso Hollabrnn e che  poi  inseguiste  incessantemente
    sino a qui. Le posizioni che noi occupiamo sono formidabili e mentre i
    nemici marceranno per girare attorno alla mia destra, noi presenteremo
    il  fianco!  Soldati!  Io  stesso guider i vostri battaglioni.  Star
    lontano dal fuoco se voi,  con il vostro consueto coraggio,  porterete
    nelle  file  nemiche  il disordine e il turbamento;  ma se la vittoria
    rimanesse,  anche per un solo istante,  incerta,  vedreste  il  vostro
    imperatore  esporsi  per  primo  ai  colpi dei nemici,  perch non pu
    esservi incertezza nella vittoria,  soprattutto  in  questa  giornata,
    nella  quale    in  gioco  l'onore  della  fanteria  francese,   cos
    necessario all'onore dell'intera nazione.
    Non si scompongano le file con il pretesto di portar  via  i  feriti!
    Ognuno  si  metta  bene  in  mente  l'idea  che bisogna vincere questi
    mercenari dell'Inghilterra,  animati da tanto  odio  verso  la  nostra
    nazione.  Questa  vittoria  metter  fine  alla  nostra campagna e noi
    potremo ritornare ai nostri alloggiamenti invernali, dove ci aspettano
    le nuove truppe che ora si stanno formando in Francia;  allora la pace
    sar degna del mio popolo, di voi e di me
    Napoleone.


    CAPITOLO 14.

    Alle cinque del mattino l'oscurit era ancora completa.  Le truppe del
    centro,  della riserva e il fianco destro di Bagratin stavano tuttora
    immobili,  ma all'ala sinistra, le colonne di fanteria di cavalleria e
    di artiglieria  che  dovevano  per  prime  scendere  dalle  alture  ad
    attaccare  l'ala destra dei Francesi e respingerla,  secondo il piano,
    entro i monti della Boemia,  gi si agitavano e cominciavano a  levare
    il  campo.  Il  fumo dei fal,  nei quali si gettava tutto ci che era
    ingombrante,  pungeva gli  occhi.  Faceva  freddo  ed  era  buio.  Gli
    ufficiali  bevevano  in  fretta il t e facevano colazione;  i soldati
    masticavano le gallette,  pestavano i piedi per  scaldarsi  e  stavano
    riuniti  attorno  ai  fuochi,  gettando  sulla  legna  i  resti  delle
    baracche,  le sedie,  i tavoli,  le ruote,  i mastelli e tutte le cose
    superflue  che non si potevano trasportare.  Le guide austriache delle
    colonne  passavano  tra  le  truppe  russe   e   davano   il   segnale
    dell'avanzata  imminente.  Non appena un ufficiale austriaco compariva
    presso  la  tenda  di  un  comandante  di  reggimento,  il  reggimento
    cominciava a prepararsi: i soldati lasciavano i fuochi,  accatastavano
    gli  zaini  nelle  carrette,   nascondevano  la  pipa  negli  stivali,
    prendevano  i fucili e si allineavano.  Gli ufficiali si abbottonavano
    la giubba,  si agganciavano le  sciabole  e  gli  zaini  e,  gridando,
    percorrevano le file dei loro uomini,  gli addetti alle salmerie e gli
    attendenti attaccavano i cavalli,  caricavano e legavano i carri.  Gli
    aiutanti  di  campo,  i  comandanti  di  battaglione  e di reggimento,
    montavano in sella, si facevano il segno della croce,  impartivano gli
    ultimi ordini,  le istruzioni, gli incarichi ai soldati delle salmerie
    che rimanevano indietro.  Si udiva lo scalpiccio uniforme di  migliaia
    di  piedi.  Le colonne si mettevano in moto,  senza nulla sapere della
    loro meta, senza vedere, a causa dei compagni che li circondavano, del
    fumo e della nebbia diventata pi fitta,  n il luogo che  lasciavano,
    n quello verso il quale si avviavano.
    Il  soldato  in  marcia    circondato,  limitato e trascinato dal suo
    reggimento come il marinaio lo  dalla nave che lo porta.  Per  quanto
    vada  lontano,  per  quanto strane,  sconosciute e pericolose siano le
    latitudini che tocca,  dappertutto e sempre ha attorno a s,   -  come
    il marinaio ha ovunque la stessa tolda,  gli stessi alberi,  le stesse
    sartie della nave  -  i medesimi compagni, le solite file, il consueto
    sergente Ivn Mitric',  l'immancabile cane della compagnia,  Zucka,  i
    medesimi  superiori.   Raramente  il  soldato  desidera  conoscere  le
    latitudini in cui la sua nave si trova; ma nel giorno della battaglia,
    Dio sa come e di dove, nello spirito delle truppe si diffonde,  uguale
    per tutti,  una nota austera che preannunzia l'avvicinarsi di qualcosa
    di decisivo e di solenne,  che eccita in ciascuno un'avida  curiosit.
    Nei giorni di battaglia il soldato cerca di uscire dagli interessi del
    suo  reggimento,  tende  l'orecchio,  aguzza  gli  occhi  e si informa
    avidamente su ci che avviene attorno a lui.
    La nebbia era tanto fitta che, quantunque spuntasse il giorno,  non si
    vedeva a dieci passi di distanza. I cespugli sembravano alberi enormi,
    i luoghi piani parevano burroni o declivi. Dappertutto, da ogni parte,
    si poteva urtare contro un nemico invisibile. Ma le colonne marciarono
    a lungo, sempre in mezzo a quella nebbia, scendendo e salendo colline,
    oltrepassando giardini e orti,  in un paese nuovo,  ignoto;  senza mai
    incontrare il nemico. I soldati, anzi, venivano a sapere che davanti e
    dietro a loro, nella stessa direzione, si movevano altre colonne russe
    e ogni soldato marciava con il cuore sereno perch aveva la  sicurezza
    che dove andava lui  -  non sapeva dove  -  andavano anche molti altri
    dei nostri.
    - Sai, sono passati anche quelli di Kursk  -  si diceva tra le file.
    -  E' incredibile,  fratello mio,  pensare alla massa di uomini che si
    sono riuniti!  Guardavo ieri sera quando si accendevano i fuochi e non
    se ne vedeva la fine! Proprio come a Mosca, parola mia!
    Nonostante  che  non  uno  dei comandanti delle colonne percorresse le
    file e parlasse con i soldati (i comandanti delle colonne come abbiamo
    veduto nella riunione del Consiglio di  guerra  erano  di  malumore  e
    scontenti dell'azione intrapresa e perci si limitavano a eseguire gli
    ordini   senza  preoccuparsi  di  tener  su  il  morale  dei  soldati)
    nonostante questo,  i soldati  procedevano  allegramente  come  sempre
    quando vanno all'attacco.  Ma dopo circa un'ora di marcia nella nebbia
    fitta,  la maggior parte  della  truppa  fu  costretta  a  fermarsi  e
    attraverso  le file si diffuse la dolorosa consapevolezza di un grande
    disordine e di una  grande  confusione.  E'  difficile  dire  come  si
    propaghi  tale  sensazione,  ma    certo che essa si propaga rapida e
    sicura,  inavvertita  e  irresistibile,   come  l'acqua  in  un  luogo
    scosceso. Se l'esercito russo fosse stato solo, senza alleati, sarebbe
    forse  passato  ancora molto tempo prima che quella sensazione confusa
    di disordine diventasse comune certezza: ma ora,  provando un  piacere
    particolare    e    naturale,    nell'attribuire    la   colpa   della
    disorganizzazione alla stupidit dei Tedeschi,  tutti  erano  convinti
    dell'esistenza  di  una pericolosa confusione dovuta a quei divoratori
    di salsicce.
    - Che succede?  Perch ci fermiamo?  Ci  siamo  gi  imbattuti  con  i
    Francesi?
    - No, non si sente nulla... sparerebbero.
    -  Ci  siamo tanto affrettati a metterci in moto e ora eccoci fermi in
    mezzo alla campagna!  Sono sempre loro,  quei  maledetti  Tedeschi,  a
    rovinare tutto! Quei demoni senza un po' di cervello !
    -  Io  li  farei  marciare  davanti,  ma  quelli,  non aver paura,  si
    accalcano alle nostre spalle. E intanto noi qui fermi, senza mangiare!
    - Insomma, ci si muove, l? Dicono che la cavalleria abbia sbarrato la
    strada  -  disse un ufficiale.
    - Ah, quei maledetti Tedeschi!  Non conoscono neppure il loro paese  -
    osserv un altro.
    -  Di  quale  divisione  siete?    -    grid  un  aiutante  di campo,
    avvicinandosi.
    - Della diciottesima.
    - Ma allora,  perch siete qui?  Gi da un pezzo dovreste  essere  pi
    avanti. Ora non potete muovervi prima di sera...
    -  I  soliti ordini insensati: non sanno neppur loro quello che fanno!
    -  esclam un ufficiale, e si allontan.
    Poi pass un generale che,  irritatissimo,  si mise  a  gridare  frasi
    violente in una lingua che non era la russa.
    - Tafa-lafa...  che diavolo dice quello?  Non si capisce un accidenti!
    -  esclam un soldato,  facendo il verso al generale che  gi  si  era
    allontanato.
    - Io li fucilerei, quei vigliacchi!
    -  Avevamo l'ordine di trovarci alle nove sul posto e non siamo ancora
    arrivati a mezza strada. Che perfetta organizzazione!   -  si ripeteva
    da diverse parti.
    E  quello  slancio  di energia,  manifestatosi nella truppa all'inizio
    della marcia,  incominciava a mutarsi in stizza e collera  contro  gli
    ordini assurdi e contro i Tedeschi.
    Ecco  qual  era,  in  realt,  la  causa  della confusione: durante il
    movimento della cavalleria austriaca,  che marciava all'ala  sinistra,
    il  comando  superiore,  costatando  che  il  centro  russo era troppo
    lontano  dall'ala  destra,   aveva  dato  ordine  alla  cavalleria  di
    spostarsi  sulla  destra.  Alcune  migliaia  di cavalli stavano perci
    passando  ora  davanti  alla  fanteria,  la  quale  era  costretta  ad
    aspettare.
    In  testa  era  sorta  una discussione tra il comandante della colonna
    austriaca e un generale russo.  Questi strepitava,  pretendendo che la
    cavalleria  si  fermasse;  l'austriaco  cercava di dimostrargli che la
    colpa non era sua, ma dei comandi superiori. Frattanto le truppe erano
    costrette a star ferme: si annoiavano ed erano gi di morale.
    Dopo un'ora, finalmente,  poterono riprendere la marcia e cominciarono
    a scender gi per la collina.  La nebbia,  rada sulla cima,  diventava
    sempre pi densa, l dove le truppe erano scese. Avanti,  nella nebbia
    fitta,  si udirono alcune scariche di fucileria, dapprima a intervalli
    irregolari: tra...  tra  ta  ta  e  poi  sempre  pi  regolari  e  pi
    frequenti. Il combattimento si iniziava sul fiumiciattolo Goldbach.
    Non  avendo  previsto  di  incontrare  a  valle  il nemico sul fiume e
    scontratisi in esso per caso,  senza una parola di incoraggiamento dai
    loro capi, con la convinzione di essere arrivati tardi e, soprattutto,
    senza  nulla vedere n davanti n attorno a loro a causa della nebbia,
    i Russi scambiavano,  con lentezza e  senza  alcuna  energia,  qualche
    fucilata  con  i  nemici,  avanzavano  e  di  nuovo si fermavano,  non
    ricevendo a tempo gli ordini dei comandanti e degli aiutanti di campo,
    che vagavano qua e l,  in mezzo alla nebbia,  attraverso quel terreno
    sconosciuto, senza riuscire a trovare i loro reparti. Cos cominci la
    battaglia  per  la prima,  seconda e terza colonna,  giunte alle falde
    della collina.  La quarta,  con la quale si trovava lo stesso Kutuzv,
    era ferma sulle alture di Pratzen.
    In  basso,  dove l'azione era iniziata,  la nebbia infittiva sempre di
    pi. In alto si era diradata, ma non era tuttavia possibile vedere ci
    che avveniva di fronte.  Si trovavano le forze nemiche a  distanza  di
    circa  dieci  miglia  come noi supponevamo,  oppure laggi,  in quella
    fascia di nebbia? Sino a dopo le otto, nessuno pot saperlo.
    Erano le nove antimeridiane. La nebbia,  gi in basso,  formava ancora
    un   mare  grigio  e  compatto,   ma  sul  villaggio  di  Schlapanitz,
    sull'altura dove si trovava Napoleone attorniato dai suoi marescialli,
    l'aria era perfettamente limpida.  Il cielo sopra di lui era chiaro  e
    azzurro,  e  l'enorme  disco  del  sole,  simile  a un immenso sughero
    galleggiante,  ondeggiava sulla superficie di un mare di nebbia  color
    del latte.  Non soltanto tutte le truppe francesi,  ma anche Napoleone
    con il suo stato maggiore,  si trovavano non oltre il fiume e al di l
    dei villaggi di Sokolnitz e di Schlapanitz  -  dietro ai quali avevamo
    intenzione di disporre le nostre posizioni e di attaccare battaglia  -
    ma  al  di  qua di essi e tanto vicino alle truppe russe che Napoleone
    poteva distinguere a occhio nudo, in mezzo a esse,  un cavaliere da un
    fante.  Napoleone,  un  po'  innanzi  ai suoi marescialli,  montava un
    piccolo  cavallo  grigio  di  razza  araba  e  indossava  un  cappotto
    turchino,  quello  stesso  con  cui  aveva fatto la campagna d'Italia.
    Muto,  guardava le colline che si profilavano vagamente nella nebbia e
    sulle  quali,  in  lontananza,  si  movevano le truppe russe e porgeva
    orecchio alle scariche di fucileria echeggianti nella valle.  In  quel
    momento,  sul  suo  viso  magro,  non un muscolo si moveva;  gli occhi
    sfavillanti erano immobili e fissi in un sol punto.  Le sue previsioni
    risultavano  giuste:  le truppe russe erano in parte gi discese nella
    valle, sino agli stagni e ai laghi,  in parte lasciavano quelle alture
    di  Pratzen  che  egli  aveva intenzione di occupare e che considerava
    come  chiave  di  volta  della  posizione.   Attraverso   la   nebbia,
    nell'avvallamento  formato  da  due  alture  accanto  al  villaggio di
    Pratzen,  egli  vedeva  le  colonne  russe,   con  le  loro  baionette
    luccicanti,  marciare sempre nella stessa direzione e scomparire,  una
    dopo l'altra, nel mare di nebbia.  Dalle informazioni ricevute la sera
    innanzi,  dal  rumore  delle  ruote  e  dei  passi uditi la notte agli
    avamposti,  dal movimento disordinato delle colonne russe,  da tutti i
    calcoli  fatti,  Napoleone  era  convinto che gli alleati lo credevano
    lontano,  innanzi  a  s,   che  le  colonne  in  moto  verso  Pratzen
    costituivano  il  centro dell'esercito russo e che quel centro era gi
    abbastanza debole per essere  attaccato  con  successo.  Tuttavia  non
    voleva ancora iniziare l'azione.
    Quello  era  per  lui  un  giorno  solenne,  l'anniversario  della sua
    incoronazione. Prima dell'alba, aveva preso sonno per alcune ore e poi
    riposato,  allegro,  fresco,  in quella felice disposizione d'animo in
    cui tutto pare possibile e tutto riesce, era salito a cavallo e si era
    recato  sul  campo.  Immobile,  guardava  le alture che si profilavano
    attraverso la nebbia,  e sul  suo  viso  freddo  era  impressa  quella
    particolare sfumatura di gioia sicura e meritata,  che si pu scorgere
    sul volto di un giovane innamorato e felice.  I marescialli,  alle sue
    spalle, non osavano distrarre la sua attenzione. Egli guardava a volta
    a  volta  le  alture  di  Pratzen e il sole che,  sempre pi luminoso,
    sorgeva al di sopra della nebbia.
    Quando l'astro del giorno emerse del tutto e con  una  luce  accecante
    brill sui campi e su quell'immenso grigiore,  Napoleone,  come se non
    aspettasse altro per iniziare  la  battaglia,  liber  dal  guanto  la
    destra  fine e bianca,  fece un cenno ai marescialli e diede ordine di
    attaccare.  I  marescialli,  accompagnati  dagli  aiutanti  di  campo,
    galopparono  via  in  diverse  direzioni e pochi minuti dopo il grosso
    dell'esercito francese  avanz  rapidamente  verso  quelle  alture  di
    Pratzen che l'esercito russo andava via via abbandonando,  continuando
    a scendere verso sinistra, gi nella valle.


    CAPITOLO 15.

    Alle otto Kutuzv mosse a cavallo  verso  Pratzen,  alla  testa  della
    quarta  colonna  di  Milordovic',   quella  che  doveva  occupare  le
    posizioni delle colonne di Przebyscevskij e di Langeron, gi discese a
    valle.  Egli salut gli uomini del reggimento che era innanzi e ordin
    di mettersi in marcia, dimostrando cos di avere intenzione di guidare
    personalmente  quella  colonna.  Giunto  al  villaggio di Pratzen,  si
    ferm.  Il principe Andrj,  che faceva parte  del  suo  numerosissimo
    sguito,  gli  stava  alle  spalle  di qualche passo.  Egli si sentiva
    turbato,  irritato e nello stesso tempo risoluto e calmo come chiunque
    veda  ormai  vicino  un  momento  da tanto desiderato.  Era fermamente
    convinto che quella giornata sarebbe stata la  sua  Tolone  o  il  suo
    Ponte d'Arcole: come le cose si sarebbero svolte non lo sapeva, ma era
    certo che quello che pensava sarebbe accaduto.  Conosceva il terreno e
    la posizione delle nostre truppe quanto  poteva  conoscerli  qualsiasi
    ufficiale dell'esercito.  Aveva gi dimenticato il piano strategico da
    lui ideato, che ormai, era chiaro,  non era pi realizzabile.  Adesso,
    aderendo  al  piano di Weirother,  il principe Andrj rifletteva sulle
    possibili eventualit nelle quali sarebbero stati utili le sue  rapide
    considerazioni e la sua risolutezza.
    In basso,  a sinistra, in mezzo alla nebbia, si udivano le scariche di
    fucileria scambiate da truppe invisibili.  Pareva al  principe  Andrj
    che l si fosse concentrata la battaglia, che l si sarebbe trovato il
    maggior ostacolo;  l,  pensava,  io sar mandato con una brigata o
    con una divisione  e  l,  con  la  bandiera  in  pugno,  mi  lancer,
    travolgendo tutto quanto trover sulla mia strada.
    Egli  non poteva guardare con indifferenza le bandiere dei battaglioni
    che passavano.  Di continuo,  alla vista  di  ciascuna  di  esse,  gli
    sorgeva  il  pensiero:  forse con questa o forse con quest'altra dovr
    guidare all'assalto le truppe!
    La nebbia della notte aveva lasciato sulle alture  una  brina  che  si
    trasformava  in rugiada,  ma che si stendeva ancora negli avvallamenti
    come un mare di un bianco lattiginoso.  Gi nella valle,  a  sinistra,
    dove erano discese le nostre truppe e donde provenivano le scariche di
    fucileria  non si vedeva nulla.  Al di sopra delle alture il cielo era
    limpido,  di un luminoso azzurro,  e a destra splendeva lo sfavillante
    disco del sole.  Di fronte, in lontananza, sull'altra riva del mare di
    nebbia,  si vedevano emergere le colline boscose  sulle  quali  doveva
    trovarsi  l'esercito  nemico: infatti si scorgeva confusamente qualche
    cosa.  A destra,  dove la Guardia,  immersa  nella  foschia,  lasciava
    dietro di s l'eco di un rumore continuo di passi e di ruote, di tanto
    in  tanto  balenava un luccichio di baionette;  a sinistra,  dietro il
    villaggio,  masse altrettanto  numerose  di  cavalleria  avanzavano  e
    scomparivano nella bruma.  Davanti e dietro,  marciava la fanteria. Il
    generalissimo, fermo all'uscita del villaggio,  guardava le truppe che
    gli sfilavano davanti. Quella mattina, Kutuzv sembrava stanchissimo e
    irritato.  La fanteria che stava passando davanti a lui si ferm senza
    aver ricevuto alcun ordine,  avendo evidentemente  incontrato  qualche
    ostacolo pi avanti, sulla sua strada.
    - Ma insomma,  dite che si dispongano per colonne di battaglioni e che
    girino attorno al villaggio  -  grid irritato Kutuzv a  un  generale
    che  gli  si  era  avvicinato.    -    Possibile che non comprendiate,
    eccellenza,  mio egregio signore,  che non ci  si  pu  distendere  in
    sfilata per la strada di un villaggio mentre si va contro il nemico?
    -  Io  pensavo,  eccellenza,  di dispormi in colonna dopo l'uscita dal
    villaggio  -  rispose il generale.
    Kutuzv ebbe una risata dispettosa.
    - Bell'affare davvero!  Fareste lo spiegamento proprio  di  fronte  al
    nemico! Ottima idea!
    -  Il  nemico    ancora lontano,  eccellenza.  Secondo il piano delle
    operazioni...
    - Ma che piano, ma che piano!  -  grid stizzosamente Kutuzv.  -  Chi
    ve l'ha detto? Vi prego di fare quello che vi si ordina.
    - Signors, eccellenza.
    - "Mon cher",  -  sussurr Nesvitzkij al principe Andrj  -  "le vieux
    est d'une humeur de chien" [69. Il vecchio  di pessimo umore].
    Un  generale  austriaco,  dal  pennacchio verde sul cappello e con una
    giacca bianca, si avvicin al galoppo a Kutuzv e gli domand,  a nome
    dell'imperatore, se la quarta colonna fosse gi impegnata nell'azione.
    Kutuzv,  senza  rispondergli,  si  volt dalla parte opposta e il suo
    sguardo si pos per caso sul principe Andrj,  che era l accanto.  Al
    vedere  Bolkonskij,  il  generalissimo addolc l'espressione cattiva e
    amara del suo sguardo, come se volesse significare che il suo aiutante
    di campo non aveva alcuna colpa di quanto stava  accadendo.  E,  senza
    dar risposta al messaggero austriaco, si rivolse a Bolkonskij:
    -  "Allez  voir,  mon  cher,  si  la  troisime  division a dpass le
    village. Dites-lui de s'arrter et d'attendre mes ordres" [70.  Andate
    a  vedere,  mio  caro,  se  la  terza  divisione  ha  oltrepassato  il
    villaggio. Ditele di fermarsi e di attendere i miei ordini].
    Non appena il principe Andrj si fu mosso, Kutuzv lo richiam.
    - "Et demandez-lui si les tirailleurs sont posts"   -    aggiunse.  -
    "Ce qu'ils font, ce qu'ils font!" [71. E informatevi se hanno disposto
    i tiratori scelti.  Che cosa fanno! Che cosa fanno!]  -  esclam quasi
    tra s, sempre senza rispondere all'austriaco.
    Il principe Andrj part al galoppo per eseguire l'ordine.
    Sorpassati tutti i battaglioni che marciavano davanti a lui,  ferm la
    terza divisione e costat che,  realmente,  avanti alle nostre colonne
    non c'era una linea di fucilieri. Il comandante che era alla testa del
    reggimento,  fu molto stupito per l'ordine che  il  generalissimo  gli
    mandava  di  far  appostare  i suoi tiratori.  Era infatti convinto di
    avere davanti a s altre truppe e che il nemico fosse  lontano  almeno
    dieci miglia. Effettivamente, davanti non si vedeva nulla, a eccezione
    di  una distesa deserta in pendio e coperta da una fitta nebbia.  Dopo
    aver trasmesso a nome del comandante supremo l'ordine di riparare alla
    negligenza commessa,  il principe Andrj torn  indietro  al  galoppo.
    Kutuzv  era  ancora fermo al posto di prima e con il vecchio,  grosso
    corpo afflosciato sulla sella,  sbadigliava a occhi chiusi.  Le truppe
    non si movevano pi, ma stavano immobili con i fucili a pied'arm.
    -  Bene,  bene    -    disse  al principe Andrj,  e si volt verso un
    generale che,  con l'orologio in mano,  affermava  che  era  tempo  di
    mettersi  in  marcia,  poich tutte le colonne dell'ala sinistra erano
    gi discese al fondo valle.
    - Arriveremo in tempo, eccellenza  -  disse Kutuzv, sbadigliando.   -
    Arriveremo in tempo!  -  ripet.
    In quel momento,  alle spalle di Kutuzv,  si udirono in lontananza le
    grida acclamanti dei reggimenti,  che  si  propagarono  in  un  attimo
    avvicinandosi  alle  colonne  russe.  Si capiva che il personaggio cui
    esse erano dirette doveva passare al galoppo.  Quando anche i  soldati
    del reggimento davanti al quale stava Kutuzv,  unirono le loro voci a
    quelle che giungevano senza posa,  egli si tir un po' in disparte  e,
    accigliato,  si  volt  a  guardare.  Sulla  strada  di Pratzen pareva
    galoppasse un intero squadrone di variopinti cavalieri.  Due  di  essi
    precedevano  gli  altri  a  gran  velocit.  Uno  in uniforme nera con
    pennacchio bianco,  montava un sauro dalla  coda  ritta,  all'inglese;
    l'altro  in divisa bianca era in sella a un cavallo nero.  Erano i due
    imperatori con il loro sguito.  Kutuzv,  con  l'affettazione  di  un
    subalterno che si trovi in linea, comand l'attenti alle truppe e poi,
    salutando,  si  avvicin all'imperatore.  La sua persona e i suoi modi
    erano  improvvisamente  mutati:  egli  aveva  assunto  l'aria  di   un
    subalterno  che  non  discute e,  affettando un rispetto eccessivo che
    sembr colpire in  modo  sgradevole  l'imperatore  Aleksndr,  gli  si
    avvicin salutando.
    La sfumatura di un'impressione fastidiosa,  simile a una sfilacciatura
    di nebbia su un cielo chiaro,  pass veloce sul viso giovane e  felice
    dell'imperatore  e  si  dilegu.  Dopo che era stato indisposto,  egli
    appariva pi magro che sul campo di  Olmtz  dove  Bolkonskij  l'aveva
    veduto   per  la  prima  volta  fuori  della  Russia;   ma  la  stessa
    affascinante fusione di maestosit e di  dolcezza  illuminava  i  suoi
    bellissimi  occhi  grigi  (72) e sulle sue labbra sottili affiorava la
    medesima,  varia mobilit di espressione improntata  soprattutto  alla
    fiduciosa ingenuit della giovinezza.
    Alla rivista di Olmtz,  il sovrano era apparso al principe Andrj pi
    maestoso;  qui gli sembrava pi allegro e pi  energico.  Dopo  quella
    galoppata  di  tre  miglia,  era  accalorato  e,  fermando il cavallo,
    respir a pieni polmoni e  volse  lo  sguardo  sui  visi  giovanili  e
    animati come il suo, degli ufficiali del sguito.
    Ciartoritzskij,  Novosilzv,  il  principe Volkonskij (73),  Stroganov
    (74) e  gli  altri,  tutti  elegantemente  vestiti,  tutti  giovani  e
    allegri,  montati su cavalli di pregio,  freschi, appena appena un po'
    sudati, si erano fermati dietro il sovrano,  conversando e sorridendo.
    L'imperatore  Francesco,  un giovane dal viso lungo e colorito,  stava
    molto eretto in sella al suo bellissimo stallone morello  e  con  aria
    preoccupata  guardava  lentamente  attorno  a s.  Chiam uno dei suoi
    aiutanti di campo vestiti di bianco e gli domand qualche cosa. Forse
    avr voluto sapere a che ora sono partiti pens il  principe  Andrj,
    osservando la sua vecchia conoscenza con un sorriso che non riusciva a
    trattenere,  al  ricordo  dell'udienza che gli era stata concessa.  Il
    sguito dei due imperatori era costituito da scelti giovani  ufficiali
    d'ordinanza, russi e austriaci, della Guardia e di altri reggimenti di
    linea.  Tra  di  loro,  alcuni  conducevano a mano,  coperti da ricche
    gualdrappe ricamate, i cavalli di ricambio degli imperatori.
    Come attraverso una finestra  spalancata  irrompe  all'improvviso  dai
    campi  una ventata di aria fresca in una stanza afosa,  cos da quella
    bella,  brillante giovent,  giunta al galoppo,  spir sull'immusonito
    stato maggiore un'ondata di giovinezza,  di energia,  di sicurezza nel
    successo.
    -  Perch  non  cominciate,   Michal  Ilarjnovic'?     -      chiese
    frettolosamente l'imperatore a Kutuzv,  guardando nello stesso tempo,
    con cortesia, l'imperatore Francesco.
    - Aspetto maest  -  rispose Kutuzv inchinandosi rispettosamente.
    L'imperatore abbass  il  capo  e  tese  l'orecchio,  accigliandosi  e
    mostrando di non aver capito.
    - Aspetto, maest  -  ripet Kutuzv (e il principe Andrj not che il
    labbro  inferiore del generalissimo era agitato da un tremito anormale
    mentre pronunziava la parola aspetto).   -    Le  colonne  non  sono
    ancora tutte riunite, maest.
    L'imperatore  aveva  udito,  ma  si  cap  che la risposta non gli era
    piaciuta: alz le spalle un po' curve, guard Novosilzv che gli stava
    vicino e parve che con quello sguardo volesse lagnarsi di Kutuzv.
    - Ma noi, Michal Ilarjnovic', non siamo sul campo di Tzaritzyn, dove
    non si comincia una rivista sino a  che  non  sono  arrivati  tutti  i
    reggimenti    -   osserv il sovrano,  guardando di nuovo l'imperatore
    Francesco come per invitarlo,  se  non  a  partecipare  al  colloquio,
    almeno ad ascoltare;  ma l'imperatore Francesco continuava a guardarsi
    attorno e non udiva.
    - E' appunto per questo,  maest,  che non comincio  -  disse  Kutuzv
    con  voce  sonora,  come  per  evitare  la  possibilit  di non essere
    sentito,  e di nuovo un tremito pass sul suo viso.   -  Non  comincio
    proprio perch non siamo a una rivista, maest, e nemmeno sul campo di
    Tzaritzyn  -  soggiunse con voce chiara e cortese.
    Nel  sguito  dell'imperatore,  tutti  i visi espressero contrariet e
    biasimo,  e gli ufficiali si scambiarono un'occhiata.  Per quanto sia
    vecchio,  non dovrebbe,  in nessun caso, parlare cos all'imperatore,
    dicevano quei visi.
    Il sovrano lo guard fisso e con attenzione  negli  occhi,  aspettando
    che  egli dicesse ancora qualche cosa.  Ma Kutuzv,  chinata la testa,
    pareva,  anche da parte sua,  aspettare.  Il silenzio  dur  quasi  un
    minuto.
    -  Del  resto,  se  vostra  maest  me  lo  comanda...    -  disse poi
    sollevando il capo e riprendendo il suo tono  di  prima,  di  generale
    ottuso che non discute, ma ubbidisce.
    Spron  il  cavallo  e,  chiamato  a s il comandante della colonna di
    Milordovic', gli diede l'ordine di avanzare.
    L'esercito si mosse  di  nuovo;  due  battaglioni  del  reggimento  di
    Nvgorod  e  un  battaglione  di  quello  di Apsern sfilarono dinanzi
    all'imperatore.
    Mentre passava il battaglione di Apsern, Milordovic', rosso in viso,
    senza cappotto,  con le decorazioni sulla  giubba  e  con  il  bicorno
    dall'enorme  pennacchio piantato sulle ventitr,  galopp in avanti e,
    salutando baldanzosamente,  ferm  di  colpo  il  cavallo  davanti  al
    sovrano.
    - Dio sia con voi, generale  -  gli disse l'imperatore.
    -  "Ma  foi,  sire,  nous  ferons  ce que sera dans notre possibilit,
    sire!" [75.  In fede mia,  sire,  faremo tutto quanto   nelle  nostre
    possibilit,  sire!]   -  rispose lietamente Milordovic',  provocando
    tra i signori del sguito un  sorriso  beffardo  per  la  sua  cattiva
    pronunzia francese.
    Milordovic' fece voltare bruscamente il suo cavallo e and a mettersi
    a  qualche passo alle spalle del sovrano.  I soldati del reggimento di
    Apsern, eccitati dalla presenza dell'imperatore, sfilarono davanti ai
    due sovrani con passo ritmico e baldanzoso.
    - Ragazzi!  -  grid Milordovic' con voce possente, allegra e sicura,
    eccitato a tal punto dalle  scariche  di  fucileria,  dalla  battaglia
    imminente e dall'aspetto marziale con cui sfilavano gli arditi soldati
    di  Apsern,  gi  suoi  compagni  sotto  Suvorov,  da  dimenticare la
    presenza  dell'imperatore.  -  Ragazzi,   non  sar  questo  il  primo
    villaggio che avrete conquistato!
    - Felici di riuscire!  -  risposero i soldati, gridando.
    A  quel  grido  inatteso,  il cavallo dell'imperatore s'impenn.  Quel
    cavallo che l'imperatore aveva montato in Russia durante le riviste  e
    le parate, portava ora qui, sul campo di Austerlitz, il suo cavaliere,
    sopportandone  i  colpi  distratti  del  piede sinistro,  drizzando le
    orecchie al crepitio delle  fucilate,  proprio  come  aveva  fatto  in
    piazza d'armi, senza comprendere il significato di quelle fucilate, n
    quello   della   vicinanza   dello  stallone  morello  dell'imperatore
    Francesco,  n di tutto quanto diceva,  pensava e sentiva colui che lo
    cavalcava.
    L'imperatore   si  volse  con  un  sorriso  a  uno  dei  suoi  intimi,
    indicandogli i bravi soldati di Apsern, e gli disse qualcosa.


    CAPITOLO 16.

    Kutuzv,  accompagnato dai suoi aiutanti di campo,  seguiva al passo i
    fucilieri.
    Dopo aver percorso mezzo miglio in coda alla colonna, si ferm accanto
    a  un  casolare  isolato  (che probabilmente era stato un'osteria) che
    sorgeva nel punto in cui la strada si biforcava.  Tutt'e due le strade
    scendevano a valle e lungo entrambe avanzavano le truppe.
    La  nebbia  cominciava a diradarsi e a circa due miglia di distanza si
    distinguevano vagamente le truppe nemiche sulle alture  dirimpetto.  A
    sinistra,   in  basso,   le  scariche  di  fucileria  si  udivano  pi
    distintamente. Kutuzv si ferm e parl con il generale austriaco.  Il
    principe   Andrj,   un  po'  indietro,   li  osservava  attentamente;
    desiderando veder meglio, chiese a un aiutante di campo il binoccolo.
    - Guardate,  guardate  -   rispose  questi,  fissando  non  le  truppe
    lontane, ma il declivio dell'altura di fronte a s.  -  Sono Francesi!
    I  due  generali  e  gli  aiutanti  di  campo afferrarono anch'essi il
    binoccolo, strappandoselo a vicenda di mano. A un tratto le loro facce
    si trasformarono,  e un'espressione di terrore le copr.  I  Francesi,
    che   tutti   supponevano   a   dieci   miglia   di  distanza,   erano
    inaspettatamente comparsi l davanti.
    - E' il nemico? No! Ma s, guardate... E' proprio il nemico. Come mai?
    -  esclamarono alcune voci all'intorno.
    Il principe Andrj vide a occhio nudo,  in basso a destra,  una  folta
    colonna  di Francesi,  a non pi di cinquecento passi dal luogo in cui
    si trovava Kutuzv,  che saliva il pendio incontro  al  reggimento  di
    Apsern.
    Ecco,  l'ora  decisiva    venuta!  E'  giunto  per  me il momento di
    agire!, pens il principe Andrj e, spronato il cavallo,  si avvicin
    a Kutuzov.
    - Bisogna fermare il reggimento di Apsern, eccellenza!  -  grid.
    Ma  in  quel  momento  tutto  fu avvolto dal fumo,  mentre il fuoco di
    fucileria echeggi vicinissimo  e  una  voce  ingenuamente  spaventata
    gridava,  a due passi dal principe Andrj: Eh,  fratelli,  finita!.
    Quella voce parve un comando e,  al suono di essa,  tutti  si  diedero
    alla fuga.
    Una folla confusa,  sempre crescente, si precipitava indietro correndo
    verso il luogo dove  cinque  minuti  prima  le  truppe  erano  sfilate
    davanti  agli  imperatori.  E  non  solo era difficile fermarla ma era
    quasi impossibile non essere trascinati dalla sua irruenza. Bolkonskij
    cercava soltanto di  non  lasciarsi  tagliar  fuori  da  quella  massa
    disordinata   e   si  guardava  attorno  stupito,   senza  riuscire  a
    comprendere ci che accadeva davanti ai suoi occhi.  Nesvitzkij con il
    viso  paonazzo,  dall'espressione rabbiosa e irriconoscibile gridava a
    Kutuzv che,  se non si fosse allontanato subito,  sarebbe  certamente
    stato  fatto  prigioniero.  Kutuzv  non  si mosse e senza rispondere,
    estrasse di tasca il fazzoletto.  Aveva una guancia  insanguinata.  Il
    principe Andrj si fece largo sino a lui.
    - Siete ferito?  -  gli domand, trattenendo a stento il tremito della
    mascella.
    -  La  ferita  non    qui,  ma  l   -  rispose Kutuzv,  premendo il
    fazzoletto sulla guancia sanguinante e indicando con  l'altra  mano  i
    fuggiaschi.   -  Fermateli!   -  grid, ma nello stesso momento, certo
    convinto dell'impossibilit della cosa, spron il cavallo e si slanci
    verso destra.
    Ma una nuova ondata di fuggiaschi lo raggiunse e lo trascin indietro.
    I soldati che fuggivano formavano una massa  cos  compatta  che,  una
    volta  capitati  l  in  mezzo,  era  difficile potersi liberare.  Chi
    gridava: Muoviti, perch ti fermi?, chi, in quello stesso punto,  si
    voltava indietro e sparava in aria;  chi dava colpi persino al cavallo
    che montava Kutuzv.  Con grandi  sforzi  il  generalissimo  riusc  a
    liberarsi da quella fiumana di gente e, uscitone a sinistra con il suo
    sguito  ridotto a meno della met,  si slanci nella direzione da cui
    provenivano le cannonate pi vicine.  Il principe  Andrj,  liberatosi
    egli pure dalla stretta della massa dei fuggiaschi, sempre tentando di
    non allontanarsi da Kutuzv, vide sul declivio della collina, in mezzo
    al fumo, una batteria russa che sparava ancora e un gruppo di Francesi
    che  correva  verso  di  essa.  Pi  innanzi,  la  fanteria  russa era
    immobile: non andava  avanti  a  portar  aiuto  alla  batteria  e  non
    indietreggiava  per  seguire  i  fuggiaschi.  Un generale a cavallo si
    stacc da quella fanteria immobile e si avvicin  a  Kutuzv,  il  cui
    sguito  era  ridotto a soli quattro uomini.  Tutti erano pallidi e si
    guardavano senza dir nulla.
    - Fermate quei miserabili!   -  url,  ansimando Kutuzv al comandante
    del reggimento,  indicando i fuggiaschi;  ma, proprio in quel momento,
    quasi a punirlo di quelle parole,  innumerevoli proiettili,  come  uno
    stormo di uccelli,  passarono volando e sibilando sul reggimento e sul
    sguito del generalissimo.
    I Francesi attaccavano la batteria e, visto Kutuzv,  sparavano contro
    di lui.  Quella scarica fer a una gamba il comandante del reggimento;
    alcuni soldati furono uccisi e il sottotenente che reggeva la bandiera
    se  la  lasci  sfuggire  di  mano;   la  bandiera  vacill  e  cadde,
    impigliandosi  nei  fucili dei soldati vicini.  I soldati senza averne
    avuto l'ordine, cominciarono a far fuoco.
    - Oh!  -  gemette Kutuzv con un'espressione disperata.  -  Bolkonskij
    -  mormor con voce tremante,  conscio della propria senile debolezza.
    -  Bolkonskij,  che succede?   -  soggiunse,  indicando il battaglione
    disorganizzato e il nemico che avanzava.
    Ma,  ancor prima che avesse finito di parlare,  il principe Andrj con
    il  pianto  in  gola  per  la  rabbia e per la vergogna era balzato da
    cavallo per correre verso la bandiera.
    - Ragazzi, avanti!  -  grid con voce infantilmente stridula.
    Ecco,  ecco!,  pensava il principe Andrj mentre,  afferrata  l'asta
    della bandiera, ascoltava con piacere i sibili dei proiettili diretti,
    evidentemente, proprio contro di lui. Alcuni soldati caddero.
    - Urr!  -  grid il principe Andrj, reggendo a stento tra le mani la
    pesante bandiera, e si slanci in avanti, con la certezza che tutto il
    battaglione lo avrebbe seguito.
    E  infatti  soltanto  per  pochi  passi egli corse avanti da solo.  Un
    soldato si mosse,  un altro lo segu e infine l'intero battaglione  si
    slanci   e  lo  sorpass  gridando  urr!.   Un  sottufficiale  del
    battaglione afferr,  correndo,  la  bandiera  che  vacillava,  troppo
    pesante per le mani delicate del principe Andrj, ma fu ucciso subito.
    Il principe Andrj riusc ad afferrare ancora una volta la bandiera e,
    trascinandola   per   l'asta,   continu  a  correre  insieme  con  il
    battaglione.  Vedeva dinanzi a  s  i  nostri  artiglieri:  alcuni  si
    battevano,  altri  abbandonavano  i  cannoni e gli correvano incontro;
    vedeva anche  i  soldati  della  fanteria  francese  impadronirsi  dei
    cavalli  degli  artiglieri e affrettarsi a voltare i cannoni.  Insieme
    con il battaglione,  il principe Andrj era gi a  venti  passi  dalla
    batteria.  Udiva  sopra  di s il sibilo ininterrotto delle pallottole
    mentre vedeva incessantemente,  alla sua destra e alla  sua  sinistra,
    soldati  che  gemevano cadendo.  Ma non fermava lo sguardo su di essi:
    teneva gli occhi fissi soltanto su quello che  avveniva  di  fronte  a
    lui,  l  dov'era la batteria.  Distingueva nettamente la figura di un
    artigliere dai capelli rossi e con il chep a sghimbescio che tirava a
    s un caricatore che  un  soldato  francese  cercava  di  strappargli.
    Vedeva  gi chiaramente l'espressione smarrita e insieme inferocita di
    quei due uomini che  evidentemente  non  capivano  che  cosa  stessero
    facendo.
    Che  fanno,  costoro?,  pensava  il  principe  Andrj,  guardandoli.
    Perch l'artigliere rosso non fugge, dal momento che non ha pi armi?
    E perch il francese non lo uccide?  Non far in tempo a  fuggire  sin
    qui,  che  l'altro si ricorder di avere un fucile e far fuoco contro
    di lui.
    Infatti un altro francese, con il fucile spianato, correva verso i due
    avversari e la sorte dell'artigliere dai capelli rossi, che ancora non
    capiva ci che l'attendeva e  si  era  trionfalmente  impadronito  del
    caricatore,  stava  per decidersi...  Il principe Andrj non vide per
    come la cosa and a finire. Ebbe l'impressione che uno dei soldati che
    gli erano pi vicini lo colpisse sul capo con un grosso  bastone.  Non
    prov  un  forte dolore;  ci che lo contrariava era il fatto che quel
    dolore lo  distraeva  e  gli  impediva  di  vedere  quello  che  stava
    guardando.
    Che  c'?  Sto  cadendo?  Le  gambe mi si piegano?,  pens,  e cadde
    supino.  Apr gli occhi sperando di vedere come fosse finita la  lotta
    tra  il  francese e gli artiglieri;  desiderava sapere se l'artigliere
    dai capelli rossi fosse stato ucciso o  no  e  se  i  cannoni  fossero
    caduti nelle mani dei nemici oppure fossero salvi.  Ma non vide nulla.
    Sopra di lui non c'era pi niente,  pi niente se  non  il  cielo,  il
    cielo  alto,  infinitamente  alto,  non  sereno  eppure  infinitamente
    profondo,  sul quale correvano dolcemente delle  nuvole  grigie.  Che
    dolcezza,  che  calma,  che  solennit!  Tutto  diverso  da  quando io
    correvo!,  pens il principe Andrj.  Non  pi  come  quando  tutti
    gridavano  e  fuggivano,  come  quando  l'artigliere  e il francese si
    contendevano  furenti  il   caricatore...   Allora   le   nuvole   non
    galleggiavano cos alte in questo profondo cielo infinito!  Perch mai
    non lo vedevo, poco fa, questo cielo cos profondo? E come sono felice
    di averlo finalmente conosciuto! S, tutto  vanit,  tutto  inganno,
    fuorch  questo  cielo senza fine!  Nulla,  nulla esiste se non questa
    immensit. Ma non esiste neanche il cielo...  nulla esiste all'infuori
    di questo silenzio e di questa pace... E sia lodato Iddio.


    CAPITOLO 17.

    Alle nove,  sull'ala destra di Bagratin,  la battaglia non era ancora
    cominciata.  Non volendo cedere alle pretese  di  Dolgorukov,  che  lo
    incitava  a  dare  inizio  all'azione,  e  desiderando  declinare ogni
    responsabilit,  Bagratin propose a Dolgorukov di mandare a  chiedere
    ordini  dal generalissimo.  Bagratin sapeva che,  data la distanza di
    quasi dieci miglia che separava un'ala dall'altra,  anche se l'inviato
    non  fosse  stato  ucciso (com'era assai probabile) e anche supponendo
    che costui trovasse (cosa molto difficile) il comandante supremo,  non
    sarebbe potuto tornare con gli ordini prima di sera.
    Bagratin  volse  sul  sguito lo sguardo dei grandi occhi assonnati e
    privi di espressione,  e il primo viso che colp la sua attenzione  fu
    quello infantile di Rostv, trepidante di ansiosa speranza. Mand lui.
    - E se, eccellenza, se incontrassi sua maest prima del generalissimo?
    -  chiese Rostv, immobile, con la mano alla visiera.
    -  Potete  fare  l'ambasciata  a  sua  maest    -   disse Dolgorukov,
    affrettandosi a parlare prima di Bagratin.
    Finito il suo turno di servizio agli avamposti,  Rostv  aveva  potuto
    dormire  un po' avanti lo spuntar del giorno e ora si sentiva allegro,
    ardito, deciso,  con quella elasticit di movimenti,  quella sicurezza
    nella propria fortuna e quella disposizione di spirito che fa apparire
    ogni cosa facile, gaia, possibile.
    Quella mattina tutti i suoi desideri erano stati esauditi: si dava una
    battaglia  campale  alla  quale  egli  prendeva parte;  per di pi era
    ufficiale d'ordinanza  di  un  generale  coraggiosissimo  e,  inoltre,
    veniva  mandato  in  missione  presso Kutuzv o forse presso lo stesso
    imperatore. Il mattino era limpido, il suo cavallo in ottima forma. Si
    sentiva colmo di gioia e di felicit.  Non appena  ricevuto  l'ordine,
    spron  il  cavallo  e  galopp dapprima lungo le linee occupate dalle
    truppe di Bagratin, non ancora impegnate nell'azione; poi entr nello
    spazio occupato dalla cavalleria di Uvarov (76) e  qui  not  i  primi
    movimenti e i primi indizi dell'imminente combattimento;  oltrepassata
    la cavalleria di Uvarov, ud chiaramente avanti a s le cannonate e le
    scariche di fucileria. I colpi si facevano sempre pi forti.
    Nell'aria fresca del mattino non  si  diffondeva  pi  come  prima,  a
    intervalli regolari, l'eco di due, tre colpi di fucileria e poi di una
    o due cannonate,  ma lungo i declivi dei colli di Pratzen, si udiva il
    crepitio della  fucileria  interrotto  da  tiri  di  artiglieria  cos
    frequenti  che  talora  alcuni  colpi  di  cannone  non risonavano pi
    distintamente, ma si fondevano in un solo rombo ininterrotto.
    Sulle pendici dei monti le  vampate  dei  fucili  parevano  fuggire  e
    rincorrersi,  e  il  fumo  dei  cannoni  si  infittiva in globi che si
    allargavano e si fondevano  insieme.  Tra  il  fumo  si  notavano,  al
    luccichio  delle  baionette,  le  masse  di fanteria in movimento e le
    linee serrate dell'artiglieria, con i suoi cassoni verdi.
    Sopra una piccola altura  Rostv  ferm  un  momento  il  cavallo  per
    osservare ci che avveniva;  ma,  per quanto aguzzasse lo sguardo, non
    pot comprendere n distinguere nulla: laggi,  in mezzo al  fumo,  si
    agitavano uomini, e truppe si muovevano avanti e indietro. Perch? Chi
    erano?  Dove andavano?  Non era possibile capirlo. Quella vista e quei
    rumori non solo non destavano in Rostv alcun sentimento di timore, ma
    non  facevano  che  accrescere  nel  suo  animo  coraggio,  energia  e
    decisione.
    Ancora,   ancora,   su;  ancora  pi  forte,  pensava,  rivolgendosi
    mentalmente a quel frastuono,  e di nuovo riprendeva a galoppare lungo
    la  linea,  spingendosi  sempre  pi lontano e penetrando infine nella
    zona delle truppe che gi combattevano.
    Non so come si svolgeranno le cose laggi, pensava,  ma certo tutto
    andr benissimo.
    Dopo aver oltrepassato alcuni reparti austriaci,  Rostv si avvide che
    il fronte dello schieramento immediatamente  successivo  (si  trattava
    della Guardia) era gi impegnato nell'azione.
    Tanto meglio! Vedr tutto da vicino!, pens.
    Stava  cavalcando lungo la prima linea.  Alcuni cavalieri gli venivano
    incontro al galoppo.  Erano i nostri ulani della Guardia che tornavano
    all'attacco con le file in disordine.  Rostv li evit,  si avvide che
    uno di essi era coperto di sangue e galopp oltre.
    Questo non mi riguarda, si disse.  Non fece in tempo a percorrere un
    centinaio di passi che alla sua sinistra apparve,  a un tratto, su una
    vastissima estensione di terreno,  un'enorme massa  di  cavalieri,  in
    divise bianche splendenti,  che gli venivano incontro a trotto veloce.
    Rostv lanci il suo cavallo a spron battuto  per  uscire  dalla  loro
    strada  e  sarebbe  riuscito  a  evitarli  se  essi avessero mantenuto
    un'andatura costante,  ma quelli acceleravano  la  loro  corsa  sicch
    alcuni cavalli gi galoppavano.  Rostv sentiva sempre pi nitidamente
    il calpestio degli zoccoli e il tintinnio  delle  armi  e  sempre  pi
    distinti gli apparivano i cavalli,  le persone e persino i visi. Erano
    i nostri cavalieri della Guardia che andavano alla  carica  contro  la
    cavalleria francese che le veniva incontro.
    La  Guardia  galoppava,  ma  tratteneva  ancora i cavalli.  Rostv gi
    vedeva le facce dei cavalieri,  udiva  il  comando:  Avanti  avanti!
    urlato  da  un  ufficiale  che  spingeva  alla massima velocit il suo
    purosangue.  Temendo di essere travolto e trascinato irresistibilmente
    nell'attacco contro i Francesi, continuava a galoppare lungo il fronte
    con  quanta  forza  aveva  il  suo  cavallo,  ma  non  fece in tempo a
    evitarli.
    Il cavaliere pi esterno della fila,  un uomo grande  e  grosso  dalla
    faccia  butterata,  si  accigli,  furioso  di trovarsi davanti Rostv
    contro il quale doveva  inevitabilmente  cozzare.  Costui  lo  avrebbe
    senza  dubbio  atterrato  con  il  suo Beduino (Rostv si sentiva cos
    piccolo e debole a paragone di quegli uomini giganteschi  e  dei  loro
    cavalli) se non gli fosse venuta l'idea di agitare lo scudiscio contro
    gli  occhi  del  cavallo  che  gli  precipitava  contro.  Il  pesante,
    altissimo morello s'impenn,  drizzando le orecchie  ma  il  cavaliere
    butterato  gli  butt  nei  fianchi  i  potenti  speroni  e l'animale,
    agitando la coda e tendendo il collo,  galopp oltre con  la  rapidit
    del fulmine.  Appena i cavalieri della Guardia ebbero superato Rostv,
    egli li ud gridare: Urr! e, voltatosi indietro,  vide che le prime
    file  gi si scontravano con altre file di soldati in divisa straniera
    dalle spalline rosse,  senza dubbio Francesi.  Poi non pot vedere pi
    nulla  perch  subito  dopo  da qualche parte i cannoni cominciarono a
    sparare e tutto fu avvolto nel fumo.
    Nel momento in cui i cavalieri della  Guardia,  dopo  averlo  evitato,
    scomparvero nel fumo, Rostv esit, domandandosi se dovesse seguirli o
    andare  l  dove  era  stato mandato.  Era questo il magnifico attacco
    della Guardia russa a cavallo  che  meravigli  gli  stessi  Francesi.
    Rostv  fu  atterrito  quando  in seguito venne a sapere che di quella
    enorme massa di bellissimi soldati,  di giovani,  ricchi  e  brillanti
    ufficiali  e  alfieri  che  gli  erano  passati  accanto galoppando su
    migliaia di cavalli di gran pregio,  erano rimasti in  vita,  dopo  la
    carica, soltanto diciotto.
    Perch invidiare gli altri? La mia ora non tarder e tra poco, forse,
    vedr l'imperatore!, pens Rostv e si allontan al galoppo.
    Giunto all'altezza dei reparti della fanteria e della Guardia, si rese
    conto  che  essa  era  bersagliata  dall'artiglieria  nemica non tanto
    perch sentiva fischiare i  proiettili  quanto  perch  in  faccia  ai
    soldati  egli  lesse  l'inquietudine  e  in  faccia agli ufficiali una
    strana solennit guerriera.
    Mentre passava dietro una delle linee dei reggimenti di fanteria della
    Guardia, ud una voce chiamarlo per nome.
    - Rostv!
    - Chi mi chiama?  -  domand, non riconoscendo Bors.
    - Lo sai? Siamo capitati in prima linea! Il nostro reggimento  andato
    all'attacco!   -  disse Bors sorridendo di quel  felice  sorriso  dei
    giovani che per la prima volta affrontano il battesimo del fuoco.
    Rostv si ferm.
    - Ebbene, com' andata?  -  disse.
    -  Li  abbiamo  respinti!    -  rispose vivacemente Bors,  diventando
    loquace.  -  Non puoi immaginare...
    E Bors si mise a raccontare che la Guardia,  ferma su una posizione e
    avendo  veduto  davanti  a  s  certe  truppe,  le  aveva  sulle prime
    scambiate per truppe austriache, quando all'improvviso, dai proiettili
    che quelle lanciavano,  aveva capito di trovarsi in prima linea,  e di
    dovere,  inaspettatamente,  entrare in azione. Rostv, senza ascoltare
    oltre Bors, spron il cavallo.
    - Dove vai?  -  chiese Bors.
    - Da sua maest, per una missione.
    - Eccolo!   -  disse Bors,  il quale aveva capito che Rostv cercasse
    sua altezza anzich sua maest.
    Egli  indic  il  granduca che,  a un centinaio di passi da loro,  con
    l'elmo e la divisa di ufficiale della Guardia a cavallo, con le spalle
    alte e le sopracciglia aggrottate,  gridava qualcosa  a  un  ufficiale
    austriaco in divisa bianca, pallidissimo.
    -  Ma  quello    il  granduca,  e  io devo parlare al generalissimo o
    all'imperatore!  -  disse Rostv, e spron il cavallo.
    - Conte, conte!  -  grid allora Berg,  che era eccitato quanto Bors,
    accorrendo dalla parte opposta.  -  Conte, sono stato ferito alla mano
    destra  -  (mentre parlava mostrava la mano insanguinata e bendata con
    un  fazzoletto)  -  e non mi sono ritirato!  Conte,  tengo la sciabola
    con la mano sinistra: nella famiglia dei von Berg, conte,  erano tutti
    cavalieri!
    Berg disse ancora qualcosa ma Rostv, senza dargli pi ascolto, si era
    allontanato.
    Oltrepassata la Guardia e uno spazio vuoto Rostv, per non capitare di
    nuovo  in  prima  linea  come  quando  si era trovato proprio sotto la
    carica della cavalleria,  si avvi lungo le linee delle  truppe  della
    riserva,  passando alla larga dal punto in cui si udivano pi forti le
    scariche di fucileria e gli spari dei cannoni. A un tratto,  davanti a
    s  e  dietro  alle  nostre  truppe,  in un luogo nel quale non poteva
    neppur vagamente supporre la presenza del nemico,  ud delle  fucilate
    vicinissime.  Che  vuol  dire questo? si chieste Rostv.  Il nemico
    alle nostre spalle?  Non  possibile...,  pens,  e a  un  tratto  fu
    assalito  da  un'orribile  paura  per  se  stesso  e per l'esito della
    battaglia.  Comunque sia,  pens,  ora non  posso  certo  ritornare
    indietro.  Devo cercare il generalissirno qui,  e, se tutto  perduto,
    il mio dovere  di morire con gli altri.
    Il presentimento funesto,  che si  era  a  un  tratto  impadronito  di
    Rostv,  andava diventando certezza a mano a mano che egli si spingeva
    pi innanzi nello spazio occupato da  una  massa  di  truppe  diverse,
    oltre Pratzen.
    - Che ? Che succede? A chi tirano? Chi spara?  -  domandava Rostv ai
    soldati  russi  e  austriaci  che  accorrevano  in  fuga  disordinata,
    tagliandogli la strada.
    - Eh, lo sa il diavolo!  Siamo sconfitti!  Tutto  perduto...   -  gli
    rispondevano in russo,  in tedesco,  in ceco,  le bande dei fuggiaschi
    che non capivano pi di lui che cosa stesse accadendo.
    - Abbasso i Tedeschi!  -  grid uno.
    - Che il diavolo se li porti, quei traditori.
    - "Zum Henker diese Russen!" [77. Al diavolo, questi Russi!]  borbott
    un tedesco.
    Alcuni feriti si  trascinavano  lungo  la  strada.  Invettive,  grida,
    gemiti si confondevano in un unico generale frastuono. Gli spari erano
    cessati.  Come pi tardi venne a sapere Rostv, si trattava di soldati
    russi e austriaci che sparavano gli uni contro gli altri.
    Mio Dio! Che  mai questo?, pensava Rostv. Anche qui,  dove a ogni
    istante pu vederli l'imperatore!  Ma no... no... certamente si tratta
    di pochi vigliacchi.  Passer...  non  possibile che succedano queste
    cose... Purch io riesca a far presto, a passar oltre!, pensava.
    Rostv  non  poteva  ammettere  l'idea  della  disfatta  e della fuga.
    Quantunque vedesse i  cannoni  e  le  truppe  francesi  sui  colli  di
    Pratzen,  proprio  l  dove  gli  avevano  dato l'incarico di andare a
    cercare il generalissimo,  non poteva e non voleva credere che  quella
    fosse la realt.


    CAPITOLO 18.

    Rostv aveva l'ordine di cercare Kutuzv o l'imperatore nei pressi del
    villaggio di Pratzen; ma non soltanto essi non vi si trovavano, ma non
    c'era  neppure  un  capo.  S'incontravano solo bande diverse di truppe
    disorganizzate. Sforz il cavallo gi spossato per oltrepassare al pi
    presto quella turba ma, quanto pi andava innanzi,  tanto pi cresceva
    il  disordine tumultuoso.  Sulla strada maestra,  dove era uscito,  si
    affollavano carrozze ed equipaggi di  ogni  specie,  soldati  russi  e
    austriaci  di tutte le armi,  feriti e non feriti.  Tutta quella folla
    tumultuava e ribolliva sotto il cupo fragore  delle  granate  francesi
    collocate sulle alture di Pratzen.
    -  Dov'  l'imperatore?  Dov' Kutuzv?   -  domandava Rostv a quanti
    poteva fermare; ma da nessuno riusciva a ottenere una risposta.
    Infine, afferrato per il bavero un soldato, lo costrinse a rispondere.
    - Eh, mio caro, da un pezzo sono scappati tutti quanti!  -  rispose il
    soldato, ridendo di chi sa che cosa e dibattendosi per liberarsi dalla
    stretta di Rostv.
    Lasciato quel soldato,  che certo era ubriaco,  il  giovane  ufficiale
    ferm  il cavallo dell'attendente o del palafreniere di un personaggio
    importante e si mise a interrogarlo.  L'ordinanza inform  Rostv  che
    un'ora  prima  l'imperatore era stato portato via in gran fretta,  per
    quella stessa strada, gravemente ferito.
    - Non  possibile!  -  esclam Rostv.   -  Forse si tratta di qualcun
    altro...
    -  L'ho visto con i miei occhi  -  ribatt l'attendente con un sorriso
    presuntuoso.   -  E lo conosco bene l'imperatore: l'ho  visto  chi  sa
    quante  volte a Pietroburgo come ora vedo voi.  Era seduto in carrozza
    pallido,  pallidissimo...  Quando hanno lanciato al galoppo i  quattro
    morelli,  santi  benedetti,  ci  passato davanti come un fulmine.  Li
    conosco bene i cavalli  dell'imperatore  e  conosco  bene  anche  Ilj
    Ivanyc', e Ilj Ivanyc' non fa il cocchiere se non per lo zar.
    Rostv lasci andare il cavallo dell'attendente e stava per proseguire
    quando  un  ufficiale  ferito  che  passava  l accanto gli rivolse la
    parola:
    - Chi cercate?   -  gli domand.   -  Il generale in  capo?  E'  stato
    ucciso da un obice che l'ha colpito in pieno petto,  davanti al nostro
    reggimento.
    - Ucciso no, ma ferito  -  corresse un altro ufficiale.
    - Ma chi? Kutuzv?  -  chiese Rostv.
    - No, non lui, quell'altro...  come si chiamava?  Ma non importa.  Ben
    pochi  sono  rimasti  vivi...  Andate  da  quella  parte,  verso  quel
    villaggio,  dove  si    riunito  tutto  il  comando    -    soggiunse
    l'ufficiale, indicando il villaggio di Hostieradek, e si allontan.
    Rostv  procedeva  al  passo,  non  sapendo  pi da chi e dove andare.
    L'imperatore ferito, la battaglia perduta! Ormai non era pi possibile
    dubitarne.  Seguiva la direzione che gli era stata indicata  verso  il
    villaggio  di  cui distingueva in lontananza il campanile e la chiesa.
    Perch avrebbe  dovuto  affrettarsi?  Che  cosa  poteva  dire,  ormai,
    all'imperatore o a Kutuzv se pure fossero stati vivi e illesi?
    - Andate da quella parte,  eccellenza, se no sarete certamente ucciso'
    -  gli grid un soldato.  -  Sarete ucciso!
    - Che stai dicendo?  -  intervenne un altro.  -  Da che parte vuoi che
    vada? Di qui  pi vicino.
    Rostv riflett per un momento e poi si avvi proprio nella  direzione
    che gli avevano indicata come pi pericolosa.
    Ormai tutto  indifferente!  Se l'imperatore  ferito,  perch dovrei
    cercare di evitare i pericoli?, pensava.
    E raggiunse quella parte  del  terreno  dove  erano  stati  uccisi  in
    maggior  numero  i soldati in fuga da Pratzen.  I Francesi non avevano
    ancora occupato quella localit che i Russi,  rimasti vivi  o  feriti,
    avevano  abbandonato da un pezzo.  Sul terreno,  come biche su un buon
    campo,  giacevano dai dieci  ai  quindici  morti  o  feriti  per  ogni
    "dessiatina" (78) di terra.  I feriti strisciando,  si erano riuniti a
    gruppi di due o tre e si udivano le loro grida e i loro lamenti, forse
    talvolta simulati,  come parve a Rostv.  Per non vedere tutti  quegli
    uomini che soffrivano,  il giovane mise il cavallo al trotto,  e prov
    un senso di paura.  Egli non temeva per la sua vita,  ma  per  il  suo
    coraggio  che  gli  era  necessario  e  che,  lo  sapeva,  non avrebbe
    sopportato la vista di quei disgraziati.
    I Francesi, che avevano smesso di sparare su quel campo disseminato di
    morti e di feriti,  perch ormai non vi si  trovava  pi  una  persona
    viva,  scorgendo a un tratto un aiutante di campo che lo attraversava,
    puntarono  su  di  lui  i  pezzi  e  lanciarono   parecchie   granate.
    L'impressione  prodotta  da quei sibilanti,  terribili suoni e da quei
    morti che lo circondavano,  si trasform per Rostv in una  sensazione
    di  orrore  e  di piet per se stesso.  Ricord l'ultima lettera della
    madre. Che cosa proverebbe pens, se mi vedesse ora qui,  in questo
    campo, sotto il tiro dei cannoni nemici puntati su di me?.
    Nel  villaggio  di  Hostieradek  c'erano  truppe  russe  che  si erano
    ritirate dal campo di battaglia e che,  pur appartenendo a corpi e  ad
    armi  diverse,  apparivano  discretamente  ordinate.  L  il  tiro dei
    cannoni francesi non li poteva raggiungere e il  fragore  degli  spari
    pareva  lontano.  Tutti  vedevano  e dicevano ormai chiaramente che la
    battaglia era perduta.  Nessuno sapeva indicare a  Rostv  dove  fosse
    l'imperatore  n  dove  fosse  Kutuzv,  ed  egli non sapeva pi a chi
    domandare.  Alcuni assicuravano che fosse vera  la  notizia  circa  la
    ferita  dell'imperatore,  altri dicevano che era falsa e ne spiegavano
    la  diffusione  con  il  fatto  che  effettivamente,   nella  carrozza
    imperiale,  era stato portato via di galoppo dal campo di battaglia il
    gran maresciallo di Corte conte Tolstj pallido e spaventato il quale,
    con gli altri del sguito dell'imperatore, si era recato sul campo. Un
    ufficiale rifer a Rostv di aver notato nel villaggio, a sinistra, la
    presenza di alcuni pezzi grossi del comando.  Rostv si rec nel luogo
    indicato  senza speranza di trovare qualcuno,  ma soltanto per sgravio
    di coscienza.  Dopo aver percorso circa tre miglia e aver oltrepassato
    le ultime truppe russe, vide presso un orto, circondato da un fossato,
    due  cavalieri in sosta.  Uno dei due,  che aveva un pennacchio bianco
    sul chep, parve a Rostv che non gli fosse sconosciuto; l'altro,  che
    non conosceva,  in sella a uno stupendo cavallo fulvo che Rostv aveva
    certamente gi veduto, si avvicin al fossato, spron e, allentando le
    briglie,  salt leggermente dall'altra parte.  Soltanto un  po'  della
    terra  smossa  dagli  zoccoli del cavallo cadde dall'orlo del fossato.
    Fatto  poi  voltare  bruscamente  l'animale,   ripet   il   salto   e
    rispettosamente   si   volse   al  cavaliere  dal  pennacchio  bianco,
    invitandolo, evidentemente, a fare la stessa cosa. Ma l'altro,  la cui
    figura  pareva  nota  a Rostv e,  chiss perch,  teneva avvinta a s
    l'attenzione del giovane,  fece con il capo e con  la  mano  un  cenno
    negativo  e  proprio  da  quel cenno Rostv riconobbe il suo adorato e
    pianto sovrano.
    Ma non pu essere lui,  solo,  in  questo  campo  deserto!,  pensava
    Rostv.  In  quel  momento  l'imperatore  volt  il capo e Rostv pot
    vedere i lineamenti amati e cos vivamente impressi nella sua memoria.
    L'imperatore era  pallido,  aveva  le  guance  incavate  e  gli  occhi
    infossati, ma tanto pi grandi erano il fascino e la dolcezza dei suoi
    tratti! Rostv si sent felice, costatando la falsit delle voci sulla
    ferita  dell'imperatore.  Si sent felice di averlo veduto.  Sapeva di
    potere, anzi di dovere,  rivolgersi direttamente a lui per rifargli la
    domanda che Dolgorukov gli aveva ordinato di fargli.
    Ma  come  un giovane innamorato che trema e si turba,  non osando dire
    quello che  il sogno delle sue notti e  si  guarda  attorno  smarrito
    quasi  cercando  un  aiuto  e la possibilit di rimandare e di fuggire
    quando giunge il tanto sospirato minuto di trovarsi a tu  per  tu  con
    lei, cos Rostv, che aveva raggiunto ci che pi desiderava al mondo,
    non sapeva come avvicinarsi al sovrano,  e mille considerazioni gli si
    affacciavano  per  persuaderlo   che   era   una   cosa   impossibile,
    sconveniente e inopportuna.
    Ma  come?  Avrei  l'aria di essere contento di approfittare del fatto
    che egli  solo e abbattuto.  In questo momento di tristezza  gli  pu
    essere  penoso  e imbarazzante la vista di una persona sconosciuta;  e
    poi,  che cosa potrei dirgli ora  che,  al  solo  guardarlo  mi  sento
    mancare  il  cuore  e  mi  si  inaridisce  la  bocca?.  Non uno degli
    innumerevoli  discorsi   che   egli   aveva   preparato   mentalmente,
    rivolgendosi  all'imperatore,  gli  tornava  ora  alla memoria.  Erano
    discorsi preparati per la maggior parte per circostanze  ben  diverse,
    che  egli  pronunziava  per  lo  pi  nei momenti della vittoria e dei
    trionfi e specialmente quando, gravemente ferito, giaceva sul letto di
    morte,   mentre  l'imperatore  lo  ringraziava  per  il   suo   eroico
    comportamento ed egli,  esalando l'estremo respiro, gli dimostrava con
    i fatti il suo devoto amore.
    E poi,  come farei a chiedergli ordini riguardanti l'ala destra,  dal
    momento  che  ormai  sono  le  quattro  pomeridiane  e  la battaglia 
    perduta? No, decisamente non devo avvicinarmi a lui, non devo turbarlo
    nelle sue meditazioni.  Preferisco mille volte la morte piuttosto  che
    ricevere   uno  sguardo  irritato  o  suscitare  in  lui  una  cattiva
    impressione,  decise Rostv e,  con il cuore colmo di amarezza  e  di
    disperazione,   si   allontan  continuando,   tuttavia,   a  guardare
    l'imperatore immobile e sempre nel medesimo atteggiamento indeciso.
    Mentre  Rostv,  immerso  in  quelle  considerazioni,  si  allontanava
    tristemente,  si  trov  per caso a passare da l il capitano von Toll
    (79) che,  vedendo il sovrano,  gli offr i suoi servigi e lo aiut  a
    superare  a  piedi il fossato.  L'imperatore,  desiderando riposarsi e
    sentendosi poco bene, si mise a sedere sotto un melo e von Toll rimase
    accanto a lui.  Rostv da lontano vide con rammarico e con invidia von
    Toll  parlare  a lungo e animatamente con il sovrano e vide il sovrano
    che,  evidentemente piangendo,  si copriva gli occhi  con  la  mano  e
    stringeva quella di von Toll.
    E pensare che potrei essere io al suo posto!, si disse il giovane e,
    trattenendo a fatica lacrime di piet per la sorte dell'imperatore, si
    allontan disperato, senza sapere dove si dirigesse e perch.
    La  sua disperazione era tanto pi profonda in quanto si rendeva conto
    che la propria debolezza era la causa di tanto dolore.
    Avrebbe   potuto...    non   solo   potuto   ma   dovuto   avvicinarsi
    all'imperatore: gli si era offerta un'occasione unica per dimostrargli
    la  sua  devozione  e  non  ne aveva approfittato...  Che ho fatto!,
    pens.  Volt il cavallo e ritorn dove aveva  veduto  poco  prima  il
    sovrano,  ma  al  di  l del fossato non c'era pi nessuno.  Passavano
    soltanto carri e vetture.  Da un conducente Rostv venne a sapere  che
    lo  stato  maggiore  di  Kutuzv  si  trovava  non  lontano  di l,  e
    precisamente nel villaggio verso il quale si dirigevano i  veicoli.  E
    Rostv li segu.
    Davanti  a  lui  camminava  il  palafreniere  di Kutuzv che conduceva
    alcuni cavalli con la  gualdrappa.  Seguiva  una  carrozza  e,  dietro
    ancora.   un   vecchio  domestico  del  generalissimo,   in  berretto,
    pellicciotto, e con le gambe storte.
    - Tit, ehi, Tit!  -  chiam il palafreniere.
    - Che vuoi?  -  rispose distrattamente il vecchio.
    - Tit, va' a trebbiare!
    - Scemo, puah!  -  rispose il vecchio e, irritato, sput.
    Camminavano per un po' in silenzio e poi riprendevano a scherzare.

    Alle cinque pomeridiane la battaglia era  definitivamente  perduta  su
    tutto il fronte.  Pi di cento cannoni erano gi caduti nelle mani dei
    Francesi.
    Przebyscevskij con il suo corpo d'armata aveva  deposto  le  armi.  Le
    altre colonne, dimezzate, si ritiravano in masse disordinate.
    Il  resto  delle  truppe  di  Langeron  e  di  Dochturov  si accalcava
    confusamente attorno agli stagni, sulle dighe e presso il villaggio di
    Auhest.
    Alle sei soltanto attorno alla chiusa di Auhest  si  udiva  ancora  il
    rombo  dei cannoni dei Francesi che avevano postato parecchie batterie
    sul pendio delle colline di  Pratzen  e  sparavano  contro  le  nostre
    truppe che si ritiravano.
    Alla retroguardia, Dochturov e gli altri raccoglievano i battaglioni e
    si  difendevano  a  fucilate  contro  la  cavalleria  francese  che li
    inseguiva.
    Annottava.  Sulla stretta diga di Auhest,  dove per tanti anni si  era
    tranquillamente  seduto  il vecchio mugnaio con il berretto in testa e
    la lenza in mano,  mentre il nipotino con  le  maniche  della  camicia
    rimboccate  cercava  di  afferrare nel secchio i palpitanti pesciolini
    d'argento; su quella stessa diga dove per tanti,  tanti anni i Moravi,
    in   berrettoni   di   pelo  e  grosse  giubbe  turchine,   passavano,
    pacificamente su carri a due cavalli carichi di grano e per la  stessa
    strada ritornavano bianchi di farina;  su quella stessa diga ora,  tra
    carriaggi e cannoni,  sotto i cavalli e tra  le  ruote,  si  pigiavano
    uomini stravolti dal terrore della morte,  scavalcandosi l'un l'altro,
    passando  sopra  i  moribondi,  uccidendo,  soltanto  per  essere  poi
    ugualmente uccisi, dopo qualche passo.
    A  intervalli  brevissimi,  di dieci secondi,  in mezzo a quella densa
    folla cadeva una palla di cannone e scoppiava una granata uccidendo  e
    coprendo di sangue coloro che si trovavano vicini.  Dlochov, ferito a
    un braccio, appiedato,  con dieci o dodici soldati della sua compagnia
    (era  gi  stato  promosso  ufficiale) e il comandante del reggimento,
    ancora a  cavallo,  erano  i  soli  superstiti  del  loro  reggimento.
    Sospinto  dalla  folla,  quel  pugno  di  uomini  si  accalcava  verso
    l'imboccatura della diga e,  premuto da tutte le  parti  aveva  dovuto
    fermarsi perch pi avanti un cavallo era caduto sotto un cannone e la
    folla  si affaccendava per tirarlo fuori.  Una cannonata uccise alcuni
    soldati dietro di loro;  un'altra colp qualcuno e fece schizzare  del
    sangue su Dlochov. La folla premette disperatamente in avanti, avanz
    di alcuni passi, si ferm.
    Ancora cento passi e sono salvo...  Se resto qui ancora dieci minuti,
     la morte sicura..., ciascuno pensava.
    Dlochov,  che era in mezzo alla folla,  si slanci verso  il  margine
    esterno della diga,  facendo ruzzolare a terra due soldati e corse sul
    ghiaccio sdrucciolevole, che copriva lo stagno.
    - Voltate quel cannone!    -    gridava,  correndo  sul  ghiaccio  che
    scricchiolava sotto di lui.  -  Voltatelo! Regge!
    Il  ghiaccio  resisteva,  s,  ma s'incurvava e scricchiolava,  ed era
    evidente che stava per aprirsi non solo sotto il peso  del  cannone  e
    della  folla,  ma  anche  sotto  quello  del  solo Dlochov.  Tutti lo
    guardavano e si serravano sulla riva senza decidersi  a  scendere  sul
    ghiaccio.  Il comandante del reggimento, che era sull'orlo, a cavallo,
    alz la mano e apr la bocca, rivolgendosi a Dlochov.  All'improvviso
    un  proiettile  sibil passando cos basso che tutti si chinarono.  Si
    ud come un tonfo in una pozza: il generale e il cavallo caddero in un
    lago di sangue. Nessuno si volse a guardare, nessuno pens a sollevare
    il generale.
    - Va' sul ghiaccio!  Avanti!  Va' sul ghiaccio!  Voltate quel cannone!
    Non senti?   -  gridarono insieme,  dopo che la palla aveva colpito il
    generale, molte voci di soldati che non sapevano neppur loro perch lo
    facessero.
    Uno degli ultimi cannoni che salivano sulla diga  and  sul  ghiaccio.
    Una  turba  di  soldati  si mise a correre,  scendendo la diga,  sullo
    stagno gelato.  Sotto il peso di uno dei primi,  il ghiaccio si ruppe,
    una  gamba  dell'uomo si immerse nell'acqua;  egli cerc di rizzarsi e
    sprofond sino alla  cintola.  I  soldati  pi  vicini  esitarono,  il
    conducente del cannone ferm il cavallo, ma alle sue spalle risonavano
    ancora  le  stesse  grida:  Avanti,  avanti  sul ghiaccio!  Perch si
    fermano?. E urli di terrore serpeggiavano tra la folla. I soldati che
    circondavano i cannoni agitavano le braccia e battevano i cavalli  per
    farli girare e avanzare.  Gli animali,  recalcitrando,  si mossero. Il
    ghiaccio,  che reggeva gli uomini appiedati,  si spacc per  un  ampio
    tratto,  e  una  quarantina  di uomini che vi erano sopra,  gettandosi
    avanti  e  indietro  tra  urla  di  spavento,   caddero  nell'acqua  e
    affogarono.
    Le  palle  di  cannone continuavano a sibilare a intervalli regolari e
    piombavano sul ghiaccio, nell'acqua e, pi spesso, in mezzo alla folla
    che copriva la diga, le sponde e lo stagno.


    CAPITOLO 19.

    Sul poggio di Pratzen giaceva il  principe  Andrj  Bolkonskij,  nello
    stesso  posto  in  cui  era  caduto,  tenendo  in  pugno  l'asta della
    bandiera. Perdeva sangue e, senza rendersene conto,  emetteva a tratti
    un gemito sommesso, pietoso e infantile.
    Verso  sera  cess di lamentarsi e svenne.  Non seppe mai quanto fosse
    durato il suo deliquio. A un tratto sent di essere vivo e di soffrire
    per un violento dolore che gli straziava la testa.
    Dov' quel cielo profondo che prima non conoscevo e che ho visto oggi
    per la prima volta?,  fu il suo immediato pensiero.  E anche  questa
    acuta  sofferenza  mi  era  ignota...  S,  non sapevo nulla di nulla,
    sinora... Ma dove sono?, si chiese.
    Tese l'orecchio e ud un calpestio di  zoccoli  che  si  avvicinava  e
    alcune  voci che parlavano in francese.  Apr gli occhi.  Sopra di lui
    c'era di nuovo quello stesso cielo profondo sul quale galleggiavano le
    nuvole che salivano sempre pi su e attraverso le  quali  si  scorgeva
    l'infinito azzurro.  Egli non volt la testa e non vide coloro che,  a
    giudicare dal rumore degli zoccoli e delle voci, si erano fermati e si
    avvicinavano a lui.
    Quei  cavalieri  erano  Napoleone  e  due  suoi  aiutanti  di   campo.
    Percorrendo  il  campo  di  battaglia,  Bonaparte impartiva gli ultimi
    ordini per rinforzare le batterie che sparavano sulla diga di  Auhest,
    e osservava gli uccisi e i feriti rimasti sul campo di battaglia.
    - "De beaux hommes!" [80. Bella gente!]  -  disse Napoleone, guardando
    un  granatiere  russo  caduto che,  con la faccia contro il suolo e la
    nuca annerita,  giaceva bocconi con un braccio  proteso  lontano,  gi
    irrigidito dalla morte.
    - "Les munitions des pices de position sont puises,  sire!" [81. Le
    munizioni per i pezzi in postazione sono finite,  sire!] -  gli  disse
    in quel momento un aiutante di campo che veniva dalle batterie puntate
    verso Auhest.
    - "Faites avancer celles de la rserve" [82. Fate portare quelle della
    riserva]  -  ordin Napoleone e,  fatti alcuni passi,  si ferm presso
    il principe Bolkonskij  che  giaceva  supino  accanto  all'asta  della
    bandiera, il cui drappo era stato preso dai Francesi come trofeo.
    -  "Voil  une  belle  mort"  [83.  Ecco  una  bella  morte]  -  disse
    Napoleone, guardando il principe Andrj.
    Il principe Andrj comprese che quelle parole si riferivano  a  lui  e
    che  chi  parlava  era Napoleone,  giacch aveva udito chiamare sire
    colui che le aveva pronunziate.  Ma le voci  gli  giungevano  come  il
    ronzio di una mosca.  Non solo non lo interessavano, ma vi bad appena
    e le dimentic subito.  La testa gli ardeva: sentiva di perdere sangue
    e vedeva sopra di s il cielo lontano, profondo e infinito. Sapeva che
    colui  che  parlava  era  Napoleone,  il suo eroe,  ma in quel momento
    Napoleone  gli   pareva   un   uomo   straordinariamente   piccolo   e
    insignificante,  a  paragone  con  ci  che stava accadendo tra la sua
    anima  e  quel  cielo  profondo  e  infinito  sul   quale   correvano,
    inseguendosi,  le nuvole. Gli era assolutamente indifferente chi fosse
    colui che era l e che cosa egli dicesse, era soltanto contento per il
    fatto che degli uomini gli si  fossero  fermati  vicino  e  desiderava
    soltanto  che  lo  aiutassero  a  ritornare alla vita,  che gli pareva
    adesso tanto bella giacch soltanto adesso  la  capiva  in  modo  cos
    diverso.  Raccolse  tutte  le  forze  che  gli restavano per muoversi,
    articolare un suono qualsiasi.  Agit un poco una gamba  ed  emise  un
    gemito debole e doloroso che impietos anche lui stesso.
    -  Oh,   vivo!   -  esclam Napoleone.   -  Sollevate da terra questo
    giovane, "ce jeune homme", e portatelo al posto di soccorso.
    Detto ci,  Napoleone si allontan,  movendo incontro  al  maresciallo
    Lannes che,  alzando il cappello,  sorridendo e congratulandosi per la
    vittoria, veniva verso l'imperatore.
    Il principe Andrj non ricord null'altro, perse i sensi per l'intenso
    dolore provato mentre lo  adagiavano  sulla  barella,  per  le  scosse
    inevitabili  durante  il trasporto e per l'esame doloroso della ferita
    al posto di medicazione.  Rinvenne soltanto alla fine  della  giornata
    quando,  con altri ufficiali russi feriti e prigionieri, venne portato
    all'ospedale. Durante questo secondo trasporto si sent meglio e fu in
    condizione di guardare attorno a s e di parlare.
    Le prime parole che  ud,  riavendosi,  furono  quelle  dell'ufficiale
    francese di scorta che diceva in fretta:
    -  Fermatevi  qui.  L'imperatore  passer  tra poco e gli far piacere
    vedere questi prigionieri.
    - Oggi ce ne sono tanti, quasi tutto l'esercito russo  prigioniero...
    e pu darsi che ormai si sia gi annoiato di vederne  -    obiett  un
    altro ufficiale.
    -  Be',  tuttavia...  Questo qui,  dicono,  comandava tutta la Guardia
    dell'imperatore Aleksndr  -  osserv il primo che  aveva  parlato,  e
    indic  un  ufficiale russo ferito nella bianca divisa della Guardia a
    cavallo.
    Bolkonskij riconobbe in lui il principe  Repnn  (84)  che  incontrava
    spesso nei salotti di Pietroburgo.  Accanto giaceva un altro ufficiale
    ferito della Guardia a cavallo, un ragazzo di diciannove anni.
    Bonaparte, sopraggiunto al galoppo, ferm il cavallo.
    - Chi  il superiore in grado?  -  chiese,  alla vista dei prigionieri
    .
    Gli fu nominato il colonnello principe Repnn.
    -  Voi  comandavate  la Guardia dell'imperatore Aleksndr?   -  chiese
    Napoleone.
    - Comandavo solo uno squadrone  -  rispose Repnn.
    - Il vostro reggimento ha compiuto con onore il proprio dovere.
    - La lode di un grande capitano  il premio migliore per un soldato  -
    rispose Repnn.
    - E ve la faccio con piacere  -  disse Napoleone, e aggiunse:  - Chi 
    questo giovane accanto a voi?
    Il principe Repnn fece il  nome  del  tenente  Suchtelen  (85).  Dopo
    averlo guardato, Napoleone disse sorridendo:
    -  "Il  est  venu bien jeune se frotter  nous" [86.  E' venuto troppo
    giovane a battersi con noi].
    - La giovinezza non impedisce di aver coraggio  -   mormor  con  voce
    rotta Suchtelen.
    -  Magnifica  risposta!    -  esclam Napoleone.   -  Giovanotto,  voi
    andrete lontano.
    Il principe Andrj, messo in prima fila davanti all'imperatore in quel
    trofeo  di  prigionieri,   non  poteva  sfuggire   all'attenzione   di
    Napoleone.
    Ricordandosi,  evidentemente,  di averlo visto sul campo di battaglia,
    si rivolse a lui,  usando quello  stesso  appellativo  di  giovanotto,
    "jeune  homme",  insieme  con  il  quale  Bolkonskij  gli  era rimasto
    impresso nella memoria.
    - "Et vous,  jeune homme?"  -  chiese volgendosi a lui.   -   Come  vi
    sentite,  "mon brave?" [87.  E voi,  giovanotto?  Come vi sentite, mio
    coraggioso?].
    Bench cinque minuti prima il principe Andrj fosse stato in grado  di
    poter  dire  alcune  parole ai soldati che l'avevano portato l,  ora,
    fissando gli occhi di Napoleone,  taceva...  In quel momento tutti gli
    interessi  che preoccupavano Napoleone gli parevano cos meschini e il
    suo eroe stesso con la sua piccola ambizione, con quella sua gioia per
    la vittoria,  cos insignificante a confronto con quel profondo cielo,
    giusto e buono, da lui veduto e compreso, che non pot rispondergli.
    Tutto  ora  gli  sembrava  inutile  e  piccolo  di  fronte al severo e
    maestoso slancio del pensiero suscitato in lui  dalla  debolezza,  dal
    dolore  fisico,  dalla  perdita  di  sangue  e dall'attesa della morte
    vicina.  Guardando negli occhi Napoleone,  il principe Andrj  pensava
    alla  vanit  della  grandezza,  alla vanit della vita di cui nessuno
    poteva capire il significato,  alla vanit  ancora  pi  grande  della
    morte di cui nessuno tra i vivi poteva intendere e spiegare il senso.
    L'imperatore,  senza  aspettare  la  risposta,  si volt e,  mentre si
    allontanava, ordin a un ufficiale superiore:
    - Si abbiano per questi signori le massime cure,  siano portati al mio
    bivacco.  Voglio che il mio dottor Larrey (88) esamini le loro ferite.
    Arrivederci, principe Repnn!  -  e,  spronato il cavallo,  se ne and
    al galoppo.
    Sul suo viso splendevano la soddisfazione di se stesso e la felicit.
    I soldati che avevano trasportato il principe Andrj e che gli avevano
    tolto  la piccola immagine d'oro che la principessina Mrija gli aveva
    messo al collo (89),  costatata la benevolenza  con  cui  l'imperatore
    aveva trattato il prigioniero, si affrettarono a restituirgliela.
    Il principe Andrj non vide chi gliela aveva rimessa n come, ma sopra
    l'uniforme,   sul  petto,  era  ricomparsa,  tutto  a  un  tratto,  la
    medaglietta appesa alla sottile catenina d'oro.
    Come  sarebbe   bello,   pens   il   principe   Andrj,   guardando
    quell'immagine che con tanta commozione e affetto la sorella gli aveva
    messo  al  collo,  come  sarebbe  bello se tutto fosse cos limpido e
    semplice come sembra alla principessina  Mrija!  Come  sarebbe  bello
    sapere  dov' possibile cercare aiuto in questa vita e cosa ci aspetta
    quando essa    finita,  l  oltre  la  tomba!  Come  sarei  felice  e
    tranquillo se ora potessi dire: Signore, perdonami! Ma a chi lo direi?
    La  forza  indefinita,  incomprensibile,  inaccessibile alla quale non
    posso rivolgermi,  ma che neppure so esprimere a  parole,    il  gran
    Tutto o il Nulla?, diceva a se stesso. Oppure  quel Dio cucito qui,
    in questo amuleto datomi dalla principessina Mrija? Nulla, nulla vi 
    di certo all'infuori della vanit di ci che posso comprendere e della
    maest di qualcosa di incomprensibile e di troppo grande!.
    Le   barelle   si  mossero.   Ogni  scossa  gli  procurava  un  dolore
    insopportabile;  la febbre era salita,  ed egli cominciava a delirare.
    Il  pensiero del padre,  della moglie,  della sorella,  del figlio che
    doveva  nascere,   della  tenerezza  provata  la  notte  prima   della
    battaglia, la figura del piccolo, insignificante Napoleone, e su tutto
    ci  il  cielo profondo e infinito,  costituivano le visioni confuse e
    vaghe del suo delirio.
    Gli si affacciarono alla mente la vita tranquilla e la dolce  felicit
    familiare di Lissia-Gori.  E gi godeva di quella felicit,  quando, a
    un tratto,  ecco comparire il piccolo Napoleone  con  il  suo  sguardo
    indifferente,  limitato  e  felice  della sventura altrui,  e allora i
    dubbi,  le sofferenze ritornavano,  e  soltanto  il  cielo  prometteva
    tranquillit   e  pace.   Verso  il  mattino  tutti  questi  sogni  si
    mescolarono e si confusero nel caos e  nelle  tenebre  del  delirio  e
    dell'incoscienza che, secondo il parere dello stesso Larrey, medico di
    Napoleone,  sarebbero  finiti  con  la  morte  piuttosto  che  con  la
    guarigione.
    - "C'est un sujet nerveux et bilieux"  -  disse Larrey,   -  "il  n'en
    rchappera  pas"  [90.  E'  un  soggetto nervoso e bilioso;  non se la
    caver].
    Insieme con gli altri feriti  in  condizioni  disperate,  il  principe
    Andrj fu affidato alle cure degli abitanti del luogo.


















    NOTE.

    N. 10. Diminutivo di Elena.
    N.  11.  Sergj Kuzmic' Vjazmitinov (1749-1819). Generale di fanteria,
    fu vicepresidente del Consiglio di guerra dal 1802, poi ministro della
    guerra.  Dal 1805 al 1811 fu  governatore  di  Pietroburgo,  nel  1812
    ministro della polizia e, lo stesso anno, presidente del Consiglio dei
    ministri.
    N. 26. Era usanza che la donna baciasse il capo dell'uomo che le stava
    baciando la mano.
    N. 29. Sic.
    N.  42.  "Petits enfants, allez coucher, dormir". (Ragazzini, andate a
    letto a dormire).
    N.  43.  Arnauti    una  denominazione,  di  origine  turca,  della
    popolazione  albanese.  In  Russia  venivano  denominati arnauti gli
    albanesi d'origine  che  abitavano  nel  distretto  di  Izmail,  nella
    Bessarabia.
    N.  44.  Ptr  Petrovic'  Dolgorukov (1771-1806).  Mandato in missione
    presso Napoleone prima della battaglia di Austerlitz,  convinto  della
    supremazia russa,  favor il precipitare degli avvenimenti. Durante la
    battaglia di Austerlitz comandava la fanteria del corpo di Bagratin.
    N.   45.   Karl  Philipp  Schwarzenberg  (1771-1820)   feldmaresciallo
    austriaco,   comandante  degli  alleati  contro  Napoleone.   Tra  gli
    incarichi diplomatici che ebbe,  vi fu anche  quello  di  trattare  le
    nozze del Bonaparte con Maria Luisa Asburgo.
    N.  46.  Arkadij  Ivnovic' Markv (1747-1827),  diplomatico russo che
    prest servizio sotto  Caterina  Seconda,  Paolo  Primo  e  Alessandro
    Primo.  Negli  anni  1801-1803  fu ambasciatore a Parigi,  che dovette
    lasciare perch risultato sgradito a Napoleone.
    N.  47.  Adam Ciartoritzskij (1770-1861),  di origine polacca,  fu una
    figura  eminente  non  solo  del  mondo  russo,  ma  anche  di  quello
    internazionale europeo. Opera sua  la politica ostile a Napoleone del
    governo russo durante la quarta coalizione.  Dopo la pace  di  Tilsit,
    lasci la Russia e si ritir in Polonia, curandone gli interessi.
    N. 49. "Allez allez!" (Andate, andate!).
    N. 52. Jakov Vasslevic' Villiers (1765-1854), barone russo di origini
    scozzesi,   medico   celebre.   Dal   1809   al   1838  fu  presidente
    dell'Accademia medico-chirurgica.
    N.  53.  Anne-Jean-Marie-Ren Savary  (1774-1833),  nominato  duca  di
    Rovigo dopo la battaglia di Friedland (1807).  Fu aiutante di campo di
    Napoleone in Egitto e a Marengo; divenuto colonnello della gendarmeria
    popolare assunse anche il ruolo di capo della  polizia  segreta.  Dopo
    aver  guidato  l'armata  spagnola,  succedette  a Fouch nel 1810 come
    responsabile del ministero della  polizia.  Durante  la  monarchia  di
    Luglio fu comandante in capo in Algeria. Redasse interessanti "Memorie
    per  servire  alla  storia dell'imperatore Napoleone",  pubblicate nel
    1828.
    N. 54. Com' noto,  i Russi rifiutarono fino al 1919 di riconoscere la
    riforma  del  calendario stabilita da papa Gregorio Tredicesimo (1502-
    1585;  papa dal 1572) con la bolla Inter gravissimas del  1582.  Una
    delle  conseguenze pi vistose della riforma gregoriana del calendario
    fu la soppressione  dei  giorni  5-14  ottobre  1582.  Alle  datazioni
    ortodosse  di  Tolstj,   per  avere  la  datazione  del  calendario
    occidentale,  bisogna  aggiungere  perci  12  giorni.  E  infatti  la
    battaglia di Austerlitz di cui si parla in queste pagine ebbe luogo il
    2 dicembre 1805.
    N. 55. Max Wimpfen (1770-1807), generale austriaco, aggregato nel 1805
    allo Stato maggiore di Kutuzv.
    N.  56. Alexander F., conte di Langeron (1763-1831), dopo essere stato
    ufficiale regalista francese,  nel 1789 pass a servizio della Russia,
    per  la  quale  prese  parte  alle  guerre  contro  i  Turchi e contro
    Napoleone. A Odessa conobbe A. S. Puskin.
    N.   57.   Johann  Joseph,   principe  di  Liechtenstein  (1760-1836),
    feldmaresciallo austriaco. Diresse i negoziati che portarono alla pace
    di Presburgo (1805) e firm per l'Austria il trattato di Schnbrunn.
    N.  58.  Friedrich Ludwig, principe di Hohenlohe (1746-1818), generale
    di origini prussiane, partecip alle battaglie di Austerlitz e Jena.
    N. 59. Si tratta di Ignatij Jakovlevic' Przebyscevskij (n.  1775),  il
    quale  prese  parte alla battaglia di Austerlitz come comandante della
    terza colonna dell'esercito russo.  Fatto prigioniero,  al suo ritorno
    in  patria  venne  processato  e  degradato  a soldato semplice per la
    durata di  un  mese,  trascorso  il  quale  decise  di  ritirarsi  dal
    servizio.
    N.  61.  Michal  Andrevic'  Milordovic'' (1771-1825) partecip alla
    guerra russo-turca e a tutte le campagne napoleoniche.  Fu governatore
    di  Pietroburgo  e  cadde per le ferite infertegli dai ribelli durante
    l'insurrezione decabrista.
    N.   62.   Aleksj  Andrevic'  Arakceev  (1769-1834),   generale   di
    artiglieria,  favorito di Alessandro Primo,  fu ministro della guerra.
    Noto per la sua durezza e la sua crudelt.
    N.  72.  "Quandoque bonus dormitat Homerus!".  Qui,  e in pochi  altri
    casi,  il  Tolstj  ha  una  disattenzione e descrive come grigi gli
    occhi dell'imperatore,  che descrive invece come azzurri  nel  corso
    della rivista (confronta capitolo 10) e altrove.
    N. 73. Pter Michilovic' Volkonskij (1776-1852), generale-aiutante di
    campo di Alessandro Primo. Si distinse nella battaglia di Austerlitz.
    N. 74. Pavel Aleksndrovic' Stroganov (1774-1817), amico d'infanzia di
    Alessandro Primo e,  in seguito, suo aiutante di campo. Partecip alla
    battaglia di Austerlitz,  fu a  Londra  con  incarichi  diplomatici  e
    infine si distinse a Borodin.
    N.  76.  Fdor  Petrovic'  Uvarov (1770-1824) protesse la ritirata dei
    Russi ad Austerlitz con la  cavalleria.  Combatt  anche  a  Borodin.
    Partecip a tutte le campagne contro Napoleone.
    N. 78. Misura pari a circa un ettaro.
    N.  79.  Krl  Fdorovic'  von  Toll (1777-1842),  traduttore in russo
    dell'ordine di operazioni di Weirother, che pervenne ai vari comandi a
    battaglia gi iniziata.  Capo di Stato maggiore  nel  1830,  partecip
    nello stesso anno alla repressione dell'insurrezione polacca.
    N.  84.  Nikolj Grigorevic' Repnn (1778-1833),  principe, generale e
    aiutante di campo.  Ferito al petto e alla testa ad Austerlitz,  venne
    fatto  prigioniero con soli 18 uomini del suo celebre quarto squadrone
    di cavalleria della Guardia.
    N.  85.  Pavel Petrovic'  Suchtelen  (1788-1833),  conte,  generale  e
    aiutante  di  campo.  Ad  Austerlitz  ricopriva  il grado di cornetta;
    ferito e fatto prigioniero, ritorn patria nel 1806.
    N.  88.  Dominique-Jean Larrey  (1766-1842),  barone,  pioniere  della
    chirurgia  francese  e  medico personale di Napoleone,  che accompagn
    anche a Waterloo dove venne  ferito.  Lasci  numerose  memorie  delle
    campagne  militari  a  cui  partecip,  oltre  a diverse pubblicazioni
    scientifiche.
    N.  89.  Un'altra distrazione del Tolstj!  Confronta nel capitolo  25
    della  Parte  prima  una  diversa descrizione della piccola immagine
    donata ad Andrj da sua sorella Mrija.

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