
    Lev Nikolevic' Toltj.
    FIABE E RACCONTI.
    EDIZIONI PAOLINE s.r.l. 1987.


    INDICE.

    Presentazione: pagina 6.

    LE PIU' BELLE FAVOLE: pagina 10.
    1. Il leone e il topo.
    2. Lo scoiattolo e il lupo.
    3. Il topo sotto il granaio.
    4. Il lupo e la vecchia.
    5. L'asino e il cavallo.
    6. Il cervo.
    7. Il falco e il gallo.
    8. Gli sciacalli e l'elefante.
    9. L'airone, i pesci e il gambero.
    10. Il riccio e la lepre.
    11. L'asino selvatico e l'asino domestico.
    12. La lepre e il cane da caccia.
    13. Il leone e la volpe.
    14. Il cervo e la vigna.
    15. Il leone, il lupo e la volpe.
    16. Il lupo e l'agnello.
    17. Il corvo e i suoi piccoli.

    APOLOGHI MORALI: pagina 27.
    1.Il vecchio nonno e il nipotino.
    2. Il vignaiolo e i figli.
    3. Un'eredit in parti uguali.
    4. Il padre e i figli.
    5. I due compagni.
    6. Il re e la camicia.
    7. Il vecchio e la morte.
    8. Il giudice giusto.

    RACCONTI POPOLARI: pagina 39.
    1. Il figlio dotto.
    2. Il contadino e i cetrioli.
    3. I due fratelli.
    4. I due mercanti.
    5. Come un contadino spart un'oca.
    6. Il contadino e lo spirito delle acque.
    7. L'abito nuovo del re.
    8. Pietro Primo e il contadino.

    LEGGENDE DELLA MADRE RUSSIA: pagina 53.
    1. Svjatogr, l'eroe.
    2. Sat e Don.
    3. Sudoma.
    4. Volga e Vazuza.
    5. Mikuluska Seljaninovic.

    STORIA E MITO: pagina 62.
    1. La fondazione di Roma.
    2. Le oche salvarono Roma.
    3. Policrate di Samo.
    4. Maghns e la calamita.
    5. I bachi da seta arrivano a Buchara
    6. La principessa dai capelli d'oro.

    RICORDI DELL'INFANZIA: pagina 76.
    1. Il gattino.
    2. Zivck, il passero addomesticato.
    3. Temporale nel bosco.
    4. Come la zia impar a cucire.
    5. Il trovatello.
    6. In che modo imparai a cavalcare.
    7. La mia prima lepre.
    8. La famiglia del soldato.

    VITA DELLE PIANTE E DEGLI ANIMALI: pagina 102.
    1. Il ciliegio selvatico.
    2. Il giunco e l'olivo.
    3. Il vecchio pioppo.
    4. Gli alberi di melo.
    5. Gli alberi camminano.
    6. I bachi da seta.
    7. Il vecchio lupo istruisce suo figlio.
    8. L'aquila.
    9. Il passero e le rondini.
    10. L'elefante.

    SCENE DAL VERO: pagina 121.
    1. La bimba e i funghi.
    2. I cani dei pompieri.
    3. Il cane arrabbiato.
    4. Il leone e il cagnolino.
    5. Il pescecane.
    6. Il tuffo in mare.
    7. Il servizio militare.
    8. Viaggio in pallone.
















    PRESENTAZIONE.

    I racconti che stai per leggere,  caro piccolo amico,  furono  scritti
    pi  di  cento  anni  fa  da  un  grande scrittore russo,  che gi era
    ammirato  in  tutta  l'Europa  perch  aveva  scritto  un  grandissimo
    romanzo,  intitolato  "Guerra  e  Pace".  L'autore  si chiamava Lev (=
    Leone) Tolstj, conte di Jsnaja Poljana.

    Quest'uomo  era  dunque  famoso,  nobile  e  ricco;  aveva  combattuto
    eroicamente nel Caucaso,  aveva ricoperto importanti cariche pubbliche
    e possedeva molte terre. Ma, a differenza di altri proprietari del suo
    tempo,  era tanto generoso e amante della  giustizia  che  cominci  a
    liberare i suoi servi e a spartire i terreni fra i suoi contadini.

    Avrebbe anche voluto che tutti potessero istruirsi: sapeva infatti che
    nulla avrebbe giovato essere liberi dalla schiavit della terra, se si
    restava schiavi dell'ignoranza. Ma sapeva pure che, a quel tempo, solo
    i suoi figli potevano studiare (ne aveva tredici: una bella scolaresca
    per  i  precettori di famiglia!).  Tutti gli altri ragazzi del paese -
    figli di contadini e di poveri  artigiani  -  non  potevano  andare  a
    scuola:, anche se avessero voluto. Perch? Forse perch erano poveri e
    dovevano lavorare? S, anche per questo; ma specialmente perch... non
    esistevano  ancora  le  scuole  pubbliche.  I nobili istruivano i loro
    bambini chiamando in casa maestri e precettori,  gli altri  crescevano
    senza  saper leggere n scrivere: restavano analfabeti.  Leone Tolstj
    decise di aprire una scuola pubblica per i figli dei contadini;  e lui
    stesso si fece maestro,  aiutato da parenti e amici. Ma... i sillabari
    e i libri di lettura,  dove trovarli?  Nessuna  libreria  ne  vendeva.
    Tolstj decise allora di scriverli egli stesso,  e ne prepar quattro,
    per le classi elementari. Cos,  nell'anno scolastico 1872,  i bambini
    di  Jsnaja  Poljana  cominciarono  a  frequentare la scuola del conte
    Tolstj,  a compitare e a leggere i primi racconti che l'autore  aveva
    fatto stampare a proprie spese in quell'anno.

    Egli sperava che tutti ne avrebbero poi approfittato. Scriveva infatti
    nella  presentazione  ai  "Libri  Russi  di  Lettura":    Ecco  quali
    sarebbero i miei sogni ambiziosi: che  per  due  generazioni  tutti  i
    ragazzi  russi,  da  quelli  della  famiglia  imperiale  a  quelli dei
    contadini, vengano formati da questi libri e da essi ricevano le prime
    poetiche impressioni,  cosicch io,  avendoli  scritti,  possa  morire
    tranquillo.

    In verit,  non solo due ma forse venti generazioni,  ossia milioni di
    ragazzi,   riceveranno  le  prime  poetiche  impressioni  da  questi
    racconti,  che  l'autore ha prodotti,  distillandoli come il miele dal
    fiore  della  letteratura  di  ogni  paese.   Le   favole   di   Esopo
    (antichissimo  poeta  greco) e quelle del francese La Fontaine,  o dei
    tedeschi Fratelli Grimm, cos come i racconti della storia romana e le
    leggende della vecchia Russia,  sono stati riscritti dal  Tolstj  con
    parole  facili  e stile semplice,  perch tutti potessero capirli.  Ai
    racconti fantastici,  l'autore aggiunse fatti veri che aveva letti sui
    giornali,  e  poi  descrizioni  della natura - la vita della campagna,
    delle piante e  degli  animali  -  e  soprattutto  commoventi  ricordi
    d'infanzia,  vissuti  da  lui  bambino  o dai parenti o dai poveri che
    aveva conosciuto.

    Questi ricordi lo riempivano di tenerezza,  perch gli rammentavano la
    sua  infanzia  passata  insieme alle zie e ai numerosi cugini,  che lo
    avevano educato quando era rimasto orfano.  Infatti Leone Tolstj  era
    cresciuto senza i genitori: la sua mamma,  la bella principessa Marija
    Volkonskaja,  era morta quando lui aveva  due  anni;  il  pap,  conte
    Nikolaj,  lo aveva lasciato all'et di nove.  Per questo l'autore,  da
    anziano,  amava tanto i bambini e voleva che tutti vedessero in lui un
    amico, pi che un maestro.

    E insieme con loro inventava anche nuovi racconti: narrava loro quelli
    che aveva appena scritti,  per sentire se erano piaciuti,  e si faceva
    raccontare dai ragazzi le storie che avevano sentite dai nonni,  e poi
    le  scriveva  in bella forma.  Cos tutti insieme creavano ogni giorno
    quel tesoro che doveva servire appunto a migliaia e a milioni di altri
    bambini.

    Anche tu sei uno di questi,  caro amico,  e ti auguriamo di trovare in
    queste pagine, come i piccoli allievi di Tolstj, una scuola di nobili
    sentimenti e una limpida fonte di emozioni poetiche.













    LE PIU' BELLE FAVOLE.

    1.
    IL LEONE E IL TOPO.

    Il leone stava dormendo.  Un topolino pass di corsa sul suo corpo. Il
    leone si svegli  e  prese  il  topo.  La  bestiola  lo  scongiur  di
    lasciarlo andare e gli disse:
    - Se tu mi ridai la libert, io ti far del bene.
    Il  leone  si  mise a ridere all'idea che un topolino potesse fare del
    bene a lui, ma lo lasci andare.
    Accadde che poco dopo certi cacciatori catturassero proprio quel leone
    e lo legassero a un albero.  Il topolino ud i  ruggiti  della  belva,
    accorse, rosicchi la corda e disse:
    -  Ti  ricordi,  leone?  Avevi  riso  all'idea che io potessi renderti
    qualche servigio, e ora vedi che anche da un topo pu venire del bene.

    2.
    LO SCOIATTOLO E IL LUPO.

    Uno scoiattolo saltando di ramo in ramo cadde di peso su un  lupo  che
    dormiva.
    Il lupo si svegli e,  afferratolo, voleva mangiarlo, ma lo scoiattolo
    lo supplic:
    - Lasciami andare...
    - Bene,  - rispose il lupo - per questa volta ti lascer andare,  per
    mi devi dire perch voi scoiattoli siete sempre cos allegri.  Io sono
    sempre triste e,  quando vi guardo,  voi lass non fate che saltare  e
    giocare.
    Lo scoiattolo rispose:
    - Lasciami prima andare sull'albero e di l te lo dir,  altrimenti ho
    troppa paura di te.
    Il lupo lo lasci libero;  lo scoiattolo si  arrampic  sull'albero  e
    dall'alto gli disse:
    - Tu sei triste e annoiato,  perch sei cattivo.  La tua cattiveria ti
    brucia il cuore.  Invece noi siamo felici,  perch siamo buoni  e  non
    facciamo del male a nessuno.

    3.
    IL TOPO SOTTO IL GRANAIO.

    Un  topo  viveva sotto un granaio.  Nel pavimento del granaio c'era un
    forellino,  e dal forellino scendeva,  a chicchi,  il grano.  Il  topo
    viveva  beato,  ma  volle  vantarsi  del  suo benessere.  Rosicchiando
    allarg il buco e invit gli altri topi a venire da lui.
    - Venite a trovarmi - disse. - Vi tratter a dovere.  Ci sar cibo per
    tutti.
    Ma quando condusse l i topi,  si avvide che il buco non c'era pi. Il
    contadino aveva notato quel grosso  foro  nel  pavimento  e  lo  aveva
    tappato.

    4.
    IL LUPO E LA VECCHIA.

    Un lupo affamato era in cerca di preda. Al limite di un villaggio ud,
    dentro una casa, un bimbo che piangeva e una vecchia che gli diceva:
    - Se non smetti di piangere ti dar al lupo.
    Il  lupo  non  prosegu e aspett che gli dessero il bambino.  Cal la
    notte,  lui continuava ad aspettare.  Ed ecco che sent la vecchia che
    diceva:
    - Non piangere,  piccolino,  non ti dar al lupo. Se il lupo viene, lo
    uccideremo.
    Il lupo, allora,  pens: Si vede proprio che qui dicono una cosa e ne
    fanno un'altra.
    E se ne and via dal villaggio.

    5.
    L'ASINO E IL CAVALLO.

    Un  uomo  aveva un asino e un cavallo.  Mentre camminavano insieme per
    strada, disse l'asino al cavallo:
    - Mi pesa troppo,  non posso portare tutta questa  roba!  Prendine  tu
    almeno un po'!
    Il cavallo non gli diede ascolto.  Per la fatica l'asino cadde e mor.
    Quando il padrone ebbe caricato sul cavallo la soma  dell'asino  e  in
    pi la pelle, gemette allora il cavallo.
    -  O che guaio,  poveraccio me!  Come sono disgraziato!  Non ho voluto
    dare un piccolo aiuto all'asino e ora porto io tutto il carico e,  per
    di pi, la sua pelle!

    6.
    IL CERVO.

    Un  cervo  si  avvicin  al  fiume  per  bere,  vide nell'acqua la sua
    immagine e prese a rallegrarsi delle sue corna,  cos grandi e ramose;
    ma quando si guard le zampe disse:
    - Ma come sono esili e malfatte le mie zampe!
    A  un  tratto  salta  fuori un leone e si slancia contro il cervo.  Il
    cervo si precipita al galoppo per la pianura.  Riesce  a  sfuggire  al
    leone,  ma  quando  s'inoltra  nel bosco,  s'impiglia con le corna nei
    cespugli,  e il leone lo acchiappa.  Mentre sta per  morire  il  cervo
    dice:
    -  Sciocco  che ero!  Quelle zampe che credevo esili e brutte mi hanno
    salvato, e le corna di cui tanto mi rallegravo mi hanno perduto.

    7.
    IL FALCO E IL GALLO.

    Un falco era stato addomesticato e andava a  posarsi  sulla  mano  del
    padrone quando questi lo chiamava; il gallo, invece, quando il padrone
    gli si avvicinava, scappava e starnazzava. Disse il falco al gallo:
    -  Voi  altri  galli non conoscete la gratitudine;  siete una razza di
    servi. Solo quando avete fame vi avvicinate ai padroni.  Noi,  uccelli
    selvatici,  siamo  ben  altra  cosa;  noi,  che  abbiamo tanta forza e
    possiamo volare pi veloci di tutti,  non fuggiamo dagli uomini,  anzi
    andiamo  a  posarci  sulla  loro  mano  quando  ci  chiamano.  Noi non
    dimentichiamo che ci dnno da mangiare.
    Rispose il gallo:
    - Voi non fuggite gli uomini perch  non  avete  mai  visto  un  falco
    arrosto, mentre noi, di galli arrosto, ne vediamo continuamente.

    8.
    GLI SCIACALLI E L'ELEFANTE.

    Gli  sciacalli  avevano  mangiato tutte le carogne della foresta e non
    avevano pi niente da mangiare.  Un vecchio sciacallo escogit  allora
    il modo di sfamarsi. And dall'elefante e gli disse:
    -  Noi  avevamo  un  re,  ma  aveva  preso delle cattive abitudini: ci
    ordinava di fare certe  cose  che  non  era  possibile  eseguire.  Ora
    vogliamo  sceglierci  un  altro  re,  e  il mio popolo mi ha mandato a
    pregarti di diventare tu il nostro re.  Da noi si vive bene: tutto ci
    che  ordinerai  noi  lo faremo e ti renderemo sempre onore.  Vieni nel
    nostro regno!
    L'elefante acconsent e segu lo sciacallo.  Lo sciacallo lo  condusse
    in una palude.  Quando l'elefante fu ben impantanato, lo sciacallo gli
    disse:
    - Ora comanda: ci che ordinerai, noi faremo.
    Rispose l'elefante:
    - Ordino di tirarmi fuori di qui!
    Lo sciacallo si mise a ridere, e disse:
    - Attaccati alla mia coda con la proboscide: ti tiro fuori subito.
    Ribatt l'elefante:
    - Com' possibile che con la coda tu possa tirarmi fuori?
    E lo sciacallo di rimando:
    - Perch dunque di ordini che non si possono  eseguire?  Proprio  per
    questo  abbiamo scacciato il re di prima,  perch ci comandava di fare
    cose che non si potevano eseguire.
    Non appena l'elefante mor nella palude, arrivarono gli sciacalli e lo
    divorarono.

    9.
    L'AIRONE, I PESCI E IL GAMBERO.

    Un airone che viveva presso uno stagno si  era  fatto  vecchio  e  non
    aveva pi forza per prendere i pesci.  Cominci allora a escogitare un
    modo per sopravvivere con l'astuzia. E disse ai pesci:
    - Voi non sapete, o pesci,  quale sventura vi attende: ho sentito dire
    dagli  uomini  che vogliono prosciugare lo stagno per pigliarvi tutti.
    Ma io so che l, dietro quell'altura, c' un bellissimo stagno.  Io vi
    aiuterei, ma sono vecchio e mi  fatica volare.
    I pesci cominciarono allora a pregare l'airone che li aiutasse.
    Disse l'airone:
    - D'accordo,  far uno sforzo e vi trasporter;  tutti insieme,  per,
    non posso. Vi porter uno alla volta.
    I pesci furono contenti e supplicavano:
    - Porta me, porta me!
    E l'airone inizi il trasporto: ne prendeva uno,  lo portava nel campo
    e lo divorava. E in questo modo ingoi un gran numero di pesci.
    Abitava  in  quello  stagno anche un vecchio gambero.  Quando l'airone
    aveva cominciato a portare via i pesci, il gambero,  che aveva fiutato
    l'imbroglio, disse:
    - Ora, airone, porta anche me nella nuova dimora.
    L'airone prese il gambero e lo port via.  Allorch si trov sul campo
    volle scagliare il gambero a terra, ma il gambero,  che aveva veduto i
    resti dei pesci sparsi qua e l,  afferr con le sue tenaglie l'airone
    per il collo e lo strozz.  Poi da solo si trascin di nuovo sino allo
    stagno e raccont ogni cosa ai pesci.

    10.
    IL RICCIO E LA LEPRE.

    La lepre incontr il riccio e gli disse:
    -  Saresti  bello,  riccio,  se  non  avessi  quelle  zampe storte che
    s'impigliano sempre l'una nell'altra.
    Il riccio s'infuri e rispose:
    - Che cos'hai da ridere di me?  Le mie zampe  storte  corrono  pi  in
    fretta  delle tue che sono diritte.  Lascia solo che io prima passi da
    casa, e poi vedremo chi corre di pi.
    Il riccio and a casa e disse alla moglie:
    - Ho litigato con la lepre: vogliamo fare una gara di corsa!
    Rispose la moglie del riccio:
    - Si vede proprio che sei impazzito!  Come puoi fare una gara di corsa
    con la lepre? Lei ha le zampe svelte e tu le hai storte e pesanti.
    Ribatt il riccio:
    - Se lei ha svelte le gambe, io ho svelto il cervello. Tu fa' soltanto
    quello che ti dir io. Andiamo nel campo.
    Ed ecco che giunsero nel campo arato dove attendeva la lepre. Disse il
    riccio alla moglie:
    -  Nasconditi  all'estremit di questo solco;  io e la lepre partiremo
    dall'altra estremit;  quando lei avr preso  a  correre,  io  torner
    indietro e quando arriver dove ci sei tu, salta fuori e dille: E' un
    pezzo che t'aspetto!.  Lei non ti distinguer da me e creder che sia
    io.
    La moglie del riccio si nascose nel solco,  e il  riccio  e  la  lepre
    iniziarono la corsa dall'altra estremit.
    Non  appena  la  lepre  si fu lanciata,  il riccio torn indietro e si
    nascose nel solco.  La lepre arriv al galoppo all'altra estremit: ma
    guarda  un po'!  la moglie del riccio si trovava gi l.  Essa vide la
    lepre e disse:
    - E' un po' che sono qui ad aspettarti!
    La lepre non distinse la moglie del riccio dal marito e pens: Questo
     un miracolo! Come ha fatto a passarmi davanti?.
    - Be', disse - facciamo un'altra corsa.
    - Facciamola!
    La lepre torn indietro e raggiunse velocemente l'altra estremit  del
    solco e, guarda un po'... il riccio  gi l e le dice:
    -  Ehi,  cara  mia,  arrivi  solo  adesso?  E'  un  pezzo  che  ti sto
    aspettando.
    Questo  un miracolo!  pensa la lepre.  Ho corso svelta,  eppure mi
    ha sorpassata!.
    - Be' riproviamo ancora una volta. Vedrai che non mi sorpasserai pi.
    - Riproviamo pure!
    Si  slanci la lepre con quanto fiato aveva e...  guarda un po'...  il
    riccio  gi l che aspetta.
    E cos la lepre galopp da un'estremit all'altra del solco sino a che
    le mancarono le forze.  Alla fine si arrese e disse che per  l'innanzi
    non avrebbe mai pi fatto scommesse.

    11.
    L'ASINO SELVATICO E L'ASINO DOMESTICO.

    Un asino selvatico vide un asino domestico,  gli si avvicin e si mise
    a lodarlo per la sua bella vita:  com'era  grasso,  e  che  buon  cibo
    doveva  ricevere!  Ma  poi,  quando  l'asino domestico fu caricato col
    basto,  e quando il conducente cominci a spronarlo con  il  randello,
    l'asino selvatico disse:
    - No,  fratello, ora non ti invidio pi: vedo che la tua vita ti costa
    sudore.

    12.
    LA LEPRE E IL CANE DA CACCIA.

    Una lepre disse una volta a un cane da caccia:
    - Perch abbai quando ci insegui?  Ci prenderesti  pi  in  fretta  se
    corressi  senza  gridare.  Con  il  tuo abbaiare non fai che spingerci
    verso il cacciatore; egli sente dove noi scappiamo,  ci corre incontro
    con il fucile, ci uccide e a te non d niente.
    Rispose il cane:
    - Non per questo io abbaio;  io abbaio soltanto perch quando sento il
    tuo odore, m'infurio, e nello stesso tempo mi rallegro perch sono sul
    punto di acchiapparti;  e neppure io so perch non  posso  trattenermi
    dall'abbaiare.

    13.
    IL LEONE E LA VOLPE.

    Un leone era tanto vecchio che non poteva pi cacciare, e allora pens
    al  modo  di  vivere  con l'astuzia: entr in una grotta,  si sdrai e
    finse di essere malato.  Cominciarono a presentarsi gli animali  della
    foresta per chiedere sue notizie, e il leone divorava tutti quelli che
    entravano nella grotta. Ma la volpe, che aveva fiutato l'imbroglio, si
    ferm all'imboccatura e disse:
    - Ebbene, leone, come va?
    Rispose il leone:
    - Male. Ma tu, perch non vieni dentro?
    E la volpe di rimando:
    - Non entro perch vedo che sono numerose le tracce di quelli che sono
    entrati, ma non vedo le tracce di quelli che sono usciti.

    14.
    IL CERVO E LA VIGNA.

    Un  cervo  si  nascose  ai  cacciatori in mezzo a una vigna.  Quando i
    cacciatori furono passati oltre,  il cervo si mise a brucare le foglie
    della vite.
    I  cacciatori notarono che le foglie si muovevano e pensarono: Che ci
    sia qualche bestia l in mezzo al fogliame?.  Spararono e ferirono il
    cervo.
    Allora il cervo disse, mentre stava per morire:
    - Me lo merito, perch ho voluto mangiare proprio quelle foglie che mi
    avevano salvato.

    15.
    IL LEONE, IL LUPO E LA VOLPE.

    Un vecchio leone se ne stava sdraiato in una grotta. Tutti gli animali
    venivano a visitare il loro re, e solo la volpe non si faceva viva. Il
    lupo  si  rallegr  dell'occasione per sparlare della volpe dinanzi al
    leone.
    - Quella - disse il lupo - non ti tiene in alcun conto.  Non   venuta
    neppure una volta a visitare il suo re.
    Aveva  appena  pronunziato queste parole che arriv la volpe.  Ud ci
    che il lupo aveva detto e pens:  Aspetta,  lupo,  mi  vendicher  di
    te!.
    Il leone rugg contro la volpe, ma questa gli disse:
    -  Non farmi punire,  leone;  permetti che ti dica una parola.  Se non
    sono venuta finora,  perch me n' mancato il tempo.  E il tempo mi 
    mancato  perch  sono corsa da tutte le parti a chiedere a un medico e
    all'altro una medicina per te. Soltanto ora l'ho trovata ed ecco, sono
    corsa a portartela.
    Disse il leone:
    - E di quale medicina si tratta?
    - Ecco qual : se tu scorticherai un lupo vivo e ti  metterai  addosso
    la sua pelle ancor calda...
    Non appena il leone si fu gettato sul lupo,  la volpe si mise a ridere
    e disse:
    - Ecco,  fratello: ai signori bisogna consigliare il  bene  e  non  il
    male.

    16.
    IL LUPO E L'AGNELLO.

    Un  lupo  vide  un  agnello  che si abbeverava al fiume.  Il lupo ebbe
    subito voglia di divorare l'agnello,  e cerc un pretesto per attaccar
    lite.
    - Tu - gli disse - hai intorbidito l'acqua, e non mi lasci bere!
    Rispose l'agnello:
    - Ah,  lupo, com' possibile che io ti intorbidi l'acqua? Vedi che sto
    pi in basso di te e bevo soltanto a fior di labbra!
    Ribatt il lupo:
    - Ebbene, perch l'estate scorsa hai insultato mio padre?
    Rispose l'agnello:
    - Ma io, lupo, l'estate scorsa non ero neppure nato!
    Allora il lupo s'arrabbi e disse:
    - Vuoi sempre avere tu  l'ultima  parola.  Allora  ti  dir  che  sono
    digiuno e che perci ti manger.

    17.
    IL CORVO E I SUOI PICCOLI.

    Un  corvo aveva fatto il nido su un'isola,  e quando i piccoli vennero
    alla luce esso  volle  trasportarli  a  uno  a  uno  dall'isola  sulla
    terraferma. Ne prese uno tra gli artigli e vol con lui sopra il mare.
    Quando il vecchio corvo si trov in mezzo al mare, si sent sfinito, e
    batteva le ali sempre pi lentamente. Pens:
    Ora  io  sono  forte  e lui debole e perci lo trasporto al di l del
    mare; ma quando lui sar grande e robusto,  e io mi trover indebolito
    per la vecchiaia, si ricorder delle mie fatiche e mi trasporter cos
    da un posto all'altro?.
    E il vecchio corvo chiese al suo piccolo:
    - Quando io sar debole e tu sarai forte,  mi porterai cos?  Dimmi la
    verit.
    Il piccolo corvo ebbe paura che il padre lo lasciasse cadere in mare e
    rispose:
    - Certo che ti porter!
    Ma il vecchio padre non credette al figlio,  apr  gli  artigli  e  lo
    lasci cadere. Il piccolo cadde come un batuffolo e affog. Il vecchio
    corvo  se  ne  torn da solo,  attraversando il mare,  alla sua isola.
    Prese un altro piccolo,  e lo port a volo al di sopra  del  mare.  Di
    nuovo,  allorch  fu  in mezzo al mare,  si sent sfinito e domand al
    figliolo se, quando fosse vecchio,  l'avrebbe portato cos da un posto
    all'altro.  Il  piccolo ebbe paura che il padre lo lasciasse cadere e,
    come l'altro rispose:
    - Certo che ti porter.
    Neppure a questo figlio credette il padre, e lo lasci cadere in mare.
    Allorch il vecchio corvo fu un'altra volta di ritorno  al  suo  nido,
    non  gli  restava  che un piccolo solo.  Lo afferr e con lui prese il
    volo sopra il  mare.  Allorch  giunse  a  met  cammino  e  si  sent
    spossato, gli domand:
    - Quando io sar vecchio,  mi darai da mangiare e mi trasporterai cos
    da un luogo all'altro?
    Rispose il piccolo:
    - No, non lo far.
    - E perch mai? gli chiese il padre.
    - Quando tu sarai vecchio e io sar grande, avr anch'io il mio nido e
    i miei piccoli, e dovr nutrire e trasportare i figli miei.
    Pens allora il vecchio corvo:
    Questo ha detto la verit: perci mi far forza e lo  trasporter  al
    di l del mare.
    E il vecchio corvo non lasci cadere il suo piccolo,  ma con le ultime
    forze che gli restavano riprese a battere le  ali  e  lo  port  sulla
    terraferma affinch anch'egli potesse costruire il suo nido e allevare
    i suoi figli.











    APOLOGHI MORALI.

    1.
    IL VECCHIO NONNO E IL NIPOTINO.

    Il nonno era molto vecchio.  Le gambe non lo reggevano,  gli occhi non
    vedevano, le orecchie non sentivano e denti in bocca non ne aveva pi.
    Quando mangiava perdeva la saliva. Il figlio e la nuora avevano smesso
    di farlo sedere a tavola con loro e gli portavano da  mangiare  dietro
    la stufa.  Gli mettevano il cibo in una scodella. Un giorno, mentre se
    la portava alla bocca, la scodella gli sfugg di mano, cadde a terra e
    si ruppe.  La nuora prese a inveire contro  il  vecchio  che  rovinava
    tutto  in  casa  e  aveva  rotto  la scodella e gli disse che d'ora in
    avanti gli avrebbe dato il cibo in una ciotola di  legno.  Il  vecchio
    sospir, ma non disse nulla.
    Una volta il contadino e sua moglie erano in casa e guardavano il loro
    figlioletto  che  armeggiava  in  terra  con certe tavolette di legno,
    cercando di unirle tra loro.
    - Che fai, Misa? - gli domand il padre.
    Rispose il bimbo:
    - Io, babbo, preparo una ciotola, e in questa ciotola,  quando tu e la
    mamma sarete vecchi, vi dar da mangiare.
    Il  contadino e la moglie si guardarono e cominciarono a piangere.  Si
    vergognarono di aver offeso il vecchio e da allora lo fecero sedere di
    nuovo alla loro tavola e si presero molta cura di lui.

    2.
    IL VIGNAIOLO E I FIGLI.

    Un vignaiolo voleva istruire i figli nel suo mestiere.  Quando  fu  in
    punto di morte li chiam a s e disse:
    - Ecco,  figlioli, allorch sar morto, cercate nella vigna ci che vi
    ho nascosto.
    I figli credettero che l vi fosse un tesoro e,  quando  il  padre  fu
    morto,  cominciarono  a  scavare  e  zapparono  tutto il terreno.  Non
    trovarono il tesoro,  ma avevano cos ben rivoltato la  terra  che  la
    vigna diede frutti molto pi abbondanti. Ed essi diventarono ricchi.

    3.
    UN'EREDITA' IN PARTI UGUALI.

    Un mercante aveva due figli. Il maggior era il prediletto del padre, e
    il padre voleva lasciare a lui tutta l'eredit. La madre si angustiava
    per  il  figlio minore,  e preg il marito di non dire ancora ai figli
    come avrebbe fatto le parti;  essa voleva riuscire in qualche  modo  a
    mettere  i  due  figli  nelle stesse condizioni.  Il mercante le diede
    ascolto e non manifest la sua decisione.
    Un giorno la madre,  seduta alla finestra,  piangeva;  si accost alla
    finestra un viandante e le chiese perch piangesse.
    Essa rispose:
    - Come potrei non piangere?  Tutti e due i figli per me sono uguali, e
    invece il padre vuole dare tutto a uno e niente all'altro.  Ho pregato
    mio marito di non rivelare la sua decisione ai figli sino a che io non
    avr  trovato il modo di aiutare il minore.  Ma non ho denaro e non so
    come fare.
    Rispose il viandante:
    - E' facile trovar rimedio al tuo dolore: va' dai  tuoi  figli  e  fa'
    loro  sapere che il padre lascer tutta la sua ricchezza al maggiore e
    niente al minore; e finiranno con l'avere parti uguali.
    Il figlio minore, quando seppe che non avrebbe avuto niente, part per
    paesi lontani e impar scienze e mestieri, mentre il maggiore continu
    a vivere nella casa paterna e non impar mai niente perch sapeva  che
    sarebbe stato ricco.
    Quando  il  padre mor,  il figlio maggiore non sapeva far niente e si
    mangi tutte le sue fortune; il minore,  invece,  che aveva imparato a
    guadagnarsi la vita in paesi lontani, divent ricco.

    4.
    IL PADRE E I FIGLI.

    Un  padre  raccomandava ai figli che vivessero d'accordo,  ma essi non
    gli davano ascolto. Il padre, un giorno,  si fece portare un fascio di
    ramoscelli e disse:
    - Spezzatelo!
    Per  quanti  sforzi  facessero,  i figli non vi riuscirono.  Allora il
    padre sciolse il fascio e ordin di spezzare i ramoscelli a uno a uno.
    E i figli facilmente spezzarono un rametto dopo l'altro.
    Disse allora il padre:
    - Cos  anche per voi: se resterete uniti, nessuno potr avere su voi
    il sopravvento;  se invece litigherete e vi  separerete,  chiunque  vi
    potr facilmente sopraffare.

    5.
    I DUE COMPAGNI.

    Due  compagni camminavano per un bosco quando balz fuori un orso.  Il
    primo si diede alla fuga,  si arrampic sopra un albero e  si  nascose
    tra i rami;  il secondo rimase sul sentiero.  Non gli restava altro da
    fare che buttarsi a terra e fingersi morto.
    L'orso gli si accost e prese ad annusarlo;  e l'uomo smise persino di
    respirare.
    L'orso gli fiut il viso, credette che fosse morto e si allontan.
    Quando  l'orso  fu  scomparso,  l'altro  compagno scese dall'albero e,
    mettendosi a ridere, disse:
    - Cosa ti ha detto l'orso all'orecchio?
    - Mi ha detto che valgono poco gli uomini  che  fuggono  nel  pericolo
    abbandonando i compagni.

    6.
    IL RE E LA CAMICIA.

    Un re era ammalato e disse ai suoi sudditi:
    - Dar met del mio regno a chi sapr guarirmi.
    Si  riunirono  tutti  i sapienti per trovare il modo di far guarire il
    re. Ma nessuno sapeva trovarlo.  Uno soltanto tra quei dotti disse che
    era possibile guarire il re. E spieg:
    -  Se  si  trova  un uomo felice,  gli si toglie la camicia,  la si fa
    indossare al re, e il re guarir.
    Subito il re mand gente per tutto il regno alla ricerca  di  un  uomo
    felice,  ma i messi viaggiarono a lungo, da ogni parte, senza riuscire
    a trovare un uomo felice.  Non  c'era  nessuno  che  fosse  del  tutto
    contento.  Chi  era ricco,  era ammalato;  chi era sano e anche ricco,
    aveva una cattiva moglie;  altri avevano cattivi figlioli.  Ognuno  si
    lamentava di questo e di quello.  Una volta il figlio del re, passando
    a tarda sera davanti a una casupola, ud l dentro un tale che diceva:
    - Ecco,  sia lodato Iddio:  oggi  ho  lavorato  e  ho  guadagnato,  ho
    mangiato e ora vado a dormire: di che altro ho bisogno?
    Il  figlio del re si rallegr,  e ordin che si togliesse a quell'uomo
    la camicia,  gli si desse in cambio quanto  denaro  voleva  e  che  si
    portasse  la  camicia al re.  I messi si recarono dall'uomo felice per
    togliergli la camicia;  ma quell'uomo felice era cos povero  che  non
    aveva indosso neppure la camicia.

    7.
    IL VECCHIO E LA MORTE.

    Un vecchio che era andato a far legna,  se l'era caricata sulle spalle
    per portarla a casa.  Ma doveva portarla lontano;  si sent  spossato,
    pos il suo carico ed esclam:
    - Ah, se venisse la morte!
    La morte venne e gli disse:
    - Eccomi qui, di che cosa hai bisogno?
    Il vecchio si spavent e rispose:
    - Che mi aiuti a sollevare il carico.

    8.
    IL GIUDICE GIUSTO.

    Un  re di Algeria,  Bauakas,  volle assicurarsi di persona se era vero
    ci che gli avevano detto,  che cio in una delle sue citt viveva  un
    giudice  giusto  che  sapeva subito riconoscere la verit,  e al quale
    nessun imbroglio poteva sfuggire.  Bauakas si travest da mercante e a
    cavallo   si  diresse  verso  la  citt  in  cui  viveva  il  giudice.
    All'entrata della citt gli si  avvicin  uno  storpio  e  gli  chiese
    l'elemosina. Bauakas gliela fece, e volle proseguire, ma lo storpio si
    afferr al suo abito.
    - Che cosa vuoi? - chiese Bauakas. - Non ti ho gi fatto l'elemosina?
    -  Me  l'hai  fatta,  s  -  rispose  lo storpio - ma fammi ancora una
    grazia.  Portami sul tuo cavallo sino alla piazza.  Ho timore di venir
    travolto per strada dai cavalli e dai cammelli.
    Bauakas  fece  sedere  lo storpio dietro di s e lo condusse sino alla
    piazza.  Sulla piazza Bauakas ferm il cavallo.  Ma il mendicante  non
    scese. Disse allora Bauakas:
    - Perch stai ancora l seduto? Scendi, siamo arrivati.
    Rispose il mendicante:
    - Perch dovrei scendere?  Il cavallo  mio.  E se non vuoi rendermelo
    con le buone, andiamo dal giudice.
    Intanto si era radunata attorno a loro molta folla  che  li  ascoltava
    discutere. Poi tutti gridarono:
    - Andate dal giudice, giudicher lui la faccenda.
    Bauakas  e lo storpio andarono dunque dal giudice.  In tribunale c'era
    folla,  e il giudice chiamava a turno  quelli  che  doveva  giudicare.
    Prima che venisse il turno di Bauakas, il giudice chiam un dotto e un
    contadino:  i  due  erano  in lite a causa di una donna.  Il contadino
    diceva che quella donna era sua moglie,  e il dotto diceva invece  che
    era  la  sua.  Il  giudice  li ascolt entrambi,  rimase un momento in
    silenzio e poi disse:
    - Lasciate qui da me questa donna, e voi tornate domani.
    Quando i due se ne furono andati, entrarono un macellaio e un mercante
    d'olio.  Il macellaio era tutto sporco di sangue,  l'altro tutto unto.
    Il  macellaio teneva in mano del denaro,  il mercante d'olio teneva il
    macellaio per un braccio. Disse il macellaio:
    - Io ho comperato  da  quest'uomo  dell'olio  e  ho  tirato  fuori  il
    borsellino  per  pagare,  e  lui  mi  ha  afferrato  la  mano e voleva
    prendermi il denaro.  Cos siamo venuti da te: io  tengo  in  mano  il
    borsellino, e lui tiene il mio braccio. Ma il denaro  mio, e lui  un
    ladro.
    Replic il mercante d'olio:
    -  Non    vero.  Il macellaio  venuto da me per comperare dell'olio.
    Quando gliene  ebbi  versato  una  brocca  piena,  egli  mi  preg  di
    cambiargli  una  moneta  d'oro.  Io tirai fuori i soldi e li posai sul
    banco;  allora lui li prese e tent di fuggire.  Io l'ho afferrato per
    un braccio e l'ho condotto sino qui.
    Il giudice rest un momento in silenzio e poi disse:
    - Lasciate il denaro qui e tornate domani.
    Quando  giunse  il turno di Bauakas e dello storpio,  Bauakas raccont
    com'erano andate le cose.  Il  giudice  ascolt  e  poi  interrog  il
    mendicante. Il mendicante disse:
    - Non  vero.  Io passavo a cavallo per la citt,  costui stava seduto
    in terra e mi preg di farlo salire.  L'ho fatto salire sul cavallo  e
    l'ho  condotto  dove  gli  occorre  andare.  Ma egli non ha pi voluto
    scendere e ha detto che il cavallo era suo. Non  vero.
    Il giudice riflett e poi disse:
    - Lasciate questo cavallo e tornate domani.
    L'indomani molta gente era radunata in tribunale per sentire  come  il
    giudice avrebbe sentenziato.
    Entrarono per primi il dotto e il contadino.
    -  Prenditi  tua  moglie  - disse il giudice al dotto - e al contadino
    siano date quaranta bastonate.
    Il dotto si riprese la moglie, e il contadino ebbe la sua punizione.
    Poi il giudice chiam il macellaio.
    - Il denaro  tuo - disse al macellaio.  Poi indic il mercante d'olio
    e sentenzi: - E a lui siano date cinquanta bastonate.
    Allora furono chiamati Bauakas e lo storpio.
    -  Sapresti  riconoscere  il  tuo cavallo tra altri venti?  - chiese a
    Bauakas.
    - Certo!
    - E tu sapresti?
    - Anch'io! - rispose lo storpio.
    - Vieni con me - disse a Bauakas il giudice.
    Andarono nella scuderia.  Bauakas indic immediatamente il suo cavallo
    tra  gli  altri  venti.  Poi  il giudice fece andare nella scuderia lo
    storpio e ordin anche a lui di indicare qual era il suo  cavallo.  Lo
    storpio  riconobbe  il cavallo e lo indic.  Allora il giudice torn a
    prendere il suo posto e disse a Bauakas:
    - Il cavallo  tuo: prendilo.  E allo  storpio  siano  date  cinquanta
    bastonate.
    Dopo le sentenze il giudice si avvi verso casa e Bauakas lo segu:
    - Che vuoi?  Non sei forse contento della mia decisione?  - gli chiese
    il giudice.
    - S,  sono contento - rispose Bauakas.  - Soltanto vorrei sapere come
    hai  fatto a capire che quella donna era la moglie del dotto e non del
    contadino,  che i denari erano del macellaio e non del mercante d'olio
    e che il cavallo era mio e non dello storpio.
    - Per quanto riguarda la moglie, l'ho capito cos: questa mattina l'ho
    fatta  venire  da  me  e le ho detto che riempisse d'inchiostro il mio
    calamaio.  Essa l'ha preso e l'ha lavato svelta e  vi  ha  versato  in
    fretta  l'inchiostro.  Vuol  dire  che era abituata a farlo.  Se fosse
    stata la moglie del contadino non l'avrebbe saputo fare.  Quindi aveva
    ragione il dotto.  Per quanto riguarda il denaro,  ecco come ho fatto:
    ho messo quel denaro in  una  tazza  piena  d'acqua  e  stamattina  ho
    guardato  se  sull'acqua  galleggiasse  dell'olio.  Se il denaro fosse
    stato del mercante d'olio sarebbe stato sporcato dalle sue mani  unte.
    Ma sull'acqua non c'era traccia di olio, quindi il macellaio diceva la
    verit.  Per  il  cavallo  era pi difficile sapere.  Tanto lo storpio
    quanto tu avete riconosciuto tra venti altri il cavallo.  Ma io non vi
    ho  portati  nella  scuderia  per  vedere se riconoscevate il cavallo,
    bens per vedere  chi  di  voi  due  sarebbe  stato  riconosciuto  dal
    cavallo.  Quando  tu  ti sei accostato all'animale,  esso ha girato la
    testa e l'ha protesa verso di te;  ma quando lo storpio l'ha  toccato,
    ha abbassato le orecchie e ha sollevato una zampa. Ho capito da questo
    che il vero padrone del cavallo sei tu.
    Allora Bauakas disse:
    -  Io  non  sono  un mercante,  ma il re Bauakas.  Sono venuto qui per
    vedere se  vero ci che si dice di te.  E ora so che sei  un  giudice
    saggio. Chiedimi quello che vuoi, e io ti ricompenser.
    Rispose il giudice:
    - Non ho bisogno di ricompensa.  Sono gi abbastanza felice che il mio
    re mi abbia lodato.















    RACCONTI POPOLARI.

    1. IL FIGLIO DOTTO.

    Il figlio giunse dalla citt a far visita al  padre  in  campagna.  Il
    padre gli disse:
    - Oggi si falcia; prendi il rastrello e vieni ad aiutarmi!
    Ma il figlio non aveva voglia di lavorare e rispose:
    -  Io  ho  studiato  le  scienze  e ho dimenticato tutte le parole dei
    contadini: che cos' un rastrello?
    Non appena usc in cortile,  inciamp in un rastrello e il  manico  lo
    colp  alla  testa.  Allora  si  ricord che cos'era un rastrello,  si
    premette una mano sulla fronte e disse:
    - Chi  quell'imbecille che ha lasciato qui il rastrello?

    2.
    IL CONTADINO E I CETRIOLI.

    Un giorno un contadino and a  rubare  dei  cetrioli  a  un  ortolano.
    Strisciando  carponi  sino ai cetrioli pensava: Ecco,  ne riempir un
    sacco,  li vender e col denaro  ricavato  comprer  una  gallina.  La
    gallina mi far le uova, le cover e nasceranno molti pulcini. Li far
    crescere,  li  vender e col denaro comprer una giovane scrofa;  essa
    figlier e mi dar dei porcellini. Vender i porcellini e comprer una
    giumenta che metter al mondo dei puledrini. Li allever, li vender e
    mi comprer una casa e mi far l'orto.  Lo coltiver,  ci pianter dei
    cetrioli,  ma  non  me li lascer rubare perch ci far buona guardia.
    Prender dei guardiani,  li metter nell'orto e io stesso di tanto  in
    tanto piomber tra loro e grider: Ehi, voi, fate buona guardia!.
    Mentre cos andava fantasticando, il contadino, dimentico di essere in
    un  orto  altrui,  grid con tutte le sue forze.  I guardiani udirono,
    balzarono in piedi e gli diedero una scarica di botte.

    3.
    I DUE FRATELLI.

    Due fratelli partirono per fare un viaggio insieme.  A mezzogiorno  si
    coricarono in un bosco per riposare.  Quando si svegliarono videro che
    accanto a loro c'era una pietra e sulla pietra c'era scritto qualcosa.
    Cercarono di decifrare lo scritto e lessero:

    Chi trover questa pietra vada diritto  nel  bosco  in  direzione  di
    levante.  Nel  bosco  incontrer  un  fiume;  lo  attraversi a nuoto e
    approdi all'altra riva.  Vedr un'orsa con gli orsacchiotti: porti via
    gli  orsacchiotti  all'orsa  e corra senza voltarsi indietro sino alla
    montagna.  Sulla cima della montagna trover una casa e in quella casa
    trover la felicit.

    I fratelli lessero la scritta, e il minore disse:
    - Andiamo insieme. Forse riusciremo ad attraversare a nuoto il fiume e
    a  portar  gli  orsacchiotti  sino  alla  casa  e insieme troveremo la
    felicit.
    Rispose il fratello maggiore:
    - Io non andr nel bosco a cercare gli orsacchiotti,  e consiglio a te
    pure  di  non  andarci.  Anzitutto  nessuno sa se ci che  scritto su
    questa pietra sia la verit;  pu anche darsi che  si  tratti  di  una
    burla e pu anche darsi che noi non abbiamo capito bene le parole.  In
    secondo luogo,  anche se ci che  scritto    la  verit,  e  noi  ci
    inoltriamo  nel  bosco,  se  scende  la notte e non troviamo il fiume,
    corriamo il rischio di smarrirci. E se anche trovassimo il fiume, come
    faremmo ad attraversarlo se fosse largo e impetuoso?  Terzo: se  anche
    attraversassimo  il  fiume,  ti  pare  cosa  da  poco  portar  via gli
    orsacchiotti  all'orsa?  L'orsa  ci  sbraner  e  noi,   invece  della
    felicit,  troveremo  la  morte.  Quarto:  ammettiamo che ci riesca di
    portar via  gli  orsacchiotti,  non  potremo  arrivare  in  cima  alla
    montagna senza riposare.  E poi, cosa pi importante, sulla pietra non
    sta scritto  quale  specie  di  felicit  troveremo  in  quella  casa.
    Potrebbe  attenderci  l  una  felicit  di  cui noi non abbiamo alcun
    bisogno.
    Ma il minore ribatt:
    - Secondo me, non  cos.  Non invano sono state scritte queste parole
    sulla pietra.  E tutto  scritto in modo chiarissimo.  Prima cosa: non
    sar un gran guaio se tentiamo.  In secondo luogo: se non andiamo noi,
    qualcun  altro  legger  la scritta e trover la felicit,  mentre noi
    resteremo quelli che siamo.  Terzo: senza  fatica  e  senza  lavoro  a
    questo mondo non si raggiunge alcuna gioia.  Quarto: non voglio che si
    possa pensare che io ho avuto paura di qualche cosa.
    Allora il fratello maggiore replic:
    - Dice un proverbio: Il meglio  nemico del bene  e  anche:  Meglio
    fringuello in tasca che tordo in frasca.
    Ma il minore rispose:
    -  E  io  invece  ho sentito dire: Chi ha paura dei lupi non vada nel
    bosco e anche: Sotto la pietra  non  scorre  l'acqua.  Secondo  me,
    bisogna andare.
    Il fratello minore and, il maggiore rimase.
    Appena  inoltratosi  nella  foresta,  il  giovane  trov il fiume,  lo
    attravers a nuoto e sulla sponda opposta vide l'orsa. L'orsa dormiva.
    Afferr gli orsacchiotti e,  senza voltarsi indietro,  corse  fino  in
    cima  alla  montagna.  Non  appena  vi giunse,  gli venne incontro una
    grande quantit di  gente,  lo  fecero  salire  su  una  carrozza,  lo
    condussero in citt e lo elessero re.
    Egli regn cinque anni.  Al sesto,  un altro re, pi forte di lui, gli
    mosse guerra, conquist la citt e lo scacci.  Allora egli cominci a
    girare di paese in paese e giunse infine dal fratello maggiore.
    Il  fratello  maggiore  viveva  in campagna,  n ricco,  n povero.  I
    fratelli  si  rallegrarono  nel  rivedersi  e  presero  a  raccontarsi
    ciascuno la propria vita.
    Disse il maggiore:
    -  Ecco evidente che avevo ragione io: sono vissuto tutto questo tempo
    sereno e tranquillo, mentre tu sei diventato re,  vero,  ma hai anche
    passato molti dolori.
    Ma il fratello minore rispose:
    -  Non mi pento di essermi quel giorno inoltrato nel bosco e di essere
    salito sulla montagna: anche se adesso mi va male,  ho almeno qualcosa
    da ricordare della mia vita, mentre tu non hai proprio nulla.

    4.
    I DUE MERCANTI.

    Un  mercante  povero si mise in viaggio e diede tutta la sua mercanzia
    di ferro in custodia a un mercante ricco.  Quando torn,  si rec  dal
    mercante ricco e gli chiese la restituzione delle sue ferramenta.
    Il  mercante  aveva  venduto  tutto e,  per cavarsela in qualche modo,
    disse:
    - Al tuo ferro  accaduta una disgrazia.
    - Che cosa?
    - Io l'avevo riposto nel granaio.  L dentro c' un esercito  di  topi
    che l'hanno tutto rosicchiato.  Li ho visti io stesso rosicchiarlo. Se
    non credi, vieni a vedere.
    Il mercante povero non si mise a discutere e disse:
    - A che serve andare a guardare? Io ci credo.  So benissimo che i topi
    rosicchiano il ferro. Addio!
    E il mercante povero se ne and.
    Per strada vide un bambino che giocava: era figlio del mercante ricco.
    Il  mercante povero lo accarezz,  lo prese in braccio e se lo port a
    casa.
    Il giorno dopo il mercante ricco incontr quello povero e gli raccont
    la sua disgrazia,  di avere cio perduto il figlioletto,  e gli chiese
    se non l'avesse visto o non ne avesse sentito parlare.
    Il mercante povero gli risponde:
    - E come!  Ieri,  proprio mentre uscivo di casa tua, ho visto un falco
    che  sceso a volo sul tuo bambino, l'ha ghermito e l'ha portato via.
    Il mercante ricco and in collera e ribatt:
    - Vergognati di prendermi in giro.  E forse  possibile  che  un  falco
    porti via un bambino?
    -  Non  ti prendo in giro,  no.  Che c' da meravigliarsi che un falco
    porti via un bambino,  se i topi hanno mangiato cento chili di  ferro?
    Tutto pu accadere.
    Allora il mercante ricco comprese e disse:
    -  I  topi non hanno mangiato il tuo ferro: io l'ho venduto,  ma te lo
    ripagher il doppio.
    - Se  cos, anche il falco non ha portato via tuo figlio,  e io te lo
    render.

    5.
    COME UN CONTADINO SPARTI' UN'OCA.

    Un  povero  contadino  era rimasto senza grano.  Pens di chiederne al
    padrone.  Per non presentarsi al padrone a mani  vuote,  egli  ammazz
    un'oca,  l'arrost e gliela port. Il padrone accett l'oca e disse al
    contadino:
    - Ti ringrazio,  contadino,  dell'oca;  solo  non  so  come  faremo  a
    spartire la tua oca.  Ecco,  io ho moglie,  due figli e due figlie. In
    che modo potremo dividerla senza far torto a nessuno?
    Rispose il contadino:
    - Te la spartir io.
    Prese un coltello, tagli la testa e disse al padrone:
    - A te la testa, che sei il capo di casa.
    Poi tagli la parte posteriore e l'offr alla padrona.
    - A te,  - disse - che stai sempre seduta in casa e sulla casa vigili,
    il sedere.
    Poi tagli le zampe e le porse ai figli:
    - A voi - disse - le zampe, affinch seguiate le orme di vostro padre.
    E alle figlie diede le ali:
    - Voi presto - disse - volerete via di casa,  e a voi ecco le ali.  Il
    resto me lo prendo io!
    E prese per s tutta l'oca.
    Il padrone rise e diede al contadino grano e denaro.
    Un altro contadino ricco,  sentito dire che il padrone aveva  dato  al
    contadino povero grano e denaro in compenso di un'oca,  arrost cinque
    oche e le port al padrone.
    Disse il padrone:
    - Grazie delle oche. Ma, vedi,  io ho moglie,  due figli e due figlie:
    siamo sei in tutto. Come potr spartire in parti uguali le tue oche?
    Il contadino ricco si mise a pensare, ma non gli venne in mente nulla.
    Allora il padrone mand a chiamare il contadino povero e gli ordin di
    far  la  spartizione.  Il  contadino  povero prese una delle oche e la
    diede al padrone e alla padrona dicendo:
    - Eccovi in tre, compresa l'oca.
    Ne diede un'altra ai figli:
    - E anche voi - disse - siete in tre.
    Un'altra la diede alle figlie:
    - E anche voi siete in tre.
    Infine prese per s due oche e disse:
    - Ecco, anche noi siamo in tre: io e le oche. Tutto  a posto.
    Il padrone rise,  diede al contadino povero ancora  del  grano  e  del
    denaro, e mand via il ricco.

    6.
    IL CONTADINO E LO SPIRITO DELLE ACQUE.

    Un contadino lasci cadere la scure nel fiume: si sedette sulla sponda
    e per dispiacere si mise a piangere.
    Lo ud lo spirito delle acque, ne ebbe compassione, port su dal fondo
    una scure tutta d'oro e gli chiese:
    - E' tua questa scure?
    Rispose il contadino:
    - No, non  la mia.
    Lo spirito delle acque gliene port allora un'altra, tutta d'argento.
    Ma il contadino di nuovo disse:
    - No, non  la mia.
    Allora lo spirito delle acque gli port la sua vera scure.
    E il contadino disse:
    - S, questa  la mia.
    Lo  spirito delle acque regal al contadino tutt'e tre le scuri per la
    sua sincerit.
    Tornato a casa, il contadino mostr agli amici le tre scuri e raccont
    loro ci che gli era accaduto.
    Ed ecco che uno di quei contadini pens di fare la stessa  cosa:  and
    al  fiume,  gett a bella posta la scure nell'acqua,  si sedette sulla
    sponda e si mise a piangere.
    Lo spirito delle acque venne fuori portando la scure d'oro e chiese al
    contadino:
    - E' questa la tua scure?
    Il contadino, tutto contento, subito grid:
    - S, s,  la mia!
    Lo spirito delle acque non gli diede la scure d'oro e,  per punirlo di
    questa menzogna, non gli rese nemmeno la sua.

    7.
    L'ABITO NUOVO DEL RE.

    C'era  una  volta un re amante degli abiti belli.  Egli non pensava ad
    altro che a essere vestito il meglio possibile.
    Un giorno arrivarono da lui due sarti e gli dissero:
    - Noi possiamo cucirti un  abito  cos  bello  quale  nessuno  ha  mai
    portato. Per se una persona  stupida o non compie i suoi doveri, non
    riesce a vedere il nostro vestito. Chi  intelligente lo potr vedere,
    ma  chi   stupido se ne star l vicino,  ma non riuscir a vedere il
    nostro lavoro.
    Il re fu assai soddisfatto dei due sarti e ordin che gli cucissero il
    vestito.  Ai sarti fu assegnata una stanza a palazzo e  venne  fornito
    loro  velluto,  seta,  oro:  tutto  quanto  occorreva  per un vestito.
    Trascorsa una settimana,  il re mand il suo ministro a informarsi  se
    il  nuovo  vestito  fosse  pronto.  Il  ministro  and,  e i sarti gli
    risposero che il vestito era pronto,  e gli indicarono un punto in cui
    non c'era niente.  Il ministro sapeva che se una persona era stupida o
    non adempiva il proprio dovere non poteva vedere  il  vestito;  perci
    fece  finta di vederlo e lo lod assai.  Il re diede allora ordine che
    gli fosse portato.  I sarti glielo  portarono  e  gli  indicarono  uno
    spazio  vuoto;  il  re finse anche lui di vedere il vestito nuovo;  si
    tolse il vestito vecchio e ordin che gli facessero  indossare  quello
    nuovo.
    Quando  il  re  and  a passeggiare per la citt con il vestito nuovo,
    tutti si accorgevano benissimo che addosso  al  re  non  c'era  nessun
    vestito;  ma  nessuno  aveva  il  coraggio  di  dire che non vedeva il
    vestito perch tutti avevano sentito dire che soltanto gli stupidi non
    riuscivano a vederlo.  E ognuno pensava di essere il solo a non vedere
    niente,  e credeva che gli altri vedessero. Cos il re passeggiava per
    la citt, e tutti lodavano il suo vestito nuovo. A un tratto uno scemo
    scorse il re e si mise a gridare:
    - Guardate, il re va in giro per le strade senza vestito!
    E il re si vergogn di non essere vestito, e tutti si resero conto che
    addosso al re non c'era niente.

    8.
    PIETRO PRIMO E IL CONTADINO.

    Lo zar Pietro  incontr  un  giorno  in  un  bosco  un  contadino.  Il
    contadino tagliava legna. Disse lo zar:
    - Iddio ti aiuti, contadino!
    Rispose il contadino:
    - Ho davvero bisogno dell'aiuto di Dio!
    Lo zar gli domand:
    - Hai una famiglia numerosa ?
    - Due figli e due figlie.
    -  Allora  non    grossa  la tua famiglia.  Come dunque spendi il tuo
    denaro?
    - Io, il denaro lo divido in tre parti: con la prima pago i debiti; la
    seconda la do a credito; la terza la getto in acqua.
    Lo zar rifletteva e non capiva il significato  delle  parole  di  quel
    vecchio  che pagava i suoi debiti,  dava denaro a credito e ne gettava
    in acqua.
    Disse allora il vecchio:
    - Pago i debiti,  ossia mantengo mio padre e mia madre;  do a credito,
    ossia mantengo i figli; butto in acqua, ossia allevo le figlie.
    Disse lo zar:
    -  Hai la testa fina,  vecchietto!  Ora conducimi fuori dal bosco,  in
    aperta campagna; io non trover mai la strada.
    Disse il contadino:
    - La troverai da solo:  va'  diritto,  poi  svolta  a  destra,  poi  a
    sinistra, e poi ancora a destra.
    Ribatt lo zar:
    - Non ti capisco, accompagnami tu.
    -  Io,  signore,  non  ho  tempo per accompagnarti: la giornata di noi
    contadini costa cara.
    - B, se costa cara, te la pagher.
    - Se la paghi, allora andiamo.
    Montarono sul biroccio e partirono.
    Strada facendo, lo zar chiese al contadino:
    - Sei mai andato lontano, contadino?
    - Qua e l ci sono stato anch'io.
    - E lo zar l'hai mai veduto?
    - Lo zar non l'ho mai veduto, ma vorrei tanto vederlo.
    - Bene, quando usciremo in aperta campagna, lo vedrai.
    - E come far a riconoscerlo?
    - Tutti saranno senza cappello: lo zar soltanto avr  il  cappello  in
    testa.
    E  giunsero  cos  fuori  del  bosco.  La gente vide lo zar e tutti si
    tolsero il cappello.  Il contadino  aguzz  gli  occhi,  ma  non  vide
    nessuno zar.
    E chiese:
    - Ma dov' lo zar?
    Gli rispose Ptr Aleksevic:
    - Vedi,  siamo noi due soli con il cappello in testa: uno di noi due 
    lo zar.


    LEGGENDE DELLA MADRE RUSSIA.

    1.
    SVJATOGOR, L'EROE.

    Cavalcava Svjatogr in aperta campagna. Non incontrava nessuno con cui
    misurare  la  sua  forza  da  eroe;  egli  sentiva  in  s  una  forza
    gigantesca,  una forza che si spandeva per tutte le vene. Era oppresso
    da questa forza come da un peso e, vantandosi, diceva:
    - Con questa mia forza  immensa,  se  trovassi  un  punto  d'appoggio,
    solleverei il mondo!
    Non  aveva ancora finito di pronunziare queste parole,  quando vide da
    lontano un viandante che attraversava la steppa  con  un  sacco  sulle
    spalle.  Si  diresse  a  buon  trotto  Svjatogr  a quell'uomo,  ma il
    viandante lo precedeva sempre;  and  al  galoppo,  ma  non  riusc  a
    raggiungerlo. Grid allora Svjatogr a gran voce:
    - Ehi, viandante, aspettami un po'! Non posso raggiungerti, per quanto
    abbia un buon cavallo.
    Da lontano il viandante ud Svjatogr; si arrest, si tolse il sacco e
    lo gett a terra.  Giunto presso quel sacco Svjatogr lo tocca col suo
    frustino, cerca di alzarlo, ma non ci riesce. Si china di sella, ma il
    sacco non si sposta.  Smonta allora  da  cavallo,  si  appoggia  bene,
    afferra  il sacco con le due mani,  usa tutta la sua immensa forza: il
    sangue gli sale al viso pallido,  ma egli non riesce  a  sollevare  il
    sacco  nemmeno  di  un capello e sprofonda nel fango della madre terra
    sino al ginocchio.
    Allora Svjatogr chiede a gran voce:
    - Dimmi, o viandante,  la verit.  Che cosa,  dimmi,  sta racchiuso in
    quel sacco?
    Rispose il viandante con queste parole:
    - Nel sacco c' il peso dell'umida madre terra.
    Ribatte Svjatogr al viandante.
    - Ma tu chi sei, e qual  il tuo nome?
    Risponde il viandante con queste parole:
    -  Io sono Mikula,  il contadino Mikula Seljannovic.  Sono Mikula,  e
    l'umida madre terra mi vuol bene.

    2.
    SAT E DON.

    Il vecchio Ivn aveva due figli: Sat Ivanyc e Don Ivanyc.  Sat  Ivanyc
    era il maggiore,  pi forte e pi grosso;  Don Ivanyc,  invece, era il
    minore, pi piccolo e pi debole.
    Il padre indic a ciascuno la strada da seguire e raccomand  che  gli
    dessero  ascolto.  Sat  Ivanyc  non ubbid al padre,  non segu la via
    indicatagli, perse la strada e si smarr.  Don Ivanyc invece ubbid al
    padre  e  and  l  dove egli gli aveva indicato.  Attravers tutta la
    Russia e divent famoso.
    Nel governatorato di Tula, nel distretto di Epifn, sorge un villaggio
    chiamato Lago di Ivn,  e nel villaggio c' un lago.  Dal lago partono
    in direzioni opposte due fiumicelli.  Uno  cos stretto che lo si pu
    attraversare con un passo,  e si chiama Don.  L'altro  pi largo e ha
    nome Sat.
    Il  Don va dritto,  e pi va lontano pi largo diventa.  Lo Sat invece
    serpeggia da una parte all'altra.  Il Don attraversa tutta la Russia e
    sfocia nel Mar Nero. Nelle sue acque ci sono molti pesci, e su di esse
    navigano barche e vapori.  Lo Sat,  che ha vagabondato di qua e di l,
    non  riuscito a uscire dal governatorato di Tula e finisce nel  fiume
    Up.

    3.
    SUDOMA.

    Nel  governatorato  di  Pskov,   distretto  di  Porochv,   scorre  il
    fiumicello Sudoma,  e lungo le sponde di questo fiumicello sorgono due
    alture, una di fronte all'altra.
    Su  una  di  queste  alture  c'era  un tempo la cittadina di Vysgorod;
    sull'altra, nei tempi antichi, gli Slavi risolvevano le loro questioni
    giudiziarie.  Raccontano i  vecchi  che  anticamente  su  quell'altura
    pendeva  dal  cielo  una  catena:  chi  era  dalla parte della ragione
    riusciva a toccarla con la mano e chi invece era colpevole non  poteva
    raggiungerla.
    Un  tale  aveva  preso  in  prestito da un altro dei soldi e negava di
    averli avuti. Condussero i due sull'altura di Sudoma e ordinarono loro
    di toccar la catena.  Quello che aveva dato i soldi sollev la mano  e
    subito la tocc.  Venne il turno del colpevole.  Non si rifiut; volle
    solo consegnare il suo bastone da tenere a colui con cui era  in  lite
    per  poter  con  pi facilit raggiungere la catena: tese le mani e la
    tocc. Tutti si stupirono: come potevano entrambi aver ragione?
    Il fatto  che il bastone del colpevole era vuoto e dentro  la  cavit
    erano  nascosti  i denari che egli negava di aver avuto.  Quando aveva
    dato da tenere il bastone nelle mani di colui al quale  era  debitore,
    gli  aveva  dato con il bastone anche i denari,  e perci aveva potuto
    toccare la catena.
    Cos ingann tutti.
    Ma da allora la catena risal in cielo e non discese pi.
    Cos raccontano i vecchi.

    4.
    VOLGA E VAZUZA.

    C'erano due sorelle: Volga e  Vazuza.  Litigavano  spesso  per  sapere
    quale  delle  due  fosse  pi intelligente e quale sarebbe vissuta con
    maggior benessere.
    Disse Volga:
    - Perch dobbiamo litigare? Siamo tutt'e due ormai grandi. Andiamocene
    domattina via da casa e ciascuna prenda la sua strada;  vedremo allora
    chi  delle  due  proceder meglio e giunger pi presto nell'impero di
    Chvalynsk.
    Vazuza si mostr d'accordo,  ma ingann Volga.  Non appena Volga si fu
    addormentata,  Vazuza,  in  piena notte,  si incammin di corsa per la
    strada pi breve verso l'impero di Chvalynsk.
    Quando Volga si alz e si avvide che la sorella era gi andata,  senza
    tardare,  ma  senza  affrettarsi,  prese  la  sua  strada  e  fin per
    raggiungere Vazuza.
    Vazuza temeva che Volga la castigasse;  disse di essere la sua sorella
    minore  e preg Volga di condurla sino all'impero di Chvalynsk.  Volga
    perdon la sorella e la prese con s.
    Il fiume Volga nasce nel  distretto  di  Ostaskov,  dalle  paludi  del
    villaggio di Volgo.  L c' un piccolo pozzo donde scaturisce il fiume
    Volga. Il fiume Vazuza, invece, nasce nelle montagne. Il Vazuza scorre
    diritto, il Volga invece fa molti giri tortuosi.
    In primavera il Vazuza spezza pi presto i  ghiacci  e  si  riapre  la
    strada,  mentre  il  Volga  sgela pi tardi.  Ma quando i due fiumi si
    congiungono,  il Volga ha gi una larghezza di sessanta metri,  mentre
    il Vazuza  ancora un fiumiciattolo stretto e piccolo. Il Volga scorre
    attraverso tutta la Russia per circa tremilacentosessanta chilometri e
    sfocia  nel mare di Chvalynsk (cio nel Caspio).  E quando  in piena,
    esso raggiunge un'ampiezza di dodici chilometri.

    5.
    MIKULUSKA SELJANINOVIC.

    Il principe Volga part con  i  suoi  compagni  e  and  per  citt  e
    villaggi a riscuotere dai contadini il tributo a cui erano tenuti.  Il
    principe cavalcava per l'aperta campagna, quando ud un contadino che,
    fischiettando,  lavorava.  Si udiva di lontano scricchiolare l'aratro,
    stridere  il  vomero  contro  le pietre,  ma da nessuna parte del gran
    campo si scorgeva l'aratore. Si diresse allora Volga verso quei suoni,
    cavalc per tutto il giorno,  dall'alba alla sera,  ma non  riusc  di
    trovar colui che arava. Per un altro giorno intero Volga cavalc dalla
    mattina  alla  sera senza trovarlo.  Si udiva un contadino che arava e
    fischiettava,  si udiva lontano stridere l'aratro e il  vomero  urtare
    contro le pietre, ma nel campo il contadino non c'era.
    Il  terzo  giorno,   verso  il  mezzod,  Volga  raggiunse  nel  campo
    l'aratore: arava e, pungolando la giumenta, apriva un solco da un capo
    all'altro,  rivoltando con  il  vomero  pietre  e  radici;  quando  il
    contadino  giungeva all'estremit di un solco,  dall'altro capo non lo
    si vedeva pi. Il suo aratro era tutto di acero, il vomero di acciaio,
    le cinghie della giumenta di seta, e la giumenta color marrone dorato.
    Si rivolse Volga al contadino con queste parole:
    - Salve, contadino aratore! Che Iddio ti aiuti,  e che tu possa con il
    Suo aiuto arare, coltivare la terra, scavare un solco profondo e sassi
    e radici rivoltare!
    -  Grazie,  o  principe Volga!  L'aiuto di Dio ci occorre;  ci occorre
    l'aiuto di Dio per arare e per coltivare la terra. Ma tu,  vai lontano
    con  questi  tuoi  compagni?  Ti  condurr  lontano,  Iddio?  Dove sei
    diretto?
    Volga rispose al contadino:
    - Io vado,  o contadino,  con i miei compagni per villaggi e  citt  a
    riscuotere i tributi. Su, vieni anche tu con me, come compagno.
    Il  contadino  piant  l'aratro  nel  solco,  tolse  alla  giumenta  i
    finimenti di seta,  le mont in groppa e part con Volga e con i  suoi
    compagni.
    Poi il contadino disse queste parole:
    - Ho fatto male, Volga, a lasciare il mio aratro nel solco, come potr
    ora  liberarlo  dalla  terra  e  metterlo al riparo di un cespuglio di
    salici?
    Volga mand allora due dei suoi prodi  con  l'ordine  di  cavar  dalla
    terra  l'aratro e di metterlo al riparo dei salici.  I prodi andarono,
    balzarono nel solco dai loro bei destrieri e afferrarono  l'aratro  di
    acero;  ma  l'aratro non si muoveva dal solco.  Lo fecero girare su se
    stesso,  ma non riuscirono a staccarlo dalla terra  e  a  metterlo  al
    riparo dei cespugli.
    Volga  mand  allora  tutti i suoi compagni con l'ordine di far uscire
    dal solco l'aratro, di ripulire il vomero della terra e di metterlo al
    riparo  di  un  cespuglio.  Tirarono  forte  tutti  insieme,   ma  non
    riuscirono  che  a  far  girare  l'aratro  in tondo su se stesso senza
    poterlo cavar dal solco, senza liberare il vomero dalla terra, e senza
    metterlo al riparo di un cespuglio.
    Accorse allora il contadino in  groppa  alla  sua  cavalla  saura;  si
    accost al suo aratro di acero,  l'afferr con la mano, lo fece uscire
    dal solco,  ripul il vomero dalla terra e lo mise al riparo all'ombra
    dei  cespugli  di  salici.  Risalirono  tutti in groppa ai destrieri e
    galopparono via.  Sbucarono su un sentiero.  La cavalla del  contadino
    andava  al  passo,  il  cavallo  di Volga galoppava;  se la cavalla si
    metteva al trotto, il cavallo di Volga restava indietro. Senza incitar
    la bestia, il contadino era sempre in testa a tutti.  Volga cercava di
    raggiungerlo,  e  infine  grid  di  lontano,  sventolando il suo alto
    berretto:
    - O  contadino,  valoroso  aratore,  arrstati  e  aspettami!  Tenerti
    dietro, contadino, non si pu!
    Il  contadino  si  volt,  mise  al  passo  la  giumenta;  dopo averlo
    raggiunto Volga gli rivolse queste parole:
    - Tu hai una buona cavalla:  se  la  tua  bestia  fosse  uno  stallone
    potrebbe valere cinquecento rubli!
    Gli rispose il contadino:
    - Volga,  sei sciocco,  e vai dicendo sciocchezze. Questa cavalla l'ho
    presa puledrina da sotto la madre,  e per lei  ho  pagato  cinquecento
    rubli. Se fosse uno stallone, non avrebbe prezzo!
    Chiese allora Volga:
    -  Ma dimmi,  contadino,  qual  il tuo nome e quale il cognome,  come
    devo chiamarti?
    Rispose il contadino:
    - Quando mieter la segala,  la legher in  covoni,  la  riporter  in
    casa,  far  la  birra  e  chiamer i contadini dei dintorni,  essi mi
    acclameranno cos:  Evviva  a  te,  glorioso  Mikula,  evviva  a  te,
    Mikluska, glorioso figlio di Seljaninov!.
    STORIA E MITO.

    1.
    LA FONDAZIONE DI ROMA.

    C'era un re che aveva due figli: Numitore e Amulio.  In punto di morte
    disse ai figli:
    - Come volete dividere l'eredit?  Chi dei due prender il regno e chi
    le mie ricchezze?
    Numitore  prese il regno,  Amulio le ricchezze.  Quando Amulio ebbe le
    ricchezze,  fu invaso dall'invidia  per  il  fratello  che  era  re  e
    incominci  a far regali ai soldati per indurli a scacciare Numitore e
    a eleggere lui re.  I  soldati  cos  fecero,  e  Amulio  divenne  re.
    Numitore  aveva  una  figlia.  A  questa  figlia nacquero due gemelli,
    maschi entrambi. E tutti e due erano grossi e belli.
    Amulio temeva che il popolo si  affezionasse  a  loro  quando  fossero
    cresciuti  e li creasse re.  Chiam allora il suo servo Faustolo e gli
    disse:
    - Prendi questi due bambini e buttali nel fiume.
    Il fiume si chiamava Tevere.
    Faustolo pose i bambini in una culla,  li port al fiume e  li  depose
    l.  Egli  pensava  che  sarebbero  certamente  morti,  ma  il  Tevere
    strarip,  le sue acque sollevarono la culla e la trascinarono sino ai
    piedi di un grosso albero.  Nella notte sopraggiunse una lupa e con il
    suo latte nutr i due gemelli.
    I bambini diventarono grandi, e si fecero belli e forti. Essi vivevano
    in un bosco non lontano dalla citt dove regnava Amulio,  imparavano a
    uccidere  le bestie selvatiche e a nutrirsene.  Il popolo li conobbe e
    prese ad amarli per la loro bellezza.  Chiamarono il pi grande Romolo
    e Remo il pi piccolo.
    Un  giorno  i  pastori  di  Numitore  e di Amulio,  che pascolavano il
    bestiame non lontano da quel bosco, vennero a lite tra loro. I pastori
    di Amulio portarono via le greggi di  Numitore.  I  due  gemelli,  che
    avevano  veduto  ci  che  era  successo,  rincorsero  i  pastori,  li
    raggiunsero e ritolsero loro il bestiame.
    I pastori di Amulio si infuriarono allora contro i gemelli: scelto  un
    momento in cui Romolo non c'era, rapirono Remo, lo condussero in citt
    da Numitore e gli dissero:
    -  Sono comparsi nel bosco due fratelli che rubano il bestiame e fanno
    rapine. Ne abbiamo preso uno, e te l'abbiamo portato.
    Numitore ordin di condurre Remo al re Amulio. Disse Amulio:
    - Essi hanno offeso i pastori di mio  fratello:  sia  mio  fratello  a
    giudicarli.
    E  Remo  fu  ricondotto  da  Numitore.  Numitore  lo chiam a s e gli
    chiese:
    - Di dove vieni, tu, e chi sei?
    Remo rispose:
    - Siamo due fratelli;  quando eravamo piccoli  fummo  portati  in  una
    culla  presso un albero sulla riva del Tevere,  l ci nutrirono bestie
    selvatiche e uccelli,  e l siamo diventati  grandi.  Per  sapere  chi
    siamo  non   rimasta che la nostra culla: ci sono sopra delle strisce
    di rame, e sul rame c' scritto qualcosa.
    Numitore rimase stupito e si chiese se non si trattasse per  caso  dei
    suoi  nipoti.  Trattenne presso di s Remo e mand a chiamare Faustolo
    per interrogarlo.
    Intanto Romolo stava cercando il fratello e non riusciva a trovarlo da
    nessuna parte. Quando i pastori gli dissero che Remo era stato portato
    in citt,  egli prese con s la culla e and a raggiungerlo.  Faustolo
    riconobbe  subito  quella  culla  e disse al popolo che i due fratelli
    erano i nipoti di Numitore,  che Amulio aveva cercato di far annegare.
    Allora  il popolo si inferoc contro Amulio,  lo uccise ed elesse suoi
    re Romolo e Remo.  Ma Romolo e Remo non vollero vivere in quella citt
    e  lasciarono  le  cure del regno al nonno Numitore.  Tornarono presso
    quell'albero dove la lupa  li  aveva  allattati,  lungo  la  riva  del
    Tevere, e l fondarono una nuova citt: Roma.

    2.
    LE OCHE SALVARONO ROMA.

    Nel 390 avanti Cristo,  un popolo barbaro, i Galli, assal i Romani. I
    Romani non riuscirono a resistere: alcuni fuggirono dalla citt, altri
    si rinchiusero nella roccaforte, chiamata Campidoglio.  In citt erano
    rimasti  soltanto i senatori.  I Galli entrarono in Roma,  ammazzarono
    tutti i senatori e appiccarono il fuoco alla citt.  Nel centro  della
    citt  era  rimasto  inespugnato soltanto il Campidoglio che i barbari
    non erano riusciti a raggiungere.  Ma i  Galli  volevano  conquistarlo
    perch   sapevano   che  l  erano  rinchiuse  grandi  ricchezze.   Il
    Campidoglio sorgeva sopra una ripida altura: da una parte  c'erano  le
    mura e le porte,  e dall'altra si apriva un dirupo scosceso. Una notte
    i Galli si arrampicarono  di  nascosto  su  per  il  dirupo  verso  il
    Campidoglio:  si sostenevano dal basso l'uno sull'altro e si passavano
    gli scudi e le spade.
    Cos,  pian piano,  giunsero alla cima.  Neppure  i  cani  li  avevano
    sentiti.
    Stavano  gi  per scavalcare le mura quando a un tratto alcune oche si
    accorsero che veniva gente e cominciarono a schiamazzare e  a  sbatter
    le ali.  Uno dei Romani si svegli, corse alle mura e ributt indietro
    un Gallo.  Il Gallo precipitando trascin  dietro  di  s  gli  altri.
    Allora  i  Romani  accorsero: lanciarono tronchi e pietre nel dirupo e
    uccisero molti Galli.  Poi giunsero a Roma dei  rinforzi,  e  i  Galli
    furono ricacciati.
    I  Romani,  in  ricordo  di  quel  giorno,  stabilirono  una festa.  I
    sacerdoti attraversavano la citt in paramenti di gala;  uno  di  essi
    portava  un'oca  e,  dietro,  altri  trascinavano un cane legato a una
    corda.  La gente si avvicinava all'oca  e  s'inchinava  a  essa  e  al
    sacerdote;  per  l'oca  c'erano  regali,  per il cane bastonate sino a
    quando non cadeva morto.

    3.
    POLICRATE DI SAMO.

    C'era un re greco chiamato Policrate.  Egli era  fortunato  in  tutto.
    Aveva conquistato molte citt ed era diventato ricchissimo.  Policrate
    aveva descritto in una lettera la sua vita fortunata e  aveva  mandato
    questa  lettera al suo amico Amazis,  re di Egitto.  Amazis,  letta la
    lettera, scrisse a Policrate la risposta. Ecco quale:
    E' gradito conoscere i successi di un amico. Ma la tua fortuna non mi
    piace. Secondo me  meglio quando a un uomo una cosa va bene e l'altra
    no,  affinch vi sia un avvicendamento.  Ascoltami e fa' come ti dico:
    prendi  la  cosa che ti  pi cara di tutte e buttala in qualche luogo
    dove nessuno possa trovarla.  Cos avrai  avvicendato  la  felicit  e
    l'infelicit.
    Policrate  lesse la risposta e diede ascolto all'amico.  Ecco che cosa
    fece: egli possedeva un anello prezioso; lo prese,  radun molta gente
    e  con  questa  gente  sal  su una imbarcazione.  Poi diede ordine di
    prendere il mare.  E quando fu lontano dalle sponde della  sua  isola,
    dinanzi a tutta quella gente, gett in mare l'anello e torn a terra.
    Cinque  giorni  dopo  capit  a  un  pescatore  di prendere un grosso,
    bellissimo pesce, e il pescatore pens di offrirlo al re.  Arriv alla
    corte di Policrate e, quando questi gli si fece incontro, il pescatore
    disse:
    -  Maest,  ho  preso questo pesce e te l'ho portato,  perch un pesce
    cos bello deve mangiarlo soltanto il re!
    Policrate ringrazi il pescatore e lo invit a  pranzare  con  s.  Il
    pescatore  consegn il pesce ai servi e torn dal re.  Quando i cuochi
    sventrarono il pesce vi  trovarono  dentro  proprio  quell'anello  che
    Policrate aveva gettato in mare.
    Allorch  i  cuochi  riportarono  a  Policrate  il  suo  anello  e gli
    raccontarono  come  lo  avessero  trovato,  Policrate  mand  un'altra
    lettera  in  Egitto,  al  suo  amico Amazis,  e gli spieg come avesse
    gettato in mare l'anello e come esso  fosse  stato  ritrovato.  Amazis
    lesse la lettera e pens:
    Non  porta  bene,  questo.  Si  vede  che non  possibile sfuggire al
    destino.  Sar meglio che io rompa ogni rapporto con il mio amico  per
    non  dover  un  giorno avere pena per lui! e mand a dire a Policrate
    che la loro amicizia era finita.
    A quei tempi viveva un uomo che si chiamava  Oroites.  Questo  Oroites
    aveva  rancore  contro Policrate e ne desiderava la rovina.  Ed ecco a
    quale astuzia ricorse.  Scrisse a  Policrate  che  il  re  di  Persia,
    Cambise,  lo  aveva  offeso e voleva ucciderlo,  ma che era riuscito a
    sfuggirgli.  Ecco ci che scrisse a Policrate: Io ho molte ricchezze,
    ma  non  so dove andare a vivere.  Accoglimi presso di te con tutte le
    mie ricchezze,  e noi due insieme diventeremo i  pi  forti  re  della
    terra.  Se  poi tu non credi che io sia cos ricco,  manda qualcuno ad
    accertarsene.
    Policrate,  allora,  mand uno dei suoi servi a costatare se era  vero
    che  Oroites  fosse  partito  portando  con  s cos grandi ricchezze.
    Quando il servo giunse presso Oroites,  questi lo ingann cos:  prese
    molte  navi,  le  caric  di pietre e sopra le pietre colloc dell'oro
    sino ai bordi.
    Allorch il servo di Policrate vide quelle navi credette  che  fossero
    tutte ricolme d'oro e lo rifer a Policrate.
    Allora  Policrate  volle recarsi di persona da Oroites a vedere le sue
    ricchezze.  Quella stessa notte la figlia di Policrate ebbe un  sogno:
    vide suo padre penzoloni nell'aria.  Essa allora preg il padre di non
    andare da Oroites,  ma il padre and in collera e  le  disse  che  non
    l'avrebbe  lasciata  sposare se non avesse immediatamente taciuto.  La
    figlia rispose:
    - Sono contenta di non sposarmi mai, purch tu non vada da Oroites: ho
    paura che ti accada qualche disgrazia!
    Il padre non le diede  ascolto  e  part.  Quando  arriv  sul  posto,
    Oroites  lo  prese e lo fece impiccare.  Cos si avver il sogno della
    figlia.
    E accadde quindi quanto aveva predetto Amazis: la  grande  fortuna  di
    Policrate fin con una grande sfortuna.

    4.
    MAGHNIS E LA CALAMITA.

    C'era  una  volta un pastore che si chiamava Maghns.  Un giorno perse
    una pecora.  And a cercarla per le montagne.  Giunse in un luogo dove
    non  c'erano che pietre nude.  Mentre camminava tra quelle pietre,  il
    pastore sentiva che i suoi  scarponi  vi  restavano  quasi  attaccati.
    Tocc  con  la  mano: i sassi erano asciutti e alla mano non restavano
    attaccati.  Riprese a camminare e gli scarponi continuavano a rimanere
    appiccicati alle pietre.  Si sedette,  se li tolse, li prese in mano e
    con essi prov a toccare le pietre.
    A toccarle con il cuoio e con la suola, le pietre non si attaccano, ma
    non appena le toccava con i chiodi, ecco che vi restano appiccicate.
    Maghns aveva con s un bastone con  la  punta  di  ferro.  Tocc  una
    pietra col legno: niente. La tocc con il ferro: eccolo attaccato cos
    saldamente che dovette strapparlo con la forza.
    Maghns osserv allora attentamente una pietra, vide che era simile al
    ferro  e  ne  port  alcuni  pezzi a casa.  Da allora quella pietra fu
    conosciuta da tutti e fu chiamata magnete o calamita.
    Il magnete si trova nella terra insieme con i minerali di ferro. E l,
    dove tra i minerali c' il magnete,  il ferro  migliore.  All'aspetto
    il magnete  simile al ferro.
    Se  si mette un pezzetto di ferro sul magnete,  anche il ferro diventa
    capace di attirare altro ferro. E se si mette sul magnete un ago, e ve
    lo si tiene un certo  tempo,  l'ago  diventa  magnetico  e  capace  di
    attirare  a  s  il  ferro.  Se  si mettono vicine le estremit di due
    magneti o calamite,  da  una  parte  le  estremit  si  respingeranno,
    dall'altra si attireranno tra loro.
    Se  si  divide  in  due met un ago magnetico,  ognuna delle due parti
    attira l'altra da un  lato  e  la  respinge  dall'altro.  A  dividerle
    ancora,  avverr  la  stessa  cosa:  puoi ripetere l'operazione quante
    volte vuoi, e succeder sempre lo stesso, ossia le estremit uguali si
    respingeranno,  quelle diverse si attireranno,  come se la calamita da
    una  parte spingesse in fuori e dall'altra tirasse verso di s.  E per
    quanto tu continui a spezzettarla,  sempre da  una  parte  spinger  e
    dall'altra  tirer a s.  Cos quando si rompe una pigna di abete,  in
    qualsiasi punto  la  si  rompa,  ci  sar  sempre  da  una  parte  una
    prominenza e dall'altra un incavo.  E da qualunque parte la si prenda,
    l'incavo  e  la  sporgenza  combaceranno,   ma  incavo  con  incavo  e
    prominenza con prominenza non combaceranno mai.
    Se  si  magnetizza  un ago (tenendolo un po' a lungo a contatto con la
    calamita) e se ne fissa  il  centro  su  un  perno  su  cui  si  possa
    liberamente muovere, puoi farlo girare quanto vuoi, ma quando lo lasci
    andare, esso si fermer con una punta a nord e l'altra a sud.
    Quando  non  si  conosceva  la calamita non si poteva navigare in mare
    molto lontano dalla terra.  Se ci si trovava in alto  mare  e  non  si
    vedevano pi le coste,  soltanto il sole e le stelle potevano indicare
    la direzione da tenere.  Ma  se  il  tempo  era  nuvoloso  e  non  era
    possibile  vedere  n sole,  n stelle,  non si sapeva quale direzione
    prendere.  E la nave,  trasportata dal vento,  veniva spesso  sbattuta
    contro gli scogli e affondava.
    Cos sino a quando non fu conosciuta la calamita non si navigava molto
    lontano dalla costa;  ma, quando la calamita fu conosciuta, fu montato
    su un perno l'ago magnetico in modo che potesse liberamente  muoversi.
    Per  mezzo  di  questo  ago  si cominci a imparare in quale direzione
    navigare,  a spingersi lontano dalla terra e a  conoscere  molti  mari
    nuovi.
    Su  tutte le navi si trova l'ago magnetico (la bussola) cosicch chi 
    sopra una nave sa sempre in che punto essa si trovi,  se  sia  lontana
    dalla riva e in quale direzione essa cammini.

    5.
    I BACHI DA SETA ARRIVANO A BUCHARA.

    Per  molto  tempo  i  Cinesi furono i soli a saper allevare i bachi da
    seta;  non insegnavano quest'arte a nessuno e vendevano a caro  prezzo
    le stoffe di seta.
    Il  re di Buchara sent parlare della cosa,  gli venne il desiderio di
    avere dei bachi e di imparare ad allevarli. Chiese ai Cinesi di dargli
    dei bachi e dei semi di gelso.  Quelli rifiutarono.  Allora il  re  di
    Buchara mand a chiedere in sposa la figlia dell'imperatore della Cina
    e  ordin di dire alla fidanzata che nel suo regno c'era di tutto,  ma
    una cosa  mancava:  la  stoffa  di  seta,  cosicch  essa  doveva,  di
    nascosto, portare con s dei bachi e dei semi di gelso; altrimenti non
    avrebbe potuto avere abiti di gala.
    La  figlia dell'imperatore raccolse dei bachi e dei semi di gelso e li
    nascose nella fascia che le legava i capelli.
    Quando al confine ispezionarono se  la  principessa  portasse  con  s
    qualcosa di proibito, nessuno os scioglierle la benda dei capelli.
    Cos  la gente di Buchara allev nel suo paese gli alberi di gelso e i
    bachi da seta, e la principessa insegn anche il modo di servirsene.

    6.
    LA PRINCIPESSA DAI CAPELLI D'ORO.

    Viveva in India una principessa  dai  capelli  d'oro,  che  aveva  una
    matrigna cattiva. La matrigna odiava la figliastra dai capelli d'oro e
    convinse  il  re  a  mandarla in un deserto.  La fanciulla dai capelli
    d'oro fu portata in un deserto lontano e l abbandonata.  Dopo  cinque
    giorni la principessa torn a casa dal padre in groppa a un leone.
    Allora la matrigna persuase il re a esiliare la figliastra dai capelli
    d'oro  su montagne selvagge,  dove vivono soltanto gli sparvieri.  Gli
    sparvieri, dopo quattro giorni, la riportarono indietro.
    Allora la matrigna fece condurre la figliastra in una isola  in  mezzo
    al mare.  I pescatori videro la principessa dai capelli d'oro,  e dopo
    sei giorni la riportarono al re.
    Allora la matrigna fece scavare nel cortile un pozzo profondo, ci fece
    calare la principessa dai capelli d'oro e la fece ricoprire di terra.
    In capo a sei giorni,  nel  punto  in  cui  era  stata  seppellita  la
    principessa, apparve una gran luce, e quando il re ordin di rimuovere
    la terra ritrovarono viva la fanciulla dai capelli d'oro.
    Allora  la  matrigna  ordin  di  svuotare  il tronco di un gelso,  vi
    rinchiuse dentro la principessa e l'abbandon in mare.
    Al nono giorno il mare port la principessa dai  capelli  d'oro  sulle
    sponde  del Giappone,  e l i giapponesi la tirarono fuori dal tronco.
    Essa era ancora viva. Ma,  non appena fu uscita sulla riva,  mor e si
    trasform in un baco da seta.
    Il  baco da seta strisci su un albero di gelso e cominci a mangiarne
    le foglie.  Quando fu un po' cresciuto,  parve morire un'altra  volta:
    non mangiava e non si muoveva pi.
    Dopo  cinque giorni,  cio per lo stesso tempo impiegato dal leone per
    riportare  la  principessa  dal  deserto,   il  baco  riprese  vita  e
    ricominci a mangiare le foglie di gelso.
    Quando  fu  cresciuto ancora un po',  mor di nuovo e dopo sei giorni,
    cio lo stesso tempo che gli avvoltoi avevano impiegato per  riportare
    la principessa a casa, ritorn in vita e riprese a mangiare.
    E mor ancora una volta e poi, in quel medesimo periodo di tempo che i
    pescatori  avevano  impiegato  a  ricondurla  in barca,  torn in vita
    un'altra volta.
    E una quarta volta mor e ritorn in vita dopo sei  giorni,  il  tempo
    che la principessa era rimasta nel pozzo.
    E mor, ancora, per l'ultima volta, nel giro di nove giorni, quanti la
    principessa  ne  aveva  trascorsi in Giappone;  poi riprese vita sotto
    forma di un  bozzolo  color  dell'oro.  Dal  bozzolo  vol  fuori  una
    farfalla e depose le uova; dalle uova uscirono dei bachi e si sparsero
    per il Giappone.  E questi bachi cinque volte si addormentano e cinque
    volte ritornano in vita.
    Ora i giapponesi allevano molti bachi e producono grande  quantit  di
    seta.  E  il  primo  sonno del baco lo chiamano "sonno del leone",  il
    secondo "sonno dello sparviero",  il terzo  "sonno  della  barca",  il
    quarto "sonno del cortile" e il quinto "sonno del tronco svuotato".











    RICORDI DELL'INFANZIA.

    1.
    IL GATTINO.

    C'erano  un  fratello e una sorella,  Vssja e Ktja: essi avevano una
    gatta.   A  primavera  la  gatta  scomparve.   I  bimbi  la  cercarono
    dappertutto,  ma non riuscirono a trovarla. Un giorno stavano giocando
    accanto al granaio e  udirono,  sopra  la  loro  testa,  dei  miagolii
    sottili  sottili.  Vssja  si arrampic sulla scala fin sotto il tetto
    del granaio, mentre Ktja, rimasta gi, chiedeva continuamente:
    - Hai trovato? Hai trovato?
    Ma Vssja non le rispondeva. Finalmente le grid:
    - Ho trovato! La nostra gatta... ha i gattini.  Come son belli,  vieni
    su, sbrigati!
    Ktja corse a casa, prese del latte e lo port alla gatta.
    I gattini erano cinque.  Quando furono un po' cresciuti e cominciarono
    a venir fuori dal cantuccio in cui erano nati,  i bimbi si scelsero un
    gattino grigio con le zampette bianche e lo portarono a casa. La madre
    diede  via tutti gli altri gattini,  ma quello rest ai bambini.  Essi
    gli davano da mangiare, giocavano con lui e lo portavano a dormire nel
    loro letto.
    Un giorno i bimbi andarono a giocare per la strada e  portarono  anche
    il gattino.
    Il  vento  agitava i fili di paglia per le strade,  il gattino giocava
    con la paglia,  e i bambini  si  divertivano  a  guardarlo.  Poi  essi
    trovarono lungo la strada dell'acetosella,  si misero a raccoglierla e
    si scordarono del gattino.  D'un tratto udirono qualcuno  che  gridava
    forte: - Indietro!  Indietro! - e videro un cacciatore che avanzava al
    galoppo e davanti a lui due cani;  i cani avevano scorto il gattino  e
    volevano acchiapparlo.  E quello stupido gattino,  invece di scappare,
    si raccolse in se stesso,  inarc la schiena e fiss i cani.  Ktja si
    spavent  dei  cani,  prese  a  gridare e scapp di corsa.  Vssja con
    quanto fiato aveva si lanci verso il gattino nello stesso momento  in
    cui gli si gettavano contro i cani.  I cani stavano per afferrarlo, ma
    Vssja si butt sulla bestiola e con il suo corpo lo nascose ai cani.
    Il cacciatore giunse al galoppo e scacci via i cani;  Vssja si port
    a casa il gattino e non lo port mai pi per la strada.

    2.
    ZIVCIK, IL PASSERO ADDOMESTICATO.

    La zia racconta:
    Dietro  l'imposta di una finestra della nostra casa,  un passero aveva
    fatto il nido e vi aveva deposto cinque ovetti.  Io e le  mie  sorelle
    avevamo  guardato  il  passero mentre portava dietro quell'imposta ora
    una pagliuzza, ora una piumetta per costruire il nido.  E fummo felici
    quando  il  passero ebbe deposto le uova.  Ormai non volava pi con le
    pagliuzze e le piumette, ma rimaneva fermo, accovacciato sul nido.  Un
    altro  passero  -  ci  fu  spiegato che uno era il marito e l'altro la
    moglie - portava alla compagna dei vermi e la nutriva.
    Dopo qualche giorno sentimmo venire da dietro l'imposta un  pigolio  e
    corremmo  a vedere che cos'era successo nel nido dei passeri.  C'erano
    dentro cinque uccellini nudi, senza ali e senza piume; i loro beccucci
    erano gialli e molli, e le loro teste erano grosse.
    Essi ci sembrarono molto brutti e non  ci  rallegrammo  pi:  solo  di
    tanto in tanto andavamo a vedere che cosa facevano. La madre spesso si
    allontanava  da loro in cerca di cibo e,  quando ritornava,  i piccoli
    passeri spalancavano pigolando i  loro  beccucci  gialli  e  la  madre
    distribuiva a tutti pezzettini di vermi.
    Dopo una settimana i passerotti erano cresciuti, si erano ricoperti di
    lanuggine ed erano diventati belli;  e allora noi tornammo a visitarli
    pi spesso.  Un mattino,  guardando dietro l'imposta  della  finestra,
    scoprimmo  che  la madre passera giaceva morta l.  Capimmo che si era
    posata sull'imposta per passare la notte,  che si era addormentata  ed
    era rimasta schiacciata mentre l'imposta veniva chiusa.
    Prendemmo  la  passera e la gettammo nell'erba.  I piccoli pigolavano,
    rizzavano le loro testoline e spalancavano i beccucci,  ma  non  c'era
    pi nessuno che desse loro da mangiare.
    Nostra sorella maggiore disse:
    -  Ecco,  ora  non hanno pi la madre,  non hanno nessuno che li cibi:
    nutriamoli noi!
    Tutte contente, prendemmo una scatoletta,  la foderammo di ovatta,  vi
    posammo dentro il nido con gli uccellini e portammo tutto di sopra, in
    camera nostra.  Poi andammo a cercare vermiciattoli, bagnammo del pane
    nel latte e ci mettemmo ad imboccare  i  passerotti.  Essi  mangiavano
    bene,  scrollavano  le  testoline,  si  pulivano  i beccucci contro le
    pareti della scatola ed erano tutti molto vispi.
    Cos li imbeccammo per tutta la giornata,  e ci  prendemmo  gusto.  Il
    mattino dopo,  quando andammo a guardare nella scatola, vedemmo che il
    passerotto pi piccolino era morto e le sue zampette erano  impigliate
    nell'ovatta.  Lo buttammo via e togliemmo tutta l'ovatta,  in modo che
    non accadesse pi che un altro ci restasse impigliato;  imbottimmo  la
    scatola di erba e di muschio.  Ma prima di sera altri due passerottini
    drizzarono le piume,  spalancarono il beccuccio,  chiusero gli occhi e
    morirono anche loro.
    Dopo due giorni mor anche il quarto, e ne rimase uno solo. Ci dissero
    che avevamo dato loro troppo da mangiare.
    Mia  sorella  pianse  sui  suoi  uccellini e volle nutrire l'ultimo da
    sola: noi ci limitavamo a guardare. L'ultimo della nidiata, il quinto,
    era allegro, sano e vispo: lo chiamammo Zivck.
    Questo Zivck visse a lungo,  tanto che gi cominciava a  volare  e  a
    riconoscere la sua gabbietta.
    Quando  accadeva che mia sorella gridasse: - Zivck!  Zivck!   lui le
    volava subito incontro, e si appollaiava sulla spalla, sulla testa, su
    un braccio, e lei gli dava da mangiare.
    Poi Zivck crebbe e impar a mangiare da solo.  Viveva con  noi  nelle
    stanze  di  sopra;  di  tanto  in tanto volava via dalla finestra,  ma
    sempre ritornava a passare la notte al suo posto, nella scatoletta.
    Un mattino non usc affatto dalla scatola; aveva le penne umide, e lui
    le arruffava come avevano fatto gli altri  passerotti  quando  stavano
    per morire. Mia sorella non si allontanava da Zivck, gli stava sempre
    attorno, ma Zivck non mangiava e non beveva.
    Rimase  malato  tre  giorni  e il quarto mor.  Quando vedemmo che era
    morto,  steso sul dorso,  con le zampette rattrappite,  tutt'e tre  ci
    mettemmo  a  piangere  cos forte che la mamma corse di sopra a vedere
    cos'era successo.  Quando entr e  scorse  sul  tavolo  il  passerotto
    morto,  cap  il  nostro  dolore.  Mia  sorella per qualche giorno non
    mangi, non gioc e continu a piangere.
    Avvolgemmo Zivck nei pi bei pezzi di stoffa che avevamo, lo mettemmo
    in una scatoletta di legno  e  lo  sotterrammo  in  giardino,  in  una
    piccola  fossa.  Poi  sulla  tomba  costruimmo  un piccolo tumulo e vi
    mettemmo sopra una minuscola lapide.

    3.
    TEMPORALE NEL BOSCO.

    Quando ero bambino,  mi mandarono nel bosco per funghi.  Raggiunsi  il
    bosco,  raccolsi  i  funghi  e  mi  preparai  a  far  ritorno  a casa.
    All'improvviso si fece buio,  cominci  a  piovere  e  a  tuonare.  Mi
    spaventai  e mi rannicchiai sotto una grande quercia.  Balen un lampo
    cos vivido che mi  fece  male  agli  occhi,  e  li  serrai.  Qualcosa
    schiant  e  crepit  sopra  di me e poi qualcosa mi colp alla testa.
    Caddi e rimasi disteso sino a quando cess  di  piovere.  Allorch  mi
    riebbi,  gli  alberi del bosco sgocciolavano,  gli uccelli cantavano e
    rideva il solicello.  La grande quercia  era  schiantata,  e  dal  suo
    tronco usciva del fumo.  Attorno a me erano sparsi pezzi di legno.  Il
    mio vestito era tutto fradicio e mi si appiccicava alla  pelle;  sulla
    testa mi era spuntato un bernoccolo e mi faceva un po' male.  Ritrovai
    il mio berretto, raccolsi i funghi e corsi a casa.
    In casa non c'era nessuno: presi dalla tavola un pezzo di  pane  e  mi
    arrampicai  sulla  stufa.  Quando mi svegliai,  vidi che i miei funghi
    erano gi stati cotti, messi in tavola e che li stavano mangiando.
    - Perch li mangiate senza di me? - gridai.
    Mi risposero:
    - E tu perch dormi? Spicciati, e vieni a mangiare anche tu.

    4.
    COME LA ZIA IMPARO' A CUCIRE.

    La zia racconta:
    Avevo sei anni quando pregai la mamma di farmi cucire. Lei mi disse:
    - Sei ancora troppo piccola, non faresti che pungerti le dita.
    Ma io con la mia insistenza l'infastidii tanto  che  essa  tir  fuori
    dalla  sua  cassetta  un pezzo di stoffa e me lo diede;  poi infil di
    filo rosso un ago e mi fece vedere come dovevo  tenerlo.  Cominciai  a
    cucire,  ma  non  mi  riusciva  di fare i punti uguali: uno era lungo,
    l'altro andava a capitare proprio sull'orlo della stoffa e la  bucava.
    Poi mi punsi un dito, ma non volevo piangere, e la mamma mi disse:
    - Che c'?
    Non  potei  reggere e scoppiai in lacrime.  Allora la mamma mi mand a
    giocare.
    Quando la sera andai a letto non vedevo davanti a me  che  punti...  e
    pensavo come avrei potuto imparare in fretta a cucire; mi pareva tanto
    difficile  che non ci sarei mai riuscita.  Ora sono diventata grande e
    non ricordo neppure pi come ho fatto a imparare a  cucire;  e  quando
    l'insegno  alla  mia  bambina  mi  meraviglio  nel vedere che essa non
    riesca a tener l'ago in mano.

    5.
    IL TROVATELLO.

    Una povera donna aveva una figlia di nome Masa.  Un mattino Masa  usc
    per attingere acqua e vide davanti alla porta di casa un fagottello di
    stracci.  Masa pos il secchio e cominci a disfare il fagottello. Non
    appena lo ebbe toccato,  sent una vocina che gridava: -  U...  u...
    u...
    Masa  si  chin  e  vide un bambinello rosso rosso,  che a tutta forza
    strillava: - U... u... u!  - Masa lo prese in braccio,  lo port in
    casa  e cominci a dargli qualche cucchiaino di latte.  Ma la madre le
    disse:
    - Che cosa hai portato?
    Rispose Masa:
    - Un bimbetto, l'ho trovato davanti alla porta.
    Replic Ia madre:
    - Siamo gi tanto povere,  come possiamo ancora dare da mangiare a  un
    bambino? Andr dal sindaco e gli dir che lo vengano a prendere.
    Masa si mise a piangere e disse:
    - Mamma,  manger cos poco...  lascialo restar qui! Guarda che manine
    rosse, guarda che ditini!
    La madre guard e prov tanta pena.  E lasci che il bambino restasse.
    Masa  gli dava da mangiare,  lo fasciava e quando lo metteva a dormire
    gli cantava la ninna nanna.

    6.
    IN CHE MODO IMPARAI A CAVALCARE.

    Quando ero ragazzo,  i miei fratelli e  io  passavamo  le  giornate  a
    studiare;  soltanto  le  domeniche  e  i  giorni  festivi  andavamo  a
    passeggio e giocavamo. Un giorno il babbo ci disse:
    - Bisogna che i ragazzi pi grandicelli imparino ad andare a  cavallo.
    Bisogna mandarli al maneggio.
    Io che ero il pi piccolo dei fratelli chiesi:
    - Non potrei imparare anch'io?
    Il babbo mi rispose:
    - Tu cadresti!
    Ma  io  lo  pregai  di  far  imparare  anche  a me,  e stavo quasi per
    piangere. Il babbo allora disse:
    - Bene, impara anche tu. Per bada di non piangere quando cadrai.  Chi
    non cade almeno una volta da cavallo non imparer mai a cavalcare.
    Quando  arriv  il  mercoled,  ci condussero tutti e tre al maneggio.
    Entrammo su un grande terrazzo,  di l scendemmo in uno assai piccolo,
    sotto il quale si trovava un vasto stanzone.  Nello stanzone, al posto
    del piancito,  c'era della sabbia.  E in quello  stanzone  cavalcavano
    signore e signori,  e anche dei ragazzi come noi.  Quello stanzone era
    il maneggio.  Nel maneggio non c'era molta luce,  si sentiva  odor  di
    cavalli, lo schioccar delle fruste per incitar gli animali e il rumore
    di zoccoli che battevano sulle pareti di legno.  Io,  sulle prime,  mi
    spaventai e non riuscii a distinguere nulla.  Poi il nostro istitutore
    chiam l'istruttore e gli disse:
    - Date i cavalli a questi ragazzi: devono imparare a cavalcare.
    E l'istruttore rispose:
    - Benissimo!
    Poi guard attentamente me e aggiunse:
    - Ma questo  troppo piccolo!
    L'istitutore replic:
    - Ha promesso di non piangere quando cadr.
    L'istruttore si mise a ridere e se ne and.
    Poi  ci  furono  condotti  tre  cavalli  sellati;  noi ci togliemmo il
    cappotto e per quella scaletta scendemmo gi al maneggio. L'istruttore
    teneva il cavallo per la coda e i miei fratelli,  in  sella,  giravano
    attorno  a  lui,  prima al passo,  indi al trotto.  Poi fu condotto un
    cavallo piccolo: era di mantello fulvo  e  aveva  la  coda  mozza.  Si
    chiamava Cervoncik. L'istruttore si mise a ridere e mi disse:
    - Su, cavaliere, montate!
    Io  ero  felice  e  insieme  timoroso,  ma cercavo di fare in modo che
    nessuno se ne accorgesse. Per un bel pezzo tentai di infilare il piede
    nella staffa,  ma non ci riuscivo perch ero  troppo  piccolo.  Allora
    l'istruttore mi sollev tra le braccia e mi mise a sedere sulla sella.
    E disse:
    - Non  pesante, il signorino.
    Da  principio  mi teneva per un braccio: ma io avevo veduto che i miei
    fratelli nessuno li teneva e lo pregai che mi lasciasse. Egli chiese:
    - E non avete paura?
    Io avevo paura,  e molta,  ma dissi di  no.  Soprattutto  avevo  paura
    perch il cavallo continuava ad abbassare le orecchie, e io credevo ce
    l'avesse con me. L'istruttore mi disse:
    - Attento, eh, non cadete!  - e mi lasci il braccio.
    Sulle prime il cavallo andava al passo, e io mi tenevo ben diritto. Ma
    la  sella  era  sdrucciolevole e temevo di scivolare.  L'istruttore mi
    chiese:
    - Be', come va? Vi reggete bene?
    E io gli risposi:
    - Certamente!
    - Dunque, ora al trotto!
    E l'istruttore fece schioccar la lingua.
    Il cavallino si avvi al piccolo trotto,  e io  cominciai  a  sentirmi
    scivolare.  Ma non dicevo nulla e facevo ogni sforzo per non cadere di
    lato. L'istruttore mi elogi:
    - Ma bravo, cavaliere, molto bene!
    E io ne fui tutto contento.
    In quel momento si avvicin  all'istruttore  un  amico  e  si  mise  a
    discorrere con lui. L'istruttore cess di badare a me.
    Tutt'a  un tratto mi resi conto che ero scivolato un po' di lato dalla
    sella.  Cercai di raddrizzarmi,  ma non ci  riuscii.  Volevo  chiamare
    l'istruttore  affinch  mi  fermasse,  ma  mi  parve che sarebbe stato
    mortificante  se  l'avessi  fatto,  e  tacqui.   L'istruttore  non  mi
    guardava.  Il  cavallo continuava ad andare al trotto,  e io scivolavo
    sempre di pi. Lanciai un'occhiata all'istruttore pensando che sarebbe
    venuto in mio aiuto,  ma egli chiacchierava sempre con il suo amico e,
    senza neanche guardarmi, diceva:
    - E' in gamba il piccolo cavaliere!
    Io ero ormai completamente sbilanciato e avevo una gran paura. Pensavo
    che sarei caduto.  Ma mi vergognavo all'idea di gridare.  Cervoncik mi
    diede ancora una scrollata,  io scivolai del tutto e  caddi  a  terra.
    Allora  il cavallo si ferm,  l'istruttore si volt e vide che non ero
    pi in sella. Disse:
    - To', il mio cavaliere  caduto! - e mi si avvicin.
    Quando lo ebbi assicurato che non mi ero fatto male,  egli si  mise  a
    ridere e mi disse:
    - I ragazzini hanno il corpo elastico!
    Io avevo voglia di piangere.  Chiesi che mi rimettessero in sella e mi
    ci rimisero. E non caddi pi.
    Cos,  due volte alla settimana,  si andava al maneggio,  e io imparai
    presto a cavalcare bene, e non avevo pi alcuna paura.

    7.
    LA MIA PRIMA LEPRE.

    Avevo come istruttore un certo Ivn Andric. Egli mi insegn a sparare
    quando avevo appena tredici anni.
    Mi  diede  un piccolo fuciletto e mi faceva sparare quando si andava a
    passeggio.  Una volta ammazzai  una  cornacchia,  un'altra  volta  una
    gazza.  Ma il babbo non sapeva che io fossi capace a tirare. Un giorno
    d'autunno - era l'onomastico  della  mamma  -  aspettavamo  lo  zio  a
    pranzo,  e  io  stavo  alla finestra e guardavo da quella parte da cui
    sarebbe dovuto arrivare,  mentre il babbo  andava  su  e  gi  per  la
    stanza.  A  un  tratto  vidi spuntare da dietro il boschetto i quattro
    cavalli grigi e la carrozza, e gridai:
    - Arriva, arriva!
    Il babbo si affacci alla  finestra,  scorse  la  carrozza,  prese  il
    berretto  e  and incontro allo zio sulla scaletta d'ingresso.  Io gli
    corsi dietro. Il babbo salut lo zio e gli disse:
    - Entra, dunque!
    Ma lo zio rispose:
    - No, prendi il tuo fucile migliore e vieni con me. L, proprio dietro
    il boschetto, ho visto un bel leprotto accovacciato tra l'erba. Prendi
    il fucile e andiamo: lo acchiapperemo.
    Il babbo si fece portar la pelliccia e il fucile;  io corsi di  sopra,
    in  camera  mia,  misi  il cappello e presi il mi fucile.  Allorch il
    babbo si fu seduto in carrozza con lo zio,  io mi  rannicchiai  dietro
    con il mio fucile, perch nessuno mi vedesse.
    Non appena la carrozza usc dal boschetto,  lo zio ordin al cocchiere
    di fermarsi; s'alz e disse:
    - Vedi l in fondo qualcosa di grigio?  A destra c' un ciuffo d'erba?
    e a sinistra, a cinque passi... vedi?
    Il babbo guard per un bel po' ma non riusciva; vedere nulla. Io, cos
    in  basso  com'ero,  non potevo vedere.  Finalmente il babbo scorse il
    punto indicato e con lo zio si avvi per il campo.  Il babbo teneva il
    fucile pronto,  e lo zio continuava a fargli segno.  Io li seguivo con
    il mio fuciletto e non riuscivo a scorgere nulla.  Ma ero contento che
    nessuno  si fosse accorto di me.  Proseguimmo cos per un centinaio di
    passi. Il babbo si ferm, fece per sparare, ma lo zio lo trattenne:
    - No,  siamo troppo lontani,  andiamo pi  avanti.  Si  lascia  ancora
    avvicinare.
    Il  babbo  gli  diede  ascolto,  ma  avevano  fatto pochi passi che il
    leprotto balz su, e io riuscii appena a vederlo. Era una bella lepre,
    quasi bianca;  solo il dorso era grigio  argentato.  Scatt,  alz  un
    orecchio e saltellando si allontan da noi.  Il babbo mir e: clop! La
    lepre continuava a correre. Il babbo spar di nuovo e la lepre correva
    sempre.  Io ormai non pensavo pi n al babbo n  a  tutto  il  resto.
    Prendo la mira e: clop !  Guardo, e io stesso non credo ai miei occhi:
    la lepre   rovesciata  a  terra  e  agita  solo  una  delle  zampette
    posteriori. Il babbo e lo zio si voltano.
    - Da dove spunti, tu? Sei in gamba!
    Da quel giorno mi lasciarono il mio fucile e mi diedero il permesso di
    sparare.
    '
    8.
    LA FAMIGLIA DEL SOLDATO.

    Vivevamo  poveramente  all'estremit  del  villaggio.  Abitavo  con la
    mamma, una sorella maggiore e la nonna. La nonna andava attorno con un
    vecchio mantello sopra una sottana logora e con la testa avvolta in un
    lacero fazzoletto.  La nonna mi voleva bene e mi compativa  pi  della
    mamma.  Mio  padre  era  soldato.  Dicevano che beveva molto e che per
    punizione era stato mandato sotto le armi.  Ricordo come in sogno  che
    talvolta veniva a trovarci, in licenza. La nostra casupola era angusta
    e  sostenuta  al  centro  da  un  palo,  e  ricordo  che  una volta mi
    arrampicai su quel palo,  scivolai e andai a sbatter la fronte  contro
    una panca. Da allora mi  rimasta sulla fronte la cicatrice.
    La nostra casupola aveva due finestrelle,  e una era sempre coperta di
    stracci.  Il cortile era angusto e senza ripari.  Nel mezzo  c'era  un
    vecchio trogolo.  Avevamo una vecchia cavalla sfiancata; mucche non ne
    avevamo,  ma solo due pecorelle malandate e  un  agnello.  Io  dormivo
    sempre con quell'agnello.  Mangiavamo pane e acqua.  Non c'era nessuno
    che lavorasse; mia madre si lamentava di dolori alla pancia,  la nonna
    aveva  sempre  mal  di  testa e stava continuamente vicino alla stufa.
    Lavorava soltanto mia sorella,  ma solo per s e non per la  famiglia:
    si comperava abiti belli e si preparava a sposarsi.
    Mi  ricordo che mia madre stava sempre peggio,  e poi mise al mondo un
    bambino.  Mammina la  sistemarono  nell'ingresso.  La  nonna  si  fece
    prestare  dal  vicino  della  farina  di miglio e mand lo zio Nefd a
    cercare il  prete.  E  mia  sorella  and  a  chiamare  gente  per  il
    battesimo.
    Venne  la gente e portarono tre grossi pani.  I parenti prepararono la
    tavola coprendola con la tovaglia,  poi portarono gli  sgabelli  e  un
    grosso recipiente pieno d'acqua. Tutti sedettero al loro posto. Quando
    giunse  il  prete,  il compare e la comare si fecero avanti e dietro a
    loro rimase la zia Akulina col bimbo tra le braccia.  Ebbero inizio le
    preghiere.  Poi  tolsero  le fasce al bambino,  il prete lo prese e lo
    mise nell'acqua. Io mi spaventai e mi misi a gridare:
    - Da' qui il bambino!
    Ma la nonna si arrabbi e disse:
    - Sta' zitto, se no te le prendi!
    Il prete immerse per tre volte il piccolo e poi lo consegn  alla  zia
    Akulina. La zia lo ravvolse nelle fasce e lo port nell'ingresso, alla
    mamma.  Poi  tutti sedettero a tavola,  la nonna riemp due ciotole di
    "kasa",  ci vers su dell'olio e  serv  gli  ospiti.  Allorch  tutti
    ebbero  finito  di mangiare,  si alzarono da tavola,  ringraziarono la
    nonna e se ne andarono.
    Io mi avvicinai alla mamma e le chiesi:
    - Mamma, come lo chiamate?
    Mia madre mi rispose:
    - Come te.
    Il bimbo era magrolino;  aveva le gambette e i braccini sottili e  non
    faceva  che  strillare.  Di notte,  a qualunque ora mi svegliassi,  lo
    sentivo gridare,  e la mamma lo cullava e gli cantava la ninna  nanna.
    Tossiva, ma continuava a cantare.
    Una notte, svegliatomi, sentii che la mamma piangeva.
    La nonna si alz e disse:
    - Che hai, che Iddio ti benedica!
    Rispose la mamma:
    - Il bambino  morto.
    La  nonna  accese  il fuoco,  lav il piccolo,  gli mise una camiciola
    pulita,  una cinturina alla vita e lo distese sotto le immagini sacre.
    Quando  fu giorno,  usc di casa e and dallo zio Nefd.  Lo zio port
    due vecchie assicelle e  prepar  una  piccola  bara.  Fece  come  una
    cassettina  e  vi  accomod  dentro  il  bambino.  Poi la mamma and a
    sedersi  l  accanto  e  con  voce  sottile  cominci  a  gemere  e  a
    lamentarsi.  Infine lo zio Nefd pigli sotto il braccio la cassettina
    e la port a seppellire.
    Ci fu un po' di gioia da noi soltanto quando sposammo mia sorella.  Un
    giorno  erano  venuti a casa nostra certi contadini che portarono pani
    tondi e vino. E offrirono il vino a mia madre. Mia madre bevette.  Poi
    zio Ivn affett un pane e glielo diede.  Io stavo in piedi accanto al
    tavolo e mi venne una gran voglia di  mangiarne  un  pezzo.  Tirai  la
    mamma  verso  di me e glielo dissi in un orecchio.  La mamma si mise a
    ridere e zio Ivn disse:
    - Che cosa vuole?  Un pezzo di pane?  - e me ne tagli una gran fetta.
    Io  lo presi e me ne andai nel ripostiglio.  L ci trovai mia sorella,
    che subito cominci a interrogarmi:
    - Che dicono di l quei contadini ?
    Io risposi:
    - Bevono vino.
    Essa scoppi a ridere e disse:
    - Sono venuti a combinare il mio matrimonio con Kondraska.
    Venne il giorno della celebrazione dello sposalizio. Tutti si alzarono
    presto. La nonna accese la stufa,  la mamma impast i dolci,  e la zia
    Akulina lav la carne per cuocerla.
    Mia sorella calz le scarpe nuove,  indoss un vestito rosso,  mise in
    testa un fazzoletto nuovo, e stava l senza far niente. Poi, quando la
    casa fu riscaldata,  anche la mamma si vest da festa,  e molta  gente
    incominci a venire. La casa era piena.
    Poi  si  fermarono  dinanzi al nostro cortile tre carri a due cavalli,
    con le sonagliere. E sull'ultimo carro stava il fidanzato Kondraska in
    caffettano nuovo e un cappello alto in testa.  Il fidanzato scese  dal
    carro  ed entr in casa.  Fecero indossare a mia sorella una pelliccia
    nuova e la condussero dinanzi allo sposo.  I fidanzati si sedettero  a
    tavola, e le donne si misero a cantare in loro onore. Poi si alzarono,
    dissero  una  preghiera e uscirono di casa.  Kondraska fece salire mia
    sorella su un carro,  e lui sal su un  altro.  Tutti  quanti  presero
    posto, si segnarono e partirono.
    Io rientrai in casa e mi sedetti alla finestra in attesa che il corteo
    degli  sposi tornasse.  Mia madre mi diede una fettina di pane,  io la
    mangiai e subito mi addormentai. Mi svegli la mamma, dicendo:
    - Arrivano!
    Mi diede il matterello e mi fece sedere a tavola.  Entr nella  stanza
    Kondraska  con  mia sorella,  seguiti da molta gente,  pi numerosa di
    prima.  Anche in strada  c'era  gente  e  tutti,  dalla  finestra,  ci
    guardavano. Zio Gherasim era il compare; si accost a me e mi disse:
    - Vattene via di l!
    Io mi spaventai e feci per andarmene, ma la nonna mi disse:
    - Mostragli il matterello e chiedigli: sai cos' questo?
    Cos io feci. Allora zio Gherasim mise dei soldini in un bicchiere, lo
    riemp  di  vino  e  me l'offr.  Io presi i bicchiere e lo diedi alla
    nonna. Allora noi ci alzammo d tavola e gli altri si sedettero.
    Poi incominciarono a portare vino, gelatina di vitello, carne lessa, e
    si misero a cantare e a ballare.  A zio Gherasim  offrirono  da  bere:
    egli ingoi un sorso e disse:
    - Questo vino sa di amaro (vedi nota).
    Allora  mia  sorella  prese  Kondraska  per le orecchie e incominci a
    baciarlo.  Canti e balli durarono a lungo;  alla fine se  ne  andarono
    tutti, e Kondraska si port mia sorella a casa sua.
    Dopo  di allora riprendemmo a vivere ancora pi miseramente.  Vendemmo
    il cavallo e l'ultima pecora,  e molto spesso non avevamo  neppure  il
    pane.  Mia madre andava a prenderlo in prestito dai parenti. Dopo poco
    anche la nonna mor. Ricordo che la mamma piangeva e si lamentava:
    - Madre mia cara! A chi mi hai lasciata, misera tapina che sono? A chi
    hai abbandonato la tua infelice  creatura?  Dove  prender  consiglio?
    Come far a vivere?
    E cos continu a lungo a piangere e a lamentarsi.
    Un  giorno  ero  andato  sulla  strada  maestra  con  dei  ragazzi per
    sorvegliare i cavalli,  ed ecco che vedo un soldato che avanza con  un
    sacco sulle spalle. Si avvicina a noi ragazzi e chiede:
    - Di che villaggio siete, ragazzi?
    Gli rispondiamo:
    - Siamo di Niklskoe.
    Chiede il soldato:
    - Vi abita l una certa Matrna, moglie di un soldato?
    Gli rispondo:
    - Vi abita, s:  mia madre.
    Il soldato mi fissa e chiede:
    - Lo hai mai veduto il tuo babbo?
    Rispondo:
    - E' soldato, non l'ho mai veduto.
    Allora il soldato mi dice:
    - Su,  andiamo, accompagnami a casa di Matrna: ho portato per lei una
    lettera di tuo padre.
    Gli dico:
    - Quale lettera?
    E lui risponde:
    - Andiamo, lo vedrai!
    E io:
    - Sta bene, allora andiamo!
    Il soldato s'incammin con me, ma cos in fretta che io non riuscivo a
    stargli al passo.  Ed ecco che arrivammo a casa.  Il soldato  fece  la
    preghiera e disse:
    - Salve!
    Poi  si  tolse  il  pastrano,  si sedette presso la stufa e cominci a
    guardarsi attorno, poi disse:
    - Dunque,  tutta qui la famiglia?
    Mia madre era confusa e non parlava: guardava il soldato. Disse allora
    questi:
    - E la mamma dov'? - e si mise a piangere.
    Allora la mamma gli corse vicino e incominci a baciarlo. E anch'io mi
    arrampicai sulle sue ginocchia e presi a frugargli nelle tasche.  Egli
    smise di piangere e sorrise.
    Poi venne gente, mio padre salut tutti e disse che ora aveva avuto il
    congedo per sempre.
    Quando il bestiame fu ricondotto dal pascolo, arriv anche mia sorella
    e abbracci il babbo. Ma il babbo domand:
    - Di chi  figlia questa bella giovane?
    La mamma scoppi in una risata e disse:
    - Non ha riconosciuto sua figlia!
    Allora  il babbo la richiam presso di s,  la baci di nuovo e chiese
    come vivesse.  Poi la mamma and a cuocere una frittata  e  mand  mia
    sorella   a  prendere  del  vino.   Mia  sorella  torn  portando  una
    bottiglietta, tappata con della carta, e la pos sulla tavola.  Chiese
    il babbo:
    - Cos' questa roba?
    E la mamma rispose:
    - Vino per te.
    E il babbo, di rimando:
    -  No,  sono  ormai cinque anni che non bevo pi: portami la frittata,
    piuttosto!
    Fece la sua preghiera,  sedette a tavola e incominci a mangiare.  Poi
    il babbo disse:
    Se non avessi smesso di bere, non sarei diventato sergente e non avrei
    portato niente a casa; invece, grazie a Dio...
    E  tir  fuori dal sacco un borsellino pieno di denaro e lo diede alla
    mamma. La mamma fu tutta contenta e si affrett ad andarlo a riporre.
    Poi, quando tutti furono usciti,  babbo si coric sulla panca in fondo
    alla  stanza  e  mi  fece  sdraiare al suo fianco,  mentre la mamma si
    distese ai nostri piedi. E per un bel pezzo,  quasi sino a mezzanotte,
    essi parlarono tra loro. Poi io mi addormentai.
    Alla mattina la mamma disse:
    - Oh, non ho legna!
    E il babbo rispose:
    - Un'accetta c'?
    - Ce l'ho, ma cattiva;  tutta dentellata.
    Il babbo si mise le scarpe,  prese l'accetta e usc in cortile. Io gli
    corsi dietro.
    Il babbo strapp dal tetto una pertica, la appoggi sul ceppo, sollev
    l'accetta e con forza la ridusse in  pezzi;  port  tutto  in  casa  e
    disse:
    - Eccoti la legna,  accendi la stufa.  Oggi andr a vedere se trovo da
    comperare del legname per fabbricare una casetta.  Occorrer comperare
    anche una mucca.
    Gli rispose la mamma:
    - Oh, ma ci vorr molto denaro!
    E il babbo:
    - Lavoreremo. Questo contadinotto cresce... - E mi indic col dito.
    Il babbo recit le preghiere,  mangi un po' di pane, si vest e disse
    alla mamma:
    - Se ci sono delle uova fresche,  fammele cuocere sotto la cenere  per
    pranzo.
    E se ne and.
    Rimase a lungo prima di tornare. Chiesi alla mamma di lasciarmi andare
    a cercarlo,  ma essa non me lo permise.  Io volli uscire lo stesso, ma
    lei non cedette e mi picchi.  Io allora mi sedetti sulla stufa  e  mi
    misi a piangere. In quel momento entr in casa il babbo e chiese:
    - Perch piangi?
    Gli risposi:
    -  Volevo  andarti a cercare,  ma la mamma non mi ha lasciato e per di
    pi mi ha picchiato - e presi a piangere ancora pi forte.
    Il babbo si  mise  a  ridere,  si  avvicin  alla  mamma  e  finse  di
    picchiarla, mentre le diceva:
    - Non devi picchiare Fdja, non devi picchiare Fdja!
    La mamma,  per finta,  si mise a piangere, il babbo scoppi a ridere e
    disse:
    - Tu e Fdja siete facili alle lacrime, piangete per niente!
    Poi si sedette a tavola, mi chiam accanto a s e grid:
    - Su, mamma, portaci il pranzo: Fedjuska e io vogliamo mangiare!
    La mamma ci port "kasa" e uova,  e noi ci  mettemmo  a  mangiare.  La
    mamma disse:
    - E il legname, l'hai comperato?
    Rispose il babbo:
    -  S,  l'ho comperato: ottanta rubli di tiglio bianco che pare vetro.
    Offriremo ai contadini da bere e, forse,  una domenica mi aiuteranno a
    portarlo con i carri.
    Da allora cominciammo a vivere bene.

    NOTA: Usanza di brindare agli sposi in modo augurale,  esclamando: E'
    amaro! per invitarli a baciarsi.







    VITA DELLE PIANTE E DEGLI ANIMALI.

    1.
    IL CILIEGIO SELVATICO.

    Un ciliegio selvatico era cresciuto su  un  sentiero,  e  soffocava  i
    cespugli di noccili.  A lungo mi chiesi se dovessi tagliarlo o no: mi
    faceva pena.  Questo ciliegio selvatico era venuto su non a  forma  di
    cespuglio,  ma di albero di circa dodici centimetri di diametro e otto
    metri di altezza,  tutto ramificazioni  e  coperto  di  fiori  vividi,
    bianchi  e  profumati.  Il loro profumo si sentiva da lontano.  Io non
    l'avrei tagliato,  ma uno dei  lavoranti  (al  quale  avevo  detto  in
    precedenza   di  abbattere  tutti  i  ciliegi  selvatici)  cominci  a
    tagliarlo senza che io lo sapessi.  Quando  arrivai  sul  posto,  egli
    l'aveva gi intaccato con la scure ed era penetrato nel tronco per sei
    centimetri;  la  linfa  colava  sotto  i colpi quando la scure entrava
    nella tacca precedente.  Niente da fare: si vede  che  era  destino!
    dissi  tra  me.  Afferrai  anch'io  l'accetta  e  cominciai a tagliare
    insieme con il contadino.
    Qualunque sia il lavoro,  lavorare d sempre allegria,  e d  allegria
    anche  tagliare un albero.  D allegria far entrare in profondit e di
    sbieco l'accetta e poi, con colpi perpendicolari, penetrare sempre pi
    verso il midollo.
    Mi ero ormai scordato completamente del ciliegio e pensavo soltanto al
    modo di abbatterlo al pi presto. Quando mi sentii senza fiato, deposi
    la scure e, appoggiandomi all'albero insieme con il contadino,  cercai
    di buttarlo gi.  Gli demmo uno strattone: l'albero trem con tutte le
    sue foglie,  e caddero su noi gocce  di  rugiada,  mentre  i  bianchi,
    odorosi petali dei fiori volteggiavano per l'aria.
    Nello  stesso  momento  si lev,  simile a un grido,  uno scricchiolo
    dall'interno  dell'albero;   tentammo  ancora  e  l'albero,   come  se
    piangesse,  mand un lacerante crepito e si abbatt.  Si era spezzato
    all'altezza del taglio e, palpitando,  si era adagiato sull'erba con i
    suoi rami e i suoi fiori. Tremolarono ancora per un po' dopo la caduta
    le foglie e i fiori, e poi rimasero immobili.
    - Bella pianta, eh! - disse il contadino. - Fa' pena davvero!
    A  me  faceva cos male al cuore che mi allontanai in fretta e andai a
    vedere gli altri operai.

    2.
    IL GIUNCO E L'OLIVO.

    Il  giunco  e  l'olivo  stavano  discutendo  chi  dei  due  fosse  pi
    resistente  e  pi  forte.  L'olivo  si  beffava  del giunco perch si
    curvava a qualsiasi soffio di vento.  E il giunco taceva.  Scoppi una
    tempesta:  il  giunco  ondeggiava,  si  piegava  di  qua  e di l,  si
    abbassava sino a terra,  ma sopravvisse:  l'olivo  tese  i  suoi  rami
    contro il vento e fu spezzato.

    3.
    IL VECCHIO PIOPPO.

    Per  cinque  anni il nostro giardino era rimasto abbandonato.  Assunsi
    degli operai a giornata con accette e zappe,  e  mi  misi  a  lavorare
    anch'io  insieme con loro per riordinarlo.  Tagliammo e potammo i rami
    secchi  e  quelli  selvatici,  i  cespugli  e  gli  alberi  superflui.
    Soprattutto  erano cresciuti e si erano infoltiti i pioppi e i ciliegi
    selvatici.  Il pioppo  una pianta  che  ha  molte  radici,  e  non  
    possibile  svellerlo senza recidere tutte le radici sottoterra.  Al di
    l del laghetto sorgeva un pioppo cos  enorme  che  per  abbracciarlo
    occorrevano due persone.  Attorno si stendeva una piccola radura tutta
    invasa da giovani polloni.  Ordinai agli uomini di  tagliarli:  volevo
    che  quel  posto  diventasse pi allegro e,  pi che altro,  intendevo
    alleggerire quel  vecchio  pioppo  perch  pensavo  che  quei  giovani
    polloni  che  venivano  su dalle sue radici gli succhiassero la linfa.
    Mentre stavamo tagliando i giovani pioppi mi faceva pena,  a  momenti,
    veder troncare sotto terra le loro radici, ricche di linfa, o mettersi
    in  quattro  a tirare senza riuscirci,  per strappare un pioppetto gi
    intaccato dalle scuri.
    Esso resisteva con tutte le sue forze e non voleva morire. Io pensavo:
    Evidentemente  necessario che viva, se con tanta tenacia si aggrappa
    alla vita!.  Ma bisognava  tagliarli,  e  io  li  feci  tagliare.  In
    seguito,  ma  era ormai troppo tardi,  mi resi conto che non si doveva
    distruggerli.
    Io avevo creduto che le giovani piantine togliessero al vecchio pioppo
    tutta la sua linfa; e invece era accaduto proprio il contrario. Mentre
    li  tagliavo,   il  vecchio  pioppo  stava  gi  per  morire.   Quando
    sbocciarono  le  foglie,  notai che uno dei suoi rami (l'albero si era
    biforcato in due rami) restava nudo,  e in  quella  stessa  estate  si
    secc.  Da  un  pezzo,  dunque,  il pioppo stava morendo e,  poich lo
    sapeva, aveva voluto trasmettere ai giovani polloni la sua vita.
    Per questo essi si svilupparono cos in fretta. Io, invece, per dargli
    sollievo, avevo ucciso tutti i suoi figli.

    4.
    GLI ALBERI DI MELO.

    Avevo piantato duecento giovani meli e per tre anni, in primavera e in
    autunno,  avevo zappato la terra intorno e d'inverno avevo  avvolto  i
    tronchi con paglia per proteggerli dalle lepri. Il quarto anno, quando
    la  neve  si  sciolse,  andai  a  vedere i miei giovani meli.  Durante
    l'inverno erano cresciuti,  la loro corteccia era lucida  e  piena  di
    linfa,  i  rametti  erano tutti intatti,  e alle loro estremit e alle
    biforcazioni spiccavano boccili tondi come piselli. Qua e l le gemme
    erano gi scoppiate e si vedevano gli orli rosati dei  petali.  Sapevo
    che tutti quei boccili si sarebbero trasformati in fiori e frutti,  e
    mi sentivo felice guardando i miei meli.
    Ma quando liberai dalla paglia il primo tronco,  vidi  che  in  basso,
    proprio  a  fior  di  terra,  la corteccia era stata rosicchiata torno
    torno sino al midollo in una specie di anello bianco.  Erano  stati  i
    topi. Scoprii un secondo melo, e anche a questo era accaduta la stessa
    cosa.  Di  duecento  meli  neppure uno era rimasto intatto.  Spalmai i
    punti rosicchiati con pece e cera;  ma quando i  meli  sbocciavano,  i
    fiori  avvizzivano  subito  e  cadevano.  Poi spuntarono delle piccole
    foglie, ma anche quelle avvizzirono e caddero.  La scorza si raggrinz
    e  divenne  nera.  Di  duecento meli me ne rimasero soltanto nove.  Di
    questi nove la scorza  non  era  stata  rosicchiata  completamente,  e
    nell'anello  bianco  ne era rimasta qualche strisciolina.  E su queste
    striscioline,  nei punti in cui la scorza si apr,  si formarono delle
    escrescenze e i giovani meli,  sebbene malaticci,  vissero.  Tutti gli
    altri finirono male;  soltanto di sotto ai punti  rosicchiati  vennero
    fuori dei germogli, ma inselvatichiti.
    La  corteccia    per  gli alberi ci che le vene sono per gli uomini:
    attraverso le vene il sangue scorre nel corpo umano e cos  attraverso
    la corteccia scorre nell'albero la linfa e sale ai rami, alle foglie e
    ai fiori.  Si pu svuotare un tronco del tutto, come accade dei vecchi
    salici, ma, purch sia viva la corteccia,  l'albero continua a vivere;
    se  la  corteccia per morir,  anche l'albero morir.  Se all'uomo si
    tagliassero le  vene,  egli  morirebbe,  anzitutto  perch  il  sangue
    scorrerebbe  via  e in secondo luogo perch il sangue non potrebbe pi
    circolare per il corpo.
    Cos anche le betulle seccano quando i ragazzi incidono  la  corteccia
    per berne la linfa, e tutta la linfa scorre via.
    E  cos  i  miei  meli  sono  morti  perch  i  topi hanno mangiato la
    corteccia e la linfa non aveva pi modo di  passare  dalle  radici  ai
    rami, alle foglie e ai fiori.

    5.
    GLI ALBERI CAMMINANO.

    Stavamo  un giorno ripulendo accanto al laghetto un sentiero invaso da
    piante e cespugli.  Avevamo gi tagliato una gran quantit di  prugni,
    di salici,  di pioppi quando giunse il turno di un ciliegio selvatico.
    Era cresciuto,  questo ciliegio,  proprio in mezzo alla strada ed  era
    cos vecchio e grosso che non poteva avere meno di dieci anni.  Eppure
    sapevo che cinque anni prima  il  giardino  era  stato  ripulito:  non
    riuscivo  quindi  a capire come mai potesse trovarsi l un albero cos
    grosso. Lo abbattemmo e proseguimmo. Pi avanti,  in un'altra macchia,
    era  cresciuto  un  altro  ciliegio simile a quello,  anzi persino pi
    grosso.  Esaminai le sue radici e scoprii che esso era cresciuto sotto
    un  vecchio tiglio.  Il tiglio,  con i suoi rami,  lo soffocava,  e il
    ciliegio si era allungato strisciando a fior di terra  con  il  tronco
    per circa quattro metri,  e quando era uscito alla luce aveva drizzato
    la testa e cominciato a fiorire. Lo tagliai con l'accetta alla radice,
    e mi stupii che un albero cos fiorente avesse le radici marce. Quando
    lo ebbi tagliato,  mi  accinsi  a  trascinarlo  via  con  l'aiuto  dei
    contadini  ma,  per  quanto  facessimo,  non  riuscivamo  a smuoverlo.
    Sembrava che fosse inchiodato l. Io dissi:
    - Guardate un po' che non sia rimasto attaccato da qualche parte...
    Un contadino s'insinu sotto il ciliegio e grid:
    - Ma quest'albero ha un'altra radice, qui sulla strada!
    Mi avvicinai e vidi che era proprio vero.
    Il ciliegio,  per non essere soffocato dal  tiglio,  aveva  strisciato
    sotto  i  suoi rami per circa due metri dalla prima radice.  La radice
    che io avevo tagliata era marcia e secca, mentre quella nuova era sana
    e vigorosa.  Evidentemente il ciliegio  aveva  sentito  che  sotto  il
    tiglio  non  sarebbe potuto vivere;  si era spinto con un ramo,  e con
    esso si era abbarbicato alla terra;  quel ramo si era  trasformato  in
    una  radice nuova e la vecchia era stata abbandonata.  Soltanto allora
    capii come avesse fatto il primo ciliegio  a  crescere  sulla  strada.
    Anche quello,  evidentemente,  si era comportato allo stesso modo,  ma
    ormai aveva fatto  in  tempo  a  eliminare  completamente  la  vecchia
    radice: per questo io non l'avevo trovata.

    6.
    I BACHI DA SETA.

    Nel mio giardino c'erano dei vecchi alberi di gelso. Li aveva piantati
    ancora  mio  nonno.  In  autunno mi furono dati circa cinque grammi di
    uova di bachi da seta e mi si consigli di allevarli per coglierne poi
    la seta. Queste uova erano di color grigioscuro, e cos piccole che in
    quei cinque grammi ne potei contare cinquemila ottocento trentacinque.
    Erano pi piccole della pi  piccola  capocchia  di  spillo  ed  erano
    assolutamente inanimate;  soltanto quando le si schiacciava, mandavano
    un lieve scricchiolo. Quelle piccole uova rimasero l sul mio tavolo,
    e io quasi me ne dimenticai.
    Ma un giorno di primavera scesi in giardino e notai che le  gemme  del
    gelso  incominciavano  a  ingrossare,  e  dalla  parte esposta al sole
    spuntavano gi le foglie.  Mi ricordai allora delle uova di  bachi  e,
    rientrato  in  casa,  cominciai  a sceglierle e a stenderle meglio sul
    tavolo.  Una gran parte di quelle uova non erano pi grigioscuro  come
    prima,  ma  alcune  avevano  assunto  una  tinta  grigiochiara,  altre
    addirittura chiarissima con sfumature bianche come il latte.
    Il giorno dopo, di buon mattino, tornai a guardarle e mi avvidi che da
    alcune erano gi usciti dei piccoli bruchi,  mentre le altre si  erano
    gonfiate.  Le  bestioline evidentemente avevano sentito,  di dentro al
    guscio, che il loro cibo era maturo.
    I vermiciattoli  erano  neri,  pelosi  e  cos  piccoli  che  riusciva
    difficile  distinguerli.  Li  guardai  con la lente di ingrandimento e
    notai che essi, dentro al piccolo ovetto, stavano arrotolati ad anello
    e appena uscivano si raddrizzavano.  Scesi in giardino  a  raccogliere
    foglie  di  gelso;  ne  presi  tre  manciate,  le misi sul tavolo e mi
    accinsi a sistemare per i  bachi  un  posto  adatto  come  mi  avevano
    insegnato.
    Mentre  stavo  preparando la carta,  i bacherozzoli avevano fiutato l
    sul tavolo il loro cibo  ed  erano  strisciati  verso  le  foglie.  Le
    spostai e presi ad attirarli con una foglia, ed essi, come cani dietro
    un pezzo di carne,  strisciarono verso le foglie sul piano del tavolo,
    scavalcando matite, temperini e carte. Allora preparai della carta, ci
    feci tanti forellini con il temperino,  vi posai sopra  le  foglie,  e
    ricoprii  i  piccoli  bachi  con  carta  e  foglie.  I  piccoli  bachi
    attraverso quei forellini, si arrampicarono sulla carta e cominciarono
    a mangiare.
    Sugli altri bachi,  a mano a mano che  uscivano  dall'involucro,  posi
    allo  stesso  modo la carta coperta di foglie;  tutti si arrampicarono
    dai forellini e incominciarono a mangiare.  Su ogni foglio di carta  i
    vermiciattoli  si  raccoglievano insieme e intaccavano le foglie dagli
    orli.  Poi,  quando avevano mangiato tutto,  si mettevano a  strisciar
    sulla carta alla ricerca di nuovo cibo. Allora io ponevo sopra di essi
    nuovi  fogli  di  carta  bucherellata,  coperti di foglie di gelso,  e
    quelli continuavano ad arrampicarsi verso il nuovo cibo.
    Li avevo sistemati sopra un palchetto,  nella mia  stanza.  Quando  le
    foglie erano esaurite,  essi strisciavano per il palchetto, giungevano
    proprio sull'orlo ma  non  cadevano  mai,  sebbene  i  bacolini  siano
    ciechi.  Non appena una di queste bestiole giunge al punto dove inizia
    il vuoto,  prima di lasciarsi cadere mette fuori dalla bocca  come  un
    filo di ragnatela,  si attacca con esso all'orlo dell'asse,  si lascia
    cadere, penzola nel vuoto,  si guarda in giro e se gli va di scendere,
    scende,  e se vuol tornare indietro ci ritorna risalendo lungo il filo
    di ragnatela.
    Per ventiquattro ore filate i bacolini  non  fecero  che  mangiare.  E
    bisognava  procurar loro sempre maggior quantit di foglie.  Quando si
    porta loro foglie fresche,  ed essi vi si mettono  sopra,  si  ode  un
    frusco   come  di  gocce  d  pioggia  sul  fogliame:  sono  loro  che
    incominciano a mangiare.
    A questo modo i bachi che erano stati i primi  a  uscire  vissero  per
    cinque  giorni.  Erano  ormai molto cresciuti e mangiavano dieci volte
    pi  di  prima.   Sapevo  che  al  quinto  giorno   avrebbero   dovuto
    addormentarsi e aspettavo che ci accadesse.  Verso la sera del quinto
    giorno un bacco tra i pi vecchi rest attaccato alla carta,  e  smise
    di mangiare e di muoversi.
    Durante   le   successive   ventiquattro  ore  passai  lungo  tempo  a
    osservarlo.  Sapevo che  i  bachi  mutano  parecchie  volte  la  pelle
    precedente, si rivestono a nuovo.
    Io e un mio compagno sorvegliavamo a turno. Verso sera il mio compagno
    grid:
    - Ha cominciato a spogliarsi, vieni!
    Io  accorsi e vidi che infatti il vermiciattolo si era aggrappato alla
    carta con la vecchia pelle, l'aveva lacerata vicino alla bocca,  aveva
    messo  fuori  la  testa  e  si  dimenava  e contorceva come se volesse
    uscirne,  ma pareva che la vecchia pelle  non  glielo  consentisse.  A
    lungo rimasi a osservare come si agitava senza potersi liberare,  e mi
    venne voglia di aiutarlo. Lo toccai appena con l'unghia,  ma subito mi
    avvidi  di  aver fatto una sciocchezza.  Sotto l'unghia mi era rimasto
    qualcosa di liquido,  e il baco mor.  Al  momento  pensai  che  fosse
    sangue,  ma  poi seppi che i bachi hanno sotto la pelle un liquido che
    li aiuta,  come un lubrificante,  a scivolare fuori pi facilmente dal
    loro involucro.  Con l'unghia io avevo senza dubbio danneggiato questo
    nuovo involucro giacch il baco,  sebbene fosse riuscito a venir fuori
    da quello vecchio, mor poco dopo.
    Gli altri non li toccai pi,  e tutti,  allo stesso modo,  sbucarono a
    fatica dalla loro camicia;  soltanto alcuni  andarono  a  male;  quasi
    tutti,  sebbene dopo lunghi e tormentosi sforzi,  riuscirono a tirarsi
    fuori.
    Dopo la muta i bachi si misero a mangiare ancora di pi,  e la  foglia
    andava consumandosi rapidamente. Dopo quattro giorni si addormentarono
    di nuovo e di nuovo ripresero a uscire dalla pelle.  La foglia spariva
    sempre pi in fretta,  e i bachi avevano ormai raggiunto la  lunghezza
    di mezzo centimetro.  Poi,  di l a sei giorni, si riaddormentarono, e
    di nuovo cambiarono pelle e incominciarono a essere lunghi  e  grossi,
    tanto che noi facevamo appena in tempo a procurar loro il cibo.
    Al  nono  giorno i bachi pi anziani cessarono del tutto di mangiare e
    li vedemmo strisciare su per il palchetto e le sue  colonnine.  Io  li
    riunii  e  li  deposi  su  foglie fresche,  ma essi voltavano la testa
    dall'altra parte e strisciavano via. Mi ricordai allora che,  quando i
    bachi  sono  pronti  per  fare  il bozzolo,  smettono completamente di
    mangiare e si arrampicano verso l'alto.
    Li lasciai in pace e mi misi a osservare che cosa avrebbero fatto.
    Gli anziani s'inerpicarono sino al  soffitto,  andarono  ciascuno  per
    conto  proprio e,  sempre strisciando,  cominciarono a tendere il loro
    filo in direzioni diverse. Ne seguii con lo sguardo uno.  Si ritir in
    un angolo,  tese sei fili lunghi circa cinque centimetri,  in tutte le
    direzioni; ci si sospese sopra,  si pieg in due,  a forma di ferro di
    cavallo,  e  cominci a girar la testa secernendo un filo di seta,  in
    modo da attorcigliarselo attorno.  Verso sera era  gi,  come  in  una
    nebbia,  avvolto nella sua ragnatela. Lo si vedeva appena; e quando fu
    mattina era ormai invisibile.  Si era gi tutto avvoltato di  seta,  e
    continuava tuttavia nel suo lavoro.
    Dopo tre giorni smise quel movimento e mor.
    In  seguito venni a conoscere la lunghezza del filo che un baco emette
    durante quei tre giorni.  Dipanando tutto  quel  filo  se  ne  trovano
    generalmente pi di mille metri;  di rado meno. E se si calcola quante
    volte il baco deve aver girato la testa durante  quelle  tre  giornate
    per  emettere  tutto  il  suo  filo,  risulterebbe  che esso ha girato
    attorno a se stesso ben trecentomila volte.  Il che equivale a un giro
    al secondo,  senza soste.  Quando,  dopo tutto quel lavoro,  andammo a
    prendere  alcuni  bozzoli  e  li  aprimmo,   ci  trovammo  dentro  dei
    vermiciattoli completamente disseccati, bianchi, simili a cera.
    Non ignoravo che dai bozzoli contenenti quei bianchi,  cerei cadaveri,
    dovevano uscire delle farfalle,  ma guardandoli non  potevo  crederci.
    Tuttavia,  passati  venti  giorni,  rimasi a osservare ci che sarebbe
    accaduto a quelli che avevo lasciato intatti.
    Nel  ventesimo  giorno,   infatti,   sapevo  che  doveva  avvenire  la
    trasformazione.  Ma non si vedeva nulla, e io gi pensavo che qualcosa
    non andasse bene quando,  tutt'a un tratto,  notai  che  uno  di  quei
    bozzoli si era alla cima annerito e inumidito.  Mi stavo domandando se
    per caso esso non fosse andato a male ed ero gi sul punto di gettarlo
    via.   Ma  poi  mi  dissi  che  forse  quello   era   l'inizio   della
    trasformazione e rimasi in osservazione. E infatti da quel punto umido
    e scuro qualcosa si mosse. Per un pezzo non riuscii a capire di che si
    trattasse,  ma poi apparve una cosa simile a una testina con baffetti.
    Quei baffetti si muovevano.  Poi notai ancora una zampina che spuntava
    da  un  piccolo  foro  e  poi un'altra,  e queste zampine cercavano un
    appoggio e tentavano di sbucar fuori dal bozzolo.  Non sapevo che cosa
    si  spingeva  fuori sempre di pi;  e finalmente distinsi una farfalla
    tutta bagnata.  Allorch tutte e sei le zampette si  furono  liberate,
    spunt anche la parte posteriore,  e la farfalla rimase l.  Quando fu
    ben asciutta divenne bianca,  spieg  le  ali,  prese  il  volo,  fece
    qualche giro e and a posarsi su una finestra.
    Di  l  a  due  giorni  la  farfalla  depose  le  uova,  l'uno accanto
    all'altro,  sul davanzale.  Quegli ovetti  erano  gialli.  Venticinque
    farfalle deposero le uova, e io ne raccolsi cinquemila.
    L'anno  successivo  allevai  un  maggior numero di bachi e ottenni una
    maggior quantit di seta.

    7.
    IL VECCHIO LUPO ISTRUISCE SUO FIGLIO.

    Camminavo per la strada quando udii alle mie spalle un grido.  Era  un
    pastorello,  che  gridava.  Correva  attraverso  il  campo  e indicava
    qualcosa.
    Guardai e vidi due lupi che attraversavano di corsa il campo: uno  era
    grosso,  l'altro  piccolo.  Il  piccolo  portava  sul dorso un agnello
    sgozzato e con i denti lo teneva per una zampa.  Il  lupo  grosso  gli
    andava dietro.
    Allorch io vidi quei lupi, li inseguii insieme con il pastorello e ci
    mettemmo  a  gridare.  Alle  nostre  grida accorsero i contadini con i
    cani.
    Non appena il vecchio lupo avvist i cani  e  la  gente,  corse  verso
    quello  giovane,  gli  strapp  di dosso l'agnello,  se lo gett sulla
    schiena,  e tutti e due si misero  a  correre  pi  in  fretta  finch
    scomparvero alla nostra vista.
    Allora  il pastorello raccont com'erano andate le cose: da un burrone
    era balzato fuori il lupo grosso, aveva afferrato un agnello,  l'aveva
    sgozzato  e  l'aveva  portato  via.  Incontro  a  lui  era  uscito  il
    lupacchiotto e si era gettato a prendere l'agnello.  Il vecchio glielo
    aveva  dato  da  portare  e  cos aveva potuto correre pi liberamente
    dietro di lui.
    Soltanto quando era sopravvenuto il pericolo,  il vecchio  lupo  aveva
    interrotto la lezione e aveva ripreso lui l'agnello.

    8.
    L'AQUILA.

    Un'aquila  aveva  costruito  il  nido  su un albero,  lungo una strada
    maestra, lontano dal mare, e l aveva covato gli aquilotti.
    Un giorno, mentre vicino all'albero c'era gente che lavorava, l'aquila
    torn al nido con un grosso pesce tra gli artigli.  La gente  vide  il
    pesce,  circond  l'albero e prese a gridare e a lanciare sassi contro
    l'aquila.
    L'aquila lasci cadere il pesce, la gente lo prese e si allontan.
    L'aquila si pos sull'orlo del nido e gli aquilotti alzarono i  capini
    e si misero a pigolare: chiedevano cibo.
    L'aquila  era stanca e non si sentiva di volare di nuovo sino al mare;
    entr nel nido,  copr gli aquilotti con le  sue  ali,  li  accarezz,
    lisci  le loro piumette come se volesse pregarli di aspettare un po'.
    Ma, quanto pi accarezzava, tanto pi quelli pigolavano forte.
    Allora l'aquila si allontan da loro e and ad appollaiarsi su un ramo
    in cima all'albero.
    Gli aquilotti ripresero a stridere e a pigolare  in  tono  sempre  pi
    lamentoso.
    A  un  tratto  anche  l'aquila lanci un forte grido,  apr le ali e a
    fatica vol verso il mare. Torn soltanto a sera tarda;  volava adagio
    e  bassa  sulla  terra,  e  tra gli artigli portava di nuovo un grosso
    pesce.
    Quando giunse presso l'albero guard se  l  vicino  ci  fosse  ancora
    gente,  poi chiuse in fretta le ali e si pos sull'orlo del nido.  Gli
    aquilotti alzarono i capini e spalancarono le bocche;  l'aquila fece a
    pezzi il pesce e diede da mangiare ai suoi piccoli.

    9.
    IL PASSERO E LE RONDINI.

    Un giorno ero in cortile e stavo guardando un nido di rondini sotto il
    tetto. Entrambe le rondini volarono via e il nido rimase vuoto.
    Mentre erano assenti,  dal tetto scese a volo un passero,  salt verso
    il nido,  si guard attorno,  agit le alucce e si ficc  dentro;  poi
    mise fuori la testolina e mand un pigolo.
    Poco  dopo  una  delle  rondini  torn  al  nido.  Vi entr ma,  visto
    l'ospite, emise un lamento, sbatt le ali e vol via.
    Il passero restava dov'era e cinguettava.
    D'un tratto giunse a volo un gruppo di rondini:  si  avvicinarono  una
    dopo  l'altra  al  nido  come per dare una occhiata al passero,  e poi
    ripresero il volo.
    Il passero, per nulla intimorito, girava la testolina di qua e di l e
    cinguettava.
    Tornarono un'altra volta  le  rondini  al  nido,  fecero  qualcosa,  e
    un'altra volta volarono via.
    Non  invano  esse  erano  venute:  ognuna  portava nel becco un po' di
    fango, e a poco a poco turavano l'apertura del nido.
    Ancora  una  volta  volarono  via  e  ancora  una  volta  ritornarono,
    continuando  a  turare  il  nido  la cui apertura si faceva sempre pi
    stretta, sempre pi stretta.
    Da principio si vedeva  tutto  il  collo  del  passero,  poi  solo  la
    testolina,  poi il beccuccio e poi non si vide pi niente;  le rondini
    lo avevano completamente murato nel nido.
    Allora presero il volo e stridendo cominciarono a girare attorno  alla
    loro casa.

    10.
    L'ELEFANTE.

    Un indiano possedeva un elefante. Il padrone gli dava da mangiare poco
    e  lo faceva lavorare molto.  Un giorno l'elefante s'infuri e con una
    zampa schiacci il padrone.  L'indiano mor.  La moglie allora scoppi
    in singhiozzi e, presi i suoi bambini, li port dall'elefante e glieli
    gett tra le zampe, dicendogli:
    - Elefante, hai ucciso il padre, uccidi anche i figli!
    L'elefante guard i bambini, afferr il maggiore con la proboscide, lo
    sollev con cautela e se lo pos sul collo. Da allora prese a ubbidire
    al ragazzino e a lavorare per lui.







    SCENE DAL VERO.

    1.
    LA BIMBA E I FUNGHI.

    Due bambine tornavano a casa con i funghi.  Esse dovevano attraversare
    la strada ferrata.  Pensando che il treno  fosse  ancora  lontano,  si
    arrampicarono sul terrapieno e camminarono in mezzo ai binari.
    D'improvviso si ud il fragore del treno.  La bambina pi grande torn
    indietro di corsa e la pi piccola, anche lei di corsa, prosegu.
    La pi grande grid alla sorella:
    - Non tornare indietro!
    Ma il treno era tanto vicino e faceva un tal fragore  che  la  piccola
    non  ud bene e credette di dover tornare indietro.  Torn indietro di
    corsa scavalcando i binari,  si inciamp,  lasci cadere i funghi e si
    mise a raccoglierli.
    Il treno era ormai vicino e il macchinista fischiava a tutta forza.
    La bambina pi grande grid:
    - Lascia i funghi!  - ma la piccola credette che le avesse ordinato di
    raccoglierli e si accucci tra le rotaie.
    Il macchinista non riusc a  fermare  il  treno.  Fischiando  a  tutta
    forza, il treno invest la bambina.
    La  sorella maggiore gridava e piangeva.  Tutti i viaggiatori si erano
    affacciati dai finestrini e il capotreno corse in fondo  al  convoglio
    per vedere che cos'era accaduto della bambina.
    Quando il treno fu passato,  tutti videro che la bambina era stesa tra
    le rotaie e non si muoveva.
    Tutt'a un tratto ella sollev il capo, si mise in ginocchio,  raccolse
    i funghi e corse dalla sorella.

    2.
    I CANI DEI POMPIERI.

    Accade  spesso nelle citt che,  durante un incendio,  qualche bambino
    rimanga in una casa che sta andando in  fiamme;    difficile  salvare
    questi  bambini,  perch,  in preda al terrore,  essi si nascondono in
    qualche angolo e se ne stanno zitti zitti,  e  il  fumo  impedisce  di
    vederli.  Per  questo  a Londra si ammaestrano dei cani i quali vivono
    sempre con i pompieri e quando scoppia  un  incendio  in  una  casa  i
    pompieri  li  mandano a salvare i bambini.  A Londra c' uno di questi
    cani, Bob, che ha gi messo in salvo dodici bambini.
    Un giorno scoppi  un  incendio  in  una  casa.  Quando  arrivarono  i
    pompieri,  una donna si precipit verso di loro.  Piangeva dicendo che
    nella casa era rimasta una bimbetta di due  anni.  Fu  mandato  Bob  a
    cercarla.  Bob  sal  le  scale  di  corsa  e  scomparve  tra il fumo.
    Riapparve cinque minuti dopo: trascinava la bambina  tenendola  con  i
    denti per la camicia. La madre si lanci verso la figlia piangendo per
    la  gioia  di  vederla  viva.  I  pompieri  accarezzarono il cane e lo
    esaminarono attentamente per vedere se fosse ustionato;  ma Bob  cerc
    di  lanciarsi  di nuovo nella casa.  I pompieri pensarono che ci fosse
    ancora qualche bambino e lo lasciarono andare.  Il cane  si  precipit
    tra  il  fumo  e  quasi  subito  ne usc tenendo tra i denti qualcosa.
    Quando la gente vide di che si trattava fu un riso generale: Bob aveva
    portato in salvo una grossa bambola.

    3.
    IL CANE ARRABBIATO.

    Un uomo comper in citt un cucciolo di bracco e lo port in campagna,
    dentro una manica della pelliccia. La moglie si affezion al cagnolino
    e lo tenne di sopra,  nelle sue  stanze.  Il  cagnolino  crebbe  e  lo
    chiamarono Druzk.
    Andava a caccia con il padrone,  faceva la guardia alla casa e giocava
    con i bambini.
    Un giorno entr di gran corsa nel  giardino  un  altro  cane.  Correva
    diritto  lungo  il  vialetto,  con la coda bassa e la bocca aperta,  e
    dalla bocca gli scendeva la bava. I bambini erano in giardino.
    Il padre vide quel cane e grid:
    - Bambini, scappate subito in casa! Quel cane  arrabbiato!
    I bambini sentirono il grido del padre; ma,  non vedendo il cane,  gli
    capitarono  proprio incontro.  Il cane arrabbiato stava per avventarsi
    su uno dei bambini, ma in quel momento Druzk si lanci sull'animale e
    cominci ad azzuffarsi con lui.
    I bambini riuscirono a fuggire,  ma quando  Druzk  rientr  in  casa,
    gemeva e perdeva sangue dal collo.
    Di  l  a  dieci  giorni  Druzk intrist: non beveva,  non mangiava e
    giunse persino a scagliarsi contro un altro cucciolo, per morderlo. Lo
    chiusero in una stanza vuota.
    I bambini non capivano perch avessero rinchiuso Druzk e andarono  di
    nascosto a vedere la bestiola.
    Aprirono la porta e cominciarono a chiamare Druzk.  Poco manc che il
    cane li  buttasse  a  terra;  si  precipit  in  giardino  e  and  ad
    accucciarsi  sotto  un  cespuglio.  Quando  la  padrona vide Druzk l
    sotto,  lo chiam,  ma il cane non ubbid,  non scodinzol  e  non  la
    guard  neppure.  Aveva gli occhi torbidi e dalla bocca gli colava gi
    la bava. Allora la padrona chiam il marito e gli disse:
    - Vieni qui subito,  qualcuno ha fatto  uscire  Druzk:    senz'altro
    arrabbiato. Per amor di Dio, fa' qualcosa!
    Il padrone and a staccare il fucile e si avvicin a Druzk.  Prese la
    mira,  ma mentre mirava la mano gli tremava.  Spar,  ma non lo  colp
    alla testa, bens alla schiena.
    Il cane mand un guaito e si abbatt.
    Il padrone si avvicin di pi per vedere che cosa gli aveva fatto.  Il
    dorso di Druzk era coperto di sangue  e  le  zampe  posteriori  erano
    fracassate. Il cane si trascin verso il padrone e si mise a leccargli
    un  piede.  Il  padrone fu scosso da un tremito,  si mise a piangere e
    corse in casa.
    Allora chiamarono un cacciatore il quale, con un altro fucile, colp a
    morte il cane e lo port via.

    4.
    IL LEONE E IL CAGNOLINO.

    C'era a Londra un serraglio di bestie feroci e lo si  poteva  visitare
    dando denaro oppure cani e gatti per il pasto delle belve.
    Un tale,  che voleva vedere le bestie feroci,  acchiapp per la strada
    un cagnolino e  lo  port  al  serraglio.  Lo  fecero  entrare,  e  il
    cagnolino lo buttarono nella gabbia del leone perch se lo mangiasse.
    Il  cagnolino  si mise la coda tra le zampe e si accucci in un angolo
    della gabbia. Il leone gli si avvicin e prese ad annusarlo.
    Il cagnolino si coric sulla schiena,  alz le zampette e cominci  ad
    agitare il codino.
    Il leone lo tocc con la zampa e lo rigir.
    Il cagnolino balz su e and a mettersi davanti al leone, seduto sulle
    zampe posteriori.
    Il leone guardava il cagnolino, piegando la testa ora da una parte ora
    dall'altra, ma non lo toccava.
    Quando il padrone del serraglio gett della carne alla belva, il leone
    ne strapp un pezzo e lo offr al cagnolino.
    La sera, quando il leone si mise a dormire, il cagnolino gli si sdrai
    accanto e gli pos la testa su una zampa.
    Da  allora  il  cagnolino  visse nella stessa gabbia con il leone.  Il
    leone non lo toccava,  mangiava e dormiva con lui e talvolta giocavano
    persino insieme.
    Un  giorno  un signore and a visitare il serraglio e riconobbe il suo
    cagnolino; disse che il cane era suo e chiese al padrone del serraglio
    che glielo restituisse. Il padrone era disposto ad accondiscendere, ma
    quando chiamarono il cagnolino per farlo uscire dalla gabbia, il leone
    s'infuri e cominci a ruggire.  Cos,  per un anno  intero,  leone  e
    cagnolino vissero nella stessa gabbia.
    Dopo  un  anno  il  cagnolino  si  ammal  e  mor.  Il leone smise di
    mangiare,  e continuava a fiutarlo,  a leccarlo e a scuoterlo  con  le
    zampe.
    Quando cap che era morto fece un balzo,  s'infuri,  cominci a darsi
    colpi di coda sui fianchi, poi si lanci contro la parete della gabbia
    e prese a mordere i catenacci e le sbarre.
    Per tutta la giornata si dibatt per la gabbia ruggendo;  alla fine si
    accucci  presso  il cagnolino e si acquiet.  Il padrone volle portar
    via il cagnolino morto,  ma il leone non lasciava che  nessuno  vi  si
    accostasse.
    Allora il padrone pens che il leone avrebbe scordato il suo dolore se
    gli  si fosse dato un altro cagnolino,  e gliene mise nella gabbia uno
    vivo: ma il leone lo sbran immediatamente.  Poi prese tra le zampe il
    cagnolino morto e rimase disteso cos per cinque giorni.
    Il sesto giorno il leone mor.

    5.
    IL PESCECANE.

    La nostra nave stava all'ncora sulla costa africana. Era una giornata
    bellissima e dal mare spirava un vento fresco,  ma verso sera il tempo
    cambi: l'atmosfera divenne soffocante e,  come da una stufa infocata,
    ci giungeva l'aria arroventata del Sahara.
    Prima del tramonto il capitano usc sul ponte e grid:
    -  Buttatevi  in  acqua!  -  In  un  momento,  i marinai si tuffarono,
    calarono in mare una vela,  la legarono e con quella vela  costruirono
    una specie di vasca da bagno.
    Sulla  nave c'erano con noi due ragazzi che furono i primi a tuffarsi,
    ma dentro quella vasca  di  tela  si  sentivano  a  disagio  e  perci
    pensarono di gettarsi in mare aperto e di fare una gara di nuoto.
    Entrambi,  come due anguille, guizzarono nell'acqua e a tutta forza si
    spinsero verso un punto in cui galleggiava la boa dell'ncora.
    Uno dei due ragazzi sulle prime aveva superato  il  compagno,  ma  poi
    cominci  a  rimanere  indietro.  Il  padre  del  ragazzo,  un vecchio
    artigliere,  era sul ponte e si compiaceva nel  guardare  suo  figlio.
    Quando questi cominci a restare indietro, il padre prese a gridargli:
    - Non mollare! Fa' ancora uno sforzo!
    A un tratto, dal ponte, qualcuno grid:
    - Un pescecane! - e tutti noi scorgemmo sulla superficie dell'acqua il
    dorso del mostro marino.
    Il pescecane nuotava diritto verso i ragazzi...
    -   Indietro,   indietro!   Tornate!   C'  un  pescecane!   -  urlava
    l'artigliere.
    Ma i ragazzi non lo udivano,  e continuavano ad allontanarsi ridendo e
    gridando pi allegramente e pi forte di prima.  L'artigliere,  bianco
    come un cencio, li seguiva con lo sguardo, immobile.
    I marinai calarono in mare  una  barca,  vi  si  gettarono  dentro  e,
    facendo piegare i remi dallo sforzo,  si lanciarono con quanta energia
    avevano verso i ragazzi; ma erano ancora lontani,  mentre il pescecane
    era ormai a non pi di venti metri dai nuotatori.
    Sulle  prime  essi  non  avevano  udito le grida di coloro che erano a
    bordo e non avevano veduto il pescecane;  ma poi  uno  dei  due  diede
    un'occhiata  indietro: noi udimmo allora uno strillo acuto e i ragazzi
    si slanciarono a nuoto in direzioni diverse.
    Quello strillo parve risvegliare l'artigliere.  Fece  un  balzo  e  si
    lanci  verso  i  cannoni.  Gir  un  affusto,  si  curv sul cannone,
    aggiust il tiro e afferr la miccia.
    Tutti noi,  quanti eravamo  sulla  nave,  mezzo  morti  dall'angoscia,
    attendevamo ci che sarebbe accaduto.
    Rimbomb  un  colpo,  e  vedemmo  l'artigliere  accasciarsi  presso il
    cannone e coprirsi gli occhi con le mani.  Che cosa fosse avvenuto  l
    tra  i  ragazzi e il pescecane non riuscivamo a vedere,  perch per un
    momento il fumo ci offusc la vista.
    Ma quando il fumo si dissip sull'acqua,  si alz  un  mormoro  prima
    leggero,  poi sempre pi forte e infine,  da tutte le parti, rison un
    grido alto gioioso.
    Il vecchio artigliere apr gli occhi,  si alz in piedi  e  guard  in
    mare.
    Sulle onde galleggiava il ventre giallo del pescecane morto.  In pochi
    minuti la barca si avvicin ai ragazzi e li riport sulla nave.

    6.
    IL TUFFO IN MARE.

    Una nave aveva fatto il giro del mondo e se ne tornava in  patria.  Il
    tempo era calmo, e tutti gli uomini stavano sul ponte. In mezzo a loro
    una grossa scimmia faceva le capriole e li divertiva.  Si arrampicava,
    saltava,  faceva certe buffe smorfie,  imitava le persone e si  vedeva
    che,  sapendo  che  la  gente se la godeva nel guardarla,  si eccitava
    sempre di pi.
    Balz con un salto verso un ragazzetto  di  dodici  anni,  figlio  del
    comandante della nave,  gli tolse il cappello,  se lo calz in testa e
    in fretta  in  fretta  si  arrampic  sull'albero  di  maestra.  Tutti
    scoppiarono in una risata,  ma il ragazzo, rimasto senza cappello, non
    sapeva se doveva ridere o andare in collera.
    La scimmia si install sul primo  pennone,  si  tolse  il  cappello  e
    incominci a lacerarlo con le zampe e con i denti.  Pareva che volesse
    farsi beffe del ragazzo: lo segnava a dito e gli faceva le smorfie. Il
    ragazzo,  gridando,  le rivolse un gesto di  minaccia,  ma  la  bestia
    continuava a lacerare il cappello sempre pi rabbiosamente.  I marinai
    si sbellicavano dal gran ridere,  ma il ragazzo,  fattosi tutto rosso,
    si tolse la giacca e si slanci sull'albero,  verso la scimmia.  In un
    minuto,  arrampicandosi  sulla  fune,  raggiunse  il  pennone,  ma  la
    scimmia,  ancor pi agile e pi svelta di lui,  proprio nell'attimo in
    cui il ragazzo credeva di poter afferrare il suo cappello, sal ancora
    pi in alto.
    - Ma  non  mi  sfuggirai,  no!  -  grid  il  ragazzo  e  continu  ad
    arrampicarsi.
    La  scimmia  gli  fece  cenno di avvicinarsi,  poi sal di pi,  ma il
    ragazzo, preso dalla foga, non si ferm.  Cos scimmia e ragazzo in un
    attimo raggiunsero la cima.  Quando fu lass, la scimmia si protese in
    tutta la sua lunghezza e,  afferrandosi con una delle zampe posteriori
    alla corda, appese il cappello all'estremit del pennone pi alto, poi
    si  arrampic  sino  alla  cima  dell'albero  e  di  l prese a far le
    boccacce  e  a  mostrare  i   denti,   tutta   contenta.   Dall'albero
    all'estremit del pennone,  al quale era appeso il cappello, c'era una
    distanza  di  circa  un  metro  e  mezzo,   cosicch  era  impossibile
    raggiungerlo senza abbandonare con le mani la fune e l'albero.
    Ma il ragazzo era eccitatissimo.  Stacc le mani dall'albero e mise il
    piede sul pennone.  In  basso,  sul  ponte,  tutti  avevano  osservato
    ridendo  le  acrobazie  della  scimmia  e del figlio del comandante ma
    quando videro che il ragazzo  abbandonava  la  fune  e  camminava  sul
    pennone dondolando le braccia, si sentirono gelare dal terrore.
    Bastava  che  il ragazzo incespicasse e sarebbe precipitato sul ponte,
    sfracellandosi.  E se anche non fosse incespicato e  avesse  raggiunto
    l'estremit  del  pennone  e  preso  il suo cappello gli sarebbe stato
    difficile rigirarsi e  tornare  indietro  sino  all'albero.  Tutti  lo
    guardavano in silenzio, aspettando quanto sarebbe accaduto.
    A  un tratto qualcuno mand un grido di spavento.  Il ragazzo,  a quel
    grido, si riscosse, guard in gi e vacill.
    Proprio in quel  momento  il  comandante  della  nave,  il  padre  del
    ragazzo,  stava uscendo dalla sua cabina. Teneva in mano un fucile per
    sparare ai gabbiani. Vide il figlio sulla cima dell'albero e subito lo
    prese di mira col fucile gridandogli:
    - In acqua! Salta subito nell'acqua o sparo!
    Il ragazzo continuava a vacillare, ma non capiva.
    - Salta, o sparo! Uno... due... - e non appena il padre grid tre,  il
    ragazzo salt a testa in gi.
    Come un proiettile di cannone,  il suo corpo tonf in mare,  e le onde
    non ebbero il tempo di travolgerlo perch venti marinai  in  gamba  si
    erano gi buttati in dal ponte della nave. Dopo circa quaranta secondi
    -  a  tutti  parvero  lunghissimi  - il corpo del ragazzo a galla.  Lo
    afferrarono e lo tirarono sulla  nave.  Dopo  qualche  minuto  l'acqua
    prese  a  uscirgli  dalla bocca e dal naso,  e il ragazzo ricominci a
    respirare.
    Quando il capitano lo  vide,  mand  un  grido  come  se  qualcosa  lo
    soffocasse, poi si ritir a precipizio nella sua cabina perch nessuno
    vedesse che piangeva.

    7.
    IL SERVIZIO MILITARE.

    Io  voglio  bene  a mio fratello anche cos,  ma soprattutto perch ha
    fatto il soldato al posto mio.  Ecco come and  la  cosa:  tirarono  a
    sorte.  La  sorte  cadde su me.  Dovevo andare a fare il soldato e io,
    allora, mi ero sposato da una settimana soltanto.  Non volevo lasciare
    la mia giovane moglie.
    La mamma cominci a gemere e a dire:
    - Come far Petruska a partire, giovane com'?
    Ma  non  c'era  niente da fare e s'incominci a preparare la mia roba.
    Mia moglie mi  cuc  delle  camicie,  raccolse  un  po'  di  denaro  e
    l'indomani dovevo presentarmi all'appello, in citt. La mamma piangeva
    disperata e io,  al pensiero di dover partire, mi sentivo stringere il
    cuore come se andassi alla morte.
    La sera ci riunimmo a cenare tutti insieme.  Nessuno aveva  voglia  di
    mangiare.  Mio fratello maggiore,  Nikolj, era sdraiato sulla stufa e
    non parlava. La mia sposina piangeva. Il babbo era irritato. Quando la
    mamma port in tavola la "kasa",  nessuno la tocc.  Allora  la  mamma
    chiam  Nikolj  perch scendesse a mangiare.  Egli scese,  si fece il
    segno della croce, sedette a tavola e disse:
    - Non disperarti,  "mtuska".  Andr io a fare il soldato al posto  di
    Petruska,  sono  pi vecchio di lui.  Forse me la caver.  Far il mio
    servizio e poi torner a casa. E tu Ptr, quando io sar lontano, abbi
    cura del babbo e della mamma e non trattar male mia moglie.
    Io  mi  rallegrai  tutto;   anche  la  mamma  smise  di  piangere,   e
    s'incominci a fare i preparativi per lui.
    L'indomani  mattina  quando  mi  svegliai  e mi misi a pensare che mio
    fratello partiva al posto mio, mi sentii male. Gli dissi:
    - Non andare, Nikolj: tocca a me e andr io.
    Ma lui taceva e si preparava. E mi preparai anch'io. E andammo tutti e
    due in citt,  al distretto.  Lui  rest  e  restai  anch'io.  Eravamo
    entrambi ragazzi robusti,  aspettavamo entrambi. Mio fratello maggiore
    mi guard, sorrise e disse:
    - Basta, Ptr, ora vattene a casa. E non rattristarti per me,  io vado
    volentieri.
    Scoppiai  in  pianto  e  tornai  a  casa.  E  ora,  quando penso a mio
    fratello, mi sento pronto a dare la vita per lui.

    8.
    VIAGGIO IN PALLONE.

    Molta folla si era radunata per vedermi volare. Il pallone era pronto.
    Esso  fremeva,  cercava  di  staccarsi  dai  quattro  cavi  e  ora  si
    raggrinzava,  ora si gonfiava.  Salutai i miei, salii sulla navicella,
    controllai che tutte le provviste fossero a posto e gridai:
    - Via!
    I cavi furono tagliati, e il pallone si sollev verso l'alto, dapprima
    tranquillamente - simile a un  puledro  che  spezzate  le  briglie  si
    guarda  per  un  momento  attorno  -  poi d'improvviso ebbe uno scatto
    brusco e si lanci con tale impeto che la navicella vibr  e  prese  a
    ondeggiare.
    A   terra  tutti  applaudivano,   gridavano  e  agitavano  cappelli  e
    fazzoletti.  A mia volta sventolai il berretto e non feci in  tempo  a
    rimetterlo in testa che gi ero cos in alto che non riuscivo,  se non
    a fatica,  a distinguere la gente.  Per un attimo provai paura,  e  un
    brivido di gelo mi corse per le vene;  ma poi,  d'improvviso, un senso
    di gioia mi inond l'animo e dimenticai la paura.  Mi giungeva  appena
    appena il rumore della citt.  La gente,  l in basso, ronzava come le
    api.  Le strade,  le  case,  il  fiume,  i  giardini  della  citt  mi
    apparivano  come  un  quadro.  Mi sembrava di essere il re di tutta la
    citt e di tutta quella gente, tanto lass mi sentivo colmo di gioia.
    Salivo rapidamente: soltanto le corde della navicella oscillavano, e a
    un certo momento un colpo di vento mi invest e mi fece  rigirare  due
    volte su me stesso;  ma poi tutto si calm, e non riuscivo a capire se
    volavo o se restavo fermo sempre allo stesso  punto.  Mi  accorsi  che
    continuavo a salire soltanto perch il quadro della citt sotto di me,
    si  faceva  sempre pi piccolo e lo vedevo sempre pi lontano.  Pareva
    che sotto di me la terra crescesse: diventava sempre pi larga, e a un
    tratto mi avvidi che aveva assunto la forma di una coppa.  I  contorni
    erano tondeggianti,  e nel fondo della coppa era adagiata la citt. Mi
    sentivo sempre pi inondato di gioia. Respirare era facile e gioioso e
    provavo il desiderio di cantare. Intonai un motivo, ma la mia voce era
    cos debole che ne restai stupefatto e spaventato.
    Il sole era ancora alto,  ma verso occidente si  stendeva  una  grossa
    nuvola che d'improvviso venne a coprirlo.  Mi sentii di nuovo invadere
    dalla paura e per distrarmi in qualche modo presi il  barometro  e  lo
    consultai.  Dal  barometro  seppi  che mi trovavo a pi di quattromila
    metri di altezza.  Mentre rimettevo a posto il barometro,  qualcosa mi
    frull  accanto,  e  scorsi  un piccione.  Ricordai allora che l'avevo
    preso con me per rimandarlo a terra con un biglietto.  Scrissi  su  un
    pezzo di carta che ero vivo e sano,  a quattromila metri di altezza, e
    legai  il  biglietto  al  collo  del  piccione.   La  bestiola   stava
    appollaiata  sull'orlo  della navicella e mi guardava con i suoi occhi
    rossi.  Mi pareva che mi pregasse di non buttarla gi.  Dal momento in
    cui il sole era stato coperto,  sotto non si vedeva pi niente. Ma non
    c'era altro da fare: dovevo rimandare a terra il piccione.  Quando  lo
    presi in mano,  esso tremava con tutte le penne.  Tesi il braccio e lo
    lasciai andare.  Sbattendo le ali vol di sghembo gi verso  il  basso
    come una pietra.
    Guardai  di  nuovo  il  barometro.  Ero  ormai  a  cinquemila metri di
    altezza,  e provai la sensazione che mi mancasse l'aria;  cominciai  a
    respirare faticosamente.  Tirai la cordicella per sprigionare il gas e
    ridiscendere ma,  o a causa della  mia  debolezza,  o  di  un  qualche
    guasto,  la valvola non si apriva.  Mi sentii mancare.  Non mi rendevo
    conto se continuavo a  salire.  Tutto  era  immobile,  ma  il  respiro
    diventava di momento in momento pi faticoso. Se non riesco a fermare
    il  pallone,  pensai  scoppier  e io sono perduto!.  Per capire se
    continuavo a salire o se mi ero fermato gettai alcuni pezzi  di  carta
    fuori  della  navicella.  I  pezzetti  caddero  come  pietre,  il  che
    significava  che  io  salivo  come  una  freccia.   Mi  afferrai  alla
    cordicella con tutte le mie forze e tirai.
    Grazie  a  Dio,  la  valvola si apr e qualcosa fischi.  Gettai altri
    pezzetti di carta: volteggiarono accanto a me per un momento e poi  si
    sollevarono.  Dunque io stavo scendendo.  Verso il basso non si vedeva
    ancora nulla: soltanto un gran mare di nebbia si stendeva sotto di me.
    Erano nuvole.  Poi cominci a soffiare il vento,  mi trasport chi  sa
    dove;  ben presto ricomparve il sole, e io rividi di nuovo sotto di me
    la coppa della terra. Ma non c'era pi la nostra citt;  mi apparivano
    distese di boschi e due nastri azzurri che erano fiumi.
    Fui  ripreso  da un gran senso di gioia e non avevo alcun desiderio di
    scendere;  ma tutt'a un tratto udii accanto a me un grido rauco e vidi
    un'aquila.  Mi  fiss  con  occhi  stupiti,  librata  sulle grandi ali
    aperte. Io, come una pietra, continuavo a scendere; allora cominciai a
    gettar zavorra per frenare la discesa.  Di l a  poco  potei  scorgere
    campi  lavorati,  un bosco,  presso il bosco un villaggio verso cui un
    gregge stava ritornando. Udivo le voci della gente e delle bestie.  Il
    mio pallone scendeva lentamente. Gridai e gettai gi delle funi.
    Accorsero molte persone,  e vidi che il primo ad afferrare una fune fu
    un ragazzo.  Poi anche altri lo imitarono,  legarono il pallone  a  un
    albero, e io uscii dalla navicella. Avevo volato soltanto per tre ore.
    Il  villaggio dove ero sceso si trovava a duecentocinquanta chilometri
    dalla mia citt.

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