
    Lev Nikolevic' Tolstj.
    ANNA KARENINA.

    VOLUME SECONDO.


    INDICE.

    Parte quinta: pagina 2.
    - Note: pagina 221.
    Parte sesta: pagina 224.
    - Note: pagina 452.
    Parte settima: pagina 454.
    - Note: pagina 640.
    Parte ottava: pagina 643.
    - Note: pagina 735.






    PARTE QUINTA.


    CAPITOLO 1.

    La  principessa  Scerbckaja   riteneva   impossibile   celebrare   il
    matrimonio   prima  della  quaresima,   alla  quale  mancavano  cinque
    settimane, perch a quella data il corredo sarebbe stato pronto solo a
    met;  d'altra parte conveniva con Levin che era eccessivo rimandare a
    dopo  la  Pasqua,  anche  perch  si rischiava che una vecchia zia del
    principe Scerbackij,  gravemente malata,  venisse a mancare,  nel qual
    caso il lutto avrebbe ancora fatto tardare le nozze. Perci, dopo aver
    deciso  di  preparare  il  corredo  in due riprese,  si stabil che il
    matrimonio fosse celebrato prima della quaresima.
    La principessa ordin di iniziare subito la parte minore del  corredo,
    con  l'intento  di  spedire  in  seguito la parte maggiore,  ed ebbe a
    questo proposito lunghe discussioni con Levin che non sapeva decidersi
    a dichiararle esplicitamente  se  fosse  o  no  d'accordo  con  questa
    soluzione,  soluzione,  del resto,  accettabilissima in quanto, subito
    dopo le nozze,  i  giovani  si  sarebbero  recati  in  campagna,  dove
    avrebbero  potuto  benissimo  fare  a  meno  della  seconda  parte del
    corredo, costituita dagli abiti.
    Da parte  sua,  Levin  era  sempre  indaffarato  allo  stesso  modo  e
    continuava  a  credere  che  la  propria persona e la propria felicit
    costituissero il principale e unico scopo della creazione; non pensava
    a nulla,  di nulla si preoccupava,  dato che  gli  altri  pensavano  e
    avrebbero  pensato a tutto anche per lui.  Non faceva neppure progetti
    per  organizzare  la  sua  vita  futura:  lasciava  agli  altri   ogni
    decisione,   convinto   anticipatamente   che   tutto  sarebbe  andato
    benissimo.  Suo fratello,  Sergj  Ivnovic',  Stepn  Arkadyc'  e  la
    principessa  lo guidavano in tutto;  egli si limitava ad accettare ci
    che gli veniva proposto. Il fratello prese a prestito per suo conto il
    denaro che gli occorreva,  la principessa gli consigli di partire  da
    Mosca   subito  dopo  il  matrimonio  e  Stepn  Arkadyc'  di  recarsi
    all'estero.  Egli era d'accordo con tutti: Fate pure tutto quello che
    volete,  se  vi  divertite.  Io  sono felice e la mia felicit non pu
    essere n maggiore,  n minore qualsiasi cosa voi facciate,  pensava.
    Quando  rifer  a  Kitty  il  consiglio  di  Stepn Arkadyc' di andare
    all'estero,  si stup assai che  ella  non  fosse  d'accordo,  ma  che
    avesse, per quanto riguardava la loro futura esistenza, delle idee ben
    precise.  Kitty sapeva che Levin aveva in campagna un'occupazione alla
    quale teneva moltissimo, occupazione che non le era ben chiara, ma che
    non cercava neppure di conoscere a fondo.  Sapeva,  per,  che la loro
    casa  sarebbe stata in campagna;  desiderava,  quindi,  andare non gi
    all'estero,  dove non sarebbe vissuta,  ma recarsi  immediatamente  l
    dove si sarebbe svolta la sua vita.
    Questa decisione,  espressa in modo ben fermo, stup Levin ma, siccome
    per lui tutto era indifferente,  preg subito Stepn  Arkadyc',  quasi
    fosse  un suo dovere,  di andare in campagna e di preparare,  con quel
    buon  gusto  di  cui  era  notevolmente  dotato,   ci  che   riteneva
    necessario.
    -  Senti un po' - disse una volta Stepn Arkadyc' a Levin,  ritornando
    dalla campagna dove aveva sistemato ogni cosa per l'arrivo dei giovani
    sposi: - hai un certificato che attesti che ti sei confessato?
    - No, perch?
    - Senza certificato, mio caro, non puoi sposarti.
    - Ahi, ahi,  ahi!  - esclam Levin.  - Saranno ormai nove anni che non
    vado pi a confessarmi. Non ci ho neppure pensato.
    - Bene!  - disse ridendo Stepn Arkadyc'.  - E poi accusi me di essere
    un nichilista... In ogni modo,  necessario provvedere. Bisogna che ti
    confessi.
    - Quando? Mancano appena quattro giorni!
    Tocc a Stepn Arkadyc' sistemare la  faccenda,  e  Levin  cominci  a
    prepararsi alla comunione.
    Per  lui,  come  per  ogni  persona  incredula e,  nello stesso tempo,
    rispettosa delle credenze degli altri,  erano assai penose la presenza
    e  la  partecipazione a qualsiasi cerimonia religiosa.  Adesso,  nello
    stato di intenerimento e di sensibilit verso  tutto  ci  in  cui  si
    trovava,  quella  necessit  di fingere,  non solo gli era penosa,  ma
    anche odiosa.  Proprio ora,  nel momento in cui si  sentiva  in  piena
    gloria,  come avrebbe potuto mentire e compiere un sacrilegio?  Non si
    sentiva in condizione di fare n  l'una,  n  l'altra  cosa.  Ma,  per
    quanto  cercasse  di  persuadere Stepn Arkadyc' di fargli ottenere un
    certificato senza confessarsi,  questi continuava a ripetergli che non
    era possibile.
    - Che cosa ti costa? Non si tratta che di due giorni. Vedrai  un buon
    vecchietto,  intelligente e simpaticissimo.  Ti strapper questo dente
    senza che tu neppure te ne accorga.
    Durante la  prima  Messa  Levin  si  sforz  di  ravvivare  in  s  le
    impressioni  giovanili  di  quei  forte sentimento religioso che aveva
    provato tra i sedici e diciassette anni.  Ma si convinse subito di non
    essere in grado di farlo. Tent allora di considerare quelle cerimonie
    come  un'usanza  qualsiasi,  senza importanza,  simile a quella di far
    visite, ma neppure cos vi riusc. Nei confronti della religione, come
    del resto la maggior parte dei suoi contemporanei,  Levin viveva nella
    pi grande incertezza.  Credere non poteva,  ma nello stesso tempo non
    era fermamente convinto che si dovesse negare tutto.  Per questo,  non
    essendo  in  condizione  di  credere  che quelle cerimonie avessero un
    senso,  n  di  considerarle  con  indifferenza  come  una  specie  di
    formalit,  provava impaccio e vergogna. La coscienza gli rimproverava
    continuamente  di  commettere  in  tal  modo   un'azione   cattiva   e
    menzognera.
    Durante  le funzioni sacre,  ora ascoltava le preghiere sforzandosi di
    attribuirvi un significato che non divergesse dalle sue opinioni, ora,
    sentendo che non poteva capirle e doveva biasimarle,  faceva di  tutto
    per  non  udirle  e  si  abbandonava ai propri pensieri,  alle proprie
    osservazioni e ai ricordi che, in quelle ore trascorse in chiesa,  gli
    tornavano in mente con particolare vivezza.
    Ascolt  cos  la  Messa,  i  vespri  e le preghiere della sera,  e la
    mattina dopo,  alzatosi pi presto del  solito,  si  rec  alle  otto,
    ancora  digiuno,   in  chiesa  per  assistere  alle  preghiere  e  per
    confessarsi.
    Nella  chiesa  deserta  non  c'erano  che  un  soldato  che   chiedeva
    l'elemosina, due vecchie e i sacrestani.
    Un  giovane  diacono,  la  cui  schiena  lunga  e  magra  si delineava
    nettamente in due met sotto la tunica  sottile,  gli  venne  incontro
    subito e,  avvicinatosi a un tavolino posto accanto alla parete, prese
    a leggergli le preghiere.  A mano a mano che leggeva  e,  soprattutto,
    alla  frequente  e  veloce ripetizione delle parole: Abbiate piet di
    noi,  Signore!,  Levin sentiva che il suo pensiero era come chiuso  e
    sigillato.  Ritenne  che  non  gli  convenisse  reagire  per timore di
    stuzzicarlo  e  smuoverlo  con  problemi  e  interrogativi,   che  gli
    avrebbero creato una grande confusione;  perci, ritto alle spalle del
    diacono,  continuava,  senza ascoltare e senza cercare  di  capire,  a
    pensare ai fatti suoi.
    E'  sorprendente l'espressione che hanno le mani di Kitty!,  pensava
    ricordandosi la sera precedente trascorsa con lei al tavolo  d'angolo.
    Non avevano nulla da dirsi, come sempre accade in simili momenti, e la
    fanciulla,  posata  la  mano  sul tavolo,  si divertiva ad aprirla e a
    chiuderla, ridendo ella stessa di quel giochetto. Ora Levin rammentava
    come aveva baciato quella mano e come  ne  aveva  osservato  le  linee
    convergenti sul rosso palmo.
    Ancora: Abbiate piet di noi,  Signore!,  pens Levin,  segnandosi e
    inchinandosi,  senza distogliere lo sguardo dal movimento svelto della
    schiena del diacono che si genufletteva.
    Poi  Kitty ha preso la mia mano e ne ha esaminato le linee.  "Hai una
    bella mano",  mi ha detto,  e Levin si guard  la  mano,  poi  guard
    quella del diacono che gli parve molto tozza. Credo che tra poco sar
    alla  fine...  No,  sembra,  anzi,  che stia soltanto per cominciare,
    pens, prestando ascolto alle preghiere.  Ma s,   finita...  eccolo
    che si inchina sino a terra. E' sempre cos che finisce.
    Dopo  aver ricevuto il biglietto da tre rubli,  fattogli discretamente
    scivolare in mano,  disse  che  andava  a  fare  la  registrazione,  e
    scomparve  dietro l'altare,  facendo scricchiolare baldanzosamente gli
    stivali nuovi sul pavimento  della  chiesa  deserta.  Dopo  un  minuto
    ricomparve e invit Levin a seguirlo.  Un pensiero ossessionante, sino
    a quel momento soffocato,  riprese ad agitarlo,  ma egli si affrett a
    scacciarlo.  In  qualche  modo  si far,  pens,  e si diresse verso
    l'altare. Sal i gradini e, svoltando a destra,  scorse il prete.  Era
    un  vecchio  con  la barba rada,  quasi tutta bianca,  con uno sguardo
    buono ma stanco che,  in piedi  davanti  a  un  leggio,  sfogliava  il
    messale.  Fece  un leggero inchino a Levin e subito,  con voce lenta e
    monotona,  si mise a leggere le preghiere.  Quando ebbe terminato,  si
    inchin sino a terra e poi, volgendosi a Levin:
    -  Cristo  assiste  qui,  invisibile,  alla vostra confessione - disse
    indicando il Crocifisso.  - Credete voi a tutto  ci  che  insegna  la
    Santa Chiesa Apostolica? - prosegu il prete e, distogliendo gli occhi
    dal viso di Levin, nascose le mani sotto la stola.
    -  Ho dubitato e dubito ancora di tutto - rispose Levin,  con una voce
    bassa che sonava sgradevole anche al suo stesso orecchio, e tacque.
    Il prete,  dopo aver atteso alcuni secondi che  Levin  dicesse  ancora
    qualcosa,  chiuse gli occhi e, parlando con la "o" (122) stretta e con
    la rapida pronunzia di Vladimir, disse:
    - I dubbi sono propri dell'umana debolezza, ma noi dobbiamo pregare il
    Signore onnipotente di darci forza...  Quali sono i vostri peccati pi
    gravi?  -  aggiunse senza la minima pausa,  come se temesse di perdere
    tempo.
    - Il mio peccato principale  il dubbio.  Dubito di  tutto:  vivo  nel
    dubbio.
    -  Il  dubbio   proprio dell'umana debolezza - ripet il prete con le
    stesse parole. - Ma di che cosa precisamente dubitate?
    - Di tutto, qualche volta anche dell'esistenza di Dio - rispose Levin,
    quasi suo malgrado,  e si spavent della  sconvenienza  delle  proprie
    parole.  Ma  queste  non parvero produrre sul prete alcuna particolare
    impressione.
    - Com' possibile dubitare dell'esistenza di Dio?  -  gli  domand  il
    vecchio con un sorriso quasi impercettibile.
    Levin tacque.
    -  Come  potete  avere  dei dubbi sull'esistenza del Creatore,  quando
    contemplate le Sue creazioni?  - prosegu il prete parlando in fretta,
    sempre con lo stesso tono di voce.  - Chi ha creato la volta celeste e
    le stelle? Chi ha rivestito la terra delle sue bellezze?  Come sarebbe
    possibile  questo  senza  un  Creatore?  -  disse gettando a Levin uno
    sguardo interrogativo.
    Levin sent che  sarebbe  stato  inopportuno  entrare  in  discussioni
    filosofiche con il prete e si limit a rispondergli:
    - Non lo so.
    - Non lo sapete? Ma, allora, come fate a dubitare del fatto che Dio ha
    creato tutto? - disse il prete con allegro stupore.
    -  Non  ci capisco nulla - rispose Levin arrossendo e rendendosi conto
    che le sue risposte erano sciocche e che,  in una  situazione  simile,
    non potevano che essere cos.
    -  Pregate  Dio e chiedete aiuto a Lui.  Persino i Santi Padri avevano
    dubbi e pregavano Dio che fortificasse la  loro  fede.  Il  demonio  
    potente,  ma noi non dobbiamo cedergli.  Pregate Dio,  invocate il Suo
    aiuto. Pregate Dio! - ripet il prete.
    Poi, come se meditasse, rimase un momento silenzioso.
    - Voi, a quanto ho sentito, vi preparate a contrarre matrimonio con la
    figlia di una mia parrocchiana e  figlia  spirituale,  la  principessa
    Scerbckaja,  vero?  -  aggiunse  con  un  sorriso.  -  Una  magnifica
    fanciulla!
    - S - rispose Levin arrossendo per il prete.  Che  necessit  ha  di
    farmi simili domande in confessione?, pens.
    E, come rispondendo al suo pensiero, il prete gli disse:
    - Voi vi accingete a contrarre matrimonio e Dio,  forse,  vi accorder
    una discendenza, non  cos?  Ebbene,  quale educazione potete dare ai
    vostri  figlioli,  se  non  riuscirete  a  vincere  in  voi  stesso la
    tentazione del demonio che vi trascina  all'incredulit?  -  disse  in
    tono di mite rimprovero. - Se amerete i vostri figli, non desidererete
    per loro,  da buon padre,  soltanto la ricchezza, il lusso, gli onori,
    ma desidererete la loro salvezza,  la  loro  illuminazione  spirituale
    attraverso  la  luce della verit.  Non  cos?  Che cosa risponderete
    allora quando un bimbo innocente vi chieder:  Pap,  chi  ha  creato
    tutto ci che mi piace in questo mondo: la terra,  l'acqua, il sole, i
    fiori,  l'erba?.  Gli risponderete forse: Non lo  so?.  Potete  voi
    ignorare ci che Iddio nella sua infinita misericordia vi ha rivelato?
    E  se  il  vostro bambino vi domandasse: Che cosa ci attende al di l
    della tomba?.  Che cosa gli direte,  se non sapete  nulla?  Come  gli
    risponderete?  Lo  lascerete in balia delle tentazioni del mondo e del
    diavolo? Questo non va bene!  - concluse e,  piegata la testa di lato,
    rivolse a Levin uno sguardo dolce e buono.
    Levin   tacque,   questa  volta  non  perch  temesse  di  entrare  in
    discussione con il prete, ma perch nessuno gli aveva mai posto simili
    domande,  e poi pensava che,  prima che i suoi figli gliele ponessero,
    avrebbe avuto il tempo di meditare che cosa rispondere.
    -  Voi  iniziate  un  periodo  della vita - prosegu il prete - in cui
    bisogna scegliere la propria strada e seguirla. Pregate Dio che, nella
    Sua infinita bont,  vi aiuti e vi perdoni  -  concluse.  Poi  recit:
    Nostro  Signore  Iddio,  Ges  Cristo,  con  la  grazia  divina  e la
    grandezza del Tuo amore per gli uomini, perdona questo Tuo figlio...,
    e,  terminata  la  formula  dell'assoluzione,  benedisse  Levin  e  lo
    conged.
    Quel  giorno,  rincasando,  Levin  si sent felice al pensiero di aver
    superato un disagio e,  per di pi,  di averlo superato  senza  essere
    stato  costretto  a  mentire.  Sentiva inoltre confusamente che quanto
    aveva detto quel simpatico e buon  vecchietto  non  era  affatto  cos
    stupido come gli era apparso a tutta prima,  e che certe cose dovevano
    essere chiarite.  Certo non adesso,  pensava Levin,  ma pi  tardi,
    s.
    Levin,  ancora pi di prima, avvertiva ora nella sua anima qualcosa di
    confuso e di impuro,  e gli pareva di trovarsi,  dal  punto  di  vista
    della religione, nelle stesse condizioni che cos chiaramente notava e
    non amava in altri: per esempio, lo stato che deplorava e rimproverava
    nell'amico Svijazskij.
    Trascorse  allegramente la serata in casa di Dolly con la fidanzata e,
    spiegando a Stepn Arkadyc' lo stato  di  sovreccitazione  in  cui  si
    trovava,  disse  che  si  sentiva  allegro  come un cane a cui abbiano
    insegnato a saltare attraverso un cerchio  e  che,  avendo  finalmente
    capito  ed  eseguito  quanto  si esigeva da lui,  si mette a guaire e,
    agitando la coda,  salta,  pieno di entusiasmo,  sui  tavoli  e  sulle
    finestre.


    CAPITOLO 2.

    Il  giorno  del  matrimonio,  secondo  l'usanza strettamente osservata
    dalla principessa e da Drija Aleksndrovna,  Levin non  vide  la  sua
    fidanzata e pranz nel proprio albergo con tre celibi,  riuniti da lui
    per caso: Sergj Ivnovic',  Katavasov,  suo compagno di universit  e
    ora  professore  di  scienze naturali,  che Levin aveva incontrato per
    strada e condotto a pranzo,  e  Crikov,  giudice  di  pace  a  Mosca,
    compagno di Levin nella caccia all'orso e ora suo testimonio.
    Il  pranzo  fu molto animato.  Sergj Ivnovic',  di ottimo umore,  si
    divert quanto mai alle originalit di Katavasov il quale,  rendendosi
    conto  che  la  sua  originalit  era  apprezzata,  si anim e Crikov
    sostenne con bonaria gaiezza la conversazione.
    - E cos,  eccolo qui  -  diceva  Katavasov  stiracchiando  le  parole
    secondo   un'abitudine   acquisita  in  cattedra  -  il  nostro  amico
    Konstantn Dmitric',  che era un  ragazzo  cos  in  gamba!  Parlo  di
    assenti...  perch ormai egli non esiste pi.  Amava le scienze quando
    termin l'universit e aveva interessi  per  l'umanit;  ora,  invece,
    dedica una met delle sue facolt a ingannare se stesso e l'altra met
    a giustificare questo inganno.
    -  Non ho mai incontrato un nemico pi accanito del matrimonio di voi!
    - disse Sergj Ivnovic'.
    Niente affatto,  io non sono nemico del  matrimonio,  ma  amico  della
    divisione  del  lavoro.  Gli  uomini che non sono buoni a nulla devono
    servire a procreare altri uomini;  gli altri devono  contribuire  allo
    sviluppo  dell'intelletto  e  della felicit dei loro simili.  Cos la
    intendo io.  C' un mucchio di gente che  ama  confondere  queste  due
    attivit, ma io non sono nel loro numero.
    -  Come  sar  felice quando sapr che vi siete innamorato!  - esclam
    Levin. - Invitatemi, vi prego, alle vostre nozze.
    - Io sono gi innamorato.
    - S,  dei molluschi.  Sai - disse Levin rivolgendosi  al  fratello  -
    Michal Semenyc' sta scrivendo un'opera sull'alimentazione e....
    - Be', adesso non confondiamo le cose! Poco importa ci che scrivo, ma
      un  fatto  che  io  mi  interesso  molto  ai molluschi,  che amo la
    seppia...
    - Il che non vi impedirebbe di amare una donna.
    - No, ma una donna si opporrebbe al mio amore per i molluschi.
    - E perch mai?
    - Lo vedrete da voi.  Voi amate la vostra azienda agricola,  amate  la
    caccia... Ebbene, aspettate e vedrete!
    -  Quest'oggi    stato qui Archp e mi ha detto che a Prdnoje c' un
    mucchio di alci e ci sono due orsi - inform Crikov.
    - Eh, ormai li prenderete senza di me.
    - Vedi,  dunque?  - disse Sergj Ivnovic'.  - La caccia all'orso puoi
    salutarla sin d'ora: tua moglie non ti permetter di andarci.
    Levin  sorrise.  L'immagine  della  moglie  che non l'avrebbe lasciato
    andare a caccia gli parve cos piacevole che sarebbe  stato  pronto  a
    rinunziare per sempre alla soddisfazione di vedere gli orsi.
    -  E tuttavia  un peccato che si prendano quei due orsi senza di voi!
    Vi ricordate l'ultima volta a Chaplovo?  Che bella caccia sarebbe!  -
    esclam Crikov.
    Levin  non  lo  volle deludere rispondendogli che senza Kitty nulla ci
    poteva essere al mondo di bello, e perci non rispose.
    - L'uso di congedarsi dalla vita da scapolo non  senza senso    disse
    Sergj  Ivnovic'.  - Per quanto si possa essere felici,  si rimpiange
    sempre la propria libert.
    - Confessate: provate anche voi, come il fidanzato di Gogol' (123), il
    desiderio di svignarvela dalla finestra?
    - Senza dubbio, ma non lo ammetter! - esclam Katavasov scoppiando in
    una sonora risata.
    - Be',  la finestra  aperta...  Partiamo subito  per  Tvr!  Possiamo
    sorprendere l'orsa nella tana. Su, dunque, partiamo con il treno delle
    cinque... E qui, che si arrangino! - disse Crikov sorridendo.
    - Eppure, ve lo giuro, non posso trovare nel mio animo questo senso di
    rimpianto  per la mia libert perduta - ribatt Levin sorridendo anche
    lui.
    - Nella vostra anima c' adesso un tale caos che, per il momento,  non
    vi  potrete  trovar  nulla  -  disse Katavasov.  - Aspettate quando vi
    sarete un po' raccappezzato e allora me lo direte!
    - No,  dovrei pur sentire,  almeno un po' che oltre  alla  gioia  (non
    voleva  dire  amore davanti a lui) e alla felicit che mi pervadono,
    un po' di rimpianto nel perdere la mia  libert.  Al  contrario,  sono
    contento di perderla!
    - Male! Si tratta davvero di un caso disperato! - esclam Katavasov. -
    Be', beviamo alla sua guarigione o auguriamogli, almeno, che si avveri
    la  centesima  parte  dei  suoi  sogni.  E  sar  gi una felicit mai
    esistita sulla terra!
    Poco dopo il  pranzo,  gli  ospiti  si  separarono  dovendo  andare  a
    cambiarsi d'abito per la cerimonia.
    Rimasto solo,  e ripensando alla conversazione con gli amici, Levin si
    domand ancora una  volta  se  nella  sua  anima  non  ci  fosse  quel
    sentimento  di  rimpianto  della  propria  libert di cui essi avevano
    parlato, e a quella domanda sorrise.  La libert?  Perch la libert?
    La  felicit  per  me consiste soltanto nell'amarla e nel desiderarla,
    nel vivere dei suoi pensieri e  dei  suoi  sentimenti,  senza  nessuna
    libert. Ecco la felicit!.
    Ma  posso  io  conoscere  i  suoi pensieri,  i suoi desideri,  i suoi
    sentimenti?,  gli mormor a un tratto una voce interiore.  Il sorriso
    scomparve  dal  suo  volto ed egli rimase pensieroso.  A un tratto una
    sensazione strana si impadron di lui, una sensazione mista di paura e
    di dubbio... il dubbio, sempre il dubbio!
    E se ella non mi amasse?  Se mi sposasse soltanto per prendere marito
    e non sapesse neppure quello che fa?  E non potrebbe,  poi, capire che
    non mi ama, che non pu amarmi?, si domand. E i pensieri pi cattivi
    e pi strani,  persino offensivi sul conto di Kitty,  cominciarono  ad
    affollarglisi alla mente.  Si risent geloso di Vronskij, come un anno
    prima,  come quella sera in cui l'aveva veduta insieme con lui,  quasi
    si  trattasse  di  un  fatto successo il giorno prima.  Sospettava che
    Kitty non gli avesse confessato tutto.
    Balz in piedi di scatto.
    No, cos non posso restare!, pens con disperazione.  Andr da lei,
    per  l'ultima  volta  le dir che siamo ancora liberi e le chieder se
    non  sarebbe  meglio   lasciarci.   Qualsiasi   cosa      preferibile
    all'infelicit di tutta la vita, della vergogna, dell'infedelt!.
    Con la disperazione nel cuore e pieno di odio verso tutti gli uomini e
    verso  se stesso,  lasci l'albergo e corse da Kitty.  La trov in una
    delle ultime stanze.  La trov che,  seduta su un  cassone,  impartiva
    ordini  alla cameriera,  facendo una scelta delle molte vesti spiegate
    sullo schienale delle sedie e sul pavimento.
    - Ah! - grid la fanciulla, vedendolo, raggiante di gioia.  - Come mai
    tu...  voi?  (sino  all'ultimo giorno,  ella gli parlava un po' con il
    tu,  un po' con il  voi).  Non  avevo  speranza  di  vedervi.  Sto
    esaminando e distribuendo le mie vesti da signorina.
    -  Ah,  benissimo!  -  esclam Levin gettando uno sguardo severo sulla
    cameriera.
    - Va', Dunjascia,  ti chiamer pi tardi - disse Kitty.  - Che hai?  -
    domand  poi,  assumendo  risolutamente il tono intimo,  non appena la
    ragazza fu uscita.
    Aveva notato il viso stravolto del fidanzato,  cupo e  agitato,  e  si
    sentiva oppressa dal timore
    - Kitty!  Io soffro.  Non posso soffrir da solo - disse Levin con voce
    disperata,  fermandosi davanti alla fanciulla e  guardandola  in  modo
    supplichevole  negli  occhi.  Dal  viso  innamorato  e  sincero  della
    fanciulla, aveva gi visto l'infondatezza dei propri timori,  ma aveva
    bisogno che Kitty gli parlasse e lo rassicurasse.
    - Sono venuto per dirti che non  ancora troppo tardi,  che a tutto si
    pu ancora rimediare.
    - Che cosa? Non capisco. Che hai?
    - Quello che mi sono detto e ripetuto mille volte e che non posso  non
    pensare...  che io non sono degno di te.  Non  possibile che tu abbia
    acconsentito  a  sposarmi...  Pensaci!   Forse  t'inganni:  riflettici
    bene...  Tu  non  puoi amarmi.  S,   meglio confessarlo...  - diceva
    fissandola. - Io sar infelice,  ma non importa.  La gente dica quello
    che  vuole...  Sar sempre meglio che l'infelicit...  Siamo ancora in
    tempo.
    - Che cosa? Io non capisco. Che hai?  - rispose Kitty sgomenta.-  Vuoi
    ritirare la tua parola? Rompere?
    - S, se tu non mi ami.
    - Sei dunque impazzito? - grid la fanciulla arrossendo dalla stizza.
    Ma la vista del viso disperato di Levin le fece cos pena che fren il
    proprio dispetto e,  gettati via i vestiti da una poltrona, si sedette
    accanto a lui.
    - Che cosa pensi? Dimmi tutto.
    - Penso che tu non puoi amarmi. Perch, infatti, dovresti amarmi?
    - Dio mio! Come posso fare? - disse ella scoppiando in lacrime.
    -  Che  cosa  ho  fatto,   che  cosa  ho  fatto?   -  grid  Levin  e,
    inginocchiatosi davanti alla fanciulla, prese a baciarle le mani.
    Quando  la  principessa,  cinque minuti dopo,  entr nella stanza,  li
    trov completamente riconciliati.  Kitty  non  solo  aveva  assicurato
    Levin  che  lo amava,  ma gliene aveva anche spiegato la ragione.  Gli
    aveva detto che lo amava perch lo comprendeva  perfettamente,  perch
    sapeva  ci che egli doveva amare,  e sapeva che tutto quello che egli
    amava era bello e buono.  E Levin trov  che  questa  spiegazione  era
    chiarissima.
    Quando  entr  la  principessa,  erano  seduti  uno accanto all'altra,
    intenti a esaminare i vestiti e a discutere sulla  loro  destinazione;
    Kitty  voleva  dare  a Dunjascia il vestito scuro che indossava quando
    Levin l'aveva chiesta in sposa,  ed egli insisteva perch  quell'abito
    non fosse dato a nessuno, e consigliava di regalare a Dunjascia quello
    azzurro.
    -  Ma  com'  possibile  che  tu  non capisca che,  essendo lei bruna,
    l'azzurro non le sta bene? Ci ho gi pensato!
    Appresa la ragione della visita di Levin, la principessa, tra il serio
    e lo scherzoso,  si arrabbi un poco e lo invit ad andare  a  casa  a
    cambiarsi,  invece di impedire a Kitty di pettinarsi,  giacch Charles
    stava per arrivare.
    - E' gi cos agitata in questi giorni...  non mangia niente,  diventa
    brutta,  e tu vieni ancora a turbarla con le tue sciocchezze. Vattene,
    vattene, mio caro!
    Levin, mortificato e confuso, ma rassicurato,  torn all'albergo.  Suo
    fratello, Drija Aleksndrovna e Stepn Arkadyc', tutti elegantissimi,
    lo aspettavano per benedirlo con le icone. Non c'era tempo da perdere.
    Drija Aleksndrovna doveva ancora passare a casa a prendere il figlio
    che,  tutto  in  ghingheri,  doveva  portare  l'icona  insieme  con la
    fidanzata.  Bisognava poi mandare  un'altra  carrozza  a  prelevare  i
    testimoni,  lasciando  in  libert  quella  che  avrebbe  presa Sergj
    Ivnovic'.
    In complesso,  c'erano ancora da fare molte  cose  importanti.  E,  di
    certo, non si poteva pi perder tempo: erano gi le sei e mezzo.
    La  cerimonia  della  benedizione  con  l'icona  manc  del  tutto  di
    solennit. Stepn Arkadyc', assunta una posa solenne e insieme comica,
    accanto a sua moglie,  prese l'icona e ordin a Levin di prosternarsi,
    mentre lo benediceva con un sorriso affettuoso e canzonatorio;  poi lo
    baci tre volte e lo stesso  fece  subito,  in  tutta  fretta,  Drija
    Aleksndrovna,  che  aveva  una gran premura di andarsene e non sapeva
    come cavarsela nell'imbroglio delle vetture.
    - Bene,  ecco allora quello che faremo: tu andrai a prenderlo  con  la
    nostra  carrozza  e  forse  Sergj  Ivnovic'  avr la bont di venire
    subito e di rimandare la sua...
    - Ma certo, con molto piacere.
    - Noi due verremo con voi.  I bagagli sono stati  spediti?  -  domand
    Stepn Arkadyc'.
    -  S,  spediti  -  rispose  Levin  e chiam Kuzm perch l'aiutasse a
    vestirsi.


    CAPITOLO 3.

    Una folla di gente, specialmente donne,  gremiva la chiesa sfavillante
    di  luci  per  la cerimonia nuziale.  Quelli che non erano riusciti ad
    entrare, si assiepavano vicino alle finestre, lottando per conquistare
    un posto, e sbirciavano attraverso le grate.
    Pi di venti carrozze erano gi state scaglionate dai  gendarmi  lungo
    la strada.  Un ufficiale di polizia in uniforme, incurante del freddo,
    stava ritto all'ingresso, dove,  senza interruzione,  giungevano altre
    carrozze,  portando  dame  in  sontuosi abiti con strascico e mazzi di
    fiori e signori che,  entrando in chiesa,  si toglievano il chep o il
    cappello  nero.  Nella  chiesa erano gi accesi entrambi i lampadari e
    tutte le candele davanti alle immagini sacre.  Lo  splendore  dell'oro
    sullo  sfondo dell'iconostasi,  la cesellatura delle figure,  i grandi
    candelabri  d'argento  insieme  con  i  lastroni  del  pavimento,  gli
    stendardi del coro, i gradini dell'altare, i vecchi libri anneriti, le
    stole e le cotte, tutto era inondato di luce.
    Nella folla che gremiva la parte destra della chiesa, tra le marsine e
    le cravatte bianche,  le uniformi,  gli abiti di seta e di velluto, le
    spalle e le braccia nude in guanti lunghi, si svolgeva un chiacchierio
    trattenuto e animato, che si ripercoteva stranamente sotto l'altissima
    cupola. A ogni stridio della porta che si apriva,  la folla taceva,  e
    tutti  si  voltavano  a  guardare  nella  speranza di veder finalmente
    giungere gli sposi.  Ma pi di dieci volte si era gi aperta la porta,
    ora  per  lasciar  passare  un  ritardatario che si univa al gruppo di
    destra,  ora  qualche  curioso  che  era  riuscito  a  ingannare  o  a
    impietosire l'ufficiale di polizia e andava a mettersi a sinistra, tra
    la  folla  degli estranei.  Sia i parenti,  sia gli invitati,  sia gli
    estranei erano ormai passati attraverso tutte le fasi dell'attesa.
    Dapprima non si era dato alcun peso al ritardo degli  sposi,  pensando
    che da un minuto all'altro sarebbero arrivati, poi, sempre pi spesso,
    tutti  volgevano  lo  sguardo alla porta,  chiedendosi se per caso non
    fosse accaduto qualcosa.  Infine quel  ritardo  cominci  a  diventare
    imbarazzante; parenti e invitati, fingendo tuttavia di non darsi alcun
    pensiero,  intavolarono animate discussioni per dissipare il malessere
    che cominciava a serpeggiare tra i presenti.
    Il diacono,  come  per  dimostrare  che  perdeva  un  tempo  prezioso,
    tossicchiava impaziente,  facendo tremare i vetri delle finestre.  Nel
    coro, i cantori, annoiati,  provavano le voci e si soffiavano il naso.
    Il  prete mandava ogni momento il sacrestano o il diacono a informarsi
    se gli sposi fossero arrivati,  ed egli stesso,  in tunica violacea  e
    con  la cintura ricamata,  si affacciava sempre pi spesso a una delle
    porte laterali per vedere se arrivasse il  corteo.  Infine  una  delle
    signore,  dopo  aver data un'occhiata all'orologio,  esclam: La cosa
    ormai  sta  diventando  strana!,   e  tutti   gli   invitati,   presi
    dall'inquietudine,  cominciarono  ad esprimere ad alta voce la propria
    meraviglia ed  il  proprio  scontento.  Uno  dei  testimoni  and  per
    assumere informazioni.
    In questo frattempo Kitty, gi completamente pronta, in abito bianco e
    lungo velo e con la corona di fiori d'arancio,  attendeva in sala,  in
    compagnia della madrina e di sua sorella,  signora L'vova,  e guardava
    dalla  finestra  aspettando  invano,  da  pi  di  mezz'ora,  di veder
    giungere il testimonio che doveva  avvertirla  dell'arrivo  in  chiesa
    dello sposo.
    Levin  intanto,  in calzoni neri,  ma senza marsina e senza panciotto,
    passeggiava su e gi per la stanza,  affacciandosi ogni  momento  alla
    porta per guardare nel corridoio. Ma nel corridoio non compariva colui
    che  egli  aspettava,  e  rientrava  rivolgendosi con gesto desolato a
    Stepn Arkadyc', che stava tranquillamente fumando.
    - Si  mai visto un uomo in una situazione pi orribile e pi stupida?
    - diceva.
    - Proprio vero! - confermava Stepn Arkadyc' con il suo dolce sorriso.
    - E' una  situazione  davvero  stupida!  Ma  non  inquietarti,  te  la
    porteranno subito, vedrai...
    -  Gi!  - rispondeva Levin trattenendo a stento il proprio furore.  -
    Con questi maledetti panciotti aperti,  non  possibile  rimediare!  -
    proseguiva  guardando  lo  sparato  della  camicia.  -  E se i bagagli
    fossero gi spediti? - grid in preda alla disperazione.
    - Ne metterai una delle mie.
    - Avrei dovuto farlo subito!
    - Non essere ridicolo... Aspetta! Tutto si accomoder.
    Quando Levin aveva chiamato Kuzm perch lo aiutasse  e  vestirsi,  il
    vecchio  domestico gli aveva portato la marsina,  il panciotto e tutto
    quanto occorreva.
    - E la camicia? - aveva domandato Levin.
    - L'avete addosso - aveva risposto Kuzm con un pacifico sorriso.
    Il vecchio domestico non aveva pensato di metter da parte una  camicia
    pulita  e,  ricevuto  l'ordine  di  preparare  i bagagli,  aveva fatto
    portare tutto in casa Scerbackij,  di dove gli sposi sarebbero partiti
    quella  sera  stessa,  riponendo  ogni  cosa a eccezione del frac.  La
    camicia che Levin indossava sin dal mattino era gualcita e impossibile
    a  portarsi  con  la  moda  del  panciotto  molto  aperto  che  doveva
    indossare.
    Era  inutile  pensare  di  mandare  dagli  Scerbackij:  stavano troppo
    lontano.  D'altra parte,  era impossibile  pensare  di  comperare  una
    camicia  giacch  - era domenica - non c'era alcun negozio aperto.  Si
    mand a prendere una camicia di Stepn Arkadyc': era  troppo  larga  e
    troppo corta. Alla fine, bisogn decidersi a mandare dagli Scerbackij,
    dove si dovette riaprire i bauli.
    Cos,  mentre  in chiesa si aspettava il fidanzato,  questi,  come una
    bestia in  gabbia,  passeggiava  avanti  e  indietro  per  la  stanza,
    guardando   ogni  momento  nel  corridoio  e  pensando  con  orrore  e
    disperazione a quello che aveva detto poco prima a Kitty  e  a  quello
    che ella poteva ora immaginare.
    Finalmente il colpevole Kuzm,  senza fiato, si precipit nella stanza
    con la camicia.
    - L'ho trovata per miracolo!  - disse,  - stavano gi portando i bauli
    alla stazione...
    Dopo  tre  minuti  Levin,  senza  neppure  guardare l'orologio per non
    inasprire  l'irritazione  da  cui  era  invaso,   si  precipitava  nel
    corridoio.
    -  Tanto  non  cambierai  nulla - gli diceva Stepn Arkadyc',  che gli
    teneva dietro senza furia.  - Ti ho gi detto e ti ripeto che tutto si
    accomoder...


    CAPITOLO 4.

    - Vengono!  Eccoli!  Qual ?  E' il pi giovane? E lei? Pare pi morta
    che viva! - si sussurrava tra la folla quando Levin,  dopo aver atteso
    la fidanzata presso la porta, entr con lei in chiesa.
    Stepn  Arkadyc'  spieg  alla  moglie  il  motivo del ritardo,  e gli
    invitati,  sorridendo,  presero a bisbigliare tra di  loro.  Quanto  a
    Levin,  non  vedeva niente e nessuno,  guardava la sua fidanzata e non
    distoglieva gli occhi da lei.
    Tutti notavano che in quegli ultimi giorni Kitty si era molto sciupata
    e sotto la corona di sposa appariva assai meno bella  del  solito.  Ma
    Levin  non  era  di questo parere.  Guardava l'alta acconciatura della
    fidanzata,  con il lungo velo bianco,  i candidi fiori  d'arancio,  il
    colletto alto a pieghe,  che verginalmente chiudeva ai lati e scopriva
    davanti il suo lungo collo, e la vita meravigliosamente sottile,  e la
    trovava  pi  bella  che  mai,  non  perch  quei  fiori,  quel  velo,
    quell'abito fatto a Parigi aggiungessero qualcosa alla  sua  bellezza,
    ma proprio perch,  nonostante quel fastoso abbigliamento, il suo viso
    gentile,  il  suo  sguardo  e  le  sue  labbra  conservavano  la  loro
    particolare espressione di innocente sincerit.
    - Cominciavo a pensare che fossi fuggito! - ella disse sorridendo.
    - E' cos idiota quanto mi  successo che mi vergogno persino a dirlo!
    -  rispose Levin arrossendo,  e dovette rivolgersi a Sergj Ivnovic',
    che gli veniva incontro.
    - Carina la tua storia della camicia!  - disse  questi  scrollando  la
    testa con un sorriso.
    - S, s - rispose Levin senza comprendere di che cosa gli parlassero.
    - Be', Kstja, ora  il momento della suprema decisione - disse Stepn
    Arkadyc' fingendo grande imbarazzo.  - E' una questione grave,  di cui
    sei adesso in grado di valutare l'importanza.  Mi hanno domandato se i
    ceri  devono essere nuovi o incominciati.  C' una differenza di dieci
    rubli - aggiunse atteggiando le labbra a un sorriso.  - Io ho  deciso,
    ma temo che tu non mi dia la tua approvazione.
    Levin cap che si trattava di uno scherzo, ma non riusc sorridere.
    - E allora che cosa decidi? Nuovi o incominciati?
    - S, s, nuovi.
    -  Be',  sono molto contento: il problema  risolto!  - esclam Stepn
    Arkadyc' sorridendo.  - Come diventa stupido,  per,  l'uomo in queste
    contingenze - disse poi a Crikov,  mentre Levin, dopo averlo guardato
    con aria smarrita, si avvicinava alla fidanzata.
    - Attenta, Kitty, metti per la prima il piede sul tappeto!  - disse la
    contessa  Nordston  avvicinandosi.  -  Ne  fate  delle belle,  voi!  -
    aggiunse rivolgendosi a Levin.
    - Non sei mica preoccupata?  - domand Mrija Dmtrevna,  una  vecchia
    zia.
    - Hai forse un po' freddo? Sei pallida! Aspetta, chinati un momento! -
    disse  la  sorella di Kitty,  la signora L'vova,  e,  alzando le belle
    braccia, accomod l'acconciatura di fiori sulla testa della sposa.
    Dolly si avvicin con il desiderio di dire qualcosa,  ma non riusc  a
    pronunziare  parola:  si  mise  a  piangere  e  poi  a  ridere in modo
    innaturale.
    Kitty si guardava attorno con occhi assenti,  come Levin.  A  tutti  i
    discorsi che le rivolgevano poteva rispondere solamente con il sorriso
    di felicit che ora le veniva cos spontaneo.
    Nel  frattempo,  i  chierici avevano indossato i paramenti e il prete,
    accompagnato  dal  diacono,   si  era  avvicinato  al  leggio  situato
    all'entrata  delle  porte  sante;  rivolse a Levin qualche parola,  ma
    questi non comprese.
    - Prendete per mano la sposa e avvicinatevi - sugger a Levin uno  dei
    testimoni.
    Per  un po' Levin non fu in grado di capire che cosa si volesse da lui
    e faceva il contrario  di  ci  che  gli  si  diceva.  Infine  quando,
    scoraggiati,   gli  uni  e  gli  altri  avevano  deciso  di  desistere
    dall'impresa e di abbandonarlo alla propria ispirazione, egli comprese
    che doveva,  senza cambiar posizione,  prendere con la destra la  mano
    destra della fidanzata.  Quando,  finalmente, ci riusc, il prete fece
    qualche passo e si ferm davanti al leggio.  La folla  dei  parenti  e
    degli  amici si mosse dietro la giovane coppia tra un mormorio di voci
    e un fruscio di abiti.  Qualcuno si chin per accomodare lo  strascico
    della  sposa,  poi nella chiesa regn un silenzio cos profondo che si
    sentivano cadere le gocce di cera.
    Il vecchio prete,  con i lucidi capelli bianchi divisi in due parti  e
    trattenuti dietro le orecchie,  ritir le piccole mani rugose di sotto
    la pianeta d'argento con la croce dorata sulla schiena,  e si avvicin
    al leggio, dove prese a sfogliare il messale.
    Stepn  Arkadyc'  gli  si avvicin con cautela,  gli sussurr qualcosa
    all'orecchio, fece un segno a Levin e si ritir.
    Il prete accese due ceri ornati di fiori e, tenendoli inclinati con la
    mano sinistra,  senza curarsi del  lento  sgocciolio  della  cera,  si
    rivolse  ai  giovani  fidanzati.  Era  lo  stesso  vecchio  che  aveva
    confessato Levin. Dopo aver guardato, sospirando,  i due giovani con i
    suoi occhi tristi e stanchi, benedisse con la mano destra il fidanzato
    e ugualmente,  ma con una speciale sfumatura di tenerezza pose le dita
    ripiegate sulla testa china di Kitty. Poi affid loro i ceri e,  preso
    il turibolo, si allontan lentamente da loro.
    Ma  proprio vero?, pens Levin, e si volt a guardare la fidanzata.
    Un po' dall'alto poteva scorgere il profilo e,  da un movimento appena
    percettibile delle sue labbra e delle  sue  sopracciglia,  sapeva  che
    Kitty aveva sentito il suo sguardo.  Ella non volse il capo, ma l'alto
    colletto a pieghe ebbe un  fremito  che  le  risal  sino  al  piccolo
    orecchio roseo,  comprese che ella soffocava un sospiro, e vide che la
    manina imprigionata nel lungo guanto, cominciava a tremare, tenendo il
    cero.
    Tutto il trambusto per la camicia, il ritardo,  la conversazione con i
    conoscenti  e  con  i  parenti,  il loro scontento,  la sua situazione
    ridicola,  tutto improvvisamente scomparve,  ed egli non sent pi che
    il  suo  cuore  invaso  da una commozione in cui terrore e gioia erano
    mescolati insieme.
    L'arcidiacono  in  dalmatica  d'argento,   un  bell'uomo  dai  capelli
    ondulati  divisi  in  due  parti,  si  fece  maestosamente  avanti  e,
    sollevando con gesto abituale la stola su due dita,  si ferm  dinanzi
    al prete.
    -  Be...ne...di...te...ci,  o Signore!  - ondeggiarono lente le parole
    solenni echeggianti nell'aria.
    - Sia benedetto il Dio nostro sempre, adesso e ognora,  nei secoli dei
    secoli!  -  rispose  con  voce umile e cantilenante il piccolo vecchio
    prete, continuando a sfogliare il messale.
    E,  riempiendo tutta la chiesa,  dalle finestre alle  volte,  si  lev
    ampio  e  armonioso,  si  rafforz,  si  arrest un attimo e si spense
    quietamente il responsorio cantato da un invisibile coro.
    Si preg,  come d'uso,  per la pace eterna e la salvezza delle  anime,
    per  il  sinodo,  per l'imperatore;  si preg anche per i servi di Dio
    Konstantn e Katerina, i novelli sposi.
    - Preghiamo il Signore affinch  conceda  loro  l'amore  perfetto,  la
    concordia  e  la  grazia - pareva invocare tutta la chiesa con la voce
    del protodiacono.
    Levin ascoltava quelle parole e ne era colpito.
    Come mai hanno capito che io ho bisogno  di  aiuto,  s,  di  aiuto?
    pensava  ricordando i dubbi e le paure recenti.  Che cosa so io?  Che
    cosa posso fare senza  aiuto  in  circostanze  tanto  difficili?,  si
    chiedeva. S, ora ho proprio bisogno di aiuto!.
    Allorch  il  diacono  ebbe terminato la preghiera,  il prete si volse
    agli sposi con un libro in mano.
    - Dio eterno,  - inton con voce dolce e  musicale  -  che  hai  unito
    quelli  che  erano  lontani  e  hai  stabilito  per  essi  un'alleanza
    indistruttibile di amore, che hai benedetto Isacco e Rebecca,  che hai
    mostrato ai loro discendenti la Tua promessa, benedici Tu stesso anche
    questi  Tuoi servi Konstantn e Katerina,  e indirizzali sulla via del
    bene.  Poich  sei  un  Dio  misericordioso  e  ami  gli  uomini,  noi
    innalziamo un canto di gloria a Te, al Padre, al Figlio e allo Spirito
    Santo,  ora  e  sempre,  nei  secoli  dei  secoli.  Amen!  - si effuse
    nuovamente nell'aria l'armonia dell'invisibile coro.
    Come sono profonde queste parole e come corrispondono a  ci  che  si
    prova  in  questo  momento!  E  Kitty le comprender come le comprendo
    io?, si domand. E,  voltatosi,  incontr lo sguardo della fidanzata;
    dall'espressione  di  quegli  occhi  concluse  che ella comprendeva le
    stesse cose che capiva lui.  Ma non era vero: Kitty non  capiva  quasi
    nulla  delle  parole  della  funzione e non le ascoltava neppure.  Non
    poteva  n  ascoltarle,  n  capirle,  tanto  era  forte  e  unico  il
    sentimento  che  le  colmava  l'anima e che si intensificava sempre di
    pi.  Era la gioia del pieno compimento di quello che gi da un mese e
    mezzo andava manifestandosi nella sua anima e che, nel corso di quelle
    sei settimane, l'aveva fatta gioire e soffrire.
    Dal giorno in cui ella,  nel suo abito marrone,  gli si era avvicinata
    in silenzio nella sala della casa sull'Arbt (124) e gli aveva dato il
    proprio consenso, da quel giorno, da quell'ora,  si era spezzato nella
    sua  anima  il  legame con la vita precedente e aveva avuto inizio una
    vita  nuova,  a  lei  completamente  ignota,  anche  se  in  apparenza
    continuava  a essere come quella di prima.  Quelle sei settimane erano
    state per lei il periodo pi beato e,  insieme,  pi tormentoso: tutta
    la  sua  vita,  i suoi desideri,  le sue speranze erano concentrati in
    quell'unico uomo che non riusciva ancora a capire sino in  fondo,  con
    il quale era legata da un sentimento che ella comprendeva ancor meno e
    che ora l'attirava a s, ora l'allontanava. Nondimeno, ella continuava
    a condurre la vita di una volta e si rendeva conto, con terrore, della
    propria  insormontabile indifferenza per tutto il suo passato,  per le
    cose,  le abitudini,  le persone che le avevano voluto e  le  volevano
    bene,  per la madre,  amareggiata da quell'indifferenza, per il padre,
    tenero e affettuoso,  che prima aveva amato pi  di  tutto  al  mondo.
    Talora,  inorridiva  di fronte a tanta indifferenza,  talora gioiva al
    pensiero della causa che la  originava.  Non  poteva  n  pensare,  n
    desiderare  nulla  all'infuori  della  vita con quell'uomo;  ma questa
    nuova esistenza non era ancora incominciata,  ed ella non  riusciva  a
    immaginarsela  chiaramente.  C'era  solo l'attesa: la paura e la gioia
    del nuovo e dell'ignoto. Ma quell'attesa dell'ignoto,  quel rimorso di
    non rimpiangere il passato,  stavano per finire,  e la nuova esistenza
    stava per avere inizio,  e questa nuova esistenza,  carica di  ignoto,
    non  poteva  non  farle  paura;  l'ora  decisiva era sonata gi da sei
    settimane,  e ora non si trattava che di  consacrare  quanto  era  gi
    avvenuto nell'animo suo.
    Il prete, volgendosi di nuovo verso il messale, afferr con difficolt
    il  piccolo  anello  di  Kitty e,  prendendo la mano di Levin,  glielo
    infil nella prima falange del dito.
    - ...Il servo di Dio  Konstantn  si  fidanza  con  la  serva  di  Dio
    Katerina.
    Poi,  infilando  il grande anello di Levin nel roseo,  piccolo dito di
    Kitty, ripet le stesse parole.
    Gli sposi cercavano  di  capire  che  cosa  si  volesse  da  loro,  ma
    sbagliavano  sempre,  e il prete li correggeva sottovoce.  Finalmente,
    quando ebbero fatto quanto occorreva,  dopo  aver  tracciato  con  gli
    anelli  il  segno  della  croce,  egli diede di nuovo a Kitty l'anello
    grande  e  a  Levin  quello  piccolo;   per  due  volte  tornarono   a
    imbrogliarsi, e per due volte bisogn ricominciare da capo.
    Dolly,  Crikov e Stepn Arkadyc' si fecero avanti per aiutarli. Vi fu
    un po' di  confusione:  si  rideva,  si  mormorava,  ma  l'espressione
    solenne  e  commossa sul viso degli sposi non mut.  Con tutto il loro
    imbarazzo, anzi, conservavano un'attitudine pi seria e pi solenne di
    prima,  tanto che il sorriso di Stepn Arkadyc',  che sussurrava  agli
    sposi che ciascuno dei due doveva ora infilarsi il proprio anello, gli
    mor  involontariamente  sulle  labbra.  Sent  che anche il pi lieve
    sorriso li avrebbe offesi.
    - Poich Tu,  o Signore,  hai creato dal principio l'uomo e la donna -
    prese  a  dire  il  prete,  dopo  lo scambio degli anelli,  sei Tu che
    congiungi al marito la moglie per la continuazione della specie.  Cos
    Tu stesso,  o Signore Dio nostro,  che hai rivelato la verit alla Tua
    discendenza,  benedici i Tuoi servi Konstantn e Katerina e cementa la
    loro unione nella fede e nella concordia, nella verit e nell'amore.
    Levin sentiva sempre pi che tutte le sue idee sul matrimonio,  i suoi
    sogni sul mondo con  cui  avrebbe  costruito  la  propria  vita  erano
    puerili, e che quanto avveniva significava qualcosa che egli non aveva
    capito e che ora si spiegava ancor meno. I singhiozzi gli urgevano nel
    petto e, suo malgrado, lacrime ribelli gli colmarono gli occhi.


    CAPITOLO 5.

    Tutta  Mosca,  tra  parenti e conoscenti,  era convenuta in chiesa,  e
    durante la cerimonia,  nel luccichio scintillante del tempio,  tra  le
    signore  e le signorine sfarzosamente vestite e gli uomini in cravatta
    bianca e marsina o in uniforme, si udiva un incessante chiacchiericcio
    educatamente sommesso, specialmente da parte degli uomini,  giacch le
    donne  erano  tutte  assorte nell'osservare i particolari di quel rito
    sempre commovente.
    Nel gruppo pi vicino alla fidanzata c'erano le due sorelle:  Dolly  e
    la maggiore, la bella e calma signora L'vova, giunta dall'estero.
    -  Come  mai Mary si  messa in lilla cos scuro per un matrimonio?  -
    diceva la signora Korsnskaja.
    - E' l'unico colore che pu permettersi  con  la  carnagione  che  ha-
    rispose la Drubckaja.  - Mi meraviglio che abbiano fatto la cerimonia
    di sera: sa tanto di bottegaio...
    - E' pi bella,  invece.  Anch'io mi sono sposata di sera - rispose la
    Korsnskaja,  e sospir,  pensando a quanto fosse bella quel giorno, a
    come suo marito fosse ridicolmente  innamorato  e  a  quanto  le  cose
    fossero ora diverse...
    - Si dice che chi ha fatto da paggio d'onore pi di dieci volte non si
    sposa  pi:  io  volevo  esserlo  per  la decima volta per mettermi al
    sicuro,  ma il posto era gi occupato - diceva il conte Sinjavin  alla
    graziosa principessa Crskaja, che aveva delle mire su di lui.
    La Crskaja gli rispose soltanto con un sorriso.  Ella guardava Kitty,
    pensando a quello che avrebbe fatto ella stessa quando,  a sua  volta,
    si  sarebbe trovata con il conte Sinjavin in quella contingenza;  come
    gli avrebbe rimproverato quella facezia, allora!
    Scerbackij  comunic  alla   vecchia   damigella   d'onore   Nikoleva
    l'intenzione che aveva di porre la corona nuziale sui capelli di Kitty
    per portarle fortuna.
    - Non doveva pettinarsi con tanta ricercatezza - osserv la Nikoleva,
    che, da molto tempo ormai, aveva deciso che, se il vedovo su cui aveva
    messo  gli occhi,  l'avesse sposata,  avrebbe desiderato una cerimonia
    molto semplice. - Non mi piace tutto questo fasto...
    Sergj  Ivnovic'  parlava  scherzosamente  con  Drija  Dmtrevna,  e
    l'assicurava che l'usanza diffusa di partire dopo le nozze  dovuta al
    fatto che gli sposi novelli si vergognano sempre un po'...
    -  Vostro fratello pu essere orgoglioso.  La sposa  un vero miracolo
    di grazia. Non lo invidiate un po'?
    - Ormai  passato il tempo, Drija Dmtrevna - egli rispose,  e il suo
    viso assunse inaspettatamente un'espressione seria e triste.
    Stepn  Arkadyc'  raccontava  alla  cognata il suo gioco di parole sul
    divorzio.
    - Bisognerebbe accomodarle la corona - ella rispose senza ascoltarlo.
    - Peccato che si sia sciupata cos - osserv la contessa Nordston alla
    signora L'vova. - Malgrado tutto,  comunque,  egli non vale un dito di
    lei. Non  vero?
    - Non sono del vostro parere.  A me Levin piace molto,  e non soltanto
    come cognato - rispose la signora L'vova.  - E come si comporta  bene!
    E'  cos  difficile  sapersi dare un contegno in simili casi,  per non
    diventare ridicoli!  Ed egli non  n ridicolo,  n troppo contegnoso:
    si capisce che  commosso.
    - A quanto pare, voi ve lo aspettavate questo matrimonio, no?
    - Quasi. Kitty l'ha sempre amato.
    -  Bene,  staremo  a vedere chi dei due metter per primo il piede sul
    tappeto. Ho consigliato a Kitty di fare il possibile per essere lei la
    prima.
    - Non ha importanza -  rispose  la  signora  L'vova;  -  nella  nostra
    famiglia siamo tutte mogli docili, l'abbiamo nel sangue.
    - Io, quando ho sposato Vasilij, ho messo apposta il piede sul tappeto
    prima di lui. E voi, Dolly?
    Dolly,  ritta  accanto  a  loro,  l'ascoltava,  ma  non  rispose.  Era
    commossa,  aveva gli occhi pieni  di  lacrime  e  non  avrebbe  potuto
    pronunziare  una parola senza piangere.  Felice per Kitty e per Levin,
    ella tornava con la  mente  al  proprio  matrimonio  e,  gettando  uno
    sguardo  a Stepn Arkadyc',  che era raggiante,  dimenticava la realt
    presente e ricordava soltanto  il  suo  primo,  innocente  amore.  Non
    soltanto  a s,  pensava,  ma anche ad altre donne amiche e conoscenti
    sue, in quell'ora unica e solenne della vita, quando, esattamente come
    Kitty,  stavano sotto la corona nuziale,  con il cuore pieno di amore,
    di  speranza,  di timore,  dopo aver rinunziato a tutto il passato per
    avviarsi verso il misterioso futuro.  Tra le altre,  ella rivedeva  la
    sua  cara  Anna,  della  quale  aveva  appena  saputo  i  propositi di
    divorzio.  Aveva veduto anche Anna,  bella e pura come Kitty,  avvolta
    nel  velo bianco,  sotto la corona di fiori d'arancio...  E ora?  Che
    cosa orribile!, mormor.
    Non soltanto le sorelle,  le amiche e le parenti  seguivano  con  vivo
    interesse  la  cerimonia  in  tutti i particolari;  alcune spettatrici
    estranee osservavano con il fiato sospeso, nel timore di perdere anche
    un solo gesto,  sia pur lieve,  e un  sia  pur  leggero  mutamento  di
    espressione  sul  volto  degli  sposi,   e  rispondevano  seccate,   o
    addirittura non rispondevano affatto,  ai discorsi indifferenti  degli
    uomini che si limitavano a osservazioni scherzose e inopportune.
    -  Perch    cos  commossa?  Che  la  facciano sposare contro la sua
    volont?
    - Contro la sua volont? Un cos bell'uomo! E' un principe, vero?
    - E quella vestita di raso bianco,   la sorella?  Ascolta il diacono:
    adesso intoner: Ch'ella tema suo marito.
    - I cantori sono del convento di Ciudovo?
    - No, del Sinodo.
    -  Ho  interrogato  un  domestico.  Mi ha detto che adesso lo sposo la
    porter nella  sua  tenuta.  Pare  che  sia  ricchissimo:  per  questo
    gliel'hanno data.
    - E' una bella coppia!
    -  Ecco,  Mrija  Vaslevna,  voi  che  insistevate  nel  dire  che le
    crinoline non si portano pi cos!  Guardate  un  po'  quella  l  con
    l'abito  color  pulce  e  quel  grosso  risvolto...   Dicono  che  sia
    un'ambasciatrice. La moda vuole di nuovo cos...
    - Com' carina la sposa!  Pare un'agnellina agghindata a  festa!  Dite
    ci che volete, ma fa sempre pena vedere una donna che si sposa...
    Cos  parlavano le spettatrici che avevano avuto la fortuna di potersi
    intrufolare nella chiesa.


    CAPITOLO 6.

    Verso la fine della cerimonia, un chierico and a distendere nel mezzo
    della chiesa, davanti al leggio, un gran pezzo di drappo rosso, mentre
    il coro intonava un salmo elaborato e complesso,  nel quale il basso e
    il tenore si rispondevano a vicenda. Il prete, voltandosi, indic agli
    sposi la stoffa rossa stesa. Per quanto entrambi avessero spesso udito
    parlare  della credenza,  secondo cui chi mette per primo il piede sul
    tappeto sar il vero capo della famiglia,  n Levin,  n Kitty  se  ne
    ricordarono  quando  fecero  quei pochi passi.  Non udirono neppure le
    osservazioni fatte a voce alta e le discussioni dei presenti,  di  cui
    alcuni  sostenevano che fosse stato Levin a mettere per primo il piede
    sul tappeto, altri che ve l'avessero messo contemporaneamente.
    Dopo le solite domande sulla  loro  reciproca  volont  di  unirsi  in
    matrimonio  e  se  fossero entrambi liberi da altri legami,  e dopo le
    loro risposte che risonarono strane a essi stessi,  cominci una nuova
    funzione.  Kitty ascoltava le parole della preghiera,  desiderando, ma
    senza riuscirvi, di comprenderne il significato.  A mano a mano che il
    rito  procedeva,  una  sensazione  di  trionfo  e di gioia luminosa le
    colmava sempre di pi il cuore e le impediva di concentrare la propria
    attenzione.
    Si  preg  Dio  perch  fosse  concessa  agli  sposi  la  saggezza  e
    giubilassero di una numerosa figliolanza.  Si ricord la prima donna
    era stata creata da una costola di Adamo,  che  ella  deve  lasciare
    padre e madre,  unirsi allo sposo e diventare con lui un unico essere
    e che questo mistero  grandissimo.  Si preg Dio  di  concedere  la
    benedizione ai due sposi come a Isacco e a Rebecca,  come a Giuseppe,
    a Mos e a Sefora,  e di dar loro lunga vita perch potessero vedere i
    figli dei loro figli sino alla quarta generazione.
    Tutto questo  bellissimo,  pensava Kitty,  ascoltando le preghiere,
    e non pu essere che cos,  mentre  un  sorriso  di  gioia,  che  si
    comunicava  involontariamente a coloro che la guardavano,  risplendeva
    sul suo viso luminoso.
    Quando il prete consegn le corone nuziali e  il  principe  Scerbackij
    sostenne  quella  della  figlia  con la mano tremante nel guanto a tre
    bottoni, si udirono consigli:
    - Mettetegliela del tutto sulla testa!
    - Mettetemela! - bisbigli Kitty sorridendo.
    Levin si volt a guardarla e fu colpito dal gioioso splendore del  suo
    viso,  e  questo sentimento si comunic involontariamente anche a lui,
    che si sent sereno e felice.
    Ascoltarono, pieni di gioia,  la lettura dell'epistola dell'Apostolo e
    le  modulazioni  di voce del protodiacono all'ultimo versetto,  che il
    pubblico estraneo attendeva con impazienza.  Bevettero  con  gioia  il
    vino tiepido,  rosso, annacquato, nel calice e, con letizia ancora pi
    grande, seguirono il prete che,  scostandosi la pianeta e prendendo le
    loro  due  destre  nella  propria,  fece fare loro il giro del leggio,
    mentre si innalzava la tonante voce dei bassi: Esulta, Isaia!.
    Scerbackij e Crikov,  che reggevano le corone alle  loro  spalle,  si
    inciampavano nello strascico della sposa;  sorridevano anch'essi pieni
    di gioia e ora restavano  indietro,  ora  urtavano  contro  gli  sposi
    quando il prete sostava.  Il lampo di gioia che si era acceso in Kitty
    pareva comunicarsi a tutti i presenti, e Levin aveva l'impressione che
    anche il prete e il diacono sentissero il bisogno di sorridere.
    Quando le corone furono tolte, il prete lesse le ultime preghiere e si
    rallegr con i novelli sposi.  Levin guard Kitty e gli parve  di  non
    averla  mai  veduta  cos  bella:  era come trasfigurata da quel nuovo
    fulgore di  felicit  che  le  illuminava  il  viso.  Fece  per  dirle
    qualcosa,  ma si trattenne,  temendo che la cerimonia non fosse ancora
    finita.  Il prete li tolse d'impaccio.  Sorrise benevolmente  e  disse
    piano:
    -  Baciate  vostra  moglie,  e  voi  baciate  vostro marito - e,  cos
    dicendo, tolse loro dalle mani i ceri.
    Levin depose un lieve bacio sulle labbra di Kitty, le offr il braccio
    e,  provando la strana sensazione di sentirsi a un tratto avvicinato a
    lei,  usc  dalla  chiesa.  Non credeva,  non poteva credere che tutto
    quello che era avvenuto fosse realt; ma quando i loro sguardi stupiti
    e timidi si incontrarono, sentirono di essere ormai una cosa sola.
    La sera stessa,  dopo la  cena,  i  giovani  sposi  partirono  per  la
    campagna.


    CAPITOLO 7.

    Gi  da  tre  mesi  Vronskij  e Anna viaggiavano insieme per l'Europa.
    Avevano visitato Venezia, Roma, Napoli, ed erano giunti da poco in una
    piccola citt italiana,  dove  intendevano  stabilirsi  per  un  certo
    tempo.
    Un imponente maggiordomo,  dai folti capelli impomatati, divisi da una
    scriminatura che dalla fronte  scendeva  sino  al  fondo  della  nuca,
    indossava  una  marsina  aperta  su  un  largo  sparato  bianco,   con
    innumerevoli ciondoli che ballonzolavano sulla pancetta  tondeggiante,
    e  le  mani  sprofondate  nelle  tasche,   rispondeva  di  malavoglia,
    strizzando gli occhi con disdegno,  a un  signore  che  gli  rivolgeva
    alcune domande.
    Udendo   dall'altra   parte  della  scalinata  rumore  di  passi,   il
    maggiordomo si volt e,  scorto il conte russo,  che occupava  il  pi
    bell'appartamento  dell'albergo,  tolse  rispettosamente le mani dalle
    tasche e,  inchinandosi,  inform il signor conte che  era  venuto  il
    mediatore  ad annunciare che l'affare del "palazzo" (125) era concluso
    e che l'intendente era pronto a firmare il contratto.
    - Bene, sono contento! - disse Vronskij. - La signora  in casa?
    - La signora  era  uscita,  ma    rientrata  poco  fa  -  rispose  il
    maggiordomo.
    Vronskij  si tolse il cappello floscio a larghe falde,  si asciug con
    il fazzoletto la fronte sudata  e  i  capelli  che  portava  lunghi  e
    all'indietro per coprire la calvizie.  Gettato un sguardo distratto al
    signore che non si era mosso e lo guardava fisso,  stava per andarsene
    quando il maggiordomo gli disse:
    - Il signore  russo e ha chiesto di lei.
    Con un sentimento di stizza per il fatto di non riuscire mai, in alcun
    posto,  a  evitare  i  conoscenti e tuttavia desideroso di trovare una
    distrazione alla  monotonia  della  sua  vita,  Vronskij  si  volt  a
    guardare  meglio  il signore che si era allontanato e fermato;  i loro
    occhi, incontrandosi, si illuminarono.
    - Goleniscev!
    - Vronskij!
    Era proprio Goleniscev,  un compagno di Vronskij nel Corpo dei  Paggi.
    Poi, siccome apparteneva al partito liberale, era uscito dal Corpo con
    un grado civile,  senza entrare in servizio,  tanto che i due compagni
    si erano completamente perduti di vista dopo l'uscita  dal  Corpo  dei
    Paggi.  Si  erano  incontrati  una  sola  volta,  e,  in  occasione di
    quell'unico incontro,  Vronskij aveva creduto di capire che Goleniscev
    si    era    scelta   un'attivit   liberale   adatta   a   quell'uomo
    intelligentissimo che  era,  e  che  perci  disprezzava  la  carriera
    militare,   ragion  per  cui  Vronskij  l'aveva  trattato  con  quella
    freddezza e quella distaccata alterigia che egli sapeva  opporre  alla
    gente e il cui significato era questo: Vi piaccia o no il mio modo di
    vivere,  questo mi  assolutamente indifferente: se volete conoscermi,
    dovete cominciare col rispettarmi.  Goleniscev,  da parte sua,  aveva
    dimostrato  una  sprezzante  indifferenza  verso Vronskij.  Pareva che
    quell'incontro avrebbe dovuto separarli ancora di pi;  eppure adesso,
    riconoscendosi  a vicenda,  si erano fatti raggianti e avevano dato un
    grido di gioia.  Vronskij non avrebbe mai creduto di provare una gioia
    cos  viva  nel  rivedere  Goleniscev;  ma forse non sapeva neppur lui
    rendersi giusto conto della  noia  che  provava,  e,  dimenticando  la
    sgradevole impressione del loro ultimo incontro,  gli tese la mano con
    viso aperto e gioioso;  e subito  la  medesima  espressione  di  gioia
    succedette all'inquietudine prima dipinta sul viso di Goleniscev.
    -  Come sono contento di incontrarti!  - esclam Vronskij scoprendo in
    un amichevole sorriso i forti denti bianchi.
    - S! Ho udito pronunziare il nome di Vronskij, ma non sapevo se fossi
    tu o un altro. Molto, molto contento!
    - Entriamo, allora. Be', che fai?
    - Vivo qui ormai da due anni. Lavoro.
    - Ah! - disse Vronskij con interesse. - Entriamo, su!
    E,  per la solita abitudine dei Russi di dire in francese ci che  non
    vogliono lasciar capire ai domestici, si mise a parlar francese.
    - Conosci la signora Karnina? Viaggiamo insieme. Sto andando da lei -
    e, mentre parlava, scrutava attentamente il viso di Goleniscev.
    - Ah,  non lo sapevo! - rispose con indifferenza Goleniscev, bench lo
    sapesse benissimo. - Sei arrivato da molto? - aggiunse.
    - Io?  Da tre giorni - rispose Vronskij  scrutando  ancora  una  volta
    attentamente il viso del compagno.
    S,   un uomo beneducato,  che vede le cose nella loro giusta luce,
    si disse Vronskij,  avendo capito il significato  dell'espressione  di
    Goleniscev  e  il  motivo  per  cui  aveva  cambiato discorso.  Posso
    benissimo fargli conoscere Anna,  mi pare una persona di buon  senso,
    concluse.
    In quei tre mesi che aveva trascorsi all'estero con Anna, a ogni nuovo
    incontro Vronskij si era sempre posta la domanda in qual modo il nuovo
    conoscente  avrebbe visto i suoi rapporti con Anna.  In generale,  gli
    uomini comprendevano la posizione "come doveva  essere  compresa".  Se
    per gli avessero domandato il senso di quella espressione, si sarebbe
    trovato imbarazzato nel rispondere.
    In sostanza,  coloro che, per Vronskij, comprendevano la sua posizione
    "come doveva essere compresa",  non comprendevano un bel nulla,  ma si
    comportavano  come si comportano le persone beneducate di fronte a una
    situazione delicata e complessa, quale si pu incontrare nella vita di
    ogni giorno,  ossia in modo discreto,  evitando qualsiasi allusione  e
    qualsiasi  domanda;  fingevano  di  capire  perfettamente  il  senso e
    l'importanza  di   quella   situazione,   l'accettavano   e,   magari,
    l'approvavano,  ma  ritenevano  inutile  e  inopportuno  venire  a una
    spiegazione.
    Vronskij cap subito che Goleniscev era uno di quelli,  ragion per cui
    fu doppiamente felice di vederlo. Effettivamente, quando Goleniscev fu
    introdotto  dalla Karnina,  il suo contegno verso di lei fu veramente
    quello che Vronskij poteva desiderare; era palese che, senza il minimo
    sforzo,  evitava tutti gli argomenti che potessero creare un senso  di
    disagio.
    Goleniscev  non  conosceva  Anna,  e  fu colpito dalla sua bellezza e,
    ancor pi,  dalla semplicit con cui accettava la propria  situazione.
    Ella arross quando Vronskij le present Goleniscev, e quell'infantile
    rossore  che  le ricopr il bel viso piacque moltissimo al visitatore.
    Ma,  in  modo  particolare,   gli  piacque  la  naturalezza  con  cui,
    rivolgendosi  a  Vronskij,  lo  chiam subito Aleksj per evitare,  di
    fronte a un estraneo,  qualsiasi malinteso,  e disse che  stavano  per
    trasferirsi in una nuova casa, che la gente chiamava il "palazzo".
    Quel  modo  semplice  e  franco  di  affrontare  la propria situazione
    piacque a Goleniscev che,  pur  conoscendo  Aleksj  Aleksndrovic'  e
    Vronskij,  ebbe  l'impressione  di  capire  perfettamente  ci che lei
    stessa non poteva capire e precisamente come,  dopo aver  compiuto  un
    gesto  che  aveva  costituito la disgrazia del marito e del figlio,  e
    dopo aver perduto la propria reputazione, potesse sentirsi ancora cos
    felice e piena di vita.
    - E' segnato nella guida - disse Goleniscev a proposito del  "palazzo"
    che  Vronskij  aveva preso in affitto.  - C' un bellissimo Tintoretto
    dell'ultima maniera.
    - Sapete che vi propongo?  Il tempo  bellissimo,  andiamo  a  vederlo
    ancora una volta... - disse Vronskij rivolgendosi ad Anna.
    - Con molto piacere, vado a mettermi il cappello. Dite che fa caldo? -
    domand  arrestandosi  sulla soglia e rivolgendosi a Vronskij con aria
    interrogativa. E di nuovo il suo viso si copr di rossore.
    - No, non troppo caldo.
    E Anna,  indovinando che egli era soddisfatto di lei,  gli rispose con
    un sorriso e usc a passi rapidi dalla stanza.
    Gli  amici  si  scambiarono  uno  sguardo  un po' imbarazzato: come se
    Goleniscev, il quale, evidentemente, aveva ammirato Anna, volesse dire
    qualcosa su di lei,  ma non osasse  esprimerlo,  e  come  se  Vronskij
    temesse e desiderasse la stessa cosa.
    - Cos, ti sei stabilito qui? - prese a dire Vronskij per iniziare una
    conversazione  qualsiasi.  -  Ti  occupi sempre degli stessi studi?  -
    continu ricordando che gli era stato detto che Goleniscev scriveva un
    libro.
    - S, sto scrivendo la seconda parte dei "Due principi" (126)  rispose
    Goleniscev infiammandosi di piacere a quella domanda  cio,  a dire il
    vero,  non  sto  ancora  scrivendo  nulla,  ma  soltanto preparando il
    materiale.  La seconda parte  sar  molto  pi  vasta  della  prima  e
    toccher  quasi  tutti  i problemi.  Da noi,  in Russia,  non si vuole
    capire che noi siamo gli eredi di Bisanzio...
    Vronskij,  a tutta prima,  si trov un po' a disagio,  non  conoscendo
    affatto la prima parte dei "Due principi", di cui l'autore gli parlava
    come di un'opera molto nota. Ma poi, quando Goleniscev prese a esporre
    le proprie idee,  Vronskij, anche senza conoscere i "Due principi", lo
    segu con un certo interesse,  giacch Goleniscev parlava molto  bene.
    Ma  Vronskij  era  sorpreso  e  amareggiato  dall'emozione che agitava
    Goleniscev mentre parlava dell'argomento di cui si stava occupando.  A
    mano a mano,  infatti,  che procedeva nel suo discorso, sempre pi gli
    si accendevano gli occhi, con sempre maggior foga ribatteva i presunti
    avversari e sempre pi irritata diventava l'espressione del suo volto.
    Ricordando Goleniscev come un ragazzo magrolino,  vivace,  buono e  di
    elevati sentimenti,  sempre il primo della classe nel Corpo dei Paggi,
    Vronskij non poteva comprendere i motivi di  quell'animazione,  e  non
    l'approvava.   In   particolare   non   gli  piaceva  che  Goleniscev,
    appartenente alla buona societ,  si mettesse sullo  stesso  piano  di
    tanti  scrittorucoli  che  lo  irritavano  e  lo esasperavano.  Valeva
    proprio la  pena  di  occuparsene?  Questo  a  Vronskij  non  piaceva;
    comunque sentiva che Goleniscev era infelice,  e ne provava pena.  Una
    sofferenza quasi morbosa gli si dipingeva sul viso mobile,  abbastanza
    bello mentre, senza neppure accorgersi del ritorno di Anna, continuava
    a esporre con calore le proprie idee.
    Quando Anna, in cappello e mantellina, giocherellando nervosamente con
    l'ombrellino  che  teneva  nella  piccola  mano,  si  ferm  accanto a
    Vronskij, questi,  con un senso di liberazione,  stacc il suo sguardo
    dagli occhi dolenti di Goleniscev, fissamente rivolti su di lui, e con
    uno  slancio  d'amore guard la propria,  incantevole amica,  piena di
    vita e di gioia.
    Un po' a fatica,  Goleniscev si riprese,  ma in un primo tempo  rimase
    depresso e cupo;  Anna,  per,  che era affettuosamente disposta verso
    tutti (in quel periodo, poi,  lo era in modo particolare),  ben presto
    riusc  a rianimarlo con il suo modo di fare semplice e allegro.  Dopo
    aver tentato diversi argomenti di conversazione,  lo indusse a parlare
    di pittura;  argomento di cui egli era esperto e competente, e si mise
    ad ascoltarlo con attenzione. Giunsero a piedi sino alla casa presa in
    affitto da Vronskij e la visitarono.
    Di una cosa sono veramente entusiasta - disse Anna a Goleniscev  sulla
    strada  del  ritorno - ed  che Aleksj avr qui un bellissimo studio.
    Bisogna assolutamente che tu occupi quella stanza,  Aleksj  - disse a
    Vronskij,  senza  esitare  a  dargli  del tu in presenza dell'amico,
    giacch era  ormai  convinta  che,  nel  loro  isolamento,  Goleniscev
    sarebbe  diventato  un  intimo,  di  fronte al quale non sarebbe stato
    necessario nascondersi.
    -  Ti  occupi  di  pittura,  forse?  -  domand  Goleniscev  vivamente
    rivolgendosi a Vronskij.
    - S,  molto tempo fa ho fatto qualcosa,  e ora mi ci voglio rimettere
    un po' - rispose Vronskij arrossendo.
    - Ha un vero talento per la pittura -  afferm  Anna  con  un  radioso
    sorriso.  - Io, si capisce, non sono un buon giudice, ma ripeto quello
    che hanno detto delle persone veramente competenti .


    CAPITOLO 8.

    Anna in quel primo periodo di liberazione morale  e  di  ritorno  alla
    salute,  si  sentiva  imperdonabilmente  felice  e  piena  di gioia di
    vivere.  Il ricordo del male che aveva fatto al marito non  avvelenava
    la sua felicit.  Quel ricordo, da un lato era troppo terribile perch
    essa vi si soffermasse con il  pensiero,  dall'altro,  il  dolore  del
    marito  dava  a  lei  la  felicit,  una felicit troppo grande perch
    potesse pentirsi.
    Il ricordo di tutto ci che le era accaduto  dopo  la  malattia  -  la
    riconciliazione con il marito,  la rottura, la notizia della ferita di
    Vronskij,  il suo ritorno,  i preparativi del  divorzio,  la  partenza
    dalla casa del marito, l'addio al figliolo - tutto questo le pareva un
    incubo dal quale si era svegliata,  sola con Vronskij,  all'estero. Il
    ricordo del male causato al marito suscitava  in  lei  una  specie  di
    disgusto,  un  sentimento  simile  a quello che proverebbe un uomo nel
    ricordare che,  in procinto di affogare,  avesse  respinto  da  s  il
    compagno  che  si  aggrappava  a  lui  e  che  era annegato.  Una cosa
    terribile, si capisce, ma anche l'unico mezzo di salvezza;  era meglio
    non riandare con il pensiero a quegli atroci particolari.
    C'era  un  unico ragionamento che gi allora,  nei primi momenti della
    rottura, e ora, al ricordo del passato, riusciva a calmarla: S,  era
    fatale  che  causassi  l'infelicit  di quell'uomo,  pensava,  ma da
    quella infelicit io non traggo  gioia:  soffro  e  soffrir  anch'io,
    giacch  rinunzio  per  sempre  a quello che mi era pi caro al mondo,
    rinunzio al mio buon nome e a mio figlio. Ho peccato, lo so,  e perci
    non voglio la felicit, non voglio il divorzio. Sopporter la vergogna
    e la separazione da mio figlio!.
    Ma  per quanto desiderasse sinceramente soffrire,  Anna non riusciva a
    soffrire davvero, e non ne provava vergogna alcuna. All'estero, con il
    tatto che li distingueva entrambi,  evitavano la societ russa e tutto
    ci  che  avrebbe  potuto metterli in una posizione falsa e,  dovunque
    andassero,   incontravano  persone  che  fingevano  di   aver   capito
    perfettamente   la  loro  reciproca  posizione  meglio  di  quanto  la
    comprendessero essi stessi.  Neppure la separazione  dal  figlio,  che
    pure  amava  moltissimo,  nei  primi  tempi  le  caus sofferenza.  La
    bimbetta, avuta da Vronskij, era graziosissima,  e Anna le si era cos
    morbosamente  attaccata  al  punto  che,  da  quando  le  era  rimasta
    quell'unica bambina, si ricordava di rado di Serza.
    Il suo desiderio di vivere,  fattosi pi intenso dopo  la  guarigione,
    era  cos  forte,  e  le  sue  condizioni  di  esistenza  cos nuove e
    gradevoli,  che Anna si sentiva imperdonabilmente felice.  Quanto  pi
    conosceva  Vronskij,  tanto  pi  l'amava,  e lo amava non solo per se
    stesso, ma anche per l'amore che egli le portava. Il possesso completo
    di lui le dava una gioia  continua,  la  sua  vicinanza  le  procurava
    sempre  nuovo piacere.  Ogni lato del suo carattere,  che di giorno in
    giorno conosceva sempre meglio,  le  pareva  ognora  pi  incantevole;
    dacch  egli  aveva  lasciato l'uniforme,  anche il suo lato esteriore
    che, con gli abiti borghesi era cambiato,  le piaceva proprio come una
    fanciulla innamorata.  In tutto ci che egli diceva, pensava e faceva,
    ella vedeva qualcosa di nobile e  di  superiore.  Un  entusiasmo  cos
    eccessivo  da  parte  sua  quasi  la spaventava,  ed ella cercava,  ma
    invano, di trovare in lui qualcosa che gli tornasse svantaggioso.  Non
    osava,  per, mostrargli di avere coscienza della propria inferiorit:
    le pareva che, se egli ne fosse stato conscio,  avrebbe potuto cessare
    pi presto di amarla, e nulla le pareva pi terribile della perdita di
    quell'amore,  sebbene nulla glielo potesse far pensare.  Comunque, non
    poteva nascondergli la propria riconoscenza per il modo con  cui  egli
    si  comportava  verso di lei,  n evitare di mostrargli quanto ella lo
    apprezzasse.  Quell'uomo che,  secondo la sua opinione,  sarebbe stato
    portato  a  svolgere  grandi  compiti  al servizio dello Stato,  aveva
    sacrificato tutte le sue ambizioni per lei,  senza  mai  accennare  al
    minimo  rimpianto;  mai,  anzi,  egli  si  era  mostrato  pi tenero e
    rispettoso verso di lei,  preoccupato a ogni istante  dal  timore  che
    ella sentisse il disagio della propria situazione.
    Egli,  quell'uomo cos fiero e assoluto, non solo non la contraddiceva
    mai, ma non aveva volont propria e pareva teso unicamente a prevenire
    i suoi desideri.
    Come avrebbe potuto Anna non apprezzare tutto ci  anche  se,  talora,
    quelle incessanti premure,  quell'atmosfera di sollecitudine di cui la
    circondava, le fossero penose?
    Quanto a Vronskij,  nonostante la completa realizzazione  di  ci  che
    aveva cos lungamente sognato, non era del tutto felice. Ben presto si
    rese  conto che la soddisfazione del suo desiderio non gli dava che un
    granello di quella montagna di felicit che  aveva  sperato.  Ebbe  la
    conferma  dell'eterno  errore  di  quanti  immaginano  che la felicit
    consista nell'avverarsi dei loro desideri.  Nei primi tempi,  dopo  la
    sua  unione con Anna e dopo avere indossato gli abiti borghesi,  aveva
    avvertito tutto il fascino della libert in genere che prima  gli  era
    ignota  e,  soprattutto,  della  libert dell'amore.  Allora era stato
    veramente felice,  ma quella  felicit  non  dur  molto.  Ben  presto
    avvert  che  nella  sua anima nasceva il desiderio di avere desideri:
    l'angoscia.  Indipendentemente  dalla  propria  volont,  cominci  ad
    aggrapparsi a fuggevoli capricci,  scambiandoli per serie aspirazioni.
    Bisognava in qualche modo  occupare  le  sedici  ore  della  giornata,
    giacch  all'estero  essi  vivevano  in piena libert,  al di fuori di
    quella cerchia  di  doveri  sociali  che  riempivano  la  sua  vita  a
    Pietroburgo. Vronskij non poteva pi pensare ai piaceri dell'esistenza
    da  scapolo  che aveva rallegrato i suoi precedenti viaggi all'estero;
    un unico tentativo  del  genere,  una  cena  tra  conoscenti  a  notte
    inoltrata,  aveva  provocato  in  Anna  una  vera  e  propria crisi di
    disperazione.  A  motivo  della  loro  posizione,  gli  era  parimenti
    interdetto  entrare in relazione tanto con la societ russa quanto con
    quella locale.
    Quanto alle curiosit del posto,  a parte il fatto che gli erano ormai
    tutte note,  non offrivano a Vronskij, nella sua qualit di uomo russo
    e intelligente,  l'interesse eccessivo che avrebbero suscitato  in  un
    inglese.  Cos, come un animale affamato si precipita su tutto ci che
    gli capita,  sperando di trovare qualcosa che lo sazi,  Vronskij quasi
    inconsciamente  si  aggrappava  ora  alla  politica,  ora  alle novit
    librarie, ora alla pittura.
    Poich da ragazzo aveva dato prova di avere buona disposizione per  la
    pittura,  e  poich,  non  sapendo  come  spendere il suo denaro aveva
    cominciato a raccogliere una bella collezione di incisioni,  si  ferm
    sull'idea  di  dipingere,  dedicandosi seriamente ad alimentare quella
    riserva insoddisfatta di desideri che esigevano di realizzarsi.
    Portato, per natura,  a comprendere l'arte e ricco di un notevole buon
    gusto,  possedeva anche una spiccata capacit di imitazione,  capacit
    che egli scambiava per facolt artistica. Esit parecchio tempo tra la
    pittura storica, religiosa, di genere e realistica,  infine si accinse
    a lavorare. Capiva tutti i generi e sceglieva indifferentemente questo
    o quello,  a seconda dell'ispirazione del momento, dato che non poteva
    figurarsi che si potessero ignorare questi diversi generi di pittura e
    non ispirarsi che alle emozioni dell'anima,  senza curarsi  se  quello
    che  si  dipinge  sarebbe  appartenuto  a un genere piuttosto che a un
    altro.
    Siccome,   poi,   non  si  ispirava   direttamente   alla   vita   ma,
    indirettamente,  alla vita gi incarnata nell'arte, si ispirava perci
    molto facilmente e molto rapidamente e,  in modo altrettanto rapido  e
    facile,  otteneva  che quello che dipingeva fosse assai somigliante al
    genere che aveva voluto imitare.
    Pi di tutti gli altri generi,  gli piaceva la  scuola  francese,  pi
    aggraziata  e  di  effetto  e  incominci,  secondo quella maniera,  a
    dipingere un ritratto di Anna in costume italiano,  ritratto giudicato
    da  tutti quelli che lo videro,  e dall'autore stesso,  un'opera molto
    ben riuscita.


    CAPITOLO 9.

    Il vetusto "palazzo" abbandonato,  in cui  erano  andati  ad  abitare,
    grazie  agli  alti  soffitti  stuccati,  agli  affreschi sui muri,  ai
    pavimenti di mosaico,  alle tende di damasco giallo alle finestre,  ai
    vasi sulle mensole e sui caminetti,  alle cupe sale piene di quadri, e
    grazie  al  suo  stesso  aspetto  esterno,  aliment  in  Vronskij  la
    piacevole  ed  erronea  sensazione di non essere tanto un proprietario
    terriero russo  o  un  ciambellano  di  Corte  in  ritiro,  quanto  un
    illuminato  amatore  e protettore delle arti,  e un artista,  sia pure
    modesto, che aveva rinunziato al mondo,  alle proprie relazioni e alle
    proprie ambizioni per la donna amata.
    Per  i  primi  tempi,  la parte che Vronskij si era scelta,  andando a
    vivere nel vecchio palazzo,  lo  soddisfece  perfettamente.  Grazie  a
    Goleniscev fece alcune interessanti conoscenze;  lavor sotto la guida
    di un professore italiano,  con il quale dipinse studi dal vero  e  si
    occup  della  vita  del  medioevo italiano.  Quel periodo,  anzi,  lo
    affascin e interess a tal punto che egli fin per  portare  cappelli
    di  foggia  medioevale  e per avvolgersi in uno scialle,  il che,  del
    resto, gli donava moltissimo.
    - Viviamo qui e non sappiamo nulla -  disse  una  mattina  Vronskij  a
    Goleniscev,  che  era  venuto  a  trovarlo.  - Hai veduto il quadro di
    Michjlov? - aggiunse porgendogli un giornale russo,  appena ricevuto,
    e  indicandogli  un  articolo  sull'artista russo che viveva in quella
    stessa citt e aveva terminato un quadro,  di cui si  parlava  gi  da
    tempo e che era stato acquistato prima ancora che fosse finito.
    L'articolo  criticava  il  governo  e  l'Accademia per il fatto che un
    artista simile fosse privo di incoraggiamento e di qualsiasi aiuto.
    - L'ho visto - rispose Goleniscev. - Non  certo un pittore cui manchi
    il talento,  ma segue una strada completamente  sbagliata.  Si  tratta
    sempre  delle  solite  concezioni  del  Cristo  e della vita religiosa
    secondo Ivanov, Strauss e Renan (127).
    - Qual  il soggetto del quadro?
    - Cristo di fronte a Pilato.  Il Cristo  rappresentato come un  ebreo
    in tutto il realismo della nuova scuola.
    E,  poich  la  domanda sul soggetto del quadro portava a trattare uno
    dei suoi argomenti preferiti, Goleniscev prosegu:
    - Io non  riesco  a  capire  come  possano  sbagliarsi  in  modo  cos
    grossolano.  Cristo ha gi una sua incarnazione definita nell'arte dei
    grandi pittori antichi.  Se non vogliono rappresentare il Dio,  ma  il
    rivoluzionario o il saggio, perch non rappresentano Socrate, Franklin
    o  Charlotte  Corday (128)?  Invece essi prendono proprio a modello il
    solo personaggio che l'arte non dovrebbe toccare, e poi...
    - Ma dite,   vero che questo Michjlov  cos in miseria?  -  domand
    Vronskij  pensando che,  in qualit di mecenate russo,  avrebbe dovuto
    aiutare l'artista, buono o cattivo che fosse il suo quadro.
    - Non credo.  E' un ritrattista notevole.  Avete visto il ritratto che
    ha fatto alla signora Vasl'sikova?  Pare,  per,  che non intenda pi
    dipingere ritratti,  ed  forse questa la causa delle ristrettezze  in
    cui si trova. Dicevo che...
    -  Non  sarebbe  possibile  pregarlo  di  fare  il  ritratto  ad  Anna
    Arkdevna? - domand Vronskij.
    - Perch proprio il mio? - disse Anna.  - Dopo quello che mi hai fatto
    tu,  non  ne voglio altri.  Piuttosto facciamogli fare quello di Annie
    (cos chiamava la sua bambina): eccola l - soggiunse,  dopo aver dato
    un'occhiata  dalla  finestra  alla bella balia italiana che portava la
    bimba in giardino, e subito,  senza farsi notare saett con una rapida
    occhiata  il  volto  di  Vronskij.  La  bella  balia italiana,  di cui
    Vronskij aveva ritratto la testa per un suo quadro,  era l'unico punto
    nero nella vita di Anna.  Vronskij, facendo il ritratto dell'italiana,
    ne ammirava la bellezza  e  il  tipo  medioevale,  e  Anna  non  osava
    confessare a se stessa che temeva di essere gelosa,  ragion per cui si
    mostrava tanto pi gentile e affettuosa sia verso la donna,  sia verso
    il suo ragazzetto.
    Anche  Vronskij diede un'occhiata fuori dalla finestra e,  incontrando
    gli occhi di Anna, si rivolse subito a Goleniscev e disse:
    - Conosci questo Michjlov?
    - Ho avuto occasione di  incontrarlo.  E'  un  tipo  originale,  senza
    nessuna  educazione,  uno  di  quei selvaggi,  sapete,  come ora se ne
    vedono spesso,  uno di quei liberi pensatori che si buttano "d'emble"
    (129) all'ateismo, al materialismo, all'incredulit, alla negazione di
    tutto.  Prima  succedeva  - continu Goleniscev,  senza accorgersi,  o
    fingendo di non accorgersi,  che Anna e  Vronskij  avevano  voglia  di
    parlare  -  prima  succedeva  che il libero pensatore era un uomo che,
    educato nei concetti della  religione  della  legge,  della  moralit,
    giungeva  al  libero  pensiero  da  solo,  lottando e faticando;  ora,
    invece, abbiamo un nuovo tipo: i liberi pensatori nati, che crescono
    ignorando completamente che esistono le leggi  della  moralit,  della
    religione e certe autorit,  e che vengono su negando tutto,  come dei
    selvaggi.  E  Michjlov    uno  dei  questi.  Figlio,  credo,  di  un
    maggiordomo  di  Mosca,   non  ha  avuto  alcuna  istruzione.  Entrato
    all'Accademia,  si  guadagnata una certa reputazione e,  poich non 
    per  nulla un uomo stupido,  ha voluto istruirsi.  A questo scopo si 
    rivolto a quella che gli    sembrata  la  fonte  dell'istruzione:  ai
    giornali e alle riviste. Nel buon tempo antico, se un uomo, poniamo un
    francese, intendeva istruirsi, si metteva a studiare tutti i classici,
    i  teologi,  gli  storici,  i  filosofi,  con  quale  faticoso  lavoro
    intellettuale potete  immaginarvi  facilmente.  Ma  ora    molto  pi
    semplice:  ora  ci  si  rivolge  alla letteratura negativa,  di cui si
    assimila assai rapidamente un estratto. Ma non basta: vent'anni fa, si
    sarebbero trovate in quella letteratura le tracce della  lotta  contro
    le  autorit,  contro  le  tradizioni  secolari,  tracce  di lotta che
    insegnavano  almeno  l'esistenza  di  queste  cose.   Ora  si   capita
    direttamente su una letteratura che non si degna nemmeno di combattere
    le  vecchie  concezioni,  ma  ti dice di punto in bianco: "volution",
    lotta per l'esistenza,  selezione,  il nulla;  questo basta per tutto.
    Nel mio articolo...
    - Sapete che dobbiamo fare?  - lo interruppe Anna, che gi da un pezzo
    scambiava rapide occhiate con Vronskij e  capiva  che  questi  non  si
    interessava  affatto dell'educazione del pittore ed era soltanto preso
    dal desiderio di aiutarlo e di ordinargli un ritratto.  -  Sapete  che
    dobbiamo fare? Andiamo da lui!
    Goleniscev,  ripresa padronanza di s,  acconsent volentieri e poich
    l'artista abitava lontano, decisero di prendere una carrozza.
    Un'ora dopo,  Anna,  seduta a fianco di Goleniscev,  e  Vronskij,  sul
    sedile di fronte, si avvicinavano a una casa nuova, abbastanza brutta.
    Saputo  dalla  moglie  del portinaio,  la quale era uscita incontro ai
    visitatori, che Michjlov permetteva di visitare il suo studio, ma che
    in quel momento si trovava nel suo  appartamento,  a  pochi  passi  di
    distanza,  la  mandarono  da  lui  con  i  loro  biglietti  da visita,
    chiedendo il permesso di vedere i suoi quadri.


    CAPITOLO 10.

    Il pittore Michjlov, come sempre del resto,  era al lavoro quando gli
    portarono  i  biglietti  da visita del conte Vronskij e di Goleniscev.
    Aveva trascorso la mattinata  nello  studio,  lavorando  a  un  grande
    quadro;  rincasato,  era  andato  in collera con la moglie che non era
    stata capace di sbrigarsela con la padrona di casa che esigeva i soldi
    dell'affitto.
    - Te l'ho gi  detto  almeno  venti  volte  che  non  devi  intavolare
    discussioni  con  lei.  Gi  sei  sciocca per natura,  ma se cominci a
    spiegarti in italiano lo diventi tre volte di pi!  - concluse dopo un
    lungo battibecco.
    - E tu non continuare a indebitarti!  Non  colpa mia... del resto; se
    tu avessi denari...
    - Lasciami in pace,  per amor di Dio!  - esclam con le lacrime  nella
    voce  Michjlov  e,  tappandosi le orecchie,  and nella sua stanza da
    lavoro, al di l di un tramezzo, e si chiuse la porta alle spalle.
    Quanto  sciocca!,  mormor,  sedendosi a  tavolino  e,  aperta  una
    cartella,  si  dedic subito,  con particolare foga,  a un disegno gi
    cominciato.
    Non lavorava mai con  tanto  ardore  e  tanto  bene  come  quando  gli
    andavano  male  gli  affari  e,  specialmente,  quando litigava con la
    moglie.
    Ah, se potesse sprofondare una buona volta!, pensava lavorando.
    Stava abbozzando una figura di uomo in preda a un accesso  di  furore.
    Gi  un'altra volta aveva fatto uno studio del genere,  ma ora non era
    contento del suo lavoro. No, l'altro studio era migliore. Dov'?.
    Ritorn dalla  moglie  e,  con  le  sopracciglia  aggrottate  e  senza
    guardarla,  chiese alla bambina pi grande dove fosse quel disegno che
    egli le aveva regalato.  Il disegno fu trovato,  ma tutto imbrattato e
    macchiato di sgocciolature di candela.  Michjlov lo prese ugualmente,
    lo pos sul tavolo dinanzi a s e lo esamin a occhi socchiusi.  A  un
    tratto, sorrise e agit le mani con gioia.
    - E' cos,  cos! - esclam ad alta voce, e presa una matita, si mise
    rapidamente a disegnare.  Una delle tante macchie di cera, disseminate
    sul foglio, conferiva all'abbozzo un aspetto diverso, che gli diede un
    lampo di ispirazione. A un tratto si ricord della testa energica, dal
    mento sporgente, del bottegaio da cui acquistava i sigari,  e diede al
    suo disegno la stessa faccia, lo stesso mento. Un sorriso di gioia gli
    illumin  il volto.  A un tratto l'immagine,  poco prima vaga,  morta,
    insignificante, prese vita e si anim al punto che non ci fu pi nulla
    da cambiare,  n da aggiungere.  Il  disegno  era  una  persona  viva,
    parlante.  Si poteva forse fare ancora qualche ritocco, si potevano, e
    magari si dovevano,  disporre diversamente  le  gambe,  modificare  il
    gesto  del braccio destro e mandare indietro i capelli,  ma tutti quei
    ritocchi non avrebbero per  nulla  modificato  l'espressione  generale
    della  faccia;  non  avrebbero  fatto  che  accentuarne  il carattere.
    Sarebbe quasi stato come liberarla dai veli che la nascondevano.  Ogni
    nuovo tratto faceva spiccare con maggiore evidenza l'energica forza di
    quel  viso,  rendendolo  tale e quale gli era apparso improvvisamente,
    grazie alla macchia di cera.  Stava appunto rifinendo accuratamente il
    disegno, quando gli portarono i biglietti da visita.
    - Subito, subito - disse.
    And dalla moglie.
    - Basta,  Sascia,  non essere in collera...  - le disse con un sorriso
    timido e affettuoso. - Hai torto, tu, ho avuto torto anch'io. Tutto si
    accomoder, vedrai...
    Riconciliatosi con la moglie, indoss un soprabito color oliva, con il
    bavero di velluto,  e si avvi allo studio.  L'emozione e l'agitazione
    causategli  dall'arrivo  di  quei  grandi personaggi russi,  giunti in
    carrozza per visitare il suo studio, gli avevano fatto gi dimenticare
    il suo disegno cos ben riuscito.  Quanto  al  quadro,  che  stava  in
    mostra in fondo allo studio,  posato sul cavalletto, era convinto, dal
    profondo dell'anima,  che nessuno sarebbe stato in grado di dipingerne
    uno  simile.  Non  riteneva,  no,  che  fosse  superiore  alle tele di
    Raffaello,  ma era sicuro di avere espresso in esso tutto  quello  che
    voleva esprimere,  e sfidava chiunque a fare altrettanto. Era certo di
    questo sin da quando aveva iniziato il suo lavoro; nondimeno i giudizi
    del pubblico, quali che potessero essere,  avevano per lui un'immensa,
    sconvolgente importanza. Ogni minima osservazione, atta a dimostrargli
    che  i  critici  comprendevano  una parte,  sia pure piccolissima,  di
    quanto egli  aveva  messo  nel  suo  quadro,  gli  causava  un'intensa
    emozione.  Ai propri giudici attribuiva una profondit di comprensione
    maggiore di quella che egli stesso possedeva,  e da loro si  aspettava
    sempre che scoprissero nel suo quadro qualcosa di nuovo,  che egli non
    sospettava neppure.  E spesso,  nei  giudizi  degli  osservatori,  gli
    sembrava di trovare questo qualcosa.
    Si  avvicin con passo svelto alla porta del suo studio e,  nonostante
    l'emozione da cui era preso,  lo colp  la  dolcezza  della  luce  che
    circondava  Anna,   che,   ritta  nell'ombra  del  portone,  ascoltava
    Goleniscev,  il quale,  molto animatamente discorreva con lei ma  che,
    nello  stesso tempo,  desiderava evidentemente osservare l'artista che
    si stava avvicinando. Questi non si rese neppur conto dell'impressione
    che l'aveva colpito, impressione che aveva afferrato e riposto nel suo
    cervello,  come gli era accaduto per il mento del bottegaio dal  quale
    comperava i sigari,  e di dove l'avrebbe tirata fuori quando gli fosse
    servita.
    I visitatori, gi delusi sul conto dell'artista da quanto di lui aveva
    detto Goleniscev,  lo furono ancora di  pi  dall'apparenza  esteriore
    dell'uomo.  Di statura media,  tarchiato, con un'andatura saltellante,
    Michjlov produsse un'impressione sgradevole con il suo cappotto color
    oliva,  il cappello marrone e i pantaloni stretti stretti,  mentre gi
    da parecchio tempo si usavano larghi e,  soprattutto,  con la banalit
    del suo viso  piatto  e  con  la  sua  espressione  timida  e  insieme
    desiderosa di mantenere la propria dignit.
    -  Accomodatevi,  prego  -  disse  egli,  cercando di assumere un'aria
    indifferente, e, inoltrandosi nel portone, trasse di tasca la chiave e
    aperse l'uscio dello studio.


    CAPITOLO 11.

    Non appena furono entrati, Michjlov gett ancora una volta lo sguardo
    sui suoi ospiti e si fiss nella mente l'espressione della  faccia  di
    Vronskij  e,  in special modo,  dei suoi zigomi.  Sebbene il suo senso
    artistico lavorasse senza posa,  accumulando nuovo materiale,  sebbene
    si sentisse sempre pi emozionato,  a mano a mano che si avvicinava il
    momento in cui si sarebbe giudicato il suo lavoro, Michjlov si andava
    formando,   da  impercettibili  indizi,   con  rapidit   e   finezza,
    un'opinione  precisa  su  quelle tre persone.  Una (Goleniscev) doveva
    essere un russo stabilitosi in Italia.  Michjlov non ne ricordava  il
    nome  e  neppure  ricordava dove lo avesse incontrato,  n di che cosa
    avesse parlato;  ma ne aveva ben presente il volto,  come i  volti  di
    tutti  quelli  che vedeva,  e sapeva con certezza di averlo collocato,
    nella  sua  immaginazione,   nell'immenso  reparto  delle   fisionomie
    falsamente  significative e povere di espressione.  I capelli lunghi e
    la fronte altissima conferivano a quel viso  un'originalit  puramente
    esteriore,    viso   nel   quale   vibrava   soltanto   un'espressione
    infantilmente inquieta, che si concentrava sotto la stretta radice del
    naso. Vronskij e la Karnina, secondo Michjlov, dovevano essere Russi
    ricchi e di riguardo, che non capivano niente di arte,  come del resto
    tutti i Russi di gran famiglia e ricchi, che volevano apparire amatori
    e intenditori.  Senza dubbio hanno gi visitato tutte le antichit, e
    ora fanno il giro delle gallerie dei nuovi artisti, di quei ciarlatani
    tedeschi e di quegli stupidi preraffaelliti inglesi,  e vengono da  me
    soltanto per completare la serie,  pens Michjlov. Conosceva a fondo
    la mania dei dilettanti (quanto  pi  intelligenti  tanto  peggio)  di
    visitare  gli  studi  dei pittori contemporanei,  con l'unico scopo di
    poter dire che l'arte  in decadenza e che pi si guardano i moderni e
    pi si ammirano i grandi maestri  del  passato.  Tutto  questo  se  lo
    aspettava  e  lo leggeva nei loro volti;  lo leggeva nell'indifferenza
    con la quale parlavano tra di loro,  guardavano i busti e i modelli di
    cera  e passeggiavano liberamente nello studio,  in attesa che venisse
    scoperto il quadro. Nonostante questo,  per,  mentre sfogliava i suoi
    studi, sollevava le tendine e toglieva le coperture, Michjlov sentiva
    in  s  un'intensa  agitazione,  tanto pi che,  sebbene tutti i Russi
    ricchi e di riguardo fossero,  secondo la  sua  opinione,  sciocchi  e
    idioti, Vronskij, e pi ancora Anna, gli piacevano molto.
    -  Ecco!  - disse,  scostandosi dal quadro e facendosi da parte con il
    suo passo saltellante.  - E'  il  Cristo  davanti  a  Pilato,  Matteo,
    capitolo 27 - disse e, sentendo che le labbra cominciavano a tremargli
    per l'emozione, si allontan e si mise alle spalle dei visitatori.
    Nei  brevi istanti di silenzio durante i quali i tre russi esaminarono
    il  quadro,  anche  Michjlov  guard  con  occhio  indifferente,   da
    estraneo,  il suo lavoro.  In quei pochi secondi sentiva che sulla sua
    opera sarebbe stato espresso un  infallibile,  superiore  giudizio,  e
    proprio   da   quelle   stesse  persone  che  un  minuto  prima  aveva
    disprezzato. Dimenticando tutto quello che aveva pensato del quadro in
    quei tre anni durante i quali lo aveva dipinto,  dimenticando tutte le
    sue  qualit,  che erano per lui incontestabili,  vedeva ora il quadro
    con lo sguardo freddo e critico di un estraneo e non scorgeva in  esso
    nulla di buono.
    Vedeva,  in primo piano, il viso corrucciato di Pilato e quello sereno
    del Cristo; in secondo piano le figure dei servi di Pilato e la faccia
    di Giovanni che scrutava ci che accadeva.  Ogni  viso,  cresciuto  in
    lui,  ciascuno con un proprio particolare carattere,  attraverso tanta
    ricerca, tanti errori e correzioni,  ogni viso che gli aveva procurato
    tanta gioia e tanti tormenti,  tutti quei visi tante volte cambiati di
    posto per conservare i'insieme, tutte le sfumature di colore e di toni
    da lui ottenute con tanta fatica,  tutto questo,  ora,  veduto con gli
    occhi  degli  altri,  gli pareva una cosa sciatta,  una banalit mille
    volte ripetuta.  La fisionomia che gli  era  pi  cara,  il  viso  del
    Cristo,  che costituiva il centro del quadro e che gli aveva suscitato
    tanto entusiasmo mentre lo eseguiva,  tutto era come se non esistesse,
    ora che lo guardava con gli occhi degli altri. Vedeva una riproduzione
    ben  fatta  (anzi,  nemmeno  troppo ben fatta,  giacch vi scorgeva un
    mucchio  di  difetti)  di  quegli  infiniti  Cristi  di  Tiziano,   di
    Raffaello,  di  Rubens;  dei  loro guerrieri e dei loro Pilati.  Tutto
    questo era banale, meschino,  gi noto,  debole e persino mal dipinto:
    policromo  e debole.  I visitatori avrebbero avuto tutte le ragioni di
    dire  frasi  falsamente  cortesi  in  presenza   dell'artista   e   di
    commiserarlo e farsi beffe di lui quando fossero rimasti soli.
    Quel  silenzio,  bench  non  fosse  durato  pi di un minuto,  gli fu
    penosissimo. Per spezzarlo e per mostrare di non essere turbato, egli,
    fatto uno sforzo su se stesso, si rivolse a Goleniscev.
    - Mi pare di avere  gi  avuto  il  piacere  di  incontrarvi  -  disse
    voltandosi a guardare con inquietudine ora Anna, ora Vronskij, per non
    lasciarsi sfuggire la minima espressione dei loro visi.
    -  E  come!  Ci  siamo  incontrati da Rossi,  la sera in cui declamava
    quella signorina italiana, la nuova Rachel (130),  ve ne ricordate?  -
    rispose  con  disinvoltura  Goleniscev,  distogliendo  lo  sguardo dal
    quadro, senza mostrare il minimo rimpianto, e rivolgendolo al pittore.
    Not tuttavia che Michjlov attendeva un giudizio sul quadro e disse:
    - Il vostro dipinto ha molto progredito da quando l'ho veduto l'ultima
    volta, e ora, come allora, mi colpisce straordinariamente la figura di
    Pilato.  Egli mi appare veramente l'uomo che  stato:  debole,  buono,
    funzionario   sino   in   fondo   all'anima,    assolutamente   ignaro
    dell'importanza della propria azione. Ma mi sembra...
    Il mobile volto di Michjlov si fece a un tratto raggiante: gli  occhi
    si  accesero  di  una  vivida  luce.  Volle rispondere,  ma l'emozione
    gl'imped  di  parlare  e  finse  un  accesso  di  tosse.  Per  quanto
    considerasse  quasi  nulla  la  comprensione artistica di Goleniscev e
    bench quell'osservazione sull'espressione del volto di Pilato  e  sul
    suo  aspetto  di  funzionario paresse alquanto banale,  mentre c'erano
    cose molto pi importanti da dire, Michajlov fu entusiasmato da quelle
    parole.  Egli pure aveva pensato della figura di Pilato le stesse cose
    che  aveva  dette  Goleniscev.  Il  fatto  che  quella osservazione di
    Goleniscev fosse soltanto una delle mille altre  che,  come  Michjlov
    sapeva  con  certezza,  sarebbero state giuste,  non diminuiva per lui
    l'importanza delle parole di Goleniscev.  Prov subito  un  impeto  di
    affettuosa  simpatia  per  lui  e,  da  uno  stato  di  tristezza e di
    scoraggiamento, pass di colpo all'entusiasmo.  Subito il quadro prese
    vita  dinanzi  a  lui  con  tutta  la  sua  inesprimibile,   complessa
    profondit.  Michjlov tent  nuovamente  di  dire  che  proprio  cos
    concepiva  Pilato,  ma  le sue labbra tremanti rimasero mute...  Anche
    Vronskij e Anna parlavano con quella voce sommessa con cui  di  solito
    si parla alle mostre di quadri,  in parte per non urtare l'artista, in
    parte per evitare  il  rischio  di  esprimere  ad  alta  voce  qualche
    assurdit, cosa abbastanza facile, parlando di arte. Parve a Michjlov
    che il quadro avesse impressionato anche loro... Si avvicin.
    -  Veramente meravigliosa l'espressione del Cristo!  - disse Anna.  Di
    tutto quanto aveva visto, era proprio quell'espressione ci che le era
    piaciuto di pi,  ed ella sentiva che il centro del quadro era proprio
    quello,  e  che  il  suo  elogio  avrebbe  senza  dubbio fatto piacere
    all'artista. - Si vede - aggiunse - che Egli ha pena di Pilato!
    Era un'altra di quelle mille,  giuste considerazioni che  si  potevano
    fare sul quadro e sulla figura del Cristo. Ella aveva detto che Pilato
    gli  faceva pena.  Nell'espressione del Cristo doveva esserci anche un
    senso di  compassione;  Egli  doveva  esprimere  l'amore  sublime,  la
    delusione,  la  calma  ultraterrena,  la rassegnazione alla morte,  la
    consapevolezza della vanit delle parole e la piet per i suoi nemici.
    Si capisce,  c'era  un'espressione  da  funzionario  in  Pilato  e  di
    compassione  in  Cristo,  perch  l'uno  era la personificazione della
    carne  e  l'altro  della  vita  spirituale.  Tutte  queste,   e  altre
    considerazioni,  balenarono alla mente di Michjlov, e di nuovo il suo
    viso si illumin di entusiasmo.
    - S, questa figura pare immersa nell'aria! D l'impressione che le si
    possa  girare  attorno!   -  disse  Goleniscev  mostrando  con  questa
    osservazione  che  non approvava n il soggetto n l'espressione della
    figura.
    - Una maestria davvero sorprendente! - disse Vronskij. - Quale risalto
    hanno queste figure sullo sfondo!  Una tecnica  perfetta!  -  prosegu
    rivolgendosi  a  Goleniscev  e  alludendo  con  queste  parole  a  una
    conversazione avuta con lui qualche tempo prima,  nella quale Vronskij
    aveva  espresso  la poca speranza di riuscire ad acquistare una simile
    tecnica.
    - S, s, davvero sorprendente! - confermarono Goleniscev e Anna.
    Nonostante l'eccitazione nervosa in  cui  si  trovava,  l'osservazione
    sulla  tecnica aveva ferito dolorosamente il cuore di Michjlov,  che,
    gettato uno sguardo iroso a Vronskij, a un tratto si accigli.  Spesso
    aveva  udito  usare  la parola tecnica,  ma non la comprendeva molto
    bene.  Sapeva tuttavia che con essa si intendeva la capacit meccanica
    di disegnare e di dipingere, assolutamente indipendente dal contenuto.
    Spesso aveva notato,  anche negli elogi che gli venivano espressi, che
    si opponeva la tecnica al valore intrinseco dell'opera,  come se fosse
    possibile dipingere con bravura una cattiva composizione. Non ignorava
    che  occorreva  molta  precauzione  e  molta  prudenza  nello  svelare
    l'opera, per non nuocere all'opera stessa,  ma,  secondo lui,  ci non
    rientrava  nel  dominio della tecnica.  Un fanciullo o una cuoca,  che
    avessero  concepito  quello  che  concepiva  lui,   avrebbero   potuto
    disegnare altrettanto bene la stessa cosa, mentre anche il pi abile e
    pi  esperto  pittore-tecnico  non sarebbe stato in grado di dipingere
    nulla con i soli procedimenti tecnici,  se prima non gli  fosse  stato
    rivelato  il contenuto del proprio soggetto.  Inoltre egli comprendeva
    che,  se si riduceva la cosa a una questione di tecnica,  non  avrebbe
    meritato  per s alcuna lode.  In ogni sua opera Michjlov riconosceva
    certi difetti causati dalla mancanza di cautela  con  la  quale  aveva
    levato  i  veli  e  che ormai non poteva pi correggere senza rovinare
    tutta l'opera. E in quasi tutti i personaggi,  in quasi tutti i volti,
    vedeva anche ora le tracce dei veli che pregiudicavano il quadro.
    - L'unica osservazione che vorrei farvi, se me lo permettete...- disse
    Goleniscev.
    -  Anzi,  ve ne prego: dite,  dite pure...  - rispose Michjlov con un
    sorriso un po' forzato.
    - Secondo me, ecco,  avete dipinto un uomo-Dio e non un Dio-uomo.  So,
    del resto, che voi volevate proprio questo.
    -  Non  potevo  dipingere  un  Cristo  che  non  ho nell'anima - disse
    cupamente Michjlov.
    - S,  ma in tal caso,  se mi permettete di esprimere il mio pensiero,
    il  vostro  quadro   cos bello che la mia osservazione non pu certo
    nuocergli.  Del resto,  poi,  non si tratta  che  di  un'opinione  mia
    personale.  Per  voi  un'altra cosa: il motivo stesso  un altro.  Ma
    prendiamo Ivanov: io credo che,  se volesse  ricondurre  il  Cristo  a
    figura storica, farebbe meglio a scegliere un soggetto nuovo, non cos
    sfruttato.
    - Ma se questo  il tema pi grande cui l'arte possa aspirare!?
    - Cercando bene, se ne troverebbero altri. Ma il fatto si  che l'arte
    non tollera n discussioni,  n ragionamenti.  E, davanti al quadro di
    Ivanov, tanto un credente quanto un incredulo, si pone questa domanda:
    E'  un  Dio  o  no?.   Domanda,   questa,   che  distrugge   l'unit
    dell'impressione.
    - Perch?  Direi che,  per le persone colte, questo problema non possa
    pi esistere - rispose Michjlov.
    Goleniscev non era di questa opinione e,  fermo nella sua  prima  idea
    sulla  necessit,  in  arte,  dell'unit  d'impressione,  trascin  il
    pittore in una discussione che questi non seppe  sostenere  e  dovette
    darsi per vinto.


    CAPITOLO 12.

    Gi  da  un  pezzo  Anna  e  Vronskij si scambiavano sguardi annoiati,
    rammaricandosi dell'intelligente loquacit del loro amico; finalmente,
    senza aspettare  il  padrone  di  casa,  essi  passarono  oltre  e  si
    fermarono davanti a un altro piccolo quadro.
    - Che meraviglia! Che meraviglia! - esclamarono entrambi a una voce.
    Che cos' che piace loro tanto?, si chiese Michjlov.
    Egli  aveva  assolutamente  dimenticato quel quadro,  dipinto tre anni
    prima.  Aveva dimenticato tutte le sofferenze,  tutti  gli  entusiasmi
    vissuti per quel dipinto che,  per vari mesi,  l'aveva tenuto occupato
    giorno e notte;  l'aveva dimenticato come sempre dimenticava i  quadri
    finiti;  e  non  solo  li  dimenticava,  ma  non  gli  piaceva  neppur
    guardarli.  Questo,  l'aveva esposto  solamente  perch  aspettava  un
    inglese che desiderava acquistarlo.
    - E' un vecchio studio! - disse.
    -  Ma    bellissimo!  - esclam Goleniscev,  colpito sinceramente dal
    fascino di quella tela.
    Due ragazzi pescavano con la lenza all'ombra di un citiso. Il maggiore
    aveva  appena  gettato  l'amo  e  seguiva  assorto   le   scosse   del
    galleggiante,  tutto  preso  dalla  sua  occupazione;  il pi piccolo,
    sdraiato sull'erba,  con la testolina bionda appoggiata  sul  braccio,
    guardava l'acqua con gli azzurri occhi pensosi. A che cosa pensava?
    L'entusiasmo suscitato da quel quadretto nei tre visitatori ricondusse
    Michjlov  alle  emozioni  di  un tempo;  ma egli temeva questi oziosi
    sentimenti verso ci che era ormai passato, e perci cerc di attirare
    l'attenzione dei suoi ospiti su un terzo quadro,  sebbene quegli elogi
    gli facessero piacere.
    Vronskij  gli  chiese  se  il bozzetto fosse in vendita.  A Michjlov,
    emozionato dalla visita degli ospiti,  la  questione  materiale  parve
    inopportuna e, aggrottando le sopracciglia, rispose:
    - E' esposto per la vendita!
    Non  appena  i  tre  Russi  se ne furono andati,  Michjlov sedette di
    fronte al suo quadro di Cristo e Pilato e,  mentalmente,  ripet tutto
    ci che dai visitatori era stato detto e sottinteso.  Cosa strana!  Le
    osservazioni che avevano avuto tanta importanza per  lui  mentre  essi
    erano  l  ed  egli  si  era  mentalmente trasferito nel loro punto di
    vista,  a un tratto perdettero per lui ogni  significato.  Cominci  a
    guardare  il  suo  quadro  con  occhi  di artista e ritrov l'assoluta
    convinzione del proprio valore e,  quindi,  anche dell'importanza  del
    quadro;  torn,  per  conseguenza,  nello  stato  d'animo  che gli era
    necessario per continuare a lavorare.
    Il piede  del  Cristo,  visto  di  scorcio,  aveva  per  un  difetto.
    Michjlov prese la tavolozza e,  mentre lo correggeva,  osservava,  in
    secondo piano,  la testa di Giovanni,  che i  visitatori  non  avevano
    notato  ma  che,  lui  lo  sapeva,  era  il  sommo  della  perfezione.
    Quand'ebbe finito di ritoccare il  piede,  volle  dare  qualche  altro
    ritocco anche a quella figura,  ma era troppo emozionato per farlo.  A
    freddo,  non poteva lavorare,  troppo eccitato nemmeno;  gli occorreva
    trovare la giusta via di mezzo.  Esisteva soltanto una graduazione tra
    la freddezza e l'eccitazione in cui gli era possibile lavorare bene, e
    quel giorno era troppo agitato.  Fece per ricoprire il quadro,  ma  si
    ferm  e,  tenendo  sollevato  il  drappeggio  con  una mano,  sorrise
    estatico,  guardando a lungo la figura del suo  Giovanni.  Finalmente,
    come strappandosi con rammarico alla sua contemplazione, lasci cadere
    la stoffa e torn a casa stanco, ma felice.
    Vronskij,  Anna  e  Goleniscev  rientrarono al palazzo particolarmente
    animati e allegri,  parlando di Michjlov e del suo quadro.  La parola
    "talento", con la quale intendevano esprimere non solo un dono innato,
    quasi  fisico,  indipendente  dalla  mente  e dal cuore,  ma designare
    qualcosa  di  pi  vasto  che  si  riferiva  alle   emozioni   vissute
    dall'artista e il cui vero senso pareva sfuggire, tornava spesso nella
    loro conversazione.
    - Quanto a talento - dicevano - Michjlov ne ha in abbondanza, ma esso
    non  pu svilupparsi per difetto di istruzione e di cultura,  sventura
    comune a tutti gli artisti russi.
    Eppure il quadro che rappresentava i piccoli pescatori si era impresso
    nella loro mente e spesso tornavano a parlarne.
    - Che incanto! Com' ben riuscito nella sua semplicit!  Non sa neppur
    lui  quanto  sia bello.  Non ce lo dobbiamo lasciare sfuggire: bisogna
    riuscire a comperarlo - insisteva Vronskij.


    CAPITOLO 13.

    Michjlov vendette a Vronskij il quadro e si accord con lui per  fare
    il  ritratto  di Anna.  Il giorno fissato,  si present al "palazzo" e
    inizi il lavoro.
    Subito dopo la quinta posa,  tutti  e  in  particolar  modo  Vronskij,
    furono  colpiti  non  soltanto dalla somiglianza del ritratto ma anche
    dalla capacit del pittore di cogliere  la  particolare  bellezza  del
    modello. Bisognava conoscerla e amarla come l'ho amata io per trovare
    la sua espressione spirituale cos dolce!,  pensava Vronskij, bench,
    in realt,  egli avesse cominciato ad afferrare quella  intima,  dolce
    espressione  di lei grazie al ritratto.  Ma quell'espressione era cos
    vera che,  tanto lui quanto gli altri credevano di conoscerla da molto
    tempo.
    -  Io lotto e lavoro da tanto senza concludere nulla - diceva Vronskij
    parlando del proprio ritratto di  Anna  -  e  lui  ha  guardato  e  ha
    dipinto. Ecco che cosa vuol dire la tecnica!
    -  L'acquisterai  anche tu,  con la pratica - lo consolava Goleniscev,
    secondo il quale Vronskij possedeva sia il talento, sia la cultura che
    d all'arte un alto grado di elevazione.
    La convinzione di Goleniscev,  riguardo al talento  di  Vronskij,  era
    sostenuta  anche  dal  fatto  che  egli aveva bisogno della simpatia e
    delle lodi di Vronskij per i propri lavori,  e si  rendeva  conto  che
    appoggi e lodi dovevano essere reciproci.
    In  casa altrui e specialmente nel "palazzo",  da Vronskij,  Michjlov
    era tutt'altro uomo che nel suo studio.  Si dimostrava rispettosamente
    distaccato,  come  se avesse timore di entrare in intimit con persone
    che non stimava.  Chiamava Vronskij vostra eccellenza e,  nonostante
    gli  inviti  di  Anna e di Vronskij,  non accett mai di trattenersi a
    pranzo, n mai si rec da loro se non nelle ore di posa.  Anna era con
    lui  pi  cordiale  che  con  gli  altri  e  si  mostrava grata per il
    ritratto;  Vronskij lo trattava con molta cortesia e chiaramente  dava
    importanza all'opinione dell'artista sui propri quadri; Goleniscev non
    si  lasciava sfuggire alcuna occasione per spiegare a Michjlov i suoi
    concetti sull'arte, ma Michjlov continuava a comportarsi con tutti in
    modo freddo e  riservato.  Anna  sentiva  che  egli  la  guardava  con
    piacere,  sebbene  evitasse  con  lei qualsiasi conversazione.  Quando
    Vronskij  gli  chiedeva  consigli  sul   proprio   lavoro,   Michjlov
    ostinatamente  taceva;  altrettanto  ostinatamente  taceva  quando gli
    mostrava i suoi quadri e chiaramente dimostrava, pur senza fare alcuna
    obiezione, che i discorsi di Goleniscev lo annoiavano.
    Con il  suo  atteggiamento  riservato,  freddo,  direi  quasi  ostile,
    Michjlov  in  complesso  spiacque loro moltissimo quando lo conobbero
    pi da vicino.  E  furono  contenti  allorch,  terminate  le  sedute,
    l'artista  non  venne  pi  al  "palazzo",  lasciando  come ricordo un
    meraviglioso ritratto.
    Goleniscev, per primo,  espresse il pensiero di tutti,  e precisamente
    che Michjlov fosse invidioso di Vronskij.
    - Ammettiamo che non sia invidioso del suo talento,  no,  ma lo irrita
    che un uomo ricco,  che occupa un alto posto in societ e per  di  pi
    conte  (poco  gliene  importa,  del  resto) riesca,  senza particolare
    fatica, a fare bene quanto lui, e forse meglio di lui,  ci a cui egli
    ha  consacrato  tutta  la  vita.  Quello  che  gli manca  soprattutto
    l'istruzione.
    Vronskij difendeva Michjlov,  ma in fondo all'anima credeva a  quanto
    diceva Goleniscev perch, secondo il suo concetto, era naturale che un
    uomo di condizioni inferiori alle sue dovesse essere invidioso.
    I due ritratti di Anna - il suo e quello fatto da Michjlov,  entrambi
    dipinti dal vero - avrebbero dovuto mostrare a Vronskij la  differenza
    che  esisteva  tra  lui  e  Michjlov,  ma  egli  non  se ne avvedeva.
    Comunque, dopo che Michjlov ebbe terminato il ritratto di Anna, smise
    di dipingere il suo, dichiarando che ormai era superfluo... Continuava
    invece il quadro di soggetto medioevale. Sia lui, sia Goleniscev, sia,
    in modo particolare, Anna, trovavano che era molto bello, perch molto
    pi simile ai quadri celebri che non il quadro di Michjlov.
    Michjlov intanto,  nonostante il fascino che aveva esercitato  su  di
    lui  il  ritratto  di  Anna,  fu  ancor pi contento di loro allorch,
    finite quelle lunghe ore di posa, non fu pi costretto ad ascoltare le
    chiacchiere di Goleniscev e pot dimenticare la pittura  di  Vronskij.
    Sapeva  che non era possibile impedire a Vronskij di divertirsi con la
    pittura, giacch, come tutti i dilettanti,  aveva egli pure il diritto
    di dipingere quanto gli piaceva, eppure la cosa lo infastidiva. Non si
    pu certo vietare a un uomo di costruirsi una grossa bambola di cera e
    di  baciarla;  ma  se  quest'uomo  va  a  sedersi con la sua pupattola
    davanti a un innamorato e si mette ad accarezzarla  e  a  parlarle  di
    amore,  l'innamorato prover,  senza dubbio,  un'impressione oltremodo
    sgradevole.   La  stessa   sgradevole   sensazione   della   pupattola
    sull'innamorato  aveva prodotto su Michjlov la vista della pittura di
    Vronskij: la trovava ridicola, indisponente, penosa e offensiva.
    La passione di Vronskij per la pittura e per il medioevo  non  dur  a
    lungo.  Egli  ebbe  tanto  buon  gusto  da  non  finire il suo quadro.
    Confusamente  sentiva  che  i  difetti,  dapprima  poco  percettibili,
    diventavano  sempre  pi  stridenti  a  mano  a  mano  che  il  lavoro
    procedeva.  Si trovava nella stessa situazione di Goleniscev il quale,
    rendendosi conto di non aver nulla da dire,  continuava a ingannare se
    stesso, illudendosi che il suo pensiero non era ancora maturo e che lo
    doveva far maturare preparando nuovo materiale.  Questo stato di  cose
    incattiviva  e  torturava  Goleniscev,  mentre  Vronskij,  incapace di
    illudersi,  rimaneva calmissimo.  Con la risolutezza di carattere  che
    gli  era  propria,  smise  di occuparsi di pittura,  senza dare alcuna
    spiegazione e senza giustificare il motivo della sua decisione.
    Ma senza quell'occupazione,  la vita sua e di  Anna,  che  si  stupiva
    assai  di  quella  decisione,  gli parve cos noiosa e vuota in quella
    piccola citt italiana;  il" palazzo"  si  fece,  a  un  tratto,  cos
    palesemente  sudicio  e malandato,  cos ripugnanti parvero le macchie
    dei cortinaggi,  le crepe nei pavimenti,  le scrostature dei soffitti;
    cos  monotona  la compagnia di Goleniscev e cos noiosi il professore
    italiano e il viaggiatore tedesco, che risolse di andar via.
    Anna e Vronskij decisero dunque di tornare  in  Russia,  in  campagna,
    passando  da  Pietroburgo,  dove  Vronskij aveva intenzione di fare la
    spartizione dei beni con il fratello e Anna  di  vedere  il  figliolo.
    Avrebbero poi trascorsa l'estate nella grande tenuta di Vronskij.


    CAPITOLO 14.

    Levin era sposato da due mesi.  Era felice,  ma non della felicit che
    si aspettava. A ogni passo incontrava una smentita ai suoi sogni di un
    tempo,  oppure un imprevisto motivo di entusiasmo.  Era felice,  ma si
    rendeva  conto che la vita coniugale,  quale ora la scopriva,  non era
    affatto quella che egli aveva immaginata.  Provava  continuamente  ci
    che  proverebbe  un  uomo  che,  dopo  avere  ammirato  il tranquillo,
    regolare procedere di una barchetta su un lago,  ci salisse sopra;  si
    accorgeva, cio, che non basta star seduti in barca quieti e immobili,
    ma  occorre  aver sempre presente che sotto la barca c' l'acqua e non
    perder mai d'occhio la direzione che  si  deve  seguire;  che  bisogna
    remare,  il  che    duro  per  braccia  non abituate a quello sforzo.
    Capiva, insomma, che tutte le cose, guardate da lontano, sono semplici
    e facili, ma che, anche se piacevoli, sono difficili da realizzare.
    Gli era accaduto spesso,  da  scapolo,  di  ridere  in  cuor  suo  con
    disprezzo delle piccole controversie della vita coniugale, dei litigi,
    delle preoccupazioni, della gelosia. Era persuaso che nella sua futura
    vita  coniugale  nulla  di  simile  si sarebbe verificato e gli pareva
    addirittura che,  anche le forme esteriori,  sarebbero state in  tutto
    dissimili  dalle  altre.  Ed  ecco che,  contrariamente a quanto aveva
    pensato,  la sua vita con la moglie non solo non si svolgeva  in  modo
    particolare  ma,  al contrario,  era piena di quelle stesse piccolezze
    che egli prima aveva  tanto  disprezzate,  ma  che  ora  acquistavano,
    contro la sua volont,  un'importanza straordinaria,  indiscutibile. E
    Levin vedeva inoltre che l'organizzazione di tutte  queste  piccolezze
    non era poi cos facile come aveva immaginato.
    Bench  supponesse  di  avere idee molto precise sulla vita familiare,
    egli,  come tutti gli uomini,  aveva immaginato  di  trovare  in  essa
    soltanto   il  godimento  dell'amore,   senza  che  nulla  lo  potesse
    ostacolare e dal quale doveva mancare  ogni  meschina  preoccupazione.
    Secondo  la  sua  opinione,  egli  non  avrebbe dovuto compiere che il
    proprio lavoro e trovare poi il riposo nella  felicit  dell'amore,  e
    sua moglie doveva accontentarsi di essere amata e nulla pi.  Come del
    resto tutti gli uomini,  dimenticava che ella pure aveva diritto  alla
    sua  attivit  personale,  e grande fu il suo stupore allorch vide la
    poetica,  affascinante  Kitty  occuparsi,  sin  dai  primi  giorni  di
    matrimonio, dell'andamento della casa, interessarsi per la biancheria,
    per i mobili, per i letti delle camere degli ospiti, per il servizio a
    tavola, per la cucina e cos via.
    Gi  durante il fidanzamento,  era rimasto colpito dalla decisione con
    cui Kitty aveva rifiutato di fare il viaggio  di  nozze  all'estero  e
    stabilito  di  andare in campagna,  come se sapesse che era necessario
    agire cos e che, oltre al loro amore, occorreva pensare ad altro.
    Ne era rimasto urtato, allora, e ancora adesso, talvolta, tutte quelle
    meschine cure e preoccupazioni di lei lo  offendevano.  Vedeva,  per,
    che erano necessarie e aveva un bel riderne: l'amava e non poteva fare
    a  meno  di  ammirarla.  Rideva vedendola disporre i mobili portati da
    Mosca,  arredare in modo nuovo la camera  da  letto,  la  sua  vecchia
    camera  da  scapolo,  appendere  le  tende,  sistemare le stanze per i
    futuri ospiti,  per Dolly,  per la nuova cameriera,  ordinare la lista
    delle  vivande,   entrare  in  discussione  con  Agfija  Michjlovna,
    allontanandola dalla dispensa.  Vedeva che il vecchio cuoco sorrideva,
    compiacendosi  di  ascoltare  i  suoi  ordini inesperti e impossibili;
    vedeva che la buona  Agfija  Michjlovna  scoteva  il  capo  in  modo
    pensieroso  e  affettuoso  insieme  di  fronte alle nuove disposizioni
    della giovane signora riguardo alla dispensa;  vedeva  che  Kitty  era
    graziosissima quando ridendo e piangendo, veniva da lui a lagnarsi che
    Mascia,  la  cameriera,  era troppo abituata a considerarla sempre una
    signorina,  e perci non la obbediva per nulla.  Gli pareva che  tutto
    ci  fosse  affascinante  ma,  al  tempo stesso strano,  e pensava che
    sarebbe stato meglio se cos non fosse stato.
    Levin non comprendeva affatto i mutamenti che avvenivano in Kitty  nel
    ritrovarsi padrona di ordinare ci che desiderava, comperare mucchi di
    caramelle,  spendere  denaro  con  larghezza  e  ordinare il dolce che
    preferiva,  abituata com'era a casa sua ad  aver  avuto  desiderio  di
    cavoli  marinati o di una torta dolce,  senza poter ottenere n questa
    n quelli.
    Kitty sognava adesso con gioia l'arrivo di Dolly e dei  suoi  bambini,
    in  particolare perch avrebbe ordinato il dolce preferito da ciascuno
    di essi,  ed era sicura che Dolly avrebbe apprezzato l'andamento della
    nuova casa. Non sapeva neppur lei come e perch le faccende domestiche
    l'attraessero   in   modo  cos  irresistibile.   Istintivamente,   in
    previsione  dei  giorni  brutti,   approfittava  della  primavera  per
    costruirsi  il  suo nido,  affrettandosi a costruirlo e,  nello stesso
    tempo, a costruirlo nel miglior modo possibile.
    Quel meschino affannarsi di Kitty,  tanto opposto all'idea di felicit
    che  Levin  aveva  sognata,  gli  caus  una viva delusione;  al tempo
    stesso, per, quel caro affannarsi di cui egli non capiva il senso, ma
    che non poteva non amare, fu per lui un nuovo incanto.
    Un'altra disillusione e un'altra sorpresa furono i bisticci. Levin non
    avrebbe mai potuto immaginare  che  tra  lui  e  la  moglie  potessero
    esistere rapporti che non fossero dolci,  teneri,  rispettosi, ed ecco
    che, invece, sin nei primi giorni ebbero un battibecco,  e cos serio,
    che Kitty dichiar che egli non l'amava, che amava solamente se stesso
    e scoppi in lacrime con gesti disperati.
    Quel  primo  litigio  aveva  avuto  per  causa un ritardo di Levin nel
    ritornare a casa. Recatosi a visitare una nuova fattoria, aveva voluto
    prendere una scorciatoia e si era smarrito. Mentre tornava a casa, con
    mezz'ora di ritardo,  non faceva che pensare a Kitty,  al  suo  amore,
    alla  loro  felicit  e,  quanto pi si avvicinava,  tanto pi sentiva
    accendersi la tenerezza per la giovane moglie.  Corse subito in  sala,
    nello stato d'animo simile a quello che aveva provato il giorno in cui
    si  era recato dagli Scerbackij per fare la domanda di matrimonio;  ma
    fu accolto da un viso accigliato che egli non conosceva  ancora.  Fece
    per abbracciare Kitty, ma ella lo respinse.
    - Che hai?
    -  Tu  ti  diverti  e  io...  -  prese  a  dire  lei volendo mostrarsi
    freddamente amara.
    Non  appena,  per,  ebbe  aperto  bocca,   le  sfuggirono  parole  di
    rimprovero,  causate dall'assurda gelosia,  dall'attesa tormentosa che
    l'avevano ossessionata in quella mezz'ora trascorsa, immobile, accanto
    alla  finestra.  Soltanto  allora,  per  la  prima  volta,  egli  cap
    chiaramente  di  non aver compreso quando,  dopo la cerimonia nuziale,
    era uscito con lei dalla chiesa,  che non solo ora ella era  legata  a
    lui,  ma  che egli stesso non sapeva spiegarsi dove finisse lui e dove
    cominciasse  lei.   Lo  cap  dalla  penosa  sensazione  di   violento
    sdoppiamento  che prov in quell'istante.  A tutta prima ne fu offeso,
    ma nello stesso istante cap che ella non  poteva  offenderlo,  perch
    ella  e lui non formavano che un unico individuo.  L per l prov una
    sensazione simile a quella che prova chi,  sentendosi  improvvisamente
    dare  un  forte  colpo  alle  spalle,  si  volta con dispetto e con il
    desiderio di vendicarsi,  e si accorge  di  essersi  colpito  da  solo
    accidentalmente,  e  che  non  c'  quindi  nessuno contro cui potersi
    adirare; non gli rest che sopportare e cercare di lenire il dolore.
    In seguito non gli accadde pi di sentire cos viva quell'impressione,
    ma quella prima volta ci volle un  po'  di  tempo  perch  si  potesse
    riavere.
    Un   sentimento   naturale  esigeva  che  egli  si  discolpasse,   che
    dimostrasse alla moglie quanto avesse torto;  ma dimostrarle che aveva
    torto,  significava  irritarla  ancora di pi e allargare maggiormente
    l'incrinatura che si era aperta tra di loro. Da un lato, un sentimento
    naturale lo spingeva a liberarsi dalla colpa e a gettarla su  di  lei;
    un  altro,  pi  forte,  lo spingeva,  invece,  a sanare al pi presto
    l'incrinatura perch non si  allargasse.  Restare  sotto  il  peso  di
    un'accusa  ingiusta  era  tormentoso,  ma  dare a Kitty un dispiacere,
    giustificandosi,   era  ancor  peggio.   Come  un  uomo   che,   mezzo
    addormentato,  lotta contro un male doloroso che vorrebbe strappare da
    s, costata,  risvegliandosi,  che quel male  nel fondo di se stesso,
    Levin riconosceva che c'era un'unica cosa da fare: sopportare! E cerc
    di farlo.
    Si riconciliarono.  Kitty,  conscia,  senza volerlo confessare,  della
    propria colpa, divent pi tenera verso di lui e insieme provarono una
    nuova felicit d'amore. Ci non imped,  tuttavia,  che simili scontri
    si  rinnovassero,   e  anche  abbastanza  spesso,  per  i  motivi  pi
    inaspettati e insignificanti,  e ci accadeva perch entrambi  non  si
    conoscevano  ancora  a  fondo,  e  l'uno non sapeva in realt che cosa
    avesse importanza per l'altro. In quei primi tempi, inoltre,  entrambi
    erano spesso di cattivo umore.  Quando uno era imbronciato,  e l'altro
    allegro,  la pace non mancava,  ma  quando  erano  entrambi  di  umore
    cattivo, gli urti avvenivano per cause cos incomprensibili nella loro
    meschinit  che,  in  seguito,  non  riuscivano  neppure a ricordare i
    motivi dei litigi. E' anche vero,  per,  che quando erano entrambi di
    buon  umore,  la  felicit della loro vita si raddoppiava ma,  in ogni
    modo,  quei primi mesi furono piuttosto difficili.  Si  avvertiva  uno
    stato  di tensione,  come se ciascuno dei due cercasse di tirare dalla
    propria parte la catena che li legava, e la luna di miele, dalla quale
    Levin, secondo la tradizione, si era atteso meraviglie,  in realt non
    solo  non fu affatto di miele,  ma rimase nel ricordo di entrambi come
    il periodo pi  difficile  e  pi  umiliante  della  loro  vita.  Essi
    cercarono  in  seguito  di  cancellare  dalla  memoria  i  numerosi  e
    spiacevoli incidenti di quell'infelice periodo in cui, tanto l'uno che
    l'altra si erano di rado trovati in uno stato d'animo normale.
    Soltanto  dopo  il  loro  ritorno  da  Mosca,   dove  erano  andati  a
    trascorrere un mese, la loro vita si fece pi regolare e pi serena.


    CAPITOLO 15.

    Erano  appena  tornati  da Mosca,  e Kitty e Levin si sentivano felici
    nella loro solitudine. Levin, seduto al tavolo dello studio, scriveva;
    Kitty,  con indosso un vestito lilla scuro che aveva portato nei primi
    giorni di matrimonio, che piaceva tanto al marito e che le si addiceva
    a  meraviglia,  faceva  un ricamo a punto inglese,  seduta sul vecchio
    divano di pelle,  che era sempre stato nello studio del  nonno  e  del
    padre di Levin.  Questi,  pur concentrato nel suo lavoro,  sentiva con
    gioia la presenza della moglie.  Non aveva tralasciato le  occupazioni
    concernenti  l'azienda  e  il  suo  libro,  nel  quale dovevano essere
    esposte le  basi  di  una  nuova  economia;  ma  se  un  tempo  queste
    occupazioni  e questi pensieri gli parevano insignificanti e meschini,
    paragonati alla tristezza delle tenebre che coprivano la sua vita, ora
    gli parevano ben pi meschini e insignificanti  davanti  all'avvenire,
    illuminato  della  chiara luce della felicit.  Non tralasciava i suoi
    lavori,  ma sentiva che il centro di gravit della propria  attenzione
    si  era  spostato  altrove e,  di conseguenza,  vedeva le cose in modo
    completamente diverso e pi chiaro.
    Una volta il lavoro gli era apparso come la salvezza: senza di esso la
    sua vita sarebbe stata troppo cupa, ora,  quelle occupazioni gli erano
    necessarie  perch  la  vita  non  fosse tutta uniformemente luminosa.
    Rileggendo il proprio lavoro, Levin si accorse con piacere che non era
    una cosa da disprezzare,  sebbene parecchie sue idee di un  tempo  gli
    paressero superflue ed estremiste,  ma, in compenso, si rese conto che
    molte lacune andavano colmate.
    Stava ora riscrivendo il  capitolo  che  trattava  delle  cause  della
    sfavorevole   condizione   dell'agricoltura   in  Russia.   Tendeva  a
    dimostrare che la povert della Russia stessa non  dipendeva  soltanto
    dall'ingiusta  distribuzione  della  propriet  terriera  e  da  false
    tendenze economiche,  ma anche da certi aspetti  della  civilizzazione
    straniera  che,  in  modo  anormale,  erano stati introdotti in Russia
    negli ultimi tempi: in specie le vie di comunicazione,  che favorivano
    l'accentramento   urbano   a   danno  dell'agricoltura,   lo  sviluppo
    dell'industria,  del credito e del suo satellite: il gioco  di  borsa.
    Gli  pareva  che,  se  si  fosse  seguito  lo  sviluppo  normale delle
    ricchezze del paese,  tutti questi fenomeni  si  sarebbero  verificati
    soltanto  quando l'agricoltura fosse gi sufficientemente sviluppata e
    organizzata;  gli sembrava che le ricchezze del paese debbano crescere
    in  modo  uniforme  e,  soprattutto,  in  modo  che  gli altri settori
    dell'industria non sopravvanzino l'agricoltura;  che,  in armonia  con
    una  certa situazione dell'agricoltura stessa,  dovessero essere anche
    le vie di comunicazione,  e dato che noi non abbiamo ancora imparato a
    sfruttare  bene  la  terra,  le  ferrovie,  prodotto  di una necessit
    politica anzich economica,  sono  premature  e,  invece  di  favorire
    l'agricoltura,   come  ci  si  era  aspettato,  l'avevano  ostacolata,
    avendola sopravvanzata e avendo suscitato lo sviluppo dell'industria e
    del credito.
    Come, egli pensava, lo sviluppo unilaterale di un organo in un animale
    ne ostacola  lo  sviluppo  generale,  cos,  per  quanto  riguarda  lo
    sviluppo  generale  della ricchezza in Russia,  il credito,  le vie di
    comunicazione,    il   rafforzamento   dell'attivit   industriale   -
    assolutamente  necessari  in  Europa dov'era giunto il loro tempo - da
    noi, in Russia,  non fanno che procurare del danno,  perch mettono da
    parte   la   questione   principale   del   momento:  l'organizzazione
    dell'agricoltura.
    Mentre Levin scriveva,  Kitty pensava a quanto egli,  il giorno  prima
    della  loro  partenza da Mosca,  fosse stato poco naturalmente cortese
    verso il giovane principe Ciarskij che, con assai poco tatto,  l'aveva
    corteggiata. E' geloso!, pensava. Mio Dio, quanto  caro e sciocco!
    E'  geloso  di  me!  Se  sapesse  che  per  me sono tutto come Ptr il
    cuoco..., pensava. E,  con un sentimento per lei strano di propriet,
    guard la nuca e il collo arrossato del marito.  Bench mi dispiaccia
    distoglierlo dalle sue occupazioni (ma  avr  tempo  di  lavorare  pi
    tardi!), voglio vedergli il viso: sentir che lo guardo? Voglio che si
    volti...  voglio che si volti,  su!. E spalancava gli occhi, cercando
    cos di dare maggior forza al suo sguardo.
    - S,  essi attirano a s tutte le linfe  vitali  e  danno  una  falsa
    apparenza di ricchezza - mormor Levin e,  avvertendo lo sguardo della
    moglie, cess di scrivere, sorrise e si volt
    - Che c'? - domand.
    S  voltato, ha sentito il mio sguardo, pens Kitty.
    - Nulla,  volevo  che  ti  voltassi  -  rispose,  guardandolo  con  il
    desiderio  di  indovinare  se  era  indispettito o no per essere stato
    disturbato.
    - Vedi come si  sta  bene  noi  due!  Io,  almeno...  -  disse  Levin,
    avvicinandosi, con il volto splendente di un sorriso di felicit.
    -  Anch'io  sto  tanto  bene  qui!   Non  andrei  in  nessun  luogo  e
    specialmente a Mosca.
    - A che cosa pensavi?
    - Io? Pensavo...  No,  no,  vattene a scrivere e non distrarti - disse
    Kitty increspando le labbra. - Adesso devo ritagliare questi buchetti,
    vedi?
    Prese le forbicine e cominci a tagliare.
    - No, dimmi a che cosa pensavi! - ripet Levin, sedendosi accanto alla
    moglie e seguendo il movimento circolare delle forbici.
    - Io? Pensavo a Mosca e alla tua nuca...
    - A me?  Perch proprio a me tanta fortuna? Non  naturale...  troppo
    bello! - disse Levin baciandole la mano.
    - Io trovo, invece, che pi sono felice e pi  naturale.
    - Hai una piccola ciocca fuori posto - disse voltandole la  testa  con
    delicatezza.
    -  Una  ciocca  fuori  posto?  Lasciala  stare:  noi stiamo lavorando,
    adesso, a cose serie.
    Ma il lavoro non continu e quando Kuzm entr ad annunziare che il t
    era servito,  essi si scostarono l'uno dall'altra di scatto,  come due
    colpevoli.
    - Sono tornati dalla citt? - domand Levin a Kuzm.
    - Sono arrivati proprio adesso, stanno disfacendo i pacchi.
    -  Vieni presto,  allora - disse Kitty a Levin - altrimenti legger le
    lettere senza di te. Poi soneremo il piano a quattro mani.
    Rimasto solo e riposti i suoi fogli in una cartella  nuova,  comperata
    dalla moglie, Levin si lav le mani in un lavabo pure nuovo, ornato di
    eleganti accessori,  acquistato anch'esso da Kitty e, mentre sorrideva
    ai propri pensieri,  scroll la testa in segno di disapprovazione.  Un
    sentimento  simile  al  rimorso lo tormentava.  Nella sua attuale vita
    c'era qualcosa  di  viziato,  di  molle,  di  "capuano",  com'egli  lo
    definiva tra s.  Non  bene vivere cos,  pensava.  Sono ormai tre
    mesi che non faccio quasi nulla.  Oggi mi sono accinto al  lavoro  sul
    serio  per  la  prima volta: ebbene?  Ho appena cominciato e ho dovuto
    subito smettere.  Trascuro persino le  mie  solite  occupazioni  quasi
    completamente,  e non vado nemmeno in giro per l'azienda,  n a piedi,
    n a cavallo. Ora mi fa pena lasciarla sola...  temo che si annoi;  io
    che  credevo che sino al matrimonio la vita non contasse e cominciasse
    realmente soltanto dopo! Sono quasi due mesi dacch sono sposato e mai
    ho trascorso il tempo in modo cos ozioso e inutile.  No,  cos non  
    possibile andare avanti, bisogna ricominciare. Lei non ne ha colpa, si
    capisce;  a lei non si potrebbe rimproverare nulla... Dovrei essere io
    a mostrarmi pi fermo, a difendere meglio la mia indipendenza di uomo,
    altrimenti finir col prendere delle cattive abitudini e  trasmetterle
    anche a lei... Ma lei, per, non ne ha colpa, si capisce....
    Ma    difficile  per  un  uomo scontento non gettare la colpa del suo
    malessere su qualcun'altro e, soprattutto, su chi gli  pi vicino.  E
    a Levin veniva confusamente in testa, non che lei fosse colpevole, no,
    ma  che  lo  fosse  la  sua  educazione troppo frivola e superficiale.
    Quell'imbecille di Ciarskij,  per esempio,  non aveva nemmeno  saputo
    metterlo  a  posto.  All'infuori  delle  sue faccende di casa,  che in
    realt cura moltissimo, all'infuori dei suoi vestiti e dei suoi ricami
    all'inglese,  non ha interessi  seri.  Nessun  interesse  per  i  miei
    lavori, n per l'azienda, n per i contadini, n per la musica, in cui
      abbastanza  brava,  n  per  la  lettura.  Non  fa nulla,  eppure 
    perfettamente soddisfatta.
    Levin, giudicandola cos,  non capiva che la moglie stava preparandosi
    a un periodo di attivit che doveva venire e che l'avrebbe obbligata a
    essere, tutto in una volta, moglie, padrona di casa e, insieme, forse,
    anche mamma e balia.
    Non  capiva che Kitty sapeva tutto questo d'istinto e,  preparandosi a
    quel  grave  compito,   non  aveva  da   rimproverarsi   le   ore   di
    spensieratezza  e  di amore di cui ora godeva,  mentre,  con allegria,
    intesseva il suo nido per l'avvenire.


    CAPITOLO 16.

    Quando Levin sal di sopra,  trov la moglie seduta davanti  al  nuovo
    servizio da t e a un nuovo "samovr" d'argento; aveva fatto sedere al
    tavolino la vecchia Agfija Michjlovna e, mentre questa sorbiva il t
    che le aveva versato,  ella leggeva una lettera di Dolly, con la quale
    era in continua corrispondenza.
    - Ecco,  la vostra signora mi ha fatto  sedere,  mi  ha  fatto  sedere
    accanto   a   lei...    -   disse   Agfija   Michjlovna   sorridendo
    affettuosamente a Kitty.
    In queste parole Levin sent lo scioglimento  del  tacito  dramma  che
    negli ultimi tempi si era svolto tra Agfija Michjlovna e Kitty. Vide
    che, nonostante tutto il dolore arrecato alla vecchia governante dalla
    nuova padrona,  che le aveva tolto le redini del governo,  Kitty aveva
    vinto ed era riuscita a farsi voler bene.
    - Ecco una lettera per te - disse Kitty porgendo al marito  un  foglio
    pieno  di  sgrammaticature.  -  E'  di  quella  donna,  sai...  di tuo
    fratello.  Non l'ho letta tutta.  E questa   dei  miei  e  di  Dolly.
    Figurati  che ha condotto Griscia e Tnja al ballo dei bambini in casa
    Sarmatskij. Tnja era vestita da marchesa...
    Ma Levin non l'ascoltava. Arrossendo, aveva preso la lettera di Mrija
    Nikolevna, l'antica amante del fratello Nikolj, e aveva cominciato a
    leggerla.  Era la seconda lettera che riceveva da  Mrija  Nikolevna.
    Nella  prima,  la  donna gli diceva che il fratello l'aveva scacciata,
    senza che  ella  avesse  nulla  da  rimproverarsi  e,  con  commovente
    ingenuit,  aggiungeva  che,  sebbene  fosse di nuovo in miseria,  non
    desiderava nulla,  ma si sentiva morire nel pensare che  cosa  sarebbe
    avvenuto di Nikolj Dmitric' senza di lei e cos malato.  E pregava il
    fratello di sorvegliarlo.
    La seconda lettera era assai diversa: Mrija  Nikolevna  scriveva  di
    aver  ritrovato  Nikolj Dmitric' e di essere tornata a vivere con lui
    in una citt  di  provincia,  dove  egli  aveva  ottenuto  un  impiego
    statale,  ma  di  dove,  avendo  egli subito litigato con uno dei suoi
    capi, avevano ripreso la strada per Mosca; ma,  purtroppo,  durante il
    viaggio, si era ammalato in modo cos grave che, probabilmente, non si
    sarebbe  pi alzato da letto.  Egli vi chiama continuamente e d'altra
    parte siamo rimasti senza un soldo, ella scriveva.
    - Leggi,  dunque,  ci che Dolly scrive di te -  prese  a  dire  Kitty
    sorridendo,  ma  si arrest a un tratto,  notando l'espressione mutata
    del volto del marito.
    - Che hai? Che c'?
    - Mi scrive che mio fratello Nikolj  in punto di morte. Io parto.
    Il viso di Kitty si trasform; il pensiero di Dolly e di Tnja vestita
    da marchesa svan di colpo.
    - Quando conti di partire? - chiese.
    - Domani.
    - Posso venire con te?
    - Kitty, ma che dici? - le rispose Levin in tono di rimprovero.
    - Come, che dico? - ribatt Kitty,  offesa perch il marito accoglieva
    quasi con dispetto e contro voglia la sua proposta.  Perch non dovrei
    partire con te? Non ti dar fastidio.
    - Io parto perch mio fratello muore -  disse  Levin  -  tu,  per  che
    motivo?
    - Per lo stesso motivo per cui parti tu.
    Persino  in  un momento per me cos grave,  ella si preoccupa solo al
    pensiero che qui, da sola, potrebbe annoiarsi..., pens Levin.
    - E' impossibile - dichiar in tono severo.
    Agfija Michjlovna,  prevedendo che la  cosa  sarebbe  finita  in  un
    litigio,  pos in silenzio la tazza e usc, senza che Kitty neppure se
    ne accorgesse.  Il tono con cui il marito aveva pronunziato le  ultime
    parole,  l'aveva offesa,  soprattutto perch,  evidentemente, egli non
    dava alcuna importanza alle sue parole.
    - Ti ripeto che se tu parti,  io parto con te,  certamente - disse  in
    fretta  e  con  rabbia.  -  Perch    impossibile?  Perch dici che 
    impossibile?
    - Perch bisogna andare Dio sa dove,  per  quali  strade  e  in  quali
    alberghi!   Mi   saresti  d'impiccio  -  concluse  Levin  cercando  di
    padroneggiarsi.
    - Niente affatto.  Io non ho bisogno di nulla.  Dove puoi  andare  tu,
    anch'io...
    -  Ma  soltanto per il fatto che l c' quella donna,  con la quale tu
    non puoi stare a contatto.
    - Io non so e non voglio sapere chi c' e che cosa. So soltanto che il
    fratello di mio marito sta morendo,  che mio marito va a vederlo e che
    io vado con lui per...
    -  Kitty,  non  inquietarti e pensa a quanto mi sia doloroso il vedere
    che,  in un momento cos grave,  tu possa mescolare al mio  dolore  un
    sentimento  di debolezza tuo: il desiderio di non restare sola.  Bene,
    se ti annoierai, stando sola, puoi andartene a Mosca!
    - Ecco,  tu mi attribuisci "sempre"  sentimenti  meschini  e  volgari-
    ella  esclam  con  lacrime  di  rabbia  e di offesa.  - In me non c'
    nessuna debolezza...  Sento che  mio  dovere  essere  accanto  a  mio
    marito nel momento in cui egli  provato dal dolore, ma tu vuoi a ogni
    costo offendermi e farmi male...
    - No! E' orribile diventare schiavi cos! - esclam Levin alzandosi da
    tavola  e non riuscendo pi a frenare la propria irritazione.  Ma,  in
    quello stesso istante, cap che colpiva se stesso.
    - Allora, perch ti sei sposato?  Saresti libero.  Perch l'hai fatto,
    se  gi  te ne penti?  - esclam Kitty balzando in piedi e correndo in
    salotto.
    Quando egli and  a  cercarla,  la  trov  singhiozzante.  Cominci  a
    parlarle,  desiderando  trovar  le parole atte,  se non a persuaderla,
    almeno a calmarla,  ma ella non l'ascoltava e non  voleva  arrendersi.
    Egli  si chin su di lei e le prese la mano che gli resisteva,  gliela
    baci, le baci i capelli, poi di nuovo la mano, ma Kitty continuava a
    tacere. Ma quando, finalmente, egli le prese la testa tra le mani e la
    chiam Kitty, a un tratto ella si raddolc, pianse ancora un po',  e
    poi fecero la pace.  Decisero di partire insieme il giorno dopo. Levin
    assicur la moglie di essere convinto che ella desiderava  di  partire
    soltanto  per il desiderio di rendersi utile e che non vi era nulla di
    sconveniente nella presenza di Mrija Nikolevna presso  il  fratello,
    ma in fondo al cuore era scontento di s e di Kitty.  Era scontento di
    lei perch non aveva saputo indursi a lasciarlo andare solo almeno  in
    questa  occasione e scontento di s perch non aveva dimostrato alcuna
    forza di carattere.  Ma,  soprattutto,  in fondo all'anima soffriva al
    pensiero  che  a Kitty non importasse nulla della donna che viveva con
    il fratello e  pensava  con  orrore  a  tutti  gli  incidenti  che  si
    sarebbero potuti verificare. E gi il solo pensiero che sua moglie, la
    sua  Kitty,  si sarebbe trovata nella stessa camera con una ragazza di
    strada, lo faceva fremere di orrore e di disgusto.
    Cosa strana, per: lui,  che ancora poco prima non poteva credere alla
    felicit di essere amato da lei, adesso era quasi infelice per esserlo
    troppo!


    CAPITOLO 17.

    L'albergo della cittadina di provincia, in cui giaceva a letto Nikolj
    Levin,  era uno di quegli alberghi messi su di recente con le migliori
    intenzioni di pulizia, di comodit e persino di eleganza, ma che, dato
    lo  speciale  pubblico  che   li   frequenta,   si   trasformano   con
    straordinaria  rapidit  in  sudicie  locande  con pretese di comodit
    moderne,  pretese per cui diventano anche peggiori dei vecchi alberghi
    che sono semplicemente sudici.
    L'albergo in cui si trovava Nikolj Levin era gi in quello stato.  Il
    soldato con la divisa sporca, che faceva le veci del portiere, fumando
    una sigaretta sull'ingresso,  la  scala  esterna  di  ferro,  tetra  e
    scomoda,  il ragazzo in marsina nera unta e bisunta,  la tavola comune
    ornata da un  mazzo  di  fiori  artificiali  coperti  di  polvere,  la
    sporcizia  e il disordine che regnavano ovunque e,  insieme,  un certo
    affaccendarsi da stazione ferroviaria, produssero sui Levin,  abituati
    alla  loro  bella  casa  di  giovani sposi,  la sensazione pi penosa,
    accresciuta dalla realt,  che stonava singolarmente  con  l'apparenza
    esterna dell'albergo.
    Come  sempre,  dopo  la  tradizionale  domanda sul prezzo che volevano
    pagare per la camera,  fu loro detto  che  le  migliori  stanze  erano
    occupate.  Una era affittata da un ispettore delle ferrovie,  un'altra
    da un avvocato di Mosca,  una terza dalla  principessa  Astfeva,  che
    veniva dalla campagna.  Non restava che una camera poco pulita, che fu
    loro data con la promessa di assegnarne loro una l accanto  prima  di
    sera.
    Levin,  irritato  con  la  moglie,  perch si verificava ci che aveva
    preveduto, di doversi cio occupare,  sin dal momento dell'arrivo,  di
    lei, invece di poter correre dal fratello, sul cui stato di salute era
    oltremodo  ansioso,  accompagn  la  moglie  nella camera messa loro a
    disposizione.
    - Va'! Va'! - diss'ella con lo sguardo di una colpevole.
    Levin usc in  silenzio  e  presso  la  porta  si  imbatt  in  Mrija
    Nikolevna,  che  aveva  saputo  del suo arrivo e non osava entrare da
    lui.  Era tale e quale l'aveva veduta a Mosca;  lo stesso  vestito  di
    lana marrone, che lasciava scoperti il collo e le braccia, e lo stesso
    viso bonario, butterato e un po' ingrassato.
    - Ebbene, come sta? Che cos'ha?
    - Molto male.  Non si alza pi. Non fa che aspettare voi. Voi... siete
    venuto con la vostra sposa?
    Levin, l per l,  non comprese perch ella fosse cos impacciata,  ma
    la donna si spieg subito.
    - Me ne andr in cucina: sar molto contento,  sa che siete venuto con
    lei, si ricorda di averla veduta all'estero.
    Levin comprese che si trattava della  moglie  e  non  seppe  che  cosa
    rispondere.
    - Andiamo, andiamo! - egli disse.
    Ma  aveva  fatto appena un passo che la porta della camera si aperse e
    si affacci Kitty.  Levin arross di vergogna e di stizza,  vedendo la
    moglie  in una situazione penosa,  ma Mrija Nikolevna arross ancora
    di pi. Si rattrapp,  tutta pronta a scoppiare in lacrime,  e,  tanto
    per darsi un contegno, non sapendo che fare e che dire, afferr le due
    punte dello scialle e vi avvolse le mani.
    Levin  si accorse dell'espressione di avida curiosit nello sguardo di
    Kitty  rivolto  a  quella  donna,  per  lei  incomprensibile  e  quasi
    terribile, ma fu questione di un attimo.
    - Ebbene, come sta? - domand ai due.
    -  Ma  non  possiamo,  mi  pare,  parlare stando qui!  - osserv Levin
    voltandosi con irritazione a guardare un signore che, in quel momento,
    passava per il corridoio e che aveva tutta l'aria di andarsene  per  i
    fatti suoi.
    - Suvvia, entrate! - disse Kitty rivolgendosi a Mrija Nikolevna, che
    cominciava a riprendersi;  poi,  notando lo spavento dipinto sul volto
    del marito,  soggiunse:  -  o  piuttosto  andate,  andate  voi  e  poi
    mandatemi  a  chiamare...  -  e  si  ritir in camera.  Levin and dal
    fratello.
    Non era assolutamente preparato a vedere e a provare ci  che  vide  e
    prov.  Pensava  che  lo  avrebbe trovato in quello stato di illusione
    proprio,  come aveva sentito dire,  dei tisici,  che  cos  fortemente
    l'aveva  colpito  in  autunno,  durante  l'ultima  visita  che in quel
    periodo gli aveva fatto il fratello. Si aspettava, s, di trovarlo pi
    debole, pi magro, con i segni pi accentuati di una prossima fine, ma
    ancora rassomigliante a se stesso;  pensava  che  avrebbe  provato  lo
    stesso  sentimento  di piet per quel fratello tanto amato e di orrore
    per la morte inesorabilmente vicina;  era certo che l'avrebbe  provato
    con  maggiore  intensit...  A  tutto questo era pronto,  ma trov ben
    altro!
    Nella piccola camera sudicia, dalle pareti coperte di sputi, dietro un
    sottile  tramezzo,   oltre  il  quale  si   sentiva   parlottare,   in
    un'atmosfera  satura  di un soffocante odore di impurit,  su un letto
    scostato dal muro, giaceva un corpo avvolto in una coperta.  Su quella
    coperta   si   allungava   una   mano,   enorme   come  un  rastrello,
    incomprensibilmente attaccata a un braccio lungo  e  gracilissimo.  La
    testa era posata di fianco sul guanciale, e Levin pot scorgere i radi
    capelli sudati sulle tempie,  e la fronte tesa, quasi trasparente. E'
    mai possibile che questo corpo orribile sia  mio  fratello  Nikolj?,
    pens.  Ma  si avvicin ancora di pi,  guard il volto e non ebbe pi
    alcun dubbio. Nonostante il terribile mutamento di quel volto, bast a
    Levin guardare quegli occhi vivaci che si  fissarono  su  di  lui  non
    appena fu entrato, notare il lieve movimento della bocca sotto i baffi
    appiccicati,  per capire la terribile verit: quel corpo morto era suo
    fratello vivo.  I suoi occhi ardenti lo guardarono con  un'espressione
    severa e piena di rimprovero e quello sguardo ristabil immediatamente
    un  rapporto  vivo  tra  vivi.  Levin  vi  sent un rimprovero ed ebbe
    rimorso della propria felicit.
    Quando Konstantn gli prese la mano,  Nikolj sorrise  di  un  sorriso
    debole,  appena  percettibile,  ma  quel  sorriso  non  mut per nulla
    l'espressione severa dello sguardo.
    - Non ti aspettavi di trovarmi cos, vero? - disse a stento.
    - S... no - disse Levin confondendosi.  - Perch non mi hai avvertito
    prima?  Prima  del mio matrimonio?  Quanto ho dovuto darmi da fare per
    trovarti!
    Bisognava parlare per evitare un silenzio penoso,  ma non  sapeva  che
    dire,  tanto  pi che il fratello non rispondeva nulla,  e lo guardava
    senza abbassare gli occhi,  come se pesasse  il  significato  di  ogni
    parola.  Quando Levin, finalmente, comunic al fratello che sua moglie
    era  venuta  con  lui,   Nikolj  si  scosse  e  cominci  a  parlare.
    Dall'espressione del suo viso, Levin credette che egli avesse qualcosa
    di  particolarmente  importante  da dirgli,  ma era invece per parlare
    della sua salute,  per lamentarsi del dottore e  rammaricarsi  di  non
    poter  avere  una  celebrit  di Mosca.  Levin comprese che l'infelice
    fratello sperava sempre...
    Durante una breve pausa, Levin si alz e, desiderando liberarsi, anche
    solo per un attimo, da quella sensazione tormentosa,  disse che usciva
    per chiamare la moglie.
    -  Bene,  io intanto dar ordine di fare un po' di pulizia qui dentro.
    E' sporco e credo ci sia anche cattivo odore. Mascia,  vieni a mettere
    in ordine!  - disse il malato a fatica.  - E, non appena avrai finito,
    te ne andrai - aggiunse guardando il fratello con aria interrogativa.
    Levin non rispose,  ma,  non appena si trov nel corridoio,  si ferm,
    pentito di aver detto che avrebbe portato la moglie;  ora,  rendendosi
    conto della sensazione che aveva provato lui,  decise di persuaderla a
    non  recarsi  a vedere il malato.  Perch dovrebbe soffrire anche lei
    come me?, pens.
    - E allora, come sta?  - chiese Kitty con aria spaventata.
    - Ah,  orribile... orribile! Perch sei venuta? - disse Levin.
    Kitty guard il marito per un istante,  timidamente e con compassione;
    poi gli si avvicin, attaccandoglisi con ambo le mani al braccio.
    -  Kstja!  Portami  da  lui:  sar  meno  doloroso  se saremo in due.
    Conducimi l e poi lasciami con lui, ti prego. Devi capire che, vedere
    te soffrire cos e non vedere la causa della tua sofferenza   per  me
    molto  pi  penoso.  Forse  sar  utile a quel poveretto e anche a te.
    Permettimelo,  te ne prego!  - disse al marito con voce supplichevole,
    come se da questo fosse dipesa la felicit della sua vita.
    Levin  dovette  accontentarla  e,  ripresosi,  dimentic completamente
    Mrija Nikolevna e ritorn dal fratello con Kitty.
    Con passo leggero,  sogguardando di continuo il marito e  mostrandogli
    un  viso  coraggioso  e  pieno d'affetto,  ella entr nella stanza del
    malato e, voltandosi senza fretta chiuse la porta.  A passi silenziosi
    si  avvicin rapidamente al letto e,  mettendosi in modo che il malato
    non avesse bisogno di voltare la testa,  prese subito  nella  propria,
    giovane e fresca mano,  la scheletrica, enorme mano di lui, la strinse
    e, con quella quieta, dolce animazione, propria delle donne, capace di
    manifestare una simpatia che non offende, cominci a parlargli.
    - Ci siamo incontrati a Soden,  ma non ci conoscevamo ancora  -  disse
    Kitty. - Non pensavate, vero, che sarei diventata vostra sorella?
    - Non mi avreste riconosciuto,  eh? - disse Nikolj con il sorriso che
    gli aveva illuminato il volto quando ella era entrata.
    - Certo che vi avrei riconosciuto.  Come  avete  fatto  bene  a  farci
    avvertire!  Non  passava  giorno che Kstja non si ricordasse di voi e
    non si preoccupasse di non avere notizie.
    Ma l'animazione del malato non dur a lungo.
    Kitty non aveva ancora finito di parlare che la severa espressione  di
    rimprovero e di invidia del morente riapparve sul viso di Nikolj.
    -  Temo che qui non vi troviate molto bene - aggiunse Kitty esaminando
    la camera,  per sottrarsi allo sguardo fisso  su  di  lei.  -  Bisogna
    chiedere al padrone un'altra camera,  per essere pi vicini - aggiunse
    rivolgendosi al marito.


    CAPITOLO 18.

    Levin non poteva guardare tranquillamente il fratello, non poteva,  in
    sua  presenza,  mantenersi calmo e naturale.  Quando entrava in camera
    del malato,  i  suoi  occhi  e  la  sua  attenzione  si  ottenebravano
    inconsciamente,  e  gli sfuggivano i particolari della sua condizione.
    Notava, s, il cattivo odore, la sporcizia, il disordine,  il disagio,
    i  gemiti,  ma  capiva  che  a  tutto  questo  non era possibile porre
    rimedio.  Non gli  passava  neppure  per  la  mente  di  analizzare  i
    particolari  della  situazione  del  malato,  di domandarsi come fosse
    coricato quel corpo sotto la coperta, di tentare,  se fosse possibile,
    sistemarlo  in modo migliore,  se non ci fosse nulla da fare affinch,
    se non meglio,  il fratello potesse almeno stare meno peggio.  Al solo
    pensare a tutti questi particolari, un brivido di gelo gli correva per
    la  schiena.  Egli  era  indiscutibilmente convinto che non si potesse
    fare nulla,  n per prolungare  quella  vita,  n  per  alleviarne  le
    sofferenze.  Il malato, per, sentiva pi di lui quell'impotenza, e se
    ne irritava, il che, per Levin, era tanto pi penoso.  Soffriva quando
    si  trovava  in  camera  del malato e ancor pi soffriva quando ne era
    lontano;  non faceva che  entrare  e  uscire  dalla  camera  con  vari
    pretesti, e non aveva il coraggio di restar solo.
    Kitty pensava, sentiva e agiva in tutt'altro modo. La vista del malato
    le procur una pena profonda,  ma quella pena, nel suo cuore di donna,
    invece di produrre orrore e disgusto,  come in  suo  marito,  le  fece
    sentire  il  bisogno  di  agire,  di informarsi di tutti i particolari
    riguardanti lo stato del malato e di sforzarsi di venirgli in aiuto.
    Intimamente persuasa che fosse suo dovere soccorrerlo e non  dubitando
    affatto  che  ci non fosse possibile,  si mise subito all'opera.  Gli
    stessi particolari che facevano inorridire suo marito,  furono  quelli
    che  attrassero  per  primi  la  sua  attenzione.  Mand a chiamare il
    dottore, mand in farmacia; dalla sua cameriera e da Mrija Nikolevna
    fece spazzare,  togliere la polvere,  lavare;  ella stessa le aiut  e
    risistem  la  coperta.  Per  suo  ordine  fu introdotto o portato via
    qualcosa dalla camera del malato e molte volte,  senza far  caso  alle
    persone che incontrava, ella si rec nella propria camera per prendere
    e portare in quella del malato lenzuola, federe, asciugamani, camicie.
    Il  cameriere,  che  serviva  il  pranzo ad alcuni ingegneri,  dovette
    rispondere parecchie volte alla sua chiamata,  se  pure  con  aria  di
    scontento,  ma non pot fare a meno di eseguire i suoi ordini, giacch
    Kitty li impartiva con cos affabile e  dolce  autorit  che  non  era
    possibile fare altrimenti.
    Levin  non  approvava  tutto  quel trambusto,  persuaso che non poteva
    essere di alcun giovamento al malato;  e,  soprattutto,  temeva che il
    fratello  si  irritasse.  Ma questi restava calmo e indifferente,  per
    quanto un po' confuso,  e seguiva con interesse tutto quello che Kitty
    faceva  per lui.  Quando fu di ritorno dal medico,  dove Kitty l'aveva
    mandato, Levin, aprendo la porta,  vide che,  per ordine della moglie,
    stavano  cambiando  la  biancheria  al malato.  La lunga schiena dalle
    spalle sporgenti,  le costole e le vertebre salienti  erano  scoperte,
    mentre  Mrija  Nikolevna  e  il  cameriere non riuscivano a infilare
    nelle maniche della camicia da notte  le  lunghe,  scarne  braccia  di
    Nikolj.  Kitty  si  era affrettata a chiudere la porta alle spalle di
    Levin,  senza guardare dalla parte del cognato,  ma  questi  emise  un
    gemito, ed ella si affrett ad avvicinarsi.
    - Fate presto - ella disse.
    - Non vi avvicinate! - mormor irato il malato. - Far da me...
    - Che dite? - domand Mrija Nikolevna.
    Ma Kitty comprese che egli era vergognoso e confuso di mostrarsi a lei
    in quello stato.
    - Non guardo! Non guardo! - disse lei aiutandolo a infilare il braccio
    nella  manica della camicia.  - Mrija Nikolevna,  passate dall'altra
    parte del letto e aiutateci.  Per piacere - disse poi al marito -  va'
    in  camera  nostra;  troverai nella mia sacca da viaggio una boccetta:
    portamela,  se non ti spiace.  Intanto  noi  finiremo  di  mettere  in
    ordine.
    Tornato  con la boccetta,  Levin trov il malato di nuovo sdraiato nel
    letto e tutto,  attorno a lui,  aveva  completamente  mutato  aspetto.
    L'acre  odore disgustoso,  che prima si respirava nella camera,  aveva
    lasciato il posto a quello dell'aceto e del profumo che Kitty spandeva
    soffiando in un polverizzatore;  non si  vedeva  pi  un  granello  di
    polvere;  sotto  il  letto  era stato steso un tappeto;  sul tavolo si
    trovavano,  accuratamente allineate,  le boccette dei medicinali,  una
    caraffa, la biancheria necessaria ben piegata e il lavoro di ricamo di
    Kitty.  Sopra  un altro tavolino,  accanto al letto,  una candela,  la
    pozione e le cartine.  Il malato,  lavato e pettinato,  giaceva tra le
    lenzuola pulite, sostenuto da parecchi guanciali, aveva una camicia di
    bucato,  e  dal  colletto  gli  usciva  il  collo  di  un'inverosimile
    magrezza.  I suoi occhi fissavano Kitty con  un'espressione  colma  di
    speranza.
    Il medico,  che Levin aveva trovato al circolo e condotto l,  non era
    quello che curava Nikolj Levin e di cui egli  si  lagnava.  Il  nuovo
    venuto  auscult attentamente il malato,  scosse il capo,  scrisse una
    ricetta e,  con particolare minuzia,  diede indicazioni  sul  modo  di
    somministrare le medicine e indic la dieta da seguire. Consigli uova
    fresche, quasi crude, e acqua di seltz, con latte scaldato a una certa
    temperatura.  Quando  se  ne  fu  andato,  il malato disse qualcosa al
    fratello, ma Levin distinse soltanto le ultime parole: la tua Ktja,
    ma, dall'espressione del suo sguardo,  comprese che ne faceva le lodi.
    Poi volle accanto a s anche Ktja, come preferiva chiamarla.
    - Mi sento molto meglio - le disse;  - con voi, sarei guarito da molto
    tempo. Come mi sento bene! - Le prese la mano e fece per portarla alle
    labbra ma,  come temendo che quel gesto  potesse  dispiacerle,  cambi
    idea e si accontent di accarezzarla.  Kitty prese la mano di lui e la
    strinse affettuosamente.
    - Adesso voltatemi sulla sinistra e andate tutti a dormire  -  mormor
    il malato.
    Nessuno  cap ci che aveva detto,  all'infuori di Kitty,  perch ella
    pensava continuamente a ci che poteva essergli utile.
    - Voltalo sul fianco - disse  al  marito;  -  mi  spiace  chiamare  la
    servit,  e da sola non ci riesco.  Potete sollevarlo? - domand poi a
    Mrija Nikolevna.
    - Ho paura - rispose la donna.
    Levin,  per quanto atterrito all'idea di prendere tra le braccia  quel
    corpo  spaventoso,  di  afferrare  sotto  le  coperte  quelle  membra,
    tuttavia,     cedendo    all'influenza    della    moglie,     assunse
    quell'espressione  decisa,  che  Kitty  ben conosceva,  infil le mani
    sotto la coperta,  cambi posizione al corpo del fratello e,  malgrado
    la  sua  forza,  fu  colpito  dalla strana pesantezza di quelle membra
    sfinite.  Mentre lo sollevava e sentiva il  proprio  collo  cinto  dal
    lungo  braccio  smagrito,  Kitty  capovolse rapidamente i cuscini,  li
    sprimacci e vi fece appoggiare la  testa  del  cognato,  i  cui  radi
    capelli si erano di nuovo incollati alle tempie.
    Il malato trattenne nella propria la mano del fratello.  Levin sentiva
    che Nikolj voleva tirargliela su;  stretto dall'angoscia,  lo  lasci
    fare  e,  quando  Nikolj si port quella mano alle labbra e la baci,
    Levin, scosso dai singhiozzi e senza aver la forza di dire una parola,
    usc dalla camera.


    CAPITOLO 19.

    Egli ha nascosto queste cose ai dotti e ai sapienti e le ha  rivelate
    ai  piccoli (131),  pens Levin di sua moglie discorrendo quella sera
    con lei.
    Non certo perch si  ritenesse  un  sapiente,  aveva  pensato  a  quel
    versetto  del  Vangelo;  non  si  riteneva  un  saggio,  ma non poteva
    ignorare di essere  pi  intelligente  di  sua  moglie  o  di  Agfija
    Michjlovna e,  inoltre, quando meditava sulla morte, poneva in questa
    meditazione tutte le forze  dell'anima  sua.  Sapeva  pure  che  molti
    grandi spiriti, che avevano indagato su questo problema e di cui aveva
    letto  i  pensieri,  parevano non sapere la centesima parte di ci che
    sull'argomento avevano capito sua moglie e Agfija Michjlovna.
    Per quanto dissimili fossero quelle due donne,  Agfija Michjlovna  e
    Ktja  (come  la  chiamava  suo fratello Nikolj e come adesso piaceva
    anche a Levin chiamarla)  sotto  questo  rapporto  si  rassomigliavano
    moltissimo.  Entrambe  sapevano  con  certezza che cos' la vita e che
    cos' la morte e,  sebbene  certamente  incapaci  di  rispondere  alle
    domande  che  si  faceva Levin,  e anche soltanto di comprenderle,  n
    l'una,   n  l'altra  dubitavano  dell'importanza  di  quel  fenomeno:
    entrambe  lo  affrontavano  e  lo  spiegavano  in  modo  perfettamente
    identico a milioni e milioni di altre persone.
    La prova che esse non ignoravano che cosa fosse la  morte,  stava  nel
    fatto che, senza esitare un momento, sapevano avvicinare i moribondi e
    non  li  temevano  per  nulla,  mentre  Levin e quelli che,  come lui,
    potevano discutere a lungo sulla  morte,  evidentemente  non  sapevano
    farlo,  giacch  ne  avevano  paura e,  di fronte a un moribondo,  non
    sapevano che fare.
    Se adesso Levin  si  fosse  trovato  solo  con  il  fratello  Nikolj,
    l'avrebbe  guardato  con  terrore,  e  con  terrore ancora maggiore ne
    avrebbe atteso la fine, incapace di dargli alcun conforto.
    Ma questo era  ancor  poco:  egli  non  sapeva  che  cosa  dire,  come
    guardare,   come  camminare.  Parlare  di  cose  estranee  gli  pareva
    offensivo;  parlare di morte  e  di  cose  tristi,  impossibile,  come
    impossibile era anche tacere.  Se lo guardo,  creder che lo osservi,
    che abbia timore di lui;  se  non  lo  guardo,  supporr  che  i  miei
    pensieri siano altrove.  Se cammino in punta di piedi, si irrita, e io
    non oso camminare come sempre.
    Kitty,  evidentemente,  non pensava affatto a queste cose e non  aveva
    tempo  di  pensare  a se stessa;  non si dava pensiero che del malato,
    sapeva che cosa occorresse fare,  e tutto le riusciva fatto benissimo.
    Parlava  al  malato di se stessa,  del suo matrimonio,  sorrideva,  lo
    compiangeva,  lo accarezzava,  parlava di casi di guarigione,  e tutto
    molto opportunamente: dunque,  sapeva.  La prova che i suoi atti, come
    quelli di  Agfija  Michjlovna,  non  erano  istintivi,  animaleschi,
    irrazionali,   si  vedeva  dal  fatto  che  oltre  all'accudirlo,   ad
    alleviargli le sofferenze fisiche, sia Agfija Michjlovna, sia Kitty,
    offrivano al morente qualcosa di pi  importante,  qualcosa  che,  per
    l'appunto, non aveva nulla in comune con le cure materiali.
    Agfija Michjlovna, parlando di un vecchio che era morto, usava dire:
    Ebbene,  grazie  a  Dio,  si    comunicato  e  ha ricevuto l'estrema
    unzione: che Iddio conceda a tutti una fine simile!.
    Kitty,  da  parte  sua,  oltre  a  curarsi  della  biancheria,   della
    somministrazione  delle  pozioni,  delle  medicazioni  alle  piaghe da
    decubito,  trov modo,  sin dal primo giorno,  di persuadere il malato
    sulla necessit di comunicarsi e di ricevere l'estrema unzione.
    Levin,  dopo  aver  lasciato  il  fratello ed essere tornato nella sua
    camera per trascorrere la notte,  si  sedette  a  testa  bassa,  senza
    sapere  che cosa fare.  Non soltanto non poteva cenare,  n disporsi a
    dormire,  n riflettere su quello che avrebbe fatto,  ma non  riusciva
    neppure  a  parlare con la moglie e se ne vergognava.  Kitty,  invece,
    pareva pi attiva del  solito,  pi  animata.  Fece  portar  la  cena,
    disfece essa stessa i bagagli,  aiut a rifare i letti e non dimentic
    di cospargerli di  polvere  insetticida.  C'erano  in  lei  la  stessa
    eccitazione e la stessa rapidit di concezione che si provano prima di
    una battaglia, di una lotta, nelle ore gravi e decisive della vita, le
    ore in cui l'uomo dimostra,  una volta per sempre, il proprio valore e
    che tutto il suo passato non   stato  vano,  ma  una  preparazione  a
    queste ore.  Tutto, tra le sue mani, riusciva bene, e non erano ancora
    le dodici che gi ogni cosa stava al  suo  posto,  in  modo  perfetto,
    cosicch  la  camera  d'albergo  offriva  l'aspetto  di una delle loro
    camere di casa: i  letti  rassettati,  le  spazzole,  i  pettini,  gli
    specchi al loro posto e gli asciugamani pronti per essere usati.
    Levin trovava imperdonabile che si potesse mangiare,  dormire, persino
    parlare,  e sentiva che anche ogni  suo  movimento  era  sconveniente.
    Kitty,  invece,  disponeva spazzole e spazzolini, ma lo faceva in modo
    che, nei suoi gesti, non c'era nulla di urtante.
    Non riuscirono tuttavia a  mangiare  nulla,  e  rimasero  molto  tempo
    seduti, prima di decidersi ad andare a letto.
    -  Sono  veramente  contenta  di  averlo convinto a ricevere,  domani,
    l'estrema unzione - disse Kitty, seduta, in camicia da notte,  davanti
    al  suo specchio pieghevole e intenta a pettinarsi i soffici e morbidi
    capelli. - Non ho mai assistito a questa funzione ma, me l'ha detto la
    mamma, si recitano certe preghiere per implorare la guarigione.
    - Possibile che tu pensi che  egli  possa  guarire?  -  domand  Levin
    guardando  la  sottile scriminatura della testolina della moglie,  che
    spariva ogni volta che ella ritirava il pettine.
    - L'ho domandato al dottore: egli crede che non possa  vivere  pi  di
    tre giorni. Ma che ne possono essi sapere? In ogni modo, sono contenta
    di  averlo  persuaso  - disse ancora guardando il marito.  - Tutto pu
    succedere  -  aggiunse  con  quell'espressione  particolare,   un  po'
    furbetta, che aveva sempre in viso quando parlava di religione.
    Dopo il loro colloquio sulla religione, quando erano ancora fidanzati,
    non si erano pi intrattenuti su tale questione,  ma ella continuava a
    fare le sue devozioni, ad andare in chiesa e a pregare,  sempre con la
    tranquilla  convinzione  di  compiere  il  suo  dovere.  Nonostante le
    contrarie dichiarazioni che  il  marito  le  aveva  fatte,  Kitty  era
    assolutamente  convinta  che egli fosse un buon cristiano come lei,  e
    anche migliore di lei,  e che tutti i suoi discorsi sull'argomento non
    fossero altro che una delle sue buffe uscite maschili,  come quando la
    burlava a proposito dei suoi ricami inglesi: La gente onesta rattoppa
    i buchi, egli diceva, e tu invece ti diverti a farne....
    - Certo quella  donna,  Mrija  Nikolevna,  non  avrebbe  mai  saputo
    organizzare tutto questo - disse Levin - e,  se devo confessarlo, sono
    molto,  molto contento che tu sia venuta.  Tu sei di una tale  purezza
    che...
    Le prese la mano,  ma non os baciargliela (baciare la mano di lei con
    la morte cos vicina gli pareva una  profanazione)  e  gliela  strinse
    soltanto con aria contrita,  guardando i suoi occhi che si erano fatti
    pi luminosi.
    - Da solo avresti sofferto troppo - rispose  Kitty  e,  sollevando  in
    alto  le  braccia,  che  coprirono  le  sue  guance  arrossite  per la
    soddisfazione,  attorcigli le trecce sulla nuca e  le  fiss  con  le
    forcine. - Ella non sa... mentre io ho imparato molte cose a Soden.
    - Ci sono dunque dei malati come lui, laggi?
    - Ce ne sono in condizioni anche peggiori.
    -  Sapessi  com' terribile per me il fatto di non vederlo pi com'era
    nella sua giovinezza...  Non puoi immaginare che caro ragazzo fosse...
    ma allora io non lo capivo!
    - Ci credo. Sento che "saremmo stati" amici, io e lui - disse Kitty e,
    spaventata di aver parlato al passato,  si volt a guardare il marito,
    e le vennero le lacrime agli occhi.
    - S, lo "sareste stati" - disse Levin tristemente. - E' uno di quegli
    uomini di cui si pu dire che non sono fatti per questo mondo.
    - Comunque,  non  dimentichiamo  che  ci  attendono  giorni  faticosi:
    bisogna  coricarsi  -  disse Kitty,  dopo aver dato un'occhiata al suo
    minuscolo orologio.


    CAPITOLO 20.
    LA MORTE.

    Il giorno dopo il malato  fece  la  comunione  e  ricevette  l'estrema
    unzione.  Durante il rito, Nikolj Levin preg con fervore. Nei grandi
    occhi,  fissi sull'icona posata su una tavola da gioco,  ricoperta  da
    una  tovaglietta  a fiori,  si leggeva una preghiera piena di speranza
    cos appassionata che Levin si  sent  sgomento,  giacch  sapeva  che
    quella ardente preghiera e quella speranza appassionata avrebbero reso
    pi  straziante  per Nikolj il distacco dalla vita,  che tanto amava.
    Conosceva il fratello e seguiva il corso dei suoi pensieri: sapeva che
    era incredulo non perch la mancanza di fede gli permettesse di vivere
    pi liberamente, ma perch,  passo dopo passo,  le moderne spiegazioni
    scientifiche  dei  fenomeni  del  mondo gliel'avevano distrutta;  quel
    ritorno alla fede,  pertanto,  non era  n  logico,  n  giustificato,
    compiuto   attraverso  un  pensiero  analogo,   a  ritroso,   ma  solo
    temporaneo,  interessato,  dovuto a una folle speranza di  guarigione.
    Levin  si  rendeva anche conto che Kitty aveva maggiormente rafforzato
    quella speranza con i suoi racconti di  guarigioni  straordinarie,  di
    cui  aveva  udito  parlare.  Tutto  questo sapeva Levin,  e gli faceva
    tormentosamente male vedere quello  sguardo  supplichevole,  pieno  di
    speranza,  quella  mano smagrita che si sollevava a stento e faceva il
    segno della croce sulla fronte tesa,  sulle spalle sporgenti e su quel
    petto  incavato e rantolante,  che non avrebbe pi potuto contenere in
    s quella vita che il malato chiedeva.  Durante il rito,  anche  Levin
    pregava e faceva ci che,  pur non credente,  aveva fatto mille volte.
    Rivolgendosi a Dio ripeteva: Se esisti,  fa' che quest'uomo guarisca,
    e con lui salverai anche me.
    Dopo  l'estrema  unzione,  il  malato improvvisamente si sent meglio.
    Nello spazio di un'ora, non ebbe neppure un colpo di tosse,  sorrideva
    e,  baciando  la  mano  di  Kitty,  la  ringraziava e le assicurava di
    sentirsi bene,  di non provare alcun dolore  e  di  avere  appetito  e
    forza.  Quando gli portarono la minestra,  riusc persino a sollevarsi
    da solo e chiese  una  costoletta.  Per  quanto  il  suo  stato  fosse
    disperato,  per  quanto  fosse sufficiente guardarlo per capire che la
    guarigione era impensabile,  Levin e Kitty  trascorsero  quell'ora  in
    un'eccitazione fatta di gioia e di timore di ingannarsi.
    Sta meglio?.  S,  molto meglio. E' un fatto sorprendente!. Non
    c' nulla di sorprendente... comunque sta meglio, si dicevano a bassa
    voce, sorridendosi a vicenda.
    L'illusione dur poco.  Il malato si  addorment  tranquillamente  ma,
    dopo  mezz'ora,  fu  svegliato  da  un violento accesso di tosse,  che
    disperse di colpo le speranze sue e di coloro che gli stavano accanto.
    La realt della sofferenza distruggeva ogni speranza,  senza ombra  di
    dubbio, in Levin, Kitty e nel malato stesso.
    Senza neppure accennare a quanto aveva creduto mezz'ora prima, come se
    fosse  persino  vergognoso ricordarlo,  Nikolj chiese che gli dessero
    dello iodio da respirare;  fu portata una bottiglietta,  chiusa da una
    carta bucherellata.  Levin la porse al malato,  e lo stesso sguardo di
    appassionata speranza,  con cui aveva ricevuto l'olio santo,  si fiss
    sul  fratello,  esigendo  da lui la conferma delle parole del dottore,
    secondo il quale quelle inalazioni avevano un'efficacia miracolosa.
    - Ktja non c'?  - chiese con voce rantolante,  guardandosi  attorno,
    quando  Levin  gli ebbe ripetuto a malincuore le parole del medico.  -
    No? Allora posso parlare. Per lei ho recitato questa commedia. E' cos
    cara!  Ma noi due non possiamo ingannarci.  Ecco in che cosa ho fede -
    egli disse stringendo la bottiglietta con la mano ossuta e cominciando
    a respirarvi sopra.
    Verso  le  otto  di sera,  Levin e Kitty stavano prendendo il t nella
    loro camera,  quando videro apparire di  corsa,  pallida  e  tremante,
    Mrija Nikolevna.
    -  Muore!   -  balbettava.  -  Ho  paura  che  manchi  da  un  momento
    all'altro...
    Corsero tutti e due dal malato.  Stava seduto sul letto,  appoggiato a
    un braccio, con la testa china e la lunga schiena curvata.
    - Che cosa ti senti?  - domand con un bisbiglio Levin, dopo un minuto
    di silenzio.
    - Me ne vado!  - rispose  Nikolj,  a  fatica,  ma  con  straordinaria
    chiarezza, tirando fuori le parole a stento, a una a una. Senza alzare
    la testa,  rivolse soltanto gli occhi in su,  non riuscendo,  per,  a
    scorgere il viso del fratello. - Ktja, va' via... - sussurr ancora.
    Levin si alz e,  con autoritaria  dolcezza,  costrinse  la  moglie  a
    uscire.
    - Me ne vado - ripet ancora il moribondo.
    - Perch ti immagini questo? - disse Levin, tanto per dire qualcosa.
    -  Perch  me ne vado - ripet Nikolj,  come se avesse preso ad amare
    quella parola. - E' finita!
    Mrija Nikolevna gli si avvicin.
    - Sdraiatevi, starete meglio - disse.
    - Presto  star  sdraiato  tranquillamente  -  egli  mormor  in  tono
    irritato e ironico. - Be' se volete, sdraiatemi pure...
    Levin  adagi  il  fratello  sulla schiena,  si sedette accanto a lui,
    guardandone il volto e trattenendo il respiro.  Il moribondo giaceva a
    occhi  chiusi  ma,  di  tanto in tanto,  i muscoli della sua fronte si
    agitavano, come se riflettesse profondamente. Levin fu,  suo malgrado,
    portato  a  cercare  di  capire  ci che in quel momento passava nella
    mente del moribondo ma,  nonostante tutti gli sforzi del pensiero  per
    procedere insieme con lui, dall'espressione di quel viso, tranquillo e
    severo e dal gioco dei muscoli al di sopra delle sopracciglia,  vedeva
    che per il moribondo andava chiarendosi,  e si sarebbe definitivamente
    chiarito ci che per lui sarebbe rimasto un mistero.
    - S,  s,  cos...  - profer lentamente, a intervalli, il morente. -
    Aspettate... - E tacque di nuovo. - Cos! - strascic a un tratto,  in
    tono rassicurante, come se, ormai, tutto per lui si fosse risolto. - O
    Signore! - profer, ed emise un pesante sospiro.
    Mrija Nikolevna gli tocc i piedi.
    - Si stanno raffreddando - bisbigli.
    A  lungo,  molto  a  lungo  -  cos  parve a Levin - il malato giacque
    immobile.  Tuttavia era vivo e,  a tratti,  sospirava.  Stanco per  la
    tensione  mentale,  Levin non riusciva pi a capire ci che accadeva e
    sentiva di non avere pi la forza di seguire il moribondo.  Ormai  non
    poteva  pi  pensare  alla  morte,   le  idee  pi  disparate  gli  si
    affacciavano alla mente.  Si domandava che cosa  avrebbe  dovuto  fare
    poi: chiudergli gli occhi, vestirlo, ordinare la bara? E, cosa strana,
    si sentiva freddo e indifferente, non provava alcun dolore al pensiero
    della perdita del fratello e,  ancor meno, alcuna compassione per lui.
    L'unico sentimento era piuttosto di invidia per Nikolj che  possedeva
    ora una certezza che a lui non era dato possedere.
    Rimase ancora a lungo accanto al moribondo,  in attesa della fine,  ma
    la fine non veniva.  Si apr la porta e apparve Kitty.  Levin si  alz
    per trattenerla, ma in quel momento il moribondo si mosse.
    - Non andartene - disse Nikolj e protese una mano. Levin gli diede la
    sua e fece un gesto stizzito alla moglie perch se ne andasse.
    Tenendo  sempre  nella  sua  la  mano  del fratello,  Levin attese una
    mezz'ora, poi un'ora, poi ancora un'ora.
    Aveva cessato di meditare sulla morte e pensava a  Kitty,  a  ci  che
    essa stava facendo,  e si chiedeva chi abitasse nella stanza attigua e
    se il dottore avesse  una  casa  propria.  Poi  gli  venne  voglia  di
    mangiare  e  di  dormire.  Piano  piano  liber  la mano da quella del
    moribondo,  per toccargli i piedi,  ma Nikolj  respirava  ancora.  Di
    nuovo Levin,  in punta di piedi,  fece per uscire, ma subito il malato
    si mosse e ripet:
    - Non andartene...

    Spunt il giorno,  e le condizioni del malato  permanevano  invariate.
    Dopo  aver  cautamente  liberato  la sua mano da quella del moribondo,
    senza  guardarlo,  Levin  and  nella  sua  camera  e  si  addorment.
    Risvegliandosi, invece dell'annuncio della morte del fratello, come si
    aspettava,  seppe che egli si era ripreso.  Si era seduto di nuovo sul
    letto, tossicchiava, aveva chiesto da mangiare,  non parlava pi della
    morte,  ma esprimeva la speranza di guarire,  e si mostrava pi cupo e
    irascibile di prima. Nessuno, n il fratello,  n Kitty,  riuscivano a
    calmarlo.  Si  infuriava  con  tutti,  a  tutti  diceva cose sgarbate,
    accusava tutti delle sue sofferenze e pretendeva che facessero  venire
    un celebre medico di Mosca.  A tutte le domande, poi, che gli venivano
    rivolte sullo stato della sua salute,  rispondeva in tono di collera e
    di rimprovero:
    - Soffro terribilmente! E' orribile...
    Il disgraziato soffriva sempre di pi,  specialmente per le piaghe che
    ormai non era pi possibile curare,  e sempre pi si  irritava  contro
    quelli  che  gli  stavano  attorno,  rimproverando loro ogni genere di
    cose, e specialmente di non aver fatto venire qualche grande medico di
    Mosca.  Kitty si sforzava in ogni modo di aiutarlo,  di  calmarlo,  ma
    tutto  era  inutile,  e  Levin  vedeva  che anche lei,  sebbene non lo
    ammettesse,  era fisicamente  e  moralmente  sfinita.  Quel  senso  di
    intenerimento,  suscitato dall'avvicinarsi della morte, quando durante
    la  notte  Nikolj  aveva  fatto  chiamare  il  fratello,   era  ormai
    scomparso.  Tutti  sapevano che la fine era inevitabile e vicina,  che
    l'infelice era ormai mezzo morto e,  pur desiderando che questa  fine,
    che  avrebbe  placato  per  sempre tante sofferenze,  giungesse il pi
    rapidamente possibile,  continuavano a somministrargli  medicine  e  a
    mandare a chiamare il medico, ma ingannavano lui e se stessi. E questo
    inganno  disgustoso,   offensivo  e  sacrilego,   era  particolarmente
    doloroso per Levin, sia perch egli amava teneramente il fratello, sia
    perch nulla era cos contrario alla sua natura quanto la mancanza  di
    sincerit.
    Assillato  da  tempo  dall'idea  di  riconciliare  i suoi due fratelli
    almeno  in  presenza  della  morte,   Levin  aveva  scritto  a  Sergj
    Ivnovic';  questi rispose, e Levin lesse la lettera al malato. Sergj
    scriveva di non poter venire,  ma  chiedeva  perdono  al  fratello  in
    termini commoventi.
    Il malato non disse nulla.
    - Che cosa devo scrivere?  - domand Levin.  - Spero che tu non sia in
    collera con lui.
    - No,  per nulla!  - rispose Nikolj con dispetto.  - Scrivigli che mi
    mandi il dottore.
    Seguirono tre giorni penosissimi. Le condizioni del moribondo parevano
    immutate.   Ormai   tutti   coloro  che  lo  vedevano,   il  domestico
    dell'albergo,  il  principale,  i  pensionanti,  il  dottore,   Mrija
    Nikolevna,  Levin,  Kitty,  non  avevano  che  un desiderio: la fine.
    Soltanto il malato non manifestava questo sentimento; al contrario, si
    arrabbiava con il medico e continuava  a  prendere  le  medicine  e  a
    parlare  di guarigione.  Soltanto nei rari momenti,  in cui l'oppio lo
    sprofondava in una  specie  di  dormiveglia,  diceva  ci  che  pesava
    sull'animo  suo  come  su  quello  degli  altri: Ah,  se giungesse la
    fine!, oppure: Quando finir?.
    Le sofferenze si intensificavano in modo  sempre  pi  insopportabile,
    continuavano  l'opera  loro  e  lo  preparavano  a  morire.  Non c'era
    posizione in cui egli non soffrisse, non c'era un attimo in cui avesse
    pace,  non c'era punto del suo corpo che non gli dolesse  atrocemente.
    Persino i ricordi,  le impressioni, i pensieri sul passato suscitavano
    in lui un senso di ripugnanza,  simile a quella che gli  suscitava  il
    suo  corpo,  la vista di coloro che lo circondavano,  i loro discorsi,
    tutto lo faceva soffrire.  E tutti lo sentivano e non osavano fare  un
    movimento  libero,  esprimere  un desiderio;  la vita si concentr per
    tutti nel sentimento delle sofferenze del moribondo e nel desiderio di
    vederlo liberato.
    In lui,  evidentemente,  si compiva quel  rivolgimento  che  l'avrebbe
    portato  a  guardare  alla  morte  come  al  soddisfacimento  dei suoi
    desideri,  come alla suprema felicit;  tutto,  persino  la  fame,  la
    stanchezza,  la sete,  queste sensazioni che altra volta,  dopo essere
    state soddisfatte, gli causavano un certo godimento, ora non erano pi
    che dolori.  Ormai tutti i desideri  si  fondevano  in  uno  solo:  il
    desiderio  di  fuggire  da  tutte le sofferenze e dalla loro fonte: il
    proprio corpo torturato.  Senza trovare parole  per  esprimere  questo
    desiderio di liberazione,  continuava,  per abitudine,  a chiedere ci
    che altra  volta  lo  soddisfaceva:  Adagiatemi  sull'altro  fianco,
    domandava  e,  subito  dopo,  pretendeva  che  lo  rimettessero  nella
    posizione di prima. Datemi un po' di brodo. Portatelo via. Raccontate
    qualcosa, perch state zitti?.  Ma non appena cominciavano a parlare,
    chiudeva gli occhi e manifestava stanchezza, indifferenza e disgusto.
    Una  decina  di giorni dopo il loro arrivo,  Kitty cadde ammalata.  Le
    doleva la testa,  le venne il vomito e per tutta la notte non riusc a
    dormire,  tanto  che  la  mattina  dopo non pot alzarsi da letto.  Il
    dottore dichiar che l'indisposizione era causata dalla  stanchezza  e
    dall'ansia,  e le prescrisse calma e riposo. Dopo il pranzo, tuttavia,
    Kitty si alz e,  come sempre,  and in camera del malato con  il  suo
    lavoro.  Quando entr,  Nikolj la guard con aria severa e sorrise di
    disprezzo allorch ella gli disse di essere stata sofferente. Egli non
    cess  per  tutto  il  giorno  di  soffiarsi  il  naso  e  di   gemere
    penosamente.
    - Come vi sentite? - gli domand Kitty.
    - Peggio - le rispose a stento Nikolj. - Soffro..
    - Dove avete male?
    - Dappertutto.
    - Vedrete che oggi finir - disse Mrija Nikolevna, in un bisbiglio.
    Bench  avesse parlato a voce bassissima,  il malato che,  come notava
    Levin, era sensibilissimo, dovette sentirla. Levin la zitt e si volse
    a guardare il fratello.  Nikolj  aveva  veramente  udito,  ma  quelle
    parole  non  gli avevano fatto alcuna impressione.  Il suo sguardo era
    sempre lo stesso: accusatore e teso.
    - Perch lo pensate? - le domand Levin, quando Mrija Nikolevna usc
    in corridoio dietro di lui.
    - Ha cominciato a spogliarsi - -rispose la donna.
    - Come, a spogliarsi?
    - Ecco,  cos - rispose Mrija Nikolevna tirando le  pieghe  del  suo
    abito di lana.
    In realt,  anche Levin aveva notato che,  durante tutto il giorno, il
    malato aveva tirato le coperte, come se volesse scoprirsi.
    La previsione di Mrija Nikolevna si dimostr giusta. Verso notte, il
    malato non aveva pi la forza  di  sollevare  le  braccia  e  guardava
    soltanto   davanti   a  s,   senza  mutare  l'espressione  intenta  e
    concentrata dello  sguardo.  Anche  quando  il  fratello  e  Kitty  si
    chinavano  su  di  lui,  in  modo  che  potesse vederli,  anche allora
    guardava in quello stesso modo.  Kitty mand a chiamare il  prete  per
    recitare le preghiere degli agonizzanti.
    Mentre  il  prete  leggeva le sacre parole,  il morente non dava alcun
    segno  di  vita;  gli  occhi  erano  chiusi.  Levin,  Kitty  e  Mrija
    Nikolevna  stavano  in  piedi  accanto  al letto.  L'orazione non era
    ancora stata recitata sino alla fine dal  prete,  che  il  morente  si
    stir, trasse un lungo sospiro e chiuse gli occhi. Il prete, terminata
    la  preghiera,  appoggi  la croce alla fronte fredda di Nikolj,  poi
    l'avvolse lentamente nella stola e,  dopo  aver  sostato  in  silenzio
    ancora  un  paio  di  minuti,  tocc  con  le  dita la mano enorme del
    moribondo, che si era fatta gelida ed esangue.
    -  E'  spirato  -  disse  il  prete,  e  fece  per  allontanarsi;  ma,
    all'improvviso,  le  labbra  di  Nikolj  tremarono  leggermente e dal
    profondo del petto gli uscirono nette e distinte  queste  parole,  che
    risonarono nel silenzio della stanza:
    - Non ancora... Tra poco...
    Un minuto dopo,  il volto si rischiar,  un sorriso si disegn sotto i
    baffi e le donne,  che si erano raccolte,  si accinsero a  vestire  il
    defunto.
    La  vista  del fratello morto risvegli nell'animo di Levin quel senso
    di  orrore  di  fronte  all'inesplicabilit,   all'imminenza  e   alla
    inevitabilit della morte, che aveva provato quella sera d'autunno, in
    cui  il  fratello  era  arrivato da lui.  Questo sentimento era adesso
    assai pi vivo,  ancor pi di  allora  egli  si  sentiva  incapace  di
    comprendere  il  senso della morte e ancor pi spaventosa gli appariva
    la sua inevitabilit. La presenza della moglie, per,  gli impediva di
    cadere  nella  disperazione  giacch,  a onta della morte,  sentiva il
    bisogno di vivere e di amare,  sentiva che l'amore  lo  salvava  dalla
    disperazione e che questo amore, sotto la minaccia della disperazione,
    si faceva ancora pi forte e pi puro.
    Aveva appena veduto compiersi il mistero della morte, che rimaneva per
    lui   inesplicabile,   che   gi   ne  apparve  un  altro,   non  meno
    inesplicabile: quello dell'amore e della vita.  Il dottore conferm le
    proprie supposizioni sullo stato di Kitty.  Kitty non era malata,  era
    incinta.


    CAPITOLO 21.

    Dal momento in cui Aleksj Aleksndrovic' ebbe compreso,  grazie  alle
    spiegazioni  avute  con  Betsy  e  con  Stepn Arkadyc',  che a lui si
    chiedeva soltanto di liberare la moglie dalla sua presenza e  che  sua
    moglie,  per  la prima,  lo desiderava,  si sent cos smarrito e cos
    incapace di prendere qualsiasi decisione da  solo,  che  si  abbandon
    nelle  mani di coloro che erano felici di occuparsi di lui,  pronto ad
    accettare qualsiasi soluzione.
    Soltanto quando Anna ebbe lasciato la casa e l'istitutrice inglese gli
    fece chiedere se dovesse pranzare a tavola con lui o separatamente, si
    rese conto per la prima volta della situazione e ne ebbe orrore.
    La cosa pi terribile per lui era il fatto di non poter in alcun  modo
    collegare  e  conciliare  il  proprio passato con il presente.  Non lo
    sconcertava il ricordo del tempo vissuto felicemente con  Anna;  aveva
    ormai  superato  dolorosamente  il  passaggio  da  quel  periodo  alla
    certezza  dell'infedelt  della  moglie,  momento  doloroso,  s,   ma
    comprensibile.  Se  la  moglie,  dopo  avergli  confessato  la propria
    infedelt,  lo avesse lasciato,  sarebbe stato certamente  infelice  e
    avrebbe  sofferto,  ma  avrebbe  evitato  di trovarsi nella situazione
    senza via d'uscita e disperata in cui si  trovava  ora.  Come  poteva,
    infatti,  conciliare  il  recente perdono,  la propria commozione,  il
    proprio amore per la moglie malata e per la creatura di un altro,  con
    ci  che  stava  ora  accadendo?  Era  questa  la ricompensa ricevuta?
    Ritrovarsi solo, svergognato, deriso, inutile, disprezzato da tutti?
    Durante i primi due giorni che seguirono la partenza di Anna,  Aleksj
    Aleksndrovic' ricevette i consueti postulanti e il suo capogabinetto,
    si  rec  alle  sedute del Comitato e pranz in casa,  come al solito,
    senza rendersi conto perch lo facesse.  In quei due giorni,  tutte le
    forze  del  suo  animo  erano  protese  verso  un solo scopo: apparire
    tranquillo e indifferente.  Fece sforzi sovrumani per rispondere  alle
    domande  dei  domestici  circa i bagagli di Anna e la sistemazione del
    suo appartamento;  cerc con gran fatica di aver l'aria di un uomo che
    non  era stato colto alla sprovvista dagli avvenimenti,  nei quali non
    vedeva alcunch di eccezionale.  E raggiunse  il  suo  scopo,  giacch
    nessuno pot notare in lui il pi piccolo segno di disperazione. Ma il
    terzo  giorno,  quando  Kornj  gli  port la fattura di un negozio di
    mode,  che Anna aveva dimenticato di saldare,  e  lo  avvert  che  il
    commesso era l che attendeva,  Aleksj Aleksndrovic' ordin di farlo
    entrare.
    - Scusate, eccellenza,  se mi permetto di disturbarvi.  Ma se dobbiamo
    rivolgerci  alla  signora,  vostra  eccellenza abbia la compiacenza di
    comunicarci il suo indirizzo.
    Aleksj Aleksndrovic', cos parve al commesso,  si fece pensieroso e,
    a un tratto,  volgendosi di scatto,  si sedette al tavolo.  Chinata la
    testa sulle mani,  rimase a lungo in questa  posizione,  tentando  pi
    volte di parlare, ma senza riuscirvi.
    Kornj  comprese  quali sentimenti agitassero il padrone e fece uscire
    il commesso,  pregandolo di venire un'altra volta.  Rimasto  di  nuovo
    solo,  Aleksj  Aleksndrovic'  cap  di  non  essere  pi in grado di
    sostenere la sua parte di uomo calmo e deciso.  Ordin di  staccare  i
    cavalli dalla vettura che lo attendeva, proib a chiunque di entrare e
    non  and  a fare colazione fuori.  Si rendeva perfettamente conto che
    non avrebbe potuto sopportare il peso dello sdegno che aveva letto sul
    volto di quel commesso, di Kornj e di quanti, senza eccezione,  aveva
    incontrato in quei giorni. Sentiva che non avrebbe potuto sviare da s
    il  pubblico disprezzo,  giacch quel disprezzo non se lo era meritato
    per una  condotta  biasimevole  (nel  qual  caso  avrebbe  tentato  di
    diventar  migliore),   bens  per  la  sofferenza  che  gli  cagionava
    un'odiosa e vergognosa disgrazia.  Sapeva che gli uomini si  sarebbero
    mostrati  tanto  pi senza piet quanto pi il suo cuore sarebbe stato
    straziato, che lo avrebbero dilaniato,  come i cani dilaniano un altro
    cane ferito che guaisce e ulula per il dolore. Sapeva che la sua unica
    salvezza stava nel nascondere agli occhi del prossimo le sue ferite e,
    in  quei  due  giorni,  si era istintivamente sforzato di farlo.  Ora,
    per, non sentiva la forza di continuare quella impari lotta.
    La sua disperazione era accresciuta  dalla  consapevolezza  di  essere
    assolutamente  solo  nel  suo  dolore.  Non a Pietroburgo soltanto non
    esisteva una sola  persona,  alla  quale  potesse  confidare  ci  che
    provava,  che  potesse  compatire  in lui non l'alto funzionario,  non
    l'uomo  di  mondo,  ma  semplicemente  l'uomo  sventurato;  ma  sapeva
    benissimo che neppure altrove esisteva per lui alcun conforto.
    Aleksj  Aleksndrovic',  giovanissimo  ancora,  era  rimasto,  con un
    fratello,  orfano di padre e di madre.  Del  padre  non  si  ricordava
    nemmeno.  Quanto alla madre,  ella mor quando egli aveva appena dieci
    anni.  Il patrimonio dei due fratelli era  modestissimo.  Uno  zio  di
    Karenin,  funzionario  importante  e,  un tempo,  favorito del defunto
    imperatore, si cur della loro educazione.
    Terminati   i   corsi   al   ginnasio   e   all'universit,    Aleksj
    Aleksndrovic',  con  l'aiuto  dello  zio,  vide subito aprirglisi una
    brillante carriera burocratica e, da allora,  si dedic esclusivamente
    al  raggiungimento  delle proprie mire ambiziose.  N al ginnasio,  n
    all'universit,  n pi  tardi  in  servizio,  Aleksj  Aleksndrovic'
    strinse rapporti di amicizia con alcuno.
    Il fratello era stato la persona a lui spiritualmente pi vicina,  ma,
    dopo aver prestato  servizio  al  ministero  degli  esteri  ed  essere
    vissuto sempre lontano dalla patria, era morto poco dopo il matrimonio
    di Aleksj Aleksndrovic'.
    Nominato  governatore,  Aleksj Aleksndrovic' conobbe la zia di Anna,
    una ricca signora di provincia,  che fece in  modo  di  avvicinare  la
    nipote  a  quell'uomo  che,   se  non  giovane  d'anni,  lo  era  come
    governatore,  e seppe manovrare cos  bene  le  cose  da  metterlo  in
    condizione  di  chiedere  la  mano della fanciulla e di abbandonare la
    citt. Aleksj Aleksndrovic' esit a lungo tra gli argomenti a favore
    e quelli contrari al matrimonio; si bilanciavano,  anche se mancava la
    spinta  risolutiva,  capace  di  costringerlo a tradire la sua massima
    prediletta: nel dubbio,  astienti.  Ma la zia di Anna  gli  aveva  gi
    fatto chiaramente intendere,  per mezzo di una comune conoscenza,  che
    egli aveva gi compromesso la fanciulla e che  un  dovere  d'onore  lo
    obbligava a presentare la sua domanda di matrimonio.  Cos egli fece e
    alla fidanzata, prima,  e alla moglie,  poi,  diede tutto l'affetto di
    cui era capace il suo cuore.
    L'attaccamento  che  provava per Anna escluse dal suo animo ogni altro
    bisogno di avere rapporti cordiali con altra gente, tanto che ora, tra
    tutti i conoscenti che aveva,  non poteva contare su  un  solo  amico.
    C'erano, s, molte persone che egli poteva invitare a casa e a pranzo,
    cui  poteva chiedere aiuto per una persona che gli stava a cuore,  una
    raccomandazione per qualche postulante,  con  cui  poteva  liberamente
    discutere le azioni di certi alti personaggi e del governo stesso,  ma
    tutti i suoi rapporti avevano limiti ben definiti  dalle  abitudini  e
    dalle  usanze,  limiti  che non si potevano superare.  Aveva,  s,  un
    compagno di universit, al quale si era in seguito avvicinato e con il
    quale avrebbe potuto parlare di un dolore personale,  ma quel compagno
    era ispettore in una remota circoscrizione scolastica. In conclusione,
    tra  le  persone  che si trovavano a Pietroburgo,  le pi vicine a lui
    erano il suo capogabinetto e il suo medico.
    Michal  Vaslevic'  Sljudin,  il  suo  capogabinetto,   era  un  uomo
    semplice,   intelligente,   buono   e   onesto,   e   in  lui  Aleksj
    Aleksndrovic'  avvertiva  una  certa  simpatia  nei  suoi   riguardi;
    tuttavia  cinque  anni  di servizio avevano innalzato una barriera che
    impediva qualsiasi intimit.
    Finito che ebbe di firmare le carte,  Aleksj Aleksndrovic' tacque  a
    lungo, guardando di sfuggita Michal Vaslevic' e varie volte tent di
    confidarsi con lui,  ma senza riuscirvi. Aveva gi preparato la frase:
    Voi sapete della  mia  sventura,  vero?.  Ma  fin  con  il  dirgli:
    Favorite, allora, di occuparvi di questa pratica, e cos lo conged.
    L'altra persona, che Aleksj Aleksndrovic' sentiva abbastanza vicina,
    era il suo medico, ma da tempo, come per un tacito accordo, sembravano
    convinti di essere troppo occupati dal loro lavoro e di non aver tempo
    per prolungare i loro eventuali colloqui.
    Quanto  alle  amiche,  e  alla principale di esse,  la contessa Ldija
    Ivnovna, Aleksj Aleksndrovic' non ci pens neppure. Tutte le donne,
    semplicemente perch erano donne,  lo spaventavano,  e  per  esse  non
    provava che un senso di repulsione.


    CAPITOLO 22.

    Ma  se  Aleksj  Aleksndrovic'  aveva  dimenticato la contessa Ldija
    Ivnovna,  questa pensava a lui.  Proprio in quel  penoso  momento  di
    disperazione solitaria,  a cui si era abbandonato,  ella venne da lui,
    ed entr nel suo studio, senza farsi annunziare. Lo trov seduto,  con
    la testa tra le mani.
    -  "J'ai  forc la consigne"!  (132) - disse entrando a passi rapidi e
    respirando affannosamente  per  l'ansia  e  l'emozione.  -  So  tutto!
    Aleksj Aleksndrovic',  amico mio! - continu stringendo forte tra le
    sue mani quella di lui e fissandolo con i suoi stupendi occhi pensosi.
    Aleksj  Aleksndrovic',  aggrottando  le  sopracciglia,  si  alz  e,
    liberando la mano dalla stretta di lei, le avvicin una sedia.
    - Volete accomodarvi, contessa? Io non ricevo perch sono sofferente -
    le disse con le labbra tremanti.
    - Amico mio!  - ripet la contessa Ldija Ivnovna,  senza distogliere
    da lui gli occhi,  e a un tratto le sue sopracciglia  si  sollevarono,
    formando un triangolo con la fronte; il suo brutto viso giallo si fece
    ancora  pi brutto,  ma Aleksj Aleksndrovic' sent che ella soffriva
    per lui e che era  sul  punto  di  piangere.  E  allora,  preso  dalla
    commozione, afferr la mano paffuta della contessa e la baci.
    -  Amico  mio,  -  ella  ripet  con  la  voce  spezzata  - non dovete
    abbandonarvi al dolore. Io so che esso  grande,  ma dovete cercare di
    vincerlo!
    -  Sono affranto,  finito...  non sono pi un uomo!  - esclam Aleksj
    Aleksndrovic', abbandonando la mano della contessa,  ma continuando a
    guardarla  negli  occhi  pieni  di  lacrime.  -  La  mia  situazione 
    terribile,  perch non trovo in nessuno,  e nemmeno in me  stesso,  un
    punto di appoggio.
    - Lo troverete! Non in me, per quanto vi supplichi di credere alla mia
    amicizia  -  disse ella sospirando,  - ma lo troverete nell'amore,  in
    quell'amore che Egli ci ha insegnato.  Il  "Suo  giogo"    leggero  -
    continu, con lo sguardo esaltato, che Karenin ben conosceva. - "Egli"
    vi sosterr e vi aiuter.
    Bench   la   contessa  fosse  commossa,   anche  dai  propri  elevati
    sentimenti, e nelle sue parole si riflettesse quel nuovo atteggiamento
    di mistica esaltazione,  introdotto da poco a Pietroburgo (133) e  che
    Aleksj Aleksndrovic' criticava,  considerandolo esagerato,  pure gli
    fece piacere udirle.
    - Sono debole!  Sono affranto!  Non avevo previsto  nulla  e  ora  non
    capisco pi nulla!
    - Amico mio! - replic Ldija Ivnovna.
    - Non rimpiango la perdita di quello che non ho pi - prosegu Aleksj
    Aleksndrovic' - e non  per questo che soffro,  ma il fatto  che non
    posso non vergognarmi dinanzi agli uomini per la posizione in  cui  mi
    trovo. E' male, lo so, ma non posso, non posso!
    -  Non  siete  voi  che avete compiuto l'alto gesto del perdono che ha
    colmato di ammirazione  non  soltanto  me,  ma  tutti  quelli  che  vi
    conoscono?  E'  "Lui" che vive nel vostro cuore;  e voi,  quindi,  non
    dovete arrossire - disse la contessa Ldija  Ivnovna  sollevando  gli
    occhi pieni di entusiasmo.
    Aleksj Aleksndrovic' aggrott le sopracciglia e, stringendo le mani,
    cominci a far crocchiare le dita.
    -  Bisogna  conoscere  tutti  i  particolari!  - disse con la sua voce
    acuta. - Le forze umane hanno dei limiti,  contessa,  e io sono giunto
    al  limite  delle  mie.  Oggi,  per tutta la giornata,  ho dovuto dare
    disposizioni per la casa, "derivanti" (e calc su questa parola) dalla
    mia nuova condizione di uomo  solo.  I  domestici,  la  governante,  i
    conti...  miserie  che mi consumano a fuoco lento.  Non ho la forza di
    resistere!  Ieri a pranzo,  per poco non sono fuggito da  tavola!  Non
    potevo sopportare il modo con cui mi guardava mio figlio.  Egli non mi
    chiedeva nulla,  ma si capiva che avrebbe  voluto  rivolgermi  qualche
    domanda... e io non potevo guardarlo. Aveva paura di me... Ma questo 
    ancor poco.
    Aleksj  Aleksndrovic'  voleva  parlare della fattura che gli avevano
    portato dal negozio di mode, ma gli trem la voce e non disse nulla. A
    quella fattura su carta azzurra, per un vestito e per dei nastri,  non
    poteva pensare senza provare una profonda piet per se stesso.
    -  Capisco,  amico  mio,  capisco  tutto  -  disse  la contessa Ldija
    Ivnovna.  - L'aiuto e il conforto non li troverete in me,  ma io sono
    venuta lo stesso per aiutarvi,  se posso,  per tentare di liberarvi da
    tutte queste meschine, umilianti preoccupazioni. So che qui occorre la
    mano di una donna. Mi lascerete fare?
    Aleksj  Aleksndrovic'  le  strinse  la  mano  in  silenzio   e   con
    gratitudine.
    - Ci occuperemo insieme di Serza.  Io non sono molto abile nelle cose
    della vita pratica,  ma mi ci  metter  d'impegno  e  sar  la  vostra
    governante. Non ringraziatemi, non lo faccio da me sola...
    - E come posso non ringraziarvi?
    -  Ma,  amico mio,  non cedete al sentimento di cui parlavate poco fa:
    com' possibile vergognarsi di ci che  stato il pi  alto  grado  di
    perfezione  cristiana?  Colui  che si abbassa sar innalzato.  E non
    ringraziatemi. Dovete ringraziare "Lui", e a "Lui" chiedere aiuto.  In
    "Lui"  soltanto  troverete  la  pace,  la consolazione,  la salvezza e
    l'amore!  - disse e,  alzando gli occhi al cielo,  cominci a pregare,
    secondo quanto Aleksj Aleksndrovic' cap dal suo silenzio.
    Tutte  quelle  espressioni  che un tempo gli erano sembrate,  non solo
    sgradevoli, ma inutili,  gli parevano ora naturali e consolanti.  Egli
    non approvava quell'esaltazione che era allora di moda.  Era credente,
    si interessava di religione specialmente dal punto di vista  politico,
    perci   i   nuovi   sistemi,   che   si   permettevano   certe  nuove
    interpretazioni,  gli erano antipatici per principio,  proprio  perch
    aprivano le porte alla discussione e all'analisi. Un tempo si mostrava
    riservatissimo e persino ostile nei riguardi di questa nuova dottrina,
    e  non  discuteva  mai  con  la  contessa  Ldija  Ivnovna che ne era
    entusiasta,  ma evitava con cura,  mediante il silenzio,  le sfide  di
    lei.  Ora,  per la prima volta,  ne ascoltava le parole con piacere, e
    non obiettava nemmeno mentalmente.
    - Vi sono molto grato per le vostre promesse e le  vostre  parole-  le
    disse quand'ella ebbe finito di pregare.
    Ancora una volta la contessa strinse la mano del suo amico.
    - E ora all'opera! - esclam Ldija Ivnovna sorridendo e asciugandosi
    sul  viso le tracce delle lacrime.  - Vado da Serza e ricorrer a voi
    solo nei casi pi gravi.
    Si alz e usc.
    La contessa Ldija Ivnovna  si  rec  in  camera  di  Serza  e  qui,
    bagnando di lacrime le guance del ragazzo, gli disse che suo padre era
    un santo e che sua madre era morta.

    La   contessa   mantenne   la  promessa  e  si  prese  realmente  cura
    dell'organizzazione   e   dell'andamento   della   casa   di   Aleksj
    Aleksndrovic'.
    Ella,  per,  non  aveva  punto esagerato nel dire che non s'intendeva
    affatto  di  cose  pratiche.  Le  sue  disposizioni,   irrealizzabili,
    dovevano  sempre  essere  cambiate da Kornj,  il domestico di Aleksj
    Aleksndrovic'.  tanto che il governo  della  casa  pass,  senza  che
    nessuno  se  ne  rendesse conto,  nelle sue mani.  Egli,  poi,  mentre
    aiutava il padrone a  vestirsi,  gli  riferiva,  con  grande  tatto  e
    precauzione, quanto riteneva opportuno che egli sapesse.
    L'aiuto  della contessa fu tuttavia utilissimo;  ella offr ad Aleksj
    Aleksndrovic',  con la stima e l'affetto  che  provava  per  lui,  un
    appoggio  morale  e,  con  sua  grande  consolazione,  riusc  quasi a
    convertirlo alla religione cristiana,  ossia a trasformare un  tiepido
    credente  in un caloroso sostenitore della nuova interpretazione della
    dottrina cristiana, che da poco andava divulgandosi a Pietroburgo.
    Questa conversione non fu difficile. Come Ldija Ivnovna e come molte
    altre persone che condividevano le nuove idee,  Aleksj Aleksndrovic'
    era  completamente  privo  di profonda immaginazione,  ossia di quella
    facolt dell'anima,  grazie alla quale  i  miraggi  dell'immaginazione
    stessa  si  fanno  cos  vivi  da esigere una corrispondenza nel mondo
    della realt. Cos,  egli non vedeva nulla di impossibile e di assurdo
    nel  pensare  che  la  morte,  pur  esistendo  per gli increduli,  non
    esisteva per lui e che, poich egli possedeva la fede pi piena, della
    cui misura era egli stesso giudice, il peccato fosse escluso dalla sua
    anima e  che,  pur  essendo  ancora  in  questo  mondo,  egli  potesse
    considerare la sua salvezza eterna come cosa certa.
    E'  pur  vero,  per,  che Aleksj Aleksndrovic' era talvolta colpito
    dalla superficialit e  dall'erroneit  di  quelle  dottrine;  sentiva
    allora che quando, non pensando affatto che il suo perdono fosse stato
    l'effetto  di  una  forza  superiore,  si  abbandonava a un sentimento
    immediato,  provava una gioia pi viva di quando,  come  ora,  pensava
    continuamente  che  Cristo  abitava  nella  sua anima e che,  firmando
    documenti,  egli obbediva  alla  volont  di  "Lui".  Ma  per  Aleksj
    Aleksndrovic'  era  indispensabile  pensare cos;  nella sua presente
    umiliazione gli era indispensabile sentirsi a quell'altezza,  sia pure
    inventata,  dalla quale egli, disprezzato da tutti, poteva disprezzare
    gli altri,  e si aggrappava,  come a una tavola di salvezza,  alle sue
    nuove convinzioni.


    CAPITOLO 23.

    La  contessa  Ldija Ivnovna,  ragazza ancora giovanissima e piena di
    entusiasmi,  era stata data in moglie a un ricco e noto gaudente,  pi
    che  bonario e pi che dissoluto;  sin dal secondo mese di matrimonio,
    il  marito  l'abbandon,   rispondendo  alle   entusiastiche,   tenere
    effusioni  di  lei con lo scherno e persino con l'avversione che,  chi
    conosceva  il  buon  cuore  del  conte  e  non  vedeva  alcun  difetto
    nell'entusiastica  Ldija,  non  poteva  in  alcun modo spiegarsi.  Da
    allora gli sposi, senza essere divorziati,  erano vissuti separati,  e
    quando  il  marito  incontrava  la  moglie,  l'accoglieva  sempre  con
    quell'immutabile, velenoso sorriso, che rimase un enigma per tutti.
    La contessa Ldija Ivnovna da un pezzo  aveva  cessato  di  amare  il
    marito,  ma non aveva cessato, da allora, di innamorarsi di qualcuno e
    anche di parecchie persone insieme, uomini e donne;  e,  generalmente,
    di  quasi  tutte le persone che,  in un modo o nell'altro,  attiravano
    l'attenzione generale. Si innamor cos di tutti i nuovi principi e di
    tutte le nuove principesse che si erano imparentati  con  la  famiglia
    imperiale;  in seguito am un metropolita,  un vicario e un prete; poi
    tre slavofili e Komsarov (134),  in seguito un ministro,  un dottore,
    un missionario inglese e, infine, Karenin.
    Tutti  questi  amori,  ora  accendendosi,  ora affievolendosi,  non le
    impedivano affatto di mantenere i pi complessi ed estesi rapporti  di
    Corte  e  mondani.  Ma dal giorno in cui,  dopo la disgrazia che aveva
    colpito Karenin,  l'aveva preso sotto la sua protezione,  da quando si
    occupava  della  casa  di lui e della direzione della sua anima,  ella
    sent che non aveva mai amato sinceramente che lui  e  che  tutti  gli
    altri amori non erano stati che passeggere infatuazioni. Il sentimento
    che  ora  provava  per  Karenin  le  pareva  pi forte di tutti quelli
    precedenti: analizzandolo e confrontandolo con quelli passati,  poteva
    rendersi  benissimo  conto che non si sarebbe innamorata di Komsarov,
    se costui non avesse salvato  la  vita  dell'imperatore,  che  non  si
    sarebbe  innamorata  di Ristic'-Kudzinskij (135) se non fosse esistita
    la questione slava, ma che adesso amava Karenin per se stesso,  per la
    sua anima eletta e incompresa,  per il suo sottile e a lei caro timbro
    di voce, per il suo sguardo stanco,  per il suo carattere e per le sue
    mani  bianche  e morbide,  dalle vene sporgenti.  Non soltanto le dava
    gioia ogni  incontro  con  lui,  ma  cercava  sul  suo  viso  i  segni
    dell'impressione che essa gli produceva. Voleva piacergli non soltanto
    per le sue parole,  ma per tutta se stessa.  Per lui si occupava, come
    non aveva fatto mai,  del suo  abbigliamento:  pi  di  una  volta  si
    sorprese a far sogni su quanto sarebbe successo se lei non fosse stata
    maritata  e  lui  fosse stato libero!  Arrossiva per l'emozione quando
    egli entrava,  e non poteva trattenere un sorriso estatico  quando  le
    diceva qualche parola gentile.
    Gi   da   alcuni  giorni  la  contessa  Ldija  Ivnovna  si  sentiva
    profondamente turbata.  Aveva saputo  che  Anna  e  Vronskij  erano  a
    Pietroburgo.  Bisognava  salvare Aleksj Aleksndrovic' da un incontro
    con lei,  salvarlo dalla tortura  di  sapere  che  quell'odiosa  donna
    viveva  nella stessa citt e che poteva imbattersi in lei in qualsiasi
    momento.
    Attraverso certi suoi conoscenti,  Ldija Ivnovna si teneva informata
    sui  movimenti  di  quella  "gentaglia",  come  ella  definiva  Anna e
    Vronskij,  e cercava ogni giorno di fare in  modo  che  il  suo  amico
    andasse dove gli fosse impossibile incontrarli. Il giovane aiutante di
    campo, amico di Vronskij, il quale le dava tutte le informazioni nella
    speranza   di  potere,   attraverso  l'intercessione  della  contessa,
    ottenere una certa concessione,  le fece sapere che i due,  dopo  aver
    sistemato i loro affari, contavano di ripartire il giorno dopo.
    Ldija  Ivnovna cominciava a sentirsi pi tranquilla allorch proprio
    la mattina dopo,  le fu recapitato un biglietto di cui riconobbe,  con
    orrore, la calligrafia. Era la scrittura di Anna Karnina. La busta di
    carta a mano,  spessa come una corteccia, gialla, ornata da un vistoso
    monogramma, emanava un intenso profumo.
    - Chi l'ha portata?
    - Un fattorino d'albergo.
    La contessa Ldija Ivnovna rimase a lungo in piedi,  senza  avere  il
    coraggio  di  sedersi e di leggere: l'emozione le fece venire quasi un
    attacco di asma, cui andava soggetta. Finalmente,  quando si sent pi
    calma, apr il biglietto e lesse:

    "Madame la comtesse",
    I  sentimenti  cristiani,  di  cui   colmo l'animo vostro,  mi danno
    l'ardire imperdonabile,  lo sento,  di rivolgermi a  voi.  Soffro  per
    essere separata da mio figlio e vi scongiuro di permettermi di vederlo
    prima  della  mia  partenza.  Perdonate  se  mi rivolgo a voi e non ad
    Aleksj Aleksndrovic': agisco cos soltanto  perch  non  voglio  far
    soffrire  quell'uomo  generoso,  costringendolo  a  ricordarsi  di me.
    Conoscendo quanto gli siete amica,  sono certa che  mi  comprenderete.
    Manderete  Serza  da  me  o  permetterete  che venga io,  all'ora che
    vorrete stabilire,  o mi indicherete dove e come potrei  vederlo?  Non
    penso  a  un  rifiuto,  conoscendo  la grandezza d'animo dell'uomo cui
    spetta la decisione.  Non potete  immaginare  quanto  sia  ardente  il
    desiderio  che  ho  di vedere mio figlio,  n potete immaginare quanto
    grande sia la gratitudine per l'aiuto che mi vorrete dare.
    Anna.

    Tutto,  in quel biglietto,  irritava Ldija  Ivnovna:  il  contenuto,
    l'allusione alla grandezza d'animo di Karenin e,  soprattutto, il tono
    che le pareva troppo disinvolto.
    - Dite che non c' risposta - ordin la contessa e, subito,  aperta la
    sua cartella, scrisse ad Aleksj Aleksndrovic' che sperava di vederlo
    dopo mezzogiorno al ricevimento imperiale.
    Ho  bisogno  di  parlarvi a proposito di un argomento grave e penoso;
    decideremo a Corte dove potremo liberamente incontrarci: penso che  il
    posto migliore sarebbe a casa mia, dove far preparare il "vostro t".
    E indispensabile.  "Egli" ci impone la croce,  ma ci d anche la forza
    di portarla, aggiunse, per preparare in qualche modo l'amico.
    La contessa Ldija Ivnovna scriveva  abitualmente  anche  due  o  tre
    lettere  al  giorno  ad  Aleksj Aleksndrovic'.  Amava questo modo di
    comunicare con lui,  perch aveva in s quell'eleganza e quel  mistero
    che, in realt, mancavano nei loro rapporti personali.


    CAPITOLO 24.

    Le felicitazioni e gli auguri erano terminati.  La gente, mentre se ne
    andava, parlava delle ultime novit,  delle onorificenze concesse quel
    giorno o del trasferimento di alcuni importanti funzionari.
    - Dovrebbero nominare ministro della guerra Mrija Borsovna e capo di
    stato maggiore la principessa Vatkvskaja, che ve ne pare? - diceva un
    vecchietto canuto,  in un'uniforme ricamata,  rivolgendosi a un'alta e
    bella damigella d'onore che lo interrogava sui recenti cambiamenti.
    - In tal caso,  io sarei aiutante di campo!  -  rispose  la  damigella
    sorridendo.
    -  La vostra nomina  gi decisa.  Voi fate parte del dipartimento del
    Culto e, come aiutante, avrete Karenin. Buon giorno principe!  - disse
    il vecchietto stringendo la mano a qualcuno che passava.
    - Che cosa dicevate di Karenin? - domand il principe fermandosi.
    -  Tanto  lui  quanto  Putjatov  sono  stati  insigniti dell'Ordine di
    Aleksndr Nevskij (136).
    - Credevo che lo fosse gi!
    - No.  Guardatelo - disse il  vecchietto  indicando  con  il  cappello
    ricamato  Karenin  in  uniforme di Corte e con la nuova fascia rossa a
    tracolla, che,  sulla porta della sala,  stava discorrendo con uno dei
    membri influenti del governo.  - E' felice e soddisfatto come un soldo
    nuovo  -  soggiunse  fermandosi  per  stringere  la  mano  a  un   bel
    ciambellano dall'atletica corporatura.
    - No,  invecchiato - osserv il ciambellano.
    -  Sono  le  preoccupazioni: non fa che scrivere progetti.  Adesso non
    lascer andare quel malcapitato prima di essere  riuscito  a  esporgli
    tutto, punto per punto.
    -  Invecchiato,  dite?  Fa  strage  di  cuori...  Penso  che adesso la
    contessa Ldija Ivnovna sia gelosa di sua moglie.
    - Ma che dite?  Per favore,  non parlate male  della  contessa  Ldija
    Ivnovna!
    - E' forse un male che si sia innamorata di Karenin?
    - Ma  vero che la signora Karnina  qui?
    - Cio,  non qui a Corte, ma a Pietroburgo. Ieri l'ho incontrata sulla
    Morskja a braccetto con Vronskij.
    - "C'est un homme qui n'a pas"... (137) - cominci il ciambellano,  ma
    si  ferm  cedendo  il passo e salutando un personaggio della famiglia
    imperiale che passava.
    Mentre cos si  parlava  di  Aleksj  Aleksndrovic',  criticandolo  e
    ridendo  di  lui,  egli  aveva  sbarrato  la  strada  a  un membro del
    Consiglio di Stato che era riuscito ad accalappiare e,  senza smettere
    un  istante  di  parlare,  nel timore che gli sfuggisse,  gli esponeva
    punto per punto un certo piano finanziario.
    Quasi nello stesso periodo in cui la moglie lo aveva  abbandonato,  ad
    Aleksj  Aleksndrovic'  era  accaduta  la  cosa  pi  amara che possa
    colpire un funzionario: il suo movimento di ascesa nella  carriera  si
    era arrestato.  Questo arresto era ormai avvenuto, e tutti lo vedevano
    chiaramente, ma Aleksj Aleksndrovic' non si rendeva conto che la sua
    carriera era finita. Era forse a causa dell'urto con Stremv,  o della
    disgrazia  con la moglie o,  semplicemente,  perch aveva raggiunto il
    limite che gli era predestinato: fatto si  che era chiaro  per  tutti
    che quell'anno la sua carriera di funzionario era terminata.  Occupava
    ancora  un  posto  importante,   era  membro  di  molti   comitati   e
    commissioni, ma era un uomo esaurito, dal quale non c'era pi nulla da
    aspettarsi.  Qualsiasi  cosa dicesse,  qualsiasi cosa proponesse,  era
    ascoltato come se quello che diceva fosse risaputo da tempo e, quindi,
    privo di ogni utilit.
    Ma  Aleksj  Aleksndrovic'  non  se  ne  rendeva  conto;  anzi,   non
    partecipando pi direttamente all'attivit governativa, vedeva in modo
    pi  chiaro di prima i difetti e gli errori nell'operato degli altri e
    riteneva suo dovere indicare i mezzi per correggerli.
    Ben presto,  dopo  la  separazione  dalla  moglie,  aveva  iniziato  a
    scrivere una monografia sul nuovo tribunale,  la prima di una numerosa
    serie che egli doveva pubblicare su tutti i rami dell'amministrazione.
    Non soltanto Aleksj Aleksndrovic' non  si  accorgeva  della  propria
    situazione  senza  speranza  nel  mondo burocratico e quindi non se ne
    amareggiava, ma era pi che mai soddisfatto della propria attivit.
    Chi  ammogliato si d pensiero delle cose del  mondo  e  come  possa
    piacere alla moglie, sicch rimane diviso; chi invece non ha moglie si
    d  pensiero  delle  cose  del  Signore e come possa piacergli,  dice
    l'apostolo Paolo (138); e Aleksj Aleksndrovic', che in tutte le cose
    si lasciava ora guidare dalla Bibbia,  rammentava spesso questa frase.
    E  gli  pareva,  da  quando  era  rimasto senza moglie,  di servire il
    Signore meglio di prima, solo con i propri progetti.
    La visibile impazienza del membro del Consiglio, che voleva andarsene,
    non turbava Aleksj Aleksndrovic',  per cui egli desistette dalla sua
    esposizione  soltanto  quando il suo interlocutore,  approfittando del
    passaggio di un membro della famiglia imperiale, scivol via.
    Rimasto solo,  Aleksj Aleksndrovic' chin la  testa  raccogliendo  i
    pensieri,  poi  distrattamente  si  guard attorno e si avvi verso la
    porta, presso cui sperava di incontrare la contessa Ldija Ivnovna.
    Che aspetto sano  e  ben  portante,  si  disse  guardando  l'aitante
    ciambellano  dalle  fedine  pettinate  e profumate,  e il collo rosso,
    stretto nell'uniforme, del principe, che sfior passando.  E' proprio
    vero  che  in  questo  mondo  tutto  male,  pens ancora guardando i
    polpacci del ciambellano.
    Aleksj Aleksndrovic' procedeva senza fretta,  con  l'aria  stanca  e
    piena di dignit che gli era abituale;  salut i signori che parlavano
    di lui e,  guardando verso la porta,  cerc con gli occhi la  contessa
    Ldija Ivnovna.
    -  Ah,   Aleksj  Aleksndrovic'!  -  esclam  il  vecchietto  facendo
    scintillare gli occhi di luce maligna,  nel momento in cui Karenin gli
    passava  di  fianco  salutando  freddamente con il capo.-  Non mi sono
    ancora congratulato con voi - aggiunse indicando la nuova decorazione.
    - Vi ringrazio infinitamente - rispose  Karenin.  -  Che  bel  giorno,
    oggi!  -  soggiunse calcando,  secondo la sua abitudine,  sulla parola
    "bel".
    Sapeva benissimo che quei signori si burlavano di lui e da loro non si
    aspettava altro che ostilit, ma non gliene importava; ci si era ormai
    abituato.
    Scorgendo le spalle giallastre,  sporgenti dal busto,  della  contessa
    Ldija  Ivnovna  che  entrava  e  i  magnifici  occhi  pensosi che lo
    chiamavano a s,  Aleksj  Aleksndrovic'  sorrise  scoprendo  i  suoi
    candidi,  sanissimi  denti,  e  si avvi verso di lei.  Il vestito che
    Ldija Ivnovna indossava le era costato sforzi di immaginazione come,
    del resto,  tutte le "toilettes" che si faceva confezionare da qualche
    tempo.  Lo  scopo  della  sua  eleganza,  contrariamente  a quello che
    perseguiva  trent'anni  prima,  quando  si  agghindava  nel  modo  pi
    sfarzoso  ed elegante possibile,  era ora ben diverso;  adesso cercava
    soprattutto di evitare  il  ridicolo  del  contrasto  tra  la  propria
    persona   e   l'abito   che   indossava  e,   agli  occhi  di  Aleksj
    Aleksndrovic', che la trovava attraente, vi riusciva assai bene.  Per
    lui  la  tenerezza  e  l'amore di quella donna rappresentavano l'unica
    isola di rifugio contro il mare di derisione  e  di  ostilit  che  lo
    circondava.  Passando  attraverso  lo  schieramento  di quegli sguardi
    ironici,  egli era istintivamente attratto verso lo sguardo innamorato
    di lei, come una pianta dalla luce.
    - Mi rallegro - diss'ella accennando alla decorazione.
    Karenin  alz le spalle e socchiuse gli occhi reprimendo un sorriso di
    piacere,  come per dire che la cosa non lo  lusingava  per  nulla.  Ma
    Ldija Ivnovna sapeva benissimo che quella onorificenza, sebbene egli
    non volesse ammetterlo, rappresentava una grande gioia.
    - Come sta il nostro angelo? - chiese la contessa alludendo a Serza.
    -  Non  posso  dire  di  essere del tutto soddisfatto di lui - rispose
    Aleksj Aleksndrovic' sollevando le sopracciglia  e  spalancando  gli
    occhi.  -  Anche  Stnikov  (il pedagogo cui era affidata l'educazione
    mondana di Serza)  scontento.  Come vi ho detto,   evidente in  lui
    una  certa  freddezza  verso quei problemi che devono interessare ogni
    anima umana, sia pure quella di un fanciullo.
    E  Aleksj  Aleksndrovic'  cominci  a  esporre  i  propri   pensieri
    sull'unico   argomento  che,   oltre  al  servizio,   lo  interessava:
    l'educazione del figlio.
    Quando Karenin, con l'aiuto di Ldija Ivnovna, era nuovamente tornato
    alla  vita  e  all'attivit,   aveva  sentito  suo  dovere   dedicarsi
    all'educazione del figlio.
    Sino  a  quel  momento i problemi concernenti l'educazione del ragazzo
    non lo avevano  mai  interessato,  e  dovette  quindi,  per  un  certo
    periodo, dedicarsi allo studio teorico della faccenda. E, letti alcuni
    libri di antropologia,  di pedagogia e di didattica,  elabor un piano
    di educazione  e  invit  il  migliore  insegnante  di  Pietroburgo  a
    metterlo  in  pratica;   egli  stesso  se  ne  occupava  seriamente  e
    assiduamente.
    - S,  ma il cuore?  Io vedo in lui il cuore del padre,  e un bambino,
    che  abbia  un cuore cos,  non pu essere cattivo - disse la contessa
    Ldija Ivnovna con accento ispirato.
    - Pu darsi...  Per parte mia adempio al mio dovere:  tutto  ci  che
    posso fare.
    - Verrete da me?  - domand poi la contessa,  dopo una breve pausa.  -
    Dobbiamo discorrere di una faccenda, senza dubbio per voi penosa.  Non
    so  che  cosa  darei  per  liberarvi dai ricordi,  ma gli altri non la
    pensano cos.  Ho ricevuto una  lettera  da  "lei".  "Lei"    qui,  a
    Pietroburgo.
    Aleksj  Aleksndrovic',  nel  sentire  menzionare la moglie,  ebbe un
    sussulto,  ma subito il suo volto assunse quell'espressione di mortale
    immobilit,  che indicava il senso della sua assoluta impotenza in una
    circostanza simile.
    - Me l'aspettavo - disse.
    La contessa Ldija Ivnovna lo guard estatica e,  davanti a una  tale
    grandezza d'animo, le vennero le lacrime agli occhi.


    CAPITOLO 25.

    Quando  Aleksj Aleksndrovic' entr nel piccolo ed accogliente studio
    della contessa  Ldija  Ivnovna,  pieno  di  ritratti  e  di  antiche
    porcellane, la padrona di casa non c'era. Ella stava cambiando abito.
    Sulla tavola rotonda, coperta da una candida tovaglia, erano preparati
    un servizio da t cinese e,  vicino,  un "samovr" d'argento.  Aleksj
    Aleksndrovic' diede un'occhiata distratta ai numerosi,  noti ritratti
    che ornavano lo studio e,  sedutosi al tavolo,  apr il Vangelo che vi
    era posato. Il fruscio di un abito di seta lo distrasse.
    - Ecco,  ora ci  metteremo  qui  tranquillamente  seduti  -  disse  la
    contessa Ldija Ivnovna,  insinuandosi tra il divano e il tavolo, con
    un sorriso commosso. - Potremo parlare mentre prendiamo il t.
    Dopo alcune parole,  destinate a prepararlo,  la contessa,  respirando
    affannosamente  e facendosi rossa,  porse ad Aleksj Aleksndrovic' il
    biglietto da lei ricevuto.
    Egli lesse e rimase a lungo in silenzio.
    - Suppongo di non avere il diritto di  rifiutare  -  disse  sollevando
    timidamente gli occhi.
    - Amico mio! Voi non vedete il male in nulla e in nessuno!
    - Al contrario, vedo che tutto  male. Ma sarebbe giusto di...?
    Il  suo  viso  esprimeva  l'indecisione,  il  desiderio  di  avere  un
    consiglio, un appoggio, una guida in una faccenda cos delicata e, per
    lui, incomprensibile.
    - No! - interruppe Ldija Ivnovna. - Vi  un limite a tutto.  Capisco
    l'immoralit - diss'ella senza alcuna sincerit,  poich ella ignorava
    perch le donne  potessero  essere  immorali,  -  ma  non  capisco  la
    crudelt!  E  contro  chi?  Contro  di voi!  Con che coraggio ella pu
    rimanere nella citt dove voi vivete?  E' proprio  vero  che,  pi  si
    campa,  pi  si impara.  E io imparo ogni giorno di pi a conoscere la
    vostra nobilt d'animo e la sua bassezza.
    - Chi di noi getter la prima pietra?  - disse Karenin,  evidentemente
    soddisfatto  della parte che rappresentava.  - Le ho perdonato tutto e
    perci non posso privarla di quello che  un'esigenza del  suo  cuore,
    l'amore per suo figlio...
    - Ma si tratta proprio di amore,  amico mio? E' sincero tutto ci? Voi
    avete perdonato,  d'accordo,  e ammettiamo che perdoniate  ancora.  Ma
    abbiamo  noi  il diritto di turbare l'animo di quell'angioletto?  Egli
    crede che sua madre sia morta, prega per lei e chiede a Dio il perdono
    dei suoi peccati. Ed  meglio cos. Che penserebbe ora?
    - A questo  non  avevo  riflettuto  -  disse  Aleksj  Aleksndrovic',
    evidentemente riconoscendo la ragionevolezza di quell'argomento.
    La contessa si copr il viso con le mani e tacque. Pregava.
    -  Se  volete  il mio consiglio - disse finalmente scoprendo il viso -
    voi non dovete acconsentire.  Credete che non veda quanto soffrite?  E
    che  non capisca come ci abbia riaperto la vostra ferita?  Supponiamo
    che voi, come sempre,  non pensiate a voi stesso...  ma a che cosa pu
    condurre questo, se non a nuove sofferenze? A nuove sofferenze per voi
    e  a  un turbamento per il bambino...  Se in quella donna  rimasta un
    po' di umanit,  non dovrebbe ella stessa desiderare questo  incontro.
    Senza esitare,  io vi sconsiglio di acconsentire e, se mi autorizzate,
    le scriver.
    Aleksj  Aleksndrovic'  ascolt  il  consiglio  dell'amica  e  Ldija
    Ivnovna scrisse, in francese, la seguente lettera:

    Signora,
    Un  incontro con voi pu portare vostro figlio a porsi delle domande,
    alle quali non  possibile rispondere  senza  spingere  il  suo  animo
    infantile  alla  condanna  di  una  persona  che per lui deve rimanere
    sacra;  vi prego perci di comprendere il motivo del rifiuto di vostro
    marito nello spirito dell'amore cristiano.  Prego l'Altissimo di avere
    misericordia di voi.
    Contessa Ldija.

    La lettera raggiunse lo scopo segreto che la contessa Ldija  Ivnovna
    celava anche a se stessa: offendere Anna nel pi profondo dell'animo.
    Da  parte  sua,  Aleksj  Aleksndrovic',  rientrato  in  casa dopo il
    colloquio con la contessa,  non riusc a dedicarsi alle  sue  consuete
    occupazioni  e  a  ritrovare  la  serenit  dell'uomo  che crede nella
    salvezza della propria anima. Il pensiero della moglie, cos colpevole
    di fronte a lui e verso la quale,  come diceva la contessa,  egli  era
    stato  cos  generoso,  non  avrebbe  dovuto  turbarlo;  eppure non si
    sentiva tranquillo, non capiva nulla di quanto tentava di leggere, non
    poteva scacciare i ricordi tormentosi dei propri rapporti  con  lei  e
    degli errori che,  come ora gli pareva,  aveva commesso verso Anna. Il
    ricordo di  come  aveva  accolto,  al  ritorno  dalle  corse,  la  sua
    confessione  di  infedelt  e,  soprattutto,  il  pensiero di non aver
    preteso da lei che il rispetto delle convenienze e di non aver sfidato
    a duello il rivale, lo tormentava come un rimorso.  Egli era torturato
    tanto  dal ricordo della lettera scritta alla moglie,  che dal proprio
    inutile perdono e dalle cure prodigate alla creatura di un  altro.  Lo
    stesso  sentimento di vergogna e di rimorso provava adesso,  riandando
    con il pensiero al proprio passato e ricordando  le  parole  timide  e
    inette  con  le  quali,  dopo lunghi tentennamenti,  le aveva fatto la
    proposta di matrimonio.
    Ma in che cosa sono colpevole?,  si diceva.  E questa domanda gliene
    suggeriva  sempre un'altra: In che modo amano e sentono tutti codesti
    uomini, codesti Vronskij,  codesti Oblonskij,  codesti ciambellani dai
    grossi polpacci? Com' che si sposano?. E dinanzi a lui sfilava tutta
    una  serie  di quegli esseri vigorosi,  robusti,  sicuri di se stessi,
    privi di dubbi che, involontariamente,  avevano sempre attratto la sua
    attenzione curiosa.
    Tentava di scacciare questi pensieri,  tentava di persuadersi che egli
    non viveva per la vita effimera di questo mondo, ma per la vita eterna
    e che nella sua anima regnava la pace e l'amore.  Ma il fatto di  aver
    commesso degli errori,  come egli si immaginava,  in questa miserabile
    vita caduca,  lo tormentava come se  l'eterna  salvezza,  nella  quale
    credeva,  fosse soltanto un'illusione.  La tentazione, fortunatamente,
    non dur a lungo, e ben presto nell'animo di Aleksj Aleksndrovic' si
    ristabilirono quella pace e quell'elevatezza di pensiero,  grazie alle
    quali poteva dimenticare ci che non voleva ricordare.


    CAPITOLO 26.

    - Ebbene, Kapitonyc'? - disse Serza, tutto rosso e allegro di ritorno
    dalla passeggiata, alla vigilia del suo compleanno e dando il cappotto
    a  pieghe  al  vecchio  portiere  che,  dall'alto  della  sua statura,
    guardava sorridendo l'ometto. - E' tornato oggi quell'impiegato con il
    braccio al collo? Il babbo l'ha ricevuto?
    - S,  l'ha ricevuto.  Era  appena  uscito  il  capogabinetto  e  l'ho
    annunziato io - rispose allegramente il portiere strizzando un occhio.
    - Permettete, vi tolgo io il cappottino.
    -  Serza!  -  ammon  il  precettore slavo fermandosi sulla porta che
    conduceva nelle stanze interne. - Toglietevelo da solo!
    Ma Serza, sebbene avesse udito la debole voce del precettore,  non vi
    prest  la  minima  attenzione.   Stava  ritto  davanti  al  portiere,
    tenendosi con una mano alla sua cintura e guardandolo in faccia.
    - E il babbo ha fatto per lui quello che occorreva?
    Il portiere fece un cenno affermativo con il capo.
    Quell'impiegato con il braccio al  collo,  che  per  sette  volte  era
    venuto  a  chiedere  qualcosa  ad Aleksj Aleksndrovic',  interessava
    molto sia Serza, sia il portiere. Serza l'aveva incontrato una volta
    nel vestibolo e l'aveva udito supplicare quasi piangendo  il  portiere
    affinch lo annunziasse ad Aleksj Aleksndrovic', dicendo che non gli
    restava se non morire insieme con i suoi bambini.
    Da  allora,   dopo  aver  incontrato  un'altra  volta  quell'uomo  nel
    vestibolo, Serza aveva preso a interessarsene.
    - Be', aveva l'aria contenta? - domand il piccolo.
    - Altro che contenta! E' andato via di qui quasi saltellando.
    - E hanno portato qualcosa? - s'inform il fanciullo dopo una pausa.
    - Ah,  s,  signorino - rispose il portiere a voce bassa  agitando  la
    testa. - C' qualche cosa da parte della contessa.
    Serza  cap  subito  che ci di cui parlava il portiere era il regalo
    della contessa Ldija Ivnovna per il suo compleanno.
    - Che dici? Dov'?
    - Kornj l'ha portata al vostro babbo. Dev'essere una bella cosa!
    - Com' grande? Cos?
    - Pi piccola, ma bella.
    - Un libro?
    - No, un oggetto. Andate,  andate...  Vasilij Lukc' vi sta cercando -
    disse  il portiere sentendo i passi del precettore che si avvicinava e
    scostando dolcemente la piccola mano guantata che  lo  teneva  per  la
    cintura, accenn con il capo verso Lukc'.
    -  Vasilij  Lukc',  vengo  subito!  -  rispose  Serza con il sorriso
    allegro e affettuoso,  con il  quale  conquistava  sempre  lo  zelante
    precettore.
    Serza  si  sentiva  troppo contento,  tutto andava troppo bene perch
    potesse fare a meno di condividere con il suo amico portiere  un'altra
    gioia  familiare di cui aveva saputo poco prima durante la passeggiata
    al  Giardino  d'Estate  (139),  dalla  nipote  della  contessa  Ldija
    Ivnovna. Questa gioia gli pareva ancora pi grande, perch coincideva
    con quella dell'impiegato postulante e con quella del regalo. A Serza
    pareva che quel giorno tutti dovessero essere felici e contenti.
    - Sai che il babbo ha ricevuto l'"Aleksndr Nevskij"?
    - E come non saperlo? E' gi venuta tanta gente a congratularsi.
    - E lui  contento?
    -  Vi pare,  signorino,  che si possa non essere contenti di un favore
    dello zar?  Vuol dire che lo ha meritato - concluse  il  portiere  con
    aria grave e importante.
    Serza si fece pensieroso,  pur continuando a scrutare il portiere, il
    cui viso gli era noto  sin  nei  minimi  particolari,  soprattutto  il
    mento,  incorniciato  dai  candidi  favoriti,  che nessuno vedeva bene
    quanto Serza, che lo guardava dal basso in alto.
    - E tua figlia? E' molto tempo che non viene a trovarti?
    La figlia del portiere apparteneva al corpo di ballo.
    - E come pu venire nei giorni feriali? Anche lei ha le sue lezioni...
    e voi, signorino, dovete andare a studiare.
    Tornato nella  sua  camera,  Serza,  invece  di  occuparsi  dei  suoi
    compiti,  espose al precettore le proprie supposizioni circa il regalo
    che gli avevano portato: secondo lui, doveva essere una locomotiva.
    - Voi che ne pensate? - domand.
    Ma Vasilij Lukc' pensava unicamente che bisognava studiare la lezione
    di grammatica per il maestro, che sarebbe venuto alle due.
    - Ditemi almeno, Vasilij Lukc',  - domand a un tratto Serza,  ormai
    seduto  al  tavolo di lavoro e tenendo in mano un libro - che cosa c'
    al di sopra dell'"Aleksndr  Nevskij".  Lo  sapete  che  il  babbo  ha
    ricevuto l'"Aleksndr Nevskij"?
    Vasilij Lukc' rispose che al di sopra di quella onorificenza c'era il
    "Vladimir" (140).
    - E pi su?
    - Al di sopra di tutti l'"Andrj Pervozvnnyj (141).
    - E al di sopra di questo?
    - Non lo so.
    - Come?  Nemmeno voi lo sapete?  - e Serza,  appoggiati i gomiti allo
    scrittoio, si sprofond in meditazione.
    Le sue meditazioni riguardavano gli argomenti pi  vari  e  complessi.
    Immaginava  che  suo padre potesse,  a un tratto,  ricevere insieme il
    "Vladimir" e l'"Andrj"  e  che,  di  conseguenza,  quel  giorno  egli
    sarebbe  stato  assai  indulgente per quanto si riferiva alla lezione;
    poi si diceva che,  quando fosse stato grande,  avrebbe ricevuto tutte
    le  onorificenze  e  anche  quelle che sarebbero state inventate al di
    sopra dell'"Andrj Pervozvnnyj".
    Intanto il tempo passava e,  quando giunse il maestro,  la lezione sui
    complementi di tempo,  di modo e di luogo,  non era stata preparata, e
    il maestro ne fu,  non  solo  scontento,  ma  addirittura  addolorato.
    Serza  rimase mortificato.  Si sentiva in colpa per non aver studiato
    la lezione ma,  per quanto si sforzasse,  non riusciva assolutamente a
    impararla;  sino  a  quando  il  maestro  spiegava,  gli  pareva tutto
    semplice e comprensibile ma, non appena restava solo,  non ricordava e
    non  capiva  pi  come  mai  un'espressione  cos  corta  e  facile  a
    intendersi,  quale a un tratto,  fosse una "locuzione avverbiale  di
    modo".  Nonostante tutto, per, era dolente di aver dato un dispiacere
    al suo insegnante e tentava di consolarlo.
    Scelse un momento in cui il maestro guardava in silenzio il libro.
    - Michal Ivanyc', quando  il vostro onomastico?
    - Fareste meglio a occuparvi dei vostri compiti: l'onomastico  non  ha
    alcuna  importanza per un essere ragionevole.  E' un giorno come tutti
    gli altri, nel quale si deve lavorare come sempre.
    Serza guard con attenzione il maestro, ne esamin la barba rada, gli
    occhiali che si erano abbassati sul naso,  e si fece  cos  pensieroso
    che  non  sent  pi  nulla  di  quanto gli spiegava l'insegnante.  Il
    ragazzo sentiva che il professore non pensava a quello che diceva:  lo
    sentiva dal tono con cui veniva detto.
    Ma perch sono tutti d'accordo per dire,  tutti allo stesso modo,  le
    cose pi noiose e inutili? Perch questo qui mi respinge e non mi vuol
    bene?, si domandava con tristezza, e non sapeva darsi una risposta.


    CAPITOLO 27.

    Alla lezione del maestro segu quella del padre.  In attesa  che  egli
    venisse,  Serza,  seduto al tavolo,  si gingillava con un coltellino,
    immerso in nuove riflessioni.
    Una delle sue occupazioni preferite consisteva nel cercare  sua  madre
    durante le passeggiate.  Egli non credeva alla morte in generale e, in
    special modo, non credeva a quella di lei,  nonostante le affermazioni
    della contessa Ldija Ivnovna e la conferma da parte del padre; cos,
    anche dopo quanto gli avevano detto,  egli la cercava ugualmente. Ogni
    donna dalla figura piena, graziosa, con i capelli neri, gli pareva sua
    madre e,  a quella vista,  un sentimento di tenerezza colmava  la  sua
    anima al punto che si sentiva soffocare.  Gli venivano le lacrime agli
    occhi e si aspettava  che,  da  un  momento  all'altro,  ella  gli  si
    avvicinasse e sollevasse il velo.  Allora egli avrebbe riveduto il suo
    volto;  ella,  sorridendo,  lo avrebbe abbracciato,  ed  egli  avrebbe
    sentito la dolce carezza della sua mano,  il profumo che emanava dalla
    sua persona e si sarebbe messo a piangere di felicit,  come una sera,
    in cui le si era sdraiato ai piedi perch gli facesse il solletico, ed
    egli  aveva  tanto  riso,  mordicchiando  la  mano bianca,  coperta di
    anelli. Pi tardi, quando aveva saputo per caso dalla "njnja" che sua
    madre non era morta,  e che il padre e Ldija Ivnovna  dicevano  cos
    perch ella era diventata cattiva (cosa alla quale non poteva in alcun
    modo credere,  perch l'amava),  continu a cercarla come e pi spesso
    di prima.  Quel giorno,  nel Giardino d'Estate,  egli aveva scorto una
    signora  con un velo lilla e,  pensando che fosse sua madre,  il cuore
    gli parve venir meno quando la vide imboccare lo stesso suo  sentiero.
    La  signora,  per,  non aveva proseguito e,  a un certo punto,  aveva
    svoltato ed era scomparsa.  Quel giorno Serza sentiva pi  forte  che
    mai  la  tenerezza  verso sua madre e ora,  trasognato,  in attesa del
    padre tagliuzzava con il  coltellino  l'orlo  del  tavolo  e  guardava
    dinanzi a s con gli occhi lucidi, pensando a lei.
    - Ecco, sta venendo il babbo - lo distrasse Vasilij Lukc'.
    Serza balz in piedi,  and incontro al padre e,  baciatagli la mano,
    lo guard con attenzione, cercando sul suo viso qualche segno di gioia
    per l'onorificenza ricevuta.
    - Hai fatto una bella passeggiata?  - domand Aleksj  Aleksndrovic',
    prendendo posto sulla sua poltrona, tirando a s il volume dell'Antico
    Testamento e aprendolo. Bench pi di una volta Aleksj Aleksndrovic'
    avesse  detto  a Serza che ogni buon cristiano deve conoscere in modo
    perfetto la Bibbia, egli stesso consultava spesso l'Antico Testamento,
    e ci non sfuggiva al fanciullo.
    - S,  babbo,  mi sono divertito molto - rispose Serza  sedendosi  di
    traverso  sulla  sedia,  cosa che gli era proibita.   Ho visto Ndenka
    (Ndenka era la nipotina di Ldija Ivnovna che veniva educata  presso
    la  contessa)  e  mi  ha  detto  che  vi  hanno  conferito  una  nuova
    onorificenza. Siete contento, babbo?
    - Innanzi tutto,  non dondolarti cos,  per  favore  -  disse  Aleksj
    Aleksndrovic'  -  e,  in secondo luogo,  ricordati che ci deve essere
    caro il lavoro,  non la ricompensa.  Vorrei che tu lo capissi.  Se  tu
    lavorerai  e studierai solo per ricevere una ricompensa,  il lavoro ti
    sembrer pesante,  ma se lo farai -  prosegu  Aleksj  Aleksndrovic'
    ricordando  come  quella mattina,  durante il noioso lavoro di firmare
    centodiciotto carte,  fosse stato sorretto dal sentimento del dovere -
    amandolo, troverai in esso la vera ricompensa.
    Gli  occhi  scintillanti  di  allegria  e  di  tenerezza  di Serza si
    spensero e si abbassarono sotto lo sguardo del padre.  Era  il  solito
    tono che Serza conosceva e che Karenin usava parlando al figlio, come
    se  si rivolgesse a un ragazzo immaginario,  a uno di quei ragazzi che
    sono descritti nei libri e ai quali Serza non rassomigliava  affatto;
    ormai  egli  si  era  abituato e faceva del suo meglio per fingere una
    qualsiasi analogia con quei ragazzi degni di essere citati a esempio.
    - Lo capisci, vero? - disse il padre.
    - Certo,  babbo - rispose Serza raffigurandosi di essere  il  ragazzo
    immaginario.
    La  lezione  consisteva nel recitare alcuni versetti del Vangelo e nel
    ripassare l'inizio del Nuovo Testamento.  La recitazione dei  versetti
    andava  discretamente  ma,   a  un  certo  momento,   Serza,  colpito
    dall'aspetto della fronte di suo padre,  che formava quasi  un  angolo
    retto  vicino  alle  tempie,  si  impappin,  mettendo  la  fine di un
    versetto all'inizio del successivo.  Per  Aleksj  Aleksndrovic'  era
    evidente  che  Serza  non  capiva  ci  che diceva,  e ci lo irrit.
    Aggrott le sopracciglia e si mise a spiegare  ci  che  Serza  aveva
    udito  un  numero  infinito  di  volte e che non riusciva a ricordare,
    proprio come non riusciva a ricordare  cose  che  capiva  chiaramente,
    cio  che  a  un  tratto    un  avverbio.  Serza  rivolse al padre
    un'occhiata spaventata pensando a un cosa sola: il padre  gli  avrebbe
    fatto,  o no, ripetere tutte quelle spiegazioni come a volte accadeva?
    E quel pensiero lo turbava a tal punto che non capiva pi nulla. Ma il
    padre non lo costrinse a ripetere  e  pass  alla  lezione  di  storia
    sacra.  Serza rifer abbastanza bene i fatti,  ma quando si tratt di
    rispondere alle domande su ci che simboleggiavano alcuni eventi,  non
    seppe rispondere, sebbene una volta, proprio per quella lezione, fosse
    stato punito. Si impunt poi del tutto, esit e continu a tagliuzzare
    il tavolo e a dondolarsi sulla sedia,  quando fu il momento di parlare
    dei patriarchi antidiluviani. Non ne conosceva nessuno,  eccetto Enoc,
    assunto vivo in cielo.  Una volta ricordava tutti quei nomi, li sapeva
    a memoria, ma li aveva completamente dimenticati e rammentava soltanto
    quello  di  Enoc,  il  suo  preferito  tra  i  personaggi  dell'Antico
    Testamento,  perch quell'ascesa in cielo da vivo gli suscitava sempre
    una lunga concatenazione di pensieri,  alla quale  appunto  adesso  si
    abbandonava,  guardando  con  occhi fissi la catena dell'orologio e un
    bottone mezzo sganciato del panciotto del padre.
    Serza non credeva affatto alla morte,  di  cui  gli  parlavano  tanto
    spesso.  Non ammetteva la morte di coloro che amava e,  in particolare
    modo,  che  egli  pure  dovesse  morire:  era  per  lui  assolutamente
    impossibile  e  incomprensibile.  Eppure gli dicevano e ripetevano che
    tutti devono morire;  aveva interrogato al riguardo anche  le  persone
    nelle  quali  aveva  piena  fiducia,  e tutte dicevano la stessa cosa.
    Glielo aveva assicurato anche la "njnja", seppure a malincuore...  Ma
    Enoc non era morto,  quindi non era vero che tutti morivano;  e allora
    perch anche  altri  non  avrebbero  potuto  acquistare  tali  meriti
    davanti  a Dio da essere assunti in cielo?,  pensava il fanciullo.  I
    cattivi, cio tutti coloro che Serza non amava, potevano morire, ma i
    buoni poteva ben darsi che si trovassero nella condizione di Enoc.
    - E allora, quali sono i patriarchi?
    - Enoc... Enos...
    - Questi li hai gi nominati. Male, Serza,  molto male.  Se tu non ti
    sforzi  di  imparare  le  cose  essenziali  che un buon cristiano deve
    sapere - disse il padre alzandosi - che cosa mai ti  pu  interessare?
    Non sono affatto contento di te,  e anche Ptr Ignatyc' (era questo il
    nome del professore  pi  importante)  non    contento.  Sono  dunque
    costretto a punirti.
    Sia  il  padre,  sia il professore non erano soddisfatti del fanciullo
    che,  in realt,  studiava malvolentieri.  Non si poteva assolutamente
    dire che mancasse di intelligenza; era, anzi, superiore ai ragazzi che
    l'istitutore  gli  additava come esempio;  secondo il padre,  egli non
    voleva imparare ci che gli  insegnavano  e,  in  realt,  non  poteva
    impararlo.  Non  poteva  perch  la  sua  anima  aveva  esigenze molto
    superiori a quelle che il padre e il professore  supponevano  in  lui.
    Queste  esigenze erano in contraddizione con le loro,  ed egli lottava
    contro i suoi educatori.
    Aveva nove anni,  era soltanto un fanciullo,  ma conosceva la  propria
    anima,  essa gli era cara ed egli voleva proteggerla, come la palpebra
    protegge l'occhio,  e impediva a chiunque di entrarvi senza la  chiave
    dell'amore.  I  suoi  maestri  lo rimproveravano di non voler imparare
    nulla,  ma la sua anima ardeva dal desiderio di sapere.  E imparava da
    Kapitonyc',  da  Ndenka,  da  Vasilij  Lukc' e non dagli insegnanti.
    L'acqua,  che il padre e il pedagogo attendevano di veder cadere sulle
    pale della loro macina, si apriva un altro varco e lavorava altrove.
    Il  padre  pun  Serza  non  permettendogli di andare da Ndenka,  la
    nipote di Ldija Ivnovna, ma la punizione risult un bene per Serza.
    Vasilij Lukc' era di buon umore e gli insegn  come  si  fabbrica  un
    piccolo mulino a vento.  La serata trascorse nel lavoro e nel sogno di
    costruirne uno pi grande,  sul quale si potesse  volare  attaccandosi
    con  le  mani  e  legandosi  alle  pale.  Per tutta la serata,  Serza
    dimentic la madre ma,  quando fu a letto,  si ricord di lei e  preg
    con parole sue perch il giorno dopo,  suo compleanno,  essa smettesse
    di nascondersi e venisse da lui.
    - Vasilij Lukc', sapete che cosa ho chiesto a Dio per soprappi?
    - Di studiare meglio?
    - No!
    - Di ricevere giocattoli?
    - No. Non indovinerete.  Una cosa magnifica,  ma per ora  un segreto.
    Quando si avverer, ve lo dir. Non avete indovinato !
    - No,  non indovino, ditemelo voi - rispose Vasilij Lukc' sorridendo,
    cosa che gli accedeva di  rado.  -  Be',  coricatevi,  ora  spengo  la
    candela.
    - Quando  buio,  io vedo molto meglio ci per cui ho pregato. Ah, per
    poco  non  rivelavo  il  mio  segreto!   -  esclam   Serza   ridendo
    allegramente.
    Quando la candela fu spenta,  Serza vide e sent sua madre...  Era in
    piedi vicino a lui e lo carezzava con uno sguardo colmo  d'amore;  poi
    apparvero  dei  mulini  a  vento...  il  coltellino...  e poi tutto si
    confuse, ed egli si addorment.


    CAPITOLO 28.

    Giunti a Pietroburgo,  Anna e Vronskij erano scesi in uno dei migliori
    alberghi  della  citt:  Vronskij  al  pian  terreno  e  Anna,  con la
    bambinaia,  la balia e la cameriera,  al primo  piano,  in  un  grande
    appartamento di quattro camere.
    Il giorno stesso dell'arrivo,  Vronskij and dal fratello e v'incontr
    sua madre,  venuta da Mosca per affari.  La  madre  e  la  cognata  lo
    accolsero  come al solito;  si informarono sul suo viaggio all'estero,
    parlarono di conoscenti comuni,  ma non fecero alcuna  allusione  alla
    sua relazione con Anna.  Il fratello,  invece, recatosi il giorno dopo
    da lui,  fu il primo a toccare l'argomento,  e Aleksj Vronskij  colse
    l'occasione per dirgli senz'altro che considerava la propria relazione
    con Anna come un matrimonio, avendo speranza di ottenere il divorzio e
    di sposarla; aggiunse che sin d'ora la riteneva sua legittima moglie e
    pregava di riferire la cosa alla cognata e alla madre.
    -  Se  la  societ  non  mi  approva,  la  cosa mi lascia indifferente
    aggiunse;  - ma se i miei  parenti  ci  tengono  ad  essere  in  buoni
    rapporti con me,  necessario che lo siano anche con mia moglie.
    Il  fratello  maggiore,  che rispettava sempre l'opinione del minore e
    non sapeva neppure lui se Aleksj avesse torto o ragione,  aspett che
    la buona societ risolvesse il problema;  da parte sua non aveva nulla
    in contrario e,  insieme con  Vronskij,  and  a  trovare  la  signora
    Karnina.
    Vronskij, davanti al fratello, come del resto davanti a tutti dava del
    voi ad Anna e la trattava come una conoscente intima ma,  poich era
    sottinteso che il fratello  era  al  corrente  della  loro  relazione,
    discussero  tutti  insieme  della  partenza  di  Anna per la tenuta di
    Vronskij.
    Nonostante tutta l'esperienza che aveva del mondo,  Vronskij nella sua
    nuova  situazione,  cadeva  in uno strano errore: egli che pur avrebbe
    dovuto capire meglio di ogni altro come la societ fosse preclusa  per
    lui e per Anna,  pensava,  per un bizzarro effetto della fantasia, che
    l'opinione pubblica non fosse pi quella dei tempi passati e che  ora,
    guarita  dai  vecchi  pregiudizi  e  sostenuta  dal costante progresso
    (senza saperlo era diventato partigiano del  progresso),  non  avrebbe
    affatto  osteggiato  la loro ammissione in societ.  Senza dubbio non
    bisogna contare sul mondo ufficiale, egli pensava, ma i nostri amici
    comprenderanno come stanno le cose e come devono essere comprese.
    Si pu star seduti per ore e ore incrociando  le  gambe  sempre  nella
    stessa posizione,  se si sa che nulla ci impedisce di cambiarla quando
    lo vogliamo;  ma se un uomo sa con  certezza  che  gli    impossibile
    muoversi e che deve stare seduto sempre cos, con le gambe incrociate,
    subito gli verranno i crampi,  le gambe si tenderanno e si spingeranno
    nella direzione in cui egli vorrebbe allungarle.  Qualcosa  di  simile
    provava  Vronskij  nei confronti della societ.  Bench nel suo intimo
    fosse convinto che la societ fosse loro interdetta, cercava di vedere
    se la societ stessa non fosse mutata e  se  davvero  non  li  avrebbe
    ricevuti.  Ma ben presto si accorse che,  quantunque i salotti fossero
    per lui,  personalmente,  aperti,  per Anna rimanevano inesorabilmente
    chiusi;  come nel gioco al gatto e al topo,  le mani,  alzate per lui,
    immediatamente si abbassavano davanti ad Anna.
    Una delle prime dame dell'aristocrazia pietroburghese, in cui Vronskij
    s'imbatt, fu sua cugina Betsy.
    - Finalmente!  - lo accolse con gioia.  - E Anna?  Come sono contenta!
    Dove avete preso alloggio?  Immagino facilmente quanto debba sembrarvi
    orribile Pietroburgo,  dopo il vostro  delizioso  viaggio  all'estero.
    Immagino  la  vostra luna di miele a Roma...  E il divorzio?  E' stato
    definito tutto?
    Vronskij not che l'entusiasmo di Betsy si spense,  non  appena  seppe
    che il divorzio non era ancora stato pronunziato.
    -  So  che  mi butteranno la pietra addosso - ella disse - ma io verr
    ugualmente a trovare Anna. S, ci verr senz'altro.  Non vi tratterete
    molto, vero?
    Il giorno stesso,  infatti,  ella and a trovare Anna,  ma il suo tono
    era ormai ben diverso da quello di un tempo.  Era evidentemente  fiera
    della  propria  audacia e desiderava che Anna apprezzasse quella prova
    di fedelt e di amicizia.  Non  si  trattenne  pi  di  dieci  minuti,
    convers sulle novit del giorno e, congedandosi, disse:
    -  In  conclusione,  non  mi  avete  detto  quando sar pronunziato il
    divorzio.  Io,  comunque,  ho buttato la  mia  cuffia  al  di  l  del
    mulino...  ma  troverete molti che alzeranno il bavero e vi opporranno
    un'accoglienza gelida,  sino a quando non sarete sposati.  E' una cosa
    tanto semplice,  adesso! "a se fait" (142). Dunque partirete venerd?
    Peccato che non ci potremo pi vedere...
    Dal  tono  di  Betsy,   Vronskij  avrebbe  dovuto   indovinare   quale
    accoglienza la societ riservava loro; volle, tuttavia, fare ancora un
    tentativo  in  seno alla propria famiglia.  Sulla madre poteva contare
    poco.  Sapeva che essa,  cos entusiasta di Anna  al  primo  incontro,
    sarebbe  ora  stata  inesorabile  verso di lei,  che aveva spezzato la
    carriera del figlio.  Riponeva,  per,  grandi speranze su Vrija,  la
    moglie  del  fratello.  Aveva  la  convinzione  che la cognata non gli
    avrebbe scagliato la pietra e che, con tutta semplicit e risolutezza,
    sarebbe andata da Anna e l'avrebbe ricevuta in casa sua.
    Il giorno successivo al  suo  arrivo,  Vronskij  si  rec  da  lei  e,
    trovatala sola, manifest apertamente il proprio desiderio.
    -  Tu  sai,  Aleksj,  quanto ti voglio bene e come sono pronta a fare
    tutto per te - disse,  dopo averlo ascoltato;  - ora,  se mi tengo  in
    disparte,   perch so che non posso essere utile n a te,  n ad Anna
    Arkdevna - continu articolando  distintamente  i  due  nomi.  -  Non
    credere,  ti prego,  che io giudichi e condanni.  Mai!  Forse,  al suo
    posto, avrei fatto come lei. Io non entro e non posso entrare in alcun
    particolare - aggiunse timidamente scrutando il viso del cognato,  che
    si  andava facendo scuro - ma bisogna pur chiamare le cose con il loro
    nome.  Tu desideri che io le faccia  visita,  che  la  riceva  e,  con
    questo, che, in certo modo, la riabiliti agli occhi del mondo. Ma devi
    capire  che  io "non posso" farlo.  Le mie figliole si fanno grandi ed
    io,  data la posizione di mio marito,  sono costretta a frequentare la
    societ.  Bene,  ammettiamo  che io vada da Anna Arkdevna;  non potr
    per invitarla a casa mia,  o dovr farlo  in  modo  che  qui  non  si
    imbatta  in  persone  che  vedono la cosa in altro modo,  e questo non
    sarebbe per lei un'offesa? Io non posso riabilitarla...
    - Ma io non ammetto, neppure per un attimo, che Anna sia caduta pi in
    basso di quanto lo siano centinaia di donne che voi ricevete  in  casa
    vostra!  -  l'interruppe  Vronskij,  sempre pi accigliato.  E,  detto
    questo,  si alz avendo capito che  la  decisione  della  cognata  era
    irrevocabile.
    - Aleksj,  non essere in collera con me! Comprendimi, ti prego. Non 
    colpa mia - disse Vrija guardandolo con un timido sorriso.
    - Non sono in collera con te - disse in tono sempre pi cupo ma questo
    mi  fa  doppiamente  male,  e  mi  fa  male  perch  rompe  la  nostra
    amicizia...  o,  se anche vogliamo ammettere che non la rompa,  certo
    che  la  indebolisce.  Anche  per  me,  lo  capirai,  non  pu  essere
    diversamente.
    E, detto questo, se ne and via.
    Vronskij si rese finalmente conto che ogni ulteriore tentativo sarebbe
    stato  vano  e  che non c'era altro da fare che trascorrere quei pochi
    giorni a Pietroburgo come in una citt straniera,  evitando  qualsiasi
    rapporto con il mondo di prima per non esporsi a dispiaceri e a offese
    che gli erano tanto penosi.  Una delle cose che lo fecero maggiormente
    soffrire a Pietroburgo fu di sentire ovunque il proprio nome collegato
    con quello di Aleksj Aleksndrovic'.  Non  era  possibile  intavolare
    alcuna  conversazione  senza  che  essa finisse per deviare su Aleksj
    Aleksndrovic';   non  si  poteva  andare  in   nessun   luogo   senza
    incontrarlo.  Cos,  almeno,  pareva  a  Vronskij,  come accade a chi,
    avendo un dito malato, crede di urtarlo ovunque.
    La permanenza a Pietroburgo era resa ancora pi  penosa  per  Vronskij
    dall'atteggiamento  di Anna,  che gli appariva di un umore nuovo,  per
    lui incomprensibile.  A tratti si dimostrava appassionata e tenera,  a
    tratti  gelida  e irritabile.  Era evidentemente tormentata da qualche
    cosa, che voleva nascondergli,  e pareva insensibile agli affronti che
    avvelenavano,  invece,  la  vita  a Vronskij;  mentre la sua finissima
    sensibilit avrebbe dovuto  farglieli  sentire  pi  vivamente  che  a
    Vronskij stesso.


    CAPITOLO 29.

    Il principale scopo del viaggio in Russia era,  per Anna, il desiderio
    di  poter  rivedere  il  figlio.   Dal  giorno  della   sua   partenza
    dall'Italia, il pensiero di questo incontro continuava a ossessionarla
    e,  quanto  pi  si  avvicinava  a  Pietroburgo,  tanto  pi grandi le
    apparivano l'importanza e la gioia di esso.  Non si poneva il problema
    di  come  avrebbe  potuto  combinare  l'incontro,  giacch  le  pareva
    naturale e semplice vedere il figlio quando fosse  stata  nella  citt
    dove  lui viveva;  ma,  all'arrivo a Pietroburgo,  di colpo le apparve
    chiara la sua attuale posizione in societ e si rese conto che sarebbe
    stato tutt'altro che facile ottenere l'incontro con Serza.
    Era a Pietroburgo ormai da due giorni.  Il  pensiero  del  figlio  non
    l'abbandonava un istante, eppure non l'aveva ancora veduto. Sentiva di
    non  avere  il  diritto  di  andare direttamente in casa,  dove poteva
    incontrare Aleksj Aleksndrovic' e poteva correre il rischio che  non
    la lasciassero neppure entrare e che le facessero un affronto... Anche
    il  solo pensiero di mettersi per scritto in rapporto con il marito le
    riusciva penoso: tornava calma soltanto  quando  non  pensava  a  lui.
    Vedere  il figlio durante la passeggiata,  dopo essersi informata dove
    andava e a che ora,  per lei  era  poco:  si  era  tanto  preparata  a
    quell'incontro,  aveva tante cose da dirgli,  tanti baci da dargli! La
    vecchia "njnja" di Serza avrebbe potuto aiutarla e darle consigli  e
    informazioni,  ma  essa non era pi in casa di Aleksj Aleksndrovic'.
    Che fare?  In queste esitazioni e nella ricerca della  "njnja"  perse
    due giorni.
    Venuta   poi   a   conoscenza   degli   stretti  rapporti  di  Aleksj
    Aleksndrovic' con la contessa Ldija Ivnovna,  Anna  si  decise,  il
    terzo  giorno,  di  scrivere a quest'ultima una lettera,  che le cost
    grande fatica e nella quale,  volutamente,  alludeva alla  magnanimit
    del  marito,  dal  quale  doveva  dipendere  il  permesso di vedere il
    figlio.  Sapeva che,  se il marito avesse letto la  lettera,  per  non
    contraddirsi nella sua parte di uomo magnanimo, non le avrebbe opposto
    un rifiuto.
    Il fattorino che port la lettera a Ldija Ivnovna, le riport la pi
    crudele,  inattesa risposta. Non si era mai sentita cos umiliata come
    nel momento in cui,  chiamato il fattorino,  aveva  udito  da  lui  il
    racconto  particolareggiato del modo in cui era stato ricevuto e della
    frase: Non c' risposta,  che gli avevano ordinato di  trasmetterle.
    Anna  si  sent  offesa  e umiliata come non mai,  ma cap che dal suo
    punto di vista la contessa  Ldija  Ivnovna  aveva  ragione.  Il  suo
    dolore fu poi tanto pi forte per il fatto che era sola a sopportarlo.
    Non  poteva e non voleva confidarsi con Vronskij.  Sapeva che per lui,
    bench fosse la causa principale della sua  infelicit,  la  questione
    dell'incontro di lei con il figlio era cosa di poca importanza. Sapeva
    che  egli  non sarebbe mai stato in grado di comprendere la profondit
    della sua sofferenza e sapeva, soprattutto, che il tono freddo, con il
    quale le avrebbe parlato,  glielo avrebbe fatto odiare.  E  di  questo
    aveva  paura,  pi di ogni cosa al mondo;  perci gli nascondeva tutto
    quanto riguardava il figlio.
    Rimasta in albergo tutta la giornata a meditare sul modo di incontrare
    Serza,  si era fermata sulla decisione di  scrivere  direttamente  al
    marito  e  gi  si  accingeva a stendere questa lettera,  quando le fu
    recapitato il biglietto di Ldija Ivnovna. Il silenzio della contessa
    l'aveva domata e sottomessa,  comunque vi si  era  rassegnata,  ma  il
    biglietto, tutto quello che vi lesse tra le righe la resero furiosa, e
    quel  rancore,  in  cos  evidente  contrasto  con  la  sua legittima,
    appassionata tenerezza per il figlio,  la disgust  al  punto  che  si
    rivolt  contro  gli  altri  e  cess  di accusare se stessa.  Quanta
    crudelt,  quanta ipocrisia,  quanta  freddezza  di  sentimenti!,  si
    disse.  Vogliono  soltanto  offendermi e tormentare il bambino,  e io
    dovrei sottomettermi? No,  a nessun costo!  Quella donna  peggiore di
    me! Io, almeno, non mento.
    E,  di  punto  in  bianco,  decise  che il giorno dopo,  compleanno di
    Serza,  sarebbe andata  direttamente  in  casa  del  marito,  avrebbe
    corrotto  la  servit,  avrebbe usato l'astuzia,  ma a qualsiasi costo
    avrebbe riveduto il figlio e messo fine a quel  mostruoso  inganno  di
    cui avevano circondato il disgraziato bambino.
    Si  rec  ad  acquistare dei balocchi,  prepar il suo piano d'azione:
    sarebbe  andata  di  mattina,  assai  per  tempo,  alle  otto,  quando
    certamente  Aleksj  Aleksndrovic' non si era ancora alzato;  avrebbe
    tenuto pronto il denaro da dare al portiere e al domestico  perch  la
    facessero entrare e, senza sollevare il velo, avrebbe detto che veniva
    da  parte  del  padrino  di  Serza  a  fare  gli  auguri  e che aveva
    l'incarico di porre i  giocattoli  accanto  al  letto  del  ragazzino.
    L'unica  cosa  che  non  prepar furono le parole che avrebbe detto al
    figlio... Per quanto ci pensasse, non riusciva a immaginarle...
    Il giorno successivo,  verso le otto del mattino,  Anna smont da  una
    vettura  di  piazza  e  son  all'ingresso grande della sua casa di un
    tempo.
    - Va'  a  vedere  che  cosa  vogliono.  C'  una  signora...  -  disse
    Kapitonyc',  che  non  era ancora vestito e guardava dalla finestra la
    signora velata, ritta accanto alla porta.
    L'aiutante del portiere,  un ragazzo  che  Anna  non  conosceva,  fece
    appena  in tempo ad aprire,  che gi la signora era entrata e,  tirato
    fuori dal manicotto un biglietto da tre rubli,  glielo fece  scivolare
    in mano.
    -  Serza...  Sergj Aleksevic' - profer d'un fiato,  e fece qualche
    passo in avanti.
    Dopo aver guardato il biglietto,  l'aiutante  del  portiere  la  ferm
    vicino alla seconda porta vetrata.
    - Cosa volete? - le domand.
    Ella non ud e non rispose nulla.
    Avendo notato la confusione della sconosciuta, lo stesso Kapitonyc' le
    venne incontro,  le si avvicin,  la fece passare e le chiese che cosa
    volesse.
    - Da parte del principe Skorodumov per Sergj  Aleksevic'  -  rispose
    Anna.
    -   Non    ancora  alzato  -  la  inform  il  portiere  esaminandola
    attentamente.
    Anna non si aspettava che la vista dell'anticamera di quella casa,  in
    cui  aveva  abitato  per nove anni e dove nulla era mutato,  l'avrebbe
    impressionata con tanta forza.  Nella sua  mente,  uno  dopo  l'altro,
    sorsero i ricordi,  gioiosi e tormentosi, e, per un istante, dimentic
    perch fosse venuta.
    - Volete attendere? - domand Kapitonyc' togliendole la pelliccia.
    Nel medesimo istante la guard in faccia, la riconobbe e, in silenzio,
    le fece un profondo inchino.
    - Vi prego, eccellenza - disse.
    Anna avrebbe voluto parlare,  ma la voce  le  venne  meno;  dopo  aver
    gettato  uno  sguardo  supplichevole  al  vecchio,  si avvi su per la
    scala, a passi rapidi e leggeri. Tutto piegato in avanti e inciampando
    con le soprascarpe a ogni gradino, Kapitonyc' le corse dietro cercando
    di oltrepassarla.
    - C' il precettore di  l,  forse  non    ancora  vestito.  Vado  ad
    avvertirlo.
    Anna continuava a salire la ben nota scala, senza comprendere che cosa
    dicesse il vecchio.
    - Di qui, a sinistra, favorite. Scusate se ancora non sono state fatte
    le  pulizie.  Ora  dorme  nel  salotto dei divani - diceva il portiere
    ansimando.   -  Permettete,   eccellenza,   abbiate   pazienza...   do
    un'occhiata - e,  sorpassatala, socchiuse una porta. Anna si ferm, in
    attesa.
    - Si  appena svegliato - disse il portiere uscendo di nuovo.
    E,  nel momento stesso in cui il vecchio  pronunziava  quelle  parole,
    Anna  ud  uno sbadiglio infantile e,  alla sola intonazione di quello
    sbadiglio,  ella riconobbe il suo  figliolo  e  lo  vide,  come  vivo,
    davanti a s.
    - Lasciami, lasciami... va'! - disse ed entr.
    A destra della porta c'era un letto e,  sul letto, un bimbo in camicia
    da notte, con il corpicino piegato in avanti,  si stiracchiava finendo
    dl sbadigliare; nel momento stesso in cui le sue labbra si unirono, si
    atteggiarono  a  un sorriso beatamente sonnolento e sempre sorridendo,
    ricadde lentamente sul guanciale
    - Serza! - mormor Anna avvicinandosi a lui senza rumore.
    Da quando erano separati,  nella sua pienezza d'amore  per  l'assente,
    Anna  lo rivedeva sempre come un bimbo di quattro anni nell'et in cui
    l'aveva maggiormente amato.  Ora egli non assomigliava nemmeno  pi  a
    quello che aveva lasciato: si era fatto pi alto ed era dimagrito.
    Che  visetto  affilato!  Che  capelli corti!  E che braccia lunghe...
    Quanto  mutato dal giorno in cui l'ho lasciato!  Eppure  sempre lui:
    ecco la testa, ecco le sue labbra, ecco il suo esile collo morbido, le
    spalle forti... tutto ancora lui!.
    - Serza! - ripet Anna, proprio all'orecchio del bambino.
    Serza si sollev di nuovo su un gomito, gir la testa scarmigliata da
    tutt'e  due  le  parti come cercando qualcosa,  e apr gli occhi.  Per
    alcuni secondi guard silenziosamente e  interrogativamente  la  madre
    china sopra di lui,  poi,  a un tratto,  sorrise di beatitudine e, con
    gli occhi mezzo chiusi dal sonno, si lasci cadere gi, ma non riverso
    sul guanciale, bens tra le braccia di lei.
    - Serza!  Bambino mio caro!  - mormor Anna  sentendosi  soffocare  e
    stringendosi al petto il corpicino del figliolo.
    -  Mamma!  -  egli  mormor  agitandosi tra le sue braccia,  quasi per
    sentirla pi vicina.
    Sorridendo assonnato,  sempre con gli occhi socchiusi,  si afferr con
    una mano alla spalliera del letto e con l'altra al collo della madre e
    le si butt addosso,  inondandola di quel dolce profumo di tepore e di
    sonno che hanno soltanto i bambini,  e cominci a strofinare  il  viso
    contro il collo e le spalle di lei.
    - Lo sapevo! - disse socchiudendo gli occhi. - E' il mio compleanno, e
    sapevo che saresti venuta. Adesso mi alzo subito.
    E, mentre parlava, si riassop.
    Anna  lo divorava con lo sguardo: vedeva i cambiamenti avvenuti in lui
    durante la sua assenza,  riconosceva  a  malapena  le  gambette  nude,
    diventate   cos   lunghe,   che  si  erano  liberate  dalla  coperta,
    riconosceva le guance  smagrite,  i  capelli  tagliati  corti  che  si
    arricciavano sulla nuca,  dov'ella cos spesso l'aveva baciato.  Se lo
    stringeva forte al cuore, e le lacrime le impedivano di parlare.
    - Perch piangi,  mamma?  -  domand  il  bimbo,  ormai  completamente
    sveglio.  -  Mamma,  perch  piangi?  -  ripet con una voce in cui si
    sentivano tremare le lacrime.
    - Io? No, non pianger pi... Piango di gioia. Era tanto tempo che non
    ti vedevo...  ma ora,  ecco,   finito,  non pianger  pi    prosegu
    inghiottendo  le  lacrime e voltandosi dall'altra parte.- Be',  adesso
    devi vestirti - disse quando si fu un  po'  calmata  e,  dopo  qualche
    minuto di silenzio,  senza lasciare la sua mano, si sedette accanto al
    letto,  su di una sedia dov'erano preparati i vestiti di  Serza...  -
    Come  fai  a  vestirti senza di me?  Come...  - avrebbe voluto parlare
    semplicemente e allegramente, ma non vi riusciva,  e di nuovo si volt
    dall'altra parte.
    -  Non mi lavo pi con l'acqua fredda,  il babbo non vuole.  E Vasilij
    Lukc' l'hai visto?  Ora  verr...  Mamma,  ti  sei  seduta  sui  miei
    vestiti! - E Serza scoppi in una sonora risata.
    Anna lo guard e sorrise.
    - Mamma,  mammina cara!  - grid il bimbo gettandosi di nuovo verso di
    lei e abbracciandola,  come se soltanto ora,  dopo aver visto  il  suo
    sorriso, avesse chiaramente compreso ci che succedeva.
    - Questo no, non  necessario - disse togliendole il cappello. E, come
    se  la  rivedesse  per  la  prima  volta a testa scoperta,  riprese ad
    abbracciarla.
    - Che cosa hai pensato di me? Hai creduto che fossi morta?
    - Non ci ho mai creduto.
    - Non l'hai creduto, piccolo mio?
    - Lo sapevo, lo sapevo!  - egli disse ripetendo la sua frase preferita
    e, afferrata la mano che gli accarezzava i capelli, cominci a premere
    il palmo alla propria bocca e a baciarla.


    CAPITOLO 30.

    Vasilij  Lukc'  non  cap  a tutta prima chi mai poteva essere quella
    signora ma poi,  avendo appreso dalle parole dei due che  si  trattava
    della  mamma  che  aveva  abbandonato  il  marito e che egli non aveva
    conosciuta,  perch entrato nella casa quando lei era gi andata  via,
    rimase   assai   perplesso   se   dovesse  o  meno  informare  Aleksj
    Aleksndrovic'.  Decise infine che il suo dovere  era  di  far  alzare
    Serza  all'ora  stabilita,  senza  preoccuparsi di chi ci fosse nella
    camera,  anche se si trattava della madre.  Si vest,  si accost alla
    porta e l'apr.
    Ma  le carezze che si scambiavano madre e figlio,  il suono delle loro
    voci, le parole che si dicevano, gli fecero cambiare opinione.  Scosse
    la  testa,  sospir  e  richiuse  la  porta.  Aspetter  ancora dieci
    minuti, si disse tossicchiando e asciugandosi le lacrime.
    Tra la servit della casa c'era grande agitazione.  Tutti gi sapevano
    che  era venuta la signora,  che Kapitonyc' l'aveva lasciata entrare e
    che ella ora si trovava nella camera del figlio; ma,  sapendo che ogni
    mattina il signore passava verso le nove da Serza, tutti capivano che
    un  incontro  tra  marito  e  moglie  era  impossibile e che bisognava
    impedirlo.
    Kornj,  il maggiordomo,  sceso  in  portineria,  domand  chi  avesse
    lasciato entrare la signora e, saputo che era stato proprio Kapitonyc'
    a  riceverla  e  ad  accompagnarla di sopra,  rimprover aspramente il
    vecchio.  Il portiere  taceva  ostinatamente,  ma  quando  Kornj  gli
    dichiar  che  meritava  di  essere  scacciato,  Kapitonyc'  scatt e,
    agitando le mani davanti al viso di Kornj, gli disse:
    - Gi, tu non l'avresti lasciata entrare,  eh?  L'ho servita per dieci
    anni e da lei non ho avuto altro che favori;  secondo te, adesso avrei
    dovuto dirle: Abbiate la bont di andarvene....  Questo avrei dovuto
    fare?  Gi,  la  politica  la capisci bene,  eh!  Proprio cos!  Pensa
    piuttosto a te,  che derubi il padrone  e  ti  porti  via  persino  la
    pelliccia di procione...
    -  Soldataccio!  -  rispose  con  disprezzo Kornj e si volt verso la
    "njnja" che entrava.  - Giudicate voi,  Mrija Efmovna: ha  lasciato
    entrare  la  signora,  senza  dir  niente  a  nessuno,  e  ora Aleksj
    Aleksndrovic',  non  appena  sar  alzato,  andr  nella  stanza  del
    figlio...
    -  Brutto  affare!  -  esclam la vecchia.  - Voi,  Kornj Vaslevic',
    cercate in qualche modo di trattenere il padrone e io, intanto,  corro
    ad avvertire la signora e la far andare via. Brutto affare !
    Quando   la  "njnja"  entr  nella  stanza  di  Serza,   egli  stava
    raccontando alla madre che lui  e  Ndenka  erano  caduti  insieme  da
    un'altura  e  avevano fatto ben tre capriole.  Anna ascoltava il suono
    della sua voce, vedeva il suo viso, la mobilit delle sue espressioni,
    gli toccava le braccia,  ma non capiva nulla di quanto  il  figlio  le
    diceva. Bisognava andar via, bisognava lasciarlo... Ella non sentiva e
    non capiva che questo.
    Aveva  sentito  il  passo di Vasilij Lukc' che si era avvicinato alla
    porta e  il  suo  tossicchiare  discreto;  udiva  ora  i  passi  della
    "njnja",  ma  continuava  a  rimanere  l  seduta,  immobile come una
    statua, senza trovare la forza n di alzarsi, n di parlare.
    - Signora,  mia dolce colomba - esclam la  vecchia  avvicinandosi  ad
    Anna e baciandole le mani e le spalle. - Dio ha mandato un grande dono
    al  nostro  festeggiato.  Voi non siete affatto cambiata...  sempre la
    stessa siete...
    - Ah,  "njnja" cara,  io non sapevo che fossi in casa -  disse  Anna,
    tornata in s per un momento.
    -  Non sto pi qui,  vivo con mia figlia,  ma sono venuta per fare gli
    auguri a Serza, Anna Arkdevna, colombella mia!
    E, a un tratto, scoppi in pianto e riprese a baciare la mano di Anna.
    Serza,  con gli occhi splendenti e le labbra che sorridevano,  teneva
    con  una  mano la madre e con l'altra la "njnja",  mentre con i piedi
    nudi e grassocci pestacchiava  il  tappeto.  La  tenerezza  dell'amata
    "njnja" verso sua madre lo colmava di entusiasmo.
    -  Mamma!  Lei  viene  spesso  a trovarmi,  e quando viene...  - Ma si
    interruppe,  vedendo che la "njnja" bisbigliava qualcosa alla  mamma,
    il cui volto aveva assunto un'espressione di timore e di vergogna, che
    cos poco le si addiceva.
    Anna si avvicin al bimbo.
    - Piccolo mio! - gli disse.
    Non  riusc  a  pronunziare  la  parola  "addio",  ma la disse per lei
    l'espressione del suo viso, e il bimbo comprese.
    - Caro,  caro Kutk!  - mormor ancora Anna usando il nome con cui  lo
    chiamava quando era piccolino.  - Tu non mi dimenticherai, vero? Tu...
    - ma non pot aggiungere altro.
    Quante parole,  pens pi tardi,  avrebbe potuto dirgli!  Ma  in  quel
    momento  non era in grado di parlare.  Serza,  per,  comprese tutto,
    comprese che la mamma lo amava e che era  infelice  e  comprese  anche
    quello che la "njnja" aveva bisbigliato alla mamma.  Aveva sentito le
    parole: sempre verso le nove e aveva capito che esse  si  riferivano
    al padre,  e che il padre e la madre non dovevano incontrarsi.  Capiva
    tutto questo,  s,  ma una cosa non riusciva ad afferrare: perch  sul
    viso della mamma era apparsa quell'espressione di paura e di vergogna?
    Ella  non  era  colpevole  di  nulla,  eppure  aveva paura di lui e si
    vergognava di qualcosa.  Avrebbe voluto fare una domanda  che  avrebbe
    chiarito tutti i suoi dubbi, ma non os: vedeva che la mamma soffriva,
    ed  egli  ne  provava  tanta  pena.  In  silenzio l'abbracci e poi le
    sussurr:
    - Non andare ancor via, non verr cos presto...
    Anna lo allontan da s un istante per cercare di leggere sul suo viso
    se comprendeva quello che diceva,  e nell'espressione del  suo  volto,
    pieno di timore,  cap che, non solo parlava del padre, ma pareva pure
    chiedere quel che dovesse pensarne.
    - Serza,  mio tesoro,  devi volergli bene -  disse  Anna.  -  Egli  
    migliore,   pi buono di me, e io sono colpevole verso di lui. Quando
    sarai grande, capirai e giudicherai.
    - Migliore di te no, non c' nessuno!  - grid Serza con disperazione
    attraverso  le  lacrime  e,  afferrata  la madre alle spalle,  prese a
    stringerla  a  s  con  tutte  le  forze  delle  piccole  braccia  che
    tremavano.
    - Mio tesoro, mio piccolo! - balbett Anna e cominci a piangere anche
    lei infantilmente, come piangeva Serza.
    In quel momento si apr la porta ed entr Vasilij Lukc'.
    Dall'altra  parte  dell'uscio  si  udirono  dei  passi,  e  la vecchia
    "njnja" sussurr spaventata:
    - Viene! - e porse ad Anna il cappello
    Serza si abbandon sul letto singhiozzando,  coprendosi il volto  con
    le  mani.  Anna  gliele  allontan  per  baciargli ancora una volta le
    guance bagnate, e usc a passo precipitoso.
    Aleksj Aleksndrovic' veniva verso di lei.
    Vedendola, si ferm e la salut con un cenno del capo.
    Bench Anna avesse, un momento prima,  affermato che egli era migliore
    di  lei,  il  rapido  sguardo  che gli gett,  abbracciandone tutta la
    figura in ogni suo particolare,  risvegli in lei un senso di disgusto
    e di rancore a suo riguardo, e di invidia in rapporto al figliolo. Con
    gesto rapido,  abbass il velo e,  affrettando il passo, usc quasi di
    corsa.
    Nella fretta,  ella aveva dimenticato nella carrozza i  giocattoli,  e
    quei giocattoli,  scelti con tanto amore e tanta tristezza per il  suo
    bimbo, dovette riportarseli all'albergo.


    CAPITOLO 31.

    Per quanto Anna  avesse  desiderato  ardentemente  l'incontro  con  il
    figlio,  per  quanto  l'avesse  meditato e vi si fosse preparata,  non
    immaginava che esso l'avrebbe tanto colpita.
    Tornata in albergo,  nel suo solitario appartamento,  per un pezzo non
    riusc a capire perch si trovasse l.  S,  tutto  finito e sono di
    nuovo sola!, si disse e, senza togliersi il cappello,  and a sedersi
    su una poltrona,  accanto al camino.  Con gli occhi immobili, fissi su
    un orologio di bronzo,  che stava  su  un  tavolo  posto  tra  le  due
    finestre, si immerse nei suoi pensieri.
    La  cameriera francese,  che aveva condotto con s dall'estero,  entr
    per chiederle se volesse cambiarsi abito. Anna la guard con stupore e
    disse:
    - Pi tardi.
    Un cameriere le offr di portarle il caff, ma anche a lui rispose:
    - Pi tardi.
    Entr anche la balia italiana, recando in braccio la bimba,  che aveva
    appena vestita.  La piccola, graziosa e paffutella, non appena vide la
    madre, protese le braccine verso di lei, e sorridendo con la boccuccia
    sdentata,  cominci a batter l'aria con le manine,  come un pesce  che
    agiti  le pinne,  facendo frusciare le pieghe inamidate del gonnellino
    ricamato. Era impossibile non sorridere e non baciare quella deliziosa
    creaturina,  era impossibile rifiutare di tenderle un dito al quale si
    aggrappava  con  strilli  di  gioia  agitando tutto il corpicino;  era
    impossibile non porgerle il labbro che, ella, per baciarlo,  si tirava
    in bocca.  E Anna fece tutto questo: la prese tra le braccia,  la fece
    saltellare,  baci le rosee guance fresche e le braccia  nude,  ma  la
    vista   della   figlioletta  le  fece  chiaramente  intendere  che  il
    sentimento che provava per lei non era neppure tenerezza in  confronto
    con quello che provava per Serza. Quella creaturina era deliziosa, ma
    il cuore di Anna restava insensibile. Mentre sul primogenito, che pure
    era  figlio  di  un uomo che ella non amava,  aveva riversato tutta la
    carica di amore insaziato,  la bimba,  nata in condizioni e in momenti
    penosissimi,  non aveva ricevuto nemmeno la centesima parte delle cure
    prodigate a Serza. Inoltre quella bimba non rappresentava per lei che
    attese e speranze,  mentre Serza era ormai un uomo,  un piccolo  uomo
    che conosceva gi la lotta dei pensieri e dei sentimenti.  Egli capiva
    sua madre,  le  voleva  bene,  forse  la  giudicava...  pensava  Anna,
    ricordando  le  parole e gli sguardi del figlio.  Ma intanto era,  non
    solo fisicamente, ma anche spiritualmente separata da lui per sempre e
    per quello stato di cose non c'era rimedio possibile.
    Diede la bimba alla  balia,  la  conged  e  apr  il  medaglione  che
    conteneva  la  fotografia  di  Serza quando aveva quasi la stessa et
    della bambina.  Si alz e,  toltosi il cappello,  prese dal tavolo  un
    album  in cui c'erano le fotografie del figlio in et diverse.  Voleva
    confrontarle  le  une  con  le  altre,  e  cominci  a  tirarle  fuori
    dall'album.  Le aveva levate tutte,  salvo l'ultima, la pi bella, che
    rappresentava Serza in blusetta bianca,  a cavallo di una sedia,  con
    le sopracciglia aggrottate e la faccina sorridente.  Era quella la sua
    espressione pi caratteristica,  la  migliore.  Con  le  piccole  dita
    sottili  che  si movevano quel giorno in modo particolarmente nervoso,
    ella afferr diverse volte l'angolo del cartoncino,  ma non  riusc  a
    farlo  venir  fuori.  Sulla tavola non c'era alcun tagliacarte e Anna,
    estratta a caso un'altra fotografia (rappresentava  Vronskij  a  Roma,
    con il cappello a cencio e i capelli lunghi), se ne serv per spingere
    quella del figlio.
    Eccolo!,  pens,  guardando la fotografia di Vronskij e a un tratto,
    si ricord che era lui la causa di tutte le sue sofferenze.  In  tutta
    la mattinata non aveva pensato nemmeno una volta a lui,  ma ora,  alla
    vista di quel volto nobile, energico, a lei cos noto e caro, sent un
    inaspettato slancio di amore e di tenerezza. Dov'?  Perch mi lascia
    sola con le mie sofferenze? pens all'improvviso con un sentimento di
    rimprovero,  dimenticando  per  che  era stata proprio lei a tenergli
    nascosto tutto quanto riguardava il  figlio.  Mand  a  chiedergli  di
    salire subito e lo attese con il cuore stretto,  immaginando le parole
    che ella gli avrebbe detto e le frasi d'amore di lui,  che l'avrebbero
    consolata.  Il  cameriere  torn  a  riferirle  che  Vronskij aveva un
    ospite,  ma che sarebbe venuto subito se lei poteva riceverlo  con  il
    principe Jasvin, giunto da poco a Pietroburgo.
    Non verr solo!  E dire che  da ieri,  all'ora di pranzo, che non mi
    vede!, pens.  Non verr solo e cos io non potr dirgli nulla!.  E
    improvvisamente  un  terribile  pensiero  le  balen alla mente: E se
    avesse cessato di amarmi?.
    Subito pass in rassegna nella sua mente gli avvenimenti degli  ultimi
    giorni,   e   le  parve  di  trovare  la  risposta  al  suo  terribile
    interrogativo.  Il giorno avanti,  egli non aveva  pranzato  con  lei;
    inoltre,   gi  prima,   aveva  insistito  perch  a  Pietroburgo  non
    alloggiassero nello stesso appartamento,  e ora non veniva solo,  come
    se volesse evitare un colloquio a tu per tu.
    Ma  allora  ha  il dovere di dirmelo...  ho bisogno di saperlo.  Se 
    vero, so ci che mi resta da fare, si disse,  pur non avendo la forza
    di immaginarsi la situazione in cui si sarebbe trovata quando si fosse
    convinta  dell'indifferenza di lui.  Al pensiero che egli non l'amasse
    pi,  si sentiva vicina alla disperazione,  e questo pensiero le diede
    una particolare eccitazione. Chiam la cameriera, entr nello stanzino
    di toeletta e prese a vestirsi con cura meticolosa,  come se Vronskij,
    diventato indifferente,  potesse innamorarsi di nuovo alla vista di un
    abito o di un'acconciatura che le si addicessero meglio di altri abiti
    o  di  altre acconciature.  Il campanello squill prima che ella fosse
    pronta...
    Entrando in  salotto,  il  primo  che  scorse  fu  Jasvin,  che  stava
    guardando le fotografie di Serza,  da lei lasciate sul tavolo,  e che
    non si affrett a guardare dalla sua parte.
    - Noi ci conosciamo da  parecchio  tempo  -  disse  Anna  al  principe
    avvicinandoglisi  e  ponendo  la  sua piccola mano in quella grande di
    Jasvin, che si sent tutto turbato, cosa questa che appariva strana in
    quell'uomo gigantesco, dal viso pieno di energia. - Ci siamo veduti lo
    scorso anno alle corse...  Date  qui!  -  diss'ella  poi  a  Vronskij,
    togliendogli di mano,  con un gesto deciso,  le fotografie del figlio,
    che egli stava osservando,  e fissandolo in modo significativo con gli
    occhi  scintillanti.  -  Quest'anno  sono  state  belle le corse?  Noi
    abbiamo veduto quelle del Corso,  a Roma.  Ma a voi la vita all'estero
    non piace,  vero?  - aggiunse con un affabile sorriso.-  Io vi conosco
    e conosco i vostri gusti, anche se ci siamo incontrati cos poco.
    - Me ne spiace, perch,  in genere,  le mie preferenze sono di cattivo
    gusto - disse Jasvin mordicchiandosi il baffo sinistro.
    Dopo  aver  chiacchierato  un  po'  e  aver  notato che Vronskij aveva
    guardato l'orologio,  Jasvin le chiese se si sarebbe trattenuta ancora
    per molto a Pietroburgo e,  raddrizzata la sua imponente figura, prese
    il berretto.
    - Non per molto,  a quanto pare - rispose Anna  con  imbarazzo,  dando
    un'occhiata a Vronskij.
    -  Allora  non  ci  rivedremo  pi?   -  domand  Jasvin  alzandosi  e
    rivolgendosi a Vronskij. - Tu, dove pranzi?
    - Venite a pranzo da me - disse Anna,  in tono  deciso  come  stizzita
    contro se stessa per il proprio imbarazzo,  ma diventando rossa,  come
    sempre quando balzava evidente la sua situazione dinanzi a  una  nuova
    persona.  -  Qui la cucina non  straordinaria,  ma almeno starete con
    lui.  Di tutti i compagni di reggimento,  a nessuno Aleksj vuole bene
    quanto a voi.
    - Molto volentieri - disse Jasvin,  con un sorriso, dal quale Vronskij
    cap che Anna era piaciuta all'amico.
    Jasvin salut e usc; Vronskij rimase indietro.
    - Te ne vai anche tu? - gli disse Anna.
    - Sono gi in ritardo - rispose Vronskij,  e poi,  rivolto  all'amico,
    gli grid: - Ti raggiungo subito!
    Anna  gli  prese  la  mano  e,  senza abbassare gli occhi,  lo fissava
    cercando tra s che cosa avrebbe potuto dirgli per trattenerlo.
    - Aspetta, ti devo domandare una cosa - e si premette sulla guancia la
    mano di lui. - Ho fatto male a invitarlo a pranzo?
    - Hai fatto benissimo - rispose Vronskij,  con un  sorriso  tranquillo
    che metteva in mostra i bellissimi denti, e le baci la mano.
    -  Aleksj,  dimmi,  non  sei  cambiato  verso  di  me?  - chiese Anna
    stringendogli la mano con le sue. - Aleksj, non ne posso pi.  Quando
    partiamo?
    -  Presto,  presto!  Non puoi immaginare quanto questa vita sia penosa
    anche per me - rispose Vronskij, e ritrasse la mano.
    - Ebbene,  va',  va'...  - esclam  Anna,  in  tono  risentito,  e  si
    allontan in fretta.


    CAPITOLO 32.

    Quando  Vronskij  torn  a  casa,  Anna  non  c'era.  A  quanto gli fu
    riferito, era venuta una signora, con la quale ella era poi uscita. Il
    fatto che Anna fosse uscita senza lasciar detto dove andasse, il fatto
    che non era ancora rientrata,  l'altra uscita del mattino di  cui  non
    sapeva il motivo,  tutto questo, insieme con l'espressione stranamente
    eccitata del suo viso e il gesto aspro con cui gli aveva strappato  di
    mano le fotografie del figlio,  lo indussero a riflettere.  Decise che
    era necessario avere con Anna una spiegazione, e l'attese nel salotto.
    Anna,  per,  non torn sola,  ma accompagnata da  una  sua  zia,  una
    vecchia zitellona,  la principessa Oblnskaja, venuta nella mattinata,
    e con la quale Anna era uscita per fare compere. Senza badare all'aria
    preoccupata e  interrogativa  di  Vronskij,  si  mise  allegramente  a
    parlare degli acquisti fatti; ma Vronskij sentiva che in Anna accadeva
    qualcosa  fuori  dell'ordinario:  negli occhi scintillanti,  quando si
    fermavano di sfuggita su di lui,  si leggeva una  tensione  spirituale
    tutta  particolare  e  nelle  parole  e  nei  gesti  apparivano quella
    rapidit nervosa e quella grazia che tanto lo avevano affascinato  nei
    primi  tempi  della  loro  unione,  ma  che  ora lo allontanavano e lo
    preoccupavano.
    La tavola era preparata per quattro persone: stavano  per  mettersi  a
    pranzare,  quando fu annunziato Tuskevic', latore di un'ambasciata per
    Anna da parte della principessa Betsy.
    Costei si scusava per non essere venuta a salutarla; stava poco bene e
    pregava Anna di andare da lei, tra le sei e mezzo e le nove.
    Vronskij diede  un'occhiata  ad  Anna,  quella  precisazione  dell'ora
    dimostrava  chiaramente  che  erano  state  prese tutte le precauzioni
    affinch Anna non  incontrasse  nessuno,  ma  Anna  parve  non  averlo
    compreso.
    -  E'  veramente  un peccato che proprio tra le sei e mezzo le nove io
    non possa - disse con un sorriso impercettibile.
    - Alla principessa dispiacer molto!
    - Anche a me.
    - Andate forse a sentire la Patti (143)? - domand Tuskevic'.
    - La Patti? Ottima idea! Ci andrei volentieri, ma non ho un palco.
    - Se volete, io posso procurarvelo - si offerse Tuskevic'.
    - Ve ne sar gratissima - rispose Anna. - Volete rimanere a pranzo con
    noi?
    Vronskij  alz  leggermente  le  spalle.  Non  riusciva  a  capire  il
    comportamento  di  Anna.  Perch  aveva  condotto  con  s  la vecchia
    principessa?  Perch faceva rimanere a pranzo Tuskevic'  e,  cosa  pi
    sorprendente di tutte, perch voleva un palco?
    Era  mai  possibile,  nella  sua situazione,  che andasse a sentire la
    Patti,  in una serata di abbonamento,  dove ci sarebbe stato tutto  il
    bel  mondo  che la conosceva?  La guard con aria severa,  ma Anna gli
    rispose con un'occhiata provocante,  tra l'allegro e il disperato,  di
    cui  gli  sfuggiva il significato.  A pranzo,  Anna fu aggressivamente
    allegra: pareva che civettasse con Tuskevic' e con Jasvin.
    Allorch si alzarono da tavola,  Tuskevic' and  a  occuparsi  per  il
    palco e Jasvin usc a fare una fumatina.  Vronskij discese con lui nel
    proprio appartamento. Dopo esservisi trattenuto un po' di tempo, corse
    di sopra e trov Anna gi vestita. Indossava un abito scollato di seta
    chiara,  confezionato a Parigi,  e aveva sul capo un prezioso merletto
    bianco  che  le incorniciava il viso,  facendone risaltare la luminosa
    bellezza.
    -  Andate  proprio  a  teatro?  -  le  domand  Vronskij  evitando  di
    guardarla.
    - Perch me lo chiedete con aria cos spaventata?  - ella rispose,  di
    nuovo irritata perch egli non la guardava.  - Per quale motivo non ci
    dovrei andare?
    Pareva che non avesse capito il significato delle parole di Vronskij.
    -   Evidentemente   ragioni   non   ce  ne  sono  -  profer  Vronskij
    accigliandosi.
    - E' quello che dico anch'io,  no?  - rispose  Anna,  che  non  voleva
    afferrare  l'ironia  del  tono  di Vronskij,  infilandosi con calma il
    lungo guanto profumato.
    - Anna, in nome di Dio, che cosa avete? - chiese Vronskij, esattamente
    come una volta le aveva detto il marito, per richiamarla alla realt.
    - Non capisco la vostra domanda.
    - Sapete benissimo che non potete andare a teatro.
    -  Perch?  Non  ci  vado  certo  sola.  La  principessa  Varvara  sta
    vestendosi e mi accompagner.
    Vronskij   alz   le   spalle   con   un'aria   di  perplessit  e  di
    scoraggiamento.
    - Ma non lo sapete, dunque... - cominci.
    - Ma io non voglio sapere niente!  - esclam Anna,  quasi gridando.  -
    Non voglio. Mi pento forse di quello che ho fatto? No, no, mille volte
    no!  E, se si trattasse di ricominciare daccapo sarebbe lo stesso. Per
    noi,  per voi e per me,  una cosa sola importa sapere:  se  ci  amiamo
    ancora oppure no.  Il resto non conta. Perch, qui, viviamo separati e
    non ci vediamo quasi mai? Perch non posso andare a teatro? Io ti amo,
    e tutto il resto mi   indifferente,  se  tu  sei  per  me  quello  di
    prima...  - soggiunse in russo,  guardandolo negli occhi, con una luce
    particolare che egli non poteva comprendere. - Perch non mi guardi?
    Egli  la  guard.   Vide  tutta   la   bellezza   del   suo   viso   e
    dell'abbigliamento,  che le stava a meraviglia.  Ma,  in quel momento,
    erano proprio quella bellezza e quell'abbigliamento che lo irritavano.
    - Il mio sentimento non pu mutare,  lo sapete,  ma vi  prego  di  non
    andare,  ve ne supplico!  - disse Vronskij,  di nuovo in francese, con
    una tenera preghiera nella voce, ma con lo sguardo freddo.
    Anna non ud quelle parole,  ma vide la  freddezza  dello  sguardo,  e
    rispose irritata:
    - E io vi prego di spiegarmi perch non dovrei andarci.
    -  Perch questo pu essere per voi causa di...  - si turb e non pot
    proseguire.
    - Non vi capisco. Jasvin non  certo compromettente,  e la principessa
    Varvara non  peggiore di un'altra. Ah, eccola che viene!


    CAPITOLO 33.

    Per la prima volta, Vronskij prov verso Anna un sentimento di stizza,
    quasi  di  rancore  per  la  sua  ostinazione  nel non voler capire la
    delicatezza della sua situazione.  Il non poterle  spiegare  la  causa
    della propria stizza acuiva il suo sentimento. Se avesse potuto essere
    sincero,   le   avrebbe   detto:   Apparire   in   teatro  in  questo
    abbigliamento,  con la principessa che tutti conoscono,  significa non
    solo  riconoscere  la  propria  posizione di donna perduta,  ma  come
    gettare una sfida alla societ,  cio rinunziare per sempre  di  farne
    parte. Ma questo non glielo poteva dire.
    Com' possibile che non lo capisca da sola?  Che succede in lei?, si
    chiedeva  e,  mentre  la  sua  stima  per  Anna  diminuiva,  aumentava
    l'ammirazione per la bellezza di lei.
    Torn accigliato nella sua camera e,  seduto vicino a Jasvin che,  con
    le lunghe gambe distese su una sedia,  beveva un cognac con  acqua  di
    seltz, si fece servire la stessa bevanda.
    - Mi dicevi di Mogcij,  il cavallo di Lankovskij. E' un buon cavallo,
    e ti consiglio di comperarlo - disse Jasvin osservando  il  viso  cupo
    dell'amico.  -  E' un po' sfuggente di groppa ma,  quanto alla testa e
    alle zampe, non si pu desiderare di meglio.
    - Penso che lo prender - rispose Vronskij.
    Il discorso sul cavallo lo interessava, ma non poteva,  neppure per un
    istante,  dimenticare  Anna;  tendeva  involontariamente l'orecchio ai
    passi nel corridoio e continuava a lanciare occhiate all'orologio  che
    stava sul caminetto.
    -  Anna  Arkdevna  ha  ordinato  di  riferire  che   andata a teatro
    annunzi un domestico.
    Jasvin, versatosi ancora un bicchierino di cognac nell'acqua di seltz,
    si alz e si abbotton la giubba.
    - Be', andiamo? - chiese,  sorridendo impercettibilmente sotto i baffi
    e  dimostrando  con  quel sorrisetto di capire la causa dell'umor nero
    dell'amico, ma senza darvi troppa importanza.
    - Io non vengo - rispose Vronskij con aria cupa.
    - Ma io non posso mancare, l'ho promesso.  Arrivederci,  mio caro.  Se
    cambi  idea,  vieni in poltrona e prendi quella di Krasinskij aggiunse
    Jasvin uscendo.
    - No, ho da fare.
    Con la moglie si hanno seccature,  con  un'amante    ancor  peggio,
    pens Jasvin, mentre lasciava l'albergo.
    Rimasto  solo,  Vronskij  si  alz  e  cominci a passeggiare avanti e
    indietro per la camera.
    Stasera  la quarta di abbonamento...  Ci sar mio fratello  con  sua
    moglie  e,  forse anche mia madre: tutta Pietroburgo,  insomma!  Ecco,
    adesso lei entra nel palco,  si toglie la pelliccia e appare in  piena
    luce,  davanti a tutti.  Tuskevic',  Jasvin, la principessa Varvara...
    Ebbene, e io? Ho forse paura? Oppure ho dato a Tuskevic' l'incarico di
    proteggerla?  A ogni modo,   una cosa assurda,  assurda...  E  perch
    mettermi  in simile frangente?,  si disse e,  facendo un gesto brusco
    con la mano,  urt il tavolino sopra il quale stavano l'acqua di seltz
    e  la  bottiglia  del cognac e per poco,  non le butt gi.  Irritato,
    Vronskij lo  spinse  con  il  piede  e  fece  cadere  tutto.  Son  il
    campanello.
    - Se vuoi rimanere al mio servizio - disse al cameriere che entrava, -
    ricorda bene il tuo dovere.  Che questo non succeda pi! Metti tutto a
    posto.
    Il cameriere, sentendosi innocente, avrebbe voluto giustificarsi,  ma,
    data  un'occhiata  al viso del signore,  cap che era meglio tacere e,
    inginocchiatosi sul  tappeto,  cominci  a  raccogliere  i  cocci  del
    bicchiere e della bottiglia.
    - Non  affar tuo,  chiama un garzone perch riordini,  e tu preparami
    il frac.

    Vronskij entr in teatro alle otto e mezzo. Lo spettacolo era iniziato
    da un pezzo.  Un vecchio portiere tolse a  Vronskij  la  pelliccia  e,
    riconosciutolo,  lo chiam vostra eccellenza.  Vronskij gli disse di
    non fissare alcun posto, ma semplicemente di chiamare Fdor.
    Nel corridoio bene  illuminato  non  c'era  alcuno  all'infuori  delle
    maschere e di due domestici,  che tenevano sul braccio le pellicce dei
    loro  padroni  e  origliavano  alle  porte.  Si  udivano,   dall'uscio
    socchiuso,  i suoni dell'orchestra e una voce femminile che, con molta
    chiarezza,  scandiva distintamente una frase  musicale.  La  porta  si
    apr,  lasciando  sgattaiolare  una  maschera,  e  la  frase,  che  si
    avvicinava alla fine,  colp l'orecchio di Vronskij.  Ma la  porta  si
    richiuse  immediatamente  e imped a Vronskij di udire le ultime note.
    Ma lo scroscio degli  applausi  che  seguirono  fecero  comprendere  a
    Vronskij che il pezzo era finito.
    Quando entr nella sala vivamente illuminata da un lampadario centrale
    e  da lampade a gas di bronzo,  gli applausi e le grida continuavano a
    echeggiare. Sulla scena una cantante con le spalle nude e scintillante
    di gioielli, chinandosi e sorridendo, raccoglieva,  aiutata dal tenore
    che  la  teneva  per  mano,  i numerosi mazzi di fiori che,  dopo aver
    sorvolato l'orchestra,  cadevano  sulla  scena;  poi  si  avvicin  un
    signore,  con  i  capelli  lucidi  di brillantina che,  protendendo le
    lunghe braccia al  di  l  della  ribalta,  porgeva  un  astuccio.  Il
    pubblico,  in platea e nei palchi,  si agitava, si spingeva, gridava e
    applaudiva.  Il direttore d'orchestra,  ritto  sul  podio,  aiutava  a
    porgere  i  fiori,  e  si accomodava la candida cravatta.  Vronskij si
    port in mezzo alla platea e diede un'occhiata al pubblico,  curandosi
    meno  che mai dello spettacolo,  della scena e dello strepito di tutto
    quel bizzarro gregge variopinto,  poco interessante,  che  gremiva  la
    sala.
    Nei  palchi sempre le stesse signore,  con gli stessi ufficiali che le
    corteggiavano,  chini alle loro spalle;  le stesse  signore  in  abiti
    sfarzosi,  le stesse uniformi, gli stessi abiti da sera. Nel loggione,
    la stessa folla volgare e,  in tutta la sala  gremita,  nei  palchi  e
    nelle  prime  file  di  poltrone,  una quarantina di signori e signore
    rappresentanti, da soli, il gran mondo.  Su quell'oasi si fiss subito
    l'attenzione di Vronskij.
    L'atto era appena terminato e Vronskij, senza passare nel palco di suo
    fratello,  si  avvi verso la prima fila di poltrone e si ferm vicino
    alla ribalta,  insieme con Serpuchovskij  che,  scortolo  da  lontano,
    l'aveva chiamato con un sorriso.
    Vronskij  non  aveva  ancora veduto Anna: deliberatamente non guardava
    dalla sua parte ma,  dalla direzione  di  tutti  gli  sguardi,  sapeva
    dov'ella  si  trovava.  Gir attorno a s un'altra occhiata,  ma senza
    fermarla da quella parte.  Aspettandosi il  peggio,  cercava  con  gli
    occhi Aleksj Aleksndrovic' ma, per fortuna, quella sera egli non era
    a teatro.
    -   Quanto  poco  di  militaresco    rimasto  in  te!   -  gli  disse
    Serpuchovskij.  - Hai tutta l'aria di un diplomatico,  di un artista o
    di qualcosa del genere.
    - S,  non appena tornato a casa,  mi sono messo in borghese - rispose
    Vronskij sorridendo, e lentamente tir fuori il binocolo.
    - Confesso che, in questo, ti invidio proprio. Quando torno in Russia,
    ti confesso che questi me li rimetto proprio con  dispiacere  -  disse
    toccandosi le cordelline - e rimpiango la mia libert.
    Serpuchovskij aveva,  da tempo, rinunziato a insistere perch Vronskij
    seguisse la carriera militare, ma gli voleva bene come prima, e quella
    sera si mostr particolarmente affettuoso con lui.
    - Peccato che tu abbia perduto il primo atto!
    Vronskij,  ascoltando distrattamente l'amico,  spostava  il  binocolo,
    passando  lentamente  in  rivista  i palchi di primo e secondo ordine.
    Accanto a una signora in turbante e a un vecchiotto calvo che  ammicc
    furiosamente  nella  lente  del binocolo che si spostava,  a un tratto
    Vronskij vide la testa  di  Anna,  altera,  radiosamente  bella  nella
    cornice di trine. Era nel quinto palco in prima fila, a venti passi da
    lui.  Seduta accanto al parapetto e voltandosi appena, diceva qualcosa
    a Jasvin.  L'attaccatura della  testa  sulle  belle,  candide  spalle,
    l'ardore  contenuto e provocante degli occhi e del viso,  tutto in lei
    gli ricord la Anna che aveva veduto durante il ballo a  Mosca.  Ma  i
    sentimenti  che  la  bellezza  della  donna gli ispirava erano ora ben
    diversi  da  quelli  di  allora.  In  essi  non  c'era  pi  nulla  di
    misterioso,  e  perci la sua bellezza,  pure affascinandolo anche pi
    vivamente di allora,  quasi  lo  urtava,  provocandogli  un  senso  di
    offesa.  Anna non guardava dalla sua parte, ma Vronskij sentiva che lo
    aveva gi visto.
    Quando, dopo un istante, egli punt il binocolo sul palco, not che la
    principessa Varvara, particolarmente rossa,  rideva in modo innaturale
    e  si  voltava  continuamente  verso  il palco vicino;  Anna,  invece,
    battendo con il ventaglio chiuso sul velluto  rosso,  guardava  chiss
    dove,  ma  non vedeva - o meglio non voleva vedere - ci che succedeva
    nel palco vicino al suo.  Jasvin aveva sul viso la stessa  espressione
    di  quando  perdeva al gioco: accigliato,  si metteva continuamente in
    bocca il baffo sinistro aggrottando le  sopracciglia  e  guardando  di
    sbieco nel palco attiguo.
    In  quel  palco,  a  sinistra,  si  trovavano i Kartasov.  Vronskij li
    conosceva,  e con loro Anna  era  stata  in  amichevoli  rapporti.  La
    signora  Kartsova,  una  donna  magra,  piccola,  in piedi nel palco,
    voltando la schiena ad  Anna,  si  metteva,  aiutata  dal  marito,  un
    mantello  da sera;  il suo volto era pallido,  irritato,  e pareva che
    parlasse con molta agitazione.  Kartasov,  un  grosso  signore  calvo,
    cercava di calmarla e si voltava continuamente a guardare Anna.
    Quando  la  moglie  ebbe  lasciato  il  palco,  egli  indugi a lungo,
    cercando con gli occhi lo sguardo di Anna,  con il desiderio  evidente
    di  salutarla.  Ma Anna finse di non accorgersene,  si tir indietro e
    disse qualcosa a Jasvin,  chino su di lei.  Kartasov usc  senza  aver
    potuto salutare, e il palco rest vuoto.
    Vronskij  non  comprese quello che accadeva tra i Kartasov e Anna,  ma
    intu che si trattava di qualcosa di umiliante per lei. Lo cap sia da
    quello che aveva visto, sia, soprattutto,  dal volto di Anna che,  era
    chiaro, chiamava a raccolta le ultime forze per sostenere la sua parte
    sino  alla  fine e mantenersi apparentemente calma.  E questa parte di
    calma esteriore le riusc perfettamente.  Chi non conosceva lei  e  il
    suo ambiente,  chi non era al corrente della sua storia, chi non aveva
    udito le espressioni di compassione,  di  indignazione  o  di  stupore
    delle  amiche  di  un  tempo  per  l'audacia  che  si  era permessa di
    mostrarsi in societ in quella stupenda acconciatura di merletto e  in
    tutto  lo  splendore della sua bellezza,  ammirando la calma di quella
    donna,  non avrebbe certo sospettato che nel suo cuore  si  agitassero
    violentemente i sentimenti di una creatura inchiodata alla gogna.
    Rendendosi conto,  tuttavia,  che qualcosa doveva essere successo,  ma
    non sapendo con precisione che cosa,  Vronskij era in preda a un'ansia
    tormentosa e,  sperando di venire a conoscere qualche particolare,  si
    rec nel palco di suo fratello.  Attraversata di proposito  la  platea
    dal lato opposto al palchetto di Anna,  si imbatt, mentre usciva, nel
    suo antico comandante di reggimento,  che stava  discorrendo  con  due
    conoscenti.  Vronskij li udi pronunziare il nome di Karenin e not che
    il comandante si affrett a chiamarlo ad alta voce per nome,  dando un
    rapido, significativo sguardo agli interlocutori.
    -  Ah,  Vronskij!  Quando  ti  si  potr vedere al reggimento?  Non ti
    lasciamo certo partire senza un banchetto... Tu sei sempre dei nostri!
    - disse il comandante.
    - Mi dispiace molto, ma non far in tempo...  Sar per un'altra volta!
    -  rispose  Vronskij,  e  sal  di  corsa  la scala verso il palco del
    fratello.
    La vecchia contessa, madre di Vronskij, con i suoi riccioli d'argento,
    era seduta nel palco del fratello. Gli venne incontro Vrija che stava
    passeggiando nel corridoio con la principessa Sorkina.
    Vrija riaccompagn quest'ultima nel palco, dalla vecchia principessa,
    e, prendendo Vronskij a braccetto, si mise subito a parlare con lui di
    quello che gli stava a cuore.  Vronskij non  l'aveva  mai  vista  cos
    eccitata.
    -  Trovo  che    proprio  stato  un gesto vile e indegno!  La signora
    Kartsova  non  aveva  nessun  diritto  di  comportarsi  cos.  Madame
    Karnina... - prese a dire.
    - Ma che c'? Non ne so nulla, io.
    - Come? Non hai sentito?
    - Capisci bene che sar proprio l'ultimo a sapere qualche cosa.
    -  Non  pu  esistere  al  mondo  un  essere  pi  malvagio  di quella
    Kartsova!
    - Ma che ha fatto?
    - Me l'ha raccontato mio marito.  Ha offeso la  signora  Karnina.  Il
    signor  Kartasov  aveva  incominciato a discorrere con lei da un palco
    all'altro;  si dice che la moglie gli abbia  fatto  una  scenata,  che
    abbia  lanciato ad Anna Arkdevna una parola offensiva e che poi abbia
    lasciato il teatro.
    - Conte,  vostra madre vi chiama  -  disse  la  principessa  Sorkina,
    affacciandosi alla porta del palco.
    -  Sono  sempre in attesa che tu venga a trovarmi - gli disse la madre
    con un sorriso ironico. - Non ti fai pi vedere...
    Il  figlio  sent  che  sua  madre  non  riusciva  a   nascondere   la
    soddisfazione che provava.
    -  Buona  sera,  "maman".  Venivo  proprio  da voi - rispose Vronskij,
    freddamente.
    - Come mai non vai a fare la corte  a  madame  Karnina?  -  aggiunse,
    allorch  la  principessa  Sorkina  si  fu  allontanata.  "Elle  fait
    sensation. On oublie la Patti pour elle" (144)!
    - "Maman",  vi ho pregata di non parlarmi di lei  -  rispose  Vronskij
    accigliandosi.
    - Dico quello che dicono tutti...
    Vronskij  non  rispose  e,  dopo  aver  rivolto  qualche  parola  alla
    principessa Sorkina, usc. Sulla soglia si imbatt nel fratello.
    - Ah, Aleksj, che vigliaccheria! E' una stupida, nient'altro... Stavo
    per andare a salutare la signora Karnina...  andiamoci insieme -  gli
    disse.
    Vronskij non l'ascoltava.  Scese a passo veloce la scala, sentendo che
    doveva fare qualcosa: ma che cosa? Era agitato per la collera, furioso
    contro Anna per la situazione falsa in cui l'aveva messo,  e  tuttavia
    sentiva  per  lei  una  profonda  compassione.  Discese in platea e si
    diresse  senz'altro  verso  il  palco  di  Anna.   Vide  Stremv  che,
    appoggiato al parapetto, stava parlando con lei.
    - Non ci sono pi tenori... "Le moule en est bris"! (145).
    Vronskij salut e si ferm per parlare a Stremv.
    - Siete arrivato tardi,  mi pare, e avete perduto la parte pi bella -
    disse Anna a Vronskij guardandolo con un sorriso ironico.
    - Sono un cattivo  intenditore  -  egli  rispose  fissandola  con  uno
    sguardo severo.
    -  Come il principe Jasvin - disse Anna sorridendo - il quale sostiene
    che la Patti canti  troppo  forte.  Grazie  -  aggiunse  prendendo  il
    programma  che  Vronskij  le porgeva.  Nello stesso istante,  il volto
    bellissimo trasal, ella si alz e si ritir in fondo al palco.
    L'ultimo atto aveva appena avuto inizio,  quando Vronskij  si  accorse
    che il palco di Anna era vuoto. Si alz nel bel mezzo di una cavatina,
    suscitando  mormorii  di  disappunto,  lasci  la  platea  e  torn in
    albergo.
    Anna era gi rientrata.  Quando Vronskij and da lei,  la  trov  cos
    com'era  a  teatro,  seduta  sulla prima poltrona che le era capitata,
    addossata alla parete, con lo sguardo fisso davanti a s.  Quando vide
    entrare Vronskij, gli gett una rapida occhiata e riprese la posizione
    di prima.
    - Anna! - esclam Vronskij.
    -  Tu,  tu,  sei  tu  la causa di tutto!  - ella grid alzandosi,  con
    lacrime di disperazione e di collera nella voce.
    - Ti ho pregata, ti ho supplicata di non andare. Sapevo che ti sarebbe
    accaduto qualcosa di spiacevole...
    - Spiacevole, dici?  - grid Anna.  - E' stata una cosa orribile,  che
    non potr dimenticare sino a che avr vita. Ha detto che sedere vicino
    a me  un disonore!
    -  Sono  parole  di una donna stupida...  Ma perch rischiare,  perch
    sfidare... - disse Vronskij.
    - Io odio la tua calma.  Non dovevi spingermi a questo passo: se tu mi
    amassi...
    - Anna, ma che cosa c'entra qui il mio amore?
    - C'entra, s. Se tu mi amassi, come io amo te, se tu soffrissi quanto
    io soffro... - disse Anna guardandolo con un'espressione di terrore.
    Egli  ne  sent  piet  e,  nonostante l'irritazione e il dispetto che
    aveva in cuore, l'assicur che il suo amore era immutato,  sapendo che
    era  questo  l'unico  modo  per  calmarla,  e non le rivolse parole di
    rimprovero, se non con il pensiero.
    Quelle assicurazioni di amore,  che a lui  parevano  cos  banali,  da
    vergognarsi  a  ripeterle e che ella beveva con avidit,  riuscirono a
    poco a poco a tranquillizzarla.
    Il giorno dopo, completamente riconciliati, partirono per la campagna.

    NOTE.

    N. 122. A differenza della pronunzia russa secondo la quale la o non
    accentata suona a stretta.
    N. 123.  Si tratta di Podkolscin,  il protagonista de "Il matrimonio"
    di Gogol'.
    N. 124. Una delle strade e dei quartieri pi celebri di Mosca.
    N. 125. In italiano, nel testo.
    N.  126.  Le  discettazioni sui due principi (cattolico e ortodosso,
    spirituale e razionale) erano temi  cari  agli  slavofili,  dai  quali
    Goleniscev mutua l'idea che la Russia sia l'erede di Bisanzio.
    N.  127.  Lo scrittore francese Ernest Renan (1823-1892) e soprattutto
    il teologo tedesco David Strauss (1808-1874)  espressero  dubbi  sulla
    storicit  della  figura  di  Cristo  e  ne  impugnarono  la divinit.
    Entrambi scrissero una vita di Cristo.  Ad essi si rifece la  corrente
    artistica  in  cui  Tolstj  include il pittore russo Aleksndr Ivanov
    (1806-1858), autore di un quadro: "Apparizione di Cristo al popolo".
    N.  128.  Charlotte Corday  d'Armont  (1768-1793),  ragazza  francese,
    discendente di Corneille. Uccise Marat e per questo fu ghigliottinata.
    N. 129. Di colpo.
    N.  130. Pseudonimo dell'attrice francese Elisabeth Flix (1821-1858),
    assai nota in Russia.
    N. 131. Vangelo di san Matteo 11,25.
    N. 132. Ho forzato la consegna.
    N. 133. Verso il 1874 Redstock - un predicatore di una setta inglese -
    diffuse nell'alta societ pietroburghese un vago misticismo,  che  qui
    Tolstj, non senza una punta di ironia, traduce in certi comportamenti
    di Ldija Ivanovna.
    N.  134.  Un  contadino  russo  (1838-1892) fatto poi nobile,  perch,
    secondo alcuni, devi, colpendo il braccio dell'assassino, il colpo di
    pistola sparato dal nichilista Karakozov,  nel  1866,  contro  lo  zar
    Alessandro Secondo.
    N.  135.  Jovan  Ristic'  (1831-1899),  ministro  servo  che  combatt
    l'influsso turco e austriaco da un punto di vista  nazionale  slavo  e
    filorusso.
    N. 136. Alta commenda imperiale - istituita da Caterina Prima nel 1725
    - dedicata al celebre eroe omonimo che,  nel 1240, vinse una battaglia
    decisiva contro gli Svedesi .
    N. 137. E' un uomo che non ha...
    N. 138. Dalla prima lettera ai Corinzi 7,32-33.
    N. 139. Famoso parco di Pietroburgo.
    N.  140.  Anche questa era una commenda imperiale - creata da Caterina
    Seconda nel 1782 - che prendeva il nome da un eroe nazionale.
    N.  141.  Era la pi alta onorificenza della Russia zarista, istituita
    da Pietro Primo il Grande nel 1698.
    N. 142. E' una cosa che si fa normalmente, succede spesso.
    N.  143.  Carlotta Patti (1840-1889),  sorella della  ben  pi  famosa
    cantante italiana Adelina (1843-1919).
    N. 144. Ella fa sensazione. Per lei si dimentica la Patti.
    N. 145. Lo stampo si  rotto.
















    PARTE SESTA.


    CAPITOLO 1.

    Drija Aleksndrovna trascorse l'estate con i bambini a Pokrvskoe, da
    sua   sorella   Kitty   Levin.   Poich  la  sua  casa  stava  andando
    completamente in rovina,  aveva accettato l'invito della sorella e del
    cognato  di  recarsi  da  loro.  Stepn Arkadyc' approv caldamente il
    progetto ed espresse il dispiacere di non poter trascorrere,  impedito
    dal servizio,  l'estate con la famiglia, il che avrebbe costituito per
    lui la pi grande felicit.  Rimasto a  Mosca,  non  mancava  per  di
    recarsi, di tanto in tanto, in campagna, trattenendosi un giorno o due
    con  la  famiglia.  Oltre  agli  Oblonskij,  con  i  loro bambini e la
    governante,  quell'estate  era  ospite  dei  Levin  anche  la  vecchia
    principessa,  che considerava suo dovere restare vicino alla figliola,
    tenuto conto dello stato in cui essa si trovava.  Per di pi  Vrenka,
    l'amica che Kitty si era fatta all'estero, aveva mantenuto la promessa
    di  recarsi  da  lei  quando fosse maritata,  ed anch'essa trascorreva
    l'estate in casa dei Levin.
    Tutti questi ospiti erano parenti e amici di Kitty  e,  sebbene  Levin
    volesse  bene a tutti,  rimpiangeva pur sempre l'ordine e la calma del
    suo mondo leviniano cui era abituato,  che restava un po'  soffocato
    dall'elemento  scerbachiano,  com'egli definiva i primi.  Dei propri
    parenti aveva ospite soltanto Sergj Ivnovic' Koznyscv, il quale era
    molto pi Koznyscv  di  Levin,  cosicch  lo  spirito  leviniano  era
    completamente soffocato.
    La casa dei Levin, rimasta per molto tempo deserta, ospitava ora tanta
    gente che quasi tutte le camere erano occupate, e quasi ogni giorno la
    vecchia principessa,  sedendosi a tavola,  doveva contare i presenti e
    sistemare il tredicesimo - nipotino o nipotina  -  in  un  tavolino  a
    parte. Anche Kitty, che si occupava con molta diligenza dell'andamento
    della casa, aveva il suo da fare per procurare galline, tacchini, oche
    di  cui,  dato  l'appetito  dei  bambini e dei grandi,  eccitato dalla
    buon'aria di campagna, si faceva un gran consumo.
    Tutta la famiglia era a tavola;  i figlioli di Dolly con la governante
    e  con  Vrenka progettavano di andare in cerca di funghi quando,  con
    stupore generale, Sergj Ivnovic', che tra tutti gli ospiti godeva di
    un rispetto che era, direi quasi,  venerazione,  espresse il desiderio
    di andare con loro.
    -  Prendetemi  con voi.  Mi piace moltissimo andare per funghi - disse
    guardando  Vrenka.   -  Per  me    un  vero   divertimento   e   una
    piacevolissima distrazione.
    - Sar per noi un grande piacere - rispose Vrenka facendosi rossa.
    Kitty  e  Dolly si scambiarono un'occhiata significativa.  La proposta
    del colto e intelligente Sergj Ivnovic' di andare  a  cercar  funghi
    con  Vrenka  confermava  certe  supposizioni  che  negli ultimi tempi
    occupavano la mente di Kitty,  la quale si  affrett  a  rivolgere  la
    parola alla madre, affinch la sua occhiata non venisse notata.
    Finito  di  pranzare,  Sergj  Ivnovic'  si sedette per bere il caff
    accanto alla finestra del salotto,  riprendendo il discorso interrotto
    con  il  fratello,  ma  senza  perdere di vista la porta,  dalla quale
    dovevano uscire i ragazzi per andare a  passeggio.  Levin  si  sedette
    accanto a lui,  e Kitty, vicina al marito, attendeva evidentemente che
    quella conversazione finisse per dirgli qualcosa.
    - Tu sei molto mutato da quando hai preso moglie, e in meglio! - disse
    Sergj Ivnovic' sorridendo a Kitty e interessandosi assai  poco  alla
    conversazione - ma sei rimasto fedele alla tua passione di difendere i
    temi pi paradossali.
    -  Ktja,  non  ti fa bene stare in piedi!  - disse a Kitty il marito,
    porgendole una sedia e guardandola con aria significativa.
    - Del resto, non  pi il caso!  - aggiunse Sergj Ivnovic' scorgendo
    i ragazzi che uscivano di corsa.
    In  testa a tutti,  galoppando di sghembo,  con le calzettine ben tese
    sulle gambette e agitando tra le mani un  cestino  e  il  cappello  di
    paglia di Sergj Ivnovic', Tnja correva proprio verso di lui.
    Raggiuntolo, la ragazzina gli si avvicin arditamente e, con gli occhi
    scintillanti,  bellissimi come quelli del padre, gli porse il cappello
    e fece il gesto di volerglielo mettere in testa,  attenuando il  gesto
    audace con un timido e affettuoso sorriso.
    -  Vrenka  aspetta - disse mettendogli con precauzione il cappello in
    testa,  ma vedendo dal sorriso di Sergj  Ivnovic'  che  la  cosa  si
    poteva fare.
    Ritta  nel  vano  della  porta,  con  un  vestito  di tela gialla e un
    fazzoletto bianco in testa, stava Vrenka.
    - Vengo! Vengo, Varvara Andrevna - disse Sergj Ivnovic',  ingoiando
    l'ultima  sorsata  di  caff e cacciandosi in tasca il fazzoletto e il
    portasigarette.
    - Com' incantevole la mia Vrija,  non    vero?  -  disse  Kitty  al
    marito, non appena Sergj Ivnovic' si fu alzato. Lo disse in modo che
    Sergj   Ivnovic'  potesse  sentirla,   come,   evidentemente,   ella
    desiderava.  - Vrenka - grid poi all'amica - andate  nel  bosco  del
    mulino? Vi raggiungeremo.
    -  Decisamente,  Kitty,  dimentichi  la  condizione  in cui ti trovi -
    intervenne  la  vecchia  principessa,   entrando  frettolosamente  nel
    salotto. - Non devi gridare cos!
    Vrenka,  udita  la  voce  di  Kitty  e il rimprovero della madre,  si
    avvicin rapidamente,  con passo  leggero,  all'amica.  L'agilit  dei
    movimenti,  la  bellezza,  il  dolce incarnato del viso della giovane,
    tutto  stava  a  dimostrare  che   in   lei   avveniva   qualcosa   di
    straordinario. Kitty sapeva di che si trattava e scrutava attentamente
    la  fanciulla.  Adesso l'aveva chiamata soltanto per darle mentalmente
    la sua benedizione per l'avvenimento importante che,  secondo  la  sua
    idea, doveva compiersi quel giorno durante la passeggiata nel bosco.
    - Vrenka,  sarei felicissima se oggi si avverasse una certa cosa... -
    le disse a bassa voce, baciandola.
    - Venite con noi? - domand Vrenka, un po' turbata, a Levin, fingendo
    di non aver udito ci che le era stato detto.
    - Verr, ma soltanto sino ai granai, e rester l.
    - Ma che gusto ci provi? - domand Kitty.
    - Bisogna che dia un'occhiata ai carri nuovi e li controlli -  rispose
    Levin. - E tu, cosa conti di fare?
    - Andr sulla terrazza.

    CAPITOLO 2.

    Sulla  terrazza dove,  per lo pi si riunivano le signore dopo pranzo,
    c'era,  quel pomeriggio,  un serio  lavoro  da  sbrigare.  Oltre  alla
    confezione del corredino per il nascituro, di cui tutte si occupavano,
    era di turno, quel giorno, la preparazione delle marmellate secondo il
    metodo,  nuovo  per  Agfija  Michjlovna,  introdotto  da Kitty,  che
    escludeva l'aggiunta di  acqua.  Agfija  Michjlovna,  che  un  tempo
    presiedeva a quell'operazione, persuasa che il sistema adottato sino a
    quel  giorno  in casa Levin non poteva essere cattivo,  aveva tuttavia
    versato dell'acqua, come sempre, sulle fragole di giardino, affermando
    che era impossibile fare altrimenti;  ma,  colta in fallo,  era  stata
    costretta a preparare quella di lamponi davanti a tutti,  tanto perch
    si  persuadesse  che,   anche  senz'acqua,   la  marmellata   riusciva
    eccellente.
    Agfija  Michjlovna,  rossa  in  viso,  imbronciata,  con  i  capelli
    arruffati e le magre braccia nude sino al gomito, faceva dondolare con
    moto  circolare  la  casseruola  sul  fornello  e  guardava  con  aria
    corrucciata il miscuglio di zucchero e lamponi,  desiderando con tutta
    l'anima che la marmellata si attaccasse al fondo e che il nuovo metodo
    si dimostrasse un clamoroso  fallimento.  La  principessa,  avvertendo
    l'ira repressa di Agfija Michjlovna diretta contro di lei, in quanto
    era stata l'innovatrice del sistema di cottura dei lamponi, fingeva di
    essere   occupata  in  altro  e  di  non  interessarsi  affatto  della
    marmellata;  ma,  di  tanto  in  tanto,   dava  una  sbirciatina  alla
    casseruola.
    -  La  stoffa  a buon mercato per gli abiti delle fantesche l'acquisto
    sempre io  -  diceva  la  principessa  continuando  una  conversazione
    incominciata.  -  Non    il  momento  di levare la schiuma,  cara?  -
    prosegu rivolgendosi ad Agfija Michjlovna.  Ma non  necessario che
    te  ne  occupi,  tu,  Kitty,  con  il  caldo  che  fa oggi!  - osserv
    trattenendo la figlia.
    - Ci penso io - disse Dolly e, alzatasi, cominci pian piano a passare
    il cucchiaio sotto lo zucchero  schiumoso;  di  tanto  in  tanto,  per
    staccare ci che via via si era appiccicato, lo batteva sul piatto gi
    coperto da una variopinta schiuma giallo rosa e di sciroppo sanguigno,
    che colava.
    Con  che  gusto  se  la leccheranno con il t,  si disse pensando ai
    figlioli  e  ricordando  come  anche  lei,  quando  era  piccola,   si
    meravigliava  che  i  grandi  non  mangiassero  la  schiuma,  la parte
    migliore, secondo lei, della marmellata.
    - Stiva sostiene che   molto  meglio  dare  il  denaro  -  continuava
    intanto  Dolly  l'interessante  conversazione con la madre sul miglior
    modo di far regali ai domestici - ma...
    - Com' possibile dare denaro? - esclamarono a una voce la principessa
    e Kitty. - Apprezzano di pi queste cose...
    - Io,  per esempio,  l'anno scorso ho comperato per la nostra  Matrna
    Semnovna una stoffa su questo tipo - disse la vecchia principessa.
    - Ricordo che l'aveva indosso il giorno del vostro onomastico.
    -  Un  disegno  graziosissimo,  semplice  e  distinto.  L'avrei  fatto
    volentieri anch'io, se non l'avesse gi avuto lei.  E' come l'abito di
    Vrenka: a buon mercato, ma tanto bello!
    - Be' ora mi pare che basti - disse Dolly facendo colare la marmellata
    del cucchiaio.
    -  Quando    caramellata,  vuol  dire che  quasi pronta.  Lasciatela
    cuocere ancora un pochino, Agfija Michjlovna.
    - Queste mosche! - esclam con ira la vecchia governante e aggiunse: -
    Sar sempre la stessa cosa!
    - Oh, com' grazioso, non spaventatelo! - esclam, d'un tratto, Kitty,
    guardando un passerotto che si era posato sulla balaustra e beccava un
    lampone.
    - S, ma tu allontanati un po' dal fornello - osserv la madre.
    - "A propos de Vrenka" (146) - disse Kitty in  francese,  lingua  che
    adoperavano  sempre  quando  non  volevano  farsi  capire  da  Agfija
    Michjlovna, - lo sapete, "maman",  che oggi,  chiss perch,  attendo
    una decisione? Comprendete quale, vero? Come sarebbe bello!
    - Che pronuba esperta,  per!  - esclam Dolly. - Con quanta abilit e
    quanto tatto li metti insieme!
    - Suvvia, "maman", ditemi che ne pensate.
    - Che ne devo pensare?  Lui (con  "lui"  intendeva  Sergj  Ivnovic')
    avrebbe  potuto  aspirare  ai migliori partiti di Russia: adesso non 
    pi tanto giovane,  d'accordo,  tuttavia so che anche adesso molte  lo
    sposerebbero. E' un uomo eccellente e potrebbe...
    - Ma considerate,  mamma,  che tanto per lui quanto per lei non si pu
    desiderare di meglio.  In primo luogo,  Vrenka  incantevole-   disse
    Kitty ripiegando un dito.
    - E gli piace molto, questo  vero - conferm Dolly.
    - In secondo luogo, la posizione che Sergj Ivnovic' occupa nel mondo
     tale che non ha alcun bisogno n del patrimonio,  n della posizione
    sociale di una moglie.  Ha bisogno di una  cosa  sola:  di  una  donna
    buona, simpatica, tranquilla.
    -  E,  con  una  donna  come Vrija,  si pu davvero stare tranquilli-
    conferm Dolly.
    - In terzo luogo,  bisogna che ella gli voglia bene.  E  questo    un
    fatto  evidente.  Sarebbe  cos bello!  Mi aspetto,  ecco,  di vederli
    spuntare dal bosco e che tutto sia deciso.  Lo legger subito nei loro
    occhi... sarei davvero contenta. Che ne pensi, Dolly?
    - Ma non agitarti cos, non ne hai affatto bisogno - disse la madre.
    - Io non mi agito affatto, mamma. Ho il presentimento che oggi le far
    la sua brava dichiarazione.
    - Ah,   una cosa curiosa il modo con cui si fanno le dichiarazioni...
    C' una specie di ostacolo...  che a un tratto cade...  - disse  Dolly
    sorridendo pensierosa, rivivendo il suo passato con Stepn Arkadyc'.
    - Mamma, come ha fatto il babbo a chiedere la vostra mano? - domand a
    un tratto Kitty.
    -  Nel  modo  pi  semplice  che  si  possa  immaginare  -  rispose la
    principessa,  mentre,  a  quel  ricordo,   il  suo  viso  si  illumin
    vivamente.
    - S, ma come? Lo amavate gi prima che si dichiarasse?
    A  Kitty piaceva molto parlare di questo argomento con la madre,  come
    con una sua pari di questioni cos essenziali nella vita di una donna.
    - Si capisce che lo amavo. Veniva da noi in campagna.
    - Ma com' avvenuto che vi siete fidanzati?
    - Credi forse di avere inventato  qualcosa  di  nuovo?  E'  sempre  lo
    stesso: si parla con gli occhi, con il sorriso...
    - Come l'avete detto bene, mamma! Proprio cos: con gli occhi e con il
    sorriso... - approv Dolly.
    - Ma quali sono le parole che ha detto? - insistette Kitty.
    - E che parole ha detto a te Kstja?
    -   La  sua  dichiarazione  l'ha  scritta  con  il  gesso.   E'  stato
    magnifico... Quanto tempo  gi passato! - mormor Kitty.
    E le tre donne si immersero negli stessi pensieri.
    Kitty, per prima, ruppe il silenzio.  Si ricordava l'inverno che aveva
    preceduto il suo matrimonio e la sua passione per Vronskij.
    -  C'  una  cosa  sola:  l'amore che Vrenka ha avuto per un uomo...-
    disse per naturale associazione di idee.  -  Avrei  voluto  parlare  a
    Sergj  Ivnovic',  prepararlo...  Tutti  gli uomini - aggiunse - sono
    terribilmente gelosi del nostro passato!
    - Non tutti - obiett Dolly.  - Tu giudichi  da  tuo  marito,  che  si
    tormenta ancor oggi per il ricordo di Vronskij: non  vero?
    - S,  vero - rispose Kitty, pensosa, sorridendo con gli occhi.
    - Io,  per, non capisco - intervenne la vecchia principessa madre, in
    difesa della propria sorveglianza materna sulla  figlia-    quale  tuo
    passato  possa inquietarlo...  Il fatto che Vronskij ti abbia fatto la
    corte? Ma a quale ragazza non capita?
    - Non si tratta di questo - disse Kitty facendosi rossa.
    - No, permetti - continu la madre. - Sei stata tu a non volere che io
    parlassi a Vronskij. Te ne ricordi?
    - Ah, mamma! - esclam Kitty con un'espressione di sofferenza.
    - Oggigiorno chi vi tiene pi?  Ma i tuoi rapporti  non  sarebbero  in
    alcun caso andati oltre il dovuto, io stessa l'avrei richiamato... Del
    resto,  mia cara,  non ti fa bene agitarti. Ti prego di ricordartene e
    di calmarti.
    - Sono perfettamente calma, mamma!
    - Che fortunata combinazione fu allora per Kitty che arrivasse Anna  -
    disse  Dolly - e quanto sfortunata fu per lei!  Come si sono invertite
    le parti! - soggiunse,  colpita dalla propria idea.  - Allora Anna era
    felice e Kitty si considerava infelice. Oggi  proprio il contrario...
    Spesso io penso a lei.
    -  Non   davvero il caso di pensarci!  Una donna odiosa,  ripugnante,
    senza cuore - replic la madre,  la quale non poteva  dimenticare  che
    Kitty non aveva sposato Vronskij, ma Levin.
    - Che bisogno c' di parlare di queste cose?  - disse Kitty, irritata.
    - Io non ci penso mai e non ci voglio  pensare...  -  ripet  tendendo
    l'orecchio al passo noto del marito sulla scala della terrazza.
    - A chi non vuoi pensare? - domand Levin entrando in terrazza.
    Ma nessuno gli rispose, ed egli non ripet la domanda.
    -  Mi dispiace di aver disturbato la vostra tranquilla conversazione -
    disse guardando tutti  con  aria  scontenta  e  rendendosi  conto  che
    parlavano di qualcosa che non avrebbero mai detto in sua presenza.
    Per   un   attimo   sent  di  condividere  i  sentimenti  di  Agfija
    Michjlovna,  irritata  perch  si  cuocevano  i  lamponi  senz'acqua,
    secondo  il  sistema  Scerbackij e,  in genere,  per la loro influenza
    sull'andamento della casa. Tuttavia sorrise e and da Kitty.
    - Be', come va? - le domand con quell'intonazione di voce con cui ora
    tutti si rivolgevano a lei.
    - Niente di nuovo, tutto bene. E da te? - rispose Kitty sorridendo.
    - Hanno portato tre volte pi roba di quanta  possono  contenerne  tre
    carri.  Allora,  andiamo  incontro  ai  ragazzi?  Ho  dato  ordine  di
    attaccare.
    - Ma come? Vuoi portare Kitty in calesse? - chiese la madre in tono di
    rimprovero.
    - Ma si va al passo, principessa!
    Levin non si rivolgeva mai alla principessa chiamandola "maman",  come
    fanno i generi, e questo alla principessa dispiaceva. Ma Levin, bench
    volesse  assai  bene alla vecchia signora e avesse di lei molta stima,
    non poteva chiamarla cos,  senza avere l'impressione di offendere  il
    ricordo della madre morta.
    - Venite con noi, "maman" - disse Kitty.
    - Non voglio partecipare a imprudenze del genere...
    - Andr a piedi, allora. Mi far bene. - Kitty si alz, si avvicin al
    marito e lo prese per mano.
    - Fa bene, ma non bisogna esagerare - ammon la principessa.
    - Ebbene,  Agfija Michjlovna,  pronta la marmellata? - chiese Levin
    sorridendo alla vecchia governante con il desiderio di rallegrarla.  -
    E' buono il nuovo sistema?
    - Pare che vada bene. Secondo me, per,  troppo cotta.
    - Meglio cos, Agfija Michjlovna: non andr a male, tanto pi che da
    noi  il  ghiaccio    gi sciolto e non si sa dove conservarla - disse
    Kitty,  avendo subito capito l'intenzione del  marito  e  rivolgendosi
    alla  vecchia  con  il  medesimo  sentimento.  In compenso,  la vostra
    salamoia  cos buona che la mamma dice di non averne mai mangiata una
    migliore -  soggiunse  sorridendo  e  accomodandole  sulle  spalle  lo
    scialletto.
    Agfija Michjlovna guard Kitty con aria seccata.
    - Non cercate di consolarmi, signora. Ecco, mi basta guardarvi con lui
    e  sono contenta - disse,  e quest'espressione rozza: "con lui" invece
    di "con il signore", commosse Kitty.
    - Venite con noi a cercare i funghi, ci indicherete i posti buoni...
    Agfija Michjlovna sorrise,  scosse la  testa  con  l'aria  di  dire:
    Vorrei tenervi il broncio, ma non ci riesco!.
    - Fate secondo il mio consiglio,  per favore - disse la principessa: -
    sopra la marmellata mettete un foglio di carta imbevuta di rum:  anche
    senza ghiaccio, non far la muffa.


    CAPITOLO 3.

    Kitty  era particolarmente contenta di trovarsi un momento a tu per tu
    con il marito,  perch aveva  notato  una  fugace  ombra  di  amarezza
    offuscare  il  suo viso quando,  entrato in terrazza,  aveva fatto una
    domanda alla quale nessuno aveva risposto.
    Si avviarono a piedi sulla strada polverosa e cosparsa di spighe e  di
    granelli di segala e, allorch furono fuori di vista dalla casa, Kitty
    si  appoggi  pesantemente  al  braccio  del marito e lo strinse a s.
    Levin aveva gi dimenticato la momentanea,  penosa impressione provata
    poco prima e, ora, solo con Kitty e preoccupato dal pensiero della sua
    gravidanza,  che non lo abbandonava un momento,  godeva del sentimento
    puro,  per lui ancora nuovo e gioioso,  del tutto privo di sensualit,
    che  gli procurava la vicinanza della donna amata.  Non aveva nulla da
    dire,  ma gli piaceva ascoltare il suono della voce di lei che adesso,
    come lo sguardo,  la gravidanza aveva mutato. Tanto nella voce, quanto
    nello sguardo di Kitty c'era  ora  pi  dolcezza,  pi  seriet,  come
    capita   alle   persone   sempre  concentrate  nella  loro  prediletta
    occupazione.
    - Non ti stancherai? Appoggiati di pi a me - le disse.
    - Sono cos contenta di poter stare un po' insieme noi  due  soli!  Ti
    confesso  che,  per  quanto  mi  trovi bene con tutti loro,  rimpiango
    sempre le serate di quest'inverno: io e te, a tu per tu.
    - Era bello,  ora  meglio.  Sono contento adesso quanto  allora    le
    disse Levin stringendole il braccio.
    - Sai di che cosa parlavamo quando sei entrato?
    - Della marmellata?
    - S, della marmellata, ma anche di domande di matrimonio.
    -  Ah!  -  esclam Levin ascoltando pi il suono della voce che non le
    parole che Kitty diceva,  sempre attento alla strada  che  si  snodava
    attraverso  il  bosco,  preoccupato  di  evitare gli ostacoli contro i
    quali ella avrebbe potuto inciampare.
    - E anche di Sergj e di Vrenka.  Hai notato?  Io  ne  sarei  felice-
    ella continu. - E tu, cosa ne pensi? - E lo guard in faccia.
    - Non so che pensare - rispose Levin sorridendo.  - Da questo punto di
    vista,   Sergj  mi    sempre  parso  molto  strano...   Ti  ho   gi
    raccontato...
    - S, che una volta si  innamorato di una fanciulla che poi  morta.
    - Io ero ancora bambino, e lo so da quanto ho sentito dire. Mi ricordo
    di  lui  a quel tempo: era straordinariamente seducente.  Ma da allora
    osservo il suo comportamento con  le  donne:    gentile,  alcune  gli
    piacciono,  ma si capisce che per lui sono semplicemente esseri umani,
    e non donne.
    - S, ma adesso con Vrenka... mi pare che ci sia qualcosa.
    - Pu anche darsi.  Ma bisogna conoscerlo.  E'  un  uomo  particolare,
    straordinario.  Non vive che per lo spirito. E' un essere troppo puro,
    ha un animo troppo elevato...
    - Che vuoi dire? Forse che si abbasserebbe se si innamorasse?
    - No,  ma  tanto abituato  alla  vita  solitaria  e  spirituale,  che
    conduce,  che non pu adattarsi alla realt e Vrenka, malgrado tutto,
     una realt.
    Levin era ormai avvezzo a esprimere sinceramente il proprio  pensiero,
    senza  preoccuparsi  di  rivestirlo  di  parole appropriate e precise;
    sapeva che sua moglie,  in momenti cos teneri  come  quello,  avrebbe
    capito,  da un solo accenno,  ci che egli voleva dire. Ella, infatti,
    cap.
    - D'accordo,  ma in lei non c' la stessa realt che c'  in  me,  per
    esempio;  capisco  che  egli  non potrebbe mai amare me,  ma Vrenka 
    tutto spirito...
    - Ma no, egli ti vuol molto bene...  e io sono felicissimo che miei ti
    amino tanto!
    - S, Sergj Ivnovic'  molto buono con me, ma...
    -  Ma  non   cos come con il povero Niklenka: vi volevate veramente
    bene, vero? - termin Levin. - Perch non dirlo? - soggiunse. - Spesso
    mi rimprovero e penso che finiremo per dimenticarlo...  Ah,  che  uomo
    terribile e incantevole era!  S... ma di che cosa stavamo parlando? -
    disse, dopo un momento di silenzio.
    - Tu pensi dunque che Sergj  non  possa  innamorarsi  -  disse  Kitty
    esprimendo a modo suo il pensiero del marito.
    -  Non dico che non possa innamorarsi - rispose Levin con un sorriso -
    ma non ha la debolezza che occorre.  Io l'ho  sempre  invidiato  e  lo
    invidio anche adesso, bench io sia pienamente felice!
    - Lo invidi perch non pu innamorarsi?
    -  Lo  invidio  perch  migliore di me - rispose Levin sorridendo.  -
    Egli non vive per s.  Tutta la sua vita  subordinata al dovere:  per
    questo pu essere felice e tranquillo.
    - E tu? - disse Kitty con un sorriso tenero e scherzoso a un tempo.
    Non  avrebbe  potuto in alcun modo esprimere il corso dei pensieri che
    l'avevano fatta sorridere;  ma l'ultima deduzione era che suo  marito,
    entusiasmandosi  del  fratello  e  diminuendo se stesso in confronto a
    lui,  non era sincero.  Kitty non  ignorava  che  quella  mancanza  di
    franchezza  derivava dall'amore per il fratello,  da un senso quasi di
    vergogna  perch  si  sentiva  troppo  felice  e,  specialmente,   dal
    desiderio di essere migliore.  Quel tratto del carattere del marito le
    piaceva, e perci sorrideva.
    - E tu?  Di che cosa sei  scontento?  -  gli  domand  con  lo  stesso
    sorriso.
    L'incredulit  di  Kitty  verso  la  sua scontentezza lo rallegrava e,
    involontariamente, provocava la moglie perch ne rivelasse le cause.
    - Sono felice, ma scontento di me stesso...
    - Ma com' possibile che tu sia scontento di te, se sei felice?
    - Cio... non so spiegarmi. Sinceramente, per ora, non desidero se non
    che tu non faccia un passo  falso.  Ehi,  ma  non  devi  mica  saltare
    cos... - disse Levin, interrompendo la conversazione per rimproverare
    Kitty  di  aver  fatto  un  movimento  troppo brusco per scavalcare un
    grosso ramo che sbarrava il sentiero...  - Quando ragiono su me,  e mi
    paragono con gli altri, specialmente con mio fratello, sento che valgo
    assai poco.
    - E perch? - ribatt Kitty con lo stesso sorriso di prima.  Non operi
    forse anche tu per gli altri?  E le tue fattorie,  la tua azienda,  il
    tuo libro?
    - No,  lo sento!  E lo sento particolarmente adesso: la colpa sei tu -
    disse - se le cose non vanno come vorrei... - e le strinse il braccio.
    - Lavoro, s, ma non con l'intensit e l'impegno necessari. Se potessi
    amare  il  mio  lavoro  come amo te...  ma  un po' di tempo che mi ci
    dedico come a un lavoro che ho l'obbligo di compiere.
    - Che ne dici tu di pap,  allora?  -  domand  Kitty.  -  Anche  lui,
    secondo te, fa male perch non collabora al movimento comune?
    - Lui?  No davvero.  Ma bisogna avere la semplicit che ha lui, la sua
    limpidezza, la sua bont d'animo. Possiedo io tutto questo? Non faccio
    niente, e continuo a tormentarmi.  Ed  colpa tua: quando tu non c'eri
    e  non  c'era  ancora  neppure  "il  resto"  -  disse  con uno sguardo
    significativo al ventre di lei - dedicavo al lavoro  ogni  mia  forza;
    ora,  invece,  non  posso,  e me ne vergogno.  Il lavoro mi sembra ora
    qualcosa di forzato, di obbligatorio, e finisco...
    - Be',  ma non vorresti mica fare il  cambio  con  Sergj  Ivnovic'?-
    domand  Kitty.  -  Occuparti soltanto del bene pubblico e,  come lui,
    amar quello e null'altro?
    - Certo che no - disse Levin.  - Del resto sono cos  felice  che  non
    riesco neppure a ragionare. E tu pensi davvero che oggi egli le faccia
    una proposta di matrimonio? - chiese, dopo una pausa.
    - Lo penso e non lo penso.  So soltanto che lo desidererei moltissimo.
    Ecco,  aspetta...  - Kitty si chin e strapp dal ciglio della  strada
    una margherita selvatica.  - Su,  interroga: far la proposta?  Non la
    far? - disse porgendo il fiore al marito.
    - S...  no...  s...  no - cominci Levin  strappando  a  uno  uno  i
    piccoli, sottili petali bianchi.
    -   No!   -  sentenzi  Kitty,   che  seguiva  ansiosa  le  sue  dita,
    afferrandogli la mano. - Ne hai strappati due insieme!
    - Be',  ma in compenso,  questo  cos piccolino che non conta - disse
    Levin strappando il piccolo petalo che non contava.-  Guarda,  ecco il
    calesse che ci raggiunge...
    - Non sei stanca, Kitty? - grid la principessa.
    - Per nulla.
    - Altrimenti,  potresti salire: i cavalli sono tranquilli e andremo al
    passo.
    - No, mamma, non  il caso!
    Ormai  avevano quasi raggiunto la meta,  e percorsero a piedi il breve
    tratto di strada.


    CAPITOLO 4.

    Vrenka con il fazzoletto bianco  sui  capelli  neri,  attorniata  dai
    bambini,   dei  quali  si  occupava  con  gioia  e  con  affetto,   ed
    evidentemente eccitata dalla possibilit della spiegazione con un uomo
    che le piaceva, era attraentissima. Sergj Ivnovic', che le camminava
    accanto, non si stancava di ammirarla. Guardandola,  ricordava tutti i
    discorsi,  pieni di buon senso,  uditi da lei, tutte le cose buone che
    aveva sentito dire sul suo conto,  e sempre pi si andava  convincendo
    che il sentimento,  che provava nei suoi confronti,  era un sentimento
    tutto particolare,  gi provato molto,  molto  tempo  addietro,  nella
    prima  giovinezza.  La  sensazione  di  gioia,  prodotta  in lui dalla
    vicinanza di Vrenka,  andava via via aumentando tanto che,  a un dato
    momento,  mettendole nel cestino un enorme fungo prugnolo con il gambo
    sottile e i fini orli accartocciati, trovato allora allora,  la guard
    fisso  negli  occhi  e,  notato il rossore di gioiosa e,  nello stesso
    tempo,  timorosa agitazione che le copriva il viso,  si  confuse  egli
    stesso e le sorrise di un sorriso molto eloquente.
    Se    cos,  disse tra di s,  devo riflettere e non abbandonarmi,
    come un ragazzo, all'entusiasmo di un momento.
    - Ora vado  a  cercar  funghi  da  solo  -  disse  poi  ad  alta  voce
    altrimenti le mie conquiste passeranno inosservate.
    Si  avvi,  allontanandosi  dal  limitare  del  bosco,  dove gli altri
    camminavano pian piano sulla bassa erba di seta,  tra vecchie  e  rade
    betulle,  si  inoltr nel fitto,  dove grigi tronchi di pioppi e scuri
    cespugli  di  nocciuoli  si  alternavano  ai  tronchi   chiari   delle
    betulle...  Fatto che ebbe una quarantina di passi, si ferm dietro un
    cespuglio, punteggiato di fiori di un vivido rosso,  certo che nessuno
    l'avrebbe veduto. Attorno a lui regnava un silenzio assoluto. Soltanto
    in  cima  alla betulla,  sotto la quale egli si trovava,  ronzavano un
    gran numero di mosche,  da parere un alveare e,  di  tanto  in  tanto,
    giungeva l'eco delle voci dei bambini.
    A un tratto,  non lontano dal margine del bosco,  ud la voce profonda
    di Vrenka,  che chiamava Griscia,  e un sorriso di gioia gli illumin
    il viso.  Rendendosi conto di quel sorriso, Sergj Ivnovic' scosse il
    capo,  scontento di se stesso e del proprio stato  d'animo  e,  tirato
    fuori  un  sigaro,  fece per accenderlo.  Per un pezzo,  per,  non ci
    riusc  giacch  la  scorza  del  tronco  della  betulla,   bianca   e
    tenerissima,  si  appiccicava  al  fosforo  e  il  fuoco  si spegneva.
    Finalmente il fiammifero si accese e il  fumo  profumato  del  sigaro,
    simile   a  una  nuvoletta  ondeggiante,   si  alz,   allungandosi  e
    allargandosi davanti e sopra il cespuglio,  tra i rami pendenti  della
    betulla.  Seguendo con gli occhi la striscia bianca,  Sergj Ivnovic'
    si  incammin  con  passo  tranquillo,   riflettendo   sulla   propria
    situazione.
    E perch no?,  pensava. Se si trattasse di un colpo di fulmine o di
    una passione,  e non di una reciproca simpatia e  inclinazione  (posso
    ben  dire  "reciproca"),  se sentissi che essa  in assoluto contrasto
    con tutto il mio modo di vivere,  se sentissi che,  cedendo  a  questo
    sentimento,  tradirei  la  mia vita e il mio dovere...  ma non  cos.
    L'unica cosa che posso obiettare,  che,  quando ho perduto Marie,  mi
    sono  detto  che  sarei  rimasto  fedele  alla  sua memoria...  Questo
    soltanto  posso  opporre  al  mio   sentimento...,   pensava   Sergj
    Ivnovic',  ma  ben sentiva che quest'ultima considerazione non poteva
    avere altra importanza se non quella di perdere o almeno di  sciupare,
    la  parte poetica da lui rappresentata agli occhi della gente.  Salvo
    questo, per quanto cerchi, non trovo proprio nulla da obiettare al mio
    sentimento.  Se mi lasciassi guidare dalla sola  ragione,  non  potrei
    trovare nulla di meglio!.
    Per  quanto evocasse il ricordo di donne e ragazze conosciute,  non ne
    trovava alcuna che,  meglio di Vrenka,  unisse  a  tal  punto  tutte,
    proprio  tutte  le qualit che egli,  ragionando freddamente,  cercava
    nella donna che avrebbe potuto diventare sua moglie. Vrenka possedeva
    l'incanto e la freschezza della giovent,  ma non era pi una  bambina
    e, se lo amava, lo amava consapevolmente, come deve amare una donna. E
    questo era gi un punto.  Inoltre,  pur essendo schiva del gran mondo,
    che non le piaceva, aveva tuttavia le maniere di una donna della buona
    societ,   maniere  senza  le  quali  Sergj  Ivnovic'   non   poteva
    raffigurarsi la compagna della sua vita.  Infine,  era devota, ma non,
    come una bambina,  religiosa e  buona  senza  rendersene  conto,  come
    Kitty;  no,  tutta  la  sua  vita  era  fondata  su  serie convinzioni
    religiose.  Persino nelle piccole cose,  Sergj Ivnovic'  trovava  in
    Vrenka  tutto  ci  che desiderava trovare in colei che sarebbe stata
    sua moglie.  Vrenka era povera e senza  famiglia,  di  modo  che  non
    avrebbe  trascinato  dietro  di  s  un  mucchio  di parenti e la loro
    influenza nella casa del marito, come accadeva nella casa di Levin, ma
    sarebbe stata debitrice di tutto al marito,  altra cosa che egli aveva
    sempre  desiderato  per  la  propria  futura vita familiare.  E quella
    fanciulla, che riuniva in s tante e tali virt, lo amava. Per modesto
    che egli fosse, non poteva non accorgersene, e ricambiava quell'amore.
    Un ostacolo c'era, per: la propria et. Ma egli era di razza longeva,
    non aveva un solo capello bianco,  nessuno gli dava i quarant'anni che
    aveva  e  si  ricordava  di  aver udito dire,  da Vrenka stessa,  che
    soltanto in Russia un uomo  di  cinquant'anni  si  considera  vecchio,
    mentre  in Francia,  per esempio un uomo di quell'et si ritiene "dans
    la force de l'ge" (147) e  a  quarant'anni,  poi,  "un  jeune  homme"
    (148).
    E  che  importanza  avevano gli anni,  dal momento che egli si sentiva
    giovane di spirito come a venti? Non era forse un sentimento giovanile
    quello che aveva provato poco prima quando,  uscendo dall'altra  parte
    del bosco, aveva visto, illuminata dalla vivida luce dei raggi obliqui
    del sole calante,  la graziosa figura di Vrenka, in veste gialla, con
    il cestino al braccio,  che camminava con la sua andatura leggera  tra
    le  vecchie  betulle,  e  quando  l'impressione  prodottagli da quella
    visione si era confusa con  quella  del  campo  di  avena  che  andava
    ingiallendo,  inondato  dalla  luce  dorata del sole,  mentre alle sue
    spalle il vecchio bosco, screziato di giallo,  si perdeva nell'azzurro
    lontano?  Sent  il  cuore serrargli per la gioia,  mentre un profondo
    senso di tenerezza si impadroniva di lui.  La sua decisione era presa.
    Vrenka, che si era curvata per raccogliere un fungo, si rialz con un
    gesto  pieno di agile grazia e si volt,  guardandosi attorno.  Sergj
    Ivnovic' gett via il sigaro e, a passo deciso, mosse verso di lei.


    CAPITOLO 5.

    Varvara Andrevna,  quando ero molto giovane,  mi ero creato l'ideale
    della  donna  che avrei amata e che sarei stato felice di chiamare mia
    moglie.  Da allora sono trascorsi molti anni e  adesso  per  la  prima
    volta,  ho  incontrato  in voi ci che cercavo.  Vi amo e vi chiedo di
    concedermi la vostra mano.
    Queste erano le parole che Sergj Ivnovic' aveva sulle labbra  mentre
    si trovava a dieci passi da Vrenka la quale, inginocchiata disputando
    un fungo a Griscia, stava chiamando la piccola Mascia.
    - Qui,  qui, bambini! Quanti ce ne sono! - grid con la sua bella voce
    profonda.
    All'avvicinarsi di Sergj  Ivnovic'  non  si  sollev  e  non  cambi
    posizione,  ma  tutto  in  lei  rivelava  che lo sentiva venire,  e ne
    gioiva.
    - Ebbene, avete trovato qualche cosa?  - gli domand volgendo verso di
    lui il viso grazioso e sorridente, inquadrato nel fazzoletto bianco.
    - Nemmeno uno! - rispose Sergj Ivnovic'. - E voi?
    Vrenka non gli rispose, occupata dai ragazzi che le stavano attorno.
    -  Ancora  uno laggi,  vicino al ramo - disse,  e indic a Mascia una
    piccola rossola,  tagliata per met da un filo d'erba  secca,  da  cui
    cercava  di  liberarsi.  Quando Mascia tir su la rossola,  Vrenka si
    alz. - Tutto questo mi ricorda la mia infanzia - disse allontanandosi
    dai bambini a fianco di Sergj Ivnovic'.
    Fecero alcuni passi  in  silenzio.  Vrenka  capiva  che  egli  voleva
    parlare,  intuiva  che  cosa  voleva  dirle  e sentiva che il cuore le
    palpitava per  l'emozione,  la  gioia  e  la  paura.  Si  erano  tanto
    allontanati,  ormai,  che nessuno avrebbe potuto udirli, eppure Sergj
    Ivnovic' non si  decideva  a  parlare.  Anche  Vrenka  preferiva  il
    silenzio:  quello  che  avevano da dirsi era pi facile esprimerlo pi
    tardi e non ora,  subito dopo aver parlato di funghi.  In  ogni  modo,
    contro la sua volont e come per caso, Vrenka disse:
    - Cos non avete trovato nulla?  Del resto, in mezzo al bosco i funghi
    sono sempre pi rari che non ai margini.
    Sergj Ivnovic' sospir e non disse nulla;  era contrariato dal fatto
    che  la  fanciulla avesse ripreso a parlare di funghi e avrebbe voluto
    ricondurla alle parole che ella aveva  detto  a  proposito  della  sua
    infanzia.  Suo malgrado,  per,  dopo un breve silenzio,  rispose alle
    ultime parole di lei.
    - Ho sentito dire che i funghi  bianchi  spuntano  preferibilmente  ai
    margini dei boschi, ma io non li conosco molto!
    Trascorsero  alcuni  minuti.  Erano  ancora  pi lontani dai bambini e
    completamente soli. Il cuore di Vrenka batteva cos forte che ella ne
    udiva i colpi  e  sentiva  di  arrossire,  di  impallidire  e  poi  di
    arrossire di nuovo.
    Diventare  la  moglie  di un uomo come Koznyscv dopo la posizione che
    aveva avuto in casa della signora Stahl non era forse per lei  l'apice
    della felicit?  Inoltre, era quasi certa di essere innamorata di lui.
    Aveva paura...  il suo destino  stava  per  decidersi.  Era  terribile
    pensare,  sia  a  quello che egli avrebbe detto,  sia a quello che non
    avrebbe detto...
    Ora,  o mai pi,  doveva avvenire una spiegazione: questo  lo  sentiva
    anche Sergj Ivnovic'. Tutto, nello sguardo, nel rossore, negli occhi
    bassi  di  Vrenka  tradiva un'attesa morbosa.  Sergj Ivnovic' se ne
    rese conto e prov pena per lei,  sent anche  che,  tacendo  in  quel
    momento,  significava offenderla. Si ripet in fretta, mentalmente, le
    considerazioni fatte poco prima in favore del matrimonio; si ripet le
    parole che aveva preparate per fare la sua  richiesta  ma,  invece  di
    quelle,  per  chiss  quale  inaspettata  considerazione,  a un tratto
    domand:
    - Che differenza c' tra un ovulo e un prugnolo?
    Le labbra di Vrenka tremarono, mentre rispondeva:
    - Nel cappello non c' quasi differenza, differiscono solo nel gambo.
    E subito,  non  appena  queste  parole  furono  scambiate,  compresero
    entrambi  che  quello  che doveva essere detto non sarebbe stato detto
    mai, e la violenta agitazione, che poco prima aveva raggiunto l'apice,
    cominci a calmarsi.
    - Il fungo prugnolo ricorda nel gambo il mento di un  uomo  bruno  che
    non si sia fatta la barba da due giorni - disse tranquillamente Sergj
    Ivnovic'.
    - E' proprio vero!  - approv sorridendo Vrenka e, istintivamente, la
    direzione della loro passeggiata mut.
    Tornarono vicino ai bambini.  Vrenka era turbata e offesa  ma,  nello
    stesso tempo, provava come un senso di liberazione, di sollievo.
    Andando  verso  casa,  Sergj  Ivnovic'  riesamin mentalmente le sue
    considerazioni sul matrimonio, e le trov false. Non poteva tradire la
    "memoria di Marie"!

    - Adagio, bambini,  adagio!  - grid Levin stizzito fermandosi davanti
    alla  moglie,  quasi  per  difenderla  dai piccoli che,  strillando di
    gioia, le si precipitavano incontro.
    Dietro i bambini, uscirono dal bosco Sergj Ivnovic' e Vrenka. Kitty
    non ebbe bisogno di chiedere nulla: comprese dall'aspetto calmo  e  un
    po'  mortificato  di  entrambi  che  i  suoi  progetti  non  si  erano
    realizzati.
    - E cos? - le domand Levin, mentre rientravano in casa.
    - Non attacca!  - rispose Kitty ricordando,  tanto nel sorriso  quanto
    nel  modo  di  parlare,  suo  padre,  cosa che Levin notava spesso con
    piacere.
    - Come, non attacca?
    - Cos... - rispose lei e,  prendendo la mano del marito,  se la port
    alle  labbra  e  la  sfior con un bacio,  come si bacia la mano di un
    vescovo.
    - E chi  che non attacca? - chiese Levin sorridendo.
    - Tutti e due. Si vede che  destino cos!
    - Attenta, stanno passando i contadini!
    - Non importa! Non hanno veduto.


    CAPITOLO 6.

    Mentre i bambini prendevano il t,  i grandi,  seduti sulla  terrazza,
    discorrevano   come  se  nulla  fosse  accaduto,   sebbene  tutti,   e
    specialmente Sergj Ivnovic' e Vrenka,  sapessero molto bene che era
    accaduto  qualcosa,  sia pure di negativo,  ma comunque di importante.
    Entrambi provavano lo stesso sentimento di uno scolaro dopo  un  esame
    andato  male,  che  lo costringe a ripetere la classe o a lasciare per
    sempre l'istituto.
    Tutti  i  presenti,   rendendosi  anch'essi  conto  che  era  accaduto
    qualcosa,  parlavano animatamente di argomenti vari e banali.  Levin e
    Kitty, quella sera,  si sentivano particolarmente felici e innamorati,
    ed  erano  un po' confusi della loro felicit,  come di una indiscreta
    allusione per quelli che  avrebbero  desiderato  trovarsi  nella  loro
    condizione, ma non volevano o non potevano...
    -  Ricordate  quello  che  vi ho detto: Aleksndr non verr - disse la
    vecchia principessa.
    Quella sera si attendeva l'arrivo di Stepn Arkadyc' e,  forse,  anche
    del vecchio principe, che aveva annunziato la sua probabile venuta.
    - E io so perch non verr - continu la principessa.  - E' d'opinione
    che, per i primi tempi, bisogna lasciar soli i giovani sposi..
    - Il babbo ci abbandona: non si  pi fatto vedere! - disse Kitty. - E
    che giovani sposi siamo? Vecchi, ormai...
    - Solo che, se non viene, vi dovr salutare anch'io, ragazzi - sospir
    tristemente la principessa.
    - Che dite, mamma? - l'assalirono le due figlie.
    - Ma via, ragionate... Ora  tutto solo.
    E a un tratto,  la voce della vecchia  principessa  trem;  le  figlie
    tacquero  e  si  scambiarono un'occhiata.  La mamma riuscir sempre a
    trovare qualcosa di poco allegro!, si dissero con quello sguardo.
    N l'una, n l'altra, per, sapevano che, per quanto la principessa si
    trovasse bene in casa della figlia,  per quanto sentisse la  necessit
    di rimanerci,  era triste per s e per il marito giacch, da quando si
    era sposata l'ultima diletta figlia,  il nido  familiare  era  rimasto
    vuoto.
    -  Che volete,  Agfija Michjlovna?  - domand a un tratto Kitty alla
    vecchia governante, che stava l ritta, con aria grave e misteriosa.
    - Si tratta della cena.
    - Ah s, benissimo - rispose Dolly.  - Tu va' a dare gli ordini,  e io
    intanto mi occuper di Griscia e gli far fare i compiti.  Oggi non ha
    concluso nulla!
    - Questa  una lezione per me! - esclam Levin scattando in piedi.
    Griscia, che frequentava gi il ginnasio,  aveva da eseguire i compiti
    delle  vacanze.  Drija Aleksndrovna,  che gi a Mosca si era messa a
    studiare il latino con il figlio, venuta dai Levin si era imposta come
    regola di ripetere con lui, almeno una volta al giorno, le lezioni pi
    difficili  di  aritmetica  e  di  latino.  Levin  si  era  offerto  di
    sostituirla,  ma  Dolly,  avendo  assistito  una volta alla lezione di
    Levin e avendo notato che egli non seguiva il  metodo  del  ripetitore
    che  aveva  a  Mosca,  confusa e cercando di non offendere Levin,  gli
    aveva decisamente dichiarato che Griscia doveva studiare  seguendo  il
    libro adottato, come usava farlo studiare il ripetitore e che, da quel
    giorno, se ne sarebbe di nuovo occupata ella stessa.
    Levin  era  indispettito contro Stepn Arkadyc' perch,  a causa della
    sua trascuratezza,  lasciava alla  moglie  la  cura  degli  studi  del
    figliolo, mentre costei non ci capiva nulla, ed era indispettito anche
    contro  il  professore  che,  secondo  lui,  insegnava  molto  male ai
    ragazzi; comunque, aveva promesso alla cognata di seguire il metodo da
    lei preferito.  E aveva continuato a studiare con Griscia  non  pi  a
    modo  suo,  ma  secondo  il  libro  di testo e perci di malavoglia e,
    spesso,  dimenticando l'ora della lezione.  Cos era stato anche  quel
    giorno.
    -  Vado io,  Dolly,  tu resta seduta - disse.  - Faremo tutto quanto 
    indicato nel libro di testo.  Quando,  per,  arriver Stiva andremo a
    caccia, e allora salteremo qualche lezione.
    E Levin se ne and con Griscia.
    Vrenka  si  offr  di  aiutare  Kitty: la giovane,  anche in una casa
    pulita e ordinata come quella dei Levin, sapeva rendersi utile.
    - Vado io a ordinare la cena, voi restate qui sedute - disse e si alz
    per recarsi da Agfija Michjlovna.
    - Gi,  gi,  probabilmente  non  hanno  trovato  i  polli:  bisogner
    prenderne dei nostri - disse Kitty.
    - Vedremo,  vedremo, ne parleremo con Agfija Michjlovna, penseremo a
    tutto.
    E Vrenka scomparve con lei.
    - Che cara ragazza! - esclam la principessa.
    - No, mamma, non cara, ma incantevole come non se ne trovano altre.
    - Quest'oggi, dunque,  aspettate Stepn Arkadyc'?  - interloqu Sergj
    Ivnovic' che, evidentemente, non desiderava continuare il discorso su
    Vrenka.  -  E'  difficile trovare due cognati meno somiglianti tra di
    loro - prosegu con un malizioso sorriso. - Uno, irrequieto,  che vive
    in  societ  come  un  pesce  nell'acqua;  l'altro,  il nostro Kstja,
    vivace, svelto,  sensibile a tutto,  ma che non appena si trova tra la
    gente, o diventa muto o si dibatte come un pesce in terra.
    -  Gi,  non   molto riflessivo - disse la principessa rivolgendosi a
    Sergj Ivnovic'.  - Volevo proprio pregarvi di dirgli che  Kitty  non
    pu  rimanere  qui.  E' assolutamente necessario che venga a Mosca.  E
    lui, invece, parla di far venire un dottore...
    - "Maman",  far tutto quanto   necessario,    d'accordo  su  tutto-
    disse Kitty,  un po' irritata con la madre,  che prendeva come giudice
    di quelle faccende Sergj Ivnovic'.
    Nel bel mezzo della conversazione,  si ud sul viale uno scalpitio  di
    cavalli e uno scricchiolio di ruote sulla ghiaia.
    Dolly non fece in tempo ad alzarsi per andare incontro al marito,  che
    dal basso, dalla finestra della stanza in cui Griscia stava studiando,
    salt fuori Levin e fece scendere il bimbo.
    - E' Stiva! - grid Levin. - Noi abbiamo finito, Dolly, non temere!  -
    aggiunse e, come un ragazzo, si precipit verso la carrozza.
    - "Is,  ea,  id, eius eius, eius!" (149) - gridava Griscia saltellando
    sul viale.
    - E  c'  qualcun  altro!  Forse  pap...  -  grid  Levin  fermandosi
    all'imbocco del viale.  - Kitty, non scendere la scala... fa' il giro,
    piuttosto.
    Levin, per,  s'ingannava scambiando per il vecchio principe colui che
    sedeva  in  carrozza.  Quando  la  vettura fu pi vicina,  a fianco di
    Stepn Arkadyc',  non vide il principe,  ma un bel giovanotto,  con in
    testa  un  berrettino  scozzese  dai  lunghi  nastri svolazzanti.  Era
    Vsenka Veslovskij, cugino in terzo grado degli Scerbackij,  brillante
    giovanotto   di   Pietroburgo   e  di  Mosca,   eccellente  ragazzo  e
    appassionato cacciatore, come lo present Stepn Arkadyc'.
    Per nulla sconcertato della delusione cagionata dalla sua presenza  al
    posto  di  quella  del principe,  Veslovskij salut allegramente Levin
    ricordandogli che si erano gi conosciuti in altre occasioni e, tirato
    su in carrozza Griscia,  lo fece passare al  di  sopra  del  "pointer"
    portato da Stepn Arkadyc'.
    Levin  prefer seguirli a piedi.  Era un po' contrariato che non fosse
    arrivato il vecchio principe al quale, quanto pi lo conosceva,  tanto
    pi si affezionava e,  pi contrariato ancora,  per il fatto che fosse
    apparso quel Vsenka Veslovskij,  una persona assolutamente estranea e
    superflua.  La  sua  irritazione,  poi,  crebbe  quando,  giunti  alla
    scalinata d'ingresso presso cui si era riunita l'animata compagnia dei
    grandi e dei piccoli,  vide che Vsenka Veslovskij baciava la mano  di
    Kitty con un'aria affabilmente compita e galante.
    -  Vostra  moglie  e io siamo cugini e anche vecchi conoscenti - disse
    Veslovskij stringendo di nuovo la mano a Levin e con molta energia.
    - Ebbene, come andiamo a selvaggina? - chiese a Levin Stepn Arkadyc',
    che faceva fatica a salutare tutti.  - Questo giovanotto e io  abbiamo
    le pi feroci intenzioni...  Su,  Tnja,  c' qualcosa in carrozza per
    te! Prendi nella vettura,  l dietro!  - disse rivolgendosi a tutti in
    una volta.  - Che bell'aspetto hai,  Dolly!-  e, baciandole ancora una
    volta la mano, gliela trattenne un poco tra le sue.
    Levin,  che un momento  prima  era  nella  pi  gaia  disposizione  di
    spirito, guardava quella scena, che non gli piaceva affatto.
    Chi  hanno  baciato,  ieri,  quelle  labbra?,  pens  osservando  le
    effusioni di Stiva con la moglie.  Guard  Dolly  e  neppure  lei  gli
    piacque.  Ella non crede pi all'amore di suo marito, perch, allora,
    si dimostra cos contenta? E' una cosa ripugnante!, concluse.  Guard
    la  principessa,  che  gli  era  cos simpatica un minuto prima,  e fu
    seccato dall'affabile accoglienza con  cui  faceva  entrare,  come  se
    fosse in casa sua, quel Vsenka con i suoi nastri svolazzanti. Persino
    Sergj Ivnovic', che era uscito sulla scalinata, gli parve sgradevole
    per l'affabilit che dimostrava verso Stepn Arkadyc',  affabilit che
    giudic ipocrita,  giacch sapeva benissimo che suo fratello non amava
    e  non  stimava  Oblonskij.  E  anche  Vrenka,  con  la  sua  aria di
    santarellina, lo indispose,  perch si agitava tanto per quel signore,
    mentre pensava soltanto alla maniera di prender marito.
    E  pi  odiosa  di  tutti  gli  parve  Kitty  per  il  modo con cui si
    abbandonava al tono di  allegria  generale,  che  quel  signore  aveva
    creato con il suo arrivo in campagna,  quasi fosse una festa per lei e
    per tutti;  in modo speciale,  poi,  era furioso per quel  particolare
    sorriso con cui Kitty rispondeva ai sorrisi di lui.
    Chiacchierando animatamente, tutti entrarono in casa ma, non appena si
    furono seduti in sala, Levin si volt e usc.
    Kitty  vide  che  il marito era di malumore: avrebbe voluto trovare un
    minuto  per  parlargli  a  quattr'occhi,   ma  egli  si  affrett   ad
    allontanarsi  dichiarando  di  aver  da  fare nello studio.  Da tempo,
    ormai,  le sue occupazioni non gli erano sembrate cos importanti come
    quel giorno.
    Per  loro    sempre  festa,  egli pens,  ma c' un lavoro che non
    aspetta e senza il quale non si pu vivere.


    CAPITOLO 7.

    Levin rientr in casa soltanto quando lo avvertirono che la  cena  era
    pronta.  Sulla scala si imbatt in Kitty e Agfija Michjlovna, che si
    consultavano sui vini in tavola.
    - Ma perch fate tante storie? Servite il solito.
    - No,  Stiva non ne beve...  Kstja,  aspetta: che cos'hai?  - domand
    Kitty cercando di trattenerlo,  ma Levin non l'aspett e,  senza darle
    ascolto, si avvi a grandi passi nella sala da pranzo, affrettandosi a
    intromettersi nella conversazione generale,  tenuta viva da Veslovskij
    e da Stepn Arkadyc'.
    -  Allora  domani  andiamo  a  caccia,  oppure  no?  -  domand Stepn
    Arkadyc'.
    - Andiamoci,  ve ne prego - intervenne Veslovskij,  seduto di  sghembo
    sulla sedia, sulla quale appoggiava una sola delle grosse gambe.
    - Ben volentieri!  Siete gi stato a caccia quest'anno? - chiese Levin
    a Veslovskij con quella falsa affabilit che Kitty conosceva cos bene
    e che cos poco gli si addiceva. - Non so se troveremo beccacce,  ma i
    beccaccini abbondano.  Per bisogna partir presto. Non vi stancherete?
    E tu, Stiva, non sei stanco?
    - Io stanco?  Non mi  ancor mai capitato di  sentirmi  stanco.  Sarei
    anche d'accordo di non andare neppure a dormire questa notte e di fare
    invece una bella passeggiata.
    - Ottima idea davvero! Vogliamo non dormire? - rincalz Veslovskij.
    -  Oh,  quanto  a questo,  sappiamo benissimo che tu sei capace di non
    dormire e di non lasciar dormire gli altri - disse Dolly al marito con
    quella  lieve  sfumatura  di  ironia,   che  ora  usava  quasi  sempre
    rivolgendosi a lui.  - Per conto mio,  dato che non ceno,  ora che mi
    ritiri.
    - No,  Dlenka,  rimani un po' qui con noi - insist  Stepn  Arkadyc'
    andando  a sedersi accanto a lei alla grande tavola dove si cenava.  -
    Ti devo ancora dire tante cose!
    - Nulla, probabilmente.
    - Sai che Veslovskij  stato da Anna? E che ci andr di nuovo? Abita a
    sole cinquanta "vrsty"  da  qui.  Senza  dubbio,  ci  andr  anch'io.
    Veslovskij, vieni qui.
    Vsenka cambi posto e and a sedersi vicino a Kitty.
    - Siete dunque stato da Anna? - si rivolse a lui Drija Aleksndrovna.
    Levin  era rimasto all'altro capo della tavola e,  pur conversando con
    la  principessa  e  con  Vrenka,  not  la  conversazione  animata  e
    misteriosa  che  si  svolgeva  tra  Dolly,  Stepn  Arkadyc',  Kitty e
    Veslovskij.  E non soltanto gli parve misteriosa la  conversazione  ma
    gli  parve anche di scorgere sul viso della moglie l'espressione di un
    sentimento serio quando,  senza abbassare gli occhi,  guardava il  bel
    viso di Vsenka, che raccontava animatamente qualcosa.
    -  In  casa  loro  si sta proprio bene - diceva Vsenka a proposito di
    Anna e di Vronskij.  - Io,  sono d'accordo,  non  posso  prendermi  la
    responsabilit  di  giudicare,  ma da loro ci si sente perfettamente a
    posto.
    - Che cos'hanno intenzione di fare?
    - Di passare l'inverno a Mosca, credo.
    - Come sarebbe bello andare insieme a trovarli! Tu,  quando ci andrai?
    - domand Stepn Arkadyc' a Vsenka.
    - Passer con loro il mese di luglio.
    - E tu, ci andrai? - si rivolse Stepn Arkadyc' alla moglie.
    -  Da  un  pezzo lo desidero e ci andr senz'altro - rispose Dolly.  -
    Conosco molto bene  Anna  e  la  compiango  di  cuore.  E'  una  donna
    meravigliosa.  Ci andr da sola,  quando tu sarai partito,  e cos non
    disturber nessuno e sar persino meglio che andarci con te.
    - Benissimo - rispose Stepn Arkadyc'. - E tu, Kitty?
    - Io?  Perch dovrei andarci?  - rispose Kitty facendosi rossa,  e  si
    volse a guardare il marito.
    -  Ma voi conoscete Anna Arkdevna?  - le domand Veslovskij.   E' una
    donna veramente incantevole.
    - Certo - rispose Kitty facendosi ancora pi rossa; poi si alz e and
    vicino al marito.
    - Domani vai a caccia, dunque? - gli domand.
    La gelosia di Levin,  in quei pochi minuti,  specialmente a causa  del
    rossore  che  aveva  coperto  il  viso  di  Kitty,  era andata via via
    aumentando,  e  particolarmente  adesso  ascoltando  le  parole  della
    moglie,  che interpret a modo suo. Sebbene, in seguito, non riuscisse
    a rendersi conto di  aver  potuto  immaginare  cose  simili,  ora  gli
    sembrava  chiaro  che  Kitty gli domandava se andava a caccia solo per
    sapere se avrebbe procurato quel piacere a Vsenka Veslovskij,  di cui
    ella, a parer suo, si era gi innamorata.
    -  S,  ci  andr  - le rispose con voce forzata e cos innaturale che
    parve a lui stesso odiosa.
    - No,  sarebbe  meglio  che  domani  passaste  la  giornata  con  noi,
    altrimenti Dolly non pu nemmeno vedere suo marito. Andateci piuttosto
    dopo domani - disse Kitty.
    Il  senso  delle  parole  di  Kitty  fu  da  Levin tradotto cos: Non
    separarmi da "lui". Che tu vada o no, per me  lo stesso,  ma lasciami
    godere la compagnia di questo attraente giovanotto.
    - Se lo desideri, domani resteremo qui - rispose Levin con particolare
    affabilit.
    Vsenka intanto,  non sospettando affatto l'effetto prodotto dalla sua
    presenza,  si alz da tavola dopo Kitty e,  seguendola con uno sguardo
    sorridente e affettuoso, le and dietro.
    Levin not quello sguardo.  Impallid e,  per un attimo,  rimase senza
    fiato. Come pu permettersi di guardare cos mia moglie?, e si sent
    ribollire di collera.
    - Domani, allora, andremo o non andremo a caccia?  Decidete di s,  vi
    prego  -  disse  Vsenka,  e torn a sedersi di traverso su una sedia,
    ripiegando una gamba sotto l'altra.
    La gelosia di Levin andava sempre  aumentando.  Gi  si  vedeva  nelle
    vesti  di  un  marito  ingannato,  che la moglie e l'amante cercano di
    sfruttare per ottenere le comodit  e  i  piaceri  della  vita...  Ma,
    nonostante  questo,  interrog  cortesemente  e ospitalmente Vsenka a
    proposito delle cacce cui aveva partecipato, del fucile che usava, del
    tipo di stivali che calzava,  e acconsent a organizzare la caccia per
    il giorno dopo.
    Per  fortuna  di  Levin,  la  vecchia  principessa  mise fine alla sua
    tortura alzandosi e consigliando a Kitty di andare a  dormire.  Ma,  a
    questo  punto,  ecco  una  nuova  sofferenza  per Levin.  Salutando la
    padrona di casa,  Vsenka avrebbe voluto baciarle la mano,  ma  Kitty,
    arrossendo,  con  una  ingenua  villania,  per cui pi tardi ricevette
    dalla madre un rimprovero, disse, ritirando la mano:
    - Da noi, non  ammesso!
    Agli occhi di Levin,  Kitty era colpevole di aver permesso che l'altro
    giungesse a tanta familiarit di modi e, ancor pi colpevole, per aver
    mostrato cos goffamente che i suoi modi non le piacevano.
    - Ma che gusto c' a dormire?  - disse Stepn Arkadyc' che,  dopo aver
    bevuto a cena  parecchi  bicchieri  di  vino,  si  trovava  nella  pi
    piacevole  e  poetica condizione di spirito.  - Guarda,  Kitty  diceva
    mostrando la luna che sorgeva dietro i tigli.  - Guarda,  che incanto!
    Veslovskij,  ecco  il momento giusto per una serenata.  Sai che ha una
    bella voce? - disse rivolgendosi ancora a Kitty.  - Durante il viaggio
    abbiamo cantato insieme.  Ha portato con s due bellissime romanze: ce
    le potrebbe cantare facendosi accompagnare da Varvara Andrevna.
    Quando tutti si separarono,  Stepn Arkadyc' passeggi ancora a  lungo
    per il viale con Veslovskij,  e si udirono le loro voci che intonavano
    una nuova romanza. Levin,  sprofondato in una poltrona della camera da
    letto  della  moglie,  ascoltava accigliato quelle voci e si rifiutava
    ostinatamente di risponderle sulla causa del  suo  cattivo  umore.  Ma
    quando,  finalmente,  Kitty stessa gli domand,  con tono timido,  che
    cosa gli fosse spiaciuto nel modo di comportarsi di Veslovskij,  Levin
    sbott  e  disse  tutto.  Le  sue  parole offendevano Kitty,  e questo
    aumentava la sua irritazione.  Ritto di fronte a lei,  con  gli  occhi
    lampeggianti  sotto  le  sopracciglia  aggrottate,  le mani strette al
    petto,  come se volesse  comprimerne  i  battiti  di  collera  che  vi
    ribolliva  dentro,  le  labbra  tremanti  e l'espressione del viso che
    sarebbe stata severa e persino crudele,  se al tempo stesso non avesse
    manifestato  una  sofferenza  che  commoveva Kitty,  le disse con voce
    spezzata:
    - Non credere che io sia geloso:  una  parola  che  mi  ripugna.  Non
    posso essere geloso e credere che... Non riesco a esprimere quello che
    sento,  ma  orribile... Non sono geloso, no, ma offeso e umiliato che
    qualcuno osi pensare, osi guardare con occhi simili...
    - Ma quali occhi?  - disse Kitty cercando,  in piena  buona  fede,  di
    ricordare  tutti  i  discorsi,  i gesti di quella sera e tutte le loro
    sfumature.
    In cuor suo,  riconosceva anche lei che quel modo di  seguirla  da  un
    capo  all'altro  della  tavola,  era  un  po' familiare;  ma non osava
    confessarlo nemmeno  a  se  stessa  e,  tanto  meno,  si  decideva  di
    confessarlo al marito, per timore di accrescere la sua sofferenza.
    -  Ma  che cosa si pu vedere di attraente in me,  nelle condizioni in
    cui mi trovo?
    - Ah!  - esclam Levin mettendosi le mani nei capelli.  - Se almeno tu
    non parlassi! Vuol dire, allora, che se tu fossi attraente...
    - Ma no,  Kstja,  aspetta,  ascoltami - esclam Kitty guardandolo con
    una espressione desolata. - Suvvia,  che cosa vai immaginando?  Quando
    per me non c' nessuno,  nessuno all'infuori di te?  Vuoi che non veda
    proprio pi nessuno, dimmi?
    Al primo momento,  la gelosia del marito l'aveva offesa,  e le  faceva
    dispetto  costatare che la minima,  pi innocente distrazione le fosse
    proibita;   ma  adesso  avrebbe  sacrificato  volentieri,   non   solo
    sciocchezze  simili,  ma  tutto,  per  la  sua  tranquillit  e pur di
    liberarlo dalle sofferenze che lo tormentavano.
    - Tu devi capire quanto  terribile  e  ridicola  la  mia  situazione-
    proseguiva Levin con un mormorio disperato.  - Egli  in casa mia e, a
    dir la verit, non ha fatto nulla di sconveniente, a parte l'abitudine
    di piegare  le  gambe  a  quel  modo  e  di  comportarsi  con  sciocca
    disinvoltura.   Evidentemente   egli   ritiene   che  questo  modo  di
    comportarsi sia il migliore, e perci io devo essere cortese con lui.
    - Kstja,  ma tu esageri le cose - disse Kitty rallegrandosi  in  cuor
    suo  di  quella  forza  d'amore  per  lei che ora si manifestava nella
    gelosia del marito.
    - La cosa pi orribile   che  tu  sei  come  sempre,  e  specialmente
    adesso,  una cosa sacra per me,  che noi siamo felici, particolarmente
    felici, e a un tratto quel miserabile... Ma no, no, perch lo insulto?
    Non ho nulla da ridire sul  suo  conto,  ma  perch  la  mia,  la  tua
    felicit...
    - Sai, credo di capire perch sia successo...
    - Perch? Perch?
    - Ho visto come guardavi quando parlavamo dopo cena.
    - Ebbene? Ebbene? - esclam Levin con aria spaventata.
    E Kitty gli raccont quello di cui avevano parlato;  e, raccontandolo,
    si sentiva mancare  il  respiro  per  l'agitazione.  Levin  rimase  in
    silenzio,  guardando  il  viso  pallido  e  spaventato di lei e,  a un
    tratto, si prese la testa tra le mani.
    - Ktja, colombella mia, ti ho sfinita! Perdonami, tesoro! Sono pazzo.
    Kitty,  la colpa  mia,  ma  possibile torturarsi tanto per una  cosa
    del genere?
    - Mi dispiace per te.
    - Per me?  Per me? Ma che sono io? Un pazzo. E tu? E' orribile pensare
    che qualsiasi estraneo possa turbare la nostra felicit.
    - Certo, ed  appunto questo che mi offende...
    - No,  Kitty e,  proprio per punirmi,  lo lascer stare da  noi  tutta
    l'estate  e  sar  con  lui  il  pi  gentile  possibile - disse Levin
    baciandole le mani. - Ecco, vedrai... Domani vedrai.  Ah!  s,  domani
    andiamo a caccia.


    CAPITOLO 8.

    La  mattina  dopo,  le  signore  non  si erano ancora alzate che gi i
    veicoli per la caccia,  un calesse e un carro,  erano  pronti  davanti
    all'ingresso,  e Laska, che sin dalle prime ore aveva capito che ci si
    preparava a partire,  dopo aver mugolato e saltellato a  saziet,  era
    gi  accovacciata  nel  calesse accanto al cocchiere,  guardando,  con
    espressione agitata e di disapprovazione per il ritardo,  la porta  da
    cui dovevano uscire i cacciatori.
    Comparve per primo Veslovskij, con le grosse gambe coperte sino a met
    da grandi stivaloni nuovi,  in camiciotto verde stretto in vita da una
    cintura nuova,  che odorava di pelle,  con il berrettino a nastri e un
    fucile inglese, nuovo fiammante, senza ganci e senza bandoliera. Laska
    gli  salt  festosamente incontro,  chiedendogli,  a modo suo,  se gli
    altri sarebbero comparsi presto;  ma,  non avendo  ottenuto  risposta,
    torn  al  suo posto d'attesa e trattenne di nuovo il respiro,  con la
    testa voltata verso la porta e le orecchie tese.  Finalmente la  porta
    si aperse con fracasso e lasci passare Krak,  il "pointer" pezzato di
    marrone di Stepn Arkadyc', seguito dal padrone, con il fucile in mano
    e il sigaro in bocca.
    - Buono,  buono,  Krak!  - gridava affettuosamente  al  cane  che  gli
    metteva le zampe sul ventre e sul petto, addentandogli il carniere.
    Stepn Arkadyc' aveva indossato un paio di pantaloni logori, calzature
    di un sol pezzo e un corto soprabito. In testa portava un cappelluccio
    vecchio,  ma  il  fucile  di nuovo modello era un vero gioiello,  e il
    carniere e la cartuccera, bench logori, erano della migliore qualit.
    Vsenka Veslovskij non aveva capito sino a quel momento  in  che  cosa
    consistesse  la vera eleganza del cacciatore: essere coperti di cenci,
    ma avere un equipaggiamento di caccia di prim'ordine.  Lo cap adesso,
    guardando Stepn Arkadyc' che, con quegli indumenti malandati addosso,
    manteneva tuttavia la figura di vero signore elegante,  ben pasciuto e
    allegro,  e  decise  che  la  prossima  volta  avrebbe  seguito,  come
    acconciatura, l'esempio dell'amico.
    - Be', e il nostro ospite che cosa fa? - domand.
    - Ha la moglie giovane - rispose sorridendo Stepn Arkadyc'.
    - S,  veramente deliziosa.
    - Eppure era gi vestito. Senza dubbio, sar andato lutarla ancora una
    volta.
    Stepn  Arkadyc'  aveva  indovinato.  Levin era tornato di nuovo dalla
    moglie a domandarle ancora una volta  se  l'avesse  perdonato  per  la
    sciocchezza  della sera prima,  e anche per raccomandarle,  in nome di
    Dio,  di riguardarsi e di essere molto  prudente  e,  soprattutto,  di
    tenersi  lontana  dai  bambini,  che  avrebbero  potuto  darle qualche
    involontario spintone.  Poi volle  riavere  la  conferma  che  non  le
    dispiaceva  troppo  che egli se ne andasse per due giorni,  e la preg
    ancora una volta di fargli avere un biglietto il mattino seguente, con
    un messo a cavallo: due righe sole per rassicurarlo sulla sua salute.
    Kitty,  come sempre,  soffriva nel separarsi dal  marito  ma,  vedendo
    quella sua figura piena di vita,  che pareva ancora pi robusta con la
    camicia bianca e gli  stivaloni  da  cacciatore  e  scorgendo  in  lui
    un'eccitazione,   sebbene  per  lei  incomprensibile,   di  entusiasmo
    venatorio, dimentic per la gioia del marito la propria tristezza e si
    separ da lui allegramente.
    - Scusate, signori! - disse Levin scendendo di corsa la scala.-  Hanno
    messo la colazione nella carrozza? Come mai il sauro a destra? Be', fa
    lo stesso. Laska, gi, a cuccia! - E al mandriano, che lo aspettava ai
    piedi della scala,  per chiedergli disposizioni riguardo  ai  torelli,
    disse: - Lasciali con il gregge.
    - Scusatemi ancora, signori: ecco un altro scocciatore che mi aspetta.
    Levin  smont  dal  calesse,  sul quale aveva gi preso posto,  e and
    incontro al falegname, che gli si avvicinava con un metro in mano.
    - Ecco,  ieri non sei venuto in ufficio e adesso  sei  qui  per  farmi
    perdere tempo. Che c'?
    -  Vorrei  che ci lasciaste fare ancora un gomito alla scala;  baster
    aggiungere tre gradini  e  tutto  andr  bene.  Ne  sarete  molto  pi
    contento.
    -  Se  tu mi avessi dato retta!  - rispose stizzito Levin.  - Ti avevo
    detto di collocare prima  l'armatura  e  poi  di  mettere  a  posto  i
    gradini.  Ormai,   troppo tardi. Fa' come ti ho detto: costruisci una
    scala nuova.
    Il  falegname  aveva  sbagliato  la  scala  del  nuovo  padiglione  in
    costruzione:    l'aveva   costruita   a   parte,    senza   calcolarne
    l'inclinazione, di modo che,  quando poi fece per collocarla,  tutti i
    gradini  risultarono  obliqui.  Per  rimediare,  il  falegname  voleva
    aggiungere tre gradini.
    - Sar molto meglio.
    - Ma dove andr a finire,  dimmi,  questa scala con l'aggiunta di  tre
    gradini?
    - Scusate, signore - gli rispose il falegname con uno sdegnoso sorriso
    - quando comincer dal basso salir,  salir e arriver giusto giusto!
    - e accompagn le sue parole con un gesto di sicura convinzione.
    - Ma questi tre nuovi gradini aumenteranno la lunghezza  della  scala!
    Dove andr a finire?
    -  Scusate  -  ripet il falegname con un ostinato sorriso - comincer
    dal basso,  andr su e arriver!  - concluse con un gesto  che  voleva
    essere convincente.
    - Ma vuoi capire che, con questi tre gradini di aggiunta, la lunghezza
    della scala aumenter...  Dove andr a finire? Fin sotto al soffitto e
    dentro la parete.
    - Scusate... ma verr su dal basso. Salir, salir e... arriver.
    Levin prese la bacchetta del fucile e tracci sulla polvere un disegno
    della scala.
    - E' cos, lo vedi?
    -  Come  ordinate  voi  -  rispose  il  falegname   con   lo   sguardo
    improvvisamente  illuminato  giacch,  finalmente,  aveva  capito come
    stavano le cose. - Si vede che bisogna proprio fare un'altra scala.
    - Fa' dunque quello che ti si ordina!  -  grid  Levin  sedendosi  nel
    calesse. - Andiamo! Filpp, tieni i cani!
    Levin,  felice  di  lasciarsi  alle  spalle  tutte  le  preoccupazioni
    familiari e  quelle  dell'amministrazione  della  tenuta,  provava  un
    sentimento di gioia di vivere cos intensamente che avrebbe voluto non
    parlare.  Inoltre,  era  tutto preso da quell'emozione concentrata che
    prova ogni cacciatore  avvicinandosi  al  luogo  dell'azione.  Se  pur
    qualcosa adesso lo preoccupava, riguardava soltanto problemi di questo
    genere: avrebbero trovato selvaggina nella palude di Klpeno?  Come si
    sarebbe comportata Laska in confronto  a  Krak?  Sarebbe  egli  stesso
    riuscito  a  fare  buona  figura di fronte ai compagni?  E se si fosse
    coperto di vergogna davanti a un estraneo? Se Oblonskij avesse sparato
    meglio di lui? Ecco le domande che gli passavano ora per la mente.
    Le stesse, o quasi,  che rendevano taciturno anche Oblonskij.  Il solo
    Vsenka Veslovskij non stava zitto un minuto e continuava a discorrere
    allegramente. Ora, ascoltandolo, Levin si vergognava di ricordare come
    fosse  stato  ingiusto  nei  suoi riguardi la sera prima.  Vsenka era
    veramente un bravo ragazzo,  semplice,  bonario,  gioviale.  Se  Levin
    l'avesse incontrato quando era ancora scapolo,  gli sarebbe certamente
    divenuto amico.  L'unica cosa che gli dispiaceva era quel suo modo  di
    considerare  la  vita  come una continua festa,  quella sua disinvolta
    eleganza e l'importanza indiscussa che pareva  dare  alle  sue  unghie
    lunghe  e  ben  curate,  al  berrettino  scozzese  e  a  tutto  quanto
    riguardava la propria  persona.  Ma  gli  si  poteva  perdonare  tutto
    questo,  grazie alla sua bonomia e alla sua indiscussa distinzione.  A
    Levin piaceva per la sua buona educazione,  per l'ottima pronunzia del
    francese e dell'inglese e perch era una persona del suo stesso mondo.
    Vsenka  era  entusiasta  del bilancino di sinistra,  un cavallo delle
    steppe del Don, e non si saziava di ammirarlo.
    - Come dev'essere bello galoppare su un simile cavallo in  mezzo  alla
    steppa! Non  vero? - diceva.
    Egli  immaginava  che,  nel montare un cavallo della steppa,  ci fosse
    qualcosa di  selvaggio,  di  poetico,  di  irreale...  Ma  quella  sua
    ingenuit,  specialmente unita alla sua bellezza, al simpatico sorriso
    e alla grazia dei suoi movimenti,  erano veramente attraenti.  Sia che
    la sua natura fosse simpatica a Levin, sia perch, in espiazione della
    sua  ingiustizia  del  giorno  prima,  questi  cercasse  di trovare in
    Veslovskij qualche cosa di buono,  fatto si  che gli  faceva  piacere
    stare in sua compagnia.
    Percorse  tre "vrsty",  Veslovskij si accorse,  a un tratto,  che non
    aveva n i sigari,  n il portafogli e non sapeva se li avesse perduti
    o   dimenticati   sul  tavolo,   e  siccome  il  portafogli  conteneva
    trecentosettanta  rubli,   non  era  il  caso  di  restare  in  quella
    incertezza.
    - Sapete,  Levin,  che faccio? Una galoppata sino a casa con il vostro
    cavallo del Don... Sar di ritorno prestissimo. Che ne dite? - domand
    preparandosi gi a montare in sella.
    - Ma no,  perch?  - rispose Levin calcolando che Vsenka  non  doveva
    pesare meno di sei "pudy". - Mander il cocchiere.
    Il  cocchiere  part  al galoppo sul bilancino e Levin prese le redini
    della pariglia.


    CAPITOLO 9.

    - Be',  quale  il nostro itinerario?  Esponilo un po' per bene  disse
    Stepn Arkadyc'.
    -  Ecco  il  piano:  ora andiamo sino a Gvozdvo,  dove c' una palude
    ricca di beccaccini; pi in l troveremo altre paludi bellissime,  con
    abbondanza  di beccaccini e di beccacce.  Ora fa caldo,  ma ci restano
    ancora venti "vrsty" da percorrere, e verso sera arriveremo sul posto
    e potremo cacciare con il fresco.  Pernotteremo l e,  il giorno dopo,
    raggiungeremo le paludi grandi.
    - E lungo la strada non c' nulla?
    - S,  qualcosa si pu trovare, ma non  facile. Ci sono due magnifici
    posticini, ma fa troppo caldo e si perderebbe del tempo.
    Levin si sarebbe fermato volentieri in quei due  posticini,  ma  erano
    vicini a casa,  e ci poteva andare in qualunque momento; inoltre erano
    piccoli e non c'era spazio per sparare in  tre.  Non  era  quindi  del
    tutto sincero dicendo che era difficile trovare selvaggina.
    Giunti all'altezza di una piccola palude,  Levin voleva passare oltre,
    ma all'occhio esperto  di  Stepn  Arkadyc'  non  sfugg  l'acquitrino
    visibile dalla strada.
    - Se passassimo l? - disse indicando la piccola palude.
    - S,  Levin,  fermiamoci,  per favore! - si mise a pregare Vsenka, e
    Levin non pot non acconsentire.
    Non avevano fatto in tempo a fermarsi  che  i  cani,  sorpassandosi  a
    vicenda, gi volavano verso la palude.
    - Krak! Laska!
    I cani tornarono indietro.
    -  In tre si star stretti.  Io rester qui - disse Levin sperando che
    non avrebbero trovato nulla,  all'infuori di qualche pavoncella che si
    era  alzata  per  via dei cani e che,  dondolandosi in volo,  emetteva
    grida lamentose.
    - No, no... andiamoci tutti e tre, Levin! - insisteva Veslovskij.
    - E' troppo ristretta davvero!  Laska,  qui!  Voi non avete bisogno di
    due cani, vero?
    Levin,  rimasto accanto al calesse, guardava con invidia i cacciatori.
    Questi esplorarono tutta la palude ma,  tranne una gallinella e  delle
    pavoncelle,  una delle quali venne uccisa da Vsenka, nella palude non
    c'era nulla.
    - Non avevo forse ragione? - disse Levin. - Si perde solo del tempo.
    - Comunque   divertente.  Avete  visto?  -  diceva  Vsenka  montando
    goffamente  sul calesse con il fucile e la pavoncella in mano.  - Come
    ho tirato bene, vero? Arriveremo presto dove si spara sul serio?
    A un tratto i cavalli si impennarono.  Levin batt la testa contro  un
    fucile, ed esplose uno sparo che a Levin, per, parve fosse echeggiato
    prima che egli battesse la testa. Il fatto era che Vsenka Veslovskij,
    abbassando  i  cani,  aveva premuto un grilletto e trattenuto l'altro.
    Fortunatamente il piombo si infisse nel terreno senza far del  male  a
    nessuno.
    Stepn  Arkadyc'  scosse  la  testa  e  guard  Veslovskij con aria di
    rimprovero.  Ma Levin non ebbe il coraggio di rimbrottarlo:  in  primo
    luogo,  qualunque  rimprovero  sarebbe  parso provocato dallo spavento
    preso e dal bernoccolo che andava spuntandogli  sulla  fronte;  e,  in
    secondo  luogo,  Veslovskij  fu,  a  tutta  prima,  cos  ingenuamente
    addolorato e poi rise in modo tanto  bonario  per  lo  scompiglio  che
    aveva provocato che non pot trattenersi dal ridere anche lui.
    Quando si avvicinarono alla seconda palude,  che era abbastanza grande
    e avrebbe fatto perdere abbastanza tempo, Levin esort i suoi compagni
    a non scendere. Ma Veslovskij lo supplic di nuovo e di nuovo,  poich
    la  palude  era stretta,  Levin,  da ospite cortese,  rimase presso il
    calesse.
    Krak si slanci subito nella palude.  Vsenka  si  mise  per  primo  a
    correre dietro al cane e, prima che Stepn Arkadyc' avesse avuto tempo
    di avvicinarsi, gi si era alzato in volo un beccaccino.
    Veslovskij  spar,  ma fall il colpo.  L'uccello and a posarsi su un
    prato non falciato e venne lasciato a  Veslovskij:  Krak  lo  ritrov,
    Veslovskij lo abbatt e torn verso il calesse.
    - Adesso andate voi,  rester io con i cavalli - disse a Levin. Questi
    che  cominciava  a  invidiare  i  cacciatori,   cedette  le  redini  a
    Veslovskij ed entr nella palude.
    Laska,  che  gi  da  un  pezzo  guaiva  lamentosamente  e  si lagnava
    dell'ingiustizia, si slanci d'un balzo verso un gruppo di monticelli,
    pieno di promesse e noto a Levin, dove Krak non era ancora andato.
    - Perch non la fermi? - grid Stepn Arkadyc'.
    - Oh, non la spaventer di certo! - rispose Levin, sicuro del suo cane
    e seguendolo di corsa.
    La ricerca di Laska, quanto pi essa si avvicinava ai monticelli,  che
    ben conosceva, tanto pi si faceva attenta e seria. Un piccolo uccello
    di palude la distrasse per un attimo soltanto. Fece un giro attorno ai
    monticelli, ne inizi un altro e, a un tratto, trasal e si ferm.
    - Va',  va',  Stiva!  - grid Levin sentendo che il cuore cominciava a
    battergli pi forte e che a un tratto,  come se nel suo udito si fosse
    prodotto uno sdoppiamento,  tanto era teso, tutti i suoni, perdendo la
    misura della distanza,  cominciavano a colpirlo  disordinatamente,  ma
    chiaramente.  Percep  il passo di Stepn Arkadyc' e lo scambi per un
    lontano  scalpitar  di  cavalli;   ud  il  fruscio  della  terra  dei
    monticelli  che  cadeva  sotto  il  suo  peso,  delle  radici  che  si
    spezzavano, e prese questi suoni per il volo di una beccaccia.  Dietro
    di s, non lontano, ud pure un certo sguazzare nell'acqua, di cui non
    poteva rendersi ragione.
    Scegliendo  con prudenza il posto su cui posare il piede,  si avvicin
    al cane:
    - Cerca, Laska!
    Davanti al cane si sollev un beccaccino.  Levin imbracci  il  fucile
    ma,  nel momento stesso in cui prendeva la mira, quel rumore di passi,
    pesantemente sguazzanti nell'acqua,  aument,  si avvicin e a essi si
    aggiunse la voce di Veslovskij che gridava in modo estremamente forte.
    Levin  non  manc  di  accorgersi  che puntava troppo corto,  ma spar
    ugualmente il colpo, che and a vuoto.
    Si volt indietro e scorse la vettura  e  i  cavalli  affondati  nella
    palude.  Vsenka,  desideroso di seguire meglio la caccia, aveva fatto
    loro abbandonare la strada per la palude, dove si erano impantanati.
    Che il diavolo se lo  porti!,  mormor  Levin  ritornando  verso  il
    veicolo.
    - Perch vi siete mossi? - domand seccamente a Veslovskij e, chiamato
    il cocchiere, si accinse a liberare i cavalli.
    Levin era irritatissimo, sia perch era stato disturbato nel tiro, sia
    perch avevano fatto impantanare i cavalli e,  soprattutto,  perch n
    Stiva,  n Veslovskij aiutavano lui e  il  cocchiere  a  liberare  gli
    animali,  giacch n l'uno, n l'altro avevano la minima cognizione al
    riguardo.
    Senza rispondere a Vsenka,  il  quale  affermava  che  il  posto  era
    perfettamente  asciutto,  Levin  lavorava in silenzio con il cocchiere
    per liberare i cavalli.  Ma poi,  infervorato nel lavoro e vedendo con
    quanto  zelo  Veslovskij si sforzava di rialzare il calesse,  al quale
    stacc pure un parafango,  si rimprover di essere troppo  freddo  con
    lui, forse ancora sotto l'influenza del sentimento del giorno prima, e
    cerc di dimostrarsi particolarmente affabile. Quando tutto fu rimesso
    in  ordine  e  la  vettura  riportata  sulla  strada,  Levin ordin di
    preparare la colazione.
    - "Bon apptit, bonne conscience! Ce poulet va tomber jusqu'au fond de
    mes bottes" (150: Buon appetito, buona coscienza!  Questo pollo finir
    in  fondo ai miei stivali) -  disse in francese Vsenka,  ritornato di
    ottimo umore,  finendo di mangiare il secondo pollastro.  - Su,  ora i
    nostri  guai  sono  finiti  e  adesso tutto proceder felicemente.  In
    punizione delle mie malefatte, per, chiedo di sedere a cassetta. Sar
    il vostro automedonte: vedrete come vi condurr bene!  - disse,  senza
    abbandonare  le  redini,  a  Levin  che  lo pregava di lasciar fare al
    cocchiere. - No,  devo espiare la mia colpa,  e a cassetta ci so stare
    benissimo...
    E cos partirono.
    Levin  temeva  un  po' per i suoi cavalli,  specialmente per quello di
    sinistra,  il sauro,  che  Veslovskij  non  sapeva  guidare;  ma,  suo
    malgrado,  si lasci contagiare dall'allegria del giovanotto che,  per
    tutta la strada,  cant,  fece imitazioni,  raccont storielle e diede
    spiegazioni sulla guida all'inglese "four in hand" (151) e cos,  dopo
    colazione, raggiunsero, di eccellente umore, la palude di Gvozdvo.


    CAPITOLO 10.

    Vsenka guid i cavalli con tanta energia che arrivarono  alla  palude
    troppo presto, tanto che faceva ancora caldo.
    Avvicinandosi alla palude pi importante, meta principale del viaggio,
    Levin pensava al modo di liberarsi da Vsenka per poter cacciare senza
    impedimenti. La stessa cosa pensava, evidentemente, Stepn Arkadyc', e
    sul  suo viso Levin vedeva l'espressione preoccupata che sempre assume
    il cacciatore prima che  cominci  la  caccia,  e  una  certa  furberia
    bonaria che gli era propria.
    - Come ci disporremo? La palude, a quanto pare,  ottima, e vedo anche
    qualche avvoltoio - disse Stepn Arkadyc' indicando due grandi uccelli
    che  volteggiavano  sopra  la  saggina  palustre.  -  Dove ci sono gli
    avvoltoi, c' senza dubbio selvaggina.
    - Ebbene, signori - cominci Levin stringendosi gli stivaloni con aria
    cupa ed esaminando il fucile.  - Vedete quella saggina?  - e indic un
    isolotto  che  nereggiava  con  la  sua  vegetazione  scura in mezzo a
    un'immensa prateria falciata a met,  che si  stendeva  a  destra  del
    fiume.  - La palude comincia proprio qui,  davanti a noi, dove c' pi
    verde. Di l si stende a destra, dove pascolano i cavalli; l, dove si
    vedono quei rialzi, troveremo beccacce come,  del resto,  ne troveremo
    anche  qui  attorno,  sino  a  quegli ontani e sino proprio al mulino.
    Vedi, laggi, quella specie di insenatura? Quello  il punto migliore.
    Una volta, laggi,  ho ammazzato diciassette beccacce.  Ci moveremo in
    due diverse direzioni, con un cane per ciascuno, e ci riuniremo vicino
    al mulino.
    - Bene!  decidiamo: chi va a destra?  chi a sinistra? - domand Stepn
    Arkadyc'.  - A destra c' pi spazio,  andate  voi  due;  io  andr  a
    sinistra - disse con apparente noncuranza.
    - Benissimo,  lo batteremo nei tiri!  Su,  andiamo, andiamo - rincalz
    Vsenka.
    Levin fu costretto ad  accettare  la  decisione,  e  i  tre  amici  si
    separarono.
    Erano appena entrati nella palude,  che tutt'e due i cani cominciarono
    a cercare insieme e si spinsero verso  l'acqua  color  ruggine.  Levin
    conosceva  quel  modo di braccare di Laska,  prudente e indefinito,  e
    conosceva pure il punto ove si trovava uno stormo di beccacce.
    - Veslovskij,  statemi a fianco!  - bisbigli  al  compagno,  che  gli
    sguazzava dietro nell'acqua;  la direzione del fucile di lui,  dopo lo
    sparo accidentale della mattina, senza volerlo lo preoccupava.
    - Non pensate a me, non voglio darvi fastidio! - l'altro rispose.
    Levin, per,  ricordava involontariamente le parole di Kitty quando lo
    aveva salutato: State attenti, eh, a non uccidervi a vicenda!.
    I  cani si avviarono,  prima avvicinandosi,  poi evitandosi,  seguendo
    ciascuno la propria pista.  L'attesa di vedere una beccaccia era  cos
    intensa  che il ciangottio del proprio tacco,  tirato fuori dall'acqua
    rugginosa,  pareva ogni volta a Levin il verso dell'uccello,  per  cui
    egli afferrava e stringeva il calcio del fucile.
    - Pum! Pum! - gli echeggi sopra l'orecchio.
    Era  Vsenka  che  tirava sopra un gruppo di anitre che,  volteggiando
    sulla palude,  si erano avvicinate ai cacciatori.  Levin non  fece  in
    tempo  a  voltarsi,  che si sollev una beccaccia,  poi un'altra,  una
    terza e, infine, altre otto, una dietro l'altra.
    Stepn Arkadyc' ne abbatt una proprio nel momento in cui si metteva a
    fare i suoi zig zag, e l'uccello cadde a piombo, come un sasso, dentro
    la palude. Poi mir, senza fretta, a un'altra,  che volava molto basso
    verso  le saggine e,  insieme con il rumore dello sparo,  la beccaccia
    cadde e la si vide saltellare nella palude, sbattendo l'ala bianca che
    non era stata colpita.
    Levin non fu cos fortunato;  sulla prima beccaccia  spar  troppo  da
    vicino  e  fece  cilecca:  aveva  preso  la mira non appena essa aveva
    cominciato a sollevarsi,  ma in quel momento,  proprio davanti ai suoi
    piedi, ne vol fuori un'altra, ed egli fece di nuovo cilecca.
    Mentre ricaricava il fucile,  se ne sollev una terza. Veslovskij, che
    aveva avuto tempo di ricaricare,  tir a  casaccio  altri  due  colpi.
    Stepn  Arkadyc'  raccatt  la  sua  preda  e  guard  Levin  con aria
    soddisfatta.
    - Su, adesso separiamoci!  - disse e,  zoppicando un poco con la gamba
    sinistra,  chiam  con  una fischiatina il proprio cane e,  tenendo il
    fucile pronto,  si avvi dalla parte che si  era  riservata.  Levin  e
    Veslovskij rimasero insieme.
    A Levin succedeva sempre,  quando falliva i primi colpi, di perdere il
    sangue freddo,  di indispettirsi  e  di  sparare  male  per  tutta  la
    giornata.  Fu cos anche quella volta.  Le beccacce erano numerose; si
    sollevavano continuamente,  ora sotto  i  piedi  dei  cacciatori,  ora
    davanti ai cani,  e Levin avrebbe potuto riprendersi la rivincita. Pi
    tirava,  per,  pi diventava vergognoso,  a motivo di Veslovskij  che
    tirava a casaccio,  a dritta e a manca, senza prendere nulla ma senza,
    per questo,  sconcertarsi e rimanere confuso.  Levin  non  riusciva  a
    ritrovare  la propria calma,  ed era arrivato al punto di perdere ogni
    speranza di abbattere anche il pi piccolo uccellino.
    Pareva che anche Laska lo capisse. Cercava la selvaggina con una certa
    indolenza,  e si voltava a guardare i cacciatori con un'espressione di
    perplessit    e   di   rimprovero.    Gli   spari   si   susseguivano
    ininterrottamente;  attorno ai cacciatori si librava una nube di fumo,
    mentre  il grande carniere non conteneva che tre piccole beccacce,  di
    cui una toccava a Veslovskij,  e una non aveva avuto da Levin  che  il
    colpo di grazia.
    Frattanto,  dall'altra parte della palude,  si sentivano gli spari non
    frequenti ma,  cos almeno pareva a  Levin,  ben  centrati  di  Stepn
    Arkadyc'  e,  quasi  dopo  ogni  colpo giungeva la voce di lui: Krak,
    Krak, porta!.
    Questo aumentava l'irritazione di  Levin.  Le  beccacce  volteggiavano
    senza  tregua  sopra le saggine,  da ogni parte risonavano i versi che
    gli uccelli facevano volando e il rumore di  quando  zampettavano  per
    terra. Alcune beccacce, stanate, svolazzavano un po' e poi, stanche di
    restar  sulle  ali,  si posavano davanti ai cacciatori;  invece di due
    sparvieri soltanto,  ora ne volavano a  diecine,  stridendo  sopra  la
    palude.
    Dopo  aver percorso la maggior parte della palude,  Levin e Veslovskij
    raggiunsero una distesa erbosa,  divisa in lunghe strisce appartenenti
    a diverse famiglie di contadini;  le strisce terminavano nelle saggine
    ed erano per  met  gi  falciate.  C'era  poca  speranza  di  trovare
    selvaggina tanto nei luoghi non falciati come negli altri,  ma siccome
    Levin aveva stabilito con Stepn Arkadyc'  il  punto  di  ritrovo,  si
    incammin  con  il  compagno  sia attraverso le strisce falciate,  sia
    attraverso quelle non falciate.
    - Ehi,  cacciatori!  - grid  un  contadino  seduto  presso  un  carro
    staccato.  -  Venite  a  far  la siesta con noi!  Beviamo un bicchiere
    insieme...
    Levin si volt a guardare.
    - Vieni! - ripet il contadino barbuto, dal volto rosso,  sorridente e
    dai denti candidi,  sollevando una bottiglia quadrata, verdognola, che
    brillava al sole.
    - "Qu'est ce qu'ils disent?" (152: Cosa dicono?) domand Veslovskij.
    - Ci invitano a bere la vodka.  Probabilmente stanno falciando i  loro
    campi.  Accetterei  con piacere - aggiunse Levin,  non senza una certa
    astuzia,  sperando che Veslovskij si lasciasse sedurre dalla  vodka  e
    andasse dai contadini.
    - Perch vogliono offrirci da bere?
    -  Cos,  perch   certo una cosa che a loro fa piacere.  Andate,  vi
    divertirete.
    - "Allons, c'est curieux" (153: Andiamo,  curioso, interessante).
    - Andate,  andate,  troverete facilmente la strada  sino  al  mulino!-
    grid  Levin  vedendo  con  piacere che Veslovskij,  camminando curvo,
    traballando sui piedi stanchi e  tenendo  il  fucile  con  il  braccio
    appesantito,  si  tirava  fuori  dalla  palude  e  si  avviava verso i
    contadini.
    - Vieni anche tu!  - grid il contadino a  Levin.  -  Vieni,  mangerai
    anche le ciambelle!
    Levin  avrebbe  volentieri  bevuto  della vodka e mangiato un pezzo di
    pane: era stanco e sentiva che  strappava  a  forza  i  piedi  che  si
    impantanavano nel terreno melmoso.  Esit un momento,  ma scorgendo il
    cane che puntava qualche cosa,  la stanchezza scomparve immediatamente
    e  s'incammin  con  leggerezza,  attraverso  la melma,  alla volta di
    Laska.
    Davanti a lui si alz una beccaccia: egli spar e la  colse.  Il  cane
    non si mosse.
    - Prendi!  - l'aizz Levin. Si alz un'altra beccaccia. Egli spar, ma
    era  una  giornata  sfortunata: fece cilecca e,  quando and a cercare
    l'uccello abbattuto, non lo trov pi. Frug in mezzo alle saggine, ma
    Laska,  evidentemente,  non prestava fede a quel colpo  e,  quando  la
    mand a cercare, finse soltanto di farlo.
    Anche  senza Vsenka,  che Levin incolpava della propria disdetta,  le
    cose non andavano meglio. Beccacce ce n'erano tante anche l, ma Levin
    falliva un colpo dopo l'altro.
    I raggi obliqui del sole erano ancora caldi: il vestito,  inzuppato di
    sudore,  si appiccicava al corpo;  lo stivale sinistro, pieno d'acqua,
    era pesantissimo e si attaccava alla melma;  sulla faccia,  sudicia di
    polvere,  il sudore scendeva a grosse gocce; aveva la bocca amara, nel
    naso l'odore di polvere e  di  ruggine,  nelle  orecchie  l'incessante
    zirlio  delle  beccacce;  le canne del fucile non si potevano toccare,
    tanto erano roventi, i battiti del cuore erano rapidi e brevi; le mani
    tremanti per l'agitazione e le gambe  stanche  inciampavano  contro  i
    monticelli di terra, ma Levin continuava ad andare avanti e a sparare.
    Finalmente,  fallito vergognosamente un ultimo colpo, butt a terra il
    fucile e il cappello.
    Insomma, bisogna che mi svegli!, pens.
    Riprese fucile e cappello,  chiam Laska e usc dalla palude.  Sbucato
    sull'asciutto, si sedette su un rialzo di terra, si tolse gli stivali,
    ne fece colar via l'acqua; poi si avvicin alla palude, si disset con
    quell'acqua che sapeva di ruggine, bagn le canne roventi del fucile e
    si  lav il viso e le mani.  Rimessosi cos a posto,  ritorn verso il
    luogo dove pullulavano le beccacce  con  il  fermo  proposito  di  non
    scalmanarsi.
    Voleva  star  calmo,  s,  ma non ci riusciva.  Il suo dito premeva il
    grilletto prima che egli prendesse la mira.  Le cose andavano di  male
    in peggio.
    Aveva  soltanto  cinque  capi  nel  carniere  quando usc dalla palude
    dirigendosi verso gli ontani,  dove  doveva  congiungersi  con  Stepn
    Arkadyc'.
    Prima di vedere lui,  scorse il suo cane.  Di sotto la radice contorta
    di un ontano, Krak salt fuori, nero di fango puzzolente e, con l'aria
    di vincitore, annus Laska.  Dietro Krak,  all'ombra degli ontani,  si
    deline  l'elegante figura di Stepn Arkadyc'.  Si avvicinava a Levin,
    rosso in viso,  tutto sudato,  con il colletto del camiciotto  aperto,
    trascinando la gamba.
    - E cos? Avete sparato molto? - chiese con un allegro sorriso.
    -  E tu?  - domand Levin.  Ma non c'era bisogno che glielo chiedesse,
    perch aveva gi visto il carniere pieno.
    - Be', non mi posso lagnare...
    Aveva con s quattordici capi di selvaggina.
    -  Magnifica  palude!  Tu,  probabilmente,  sei  stato  disturbato  da
    Veslovskij.  In due, con un solo cane, si sta a disagio - disse Stepn
    Arkadyc' cercando di mitigare l'effetto del proprio trionfo.


    CAPITOLO 11.

    Quando Levin e Stepn Arkadyc'  giunsero  nell'"izb"  del  contadino,
    dove Levin usava fermarsi,  vi trovarono gi Veslovskij. Era seduto in
    mezzo all'"izb" e, con tutt'e due le mani, si teneva aggrappato a una
    panca per reggere agli strattoni di  un  soldato,  il  fratello  della
    padrona  di  casa,  che  gli toglieva gli stivaloni pieni di fango,  e
    intanto rideva del suo solito riso contagioso.
    - Sono appena arrivato.  "Ils ont t charmants" (154).  Mi hanno dato
    da mangiare e da bere.  Che pane...  una vera delizia! E la vodka? Non
    ne ho mai bevuta di pi saporita!  Non hanno voluto prender  soldi,  a
    nessun costo,  e continuavano a dire: Non offenderti...,  o qualcosa
    di simile.
    - E perch pigliar soldi?  Si capisce che ve  l'hanno  offerta.  Hanno
    forse  vodka  da vendere?  - disse il soldato riuscendo finalmente,  a
    tirar via, insieme con le calze annerite, gli stivali fradici.
    Sebbene l'"izb" fosse tutt'altro che  pulita  e  il  sudiciume  fosse
    aumentato  dagli  stivali  dei  cacciatori  e  dai cani sporchi che si
    leccavano,  nonostante l'odore di palude e di polvere,  di cui si  era
    impregnato  l'ambiente,  e  la mancanza di coltello e di forchette,  i
    cacciatori bevvero il t e cenarono con quell'appetito  che  si  prova
    soltanto  quando  si  va  a  caccia.  Lavati  e ripuliti,  i tre amici
    andarono nel fienile,  dove  il  cocchiere  aveva  preparato  loro  da
    dormire.
    Sebbene gi cominciasse a far buio, nessuno dei tre amici aveva voglia
    di  coricarsi.  La  conversazione,  che  dapprima  si  aggir  su casi
    personali di caccia,  avvenuti in occasioni precedenti,  su  tiri,  su
    cani, cadde infine su un argomento che interess tutti.
    L'entusiasmo  di Vsenka per la bellezza di quella serata,  il profumo
    del fieno,  il simpatico incontro con i contadini del carro  rotto  (a
    lui  era  sembrato  rotto  perch  ne  era  stata  staccata  la  parte
    anteriore),  la benevolenza con cui gli avevano offerto  la  vodka,  i
    cani  che  se  ne  stavano  accucciati,  ognuno  ai  piedi del proprio
    padrone,  incitarono Oblonskij a descrivere,  in contrasto con  quegli
    entusiasmi  campestri,  le  meraviglie  di  una  partita di caccia nei
    possedimenti  del   signor   Malthus,   un   ricchissimo   appaltatore
    ferroviario,  alla  quale aveva partecipato l'anno precedente.  Stepn
    Arkadyc' parl delle  grandi  paludi  riservate,  di  cui  quello  era
    proprietario  nel  governatorato di Tver,  del lusso delle vetture che
    trasportavano i cacciatori,  delle tende rizzate accanto  alle  paludi
    per farvi colazione.
    -  Non capisco - disse Levin sollevandosi a mezzo dal suo giaciglio di
    fieno - come mai quella gente non  ti  sia  odiosa.  Capisco  che  una
    colazione  con il Lafitte sia molto piacevole,  ma possibile che tutto
    quel  lusso  non  ti  disgusti?  Quella  gente,  come  una  volta  gli
    appaltatori   generali  delle  gabelle,   accumula  soldi  in  maniera
    vergognosa e, mentre accumula, non si cura del disprezzo altrui;  poi,
    con quello che ha disonestamente lucrato, si riscatta dal disprezzo di
    prima.
    - Giustissimo!  - fece eco Vsenka Veslovskij. - Perfettamente giusto!
    Oblonskij, s'intende, accetta i loro inviti per bont d'animo,  ma gli
    altri dicono: Ma poich Oblonskij viene a caccia....
    -  Niente  affatto!  - esclam Oblonskij,  e Levin sent che,  dicendo
    questo,  il cognato sorrideva.  - Semplicemente non lo  considero  pi
    disonesto di qualsiasi altro ricco, mercante o nobile che sia. Gli uni
    e  gli altri si sono arricchiti allo stesso modo,  con il lavoro e con
    l'ingegno.
    - S,  ma con quale genere di lavoro?  E' forse un lavoro ottenere una
    concessione e rivenderla ad altri?
    - Si capisce!  E' un lavoro nel senso che,  se non ci fosse stato lui,
    non ci sarebbero nemmeno le ferrovie.
    - Ma non  un lavoro come quello del contadino o dello scienziato.
    - Ammettiamolo,  ma  un lavoro che non manca di dare un risultato: la
    ferrovia. Ma gi, tu trovi che le ferrovie sono inutili...
    -  No,  questa    un'altra questione: io sono pronto a riconoscere la
    loro utilit. Ma ogni guadagno, io sostengo, che sia sproporzionato al
    lavoro,  disonesto.
    - E chi si incaricher di valutare il lavoro?
    - L'arricchimento  per  via  disonesta,  con  astuzia  -  disse  Levin
    sentendo  di  non  sapere  esattamente  definire  la  demarcazione tra
    l'onesto e il disonesto - ,  per esempio,  l'arricchimento attraverso
    le  speculazioni  bancarie  - prosegu.  - Questo male,  l'acquisto di
    enormi patrimoni senza lavoro, com'era al tempo degli appalti,  non ha
    fatto altro che cambiar forma!  "Le roi est mort, vive le roi!" (155).
    Non si  fatto in tempo a distruggere gli appalti,  che sono  spuntate
    le ferrovie e le banche: sempre un lucro senza lavoro.
    -  S,  forse  tutto  quello  che dici pu essere giusto e acuto...  A
    cuccia,  Krak!  - grid  Stepn  Arkadyc'  al  cane  che  si  grattava
    rivoltando tutto il fieno;  poi,  evidentemente sicuro della giustezza
    delle sue argomentazioni e perci con calma  e  senza  alcuna  fretta,
    prosegu:  -  Ma  tu  non hai definito la linea di demarcazione tra il
    lavoro onesto e quello disonesto. Il fatto che io riceva uno stipendio
    maggiore di quello del mio capufficio,  che conosce assai meglio di me
    il lavoro,  disonesto?
    - Non lo so.
    -   Allora,   ascoltami:   perch   tu  guadagni  per  il  tuo  lavoro
    nell'azienda,  poniamo,  cinquemila rubli,  mentre il contadino che ci
    ospita,  per quanto ci dia dentro a lavorare, non riesce a guadagnarne
    pi di cinquanta?  Questo fatto  forse disonesto quanto il fatto  che
    io  guadagni  pi  del  capufficio  e  che  Malthus  abbia  pi  di un
    sorvegliante delle ferrovie? Io vedo,  invece,  un certo atteggiamento
    ostile, che per non ha alcun fondamento, da parte della societ verso
    questa gente, e mi pare che qui si tratti soltanto di invidia...
    -  No,  questo  non    giusto - disse Veslovskij.  - Non si tratta di
    invidia; in questa faccenda, qualcosa di poco pulito c'.
    - Permetti - prosegu Levin - tu dici che non  giusto che  io  riceva
    cinquemila rubli e il contadino cinquanta; questo  vero. E' ingiusto,
    e io lo sento, ma...
    - E' proprio cos: come mai noi mangiamo,  beviamo,  andiamo a caccia,
    ci riposiamo, mentre lui  eternamente, eternamente al lavoro? - disse
    Vsenka Veslovskij che, evidentemente,  per la prima volta in vita sua
    rifletteva in modo chiaro su questo problema e,  quindi,  con assoluta
    sincerit.
    - S,  tu lo senti,  ma non al punto da dargli la tua propriet  disse
    Stepn Arkadyc', che pareva volesse stuzzicare Levin.
    Negli  ultimi  tempi,  tra  i  due cognati,  i rapporti si erano fatti
    segretamente ostili,  come se,  da quando erano ammogliati con le  due
    sorelle,  fosse  nata  una  specie  di rivalit per vedere chi avrebbe
    meglio organizzata la propria vita;  questa  ostilit  si  manifestava
    adesso  nella  conversazione  che  cominciava  ad  assumere un aspetto
    personale e ad essere punteggiata da frequenti punzecchiature.
    - Non la cedo perch nessuno me la chiede e, se anche lo volessi,  non
    potrei farlo, non saprei a chi cederla.
    - Regalala a questo contadino; vedrai che non la rifiuter.
    - E come si potrebbe fare?  Andare con lui e stipulare un contratto di
    vendita?
    - Non lo so, ma se tu sei persuaso di non avere il diritto di...
    - Io non sono affatto persuaso;  al contrario,  sento di non avere  il
    diritto di dar via quello che possiedo,  perch ho dei doveri verso la
    terra e verso la famiglia.
    - Ma scusa,  se ritieni che questa ineguaglianza sia ingiusta,    tuo
    dovere farla cessare.
    - Ma io agisco, negativamente per, nel senso che non faccio nulla per
    aumentare la differenza che esiste tra me e lui.
    - Questo  un paradosso, mio caro!
    -  S,  veramente    una  spiegazione che puzza di sofisma - confess
    Veslovskij. - Ehi,  padrone,  non dormi ancora?  - chiese al contadino
    che,  facendo scricchiolare la porta,  entrava nel fienile. - Come mai
    non dormi ancora?
    - Eh s,  altro che dormire!  I nostri signori  dormono,  pensavo,  ma
    sento che discorrete.  Ho bisogno di prendere un gancio che  qui. Non
    morderanno? - domand poi, indicando i cani camminando con prudenza, a
    piedi nudi.
    - E tu dove dormirai?
    - Noi restiamo tutta la notte a far la guardia ai cavalli.
    - Ah, che notte! - esclam Veslovskij, guardando, alla debole luce del
    crepuscolo,  un angolo dell'"izb" e del calesse senza cavalli che  si
    scorgevano nell'inquadratura della porta ora aperta. - Ma ascoltate...
    Sono voci femminili che cantano,  e non sono davvero male.  Chi canta,
    padrone?
    - Sono le ragazze di casa, qui accanto.
    -  Andiamo  a  divertirci,   Oblonskij!   Tanto  non   riusciremo   ad
    addormentarci.
    -  Come  sarebbe  bello  poter  andare  restando  sdraiati!  - esclam
    Oblonskij stiracchiandosi. - Si sta cos bene cos!
    - Be',  ci andr solo - dichiar  Veslovskij  alzandosi  di  scatto  e
    calzandosi.  -  Vi  saluto,  signori!  Se  c'  di che divertirsi,  vi
    chiamer. Voi mi avete offerto la selvaggina e io non vi dimenticher.
    - Non  vero che  un  bravo  ragazzo?  -  disse  Oblonskij,  allorch
    Veslovskij  fu  uscito  e  il  contadino ebbe chiuso la porta alle sue
    spalle.
    - S,  un caro ragazzo - rispose Levin continuando a riflettere  sulla
    conversazione  di  poco  prima.   Gli  sembrava  di  aver  chiaramente
    dichiarato,  per quanto poteva farlo,  i propri pensieri  e  i  propri
    sentimenti,  eppure  tutti  e  due i suoi compagni,  persone certo non
    stupide e sincere,  erano stati concordi nel dire che lui si consolava
    con i sofismi. E questo pensiero lo turbava.
    -  E'  proprio cos,  amico mio,  bisogna decidersi.  Una delle due: o
    riconoscere che la presente organizzazione della societ    giusta  e
    allora difendere i propri diritti, o ammettere che si gode di ingiusti
    privilegi e, se cos , fare come faccio io, ma goderne con piacere.
    - No,  non  vero;  se sentissi l'ingiustizia di questi privilegi, non
    potresti goderne con piacere; io, almeno,  non potrei.  Per me la cosa
    pi importante sta nel sentirmi colpevole.
    -  Be',  e  se  andassimo anche noi a fare una passeggiata?  - propose
    Stepn Arkadyc', evidentemente stanco per la tensione intellettuale. -
    Tanto non dormiremo. Andiamoci, su!
    Levin non rispondeva.  Ci che aveva detto poco prima,  di agire  cio
    giustamente soltanto in senso negativo,  lo preoccupava. E' possibile
    accontentarsi di una giustizia puramente negativa?, si domandava.
    - Che buon odore  ha  il  fieno  fresco!  -  esclam  Stepn  Arkadyc'
    alzandosi.  -  Non riuscir certo ad addormentarmi.  Vsenka deve aver
    combinato qualcosa laggi!  Senti come ride  e  come  parla!  Vogliamo
    andarci anche noi?
    - No, io rimango - rispose Levin.
    - Possibile che tu faccia anche questo per principio? - domand Stepn
    Arkadyc' alzandosi e cercando nel buio il suo berretto.
    - Non per principio, ma perch dovrei andarci?
    -  Temi di crearti dei guai con tua moglie?  - domand Stepn Arkadyc'
    che, dopo aver trovato il berretto, si era alzato.
    - Perch?
    - Non vedo forse in che situazione ti sei  messo  con  Kitty?  Ho  pur
    sentito  come  voi  considerate  una questione di grande importanza il
    fatto che tu vada o meno per due giorni a  caccia.  Questo  pu  andar
    bene per un idillio, d'accordo, ma per l'intera vita no, mio caro, non
    pu  bastare.  L'uomo  deve  essere  indipendente,  deve  avere  degli
    interessi personali.  Un uomo deve essere virile - concluse  Oblonskij
    aprendo la porta.
    -  Virile  in  che  senso?  Nel  senso  di andare a spassarsela con le
    contadinotte?
    - E perch no, se  divertente?  "a ne tire pas  consquence" (156).
    Mia moglie non star certo peggio mentre io mi divertir.  La cosa pi
    importante  di rispettare la casa e mantenere intatto il sacrario. In
    casa non deve accadere nulla;  per il resto,  non bisogna  legarsi  le
    mani.
    - Pu darsi - rispose asciutto Levin e si volt su un fianco.-  Domani
    bisogna  partire  presto e io,  vi avverto,  me ne andr appena spunta
    l'alba, senza svegliar nessuno.
    - "Messieurs,  venez vite!" (157) - si ud la voce di  Veslovskij  che
    tornava.  - Deliziosa!  L'ho scoperta io: una vera Gretchen, e abbiamo
    gi fatto conoscenza.  Davvero molto carina!  - aggiunse con  aria  di
    approvazione,  come  se  quella  graziosa fanciulla fosse stata creata
    apposta per lui,  ed egli volesse esprimere la propria soddisfazione a
    chi gli aveva preparato quel bel regalo.
    Levin  finse  di  dormire.  Oblonskij  infil le pantofole,  accese un
    sigaro e usc dal fienile. Ben presto le loro voci si spensero.
    Levin rimase a lungo senza potersi addormentare.  Sent i suoi cavalli
    che masticavano il fieno, poi il padrone che con il ragazzo pi grande
    si  preparava  per  andare a sorvegliare durante la notte i cavalli al
    pascolo,  infine ud il soldato che si metteva  a  dormire  dall'altra
    parte del fienile con il nipote, il piccolo figlio del padrone. Ud il
    bimbo descrivere allo zio,  con la sua vocetta sottile,  l'impressione
    prodottagli dai cani,  che gli sembravano terribili ed enormi.  Poi il
    bimbo  domand a quali animali i cani dessero la caccia,  e il soldato
    con voce rauca e  piena  di  sonno  gli  disse  che  i  cacciatori  si
    sarebbero  recati  nella  palude  e  avrebbero sparato con i fucili...
    Infine,  per liberarsi dalle domande del piccolo,  gli disse:  Dormi,
    Vaska,  se  no....  Ben  presto  prese a russare,  e tutto attorno fu
    silenzio. Si udivano soltanto il nitrito dei cavalli e il grido di una
    beccaccia.
    E' mai possibile accontentarsi di una giustizia puramente  negativa?
    si  ripet Levin.  E con questo?  E' forse colpa mia?.  E rivolse il
    pensiero alla giornata che lo attendeva.
    Domani partir prestissimo...  e giuro che non  mi  arrabbier...  Di
    beccacce se ne trovano quante si vuole!  Al ritorno qui, trover certo
    un biglietto di Kitty. S, Stiva forse ha ragione,  sono troppo debole
    con lei, non mi dimostro abbastanza autorevole. Ma che farci? Di nuovo
    la negativa....
    Tra il sonno ud le risate e l'allegro chiacchierio di Veslovskij e di
    Stepn Arkadyc'. Per un attimo apr gli occhi: la luna era alta e, nel
    riquadro della porta aperta, li rischiarava entrambi mentre, in piedi,
    conversavano.  Stepn  Arkadyc'  diceva  qualcosa  a  proposito  della
    freschezza  della  ragazza,   paragonandola  a  una  mandorla   appena
    sgusciata,  e  Veslovskij,  ridendo del suo riso contagioso,  ripeteva
    probabilmente le parole che gli aveva detto un contadino: Tu cerca di
    conquistar pi che puoi la tua!.
    Levin, mezzo addormentato, brontol:
    - Signori, domani appena giorno... - e si addorment profondamente.


    CAPITOLO 12.

    Destatosi alle prime luci dell'alba,  Levin cerc di svegliare i  suoi
    compagni.  Vsenka, sdraiato bocconi, dormiva cos sodo che non gli fu
    possibile avere da lui alcuna risposta. Oblonskij,  assonnato,  ricus
    di partire cos presto, e persino Laska, che dormiva acciambellata nel
    fieno,  si alz a malincuore e stir pigramente,  una dopo l'altra, le
    zampe posteriori.  Levin si infil gli stivaloni,  prese il fucile  e,
    aperta  cautamente la porta cigolante del fienile,  usc in strada.  I
    cocchieri dormivano accanto alle vetture;  i cavalli sonnecchiavano...
    Uno  soltanto  mangiava  pigramente la biada,  spargendola con il muso
    nella mangiatoia.
    Cominciava appena a schiarire.
    - Come mai,  caro,  ti sei alzato cos presto?  - gli domand in  tono
    amichevole, come a un buon conoscente, la vecchia padrona di casa, che
    usciva in quel momento dall'"izb".
    - Vado a caccia, zietta. Dove devo passare per arrivare alla palude?
    -  Sempre diritto,  dietro i nostri granai;  attraversa la nostra aia,
    caro il mio uomo, e i canapai. L troverai un viottolo.
    Camminando cautamente, a piedi nudi, la vecchia accompagn Levin e gli
    apr il cancelletto che chiudeva il recinto dell'aia.
    - Va' avanti cos e troverai la palude. I nostri ragazzi hanno portato
    le bestie l, ieri sera.
    Laska correva allegramente lungo il sentiero  e  Levin  la  seguiva  a
    passo  rapido e leggero,  interrogando ogni momento il cielo.  Avrebbe
    voluto giungere alla palude prima che sorgesse il sole, ma il sole non
    tard a spuntare. La luna che, quando Levin era uscito dal fienile era
    ancora visibile,  adesso brillava  soltanto  pi  come  una  palla  di
    mercurio; la stella del mattino, che prima era impossibile non vedere,
    diventava quasi invisibile,  e all'orizzonte certe sagome, prima vaghe
    e indistinte,  assumevano ora i contorni pi precisi e definiti: erano
    biche di grano. La rugiada che, in attesa del sole, restava invisibile
    sull'alta, odorosa canapa, inzuppava le gambe e il camiciotto di Levin
    sino  alla  cintola.  Nel  silenzio perfetto del mattino,  ogni minimo
    suono spiccava distinto.  Una piccola ape pass volando  vicino  a  un
    orecchio  di  Levin  con  il  sibilo di un proiettile.  Egli aguzz lo
    sguardo e ne vide una seconda e poi una terza,  uscivano tutte  da  un
    alveare  di  paglia  e scomparivano sopra la canapa,  dirette verso la
    palude alla quale Levin si avvicinava seguendo il viottolo.
    Bianchi  vapori,  ora  densi,  ora  quasi  trasparenti,  tra  i  quali
    oscillavano,  simili a isolette scintillanti,  le saggine e i cespugli
    di canne,  indicavano la grande palude,  sui  cui  margini  dormivano,
    avvolti  nei  loro  gabbani,  in attesa dell'aurora,  i ragazzetti e i
    contadini che avevano fatto la guardia durante la notte.
    Non lontano da essi, si movevano i cavalli impastoiati con una catena,
    che facevano risonare con grande strepito.
    Oltrepassati i contadini addormentati e giunto all'altezza  del  primo
    tratto paludoso,  Levin esamin il fucile e lasci andare il cane. Uno
    dei cavalli, un morello ben pasciuto di tre anni, alla vista di Laska,
    fece uno scarto e, sollevata la coda, sbuff,  anche gli altri cavalli
    si  spaventarono  e,  sguazzando  nell'acqua con le zampe impastoiate,
    producevano con gli zoccoli,  tirati fuori dalla  spessa  argilla,  un
    rumore  simile  a  uno  schiocco.  Laska  si ferm,  lanci ai cavalli
    un'occhiata di scherno e guard Levin con aria interrogativa. Levin le
    fece una carezza e fischiett,  dandole cos  il  segnale  dell'inizio
    della caccia.
    La cagna balz subito avanti,  felice e piena di fretta,  annusando la
    melma che tremolava sotto di  lei.  Entrata  di  corsa  nella  palude,
    immediatamente,  tra  gli  odori  a lei noti delle radici,  delle erbe
    palustri,  della ruggine,  e il lezzo estraneo  dello  sterco  equino,
    riconobbe l'odore,  sparso l attorno,  della selvaggina,  l'odore che
    pi di tutti la eccitava.  Qua e l,  tra il  muschio  e  le  bardane,
    quell'odore  era  assai forte,  ma le era difficile stabilire da quale
    parte  aumentasse  e  da  quale  diminuisse.  Per  meglio  sentire  la
    direzione  della  selvaggina,  si  allontan  e  si  port sottovento,
    trotterellando pian piano, in modo da potersi fermare di colpo,  se si
    fosse presentata la necessit. Svolt a destra, lontano dal venticello
    antelucano  che  soffiava da est e,  con le narici dilatate,  fiutando
    l'aria,  sent subito che non si trattava soltanto di piste,  ma della
    selvaggina  stessa  che,  in  quel  punto,  doveva  essere abbondante,
    rallent la corsa.  Gli uccelli erano l,  ma dove  precisamente?  Non
    poteva ancora saperlo e,  per trovarli,  cominci a girare in cerchio,
    quando a un tratto, la voce del padrone la distrasse.
    - Qui, Laska! - diceva Levin indicando un altro luogo.
    La cagna si ferm esitante,  ma il padrone  ripet  l'ordine  in  tono
    imperioso, indicando un gruppo di rialzi semisommersi dall'acqua, dove
    non  potevano  esserci  altro  che radici.  Laska,  per far piacere al
    padrone, esplor il luogo indicato e torn dov'era stata prima; subito
    sent di nuovo la selvaggina.
    Ora che il padrone non interveniva,  sapeva che  cosa  fare  e,  senza
    guardare  dove  mettesse le zampe,  inciampando negli alti monticelli,
    andando a finire nell'acqua,  ma raddrizzandosi subito con le forti  e
    pieghevoli  zampe,  cominci a tracciare,  uno dopo l'altro,  i cerchi
    necessari per stabilire definitivamente il punto.
    Il loro odore la colpiva sempre pi forte,  sempre  pi  forte  e  pi
    distinto  e,  a un tratto,  ebbe la certezza che uno degli uccelli era
    l, nascosto dietro una radice, a cinque passi di distanza; si ferm e
    si irrigid. Le zampe, troppo basse, le impedivano di vedere davanti a
    s,  ma l'odorato le diceva che la preda era l,  a non pi di  cinque
    passi...  Continuava a rimanere immobile, godendo di quell'attesa e di
    quella certezza.  La sua coda tesa tremava soltanto  sulla  punta;  la
    bocca  era  leggermente aperta,  le orecchie,  di cui una arrovesciata
    nella  corsa,   erano  sollevate.   Respirava  pesantemente,   ma  con
    precauzione e,  con circospezione ancora pi grande, si volt, pi con
    gli occhi che con la testa, verso il padrone.
    Levin,  con un'espressione che Laska conosceva molto bene  e  con  gli
    occhi che le parevano terribili, camminava urtando contro le radici e,
    a quanto pareva a Laska, troppo lentamente. E, invece, Levin correva.
    Dalla posa tutta particolare di Laska, appiattita contro terra come se
    vogasse con le grosse zampe posteriori e dalla bocca socchiusa,  Levin
    comprese che essa puntava la beccaccia e,  pregando in cuor suo  Iddio
    affinch il colpo avesse successo,  si mise a correre verso il cane e,
    avvicinatosi, vide davanti a s ci che Laska non poteva che annusare.
    A pochi passi di  distanza,  accovacciata  tra  le  radici,  ecco  una
    beccaccia che,  con il capino voltato,  stava in ascolto.  Poi, aperte
    leggermente le ali e ripiegandole subito,  scomparve dietro un  angolo
    dimenando goffamente la coda.
    - Cerca, cerca! - grid Levin spingendo Laska per di dietro.
    Ma io non posso andare avanti,  pens Laska.  Dove vado?  Di qui li
    sento,  ma,  se mi muovo in avanti,  non capir pi niente e non sapr
    pi dove prenderli!.
    Ma Levin la spinse con il ginocchio e,  con un commosso bisbiglio,  le
    disse:
    - Laska, piccola mia, cerca, cerca!
    Ebbene, se ci tiene tanto, lo far, ma ormai non rispondo pi di me,
    pens Laska, e si lanci in avanti tra i monticelli a gambe levate.
    Ormai,  non fiutava pi nulla,  non capiva pi nulla;  vedeva e  udiva
    soltanto.
    A  dieci passi dal luogo che aveva lasciato,  con lo zirlio pieno e il
    particolare rumore delle ali convesse,  si alz un  beccaccino.  Part
    immediatamente  un  colpo  e  l'uccello si abbatt con il petto bianco
    contro la melma. Al tempo stesso,  un secondo beccaccino prese il volo
    alle  spalle di Levin,  senza bisogno del cane.  Quando Levin si volt
    indietro,  l'uccello  era  gi  lontano,  ma  il  colpo  lo  raggiunse
    ugualmente.  Il  beccaccino  svolazz  ancora un momento,  poi and ad
    abbattersi come una boccia su un punto asciutto.
    Questa volta andr meglio, pens Levin riponendo nel carniere le due
    beccacce grassocce,  ancora tiepide.  Eh,  Laska,  vedrai  che  andr
    meglio!.
    Quando  Levin,  dopo  aver  ricaricato il fucile,  si mosse per andare
    avanti, il sole, bench non ancora visibile perch coperto dalle nubi,
    era gi spuntato. La luna, perduto tutto il suo fulgore, biancheggiava
    nel cielo come una nuvoletta,  e tutte le stelle erano scomparse.  Gli
    acquitrini, poco prima inargentati dalla rugiada, ora avevano riflessi
    d'oro;  la ruggine era color dell'ambra; il turchiniccio delle erbe si
    tramutava in un verde giallastro. Gli uccelletti palustri si agitavano
    tra i cespugli scintillanti  di  rugiada,  che  proiettavano  le  loro
    larghe ombre sin presso lo stagno. Un avvoltoio, appollaiato sopra una
    bica  di  grano,  si  era svegliato e voltava il capino da una parte e
    dall'altra, guardando scontento la palude.  Le cornacchie svolazzavano
    nei campi.  Alcuni ragazzetti scalzi spingevano i cavalli accanto a un
    vecchio che, sbucato di sotto il suo gabbano,  si stava grattando.  Il
    fumo degli spari biancheggiava come latte sopra il verde dell'erba.
    Uno dei ragazzi si avvicin di corsa a Levin.
    -  Zietto,  ieri  qui c'erano le anitre...  ne abbiamo viste tante!gli
    grid e lo segui a distanza.
    E a Levin,  in presenza di quel monello che gli esprimeva  apertamente
    la  propria  ammirazione,  fece  doppiamente  piacere uccidere ancora,
    proprio l, un colpo dietro l'altro, tre beccaccini.


    CAPITOLO 13.

    La superstizione diffusa tra i cacciatori che,  se il  primo  colpo  
    fortunato,  la caccia andr bene,  si rivel esatta. Stanco, affamato,
    ma felice, Levin,  percorse una trentina di miglia,  ritorn alle nove
    passate all'"izb", dopo aver abbattuto diciannove capi di selvaggina,
    che  riempivano  il  carniere,  nel  quale  non era pi riuscito a far
    entrare un'anitra,  che fu costretto a portare appesa alla cintura.  I
    suoi compagni si erano svegliati da un pezzo e,  attendendolo, avevano
    fatto colazione.
    - Aspettate,  aspettate!  Devono  essere  diciannove  -  diceva  Levin
    contando  per  la  seconda  volta  le  beccacce  e  i  beccaccini che,
    contratti e irrigiditi,  con le penne incollate dal sangue e i  capini
    penzolanti,  erano  privi  ormai della loro aria maestosa di quando si
    libravano nel limpido cielo.
    Il conto era giusto, e l'invidia di Stepn Arkadyc' provocava in Levin
    un senso di soddisfazione; egli era,  per,  ancor pi felice per aver
    trovato  l'inviato di Kitty che gli recava il promesso messaggio della
    moglie.

    Sto benissimo e sono  allegra.  Se  sei  in  pensiero  per  me,  puoi
    tranquillizzarti  completamente,  giacch  ho  una  nuova  guardia del
    corpo,  Mrija  Vlsevna  (era  la  levatrice,   un  nuovo  importante
    personaggio  nella  vita familiare di Levin).  E' venuta per avere mie
    notizie; mi ha trovata in ottima salute e l'abbiamo pregata di restare
    sino al tuo ritorno.  Tutti sono allegri e stanno bene  e  tu,  te  ne
    prego,  non affrettarti e,  se la caccia  buona, rimani pure cost un
    altro giorno.

    La caccia fortunata e il biglietto della moglie gli diedero due  gioie
    tanto   grandi   che  Levin  dimentic  ben  presto  i  due  incidenti
    capitatigli dopo: il bilancino di destra,  che evidentemente il giorno
    prima aveva faticato troppo, non mangiava la biada ed era abbattuto.
    -  Ieri  l'avete  forzato  troppo,  Konstantn  Dmitric'  -  diceva il
    cocchiere. - L'avete spinto per dieci "vrsty" fuori strada!
    Il secondo incidente che, sulle prime,  guast il buon umore di Levin,
    ma del quale,  in seguito, rise egli pure moltissimo, fu il fatto che,
    delle provviste preparate da Kitty e con tale abbondanza  da  ritenere
    che  sarebbero  bastate per pi di una settimana,  non era rimasto pi
    nulla.
    Ritornando dalla caccia stanco ed affamato, Levin sognava specialmente
    certi piccoli,  squisiti pasticcini,  e li sognava con  tanta  avidit
    che,  a  mano  a  mano  che  si avvicinava,  gli pareva di sentirne il
    profumo e il sapore,  cos come Laska fiutava  la  selvaggina.  Appena
    giunto,  ordin subito a Filpp di servirgliene qualcuno; ma, non solo
    non c'erano pi pasticcini, ma nemmeno un pollastro.
    - Caspita,  che appetito!  - disse Stepn Arkadyc' ridendo e indicando
    Vsenka Veslovskij.  - Io non soffro di inappetenza,  no, di certo, ma
    questo qui  un fenomeno...
    - Be',  che ci vuoi fare?  - disse Levin volgendo uno sguardo  cupo  a
    Veslovskij. - Filpp, dammi allora un pezzo di manzo.
    - Il manzo l'hanno mangiato e ho dato l'osso ai cani - rispose Filpp.
    Levin ci rest cos male che, stizzito, disse:
    -  Potevate  per  lasciarmi  qualcosa,  mi pare!  - e gli venne quasi
    voglia di  piangere.  -  Allora  pulisci  la  selvaggina  e  avvolgila
    nell'ortica  -  disse  a Filpp con voce tremante,  sforzandosi di non
    guardare Vsenka. - E poi, va' a cercarmi almeno un po' di latte.
    Allorch, finalmente, si fu saziato con il latte,  si vergogn di aver
    manifestato cos apertamente il suo dispetto a una persona estranea, e
    rise del proprio risentimento, dettato dalla fame...
    La  sera  stessa,  dopo un'ultima battuta di caccia,  durante la quale
    Vsenka  uccise  ancora  qualche  capo  di  selvaggina,  i  tre  amici
    ripresero la via di casa.
    Il  ritorno  fu allegro quanto l'andata.  Veslovskij ora canterellava,
    ora ricordava la propria avventura con i  contadini  che  gli  avevano
    offerto  la vodka ripetendogli: Non offenderti,  non offenderti!,  o
    quella  delle  nocciuole  con  la  giovane  contadinotta,  e  di  quel
    contadino  che  gli  aveva  chiesto  se avesse moglie e che,  alla sua
    risposta negativa,  aveva detto: Non metter dunque  gli  occhi  sulla
    donna d'altri, ma datti da fare per trovartene una. Queste parole, in
    particolare, gli provocavano un'ilarit tutta speciale.
    - In complesso, sono entusiasta della nostra gita. E voi, Levin?
    -   Anch'io,   molto   -  rispose  sinceramente  Levin,   soddisfatto,
    soprattutto,   di  non  provare  pi  per  Veslovskij  quel  senso  di
    avversione  che  aveva  sentito  prima  di  partire  ma di essere,  al
    contrario, molto ben disposto verso di lui.


    CAPITOLO 14.

    La mattina dopo,  verso le dieci,  dopo aver fatto un  giro  nei  suoi
    possedimenti, Levin buss alla porta di Vsenka.
    -  Entrate  -  gli  grid Veslovskij - e scusatemi se ho appena finito
    adesso di  fare  "mes  ablutions"  (158)  -  gli  disse  sorridendo  e
    presentandoglisi in mutande.
    -  Non  abbiate soggezione,  vi prego - rispose Levin sedendosi vicino
    alla finestra. - Avete dormito bene?
    - Come un ghiro. Sar una buona giornata, oggi, per la caccia?
    - Che cosa prendete alla mattina? T o caff?
    - N l'uno, n l'altro. Faccio colazione.  Sono veramente mortificato:
    penso  che le signore saranno gi alzate...  Adesso sarebbe bello fare
    quattro passi: mi farebbe piacere vedere i vostri cavalli.
    Dopo aver girato per il giardino,  visitato la scuderia,  fatta un po'
    di  ginnastica alle sbarre,  Levin torn in casa con l'ospite ed entr
    in sala con lui.
    - Abbiamo avuto una bellissima caccia e quante impressioni!  - esclam
    Veslovskij avvicinandosi a Kitty,  che era seduta presso il "samovr".
    - Peccato che le signore non possano godere di questi piaceri!
    Bisogna bene che costui dica una parola alla padrona di casa,  pens
    Levin,  al  quale parve di nuovo di vedere qualcosa che lo contrariava
    nel sorriso e nell'espressione trionfante con  la  quale  l'ospite  si
    rivolgeva a Kitty.
    La principessa,  che era seduta dall'altra parte del tavolo con Mrija
    Vlsevna e Stepn Arkadyc',  chiam a s Levin e  avvi  con  lui  una
    conversazione  sul trasferimento a Mosca per il parto di Kitty e sulla
    sistemazione dell'appartamento.
    Come prima del suo matrimonio,  Levin si sentiva urtato  da  qualsiasi
    preparativo che offendeva,  con la sua minima importanza, la grandezza
    di ci che doveva compiersi,  cos ora nulla lo infastidiva  quanto  i
    preparativi  per  il  futuro  parto,  di cui pareva che calcolassero i
    tempi sulle dita.
    Levin si sforzava di  non  udire  quelle  conversazioni  sul  modo  di
    fasciare il futuro bambino, si voltava dall'altra parte per non vedere
    certe  misteriose,  innumerevoli,  lunghe  strisce  di  maglia,  certi
    triangoli di tela e altre cose del genere, alle quali Dolly attribuiva
    grande importanza.
    La nascita di un figlio (era convinto che sarebbe stato  un  maschio),
    che altri gli prometteva,  e alla quale,  nondimeno,  non poteva ancor
    credere, tanto gli sembrava straordinaria, da una parte,  gli appariva
    come una felicit immensa e perci impassibile e, dall'altra parte, un
    evento  cos  misterioso,  che il fatto di discuterlo e di prepararlo,
    come se si trattasse di una  cosa  normalissima,  lo  offendeva  e  lo
    umiliava.
    Ma  la  principessa  non  capiva  i suoi sentimenti,  vedeva in questa
    apparente indifferenza soltanto della leggerezza e perci non gli dava
    pace.  Aveva incaricato Stepn Arkadyc' di cercare un  appartamento  e
    adesso voleva parlare con Levin.
    - Io non ci capisco nulla, principessa, fate come volete.
    - Bisogna pur decidere quando rientrerete a Mosca...
    - Davvero non lo so.  So soltanto che nascono milioni di bambini fuori
    di Mosca e senza alcun dottore. Dunque, perch...
    - In tal caso...
    - Ma no, come vuole Kitty.
    - Con Kitty non se ne pu parlare. Vuoi che la spaventi? Ricordati che
    Natlija  Golcyna    morta  di  parto  per  colpa  di   un   cattivo
    ostetrico...
    - Far tutto ci che vorrete - rispose Levin con aria cupa.
    La  principessa continu le sue spiegazioni,  ma Levin non l'ascoltava
    pi.  Bench la conversazione con la principessa lo infastidisse,  non
    era  questo il motivo per cui si era fatto cupo;  il motivo era quello
    che accadeva presso il "samovr".
    Cos non pu durare!  pensava  Levin  gettando  di  tanto  in  tanto
    un'occhiata  su  Vsenka  che  si  era chinato verso Kitty e le diceva
    qualcosa con il  suo  bel  sorriso,  mentre  lei  arrossiva  e  pareva
    agitata.
    C'era qualcosa di sconveniente nella posa di Vsenka, nel suo sguardo,
    nel  suo sorriso,  e qualcosa di sconveniente Levin vedeva anche nella
    posa e nello sguardo di Kitty.  Di nuovo il suo sguardo si oscur,  di
    nuovo,  come il giorno prima,  si sent precipitare dall'altezza della
    felicit, della gioia, della calma e della dignit,  nell'abisso della
    disperazione,  del rancore e dell'umiliazione. Di nuovo, tutto e tutti
    gli divennero odiosi.
    - Fate come vi pare,  principessa - disse voltandosi di nuovo verso il
    "samovr".
    -  Tu pesi,  o tiara dei Monomachi! (159) - gli disse scherzosamente
    Stepn Arkadyc',  evidentemente alludendo non solo alla  conversazione
    con la principessa,  ma anche al motivo del malumore di Levin, che non
    gli era sfuggito. - Come scendi tardi, quest'oggi, Dolly!
    Tutti si alzarono per accogliere Drija Aleksndrovna. Vsenka si alz
    per un momento solo e,  con la mancanza di cortesia verso le  signore,
    propria  dei  giovanotti moderni,  si limit a fare un lieve inchino e
    poi continu la sua conversazione con Kitty mettendosi  a  ridere  per
    qualche cosa.
    -  Mascia  mi  ha  fatto disperare: ha dormito male ed  terribilmente
    capricciosa! - disse Dolly.
    La conversazione,  avviata da Vsenka con Kitty,  si aggirava di nuovo
    sull'argomento della sera prima, su Anna, sul fatto se l'amore potesse
    mettersi  al  di  sopra  di  qualsiasi convenienza mondana.  Kitty non
    gradiva quella conversazione che la agitava, sia per l'argomento,  sia
    per  il tono con cui essa era condotta,  sia,  in particolare,  perch
    ella gi sapeva l'effetto che avrebbe prodotto sul marito. Ma ella era
    troppo  semplice  e  inesperta  per  saperla  troncare  e  anche   per
    nascondere l'imbarazzo e quella sensazione spiacevole che le procurava
    l'evidente  attenzione  di  quel bel giovanotto verso di lei.  Avrebbe
    voluto troncare il discorso,  ma non sapeva come fare.  Qualsiasi cosa
    avesse fatto,  sarebbe stata notata dal marito che l'avrebbe, inoltre,
    interpretata in senso cattivo. E infatti,  quando ella domand a Dolly
    che cosa avesse Mascia, e Vsenka, aspettando che ella mettesse fine a
    quello  scambio  di  frasi con la sorella,  per lui noioso,  si mise a
    guardare  Dolly  con  indifferenza,   quella  domanda  parve  a  Levin
    un'odiosa e poco naturale astuzia.
    - Vogliamo andare in cerca di funghi, oggi? - domand Dolly.
    - Oh s, andiamoci! Verr anch'io - rispose Kitty e arross. Per senso
    di  ospitalit  avrebbe  voluto  chiedere  a Vsenka se sarebbe andato
    anche lui, ma non lo fece.
    - Dove vai, Kstja? - domand invece, con aria da colpevole, al marito
    quando  questi  le  pass  accanto  uscendo  dalla  stanza  con  passo
    risoluto.
    Quell'aria da colpevole conferm tutti i dubbi di Levin.
    - Mentre ero assente,  arrivato il meccanico e devo vederlo - rispose
    senza guardarla.
    Scese di sotto ma, prima di aver fatto in tempo a uscire dallo studio,
    ud  i  noti  passi  della  moglie  che  veniva  da lui con imprudente
    frettolosit.
    - Che vuoi? - le chiese in tono asciutto. - Siamo occupati.
    - Scusatemi - disse ella rivolgendosi al meccanico tedesco;  devo dire
    due parole a mio marito.
    Il tedesco fece per andarsene, ma Levin lo trattenne.
    - Non disturbatevi.
    - Il treno  alle tre? - s'inform il tedesco. - Non vorrei far tardi.
    Levin non gli rispose e usc con la moglie.
    - Be', che volete dirmi? - profer in francese.
    Non la guardava in faccia per non correre il  rischio  di  commuoversi
    nel  vedere che il viso di Kitty tremava tutto e il suo aspetto faceva
    pena. Era sconvolta, annientata.
    - Io... io voglio dire che cos non si pu vivere,  che questo ...  
    un martirio...
    - In dispensa c' gente: non  il posto per far scene.
    - Entriamo qui, allora!
    Erano in una stanza di passaggio.  Kitty volle far entrare Levin nella
    stanza attigua, ma l c'era Tnja che prendeva lezione di inglese.
    - Be', andiamo in giardino!
    In giardino si imbatterono in un  contadino  che  stava  ripulendo  il
    sentiero.  Per  nulla  preoccupata  dell'effetto  che  poteva  fare su
    quell'uomo la faccia coperta di lacrime di lei  e  quella  agitata  di
    lui,  senza pensare che avevano l'aspetto di gente che sfuggisse a una
    disgrazia,  Kitty trascin con s Levin rapidamente,  sentendo che era
    per  entrambi necessario venire a una spiegazione e stare un poco a tu
    per tu, per liberarsi da quel peso che tormentava le loro anime.
    - Cos non si pu vivere!  E' un martirio...  io soffro  e  soffri  tu
    pure.  E  per  che  cosa?  -  disse  Kitty,  quando  ebbero finalmente
    raggiunto una panchina isolata all'angolo di un viale di tigli.
    - Ma tu dimmi una cosa sola: c'era, s o no, nel suo tono, qualcosa di
    sconveniente,  di impuro  e  di  umiliante  insieme?  -  chiese  Levin
    mettendosi di nuovo davanti alla moglie in piedi e premendosi il petto
    con ambo le mani, come nell'altra loro spiegazione.
    - S,  c'era...  - rispose Kitty con voce tremante.  - Ma, Kstja, non
    vedi che non  colpa mia? Sin da questa mattina, avrei voluto assumere
    un tono diverso,  ma con tutta questa  gente...  Perch  sono  venuti?
    Eravamo  cos  felici!  -  e  fu  tutta  scossa  dai singhiozzi che le
    squassavano il petto.
    Il giardiniere vide con stupore che,  sebbene nessuno li inseguisse  e
    nulla  ci fosse da cui sfuggire e sebbene,  secondo lui,  nulla avesse
    potuto trovare sulla panchina di particolarmente bello  e  consolante,
    tornarono  a  casa,  passando  davanti  a  lui  con  il volto sereno e
    raggiante.


    CAPITOLO 15.

    Accompagnata la moglie  di  sopra,  Levin  and  nell'appartamento  di
    Dolly.  Anche  Drija Aleksndrovna era quel giorno molto amareggiata.
    Camminava su e gi per la camera e diceva alla bambina che,  in  piedi
    in un angolo, stava piangendo:
    - Resterai l tutto il giorno,  pranzerai da sola,  non vedrai nemmeno
    una bambola e non avrai l'abitino nuovo! - non sapendo evidentemente a
    quali altre punizioni ricorrere.
    - E' proprio una bambina cattiva! - esclam rivolgendosi a Levin. - Da
    chi avr preso queste odiose inclinazioni?
    - Ma che ha fatto? - chiese, in tono alquanto indifferente, Levin, che
    voleva consigliarsi per cose sue e perci era seccato di essere giunto
    in un momento poco opportuno.
    - Griscia e lei sono andati laggi in cerca di lamponi,  e  l...  non
    posso neanche dire quello che ha fatto. C' da rimpiangere mille volte
    "miss" Elliot. Questa di adesso non vede nulla...  una vera macchina!
    "Figurez vous, que la petite" (160)...
    E  Drija  Aleksndrovna  raccont  a  Levin  i misfatti della piccola
    Mascia.
    - Questo non dimostra nulla: non si tratta di cattive inclinazioni, si
    tratta, semplicemente, di una birichinata, niente di pi - disse Levin
    cercando di calmare la cognata.
    - Ma tu che hai? Mi sembri sconvolto... come mai sei venuto? - domand
    Dolly. - Che cosa  successo?
    E, dal tono di questa domanda, Levin cap che gli sarebbe stato facile
    dire quello che aveva intenzione di  dire,  certo  che  sarebbe  stato
    compreso.
    - Non ero di l,  ero solo con Kitty in giardino. Abbiamo gi litigato
    due volte da quando...  arrivato tuo marito.
    Dolly lo fiss con i suoi occhi buoni e intelligenti.
    - Dimmi,  in coscienza,  Dolly,  se non ti pare che  quel  signore  si
    comporti in modo,  non dico spiacevole, ma addirittura intollerabile e
    offensivo per un marito?
    - Che debbo  dirti?  Tu,  Mascia,  resta  nell'angolo  -  ordin  alla
    figlioletta  che,  avendo  scorto  un impercettibile sorriso sul volto
    della madre,  si era subito mossa.  - Secondo le  idee  ammesse  dalla
    buona societ, egli si comporta come si comportano tutti i giovanotti.
    Corteggia  una  giovane e bella signora,  e un marito mondano dovrebbe
    esserne soltanto orgoglioso.
    - Gi, gi... - disse Levin. - L'hai notato anche tu, vero?
    - Non io soltanto,  ma l'ha notato anche Stiva.  Proprio dopo il t mi
    ha detto: Je crois que Veslovskij fait un petit brin de cour a Kitty
    (161).
    - Benissimo, allora. Adesso sono tranquillo: lo caccer via.
    - Sei pazzo? - esclam Dolly, atterrita. - Kstja, ritorna in te! Sta'
    calmo!  - aggiunse sorridendo.  - Adesso puoi andare a cercare Fanny -
    disse quindi a Mascia e poi,  rivolgendosi  a  Levin,  riprese:  -  Se
    proprio lo vuoi,  parler io a Stiva,  e Stiva lo condurr via. Si pu
    dire che sei in attesa di altri ospiti.  Tutto sommato,  non credo che
    un tipo come lui ci tenga molto a stare in casa nostra...
    - No, no, ci penso io.
    - Ma litigherai?
    - Per nulla, mi ci divertir -  disse Levin con gli occhi scintillanti
    di  letizia.  - Su,  perdonala,  Dolly!  Non lo far pi-  disse della
    piccola delinquente che non era andata da Fanny,  ma rimaneva  accanto
    alla madre, attendendo e cercando un suo sguardo.
    La  madre  chin  gli  occhi su di lei.  La piccola scoppi in pianto,
    nascose la faccia sulle ginocchia della madre e Dolly le pos sul capo
    la mano tenera e sottile.
    Che cosa c',  infatti,  di comune tra quei ragazzi  e  noi?,  pens
    Levin, e and a cercare Veslovskij.
    Attraversando  il  vestibolo,  diede ordine di attaccare il carrozzino
    per andare alla stazione.
    - Ieri si  rotta una molla! - rispose il domestico.
    - Allora il "tarants". Ma presto... Dov' l'ospite?
    - In camera sua.
    Levin trov Vsenka mentre,  dopo  aver  tirato  fuori  dalla  valigia
    parecchi  oggetti  e  posato  sulla  tavola  alcune romanze nuove,  si
    provava le ghette per andare a cavallo.
    Sia che il viso di Levin avesse una particolare espressione,  sia  che
    lo  stesso  Vsenka avesse capito che "ce petit brin de cour" era fuor
    di luogo in quella famiglia,  fatto si  che rimase un po' (quanto  lo
    pu essere un uomo di mondo) turbato dall'entrata di Levin.
    - Montate a cavallo con le ghette?
    -  S,    pi adatto - rispose Vsenka mettendo le grosse gambe sulla
    sedia,  terminando di agganciare le uose e sorridendo di  un  bonario,
    soddisfatto sorriso.
    Era  senza dubbio un buon ragazzo,  e Levin prov un senso di vergogna
    per lui e di mortificazione per se stesso, padrone di casa, non appena
    not l'improvvisa timidezza nello sguardo del suo ospite.
    Sulla tavola c'era un pezzo del  bastone  che  avevano  rotto  insieme
    quella  mattina  nel fare ginnastica,  mentre provavano a sollevare le
    sbarre,  gonfiate dall'umidit.  Levin prese in mano quel frammento e,
    non sapendo che contegno assumere, cominci a spezzettarlo.
    - Volevo... - e si arrest. Ma, improvvisamente, ricordandosi di Kitty
    e  di  tutto  quello  che era successo,  lo guard risolutamente negli
    occhi e disse: - Ho ordinato che attaccassero per voi i cavalli.
    - Perch? Dove andiamo? - cominci Vsenka con stupore. - Dove si deve
    andare?
    - Voi alla stazione -  rispose  con  aria  cupa  Levin  continuando  a
    spezzettare l'estremit del bastone.
    - Partire? E' successo qualche cosa?
    -  E'  successo  che  aspetto  degli ospiti - disse Levin sbriciolando
    sempre pi rapidamente con le dita le estremit del bastone che si era
    spaccato. - O meglio no: non aspetto ospiti, non  successo nulla,  ma
    vi prego di partire: interpretate la mia scortesia come preferite.
    Vsenka si raddrizz.
    - Io prego "voi" di spiegare...  - disse con dignit avendo finalmente
    capito.
    - Non spiego niente,  ed  meglio che non facciate domande  -  rispose
    Levin,  adagio  e  a  voce  bassa,  cercando  di nascondere il tremito
    convulso del volto;  e siccome le estremit sottili del  giunco  erano
    state sminuzzate del tutto,  le afferr dalla parte grossa e lo spezz
    in due, prendendo con abilit la parte che cadeva.
    La vista di quelle mani,  tese nello sforzo,  di quei muscoli  di  cui
    aveva  potuto  la  mattina  stessa  apprezzare l'energia,  degli occhi
    scintillanti e la  voce  severa  di  Levin,  convinsero  probabilmente
    Vsenka  meglio  delle  parole.  Alz le spalle,  sorrise sprezzante e
    disse:
    - Non potrei vedere Oblonskij?
    Sia l'alzata di spalle,  sia il  sorriso  sprezzante  non  infuriarono
    Levin. Che altro gli resta da fare?, si chiese.
    - Ve lo mando subito.
    - Che assurdit!  - esclam Stepn Arkadyc' quando,  saputo dall'amico
    che lo scacciavano dalla  casa,  raggiunse  Levin  in  giardino,  dove
    questi  passeggiava  aspettando  la  partenza  di  Veslovskij.  - Ma 
    ridicolo! Che mosca ti ha punto? Se quel giovanotto...
    Ma, evidentemente,  il punto in cui la mosca aveva pizzicato Levin era
    ancora  tanto  sensibile,  che  Levin impallid di nuovo quando Stepn
    Arkadyc' volle dire le sue ragioni, e si affrett a interromperlo.
    - Ti prego di non dire pi nulla! Non posso fare altrimenti. Mi spiace
    molto,  tanto per te che per lui: per lui,  per,  andarsene non  una
    gran  disgrazia,  mentre  per  mia  moglie  e per me la sua presenza 
    diventata intollerabile.
    - Ma lui  offeso! E poi  talmente ridicolo!
    - Anch'io sono offeso, mi sono tormentato abbastanza!  E,  siccome non
    ho nessuna colpa, non c' ragione per cui debba soffrire !
    -  Questa,  da te,  proprio non me l'aspettavo!  "On peut tre jaloux,
    mais  ce point c'est  du  dernier  ridicule!"  (162:  Si  pu  essere
    gelosi, ma sino a questo punto  ridicolo!).
    Levin gli volt le spalle e continu a camminare per il viale. Poi ud
    il  rumore  del  "tarants"  e,  attraverso  gli alberi,  vide passare
    Vsenka, seduto sul fieno (il "tarants",  per colmo di sventura,  non
    aveva il sedile),  con il berrettino scozzese dai nastri svolazzanti a
    ogni minima scossa.
    E adesso che c'?, si domand Levin, quando un domestico, uscendo di
    corsa da casa, ferm il "tarants". Si trattava del meccanico,  di cui
    Levin si era completamente dimenticato. Il meccanico, salutando, disse
    qualcosa a Veslovskij, sal e partirono insieme.
    Stepn Arkadyc' e la principessa erano indignati dell'azione di Levin.
    Ed  egli  stesso  si  sentiva  in  sommo  grado ridicolo,  colpevole e
    vergognoso;  ma,  ricordando quello che  egli  e  sua  moglie  avevano
    sofferto,  e  domandandosi  come si sarebbe comportato in altra simile
    occasione,  si rispondeva che avrebbe agito  esattamente  allo  stesso
    modo.
    Malgrado tutto ci,  verso la fine della giornata,  tutti, a eccezione
    della principessa che non perdonava a Levin il suo  gesto,  si  fecero
    insolitamente  animati  e allegri,  come i bambini dopo un castigo o i
    grandi dopo un fastoso ricevimento ufficiale,  tanto che la  sera,  in
    assenza della principessa,  si parl della cacciata di Veslovskij come
    di un avvenimento remoto.  E Dolly,  che aveva ereditato dal padre  il
    dono  di raccontare le cose in modo buffo,  fece sbellicare dal ridere
    Vrenka,  raccontando per la terza o la quarta  volta,  e  sempre  con
    nuove e spiritosissime aggiunte,  come,  non appena aveva tirato fuori
    dei nastrini nuovi per l'ospite e stava  entrando  in  salotto,  a  un
    tratto  aveva  sentito il fracasso di una carretta.  E chi c'era sulla
    carretta?  Vsenka in persona,  con il  berrettino  scozzese,  con  le
    romanze e con le ghette, seduto sul fieno.
    - Se almeno avessero fatto attaccare la vettura per accompagnarlo alla
    stazione!  Macch!  Poi sento: Aspettate!.  Bene, mi sono detta, si
    vede che si sono impietositi per quel poveretto.... Guardo e vedo che
    gli hanno messo a sedere vicino il grasso tedesco e lo  hanno  portato
    via!  Peccato  per i miei nastrini,  che non hanno potuto fare la loro
    bella figura!


    CAPITOLO 16.

    Drija Aleksndrovna realizz il suo desiderio e  si  rec  a  trovare
    Anna. Le dispiaceva molto addolorare la sorella e far cosa sgradita al
    cognato:   capiva   che   i  Levin  avevano  ragione  nel  non  volere
    riallacciare rapporti con Vronskij,  ma riteneva suo dovere recarsi da
    Anna  per  dimostrarle  che  i  suoi  sentimenti  non  erano cambiati,
    nonostante la nuova situazione di lei.
    Per non dipendere in alcun modo da  Levin  per  quel  viaggio,  Drija
    Aleksndrovna  mand a noleggiare dei cavalli al villaggio,  ma Levin,
    venuto a saperlo, la rimprover seriamente.
    - Perch mai pensi che il tuo viaggio mi possa dispiacere? E, anche se
    cos fosse,  mi farebbe assai pi dispiacere se ti servissi di cavalli
    non  miei - le disse.  - Non mi hai mai parlato della tua decisione di
    andare e,  quanto poi al fatto di noleggiare i cavalli  al  villaggio,
    sono  certo  che  i contadini accetteranno l'incarico,  s,  ma non ti
    porteranno mai sin laggi.  Io ho dei cavalli e,  se non vuoi darmi un
    vero dolore, serviti dei miei.
    Drija  Aleksndrovna dovette acconsentire,  e il giorno fissato Levin
    fece preparare per la cognata un tiro  a  quattro  e  dei  cavalli  di
    ricambio,  scelti tra quelli da lavoro, non belli, ma che in un giorno
    potevano portare Drija Aleksndrovna a destinazione.  Poich anche la
    principessa e la levatrice dovevano andarsene, non fu molto facile per
    Levin organizzare ogni cosa ma,  per dovere di ospitalit,  non poteva
    certo permettere a Drija  Aleksndrovna  di  noleggiare  dei  cavalli
    mentre si trovava a casa sua e, inoltre, sapeva che i venti rubli, che
    le avevano chiesto per quel viaggio, avevano molta importanza per lei,
    le  cui condizioni finanziarie,  che Levin conosceva benissimo,  erano
    tutt'altro  che   floride.   Dietro   consiglio   di   Levin,   Drija
    Aleksndrovna part prima dell'alba.  La strada era buona,  la vettura
    comoda, i cavalli trottavano allegramente e a cassetta, seduto accanto
    al cocchiere,  stava lo scrivano che  Levin,  per  maggior  sicurezza,
    aveva mandato ad accompagnare la cognata.
    Drija  Aleksndrovna  si  addorment e si svegli soltanto mentre gi
    erano vicini alla locanda,  dove bisognava far tappa per il cambio dei
    cavalli.
    Dopo  aver  bevuto  il t in casa di quel ricco contadino dal quale si
    era altre volte fermato Levin durante il suo viaggio da Svijazskij,  e
    dopo  aver  chiacchierato  con  le  contadine  dei loro figli e con il
    vecchio del conte Vronskij,  che quello lod assai,  alle dieci Drija
    Aleksndrovna si rimise in viaggio.
    Quando  era  a  casa,  sempre  tutta  presa  dalle  sue  occupazioni e
    preoccupazioni  materne,  non  aveva  mai  tempo  di  pensare;  ma  in
    compenso,  ora, durante quel viaggio di quattro ore, tutti i pensieri,
    prima trattenuti,  si affollarono a un tratto alla sua mente  ed  ella
    cominci a considerare la propria vita,  in tutti i suoi vari aspetti,
    come mai aveva fatto prima.  Le idee che aveva parevano strane persino
    a lei.
    Pens dapprima ai suoi figlioli,  per i quali si preoccupava comunque,
    sebbene la principessa  e  Kitty  (sulla  quale  soprattutto  sperava)
    avevano promesso di sorvegliarli.  Purch Mascia non ricominci a fare
    la  monella...  e  Griscia  non  si  faccia  male  stando  attorno  ai
    cavalli...  e  che  il  pancino  di  Lily  non  ricominci  a darle dei
    disturbi....
    Queste piccole preoccupazioni del momento non tardarono  a  cedere  il
    posto  ai  problemi dell'immediato futuro.  Cominci a riflettere che,
    rientrando a Mosca,  le sarebbe stato  necessario  trasferirsi  in  un
    nuovo  appartamento,  cambiare  i  mobili del salotto,  acquistare una
    pelliccetta per la figlia maggiore...  Poi le apparvero i problemi  di
    un futuro pi lontano: come sarebbe riuscita a completare l'educazione
    e l'istruzione dei figli?
    Per le ragazze,  ancora non c' da preoccuparsi,  pensava, ma per i
    maschi?  Sinora di Griscia ho potuto occuparmi io,  d'accordo,  perch
    sono  libera,  ma  se  mi capitasse un'altra gravidanza?  Su Stiva,  
    certo,  non  possibile fare alcun assegnamento,  e tocca  a  me,  con
    l'aiuto di qualche anima buona, farne degli uomini. Ma se mi capitasse
    un'altra gravidanza?.  Ma pens che era ingiusto considerare i dolori
    del parto come il segno della maledizione che  pesa  sulla  donna.  I
    dolori  del  parto  sono poca cosa,  ma la gravidanza,  s,  che  una
    tortura!,  si disse,  ricordando la sua ultima gravidanza e la  morte
    dell'ultimo  nato.  E  quel  ricordo  le  fece  tornare alla mente una
    conversazione avuta con una giovane e bella sposa alla locanda.  Dolly
    le  aveva  domandato  quanti  figlioli  avesse e la contadina le aveva
    risposto con aria disinvolta:
    - Ho avuto una bambina,  ma Dio me l'ha presa: l'ho sepolta durante la
    quaresima.
    - Hai provato molta pena, vero? - domand Drija Aleksndrovna.
    - Perch provarne pena? Il vecchio di nipotini ne ha gi tanti... Sono
    soltanto  preoccupazioni e guai.  Non si pu pi lavorare,  non si pu
    pi far nulla. Non  che una schiavit, niente altro!
    Quella risposta era sembrata mostruosa a Drija Aleksndrovna da parte
    di una giovane donna dal viso bello e  buono;  ma  ora,  ripensando  a
    quelle parole, trov che nel loro cinismo c'era una parte di verit.
    In  conclusione,  si  disse  Drija Aleksndrovna,  rivivendo i suoi
    quindici anni di matrimonio, gravidanze,  nausee,  ottusit di mente,
    disgusti di ogni genere e, soprattutto, perdita della bellezza. Kitty,
    anche Kitty, cos giovane e carina, come diventa brutta anche lei! Io,
    poi,  quando sono in quello stato, divento mostruosa, lo so! Il parto,
    le  sofferenze,   gli  atroci  dolori  degli  ultimi  istanti...   Poi
    l'allattamento,  le  notti  insonni,  i dolori spaventosi....  Drija
    Aleksndrovna rabbrivid al  solo  ricordo  del  dolore  ai  capezzoli
    screpolati,  che  provava  per ogni bambino,  e alle sofferenze che le
    costava ogni parto.  ...Poi le malattie dei figlioli,  l'inquietudine
    continua; quindi le cure dell'educazione, le cattive tendenze (ripens
    al  misfatto  della  piccola  Mascia  tra  i lamponi),  gli studi,  il
    latino...  Tutto  cos complicato e difficile!  E,  sopra ogni  cosa,
    peggio  di  ogni  cosa,  il  terrore  della  morte  di  quegli  stessi
    figlioli.
    Improvvisamente si ricord il crudele dolore che opprimeva senza  posa
    il  suo  cuore  di  madre  al  ricordo  della  morte dell'ultimo nato,
    portatole  via,  ancor  lattante,   dal  crup...;   i  suoi  funerali,
    l'indifferenza generale davanti a quella piccola bara rosea;  e il suo
    dolore solitario che le spezzava il cuore  alla  vista  della  piccola
    fronte pallida,  della boccuccia semiaperta e stupita, che appariva in
    quella bara nel  momento  in  cui  l'avevano  chiusa  con  un  piccolo
    coperchio rosa con una croce intrecciata.
    E tutto questo,  perch? Quale sar il risultato di tanti dolori e di
    tante sofferenze?  Il risultato sar che passer la vita senza  godere
    mai  un  momento  di  pace,  ora  incinta,  ora  nutrice,  eternamente
    irritata,  brontolona,  tormentata io  stessa  e  tormentatrice  degli
    altri,  odiosa a mio marito.  Cos passeranno i giorni, mentre i figli
    cresceranno disgraziati,  maleducati e poveri...  Come avremmo  potuto
    vivere quest'estate,  se i Levin non mi avessero invitata a casa loro?
    Certo Kstja e Kitty sono buoni e cos delicati  e  non  me  lo  fanno
    sentire,  ma quanto potr prolungarsi questa situazione? Avranno anche
    loro  dei  figli  e  come  potranno  ancora  aiutare  noi?   Sono  gi
    preoccupata adesso! E che cosa potr fare il babbo che, poveretto, non
    si  tenuto per s quasi nulla? Non so proprio come riuscir a educare
    i  bambini:  da  sola,  non ce la far,  avr bisogno dell'aiuto degli
    altri, il che mi coster umiliazioni senza fine.  Ammettiamo (e questa
      la  felicit pi grande che io possa desiderare),  ammettiamo che i
    bambini vivano tutti e che, in qualche modo, io li possa allevare. Nel
    migliore dei casi, otterr soltanto che non prendano cattive pieghe...
    Ora, per giungere soltanto a questo,  quanti dolori,  quanti tormenti!
    Tutta una vita sacrificata!.
    Di  nuovo ripens alle parole della sposina,  e di nuovo il ricordo di
    quelle parole le fece ribrezzo; ma dovette ammettere che in esse c'era
    anche una parte di brutale verit.
    - Ci manca molto ancora, Michal?  - domand Drija Aleksndrovna allo
    scrivano per scacciare i tormentosi pensieri che la rattristavano.
    - Sette "vrsty", signora, da questo villaggio.
    Lungo  la  strada del villaggio,  la vettura varc un ponticello,  sul
    quale camminava,  chiacchierando allegramente,  un gruppo di donne con
    la falce in spalla.  Si fermarono sul ponte,  osservando con curiosit
    la vettura.  Tutti quei visi rivolti verso di lei sembrarono a  Drija
    Aleksndrovna sani,  allegri e forti e parevano,  con la loro gioia di
    vivere, volerla provocare.
    Tutti vivono,  tutti godono della vita,  continu a  pensare  Dolly,
    oltrepassando  le  mietitrici  e  uscendo su un'altura,  piacevolmente
    cullata dalle molle della vecchia carrozza che risaliva una costa,  al
    trotto dei cavalli.  E io, come sfuggita da una prigione, da un mondo
    che mi uccide con le preoccupazioni,  adesso soltanto sono tornata per
    un momento libera.  Tutte vivono: queste donne,  mia sorella Natlija,
    Vrenka e Anna,  dalla quale sto ora  andando,  tutte,  eccettuata  me
    sola.  E  perch  tutti si scagliano contro Anna?  Per che cosa?  Sono
    forse migliori di lei?  Io ho un  marito  cui  voglio  bene;  non,  in
    verit,  come  vorrei amarlo,  ma lo amo,  mentre Anna,  il suo non lo
    amava.  Di che cosa  colpevole,  dunque?  Vuole vivere:  ecco  tutto!
    Questo bisogno,  questo desiderio di vivere ce l'ha messo in cuore Dio
    stesso. Avrei potuto benissimo fare anch'io altrettanto,  e sinora non
    so  ancora  se  ho fatto bene ad ascoltarla,  quando,  in quel momento
    terribile,   venuta da me a  Mosca.  Allora  dovevo  abbandonare  mio
    marito  e iniziare una nuova vita.  Chiss?  Forse avrei potuto amare,
    essere amata, amata davvero. E' forse meglio, adesso? Io non stimo mio
    marito,  ma egli mi  necessario,  e  perci  lo  sopporto.  E'  forse
    meglio?  A  quel tempo,  io potevo ancora piacere,  mi rimaneva la mia
    bellezza continuava a pensare Drija Aleksndrovna.
    Improvvisamente sent il desiderio  di  guardarsi  allo  specchio:  ne
    aveva uno piccolissimo nella borsa da viaggio e fece per prenderlo, ma
    vedendo   la  schiena  del  cocchiere  e  quella  dello  scrivano  che
    dondolavano sonnecchiando,  sent che si sarebbe vergognata se uno  di
    loro si fosse voltato, e lo specchio rimase nella borsa.
    Senza bisogno di guardarsi, ella pens che non era ancora troppo tardi
    e che poteva ancora piacere;  si ricord di Sergj Ivnovic',  che era
    particolarmente gentile con  lei,  di  un  amico  di  Stiva,  il  buon
    Turovcyn,  che  aveva curato con lei i bambini durante la scarlattina,
    ed era stato innamorato di lei; si ricord anche di un giovane che,  a
    quanto le aveva riferito scherzando il marito, la trovava la pi bella
    delle  tre  sorelle.  E  all'immaginazione  di Drija Aleksndrovna si
    affacciavano,  uno dopo l'altro,  i  pi  appassionati  e  impossibili
    romanzi.
    Anna  ha  avuto  ragione e non sar certo io a rimproverarla.  Ella 
    felice, rende felice un'altra persona;  non  schiava come lo sono io,
    e probabilmente, sar, com' sempre stata, bella, fresca, intelligente
    e piena di interesse per tutto, pens Drija Aleksndrovna.
    Un  sorriso  le  sfior maliziosamente le labbra giacch,  pensando al
    romanzo di Anna, ne immaginava uno analogo per s,  uno di cui sarebbe
    stata l'eroina amata.  Anche lei,  come Anna, avrebbe confessato tutto
    al marito, e sorrise pensando allo stupore e alla confusione di Stepn
    Arkadyc' a una simile rivelazione.
    Tra una fantasticheria e l'altra il tempo pass,  e Dolly giunse  alla
    svolta della strada che conduceva a Vozdvizenskoe.


    CAPITOLO 17.

    Il  cocchiere  ferm  i  cavalli e guard a destra,  verso un campo di
    segala, dove, accanto a un carro, stavano seduti alcuni contadini.  Lo
    scrivano fece per smontare da cassetta,  ma poi ci ripens e, con tono
    imperioso,  chiam i contadini facendo loro cenno di  avvicinarsi.  Il
    venticello,  che li aveva accompagnati per tutta la strada, adesso era
    cessato; i tafani si lanciavano stizzosi sui cavalli sudati, che se ne
    liberavano irosamente;  il suono metallico di un martello che  batteva
    su una falce,  l presso il carro, tacque. Uno dei contadini si alz e
    si avvicin alla carrozza.
    - Vieni avanti, dunque!  - grid irritato lo scrivano al contadino che
    procedeva  lentamente,  a  piedi  nudi,  sulla strada non battuta.   -
    Vieni, muoviti!
    Il vecchio dai capelli ricciuti,  legati da un ramoscello  di  tiglio,
    con  la  schiena  curva  e  scura  di  sudore,  affrett  il  passo e,
    avvicinatosi  alla  carrozza,   appoggi  sul   parafango   una   mano
    abbronzata.
    -  Vozdvizenskoe?  Dal  conte?  -  ripet rispondendo alla domanda del
    giovane.  - Ecco,  in fondo al viottolo.  Prendete la prima  strada  a
    sinistra,  andate  diritto  e  ci  finite dentro.  Ma voi chi cercate?
    Proprio il conte?
    - Sono in casa,  amico mio?  - intervenne in modo generico Dolly,  non
    sapendo come domandare di Anna neppure a un contadino.
    - Credo di s - rispose il vecchio movendo lentamente i piedi scalzi e
    lasciando sulla polvere l'impronta marcata delle cinque dita.  - Credo
    che siano in casa - ripet, palesemente desideroso di chiacchierare. -
    Anche ieri sono arrivati degli ospiti; viene sempre tanta gente!  E tu
    che vuoi?  - E si rivolse a un giovanotto che gli gridava qualcosa dal
    carro. - S, or non  molto, sono passati qui due a cavallo per vedere
    la mietitrice. Voi di dove siete?
    - Noi siamo di lontano - disse il cocchiere  montando  a  cassetta.  -
    Allora non ci vuole pi tanto ad arrivare?
    - Vi sto dicendo che ormai ci siete.  Dovete solo girare a sinistra...
    - disse il contadino tastando con la mano il parafango della carrozza.
    Si avvicin un ragazzo, forte e tarchiato.
    - Avete bisogno di braccianti per la mietitura? - domand.
    - Non lo so, amico.
    - Non appena avrete  svoltato  a  sinistra,  ci  sarete  -  ripet  il
    contadino  evidentemente spiaciuto di lasciar andar via i viaggiatori,
    con i quali avrebbe desiderato scambiare ancora quattro chiacchiere.
    Il cocchiere si mosse, ma subito il contadino grid:
    - Ferma,  amico,  ferma!  Eccoli che arrivano!  Sono loro.  Vedi  come
    trottano! - disse indicando quattro persone a cavallo e due in "char 
    bancs" (163).
    I  cavalieri  erano  Vronskij con un valletto a cavallo,  Veslovskij e
    Anna.  La principessa Varvara con Svijazskij li  seguiva  in  "char  
    bancs".  Erano andati a fare una passeggiata e a vedere in funzione le
    mietitrici meccaniche, arrivate da poco.
    Quando il cocchiere si ferm, i cavalieri si misero al passo. In testa
    procedeva Anna, a fianco di Vronskij.  Cavalcava a passo tranquillo un
    basso e tozzo "cob" (164), dalla criniera tagliata e la coda corta. La
    bella testa di Anna dai capelli neri che le sfuggivano di sotto l'alto
    cappello, le spalle ampie, la vita sottile nell'amazzone nera e il suo
    modo di stare in sella, sicuro e aggraziato, colpirono Dolly.
    Al  primo  momento  le sembr sconveniente che Anna andasse a cavallo,
    giacch quell'immagine dava l'impressione di  una  leggera,  giovanile
    civetteria  che,  secondo  la  sua  opinione,  non  si  addiceva  alla
    situazione in cui Anna si trovava. Ma quando la osserv da vicino,  le
    sue prevenzioni svanirono.  Nonostante l'eleganza di Anna,  tutto, nel
    suo atteggiamento,  nell'abito,  nei  movimenti,  era  cos  semplice,
    tranquillo  e  dignitoso,  che nulla pareva pi naturale.  A fianco di
    Anna,  su un focoso cavallo grigio,  allungando in  avanti  le  grosse
    gambe  e,   palesemente,   compiacendosi  di  s,   cavalcava  Vsenka
    Veslovskij, con il berrettino scozzese dai nastri svolazzanti.  Drija
    Aleksndrovna,  nel  riconoscerlo,  non  pot  trattenere  un  allegro
    sorriso.   Vronskij  li  seguiva  in  sella  a  un  purosangue  scuro,
    evidentemente  accaldato dal galoppo.  Chiudeva la cavalcata un ometto
    in costume da fantino.
    Svijazskij e la principessa Varvara seguivano i cavalieri in un  "char
    a bancs" nuovo fiammante, tirato da un grosso trottatore morello.
    Nel  momento  in  cui  Anna riconobbe Dolly nella piccola figura tutta
    raccolta in un angolo della vecchia vettura,  il suo viso si  illumin
    di un gioioso sorriso.  Gett un grido, ebbe un sussulto sulla sella e
    lanci il cavallo al galoppo.  Giunta presso  la  vettura,  salt  gi
    senza  bisogno  di aiuto e,  reggendosi la gonna dell'amazzone,  corse
    incontro a Dolly.
    - Lo pensavo e non osavo pensarlo...  Che gioia!  Non puoi  immaginare
    quanto sia felice nel vederti!  - diceva, ora premendo il proprio viso
    contro  la  guancia  di  Dolly  e  baciandola,   ora  staccandosene  e
    guardandola con un sorriso.
    - Questa  veramente una gioia,  vero, Aleksj! - disse poi volgendosi
    verso Vronskij che, sceso da cavallo, si avvicinava a loro.
    Toltosi l'alto cappello, si rivolse a Dolly:
    - Non potete credere quanto il vostro arrivo ci renda felici!    disse
    dando  un  particolare  significato  alle  parole  che  pronunziava  e
    scoprendo nel sorriso i denti candidi e forti.
    Vsenka Veslovskij,  senza smontare da cavallo,  salut la visitatrice
    agitando allegramente i nastri del berretto scozzese.
    -   E'   la  principessa  Varvara  -  rispose  Anna,   a  uno  sguardo
    interrogativo di Dolly, quando lo "char  bancs" si fu avvicinato.
    - Ah!  - esclam Dolly,  e involontariamente il suo viso  espresse  un
    certo malcontento.
    La principessa Varvara era una zia di suo marito; ella la conosceva da
    molto  tempo  e  non  la  stimava  affatto.  Sapeva che la principessa
    Varvara era sempre vissuta da parassita presso parenti ricchi,  ma  il
    fatto  che abitasse ora in casa di Vronskij,  il quale per lei era una
    persona estranea, la offendeva a motivo dei legami di parentela che la
    univano a Stepn Arkadyc'.
    L'espressione del viso di Dolly non sfugg ad Anna,  che  si  confuse,
    arross  e  si  lasci  sfuggire  di  mano lo strascico dell'amazzone,
    inciampandovi.
    Drija Aleksndrovna si avvicin allo  "char    bancs",  che  si  era
    fermato,  e salut freddamente la principessa Varvara. Svijazskij, che
    Dolly gi conosceva,  si inform della salute di  quel  suo  originale
    amico  Levin  e  della di lui sposina;  poi,  dopo aver con una rapida
    occhiata  esaminato  i  cavalli  spaiati  e  la  vecchia  vettura  dal
    parafango  scrostato,  propose  alle  signore  di  salire  sul "char a
    bancs".
    - Quanto a me,  rientrer servendomi di quel veicolo  -  disse.  -  Il
    cavallo  molto mansueto e la principessa guida a meraviglia.
    -  No,  no,  restate  cos  - disse Anna avvicinandosi.  - Rincaseremo
    tutt'e due in vettura - e,  presa Dolly per un  braccio,  la  condusse
    via.
    Drija Aleksndrovna spalanc gli occhi davanti al "char  bancs" e ai
    magnifici  cavalli;  non  aveva  mai  visto  nulla di pi splendido ed
    elegante di quanto la  circondava.  Ci  che,  per,  maggiormente  la
    colp, fu il cambiamento operatosi in Anna, che conosceva e alla quale
    voleva molto bene.
    Una  persona meno osservatrice,  che non avesse mai conosciuto Anna e,
    soprattutto,  che non fosse  agitata  dai  pensieri  che,  durante  il
    viaggio, avevano occupato la mente di Dolly, non avrebbe trovato nulla
    di particolare nella signora Karnina,  ma Dolly era colpita da quella
    caduca bellezza che illumina le donne nel  momento  dell'amore  e  che
    essa aveva colto sul viso di Anna.
    Tutta  la sua persona,  dalle fossette ben definite delle guance e del
    mento,  la piega delle labbra,  il sorriso che pareva  aleggiarle  sul
    volto,  la  luminosit  dello  sguardo,  la  grazia  e la rapidit dei
    movimenti,  la voce profonda,  e persino  il  modo  tra  arrabbiato  e
    affettuoso  con cui aveva risposto a Veslovskij,  che le aveva chiesto
    il permesso di montare il suo cavallo per insegnargli a galoppare  sul
    piede destro,  tutto, insomma, aveva una particolare seduzione, di cui
    pareva che ella si rendesse conto e ne gioisse.
    Quando le due donne si trovarono sole nella vettura furono a un tratto
    prese da una sensazione di turbamento, assolutamente inatteso da parte
    di Anna,  per lo sguardo attento e interrogativo con cui  la  guardava
    Dolly; da parte di Dolly perch, dopo l'osservazione di Svijazskij sul
    suo veicolo, senza volerlo, cominciava a vergognarsi della povert del
    proprio equipaggio, dov'era risalita con Anna.
    Il  cocchiere  e  lo  scrivano  condividevano  la  sua sensazione.  Lo
    scrivano, per nascondere il disagio in cui si trovava, si dava da fare
    attorno alle signore, aiutandole a sistemarsi bene.  Ma Filpp si fece
    scuro e si prepar a non piegarsi per nulla davanti a quella apparente
    superiorit.  Sorrise  ironicamente  dopo  aver guardato il trottatore
    morello e,  tra s e s,  decret che quel morello era forse buono per
    una passeggiata, ma non sarebbe certo stato in grado di farsi quaranta
    "vrsty" con il caldo di quella giornata, e d'un sol fiato.
    I  contadini  si  erano staccati dalle loro carrette e osservavano con
    allegra curiosit l'arrivo dei nuovi venuti, facendo i loro commenti.
    - Sembrano contente: forse non si vedono da tanto tempo!  -  disse  il
    vecchio riccioluto, con il legaccio di tiglio.
    -  Ecco,  zio  Gerasim,  se  si  prendesse  il  trottatore morello per
    trasportare i covoni, quello s che se la caverebbe alla svelta!
    - Ma guarda un po' questo qui coi calzoni,   forse una donna?   disse
    un  altro,  indicando  Vsenka Veslovskij,  che sedeva su una sella da
    signora.
    - No,  un uomo. Non hai visto con che agilit  saltato su?
    - Mi pare, ragazzi, che per oggi abbiamo finito di dormire...
    - Niente pi sonno,  oggi - disse il vecchio,  e guard il sole.-   E'
    gi passato mezzogiorno. Su, prendete le falci e cominciamo !


    CAPITOLO 18.

    Anna  guardava  il volto magro e stanco di Dolly,  dalle sottili rughe
    striate di polvere e fu l l per dirle quello che pensava e cio  che
    la trovava un po' patita; ma, ricordandosi invece che lei si era fatta
    pi  bella  -  cosa  che  anche  lo  sguardo  della  cognata  le aveva
    confermato - sospir e cominci a parlare di s.
    - Tu mi guardi - disse - e forse ti  chiedi  se  posso  essere  felice
    nella  mia  situazione.  Ebbene,  mi  vergogno a confessarlo...  ma io
    sono...  sono imperdonabilmente felice!  In me  accaduto qualcosa  di
    magico,  come  quando  ci  si  risveglia  da  un sogno pieno di incubi
    paurosi e ci si rende conto che non si trattava che di vani terrori...
    Mi sono svegliata,  le terribili ore di tormento sono passate  e  sono
    tanto felice, soprattutto da quando siamo qui! - e guard Dolly con un
    timoroso sorriso.
    - Come sono contenta! - disse Dolly, sorridendo, ma pi freddamente di
    quanto  avrebbe  voluto.  -  Sono  contenta per te.  Perch non mi hai
    scritto?
    - Perch... perch non ho osato... Tu dimentichi la mia situazione.
    - Non hai osato scrivere a me? Se sapessi come io... io considero...
    Drija Aleksndrovna voleva parlarle delle riflessioni  fatte  durante
    il viaggio ma, chiss perch, non le parve il momento opportuno.
    - Del resto, ne parleremo dopo. Che cos' quel gruppo di fabbricati? -
    domand invece, desiderando mutare argomento e indicando i tetti rossi
    e  verdi  che si vedevano tra la fitta verzura delle siepi di acacia e
    di lill. - Sembrano una piccola citt!
    Anna non le rispose, ma insistette:
    - No,  no!  Che cosa pensi della mia  situazione,  come  la  giudichi?
    Dimmelo!
    - Io suppongo - cominci Dolly,  ma in quel momento pass loro davanti
    Vsenka Veslovskij,  che faceva galoppare il cavallo sul piede destro,
    sussultando pesantemente,  con la sua corta giacchetta, sopra la pelle
    scalosciata della sella da signora.
    - Va bene, Anna Arkdevna! - grid.
    Anna non  lo  guard  neppure,  ma  Dolly,  ritenendo  che  non  fosse
    opportuno  intavolare  in carrozza quel lungo discorso,  disse in tono
    conciso:
    - Io non penso nulla.  Ti voglio e ti ho sempre voluto bene,  e quando
    si  vuol bene a una persona,  le si vuol bene cos com' e non come si
    vorrebbe che fosse.
    Anna distolse gli occhi dal volto dell'amica  e,  socchiudendoli  (era
    una  nuova abitudine che Dolly non le conosceva),  si fece pensierosa,
    desiderando capire pienamente il significato di  quelle  parole.  Poi,
    interpretate che le ebbe a suo modo, guard di nuovo Dolly.
    -  Se tu avessi dei peccati - le disse fissandola - ti sarebbero tutti
    perdonati per il tuo arrivo e per le parole che mi hai dette.
    Dolly  scorse  qualche  lacrima  negli  occhi  di   Anna   e   strinse
    affettuosamente la mano dell'amica.
    -  E allora dimmi: che cosa sono tutti quei fabbricati laggi?  Quanti
    ce ne sono!  - riprese,  ripetendo la  domanda,  dopo  un  momento  di
    silenzio.
    - Sono le abitazioni degli impiegati, l'officina, le scuderie  rispose
    Anna.  - E proprio qui ha inizio il parco.  Era tutto molto malandato,
    ma Aleksj ha fatto rimettere tutto in ordine. Ama molto questa tenuta
    e,   con  mio   grande   stupore,   si   interessa   appassionatamente
    all'agricoltura.  Del resto,   una natura cos ricca!  Qualsiasi cosa
    egli intraprenda,  gli riesce sempre a meraviglia;  non  solo  non  si
    annoia, ma  continuamente occupato e attivissimo. Per quanto ne so, 
    diventato  un  eccellente  padrone  e  amministratore,  persino avaro,
    direi,  per quanto riguarda l'azienda.  Ma  cos economo soltanto per
    quanto riguarda l'agricoltura,  giacch non fa alcun caso,  invece, di
    dozzine di migliaia di rubli per qualche altra cosa - disse  Anna  con
    quell'allegro e malizioso sorriso che hanno spesso le donne,  parlando
    delle qualit dell'uomo cui vogliono bene,  qualit che esse  soltanto
    sono  in  grado  di  conoscere  e  di  apprezzare.  - Vedi quel grande
    fabbricato?  E' il nuovo ospedale.  Pensa che verr a costare  pi  di
    centomila rubli.  Adesso questo  il suo "hobby".  E sai che cosa l'ha
    spinto a intraprendere quest'opera?  I contadini gli  avevano  chiesto
    che cedesse loro a buon prezzo alcune praterie,  ma egli rifiut, e io
    gli rimproverai la sua avarizia. Allora,  non solo per questa ragione,
    si  capisce,  ma  per  questa  e per molte altre,  ha dato inizio alla
    costruzione di questo ospedale, per dimostrarmi che non  punto avaro.
    E' una piccolezza,  se vuoi,  ma me lo fa amare ancora di pi.  Adesso
    vedrai la casa:  ancora quella del nonno e,  esternamente,   rimasta
    tale e quale.
    - Com' bella!  - esclam involontariamente Dolly,  alla vista  di  un
    magnifico edificio a colonne,  che sovrastava il verde variegato degli
    annosi alberi del giardino
    - Vero che  bello? Dal balcone, poi si gode una vista stupenda!
    Entrarono nel cortile finemente inghiaiato  e  sistemato  a  giardino,
    dove  due  operai  stavano  circondando di pietre grezze due aiuole di
    fiori, e si fermarono sotto il porticato.
    - I signori uomini sono  gi  arrivati!  -  disse  Anna,  guardando  i
    cavalli da sella che proprio allora venivano condotti via.  - Vero che
     bello quel cavallo?  E' un "cob",  il mio favorito.  Conducilo qui e
    dagli un po' di zucchero.  Dov' il conte?  - domand ai due domestici
    in livrea che erano sbucati fuori. - Ah,  eccolo!  - esclam scorgendo
    Vronskij che moveva loro incontro con Veslovskij.
    -  Dove  sistemerete la principessa?  - chiese Vronskij in francese ad
    Anna e,  senza attendere che questa gli rispondesse,  salut di  nuovo
    Drija Aleksndrovna e le baci la mano.  - Nella camera grande con il
    balcone, penso...
    - Oh no,  troppo lontana! Meglio in quella d'angolo,  cos ci vedremo
    di pi. Su, andiamo - disse Anna, che stava dando al cavallo preferito
    lo zucchero portato da un domestico.
    -  "Et  vous  oubliez votre devoir" (165.  E voi dimenticate il vostro
    dovere!) - disse a Veslovskij,  che era  uscito  egli  pure  sotto  il
    porticato.
    - "Pardon, j'en ai tout plein les poches" (166. Perdonate, ne ho piene
    le  tasche.)  -  rispose  egli  sorridendo  e  cacciandosi le dita nel
    taschino del panciotto.
    - "Mais vous venez trop tard!" (167.  Ma arrivate troppo  tardi...)  -
    rispose  Anna asciugandosi con il fazzoletto la mano che il cavallo le
    aveva bagnata nel prendere lo zucchero. Quindi si rivolse a Dolly:
    - Ti fermerai per un po', vero? Un giorno solo? No, non  possibile...
    - L'ho promesso ai bambini - si scus Dolly sentendosi confusa  perch
    doveva  prendere  dalla  vettura  la  misera valigetta e si sentiva la
    faccia tutta impiastricciata di polvere.
    - Dolly,  Dolly cara...  vedremo.  Intanto vieni  -  e  accompagn  la
    cognata nella camera destinatale.
    La  stanza  non era quella di rappresentanza,  lussuosamente arredata,
    proposta da Vronskij, ma una stanza,  per cui Anna si scus con Dolly,
    ricca  di  uno  sfarzo  nel  quale  Dolly non era mai vissuta e che le
    ricordava i migliori alberghi dell'estero.
    - Sapessi,  anima mia,  come sono felice di vederti qui!  - disse Anna
    sedendosi  per  un  momento accanto a Dolly,  ancora con il vestito da
    amazzone. - Parlami un po' dei tuoi. Stiva l'ho visto di sfuggita,  ma
    egli  non  sa mai dir nulla a proposito dei propri figli.  Che cosa fa
    Tnja, la mia prediletta? E' ormai grande, vero?
    -  Oh  s,   si    fatta  molto  alta  -  rispose  brevemente  Drija
    Aleksndrovna,   meravigliandosi   ella   stessa  di  rispondere  cos
    brevemente e freddamente a proposito dei suoi figlioli. - Ora passiamo
    ottimamente l'estate dai Levin - soggiunse.
    - Ah, se avessi saputo che tu non mi disprezzi -  disse Anna - avreste
    potuto venire tutti da noi.  Stiva  un  grande  amico  di  Aleksj  -
    soggiunse arrossendo all'improvviso.
    - S, ma anche laggi stiamo tanto bene... - rispose Dolly, confusa.
    -  Ma  la gioia di averti con me mi fa dire delle sciocchezze.  Di una
    cosa sola ti assicuro: sono felice,  felice di  vederti!  Non  mi  hai
    ancora  detto che cosa pensi di me,  mentre io voglio sapere tutto,  e
    sono contenta che tu mi veda tale e quale come sono. Soprattutto,  non
    vorrei  che  si  pensasse  che  io voglia dimostrare qualcosa.  Io non
    voglio dimostrare nulla,  voglio semplicemente vivere,  senza far  del
    male a nessuno,  fuorch a me stessa.  Ne avr bene il diritto,  vero?
    Del resto,  un discorso lungo, che pi tardi riprenderemo.  Ora andr
    a vestirmi e ti mander la cameriera.


    CAPITOLO 19.

    Rimasta  sola,  Drija  Aleksndrovna esamin la stanza con lo sguardo
    esperto della padrona di casa.  Tutto quello che aveva visto  entrando
    nella  casa  e  attraversandone le stanze,  e che vedeva ora nella sua
    camera, produceva su di lei un'impressione di lusso e di abbondanza di
    cui aveva letto soltanto nei romanzi inglesi ma che non  aveva  ancora
    mai visto in Russia e, specie, in campagna.
    Tutto  era  nuovo,  a  cominciare  dalle  tappezzerie francesi sino ai
    tappeti che ricoprivano tutto il pavimento della stanza.  Il letto era
    a  molle,  con  materassi  e guanciali di stoffa speciale e coperti da
    fodere di seta; il lavabo di marmo, la "toilette",  la sedia a sdraio,
    il tavolo,  l'orologio di bronzo sul camino,  i tendaggi, le portiere,
    tutto era nuovo e di gran prezzo.
    L'elegante camerierina venuta a offrirle i suoi servigi,  pettinata  e
    vestita  con  maggior  ricercatezza  e  pi alla moda di quanto non lo
    fosse Dolly, era anch'essa, come tutto ci che arredava la casa, nuova
    e costosa; Drija Aleksndrovna,  da un lato era conquistata dalla sua
    gentilezza e dalla deferenza che quella le dimostrava; dall'altro lato
    provava un senso di soggezione: si vergognava della propria camicia da
    notte  rammendata,  che  aveva  messa  nella  valigia per sbaglio;  si
    vergognava di quei rammendi e di quelle toppe di  cui  a  casa  andava
    invece tanto orgogliosa.  A casa propria ella sapeva calcolare che per
    fare  sei  camicie  occorrono  ventiquattro  "arsciny"  di  batista  e
    sessantacinque  copeche  per  "arscin",  il  che comporta una spesa di
    quindici rubli,  senza contare la fattura e  le  guarnizioni,  e  che,
    perci,  i  rammendi  costituivano  un  risparmio  di  quindici rubli.
    Davanti a quella  cameriera,  per,  se  non  proprio  vergognosa,  si
    sentiva molto a disagio.
    Prov  quindi  un vero sollievo quando vide entrare in camera Annuska,
    che da un pezzo conosceva.  L'elegante camerierina era richiesta dalla
    signora e con Drija Aleksndrovna rimase Annuska.
    Costei  era,  evidentemente,  molto  contenta  dell'arrivo  di  Drija
    Aleksndrovna e chiacchierava animatamente e senza  posa.  Dolly  not
    che  aveva  una  gran  voglia  di  esprimere la propria opinione sulla
    posizione della signora e, specialmente, sull'amore e la devozione del
    conte verso Anna Arkdevna,  ma,  non appena ella tent di  intavolare
    quell'argomento, Dolly glielo imped dicendo:
    -  Sono  cresciuta con Anna Arkdevna e l'amo pi di tutto al mondo...
    Non tocca a me giudicarla. E lui pare che le voglia un gran bene...
    Quindi, mostrandole la biancheria che si era tolta, aggiunse:
    - Per piacere, Annuska, d questo a lavare, se  possibile.
    - Sissignora,  qui ci sono due donne apposta per  il  piccolo  bucato,
    mentre la biancheria pesante viene lavata a macchina. Il conte pensa a
    tutto. Altro che un marito...
    Dolly  fu  contenta  quando vide entrare Anna che,  con la sua venuta,
    fece cessare il chiacchierio di Annuska.
    Anna si era cambiata: indossava ora un semplice abito di batista,  che
    Dolly  esamin  a  lungo,  ben  sapendo che cosa significasse e quanto
    costasse una simile semplicit.
    - Una vecchia amica... - disse Anna di Annuska.
    Anna adesso non era pi turbata,  ma appariva disinvolta e tranquilla.
    Dolly  si rese conto che si era completamente ripresa dall'impressione
    che le aveva  prodotto  il  suo  arrivo  e  aveva  assunto  quel  tono
    indifferente  e superficiale,  sotto il quale sembrava chiusa la porta
    di quella parte dell'anima in cui erano celati i suoi sentimenti  e  i
    suoi pi intimi pensieri.
    - E la tua bambina come sta? - domand Dolly.
    -  Annie?  Sta  bene.  Qui  si  rimessa completamente.  Vuoi vederla?
    Andiamo,  te la far conoscere.  Non ci sono mancati i problemi con le
    bambinaie  -  prese  a  dire  Anna.  -  Avevamo  una  balia  italiana,
    buonissima, ma spaventosamente stupida!  Volevamo mandarla via,  ma la
    piccola  si  era talmente abituata a lei che l'abbiamo dovuta tenere e
    la teniamo tuttora.
    - E come avete risolto?  - cominci Dolly,  che voleva domandare quale
    nome  portasse  la  bambina;  ma,  visto oscurarsi di colpo il viso di
    Anna, gir la domanda: - Come avete fatto? L'avete gi svezzata?
    Ma Anna aveva capito.
    - Non  questo che volevi chiedermi, vero?  Volevi sapere per il nome.
    E' una cosa che tormenta molto Aleksj. La piccola non ha nome... cio
    si  chiama Karenin - e socchiuse gli occhi a tal punto che si vedevano
    soltanto pi le ciglia congiunte.  - Del resto  -  e  il  viso  le  si
    rischiar - di queste cose parleremo in seguito.  Andiamo,  te la far
    vedere. E' molto graziosa. Comincia a camminare carponi...
    Il lusso che in tutta la casa aveva stupito Drija  Aleksndrovna,  la
    stup   ancora  di  pi  nella  stanza  della  bambina.   C'erano  una
    carrozzella inglese,  alcuni attrezzi per insegnare alla bimba a  star
    ritta e a camminare,  e un divano, simile a un biliardo, fatto apposta
    perch ella potesse trascinarsi;  c'erano  sedie  a  dondolo  e  bagni
    speciali,  il  tutto  modernissimo,  di  ottima  qualit,  solido  ed,
    evidentemente,  assai costoso.  La camera  era  ampia,  molto  alta  e
    luminosa.
    Quando  le  due  cognate  entrarono  la  bimba,  con  la sola camicina
    addosso,  era seduta su un seggiolone davanti alla tavola  e  mangiava
    una pappa che le sgocciolava sul petto.
    Le  stava  vicino  una  domestica russa di servizio nella camera,  che
    imboccava e che,  probabilmente,  divideva il pasto con la piccina,  e
    non  erano  presenti n la bambinaia,  n la balia: si trovavano nella
    stanza attigua,  dalla quale proveniva il  loro  chiacchierio  in  uno
    strano   dialetto   francese,   grazie   al  quale  soltanto  potevano
    comprendersi.
    Udita la voce di  Anna,  un'inglese  ben  vestita,  alta,  antipatica,
    accorse  scotendo  i  riccioli  biondi  e  subito,  bench Anna non la
    rimproverasse affatto,  prese a giustificarsi.  A ogni parola che Anna
    diceva, rispondeva premurosamente: "Yes, my lady".
    La bambina,  nera di capelli e di sopracciglia, dalla carnagione rosea
    e dall'aspetto sano e robusto,  piacque molto a Drija  Aleksndrovna,
    che prov persino un leggero senso di invidia per il perfetto stato di
    salute  che pareva possedere,  nonostante l'espressione severa con cui
    guard la nuova venuta.  Dolly ammir pure il modo con cui la  piccola
    si moveva,  servendosi delle mani e dei piedi.  Nessuno dei suoi figli
    era mai riuscito a trascinarsi cos.  Allorch la misero a sedere  sul
    tappeto,   con   il   vestitino   rialzato   dietro,   la   bimba  era
    straordinariamente graziosa: simile a una piccola  belvetta,  guardava
    con  i  suoi  grandi occhi neri lucenti,  evidentemente soddisfatta di
    essere ammirata e,  servendosi  delle  mani  e  dei  piedi,  riusc  a
    spostarsi rapidamente da una parte all'altra del tappeto.
    Non  piacquero,  per,  a  Dolly,  n  l'atmosfera  della  camera  n,
    soprattutto,  la governante inglese.  Soltanto per il  fatto  che  una
    buona  bambinaia  non  avrebbe  accettato  di  andare  in una famiglia
    irregolare come quella di Anna,  Drija Aleksndrovna poteva spiegarsi
    il  fatto che Anna,  con la conoscenza che aveva della gente,  tenesse
    accanto alla bambina una governante cos antipatica  e  dall'apparenza
    cos poco decorosa. Da alcune parole, inoltre, si rese conto che Anna,
    la  nutrice,  la governante e la bimba non erano affatto affiatate,  e
    che una visita da parte della madre nella stanza della piccola era  un
    avvenimento  insolito:  Anna  non  riusc  a trovare nessun giocattolo
    della bambina e, cosa sorprendente,  ella non sapeva nemmeno il numero
    dei  dentini  della  figlia: non era a conoscenza della comparsa degli
    ultimi due.
    - Talvolta mi  penoso sentirmi  inutile  qui  dentro!  -  disse  Anna
    uscendo  dalla  camera  della  piccola e sollevando lo strascico della
    gonna per non trascinarsi dietro qualche giocattolo dei  molti  sparsi
    accanto alla porta. - Con il primo  stato diverso...
    - Pensavo proprio che fosse il contrario - rispose Dolly, timidamente.
    -  Oh  no!  Sai che ho riveduto Serza?  - disse Anna socchiudendo gli
    occhi,  come se guardasse qualcosa molto lontano.  - Ma  ne  parleremo
    dopo.  Tu  non  ci  crederai,  Dolly,  ma  mi  sento  come una persona
    affamata,  cui venga posto davanti un buon pranzo e che non sa da  che
    piatto incominciare. Il buon pranzo sei tu e la conversazione che avr
    con  te  e che non posso avere con alcun'altra persona.  Non so da che
    parte cominciare.  "Mais je ne vous ferai grace de rien" (168.  Ma non
    vi risparmier nulla!). Ho bisogno di dire tutto. S, e intanto voglio
    abbozzarti  un  profilo  della gente che troverai qui da noi - prese a
    dire.   Prima di tutto,  la principessa Varvara.  Tu la conosci  e  io
    conosco  l'opinione  che  tu e Stiva avete di lei.  Secondo Stiva,  lo
    scopo della vita di  questa  donna  consiste  nel  dimostrare  la  sua
    superiorit sulla zia Katerina Pvlovna: tutto questo  verissimo,  ma
    ella  buona e io ho per lei molta riconoscenza. C' stato un momento,
    a Pietroburgo,  in cui avevo assolutamente bisogno di qualcuno che  mi
    facesse da "chaperon"...  di qualcuno che mi accompagnasse: ho trovato
    lei disposta a farlo. E' veramente buona, credilo! Mi ha aiutato molto
    a sopportare pi facilmente la situazione in cui mi trovavo.  Mi rendo
    conto  che  tu  non  capisca  quanto essa sia stata difficile...  l a
    Pietroburgo - soggiunse Anna.  - Qui sono perfettamente  tranquilla  e
    felice...   ma  di  questo  parleremo  dopo.  Continuo  l'elenco:  c'
    Svijazskij, maresciallo della nobilt, una persona molto perbene,  che
    ha bisogno di qualcosa da Aleksj.  Capirai che, con il patrimonio che
    ha,  ora che ci siamo stabiliti in campagna,  Aleksj pu avere  molta
    influenza... Poi Tuskevic', l'hai gi visto da Betsy, ma  stato messo
    in  pensione,  come  dice Aleksj,  ed  venuto da noi.  E' un uomo di
    quelli che,  presi per quello  che  vogliono  parere,  riescono  molto
    gradevoli,  "et  puis,  il est comme il faut" (169.  E poi,   come si
    deve),  come dice la principessa Varvara.  Inoltre  c'  Veslovskij...
    Anche  questo  lo  conosci:  un simpatico ragazzo - disse,  mentre un
    malizioso sorriso le sfiorava le labbra. - Che cos',  infine,  quella
    strana storia che gli  capitata con Levin? Veslovskij l'ha raccontata
    ad Aleksj, ma noi non ci crediamo. "Il est tout gentil et naf" (170.
    E'  molto  gentile e ingenuo) - continu con lo stesso sorriso.  - Gli
    uomini hanno bisogno di distrazione e ad Aleksj occorre un  pubblico:
    perci tengo cara questa compagnia.  Bisogna che in casa nostra ci sia
    animazione, allegria,  movimento,  e che Aleksj sia soddisfatto e non
    abbia  nulla di nuovo da desiderare.  Pi tardi conoscerai il fattore:
    un tedesco,  un'ottima persona che sa  bene  il  suo  mestiere  e  che
    Aleksj  apprezza  molto.  Infine,  fa  parte della compagnia anche il
    dottore,  un giovanotto che,  senza essere un vero nichilista,  mangia
    con il coltello,  ma che,  come ho detto,  molto bravo. Da ultimo c'
    l'architetto. Una piccola corte, insomma...


    CAPITOLO 20.

    - Principessa,  ecco quella  Dolly  che  avevate  tanto  desiderio  di
    conoscere! - disse Anna uscendo insieme con Darija Aleksndrovna sulla
    grande  terrazza,  dove,  seduta  all'ombra  davanti  a un telaio,  la
    principessa Varvara stava ricamando una poltrona per il conte  Aleksj
    Kirllovic'.  -  Dice che non vuole prender nulla prima di pranzo,  ma
    fate in modo che assaggi  qualche  cosa,  mentre  io  vado  a  scovare
    Aleksj per portarlo qui con tutti gli altri.
    La  principessa Varvara accolse Dolly in modo affettuoso e leggermente
    protettivo;  si mise subito a spiegarle che si era stabilita da  Anna,
    che ella aveva sempre amato pi di sua sorella Katerina Pvlovna,  che
    aveva allevato Anna,  e perch  considerava  suo  dovere  aiutarla  ad
    attraversare  quel  periodo transitorio,  certamente difficile e tanto
    doloroso.
    - Appena il marito le conceder il  divorzio,  mi  ritirer  di  nuovo
    nella  mia  solitudine  ma,  per  adesso,  posso essere utile e voglio
    compiere,  per quanto penoso possa essermi,  il  mio  dovere  sino  in
    fondo.  Non sono come le altre,  io...  E tu, come sei stata gentile a
    venire,  come hai fatto bene!  Vivono come i pi perfetti  coniugi.  A
    giudicarli ci pensi Iddio: non tocca a noi. E forse che Birjuzovskij e
    la Avneva...  E Nikndrov stesso... E Vasilev con la Mamnova, e Liza
    Neptnova non hanno fatto lo stesso?  Nessuno ha detto nulla  e,  alla
    fine,  tutti li hanno ricevuti ovunque.  E poi, "c'est un intrieur si
    joli,  si comme il faut.  Tout--fait  l'anglaise.  On se  runit  le
    matin  au  breakfast  et  puis  on se spare" (171.   E' una casa cos
    carina, cos come si deve.  Tutto all'inglese Ci riuniamo alla mattina
    a colazione,  e poi ognuno va per i fatti suoi). Ognuno va per i fatti
    suoi sino all'ora di pranzo.  Si pranza alle  sette.  Stiva  ha  fatto
    molto bene a mandarti qui: deve mantenersi in buoni rapporti con loro.
    Vronskij,  sai,  per  mezzo  della  madre  e  del  fratello,    molto
    influente.  Inoltre  generoso e  fa  molta  beneficenza.  Non  ti  ha
    parlato Anna del suo ospedale? Sar una cosa meravigliosa! Viene tutto
    da Parigi.
    La  loro  conversazione fu interrotta da Anna che,  trovati gli uomini
    nella sala da bigliardo, ritornava con loro in terrazza.
    Mancavano ancora parecchie ore al pranzo, la giornata era bellissima e
    furono  fatte  parecchie  proposte   per   trascorrere   piacevolmente
    l'attesa.  I  modi per passare il tempo non mancavano,  ed erano tutti
    diversi da quelli abitualmente usati a Pokrvskoe.
    - Una partita a tennis sul prato?  - sugger Veslovskij,  con  un  bel
    sorriso. - Sar ancora vostro compagno, Anna Arkdevna?
    - No,  fa troppo caldo; facciamo piuttosto una passeggiata nel parco e
    poi un giretto in  barca,  cos  Dolly  potr  ammirare  il  paesaggio
    circostante.
    - Io sono d'accordo su tutto - afferm Svijazskij.
    -  Credo  che  per Dolly la cosa pi piacevole sar camminare un poco,
    non  vero? E poi un giretto in barca - disse Anna.
    E cos fu deciso.  Veslovskij e Tuskevic' andarono a fare un  bagno  e
    promisero  di  preparare  la  barca  e  di aspettare l il resto della
    comitiva.
    Si avviarono a coppie lungo il viale del parco: Anna con Svijazskij  e
    Dolly  con  Vronskij.  Dolly  era  un  po'  confusa  e  a  disagio  in
    quell'ambiente cos nuovo per lei.  Involontariamente,  ella non  solo
    giustificava la condotta di Anna, ma l'approvava e, come spesso accade
    alle  donne  di moralit ineccepibile,  stanche a un certo punto della
    monotonia della loro vita, non soltanto scusava, ma persino un pochino
    invidiava quell'amore colpevole. Trovandosi,  per,  in mezzo a quelle
    persone  estranee,  a  quelle  abitudini eleganti e raffinate,  che le
    riuscivano nuove,  Drija Aleksndrovna si sentiva a disagio.  In modo
    particolare;  le era sgradevole la presenza della principessa Varvara,
    che perdonava loro ogni cosa,  a motivo delle comodit e del benessere
    che ne ricavava.
    In teoria,  da un punto di vista generico, Dolly approvava la condotta
    di Anna,  tuttavia il trovarsi in presenza dell'uomo,  che  era  causa
    della caduta dell'amica,  le riusciva penoso, a parte il fatto che non
    aveva mai avuto  alcuna  simpatia  per  Vronskij.  Lo  riteneva  molto
    orgoglioso, senza vedere in lui nulla, all'infuori della ricchezza, di
    cui potesse inorgoglirsi. E l, in casa propria, egli le metteva ancor
    pi  soggezione  di  prima,  e  Dolly  in  sua presenza non riusciva a
    sentirsi disinvolta;  provava una sensazione simile a  quella  provata
    davanti  all'elegante  camerierina,  a  causa  della  camicia da notte
    rammendata, sensazione che non era proprio di vergogna, ma soltanto di
    disagio e d'impaccio.
    Dolly, cos confusa, cercava un argomento di conversazione. Conoscendo
    l'orgoglio  di  Vronskij,   riteneva  che  egli  non  gradisse  essere
    complimentato  per  la  casa  e  per il giardino,  ma,  in mancanza di
    meglio, si limit a qualche parola di ammirazione sul castello.
    - S,   una costruzione molto bella,  di un buon stile antico - disse
    egli.
    - Mi  molto piaciuto il cortile davanti alla scalinata d'ingresso. E'
    sempre stato cos?
    - Oh no!  - esclam Vronskij, e il suo volto si illumin di piacere. -
    Se l'aveste visto questa primavera!
    E,  dapprima in modo  prudente,  poi  via  via  entusiasmandosi,  fece
    osservare  a  Dolly  i vari particolari dell'abbellimento della casa e
    del  giardino.  Era  chiaro  che,  avendo  dedicato  molto  lavoro  al
    miglioramento e all'abbellimento della sua dimora,  sentiva il bisogno
    di farlo notare a una persona nuova,  ed era sinceramente  soddisfatto
    delle lodi e dell'ammirazione di Drija Aleksndrovna.
    -  Se  non siete troppo stanca,  volete dare un'occhiata all'ospedale?
    Andiamoci,   non    molto  lontano  -  disse,   dopo  aver   guardato
    attentamente  Dolly  per  assicurarsi  che  la  proposta  non le fosse
    sgradita.
    - Vieni anche tu, Anna? - disse poi a quest'ultima.
    - Certo, certo, non vi pare? - chiese Anna a Svijazskij. - "Mais il ne
    faut pas laisser le pauvre Veslovskij et  Tuskevic'  se  morfondre  l
    dans le bateau" (172.  Ma non si possono lasciare il povero Veslovskij
    e Tuskevic' ad annoiarsi  laggi  sulla  barca.)  Bisogna  mandare  ad
    avvertirli.  E'  un vero monumento che lascer dietro di s - prosegu
    poi, rivolta a Dolly, con il medesimo sorriso astuto, con il quale gi
    prima aveva parlato dell'ospedale.
    - Una fondazione di importanza capitale! - disse Svijazskij.  Ma,  per
    non  aver l'aria di adulare Vronskij,  aggiunse subito un'osservazione
    lievemente critica: - Comunque mi meraviglio, conte, che voi, che fate
    tanto  per  il  popolo  dal  punto  di   vista   sanitario,   restiate
    indifferente per quanto riguarda le scuole.
    - "C'est devenu tellement commun,  les coles!" (173. E' diventata una
    cosa talmente comune occuparsi delle scuole!) -  rispose  Vronskij.  -
    Del resto, neanche per quello che sto facendo mi sono appassionato, ma
    cos...   mi   sono   lasciato  trascinare...   Per  di  qui,   Drija
    Aleksndrovna - e indic un'uscita laterale del viale.
    Le signore aprirono i loro ombrellini e si avviarono da quella  parte.
    Dopo  aver svoltato di qua e di l ed essere uscita da un cancelletto,
    Drija Aleksndrovna scorse dinanzi a s,  su  un'altura,  una  grande
    costruzione in mattoni rossi,  di forma originale, gi quasi ultimata.
    Il tetto di  lamiera,  non  ancora  verniciato,  scintillava  in  modo
    abbagliante  ai  raggi  del  sole.  Accanto  a  quell'edificio sorgeva
    un'altra costruzione, circondata da impalcature e da ponti,  sui quali
    numerosi operai ponevano i mattoni, versavano dai secchi la calce e la
    spianavano con le cazzuole.
    -  Come  procede  rapidamente  il  lavoro,   qui  da  voi!  -  osserv
    Svijazskij.  - Quando sono venuto l'ultima volta,  non c'era ancora il
    tetto.
    - Per l'autunno,  tutto sar pronto. L'interno  ormai quasi a posto -
    intervenne Anna.
    - E questa costruzione nuova, che cos'?
    - E' l'abitazione per il dottore e il locale per  la  farmacia-rispose
    Vronskij,  che  aveva  visto venire alla sua volta l'architetto con il
    soprabito addosso. Si scus con le signore e gli and incontro.
    Fatto il giro della buca,  dove gli operai preparavano la calce,  egli
    si   ferm   con  l'architetto,   con  il  quale  cominci  un'animata
    discussione.
    - Il frontone   ancora  troppo  basso  -  spieg  ad  Anna,  che  gli
    domandava di che cosa si trattasse.
    - L'avevo detto, io, che bisognava sollevare la base! - rispose Anna.
    -  Certo,  Anna  Arkdevna,  sarebbe stato meglio,  ma ormai non  pi
    possibile - disse l'architetto.
    - S,  io m'interesso molto di  questa  costruzione  -  disse  Anna  a
    Svijazskij,  che  aveva  mostrato  meraviglia  per  le  sue cognizioni
    architettoniche.  - Bisogna che il nuovo caseggiato sia in armonia con
    l'ospedale, e invece  stato concepito dopo e senza alcun progetto.
    Finito  il colloquio con l'architetto,  Vronskij torn dalle signore e
    le condusse a visitare l'ospedale.
    Bench,  esternamente,  si stessero ancora rifinendo  i  cornicioni  e
    verniciando  il  piano  terreno,  quello superiore era quasi del tutto
    ultimato.   Salirono  un'ampia  scala  di  ferro  e,   giunti   a   un
    pianerottolo,  entrarono  in  una prima,  grande stanza,  dalle pareti
    rivestite di stucco e rischiarata da grandi  finestroni.  Soltanto  il
    pavimento di quercia rimaneva da ultimare,  e i falegnami, che stavano
    piallando un riquadro sollevato,  sospesero il lavoro e si tolsero  le
    cordicelle, che trattenevano loro i capelli, per salutare i signori.
    - Questa  la sala di accettazione - spieg Vronskij. - Qui troveranno
    posto uno scrittoio,  un tavolo, un armadio e niente altro. Andiamo da
    questa parte, andiamo da questa parte...
    - Non avvicinarti alle finestre - avvert Anna,  toccando  leggermente
    la  vernice  per verificare se fosse asciutta.  - Aleksj,  pensa,  la
    vernice  gi asciutta! - aggiunse.
    Dalla sala di accettazione  passarono  nel  corridoio,  dove  Vronskij
    spieg il nuovo sistema di ventilazione.  Poi mostr loro le vasche da
    bagno di marmo e i letti a molle; fece visitare,  uno dopo l'altro,  i
    vari reparti,  la dispensa,  la stanza per la biancheria,  le stufe di
    nuovo tipo,  certi carrelli a ruote che non facevano alcun  rumore,  e
    molte  altre  cose.   Svijazskij  osservava  tutto,  da  uomo  che  sa
    apprezzare i perfezionamenti e le novit,  e Dolly non  nascondeva  il
    proprio stupore davanti a cose che non aveva mai viste e,  desiderando
    rendersi conto di  quanto  aveva  dinanzi  agli  occhi,  faceva  molte
    domande, alle quali Vronskij rispondeva con evidente piacere.
    -  Penso  che  questo  ospedale sar l'unico,  attrezzato in modo cos
    perfetto e moderno, in tutta la Russia - disse Svijazskij.
    - E non avete un reparto maternit?  - domand Dolly.  - In campagna 
    cos necessario. Spesso io...
    Malgrado la sua cortesia, Vronskij la interruppe.
    -  Non   una maternit,  questo,  ma un ospedale destinato a tutte le
    malattie,  salvo che a  quelle  contagiose.  Ecco,  guardate  -  disse
    spingendo   verso  Dolly  una  poltrona  a  rotelle,   acquistata  per
    convalescenti. - Guardate!  - Si sedette e fece muovere la poltrona. -
    Vedete,  se un  malato  non  pu  camminare  perch  troppo  debole  o
    sofferente  alle  gambe,  ma  ha  bisogno  di  aria,  con  questa  pu
    comodamente muoversi e passeggiare...
    Drija Aleksndrovna si interessava di tutto,  tutto le piaceva  molto
    ma,  in  particolar  modo,  le piaceva Vronskij,  con il suo semplice,
    ingenuo entusiasmo.
    Si,   davvero un uomo buono e  incantevole,  pensava  di  tanto  in
    tanto,   senza  ascoltarlo,  ma  guardandolo;  e,  penetrando  la  sua
    espressione, si trasferiva con il pensiero in Anna. Ora Vronskij, cos
    animato e pieno di entusiasmo, le piaceva tanto che comprese come Anna
    avesse potuto innamorarsi di lui.


    CAPITOLO 21.

    - No,  credo che la principessa sia stanca e  che  i  cavalli  non  la
    interessino  molto  -  fece notare Vronskij ad Anna,  che proponeva di
    mostrare a Dolly il recinto di  allevamento,  dove  Svijazskij  voleva
    vedere uno stallone nuovo.  - Andateci pure, mentre io accompagner la
    principessa a casa e intanto faremo  quattro  chiacchiere,  se  vi  fa
    piacere - prosegu rivolgendosi a Dolly.
    - Mi fa molto piacere, tanto pi che di cavalli non mi intendo affatto
    - rispose Drija Aleksndrovna,  piuttosto meravigliata;  ma cap, dal
    viso di Vronskij,  che egli aveva desiderio di dirle qualcosa a tu per
    tu. E non si era sbagliata.
    Non  appena,   dopo  aver  varcato  la  soglia  del  cancelletto,   si
    ritrovarono in giardino,  Vronskij guard dalla parte  verso  cui  era
    andata  Anna  e,  assicuratosi  che  ella non potesse n sentirli,  n
    vederli, incominci, guardandola con occhi ridenti:
    - Avete indovinato che desideravo parlare con voi? - le domand. - Non
    sbaglio pensando che siete sincera amica di  Anna...  -  Si  tolse  il
    cappello  e,  tirato  fuori  il  fazzoletto,  si  asciug la testa che
    cominciava a farsi un po' calva.
    Drija Aleksndrovna non rispose,  limitandosi  a  guardarlo  con  una
    certa inquietudine.  Quando era rimasta sola con lui, aveva provato, a
    un tratto,  una sensazione di paura: quegli occhi ridenti e la  severa
    espressione  del viso di Vronskij la spaventavano.  Le balenarono alla
    mente le pi strane supposizioni su ci che egli si preparava a dirle.
    Vorr chiedermi di trasferirmi qui da loro  con  i  ragazzi...  e  io
    dovr rifiutare... oppure dirmi di organizzare una societ che non sia
    ostile ad Anna per quando ritorner...  o non vorr parlare di Vsenka
    Veslovskij e dei suoi rapporti con Anna?  O forse di Kitty,  verso  la
    quale,  chi  lo  sa,  si  sente  colpevole?.  Prevedeva soltanto cose
    spiacevoli,  ma non indovin di che cosa Vronskij volesse parlare  con
    lei.
    -  Voi  avete  tanta  influenza  su  Anna e lei vi vuole tanto bene...
    Aiutatemi! - disse egli infine.
    Drija Aleksndrovna consider con espressione timida e  interrogativa
    il  viso  energico di Vronskij,  che ora era illuminato per intero dal
    sole,  ora chiazzato dai raggi filtranti attraverso i tigli,  ora  del
    tutto immerso nell'ombra,  e aspettava che egli parlasse; ma Vronskij,
    impigliando il bastone nel pietrisco, le camminava accanto silenzioso.
    - Se di tutte le amiche di Anna,  voi sola siete  venuta  da  noi  (la
    principessa  Varvara non conta),  capisco che lo avete fatto non certo
    perch  consideriate  normale  la  nostra   situazione,   ma   perch,
    comprendendone tutto il peso,  volete tanto bene ad Anna da cercare di
    rendergliela meno penosa. Vi ho capita bene? - domand guardandola.
     - S, ma... - rispose Dolly timidamente, chiudendo l'ombrellino.
    - No - la interruppe Vronskij e, dimenticando che cos facendo metteva
    a disagio la sua interlocutrice,  si ferm,  costringendo anche lei  a
    fermarsi;  -  nessuno  meglio  di  me  e  con pi intensit risente le
    difficolt della posizione in cui Anna si trova e,  se mi fate l'onore
    di  considerarmi  un uomo che ha un cuore,  lo ammetterete facilmente.
    Sono stato io la causa di questa situazione e perci ne sento tutto il
    peso.
    -   Comprendo    -    disse    Drija    Aleksndrovna,    ammirandolo
    involontariamente   per   il  modo  fermo  e  sincero  con  cui  aveva
    pronunziato quelle parole; - ma precisamente perch ne siete la causa,
    temo che voi esageriate.  La sua posizione in  societ    penosa,  lo
    capisco...
    -   In   societ      un   inferno  -  profer  rapidamente  Vronskij
    accigliandosi.  - Non si possono immaginare torture morali peggiori di
    quelle  sopportate da Anna nelle due settimane che abbiamo trascorse a
    Pietroburgo...
    - Ma qui?  Sino a che n voi...  n  Anna  sentite  il  bisogno  della
    societ...
    - Della societ! - ripet Vronskij. - Che bisogno potrei averne?
    - Sino allora, e pu voler dire sempre, voi potete vivere qui felici e
    tranquilli.  Vedo che Anna  felice, assolutamente felice, e questo ha
    gi  trovato  il  modo  di  dirmelo  -  rispose  Drija  Aleksndrovna
    sorridendo;  e,  senza volerlo,  dicendo questo ora, si chiese se Anna
    fosse effettivamente felice.
    Ma pareva che Vronskij non ne dubitasse.
    - S,  s - disse.  - So che,  dopo tutte le sue  sofferenze,  essa  
    rinata a nuova vita ed  felice.  E' felice del presente.  Ma io... io
    ho paura di quello che ci attende... Scusate, preferite camminare? No?
    Sedetevi, allora.
    Drija Aleksndrovna si sedette su una panchina del  giardino,  in  un
    angolo del viale. Vronskij si ferm e rimase in piedi davanti a lei.
    -  Vedo  che  Anna    felice  -  ripet  Vronskij,  e  il  dubbio  di
    quell'affermazione colp ancora una volta, pi fortemente, Dolly. - Ma
     possibile continuare cos? Che abbiamo agito bene o male,  un'altra
    questione: quello che  fatto,  fatto - disse egli passando dal russo
    al francese - e noi siamo legati per tutta la vita.  Siamo  uniti  con
    vincoli  che  sono per noi i pi sacri di tutti: i vincoli dell'amore.
    Abbiamo una bambina, potremo avere altri figli. Ma la legge e tutte le
    condizioni della nostra posizione sono tali che sorgeranno migliaia  e
    migliaia di difficolt, che Anna ora, dopo tutto quello che ha passato
    e sofferto,  non vede e non vuol vedere.  E questo  comprensibile. Ma
    io non posso non vedere. Mia figlia, per legge, non  mia figlia...  
    figlia  di  Karenin.  Io  non voglio questo inganno!  - esclam con un
    energico gesto di diniego,  e guard Drija Aleksndrovna con una cupa
    espressione interrogativa.
    Ella non rispose, si limit a guardarlo, e Vronskij prosegu:
    -  E  domani  nascer  un figlio,  mio figlio,  e per la legge sar un
    Karenin: non sar erede n del mio nome, n del mio patrimonio e,  per
    quante  gioie  familiari noi possiamo avere,  per numerosi che possano
    essere i nostri figli, tra me e loro non ci sar legame: saranno tutti
    Karenin. Capite il peso e l'orrore di questa situazione?  Ho provato a
    parlarne ad Anna, ma  un argomento che la irrita. Ella non capisce, e
    a  lei non posso dir tutto.  Guardate ora le cose da un altro punto di
    vista: io sono felice del suo amore,  ma ho anche bisogno di occuparmi
    di  qualche  cosa.  Qui ho trovato un lavoro che mi interessa,  di cui
    sono fiero e che ritengo pi nobile  delle  occupazioni  dei  miei  ex
    compagni a Corte e in servizio, e non cambierei a nessun prezzo il mio
    lavoro con il loro. Lavoro qui, a casa mia, sono felice e non desidero
    nulla di pi. Le mie occupazioni mi piacciono. "Cela n'est pas un pis-
    aller" (174. E ci non  in mancanza di meglio) al contrario...
    Drija  Aleksndrovna  not  che  a  questo  punto  delle spiegazioni,
    Vronskij appariva un po' confuso nell'esprimersi e,  senza capire bene
    il  motivo,  sentiva  che,  messosi  a  parlare  dei propri pi intimi
    sentimenti,  che  non  poteva  rivelare  ad  Anna,   egli  voleva  ora
    confidarsi  con  lei sino in fondo e che tutto quello che diceva della
    propria attivit in campagna, aveva un legame con quelli, come non era
    senza relazione con il problema della posizione di Anna.
    - Per lavorare - continu Vronskij riprendendosi - l'essenziale   che
    bisogna essere convinti che la nostra opera non finir con noi, che si
    avranno degli eredi,  ed  questa sicurezza che a me manca. Immaginate
    lo stato d'animo di un uomo che sa in anticipo che i  figlioli,  avuti
    dalla  donna che adora,  non saranno suoi,  ma di qualche altro che li
    odia e non li vuol riconoscere? E' orribile!
    Tacque, evidentemente in preda a una forte agitazione.
    - Lo capisco,  naturalmente,  ma che cosa pu  fare  Anna?  -  domand
    Drija Aleksndrovna.
    -  Eccoci  giunti  allo  scopo  del  mio  discorso  -  disse  Vronskij
    calmandosi a fatica. - Anna pu, questo dipende da lei.  Il divorzio 
    indispensabile  anche  per  chiedere  al  sovrano  l'autorizzazione di
    adottare i figlioli,  e il divorzio dipende da Anna.  Suo  marito  era
    disposto  a concederglielo e Stepn Arkadyc' aveva gi quasi sistemato
    la  cosa.  Anche  adesso,  sono  certo,   egli  non  lo  rifiuterebbe;
    basterebbe soltanto scrivergli,  giacch,  gi allora, aveva detto che
    se Anna  ne  avesse  espresso  il  desiderio,  egli  era  disposto  ad
    acconsentire.  Si  capisce  -  prosegu  con  aria cupa - che  una di
    quelle crudelt farisaiche,  di cui sono capaci  soltanto  gli  uomini
    senza  cuore.  Karenin sa quanto siano dolorosi per Anna i ricordi che
    lo riguardano e,  pur sapendolo,  pretende  da  lei  una  lettera.  Io
    capisco  che  per  Anna  sia una sofferenza.  Ma le ragioni sono tanto
    importanti che  bisogna  "passer  pardessus  toutes  ces  finesses  de
    sentiment.  Il  y  va  du  bonheur  et de l'existence d'Anna et de ses
    enfants (175.  Passare sopra a tutte queste finezze di sentimento.  Ne
    va della vita e della felicit di Anna e dei suoi figli). Non parlo di
    me  sebbene mi sia penoso,  molto penoso - disse con un'intonazione di
    minaccia. - Cosicch, principessa, io mi aggrappo senza vergogna a voi
    come a un'ancora  di  salvezza.  Aiutatemi  a  persuadere  Anna  della
    necessit di scrivergli e di esigere il divorzio!
    -   Molto   volentieri   -  disse  Drija  Aleksndrovna  impensierita
    ricordando il suo ultimo colloquio con Aleksj  Aleksndrovic'.  Molto
    volentieri - ripet con decisione pensando ad Anna.
    -  Usate  tutta l'influenza che avete su di lei e fate che si decida a
    scrivere.  Io  non  voglio,  e  quasi  non  posso,   toccare  con  lei
    quest'argomento.
    - Sta bene, le parler. Ma come mai Anna stessa non ci pensa?  domand
    Drija  Aleksndrovna  rammentando a questo punto,  chiss perch,  la
    strana nuova abitudine di Anna di socchiudere gli occhi.  E si ricord
    anche  che  Anna socchiudeva cos gli occhi quando l'argomento toccava
    il lato intimo della sua vita.  Come se socchiudesse gli occhi  sulla
    propria vita per non vedere tutto! pens Dolly.  - S, gliene parler
    senz'altro,  sia per me che per lei - rispose poi alla espressione  di
    gratitudine di Vronskij.
    Si alzarono e ripresero insieme la via verso casa.


    CAPITOLO 22.

    Trovata Dolly gi di ritorno, Anna la scrut attentamente negli occhi,
    come se volesse indovinare di che cosa aveva parlato con Vronskij,  ma
    non le fece alcuna domanda.
    - Mi pare che sia gi ora di pranzo - disse -  e  non  siamo  state  a
    quattr'occhi  neppure un momento!  Conto su questa sera.  Ora dobbiamo
    andarci a vestire e penso che anche tu dovrai  cambiarti  d'abito.  La
    visita ai lavori ci ha ridotte un po' male...
    Dolly  and  in  camera  sua  e  le  venne voglia di ridere: non aveva
    portato con s che un vestito, il migliore, ma tanto per dare un tocco
    nuovo alla sua "toilette",  preg la cameriera di pulirle il  vestito,
    cambi i pizzi ai polsini, si appunt un nodo di nastro sul petto e un
    merletto sui capelli.
    -  Ecco  tutto  quello  che ho potuto fare - disse sorridendo ad Anna,
    quando la cognata venne a cercarla in camera,  dopo aver  cambiato  il
    terzo vestito della giornata, semplicissimo come i due primi.
    - S,  qui siamo molto formalisti - disse Anna, quasi per giustificare
    la propria eleganza.  - Aleksj  contento del  tuo  arrivo,  contento
    come raramente accade di vederlo. E' decisamente innamorato di te... -
    aggiunse. - E tu, sei stanca?
    Prima di pranzo, non fu possibile alle due amiche di scambiare qualche
    parola.  Entrando nel salotto, vi trovarono gi la principessa Varvara
    e gli uomini  in  abito  nero.  L'architetto  era  in  frac.  Vronskij
    present  all'ospite  il  dottore  e  l'amministratore.   L'architetto
    l'aveva gi conosciuto durante la visita all'ospedale.
    Il grosso maggiordomo,  dalla faccia tonda rasata,  in sparato  bianco
    inamidato  e cravatta bianca,  annunzi che il pranzo era servito e le
    signore si alzarono.  Vronskij preg Svijazskij di offrire il  braccio
    ad Anna Arkdevna ed egli offr il suo a Dolly.  Veslovskij precedette
    Tuskevic' nel dare  il  braccio  alla  principessa  Varvara,  cosicch
    Tuskevic', il dottore e l'amministratore si avviarono da soli.
    Il pranzo,  la sala,  il servizio, i vini, le pietanze, non solo erano
    in armonia con il tono generale del  lusso  della  casa,  ma  parevano
    ancora pi sfarzosi e moderni di tutto il resto.  Drija Aleksndrovna
    osservava quel lusso,  per lei nuovo e,  da padrona di casa  qual'era,
    sebbene  non sperasse di poter mai possedere qualcosa di quanto vedeva
    - tanto quel lusso era lontano dal suo modesto tenore  di  vita  -  ne
    osservava  tutti  i particolari e si chiedeva chi e come avesse potuto
    fare tutto ci. Gente come suo marito, Vsenka Veslovskij,  Svijazskij
    stesso  e molte altre persone che ella conosceva,  non si ponevano mai
    simili domande e credevano sulla parola a ci che ogni  buona  padrona
    di casa desidera lasciar credere ai propri ospiti,  e precisamente che
    tutto ci che in casa sua  cos bene organizzato,  non le    costato
    nessuna  fatica e che tutto si fa da s.  Drija Aleksndrovna sapeva,
    per che neppure la "kascia" (176) si fa  da  s  e  che  quindi,  per
    un'organizzazione  cos complessa e sfarzosa,  doveva esserci qualcuno
    che se ne occupasse a fondo e con molta cura  e  abilit.  Notando  lo
    sguardo che Vronskij gett sulla tavola,  i segni con il capo che egli
    fece al maggiordomo e il modo con cui offr a lei  la  scelta  tra  la
    "botvinja"  (177)  e  il  brodo,  comprese  che tutto veniva diretto e
    organizzato  dallo  stesso  padrone  di  casa.   Evidentemente,   quel
    perfetto, ammirevole funzionamento non dipendeva da Anna pi di quanto
    non dipendesse da Veslovskij. Anna era un'ospite come Svijazskij, come
    Veslovskij e come la principessa, e come gli altri godeva con gioia di
    quanto veniva loro offerto e preparato.
    Anna  non sosteneva la parte di padrona di casa se non per dirigere la
    conversazione,  cosa tutt'altro che facile con un numero ristretto  di
    commensali,  tra  cui  alcuni  di  ceto  diverso,  come l'architetto e
    l'amministratore,  che si sforzavano di  non  apparire  a  disagio  di
    fronte  a  quel lusso cui non erano avvezzi e che stentavano a prender
    parte alla conversazione generale, conversazione difficile, in verit,
    ma che Anna - come notava Drija Aleksndrovna - conduceva con il  suo
    tatto naturale, con abilit e persino con piacere.
    La  conversazione  cadde  dapprima  sulla  passeggiata  in  barca  che
    Tuskevic' e Veslovskij avevano fatto da soli;  poi Tuskevic' si mise a
    parlare  delle  ultime  corse  allo  Yacht-Club di Pietroburgo.  Anna,
    approfittando di una  pausa,  si  rivolse  subito  all'architetto  per
    trarlo dal suo silenzio.
    -  Nikolj  Ivanyc'  - diss'ella parlando di Svijazskij - si  stupito
    nel vedere i progressi della nuova costruzione, dall'ultima sua visita
    a oggi.  Io pure,  del resto,  che ci vado ogni giorno,  non posso che
    meravigliarmi della rapidit con cui procedono i lavori.
    -  Con  il  signor  conte  si  lavora  bene  -  disse  con  un sorriso
    l'architetto, uomo rispettoso e calmo, cosciente dei propri meriti.  -
    E'  ben  diverso  da  quando  si  ha  a  che  fare con le autorit del
    distretto. L bisognerebbe riempire centinaia di pagine, qui,  invece,
    riferisco personalmente al conte,  discutiamo un po' e,  in brevissimo
    tempo, la faccenda  decisa.
    - Sistemi americani - osserv Svijazskij sorridendo.
    - S, laggi costruiamo in modo razionale!
    La conversazione pass sull'abuso dei poteri  negli  Stati  Uniti,  ma
    subito  Anna  la  condusse  su  un  altro  argomento,   per  dar  modo
    all'amministratore di far sentire la sua voce.
    - Hai gi visto le falciatrici meccaniche? - chiese a Dolly.  - Quando
    ti  abbiamo incontrata,  venivamo appunto dall'essere stati a vederle.
    Non le conoscevo neppur io.
    - Come funzionano? - domand Dolly.
    - Esattamente come le cesoie.  Un asse e tante piccole forbici.  Ecco,
    cos!
    Con  le  sue  belle  mani  bianche,  coperte di anelli,  Anna prese un
    coltello e una forchetta e cerc di dimostrare il funzionamento  della
    mietitrice.  Evidentemente  si rese conto che dalla sua spiegazione si
    sarebbe capito poco,  ma,  sapendo di parlare in modo gradevole  e  di
    avere delle belle mani, continu a lungo la dimostrazione.
    - Direi piuttosto che funzionano come un sistema di temperini  osserv
    Veslovskij, che non distoglieva gli occhi da lei.
    Anna abbozz un sorriso, ma non gli rispose.
    - Non  vero, Karl Fdorovic, che sono come cesoie?
    -  "Oh  ja"  - rispose il tedesco.  - "Es ist ein ganz einfaches Ding"
    (178.  Oh s,   una cosa molto semplice!) - e  prese  a  spiegare  il
    funzionamento della macchina.
    -  Peccato che,  oltre a mietere,  non affastelli.  All'Esposizione di
    Vienna ne ho vista una che lega i covoni con  filo  di  ferro    disse
    Svijazskij. - Allora, s, che apporterebbe reali vantaggi!
    - "Es kommt drauf an...  Der Preis vom Draht muss ausgerechnet werden"
    (179.  Dipende... bisogna anche calcolare il prezzo del filo di ferro)
    - E il tedesco, uscito dal suo mutismo,  si rivolse a Vronskij: - "Das
    lasst  rich  ausrechnen,  Erlaucht"  (180.  Si  pu  fare  il calcolo,
    eccellenza!).
    Gi stava tirando fuori di tasca la matita e il taccuino su cui faceva
    tutti i conti,  ma,  ricordatosi di essere a tavola e avendo colto una
    fredda occhiata di Vronskij, si trattenne.
    - "Zu compliziert,  macht zu viel Klopot" (181.  Troppo complicato, d
    troppe noie) - concluse.
    - "Wunscht man Dochots,  so hat man  auch  Klopots"  (182.  Chi  vuole
    guadagni, deve avere anche noie) - disse Vsenka Veslovskij canzonando
    il tedesco.  - "J'adore l'allemand" (183. Adoro il tedesco) - prosegu
    rivolgendosi ad Anna con lo stesso sorriso.
    - Basta!  - ella gli disse in tono mezzo severo e mezzo  scherzoso.  -
    Pensavamo  di  incontrarvi tra i campi,  Vasilij Semenovic' - continu
    poi rivolgendosi  al  dottore,  un  uomo  dall'aspetto  malaticcio.  -
    Eravate l?
    - C'ero, infatti, ma mi sono eclissato - rispose il dottore.
    - Avete fatto una bella passeggiata, allora?
    - Stupenda!
    -  Be',  e  come  va la salute della vecchia?  Spero che non tratti di
    tifo!
    - No, tifo non , ma non sta affatto bene.
    - Mi dispiace! - disse Anna e, pagato cos un dovere di cortesia verso
    la gente di casa, rivolse la sua attenzione agli ospiti.
    - Senza dubbio,  costruire  quelle  macchine  basandosi  sulle  vostre
    spiegazioni  sarebbe  difficile,  Anna  Arkdevna  -  disse scherzando
    Svijazskij.
    - No, perch? - rispose Anna con un sorriso,  che dimostrava come ella
    sapesse  benissimo  che  nella  spiegazione  da lei fatta sul congegno
    della macchina c'era qualcosa di piacevole, che anche Svijazskij aveva
    notato.
    Quel nuovo tratto di civetteria colp Dolly in modo sgradevole.
    - In compenso,  per,  le cognizioni di architettura di Anna Arkdevna
    sono sorprendenti - osserv Tuskevic'.
    -  E  come!  Ieri  ho  sentito  Anna  Arkdevna parlare di plinti e di
    strombi - disse Veslovskij. - Dico bene?
    - Non c' nulla di sorprendente,  quando si vedono e si sentono  tante
    cose - ribatt Anna.  - Ma voi,  probabilmente,  non sapete nemmeno di
    che cosa sono fatte le case.
    Drija Aleksndrovna capiva che Anna era scontenta del tono  scherzoso
    che regnava tra lei e Veslovskij ma che, senza volerlo, vi si lasciava
    trascinare.
    In questo caso,  Vronskij si comportava in modo ben diverso da come si
    sarebbe comportato Levin in una circostanza del genere: non  solo  non
    attribuiva alcuna importanza alle chiacchiere di Veslovskij, ma, anzi,
    vi prendeva gusto.
    - Dunque,  Veslovskij, dite un po' con che cosa connettete i mattoni e
    i sassi?
    - Con il cemento.
    - Bene; e che cos' il cemento?
    - Una specie di polenta... cio,  no,  di mastice - rispose Veslovskij
    suscitando l'ilarit generale.
    La conversazione tra i commensali ad eccezione del medico, sprofondato
    nel  suo  tetro silenzio,  dell'architetto e dell'amministratore,  non
    languiva mai: ora sfiorava,  veloce,  un argomento,  ora si soffermava
    pi a lungo su un altro, ora si faceva pungente.
    A  un  certo momento,  Drija Aleksndrovna si accalor nel discorso e
    s'infiamm a tal punto che si fece tutta rossa,  domandandosi  poi  se
    non avesse detto qualcosa di inopportuno o di poco cortese.
    Svijazskij si mise a parlare di Levin, riferendo i suoi strani giudizi
    sull'impiego delle macchine agricole, che egli riteneva dannose per le
    aziende russe.
    -  Io  non  ho  il  piacere  di conoscere cotesto signor Levin - disse
    Vronskij sorridendo - ma,  probabilmente,  condanna delle macchine che
    non  ha  mai vedute o,  se le ha vedute e sperimentate,  senza esserne
    soddisfatto,  si sar servito di macchine russe  qualsiasi  e  non  di
    macchine provenienti dall'estero. Perch, in tal caso, non si potrebbe
    averne altra opinione.
    - Opinioni da turco,  in ogni modo,  come Levin ha in generale - disse
    Veslovskij con un sorriso, rivolgendosi ad Anna.
    - Io non posso difendere i suoi giudizi - esclam con vivacit  Drija
    Aleksndrovna. - Posso per dire con certezza che si tratta di un uomo
    molto  istruito  e che,  se fosse qui,  saprebbe rispondervi a dovere,
    mentre io, purtroppo, non ne sono capace.
    - Io gli voglio molto bene e gli sono molto amico -  disse  Svijazskij
    con un bonario sorriso.  - "Mais,  pardon,  il est un petit peu toqu"
    (184. Ma,  scusate,   un po'  toccato);  sostiene,  per esempio,  che
    l'istituzione  dei  giudici  di pace e lo "zemstvo" sono assolutamente
    inutili, e non vuole partecipare a nulla.
    - Questo  proprio della nostra indifferenza russa - rispose  Vronskij
    versandosi l'acqua da una caraffa ghiacciata in un sottile bicchiere a
    calice - il non sentire i doveri che ci impongono i nostri diritti,  e
    perci negare questi doveri.
    - Io non conosco uomo pi rigoroso per quanto riguarda i suoi  doveri!
    - disse Dolly,  irritata dal tono di superiorit con il quale Vronskij
    aveva parlato.
    - E io, al contrario, - continu questi,  evidentemente punto sul vivo
    da  quella conversazione,  - sono riconoscentissimo per l'onore che mi
    hanno fatto, grazie a Nikolj Ivanyc' Svijazskij,  eleggendomi giudice
    di  pace  onorario.  Ritengo che per me l'obbligo di partecipare a una
    riunione,  di esaminare la causa di un  contadino,  anche  se  non  si
    trattasse che di un cavallo,  sia importante quanto qualsiasi altro, e
    riterrei un onore essere eletto  membro  dell'assemblea  distrettuale.
    Soltanto  cos  potrei  ripagare  tutti  i  vantaggi  di cui godo come
    proprietario terriero.  Ma,  purtroppo,  i grandi proprietari terrieri
    non capiscono l'importanza che dovrebbero assumere nello Stato.
    A Drija Aleksndrovna pareva strano costatare come Vronskij,  in casa
    propria e seduto alla sua tavola, fosse cos calmo e dimostrasse tanta
    sicurezza.  Si ricord di Levin,  il  quale  pensava  precisamente  il
    contrario,  ed era,  in casa propria,  a tavola,  altrettanto sicuro e
    deciso nei suoi giudizi.  Ma ella voleva bene a Levin,  e quindi stava
    dalla sua parte.
    -  Allora,  possiamo  contare  su  di  voi,  conte,  per  la  prossima
    assemblea?  - domand Svijazskij.  - Sar meglio  partire  prima,  per
    essere  l  il giorno otto.  Non vorreste farmi l'onore di fermarvi da
    me?
    - Almeno in parte, io sono d'accordo con tuo cognato - disse Anna - ma
    non per gli stessi motivi - aggiunse con un sorriso.  - Penso  che  da
    noi,  in questi ultimi tempi,  i doveri sociali vadano moltiplicandosi
    in modo un po' esagerato.  Una volta c'erano tanti  funzionari  quanti
    erano i servizi, adesso, invece, i funzionari vengono sostituiti dagli
    uomini  pubblici.  In  sei  mesi,  dacch  siamo  qui,  Aleksj   gi
    diventato membro  di  cinque  o  sei  istituzioni  pubbliche:  giudice
    tutelare, giurato, consigliere e non so che altro. E io temo che tutto
    si  risolver in pura formalit e che tutto il suo tempo sar preso da
    codeste operazioni.  Voi,  Nikolj Ivanyc',  di  quanti  uffici  siete
    membro?-    soggiunse  rivolgendosi  a  Svijazskij.  -  Di  almeno una
    ventina, suppongo...
    Anna  parlava  in  modo  scherzoso,   ma  nel   suo   tono   affiorava
    l'irritazione.  Drija Aleksndrovna, che osservava attentamente lei e
    Vronskij,  lo not subito.  Not anche che il viso di  Vronskij  aveva
    assunto,  a  quelle  parole,  un'espressione  seria  e ostinata,  e la
    premura della principessa Varvara  a  cambiar  discorso  mettendosi  a
    parlare  di certi conoscenti di Pietroburgo.  Dolly ricord quello che
    Vronskij le aveva detto nel parco a proposito  di  quelle  attivit  e
    cap  che  l'argomento  degli  impegni pubblici si collegava a qualche
    intimo dissenso tra Vronskij ed Anna.
    Il cibo, i vini,  il servizio,  tutto era perfetto,  ma tutto aveva il
    carattere di lusso che Drija Aleksndrovna aveva visto ai pranzi e ai
    balli di gala,  e lo stesso carattere di impersonalit e di formalismo
    che,  in una giornata comune e in una tavola di pochi  commensali,  le
    produceva un'impressione sgradevole.
    Dopo il pranzo,  si recarono tutti sulla terrazza,  quindi si misero a
    giocare al tennis.  Divisi in due squadre,  separate da una rete stesa
    tra   colonnine   dorate,   i  giocatori  si  disposero  su  un  prato
    accuratamente  spianato  e  pulito.   Drija  Aleksndrovna  tent  di
    giocare,  ma  non  riusc  a comprendere subito le regole del gioco e,
    quando le ebbe afferrate,  era ormai cos stanca che  and  a  sedersi
    accanto  alla  principessa Varvara e si limit a guardare i giocatori.
    Anche il suo  partner,  Tuskevic',  si  era  ritirato,  ma  gli  altri
    continuarono  ancora  a lungo la partita.  Svijazskij e Vronskij erano
    due eccellenti e seri giocatori.  Seguivano con occhio vigile la palla
    che  veniva loro lanciata,  correvano agili e tempestivi verso di essa
    senza scalmanarsi,  la raggiungevano d'un balzo con la racchetta e  la
    rilanciavano al di l della rete con colpi precisi e sicuri.
    Chi giocava peggio di tutti era Veslovskij ma,  in compenso, animava i
    giocatori con la sua allegria: le  sue  risate  e  le  sue  grida  non
    avevano tregua.  Come gli altri uomini, con il permesso delle signore,
    si era tolta la giacca, e la sua aitante figura in maniche di camicia,
    con la faccia  rossa  e  sudata  e  i  movimenti  scattanti,  attirava
    l'attenzione  e  si  imprimeva  nella  memoria  di  chi assisteva alla
    partita.  Anche Drija Aleksndrovna ne rimase cos colpita che quella
    sera,  quando fu a letto,  non appena chiudeva gli occhi, cominciava a
    vedere l'agile figura di Vsenka Veslovskij che correva sul  campo  da
    tennis.
    Durante  la  partita,  invece,  non  si era affatto divertita.  Non le
    piacevano n i rapporti, improntati a eccessiva familiarit,  tra Anna
    e  Veslovskij,  n  quella  generale  innaturalezza  dei grandi quando
    giocano da soli - senza il pretesto di far divertire i bambini - a  un
    gioco infantile.
    Ma,  per  non  disturbare  gli  altri e per passare in qualche modo il
    tempo,  ella,  dopo essersi un po' riposata,  si era di nuovo unita ai
    giocatori,  fingendo  di  divertirsi  un mondo.  Per tutta la giornata
    aveva avuto l'impressione di recitare a teatro con attori pi bravi di
    lei e di rovinare lo spettacolo con la sua cattiva recitazione.
    Era arrivata da Anna  con  l'intenzione  di  trattenersi  un  paio  di
    giorni,  se si fosse trovata bene,  ma quella sera stessa,  durante il
    gioco,  aveva  deciso  che  il  giorno  dopo  sarebbe  ripartita.   Le
    preoccupazioni  materne  che,  durante  il  viaggio,  aveva sentito di
    odiare tanto, ora, dopo una sola giornata di lontananza, le apparivano
    gi sotto un'altra luce e, di nuovo, piene di attrattive.
    Quando, dopo aver preso il t e aver fatto una passeggiata notturna in
    barca,  Drija Aleksndrovna entr in camera sua,  si tolse l'abito  e
    pettin  per  la notte la sua rada capigliatura,  prov,  ritrovandosi
    sola, un grande sollievo.  Le dispiaceva persino pensare che,  tra non
    molto, Anna sarebbe venuta da lei. Aveva voglia di rimanere sola con i
    suoi pensieri.


    CAPITOLO 23.

    Dolly  stava per mettersi a letto quando la cognata,  in abbigliamento
    notturno, entr da lei.
    Durante la giornata,  Anna era stata parecchie volte  in  procinto  di
    iniziare  una  conversazione intima con l'amica,  ma ogni volta,  dopo
    aver detto qualche parola, si interrompeva. - Pi tardi, quando saremo
    a tu per tu. Ho tante cose da raccontarti - diceva.
    Ora erano sole,  e Anna non sapeva che cosa dire.  Seduta accanto alla
    finestra,  guardava  Dolly e passava mentalmente in rassegna tutti gli
    argomenti di conversazione intima che le erano sembrati innumerevoli e
    che ora non ritrovava pi.  In quel momento,  le pareva  di  aver  gi
    detto tutto.
    - Be',  come sta Kitty? - domand, dopo un profondo sospiro, guardando
    Dolly con espressione colpevole.  - Dimmi la verit,  Dolly,  mi serba
    rancore?
    - Serbarti rancore? No - disse Dolly sorridendo.
    - Ma mi odia, mi disprezza?
    - Oh, no, ma tu lo sai... ci sono cose che non si possono perdonare.
    - S,  s,  vero - rispose Anna voltandosi dall'altra parte e aprendo
    la finestra.  - Ma sono poi stata davvero colpevole?  Chi ne ha colpa?
    Che significa aver colpa?  Poteva forse accadere diversamente?  Che ne
    pensi, tu? Ti parrebbe possibile non essere la moglie di Stiva?
    - Davvero non so risponderti. Ma che cosa mi volevi dire?
    - Ah s,  non abbiamo ancora finito di parlare di  Kitty.  E'  felice?
    Dicono che il marito sia un'eccellente persona.
    - Dire eccellente  dire poco. Non conosco un uomo migliore di lui.
    - Ah, come sono contenta! Veramente molto contenta! Dire che  un uomo
    eccellente  dire poco... - ripet Anna.
    Dolly sorrise.
    -  Ma  parliamo di te.  Noi due dobbiamo fare un lungo discorso...  Ho
    avuto un colloquio con...  - Dolly non sapeva come chiamare  Vronskij.
    Per  lei  era  imbarazzante  tanto  chiamarlo conte,  quanto chiamarlo
    Aleksj Kirllovic'.
    - Con Aleksj - disse Anna; - lo so che avete parlato. Ma io ti volevo
    chiedere che cosa pensi, in tutta sincerit, di me e della mia vita.
    - Come dirtelo cos, di punto in bianco? Davvero non so.
    - No, me lo devi dire. Tu vedi la mia vita...  Ma non devi dimenticare
    che ci vedi d'estate,  e non soli. Siamo arrivati qui all'inizio della
    primavera,  siamo vissuti completamente soli e soli vivremo,  e io non
    desidero  niente  di  meglio.  Ma immagina che io viva sola,  senza di
    lui...  e questo accadr.  Mi rendo conto,  da tante cose,  che le sue
    assenze  saranno  frequenti e che egli passer met del tempo fuori di
    casa - disse Anna alzandosi e mettendosi a sedere pi vicino a  Dolly.
    - Si capisce - prosegu interrompendo Dolly che voleva replicare; - si
    capisce  che  io  non lo tratterr qui per forza,  no davvero.  Non ci
    riuscirei neppure.  Ma oggi sono  le  corse:  devono  correre  i  suoi
    cavalli e lui va a vederli. Io ne sono contenta, ma tu immagina la mia
    situazione...  Ma a che serve dire queste cose? - E sorrise. - Allora,
    di che cosa ha parlato con te?
    - Di una cosa che io  ti  avrei  detto  anche  senza  che  lui  me  ne
    accennasse,  quindi  mi    facile  fare la parte del suo avvocato: si
    tratta della possibilit...  - Dolly si interruppe un momento -    s,
    della possibilit,  insomma, di migliorare la tua situazione... Tu sai
    come io la penso. Tuttavia, se  possibile, dovete sposarvi.
    - Cio il divorzio?  - esclam Anna.  - Sai che l'unica  donna  che  
    venuta  a trovarmi a Pietroburgo  stata Betsy Tvrskaja.  La conosci?
    "Au fond c'est  la  femme  la  plus  dprave  qui  existe"  (185.  In
    sostanza,  la donna pi depravata che esista). Ha avuto una relazione
    con Tuskevic', e inganna nel modo pi indegno il marito. Ebbene, mi ha
    detto  anche  lei  che  non intendeva pi avere rapporti con me sino a
    quando la mia posizione continuer ad essere irregolare... Non credere
    che io voglia fare dei paragoni...  Ti conosco,  mia cara,  ma,  senza
    volerlo, me ne sono ricordata... Dunque che cosa ti ha detto Aleksj?
    - Mi ha detto che soffre per te e per se stesso. Forse tu dirai che si
    tratta di egoismo, ma, in ogni modo,  un egoismo legittimo e derivato
    da  un  sentimento d'onore.  In primo luogo,  vorrebbe legittimare sua
    figlia, essere un marito, avere dei diritti su di te.
    - Ma quale moglie, per schiava che sia, pu appartenere al marito, pi
    di  quanto  io  non  appartenga  a  lui?  -  la  interruppe  Anna  con
    espressione cupa.
    - L'essenziale,  poi,  ci che egli vuole sopra ogni cosa,  che tu non
    soffra.
    - Questo  impossibile! E poi?
    - E poi vorrebbe la cosa pi legittima e giusta: che  i  vostri  figli
    abbiano il suo nome.
    - Quali figli? - esclam Anna accigliandosi e senza guardare Dolly.
    - Annie e quelli che verranno.
    - Per questo pu stare tranquillo: io non avr pi figli.
    - Come puoi dirlo?
    - Non ne avr perch non voglio pi averne.
    E,  nonostante tutta la sua emozione,  Anna sorrise, notando l'ingenua
    espressione di curiosit,  di stupore e di spavento che si dipinse sul
    volto di Dolly.
    - Dopo la malattia che ho fatto, il dottore mi ha detto...

    ................

    -  Impossibile!  - esclam Dolly spalancando gli occhi.  Ci che udiva
    era  per  lei  una  di  quelle  rivelazioni,   le  cui  conseguenze  e
    considerazioni sono talmente grandi che,  al primo momento, si possono
    soltanto sentire e non comprendere, ma sulle quali sar necessario, ci
    si rende conto, riflettere a lungo.
    Quella rivelazione che, a un tratto,  le spiegava il mistero,  per lei
    incomprensibile,  di  certe  famiglie  che  hanno  soltanto  uno o due
    bambini, suscit in lei tali e tanti sentimenti contraddittori e tante
    considerazioni che non seppe dir nulla e si limit  a  guardare  Anna,
    stupita e con gli occhi spalancati.  Non era proprio la cosa che aveva
    sognato anche lei quel  giorno,  durante  il  viaggio?...  Ma  ora  la
    possibilit  di quello che aveva sognato l'atterriva.  Sentiva che era
    una soluzione troppo semplice di un problema troppo complicato.
    - "N'est-ce pas  immoral?"  (186.  Non    forse  immorale?)  -  disse
    soltanto dopo un momento di silenzio.
    -  Perch?  Rifletti:  io  non  ho  la scelta che tra due soluzioni: o
    diventare incinta, cio malata,  o essere l'amica,  la compagna di mio
    marito,  s,  comunque  di mio marito - disse Anna in tono volutamente
    leggero e superficiale.
    - Certo,  certo - rispose Dolly ascoltando quegli stessi argomenti che
    pure aveva escogitati per se stessa, ma non trovandovi pi la forza di
    convinzione che avevano prima.
    - Se la cosa,  per te e per le altre,  discutibile - disse Anna, come
    intuendo i pensieri della cognata - per me non lo  affatto.  Cerca di
    capire: io non sono una moglie, e lui mi amer ancora sino a quando mi
    amer...  Ebbene,  con che cosa potr io conservare il suo amore?  Con
    questo, forse? - e si port al ventre le mani candide.
    Con una rapidit straordinaria,  come succede nei momenti di emozione,
    nella mente di Dolly si affollarono pensieri e ricordi. Io non ho mai
    tentato  di  attirare  Stiva  a me,  pensava.  Mi ha abbandonata per
    andare con altre donne,  ma alla prima,  con cui mi ha tradita,  non 
    bastato  essere  sempre  bella  e  gaia  per  trattenerlo.  Egli  l'ha
    abbandonata e ne ha presa un'altra...  Potr Anna legare per sempre  a
    s il conte Vronskij con la sua bellezza?  Se egli non cerca altro che
    questo, trover donne pi eleganti, pi belle e pi affascinanti.  Per
    quanto  siano  belle  e  candide  le braccia nude di Anna,  per quanto
    incantevoli siano la  sua  figura  piena  e  armoniosa,  il  suo  viso
    stupendo  nella  cornice  dei  capelli  neri,  egli  trover ancora di
    meglio, come lo trova il mio disgustoso, miserevole e caro marito.
    Dolly, per, non disse nulla, si limit a sospirare.  Anna not questo
    sospiro,  che  le  fece comprendere che l'amica non condivideva le sue
    opinioni,  e continu con argomenti di tale forza,  ai quali  non  era
    possibile rispondere.
    - Dici che questo non  bene? Ma bisogna ragionare! - continu Anna. -
    Tu dimentichi la mia situazione.  Come posso desiderare dei figli? Non
    parlo delle sofferenze, no,  non le temo.  Rifletti chi saranno i miei
    figli: creature infelici, che porteranno un nome non loro, destinate a
    vergognarsi della madre, del padre, del fatto stesso di essere nati.
    - E' proprio per questo che occorre il divorzio!
    Ma Anna non l'ascoltava. Voleva esporre sino in fondo quegli argomenti
    con cui aveva tante volte convinto se stessa.
    -  Perch mi  stata data la ragione,  se non l'adopero per evitare di
    mettere al mondo delle creature infelici?
    Guard Dolly, ma non attese risposta, e prosegu:
    - Mi sentirei sempre colpevole dinanzi a quei disgraziati figlioli. Se
    non esistono, almeno non soffrono, mentre se sono infelici e soffrono,
    la colpa ricade tutta su di me.
    Erano gli stessi ragionamenti che Drija Aleksndrovna faceva per  s,
    ma ora,  ascoltandoli da un'altra, non li capiva pi. Com' possibile
    essere colpevoli di fronte a creature che non esistono?, si chiedeva.
    E,  a un tratto,  le venne un pensiero: poteva mai,  in qualche  modo,
    essere meglio per il suo prediletto Griscia non essere mai esistito? E
    ci le parve tanto terribile,  tanto spropositato,  che scosse il capo
    per disperdere i pazzi pensieri che l'assalivano.
    - Io non so,  ma un bene non lo    di  certo  -  disse  soltanto  con
    un'espressione di disgusto.
    -  S,  ma  non dimenticare la differenza che esiste tra te e me...  E
    inoltre - soggiunse Anna che,  malgrado la dovizia dei ragionamenti  e
    la  povert di quelli di Dolly,  sembrava tuttavia riconoscere che era
    un male - non dimenticare la cosa essenziale: per te non si tratta che
    di sapere se desideri non aver pi figlioli,  mentre per me si  tratta
    di sapere se desidero averne. E' una grande differenza. E capirai che,
    nella posizione in cui mi trovo, non posso certo desiderarne...
    Drija Aleksndrovna non replic.  A un tratto aveva sentito di essere
    ormai lontanissima da Anna;  comprese che tra di loro esistevano certi
    problemi  sui quali era impossibile mettersi d'accordo e sui quali era
    meglio non discutere.


    CAPITOLO 24.

    - Motivo di pi per sistemare la tua posizione, se  possibile - disse
    Dolly.
    - S, se  possibile! - esclam Anna con voce improvvisamente diversa,
    stanca e triste.
    - Perch,  non  forse possibile il divorzio?  Mi hanno detto che  tuo
    marito era d'accordo.
    - Dolly, non parliamo di questo!
    - Bene,  non parliamone,  se non vuoi - si affrett a rispondere Dolly
    avendo notato un'espressione di sofferenza sulla  faccia  di  Anna.  -
    Vedo per che tu consideri la cosa in maniera troppo tetra.
    -  Io?  Per  nulla!  Sono felice e contenta.  Hai visto,  no?  Suscito
    passioni... Veslovskij...
    - A dire il vero,  il modo di  comportarsi  di  Veslovskij  non  mi  
    piaciuto - osserv Dolly per cambiare discorso.
    - Perch? Questo lusinga l'amor proprio di Aleksj, e niente altro. E'
    un ragazzo; ne faccio quello che voglio, come tu con Griscia... Dolly!
    -  esclam  Anna cambiando discorso - tu dici che io vedo tutto tetro,
    ma tu non puoi capire!  E' una cosa troppo orribile e io cerco di  non
    considerarla nemmeno.
    -  Eppure  bisogna,  mi  sembra,  che  si  debba  fare tutto ci che 
    possibile.
    - Ma che cosa  possibile? Niente.  Tu dici che devo sposare Aleksj e
    che  io  non  ci  penso.  Ma se non penso che a quello!  - ripet e il
    rossore le  sal  al  viso.  Si  alz,  raddrizz  il  busto,  sospir
    profondamente  e prese a camminare avanti e indietro per la stanza con
    il suo passo leggero, fermandosi di tanto in tanto. - Io non ci penso?
    Non c' giorno,  non c' ora in cui non ci pensi e non  rimproveri  me
    stessa  di  pensarci...  perch questo pensiero assillante mi pu fare
    impazzire. Fare impazzire...  s.  E,  quando ci penso,  non posso pi
    dormire se non con l'aiuto della morfina.  Ma parliamone con calma. Mi
    si consiglia il divorzio.  In primo luogo,  "lui" non me lo  conceder
    perch adesso  dominato dalla contessa Ldija Ivnovna.
    Eretta sulla sedia,  Drija Aleksndrovna seguiva con lo sguardo pieno
    di compassione Anna, che camminava avanti e indietro.
    - Bisogna tentare - disse a bassa voce.
    - Ammettiamolo: tentare. Ma cosa significa? - disse Anna evidentemente
    esprimendo una riflessione tante volte ripensata e imparata a memoria.
    - Vuol dire che io...  io che  lo  odio  e,  nondimeno,  mi  riconosco
    colpevole  verso  di  lui  e  ritengo  lui magnanimo,  che io...  devo
    umiliarmi a scrivergli... Ma ammettiamo che faccia questo sforzo e che
    gli scriva.  Ebbene?  O ricever una  risposta  offensiva,  oppure  il
    consenso. Supponiamo che arrivi il consenso...
    In quel momento,  Anna era all'estremit opposta della stanza e qui si
    ferm, accomodando la tendina della finestra.
    - Arriva il consenso, e... e mio figlio?  Non mi verr restituito,  ed
    egli  crescer  imparando a disprezzarmi,  in casa del padre che io ho
    abbandonato.  Ma lo capisci che io amo quasi allo stesso  modo,  certo
    pi di me stessa, tanto Serza quanto Aleksj?
    Si  port  nel  mezzo  della  camera,  e  si  ferm  davanti  a Dolly,
    premendosi le mani al petto.  Nella candida vestaglia,  ella  appariva
    pi alta e pi robusta. A testa china guardava di sotto in su, con gli
    occhi  brillanti  di  lacrime,  la  piccola Dolly,  tutta tremante per
    l'emozione,  magrolina e pietosa nella sua  camicia  rammendata  e  la
    cuffietta da notte.
    -  Al mondo non amo che queste due creature,  e una esclude l'altra...
    n io posso congiungerle.  Sarebbe  questo  il  mio  unico  desiderio;
    all'infuori  di  ci,  tutto mi  indifferente,  tutto,  assolutamente
    tutto! In un modo o nell'altro,  finir,  e perci io non voglio,  non
    posso  affrontare  questo argomento.  Non rimproverarmi,  dunque,  non
    giudicarmi! Sei troppo pura per capire quanto io soffra!
    Si sedette accanto all'amica, le prese la mano e,  con aria colpevole,
    la osserv attentamente in viso.
    -  Che  cosa  pensi?  Che cosa pensi di me?  Non disprezzarmi,  non lo
    merito!  Sono veramente infelice...  Se  c'  al  mondo  una  creatura
    veramente infelice,  quella sono io - profer e,  voltatele le spalle,
    scoppi in lacrime.
    Rimasta sola,  Dolly recit le preghiere e and  a  letto.  Con  tutta
    l'anima  aveva provato compassione per Anna durante il loro colloquio,
    ma ora non poteva costringersi a pensare a lei.  Il ricordo della casa
    e  dei  bambini sorgeva nella sua mente con un fascino per lei nuovo e
    irraggiato da una luce nuova. Quel suo mondo le sembrava ora cos caro
    e prezioso che, a nessun costo,  avrebbe trascorso ancora una giornata
    lontano  da  esso,  e  decise che il giorno dopo sarebbe,  senz'altro,
    partita.
    Anna, intanto, ritornata nel suo salotto, prese un bicchiere nel quale
    vers alcune gocce di un medicinale,  di cui la parte  pi  importante
    era  la  morfina;  e,  dopo  aver bevuto ed essere rimasta per qualche
    tempo immobile, and nella camera da letto con lo spirito tranquillo e
    rasserenato.
    Quando vi entr,  Vronskij la guard con attenzione.  Egli cercava  le
    tracce  del  colloquio  che,  lo sapeva,  doveva aver avuto con Dolly,
    essendo  rimasta  cos  a  lungo  nella  camera  della   cognata.   Ma
    nell'espressione  di Anna,  eccitata e contenta,  che celava qualcosa,
    Vronskij non trov nulla all'infuori della bellezza,  per lui abituale
    ma sempre seducente, di cui sempre sentiva il fascino e l'incanto. Non
    voleva  domandare  di  che cosa avessero parlato,  ma sperava che Anna
    stessa glielo avrebbe detto. Ma ella si limit a chiedergli:
    - Ti  piaciuta Dolly, vero? Ne sono contenta.
    - Ma io la conosco da molto tempo. E' buona,  molto buona,  mi sembra,
    ma troppo terra terra... Comunque, l'ho veduta con tanto piacere!
    Prese la mano di Anna e la guard interrogativamente negli occhi.
    E  Anna,  avendo  interpretato  quello  sguardo  in modo diverso,  gli
    sorrise.

    La mattina dopo, nonostante le insistenze dei padroni di casa,  Drija
    Aleksndrovna si prepar a partire.  Il cocchiere di Levin, con il suo
    caffettano logoro e un cappello da postiglione,  entr con aria decisa
    nell'androne  coperto,  con  i cavalli di colore diverso e la carrozza
    dai parafanghi scrostati, cosparsi di sabbia.
    Il commiato di Drija Aleksndrovna dalla principessa Varvara e  dagli
    altri ospiti fu piuttosto freddo.  Trascorsa insieme una giornata,  si
    erano resi conto, sia lei, sia i padroni di casa,  che non erano fatti
    per  affiatarsi  e  che  era  meglio  separarsi.  Soltanto per Anna il
    distacco fu triste.  Sapeva che adesso,  con  la  partenza  di  Dolly,
    nessuno  pi  avrebbe  risvegliato nella sua anima quei sentimenti che
    l'incontro con la cognata aveva risvegliati in lei.  Risvegliare  quei
    sentimenti   le   era   certo  doloroso,   ma  Anna  sapeva  che  essi
    rappresentavano  la  parte  migliore  della  sua  anima,   parte   che
    l'esistenza che conduceva non avrebbe tardato a spegnere.
    Quando  furono  in  aperta  campagna,  Drija  Aleksndrovna prov una
    gradevole sensazione di sollievo e stava per  domandare  ai  domestici
    come si erano trovati da Vronskij,  quando Filpp prese a dire, di sua
    iniziativa:
    - Per essere ricchi, lo sono e come!  Ma ai cavalli non hanno dato che
    tre  misure  di avena in tutto.  Prima che i galli cantassero,  quelle
    povere bestie  avevano  gi  ripulito  tutto.  Che  sono  tre  misure?
    L'antipasto, e basta. Oggigiorno l'avena costa quarantacinque copeche.
    Da noi, quando vengono visite, si d da mangiare ai cavalli sino a che
    sono sazi.
    - Un signore avaro - conferm lo scrivano.
    - Be', ma i cavalli non ti sono piaciuti? - domand Dolly.
    - I cavalli sono belli e buoni,  non c' che dire,  e ben nutriti. Non
    so,  Drija  Aleksndrovna,   se  avete  avuto  anche  voi  la  stessa
    impressione:  per me  stato un po' noioso - disse rivolgendo verso di
    lei il suo bel viso buono.
    - S, anche per me. Dimmi, per sera arriveremo?
    - Bisogna farcela, a tutti i costi.
    Tornata a casa e trovati tutti  in  ottima  salute  e  particolarmente
    affettuosi,  Drija  Aleksndrovna  parl  con  molta vivacit del suo
    viaggio,  dell'accoglienza avuta,  del lusso  e  del  buon  gusto  che
    regnava nella casa di Vronskij,  di come trascorrevano il tempo, e non
    permise che nessuno azzardasse la minima critica nei loro riguardi.
    - Anna e Vronskij bisogna conoscerli,  conoscerli  meglio  per  capire
    quanto  sono  cari  e  commoventi  -  diceva  con  assoluta sincerit,
    dimenticando la vaga sensazione di scontentezza e di disagio che aveva
    provato in casa loro.


    CAPITOLO 25.

    Sempre nelle stesse condizioni,  e senza prendere alcun  provvedimento
    per  il  divorzio,  Anna  e  Vronskij  trascorsero  in  campagna tutta
    l'estate e una parte dell'autunno. Avevano entrambi deciso di rimanere
    in casa loro ma, tanto l'uno che l'altra, sentivano, specialmente dopo
    la partenza degli ospiti,  che non avrebbero sopportato a lungo quella
    vita e che era necessario cambiarla.  Apparentemente, essi possedevano
    tutto quanto  possibile desiderare: erano ricchi,  avevano una  bella
    bambina  e  occupazioni di loro gusto per trascorrere piacevolmente il
    tempo. Anna, senza amici, n ospiti, si curava molto di s, lavorava e
    si dedicava alla lettura,  vuoi di romanzi,  vuoi di  libri  seri  che
    andavano di moda.  Si faceva arrivare tutte le opere di cui si parlava
    favorevolmente sui giornali stranieri e nelle riviste che riceveva,  e
    le leggeva con quell'attenzione che,  generalmente,  si sviluppa nella
    solitudine,  le leggeva e rileggeva da  cima  a  fondo.  Inoltre,  nei
    giornali  e nelle riviste specializzate,  non trascurava gli argomenti
    che potevano interessare Vronskij,  tanto che spesso egli si rivolgeva
    direttamente a lei per consultarla su qualche problema di agricoltura,
    di  architettura  e persino di allevamento equino e di sport.  Egli si
    meravigliava e ammirava la cultura,  le cognizioni  e  la  memoria  di
    Anna;  a volte,  da principio,  colto da qualche dubbio su quanto ella
    diceva,  cercava una conferma;  ella la trovava  nei  libri  e  gliela
    faceva vedere.
    Anna  si  occupava  anche dell'organizzazione dell'ospedale.  Non solo
    aiutava,  ma collaborava con idee personali.  La sua cura  principale,
    tuttavia, era dedicata alla propria persona, per piacere sempre di pi
    a Vronskij,  per sostituire ai suoi occhi tutto ci che, per lei, egli
    aveva abbandonato.  Vronskij,  da parte sua,  apprezzava lo sforzo  di
    Anna,  divenuto l'unico scopo della vita di lei: piacergli e dedicarsi
    tutta a lui; nondimeno, insieme a tutto questo,  egli sentiva anche il
    peso di quelle reti amorose in cui ella tentava di avvolgerlo.  Con il
    passare del tempo,  si sentiva sempre pi  prigioniero  e  sempre  pi
    provava  il desiderio,  non proprio di uscirne,  ma di rendersi almeno
    conto se non si ostacolasse la sua libert.  Senza il  desiderio,  che
    ogni giorno si faceva pi vivo, di sentirsi libero, senza le scene che
    doveva  subire  ogni  volta  che gli occorreva recarsi in citt,  a un
    congresso,   alle  corse,   Vronskij   sarebbe   stato   perfettamente
    soddisfatto della sua vita.
    La parte che si era scelta, del ricco proprietario terriero, parte che
    doveva costituire il nucleo dell'aristocrazia russa,  non soltanto gli
    piaceva,  ma  adesso,   dopo  sei  mesi  di  prova,   vi  trovava  una
    soddisfazione sempre pi grande.  La sua impresa, che lo occupava e lo
    assorbiva m modo crescente,  procedeva meravigliosamente.  Malgrado le
    somme spese per le macchine, per le mucche fatte venire dalla Svizzera
    e per altri acquisti, era persuaso di non sperperare, ma di accrescere
    il suo patrimonio. Quando si trattava delle rendite, della vendita del
    legname,  del frumento, della locazione di case o di terreni, Vronskij
    era fermo come un macigno e non cedeva che a prezzo conveniente. Nelle
    questioni amministrative  della  sua  tenuta  e  delle  altre  di  sua
    propriet, egli si atteneva alle regole pi elementari e pi sicure, e
    si  mostrava  parsimonioso  e  calcolatore  in  sommo grado.  Malgrado
    l'astuzia e l'abilit del tedesco per trascinarlo a  spese  esagerate,
    da  quando Vronskij si era accorto che si poteva raggiungere lo stesso
    scopo,  spendendo meno e  ricavandone  subito  un  utile,  non  cedeva
    assolutamente.  Ascoltava l'amministratore,  lo interrogava, discuteva
    con lui e consentiva soltanto allorch le  sue  proposte  di  acquisto
    riguardavano  novit  ancora sconosciute in Russia e tali da suscitare
    l'ammirazione. Inoltre, non si decideva a fare una spesa se non quando
    aveva  denaro  disponibile,   e  non  prima  di  considerare  tutti  i
    particolari  e avere insistito per ottenere,  con la somma destinata a
    tale spesa, le cose migliori. Date, quindi, la prudenza e l'oculatezza
    con cui conduceva la sua azienda,  era evidente  che  non  correva  il
    rischio  di dissestare il suo patrimonio,  ma che aveva la prospettiva
    di accrescerlo sempre di pi.
    Nel mese di ottobre dovevano aver luogo le elezioni per la nomina  del
    maresciallo  della  nobilt  del  governatorato  di  Kascin,  dove  si
    trovavano i possedimenti di Vronskij, di Svijazskij, di Koznyscv,  di
    Oblonskij e una piccola parte di quelli di Levin.
    Queste elezioni,  a causa di alcune circostanze e di certe personalit
    che  vi  prendevano  parte,   attiravano  l'attenzione   dell'opinione
    pubblica.  Se  ne  parlava  molto,  e i preparativi fervevano intensi.
    Gente di Mosca e di Pietroburgo,  e anche stranieri,  che non andavano
    mai alle elezioni,  si erano dati convegno per quell'occasione. Gi da
    tempo, Vronskij aveva promesso a Svijazskij di essere presente.
    Prima delle elezioni,  Svijazskij,  che spesso visitava Vozdvizenskoe,
    and a prendere Vronskij.
    Gi il giorno precedente,  a causa appunto di quel viaggio, tra Anna e
    Vronskij era stato l l per scoppiare un litigio.  Si era in autunno,
    periodo triste e noioso in campagna.
    Vronskij,  pronto  alla lotta,  si rec da Anna e,  con un'espressione
    fredda e decisa come non mai,  le annunzi che il giorno dopo  sarebbe
    partito.  Con  sua meraviglia,  Anna accolse la notizia con la massima
    tranquillit,   limitandosi  a  chiedergli  quando  sarebbe   tornato.
    Vronskij  la  guard  attentamente  e  con aria interrogativa;  al suo
    sguardo ella rispose con un sorriso.  Vronskij non ignorava  che  Anna
    possedeva la capacit di rinchiudersi completamente in se stessa e non
    ignorava  neppure  che  ci  accadeva  quando era fermamente decisa di
    nascondergli qualche cosa.  Egli temeva moltissimo il fatto  che  Anna
    avesse  segreti  per lui,  ma desiderava tanto evitare una scenata che
    finse  di  credere   e,   in   parte   sinceramente   credette,   alla
    ragionevolezza di lei.
    - Spero che non ti annoierai, vero?
    - Lo spero - rispose Anna. - Ieri ho ricevuto una cassa di libri dalla
    libreria Gauthier. Mi terranno buona compagnia e non mi annoier.
    Se vuole assumere questo tono,  tanto meglio!,  pens Vronskij;  in
    ogni caso, sarebbe lo stesso.
    E cos,  senza pretendere altre spiegazioni,  Vronskij  part  per  le
    elezioni.  Era  la  prima  volta,  dacch  vivevano  insieme,  che  si
    separavano senza avere nettamente chiarito i loro  sentimenti.  Da  un
    lato,  questo fatto lo inquietava,  ma dall'altro pens che era meglio
    cos.
    In principio,  si diceva,  ci sar in  lei,  come  adesso,  qualche
    pensiero poco chiaro, nascosto, ma poi si abituer. Comunque sia, sono
    disposto a darle tutto, ma non a cederle la mia libert di uomo!.


    CAPITOLO 26.

    In settembre Levin,  in previsione del parto della moglie, si trasfer
    a Mosca.  Gi da un mese viveva oziosamente  in  citt  quando  Sergj
    Ivnovic',  che  aveva  una  tenuta nel distretto di Kascin e prendeva
    attivissima parte alle elezioni, si accinse a partire per parteciparvi
    e invit il fratello,  che aveva una certa influenza nel distretto  di
    Selznesk,  ad accompagnarlo.  A Kascin, inoltre, Levin aveva in corso
    un affare di tutela, di estrema urgenza, e una faccenda che riguardava
    l'esazione del denaro di un riscatto che interessava  la  sorella  che
    viveva all'estero, ma era indeciso. Kitty, per, vedendo che il marito
    a  Mosca si annoiava,  lo esort ad accompagnare il fratello e,  a sua
    insaputa,  gli fece confezionare un'uniforme nobiliare,  che cost ben
    ottanta  rubli;  e  furono proprio questi ottanta rubli,  sborsati per
    l'uniforme, la ragione principale che spinsero Levin a partire.
    Si trovava a Kascin gi da  sei  giorni,  e  ogni  giorno  frequentava
    l'assemblea  e s'impegnava per l'affare della sorella che,  per,  era
    sempre allo stesso punto.  I marescialli  della  nobilt  erano  tutti
    occupati  per  le  elezioni  e  non si riusciva a portare a termine un
    semplicissimo affare  di  tutela.  E  neppure  per  quanto  riguardava
    l'altra faccenda,  l'esazione del denaro, mancavano gli ostacoli. Dopo
    lunghe sollecitazioni,  il denaro  fu  finalmente  pronto  per  essere
    riscosso,  ma  il  notaio,  l'uomo  pi cortese del mondo,  non poteva
    rilasciare il mandato perch occorreva la  firma  del  presidente,  il
    quale,  senza  aver  fatto le consegne dell'ufficio,  era in sessione.
    Tutte quelle pratiche,  quell'andare e venire da un ufficio all'altro,
    quei  colloqui con ottime persone che,  pur comprendendo perfettamente
    la situazione di Levin,  non avevano alcun risultato,  gli producevano
    una  sensazione  opprimente,  simile  a  quell'impotenza  che si ha in
    sogno, quando si vuole compiere, senza riuscirvi, uno sforzo fisico. E
    quest'impressione Levin la provava spesso  quando  discorreva  con  il
    proprio  avvocato,  un  uomo  eccellente,  che pareva facesse tutto il
    possibile e tendesse tutte le sue forze  mentali  per  togliere  Levin
    dalle difficolt.
    -  Provate  a  fare  cos  -  gli diceva;  - andate dal tale e dal tal
    altro...  - e gli faceva tutto un piano  destinato  ad  aggirare  quel
    fatale intoppo che ostacolava ogni cosa. Ma subito aggiungeva: -  Sar
    difficile che riusciate, tuttavia tentate!
    E  Levin tentava,  andava a destra e a sinistra,  ora a piedi,  ora in
    carrozza. Tutte le persone che visitava erano buone e gentili, ma alla
    fine risultava che l'ostacolo,  che si era riuscito ad aggirare da una
    parte,  rispuntava da un'altra e sbarrava di nuovo la strada. Ci che,
    soprattutto,   irritava  Levin,   era  il  fatto   di   non   riuscire
    assolutamente  a capire contro chi lottasse e chi traesse profitto dal
    fatto che l'affare non sboccasse mai a una conclusione. Pareva che non
    lo  sapesse  nessuno,  neppure  l'avvocato.  Se  Levin  avesse  potuto
    comprendere quel fatto come capiva perch,  alla stazione ferroviaria,
    non ci si pu avvicinare alla biglietteria se non mettendosi in  fila,
    non  si  sarebbe  sentito  n umiliato,  n offeso,  ma nessuno poteva
    spiegargli perch esistessero quegli  ostacoli  che  contrastavano  la
    soluzione di quanto lo interessava.
    Il  matrimonio,  per,  aveva  molto  influito sul carattere di Levin,
    rendendolo pi paziente,  di modo che,  non comprendendo il motivo per
    cui  le  cose  fossero  organizzate cos,  si diceva che,  data la sua
    ignoranza in materia,  non poteva giudicare;  che probabilmente doveva
    essere cos, e si sforzava di non irritarsi.
    Anche  assistendo  e  partecipando  alle  elezioni,   cercava  di  non
    giudicare,  di non contestare,  ma  soltanto  di  capire,  per  quanto
    poteva,  le  cose  di  cui  si occupavano con tanta seriet e passione
    quelle brave,  rispettabili,  oneste persone.  Da quando  aveva  preso
    moglie,  molti aspetti della vita che prima,  per il suo atteggiamento
    superficiale,  considerava insignificanti e  meschini,  gli  si  erano
    rivelati  tanto seri e importanti che egli ora si sforzava di cercare,
    nelle elezioni, il loro lato importante.
    Sergj Ivnovic' cerc  di  spiegargli  il  senso  e  la  portata  dei
    mutamenti  che  le  elezioni avrebbero dovuto operare.  Il maresciallo
    della nobilt del governatorato,  dal quale  dipendevano,  secondo  le
    leggi,  tante  istituzioni  pubbliche,  come la tutela (di cui appunto
    soffriva  Levin),   la  banca,   le  scuole  maschili   e   femminili,
    l'insegnamento  primario  e secondario e,  infine,  lo "zemstvo",  era
    allora Snetkv, uomo di antico stampo nobiliare,  che aveva sperperato
    un enorme patrimonio, buono e onesto nel suo genere, ma che non capiva
    affatto  le  esigenze dei tempi nuovi.  Egli,  in qualsiasi occasione,
    stava sempre dalla  parte  della  nobilt,  avversava  apertamente  la
    diffusione dell'istruzione pubblica e attribuiva un carattere di casta
    a  quello "zemstvo" che doveva avere tanta importanza.  Si trattava di
    mettere al suo posto un uomo nuovo,  moderno,  attivo,  pratico  degli
    affari  e capace di ricavare da tutti i diritti elargiti alla nobilt,
    non in quanto nobilt,  ma in quanto elemento dello  "zemstvo",  tutti
    quei vantaggi di autonomia che se ne potevano ricavare.
    Nel  ricco  governatorato  di  Kascin,  sempre alla testa di tutti gli
    altri,  si erano ora raccolte tali forze che,  se  si  fossero  sapute
    sfruttare,  esso  poteva servire da modello a tutto il rimanente della
    Russia.   Per  questo  le  nuove  elezioni  assumevano   cos   grande
    importanza. Come maresciallo, in sostituzione di Snetkv, si proponeva
    di nominare Svijazskij o, ancor meglio, Nevedovskij, un ex professore,
    uomo   straordinariamente   intelligente  e  grande  amico  di  Sergj
    Ivnovic'.
    Apr l'assemblea il governatore,  il quale,  nel suo discorso esort i
    nobili a eleggere i funzionari non in base alle simpatie personali, ma
    in  base ai meriti e per il bene del paese;  espresse la speranza che,
    come gi nelle precedenti elezioni, la degna nobilt di Kascin avrebbe
    compiuto il suo dovere e giustificato la fiducia del  sovrano.  Finito
    che ebbe il discorso,  lasci la sala, e i nobili, con molto chiasso e
    molta animazione,  taluni persino con entusiasmo,  lo seguirono  e  lo
    circondarono,    mentre    indossava   la   pelliccia   e   discorreva
    amichevolmente con il maresciallo della nobilt del governatorato.
    Levin,  che desiderava capire tutto e non lasciarsi  sfuggire  nemmeno
    una  parola,  era  in piedi in mezzo alla folla e sent il governatore
    pronunziare queste parole:
    - Per favore,  riferite a Mrija Ivnovna  che  a  mia  moglie  spiace
    moltissimo di non potersi recare all'asilo.
    Dopo di che,  tutti i nobili,  indossate allegramente le pellicce,  si
    avviarono alla cattedrale, dove Levin alzando con gli altri il braccio
    e  ripetendo  le  parole   dell'arciprete,   giur   solennemente   di
    comportarsi secondo le speranze del governatore. Le funzioni religiose
    impressionavano sempre Levin e,  quando pronunzi le parole: Bacio la
    croce, e si volt a guardare quella folla di gente giovane e vecchia,
    che ripeteva la stessa cosa, prov un senso di commozione.
    Il secondo e il terzo giorno si svolsero alcune  discussioni  relative
    alle  sostanze  dei  gentiluomini e ai licei femminili,  argomenti,  a
    quanto diceva Sergj Ivnovic', di poca importanza, e Levin,  occupato
    ad andare in giro per i suoi affari, non le segu. Il quarto giorno si
    intavol  la  questione della contabilit del governatorato e a questo
    punto,  per la prima volta,  avvenne l'urto tra il vecchio e il  nuovo
    partito.  La Commissione,  incaricata del controllo dei conti,  rifer
    all'assemblea che tutte le somme erano intatte.  Il maresciallo  della
    nobilt  si alz in piedi per ringraziare i gentiluomini della fiducia
    in lui riposta,  vers qualche lacrima e fu acclamato a gran voce.  Ma
    nel  frattempo,  un nobile del partito di Sergj Ivnovic' dichiar di
    aver sentito dire che la Commissione non aveva  affatto  verificato  i
    conti  in  parola,  ritenendo  che  tale  verifica  fosse un'offesa al
    maresciallo  della  nobilt.   Uno  dei  membri   della   Commissione,
    imprudentemente,   conferm  la  cosa.   Allora  un  signore  piccolo,
    dall'aspetto giovanile,  ma dall'espressione sarcastica,  prese a dire
    che  il maresciallo della nobilt sarebbe probabilmente stato contento
    di render conto  della  somma  e  che  l'eccessiva  delicatezza  della
    Commissione lo privava di questa soddisfazione morale. Allora i membri
    della  Commissione ritirarono la loro dichiarazione e Sergj Ivnovic'
    si accinse a dimostrare a fil di logica che si doveva ammettere o  che
    le  somme  erano state verificate o che non lo erano state affatto,  e
    svilupp a lungo questo dilemma.
    A Sergj Ivnovic' ribatt un  oratore  del  partito  avversario,  poi
    prese la parola Svijazskij,  seguito dal signore dall'aria sarcastica.
    I dibattiti durarono a lungo,  ma senza concludere  nulla.  Levin  era
    stupito  di  vedere  che  si  dilungavano  tanto  su  quell'argomento,
    soprattutto  perch,   avendo  domandato  a  Sergj  Ivnovic'  se  si
    supponesse  che  le  somme fossero state dilapidate,  Sergj Ivnovic'
    rispose:
    - Oh, no!  E' una persona onestissima,  ma questo sistema antiquato di
    paternalistica  amministrazione familiare degli affari dei nobili deve
    essere eliminato.
    Il quinto giorno vi furono le elezioni dei marescialli di distretto, e
    per alcuni di essi piuttosto tempestose.  Nel distretto di  Selznevsk
    fu eletto all'unanimit,  alla prima votazione,  Svijazskij che,  quel
    giorno stesso, offr un pranzo di gala.


    CAPITOLO 27.

    L'elezione del maresciallo della nobilt del  governatorato  non  ebbe
    luogo che il sesto giorno. Le sale grandi e piccole erano affollate da
    gentiluomini in diverse uniformi.  C'era ancora molta gente che doveva
    arrivare per quella giornata soltanto.  Amici che non si rivedevano da
    molto  tempo,  provenienti chi dalla Crimea,  chi da Pietroburgo,  chi
    dall'estero, si incontravano nella sala o nelle tribune dove, sotto il
    ritratto dello zar, si svolgevano animate discussioni.
    Sia nella sala grande,  sia in quelle piccole,  i nobili si dividevano
    gi in gruppi,  e dall'ostilit e dalla diffidenza degli sguardi,  dal
    parlottio che cessava all'avvicinarsi di qualche estraneo,  dal  fatto
    che taluni,  sussurrando, si appartavano persino in fondo ai corridoi,
    era facile indovinare che ciascuna parte aveva  segreti  per  l'altra.
    Esteriormente,  i  gentiluomini si dividevano nettamente in due grandi
    gruppi: i vecchi e i giovani.  I vecchi indossavano,  per  la  maggior
    parte,  uniformi  gi  di  moda,  abbottonate da cima a fondo,  con il
    cappello sotto  il  braccio,  e  alcuni  in  uniformi  di  marina,  di
    cavalleria,  di  fanteria.  Le uniformi dei vecchi nobili erano cucite
    all'antica,  con gli sbuffi sulle spalle;  erano palesemente  piccole,
    corte di vita e strette, come se coloro che le indossavano ci stessero
    dentro  a  fatica.  I giovani,  invece,  erano in uniforme sbottonata,
    lunga di vita e larga di spalle,  con i panciotti bianchi,  oppure  in
    uniformi  con i colletti neri e ricamati di fronde di alloro,  emblema
    del ministro della giustizia.  Si vedevano anche  alcune  uniformi  di
    Corte  -  anche queste appartenenti ai giovani - che spiccavano tra la
    folla.
    Ma la divisione in giovani e vecchi non corrispondeva  alla  divisione
    dei partiti.  Alcuni dei giovani,  come osservava Levin, appartenevano
    al vecchio partito,  e viceversa alcuni dei  pi  vecchi  gentiluomini
    parlavano   sottovoce   con  Svijazskij  e  parevano  essere  ferventi
    sostenitori delle nuove idee.
    Levin stava in piedi nel piccolo salotto del buffet,  dove si fumava e
    si  mangiucchiava  qualcosa,  accanto a un gruppo dei suoi,  prestando
    ascolto a ci che dicevano e aguzzando  vanamente  l'intelligenza  per
    capire  ci  che  si  diceva.  Il  centro  di  quel  gruppo era Sergj
    Ivnovic'.  In quel momento egli  ascoltava  Svijazskij  e  Chljustv,
    maresciallo  della  nobilt di un altro distretto,  che apparteneva al
    loro partito.  Chljustv non voleva  riunirsi  al  suo  distretto  per
    chiedere a Snetkv di porre la propria candidatura,  mentre Svijazskij
    lo esortava a farlo e Sergj Ivnovic' approvava i suoi disegni. Levin
    non  capiva  perch  un  partito  avversario   dovesse   chiedere   al
    maresciallo  della  nobilt,  che  volevano  rovesciare,  di  porre la
    propria candidatura.
    Stepn Arkadyc',  che aveva appena  finito  di  bere  e  di  mangiare,
    tergendosi  la  bocca  con  un  fazzoletto  di  batista,   ricamato  e
    profumato, si avvicin a loro, nella sua uniforme di ciambellano.
    - Prendiamo posizione, Sergj Ivnovic' - disse lisciandosi le fedine.
    E,   prestato  ascolto  alla  conversazione,   approv  l'opinione  di
    Svijazskij.
    -   Basta   un  distretto,   e  il  nome  di  Svijazskij  contrassegna
    evidentemente l'opposizione - disse poi,  con parole  comprensibili  a
    tutti, fuorch a Levin.
    -  Allora,  Kstja,  a  quanto  pare  anche  tu  ci prendi gusto,  eh?
    soggiunse rivolgendosi al cognato e prendendolo sottobraccio.
    Levin sarebbe stato ben contento di prenderci gusto, ma non riusciva a
    capire in che  cosa  consistesse  la  questione  e,  allontanatosi  di
    qualche  passo da quelli che parlavano,  espresse a Stepn Arkadyc' la
    propria  meraviglia  nel  vedere  come  certi  distretti,   ostili  al
    maresciallo uscente, proponessero al medesimo di ripresentarsi .
    -  "O  sancta  simplicitas!"  -  esclam  Stepn Arkadyc' e spieg con
    chiarezza e brevit il movente di quella manovra.
    Se,  come nelle elezioni passate,  il  maresciallo  del  governatorato
    fosse stato presentato da tutti i distretti, egli sarebbe stato eletto
    con  tutte  palline bianche,  il che non doveva accadere.  Ora,  per,
    mentre  otto  distretti  erano  d'accordo  nel  presentarlo,   due  si
    rifiutavano,  e Snetkv avrebbe potuto rinunziare al ballottaggio.  In
    tal caso,  il vecchio partito avrebbe potuto  eleggere  un  altro  dei
    suoi, il che si doveva impedire perch avrebbe scombussolato i disegni
    dei  nuovi.  Ma,  se  il  solo  distretto  di  Svijazskij non l'avesse
    presentato,  Snetkv sarebbe stato ugualmente messo  in  ballottaggio.
    Forse  sarebbe anche stato eletto,  dato che molti avrebbero riversato
    apposta i loro voti su di lui, sicch il partito avversario si sarebbe
    confuso nei calcoli e,  quando fosse stato proposto un  candidato  dei
    nostri, avrebbero votato per quest'ultimo.
    Levin  non  comprendeva  che  a  met il ragionamento e stava per fare
    ancora qualche domanda,  quando a un tratto tutti presero a parlare ad
    alta voce, a rumoreggiare e a dirigersi verso la sala grande.
    - Che c'?  Che accade?  Chi?  Il mandato? A chi? Perch? Si respinge!
    Non si ammette Flerv!  Ma che c'entra se  sotto giudizio?  Cos  non
    accetteranno mai nessuno! E' un'infamia! E' la legge!... - udiva Levin
    da  varie  parti,  e si diresse verso la grande sala insieme con tutti
    gli altri che si affrettavano, come se temessero di lasciarsi sfuggire
    qualcosa; spinto dalla folla, si avvicin al tavolo del governatorato,
    dove il maresciallo della nobilt del governatorato,  Svijazskij e gli
    altri caporioni, stavano discutendo di qualcosa con animazione.


    CAPITOLO 28.

    Levin  si ferm alquanto lontano da quella tavola.  Gli stavano vicini
    un nobile che respirava pesantemente,  quasi rantolando,  e un  altro,
    dalle  grosse  suole  scricchiolanti,  che  gli  impedivano  di  udire
    chiaramente.  Percepiva appena la voce  dolce  del  maresciallo  della
    nobilt,  poi quella acuta del gentiluomo dall'espressione sarcastica,
    e infine quella di Svijazskij. A quanto pot capire, discutevano su un
    articolo di legge e sul significato delle parole: chi si trova  sotto
    giudizio.
    La  folla  si  divise  per  lasciar  passare Sergj Ivnovic',  che si
    avvicinava al tavolo. Attesa la fine del discorso del nobile dall'aria
    sarcastica,  Sergj Ivnovic' dimostr che,  secondo lui,  la cosa pi
    sicura  sarebbe  stata  quella  di consultare il testo della legge,  e
    preg il segretario di trovare l'articolo in parola,  in cui si diceva
    che, in caso di divergenza, si doveva ricorrere ai voti.
    Sergj   Ivnovic'   lesse   l'articolo  e  cominci  a  spiegarne  il
    significato. Improvvisamente,  per,  fu interrotto da un proprietario
    terriero alto,  grasso,  curvo,  con i baffi tinti, mezzo soffocato da
    un'uniforme dal collo troppo stretto,  il quale si avvicin al  tavolo
    e, dopo avervi picchiato sopra con l'anello, grid rumorosamente:
    - Votare! Fuori le palline! Poche chiacchiere! Ai voti!
    A questo punto, si levarono varie voci, e il nobile alto con l'anello,
    sempre  pi  accanito,  prese  a  gridare pi forte.  Ma non si poteva
    capire quello che diceva.
    Era dello stesso parere di Sergj Ivnovic' ma,  evidentemente  covava
    dell'astio  verso  di  lui  e  verso  tutto  il suo partito;  e questo
    sentimento di astio si comunic a tutti gli  avversari  e  suscit  un
    uguale, bench pi corretto, accanimento dall'altra parte. Si alzarono
    nuovi  clamori,  e  per  un  momento  fu  tale  la  confusione  che il
    maresciallo della nobilt dovette richiamare all'ordine i presenti.
    - Votare, votare!... Ogni vero gentiluomo deve capire...  Verseremo il
    nostro  sangue...  La  fiducia del sovrano...  Non fare i conti con il
    maresciallo,  non  un commesso...  Ma  non  si  tratta  di  questo...
    Scusate!  Le palline!  E' una vigliaccheria! - gridavano da ogni parte
    voci incattivite e violente.
    I volti e gli atteggiamenti erano ancora pi accaniti e furiosi  delle
    parole: esprimevano un odio irriducibile. Levin non capiva di che cosa
    si  trattasse e si stupiva della passione con cui tutti discutevano se
    bisognasse o no votare sul caso Flerv.  Dimenticava,  come gli spieg
    poi Sergj Ivnovic',  quel sillogismo per cui ai fini del bene comune
    bisognava rovesciare il maresciallo della nobilt  del  governatorato;
    per rovesciare il maresciallo occorreva la maggioranza dei voti e che,
    per ottenere questa maggioranza, bisognava dare a Flerv il diritto di
    voto;  che,  infine,  per ammettere Flerv a votare, occorreva dare la
    giusta interpretazione al relativo articolo di legge.
    - Basta un voto a decidere tutto!  Bisogna essere seri e coerenti,  se
    si vuole servire la causa pubblica! - concluse Sergj Ivnovic'.
    Ma Levin non se ne ricordava, e per lui era penoso vedere quelle brave
    persone,  che  stimava,  in  preda  a un'eccitazione cos sgradevole e
    cattiva. Per scacciare quel penoso sentimento, senza attendere la fine
    dei dibattiti,  se ne and nel salotto di prima,  dove non c'erano che
    gli addetti al buffet,  occupati ad asciugare stoviglie e a disporre i
    piatti e i bicchieri.  Alla vista di quelle  facce  serene  e  animate
    degli uomini, Levin prov un senso di sollievo, simile a quello che si
    prova passando da un ambiente saturo di aria viziata all'aria libera e
    pura.
    Si  mise  a  camminare  avanti  e indietro,  guardando con piacere gli
    inservienti al lavoro.  Gli piaceva l'atteggiamento di uno di costoro,
    un  vecchietto  dalle  fedine  grigie che,  sdegnando le beffe dei pi
    giovani,  insegnava loro come si dovevano piegare i tovaglioli.  Levin
    stava   per   rivolgergli  la  parola,   quando  il  segretario  della
    Commissione di tutela,  un  vecchietto  che  aveva  la  specialit  di
    conoscere  tutti  i  nobili  del governatorato per nome e patronimico,
    entr in salotto in cerca di lui:
    - Favorite,  Konstantn Dmitric'!  - gli disse.  - Vostro fratello  vi
    cerca. Si sta votando una mozione.
    Levin  entr in sala,  gli fu data una pallina bianca e,  seguendo suo
    fratello Sergj Ivnovic',  si avvicin al  tavolo,  presso  il  quale
    stava  ritto  Svijazskij  che,   con  aria  imponente  e  ironica,  si
    raccoglieva la barba a piene mani e se  la  portava  al  naso.  Sergj
    Ivnovic'  mise  la  mano  nell'urna  e  vi  lasci  cadere la propria
    pallina; poi, facendo posto a Levin, si ferm al suo fianco.  Levin si
    avvicin  ma,  avendo assolutamente dimenticato che cosa dovesse fare,
    ed essendosi confuso,  rivoltosi a Sergj Ivnovic',  gli domand dove
    dovesse mettere la pallina.  Aveva parlato piano,  con la speranza che
    le sue parole, in mezzo al cicaleccio generale, non fossero udite.  Ma
    quelli  che parlavano tacquero,  e la sua disgraziata domanda fu udita
    da tutti. Sergj Ivnovic' si accigli.
    - E' cosa che riguarda le convinzioni personali di  ognuno  -  rispose
    severamente.
    Alcuni  sorrisero.  Levin  arross,  cacci in fretta la mano sotto il
    tappeto e depose la pallina a destra,  dato che la teneva con la  mano
    destra; ma subito si ricord che bisognava introdurre sotto il tappeto
    anche la mano sinistra,  e lo fece,  ma ormai era troppo tardi. Sempre
    pi confuso,  si affrett ad allontanarsi e a ritirarsi tra le  ultime
    file.
    - Centoventisei favorevoli! Novantotto sfavorevoli! - echeggi la voce
    del segretario, che non pronunziava la lettera "erre".
    Poi si udirono alcune risate: nell'urna erano stati trovati un bottone
    e due noci.  Il gentiluomo fu ammesso a votare: il nuovo partito aveva
    vinto!
    Ma il partito dei vecchi non si consider  sconfitto.  Levin  ud  che
    qualcuno  esortava  Snetkv  a  presentarsi,  e  scorse  una  folla di
    gentiluomini circondare  il  maresciallo  della  nobilt  che  leggeva
    qualcosa.  Levin si avvicin.  Rispondendo ai nobili,  Snetkv parlava
    della fiducia e dell'affetto dimostratigli dalla nobilt,  per  quanto
    non  ne  fosse  degno,  giacch  l'unico  suo  merito consisteva nella
    propria devozione alla nobilt stessa,  alla  quale  aveva  consacrato
    dodici  anni  di  servizio.  Varie  volte ripet le stesse parole: Ho
    servito con tutte le mie  forze,  con  lealt  e  giustizia;  apprezzo
    quanto avete fatto e ve ne ringrazio.  Poi,  a un tratto,  le lacrime
    gli impedirono di continuare e  usc  dalla  sala.  Derivavano  quelle
    lacrime  dalla  coscienza dell'ingiustizia che si commetteva contro di
    lui,  dall'attaccamento alla  nobilt  o  dalla  tensione  in  cui  si
    trovava,  sentendosi  circondato  da  nemici?  Fatto  si   che la sua
    emozione si trasmise alla maggioranza dei gentiluomini che  ne  furono
    commossi, e Levin prov per Snetkv una certa tenerezza.
    Sull'uscio il maresciallo della nobilt e Levin si scontrarono.
    -  Scusatemi,  scusatemi,  vi  prego  -  disse  il  primo,  come se si
    trattasse di uno sconosciuto; ma poi, riconoscendo Levin,  gli rivolse
    un  timido sorriso.  Parve a Levin che egli volesse dire qualcosa,  ma
    che non ci riuscisse a causa dell'agitazione.  L'espressione  del  suo
    viso  e  di  tutta la sua persona in uniforme decorata,  dei pantaloni
    bianchi gallonati,  nel momento in cui egli camminava in fretta  verso
    di lui, ricord a Levin un animale braccato, che si sente in pericolo.
    L'espressione  del  viso  del maresciallo fu per Levin particolarmente
    commovente,  in quanto che soltanto il giorno prima era stato in  casa
    sua per le pratiche della tutela e l'aveva visto in tutta la grandezza
    di  uomo  buono  e  casalingo.  La  sua  casa  con  i vecchi mobili di
    famiglia,  gli anziani domestici,  non  certo  eleganti  e  non  molto
    accurati,  ma  rispettosi,  evidentemente ex servi della gleba che non
    avevano cambiato padrone;  la grassa moglie borghese in cuffia  ornata
    di  merletti  e  scialle  turco,  la  quale  accarezzava  una graziosa
    nipotina,  figlia della sua  figliola;  il  figlio,  un  bel  ragazzo,
    studente  della  sesta  classe,  che  era  arrivato  dal  ginnasio  e,
    salutando il padre,  gli aveva baciato la mano;  le parole  miti  e  i
    gesti  importanti del padrone di casa...  tutto questo aveva suscitato
    in Levin simpatia e  involontario  rispetto.  Adesso  il  vecchio  gli
    pareva  commovente  e  pietoso,  e  avrebbe  voluto dirgli qualcosa di
    gradevole.
    - Spero che resterete nostro maresciallo - gli disse.
    - Ne dubito - rispose l'altro voltandosi e guardando attorno a s  con
    aria spaventata. - Sono stanco, ormai, e vecchio; qualcuno pi giovane
    di me prenda pure il mio posto.
    Cos  detto,  il  maresciallo  della  nobilt  scomparve  da una porta
    laterale.
    Giunse il momento pi solenne: si stava per procedere all'elezione.  I
    capi  dei due partiti contrari contavano sulle dita le palline bianche
    e nere.
    La discussione sul caso Flerv non solo  faceva  guadagnare  al  nuovo
    partito un voto in pi,  ma gli faceva guadagnare tempo,  tanto che si
    riusc a ricuperare tre nobili,  che gli intrighi del vecchio  partito
    avevano  privato  della possibilit di partecipare alle elezioni: due,
    che avevano un debole per il vino,  erano stati  fatti  ubriacare  dai
    partigiani di Snetkv e a un terzo era stata portata via l'uniforme.
    Messo  al  corrente di questo,  il nuovo partito aveva fatto in tempo,
    durante la discussione su  Flerv,  a  mandare  qualcuno  dei  suoi  a
    prendere  un'uniforme  per  il gentiluomo e a far ricondurre uno degli
    ubriachi all'assemblea.
    - Uno l'ho ricuperato,  dopo una  bella  doccia  di  acqua  fredda...-
    disse  il  possidente  che  si  era  incaricato  di andarlo a cercare,
    avvicinandosi a Svijazskij. - Anche un po' sbronzo, potr servire...
    -  Non  correr  il  rischio  di  cadere,  ubriaco  com'?  -  domand
    Svijazskij crollando il capo.
    - No,  ce la far a stare in piedi,  purch, per, qui non beva pi...
    Ho detto al dispensiere di non dargli nulla, per nessun motivo!


    CAPITOLO 29.

    La stretta e lunga sala,  nella quale si  fumava  e  si  mangiava  era
    affollata.  L'agitazione si faceva sempre pi intensa,  e tutti i visi
    esprimevano una viva inquietudine.  Pi  inquieti  di  tutti  erano  i
    caporioni  dei partiti,  al corrente di ogni particolare e del computo
    delle palline.  Toccava a loro  condurre  l'imminente  battaglia.  Gli
    altri,  come  la  truppa prima del combattimento,  sebbene pronti alla
    lotta cercavano intanto qualche distrazione:  alcuni  mangiucchiavano,
    in piedi o seduti a una tavola, altri passeggiavano avanti e indietro,
    fumando sigarette o chiacchierando con amici che non avevano pi visti
    da tempo.
    Levin non aveva fame e non fumava.  Non voleva unirsi ai propri amici,
    ossia a Sergj Ivnovic', a Stepn Arkadyc', a Svijazskij e agli altri
    perch si era accorto  che,  insieme  con  loro,  c'era  Vronskij,  in
    uniforme  da  ciambellano,  che  parlava  animatamente.  Gi il giorno
    prima, durante le elezioni,  l'aveva visto ed evitato con grande cura,
    non  desiderando  di  imbattersi  in  lui.  Si  rifugi  accanto a una
    finestra e si sedette,  osservando i vari gruppi e tendendo l'orecchio
    a  quanto si diceva tutt'attorno.  Era malcontento perch,  in mezzo a
    tutti quegli uomini  animati,  affaccendati  e  interessati  a  quanto
    accadeva, egli soltanto e un vecchio decrepito e sdentato, in uniforme
    di marina,  che,  biascicando tra se e s,  gli si era seduto accanto,
    non prendevano parte e interesse a nulla e non sapevano che fare.
    - E' un briccone, quello! Io glielo avevo detto che cos non andava...
    macch!  In tre anni non ha concluso nulla!  - diceva con veemenza  un
    possidente  di  bassa  statura  e curvo,  con i capelli impomatati che
    ricadevano sul colletto della  sua  uniforme,  battendo  con  forza  i
    tacchi degli stivali nuovi,  evidentemente messi per le elezioni; poi,
    gettato verso Levin uno sguardo scontento, gli volt le spalle.
    - S,  una faccenda poco pulita,  non c' che dire - profer con voce
    sottile un proprietario piccolino.
    Dietro  di  loro  si  avvicin  in  fretta  a Levin un'intera folla di
    possidenti che circondavano  un  grasso  generale.  Era  evidente  che
    cercavano un posto per discorrere in modo da non essere sentiti.
    -  Come  mai  osa  dire che io ho ordinato di portargli via i calzoni?
    Credo che se li sia bevuti...  Me ne infischio di lui e del suo titolo
    di  principe!  E  badi  bene  di non ripetere una cosa simile,  quella
    canaglia!
    - Ma permettete!  Si basano sull'articolo di legge - si diceva  in  un
    altro  gruppo.  -  La  moglie  deve  essere  iscritta  come  moglie di
    gentiluomo.
    - Al diavolo il  vostro  articolo!  Io  parlo  a  cuore  sincero.  Che
    gentiluomini saremmo, allora? Bisogna aver fiducia...
    - Eccellenza, andiamo, andiamo a bere una coppa di "champagne"!
    Un  altro gruppo seguiva un nobile che gridava forte qualcosa: era uno
    dei tre ubriachi.
    - Io, a Mrija Semenovna,  ho sempre consigliato di dare in affitto le
    sue  terre  per  ricavarne  qualcosa  -  diceva  con voce gradevole un
    proprietario dai baffi grigi,  in divisa  da  colonnello  del  vecchio
    Stato maggiore generale.
    Era quello stesso possidente che Levin aveva incontrato da Svijazskij.
    L'aveva riconosciuto subito. I loro sguardi si incontrarono e i due si
    salutarono cordialmente.
    -  Molto  lieto  di rivedervi.  Ricordo benissimo di avervi incontrato
    l'anno scorso da Nikolj Ivanyc'! - disse il vecchio.
    - E come va la vostra terra? - domand Levin.
    - Sempre in perdita,  sempre in perdita - rispose il proprietario  con
    un  sorriso  rassegnato e calmo,  come se le cose non potessero andare
    altrimenti.  - E voi,  come mai partecipate al nostro  "coup  d'tat?"
    (187)  - prosegu con decisa,  ma cattiva pronunzia francese.   - Pare
    che si sia data qui convegno tutta la Russia: abbiamo dei  ciambellani
    e  forse  qualche  ministro  -  e  indic la figura rappresentativa di
    Stepn Arkadyc' in pantaloni bianchi e uniforme  da  ciambellano,  che
    camminava a fianco di un generale.
    -  Devo  confessarvi  che  capisco  assai  poco l'importanza di queste
    elezioni! - disse Levin.
    Il possidente gli diede un'occhiata.
    -  E  che  cosa  volete  capire?   Che   importanza   possono   avere?
    Un'istituzione decaduta che tira avanti soltanto per forza di inerzia.
    Guardate un po' se queste uniformi non lo dicono chiaramente... E' una
    riunione  di giudici di pace,  di consiglieri effettivi e cos via,  e
    non di gentiluomini...
    - Perch, allora, voi ci venite? - domand Levin.
    - Prima di tutto,  per abitudine,  e poi per mantenere relazioni e per
    una specie di obbligo morale.  Inoltre,  a dire il vero, anche per una
    questione  di  interesse.   Mio  genero  desidera   presentarsi   come
    consigliere  di  tutela;  non   ricco e ha bisogno di sistemarsi.  Ma
    perch,  dico,  ci vengono individui come quello  laggi?  -  disse  e
    indic  il  signore  dall'espressione  sarcastica,  che aveva preso la
    parola nella sala di riunione.
    - E' una nuova generazione di nobili.
    - Nuova, s, ma nobile no. Sono proprietari terrieri, mentre noi siamo
    latifondisti. Come nobili, alzano le mani contro se stessi.
    - Eppure dite che si tratta di un'istituzione superata...
    - Per essere superata,  lo ,  nondimeno ci sono istituzioni  superate
    che  bisogna  considerare  con  un  po'  di  rispetto.   Per  esempio,
    Snetkv... Buoni o no che siamo, ormai abbiamo mille anni alle spalle!
    Ponete il caso di star facendo il progetto per costruire  un  giardino
    davanti  a casa vostra,  e di imbattervi in un alto albero secolare...
    Anche se  vecchio e spaccato in pi punti,  voi  non  abbatterete  il
    vegliardo  per  sostituirlo  con  qualche piccola aiuola di fiori,  ma
    disporrete le aiuole in modo da proteggere l'albero: in un  anno,  non
    ne  riavrete  certo  uno  come quello!  - disse egli prudentemente,  e
    subito mut discorso. - Be, e la vostra azienda come va?
    - Non troppo bene. Mi rende il cinque per cento.
    - S,  ma voi non contate il vostro lavoro personale,  che  pure  vale
    qualcosa,  no?  Ecco,  ora vi dir di me. Prima di occuparmi delle mie
    terre,  avevo un impiego che mi rendeva tremila rubli.  Adesso  lavoro
    pi di quando ero in servizio e ricavo, come voi, il cinque per cento,
    e  sempre  che Dio me la mandi buona!  E il mio lavoro personale  del
    tutto gratuito!
    - Ma perch lo fate, allora? Se c' una perdita sicura?
    - Eppure lo faccio! Che volete? Per abitudine,  forse,  o perch si sa
    che  bisogna  farlo.  Vi  dir  di  pi  -  continu  il  proprietario
    appoggiandosi con i gomiti alla finestra e abbandonandosi  al  proprio
    eloquio, - mio figlio non ha nessuna passione per l'azienda; diventer
    uno  studioso,  di  modo  che,  dopo  di  me,  non ci sar nessuno per
    continuare la mia  opera.  E,  malgrado  tutto,  si  fa!  Adesso,  per
    esempio, ho impiantato un orto.
    -  S,  s - disse Levin -  perfettamente giusto.  Io sento che nella
    mia azienda non c' un vero tornaconto nello sfruttamento della terra,
    eppure continuo ad occuparmene.  E' una  specie  di  dovere  verso  la
    terra...
    -  Sentite  ora  quello  che vi dico - continu il proprietario.  - E'
    venuto l'altro giorno a farmi  visita  un  mio  vicino,  un  mercante.
    Abbiamo  percorso  insieme  le  mie terre e poi il giardino.  Da voi,
    Stepn Vaslevic',  tutto in perfetto ordine, salvo il giardino che 
    un po' trascurato.  E invece il mio giardino  tenuto benissimo.  Se
    io  fossi in voi,  farei abbattere quei tigli laggi...  solo che  un
    lavoro da farsi quando sono in succhio... Ne avete almeno mille,  e da
    ciascuno  ricaverete  due  buone tavole.  E oggi,  le tavole di tiglio
    vengono pagate bene....
    - Proprio,  e con questi soldi egli comprerebbe del bestiame o un  po'
    di  terra per una sciocchezza,  e la darebbe in affitto ai contadini -
    concluse con un sorriso Levin, che evidentemente si era imbattutto gi
    pi di una volta in calcoli del genere.    E  metterebbe  insieme  una
    fortuna, mentre voi e io possiamo ringraziare il Signore se ci concede
    di conservare quello che  nostro per lasciarlo ai figlioli.
    -  Mi  hanno  detto  che  siete  ammogliato,     vero?  -  chiese  il
    proprietario.
    - S - rispose Levin con orgogliosa soddisfazione. - S-continu - non
     strano il fatto che viviamo cos,  senza tornaconto,  quasi  fossimo
    incaricati, come le antiche vestali, di custodire un fuoco qualsiasi?
    Il possidente sorrise sotto i baffi bianchi.
    - E' vero che tra noi ci sono alcuni che, come il nostro amico Nikolj
    Ivnovic'  o un nuovo venuto,  il conte Vronskij,  vogliono introdurre
    un'industria agricola; sinora, per, non hanno fatto che sperperare il
    capitale.
    - Ma perch non  facciamo  anche  noi  come  i  mercanti?  Perch  non
    abbattiamo  gli  alberi per ricavarne tavole da taglio?  - disse Levin
    ritornando al pensiero che l'aveva colpito.
    - Ecco,  proprio come avete detto voi: per custodire il fuoco  giacch
    l'altra  faccenda  non si addice a gentiluomini.  Il nostro compito di
    gentiluomini non lo risolviamo certo qui,  alle elezioni,  ma  laggi,
    nel nostro angoletto. E' un istinto di casta sapere quello che si deve
    e quello che non si deve fare.  Io osservo spesso i contadini: un buon
    contadino si ostiner a prendere in affitto quanta pi  terra  pu  e,
    per  quanto non sia troppo buona,  la lavorer ugualmente,  senza fare
    alcun calcolo se in perdita o no.
    - Come noi...  - disse Levin.  - Sono lieto  di  avervi  incontrato  -
    aggiunse vedendo Svijazskij che gli si avvicinava.
    -  Ci  siamo  riveduti  oggi per la prima volta dopo che fummo in casa
    vostra  -  disse  il  possidente  -  e   abbiamo   scambiato   quattro
    chiacchiere.
    -  E,  certamente,  avrete  criticato il nuovo ordine di cose,  eh?  -
    rispose Svijazskij con un sorriso.
    - E come farne a meno?
    - Almeno ci siamo sfogati un po'.


    CAPITOLO 30.

    Svijazskij prese Vronskij sottobraccio e  and  con  lui  verso  altre
    persone del partito trionfante.
    Ormai  non  era  pi  possibile  evitare Vronskij,  che si trovava nel
    gruppo con Stepn Arkadyc' e con Sergj Ivnovic',  e guardava proprio
    dalla parte di Levin.
    -  Felicissimo!  Mi  sembra di avere avuto il piacere di incontrarvi..
    dalla principessa Scerbckaja - disse tendendo la mano a Levin.
    - S,  ricordo molto bene  il  nostro  incontro  -  rispose  Levin  e,
    arrossendo  violentemente,  si volse subito dall'altra parte e prese a
    discorrere con il fratello.
    Vronskij ebbe un leggero sorriso e continu la sua  conversazione  con
    Svijazskij  non  avendo,  era  chiaro,  alcun desiderio di parlare con
    Levin;  ma  Levin,  pur  discorrendo  con  il  fratello,   si  voltava
    continuamente  a guardare Vronskij e pensava al modo di rimediare alla
    propria sgarbatezza.
    - A  che  punto  siete  adesso?  -  domand  infine  voltandosi  verso
    Svijazskij e Vronskij.
    - A Snetkv. Bisogna che o rinunzi o accetti - rispose Svijazskij.
    - Ed egli che fa? Accetta o no?
    - Qui sta il punto: non accetta e non rifiuta - disse Vronskij.
    -  E  se  rifiuta  chi  verr  proposto?  -  domand  Levin sbirciando
    Vronskij.
    - Chi verr - rispose Svijazskij.
    - Voi, forse? - domand Levin.
    - Io certamente no - dichiar Svijazskij  turbandosi  e  gettando  uno
    sguardo  spaventoso  verso il signore dall'aria sarcastica,  che stava
    accanto a Sergj Ivnovic'.
    - E chi allora? Nevedovskij? - domand Levin sentendo di essersi messo
    in un pasticcio.
    Ma fu ancora peggio.  Nevedovskij e Svijazskij  erano  proprio  i  due
    candidati.
    -  Mai  e poi mai!  - dichiar il signore dall'aria sarcastica che era
    Nevedovskij in persona e che Svijazskij si  affrett  a  presentare  a
    Levin.
    - E cos ti sei lasciato trascinare anche tu?  - disse Stepn Arkadyc'
    ammiccando a Vronskij.  - E' un po' come alle corse.  Si possono  fare
    scommesse.
    - S,  ma  una cosa che prende - disse Vronskij - e, una volta che ci
    si  messi,  si ha voglia  di  fare  sul  serio.  La  lotta!  -  disse
    accigliandosi e contraendo i forti zigomi.
    - Che meraviglioso uomo d'affari  quello Svijazskij!  Per lui  tutto
    cos chiaro...
    - S... s! - disse Vronskij in tono distratto.
    Segu un silenzio,  durante il quale Vronskij,  dato che bisognava pur
    guardare  da  qualche  parte,  guard  Levin,  le  sue  gambe,  la sua
    uniforme,  poi la sua faccia e,  notati gli occhi severi rivolti su di
    s, tanto per rivolgergli la parola, disse:
    - E come mai voi,  abitante stabile della campagna,  non siete giudice
    di pace? La vostra uniforme, almeno, non  tale da...
    - Perch ritengo che il tribunale di pace sia un'istituzione assurda -
    rispose cupamente Levin,  che aveva sempre  aspettato  l'occasione  di
    mettersi a parlare con Vronskij per cancellare la propria villania del
    primo incontro.
    -  Io  non  la  penso  cos,  anzi  sono  d'opinione contraria - disse
    Vronskij con tranquillo stupore.
    - E' una sciocchezza - lo interruppe Levin. - I giudici di pace non ci
    servono.  In otto anni,  io non ho avuto nemmeno una causa.  E l'unica
    che  ho  avuta  stata risolta in maniera contraria al buon senso.  Il
    giudice di pace risiede a quaranta "vrsty" da casa  mia  e,  per  una
    vertenza di due rubli, devo mandare laggi un avvocato che me ne costa
    quindici.
    E  raccont che un contadino aveva rubato della farina a un mugnaio e,
    quando il mugnaio gli aveva fatto le sue rimostranze, il contadino gli
    aveva dato querela per calunnia.
    Era una  cosa  ridicola,  intempestiva,  e  Levin  stesso,  mentre  la
    raccontava, se ne rendeva conto.
    -  E'  un  tale  originale!  -  osserv  Stepn  Arkadyc'  con  il suo
    sorriso... alla mandorla. - Ma ora andiamo... mi pare che si voti.
    E si separarono.
    -  Io  non  capisco  -  disse  Sergj  Ivnovic',   che  aveva  notato
    l'inopportuna uscita del fratello,  - non capisco come si possa essere
    a tal punto privi di tatto politico.  Ecco che cosa manca a noi Russi!
    Il maresciallo della nobilt del governatorato  nostro avversario,  e
    tu sei pelle e camicia con lui e lo esorti  a  ripresentarsi...  E  il
    conte  Vronskij...  Non  che io voglia farmene un amico,  no...  Mi ha
    invitato a pranzo,  e non ho accettato,  ma  uno dei  nostri:  perch
    farsene  un  nemico?  E  poi  vai a domandare a Nevedovskij se intende
    presentarsi!... Non sono cose da farsi, via...
    -  Ah,  io  non  ci  capisco  nulla,  proprio  nulla!   E  sono  tutte
    stupidaggini, senza importanza - rispose Levin con aria cupa.
    -  Gi,  tu dici che sono stupidaggini,  ma,  se ti ci metti in mezzo,
    combini dei guai...
    Levin tacque e i due fratelli entrarono insieme nella sala grande.
    Sebbene sentisse nell'aria il tranello che gli si preparava, e sebbene
    non tutti l'avessero pregato,  il maresciallo della nobilt si  decise
    tuttavia  a  farsi  mettere ai voti.  Nella sala si fece silenzio e il
    segretario, con voce stentorea, annunzi la candidatura alla carica di
    maresciallo della nobilt del capitano della Guardia imperiale Michal
    Stepnovic' Snetkv.
    I marescialli dei distretti si diressero, tenendo in mano certi vassoi
    contenenti  le  palline  del  loro  seggio,   verso  il   tavolo   del
    governatorato, e le elezioni ebbero inizio.
    - Mettila a destra!  - bisbigli Stepn a Levin quando questi,  con il
    fratello, si avvicin al tavolo.
    Ma Levin aveva dimenticato tutti i calcoli che gli avevano spiegato  e
    temeva  un  errore  da  parte  di Stepn Arkadyc',  che aveva detto a
    destra; Snetkv, infatti, era un avversario.  Avvicinandosi all'urna,
    teneva la pallina nella mano destra ma, giunto che fu davanti all'urna
    stessa, pensando di essersi sbagliato, la trasfer nella mano sinistra
    e,  evidentemente,  la  depose  da  quella  parte.  Chi era pratico di
    scrutini e si trovava vicino all'urna comprese dal solo movimento  del
    gomito  da quale parte fosse stata messa la pallina e fece una smorfia
    di malcontento.
    Tutti tacquero e si ud contare le palline.  Poi  una  voce  solitaria
    pronunzi il numero delle palline bianche e di quelle nere. Il vecchio
    maresciallo era stato eletto a grande maggioranza.
    Risonarono  clamori  e tutti si precipitarono verso la porta.  Fece il
    suo ingresso Snetkv e la nobilt lo circond e si congratulo con lui.
    - Be', adesso  finita? - domand Levin a Sergj Ivnovic'.
    - Comincia appena - gli  rispose  sorridendo  Svijazskij,  invece  del
    fratello. - Il candidato dell'opposizione pu raccogliere pi voti.
    Levin lo aveva assolutamente dimenticato.  Soltanto in quel momento si
    ricord che l sotto ci doveva essere non sapeva quale astuzia, ma non
    ebbe voglia di indagare in che  cosa  consistesse.  Si  sentiva  preso
    dalla malinconia e avrebbe voluto tirarsi fuori da quella folla.
    Visto che nessuno badava a lui e ritenendosi inutile,  si diresse alla
    chetichella verso la sala piccola dove si mangiava,  e prov un grande
    senso  di  sollievo  ritrovandosi  con  gli  inservienti.  Il  vecchio
    inserviente gli propose di fare uno spuntino,  e Levin  accett.  Dopo
    aver mangiato una costoletta con fagiolini e aver chiacchierato con il
    vecchio  dei  signori  di  un  tempo,  non provando alcun desiderio di
    rientrare nella sala dove si sentiva cos a disagio,  and a  fare  un
    giro nelle tribune.
    Le  tribune  erano  gremite  di eleganti signore che si sporgevano dal
    parapetto,  cercando di non lasciarsi sfuggire nemmeno una  parola  di
    ci  che  si  diceva  gi in basso.  Vicino alle signore,  seduti e in
    piedi,  stavano eleganti avvocati,  insegnanti ginnasiali occhialuti e
    ufficiali. Non si parlava che delle elezioni, di quanto aveva sofferto
    il  maresciallo  e  di  come  erano state belle le discussioni;  in un
    gruppo,  Levin ud lodare  suo  fratello.  Una  signora  diceva  a  un
    avvocato:
    - Come sono contenta di aver udito Koznyscv!  Vale la pena di saltare
    il pranzo per  ascoltarlo...  E'  un  vero  piacere!  Com'  chiaro  e
    comprensibile  tutto quello che dice!  Da voi,  in tribunale,  nessuno
    parla cos. Forse soltanto Mjdel, ma neppur lui  tanto eloquente!
    Trovato un posto libero presso la balaustra, Levin si sporse e si mise
    a guardare e ad ascoltare.
    Tutti i gentiluomini erano raggruppati per distretti.
    In mezzo alla sala stava in piedi un uomo in uniforme  che,  con  voce
    risonante, proclamava:
    -  Entra  in  ballottaggio,  come candidato alla carica di maresciallo
    della nobilt  del  governatorato,  il  capitano  in  seconda  Evgenij
    Ivnovic' Apuchtin!
    Segu un silenzio di morte, rotto poi da una debole voce senile:
    - Si ritira!
    - Entra in ballottaggio il consigliere di Corte Ptr Petrovic' Bol'! -
    riprese la stessa voce.
    - Si ritira! - echeggi una voce giovanile e acuta.
    A pi riprese si ripet l'annunzio e si ripet il si ritira!. E cos
    si  and  avanti  per un'ora.  Appoggiato con i gomiti alla balaustra,
    Levin guardava e ascoltava.  Sulle prime si  stup,  non  comprendendo
    assolutamente  il significato della faccenda,  ma poi,  convintosi che
    non sarebbe mai riuscito a capirlo, cominci ad annoiarsi.  Pi tardi,
    ricordando  l'agitazione  e  l'accanimento  che aveva letto su tutti i
    volti, si fece triste: decise di andarsene e discese. Attraversando il
    vestibolo,  incontr un ginnasiale dallo sguardo triste  e  gli  occhi
    gonfi,  che camminava avanti e indietro. Lo salut. Si imbatt pure in
    una coppia: una signora che procedeva svelta,  a rapidi passettini,  e
    l'agile, elegante sostituto procuratore.
    -  Ve lo avevo assicurato che non sareste giunta in ritardo!  - diceva
    il sostituto procuratore,  nel momento in cui Levin si tirava da parte
    per cedere il passo alla signora.
    Levin  era  quasi  all'uscita  e  gi  tirava  fuori  dalla  tasca del
    panciotto lo scontrino del guardaroba per ritirare la  sua  pelliccia,
    quando il segretario lo ferm:
    - Venite, Konstantn Dmitric', si vota!
    Il  candidato  era  quel  Nevedovskij  che  cos  risolutamente  aveva
    dichiarato che non si sarebbe presentato.
    Levin si accost alla porta  che  dava  nella  sala:  era  chiusa.  Il
    segretario  buss.  L'uscio  si aperse e Levin scorse davanti a s due
    gentiluomini, molto rossi in viso.
    - Non ne posso pi! - disse un possidente.
    Poi Levin scorse il maresciallo della nobilt del  governatorato,  dal
    volto sfigurato per la stanchezza e la paura.
    - Ti ho detto di non lasciare uscire nessuno! - grid al portiere.
    - Ma io lascio soltanto entrare, eccellenza!
    - Signore Iddio! - esclam il maresciallo della nobilt e cacciando un
    profondo  sospiro,  si  avvi  a  testa bassa e con andatura stanca in
    mezzo alla sala, verso il grande tavolo.
    Com'era stato calcolato,  i voti si  riversarono  su  Nevedovskij  che
    risult  eletto maresciallo del governatorato.  Tra i presenti,  molti
    erano allegri, molti erano contenti, molti erano esultanti; altri,  al
    contrario,  tristi e abbattuti. Quanto al vecchio maresciallo Snetkv,
    era in preda a una disperazione che non poteva nascondere.
    Quando Nevedovskij usc dalla sala, una folla entusiasta lo circond e
    lo segu come aveva seguito il primo giorno il governatore,  che aveva
    aperto  le  elezioni,  e  come  aveva seguito Snetkv quando era stato
    eletto le altre volte.


    CAPITOLO 31.

    Il maresciallo appena eletto e parecchie altre persone appartenenti al
    partito dei nuovi,  che quel giorno  aveva  trionfato,  pranzarono  da
    Vronskij.
    Questi  era venuto alle elezioni,  sia perch in campagna si annoiava,
    sia perch aveva bisogno di affermare di fronte  ad  Anna  la  propria
    indipendenza,  sia  per  ringraziare  Svijazskij,  dandogli il proprio
    appoggio alle elezioni,  di tutto quanto  aveva  fatto  per  lui  alle
    elezioni  del  Consiglio  distrettuale e,  soprattutto,  per adempiere
    scrupolosamente  a  tutti  i  doveri  che  gli  derivavano  dalla  sua
    posizione di nobiluomo e di proprietario terriero che aveva scelta.
    Non si aspettava,  per,  che quelle elezioni lo avrebbero interessato
    tanto  e  che  sarebbe  stato  in  grado  di  cavarsela   cos   bene.
    Nell'ambiente   dei   nobili   di  campagna,   egli  era  una  persona
    completamente nuova ma, era chiaro, aveva successo, e non si ingannava
    pensando di aver gi acquistato una certa influenza in mezzo  a  loro.
    Alla  sua  influenza contribuivano in parte la sua ricchezza e il nome
    che portava;  il bellissimo appartamento  in  citt  cedutogli  da  un
    vecchio  conoscente,  Scirkv,  che si occupava di affari finanziari e
    aveva fondato a Kascin una fiorente banca;  l'ottimo cuoco  che  aveva
    portato   con   s  dalla  campagna;   l'amicizia  che  lo  legava  al
    governatore,  suo compagno di un tempo  e  di  cui  si  era  fatto  un
    protettore e, soprattutto, la propria cortesia, che ben presto avevano
    indotto la maggior parte dei nobili a mutare opinione sul suo presunto
    orgoglio.
    Vronskij stesso sentiva che,  ad eccezione di quel balordo signore che
    aveva sposato Kitty Scerbckaja, il quale " propos des bottes" (188),
    con astio rabbioso,  gli aveva detto un mucchio di cose inopportune  e
    assurde,  ogni  nobile  con  cui  faceva  conoscenza  diventava un suo
    sostenitore.   Si  rendeva  chiaramente  conto,   e   gli   altri   lo
    riconoscevano, che egli aveva contribuito notevolmente all'elezione di
    Nevedovskij. E adesso, a tavola, in casa sua, festeggiando la vittoria
    di Nevedovskij, provava una piacevole sensazione di trionfo per il suo
    eletto.  Le  elezioni  lo  avevano talmente attirato che,  se entro il
    prossimo triennio,  fosse riuscito a sposarsi,  avrebbe presentato  la
    sua  candidatura  cos  come,  dopo aver assistito alla vittoria di un
    fantino, gli era venuto il desiderio di correre.
    Quel giorno, per, si festeggiava la vittoria del fantino...  Vronskij
    sedeva  a  capotavola;  aveva  alla sua destra il giovane governatore,
    generale del seguito imperiale.  Questi era per  tutti  gli  altri  il
    padrone del governatorato,  era colui che aveva solennemente aperto le
    elezioni,  pronunziato il discorso e tutti,  come Vronskij ben notava,
    gli  dimostravano  rispetto  e  simpatia.  Per Vronskij,  invece,  era
    semplicemente Maslov - Katka,  come l'avevano soprannominato al  Corpo
    dei Paggi - che,  di fronte a lui,  si confondeva e che lui, Vronskij,
    cercava di mettere "  son  aise"  (189).  Alla  sua  sinistra  sedeva
    Nevedovskij,  dal  viso  giovanile,  risoluto  e  sarcastico;  con lui
    Vronskij era semplice e pieno di riguardi.
    Svijazskij sopportava allegramente il proprio insuccesso.  Per lui non
    era neppure un insuccesso, come disse egli stesso, rivolgendosi con la
    coppa  in  mano a Nevedovskij,  giacch non si poteva scegliere un pi
    degno rappresentante del nuovo partito della nobilt,  aggiungendo che
    tutti  i  galantuomini si felicitavano della vittoria di quel giorno e
    acclamavano l'eletto.
    Anche Stepn Arkadyc' era contento di  aver  passato  allegramente  il
    tempo e di vedere attorno a s gente soddisfatta. Durante il magnifico
    pranzo,  furono ricordati episodi delle elezioni.  Svijazskij rifaceva
    in modo comico il lacrimoso discorso del maresciallo della  nobilt  e
    faceva  rilevare,  rivolgendosi  a  Nevedovskij,  che  sua  eccellenza
    avrebbe dovuto scegliere un altro metodo di controllo  pi  complicato
    di quanto non lo fossero le lacrime.  Un altro nobile faceto raccont,
    scherzando, che il maresciallo della nobilt, per il ballo progettato,
    aveva gi fatto venire  i  lacch  con  calze  turchine,  che  ora  si
    sarebbero  dovute  rimandare,  a  meno  che  il  nuovo maresciallo non
    volesse dare lui quel ballo con valletti in calze turchine...
    Per tutta la durata del pranzo, rivolgendosi a Nevedovskij, si diceva:
    Nostro maresciallo della nobilt, oppure: Vostra eccellenza,  e si
    pronunziavano  quelle  parole  con  lo  stesso  piacere  con cui ci si
    rivolge a una giovane sposa,  dicendo signora e dandole il nome  del
    marito.
    Nevedovskij  fingeva  di  essere,  non  soltanto  indifferente  a quel
    titolo, ma addirittura di disprezzarlo;  ma era palese che ne esultava
    e che a stento riusciva a frenare una gioia che non si addiceva a quel
    nuovo ambiente liberale.
    Durante  il  pasto,  furono spediti alcuni telegrammi a persone che si
    erano interessate allo svolgimento delle  elezioni;  Stepn  Arkadyc',
    allegrissimo,  invi  a  Drija  Aleksndrovna  il seguente messaggio:
    Nevedovskij eletto con venti voti. Felicitazioni.  Diffondi notizia.
    Dett  il  dispaccio  ad  alta  voce  e  osserv:  Bisogna pure farla
    contenta!.
    Drija Aleksndrovna,  invece,  ricevendo il telegramma,  rimpianse il
    rublo  che  era  costato  e  cap  che  il marito doveva aver pranzato
    lautamente,  giacch conosceva assai bene la mania di Stiva di  "faire
    jouer le tlgraphe" (190) dopo una buona mangiata.
    Tutto  si  svolse  nel  migliore  dei  modi: il pranzo servito in modo
    perfetto, i cibi prelibati, i vini provenienti non da venditori russi,
    ma direttamente da produttori esteri.  I venti commensali erano  stati
    scelti  da  Svijazskij  tra  i  nuovi  uomini politici liberali che la
    pensavano allo stesso modo ed erano,  nello stesso tempo,  spiritosi e
    distinti.
    Si  fecero  brindisi  semischerzosi  sia  al  nuovo  maresciallo della
    nobilt,  sia al governatore,  al direttore della banca e  al  nostro
    gentile padrone di casa e anfitrione.
    Vronskij  era soddisfatto.  Non si sarebbe mai aspettato di trovare in
    provincia un'atmosfera cos  simpatica.  Verso  la  fine  del  pranzo,
    l'allegria  and  raddoppiando.   Il  governatore  preg  Vronskij  di
    assistere a un concerto a favore della Fratellanza, organizzato da sua
    moglie, la quale aveva molto desiderio di conoscerlo.
    - Ci sar un ballo e avrete modo di vedere le nostre bellezze.  Ce  ne
    sono di veramente notevoli!
    - "Not in my line" (191) - gli rispose Vronskij,  a cui piaceva questa
    espressione, ma sorrise e promise di non mancare.
    Mentre,  alzatisi da  tavola,  tutti  si  erano  messi  a  fumare,  il
    maggiordomo di Vronskij gli si avvicin con una lettera.
    - Da Vozdvizenskoe, per espresso - disse con aria significativa .
    -  E'  sorprendente  la  somiglianza  di  quest'uomo  con il sostituto
    procuratore Sventickij - disse in francese uno degli invitati,  mentre
    Vronskij, con le sopracciglia aggrottate, leggeva la lettera.
    La lettera era di Anna. Ancor prima di leggerla, Vronskij ne conosceva
    gi il contenuto.  Supponendo che le elezioni non sarebbero durate pi
    di cinque giorni, egli aveva promesso di essere di ritorno venerd, ma
    si era gi al sabato,  e quindi prevedeva  che  il  contenuto  era  un
    rimprovero  per  non  aver  mantenuto la promessa.  Probabilmente,  la
    lettera, che egli aveva scritto ad Anna la sera prima,  non era ancora
    giunta a destinazione.
    Il  contenuto  della  lettera  era  proprio  quello  che  Vronskij  si
    aspettava,  ma la forma era imprevista e  particolarmente  spiacevole.
    Annie    molto  malata  e  il dottore dice che potrebbe trattarsi di
    infiammazione. Sola, mi sento impazzire.  La principessa Varvara non 
    un aiuto,  ma un impiccio.  Ti ho atteso ieri l'altro e ieri, e ora ti
    chiedo dove sei e che cosa fai. Avrei voluto partire io stessa,  ma ci
    ho  rinunziato,   sapendo  che  ti  sarebbe  dispiaciuto.   Rispondimi
    qualcosa, affinch io sappia che cosa devo fare.
    La bambina  malata e ha pensato di partire,  la bambina  malata  ed
    ella usa questo tono cos ostile....
    L'innocente  allegria  delle  elezioni e il cupo,  esigente amore,  al
    quale doveva ritornare, colpirono Vronskij per il loro contrasto... ma
    bisognava andare e,  con il primo treno della notte,  fece  ritorno  a
    casa sua.


    CAPITOLO 32.

    Prima della partenza di Vronskij per le elezioni,  Anna,  pensando che
    le scene che si ripetevano tra di loro a  ogni  partenza  di  lui  non
    potevano  che  raffreddarlo e non certo legarlo a s,  aveva deciso di
    fare ogni sforzo possibile per sopportare con calma la separazione. Ma
    lo sguardo freddo e severo,  che egli  le  aveva  rivolto  quando  era
    venuto ad annunziarle che se ne andava,  l'aveva offesa e,  non appena
    Vronskij fu lontano, tutti i suoi buoni propositi svanirono.
    Ripensando poi,  nella solitudine,  a quello sguardo che affermava  il
    suo  diritto  alla  libert,  Anna  arriv,  come sempre,  alla solita
    conclusione.  Egli ha il diritto di andare via,  quando e dove vuole.
    Non solo di andar via,  ma di lasciarmi.  Ha ogni e qualsiasi diritto,
    mentre io non ne ho alcuno.  Per,  sapendo come stanno le  cose,  non
    dovrebbe  agire in tal modo...  Che cosa ha fatto?  Mi ha guardata con
    occhio freddo,  severo...  Certo  cosa da poco,   una  cosa  vaga...
    eppure  una  volta  non  mi guardava cos...  Quello sguardo significa
    molto e mi d la coscienza della mia umiliazione...  Esso dimostra che
    egli sta raffreddandosi verso di me....
    Nonostante questa convinzione, sentiva di non poter far nulla e di non
    poter in alcun modo modificare i loro rapporti.  Adesso,  come sempre,
    non poteva tenerlo legato a s  se  non  con  l'amore  e  con  le  sue
    attrattive.  E,  proprio  come  sempre,  solo  con  occupazioni che la
    distraessero durante il giorno e con l'aiuto della morfina  la  notte,
    poteva  soffocare il terribile pensiero di ci che sarebbe avvenuto se
    egli avesse cessato di amarla.
    C'era,   vero,  ancora un mezzo,  non per tenerlo -  per  questo  non
    voleva altro che il suo amore - ma per essere legata a lui in modo che
    egli  non  potesse  abbandonarla: il divorzio e il matrimonio.  E Anna
    cominci a desiderare che ci avvenisse e decise di non opporsi  oltre
    su questo punto e di consentirvi, la prima volta che Vronskij stesso o
    Stiva gliene avessero parlato.
    Con questi pensieri visse i primi cinque giorni della sua lontananza.
    Le sue giornate erano occupate dalle passeggiate,  dalla conversazione
    con la principessa Varvara e, specialmente,  dalla lettura di un libro
    dopo  l'altro.  Ma il sesto giorno,  quando il cocchiere torn,  solo,
    dalla stazione dov'era andato ad attendere il padrone,  Anna sent  di
    non avere pi la forza di soffocare in alcun modo il pensiero di lui e
    della  vita  che  egli  conduceva lontano da casa.  Nel frattempo,  la
    bambina cadde malata. Anna si dedic a curarla, ma neppure le cure che
    prodigava alla bimba la distrassero,  tanto pi che si trattava di una
    malattia di poco conto.  D'altra parte,  per quanto si sforzasse,  non
    poteva voler bene a quella creatura e non poteva  nemmeno  fingere  di
    volergliene...
    Verso  la  sera  del sesto giorno,  rimasta sola,  Anna sent una tale
    paura di essere abbandonata che decise di andare  in  citt  ma,  dopo
    averci  ripensato  su,  scrisse  quella  lettera contraddittoria,  che
    Vronskij ricevette e,  senza  rileggerla,  la  sped  a  mezzo  di  un
    apposito corriere.
    La  mattina  dopo  ricevette  la  lettera di lui e si pent di avergli
    scritto.  Fu subito ripresa dal terrore di rivedere lo sguardo  severo
    che  Vronskij  le aveva lasciato partendo,  specialmente quando avesse
    saputo che la bambina non aveva avuto nulla di grave.  Malgrado tutto,
    per,  era  contenta  di  avergli scritto.  Ormai Anna confessava a se
    stessa che l'amore di Vronskij  andava  raffreddandosi,  che  egli  si
    sentiva  oppresso,  che  di malavoglia avrebbe rinunziato alla propria
    libert per tornare da lei;  eppure era  ugualmente  felice  che  egli
    tornasse.  Fosse pur freddo,  si sentisse pure oppresso,  ma purch le
    fosse vicino,  in modo da poterlo vedere e poter  conoscere  ogni  suo
    movimento!
    Seduta  in  salotto  sotto la lampada,  Anna leggeva un nuovo libro di
    Taine (192), ascoltando i rumori del vento in cortile e aspettando, da
    un momento all'altro,  l'arrivo della carrozza.  Varie volte le sembr
    di udire il rotolio delle ruote, ma si sbagliava...
    Finalmente,  le giunse distintamente la voce del cocchiere e il rumore
    sordo delle ruote nell'ingresso coperto.  L'ud anche  la  principessa
    Varvara,  occupata in un solitario,  e Anna,  avvampando in viso, si
    alz ma, invece di correre incontro a Vronskij, come sempre faceva, si
    ferm. Improvvisamente sent vergogna di aver mentito e si domand con
    inquietudine come sarebbe avvenuto il loro incontro. Il suo sentimento
    di offesa era ormai scomparso ed ella non temeva pi che l'espressione
    del malcontento di Vronskij. Si ricord che gi da due giorni la bimba
    stava perfettamente bene e prov persino un po' di  stizza  contro  la
    piccola che era gi guarita allorch ella aveva spedito la lettera. Al
    pensiero,  per, che egli era l, che stava per vederlo, per vedere le
    sue mani, i suoi occhi,  per udire il suono della sua voce,  dimentic
    tutto e gli corse incontro.
    -  Come  sta Annie?  - chiese Vronskij,  inquieto,  guardando Anna che
    correva verso di lui.
    Era seduto e il domestico gli stava togliendo gli stivali imbottiti.
    - Molto meglio.
    - E tu? - domand egli scuotendosi.
    Ella gli prese le mani e lo attir a s, senza togliergli gli occhi di
    dosso.
    - Ne sono molto contento - disse Vronskij osservando freddamente Anna,
    la sua acconciatura, l'abito che,  ben sapeva ella aveva indossato per
    lui.
    Tutte quelle attenzioni gli piacevano,  s,  ma esse gli piacevano gi
    da tanto tempo! E sul suo viso si immobilizz quell'espressione severa
    e fredda che Anna tanto temeva.
    - Be',  ne sono lietissimo.  E tu stai bene?  -  disse,  dopo  essersi
    asciugato la barba umida con il fazzoletto e averle baciato la mano.
    Pazienza!,  pens Anna.  Purch sia qui...  e quando  qui non pu,
    non osa non amarmi!.
    La  serata  trascorse  allegramente  in  presenza  della   principessa
    Varvara,  che si dichiar spiaciuta del fatto che Anna,  in assenza di
    Vronskij, prendesse la morfina.
    - Che fare? Non potevo dormire... i pensieri me lo impedivano.  Quando
    c' lui, non ne prendo mai... quasi mai.
    Vronskij  parl  delle  elezioni  e,  con  le sue domande,  Anna seppe
    abilmente spingerlo a parlare proprio di ci che lo rallegrava: il suo
    successo.   A  sua  volta,   gli  raccont  tutto  quello  che  poteva
    interessarlo della casa, trascurando quanto poteva dispiacergli.
    La sera tardi, allorch rimasero soli, Anna rendendosi conto di essere
    di  nuovo completamente padrona di Vronskij,  volle cancellargli dalla
    mente la penosa impressione prodottagli dalla lettera e gli disse:
    - Confessa che la mia lettera ti    dispiaciuta  e  che  non  mi  hai
    prestato fede. Mi sbaglio?
    Immediatamente  cap  che,  per quanto egli fosse tenero verso di lei,
    non perdonava affatto.
    - S - egli disse - era cos strana quella lettera!  Annie era malata,
    e tu, nondimeno, volevi venire...
    - Erano vere tanto una cosa quanto l'altra...
    - Non ne dubito.
    - S, ne dubiti, sei seccato: lo vedo!
    - Niente affatto!  Quello che mi contraria ,  piuttosto, il fatto che
    tu non voglia ammettere certi doveri.
    - Quali doveri? Quello di andare al concerto?
    - Non parliamone pi...
    - Perch non parlarne pi? - domand Anna.
    - Voglio soltanto dire che si  possono  presentare  doveri  imperiosi.
    Adesso, per esempio, bisogner che mi rechi a Mosca per l'affare della
    casa... Ah, Anna, perch sei cos suscettibile? Non lo sai, forse, che
    non posso vivere senza di te?
    - Ma se  cos - rispose Anna,  cambiando immediatamente tono di voce,
    - se questa vita  per te un peso...  se  arrivi  oggi  per  ripartire
    domani... come fanno...
    - Anna,  non essere cattiva.  Lo sai pure che sono pronto a dare tutta
    la vita...
    Anna non ascoltava.
    - Se andrai  a  Mosca,  ci  verr  anch'io.  Non  rester  qui.  O  ci
    separiamo, o viviamo insieme.
    -  Lo  sai  che  questo    il  mio  unico desiderio...  ma per questo
    occorre...
    - Occorre il divorzio?  Gli scriver,  lo vedr...  Sento che cos non
    posso continuare a vivere, ma a Mosca ci verr anch'io!
    - Pare che tu voglia minacciarmi!  Ma se io non desidero altro che non
    separarmi mai da te! - disse Vronskij sorridendo.
    Ma  uno  sguardo  freddo,  cupo,  minaccioso,   lo  sguardo  dell'uomo
    perseguitato  ed  esasperato,   brill  nei  suoi  occhi  mentre  egli
    pronunziava quelle affettuose parole.
    Anna vide quello sguardo e lo comprese.
    Che disgrazia!,  diceva  quello  sguardo.  Fu  l'impressione  di  un
    attimo, ma fu un'impressione che Anna non pot pi dimenticare.
    Ella scrisse una lettera al marito,  chiedendogli il divorzio e, verso
    la fine di novembre, separatasi dalla principessa Varvara,  che doveva
    recarsi a Pietroburgo, and con Vronskij ad abitare a Mosca.
    Aspettando,   da   un   giorno  all'altro,   la  risposta  di  Aleksj
    Aleksndrovic' e quindi il divorzio,  essi presero  a  vivere  insieme
    come due coniugi.














    NOTE.

    N. 146. A proposito di Vrenka.
    N. 147. Nel pieno delle forze.
    N. 148. Un giovanotto.
    N. 149. Pronomi latini: egli, ella, esso; di lui, di lei, di esso.
    N. 151. Con le quattro redini in una mano.
    N. 154. Sono stati meravigliosi!
    N. 155. Il re  morto. Viva il re!
    N. 156. Ci non pu aver conseguenze.
    N. 157. Signori, venite presto!
    N. 158. La mia toeletta.
    N.  159.  Dal "Bors Godunv" di A. S. Puskin (1799-1837), scena 9. La
    pesante tiara del Monomaco (Vladimir Monomach,  principe di Kiev dal
    1113   al   1125)   serviva   per   l'incoronazione  degli  zar.   Con
    quest'espressione proverbiale Stepn Arkadyc' vuol  dire  che  l'amore
    non  fatto di sole gioie.
    N. 160. Figuratevi che la piccola...
    N. 161. Credo che Veslovskij faccia un po' di corte a Kitty...
    N. 163. Calesse basso da campagna con due panche per sedili.
    N. 164. Cavallo piccolo e robusto.
    N. 176. Farinata per la colazione dei bambini.
    N. 177. Zuppa fredda di verdura e pesce.
    N. 188. A proposito e a sproposito.
    N. 189. A suo agio.
    N. 190. Far funzionare il telegrafo.
    N. 191. Non  nel mio costume.
    N.  192.  Hippolyte  Taine  (1828-1893),  storico,  critico e filosofo
    francese.















    PARTE SETTIMA.


    CAPITOLO 1.

    I Levin abitavano a Mosca da pi di due mesi.  Da un pezzo era scaduto
    il termine fissato dalle persone competenti per il parto di Kitty;  ma
    ella si trovava sempre nelle stesse condizioni e nulla faceva  pensare
    che il momento fosse pi vicino adesso di due mesi prima.  Il dottore,
    la levatrice, Dolly, la madre e, pi di tutti,  Levin,  che non poteva
    pensare  senza  terrore  all'evento che si avvicinava,  cominciavano a
    provare una certa impazienza,  non scevra da qualche inquietudine;  la
    sola Kitty era perfettamente tranquilla e felice.
    Ora sentiva veramente nascere in lei un nuovo sentimento,  l'amore per
    quel figlio che stava per venire al mondo, quel figlio che non era gi
    pi del tutto una parte di lei  stessa,  ma  un  essere  che  talvolta
    viveva  di  una  vita propria,  indipendente.  Spesso ne provava quasi
    dolore ma, nello stesso tempo, esultava per quella gioia strana e, del
    tutto, nuova.
    Tutti coloro che amava erano con lei,  tutti erano  affettuosi  quanto
    mai e le prodigavano ogni cura,  le offrivano di ogni cosa soltanto il
    lato piacevole tanto che,  se non avesse  saputo  e  sentito  che  ci
    doveva tra non molto finire,  non avrebbe desiderato una vita migliore
    e pi gradevole di quella che stava vivendo. Una cosa sola ne sciupava
    l'incanto: suo marito non era pi  quale  a  lei  piaceva  che  fosse,
    com'era in campagna.
    Kitty  amava  i modi calmi,  affettuosi,  ospitali,  che egli aveva in
    campagna. In citt, invece,  pareva perennemente inquieto,  timoroso e
    guardingo,  come se temesse che qualcuno lo offendesse e, soprattutto,
    che  offendesse  lei.   Laggi,   in  mezzo   ai   campi,   sentendosi
    evidentemente  nel proprio ambiente,  non si dava briga di nulla,  non
    era mai preoccupato.  In citt,  invece,  aveva continuamente fretta e
    pareva  sempre timoroso di dimenticare qualcosa,  pur non avendo nulla
    da fare. Kitty lo compiangeva, bench, per gli altri,  lo sapeva,  non
    pareva affatto da compiangere; ch, anzi, quando in societ capitava a
    Kitty  di  guardarlo  -  come  accade  talvolta di guardare la persona
    amata, cercando di vederla con gli occhi di un estraneo,  per rendersi
    conto dell'impressione che essa produce,  - costatava,  persino con un
    certo geloso timore,  che suo marito non solo non era da  compiangere,
    ma  era  anzi  molto  attraente  per  la  sua distinzione,  per la sua
    cortesia timida e un po' fuori moda,  per  il  suo  imbarazzo  con  le
    donne,  per  la sua figura aitante e vigorosa e,  soprattutto,  per il
    viso particolarmente espressivo.  Ma ella lo vedeva non  solo  dal  di
    fuori,  ma  anche  internamente e notava che a Mosca non era lo stesso
    Levin della campagna, n poteva definire altrimenti il suo stato.
    Talvolta, in cuor suo,  gli rimproverava di non saper vivere in citt;
    e  talvolta  riconosceva  che,  per lui,  era effettivamente difficile
    organizzare la propria vita in modo da esserne soddisfatto.
    Che cosa poteva fare, infatti, in citt? Giocare alle carte?  Il gioco
    non  gli piaceva,  come non gli piaceva andare al club.  Frequentare i
    buontemponi  come  Oblonskij  ?   Ella  sapeva  ormai  che  cosa   ci
    significasse... significava bere e, dopo aver bevuto, recarsi in certi
    luoghi... ai quali non poteva pensare senza orrore. Andare in societ?
    Ma,  per  far  questo,  ella  sapeva  che  Levin avrebbe dovuto provar
    piacere  nell'avvicinare  donne  giovani   e,   quindi,   non   poteva
    desiderarlo.  Rimanere in casa con lei, la madre e la sorella? Ma, per
    quanto ella trovasse piacevoli e allegre quelle  conversazioni  sempre
    uguali,  quelle Aline-Nadine,  come il principe le definiva,  sapeva
    che lo annoiavano. Che cosa, dunque, gli rimaneva da fare?  Continuare
    a  scrivere il suo libro?  Aveva tentato,  s,  e,  nei primi tempi si
    recava in biblioteca a prendere note e appunti  ma,  come  le  diceva,
    meno aveva da fare e meno tempo gli restava.  Inoltre si lamentava con
    lei di aver troppo parlato del suo libro, a Mosca... il che,  non solo
    gli  aveva  ingarbugliato  le  idee,  ma  gli aveva fatto perdere ogni
    interesse per il lavoro stesso.
    Il solo vantaggio della vita cittadina era che l,  a Mosca,  tra loro
    non  accadevano mai litigi.  Sia che le condizioni della citt fossero
    diverse,   sia  che  entrambi  fossero  diventati   pi   prudenti   e
    ragionevoli,  fatto si  che a Mosca non avvenivano pi quelle dispute
    dovute alla gelosia,  che avevano tanto temuto venendo a stabilirsi in
    citt.
    A questo proposito, accadde un incidente importantissimo per entrambi:
    l'incontro di Kitty con Vronskij.
    La  vecchia  principessa  Mrija Borsovna,  madrina di Kitty,  che le
    aveva sempre voluto molto bene,  desiderava vivamente  vederla.  Kitty
    che,  date  le sue condizioni,  non si recava in nessun luogo,  in via
    eccezionale e accompagnata dal padre  si  rec  da  quella  venerabile
    signora  e  in casa di lei incontr Vronskij.  Di quell'incontro Kitty
    ebbe da rimproverarsi un solo istante: quando, in quel borghese,  ella
    riconobbe  colui  i cui lineamenti erano stati,  un tempo,  cos cari,
    sent un tuffo al cuore e un vivo rossore le color il viso.  Ma fu la
    faccenda di pochi istanti.  Suo padre, che si era messo, di proposito,
    a parlare con Vronskij,  non aveva ancora finito la sua frase che  gi
    lei poteva guardarlo in piena tranquillit e,  all'occorrenza, parlare
    con  lui  come  parlava  con  la  principessa  Mrija   Borsovna   e,
    soprattutto, in modo tale che anche la minima intonazione di voce e il
    pi  lieve  sorriso avrebbero potuto essere approvati dal marito,  del
    quale ella avvertiva, accanto a s, l'invisibile presenza.
    Scambi con Vronskij qualche frase,  sorrise tranquillamente a una sua
    celia  sulle  elezioni,  che  egli  definiva  il  nostro parlamento.
    (Bisognava sorridere per fare capire che aveva ben capito  l'arguzia).
    Ma  subito  dopo ella si volse alla principessa Mrija Borsovna e non
    lo guard pi sino a che egli non si  alz  per  andarsene.  A  questo
    punto volse gli occhi verso di lui, ma unicamente perch sarebbe stato
    scortese non guardare in faccia una persona che la salutava.
    Fu  grata  a  suo  padre  che  non  le  parlasse del loro incontro con
    Vronskij; e, dalla sua tenerezza particolare, dopo la visita e durante
    la consueta passeggiata,  comprese che egli era contento di lei.  Ella
    pure si sentiva soddisfatta, poich non avrebbe mai creduto di trovare
    in  s la forza di trattenere in fondo all'anima i ricordi dell'antico
    amore per Vronskij,  e  non  soltanto  di  apparire,  ma  di  sentirsi
    perfettamente indifferente e libera.
    Levin  arross  molto  pi  di  lei  quando  ella  gli  disse di avere
    incontrato Vronskij in casa della  principessa  Mrija  Borsovna.  Le
    riusc molto difficile dirglielo, ma ancor pi difficile fu continuare
    a   parlare   dei   particolari   dell'incontro,   giacch  Levin  non
    l'interrogava,  ma  semplicemente  la  guardava  con  le  sopracciglia
    aggrottate.
    -  Mi  dispiace  molto che tu non fossi con me...  non in sala,  per,
    perch allora sarei stata molto meno naturale.  Ora,  di fronte a  te,
    arrossisco  molto,  molto  di  pi...  -  disse  arrossendo  sino alle
    lacrime. - Ma avrei voluto che tu mi vedessi attraverso una fessura.
    Gli occhi sinceri di Kitty dissero a Levin che la moglie era  contenta
    di  se  stessa  e,  malgrado il di lei rossore,  egli si tranquillizz
    subito e prese finalmente a chiederle  ci  che  veramente  desiderava
    sapere.  Quando  seppe  tutto,  persino il particolare che soltanto al
    primo istante ella non aveva potuto contenere il  proprio  turbamento,
    ma che poi tutto era stato semplice e facile come per il primo venuto,
    Levin  si  mostr allegrissimo e dichiar di essere molto lieto e che,
    da allora in poi,  non avrebbe pi agito in maniera cos stupida  come
    alle  elezioni,  ma si sarebbe sforzato di mostrarsi il pi amichevole
    possibile con Vronskij,  non  appena  avessero  avuto  l'occasione  di
    incontrarsi.
    -  E' cos penoso pensare che esista un uomo che si considera quasi un
    nemico,  un uomo con il quale dispiace incontrarsi  -  disse.  -  Sono
    felice, molto felice...


    CAPITOLO 2.

    -  Fammi  un  favore,  allora:  va'  a trovare i Bol' - disse Kitty al
    marito, quando egli si rec da lei verso le undici, prima di uscire di
    casa. - So che pranzi al circolo,  pap ha prenotato per te.  E questa
    mattina che cosa fai?
    - Vado soltanto da Katavasov - rispose Levin.
    - Come mai cos presto?
    - Mi ha promesso di farmi conoscere Metrv. Volevo parlare con lui del
    mio lavoro:  un noto scienziato di Pietroburgo.
    - S,  infatti  suo quell'articolo che elogiavi tanto.  Be', e poi? -
    disse Kitty.
    - Pu darsi che vada in tribunale per la questione di mia sorella.
    - E al concerto? - ella domand.
    - Ma perch dovrei andarci da solo?
    - Vacci ugualmente: soneranno quei pezzi nuovi  che  ti  interessavano
    tanto. Al tuo posto, io non vorrei mancarci.
    -  Bene,  in  ogni  caso passer da casa prima di pranzo - disse Levin
    guardando l'orologio.
    - Mettiti la finanziera e va' direttamente dalla contessa Bol'.
    - E' proprio necessario?
    - E' indispensabile. Che te ne importa? Entri,  ti fermi pochi minuti,
    parli un po' del tempo, poi ti alzi e te ne vai.
    -  Be',  tu non ci crederai,  ma mi sono talmente disabituato a queste
    cose che me ne vergogno. Ma come si fa? Arriva un estraneo,  si siede,
    rimane  l  senza  alcun  motivo,  d  noia  a  loro e infastidisce se
    stesso... e poi se ne va!
    Kitty scoppi a ridere.
    - Eppure, quando eri scapolo, andavi a far visite, no? - disse.
    - Lo facevo,  ma mi vergognavo sempre...  E ora sono cos  disabituato
    che, te lo giuro, preferirei stare due giorni senza mangiare piuttosto
    che fare questa visita. Mi pare sempre che essi debbano essere seccati
    e dirsi: Perch costui  venuto? Che ha da fare qui?.
    - No,  non saranno affatto seccati,  te lo garantisco io - disse Kitty
    guardandolo in viso e  ridendo.  Lo  prese  per  una  mano.  -  Allora
    arrivederci... Vacci, eh? - concluse.
    Levin,  dopo aver baciato la mano alla moglie,  fece per andar via, ma
    ella lo trattenne.
    - Kstja, sai che mi restano soltanto cinquanta rubli?
    - Bene, passer in banca a ritirarne. Quanto ti occorre?  - chiese con
    quell'espressione di malcontento che ella gli conosceva cos bene.
    -  No,  aspetta  -  disse  e  lo  trattenne per mano.  - Parliamone un
    momento,  piuttosto:  una cosa che  mi  preoccupa.  Mi  pare  di  non
    spendere  nulla  pi  del  necessario,  ma  i  soldi  sfumano che  un
    piacere. Evidentemente facciamo qualcosa che non dovremmo fare.
    - Niente affatto  -  rispose  Levin  tossicchiando  e  guardandola  di
    sottecchi.
    Ella conosceva molto bene quel modo di tossicchiare.  Era da parte del
    marito un sintomo di forte malcontento, non verso di lei,  ma verso se
    stesso.  E malcontento, infatti, lo era, non per il fatto che si fosse
    speso tanto denaro,  ma perch gli si ricordasse una cosa che  sapeva,
    ma che desiderava non ricordare.
    -  Ho  dato ordine a Skolov di vendere il frumento e di farsi dare un
    anticipo al mulino. Il denaro, in ogni caso, non mancher.
    - No, ma io ho paura che, in complesso, spendiamo troppo.
    - Niente affatto, niente affatto - disse Levin. - Ebbene, arrivederci,
    tesoro!
    - A dire il vero,  talvolta rimpiango di avere dato retta alla  mamma.
    Come saremmo stati bene in campagna! Qui, invece, infastidisco tutti e
    spendiamo troppo!
    - Niente affatto,  niente affatto!  Da quando siamo sposati, non ti ho
    detto una sola volta che le cose  dovessero  andar  meglio  di  quanto
    vanno in realt.
    - Veramente? - domand Kitty guardandolo negli occhi.
    Levin  aveva  detto quelle parole senza riflettere,  solamente per non
    rattristarla;   ma  quando  vide  quei  cari  occhi   sinceri,   fissi
    interrogativamente  su  di  lui,  ripet  la  stessa cosa con tutto il
    cuore.  E,  ricordando l'evento atteso,  pens: Me ne dimenticavo del
    tutto....
    - Ebbene,  sar presto?  Come ti senti?  - sussurr prendendole tutt'e
    due le mani.
    - Vi ho pensato tante volte che adesso non penso  nulla  e  non  sento
    nulla!
    - E non hai paura?
    Kitty sorrise sprezzante.
    - Neppure un pochino... - rispose.
    - Per qualsiasi eventualit, io sono da Katavasov.
    - No,  non ci sar nulla,  non pensarci. Andr con il babbo a fare una
    passeggiatina, poi passeremo da Dolly... Ti aspetto prima di pranzo. A
    proposito,   sai  che  la  situazione  di  Dolly  diventa  decisamente
    insostenibile? E' piena di debiti, non ha pi soldi... Ieri ne abbiamo
    parlato  con  la  mamma  e  con Arsenij (cos ella chiamava L'vov,  il
    marito della sorella) e abbiamo deciso che tu e lui facciate un  serio
    discorso a Stiva.  Non si pu andare avanti cos.  Con il babbo non si
    pu toccare quest'argomento... Ma se tu e lui...
    - E che possiamo fare noi? - disse Levin.
    - Comunque,  va' da Arsenij e parla con lui: ti dir che cosa  abbiamo
    deciso.
    -  Bene,  con  Arsenij sono sempre d'accordo su tutto in anticipo,  ma
    passer ugualmente da lui.  A proposito,  se  andr  al  concerto,  vi
    condurr Natlija. Arrivederci!
    Sulla  scalinata,  Levin  fu  fermato  dal  vecchio Kuzm,  che era al
    servizio di Levin da quando questi era celibe e ora dirigeva  la  casa
    di citt.
    -  Abbiamo  rimesso  i ferri a Krasavcik (era il bilancino di sinistra
    che avevano condotto dalla campagna), ma continua a zoppicare - disse.
    - Che cosa ordinate di fare?
    Nei primi tempi del suo soggiorno a Mosca,  Levin si  era  interessato
    dei  cavalli  portati  dalla  campagna;   avrebbe  voluto,   a  questo
    proposito, organizzarsi il servizio della carrozza in modo da spendere
    meno denaro che fosse  possibile;  ma  aveva  presto  scoperto  che  i
    cavalli propri venivano a costare pi cari di quelli a noleggio e che,
    inoltre, doveva ugualmente servirsi dei vetturini di piazza.
    - Ordina di mandare a chiamare il veterinario: pu darsi che si tratti
    di uno sforzo.
    - Sta bene, signore.
    - E come fare, per Katerina Aleksndrovna? - domand Kuzm.
    Ormai Levin non si meravigliava pi, come gli accadeva nei primi tempi
    del  suo  soggiorno  a  Mosca,  allorch,  per andare da Vozdvizenka e
    Sivcev Vrazk,  bisognava attaccare a una pesante vettura un  paio  di
    robusti  cavalli  e  pagare  cinque  rubli per percorrere un quarto di
    "vrsty" sulla neve e quattro ore di attesa.  Ora la cosa  gli  pareva
    pi che naturale.
    -  Di'  al  cocchiere  di  mandarci un paio di cavalli per la vettura-
    disse.
    - Sta bene, signore.
    Dopo aver risolto con tanta facilit  e  rapidit,  grazie  ai  comodi
    cittadini,  una  difficolt  che  in campagna sarebbe stata cagione di
    trambusto e di preoccupazione,  Levin scese la  gradinata,  chiam  un
    vetturino, sal in carrozza e si fece portare in via Niktskaja.
    Per  la  strada  non  pensava  pi  al  denaro;   rifletteva,  invece,
    sull'imminente incontro  con  lo  scienziato  pietroburghese,  che  si
    occupava  di  sociologia,  e  a  ci che gli avrebbe detto del proprio
    libro.
    Soltanto nei primissimi tempi del suo soggiorno  a  Mosca,  Levin  era
    rimasto stupito da quelle spese improduttive,  ma inevitabili, che gli
    si richiedevano da ogni parte;  ora ci si era abituato.  Sotto  questo
    punto  di  vista,  accadde  a  lui ci che,  secondo un detto popolare
    russo, accade agli ubriaconi: il primo bicchiere entra a fatica,  come
    un  bastone,  il  secondo  ti rende ardito e gli altri volano via come
    uccellini.  Quando Levin aveva fatto cambiare il  primo  biglietto  da
    cento  rubli  per  comperare  le  livree del domestico e del portiere,
    aveva pensato suo malgrado che quelle livree non erano utili a nessuno
    (sebbene,  a giudicare dallo stupore della principessa e di Kitty a un
    suo accenno in proposito, dovessero essere necessarie) e che costavano
    quanto  avrebbero  guadagnato,  durante  l'intera estate,  vale a dire
    quasi trecento giornate lavorative,  due operai,  di dura  fatica  dal
    mattino presto a sera inoltrata. Quel biglietto da cento rubli l'aveva
    tirato fuori di tasca a fatica; il biglietto successivo - cambiato per
    l'acquisto  di  provviste  alimentari  per la famiglia,  provviste che
    costavano ventotto rubli,  i  quali  rappresentavano  per  Levin  nove
    "ctverti"  (193)  di  avena  mietuta,  legata  in covoni,  vagliata e
    insaccata con fatica e sudore - se ne and tuttavia pi facilmente. In
    seguito, i biglietti,  che andava via via trasformando in moneta,  non
    suscitavano pi siffatte considerazioni e prendevano il volo come veri
    uccellini.  Gi  da  tempo  non si poneva pi il problema se la fatica
    necessaria a produrre il denaro corrispondesse o meno al  piacere  che
    procurava  ci  che  con  il denaro si acquistava;  e ugualmente aveva
    lasciato perdere i suoi calcoli economici,  secondo  i  quali,  al  di
    sotto  di un certo prezzo,  non si pu vendere un certo tipo di grano.
    Il frumento, di cui cos a lungo aveva tenuto alto il prezzo,  lo dava
    infatti,  ora,  a  cinquanta  copeche  in  meno per "ctver" di quanto
    avvenisse il mese prima.  Persino il calcolo che,  con  le  spese  che
    doveva  sostenere,  non  poteva tirare avanti pi di un anno senza far
    debiti,  non significava pi nulla per lui.  Occorreva una cosa  sola:
    avere  denaro  alla banca,  senza chiedersi donde venisse,  per essere
    sempre sicuro di avere di che per acquistare la carne il giorno dopo.
    E a questo principio sinora si era attenuto: aveva  sempre  denaro  in
    banca.  Ma,  ormai, il conto della banca era esaurito, egli non sapeva
    dove avrebbe potuto trovarne altro.  Era questo il motivo per  cui  la
    domanda  di  Kitty  lo  aveva  urtato,  ma  ora  non  aveva  tempo  di
    rifletterci su...  E se ne and pensando a Katavasov  e  all'imminente
    conoscenza con Metrv.


    CAPITOLO 3.

    Durante quel soggiorno a Mosca,  Levin aveva riallacciato rapporti con
    il suo vecchio compagno di universit, il professor Katavasov, che non
    aveva pi riveduto dai tempi del suo matrimonio. Katavasov gli piaceva
    per la chiarezza e la  semplicit  della  sua  concezione  del  mondo,
    concezione  che  Levin  pensava  derivasse  dalla  povert  della  sua
    immaginazione;  Katavasov,  invece,   riteneva  che  l'incoerenza  del
    pensiero di Levin fosse indice di una mancanza di disciplina della sua
    mente.  Ma  la  chiarezza  di  Katavasov  riusciva gradevole a Levin e
    l'indisciplinato,  sfrenato pullulare di pensieri di Levin  piaceva  a
    Katavasov,  per  cui  entrambi  provavano  piacere  nel trovarsi e nel
    discutere insieme.
    Levin aveva letto alcuni passi del suo libro a Katavasov, che li aveva
    approvati. Il giorno prima,  avendo incontrato Levin a una conferenza,
    Katavasov  gli  aveva  detto  che il famoso Metrv il cui articolo era
    molto piaciuto a Levin,  si trovava a Mosca e si era interessato a ci
    che  Katavasov  gli  aveva  detto del lavoro di Levin;  Metrv sarebbe
    stato da lui il giorno dopo alle  undici  e  sarebbe  stato  lieto  di
    conoscerlo.
    - Decisamente,  mio caro,  andate migliorando: fa piacere costatarlo -
    disse Katavasov  accogliendo  Levin  nel  salotto.    Nel  sentire  il
    campanello ho pensato: Non  possibile che sia puntuale....  Ebbene,
    che ne dite dei Montenegrini? Soldati di razza, eh? (194).
    - Come? - domand Levin.
    Katavasov gli rifer, in breve, le ultime notizie,  ed,  entrati nello
    studio,  present l'amico a un signore di media statura, tarchiato, di
    assai piacevole aspetto: era Metrv.
    La  conversazione  si  aggir  per  un  momento   sulla   politica   e
    sull'impressione  che  gli  ultimi avvenimenti avevano prodotto tra le
    alte sfere di Pietroburgo. Metrv rifer,  da fonte sicura,  le parole
    dette  in  proposito  dal sovrano e da un ministro.  Katavasov,  per,
    aveva sentito dire,  da  fonte  altrettanto  sicura,  che  il  sovrano
    avrebbe pronunziato tutt'altra cosa.
    Levin  andava  cercando il modo di poter conciliare le prime frasi con
    le seconde, ma la conversazione su questo tema cess.
    - Ecco...  Levin  ha  quasi  terminato  di  scrivere  un  libro  sulle
    condizioni  naturali  del  lavoratore  in  rapporto alla terra - disse
    Katavasov.  - Io  non  sono  molto  competente  in  materia  ma,  come
    naturalista,  mi    piaciuto  assai  il  fatto che egli non considera
    l'umanit come un qualcosa al di fuori delle  leggi  zoologiche  e  ne
    vede, anzi, la dipendenza dall'ambiente e in questa dipendenza ricerca
    le leggi dello sviluppo.
    - E' molto interessante - disse Metrv.
    - In realt, io avevo incominciato a scrivere un libro di agricoltura,
    ma    senza   volerlo,    occupandomi   dello   strumento   principale
    dell'agricoltura,  il contadino - intervenne Levin arrossendo  -  sono
    giunto a risultati assolutamente imprevisti.
    E cominci a esporre con cautela, come tastando il terreno, il proprio
    punto di vista.  Sapeva che Metrv aveva scritto un articolo contro le
    dottrine di economia generalmente ammesse,  ma ignorava  sino  a  qual
    punto  potesse sperare di trovare in lui l'approvazione dei suoi nuovi
    punti di vista,  e non poteva indovinarlo  dall'intelligente  e  calmo
    viso dello studioso.
    -  In  che cosa scorgete le qualit peculiari del lavoratore russo?  -
    domand Metrv. - Nelle sue propriet,  per cos dire,  zoologiche,  o
    nelle condizioni in cui si trova?
    Levin  intravide  che in questa domanda era gi espressa un'idea sulla
    quale non era d'accordo,  ma continu a esporre il  proprio  pensiero,
    consistente,  secondo lui, nel fatto che il contadino russo ha un modo
    di considerare la terra assolutamente particolare in confronto con gli
    altri  popoli.  Per  rafforzare  questa  asserzione,  si  affrett  ad
    aggiungere  che,  a parer suo,  questo modo di vedere del popolo russo
    deriva dalla  coscienza  della  propria  vocazione  di  colonizzare  a
    oriente immense aree inutilizzate.
    -  E'  facile  essere indotto in errore,  traendo conclusioni generali
    sulla vocazione di un popolo - disse Metrv interrompendo Levin.  - La
    condizione  del  contadino  dipender  sempre  dal suo rapporto con la
    terra e con il capitale.
    E, senza dar tempo a Levin di esprimere sino in fondo il suo pensiero,
    Metrv prese a esporgli l'originalit delle proprie teorie.
    In che cosa veramente consistesse questa  originalit,  Levin  non  lo
    comprese  affatto,  perch  non si diede neppur la pena di tentare: si
    rendeva conto che  Metrv,  esattamente  come  gli  altri,  nonostante
    l'articolo  in cui aveva polemizzato con le dottrine degli economisti,
    considerava tuttavia la posizione del lavoratore russo solo dal  punto
    di  vista  del  capitale,  del  salario e della rendita.  Bench fosse
    costretto  a  riconoscere  che  nella  maggior  parte   della   Russia
    orientale,  la  pi  grande,  la  rendita  era ancora nulla,  e che il
    salario per i nove decimi della popolazione russa,  vale  a  dire  per
    novanta milioni di individui,  serviva soltanto a non morir di fame, e
    che il capitale non esisteva che sotto la forma  degli  strumenti  pi
    primitivi,  tuttavia  Metrv esaminava soltanto da tale punto di vista
    ogni lavoratore,  anche se in molte cose non  era  d'accordo  con  gli
    economisti  e  aveva  una  sua  nuova  teoria sul salario,  teoria che
    appunto espose a Levin.
    Levin ascoltava malvolentieri.  Sulle prime  fece  qualche  obiezione,
    perch  voleva  interrompere  Metrv  per esporre la propria idea che,
    secondo lui, avrebbe reso superflua la discussione.  Ma poi,  persuaso
    che  essi consideravano l'argomento in modo cos diverso,  per cui non
    si sarebbero mai capiti,  non fece pi obiezione alcuna e si limit ad
    ascoltare.  Bench  non provasse pi alcun interesse per quanto diceva
    Metrv, tuttavia provava, nell'ascoltarlo, una certa curiosit. Il suo
    amor proprio era lusingato dal fatto  che  una  persona  erudita  come
    Metrv  gli  esponesse  cos  volentieri i propri pensieri,  con tanta
    fiducia nella conoscenza della materia da  parte  sua  che  talora  si
    accontentava  di  un  solo accenno per indicare tutto un aspetto della
    questione.  Levin attribuiva questo fatto al  proprio  valore,  perch
    ignorava che Metrv,  dopo aver gi parlato di quel soggetto con tutti
    i suoi intimi,  esponeva molto volentieri quell'argomento a ogni nuova
    persona che incontrava e,  in genere, gli piaceva parlare con tutti di
    quel tema che lo interessava e che non era ancor ben chiaro neppure  a
    lui.
    -  Temo,  per,  che arriveremo in ritardo - disse Katavasov guardando
    l'orologio, non appena Metrv ebbe finito la sua esposizione.
    - Gi,  oggi c' seduta  alla  Societ  degli  Amatori,  per  via  del
    giubileo  in  onore  dei cinquant'anni di Svintic' - rispose Katavasov
    alle domande di Levin.  - Ptr Ivanyc'  e  io  avevamo  intenzione  di
    andarci. Ho promesso una conferenza su alcuni suoi lavori di zoologia.
    Venite con noi: sar molto interessante.
    - S,  effettivamente  ora - osserv Metrv.  - Andiamo insieme e poi
    di l passeremo a casa  mia,  se  vi  fa  piacere.  Desidererei  molto
    sentire qualcosa del vostro lavoro.
    - Oh, non  ancora che un abbozzo! Ma alla seduta vengo volentieri.
    -  Avete  sentito,  mio  caro?  Vi  ha dato il suo parere particolare-
    disse Katavasov mentre, nella stanza attigua, si metteva il frac.
    E  cominci  una  conversazione  sulla  questione  universitaria,  che
    quell'inverno  aveva  interessato tutta Mosca.  Tre vecchi professori,
    nel Consiglio, non avevano accettato un parere dei giovani: i giovani,
    allora, avevano presentato un parere a parte. Secondo lui, si trattava
    di una cosa spaventevole, mentre,  a giudizio di altri,  era il parere
    pi semplice e pi giusto. Perci il clan dei professori si era diviso
    in due partiti.
    Taluni, tra i quali si trovava Katavasov, vedevano nella parte avversa
    l'inganno e la turpe delazione;  altri vi vedevano una fanciullaggine,
    una  mancanza  di  rispetto  verso  l'autorit.   Levin,   bench  non
    appartenesse all'universit, aveva sentito parlare e parlato parecchie
    volte,  da  quando era a Mosca,  di tale questione,  e si era fatta in
    proposito  un'opinione  sua   propria.   Prese   quindi   parte   alla
    conversazione,  che continu anche per strada,  sino a che tutti e tre
    non giunsero davanti all'edificio della vecchia universit.
    La seduta era gi iniziata. Attorno al tavolo coperto da un panno,  al
    quale  si sedettero Katavasov e Metrv,  stavano gi sei persone e una
    di esse,  china sopra un manoscritto,  stava leggendo qualcosa.  Levin
    prese  posto su una sedia che stava vicino al tavolo e,  a bassa voce,
    domand a uno studente,  seduto accanto a  lui,  che  cosa  si  stesse
    leggendo. Lo studente, dopo aver squadrato Levin con aria malcontenta,
    rispose:
    - La biografia.
    Bench  Levin  non  provasse  alcun  interesse  per la biografia dello
    scienziato,  involontariamente ascolt e venne a  sapere  qualcosa  di
    nuovo e di interessante sulla vita dell'illustre dotto.
    Quando il lettore ebbe finito,  il presidente lo ringrazi;  poi lesse
    alcuni versi del poeta Ment,  mandatigli  per  quel  giubileo,  nonch
    alcune parole di ringraziamento al poeta. Infine Katavasov, con la sua
    voce  sonora e possente,  lesse una memoria sui lavori scientifici del
    celebrato.
    Quando ebbe terminato, Levin guard l'orologio: era gi passata la una
    e cap che non avrebbe fatto in tempo a leggere a Metrv il suo lavoro
    prima del concerto, cosa che, del resto,  non desiderava pi.  Durante
    la  seduta  aveva ripensato alla conversazione avuta in precedenza,  e
    ora gli era chiaro che,  sebbene forse  le  idee  di  Metrv  avessero
    importanza,  ne avevano anche le sue; queste idee potevano chiarirsi e
    portare a qualche risultato se ciascuno avesse lavorato separatamente,
    procedendo sulla via che si era scelta,  mentre dallo scambio di  esse
    nulla  poteva venir fuori.  E,  deciso a rifiutare l'invito di Metrv,
    Levin alla fine della seduta gli si avvicin.  Metrv lo  present  al
    presidente,  con il quale discorreva delle ultime novit politiche. In
    quel momento stava raccontando al presidente le stesse cose che  aveva
    raccontato  a Levin,  e Levin fece le stesse obiezioni del mattino ma,
    per variare un po',  espresse anche una nuova  opinione  che  gli  era
    venuta  in  mente  in  quel  momento.  Dopo  di  che,  ebbe inizio una
    conversazione sulla questione universitaria,  e siccome Levin  l'aveva
    gi  sentita,  si  affrett  a dire a Metrv che gli dispiaceva di non
    potere accettare il suo invito,  e se ne and dirigendosi alla casa di
    L'vov.


    CAPITOLO 4.

    L'vov,  sposato con Natlija,  sorella di Kitty, aveva trascorso tutta
    la vita nelle capitali e all'estero,  dove era stato educato,  e aveva
    prestato servizio in diplomazia.
    L'anno  prima,  lasciato  il  servizio diplomatico (non gi a causa di
    qualche contrariet,  poich nella sua vita non aveva mai avuto noie o
    guai con nessuno), era passato a quello del Ministero di Corte a Mosca
    per poter meglio occuparsi dell'educazione dei suoi due figlioli.
    Nonostante  il  forte  contrasto di abitudini e di opinioni,  e bench
    L'vov fosse  pi  anziano  di  Levin,  quell'inverno  si  erano  molto
    affiatati ed erano diventati amici.
    L'vov  era  in  casa  e  Levin  entr  da  lui,  senza  neppure  farsi
    annunziare. In giacca da camera,  stretta alla vita da una cintura con
    le  scarpe scamosciate,  L'vov,  seduto in poltrona,  leggeva,  con un
    "pince-nez" dalle lenti azzurre, un libro posato su un leggio, tenendo
    un po' discosto, con la sua bella mano,  un sigaro fumato a met,  con
    la cenere ancora aderente.  Il suo bel volto,  fine e ancor giovanile,
    al quale i  capelli  d'argento  ondulati  e  scintillanti  davano  una
    maggior distinzione, si rischiar di un sorriso alla vista di Levin.
    -  Benissimo!  Volevo  proprio  mandarvi  a chiamare.  Come sta Kitty?
    Sedete qui,  mettetevi comodo...  - Si alz e  avvicin  una  sedia  a
    dondolo.  -  Avete  letto  l'ultima  circolare  nel  "Journal de Saint
    Ptersbourg"? (195).  Io trovo che va benissimo - disse con un leggero
    accento francese.
    Levin  raccont  quello  che aveva sentito da Katavasov a proposito di
    quanto si diceva a  Pietroburgo  e,  dopo  aver  discusso  un  po'  di
    politica,  gli  disse della conoscenza fatta con Metrv e della seduta
    cui aveva partecipato. L'vov se ne interessava assai.
    - Vi invidio queste conoscenze nel mondo scientifico,  che    davvero
    interessante  -  disse.  E,  abbandonandosi,  come  al solito,  al suo
    eloquio,  pass subito al francese,  che gli era pi comodo: - E' vero
    che  io non ne ho il tempo.  Il servizio e l'educazione dei ragazzi mi
    occupano  molto,  e  poi,  non  mi  vergogno  a  confessarlo,  la  mia
    istruzione  insufficiente.
    -  Questo  non  lo  credo - rispose Levin con un sorriso,  come sempre
    intenerendosi per l'opinione cos  poco  lusinghiera  che  il  cognato
    aveva  espressa  di  s  (e  che  non  era  una posa o il desiderio di
    apparire modesto) con assoluta franchezza.
    - E come no?  Soltanto adesso mi rendo conto di  quanto  io  sia  poco
    istruito.  Per seguire i ragazzi nei loro studi devo spesso,  non solo
    rinfrescare molte cose nella memoria, ma addirittura studiarle; poich
    non basta che ci siano dei professori,  ci vuole  anche  qualcuno  che
    sorvegli;    come  nella  vostra  azienda: occorrono i lavoranti e un
    sorvegliante. Ecco, ora sto leggendo questo...
    E indic la grammatica del Buslaev (196), posata sul leggio.
    - Domandano queste cose a  Miscia,  e  sono  cos  difficili...  Anzi,
    spiegatemi una cosa: qui dice...
    Levin  volle  spiegare  che  l non c'era nulla da capire,  ma solo da
    imparare a memoria, ma L'vov non era d'accordo con lui.
    - Gi, adesso voi ridete di me!
    - Al contrario.  Non potete  immaginare  come,  guardando  voi,  pensi
    sempre a quello che mi aspetta,  cio l'educazione dei figli, e quanto
    cerchi di imparare...
    - Oh, da me c' poco da imparare! - disse L'vov.
    - Io so soltanto una cosa - rispose Levin - ed  che non ho mai  visto
    ragazzi  pi  bene  educati  dei  vostri  e  che non ne desidererei di
    migliori.
    Evidentemente L'vov avrebbe voluto dissimulare la  propria  gioia,  ma
    non pot trattenere un sorriso che gli illumin il volto.
    -  Basta  che  siano migliori di me: ecco tutto ci che desidero.  Non
    potete immaginare quanta fatica si deve fare con dei ragazzi che, come
    i miei, sono stati trascurati a causa della vita all'estero.
    - Oh,  riguadagnerete il tempo perduto!  Sono  ragazzi  cos  bravi...
    L'essenziale    l'educazione morale: ecco che cosa imparo guardando i
    vostri figli.
    - Voi parlate di educazione morale;  non ci si pu  immaginare  quanto
    sia difficile. Avete appena vinto una difficolt da una parte, ed ecco
    che da un'altra ve ne appaiono delle nuove,  e si ricomincia la lotta!
    Senza l'appoggio  della  religione  (vi  ricorderete  che  ne  abbiamo
    parlato),  senza questo aiuto,  nessun padre sarebbe in grado,  con le
    sue sole forze, di educare i propri figli.
    Questo discorso,  che interessava sempre Levin,  fu  interrotto  dalla
    bella Natlija Aleksndrovna, che entr gi vestita per uscire.
    -  Non  sapevo  che  voi  foste  qui!  -  ella  disse,  non  solo  non
    rimpiangendo,    ma   rallegrandosi   di   aver   interrotto    quella
    conversazione,  conosciuta  da tempo e che le era venuta a noia.  Come
    sta Kitty?  Questa sera sono a pranzo da voi.  Senti,  Arsenij-  e  si
    rivolse al marito - tu prendi la carrozza...
    E  marito  e moglie iniziarono a discutere su come avrebbero trascorso
    la giornata.  Il marito doveva vedere qualcuno per motivi di servizio,
    mentre  la moglie doveva recarsi a un concerto e a una seduta pubblica
    del Comitato;  occorreva  quindi  un  po'  di  tempo  per  decidere  e
    sistemare molte cose. Levin, come persona di famiglia, doveva prendere
    parte  alla  sistemazione.  Finalmente  fu stabilito che Levin sarebbe
    andato con Natlija al concerto e alla riunione,  che di l  avrebbero
    mandato la carrozza in ufficio da Arsenij, il quale sarebbe poi andato
    a  prendere  la  moglie per condurla da Kitty;  oppure,  se non avesse
    finito il suo lavoro avrebbe rimandato la carrozza e, con lei, sarebbe
    andato Levin.
    - Lo vedi?  Levin mi sta guastando - disse L'vov  alla  moglie.  -  Mi
    assicura che i nostri figli sono ottimi, mentre io vedo che in essi ci
    sono molte manchevolezze.
    -  Arsenij  esagera - obiett la moglie.  - Quando si vuole cercare la
    perfezione, si resta sempre insoddisfatti.  Ha ragione il babbo quando
    dice che per noi era l'estremo opposto: noi ci tenevano nei mezzanini,
    e  i  genitori  vivevano  al  piano  nobile;  adesso  il contrario: i
    genitori nel ripostiglio e i figli al primo piano...  Per  i  genitori
    non c' pi nulla: tutto per i figli!
    - E che importa, se  meglio cos? - disse L'vov sorridendo con il suo
    bel  sorriso  e  accarezzandole  un  braccio.  -  Chi  non ti conosce,
    penserebbe che tu non sia mamma, ma matrigna...
    - No,  gli eccessi non vanno mai bene  -  disse  con  calma  Natlija,
    riponendo al suo posto sul tavolo il tagliacarte di lui.
    - Su, ecco, venite qui, bambini perfetti! - disse L'vov ai bei ragazzi
    che entravano e che,  era evidente,  desideravano chiedere qualcosa al
    padre.
    Levin avrebbe voluto parlare un poco  con  loro,  ascoltare  che  cosa
    venivano a dire al padre, ma Natlija prese a chiacchierare con lui e,
    a  questo  punto,  entr  nella  stanza un collega d'ufficio di L'vov,
    Machotin,  in uniforme di  Corte,  che  doveva  andare  con  L'vov  ad
    accogliere  il personaggio di cui si era detto.  Subito egli si mise a
    parlare dell'Erzegovina,  della principessa Korsnskaja,  della Duma e
    della morte improvvisa della signora Aprksina.
    Levin  dimentic totalmente il motivo per cui era venuto da L'vov,  se
    ne ricord mentre erano gi in anticamera.
    - Ah,  Kitty mi aveva pregato di parlare un po' con voi di Oblonskij -
    disse  quando L'vov si ferm sulla scala,  dopo aver accompagnato alla
    porta lui e la moglie.
    - S,  "maman" vorrebbe che noi,  suoi cognati,  facessimo  una  bella
    paternale  a Stiva - disse arrossendo e sorridendo.  - Ma che possiamo
    fare? Che posso fare, proprio io?
    - Me ne incaricher io - assicur,  sorridendo,  la L'vova che,  nella
    sua  bianca  pelliccia,  aspettava che finissero di parlare.-  Suvvia,
    andiamo!


    CAPITOLO 5.

    Al concerto del mattino venivano eseguite due cose molto interessanti:
    una era la fantasia "Re Lear  nella  steppa"  (197),  l'altro  era  un
    quartetto  dedicato  alla  memoria  di Bach.  I due pezzi erano nuovi,
    espressione della nuova tendenza,  e Levin desiderava farsene un'idea.
    Dopo avere accompagnato la cognata alla sua poltrona, si mise in piedi
    vicino  a una colonna,  deciso di ascoltare il concerto con la massima
    attenzione.  Cercava di  non  distrarsi  e  di  non  guastare  le  sue
    impressioni   osservando  il  gesticolare  delle  mani  del  direttore
    d'orchestra in cravatta bianca,  che sempre turba tanto sgradevolmente
    l'attenzione,  n  le  signore  con in testa enormi cappelli che,  per
    recarsi al concerto,  si erano  coperte  le  orecchie  con  nastri,  e
    nemmeno  tutte  quelle  persone  che,  o non erano occupate in nulla o
    occupate in tutt'altra cosa che la musica.
    Cercava  di  evitare  l'incontro  con  gli   intenditori   e   con   i
    chiacchieroni e ritto, a occhi bassi, ascoltava.
    Ma,  quanto  pi  ascoltava  la  fantasia del "Re Lear",  tanto pi si
    rendeva conto dell'impossibilit di farsene una chiara opinione. Senza
    posa,  l'espressione  musicale,   al  momento  di  concentrarsi  e  di
    svilupparsi,  si  disperdeva,  frantumandosi  in  suoni  slegati e che
    avevano sempre l'aria di un principio,  uniti soltanto  dal  capriccio
    del  compositore.  E questi stessi frammenti di frasi,  talvolta buoni
    apparivano  sgradevoli,  perch  assolutamente  inattesi  e  da  nulla
    preparati. L'allegria, la tristezza, la disperazione, la tenerezza, il
    trionfo,  insorgevano all'improvviso, incoerenti, come i sentimenti di
    un pazzo  e,  proprio  come  avviene  in  un  pazzo,  inaspettatamente
    scomparivano.
    Durante tutto il tempo dell'esecuzione,  Levin prov la sensazione che
    deve provare un sordo che guarda delle persone che ballano. Quando, in
    modo brusco,  il pezzo termin,  Levin  era  in  preda  a  una  grande
    perplessit  e  provava  un'enorme  stanchezza  causata  dall'intensa,
    faticosa tensione spirituale, da nulla ricompensata. Tutti si alzarono
    e presero a camminare e a parlare;  desideroso di chiarire le  proprie
    perplessit  in base alle impressioni degli altri,  Levin si mise alla
    ricerca di qualche intenditore,  e fu contento nello scorgere uno  dei
    pi  noti  critici in conversazione con una persona di sua conoscenza,
    Pescv.
    - Straordinario!  - diceva Pescv  con  voce  grave.  -  Buon  giorno,
    Konstantn  Dmitric'.  Il  passaggio  pi  ricco  di  colore,  il  pi
    scultoreo, direi,   quello in cui si sente l'avvicinarsi di Cordelia,
    dove  la  donna,  "dans ewing Weibliche" (198),  entra in lotta con il
    destino. Non vi pare?
    - Ma che c'entra Cordelia?  -  chiese  timidamente  Levin,  che  aveva
    dimenticato che la fantasia musicale era sul "Re Lear nella steppa".
    - Appare Cordelia...  ecco!  - disse Pescv, picchiettando con le dita
    sul programma di carta patinata che aveva in mano, porgendolo a Levin.
    Soltanto allora Levin  si  ricord  il  titolo  della  fantasia  e  si
    affrett  a  leggere  nella  traduzione  russa  i versi di Shakespeare
    stampati sul retro del programma.
    - Senza testo non  possibile seguire - disse  Pescv  rivolgendosi  a
    Levin poich,  essendosene andato il suo interlocutore,  non aveva pi
    nessuno con cui parlare.
    Durante l'intervallo, tra Levin e Pescv,  si intavol una discussione
    sui  pregi e difetti della corrente musicale wagneriana.  Levin voleva
    dimostrare che il torto di Wagner (199) e  di  tutti  i  suoi  seguaci
    stava  nel voler portare la musica nel campo di un'altra arte,  errore
    che commette anche la poesia quando descrive i  lineamenti  dei  visi,
    cosa  che  spetta alla pittura.  E,  come esempio di un simile errore,
    cit il caso dello scultore (200) che aveva pensato di intagliare  nel
    marmo  le  ombre  delle  immagini  poetiche  ergentesi sul piedistallo
    attorno al monumento del poeta Puskin.
    - Queste ombre sono cos poco ombre che si appoggiano  persino  a  una
    scala - disse Levin.
    Quella  frase gli piaceva,  ma non ricordava se l'avesse gi detta,  e
    detta proprio a Pescv,  tanto che,  non  appena  l'ebbe  pronunziata,
    rimase imbarazzato e confuso.
    Pescv,  dal  canto  suo,  dimostrava  che  l'arte    una  e  che pu
    raggiungere le sue pi alte manifestazioni soltanto con  l'unione  dei
    vari suoi generi.
    Levin non pot ascoltare la seconda parte del concerto. Pescv, che si
    era fermato accanto a lui,  parl per quasi tutto il tempo, criticando
    quel brano che trovava troppo semplice,  di una  semplicit  voluta  e
    sdolcinata,  e  paragonandola  alla  semplicit  dei preraffaelliti in
    pittura.
    All'uscita, Levin incontr molti altri conoscenti con i quali parl di
    politica,  di musica,  di amici comuni;  tra gli altri si imbatt  nel
    conte  Bol':  soltanto  allora  si  ricord della visita che Kitty gli
    aveva tanto raccomandato di fare.
    - Su,  allora andateci adesso - gli consigli la  L'vova,  alla  quale
    aveva riferito la cosa.  - Pu darsi che non vi ricevano: in tal caso,
    venite a cercarmi alla seduta e mi ci troverete ancora.


    CAPITOLO 6.

    - Forse non ricevono?  -  chiese  Levin  entrando  nel  vestibolo  del
    palazzo.
    - Ricevono, favorite! - rispose il portiere togliendogli risolutamente
    la pelliccia.
    Che  seccatura!,  pens  Levin sfilandosi con un sospiro un guanto e
    dando una lisciatina al cappello.  Ma perch ci vado?  Che cosa ho da
    dire?.
    Attraversando  il  primo  salotto,  Levin  incontr  sulla  soglia  la
    contessa Bol' che, con un viso preoccupato e severo, dava non so quale
    ordine a un servitore.  Alla vista di Levin,  sorrise e  lo  invit  a
    passare nell'attiguo salottino, dal quale giungeva un brusio di voci e
    dove  stavano le due figlie della contessa,  sedute in poltrona,  e un
    colonnello di Mosca che Levin conosceva.
    Si avvicin,  salut e prese posto sul  divano,  tenendo  il  cappello
    sulle ginocchia.
    - Come va la salute di vostra moglie? Siete stato al concerto? Noi non
    abbiamo potuto andare, perch la mamma ha dovuto assistere a una messa
    funebre.
    - S, ho sentito... che morte improvvisa! - disse Levin.
    Venne la contessa,  si sedette sul divano ed ella pure domand notizie
    di Kitty e del concerto.
    Levin rispose e riprese l'argomento della morte fulminea della signora
    Aprksina.
    - Del resto,  sempre stata di salute assai cagionevole.
    - Siete andato all'opera, ieri?
    - S.
    - La Lucca (201)  stata brava?
    -  Bravissima  -  disse  Levin  e,   siccome  gli  era   completamente
    indifferente  quello  che avrebbero potuto pensare di lui,  ripet ci
    che aveva sentito dire mille volte  sulla  particolare  bravura  della
    cantante.  La contessa Bol' fingeva di ascoltare, poi quando egli ebbe
    parlato  abbastanza  e  tacque,  cominci  a  parlare  il  colonnello,
    silenzioso  sino  a  quel  momento.  Presa  la  parola,  espose la sua
    opinione sull'opera e sull'illuminazione,  poi,  dopo avere  accennato
    alla  folle  giornata  che si stava organizzando in casa dei Tjurin,
    sorrise,  si alz con fracasso e and via.  Si alz  anche  Levin  ma,
    dalla faccia della contessa, cap che per lui non era ancora giunto il
    momento  di  andarsene  e che bisognava rimanere qualche altro minuto.
    Torn a sedersi e,  poich non faceva che pensare alla stupidit della
    cosa, non trovava nulla da dire e stava zitto.
    - Non andate alla riunione pubblica? Dicono che sia molto interessante
    - cominci la contessa.
    -  No,  ho promesso a mia cognata di andare solo a prenderla - rispose
    Levin.
    Di nuovo  cadde  il  silenzio.  La  madre  e  le  figlie  tornarono  a
    scambiarsi un'occhiata.
    Mi pare che adesso sia ora,  si disse Levin,  e si alz.  Le signore
    gli strinsero la mano e lo pregarono di portare i loro cordiali saluti
    a Kitty.
    Il portiere, porgendogli la pelliccia, gli chiese:
    - Dove abita il signore?  - e scrisse il nome e l'indirizzo  di  Levin
    sopra un grosso libro ben rilegato.
    A me, naturalmente, non importa proprio niente, ma trovo comunque che
    sia una cosa stupida e vergognosa,  pens Levin consolandosi all'idea
    che tutti fanno altrettanto e,  uscito che fu si  rec  alla  pubblica
    riunione  del  Comitato,  dove doveva trovare la cognata per tornare a
    casa con lei.
    Alla seduta pubblica c'era molta gente e quasi tutti  i  soci.  Quando
    Levin arriv,  si discuteva ancora sul rendiconto che, dicevano tutti,
    era molto interessante.  Finita la lettura del rendiconto,  i soci  si
    riunirono  in gruppi,  e Levin incontr Svijazskij,  che lo invit per
    quella sera alla Societ di agricoltura,  dove  si  sarebbe  letto  un
    celebre rapporto; incontr pure Stepn Arkadyc', appena arrivato dalle
    corse,  e  parecchi altri conoscenti.  Levin parlava e stava a sentire
    gli svariati giudizi sulla seduta,  su una  nuova  commedia  e  su  un
    processo. Ma, probabilmente a causa della stanchezza, che cominciava a
    farsi sentire,  parlando del processo disse una sciocchezza che spesse
    volte,  in seguito,  dovette ricordare con stizza.  A proposito  della
    punizione a uno straniero,  processato in Russia,  e del fatto che non
    sarebbe stato giusto punirlo con l'espulsione,  Levin ripet  ci  che
    aveva  sentito  dire  il  giorno  prima da un conoscente,  durante una
    conversazione.
    - Io penso che espellere uno straniero dalla Russia sia la stessa cosa
    che punire un luccio lasciandolo andare nell'acqua disse Levin.
    Soltanto dopo si ricord che quella frase - che  egli  aveva  lanciata
    come  sua  e  che  invece  aveva  sentita  dire  da  un  conoscente  -
    apparteneva a una favola di Krylv (202) e che il suo conoscente aveva
    letta in un giornale.
    Dopo essere andato a casa con la cognata e aver trovato Kitty  allegra
    e in ottime condizioni, Levin si rec al circolo.


    CAPITOLO 7.

    Levin  arriv al circolo proprio all'ora giusta.  Contemporaneamente a
    lui entravano invitati e  soci.  Levin  non  aveva  rimesso  piede  al
    circolo   da  quando,   terminata  l'universit,   viveva  a  Mosca  e
    frequentava la societ.  Ricordava il club,  certi particolari esterni
    della  sua disposizione,  ma aveva del tutto dimenticato l'impressione
    che vi provava un tempo.  Quando per fu entrato nell'ampio cortile  a
    semicerchio  e,  sceso  dalla  vettura  di  piazza,  mise  piede sulla
    scalinata d'ingresso  e  un  portiere  gallonato,  inchinandosi,  apr
    davanti  a lui senza rumore la porta;  quando vide nella portineria le
    calosce e le pellicce dei soci e ud la misteriosa  scampanellata  che
    annunziava il suo arrivo;  quando,  salendo la scalinata coperta da un
    tappeto,  scorse la statua che si ergeva sul pianerottolo,  e un terzo
    portiere,  che  egli  conosceva e che gli parve assai invecchiato,  il
    quale, dopo aver esaminato l'ospite,  gli apr la porta,  senza fretta
    ma  senza indugio,  Levin si sent ripreso da quell'ambiente e ritrov
    le impressioni di una volta, impressioni riposanti,  di benessere e di
    decoro.
    -  Favorite  il  cappello  -  disse  il  portiere  a Levin,  che aveva
    dimenticato  la  regola  del  circolo  di  lasciare  il  cappello   in
    portineria.  -  E'  un  pezzo che non vi si vedeva.  Il principe vi ha
    iscritto ieri. Il principe Stepn Scerbackij non  ancora venuto.
    Il portiere, non soltanto conosceva Levin, ma anche i suoi parenti e i
    suoi amici, e aveva subito ricordato le persone a lui pi vicine.
    Attraversata che ebbe la prima sala,  nella quale un  paravento  teso,
    sul lato destro, formava una stanzetta in cui, seduto sopra una panca,
    stava  il  venditore di frutta,  e sorpassato un vecchio che camminava
    troppo lentamente,  Levin entr nella sala da pranzo,  piena di  gente
    che faceva un gran baccano.
    Pass  lungo  le  tavole,  gi  quasi  tutte occupate,  osservando gli
    ospiti,  e tra questi incontr,  ora  qua,  ora  l,  le  persone  pi
    disparate, vecchie e giovani, gente appena conosciuta o amici di lunga
    data.  Non  si  scorgeva  un viso scontento o preoccupato,  pareva che
    tutti avessero lasciato in portineria, con i cappelli, le loro ansie e
    le loro inquietudini per accingersi,  senza fretta,  a godere  i  beni
    materiali della vita.  C'erano Svijazskij, Scerbackij, Nevedovskij, il
    vecchio principe, Vronskij, Sergj Ivnovic'.
    - Come mai cos tardi? - disse il principe sorridendo e tendendogli la
    mano  al  di  sopra  della  spalla.   -  Come  sta  Kitty?   soggiunse
    accomodandosi  il  tovagliolo  che teneva infilato in un occhiello del
    panciotto.
    - Niente di nuovo: sta bene. Cenano tutt'e tre da noi.
    - Ah, ah! le Aline-Nadine! Bene... Qui non c' posto,  ma va' a quella
    tavola  e  occupa  presto  un posto - disse il principe e,  voltatosi,
    prese con precauzione il piatto di zuppa di pesce.
    - Levin, vieni qui! - grid un po' pi in l una simpatica, amichevole
    voce. Era Turovcyn, seduto accanto a un giovane ufficiale e, accanto a
    loro,  c'erano alcuni posti riservati.  Levin si avvicin  con  gioia.
    Aveva  sempre  avuto  molta  simpatia per Turovcyn,  dato che a lui si
    associava il ricordo della sua dichiarazione a Kitty,  e quel  giorno,
    dopo  tutte  le  conversazioni  esasperatamente intelligenti che aveva
    udite, l'aria bonaria di Turovcyn gli era particolarmente gradita.
    - Questi posti sono per voi e per Oblonskij.  Credo che sar  qui  tra
    poco.
    L'ufficiale  dallo  sguardo  sorridente,  che  stava impettito al loro
    fianco, era il pietroburghese Gagin. Turovcyn fece le presentazioni.
    - Oblonskij  sempre in ritardo!
    - Ah, eccolo che arriva...
    - Sei venuto adesso?  - chiese Oblonskij avvicinandosi  rapidamente  a
    Levin. - Salve! Hai gi bevuto la vodka? No? Andiamo, allora...
    Levin si alz ed entrambi si avvicinarono a una grande tavola, coperta
    dei  pi svariati antipasti e di acquavite.  Era naturale pensare che,
    tra quella ventina di antipasti,  ciascuno dovesse trovar ci che  pi
    gradiva,  ma  Stepn  Arkadyc'  chiese  un'altra  cosa,  che gli venne
    immediatamente servita  da  uno  degli  uomini  addetti  alla  tavola.
    Bevettero un bicchierino ciascuno e tornarono dagli amici.
    Mentre  ancora  stavano  mangiando la zuppa di pesce,  venne portata a
    Gagin una bottiglia di "champagne",  ed egli ne riemp quattro  coppe.
    Levin lo accett volentieri e ne chiese un'altra bottiglia: aveva fame
    e  mangiava  e  beveva  con  grande piacere e,  con piacere ancora pi
    grande, prendeva parte agli allegri e semplici discorsi degli amici.
    Abbassando  la  voce,   Gagin  raccont  il   pi   recente   aneddoto
    pietroburghese che, per quanto sconveniente e sciocco, era tanto buffo
    che  Levin scoppi a ridere talmente forte che i vicini si voltarono a
    guardarlo.
    - E' dello stesso tipo  di  quello  che  dice:  E'  proprio  ci  che
    detesto....  Lo conosci? - domand Stepn Arkadyc'. - E' delizioso...
    Servi ancora una bottiglia - ordin al lacch,  e si mise a raccontare
    l'aneddoto.
    -  Offre Ptr Ilic' Vinovskij - disse un vecchio servo,  interrompendo
    Stepn Arkadyc'; portava due coppe finissime, colme di "champagne",  e
    le porse a lui e a Levin.
    Stepn  Arkadyc'  prese la coppa e,  scambiata un'occhiata con un uomo
    baffuto, calvo e rosso, che gli faceva un cenno, sorrise.
    - Chi ? - domand Levin.
    - L'hai gi incontrato una volta in casa mia: non  ti  ricordi?  E  un
    bravo ragazzo.
    Levin  fece  quello  che  aveva  fatto  Stepn  Arkadyc'  e  prese  il
    bicchiere.
    La barzelletta di Stepn  Arkadyc'  suscit  anch'essa  l'ilarit  dei
    presenti; a sua volta, Levin ne raccont una che piacque assai. Poi si
    venne a parlare di cavalli, delle corse della giornata, di Atlante, il
    cavallo di Vronskij, che aveva vinto il gran premio.
    Levin non si accorse che il pranzo era finito e che il tempo passava.
    - Ah,  eccolo qui! - esclam Stepn Arkadyc' piegandosi al di l della
    spalliera e tendendo la mano a Vronskij,  che veniva verso di  lui  in
    compagnia  di  un  alto  colonnello della Guardia.  Anche sul volto di
    Vronskij risplendeva la generale allegria  che  regnava  nel  circolo.
    Egli  si appoggi alla spalla di Stepn Arkadyc',  gli mormor qualche
    cosa e con lo stesso, gaio sorriso, tese la mano a Levin.
    - Lietissimo di incontrarvi - gli disse.   - Vi  ho  cercato  dopo  le
    elezioni, ma mi dissero che eravate gi partito...
    - S,  sono partito lo stesso giorno.  Si parla proprio ora del vostro
    cavallo. Mi congratulo con voi - disse Levin. - E' un bel trottatore.
    - Mi pare che anche voi alleviate cavalli da corsa, o sbaglio?
    - Mio padre aveva una scuderia e un po' me ne intendo anch'io.
    - Dove hai pranzato? - chiese Stepn Arkadyc'.
    - Alla seconda tavola, dietro le colonne.
    - Lo abbiamo  festeggiato!  -  aggiunse  l'aitante  colonnello.  -  Il
    secondo premio imperiale!  Se fossi io cos fortunato alle carte com'
    lui con i cavalli!  A proposito,  non perdiamo del tempo prezioso:  io
    vado  nella  sala  da gioco - disse il colonnello e si allontan dalla
    tavola.
    - E' Jasvin - rispose Vronskij a Turovcyn e si sedette  su  una  sedia
    rimasta  libera.  Dopo  aver  bevuto la coppa che gli avevano offerta,
    ordin una bottiglia.  Fosse  l'influsso  dell'ambiente  del  circolo,
    fosse  l'effetto  del  vino  bevuto,  Levin  si  mise a discorrere con
    Vronskij delle migliori razze di cavalli,  e si sent  particolarmente
    contento  di non provare pi alcun senso di ostilit verso quell'uomo.
    Gli disse,  tra l'altro,  che  aveva  saputo  dalla  moglie  del  loro
    incontro in casa della principessa Mrija Borsovna.
    -  Ah,  quella  principessa  una donna incantevole!  - esclam Stepn
    Arkadyc' e raccont su di lei  un  aneddoto  che  fece  ridere  tutti,
    specialmente Vronskij,  il quale rideva con tanta bonomia che Levin si
    sent completamente riconciliato con lui.
    - Be', avete finito? - disse Stepn Arkadyc' alzandosi e sorridendo. -
    E, allora, andiamo!


    CAPITOLO 8.

    Alzatosi da tavola, Levin prov nel camminare e nel muovere le braccia
    una particolare sensazione  di  leggerezza,  e  si  avvi  con  Gagin,
    attraverso  le  alte stanze,  verso il biliardo.  Passando nel salone,
    s'imbatt nel suocero.
    - Ebbene,  che ne dici del  nostro  tempio  dell'ozio?  -  domand  il
    principe prendendolo sottobraccio. - Facciamo un giretto...
    - Proprio quello che desideravo. E' interessante guardare...
    -  S,  per  te  interessante.  Ma il mio interesse  ben diverso dal
    tuo.  Vedi quel vecchio?  -  disse il principe indicando un membro del
    circolo,  curvo,  con il labbro sporgente, che moveva a stento i piedi
    calzati da morbidi stivali.  - Non si direbbe che sia nato  cos,  che
    sia nato "sljupik"? (203).
    - Che significa "sljupik"?
    -  Ecco,  neanche  tu  ne  conosci  il significato.  E' una parola del
    circolo. Lo sai, no, che quando si fanno rotolare le uova per passarle
    dall'uno all'altro, esse diventano "sljpiki"?  (204).  Cos succede a
    noi: a furia di frequentare il circolo diventi "sljupik".  Tu ridi, ma
    noi gi pensiamo a quando saremo diventati  "sljpiki"...  Conosci  il
    principe  Cecenskij?  -  domand,  e  Levin  cap  dal suo viso che si
    accingeva a raccontargli qualcosa di buffo.
    - No, non lo conosco.
    - Ma come?  Il principe Cecenskij  una persona notissima,  ma  questo
    non ha importanza. Viene sempre qui a giocare al biliardo. Tre anni fa
    non era ancora "sljupik" e faceva il gradasso chiamando "sljpiki" gli
    altri.  Ma  ecco che un bel giorno arriva e domanda al nostro portiere
    Vasilij,  quello  bruno,  grosso,   un  bello  spirito...   che  certo
    conosci...  Allora, Vasilij, chi  venuto? E "sljupiki" ce ne sono?.
    E quello gli risponde: Voi siete il terzo...!. S, mio caro, proprio
    cos.
    Parlando e salutando gli amici in  cui  si  imbattevano,  Levin  e  il
    principe  attraversarono tutte le sale: quella grande,  dove le tavole
    erano gi pronte per il gioco;  quella dei divani,  dove si giocava  a
    scacchi  e  dove  trovarono  Sergj  Ivnovic'  in  conversazione  con
    qualcuno; quella del biliardo dove, in un angolo presso un divano,  si
    era  formato  un  allegro gruppo,  del quale faceva parte anche Gagin;
    diedero un'occhiata nella sala da gioco: l,  vicino a un  tavolo,  al
    quale stava seduto Jasvin,  si assiepavano gli scommettitori. Cercando
    di non far rumore, entrarono nella penombra della sala di lettura,  in
    cui sotto le lampade con i paralumi,  sedevano un giovanotto dall'aria
    stizzita, che afferrava una rivista dopo l'altra, e un generale calvo,
    sprofondato nella lettura.  Entrarono anche nella sala che il principe
    definiva   degli   intellettuali,   dove   tre  signori  discutevano
    animatamente sulle ultime novit politiche.
    - Principe,  venite:  tutto pronto - disse uno dei suoi  compagni  di
    gioco,  vedendolo.  Il principe lasci Levin. Questi prese una sedia e
    rimase ad ascoltare;  ma,  ricordando tutte le conversazioni di quella
    mattina,  a un tratto prov una terribile sensazione di noia.  Si alz
    in fretta e and a cercare Oblonskij e Turovcyn,  la cui compagnia era
    pi divertente.
    Turovcyn  era  seduto  su  un  grande divano della sala del biliardo e
    stava sorseggiando una  bibita,  mentre  Stepn  Arkadyc'  e  Vronskij
    discorrevano di non so che cosa vicino alla porta,  in un angolo della
    sala.
    - Non  che ella si annoi,  ma la indecisione del  suo  stato...  cos
    incerta,  cos indefinita... - ud Levin e avrebbe voluto allontanarsi
    in fretta, ma Stepn Arkadyc' lo chiam.
    - Levin!  - disse Stepn Arkadyc' e Levin not  che  aveva  gli  occhi
    umidi  come  gli  accadeva  quando aveva bevuto troppo o era commosso.
    Quel giorno si trattava di entrambe le cose.
    - Non andartene, Levin - disse e gli strinse il braccio con forza. Era
    evidente che non voleva lasciarlo andar via a nessun costo.
    - Questo  un mio sincero amico, forse il migliore - disse a Vronskij.
    - Anche tu mi sei  caro,  e  voglio  che  siate  amici,  perch  siete
    entrambi dei bravi ragazzi.
    -  Allora,  non ci resta che abbracciarci!  - esclam Vronskij in tono
    scherzoso,  tendendo la mano a Levin,  che la prese e la  strinse  con
    forza dicendo:
    - Sono molto, molto contento!
    - Cameriere, una bottiglia di "champagne"! - ordin Vronskij.
    Ma,  a  dispetto  del  desiderio di Stepn Arkadyc' e del loro proprio
    desiderio,  non avevano nulla da dirsi;  e entrambi  se  ne  rendevano
    conto.
    - Sai che Levin non conosce Anna?  - disse Stepn Arkadyc' a Vronskij.
    - E io voglio assolutamente portarlo da lei. Andiamoci, Levin!
    - Davvero?  - disse Vronskij.  - Ne sar felicissima.  Vorrei venire a
    casa  con voi - soggiunse - ma Jasvin mi preoccupa,  e desidero restar
    qui sino a che non smetter di giocare.
    - Perch? Gli va male?
    - Sta perdendo tutto e io solo riesco a fermarlo.
    - Giochiamo allora una piccola carambola.  Ti  va,  Levin?  Benissimo.
    Metti a posto le biglie - grid Stepn Arkadyc' al marcapunti.
    - Sono pronte da un pezzo - rispose questi,  che le aveva gi disposte
    a triangolo e che, per distrarsi, faceva rotolare quella rossa.
    - Su cominciamo!
    Dopo la partita, Vronskij si sedette al tavolo di Gagin e, su proposta
    di Stepn Arkadyc', Levin cominci a puntare sugli assi.
    Vronskij stava ora seduto vicino al tavolo,  attorniato da  conoscenti
    che continuamente gli si avvicinavano,  ma spesso si alzava per andare
    a vedere che cosa facesse Jasvin nella sala da  gioco.  Levin  provava
    una  piacevole sensazione di riposo,  dopo la fatica intellettuale del
    mattino: era contento che fosse cessata l'inimicizia  con  Vronskij  e
    godeva di un calmo benessere che non lo abbandonava.
    Quando la partita fu finita, Stepn Arkadyc' lo prese sottobraccio.
    - Su,  andiamo da Anna.  La troveremo in casa...  E un pezzo che le ho
    promesso di portarti da lei. Dove facevi conto di andare questa sera?
    - Non avevo alcun particolare progetto,  salvo che  avevo  promesso  a
    Svijazskij di recarmi con lui alla Societ di agricoltura. Ma se vuoi,
    andiamo pure - disse Levin.
    - Benissimo,  andiamo!  Informati se  arrivata la mia carrozza  disse
    Stepn Arkadyc' rivolgendosi a un lacch.
    Levin si avvicin al tavolo,  porse i quaranta rubli che aveva perduto
    sugli  assi,  pag,  in  modo alquanto misterioso,  certe spese,  note
    soltanto a un vecchio  servitore  che  stava  seduto  sulla  porta  e,
    dondolando  le  braccia,   attravers  tutta  la  sala  e  si  diresse
    all'uscita.
    - La carrozza del principe Oblonskij!  - grid  con  voce  tonante  il
    portiere.
    La  carrozza  si avanz e i due vi salirono.  Sino a che la vettura si
    trov nel cortile del circolo,  Levin continu a provare la sensazione
    di  calma  e  di  benessere  generale  che  si  era impadronita di lui
    nell'entrare ma,  non appena la carrozza usc sulla  via,  non  appena
    sent  gli  sbalzi  del  veicolo  sulla strada accidentata e intese le
    grida irritate di un vetturino che veniva loro incontro,  e scorse  la
    rossa   insegna   di  uno  spaccio  di  tabacchi  e  di  una  bottega,
    quell'impressione  disparve,  ed  egli  cominci  a  riflettere  sulle
    possibili conseguenze della sua decisione e si domand se facesse bene
    a  recarsi da Anna.  Che cosa avrebbe detto Kitty?  Ma Stepn Arkadyc'
    non gli consent di rifletterci su e,  come intuendo i suoi dubbi,  li
    disperse.
    - Come sono felice - disse - che tu la conosca.  Anche Dolly,  sai, lo
    desiderava da tanto tempo.  Pure L'vov  stato da  lei  e  continua  a
    frequentare  la  sua  casa.  Bench  sia mia sorella - continu Stepn
    Arkadyc' - posso asserire,  senza tema di smentita,  che   una  donna
    straordinaria.   Vedrai!  La  sua  condizione    penosa,  soprattutto
    adesso...
    - Perch soprattutto adesso?
    - Siamo in trattative con suo marito per  la  faccenda  del  divorzio.
    Egli  d'accordo, ma ci sono difficolt per quanto riguarda il figlio,
    e  questa  faccenda,  che  da  un  pezzo dovrebbe essere definita,  si
    trascina ormai da tre mesi.  Appena sar pronunziato il divorzio,  lei
    sposer  Vronskij.  Com' stupida la vecchia usanza di cantare Isaia,
    esulta! (205) durante la cerimonia nuziale!  Nessuno  ci  crede  pi;
    serve  soltanto  a  impedire  alla  gente di essere felice!  - osserv
    Stepn Arkadyc'. - Dopo, la loro posizione sar chiara,  come la mia e
    la tua.
    - In che consiste la difficolt? - domand Levin.
    -  Ah,    una  storia  lunga e noiosa!  Tutte le situazioni di questo
    genere sono cos complicate da noi!  Ma il fatto  che,  in attesa del
    divorzio, Anna gi da tre mesi  qui a Mosca, dove tutti conoscono lei
    e Vronskij, non va da nessuno, non vede nemmeno una donna, all'infuori
    di Dolly,  perch, capisci, Anna non vuole che nessuna vada a trovarla
    quasi per farle una  grazia.  Anche  quella  scema  della  principessa
    Varvara  partita, perch trovava compromettente la compagnia di Anna.
    Ora,  in  una  simile  condizione,  qualsiasi  altra donna non avrebbe
    saputo trovare in s delle risorse.  Anna,  invece,  e te ne  renderai
    conto,    riuscita  a  organizzare  la  sua vita in modo tranquillo e
    dignitoso.  A sinistra del vicolo,  di fronte  alla  chiesa!  -  grid
    Stepn Arkadyc' chinandosi allo sportello.  Poi, aprendo ancora di pi
    la pelliccia,  gi sbottonata,  nonostante i dodici gradi sotto  zero,
    esclam: - Uff, che caldo!
    - Ma ha una figlia: non se ne occupa? - osserv Levin.
    - Tu,  a quanto pare, vedi ogni donna soltanto in funzione di chioccia
    - disse Stepn Arkadyc'.  - Se si occupa,  dev'essere  solo  dei  suoi
    figli...  No,  no, Anna alleva benissimo sua figlia, a quanto pare, ma
    non ne parla mai; lavora e scrive. Vedo gi il tuo sorriso ironico, ma
    hai torto.  Sta scrivendo un libro per bambini,  ma non ne  parla  con
    nessuno. A me, per, l'ha letto e io ho dato il manoscritto a Vorkuev,
    sai,  quell'editore...  che  pare  sia  anche scrittore.  Quindi se ne
    intende,  e l'ha giudicato un libro notevole.  Ma non credere che Anna
    si atteggi a scrittrice...  no,  assolutamente!  Prima di tutto,  una
    donna di buon cuore e adesso te ne renderai conto.  Ora ha in casa una
    bambina  inglese  e  si  occupa,  non solo di lei,  ma anche della sua
    famiglia.
    - Un'opera filantropica, dunque?
    - Eh,  tu hai la mania di voler precisare  tutto.  Non  si  tratta  di
    filantropia,  ma  semplicemente di una questione di cuore.  Nella loro
    casa,  in casa di Vronskij voglio dire,  c'era un allenatore  inglese,
    uomo  abilissimo,  ma  dedito  all'alcool;  costui  ha  bevuto sino al
    "delirium tremens", e la famiglia, abbandonata a se stessa,  priva di
    tutto.  Anna li ha aiutati,  si  affezionata a quella gente  e  si  
    interessata  al punto che ha finito per prendere a suo carico tutta la
    famiglia,  ma senza far sentire il peso  di  quanto  fa...  Prepara  i
    maschietti  perch  possano entrare in una scuola russa e ha preso con
    s la ragazzina. Ma la vedrai!
    La carrozza entr nel cortile,  e Stepn Arkadyc' son con forza  alla
    porta d'ingresso, davanti alla quale stava una slitta.
    Poi, senza chiedere al domestico venuto ad aprire, se la signora fosse
    in  casa,  entr nel vestibolo.  Levin gli and dietro,  sempre pi in
    dubbio se facesse bene o male... Si scorse in uno specchio, e not che
    era rosso;  ma era convinto di  non  essere  ubriaco  e  segu  Stepn
    Arkadyc'  lungo  una  scala  coperta  da  un tappeto.  Di sopra,  a un
    domestico che gli faceva un inchino,  Stepn Arkadyc' chiese chi fosse
    il  visitatore che si trovava da Anna,  e il domestico rispose che era
    il signor Vorkuev.
    - Dove sono?
    - Nello studio.
    Attraversarono una piccola sala da pranzo dalle  pareti  rivestite  di
    legno  scuro  e,  camminando  su un morbido tappeto,  entrarono in uno
    studio immerso nella penombra,  illuminato da una sola lampada coperta
    da  un  "abat-jour".  Un'altra  lampada a riflettore era accesa su una
    parete e illuminava un grande ritratto di donna  in  piedi,  al  quale
    Levin rivolse involontariamente l'attenzione. Era il ritratto di Anna,
    dipinto in Italia da Michjlov.  Mentre Stepn Arkadyc' girava attorno
    al portafiori, in attesa che la voce maschile tacesse, Levin guardava,
    senza poterne staccare gli occhi, la donna del ritratto che,  sotto la
    luce scintillante, pareva una creatura viva, uscita dalla cornice, dai
    neri  capelli  ondulati,  dalle  spalle  e le braccia nude.  Un lieve,
    pensoso sorriso sfiorava le labbra,  adombrate da una sottile peluria,
    e lo sguardo,  tenero e trionfante,  posato su di lui, lo turbava. Non
    era viva soltanto perch era pi bella di  quanto  possa  esserlo  una
    donna viva...
    - Sono felicissima...  - si sent dire all'improvviso alle sue spalle,
    da quella stessa donna di cui stava ammirando il ritratto.
    Anna gli veniva incontro staccandosi dal portafiori,  e  Levin  scorse
    nella  semioscurit  dello studio la donna del ritratto,  con un abito
    scuro,  di un turchino cangiante,  ma in un'altra posa,  con  un'altra
    espressione,  sebbene  della  stessa  alta,  spirituale  bellezza  che
    l'artista aveva saputo cogliere nella sua modella.
    Nella realt, la donna viva era meno fulgida ma, in compenso,  emanava
    da  essa  qualcosa  di  affascinante e di nuovo,  che nel ritratto non
    c'era.


    CAPITOLO 10.

    Ella gli era andata incontro,  senza nascondere la gioia  che  provava
    nel vederlo.  E,  nella calma naturalezza con cui gli tese la piccola,
    energica mano,  lo present a Vorkuev e gli indic la graziosa bambina
    dai  capelli  fulvi  che  stava  lavorando,  e  che  ella chiamava sua
    pupilla,  Levin riconobbe la piacevole disinvoltura di una signora del
    gran mondo, sempre padrona di se stessa e sempre naturale.
    - Molto, molto contenta di vedervi - ripet, e quelle semplici parole,
    pronunziate  dalle  sue labbra,  acquistarono per Levin un significato
    particolare.  - Io vi conosco e vi voglio bene  da  tempo,  e  per  la
    vostra  amicizia  con  Stiva  e  per vostra moglie...  L'ho conosciuta
    pochissimo,  ma essa ha lasciato in me l'impressione di un incantevole
    fiore, proprio di un fiore... E sta gi per diventare mamma!
    Parlava liberamente,  senza affrettarsi,  portando lo sguardo da Levin
    al fratello; Levin sent di aver prodotto buona impressione,  e subito
    si  trov  con  lei  a  suo agio,  come se l'avesse conosciuta da gran
    tempo.
    - Ci siamo accomodati, Ivn Petrovic' ed io, nello studio di Aleksj -
    ella rispose a Stepn Arkadyc' che chiedeva  se  si  poteva  fumare  -
    proprio  per  fumare  -  e,  guardando Levin,  invece di chiedergli se
    fumasse,  avvicin a s un portasigarette di tartaruga e ne tir fuori
    una sigaretta.
    - Come ti senti, oggi? - si inform il fratello.
    - Non c' male... soltanto i nervi, come sempre...
    - Non  vero che  straordinariamente bello? - disse Stepn Arkadyc' a
    Levin, notando che egli lanciava occhiate al ritratto.
    - Non ne ho mai visto uno pi bello!
    - E' di una somiglianza straordinaria, non vi pare? - disse Vorkuev.
    Levin  port  lo  sguardo  dal ritratto all'originale.  Un particolare
    fulgore illumin il viso di Anna,  nel momento  in  cui  sent  quello
    sguardo  posato  su  di  lei;  Levin arross e,  per nascondere il suo
    turbamento,  avrebbe voluto chiederle se da  molto  tempo  non  vedeva
    Drija  Aleksndrovna;  ma  in  quello  stesso  momento  Anna  prese a
    parlare:
    - Discorrevamo poca fa,  Ivn Petrovic' e io,  sugli ultimi quadri  di
    Vscenkov. Li avete visti?
    - S, li ho visti - rispose Levin.
    - Ma io vi ho interrotto. Perdonatemi. Che cosa volevate dire?
    Levin le chiese da quanto tempo non vedeva Dolly.
    -  E' stata da me ieri.  E' molto scontenta del ginnasio che frequenta
    Griscia.  Pare che il professore di  latino  sia  stato  ingiusto  con
    lui...
    -  S,  ho  visto  quei quadri - disse Levin tornando all'argomento di
    prima - ma non mi sono piaciuti molto.
    Ora Levin non parlava pi con il tono professionale che aveva usato al
    mattino.  Ogni parola  scambiata  con  Anna  assumeva  un  particolare
    significato.  Era piacevole parlarle,  ma,  soprattutto, era piacevole
    ascoltarla.   Anna  infatti,   non  solo  parlava   con   intelligente
    naturalezza,  ma  con  una  certa noncuranza,  senza attribuire valore
    alcuno alle proprie idee e dandone,  invece,  molto  ai  pensieri  del
    proprio interlocutore.
    La  conversazione  cadde sulle nuove tendenze artistiche e sulla nuova
    illustrazione della Bibbia, opera di un autore francese (206). Vorkuev
    accusava il pittore di un realismo spinto sino alla volgarit,  mentre
    Levin   asseriva  che  i  Francesi  avevano  spinto  il  convenzionale
    nell'arte  come  nessun  altro  popolo,   e  che  perci  vedevano  un
    particolare  merito  nel  ritorno  al  realismo.  Gi nel fatto di non
    mentire pi, vedevano la poesia.
    Nessuna delle riflessioni di  Levin  aveva  procurato  ad  Anna  tanto
    piacere  quanto  questa.  Il  viso  di Anna si illumin di colpo,  non
    appena ebbe apprezzato quel pensiero, ed ella si mise a ridere.
    - Rido - disse - come si ride davanti a un ritratto  somigliantissimo.
    Ci  che  avete detto caratterizza in modo perfetto l'arte francese di
    oggi,  la pittura e persino la letteratura: Zola e  Daudet.  Ma  forse
    accade  sempre  cos  quando  si costruiscono le proprie concezioni su
    figure inventate,  convenzionali,  e poi,  una volta espresse tutte le
    possibili  combinazioni,  le  figure  inventate  vengono  a  noia e si
    ritorna alle figure pi naturali e vere.
    - E' proprio cos! - disse Vorkuev.
    - Allora, siete stati al circolo? - chiese Anna al fratello.
    Oh s, s... ecco una donna!, pensava Levin,  dimenticando se stesso
    e guardando ostinatamente il bel viso mobile di lei che adesso era del
    tutto mutato.  Non sentiva di che cosa ella parlasse, chinata verso il
    fratello, ma era colpito da quel mutamento di espressione.  Il viso di
    Anna,  prima cos splendido nella sua calma,  improvvisamente rivelava
    una strana curiosit,  collera e  orgoglio.  Ma  fu  un  attimo:  ella
    socchiuse gli occhi, come se cercasse di ricordare qualcosa.
    -  Eh s,  del resto questo non interessa nessuno - disse-e si rivolse
    all'inglesina: - "Please, order the tea in the drawing-room" (207).
    La bambina si alz e usc.
    - Ebbene, ha superato l'esame? - domand Stepn Arkadyc'.
    - Magnificamente.  E' una bambina di grande intelligenza e  di  ottimo
    carattere.
    - Finir che le vorrai pi bene che alla tua bambina.
    - Ecco un uomo che parla! Nell'amore non c' un pi e un meno. Amo mia
    figlia di un amore e questa bambina di un altro.
    - Stavo dicendo ad Anna Arkdevna - disse Vorkuev - che,  se dedicasse
    un centesimo dell'energia che dedica a  questa  bambina  inglese  alla
    causa  comune dell'educazione dei bimbi russi,  farebbe opera grande e
    veramente utile.
    - Che volete? Forse  cos, ma non posso. Il conte Aleksj Kirllovic'
    mi incoraggiava (e pronunziando le parole conte  Aleksj  Kirllovic
    rivolse  uno  sguardo  timidamente  interrogativo  a  Levin,  il quale
    rispose,  senza  volerlo,   con  un'occhiata  rispettosa  e  piena  di
    approvazione)  a  occuparmi  della scuola in campagna.  Ci sono andata
    qualche volta. I fanciulli sono graziosi,  ma non sono mai riuscita ad
    appassionarmi  a  quell'opera.  Voi  parlate  di energia.  L'energia 
    fondata sull'amore,  e l'amore non si trova dappertutto,  non nasce su
    ordinazione. Ho preso a voler bene a questa bambina, non so nemmeno io
    perch.
    E di nuovo diede un'occhiata a Levin. Di nuovo il suo sorriso e il suo
    sguardo  gli dicevano che soltanto a lui ella rivolgeva quelle parole,
    avendo cara la sua opinione e,  nello stesso  tempo,  sapendo  gi  in
    anticipo che essi si capivano.
    -  Lo  capisco  perfettamente  -  rispose Levin.  - Alla scuola e,  in
    genere,  ad istituzioni simili,  non si pu dare il  cuore  ed    per
    questo,   credo,  che  tali  istituzioni  filantropiche  danno  sempre
    risultati cos scarsi.
    Ella tacque e poi sorridendo:
    - S,  s - conferm.  - Io non lo potr mai.  "Je n'ai pas  le  coeur
    assez  large"  (208)  per voler bene a tutto un asilo pieno di bambine
    sudicie.  Non ci sono mai riuscita,  sebbene vi siano tante donne  che
    con questo si sono create una posizione sociale,  e tanto pi ora... -
    disse ancora,  con una espressione triste e  confusa  rivolgendosi  in
    apparenza  al  fratello,  ma parlando in realt solo a Levin.  - Anche
    adesso,  che avrei tanto bisogno di un'occupazione qualsiasi,  non  ci
    riesco.  - E,  all'improvviso,  aggrott le ciglia (Levin comprese che
    ella era in collera con se stessa per il fatto di parlare solamente di
    s) e cambi discorso.  - So di voi - disse a Levin  -  che  siete  un
    cattivo cittadino, eppure vi ho sempre difeso pi che potevo.
    - E come mi avete difeso?
    - Secondo gli attacchi. Gradite un po' di t?
    Si alz e prese un libro rilegato in marocchino.
    - Datemelo,  Anna Arkdevna - disse Vorkuev accennando al volumetto. -
    Ne vale la pena.
    - Oh,  una cosa buttata gi alla meglio...
    - Gliene ho parlato - intervenne Stepn Arkadyc' parlando alla sorella
    e indicando Levin.
    - Hai fatto male.  I miei scritti sono come quei panieri e quei lavori
    di  intaglio  fatti  nelle  carceri,  che  Liza  Merklova talvolta mi
    vendeva.  Liza si occupava dei carcerati -  spieg  a  Levin.  -  Quei
    disgraziati facevano miracoli di pazienza!
    E  Levin  scopr  in quelle parole un nuovo tratto di quella donna che
    gli era piaciuta in modo straordinario.  Oltre all'intelligenza,  alla
    grazia,  alla bellezza,  ella possedeva anche il dono della sincerit:
    non nascondeva il peso della sua situazione. Dette queste parole, Anna
    sospir,  e il suo  viso  assunse,  a  un  tratto,  un'espressione  di
    immobilit  severa,  che  la  rese  pi  bella  di  prima,  ma che era
    completamente diversa da quella raggiante di felicit  e  suscitatrice
    di  felicit,  che  era  stata colta dall'artista del ritratto.  Levin
    stava ancora una volta guardando il ritratto e il viso di lei, quando,
    preso il braccio del fratello,  Anna  si  avvi  verso  la  porta  del
    salotto;  in  quel momento Levin prov per lei un senso di tenerezza e
    di piet che stup lui stesso.
    Anna invit Levin e Vorkuev a  passare  nel  salotto  e  rimase  nello
    studio a discorrere con il fratello.  Del divorzio,  di Vronskij,  di
    ci che egli aveva fatto al circolo,  di me?,  si chiese Levin e,  al
    pensiero di quello che ella poteva dire a Stepn Arkadyc',  si turbava
    a tal punto che non ascoltava neppure le parole di Vorkuev  sui  pregi
    del libro per bambini scritto da Anna Arkdevna.
    Durante  il  t,  la  conversazione prosegu piacevole e interessante.
    Essa non langu neppure per un minuto  e  non  fu  necessario  cercare
    argomenti;  anzi,  spesso  un interlocutore non faceva in tempo a dire
    tutto quello che voleva,  e si frenava volentieri ascoltando  ci  che
    diceva un altro.  E, qualsiasi argomento toccassero, non solo Anna, ma
    anche  Vorkuev  e  Stepn  Arkadyc',   tutto  assumeva  per  Levin  un
    significato particolare,  grazie all'attenzione e alle osservazioni di
    lei. Pur ascoltando l'interessante conversazione, Levin non cessava di
    ammirare la bellezza,  l'intelligenza e l'istruzione di Anna e,  nello
    stesso  tempo,  la  sua affabile semplicit.  Ascoltava,  parlava,  ma
    continuava a pensare a lei e alla  sua  vita  interiore,  cercando  di
    intuirne i sentimenti.  Egli, che prima l'aveva giudicata severamente,
    ora, per chiss quale strana associazione di idee,  la giustificava e,
    nello stesso tempo,  la compiangeva e aveva l'impressione che Vronskij
    non la capisse pienamente.
    Alle undici,  quando Stepn Arkadyc' si alz per  congedarsi  (Vorkuev
    era  gi andato via),  parve a Levin di essere appena giunto.  Si alz
    con rammarico.
    - Addio - disse Anna trattenendolo per una mano  e  guardandolo  negli
    occhi  con  uno  sguardo che avvinceva.  - Sono molto contenta che "la
    glace est rompue" (209)...  - E socchiuse gli occhi.  - Dite a  vostra
    moglie  che  le voglio bene come prima e che,  se non pu perdonare la
    mia situazione,  io le auguro di non perdonarmi  mai:  per  perdonare,
    bisogna soffrire ci che ho sofferto io... e Dio la salvi da questo...
    - Certo... glielo dir -  balbett Levin arrossendo.


    CAPITOLO 11.

    Che donna straordinaria, simpatica e quanto da compiangere!, pensava
    Levin uscendo con Stepn Arkadyc' all'aria gelida.
    -  Ebbene,  che  cosa  ti  avevo detto?  - gli domand Stepn Arkadyc'
    vedendo che Levin era completamente conquistato.
    -  S  -  rispose  questi  in  tono  pensieroso.   -  E'   una   donna
    straordinaria!  Non solo intelligente,  ma simpaticissima.  E fa tanta
    pena!
    - Se Dio vuole,  presto tutto sar sistemato.  Eh s,  non bisogna mai
    giudicare  prima  di  sapere  -    disse  Stepn  Arkadyc'  aprendo lo
    sportello della vettura.  - Addio,  ora non  facciamo  pi  la  stessa
    strada.
    Senza  smettere  di  pensare ad Anna,  a tutte le frasi,  anche le pi
    banali,  che avevano scambiate tra di loro,  rivedendo,  nello  stesso
    tempo, le diverse espressioni del suo viso, sempre pi immedesimandosi
    nella  sua  situazione e provandone una profonda pena,  Levin arriv a
    casa.

    Rientrando,  fu informato da Kuzm che  Katerina  Aleksndrovna  stava
    bene, che le sue sorelle l'avevano lasciata da poco e che erano giunte
    due lettere. Levin le lesse l, in anticamera, per liberarsene subito:
    una  era  del suo fattore,  Skolov,  il quale gli scriveva che non si
    poteva vendere il frumento,  visto che offrivano soltanto cinque rubli
    e  mezzo e che non sapeva dove prendere altro denaro.  L'altra lettera
    era della sorella,  che lo rimproverava perch la sua faccenda non era
    ancora conclusa.
    Be',  lo  venderemo  per cinque e mezzo,  se non  possibile avere di
    pi,  decise subito Levin,  con insolita leggerezza,  risolvendo  con
    facilit  un  problema che prima gli pareva cos arduo.  Si sentiva in
    colpa verso la sorella perch sino a  quel  momento  non  aveva  fatto
    quello che ella lo aveva pregato di fare. Neppur oggi sono passato in
    tribunale,  ma  non  ne ho avuto proprio il tempo.  E,  deciso che ci
    sarebbe passato senza fallo il giorno  dopo,  si  rec  a  trovare  la
    moglie.  Mentre andava da lei, ripercorse mentalmente la sua giornata:
    tutti gli avvenimenti si riducevano a  discorsi:  discorsi  che  aveva
    ascoltati,  discorsi ai quali aveva partecipato,  e tutti su argomenti
    di cui,  se fosse stato in  campagna,  non  si  sarebbe  assolutamente
    occupato, mentre l, a Mosca, erano stati molto interessanti. Due soli
    intoppi c'erano stati nella giornata: uno era ci che egli aveva detto
    del  luccio,  e l'altro era...  qualcosa che "non andava" nella tenera
    piet che provava per Anna.
    Levin trov la moglie triste e annoiata.  Il pranzo delle tre  sorelle
    era  riuscito  molto  allegro,  ma  dopo  averlo aspettato e aspettato
    invano,  avevano finito con  l'annoiarsi,  e  le  sorelle  se  n'erano
    andate, lasciandola sola.
    - Be', e tu che hai fatto? - domand Kitty guardandolo negli occhi che
    avevano  un  certo  scintillio  sospetto.  Ma,  per  non impedirgli di
    parlare e di raccontare tutto, dissimul la propria attenzione e,  con
    un sorriso di approvazione, ascolt la descrizione della serata.
    -  Sono  stato  molto  contento di avere incontrato Vronskij.  Mi sono
    comportato con lui con disinvoltura e semplicit. E' logico che, d'ora
    innanzi,  far del mio meglio per evitarlo,  ma mi fa piacere che quel
    senso  di  disagio sia scomparso - disse,  ma,  ricordandosi che,  per
    evitarlo, fosse andato subito da Anna,  arross,  - Ecco,  noi diciamo
    che  il  popolo beve,  ma io non so chi beva di pi: se il popolo o la
    nostra societ. Il popolo, almeno, lo fa solo nei giorni di festa...
    Kitty non si interessava affatto alle bevute del popolo, giacch aveva
    visto che il marito era arrossito e voleva saperne il motivo.
    - E poi, dove sei stato?
    - Stiva mi ha tanto pregato di andare da Anna Arkdevna...
    E,  dicendo queste parole,  Levin arross ancora  di  pi,  e  il  suo
    dubbio,   se  avesse  fatto  male  o  bene  a  recarsi  da  Anna,   fu
    definitivamente risolto. Adesso sapeva che non avrebbe dovuto andarci.
    Al nome di Anna, gli occhi di Kitty brillarono di una luce particolare
    ma, compiuto uno sforzo su se stessa, ella nascose la sua agitazione e
    riusc a ingannarlo.
    - Ah! - disse soltanto.
    - Spero che non te ne avrai a male.  Stiva  mi  ha  tanto  pregato  di
    farlo, e anche Dolly lo desiderava - continu Levin.
    -  Niente  affatto  -  ella  disse,  ma nei suoi occhi Levin scorse lo
    sforzo che Kitty faceva su di s e che non prometteva nulla  di  buono
    per lui.
    -  E'  una  donna  graziosa,   simpatica,  buona  e  molto,  molto  da
    compiangere - disse.  E parl delle occupazioni di  Anna,  riferendole
    inoltre quanto l'aveva pregato di dirle.
    -  Senza  dubbio,   molto da compiangere - osserv Kitty quando Levin
    ebbe finito di parlare. - Da chi hai ricevuto lettere?
    Levin glielo disse e,  ingannato dal tono calmo della moglie,  and  a
    svestirsi.
    Ritornando, trov Kitty sulla stessa poltrona; le si avvicin ed ella,
    guardandolo, scoppi in lacrime.
    - Cosa c'?  Cosa c'? - egli le chiese, sebbene sapesse gi di che si
    trattava.
    - Tu sei innamorato di quella donna disgustosa: ti ha stregato... l'ho
    letto nei tuoi occhi. E non poteva essere altrimenti...  Sei andato al
    circolo,  hai bevuto e poi sei andato...  da chi? No, andiamocene via!
    Io domani partir...
    Ci volle un bel pezzo per calmare Kitty.  Finalmente Levin ci  riusc,
    ma   soltanto   quando   le  ebbe  confessato  che  il  sentimento  di
    compassione, misto ai fumi del vino, l'aveva un po' stordito e l'aveva
    lasciato abbindolare dalle astuzie di Anna, ma che,  da allora in poi,
    l'avrebbe  evitata.  L'unica  cosa che ammise con pi franchezza delle
    altre fu che,  vivendo cos a lungo a Mosca,  dove  passava  il  tempo
    soltanto  a  discorrere,  a  mangiare  e a bere,  si sentiva oltremodo
    infiacchito.  Conversarono cos sino alle tre del mattino e,  soltanto
    quando  si  furono  completamente  riconciliati,  riuscirono a prender
    sonno.


    CAPITOLO 12.

    Dopo aver  accompagnato  i  suoi  ospiti  alla  porta,  Anna  prese  a
    camminare  avanti  e  indietro  nella stanza.  Tutta la sera,  sebbene
    inconsciamente (come le accadeva in quegli ultimi tempi con gli uomini
    giovani) aveva fatto il possibile per affascinare Levin,  ma -  bench
    sapesse  di aver raggiunto il suo scopo,  naturalmente nella misura in
    cui questo era possibile,  trattandosi di uomo serio e sposato e  dopo
    un  solo  incontro,  e  bench  Levin  le fosse piaciuto molto poich,
    nonostante la grande differenza tra lui e Vronskij,  nella sua qualit
    di donna scorgeva i punti di contatto tra i due uomini, che spiegavano
    come Kitty avesse potuto essere innamorata dell'uno e dell'altro-  non
    appena egli fu uscito, smise di pensare a lui.
    Un solo pensiero, sotto forme diverse, la perseguitava:
    Se  agisco  cos  sugli  altri,  su quest'uomo serio,  che ama la sua
    famiglia,  perch "lui"  cos indifferente verso  di  me?  Freddo  no
    perch  mi ama...  lo so.  Ma c' qualcosa di nuovo che ora ci divide.
    Perch non si  fatto vedere per tutta la sera?  Mi ha fatto  dire  da
    Stiva  che  non  poteva lasciare Jasvin e doveva stargli vicino sino a
    che giocava.  Ma  forse un bambino quel Jasvin?  Ammettiamo  che  sia
    vero,  egli  non  mente  mai.  Ma  in  questa verit c' qualche altra
    cosa...  E' contento quando gli si presenta l'occasione di dimostrarmi
    che  ha altri doveri...  Lo so,  sono d'accordo.  Ma perch darmene la
    prova?  Vuole farmi capire che il suo amore per me non deve ostacolare
    la  sua  libert.  Ma  io  non  ho bisogno di prove,  io ho bisogno di
    amore... Egli dovrebbe capire quanto mi sia difficile e penosa la vita
    a Mosca.  E' forse vita la mia?  Io non vivo,  aspetto una conclusione
    che  si  rimanda  e si continua a rimandare.  Nessuna risposta ancora!
    Stiva dice che non pu andare da  Aleksj  Aleksndrovic'!  E  io  non
    posso  scrivergli,  non  posso far niente,  non posso iniziare niente,
    cambiare niente... Mi freno e aspetto, inventandomi delle distrazioni:
    la famiglia inglese,  i libri,  la letteratura...  Ma tutto ci    un
    inganno,  un qualcosa di simile alla morfina. Dovrebbe avere piet di
    me si diceva Anna sentendo gli occhi pieni di piet per se stessa.
    Ud  la  violenta scampanellata di Vronskij e si asciug in fretta gli
    occhi; non soltanto, ma si sedette sotto la lampada e aperse un libro,
    fingendosi calma e intenta alla lettura. Bisognava pur dimostrargli il
    suo  malcontento  perch  egli  non  era  tornato  presto  come  aveva
    promesso,  ma  malcontento soltanto;  non dolore e,  soprattutto,  non
    ispirargli piet. Ella poteva aver piet di se stessa; egli no.
    Anna non voleva lottare e gli rimproverava di non volere la lotta, ma,
    involontariamente, assumeva un atteggiamento di battaglia.
    - Be',  non ti sei annoiata?  - chiese Vronskij avvicinandosi ad Anna,
    animato e allegro. - Che terribile passione il gioco!
    -  No,  non  mi  sono  annoiata,  gi  da  un  pezzo ho imparato a non
    annoiarmi. Sono stati qui Stiva e Levin.
    - S, volevano venire a trovarti.  Be',  ti  piaciuto Levin?  - disse
    Vronskij sedendosi accanto a lei.
    - Molto. Sono andati via da poco. Che ha fatto Jasvin?
    -  Era  in  vincita  di  diciassettemila rubli e io gli consigliavo di
    andarsene;  era gi sul punto di farlo,  ma...  ha ripreso e  ora  sta
    perdendo...
    -  E  allora,  perch  non  sei  rimasto?  -  domand  Anna sollevando
    all'improvviso gli occhi su di lui.  L'espressione del suo sguardo era
    fredda  e  ostile.  -  Hai  detto  a Stiva che rimanevi per portar via
    Jasvin e invece l'hai lasciato l...
    La stessa espressione di freddezza,  di  fronte  alla  lotta,  apparve
    anche sul viso di Vronskij.
    -  In  primo  luogo,  non ho incaricato Stiva di riferirti niente;  in
    secondo luogo,  non dico mai quello che non   vero.  E,  soprattutto,
    volevo  rimanere  e  sono rimasto - rispose Vronskij accigliandosi.  -
    Anna,  perch?  Perch?  - disse,  dopo  un  momento  di  silenzio  e,
    chinandosi  su  di lei e prendendole la mano aperta perch vi mettesse
    la sua, ripet: - Perch, Anna, perch?
    Ella si sent felice di quel richiamo alla tenerezza.  Ma  una  strana
    forza  maligna non le permise di abbandonarsi a quel sentimento,  come
    se le condizioni della lotta non le permettessero di sottomettersi.
    - Si capisce,  volevi rimanere e sei rimasto.  Tu fai tutto quello che
    vuoi...  ma perch dirmelo?  Perch?  - ripet accalorandosi sempre di
    pi.  - Forse qualcuno contesta i tuoi diritti?  Se proprio vuoi  aver
    ragione, sia pure!
    La  mano  di  lui  si chiuse,  egli si allontan e il suo viso assunse
    un'espressione pi ostinata e caparbia di prima.
    - Per te si tratta solo di ostinazione   -  ella  disse,  dopo  averlo
    osservato  attentamente,  e trovando,  a un tratto,  la definizione di
    quell'atteggiamento del viso  che  la  irritava,  riprese:  -  proprio
    ostinazione! Per te si tratta soltanto di vedere se resterai vincitore
    nei miei confronti, ma per me...  Di nuovo prov piet per se stessa e
    per  poco  non  si mise a piangere.  - Se tu sapessi che cos' per me!
    Quando, come adesso,  sento che mi tratti con ostilit,  veramente con
    ostilit,  se tu sapessi,  se tu sapessi che cosa significa per me! Se
    tu sapessi come,  in questo momento,  mi sento vicina a una sventura e
    come  abbia  paura  paura  di  me!  -  e  si  volt  dall'altra  parte
    nascondendo i singhiozzi.
    - Ma perch piangi? - esclam Vronskij, spaventato da quell'accesso di
    disperazione.  E,  chinatosi nuovamente su lei  le  prese  la  mano  e
    l'abbracci.  -  Perch?  Cerco  forse distrazioni fuori di casa?  Non
    evito forse la compagnia delle donne?
    - Ci mancherebbe altro! - esclam Anna.
    - E allora, dimmi,  che cosa devo fare perch tu sia tranquilla?  Sono
    pronto a qualsiasi cosa pur di vederti felice - aggiunse,  commosso da
    quel dolore disperato. - E che cosa non farei, Anna,  per liberarti da
    una sofferenza come quella che provi adesso!
    - Niente,  niente - ella disse. - Non lo so neppur io... Forse la vita
    solitaria,  i nervi...  Be',  non parliamone pi.  Come sono andate le
    corse?  Non  me  ne  hai  ancora detto niente...-  domand cercando di
    nascondere il trionfo che, comunque, aveva ottenuto.
    Vronskij chiese di cenare e si mise a raccontarle i particolari  delle
    corse;  ma nel suo tono,  nei suoi sguardi, che si facevano sempre pi
    freddi, Anna sentiva che egli non le perdonava la vittoria, che quella
    caparbiet contro cui ella aveva lottato lo riprendeva.  Era  con  lei
    pi  freddo di prima,  come se fosse pentito di aver ceduto.  Ed ella,
    ricordando le parole che le avevano dato la vittoria: mi sento vicina
    a una  sventura  e  come  abbia  paura,  paura  di  me...,  cap  che
    quell'arma  era pericolosa e che non avrebbe potuto usarla una seconda
    volta. Sentiva che, a fianco dell'amore che li univa, si era insinuato
    un malvagio spirito di dissidio,  che non le era  possibile  scacciare
    dal cuore di Vronskij e, tanto meno, dal proprio!


    CAPITOLO 13.

    Non  ci  sono  condizioni  alle  quali l'uomo non possa abituarsi,  in
    particolare se vede che tutti coloro che  lo  circondano  vivono  allo
    stesso  modo.  Tre  mesi  prima,  Levin non avrebbe creduto di potersi
    addormentare tranquillamente nelle condizioni in cui ora  si  trovava;
    non   avrebbe   creduto  che,   vivendo  una  vita  assurda,   oziosa,
    dispendiosa,  al di sopra dei suoi  mezzi,  dopo  un'ubriacatura  (non
    poteva  definire  altrimenti  ci che era avvenuto al club),  dopo gli
    assurdi,  amichevoli rapporti con l'uomo,  di cui un tempo  era  stata
    innamorata sua moglie, dopo l'ancor pi assurda visita a una donna che
    non  poteva  definirsi  altrimenti  che  una donna perduta,  e dopo il
    proprio capriccio per  questa  donna  e  l'afflizione  procurata  alla
    moglie...  non avrebbe potuto credere, dunque, che gli fosse possibile
    addormentarsi  tranquillamente.   Eppure,   sotto  l'influenza   della
    stanchezza  di una notte insonne e del vino bevuto,  cadde in un sonno
    profondo.  Lo svegli alle cinque il  cigolio  di  una  porta  che  si
    apriva.  Si  rizz bruscamente e si volt.  Kitty non era pi vicino a
    lui nel letto;  ma dietro il tramezzo vide un lume che si moveva e ud
    il passo della moglie.
    - Cosa c'? Cosa c'? - balbett nel sonno. - Kitty, che cosa c'?
    -  Niente  -  ella  rispose  uscendo  da  dietro  il  tramezzo  con un
    candeliere in mano.  - Mi sono sentita poco bene - disse sorridendo di
    un sorriso particolarmente grazioso e significativo.
    - Come? Sarebbe il principio? - egli chiese un po' sgomento. - Bisogna
    mandare a chiamare il medico - e prese a vestirsi in fretta e furia.
    - No, no... - lo calm Kitty sorridendo e trattenendolo con la mano. -
    Probabilmente non  nulla.  Mi sono sentita poco bene,  ma ora  tutto
    passato.
    E,  avvicinatasi al letto,  spense la candela,  si sdrai e si  chet.
    Bench  Levin  sospettasse  di  quel  silenzio  -  era  come  se Kitty
    trattenesse   il   respiro   -   e   lo   inquietasse,    soprattutto,
    quell'espressione  di  particolare tenerezza e di eccitazione con cui,
    uscendo da dietro il tramezzo, gli aveva detto niente, aveva una tal
    voglia di dormire che ricadde immediatamente  in  un  profondo  sonno.
    Soltanto in seguito si ricord della dolcezza della respirazione della
    moglie,  e  comprese  tutto  quello  che  era  passato in quella cara,
    gentile anima mentre giaceva immobile accanto a lui, in attesa del pi
    grande avvenimento della vita di una donna.  Alle sette lo svegli  il
    contatto  della  mano  di  Kitty sulla spalla e un sommesso bisbiglio.
    Pareva che ella lottasse tra il desiderio di parlargli e il dispiacere
    di svegliarlo.
    - Kstja,  non spaventarti...  Non  niente,  ma mi sembra...  Bisogna
    mandare a chiamare Lizaveta Petrovna.
    La  candela era di nuovo accesa.  Kitty,  seduta sul letto,  teneva in
    mano il lavoro a maglia cui attendeva negli ultimi giorni.
    - Per favore, non spaventarti, non  nulla.  Io non ho affatto paura -
    disse vedendo il viso sgomento di lui e,  prendendogli una mano, se la
    strinse contro il petto e poi la port alle labbra.
    Levin balz su  in  fretta,  senza  aver  coscienza  di  s  e,  senza
    distogliere  lo sguardo da lei,  si mise la veste da camera e si ferm
    guardandola sempre. Capiva che bisognava agire, ma non sapeva staccare
    gli occhi da Kitty.  Egli,  che pur amava tanto quel viso e  che  cosi
    bene  ne conosceva l'espressione e lo sguardo,  non l'aveva mai veduto
    cosi. Quanto si reputava ignobile e vile,  ripensando al dolore che le
    aveva  arrecato  la notte prima,  guardandola ora!  Il suo viso si era
    fatto vermiglio e risplendeva di gioia e di decisione,  circondato dai
    morbidi capelli che le sfuggivano di sotto la cuffia da notte.
    Per  quanto  spontaneo  e  naturale fosse il carattere di Kitty,  pure
    Levin era colpito da quello che gli si rivelava in quel momento,  come
    se  a  un  tratto  i  leggeri  veli  che coprivano quell'anima fossero
    caduti,  ed essa splendesse sino in fondo in tutta la sua  luminosit.
    Kitty  lo  guardava  sorridendo ma,  a un tratto,  le sue sopracciglia
    tremarono,  ella alz la testa  e,  avvicinandoglisi  rapidamente,  lo
    prese  per  mano e si strinse tutta a lui,  avvolgendolo del suo caldo
    respiro. Soffriva e sembrava lamentarsi con lui della sua sofferenza.
    Sulle prime, come al solito, egli credette di essere il colpevole;  ma
    lo  sguardo tenero di Kitty gli diceva che,  non soltanto ella non gli
    rimproverava nulla,  ma lo amava per quella sofferenza.  Se non  sono
    io,  chi  mai  allora    il  colpevole?,  pens senza volerlo,  come
    cercando l'autore  di  quelle  sofferenze,  per  punirlo.  Ma  non  lo
    trovava.   Ella  soffriva,   si  lamentava,  ed  esultava  per  quelle
    sofferenze, ne gioiva e le amava. Levin vedeva che nell'animo di Kitty
    stava accadendo qualcosa di meraviglioso,  ma  che  cosa?  Non  poteva
    capirlo. Era al di sopra della sua comprensione.
    - Ho fatto avvertire la mamma.  E tu, Kstja, va' in fretta a prendere
    Lizaveta Petrovna... Ma non  niente...  passato!
    Si scost da lui e son.
    - Va', va subito: ora ecco, sta venendo Pascia. Mi sento meglio...
    E Levin vide con stupore che Kitty aveva preso il lavoro a maglia  che
    aveva portato per la notte e si metteva di nuovo a sferruzzare.
    Mentre  usciva da una porta,  sent che dall'altra entrava la ragazza.
    Si ferm e intese che Kitty le dava  particolareggiate  spiegazioni  e
    l'aiutava  a  disfare  il  letto.  Si  vest e,  mentre attaccavano il
    cavallo perch non c'erano ancora vetture da nolo,  torn in camera da
    letto,  e non sulla punta dei piedi ma,  come gli parve, su un paio di
    ali.  Nella stanza due ragazze smuovevano con prudenza  qualche  cosa.
    Kitty  camminava  e  lavorava a maglia,  movendo agilmente le dita,  e
    intanto impartiva ordini e dava disposizioni.
    - Adesso io vado dal dottore. Lizaveta Petrovna  gi stata avvertita,
    ma ci passer ugualmente. Non c' bisogno d'altro? Ah,  s,  avvertire
    Dolly...
    Kitty lo guard, evidentemente senza sentire ci che egli diceva.
    - S,  s,  va' - profer in fretta aggrottando la fronte e facendogli
    con la mano un cenno di saluto.
    Stava gi uscendo in salotto quando,  a un  tratto,  nella  stanza  da
    letto  echeggi  un gemito lamentoso,  che subito si spense.  Levin si
    ferm e a lungo non pot capire.
    - S,  lei - disse e, afferrandosi il capo con le mani, corse gi.
    Signore,  abbi piet di noi!  Piet,  Signore,  piet!,  ripet  con
    parole  che,  chiss  come,  gli  erano  inaspettatamente  venute alle
    labbra, ed egli, incredulo com'era, le ripeteva, e non soltanto con le
    labbra.  In quel momento sapeva che n tutti i suoi dubbi,  n  quella
    impossibilit  che  era  in  lui  di  credere  secondo  ragione,   gli
    impedivano di rivolgersi a Dio. Tutto,  nella sua anima,  svaniva come
    polvere...  A  chi  doveva  rivolgersi,  se non a Colui nelle cui mani
    sentiva se stesso, la propria anima, il proprio amore?
    Il cavallo  non  era  ancor  pronto;  ma,  sentendo  aumentare  in  s
    l'eccitazione  unita  a  una  eccezionale  forza fisica e al desiderio
    intenso di fare ci che occorreva in quel  momento,  per  non  perdere
    nemmeno un minuto,  usc a piedi e ordin a Kuzm di raggiungerlo, non
    appena il cavallo fosse attaccato.
    All'angolo incontr  un  vetturino  notturno  che  procedeva  di  gran
    carriera.  Sulla piccola slitta sedeva Lizaveta Petrovna,  in cappa di
    velluto e con la testa avvolta  in  un  fazzoletto.  Sia  ringraziato
    Iddio,  sia  ringraziato Iddio!,  disse Levin con slancio,  dopo aver
    riconosciuto il piccolo viso della donna, che aveva ora un'espressione
    intensa,  quasi severa.  Senza far fermare il vetturino,  rincorse  la
    slitta e le si affianc.
    - Allora,  cominciato due ore fa, dite? Non di pi, nevvero?  domand
    la  donna.  -  Andate  da  Ptr  Dmitric',  ma non fategli premura,  e
    prendete dell'oppio in farmacia.
    - Credete che andr tutto bene? Signore, abbi piet di noi, aiutaci! -
    profer Levin vedendo il proprio cavallo che usciva dal portone. Balz
    nella slitta a fianco di Kuzm e ordin di andare dal dottore.


    CAPITOLO 14.

    Il dottore non era ancora alzato.
    - Si  coricato tardi e ha ordinato di non disturbarlo.  Ma non  star
    molto ad alzarsi - disse il domestico,  che stava ripulendo i vetri di
    una lampada e pareva tutto intento al suo lavoro.
    Quell'attenzione del servitore per il vetro della  lampada  e  la  sua
    indifferenza  per  l'evento che stava accadendo in casa di Levin sulle
    prime lo meravigliarono,  ma poi,  riflettendoci su,  cap che nessuno
    conosceva, n era tenuto a conoscere i sentimenti che agitavano il suo
    cuore  e  che  quindi  bisognava  agire  con  calma,   ponderatezza  e
    decisione,  per riuscire  a  sfondare  quel  muro  di  indifferenza  e
    raggiungere  il  proprio  scopo.  Non  aver  fretta  e non trascurare
    nulla, si disse Levin sentendo accrescersi le proprie forze fisiche e
    la propria attenzione per quello che bisognava fare.
    Tra i diversi piani di azione,  che gli si presentarono  quando  seppe
    che  il  dottore  non era ancora alzato,  Levin si ferm sul seguente:
    Kuzm sarebbe andato con un suo biglietto da un altro  medico,  mentre
    egli si sarebbe occupato di andare a prendere l'oppio in farmacia.  Al
    suo ritorno,  se il dottore fosse  stato  ancora  a  letto,  bisognava
    svegliarlo  a qualsiasi costo,  corrompendo il domestico o,  se questi
    non avesse acconsentito, usando la forza.
    In farmacia, un magro aiutante,  con la stessa indifferenza con cui il
    domestico  del dottore puliva i vetri della lampada,  stava preparando
    una polverina per un cocchiere che aspettava,  e rifiut  a  Levin  di
    dargli l'oppio.  Levin, sforzandosi di restar calmo e di non lasciarsi
    prendere dal nervosismo,  diede il nome del medico e della  levatrice,
    disse  per quale motivo gli occorreva l'oppio e cerc di persuadere il
    commesso a darglielo.  Questi chiese,  in tedesco,  a qualcuno che  si
    trovava  al  di  l  di  un tramezzo,  se potesse accontentare o no il
    cliente e, dopo aver avuto il consenso,  tir fuori una bottiglietta e
    un  imbuto,  vers  lentamente il liquido dal recipiente grande in una
    fialetta, incoll un'etichetta e la suggell,  nonostante le preghiere
    di Levin di non farlo.  Voleva anche incartarla, ma stavolta Levin non
    lo lasci fare,  gli prese risolutamente la fialetta dalle mani e usc
    di corsa attraverso la grande porta a vetri.
    Quando  torn  dal  medico,  questi  non  si  era ancora alzato,  e il
    domestico, occupato ora a stendere un tappeto,  si rifiut di andare a
    svegliarlo. Levin, in tutta calma, lev di tasca un biglietto da dieci
    rubli  e,  pronunziando lentamente le parole,  ma senza perdere tempo,
    gli diede il biglietto e gli spieg che Ptr Dmitric'  (come  in  quel
    momento gli sembrava grande quel Ptr Dmitric',  che prima considerava
    cos poco!) aveva promesso di essere a sua disposizione  in  qualsiasi
    momento  e  che,  se anche lo avesse svegliato subito,  non sarebbe di
    certo andato in collera.
    Il domestico acconsent e sal di sopra,  dopo aver  fatto  accomodare
    Levin nella saletta di attesa. Dietro la porta, Levin sent il dottore
    tossire,  alzarsi,  camminare;  passarono cos tre minuti, che a Levin
    parvero una lunga ora. Non poteva pi aspettare.
    - Ptr Dmitric'!  Ptr Dmitric'!  - esclam con voce implorante.-  Per
    amor di Dio,  perdonatemi...  ricevetemi cos come siete.  Sono pi di
    due ore che...
    - Subito,  subito - rispose la voce,  e Levin,  stupito,  sent che il
    dottore gli rispondeva sorridendo.
    - Un minuto solo...
    - Subito!
    Passarono  ancora  due  minuti  durante  i  quali il dottore calz gli
    stivali e altri due prima che si fosse vestito e pettinato.
    - Ptr Dmitric'! - ripet Levin con voce lamentosa, ma in quel momento
    il dottore comparve, vestito e pettinato.
    Questa gente non ha coscienza,  pens Levin.  Pensa  a  pettinarsi,
    mentre noi stiamo morendo....
    -  Buon  giorno!  -  gli  disse il dottore tendendogli la mano e quasi
    provocandolo con la sua calma. - Non abbiate fretta... Ebbene?
    Cercando  di  essere  il  pi  preciso  possibile,  Levin  cominci  a
    descrivere  con  molti particolari inutili la condizione della moglie,
    interrompendosi di tanto in tanto per pregare  il  dottore  di  venire
    subito da lei.
    - Ma non abbiate fretta!  Ignorate certo che, con ogni probabilit, io
    non sono necessario; ma l'ho promesso e verr. Vi assicuro, per,  che
    non c' fretta. Sedetevi, vi prego, e gradite un caff.
    Levin lo guard quasi per chiedergli se volesse prenderlo in giro.  Ma
    il dottore non ci pensava neppure.
    - Lo so, lo so - disse sorridendo. - Ho anch'io famiglia e noi mariti,
    in questi momenti,  siamo le persone pi infelici del  mondo.  Ho  una
    paziente, il cui marito, quando comincia il travaglio del parto, se ne
    scappa nella scuderia!
    - Ma voi, Ptr Dmitric', pensate che possa andar tutto bene?
    - Tutto lo lascia prevedere.
    -  Allora,  verrete  subito?  -  disse  Levin  guardando con stizza il
    cameriere che portava il caff.
    - Tra un'oretta...
    - No, per amor di Dio!
    - Be',  lasciatemi  almeno  bere  il  caff.  -  Il  dottore  prese  a
    centellinare il suo, ed entrambi tacquero.
    - Questi Turchi,  per,  si prendono delle belle batoste.  Avete letto
    l'ultimo dispaccio? - domand il dottore, masticando un panino.
    - Non ne posso pi! - esclam Levin balzando in piedi. - Allora tra un
    quarto d'ora sarete a casa mia?
    - Tra mezz'ora.
    - Parola d'onore?
    Quando Levin torn a  casa,  incontr  la  principessa  e  insieme  si
    avviarono  verso  la stanza da letto.  La principessa aveva le lacrime
    agli occhi e le tremavano le mani.  Vedendo Levin,  lo abbracci e  si
    mise a piangere.
    - Allora, Lizaveta Petrovna, anima mia? - ella disse afferrando per un
    braccio la donna che era uscita loro incontro, con la faccia raggiante
    e l'aria affaccendata.
    - Tutto bene - disse. - Persuadetela a coricarsi: si sentir meglio.
    Dal  momento  in  cui  si  era svegliato e aveva capito di che cosa si
    trattava,  Levin si era preparato a non riflettere,  a non fare alcuna
    previsione,  a soffocare pensieri e sentimenti con risolutezza,  senza
    sconvolgere la moglie,  ma,  al contrario,  calmandola e sostenendo il
    suo  coraggio,  per  aiutarla  a  sopportare  tutto  quello che doveva
    subire.  Senza neppur pensare a  quello  che  sarebbe  successo,  come
    sarebbe  finito,  giudicando  in  base  alle  domande che aveva fatto,
    quanto durava di solito la cosa,  nella sua immaginazione Levin si era
    preparato  a  pazientare  e  a  comprimere il proprio cuore per almeno
    cinque ore,  e questo gli sembrava possibile.  Ma quando fu di ritorno
    dal  dottore  e  vide  di nuovo le sofferenze della moglie,  si mise a
    ripetere sempre pi di  frequente:  Signore  Iddio,  perdonaci!  Abbi
    piet di noi!, a sospirare, ad alzare la testa; e temeva ormai di non
    poter  pi resistere,  di mettersi a piangere e di fuggire,  tanto era
    grande il suo tormento! Ed era trascorsa soltanto un'ora...
    Ma dopo quell'ora,  ne sopravvenne un'altra,  e  poi  una  terza,  una
    quarta...  tutte le cinque ore,  insomma, che si era posto come limite
    massimo della sua  sopportazione;  ma  la  situazione  era  sempre  la
    stessa,  ed egli la sopportava sempre, perch non poteva far altro che
    pazientare, pensando ogni momento di essere arrivato al limite estremo
    della resistenza e  che  il  suo  cuore  si  sarebbe,  da  un  momento
    all'altro, spezzato per la pena.
    Ma trascorsero ancora minuti,  ore e ancora ore... e i suoi sentimenti
    di sofferenza e di spavento andavano sempre pi esasperandosi.
    Le condizioni abituali della vita,  senza le  quali  non    possibile
    immaginare  alcunch,  per Levin non esistevano pi.  Aveva perduto la
    nozione del tempo: ora, i minuti in cui Kitty lo chiamava a s ed egli
    le teneva la mano sudata che a momenti lo  stringeva  con  incredibile
    forza,  a momenti lo respingeva,  gli sembravano ore; mentre altre ore
    gli sembravano minuti.  Rimase stupito  quando  Lizaveta  Petrovna  lo
    preg di accendere una candela dietro il paravento,  e seppe che erano
    gi le cinque della sera.  Se gli avessero detto che erano soltanto le
    dieci  del  mattino,  non  si sarebbe stupito di pi...  Dov'era stato
    tutto quel tempo?  Non lo sapeva e non  sapeva  cosa  fosse  accaduto.
    Vedeva  il  viso  acceso  di  Kitty,  ora  acceso  e  sofferente,  ora
    sorridente e calmo; vedeva anche la principessa,  rossa,  tesa,  con i
    capelli grigi spettinati e gli occhi colmi di lacrime, che si sforzava
    di inghiottire,  mordicchiandosi le labbra; vedeva Dolly e il dottore,
    che fumava grosse sigarette,  e Lizaveta Petrovna con la faccia seria,
    decisa  e  tranquilla,  e il vecchio principe,  che passeggiava per la
    sala con il  viso  accigliato.  Ma  in  qual  modo  essi  entravano  e
    uscivano, lo ignorava. Ora la principessa si trovava con il dottore in
    camera da letto,  ora nello studio, dove era apparecchiata una tavola;
    ora non c'era pi lei,  ma Dolly.  Poi Levin si  ricordava  di  essere
    stato mandato chiss dove; a un certo punto, gli fecero trasportare un
    tavolo e un divano; lo fece con premura, pensando che fosse necessario
    per lei e, soltanto dopo, seppe di aver preparato un giaciglio per s.
    Lo  mandarono  anche  nello studio a chiedere qualcosa al dottore;  il
    dottore gli rispose e poi si mise a parlare  di  certi  disordini  nel
    Consiglio  comunale;  lo  mandarono  inoltre  in camera da letto della
    principessa a prendere un'icona in una cornice di  argento  dorato  e,
    con la vecchia cameriera della principessa, si arrampic su un armadio
    per prendere l'icona,  e ruppe una lampada da notte, e la cameriera lo
    calmava a proposito della moglie e della lampada.  Poi port l'icona e
    la mise al capezzale di Kitty, infilandola con cura dietro ai cuscini.
    Ma dove,  quando e perch tutto questo? Non lo sapeva e nemmeno capiva
    perch la  principessa  lo  prendesse  per  mano  e,  guardandolo  con
    compassione,  gli  raccomandasse  di  stare  tranquillo,  e  Dolly  lo
    esortasse a mangiare e lo conducesse via dalla stanza,  e  persino  il
    dottore  lo  guardasse  con  aria  seria  e  comprensiva e gli facesse
    ingoiare certe gocce...
    Sapeva e sentiva soltanto che quello che si compiva era simile  a  ci
    che  si  era  compiuto  un  anno  prima,  nell'albergo  della citt di
    provincia,  al letto di morte di suo fratello Nikolj.  Ma  laggi  si
    trattava  di  un  dolore e qui di una gioia;  e tuttavia quel dolore e
    questa gioia erano  ugualmente  al  di  fuori  di  tutte  le  consuete
    circostanze  della  vita,  erano  come  spiragli  attraverso  i  quali
    appariva qualcosa di  superiore...  Quello  che  stava  accadendo  era
    ugualmente penoso e ugualmente incomprensibile e, a quello spettacolo,
    la  sua  anima  si  sollevava  a  un'altezza  che  prima non aveva mai
    raggiunta e dove la ragione non poteva ormai pi seguirla.
    Abbi piet  di  noi,  Signore!  Signore,  aiutaci!  si  ripeteva  di
    continuo. Malgrado il suo distacco da Lui, cos lungo e apparentemente
    totale,  sentiva di rivolgersi a Dio con la stessa fiducia e la stessa
    semplicit del tempo della sua infanzia e della prima giovinezza.
    E, per tutto quel tempo,  perdurarono in lui due distinte impressioni:
    una  esterna,  lontana da Kitty,  con il dottore che fumava una grossa
    sigaretta dopo l'altra e le schiacciava contro l'orlo  del  posacenere
    pieno,  con Dolly, con il vecchio principe, e in cui si parlava di ci
    che si sarebbe mangiato e  si  discorreva  di  politica  e  di  Mrija
    Petrovna,  un'impressione nella quale Levin dimenticava per un istante
    ci che accadeva e si  sentiva  come  uno  che  si  sveglia.  L'altra,
    pervasa dalla presenza di Kitty, vicino al suo capezzale, per la quale
    il  cuore  pareva  spezzarsi  dalla  compassione,  mentre continuava a
    pregar Dio. E ogni volta che, partendo dalla camera da letto,  un urlo
    giungeva sino a lui e lo toglieva a un attimo di oblio,  egli ricadeva
    nello strano errore di cui era stato vittima al  primo  momento;  ogni
    volta che sentiva il grido, dava un balzo e correva per giustificarsi;
    poi  ricordava,  strada  facendo,  di  non  essere  colpevole,  voleva
    soccorrerla e difenderla. Ma, guardandola, vedeva di nuovo che non era
    possibile aiutarla  e  inorridiva  e  ripeteva:  Signore,  perdona  e
    aiutaci!.  E,  quanto  pi  passava  il tempo,  tanto pi si facevano
    intensi i due diversi stati d'animo: tanto pi  calmo  si  faceva  lui
    fuori della presenza di Kitty, completamente dimenticandola, tanto pi
    tormentose  gli  erano  le  sofferenze  di  lei  e la sensazione della
    propria impotenza di fronte a esse.  Balzava in piedi,  voleva correre
    in qualche sito e correva da lei.
    Talvolta,  quando ella lo chiamava ancora,  egli l'accusava;  ma,  non
    appena vedeva il suo viso dolce e sorridente e udiva  le  sue  parole:
    Ti  faccio  soffrire,  vero?,  accusava  Dio  ma,  subito  dopo,  ne
    implorava il perdono e l'aiuto.


    CAPITOLO 15.

    Ignorava se fosse tardi o presto.  Le  candele  andavano  spegnendosi;
    Dolly  si  era  recata  nello  studio  e  aveva proposto al dottore di
    coricarsi un po', mentre Levin, seduto accanto a lui, ascoltava i suoi
    discorsi su un ciarlatano ipnotizzatore e guardava la cenere della sua
    sigaretta.  Era in un  periodo  di  oblio  e  di  riposo:  dimenticava
    completamente ci che stava accadendo e ascoltava,  comprendendolo, il
    racconto del dottore.  Improvvisamente echeggi un urlo che non  aveva
    nulla  di umano.  Quell'urlo era cos terribile che Levin non si mosse
    ma,  trattenendo il respiro,  guard il dottore con aria sbigottita  e
    interrogativa.  Il  dottore  pieg la testa da un lato,  mettendosi in
    ascolto,  e sorrise con approvazione.  Tutto era cos fuori del comune
    che  pi nulla stupiva Levin.  Si vede che dev'essere cos,  pens e
    continu a restare seduto.  Di chi era quell'urlo?  Si alz di scatto,
    corse  in  punta  di  piedi  nella camera da letto,  sorpass Lizaveta
    Petrovna e la principessa, e prese posto al capezzale di Kitty. L'urlo
    si era spento,  ma adesso qualcosa era  cambiato.  Che  cosa?  Non  lo
    vedeva  e  non  lo capiva,  o non voleva vederlo n capirlo;  ma se ne
    rendeva conto dal volto di Lizaveta Petrovna. Il volto della donna era
    serio,  pallido e sempre ugualmente  deciso,  bench  la  mascella  le
    tremasse un po' e i suoi occhi fossero intensamente fissi su Kitty. Il
    viso  infiammato  e  sfinito  della  giovane donna,  con una ciocca di
    capelli appiccicata alla fronte sudata,  era rivolto verso  di  lui  e
    cercava il suo sguardo, mentre le mani alzate chiedevano le sue, prese
    tra  le  mani  sudate  quelle  gelate di Levin e cominci a premersele
    contro la fronte.
    - Non andar via!  Non andar via!  Io non ho paura...  non  ho  paura!-
    diceva  in fretta Kitty.  - Mamma,  toglietemi gli orecchini: mi danno
    fastidio. Non hai paura, vero? Presto...  presto...  chiamate Lizaveta
    Petrovna!
    Parlava rapidamente e voleva sorridere ma,  a un tratto,  il suo volto
    si deform ed ella lo respinse.
    - No,  orribile! Morir... sto per morire... Vattene,  vattene!grid,
    e di nuovo si ud quell'urlo che non aveva nulla di umano.
    Levin si strinse il capo tra le mani e usc dalla stanza di corsa.
    - Non  nulla,  non  nulla... Va tutto bene - disse Dolly seguendolo.
    Ma, qualsiasi cosa gli dicesse,  egli era certo che tutto era perduto.
    Fermatosi  nella  stanza  attigua,  con  la testa appoggiata contro il
    muro, intese un grido che pareva un muggito,  un grido quale mai aveva
    udito prima;  ed egli sapeva che quel grido proveniva da un essere che
    era stato, un tempo,  Kitty.  Ormai quel figlio non lo desiderava pi,
    ora sentiva addirittura di odiarlo. Non desiderava pi la sua vita, ma
    una cosa soltanto: la fine di quelle orribili sofferenze.
    - Dottore,  che significa?  Che ?  Mio Dio! - disse afferrando per un
    braccio il dottore che entrava.
    - Tra poco sar la fine - rispose il dottore.  E il viso  di  lui  era
    cos serio che Levin interpret le sue parole in senso infausto.
    Fuori di s,  entr di corsa nella stanza da letto.  La prima cosa che
    vide fu il volto di Lizaveta Petrovna, fattosi ancora pi severo e pi
    accigliato.
    Il viso di Kitty non esisteva pi.  Al suo posto  c'era  una  maschera
    dall'aspetto terribile,  stravolta e urlante.  Levin appoggi la testa
    alla spalliera del letto,  sentendo che  il  cuore  gli  si  spezzava.
    L'orribile urlo non si calmava,  si era fatto,  anzi, ancora pi acuto
    e, come se avesse raggiunto il limite massimo dell'orrore, a un tratto
    si spense.  Levin non credeva alle proprie orecchie,  eppure  non  era
    possibile  dubitare;  l'urlo  si  era  calmato  e si udiva un sommesso
    bisbigliare, un tramestio,  un affaccendarsi,  e poi la voce spezzata,
    viva, tenera, felice che diceva dolcemente:
    - E' finita!
    Egli  sollev  il  capo.  Con  le  braccia  abbandonate sulla coperta,
    straordinariamente bella e calma,  Kitty lo guardava senza  parlare  e
    voleva sorridere, senza riuscirvi.
    E  a  un tratto,  da quel mondo misterioso e terribile,  da quel mondo
    strano in cui viveva da ventidue ore,  Levin si sent trasportato  nel
    mondo solito,  nel mondo di un tempo, ma splendente adesso di una luce
    di felicit cos nuova che non poteva sopportarla.  La corda  tesa  si
    spezz:  singhiozzi  e  lacrime  di  gioia,  che  egli  non  aveva mai
    preveduti,  si sollevarono in lui  con  tanta  forza  che,  squassando
    violentemente il suo petto, gli impedirono di parlare.
    Cadde  in ginocchio davanti al letto,  port alle labbra la mano della
    moglie e la ricopr di baci,  e quella mano,  con un  movimento  delle
    dita sottili, rispondeva ai suoi baci. Intanto l, ai piedi del letto,
    tra le mani esperte di Lizaveta Petrovna, simile alla debole fiammella
    di una lampada da notte, oscillava la vita di un piccolo essere umano,
    che sinora non era esistito e che,  con lo stesso diritto degli altri,
    sarebbe vissuto e avrebbe generato esseri simili a lui.
    - Vivo! Vivo! Ed  un maschio! Non vi agitate!  - ud Levin la voce di
    Lizaveta  Petrovna  che,  con la mano tremante,  batteva piccoli colpi
    sulla schiena del neonato.
    - Mamma,  vero? - si sent la voce di Kitty.
    Le risposero soltanto i singhiozzi della principessa.
    A un tratto,  in mezzo al silenzio,  come  una  sicura  risposta  alla
    domanda  materna,  si  lev  una voce,  completamente diversa da tutte
    quelle che parlavano sommesse  nella  stanza.  Era  un  grido  ardito,
    imperioso,  prepotente,  il  grido  di  un nuovo essere umano,  venuto
    chiss da dove...
    Se avessero detto prima a Levin che Kitty era morta, che il figlio era
    morto con lei,  che i fanciulli sono angeli e che Dio  stesso  era  l
    davanti a loro,  non si sarebbe meravigliato;  ma ormai, rientrato nel
    mondo della realt,  egli faceva grandi sforzi mentali per capire  che
    Kitty   era   viva   e   salva  e  che  l'essere  che  strillava  cos
    disperatamente era suo figlio!
    Kitty era viva,  le sue sofferenze erano finite e  questo  lo  rendeva
    felice! Ora comprendeva tutto e ne gioiva: ma il figlio? Donde veniva?
    Chi era?
    Non  poteva capire,  non poteva assuefarsi a questo pensiero.  Era per
    lui un alcunch di superfluo,  come  un'escrescenza,  alla  quale  per
    lungo tempo non pot abituarsi.



    CAPITOLO 16.

    Verso  le  dieci,  il  vecchio  principe,  Sergj  Ivnovic'  e Stepn
    Arkadyc' erano in casa di Levin e,  dopo aver  parlato  della  giovane
    madre,  discorrevano  di  altri  argomenti.  Levin li ascoltava;  quei
    discorsi,  suo malgrado,  gli ricordavano l'evento che si era compiuto
    quel  mattino  e  gli  ricordavano  anche se stesso qual era il giorno
    prima che esso si compisse.  Gli pareva che  fossero  trascorsi  cento
    anni!  Si  sentiva,  ora,  a  un'altezza irraggiungibile,  dalla quale
    scendeva con cautela per non ferire i suoi  interlocutori.  Parlava  e
    pensava  continuamente  alla  moglie,  ai  particolari  del  suo stato
    attuale e al figlio,  cercando di  abituarsi  al  pensiero  della  sua
    esistenza.  La donna che,  da quando si era sposato, aveva assunto per
    lui un significato nuovo, prima sconosciuto, adesso, nel suo concetto,
    si innalzava a un punto tale  che  non  riusciva  ad  abbracciare  con
    l'immaginazione.
    Stava  ascoltando  la  descrizione  del  pranzo  del  giorno  prima al
    circolo, e intanto pensava: Che far ora? Si sar addormentata?  Come
    sta?  Che pensa?  Striller forse Dmitrij,  mio figlio?.  E,  nel bel
    mezzo della conversazione,  anzi nel bel mezzo di una frase,  balz in
    piedi e usc a precipizio dalla stanza.
    -  Fatemi  sapere  se  si  pu  andare  a vederla!  - disse il vecchio
    principe.
    - Benissimo, subito! - rispose Levin,  senza pi fermarsi,  e corse da
    lei.
    Kitty non dormiva;  discorreva piano con la madre facendo progetti per
    il prossimo battesimo.
    Tutta in ordine,  ben pettinata,  con una elegante cuffietta,  in  cui
    occhieggiava  qualcosa  di  azzurro  e  con  le  mani appoggiate sulla
    coperta, giaceva supina e,  incontrato lo sguardo del marito lo attir
    a s con lo sguardo.  Quello sguardo, sempre chiaro, si andava vieppi
    illuminando a mano a mano che egli si avvicinava;  il suo volto  aveva
    cambiato   la   propria   espressione  terrena  per  quell'espressione
    ultraterrena che si nota sul viso dei morti: soltanto,  invece  di  un
    congedo,  era come un ritorno alla vita. Di nuovo, gli afflu al cuore
    un'emozione simile a quella che aveva provato nel momento  del  parto.
    Kitty gli prese la mano e gli chiese se avesse dormito; Levin non pot
    rispondere  e  si  volt  dall'altra  parte  per nascondere la propria
    debolezza.
    - Io mi sono assopita un po',  Kstja - ella gli disse - ora mi  sento
    tanto bene, tanto bene...
    Lo guardava ma, a un tratto, la sua espressione cambi.
    - Datemelo!  - disse sentendo gridare il piccino. - Datemelo, Lizaveta
    Petrovna, cos lo vedr anche lui.
    - Bene,  facciamolo vedere al suo babbo  -  disse  Lizaveta  Petrovna,
    sollevando e portando un qualcosa di rosso e di strano che si agitava.
    - Aspettate, per, prima ci dobbiamo mettere in ordine...
    E Lizaveta Petrovna,  posata quella cosa vacillante e rossa sul letto,
    prese a svestire e a rivestire il bimbo,  sollevandolo  e  rigirandolo
    tra le dita, mentre cospargeva di cipria il corpicino.
    Levin,  alla vista di quella minuscola creatura,  faceva grandi sforzi
    per trovare nella propria anima qualche traccia di sentimento paterno.
    Provava per lui soltanto ripugnanza; ma, quando lo denudarono,  quando
    vide  apparire quelle braccia cos minuscole,  quei piedini dalle dita
    cos piccole e con il pollice ben distinto,  e  quando  vide  Lizaveta
    Petrovna  stringere  quelle  braccia  cos tenere nelle fasce di tela,
    prov una tale compassione per quel piccolo  essere  e,  insieme,  una
    tale paura che gli facessero del male, che trattenne Lizaveta Petrovna
    per un braccio.
    La donna si mise a ridere.
    - Non abbiate timore! Non abbiate timore!
    Quando  il  piccolo  fu  fasciato e trasformato in una rigida bambola,
    Lizaveta Petrovna,  orgogliosa dell'opera sua,  si tir  in  disparte,
    affinch  Levin  potesse  contemplare  il  figliolo  in  tutta  la sua
    bellezza. Kitty, con gli occhi fissi, guardava nella stessa direzione.
    - Datemelo, datemelo! - esclam sollevandosi persino un
    poco.
    - Che  fate,  Katerina  Aleksndrovna?  Non  dovete  muovervi  cos...
    Aspettate,  ora ve lo do io.  Ecco, adesso faremo vedere al babbo come
    siamo ben fatti!
    Con una sola mano,  Lizaveta Petrovna sollev verso Levin quell'essere
    strano,  rosso,  vacillante,  con  la testa affondata negli orli delle
    fasce. Ma anche quell'essere cos piccolo aveva un naso, due occhietti
    che guardavano  storto  e  due  labbruzze  atteggiate  a  una  piccola
    smorfia.
    - E' un magnifico bimbo! - dichiar Lizaveta Petrovna.
    Levin sospir tristemente. Quel magnifico bimbo gli suscitava soltanto
    una  sensazione  di  disgusto  e  di  piet.  Non  era certo quello il
    sentimento che si aspettava di provare!  Si  volt  dall'altra  parte,
    mentre  Lizaveta  Petrovna  accomodava  il piccolo al seno della madre
    inesperta.
    A un tratto,  una risata gli fece  voltare  il  capo.  Era  Kitty  che
    rideva. Il bimbo si era attaccato al seno.
    - Su, adesso basta! - le disse, poco dopo, Lizaveta Petrovna. Ma Kitty
    non lo lasci e il bimbo si addorment tra le sue braccia.
    -  Guardalo  ora - disse Kitty voltando verso Levin il piccolo.  Ma il
    visetto da vecchio del bambino si corrug ancora di pi: e sternut.
    Levin, sorridendo e trattenendo a stento lacrime di commozione,  baci
    la moglie e usc dalla stanza buia.
    Ci  che  provava  per  quella  creaturina  non era affatto ci che si
    aspettava.  Non  vi  era  nulla  di  allegro  e  di  gioioso  in  quel
    sentimento:  al  contrario,   una  nuova,  tormentosa  paura.  Era  la
    consapevolezza di un nuovo lato vulnerabile e, nei primi tempi, quella
    consapevolezza fu tanto penosa,  e  fu  tanto  grande  il  timore  che
    quell'essere inerme potesse soffrire che per loro colpa non avvert la
    strana sensazione di sciocca gioia e,  persino,  di orgoglio, che egli
    aveva provata quando il bambino aveva sternutito.


    CAPITOLO 17.

    Gli affari di Stepn Arkadyc' attraversavano un momento difficile.
    Aveva gi speso i primi due terzi del prezzo pattuito per  la  vendita
    del bosco,  regolarmente riscossi; era stato ritirato quasi per intero
    anche l'ultimo terzo anticipato dal mercante,  dietro un interesse del
    dieci  per  cento.  Il  mercante  non  dava  pi  soldi  tanto pi che
    quell'inverno, dichiarando per la prima volta in modo chiaro i diritti
    sul  suo  patrimonio,   Drija  Aleksndrovna  si  era  rifiutata   di
    quietanzare  sul  contratto  l'incasso  del denaro per l'ultimo terzo.
    Tutto lo stipendio veniva speso per la casa  e  per  i  pagamenti  dei
    piccoli debiti. Non c'erano pi soldi!
    La  situazione  si presentava spiacevole,  imbarazzante e,  secondo il
    parere di Stepn Arkadyc',  non  poteva  protrarsi  oltre.  La  causa,
    secondo  lui,  era  il  fatto  che egli percepiva uno stipendio troppo
    basso. Il posto che occupava poteva, evidentemente, essere stato buono
    cinque anni addietro,  ma ora non bastava pi.  Petrv,  il  direttore
    della  banca,  riceveva  dodicimila  rubli;  Sventickij  ne guadagnava
    diciassettemila come membro del  Consiglio  d'Amministrazione  di  una
    societ;   Mitin,   che   aveva   fondato  una  banca,   ne  percepiva
    cinquantamila.  Evidentemente io  mi  sono  addormentato  e  si  sono
    dimenticati  di  me,  pens Stepn Arkadyc' e cominci a guardarsi in
    giro e a tendere l'orecchio...  Verso la fine dell'inverno,  mise  gli
    occhi su un posto molto buono e part all'attacco,  dapprima da Mosca,
    attraverso zii e zie, amici; poi, quando la cosa parve matura al punto
    giusto, part egli stesso, in primavera, per Pietroburgo.
    Si trattava  di  uno  di  quegli  impieghi,  disponibili  a  tutte  le
    gradazioni,  dai  mille  ai  cinquantamila  rubli l'anno di stipendio,
    redditizi e di poca fatica,  che pullulavano ogni giorno di  pi:  era
    una  carica  di  membro delle Agenzie riunite del Credito mutuo delle
    Ferrovie del sud e Istituti bancari  meridionali.  Quel  posto,  come
    tutti i posti consimili, esigeva tante cognizioni e tanta attivit che
    era quasi impossibile trovarle riunite in una sola persona.  E, poich
    siffatta persona non esisteva, era comunque meglio che a occupare quel
    posto fosse una persona onesta, anzich un furfante. E Stepn Arkadyc'
    non solo era un onest'uomo (senza accento), ma una persona onsta (con
    l'accento),  ossia con quel  particolare  significato  che  ha  questa
    parola  a  Mosca,  quando si dice: un uomo politico onesto,  un onesto
    scrittore,  un giornale onesto,  un'istituzione onesta,  una  tendenza
    onesta,  e  che  non significa soltanto che l'uomo o l'istituzione non
    sono disonesti,  ma altres che,  all'occasione,  sono capaci anche di
    lanciare   una  frecciata  al  governo.   A  Mosca,   Stepn  Arkadyc'
    frequentava gli ambienti in cui quell'aggettivo era diffuso e  in  cui
    egli  stesso era trattato da uomo onesto.  Aveva perci diritto a quel
    posto pi di ogni altro.
    Quella carica rendeva dai sette ai diecimila rubli annui  e  Oblonskij
    poteva  occuparla  senza abbandonare il proprio impiego statale.  Essa
    dipendeva da due ministeri,  da una signora e da due ebrei  e,  bench
    tutte  queste  persone  fossero  gi state preparate,  Stepn Arkadyc'
    aveva bisogno di andarle  a  trovare  nella  capitale.  Inoltre  aveva
    promesso  alla  sorella  Anna  di  ottenere  da  Karenin  una risposta
    definitiva sul divorzio.  Cos,  chiesti e ottenuti da Dolly cinquanta
    rubli, part per Pietroburgo.
    E  ora,  seduto  nello studio di Karenin e ascoltando una sua disamina
    sulle cause della  cattiva  situazione  delle  finanze  russe,  Stepn
    Arkadyc'  aspettava  soltanto  il momento in cui quello avrebbe finito
    per affrontare la propria faccenda e quella di Anna.
    - S,  giustissimo - disse, quando Aleksj Aleksndrovic', toltosi il
    "pince-nez",  senza il quale ormai non poteva pi leggere,  guard con
    aria  interrogativa  l'ex  cognato;  -   giustissimo nei particolari;
    tuttavia il principio dei nostri tempi  la libert...
    - S,  ma io avanzo un altro principio,  che  abbraccia  il  principio
    della  libert - spieg Aleksj Aleksndrovic',  calcando sulla parola
    abbraccio,  e si rimise gli occhiali  per  leggere  daccapo  al  suo
    interlocutore il passo in cui era esposto quel concetto.  E, dopo aver
    sfogliato il manoscritto,  redatto in bella  calligrafia,  con  enormi
    margini, Karenin rilesse il brano persuasivo.
    -  Io  non  voglio  il  sistema  protezionistico  per il vantaggio dei
    privati, bens per il bene comune, per le classi superiori e inferiori
    che siano - disse guardando Oblonskij al di sopra del  "pince-nez".  -
    Ma  "loro"  non  possono  comprenderlo;  "loro" sono occupati soltanto
    dagli interessi personali e si lasciano incantare dalle frasi.
    Stepn Arkadyc' sapeva che,  quando Karenin cominciava  a  parlare  di
    quello  che  fanno o che pensano "loro",  cio quelli che non volevano
    esaminare i suoi progetti ed erano  la  causa  di  tutto  il  male  in
    Russia,  si era gi prossimi alla fine;  perci rinunzi volentieri al
    principio della libert e si dichiar  pienamente  d'accordo.  Aleksj
    Aleksndrovic' tacque sfogliando pensieroso il proprio manoscritto.
    -  Ah,  a proposito - disse Stepn Arkadyc' - volevo pregarti,  quando
    hai occasione di vedere Pomorskij,  di  dirgli  una  parolina  in  mio
    favore,  nel  senso  che io desidererei molto occupare un certo posto,
    ora vacante,  di Membro della Commissione eccetera,  eccetera...  - La
    denominazione di quel posto,  cos vicino al suo cuore, era ormai cos
    abituale per Stepn Arkadyc' che riusciva a pronunziare  tutta  quella
    tirata di un sol fiato e senza sbagliare.
    Aleksj  Aleksndrovic'  domand in che cosa consistesse l'attivit di
    quella nuova Commissione, e si fece pensieroso.  Stava riflettendo se,
    nell'attivit di quella Commissione,  non ci fosse, per caso, qualcosa
    di contrario ai suoi  progetti.  Ma,  poich  l'attivit  della  nuova
    istituzione  era  molto  complessa  e i suoi progetti abbracciavano un
    campo assai vaso,  non pot rendersene subito conto e,  togliendosi il
    "pince-nez", rispose:
    -  Certo,  posso parlargliene;  ma perch tu ci tieni tanto a occupare
    quel posto?
    - Lo stipendio  buono...  raggiunge quasi i novemila rubli,  e i miei
    mezzi...
    -   Novemila!   -   ripet   Aleksj   Aleksndrovic'   corrugando  le
    sopracciglia.
    L'elevata cifra di quello stipendio gli  aveva  fatto  ricordare  che,
    sotto  quell'aspetto,  l'attivit  di Stepn Arkadyc' era contraria al
    senso  fondamentale  del  suo  progetto   che   tendeva   sempre   pi
    all'economia.
    -  Io  trovo,  e  ho scritto a questo proposito una relazione,  che ai
    nostri tempi questi lauti stipendi sono indici di una falsa "assiette"
    (210) economica della nostra amministrazione.
    - Ma perch? - domand Stepn Arkadyc'.  - Supponiamo che il direttore
    di  una banca riceva quarantamila rubli: li vale,  per.  Un ingegnere
    riceve ventimila rubli? E' un lavoro vivo utile, checch tu ne pensi!
    - Io ritengo che lo stipendio sia il pagamento  di  una  merce  e  che
    perci debba sottostare alla legge della domanda e dell'offerta. Se il
    criterio  dello  stipendio  si  allontana  da  questa legge,  come per
    esempio quando vedo che dall'Istituto escono due  ingegneri,  entrambi
    aventi  gli  stessi  titoli  e  le  stesse  capacit,   e  uno  riceve
    quarantamila rubli e l'altro solo ventimila, oppure quando si nominano
    direttori di banca con un enorme stipendio dei laureati  in  legge,  o
    degli  ussari  che  non  hanno  alcuna  conoscenza  specializzata,  ne
    concludo che lo stipendio non viene fissato in base alla  legge  della
    domanda  e  dell'offerta,  ma  semplicemente  per  compiacere  qualche
    persona. E qui c' un abuso,  grave di per s,  e che si ripercuote in
    modo deleterio sull'apparato dello Stato. Io suppongo...
    Stepn Arkadyc' si affrett a interrompere il cognato.
    -  S,  ma  tu  sei  d'accordo che si tratta di una istituzione nuova,
    profondamente utile.  Comunque la pensi,   lavoro utile,  attivo!  E,
    soprattutto,  si  vuole  che  chi  la  dirige sia una persona onesta -
    concluse Stepn Arkadyc' calcando la voce sull'ultima parola.
    Ma il  significato  moscovita  di  "onesto"  era  incomprensibile  per
    Aleksj Aleksndrovic'.
    - L'onest  soltanto una qualit negativa - disse.
    -  Tuttavia  mi  farai  un gran piacere - riprese Stepn Arkadyc'-  se
    dirai una parola a Pomorskij. Cos, tra un discorso e l'altro...
    - Ma, a quanto mi pare, questo dipende piuttosto da Bolgrinov - disse
    Aleksj Aleksndrovic'.
    - Da parte sua,  Bolgrinov  completamente d'accordo - asser  Stepn
    Arkadyc' arrossendo.
    Era  arrossito,  udendo  il nome dell'ebreo Bolgrinov,  perch quella
    stessa mattina era stato da lui e quella visita gli aveva prodotto una
    spiacevole impressione. Stepn Arkadyc' sapeva con certezza che l'ente
    in cui voleva entrare era un'istituzione  nuova,  viva  e  onesta,  ma
    quella  mattina,  quando  Bolgrinov,  palesemente a bella posta,  gli
    aveva fatto fare due ore di anticamera con altri sollecitatori, si era
    sentito a disagio. Ci dipendeva forse dal fatto che egli, il principe
    Oblonskij,  discendente di Rjurik,  aveva  dovuto  aspettare  due  ore
    nell'anticamera  di un giudeo?  O forse perch,  per la prima volta in
    vita sua, non aveva seguito l'esempio degli avi di servire il governo,
    ma cercava di entrare in una carriera nuova?  In  ogni  caso,  si  era
    sentito molto a disagio.
    Passeggiando   baldanzosamente  per  l'anticamera,   accomodandosi  le
    fedine, in quelle due ore di attesa Stepn Arkadyc' aveva nascosto con
    cura anche a  se  stesso  il  sentimento  che  provava,  mettendosi  a
    discorrere  con  gli  altri  sollecitatori  ed escogitando un gioco di
    parole che avrebbe detto in seguito a proposito di quell'attesa.
    Ma per tutto il tempo si era  sentito  irritato  e  imbarazzato  senza
    sapere  egli  stesso  il  perch:  forse  non gli riusciva il gioco di
    parole  o  forse  per  qualche  altro  motivo?   Quando,   finalmente,
    Bolgrinov  l'aveva ricevuto con straordinaria deferenza,  palesemente
    trionfante  della  umiliazione  che  gli  aveva   inflitta   e   quasi
    opponendogli   un  rifiuto,   Stepn  Arkadyc'  si  era  affrettato  a
    dimenticare  tutto,   il   pi   presto   possibile.   Soltanto   ora,
    ricordandosene, era arrossito.


    CAPITOLO 18.

    - Adesso devo ancora farti una domanda,  e tu sai quale.  Si tratta di
    Anna - disse Stepn Arkadyc',  dopo aver taciuto per un po' ed essersi
    scrollato di dosso quella spiacevole impressione.
    Non  appena  Oblonskij  ebbe  pronunziato il nome di Anna,  il viso di
    Aleksj Aleksndrovic' mut  completamente:  all'animazione  di  prima
    subentr un'espressione di stanchezza e di profondo abbattimento.
    -  Che  cosa  precisamente  volete  da  me?  - disse rigirandosi sulla
    poltrona e chiudendo il "pince-nez".
    - Una decisione,  una  decisione  qualsiasi,  Aleksj  Aleksndrovic'.
    Adesso  mi rivolgo a te non come (e qui Stepn Arkadyc' avrebbe voluto
    dire a un marito offeso, ma, temendo di rovinare tutto,  si serv di
    un'altra frase, anch'essa, per, pochissimo felice) all'uomo di Stato,
    ma  semplicemente come a un uomo,  un uomo buono e buon cristiano.  Tu
    dovresti avere piet di lei - disse.
    - Ossia, in che modo, precisamente? - domand Karenin a bassa voce.
    - S, aver piet di lei. Se tu la vedessi come l'ho veduta io,  che ho
    passato l'inverno con lei, ne avresti compassione. La sua situazione 
    spaventosa, semplicemente spaventosa.
    -  Mi  pare  - disse Aleksj Aleksndrovic' con voce pi acuta,  quasi
    stridula - che Anna Arkdevna abbia tutto quello che  ella  stessa  ha
    voluto.
    - Ah, Aleksj Aleksndrovic', non recriminiamo, in nome del cielo! Ci
    che  stato,   stato,  e tu sai che cosa essa ora desidera e attende:
    il divorzio.
    - Ma io credevo che Anna Arkdevna avrebbe rinunziato al divorzio  nel
    caso in cui tenessi presso di me mio figlio.  Le ho risposto in questo
    senso e consideravo finita la faccenda.  E tale infatti la considero -
    concluse con voce pigolante.
    -  Per amor di Dio,  non andare in collera!  - esclam Stepn Arkadyc'
    toccando un ginocchio del cognato. - La faccenda non  conclusa. Se tu
    mi permetti di ricordartelo,  ecco come sono andate le cose: quando vi
    siete separati,  tu sei stato grande,  magnanimo,  come di pi non era
    possibile; le davi tutto: la libert e persino il divorzio. Ed ella ha
    apprezzato... No, non credere... ha veramente apprezzato il tuo gesto,
    al punto che in quei momenti, sentendosi colpevole di fronte a te, non
    ha riflettuto,  non era in grado di  riflettere,  e  ha  rinunziato  a
    tutto.  Ma la realt e il tempo hanno dimostrato che la sua situazione
     penosa, insostenibile...
    - La vita di Anna  Arkdevna  non  mi  pu  interessare  -  interruppe
    Aleksj Aleksndrovic' sollevando le sopracciglia.
    -  Permettimi di non crederlo - disse con dolcezza Stepn Arkadyc'.  -
    La sua situazione  un tormento per lei e non  di alcun vantaggio per
    chicchessia. Tu dirai che ha quello che si merita, e Anna lo sa, e non
    ti chiede nulla. Dice francamente che non osa chiederti nulla.  Ma io,
    tutti i suoi parenti, tutti quelli che le vogliamo bene, ti preghiamo,
    ti  supplichiamo!  Perch  quella  donna deve tormentarsi cos?  A chi
    giova?
    - Permettete, ma mi pare che voi vogliate mettermi nella condizione di
    accusato - disse Karenin.
    - Ma no,  no...  cerca di capirmi - disse Stepn Arkadyc'  toccandogli
    questa  volta  il  braccio,  quasi  fosse  convinto  che quel contatto
    avrebbe raddolcito il cognato.  - Io dico soltanto una  cosa:  la  sua
    situazione    un  tormento,  che  tu  puoi alleviare senza rimetterci
    nulla.  Sistemer io le cose in modo  che  tu  non  te  ne  accorgerai
    nemmeno. Dopo tutto, l'avevi promesso...
    -  La  promessa  era stata fatta in precedenza.  E io supponevo che la
    questione del figlio risolvesse ogni cosa.  Inoltre speravo  che  Anna
    Arkdevna  avrebbe  avuto  abbastanza  magnanimit per...  pronunzi a
    fatica  Aleksj  Aleksndrovic',  fattosi  pallido  e  con  le  labbra
    tremanti.
    -  Certo  ella si rimette interamente alla tua generosit d'animo.  Ti
    supplica di una cosa sola: di toglierla dall'insostenibile  situazione
    in  cui  si  trova.   Non  chiede  neppur  pi  suo  figlio.   Aleksj
    Aleksndrovic',  tu sei un uomo,  cerca di metterti per un momento nei
    suoi panni.  Per lei, nella sua situazione, il divorzio  questione di
    vita o di morte.  Se tu non l'avessi promesso prima,  ella si  sarebbe
    rassegnata e sarebbe rimasta in campagna.  Ma tu hai promesso: ella ti
    ha scritto e poi  andata ad abitare a Mosca. E a Mosca,  dove per lei
    ogni  incontro   una coltellata al cuore,  ci vive ormai da sei mesi,
    aspettando ogni giorno la tua decisione.  E' lo stesso come tenere per
    mesi   e   mesi  un  condannato  a  morte  con  il  cappio  al  collo,
    promettendogli ora la morte, ora la vita.  Abbi piet di lei,  e io mi
    assumo l'obbligo di sistemare ogni cosa. I tuoi scrupoli...
    - Non parlo di questo, non parlo di questo - lo interruppe Karenin con
    disgusto.  -  Ma  forse ho promesso quello che non avevo il diritto di
    promettere...
    - Ritratti dunque quello che hai promesso?
    - Io non ricuser mai di fare ci che  possibile,  ma desidero  avere
    il  tempo  di  riflettere sino a che punto  possibile quanto le avevo
    promesso.
    - No,  Aleksj Aleksndrovic',  - prese a dire Oblonskij scattando  in
    piedi  -  io  non  voglio crederci!  Anna  infelice come soltanto una
    donna pu esserlo, e tu non puoi rifiutare...
    - Nella misura in  cui  ci  che  ho  promesso  sia  possibile.  "Vous
    professez d'tre un libre penseur" (211),  ma io,  come credente,  non
    posso agire contrariamente alla legge di Cristo in una  cosa  di  tale
    importanza!
    -  Ma nella societ cristiana,  e anche da noi,  per quanto ne so,  il
    divorzio  ammesso - disse Stepn Arkadyc'.  - Il divorzio    ammesso
    anche dalla nostra Chiesa, e noi vediamo...
    - E' ammesso, ma non in questo senso...
    -  Aleksj Aleksndrovic',  io non ti riconosco pi - disse Oblonskij,
    dopo un breve silenzio.  - Non sei stato tu (e noi l'abbiamo altamente
    apprezzato)  che  hai  tutto  perdonato  e  che,   mosso  proprio  dal
    sentimento cristiano, eri pronto a sacrificarti interamente? Tu stesso
    avevi detto: Quando ti si  prende  la  tunica,  devi  dare  anche  la
    camicia, e adesso...
    -  Vi  prego  -  disse  a  un  tratto Aleksj Aleksndrovic' alzandosi
    bruscamente in piedi,  pallido,  con le  labbra  tremanti  e  la  voce
    penetrante; - vi prego di porre fine a questa conversazione...
    - No! Perdonami se ti ho amareggiato - cominci a dire Stepn Arkadyc'
    sorridendo confuso e tendendo la mano.  - Tuttavia, come ambasciatore,
    non ho fatto altro che riferire la mia ambasciata.
    Anche Aleksj Aleksndrovic' gli diede la mano,  si fece pensieroso  e
    disse:
    -  Devo  riflettere e chiedere qualche consiglio.  Dopo domani ti dar
    una risposta definitiva.


    CAPITOLO 19.

    Stepn Arkadyc' stava per andarsene, quando entr Kornj ad annunziare
    Sergj Aleksevic'.
    - Chi ? - chiese Stepn Arkadyc', ma subito si ricord: Ah,  Serza!
    - Sergj Aleksevic', credevo fosse un qualche capo divisione... Anna
    mi ha anche pregato di vederlo, ramment.
    Mentre cos diceva,  Stepn  Arkadyc'  rivedeva  la  timida,  timorosa
    espressione di Anna quando,  mentre egli prendeva commiato da lei, gli
    aveva detto: Comunque tu lo vedrai.  Cerca di sapere chi si occupa di
    lui,  con chi vive,  ogni particolare, insomma, e, se fosse possibile,
    Stiva!  Pu  essere  possibile?.  Stepn  Arkadyc'  aveva  capito  il
    significato   delle   ultime   parole:  Se  fosse  possibile!:  esse
    chiedevano se  fosse  possibile  che,  con  il  divorzio,  le  venisse
    restituito  il  figlio...  Ora Stepn Arkadyc' si rendeva conto che su
    quel punto non c'era nemmeno da pensarci,  ma fu tuttavia contento  di
    poter vedere il nipote.
    Aleksj  Aleksndrovic'  fece  presente  al  cognato che al figlio non
    parlavano mai della madre e che perci lo pregava  di  non  fargli  la
    minima allusione a quel riguardo.
    - E' stato molto malato dopo quell'incontro con la madre,  che noi non
    potevamo pre-ve-de-re! Abbiamo persino temuto per la sua vita,  ma una
    cura  seria  e  razionale  e i bagni di mare durante l'estate lo hanno
    rimesso in salute e adesso,  per consiglio del  dottore,  lo  mando  a
    scuola.  In  realt,  l'influenza  dei  compagni  gli giova molto: sta
    perfettamente  bene  e  studia  con   profitto      concluse   Aleksj
    Aleksndrovic'.
    -  Che  bel  ragazzo  si   fatto!  Ormai non  pi Serza,  ma Sergj
    Aleksevic' -  disse sorridendo Stepn Arkadyc',  mentre  guardava  il
    bel giovinetto dalle spalle quadrate, in giubbotto celeste e pantaloni
    lunghi, che entrava con aria disinvolta nella stanza.
    Il  ragazzo  aveva l'aspetto sano e allegro.  Fece un inchino allo zio
    come a un estraneo;  ma,  quando  lo  ebbe  riconosciuto,  arross  e,
    indispettito per qualche cosa, si volt in fretta dall'altra parte. Si
    avvicin al padre, al quale porse la nota dei voti avuti a scuola.
    - Be' non c' male... Puoi andare - disse il padre.
    -  E'  dimagrito  e  cresciuto,  non   pi un bambino,  ormai,  ma un
    giovanotto. Mi piace - osserv Stepn Arkadyc'. - Ti ricordi ancora di
    me? - gli domand poi.
    Il fanciullo guard di sfuggita il padre.
    - S,  "mon oncle" - rispose guardando Stepn Arkadyc' e arrossendo di
    nuovo.
    Lo zio chiam a s il fanciullo e lo prese per mano.
    - Ebbene,  come va? - chiese desiderando chiacchierare con lui, ma non
    sapendo che cosa dire.
    Serza arross,  senza rispondere,  e cerc di ritirare dolcemente  la
    sua  mano  da  quella  dello  zio;  non  appena Stepn Arkadyc' l'ebbe
    lasciata andare, il ragazzo, dopo aver guardato il padre, usc a passo
    svelto dalla stanza, come un uccello verso la libert.
    Era passato un anno da quando Serza aveva veduto l'ultima  volta  sua
    madre e,  da allora,  non aveva pi sentito parlare di lei. Quell'anno
    era stato mandato a scuola e aveva conosciuto dei compagni,  ai  quali
    si era affezionato.  I sogni e i ricordi della madre che,  dopo il suo
    incontro con lei l'avevano fatto ammalare,  adesso  non  lo  turbavano
    pi.  Quando gli si affacciavano alla mente,  li scacciava con rabbia,
    considerandoli vergognosi e puerili, buoni soltanto per le bambine, ma
    non per un ragazzo.  Sapeva che un litigio aveva separato i  genitori,
    sapeva  che  il suo destino era di rimanere con il padre e si sforzava
    di abituarsi a questo pensiero.
    Vedere lo zio, che assomigliava tanto alla madre,  gli riusciva perci
    sgradevole, giacch la presenza di lui gli suscitava certi ricordi che
    egli  riteneva  vergognosi.  E  la  cosa era tanto pi sgradevole,  in
    quanto che,  da alcune parole che aveva udito mentre aspettava  vicino
    alla porta dello studio e,  soprattutto, dall'espressione dei visi del
    padre e dello zio,  indovinava che avevano dovuto parlare della mamma.
    E,  per non condannare il padre con il quale viveva e da cui dipendeva
    e,  soprattutto,  per non cedere a  una  sensibilit  che  considerava
    umiliante,  Serza  aveva  cercato  di non guardare quello zio che era
    venuto a turbare la sua tranquillit,  ridestandogli ricordi che  egli
    voleva dimenticare.
    Ma quando Stepn Arkadyc',  che era uscito dopo di lui,  lo vide sulla
    scala e lo chiam e lo interrog come trascorresse le ore di libert a
    scuola, nell'intervallo delle lezioni,  Serza,  non imbarazzato dalla
    presenza del padre, si mise a parlare.
    -  Da  noi  si  gioca  spesso  alla ferrovia - disse rispondendo a una
    domanda dello zio.  - Ecco in che modo: due si siedono  sul  banco,  e
    sono i passeggeri, un terzo monta in piedi sullo stesso banco, e tutti
    gli  altri  si  attaccano  al  banco  stesso,  con il braccio,  con le
    cinture,  come si pu...  e si corre attraverso tutte  le  aule,  dopo
    averne  prima  spalancate  le porte.  E' difficile fare il conduttore,
    sai!
    - Il conduttore  quello  che  sta  in  piedi?  -  si  inform  Stepn
    Arkadyc' sorridendo.
    -  S,  ci  vuole coraggio e abilit,  specialmente quando il treno si
    ferma di colpo o se qualcuno cade.
    - Non  uno scherzo,  infatti - rispose Stepn Arkadyc' scrutando  con
    mestizia  quegli occhi vivaci che ricordavano la madre e che non erano
    ormai pi quelli di un bimbo innocente. E,  sebbene avesse promesso ad
    Aleksj Aleksndrovic' di non parlare di Anna, non resistette.
    - E ti ricordi della mamma? - domand all'improvviso.
    -  No,  non  mi  ricordo - rispose in fretta Serza e,  fattosi rosso,
    chin lo sguardo a terra.
    E lo zio non riusc pi a fargli dire una parola.
    Dopo mezz'ora, il precettore slavo trov il suo allievo sulle scale; e
    per molto tempo non pot sapere se fosse stizzito o se piangesse.
    - Senza dubbio vi siete fatto male cadendo - gli disse il  precettore.
    - Vi avevo avvertito che  un gioco pericoloso: bisogner avvertire il
    direttore.
    -  Se  mi  fossi  fatto male,  nessuno se ne sarebbe accorto: questo 
    sicuro!
    - E allora, di che si tratta?
    - Lasciatemi stare! Se mi ricordo...  se non mi ricordo...  che gliene
    importa? Perch dovrei ricordarmi? Lasciatemi in pace!
    Ma ora non parlava pi al precettore, ma a tutto il mondo.


    CAPITOLO 20.

    Stepn Arkadyc', come sempre del resto, non trascorreva in ozio il suo
    tempo.  A  Pietroburgo,  oltre  ai  propri  affari,  al divorzio della
    sorella,   all'impiego,   egli  aveva  bisogno,   come   diceva,   di
    rinfrescarsi dopo la muffa moscovita.  Mosca,  malgrado i suoi "cafs
    chantants" e i suoi omnibus,  era pur  sempre  una  palude  stagnante.
    Questo,  Stepn  Arkadyc'  l'aveva  sempre detto;  e,  quando vi stava
    troppo a lungo,  specialmente con la famiglia,  si sentiva il morale a
    terra,  e  giungeva  a  un  punto  tale  che cominciava a seccarsi del
    cattivo  umore  e  dei  rimproveri  della  moglie,   della  salute   e
    dell'educazione  dei  figli e dei piccoli interessi del suo ufficio: e
    gli dava noia persino il fatto di avere dei  debiti.  Ma  gli  bastava
    andare  per  poco  a  Pietroburgo,  trovarsi in quell'ambiente dove si
    viveva,  si viveva veramente e non si vegetava come  a  Mosca,  perch
    subito  tutte  le  preoccupazioni svanissero,  fondendosi come cera al
    fuoco.
    Sua moglie?  Proprio quel giorno,  poco prima,  aveva parlato  con  il
    principe Cecenskij, il quale aveva moglie, figli adulti, che erano gi
    paggi,  e  un'altra  famiglia illegittima,  nella quale aveva pure dei
    figli. Ora, sebbene la sua prima famiglia fosse piacevole, il principe
    Cecenskij si sentiva pi felice nella seconda,  tanto che conduceva in
    essa  il  figlio  maggiore,  poich  assicurava  a Stepn Arkadyc' che
    trovava la  cosa  utilissima  allo  sviluppo  del  ragazzo.  Che  cosa
    avrebbero detto a Mosca di una trovata simile?
    I  figli?  Ma a Pietroburgo i figli non impedivano ai padri di vivere.
    Essi venivano educati negli istituti,  e  non  vi  era  a  Pietroburgo
    quella barbara consuetudine diffusa a Mosca (L'vov ne era un esempio),
    secondo  cui  ai  figli  spettassero tutte le comodit e gli agi della
    vita e ai genitori soltanto il lavoro e le preoccupazioni.  Quaggi si
    capiva che l'uomo deve vivere per conto proprio,  cos come dev'essere
    la vita dell'uomo intelligente.
    L'impiegato? Anche l'impiego, a Pietroburgo, non costituiva quel peso,
    ostinato e senza speranze,  che bisogna trascinarsi dietro a Mosca;  a
    Pietroburgo  l'impiego  offriva anche un certo interesse.  Un incontro
    casuale,  un favore,  una parola azzeccata,  la capacit di raccontare
    bene una barzelletta,  un tratto di spirito a tempo e luogo, e un uomo
    poteva fare rapidamente carriera, come per esempio quel Brjancev,  che
    Stepn  Arkadyc'  aveva incontrato il giorno prima e che adesso era un
    funzionario molto in vista.  L'impiego a Pietroburgo offriva veramente
    un interesse.
    Soprattutto il punto di vista con cui, a Pietroburgo, si consideravano
    le faccende di denaro,  agiva in modo rasserenante su Stepn Arkadyc'.
    Bartnjanskij che spendeva annualmente non meno di cinquantamila  rubli
    con  il tenore di vita che conduceva,  il giorno prima gli aveva detto
    in proposito una cosa veramente stupenda.
    Prima  del  pranzo,   conversando,   Stepn  Arkadyc'  aveva  detto  a
    Bartnjanskij:
    -  Mi  sembra  che  tu  sia  in  buoni  rapporti con Mordvinskij e che
    potresti rendermi un gran servigio: dirgli una parolina a mio  favore.
    C'   un   posto   che   vorrei  ottenere,   quello  di  Membro  della
    Commissione...
    - Basta, basta, tanto non me lo ricordo.  Vorrei solo sapere perch ti
    salta in mente di andarti a cacciare in queste imprese ferroviarie con
    i Giudei. Pensala come vuoi, ma mi sembrano poco pulite...
    Stepn  Arkadyc'  non  gli  obiett  che  si  trattava di una faccenda
    vitale: Bartnjanskij non l'avrebbe capito.
    - Ho bisogno di denaro. Di niente non si vive.
    - Ma tu vivi, no?
    - S, di debiti.
    -  Davvero?   E  ne  hai  molti?   -  chiese  Bartnjanskij   in   tono
    compassionevole.
    - Moltissimi: ventimila rubli.
    Bartnjanskij si mise a ridere allegramente.
    - Oh, uomo felice! - disse. - Io ne ho per mezzo milione, non possiedo
    nulla e, come vedi, vivo lo stesso.
    E Stepn Arkadyc' si rendeva conto della verit di quella affermazione
    non  solo  dalle  parole,  ma  dai  fatti.  Zivachov  aveva debiti per
    trecentomila rubli,  e neppure una copeca di  suo;  eppure  viveva,  e
    come!  Il  conte  Krivcv,  che  gi  da  un  pezzo  avevano  dato per
    spacciato,  manteneva due amanti.  Petrovskij aveva sperperato  cinque
    milioni e conduceva sempre lo stesso tenore di vita: aveva un posto di
    responsabilit  nel  Ministero  delle  finanze  con ventimila rubli di
    stipendio.
    Oltre a tutto questo,  Pietroburgo esercitava su  Stepn  Arkadyc'  un
    effetto  fisico  davvero  benefico:  lo  ringiovaniva.  A  Mosca,  gli
    capitava spesso di osservare i suoi capelli grigi,  si  assopiva  dopo
    aver  pranzato,  si stiracchiava,  saliva le scale lentamente,  con il
    respiro pesante,  si annoiava in  compagnia  delle  signore  e,  nelle
    serate danzanti,  non ballava. A Pietroburgo gli pareva di avere dieci
    anni di meno sulle spalle.  Provava quello che  il  giorno  prima  gli
    aveva  detto  il  sessagenario  conte Ptr Oblonskij,  tornato da poco
    dall'estero:
    - Noi qui non sappiamo vivere -  gli  aveva  detto.  -  Ci  credi?  Ho
    passato  l'inverno  a  Baden  e  ti  assicuro  che  mi sentivo come un
    giovanotto.  Se vedevo una donna giovane e bella,  mi  venivano  certi
    pensieri... Pranzavo con gusto, bevevo, mi sentivo pieno di forza e di
    vitalit.  Arrivato  in Russia,  sono dovuto andare da mia moglie,  in
    campagna...  Ebbene,  tu non ci crederai,  eppure    cos:  dopo  due
    settimane  mi  sono  infilato  la  veste  da  camera,  e  ho smesso di
    cambiarmi per il pranzo. Altro che pensare alle giovani e belle donne!
    Ero ritornato vecchio e non mi restava da fare altro che pensare  alla
    salute dell'anima. Sono andato a Parigi e... ho ritrovato la giovent!
    Stepn Arkadyc' avvertiva per l'appunto la stessa cosa provata da Ptr
    Oblonskij.  A  Mosca,  si  lasciava andare a tal punto che,  se avesse
    continuato ad andare  avanti  a  quel  modo,  avrebbe  davvero  dovuto
    pensare alla salute dell'anima.  Non ci mancava altro!  Invece qui,  a
    Pietroburgo, si sentiva tutto ringalluzzito.
    Tra la  principessa  Betsy  Tvrskaja  e  Stepn  Arkadyc'  esistevano
    rapporti  di  antica  data  e assai strani.  Stepn Arkadyc' le faceva
    sempre la corte e le teneva, scherzando,  certi discorsi sconvenienti,
    certo  com'era  che  nulla  le  piacesse  di pi.  Il giorno dopo aver
    parlato  con  Karenin,  Stepn  Arkadyc',   durante  una  visita  alla
    principessa,   si   sent   tanto   giovane   che,   nel  corteggiarla
    scherzosamente e, come sempre,  nel mentirle,  and tanto oltre da non
    saper pi come fare a tirarsi indietro,  giacch,  per disgrazia,  non
    solo Betsy non gli piaceva,  ma gli  ispirava  addirittura  una  certa
    ripugnanza.  Quei  rapporti  tra  i  due si erano stabiliti perch lui
    piaceva molto a lei.  Fu perci felice dell'arrivo  della  principessa
    Mjgkaja, che pose fine al loro intimo colloquio.
    - Ah,  siete qui anche voi?  - disse la Mjgkaja vedendolo.  - Ebbene,
    come sta la vostra povera sorella?  Non mi  guardate  a  quel  modo  -
    aggiunse.  -  Da  quando coloro,  che sono centomila volte peggiori di
    lei, le si sono scagliati contro, io penso che ha agito benissimo. Non
    posso perdonare a Vronskij di non avermi  fatto  sapere  che  erano  a
    Pietroburgo.  Sarei  andata  a  trovarla  e  mi  sarei  recata con lei
    ovunque.  Per favore,  salutatela per me e ditele del mio  affetto.  E
    ora, parlatemi di lei.
    - S,  la sua situazione  penosa... - incominci Stepn Arkadyc' che,
    nella sua ingenuit,  aveva preso  per  oro  colato  le  parole  della
    principessa  Mjgkaja: parlatemi di lei....  La principessa Mjgkaja
    lo interruppe subito e fu lei che cominci a chiacchierare.
    - Ha fatto quello che, me eccettuata, tutte fanno, ma nascondono. Anna
    non ha voluto ingannare e ha fatto benissimo; e meglio ancora ha fatto
    nel  piantare  quel  pazzoide  di  vostro  cognato.  Scusate...  Tutti
    dicevano che  intelligente, io sola asserivo che  uno stupido. Per,
    da  quando  ha  stretto  relazione  con  Ldija Ivnovna e con Landau,
    dicono che  un mentecatto, e io sarei anche contenta di dissentire da
    tutti, ma in questo proprio non posso.
    - Spiegatemi,  vi prego,  - disse Stepn Arkadyc' - che cosa significa
    questo.  Ieri  sono andato da lui per la faccenda di mia sorella e gli
    ho chiesto una risposta definitiva. Mi ha detto che avrebbe riflettuto
    e questa mattina,  invece della  risposta  promessa,  ho  ricevuto  un
    invito per questa sera dalla contessa Ldija Ivnovna.
    -  Ma  certo!  Chiederanno  consiglio  a Landau - rispose con gioia la
    principessa Mjgkaja.
    - A Landau? Ma come? Perch? Che  questa storia di Landau?
    - Non conoscete  forse  Jules  Landau,  il  famoso  Jules  Landau  "le
    clairvoyant"?  (212).  E' un mezzo matto, ma da lui dipende il destino
    di vostra sorella.  Ecco che cosa accade quando si vive in  provincia:
    non si sa niente di niente. Landau, vedete, era commesso in un negozio
    di  Parigi;  un  giorno and a consultare un medico.  Nella saletta di
    attesa del dottore si addorment e,  nel sonno,  si  mise  a  dare  ai
    malati  dei  consigli,  addirittura  straordinari.  La moglie di Jurij
    Meldinskij, lo conoscete, vero, quello malato?....  ebbene,  la moglie
    sent  parlare  di questo Landau e lo fece chiamare per il marito,  ed
    ora lo sta curando.  Secondo me,  queste cure non gli arrecano  nessun
    beneficio  perch quel disgraziato sta sempre male e regge l'anima con
    i denti;  ma essi credono in lui,  se lo trascinano  sempre  dietro  e
    l'hanno  condotto qui in Russia.  Qui tutti l'hanno preso d'assalto ed
    egli cura tutti.  Ha guarito la contessa Bezzbova ed ella prova tanto
    riconoscente affetto per lui, che lo ha adottato.
    - Come, adottato?
    - S,  adottato.  Ora non  pi Landau, ma il conte Bezzubov... Ma non
    si tratta di questo,  bens di Ldija Ivnovna;  io  le  voglio  molto
    bene,  ma    un  po'  strampalata  e adesso si  appiccicata a questo
    Landau e n lei n Aleksj Aleksndrovic'  prendono  alcuna  decisione
    senza  averlo  prima consultato.  Per questo vi dico che il destino di
    vostra sorella  nelle mani di Landau, alias conte Bezzubov.


    CAPITOLO 21.

    Dopo un eccellente pranzo e una eccellente bevuta di cognac in casa di
    Bartnjanskij,  Stepn Arkadyc' giunse dalla contessa  Ldija  Ivnovna
    con un po' di ritardo sull'ora stabilita.
    -  Chi altri c' dalla contessa?  Il francese?  - domand Oblonskij al
    portiere,  osservando il noto cappotto di Aleksj Aleksndrovic' e uno
    strano, buffo cappotto con fibbie.
    -  Aleksj  Aleksndrovic'  Karenin  e  il conte Bezzubov - rispose il
    portiere con gravit.
    La principessa Mjgkaja ha indovinato, pens Stepn Arkadyc' salendo
    le scale. E' strano! Sarebbe bene, per, conquistare la sua simpatia:
    ha una enorme influenza...  Una parolina a Pomarovskij  e  l'affare  
    fatto!.
    Fuori  era ancor chiaro,  ma nel piccolo salotto della contessa Ldija
    Ivnovna le tende erano abbassate e le lampade accese.  Attorno  a  un
    tavolo  rotondo,  rischiarato  da una lampada,  sedevano la contessa e
    Aleksj  Aleksndrovic',   che   discorrevano   sottovoce.   All'altra
    estremit del salotto,  stava in piedi,  esaminando una parete coperta
    di ritratti, un uomo non molto alto, magro,  con fianchi da donna,  le
    gambe  piegate  in dentro alle ginocchia,  molto pallido,  bello,  con
    magnifici occhi scintillanti e i capelli lunghi che  si  posavano  sul
    collo  della  finanziera.  Dopo  aver  salutato  la  padrona di casa e
    Aleksj Aleksndrovic', Stepn Arkadyc', senza volerlo,  guard ancora
    una volta lo sconosciuto.
    -  Monsieur Landau!  - gli si rivolse la contessa con una dolcezza che
    sorprese Oblonskij. E li present.
    Landau si volt rapidamente,  si avvicin e,  sorridendo,  mise  nella
    mano  tesa  di  Stepn Arkadyc' la sua mano immobile e sudata;  poi si
    allontan subito e riprese a  osservare  i  ritratti.  La  contessa  e
    Aleksj Aleksndrovic' si scambiarono un'occhiata significativa.
    -  Sono  molto  contenta  di  vedervi,  specialmente  oggi  - disse la
    contessa indicando a Stepn Arkadyc' il posto accanto a Karenin.
    - Ve l'ho presentato come Landau - disse a voce  sommessa,  dopo  aver
    gettato  un'occhiata  al francese e poi un'altra a Karenin,  - ma,  in
    realt,  il conte Bezzubov come probabilmente saprete.  Solo che egli
    non ama questo titolo.
    -  S,  l'ho  sentito  - rispose Stepn Arkadyc'.  - Si dice che abbia
    guarito perfettamente la contessa Bezzbova.
    - E' stata da me quest'oggi...  come fa  pena!  -  disse  la  contessa
    rivolgendosi ad Aleksj Aleksndrovic'. - Questa separazione  per lei
    spaventosa, veramente terribile!
    - Ma egli parte davvero? - domand Karenin.
    -  S,  va  a  Parigi.  Ieri  ha sentito una voce - spieg la contessa
    Ldija Ivnovna guardando Stepn Arkadyc'.
    - Ah,  una voce!  - ripet Oblonskij rendendosi  conto  che  bisognava
    essere quanto mai cauti in quell'ambiente, nel quale accadeva o doveva
    accadere qualcosa di particolare, di cui egli non aveva la chiave.
    Segu  un  minuto  di  silenzio,  dopo  il  quale  la  contessa Ldija
    Ivnovna, come affrontando l'argomento principale del discorso,  disse
    a Oblonskij con un fine sorriso:
    - Io vi conosco da lungo tempo e sono molto lieta di conoscervi pi da
    vicino.  "Les  amis de nos amis sont nos amis" (213).  Ma,  per essere
    amici,   bisogna  penetrare  con  il  pensiero  nello  stato   d'animo
    dell'amico,  e  io  temo  che voi non facciate questo nei confronti di
    Aleksj Aleksndrovic',  capite,  vero,  di che cosa  parlo?  -  disse
    sollevando i suoi magnifici occhi pensosi.
    -   In  parte,   contessa,   capisco  che  la  situazione  di  Aleksj
    Aleksndrovic'...  - rispose Oblonskij che,  come prevedendo di che si
    trattasse, riteneva di doversi tenere un po' sulle generali.
    - Il mutamento non sta nella situazione esterna - disse in tono severo
    la  contessa  Ldija  Ivnovna,   seguendo  intanto  con  uno  sguardo
    innamorato Aleksj Aleksndrovic',  che si alzava e  si  avvicinava  a
    Landau;  -  il  mutamento    avvenuto nel suo cuore;  ora ha un cuore
    nuovo,  e io temo che voi non abbiate perfettamente compreso ci che 
    avvenuto in lui.
    - Nelle linee generali,  per lo meno,  posso immaginarlo. Siamo sempre
    stati amici e adesso...  - disse Stepn Arkadyc' rispondendo  con  uno
    sguardo  tenero  allo  sguardo  della  contessa,   mentre  cercava  di
    ricordarsi con quale dei due ministri ella fosse in  maggior  intimit
    per decidere a quale dei due dovesse pregarla di parlare onde chiedere
    l'appoggio in proprio favore.
    - Il mutamento avvenuto in lui non pu in alcun modo indebolire il suo
    sentimento d'amore per il prossimo;  al contrario,  lo accresce. Ma io
    temo che voi non mi comprendiate...  Non volete una  tazza  di  t?  -
    chiese  accennando con gli occhi al domestico che si avvicinava con il
    vassoio.
    - Non del tutto, contessa. Si capisce, la sua sventura...
    - S,  una sventura che  diventata la sua suprema felicit quando  il
    suo  cuore  si    ritemprato  e si  colmato di Lui - disse guardando
    Karenin con occhi innamorati.
    Penso che potr pregarla di dire una parolina  a  tutti  e  due,  si
    disse Stepn Arkadyc'.
    - Senza dubbio, contessa - rispose. - Ma io credo che questi mutamenti
    siano cos intimi e profondi che nessuno, nemmeno il pi intimo amico,
    gradisca parlarne!
    - Anzi, dobbiamo parlarne e aiutarci a vicenda.
    - S, senza dubbio, ma di solito c' una tale diversit di convinzioni
    e poi... - disse Oblonskij con un dolce sorriso.
    -  Non vi pu essere alcuna differenza,  quando si tratta della santa
    verit.
    - Oh s, senza dubbio, ma... - e Stepn Arkadyc' tacque confuso. Aveva
    capito che si trattava di religione.
    - Mi pare che si stia addormentando - profer a voce sommessa  Aleksj
    Aleksndrovic', avvicinandosi a Ldija Ivnovna.
    Stepn  Arkadyc'  si  volt a guardare.  Landau era seduto vicino alla
    finestra, con un gomito appoggiato al bracciale della poltrona, a capo
    chino. Notando gli sguardi fissi su di s,  sollev la testa e sorrise
    di un sorriso ingenuamente infantile.
    - Non badate a lui - osserv la contessa e,  con un leggero movimento,
    avvicin una sedia per Aleksj Aleksndrovic'.  - Ho notato - cominci
    a dire...
    In  quel  momento  entr in sala un servitore che portava una lettera.
    Ldija Ivnovna la lesse rapidamente e, dopo essersi scusata,  scrisse
    in  fretta  la  risposta,  la  consegn  al servitore e riprese il suo
    posto.
    - Ho notato -  continu  il  discorso  iniziato  -  che  i  Moscoviti,
    specialmente  gli  uomini,  sono  le persone pi indifferenti verso la
    religione.
    - Oh no,  contessa,  a me pare che i Moscoviti siano considerati tra i
    pi fermamente credenti - rispose Stepn Arkadyc'.
    -  Per quanto ne so io,  voi appartenete purtroppo agli indifferenti -
    obiett Aleksj !Aleksndrovic',  con un sorriso stanco,  rivolgendosi
    al cognato.
    - In realt, io non sono indifferente, sono in attesa - rispose Stepn
    Arkadyc'  con  il  suo  sorriso pi dolce.  - Credo che per me non sia
    ancora venuto il momento per tali problemi.
    Aleksj Aleksndrovic' e Ldija Ivnovna si scambiarono uno sguardo.
    - Non possiamo mai sapere se per noi  il  momento  sia  giunto  o  no-
    disse  pensosamente  Aleksj  Aleksndrovic'  in tono severo.  - E non
    dobbiamo chiederci se siamo pronti o no; la grazia  al di sopra delle
    umane considerazioni: talvolta non scende su chi si  d  da  fare  per
    conquistarla,  ma  su coloro che non sono pronti a riceverla,  come su
    Saul...
    - Non ci  siamo  ancora...  -  disse  Ldija  Ivnovna,  che  seguiva,
    intanto, i movimenti del francese.
    Landau si alz e si avvicin al gruppo.
    - Mi permettete di ascoltare? - domand.
    -  Certamente!  Non  volevo  disturbarvi:  avvicinatevi - disse Ldija
    Ivnovna guardandolo con tenerezza.
    - Basta soltanto non chiudere gli occhi per non privarsi della luce  -
    continu Aleksj Aleksndrovic'.
    -  Ah,  se  voi  sapeste  quale  felicit  proviamo  sentendo  la  Sua
    onnipotente  presenza  nella  nostra  anima!  -  esclam  la  contessa
    sorridendo di un sorriso beato.
    -  Ma  pu  accadere  che l'uomo non si senta in grado di sollevarsi a
    tale altezza - obiett Stepn Arkadyc',  il  quale  sentiva  di  agire
    contro la propria coscienza riconoscendo la sublimit della religione,
    ma  nello  stesso tempo incapace di risolversi a confessare le proprie
    idee di libero pensatore di fronte a una persona  che,  con  una  sola
    parola  a  Pomarovskij,  avrebbe potuto fargli ottenere il posto tanto
    agognato.
    - Volete forse dire che il peccato  lo  impedisce?  -  domand  Ldija
    Ivnovna?  -  Ma    un'idea sbagliata: per il credente il peccato non
    esiste,  esso  gi stato  espiato...  Scusatemi  -  aggiunse  vedendo
    entrare il domestico con un altro biglietto.
    Ella  lo  lesse  e  rispose  verbalmente:  -  Domani,  in  casa  della
    granduchessa.
    - Per un credente il peccato non esiste - ella continu.
    - S, ma la fede senza le opere  morta - obiett Stepn Arkadyc', che
    si era ricordato di questa frase del catechismo e difendeva  ormai  la
    propria indipendenza solo con un sorriso.
    -  E'  un  brano  dell'Epistola  dell'apostolo Giacomo - disse Aleksj
    Aleksndrovic' rivolgendosi con una certa aria di rimprovero a  Ldija
    Ivnovna,  accennando  palesemente a una cosa di cui avevano gi altre
    volte parlato.  - Quanto danno ha fatto la  falsa  interpretazione  di
    questo   passo!   Nulla   allontana   tanto   dalla  religione  quanto
    l'interpretazione: Io non agisco, dunque non posso credere, mentre 
    detto proprio il contrario.
    - Lavorare per Dio,  salvare l'anima con la fatica e con il digiuno  -
    disse  con  disprezzo la contessa;  - ecco le ridicole convinzioni dei
    monaci,  mentre ci non  detto in alcun luogo;  la cosa   molto  pi
    facile  e  pi  semplice - soggiunse guardando Oblonskij con lo stesso
    sorriso di approvazione con cui a Corte si incoraggiavano  le  giovani
    damigelle d'onore, turbate dal nuovo ambiente.
    -  Noi siamo stati salvati da Cristo,  che ha sofferto per noi;  siamo
    salvati dalla religione - conferm Aleksj  Aleksndrovic'  approvando
    le parole di lei.
    - "Vous comprenez l'anglais?" (214) - domand Ldija Ivnovna, e avuta
    risposta  affermativa,  si  alz  e  si  mise a cercare un libro nello
    scaffale.  - Voglio leggervi "Safe and happy" oppure "Under the  wing"
    (215) - disse, dopo uno sguardo interrogativo a Karenin. E, trovato il
    libro, torn al proprio posto.
    -  E'  un  passo  brevissimo,  nel  quale    indicato  il cammino per
    acquistare la fede e la felicit ultraterrena che,  insieme con  essa,
    riempie  l'anima.  Il  credente  non  pu essere infelice perch non 
    solo: proprio cos, come vedrete...
    Stava preparandosi a leggere,  quando entr  nuovamente  il  domestico
    annunziando la signora Borzdina.
    - La signora Borzdina? Ditele domani, alle due.
    -  S  -  continu  poi,  indicando  con il dito la pagina del libro e
    guardando nel vuoto con i suoi magnifici occhi pensosi,  -  ecco  come
    opera  la  vera  fede.  Conoscete  la  Snina,  Marie?  Sapete  la sua
    disgrazia? Ha perduto il suo unico bambino ed era disperata...  Ma poi
    ha  trovato  questo  amico,  e  ora  ringrazia  Iddio per la sorte del
    figlio! Ecco qual  la felicit data dalla fede!
    - Oh s,   molto...  - disse Stepn Arkadyc',  contento del fatto che
    ora sarebbe iniziata la lettura ed egli avrebbe cos avuto il tempo di
    riprendersi.  No,  chiaro che per oggi  meglio non chiedere nulla,
    pens.  Purch riesca a uscirmene di qui senza aver combinato qualche
    pasticcio!.
    - Forse vi annoierete - disse la contessa rivolgendosi a Landau! - Voi
    non conoscete l'inglese... ma si tratta di un brano molto breve.
    - Oh, capir! - esclam Landau, con un sorriso, e chiuse gli occhi.
    Aleksj  Aleksndrovic'  e Ldija Ivnovna si scambiarono uno sguardo,
    ed ebbe inizio la lettura.


    CAPITOLO 22.

    Stepn Arkadyc' si sentiva del tutto stordito dai discorsi  strani,  e
    per lui nuovi,  che udiva. La complessit della vita pietroburghese lo
    rendeva, in genere, eccitato,  togliendolo dal ristagno moscovita;  ma
    quelle complicazioni gli piacevano e le capiva negli ambienti vicini a
    lui  e  che  gli erano noti;  ma qui,  in un ambiente cos strano,  si
    sentiva perplesso,  istupidito e non  riusciva  a  rendersi  conto  di
    quanto  avveniva.  Mentre ascoltava la contessa Ldija e sentiva fisso
    su di s gli occhi di Landau,  se ingenui o scaltri non avrebbe saputo
    dire, Stepn Arkadyc' cominciava ad accusare una certa pesantezza alla
    testa.
    Nel  suo cervello turbinavano i pensieri pi diversi.  Marie Snina 
    contenta che le sia morto il bambino...  Adesso avrei voglia di fumare
    un po'...  Per salvarsi, basta solamente credere, e i monaci non sanno
    come si deve fare, ma lo sa la contessa Ldija Ivnovna... E perch la
    testa mi pesa tanto?  A causa del cognac o a causa della stranezza  di
    questi  discorsi?...  Sinora,  comunque,  credo  di  non aver commesso
    alcuno sproposito...  Per,  ormai non  pi possibile  chiederglielo.
    Dicono  che costringa a pregare...  E se mi costringesse?  No: sarebbe
    troppo stupido!  Ma che sciocchezze  sta  leggendo?  Per,  che  bella
    pronunzia... Landau  Bezzubov... ma perch Bezzubov?.
    A  un  tratto,  Stepn Arkadyc' sent che la mascella inferiore gli si
    stava irresistibilmente aprendo a uno sbadiglio;  si lisci le  fedine
    per dissimularlo e,  al tempo stesso,  si scosse;  ma, subito dopo, fu
    preso da un sonno  invincibile  e  sent  che  cominciava  a  russare.
    Ritorn in s proprio nel momento in cui la voce della contessa Ldija
    Ivnovna diceva: Dorme!. A quella voce si spavent, sentendosi colto
    in fallo;  ma si consol immediatamente rendendosi conto che la parola
    dorme non si riferiva a  lui,  ma  a  Landau.  Il  francese  si  era
    addormentato,  proprio come Stepn Arkadyc'. Mentre, per, il sonno di
    Stepn Arkadyc', come egli pensava, li avrebbe offesi (in realt,  non
    pensava  a nulla,  tanto gli sembrava strano tutto quello che vedeva),
    il sonno  di  Landau  li  rallegrava  e,  soprattutto,  rallegrava  la
    contessa.
    -  "Mon  ami" - disse Ldija Ivnovna a voce sommessa,  trattenendo le
    pieghe del suo abito di seta per non far rumore, e,  commossa com'era,
    chiamando Karenin mon ami e non Aleksj Aleksndrovic' - "donnez-lui
    la main.  Vous voyez?" (216. Dategli la mano, vedete?). Sst! - e zitt
    il domestico che era di nuovo entrato. - Non si riceve.
    Il francese dormiva,  o fingeva di dormire,  con la  testa  appoggiata
    allo schienale della poltrona e,  con una mano sudata appoggiata su un
    ginocchio,  faceva deboli  movimenti,  come  per  afferrare  qualcosa.
    Aleksj Aleksndrovic' si alz, si avvicin, urtando il tavolo, e pos
    la  sua mano su quella del francese.  Anche Stepn Arkadyc' si alz e,
    spalancando  gli  occhi,  desideroso  di  svegliarsi,  qualora  stesse
    dormendo,  si mise a guardare ora l'uno, ora l'altro. Era realt tutto
    quello che vedeva? Stepn Arkadyc' sentiva che le idee gli si andavano
    confondendo sempre di pi.
    - "Que la personne qui est arrive la  dernire,  celle  qui  demande,
    qu'elle  sorte!  Qu'elle  sorte!"  (217.  Che  la persona arrivata per
    ultima,  quella che domanda,  esca,  esca!) - disse il francese  senza
    aprire gli occhi.
    -  "Vous  m'excuserez,  mais  vous  voyez...  Revenez vers dix heures,
    encore mieux demain" (218.  Scusatemi,  ma vedete...  Tornate verso le
    dieci o, meglio, domani.)
    - "Qu'elle sorte!" - ripet il francese con impazienza.
    - "C'est moi,  n'est ce pas?" (219.  Sono io,  nevvero?) - E, ricevuta
    risposta affermativa,  Stepn Arkadyc',  dimenticandosi di quello  che
    voleva  chiedere  a Ldija Ivnovna e scordandosi anche della faccenda
    della sorella,  si alz in punta di piedi,  con il solo  desiderio  di
    andarsene al pi presto.  Usc di corsa,  come se fuggisse da una casa
    appestata,  e chiacchier e scherz  a  lungo  con  il  vetturino  per
    riprendersi.
    Al  Teatro  francese,   dove  giunse  per  l'ultimo  atto,  e  poi  al
    ristorante, bevendo "champagne",  Stepn Arkadyc',  nell'atmosfera che
    gli era consona, cominci a riaversi. Ma, per tutta la serata si sent
    poco bene.
    Tornato che fu a casa,  nel palazzo di Ptr Oblonskij, presso il quale
    si era stabilito durante  la  sua  permanenza  a  Pietroburgo,  Stepn
    Arkadyc'  trov  un  biglietto  di Betsy.  Gli scriveva che desiderava
    molto terminare la conversazione iniziata con  lui  e  lo  pregava  di
    tornare  il  giorno  dopo.  Aveva  appena  fatto in tempo a leggere il
    biglietto e a farci su una smorfia,  che da basso si ud il rumore  di
    passi pesanti di alcuni uomini che trasportavano qualcosa.
    Stepn Arkadyc' usci dalla camera per vedere. Era il ringiovanito Ptr
    Oblonskij,  ubriaco a tal punto da non poter salire le scale. Ma, alla
    vista del nipote, ordin che lo mettessero in piedi e,  aggrappatosi a
    lui,  raggiunse la sua camera e qui,  mentre cominciava a raccontargli
    come aveva trascorso la serata, si addorment.
    Stepn Arkadyc' era depresso, cosa che gli accadeva di rado,  e per un
    bel pezzo non riusc a prender sonno.  Tutto ci che gli si affacciava
    al pensiero era brutto,  ma la cosa peggiore era il ricordo di  quella
    serata trascorsa in casa di Ldija Ivnovna.
    Il  giorno  dopo,  ricevette  da  Aleksj  Aleksndrovic'  un  rifiuto
    definitivo per il divorzio da Anna,  e cap che tale decisione era ci
    che  la sera prima aveva detto il francese nel sonno,  vero o simulato
    che fosse.


    CAPITOLO 23.

    Per  poter  intraprendere   qualcosa   nella   vita   familiare   sono
    indispensabili  o  un  completo dissidio tra i coniugi o un'affettuosa
    intesa.  Quando,  invece,  i rapporti tra gli sposi  sono  indefiniti,
    quando mancano sia il disaccordo,  sia l'armonia, qualsiasi iniziativa
     impossibile.  Molte famiglie vivono per anni  interi  in  posti  che
    dispiacciono a entrambi i coniugi, solo perch tra di essi non vi  n
    disaccordo, n intesa.
    Per  Vronskij  e  per  Anna  il  soggiorno a Mosca - tra il caldo e la
    polvere,  con un sole non pi primaverile,  ma ormai estivo,  e quando
    gi gli alberi sui "boulevards",  da tempo rivestiti di foglie,  erano
    grigi di polvere, - si era fatto insopportabile; ma, invece di partire
    per Vozdvizenskoe,  come era stato deciso  da  tempo,  continuavano  a
    vivere in quella Mosca,  odiosa ad entrambi, perch negli ultimi tempi
    era venuto meno il buon accordo tra di loro.
    L'irritazione che li divideva non aveva alcuna causa esteriore e tutti
    i   tentativi   di   spiegazione,    invece   di   farla   scomparire,
    l'accrescevano.  Era  un'irritazione  interna,  che  aveva,  per  lei,
    origine nella diminuzione dell'amore di lui e,  per lui,  il rimpianto
    di essersi messo, per lei, in una falsa situazione che Anna, invece di
    alleviare, rendeva ancora pi penosa.
    N l'uno,  n l'altra confessava i motivi di quello stato d'animo,  ma
    si consideravano vicendevolmente nel torto e ogni pretesto  era  buono
    per dimostrarselo.
    Secondo Anna, Vronskij, date le sue abitudini, il suo modo di pensare,
    i  suoi  desideri,  la sua natura fisica e morale,  non vedeva che una
    cosa: l'amore della donna;  e questo amore  che  secondo  quanto  ella
    pensava,  doveva  essere tutto concentrato su lei sola,  si era invece
    infiacchito; di conseguenza, secondo il suo ragionamento,  egli doveva
    dedicarne  una  parte  ad  altre  donne  o ad un'altra donna: e ne era
    gelosa.  Non  era  gi  gelosa  di  una  donna  qualunque,   ma  della
    diminuzione del suo amore e, poich la sua gelosia non aveva ancora un
    oggetto,  Anna  lo  cercava.  Alla  minima allusione,  spostava la sua
    gelosia da un oggetto  all'altro.  Ora  era  gelosa  di  quelle  donne
    volgari  che,  grazie  alle sue relazioni da scapolo,  Vronskij poteva
    cos facilmente incontrare; ora lo era delle signore della societ che
    egli frequentava;  ora di una  ragazza  immaginaria  con  cui  avrebbe
    voluto sposarsi,  troncando ogni rapporto con lei.  E quest'ultima era
    la supposizione che pi la tormentava,  soprattutto da quando Vronskij
    stesso  le aveva detto,  in un momento di sincerit,  che sua madre lo
    comprendeva cos  poco  da  permettersi  di  esortarlo  a  sposare  la
    principessina Sorkina.
    E Anna, gelosa, si indignava contro di lui e cercava in tutto pretesti
    alla  sua  indignazione.  Di  tutto  quello  che rendeva penosa la sua
    situazione accusava lui: il  tormentoso  stato  di  attesa  di  Mosca,
    sospesa  tra  cielo e terra,  la lentezza e l'irresolutezza di Aleksj
    Aleksndrovic',  la propria  solitudine...  Se  egli  l'avesse  amata,
    avrebbe capito quanto era tormentosa quella sua situazione e l'avrebbe
    tolta  da  essa.  Del  solo fatto di vivere a Mosca e non in campagna,
    come Anna avrebbe voluto, il colpevole era lui: egli non poteva vivere
    sepolto laggi,  gli occorreva la compagnia e perci  metteva  lei  in
    quella  terribile  situazione,  il  cui tormento non voleva capire.  E
    inoltre lui,  s,  proprio lui,  era colpevole del fatto che lei fosse
    separata per sempre dal figlio!  E neppure i rari momenti di tenerezza
    che  c'erano  tra  loro  riuscivano  a  calmarla:  nella  tenerezza  e
    nell'affetto  di  Vronskij  ella  sentiva ora una specie di calma e di
    sicurezza, che prima egli non aveva e che la irritava.
    Cadeva la notte.  Anna era sola,  e camminava avanti e indietro  nello
    studio di Vronskij (la stanza dove giungevano meno fastidiosi i rumori
    della strada), in attesa del suo ritorno da un pranzo di scapoli a cui
    aveva partecipato,  e ripensava a tutti i particolari del loro litigio
    del giorno prima.  Risalendo  indietro,  dalle  frasi  mordenti  della
    discussione,  dalle parole offensive che erano state pronunziate e che
    ella aveva bene impresse nella memoria,  a ci che  ne  era  stato  il
    motivo,  arriv infine all'inizio della discussione.  Per un bel pezzo
    non pot credere che la lite fosse sorta da un discorso cos innocuo e
    che non stava a cuore a nessuno dei due;  ma era stato  proprio  cos.
    Egli  aveva  incominciato  a  ironizzare  sui  licei  femminili,   che
    considerava inutili e che  Anna  aveva  difesi;  si  era  fatto  beffe
    dell'istruzione  delle  donne  in  genere  e  aveva  detto  che Hanna,
    l'inglesina protetta da Anna,  non aveva alcun bisogno di imparare  la
    fisica.  Questo  aveva  irritato  Anna,  che  vedeva  in quelle parole
    un'allusione sprezzante  alle  proprie  occupazioni;  e  allora  aveva
    cercato e trovato una frase capace di ripagarlo del male che le veniva
    fatto:
    -  Io non speravo che vi ricordaste di me,  dei miei sentimenti,  come
    pu farlo  un  uomo  che  ama,  ma  mi  aspettavo  almeno  un  po'  di
    delicatezza - aveva detto.
    In  verit,  egli era arrossito dal dispetto e si era espresso in modo
    spiacevole.  Anna non  ricordava  precisamente  che  cosa  gli  avesse
    risposto ma,  a questo punto,  senza alcuna ragione, evidentemente con
    il desiderio di farle anche lui del male, aveva detto:
    - A me non interessa la vostra esaltazione per quella bambina,  vero,
    perch vedo che non  sincera.
    Quella crudelt,  con la quale egli distruggeva il mondo che  ella  si
    stava  costruendo  con  tanta  fatica per sopportare la propria penosa
    esistenza,  quell'ingiustizia con la quale l'accusava di finzione e di
    menzogna, l'avevano esasperata.
    -  Mi dispiace molto che voi comprendiate soltanto ci che  volgare e
    materiale - aveva risposto ed era uscita dalla stanza.
    Quando, la stessa sera, egli era venuto da lei, non si ricordavano pi
    della lite, eppure sentivano entrambi che essa era sopita, s,  ma non
    dimenticata.  E  ora,  per tutto il giorno,  egli era stato assente da
    casa,  ed ella si sentiva cos sola e cos in pena per quella lite che
    voleva  dimenticare tutto,  perdonare e rappacificarsi,  e accusare se
    stessa e giustificare lui.
    E' colpa mia. Io sono irritabile e assurdamente gelosa.  Far la pace
    con  Aleksj,  andremo  in  campagna  e l mi sentir pi tranquilla,
    diceva a se stessa.
    Non sincera!,  si ricord a un tratto e,  non tanto  l'offendeva  la
    parola,  quanto  l'intenzione  di  farle  del male.  So quello che ha
    voluto dire: che non  naturale amare la figlia  di  un  altro  e  non
    voler  bene alla propria.  Che cosa capisce lui del mio amore materno,
    del mio amore per Serza, che gli ho sacrificato? Oh, questo desiderio
    di farmi del male!  No,  egli  ama  un'altra  donna,  non  pu  essere
    diversamente!.
    E,  visto che invece di calmarsi,  andava ripercorrendo il cerchio dei
    suoi pensieri e tornava  all'irritazione  di  prima,  inorrid  di  se
    stessa.  Ma    proprio impossibile?,  si disse.  Non posso prender
    tutto sopra di me?  Egli  sincero,  onesto,  mi ama.  Io lo amo  e  a
    giorni sar pronunziato il divorzio.  Che cos'altro occorre? Occorrono
    calma e fiducia. Prender tutto sopra di me: si, quando ritorner, gli
    dir che sono io la colpevole, bench non sia cos, e partiremo.
    Poi, per non pensare pi e non lasciarsi pi vincere dall'irritazione,
    suon e ordin di portare i bauli per sistemare la roba da portare  in
    campagna.


    CAPITOLO 24.

    -  Ebbene,  ti  sei divertito?  - domand Anna uscendogli incontro con
    un'espressione dolce e pentita.
    - Come al solito - egli rispose comprendendo con una sola occhiata  la
    buona disposizione d'animo di lei. Era ormai abituato a quei mutamenti
    d'umore,  e  quel  giorno ne fu particolarmente contento,  perch egli
    pure era perfettamente ben disposto. - Che cosa vedo?  Questa si che 
    una  buona  idea!   -  disse  indicando  i  bauli  dell'anticamera.  -
    Benissimo!
    - S, oggi ho fatto una passeggiata in vettura ed era tutto cos bello
    che mi  venuto il desiderio della campagna.  Non  c'  nulla  che  ti
    trattenga, vero?
    - Non desidero altro.  Vado un momento a cambiarmi e torno subito. Fa'
    servire il t.
    E si rec nel suo studio.
    C'era qualcosa di offensivo nel suo modo di dire Benissimo,  come si
    dice  a  un bambino che ha appena smesso di fare i capricci;  e ancora
    pi offensivo era il contrasto tra il tono di umilt di Anna e  quello
    sicuro di Vronskij;  per un istante, Anna senti sorgere in cuor suo un
    desiderio di lotta, ma,  fatto uno sforzo su se stessa per soffocarlo,
    accolse Vronskij con la stessa allegria di prima.
    Quando ritorn,  gli raccont con parole, in parte gi preparate, come
    aveva trascorso la giornata e gli espose getti di partenza.
    - Sai,  mi  venuta quasi un'ispirazione - disse.  - Perch  aspettare
    qui il divorzio?  Non  forse lo stesso in campagna?  Io non posso pi
    aspettare;  non voglio sperare e non voglio pi sentirne  parlare.  Ho
    deciso  che  esso  non  avr pi alcuna influenza sulla mia vita.  Sei
    d'accordo anche tu?
    - Oh s!  - rispose Vronskij,  dopo aver dato uno sguardo inquieto  al
    viso agitato di Anna.
    - Che avete fatto, laggi? Chi c'era? - domand Anna, dopo una pausa.
    Vronskij nomin gli ospiti.
    -  Il  pranzo era abbastanza buono e le gare di canottaggio sono state
    interessanti,  ma a Mosca  bisogna  sempre  che  ci  sia  qualcosa  di
    ridicolo:  venuta fuori una signora, insegnante di nuoto della regina
    di Svezia, e ci ha dato dimostrazione della sua arte.
    - Come? Ha nuotato? - domand Anna accigliandosi.
    - S,  una brutta vecchia in costume da bagno rosso...  Allora, quando
    partiamo?
    - Che stupida idea!  Nuota proprio in un modo particolare?  -  chiese,
    senza rispondere alla domanda di Vronskij.
    - No, proprio nulla di speciale! Ti ripeto che  stata una sciocchezza
    qualsiasi. Sicch, quando intendi partire?
    Anna scosse la testa come per scacciare un pensiero molesto.  - Quando
    partire? Mah... pi presto sar,  tanto meglio.  Per domani non faremo
    in tempo, ma dopo domani...
    - S...  ma no, aspetta. Dopodomani  domenica, devo andare da "maman"
    - disse Vronskij turbandosi perch,  non appena dette  quelle  parole,
    aveva  sentito  su  di s uno sguardo penetrante e sospettoso.  Il suo
    turbamento conferm i sospetti di Anna,  che avvamp e  si  scost  da
    lui.  Adesso  non era pi l'insegnante di nuoto della regina di Svezia
    che si affacciava alla sua mente,  ma la principessina  Sorkina,  che
    viveva in campagna con la contessa Vronskij .
    - Puoi andarci domani - disse.
    - No,  no! Devo andar l con la procura e il denaro e, per domani, non
    riesco ad averli.
    - Se  cos, rinunziamo a partire.
    - Ma perch?
    - Pi tardi non partir: o luned o mai.
    - Ma perch? - insist Vronskij con stupore. - Questo non ha senso.
    - Per te,  forse non ha senso,  visto  che  di  me  non  ti  preoccupi
    affatto.  Non  vuoi capire la mia vita: c' una sola cosa che mi tiene
    occupata qui, ed  Hanna, e tu dici che  una finzione. Hai detto ieri
    che non amo mia figlia,  che fingo di voler bene a  quell'inglesina  e
    che  la  cosa  non    naturale.  Vorrei  sapere quale vita pu essere
    naturale per me!
    A un tratto si riprese e si spavent di essere venuta  meno  alla  sua
    intenzione.  Ma,  bench  sapesse  che  si stava perdendo,  non poteva
    trattenersi e mostrare di aver  torto,  sottoponendosi  interamente  a
    lui.
    -  Non  ho  mai  detto questo: ho detto soltanto che non capivo questo
    attaccamento improvviso.
    - Perch tu,  che tanto ti vanti della  tua  sincerit,  non  dici  la
    verit?
    -  Non  mi  vanto  mai  e  non  dico  mai ci che non  vero - rispose
    Vronskij dolcemente frenando l'ira che sentiva sorgere in lui. - E' un
    peccato che tu non rispetti...
    - Il rispetto  stato inventato per mascherare il posto vuoto lasciato
    dall'amore.  E,  se tu non mi ami pi,  sarebbe pi onesto  e  sincero
    dirmelo.
    -  Oh,  no!  Questa faccenda diventa insopportabile!  - grid Vronskij
    alzandosi dalla  sedia.  Poi,  fermandosi  davanti  a  lei,  pronunzi
    lentamente.  - Perch metti alla prova la mia pazienza?  -  E,  con un
    tono,  come se volesse dire  molte  cose  ancora,  ma  si  contenesse,
    aggiunse: - Essa ha un limite!
    - Che cosa volete dire con questo? - grid Anna guardando con sgomento
    la chiara espressione di odio che si dipingeva sul viso di Vronskij e,
    soprattutto, i suoi occhi crudeli e minacciosi.
    - Voglio dire...  - egli cominci,  ma si ferm.  - Vi chiedo che cosa
    volete da me.
    -  Che  cosa  posso  volere?   Posso  volere  soltanto  che   non   mi
    abbandoniate, come state pensando di fare - disse Anna avendo compreso
    tutto ci che egli non aveva finito di dire. - Questo non lo voglio, 
    una  cosa  secondaria.  Io  voglio l'amore,  e l'amore non c' pi.  E
    allora tutto  finito!
    E si diresse verso la porta.
    - Aspetta, aspetta! - esclam Vronskij, senza distendere la piega cupa
    delle sopracciglia,  ma trattenendola per  un  braccio  -  Di  che  si
    tratta?  Ho  detto  che bisogna differire la partenza di tre giorni e,
    per questo, tu hai affermato che mento, che non sono un uomo onesto.
    - S,  e ripeto che l'uomo che mi rinfaccia di aver tutto  sacrificato
    per  me - ella aggiunse ricordando le parole di un vecchio litigio - 
    peggio di un uomo disonesto:  un uomo senza cuore.
    - Insomma,  c' un  limite  anche  alla  pazienza!  -  grid  Vronskij
    lasciando andare il braccio di lei.
    Egli mi odia,   chiaro,  pens Anna e,  in silenzio, senza voltarsi
    indietro, usc dalla stanza a passi vacillanti. Poi,  rientrata che fu
    nella sua camera, disse tra s: Ama un'altra donna, e questo  ancora
    pi chiaro.  Io voglio l'amore,  e l'amore non c' pi. Dunque, basta!
    Bisogna finirla,  ma come?,  si chiese e si sedette su  una  poltrona
    davanti allo specchio.
    Le  si  affacciavano  alla  mente mille pensieri: dove sarebbe andata,
    adesso?  Dalla  zia  presso  la  quale  era  vissuta?   Da  Dolly?   O
    semplicemente  all'estero,  da  sola?  Che stava facendo egli ora,  da
    solo, nello studio? Era una lite definitiva, o sarebbe stato possibile
    rappacificarsi?  Che avrebbero detto adesso le sue vecchie  conoscenze
    di  Pietroburgo?  Che  avrebbe pensato Aleksj Aleksndrovic'?  Queste
    domande, e mille altre ancora,  su quello che sarebbe accaduto dopo la
    rottura,  le  turbinavano  nel  cervello,  ma  il  suo  animo  non  vi
    partecipava.
    Solo un pensiero vago, indefinibile, che ella non poteva afferrare, le
    riempiva  l'anima.   Ricordandosi  ancora   una   volta   di   Aleksj
    Aleksndrovic',  si  ramment  l'episodio  della  sua malattia dopo il
    parto e del pensiero che non l'abbandonava.  Perch non sono morta?,
    si chiedeva allora.
    All'improvviso,  ella cap ci che, sebbene non ancora in modo chiaro,
    stava succedendo nella sua anima.  S,  quella  era  la  soluzione  di
    tutto.  S, morire! L'onta di Aleksj Aleksndrovic' e di Serza e la
    mia orribile vergogna,  tutto  coperto dalla  morte!  S,  morire!  E
    allora egli si pentir, si impietosir, mi amer, soffrir per me!.
    Con un'espressione di piet verso se stessa, che le si era fissata sul
    volto,  continuando  a  rimanere seduta sulla poltrona,  infilandosi e
    togliendosi gli anelli della mano sinistra,  andava raffigurandosi  al
    vivo i sentimenti che la sua morte avrebbe risvegliato.
    La  distrassero  dei  passi  che si avvicinavano alla porta;  finse di
    mettere a posto gli anelli e non si volt neppure.
    Vronskij  le  si  era  avvicinato  e,  presale  la  mano,   le  diceva
    dolcemente:
    - Anna, partiamo dopodomani, se vuoi. Acconsento a tutto.
    Ella tacque.
    - Ebbene? - egli chiese.
    - Lo sai anche tu - rispose e,  in quello stesso istante,  incapace di
    trattenersi oltre,  scoppi in singhiozzi.  -  Lasciami!  Lasciami!  -
    proferiva tra le lacrime. - Domani partir... Far anche di pi... Chi
    sono io,  dopo tutto?  Una donna perduta, una pietra al tuo collo. Non
    tormentarti...  non voglio!  Ti liberer di me.  Tu non  mi  ami,  ami
    un'altra!
    Vronskij  la  supplicava di calmarsi e l'assicurava che la sua gelosia
    non aveva alcun fondamento, che non aveva mai cessato di amarla e che,
    anzi, l'amava pi di prima.
    - Anna, perch vuoi torturare te e me? - le chiese baciandole le mani.
    Il suo viso,  ora,  esprimeva la tenerezza;  le pareva di  sentire  le
    lacrime nella voce di lui e di sentire sulle sue mani il loro umidore.
    Immediatamente,  la  selvaggia  gelosia  di  Anna  si  trasform in un
    disperato,  appassionato slancio  d'amore.  Ella  lo  strinse  tra  le
    braccia, coprendogli di baci la testa, il collo, le mani.


    CAPITOLO 25.

    Sentendo che la riconciliazione era completa,  Anna sin dal mattino si
    occup dei preparativi  della  partenza.  Non  era  ancora  deciso  se
    sarebbero  andati  via  il  luned o il marted,  poich la sera prima
    avevano  ceduto  entrambi;  per  Anna  si  dava  da  fare  con  zelo,
    completamente  indifferente  al  fatto  che  la  partenza avvenisse un
    giorno piuttosto che l'altro. Era in camera, china su un baule aperto,
    intenta a scegliere diversi oggetti, quando Vronskij,  gi vestito per
    uscire, entr da lei pi presto del solito.
    - Vado subito dalla mamma - disse.  - Potr mandarmi i soldi per mezzo
    di Egr e cos domani sono pronto a partire.
    Per quanto Anna fosse di buon umore,  tuttavia il fatto di  ricordarle
    che andava in campagna dalla madre la urt.
    -  Tanto  non sar pronta nemmeno io - rispose e subito pens: Allora
    poteva anche fare a modo mio. - Del resto,  fa' come avevi intenzione
    di fare.  Va' in sala da pranzo,  ti raggiunger subito. Levo di mezzo
    questa roba - disse posando ancora qualcosa sul  braccio  di  Annuska,
    che gi reggeva un mucchio di panni.
    Quando  ella entr in sala da pranzo,  Vronskij stava mangiando la sua
    bistecca.
    - Non puoi immaginare come mi siano venute a noia queste stanze-  ella
    disse sedendosi vicino a lui per prendere il caff.  -  Non c'  nulla
    di  pi  odioso  di  queste  stanze  ammobiliate,  che  non  hanno  n
    personalit, n anima. Quella pendola, quelle tendine e,  soprattutto,
    queste  tappezzerie,  sono un vero incubo.  Penso a Vozdvizenskoe come
    alla terra promessa. Non spedisci ancora i cavalli?
    - No, partiranno dopo di noi. E tu, vai in qualche posto?
    - Volevo andare dalla Wilson per portarle dei vestiti. Allora, proprio
    domani? - domand con voce allegra ma, subito dopo, il suo viso mut.
    Il cameriere di Vronskij era entrato a chiedergli la ricevuta  per  un
    telegramma   giunto  da  Pietroburgo.   Non  c'era  proprio  nulla  di
    straordinario che Vronskij avesse ricevuto un telegramma, ma,  nel suo
    atteggiamento  quando rispose che la ricevuta era nello studio e nella
    fretta con cui prese a parlare di un altro argomento,  Anna scorse  il
    desiderio di nasconderle qualche cosa.
    - Domani immancabilmente avr finito tutto.
    - Di chi  quel telegramma? - ella domand senza ascoltarlo.
    - Di Stiva - rispose Vronskij di malavoglia.
    -  Perch  non  me  l'hai fatto vedere?  Che segreto ci pu essere tra
    Stiva e te?
    -  Non  ho  voluto  fartelo  vedere,  perch  Stiva  ha  la  mania  di
    telegrafare; a che scopo quando nulla  ancora deciso?
    - Per il divorzio?
    -  S,  mi  dice  che  non ha ancora potuto ottenere nulla.  Gli hanno
    promesso una risposta definitiva tra qualche giorno. Ecco qui, leggi.
    Con mano tremante,  Anna prese il telegramma e lesse ci  che  gi  le
    aveva detto Vronskij. In fondo, per, vi era un'aggiunta: Le speranze
    sono poche, ma io far il possibile e l'impossibile.
    -  Ieri  ho detto che per me era assolutamente indifferente ottenere o
    non ottenere il divorzio - disse Anna facendosi rossa.  -   Non  c'era
    quindi  nessun  bisogno  di  tenermi nascosto il telegramma - e subito
    pens: Allo stesso modo mi pu tener nascosta la  corrispondenza  con
    una donna....
    -  Questa mattina voleva venire Jasvin con Vojtv - disse Vronskij.  -
    Pare che abbia vinto a Pescv tutto,  pi di quanto questi  non  possa
    pagare, circa sessantamila rubli.
    - No! - esclam Anna, malcontenta di quel cambiamento di discorso, con
    il quale egli mostrava chiaramente di capire che ella era irritata.  -
    Perch pensi che questa notizia del divorzio mi interessi al punto  da
    dovermela  tenere  nascosta?  Ho  detto  che  non  voglio  pensarci  e
    desidererei che neppur tu te ne interessassi.
    - A me interessa perch, lo sai, in tutto io amo la chiarezza.
    - La chiarezza non sta nella  forma,  ma  nell'amore  -  ella  rispose
    irritandosi  sempre di pi,  non per le parole di Vronskij,  ma per il
    tono di fredda calma con il quale egli parlava.  -  Perch  dunque  lo
    desideri?
    Dio mio! Ancora l'amore..., egli pens facendo una smorfia.
    - Il perch lo sai benissimo: per te e per i figli che avremo.
    - Non avremo pi figli.
    - E' un peccato.
    - A te interessa il divorzio per i figli;  e a me,  non pensi? - disse
    Anna avendo completamente dimenticato, o non avendo sentito,  che egli
    aveva detto: "per te" e per i figli.
    La  questione  della  possibilit  di  aver  figli  era  da  tempo  in
    discussione e la irritava.  Il desiderio di Vronskij di avere figlioli
    era per lei la prova che egli non dava alcun valore alla sua bellezza.
    -  Ma  io ho detto per te,  soprattutto per te - egli ripet facendo
    una smorfia,  come se avesse ricevuto una trafittura  -  giacch  sono
    convinto  che  la  maggior  parte  della tua irritazione dipende dalla
    incertezza del tuo stato.
    Oh s!  Ecco,  ora ha cessato di fingere e mostra tutto il suo freddo
    odio  verso  di  me,  pens Anna,  senza ascoltare le sue parole,  ma
    guardando con spavento quel giudice freddo e crudele che  la  fissava,
    provocandola, attraverso gli occhi di Vronskij.
    -  La  ragione  non    questa - disse - e non capisco neppure come la
    causa di quella che tu definisci la mia irritazione  possa  essere  il
    fatto che io mi trovo completamente in tuo potere.  Ti pare che ci sia
    qui incertezza di situazione? Tutt'altro!
    - Mi dispiace molto che tu non voglia capire - la interruppe  Vronskij
    desiderando  ostinatamente  di  completare  il  proprio  pensiero.   -
    L'incertezza consiste nel fatto che tu mi credi libero.
    - A questo proposito puoi essere perfettamente tranquillo - ella disse
    e, voltandogli le spalle, cominci a bere il caff.
    Sollev la tazza,  alzando il mignolo,  e la port alle  labbra.  Dopo
    aver  bevuto  alcuni sorsi,  lo guard: dall'espressione del suo viso,
    cap chiaramente che la sua mano,  il suo gesto e il rumore delle  sue
    labbra gli erano odiosi.
    -  A  me non importa proprio nulla di quello che pensa tua madre e del
    suo desiderio di darti moglie - disse posando la tazzina con  la  mano
    che tremava.
    - Ma non stiamo parlando di questo.
    -  No,  proprio di questo.  Del resto,  credi pure che una donna senza
    cuore, sia tua madre o un'estranea, a me non interessa e non ne voglio
    neppur sentir parlare.
    - Anna,  ti prego di non esprimerti in  modo  irrispettoso  verso  mia
    madre!
    -  Una  donna,  che  non intuisce in che cosa consistano la felicit e
    l'onore del proprio figlio,  una donna senza cuore.
    - Ti prego ancora una volta di non parlare  irrispettosamente  di  mia
    madre,  che  io  stimo  e  rispetto - disse Vronskij alzando la voce e
    guardando Anna con occhio severo.
    Ella non rispose. Fissava lui, le sue mani e il suo viso, ricordava in
    tutti i particolari la scena di riconciliazione del giorno prima e  le
    sue  appassionate carezze.  Le stesse carezze egli le avr fatte e le
    far ad altre donne..., pens.
    - Tu non ami tua madre. Le tue sono frasi, frasi, frasi... - gli disse
    guardandolo con odio.
    - Se  cos, allora bisogna...
    - Bisogna prendere una decisione,  e io l'ho presa - rispose  Anna,  e
    fece per uscire.  Ma, in quel momento, entr nella stanza Jasvin. Anna
    lo salut e si ferm.  Perch,  mentre nella sua  anima  infuriava  la
    tempesta  ed  ella  si  rendeva conto di essere a una svolta della sua
    vita,  svolta che poteva avere delle  terribili  conseguenze,  perch,
    proprio  in  quel momento,  doveva fingere davanti a un estraneo,  che
    presto o tardi  avrebbe  saputo  tutto?  Eppure,  dominando  l'interna
    tempesta, si mise a sedere e prese a parlare con l'ospite.
    -  Be',  come  vanno le vostre faccende?  - domand a Jasvin.  - Avete
    incassato ci che vi spetta?
    - Non c' male: pare che  non  potr  incassare  tutto,  ma  mercoled
    parto.  E voi,  quando ve ne andrete? - chiese Jasvin socchiudendo gli
    occhi e guardando Vronskij.  Evidentemente aveva indovinato che  c'era
    stata una lite.
    - Credo posdomani - rispose Vronskij.
    - Del resto, ne avevate intenzione da parecchio tempo, vero?
    -  Ma  adesso  ci  siamo decisi - disse Anna fissando Vronskij con uno
    sguardo che gli diceva di non pensare neppure alla possibilit di  una
    riconciliazione.
    - Ma non sentite un po' di piet per quel disgraziato Pescv?   chiese
    Anna a Jasvin.
    - Non mi sono mai chiesto, Anna Arkdevna, se provo piet o no.  Tutta
    la  mia  fortuna  qui - e indic la tasca laterale - e adesso sono un
    uomo ricco;  ma oggi andr al circolo e forse ne uscir povero.  Colui
    che si siede di fronte a me, desidera portarmi via anche la camicia, e
    altrettanto faccio io con lui. Insomma, lottiamo, e nella lotta sta il
    piacere.
    -  Gi,  ma  se  vi  foste sposato,  sarebbe una bella vita per vostra
    moglie! - disse Anna.
    Jasvin si mise a ridere.
    - Proprio per questo,  evidentemente,  non mi sono sposato non  ne  ho
    neanche mai avuto l'intenzione.
    - Ed Helsingfors?  - disse Vronskij intervenendo nella conversazione e
    guardando Anna che sorrideva.
    Incontrando il suo  sguardo,  Anna  assunse  di  colpo  un'espressione
    fredda,  come  se  volesse dirgli: Non ho dimenticato nulla e nulla 
    mutato.
    - E' possibile che non siate mai stato innamorato? - domand a Jasvin.
    - O Signore Iddio,  quante volte!  Ma,  capirete,  ci si pu sedere  a
    giocare  alle  carte  in  modo da potersi sempre alzare quando  l'ora
    dell'appuntamento;  e,  analogamente,  posso pensare all'amore,  ma in
    modo  da  non  arrivare  la sera tardi alla partita.  La mia vita l'ho
    organizzata cos!
    - No, non vi domando questo: parlo di quello che c' stato in realt -
    e avrebbe voluto dire Helsingfors,  ma non lo fece per non  ripetere
    una parola detta da Vronskij.
    Giunse in quel punto Vojtv, che trattava la vendita del cavallo. Anna
    si alz e lasci la stanza.
    Prima di uscire di casa,  Vronskij and da Anna.  Ella finse di essere
    intenta a cercare qualcosa sulla tavola;  ma,  vergognandosi di quella
    finzione, lo guard in faccia con espressione fredda.
    - Che volete? - gli domand in francese.
    - Prendere il certificato di Gambetta: l'ho venduto - egli rispose con
    un  tono  che  diceva  pi chiaro delle parole: Non ho tempo da darvi
    spiegazioni, che del resto non servirebbero a nulla.
    Non mi sento colpevole verso di lei, pens.  Se vuole punirsi da se
    stessa, "tant pis pour elle!" (220).
    Mentre  stava uscendo,  gli parve che Anna dicesse qualcosa,  e il suo
    cuore, a un tratto, si strinse di compassione per lei.
    - Che hai, Anna? - chiese.
    - Nulla - ella rispose freddamente, in modo strano.
    Allora, "tant pis", pens egli di nuovo e ridivent freddo. Si volt
    e usc.
    Nell'uscire,  scorse nello specchio il volto di lei,  pallido,  con le
    labbra  tremanti;  prov il desiderio di fermarsi per dirle una parola
    di conforto,  ma le gambe lo portarono fuori  prima  che  egli  avesse
    trovato una parola da dire.
    Trascorse  la  giornata  fuori  di  casa  e,  quando  rientr,  a sera
    inoltrata,  la cameriera gli rifer che Anna Arkdevna  aveva  mal  di
    capo e lo pregava di non entrare nella sua stanza.


    CAPITOLO 26.

    Sino  allora  non  avevano  mai  trascorso un'intera giornata in lite;
    quella era la prima volta,  e non si trattava gi di  una  lite  delle
    solite, ma della evidente dimostrazione di un raffreddamento completo.
    Era  possibile  guardarla  come egli aveva fatto quando era entrato in
    camera per cercare il certificato?  Guardarla,  rendersi conto che  il
    cuore  le  si schiantava dalla disperazione e andarsene senza dire una
    parola, con quell'aria indifferente? Non solo era freddo verso di lei,
    ma la odiava perch amava un'altra donna: era chiaro.
    E,  ricordando tutte le parole crudeli che Vronskij aveva dette,  Anna
    ne  inventava  altre che evidentemente egli avrebbe voluto dire,  e si
    irritava sempre di pi.
    Io non vi trattengo,  avrebbe potuto dire.  Padronissima di  andare
    dove vi pare.  Non avete voluto il divorzio da vostro marito forse per
    tornare con lui: tornateci. Se non avete denaro, ve ne dar io. Quanti
    rubli vi occorrono?.
    Nella sua immaginazione,  tutte le pi crudeli parole  che  potrebbero
    uscire dalla bocca di un uomo volgare, ella le attribuiva a Vronskij e
    non gliele perdonava,  come se le avesse realmente pronunziate. Forse
    che ieri stesso quell'uomo onesto e sincero non mi ha giurato  il  suo
    amore? Non mi sono gi disperata cos tante volte?, si diceva poi.
    In tutto quel giorno, eccettuata la visita alla Wilson che le richiese
    due ore, Anna non fece altro che domandarsi se tutto fosse finito o se
    non ci fosse una speranza di riconciliazione, se dovesse partir subito
    o vederlo ancora una volta.
    L'attese  tutto  il  giorno.  Alla  sera,  quando  si ritir nella sua
    camera,  dando ordine alla cameriera di riferirgli che  aveva  mal  di
    capo,  si disse: Se verr, nonostante le parole della cameriera, vuol
    dire che mi ama ancora,  se non verr,  significa che tutto   finito;
    decider allora che mi rimane da fare.
    La  sera  ud  il  rumore  della  carrozza che si fermava davanti alla
    porta, lo squillo del campanello, il rumore dei suoi passi e le parole
    scambiate con la cameriera.  Egli credette a ci che gli veniva detto,
    non volle sapere altro e and in camera sua. Dunque, tutto era finito;
    e  la  morte si present chiaramente allo spirito di Anna come l'unico
    mezzo per far rinascere nel  cuore  di  lui  l'amore  e  riportare  la
    vittoria  in quella lotta che uno spirito malvagio,  insediato nel suo
    cuore, conduceva contro di lui.
    Ora tutto le era  indifferente:  andare  o  non  andare  in  campagna,
    ottenere  o  non  ottenere  il divorzio dal marito...  nulla aveva pi
    importanza. Era necessaria una cosa sola: punirlo.
    Quando ebbe versato la sua consueta dose di  oppio,  pensando  che  le
    sarebbe bastato bere tutto il contenuto della boccetta per morire,  le
    parve una cosa tanto facile e  semplice  che,  di  nuovo,  si  mise  a
    pensare  con  piacere  a  quello che egli avrebbe sofferto,  a come si
    sarebbe pentito,  a quanto avrebbe amato il  suo  ricordo,  ma  troppo
    tardi...
    Era sdraiata sul letto con gli occhi aperti,  guardando la luce di una
    sola candela che andava spegnendosi,  i fregi scolpiti del soffitto  e
    l'ombra  del  paravento che ne copriva una parte;  e si immaginava con
    vivezza che cosa egli avrebbe provato  quando  ella  non  sarebbe  pi
    esistita e sarebbe stata per lui soltanto un ricordo.  Come ho potuto
    dirle parole cos crudeli?,  egli dir.  Come ho potuto uscire dalla
    sua  stanza  senza  dirle  una parola?  E ora ella non c' pi!  Ci ha
    lasciati per sempre. Ora ella  laggi....
    A un tratto,  l'ombra del paravento vacill e tutto il soffitto ne  fu
    coperto;  altre ombre,  dall'altro lato,  le corsero incontro;  per un
    attimo fuggirono via,  ma poi,  con nuova rapidit,  si addensarono  e
    tutto divent nero. :E' la morte!, pens Anna. E fu presa da un tale
    terrore che,  per un certo tempo, non riusc a capire dove fosse e per
    un pezzo le sue mani tremanti non riuscirono a  trovare  i  fiammiferi
    per accendere un'altra candela al posto di quella che si era spenta.
    No...  no...  tutto,  pur di vivere! Io lo amo ed egli mi ama! Quello
    che  stato passer,  si diceva sentendo scorrere  sulle  sue  guance
    lacrime di gioia per il ritorno alla vita. E, per salvarsi dal terrore
    che l'aveva assalita, si affrett a recarsi nello studio di Vronskij.
    Egli dormiva di un sonno profondo. Anna gli si avvicin e, illuminando
    dall'alto il suo viso,  rimase a lungo a contemplarlo. Ora che dormiva
    lo amava a tal punto che,  vedendolo,  non poteva frenare  lacrime  di
    tenerezza, ma sapeva che, se si fosse svegliato, l'avrebbe fissata con
    uno  sguardo  gelido,  consapevole  di  aver  ragione e che,  prima di
    parlargli del proprio amore, avrebbe dovuto dimostrargli quali erano i
    suoi torti verso di lei: perci,  senza svegliarlo,  torn  nella  sua
    stanza  e,  dopo  una  seconda  dose di oppio,  si addorment verso il
    mattino di un  sonno  pesante  e  incompleto,  durante  il  quale  non
    perdette la coscienza di se stessa.
    Quel  mattino  le  apparve  e  la  risvegli  il  terribile incubo che
    parecchie volte si era ripetuto nei suoi sogni,  ancor prima della sua
    relazione  con  Vronskij.  Un  vecchietto,  con  la  barba  arruffata,
    rovistava in un mucchio di ferraglia,  proferendo in  francese  parole
    prive di senso; e come le accadeva sempre in quell'incubo (cosa che la
    faceva  inorridire),  ella sentiva che quel vecchietto la ignorava del
    tutto e continuava il suo armeggio.  Si svegli in un bagno di  sudore
    freddo.
    Allorch si alz,  la giornata trascorsa le apparve come avvolta nella
    nebbia.
    C' stato un litigio, s, ma non  la prima volta. Ho detto che avevo
    mal di capo ed egli non  entrato... Domani partiremo;  bisogna che lo
    veda e che mi prepari alla partenza, disse Anna a se stessa.
    Saputo   che   Vronskij   era   nel  suo  studio  and  da  lui,   ma,
    nell'attraversare il salotto,  sent che una carrozza stava fermandosi
    davanti all'ingresso; guard dalla finestra e vide che dallo sportello
    si  sporgeva una giovinetta con un cappello lilla,  che dava un ordine
    al suo cocchiere,  il quale son il campanello.  Dopo un parlottio  in
    anticamera, si udirono i passi di Vronskij che scendeva rapidamente la
    scala.  Anna  si  avvicin  alla finestra.  Eccolo disse tra s,  
    uscito sulla scalinata senza cappello e si avvicina alla carrozza.  La
    ragazza  dal  cappello  lilla  gli  porge  un  biglietto  e  Vronskij,
    sorridendo, le dice qualcosa....
    La carrozza si allontan e Vronskij  sal  rapidamente  la  scala.  La
    nebbia che oscurava l'animo di Anna si dissip di colpo.  I sentimenti
    del giorno prima attanagliarono  di  nuovo  con  forza  il  suo  cuore
    sofferente...  ora  non  arrivava  a  comprendere  come  avesse potuto
    umiliarsi a passare tutto il giorno vicino a lui, nella sua casa! E si
    rec da Vronskij per annunziargli la propria decisione.
    - Erano la signora Sorkina con la figlia che,  passando  di  qui,  mi
    hanno portato i soldi e le carte da parte di "maman",  perch ieri non
    ho potuto averli. E la tua testa come va?  Meglio?  - domand Vronskij
    con calma,  non volendo vedere l'espressione grave e cupa del volto di
    Anna.
    In silenzio,  ritta in mezzo allo studio,  ella lo  fissava.  Egli  le
    volse  una rapida occhiata,  aggrott per un momento le sopracciglia e
    continu a leggere la lettera.  Anna si volt e usc lentamente  dalla
    stanza.  Egli  avrebbe  potuto ancora farla tornare indietro,  ma Anna
    aveva gi raggiunto la porta ed egli continuava  a  tacere.  Si  udiva
    soltanto il lieve fruscio del foglio voltato.
    -  A  proposito  -  disse Vronskij,  nel momento in cui Anna stava per
    oltrepassare la soglia, - la partenza  decisa per domani, vero?
    - Voi partirete, io no - ella rispose voltandosi verso di lui.
    - Anna, vivere cos non  possibile!
    - Per voi s, per me no - ella ripet.
    - Sta diventando una cosa insopportabile!
    - Voi... ve ne pentirete! - ella disse e usc.
    Spaventato  dall'espressione  disperata  con  la  quale  erano   state
    pronunziate  quelle  parole,  Vronskij balz in piedi per raggiungerla
    ma,  riavutosi,  si sedette di nuovo e,  serrando con forza  i  denti,
    aggrott le sopracciglia.  Quella sciocca minaccia lo incolleriva. Ho
    tentato tutto, pens, mi resta un unico mezzo: l'indifferenza, e si
    prepar ad andare in citt e poi da  sua  madre,  dalla  quale  doveva
    avere una firma per la procura.
    Anna  ud  il  rumore  dei  passi  di lui nello studio e nella sala da
    pranzo.  Ma egli non ritorn.  Diede soltanto  disposizioni  affinch,
    anche  in sua assenza,  consegnassero a Vojtv lo stallone.  Poi sent
    avvicinarsi  la  carrozza,   aprirsi   la   porta,   ed   egli   usc.
    All'improvviso  rientr  nel  vestibolo  e  qualcuno  sal di corsa le
    scale: era il cameriere che correva a prendere i guanti  che  Vronskij
    aveva dimenticati.
    Anna si avvicin alla finestra: lo vide prendere i guanti, poi toccare
    con la mano la schiena del cocchiere, mostrandogli qualche cosa; dopo,
    senza gettare neppure un'occhiata alla finestra,  si sedette nella sua
    solita posizione con le  gambe  accavallate.  si  infil  i  guanti  e
    scomparve dietro l'angolo della strada.


    CAPITOLO 27.

    Se  ne   andato!  Tutto  finito!,  si disse Anna restando in piedi
    accanto alla finestra e, in risposta a questo pensiero, le impressioni
    delle tenebre e del suo incubo orribile si confusero  di  nuovo  e  le
    riempirono il cuore di un freddo spavento.
    No,  non  pu essere!,  grid e,  attraversata la stanza,  suon con
    forza. Le pareva cos terribile restare sola che,  senza aspettare che
    arrivasse il cameriere, gli and incontro.
    - Informatevi dov' andato il conte!
    Il cameriere rispose che il conte era andato alle scuderie e aggiunse:
    - Ha ordinato di dirvi che,  se desiderate uscire, la carrozza torner
    subito.
    -  Bene.   Aspettate,   ora  scriver  un  biglietto   che   manderete
    immediatamente alle scuderie per mezzo di Michjlo.
    Si sedette e scrisse:
    Sono colpevole.  Torna a casa,  dobbiamo spiegarci. Ma vieni, in nome
    di Dio, vieni! Ho paura....
    Sigill il biglietto e lo consegn al cameriere.  Quando  questi  usc
    dalla stanza,  Anna ebbe terrore di restar sola; usc subito anche lei
    e and nella stanza della bambina.
    - Ma come! Non  cos... Non  lui!  Dove sono i suoi occhi azzurri e
    il suo dolce, timido sorriso?. Questo fu il suo primo pensiero quando
    scorse la rosea,  paffuta bambina con i neri capelli ondulati,  invece
    di Serza che lei, nella confusione dei suoi pensieri, si aspettava di
    vedere nella stanza.
    Seduta davanti al tavolo,  la piccola vi batteva  con  ostinazione  un
    turacciolo: i suoi occhi,  neri come grani di ribes,  guardarono senza
    espressione la madre.
    Risposto che ebbe all'inglese che stava bene  e  che  il  giorno  dopo
    sarebbe partita per la campagna, Anna si sedette vicino alla piccola e
    si mise a far girare davanti a lei il turacciolo. Ma la risata forte e
    sonora  della  bambina  e  il  movimento  delle  sue  sopracciglia  le
    ricordarono con tale vivezza Vronskij che si  alz  e,  trattenendo  i
    singhiozzi, usc dalla stanza.
    Possibile  che  tutto  sia  finito?  No,  non  pu  essere!,  pens.
    Torner, ma come far a spiegarmi il suo sorriso e la sua animazione,
    dopo aver parlato con lei?  Ma se anche non me lo spiegasse,  crederei
    tutto...  Perch  se  non lo credessi,  mi resterebbe una sola cosa da
    fare, e io non voglio!.
    Guard l'orologio.  Erano passati venti minuti.  Ormai ha ricevuto il
    mio biglietto e star venendo.  Tra poco... dieci minuti forse... E se
    non venisse? No, non pu essere! Bisogna che non mi veda con gli occhi
    rossi: ora vado a lavarmi.  Gi,  gi...  ma  mi  sono  pettinata,  ma
    quando?  Decisamente  non  lo  ricordo....  Non  credeva neppure alle
    proprie mani;  si  avvicin  allora  a  uno  specchio;  era  veramente
    pettinata,  eppure  non  riusciva  a ricordarsi quando l'avesse fatto.
    Chi  costei?, si chiese guardando nello specchio il viso infiammato
    con gli occhi stranamente scintillanti e pieni di sgomento. S,  sono
    io,  comprese a un tratto e,  guardandosi tutta,  le parve di sentire
    all'improvviso i baci di lui e, rabbrividendo, sussult. Poi port una
    mano alle labbra e la baci. Ma come? Sono diventata pazza?,  e and
    nella stanza da letto a vedere che cosa stesse facendo Annuska.
    - Annuska - disse fermandosi davanti alla cameriera,  senza sapere che
    cosa le avrebbe detto.
    - Volete andare da Drija Aleksndrovna,  vero?  - disse la cameriera,
    come se avesse capito.
    - Da Drija Aleksndrovna? S, andr.
    Quindici minuti per andare, quindici per tornare; intanto sar qui.
    Guard  l'orologio.  Come  ha  potuto  partire  lasciandomi in questa
    condizione?  Come pu vivere senza essere rappacificato con  me?.  Si
    avvicin  alla finestra a guardare la strada.  Secondo i suoi calcoli,
    Vronskij poteva essere gi di ritorno;  ma poteva aver mal  calcolato,
    per  cui  si  mise  di  nuovo  a ricordare quando fosse andato via e a
    contare i minuti.
    Mentre si avvicinava alla pendola per controllare il proprio orologio,
    ud una carrozza fermarsi davanti all'ingresso.  Gettato  uno  sguardo
    dalla  finestra,  vide  che  era  la carrozza di Vronskij.  Ma nessuno
    saliva le scale e  solo  si  sentivano  alcune  voci.  Era  il  messo,
    ritornato con la carrozza; ella scese per andargli incontro.
    -  Il  conte non s' trovato.  Era gi andato alla stazione di Niznij-
    Nvgorod.
    - Che cosa c'? Che hai?  - disse al rubizzo e giocondo Michjlo,  che
    le  restituiva  il  biglietto.  Per  non l'ha ricevuto...,  pens e
    aggiunse:  - Va' con questo  biglietto  in  campagna,  dalla  contessa
    Vrnskaja, sai dov', vero?, e portami subito la risposta.
    E io,  intanto,  che cosa far?,  si chiese. S, andr da Dolly, s
    s... altrimenti divento pazza!  Ma posso anche telegrafare,  e verg
    un telegramma: Mi  indispensabile parlarvi: venite subito.
    Spedito  il telegramma,  and a vestirsi e,  quando fu pronta,  con il
    cappello in testa, guard negli occhi la grassa,  placida Annuska.  In
    quei piccoli occhi grigi si leggeva una profonda compassione.
    -  Annuska  cara,  che cosa devo fare?  - profer Anna singhiozzando e
    abbandonandosi senza forze su una poltrona.
    - Perch vi agitate tanto,  Anna Arkdevna?  Sono cose che  succedono.
    Uscite e distraetevi - le consigli la cameriera.
    -  S,  ora  vado  -  rispose  Anna riprendendosi e alzandosi.  - E se
    arriver un telegramma quando  non  ci  sono,  mandatemelo  subito  da
    Drija Aleksndrovna... Ma no, torner io.
    S, non bisogna pensare, bisogna fare qualcosa e, soprattutto, uscire
    da questa casa,  si disse prestando ascolto con spavento al terribile
    tumulto che si scatenava nel suo cuore.  Poi usc  rapida  e  sal  in
    carrozza.
    - Dove devo andare? - domand Ptr prima di sedersi a cassetta.
    - Alla Znmenka, dagli Oblonskij.


    CAPITOLO 28.

    Il  tempo  si  era rischiarato.  Per tutta la mattina,  era caduta una
    pioggerella fitta e minuta e ora,  da poco,  il  cielo  si  era  fatto
    limpido.  I tetti di ferro,  le lastre dei marciapiedi, i selciati, le
    ruote,  il  cuoio,  il  bronzo  e  l'acciaio  delle  carrozze,   tutto
    scintillava gioiosamente al sole di maggio. Erano le tre, l'ora in cui
    le vie sono pi animate.
    Seduta  in  un  angolo  della  comoda  carrozza  che  con le sue molle
    elastiche ondeggiava appena alla veloce andatura  dei  cavalli  grigi,
    Anna,  in  mezzo  all'incessante rumore delle ruote e alle impressioni
    che all'aria aperta si avvicendavano di continuo,  analizzava di nuovo
    gli avvenimenti degli ultimi giorni e vedeva la propria situazione ben
    diversa  da  come  le sembrava in casa.  Ora,  anche il pensiero della
    morte non le appariva pi cos netto e  cos  terribile,  e  la  morte
    stessa  non  le  sembrava  pi  inevitabile.   In  quel  momento,   si
    rimproverava l'umiliazione in cui  era  caduta:  Io  lo  supplico  di
    perdonarmi;   mi   sono  sottomessa  a  lui  e  mi  sono  riconosciuta
    colpevole... Perch? Non posso vivere, forse, senza di lui?. E, senza
    rispondere a quest'ultima  domanda,  si  mise  a  leggere  le  insegne
    Studio e deposito, Dentista...
    S,  racconter tutto a Dolly.  A lei Vronskij non piace; sar per me
    una gran pena,  ma le dir tutto.  Dolly mi vuol bene e io seguir  il
    suo consiglio.  No,  non mi sottometter a lui,  non gli permetter di
    trattarmi come un padrone... Filippov, fornaio...  Dicono che mandi il
    suo  pane  sino  a Pietroburgo,  l'acqua di Mosca  cos buona...  E i
    pozzi di Mytisc'... (221) e le frittelle...
    E a questo punto si ricord che molto  tempo  addietro,  quando  aveva
    appena  sette  anni,  era andata con la zia al convento della Trinit,
    anche allora con i cavalli.  Ero proprio io con  quelle  mani  rosse?
    Quante  cose,  che  allora  mi parevano splendide e inaccessibili,  mi
    sembrano ora insignificanti, mentre altre che allora mi parevano tanto
    semplici,  sono oggi inaccessibili  per  me!  Chi  mi  avrebbe  detto,
    allora,  che mi sarei potuta abbassare a una simile umiliazione?  Come
    sar orgoglioso e contento quando ricever il mio  biglietto!  Ma  gli
    far vedere io...  Che cattivo odore di vernice... Perch verniciano e
    costruiscono sempre?. Mode e acconciature, leggeva andando. Un uomo
    la salut: era il marito di  Annuska.  I  nostri  parassiti,  pens,
    ricordandosi come li chiamava Vronskij. I nostri? Perch i nostri? E'
    una cosa terribile non poter strappare il passato dalle radici! Non si
    pu estirparlo, no, ma si pu dimenticarlo, e io dimenticher....
    Si ricord il suo passato con Aleksj Aleksndrovic' e il modo con cui
    lo aveva cancellato dalla sua memoria.
    Dolly  penser  che  lascio  anche il secondo marito e perci mi dar
    torto... Ma voglio io forse aver ragione? Io non posso! balbett e le
    venne voglia di piangere. Ma subito si chiese a che cosa potevano aver
    sorriso le due fanciulle che  passavano.  All'amore,  forse?  Ma  non
    sanno quanto sia triste e abietto l'amore... I viali, i ragazzi... Tre
    bambini  corrono  giocando  a cavalluccio...  Serza!...  E io perder
    tutto e non far tornare lui.  S,  s,  perder tutto,  se  egli  non
    torna... Forse ha perduto il treno o forse  gi tornato. Ah, di nuovo
    vuoi un'umiliazione!...,  disse a se stessa.  No, entrer da Dolly e
    le dir apertamente che sono infelice, che lo merito perch la colpa 
    mia... Tuttavia, poich sono infelice,  chiedo il suo aiuto...  Questi
    cavalli...  questa  carrozza...  come  mi  faccio schifo qui dentro...
    Tutto  suo... Ma non lo vedr pi!.
    Era giunta.  Preparando le parole con cui avrebbe detto tutto a  Dolly
    ed esasperando di proposito il suo cuore, Anna sal la scala.
    - C' qualcuno? - domand in anticamera.
    - S, c' Katerina Aleksndrovna Lvina - rispose il domestico.
    Kitty!  Quella  Kitty  di cui Vronskij era innamorato!,  pens Anna.
    Quella Kitty che egli ricorda con amore e che rimpiange di  non  aver
    sposata,  mentre  a me pensa solo con odio e con il rimpianto di avere
    unito il suo destino al mio.
    Nel momento in cui giungeva  Anna,  si  svolgeva  tra  le  sorelle  un
    colloquio  sull'allattamento.  Soltanto Dolly usc incontro all'ospite
    che veniva a interrompere la conversazione.
    - Ah,  non sei ancora partita?  Volevo venire da te - disse  Dolly.  -
    Oggi ho ricevuto una lettera da Stiva.
    -  Anche  noi  abbiamo  ricevuto  un  suo  telegramma  -  rispose Anna
    guardandosi attorno per vedere Kitty.
    - Scrive che non  ha  capito  che  cosa  precisamente  voglia  Aleksj
    Aleksndrovic',  ma  che  non  torner  senza  aver avuto una risposta
    decisiva.
    - Credevo che da te ci fosse qualcuno. Posso leggere la lettera?
    - S, c' Kitty - rispose Dolly impacciata.  - E' rimasta nella stanza
    dei bambini... E' stata molto malata...
    - S, l'ho sentito dire. Posso leggere la lettera?
    -  Te  la  vado  a prendere subito.  Non  che rifiuti,  anzi Stiva ha
    qualche speranza - disse Dolly fermandosi sulla soglia.
    - Io non lo spero e neppure lo desidero - rispose Anna.
    Come!  Forse Kitty considera umiliante incontrarmi?,  pens restando
    sola.  Pu  darsi  che abbia ragione...  Ma non sta a lei che  stata
    innamorata di Vronskij,  non sta a lei farmelo sentire,  anche se  la
    verit.  Lo  so che,  nella mia situazione,  nessuna donna perbene pu
    ricevermi; lo so che sin da quel momento gli ho sacrificato tutto!  Ed
    ecco la ricompensa.  Ah,  come lo odio... E perch sono venuta qui? Mi
    sento ancor peggio, soffro ancora di pi.
    Sent giungere dall'altra stanza le voci delle sorelle che  parlavano.
    E  che  cosa  dir  adesso  a  Dolly?  Perch  divertire Kitty con lo
    spettacolo della mia infelicit e mettermi sotto  la  sua  protezione?
    No,  e  poi  anche  Dolly  non capir niente...  e io non ho niente da
    dirle!...  Vorrei soltanto vedere Kitty  e  mostrarle  come  disprezzo
    tutto e tutti e come ora per me tutto sia indifferente!.
    Entr Dolly con la lettera, che Anna lesse e poi restitu.
    - Tutto questo lo sapevo - disse - e non mi interessa per nulla.
    - Ma come? Io, al contrario, spero molto - disse Dolly osservando Anna
    con  curiosit.  Non  l'aveva  mai vista cos strana e irritata.  - Tu
    quando parti? - le domand.
    Anna socchiuse gli occhi guardando davanti a s, ma non rispose.  Dopo
    un momento chiese:
    -  Come  mai?  Kitty si nasconde per non vedermi?  - e guard la porta
    arrossendo.
    - Ma che sciocchezze stai dicendo?  Allatta e capirai...  le  ho  dato
    qualche consiglio.  E' molto contenta... ma verr subito - disse Dolly
    con imbarazzo non sapendo mentire. - Eccola!
    Kitty, saputo che era venuta in visita Anna,  non avrebbe voluto farsi
    vedere;  ma Dolly l'aveva persuasa e Kitty,  fattasi forza,  entr, si
    avvicin ad Anna e le tese la mano.
    - Sono molto lieta... - disse con voce tremante.
    Kitty era sconvolta  dalla  lotta  che  si  svolgeva  in  lei  tra  un
    sentimento  di  ostilit  per  quella  donna cattiva e il desiderio di
    essere indulgente con lei;  ma,  non appena vide il bel viso simpatico
    di Anna, tutta l'ostilit svan.
    -  Non  mi  stupirei  se  non aveste neppure voluto incontrarmi.  Sono
    abituata  a  tutto.  Siete  stata  malata,  nevvero?  Si  vede:  siete
    cambiata... - disse Anna.
    Kitty  sentiva che Anna la guardava ostilmente;  ma si spiegava questa
    ostilit con la situazione di  disagio  in  cui  Anna,  che  prima  la
    proteggeva, adesso si trovava dinanzi a lei, e ne ebbe piet.
    Parlarono  della  malattia  del bambino,  di Stiva ma,  evidentemente,
    nulla interessava Anna.
    - Sono passata a salutarti - disse alzandosi.
    - Quando partite?
    Ma, di nuovo senza rispondere, Anna si rivolse a Kitty:
    - S, sono molto contenta di avervi vista - disse con un sorriso. - Ho
    sentito parlare di voi da ogni parte, anche da vostro marito. E' stato
    a trovarmi e  mi    piaciuto  molto  -  soggiunse  evidentemente  con
    intenzione cattiva. - Dov'?
    - E' andato in campagna - rispose Kitty facendosi rossa.
    - Salutatelo da parte mia, vi prego.
    -  Non  mancher  - ripet ingenuamente Kitty guardandola negli occhi,
    con compassione.
    - Allora, addio, Dolly! - E, dopo aver baciato la cognata e stretta la
    mano a Kitty, Anna usc rapidamente.
    - Sempre la stessa e  sempre  affascinante.  E'  bellissima!  -  disse
    Kitty,  rimasta  sola  con  la  sorella.  -  Ma c' in lei qualcosa di
    triste, di spaventosamente triste!
    - No,  oggi ha qualcosa di particolare - osserv Dolly.  - Quando l'ho
    accompagnata  in anticamera,  ho avuto l'impressione che avesse voglia
    di piangere.


    CAPITOLO 29.

    Anna sal in carrozza in condizioni  peggiori  di  quelle  in  cui  si
    trovava  quando  era  uscita  di casa.  A tutte le altre sofferenze si
    aggiungeva  ora  la  sensazione  di  offesa  e  di  essere   respinta,
    sensazione che aveva provato chiaramente nel suo incontro con Kitty.
    - Dove ordinate di andare? A casa? - domand Ptr.
    - S, a casa - rispose Anna, senza neppure pensare a ci che diceva.
    Mi guardavano come un fenomeno pauroso, incomprensibile e curioso. Di
    che  cosa  si  pu  discorrere  con tanto calore? pens guardando due
    pedoni.  E' possibile raccontare a un altro  ci  che  si  sente?  Io
    volevo raccontarlo a Dolly, ma sono contenta di non averlo fatto. Come
    avrebbe goduto della mia disgrazia!  Lo avrebbe nascosto ma, in fondo,
    il sentimento principale sarebbe stata la  gioia  di  vedermi  punita,
    dopo  i piaceri che mi invidiava!...  E Kitty avrebbe goduto ancora di
    pi!  Come leggo dentro di lei!  Sa che io sono stata pi che  amabile
    con suo marito,  ne  gelosa e...  mi odia...  e nello stesso tempo mi
    disprezza. Ai suoi occhi sono una donna immorale, ma, se fossi davvero
    tale avrei potuto fare innamorare di me suo marito...  Bastava che  lo
    avessi voluto...  Guarda quello l com' soddisfatto di s!, pens di
    un grosso signore rubizzo che veniva verso di lei in carrozza  e  che,
    scambiandola  per  una conoscente,  aveva sollevato il cappello lucido
    sulla lucente calvizie,  e  poi  si  era  accorto  di  aver  preso  un
    abbaglio...  Credeva  di  conoscermi  e  invece  mi conosce ben poco,
    quanto chiunque altro al mondo. Neppure io mi conosco.  Conosco i miei
    appetiti,  come dicono i Francesi. Ecco quei due desiderano un sudicio
    gelato,  si disse guardando due ragazzetti  che  avevano  fermato  un
    gelataio, il quale si toglieva di sopra la testa la tinozza con la sua
    merce  e  andava  asciugandosi il viso tutto sudato con la cocca di un
    tovagliolo. Tutti vogliono ci che  dolce e appetitoso...  Se non ci
    sono caramelle,  anche un sudicio gelato!  E Kitty ha fatto lo stesso:
    non ha avuto Vronskij e si  accontentata di Levin.  Ed  invidiosa di
    me e mi odia.  E tutti ci odiamo a vicenda: io odio Kitty e Kitty odia
    me. Questa  la verit! Tjutkin,  "coiffeur".  "Je me fais coiffer par
    Tjutkin" (222).  Glielo dir quando viene,  pens e sorrise.  Ma,  in
    quello stesso momento,  si rese conto di non avere  nessuno  cui  dire
    qualcosa di buffo...  Tutto  abietto!  Ecco che le campane suonano a
    Vespro...  con quanta diligenza  si  fa  il  segno  della  croce  quel
    mercante,  come se avesse paura di lasciarsi sfuggire qualcosa! Perch
    queste  chiese,  questo  scampanio,  queste  menzogne?  Solamente  per
    nascondere che ci odiamo tutti, come questi vetturini che si insultano
    con tanta cattiveria. Jasvin dice: "Lui vuole lasciarmi senza camicia,
    e io faccio altrettanto con lui". Ecco la verit!.
    Quei  pensieri  che l'avevano divagata,  al punto da farle dimenticare
    persino la situazione in  cui  si  trovava,  svanirono  all'arrestarsi
    della  carrozza  davanti  all'ingresso della sua casa.  Soltanto nello
    scorgere il portiere,  che le veniva  incontro,  si  ricord  di  aver
    mandato un biglietto e un telegramma.
    - E' giunta qualche risposta? - domand.
    -  Vado subito a vedere - rispose il portiere e,  data un'occhiata sul
    suo scrittoio,  prese la sottile busta quadrata  di  un  telegramma  e
    gliela porse.
    Non posso venire prima delle dieci. Vronskij, ella lesse.
    - E il latore del biglietto  tornato?
    - Non ancora - rispose il portiere.
    Se    cos,  so  io  quello che mi resta da fare,  si disse Anna e,
    sentendo sorgere in s un impeto di collera,  un bisogno di  vendetta,
    corse  di sopra.  Andr io da lui.  Prima di partire per sempre,  gli
    dir  tutto.   Non  ho  mai  odiato  una  persona  tanto  quanto  odio
    quell'uomo!,  pensava. Vedendo il cappello di lui in anticamera, ebbe
    un fremito di disgusto.  Non rifletteva che il telegramma di  Vronskij
    era  una  risposta  al  telegramma  suo  e  che  egli non aveva ancora
    ricevuto  il  biglietto.   Ora  se  lo   raffigurava   in   tranquilla
    conversazione  con  la madre e con la Sorkina e pieno di gioia per le
    sue sofferenze. S, bisogna che vada subito, si disse,  senza ancora
    sapere  dove  andare.  Voleva  solo fuggire il pi presto possibile da
    quei sentimenti che  la  torturavano  in  quella  maledetta  casa.  La
    servit, le pareti, tutto quello che si trovava l dentro suscitava in
    lei collera e ribrezzo, e la opprimeva come un macigno.
    S,  devo  andare  alla  stazione ferroviaria e,  se non lo trovo l,
    andare da sua madre e coglierlo sul fatto.
    Guard sul giornale l'orario dei treni. Quello della sera partiva alle
    otto e due minuti. Bene,  far in tempo!.  Ordin di attaccare altri
    cavalli,  mise  in una borsa le cose indispensabili per alcuni giorni.
    Sapeva che l non sarebbe tornata...  Tra  i  tanti  progetti  che  le
    passavano per il capo, aveva deciso che, dopo ci che sarebbe accaduto
    l alla stazione,  oppure nella tenuta della contessa,  sarebbe andata
    con il treno sino alla prima citt e vi si sarebbe fermata.
    Il pranzo era in tavola: Anna si avvicin,  aspir l'odore del pane  e
    del formaggio e,  convintasi che persino l'aroma delle vivande era per
    lei nauseante,  ordin di far venire  la  carrozza  e  usc.  La  casa
    gettava  gi  un'ombra  che  attraversava  tutta  la strada ed era una
    serata limpida,  ancora tiepida di sole.  E Annuska,  che l'accompagn
    con la roba,  e Ptr,  che la sistemava nella carrozza e il cocchiere,
    evidentemente scontento,  tutti la irritavano e la nauseavano  con  le
    loro parole e i loro gesti.
    - Non ho bisogno di te, Ptr.
    - E come far per il biglietto?
    - Be', come vuoi:  lo stesso - ella rispose con stizza.
    Ptr balz a cassetta e ordin al cocchiere di andare alla stazione.


    CAPITOLO 30.

    Di nuovo! Di nuovo! Ecco, di nuovo capisco tutto, si disse Anna, non
    appena  la  carrozza si mosse rumoreggiando e traballando sul lastrico
    e, una dopo l'altra, ripresero a susseguirsi le impressioni.
    S,  qual  l'ultima cosa a cui  stavo  piacevolmente  pensando  poco
    fa?,  si sforzava di ricordare.  Tjutkin, "coiffeur"... Ma no, non 
    questo...  Ah,   ecco,   quello  che  diceva  Jasvin:  "La  lotta  per
    l'esistenza  e l'odio sono le sole cose che legano gli uomini"...  No,
    voi partite inutilmente!,  si rivolse mentalmente a una comitiva che,
    in  una  carrozza a quattro cavalli,  andava,  era chiaro,  a fare una
    scampagnata. E il cane che portate con voi non vi sar d'aiuto... Non
    sfuggirete a voi stessi!.  Gettato uno sguardo dalla parte verso  cui
    si  era voltato Ptr,  vide un operaio ubriaco fradicio,  con la testa
    che ciondolava, sostenuto da un poliziotto. Ecco, quello ha scelto la
    via pi rapida.  Ma io e il conte  Vronskij  non  abbiamo  trovato  la
    felicit,  anche se l'abbiamo tanto cercata!.  E, per la prima volta,
    Anna punt la luce abbagliante, sotto cui vedeva ogni cosa,  anche sui
    suoi rapporti con lui, ai quali prima evitava di pensare.
    Che ha cercato egli in me? Non tanto l'amore, quanto la soddisfazione
    della  sua  vanit.  Ricordava  le sue parole e l'espressione del suo
    viso che,  nei primi tempi della loro relazione faceva  pensare  a  un
    docile  cane da caccia.  S,  in lui c'era l'esaltazione della vanit
    che  trionfa.  C'era,  si  capisce,  anche  l'amore  ma,  soprattutto,
    l'orgoglio della vittoria.  Si vantava di me... ed ora tutto  passato
    e non ha pi di che esser fiero. Ormai non esiste pi la fierezza,  ma
    la vergogna. Ha preso da me tutto ci che ha potuto e, ora che non gli
    sono  pi  necessaria,  mi sopporta come un peso e cerca di non essere
    disonesto nei miei riguardi.  Ieri se lo  lasciato sfuggire: vuole il
    divorzio e il matrimonio per bruciare le sue navi.  Mi ama?  Ma in che
    modo? "The zest is gone" (223).  Guarda quello: vuole stupire tutti ed
      contentissimo  di  se  stesso,  pens  guardando  un impiegato che
    caracollava su un cavallo da maneggio.  S,  in me non trova  pi  il
    gusto  di  un  tempo.  Se  me  ne  andr,  in  fondo  in fondo ne sar
    felicissimo.
    Non era questa una supposizione,  era una verit che ella  vedeva  ora
    chiaramente,  in quella luce penetrante che le rivelava il senso della
    vita e dei rapporti umani.
    Il mio amore diventa sempre pi appassionato e pi esigente, e il suo
    continua a spegnersi, a spegnersi: ecco perch ci dobbiamo separare...
    E non c' rimedio. Egli  tutto per me,  e io esigo che sia sempre pi
    mio;  egli,  invece,  sente il desiderio di allontanarsi sempre pi da
    me.  Prima della nostra relazione,  andavamo l'uno incontro all'altro;
    poi,  irresistibilmente, a poco a poco, abbiamo cominciato ad avviarci
    in direzioni opposte. E questo non si pu cambiare... Egli mi dice che
    sono gelosa, assurdamente, scioccamente gelosa,  ma questo non  vero.
    Io non sono gelosa,  io sono infelice. Ma.... A questo punto, apr la
    bocca e cambi posto nella  carrozza,  sentendosi  soffocare  a  causa
    dell'agitazione  provocatale  da  un pensiero che le si era affacciato
    alla mente. Se io potessi essere per lui qualcosa di pi di un'amante
    appassionata,  avida solo delle sue carezze!  Ma io non  posso  e  non
    voglio essere altro.  E con questo desiderio suscito la sua ripugnanza
    e il suo odio...  e non pu  essere  diversamente...  Lo  so  che  non
    m'inganna quando dice di non avere alcuna mira sulla Sorkina,  di non
    essere innamorato di Kitty, e che non mi tradir... S,  questo lo so,
    ma  non basta per confortarmi.  Se,  senza amarmi,  si mostra tenero e
    buono con me per "dovere", ci  ancora peggio della sua collera!  S,
    mille volte peggio!  E' un inferno...  eppure  la realt!  Egli da un
    pezzo non mi ama pi e l,  dove l'amore finisce,  incomincia  l'odio!
    Guarda... guarda... questa strada non la conosco... Colline mai viste,
    e case, case, case... E nelle case gente, gente, sempre gente... Gente
    a  non  finire,  e  tutti si odiano reciprocamente.  Ammettiamo che io
    possa ottenere ci che voglio per  essere  felice.  Bene:  ottengo  il
    divorzio, Aleksj Aleksndrovic' acconsente a darmi Serza, e io sposo
    Vronskij....
    Ricordatasi  in  quel  momento di Aleksj Aleksndrovic',  le parve di
    vederlo dinanzi a s vivo, con i suoi dolci occhi spenti,  con le vene
    sporgenti  sulle  mani bianche;  sent le sue intonazioni di voce e il
    crocchiare delle dita... e,  al ricordo del sentimento che c'era stato
    tra  di  loro,  e  che  si chiamava pur esso amore,  rabbrivid per il
    disgusto.
    Dunque,  ottengo il divorzio e divento  la  moglie  di  Vronskij.  La
    smetter  Kitty  di guardarmi come mi ha guardata oggi?  No.  E Serza
    smetter di pensare o di interrogarmi sui miei due mariti?  E tra me e
    Vronskij, quale nuovo sentimento nascer? E' possibile, ormai, non una
    qualsiasi felicit,  ma anche soltanto la mancanza di sofferenza? No e
    no!,  si rispose,  senza la minima esitazione.  E' impossibile!  Noi
    siamo separati dalla vita: io costituisco la sua sventura,  ed egli la
    mia;  e non  possibile cambiarci,  n  l'uno,  n  l'altra.  Tutti  i
    tentativi  sono  stati  fatti,  la  vite  si  spanata...  Ecco l una
    mendicante con un bambino...  ella pensa certo che io abbia  piet  di
    lei.  Non veniamo forse tutti gettati nel mondo soltanto per odiarci a
    vicenda e per tormentarci l'un l'altro?...  Ecco qui degli  scolari...
    ridono...  E  Serza?,  si  ricord.  Anch'io credevo di amarlo e mi
    commovevo sulla mia tenerezza per lui.  Eppure sono vissuta  senza  di
    lui,  l'ho  barattato  con  un altro amore e non mi sono lamentata del
    baratto,  sino a che questo amore mi ha soddisfatta.  Si ricord  con
    disgusto  di quello che ella definiva l'altro amore,  e la chiarezza
    con cui vedeva ora la propria vita e quella degli altri  la  rallegr.
    Cos  sono  io,  cos  sono Ptr e il cocchiere Fdor e cos  questo
    mercante e cos sono tutti gli uomini che  vivono  laggi  sul  Volga,
    dove li attirano tutti questi manifesti..., pens, mentre la carrozza
    arrivava  alla stazione di Niznij-Nvgorod,  dove numerosi facchini le
    corsero incontro.
    - Ordinate di prendere un biglietto sino a Obirlovka? - chiese Ptr.
    Anna aveva completamente dimenticato dove voleva andare  e  perch,  e
    soltanto a fatica riusc a capire la domanda e a rispondere.
    - S - disse a Ptr dandogli il borsellino con il denaro;  poi,  presa
    la sua sacca rossa da viaggio, scese dalla carrozza.
    Dirigendosi tra la folla verso la sala d'aspetto di  prima  classe,  a
    poco  a  poco  richiamava  alla  memoria tutti i particolari della sua
    situazione e le decisioni tra le quali esitava.  E di  nuovo,  ora  la
    speranza,  ora la disperazione,  cominciarono a torturare,  nei vecchi
    punti  dolenti,   le  ferite  del  suo  cuore  esausto,   che  batteva
    disordinatamente.  Seduta su un divano a forma di stella, attendeva il
    treno guardando con  repulsione  tutti  coloro  che  entravano  e  che
    uscivano: ora pensava a come sarebbe arrivata alla stazione,  come gli
    avrebbe scritto un biglietto e che cosa gli avrebbe scritto. Ora se lo
    raffigurava mentre si lagnava con la madre senza capire le  sofferenze
    di  lei,  della  sua condizione e pensava in qual modo sarebbe entrata
    nella stanza e che cosa gli avrebbe detto. E subito dopo si diceva che
    la vita avrebbe potuto ancora  essere  felice,  e  sentiva  con  quale
    tormentosa passione lo amasse e lo odiasse nello stesso tempo...  e il
    cuore le batteva sino a spezzarsi.


    CAPITOLO 31.

    Il campanello squill. Passarono alcuni giovanotti brutti,  sfacciati,
    che   camminavano   frettolosamente   osservando  nello  stesso  tempo
    l'effetto che producevano.  Attravers la sala anche Ptr,  con la sua
    faccia  ottusa,  in livrea e con le ghette,  e si avvicin ad Anna per
    accompagnarla sino al vagone. Alcuni uomini che parlavano ad alta voce
    si chetarono quando ella pass loro  davanti  sulla  banchina,  e  uno
    sussurr  a  un  altro  qualcosa  sul  conto  suo,  senza  dubbio  una
    volgarit.
    Anna  sal  sull'alto  predellino  e  poi  si  sedette  sola  in   uno
    scompartimento,  su un sudicio divano a molle, che un giorno era stato
    bianco; poi pos la sacca al proprio fianco. Ptr, in segno di saluto,
    si tolse il berretto gallonato,  con il suo solito sorriso  da  ebete,
    mentre un capotreno chiudeva con fracasso gli sportelli.
    Una signora bruttissima, in crinolina (Anna la spogli con il pensiero
    e  inorrid  all'idea  di  quella  bruttezza),  pass di corsa con una
    ragazzetta che rideva in modo per niente naturale.
    - Da Katerina Andrevna, tutto  da lei, zia! - grid la ragazza.
    Persino la ragazzina  brutta e smorfiosa,  pens Anna.  E,  per non
    veder  nessuno,  si  alz  in  fretta  e  and  a  sedersi  accanto al
    finestrino opposto dello scompartimento vuoto.
    Sotto lo sportello,  piegandosi verso le ruote del  vagone,  pass  un
    uomo sudicio e brutto, con un berretto dal quale sfuggivano ciocche di
    capelli  arruffati.  C'  qualcosa  che  conosco  in  questo orribile
    contadino, pens Anna, e subito ricord il proprio sogno. Tremante di
    paura, si ritir verso lo sportello opposto.
    In quel mentre,  il conduttore lo apr facendo entrare un uomo con  la
    moglie.
    - Desiderate forse uscire, signora?
    Anna  non rispose.  N il conduttore,  n le persone che erano entrate
    notarono, sotto il velo,  l'orrore che era dipinto sul suo viso.  Ella
    torn  nel  suo  cantuccio  e si sedette.  La coppia prese posto dalla
    parte opposta esaminando attentamente,  di nascosto,  l'abito di Anna.
    Sia l'uomo, sia la donna le parvero indisponenti. Il marito le domand
    il permesso di fumare, non perch avesse il desiderio di farlo, ma per
    attaccare  il  discorso  con  lei.  Avuto  il suo consenso,  si mise a
    discorrere con la  moglie  in  francese,  sebbene  egli,  pi  che  di
    parlare,  avesse  voglia di fumare.  Diceva delle sciocchezze soltanto
    per farsi notare da Anna,  la quale si rendeva chiaramente  conto  che
    quei  due  si odiavano.  D'altra parte,  che altro potevano fare degli
    esseri cos miserevoli?
    Si ud un secondo campanello e,  subito dopo,  un  gran  movimento  di
    persone e di bagagli, e un risonare di grida e di risate. Per Anna era
    cos  chiaro  che nessuno al mondo aveva alcun motivo per rallegrarsi,
    che quelle risate la irritarono sino a farle  male  e  avrebbe  voluto
    tapparsi  le  orecchie  per  non  sentirle.  Finalmente  il campanello
    squill per la terza volta: si sent un fischio,  si ud un cigolio di
    ruote,  uno sferragliare di catene... Il marito si fece il segno della
    croce.
    Sarebbe interessante sapere a che pensa facendo quel gesto, si disse
    Anna dopo averlo guardato con astio.  Poi,  volgendo gli occhi  al  di
    sopra della testa della signora,  guard, attraverso il finestrino, la
    gente che era venuta  ad  accompagnare  qualcuno  al  treno  e  pareva
    andasse a ritroso.
    Sussultando ritmicamente sulle biforcazioni degli scambi delle rotaie,
    il  vagone dove era seduta Anna passava lungo la banchina,  sorpassava
    il muro di sassi, il semaforo e altri carrozzoni;  le ruote risonavano
    ora  pi  ritmate  e  meno  stridenti  sulle rotaie,  il finestrino si
    illuminava  del  vivido  sole  al  tramonto  e  un  lieve   venticello
    cominciava a giocherellare con la tendina. Sotto l'influenza dell'aria
    fresca, Anna dimentic i suoi compagni di viaggio e si mise nuovamente
    a pensare.
    S,  a che punto mi ero fermata?  Ah, ecco sul fatto che io non posso
    immaginare che esista una condizione nella quale la vita, in un modo o
    nell'altro,  non sia una sofferenza,  sul fatto che  noi  tutti  siamo
    stati creati per tormentarci,  e lo sappiamo,  e inventiamo ogni mezzo
    per ingannarci. Ma che si deve fare quando si vede la verit?.
    - La ragione  stata data all'uomo perch si  liberi  da  ci  che  lo
    tormenta - disse in francese la signora,  evidentemente compiaciuta di
    quella frase e facendo schioccare la lingua.
    Queste parole sembravano una risposta al pensiero di Anna.
    Liberarsi da ci che tormenta,  ripet tra s Anna e,  guardando  il
    marito  dalle  guance rosse e la moglie dall'aspetto malaticcio,  cap
    che la moglie malaticcia si considerava  una  donna  incompresa  e  il
    marito,  lasciandole il conforto di credersi tale,  la tradiva. Pareva
    ad Anna di conoscere tutta la loro storia e i pi  reconditi  pensieri
    dei loro animi,  mentre puntava su di essi la loro attenzione.  Ma non
    vi trov nulla di interessante e prosegu nelle sue riflessioni.
    S,   questo che mi tormenta: la ragione  stata data  all'uomo  per
    liberarsi:  dunque  bisogna liberarsi.  Perch non spegnere la candela
    quando non c' pi nulla da vedere e quando  vedere  non  d  che  una
    sensazione  di disgusto?  Ma come?...  Perch corre questo conduttore?
    Perch quei giovanotti,  in quel vagone,  gridano,  parlano  e  ridono
    tanto?  Tutto  falsit,  tutto  menzogna,  tutto  inganno,  tutto 
    male!.
    Quando il treno fu arrivato alla stazione,  Anna  usc  tra  la  folla
    degli altri passeggeri e,  allontanandosi da loro come se si trattasse
    di appestati,  si ferm sulla banchina,  cercando di ricordarsi perch
    si  trovasse l e che cosa intendesse fare.  Tutto quello che prima le
    era  parso  possibile,   ora  le  era  cos  difficile  da   decidere,
    soprattutto  in  mezzo  a quella gente rumorosa che non la lasciava in
    pace.  Ora erano i facchini,  che accorrevano offrendo i loro servigi;
    ora  erano  alcuni  giovani  che,  battendo  con  forza i tacchi sulla
    banchina, parlavano e la guardavano;  ora erano quelli che le venivano
    incontro  e non si scostavano per lasciarla passare.  Ricordandosi che
    aveva intenzione di  proseguire,  nel  caso  non  avesse  trovato  una
    risposta, ferm un facchino e gli chiese se alla stazione non ci fosse
    un cocchiere con un biglietto per il conte Vronskij.
    -  Il  conte  Vronskij?  E'  venuto  proprio  ora  un suo incaricato a
    prendere la principessa Sorkina con la figlia.  Ma il  cocchiere  che
    aspetto ha?
    Mentre stava parlando con il facchino,  il cocchiere Michjlo, rosso e
    allegro nella sua elegante divisa azzurra, evidentemente orgoglioso di
    avere eseguito a dovere l'incarico affidatogli, si avvicin a lei e le
    porse un biglietto. Anna lo apr e, ancor prima di leggerlo, sent una
    fitta al cuore.
    Mi dispiace molto che il tuo biglietto non mi abbia trovato a  Mosca.
    Verr alle dieci, scriveva Vronskij con calligrafia trascurata.
    Me l'aspettavo!, si disse Anna con un sorriso cattivo.
    -  Va  bene,  torna pure a casa - ordin dolcemente a Michjlo,  e gli
    parlava cos dolcemente perch i  battiti  disordinati  del  cuore  le
    impedivano quasi di respirare.
    No,  non  permetter  che  tu mi tormenti!,  si disse rivolgendo una
    minaccia non a Vronskij,  non a se stessa,  ma a chi la costringeva  a
    tormentarsi. E seguendo la banchina, oltrepass la stazione.
    Due  cameriere,  che  le  venivano incontro,  si volsero a guardarla e
    fecero ad alta voce qualche commento sul suo vestito.
    - Sono veri - dissero le due donne  ammirando  i  pizzi  che  ornavano
    l'abito di Anna. Anche i giovanotti continuavano a irritarla; di nuovo
    le  passarono  vicino,  scrutandola  dalla testa ai piedi e facendo ad
    alta voce osservazioni incomprensibili.
    Il capostazione la ferm e le  chiese  se  partisse.  Un  ragazzo  che
    vendeva "kvas" non le toglieva gli occhi di dosso.
    Mio  Dio,  dove devo andare?,  pens allontanandosi sempre pi dalla
    stazione.  All'estremit della banchina,  si  ferm.  Alcune  signore,
    alcuni   ragazzi   e   un   signore   dagli   occhiali,   che   rideva
    sgangheratamente, quando ella li raggiunse,  ammutolirono squadrandola
    dalla testa ai piedi.  Ella affrett il passo e si allontan da quella
    gente verso il margine della banchina.
    Era in arrivo un treno merci.  La banchina vibr tanto forte che  Anna
    ebbe  l'impressione  di  trovarsi di nuovo sul treno;  all'improvviso,
    ricordandosi dell'uomo stritolato,  il giorno del suo  primo  incontro
    con Vronskij, cap che cosa le restava da fare.
    Scese  con  passo  rapido  e  leggero  i  gradini  che  conducevano al
    deposito, sino alle rotaie, e si ferm davanti al treno che le passava
    accanto. Guard la parte inferiore dei vagoni,  le viti,  i ferri,  le
    alte  ruote di ghisa del primo carrozzone che scivolava lentamente,  e
    cerc di misurare con l'occhio la met dello spazio  compreso  tra  le
    ruote anteriori e quelle posteriori,  e di calcolare il momento in cui
    la parte centrale sarebbe stata davanti a lei.
    L sotto, si diceva, guardando l'ombra del vagone, la sabbia mista a
    carbone di cui erano cosparse le traverse;  l,  proprio l in mezzo;
    cos lo punir e mi liberer da tutti e da me stessa.
    Voleva  gettarsi sotto il primo vagone,  la cui met era gi davanti a
    lei; ma la sacca da viaggio rossa, che aveva cominciato a sfilarsi dal
    braccio, le fece perdere tempo,  e vide che era troppo tardi: la parte
    centrale  del  vagone l'aveva ormai oltrepassata e bisognava aspettare
    il vagone successivo.  Un sentimento,  simile  a  quello  che  provava
    quando  si  accingeva  a  entrare  nell'acqua  per  fare il bagno,  si
    impadron di lei e la spinse a farsi il segno della croce.  Quel gesto
    abituale risvegli nel suo animo una folla di ricordi di infanzia e di
    giovinezza  e,  all'improvviso,  le  tenebre  che  la  avvolgevano  si
    lacerarono e, per un istante, la vita le apparve con tutte le luminose
    gioie del passato.
    Ma ella non distoglieva gli occhi dalle vetture  del  secondo  vagone,
    che  si avvicinava,  e proprio nel momento in cui la parte centrale fu
    davanti a lei,  gett via la sacca rossa e,  affondata la testa  nelle
    spalle,  si butt sotto il vagone; poi, con un movimento leggero, come
    se si preparasse a  rialzarsi,  si  mise  ginocchioni;  inorridita  di
    quello che aveva fatto, pens: Dove sono? Che cosa faccio? Perch?.
    Tent di sollevarsi, buttarsi indietro, ma una massa enorme, spietata,
    la colp al capo e la rovesci sul dorso.
    Signore  Iddio,  perdonami  tutto!,  invoc comprendendo l'inutilit
    della lotta.
    Il  piccolo,  brutto  vecchietto,   borbottando,   armeggiava  tra  la
    ferraglia... E la candela, al bagliore della quale ella aveva letto il
    libro pieno di miserie,  di ansie,  di inganni e di dolori, avvamp di
    un fulgore pi vivo che mai, le illumin tutto ci che prima era stato
    avvolto nelle tenebre,  crepit,  si affievol e,  a poco a  poco,  si
    spense per sempre...












    NOTE.

    N. 193. Circa 10 ettolitri.
    N. 194. Nel 1876 ci fu un'insurrezione nel Montenegro.
    N.  195.  Quotidiano in lingua francese stampato a Pietroburgo fin dal
    1842.
    N.  196.  Autore di una famosa grammatica storica della lingua  russa.
    Visse dal 1818 al 1897.
    N.  197. Si tratta, probabilmente, di una composizione di M. Balakirev
    (1836-1910).
    N. 198. L'eterno femminino.
    N.  199.  Anche Tolstj non condivideva l'indirizzo di  Wagner  (1813-
    1883).
    N. 200. Antokolskij: si trattava di un semplice progetto di monumento,
    esposto all'Accademia delle Belle Arti nel 1875.
    N.  201.  Paolina Lucca (1841-1908), soprano. Italiana, cant in tutte
    le maggiori citt europee.
    N.  202.  Notissimo favolista russo (Ivan Andrevic Krylv  1768-1844.
    Confronta   di  questo  autore  Krylv-Puskin-Tolstj,   "Parlano  gli
    animali",  Edizioni Paoline,  Roma 1971).  Il  processo,  cui  qui  si
    allude,  risale al 1875, anno in cui una banca di Mosca aveva fatto un
    prestito di sette milioni di rubli  a  B.  Strussberg  falsificando  i
    rendiconti.
    N.  203.  "Sljupik",  plurale "sljpiki",  propriamente, vecchio fungo
    rammollito, ma qui  parola di gergo del club inglese di Mosca, in cui
    appunto ci troviamo.
    N. 204. Vecchio gioco russo con le uova pasquali, assodate e colorate,
    che i bambini facevano rotolare  su  assi  inclinate  sino  a  che  si
    ammaccavano diventando molli come cappelle di funghi.
    N. 205. Un inno cantato durante il rito matrimoniale ortodosso.
    N.  206.  Si  allude  al noto pittore e incisore francese Gustave Dor
    (1832-1883),  criticato da Tolstj  per  il  suo  estetismo.  Illustr
    Rabelais, Balzac e soprattutto la Bibbia.
    N. 207. Per favore, ordina il t in salotto.
    N. 208. Non ho il cuore abbastanza grande.
    N. 209. Il ghiaccio  rotto.
    N. 210. Impostazione, equilibrio.
    N. 211. Dichiarate di essere un libero pensatore.
    N. 212. Chiaroveggente.
    N. 213. Gli amici dei nostri amici sono nostri amici.
    N. 214. Capite l'inglese?
    N.  215.  "Sicuro  e  felice"  oppure "Sotto l'ala".  Due libri che si
    ispirano a quello strano misticismo cui Tolstj ha pi volte accennato
    in questo romanzo.
    N. 220. Tanto peggio per lei!
    N. 221. Villaggio nei dintorni di Mosca.
    N. 222. Parrucchiere. Io mi faccio pettinare da lui.
    N. 223. La passione se n' andata!


















    PARTE OTTAVA.


    CAPITOLO 1.

    Erano trascorsi quasi due mesi: si era a met di un'estate molto calda
    e soltanto adesso Sergj Ivnovic' aveva deciso di partire  da  Mosca.
    Numerosi  avvenimenti  si erano,  nel frattempo,  susseguiti nella sua
    vita.
    Gi da circa un anno aveva finito il suo libro - frutto  della  fatica
    di  ben  sei  anni  -  intitolato: "Saggio per un'analisi delle basi e
    delle forme statali in Europa e  in  Russia".  Alcuni  capitoli  e  la
    prefazione  dell'opera erano stati pubblicati nelle stampe periodiche;
    altri, Sergj Ivnovic' li aveva letti a persone del suo ambiente,  di
    modo  che le idee contenute in quell'opera non rappresentavano pi una
    novit assoluta per  il  pubblico.  Sergj  Ivnovic'  aveva  tuttavia
    pensato  che,  al  suo  apparire,  il libro avrebbe prodotto una seria
    impressione sul pubblico e,  se non  un  rivolgimento  nella  scienza,
    almeno un notevole interesse nel mondo scientifico.
    Dopo  un'accurata  e  seria revisione,  l'opera era stata pubblicata e
    distribuita ai librai.
    Pur  senza  chiedere  a  nessuno  il  parere  sul  libro,  rispondendo
    malvolentieri e con simulata indifferenza alle domande degli amici che
    si  informavano  sul  successo,  senza nemmeno chiedere ai librai come
    procedesse la vendita, Sergj Ivnovic' spiava con occhio vigile,  con
    tesa  attenzione,  la  prima impressione che il libro avrebbe prodotto
    nel pubblico e sulla stampa.
    Ma pass una settimana,  ne passarono una seconda e una terza,  e  nel
    pubblico non si verificava alcuna reazione;  i suoi amici, specialisti
    e studiosi in materia,  talora  gliene  parlavano,  evidentemente  per
    cortesia;  gli  altri  suoi  conoscenti,  per  i  quali  gli argomenti
    scientifici non avevano alcun interesse, non gliene parlavano affatto.
    Il  pubblico,   attualmente  preoccupato  di  ben  altro,   dimostrava
    un'assoluta indifferenza.  E anche sulla stampa,  per un mese,  non si
    fece parola del libro.
    Sergj Ivnovic' aveva calcolato nei minimi particolari il  tempo  che
    occorreva per scrivere una recensione,  ma pass un mese,  ne pass un
    secondo, e il silenzio continuava. Soltanto il "Svernyj Zuk" (224) in
    uno scherzoso articolo sul cantante Drabanti,  che  aveva  perduto  la
    voce, diceva poche parole sprezzanti sul libro di Koznyscv, parole da
    cui  trapelava  che  il  libro fosse universalmente ritenuto di nessun
    valore e argomento di facezie.
    Finalmente, dopo tre mesi,  apparve un articolo critico su una rivista
    seria.  Sergj  Ivnovic' conosceva anche l'autore dell'articolo,  che
    aveva incontrato una volta in casa di  Golubkov:  era  un  giornalista
    giovanissimo,  malaticcio, timido nei rapporti personali, molto vivace
    come scrittore, ma assai ignorante.
    Nonostante il suo assoluto disprezzo per l'autore, Sergj Ivnovic' si
    accinse   a   leggere   attentamente   l'articolo.    Era   terribile:
    evidentemente il giovane giornalista aveva interpretato tutto il libro
    nel  modo  pi  sbagliato,  ma  ne  aveva  scelto  con tale abilit le
    citazioni che,  per chi non aveva letto  il  libro  (ed  evidentemente
    quasi nessuno l'aveva letto),  appariva perfettamente chiaro che tutta
    l'opera non era che una collezione di frasi altosonanti e per di  pi,
    usate   a   sproposito  (il  che  era  messo  in  evidenza  dai  punti
    interrogativi), e che l'autore del libro era un perfetto ignorante.  E
    tutto  questo  era  detto  in  modo  cos spiritoso che nemmeno Sergj
    Ivnovic' avrebbe ricusato  di  far  proprio  uno  spirito  tale;  ma,
    appunto per questo, era terribile.
    Nonostante  l'assoluta buona fede con cui Sergj Ivnovic' controllava
    la giustezza  delle  argomentazioni  del  recensore,  non  si  fermava
    neppure  un  istante  sui difetti e sugli errori che venivano presi in
    giro - era troppo chiaro che tutto era stato scelto ad arte - ma a  un
    tratto, senza volerlo, ricord sin nei minimi particolari l'incontro e
    la conversazione avuti con l'autore dell'articolo.
    L'ho forse offeso in qualche modo?, si chiese Sergj Ivnovic'. E si
    ricord  che durante quell'incontro aveva corretto una parola detta da
    quel giovanotto,  una parola che rivelava la sua ignoranza.  In questo
    fatto Sergj trov la sua spiegazione dell'articolo.
    Dopo  quell'articolo,  un  silenzio di tomba ricadde sul libro,  tanto
    nella stampa quanto tra il pubblico,  e Sergj Ivnovic' si rese conto
    che  quel lavoro,  costatogli sei anni di fatica,  elaborato con tanto
    amore, sarebbe passato senza lasciar traccia.
    La situazione di Sergj Ivnovic' era ancora pi penosa per  il  fatto
    che, terminato il libro, non era pi occupato dallo scrivere, attivit
    che prima gli prendeva la maggior parte del tempo.
    Sergj  Ivnovic'  era  intelligente,  sano,  attivo e non sapeva come
    impiegare tutta la sua attivit.  Le  conversazioni  nei  salotti,  ai
    congressi,   alle   assemblee,   ai  comitati,   dovunque  si  potesse
    discorrere,  occupavano una parte del  suo  tempo;  ma  egli,  vecchio
    abitante  di  citt,  non  permetteva,  come  faceva  il suo inesperto
    fratello quando veniva a Mosca,  che le conversazioni gli  prendessero
    tutto  il  suo tempo;  gli rimanevano dunque ancora molte ore libere e
    molta forza mentale da impiegare.
    Per  sua  fortuna,   in  quel  periodo  per   lui   penoso   a   causa
    dell'insuccesso  del  libro,  la  questione  slava,  che  prima covava
    soltanto  in  societ,   aveva  di  colpo  sostituito   le   questioni
    riguardanti  i  non  ortodossi,  gli  amici americani,  la carestia di
    Samara,  l'esposizione,  lo spiritismo (225) e Sergj  Ivnovic',  che
    anche  prima  era  stato  uno  dei promotori di tale questione,  vi si
    dedic interamente.
    In quei tempi, nell'ambiente al quale apparteneva Sergj Ivnovic', di
    nulla si parlava e si scriveva quanto della questione  slava  e  della
    guerra  serba.  Tutto  ci  che,  di  solito,  fa una folla oziosa per
    ammazzare il tempo,  lo faceva ora a  beneficio  degli  Slavi.  Balli,
    concerti,  pranzi,  "toilettes"  femminili,  birra,  trattorie,  tutto
    testimoniava la simpatia per gli Slavi.
    Sergj Ivnovic' non era,  su  parecchi  punti,  d'accordo  con  tutto
    quanto si diceva e si scriveva sull'argomento. Si rendeva conto che la
    questione  slava  era  diventata uno di quei divertimenti mondani che,
    avvicendandosi,   servono  sempre  alla  buona  societ  per  occupare
    l'attenzione;  e  si  rendeva anche conto che c'era molta gente che si
    occupava della faccenda  a  scopo  speculativo  e  per  soddisfare  le
    proprie ambizioni; e conveniva che i giornali pubblicavano troppe cose
    inutili  ed  esagerate,  al  solo  scopo  di attirare l'attenzione del
    pubblico e di gridare pi  forte  degli  altri.  Vedeva  che  in  quel
    generale  movimento  della societ erano saltati fuori e gridavano pi
    forte che mai tutti i falliti e  i  malcontenti:  capi  supremi  senza
    eserciti,   ministri  senza  ministeri,  giornalisti  senza  giornali,
    capipartito senza seguaci.  Vedeva,  s,  quanto di superficiale e  di
    ridicolo  ci  fosse  in  tutto  ci,  ma ci vedeva anche un entusiasmo
    indubbio e sempre crescente, che riuniva tutte le classi della societ
    in un solo fascio e per il quale non si poteva non  provare  simpatia.
    Il  massacro  dei  correligionari e dei fratelli slavi aveva suscitato
    simpatie per le vittime e sdegno verso gli oppressori. E l'eroismo dei
    Serbi e dei Montenegrini,  che lottavano per una grande  causa,  aveva
    fatto nascere in tutto il popolo il desiderio di aiutare quei fratelli
    non pi con le parole, ma con l'azione.
    Vi  era  poi  un  altro  fenomeno  che rallegrava Sergj Ivnovic': il
    manifestarsi di un'opinione pubblica. La societ, in modo ben preciso,
    aveva espresso i suoi desideri; l'anima del popolo, come diceva Sergj
    Ivnovic', aveva trovato la sua espressione. E, quanto pi si occupava
    di quella faccenda,  tanto pi gli pareva chiaro che si  trattasse  di
    una cosa destinata ad assumere proporzioni grandiose, a fare epoca.
    Egli dedic tutto se stesso al servizio di quella grande opera e smise
    di pensare al proprio libro; tutto il suo tempo era preso al punto che
    non riusciva a rispondere alle numerose lettere che riceveva e a tutte
    le domande che gli venivano rivolte.
    Dopo  un  duro  lavoro,  protrattosi  per  tutta  la primavera e parte
    dell'estate,  solamente in luglio fu pronto per andare in campagna dal
    fratello.
    Andava  a  riposarsi  per  due settimane nel sacrario del popolo,  nel
    cuore della campagna,  per godere lo  spettacolo  dell'elevarsi  dello
    spirito  popolare,  cosa  della  quale,  al  pari degli abitanti della
    capitale e delle citt, era egli pure assolutamente convinto.
    Katavasov,  che da tempo aveva intenzione  di  mantenere  la  promessa
    fatta a Levin di fargli visita, part con Sergj Ivnovic'.


    CAPITOLO 2.

    Sergj  Ivnovic'  e  Katavasov  erano  appena  giunti  alla  stazione
    ferroviaria di Kursk,  quel giorno particolarmente  animata  e,  scesi
    dalla  carrozza,  stavano  cercando con lo sguardo il servitore che li
    seguiva con i bagagli,  allorch  sopraggiunsero  quattro  vetture  da
    piazza  cariche di volontari.  Alcune signore,  venute a riceverli con
    mazzi di fiori, entrarono nella stazione, seguite dalla folla.
    Una di quelle signore,  venute a salutare i volontari,  uscendo  dalla
    sala, si rivolse a Sergj Ivnovic':
    - Siete venuto anche voi ad accompagnarli? - domand in francese.
    -  No,  principessa,  io parto.  Vado a riposarmi in campagna,  da mio
    fratello.  E voi,  siete sempre  qui  a  riceverli?  -  chiese  Sergj
    Ivnovic' con un impercettibile sorriso.
    - Come fare diversamente!  - rispose la principessa.  - E' vero che ne
    abbiamo gi mandati ottocento? Malvinskij assicurava che non  vero...
    - Pi di ottocento e, se si contano quelli non partiti direttamente da
    Mosca, sono gi pi di mille - disse Sergj Ivnovic'.
    - Ecco, proprio come dicevo io! - esclam gioiosamente la signora. - A
    quasi un milione sono gi salite le offerte, non  vero?
    - Di pi, principessa.
    - Il comunicato di  oggi  dice  che  i  Turchi  sono  di  nuovo  stati
    sconfitti.
    -  S,  l'ho  letto  -  rispose  Sergj  Ivnovic'.  Nel telegramma si
    confermava che,  per tre giorni di seguito i  Turchi,  sbaragliati  su
    tutta  la  linea,  erano in fuga e che,  per il giorno successivo,  si
    attendeva l'attacco decisivo.
    - A proposito, sapete? Un ottimo giovane ha chiesto di partire e,  non
    so perch, gli hanno fatto delle difficolt. Volevo parlarne a voi. Io
    lo  conosco  e  vi  sar  grata  se  mi  scriverete  un  biglietto  di
    raccomandazione. E' mandato dalla contessa Ldija Ivnovna.
    Dopo aver sentito i particolari che la principessa gli  seppe  dare  a
    proposito  del  giovanotto che chiedeva di partire,  Sergj Ivnovic',
    passato nel salone di prima classe,  scrisse un biglietto alla persona
    da  cui  dipendeva  l'accoglimento  della richiesta e lo consegn alla
    principessa.
    - Sapete?  Il conte Vronskij...  cos conosciuto...  parte con  questo
    treno - disse con un sorriso trionfante, quando egli la rintracci per
    darle il biglietto.
    -  Avevo sentito dire che sarebbe partito,  ma non sapevo quando.  Con
    questo treno?
    - S,  l'ho visto.  E' qui,  accompagnato soltanto da sua  madre.  Del
    resto, era la migliore cosa che potesse fare.
    - Senza dubbio!
    Mentre  parlavano,  la  folla,  passando loro innanzi,  si precipitava
    verso il "buffet".  Vi si avviarono anch'essi e udirono la voce sonora
    di un signore che,  con una coppa in mano,  pronunziava un discorso ai
    volontari.
    - Servire... la fede,  l'umanit,  i nostri fratelli...  - diceva quel
    signore  alzando  sempre di pi la voce.  - Per questa grande impresa,
    Mosca vi benedice.  "Zivio!" (226) -  concluse  poi  a  gran  voce.  -
    "Zivio!" - gli fecero eco tutti gli astanti con voce commossa.
    Una nuova schiera di gente fece irruzione nella sala e,  per poco, non
    fece cadere a terra la principessa.
    - Ebbene, principessa,  che ne dite?  - esclam con un radioso sorriso
    Stepn Arkadyc', apparso all'improvviso tra la folla.  Non vi pare che
    abbia parlato in modo magnifico?  Bravo!...  Oh,  Sergj Ivnovic', ci
    siete  anche  voi?  Ecco,   se  diceste  anche  voi  poche  parole  di
    incoraggiamento,  di  saluto...  Parlate  cos bene!-  aggiunse con un
    sorriso tenero,  rispettoso e prudente,  spingendo leggermente per  il
    braccio Sergj Ivnovic'.
    - No, parto subito.
    - E dove andate?
    - In campagna, da mio fratello.
    - Allora vedrete mia moglie.  Le ho scritto, ma arriverete prima della
    lettera;  ditele,  per favore,  che mi avete incontrato e che tutto va
    bene:  ella capir...  Ditele inoltre,  siate gentile,  che sono stato
    nominato membro della Commissione... Basta cos: capir. Sapete,  "les
    petites  misres  de  la  vie humaine" (227)  disse,  come scusandosi,
    rivolto alla principessa.  - Sapete  che  la  Mjgkaja,  non  Liza  ma
    Bibiche,  ha mandato mille fucili e dodici suore di carit? Ve l'avevo
    detto?
    - S, l'ho sentito - rispose malvolentieri Koznyscv.
    - E' davvero un peccato che partiate - disse Stepn Arkadyc'.-  Domani
    verr  offerto  un  pranzo  a  due  dei  nostri  che  partono:   Dimer
    Bartnjanskij,  di Pietroburgo e il nostro Griscia Veslovskij, che si 
    sposato  poco  tempo  fa.  Coraggiosi,  vero,  principessa?   -  disse
    rivolgendosi alla signora.
    La  principessa  guard  Koznyscv  senza rispondere.  Ma il fatto che
    Sergj Ivnovic' e la principessa desiderassero liberarsi da lui,  non
    turbava affatto Stepn Arkadyc' che, sorridendo, guardava ora la piuma
    del cappello della principessa,  ora di qua e di l,  come se cercasse
    qualcosa. Vedendo una signora che passava con una cassetta,  la chiam
    a s e le consegn un biglietto da cinque rubli.
    -  Non posso guardare queste cassette con indifferenza,  sino a che ho
    dei soldi in tasca...  - disse.  - E com' il bollettino di oggi?  Che
    bravi Montenegrini!
    -  Che  cosa?  - grid,  quando la principessa gli rifer che Vronskij
    partiva con quel treno.  Per un attimo il viso di Stepn  Arkadyc'  si
    vel di tristezza, ma un momento dopo, quando entr nella sala dove si
    trovava Vronskij,  molleggiando sulle gambe e accomodandosi le fedine,
    egli aveva gi completamente dimenticato i suoi  disperati  singhiozzi
    sul  cadavere  della  sorella e vedeva in Vronskij soltanto il vecchio
    amico e l'eroe.
    - Malgrado tutti i suoi difetti,  non si pu non rendergli giustizia -
    disse  la  principessa a Sergj Ivnovic',  non appena Oblonskij si fu
    allontanato. - Ecco un vero temperamento russo e slavo!  Temo soltanto
    che  a Vronskij non faccia piacere vederlo...  Checch ne diciate,  il
    destino di quell'uomo mi commuove.  Parlate un po' con lui durante  il
    viaggio...
    - Lo far, forse, se ne avr l'occasione.
    -  A  me non  mai piaciuto,  ma questo suo gesto riscatta molte cose.
    Non solo parte lui,  ma  conduce  con  s,  a  sue  spese,  tutto  uno
    squadrone.
    - S, l'ho sentito dire.
    Si ud il campanello. Tutti si affollarono alla porta.
    -  Eccolo!  - fece la principessa indicando Vronskij il quale,  con un
    lungo mantello e  con  in  testa  un  cappello  nero  a  larghe  tese,
    camminava dando il braccio alla madre.  Oblonskij gli stava a fianco e
    gli diceva animatamente  non  so  che  cosa;  Vronskij,  come  se  non
    sentisse le parole dell'amico, guardava accigliato davanti a s. Per,
    probabilmente a un segno di Oblonskij, si volt a guardare dalla parte
    dove  stavano  la principessa e Sergj Ivnovic' e sollev il cappello
    in silenzio.  La sua faccia,  invecchiata e segnata dalla  sofferenza,
    pareva di pietra.
    Uscito sulla banchina e ceduto il passo alla madre,  Vronskij disparve
    nello scompartimento di una vettura.  Sulla banchina  echeggiarono  le
    note di Dio protegga lo zar! (228) e di  evviva. Un volontario, un
    giovane  assai  alto,  dal petto incavato,  salutava agitando sopra la
    testa un berretto di feltro e un mazzo di fiori.  Alle sue spalle,  si
    sporgevano  dal  finestrino,  anch'essi salutando,  due ufficiali e un
    uomo anziano,  dalla lunga barba e con il capo coperto da un  berretto
    tutto unto.


    CAPITOLO 3.

    Dopo  essersi  congedato  dalla  principessa,  Sergj Ivnovic' entr,
    insieme  con  Katavasov,   che  l'aveva  raggiunto,   in   un   vagone
    affollatissimo, e il treno si mosse.
    Alla stazione di Caricyn, il treno fu accolto da un eccellente coro di
    giovani  che cantavano Gloria a te! (229).  I volontari salutarono e
    si affacciarono ancora, ma Sergj Ivnovic' non badava pi a loro;  si
    era  gi tanto occupato dei volontari che ne conosceva ormai il tipo e
    non vi trovava pi il minimo motivo  d'interesse.  Katavasov,  invece,
    che  per  le sue occupazioni scientifiche non aveva avuto occasione di
    osservare i volontari da  vicino,  si  interessava  molto  di  essi  e
    interrogava in proposito Sergj Ivnovic'.
    Questi  lo  consigli  di  passare  in  seconda  classe  e  di parlare
    personalmente con essi,  e alla stazione successiva Katavasov segu il
    suo  consiglio.  Pass  in  seconda  classe  e  fece  conoscenza con i
    volontari.  Seduti in  un  angolo  del  vagone,  costoro  conversavano
    rumorosamente,  ben  sapendo  che  l'attenzione  dei  passeggeri  e di
    Katavasov,  che era appena  entrato,  era  fissa  sopra  di  essi.  Il
    giovanotto   dal   petto  incavato  parlava  pi  forte  degli  altri:
    evidentemente ubriaco, raccontava non so quale storia successa nel suo
    istituto.  Di fronte a lui,  sedeva un ufficiale non pi  giovane,  in
    maglia   militare   austriaca   dell'uniforme   della  Guardia,   che,
    sorridendo,  ascoltava  il  narratore  e,   di  tanto  in  tanto,   lo
    interrompeva;  un terzo,  in divisa di artiglieria,  era seduto su una
    valigia l accanto, mentre un quarto dormiva. Avviata la conversazione
    con il giovane, Katavasov venne a sapere che era un ricco mercante, il
    quale,  prima di aver compiuto ventidue anni,  aveva gi sperperato un
    ricco  patrimonio.  A Katavasov quel giovane non piacque: aveva l'aria
    effeminata,   viziosa  e  malaticcia;   evidentemente   era   convinto
    (specialmente ora che aveva bevuto) di compiere un atto eroico e se ne
    vantava in modo antipatico.
    Anche  l'altro,  l'ufficiale  in  ritiro,  produsse  su  Katavasov una
    sgradevole impressione.  Si capiva che era un uomo che  aveva  provato
    tutto: era stato impiegato in ferrovia,  amministratore, aveva fondato
    delle fabbriche,  e parlava  di  continuo,  impiegando,  senza  alcuna
    necessit, parole dotte usate a sproposito.
    Il terzo,  l'artigliere,  conquist, invece, le simpatie di Katavasov.
    Era un uomo modesto e quieto, che evidentemente si inchinava di fronte
    alla scienza dell'ufficiale della  Guardia  in  congedo  e  all'eroica
    abnegazione del mercante,  e non diceva nulla di s.  Quando Katavasov
    gli domand che cosa lo avesse spinto a partire per la Serbia, rispose
    modestamente:
    - Ma... partono tutti! Bisogna pure aiutare i Serbi: fanno pena.
    - S,  e in  particolare  mancano  di  artiglieri  come  voi  -  disse
    Katavasov.
    -  Ma  io  non  ho  servito  molto in artiglieria,  e pu darsi che mi
    assegnino alla fanteria o alla cavalleria.
    - E perch in fanteria, se hanno bisogno, soprattutto,  di artiglieri?
    -  disse Katavasov,  giudicando,  dall'et del suo interlocutore,  che
    egli dovesse avere un grado piuttosto elevato.
    - Io non ho  servito  molto  in  artiglieria:  sono  in  congedo  come
    sottufficiale - disse e cominci a spiegare perch non avesse superato
    l'esame.
    Tutto  l'insieme  produsse  su  Katavasov un'impressione sgradevole e,
    quando i volontari scesero alla stazione per bere,  egli volle parlare
    con  qualcuno  per  controllare le proprie opinioni.  Un vecchietto in
    pastrano militare si era fermato, mentre stava passando, per ascoltare
    la conversazione di Katavasov con i volontari. Rimasto a tu per tu con
    lui, Katavasov gli rivolse la parola:
    - Quale diversit di condizione tra tutti  questi  giovani  che  vanno
    laggi!  -  disse vagamente Katavasov desiderando esprimere la propria
    opinione e, nello stesso tempo, sondare quella del vecchietto.
    Il vecchietto era un militare che aveva partecipato  a  due  campagne.
    Sapeva  che cosa fosse un vero soldato e,  dall'aspetto e dai discorsi
    di quei signori,  dalla bravura che dimostravano nel vuotar  bottiglie
    lungo  il  viaggio,  li considerava cattivi soldati.  Inoltre,  poich
    abitava in un  capoluogo  di  distretto,  non  pot  fare  a  meno  di
    raccontare  che  dalla  sua  citt  era  partito un soldato in congedo
    illimitato,  ubriacone e ladro che nessuno voleva pi come lavoratore.
    Ma,  sapendo  per esperienza che,  dato lo stato d'animo attuale della
    societ,  era pericoloso  esprimere  un'opinione  contraria  a  quella
    generale  e,  specialmente,  biasimare  i  volontari,  prese  subito a
    osservare Katavasov.
    - Ma!...  Laggi questa gente  necessaria -  disse  ridendo  con  gli
    occhi,  e  si  misero  a  parlare  delle  ultime notizie della guerra.
    Entrambi tacquero le proprie perplessit sul fatto che per  il  giorno
    dopo  si  aspettasse  una  battaglia,   dal  momento  che  i  dispacci
    annunziavano che i Turchi erano battuti su tutto il  fronte.  E  cos,
    senza  che  nessuno  dei  due avesse espresso il proprio pensiero,  si
    lasciarono.
    Katavasov rientr nel suo scompartimento e,  andando involontariamente
    contro la propria opinione,  rifer a Sergj Ivnovic' le osservazioni
    fatte,  dalle quali risultava  che  i  volontari  erano  tutti  ottimi
    ragazzi.
    Alla  grande  stazione  di  una  citt,  canti  e  grida entusiastiche
    accolsero di nuovo i volontari;  di nuovo  comparvero  raccoglitori  e
    raccoglitrici  di  offerte  con  le  cassette;  le signore della citt
    offrirono mazzi di fiori e andarono con i volontari  al  "buffet";  il
    tutto, per, in tono molto meno entusiastico che non a Mosca.


    CAPITOLO 4.

    Durante  la fermata del treno nel capoluogo del governatorato,  Sergj
    Ivnovic' non and al "buffet", ma prese a camminare avanti e indietro
    lungo la banchina.
    Passando la prima volta davanti allo scompartimento di Vronskij,  not
    che le tendine erano abbassate;  ma quando pass un'altra volta,  vide
    affacciata al finestrino la vecchia contessa, che lo chiam a s.
    - Come vedete, sono in viaggio: lo accompagno sino a Kursk - disse.
    - S,  ho sentito...  - rispose Sergj Ivnovic' fermandosi davanti al
    finestrino  e  dando  un  rapido sguardo all'interno.  - Che magnifico
    gesto da parte sua! - soggiunse, dopo aver notato che Vronskij non era
    nello scompartimento.
    - Che altro poteva fare dopo la sua sciagura?
    - Che terribile avvenimento! - esclam Sergj Ivnovic'.
    - Ah, cosa non ho passato! Ma entrate... Cosa non ho passato!  ripet,
    quando Sergj Ivnovic' entr e si sedette sul divano al suo fianco. -
    Non si pu immaginare... Per sei settimane non ha detto una parola con
    nessuno; mangiava soltanto quando io lo supplicavo di farlo,  e non lo
    si  poteva  lasciar solo neppure un minuto.  Avevamo portato via tutto
    quello  che  sarebbe  potuto  servirgli  per  uccidersi;   stavamo  al
    pianterreno... ma non si pu mai prevedere... Lo sapete, vero, che gi
    una  volta aveva tentato di uccidersi per lei?  - disse,  e la vecchia
    signora,  a quel ricordo,  aggrott le sopracciglia.  - Oh s,  quella
    donna    finita  proprio  come  doveva  finire  una donna come lei...
    Persino la morte se l' scelta brutta e vile!
    - Non sta a noi giudicare,  contessa - disse Sergj  Ivnovic';-    ma
    capisco quanto sia stato penoso per voi.
    -  Non parlatemene!  Ero nella mia tenuta,  in campagna,  e Aleksj si
    trovava da me.  Portano un biglietto...  Egli consegna la risposta  al
    latore. Noi non sapevamo che lei fosse l alla stazione... La sera, mi
    ero  appena  ritirata  in  camera,  la  mia  Mary mi raccont che alla
    stazione una signora si era buttata sotto il treno; non so perch,  ma
    sentii  un  tuffo  al  cuore...  e  compresi subito che si trattava di
    lei...  E il mio primo pensiero fu di raccomandare a tutti che non  ne
    parlassero a lui... Ma ormai egli lo sapeva: il suo cocchiere era alla
    stazione e aveva visto tutto.  Quando sono corsa in camera di Aleksj,
    egli era fuori di s...  faceva  paura  a  guardarlo!  Non  disse  una
    parola,  ma  balz  a  cavallo  e  vol laggi...  Non so che cosa sia
    successo l,  ma so che lo riportarono a casa che  pareva  morto.  Non
    l'avrei riconosciuto...  "Prostrazione completa", dichiar il dottore.
    Poco  mancato che non impazzisse...  Ah,  se sapeste...  - esclam la
    contessa  facendo  un gesto con la mano.-  Che momento terribile!  No,
    dite ci che volete, ma era una donna cattiva.  Suvvia,  che cosa sono
    queste  passioni  disperate?  Che cosa ha voluto dimostrare con il suo
    gesto? Si  perduta,  e ha causato la rovina di due uomini onesti: suo
    marito e mio figlio, il mio infelice figliolo!
    - E suo marito che fa? - domand Sergj Ivnovic'.
    -  Ha  preso  la  figlia  di  lei.  Aleksj,  in un primo momento,  ha
    accettato tutto,  ma ora si dispera e si tormenta per  aver  dato  sua
    figlia  a  un  estraneo.  Ma non pu rimangiarsi la parola.  Karenin 
    venuto al funerale, ma abbiamo fatto in modo che non s'incontrasse con
    Aleksj. Per lui, per il marito,   tuttavia pi facile: ha riavuto la
    libert.  Ma  per  lui,  per  il  mio  povero  figliolo,  che le aveva
    sacrificato tutto! Aveva abbandonato la carriera, si era distaccato da
    me e,  malgrado ci,  ella non ha avuto  piet  di  lui  e  ha  voluto
    annientarlo  del  tutto.  No,  qualsiasi cosa diciate,  persino la sua
    morte  la morte  di  una  donna  abietta,  senza  religione.  Dio  mi
    perdoni,  ma  io  non posso fare a meno di odiarne la memoria,  quando
    penso all'infelicit di mio figlio.
    - E adesso come sta?
    - Dio ha voluto aiutarci: questa guerra di Serbia... Io sono vecchia e
    non ne capisco niente,  ma per Aleksj  stato un  aiuto  di  Dio.  Si
    capisce che per me,  sua madre,   terribile, tanto pi che dicono che
    la cosa non sia vista troppo di buon  occhio  a  Pietroburgo.  Ma  che
    fare!  Soltanto questo poteva sollevarlo.  Jasvin,  il suo amico, dopo
    aver perduto al gioco tutto  quello  che  possedeva,  si    deciso  a
    partire per la Serbia.  E' venuto a trovarlo e l'ha convinto...  e ora
    questa faccenda lo tiene occupato.  Ve ne prego,  parlate un  po'  con
    lui, cercate di distrarlo. E' tanto triste! E, per colmo di disgrazia,
    gli  venuto un atroce mal di denti. Ma sar contento di vedervi... Ve
    ne prego, andate a parlargli: sta passeggiando da quella parte.
    Sergj  Ivnovic'  disse  che  l'avrebbe  visto  con  piacere  e pass
    dall'altra parte del treno.


    CAPITOLO 5.

    Nell'ombra obliqua della sera, proiettata sulla banchina da un mucchio
    di sacchi ammonticchiati,  Vronskij andava su e gi come una belva  in
    gabbia, avvolto in un lungo pastrano, con il cappello calato sino agli
    occhi,  le mani in tasca,  voltandosi rapidamente ogni venti passi.  A
    Sergj Ivnovic', quando gli si avvicin,  parve che Vronskij l'avesse
    visto,  ma che fingesse il contrario.  Ma questo gli era indifferente:
    era al di sopra di ogni  considerazione  personale  nei  confronti  di
    Vronskij,  e  in  quel  momento,  ai suoi occhi,  Vronskij appariva un
    personaggio  importante,  che  compiva  una  grande  impresa.   Perci
    considerava suo dovere incoraggiarlo e approvarlo. Gli si avvicin.
    Vronskij si ferm,  lo riconobbe e, dopo aver fatto alcuni passi verso
    di lui, gli strinse con forza la mano.
    - Forse non avevate alcun desiderio  di  incontrarmi  -  disse  Sergj
    Ivnovic'; - ma non posso esservi utile?
    -  Non c' nessuno con cui mi sia meno sgradevole incontrarmi come con
    voi - rispose Vronskij.  - Perdonatemi,  ma nella mia vita  non  vi  
    nulla di veramente gradevole...
    -  Lo  capisco,  e  volevo  offrirvi  i  miei  servigi  - disse Sergj
    Ivnovic' scrutando  il  viso  palesemente  sofferente  di  Vronskij.-
    Potrebbe esservi utile una lettera per Ristic', per Milan? (230).
    - Oh no!  - rispose Vronskij, come comprendendo a fatica. - Se per voi
     lo stesso, camminiamo: nei vagoni manca l'aria...  Una lettera?  No,
    vi  ringrazio:  per  morire  non occorrono raccomandazioni.  Se mai ai
    Turchi... - disse sorridendo solamente con la bocca,  mentre gli occhi
    conservavano la loro espressione seria e dolorosa.
    -  S,  ma per voi sarebbe forse pi facile entrare in relazioni,  che
    sono comunque necessarie,  con un uomo preavvisato.  Del  resto,  come
    volete. Sono stato molto contento di sapere della vostra decisione. Si
    dicono tante cose contro i volontari,  che un uomo come voi li solleva
    di fronte all'opinione pubblica.
    - Come arma - disse Vronskij  -  posso  servire  a  qualcosa  soltanto
    perch  la  vita  non  ha  per  me  alcun  valore.  E che in me ci sia
    abbastanza forza fisica per buttarmi in un quadrato nemico e  uccidere
    o essere ucciso, lo so. E sono contento che ci sia qualcosa a cui dare
    la  mia  vita,  la  quale,  non  soltanto  non mi  necessaria,  ma mi
    disgusta.  Almeno a qualcosa servir - e fece un movimento nervoso con
    la mandibola per l'incessante, doloroso mal di denti, che gli impediva
    persino di esprimersi come avrebbe voluto.
    -  Supererete  questa  prova,  ve lo assicuro - disse Sergj Ivnovic'
    sentendosi commosso.  - Liberare i propri fratelli  uno  scopo  degno
    della  morte  come della vita...  Dio vi conceda il successo e la pace
    dell'anima - aggiunse e tese la mano.
    Vronskij strinse  vigorosamente  la  mano  che  Sergj  Ivnovic'  gli
    porgeva.
    - S, come arma sono ancora efficiente, ma come uomo sono un relitto -
    profer, dopo una pausa.
    Un dolore acutissimo al dente,  che gli riemp la bocca di saliva, gli
    impediva di parlare.  Tacque,  e i suoi occhi si fissarono sulle ruote
    del "tender" che scivolavano lentamente sulle rotaie.
    E,  a  un tratto,  un altro male che non era un dolore fisico,  ma una
    tormentosa sofferenza interiore,  lo costrinse a  dimenticare  per  un
    momento il dolore del dente. Alla vista del "tender" e delle rotaie, e
    sotto l'influenza della conversazione con un conoscente, che non aveva
    pi  riveduto  dopo  la  disgrazia,  improvvisamente gli era venuta in
    mente "lei", cio quello che di lei restava quando, come un pazzo, era
    corso alla stazione.  Sul tavolo del posto  di  polizia  era  disteso,
    senza pudore,  davanti agli occhi di chiunque,  il corpo insanguinato,
    ancora tutto impregnato della vita che l'aveva da poco abbandonato; la
    testa, rimasta intatta,  era rovesciata all'indietro con le sue trecce
    pesanti,  e  i  capelli  inanellati  che  le incorniciavano le tempie,
    sull'incantevole viso,  la bocca  semiaperta  e  una  strana,  pietosa
    espressione   sulle  labbra  e  terribile  negli  occhi,   immobili  e
    spalancati,  pareva ripetere la tremenda minaccia che ella  gli  aveva
    fatta durante la lite: che egli se ne sarebbe pentito.
    E  Vronskij  si  sforzava  di  ricordarla  quale  era  quando  l'aveva
    incontrata,  pure alla  stazione,  per  la  prima  volta:  misteriosa,
    affascinante,  piena d'amore, pronta a dare e a ricevere la felicit e
    non assetata di vendetta quale gli era apparsa nell'ultimo momento! Si
    sforzava di ricordare le ore pi belle  trascorse  con  lei,  ma  quei
    ricordi erano avvelenati per sempre!  Ricordava soltanto la trionfante
    minaccia,  ormai mantenuta,  del rimorso inutile  a  tutti,  ma  ormai
    incancellabile.  Non  sentiva pi il dolore del dente,  ma il suo viso
    era contratto dai singhiozzi.
    Dopo essere passato in silenzio due volte davanti al cumulo di  sacchi
    e aver ripreso il dominio di s, si rivolse a Sergj Ivnovic':
    - C' stato un altro bollettino dopo quello di ieri?
    - S, sono stati battuti per la terza volta ma, per domani, si attende
    la battaglia decisiva.
    E,  dopo  aver  parlato ancora che Milan era stato proclamato re e che
    enormi conseguenze da questo fatto potevano derivare,  dopo il secondo
    campanello  i  due  si  separarono,  e ciascuno si avvi al rispettivo
    scompartimento.


    CAPITOLO 6.

    Poich non sapeva con  sicurezza  quando  sarebbe  potuto  partire  da
    Mosca,  Sergj Ivnovic' non aveva telegrafato al fratello di mandarlo
    a prendere.  Levin non era neppure a casa quando  Katavasov  e  Sergj
    Ivnovic',  neri  di  polvere,  arrivarono dopo le undici davanti alla
    scalinata d'ingresso della casa di Pokrvskoe.
    Kitty, che era seduta sul balcone con il padre e la sorella, riconobbe
    il cognato e gli corse incontro.
    - Non vi vergognate di non averci avvertiti del vostro  arrivo?  disse
    stringendo la mano a Sergj Ivnovic' e porgendogli la fronte.
    -  Siamo  arrivati  benissimo  e  non  vi abbiamo disturbati - rispose
    Sergj  Ivnovic'.  -  Sono  talmente  impolverato  che  ho  paura  di
    toccarvi.  A  Mosca  ero  tanto  occupato  che non sapevo quando sarei
    riuscito a liberarmi.  E voi,  come al solito - disse sorridendo -  vi
    godete  una  serena  felicit,  fuori  dalle  correnti,  nella  vostra
    tranquilla baia. Vedete, anche il nostro amico Fdor Vaslevic',  si 
    deciso a venire.
    -  Eccomi  qui.  Per  non  sono  un  negro:  mi  laver  e  torner a
    rassomigliare a un bianco - disse Katavasov con il suo  consueto  tono
    scherzoso,  tendendo la mano e mostrando nel sorriso i denti tanto pi
    candidi e scintillanti in contrasto con il nero della faccia.
    - Kstja ne sar felicissimo. E andato nei campi e non pu tardare.
    - Si occupa sempre dell'azienda?  E' veramente  una  baia  tranquilla,
    qui...  -  disse  Katavasov.  -  Noi,  in  citt,  non  vediamo niente
    all'infuori della guerra serba.  Be',  che  ne  pensa  il  mio  amico?
    Probabilmente  avr delle opinioni originali,  diverse da quelle degli
    altri, no?
    - Oh no...  la pensa  come  tutti  -  rispose  Kitty  un  po'  confusa
    voltandosi  a  guardare  Sergj Ivnovic'.  - Ora mander a chiamarlo.
    Abbiamo qui con noi il babbo, arrivato da poco dall'estero.
    Dopo aver ordinato che si  andasse  a  chiamare  Levin,  condusse  gli
    ospiti,  uno  nello  studio  di Levin e l'altro nella camera di Dolly,
    affinch potessero liberarsi dalla polvere che li copriva;  poi and a
    ordinare la colazione,  felice di potersi muovere liberamente, dopo la
    lunga  immobilit  impostale  dalla  gravidanza.  Quindi,   torn  sul
    balcone.
    - Sono arrivati Sergj Ivnovic' e Katavasov, il professore - disse.
    -  Ah,  sar  un  po'  duro  per  te,  con questo caldo!  - osserv il
    principe.
    - No, pap,  un uomo simpaticissimo,  e Kstja gli vuole molto bene -
    riprese  Kitty  sorridendo  con un sorriso quasi di preghiera,  avendo
    notato sulla faccia del padre un'espressione di canzonatura.
    - Ma io non ho detto...
    - Tu va' da loro,  mia cara,  e tieni loro un po' di compagnia - disse
    poi  alla sorella.  - Hanno veduto Stiva alla stazione: sta benissimo.
    Io scappo da Mtja;  non gli ho pi dato il latte dall'ora del t.  Si
    sar svegliato e,  senza dubbio,  striller. - E, sentendo un afflusso
    di latte, si avvi rapidamente nella stanza del piccolo.
    Effettivamente,  pi che indovinare (il suo legame con il bambino  non
    era ancora spezzato),  l'afflusso del latte le diceva con certezza che
    il bimbo aveva bisogno di nutrimento.  Sapeva che egli strillava ancor
    prima  che lei si avvicinasse alla camera.  E infatti fu cos.  Ud la
    sua voce e affrett il passo; ma quanto pi ella si affrettava,  tanto
    pi  il piccolo strillava,  con una voce sana e sonora,  ma affamata e
    impaziente.
    - Grida da molto tempo?  -  chiese  rapidamente  Kitty,  e  subito  si
    sedette  preparandosi  a  porgere il seno al bambino.  - Su,  datemelo
    presto... Ah, "njnja", come siete noiosa! La cuffietta,  via,  gliela
    legheremo poi...
    Il bambino strillava cos forte che pareva soffocasse.
    - Ma  impossibile,  "mtuska" (231) - disse Agfija Michjlovna,  che
    era quasi sempre presente nella camera del bambino. - Bisogna metterlo
    in ordine... Ah... ah... - canterellava intanto al bimbo, senza badare
    alla madre.
    Finalmente,  port il piccolo a Kitty.  Agfija Michjlovna la seguiva
    con il viso illuminato dalla tenerezza.
    - Egli riconosce, riconosce! Credetemi su Dio, Katerina Aleksndrovna,
    mi ha riconosciuta! - diceva la donna gridando pi forte del bambino.
    Ma Kitty non ascoltava le sue parole.  La sua impazienza cresceva come
    quella del bimbo e,  proprio a causa dell'impazienza,  il piccolo  non
    riusciva a trovare quello che cercava.
    Finalmente,  dopo uno strillo disperato e un inghiottire a vuoto,  sia
    la madre, sia il piccolo, si sentirono contemporaneamente appagati, ed
    entrambi si calmarono.
    - Poverino,  tutto sudato!  - bisbigli Kitty tastando il bambino.  -
    Ma perch,  "njnja",  credete che riconosce? - aggiunse guardando gli
    occhi del figlio che furbescamente sbirciavano da sotto la  cuffietta,
    che gli era calata gi, le piccole gote che si gonfiavano regolarmente
    e  la  manina  dal  palmo  rosso,  con  la  quale  tracciava dei gesti
    circolari.  - Non pu essere: se riconoscesse qualcuno,  non  potrebbe
    che  riconoscere  me  -  rispose  Kitty  all'affermazione  di  Agfija
    Michjlovna, e sorrise.
    Sorrideva  perch,  sebbene  affermasse  che  il  piccolo  non  poteva
    riconoscere,  sentiva  con  il  cuore  che,  non  soltanto riconosceva
    Agfija Michjlovna,  ma  sapeva  e  capiva  molte  cose  che  nessuno
    sospettava e che ella stessa,  la madre, aveva cominciato a capire e a
    sapere grazie a lui.
    Per Agfija Michjlovna, per la governante, per il nonno,  persino per
    il padre,  Mtja era un esserino vivente, che aveva necessit soltanto
    di cure materiali; ma per la madre, gi da tempo, era un essere morale
    con cui ella aveva intrecciato una quantit di rapporti spirituali.
    - Quando si sveglier,  Dio  permettendolo,  lo  vedrete  voi  stessa.
    Appena  faccio  questo  gesto,  il  nostro  piccioncino va in estasi e
    diventa  raggiante  come  una  giornata  di  sole  -  diceva   Agfija
    Michjlovna.
     - Bene,  bene,  staremo a vedere - bisbigli Kitty.  - Ora andate, si
    sta addormentando.


    CAPITOLO 7.

    Agfija Michjlovna usc in punta di piedi;  la governante abbass  la
    tenda,  scacci  le  mosche  dalle  leggere  cortine  della culla e un
    calabrone che sbatteva contro i vetri della finestra;  poi si  sedette
    agitando  attorno  alla  madre e al figlio un rametto di betulla quasi
    disseccato.
    - Che caldo! Che caldo!  Se Iddio ci mandasse un po' di pioggerella...
    - mormor.
    - Si, s... sst - si limit a rispondere Kitty, cullando dolcemente il
    piccino  e  stringendo  con  tenerezza  la  manina  paffuta che pareva
    stretta al polso da un filo,  manina  che  Mtja  agitava  sempre  pi
    debolmente,  ora aprendo,  ora chiudendo gli occhietti.  Quella manina
    turbava Kitty: avrebbe voluto baciarla,  ma  temeva  di  svegliare  il
    bambino.  Finalmente  la  manina  smise di muoversi e gli occhietti si
    chiusero.  Solo di tanto in  tanto,  pur  continuando  a  poppare,  il
    piccolo  sollevava  le  lunghe ciglia e fissava la madre con gli occhi
    umidi che, nella penombra,  parevano neri.  La governante aveva smesso
    di agitare il ramo di betulla e si era assopita.  Dall'alto giungevano
    gli scoppi di  voce  del  vecchio  principe  e  la  sonora  risata  di
    Katavasov.
    Stanno  discorrendo senza di me,  pens Kitty;  eppure  un peccato
    che Kstja non sia qui;  probabilmente  andato a vedere le  sue  api.
    Anche  se da un lato mi spiace quando egli  lontano,  dall'altro lato
    sono contenta perch ci lo distrae. Ora  pi allegro,  migliore che
    in primavera. Allora era tanto cupo, tanto triste che avevo cominciato
    a essere in apprensione per lui. Com' buffo!, si disse, e sorrise.
    Kitty sapeva benissimo che ci che tormentava il  marito  era  la  sua
    mancanza di fede. Se qualcuno le avesse chiesto quale sarebbe stata la
    sorte  di Kstja nella vita futura,  nonostante la di lui incredulit,
    ella non avrebbe potuto convenire che sarebbe stato  dannato.  La  sua
    mancanza di fede non era per lei causa di infelicit, pur riconoscendo
    teoricamente che per un uomo che non crede non vi pu essere salvezza.
    Ma  poich  ella  amava  soprattutto  l'anima di suo marito,  pensava,
    sorridendo,  alla sua incredulit trovando che,  in  fondo,  egli  era
    originale e buffo.
    Perch  non  fa che leggere tutte quelle filosofie?,  pens.  Se in
    quei libri ci fosse scritto tutto, potrebbe capirlo da solo e,  se nei
    libri non ci sono che imposture, perch li legge? Egli stesso dice che
    vorrebbe  credere:  e  allora perch non crede?  Forse perch riflette
    troppo, e riflette troppo probabilmente a causa del suo isolamento. E'
    solo, sempre solo, e con noi non pu discorrere di tutto. Credo che la
    compagnia di questi ospiti gli far piacere,  e specialmente quella di
    Katavasov,  con  il quale ama molto discutere.  E subito si chiese se
    fosse meglio far dormire Katavasov  nella  stessa  stanza  con  Sergj
    Ivnovic',  oppure  da solo.  A questo punto,  improvvisamente,  le si
    affacci un pensiero che  la  fece  trasalire;  persino  Mtja  ne  fu
    disturbato,  e  volse  alla  madre  un'occhiata  severa.  Temo che la
    lavandaia non abbia portato la biancheria e che non ci siano  lenzuola
    per  i letti.  Se non ci sto attenta,  Agfija Michjlovna  capace di
    dare a  Sergj  Ivnovic'  lenzuola  gi  usate...  e,  a  quel  solo
    pensiero,  il  sangue  le  afflu al viso.  Bisogna che vada subito a
    provvedere,  si disse e,  tornando ai ragionamenti di prima,  ricord
    che  non  aveva concluso qualcosa di importante,  e si mise a cercare.
    Ah,  ecco,  l'incredulit  di  Kstja!,  ramment  con  un  sorriso.
    Ebbene,  incredulo: e sia!  E' preferibile che sia cos piuttosto che
    come la signora Stahl o come  volevo  essere  io  allora,  all'estero.
    Almeno, non mentir.
    E,  all'improvviso,  le si affacci un recente tratto della sua bont.
    Due settimane addietro,  avevano  ricevuto  una  lettera  contrita  di
    Stepn Arkadyc' indirizzata a Dolly.  Egli la supplicava di salvare il
    suo onore,  di vendere la tenuta per pagare i suoi debiti.  Dolly  era
    disperata,  odiava il marito,  lo disprezzava,  lo compiangeva,  aveva
    deciso di  divorziare,  ma  poi  vi  aveva  rinunziato  e  finito  con
    l'acconsentire a vendere una parte della sua tenuta. E Kitty ricordava
    con un involontario sorriso di commozione il turbamento di suo marito,
    la  sua  goffaggine  e  la sua esitazione quando aveva trovato l'unico
    modo di venire in aiuto di Dolly senza offenderla,  proponendo a Kitty
    di regalare alla sorella una parte delle sue terre: soluzione, questa,
    alla quale neppur lei aveva pensato.
    E quello  un miscredente?  Con il suo cuore, con il timore che ha di
    addolorare anche un bambino! Tutto per gli altri, nulla per s. Sergj
    Ivnovic' trova giusto che Kstja gli faccia da amministratore,  e sua
    sorella  pure...  E ora anche Dolly con i suoi figli sono sotto la sua
    tutela... E poi,  tutti quei contadini che ogni giorno vengono da lui,
    come se egli avesse il dovere di soccorrerli...  S, bimbo mio, fa' di
    essere soltanto come tuo padre,  soltanto come lui!,  disse affidando
    alla "njnja" il piccolo Mtja e sfiorandogli le guance con le labbra.


    CAPITOLO 8.

    Dal  momento  in cui,  alla vista del diletto fratello che agonizzava,
    Levin aveva per la prima volta guardato in  faccia  i  problemi  della
    vita  e della morte attraverso a quelle che egli chiamava le sue nuove
    convinzioni,  che inavvertitamente per lui,  nel periodo dai venti  ai
    trent'anni,  avevano  preso  il  posto  delle sue credenze infantili e
    giovanili, da quel momento,  non tanto della morte aveva cominciato ad
    aver  paura,  quanto  della  vita,  di  una  vita vissuta nella totale
    ignoranza di che cosa sia la vita stessa,  di dove venga,  dove miri e
    perch.  L'organismo,  la  sua distruzione,  l'indistruttibilit della
    materia,  la legge  della  conservazione  dell'energia,  l'evoluzione,
    erano  le  nuove  parole che avevano sostituito l'antica fede.  Quelle
    parole e i concetti che ad esse si collegavano,  erano eccellenti  per
    le  finalit della scienza,  ma per vivere non offrivano nulla.  Levin
    sentiva quindi di trovarsi nella condizione di un uomo che cambia  una
    calda  pelliccia  per un vestito di mussola e che,  ai primi geli,  si
    accorge, non con il ragionamento ma con tutto il proprio essere, che 
    nudo e che, senza dubbio, il freddo lo uccider.
    Da quel momento,  pur non rendendosene conto e  continuando  a  vivere
    come  prima,  Levin non aveva cessato di sentire un certo timore della
    propria ignoranza.  Inoltre sentiva confusamente che ci che  definiva
    le  sue convinzioni erano non solo ignoranza,  ma un modo di pensare
    che gl'impediva l'acquisto delle cognizioni di cui aveva bisogno.
    Nei primi tempi del matrimonio,  le  nuove  gioie  e  i  nuovi  doveri
    avevano  completamente  soffocato questi pensieri;  ma,  dopo il parto
    della moglie, mentre a Mosca viveva nell'ozio,  sempre pi spesso e in
    modo  sempre  pi  insistente  aveva  cominciato  ad affacciarglisi un
    problema che esigeva una soluzione.
    Quel problema era il seguente: Se non  ammetto  la  risposta  che  il
    cristianesimo  d  agli  interrogativi della mia vita,  quali risposte
    potr accettare?. E,  in tutto l'arsenale delle sue convinzioni,  non
    riusciva  assolutamente  a  trovare,  non  soltanto  una risposta,  ma
    neppure un simulacro di risposta.
    Era nella situazione di un uomo che cerca il cibo  in  un  negozio  di
    giocattoli o di armi.  Incoscientemente,  suo malgrado, in ogni libro,
    in ogni conversazione,  in  ogni  persona,  cercava  ora  un  rapporto
    qualsiasi con quei problemi e con il modo di risolverli.
    Ci  che  pi di tutto lo turbava e lo sconvolgeva era il fatto che la
    maggior parte degli uomini del suo ambiente e della sua et che,  come
    lui,  avevano sostituito le antiche credenze con le nuove convinzioni,
    non considerassero affatto  la  cosa  come  preoccupante  e  vivessero
    perfettamente  tranquilli  e  contenti;  di modo che,  oltre da quello
    principale,  Levin era tormentato da  altri  problemi:  erano  sincere
    quelle  persone?  non  fingevano?  o forse capivano in modo diverso da
    lui,  pi chiaro,  le risposte che la scienza d alle domande  che  lo
    assillavano?  E  studiava  diligentemente  sia  le  opinioni di questi
    uomini, sia i libri che danno queste risposte.
    La sola cosa che aveva scoperto,  da quando  questi  problemi  avevano
    cominciato  ad  assillarlo,  era  che  egli si ingannava nel supporre,
    basandosi sui  propri  ricordi  dell'ambiente  universitario,  che  la
    religione avesse gi fatto il suo tempo e non esistesse pi.  Tutte le
    persone oneste,  tutti quelli che gli vivevano vicino,  credevano:  il
    vecchio principe,  L'vov,  che gli piaceva tanto,  Sergj Ivnovic', e
    tutte le donne. Sua moglie credeva;  e anch'egli,  nella sua infanzia,
    credeva come credeva il novantanove per cento del popolo russo, la cui
    vita suscitava in lui il pi grande rispetto.
    Un  altro  risultato  era  che,  dopo  aver letto molti libri,  si era
    convinto  che  le  persone,  le  quali  condividevano  le  stesse  sue
    convinzioni,   non  pensavano  ad  altro  e,  senza  nulla  spiegarsi,
    lasciavano semplicemente da parte quei problemi - mentre egli  sentiva
    di  non  poter vivere senza rispondere a essi - e si sforzavano invece
    di risolverne altri che non potevano interessarlo per nulla, come, per
    esempio, il problema dello sviluppo degli organismi, della spiegazione
    meccanica dell'anima, eccetera.
    Inoltre durante il parto della moglie, si era prodotto in lui qualcosa
    di straordinario. Egli, il non credente, si era messo a pregare e, nel
    momento in cui pregava,  credeva.  Ma quei momenti erano passati,  per
    cui  non  aveva  pi  potuto dare alcun peso nella sua vita allo stato
    d'animo di allora.
    Egli non poteva ammettere che in quel momento conoscesse la  verit  e
    che  ora fosse nell'errore poich,  non appena cominciava a riflettere
    con calma,  tutto si frantumava in mille  pezzi:  non  poteva  nemmeno
    ammettere  di essere ora nell'errore,  giacch aveva caro il suo stato
    d'animo di allora e, se avesse ammesso che era stato un tributo pagato
    alla propria umana debolezza, avrebbe contaminato quei momenti. Era in
    una lotta tormentosa con se stesso e tendeva con tutte le sue forze  a
    uscire da quello stato.


    CAPITOLO 9.

    Quei  pensieri lo tormentavano ora con maggiore,  ora con minor forza,
    ma non gli davano mai pace.  Egli leggeva  e  pensava  e,  quanto  pi
    leggeva e pensava, tanto pi si sentiva lontano dalla meta.
    Negli  ultimi  tempi  del  suo  soggiorno a Mosca,  e poi in campagna,
    convinto che nei materialisti non avrebbe  trovato  risposta,  si  era
    messo a leggere e rileggere Platone,  Spinoza, Kant, Schelling, Hegel,
    Schopenhauer e gli altri filosofi che non spiegavano la vita sotto  il
    punto di vista materiale.  Quei pensieri gli sembravano fecondi quando
    leggeva o quando egli stesso escogitava le obiezioni contro  le  altre
    dottrine,  in  particolare  contro  quelle materialistiche;  ma quando
    leggeva o inventava le soluzioni dei problemi,  si ripeteva sempre  la
    stessa  cosa:  sino a che seguiva la definizione di parole oscure come
    "spirito,  volont,  libert,  sostanza",   lasciandosi  di  proposito
    accalappiare  da  quella  trappola  di  termini  che  gli  tendevano i
    filosofi o che si tendeva da s,  gli pareva di incominciare a  capire
    qualche  cosa;  ma bastava che dimenticasse il cammino artificioso del
    pensiero e tornasse a  ci  che  nella  vita  lo  soddisfaceva  quando
    seguiva una certa idea,  perch, a un tratto, tutta quella costruzione
    artificiale crollasse come un castello di carte e  apparisse  evidente
    che  la  costruzione  era  basata  tutta  sopra un intreccio di frasi,
    indipendentemente da quel "qualcosa" che nella vita era pi importante
    della ragione.
    Una   volta,   leggendo   Schopenhauer,    sostitu   alla   "volont"
    schopenhaueriana  l'"amore",  e  la  nuova filosofia lo consol per un
    paio di giorni,  sino a che non se ne allontan;  ma anch'essa  croll
    quando  poi la osserv dalla vita;  si accorse che anche quella era un
    vestito di mussola che non teneva caldo.
    Suo fratello Sergj Ivnovic' gli  aveva  consigliato  di  leggere  le
    opere di teologia di Chomjakv (232). Levin ne lesse il secondo volume
    e,  nonostante il tono polemico,  elegante e spiritoso che in un primo
    momento lo urt, fu colpito dall'esposizione della dottrina di Cristo.
    Lo colp, per prima cosa, il pensiero che la comprensione delle verit
    divine non  data all'uomo,  ma  alla  comunit  degli  uomini,  uniti
    nell'amore  alla  Chiesa.  Egli  si  rallegrava  al pensiero che  pi
    facile credere nella Chiesa esistente e vivente,  che abbraccia  tutte
    le  credenze  degli uomini,  che ha Dio per capo,  ed  perci santa e
    infallibile, e accettare da essa la credenza in Dio,  nella creazione,
    nella caduta e nella redenzione,  anzich cominciare da Dio, da un Dio
    cos lontano e misterioso, da un Dio creatore, eccetera. Ma, dopo aver
    letto una storia della Chiesa di uno scrittore  cattolico  e  un'altra
    storia  della  Chiesa  di  uno  scrittore ortodosso,  e aver visto che
    entrambe le  Chiese,  per  loro  natura  infallibili,  si  negavano  a
    vicenda,  si  sent  disilluso anche dalle dottrine di Chomjakv sulla
    Chiesa,   e  anche  quella  costruzione  and  in  polvere,   come  la
    costruzione filosofica.
    Per  tutta  quella primavera era stato agitato e aveva passato momenti
    terribili.  Se ignoro chi sono e perch vivo,  non  posso  vivere.  E
    saperlo  non  posso: di conseguenza  impossibile vivere,  concludeva
    Levin.
    Nel tempo infinito, nell'infinit della materia, nell'immensit dello
    spazio,  si stacca una bollicina-organismo;  questa bollicina si libra
    per un po' nello spazio e poi scoppia; quella bollicina sono io.
    Questo era l'errore tormentoso, ma era l'unico, ultimo risultato delle
    secolari  fatiche  del pensiero umano in tale direzione.  Era l'ultima
    credenza sulla quale erano costruite,  in  quasi  tutti  i  campi,  le
    ricerche del pensiero umano. Era la convinzione dominante e Levin, tra
    tutte  le  altre spiegazioni,  senza neppure accorgersi del come e del
    quando, aveva assimilato proprio questa che, se non altro,  era la pi
    chiara.
    Ma  essa,  non solo non era la verit,  ma era la crudele irrisione di
    una certa forza malvagia e avversa,  alla quale non si poteva  fare  a
    meno di sottomettersi.
    Bisognava  salvarsi  da questa forza,  e la salvezza era nelle mani di
    ognuno; bisognava spezzare quella dipendenza dal male. E c'era un solo
    mezzo: la morte.
    E Levin,  padre di famiglia,  uomo sano e felice,  fu parecchie  volte
    cos  vicino  al  suicidio  da  dover  nascondere  la  corda  per  non
    impiccarsi e da aver paura di andare in giro con il  fucile,  per  non
    essere tentato di usarlo contro se stesso (233).
    Ma Levin non si impicc, non si spar e continu a vivere.


    CAPITOLO 10.

    Quando  Levin  si  chiedeva  chi  fosse e perch vivesse,  non trovava
    risposta e si abbandonava alla disperazione;  ma,  quando smetteva  di
    domandarselo,  pareva sapesse chi era, perch viveva e perch agiva in
    modo fermo e deciso. Anzi,  negli ultimi tempi,  viveva una vita assai
    pi intensa e regolare di prima.
    Tornato in campagna al principio di giugno, era anche tornato alle sue
    abituali occupazioni. L'azienda agricola, i rapporti con i contadini e
    con  i  vicini,  l'economia domestica,  gli affari della sorella e del
    fratello,  che erano affidati a lui,  i rapporti con la moglie,  con i
    parenti,  le  preoccupazioni  per  il  bambino,  la nuova passione per
    l'allevamento delle api,  alla quale aveva  preso  a  dedicarsi  dalla
    primavera, occupavano tutto il suo tempo.
    Ora non giustificava pi le sue occupazioni, come faceva un tempo, dal
    punto di vista generale; ormai, anzi disilluso com'era dall'insuccesso
    delle  sue iniziative rivolte al bene generale e,  per di pi,  troppo
    occupato dai propri pensieri e dalla quantit  stessa  delle  faccende
    che   gli   piombavano  addosso  da  ogni  parte,   aveva  abbandonato
    completamente le sue considerazioni sul bene  generale,  compiendo  le
    cose che aveva da fare e solo perch gli sembrava che dovessero essere
    fatte e che non fosse possibile agire altrimenti.
    Nei  tempi  andati  (la cosa era cominciata quasi dall'infanzia ed era
    sempre venuta crescendo sino alla piena maturit), quando si proponeva
    una iniziativa per il bene di tutti, dell'umanit,  della Russia,  del
    villaggio,  notava  che  i pensieri che riguardavano la sua iniziativa
    erano piacevoli, mentre l'azione vera e propria gli appariva bizzarra,
    incoerente, non necessaria,  insicura,  e l'utilit dell'opera stessa,
    che  prima  gli  sembrava  cos  grande,  diminuiva a poco a poco e si
    riduceva a nulla.  Ora,  invece,  quando,  dopo il  matrimonio,  aveva
    cominciato a limitarsi sempre pi alla vita per se stessa,  bench non
    provasse pi alcuna gioia al pensiero della propria attivit,  sentiva
    per  che  la sua opera era indispensabile,  si rendeva conto che essa
    riusciva assai meglio di prima e che  via  via  diventava  sempre  pi
    perfetta.
    Ora,  suo  malgrado,  si  conficcava  sempre pi nella terra,  come un
    erpice,  tanto che ormai non avrebbe pi potuto tirarsene fuori  senza
    rovesciare la terra stessa.
    Che  la  famiglia  vivesse com'erano vissuti i padri e i nonni,  che i
    figli dovessero vivere nelle stesse  condizioni  di  istruzione  e  di
    educazione,  era senza dubbio necessario. Era necessario come mangiare
    quando si ha fame,  e per questo era altrettanto necessario  preparare
    il  pranzo;  bisognava  valorizzare al massimo Pokrvskoe,  in modo da
    ottenerne delle buone entrate. Cos com'era indiscutibile la necessit
    di pagare i debiti,  altrettanto indiscutibile era quella di mantenere
    la  terra  avita  in condizioni tali per cui il figlio,  che l'avrebbe
    avuta in eredit,  potesse dir grazie a suo padre,  come Levin l'aveva
    detto  al nonno,  per tutto quello che aveva piantato e costruito.  E,
    per raggiungere questo scopo, non bisognava dare le terre ai mezzadri,
    ma occorreva coltivarle di persona, occuparsi del bestiame,  concimare
    i campi, rinnovare i boschi.
    E  anche degli affari di Sergj Ivanovic',  della sorella e di tutti i
    contadini che venivano,  come d'abitudine,  da lui per avere consigli,
    ci  si  doveva  occupare,  come  non si pu abbandonare un bambino che
    ormai si ha tra le braccia.  Bisognava prendersi  cura  del  benessere
    della cognata invitata con i figli in campagna, di quello della moglie
    con  il  bambino,  e  non  si  poteva  non restare con loro almeno una
    piccola parte della giornata.
    Tutto questo,  unito alla passione per la caccia  e  a  quella,  tutta
    nuova,  per  le  api,  riempiva la vita di Levin,  quella vita che non
    aveva per  lui  alcun  significato  quando  si  abbandonava  alle  sue
    riflessioni.
    Ma,  oltre  al  fatto che Levin sapeva con certezza cosa dovesse fare,
    sapeva nella stessa misura come lo dovesse fare,  e quale tra  le  sue
    occupazioni fosse pi importante dell'altra.
    Non  ignorava  che  occorreva  assumere  i  lavoratori al minor prezzo
    possibile,  ma non bisognava impegnarli con anticipi per  pagarli  poi
    meno  di  quanto  valevano,  sebbene  la  cosa fosse vantaggiosissima.
    Durante la carestia si poteva,  s,  vendere il  grano  ai  contadini,
    anche  se  si  aveva  compassione di loro;  ma si dovevano chiudere le
    locande e  le  bettole,  bench  procurassero  redditi  notevoli.  Era
    necessario  punire  con  la  massima  severit  il  taglio abusivo dei
    boschi,  ma non si doveva pretendere un'ammenda per  il  bestiame  che
    veniva   a  pascolare  sulle  terre  del  padrone  e,   bench  questo
    amareggiasse i guardiani e  distruggesse  il  timore,  non  si  poteva
    confiscare il bestiame che pascolava abusivamente.
    A Ptr,  che pagava a un usuraio il dieci per cento al mese, bisognava
    accordare dei prestiti per tirarlo  fuori  dai  pasticci;  ma  non  si
    poteva  n condonare,  n differire il canone ai contadini insolventi.
    Non si poteva perdonare al  fattore  che  un  prato  non  fosse  stato
    falciato  e  che  l'erba  fosse  andata  perduta;  ma  non si potevano
    falciare le ottanta "desjatiny",  dov'era stato  piantato  un  giovane
    bosco.  Non  si  poteva  ammettere  che  un bracciante abbandonasse il
    lavoro per andare a casa perch gli era morto il padre,  pur prendendo
    parte al suo dolore, e bisognava, in ogni modo, pagarlo di meno per il
    periodo  in  cui  fosse stato assente;  ma non si poteva non pagare il
    salario ai vecchi domestici che ormai non servivano pi a nulla.
    Levin sapeva anche che,  rientrando in casa,  bisognava per prima cosa
    andare dalla moglie,  che stava poco bene,  mentre i contadini, che lo
    aspettavano gi da tre ore,  potevano ancora aspettare;  e sapeva che,
    nonostante  tutto  il piacere che provava nel far rientrare uno sciame
    di api,  bisognava privarsene e lasciare che il vecchio incaricato  lo
    facesse  senza  di  lui,  per  andare  a  parlare  con i contadini che
    l'avevano rintracciato nell'arniaio.
    Ignorava se agisse bene o male, e non solo non cercava di dimostrarlo,
    ma evitava sull'argomento qualsiasi riflessione e discussione.
    I ragionamenti lo portavano al dubbio e gl'impedivano di vedere quello
    che si doveva e quello che non si doveva  fare.  Quando,  invece,  non
    pensava, ma viveva, sentiva incessante nel suo animo la presenza di un
    giudice  infallibile  che decideva quale di due possibili azioni fosse
    la migliore e quale la peggiore; e,  non appena non agiva come doveva,
    ne sentiva subito la voce.
    Viveva  cos,  non vedendo e non sentendo la possibilit di sapere chi
    mai egli fosse n perch vivesse;  soffrendo di questa ignoranza  sino
    al  punto di temere il suicidio e,  nello stesso tempo,  aprendosi con
    fermezza la sua strada nella vita.


    CAPITOLO 11.

    Il giorno in cui  Sergj  Ivnovic'  giunse  a  Pokrvskoe,  Levin  si
    trovava in una delle sue giornate nere.
    Era  il periodo del lavoro pi intenso,  il periodo in cui tra tutti i
    lavoratori si manifesta una energia eccezionale e un tale  spirito  di
    dedizione   al   lavoro  quali  non  si  manifestano  in  nessun'altra
    condizione della vita;  energia  e  spirito  che  sarebbero  altamente
    apprezzati se coloro che manifestano queste qualit fossero i primi ad
    apprezzarle  come meritano e se,  inoltre,  tutto ci non si ripetesse
    ogni anno e i risultati ottenuti non fossero cos ovvi.
    Falciare e mietere il grano e la segala e trasportarli;  completare la
    falciatura  dei  prati,  dividere  il maggese,  preparare le sementi e
    seminare il grano invernale,  sembra semplice  e  ordinario;  ma,  per
    riuscire a portare a termine tutto questo lavoro,  bisogna che dal pi
    vecchio al pi giovane,  tutta la gente di campagna lavori senza posa,
    in  quelle  tre  o  quattro  settimane,  tre  volte  pi  del  solito,
    nutrendosi di "kvas",  di cipolle e di pane nero,  battendo e portando
    di notte i covoni e concedendo al sonno non pi di due o tre ore sulle
    ventiquattro. E questo si fa, tutti gli anni, in tutta la Russia.
    Essendo  quasi  sempre vissuto in campagna e in stretto contatto con i
    contadini,  Levin,  nel periodo del lavoro,  sentiva sempre che quella
    generale  eccitazione  popolare  si  comunicava  anche a lui.  Sin dal
    mattino partiva per assistere alla semina della segala e  al  raccolto
    dell'avena;  rientrava  in casa all'ora in cui si alzavano la moglie e
    la cognata,  prendeva il caff con loro e andava a piedi al villaggio,
    dove  si  doveva  mettere  in  azione la nuova macchina per battere il
    grano.
    Durante tutto quel giorno,  pur conversando con il  fattore  e  con  i
    contadini e,  a casa,  con la moglie, con Dolly, con i nipoti e con il
    suocero,   andava  pensando  solo  a  una  cosa   che,   malgrado   le
    preoccupazioni  per  il  lavoro della terra,  lo assillava senza posa.
    Cercava una risposta al suo eterno  problema:  Che  cosa  sono?  Dove
    sono? Perch sono qui?.
    Ritto  in mezzo al capannone,  di recente ricoperto con un graticciato
    di nocciuolo che appoggiava sul tetto  di  paglia  le  foglie  odorose
    appena  staccate,  Levin  guardava attraverso la porta aperta,  ora la
    polvere arida e amara del granoturco battuto,  che si addensava  e  si
    librava nell'aria, ora l'erba dell'aia illuminata dal sole caldo, e la
    paglia fresca,  appena portata,  ora le rondini dal capino bianco che,
    stridendo, entravano a volo e, battendo le ali, si annidavano sotto il
    tetto, ora i contadini che lavoravano nel cupo capannone polveroso;  e
    strane idee gli formicolavano nella mente.
    Perch  si  fa  tutto  questo? pensava.  Perch sto qui e costringo
    questi uomini a lavorare?  Perch tutti si danno da fare e cercano  di
    mostrare  il  loro zelo in mia presenza?  Perch si affanna la vecchia
    Matrna,  che conosco tanto bene?  (L'ho  curata  io  quando,  durante
    l'incendio,  le era cascata addosso una trave), si chiedeva guardando
    la magra contadina che, rimovendo il grano con un rastrello, camminava
    a fatica con i piedi nudi e abbronzati,  per l'aia disuguale e scabra.
    Allora  guarita,  ma oggi o domani o tra dieci anni la seppelliranno
    e di lei non rester pi nulla,  come non rester pi nulla di  questa
    ragazza che si mette in mostra con la sua gonna rossa e toglie la pula
    dal grano con gesto agile e delicato...  Seppelliranno anche lei...  e
    anche questa giumenta pezzata...  e questo avverr  molto  presto...,
    pens guardando una cavalla dal ventre gonfio,  che respirava a fatica
    con le frogie dilatate, mentre passava sopra una ruota di carro che si
    inclinava sotto il suo peso.  La seppelliranno al pari di  Fdor,  il
    porgitore,  che,  con  la  sua  barba  ricciuta piena di pula e con la
    camicia lacera sulle spalle, adesso sceglie i covoni e, a voce sonora,
    d ordini alle donne...  e con gesto rapido accomoda  la  cinghia  sul
    volante. E, soprattutto, non soltanto loro, ma anche me seppelliranno,
    e non rester pi nulla... Perch?.
    Mentre stava rimuginando tutto ci,  guardava l'orologio per calcolare
    quanto grano veniva battuto  in  un'ora.  Gli  occorreva  saperlo  per
    potere, in base a quel calcolo, fissare il lavoro per il giorno dopo.
    E'  quasi  passata  un'ora e si  cominciata soltanto la terza bica,
    pens Levin.  Si avvicin al porgitore e,  gridando forte per superare
    il rumore della macchina, gli ordin di regolare il movimento.
    - Troppa roba in una volta,  Fdor!  Vedi,  si ostruisce e si arresta.
    Regola il movimento.
    Annerito  dalla  polvere  appiccicata  al  viso  sudato,  Fdor  grid
    qualcosa  in  risposta,  senza  fare quello che Levin voleva.  Questi,
    allora, avvicinatosi alla macchina, scost Fdor e prese il suo posto.
    Dopo aver lavorato sino all'ora del  pasto  dei  contadini,  al  quale
    mancava  ormai  assai poco,  usc dal capannone insieme con Fdor e si
    mise a discorrere con lui, fermandosi presso una gialla bica di segala
    mietuta e disposta con precisione sull'aia.
    Fdor era di un villaggio lontano,  quello dove Levin un  tempo  aveva
    assegnato la terra su basi cooperativistiche. Ora la dava in affitto.
    Levin  parl  con  Fdor  di  quella  terra  e domand se,  per l'anno
    successivo,  Platn,  un ricco e onesto  contadino  di  quello  stesso
    villaggio, non l'avrebbe presa in affitto.
    -  Il  prezzo    troppo alto e Platn non potrebbe guadagnarci nulla,
    Konstantn Dmitric' - rispose Fdor togliendo i fili d'erba che gli si
    erano appiccicati sul petto sudato.
    - Ma come mai Kirillov ci guadagna?
    - Come volete che non ci guadagni Mitjucha (234)?  Quello si arrangia,
    non temete.  Sa spremere la gente,  non ha compassione per nessuno. Ma
    zio Fokanyc' (cos egli chiamava  il  vecchio  Platn)  si  metterebbe
    forse  a spellare un uomo?  Egli magari d credito,  magari condona un
    debito. Quello s che  un uomo!
    - Ma perch condona i debiti?
    - Che volete? Significa che non tutti gli uomini sono uguali: uno vive
    solo per la sua pancia, mentre Fokanyc'  un vecchio giusto,  che vive
    per la sua anima. E pensa a Dio.
    -  In  che  modo  pensa  a Dio?  E in che modo vive per la sua anima?-
    domand Levin quasi gridando.
    - Si sa: secondo verit, secondo il volere di Dio. Gli uomini non sono
    mica tutti uguali.  Ecco,  prendiamo anche voi,  per esempio: voi  non
    sapreste far male a un uomo...
    -  Gi,   gi!   Arrivederci!   -  pronunzi  Levin,  soffocato  dalla
    commozione.  Si volt,  prese il suo bastone e si incammin  a  rapidi
    passi verso casa.
    Alle  parole  del  contadino,  che  Fokanyc'  viveva per la sua anima,
    secondo la verit e secondo Dio,  pensieri confusi,  ma significativi,
    erano sorti in folla dall'animo di Levin e,  tutti tendendo a una sola
    meta,  avevano cominciato a turbinare nella sua testa accecandolo  con
    il loro fulgore.


    CAPITOLO 12.

    Levin  camminava  a  grandi  passi  sulla  strada  maestra,  prestando
    attenzione non  tanto  ai  suoi  pensieri  -  che  non  poteva  ancora
    analizzare  - quanto a uno stato d'animo che sino allora non aveva mai
    provato.
    Le parole dette dal contadino avevano prodotto in lui l'effetto di una
    scintilla elettrica che avesse all'improvviso trasformato  e  fuso  in
    una  sola  cosa  un  intero  sciame  di  pensieri  singoli,  spaiati e
    impotenti,  che tuttavia non avevano mai cessato di tenerlo  occupato.
    Inconsciamente,  questi pensieri erano in lui anche nel momento in cui
    stava parlando dell'assegnazione della terra.
    Sentiva nell'animo qualcosa di  nuovo,  che  con  piacere  cercava  di
    esaminare non sapendo ancora che cosa fosse.
    Non bisogna vivere per i propri bisogni, ma per Dio... Per quale Dio?
    Che cosa si pu dire di pi insensato di quello che egli ha detto?  Ha
    detto che non si deve vivere per i propri bisogni, vale a dire che non
    si deve vivere per ci che comprendiamo, verso cui siamo attratti, che
    desideriamo,   e   bisogna   vivere,    invece,    per   qualcosa   di
    incomprensibile,  per  un Dio che nessuno pu definire,  n capire.  E
    allora?  Non ho forse compreso quelle insensate  parole  di  Fdor  o,
    avendole  comprese,  dubito  della loro verit?  Le ho trovate davvero
    stupide, vaghe, imprecise? No, ho capito perfettamente, come intendeva
    lui,  ci che diceva.  Ho capito il senso di quel pensiero in  maniera
    pi  completa  e  pi chiara di quanto abbia mai capito qualcosa nella
    mia vita,  e mai nella vita potrei dubitare di questo.  E non sono  io
    solo a capirlo: tutti lo capiscono pienamente e di questo soltanto non
    dubitano e su questo sono sempre d'accordo.
    Fdor  dice  che  Kirillov,  il  guardiano,  vive  per la pancia.  E'
    comprensibile e ragionevole. Noi tutti,  in quanto esseri ragionevoli,
    non possiamo vivere altrimenti.  E, tutto a un tratto, lo stesso Fdor
    dice che vivere per la propria pancia  male,  che bisogna vivere  per
    la verit,  per Dio; ed ecco che io, a un solo accenno, lo capisco! Io
    e milioni di uomini,  che sono vissuti nei secoli passati o che vivono
    adesso,  contadini,  poveri di spirito e sapienti, che hanno pensato e
    scritto sopra questo argomento, con il loro linguaggio confuso, dicono
    la stessa cosa,  siamo tutti d'accordo su questo solo punto:  per  che
    cosa bisogna vivere e che cosa  bene.  In comune con tutti gli uomini
    io ho una sola cognizione, ferma, indiscutibile e chiara,  che non pu
    essere  spiegata  dalla  ragione,  che   al di fuori di essa e non ha
    nessuna causa e non pu avere nessuna conseguenza.
    Se il bene ha  una  causa,  cessa  di  essere  il  bene;  se  ha  per
    conseguenza  la  ricompensa,  cessa  ugualmente  di  essere il bene...
    Dunque il bene  al di fuori della catena delle cause e degli effetti.
    E questo io lo so,  e lo  sappiamo  tutti.  Che  pu  esserci  di  pi
    miracoloso?
    Io  ho  cercato  un miracolo e ho rimpianto di non averne mai trovati
    per  convincermi.  Ma  eccolo  il  miracolo,  l'unico  possibile,  che
    continuamente esiste, che da tutte le parti mi circonda... e io non me
    n'ero accorto.
    Quale miracolo pu esserci pi grande di questo?
    Possibile  che  abbia  trovato  la  soluzione  di  tutto e che le mie
    sofferenze siano finite?,  pensava Levin camminando lungo  la  strada
    polverosa,  senza  accorgersi  n  del caldo,  n della stanchezza,  e
    provando come un senso di sollievo dopo  una  sofferenza  che  si  sta
    placando.  Era una sensazione cos gioiosa da sembrargli inverosimile.
    Ansimava per l'emozione e,  non avendo pi  la  forza  di  proseguire,
    scese dalla strada nel bosco e sedette all'ombra dei pioppi, sull'erba
    non ancora falciata.  Tolse dalla testa sudata il cappello e si sdrai
    appoggiandosi con i gomiti sopra la succosa erba del bosco.
    S,  bisogna riprendersi e capire,  rifletteva fissando  l'erba  non
    calpestata  e  seguendo i movimenti di uno scarabeo che si arrampicava
    lungo uno stelo, ostacolato nel suo cammino da una fogliolina.  Tutto
    daccapo,  si  disse  rimovendo  la  fogliolina,  affinch lo scarabeo
    potesse proseguire la sua scalata  e  avvicinandogli  un  altro  stelo
    perch vi passasse sopra.  Che cos' che mi d tanta gioia?  Che cosa
    ho scoperto?
    Prima dicevo che nel mio corpo,  nel corpo di quest'erba e di  questo
    insetto (ecco,  non ha voluto andare sullo stelo che gli ho porto,  ha
    aperto le ali ed    volato  via),  avviene  la  trasformazione  della
    materia  in  base a leggi chimiche,  fisiche,  fisiologiche.  E che in
    tutti noi,  compresi i pioppi,  le nuvole,  le nebulose,  si  effettua
    l'evoluzione: ma a partire da che cosa?  Verso che cosa?  Evoluzione e
    lotta all'infinito?  Come se nell'infinito  vi  potessero  essere  una
    direzione qualsiasi e una lotta!  E mi stupivo che,  nonostante la mia
    grande tensione mentale su quella via,  mi restasse nascosto il  senso
    della vita,  il senso dei miei impulsi e delle mie aspirazioni. Eppure
    il  senso  dei  miei  impulsi  in  me    cos  chiaro,  che  io  vivo
    costantemente  in base a esso e mi sono stupito e rallegrato quando il
    contadino me l'ha rivelato: vivere per Dio, vivere per l'anima. Io non
    ho scoperto nulla, ho soltanto imparato a conoscere quello che sapevo;
    ho capito la forza che mi ha dato la vita nel passato e mi d la  vita
    anche adesso.  Mi sono liberato dall'inganno,  ho imparato a conoscere
    un padrone!.
    E ripet a se stesso tutto il corso  dei  propri  pensieri  in  quegli
    ultimi  due  anni,  corso che aveva preso inizio dal chiaro,  evidente
    pensiero della morte alla vista del  diletto  fratello,  malato  senza
    speranza.
    Avendo allora chiaramente capito per la prima volta che per ogni uomo,
    e quindi anche per lui, non c'era per l'innanzi altro che dolore, male
    ed  eterno  oblio,  aveva  deciso  che cos non si poteva vivere,  che
    bisognava o potersi spiegare il significato della propria vita in modo
    che non  apparisse  pi  come  la  malvagia  irrisione  di  un  demone
    qualsiasi, oppure spararsi.
    Ma  non  aveva  fatto  n  l'una,  n l'altra cosa: aveva continuato a
    vivere,  a pensare,  a sentire e,  in  quel  periodo  si  era  persino
    sposato,  aveva  provato  molte gioie ed era stato anche felice quando
    non pensava al senso della propria vita.
    Che cosa significava dunque  questo?  Significava  che  aveva  vissuto
    bene,  ma  pensato  male.  Aveva vissuto,  senza rendersene conto,  di
    quelle verit spirituali, che aveva succhiate con il latte materno,  e
    pensato  senza  ammettere queste verit,  evitandole,  anzi,  con ogni
    cura.  Ora gli era chiaro che non poteva vivere se non in grazia delle
    credenze nelle quali era stato educato.
    Che  cosa  sarei,  come vivrei se non avessi queste credenze,  se non
    sapessi che bisogna vivere  per  Dio  e  non  per  i  propri  bisogni?
    Ruberei, mentirei, ucciderei e per me non esisterebbe nulla di ci che
    costituisce le gioie pi alte della mia vita.  E,  pur facendo enormi
    sforzi di immaginazione,  non pot tuttavia rappresentarsi la creatura
    bestiale che sarebbe stata se non avesse saputo perch viveva.
    Ho  cercato  una  risposta  al  mio  interrogativo,  risposta  che il
    pensiero  non  era  in  grado  di  darmi,  perch    incommensurabile
    all'interrogativo.  La risposta me l'ha data la vita, nella nozione di
    ci che  bene e di ci  che    male.  Ma  questa  nozione  non  l'ho
    acquistata con nulla, ma  stata data a me come a tutti gli altri e mi
     stata "data" perch non mi era possibile acquisirla.
    Dove  l'ho  presa?   E'  stata  forse  la  ragione  a  portarmi  alla
    conclusione che bisogna amare il prossimo e non opprimerlo? Me l'hanno
    detto quando ero bambino e io l'ho creduto con gioia perch  mi  hanno
    detto una cosa che gi avevo nell'anima.  Ma chi l'ha scoperto? Non la
    ragione,  no.  La ragione ha scoperto la lotta per  l'esistenza  e  la
    legge  che  mi  comanda  di  sopprimere  tutto  ci  che  ostacola  la
    realizzazione  dei  miei  desideri.  Questa    la  conclusione  della
    ragione.  Non  certo  la  ragione poteva scoprire che bisogna amare il
    prossimo, perch un tale pensiero  irragionevole.
    Ecco l'orgoglio,  si disse coricandosi  sul  ventre  e  cercando  di
    legare tra di loro gli steli dell'erba senza spezzarli.  Non soltanto
    l'orgoglio dell'intelletto, ma anche la sua stupidit. E,  soprattutto
    astuzia,   proprio   astuzia   dell'intelletto.   Davvero   una  frode
    dell'intelletto, ripet.


    CAPITOLO 13.

    Levin si ricord allora di un recente episodio avvenuto tra Dolly e  i
    suoi figli. Rimasti soli, i bambini si erano divertiti a far arrostire
    i lamponi sulla candela e a versarsi il latte in bocca,  a fontanella.
    La madre, coltili sul fatto, aveva cominciato, in presenza di Levin, a
    spiegar loro quanta fatica costasse ai grandi  ci  che  essi  stavano
    distruggendo,  fatica  che  veniva fatta proprio per loro,  e li aveva
    avvertiti che,  se avessero rotto le tazze,  non avrebbero avuto  dove
    bere il t e, se avessero sciupato il latte, non avrebbero avuto nulla
    da mangiare e sarebbero morti di fame.
    Levin  fu  colpito  dalla  fredda,  tranquilla  incredulit  con cui i
    bambini ascoltavano le parole della madre;  erano solo rattristati che
    fosse  stato interrotto il loro divertente gioco e non credevano a una
    parola di quelle  dette  dalla  madre.  E,  in  realt,  non  potevano
    crederci,  perch  non  erano  in  grado  di valutare tutto ci di cui
    godevano e,  quindi,  neppure in grado di immaginare che  rapporti  ci
    potessero  essere  tra  quello  che  stavano distruggendo e ci di cui
    vivevano.
    Tutto questo va da s,   sempre la stessa cosa,  pensavano,  e  in
    questo non c' niente di importante e di interessante;   sempre stato
    cos e sempre cos sar... Noi volevamo inventare qualcosa di nostro e
    di nuovo...  Ed ecco che abbiamo inventato di mettere i lamponi in una
    tazza,  di  farli  arrostire su una candela e di versarci a vicenda il
    latte in bocca, a fontanella. E' una cosa nuova, piacevole, divertente
    e non certo peggiore del bere nella tazza....
    E non faccio io forse la stessa cosa quando cerco con la  ragione  il
    significato   delle   forze   della  natura  e  il  senso  della  vita
    dell'uomo?,  riprese Levin a pensare.  E forse non fanno  lo  stesso
    tutte le teorie filosofiche,  conducendo l'uomo, attraverso uno strano
    cammino del pensiero,  alla cognizione di ci che esso da tempo sa,  e
    sa  con  tanta  sicurezza che non potrebbe viverne senza?  Non si vede
    forse ben chiaro nello sviluppo di ogni teoria filosofica  che  l'uomo
    conosce gi in anticipo,  al pari del contadino Fdor, e non certo pi
    chiaramente di lui,  il significato fondamentale  della  vita,  e  che
    vuole  soltanto  ritornare  a ci che  noto a tutti attraverso la via
    dello spirito?
    Orbene,  se si lasciassero i bambini  soli,  in  modo  che  dovessero
    provvedere da se stessi a fabbricare le stoviglie, a mungere il latte,
    eccetera,  farebbero forse delle birichinate? No, morirebbero di fame.
    Lasciate dunque noi con le nostre passioni e i nostri pensieri,  senza
    la nozione di un Dio unico e Creatore, oppure senza il concetto di ci
    che sia il bene, senza la spiegazione di ci che  il male morale... e
    diteci  di costruire qualcosa senza questi concetti!  Noi non facciamo
    che distruggere,  perch siamo  moralmente  sazi,  proprio  come  quei
    bambini!
    Di  dove  mi  viene  questa  gioiosa  conoscenza  in  comune  con  il
    contadino,  che sola mi d la  tranquillit  dell'anima?  Di  dove  mi
    viene?
    Io, educato nella fede di Dio, allevato da cristiano, io, la cui vita
    morale    colma di quei beni che il cristianesimo mi ha dato e che di
    questi beni vivo, io, come i bambini, li distruggo senza comprenderli,
    ossia voglio distruggere ci di cui vivo.  Ma,  non appena  giunge  un
    momento importante della vita, com' per i bambini quando hanno freddo
    e fame, torno a Lui e di nuovo, come i bambini che la madre sgrida per
    le  loro birichinate,  sento che i miei tentativi di bimbo non vengono
    considerati.
    S, quello che so,  non lo so per mezzo della ragione,  ma mi  stato
    dato,  rivelato,  e io lo so attraverso il cuore,  la fede,  le verit
    essenziali che la Chiesa insegna.
    La Chiesa? La Chiesa!,  ripet Levin volgendosi sull'altro fianco e,
    appoggiatosi  a  un  braccio,  prese  a guardare lontano un gregge che
    scendeva dalla riva opposta verso il fiume.
    Ma posso io credere in tutto quello che la  Chiesa  insegna?,  pens
    mettendo  se  stesso  alla  prova  e  cercando tutto quello che poteva
    distruggere la calma ora raggiunta.  Di proposito cominci a ricordare
    quei  dogmi  della  Chiesa  che  gli erano sempre apparsi pi strani e
    seducenti.
    La  Creazione?   E  con  che  cosa   potrei   spiegare   l'esistenza?
    L'esistenza?  Con  nulla...  Il  diavolo e il peccato?  E con che cosa
    spiegherei il male?  Il Redentore?  Ma io non so nulla,  nulla,  e non
    posso  sapere se non quello che  stato rivelato a me come a tutti gli
    altri.
    Gli parve adesso che  non  ci  fosse  alcun  dogma  della  Chiesa  che
    violasse il principale: la fede in Dio e nel bene, come unica missione
    dell'uomo.
    Ogni dogma della Chiesa non solo presupponeva la credenza che si debba
    servire  la verit anzich i propri bisogni,  e ciascun dogma non solo
    non distruggeva questa verit,  ma era necessario affinch si compisse
    quel  miracolo,  il  pi  grande  dei  miracoli  che  continuamente si
    manifesta sulla terra,  consistente nel fatto che a tutti e a ognuno 
    possibile,  insieme con milioni di persone le pi diverse,  sapienti e
    folli, bambini e vecchi,  con tutti,  insomma,  con il contadino,  con
    L'vov,  con Kitty, con i mendicanti e con i re, capire precisamente la
    stessa cosa e comporre quella vita dell'anima per la quale  sola  vale
    la pena di vivere e che  la sola che abbia per noi un valore vero.
    Coricato  sul  dorso,  Levin  guardava adesso l'alto cielo senza nubi.
    Non so,  forse,  che questo  lo spazio  infinito  e  non  una  volta
    rotonda?  Ma,  per  quanto io strizzi l'occhio e aguzzi la vista,  non
    potr mai  vederlo  che  rotondo  e  limitato  e,  nonostante  la  mia
    cognizione  dell'infinito,  sono  certo  pi  nel vero quando vedo una
    volta azzurra e solida di quando mi sforzo di vedere oltre.
    Levin aveva ormai smesso di pensare e gli pareva di udire  delle  voci
    misteriose che parlavano gioiosamente tra di loro.
    Che sia questa la fede?,  si chiese, pauroso di credere alla propria
    felicit. Mio Dio, ti ringrazio!,  profer inghiottendo i singhiozzi
    che  gli  salivano  alla gola e asciugandosi con le mani le lacrime di
    cui erano colmi i suoi occhi.


    CAPITOLO 14.

    Levin guard davanti a s: scorse la mandria,  poi vide il suo calesse
    e  il  suo  cocchiere che,  avvicinatosi al gregge,  scambiava qualche
    parola con il pastore. Infine ud, ormai vicino, il rumore delle ruote
    e lo sbuffare del cavallo ben nutrito;  ma,  assorto com'era nei  suoi
    pensieri,  non  si chiese nemmeno perch il cocchiere venisse verso di
    lui.
    Se ne rese conto soltanto quando egli, fattoglisi vicino, lo chiam.
    - Mi ha mandato la padrona.  E' giunto vostro fratello  con  un  altro
    signore.
    Levin  sal  in calesse e prese le redini ma,  come se si fosse appena
    svegliato da un sogno,  per un bel pezzo non riusc  a  riaversi.  Ora
    guardava il cavallo ben pasciuto, dal collo coperto di schiuma, ora il
    cocchiere  Ivn,  seduto  al  suo  fianco;  si  ricordava che da tempo
    aspettava il fratello,  che la moglie era certo inquieta  per  la  sua
    lunga  assenza  e  cercava  di  indovinare  chi poteva essere l'ospite
    giunto con il fratello. Il fratello, la moglie e lo sconosciuto ospite
    gli apparivano adesso diversamente da prima;  gli sembrava che i  suoi
    rapporti con tutti sarebbero stati, d'ora innanzi, diversi.
    Con  mio  fratello  non  ci  sar  pi  quell'estraneit che  sempre
    esistita tra noi,  e non ci saranno pi  discussioni;  con  Kitty  non
    avverranno  mai  pi  litigi;  con l'ospite,  chiunque esso sia,  sar
    gentile e premuroso; con la servit, con Ivn, tutto sar diverso.
    Trattenendo  con  le  redini  tese  il  buon  cavallo   che   sbuffava
    dall'impazienza e voleva partire,  Levin si volt verso Ivn seduto al
    suo fianco il quale,  non sapendo che cosa  fare  delle  proprie  mani
    disoccupate,  si  tirava  continuamente gi il camiciotto e cercava un
    pretesto per attaccar discorso con il padrone.  Ivn voleva dirgli che
    aveva fatto male a stringere i finimenti a quel modo,  ma pens che le
    sue parole sarebbero sonate come un rimprovero, mentre egli desiderava
    una conversazione amichevole.  Tuttavia non gli veniva in mente niente
    altro.
    -  Favorite  prendere  a  destra,  signore,  perch l c' un tronco -
    disse il cocchiere correggendo Levin nella guida.
    - Fammi il piacere di non toccare e di non  darmi  lezioni  -  rispose
    Levin, irritato dall'intromissione di Ivn.
    Proprio  come  sempre gli accadeva,  l'intromissione dell'uomo l'aveva
    indispettito,  e subito pens con tristezza che  aveva  sbagliato  nel
    supporre che il suo stato d'animo potesse renderlo diverso al contatto
    con la realt.
    Circa a un quarto di "vrsta" da casa, Levin vide Tnja e Griscia.
    - Zio Kstja!  Stanno venendo la mamma,  il nonno,  Sergj Ivnovic' e
    anche un altro... - dissero i bambini salendo sul calesse.
    - E chi?
    - Un signore che fa paura,  uno che muove sempre le braccia cos...  -
    disse Tnja alzandosi e imitando Katavasov.
    - E' vecchio o giovane? - domand Levin ridendo, al quale l'imitazione
    di Tnja ricordava qualcuno.
    E pens: Ah, purch non sia una persona antipatica!.
    Soltanto  alla svolta della strada,  Levin tra coloro che gli venivano
    incontro riconobbe Katavasov, con il cappello di paglia, che camminava
    agitando le braccia, proprio come l'aveva rappresentato Tnja.
    A Katavasov piaceva molto discorrere di filosofia,  sebbene conoscesse
    le  varie  teorie soltanto attraverso i naturalisti,  che di filosofia
    non si erano mai occupati; perci a Mosca,  negli ultimi tempi,  Levin
    aveva spesso avuto discussioni con lui.
    La prima cosa che ricord fu appunto una di quelle discussioni, in cui
    Katavasov  evidentemente  pensava  di aver avuto il sopravvento.  No,
    ormai discutere ed enunziare alla leggera le mie idee  una  cosa  che
    non far pi a nessun costo, si ripromise.
    Sceso  dal  carrozzino,  e dopo aver salutato il fratello e Katavasov,
    Levin s'inform dove fosse la moglie.
    - E andata con Mtja al Kolk (era un  bosco  vicino  alla  casa).  Ha
    voluto portarlo l perch in casa fa troppo caldo - rispose Dolly.
    Levin  aveva sempre sconsigliato alla moglie di portare il piccolo nel
    bosco, perch lo riteneva pericoloso, e perci la notizia lo urt.
    - Continua ad andare con il bimbo da un posto all'altro -  osserv  il
    principe  sorridendo  -  in  cerca di fresco.  Io le ho consigliato di
    metterlo in ghiacciaia.
    - Voleva andare all'arniaio, perch pensava che tu fossi l,  e noi ci
    stavamo venendo - disse Dolly.
    - Be',  che fai di bello?  - domand Sergj Ivnovic' lasciando andare
    avanti il gruppo e camminando a fianco del fratello.
    - Niente di particolare. Come sempre, mi occupo dell'azienda - rispose
    Levin.  - E tu?  Ti tratterrai un po',  vero?  Era  un  pezzo  che  ti
    aspettavamo!  -  Mi  tratterr per due settimane;  a Mosca ho molto da
    fare...
    A quelle parole,  gli sguardi dei fratelli si  incrociarono  e  Levin,
    malgrado il suo desiderio, da sempre e ora particolarmente sentito, di
    essere  in  rapporti  amichevoli  e,   soprattutto,  semplici  con  il
    fratello, sent che provava disagio nel guardarlo. Abbass gli occhi e
    non seppe che cosa dire. Cercando degli argomenti di conversazione che
    riuscissero graditi a Sergj Ivnovic' e lo distraessero dal  discorso
    sulla  guerra  serba  e  sulla  questione  slava,  a  cui aveva alluso
    accennando alle occupazioni  che  aveva  a  Mosca,  Levin  si  mise  a
    parlargli del libro.
    - Ebbene, ci sono state recensioni sul tuo lavoro? - gli domand.
    Sergj Ivnovic' sorrise all'intenzione della domanda.
    -  Nessuno  se ne occupa e io meno degli altri - rispose.  - Guardate,
    Drija  Aleksndrovna,  sta  per  piovere  -  aggiunse  indicando  con
    l'ombrello  le  nuvole  bianche  che  apparivano  dietro le cime degli
    alberi.
    Bastarono quelle parole perch si ristabilissero tra  i  due  fratelli
    quei  rapporti  non  ostili,  ma  freddi,  che  Levin desiderava tanto
    evitare. Egli si avvicin a Katavasov.
    - Come avete fatto bene a venire! - gli disse.
    -  Da  un  pezzo  avevo  questa  intenzione.  Adesso  potremo  un  po'
    discorrere... Avete letto Spencer?
    - No,  non l'ho ancora finito - rispose Levin.  - Del resto adesso non
    ne ho pi bisogno.
    - Come mai? La cosa mi interessa... Perch?
    - Perch mi sono definitivamente convinto che n in lui,  n nei  suoi
    simili  potrei  trovare  la soluzione dei problemi che mi interessano.
    Adesso...
    Ma l'espressione allegra e calma del viso di Katavasov a un tratto  lo
    colp  e prov un tale senso di pena per il suo stato d'animo,  per il
    quale  evidentemente  quella  conversazione  era  un   insulto,   che,
    rammentandosi delle proprie intenzioni, si ferm.
    - Del resto,  ne parleremo in seguito. Se vogliamo andare all'arniaio,
    passiamo di qui, per questo sentiero - disse rivolgendosi a tutti.
    Giunti che furono a una radura non falciata,  da un  lato  coperta  da
    fitte, vivaci viole del pensiero, in mezzo alle quali spuntava un alto
    cespuglio  di  biancospino  dalle foglie di un cupo verde,  Levin fece
    sedere i suoi ospiti sotto la fresca,  folta ombra dei giovani pioppi,
    su  una  panchina  e  su  grossi  tronchi,  preparati  apposta  per  i
    visitatori dell'arniaio che temevano le api,  e si avvi per andare  a
    prendere, per i bambini e per i grandi, pane, cetrioli e miele fresco.
    Cercando  di  fare  il  minor  numero possibile di movimenti bruschi e
    badando alle api che, sempre pi fitte,  gli volavano attorno,  giunse
    alla casetta.  Proprio mentre entrava,  un'ape,  impigliataglisi nella
    barba, cominci a ronzare, ed egli la liber con ogni precauzione.
    Entrato nel buio vestibolo, tolse dal muro la sua maschera appesa a un
    gancio, se la mise e, ficcate le mani in tasca, entr nel recinto dove
    stavano,  allineati in file regolari,  in mezzo al prato  falciato,  i
    vecchi alveari,  legati con corregge di tiglio, ognuno con una propria
    storia.  Lungo la staccionata si allineavano  gli  alveari  nuovi,  di
    quell'anno.  Dinanzi  alle aperture degli alveari ronzavano le api e i
    fuchi,  che giravano e si urtavano e,  in  mezzo  a  loro,  passavano,
    volando  sempre  nella  stessa direzione,  verso un boschetto di tigli
    fioriti,   le  api  operaie  che  arrivavano  cariche  di  nettare   e
    ripartivano in cerca di nuovo bottino.
    Nelle orecchie echeggiavano incessantemente suoni diversi,  emessi ora
    da un'ape operaia occupata nel suo lavoro che passava rapida in  volo,
    ora  da  un fuco strombettante e ozioso,  ora dalle api guardiane che,
    agitate e sempre pronte a pungere,  difendevano  dal  nemico  la  loro
    ricchezza.  All'altro lato del recinto,  un vecchio stava piallando un
    cerchio e non vide Levin,  il quale non lo chiam e si ferm in  mezzo
    agli alveari, contento dell'occasione di rimanere solo, per ritrovarsi
    lontano dalla realt,  il cui solo contatto aveva gi fatto in tempo a
    deprimere il suo animo.
    Ricord che era gi riuscito a irritarsi con Ivn,  a mostrarsi freddo
    con il fratello e a parlare alla leggera con Katavasov.
    Possibile  che  fosse  soltanto  lo stato d'animo di un momento e che
    passi senza lasciar traccia?, pens.
    Ma, nello stesso istante, ritrov intatto il suo stato d'animo e sent
    con gioia che qualcosa di nuovo si era  compiuto  in  lui.  La  realt
    aveva  obnubilato  solo momentaneamente la tranquillit spirituale che
    aveva raggiunta e che sentiva ancora intatta.
    Come le api che, volandogli attorno,  lo minacciavano e lo distraevano
    senza  mai  concedergli  piena  tranquillit fisica e lo obbligavano a
    difendersi e a stare in guardia per evitarle, proprio allo stesso modo
    le varie preoccupazioni,  assalendolo dal momento stesso  in  cui  era
    salito  sul calesse,  lo avevano privato della libert spirituale,  ma
    anche questa era stata un cosa momentanea. E come, malgrado le api, la
    forza fisica era intatta  in  lui,  cos  era  intatta  la  sua  forza
    spirituale della quale aveva ripreso nova coscienza.


    CAPITOLO 15.

    - Sai,  Kstja,  con chi ha viaggiato Sergj Ivnovic'? - disse Dolly,
    dopo aver distribuito cetrioli e miele ai bambini. - Con Vronskij, che
    partiva per la Serbia!
    - E non partiva solo,  ma con uno squadrone che conduce l a sue spese
    - aggiunse Katavasov.
    -  E'  quello  che  ci vuole per lui - osserv Levin.  - Ma c' ancora
    gente che parte volontaria?  - aggiunse,  dopo  aver  guardato  Sergj
    Ivnovic'.
    Sergj  Ivnovic'  non  rispose;  con  un coltello smussato cercava di
    tirar fuori dolcemente da  una  tazza  un'ape  che,  ancor  viva,  era
    rimasta appiccicata al miele.
    - E come no!  Avreste dovuto vedere che cosa c'era ieri alla stazione!
    - disse Katavasov addentando rumorosamente un cetriolo.
    -  E  che  significa  questo?  Spiegatemi,  in  nome  di  Dio,  Sergj
    Ivnovic',  dove vanno tutti questi volontari e contro chi combattono!
    -  domand  il  vecchio  principe,   evidentemente   continuando   una
    conversazione iniziata quando Levin non c'era ancora.
    -  Contro  i  Turchi  - rispose Sergj Ivnovic' sorridendo con calma,
    dopo aver liberato l'ape,  scurita dal miele,  e averla posata con  il
    coltello sopra una foglia di pioppo.
    -  Ma chi ha dichiarato guerra ai Turchi?  Ivn Ivnovic' Ragozov e la
    contessa Ldija Ivnovna, insieme con la signora Stahl?
    - Nessuno  ha  dichiarato  la  guerra,  ma  la  gente  partecipa  alle
    sofferenze del prossimo e desidera aiutarlo - disse Sergj Ivnovic'.
    -  Ma il principe non parla d'aiuti - osserv Levin prendendo le parti
    del suocero.  - Il principe dice che i privati cittadini  non  possono
    partecipare a una guerra senza il permesso del governo.
    -  Kstja,  guarda,    un'ape...  Finiremo con l'essere tutti punti!-
    esclam Dolly difendendosi da una vespa.
    - Questa non  un'ape, ma una vespa - osserv Levin.
    - Ebbene,  ebbene,  qual  la vostra teoria?  - chiese con un  sorriso
    Katavasov  a  Levin,  evidentemente  cercando  di  trascinarlo  in una
    discussione.  - Perch i privati cittadini non  hanno  il  diritto  di
    partire?
    - Mah,  la mia teoria  questa: la guerra , da un lato, una cosa cos
    bestiale,  crudele  e  terribile  che  nessun  uomo,   tanto  meno  un
    cristiano,   pu   prendersi   personalmente   la   responsabilit  di
    cominciare;  lo pu fare soltanto un governo che vi  sia  provocato  e
    trascinato irrimediabilmente. Dall'altro lato, secondo la scienza come
    secondo il buon senso,  negli affari di Stato e,  in particolare modo,
    se si tratta di  guerre,  i  cittadini  devono  rinunziare  alla  loro
    volont personale...
    Sergj Ivnovic' e Katavasov cominciarono a parlare contemporaneamente
    avendo gi pronte delle obiezioni.
    - E' proprio qui  il bello,  mio caro: che ci possono essere dei casi
    in cui il governo non compie la volont  dei  cittadini  e  allora  la
    societ prende posizione - disse Katavasov.
    Ma  Sergj Ivnovic',  evidentemente,  non approvava questa obiezione.
    Alle parole di Katavasov aggrott le sopracciglia.
    - Hai torto a presentare la questione cos -  disse.  -  Qui  non  c'
    dichiarazione   di  guerra,   ma  semplicemente  l'espressione  di  un
    sentimento umano,  cristiano.  Uccidono i nostri fratelli,  uomini che
    hanno il nostro sangue e la nostra fede. Ammettiamo pure che non siano
    nostri  fratelli,   che  non  siano  della  nostra  stessa  fede,   ma
    semplicemente bambini,  donne e vecchi;  il sentimento si ribella e la
    gente   russa  accorre  per  aiutare  e  far  cessare  questi  orrori.
    Immaginati di camminare per una strada e di vedere che degli  ubriachi
    percuotono  una  donna  e  un  bambino;  penso  che  non staresti l a
    domandarti se sia stata dichiarata o meno la guerra a  quegli  uomini,
    ma ti scaglieresti contro di loro per difendere la vittima.
    - Ma non ucciderei - disse Levin.
    - S, uccideresti!
    - Non lo so.  Se mi trovassi di fronte a un fatto del genere, forse mi
    abbandonerei all'istinto del mio  sentimento,  ma  non  posso  saperlo
    prima.  E un sentimento cos immediato, nei confronti dell'oppressione
    degli Slavi, non c' e non ci pu essere.
    - Per te,  forse,  no,  ma per altri  c'  -  disse  Sergj  Ivnovic'
    aggrottando le sopracciglia con aria scontenta. - Nel popolo sono vive
    le  tradizioni delle genti ortodosse che soffrono sotto il giogo degli
    empi saraceni.  Il popolo ha sentito parlare  delle  sofferenze  dei
    suoi fratelli e ha espresso i suoi sentimenti.
    -  Pu  darsi - disse Levin in tono evasivo - ma io non me ne accorgo.
    Sono popolo anch'io, ma questo non lo sento...
    - E neppure io - disse  il  principe.  -  Ero  all'estero,  leggevo  i
    giornali e confesso che,  ancor prima degli orrori bulgari, non capivo
    in alcun modo perch i Russi si fossero  messi  tutt'a  un  tratto  ad
    amare  tanto  i  fratelli slavi,  mentre io non provavo per essi alcun
    amore.  Me ne addoloravo,  pensavo di essere un  mostro  o  che  fosse
    Karlsbad  ad  agire  cos  su  di  me.   Ma,  arrivato  qui,  mi  sono
    tranquillizzato,  perch vedo che,  oltre a me,  ci sono delle persone
    che si interessano soltanto alla Russia e non ai fratelli slavi. Ecco,
    anche Konstantn...
    -  Le  opinioni individuali qui non significano nulla - rispose Sergj
    Ivnovic';  - esse non c'entrano,  dal momento che  tutta  la  Russia,
    tutto il popolo ha espresso la sua volont.
    - Scusatemi, ma io non lo vedo. Il popolo non lo sa nemmeno - disse il
    principe.
    - No,  babbo... e come no? E domenica in chiesa? - intervenne Dolly. -
    Dammi,  ti prego,  un tovagliolo - disse a un vecchio  contadino  che,
    sorridendo, guardava i bambini. - Non  possibile che tutti...
    - Cosa?  Domenica in chiesa?  Il prete ha avuto ordine di leggere e ha
    letto, ma non hanno capito nulla;  si sono limitati a sospirare come a
    un qualunque altro sermone - prosegu il principe. - Poi  stato detto
    loro  che  si sarebbe fatto una colletta in chiesa per un'opera santa,
    ed essi hanno tirato fuori la loro copeca e l'hanno data. Ma il perch
    non lo sanno.
    - Il popolo non pu ignorarlo; la consapevolezza del proprio destino 
    sempre viva nel popolo e, in certi momenti, come quelli attuali,  essa
    gli  si  rivela  - afferm con decisione Sergj Ivnovic' guardando il
    contadino.
    Il bel vecchio,  dalla barba grigia e  dalla  folta  chioma  argentea,
    stava  immobile,  in piedi,  tenendo la tazza con il miele e dall'alto
    della sua statura,  guardava con affabilit e  con  calma  i  signori,
    evidentemente senza capire nulla e senza desiderare di capire.
    -  E'  proprio  cos  -  rispose  con  gravit  alle  parole di Sergj
    Ivnovic' scotendo significativamente il capo.
    - Ma s,  domandatelo a lui!  Egli non sa e non pensa  nulla  -  disse
    Levin.  -  Tu,  Michjlyc',  hai  sentito parlare della guerra?  - gli
    domand.  - Sai che cosa hanno letto  in  chiesa?  Tu  che  ne  pensi?
    Dobbiamo fare la guerra per i cristiani?
    -  Che  cosa  dobbiamo  mai pensare noi?  Per noi ha pensato il nostro
    imperatore Aleksndr Nikolevic';  egli pensa sempre per noi in  tutte
    le  cose,  vede  meglio di noi e sa che cosa si deve fare.  Desiderate
    ancora del pane? Il ragazzino ne vuole ancora?-  chiese rivolgendosi a
    Drija Aleksndrovna e accennando a Griscia che finiva di  rosicchiare
    una crosta.
    -  Io  non  ho  bisogno  di  interrogarlo  -  disse Sergj Ivnovic';-
    abbiamo veduto e vediamo centinaia di uomini che abbandonano tutto per
    servire un'impresa giusta,  vengono da tutte le parti della Russia  ed
    esprimono sinceramente e chiaramente ci che vogliono. Offrono il loro
    denaro  e  partono  essi  stessi dicendone apertamente il motivo.  Che
    significa questo?
    - Significa, secondo me - rispose Levin,  che cominciava a riscaldarsi
    -  che  in  un popolo di ottanta milioni di individui se ne troveranno
    sempre non centinaia,  come adesso,  ma magari decine di migliaia  che
    hanno perduto una posizione sociale, uomini turbolenti e sempre pronti
    a unirsi alle bande di Pugacv (235), a correre a Chiva, in Serbia...
    -  Io  ti  dico  che non si tratta di centinaia di uomini turbolenti e
    fannulloni,  ma dei migliori  rappresentanti  del  popolo!  -  esclam
    Sergj  Ivnovic',  irritato  come  se dovesse difendere il suo ultimo
    bene.  - E le offerte?  Non  forse cos che il popolo esprime la  sua
    volont?
    -  La parola popolo  una parola vaga - disse Levin.  - Soltanto gli
    scrivani comunali,  i maestri e un contadino su mille sanno  forse  di
    che si tratta.  Ma i rimanenti ottanta milioni,  come Michjlyc',  non
    soltanto non esprimono la loro volont, ma non hanno la minima idea di
    ci su cui dovrebbero esprimerla. Che diritto abbiamo noi di affermare
    che  la volont del popolo?


    CAPITOLO 16.

    Esperto com'era in  dialettica,  Sergj  Ivnovic',  senza  rispondere
    direttamente, spost i termini della discussione.
    - Certo,  se tu pretendi di conoscere l'animo del popolo attraverso la
    via aritmetica,  sar difficile poterlo  fare,  e  molto!  Da  noi  il
    suffragio universale non  stato ancora introdotto, e non pu esserlo,
    perch  non  esprime la volont del popolo;  ma,  per questo,  ci sono
    altri mezzi. Si sente nell'aria, si sente con il cuore.  Non parlo poi
    di  quelle  correnti  sotterranee che si sono mosse nel mare stagnante
    del popolo e che sono  evidenti  per  qualsiasi  uomo  che  non  abbia
    preconcetti:  basta  guardare  la  societ,  nel  senso  stretto della
    parola: i gruppi pi eterogenei del mondo  intellettuale,  prima  cos
    ostili,  si  sono  ora fusi in uno solo.  Non esistono pi divergenze,
    tutti gli organi pubblici dicono la stessa cosa,  tutti hanno  sentito
    la  forza  elementare  che  si  impadronita di loro e li spinge verso
    un'unica direzione.
    - Che i giornali dicano tutti la stessa cosa,    vero  -  osserv  il
    principe.  - Ma dicono la stessa cosa a tal punto che sembrano proprio
    rane prima del temporale.  E' per causa loro  che  non  si  sente  pi
    nulla.
    - Rane o non rane, io non pubblico giornali e non li voglio difendere;
    ma parlo dell'unit di pensiero del mondo intellettuale - disse Sergj
    Ivnovic' rivolgendosi al fratello.
    Levin avrebbe voluto rispondere, ma il vecchio principe l'interruppe.
    - A proposito di questa unit di pensiero, si pu dire ancora un'altra
    cosa  - osserv.  - Ecco,  io ho un genero,  Stepn Arkadyc',  che voi
    conoscete.  Ora ha ottenuto un posto di membro di  un  comitato  della
    Commissione  di...  non  ricordo bene di che cosa.  L non ha nulla da
    fare... non  un segreto, vero,  Dolly?,  ma ci sono ottomila rubli di
    stipendio.  Provate a domandargli se il suo impiego  necessario, e vi
    dimostrer che  quanto di pi necessario vi possa essere. Eppure  un
    uomo sincero... e,  d'altra parte,  non si pu non credere all'utilit
    di ottomila rubli.
    -  A  proposito,  Stepn  Arkadyc'  mi  ha  pregato  di  dire a Drija
    Aleksndrovna che ha ottenuto il posto - interruppe con aria scontenta
    Sergj Ivnovic',  perch pensava che  il  principe  parlasse  poco  a
    proposito.
    -  Cos   l'unit di pensiero dei giornali.  Me l'hanno spiegato: non
    appena scoppia una guerra,  essi hanno un incasso due volte  maggiore.
    Come  fanno  a  non scrivere che le sorti del popolo,  gli Slavi...  e
    tutto il resto?
    - A me i giornali non piacciono molto,  ma questo  ingiusto - ribatt
    Sergj Ivnovic'.
    -  Io  porrei soltanto una condizione - continu il vecchio principe -
    che Alphonse Karr (236)  ha  espresso  benissimo  prima  della  guerra
    contro  la  Prussia.  Voi  ritenete che la guerra sia indispensabile?
    Benissimo.  Chi predica la guerra,  entri in un  reggimento  speciale,
    d'avanguardia, e vada all'attacco avanti a tutti.
    - Andrebbe bene per i redattori dei giornali - disse Katavasov ridendo
    sonoramente  nell'immaginarsi  i pi noti direttori inquadrati in quel
    reggimento.
    - Come se la darebbero a gambe! - disse Dolly. - E sarebbero solamente
    d'impaccio.
    - E se scappassero,  bisognerebbe sparar  loro  alla  schiena,  oppure
    farli inseguire dai Cosacchi con il frustino! - esclam il principe.
    -  Ma  questo    uno scherzo di cattivo gusto,  scusatemi,  principe-
    osserv Sergj Ivnovic'.
    - Non vedo perch sia uno  scherzo...  -  cominci  Levin,  ma  Sergj
    Ivnovic' lo interruppe.
    - Ogni membro della societ  chiamato a svolgere il compito che gli 
    proprio  -  disse.  -  Anche  gli uomini di pensiero adempiono al loro
    compito facendosi portavoce  dell'opinione  pubblica.  E  l'unanime  e
    completa  espressione  dell'opinione  pubblica  costituisce  il grande
    merito della stampa e, nello stesso tempo,  un fenomeno che riempie di
    gioia.  Vent'anni fa avremmo taciuto,  mentre ora si sente la voce del
    popolo russo che  pronto a levarsi  come  un  sol  uomo  e  pronto  a
    sacrificarsi per i fratelli oppressi;  questo  un grande passo avanti
    e un indizio di forza.
    - Non si tratta solo di sacrificarsi, ma di uccidere i Turchi  obiett
    timidamente Levin. - Il popolo fa sacrifici ed  pronto a farne per la
    propria anima,  non  per  essere  un  omicida  -  aggiunse  collegando
    involontariamente  la  conversazione  con  i  pensieri  che  tanto gli
    occupavano la mente.
    - Come sarebbe a dire, per la sua anima? Per un naturalista, capite, 
    un'espressione imbarazzante.  Che cosa  l'anima?  - domand Katavasov
    sorridendo.
    - Ah, non lo sapete?
    -  Vi  giuro che non ne ho la pi pallida idea - rispose Katavasov con
    una sonora risata.
    - Io non vi ho portato la pace, ma la guerra (237),  ha detto Cristo
    -  obiett  da parte sua Sergj Ivnovic' citando alla buona,  come se
    fosse la cosa pi semplice e comprensibile quel passo del Vangelo  che
    pi di ogni altro sconcertava sempre Levin.
    -  E'  proprio  cos  -  ripet di nuovo il vecchio che stava in piedi
    accanto a loro, rispondendo a un'occhiata gettata per caso su di lui.
    - No,  mio caro,  voi siete sconfitto,  sconfitto in  pieno!  -  grid
    allegramente Katavasov.
    Levin arross di dispetto, non per il fatto di essere stato sconfitto,
    ma perch non aveva saputo trattenersi e si era messo a discutere.
    No,  non posso discutere con loro,  pens. Essi portano una corazza
    impenetrabile, mentre io sono nudo.
    Vedeva che gli era impossibile convincere il fratello e  Katavasov,  e
    ancor  meno  vedeva la possibilit per s di consentire con loro.  Ci
    che essi predicavano era quello stesso orgoglio  dell'intelletto  che,
    per  poco,  non  aveva rovinato lui.  Non poteva ammettere che qualche
    diecina di persone,  tra le quali  c'era  suo  fratello,  avessero  il
    diritto, basandosi sulle chiacchiere di qualche centinaio di volontari
    arrivati  nelle capitali,  di proclamare,  insieme con i giornali,  la
    volont e il sentimento del popolo e,  per di pi,  un  sentimento  di
    vendetta  e  una  volont  di assassinio.  Non poteva ammetterlo,  sia
    perch non vedeva l'espressione di  quel  sentimento  nel  popolo,  in
    mezzo al quale viveva,  sia perch non trovava questo sentimento in s
    (ed egli non poteva non considerarsi facente parte del popolo  russo),
    e sia,  soprattutto,  perch proprio come il popolo,  non sapeva,  non
    poteva giudicare in che cosa consistesse il bene generale;  ma  sapeva
    con  sicurezza  che  la  conquista  di  quel bene comune era possibile
    soltanto obbedendo alla legge sulla bont  rivelata  a  ogni  creatura
    umana.  Non  poteva  quindi  desiderare la guerra ed esaltarla come un
    qualsiasi bene generale.  Egli era  con  Michjlyc'  e  con  tutto  il
    popolo,  il quale aveva manifestato il proprio pensiero nella leggenda
    della chiamata dei Variaghi (238):  Possedeteci  e  governateci.  Noi
    promettiamo  con gioia la sottomissione.  Prendiamo su di noi tutte le
    fatiche, tutte le umiliazioni, tutti i sacrifici.  Ma non saremo noi a
    decidere e a giudicare.
    Ed ecco che adesso il popolo,  secondo le parole di Sergj Ivnovic',
    rinunziava a questo diritto  pagato  a  cos  caro  prezzo!,  pensava
    Levin.
    Avrebbe  anche  voluto  dire che,  se l'opinione pubblica  un giudice
    cos  infallibile,  perch  la  rivoluzione,  la  Comune,   non  erano
    altrettanto legittime quanto il movimento a favore degli Slavi? (239).
    Ma  erano idee che non potevano risolvere nulla.  Una cosa sola vedeva
    con certezza: che in  quel  momento  la  discussione  irritava  Sergj
    Ivnovic' e perci era male continuare.
    Levin  tacque  e  rivolse  l'attenzione  degli ospiti sul fatto che si
    stavano addensando delle nubi e che era meglio,  per non prendersi  la
    pioggia, tornare a casa.


    CAPITOLO 17.

    Il  principe e Sergj Ivnovic' salirono sul calesse e se ne andarono;
    il resto della compagnia si avvi  a  casa  a  piedi,  affrettando  il
    passo.
    Ma,  ora pi chiare, ora pi cupe, le nubi avanzavano cos rapidamente
    che si dovette accelerare l'andatura per arrivare a casa  prima  della
    pioggia.  Le  nuvole  pi  vicine,  basse e nere come fumo di carbone,
    correvano per il cielo con straordinaria velocit.  Per raggiungere la
    casa,  rimanevano ancora da fare duecento passi;  si era gi levato il
    vento e da un momento all'altro si sarebbe scatenato l'acquazzone.
    I bambini correvano avanti con strilli di gioia  e  di  paura;  Drija
    Aleksndrovna,  lottando a fatica con le gonne che le si appiccicavano
    alle gambe,  si era messa a correre,  senza perdere di vista i  figli;
    gli uomini,  procedendo a grandi passi, si tenevano il cappello. Erano
    appena giunti davanti alla scalinata d'ingresso che una grossa  goccia
    colp l'orlo della grondaia di ferro.  I bambini,  seguiti dai grandi,
    corsero vociando allegramente a ripararsi sotto il tetto.
    -  Dov'  Katerina  Aleksndrovna?   -  domand   Levin   ad   Agfija
    Michjlovna, che li aveva accolti con scialli e coperte.
    - Credevamo fosse con voi - ella rispose.
    - E Mtja?
    - Al Kolk, probabilmente, e la governante  con loro.
    Levin afferr un "plaid" e si precipit verso il bosco.  In quel breve
    intervallo di tempo, le nubi avevano gi ricoperto il sole ed era buio
    come durante un'eclisse.  Il  vento  pareva  accanirsi  contro  Levin,
    trattenendolo,  strappava le foglie e i fiori dai tigli e, denudando i
    bianchi rami delle betulle, faceva piegare le acacie, i fiori,  l'erba
    e  le  cime  degli  alberi.  Le  ragazze,  che lavoravano in giardino,
    corsero strillando a ripararsi  sotto  il  tetto  della  camera  della
    servit. La bianca cortina di acqua, che cadeva a dirotto, copriva gi
    il  bosco  lontano  e met dei campi,  e avanzava rapidamente verso il
    Kolk.  L'umidit della pioggia,  che si frantumava in  gocce  minute,
    impregnava l'aria.
    A  testa china,  lottando contro il vento che gli strappava il "plaid"
    dalle braccia,  Levin era gi giunto di corsa al Kolk  e  gi  vedeva
    qualcosa  di  bianco  dietro  una quercia quando,  a un tratto,  tutto
    avvamp,  la terra prese fuoco e la volta  celeste  parve  squarciarsi
    sopra  la  sua  testa.  Riaperti  gli occhi abbagliati,  attraverso la
    spessa cortina della pioggia che  lo  separava  dal  Kolk,  vide  con
    orrore  che la cima verde della quercia a lui ben nota,  che si ergeva
    in mezzo al bosco, aveva stranamente mutato posizione.  Possibile che
    il  fumine  l'abbia  schiantata?.  Non aveva ancora avuto il tempo di
    formulare questo pensiero,  ed ecco che la cima  della  quercia  stava
    scomparendo dietro alle altre piante,  mentre lo schianto della grande
    chioma, che si abbatteva sugli altri alberi rimbomb nel bosco.
    Il bagliore del lampo,  il fragore del tuono e una sensazione di  gelo
    in  tutto  il  corpo  si  fusero  in  Levin in una sola impressione di
    orrore.
    Mio Dio! Mio Dio!  Purch non fossero l sotto!,  esclam.  E bench
    sapesse  che  la  preghiera  affinch  essi  non  fossero uccisi dalla
    quercia gi caduta fosse assurda, egli continuava a ripeterla, conscio
    di non sapere far altro.
    Giunto di corsa al luogo dove avevano l'abitudine di sostare,  non  li
    trov: erano dall'altra parte del bosco, sotto un vecchio tiglio, e lo
    chiamavano.  Due  persone  in vesti scure (prima erano chiare) stavano
    chine sopra qualcosa: erano Kitty e la governante. Quando Levin giunse
    di corsa presso  di  loro,  la  pioggia  stava  cessando  e  il  tempo
    cominciava  a  schiarirsi.  La governante aveva la parte inferiore del
    vestito asciutta, ma l'abito di Kitty era fradicio,  tutto appiccicato
    alla  persona.  Bench  non  piovesse quasi pi,  le due donne stavano
    sempre nella posizione che avevano  quando  l'uragano  era  scoppiato,
    entrambe in piedi, curve sulla carrozzella dall'ombrellino verde.
    - Siete vivi!  Siete sani e salvi!  Sia lodato Iddio!  - esclam Levin
    accorrendo, mentre i piedi gli sguazzavano nell'acqua che gli riempiva
    le scarpe.
    Il viso rosso e bagnato di Kitty era rivolto verso di lui e  sorrideva
    timidamente sotto il cappello sgualcito.
    -  Ma  via,  non  ti vergogni?  Non capisco come si possa essere tanto
    imprudenti! - disse alla moglie con stizza.
    - Ti giuro che non ne ho colpa.  Stavamo per andarcene quando Mtja si
     messo a piangere e ci ha fatto tardare: bisognava cambiarlo. Stavamo
    appunto... - cominci a scusarsi Kitty.
    Mtja, incolume e asciutto, continuava a dormire.
    - Ebbene, sia lodato Iddio! Non so nemmeno quello che dico...
    Raccolsero  le fasce bagnate;  la governante tir fuori il bimbo dalla
    carrozzella e lo  port  in  braccio.  Levin  camminava  accanto  alla
    moglie,  mortificato per il suo impeto di stizza e,  di nascosto dalla
    governante, le stringeva la mano con tenerezza.


    CAPITOLO 18.

    Durante tutto il giorno Levin, distratto dai pi svariati discorsi,  a
    cui  per sembrava partecipare soltanto esteriormente,  sebbene deluso
    di non costatare in se stesso il mutamento che attendeva, non cess di
    sentire con gioia la pienezza del proprio cuore.
    Dopo la pioggia c'era ancora troppa umidit per  andare  a  passeggio;
    inoltre,   nubi  temporalesche,  che  non  abbandonavano  l'orizzonte,
    vagavano continuamente da  una  parte  all'altra  del  cielo  lontano,
    accompagnate dal rumoreggiare del tuono.  Tutta la compagnia trascorse
    perci in casa la giornata. Non si accesero nuove discussioni e,  dopo
    pranzo, regnava in tutti un eccellente umore.
    Katavasov,  sulle prime, tenne allegre le signore con le sue originali
    arguzie,  che piacevano molto,  specialmente la prima volta che lo  si
    incontrava;  poi,  invitato  da  Sergj  Ivnovic',  descrisse  le sue
    osservazioni molto interessanti sulla diversit di carattere e persino
    di fisionomia tra i maschi e le femmine delle mosche e sul  loro  modo
    di vivere.  Anche Sergj Ivnovic' era di buon umore e al t, spintovi
    dal fratello,  espose la sua opinione  sull'avvenire  della  questione
    d'Oriente,  e  lo  fece in modo cos semplice e attraente che tutti lo
    ascoltarono con vero diletto.  Soltanto Kitty non pot  seguirlo  sino
    alla fine,  perch venne chiamata per il bagno di Mtja. Alcuni minuti
    dopo che Kitty era uscita, anche Levin venne chiamato nella stanza del
    bambino.
    Lasciato  il  suo  t,   rammaricandosi  di  dover   abbandonare   una
    conversazione  cos  interessante  e,  nello stesso tempo,  ansioso di
    sapere perch lo chiamassero dal bambino,  cosa che accadeva  soltanto
    in casi importanti, entr nella camera del piccolo.
    Sebbene  non avesse potuto ascoltare sino alla fine in che modo Sergj
    Ivnovic' spiegasse  come  per  quaranta  milioni  di  Slavi  liberati
    dovesse  avere inizio,  come pure per i Russi,  un nuovo periodo della
    storia,   egli  vi  si  interessava  vivamente,   come   di   qualcosa
    completamente  nuovo  per  lui,  e,  pur  essendo ansioso e curioso di
    sapere perch l'avessero chiamato,  non appena fu uscito dal salotto e
    si  trov  solo,  immediatamente  gli si riaffacciarono i pensieri del
    mattino. E tutte le considerazioni sull'importanza dell'elemento slavo
    nella storia mondiale gli apparvero cos insignificanti,  in confronto
    a  quello che accadeva nella sua anima,  che dimentic istantaneamente
    tutto e si trasport nello stato d'animo del mattino.
    Non ricordava pi come prima il corso intero dei suoi pensieri - e del
    resto non ne aveva bisogno - ma si trasport di colpo  nel  sentimento
    che l'aveva guidato,  che era collegato con quei pensieri, e nella sua
    anima trov questo sentimento ancora pi forte e pi preciso di prima.
    Adesso non gli accadeva pi ci che gli accadeva  in  passato  quando,
    nei suoi tentativi di calmarsi, doveva ripercorrere tutto il corso dei
    pensieri per ritrovare il vero sentimento, Ora, invece, il senso della
    gioia  e  dell'appagamento  era  pi vivo di prima,  e il pensiero non
    riusciva a tener dietro al sentimento.
    Camminava attraverso la terrazza e guardava due stelle,  spuntate  nel
    cielo  che si era fatto scuro,  e a un tratto ricord: S,  guardando
    questa mattina il cielo,  ho pensato che la volta che vedevo  non  era
    un'illusione...  e  insieme mi si  affacciato un altro pensiero,  che
    non ho completato; ho nascosto qualcosa a me stesso..., pens ancora.
    Ma, qualsiasi cosa ci sia l, non vi possono esservi obiezioni. Basta
    riflettere un po' e tutto si chiarir.
    Gi entrava nella camera del bambino,  quando ricord  ci  che  aveva
    nascosto  a  se  stesso.  Era  questo  pensiero:  Se la dimostrazione
    principale della divinit risiede nella rivelazione di quello che  il
    bene,  perch mai,  allora,  questa rivelazione si limita alla  Chiesa
    cristiana?  Che  rapporti hanno con questa rivelazione le credenze dei
    buddisti,  dei maomettani,  i quali pure professano e fanno il bene?.
    Gli  pareva  di  possedere la risposta a questa domanda,  ma non aveva
    ancora fatto in  tempo  a  formularla,  che  entr  nella  camera  del
    bambino.
    Kitty  era  in  piedi con le maniche rimboccate,  vicino alla tinozza,
    china sul piccolo, che vi guazzava. Uditi i passi del marito, volse il
    viso verso di lui e lo chiam con  un  sorriso  a  s.  Con  una  mano
    sosteneva  la  testolina  del  bimbo grassottello che,  adagiato sulla
    schiena,  agitava le gambette,  e con l'altra mano gli passava addosso
    la spugna.
    - Su,  guarda,  guarda!  - esclam,  quando il marito le fu vicino.  -
    Agfija Michjlovna ha ragione: riconosce!
    L'avvenimento  era  appunto  il  fatto  che  da  quel   giorno   Mtja
    riconosceva ormai i suoi in modo evidente. Non appena Levin fu giunto,
    si  avvicin  alla  vasca per fare un esperimento,  che riusc in modo
    perfetto. La cuoca,  chiamata apposta,  si chin sul piccolo,  ma egli
    aggrott le sopracciglia e scosse il capo con aria scontenta. Verso di
    lui  si  chin  poi  Kitty:  il  bimbo  si illumin di un sorriso,  si
    appoggi con la manina alla spugna ed emise con  le  labbra  un  suono
    cos  strano  e  gioioso che,  non solo Kitty e la "njnja",  ma anche
    Levin vennero presi da un improvviso entusiasmo.
    Il bimbo fu fatto alzare in piedi  nella  tinozza  e  gli  fu  versata
    addosso altra acqua; poi, avvolto in un lenzuolo fu asciugato a dovere
    e,  dopo  che  ebbe  lanciato  i  suoi  strilli  significativi,  venne
    consegnato alla madre.
    - Sono proprio felice che tu  cominci  ad  amarlo  -  disse  Kitty  al
    marito, dopo di che, sedutasi tranquillamente al posto abituale, porse
    il  seno  al  bambino.  -  Sono davvero contenta,  perch cominciavo a
    essere triste... Dicevi di non sentire nulla per lui...
    - No,  ho forse detto che non sentivo nulla?  Dicevo soltanto che  ero
    deluso.
    - Deluso? E di che cosa?
    - Non deluso di lui,  no,  ma del mio sentimento: mi aspettavo di pi.
    Mi aspettavo che sarebbe sbocciato,  come una sorpresa,  un sentimento
    nuovo  e piacevole.  E invece,  al suo posto,  ho provato ripugnanza e
    compassione...
    Kitty lo ascoltava attentamente,  guardandolo al di sopra del bimbo  e
    rimettendosi  nelle dita sottili gli anelli che aveva tolto per lavare
    Mtja.
    - E,  soprattutto,  era paura,  era compassione,  pi che piacere.  Ma
    soltanto  oggi,  dopo l'angoscia provata durante l'uragano,  ho capito
    quanto gli voglio bene!
    Kitty si illumin di un sorriso.
    - Ti sei spaventato molto? - chiese.  - Anch'io,  ma me ne rendo conto
    meglio  ora  che  tutto   passato.  Andr a vedere la quercia!  Com'
    simpatico, per, quel Katavasov! E,  in genere,  com' stata piacevole
    la  giornata!  E  tu,  quando  lo  vuoi,  sei  cos gentile con Sergj
    Ivnovic'... Su, va' da loro...  Qui,  dopo il bagno,  fa sempre tanto
    caldo... Tutto questo vapore...


    CAPITOLO 19.

    Uscito  dalla  stanza  del  bambino  e  rimasto  solo,  Levin  ricord
    immediatamente quel pensiero che,  a quanto gli sembrava,  racchiudeva
    alcunch  di  vago.  Invece  di  andare  nel  salotto,  da cui sentiva
    provenire le voci degli ospiti, si ferm sulla terrazza e,  appoggiati
    i gomiti alla balaustra,  si mise a contemplare il cielo. Era gi buio
    verso sud, dov'egli guardava, e non c'erano nubi.  Le nubi erano dalla
    parte  opposta  dove,  a  tratti,  si accendevano lampi e si sentivano
    lontani brontolii di tuono.  Levin ascoltava il rumore  ritmico  delle
    gocce  che  cadevano dai tigli del giardino e guardava il triangolo di
    stelle a lui ben noto e la Via Lattea che,  divise  in  due  rami,  lo
    attraversava.  A  ogni  lampo non soltanto la Via Lattea,  ma anche le
    vivide stelle sparivano per un attimo,  ma  non  appena  il  lampo  si
    spegneva,  riapparivano al punto di prima,  come se vi fossero gettate
    da un'invisibile mano.
    Ebbene,  che cosa mi trattiene?,  disse tra s Levin sentendo che la
    soluzione  del  problema  ancora  sconosciuta era gi pronta nella sua
    anima.
    S, l'unica manifestazione evidentemente indiscutibile della divinit
    sono le leggi del bene,  che sono  state  annunziate  al  mondo  dalla
    rivelazione; io lo sento in me e, riconoscendole, mi unisco, per amore
    o  per  forza,  agli altri uomini,  in una comunit di credenti che si
    chiama la Chiesa. Bene,  e gli ebrei,  i maomettani,  i confuciani,  i
    buddisti  cosa  sono?  pens ponendosi proprio quella domanda che gli
    pareva pericolosa.  Possibile che  queste  centinaia  di  milioni  di
    uomini  siano  privati di quel supremo bene,  senza cui la vita non ha
    senso?. Si fece pensieroso, ma subito si rispose:
    Ma che cosa mi sto chiedendo?  Mi sto chiedendo quale rapporto con la
    divinit  abbiano  le  varie religioni dell'umanit.  Mi sto chiedendo
    come Dio si manifesti in tutto l'universo, in tutte queste nebulose...
    Che cosa sto facendo? A me personalmente, al mio cuore,   rivelata in
    modo indiscutibile una cognizione incomprensibile alla ragione, mentre
    io  mi  ostino  a  volerla  conoscere  proprio  con  la  ragione  e ad
    esprimerla con la ragione.
    Non lo so, forse, che le stelle stanno ferme?,  si domand guardando
    un  astro  lucente  che  aveva gi cambiato posto rispetto al ramo pi
    alto di una betulla.  Ma,  osservando il movimento delle stelle,  non
    posso immaginare la rotazione della terra, e ho ragione dicendo che le
    stelle si muovono.
    Potrebbero  gli  astronomi capire e calcolare qualcosa,  se tenessero
    conto di tutti i complessi e vari movimenti della terra? Tutte le loro
    sorprendenti conclusioni sulle distanze, sul peso,  sui movimenti e le
    rivoluzioni  dei  corpi  celesti  sono  basati  soltanto sul movimento
    apparente degli astri attorno alla terra immobile,  su  quello  stesso
    movimento  di  cui  io sono ora testimone,  che fu tale per milioni di
    persone nel corso dei secoli, ed  stato e sar sempre lo stesso e che
    sempre potr essere controllato.  Ed esattamente come sarebbero oziose
    e  vacillanti  le  conclusioni  degli  astronomi,   non  basate  sulle
    osservazioni del cielo visibile in rapporto a un dato meridiano  o  un
    dato  parallelo,  cos  sarebbero sterili e incerte le mie conclusioni
    che non fossero basate su quella comprensione del bene,  che  stata e
    sar   sempre   uguale  per  tutti,   che  mi    stata  rivelata  dal
    cristianesimo e pu essere controllata dalla mia anima.  La questione,
    poi, delle altre credenze, e dei loro rapporti con la divinit, non ho
    il diritto n la possibilit di risolverla.
    - Ah, non sei rientrato? - disse improvvisamente la voce di Kitty, che
    attraversava  la  terrazza  per  andare  in salotto.  - Come mai?  C'
    qualcosa che ti turba?  - aggiunse fissandolo attentamente  alla  luce
    delle stelle.
    Ma ella non avrebbe potuto veder bene il volto del marito se un lampo,
    che  nascose  le stelle,  non lo avesse di nuovo illuminato.  Kitty lo
    osserv meglio e, vedendolo calmo e lieto, gli sorrise.
    Ella comprende!, pens Levin; sa a che cosa penso. Devo dirglielo o
    no? S, glielo dir.... Ma, in quello stesso momento,  Kitty cominci
    a parlare.
    -  Fammi un favore,  Kstja - gli disse;  - va nella stanza d'angolo e
    guarda se hanno preparato tutto per Sergj Ivnovic'.  Che ci vada io,
    non sta bene. Vedi se hanno messo il portacatino nuovo...
    -  D'accordo,   ci  andr  senz'altro  -  rispose  Levin  alzandosi  e
    baciandola.
    No, non  necessario parlarne, pens, quando ella gli pass davanti.
    E' un mistero necessario per me solo,  importante e  inesplicabile  a
    parole.
    Questo  nuovo  sentimento  non mi ha cambiato,  non mi ha reso felice
    come sognavo,  cos come non lo ha fatto il sentimento per mio figlio.
    Anche  qui non c' stata alcuna sorpresa.  Si tratti o no della fede -
    non so con precisione che cosa sia - questo sentimento  entrato in me
    attraverso le sofferenze  in  modo  ugualmente  inavvertito,  e  si  
    fermamente stabilito nella mia anima.
    Mi  arrabbier  ancora  contro  Ivn,  ancora discuter,  esprimer a
    sproposito i miei pensieri,  ci sar sempre  lo  stesso  muro  tra  il
    sacrario  della mia anima e gli altri,  e persino tra me e mia moglie;
    la rimproverer sempre ugualmente per  uno  spavento  provato,  me  ne
    pentir; continuer a pregare e a non capire la ragione per cui prego,
    e tuttavia pregher: ma ora la mia vita,  tutta la mia vita, qualunque
    cosa accada,  in ogni suo momento non solo non  priva di  senso  come
    prima,  ma ha un significato sicuro e profondo: quello del bene su cui
    io posso fondarla (240)










    NOTE.

    N. 224. Scarabeo del nord.
    N. 225. Vedi sotto nota 230.
    N. 226. Evviva! Grido degli Slavi meridionali.
    N. 227. Le piccole miserie della vita umana!
    N. 228. Inno nazionale della Russia zarista.
    N. 229. Inno da "La vita per lo zar",  musica di M.  I.  Glinka (1804-
    1857) e parole di E. F. Rozen (1800-1860).
    N.  230.  Milan  Obrenovic'  (1854-1901),  che il 20 giugno 1876 aveva
    dichiarato guerra  alla  Turchia  contando  sull'aiuto  della  Russia,
    raggiunta l'indipendenza della Serbia si autoproclam re nel 1881.  E'
    questo uno dei tanti moti  riferentisi  alla  questione  slava,  che
    mirava  alla liberazione degli Slavi meridionali dal dominio asburgico
    e turco. Tolstj fu contrario alla guerra serbo-turca (confronta sotto
    nota 239).  Le altre questioni - cui sopra accennava l'Autore  -  si
    riferivano  a) ai complessi rapporti esistenti tra la Chiesa ortodossa
    russa e le altre Chiese e stte sviluppatesi in quel grande Paese;  b)
    gli amici americani indicano gli aiuti americani alla Chiesa bulgara
    per  la  sua  autonomia  dalla  Chiesa  ortodossa bulgara e a sostegno
    contro i Turchi,  che ne erano allora i  padroni;  c)  allusione  alla
    carestia  dell'estate  1873 nel governatorato di Samara,  dove Tolstj
    aveva una tenuta, d) confronta Parte quinta, capitoli 22-23.
    N. 231. Espressione affettuosa, carezzevole,  usata un tempo anche per
    indicare la moglie del prete, con sfumature di rispetto.
    N.  232.  Aleksndr Stepnovic' Chomjakv (1804-1860), poeta, filosofo
    della storia,  teologo.  Le sue opere furono a lungo  considerate  con
    sospetto  dalla  Chiesa  ortodossa.  Uno  dei maggiori pensatori russi
    dell'Ottocento.
    N. 233. Qui Tolstj si riferisce ad alcune sue tormentose esperienze.
    N. 234. Diminutivo spregiativo di Dmitrij.
    N.  235.  Emeljn Ivnovic' Pugacv  (1742-1775),  contadino  cosacco,
    capeggi  un'insurrezione contro il potere zarista e,  sconfitto dagli
    eserciti di Caterina Seconda,  fu  fatto  prigioniero  e  squartato  a
    Mosca.  Confronta  A.  S.  Puskin,  "Storia della rivolta li Pugacv",
    Edizioni Paoline, Vicenza, 1964.
    N. 236. Jean Alphonse Karr (1808-1890), scrittore francese.
    N. 237. Vangelo di San Matteo 10,34.
    N. 238. Vedi nota 4.
    N.  239.  Per questa opposizione di Tolstj alla cosiddetta questione
    slava e in particolare alla guerra serbo-turca vedi sopra nota 230.
    N.  240.  Soprattutto nella parte ottava, Tolstj - attraverso Levin -
    esprime in buona parte il suo pensiero  religioso,  che  qui  vogliamo
    puntualizzare   tenendo   presenti  l'opera  e  la  vita  dell'immenso
    scrittore russo.
    Ognuno sa quanto sia stata complessa e ricca di opere,  di pensiero  e
    di  sentimento  la  vita di Tolstj,  che,  rimasto orfano della madre
    quando non aveva ancora due anni e del  padre  a  nove,  fece  le  pi
    contrastanti  esperienze,  da  quelle  della  vita  mondana bramosa di
    piaceri e della vita  militare  intessuta  di  azioni  generose  e  di
    vanit,  a  quelle  dell'intimit  domestica e dei fervori pedagogici,
    sociali e religiosi, miranti ad instaurare sulla terra l'ordine nuovo
    nel quale regnassero la concordia,  la verit e  la  fraternit,  il
    vivere  per  gli  altri,  e  di  cui  la  sua  arte doveva servire da
    mediatrice.
    Ma  appunto attraverso tali esperienze  contraddittorie  che  si  pu
    tentare di giungere ad una visione del suo pensiero religioso.  Il suo
    pessimismo - ispirato a Schopenhauer che,  dopo Rousseau,  fu  il  suo
    autore  prediletto  -  caratterizza  gli  anni  in  cui egli tenta di
    giungere a Dio per mezzo della ragione con lo studio  delle  dottrine
    religiose  e  della  filosofia.  Pi  tardi apprender,  attraverso un
    sentimento immediato,  che Dio  eccolo:    qui,    ovunque,  e  la
    ragione,  la scienza,  tutta la cultura gli appariranno,  a partire da
    allora,  strade non solo inadatte  per  condurre  a  Dio,  ma  da  lui
    divergenti.  E proprio in questo sentimento immediato,  per,  che 
    riposto il grande malinteso tolstojano;  ch se il  Tolstj  razionale
    piega verso la dottrina cristiana dell'amore del prossimo,  il Tolstj
    immediato,  istintivo (e perci soprattutto l'artista)  inclina,  al
    contrario,  a una concezione pagana del mondo. L'ansia religiosa trae
    origine in Tolstj da due moti: l'uno  dalla  paura  della  morte,  in
    quanto annullamento dell'io,  l'altro dall'amore della vita; e, mentre
    il primo spinge a  cercare  nella  caducit  dell'esistenza  un  senso
    recondito,   il  secondo  trova  la  pienezza  dell'essere  e  la  sua
    immortalit nel conseguimento, quasi fisico e nirvanico, di un'armonia
    con le cose create,  attraverso  una  concezione  panica  del  mondo.
    Particolarmente  nelle  descrizioni  della  natura  -  continua Leone
    Pacini  -  Tolstj,   pi  che  altrove,   tradisce  la   sua   natura
    fondamentalmente,  istintivamente pagana;   in esse,  inoltre, che il
    suo stile immancabilmente ritrova e conserva un registro e un  lessico
    perfettamente costanti.
    Ci ci conduce al tema della religione dell'autore di "Anna Karnina".
    Non  vero che egli folleggi in Cristo, come scriver Lenin. Con ben
    maggior   concretezza   osserva  Gor'kij:  Quando  Tolstj  parla  di
    Cristo...  non c' nessun  entusiasmo,  nessun  sentimento  nelle  sue
    parole  e nessun scintillio di vero fuoco.  Penso che egli veda Cristo
    come un semplice uomo e come degno di piet,  e,  sebbene a  volte  lo
    ammiri,  raramente lo ama.  Tolstj stesso, rispondendo all'editto di
    scomunica promulgato contro di  lui  dal  Sacro  Sinodo  della  Chiesa
    ortodossa russa (febbraio 1901) - contro la quale aveva,  tra l'altro,
    scagliato i capitoli 39 e  40  della  prima  parte  di  "Risurrezione"
    (versione  italiana,  Edizioni Paoline) - dichiar il suo Credo: Io
    credo  che  il  volere  di  Dio  sia  espresso   pi   chiaramente   e
    intelligibilmente  negli  insegnamenti dell'uomo Ges,  e stimo essere
    altamente blasfemo considerare Dio quest'ultimo e pregarlo.
    Dopo questa confessione cos brutalmente categorica della non divinit
    di Cristo, va da s che Tolstj non poteva accettare un Regno di Dio
    o di Cristo che non fosse  di  questo  mondo.  Conseguentemente  non
    poteva  accettare nessuna Chiesa.  Nel suo libretto "In che consiste
    la mia fede" scrive: E' terribile a dirsi, ma talvolta mi sembra che,
    se l'insegnamento di Cristo con l'insegnamento della  Chiesa  nato  da
    esso,  non  fosse  esistito  per nulla,  coloro che ora si definiscono
    cristiani sarebbero stati pi vicini a Cristo - vale  a  dire,  a  una
    ragionevole  comprensione  di  ci  che  di  buono c' nella vita - di
    quanto non lo siano ora.
    Non    neppure  vero  che  Tolstj  abbia  creato  un  nuovo  sistema
    religioso,  anche  se  egli in un pensiero del "Diario" della fine del
    1854 parla di una idea  grande,  enorme,  cui  si  sente  capace  di
    dedicare  tutta la vita.  Questa idea - continua -  la fondazione di
    una nuova religione  corrispondente  allo  sviluppo  dell'umanit,  la
    religione  di  Cristo,  ma  purificata  dalla fede e dal mistero,  una
    religione pratica, "che non prometta una beatitudine futura, bens che
    dia la beatitudine sulla terra".
    La sua religione - osserva acutamente Stanislao  Tyskiewicz    S  una
    mescolanza  di Vangelo,  soprattutto del Discorso della Montagna,  con
    forti dosi di agnosticismo,  di fideismo,  di razionalismo  e  il  pi
    sovente di panteismo. Non fu per un panteista coerente con se stesso,
    che  si  spingesse  nelle  applicazioni  pratiche  fino  alle  estreme
    conseguenze; n poteva essere altrimenti,  perch il suo razionalismo,
    quando  si trattava di dire qualcosa di positivo in materia religiosa,
    andava congiunto con una profonda avversione per la  logica.  L'errore
    capitale  di  Tolstj  consiste  in questo: che confonde gli abusi del
    cristianesimo storico con la Chiesa e non riflette che ci che lo urta
    - e con ragione - non  la Chiesa,  ma sono invece le infedelt  verso
    di  essa.  La  tragedia  di lui  quella stessa di tutti i dissidenti:
    scalzando la base soprannaturale del cristianesimo, Tolstj ha reso un
    grande  servizio  all'ateismo  sovietico,   che,   pur  mostrandoglisi
    riconoscente, ironizza la sua dottrina morale.
    Lenin,  infatti,  in  un articolo intitolato Tolstj,  specchio della
    rivoluzione  russa,  apparso  su  il  "Proletarij",  numero  35,   24
    settembre  1908,  non  esita  ad  affermare:  Le contraddizioni nelle
    opere,  nelle concezioni,  nelle teorie e nella scuola di Tolstj sono
    effettivamente stridenti.  - Da una parte,  l'artista geniale, che non
    solo ha dato dei quadri incomparabili della vita russa, ma anche delle
    opere di prim'ordine sul piano della letteratura mondiale.  Dall'altra
    parte,  il  proprietario  terriero  che folleggia in Cristo.  - Da una
    parte,  una protesta stupendamente vigorosa,  diretta e sincera contro
    la menzogna e la falsit sociali; dall'altra, il "tolstojano", cio il
    piccolo uomo imbelle, consunto ed isterico, l'intellettuale russo che,
    battendosi pubblicamente il petto, dice: "Io sono sudicio, ripugnante,
    ma mi dedico all'autoperfezionamento morale. Non mangio pi carne e mi
    nutro  invece  di  polpette  di  riso".  -  Da una parte,  una critica
    spietata dello sfruttamento capitalistico,  la capacit di smascherare
    i    soprusi   del   governo,    la   commedia   della   giustizia   e
    dell'amministrazione statale,  la scoperta in tutta la loro profondit
    delle  contraddizioni  tra  l'aumento  della  ricchezza e le conquiste
    della civilt e  l'aumento  della  miseria,  dell'abbrutimento  e  dei
    tormenti   delle   masse   operaie.   Dall'altra  parte,   la  mistica
    predicazione della "non resistenza al male" per mezzo della  violenza.
    - Da una parte, il realismo pi lucido, la capacit di strappare tutte
    le maschere,  dall'altra,  l'apologia di una delle cose pi infami che
    vi siano al mondo e, precisamente, la religione, la tendenza a mettere
    al posto dei preti, che rivestono una funzione ufficiale,  degli altri
    preti  mossi  da convinzioni morali,  e cio il culto del clericalismo
    pi raffinato e perci particolarmente ripugnante.
    Nonostante tutte le assurdit, la dottrina morale tolstojana - tratta,
    del resto,  in parte,  dalla Bibbia,  di cui lo scrittore  di  Jsnaja
    Poljana  fu  lettore avidissimo - tinge di un colore inconfondibile la
    sua vasta produzione.  Egli opta per una vita dalla quale siano  tolte
    tutte  le incrostazioni che vi hanno accumulate la violenza,  il falso
    progresso, l'egoistico benessere, la vanit,  le convenzioni;  che sia
    tutta naturalezza,  lavoro,  amore,  verit,  che,  insomma,  tutta si
    risolva nella conoscenza di Dio,  nella fede in lui e nella sua legge,
    anche se l'evanescente Dio di Tolstj non  il Dio dei cristiani.
    Se  non    assolutamente  possibile  accettare  certe  sue concezioni
    utopistiche, n approvare tutte le sue escandescenze - come quando, in
    una fierissima lettera dei suoi ultimi anni, supplicava lo Zar che una
    rude corda lo sollevasse in alto, nel vuoto, che lo si precipitasse da
    una rupe,  che gli si spezzassero le ginocchia e che gli si troncasse,
    con la vita, la lingua troppo eloquente o ciarliera, nella speranza di
    coronare  l'opera sua con un supplizio pari a quello dei martiri della
    fede,  - non si pu non rimanere commossi davanti all'uomo  che,  dopo
    aver  regalato al mondo i suoi immortali capolavori,  si ripiega su se
    stesso,  sdegna ogni gloria terrena,  cerca la povert tra i poveri  e
    fugge  da  casa  e  dalle  tentazioni dell'agiatezza per morire,  il 7
    novembre 1910,  nella  piccola  stazione  di  Astpovo,  rimproverando
    coloro  che  si  affannavano  attorno  al suo letto per trattenerlo in
    vita: Vi sono sulla terra migliaia di  uomini  che  soffrono:  perch
    volete  soltanto occuparvi di me?.  In queste sue ultime parole,  che
    rimangono per tutti un monito e un insegnamento,  compendiava  la  sua
    morale altruistica, nemica della lenza e della guerra.
    I suoi funerali civili,  cui presero parte pastori e contadini accorsi
    in folla a rendere l'estremo saluto al loro grande  amico,  riuscirono
    solenni,  nonostante  gli impedimenti del governo zarista.  Fu sepolto
    nel parco di Jsnaja Poljana,  presso la quercia dove lo scrittore era
    solito  recarsi  a  conversare  coi poveri e precisamente,  secondo un
    desiderio da lui pi volte espresso in vita, nel luogo ove, al dire di
    una leggenda udita nell'infanzia,  era nascosto il bastoncino  verde
    su  cui  era scritto come rendere felici gli uomini.  Insomma era la
    definizione che Kitty dava di Levin (leggi Tolstj):  Tutto  per  gli
    altri, nulla per s.

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