
    Lev Nikolaevic' Tolstj.
    ANNA KARENINA.
    Edizioni Paoline 1979.
    VOLUME PRIMO.

    Titolo originale dell'opera: Anna Karnina.
    Versione integrale dal russo (dai volumi ottavo e  nono  della  Scelta
    delle opere di Tolstj in 14 volumi, Edizione di Stato, Mosca 1952) di
    Elsa Mastrocicco.

    INDICE.

    Introduzione: pagina 2.

    Parte prima: pagina 13.
    - Note: pagina 237.
    Parte seconda: pagina 241.
    - Note: pagina 474.
    Parte terza: pagina 477.
    - Note: pagina 709.
    Parte quarta: pagina 712.
    - Note: pagina 872.
    INTRODUZIONE.

    Il conte Lev Nikolevic' Tolstj nacque a Jsnaja Poljana il 28 agosto
    1828. Rimase orfano ancora bambino, fu educato da precettori e parenti
    e,  soprattutto,  dalla zia Tatjana Aleksndrovna, che rappresent uno
    dei pi  dolci  ricordi  della  sua  infanzia.  Studi  giurisprudenza
    all'universit di Kazn, dove segu anche un corso di lingue orientali
    ma,  a  diciannove  anni,  improvvisamente  abbandon  gli  studi  per
    occuparsi delle sue terre e per alleviare  la  penosa  condizione  dei
    suoi contadini. Gi durante gli anni dell'universit, quando conduceva
    l'esistenza mondana della giovent del suo ceto,  i periodi di eccessi
    di ogni genere si alternavano in lui con periodi  di  perplessit,  di
    dolorosa introspezione e di ricerca morale.  A un certo punto,  tra il
    1854-1855,  decise di seguire nel  Caucaso  il  fratello  Nikolj:  si
    arruol  e  divenne  ufficiale  nell'esercito;  partecip  alla guerra
    contro i montanari e alla difesa di Sebastopoli assediata dai  Turchi.
    Di  questo  periodo  ci restano gli stupendi "Racconti di Sebastopoli"
    (versione italiana, Edizioni Paoline). Poi, tornato nella capitale, si
    abbandon di nuovo ai bagordi.  Comp due viaggi all'estero,  ma anche
    la  civilissima  Europa  lo  deluse (a Parigi assist,  inorridito,  a
    un'esecuzione capitale) e,  rientrato in patria,  si stabil a Jsnaja
    Poljana dove, spinto dai suoi ideali umanitari, provvide, soprattutto,
    all'istruzione  dei  suoi ex servi e diede vita a una scuola,  fondata
    sulle sue personali  convinzioni  pedagogiche.  Prese  egli  stesso  a
    insegnare   e   divenne   un   teorico   dell'istruzione,    scrivendo
    sull'argomento numerosi saggi (confronta  "Libri  russi  di  lettura",
    versione italiana, Edizioni Paoline).
    Nel 1862, tappa importante della sua vita, spos l'intelligente Sfija
    Andrevna  Beers,   allora  appena  diciassettenne,  entusiasticamente
    devota a lui e al suo genio e, con il matrimonio,  lo scrittore inizi
    una nuova vita, pi calma e operosa.
    La  produzione tolstoiana di questo periodo ha carattere eminentemente
    autobiografico e introspettivo,  bench  l'autore  si  dissimuli,  per
    signorile  riserbo,   dietro  personaggi  diversi.  Due  particolarit
    colpiscono come  significative:  l'attenzione  per  il  proprio  mondo
    morale,  giudicato con pessimistica sincerit, e lo schietto abbandono
    alla natura,  quasi che da essa gli debba giungere la  rivelazione  di
    Dio.  Tanto  la  tendenza  all'autocritica quanto il gusto per la vita
    primitiva si possono ascrivere all'influsso della lettura di Rousseau,
    ma non bisogna dimenticare l'influenza del  selvaggio  Caucaso,  dove,
    nella  pura  aria  dei monti,  nella tonica vita militare,  il giovane
    scioperato - malcontento di se  stesso  -  si  ritrov,  si  scopr  e
    cominci a scrivere,  rievocando,  annotando sensazioni ed esperienze,
    soprattutto cercando la verit etica,  l'armonia tra la condotta e  il
    pensiero.  I  racconti di "Infanzia,  Adolescenza,  Giovinezza" (1852-
    1856) rivelano, accanto a timidezza e incertezza di stile, la vergogna
    dei propri vizi e difetti,  il tormento di non riuscire a  migliorare,
    l'amore per i contadini (che non sono per nulla idealizzati),  l'ansia
    di conoscere e possedere Dio, che gli sembra ora vicino,  ora ermetico
    e inaccessibile. Parecchi altri racconti di quel periodo sono pieni di
    significato.  Ricordiamo  tra i pi importanti: "I cosacchi" (versione
    italiana, Edizioni Paoline), "Il taglio del bosco";  "Il mattino di un
    possidente" (versione italiana,  Edizioni Paoline),  "La tormenta"; "I
    due ussari";  "Albert";  "Lucerna";  "Tre morti"  (versione  italiana,
    Edizioni Paoline),  il breve romanzo "La felicit coniugale" (versione
    italiana Edizioni Paoline), purissimo idillio che canta la tregua dopo
    le lunghe inquietudini della guerra, dal tono sereno ma grave, simile
    a un'elegiaca musica,  donde esulano le sonorit della gaia violenza.
    Ricordiamo  ancora:  "Polikushka",  denso  di un amaro realismo che fa
    pensare a Gogol';  "Cholstomr",  la lirica e patetica  storia  di  un
    cavallo,  la  cui  stessa  spoglia   utilizzata dopo che in vita esso
    aveva accettato ogni fatica;  alla francescana  piet  per  l'animale,
    l'autore  congiunge  un  filosofico  disdegno  per  la  tanto  vantata
    superiorit dell'uomo.
    Nella quiete della vita familiare e  confortevole,  Tolstj  riusc  a
    soddisfare il bisogno di opere ampie, corrispondenti alla maturit del
    suo  ingegno.  Dal  1862  al  1876  compose  "Guerra e pace" (versione
    italiana, Edizioni Paoline), un grandioso affresco che, per l'assoluta
    limpidit dello  stile  fa  pensare  a  Goethe  e  a  Omero.  Esso  ha
    molteplici  significati,  e taluno tendenzioso: E' un ordinato quadro
    della nazione russa all'epoca del pi grave scontro  con  l'occidente;
    serve  all'autore per esporre la sua filosofia della storia;  i grandi
    uomini (nel caso specifico,  Napoleone) si illudono  di  dirigere  gli
    eventi,  ma in realt sono gli inconsci strumenti del fato;  intreccia
    al racconto  della  patria  invasa  quello  delle  vicende  personali,
    dell'evoluzione  interiore  di  parecchi  personaggi che rappresentano
    temperamenti,  mentalit e  classi  sociali  diverse.  Ne  risulta  un
    disteso  panorama,  nel  quale  il  lettore  avanza guidato da un'arte
    semplice e poderosa,  che non si piega a schemi  prestabiliti,  a  una
    qualsiasi tradizione,  ma si muove agile,  elastica,  naturale come la
    vita,  fedele soltanto ai suoi organici impulsi;  tutto sfila come  su
    uno schermo,  senza scrupoli di contemporaneit meccanica;  la fusione
    avverr poi nell'animo dello spettatore. Russi i paesaggi, gli esseri,
    i problemi, ma non a tal segno che quel mondo ci respinga,  ci rifiuti
    come stranieri,  cos larga, universalmente umana  la base che invita
    e persuade con il fascino di una superiore simpatia e bont.
    Del 1875-1877  "Anna Karnina",  il  romanzo  di  cui  parleremo  pi
    avanti:  anch'esso ci offre il pensiero dello scrittore circa i doveri
    morali e sociali.
    Verso la  cinquantina,  Tolstj  si  decise.  "Anna  Karnina",  opera
    perfetta,  gi  mentre  la  finiva,  lo  annoiava  come opera volgare.
    Un'altra sete lo  bruciava:  quella  di  una  formula  di  fede  e  di
    saggezza,  alla  quale  ispirare  la sua vita quotidiana.  Sottopose a
    critica il dogma ortodosso,  risal ai Vangeli ed elabor la  dottrina
    di  Cristo  a suo modo,  dando particolare rilievo al punto della non
    resistenza al male;  trov seguaci e ad essi  prescrisse  una  regola
    (propriet  collettiva,   come  nel  "mir"  o  comune  rurale;   amore
    universale; lavoro manuale; astensione dalla carne,  dall'alcool,  dal
    tabacco).  Venne in urto con i familiari,  nel 1901 fu scomunicato dal
    Santo Sinodo, negli ultimi anni vest da contadino.
    La  produzione  dell'ultimo  periodo  annovera  parecchie   opere   di
    carattere  teologico,  esegetico  e  polemico,  trattatelli e opuscoli
    divulgativi, che tralasciamo per ricordare gli scritti che documentano
    la personalit dello scrittore e dell'uomo,  come "Confessione" e "Che
    cosa  dobbiamo  fare?",  ampio sguardo ai problemi sociali,  politici,
    etici del mondo russo.
    Il dottrinario, intanto, si era avvicinato al popolo,  alla sua lingua
    e  alla sua letteratura;  compil quattro libri di testo per le scuole
    rurali ("Libri russi di lettura", versione italiana, Edizioni Paoline)
    e compose parecchi racconti popolari  ("Racconti  popolari",  versione
    italiana, Edizioni Paoline, 2 volumi), taluni dei quali esprimono, nel
    modo  pi terso e poetico,  il suo pensiero filosofico,  predicando la
    dottrina della rinunzia e del perdono.
    Il grande moralista  non  riusc  tuttavia  a  soffocare  il  talento
    dell'artista,  che  nel 1886 cre due delle sue opere poeticamente pi
    valide: il dramma  "La  potenza  delle  tenebre"  (versione  italiana,
    Edizioni  Paoline)  e  lo  stupendo  racconto "La morte di Ivn Ilic'"
    (versione italiana, Edizioni Paoline);  quindi,  nel 1882 "La sonata a
    Kreutzer".  A  questo  periodo  appartengono  altri racconti,  tra cui
    "Padre Sergio",  che  una  sottile,  acutissima  analisi  della  vita
    spirituale  di  un  monaco,  con  le sue tensioni mistiche alternate a
    momenti di disperata atonia spirituale. Vedr la luce, infine,  il suo
    ultimo  romanzo "Risurrezione" (versione italiana,  Edizioni Paoline),
    il quale,  nonostante una certa tendenziosit che si avverte  gi  nel
    titolo, contiene pagine del migliore Tolstj. Insieme con una serie di
    scritti teorici, usciranno ancora il dramma "Il cadavere vivente" e un
    racconto,  "Chadzi-Murat" (versione italiana, col titolo "Un Cavaliere
    del Caucaso" Edizioni Paoline),  che saranno pubblicati  dopo  la  sua
    morte.
    Negli ultimi anni,  il disaccordo tra le idee e la vita si fece sempre
    pi acuto in Tolstj,  e divenne sempre pi insanabile il dissidio con
    la  moglie  e  alcuni  dei  figliuoli  che  temevano  per  i loro beni
    materiali ed egli, che aveva sempre combattuto l'ipocrisia,  che aveva
    sempre  sentito la necessit di accordare il pensiero con la vita,  la
    teoria  con  la  pratica,   spinto  dalla  sua  ansia   bruciante   di
    purificazione,  decise di abbandonare la casa, il lavoro, la famiglia,
    i suoi beni e, dopo aver distribuito ai contadini le sue terre, lasci
    la diletta Jsnaja Poljana, con l'intento di intraprendere una vita da
    pellegrino per le strade della Russia. Ma durante i suoi vagabondaggi,
    si ammal gravemente e mor nel 1910,  il  7  novembre,  a  ottantadue
    anni, nella piccola stazione ferroviaria di Ostpowa.
    La  sua  tomba si trova nel bosco di Jsnaja Poljana,  in un punto che
    egli stesso aveva indicato.
    La  morte  del  grande  vecchio  commosse  il  mondo  e,   a   parte
    l'ammirazione  suscitata  dalla sua arte,  il suo messaggio evangelico
    ebbe  un'eco  vastissima  e  conquist  molti  seguaci  al  suo  nuovo
    cristianesimo:  il  regno  di  Dio   in ogni uomo,  e il rinnovamento
    spirituale dell'umanit  possibile solamente attraverso  il  costante
    impegno di rinnovamento individuale,  che si manifesta nella purezza e
    nell'amore,  secondo lo spirito del Cristo,  anche se del Cristo  egli
    ebbe una visione a volte discutibile.

    Sullo sfondo della decadente societ pietroburghese del tempo,  che lo
    scrittore conosceva molto da vicino e di  cui  offre  uno  stupendo  e
    sconcertante  quadro,  ha vita la vicenda centrale del romanzo (la cui
    protagonista, Anna Karnina, gli d il titolo),  attorno alla quale se
    ne  svolgono altre che da questa dipendono in quanto si svolgono tra i
    componenti di famiglie legate pi o meno a quella della  protagonista,
    pur avendo ciascuna una propria autonomia, servono a creare lo sfondo,
    ma acquistando volta a volta significato proprio,  grazie al contrasto
    con la situazione dei personaggi delle altre trame.
    Nelle varie vicende domina,  chiaro, la figura di Anna Karnina,  una
    giovane,  affascinante signora del gran mondo, sposata, senza amore, a
    un alto funzionario e fatalmente attratta verso un giovane e brillante
    ufficiale,  Aleksj Vronskij.  Il romanzo descrive  il  sorgere  e  lo
    svolgersi  di  questo  sentimento che,  nato dapprima come schermaglia
    mondana,  si sviluppa come avventura di grande  stile  per  rivelarsi,
    infine,  una  violenta,  turbinosa  passione  che travolge l'esistenza
    della giovane donna la quale,  dopo avere inutilmente lottato  con  se
    stessa,    vinta,  e giunge ad abbandonare il marito e il figlioletto
    per seguire l'amante all'estero.  La sua natura appassionata e sincera
    la  far  tuttavia  soffrire,  sino  in  fondo,  di  questa  colpevole
    relazione e della situazione che ne deriva. Il rimorso,  il terrore di
    essere  abbandonata  dall'amante,  nel  quale  le  pare di scorgere un
    raffreddamento nei suoi riguardi, la sconvolgono a tal punto, che, non
    reggendo pi alla bufera morale da cui si sente  squassata,  si  butta
    sotto un treno.
    A contrasto con questa travolgente, insana passione, Tolstj introduce
    nel  romanzo  la vicenda dell'amore tenero e puro di Levin e Kitty per
    dimostrare,  in un mondo  di  corruzione  e  di  irresponsabilit,  la
    possibilit  di  una  vita  fondata  su principi sani e solidi.  Altri
    panorami di vita familiare rendono vastissima  l'opera  psicologica  e
    morale  del  romanzo,  nel  quale si coglie,  come in altri scritti di
    Tolstj,  la  misteriosa  possibilit  di  redenzione,  che    sempre
    presente nell'uomo - chiunque esso sia  -, di costruirsi, anche se con
    l'errore e la sofferenza, un pi solido mondo morale.
    Attraverso   pagine   commoventi   e  affascinanti,   nelle  quali  si
    intrecciano vicende  dolorose  e  liete  e  in  cui  vibrano  tutti  i
    sentimenti umani, che ci fanno piangere dinanzi al dolore di un essere
    umano  e sorridere alla descrizione di scene di vita campestre,  sulle
    quali Tolstj  indugia  sempre  con  una  particolare  compiacenza,  a
    dimostrazione  del suo grande amore per la natura,  viviamo la vita di
    numerose persone,  ciascuna con le sue gioie,  le sue  ansie,  le  sue
    sofferenze, le sue speranze...
    E,  soprattutto,  seguiamo  con animo commosso la protagonista che non
    possiamo non riconoscere colpevole, ma per la quale sentiamo forse una
    profonda, commossa piet,  unita persino al desiderio di poter trovare
    -  a  causa della societ corrotta in cui visse,  della sua solitudine
    morale, dell'apparente freddezza del marito, del doloroso calvario del
    suo cammino terreno - una piccola giustificazione  che  accompagni  la
    sua anima quando si presenter dinanzi a un Giudice imparziale!
    E  chi,  chiudendo  l'ultima pagina del romanzo,  definito perfetto si
    sentirebbe di sottoscrivere alle parole  che  proprio  il  suo  autore
    scrisse  il  27  gennaio 1877: Mi stupisce il fatto che una cosa cos
    comune e insignificante piaccia?
    Checch ne pensasse Tolstj,  "Anna Karnina"  uno dei grandi romanzi
    del  secolo  decimonono,  divenuto sin dalla sua pubblicazione - lo si
    pu ben dire - un classico.  Grazie alla profonda  umanit  da  cui  
    pervaso,  esso  parve scritto per essere letto dagli uomini di tutti i
    tempi e di tutti i paesi; e, se pure denso di costumi locali, possiamo
    definirlo la pi occidentale delle opere di Tolstj,  nel senso che  
    indirizzato tanto all'intelligenza dell'uomo di Parigi, di Londra o di
    Roma, quanto a quello di Pietroburgo e di Mosca.
    Le  interpretazioni  sul  senso  del  romanzo da parte della critica
    contemporanea  sono  state  diverse:  alcuni  lo  vollero  vedere  nel
    problema  del  matrimonio,  altri  in  quello del libero amore,  altri
    ancora in quello dell'atteggiamento della societ di fronte all'uno  e
    all'altro.  Lo  stesso  Tolstj,  parlando  dei  suoi  critici,  disse
    ironicamente: Ils en savent plus long que moi....  Ma  non  respinse
    l'interpretazione  di  Dostovskij,  il quale vide il senso dell'opera
    nel  problema   del   rapporto   tra   colpa   e   sofferenza   umana;
    interpretazione  rimasta  valida accanto alla valutazione dello stesso
    Dostovskij che,  nel suo "Diario  di  uno  scrittore",  giudic  Anna
    Karnina un'opera d'arte assolutamente perfetta,  indipendentemente da
    qualsiasi riserva ideologica.

















    PARTE PRIMA.

    A me la vendetta,
    sono io che ricambier.
    (Romani 12,19).


    CAPITOLO 1.

    Tutte le famiglie felici  sono  simili  tra  di  loro;  ogni  famiglia
    infelice  infelice a modo suo.
    In casa di Oblonskij regnava lo scompiglio.  La moglie,  saputo che il
    marito aveva una relazione con la governante francese che era stata in
    casa loro,  aveva dichiarato al consorte di non poter pi  vivere  con
    lui sotto lo stesso tetto,  e questa situazione si protraeva da pi di
    due giorni,  facendosi dolorosamente sentire tanto dai coniugi  quanto
    dai  membri  della famiglia e persino dalla servit.  Ognuno avvertiva
    che tra gli abitanti di casa Oblonskij non esistevano  pi  legami  di
    quanti  ne potessero esistere tra gli abitanti,  riuniti dal caso,  di
    una qualsiasi locanda.  La moglie restava chiusa nella sua stanza;  il
    marito  era assente da quasi tre giorni;  i bambini correvano sbandati
    di qua e di l,  senza che  nessuno  badasse  a  loro;  la  governante
    inglese  aveva  litigato  con  l'economa  e  aveva scritto a un'amica,
    pregandola di procurarle un altro posto;  il cuoco se n'era andato  il
    giorno prima,  proprio durante il pranzo;  la sguattera e il cocchiere
    si erano licenziati.
    Tre giorni dopo la scenata avuta con sua moglie,  il  principe  Stepn
    Arkadyc'  Oblonskij  -  stiva,  come  veniva chiamato dagli amici - si
    svegli alla solita ora, cio alle otto del mattino,  non nella camera
    da  letto  della moglie,  ma nel proprio studio,  sul divano di cuoio.
    Rigir il suo corpo pieno e ben curato sulle molle del divano, come se
    desiderasse addormentarsi di nuovo,  abbracci forte il cuscino  e  vi
    schiacci sopra la guancia.  A un tratto,  per,  balz su, si sedette
    sul divano e apr gli occhi.
    Gi,  gi,  com'era?,  si chiese,  cercando di ricordare il  proprio
    sogno.  Com'era? Ah, ecco, Alabn dava un pranzo a Darmstadt; no, non
    era Darmstadt,  ma  una  qualsiasi  localit  americana.  S,  infatti
    Darmstadt  nel sogno,  era in America.  L Alabn offriva un pranzo su
    tavoli di vetro,  e i tavoli cantavano: "Il mio tesoro" (1),  anzi non
    proprio  "Il  mio  tesoro",  ma  qualcosa  di meglio,  e c'erano certe
    piccole caraffe che poi erano donne....
    Gli occhi di Stepn Arkadyc' brillarono gaiamente e, sorridendo, disse
    tra s e s: S,  era  bello,  bello  davvero!  C'erano  anche  altre
    splendide  cose  che  non  si  possono riferire con le parole e con il
    pensiero.
    Osservando poi una striscia di luce,  che penetrava da un  lato  delle
    tende di panno,  pos i piedi a terra,  cercando, come d'abitudine, le
    pantofole di marocchino (ricamate dalla moglie e donategli per il  suo
    compleanno);  secondo una vecchia abitudine,  che durava ormai da nove
    anni, allung la mano senza neppure alzarsi,  verso il posto dove,  in
    camera  da letto,  era appesa la sua vestaglia.  E fu proprio a questo
    punto che si ricord come e perch  non  aveva  dormito  nella  camera
    della moglie ma nello studio;  il sorriso scomparve dalle sue labbra e
    la sua fronte si rannuvol.
    Ah,  ah,  ah!,  mugol,  ricordando quanto era avvenuto.  E alla sua
    mente  si ripresentarono tutti i particolari della lite con la moglie,
    la situazione senza via d'uscita nella quale si  trovava  per  propria
    colpa.
    No,  lei  non  mi  perdoner,  non  mi  pu perdonare!  E la cosa pi
    terribile  che io sono la colpa di  tutto...  Sono  colpevole  e  non
    colpevole.  Ecco il dramma!.  Ah,  ah, ah, ripet con disperazione,
    rammentando le penose impressioni di quella lite.
    Il momento pi spiacevole era  stato  quando,  rientrando  da  teatro,
    allegro e soddisfatto,  con un'enorme pera in mano per la moglie,  non
    l'aveva trovata in salotto  e,  con  stupore,  nemmeno  nello  studio;
    finalmente  l'aveva  vista  nella  camera  da letto con in mano quello
    sciagurato biglietto che le aveva rivelato ogni cosa.
    Lei,  quella Dolly (2) eternamente affaccendata e preoccupata,  e cos
    poco  perspicace,  com'egli  la  considerava,  sedeva  immobile con il
    foglio in mano e lo fissava con uno sguardo d'orrore,  di indignazione
    e di ira.
    - Che significa? - gli domand, indicando il biglietto.
    A questo ricordo,  come spesso accade,  Stepn Arkadyc' era tormentato
    non tanto dal fatto in s quanto dal modo con cui egli aveva  risposto
    alle  parole della moglie.  In quel momento gli accadde ci che accade
    alle persone che vengono inaspettatamente colte sul fatto in  qualcosa
    di  vergognoso:  non  aveva saputo dare al proprio viso un'espressione
    adatta alla situazione in cui  era  venuto  a  trovarsi  dinanzi  alla
    moglie,  dopo  la  scoperta  della sua colpa e,  invece di negare,  di
    giustificarsi, di chiedere perdono o magari di rimanere indifferente -
    tutto sarebbe stato meglio di ci che aveva fatto - sulle sue  labbra,
    in  modo  assolutamente  involontario,  (riflessi  cerebrali,  pens
    Stepn Arkadyc', che amava la fisiologia) era apparso un sorriso, quel
    suo sorriso bonario, e insieme stupido, che gli era abituale.
    Era proprio quel sorriso stupido che ora non poteva perdonarsi. Dolly,
    vedendolo,  aveva sussultato come colpita da un acuto  dolore  fisico;
    poi,  con l'irascibilit che le era propria aveva rovesciato su di lui
    un diluvio di parole cattive  ed  era  uscita  precipitosamente  dalla
    camera. Da quel momento non aveva pi voluto vedere il marito.
    Colpa  di  tutto    stato  quello  stupido  sorriso,  pens  Stepn
    Arkadyc',  ma che  farci,  che  farci?,  ripeteva  disperato,  senza
    riuscire a trovare la risposta.


    CAPITOLO 2.

    Stepn  Arkadyc'  era  un  uomo  sincero  con  se stesso,  incapace di
    ingannarsi  e  di  persuadersi   di   essere   pentito   del   proprio
    comportamento.  Non  poteva  ritenere colpa il fatto di non essere pi
    innamorato, lui,  bell'uomo di trentaquattro anni,  incline all'amore,
    di sua moglie,  madre di sette figli,  di cui due morti, e soltanto di
    un anno pi giovane di lui. Era pentito di una sola cosa,  di non aver
    saputo  tenere  meglio  nascosta  a sua moglie la situazione in cui si
    trovava.  Ma di tale situazione sentiva tutto il peso,  e compativa la
    moglie,  se  stesso  e i figli.  Forse sarebbe riuscito a nascondere i
    suoi peccati,  se avesse potuto prevedere l'effetto che quella notizia
    avrebbe  prodotto  su  Dolly.  Non  aveva  mai  riflettuto  su  questo
    problema,  ma aveva avuto la vaga impressione che sua moglie da  tempo
    dubitasse della sua fedelt e chiudesse un occhio.  Gli pareva persino
    che  ella,  una  donna  invecchiata,   consunta,   non  pi  bella  n
    interessante, ma ormai soltanto una semplice, buona madre di famiglia,
    avrebbe  dovuto per un senso di giustizia,  mostrarsi indulgente.  Era
    risultato proprio il contrario!
    Ahim,  terribile, terribile!,  si ripeteva Stepn Arkadyc',  e non
    riusciva  a  trovare alcuna via d'uscita.  E pensare che tutto andava
    cos bene!  Eravamo tanto  contenti.  Dolly  era  felice  con  i  suoi
    bambini, io non la ostacolavo in nulla, la lasciavo libera di fare ci
    che le pareva riguardo ai figli e all'andamento della famiglia.  Non 
    bello, d'accordo,  che "lei" sia stata governante in casa nostra,  no;
    non  bello!  C' qualcosa di volgare, di vigliacco nel corteggiare la
    governante dei propri bambini. Ma che po' po' di governante!  (Egli si
    ramment vivamente gli occhi neri e maliziosi di "mademoiselle" Roland
    e  il suo sorriso).  Sino a che  stata in casa nostra,  per,  non mi
    sono permesso nulla.  Il peggio  che  anche  lei,  gi...  Ci  voleva
    proprio  questo,  nemmeno a farlo apposta!  Ma che fare,  adesso,  che
    fare?.
    Non c'era altra risposta all'infuori di quella generica che la vita d
    ai problemi pi complicati e insolubili: questa: vivere alla giornata,
    ossia dimenticare.  Dimenticare nel sonno,  almeno sino a  notte,  era
    impossibile... era certo impossibile tornare alla musica che cantavano
    le caraffine-donne del suo sogno;  bisognava, dunque, che dimenticasse
    nel sonno della vita.
    Poi si vedr!, pens Stepn Arkadyc' e,  alzatosi,  indoss la veste
    da camera grigia foderata di seta blu, annod la cintura e, respirando
    a  pieni  polmoni nel largo petto,  con quel consueto passo deciso che
    toglieva ogni impressione di peso al suo corpo vigoroso,  si  avvicin
    alla  finestra,  sollev la tenda e tir forte il campanello.  Accorse
    subito il suo vecchio amico, il maggiordomo Matvj,  portando l'abito,
    le  scarpe  del padrone e un telegramma.  Era seguito dal barbiere con
    tutto l'occorrente per la barba.
    - Ci sono carte d'ufficio?  - domand Stepn  Arkadyc',  prendendo  il
    telegramma e sedendosi davanti allo specchio.
    -  Sono  sul  tavolo  -  rispose  Matvj,  gettando  un colpo d'occhio
    interrogativo al padrone,  e dopo aver atteso un poco aggiunse con  un
    sorriso   furbesco:  -  Sono  venuti  da  parte  del  noleggiatore  di
    carrozze...
    Stepn Arkadyc' non rispose nulla e si limit a sbirciare Matvj nello
    specchio: dallo sguardo che si scambiarono,  si capiva chiaramente che
    i due si intendevano a vicenda. Lo sguardo di Stepn Arkadyc' sembrava
    domandare: Perch mi dici queste cose? Forse non lo sai?.
    Matvj  si  cacci  le  mani  nelle tasche,  tir indietro una gamba e
    guard in silenzio il suo  padrone  con  un  impercettibile,  benevolo
    sorriso.
    -  Ho  dato  ordine  di  venire  domenica prossima e di non disturbare
    inutilmente se stessi e voi, prima di allora - disse, pronunziando una
    frase evidentemente preparata in precedenza.
    Stepn  Arkadyc'  cap  che  Matvj  voleva   scherzare   e   attirare
    l'attenzione su di s. Aperto il telegramma, lo lesse, correggendo con
    l'intuito il senso,  distorto come sempre, delle parole, e il suo viso
    si illumin.
    - Matvj,  domattina  arriva  mia  sorella  Anna  Arkdevna  -  disse,
    trattenendo  per un attimo la mano grassottella del barbiere che stava
    tracciando una rosea strada tra le basette ricciute.
    -    Sia  lodato  Iddio!  -  rispose  Matvj,  che,  come  il  padrone
    comprendeva l'importanza della notizia,  nel senso che Anna Arkdevna,
    sorella  diletta  di  Stepn   Arkadyc',   poteva   contribuire   alla
    riconciliazione tra marito e moglie.
    - Sola o con il consorte? - s'inform Matvj.
    Stepn  Arkadyc' non era in grado di parlare perch il barbiere si era
    impadronito del suo labbro superiore,  e si limit ad alzare un  dito.
    Matvj, nello specchio, fece un cenno affermativo.
    - Sola. Devo far preparare di sopra.
    -  Riferisci  la  notizia  a  Drija Aleksndrovna: preparerai dove ti
    ordiner lei.
    - A Drija Aleksndrovna? - ripet Matvj, in tono dubbioso.
    - S,  portale il telegramma e poi vieni a riferirmi che  cosa  ti  ha
    detto.
    Vuole fare una prova, pens Matvj, e disse soltanto:
    - Sissignore.
    Stepn  Arkadyc'  era gi lavato e pettinato e si accingeva a vestirsi
    quando Matvj,  camminando lentamente con  le  scarpe  scricchiolanti,
    rientr con il telegramma in mano. Il barbiere non c'era pi.
    -  Drija  Aleksndrovna  ha  ordinato di riferire che parte e che voi
    potete fare ci che volete - disse Matvj e,  ridendo soltanto con gli
    occhi, con le mani in tasca e la testa inclinata da una parte, si mise
    a fissare il suo padrone.
    Stepn Arkadyc' tacque.  Poi un lieve sorriso,  buono e un po' triste,
    sfior il suo volto.
    - Be', Matvj, che ne dici? - chiese, scuotendo il capo.
    - Non prendetevela, signore, tutto si accomoder - rispose Matvj.
    - Si accomoder?
    - Senza dubbio, signore.
    - Tu credi?  Chi  l?  - domand Stepn Arkadyc',  udendo  dietro  la
    porta il frusco di un abito femminile.
    - Sono io - rispose una voce ferma e gradevole di donna.
    E, nel vano della porta, apparve il viso severo e butterato di Matrna
    Filimnovna, la "njnja" (3).
    -  Che  c',  Matrna?  - domand Stepn Arkadyc',  andandole incontro
    sulla porta.
    Sebbene fosse assolutamente in torto nei riguardi della  moglie,  come
    egli  stesso riconosceva,  aveva dalla sua parte tutti quelli di casa,
    compresa la "njnja", la pi grande amica di Drija Aleksndrovna.
    - Andate da lei, signore, e dichiaratevi colpevole.  Dio forse ci far
    la grazia.  La signora si dispera,   una pena vederla... e intanto in
    casa tutto va a catafascio.  Bisogna  aver  compassione  dei  bambini,
    signore.  Riconoscetevi  colpevole,  signore!  Che  volete farci?  Chi
    pecca...
    - Non mi ricever.
    - A ogni modo,  voi fate  il  vostro  dovere.  Dio    misericordioso;
    pregate Dio, signore, pregate Dio!
    - Va bene,  va'... - disse Stepn Arkadyc', arrossendo all'improvviso.
    - Per intanto fammi vestire - e si rivolse a  Matvj,  togliendosi  di
    dosso la veste da camera con gesto deciso.
    Matvj,  soffiando via qualche invisibile granello di polvere, reggeva
    la camicia, tenendola per il collo e, con evidente piacere,  la infil
    nel corpo ben curato del padrone.


    CAPITOLO 3.

    Dopo essersi vestito,  Stepn Arkadyc' si profum,  sistem con cura i
    polsi della camicia,  con un gesto abituale mise nelle varie tasche le
    sigarette,  il  portamonete,  i  fiammiferi,  l'orologio con la doppia
    catena e i ciondoli e,  data  una  scossa  al  fazzoletto,  sentendosi
    pulito,  profumato, sano e fisicamente felice nonostante il suo guaio,
    bilanciandosi leggermente sulle gambe, si rec in sala da pranzo dove,
    accanto al caff,  lo aspettavano la corrispondenza privata e la posta
    d'ufficio.
    Lesse  le  lettere.  Una,  assai  spiacevole,  era  di un mercante che
    comperava il legname da una tenuta della moglie.  Vendere quel legname
    era  indispensabile,  ma  ora,  sino  a  che  non  fosse  avvenuta  la
    riconciliazione con Dolly, non se ne poteva parlare. Pi spiacevole di
    tutto era il fatto che una questione di interesse venisse e  inserirsi
    nell'attuale  problema  della  riconciliazione  con  la  moglie.  E il
    pensiero di poter essere influenzato da una faccenda di denaro  e  che
    per  la vendita del bosco potesse essere spinto a riconciliarsi con la
    moglie, lo offendeva.
    Terminata la lettura delle lettere,  Stepn Arkadyc' avvicin a s  le
    pratiche  d'ufficio,  ne  sfogli rapidamente due,  fece con un grosso
    lapis qualche annotazione e, allontanate le carte, si dedic al caff;
    dopo averlo sorseggiato,  apr il giornale del mattino ancor fresco di
    stampa  e  cominci a leggerlo.  Stepn Arkadyc' riceveva e leggeva un
    giornale liberale,  di opinioni non  estremiste,  che  si  teneva  nel
    giusto mezzo, come la maggioranza della gente.
    Sebbene  non  lo  interessassero  n  le  scienze,  n le arti,  n la
    politica, non si scostava, in proposito,  dalle opinioni cui tendevano
    la  maggioranza  e  il suo giornale;  le modificava soltanto quando le
    modificava la maggioranza o,  per meglio dire,  non  era  lui  che  le
    modificava,  ma  erano  le  opinioni  stesse  che  inavvertitamente si
    modificavano in lui.  Stepn Arkadyc' non sceglieva  n  tendenze,  n
    opinioni,  ma  tendenze e opinioni venivano a lui,  cos come egli non
    sceglieva la foggia dei capelli e dei soprabiti,  ma si  conformava  a
    quella che usavano gli altri. Per lui, che viveva in una societ nella
    quale  bisognava  mostrare  una  certa attivit intellettuale,  il cui
    sviluppo avviene di solito negli anni  della  maturit,  il  fatto  di
    avere qualche opinione era una necessit,  come quella di possedere un
    copricapo.  Se esisteva un motivo per cui egli preferiva  la  tendenza
    liberale  a  quella conservatrice,  alla quale si attenevano molti del
    suo ambiente,  non dipendeva certo dal fatto che  egli  ritenesse  pi
    ragionevole  la  tendenza  dei  liberali,   ma  perch  essa  era  pi
    confacente al suo modo di vivere. Il partito liberale sosteneva che in
    Russia tutto andava male,  e questo faceva al caso di Stepn Arkadyc',
    che  era  carico  di  debiti e aveva poco denaro.  Il partito liberale
    asseriva che il matrimonio era un istituto superato  e  che  occorreva
    riformarlo   e,   in   verit,   la  vita  familiare  procurava  poche
    soddisfazioni a Stepn  Arkadyc'  e  lo  costringeva  a  mentire  e  a
    fingere, il che ripugnava alla sua natura. Il partito liberale diceva,
    o  meglio  faceva capire,  che la religione  soltanto un freno per la
    parte incolta della popolazione e  Stepn  Arkadyc',  che  non  poteva
    sopportare,  senza  aver  male  alle  gambe,  neppure il pi breve "Te
    Deum",  non riusciva a comprendere a che cosa servissero tutte  quelle
    ampollose  e  terribili  parole sull'altro mondo,  dal momento che era
    cos  piacevole  vivere  in  questo.  Aggiungete  inoltre  che  Stepn
    Arkadyc',  che amava una bonaria scherzevolezza, si divertiva talvolta
    a scandalizzare la gente perbene sostenendo che, dal momento che ci si
    gloria degli antenati,  non bisogna fermarsi al principe  Rjurik  (4),
    rinnegando il nostro primo progenitore: la scimmia.
    Le tendenze liberali erano cos divenute per lui un'abitudine, ed egli
    amava  il  suo  giornale  come  amava  il sigaro dopo il pranzo per la
    leggera nube in cui esso avvolgeva il suo cervello.  Lesse  l'articolo
    di fondo, in cui si spiegava che a torto ai nostri tempi ci s'inquieta
    di  vedere  il  radicalismo  che  minaccia  di  inghiottire  tutti gli
    elementi conservatori,  e nel supporre che il governo abbia il  dovere
    di   prendere   tutte   le  necessarie  misure  per  soffocare  l'idra
    rivoluzionaria, quando al contrario, a nostro avviso, il pericolo non
    sta  nella  famosa  idea  rivoluzionaria,   ma  nella  pertinacia  del
    tradizionalismo  che frena qualsiasi progresso,  eccetera,  eccetera.
    Lesse  poi  un  articolo  di  argomento  finanziario,   nel  quale  si
    menzionavano Bentham e Stuart Mill,  e si lanciavano frecciate dirette
    al ministero.  Con la particolare rapidit di comprensione di cui  era
    dotato,   egli   afferrava   il  significato  di  ciascuna  allusione,
    indovinava da chi,  contro chi e a quale proposito fosse lanciata,  il
    che, come sempre, gli procurava un notevole piacere. Ma quel giorno il
    piacere era avvelenato dal ricordo dei consigli di Matrna Filimnovna
    e dal fatto che in casa regnava il malumore.  Lesse anche che il conte
    di Beist (5),  cos almeno si diceva,  era partito per Wiesbaden,  che
    non esistevano pi capelli grigi,  che era in vendita un calesse,  che
    una giovane cercava posto;  ma queste informazioni non gli procuravano
    pi il tranquillo, ironico piacere di un tempo.
    Finita  la  lettura  del giornale,  bevuta la seconda tazza di caff e
    mangiato un panino al  burro,  Stepn  Arkadyc'  si  alz,  scosse  le
    briciole di pane dal panciotto e, dilatando l'ampio torace, sorrise di
    gioia,   ma   non   certo   perch   avesse   nell'animo  qualcosa  di
    particolarmente gradevole: quel sorriso era semplicemente il risultato
    di una eccellente digestione.
    Ma il sorriso gli richiam  subito  alla  mente  ogni  cosa,  ed  egli
    riprese a riflettere.
    Due  voci infantili (Stepn Arkadyc' riconobbe le voci di Griscia (6),
    il maschietto pi piccolo,  e di Tnja (7),  la  bambina  pi  grande)
    risonarono  dietro  la  porta.  I  bimbi trascinavano qualcosa che poi
    lasciarono cadere.
    - L'avevo detto io che i passeggeri non possono mettersi sul  tetto  -
    gridava in inglese la bambina! - Adesso raccoglili.
    Tutto va a rovescio!, pens Stepn Arkadyc'; i bambini non sono pi
    sorvegliati.  E,  avvicinatosi alla porta, li chiam. Essi lasciarono
    la cassetta che fungeva da treno ed entrarono dal padre.
    Tnja, la sua beniamina, corse arditamente dentro,  abbracci il padre
    e, ridendo, gli si appese al collo, godendo come sempre a respirare il
    noto profumo che emanava dalle fedine paterne.  Dopo averlo finalmente
    baciato sul viso,  che la tenerezza e la posa  forzatamente  inclinata
    avevano fatto arrossire, la piccola sciolse le braccia, ma il padre la
    trattenne.
    -  E la mamma che fa?  - domand,  passando la mano sul collo liscio e
    morbido della bimba.  -  Buongiorno!  -  esclam  poi,  sorridendo  al
    maschietto che lo salutava.
    Si  rendeva conto di voler meno bene al bambino,  e si sforzava sempre
    di essere imparziale;  ma il bimbo sentiva  questa  differenza  e  non
    rispose al sorriso forzato del babbo.
    - La mamma? Si  alzata - disse Tnja.
    Stepn Arkadyc' sospir.
    E' evidente che non ha dormito di nuovo tutta la notte, pens.
    - E' di buon umore?
    La  bimba  sapeva  che tra padre e madre c'era stata una lite,  che la
    mamma non poteva essere di buon umore,  che il padre doveva saperlo  e
    che ora fingeva facendo quella domanda con tanta leggerezza. E arross
    per suo padre. Questi la comprese e arross lui pure.
    -  Non so - rispose la piccina.  - Non ci ha detto di studiare,  ma di
    uscire con miss Hull e di andare dalla nonna.
    - Ebbene,  va',  Tancirocka mia.  Ah,  aspetta un momento - aggiunse,
    trattenendola e accarezzandole la manina delicata.
    Prese  dal  camino una scatola di dolci,  che vi aveva posta il giorno
    prima, e ne diede due alla bimba,  avendo cura di scegliere quelli che
    ella preferiva: un cioccolatino e un fondant.
    -  E'  per  Griscia,   questo?   -  domand  la  bimba,  indicando  il
    cioccolatino.
    - S!  S!  - e,  dopo averle accarezzato ancora una volta la spalla e
    dato un bacio sul collo e alla radice dei capelli, la lasci andare.
    - La carrozza  pronta - annunzi Matvj. - E poi c' una postulante -
    aggiunse.
    - E' qui da molto tempo? - domand Stepn Arkadyc'.
    - Da una mezz'ora.
    - Quante volte ti ho detto di avvertirmi subito?
    - Bisognava pure darvi il tempo di bere il caff - rispose Matvj, con
    quel  suo tono cos burbero ma cos amichevole che rendeva impossibile
    andare in collera con lui.
    - Be', adesso falla entrare subito - ordin Oblonskij,  aggrottando le
    sopracciglia per il dispetto.
    La  postulante,  moglie del capitano in seconda Kalinin,  chiedeva una
    cosa impossibile, priva di senso comune;  ma Stepn Arkadyc',  secondo
    la sua abitudine, la fece accomodare, l'ascolt attentamente senza mai
    interromperla,  le  spieg  in  modo  chiaro e particolareggiato a chi
    doveva rivolgersi e in qual modo,  e le scrisse persino,  con  la  sua
    grande,  chiara  calligrafia,  un  biglietto per la persona che poteva
    aiutarla.
    Dopo aver congedato la moglie del capitano,  Stepn Arkadyc' prese  il
    cappello  e  si ferm,  chiedendosi se non avesse per caso dimenticato
    qualcosa.  Non aveva dimenticato nulla,  all'infuori di ci che voleva
    dimenticare: sua moglie.
    - Ah,  s!  - esclam,  chinando la testa,  e il suo bel volto assunse
    un'espressione di tristezza. - Bisogna o non bisogna andarci?
    Una voce interiore gli suggeriva di non andare,  che tanto  tutto  ci
    che le avrebbe detto non sarebbe stato che falsit e menzogna, che era
    impossibile ridare vita ai loro rapporti, perch non si poteva rendere
    Dolly attraente come un tempo e capace di suscitare interesse, n fare
    di lui un vecchio ormai incapace di amare. Nulla ora poteva cavarlo da
    quel  pasticcio  se  non  l'ipocrisia  e  la  menzogna,  e  quei mezzi
    ripugnavano alla sua naturale franchezza.
    Tuttavia bisogner ben  risolversi,  le  cose  non  possono  rimanere
    cos, si diceva, sforzandosi di farsi coraggio.
    Si raddrizz, prese una sigaretta, l'accese, ne aspir due boccate, la
    gett  nel  portacenere  di  madreperla  a  foggia  di  conchiglia  e,
    attraversato a rapidi passi il salotto buio,  apr la porta  che  dava
    nella camera da letto della moglie.


    CAPITOLO 4.

    Drija  Aleksndrovna,  vestita  con  un  semplice  accappatoio con le
    trecce un tempo foltissime ma ormai rade appuntate  sulla  nuca,  e  i
    grandi  occhi  spalancati  che spiccavano sul pallore e sulla magrezza
    del volto,  circondata da un mucchio  di  oggetti  sparpagliati  nella
    stanza,  stava ritta dinanzi a uno stipo,  dal quale andava scegliendo
    qualcosa.  Sentendo i passi del  marito,  si  ferm,  si  volse  verso
    l'uscio  e  si  sforz  di  dare  al  suo viso un'espressione severa e
    sprezzante.   Sentiva  di  aver  paura  di  lui  e   di   aver   paura
    dell'imminente colloquio.
    Anche ora tentava di fare ci che tentava ormai da tre giorni: riunire
    le cose sue e dei bambini per andare a rifugiarsi dalla madre,  ma non
    aveva ancora potuto decidersi a compiere questo passo. E anche adesso,
    come le volte precedenti,  si ripeteva che la  situazione  non  poteva
    durare   cos,   che   doveva   fare  qualcosa,   punire  suo  marito,
    svergognarlo,  vendicarsi,  sia pure in minima parte,  del dolore  che
    egli le aveva dato. Continuava a ripetersi che lo avrebbe lasciato, ma
    sentiva  che  ci non era possibile;  non era possibile perch lei non
    poteva disabituarsi a considerarlo suo marito  e  ad  amarlo.  D'altra
    parte  si  confessava  che se l,  nella sua propria casa,  stentava a
    badare ai suoi cinque figli,  le sarebbe stato ben  pi  difficile  l
    dove intendeva recarsi con loro.  Proprio in quei giorni il piccolo si
    era sentito indisposto perch gli avevano dato una  pappa  non  buona;
    gli altri erano rimasti quasi senza pranzo il giorno prima...  Si rese
    conto che non poteva assolutamente andar via;  e,  pur  ingannando  se
    stessa,  continuava  a  riunire le sue cose,  come se fosse prossima a
    partire.
    Quando scorse il marito,  ella affond le mani in  un  cassetto  dello
    stipo,  come  per  cercarvi  qualcosa,  e  si  volt  a guardare Stiva
    soltanto quando egli le fu vicino.  Ma il suo viso,  al  quale  voleva
    conferire un'espressione seria e decisa,  esprimeva l'indecisione e la
    sofferenza.
    - Dolly! - esclam egli in tono triste e sommesso, infossando la testa
    nelle spalle e cercando di darsi un'aria  avvilita  e  sottomessa,  ma
    senza  riuscire  ad attenuare l'apparenza di freschezza e di benessere
    che trapelava da tutta la sua persona.
    Dolly gli gett una rapida occhiata e pens:
    S, egli  felice e contento, mentre io!...  E quella sua esasperante
    bont  per  la quale tutti lo amano e lo lodano,  io la odio,  s,  la
    odio!.
    La sua bocca si contrasse e la guancia destra del pallido viso si mise
    a tremare nervosamente.
    - Che cosa desiderate da me? - domand in tono secco.
    - Dolly! - ripet il marito con voce tremante. - Oggi arriva Anna.
    - E a me che importa?  Io non posso riceverla - ella rispose  in  tono
    deciso.
    - Tuttavia  necessario, Dolly!
    - Andatevene,  andatevene!  - ella grid, senza guardarlo come se quel
    grido le fosse stato strappato da un dolore fisico.
    Stepn Arkadyc' era  riuscito  a  restar  calmo  quando  pensava  alla
    moglie,  aveva  potuto sperare che tutto si sarebbe accomodato secondo
    l'espressione   di   Matvj,   aveva   letto   il   giornale,   bevuto
    tranquillamente  il  caff,  ma  quando vide quel viso sconvolto dalla
    sofferenza e ud quel grido disperato e  rassegnato  al  destino,  gli
    venne  meno  il  respiro,  qualcosa gli strinse la gola e i suoi occhi
    brillarono di lacrime.
    - Mio Dio, che ho fatto, Dolly?  Per amor di Dio...  Vedi...  - ma non
    pot continuare perch un singhiozzo gli ferm in gola le parole.
    Dolly chiuse di colpo lo stipo e si volse verso di lui.
    - Dolly,  che cosa ti posso dire? Una cosa sola: perdonami! Rammenta i
    nove anni della nostra vita comune: non possono forse farmi  perdonare
    un minuto, un minuto...
    Ella  abbass  gli  occhi  e  rimase in attesa di ci che il marito le
    avrebbe detto.
    - ...un minuto di smarrimento...  - prosegu Stepn Arkadyc',  e volle
    continuare  ma,  a questa parola,  come per una sofferenza fisica,  le
    labbra di Dolly si serrarono di nuovo e  di  nuovo  il  muscolo  della
    guancia destra riprese a contrarsi.
    - Andatevene, andatevene di qui! - grid la donna in tono pi acuto. -
    E  non  venite  a  parlarmi  dei  vostri  smarrimenti  e  delle vostre
    turpitudini!
    Ella fece per allontanarsi,  ma barcoll e  dovette  aggrapparsi  allo
    schienale della sedia per sostenersi.  Il volto le si spian,  si fece
    grave, le labbra si gonfiarono e gli occhi furono pieni di lacrime.
    - Dolly!  - disse Stepn Arkadyc' quasi singhiozzando.  - In  nome  di
    Dio, pensa ai bambini, che non hanno alcuna colpa... Il colpevole sono
    io:  castiga  me,  dimmi  che  cosa devo fare per espiare.  Per quanto
    posso, sono pronto a tutto!  Sono colpevole,  e non ci sono parole per
    esprimere quanto! Ma tu, Dolly, perdona!
    Ella si era seduta. Stepn, che sentiva il respiro pesante e affannoso
    di  lei,  provava una indicibile piet.  Parecchie volte ella cerc di
    parlare, ma non vi riusc. Egli aspettava.
    - Tu pensi ai bambini quando si tratta di giocare con loro,  mentre io
    so e comprendo ci che essi hanno perduto - disse Dolly, ripetendo una
    frase  che,  evidentemente,  in  quei  tre  giorni  doveva  aver detto
    parecchie volte a se stessa.
    Dolly gli aveva dato del tu;  egli la guard con riconoscenza  e  si
    mosse per prenderle una mano, ma ella si scost da lui con disgusto.
    -  S - ella disse - i bambini io non li dimentico,  e farei qualsiasi
    cosa al mondo per salvarli,  ma non so io stessa  che  cosa  decidere:
    toglierli  al  padre  o  lasciarli  accanto  a un uomo dissoluto,  s,
    dissoluto?  Ditemi: dopo quanto  accaduto,   possibile vivere ancora
    insieme?  E'  possibile?  -  ripet,  alzando la voce.  - Allorch mio
    marito, il padre dei miei figli, intrattiene una relazione amorosa con
    la loro governante...
    - Ma che fare?  Che fare?  - la interruppe lui con voce avvilita,  non
    sapendo che cosa dire e abbassando sempre pi il capo.
    -  Mi  fate  ribrezzo,   mi  ripugnate!  -  grid  Dolly,  eccitandosi
    maggiormente. - Le vostre lacrime sono acqua fresca.  Voi non mi avete
    amata mai;  in voi non c' n cuore,  n nobilt. Mi siete disgustoso,
    ripugnante,  siete per me un estraneo,  s,  un  essere  completamente
    estraneo!  -  e  profer questa ultima,  terribile parola con rabbia e
    dolore.
    Egli la guard,  e l'espressione di collera che si leggeva sul viso di
    Dolly  lo stup e lo atterr.  Non capiva che la sua piet per lei non
    faceva che esasperarla.  Era il solo sentimento,  Dolly lo comprendeva
    bene, che egli provasse: era piet, non amore.
    No, no... mi odia, pensava lui. Non mi perdoner mai!.
    --E' terribile! E' terribile! - profer.
    Nello  stesso  momento,  dalla  stanza attigua giunse lo strillo di un
    bambino probabilmente caduto per terra;  Drija Aleksndrovna si  mise
    in ascolto, e il suo viso si raddolc.
    Parve,  per alcuni istanti,  raccogliersi,  chiedersi che cosa dovesse
    fare, poi si alz e mosse in fretta verso la porta.
    Eppure al  bimbo  vuol  bene,  pens  Oblonskij,  notando  l'effetto
    prodotto  sulla  moglie  dal  grido  del figlio;  a "mio" figlio vuol
    bene... come pu dunque odiare tanto me?.
    - Dolly, ancora una parola - profer allora, seguendola.
    - Se mi seguite, chiamer gente, chiamo i bambini! Cos tutti sapranno
    che siete un mascalzone! Oggi io parto,  e voi siete padrone di vivere
    qui con la vostra amante.
    E usc, sbattendo violentemente la porta.
    Stepn Arkadyc' sospir, si terse il viso e silenziosamente usc dalla
    camera.
    Matvj  prevede  che  tutto  si accomoder,  ma come?  Non vedo quale
    possibilit ci possa essere.  Ah,  che orrore!  E in che modo  volgare
    gridava!,  pens,  ricordando le parole mascalzone e amante.  E'
    probabile che le ragazze abbiano udito! E' davvero una cosa volgare!.
    Stepn Arkadyc' indugi per qualche secondo,  si asciug gli occhi  e,
    raddrizzando il petto, usc dalla stanza.
    Era  un  venerd:  nella  sala da pranzo l'orologiaio tedesco caricava
    l'orologio.  Vedendolo,  Stepn Arkadyc' ramment  una  spiritosaggine
    detta  a  proposito di quell'uomo calvo e zelante: Hanno certo dovuto
    caricarlo anche lui per tutta  la  vita  perch  potesse  caricare  le
    pendole degli altri.  Il ricordo di quella facezia lo fece sorridere,
    perch i motti di spirito gli piacevano un mondo.
    E poi, forse, tutto si accomoder davvero - concluse.  - Bella parola
    "accomoder". Bisogner parlarne!.
    -  Matvj!  -  grid  al domestico accorso - fatti aiutare da Mrija a
    preparare il salotto dei divani per Anna Arkdevna.
    - Sissignore.
    Stepn Arkadyc' infil la pelliccia e usc sulla gradinata.
    - Il signore non pranza in casa? - domand Matvj, accompagnandolo.
    - Dipende da molte cose. Ecco,  prendi per la spesa - disse Oblonskij,
    traendo dieci rubli dal portafoglio. - Basteranno?
    Che bastino o no,  a quanto pare bisogna arrangiarsi,  pens Matvj,
    sbattendo lo sportello  della  carrozza  e  indietreggiando  verso  la
    scala.
    Drija Aleksndrovna,  intanto, calmato il bambino e resasi conto, dal
    rumore della carrozza,  che il marito  se  n'era  andato,  ritorn  in
    camera da letto.  Era quello il suo solo rifugio che la liberava dalle
    preoccupazioni delle faccende domestiche,  le quali l'accasciavano non
    appena  ne usciva.  Anche adesso,  nei pochi minuti in cui era rimasta
    nella camera dei bambini,  la governante inglese e Matrna Filimnovna
    l'avevano  assalita per sottoporle alcuni problemi che non ammettevano
    indugio e ai quali ella sola poteva rispondere: come vestire i bambini
    per la passeggiata?  Bisognava dare il latte  al  piccolo?  Si  doveva
    mandare a chiamare un altro cuoco?
    - Ah,  lasciatemi! Lasciatemi tranquilla! - ella esclam e, tornata in
    camera da letto,  si mise a sedere allo stesso posto dove  si  trovava
    quando aveva parlato con il marito e, stringendo le mani cos smagrite
    che  dalle  dita  scivolavano via gli anelli,  rivisse con il pensiero
    tutto il loro colloquio.
    Se n' andato! Ma con "lei" sar tutto finito?  E' possibile che egli
    "la" veda ancora?  Perch non gliel'ho chiesto?  No,  no, non possiamo
    pi vivere insieme.  Anche se rimanessimo nella stessa  casa,  saremmo
    sempre due estranei.  Per sempre estranei!,  e ripet con particolare
    significato questa parola per lei terribile.  Quanto l'amavo!  Ma ora
    non  l'amo  pi?  O  non  lo  amo forse pi di prima?  E ci che  pi
    duro....
    Fu interrotta da Matrna  Filimnovna,  che  si  era  affacciata  alla
    porta.
    - Ordinate di far chiamare mio fratello?  - disse.  - Almeno preparer
    il pranzo, altrimenti succeder come ieri,  che i bambini alle sei non
    avevano ancora pranzato.
    - Bene,  bene,  ora vengo io e dar le disposizioni necessarie.  Hanno
    mandato a prendere il latte fresco?
    E cos Drija Aleksndrovna  si  rituff  nelle  preoccupazioni  della
    giornata e in esse affog, almeno momentaneamente, il suo dolore.


    CAPITOLO 5.

    Stepn  Arkadyc'  aveva  fatto buoni studi grazie ai doni di natura di
    cui era fornito; era per pigro e monello, per cui fu uno degli ultimi
    a lasciare la scuola. Tuttavia, malgrado la sua vita sregolata, il suo
    titolo modesto  e  l'et  ancor  giovane,  occupava  adesso  il  posto
    onorifico e ben retribuito di capo di una delle cancellerie di Mosca.
    Aveva  ottenuto  quel  posto  per  l'interessamento  del marito di sua
    sorella Anna,  Aleksj Aleksndrovic'  Karenin,  uno  dei  membri  pi
    influenti   del   ministero,   dal   quale  dipendeva  appunto  quella
    cancelleria.  Ma,  anche se Karenin non avesse procurato a suo cognato
    quel posto,  per mezzo di altre sue conoscenze fratelli, sorelle, zii,
    cugini e prozii,  Stiva Oblonskij  avrebbe  ottenuto  ugualmente  quel
    posto  o  un  altro consimile che gli rendesse i seimila rubli che gli
    occorrevano  per  vivere,   giacch  i  suoi  affari,   nonostante  il
    patrimonio della moglie, erano in condizioni rovinose.
    Stepn  Arkadyc'  contava una buona met di Mosca e di Pietroburgo tra
    parenti,  amici e conoscenti.  Era nato nell'ambiente  di  coloro  che
    facevano  o  dovevano far parte dei potenti di questo mondo.  Un terzo
    degli uomini di stato,  i vecchi,  erano amici  di  suo  padre,  e  lo
    avevano conosciuto sin da piccolo,  un altro terzo gli dava del tu e
    l'ultimo terzo era costituito dai suoi migliori amici.  Di conseguenza
    aveva  come  alleati  tutti  i  dispensieri dei beni della terra sotto
    forma di impieghi,  di appalti,  di concessioni eccetera,  alleati che
    non  potevano certo trascurare uno dei loro;  Oblonskij,  quindi,  non
    aveva da darsi da fare in  modo  particolare  per  ottenere  un  posto
    vantaggioso: non aveva che da non rifiutarlo, da non suscitare invidie
    o  litigi,  non  essere  suscettibile,  cosa che del resto non gli era
    difficile grazie alla sua naturale bont. Avrebbe trovato buffa l'idea
    che gli si rifiutasse il posto e lo stipendio che gli occorrevano. Che
    cosa chiedeva, infine,  di tanto straordinario?  Nulla di eccezionale:
    soltanto  di  avere  ci che avevano i suoi coetanei,  essendo egli in
    grado di assolvere non peggio di qualsiasi altro  gli  impegni  di  un
    ufficio che gli offrisse uno stipendio sufficiente a vivere.
    Non  solo  Stepn  Arkadyc'  era  benvoluto  da  tutti  quelli  che lo
    conoscevano per il suo  carattere  buono  e  gioviale  e  per  la  sua
    indubbia onest,  ma perch in lui,  nella sua bella, luminosa figura,
    negli occhi scintillanti,  nelle sopracciglia e nei capelli  neri  nel
    colorito bianco e roseo del viso, c'era qualcosa che suscitava gioia e
    allegria in coloro che lo incontravano.  Ah, Stiva! Oblonskij! Eccolo
    qui!,  dicevano quasi sempre con un sorriso di piacere quelli che  si
    imbattevano in lui.  E, se talvolta accadeva che un qualsiasi incontro
    non  risultasse  particolarmente  interessante  e  gioioso,  tutti  si
    rallegravano  nel  rivederlo  il  giorno  successivo  o il giorno dopo
    ancora.
    Durante i quasi tre anni dacch occupava il posto di direttore di  una
    cancelleria  di Mosca,  Stepn Arkadyc' si era guadagnata non soltanto
    l'amicizia,  ma anche la considerazione dei suoi  colleghi,  dei  suoi
    dipendenti,  dei suoi superiori e di tutti coloro che avevano rapporti
    con lui.  Le principali qualit che gli avevano  guadagnato  la  stima
    generale  in  servizio  consistevano anzitutto nella sua straordinaria
    indulgenza verso gli altri, basata in primo luogo sulla consapevolezza
    dei propri difetti,  in secondo luogo su un liberalismo assoluto,  non
    gi  il  liberalismo  predicato  dal suo giornale,  ma quello che egli
    aveva nel sangue e che lo rendeva ugualmente  affabile  con  tutte  le
    persone,   a  qualsiasi  condizione  appartenessero  e,  infine,  cosa
    essenziale,  su un'assoluta indifferenza per  gli  affari  di  cui  si
    occupava,  il  che  gli  permetteva  di  non entusiasmarsi mai e,  per
    conseguenza, di non commettere sbagli.
    Arrivato in ufficio,  Stepn Arkadyc',  accompagnato da  un  deferente
    usciere,  pass  con  la  borsa  sotto  il  braccio  nel suo gabinetto
    particolare,  dove indoss l'uniforme prima  di  entrare  in  sala  di
    consiglio.  Scrivani  e  impiegati si alzarono tutti,  salutandolo con
    lieta deferenza.
    Stepn Arkadyc' si affrett  come  sempre  al  suo  posto,  dopo  aver
    stretto  la  mano agli altri membri del consiglio.  Scherz e convers
    quel tanto concesso dalle convenienze e cominci  il  lavoro.  Nessuno
    meglio di lui sapeva trovare la fusione tra la libert,  la semplicit
    e il tono ufficiale,  fusione quanto mai necessaria per  il  piacevole
    disbrigo  degli affari.  Il segretario si avvicin con aria disinvolta
    ma rispettosa,  comune del resto a  tutti  quelli  che  lavoravano  in
    quell'ufficio,  a Stepn Arkadyc', gli porse alcune carte e gli disse,
    con quel tono "familiare e  liberale"  introdotto  proprio  da  Stepn
    Arkadyc':
    - Se Dio vuole,  abbiamo ottenuto le informazioni dall'amministrazione
    provinciale di Penza (8). Eccole, signore, se volete vederle...
    - Finalmente!  - esclam Stepn Arkadyc',  appoggiando una mano  sulle
    carte. - Dunque, signori... - E la seduta ebbe inizio.
    Se sapessero,  pensava chinando il capo con aria interessata durante
    la lettura del rapporto,  che aspetto da  ragazzino  colto  in  fallo
    aveva mezz'ora fa il loro presidente!. E gli occhi gli ridevano...
    Il  consiglio  doveva  durare  sino  alle due senza interruzione;  poi
    c'erano l'intervallo e la colazione.  Non erano ancora le due,  quando
    le grandi porte vetrate dell'aula si aprirono e qualcuno entr.  Tutti
    i membri del consiglio seduti sotto il ritratto dell'imperatore  e  al
    di l dello specchio (9),  lieti della distrazione, si voltarono; ma
    l'usciere di turno fece andar sbito  via  colui  che  era  entrato  e
    chiuse le porte alle sue spalle.
    Quando  il  rapporto  fu  terminato,   Stepn  Arkadyc'  si  alz,  si
    stiracchi e,  rendendo omaggio al liberalismo dei tempi,  pur essendo
    ancora in aula, lev di tasca le sigarette e raggiunse il suo ufficio.
    Due  suoi  colleghi,  Nikitin,  un  vecchio funzionario,  e Grinvic',
    gentiluomo della Camera, uscirono con lui.
    - Avremo tempo di finire dopo colazione! - disse Oblonskij.
    - Lo spero bene! - rispose Nikitin.
    - Dev'essere un bell'arnese quel Fomn! - osserv Grinvic', alludendo
    a una delle  persone  implicate  nella  faccenda  di  cui  si  stavano
    occupando.
    Stepn  Arkadyc',  alle parole di Grinvic',  aggrott un po' il viso,
    facendogli capire come non fosse  conveniente  esprimere  un  giudizio
    prima del tempo, e non rispose nulla.
    - Chi  entrato in aula? - domand all'usciere.
    - Un tale,  eccellenza,  che senza chiedere permesso si  intrufolato,
    approfittando di un momento in cui voltavo la schiena.  Ha chiesto  di
    voi.  Gli  ho  detto che quando i membri del consiglio saranno usciti,
    allora...
    - Dov'?
    - Probabilmente nel vestibolo;  sinora  stato qui...  Eccolo - disse,
    indicando un uomo di corporatura robusta, largo di spalle, dalla barba
    ricciuta che, senza neppure togliersi il berretto di pelliccia, saliva
    con  leggerezza  e  rapidit  i  gradini  consunti  della scalinata di
    pietra.  Uno degli impiegati,  che scendeva con la cartella  sotto  il
    braccio,  si  ferm  e guard con disapprovazione le gambe del giovane
    che correva, e volse a Oblonskij un'occhiata interrogativa.
    Stepn Arkadyc' era fermo vicino alla scala.  Il suo viso,  inquadrato
    dal colletto inamidato dell'uniforme, si illumin ancora di pi quando
    riconobbe colui che saliva correndo.
    -  E'  proprio  lui!  Levin,  finalmente!  -  esclam  con  un sorriso
    amichevole  e  canzonatorio,   squadrando  il  nuovo  venuto  che   si
    avvicinava.  - Come mai hai avuto il coraggio di venirmi a scovare qui
    dentro? - chiese, e baci l'amico,  non accontentandosi di una stretta
    di mano. - Sei qui da molto?
    -  Sono  arrivato  adesso e avevo una gran voglia di vederti - rispose
    Levin, guardando attorno a s con aria timida e diffidente.
    - Be', andiamo nel mio ufficio - disse Stepn Arkadyc',  che conosceva
    la timidezza mista ad amor proprio e la suscettibilit dell'amico.  E,
    come  se  volesse  guidarlo  per  evitargli  un  pericolo,   lo  prese
    sottobraccio.
    Stepn  Arkadyc'  dava  del  tu  a quasi tutti i suoi conoscenti: ai
    vecchi  sessantenni  e  ai  ragazzi  di  vent'anni,  agli  attori,  ai
    ministri,  ai commercianti e agli aiutanti generali, cosicch molti di
    coloro cui dava del tu si trovavano ai due punti estremi della scala
    sociale e si  sarebbero  molto  meravigliati  venendo  a  sapere  che,
    attraverso  Oblonskij,  avevano qualcosa in comune...  Dava del tu a
    tutti coloro con i quali  aveva  bevuto  "champagne",  ma  quando,  in
    presenza dei suoi subordinati, incontrava uno di quei vergognosi tu,
    come chiamava scherzosamente alcuni dei suoi conoscenti,  sapeva,  con
    il tatto che gli era proprio,  addolcire la sgradevole impressione che
    essi  ne  avrebbero  ricevuto.  Levin  non  era  affatto  uno  di quei
    vergognosi tu ma Oblonskij si rese conto che l'amico,  di  fronte  a
    estranei,  sarebbe  forse  rimasto  imbarazzato  nel  mostrare la loro
    intimit, e perci si affrett a farlo entrare nel suo studio.
    Levin era quasi coetaneo  di  Oblonskij  e  si  davano  del  tu  non
    soltanto  a  motivo dello "champagne";  si volevano bene nonostante la
    differenza dei loro caratteri e dei loro gusti,  come si vogliono bene
    gli  uomini  divenuti  amici  nella prima giovinezza.  Tuttavia,  come
    spesso accade tra persone che hanno scelto campi diversi di  attivit,
    ognuno  dei  due,  pur  giustificando  con  il ragionamento l'attivit
    dell'altro,  in  cuor  suo  la  disprezzava.  A  ciascuno  pareva  che
    l'esistenza  che  conduceva  fosse  la  sola  vera  vita  e che quella
    condotta dall'amico non ne  fosse  che  una  parvenza.  Oblonskij  non
    poteva  trattenere  un  lieve  sorriso canzonatorio tutte le volte che
    Levin  tornava  a  Mosca  dalla  campagna,   dove  aveva  non  si   sa
    precisamente  quali  occupazioni.   Ogni  volta  che  Levin  arrivava,
    appariva agitato, frettoloso, un po' impacciato e vergognoso di questo
    suo impaccio,  e quasi sempre con punti di vista completamente nuovi e
    inaspettati  sulle  cose e sulla vita.  Stepn Arkadyc' ne rideva e si
    divertiva.  Da parte sua,  Levin disprezzava  in  fondo  al  cuore  la
    maniera  di  vivere  cittadina  dell'amico  e il suo impiego,  che non
    considerava una cosa seria,  e spesso lo canzonava.  Ma la  differenza
    stava nel fatto che Oblonskij,  facendo quello che fanno tutti, rideva
    bonariamente e con fiducia,  mentre Levin lasciava trapelare una certa
    insicurezza e, talora, un po' di stizza.
    -  Ti aspettavamo da un pezzo!  - disse Stepn Arkadyc' entrando nello
    studio e liberando il braccio di Levin,  come per fargli capire che da
    quel  momento cessava ogni pericolo.  - Sono molto,  molto contento di
    vederti - prosegu. - Ebbene, come stai? Quando sei arrivato?
    Levin taceva e guardava di sfuggita le facce a lui sconosciute dei due
    colleghi  di  Oblonskij  e,  in  particolare,  la  mano  dell'elegante
    Grinvic',  dalle  lunghe  dita bianche con le unghie lunghe e ricurve
    alle  estremit  e  con  quegli  scintillanti,  grossi  gemelli  della
    camicia,  assorbiva  palesemente  tutta  la  sua  attenzione e non gli
    lasciava libert di pensiero. Oblonskij lo not e sorrise.
    - Ah,  permettete che vi presenti - disse.  - I miei  colleghi  Filpp
    Ivanyc'  Nikitin  e  Michal  Stanislavic' Grinvic' - e,  presentando
    Levin, prosegu: - Un proprietario, un uomo nuovo,  un attivista dello
    "zemstvo" (10),  un atleta che solleva cinque "pudy" (11) con una sola
    mano, un allevatore di bestiame,  cacciatore appassionato e amico mio,
    Konstantn Dmitric' Levin, fratello di Sergj Ivanyc' Koznyscv.
    - Molto lieto - salut il pi anziano.
    -  Ho  l'onore  di  conoscere  vostro  fratello Sergj Ivanyc' - disse
    Grinvic', porgendogli la sottile mano dalle lunghe unghie ricurve.
    Levin si accigli,  strinse freddamente la mano tesagli,  e sbito  si
    rivolse  a  Oblonskij.  Sebbene avesse una grande stima per il proprio
    fratellastro, lo scrittore conosciuto in tutta la Russia,  gli seccava
    tuttavia che la gente si rivolgesse a lui non come a Konstantn Levin,
    ma come al fratello del famoso Koznyscv.
    -  No,  non  sono pi attivista dello "zemstvo".  Ho avuto da dire con
    tutti,  e non  vado  pi  alle  riunioni  -  rispose,  rivolgendosi  a
    Oblonskij.
    - Dici davvero? - chiese questi con un sorriso. - Ma come mai? Perch?
    - E' una storia lunga: un giorno te la racconter - rispose Levin,  ma
    cominci subito a parlarne.  - Per farla breve,  mi sono convinto  che
    nello  "zemstvo" non esiste e non pu esistere alcuna attivit - prese
    a dire con un tono come se qualcuno in quel momento lo avesse  offeso;
    -  da  una  parte  si  gioca  a  fare il parlamento,  e io non sono n
    abbastanza  giovane,  n  abbastanza  vecchio  per  divertirmi  con  i
    balocchi,  e  dall'altra egli esit -  un mezzo per la "coterie" (12)
    del distretto di  guadagnare  qualche  soldo.  Una  volta  c'erano  le
    tutele,  i  tribunali;  adesso  c'  lo "zemstvo",  non sotto forma di
    concussione,  ma sotto forma di stipendi  non  meritati  -  disse  con
    calore, come se qualcuno dei presenti l'avesse contraddetto.
    -  Oh,  oh!  Vedo  che  sei  in  una  nuova  fase:  mi stai diventando
    conservatore! - disse Stepn Arkadyc'. - Ne riparleremo poi.
    - S,  pi tardi.  Ma io avevo bisogno di  vederti  -    disse  Levin,
    continuando a sbirciare con odio la mano di Grinvic'.
    Stepn Arkadyc' ebbe un impercettibile sorriso.
    - Ma non dicevi che non avresti mai pi indossato un abito europeo?  -
    esclam,  esaminando il vestito nuovo dell'amico,  evidentemente opera
    di un sarto francese. - Gi, gi... lo vedo: siamo in una nuova fase.
    Levin  tutt'a  un  tratto  arross,  ma  non come arrossiscono,  senza
    avvedersene,  gli adulti;  arross come un ragazzino che,  sentendo di
    essere  ridicolo  con  la  sua timidezza,  se ne vergogna e arrossisce
    ancora di pi,  quasi sino alle lacrime.  Ed era tanto  strano  vedere
    quel   viso   virile   e  intelligente  coperto  da  un  rossore  cos
    fanciullesco, che Oblonskij smise di guardarlo...
    - Dove ci vedremo, dunque?  Ho molto,  molto bisogno di parlarti disse
    Levin.
    Oblonskij riflett un momento.
    -  Bene:  andremo  a  colazione da Gurin e l chiacchiereremo a piacer
    nostro. Sino alle tre io sono libero.
    - No - rispose Levin,  dopo averci pensato;  - devo ancora  recarmi  a
    fare una visita.
    - Bene, allora andremo insieme a pranzare.
    - Pranzare?  Ma io non ho niente di straordinario da dirti; due parole
    soltanto, una domanda... e poi chiacchiereremo.
    - In tal caso, dimmi subito le due parole, converseremo a pranzo.
    - Le due parole, eccole,  - rispose Levin - che per,  ti ripeto,  non
    hanno nulla di particolare.
    Il  suo  volto  assunse  a un tratto un'espressione cattiva,  prodotta
    soltanto dallo sforzo che faceva per vincere la propria timidezza.
    - Che cosa fanno gli Scerbackij? Procede tutto come prima?
    Stepn Arkadyc', il quale gi da tempo sapeva che Levin era innamorato
    di sua cognata Kitty (13),  sorrise in modo appena percettibile,  e  i
    suoi occhi scintillarono.
    - Tu hai detto due parole, ma io non posso risponderti con altrettanta
    brevit perch... Scusami un attimo...
    Era  entrato il segretario.  Con quella familiare deferenza,  comune a
    tutti i segretari, consci della propria superiorit sul principale dal
    punto di vista del disbrigo degli affari, egli si avvicin a Oblonskij
    con alcune  carte  e,  pur  richiedendo  il  suo  parere,  si  mise  a
    spiegargli una certa difficolt in cui si era venuto a trovare. Stepn
    Arkadyc', senza avere ascoltato sino in fondo, pos affettuosamente la
    mani sul braccio del segretario.
    - No,  fate come vi ho detto io - rispose con un sorriso che addolciva
    la sua osservazione e,  dopo avere brevemente spiegato il suo punto di
    vista sulla faccenda,  allontan da s le carte e disse: - Fate dunque
    cos, per favore, fate cos, Zachr Nikitic'.
    Il segretario si allontan confuso.  Levin,  che  durante  quel  breve
    colloquio si era ripreso dal suo turbamento, stava in piedi dietro una
    sedia,  sulla  quale  appoggiava  entrambe  le  mani,  e  il  suo viso
    esprimeva un'attenzione ironica.
    - Non capisco, non capisco! - disse.
    -  Che  cosa  non  capisci?   -  gli  chiese   Oblonskij,   sorridendo
    allegramente  e  tirando  fuori  una sigaretta.  Si aspettava da parte
    dell'amico qualche uscita stravagante.
    - Non capisco quello che fate - disse  Levin,  alzando  le  spalle.  -
    Com' possibile che tu faccia seriamente quello che fai?
    - Perch ?
    - Ma perch, in fondo, qui non c' nulla da fare.
    - Questo lo pensi tu,  mentre noi,  in realt,  siamo sovraccarichi di
    lavoro.
    - Cartaceo.  Ma gi,  tu hai  un  dono  particolare  per  queste  cose
    aggiunse Levin.
    - In conclusione, tu pensi che a me manchi qualcosa?
    - Pu darsi! Tuttavia non posso fare a meno di ammirare la tua aria da
    grand'uomo  e sono fiero di avere un amico come te.  Non hai risposto,
    per,  alla mia domanda - aggiunse,  facendo uno sforzo disperato  per
    guardare fisso Oblonskij.
    - Andiamo,  andiamo,  aspetta un po' e ci cascherai anche tu.  Va bene
    sino a che hai tremila "desjatiny"  (14)  nel  distretto  di  Karazn,
    muscoli  potenti come i tuoi e la freschezza di un fanciullo di dodici
    anni: ma ci cascherai anche tu. E,  in quanto a ci che volevi sapere,
    non ci sono cambiamenti, ma  un peccato che per tanto tempo tu non ti
    sia pi fatto vedere.
    - Perch? - domand Levin.
    - Perch... - rispose Oblonskij. - Ma ne parleremo pi tardi; per che
    cosa precisamente ti ha condotto qui?
    -  Anche di questo parleremo pi tardi - rispose Levin,  arrossendo di
    nuovo sino alle orecchie.
    - Va bene,  ho capito -  disse  Stepn  Arkadyc'.  -  Vedi,  ti  avrei
    invitato  a  casa,  ma  mia  moglie non sta bene;  quindi,  se tu vuoi
    vederLE,  le  troverai  probabilmente  al  Giardino  zoologico,  dalle
    quattro alle cinque.  Kitty va a pattinare. Vacci anche tu, io passer
    a prenderti e andremo a pranzare insieme in qualche posto.
    - Benissimo, arrivederci dunque a pi tardi!


    CAPITOLO 6.

    Quando Oblonskij gli aveva domandato  perch  fosse  venuto  a  Mosca,
    Levin  era  arrossito  e  ora era irritato,  furioso con se stesso per
    essere arrossito e per non essere stato capace di rispondergli:  Sono
    venuto  a  chiedere  la  mano  di tua cognata!,  visto che quello era
    l'unico scopo del suo viaggio.
    I Levin e gli Scerbackij, due vecchie famiglie nobili di Mosca,  erano
    sempre stati in amichevoli rapporti, rapporti che si erano consolidati
    durante  il  periodo  degli studi di Levin.  Egli aveva frequentato le
    scuole con il  giovane  principe  Scerbackij  fratello  di  Dolly,  di
    Natlija e di Kitty,  e insieme erano entrati all'universit;  in quel
    periodo Levin si recava spesso in casa Scerbackij e di quella casa  si
    era innamorato.  Per quanto strano possa sembrare, Konstantn Levin si
    era veramente innamorato di tutta la  famiglia  e,  in  special  modo,
    della parte femminile di essa. Perduta la madre, che non aveva neppure
    conosciuta  e rimasto con una sorella maggiore di lui,  Levin trov in
    casa Scerbackij quell'ambiente di vecchia famiglia nobiliare  retto  e
    intelligente, del quale egli era stato privato dalla morte di entrambi
    i  genitori.  Tutti i membri di questa famiglia,  ma principalmente le
    donne,  gli apparivano avvolti in un velo misterioso e poetico e,  non
    solo  non  scorgeva in essi alcun difetto,  ma sotto quel poetico velo
    intravedeva sentimenti nobilissimi e ogni immaginabile perfezione. Per
    quale motivo quelle tre signorine dovessero parlare un giorno  inglese
    e un giorno francese, perch dovessero suonare, a turno, il pianoforte
    (i  cui suoni giungevano su sino alla stanza del fratello,  dove i due
    amici studiavano), perch venissero in casa tutti quegli insegnanti di
    letteratura francese, di musica, di disegno e di ballo,  perch in una
    determinata  ora  della  giornata  le  tre signorine,  accompagnate da
    "mademoiselle" Linon dovessero  recarsi  in  carrozza  al  "boulevard"
    Tverskj  e,  sotto  la  sorveglianza  di  un  lacch in livrea con la
    coccarda  d'oro  sul  cappello,   passeggiare   avvolte   nelle   loro
    pelliccette di seta (Dolly ne aveva una lunga,  Natlija una pi corta
    e Kitty una cortissima,  che lasciava scorgere  le  sue  gambette  ben
    fatte  nelle rosse calze attillate) attirando lo sguardo dei passanti,
    Levin non lo capiva come non capiva molte altre cose che avvenivano in
    quel loro misterioso mondo,  ma sapeva che tutto ci che  accadeva  in
    quella  casa  era  magnifico e perfetto,  e proprio di tale misterioso
    insieme si era invaghito.
    Durante il periodo degli studi,  Levin  si  era  quasi  innamorato  di
    Dolly,  la  maggiore,  ma  essa  and  ben  presto  sposa a Oblonskij.
    S'innamor  allora  della  seconda,   sentiva  il  bisogno  di  essere
    invaghito  di  una  delle  tre  sorelle,  senza sapere precisamente di
    quale.  Ma Natlija,  non appena ebbe  fatto  la  sua  apparizione  in
    societ, si marit con il diplomatico L'vov; e, quanto a Kitty, quando
    Levin usc dall'universit era ancora una bambina.
    Il giovane Scerbackij entr in marina e fu mandato nel mar Baltico, di
    modo  che  i  rapporti  di  Levin  con gli Scerbackij si rallentarono,
    nonostante l'amicizia che lo legava a Oblonskij.
    Quell'anno,  per,  quando al principio dell'inverno,  Levin  torn  a
    Mosca  dopo  essere vissuto dodici mesi in campagna e rivide gli amici
    Scerbackij,   cap  di  quale  delle  tre  sorelle  era  destinato   a
    innamorarsi.
    Nulla di pi semplice in apparenza,  per lui,  uomo di trentadue anni,
    pi ricco che povero e di buona famiglia,  che chiedere la mano  della
    principessina  Kitty,  giacch  con  ogni  probabilit  sarebbe  stato
    considerato un buon partito. Ma Levin era innamorato, Kitty gli pareva
    una creatura perfetta sotto tutti i punti di vista,  superiore a  ogni
    cosa terrena,  e considerava se stesso una persona cos da meno da non
    poter neppur pensare che gli altri, e Kitty per prima, lo giudicassero
    degno di lei.
    Dopo aver trascorso due mesi a Mosca come in sogno,  incontrando Kitty
    ogni  giorno in quella societ che egli aveva cominciato a frequentare
    per vedere la fanciulla,  Levin improvvisamente decise che la cosa non
    era possibile e riprese la via del ritorno.
    La  convinzione di Levin che la cosa non fosse possibile si basava sul
    fatto che agli occhi dei genitori di  lei  egli  dovesse  apparire  un
    partito  non  adatto  e  indegno dell'affascinante Kitty,  e che Kitty
    stessa non potesse amarlo.
    Agli occhi dei genitori egli non aveva alcuna attivit ben definita  e
    nessuna  posizione  nel  mondo,  mentre  i suoi coetanei erano gi chi
    colonnello,  chi aiutante di campo,  chi professore,  chi direttore di
    banca  o di ferrovia,  o capo di una cancelleria come Oblonskij.  Lui,
    invece (ed egli si rendeva perfettamente conto di apparire  cos  agli
    altri),   era  un  semplice  proprietario  terriero  che  si  occupava
    dell'allevamento  del  bestiame,   di  caccia  alle  beccacce   e   di
    costruzioni rurali, ossia un giovanotto senza alcuna dote particolare,
    uno che,  secondo le concezioni della societ, faceva ci che fanno le
    persone che nella vita non riescono a concludere nulla.
    E Kitty stessa,  quella misteriosa e poetica Kitty,  non poteva  certo
    amare un uomo tanto brutto - cos egli si giudicava - e,  soprattutto,
    ordinario,  che non spiccava assolutamente in nulla.  Inoltre  i  suoi
    rapporti  di  prima  con  Kitty,  rapporti  di  un uomo adulto con una
    bambina, dovuti all'amicizia con il fratello, gli parevano un ostacolo
    in pi all'amore.  Si poteva,  s,  amare come amico un uomo  buono  e
    brutto  quale egli si considerava,  ma per essere amato di quell'amore
    che egli nutriva per Kitty bisognava essere un bell'uomo  e  possedere
    le qualit di un uomo superiore.
    Aveva,   vero, sentito dire che spesso le donne amano uomini brutti e
    mediocri,  ma egli non ci credeva,  perch giudicava gli altri  da  se
    stesso  e  sapeva  che  egli  poteva  amare  soltanto una donna bella,
    affascinante e distinta.
    Tuttavia,  dopo aver trascorso due mesi di solitudine in campagna,  si
    convinse  che  il  suo  non era affatto un capriccio amoroso,  che non
    aveva nulla a che fare con gli entusiasmi della prima  giovinezza,  ma
    che  si  trattava di un vero,  profondo sentimento che non gli dava un
    minuto di pace. Sent che non poteva vivere nel dubbio,  aveva bisogno
    di  sapere se Kitty sarebbe o no divenuta sua moglie,  e si rese conto
    che la disperazione,  da cui talora era  assalito,  derivava  soltanto
    dalla  sua fantasia,  giacch non aveva nessuna prova per ritenere che
    la sua domanda sarebbe stata rifiutata, e arriv a Mosca, con la ferma
    decisione di chiedere la mano di Kitty e di sposarsi al pi presto  se
    accettato,  o... Ma no, non poteva neppur pensare a quello che avrebbe
    fatto in caso di rifiuto.


    CAPITOLO 7.

    Giunto a Mosca con il treno del mattino,  Levin si  ferm  a  casa  di
    Koznyscv,  suo  fratellastro  per  parte di madre e,  dopo aver fatto
    toeletta,  entr nello studio di  quest'ultimo,  con  l'intenzione  di
    raccontargli tutto e di chiedergli consiglio.
    Ma il fratellastro non era solo. C'era con lui un famoso professore di
    filosofia,  giunto da Charchov appositamente per chiarire un malinteso
    sorto tra di loro a proposito di un'importante  questione  filosofica.
    Il professore era in polemica accesa contro il materialismo,  polemica
    che Sergj Koznyscv aveva seguito con interesse;  ultimamente,  per,
    avendo  letto  un  articolo  del  professore,  gli  aveva  scritto per
    esprimergli  alcune  obiezioni  e  rimproverandolo  di   fare   troppe
    concessioni  ai  materialisti;  e  il  professore  era  immediatamente
    partito per spiegarsi personalmente sui suoi diversi punti  di  vista.
    La conversazione verteva su un problema di moda: esiste il confine tra
    i  fenomeni  psichici  e  fisiologici  nell'attivit  dell'uomo e,  se
    esiste, dove si trova questo confine?
    Sergj  Ivnovic'  accolse  il   fratello   con   l'abituale   sorriso
    cortesemente  freddo che usava con tutti e,  dopo averlo presentato al
    professore, prosegu il suo colloquio. Lo scienziato, un ometto giallo
    con gli occhiali,  dalla fronte  stretta,  interruppe  un  momento  la
    conversazione per salutare il nuovo venuto e poi la riprese, senza pi
    badare  a  lui.  Levin  si sedette,  in attesa che il professore se ne
    andasse,  ma  ben  tosto  prese  a  interessarsi  all'argomento  della
    discussione. Egli aveva spesso letto su riviste gli articoli su cui si
    stava  discutendo  e vi si era interessato come ad un'evoluzione delle
    basi delle scienze naturali che conosceva per averne seguito  i  corsi
    all'universit.  Egli,  per,  non  aveva mai fatto alcun accostamento
    delle sue conclusioni scientifiche sull'origine  dell'uomo  in  quanto
    animale,  sulle  azioni  riflesse,  sulla biologia e sulla sociologia,
    alle questioni sull'importanza della vita e della morte, che in quegli
    ultimi tempi lo preoccupavano sempre pi spesso.
    Ascoltando la conversazione del fratello con il professore,  not  che
    essi  stabilivano  un certo legame tra i problemi scientifici e quelli
    spirituali,  che alcune volte quasi  stavano  per  accostarsi  a  tali
    problemi  ma  che  ogni volta,  non appena si avvicinavano veramente a
    quell'argomento, l'essenziale secondo la sua opinione, si affrettavano
    ad allontanarsene, e di nuovo si sprofondavano nel campo delle sottili
    disquisizioni, delle riserve, delle esitazioni,  delle allusioni,  dei
    richiami a nomi autorevoli e,  a stento, egli riusciva a capire di che
    cosa parlassero.
    - Io non posso accettare la teoria  di  Keiss  (15)  -  diceva  Sergj
    Ivnovic' con la chiarezza e la nitidezza di espressione che gli erano
    proprie,  -  non  posso  ammettere  in  alcun  caso  che  tutta la mia
    concezione del mondo esteriore derivi unicamente dalle sensazioni.  Il
    principio di ogni conoscenza, il concetto fondamentale dell'essere non
     venuto attraverso i sensi, giacch non esiste un organo speciale per
    trasmettere tale concezione.
    -  S,  ma  Wurst  e  Knaust  e  Pripasov  vi  risponderebbero  che la
    conoscenza della vostra esistenza  deriva  dall'insieme  di  tutte  le
    sensazioni;  in  una  parola,  che  essa  non  che un risultato delle
    sensazioni.   Wurst  dice  persino  apertamente  che,   se  non  vi  
    sensazione, la coscienza dell'esistenza  nulla.
    - Io direi, al contrario... - replic Sergj Ivnovic'.
    A questo punto, Levin ebbe l'impressione che i due interlocutori, dopo
    essersi avvicinati al punto,  secondo lui,  essenziale, di nuovo se ne
    allontanassero e si decise di porre una precisa domanda al professore.
    - Di conseguenza,  se i miei sensi vengono distrutti,  se il mio corpo
    muore, non vi pu pi essere alcuna esistenza?
    Il  professore  guard,   con  dispetto  e  quasi  colpito  da  questa
    interruzione,  lo strano interlocutore che era pi  somigliante  a  un
    "burljk"  (16)  che  non a un filosofo e volse gli occhi verso Sergj
    Ivnovic' come per  chiedergli:  Che  cosa  rispondere?.  Ma  Sergj
    Ivnovic',  il  quale  era ben lontano dal parlare con l'unilateralit
    del professore,  e nella cui testa rimaneva spazio per  rispondere  al
    professore e contemporaneamente per comprendere il semplice e naturale
    punto di vista dal quale era partita la domanda, sorrise e disse:
    - Non abbiamo ancora il diritto di risolvere questa questione.
    - Non abbiamo dati sufficienti - continu il professore e prosegu nel
    suo  ragionamento.  -  No,  io  faccio  osservare  che,  se  come dice
    chiaramente Pripasov,  le sensazioni sono fondate  sulle  impressioni,
    noi dobbiamo ancora pi rigorosamente distinguere questi due concetti.
    Levin non ascolt pi e aspett che il professore se ne andasse.


    CAPITOLO 8.

    Quando  il  professore  fu  uscito,  Sergj  Ivnovic'  si  rivolse al
    fratello:
    - Sono felicissimo che tu sia venuto.  Ti  trattieni  molto?  Come  va
    l'azienda?
    Levin  sapeva che il fratello maggiore si interessava pochissimo della
    propriet e che gli aveva fatto quella domanda per  pura  compiacenza;
    si  limit  quindi  a  parlargli  della vendita del grano e di denaro.
    Levin avrebbe  voluto  dire  al  fratello  la  propria  intenzione  di
    sposarsi  e chiedergli consiglio ma,  dopo la sua conversazione con il
    professore e dopo aver avvertito il tono involontariamente  protettore
    con   il   quale   il   fratello  l'aveva  interrogato  sull'andamento
    dell'azienda (la propriet della madre era  ancora  indivisa  e  Levin
    l'amministrava per entrambi), sent che non poteva farlo perch Sergj
    Ivnovic' non avrebbe visto la cosa cos come egli avrebbe voluto.
    - Ebbene, come va da voi lo "zemstvo"? - domand Sergj Ivnovic', che
    se ne interessava molto poich gli attribuiva grande importanza.
    - A dire il vero, non lo so.
    - Ma come? Non sei forse membro della direzione?
    -  No,  non  pi,  me ne sono andato - rispose Konstantn Levin  e non
    prendo neppure pi parte alle riunioni.
    - Peccato! - esclam Sergj Ivnovic', accigliandosi.
    Per giustificarsi,  Levin cominci a riferire le cose  che  accadevano
    alle riunioni del suo distretto.
    -  Sempre  cos!  -  lo interruppe il fratello.  - Ecco come siamo noi
    russi. Pu anche darsi che sia un lato buono questa nostra capacit di
    riconoscere i propri difetti, ma noi la esageriamo e ce ne compiaciamo
    con l'ironia che abbiamo sempre pronta sulla punta  della  lingua.  Ti
    dir soltanto che,  se si dessero a un altro popolo europeo gli stessi
    diritti che hanno le nostre istituzioni, come lo "zemstvo", i Tedeschi
    e gli Inglesi saprebbero trarne la libert,  mentre noi  non  sappiamo
    che riderne!
    -  E che ci vuoi fare?  - esclam Levin.  Questo  stato il mio ultimo
    esperimento. Mi ci ero messo con tutta l'anima, ma non posso, non sono
    fatto per queste cose.
    - Non  che tu non sia fatto per queste cose - disse Sergj  Ivnovic'
    - ma  che non le vedi dal punto giusto.
    - Pu darsi - rispose tristemente Levin.
    - Ah, sai che nostro fratello Nikolj  di nuovo a Mosca?
    Nikolj era il fratello maggiore di Konstantn Levin e fratellastro di
    Sergj  Ivnovic',  un  uomo fallito,  che aveva sperperato la maggior
    parte del proprio patrimonio,  frequentava i  peggiori  e  pi  strani
    ambienti ed era in disaccordo con i fratelli.
    - Che cosa dici? - grid Levin con orrore. - E come lo sai?
    - Prokofij l'ha visto per strada.
    - Qui,  a Mosca? Dove abita? Lo sai? - E Levin si alz di scatto dalla
    sedia, come se volesse andar via subito.
    - Rimpiango di avertelo detto - disse Sergj  Ivnovic',  scotendo  il
    capo  alla  vista dell'agitazione del fratello.  - Mi sono interessato
    per sapere dove abita e gli ho fatto avere anche  la  sua  cambiale  a
    favore di Trubin che ho pagata io.  Ecco che cosa mi ha risposto.  - E
    Sergj Ivnovic' porse al fratello un biglietto che prese da sotto  un
    fermacarte.
    Levin  lesse  le poche righe scritte con la strana calligrafia che gli
    era ben nota: Prego umilmente di lasciarmi in pace.  E' l'unica  cosa
    che pretendo dai miei cari fratellini. Nikolj Levin.
    Dopo  aver  letto,  Levin,  senza  sollevare  il  capo,  rimase con il
    biglietto in mano davanti a Sergj Ivnovic'.  Nel suo animo lottavano
    il desiderio di dimenticare il disgraziato fratello e la coscienza che
    questo era un male.
    -  E' evidente che egli mi vuole offendere - prosegu Sergj Ivnovic'
    - ma non ci riuscir.  Vorrei con tutto il cuore aiutarlo,  ma so  che
    anche questo  impossibile.
    - S,  s - ripeteva Levin. - Capisco e apprezzo il tuo atteggiamento,
    ma io andr a trovarlo.
    - Se vuoi, vacci pure; io, per,  non te lo consiglio - rispose Sergj
    Ivnovic'.  -  Per  quanto mi riguarda,  non ho alcun timore che possa
    metterti in urto con me,  ma  per te che ti consiglio di non  andare.
    E' impossibile aiutarlo. A ogni modo, fa' come credi.
    - Forse non  davvero possibile aiutarlo, ma io sento, specialmente in
    questo momento...  No,   un'altra cosa... sento che non potrei essere
    tranquillo.
    - Be',  questo non lo capisco - disse Sergj Ivnovic'.  -  Una  cosa,
    per,  capisco, che questa  una lezione di umilt. Io ho cominciato a
    considerare con maggiore indulgenza e  in  modo  diverso  ci  che  si
    definisce  infamia,  dopo  che  nostro fratello  diventato quello che
    ... Tu sai che cosa ha fatto...
    - Purtroppo! Ah,  orribile, orribile! - ripet Levin.
    Avuto dal domestico di  Sergj  Ivnovic'  l'indirizzo  del  fratello,
    Levin aveva pensato di recarsi subito da lui ma, dopo aver riflettuto,
    cambi  idea e decise di rimandare la visita alla sera.  Innanzitutto,
    per avere l'animo tranquillo,  gli occorreva risolvere la faccenda per
    cui  era venuto a Mosca e perci,  uscito dalla casa del fratello,  si
    rec nell'ufficio di Oblonskij e,  dopo aver saputo ci che desiderava
    a  proposito  degli  Scerbackij,  and  dove  gli  era stato detto che
    avrebbe potuto trovare Kitty.

    CAPITOLO 9.

    Alle quattro, con il cuore che gli batteva forte,  Levin discese dalla
    vettura  di  piazza  davanti al Giardino zoologico e segu un sentiero
    che portava  verso  le  montagne  di  ghiaccio  (17)  e  il  campo  di
    pattinaggio,  sapendo  con  certezza  che l avrebbe trovato colei che
    cercava, giacch aveva visto all'ingresso la carrozza degli Scerbackij
    .
    Era una giornata limpida e gelida. All'ingresso del Giardino sostavano
    file di carrozze,  di slitte,  di vetture da nolo e numerosi gendarmi.
    Il  pubblico si accalcava all'entrata,  lungo i viottoli accuratamente
    lindi e tra le casette russe dalle travi scolpite;  le vecchie betulle
    ricciute  del  Giardino,  dai  rami  curvi  sotto  il peso della neve,
    parevano rivestite di nuove, festose, solenni pianete.
    Proseguendo lungo il viottolo verso il  campo  di  pattinaggio,  Levin
    diceva  a  se stesso: Bisogna che non mi agiti...  devo restar calmo.
    Che cos'hai? Che cosa vuoi? Taci, stupido!, aggiungeva,  rivolgendosi
    al  proprio  cuore.  E,  quanto  pi  tentava  di calmarsi,  tanto pi
    l'emozione si faceva intensa e gli toglieva il respiro.  Un amico  nel
    quale  si  imbatt  lo chiam,  ma Levin non lo riconobbe nemmeno.  Si
    avvicin alle collinette lungo le quali  cigolavano  le  catene  degli
    slittini  che  salivano  e  scendevano  rumoreggiando,  e  si  udivano
    risonare allegre risate.  Fece ancora qualche passo e dinanzi a lui si
    apr il campo di pattinaggio; subito, tra tutti quelli che scivolavano
    sul  ghiaccio,  riconobbe  lei.  E seppe che era lei per la gioia e il
    tremore che gli invasero l'animo. Kitty era in piedi, e stava parlando
    con una signora, all'estremit opposta del campo. Nulla pareva esserci
    di particolare n nel suo modo di vestire,  n nel suo  atteggiamento;
    ma  per  Levin  riconoscerla  in  mezzo a quella folla era altrettanto
    facile come riconoscere una rosa in mezzo alle ortiche.  Tutto  pareva
    illuminato dalla sua presenza e dal suo sorriso,  che dava splendore a
    ci che l'attorniava.
    Possibile che io possa scendere laggi, sul ghiaccio, e avvicinarmi a
    lei?,  pens Levin.  Il luogo,  dov'essa si trovava,  gli  pareva  un
    santuario  inaccessibile,  e  a  un certo momento fu l l per tornare
    indietro,  tanta era la paura che lo agghiacciava.  Dovette  fare  uno
    sforzo  su  se  stesso  per  convincersi  che vicino a Kitty passavano
    persone d'ogni specie e che quindi anch'egli poteva benissimo arrivare
    laggi per pattinare. Scese sul ghiaccio, evitando per un bel pezzo di
    guardare la fanciulla come si evita di guardare il sole;  ma,  come il
    sole, la vedeva senza guardarla.
    In  quel giorno della settimana,  a quell'ora del giorno,  il campo di
    pattinaggio  era  il  ritrovo  della  gente  distinta,   e  tutti   si
    conoscevano  tra  di loro.  Vi si incontravano maestri di pattinaggio,
    che sfoggiavano la loro abilit,  principianti che si  reggevano  alle
    sedie con timidi,  goffi movimenti, ragazzi e anche uomini anziani che
    si esercitavano a scopo igienico.  Tutti  parevano  a  Levin  creature
    favorite dal cielo, perch si trovavano l, vicino a lei; tutti coloro
    che  pattinavano  potevano  raggiungerla  e  sorpassarla  con assoluta
    indifferenza,    potevano   discorrere   con   lei   e    del    tutto
    indipendentemente   dalla   sua   persona,   divertirsi  approfittando
    dell'ottimo ghiaccio e della splendida giornata.
    Nikolj Scerbackij,  cugino di Kitty,  in giacchetta corta e pantaloni
    aderenti, sedeva su una panca con i pattini ai piedi e, vedendo Levin,
    gli grid:
    - Ah,  ecco il primo pattinatore della Russia!  Siete qui da un pezzo?
    Il ghiaccio  magnifico: mettetevi i pattini, su...
    - Non li ho neppure portati - rispose Levin,  come meravigliandosi del
    proprio coraggio e della propria disinvoltura in presenza di lei e non
    perdendola  di  vista  neppure  un minuto pur senza guardare nella sua
    direzione.
    Kitty si trovava in un angolo  e,  con  i  piedi  stretti  negli  alti
    stivali, evidentemente timorosa, pattinava verso di lui. La inseguiva,
    cercando  di  sorpassarla,  un  ragazzo in costume russo,  che agitava
    disperatamente le braccia, piegandosi verso terra. Kitty non pattinava
    con molta sicurezza: tolte le mani dal piccolo manicotto assicurato al
    collo con un nastro,  le teneva  pronte  per  qualsiasi  evenienza  e,
    guardando verso Levin,  che aveva riconosciuto, sorrideva a lui e alla
    propria paura.  Quando finalmente la curva ebbe fine,  ella  diede  un
    colpo  di  tacco  e  scivol  direttamente verso il cugino Scerbackij;
    appoggiatasi al suo braccio, fece un cenno di saluto a Levin.  Era pi
    bella di quanto egli se la immaginava.  Allorch pensava a lei,  se la
    raffigurava molto nettamente: in particolare gli piaceva la grazia  di
    quella  testolina  bionda,  cos  elegantemente  posata  sulle giovani
    spalle,  e l'espressione fanciullesca del viso che,  unita  alla  fine
    bellezza  della  figura,  aveva  un  incanto particolare che Levin ben
    ricordava. Quello, per, che sempre lo colpiva come una cosa inattesa,
    era  l'espressione  degli  occhi  miti,   tranquilli  e   sinceri   e,
    soprattutto,  il sorriso, che lo trasportava in un magico mondo in cui
    egli si sentiva commosso e placato,  come in rarissime giornate  della
    sua prima infanzia gli era accaduto.
    - Da quanto siete qui?  - chiese la fanciulla,  tendendogli la mano. -
    Grazie - aggiunse, allorch egli si chin a raccoglierle il fazzoletto
    cadutole dal manicotto.
    - Io? Da poco, da ieri... anzi da oggi. Sono appena arrivato - rispose
    Levin che,  emozionato com'era,  non  aveva  neppure  capito  bene  la
    domanda. - Volevo venire da voi - disse e rammentando subito con quale
    intenzione,  si  confuse  e arross.-  Non sapevo che pattinaste e che
    pattinaste cos bene!
    Kitty lo guard attentamente,  come  se  cercasse  di  comprendere  la
    cagione di quel turbamento.
    -  Il  vostro  elogio    prezioso.  Qui  si parla ancora della vostra
    abilit di pattinatore - disse,  scotendo con la  manina  guantata  di
    nero gli aghi di pino caduti sul suo manicotto.
    - S,  un tempo pattinavo con grande entusiasmo: volevo raggiungere la
    perfezione.
    -  A  quanto  pare,  voi  fate  tutto  con  entusiasmo  -  disse  ella
    sorridendo. - Mi piacerebbe tanto vedere come pattinate. Su, mettete i
    pattini e facciamo insieme una bella scivolata.
    Pattinare   insieme?   Come  pu  essere  possibile?,   pens  Levin
    guardandola.
    - Li metto subito - rispose. E corse a obbedire.
    - E'  un  pezzo  che  non  vi  si  vedeva  pi,  signore  -  disse  il
    noleggiatore,  tenendogli  il  piede per avvitare il tacco.  - Dopo di
    voi,  nessuno dei signori  stato cos bravo.  Va bene cos?   chiese,
    stringendo la cinghia.
    - Bene, bene, fate presto per favore... - rispose Levin, trattenendo a
    fatica  il  sorriso di felicit che,  suo malgrado,  gli illuminava il
    volto.  S,  pensava ecco la vita,  ecco la felicit!  Insieme,  ha
    detto insieme... Devo parlarle adesso? Ma  proprio perch adesso sono
    felice e pieno di speranze che ho paura di parlarle... E poi? Ma devo,
    devo... Al diavolo la debolezza!.
    Levin si alz,  si tolse il cappotto e,  dopo aver fatto qualche passo
    sul ghiaccio  ruvido  presso  la  casetta,  si  slanci  sulla  liscia
    superficie ghiacciata senza alcun sforzo,  dirigendo la corsa a piacer
    suo, ora affrettandola,  ora rallentandola.  Si avvicin con timidezza
    alla fanciulla, ma di nuovo il sorriso di lei lo tranquillizz.
    Ella  gli  diede la mano,  e insieme presero a pattinare l'una accanto
    all'altro, e, quanto pi la corsa si faceva veloce, tanto pi forte la
    fanciulla gli serrava la mano.
    - Con voi imparerei molto pi in fretta; non so perch, mi sento molto
    pi sicura...
    - Io pure mi sento molto pi sicuro di me stesso quando vi  appoggiate
    a me - disse Levin, ma subito arross delle proprie parole. E infatti,
    non  appena le ebbe pronunziate,  fu come se il sole si fosse nascosto
    dietro le nuvole: dal visino di Kitty scomparve tutta la  dolcezza,  e
    Levin not un mutamento di espressione che egli conosceva assai bene e
    che  indicava un concentramento di pensiero: sulla fronte liscia della
    fanciulla si disegn una ruga.
    - Vi ho detto qualcosa di spiacevole? Del resto,  non ho alcun diritto
    di interrogarvi - disse Levin rapidamente.
    -  E perch?  No,  non ho nulla - rispose lei con freddezza,  e subito
    aggiunse:  - Non avete ancora veduto "mademoiselle" Linon?
    - Non ancora.
    - Andate a salutarla, vi vuole tanto bene.
    Che significa? L'ho rattristata? Signore, aiutami!,  pens Levin,  e
    corse verso la vecchia signorina francese dai riccioli grigi,  che era
    seduta su una panca. Sorridendo e mettendo in mostra i denti finti, lo
    accolse come un vecchio amico.
    - E cos si cresce, non  vero? - gli disse,  indicando con lo sguardo
    Kitty - e intanto noi invecchiamo.  "Tiny bear" (18)  ormai diventata
    grande!  - prosegu la vecchia signorina ridendo,  e gli ramment  una
    sua  celia  a  proposito  delle  tre  sorelle che egli chiamava i tre
    orsacchiotti delle favole inglesi.  - Vi ricordate che le  chiamavate
    cos?
    In verit,  Levin non se ne ricordava,  ma la vecchia signorina,  dopo
    dieci anni, rideva ancora con piacere di quello scherzo.
    - Su,  andate,  andate a pattinare.  Ha imparato bene la nostra Kitty,
    non  vero?
    Quando Levin giunse di corsa vicino alla fanciulla, il viso di lei non
    aveva  gi pi quell'espressione severa;  gli occhi avevano ripreso il
    loro sguardo dolce e sincero,  ma a Levin parve che in quella dolcezza
    vi  fosse  un qualcosa di forzato.  E si sent rattristare.  Dopo aver
    parlato della vecchia  signorina  e  delle  sue  stranezze,  Kitty  lo
    interrog sulla sua vita.
    - Ma  possibile che d'inverno non vi annoiate a vivere in campagna? -
    gli domand.
    - No,  non mi annoio,  sono molto occupato - rispose Levin, rendendosi
    conto che la fanciulla lo costringeva al proprio tono tranquillo,  dal
    quale  egli  non  avrebbe  mai avuto la forza di uscire,  cos com'era
    accaduto all'inizio dell'inverno.
    - Siete venuto per trattenervi a lungo?
    - Non lo so - egli rispose,  senza badare a ci  che  diceva.  Pensava
    che,  se  si fosse lasciato trascinare dal tono di tranquilla amicizia
    della fanciulla, se ne sarebbe ripartito senza aver nulla combinato, e
    perci decise di ribellarsi.
    - Come, non lo sapete?
    - No,  non  lo  so,  dipende  da  voi  -  disse.  E  subito  si  sent
    terrorizzato dalle proprie parole.
    Non  le  aveva  ella udite o non aveva voluto udirle?  Fatto si  che,
    fingendo di inciampare,  pest due volte il piede  e  si  affrett  ad
    allontanarsi da lui,  scivolando verso "mademoiselle" Linon;  le disse
    qualcosa e si diresse alla casetta dove le  signore  si  toglievano  i
    pattini.
    Mio Dio,  che ho fatto?  Signore, mio Dio, aiutami, consigliami Tu!,
    pregava Levin e,  sentendo il bisogno di un moto  violento,  prese  lo
    slancio, girando velocemente attorno alla pista.
    In  quel  momento  un  giovanotto,   uno  dei  migliori  tra  i  nuovi
    pattinatori,  usc dal caff con la sigaretta in bocca e i pattini  ai
    piedi;  prese  la  rincorsa,  si  slanci  gi  per i gradini con gran
    rumore,  sobbalzando e,  senza neppur mutare la libera posizione delle
    braccia, scivol sul ghiaccio.
    - Ah, un nuovo gioco! - disse Levin, e risal immediatamente i gradini
    per imitarlo.
    -  C' da ammazzarsi...  bisogna essere allenati!  - gli grid Nikolj
    Scerbackij.
    Levin sal in cima ai gradini,  prese la rincorsa per  quanto  pot  e
    salt  gi  mantenendo  l'equilibrio  con le braccia in quell'insolito
    movimento. All'ultimo gradino inciamp ma, sfiorato appena il ghiaccio
    con una  mano,  fece  un  gesto  brusco  per  raddrizzarsi  e  ripreso
    l'equilibrio, ricominci a pattinare.
    Che caro,  che bravo ragazzo!,  pensava intanto Kitty, uscendo dalla
    casetta con "mademoiselle" Linon e  guardando  Levin  con  il  sorriso
    affettuoso con cui si guarda un caro fratello. E' colpa mia? Ho fatto
    qualcosa di male?  Si dice che io faccia la civetta!  Non  lui che io
    amo, lo so,  nondimeno,  quando gli sono vicina,  mi sento contenta: 
    tanto buono! Ma perch ha fatto quel discorso?, pens.
    Kitty  se ne and verso la madre,  che era venuta a prenderla;  Levin,
    ancora tutto rosso dopo l'esercizio violento,  si  ferm  e  riflett;
    poi,  toltisi  i  pattini,  raggiunse  madre  e  figlia all'uscita del
    Giardino.
    - Molto lieta di vedervi - disse la principessa.  - Noi  riceviamo  al
    gioved, come sempre.
    - Oggi, dunque?
    - Saremo felici di avervi con noi - rispose seccamente la signora.
    Il  tono  asciutto  delle  ultime parole afflisse Kitty,  che non pot
    trattenere  il  desiderio  di  addolcire  l'effetto   prodotto   dalla
    freddezza  della  madre.  Si  volse  verso  Levin e con un sorriso gli
    disse:
    - Arrivederci, dunque!
    In quel momento entrava nel Giardino Stepn Arkadyc' con  il  cappello
    di  traverso,  il  viso  raggiante e lo sguardo allegro del vincitore.
    Alla vista della suocera, per,  prese un'espressione triste e confusa
    per  rispondere alle domande di lei sulla salute di Dolly;  poi,  dopo
    avere parlato sottovoce e in tono afflitto,  si raddrizz e  prese  il
    braccio di Levin.
    - Ebbene,  andiamo?  - domand.  - Ho pensato molto a te, e sono lieto
    che  tu  sia  venuto  -  disse,   guardandolo  negli  occhi  con  aria
    significativa.
    - Andiamo,  andiamo - rispose il felice Levin,  che continuava a udire
    il suono di quella voce che gli aveva detto arrivederci e  a  vedere
    il sorriso che aveva accompagnato quelle parole.
    - All'"Htel d'Angleterre" o all'"Hermitage"? (19).
    - E' lo stesso.
    - "Htel d'Angleterre", allora! - disse Stepn Arkadyc', che sceglieva
    quel  ristorante  perch l aveva pi debiti che non all'"Hermitage" e
    si credeva perci  obbligato  ad  andarvi.  -  Hai  gi  la  carrozza?
    Benissimo, perch io ho rimandato la mia.
    Per tutta la durata del tragitto,  i due amici tacquero. Levin pensava
    a ci che poteva significare il cambiamento di espressione del viso di
    Kitty,  e ora vi scorgeva un motivo  per  ben  sperare,  ora  ricadeva
    nell'abbattimento  e  vedeva  chiaramente che la sua speranza era vera
    follia.  Malgrado tutto,  si sentiva un uomo ben diverso da quello che
    era prima del sorriso e della parola arrivederci.
    Stepn Arkadyc', intanto, componeva la lista delle vivande.
    -  Il  rombo  ti  piace,  vero?  -  disse a Levin quando furono Il per
    arrivare.
    - Che cosa? - domand Levin. - Il rombo? Ah s, s,  il rombo mi piace
    "terribilmente"!


    CAPITOLO 10.

    Quando Levin entr con Oblonskij nel ristorante,  non pot fare a meno
    di notare una particolare espressione,  come di splendore  trattenuto,
    sul viso e in tutta la persona di Stepn Arkadyc'.
    Questi si tolse il cappotto e,  con il cappello a sghimbescio si avvi
    verso la sala da pranzo impartendo gli  ordini  ai  camerieri  tartari
    che,  in frac e con il tovagliolo sotto il braccio, gli si erano fatti
    attorno.  Salutando a destra e a sinistra i conoscenti  che  l,  come
    ovunque,  lo accoglievano con gioia, si avvicin al buffet, accompagn
    con un bicchierino di vodka un pesciolino e, alla francesina dipinta e
    piena di nastri, trine e falpal che sedeva alla cassa, disse qualcosa
    che la fece ridere di cuore.  Levin non  assaggi  neppure  la  vodka,
    perch  la  vista  di  quella  donna che pareva tutta fatta di capelli
    finti, di polvere di riso e di aceto da toeletta, lo aveva disgustato.
    Tutta la sua anima era colma del ricordo di Kitty  e  nei  suoi  occhi
    brillava una luce di trionfante felicit.
    -  Favorite da questa parte,  eccellenza,  qui non sarete disturbati -
    diceva un vecchio  tartaro  dai  capelli  bianchi,  dalla  corporatura
    robusta,  i fianchi larghi e con le falde del frac aperte. - Favorite,
    eccellenza - ripet,  rivolgendosi,  in segno di deferenza per  Stepn
    Arkadyc', anche al suo invitato.
    Dopo  aver  steso  in  un  attimo  una  fresca  tovaglia su una tavola
    rotonda,  gi coperta da un'altra tovaglia e sormontata da un doppiere
    di bronzo, avvicin due sedie di velluto, poi, con il tovagliolo sotto
    il braccio e la lista delle vivande in mano, rimase in piedi davanti a
    Stepn Arkadyc' in attesa di ordini.
    - Se vostra eccellenza desidera un salottino riservato, tra un momento
    se  ne  libera  uno: quello occupato ora dal principe Golicyn e da una
    signora. Abbiamo delle ostriche freschissime...
    - Ah, ostriche?
    Stepn Arkadyc' riflett:
    - E se cambiassimo il nostro piano,  Levin?  - disse,  posando il dito
    sulla carta. Il suo viso esprimeva una seria indecisione. Sono davvero
    fresche le ostriche, eh?
    - Sono di Flensburg, eccellenza; di Ostenda non ce ne sono.
    - Flensburg o non Flensburg, sono davvero fresche?
    - Le abbiamo ricevute ieri.
    - D'accordo, allora: cominciamo con le ostriche e poi cambieremo tutto
    il nostro piano, che ne dici?
    - Per me  lo stesso. Per me i cibi migliori sono gli "scci" (20) e la
    "kascia" (21), ma qui non se ne trova.
    - "Kascia" alla russa, se l'ordinate - disse il tartaro, chinandosi su
    Levin come una bambinaia sul bimbo.
    - No,  scherzo... ci che scegli tu va benissimo. Ho pattinato e ho un
    appetito formidabile.  E non credere  - prosegu,  notando sul viso di
    Oblonskij  un'espressione  di malcontento - che io non apprezzi la tua
    scelta. Manger ottimamente e con eccellente appetito.
    - Ci mancherebbe altro!  Di' quello che vuoi,  ma  questo    uno  dei
    piaceri  della  vita  - osserv Stepn Arkadyc'.  - Allora,  mio caro,
    portaci due dozzine di ostriche... no, no... sono poche,  portane tre,
    e una buona minestra di verdura.
    - "Printanire"? - osserv il tartaro.
    Ma, evidentemente, Stepn Arkadyc' non voleva lasciargli il piacere di
    elencare le vivande in francese.
    - Minestra di verdura,  no?  Poi rombo con salsa piuttosto densa,  poi
    "roast-beef",  ma mi raccomando eh,  che sia buono...  Per ultimo,  un
    cappone e della conserva di frutta.
    Il tartaro, ricordando l'abitudine di Stepn Arkadyc' di non designare
    le  vivande  con  la  denominazione  francese,  lo lasci dire,  ma si
    concesse poi la soddisfazione di ripetere tutta l'ordinazione  secondo
    le regole: "Soupe printanire, turbot, sauce Beaumarchais, poularde 
    l'estragon,  macdoine de fruit". E subito, come spinto da una molla,
    deposta la lista,  ne present un'altra: quella dei vini,  che porse a
    Stepn Arkadyc'.
    - Che cosa vogliamo bere?
    - Quello che vuoi,  purch sia poco: "champagne",  per esempio - disse
    Levin.
    - Come? Per cominciare? Del resto,  perch no?  Ti piace quello con il
    sigillo bianco?
    - "Cachet blanc"? - ripet il tartaro.
    - S, con le ostriche servi quello, poi si vedr.
    - Sissignore. Che vino da tavola desiderano le loro eccellenze?
    - Del "nuits", oppure no, meglio il classico "chablis"...
    - Sissignore. Devo servire il vostro formaggio?
    - S, parmigiano. O forse tu ne preferisci un altro?
    -  No,  per me  lo stesso - rispose Levin,  incapace di trattenere un
    sorriso.
    Il cameriere corse via,  facendo  svolazzare  le  falde  del  frac,  e
    ricomparve  dopo  cinque  minuti con un vassoio di ostriche aperte sui
    gusci di madre perla e con una bottiglia tra le dita.
    Stepn Arkadyc' spiegazz il tovagliolo inamidato,  ne ficc una punta
    nel panciotto e, stesa tranquillamente la mano sulla tavola, si dedic
    alle ostriche.
    - Mica male!  - disse,  togliendo le ostriche dal loro guscio perlaceo
    una dopo l'altra, con la forchettina d'argento.  - Niente male davvero
    -  ripet,  guardando  ora  Levin,  ora  il  cameriere  con  gli occhi
    scintillanti e umidi.
    Levin mangi le ostriche,  anche se avrebbe preferito  pane  bianco  e
    formaggio,  ma  non  poteva  fare  a  meno di guardare con ammirazione
    Oblonskij.  Persino il tartaro,  dopo aver  stappato  la  bottiglia  e
    versato  il  vino  spumante  nelle  coppe larghe e sottili,  sbirciava
    Stepn Arkadyc' con evidente compiacimento,  accomodandosi la cravatta
    bianca.
    -  A  te  le ostriche non piacciono molto,  vero?  - chiese Oblonskij,
    vuotando la sua coppa. - O hai qualcosa che ti preoccupa?
    Avrebbe voluto che Levin fosse allegro;  ma questi,  pur  non  essendo
    triste,  con  tutto  ci che aveva nel cuore,  si sentiva a disagio in
    quel ristorante,  tra  i  salottini  riservati  dove  si  pranzava  in
    compagnia di donne, in mezzo a quel correre e a quell'affaccendarsi, a
    quell'arredamento di bronzi,  di specchi, di lampadari... Tutto questo
    lo offendeva.  Temeva di insudiciare la  purezza  del  sentimento  che
    occupava tutto il suo spirito.
    - Io? S, sono preoccupato: qui tutto mi mette in imbarazzo - rispose.
    -  Non  puoi  immaginare  come  a  me,  avvezzo alla campagna,  questo
    ambiente appaia strano.  Proprio come le unghie di quel signore che ho
    veduto da te.
    -  Gi,  mi  sono  accorto  che  le unghie di quel povero Grinvic' ti
    interessavano molto - disse ridendo Stepn Arkadyc'.
    - E' pi forte di me!  - rispose Levin.  - Cerca di metterti nei  miei
    panni e di vedere le cose dal punto di vista di un campagnolo.  Laggi
    noi teniamo le mani nelle condizioni pi adatte per  lavorare;  perci
    ci  tagliamo  le unghie e,  molto spesso,  ci rimbocchiamo le maniche.
    Qui,  invece,   le  gente  si  fa  crescere  apposta  le  unghie  sino
    all'impossibile  e  usa gemelli larghi come piattini,  per mettersi in
    condizione di non poter far nulla con le proprie mani.
    Stepn Arkadyc' scoppi in un'allegra risata.
    - Gi,  questa  una prova  del  fatto  che  lui  non  ha  bisogno  di
    dedicarsi ad alcun lavoro grossolano. E' il cervello che lavora...
    -  Pu  darsi!  Tuttavia mi pare strano,  cos come mi pare strano che
    noi, abituati alla campagna,  cerchiamo di mangiare il pi rapidamente
    possibile per riprendere il lavoro,  mentre qui, tu e io, cerchiamo di
    rimanere a tavola il pi possibile, senza saziarci.  Non  per questo,
    forse, che mangiamo ostriche?
    - Si capisce - riprese Stepn Arkadyc'.  - Ma proprio in questo sta lo
    scopo della civilt: trasformare ogni cosa in un piacere.
    - Be', se lo scopo della civilt  questo, vorrei essere un selvaggio.
    - Ma tu lo sei, un selvaggio! Tutti voialtri Levin siete selvaggi.
    Levin sospir.  Pens a  suo  fratello  Nikolj,  si  sent  triste  e
    mortificato, e il suo viso si aggrott. Ma Oblonskij si mise a parlare
    di un argomento che lo distrasse subito.
    - Allora questa sera vai dai nostri,  cio dagli Scerbackij? - domand
    allontanando i gusci vuoti e rugosi delle ostriche e tirando a  s  il
    formaggio con gli occhi che brillavano in modo significativo.
    - Senza dubbio,  anche se ho avuto l'impressione che la principessa mi
    abbia invitato malvolentieri.
    - Ma no! Che assurdit! E' il suo modo di fare... Su,  amico,  servici
    la  minestra...  E' il suo modo di fare da "grande dame" ripet Stepn
    Arkadyc'.  - Ci verr anch'io,  ma dopo una serata di  canto  in  casa
    della  contessa  Bnina.  E come puoi dire di non essere un selvaggio?
    Come  puoi  spiegare  la  tua  improvvisa  scomparsa  da  Mosca?   Gli
    Scerbackij  mi  chiedevano  continuamente  di  te,  come se io potessi
    saperne qualcosa.  Una cosa sola so: che agisci sempre in modo diverso
    dagli altri.
    --  S - rispose Levin,  con voce lenta ed emozionata.  - Hai ragione,
    sono un selvaggio,  ma la mia selvatichezza non sta nel fatto  che  io
    sia partito, ma piuttosto nel fatto che sia tornato... Io sono tornato
    ora...
    - Oh, uomo felice! - esclam Stepn Arkadyc', fissando Levin.
    - Perch?
    -  I  cavalli  di  razza si riconoscono dal marchio che portano,  e i
    giovani innamorati dagli occhi! (22) esclam Stepn. Arkadyc'.  - Hai
    tutta la vita davanti a te!
    - E tu l'hai forse tutta alle spalle?
    - No, tutta alle spalle, forse no. Ma tu, tu hai il futuro, e io ho il
    presente che, ti assicuro, non  molto allegro.
    - Perch?
    -  Be',  le  cose  non vanno bene.  Ma non voglio parlarti di me;  del
    resto,  non  facile  spiegarti  tutto  -  rispose  Stepn  Arkadyc'.-
    Dunque,  perch sei venuto a Mosca?...  Ehi,  vieni a sparecchiare!  -
    grid al tartaro.
    - Lo indovini? - rispose Levin, senza distogliere da Stepn Arkadyc' i
    suoi occhi scintillanti.
    - Lo indovino,  ma non posso parlarne per primo.  Gi da  questo  puoi
    capire  se  ho  indovinato  o no - rispose Stepn Arkadyc',  guardando
    Levin con un sorriso malizioso.
    - Ebbene, che ne dici? - domand Levin con voce tremante, sentendo che
    ogni muscolo del viso gli si contraeva. - Come vedi la cosa?
    Stepn Arkadyc' vuot lentamente il suo bicchiere di "chablis", sempre
    guardando Levin.
    - Io? Per conto mio, non c' nulla che desideri pi di questo!  Non si
    potrebbe, mi pare, far nulla di meglio.
    - Ma non ti sbagli?  Sai di chi parliamo?  - domand Levin,  divorando
    con gli occhi il suo interlocutore. - Credi davvero che sia possibile?
    - Credo di s. Perch non dovrebbe esserlo?
    - Lo credi proprio? Dimmi sinceramente tutto ci che pensi.  Rifletti,
    se provocassi un rifiuto? E ne sono quasi certo...
    -  Perch  la  pensi  cos?  -  domand  Stepn  Arkadyc',  sorridendo
    all'emozione dell'amico.
    - Spesso mi viene l'idea che sar cos...  Che cosa terribile per me e
    per lei!
    -  Oh,  in  ogni caso,  non ci vedo niente di tanto terribile per lei.
    Qualsiasi ragazza  sempre lusingata di essere chiesta in sposa.
    - Qualunque altra ragazza, s, ma non lei.
    Stepn Arkadyc' sorrise.  Egli conosceva perfettamente i sentimenti di
    Levin  e sapeva che per lui le ragazze di tutto il mondo si dividevano
    in due  categorie:  l'una  comprendeva  tutte  le  ragazze  esistenti,
    eccettuata  Kitty,  con  tutte  le  debolezze  umane,  ragazze comuni,
    insomma;  l'altra categoria composta  di  "lei"  sola,  senza  la  pi
    piccola imperfezione, al di sopra di tutte le creature umane.
    - Aspetta,  prendi un po' di salsa - disse,  fermando la mano di Levin
    che respingeva la salsiera.
    Levin si serv docilmente di salsa, ma non lasci mangiare Oblonskij.
    - No, ascolta, comprendimi bene - disse. - Tu capisci che questa  per
    me una questione di vita o di morte.  Non ne ho mai parlato a nessuno,
    e  non  posso  parlarne  ad  altri  che  a te.  Abbiamo un bell'essere
    diversi, noi due, sia per gusti, sia per punti di vista,  ma io so che
    mi  vuoi  bene e mi capisci,  ed  per questo che io pure voglio tanto
    bene a te. In nome di Dio, sii sincero!
    - Ti dico quello che penso - rispose Stepn Arkadyc' sorridendo,  - ma
    ti dir di pi: mia moglie  una donna davvero straordinaria...   -. A
    questo punto Oblonskij si ferm un attimo,  sospirando al pensiero dei
    suoi  rapporti  con  la moglie,  poi riprese: - Ella ha il dono di una
    seconda vista: vede nei cuori altrui,  ma questo non  tutto:  prevede
    l'avvenire,  specialmente per quanto riguarda i matrimoni.  Ella,  per
    esempio, aveva predetto che la Sciachvskaja avrebbe sposato Brenteln.
    Nessuno ci voleva credere,  e invece le nozze sono  proprio  avvenute.
    Ebbene, mia moglie  dalla tua parte.
    - Che vuoi dire?
    - Voglio dire che non soltanto sa che Kitty ti vuole bene, ma  sicura
    che sar tua moglie.
    A  queste  parole  il viso di Levin si illumin di un sorriso pieno di
    tenera commozione.
    - Ha detto questo!  - esclam Levin.  - L'ho sempre  pensato  che  tua
    moglie  una donna impareggiabile!  Ma ora basta, non parliamone pi -
    disse, e si alz.
    - D'accordo, ma resta ancora un po' seduto!
    Levin non poteva pi star fermo.  Con il suo lungo passo  deciso  fece
    due o tre volte il giro della sala, sbattendo gli occhi per nascondere
    le lacrime e, soltanto quando si sent pi calmo, si rimise a sedere.
    - Devi capire - disse - che non si tratta di innamoramento. Sono stato
    innamorato  altre  volte,  ma  ora  diverso;  ora non si tratta di un
    sentimento mio,  ma di una forza esteriore  e  sconosciuta  che  si  
    impadronita  di  me.  Sono  partito  perch mi ero convinto che il mio
    sogno non si sarebbe mai avverato...  Tu mi comprendi...  dato che  la
    felicit  non  esiste  sulla  terra;  ho  lottato  con  me stesso,  ho
    lottato...  ma sento che senza di lei per me  non  c'  vita.  E  devo
    prendere una decisione...
    - Ma per quale ragione eri partito?
    - Aspetta... Se tu sapessi quanti pensieri mi si affollano alla mente,
    quante domande vorrei farti! Ascolta... tu non puoi immaginare il bene
    che  mi  hai  fatto  con  le tue parole.  Sono cos felice da sentirmi
    persino vile: ho dimenticato tutto... Per esempio,  oggi ho saputo che
    mio fratello Nikolj...  sai?   qui... Ebbene, l'ho dimenticato... Mi
    sembra che sia felice anche lui!  E' come una pazzia...  C' per  una
    cosa,  una  cosa  soprattutto,  che mi sembra terribile.  Tu,  che sei
    sposato,  questo sentimento lo devi conoscere di certo...  Non  forse
    una cosa mostruosa che noi,  gi vecchi, che abbiamo un passato... non
    d'amore, ma di peccato...,  a un tratto osiamo avvicinarci a un essere
    puro e innocente? Non  forse orribile? E come non sentirsene indegni?
    - Suvvia, non credo che tu abbia molti peccati sulla coscienza!
    -  Eppure...  eppure  quando con disgusto ricostruisco il corso della
    mia vita,  tremo,  mi maledico e  mi  compiango  amaramente!  (23)  -
    declam Levin.
    - Che vuoi? Il mondo  fatto cos - concluse Stepn Arkadyc'.
    -  L'unica  mia  consolazione    in  questa  preghiera  che ho sempre
    prediletta: Perdonaci non secondo i  nostri  meriti,  ma  in  ragione
    della Tua misericordia. Soltanto cos sar possibile che anche lei mi
    perdoni!


    CAPITOLO 11.

    Levin  vuot  il suo bicchiere,  e i due amici rimasero silenziosi per
    qualche minuto.
    - Ti devo ancora chiedere una cosa: conosci Vronskij? - domand Stepn
    Arkadyc' a Levin.
    - No, non lo conosco: perch me lo domandi?
    - Porta ancora una bottiglia - ordin Stepn Arkadyc' al  tartaro  che
    aveva  di  nuovo  colmato  i  bicchieri  e girava loro attorno proprio
    quando essi non avevano bisogno di lui.
    - Perch dovrei conoscere Vronskij?
    - Bisogna che tu lo conosca, perch  uno dei tuoi rivali.
    - Chi  questo Vronskij?  - domand Levin,  il cui volto infantilmente
    entusiasta,  che  poco  prima  Oblonskij  ammirava,  assunse  di colpo
    un'espressione cattiva e sgradevole.
    - Vronskij  uno dei figli del conte Kirll Ivnovic' Vronskij  e  uno
    dei pi begli esemplari della giovent dorata di Pietroburgo.  Io l'ho
    conosciuto a Tver, quando mi trovavo l in servizio militare,  ed egli
    ci  veniva  per l'arruolamento delle reclute.  E' ricchissimo,  bello,
    aiutante di campo,  ha molte relazioni importanti e inoltre il dono di
    essere un bravo e simpatico ragazzo.  Da quanto ho potuto conoscerlo e
    vedere,  anche un bravo ragazzo;   istruito e intelligente,  insomma
    un uomo che andr lontano.
    Levin si accigli e tacque.
    -  Ebbene,  egli    comparso  qui  poco dopo la tua partenza e se non
    m'inganno,  innamorato pazzo di Kitty, e capirai che la madre...
    - Perdonami,  ma non ci capisco nulla - rispose  Levin,  accigliandosi
    sempre  di  pi,  e subito si ricord del fratello Nikolj e di quanto
    egli fosse spregevole per averlo dimenticato.
    - Aspetta, aspetta! - riprese Oblonskij, sorridendo e prendendogli una
    mano. - Io ti dico quello che so,  ma ti ripeto che in questa delicata
    faccenda,  a quanto posso capire,  le probabilit sono tutte dalla tua
    parte.
    Levin si appoggi alla spalliera della sedia.  Il suo  volto  appariva
    pallidissimo.
    - Io,  per, ti consiglierei di risolvere la questione al pi presto -
    prosegu Stepn Arkadyc', mescendogli altro vino.
    - Ti ringrazio,  ma non mi sento pi di bere - disse Levin respingendo
    il  bicchiere.  -  Be',  come  stanno  a  casa  tua?  -  continu poi,
    visibilmente desideroso di cambiare discorso.
    - Ancora una parola: in ogni caso ti consiglio di risolvere la cosa al
    pi presto.  Per oggi no,  non  il caso che tu parli -  disse  Stepn
    Arkadyc'  -  ma  va'  domattina,  fa'  la  tua  domanda  alla  maniera
    classica... e che Dio ti benedica!
    - Non volevi sempre venire a caccia da me? Vieni questa primavera... -
    disse Levin.
    Ora  si  pentiva  con  tutta  l'anima   di   avere   iniziato   quella
    conversazione con Oblonskij. I suoi pi intimi sentimenti si sentivano
    feriti  dalle parole di Stepn Arkadyc' sulla rivalit di un ufficiale
    qualunque di Pietroburgo,  nonch dalle supposizioni  e  dai  consigli
    dell'amico.
    Questi sorrise; capiva ci che accadeva nell'animo di Levin.
    - Un giorno o l'altro verr - disse.  - Vedi,  amico, le donne sono il
    perno attorno al quale tutto gira. Anche le mie faccende, sai?,  vanno
    male,  molto male... E tutto a causa delle donne. Dimmi sinceramente -
    prosegu dopo aver preso un sigaro e tenendo  in  mano  una  coppa:  -
    dammi un consiglio.
    - A proposito di che?
    -  Ecco:  supponiamo  che  tu  sia  sposato,  che tu voglia bene a tua
    moglie, ma che ti sia invaghito di un'altra donna...
    - Scusa, sai, ma io proprio questo non lo capisco, come... esattamente
    come non capisco che adesso,  dopo essermi  saziato,  mi  possa  venir
    voglia di rubare un panino, passando davanti a un fornaio.
    Gli occhi di Stepn Arkadyc' brillarono ancora pi del solito.
    - E perch no?  Il pane, talvolta, manda una tale fragranza che non si
    pu resistere... alla tentazione:

    "Himmlich ist's wenn ich bezwungen
    Meine irdische Begier;
    Aber doch wenn's nicht gelungen
    Hatt'ich auch recht hubsch Plaisir" (24).

    Dicendo questi versi,  Stepn Arkadyc' ebbe un lieve sorriso malizioso
    e Levin non pot trattenersi dall'imitarlo.
    -  S,  ma scherzi a parte - prosegu Oblonskij - cerca di capire: una
    donna,  una  cara,  dolce  donna,  innamorata,  povera,  sola,  ti  ha
    sacrificato   tutto...   Adesso,   che  il  male    fatto,   si  deve
    abbandonarla?  Certo occorre separarsi per  non  distruggere  la  vita
    familiare,  ma  si  pu  non  aver  compassione  di  quest'altra,  non
    aiutarla, non addolcire la separazione?
    - Be',  scusami,  ma tu sai che per me le donne  si  dividono  in  due
    specie,  ossia  no...  meglio:  ci sono donne e ci sono...  Non ho mai
    veduto una nobile creatura che sia caduta, e non ne vedr mai,  mentre
    le  donne come quella francese laggi alla cassa,  tinta e arricciata,
    per me sono vermi, e tutte le donne cadute sono come lei...
    - E quella del Vangelo?
    - Ah, smettila! Cristo non avrebbe mai detto parole simili,  se avesse
    supposto  quale abuso se ne sarebbe fatto.  Di tutto il Vangelo non si
    ricordano altro che quelle parole.  Del resto,  io non  dico  ci  che
    penso, ma ci che sento: ho orrore delle donne cadute. Tu hai ribrezzo
    per  i  ragni,  io  per  questi vermi.  E tu,  probabilmente,  non hai
    studiato i ragni e non ne conosci i costumi, e neppure io.
    - Per te  comodo parlare a questo modo: tu fai come quel  personaggio
    di  Dickens  (25) che con la mano sinistra si buttava dietro la spalla
    destra tutte le questioni imbarazzanti.  Ma  negare  un  problema  non
    significa  risolverlo.  Che  fare,  dimmi  tu,  che  fare?  La  moglie
    invecchia, e tu sei pieno di vita.  Non hai avuto il tempo di voltarti
    indietro,  e  gi  senti  che  non puoi pi amare di amore tua moglie,
    nonostante il rispetto e la stima che nutri  per  lei.  E  poi,  a  un
    tratto,  incontri  l'amore...  ed ecco che sei rovinato,  rovinato!  -
    esclam Stepn Arkadyc' con sincera disperazione.
    Levin sorrise.
    - S, rovinato! - ripet Oblonskij. - Ma che si pu fare?
    - Non rubare la pagnotta fresca.
    - Oh, moralista! Cerca di capire la situazione, ci sono due donne: una
    che fa valere il suo diritto al tuo amore,  che tu  non  le  puoi  pi
    dare,  e l'altra che ti sacrifica tutto e non chiede nulla. Ora che il
    male    successo,  mi  capisci,  posso  abbandonarla?  Ammettiamo  di
    separarci  per  non distruggere la vita familiare,  ma com' possibile
    non avere piet di lei, non addolcirle la separazione,  non pensare al
    suo  avvenire?  Che  fare?  Come  comportarsi?  E'  davvero  un dramma
    terribile!
    - Se vuoi che ti esprima sinceramente  ci  che  penso  in  proposito,
    ecco: ti dir che non credo affatto al dramma, ed ecco perch: secondo
    me  l'amore...   i  due  amori,  che,  ricorderai  benissimo,  Platone
    definisce nel suo "Convito" (26),  servono da pietra di  paragone  per
    gli  uomini.  Alcuni  ne  comprendono  soltanto  uno,  altri  soltanto
    l'altro.  Ed  perfettamente inutile che coloro che  non  concepiscono
    l'amore platonico parlino di dramma.  Quale dramma pu esistere con un
    amore del genere? Vi ringrazio molto del piacere che mi avete dato, e
    vi saluto!: tutto il dramma sta qui. Con l'amore platonico, poi,  non
    vi  pu  essere  dramma,  perch  in  esso  tutto   limpido e chiaro,
    perch...
    A questo punto,  Levin si ricord dei propri  peccati  e  delle  lotte
    interiori che aveva dovuto subire. E, inaspettatamente, aggiunse:
    -  Del  resto,  pu  anche  darsi  che  tu  abbia  ragione.  Pu darsi
    benissimo... Ma io non so, davvero non so.
    - Ecco, vedi, tu sei un uomo tutto d'un pezzo - disse Stepn Arkadyc'.
    - E' il tuo grande merito e il tuo grande difetto e,  poich questo  
    il  tuo  carattere,  vorresti  che  la  vita si componesse di fenomeni
    semplici, tutti di un pezzo, ma questo non avviene.  Tu vorresti anche
    che  l'attivit  di  un  uomo  avesse  sempre uno scopo,  vorresti che
    l'amore e la vita familiare fossero sempre una  cosa  sola,  e  neppur
    questo avviene.  Tutta la variet, tutto il fascino, tutta la bellezza
    della vita sono costituiti proprio da luci e da ombre...
    Levin sospir e non rispose.  Pensava ai casi  suoi  e  non  ascoltava
    Oblonskij.  Cos,  a  un  tratto,  entrambi  ebbero la sensazione che,
    sebbene fossero amici,  sebbene avessero pranzato e bevuto insieme  un
    vino  che  avrebbe  dovuto  avvicinarli ancora di pi,  ognuno pensava
    invece soltanto ai casi suoi e non si interessava a quelli dell'altro.
    Pi volte Oblonskij aveva gi provato questa  sensazione  di  distacco
    che si verifica dopo un pranzo in luogo di un ravvicinamento, e sapeva
    che cosa si deve fare in simili circostanze.
    - Il conto!  - grid, e pass nella sala attigua, dove subito incontr
    un aiutante di campo, con il quale si mise a discorrere a proposito di
    un'attrice e di chi la manteneva.  E da questa conversazione Oblonskij
    trasse un senso di sollievo e di riposo dal colloquio avuto con Levin,
    il quale lo portava sempre a una tensione spirituale troppo alta.
    Quando  il  tartaro  comparve con il conto di ventisei rubli e qualche
    copeca,  pi il supplemento per la mancia,  Levin,  che  in  un  altro
    momento,  da  vero  campagnolo  com'era,  per  parte sua sarebbe stato
    terrorizzato da un conto di quattordici rubli,  quella  volta  non  vi
    bad  affatto;  pag  e  torn  a  casa  per  cambiarsi  e  recarsi da
    Scerbackij, dove si sarebbe deciso il suo destino.


    CAPITOLO 12.

    La  principessina  Kitty   Scerbckaja   aveva   diciotto   anni.   In
    quell'inverno  faceva  la  sua prima comparsa in societ,  dove i suoi
    successi erano superiori a quelli delle sorelle maggiori  e  superiori
    anche  a  quanto si attendesse la madre.  A parte il fatto che tutti i
    giovani moscoviti che frequentavano i balli  si  erano  innamorati  di
    Kitty,  sin  da  quel  primo  inverno  le si erano presentati due seri
    partiti: Levin e, subito dopo la sua partenza, il conte Vronskij.
    L'apparizione  di  Levin  all'inizio  dell'inverno,   le  sue   visite
    frequenti  e  il  suo evidente amore per Kitty erano stati l'argomento
    dei primi seri discorsi tra i genitori della fanciulla  circa  il  suo
    avvenire e delle prime loro dispute. Il principe parteggiava per Levin
    e diceva di non desiderare niente di meglio per Kitty; la principessa,
    invece,  con  l'abitudine  tutta particolare delle donne di eludere le
    questioni,  rispondeva che la loro figliola era  troppo  giovane,  che
    Levin non dimostrava affatto intenzioni scrie, che, secondo lei, Kitty
    non  aveva  alcuna  inclinazione  per  lui  e  metteva  in campo altri
    pretesti;  ma non toccava l'argomento pi importante e cio  che  ella
    attendeva  un  partito  migliore  per la figlia,  che Levin non le era
    simpatico e che non lo comprendeva.  Quando Levin era  improvvisamente
    partito,  la principessa era stata lietissima,  e,  trionfante,  aveva
    detto al marito:
    - Lo vedi, vero, che avevo ragione io?
    Quando poi era comparso Vronskij, ella era stata ancora pi contenta e
    si  era  rafforzata  nella  sua  idea  che  Kitty  non  dovesse   fare
    semplicemente   un   buon  matrimonio,   ma  un  matrimonio  veramente
    brillante.
    Per la madre era  addirittura  impossibile  un  confronto  tra  i  due
    pretendenti.  Ci  che alla principessa spiaceva in Levin erano i suoi
    giudizi strani e aspri sulle  cose,  la  sua  goffaggine  in  societ,
    dovuta,  secondo lei, all'orgoglio e alla vita piuttosto selvaggia che
    conduceva in campagna,  tutta  dedita  al  bestiame  e  ai  contadini.
    Inoltre  le  spiaceva  molto il fatto che Levin,  innamorato di Kitty,
    avesse frequentato la loro casa per un mese e  mezzo,  come  esitando,
    quasi  avesse  temuto  di  fare  troppo  onore  con  la sua domanda di
    matrimonio, e non capisse che, dopo aver frequentato una casa dove c'
    una ragazza da marito,  occorresse dichiarare le proprie intenzioni  e
    che,  tutto  a un tratto,  senza dare alcuna spiegazione,  se ne fosse
    andato.  E meno male che cos poco attraente com',  Kitty non  si  
    innamorata di lui! pensava la principessa.
    Vronskij,  invece,  incarnava tutti i desideri della madre.  Era molto
    ricco, intelligente, di famiglia distinta,  sulla via di una brillante
    carriera militare a Corte, e inoltre uomo molto affascinante. Che cosa
    si poteva desiderare di pi e di meglio?
    Ai balli,  faceva molto ostensibilmente la corte a Kitty;  ballava con
    lei e ne frequentava  molto  assiduamente  la  casa,  non  era  quindi
    possibile  dubitare  della  seriet  delle sue intenzioni.  Nonostante
    questo,  per,  la principessa aveva trascorso tutto l'inverno in  uno
    stato di ansia e di inquietudine.
    La   principessa   si   era  sposata  trent'anni  prima,   avendo  per
    intermediaria la zia.  Il fidanzato,  del quale erano state assunte in
    anticipo  tutte  le  informazioni,  si  era presentato e aveva visto e
    conosciuto la ragazza.  La zia,  nella sua qualit  di  intermediaria,
    aveva  raccolto  e  trasmesso la favorevole impressione reciprocamente
    prodottasi dai due.  Pi tardi,  in un giorno  stabilito,  i  genitori
    avevano  fatto la domanda,  che era stata accettata.  Tutto era quindi
    avvenuto in modo semplice e  regolare.  Tale,  almeno  era  l'opinione
    della  principessa.  Ma  quando  si  tratt delle figlie,  ella si era
    accorta quanto un matrimonio, faccenda cos semplice in apparenza, sia
    in realt complesso e difficile!  Quanti timori aveva vissuto,  quante
    preoccupazioni,  quanto  denaro sperperato,  quante discussioni con il
    marito quando si era trattato  di  sposare  le  due  figlie  maggiori,
    Drija  e  Natlija!  Ora,  che  si  trattava  di sistemare la minore,
    bisognava rivivere le stesse inquietudini,  gli stessi dubbi  e  avere
    con  il  marito discussioni ancora pi vivaci che per le maggiori.  Il
    vecchio principe,  come in genere tutti i padri,  era  particolarmente
    pedante  per quanto riguardava l'onore e la virt delle figliole;  era
    profondamente e irragionevolmente geloso di  loro  e  specialmente  di
    Kitty,  la sua prediletta,  e ogni momento faceva scenate alla moglie,
    accusandola  di  compromettere  la  ragazza.  La  principessa  si  era
    abituata  al  comportamento  del  marito  sin  dal  tempo delle figlie
    maggiori,  ma ora sentiva che l'esagerata suscettibilit di lui  aveva
    la  sua ragion d'essere.  Si rendeva conto che molte cose erano mutate
    nei costumi della societ,  e che i doveri di una madre divenivano  di
    giorno  in  giorno  pi difficili.  Vedeva che le coetanee di Kitty si
    riunivano liberamente tra di loro,  seguivano certi  corsi  di  studi,
    trattavano  con  libert gli uomini,  uscivano sole in carrozza per le
    strade, molte non facevano l'inchino e,  sopra ogni cosa,  erano tutte
    fermamente convinte che la scelta del marito spettasse a loro e non ai
    genitori.
    Ora  le  ragazze  non  si  sposano  pi come una volta,  pensavano e
    dicevano tutte quelle giovanette, e persino le persone adulte.
    Ma come si sposavano adesso?  La principessa non riusciva a saperlo da
    nessuno.  L'usanza  francese  -  secondo  la  quale  i genitori devono
    decidere dell'avvenire dei figli - non solo non era  pi  ammessa,  ma
    formalmente  condannata;  l'usanza  inglese che accorda alle figlie la
    massima libert di scelta,  era  considerata  come  impossibile  nella
    societ russa; l'usanza russa, poi, di dar marito alle figlie mediante
    un  intermediario,  era  ritenuta  un  qualcosa di mostruoso: tutti ne
    ridevano,  e la principessa per prima.  Ma come si  dovesse  fare  per
    sposarsi,  nessuno lo sapeva! Tutti coloro, con i quali la principessa
    aveva avuto  occasione  di  parlare  dell'argomento,  rispondevano  la
    stessa  cosa:  Ma  via,  ai  nostri  tempi bisognava lasciar da parte
    simili anticaglie! Sono i giovani, in fin dei conti,  che si sposano e
    non  i  genitori;  bisogna  dunque  lasciare  che  si  sistemino  come
    vogliono!. Gi, era comodo parlare cos per chi non aveva figlie,  ma
    la  principessa  capiva che Kitty,  avvicinando tante persone,  poteva
    facilmente innamorarsi  e  innamorarsi  di  qualcuno  che  non  avesse
    intenzione  di  sposarla  o  che  fosse un uomo non adatto a lei.  Per
    quanto si ripetesse che ai nostri tempi i giovani devono sistemarsi a
    piacer loro,  non ne era convinta,  cos  come  non  si  sarebbe  mai
    convinta che le pistole cariche possano essere i balocchi migliori per
    un  bambino  di  cinque  anni.  E  questo  era  il  motivo  per cui la
    principessa era in apprensione per la sorte di Kitty pi di quanto non
    lo fosse stata per quella delle figlie maggiori.
    In quel momento, ella temeva che Vronskij si limitasse a fare la corte
    alla figliola.  Vedeva che questa era gi innamorata  di  lui,  ma  si
    consolava  al  pensiero  che  Vronskij  era  senz'altro un gentiluomo,
    incapace di agire in modo meno che corretto  e  onesto.  Nello  stesso
    tempo,  per,  non ignorava che,  con l'attuale libert di rapporti, 
    facile a un uomo far girare la testa a una ragazza e sapeva pure come,
    in  generale,   gli  uomini  considerino  simile  colpa   con   grande
    leggerezza.  La  settimana precedente Kitty aveva confidato alla madre
    la conversazione avuta con Vronskij durante la mazurca,  conversazione
    che,  pur senza toglierle del tutto la preoccupazione,  l'aveva un po'
    tranquillizzata. Vronskij aveva detto a Kitty che tanto lui quanto suo
    fratello erano abituati a sottomettersi in  tutto  e  per  tutto  alla
    volont  della  madre  e che n l'uno,  n l'altro avrebbero mai preso
    alcuna decisione senza  il  consiglio  di  lei.  In  questo  momento,
    attendo  come  una  particolare  fortuna  l'arrivo  di  mia  madre  da
    Pietroburgo,  aveva soggiunto.  Kitty aveva  riferito  queste  parole
    senza dar loro alcuna importanza, ma sua madre le comprese in modo ben
    diverso.  Ella  sapeva  che  la  contessa  era  attesa  da  un  giorno
    all'altro, che sarebbe stata contenta della scelta fatta dal figlio, e
    le sembrava strano che il timore di offendere la  madre  impedisse  al
    giovane  di  fare la propria domanda.  Comunque,  era cos vivo il suo
    desiderio che quel matrimonio avvenisse e soprattutto anelava talmente
    a  calmare  l'inquietudine  che   la   tormentava,   che   vi   prest
    volontariamente fede.
    Per quanto dolorosa fosse per lei la sventura della figliola maggiore,
    Dolly,  che  si accingeva ad abbandonare il marito,  l'inquietudine in
    cui viveva per la sorte della minore  assorbiva  qualsiasi  altro  suo
    sentimento.  Quel giorno,  l'apparizione di Levin aveva risvegliato in
    lei una nuova preoccupazione. Temeva che la figlia, la quale, a quanto
    le pareva,  aveva avuto un tempo una  certa  inclinazione  per  Levin,
    rifiutasse  Vronskij  per  qualche  possibile  eccesso di delicatezza;
    temeva,  in altre parole,  che l'arrivo di Levin venisse a imbrogliare
    la  faccenda  e  a  impedirne  lo scioglimento,  che pareva ormai cos
    vicino.
    - E' arrivato da molto?  - domand la principessa,  alludendo a Levin,
    mentre rincasava con Kitty.
    - Oggi, mamma.
    -  C'  una  cosa  che  ti  voglio  dire  - cominci la principessa e,
    dall'espressione del suo viso serio e agitato,  Kitty indovin di  che
    cosa si sarebbe trattato.
    -  Mamma - rispose arrossendo e volgendosi rapidamente verso di lei: -
    vi prego, vi prego, non ditemi nulla... Lo so, so tutto.
    Ella  condivideva  il  desiderio  della  madre,   ma  i   motivi   che
    determinavano il desiderio della madre la urtavano.
    - Voglio dirti soltanto che, avendo dato speranza a uno...
    - Mamma,  mamma cara,  per amor di Dio,  non dite nulla.  E' terribile
    parlarne...
    - Non dir nulla, non dir nulla - rispose la principessa, vedendo gli
    occhi della figlia pieni di lacrime. - Una sola cosa ti chiedo,  anima
    mia, di mantenere la promessa che mi hai fatta un giorno, di non avere
    mai dei segreti per me...
    - No,  mamma, non ne avr mai! - rispose Kitty, arrossendo e guardando
    in faccia la madre. - Ma ora non ho nulla da dirti. Io...  se anche lo
    volessi... non saprei che cosa dire e come... non so.
    No,  con occhi simili non pu mentire!,  pens la madre,  sorridendo
    della sua emozione e della sua felicit.
    Era proprio ci che passava nell'animo  di  Kitty,  era  l'avvenimento
    tanto  importante  e tanto considerevole per la povera fanciulla,  che
    faceva sorridere la principessa.


    CAPITOLO 13.

    Dopo il  pranzo  e  sino  all'inizio  della  serata,  Kitty  prov  un
    sentimento  simile  a  quello  che prova un giovane alla vigilia della
    battaglia.  Il cuore le batteva violentemente,  per cui non riusciva a
    fissare i suoi pensieri su cosa alcuna.
    Sentiva  che  quella  sera,  quando essi,  i due uomini,  si sarebbero
    incontrati per la prima volta,  si sarebbe deciso il  suo  destino,  e
    continuamente se li raffigurava, ora tutti e due insieme, ora ciascuno
    separatamente. Ripensando al passato, si ricordava con piacere misto a
    tenerezza  dei  suoi  rapporti  con Levin;  i loro ricordi d'infanzia,
    quelli dell'amicizia che legava Levin al fratello  purtroppo  perduto,
    aggiungevano  un  fascino  particolarmente poetico a quei rapporti con
    lui.  Il suo amore per lei,  del quale era sicura,  la lusingava e  le
    dava  gioia,  e  il  ricordo di Levin aveva per lei qualcosa di soave.
    Provava invece un certo imbarazzo nel pensare a Vronskij; sebbene egli
    fosse un perfetto uomo di mondo,  sentiva come nei suoi  rapporti  con
    lui ci fosse qualcosa di falso,  non certo dipendente da lui,  che era
    anzi tanto semplice e caro,  ma da lei stessa.  I  suoi  rapporti  con
    Levin erano assolutamente semplici e naturali,  in compenso, per, non
    appena cercava di raffigurarsi il proprio avvenire con Vronskij, le si
    apriva dinanzi una  prospettiva  di  brillante  felicit;  con  Levin,
    invece,  I'avvenire  le  si  presentava vago,  confuso,  avvolto nella
    nebbia.
    Salita in camera da letto per vestirsi e  prepararsi  per  la  serata,
    Kitty  si  guard nello specchio,  not con gioia che era in una delle
    sue buone giornate e in pieno possesso di tutta la sua grazia.  Ne  fu
    felice,  tanto  pi  che,  per  ci  che  l'attendeva quella sera,  le
    occorrevano  una  grande  calma  esteriore,   un'assoluta  libert  di
    movimenti.
    Alle sette e mezzo scese in salotto e subito il domestico annunzi:
    - Konstantn Dmitric' Levin!
    La  principessa  era  tuttora  nella  sua stanza e il principe non era
    ancora disceso. Ci siamo,  pens Kitty,  e tutto il sangue le afflu
    al  cuore.  Diede  un'occhiata allo specchio e si spavent del proprio
    pallore.
    Adesso sapeva con  certezza  che  egli  era  venuto  in  anticipo  per
    trovarla  sola  e farle la sua dichiarazione e,  per la prima volta la
    situazione le apparve sotto un aspetto  del  tutto  nuovo  e  diverso.
    Soltanto  allora si rese conto che non si trattava solo di lei,  n di
    sapere con chi sarebbe stata felice e chi avrebbe  amato,  ma  che  in
    quel  medesimo  istante  avrebbe dovuto ferire un uomo al quale voleva
    bene. E la ferita sarebbe stata crudele...  Perch?  Perch lui,  quel
    caro ragazzo,  l'amava,  era innamorato di lei!  Ma non c'era nulla da
    fare: cos doveva essere, era necessario!
    Mio Dio,  devo proprio parlargli io stessa?,  pensava Kitty.  E che
    cosa gli dir?  Come posso dirgli che non gli voglio bene? Non sarebbe
    la verit!  E che debbo dirgli?  Che amo  un  altro?  No,  impossibile
    confessargli  una  cosa  simile!  Ora  me  ne  vado...  me  ne vado...
    scappo....
    Era gi accanto alla porta quando ud i suoi passi. No, non  onesto!
    Di che cosa debbo temere? Non ho fatto nulla di male,  avvenga ci che
    deve avvenire: dir la verit.  E poi,  a lui,   inutile nascondersi!
    Eccolo!,  disse tra s e s,  scorgendo la possente e insieme  timida
    figura  di  Levin  con gli occhi scintillanti.  Ella lo guard bene in
    viso, come se lo supplicasse di risparmiarla, e gli tese la mano.
    - Temo  di  essere  venuto  troppo  presto!  -  egli  disse,  gettando
    un'occhiata nel salotto deserto.
    Quando  si rese conto che le sue aspettative si erano realizzate e che
    nulla avrebbe potuto impedirgli di parlare, il suo viso si fece cupo.
    - Oh no! - disse Kitty, sedendo presso la tavola.
    - Ma desideravo trovarvi sola - prosegu Levin,  senza sedersi e senza
    guardare la fanciulla per non perdersi di coraggio.
    - La mamma verr subito. Ieri si  molto stancata. Ieri...
    Kitty  parlava  senza  sapere che cosa dicessero le sue labbra e senza
    distogliere da Levin il suo sguardo affettuoso e supplichevole.
    Egli la fiss: essa si fece rossa e tacque.
    - Vi ho detto che non sapevo se sarei  rimasto  a  lungo  o  se  sarei
    ripartito subito... e che questo dipendeva da voi.
    Kitty  abbassava  sempre  pi  il capo,  senza sapere che cosa avrebbe
    risposto alla domanda che stava avvicinandosi...
    - Che ci dipendeva da voi - ripet Levin.  - Volevo  dirvi...  volevo
    dirvi... Sono venuto apposta per questo... Volete essere mia moglie? -
    profer  senza capire neppure che cosa diceva ma,  resosi conto che la
    terribile parola era stata pronunziata, tacque e la guard.
    Kitty respirava a stento,  a capo basso;  la sua anima  era  colma  di
    felicit.   Non   avrebbe  mai  sospettato  che  la  dichiarazione  di
    quell'amore le avrebbe prodotto un'impressione cos  profonda!  Ma  fu
    questione  di  un attimo: subito si ricord di Vronskij e,  sollevando
    verso Levin i suoi limpidi occhi sinceri e scorgendo il viso disperato
    di lui, rispose in fretta:
    - Non  possibile... perdonatemi!
    Quanto un minuto  prima  quella  Kitty  gli  era  stata  vicina,  cos
    importante  per  la  sua  vita,  tanto ora gli era divenuta estranea e
    lontana!
    - Non poteva essere altrimenti - disse, senza guardarla.
    Si inchin e fece per uscire.


    CAPITOLO 14.

    In quel momento entr la principessa.  Sul suo  volto  si  dipinse  il
    terrore alla vista dei due giovani e delle loro facce sconvolte. Levin
    le  si  inchin  e  non disse parola;  Kitty taceva,  senza alzare gli
    occhi. Grazie a Dio ha rifiutato,  pens la madre,  e il suo viso si
    illumin del consueto sorriso con il quale ella accoglieva ogni giorno
    i  suoi invitati.  Si sedette e cominci a interrogare Levin sulla sua
    vita in campagna,  e Levin si mise  a  sedere  anche  lui,  aspettando
    l'arrivo degli invitati per potersene andare senza farsi notare.
    Cinque  minuti  dopo  entr  un'amica  di  Kitty,  che  si era sposata
    l'inverno prima, la contessa Nordston.
    Era una donna secca, giallognola,  dall'aspetto malaticcio,  con occhi
    neri scintillanti. Voleva bene a Kitty, e il suo affetto per lei, come
    quello  di  tutte  le donne sposate verso le nubili,  si traduceva nel
    desiderio di vederla maritata secondo il proprio  ideale  di  felicit
    coniugale:  desiderava  che  sposasse  Vronskij.  Levin,  con il quale
    spesso si era  incontrata  all'inizio  dell'inverno,  gli  era  sempre
    riuscito antipatico,  e la sua occupazione preferita e costante,  ogni
    qual volta lo incontrava, consisteva nel prenderlo in giro.
    Mi piace quando mi guarda dall'alto della sua statura o interrompe le
    sue intelligenti conversazioni con me perch sono stupida,  oppure  si
    mostra  condiscendente  nei  miei  confronti.  Condiscendente!  Mi  fa
    piacere che non mi possa soffrire, diceva, parlando di lui.
    E aveva ragione nel senso che Levin non poteva davvero soffrirla e  la
    disprezzava  per  ci di cui lei andava orgogliosa: il suo nervosismo,
    la sua indifferenza e il suo sdegno raffinato per tutto ci  che  ella
    giudicava materiale e grossolano.
    Tra  Levin  e  la  contessa  Nordston  si era stabilito quel rapporto,
    frequente  in  societ,   per  cui  due  persone,   apparentemente  in
    amichevole  relazione,  si disprezzano vicendevolmente a tal punto che
    non possono  neppure  rivolgersi  la  parola  seriamente,  n  possono
    offendersi delle reciproche battute.
    La contessa Nordston attacc subito Levin.
    -  Ah!  Konstantn  Dmitric'!  Eccovi  ritornato nella nostra corrotta
    Babilonia! - gli disse, porgendogli la piccola mano magra e gialla,  e
    ricordandogli   le   parole   che   egli   aveva  detto  al  principio
    dell'inverno,  secondo cui Mosca  era  una  Babilonia.-  Si    dunque
    ravveduta Babilonia o vi siete pervertito voi?   soggiunse, volgendosi
    a guardare Kitty con un sorriso ironico.
    - Sono molto lusingato,  contessa,  dal fatto che ricordiate cos bene
    le  mie  parole  -  rispose  Levin,  che  si era rapidamente ripreso e
    subito,  per abitudine,  aveva assunto il suo  consueto  atteggiamento
    scherzosamente  ostile verso la contessa Nordston.- Evidentemente esse
    vi hanno fatto molta impressione...
    - E come!  Prendo sempre nota di tutto.  Kitty,  sei andata di nuovo a
    pattinare?
    E si mise a discorrere con la fanciulla. Per quanto imbarazzante fosse
    per  Levin  andarsene  in  quel  momento,  gli era tuttavia pi facile
    commettere tale sconvenienza che non restare tutta  la  sera  a  veder
    Kitty,  che  ogni  tanto sollevava fuggevolmente gli occhi su di lui e
    che cercava il pi possibile di evitare  il  suo  sguardo.  Stava  per
    alzarsi, ma la principessa, avendo notato che egli taceva, gli rivolse
    la parola:
    - Vi tratterrete a Mosca per molto tempo?  Se non sbaglio, vi occupate
    dello "zemstvo",  vero?  Immagino  quindi  che  non  potrete  rimanere
    assente a lungo.
    - No,  principessa, non mi occupo pi dello "zemstvo" - disse Levin. -
    Sono venuto per qualche giorno.
    C' in  lui  qualcosa  di  insolito,  pens  la  contessa  Nordston,
    osservando  il  viso  serio  e  severo del giovane.  Qualcosa che gli
    impedisce di ingolfarsi nei suoi ragionamenti.  Ma io lo costringer a
    parlare.  Mi  piace  immensamente  fargli  fare  la figura dello scemo
    davanti a Kitty, e gliela far fare.
    - Konstantn Dmitric',  - prese a dire - spiegatemi,  vi prego,  e voi
    certo lo sapete,  perch da noi, nelle campagne di Kaluga, i contadini
    e le loro donne hanno speso all'osteria tutto ci che avevano e adesso
    si trovano nell'impossibilit di pagare quanto ci  devono.  Come  mai?
    Ditemelo voi, voi che lodate sempre tanto i contadini...
    In quel momento entr nella sala un'altra signora, e Levin si alz.
    -  Scusatemi,  contessa,  ma di queste cose non so veramente nulla,  e
    nulla posso dirvi - rispose, e si volt a guardare l'ufficiale che era
    entrato dietro la signora.
    Dev'essere  Vronskij,  pens  Levin  e,  per  convincersene,  lanci
    un'occhiata  a  Kitty.  Questa  aveva gi scorto il nuovo venuto e ora
    guardava di sfuggita Levin.  Dal solo  sguardo  dei  suoi  occhi,  che
    involontariamente  si  erano  accesi,  Levin  comprese  che essa amava
    quell'uomo e  ne  fu  convinto  come  se  ella  stessa  glielo  avesse
    confessato. Ma chi era quell'uomo?
    Ora  -  bene  o  male  che fosse - Levin non poteva non restare: aveva
    bisogno di sapere che uomo fosse colui che Kitty amava.
    Molti uomini,  imbattendosi in un rivale fortunato in qualsiasi campo,
    sono pronti subito a ignorare tutto ci che di buono c' in lui, a non
    vedergli  che  difetti;  vi  sono altri,  invece,  che si ingegnano di
    scoprire nel rivale fortunato le qualit grazie alle quali egli li  ha
    vinti, e nel rivale cercano, sia pure con il cuore dolorante, soltanto
    il bene.  Levin apparteneva a questa seconda categoria. Ma non gli era
    difficile trovare ci che in Vronskij vi era di bello e di  attraente,
    qualit che saltavano subito agli occhi di tutti.  Bruno, non alto, di
    solida corporatura, Vronskij aveva un viso simpatico,  sereno,  sicuro
    di  s.  Tutto  in  lui,  dai  capelli neri tagliati corti e dal mento
    rasato di fresco sino all'uniforme nuova fiammante,  era  semplice  e,
    nello  stesso  tempo,  elegante.  Ceduto  il  passo  alla  signora che
    entrava,  Vronskij si avvicin alla principessa e poi a Kitty.  Mentre
    si  accostava  alla  fanciulla,  i  suoi begli occhi risplendettero di
    particolare tenerezza,  ed egli,  chinandosi rispettosamente davanti a
    lei,  ebbe un sorriso rapido,  appena percettibile,  di felicit (cos
    parve a Levin) e le tese una mano non grande, un poco larga.
    Dopo aver salutato i presenti e scambiata con tutti qualche parola, si
    sedette,  senza  aver  guardato  neppure  una  volta  Levin,  che  non
    distoglieva gli occhi da lui.
    -  Permettete,  signori,  che  vi  presenti  -  disse  la principessa,
    indicando  Levin.  -  Konstantn  Dmitric'  Levin,  il  conte  Aleksj
    Kirllovic' Vronskij.
    Vronskij  si  alz  e,  con uno sguardo amichevole,  strinse la mano a
    Levin.
    - Quest'inverno,  se non sbaglio,  dovevo pranzare con  voi  -  disse,
    sorridendo   con  il  suo  semplice  e  aperto  sorriso;   -  ma  voi,
    inaspettatamente, siete partito per la campagna.
    -  Konstantn   Dmitric'   disprezza   e   odia   la   citt   e   noi
    cittadiniintervenne la contessa Nordston.
    -  Evidentemente  le  mie parole vi fanno molto effetto,  visto che le
    ricordate tutte cos bene - disse Levin e,  resosi conto di avere  gi
    detto prima la stessa cosa, arross.
    Vronskij guard Levin e la contessa Nordston e sorrise.
    - E voi state sempre in campagna? - domand. - Immagino che in inverno
    ci si debba annoiare, no?
    - Non ci si annoia se si hanno le proprie occupazioni, e poi non ci si
    annoia  neppure  a rimanere soli con se stessi - rispose il giovane in
    tono asciutto.
    - Io amo la campagna - disse Vronskij,  notando il tono di  Levin,  ma
    fingendo di non essersene accorto.
    -  Spero tuttavia,  conte,  che non acconsentireste a vivere sempre in
    campagna - disse la contessa Nordston.
    - Non lo so, non ho mai provato a viverci a lungo. Eppure una volta ho
    provato una strana sensazione - prosegu.  - Non ho  mai  avuto  tanta
    nostalgia  della  campagna,  della  vera  campagna  russa  e  dei suoi
    contadini,  come durante l'inverno che ho trascorso con  mia  madre  a
    Nizza.  Voi sapete che Nizza,  di per s,  noiosa... E anche Napoli e
    Sorrento, del resto, piacciono ma a patto di non restarvici molto.  E'
    proprio  l  che  si  sente pi intensa la nostalgia della Russia,  e,
    soprattutto, della campagna. Sono come...
    Parlava a Kitty e a Levin,  rivolgendo ora all'una,  ora all'altro  il
    suo  sguardo  sereno  e  cordiale  e dicendo evidentemente ci che gli
    veniva in mente.
    Avendo notato che la contessa Nordston voleva dire qualcosa, si ferm,
    senza terminare la frase che aveva cominciato,  e prese ad  ascoltarla
    con attenzione.  La conversazione non languiva un momento, cosicch la
    vecchia principessa non ebbe bisogno di far avanzare i suoi due grossi
    calibri  -  l'insegnamento  delle  lingue  classiche  e  moderne  e il
    servizio militare obbligatorio di cui si serviva quando vi era penuria
    di argomenti,  e  la  contessa  Nordston  non  trov  l'occasione  per
    stuzzicare   Levin.      Levin   avrebbe  voluto  prender  parte  alla
    conversazione  generale,   ma  non  ci  riusciva  e,   pur   dicendosi
    continuamente:  Adesso me ne vado,  non si moveva,  come se fosse in
    attesa di qualcosa.  La conversazione cadde sui tavolini che ballano e
    sullo spiritismo, e la contessa Nordston,  che allo spiritismo credeva
    fermamente, prese a descrivere i prodigi di cui era stata testimone.
    - Contessa, in nome del cielo: fate vedere anche a me queste cose! Non
    ho mai assistito a nulla di eccezionale, bench con tutta la mia buona
    volont ne cerchi l'occasione  - disse Vronskij sorridendo.
    -  Va bene,  venite il prossimo sabato - rispose la contessa,   e voi,
    Konstantn Levin, ci credete? - domand a Levin.
    - Perch me lo  domandate?  Sapete  benissimo  quello  che  vi  potrei
    rispondere.
    - Ma voglio sentire la vostra opinione.
    -  La  mia  opinione    questa  -  rispose Levin - che i tavolini che
    ballano dimostrano che la societ cosiddetta colta non  al  di  sopra
    dei  contadini.  Questi  credono nel malocchio,  nei sortilegi,  nelle
    fatture, mentre noi...
    - Come? Voi non ci credete?
    - Non posso crederci, contessa.
    - Ma se vi dico di aver visto con i miei occhi?
    - Anche le contadine dicono di aver visto i "domovoj" (27).
    - Allora voi pensate che io racconti delle storie?
    E scoppi in una risata un po' forzata.
    - Ma no, Mascia!  Konstantn Dmitric' afferma semplicemente che non ci
    pu   credere  -  disse  Kitty,   arrossendo  per  Levin,   e  questi,
    comprendendo l'intenzione della fanciulla,  si irrit ancora di pi  e
    stava per rispondere, ma Vronskij, con il suo aperto e franco sorriso,
    intervenne nella discussione che minacciava di diventare sgradevole.
    - Voi non ne ammettete nemmeno la possibilit?  - domand. - E perch?
    Eppure ammettiamo l'esistenza dell'elettricit,  che  non  conosciamo;
    perch  dunque  non  potrebbe esistere una nuova forza che ancora ci 
    ignota e che...
    - Quando si scopr l'elettricit - interruppe vivacemente Levin  -  si
    scopr soltanto un fenomeno, e si ignorava donde provenisse e che cosa
    producesse,  e  trascorsero  secoli  prima  che  si  pensasse alla sua
    utilizzazione. Gli spiritisti,  al contrario,  hanno debuttato facendo
    ballare  i  tavolini  ed evocando i morti,  e soltanto pi tardi hanno
    detto che si tratta di una forza sconosciuta.
    Vronskij ascoltava con viva  attenzione  Levin,  come  faceva  sempre,
    evidentemente interessato alle sue parole.
    - S, ma gli spiritisti dicono: Oggi noi ignoriamo ancora in che cosa
    consista  questa  forza,  ma costatiamo in ogni modo che essa esiste e
    agisce in determinate condizioni. Ai dotti, ora, scoprire in che cosa
    essa consista.  No,  io non vedo proprio perch non potrebbe  esistere
    una nuova forza... dato che...
    -  Il  fatto - interruppe di nuovo Levin -  che in elettricit,  ogni
    volta che sfregate la resina con la lana,  si produce  immancabilmente
    lo  stesso fenomeno,  mentre nel caso dello spiritismo non accade ogni
    volta:  dunque chiaro che non si tratta di un fenomeno naturale.
    Vronskij,  rendendosi probabilmente conto che la  conversazione  stava
    assumendo un tono troppo serio per un salotto, non replic e, cercando
    di cambiare argomento, disse sorridendo:
    - Perch, contessa, non proviamo subito?
    Ma  Levin  voleva portare a termine il suo ragionamento.  - Io credo -
    egli prosegu - che il tentativo che fanno gli spiritisti di  spiegare
    i  loro  prodigi  grazie  a  una nuova forza sia il meno felice.  Essi
    parlano chiaramente di una forza spirituale e vogliono sottoporla a un
    esperimento materiale.
    Tutti aspettavano che finisse, e Levin lo comprese.
    - Credo che voi dobbiate essere un  "medium"  meraviglioso-osserv  la
    contessa Nordston; - c' in voi qualcosa di esaltato...
    Levin apr la bocca per rispondere, ma non disse nulla e arross.
    - Suvvia,  vogliamo fare subito la prova del tavolino? Voi permettete,
    principessa?
    E Vronskij si alz,  cercando con gli occhi un tavolino adatto.  Anche
    Kitty si alz e,  passando accanto a Levin,  i suoi occhi incontrarono
    quelli di lui.  Ella lo compiangeva con tutto il cuore,  tanto pi che
    sapeva che egli soffriva per un dolore cagionatogli da lei.  Se mi si
    pu perdonare,  perdonatemi!,  diceva il suo sguardo;  io sono tanto
    felice!.
    Odio tutti,  e anche voi,  e anche me stesso!, rispondeva lo sguardo
    di Levin,  che afferr il cappello per andarsene.  Ma era destino  che
    non  fosse  ancora  il  momento.  Non appena i presenti cominciarono a
    prender posto attorno al tavolino e proprio  mentre  Levin  stava  per
    lasciare la sala, entr il vecchio principe che, dopo aver salutato le
    signore, si rivolse a Levin.
    - Oh!  - esclam gioiosamente.  - Da quanto siete arrivato? Non sapevo
    che foste qui... Sono felicissimo di vederti.
    Il vecchio principe dava del tu a Levin in  modo  intermittente;  lo
    prese sottobraccio e, tutto occupato a parlare con lui, non si accorse
    di  Vronskij,  che  si  era  alzato e aspettava tranquillamente che il
    vecchio gli rivolgesse la parola.
    Kitty sentiva come, dopo tutto quello che era accaduto, dovesse essere
    penosa per Levin la cordialit del padre. Not inoltre come il vecchio
    principe ricambiasse freddamente il saluto di Vronskij e  come  questi
    lo guardasse con cordiale perplessit, con l'aria di domandarsi, senza
    riuscire  a  trovare una risposta,  per quale motivo si potesse essere
    maldisposti a suo riguardo, e arross.
    -  Principe,   rendeteci  Konstantn  Dmitric'  -  disse  la  contessa
    Nordston. - Dobbiamo fare un esperimento.
    -  Quale  esperimento?  Far  ballare  il tavolino?  Vogliate scusarmi,
    signore e signori, ma, secondo me,  il gioco del furetto sarebbe pi
    divertente  -  dichiar il principe,  guardando Vronskij e indovinando
    che era lui l'ideatore di quella novit.Il furetto ha almeno un  po'
    di buon senso!
    Vronskij  sollev sul principe il suo sguardo fermo e stupito e,  dopo
    aver impercettibilmente sorriso,  si volse verso la contessa Nordston,
    con la quale prese a parlare del gran ballo che avrebbe avuto luogo la
    settimana ventura.
    - Spero che ci sarete, vero? - egli disse a Kitty.
    Non  appena  il  principe  si fu allontanato da lui,  Levin si ecliss
    senza farsi notare,  e l'ultima impressione che port con s di quella
    serata  fu  il  viso  sorridente  di Kitty che rispondeva a Vronskij a
    proposito del ballo.


    CAPITOLO 15.

    La sera stessa Kitty rifer alla madre il colloquio avuto con Levin e,
    nonostante tutto il dispiacere che provava per il giovane,  si sentiva
    orgogliosa  che  le  fosse stata fatta una dichiarazione.  Non aveva
    alcun dubbio di aver agito come doveva ma, quando fu coricata,  rimase
    a  lungo  senza  poter prendere sonno.  Una visione la perseguitava in
    modo ostinato: era il viso di Levin,  con le sopracciglia aggrottate e
    gli  occhi  buoni  che  guardavano con espressione triste e cupa lei e
    Vronskij mentre, ritto dinanzi al vecchio principe, lo ascoltava. E ne
    prov una pena cos intensa che le vennero le lacrime agli  occhi.  Ma
    subito  pens a colui al quale l'aveva sacrificato: ricord quel volto
    virile e deciso,  quella nobile calma  e  quell'espressione  di  bont
    verso tutti.  Si ricord l'amore per lei di colui che amava, e l'animo
    suo si colm di gioia;  appoggi la testa  sul  guanciale,  sorridendo
    alla sua felicit.  E' penoso,   penoso,  ma che farci?  Non  colpa
    mia!, si diceva,  ma una voce interiore le parlava in ben altro modo.
    Ella  non  sapeva di che cosa dovesse rimproverarsi,  se di aver fatto
    invaghire di s Levin o di averlo respinto;  ma la  sua  felicit  era
    avvelenata dai dubbi.  Signore, abbiate piet di me! Signore, abbiate
    piet di me!, continuava a ripetere, mentre stava prendendo sonno.
    Intanto gi,  nel piccolo studio del  principe,  si  svolgeva  una  di
    quelle  scenate  che  avvenivano  frequentemente tra i coniugi a causa
    della figlia prediletta.
    - Che cosa? Ecco che cosa!  - gridava il principe,  levando in alto le
    braccia,  malgrado  l'impaccio che gli procuravano i lembi sventolanti
    della veste da camera foderata  di  pelliccia.  -  Voi  non  avete  n
    fierezza, n dignit; voi coprite vostra figlia di vergogna con questo
    modo stupido e ridicolo di cercarle marito.
    - Ma,  in nome di Dio, principe, che ho mai fatto? Spiegatevi!  diceva
    la principessa, quasi piangendo.
    Secondo la sua abitudine,  era andata dal principe per  augurargli  la
    buona notte,  tutta felice per la conversazione avuta con la figlia e,
    bench non avesse intenzione di parlargli della proposta  di  Levin  e
    del  rifiuto  di  Kitty,  aveva  fatto  un'allusione  al  progetto  di
    matrimonio con Vronskij,  dicendo che  ella  considerava  la  faccenda
    ormai  sicura,  che  si  sarebbe  definita e conclusa non appena fosse
    arrivata la madre. Ma fu all'udire queste parole che il principe prese
    fuoco e cominci a parlarle con asprezza.
    - Che cosa avete fatto?  Ve lo  dico  subito:  in  primo  luogo  avete
    attirato un fidanzato, e di questo tutta Mosca parler, e con ragione.
    Se  volete  dare  ricevimenti,  datene,  ma  invitate  tutti e non dei
    pretendenti di vostra scelta. Invitate tutti questi moscardini (cos
    il principe definiva i giovanotti di Mosca), fate venire un suonatore,
    e che ballino! Ma non combinate, per amor di Dio, riunioni come questa
    sera. Veder questo mi disgusta, e voi avete raggiunto il vostro scopo:
    avete fatto girar la testa alla piccola.  Levin  mille volte migliore
    di  quel bellimbusto di Pietroburgo fatto a macchina come tutti quelli
    che gli somigliano: sono tutti dello stesso stampo e non  ce  n'  uno
    che valga qualcosa!  E poi, anche se fosse un principe del sangue, mia
    figlia non ha bisogno di andare in cerca di nessuno...
    - Ma, infine, che cosa ho fatto?
    - Questo hai fatto, che... - grid il principe con ira.
    - So benissimo che, se dessi retta a te - lo interruppe la principessa
    - a nostra figlia  non  darei  mai  marito.  Se    cos,  tanto  vale
    andarcene in campagna!
    - S, e sarebbe davvero meglio!
    - Ma, insomma, cerco forse di lusingare qualcuno? Non lusingo nessuno,
    io!  Un  giovane molto perbene si  innamorato di nostra figlia,  e mi
    pare che ella pure...
    - S, lo so, cos pare a voi! E se lei si fosse innamorata davvero,  e
    lui pensasse a sposarsi quanto ci penso io?  Oh!  Che i miei occhi non
    vedano una cosa simile!  Ah lo spiritismo,  Nizza,  il ballo! - e il
    principe,  imitando la moglie, a ogni parola faceva una riverenza. - E
    se con tutto questo non facessimo che preparare l'infelicit di Kitty,
    se essa si mettesse davvero in testa...
    - Ma perch pensi cos?
    - Non  una supposizione la  mia,    una  certezza...  Gli  occhi  li
    abbiamo noi, non le donne... Vedo da un lato un uomo che ha intenzioni
    serie, e questo  Levin e vedo dall'altro un merlo come quel signore
    che pensa soltanto a divertirsi.
    - Be', adesso ti metti in testa certe cose...
    - Ebbene,  ricordati di quello che ti dico, ma sar troppo tardi, come
    per Dolly...
    - Bene, bene, non parliamone pi - concluse la principessa, al ricordo
    della disgrazia di Dolly.
    - Meglio cos. Buona sera!
    E,  fattisi reciprocamente il segno della  croce,  si  scambiarono  un
    bacio  ma,  sentendo  che  ognuno  restava  della propria opinione,  i
    coniugi si separarono.
    La principessa era fermamente convinta che quella sera si  era  deciso
    il  destino  di  Kitty  e  che  non  vi  potevano  esservi dubbi sulle
    intenzioni di Vronskij: tuttavia le parole del marito non mancarono di
    turbarla.
    Tornata nella sua stanza, anch'ella ripet varie volte: Signore, abbi
    misericordia!  Signore,  abbi misericordia!,  spaventata  come  Kitty
    dall'incertezza dell'avvenire.


    CAPITOLO 16.

    Vronskij  non aveva mai conosciuto la vita di famiglia.  Sua madre era
    stata,  in giovent,  una donna di mondo assai  brillante,  che  aveva
    avuto  durante  il periodo del matrimonio,  e soprattutto dopo,  molte
    avventure romantiche,  risapute da tutti.  Del padre non si  ricordava
    neppure; era cresciuto nel corpo dei paggi.
    Uscito  giovanissimo dalla scuola con il grado di ufficiale,  si trov
    subito preso nel  cerchio  dei  ricchi  militari  di  Pietroburgo.  E,
    sebbene frequentasse a tratti anche la societ, tutti i suoi interessi
    di cuore erano al di fuori di essa.
    A  Mosca  aveva sperimentato,  per la prima volta,  dopo la lussuosa e
    dissoluta  vita  pietroburghese,  il  fascino  dell'incontro  con  una
    giovane,  candida fanciulla di societ,  che si era innamorata di lui.
    Non gli passava neppur per il capo che nei suoi rapporti con Kitty  ci
    potesse  essere  qualcosa  di  men  che  onesto.  Al  ballo danzava di
    preferenza con lei  e  frequentava  la  sua  casa.  Con  la  fanciulla
    discorreva  di  ci di cui si discorre per lo pi in societ,  di cose
    senza importanza,  di sciocchezze e di  banalit,  alle  quali,  per,
    senza  pensarci,  egli  conferiva  un significato particolare per lei.
    Sebbene non le avesse mai detto nulla  che  non  avrebbe  potuto  dire
    dinanzi a chicchessia,  si rendeva conto che Kitty di giorno in giorno
    si sentiva maggiormente attratta da lui e,  quanto  pi  aveva  questa
    sensazione, tanto pi la cosa gli faceva piacere, e i sentimenti verso
    la  fanciulla diventavano pi teneri.  Egli non sapeva che il suo modo
    di agire nei confronti di Kitty aveva un nome ben preciso,  che ci si
    chiama   sedurre  una  fanciulla  senza  avere  alcuna  intenzione  di
    sposarla,  e che quel genere di seduzione  una  tra  le  pi  comuni,
    cattive azioni tra i giovani brillanti come lui.  Gli pareva di essere
    stato il primo a scoprire questo piacere e godeva della sua scoperta.
    Se quella sera avesse potuto ascoltare il colloquio  dei  genitori  di
    Kitty,  se  avesse potuto mettersi dal punto di vista della famiglia e
    sapere che Kitty sarebbe stata infelice se egli non l'avesse  sposata,
    se  ne  sarebbe meravigliato moltissimo e non avrebbe potuto prestarvi
    fede. Non immaginava assolutamente che,  quanto procurava un cos vivo
    piacere  a  lui  e,  in  special modo a lei,  potesse avere spiacevoli
    conseguenze e che la fanciulla poteva esserne compromessa.  Ancor meno
    pensava   al   fatto  di  doversi  sposare.   Non  aveva  mai  pensato
    all'eventualit di un matrimonio.  Non  solo  non  amava  la  vita  di
    famiglia, ma nella famiglia e, in particolare, nella parte del marito,
    secondo la concezione comune nel mondo degli scapoli nel quale viveva,
    gli appariva qualcosa di estraneo a s,  di ostile e,  soprattutto, di
    ridicolo.
    Sebbene non sospettasse neppur lontanamente la  conversazione  che  si
    era  svolta  tra  i  genitori  di  Kitty,  uscendo quella sera da casa
    Scerbackij,   Vronskij  sentiva,   per,   che  il  misterioso  legame
    spirituale  che lo legava alla fanciulla si era fatto pi intimo e pi
    saldo, e che occorreva prendere una risoluzione. Ma che cosa potesse e
    dovesse fare, non poteva neppure immaginarlo.
    Quello che  incantevole,  pensava di  ritorno  dagli  Scerbackij  e
    riportandone, come sempre, una sensazione di fresca purezza  derivante
    in  parte  dal  fatto  che  per tutta la sera non aveva fumato - e con
    quella un nuovo intenerimento per l'amore che egli  ispirava,  quello
    che    incantevole  proprio il fatto che,  senza che nulla sia stato
    detto n da lei, n da me,  ci siamo compresi perfettamente,  grazie a
    quel  muto  colloquio di sguardi e di intonazioni di voce;  oggi,  pi
    chiaramente che mai,  ella  mi  ha  detto  di  amarmi.  E  con  quanta
    dolcezza,  quanta semplicit e,  soprattutto, con quanta fiducia! E io
    stesso mi sento migliore,  pi puro,  sento di avere un cuore e che in
    fondo  a  me  c'  qualcosa di buono.  Quanto cari e innamorati quegli
    occhi quando diceva: "molto, molto"... E allora? Allora, niente.  A me
    fa piacere, e fa piacere anche a lei....
    E si mise a pensare al modo di concludere la serata. Pass in rassegna
    i luoghi in cui si sarebbe potuto recare: Al club? A fare una partita
    e  a bere "champagne" con Ignatov?  No,  non ci vado.  Al "Chteau des
    fleurs"?  (28).  Ci troverei  Oblonskij...  canzonette...  e  un  gran
    baccano!  No, mi  venuto a noia. Proprio per questo, mi piace recarmi
    dagli Scerbackij: quando esco da loro,  mi sento migliore.  Torner  a
    casa!.  Si rec direttamente nel suo alloggio, da Dussau (29), ordin
    la cena e, dopo essersi svestito, si coric e,  non appena ebbe posato
    la testa sul guanciale, si addorment, come sempre, di un sonno sodo e
    tranquillo.


    CAPITOLO 17.

    Alle undici del mattino successivo,  Vronskij si rec alla stazione di
    Pietroburgo, in attesa della madre,  e la prima persona,  che incontr
    sui  gradini  della  grande  scalinata  d'ingresso,  fu  Oblonskij che
    aspettava, con lo stesso treno, la sorella.
    - Buon giorno, eccellenza! - grid Oblonskij. - Chi aspetti?
    - Mia madre - rispose Vronskij con il sorriso abituale a tutti  quelli
    che  si imbattevano in Oblonskij,  stringendogli la mano e salendo con
    lui la scalinata. - Deve arrivare adesso da Pietroburgo.
    - Lo sai che ti  ho  aspettato  sino  alle  due?  Dove  sei  andato  a
    cacciarti quando sei uscito da casa Scerbackij?
    -  A  casa  - rispose Vronskij.  - Ti confesso che non avevo voglia di
    andare in nessun  posto,  tanto  avevo  trovato  gradevole  la  serata
    trascorsa dagli Scerbackij.
    -  I  cavalli  di  razza si riconoscono dal marchio che portano,  e i
    giovani  innamorati  dagli  occhi!   -   declam   Stepn   Arkadyc',
    esattamente come gi aveva fatto con Levin.
    Vronskij sorrise con l'aria di non negare, ma cambi subito discorso.
    - E tu chi aspetti? - domand.
    - Io? Una bella donna - rispose Oblonskij.
    - Ah,  cos?
    - "Honny soit qui mal y pense" (30). Aspetto mia sorella Anna.
    - Ah, la Karnina? - disse Vronskij.
    - Penso che tu la conosca, vero?
    - Mi pare di s...  O forse no...  Davvero non me ne ricordo - rispose
    Vronskij in modo distratto,  come se questo nome Karenin  gli  facesse
    pensare a qualcosa di noioso e di presuntuoso.
    - Ma almeno conoscerai Aleksj Aleksndrovic',  il mio famoso cognato.
    E' noto in tutto il mondo!
    - Lo conosco di fama e di  vista.  So  che    un  uomo  intelligente,
    erudito, un essere superiore... Ma sai, questo non  di mia... "not in
    my line" (31) - disse Vronskij.
    - S,  un uomo eccezionale; un po' conservatore, ma un'ottima persona
    - osserv Stepn Arkadyc'; - un uomo di fama.
    - Be', meglio per lui! - disse Vronskij sorridendo. - Ah, eccoti qui -
    e  si rivolse a un vecchio di alta statura,  il domestico della madre,
    che stava accanto alla porta. - Entra, entra!
    Vronskij in quegli ultimi tempi,  oltre  al  piacere  comune  a  tutti
    quelli che incontravano Oblonskij, ne provava uno particolare, giacch
    vedeva in lui un avvicinamento a Kitty.  Lo prese per un braccio e gli
    disse allegramente:
    - Organizziamo dunque una cena alla "diva", domenica?
    - Certamente!  Io raccoglier le prenotazioni.  Dimmi: hai  conosciuto
    ieri il mio amico Levin? - domand Stepn Arkadyc'.
    - E come no? Ma se ne  andato via molto presto.
    - E' un gran bravo ragazzo - prosegu Oblonskij. - Non ti pare?
    -  Non  so  perch  -  disse  Vronskij  -  tutti  i  Moscoviti,  fatta
    naturalmente  eccezione  di  colui  al   quale   parlo   -   intercal
    scherzosamente  -  hanno  un non so che di rude,  sono sempre pronti a
    inalberarsi,  si irritano facilmente e pare che vogliano sempre  darci
    lezioni...
    - S,  per alcuni  vero,  proprio vero... - rispose Stepn Arkadyc',
    ridendo allegramente.
    - Ma questo treno arriva s no? - domand Vronskij a un ferroviere.
    - Ha lasciato ora l'ultima stazione - rispose l'uomo.
    Il  movimento  via  via  crescente   nella   stazione,   l'andirivieni
    frettoloso dei facchini,  l'apparizione dei gendarmi, l'affluire delle
    persone in  attesa,  dimostravano  che  il  treno  era  ormai  vicino.
    Attraverso  la bruma gelida si scorgevano gli operai in pellicciotto e
    morbidi stivali di feltro passare silenziosamente sui binari.
    Si ud finalmente il fischio della locomotiva e il sordo rotolio di un
    corpo pesante.
    - No - continu Stepn Arkadyc',  che aveva una gran voglia di parlare
    a Vronskij delle intenzioni di Levin riguardo a Kitty.  No, tu non hai
    apprezzato come si deve il mio amico Levin.  E' un uomo molto nervoso,
    e  qualche  volta  accade  che si renda antipatico,  ma in compenso sa
    anche essere molto caro. E' onesto, leale e ha un cuor d'oro.  Ma ieri
    c'era  un  motivo particolare,  tale da renderlo o felicissimo o molto
    infelice  -  aggiunse,  con  un  sorriso  significativo,  dimenticando
    assolutamente  la  sincera  simpatia che aveva provato il giorno prima
    per l'amico, per la simpatia che ora gli ispirava Vronskij.
    Questi si ferm e, senza reticenze, chiese:
    - Vuoi forse dire che ieri ha chiesto la mano di tua cognata?
    - Pu darsi!  - rispose Stepn Arkadyc'.  - Ieri ho supposto  qualcosa
    del genere...  S,  se  andato via presto e,  per di pi,  di cattivo
    umore,  vuol dire  che  avr  fatto  la  domanda.  Da  tanto  tempo  
    innamorato di Kitty, e lo compiango molto.
    -  Davvero?  Comunque  io  penso  che ella possa contare su un partito
    migliore - disse Vronskij e,  impettito,  riprese a camminare.  -  Del
    resto,  non  lo  conosco  -  aggiunse.  -  Comunque    una situazione
    spiacevole!  E' per questo che la maggioranza degli uomini  preferisce
    avere  a che fare con donnine allegre...  In questo campo l'insuccesso
    dimostra soltanto che non avevi abbastanza  soldi,  mentre  nell'altro
    caso  in gioco la tua dignit. Ma ecco il treno!
    Effettivamente gi si udiva in lontananza il fischio della locomotiva.
    Pochi minuti dopo la banchina parve tremare e la locomotiva, cacciando
    vapore  che  il  gelo  spingeva verso il basso,  pass davanti a loro;
    piegando e distendendo la biella della ruota centrale in modo lento  e
    regolare,  mentre il macchinista e il fochista,  imbacuccati e coperti
    di  brina,  salutavano;   dietro  il  "tender",   seguiva  sempre  pi
    lentamente e scotendo la tettoia,  il carro-bagagli,  nel quale guaiva
    un cane e, finalmente, sussultando prima di fermarsi,  si avvicinarono
    le carrozze dei viaggiatori.
    Dopo aver fischiato, un aitante e agile capotreno salt gi, mentre il
    convoglio era ancora in moto e, dopo di lui, cominciarono a scendere i
    viaggiatori pi impazienti: un ufficiale della Guardia, dal portamento
    marziale, che si guardava attorno severamente; un mercantuccio con una
    bisaccia  a tracolla,  affaccendato e sorridente;  un contadino con un
    sacco sulle spalle.
    Vronskij, ritto accanto a Oblonskij, osservava i vagoni e la gente che
    ne usciva e si era completamente dimenticato di  sua  madre.  Ci  che
    aveva saputo a proposito di Kitty lo eccitava e lo emozionava.  Il suo
    petto si raddrizzava involontariamente e gli occhi gli brillavano.  Si
    sentiva vincitore!
    -  La  contessa Vrnskaja  in quello scompartimento - disse l'aitante
    capotreno, avvicinandosi a Vronskij.
    Le parole del capotreno lo riscossero e lo obbligarono a pensare a sua
    madre e all'imminente incontro con lei. In cuor suo,  egli non stimava
    la madre e,  senza rendersene conto,  non l'amava,  bench, secondo la
    concezione del mondo  in  cui  viveva  e  l'educazione  ricevuta,  non
    potesse   immaginare  con  la  madre  se  non  rapporti  sottomessi  e
    rispettosi e, quanto pi questi lo erano esteriormente,  tanto meno in
    cuor suo egli la stimava e l'amava.


    CAPITOLO 18.

    Vronskij  segu il capotreno sino alla carrozza indicatagli e si ferm
    allo sportello per cedere il passo a una signora che ne usciva. Con il
    suo particolare tatto di uomo di  mondo,  egli  riconobbe  alla  prima
    occhiata  che  quella  signora apparteneva all'alta societ.  Dopo una
    parola di scusa, sal nella carrozza, ma sent il bisogno di guardarla
    ancora una volta,  non perch fosse molto bella,  non per l'eleganza e
    la grazia che emanavano dalla sua persona,  ma perch nell'espressione
    del dolce viso di quella donna,  quando essa gli era passata  accanto,
    aveva  notato un qualcosa di particolarmente tenero e soave.  Allorch
    volse la testa per guardarla,  si volt indietro anche lei.  Gli occhi
    grigi  luminosi  della  donna,  che parevano scuri a causa delle folte
    ciglia,  si posarono amichevolmente e attentamente sul suo viso,  come
    se ella lo avesse riconosciuto,  e subito si trasportarono sulla folla
    che si avvicinava, come per cercare qualcuno.  In quel rapido sguardo,
    Vronskij  not immediatamente una vivacit contenuta,  che le guizzava
    sul viso e negli occhi scintillanti,  e il sorriso appena percettibile
    che  le  sfiorava  le labbra vermiglie.  Pareva che in quella donna ci
    fosse un empito  traboccante  di  vitalit  che  si  manifestava,  suo
    malgrado,  ora nello scintillio degli occhi,  ora nella luminosit del
    sorriso.  Ella tent di  spegnere  la  luce  dello  sguardo,  ma  essa
    continuava   a   risplendere,   suo   malgrado,   nel  sorriso  appena
    percettibile che le aleggiava sulle labbra.
    Vronskij entr nello scompartimento.  Sua madre,  una vecchia secca  e
    magrolina  con  gli  occhi  e  i  riccioli neri,  strizz le palpebre,
    scrutando il figlio e sorridendo leggermente con  le  labbra  sottili.
    Alzatasi  dal divano e consegnata alla cameriera una borsa da viaggio,
    tese al figlio la piccola mano secca,  e sollevando la  testa  di  lui
    dalla mano, lo baci in viso.
    - Hai ricevuto il mio telegramma? Stai bene? Sia ringraziato Iddio!
    - Avete fatto buon viaggio?  - domand il figlio,  sedendosi accanto a
    lei e tendendo involontariamente l'orecchio alla voce femminile che si
    udiva dietro la porta. Sapeva che era la voce della signora incontrata
    poco prima, nell'entrare nello scompartimento.
    - Io non condivido tuttavia la vostra opinione - diceva la voce.
    - E' l'opinione di Pietroburgo, signora.
    - Non di Pietroburgo, ma  semplicemente un punto di vista femminile -
    ella rispose.
    - Ebbene, permettetemi di baciarvi la mano.
    - Arrivederci, Ivn Petrovic'. Guardate, per favore, se mio fratello 
    qui e mandatemelo - disse la signora, e rientr nello scompartimento.
    - Allora,  avete  trovato  vostro  fratello?  -  domand  la  contessa
    Vrnskaja, rivolgendosi alla signora.
    Vronskij comprese allora che si trattava della signora Karnina.
    -  Vostro fratello  qui - disse,  alzandosi.  -  Scusate se non vi ho
    riconosciuta;  del resto,  ho avuto l'occasione  di  incontrarvi  cos
    raramente   che   voi  non  vi  ricordate  certo  di  me!-    prosegu
    inchinandosi.
    - Ma s - ella rispose;  - io vi ho  riconosciuto  perch  durante  il
    viaggio  vostra madre e io abbiamo parlato soltanto di voi - e permise
    finalmente alla sua contenuta vivacit di esternarsi con un sorriso. -
    Ma mio fratello non viene?
    - Chiamalo tu, Alscia (32) - disse la vecchia signora.
    Vronskij discese sulla banchina e grid:
    - Oblonskij, qui!
    La signora Karnina non rimase ad attendere l'arrivo del fratello,  ma
    avendolo  scorto,  scese  e si incammin rapidamente verso di lui,  lo
    raggiunse e,  con un gesto pieno di grazia e insieme di  energia,  gli
    cinse  il  collo  con  il braccio sinistro,  lo attir a s e lo baci
    vivamente.  Vronskij la guardava senza abbassare gli  occhi  e,  senza
    sapere perch, sorrideva. Si ricord infine che sua madre lo aspettava
    e rientr nello scompartimento.
    - Vero che  graziosa? - domand la contessa, riferendosi alla signora
    Karnina.  -  Suo marito l'ha fatta sedere accanto a me,  del che sono
    stata molto contenta.  Abbiamo chiacchierato durante tutto il viaggio.
    Bene, e tu? Si dice che... "vous filez le parfait amour... Tant mieux,
    mon cher, tant mieux" (33).
    - Non so a che cosa vogliate alludere, "maman" - rispose il figlio con
    freddezza. - Allora, vogliamo andare?
    In  quel  momento la signora Karnina rientr nello scompartimento per
    salutare la contessa.
    - Ebbene, contessa,  voi avete trovato vostro figlio e io mio fratello
    - disse con gaiezza. - Tutte le mie storie, del resto, erano esaurite,
    non ne avrei avute altre da raccontarvi.
    -  Ma  no  - disse la contessa,  prendendole la mano.  - Con voi avrei
    fatto il giro del mondo,  certa di non annoiarmi.  Siete una di quelle
    amabili  creature con le quali  piacevole parlare e tacere.  Quanto a
    vostro figlio,  non  pensateci,  ve  ne  prego:  com'  possibile  non
    separarsi mai?
    La  signora  Karnina  stava  in  piedi,  tenendosi straordinariamente
    diritta, e i suoi occhi sorridevano.
    - Anna Arkdevna - spieg la contessa al figlio -  ha  un  bambino  di
    otto anni, mi pare, dal quale non si  mai separata, e ora si tormenta
    continuamente per averlo lasciato.
    -  S,  non  abbiamo  fatto altro,  la contessa e io,  che parlare dei
    nostri figlioli: io del mio e la contessa del suo!  - disse la signora
    Karnina,  e  di  nuovo  il  suo  volto fu illuminato dal sorriso,  un
    sorriso carezzevole a suo riguardo.
    -  Probabilmente  vi  sarete  molto  annoiata  -   rispose   Vronskij,
    afferrando al volo la palla di civetteria che lei gli aveva lanciato.
    Ella,  per,  evidentemente  non  voleva  continuare  su  quel tono la
    conversazione, e si rivolse alla vecchia contessa:
    - Vi ringrazio molto: il viaggio  passato senza  che  neppure  me  ne
    accorgessi!
    - Arrivederci, mia giovane amica - rispose la contessa. - Lasciate che
    baci il vostro bel visetto.  Vi dico semplicemente, da vecchia, che mi
    sono innamorata di voi.
    Per quanto banale fosse  questa  frase,  la  signora  Karnina  sembr
    credervi  e  rallegrarsene.  Arross,  si chin leggermente e porse il
    viso alle labbra della contessa, si rialz di nuovo e, sempre con quel
    sorriso che guizzava tra le labbra  e  gli  occhi,  porse  la  mano  a
    Vronskij.  Questi  strinse la piccola mano che gli veniva tesa e prov
    un senso di gioia particolare all'energica stretta di  mano  che  ella
    gli  diede.  Anna  Karnina  usc  a  rapidi  passi,  e  la leggerezza
    dell'andatura offriva un singolare contrasto con la maestosa imponenza
    della persona.
    - Incantevole! - disse la contessa.
    La stessa cosa pensava suo figlio che,  con il volto improntato  a  un
    immobile  sorriso,  la  segu  con lo sguardo sino a quando l'elegante
    figura non scomparve. La vide, dal finestrino, mentre si avvicinava al
    fratello,  gli appoggiava la  mano  sul  braccio  e  gli  parlava  con
    animazione  di  qualcosa  che,  evidentemente,  non  aveva nulla a che
    vedere con lui, e ne fu indispettito.
    - Dunque,  "maman",  state bene davvero?  - ripet,  rivolgendosi alla
    madre.
    -  Bene,  benissimo.  "Alexandrev" (34)  graziosissimo e "Marie" si 
    fatta molto bella e assai interessante.
    Ed ella si mise di nuovo a parlare dell'argomento che pi le  stava  a
    cuore:   il   battesimo  del  nipotino,   motivo  del  suo  viaggio  a
    Pietroburgo, e della particolare benevolenza dello zar verso il figlio
    maggiore.
    - Ecco Lavrentij  -  disse  Vronskij,  guardando  dal  finestrino.  Se
    volete, ora possiamo andare.
    Il  vecchio domestico,  che viaggiava con la contessa,  comparve nello
    scompartimento per annunziare che tutto era pronto,  e la contessa  si
    alz per uscire.
    - Andiamo, ormai non c' pi molta gente - disse Vronskij.
    La  cameriera  prese  la  valigia e il cagnolino,  e il domestico e il
    facchino si occuparono degli altri bagagli.
    Vronskij offr il braccio alla madre ma,  quando stavano gi scendendo
    dal vagone, passarono di corsa davanti a loro parecchie persone con le
    facce  spaventate,  seguite  dal  capostazione con il suo berretto dal
    colore cos vistoso.  La folla si dirigeva verso la  coda  del  treno.
    Evidentemente era accaduto qualcosa.
    -  Che  c'?  Che  successo?  Dove?...  Si  buttato sotto?  E' stato
    schiacciato? - si udiva gridare tra quelli che passavano correndo.
    Stepn Arkadyc' e la sorella, che gli dava il braccio, erano anch'essi
    tornati indietro con lo spavento dipinto sul viso,  e si erano fermati
    presso la porta del vagone per evitare la folla.
    Le signore rientrarono nello scompartimento,  mentre Vronskij e Stepn
    Arkadyc' seguivano la gente per sapere i particolari della disgrazia.
    Un manovale,  forse ubriaco o troppo imbacuccato  per  difendersi  dal
    gelo,  non  aveva sentito il rumore di un treno che retrocedeva ed era
    stato investito.  Le due signore avevano saputo  i  particolari  della
    disgrazia  dal  domestico,  ancor  prima  del  ritorno  di  Vronskij e
    dell'amico.
    Essi avevano veduto il cadavere straziato,  e Oblonskij ne  era  tutto
    sconvolto: pareva sul punto di piangere.
    -  Che  cosa  orribile!  Se  tu  l'avessi  veduto,  Anna!  Che orrore!
    ripeteva.
    Vronskij taceva, e il suo bel viso era serio, ma perfettamente calmo.
    - Ah, se l'aveste veduto, contessa! - continuava Stepn Arkadyc'.  - E
    sua moglie  qui...  E' terribile... si  gettata sul corpo del marito
    come pazza...  Dicono che  fosse  l'unico  sostegno  di  una  numerosa
    famiglia. Che pena!
    - Non si pu fare qualcosa per lei? - mormor la signora Karnina.
    Vronskij la guard e usc dallo scompartimento.
    - Torno subito, "maman" - aggiunse, voltandosi sulla soglia.
    Quando,  dopo  qualche minuto ricomparve,  Stepn Arkadyc' parlava gi
    alla contessa della nuova cantante, e questa guardava impaziente verso
    l'uscita, in attesa del figlio.
    - Adesso possiamo andare - inform Vronskij, ritornando.
    Uscirono tutti insieme.  Vronskij  andava  avanti  con  la  madre;  li
    seguivano  la  signora  Karnina  con  il fratello.  All'uscita furono
    raggiunti dal capostazione, che si avvicin a Vronskij.
    - Voi,  eccellenza,  avete consegnato al mio aiutante duecento  rubli:
    favorite dirmi a chi li destinate.
    - Alla vedova, naturalmente - rispose Vronskij alzando le spalle;-  mi
    stupisco che mi facciate questa domanda.
    -  Avete  dato  quella  somma?  -  grid  alle sue spalle Oblonskij e,
    stringendo il braccio della sorella, aggiunse: - Un gesto molto bello!
    Non  vero che  un caro ragazzo? Contessa, i miei ossequi.
    E si ferm con la sorella in attesa della cameriera di quest'ultima.
    Quando uscirono dalla  stazione,  la  carrozza  di  Vronskij  era  gi
    partita.  La  gente  che  sfollava continuava a commentare ci che era
    accaduto.
    - Che morte orribile! - esclam una donna, passando accanto a essi.  -
    Dicono che il treno l'abbia tagliato in due!
    - Io penso,  invece, che sia la morte pi bella... Cos istantanea...!
    - osserv un'altra.
    - Mi chiedo come mai non si prendano misure precauzionali - disse  una
    terza persona.
    Anna Karnina sal in carrozza,  e il fratello vide con stupore che le
    sue labbra tremavano e che ella tratteneva a stento le lacrime.
    - Che hai, Anna? - domand quando ebbero percorso qualche centinaio di
    metri.
    - E' un brutto presagio - ella rispose.
    - Che sciocchezza!  - esclam Stepn Arkadyc'.  - Tu sei  arrivata,  e
    questo  l'essenziale.  Non puoi immaginare quanta speranza io riponga
    in te!
    - E' molto tempo che conosci Vronskij? - s'inform Anna.
    - S. Sai che abbiamo la speranza che sposi Kitty?
    - Ah s? - disse piano Anna.  - Bene,  adesso parliamo di te aggiunse,
    scotendo  la  testa  come se volesse scacciare fisicamente un pensiero
    importuno e penoso che la  disturbava.    Parliamo  dunque  delle  tue
    faccende. Ho ricevuto la tua lettera, ed eccomi qui.
    -  S,  Anna,  tutte le mie speranze sono riposte in te - disse Stepn
    Arkadyc'.
    - Raccontami dunque tutto!
    E Stepn Arkadyc' l'inform di quanto era accaduto.
    Giunto a casa, aiut la sorella a scendere dalla carrozza, sospir, le
    strinse la mano e si diresse verso il suo ufficio.


    CAPITOLO 19.

    Quando Anna entr in casa,  Dolly  era  seduta  nel  piccolo  salotto,
    intenta a dare lezione di francese a un bel bimbetto biondo e paffuto,
    tutto  il ritratto del padre.  Il bimbo leggeva e intanto rigirava con
    la mano  un  bottone  della  giacchetta  che  penzolava  e  stava  per
    staccarsi.  La  madre  gli  allontan varie volte la mano,  ma le dita
    paffutelle riprendevano il  giochetto  tanto  che  ella  fin  con  lo
    staccarlo del tutto e metterselo in tasca.
    -  Sta' fermo - disse,  e riprese a sferruzzare attorno a una coperta,
    un lavoro al quale si accingeva nei momenti  difficili  e  che  adesso
    seguiva a scatti nervosi, gettando le maglie e contando i punti.
    Sebbene  il giorno precedente avesse ordinato di dire a suo marito che
    l'arrivo della cognata  non  l'interessava  affatto,  aveva  preparato
    tutto  per  accoglierla  e  ora  l'attendeva  con  ansia.   Dolly  era
    annientata, tutta presa dal suo dolore;  nondimeno ricordava che Anna,
    la  cognata,  era  moglie  di  una  delle persone pi importanti della
    Russia e una grande dama della  capitale.  Contrariamente,  quindi,  a
    quanto  aveva  fatto  dire  al  marito,  non aveva affatto dimenticato
    l'arrivo di lei.  In fin dei conti,  Anna non  ha  colpa  di  nulla,
    pensava Dolly. Sul suo conto non c' nulla da dire che non le sia pi
    che  favorevole,  e  da  lei  io  non ho ricevuto altro che amicizia e
    affetto.  Vero  che,  per  quanto  poteva  ricordare,  l'impressione
    ricevuta  a  Pietroburgo  dalla  casa  dei  Karenin  non  le era molto
    piaciuta: in tutto l'andamento  della  loro  vita  familiare,  le  era
    sembrato  di  avvertire  qualcosa di falso.  Ma perch mai non dovrei
    riceverla?  Purch,  per,  non si metta  in  testa  di  consolarmi!,
    pensava  Dolly.  Tutte le consolazioni,  i perdoni,  la rassegnazione
    cristiana... sono cose cui ho gi pensato e ripensato mille volte,  ma
    che non servono a nulla.
    In  quegli  ultimi giorni Dolly era stata sola con i bambini.  Parlare
    del suo dolore non voleva,  e parlare di cose indifferenti,  con  quel
    peso  che  aveva  sul  cuore,  non  poteva.  Sapeva che,  in un modo o
    nell'altro, avrebbe detto tutto ad Anna e, se da un lato la rallegrava
    il pensiero di narrarle ogni cosa,  dall'altro  lato  la  irritava  la
    necessit   di   raccontare   proprio  a  lei,   sorella  del  marito,
    l'umiliazione  subita,  e  di  ascoltare  le  solite  frasi  fatte  di
    esortazione e di conforto.
    Guardava  l'orologio  e  aspettava  di  vederla  entrare da un momento
    all'altro ma,  come spesso accade,  le sfugg proprio l'istante in cui
    l'ospite arriv, di modo che non ud il suono del campanello.
    Sentendo  un fruscio di abiti e un passo leggero gi sulla soglia,  si
    volt a guardare e, involontariamente, sul suo viso smunto non apparve
    una espressione di gioia,  ma di  stupore.  Si  alz  e  abbracci  la
    cognata.
    - Come, sei gi arrivata? - disse, baciandola.
    - Dolly, come sono contenta di vederti!
    -  Sono  contenta  anch'io  -  rispose Dolly,  sorridendo debolmente e
    cercando di capire dal suo viso se Anna sapesse.  Lo sa  di  certo!,
    pens,  leggendo  un'espressione  dolente  sul  volto  di  lei.  - Su,
    andiamo,  ti accompagno  nella  tua  camera  -  prosegu,  desiderando
    allontanare, per quanto possibile, il momento della spiegazione.
    -  Questo  Griscia?  Mio Dio,  quanto  cresciuto!  - esclam Anna e,
    dopo averlo baciato, senza distogliere gli occhi da Dolly,  si ferm e
    arross. - No, permettimi di restare qui.
    Si tolse lo scialle,  il cappello e, avendolo impigliato in una ciocca
    dei suoi ricci neri, dovette liberarlo scotendo la testa.
    - Tu sei raggiante di felicit e di salute! - esclam Dolly, quasi con
    invidia.
    - Io? S... - rispose Anna. - Mio Dio, Tnja! Ha la stessa et del mio
    Serza (35) - soggiunse,  rivolgendosi alla  bambina  che  entrava  di
    corsa.  La  prese tra le braccia e la baci.  - Una bambina deliziosa,
    veramente deliziosa!  Fammi vedere anche gli altri...  - .  Li  nomin
    tutti,  ricordando  non  soltanto  i  nomi,  ma gli anni,  i mesi,  il
    carattere,  le malattie avute,  e Dolly non  poteva  fare  a  meno  di
    apprezzare tutto ci.
    -  Su,  andiamo  dunque  da  loro  - disse.  - Ora Vsja (36) dorme...
    Peccato!
    Dopo aver visto i bambini,  ritornarono in salotto,  sole,  davanti al
    caff. Anna trasse a s il vassoio, ma subito lo allontan.
    - Dolly, - disse - lui mi ha parlato.
    Dolly guard freddamente Anna.  Ora si aspettava frasi convenzionali e
    false, ma Anna non disse nulla del genere.
    - Dolly cara!  - esclam.  Io non voglio parlarti in  suo  favore,  n
    consolarti.  Non  possibile. Ma sento tanta pena per te, con tutto il
    cuore!
    Sotto le folte ciglia,  gli occhi brillanti si colmarono  di  lacrime.
    Anna  si  sedette pi vicina alla cognata e le strinse una mano tra le
    sue,  piccole e forti.  Dolly non si scherm,  ma l'espressione fredda
    del suo viso non mut. E disse:
    - Consolarmi non  possibile. Dopo quanto  successo, tutto  finito!
    E, non appena ebbe pronunziato queste parole, il suo volto a un tratto
    parve  raddolcirsi.  Anna  sollev la magra,  secca mano di Dolly e la
    baci dicendo:
    - Ma che cosa fare, Dolly, che cosa fare? Com' meglio agire in questa
    dolorosa situazione? Ecco a che cosa si deve pensare.
    - Tutto  finito,  e non c' pi nulla da fare - rispose Dolly.-  E il
    peggio,  cerca  di  capirmi,    che io non posso lasciarlo: ci sono i
    figli, e io sono legata. D'altra parte,  innanzitutto non mi sento pi
    di vivere con lui, ed  per me un tormento il solo vederlo!
    - Dolly cara,  Stiva mi ha parlato,  ma io voglio sentire da te: dimmi
    tutto.
    Dolly la guard con aria interrogativa.
    Sul viso  di  Anna  si  leggevano  una  partecipazione  e  un  affetto
    veramente sinceri.
    -  D'accordo - rispose Dolly - ma devo dirti tutto,  sin da principio.
    Tu sai come mi sono sposata.  Con l'educazione datami da  "maman"  non
    solo ero ingenua,  ma addirittura stupida. Dicono, lo so, che i mariti
    raccontano alle mogli il loro passato, ma Stiva...  - e si corresse: -
    ma  Stepn  Arkadyc'  non  mi ha detto nulla.  Tu non ci crederai,  ma
    sinora  avevo  creduto  di  essere  la  sola  donna  che  egli  avesse
    conosciuta.  Cos ho vissuto per otto anni.  Capisci,  dunque, che non
    solo non lo supponevo capace di  infedelt,  ma  non  pensavo  neppure
    lontanamente  che una cosa simile fosse possibile.  Immagina,  dunque,
    che cosa sia  stato  per  me,  con  illusioni  del  genere,  venire  a
    conoscere  a  un  tratto  l'orrore,  tutta la bassezza di...  Cerca di
    capirmi! Essere completamente sicura della propria felicit e di colpo
    continu Dolly trattenendo  i  singhiozzi  -  avere  tra  le  mani  la
    lettera,  la  lettera  di lui alla sua amante,  alla ex governante dei
    miei bambini! No  troppo orribile!
    Tir frettolosamente il fazzoletto dalla tasca  e  se  ne  coperse  il
    volto.
    -  Comprenderei  ancora  un momento di smarrimento - prosegu dopo una
    pausa - ma ingannarmi, ingannarmi freddamente, con tanta astuzia...  e
    con chi?  Continuare a essere mio marito e intanto stare con lei...  
    orribile! Tu non puoi capire...
    - Oh, capisco!  Capisco,  mia povera Dolly - disse Anna,  stringendole
    una mano.
    - E tu credi che lui si renda conto dell'orrore della mia posizione? -
    continu Dolly. - Assolutamente no:  felice e contento!
    - Oh no!  - la interruppe in fretta Anna.  - Mi fa pena,  annichilito
    per il rimorso.
    - E tu credi che sia capace  di  rimorso?  -  disse  Dolly,  scrutando
    attentamente il volto della cognata.
    -  S,  s,  io  lo  conosco.  Non  potevo  guardarlo  senza  provarne
    compassione. Noi lo conosciamo tutt'e due:  buono,  ma  orgoglioso e
    adesso, invece,  cos umiliato! Ci che soprattutto mi ha commossa (e
    qui  Anna  aveva  indovinato  ci  che  poteva commuovere Dolly)  che
    soffre per due cose: la vergogna che prova davanti  ai  ragazzi  e  il
    fatto  che  amandoti,  s,  amandoti pi di ogni cosa al mondo - disse
    affrettatamente per interrompere Dolly che voleva ribattere  -  ti  ha
    fatto  tanto male...  No,  no...  essa non mi perdoner,  continua a
    ripetere.
    Dolly guardava lontano,  pensierosa,  mentre ascoltava  le  parole  di
    Anna.
    -  Si  capisce  che  la sua situazione  terribile: per il colpevole 
    peggio che per l'innocente - disse - se si rende conto  di  essere  la
    causa di tanta sciagura.  Ma come posso perdonarlo,  come posso essere
    di nuovo sua moglie dopo quell'altra?  Vivere insieme sarebbe  ora  un
    tormento,  proprio  perch  amo  l'amore  che ho provato un giorno per
    lui...
    E i singhiozzi interruppero le sue parole.
    Ma,  come se lo facesse apposta,  non appena  si  raddolciva  un  po',
    ricominciava a parlare di ci che pi la irritava.
    - Lei  giovane e bella - continu. - Ma tu capisci, Anna, da chi sono
    state  prese  la  mia  giovent  e la mia bellezza?  Da lui e dai suoi
    figli: ormai io non servo pi. Mi sono logorata per loro, e adesso, si
    capisce,  egli preferisce un essere magari volgare,  ma pi giovane  e
    fresco...  Probabilmente tra di loro parlavano di me, oppure, il che 
    peggio,  mi ignoravano...  Capisci?  - E nei suoi  occhi  si  riaccese
    l'odio.  - E quando,  dopo tutto questo,  viene a dirmi... E io dovrei
    credergli? No, ormai tutto  finito,   finito tutto quanto costituiva
    un  conforto,  una  ricompensa  alle  fatiche,  alle sofferenze...  Ci
    crederai?  Adesso stavo facendo studiare Griscia: prima questo era per
    me  una  gioia,  ora    un  tormento.  Perch  darmi da fare,  perch
    lavorare? Perch ho dei bambini?  La cosa terribile  che,  tutto a un
    tratto, la mia anima si  come rovesciata e, invece dell'amore e della
    tenerezza  che provavo per lui,  non sento pi che odio e rancore.  Lo
    ucciderei e...
    - Dolly, anima mia, ti capisco, ma non devi torturarti tanto. Sei cos
    offesa ed eccitata che molte cose non le vedi come sono realmente.
    Dolly si calm e, per un paio di minuti, le due donne tacquero.
    - Che devo fare? Anna, aiutami... pensaci tu!
    Neppure Anna sapeva escogitare  nulla,  ma  il  suo  cuore  rispondeva
    direttamente a ogni parola, a ogni espressione del viso della cognata.
    -  Io dico una cosa sola - cominci Anna: - sono sua sorella,  conosco
    il suo carattere,  questa capacit di dimenticare tutto e si tocc  la
    fronte.  - Questa capacit  appunto la causa dei suoi smarrimenti, ma
     anche motivo per lui di pentimento sincero. Adesso egli non si rende
    conto di aver potuto fare ci che ha fatto.
    - No,  egli capisce,  ha capito!  - interruppe Dolly.  - Ma  io...  ti
    dimentichi di me, Anna... Pu essere questa una consolazione per me?
    - Aspetta. Quando mi ha parlato, te lo confesso, non mi rendevo ancora
    conto  dell'orrore  della  tua  situazione.  Vedevo soltanto lui e una
    famiglia distrutta. Mi faceva pena ma,  dopo aver parlato con te,  io,
    come donna,  vedo un'altra cosa, vedo le tue sofferenze e non so dirti
    quale pena io provi! Ma, Dolly, anima mia, se capisco sino in fondo il
    tuo dolore,  ignoro tuttavia una cosa...  ignoro quanto amore  ci  sia
    ancora nel tuo cuore per lui. Tu sola puoi sapere se ce n' abbastanza
    da poter perdonare. Se senti che c', perdona!
    -  No!  -  cominci Dolly,  ma Anna l'interruppe e ancora una volta le
    baci la mano.
    - Conosco il mondo pi di te - disse. - Conosco uomini come Stiva e so
    che importanza danno a queste cose.  Tu dici che con "lei" parlava  di
    te.  Questo non  certo successo.  Gli uomini possono essere infedeli,
    ma il focolare domestico e la moglie restano per loro una cosa  sacra.
    Tra quelle donne,  che in fondo essi disprezzano, e la famiglia rimane
    una linea invalicabile,  che nessuno  deve  e  pu  oltrepassare.  Non
    capisco come sia, ma so che  cos.
    - S, ma lui la baciava...
    - Dolly,  anima mia,  aspetta. Io ho visto Stiva quando era innamorato
    di te,  ricordo il tempo in cui veniva a casa mia e,  parlando di  te,
    piangeva...  Se  tu  sapessi quale alto ideale di poesia rappresentavi
    per lui! So pure che,  quanto pi viveva con te,  tanto pi in alto tu
    salivi ai suoi occhi.  Ricordo che spesso ridevamo di lui,  perch,  a
    ogni parola, aggiungeva: Dolly  una donna meravigliosa!.  Per te ha
    sempre avuto e ha tuttora un culto e questo sbandamento non appartiene
    alla sua anima.
    - Ma se uno sbandamento cos si ripetesse?
    - Non pu accadere.
    - Ma tu perdoneresti?
    - Non so, non posso giudicare... Invece no, posso - disse Anna e, dopo
    aver  soppesato  interiormente  la situazione,  prosegu:  Posso,  s,
    posso.  Perdonerei.  Non sarei pi la stessa,  certo,  ma perdonerei e
    perdonerei come se nulla fosse accaduto.
    -  Be',  si capisce - interruppe vivamente Dolly,  come se dicesse una
    cosa pi volte pensata - altrimenti non sarebbe nemmeno un perdono. Se
    si  deve  perdonare,  il  perdono  dev'essere  completo,  totale.  Su,
    andiamo,  ora.  Ti  accompagno  nella tua stanza - disse,  alzandosi e
    abbracciando Anna durante il tragitto. - Mia cara,  come sono contenta
    che tu sia arrivata. Mi sento meglio, s, molto meglio.


    CAPITOLO 20.

    Anna  trascorse  tutta la giornata a casa,  cio dagli Oblonskij e non
    ricevette nessuna delle molte persone  che,  saputo  del  suo  arrivo,
    erano  venute  quel giorno stesso per visitarla.  Pass la mattina con
    Dolly e con i  bambini.  Mand  soltanto  un  biglietto  al  fratello,
    raccomandandogli  di venire assolutamente a pranzare a casa.  Vieni,
    gli scrisse, Dio  misericordioso.
    Oblonskij  pranz  a  casa.  La  conversazione  fu  generica.   Dolly,
    rivolgendosi  al  marito,  gli  diede  del  tu,  cosa  che prima non
    accadeva.  Nei rapporti tra moglie e marito rimaneva sempre la  stessa
    freddezza,  ma  ormai  non  si  parlava  pi di separazione,  e Stepn
    Arkadyc' vedeva la possibilit di una spiegazione accomodante.
    Subito dopo il pranzo giunse Kitty.  Essa conosceva,  ma  molto  poco,
    Anna  Arkdevna,  e  ora si recava dalla sorella domandandosi,  con un
    certo timore,  in qual modo l'avrebbe accolta quella signora dell'alta
    societ  pietroburghese,  che tutti lodavano tanto.  Ad Anna Arkdevna
    Kitty piacque immediatamente, e la fanciulla lo sent.
    Anna,  evidentemente,  ne ammirava la giovanile bellezza,  e Kitty non
    aveva  ancora  avuto il tempo di rassicurarsi,  che gi si sentiva non
    solo attratta, ma addirittura innamorata di quella donna,  come accade
    talora  alle  ragazze  giovani  nei  confronti di donne maritate e pi
    anziane di loro.  Anna non aveva l'aspetto di una signora di mondo  e,
    ancor  meno,  di  una  donna madre di un bambino di otto anni;  pareva
    piuttosto una ragazza sulla ventina, per l'agilit dei suoi movimenti,
    la  vivacit  e  la  freschezza  impresse  sul  suo  volto  e  che  si
    riflettevano  ora  nel  sorriso,  ora  nello  sguardo;  solo  a tratti
    appariva nei suoi occhi un'espressione seria  e  a  volte  triste  che
    colp e,  nello stesso tempo,  attrasse Kitty. Questa sentiva che Anna
    era semplice e piena di freschezza,  ma che  apparteneva  a  un  altro
    mondo, un mondo superiore, la cui elevatezza di interessi, complessi e
    poetici, era per lei inaccessibile.
    Dopo il pranzo,  quando Dolly si ritir nella sua camera, Anna si alz
    e si avvicin in fretta al fratello che aveva acceso il sigaro.
    - Stiva, - gli disse, ammiccando allegramente,  facendogli un segno di
    croce e indicando con lo sguardo la porta: - va', e che Dio ti aiuti!
    Egli comprese, gett il sigaro e scomparve dietro la porta.
    Quando  Stepn Arkadyc' fu uscito,  Anna riprese il posto di prima sul
    divano,  dove fu subito circondata dai ragazzi.  Sia che essi avessero
    visto che la mamma voleva bene a quella zia, sia che sentissero il suo
    fascino  particolare,  i due maggiori e,  dietro di loro,  anche i pi
    piccoli,  come fanno spesso i bambini,  gi prima di pranzo  si  erano
    appiccicati alla nuova zia e non si staccavano da lei. Tra di loro era
    nata  una  gara  che  consisteva  nel riuscire a sedersi il pi vicino
    possibile alla zia, nel toccarla,  nel tenere e baciare la sua piccola
    mano,  nel  giocare  con il suo anello e nello sfiorare il volante del
    suo vestito.
    - Suvvia, riprendiamo il nostro posto di prima - disse Anna Arkdevna,
    dando l'esempio.
    E di nuovo Griscia ficc la testa sotto il braccio di lei e,  fiero  e
    felice, l'appoggi sulla sua gonna.
    - Quando,  dunque,  il prossimo ballo?  - domand Anna, rivolgendosi a
    Kitty.
    - La settimana prossima,  e sar un magnifico ballo.  Uno di quelli in
    cui ci si diverte sempre.
    -  Esistono  balli in cui ci si diverte sempre?  - chiese Anna in tono
    dolcemente ironico.
    - E' strano, ma  cos. Dai Bobriscev ci si diverte sempre,  come pure
    dai  Nikitin,  mentre  dai  Mezkv  si muore di noia.  Non l'avete mai
    notato?
    - No, piccola mia,  per me non esistono pi balli in cui ci si diverta
    - disse Anna, e Kitty vide nei suoi occhi quel mondo particolare a lei
    inaccessibile.  -  Per  me  ce  ne  sono di quelli pi o meno noiosi e
    faticosi.
    - Com' possibile che "voi" vi annoiate a un ballo?
    - E perch mai io non dovrei annoiarmi? - domand Anna.
    Kitty not che Anna sapeva gi quale sarebbe stata la risposta.
    - Perch voi siete certamente sempre la pi bella di tutte.
    Anna sapeva arrossire. Arross e disse:
    - In primo luogo non lo sono mai,  in secondo  luogo,  se  anche  cos
    fosse, che me ne importerebbe?
    - Verrete al prossimo ballo? - s'inform Kitty.
    -  Penso  che  sar impossibile farne a meno.  Prendi questo - disse a
    Tnja, che si divertiva a tirare un anello che le scivolava facilmente
    dal dito bianco e affusolato.
    - Sar felicissima se  verrete.  Mi  piacerebbe  tanto  vedervi  a  un
    ballo...
    -  Almeno,  se  proprio  sar  costretta  ad andare,  mi rallegrer il
    pensiero  di  farvi  una  cosa  gradita...  Griscia,   non  tirarmi  i
    capelli... sono gi cos spettinata! - disse, aggiustandosi una ciocca
    scomposta, con la quale Griscia giocherellava.
    - Al ballo io vi immagino vestita di lilla...
    - Perch proprio di lilla?  - domand Anna, sorridendo. - Su, bambini,
    andate,  andate...  Non sentite che "miss" Hull vi chiama per prendere
    il  t?  -  aggiunse,  staccando da s i ragazzi e avviandoli verso la
    sala da pranzo. - Ma io so perch voi desiderate vedermi a quel ballo.
    Quella serata sar un avvenimento importante per voi, e desiderate che
    tutti vi partecipino: non  cos?
    - S... come lo sapete?
    - Oh,  che bell'et  la vostra!  - prosegu  Anna.  -  Rivedo  ancora
    l'azzurra  nebbiolina,  simile  a quella che avvolge le montagne della
    Svizzera, quell'azzurra nebbiolina che, sul finire della fanciullezza,
    vela leggermente tutte le cose che guardiamo;  mi  ricordo  del  vasto
    orizzonte  pieno  di  allegrezza  e  di gioia,  della strada che si fa
    sempre pi stretta,  sempre  pi  stretta  e  lungo  la  quale  ci  si
    incammina con gioia mista di timore, anche se ci appare tutta piena di
    luce e d'incanto! Chi non ci  passato?
    Kitty  sorrise  in silenzio.  Ma come,   passata pure lei attraverso
    questi momenti? Come vorrei conoscere tutta la sua vita!,  pensava la
    fanciulla,   ricordando  la  figura  assai  poco  poetica  di  Aleksj
    Aleksndrovic', marito di Anna.
    - S, so qualcosa... Stiva me ne ha parlato,  e mi congratulo con voi;
    Vronskij  mi  piace  molto  -  prosegu  Anna.  - L'ho incontrato alla
    stazione.
    - Ah, era l?  - domand Kitty,  facendosi rossa rossa.  - E che vi ha
    detto Stiva?
    -  Stiva  mi  ha  raccontato  tutto;  sarei  felicissima se la cosa si
    avverasse.  Ieri ho viaggiato con la madre di  Vronskij,  che  non  ha
    smesso di parlare di lui. E' il suo prediletto. So come siano parziali
    le madri, ma...
    - E che vi ha raccontato sua madre?
    - Ah,  molte cose!  So che  il suo prediletto, comunque si vede che 
    un vero gentiluomo. Mi ha raccontato, per esempio,  che egli ha voluto
    cedere tutto il suo patrimonio al fratello;  che,  ancora ragazzo,  ha
    salvato una donna che annegava...  Un eroe,  insomma!  - concluse Anna
    sorridendo  e  ricordando  i duecento rubli che egli aveva elargito la
    mattina alla  stazione.  Ma  di  questo  non  disse  nulla.  C'era  in
    quell'episodio,  lo sentiva, qualcosa che riguardava lei, e provava un
    certo disagio.  - La contessa mi ha pregata di  andarla  a  trovare  -
    continu  Anna.  Mi  far  piacere  rivedere  quella gentile,  vecchia
    signora, e domani mi recher a farle visita. Intanto vedo che Stiva si
    trattiene a lungo con Dolly nel suo studio - osserv  Anna,  cambiando
    discorso, e si alz, cos parve a Kitty, come scontenta di qualcosa.
    - No,  prima io,  prima io! - gridavano i bambini che, dopo aver preso
    il t, ritornavano di corsa dalla zia Anna.
    - Tutti insieme!  -  ella  esclam  ridendo,  e  corse  loro  incontro
    abbracciando  e facendo ruzzolare sul divano quel mucchio di bimbi che
    mandavano strilli di gioia.


    CAPITOLO 21.

    All'ora del t  dei  grandi,  Dolly  usc  dalla  sua  camera.  Stepn
    Arkadyc'  non  comparve;  senza  dubbio aveva lasciato la stanza della
    moglie uscendo da un'altra porta.
    - Temo che di sopra tu abbia freddo - osserv Dolly,  rivolgendosi  ad
    Anna. - Vorrei che ti spostassi gi... cos saremo pi vicine.
    -  Ti  prego  di non preoccuparti per me - rispose Anna,  scrutando il
    viso di Dolly  e  cercando  di  capire  se  la  riconciliazione  fosse
    avvenuta o no...
    - Qui sotto avrai forse troppa luce - disse la cognata.
    -  Ti  assicuro,  Dolly,  che  io dormo dappertutto,  e sempre come un
    ghiro.
    - Di che si tratta - domand Stepn Arkadyc',  uscendo dallo studio  e
    rivolgendosi alla moglie.
    Dal   tono   della   sua   voce,   Kitty  e  Anna  compresero  che  la
    riconciliazione era cosa fatta.
    - Voglio sistemare Anna qui sotto,  ma occorre riportar gi le  tende.
    Nessuno sa farlo, bisogna che ci pensi io! - disse Dolly, rivolgendosi
    al marito.
    Solo  Iddio  sa  se  la  riconciliazione    completa!,  pens Anna,
    all'udire la voce di lei, fredda e pacata.
    - Smettila,  Dolly,  di complicare sempre  le  cose!  -  disse  Stepn
    Arkadyc'. - Se vuoi, me ne occupo io.
    S, forse c' stata davvero piena riconciliazione!, pens Anna.
    -  So  benissimo come farai - obiett Dolly.  - Dirai a Matvj di fare
    ci che non  possibile fare,  poi tu te ne andrai e lui combiner  un
    gran pasticcio... - e l'abituale sorriso ironico incresp le labbra di
    Dolly mentre parlava.
    Riconciliazione   piena,   riconciliazione  piena!   Sia  ringraziato
    Iddio!,  pens Anna e,  lieta di  essere  stata  lei  l'artefice,  si
    avvicin a Dolly e la baci.
    - Niente affatto!  Perch ci disprezzi tanto,  me e Matvj?  - domand
    Stepn   Arkadyc',   rivolgendosi   alla   moglie   con   un   sorriso
    impercettibile.
    Per  tutta  la serata Dolly fu,  come sempre,  un po' ironica verso il
    marito, e Stepn Arkadyc' allegro e soddisfatto,  ma in giusta misura,
    volendo  dimostrare  che il perdono non gli aveva fatto dimenticare la
    propria colpa.
    Verso le nove e mezzo,  la  conversazione  allegra  e  piacevole,  che
    regnava attorno alla tavola del t in casa Oblonskij, fu turbata da un
    avvenimento apparentemente semplicissimo,  che tuttavia, nonostante la
    sua  semplicit,  parve  a  tutti,  chiss  perch,   strano.   Mentre
    discorrevano  di un comune conoscente pietroburghese,  Anna si alz di
    scatto.
    - Ho la sua fotografia nel mio album - disse;  - vado a  prenderlo,  e
    intanto  vi  far  vedere  il  mio Serza - aggiunse con un sorriso di
    orgoglio materno.
    Era di solito,  verso le dieci,  che dava la buona notte al  figlio  e
    spesso,  prima di recarsi a un ballo, lo metteva lei stessa a letto. E
    ora si sentiva presa dalla  malinconia  per  essergli  lontana  e,  di
    qualsiasi  cosa  si  parlasse,  il  suo  pensiero  ritornava sempre al
    riccioluto Serza.  Cos ora aveva sentito il desiderio di  vedere  la
    sua  fotografia e di parlare di lui.  Approfittando del primo pretesto
    che le capit,  si alz e con il suo passo deciso  e  leggero  and  a
    prendere l'album. La scala che portava di sopra, alla sua stanza, dava
    nel grande pianerottolo riscaldato, che serviva da ingresso.
    Mentre ella usciva dal salotto rison una scampanellata.
    - Chi pu essere? - domand Dolly.
    -  Per  venire  a  prendere me  presto,  e per una visita  piuttosto
    tardi - osserv Kitty.
    - Senza dubbio porteranno delle carte dal mio ufficio -  disse  Stepn
    Arkadyc'.
    Mentre  Anna  passava  davanti alla scala,  il domestico accorreva per
    annunziare il visitatore,  che stava in piedi presso  la  lampada  del
    vestibolo.  Anna  guard  di  sotto  e riconobbe subito Vronskij.  Una
    strana sensazione di gioia e di timore insieme si agit nel suo cuore.
    Egli era in piedi e, senza togliersi il cappotto,  cercava qualcosa in
    tasca.  Nel momento in cui Anna si trov a mezza scala,  Vronskij alz
    gli occhi, la vide e il suo volto assunse un'espressione imbarazzata e
    timorosa.  Ella curv leggermente il capo e pass oltre.  Subito dopo,
    ella  ud  la  voce  sonora di Stepn Arkadyc' che invitava Vronskij a
    entrare, e quella pi bassa e pi dolce di Vronskij che rifiutava.
    Quando Anna fu di ritorno con  l'album,  Vronskij  non  c'era  pi,  e
    Stepn  Arkadyc'  rifer che l'amico era passato da lui un momento per
    informarsi circa il pranzo che si sarebbe offerto il giorno dopo a  un
    artista straniero.
    -  A  nessun  costo ha voluto entrare...  E' un tipo strano - aggiunse
    Stepn Arkadyc'.
    Kitty arross.  Pensava di essere la sola ad  aver  capito  il  perch
    della venuta di Vronskij, il perch del suo rifiuto ad entrare. Certo
     stato da noi, si disse, e, non avendomi trovata, ha pensato che io
    fossi qui,  ma non  entrato ritenendo che fosse troppo tardi e perch
    sapeva che qui c'era Anna.
    Tutti si guardarono senza far parola,  e presero a  sfogliare  l'album
    che Anna aveva portato.
    Non  c'era  nulla  di  eccezionale  n  di  strano  nel  fatto  che un
    giovanotto passasse da  un  amico  alle  nove  e  mezzo  di  sera  per
    informarsi sui particolari di un pranzo in programma, e che non avesse
    voluto  entrare;  ma  la  cosa  apparve strana a tutti.  E,  che fosse
    strana,  apparve  soprattutto  ad  Anna,   che  ne  ebbe  una  cattiva
    impressione.


    CAPITOLO 22.

    Il  ballo era appena iniziato quando Kitty e la madre salivano l'ampio
    scalone  ornato  di  fiori,   sul  quale  erano  schierati   domestici
    incipriati e in livrea rossa.
    Giungeva  dalle sale un brusio uniforme,  come quello di un alveare e,
    mentre le due signore,  ferme sul pianerottolo davanti a uno specchio,
    davano un ultimo tocco alle acconciature e agli abiti, si ud giungere
    nettamente dalla sala il suono dei violini dell'orchestra,  che davano
    inizio al primo valzer.  Un vecchietto in marsina che,  davanti  a  un
    alto  specchio  si  lisciava  i  capelli  grigi  ed esalava un intenso
    profumo,  s'imbatt sullo scalone con le due signore e cedette loro il
    passo,  gettando un'occhiata di estatica ammirazione a Kitty,  che non
    conosceva.  Un giovane senza barba,  uno di quei tipi mondani  che  il
    principe   Scerbackij   definiva   zerbinotti,    con   il   panciotto
    esageratamente aperto  e  che,  mentre  camminava,  si  accomodava  la
    candida cravatta, le salut e, dopo averle precedute, torn indietro a
    invitare  Kitty  per la quadriglia.  La prima era gi stata promessa a
    Vronskij,  ed  ella  dovette  concedere  al  giovane  la  seconda.  Un
    ufficiale  che  si  abbottonava i guanti si scost,  addossandosi allo
    stipite della porta e,  lisciandosi i baffi,  lanci  uno  sguardo  di
    ammirazione alla rosea Kitty.
    Sebbene la toeletta, la pettinatura e tutti i preparativi per il ballo
    fossero costati alla fanciulla molte preoccupazioni,  ella entrava ora
    alla festa nel suo complicato abito di tulle foderato di rosa, in modo
    semplice e disinvolto,  come se tutte  quelle  roselline,  tutti  quei
    merletti  e  tutti  i  particolari  della  sua  toeletta  non avessero
    richiesto un minimo di attenzione n a lei, n ai suoi familiari, come
    se ella fosse nata dentro quel tulle e a quei merletti, con quell'alta
    pettinatura ornata sulla cima da una rosa e da due foglioline.
    Quando la vecchia principessa,  prima  di  entrare  nella  sala,  fece
    l'atto  di  accomodare  un  nastro  alla cintura di Kitty,  che si era
    rigirato,  la fanciulla indietreggi un po': ella sentiva che tutto in
    lei era semplice e grazioso e che non c'era nulla da ritoccare.
    Kitty  era in una delle sue giornate felici.  L'abito non la stringeva
    da nessuna parte,  la piccola mantelletta di  merletto  ricadeva  alla
    perfezione,  le  roselline non si erano n gualcite,  n staccate,  le
    scarpette rosa dagli alti tacchi ricurvi non le serravano il piede, ma
    si limitavano a sostenerlo in modo squisito; le pesanti bande posticce
    di capelli biondi le stavano perfettamente a posto sulla testina, come
    se i capelli fossero suoi;  i tre bottoni  del  lungo  guanto  che  le
    modellava  il  braccio  non  minacciavano  di staccarsi;  il nastro di
    velluto nero che sosteneva il  medaglione  le  cingeva  il  collo  con
    particolare tenerezza. Quel nastrino di velluto era una meraviglia e a
    casa,  guardandosi  nello  specchio,  Kitty  ne  aveva notato tutta la
    leggiadra grazia.  Nell'abbigliamento della fanciulla si poteva  forse
    criticare  qualcosa,  ma  quel nastrino di velluto certamente no: esso
    era un vero incanto! Sulle braccia e sulle spalle nude,  Kitty sentiva
    una  freschezza  marmorea,  che le era particolarmente gradevole;  gli
    occhi le brillavano,  le rosee labbra erano sfiorate da un sorriso  di
    compiacenza: la fanciulla era consapevole del suo fascino.
    Appena  entrata  in sala e prima che avesse il tempo di raggiungere il
    gruppo delle signore che, avvolte in abiti di tulle,  adorne di nastri
    e di velluti, attendevano un cavaliere (Kitty non restava mai in mezzo
    a  quella  folla),  venne  subito  invitata,  e  invitata  dal miglior
    ballerino, il pi importante secondo la gerarchia del ballo, il famoso
    direttore di "cotillons",  il capo del  protocollo  mondano,  un  uomo
    ammogliato, bello ed elegante: Egruska Korsunskij.
    Dopo  aver  lasciato in quel momento la contessa Bnina,  con la quale
    aveva iniziato le danze, mentre dava un'occhiata al suo regno, ossia
    ad alcune coppie che ballavano,  aveva visto  Kitty  entrare,  ed  era
    corso  verso  di  lei,  con  quell'andatura  particolare e disinvolta,
    propria soltanto dei direttori di "cotillons" e,  fattole un  inchino,
    senza  neppure  chiederle se lo desiderasse,  aveva piegato ad arco il
    braccio per cingerle la vita sottile  e  flessuosa.  La  fanciulla  si
    volse per consegnare a qualcuno il suo ventaglio, e la padrona di casa
    lo prese sorridendo.
    -  Avete  fatto  bene  ad  arrivare  presto  -  le  disse  Korsunskij,
    cingendole la vita.  - Non capisco  l'usanza  di  arrivare  sempre  in
    ritardo.
    Kitty,  piegando leggermente il braccio sinistro, gli appoggi la mano
    sulla spalla,  e i piccoli piedi calzati di rosa scivolarono veloci  e
    cadenzati sul lucido pavimento.
    -  Ballando con voi ci si riposa - le disse il suo cavaliere,  facendo
    lentamente i primi giri di valzer. - E' un incanto! Quanta leggerezza,
    quanta precisione! - continuava a dirle, ripetendo le frasi che diceva
    a quasi tutte le sue ballerine.
    Kitty sorrise alla lode e, al di sopra della spalla del suo cavaliere,
    continu a osservare la sala.  Non era gi pi la fanciulla che fa per
    la prima volta la sua comparsa in societ e per la quale tutti i volti
    si  fondono in un'unica,  magica impressione,  e neppure era ancora la
    fanciulla usa ai  balli  e  ormai  sazia  di  feste,  alla  quale  gli
    intervenuti  sono  talmente  noti da apparirle noiosi.  Era nel giusto
    mezzo: eccitata ma, nello stesso tempo, capace di dominarsi abbastanza
    per poter osservare.
    Scorse,  raggruppato nell'angolo sinistro della sala,  il  fior  fiore
    della  societ.  C'erano in quel gruppo la bella Ldija,  la moglie di
    Korsunskij,  scollata sino all'inverosimile,  la  padrona  di  casa  e
    Krivin con la sua luccicante calvizie,  che si trovava sempre in mezzo
    alla societ pi eletta.
    Verso quella parte guardavano i giovani, senza osare avvicinarsi, e fu
    l che Kitty scorse Stiva e, accanto a lui,  Anna,  affascinante in un
    abito  di  velluto nero.  In quel gruppo c'era anche "lui".  Kitty non
    l'aveva pi veduto dalla sera in cui  aveva  respinto  la  domanda  di
    Levin.   La   fanciulla,   con  i  suoi  occhi  presbiti,   lo  scorse
    immediatamente, e not che anche lui la guardava.
    - Facciamo ancora un giro?  Non siete stanca?  -  domand  Korsunskij,
    ansando leggermente.
    - No, vi ringrazio.
    - Dove volete che vi accompagni?
    --Mi  sembra  che laggi ci sia la signora Karnina: accompagnatemi da
    lei, vi prego.
    - Dove volete.
    E Korsunskij riprese  a  ballare  il  valzer,  moderando  il  passo  e
    dirigendosi  verso  il gruppo che era nell'angolo sinistro della sala.
    Tra continui: Scusi, "pardon", scusino, signori... e destreggiandosi
    abilmente in un mare di trine, di tulle e di nastri, senza impigliarsi
    nel minimo svolazzo, fece bruscamente girare la sua dama, tanto che la
    gonna di lei, allargandosi a ventaglio, lasci vedere le gambe sottili
    nelle calze traforate  e  and  a  coprire  le  ginocchia  di  Krivin.
    Korsunskij fece un inchino, si raddrizz e offerse la mano a Kitty per
    accompagnarla  da  Anna  Karnina.   Kitty,  tutta  rossa,  liber  le
    ginocchia di Krivin dalla sua  gonna  e  un  po'  stordita  si  guard
    attorno per cercare Anna con gli occhi.  Questa non era in lilla, come
    Kitty avrebbe voluto,  ma indossava un vestito di velluto nero,  molto
    scollato,  da  cui  emergevano le spalle tornite che parevano scolpite
    nell'avorio,  il petto,  le braccia tonde  dal  polso  sottile.  Tutto
    l'abito  era  ornato  di merletti veneziani;  sui capelli neri,  tutti
    suoi,  aveva una piccola ghirlanda  di  violette;  un  mazzetto  degli
    stessi fiori era posato sul nastro nero che le serviva da cintura.  La
    pettinatura era semplice: si notavano  soltanto,  e  l'abbellivano,  i
    brevi riccioletti che le sfuggivano sulla nuca e sulle tempie. Attorno
    al collo un solo filo di perle.
    Kitty  vedeva  Anna  ogni  giorno,  le  voleva  bene  e non riusciva a
    immaginarsela,  a un ballo,  se non in abito lilla.  Ma ora  vedendola
    vestita  di  nero,  si  rese  conto  di  non  averne compreso tutto il
    fascino: Anna le appariva  improvvisamente  sotto  una  luce  nuova  e
    inaspettata;  cap  che  Anna non poteva mettersi in lilla e che il di
    lei incanto consisteva appunto dal fatto  che  ella  non  si  lasciava
    dominare  dall'abito che indossava,  che l'abito non poteva contare n
    avere risalto a spese di lei, neppure con quelle preziose trine che lo
    ornavano.  Era soltanto una cornice,  dentro la  quale  risaltava  lei
    sola,  semplice,  naturale,  elegante,  pur essendo allegra e piena di
    animazione.
    Anna stava,  come sempre,  in piedi  e  diritta,  e  quando  Kitty  si
    avvicin  al  gruppo  in  cui  ella si trovava,  stava parlando con il
    padrone di casa e teneva la testa rivolta verso di lui.
    - Oh no,  non sar  io  a  scagliare  la  prima  pietra!  -  ella  gli
    rispondeva  a  non  so  quale  domanda  -    e ci,  per quanto io non
    capisca...  - continu poi,  stringendosi nelle spalle;  e,  scorgendo
    Kitty, si rivolse subito a lei con un sorriso affettuoso e protettore.
    Dopo  aver  esaminato  la  sua  toeletta  con un rapido colpo d'occhio
    femminile,   fece  con  il  capo  un  movimento  appena  percettibile,
    mostrando cos alla fanciulla la sua approvazione.
    - Entrate in sala danzando, voi... - le disse.
    -   E'   una  delle  mie  migliori  ballerine  -  precis  Korsunskij,
    inchinandosi ad  Anna  Arkdevna,  che  ancora  non  aveva  veduta.  -
    Qualsiasi  ballo  cui  partecipi la principessina,   sempre allegro e
    animato. Anna Arkdevna, un giro di valzer? - chiese, inchinandosi.
    - Ah, vi conoscete? - domand la padrona di casa.
    - Chi  che non conosciamo mia  moglie  e  io?  Siamo  come  due  lupi
    bianchi: tutti ci conoscono - rispose Korsunskij. - Un giro di valzer,
    Anna Arkdevna?
    - Io non ballo mai, quando posso farne a meno - ella rispose.
    - Ma ora non potete farne a meno... - obiett Korsunskij.
    In quel momento si avvicin Vronskij.
    - Ebbene,  poich oggi non  possibile farne a meno,  balliamo - disse
    Anna,  notando il saluto di Vronskij,  e rapidamente appoggi la  mano
    sulla spalla di Korsunskij.
    Che  cos'ha contro di lui?,  pens Kitty,  notando che Anna aveva di
    proposito ignorato l'inchino di Vronskij.
    Questi si avvicin a Kitty,  le  ricord  la  promessa  per  la  prima
    quadriglia  e le espresse il suo rammarico per non aver avuto da tanto
    tempo il piacere di vederla.  Mentre lo ascoltava,  Kitty guardava con
    ammirazione  Anna che ballava.  Si aspettava che Vronskij la invitasse
    per il valzer,  ma egli non disse nulla,  e la fanciulla lo guard con
    aria stupita.  Il giovane arross e si affrett a invitarla,  ma aveva
    appena circondato la vita sottile della  fanciulla  e  fatto  i  primi
    passi,  che  la musica all'improvviso tacque.  Kitty guard il viso di
    lui a cos breve distanza dal suo,  e per lunghi anni,  ricordando  lo
    sguardo  pieno  d'amore  che ella gli aveva rivolto e al quale lui non
    aveva risposto, si sentiva straziare il cuore di dolorosa vergogna.
    - "Pardon,  pardon"!  Il  valzer!  Il  valzer!  -  esclam  Korsunskij
    dall'altro  capo  della  sala  e,  abbracciando la prima fanciulla che
    incontr, si mise a danzare.


    CAPITOLO 23.

    Vronskij fece alcuni giri di  valzer  con  Kitty,  poi  ricondusse  la
    fanciulla  accanto  alla  madre,  dove  ella  ebbe  appena il tempo di
    scambiare qualche parola con la contessa Nordston,  che  gi  Vronskij
    tornava a cercarla per la prima quadriglia.
    Durante  la  quadriglia,  i  due  giovani  non  si  dissero  nulla  di
    importante;  la conversazione si aggir su argomenti  vari  e  banali:
    parlarono  dei  Korsunskij,  marito  e  moglie,  che  egli  descriveva
    argutamente come cari bambini quarantenni;  poi parlarono  del  futuro
    teatro che si stava organizzando; una sola volta il discorso tocc sul
    vivo  Kitty e fu quando egli le domand se a quel ballo ci fosse anche
    Levin, aggiungendo che quel giovanotto gli era piaciuto assai.  Kitty,
    per,  non si aspettava molto dalla quadriglia.  Con il cuore pieno di
    ansia attendeva il "cotillon";  le pareva che tutto si sarebbe  deciso
    allora.  Il  fatto che,  mentre ballavano la quadriglia,  Vronskij non
    l'avesse invitata per il  "cotillon"  non  la  turb:  era  certa  che
    l'avrebbe  ballato  con lui,  come aveva sempre fatto in tutti i balli
    precedenti,  e ne era  cos  certa  che  rifiut  l'invito  di  cinque
    cavalieri, dicendo loro di essere gi impegnata.
    L'intero  ballo,  sino  all'ultima  quadriglia,  fu  per Kitty come un
    magico sogno pieno di fiori, di suoni incantati, di vividi, splendenti
    colori.  Non smetteva di ballare se non quando le forze le mancavano e
    aveva assoluto bisogno di un po' di riposo. Ma, danzando la quadriglia
    con uno di quei noiosi giovanottini che non aveva potuto rifiutare, si
    trov viso a viso con Anna e Vronskij.  Non aveva pi riveduto Anna da
    quando le aveva parlato appena era entrata in  sala,  e  ora  essa  le
    appariva sotto un aspetto assolutamente diverso e inatteso.  Le sembr
    di scorgere in lei i segni  che  ben  conosceva,  di  quel  genere  di
    eccitazione  che    generalmente  provocata  dal  successo;  Kitty si
    rendeva conto che Anna era inebriata dall'ammirazione suscitata  dalla
    propria  persona;  quel  sentimento  Kitty  lo  conosceva  per  averlo
    provato, ne conosceva tutti i sintomi e li scorgeva in Anna: vedeva lo
    splendore balenante degli occhi,  il sorriso di gioia e di beatitudine
    che  involontariamente  le  sfiorava  le  labbra  e la grazia piena di
    sicurezza e di eleganza dei suoi movimenti.
    Per chi?,  si domand Kitty.  Per tutti oppure per uno  solo?.  E,
    senza  porgere  alcun  aiuto  al giovanottino con cui ballava e che si
    sforzava di riannodare la conversazione di cui aveva  perso  il  filo,
    obbedendo  automaticamente  alle grida acute e imperiose di Korsunskij
    che lanciava i ballerini ora in un  "grand  rond"  (37),  ora  in  una
    "chane"  (38),  ella  osservava,  e  il cuore le si andava stringendo
    sempre pi forte.
    No,  non  l'ammirazione della folla che l'inebria a quel modo,  ma 
    l'ammirazione di uno solo! Ma di chi? E se fosse lui?. Ogni qualvolta
    Vronskij rivolgeva la parola ad Anna,  gli occhi di lei si accendevano
    di un lampo di gioia,  e un sorriso  di  felicit  fremeva  sulle  sue
    labbra  vermiglie.  Pareva  che  facesse  uno  sforzo su se stessa per
    dissimulare questi segni di gioia,  ma essi apparivano ugualmente  sul
    suo viso. E lui? Kitty lo guardava e si sentiva tremare il cuore dallo
    spavento.  Ci  che  a  Kitty  appariva  chiaro sul viso di Anna,  era
    altrettanto evidente su quello di Vronskij. Dove erano, dunque, i suoi
    modi sempre calmi e decisi e l'espressione  del  suo  volto  serena  e
    decisa?  Ora,  ogniqualvolta egli si rivolgeva ad Anna, piegava un po'
    il capo come se desiderasse prosternarsi  ai  suoi  piedi,  e  il  suo
    sguardo   esprimeva   la  sottomissione  e  il  timore.   Non  voglio
    offendervi,  sembravano dire i suoi occhi,  ma voglio salvarmi e non
    so  come  fare!.  Mai,  sino  a  quel momento,  Kitty aveva osservato
    l'espressione che improntava ora il viso di Vronskij.
    Parlavano delle loro comuni  conoscenze,  la  loro  conversazione  era
    delle pi insignificanti, ma Kitty aveva la sensazione che ogni parola
    che si dicevano dovesse avere un'influenza decisiva sul destino loro e
    sul  suo.  E  lo strano era che,  sebbene essi realmente parlassero di
    quanto fosse ridicolo Ivn Ivnovic' con il suo francese e di come per
    la signorina Elckaja si sarebbe potuto trovare un  partito  migliore,
    ogni  parola  assumeva  tuttavia  sulle  loro  labbra  un  significato
    particolare di cui essi si rendevano benissimo conto come,  del resto,
    se ne rendeva conto Kitty.  Tutta la sala,  tutto il mondo,  tutto ci
    che la circondava pareva a Kitty avvolto in una nebbia,  e soltanto la
    severa  scuola  di  educazione  per  cui era passata la sosteneva e la
    costringeva a fare ci che da lei si esigeva, cio ballare, rispondere
    alle domande che le venivano rivolte, parlare e persino sorridere.  Ma
    prima della mazurca, quando gi avevano cominciato a disporre le sedie
    e  alcune  coppie  si dirigevano dalla saletta verso il grande salone,
    Kitty fu assalita da un momento di disperazione e  di  terrore.  Aveva
    rifiutato  l'invito di cinque cavalieri,  e ora non avrebbe ballato la
    mazurca.  Non c'era neppur pi la speranza che qualcuno andasse ancora
    a invitarla perch, dato il suo successo in societ, non era possibile
    pensare che ella non fosse ancora impegnata.  Avrebbe voluto dire alla
    mamma che si sentiva male e pregarla che la riconducesse a casa, ma le
    mancava il coraggio di farlo! Era annientata!
    Si rifugi in un piccolo salotto e si lasci cadere su  una  poltrona.
    La  leggera,  vaporosa  stoffa  dell'abito  si  sollev  come una nube
    attorno alla  vita  sottile;  il  suo  braccio  magro  e  delicato  di
    fanciulla si abbandon senza forza e affond inerme nelle pieghe della
    rosea  gonna;  teneva  nell'altra  mano il ventaglio e,  con movimenti
    rapidi e brevi,  si  rinfrescava  il  viso  accaldato.  Ma  nonostante
    quell'aspetto di graziosa farfalla appena posata su uno stelo d'erba e
    pronta  a  librarsi sulle ali frementi,  una disperazione terribile le
    serrava il cuore.
    E se mi ingannassi?  Forse non  vero!,  ella pensava riprendendo  a
    ricordare tutto quello che aveva appena veduto.
    -  Kitty,  che  ti succede?  - disse la contessa Nordston,  che si era
    avvicinata senza che la fanciulla udisse  il  rumore  dei  suoi  passi
    attutito dal morbido tappeto. - Non capisco!
    Kitty balz in piedi; il labbro inferiore tremava.
    - Kitty, non balli la mazurca?
    - No, no! - rispose la fanciulla con la voce tremante di lacrime.
    - L'ha invitata,  in mia presenza,  per la mazurca - disse la contessa
    Nordston,  ben sapendo che Kitty avrebbe compreso a chi alludeva.  - E
    lei  gli  ha  chiesto:  Ma  non  dovete  ballare con la principessina
    Scerbckaja?.
    - Non me ne importa affatto! - esclam Kitty.
    Nessuno,  all'infuori di lei,  conosceva la  sua  situazione,  nessuno
    sapeva che il giorno avanti aveva respinto un uomo che forse amava,  e
    l'aveva respinto perch aveva creduto a un altro...
    La contessa Nordston and a cercare  Korsunskij,  con  il  quale  ella
    doveva ballare la mazurca, e lo preg di invitare Kitty.
    Kitty ballava ora in prima fila e,  per sua fortuna, non aveva bisogno
    di parlare, giacch il suo cavaliere era costretto,  come direttore di
    ballo,  a correre per dare gli ordini opportuni. Vronskij e Anna erano
    quasi di fronte a lei. Kitty li vedeva ora lontani,  ora vicini quando
    si  incontravano durante il ballo e,  quanto pi li vedeva,  tanto pi
    era convinta della propria sciagura. Capiva che essi si sentivano soli
    in quella sala affollata, e sul volto di Vronskij,  sempre tanto calmo
    e  sicuro  di  s,   notava  quell'espressione  di  smarrimento  e  di
    sottomissione che gi l'aveva colpita e che rammentava  quella  di  un
    cane intelligente quando si sente in colpa.
    Se  Anna  sorrideva,  il  suo sorriso si trasmetteva a lui;  se lei si
    faceva pensosa,  egli riprendeva la propria seriet.  Una forza  quasi
    soprannaturale attirava gli occhi di Kitty verso il viso di Anna.  Nel
    suo semplice abito nero,  era raggiante;  tutto in lei - le sue  tonde
    braccia  ornate  di  braccialetti,  il collo elegante circondato da un
    filo di perle,  i riccioli neri lievemente  scompigliati,  i  leggeri,
    graziosi  movimenti dei piccoli piedi e delle mani,  il bel viso pieno
    di animazione - era un incanto.  Ma in quell'incanto c'era qualcosa di
    terribilmente crudele.
    Kitty  l'ammirava  ancora pi di prima,  e la sua sofferenza si faceva
    intanto pi acuta.  Era affranta e l'angoscia che le serrava il  cuore
    era  ben  visibile  sul  suo  volto.  Quando Vronskij le pass accanto
    durante la mazurca, a tutta prima non la riconobbe, tanto gli appariva
    mutata.
    - Che magnifico ballo! - le disse, tanto per dire qualcosa.
    - S - rispose lei.
    Verso la met della mazurca, ripetendo una complicata figura ideata da
    Korsunskij,  Anna usc nel centro del circolo,  scelse due cavalieri e
    chiam  a s una signora e Kitty.  Questa si fece avanti con gli occhi
    pieni di spavento.  Anna la guard,  socchiudendo i  suoi,  e  sorrise
    nello  stringerle la mano.  Ma,  avendo notato che Kitty rispondeva al
    suo sorriso soltanto con un'espressione di stupore e di  disperazione,
    si  volse  dall'altra  parte  e  si mise a discorrere allegramente con
    l'altra signora.
    S,  c' in lei qualcosa di strano,  di diabolico  e  di  incantevole
    insieme, si disse Kitty.
    Anna non voleva trattenersi a cena, ma il padrone di casa la preg con
    calda insistenza perch acconsentisse.
    -  Suvvia,  Anna  Arkdevna,  restate!  -  prese  a  dire  Korsunskij,
    appoggiando il braccio nudo di lei sulla manica  del  suo  frac.    Se
    sapeste che magnifico "cotillon" ho preparato!
    E a poco a poco si avvicinava verso la tavola, cercando di trascinarla
    con s, mentre il padrone di casa sorrideva con approvazione.
    - No,  non resto - rispose Anna Arkdevna con un sorriso e, nonostante
    quel sorriso,  sia Korsunskij,  sia il padrone di casa compresero  dal
    tono della sua voce che non sarebbe rimasta.
    -  No,  ho  gi  ballato  pi  qui questa sera,  che tutto l'inverno a
    Pietroburgo - disse Anna,  voltandosi a guardare Vronskij che le stava
    accanto. - Bisogna che riposi prima di mettermi in
    viaggio.
    - Avete proprio deciso di partire domani? - domand Vronskij.
    - Credo di s - rispose Anna,  quasi meravigliandosi dell'ardire della
    domanda; ma mentre ella diceva queste parole,  il cuore di Vronskij si
    sent accendere dall'irrefrenabile, tremante fulgore degli occhi e del
    sorriso.
    Anna Arkdevna non rest a cena e se ne and.


    CAPITOLO 24.

    S, ci dev'essere in me qualcosa di scostante, pensava Levin uscendo
    da  casa  Scerbackij  e  dirigendosi  a  piedi  verso l'abitazione del
    fratello.  S,  io non valgo nulla per  il  mio  prossimo.  Orgoglio,
    dicono,  ma  non  vero,  io non ho orgoglio.  Se ne avessi,  mi sarei
    forse messo in una situazione del genere?.  E si raffigurava Vronskij
    felice, buono, intelligente e calmo che, probabilmente, non si era mai
    cacciato  nella  terribile  condizione  in  cui egli si trovava quella
    sera. S, Kitty doveva certo scegliere lui,  naturale, e io non devo
    lagnarmi di nulla e di nessuno.  La colpa  soltanto mia.  Che diritto
    avevo di supporre che ella avrebbe accettato di unire la sua vita alla
    mia?  Chi sono io?  Che cosa sono?  Un uomo inutile a se stesso e agli
    altri!.  E pensava al fratello Nikolj,  indugiando con gioia in quel
    ricordo.  Non  ha  forse ragione Nikolj nel dire che in questo mondo
    tutto  rozzo e cattivo? Forse noi siamo ingiusti verso di lui. Certo,
    dal suo punto di vista,  Prokofij che l'ha incontrato ubriaco e con la
    pelliccia lacera,  lo giudica un uomo spregevole, ma io che lo conosco
    bene,  io che conosco a fondo la sua anima,  so che ci  rassomigliamo.
    Eppure,  invece di recarmi a cercarlo,  sono andato a pranzare e poi a
    questa serata....  Levin  si  avvicin  a  un  lampione  per  leggere
    l'indirizzo  del  fratello,  che  aveva  nel  portafogli,  e chiam un
    vetturino.   Durante  il  lungo  tragitto,   riand  mentalmente  agli
    avvenimenti  che  conosceva  della  vita  di  Nikolj.  Rammentava che
    questi,  durante gli  anni  dell'universit  e  un  anno  dopo  averla
    lasciata, nonostante le derisioni e le beffe dei compagni, era vissuto
    come  un  cenobita,  seguendo rigorosamente i dettami della religione,
    assistendo ai servizi divini,  osservando i digiuni ed  evitando  ogni
    piacere e,  soprattutto,  le donne;  rammentava che poi,  a un tratto,
    abbandonata quella vita,  si era lasciato trascinare  da  gente  della
    peggior  specie  e  si  era  dato alla pi dissoluta sfrenatezza.  Gli
    veniva in mente la storia del ragazzo che Nikolj  aveva  portato  via
    dalla  campagna per educarlo,  e al quale un giorno,  in un accesso di
    collera,  aveva dato  tante  botte  da  guadagnarsi  un  processo  per
    percosse  e lesioni.  Poi c'era stata la storia con il baro,  al quale
    Nikolj aveva firmato cambiali per pagare debiti di gioco e contro  il
    quale aveva poi sporto querela per truffa, dimostrando di essere stato
    imbrogliato  (erano  le  cambiali  che aveva pagato Sergj Ivnovic').
    Rammentava anche la notte che Nikolj  aveva  trascorso  in  guardina,
    accusato di schiamazzi e di atti di violenza,  e non dimentic neppure
    il vergognoso processo che egli aveva intentato contro lo  stesso  suo
    fratello Sergj, accusandolo di non avergli dato la parte dell'eredit
    materna  cui  aveva  diritto,  e  infine  gli  si  affacci il ricordo
    dell'ultima avventura,  quando,  recatosi a prestar servizio  militare
    nell'ovest,  era stato tradotto dinanzi al tribunale per aver percosso
    un superiore.  Tutte quelle azioni erano abiette e vergognose,  ma per
    Levin  non  lo  erano  quanto  dovevano  apparire  a  coloro  che  non
    conoscevano Nikolj, che ignoravano tutta la sua storia e non sapevano
    leggere nel suo cuore.
    Levin si ricordava che,  durante  il  suo  periodo  di  devozione,  di
    astinenza,  di fanatismo religioso,  periodo in cui egli cercava nella
    religione un aiuto un freno alla sua natura passionale nessuno l'aveva
    incoraggiato, ma tutti, lui compreso, avevano riso alle sue spalle. Lo
    punzecchiavano, lo chiamavano Mos o il monaco e, quando egli, poi, si
    era ridotto a mal partito,  nessuno gli aveva teso  una  mano,  n  lo
    aveva aiutato, ma tutti gli avevano voltato le spalle con orrore e con
    disgusto.
    Levin  sentiva  che  Nikolj  nel pi profondo dell'anima,  nonostante
    l'apparente bassezza della sua vita,  non  era  pi  spregevole  delle
    persone  che lo disprezzavano.  Era forse colpevole se era nato con un
    carattere sfrenato  e  un'intelligenza  limitata?  Egli,  anzi,  aveva
    sempre cercato di essere buono.
    Gli  dir  tutto,  senza reticenze,  lo obbligher a parlarmi a cuore
    aperto, e gli dimostrer che gli voglio bene e che quindi lo capisco,
    decise  Levin,   giungendo  dopo   le   dieci   all'albergo   indicato
    dall'indirizzo.
    -  Abita all'ultimo piano,  nelle stanze 12 e 13 - rispose il portiere
    alla domanda di Levin.
    - E' in casa?
    - Credo di s.
    L'uscio del numero 12 era socchiuso e,  ondeggiando in una striscia di
    luce,  usciva  dalla  fessura  un  denso  fumo  di tabacco ordinario e
    leggero,  e si udiva una voce che Levin non  conosceva;  cap  subito,
    per,  che  c'era  anche  il  fratello,  udendone  la  solita tossetta
    nervosa. Mentre spingeva la porta, la voce sconosciuta diceva:
    - Tutto dipende dal modo ragionevole e coscienzioso con il quale  sar
    condotta la faccenda...
    Konstantn  Levin  diede  un'occhiata attraverso la sottile apertura e
    vide che colui che parlava era un giovane con un  lungo  pastrano,  un
    enorme casco di capelli;  scorse pure una ragazza dal viso leggermente
    butterato, vestita di un abito di lana senza collo n polsini,  seduta
    sul divano.  Levin prov una stretta al cuore al pensiero del fratello
    che viveva in mezzo a estranei...
    Nessuno lo aveva sentito arrivare e Konstantn,  mentre si toglieva le
    soprascarpe,  ascoltava  ci  che  diceva  l'uomo  dal lungo pastrano,
    parlando di non so quale impresa.
    - Che il diavolo se  le  porti  le  classi  privilegiate!  -  profer,
    tossicchiando, il fratello. - Mascia (39), servici la cena e porta del
    vino, se ce n'; altrimenti mandane a prendere.
    La donna si alz, usc da dietro il tramezzo e vide Konstantn.
    - C' qui un signore, Nikolj Dmitric' -  disse.
    - Che cosa vuole? - domand Nikolj, con voce irritata.
    - Sono io - rispose Konstantn Levin, uscendo alla luce.
    - Chi,  io? - ribatt Nikolj, in tono ancora pi irritato. Si ud che
    egli si alzava rapidamente afferrandosi a  qualcosa,  e  subito  Levin
    vide dinanzi a s, sulla soglia, l'alta e magra figura del fratello, a
    lui  ben  nota,  ma  che  tuttavia  lo colp per l'aspetto selvaggio e
    malaticcio e i grandi  occhi  spaventati.  Era  ancora  pi  magro  di
    quando,  tre  anni prima,  Konstantn Levin l'aveva visto per l'ultima
    volta.  Indossava un corto  camiciotto;  la  magrezza  pareva  rendere
    ancora pi grandi le mani ossute di lui.  I capelli si erano fatti pi
    radi,  mentre i baffi,  ancora fitti,  gli nascondevano la bocca;  gli
    occhi,  che  non  erano  punto  mutati,  fissavano in maniera strana e
    ingenua l'intruso.
    - Ah, Kstja! - profer a un tratto,  riconoscendo il fratello,  e gli
    occhi gli si illuminarono di gioia.  Subito, per, si volt a guardare
    il giovane che era con lui nella stanza,  fece con la testa e  con  il
    collo  quel  movimento  nervoso  ben  noto  a  Konstantn,  come se la
    cravatta lo strangolasse e,  al tempo stesso,  gli si dipinse sul viso
    scarno un'espressione sofferente e selvaggia.
    - Ho scritto a voi,  come a Sergj Ivnovic', che non vi conoscevo pi
    e che non volevo conoscervi. Che volete, di che cosa avete bisogno?
    Non era affatto quale Konstantn se lo immaginava.
    Il lato aspro e cattivo del suo carattere, che rendeva tanto difficili
    i suoi rapporti con chiunque e che veniva  dimenticato  da  Konstantn
    Levin quando pensava al fratello,  ora che aveva dinanzi agli occhi il
    suo viso cos poco affabile e,  soprattutto,  quel movimento  convulso
    della testa, gli ritornava in mente ogni cosa.
    -  Non  c'  nulla  di cui abbia bisogno;  sono venuto semplicemente a
    trovarti.
    La timidezza del fratello evidentemente addolc Nikolj, che contrasse
    le labbra.
    - Ah,  cos? - disse. - E allora entra, siediti. Vuoi cenare? Mascia,
    porta tre porzioni... No, aspetta.  Sai chi  questo signore?  - disse
    rivolgendosi  al fratello e indicandogli il giovane sconosciuto.  - E'
    il  signor  Krickij,  amico  mio  sin  dai  tempi  di  Kiev,  un  uomo
    notevolissimo.  Naturalmente la polizia lo perseguita, perch non  un
    vigliacco.
    E, secondo la sua abitudine, gir lo sguardo su coloro che erano nella
    stanza.  Vedendo la donna sulla soglia,  in  procinto  di  uscire,  le
    grid:
    - Ti ho detto di aspettare!
    Poi,  con  quell'incapacit  e  quell'incoerente modo di parlare,  che
    Konstantn conosceva cos bene,  voltandosi di nuovo a guardare tutti,
    Nikolj  si  mise  a raccontare al fratello la storia di Krickij: come
    egli fosse stato scacciato dall'universit per aver voluto organizzare
    una societ di soccorso  per  gli  studenti  poveri  e  alcune  scuole
    festive;  come poi fosse entrato, in qualit di maestro, in una scuola
    popolare, dalla quale era pure stato scacciato e,  infine,  come fosse
    stato processato per non si sapeva bene quale motivo.
    - Siete dell'universit di Kiev? - chiese Levin a Krickij, per rompere
    l'imbarazzante silenzio che era seguito alle parole di Nikolj.
    -  S,  ero  dell'universit  di  Kiev  -  rispose  Krickij,  in  tono
    imbronciato e irritato.
    - E questa donna - lo interruppe Nikolj Levin,  indicando Mascia -  
    la compagna della mia vita,  Mrija Nikolevna. L'ho presa da una casa
    di tolleranza - e accompagn queste parole con  un  movimento  nervoso
    del  collo  -  ma  l'amo e la rispetto,  e prego chiunque voglia avere
    rapporti con me di amarla e di  rispettarla.  E'  come  se  fosse  mia
    moglie,  assolutamente lo stesso.  Ora sai con chi hai a che fare.  Se
    credi di abbassarti restando con noi, non hai che da andartene: quella
     la porta!
    E di nuovo volse su tutti uno sguardo interrogativo.
    - Non capisco proprio perch dovrei abbassarmi...
    - Allora,  Mascia,  ordina di portare la cena: tre porzioni,  vodka  e
    vino... No, aspetta?... No, non si deve... Va', va'!


    CAPITOLO 25.

    -  Vedi...  - prosegu Nikolj Levin corrugando con sforzo la fronte e
    agitandosi tutto.
    Evidentemente gli riusciva difficile trovare che cosa dire e che  cosa
    fare.
    - Ecco, vedi... - e indic in un angolo della stanza certi spezzoni di
    ferro  legati  con  funi.  - Vedi questa roba?  E' il principio di una
    nuova impresa  che  stiamo  tentando:  una  cooperativa  artigiana  di
    produzione...
    Konstantn lo ascoltava appena.  Guardava il viso malaticcio da tisico
    del fratello;  gli faceva pena e non riusciva a  seguire  quanto  egli
    diceva   a   proposito   della  cooperativa.   Si  rendeva  conto  che
    quell'impresa era per il  fratello  soltanto  un'ancora  di  salvezza,
    destinata  a  impedirgli di disprezzare se stesso.  Nikolj,  intanto,
    continuava:
    - Tu sai che il capitale opprime l'operaio;  da noi  gli  operai  e  i
    contadini  sopportano  tutto  il  peso  del lavoro e sono posti in una
    condizione tale  che,  per  quanto  si  affatichino,  non  riescono  a
    sollevarsi al di sopra dello stato di bestie. Tutti i guadagni con cui
    potrebbero  migliorare la loro condizione,  concedersi un po' di tempo
    libero e quindi acquistare un po' di istruzione,  sono tolti loro  dai
    capitalisti.  E  la societ  costituita in modo tale che,  quanto pi
    essi  lavorano,   tanto  pi  si  arricchiscono  i   commercianti,   i
    proprietari  di  terre,  mentre  essi  continuano  a restare bestie da
    lavoro.  Questo stato di cose deve  mutare  -  concluse  e  guard  il
    fratello interrogativamente.
    - S, senza dubbio - rispose Konstantn, notando due chiazze rosse che
    andavano formandosi sugli zigomi sporgenti del fratello.
    -  Per questo noi stiamo organizzando una cooperativa di fabbri,  dove
    la produzione, i guadagni e, soprattutto,  gli strumenti di produzione
    sono di propriet comune.
    - E dove sorger questa cooperativa? - domand Konstantn Levin.
    - Nel villaggio di Vozdrem, nel governatorato di Kazn.
    -  Ma  perch in un villaggio?  Mi pare che nei villaggi il lavoro non
    manchi.  E poi,  perch impiantare una cooperativa  di  fabbri  in  un
    villaggio?
    - Perch i contadini sono schiavi ora come lo erano in passato (40) ed
      per  questo  che  vi  spiace,  a  voi e a Sergj,  che li si voglia
    liberare  da  questa  schiavit  -  disse  Nikolj   Levin,   irritato
    dall'obiezione del fratello.
    Konstantn  Levin  sospir,  guardando  il  locale triste e sporco;  e
    questo sospiro parve irritare maggiormente Nikolj.
    - Conosco i pregiudizi aristocratici tuoi e di Sergj Ivanyc',  so che
    egli usa tutta la forza della sua intelligenza per giustificare i mali
    che ci opprimono.
    - No, ma perch parli di Sergj Ivanyc'? - disse Levin, sorridendo.
    - Sergj Ivanyc'? Ecco perch - grid improvvisamente Nikolj Levin al
    nome  del fratello - ecco perch...  Ma a che serve parlare?  Una cosa
    sola mi devi dire: perch sei venuto da me?  Tu disprezzi tutte queste
    cose,  benissimo...  E  allora  vattene,  vattene  con  Dio!  - grid,
    alzandosi dalla sedia. - Vattene, vattene!
    - Io non disprezzo niente - obiett timidamente Konstantn Levin.-  Io
    non discuto nemmeno.
    In quel momento rientr Mrija  Nikolevna.  Nikolj  Levin  si  volt
    adirato  verso  di  lei;  rapidamente  la  donna gli si avvicin e gli
    bisbigli qualcosa.
    - Sto male  e  sono  diventato  irritabile  -  profer  Nikolj  Levin
    calmandosi  e  respirando  a  fatica;  -  e  poi tu mi parli di Sergj
    Ivanyc' e del suo articolo.  E'  tutto  un  cumulo  di  assurdit,  di
    menzogne,  di  inganni!  Che cosa pu scrivere sulla giustizia un uomo
    che non la conosce? Avete letto il suo articolo? - disse, rivolgendosi
    a Krickij;  e torn a sedersi al tavolo  dove,  per  fare  un  po'  di
    spazio, spost le sigarette che, sparpagliate, lo ingombravano a met.
    -  No,  non  l'ho  letto  -  disse in tono cupo Krickij il quale,  era
    chiaro, non aveva alcuna voglia di partecipare alla discussione.
    - Perch?  - domand Nikolj Dmitric',  rivolgendosi  a  lui  in  tono
    irritato.
    - Perch non ritengo necessario perdere cos il mio tempo.
    -  Scusate,  ma come potete sapere se perdereste il vostro tempo?  Per
    molte persone quell'articolo  inaccessibile,  perch al di sopra  del
    loro  livello  mentale,  ma per me  diverso: io vedo in trasparenza i
    suoi pensieri e so quale sia il suo punto debole.
    Tutti tacquero. Krickij si alz lentamente e prese il berretto.
    - Non volete cenare con noi?  Addio,  allora!  Domani  venite  con  il
    fabbro...
    Non  appena  Krickij  fu  uscito,  Nikolj  Levin  strizz  l'occhio e
    sorrise.
    - Non  un gran che neppur lui - disse - perch io lo vedo...
    Ma in quel momento Krickij lo chiam dalla porta.
    - Che c'? - domand Nikolj, e usc con lui in corridoio.
    Rimasto solo con Mrija Nikolevna, Levin le chiese:
    - E' molto tempo che vivete con mio fratello?
    - Due anni. La sua salute  peggiorata molto. Beve! - ella rispose.
    - Che cosa beve?
    - Beve vodka, e gli fa male.
    - Beve davvero molto? - bisbigli Levin.
    - S - ella rispose,  guardando timidamente la porta,  sulla quale era
    comparso Nikolj.
    -  Di che cosa parlavate?  - chiese questi,  accigliandosi e scrutando
    ora l'uno, ora l'altra con occhi inquieti.
    - Di nulla - rispose Konstantn imbarazzato.
    - Se non volete dirlo, padronissimi,  non ditelo.  Solo che tu non hai
    alcun  motivo per parlare con lei:  una donna perduta e tu sei...  un
    signore - prosegu, contraendo il collo. - Vedo che hai capito tutto e
    consideri con piet i miei errori... - continu, alzando la voce.
    - Nikolj Dmitric',  Nikolj  Dmitric'!  -  mormor  di  nuovo  Mrija
    Nikolevna, avvicinandosi a lui.
    - S,  s,  va bene,  va bene...  Ma la cena? Ah, ecco! - esclam poi,
    vedendo il cameriere che entrava recando il vassoio. - Qui,  metti qui
    -  ordin  sgarbatamente,  e  subito  prese  la  vodka,  ne  riemp un
    bicchierino  che  bevve  con  avidit.  -  Bevi,   ne  vuoi?-    disse
    rivolgendosi al fratello, in tono fattosi improvvisamente allegro. - E
    ora  basta con Sergj Ivanyc'...  Comunque,  sono contento di vederti.
    Checch se ne dica,  in fondo non siamo due  estranei,  suvvia,  bevi!
    Raccontami  che cosa fai  prosegu,  masticando avidamente un pezzo di
    pane e ingollando un altro bicchierino. - Come te la passi?
    - Vivo da solo in campagna, come vivevo prima.  Mi occupo dell'azienda
    -  rispose  Konstantn,  guardando  con  terrore l'avidit con cui suo
    fratello beveva e mangiava,  ma  cercando  di  nascondere  la  propria
    impressione.
    - Perch non prendi moglie?
    - Non mi  capitata l'occasione - rispose Konstantn, arrossendo.
    - Come mai?  Per me s che  finita... la mia esistenza  rovinata. Ho
    sempre detto, e lo dico ancora, che,  se mi avessero dato la mia parte
    di eredit quando mi occorreva, la mia vita sarebbe stata ben diversa.
    Konstantn Dmitric' si affrett a cambiare argomento.
    -  Lo  sai che il tuo Vnjuska (41)  con me a Pokrvskoe (42),  nello
    studio? - disse.
    Nikolj torse il collo e si fece pensieroso.
    - Raccontami, su, raccontami quello che si fa a Pokrvskoe.  La casa 
    sempre in piedi?  E le betulle,  e la nostra stanza da studio? Filpp,
    il giardiniere,  ancora vivo?  Come mi ricordo del piccolo padiglione
    e del salottino dei divani! Bada, sai, non fare nessun mutamento nella
    casa,  ma sposati pi presto che puoi, e sistema tutto come una volta.
    Allora verr a casa tua, se tua moglie sar buona...
    - Ma vieni dunque subito!  -  disse  Levin.  -  Ci  potremo  sistemare
    benissimo!
    -  Ci  verrei  volentieri,  se  fossi  sicuro di non incontrare Sergj
    Ivanyc'.
    - Non lo incontrerai: la mia vita  del tutto indipendente dalla sua.
    - Hai un bel dire,  ma bisognerebbe che tu scegliessi tra me e  lui  -
    disse, rivolgendo al fratello uno sguardo cos timido che lo commosse.
    -  Se  vuoi che ti dica sinceramente il mio pensiero in proposito,  ti
    confesso che,  nella lite tra te e Sergj Ivanyc',  non tengo  n  per
    l'uno, n per l'altro. Avete torto tutti e due. Tu hai torto dal punto
    di vista esteriore, lui da quello spirituale.
    - Ah, ah, l'hai capito! - esclam Nikolj allegramente.
    -  Io,  per,  se vuoi saperlo,  tengo molto di pi alla tua amicizia,
    perch...
    - Perch? Perch?
    Konstantn non poteva dire che teneva di  pi  a  lui  perch  era  un
    infelice  e  aveva  bisogno  di  affetto.  Ma  Nikolj comprese il suo
    pensiero e, accigliandosi, ritorn a bere acquavite.
    - Basta,  Nikolj Dmitric'!  - esclam Mrija Nikolevna,  tendendo il
    braccio nudo e grassottello verso la caraffa.
    - Lascia stare! Non mi seccare o ti ammazzo! - egli grid.
    Mrija Nikolevna sorrise di un sorriso buono e dolce, che si comunic
    anche a Nikolj, e ritir la vodka.
    -  Tu  credi  che  lei non capisca nulla?  - disse Nikolj.  - Capisce
    tutto, e meglio di noi. Non pare anche a te che ci sia in lei qualcosa
    di buono e di commovente?
    - Non eravate mai stata a Mosca prima di ora? - le domand Konstantn,
    tanto per dire qualcosa.
    - Ma non darle del voi... le metti paura. Nessuno le ha mai dato del
    voi,  a eccezione del giudice di pace che l'ha giudicata  quando  ha
    voluto lasciare la casa di tolleranza. Mio Dio quali assurdit ci sono
    nel mondo!  - grid a un tratto.   Questi tribunali, questi giudici di
    pace, questi consigli distrettuali, che mostruosit!
    E prese a protestare contro le nuove istituzioni.
    Konstantn Levin lo ascoltava e quel bisogno di negazione e di critica
    alle istituzioni,  che  egli  pure  condivideva  e  che  spesso  aveva
    espresso, ora sulle labbra del fratello gli riusciva sgradevole.
    -  Tutte queste cose le capiremo quando saremo all'altro mondo!  disse
    scherzosamente.
    - All'altro mondo!  Ah,  non mi garba affatto l'altro  mondo  -  disse
    Nikolj,  fissando  sul  fratello  gli occhi selvaggi e spaventati.  -
    Perch,  se anche pu apparire una buona cosa abbandonare questo  caos
    di vigliaccheria,  questa confusione nostra e degli altri, io ho paura
    della morte, una paura tremenda! - E rabbrivid. - Ma bevi qualcosa...
    vuoi dello "champagne"?  O preferisci che andiamo  in  qualche  posto?
    Dagli  zingari,  per esempio?  Lo sai che ho cominciato ad amare molto
    gli zingari e le canzoni russe?
    Con la  lingua  ingarbugliata,  passava  da  un  argomento  all'altro.
    Konstantn,  con l'aiuto di Mascia, lo persuase a non andare in nessun
    posto, e insieme lo misero a letto, completamente ubriaco.
    Mascia promise a Konstantn di scrivergli in caso di  necessit  e  di
    persuadere Nikolj ad andare a vivere con il fratello.


    CAPITOLO 26.

    La  mattina dopo Konstantn Levin lasci Mosca,  e verso sera giunse a
    casa.  In treno aveva conversato con i compagni di viaggio di politica
    e delle nuove ferrovie;  come gi gli era accaduto a Mosca, si sentiva
    oppresso da un caos di idee,  scontento di s,  e provava un senso  di
    vergogna che non sapeva spiegarsi.  Ma quando smont alla sua stazione
    e riconobbe Ignt,  il suo cocchiere,  con il colletto del  caffettano
    rialzato  e,  alla  pallida  luce  che  si diffondeva dai fanali della
    stazione, riconobbe la sua slitta con i tappeti, i suoi cavalli con la
    coda legata e i sonagli al collo, e quando il cocchiere Ignt,  mentre
    ancora  sistemava  i  bagagli  sulla slitta,  gli rifer le novit del
    paese, L'arrivo dell'imprenditore e gli annunzi il felice parto della
    Pava, la pi bella delle sue mucche, egli sent che, a poco a poco, le
    idee gli si schiarivano e che svanivano la vergogna e il  malcontento.
    Era  stata  sufficiente  la vista di Ignt e dei cavalli a produrre in
    lui quel cambiamento; quando, poi,  indoss il pellicciotto di montone
    che  gli  avevano portato e,  ben imbacuccato,  sedette nella slitta e
    part,  pensando agli ordini che avrebbe dovuto dare nel  rientrare  a
    casa  e  guardando  il bilancino un po' slombato - ma che era stato un
    bel cavallo del Don - cominci a capire  in  modo  del  tutto  diverso
    quello  che  gli  era  capitato.  Si  sentiva di nuovo se stesso e non
    provava alcun desiderio di essere diverso.  Voleva soltanto  diventare
    migliore  di  quanto  non fosse stato sino allora.  Decise,  per prima
    cosa,   di  cominciare  da  quel  giorno  a  non  pensare   pi   alla
    straordinaria felicit che doveva dargli il matrimonio, e quindi a non
    disprezzare  il  presente;  in  secondo  luogo,  di  non lasciarsi pi
    trascinare dalle cattive passioni,  il  cui  ricordo  lo  aveva  tanto
    tormentato  nel  momento  in  cui  si  preparava  a fare la domanda di
    matrimonio; e infine, si ripromise di non dimenticare pi Nikolj,  di
    seguirlo  e  di  essere  pronto  ad  aiutarlo quando le sue condizioni
    fossero peggiorate, il che, ahim!,  non avrebbe tardato ad avverarsi.
    Anche  il  discorso  del fratello sul comunismo,  che aveva preso cos
    alla leggera,  lo costrinse ora a riflettere.  Egli  riteneva  assurda
    l'idea  di  una  riforma delle condizioni economiche,  ma aveva sempre
    sentito l'ingiustizia dell'abbondanza di cui egli godeva in  confronto
    della  miseria del popolo,  e ora decise di lavorare per l'innanzi pi
    di quanto non avesse mai fatto in  passato  e  di  condurre  una  vita
    ancora  pi  semplice.  E  gli pareva cos facile poter attuare questi
    progetti,   che  trascorse  tutto  il  tragitto  nelle  pi  piacevoli
    fantasticherie.  E quando, verso le nove di sera, giunse a casa, aveva
    il cuore colmo di dolci speranze in una vita migliore.
    Dalla  finestra  della  camera  di  Agfija  Michjlovna,  la  vecchia
    "njnja"  che  svolgeva in casa sua le funzioni di governante,  cadeva
    sulla neve,  che copriva lo spiazzo davanti  alla  casa,  una  pallida
    luce.  La  "njnja" non dormiva ancora.  Kuzm,  svegliato da lei,  si
    precipit a piedi nudi e mezzo insonnolito ad aprire la porta;  Laska,
    la cagna da caccia, salt su abbaiando e andandogli incontro a rischio
    di  buttare per terra Kuzm,  si mise guaire,  a strofinarsi contro le
    ginocchia del padrone,  ad  alzarsi  sulle  zampe  posteriori  con  il
    desiderio,  senza per osare di farlo, di mettergli le zampe anteriori
    sul petto.
    - Siete tornato presto, padrone! - disse Agfija Michjlovna.
    - Mi annoiavo, "njnja". In casa d'altri si sta bene, ma nella propria
    si sta assai meglio - le rispose, e pass nello studio.
    Lo studio si rischiar a poco a poco al lume di una candela,  e a poco
    a  poco  emersero  dall'ombra  i  noti particolari: le grandi corna di
    cervo,  gli scaffali con  i  libri,  lo  specchio,  la  stufa  con  lo
    sfiatatoio  che  da tempo aveva bisogno di essere riparato,  il divano
    del padre,  il  grande  tavolo  e  sul  tavolo  un  libro  aperto,  un
    portacenere  rotto  e un quaderno coperto della sua scrittura.  Quando
    egli si trov in mezzo a tutti quegli oggetti familiari,  fu  sfiorato
    per  un  momento dal dubbio sulla possibilit di rinnovare la sua vita
    come aveva sognato durante il viaggio.  Tutte quelle tracce della  sua
    vita  passata sembravano impadronirsi di lui e dirgli: No,  tu non ci
    lascerai, tu non diventerai un altro, ma resterai quello che sei,  con
    i  tuoi  eterni  dubbi,  con  l'eterna scontentezza di te,  con i vani
    tentativi di perfezionamento,  con le tue cadute e l'eterna attesa  di
    una felicit che non hai e che non avrai mai.
    Questo  sembravano  dirgli  le cose che lo circondavano,  ma un'intima
    voce,  all'opposto,  gli mormorava che non bisogna essere schiavi  del
    passato e che si pu fare di se stessi ci che si vuole.  E, obbedendo
    a questa voce,  si avvicin a un angolo della camera dove  teneva  due
    pesi  da  un  "pud"  e  cominci  a  sollevarli  per  fare  un  po' di
    ginnastica,  cercando di rimettersi in stato di  agilit  e  di  forza
    fisica. Di l dall'uscio si udirono scricchiolare dei passi. Egli pos
    in fretta i pesi.
    Entr il fattore e lo inform che, grazie a Dio, tutto andava bene, ma
    comunic  anche  che  il  grano saraceno,  nel nuovo essiccatoio,  era
    bruciato.  La notizia  irrit  Levin.  Il  fattore  era  sempre  stato
    contrario  alla  installazione  del  nuovo  essiccatoio,  costruito di
    recente e in parte ideato da  Levin,  e  adesso  annunziava,  con  una
    segreta gioia,  che il grano saraceno era rimasto bruciato.  Levin era
    fermamente convinto che l'incidente  era  avvenuto  perch  non  erano
    state  prese le necessarie precauzioni da lui raccomandate migliaia di
    volte. Ne fu irritatissimo e fece un severo rimprovero al fattore.  Ma
    il  suo  cattivo  umore  fu addolcito dalla comunicazione di un lieto,
    importante avvenimento: Pava,  la pi bella,  la  migliore  e  la  pi
    costosa delle mucche dell'azienda,  acquistata all'esposizione,  aveva
    messo al mondo un vitellino.
    - Kuzm, dammi il pellicciotto e voi fate portare una lanterna. Voglio
    andare a vederla - disse al fattore.
    La stalla per le mucche di  pregio  sorgeva  subito  dietro  la  casa.
    Attraversando  il  cortile  lungo i mucchi di neve accatastata sotto i
    cespugli di lill,  Levin si avvicin alla stalla,  ne apr  la  porta
    mezzo gelata, e le mucche, sorprese dall'inattesa luce della lanterna,
    si agitarono sulla lettiera di paglia fresca.  Balen la liscia, ampia
    groppa pezzata della mucca olandese. Berkt, il toro che stava disteso
    con l'anello infilato nelle labbra, fece per alzarsi,  ma cambi idea,
    e  si  limit  a soffiare rumorosamente due volte quando gli passarono
    accanto. La rossa e bella Pava, enorme come un ippopotamo,  voltava il
    dorso e nascondeva a chi entrava il suo vitellino che andava fiutando.
    Levin entr nel recinto, esamin Pava e fece alzare sulle lunghe zampe
    malferme  il  vitellino pezzato di bianco e rosso.  Pava,  irrequieta,
    mugg, ma si calm non appena Levin,  le spinse accanto il piccolo che
    subito essa prese a leccare con la spessa, ruvida lingua. Il vitellino
    cercava il latte,  dando grandi colpi di muso al ventre della madre, e
    intanto agitava il codino.
    -Fdor, fammi luce, avvicina la lanterna - disse Levin,  esaminando il
    vitellino.  -  Assomiglia  alla madre,  anche se di mantello  come il
    padre.  E' davvero una bella bestia!  Non pare anche  a  voi,  Vasilij
    Fdorovic'?  -  si  rivolse  al  fattore,  dimenticando  completamente
    l'irritazione che aveva provato a causa del grano saraceno.
    - Da chi avrebbe dovuto prendere  per  essere  brutto?  -  rispose  il
    fattore, e poi aggiunse: - Il giorno dopo la vostra partenza,  venuto
    l'imprenditore Semn: bisogner mettersi d'accordo con lui, Konstantn
    Dmitric'. Ho gi avuto l'onore di informarvi della macchina...
    Bast questa frase per far ricordare a Levin tutti i particolari della
    sua azienda,  grande e tutt'altro che facile da mandare avanti.  Dalla
    stalla pass direttamente nello studio e,  dopo aver parlato  a  lungo
    con  il  fattore  e l'imprenditore Semn,  rientr in casa e pass nel
    salotto.


    CAPITOLO 27.

    La casa era grande, antica,  e Levin,  sebbene ci vivesse da solo,  la
    faceva  riscaldare  e  la  occupava  tutta.  Sapeva  che  era una cosa
    assurda, contraria ai suoi attuali progetti, ma quella casa costituiva
    per lui tutto un mondo,  il mondo nel quale erano vissuti e morti  suo
    padre  e sua madre,  nel quale essi avevano condotto quella vita che a
    Levin pareva l'ideale di ogni perfezione,  e che egli aveva sognato di
    vivere con sua moglie e la sua famiglia.
    Levin ricordava appena sua madre,  ma quel ricordo gli era sacro, e la
    sua futura moglie doveva  essere  simile  a  quell'incantevole  ideale
    femminile che era stata la madre.
    Non solo non poteva immaginare l'amore al di fuori del matrimonio,  ma
    si rappresentava, anzi, prima la famiglia e, solamente in seguito,  la
    donna che avrebbe dovuto dargli quella famiglia stessa.  Per questo le
    sue idee sul matrimonio non erano simili a quelle della maggior  parte
    dei   suoi  conoscenti,   per  i  quali  il  matrimonio  rappresentava
    unicamente uno dei numerosi atti della vita sociale;  da Levin  veniva
    invece considerato il principale avvenimento dell'esistenza, dal quale
    dipendeva tutta la felicit di essa. E ora bisognava rinunziarvi!
    Quando  entr nel piccolo salotto,  dov'era solito prendere il t,  si
    mise a sedere in poltrona con un libro, e allorch Agfija Michjlovna
    gli serv il t e, con il suo solito: Mi siedo anch'io,  "btjuska",
    prese  posto su una sedia accanto alla finestra,  egli sent che,  per
    quanto strano fosse,  non aveva abbandonato i suoi sogni e non  poteva
    vivere  senza  di essi.  Con lei o con un'altra,  bisogna che essi si
    avverino!.  Leggeva il libro,  senza pensare a ci che leggeva,  e  a
    tratti  si fermava per ascoltare Agfija Michjlovna che chiacchierava
    senza posa;  e,  mentre cos prestava orecchio  alle  sue  parole,  si
    presentavano alla sua immaginazione,  senza alcun nesso logico,  varie
    scene della sua futura vita di famiglia. Sentiva che,  in fondo al suo
    cuore, qualcosa andava fissandosi, moderandosi, calmandosi.
    Ascoltava  il cicaleccio della vecchia.  Ella diceva che Prochr aveva
    dimenticato Dio, che, invece di comperare un cavallo con il denaro che
    gli aveva dato Levin,  beveva a pi non  posso  e  aveva  picchiato  a
    sangue la moglie.
    Levin,  pur  leggendo,  ascoltava  e  ricordava  il concatenamento dei
    pensieri che la lettura gli aveva suscitato nella mente.  Era un libro
    di  Tyndall (43) sul calore.  Si ricord di aver criticato Tyndall per
    la presunzione con cui parlava dell'esito delle sue esperienze  e  per
    il  fatto  di  mancare  di una concezione filosofica.  A un tratto gli
    balen un pensiero gioioso: Tra due anni potr  avere  nella  mandria
    due mucche olandesi.  Pava,  indubbiamente,  vivr ancora,  e forse ci
    daranno, tra le altre, dodici figlie di Berkt. Che meraviglia!.
    E di nuovo si affond nella lettura: Bene!  L'elettricit e il calore
    sono  la  stessa cosa,  ma  possibile sostituire nell'equazione,  per
    risolvere un problema, l'una con l'altro? No.  E allora?  Il nesso che
    esiste  tra  tutte  le  forze  della  natura  si  afferra  anche cos,
    d'istinto...  Soprattutto sar piacevole quando la figlia di Pava sar
    diventata  una  bella  mucca pezzata di bianco e di rosso e la mandria
    sar accresciuta di quelle tre bestie...  Sar bellissimo!  Uscir con
    mia moglie e con gli ospiti a incontrare la mandria... Mia moglie dir
    "Kstja e io abbiamo allevato questa giovenca come una bambina!".  "Ma
    come mai queste cose  possono  interessarvi  tanto?",  dir  qualcuno.
    Tutto  quello che interessa lui,  interessa me pure...".  "Ma chi sar
    'lei'?".
    Si ricord poi di ci che era avvenuto a Mosca.
    Ebbene, che farci?  Io non ne ho colpa...  Ma adesso le cose andranno
    diversamente...   E'  un'assurdit  lasciarsi  dominare  dal  passato,
    bisogna lottare per vivere meglio, sempre meglio....
    Alz la testa e rimase assorto.  La vecchia  Laska,  che  non  si  era
    ancora calmata per la gioia dell'arrivo del padrone ed era scappata ad
    abbaiare in cortile, ritorn scodinzolando e recando con s il profumo
    dell'aria aperta...  Si avvicin al padrone,  cacci la testa sotto la
    sua mano, chiedendo, con lamentosi guaiti, una carezza.
    - Le manca soltanto la parola - osserv Agfija Michjlovna. Non  che
    un cane... ma capisce che il padrone  arrivato e che  triste.
    - Perch triste?
    - Credi che non me ne accorga, "btjuska"? Ormai  tempo che conosca i
    miei signori: non sono  forse  cresciuta  in  mezzo  a  loro?  Ma  non
    importa, "btjuska". Basta essere sani e avere la coscienza pulita.
    Levin la guardava con attenzione, sorpreso che ella avesse capito cos
    bene i suoi pensieri.
    - Posso portarvi ancora un po' di t? - domand la vecchia e, raccolte
    che ebbe le tazze, se ne and.
    Laska insisteva nel voler infilare la testa sotto il braccio di Levin;
    questi  l'accarezz e subito l'animale si arrotol a ciambella ai suoi
    piedi,  con la testa appoggiata su una zampa posteriore e quindi,  per
    dimostrare  che  ora  tutto  andava bene,  apr un po' la bocca,  fece
    schioccare le labbra, tir fuori la lingua e si accomod in attitudine
    di  riposante  beatitudine.  Levin  segu  attentamente  l'ultimo  suo
    movimento.
    E'  cos! si disse.  Far altrettanto anch'io.  E' proprio come me,
    esattamente come me... Su, non  niente... tutto si accomoder.


    CAPITOLO 28.

    Il giorno successivo al ballo,  Anna Arkdevna mand un telegramma  al
    marito per avvertirlo che il giorno stesso sarebbe partita da Mosca.
    - S,  s, bisogna che parta, bisogna che parta! - disse alla cognata,
    per spiegarle il cambiamento di programma,  con  il  tono  di  chi  si
    ricorda a un tratto di avere un mucchio di cose da fare. - Bisogna che
    parta oggi stesso.
    Stepn  Arkadyc'  non  pranzava in casa,  ma promise di rientrare alle
    sette per accompagnare la sorella alla  stazione.  Kitty  non  si  era
    fatta viva,  aveva mandato un biglietto scusandosi di non poter venire
    causa un forte dolor di capo.  Dolly e  Anna  pranzarono  sole  con  i
    bambini e la governante inglese.  I bambini, forse perch incostanti o
    forse perch,  molto sensibili,  avevano compreso che la zia Anna quel
    giorno non era pi quella del giorno prima,  quando avevano cominciato
    a volerle bene,  e si erano resi conto che ora non si interessava  pi
    di loro,  di punto in bianco smisero di giocare con lei,  e l'idea che
    ella stesse per  partire  non  li  interess  affatto.  Per  tutta  la
    mattina,  Anna  fu  occupata  nei preparativi della partenza;  scrisse
    biglietti ad alcuni conoscenti,  annot le spese,  prepar i  bagagli.
    Parve a Dolly che la cognata non fosse d'umore sereno,  ma si trovasse
    in quello stato d'animo teso,  che ella conosceva per esperienza,  che
    non   senza motivo,  e che per lo pi nasconde la scontentezza di s.
    Dopo il pranzo Anna and in camera sua a vestirsi, e Dolly la segu.
    - Come sei strana, oggi! - le disse.
    - Io? Trovi? Non sono strana, ma sono cattiva. A volte mi succede: non
    ho voglia che di piangere.  E' una cosa molto stupida,  ma  passer  -
    disse rapidamente Anna,  e chin il viso,  che si era fatto rosso,  su
    una valigetta in cui stava riponendo  la  cuffietta  da  notte  e  dei
    fazzoletti  di  batista.  Gli  occhi  le brillarono e si riempirono di
    lacrime.
    - Prima non volevo lasciare Pietroburgo,  e adesso non  ho  voglia  di
    andare via di qui.
    -  Sei  venuta  a compiere un'opera buona - disse Dolly,  osservandola
    attentamente.
    Anna la guard con gli occhi colmi di lacrime.
    - Non dire cos,  Dolly: io non ho fatto n avrei  potuto  far  nulla.
    Spesso mi meraviglio che la gente mi aduli...  Che cosa ho fatto e che
    cosa potevo fare?  Sei tu che hai trovato  nel  tuo  cuore  abbastanza
    amore per perdonare...
    -  Sa  Iddio  che cosa sarebbe accaduto senza di te!  Come sei felice,
    Anna! - esclam Dolly. - Nella tua anima tutto  limpido e bello.
    - Ognuno ha i  suoi  "skeletons"  (44)  nell'anima,  come  dicono  gli
    inglesi.
    - Quali "skeletons" puoi avere tu?  Nel tuo cuore tutto  cos limpido
    e chiaro!
    - Eppure ce ne  sono!  -  sentenzi  Anna  a  un  tratto  e,  in  modo
    assolutamente  inatteso  dopo  le  lacrime,  un  beffardo  sorriso  le
    incresp le labbra.
    - Allora si tratta di "skeletons" certamente allegri - rispose  Dolly,
    ridendo.
    -  Oh  no,  sono  cupi!  Sai  perch  parto oggi e non domani?  E' una
    confessione che mi opprime e che voglio farti - disse Anna,  sedendosi
    in modo deciso su una poltrona e fissando Dolly negli occhi...
    E  Dolly,  con sua grande sorpresa,  vide che Anna arrossiva sino alle
    orecchie,  alla radice dei corti capelli neri che le  si  arricciavano
    sul collo.
    -  S - prosegu Anna.  - Sai perch Kitty non  venuta oggi a pranzo?
    Ieri sera,  senza volerlo,  ho rovinato  quel  ballo  che  per  lei  
    diventato un tormento,  invece di essere una gioia.  Ma davvero io non
    ne ho colpa o,  piuttosto,  s,  sono un  po'  colpevole...  -  disse,
    sottolineando le parole un po' con voce sottile.
    - Guarda, hai parlato proprio come Stiva! - esclam Dolly, ridendo.
    Anna si offese.
    -  Oh  no,  no!  Io  non sono Stiva - disse facendosi cupa.  - Ti dico
    questo perch non permetto che si dubiti di me nemmeno un istante.
    Ma,  nel preciso momento in cui proferiva quelle parole,  sent quanto
    fosse ingiusta.  Non solo dubitava di se stessa, ma non poteva pensare
    a Vronskij senza provare una certa emozione,  e anticipava la partenza
    unicamente per non incontrarlo pi.
    -  S,  Stiva  mi  ha  detto  che hai ballato con lui la mazurca e che
    lui...
    - Non puoi immaginare quanto  sia  strano!  Pensavo  di  combinare  un
    matrimonio  e  ne    venuto  fuori proprio il contrario;  forse,  mio
    malgrado...
    Arross e si interruppe.
    - Oh, sono cose che si sentono immediatamente! - esclam Dolly.
    - Sarei disperata se ci fosse qualcosa  di  serio  da  parte  sua...la
    interruppe  Anna.   -  Ma  sono  convinta  che  in  breve  sar  tutto
    dimenticato e che Kitty non mi odier pi.
    - A dire il vero,  Anna,  questo matrimonio non lo desideravo  affatto
    per  Kitty.  Ed  meglio che sia andato a monte se lui,  Vronskij,  ha
    potuto innamorarsi di te in un sol giorno.
    - Ah, mio Dio, sarebbe una tale sciocchezza! - disse Anna;  e di nuovo
    il  suo  viso  arross di piacere nell'udire esprimere da un'altra ci
    che occupava il suo pensiero.
    - E cos parto,  dopo essermi fatta una nemica in  Kitty,  cui  voglio
    tanto bene.  E' cos graziosa!  Ma tu,  Dolly, sistemerai questa cosa,
    vero?
    Dolly pot a stento trattenere un sorriso.  Essa voleva bene ad  Anna,
    ma le faceva piacere scorgere anche in lei qualche debolezza.
    - Una nemica? Ma  impossibile!
    -  Desidererei  che  tutti  voi  mi  amaste come io amo voi;  e ora ho
    imparato ad amarvi anche di pi -  disse  Anna  con  le  lacrime  agli
    occhi. - Ah, come sono sciocca oggi!
    Si pass il fazzoletto sul naso e cominci a vestirsi.
    Proprio al momento di partire,  arriv,  in ritardo,  Stepn Arkadyc',
    con la faccia rossa e tutto animato,  spandendo attorno a s  odor  di
    vino e di tabacco.
    La  sensibilit di Anna si era comunicata anche a Dolly e quando,  per
    l'ultima volta, abbracci la cognata, le sussurr:
    - Ricordati, Anna,  che non dimenticher mai ci che hai fatto per me.
    E  ricordati anche che ti voglio bene e te ne vorr sempre,  come alla
    mia migliore amica.
    - Non capisco perch - disse Anna,  abbracciandola  e  nascondendo  le
    lacrime.
    - S, mi hai capita e mi capisci. Addio, mia cara!


    CAPITOLO 29.

    Finalmente,  grazie a Dio,  tutto  finito!, fu il primo pensiero di
    Anna Arkdevna quando ebbe salutato per  l'ultima  volta  il  fratello
    che, sino al terzo segnale, era rimasto sulla porta della carrozza. Si
    sedette  sul  divano  accanto  alla  sua  cameriera  Annuska  e  diede
    un'occhiata al vagone,  tutto immerso nell'oscurit.  Grazie  a  Dio,
    domani  rivedr  Serza e Aleksj Aleksndrovic',  e riprender la mia
    dolce e calma vita di prima.
    Ancora in quello stato di tensione che le durava sin dal mattino, Anna
    cominci a sistemarsi per il viaggio; con le piccole, agili mani, apr
    e richiuse la sacchettina rossa,  ne tir fuori un  guanciale  che  si
    pos  sulle  ginocchia,  e,  ravvolte  ben bene le gambe,  si accomod
    tranquillamente.  Una signora ammalata si  sistem  per  dormire;  due
    altre  signore  attaccarono  discorso con Anna;  un donnone attempato,
    avvolgendosi le gambe, espresse alcune lamentele sul funzionamento del
    riscaldamento.  Anna rispose poche parole alle signore  e,  prevedendo
    che  la  loro  conversazione non sarebbe stata per nulla interessante,
    preg Annuska di tirar fuori la  lampadina  da  viaggio,  l'appese  al
    bracciolo  della  poltrona  e  trasse  dalla borsa il tagliacarte e un
    romanzo inglese.  In  un  primo  tempo,  leggere  le  fu  impossibile,
    impedita com'era dal continuo andirivieni delle persone;  poi,  quando
    il treno si mosse,  furono i rumori a  darle  fastidio:  la  neve  che
    picchiettava  contro  il  finestrino  di  sinistra e si appiccicava al
    vetro,  il capotreno che passava tutto imbacuccato e coperto di neve e
    le  conversazioni  che  si  intrecciavano sulla terribile tormenta che
    infuriava fuori  distrassero  la  sua  attenzione.  Finalmente,  tutto
    divenne monotono; sempre le stesse scosse e lo stesso strepito, sempre
    gli  stessi  bruschi passaggi di temperatura,  sempre gli stessi volti
    intravisti nella penombra, sempre le stesse voci.  Allora Anna riprese
    il  libro  e  riusc  finalmente  a  capire  ci che leggeva.  Annuska
    cominciava gi a sonnecchiare,  tenendo sulle ginocchia la sacchettina
    rossa,  tra  le  grosse  mani  infilate nei guanti,  uno dei quali era
    rotto.
    Anna Arkdevna leggeva e  capiva  ci  che  leggeva,  ma  seguire  gli
    avvenimenti  della vita altrui la infastidiva: ardeva dal desiderio di
    vivere ella pure.  Leggeva che la protagonista del romanzo  curava  un
    ammalato?  Provava  il  desiderio  di essere lei a camminare a piccoli
    passi silenziosi nella camera dell'infermo.  Leggeva che un membro del
    Parlamento pronunziava un discorso? Avrebbe avuto voglia di essere lei
    a pronunziarlo.  Leggeva che lady Mary,  montando a cavallo, provocava
    la cognata e stupiva tutti con il suo coraggio?  Avrebbe  voluto  fare
    altrettanto...   Invece,   poich  doveva  limitarsi  a  starsene  l,
    tranquillamente seduta,  maneggiando il tagliacarte con le sue piccole
    mani, si imponeva di continuare la lettura.
    L'eroe  del romanzo raggiungeva finalmente l'apogeo della sua felicit
    di inglese - il titolo di baronetto e la propriet di una tenuta  -  e
    Anna provava il desiderio di seguirlo in quella tenuta allorch,  a un
    tratto,  sent che lui doveva averne vergogna al pari di lei.  Ma  di
    che  cosa,  dunque,  deve  aver  vergogna?  E  io,  poi,  di  che devo
    arrossire?,  si domand,  con offeso stupore.  Pos  il  libro  e  si
    appoggi  allo  schienale della poltrona,  stringendo con forza tra le
    mani il tagliacarte.  Non c'era nulla  di  cui  vergognarsi.  Ella  si
    richiamava alla mente tutti i ricordi di Mosca,  e tutti erano dolci e
    piacevoli.  Ramment  il  ballo,  ramment  Vronskij  e  il  suo  viso
    innamorato  e  sottomesso,  ricord  i  rapporti  con lui: c'era forse
    qualcosa di cui ella  dovesse  arrossire?  Eppure,  proprio  a  questo
    punto,  la sensazione di vergogna aumentava.  come se una voce interna
    le   dicesse,   a   proposito   di   Vronskij:   Caldo,   caldissimo,
    bruciante....  Ma  che  significa  questo?,  si  chiese,  cambiando
    bruscamente posizione nella poltrona.  Che vuol dire  tutto  ci?  Ho
    forse  paura di guardare in faccia questi ricordi?  Che c' in fin dei
    conti?  Possibile che tra me  e  quell'ufficialetto  possano  esistere
    altri   rapporti  all'infuori  di  quelli  che  intercorrono  tra  due
    qualsiasi conoscenti?.  Sorrise con disprezzo e riprese il libro,  ma
    decisamente  non  capiva pi nulla di quanto leggeva.  Fece passare il
    tagliacarte sul vetro ghiacciato,  poi avvicin  la  gelida  e  liscia
    superficie a una guancia, e poco manc che non si mettesse a ridere ad
    alta  voce per la gioia che l'aveva a un tratto invasa,  senza motivo.
    Sentiva i suoi nervi tendersi sempre  di  pi,  gli  occhi  aprirsi  a
    dismisura,  le  dita delle mani e dei piedi rattrappirsi nervosamente,
    qualche cosa soffocarla e  renderle  difficile  la  respirazione...  e
    sentiva  che  tutte  le  immagini  e  i  suoni  in  quella penombra la
    colpivano con straordinaria intensit.  Di tanto in tanto era assalita
    da un dubbio: il treno procedeva in avanti,  o tornava indietro, o era
    completamente  fermo?   E  accanto  a  lei  stava  seduta  Annuska   o
    un'estranea?  Quella  cosa  sospesa  al gancio era una pelliccia o una
    bestia? E sono io che sto qui? Proprio io, o un'altra?. L'afferr la
    paura di abbandonarsi a  quello  stato  di  incoscienza:  sentiva  che
    soltanto  uno  sforzo di volont le avrebbe consentito di non cedere a
    quello smarrimento e di riprendersi. Si alz, si tolse il "plaid" e il
    collo di pelliccia dall'abito pesante.  Per un momento ritorn in s e
    cap  che  l'uomo magro che era entrato,  avvolto come un contadino in
    una zimarra giallastra  alla  quale  mancavano  due  bottoni,  era  il
    fuochista che veniva a controllare il termometro, e not come il vento
    e  la  neve avevano fatto irruzione con lui nello scompartimento.  Poi
    tutto si confuse di nuovo...  quell'uomo dalla lunga zimarra si mise a
    grattare qualcosa sulla parete, la vecchia signora distese le gambe in
    tutta  la loro lunghezza e riemp lo scompartimento come di una nuvola
    nera; poi qualcosa stridette e rintron in modo terribile, e una vampa
    rossa e accecante l'abbagli. Infine tutto scomparve dietro un muro.
    Anna ebbe l'impressione di precipitare.  Tutte queste sensazioni erano
    pi piacevoli che paurose.  La voce dell'uomo imbacuccato e coperto di
    neve le grid qualcosa all'orecchio.  Ella si alz e torn in s: cap
    che  si avvicinavano a una stazione e che quell'uomo era il capotreno.
    Chiese ad Annuska di darle lo scialle e la mantiglia di pelliccia,  li
    indoss e si avvi verso la porta.
    - Volete uscire? - chiese Annuska.
    - S, voglio prendere una boccata d'aria. Qui dentro fa un tal caldo!
    E apr la porta.
    Il  vento  e  la neve le si avventarono contro,  come per impedirle di
    uscire,  e ci la divert.  Apr la porta e usc.  Pareva che il vento
    aspettasse  soltanto  lei:  fischi  di gioia come se volesse portarla
    via,  ma ella si  aggrapp  alla  gelida  maniglia  della  vettura  e,
    trattenendo con l'altra mano l'abito, smont dal treno.
    Sulla piattaforma il vento soffiava forte, ma sulla banchina al riparo
    dei vagoni, tutto era calmo. Con volutt ella aspirava a pieni polmoni
    l'aria  gelida  e  nevosa  e,  ritta  accanto  alla  propria carrozza,
    osservava la banchina e la stazione tutta illuminata.


    CAPITOLO 30.

    Una violenta tormenta  fischiava  rabbiosamente  tra  le  ruote  delle
    carrozze e attorno alla stazione.  I vagoni, i pali, le persone, tutto
    ci che si poteva vedere era da un lato coperto interamente  di  neve,
    che si ammucchiava formando uno strato sempre pi denso. La tormenta a
    tratti  si  placava  per  un  istante,  per riprendere subito dopo con
    raffiche cos violente, alle quali pareva impossibile poter resistere.
    La gente intanto correva di qua e di  l  chiamandosi  allegramente  e
    ridendo,  facendo  scricchiolare  l'assito  della banchina e aprendo e
    chiudendo le ampie porte della stazione.
    Pass di corsa accanto ad Anna l'ombra di un uomo tutto  rannicchiato,
    e si udirono risonare i colpi di un martelletto sul ferro.
    -  Porta il dispaccio!  - si ud una voce irritata dall'altro capo del
    treno.
    - Venite da questa parte, al numero 28! - gridarono ancora altre voci,
    e alcune persone tutte imbacuccate e coperte di neve corsero in quella
    direzione.
    Passarono accanto ad Anna due uomini con la sigaretta in  bocca.  Essa
    respir ancora una volta per riempirsi d'aria a saziet e gi sporgeva
    la  mano  dal  manicotto  per  aggrapparsi  alla  maniglia e salire in
    carrozza,  quando la luce vacillante del fanale le fu intercettata  da
    un signore in cappotto militare.  Anna si volt e riconobbe il viso di
    Vronskij. Portata una mano alla visiera, egli si inchin dinanzi a lei
    e le domand se avesse bisogno di nulla e se in qualche  cosa  potesse
    esserle utile. Senza rispondere, ella lo guard fissamente e, malgrado
    egli  fosse  avvolto  nell'ombra,   vide,   o  le  sembr  di  vedere,
    l'espressione del viso e degli occhi di lui. Quella stessa espressione
    di deferente ammirazione che tanto l'aveva colpita  il  giorno  prima.
    Parecchie volte,  in quei giorni, si era ripetuta che per lei Vronskij
    non era altro che uno dei soliti giovanotti che si incontrano  ovunque
    a  centinaia  e  al  quale  ella  non  si  sarebbe neppure permessa di
    pensare. Ora,  per,  nel primo istante di quell'incontro,  si sentiva
    invasa da un senso di gioiosa fierezza. Non c'era bisogno di chiedersi
    perch  egli  fosse l: ella lo sapeva,  con la stessa certezza che se
    egli le avesse detto che era l per essere dov'era lei.
    - Ignoravo che sareste partito anche voi.  Come mai?  -  ella  domand
    riabbassando  la mano con la quale stava per afferrare la maniglia.  E
    il suo viso si illumin di gioia e di animazione.
    - Perch sono partito?  - ripet il giovane,  fissandola diritto negli
    occhi.  - Sapete benissimo che sono partito per essere dove siete voi.
    Non posso fare diversamente.
    Proprio in quel momento il vento,  come se fosse  riuscito  a  vincere
    ogni  ostacolo,  spazzava  la  neve dai tetti dei vagoni;  un pezzo di
    lamiera divelto ondeggi stridendo  e,  in  testa  al  treno,  mugghi
    lamentoso e cupo il fischio della locomotiva.  L'orrore della tormenta
    parve ora ad Anna  pi  bello  che  mai.  Vronskij  aveva  pronunziato
    proprio  le parole che la sua anima desiderava,  ma che la sua ragione
    temeva.  Non rispose nulla,  ma il giovane comprese la  lotta  che  si
    stava svolgendo nell'animo della donna.
    -  Perdonatemi  se  ci  che  vi  ho  detto  vi   spiaciuto - mormor
    umilmente.
    Parlava con voce timida e rispettosa,  ma  il  tono  basso  delle  sue
    parole  era  cos deciso,  che Anna rimase per un po' senza poter dire
    nulla.
    - Fate male a parlare cos e,  vi prego,  se siete un  gentiluomo,  di
    dimenticare ci che avete detto, come lo dimenticher io.
    -  Nessuna  delle  vostre  parole,  nessuno  dei  vostri  gesti  potr
    dimenticare mai...
    - Basta basta!  - esclam Anna,  sforzandosi invano di dare al proprio
    viso,   che   egli  osservava  appassionatamente,   un'espressione  di
    severit; e,  afferrando la gelida maniglia,  sal rapidamente i pochi
    scalini  e  rientr nel vestibolo dello scompartimento,  dove si ferm
    riflettendo a quanto era avvenuto.  Pur  senza  ricordare  esattamente
    quella  breve  conversazione,  sent  che  essa li aveva terribilmente
    avvicinati,  e ne fu spaventata e felice.  Dopo aver  sostato  qualche
    attimo,  and  a  riprendere  il  proprio  posto nello scompartimento.
    Quello stato di tensione che  dal  mattino  la  tormentava,  non  solo
    aumentava,  ma si esasper al punto da farle temere che, da un momento
    all'altro, qualcosa le si sarebbe spezzato dentro.
    Per tutta la notte non pot chiudere occhio, ma nella tensione e nelle
    fantasticherie  della  sua  sovreccitazione,   non  vi  era  nulla  di
    spiacevole e di triste;  si sentiva,  al contrario, piena di gioia, di
    caldo e di animazione.
    Verso la mattina,  si assop,  seduta nella sua poltrona e,  quando si
    svegli,  tutto  era  gi bianco e chiaro,  e il treno si avvicinava a
    Pietroburgo. Subito il pensiero del marito,  del figlio,  della casa e
    delle  cure che l'attendevano quel giorno e i giorni seguenti,  occup
    la sua mente.
    A Pietroburgo,  non appena il treno si ferm e  Anna  ne  discese,  il
    primo viso che attir la sua attenzione fu quello del marito.
    Mio Dio,  pens,  perch ha un paio di orecchie simili? si chiese,
    alla vista della figura di lui fredda e  imponente.  Ci  che  pi  la
    colpiva in quel momento erano i lobi delle orecchie, su cui appoggiava
    la tesa del cappello duro.  Non appena egli scorse la moglie,  le and
    incontro,  atteggiando le labbra al suo abituale ironico  sorriso  che
    non  lo  abbandonava mai e fissandola con i grandi occhi stanchi.  Una
    strana,  penosa sensazione strinse il cuore di  Anna  quando  incontr
    quello  sguardo fisso e stanco,  come se si fosse aspettata di trovare
    un uomo diverso da quello che le era davanti. In special modo la colp
    quella sensazione che le era ormai nota da un pezzo,  di  scontentezza
    di  s  di fronte al marito,  una sensazione che le procurava un certo
    quale imbarazzo nei suoi rapporti  con  Aleksj  Aleksndrovic';  mai,
    per,  se  n'era resa conto con tanta precisione in modo cos chiaro e
    penoso.
    - Come vedi, sono un marito tenero e affettuoso, proprio come al primo
    anno di matrimonio... Ardevo dal desiderio di vederti - disse egli con
    la sua voce lenta e con il tono ironico che usava  sempre  parlandole,
    un  tono  che pareva voler mettere in ridicolo coloro che parlavano in
    tal modo.
    - Sta bene Serza? - chiese Anna.
    - E' questa tutta la ricompensa per il mio ardore?  - egli rispose.  -
    Sta bene, s, sta benissimo...


    CAPITOLO 31.

    Quella notte Vronskij non aveva neppure tentato di dormire. Seduto nel
    suo angolo, ora guardava fisso davanti a s, ora osservava chi entrava
    e  chi  usciva  e se,  abitualmente,  egli stupiva la gente che non lo
    conosceva, con il suo comportamento imperturbabile e calmo, ora pareva
    ancora pi altezzoso e distaccato. Guardava le persone come se fossero
    cose...
    Un giovanotto  nervoso,  appartenente  alla  magistratura,  seduto  di
    fronte a lui, provava un senso di irritazione per quell'atteggiamento.
    Tent  di  attaccar  discorso chiedendogli un po' di fuoco,  accese la
    sigaretta alla sua,  e lo urt persino con il piede per fargli  capire
    che si trattava di un uomo,  non di una cosa;  ma Vronskij lo guardava
    sempre con lo stesso interesse con cui avrebbe guardato un lampione  a
    gas,  e  il  giovane  continuava a far smorfie su smorfie,  rendendosi
    conto di essere sul punto di perdere il dominio su se stesso, trovando
    umiliante quell'ostinazione di non considerarlo un essere umano.
    Vronskij non vedeva nulla e nessuno.  Si  sentiva  un  eroe,  non  gi
    perch  pensasse  di  aver  fatto colpo su Anna - a questo non credeva
    ancora - ma perch l'impressione che ella aveva prodotto su di lui  lo
    riempiva di felicit e di orgoglio.
    Ignorava che cosa sarebbe avvenuto: non lo sapeva e non ci pensava, ma
    sentiva  che  tutte le proprie forze,  sino a quel momento rilassate e
    disperse, erano ora riunite e tendevano,  con una incredibile energia,
    verso un solo,  unico scopo: la felicit. Sapeva una cosa soltanto, di
    aver detto ad Anna la verit,  che cio egli andava dov'era lei e  che
    non concepiva altra gioia nella vita se non quella di poterla vedere e
    ascoltare.  E quando,  a Bolgovo,  era sceso per bere un bicchiere di
    acqua di seltz e aveva scorto Anna,  le prime  parole,  che  le  aveva
    spontaneamente dette,  erano appunto l'espressione di ci che pensava.
    E fu felice di avergliele dette,  felice che lei ora lo  sapesse.  Non
    dorm tutta la notte. Ritornato nel suo scompartimento, rivisse con il
    pensiero  le  varie  occasioni  in cui l'aveva veduta,  riud tutte le
    parole di lei, e l'immaginazione gli lasci intravedere la possibilit
    di un avvenire che gli sconvolse il cuore.
    Quando scese dal treno a  Pietroburgo  si  sent,  malgrado  la  notte
    insonne,  fresco  e  animato come dopo un bagno ristoratore.  Si ferm
    davanti al proprio vagone in attesa di vederla passare.  Vedr ancora
    una volta il suo viso,  pens, con un involontario sorriso; vedr il
    suo bel modo di camminare...; pu darsi che dica una parola, che volga
    il capo verso di me, che mi sorrida....
    Ma, ancor prima di vedere lei,  scorse il marito,  che il capostazione
    rispettosamente guidava tra la folla.
    Ahim,  ecco  il  marito!,  disse  tra  di  s,  con un involontario
    sorriso.
    Allora soltanto,  e per la prima volta,  Vronskij si rese conto che il
    marito era una persona legata a lei.  Sapeva,  s, che era sposata, ma
    non credeva nell'esistenza del marito,  nella sua entit fisica,  e vi
    credette soltanto quando ne vide la testa,  le spalle e le gambe in un
    paio di pantaloni neri; e, soprattutto, quando vide con quanta dignit
    e aria di possesso quel marito prese  tranquillamente  la  mano  della
    moglie.
    Scorgendo l'alta figura di Aleksj Aleksndrovic',  il suo fresco viso
    pietroburghese,  con quell'aria sicura di  s,  con  la  bombetta,  la
    schiena un po' curva, ebbe la precisa consapevolezza che egli esisteva
    realmente  e  ne prov una sensazione sgradevole,  simile a quella che
    proverebbe un uomo torturato dalla sete che,  giunto finalmente a  una
    sorgente,  trova in essa un cane, un montone, un maiale intenti a bere
    e a intorbidare l'acqua.  L'andatura di  Aleksj  Aleksndrovic'  che,
    camminando,  moveva  il  braccio  e  le  gambe tutte d'un pezzo,  urt
    Vronskij in modo particolare.  Egli riconosceva solamente a se  stesso
    il diritto assoluto di amare Anna e,  quando la scorse,  si rese conto
    che ella era sempre la stessa,  e la vista di quella donna ag  su  di
    lui  come  ogni  volta  che l'aveva davanti,  animandolo fisicamente e
    colmando la sua anima di felicit.  Ordin al domestico  tedesco,  che
    accorreva  verso di lui dalla seconda classe,  di prendere i bagagli e
    si incammin dalla parte di Anna.  Vide il primo incontro  del  marito
    con la moglie e,  con la perspicacia propria degli innamorati, not il
    contegno leggermente imbarazzato della donna  mentre  parlava  con  il
    marito.
    No,  non  lo  ama e non pu amarlo!,  disse tra s,  con sicurezza e
    decisione.
    Avvicinandosi ad Anna Arkdevna,  not con gioia che lei aveva sentito
    il suo avvicinarsi.  Anna,  infatti, si volt, lo riconobbe e di nuovo
    prese a parlare con il marito.
    - Avete passato bene la notte? - chiese Vronskij, inchinandosi davanti
    ad Anna e al marito, e lasciando ad Aleksj Aleksndrovic' di prendere
    per s quell'inchino e di gradirlo o no, a suo piacere.
    - Benissimo, vi ringrazio - ella rispose.
    Il viso di  Anna  appariva  stanco,  come  se  avesse  perduto  quella
    animazione che si manifestava ora nel sorriso festoso, ora nel sorriso
    degli  occhi;  ma  per  un istante,  scorgendo Vronskij,  qualcosa era
    balenato nel suo sguardo,  un lampo che,  per quanto  breve  e  subito
    spento,  lo  riemp di felicit.  Ella diede un'occhiata al marito per
    vedere  se  conoscesse  Vronskij.  Aleksj  Aleksndrovic'  guard  il
    giovane  ufficiale  con  aria  scontenta,  cercando  distrattamente di
    ricordare chi fosse.  La calma e il sangue freddo di Vronskij urtarono
    questa  volta come la falce contro una pietra,  nella fredda sicurezza
    di Aleksj Aleksndrovic'.
    - Il conte Vronskij - present Anna.
    - Ah,  mi sembra che ci conosciamo - disse  con  indifferenza  Aleksj
    Aleksndrovic', tendendogli la mano. - All'andata hai viaggiato con la
    madre e al ritorno con il figlio - prosegu poi, rivolgendosi ad Anna,
    e martellando ogni sillaba,  come se regalasse un rublo a ogni parola.
    - Venite da una licenza, forse? -  disse ancora e,  senza attendere la
    risposta,  si rivolse alla moglie con il suo tono scherzoso: - E cos,
    si sono versate molte lacrime a Mosca, separandosi da te?
    Parlando cos alla moglie, voleva far capire a Vronskij che desiderava
    restar solo e,  toccandosi  il  cappello,  gli  volt  le  spalle.  Ma
    Vronskij si rivolse ad Anna Arkdevna:
    - Spero di aver l'onore di potervi far visita! - disse.
    Aleksj Aleksndrovic' guard Vronskij con un'occhiata stanca.
    - Felicissimo - gli disse freddamente. - Riceviamo il luned.
    Poi, congedato definitivamente Vronskij, si rivolse alla moglie:
    -  Meno  male  che ho potuto avere una mezz'ora di tempo per venirti a
    prendere;  cos ho potuto dimostrarti la mia tenerezzaprosegu in tono
    scherzoso.
    -  In verit sottolinei un po' troppo questa tua tenerezza,  perch io
    possa apprezzarla molto - rispose Anna,  con lo stesso tono scherzoso,
    mentre  involontariamente  tendeva  l'orecchio  al rumore dei passi di
    Vronskij che camminava dietro di loro.
    Ma che m'importa? pens,  e prese a interrogare il  marito  su  come
    Serza avesse trascorso il tempo della sua assenza.
    - Oh,  benissimo!  Mariette assicura che  stato molto carino e..., te
    lo devo dire?, non ha sentito la nostalgia di te come l'ha sentita tuo
    marito. Ma ancora una volta "merci", mia cara,  di avermi regalato una
    giornata.  Il nostro caro samovr sar entusiasta...  (Egli chiamava
    "samovr" la famosa contessa Ldija Ivnovna perch  era  sempre,  per
    qualsiasi motivo, in stato di eccitazione e di agitazione). Ha chiesto
    di te... e, se posso darti un consiglio, ti direi di andare a trovarla
    oggi.  Sai che il suo cuore soffre per qualsiasi motivo, e ora  molto
    preoccupata al pensiero della riconciliazione degli Oblonskij.
    La contessa Ldija Ivnovna era  amica  di  Aleksj  Aleksndrovic'  e
    costituiva  il  centro di un piccolo gruppo di persone alle quali Anna
    era, in certo qual modo, legata.
    - Ma le ho scritto!
    - Lei,  lo sai,  ci tiene ai particolari.  Se non sei  troppo  stanca,
    cerca  di  andarci,  mia  cara.  Kondratij  ti  dar  la vettura e io,
    intanto,  far un passo al Comitato.  Finalmente non sar pi  solo  a
    pranzo...   -  prosegu  Aleksj  Aleksndrovic',   in  tono  non  pi
    scherzoso. - Tu non puoi immaginare quanto mi sia abituato...
    E, stringendole lungamente la mano,  con un sorriso tutto particolare,
    l'aiut a salire in carrozza.


    CAPITOLO 32.

    La  prima  persona che Anna incontr entrando in casa fu il figlio che
    le si precipit incontro gi per le scale,  malgrado i richiami  della
    governante.  E gridando con esultanza: - Mamma!  Mamma!  - le si gett
    tra le braccia.
    - Ve lo  dicevo  che  era  la  mamma!  -  esclam  il  fanciullo  alla
    governante; - lo sapevo che era lei!
    Anche il figlio, come il marito, produsse in Anna un sentimento simile
    alla delusione.  Se l'era immaginato pi bello di quanto in realt non
    fosse,  e ora doveva discendere sino alla realt stessa per godere  di
    lui quale effettivamente era: ma,  in fondo,  anche cos era grazioso,
    con una testolina coperta di riccioli,  gli occhi azzurri e due  belle
    gambette  rotonde nelle calze ben tese.  Anna provava un piacere quasi
    fisico dalla sua vicinanza e dalle sue carezze,  e ritrov la  propria
    calma  quando  incontr  lo  sguardo  fiducioso e pieno di affetto del
    fanciullo e ascolt le sue ingenue domande.
    Poi tir fuori i regali che gli mandavano i cuginetti,  e raccont  al
    figlio che a Mosca c'era una bimbetta, chiamata Tnja, la quale sapeva
    leggere e gi insegnava a leggere ai fratellini.
    - Allora io sono peggiore di lei? - domand Serza.
    - Per me non c' nessuno al mondo che ti superi...
    - Questo lo so! - disse il piccolo sorridendo.
    Anna  non  aveva  ancora avuto il tempo di prendere il caff quando le
    venne annunziata la contessa Ldija Ivnovna.
    Era  costei  una  donna  grande  e  grossa,  dal  viso  giallognolo  e
    malaticcio,  con  due  stupendi  occhi neri e pensosi.  Anna le voleva
    bene, ma quel giorno, per la prima volta, ne vedeva tutti i difetti.
    - Ebbene, amica mia, avete portato il ramoscello d'olivo? - domand la
    contessa Ldija Ivnovna, non appena fu entrata nella stanza.
    - S, tutto si  accomodato;  del resto,  le cose non erano cos gravi
    come  le  pensavamo - rispose Anna.  - In genere,  poi,  mia cognata 
    troppo precipitosa.
    Ma la contessa Ldija Ivnovna,  che si interessava di tutto  ci  che
    non la riguardava, aveva l'abitudine di non ascoltare mai ci che, per
    cos dire, non la interessava, e interruppe Anna:
    - Oh s,  al mondo ci sono tanti mali e tanti dolori;  e oggi mi sento
    abbattuta in modo particolare.
    - Perch? - domand ancora, sforzandosi di trattenere un sorriso.
    - Comincio a essere stanca di lottare inutilmente  per  la  verit,  e
    molte  volte  mi sento completamente snervata.  L'opera delle piccole
    sorelle (si trattava  di  una  istituzione  filantropica,  religioso-
    patriottica) procedeva gi a meraviglia,  ma con questi signori non si
    pu far nulla - disse la contessa con comica rassegnazione al destino.
    - Si sono impadroniti dell'idea,  l'hanno completamente distorta e ora
    la  giudicano  da  un punto di vista meschino e miserevole.  Due o tre
    persone,  tra cui  vostro  marito,  capiscono  tutta  l'importanza  di
    quest'opera, mentre gli altri se ne disinteressano. Ieri mi ha scritto
    Pravdin...
    Pravdin  era  un  celebre  panslavista  che  viveva  all'estero,  e la
    contessa Ldija Ivnovna rifer  il  contenuto  della  sua  lettera  e
    descrisse  gli  intrighi  e  le beghe contro l'opera dell'unificazione
    delle Chiese,  e poi se ne and di tutta fretta,  giacch quel  giorno
    doveva  partecipare alla riunione di una societ e recarsi al Comitato
    slavo.
    Era cos anche prima: perch non l'ho mai notato?,  si domand Anna.
    O forse oggi  pi irritata del solito? Indubbiamente  ridicola: non
    ha altro scopo che la virt,   una fervente cristiana,  eppure non fa
    che offendersi continuamente,  vedere  ovunque  dei  nemici  e  sempre
    nemici della virt e della cristianit!.
    Dopo la contessa Ldija Ivnovna venne a trovare Anna un'amica, moglie
    di  un  alto  funzionario,  che le raccont tutte le novit cittadine.
    Alle tre anche quella se ne and,  promettendo di tornare per  pranzo.
    Aleksj Aleksndrovic' era al ministero. Rimasta sola, Anna impieg il
    suo tempo per assistere al pranzo del figliolo (che mangiava per conto
    proprio),  per mettere in ordine le sue cose e rispondere ai biglietti
    e alle lettere che si erano ammucchiati sul suo scrittoio.
    Il sentimento  di  irragionevole  vergogna  e  di  agitazione  provata
    durante  il  viaggio  era  completamente  scomparso.   Nelle  abituali
    occupazioni della vita, Anna si sentiva di nuovo serena,  sicura di s
    e irreprensibile.
    Con  meraviglia si ricord dello stato d'animo del giorno prima.  Che
    cosa avevo insomma? Proprio nulla, in fin dei conti. Vronskij ha detto
    una sciocchezza, alla quale  facilissimo non dare alcun seguito, e io
    gli ho risposto come si doveva. Parlarne a mio marito? No, non si deve
    e non si pu,  giacch parlarne significherebbe dare importanza a  una
    cosa  che  non  ne  ha  assolutamente.  Si ricord di avere una volta
    riferito ad Aleksj Aleksndrovic' la quasi dichiarazione che le aveva
    fatta a Pietroburgo un giovane dipendente del marito e di come Aleksj
    Aleksndrovic' avesse risposto: che, vivendo in societ,  a ogni donna
    poteva  capitare  una cosa del genere,  ma che egli aveva tanta e tale
    fiducia nel tatto di sua moglie che non si  sarebbe  mai  permesso  di
    umiliare  lei  e  se  stesso  con  la  gelosia.  Dunque,  a che scopo
    parlarne? S, grazie a Dio, non c' proprio niente da dire..., decise
    Anna.


    CAPITOLO 33.

    Aleksj Aleksndrovic' torn  dal  ministero  alle  quattro  ma,  come
    spesso  accadeva,  non  ebbe  tempo  di  passare  dalla moglie.  Entr
    direttamente nello studio per ricevere i  sollecitatori  in  attesa  e
    firmare alcune carte portate dal segretario. Per l'ora del pranzo (dai
    Karenin  c'erano  sempre  tre  o quattro ospiti) giunsero: una vecchia
    cugina di Aleksj Aleksndrovic',  un direttore dipartimentale con  la
    moglie  e  un  giovanotto raccomandato a Karenin per un impiego.  Anna
    entr in salotto a ricevere gli ospiti,  e proprio allo scoccare delle
    cinque,  quando la vecchia pendola di bronzo del tempo di Pietro Primo
    finiva di battere l'ultimo rintocco,  fece  il  suo  ingresso  Aleksj
    Aleksndrovic' in frac con due decorazioni e cravatta bianca, giacch,
    subito  dopo il pranzo,  doveva andar via.  Ogni minuto della sua vita
    era impegnato e calcolato.  E per riuscire a compiere  tutto  ci  che
    ogni  giorno  doveva  fare,  osservava  la  pi  scrupolosa,  assoluta
    puntualit.  Il suo motto era Senza fretta e senza riposo.  Entr in
    sala, salut tutti e si sedette in fretta, sorridendo alla moglie.
    -  S,  la  mia  solitudine  finita - egli disse;  - non puoi credere
    quanto sia seccante (e sottoline la parola  "seccante")  pranzare  da
    soli...
    Durante  il  pranzo,  interrog  la  moglie sulle cose di Mosca e,  in
    particolare,  con un  sorriso  ironico,  su  Stepn  Arkadyc';  ma  la
    conversazione  si  mantenne  su  un  tono generale,  e furono trattati
    argomenti  prevalentemente  d'ufficio  e  della  citt.  Terminato  il
    pranzo, Aleksj Aleksndrovic' si ferm una mezz'ora con gli ospiti e,
    dopo  aver  nuovamente  stretto  con  un  sorriso la mano alla moglie,
    lasci la compagnia e si rec al Consiglio.  Quella sera Anna non usc
    di casa: non and n dalla principessa Betsy Tvrskaja che, saputo del
    suo arrivo,  l'aveva invitata per la sera,  n a teatro, dove aveva un
    palco. E rimase in casa principalmente perch l'abito,  che contava di
    indossare,  non  era  pronto.  Dopo  che tutti gli ospiti se ne furono
    andati,  Anna  si  occup  del  suo  guardaroba  ma  ne  fu  vivamente
    contrariata. Prima di partire per Mosca, Anna, abilissima nel vestirsi
    con  poca  spesa,  aveva  dato  alla  sarta  tre abiti da rimodernare.
    Bisognava aggiustarli in modo che non  si  riconoscessero  e  dovevano
    essere  gi  pronti da tre giorni;  ora,  due di essi non erano ancora
    finiti e il terzo non era riuscito come lei voleva.  La sarta venne  a
    scusarsi, assicurandole che l'abito le stava assai meglio di prima, ma
    Anna la rimprover cos aspramente, da rimanere essa stessa vergognosa
    della  sua  severit.  Per  calmarsi del tutto,  and nella stanza del
    figliolo e trascorse tutta la sera con lui, lo mise a letto,  gli fece
    il  segno  della croce e gli rimbocc la coperta.  Era contenta di non
    essere andata in alcun posto e di aver trascorso tanto bene la serata.
    Si sentiva leggera e tranquilla  e  capiva  che  ci  che  durante  il
    viaggio  le  era  apparso  cos importante,  non era altro che uno dei
    soliti,  insignificanti casi della vita mondana,  di cui non aveva  da
    vergognarsi n di fronte a se stessa,  n di fronte a chicchessia.  Si
    sedette presso il caminetto con  un  romanzo  inglese  in  attesa  del
    marito.  Alle nove e mezzo precise,  ud la sua scampanellata e,  poco
    dopo, egli entr nella stanza.
    - Eccoti finalmente! - disse Anna, tendendogli la mano.
    Egli gliela baci e le si sedette accanto.
    - Mi pare che,  in complesso,  il tuo viaggio sia  andato  bene  -  le
    disse.
    -  S,  molto  -  rispose  Anna,  e  cominci  a raccontargli tutto da
    principio: il suo viaggio con la contessa Vrnskaja,  il  suo  arrivo,
    l'incidente alla stazione. Poi gli descrisse l'impressione di pena che
    aveva provato prima per il fratello e poi per Dolly.
    -  Io  non  ammetto  che un uomo simile sia scusabile,  anche se  tuo
    fratello - disse Karenin in tono severo...
    Anna sorrise.  Capiva che il marito parlava appunto per mostrare che i
    rapporti  di parentela non potevano impedirgli di esprimere la propria
    sincera opinione.  Conosceva quel lato del carattere di suo marito,  e
    le piaceva.
    -  Sono  contento  che  tutto si sia concluso felicemente e che tu sia
    tornata - egli continu.  - Ebbene,  che cosa dicono laggi del  nuovo
    progetto che ho fatto passare in Consiglio?
    Anna  non  ne  aveva  sentito  parlare,  e  si vergogn di aver potuto
    dimenticare cos facilmente una cosa che per  il  marito  aveva  tanta
    importanza.
    -  Qui,  invece,  la  cosa ha fatto molto rumore - egli disse,  con un
    sorriso di compiacimento.
    Anna intu che voleva comunicarle  qualcosa  di  lusinghiero  per  lui
    sull'argomento e,  facendogli delle domande, lo spinse a parlarne. Con
    lo stesso sorriso di compiacimento, Aleksj Aleksndrovic' parl delle
    ovazioni ricevute per il progetto che era stato accettato.
    - Ne sono stato contentissimo. Questo dimostra che finalmente anche da
    noi comincia a formarsi un'opinione  ragionevole  e  seria  su  questo
    argomento.
    Finito  che ebbe di bere il suo secondo bicchiere di t con la panna e
    i biscotti, Aleksj Aleksndrovic' si alz e si rec nel suo studio.
    - E tu non sei andata in nessun posto?  Ti sarai forse  annoiata...  -
    disse.
    -  Oh,  no!  - ella rispose,  alzandosi dopo di lui e accompagnandolo,
    attraverso la sala,  nello studio.  - Che cosa stai  leggendo?  -  gli
    chiese.
    -  Adesso leggo "La posie des enfers",  del "Duc de Lille",  un libro
    assai notevole (45).
    Anna sorrise,  come si sorride delle debolezze delle persone  care  e,
    messo  il  suo  braccio  sotto quello di lui,  lo accompagn sino alla
    porta dello studio.  Ella sapeva che l'abitudine di leggere alla  sera
    era  diventata  per  il  marito  una  vera  necessit,  e  sapeva che,
    nonostante il lavoro d'ufficio che assorbiva quasi tutto il suo tempo,
    considerava doveroso tenersi al corrente di tutto ci che si  stampava
    di  notevole  nel campo letterario;  sapeva anche che lo interessavano
    profondamente i libri politici, filosofici, teologici,  che l'arte era
    contraria alla sua natura ma che,  nonostante ci e, anzi, proprio per
    ci,  Aleksj Aleksndrovic' non si lasciava sfuggire nulla di ci che
    aveva valore in quel campo e riteneva suo dovere leggere tutto. Sapeva
    che,  se  nel  campo  della  teologia,  il  marito aveva dei dubbi che
    cercava  di  chiarire,  nelle  questioni  dell'arte,  della  poesia  e
    specialmente della musica, nonostante la sua incompetenza, aveva delle
    convinzioni  ferme  e  definite.  Amava  parlare  di  Shakespeare,  di
    Raffaello e di Beethoven  e  dell'importanza  delle  nuove  scuole  di
    poesia e di musica, che egli classificava con chiara logicit.
    - Bene,  che Iddio sia con te!  - disse Anna, davanti alla porta dello
    studio,  dove erano gi stati  preparati  davanti  alla  poltrona  del
    marito un paralume sulla candela e una brocca d'acqua. - Io scriver a
    Mosca.
    Egli le strinse la mano e la baci di nuovo.
    Eppure   un uomo buono,  onesto,  leale e,  nel suo ambiente,  assai
    importante,  si disse Anna ritornando in camera sua,  come se  avesse
    voluto  difendere  il  marito  di fronte a qualcuno che lo accusasse e
    pretendesse  che  fosse  impossibile  amarlo.  Ma  perch  ha  quelle
    orecchie che sporgono in modo cos strano? O forse si  fatto tagliare
    i capelli troppo corti?.
    A  mezzanotte in punto,  mentre Anna,  seduta al suo scrittoio,  stava
    terminando la lettera per Dolly,  si udirono  dei  passi  regolari  in
    pantofole,  e Aleksj Aleksndrovic', lavato e pettinato, con un libro
    sotto il braccio, si accost a lei.
    - E' tardi,  tardi - disse,  sorridendo in modo particolare,  e pass
    in camera da letto.
    E con quale diritto egli lo guardava cos?,  pens Anna,  ricordando
    lo sguardo di Vronskij ad Aleksj Aleksndrovic'.
    Spogliatasi,  entr in camera da letto,  ma sul suo viso non c'era pi
    l'animazione che durante il viaggio a Mosca irradiava dai suoi occhi e
    dal suo sorriso; ora quella fiamma sembrava spenta o, almeno, nascosta
    chiss dove... lontano.


    CAPITOLO 34.

    Partendo  da Pietroburgo,  Vronskij aveva lasciato il suo appartamento
    sulla Morskaja (46) al suo amico e compagno prediletto Petrickij.
    Petrickij era un giovane luogotenente di famiglia non  particolarmente
    distinta.  Non  soltanto  non era ricco,  ma indebitato sino al collo;
    tutte le sere rientrava ubriaco,  e spesso veniva messo  agli  arresti
    per certe avventure ora buffe, ora scandalose; nonostante tutto, per,
    era amato dai compagni e dai superiori.
    Quando  Vronskij,  tornato  dalla stazione verso le undici,  giunse al
    proprio appartamento, scorse all'ingresso una carrozza che gli era ben
    nota. Alla sua scampanellata ud provenire dall'interno alcune voci di
    uomini che  ridevano,  il  balbettio  di  una  voce  femminile  e  poi
    l'avvertimento sonoro di Petrickij:
    - Se  qualche miserabile, non lasciatelo passare!
    Vronskij  ordin di non annunziarlo,  e pian piano entr nella stanza.
    La baronessa Scil'ton, amica di Petrickij, scintillante in un abito di
    seta lilla,  con il grazioso visino incorniciato dai riccioli  biondi,
    era seduta davanti a un tavolo rotondo,  intenta a preparare il caff.
    Petrickij in soprabito e il capitano Kamerovskij in grande uniforme  -
    probabilmente di servizio - stavano accanto a lei.
    -  Bravo,  Vronskij!  -  grid  Petrickij,  balzando incontro al nuovo
    venuto. - Ecco il padrone di casa in persona! Baronessa, offritegli il
    caff della nuova caffettiera! Non ti si aspettava... Spero che tu sia
    soddisfatto dell'ornamento del tuo studio,  eh?  -  disse,  accennando
    alla baronessa. - Vi conoscete, vero?
    - E come!  - esclam Vronskij, sorridendo allegramente e stringendo la
    mano alla donna. - Siamo vecchi amici.
    - Ora che siete tornato a casa dal vostro  viaggio,  io  me  ne  vado-
    disse la baronessa. - E, se disturbo, scappo immediatamente.
    - Qui,  baronessa,  consideratevi a casa vostra - rispose Vronskij.  -
    Buon giorno, Kamerovskij - aggiunse, stringendo freddamente la mano di
    quest'ultimo.
    - Voi non sapreste mai  dire  una  cosa  cos  amabile  -  osserv  la
    baronessa a Petrickij.
    - E perch? Dopo pranzo ne dir anch'io e non certo meno amabili...
    - Dopo pranzo non c' pi merito.  Su,  andate a fare toeletta, mentre
    io preparo il caff - disse la  baronessa,  rimettendosi  a  sedere  e
    dandosi  da  fare  attorno  al  rubinetto  della nuova caffettiera.  -
    Pierre, datemi il caff -  disse,  rivolgendosi a Petrickij,  che ella
    chiamava Pierre senza preoccuparsi di nascondere i loro rapporti. - Ne
    aggiunger dell'altro.
    - Lo sciuperete...
    - No,  non lo sciuper affatto.  E cos? Vostra moglie? - domand a un
    tratto la baronessa,  interrompendo il  discorso  di  Vronskij  con  i
    colleghi.  - Noi qui vi abbiamo dato moglie,  sapete? L'avete condotta
    con voi?
    - No, baronessa: zingaro sono nato e zingaro morir.
    - Meglio cos, meglio cos... Datemi la mano.
    E la baronessa, senza lasciar Vronskij, prese a raccontargli,  tra una
    facezia e l'altra, i suoi ultimi propositi, chiedendogli consiglio.
    -  Lui  continua  a  negarmi il divorzio: che devo fare?  (Lui era suo
    marito).  Ho intenzione di intentare un  processo:  che  ve  ne  pare?
    Kamerovskij,  sorvegliate  il caff: non vedete che trabocca e io sono
    occupata?  Ho intenzione,  dunque,  di intentare  un  processo  perch
    voglio riavere il mio patrimonio.  La capite, voi, questa sciocchezza?
    Poich io, per cos dire,  gli sono infedele,  lui vuole approfittarne
    per usufruire dei miei beni  concluse con disprezzo.
    Vronskij ascoltava quell'allegro cicaleccio della bella donna, le dava
    corda,  le forniva consigli semischerzosi, assumendo quel tono che gli
    era abituale nei suoi rapporti con donne di quel  genere.  Secondo  il
    mondo pietroburghese, le persone si distinguevano in due categorie ben
    distinte  tra  di  loro: una categoria inferiore,  composta da persone
    ordinarie, sciocche e soprattutto ridicole, che credevano che i mariti
    debbano esclusivamente vivere con le donne che hanno sposato,  che  le
    fanciulle  debbano  essere  innocenti,  le moglie pudiche,  gli uomini
    coraggiosi,  virili e seri,  con la pretesa  che  bisogna  nutrire  ed
    educare i figli, guadagnarsi pane, pagare i debiti e altre sciocchezze
    del  genere.  Ed  era  questa  la  categoria della gente pi di moda e
    ridicola.  Ma  c'era  l'altra  categoria,   alla  quale  appartenevano
    Vronskij  e  i  suoi  amici:  per farne parte bastava essere eleganti,
    generosi,  ardimentosi e divertenti,  abbandonarsi senza  arrossire  a
    ogni passione e ridere di tutto il resto.
    A tutta prima,  Vronskij,  ancora sotto l'influenza dell'ambiente cos
    diverso nel quale era vissuto a Mosca,  rimase un  po'  stordito;  non
    tard,  per,  come  se  avesse infilato i piedi in un vecchio paio di
    pantofole, a rientrare nel suo attraente e allegro mondo di prima.
    Il caff,  che non era mai pronto  ma  che  fin  col  traboccare  sul
    prezioso  tappeto  e  macchiare  l'elegante  vestito  della baronessa,
    raggiunse proprio lo scopo che occorreva,  ossia form il pretesto per
    suscitare baccano e risate.
    - Bene,  adesso me ne vado davvero,  perch se continuo a rimanere qui
    non vi deciderete mai a mettervi in ordine, e io avrei sulla coscienza
    il peggiore delitto che possa commettere un uomo  perbene:  quello  di
    non  lavarsi.  Mi consigliate,  dunque,  di mettergli il coltello alla
    gola?
    - Certamente, e fate in modo che la vostra manina sia il pi possibile
    vicina alle sue labbra,  egli la bacer e tutto  sar  accomodato  con
    generale soddisfazione - rispose Vronskij.
    - A questa sera, allora! Al Teatro Francese! (47).
    E la piccola baronessa si allontan tra un fruscio di gonna.
    Anche  Kamerovskij  si  alz  e  Vronskij,  senza  aspettare che se ne
    andasse,  gli tese la mano e si ritir  nel  suo  stanzino  da  bagno.
    Mentre si lavava,  Petrickij gli descriveva a grandi tratti la propria
    situazione e quali mutamenti fossero  avvenuti  dopo  la  partenza  di
    Vronskij.   Eccoli:  anzitutto,   pi  niente  denaro:  suo  padre  ha
    solennemente dichiarato che non gliene avrebbe pi dato e non  avrebbe
    pi  pagato  alcun  debito;  un sarto ha intenzione di farlo finire in
    prigione e un altro minaccia di muovergli querela,  il  colonnello  ha
    dichiarato  che,  se  non  mette  fine  alla  sua vita scandalosa,  lo
    costringer a dare le dimissioni;  la baronessa gli  venuta  a  noia,
    come una radice amara, senza contare che vuole sempre dargli denaro; e
    poi  c'  un'altra donna,  una severa bellezza orientale - gliela far
    vedere - sul genere della schiava Rebecca (48).  Infine  ha  avuto  un
    diverbio  con  Barkascv,  che voleva mandargli i padrini,  ma  anche
    probabile che  tutto  questo  finisca  in  una  bolla  di  sapone.  In
    complesso,  insomma,  tutto  procede  a  meraviglia  e  nel  modo  pi
    piacevole del mondo.  E,  senza dare all'amico il  tempo  di  chiedere
    altre informazioni in proposito,  Petrickij prese a narrargli tutte le
    novit  pi  interessanti.   Ascoltando   Petrickij   e   ritrovandosi
    nell'appartamento  nel  quale  abitava da tre anni,  Vronskij prov la
    piacevole sensazione di sentirsi a poco a poco  ripreso  dalla  solita
    vita di Pietroburgo.
    -  Non  possibile!  - esclam,  abbassando il pedale del lavabo,  dal
    quale si lasciava scorrere l'acqua sul  collo  rosso  e  sano.  Non  
    possibile  che  Lor  abbia  lasciato  Fertigv  e  si  sia  messa con
    Mileev...  E lui  sempre cos stupido e contento di s come prima?  E
    Busulukov che fa?
    -  Oh,  quanto  a Busulukov c' stata una di quelle storie...  - disse
    Petrickij. - Sai, vero, quanto sia appassionato per il ballo?  A Corte
    non  ne  perde  uno.  Ultimamente  si   recato a un gran ballo con il
    berretto ultimo modello.  L'hai  gi  visto  l'ultimo  modello?  Molto
    elegante, leggerissimo.... Era l in piedi... Ma ascolta, ascolta...
    -  Ti  ascolto,  s,  ti  ascolto  -  rispose Vronskij,  strofinandosi
    vigorosamente con un asciugamani di spugna.
    - Passa una granduchessa al braccio di un ambasciatore di non so quale
    paese e, per sua sventura, i due parlavano appunto dei nuovi cappelli.
    La granduchessa vede il nostro  amico  ritto,  immobile  (e  Petrickij
    assume  la  posizione di Busulukov in piedi,  con il cappello sotto il
    braccio) e  lo  prega  di  lasciarle  esaminare  il  nuovo  copricapo.
    Busulukov  non  si  muove.  Che  succede?  Gli  fanno  dei segni,  gli
    strizzano l'occhio... Egli crolla la testa e aggrotta le sopracciglia.
    Ma daglielo, insomma! Macch!  Sembra pietrificato...  Puoi immaginare
    la  scena!  Allora  l'altro...  non  so  pi  come  si  chiama,  vuole
    prenderglielo: Busulukov si oppone,  ma quello  glielo  strappa  e  lo
    porge  alla granduchessa.  Ah,  ecco il nuovo modello di copricapo!,
    esclama la granduchessa;  lo capovolge e...  figurati!  Cade una  pera
    insieme con una pioggia di caramelle e di altri dolciumi... due libbre
    di roba! Si era fatta la sua provvista... povero ragazzo!
    Vronskij  rideva  sino  alle  lacrime  e ancora molto tempo dopo,  pur
    parlando d'altro,  si ricordava la scena del cappello e rideva del suo
    riso  schietto  e  aperto,  che  metteva  in  mostra due file di denti
    bianchi e regolari.
    Messo al corrente di tutte le novit, Vronskij, aiutato dal domestico,
    indoss l'uniforme e and a presentarsi al comando con l'intenzione di
    recarsi poi da Betsy,  dal fratello e,  infine,  di fare alcune visite
    per  riprendere  contatto  con quell'ambiente nel quale avrebbe potuto
    incontrare la Karnina.
    Come sempre usava fare quando era a Pietroburgo,  lasci la  casa  per
    non rientrarvi che a notte inoltrata.










    NOTE.

    N. 1. In italiano, nel testo.
    N. 2. Nomignolo familiare di Drija Aleksndrovna.
    N.  3. "Njnja": nutrice, bambinaia anziana che, in genere, continuava
    a servire  nella  casa  per  molti  anni  dopo  che  i  bambini  erano
    cresciuti.
    N.  4.  Leggenda,  secondo  cui  nel nono secolo i Russi chiamarono il
    principe  normanno  Rjurik  con  i  suoi  due   fratelli   perch   li
    organizzasse contro le orde tartare.  A questo episodio risalirebbe la
    prima fondazione dello stato russo,  prima dominata  dall'aristocrazia
    variaga di origine nordica.
    N.  5. Ferdinand Beist (1813-1886), uomo politico austriaco avversario
    di Bismarck.  Ben pi famosi i due filosofi inglesi  sopra  ricordati:
    Jeremy Bentham (1748-1832), la cui morale s'ispira all'aritmetica dei
    piaceri,   e  Stuart  Mill  (1806-1873),  che  fu  pure  un  notevole
    economista.
    N. 6. Diminutivo di Grgorij.
    N. 7. Diminutivo di Tatjana.
    N. 8. Citt della Russia europea, presso le alture del Volga.
    N.  9.  Prisma triangolare,  detto in  francese  "miroir  de  justice"
    (specchio  di  giustizia),  che  portava  sulle  tre facce gli emblemi
    imperiali e i decreti  fondamentali  (sulla  procedura  civile  e  sui
    diritti dei cittadini) di Pietro il Grande.  Si teneva sopra il tavolo
    in ogni sala di udienza dei pubblici uffici.
    N. 10. Consiglio distrettuale, istituzione fondata nel 1864,  e quindi
    una novit nel periodo in cui si svolge il romanzo e in cui fu scritto
    (1875-77).
    N.  11.  Plurale  di  "pud",  misura  russa di peso pari a chilogrammi
    16,38.
    N. 12. Dal francese: cricca, consorteria.
    N.  13.  Nomignolo familiare di Katerina Aleksndrovna,  detta  spesso
    Ktia.
    N. 14. Plurale di "desjatina", misura pari a ettari 1,0295.
    N.  15.  Keiss, al pari di Wurst, Knaust e Pripasov sono tre pensatori
    creati da Tolstj.  Il problema di moda su cui qui  si  discute  era
    apparso  su  una rivista russa (Il messaggero dell'Europa) nel 1775.
    Infine gli articoli,  che pure Levin aveva  letti,  riguardavano  le
    teorie evoluzionistiche dell'inglese Charles Darwin (1809-1882).
    N. 16. Alatore, trascinatore di barche sulle rive del Volga.
    N. 17. Le cosiddette montagne russe.
    N. 18. Orsacchiotto: allusione ai tre orsi (babbo, mamma e piccolo) di
    una  favola  di Samuel Taylor Coleridge (1772-1834),  uno dei creatori
    del romanticismo inglese.
    N. 19 Noti alberghi e ristoranti moscoviti dell'epoca.
    N. 20. Zuppa di cavoli.
    N. 21. Specie di polenta fatta con farina di grano saraceno o miglio.
    N. 22.  Citazione approssimativa di Aleksandr Sergevic' Puskin (1799-
    1837), uno dei pi grandi e popolari poeti russi.
    N. 23. Altri versi di Puskin.
    N.  24.  Celeste  cosa poter vincere le mie brame terrene,  ma anche
    quando non ci sia riuscito, ne ho pur tratto un gran piacere.  Questi
    versi sono del notissimo poeta tedesco Heinrich Heine (1797-1856).  Un
    po'  modificati  si  ritrovano  nell'operetta  "Il  pipistrello"   del
    compositore austriaco Johann Strauss (1825-1899), allora assai in voga
    in Russia.
    N.  25  Ossia  il  signor  Micawber,  personaggio  del  romanzo  David
    Copperfield (versione italiana, Edizioni Paoline).
    N. 26. Versione italiana in "I Dialoghi", Rizzoli, Milano.
    N. 27. Gli spiriti della casa (i ladri) della mitologia slavo-russa.
    N. 28. Locale di Mosca del genere dei "cafs-chantants".
    N. 29. Celebre albergo e ristorante di Mosca.
    N. 30. Alla gogna chi mal ne pensa,  motto dell'Ordine inglese della
    Giarrettiera.
    N. 31. Non  mio stile.
    N. 32. Diminutivo di Aleksj.
    N.  33.  Voi filate il perfetto amore: tanto meglio,  mio caro,  tanto
    meglio!
    N. 34. Con questo nome, in francese,  la contessa allude ad Alessandro
    Secondo, zar della Russia dal 1855 al 1881.
    N. 35. Diminutivo di Sergi.
    N. 36. Diminutivo di Vasilij.
    N. 37. Dal francese: gran cerchio.
    N. 38. Dal francese: catena.
    N. 39. Diminutivo di Mrija.
    N. 40. Cio fino al 19 febbraio 1861, quando lo zar Alessandro Secondo
    liber i servi della gleba.
    N. 41. Diminutivo di Vnja.
    N.  42.  Tenuta  in provincia di Tula,  che appartenne alla sorella di
    Tolstj;  nel romanzo  menzionata come la tenuta di Levin,  il  quale
    con Tolstj ha molte affinit di carattere.
    N. 43. John Tyndall (1820-1893), fisico inglese.
    N. 44. Letteralmente scheletri (inglese), con allusione al proverbio
    inglese secondo cui ognuno ha i suoi scheletri,  ossia i suoi segreti,
    nell'armadio.
    N. 45. Titolo e autore sono inventati da Tolstj.
    N. 46. Un'elegante via di Pietroburgo.
    N. 47. Teatro di Pietroburgo, dove recitavano attori francesi.
    N.   48.   Allusione  all'incantevole  eroina  del  romanzo  "Ivanhoe"
    (versione italiana, Edizioni Paoline) dell'inglese Walter Scott (1771-
    1832).




    PARTE SECONDA.


    CAPITOLO 1.

    Sul finire dell'inverno,  fu tenuto in casa Scerbackij un consulto per
    stabilire le condizioni  di  salute  di  Kitty  e  decidere  che  cosa
    occorresse  fare  per  ridare le forze alla fanciulla cos indebolita.
    Kitty era malata,  e il sopraggiungere della primavera non faceva  che
    aggravare  il  suo  stato  di  salute.  Il medico di famiglia le aveva
    prescritto per prima cosa una cura di olio di fegato di merluzzo,  poi
    una cura di ferro e,  infine,  di nitrato d'argento; ma poich nessuna
    delle tre cure aveva giovato, e poich egli consigliava di condurre in
    primavera la malata all'estero,  fu chiamato  a  consulto  un  celebre
    medico.  Era  questi  un  bellissimo uomo,  ancora giovane,  che volle
    visitare  minuziosamente  la  paziente:  insist,   e  con  una  certa
    compiacenza,  nel  dire che il pudore verginale non era che un residuo
    di barbarie e che nulla era pi  naturale  per  un  medico,  anche  se
    giovane, di palpare il corpo di una fanciulla nuda. La cosa gli pareva
    naturalissima perch la ripeteva ogni giorno, senza essere sfiorato da
    alcun  pensiero  meno  che  conveniente,  e  perch  il  pudore di una
    fanciulla,  che egli attribuiva a un avanzo di  barbarie,  gli  faceva
    l'effetto di un'offesa personale.
    Bisogn in ogni modo arrendersi. Sebbene tutti i medici frequentino la
    medesima  scuola,  studino  sui medesimi libri e conoscano la identica
    scienza e per quanto alcuni dicessero  che  quel  celebre  medico  non
    fosse  poi  cos bravo come correva voce,  in casa della principessa e
    nel suo ambiente egli era  considerato,  chiss  perch,  l'unico  che
    conoscesse il fatto suo e l'unico che potesse salvare Kitty.  Dopo una
    visita minuziosa,  una serie  di  auscultazioni  e  percussioni  della
    povera malata, sconvolta e smarrita per la vergogna, il celebre medico
    si lav accuratamente le mani,  e si rec in salotto per conferire con
    il  principe.  Questi  lo  ascoltava  aggrottando  le  sopracciglia  e
    tossicchiando.  Da  uomo vissuto,  non stupido e che non era mai stato
    malato,  egli non credeva nella medicina  e  in  fondo  in  fondo  era
    irritato  e  insieme  vergognoso per tutta quella commedia,  tanto pi
    che, forse,  era l'unico a comprendere la vera causa della malattia di
    Kitty.  Ecco lo spadellatore!,  si diceva, applicando questo epiteto
    del gergo venatorio al celebre medico,  e ascoltando i suoi  sproloqui
    sui sintomi della malattia della figlia.
    Il dottore, sforzandosi di non lasciar trasparire il suo disprezzo per
    quel  vecchio  gentiluomo,  cercava  faticosamente  di  abbassarsi  al
    livello mediocre dell'intelligenza di lui.  Capiva che con il  vecchio
    era  inutile  parlare  e  che  il  vero  capo della casa era la madre.
    Davanti a lei,  appunto,  faceva conto di mettere in evidenza  i  suoi
    dotti sproloqui.  In quel momento la principessa entr nel salotto con
    il medico di famiglia.  Il principe si allontan,  cercando di non far
    notare quanto ritenesse ridicola tutta quella commedia.
    La  principessa  era  smarrita  e non sapeva che cosa fare: sentiva di
    essere colpevole di fronte a Kitty.
    - Allora,  dottore,  decidete  il  nostro  destino:  ditemi  tutto!  -
    balbett.  C' qualche speranza?, avrebbe voluto chiedere, ma le sue
    labbra tremarono e non riusc a formulare quella  domanda.-    Allora,
    dottore?
    - Ora, principessa, conferir con il mio collega e poi avr l'onore di
    riferirvi la mia opinione.
    - Allora ci dobbiamo ritirare?
    - Come preferite.
    La principessa usc con un sospiro.
    Quando  i  due  dottori  rimasero  soli,  il medico di famiglia espose
    timidamente la sua opinione,  che si trattasse cio di un principio di
    tubercolosi e che eccetera eccetera...  La celebrit lo ascoltava,  ma
    nel bel mezzo del discorso del collega,  guard il suo grosso orologio
    d'oro.
    - Gi - disse - ma...
    Il collega ammutol rispettosamente.
    -  Come  voi  sapete,  noi  non  possiamo  determinare  l'inizio di un
    processo tubercolare: prima che compaiano le caverne, non c' nulla di
    sicuro.  Possiamo per ricavare delle ipotesi da  talune  indicazioni:
    mancanza di appetito,  eccitazione nervosa,  eccetera.  Il problema si
    pone cos: se si ha un sospetto di tubercolosi,  che cosa si deve fare
    per eccitare l'appetito?
    - Per, voi lo sapete, in casi simili si nasconde sempre qualche causa
    morale,  spirituale - si permise di interloquire, con un fine sorriso,
    il medico di famiglia.
    - S, senza dubbio - rispose il celebre dottore,  dopo aver consultato
    di  nuovo  l'orologio.  -  Scusate:    gi  stato  sistemato il ponte
    Janzskij (49) oppure bisogna ancora fare il giro?  -  domand.  -  Ah,
    funziona  gi?  Bene,  in tal caso ci sar in una ventina di minuti...
    Dicevamo  dunque  che  la  questione  si  presenta   cos:   sostenere
    l'alimentazione e curare i nervi.  Le due cose sono collegate,  perci
    bisogna agire in entrambi i sensi.
    - Ma il viaggio all'estero? - domand il medico di famiglia.
    - Io sono nemico dei viaggi all'estero.  Seguite il mio  ragionamento:
    se  c'  un inizio di processo tubercolare,  cosa che noi non possiamo
    sapere,  a che serve il viaggio all'estero?  Bisogna trovare un  mezzo
    per riattivare l'appetito senza nuocere a qualcos'altro.
    E  il  celebre  medico  espose il suo piano di cura: una stagione alle
    acque di Soden,  il cui merito principale consisteva,  ai suoi  occhi,
    nell'essere assolutamente innocue.
    Il medico di famiglia ascoltava con rispettosa attenzione.
    -  In  favore  del  viaggio  all'estero  considererei  l'influenza del
    cambiamento di abitudini,  l'allontanamento da condizioni che  possano
    suscitare ricordi, e poi la madre ci tiene... - concluse.
    -  Certo,  certo...  In  questo caso,  vadano pure all'estero,  purch
    diffidino di quei ciarlatani di Tedeschi...  Bisogna che si  attengano
    severamente alle nostre prescrizioni. Se  cos, vadano pure.
    Guard ancora una volta l'orologio.
    - Oh,  tardi! - e si avvi verso l'uscio.
    Disse  alla  principessa  (glielo sugger un senso di convenienza) che
    aveva bisogno di vedere ancora una volta la malata.
    - Come! Visitarla di nuovo? - esclam con orrore la madre.
    - Oh no, principessa, mi occorrono soltanto alcuni particolari.
    - Accomodatevi, prego.
    E la madre,  seguita dal dottore,  entr nel salotto,  dove si trovava
    Kitty.  Dimagrita  e  arrossata,  con il volto ancora in fiamme per la
    vergogna subita,  stava ritta in mezzo alla stanza.  Quando  entr  il
    dottore,  ella  arross  ancora di pi e gli occhi le si riempirono di
    lacrime.
    La malattia e tutte le  cure  che  le  si  propinavano  le  apparivano
    stupide e persino ridicole! Che cosa significavano? Non era forse come
    voler mettere insieme i cocci di un vaso andato in pezzi? Il suo cuore
    era in pezzi: pillole e polverine potevano forse curarlo? Ma Kitty non
    voleva  rattristare  sua  madre,  tanto  pi  che costei si sentiva in
    colpa.
    - Abbiate la compiacenza di sedervi,  principessina - disse il celebre
    dottore.
    Con  un  sorriso,  egli  le si sedette di fronte,  le prese il polso e
    ricominci a rivolgerle nuove domande imbarazzanti. Dapprima Kitty gli
    rispose ma, a un tratto, irritata, si alz.
    - Scusate, dottore,  ma non vedo a che possa servire tutto questo.  Mi
    avete domandato tre volte la stessa cosa.
    Il celebre medico non si offese.
    -  Irritazione d'ammalata!  - disse alla principessa,  quando Kitty fu
    uscita. - Del resto, io ho finito.
    E  spieg  alla  principessa,   come  a  una  persona  eccezionalmente
    intelligente,  le  condizioni  della  figlia,  concludendo  con le pi
    precise raccomandazioni sul modo di bere quelle  acque  che,  a  parer
    suo,  non erano affatto necessarie.  Alla domanda sull'opportunit del
    viaggio all'estero,  il dottore,  dopo aver riflettuto  profondamente,
    come se si trattasse di risolvere un grave problema, decise infine che
    lo si poteva fare, a condizione, per, di non fidarsi dei ciarlatani e
    di attenersi esclusivamente alle prescrizioni da lui date.
    Parve  che  la partenza del dottore costituisse un felice avvenimento.
    La madre torn  dalla  figlia  tutta  allegra,  e  la  figlia  assunse
    anch'ella  un  aspetto  pi sereno.  Spesso,  quasi sempre,  anzi,  le
    capitava di dover fingere.
    - Sto davvero bene,  mamma,  ma se desiderate  che  partiamo,  ebbene,
    partiamo!  -  disse  e,  volendo  mostrare di interessarsi al viaggio,
    cominci a parlare dei preparativi per la partenza.


    CAPITOLO 2.

    Partito che fu il dottore, arriv Dolly. Sapeva che il consulto doveva
    avvenire quel giorno ma,  sebbene da poco si  fosse  alzata  da  letto
    (aveva dato alla luce una bambina alla fine dell'inverno) e nonostante
    tutte  le  pene  e  le  preoccupazioni personali,  lasciata la neonata
    lattante e una sua bimbetta malata,  era venuta per  sapere  che  cosa
    fosse stato deciso per la salute di Kitty.
    -  E  cos?  - disse,  entrando in salotto e senza neppur togliersi il
    cappello. - Vi vedo di buon umore: tutto bene, allora?
    Si tent di riferirle ci che aveva detto il dottore ma, malgrado egli
    avesse parlato molto a lungo e molto saggiamente,  nessuno fu in grado
    di riassumere il suo discorso.  Il punto interessante era la decisione
    presa a proposito del viaggio.
    Dolly  involontariamente  sospir:  la  sua  migliore  amica,  la  sua
    sorellina  stava  per  partire...  e  la  vita per lei non era affatto
    allegra! I suoi rapporti con Stepn Arkadyc', dopo la riconciliazione,
    erano diventati umilianti: la toppa messa da Anna si era  dimostrata
    assai  precaria  e l'accordo familiare cedeva di nuovo,  e sempre allo
    stesso punto.  Di preciso non c'era nulla,  ma Stepn Arkadyc' non era
    mai  in  casa,  il  denaro  era  quanto  mai  scarso  e il sospetto di
    infedelt del marito le  si  affacciava  spesso  alla  mente  in  modo
    tormentoso,  per  quanto  ella  cercasse  di  scacciarlo,  temendo  le
    sofferenze causate dalla gelosia.  Ora che il primo accesso di gelosia
    era  passato,  non era possibile che ritornasse,  ed anche la scoperta
    del tradimento non avrebbe pi agito su lei come la prima  volta;  una
    tale   scoperta   l'avrebbe  solamente  privata  delle  sue  abitudini
    familiari;  ed ella gli permetteva d'ingannarla,  disprezzando lui  e,
    pi ancora, se stessa, per quella debolezza.
    Inoltre  era continuamente presa dalle incessanti cure di una famiglia
    numerosa: ora era l'allattamento della neonata; ora era una governante
    che andava via; ora, come presentemente, si trattava della malattia di
    una delle bambine.
    - Ebbene, come stanno i tuoi? - domand la madre.
    - Ah, "maman"! Le pene non mi mancano davvero. Lilly si  ammalata,  e
    ho  paura  che si tratti di scarlattina.  Sono venuta adesso per avere
    notizie di Kitty ma,  se  davvero scarlattina Dio me ne scampi!  - mi
    chiuder in casa senza pi metterne il naso fuori.
    Il vecchio principe,  saputo che il dottore se n'era andato,  usc dal
    suo studio e,  dopo aver offerto la guancia a Dolly,  parl un po' con
    lei e poi si rivolse alla moglie.
    - E cos,  che cosa avete deciso?  Partite? E di me che cosa intendete
    fare?
    - Penso che tu debba rimanere, Aleksndr - rispose la moglie.
    - Come volete.
    - Ma perch,  "maman",  il babbo non potrebbe venire con noi?  - disse
    Kitty. - Sarebbe tanto pi piacevole sia per lui che per noi!
    Il  vecchio  principe  si  alz  e accarezz con una mano i capelli di
    Kitty. La fanciulla sollev il viso e, sorridendo a fatica,  guard il
    padre:  sentiva  che  era  quello  che la comprendeva meglio di tutti,
    sebbene le parlasse assai di rado.  Essendo la pi giovane,  Kitty era
    la  prediletta del padre,  e a lei pareva che il suo amore lo rendesse
    perspicace.  Adesso,  quando il suo sguardo  incontr  i  buoni  occhi
    azzurri  di  lui  che  la osservavano attentamente,  sent che egli le
    leggeva nell'anima e comprendeva tutto ci  che  in  essa  vi  era  di
    tormento.  Arrossendo,  si protese verso di lui in attesa di un bacio,
    ma egli si limit ad accarezzarle i capelli e a dire:
    - Che stupida moda questi "chignons"! (50). Non sai mai se accarezzi i
    capelli di tua figlia o quelli di qualche donna morta! Allora, Dlynka
    - disse, rivolgendosi alla figlia maggiore - che fa il tuo "atout"?
    - Niente,  pap - rispose Dolly,  comprendendo che egli parlava di suo
    marito.  -  Esce  sempre,  e io lo vedo assai poco!  - aggiunse con un
    sorriso sarcastico.
    - Ma come, non  ancora andato in campagna per vendere il legname?
    - No, ci si prepara sempre...
    - Ah, davvero? - sussurr il principe. E,  rivolgendosi alla moglie: -
    Dunque,  bisogna che faccia le valigie anch'io? Sono ai vostri ordini!
    E tu, Kitty, - disse alla figliola minore  sai che cosa dovresti fare?
    Svegliarti  una  bella  mattina  e  dire  a  te  stessa:  Sto   bene,
    benissimo...,  sono  sana e allegra: perch non riprendo a fare con il
    babbo qualche bella passeggiata?. Che ne dici ?
    Le parole del padre parevano molto semplici ma, nell'udirle,  Kitty si
    turb come una colpevole colta in fallo.  S, lui sa tutto, comprende
    tutto,  e con queste parole mi fa capire che  vergognoso  comportarsi
    come faccio io,  e che bisogna vincere la propria vergogna.  Non ebbe
    la forza di rispondere. Volle cominciare ma,  a un tratto,  scoppi in
    pianto e corse via dalla stanza.
    -  Eccone una delle tue!  - esclam la principessa al marito.   Tu fai
    sempre... - e prese a rivolgergli una sequela di rimproveri.
    Il principe ascolt abbastanza  a  lungo  la  lavata  di  testa  della
    consorte,  immobile e silenzioso,  ma il suo viso si faceva sempre pi
    cupo.
    - Fa cos pena,  cos pena,  poverina...  e tu non  capisci  che  ogni
    allusione  al  motivo  che   stato causa del suo dolore  per lei una
    nuova sofferenza.  Oh,  come si fa a ingannarsi tanto sul conto  della
    gente! - esclam la principessa e, dal mutamento del suo tono, Dolly e
    il  principe compresero che essa intendeva parlare di Vronskij.  - Non
    concepisco come non esistano leggi contro  uomini  cos  disgustosi  e
    ignobili!
    -  Farei  meglio  a  non ascoltarti!  - profer cupamente il principe,
    alzandosi dalla poltrona, come per andarsene. Ma, giunto sulla soglia,
    si ferm.  - Le leggi ci sono,  mia cara,  e,  visto che mi obblighi a
    spiegarmi,  ti  dir  che l'unica colpevole di tutto sei tu,  tu sola!
    Leggi contro siffatti bellimbusti sono sempre  esistite,  ed  esistono
    tuttora!  Se  non ci fosse stato da parte tua quello che c' stato,  e
    che non ci doveva essere,  anche se sono vecchio,  l'avrei  sfidato  a
    duello  quel  bel  damerino...  S,  e adesso fatela curare dai vostri
    ciarlatani!
    Pareva che il principe  avesse  da  dire  ancora  molte  cose,  ma  la
    principessa,  non  appena  ud  che  il  marito  alzava la voce,  come
    succedeva sempre nelle questioni gravi,  si quiet immediatamente e si
    mostr pentita.  - Aleksndr!  Aleksndr!  - mormor, agitandosi, e si
    mise a piangere.
    Alla vista delle lacrime della moglie,  il principe si calm e  le  si
    avvicin.
    - Su, basta, basta! Anche per te  penoso, lo so. Che farci? Non  poi
    una  gran disgrazia...  Dio  misericordioso...  Grazie - mormor poi,
    senza saper neppur lui che cosa  dicesse,  rispondendo  cos  ai  baci
    umidi  di  lacrime  della principessa,  che si sentiva imprimere sulla
    mano. E usc dalla stanza.
    Quando Kitty si era allontanata tutta in lacrime,  Dolly,  con la  sua
    materna  esperienza,  cap  subito  che  c'era  da  compiere  un'opera
    femminile e decise di tentarla. Si tolse il cappello e,  rimboccandosi
    moralmente le maniche,  si prepar ad agire. Durante l'offensiva della
    madre  contro  il  marito,  ella  aveva  tentato,  per  quanto  glielo
    permetteva il rispetto filiale,  di frenare la madre; poi, allorch il
    principe era scattato,  ella era stata zitta: provava vergogna per  la
    madre  e  una  certa  tenerezza per il padre,  la cui bont era subito
    apparsa evidente.  Ma quando il padre fu uscito,  si accinse a fare la
    cosa pi importante: andare da Kitty e cercare di calmarla.
    -  E'  molto  tempo che ho una cosa da dirvi,  "maman".  Lo sapete che
    Levin voleva chiedere la mano di Kitty quando venne a  Mosca  l'ultima
    volta? L'aveva confidato a Stiva.
    - E con questo? Io non capisco...
    - Forse Kitty l'ha respinto. Non vi ha detto nulla?
    -  No,  non  mi ha detto nulla,  n dell'uno,  n dell'altro:  troppo
    orgogliosa. Ma so che tutto dipende da quello che...
    - S,  capirete bene che,  se ha respinto  Levin,    stato  a  motivo
    dell'altro,  io lo so...  E quest'ultimo le ha dato una delusione cos
    tremenda...
    La principessa  si  sentiva  colpevole  dinanzi  alla  figlia;  questo
    pensiero la faceva inorridire, e si irrit.
    -  Oh!  Io non ci capisco pi nulla!  Ora tutti vogliono vivere a modo
    loro, non si confidano pi con la madre, e, ecco quello che succede...
    - "Maman", io vado da lei.
    - Va', ti proibisco forse di farlo? - rispose la principessa.


    CAPITOLO 3.
    Entrando nel piccolo salotto di Kitty, una stanza graziosa rosea,  con
    statuette  vecchia  Sassonia,  pieno di giovanile freschezza come la
    stessa Kitty due mesi prima, Dolly ricord che l'anno precedente aveva
    aiutato la sorella ad arredare il salottino con tanto  amore  e  tanta
    gioia.  Si  sent  stringere il cuore quando,  entrando,  scorse Kitty
    seduta su una sedia bassa, vicina alla porta,  che fissava con sguardo
    immobile   un   angolo   del  tappeto.   Kitty  guard  la  sorella  e
    l'espressione del suo viso, fredda e severa, non mut.
    - Adesso andr a casa e per un po'  non  potr  pi  muovermi,  n  tu
    potrai  venire  a  trovarmi  -  disse  Drija  Aleksndrovna sedendosi
    accanto alla sorella. - Voglio parlare un po' con te.
    - Di che cosa?  - domand Kitty spaventata,  rialzando rapidamente  la
    testa.
    - Di quello che ti addolora.
    - Non c' nulla che mi addolori.
    - Smettila,  Kitty.  Credi davvero che io non sappia niente? So tutto,
    invece. E, credimi, sono cose da poco... Chi di noi non ne ha passate?
    Kitty taceva, e il suo volto aveva un'espressione seria.
    - Non merita che tu soffra per causa sua!  - prosegu  Dolly,  andando
    diritto allo scopo.
    - S,  perch mi ha disprezzata! - profer Kitty con voce sorda. - Non
    parlare, te ne prego, non parlare!
    - Ma chi ti ha detto questo?  Nessuno!  Io sono convinta che egli  era
    innamorato di te, che lo  tuttora, ma...
    -  Ah,  non  c'  nulla  che mi faccia pi male della commiserazione!-
    grid Kitty, irritandosi di colpo.
    Si  gir  sulla  sedia,   arross  e  agit  nervosamente   le   dita,
    tormentando,  ora  con  una  mano  ora  con  l'altra,  la fibbia della
    cintura.  Dolly conosceva l'abitudine della sorella di muovere le dita
    quando  era  sovreccitata;   sapeva  che  Kitty,   in  un  momento  di
    esaltazione,  era  capace  di  perdere  la  testa  sino  a  dire  cose
    spiacevoli e inutili, e volle calmarla; ma ormai era troppo tardi.
    - Che cosa,  che cosa vuoi farmi capire? - domand Kitty, parlando con
    precipitazione.  - Forse che mi sono innamorata di un uomo che non  ne
    vuol sapere di me,  mentre io muoio d'amore per lui?  Ed  mia sorella
    che mi dice queste cose,  mia sorella che ha intenzione  di  mostrarmi
    che...   che  mi  compatisce!  Non  voglio  condoglianze,  non  voglio
    finzioni!
    - Kitty, sei ingiusta.
    - Perch mi tormenti?
    - Io? Al contrario... Vedo che sei triste...
    Ma Kitty, nel suo dolore, non l'ascoltava.
    - Non c' nulla che mi affligga e non ho bisogno di essere  consolata.
    Sono abbastanza orgogliosa da non permettermi di amare un uomo che non
    mi ama.
    - Ma io non penso questo... Dimmi soltanto una cosa, dimmi la verit -
    profer  Dolly,  prendendo  una  mano  della  sorella.  -  Levin ti ha
    parlato?
    L'accenno a Levin parve togliere completamente a Kitty il  dominio  di
    s:  balz  in  piedi e,  gettando a terra la fibbia della cintura che
    aveva tra le mani, si mise a parlare gesticolando:
    - Che c'entra Levin,  adesso?  Non capisco perch tu abbia bisogno  di
    tormentarmi cos!  Ho detto e lo ripeto che sono orgogliosa e non far
    mai,  e poi mai,  quello che hai fatto tu: tornare a un uomo che ti ha
    tradita, che ha amato un'altra donna. Questo io non lo capisco, non lo
    capisco! Tu, tu puoi farlo, io non posso!
    Pronunziando  queste  parole,  Kitty guard la sorella e,  vedendo che
    Dolly taceva,  chinando tristemente il capo,  invece di  uscire  dalla
    stanza, come aveva intenzione di fare, si sedette di nuovo vicino alla
    porta e si copr il viso con il fazzoletto.
    Il  silenzio  dur  un  paio  di  minuti.  Dolly  pensava a se stessa,
    all'umiliazione subita,  e il cui ricordo,  riacceso ora dalle  parole
    della sorella, le parve pi che mai doloroso. Non si sarebbe aspettato
    da  Kitty  una simile crudelt,  e si sent offesa.  Ma,  a un tratto,
    insieme a  un  fruscio  di  abiti,  ud  il  suono  di  un  singhiozzo
    trattenuto  e  sent due braccia che le cingevano il collo.  Davanti a
    lei stava Kitty in ginocchio.
    - Dlynka, sono tanto, tanto infelice! - mormor come una colpevole.
    E il viso grazioso,  coperto di lacrime,  si nascondeva nella gonna di
    Drija Aleksndrovna.
    Come  se  le  lacrime fossero l'indispensabile olio senza il quale non
    potesse felicemente procedere  la  macchina  dell'unione  tra  le  due
    sorelle,  esse non ripresero a parlare di ci che le interessava;  ma,
    pur discorrendo di cose indifferenti,  si  capivano  benissimo.  Kitty
    comprese  che  le  parole  da  lei  dette in un momento di collera,  a
    proposito dell'infedelt del marito di Dolly e della sua  umiliazione,
    avevano  colpito  profondamente il cuore della povera sorella,  ma che
    essa l'aveva perdonata.  Dolly,  da parte sua,  comprese tutto ci che
    voleva sapere: si convinse che le sue intuizioni erano giuste e che il
    dolore,  l'inguaribile  dolore di Kitty,  consisteva proprio nel fatto
    che Levin l'aveva chiesta in moglie  e  che  lei  lo  aveva  respinto,
    mentre  Vronskij  l'aveva  ingannata,  e dal fatto che adesso ella era
    disposta ad amare Levin e a odiare  Vronskij.  Kitty  non  diceva  una
    parola  a  quel  riguardo:  si  limitava  a  parlare del proprio stato
    d'animo.
    - Io non soffro - diceva,  ormai calma - ma tu non puoi capire  quanto
    tutto mi appaia disgustoso, volgare, odioso e, in primo luogo, come io
    mi  senta  disgustata  di  me stessa.  Non puoi immaginare che cattivi
    pensieri mi frullino per il capo!
    - Ma quali cattivi pensieri puoi avere tu? - chiese Dolly sorridendo.
    - I pensieri pi disgustosi e volgari: non te ne posso parlare.  Non 
    dolore,  no,  ma qualcosa di peggio. Ho l'impressione che tutto quello
    che c'era di buono in me sia svanito e  sia  rimasto  soltanto  quanto
    c'era  di  cattivo.   Come  posso  dirti?   -  continu,  leggendo  la
    perplessit  negli  occhi  della  sorella.  -  Poco  fa  il  babbo  ha
    cominciato  a parlarmi...  mi  parso che in fondo ai suoi pensieri ci
    sia soltanto questo: che io abbia bisogno di prendere marito. La mamma
    mi conduce al ballo e ho  l'impressione  che  faccia  questo  soltanto
    perch  io trovi ai pi presto chi mi sposi,  per liberarsi di me.  So
    che non  vero,  ma non posso scacciare tali  pensieri.  I  cosiddetti
    fidanzati mi sono insopportabili.  Mi pare di essere messa all'asta...
    Una volta,  quello di andare  in  qualche  posto  in  abito  da  ballo
    costituiva  per  me un grande piacere,  mi ammiravo io stessa;  ora mi
    vergogno e mi sento a disagio. Be', che vuoi? Il dottore... Ebbene...
    Kitty si impappin. Voleva aggiungere che,  dopo il mutamento avvenuto
    in lei, Stepn Arkadyc' le era diventato insopportabilmente antipatico
    e  che  non poteva vederlo senza che i pensieri pi volgari e bizzarri
    le si affacciassero alla mente.
    - Ebbene,  s,  tutto prende per me un aspetto volgare e ripugnante  -
    prosegu. - E' una malattia... Chiss, forse passer...
    - Ma tu non ci pensare pi.
    -  Non  posso.  Soltanto  da te,  soltanto a casa tua con i bambini mi
    sento bene.
    - Peccato che ora tu non possa pi venirci!
    - Ma s,  ci verr.  La scarlattina io l'ho gi avuta,  e  riuscir  a
    persuadere "maman"...
    Kitty  insistette nella sua idea,  e and a stare dalla sorella,  dove
    per  tutto  il  periodo  che  dur  la  scarlattina,  che  infatti  si
    manifest, ebbe cura dei bambini. Le due sorelle portarono felicemente
    i  sei  piccoli  alla  guarigione,  ma la salute di Kitty non miglior
    affatto e,  all'inizio della quaresima,  gli Scerbackij partirono  per
    l'estero.


    CAPITOLO 4.

    L'alta  societ di Pietroburgo costituisce in realt un unico circolo,
    di cui tutti i membri si conoscono e si scambiano visita;  in esso  ci
    sono  tuttavia  alcune  suddivisioni.  Anna  Karnina  aveva  amici  e
    conoscenti in tre gruppi diversi.
    Il primo era  costituito  da  gente  del  mondo  ufficiale,  al  quale
    appartenevano suo marito,  i colleghi e i dipendenti di lui,  legati o
    divisi tra di loro nel modo pi vario e capriccioso,  a seconda  delle
    condizioni  sociali.  Anna  stentava  a  ricordarsi  il  sentimento di
    deferente  rispetto  che  aveva  provato  nei  primi  tempi  per  quei
    personaggi;  ora che ella li conosceva tutti, come ci si conosce nelle
    citt di provincia,  notava di ciascuno le abitudini e  le  debolezze,
    non  ignorava  i  rapporti  che  intercedevano tra di loro e il centro
    comune,  sapeva da quale parte stesse ciascuno e in che cosa e con chi
    fosse d'accordo o dissentisse. Quel cerchio di interessi governativi e
    seri  non  l'aveva per mai attratta,  nonostante le esortazioni della
    contessa Ldija Ivnovna; Anna faceva, anzi, del suo meglio per starne
    al di fuori.
    L'altro gruppo,  pi vicino a lei,  era quello grazie al quale Aleksj
    Alexndrovic'  aveva  fatto la sua carriera;  ne era perno la contessa
    Ldija Ivnovna.  Era il gruppo delle donne non pi  giovani,  brutte,
    virtuose  e pie,  e degli uomini intelligenti,  colti e ambiziosi.  Un
    eminente membro di quel gruppo l'aveva definito  la  coscienza  della
    societ pietroburghese.  Aleksj stesso approvava molto quel gruppo e
    Anna, che sapeva assai bene ambientarsi con chiunque,  nei primi tempi
    del  suo  soggiorno  a Pietroburgo aveva trovato in esso persino degli
    amici. Ora,  per,  tornata da Mosca,  quella societ le era diventata
    insopportabile;  le  pareva  che  tanto lei quanto tutti coloro che le
    appartenevano sapessero soltanto fingere;  e la  compagnia  di  quella
    gente  le  era  diventata  cos noiosa e imbarazzante che si recava da
    Ldija Ivnovna il meno possibile.
    Finalmente,  il terzo gruppo,  con il quale Anna aveva pure  rapporti,
    costituiva  ci che propriamente si chiama il gran mondo: il mondo dei
    balli, dei pranzi, degli abiti sfarzosi; il mondo che, da un lato,  si
    appoggia  alla  Corte  per non abbassarsi sino al "demi-monde" che gli
    appartenenti a quel gruppo credevano di disprezzare,  ma con il  quale
    avevano invece in comune gusti non solo simili, ma identici. Il legame
    che  univa  Anna  a  questo gruppo era la principessa Betsy Tvrskaja,
    moglie di un suo cugino,  la quale aveva una rendita di centoventimila
    rubli  e  aveva  manifestato  per Anna,  sin dal suo primo apparire in
    societ,  una viva simpatia,  attirandola nell'ambiente delle  proprie
    conoscenze  e  facendosi  beffe  della  societ  della contessa Ldija
    Ivnovna.
    - Quando sar vecchia e brutta, far anch'io come lei - diceva Betsy -
    ma per voi, giovane e carina come siete,   troppo presto ritirarsi in
    quella specie di ospizio...
    Nei  primi tempi,  Anna evit il pi possibile il mondo della contessa
    Tvrskaja,  giacch esso esigeva spese superiori  a  quelle  che  ella
    poteva permettersi e poi,  in cuor suo,  preferiva l'altro gruppo. Ma,
    dopo il ritorno da Mosca,  accadde  tutto  il  contrario:  cominci  a
    sfuggire  i  suoi  amici  pii e austeri e a frequentare il gran mondo,
    dove  incontrava  Vronskij,   e  quegli  incontri  le  procuravano  un
    delizioso  turbamento.  Pi  frequentemente che altrove,  lo vedeva in
    casa di Betsy, che era parente del giovane ufficiale.
    Del resto,  Vronskij si trovava  ovunque  potesse  incontrare  Anna  e
    parlarle  del suo amore.  Anna non lo incoraggiava per nulla,  ma ogni
    volta che lo vedeva,  si accendeva nella sua anima  la  stessa  vivida
    sensazione  che  aveva  provato in treno allorch l'aveva visto per la
    prima volta.  Si rendeva lei stessa conto che la vista di lui dava  ai
    suoi  occhi  un  gioioso  splendore  e faceva piegare le sue labbra al
    sorriso, n poteva nascondere l'espressione di quella gioia.
    Nei primi tempi,  Anna fu sinceramente convinta di essere  malcontenta
    di  Vronskij  e  del fatto che egli si permettesse di seguirla ovunque
    ma,  poco dopo il suo ritorno da Mosca,  non avendolo incontrato a una
    serata dove sperava di vederlo,  cap chiaramente,  dalla tristezza da
    cui si sent assalita,  che stava ingannando  se  stessa,  che  quella
    persecuzione  non  soltanto  non le dispiaceva,  ma costituiva,  anzi,
    tutto l'interesse della sua vita.
    Quella sera,  era la seconda volta che cantava una celebre artista,  e
    tutto  il  gran  mondo  di  Pietroburgo era a teatro.  Avendo visto la
    cugina dalla poltrona della prima fila in cui  si  trovava,  Vronskij,
    senza aspettare l'intervallo, si rec nel suo palco.
    -  Come  mai  non  siete  venuto a pranzo?  - gli domand Betsy.  - Mi
    meraviglia davvero questa chiaroveggenza degli innamorati -  soggiunse
    con un sorriso e a voce bassa, affinch lui solo la udisse: - "lei non
    c'era". Ma venite dopo l'opera.
    Vronskij  guard  interrogativamente  la cugina.  Betsy chin il capo,
    mentre il giovane,  ringraziandola  con  un  sorriso,  le  si  sedette
    accanto.
    -  Ah,  come ricordo le vostre canzonature!  - continu la principessa
    Betsy,  che provava un piacere tutto particolare a seguire i progressi
    di quella passione.  - Dove sono andate a finire?  Siete intrappolato,
    mio caro!
    - Ma io non desidero altro! - rispose Vronskij con il suo tranquillo e
    buon sorriso. - Se mi lamento di qualcosa,  proprio,  in verit,  del
    fatto  di  essere  troppo  poco intrappolato.  Comincio a perdere la
    speranza.
    - Quale speranza potreste avere? - disse Betsy, offesa per l'amica.  -
    Intendiamoci  bene...  -  Ma nei suoi occhi guizzava una fiammella che
    diceva chiaramente come lei capisse,  al pari di lui,  la speranza che
    egli poteva avere.
    -  Nessuna!  -  rispose Vronskij,  ridendo e mettendo in mostra i suoi
    candidi  denti  regolari.  -  Permettete  -  aggiunse,   prendendo  il
    binoccolo dalle mani di lei e mettendosi a guardare, al di sopra delle
    sue spalle nude, i palchi dirimpetto. - Temo di diventare ridicolo.
    Sapeva  benissimo  che  agli occhi di Betsy e a quelli della gente del
    gran mondo non correva alcun rischio del genere.  Non ignorava che  in
    quell'ambiente  la  parte  di  amante sfortunato di una ragazza e,  in
    genere, di una donna libera pu essere ridicola, ma che la parte di un
    uomo che fa la corte a una donna sposata e che mette persino in  gioco
    la propria vita per trascinarla all'adulterio,  questa parte, dico, ha
    in s un non so che di bello,  di grandioso,  e  non  pu  quindi  mai
    essere  presa di mira dalle canzonature.  Perci,  staccando gli occhi
    dal binoccolo,  guard la cugina,  sorridendo  sotto  i  baffi  di  un
    sorriso allegro e orgoglioso.
    - E perch non siete venuto a pranzo? - ripet Betsy, ammirandolo.
    - Debbo proprio raccontarvelo. Ero occupato: in che cosa, ve lo lascio
    indovinare fra centomila risposte... Non ci riuscirete! E perci ve lo
    dico: stavo riconciliando un marito con la moglie. S, proprio cos!
    - E ci siete riuscito?
    - Quasi.
    - Dovete raccontare tutto - diss'ella, alzandosi. - Venite al prossimo
    intervallo.
    - Non posso. Vado al Teatro Francese.
    - E lasciate la Nilsson?  - domand,  inorridita,  Betsy, anche se non
    avrebbe saputo distinguere la Nilsson da una qualsiasi corista.
    -  Che  farci?   Ho  l  un  appuntamento  che  riguarda  l'opera   di
    pacificazione cui vi ho accennato.
    - Beati i pacificatori, poich entreranno nel regno dei cieli! profer
    Betsy,  ricordando una frase del genere che aveva udito chiss da chi.
    - Su, allora sedetevi e raccontatemi tutta la storia.
    Ed ella torn a sedersi.


    CAPITOLO 5.

    - E' una storia un po' scabrosetta,  ma   tanto  carina  che  ho  una
    voglia  matta  di raccontarvela - disse Vronskij,  guardandola con gli
    occhi nei quali guizzava un sorriso. - Non far nomi.
    - Ma io li indoviner, tanto meglio.
    - Ascoltate dunque: due allegri giovanotti sono in carrozza...
    - Ufficiali del vostro reggimento?
    - Non ho detto ufficiali,  ho detto  semplicemente  giovanotti...  due
    giovanotti che hanno fatto un'ottima colazione...
    - Traducete che hanno bevuto meglio.
    -  Pu darsi.  Stanno recandosi a pranzo da un compagno e sono nel pi
    lieto stato d'animo che si possa immaginare. Vedono una graziosa donna
    che li sorpassa in carrozza, si volta e,  almeno cos pare a entrambi,
    fa  loro  un cenno con la testa,  e sorride.  Naturalmente la seguono,
    galoppando a spron battuto. Con loro grande stupore, la bella si ferma
    proprio  davanti  all'ingresso  della  casa  alla  quale   essi   sono
    diretti...  La  donna  sale  di  corsa al piano di sopra,  ed essi non
    riescono a scorgere della bella che  due  labbra  vermiglie  sotto  la
    veletta e due graziosi piedini.
    -  Lo raccontate con tale entusiasmo che mi fa pensare che uno dei due
    ufficiali siate proprio voi...
    - E che cosa mi dicevate poco fa?... Ebbene,  i due giovanotti entrano
    in  casa  del  loro  amico,  che offre un pranzo d'addio,  e in questi
    pranzi,  come suole accadere,  si beve sempre  un  po  troppo.  Mentre
    mangiano,  s'informano  dal  loro  ospite  se sa chi abiti al piano di
    sopra.  Nessuno lo sa,  e solo il cameriere del padrone di  casa,  dal
    quale  s'informano  se di sopra abiti per caso qualche "mademoiselle",
    risponde che nel caseggiato ne abitano parecchie.  Dopo aver pranzato,
    i  due  giovanotti  vanno  nello studio del padrone di casa e scrivono
    alla sconosciuta una lettera appassionata, infiorata di frasi ardenti,
    e si recano personalmente  a  portarla  per  chiarire  ci  che  nella
    lettera non sarebbe del tutto comprensibile.
    - Perch mi raccontate una storia cos volgare? E poi?
    - Bussano.  Apre la cameriera, alla quale essi consegnano la lettera e
    dichiarano che sono entrambi innamorati al punto di essere disposti  a
    morire  l,  su due piedi.  Ma la cameriera  perplessa e intavola una
    discussione che si protrae sino a quando compare  un  signore  con  un
    paio  di fedine simili a due salsicciotti,  rosso come un gambero,  il
    quale dichiara che nell'appartamento non abitano che lui e sua  moglie
    e caccia via i due giovanotti.
    -  Come  fate  a sapere che le fedine di quel signore erano,  come voi
    dite, simili a salsicciotti?
    - Ve lo spiego subito: oggi sono andato a riconciliarli.
    - Be', e allora?
    - Adesso viene il bello.  Pare che si tratti di una coppia felice:  un
    consigliere titolare e sua moglie.  Il consigliere titolare esprime le
    sue rimostranze, e io sono costretto a fare da intermediario...  e che
    razza  di  intermediario!  Al  mio  confronto  Talleyrand (51),  ve lo
    assicuro, non vale nulla!
    - Ma in che cosa consisteva la difficolt?
    - Statemi a sentire: noi ci siamo scusati  come  si  conviene:  Siamo
    veramente  dolenti  e  vi  preghiamo  di  perdonare questo deplorevole
    malinteso.  Il consigliere  titolare  cominci  a  perder  la  calma;
    impaziente di esternare i propri sentimenti,  non appena ebbe iniziato
    a parlare,  ecco che si riscald e usc  in  ingiurie,  tanto  che  io
    dovetti   di  nuovo  ricorrere  al  mio  talento  diplomatico.   Sono
    perfettamente d'accordo con voi: la loro condotta    stata  veramente
    riprovevole,   ma   vi   prego   di  considerare  che  si    trattato
    dell'equivoco di due giovani che avevano appena finito di  pranzare...
    Cercate  di  capire!  Sono  sinceramente  pentiti  e  vi  supplico  di
    perdonarli.   Il  consigliere  titolare  si   ammans   un   pochino.
    D'accordo,  conte, sono pronto a perdonarli, ma capirete pure che mia
    moglie,  una donna irreprensibile,   stata oggetto delle  villanie  e
    delle impertinenze di quei ragazzacci, di quei.... Ora, voi capite, i
    ragazzacci  in  parola  sono  presenti e io devo calmarli.  Ricorro di
    nuovo  al  mio  talento  diplomatico  ed  ecco  che,  mentre  sto  per
    concludere la faccenda, il mio consigliere si riscalda, diventa rosso,
    i  salsicciotti  si  agitano  e io sono costretto a ricorrere di nuovo
    alla pi fine diplomazia...
    - Ah,  questa dovete  proprio  farvela  raccontare!  -  esclam  Betsy
    ridendo,  rivolgendosi  a  una signora che entrava in quel momento nel
    palco. - Mi sono davvero divertita! E a voi buona fortuna! - aggiunse,
    porgendo a Vronskij le dita rimaste libere della mano  che  teneva  il
    ventaglio, poi con un rapido movimento fece cadere le spalline e cos,
    con le spalle completamente nude, offrendosi agli sguardi di tutti, si
    port al parapetto del palco, sotto la luce del gas.
    Vronskij si rec al Teatro Francese dove,  in realt, aveva bisogno di
    vedere il comandante del suo reggimento - che  non  perdeva  una  sola
    rappresentazione  di  quel  teatro  -  per  parlare con lui dell'opera
    pacificatrice che da due giorni lo teneva  occupato  e  lo  divertiva.
    Nella faccenda era coinvolto, oltre a Petrickij, al quale voleva bene,
    un altro ufficiale, entrato da poco nel reggimento, un bravo ragazzo e
    un  ottimo  compagno:  il  giovane  principe  Kedrov.  Ma  la cosa pi
    importante di quella faccenda era il fatto che vi si trovava coinvolto
    il buon nome del reggimento.
    I due giovani appartenevano entrambi allo squadrone  di  Vronskij.  Il
    funzionario,  consigliere titolare Venden, aveva sporto querela contro
    gli ufficiali che avevano insultato sua moglie.  La  giovane  consorte
    (erano  sposati da sei mesi),  aveva raccontato Venden,  era in chiesa
    con  la  madre  e,  essendosi  sentita  poco  bene  a  causa  del  suo
    particolare  stato,  era tornata a casa con la prima vettura di piazza
    che aveva incontrata.  Avendo la sua  vettura  sorpassato  la  vettura
    degli ufficiali, questi avevano cominciato a inseguirla; essa, pi che
    mai  spaventata  e sentendosi sempre peggio,  aveva salito le scale di
    corsa.  Venden,  rincasato dall'ufficio,  ud sonare il  campanello  e
    alcune  voci  sconosciute  che discutevano: si affacci e,  scorti gli
    ufficiali ubriachi con la  lettera,  li  aveva  spinti  fuori.  E  ora
    esigeva per loro una severa punizione.
    -  Avete  un bel dire,  voi,  - osserv il comandante del reggimento a
    Vronskij - ma  Petrickij  sta  diventando  insopportabile.  Non  passa
    settimana  senza  che  combini  qualche  guaio.  Quel  funzionario non
    lascer perdere la cosa, ma andr sino in fondo.
    Vronskij si rendeva  conto  della  gravit  della  faccenda  e  vedeva
    l'impossibilit di un duello, ma bisognava fare qualcosa per rabbonire
    il  consigliere  titolare  e soffocare lo scandalo.  Il comandante del
    reggimento aveva incaricato della cosa Vronskij, perch sapeva che era
    un giovane distinto e intelligente e che,  soprattutto,  teneva  molto
    all'onore  del  reggimento.   Conversarono  un  poco  e  decisero  che
    Petrickij e Kedrov dovessero andare con Vronskij a presentare le  loro
    scuse. Tanto il comandante del reggimento quanto Vronskij capivano che
    il   nome   di   Vronskij   e  il  monogramma  di  aiutante  di  campo
    dell'imperatore  avrebbero   contribuito   a   rabbonire   l'infuriato
    consigliere titolare.  E,  realmente, quelle due cose furono efficaci,
    ma  il  risultato  della  pacificazione,  secondo  Vronskij,  rimaneva
    dubbio.
    Giunto  al Teatro Francese,  Vronskij trasse in disparte il colonnello
    nel ridotto, gli raccont i suoi successi e i suoi insuccessi e,  dopo
    avere un po' riflettuto,  il comandante decise di lasciare la faccenda
    in sospeso e, unicamente per divertirsi,  prese a interrogare Vronskij
    sui particolari dell'incontro e,  ancora molto tempo dopo,  non poteva
    trattenersi dal ridere,  ricordando il racconto di  Vronskij  che  gli
    riferiva come il consigliere titolare, ora si rabboniva, ora andava su
    tutte  le  furie  al ricordo dei particolari,  e come Vronskij stesso,
    destreggiandosi nelle ultime fasi della riconciliazione,  si ritirasse
    spingendo innanzi Petrickij.
    -  Brutta storia,  mio caro!  In ogni modo Kedrov non pu battersi con
    quel  signore!...  Era  dunque  proprio  molto  infuriato?  -  domand
    ridendo.  -  E  che  ne  dite di Claire,  stasera?  Una meraviglia!  -
    esclam,  alludendo alla  nuova  attrice  francese.Per  quanto  la  si
    ascolti tutte le sere,  pare sempre nuova.  Solamente le Francesi sono
    capaci di tanto!


    CAPITOLO 6.

    La principessa Betsy, senza attendere la fine dell'ultimo atto, lasci
    il teatro.  Aveva appena fatto in tempo a  entrare  nel  gabinetto  di
    toeletta   per  cospargere  di  cipria  il  suo  lungo  viso  pallido,
    accomodarsi l'acconciatura e dare ordine di servire il t nel  salone,
    quando, una dopo l'altra, le carrozze cominciarono ad arrivare davanti
    all'enorme  edificio  della  grande Morskaja.  Gli ospiti si fermavano
    dinanzi all'ingresso,  e  il  monumentale  portiere,  che  la  mattina
    leggeva  i  giornali  dietro  la  porta  a  vetri  a  edificazione dei
    passanti,  apriva senza rumore l'enorme porta,  facendo entrare coloro
    che arrivavano.
    Quasi  contemporaneamente  fecero  il  loro  ingresso nel salone delle
    tappezzerie scure, il pavimento coperto da soffici tappeti e la tavola
    scintillante alla vivida luce dei lampadari,  con il biancore  di  una
    candida  tovaglia su cui brillavano il "samovr" e le preziose tazzine
    di porcellana, da una parte la padrona di casa,  con l'acconciatura in
    perfetto ordine e il viso rinfrescato, e dall'altra gli ospiti.
    La  padrona  di  casa  si  sedette  davanti  al "samovr" e si tolse i
    guanti.  Con l'aiuto dei quasi  invisibili  domestici,  gli  invitati,
    spostando sedie,  presero posto,  dividendosi in due gruppi: vicino al
    "samovr" con la padrona di casa,  e all'estremit opposta del salone,
    accanto alla bella moglie di un ambasciatore, elegantemente vestita di
    velluto  nero  e  con  nere  sopracciglia  delicatamente  arcuate.  In
    entrambi  i  gruppi,   come  sempre  accade  nei  primi   minuti,   la
    conversazione  procedette  a  sbalzi,  interrotta dall'arrivo di nuovi
    ospiti,  dai saluti,  dall'offerta del t,  come  se  si  cercasse  un
    argomento sul quale soffermarsi.
    -  Come  attrice    straordinariamente brava: si vede che ha studiato
    Kaulbach  (52)  -  diceva  un  diplomatico  nel  gruppo  della  moglie
    dell'ambasciatore. - Avete notato com' caduta?
    - Ah, vi prego, non parliamo della Nilsson! (53). Su di lei non si pu
    dir  nulla  di  nuovo  -  dichiar  una grassa signora bionda dal viso
    rosso,  senza sopracciglia e senza posticci,  che indossava un vecchio
    abito di seta. Era la principessa Mjgkaja, famosa per la semplicit e
    la  rudezza  dei suoi modi,  e soprannominata l'"enfant terrible".  La
    principessa Mjgkaja sedeva tra i due gruppi  e  prendeva  parte  alla
    conversazione dell'uno e dell'altro. - Quest'oggi tre persone, come se
    si fossero messe d'accordo, mi hanno detto la stessa frase a proposito
    di  Kaulbach;  non  so  proprio  perch quella frase sia loro piaciuta
    tanto!
    La conversazione si interruppe a questa osservazione e  fu  necessario
    trovare un nuovo argomento.
    -  Raccontateci  qualcosa che sia divertente ma non maligno - disse la
    moglie dell'ambasciatore,  abilissima in quel genere di  conversazione
    che   gli   Inglesi   chiamano  "small-talk"  (54),   rivolgendosi  al
    diplomatico, che non sapeva neppur lui di dove cominciare.
    - Si dice che sia molto  difficile  perch  soltanto  la  malignit  
    divertente  -  rispose  con  un  sorriso.  -  Ma  tenter.  Datemi  un
    argomento, questo  l'importante. Se si ha un canovaccio,  pi facile
    ricamare.  Spesso penso che i famosi conversatori  del  secolo  scorso
    sarebbero  oggi  molto  imbarazzati  a  farlo  con  spirito.  Le  cose
    spiritose sono diventate oggi tanto noiose...
    - Non siete il primo a dirlo - lo interruppe,  ridendo,  -  la  moglie
    dell'ambasciatore.
    La conversazione cominciava in modo interessante, ma proprio perch lo
    era troppo,  cadde subito. Si dovette ricorrere a un mezzo sicuro, che
    non tradisce mai: la maldicenza.
    - Non trovate che in Tuskevic'  ci  sia  un  non  so  che  alla  Luigi
    Quindicesimo?  - disse il diplomatico,  accennando con lo sguardo a un
    giovane biondo, che stava in piedi accanto alla tavola.
    - Oh s!  E' in stile con il salotto,  ed  per questo che  viene  qui
    tanto spesso!
    E  la conversazione prosegu,  perch si parlava per allusioni proprio
    di un argomento che in quel salotto sarebbe stato meglio non  toccare:
    i rapporti tra Tuskevic' e la padrona di casa.
    Attorno  al  "samovr" di quest'ultima,  frattanto,  la conversazione,
    dopo aver tentennato un po' su  tre  argomenti  inevitabili:  l'ultima
    novit  del giorno,  il teatro e la maldicenza contro il prossimo,  si
    era finalmente stabilizzata su quest'ultimo: la maldicenza.
    - Avete sentito dire che la Maltsceva, la madre, non la figlia, si fa
    un costume da "diable rose"?
    - Impossibile! Oh, questa  magnifica!
    - Mi meraviglio che con tutta la sua intelligenza, perch intelligente
    lo , non capisca di rendersi ridicola.
    Ognuno aveva da dire la sua a condanna e irrisione  della  disgraziata
    Maltsceva,  e la conversazione prosegu, viva e scoppiettante come un
    fal che prenda fuoco.
    Il marito della principessa Betsy,  un bonario  grassone  appassionato
    collezionista di incisioni,  avendo saputo che la moglie aveva ospiti,
    prima di  recarsi  al  club,  entr  in  salotto.  Senza  far  rumore,
    camminando sul soffice tappeto, si avvicin alla principessa Mjgkaja.
    -Vi  piaciuta la Nilsson? - le domand.
    -  Ma  via,   possibile avvicinarsi alla gente cos di soppiatto?  Mi
    avete spaventata - ella gli rispose. - Non parlate con me di opera, vi
    prego: di musica non capite niente.  E' molto meglio che scenda io  al
    vostro  livello  per discorrere con voi delle vostre maioliche e delle
    vostre incisioni. Be',  qual  l'ultimo tesoro che avete comperato dal
    rigattiere?
    -  Volete  che  ve  lo  faccia  vedere?  Ma  voi  non  ve ne intendete
    affatto...
    - Mostratemelo ugualmente.  Qualcosa ho imparato in  casa  di  quei...
    come si chiamano quei banchieri?  Hanno delle stupende incisioni... ce
    le hanno fatte vedere.
    - Come,  siete stati dagli Schtzburg?  - domand la padrona di  casa,
    che sedeva davanti al "samovr".
    -  S,  mia cara.  Ci hanno invitati a pranzo,  me e mio marito,  e ci
    hanno detto che la salsa,  servita a quel pranzo,  costava  ben  mille
    rubli  -  rispose  la  principessa  Mjgkaja ad alta voce,  sentendosi
    ascoltata da tutti.  - Ed era una salsa  volgare,  disgustosa,  di  un
    colore  verdognolo...  Bisognava  ricambiare  l'invito,  e io ho fatto
    servire una salsa che mi   costata  ottantacinque  copeche,  e  tutti
    l'hanno trovata eccellente...  Io non posso permettermi salse da mille
    rubli!
    - E' proprio unica nel suo genere! - esclam la padrona di casa.
    - Straordinaria! - aggiunse qualcun altro.
    L'effetto prodotto dalle parole della principessa Mjgkaja era  sempre
    lo  stesso:  il segreto dell'effetto che ella produceva consisteva nel
    dire,  anche e non sempre a proposito,  come  in  quel  momento,  cose
    semplici  e  assennate.  Nell'ambiente  in  cui viveva,  quelle parole
    producevano  lo  stesso  effetto  dello  scherzo  pi  spiritoso.   La
    principessa  Mjgkaja non riusciva a capire la causa del suo successo,
    ma era cos, e lei ne approfittava.  Siccome durante il discorso della
    principessa  Mjgkaja  tutti  l'ascoltavano  e  la conversazione della
    moglie dell'ambasciatore era stata  interrotta,  la  padrona  di  casa
    volle  unire  tutta  la  compagnia  in  un  gruppo  unico e si rivolse
    all'ambasciatrice:
    - Non volete proprio una tazza di t? Venite qui con noi...
    - No,  qui stiamo  benissimo  -  rispose  con  un  sorriso  la  moglie
    dell'ambasciatore  e  continu  la  conversazione iniziata,  in realt
    molto piacevole: criticavano i Karenin, marito e moglie.
    - Anna  molto cambiata dopo il suo ritorno da Mosca.  C' in  lei  un
    non so che di strano - osserv una sua amica.
    -  Il  cambiamento principale  quello di aver condotto con s l'ombra
    di Vronskij - disse la moglie dell'ambasciatore.
    - Che significa questo?  Voi conoscete,  vero,  la  favola  di  Grimm:
    "L'uomo senza ombra"?  (55).  E' un uomo che,  per punizione di non so
    quale colpa,   rimasto senza ombra.  Non sono  mai  per  riuscita  a
    capire  in che cosa consista la punizione!  Per una donna,  per,  non
    dev'essere punto piacevole perdere la propria ombra.
    - Gi,  ma le donne con l'ombra per lo pi finiscono  male  -  ribatt
    l'amica di Anna.
    -  Vi  possa  venire la pepita sulla lingua!  - esclam a un tratto la
    principessa Mjgkaja,  sentendo quelle parole.  - La  Karnina    una
    donna straordinaria.  Suo marito non mi piace, ma in compenso mi piace
    moltissimo lei.
    - Perch non vi piace il marito?  E' un uomo molto  importante...disse
    l'ambasciatrice.  - Mio marito mi assicura che in Europa ci sono pochi
    uomini come lui.
    - Anche mio marito dice lo stesso,  ma io non ci credo!  - ribatt  la
    principessa Mjgkaja. - Se i nostri non parlassero tanto, noi vedremmo
    le cose come sono: secondo me,  Aleksj Aleksndrovic'  semplicemente
    sciocco. Lo dico sottovoce... E' semplicione davvero. Un tempo, quando
    mi si ordinava di  trovarlo  intelligente,  mi  sforzavo  di  farlo  e
    concludevo  che  la sciocca ero io,  perch non riuscivo a scoprire il
    suo spirito;  ma,  dal momento che ho detto,  a bassa voce per:  uno
    sciocco, tutto  diventato chiaro, non vi pare?
    - Perch siete cos cattiva, oggi?
    -  Niente  affatto.  Non c' via d'uscita: uno di noi due  stupido e,
    voi lo sapete, non  possibile dare dello stupido a se stessi...
    - Nessuno  soddisfatto della propria sorte,  ma tutti  sono  contenti
    della  propria  intelligenza - sentenzi il vecchio diplomatico con un
    verso francese (56).
    - Gi,  gi,   proprio cos -  si  affrett  a  dire  la  principessa
    Mjgkaja,  rivolgendosi  a lui.  - Ma il fatto  che Anna io non ve la
    cedo:  cos simpatica e carina! Che colpa ha, poveretta, se tutti gli
    uomini si innamorano di lei e la seguono come ombre?
    - Ma io non ho nessuna  intenzione  di  biasimarla!  -  si  giustific
    l'amica di Anna.
    -  Se  non  c'  alcuna  ombra  che segua noi,  questo non  un motivo
    sufficiente per avere il diritto di biasimarla!
    E,  messa cos  a  posto  l'amica  di  Anna,  come  si  conveniva,  la
    principessa Mjgkaja si alz e,  con la moglie dell'ambasciatore, and
    a unirsi  al  gruppo,  e  insieme  presero  parte  alla  conversazione
    generale  che  si  svolgeva  attorno  al tavolo,  riguardante il re di
    Prussia.
    - Di chi stavate parlando male? - domand Betsy.
    - Dei Karenin.  La principessa ci tratteggiava il carattere di Aleksj
    Aleksndrovic'  -  rispose  la moglie dell'ambasciatore,  sorridendo e
    mettendosi a sedere.
    - Peccato non aver sentito!  - disse la padrona di casa,  gettando uno
    sguardo verso la porta d'ingresso. - Ah, eccovi finalmente! - esclam,
    e si rivolse con un sorriso a Vronskij che entrava.
    Non  solo  Vronskij conosceva tutti,  ma vedeva ogni giorno coloro che
    ora erano da sua cugina,  e perci entr con quella calma disinvoltura
    di chi ritorna tra persone lasciate da poco.
    -   Di   dove   vengo,   volete   sapere?   -   domand   alla  moglie
    dell'ambasciatore. - Non posso nasconderlo: devo confessare. Vengo dai
    "Bouffes" (57).  Ci sono andato,  credo,  per la  centesima  volta,  e
    sempre con rinnovato piacere. Una delizia! So che  vergognoso, dirlo,
    ma  all'opera  mi addormento,  mentre ai "Bouffes" resisto sveglissimo
    sino all'ultimo minuto e mi diverto un mondo... Questa sera...
    Nomin un'attrice  francese  e  gi  si  preparava  a  raccontare  una
    storiella  sul  conto  di  lei,  ma  l'ambasciatrice lo interruppe con
    un'espressione di comico spavento:
    - Non parlateci di questi orrori, vi prego!
    - No, non lo far, tanto pi che questi orrori tutti li conoscono...
    - E tutti  ci  andrebbero  a  vederli,  se  ci  si  potesse  andare...
    aggiunse la principessa Mjgkaja.


    CAPITOLO 7.

    Si  udirono  dietro  la  porta  alcuni passi,  e la principessa Betsy,
    sapendo che era la Karnina,  diede un'occhiata a Vronskij.  Questi si
    volt a guardare la porta, e il suo viso assunse un'espressione strana
    e nuova.  Fissava con gioia,  in modo intenso e insieme timido,  colei
    che entrava,  e lentamente si alz in piedi.  Anna entr in sala molto
    eretta sulla persona,  come sempre, con il suo passo rapido, leggero e
    sicuro,  che distingueva la sua andatura da quella di tutte  le  altre
    donne del suo mondo,  attravers il breve spazio che la separava dalla
    padrona di casa,  le strinse la mano,  sorrise  e  con  quello  stesso
    sorriso  guard  Vronskij.  Vronskij  le fece un profondo inchino e le
    offerse una sedia.
    Ella rispose soltanto  con  un  leggero  cenno  del  capo,  arross  e
    aggrott le sopracciglia, ma subito, salutando i conoscenti sempre con
    rapidi  cenni  del capo e stringendo le mani che le venivano tese,  si
    rivolse alla padrona di casa:
    - Volevo venire prima,  ma ero dalla contessa Lidija  e  l  ho  fatto
    tardi... Ho incontrato a casa sua sir John, un uomo molto simpatico.
    - Ah, quel missionario, vero?
    - S,  ci ha raccontato molte cose assai interessanti sulla vita degli
    Indiani.
    La conversazione, interrotta dall'arrivo di Anna,  si riaccese come la
    fiamma di una lampada sulla quale si soffi sopra.
    - Sir John!  S,  sir John,  l'ho veduto. Parla molte bene. La signora
    Vlseva  innamorata di lui.  Ma  vero che  la  figlia  minore  della
    Vlseva sposa Topv?
    - S, pare che ormai sia una cosa decisa...
    -  Mi  meraviglio che i genitori diano il loro consenso...  Assicurano
    che sia un matrimonio d'amore?
    - D'amore?  Di dove vi vengono queste idee antidiluviane?  Chi    che
    parla ancora di amore ai nostri giorni? - disse l'ambasciatrice.
    - Che ci volete fare?  E' una vecchia,  stupida moda non ancora andata
    in disuso - disse Vronskij.
    - Tanto peggio per quelli che la seguono. Io non conosco,  in fatto di
    matrimoni riusciti, che quelli di convenienza.
    -  Gi,  ma  in compenso quante volte la felicit di quei matrimoni di
    convenienza va in fumo,  proprio perch a  un  certo  momento  compare
    quell'amore che non ammettiamo? - disse Vronskij.
    -  Ma noi chiamiamo matrimoni di convenienza quelli in cui tutti e due
    i coniugi hanno gi goduto la vita.  L'amore   come  la  scarlattina:
    bisogna prendersela!
    -  Allora  occorre  trovare  un vaccino per inoculare l'amore,  come 
    stato trovato quello per il vaiolo...
    - In giovent sono stata innamorata di un sacrestano: vorrei sapere se
    questo mi sia giovato - disse la principessa Mjgkaja.
    - No,  senza scherzi: io  credo  che  per  conoscere  l'amore  bisogna
    sbagliarsi e poi ravvedersi... - osserv la principessa Betsy.
    -  Anche  dopo  il  matrimonio?  -  domand  scherzosamente  la moglie
    dell'ambasciatore.
    - Non  mai troppo tardi  per  pentirsi  -  dichiar  il  diplomatico,
    citando un proverbio inglese.
    -  E'  proprio  cos  -  interruppe  Betsy.  -  Bisogna  sbagliare per
    ravvedersi.  Che ne pensate voi?  - chiese,  rivolgendosi ad Anna che,
    con un sorriso appena percettibile, ascoltava la conversazione.
    -  Io  penso  -  rispose Anna,  giocherellando con i guanti che si era
    tolti - penso che... se ci sono tante teste quante idee, ci devono pur
    essere tanti modi di amare quanti sono i cuori...
    Vronskij guardava Anna e attendeva palpitando ci che avrebbe detto. E
    quando ella ebbe pronunziato quelle parole, il giovane respir come se
    si fosse salvato da un pericolo.
    Anna a un tratto si rivolse a lui:
    - Ho ricevuto una lettera da Mosca.  Mi scrivono che Kitty Scerbckaja
     molto malata.
    - Davvero? - disse Vronskij, aggrottando le sopracciglia.
    Anna lo guard severamente.
    - Non vi interessa questa notizia?
    - Al contrario,  mi interessa molto.  Che cosa vi scrivono di preciso?
    Si pu saperlo? - domand.
    Anna si alz e si avvicin a Betsy.
    - Datemi una tazza di t -  le  chiese,  fermandosi  dietro  alla  sua
    sedia.
    Mentre Betsy versava il t, Vronskij si avvicin ad Anna.
    - Che cosa vi scrivono? - ripet.
    -  Penso spesso che gli uomini non capiscano che cosa sia nobile e che
    cosa non lo sia,  sebbene  ne  parlino  spesso  -  disse  Anna,  senza
    rispondere  alla  domanda  di  lui.  -  Da  un  pezzo volevo dirvelo -
    aggiunse e, facendo qualche passo,  and a sedersi al tavolo d'angolo,
    dove c'erano degli album.
    -  Non comprendo il significato delle vostre parole - disse il giovane
    porgendole la tazza.
    Ella accenn al divano che le era vicino,  e Vronskij  vi  si  sedette
    immediatamente.
    - S, volevo dirvi - incominci Anna senza guardarlo - che avete agito
    male, molto male.
    -  Credete  che  non sappia di avere agito male?  Ma chi ne  stato la
    causa?
    - Perch mi dite questo? - domand Anna guardandolo severamente.
    - Lo sapete benissimo!  - rispose Vronskij,  audacemente e lietamente,
    sostenendo il suo sguardo senza abbassare gli occhi.
    Non fu lui a turbarsi, ma lei.
    -  Questo  dimostra soltanto che non avete cuore!  - disse ella.  Ma i
    suoi occhi smentivano le parole e dicevano chiaramente  che  ella  non
    aveva timore di lui se non proprio per quello.
    - La cosa di cui parlavate poco fa era un errore, non amore.
    - Dovreste ricordarvi che vi ho proibito di pronunziare questa parola,
    questa volgare parola - disse Anna trasalendo; ma immediatamente sent
    che,  con quella sola parola proibito,  confessava di avere un certo
    diritto su di lui,  e con ci stesso l'incoraggiava a parlare d'amore.
    -  Gi  da  tempo  volevo  dirvi  queste cose - prosegu,  guardandolo
    decisamente negli occhi e con le guance ardenti - e oggi  sono  venuta
    qui  apposta,  sapendo  che  vi avrei incontrato.  Sono venuta qui per
    dirvi che bisogna  finirla.  Io  non  sono  mai  arrossita  davanti  a
    nessuno, e voi mi costringete ad arrossire, come se fossi colpevole di
    qualcosa.
    Egli  la  guardava,  colpito dalla nuova,  spirituale bellezza di quel
    viso.
    - Che volete da me? - domand in tono semplice e serio.
    - Voglio che andiate a Mosca a chiedere perdono a Kitty - gli  rispose
    ella.
    - No, non  vero che lo volete...
    Vronskij capiva che Anna si sforzava per dire quello che diceva, e che
    quello che gli ordinava di fare non era ci che aveva nel cuore.
    - Se voi mi amate come dite - mormor Anna - fate in modo che io possa
    vivere tranquilla.
    Il viso di lui si illumin.
    -  Non  lo  sapete che siete tutta la mia vita?  Ma la tranquillit...
    ormai, no, non posso darvela... Tutto me stesso, s,  tutto l'amore...
    s!  Non riesco a pensare a voi e a me separatamente. Per me, voi e io
    siamo una cosa sola.  Non vedo per l'avvenire  alcuna  possibilit  di
    tranquillit,   n  per  me,  n  per  voi...  Vedo  il  dolore  e  la
    disperazione... oppure la gioia e la felicit... e quale felicit! Non
     possibile? - aggiunse, movendo appena le labbra, ma essa lo ud.
    Tese tutte le forze del proprio spirito per rispondergli come  avrebbe
    dovuto, ma tacque, e fiss su di lui il suo sguardo colmo d'amore.
    Ecco,  pens  Vronskij  con  entusiasmo.  Quando gi mi disperavo e
    pensavo  che  tutto  fosse  finito,  ecco...  essa  mi  ama  e  me  lo
    confessa!.
    -  Suvvia,  fatelo  per  me:  non  pronunziate mai pi queste parole e
    resteremo buoni amici - disse Anna con le labbra;  ma il  suo  sguardo
    esprimeva ben altro!
    - No,  non saremo amici, e voi lo sapete benissimo: saremo le creature
    pi felici o pi sventurate del mondo. Tocca a voi decidere.
    Ella fece per parlare, ma il giovane l'interruppe.
    - Tutto ci che io chiedo  il diritto di sperare e di  soffrire  come
    ora: se non  possibile,  ordinatemi di scomparire e io scomparir. Se
    la mia presenza vi  penosa, non mi vedrete mai pi.
    - Non voglio affatto scacciarvi, io!
    - Allora non cambiate nulla;  lasciate le cose  come  stanno  -  disse
    Vronskij con voce tremante. - Ecco vostro marito.
    In  quel  momento,  infatti,  Aleksj  Aleksndrovic'  faceva  il  suo
    ingresso nel salotto, con la sua consueta andatura calma e sgraziata.
    Gettando uno sguardo alla moglie e a Vronskij,  si  diresse  verso  la
    padrona di casa e, sedutosi davanti a una tazza di t, prese a parlare
    con  voce  lenta  e  precisa e con il suo abituale tono scherzosamente
    ironico.
    - Il vostro "Rambouillet" (58)  al  completo  -  disse,  guardando  i
    presenti. - Le Grazie e le Muse.
    Ma  la  principessa  Betsy,  che  non  poteva  soffrire  quel suo tono
    "sneering" (59), come lei lo definiva, da intelligente padrona di casa
    quale era,  avvi subito  un  discorso  serio:  il  servizio  militare
    obbligatorio.
    Aleksj  Aleksndrovic'  si anim immediatamente e si mise a difendere
    con calore il nuovo "ukaz" (60) contro la principessa  Betsy,  che  lo
    attaccava.
    Vronskij e Anna continuavano a restar seduti al tavolino d'angolo.
    -  La  cosa  diventa  un  po'  sconveniente  -  mormor  una  signora,
    accennando con lo sguardo alla Karnina, a Vronskij e al marito.
    - Che cosa vi avevo detto? - rispose l'amica di Anna.
    Non solo quelle due signore,  ma tutti coloro che erano  nel  salotto,
    compresa la principessa Mjgkaja e Betsy, lanciavano rapide occhiate a
    quei due, che si erano appartati dal gruppo degli altri come se questi
    li  disturbassero.  Soltanto  Aleksj Aleksndrovic' non guard mai da
    quella parte e non si lasci distrarre dall'interessante conversazione
    iniziata.
    Betsy,  notando  la  sgradevole  impressione  prodotta  su  tutti  dal
    comportamento  dei  due,  si  fece sostituire da una persona capace di
    discutere con Aleksj Aleksndrovic', e si avvicin ad Anna.
    - Ammiro sempre la precisione e la chiarezza di linguaggio  di  vostro
    marito.  Quando  egli  parla,  anche  le  idee  pi  trascendentali mi
    diventano accessibili - le disse.
    - Ah s! - esclam Anna,  con uno splendente sorriso di felicit e non
    comprendendo  nemmeno  una parola di quanto aveva detto Betsy.  Poi si
    avvicin al tavolo grande e prese parte alla conversazione generale.
    Aleksj Aleksndrovic' si trattenne una mezz'ora, poi si avvicin alla
    moglie e le  propose  di  tornare  insieme  a  casa;  ma  Anna,  senza
    guardarlo,  rispose  che  sarebbe  rimasta  a  cena da Betsy.  Aleksj
    Aleksndrovic' salut e usc.

    Il vecchio cocchiere della  signora  Karnina,  un  massiccio  tartaro
    coperto  da  un  giaccone di pelle,  tratteneva a fatica il cavallo di
    sinistra che,  intirizzito,  si  impennava  davanti  all'ingresso.  Un
    servitore  teneva  aperto  lo  sportello  della carrozza e il portiere
    stava ritto dinanzi all'ingresso.  Anna Arkdevna staccava con le dita
    nervose il pizzo di una manica che si era impigliato a un gancio della
    pelliccia e, a capo chino, ascoltava ci che le diceva Vronskij mentre
    l'accompagnava.
    - Supponete che io non vi abbia detto nulla e che non vi chieda nulla.
    Voi sapete, per, che non dell'amicizia ho bisogno, e che per me nella
    vita non esiste altra felicit che quella contenuta nella parola che a
    voi non piace: l'amore. S, l'amore!
    - L'amore...  - ripet Anna lentamente,  come se parlasse a se stessa;
    poi,  a un tratto,  nello stesso momento in cui riusc a  staccare  il
    pizzo impigliato, aggiunse: - Questa parola non mi piace perch per me
    ha  un  significato  profondo,  assai  pi profondo di quanto possiate
    credere - e lo guard in viso. - Arrivederci!
    Gli tese la mano e,  con andatura rapida e leggera,  pass davanti  al
    portiere e scomparve nella carrozza.
    Quello sguardo,  quella stretta di mano sconvolsero Vronskij. Si baci
    la mano nel punto che essa aveva toccato e and a casa con  la  felice
    certezza  che  quella sera si era avvicinato al raggiungimento del suo
    scopo pi di quanto non avesse fatto durante gli ultimi due mesi.


    CAPITOLO 8.

    Aleksj Aleksndrovic' non trovava nulla di sconveniente nel fatto che
    la moglie fosse seduta con Vronskij  a  un  tavolino  separato  e  gli
    parlasse  animatamente;  ma  non  gli  sfugg  che  ad  altri,  che si
    trovavano in salotto,  la cosa era sembrata strana,  per cui decise di
    parlarne ad Anna.
    Tornato a casa, si rec, come di consueto, nel suo studio e si sedette
    in poltrona,  aprendo,  alla pagina segnata dal tagliacarte,  un libro
    sul papato.  Di tanto in tanto si passava  una  mano  sulla  fronte  e
    scoteva il capo come per scacciare un pensiero importuno.  Alla solita
    ora si alz e fece la consueta toeletta per la notte.  Anna  Arkdevna
    non  era ancora tornata.  Con il libro sotto il braccio,  egli and di
    sopra,  ma quella sera i suoi pensieri invece che  alle  questioni  di
    servizio,  erano rivolti alla moglie e a qualcosa di spiacevole che la
    riguardava. Contrariamente alla sua abitudine,  non si mise a letto e,
    con  le  mani dietro la schiena,  cominci ad andare avanti e indietro
    per la camera. Non poteva coricarsi,  sentendo che gli occorreva prima
    riflettere sulla circostanza sopravvenuta poco prima.
    Quando  Aleksj  Aleksndrovic'  aveva  preso  la  decisione  che  era
    necessario parlare con la moglie,  la cosa gli era  parsa  semplice  e
    naturale   ma   ora,   riflettendoci   su,   gli  pareva  difficile  e
    imbarazzante.
    Non era geloso. Un marito geloso,  secondo lui,  offendeva la moglie e
    nella  moglie si deve avere fiducia.  Perch dovesse avere fiducia,  e
    cio perch dovesse avere la  sicurezza  che  la  sua  giovane  moglie
    l'avrebbe  sempre  amato,  non se lo domandava,  e non se lo domandava
    perch la fiducia l'aveva,  e diceva a se stesso che bisognava averla.
    Ora,  invece,  nonostante  la  sua convinzione che la gelosia fosse un
    sentimento vergognoso,  si trovava di fronte a una situazione illogica
    e assurda,  e non sapeva che fare. Si trovava a faccia a faccia con la
    vita,  con la possibilit che sua moglie amasse un altro,  e  ci  gli
    sembrava  un  fatto  assurdo  e  incomprensibile,  perch  era la vita
    stessa.
    Aleksj Aleksndrovic' era vissuto e aveva sempre lavorato nelle sfere
    dell'alta burocrazia,  ove della vita non si conoscono che i riflessi,
    e ogni volta che si scontrava con la vita vera e propria, si tirava da
    parte.  Ora  provava  la  sensazione  che proverebbe un uomo il quale,
    avvezzo a passare tranquillamente sopra un ponte sospeso su un abisso,
    si accorgesse a un tratto che  quel  ponte    stato  demolito  e  che
    l'abisso si spalanca sotto i suoi piedi. L'abisso era la vita vera, il
    ponte  la  vita artificiale vissuta da Aleksj Aleksndrovic'.  Per la
    prima volta doveva  interrogarsi  sulla  possibilit  che  sua  moglie
    amasse un altro, e quell'idea lo atterriva.
    Senza  pensare  a svestirsi,  continuava ad andare avanti e indietro a
    passi regolari e sonori sul pavimento della sala da pranzo  illuminata
    da un solo lampadario,  sul tappetto del grande salotto buio,  dove la
    luce si rifletteva unicamente sul suo  grande  ritratto,  che  si  era
    fatto  fare di recente ed era appeso sopra il divano,  e attraverso il
    salottino della moglie,  dove ardevano due  candele  che  illuminavano
    alcuni  ritratti  di parenti e di amici,  e i graziosi ninnoli che ben
    conosceva,  disposti  sullo  scrittoio.  Attraverso  la  stanza  della
    moglie,  arrivava sino alla porta della propria camera da letto, e poi
    tornava indietro.
    Di tanto in tanto,  e per lo pi sul parquet della  lussuosa  sala  da
    pranzo,  egli si fermava e si diceva: S,  bisogna chiarire subito la
    faccenda e decidersi!.  E tornava sui  propri  passi.  Ma  che  cosa
    chiarire?  Che  decisione  prendere?,  si  chiedeva,  e  non  trovava
    risposta alle proprie domande.  Ma in fin dei  conti,  si  domandava
    prima  di  entrare  nello  studio,  che  cosa  accaduto?  Nulla!  Ha
    chiacchierato a lungo con lui: e con questo?  Forse che una donna,  in
    societ,  non  pu  parlare con un uomo?  E poi la gelosia  umiliante
    tanto per me quanto per lei,  si  diceva,  rientrando  nel  salottino
    della  moglie.  Ma  questo  ragionamento,  che subito gli era sembrato
    convincente e definitivo,  gli pareva a  un  tratto  privo  di  senso.
    Giunto all'uscio della camera da letto,  si dirigeva di nuovo verso la
    sala da pranzo;  poi,  mentre attraversava il salone  buio,  un'intima
    voce  gli  diceva  che quell'idea era falsa,  e che se gli altri se ne
    erano mostrati sorpresi,  voleva dire  che  sotto  c'era  qualcosa.  E
    daccapo,   ritornando  in  sala  da  pranzo,   si  ripeteva:  S,   
    indispensabile decidere,  tagliar  corto  e  che  io  esprima  il  mio
    parere!;  poi,  nel momento di entrare in salotto,  si chiedeva: Che
    cosa decidere?,  e poi ancora: Che  cosa    accaduto?  Nulla!,  si
    rispondeva,  e  si  ricordava che la gelosia  un sentimento umiliante
    per la moglie;  ma di nuovo,  in salotto,  si convinceva che  qualcosa
    doveva certo essere accaduto.  I suoi pensieri, al pari del suo corpo,
    si aggiravano sempre nello stesso cerchio, senza trovare via d'uscita.
    Se ne rese conto,  si pass una mano sulla fronte e and a sedersi nel
    proprio studio.
    L,  guardando lo scrittoio con il tampone di malachite e un biglietto
    incominciato,  le sue  riflessioni,  a  un  tratto,  presero  un'altra
    direzione.  Incominci  a  pensare alla moglie,  a ci che ella poteva
    provare e sentire.  Per la prima volta si immagin  in  modo  vivo  la
    propria  vita  personale,  le  proprie idee,  i propri desideri,  e il
    pensiero che lei pure potesse e  dovesse  avere  una  vita  personale,
    indipendente  dalla  sua,  lo  colp  in  modo  cos  terribile che si
    affrett  a  scacciarlo.  Era  l'abisso  nel  quale  aveva  orrore  di
    guardare.  Penetrare  nei pensieri e nei sentimenti di un altro essere
    era un atto morale assolutamente estraneo ad  Aleksj  Aleksndrovic',
    un atto che egli considerava dannoso e pericoloso.
    Quello che,  poi,  terribile, si diceva,  che questa inquietudine
    insensata mi afferra proprio al momento di  concludere  la  mia  opera
    (pensava  al progetto di legge che stava per fare approvare),  proprio
    nel momento in cui ho bisogno di tutta la mia calma e di tutta la  mia
    forza  morale.  Ma  che  farci?  Io  non  sono di quelli che non sanno
    guardare in faccia  le  ansie  e  le  preoccupazioni.  Devo  meditare,
    decidere e agire!, concluse ad alta voce.
    I suoi sentimenti,  ci che  accaduto o pu accadere nella sua anima
    non  sono  affari  miei,   ma  riguardano  solo  la  sua  coscienza  e
    appartengono al campo della religione, si disse, sentendo un sollievo
    nella consapevolezza di aver trovato quella norma del codice nella cui
    sfera rientrava la circostanza in cui, per la prima volta, si trovava.
    Cos,  pens  ancora,  i  problemi  riguardanti  i  suoi sentimenti
    costituiscono una questione di coscienza che non pu riguardare me. Il
    mio dovere   chiaramente  definito.  Come  capo  della  famiglia,  ho
    l'obbligo di guidarla,  e perci,  in parte, sono responsabile di lei;
    devo indicarle il pericolo che vedo, metterla in guardia e, in caso di
    necessit, fare uso della mia autorit. Devo parlarle.
    E nella testa di Aleksj Aleksndrovic' si andava elaborando il  piano
    di  ci che doveva dire alla moglie,  rammaricandosi di dover sprecare
    tempo e intelligenza per cose che riguardavano l'andamento  familiare.
    Comunque, gli si andava componendo chiaramente nella mente il discorso
    che  avrebbe fatto ad Anna.  Devo dirle chiaramente e decisamente ci
    che segue: in primo luogo l'importanza e il significato  dell'opinione
    pubblica; in secondo luogo l'importanza religiosa del matrimonio, poi,
    se  sar  il  caso,  accennare  all'infelicit che potrebbe minacciare
    nostro figlio,  e infine,  la necessit di tener conto della  sventura
    sua  propria,   e,   stringendosi  una  mano  con  l'altra,   Aleksj
    Aleksndrovic' fece crocchiare le giunture delle dita.
    Questa cattiva abitudine di stringersi una mano con l'altra e  di  far
    crocchiare  le dita riusciva sempre a calmarlo e a ricondurlo a quella
    tranquillit che ora gli era cos necessaria.  A  un  tratto,  ud  il
    rumore  di una carrozza in arrivo.  Aleksj Aleksndrovic' si ferm in
    mezzo  alla  sala.   Passi  femminili  salivano  le   scale.   Aleksj
    Aleksndrovic',   pronto   a  pronunziare  il  discorsetto  che  aveva
    preparato,  stava in piedi con le mani congiunte e le dita incrociate,
    tentando  le  articolazioni  se  mai  ce  ne  fosse  ancora una da far
    crocchiare. E una crocchi.
    Dal rumore dei passi  leggeri  sulla  scala  sentiva  che  Anna  stava
    avvicinandosi  e,  sebbene fosse soddisfatto del discorsetto che aveva
    ben chiaro in mente,  prov un senso di imbarazzo  e  quasi  di  paura
    nell'imminenza della spiegazione.


    CAPITOLO 9.

    Anna  veniva avanti con la testa china,  giocherellando con le nappine
    del cappuccio. Il suo viso era raggiante, ma quella luce che lo faceva
    risplendere non era una luce di gioia: ricordava piuttosto il sinistro
    fulgore di un incendio nelle cupe  tenebre  della  notte.  Vedendo  il
    marito, Anna sollev il capo e, come svegliandosi, sorrise.
    -  Non  sei ancora a letto?  Che miracolo!  - esclam,  togliendosi il
    cappuccio e, senza fermarsi,  si avvi verso la toeletta.  - E' tardi,
    Aleksj Aleksndrovic' - disse, quando aveva gi varcato la soglia.
    - Anna, ho bisogno di parlarti.
    - A me?  - esclam Anna sorpresa e,  uscita dallo stanzino,  guard il
    marito.  - Che cosa c'?  Di che si tratta?  - domand,  mettendosi  a
    sedere.  - Parliamo,  dunque, se  proprio tanto necessario... Sarebbe
    per meglio andare a dormire...
    Anna diceva  ci  che  le  veniva  alle  labbra  e,  ascoltandosi,  si
    meravigliava  della propria capacit di mentire.  Com'erano semplici e
    naturali le sue parole e come appariva verosimile che  avesse  davvero
    voglia  di  andare a dormire!  Ma si sentiva sostenuta e spinta da una
    forza invisibile e rivestita da una impenetrabile corazza di menzogna!
    - Anna, io debbo metterti in guardia - egli disse.
    - Mettermi in guardia? Contro di chi?
    Lo guardava con  un'espressione  cos  semplice  e  cos  allegra  che
    chiunque non l'avesse conosciuta come la conosceva il marito,  avrebbe
    trovato perfettamente normale il  tono  della  sua  voce.  Ma  Aleksj
    Aleksndrovic', che la conosceva bene, che sapeva come, quando egli si
    coricava  cinque minuti pi tardi,  ella lo notasse e gliene chiedesse
    la causa,  che ne conosceva tutte le gioie e tutti i piaceri e tutti i
    dolori,  nel  vedere adesso che ella fingeva di non notare lo stato di
    agitazione in cui egli si trovava e che non voleva essere la  prima  a
    parlare, fu certo che realmente c'era qualcosa.
    Vedeva  che  il fondo del suo cuore,  che sino allora era sempre stato
    aperto per lui,  ora era  chiuso.  Inoltre  sentiva,  dall'intonazione
    della  voce,  che  ella  non era affatto imbarazzata e pareva volergli
    dire chiaramente: S,  per te  chiuso,  cos dev'essere e cos  sar
    d'ora  in poi.  Adesso egli provava un sentimento simile a quello che
    proverebbe un uomo il quale,  tornando alla propria casa,  la trovasse
    sbarrata.  Ma  forse  si  potr ritrovare la chiave!,  pens Aleksj
    Aleksndrovic'.
    - Voglio metterti in guardia - ripet a bassa voce. - Per leggerezza o
    per imprudenza potresti dar motivo a calunnie sul tuo  conto.  La  tua
    conversazione  di  questa sera con il conte Vronskij (pronunzi questo
    nome con fermezza,  dopo una breve pausa)    stata  cos  animata  da
    attirare l'attenzione di tutti.
    Parlava  e  intanto guardava gli occhi sorridenti di lei,  ma divenuti
    ora,  per  lui,  terribili  nella  loro  impenetrabilit,   e  sentiva
    l'inutilit di tutto quanto diceva.
    -  Sei  sempre  cos,  tu  - ella gli rispose,  come se non lo capisse
    affatto,  e di tutto quello che lui  aveva  detto  rilevasse  soltanto
    l'ultima frase. - Ora ti spiace che io sia triste, ora sei malcontento
    che  io  sia  allegra.  Non  mi sono annoiata: ecco tutto.  Ti spiace,
    forse?
    Aleksj Aleksndrovic' sussult e congiunse le mani per far crocchiare
    le giunture.
    - Ah,  ti prego,  non lo fare!  Lo sai che  una cosa  che  non  posso
    soffrire!
    - Anna,  sei proprio tu?  - disse Aleksj Aleksndrovic',  facendo uno
    sforzo su se stesso per trattenere il movimento delle mani.
    - Ma, insomma, che significa tutto questo?  - domand Anna con sincero
    e comico stupore. - Che vuoi da me?
    Aleksj Aleksndrovic' tacque e si pass una mano sulla fronte e sugli
    occhi.  Si rendeva conto che,  invece di mettere in guardia sua moglie
    da  uno  sbaglio  agli  occhi  del  mondo,  si  era  involontariamente
    commosso,  e  si agitava per quanto riguardava la coscienza di lei,  e
    lottava, forse, contro un ostacolo immaginario.
    - Ecco ci che avevo intenzione di dirti - prosegu in  tono  calmo  e
    freddo - e ti prego di ascoltarmi.  Come sai,  io considero la gelosia
    un sentimento umiliante e offensivo,  dal quale non mi permetter  mai
    di  lasciarmi  guidare.  Ma  esistono  tuttavia certe leggi sociali di
    convenienza che non si possono impunemente trasgredire. Quest'oggi non
    sono stato io solo a notarlo ma,  a giudicare dall'impressione che hai
    prodotto  in  societ,  tutti hanno rilevato che non ti sei comportata
    come si conviene.
    -  Decisamente  non  capisco  ci  che  vuoi  dire  -  rispose   Anna,
    stringendosi  nelle  spalle.  A  lui  indifferente,  pens,  ma in
    societ l'hanno notato,  ed  questo che gli d fastidio.  -  Tu  non
    stai bene,  Aleksj Aleksndrovic' - prosegu e, alzatasi, si avvi di
    nuovo verso l'uscio,  ma il  marito  fece  qualche  passo  avanti  con
    l'intenzione di fermarla.
    Il suo viso era cupo e brutto come Anna non l'aveva mai visto. Ella si
    ferm,  pieg  la  testa  da un lato e,  con gesto agile,  si tolse le
    forcine dai capelli.
    - S,  s,  ascolto - disse calma,  con tono leggermente  ironicoe  ti
    ascolto  anche  con  interesse,  perch desidero capire di che cosa si
    tratta.
    Parlava e si stupiva dell'intonazione sicura e  particolarmente  calma
    della propria voce e della scelta delle parole che usava.
    -  Non  ho diritto di entrare nei particolari dei tuoi sentimenti,  il
    che, del resto, , in genere, dannoso e pericoloso fare - prese a dire
    Aleksj Aleksndrovic'.  - Frugando troppo  profondamente  nel  nostro
    cuore,  corriamo  il  rischio  di trovare cose che sarebbero state per
    sempre sepolte.  I tuoi sentimenti riguardano la tua coscienza,  ma io
    sono costretto, davanti a te, a me e a Dio di indicarti i tuoi doveri.
    Le nostre vite sono legate non dagli uomini,  ma da Dio.  Solamente un
    delitto pu spezzare  questi  legami,  e  un  delitto  di  tal  genere
    comporta un grave castigo.
    -  Non  ci capisco nulla,  mio Dio e,  come a farlo apposta,  muoio di
    sonno! - disse Anna, continuando a sciogliersi i capelli,  togliendone
    le ultime forcine.
    - Anna,  in nome del cielo, non parlare cos! - disse egli dolcemente.
    - Forse mi sbaglio, ma credi che, se parlo,  parlo tanto per te quanto
    per me stesso. Sono tuo marito, e ti amo.
    Il viso di Anna si incup un momento, e si spense la scintilla ironica
    del suo sguardo: ma la parola amo la riaccese di nuovo.  Amare?  Ma
    pu amare costui?  Se non avesse mai sentito dire che esiste  l'amore,
    non userebbe questa parola. Non sa nemmeno che cosa sia l'amore....
    - Aleksj Aleksndrovic',  davvero non capisco! - disse Anna. Spiegati
    con maggior chiarezza.
    - Permettimi di finire.  Ti amo,  ma  non  parlo  per  me:  in  questa
    faccenda i principali interessati siete tu e tuo figlio. E' possibile,
    te lo ripeto, che le mie parole ti sembrino inutili e inopportune; pu
    darsi che esse siano basate su un mio errore e,  in tal caso, ti prego
    di scusarmi.  Ma se senti in cuor tuo che esse hanno il sia pur minimo
    fondamento,  ti  prego  di  riflettere e,  se il cuore te lo dice,  di
    confidarti con me.
    Aleksj   Aleksndrovic',   senza   accorgersene,    non   pronunziava
    assolutamente le parole che si era proposto.
    - Non ho niente da dire.  E... - aggiunse in fretta Anna trattenendo a
    fatica un sorriso - e, in verit,  ora di dormire.
    Aleksj Aleksndrovic' sospir e,  senza  dire  pi  nulla,  entr  in
    camera da letto.
    Quando,  a sua volta,  entr anche Anna, egli era gi coricato. Le sue
    labbra erano serrate con espressione severa,  e i suoi  occhi  non  si
    volsero verso di lei.  Anna si coric ella pure, attendendo che, da un
    momento all'altro, egli riprendesse a parlare.  Lo temeva e,  insieme,
    lo desiderava; ma egli taceva.
    Anna attese a lungo,  immobile e, infine, non pens pi a lui. Pensava
    all'altro,  lo vedeva,  e sentiva che a quel pensiero il suo cuore  si
    colmava  di emozione,  di gioia colpevole.  A un tratto sent un lieve
    sibilo nasale, calmo e regolare;  in principio Aleksj Aleksndrovic',
    come  disturbato  dal proprio russare,  si fermava,  ma poi,  dopo due
    respiri, il sibilo riprendeva calmo e regolare come prima.
    Troppo tardi, ormai, troppo tardi!, si disse Anna con un sorriso.
    A lungo giacque immobile,  a occhi spalancati.  Le pareva di scorgere,
    nel buio, lo scintillio del loro splendore.


    CAPITOLO 10.

    Da quella sera ebbe inizio una nuova vita per Aleksj Aleksndrovic' e
    sua  moglie.  In  apparenza  nulla  di  particolare: Anna continuava a
    frequentare la societ,  andava spesso  in  visita  della  principessa
    Betsy e dovunque si trovava con Vronskij. Aleksj Aleksndrovic' se ne
    accorgeva,  ma  non  poteva  farci  nulla.  A  ogni  suo  tentativo di
    provocare una spiegazione, Anna gli opponeva L'impenetrabile parete di
    un allegro stupore.  Apparentemente nulla  era  cambiato,  ma  i  loro
    rapporti    intimi    erano    completamente    modificati.    Aleksj
    Aleksndrovic',  un uomo cos forte quando si trattava  di  affari  di
    stato, si sentiva impotente di fronte a quanto avveniva in sua moglie.
    Come  un  bue,  con  la  testa  dolorosamente  bassa,  egli  attendeva
    rassegnato il colpo di mazza  che  sentiva  sospeso  su  di  s.  Ogni
    qualvolta  pensava  all'avversario,   sentiva  che  bisognava  tentare
    ancora,  pensava che con la bont e la tenerezza poteva forse  salvare
    Anna,  riuscire  a farla tornare in s,  e ogni giorno si proponeva di
    parlarle. Ma,  non appena cominciava a conversare,  sentiva che quello
    spirito  del  male  e  dell'inganno,  che  si  impadroniva di lei,  si
    impadroniva pure di lui e gli faceva dire cose  completamente  diverse
    da quelle che voleva... Suo malgrado, aveva ripreso a parlare con Anna
    con il tono che gli era abituale e, in tal modo, non poteva certo dire
    ci che era necessario dire.


    CAPITOLO 11.

    Ci che per quasi un anno intero aveva costituito per Vronskij l'unico
    e supremo scopo della sua vita,  che aveva preso il posto di tutti gli
    altri,  ci che per Anna era stato un  sogno  di  felicit  tanto  pi
    affascinante  quanto  pi  inverosimile e terribile,  si era avverato.
    Pallido e tremante,  egli stava  in  piedi  chino  su  di  lei,  e  la
    supplicava di calmarsi, senza sapere neppur lui per che cosa e come.
    - Anna! Anna! - esclamava con voce commossa. - Anna, in nome di Dio!
    Ma  quanto pi egli alzava la voce,  tanto pi Anna abbassava il viso,
    quel viso un tempo cos orgoglioso e lieto e ora chino sotto  il  peso
    della vergogna.  Ripiegata su se stessa, scivolava dal divano dove era
    seduta, sul pavimento, ai suoi piedi,  e sarebbe caduta sul tappeto se
    egli non l'avesse sorretta.
    - Mio Dio, perdonatemi! - ella singhiozzava, stringendo le mani di lui
    al proprio petto.  Si sentiva tanto rea,  tanto colpevole,  che non le
    restava altro che umiliarsi e chiedere perdono;  e,  poich nella vita
    non  gli  restava  altri  che  lui,  era  a  lui  che rivolgeva la sua
    preghiera. Guardandolo, ella sentiva fisicamente la propria abiezione,
    e non poteva far nulla di pi. Egli, dal canto suo, provava quello che
    pu provare un assassino di fronte  al  corpo  senza  vita  della  sua
    vittima.  Il corpo da essi privato della vita,  era il loro amore,  il
    primo periodo  del  loro  amore.  C'era  qualcosa  di  orribile  e  di
    ripugnante nel ricordo di ci che essi avevano pagato a quel terribile
    prezzo  della  vergogna.  La  vergogna che ella sentiva di fronte alla
    propria nudit morale  soffocava  lei  e  si  comunicava  a  lui.  Ma,
    nonostante  tutto  l'orrore  che  l'assassino prova di fronte al corpo
    della sua vittima, sa che bisogna fare a pezzi quel corpo, nasconderlo
    e trarre profitto del delitto commesso.
    E  con  l'accanimento,  quasi  si  direbbe  con  il  furore,  con  cui
    l'assassino  si getta su questo corpo e lo trascina e lo taglia,  egli
    copriva di baci il viso e le spalle di Anna. Ella gli teneva una mano,
    e non  si  moveva.  S,  pensava,  questi  baci  sono  ci  che  ho
    acquistato a prezzo della vergogna,  e questa mano,  che mi appartiene
    per sempre,   quella del mio complice.  Sollev  quella  mano  e  la
    baci.  Vronskij  cadde in ginocchio e tent di guardarla in viso,  ma
    ella lo nascondeva e taceva.  Finalmente,  come se facesse  un  grande
    sforzo  su  se stessa,  si alz e lo respinse.  Il suo viso era sempre
    ugualmente bello, ma non lo si poteva guardare senza un senso di pena.
    - Tutto  finito! - ella disse. - Non mi resti che tu: ricordalo!
    - Non posso non ricordare ci che costituisce tutto lo scopo della mia
    vita! Per un istante di tale felicit...
    - Che felicit!  - ella esclam con disgusto  e  orrore,  orrore  che,
    involontariamente,  si comunic pure a lui.  - In nome di Dio, non una
    parola, non una parola di pi!
    Si alz in fretta, e si allontan da lui.
    - Non una parola di pi - ripet,  e,  con  un'espressione  di  fredda
    disperazione,  la cui stranezza lo colp,  ella si allontan.  Sentiva
    che  in  quel  momento  le  parole  erano  impotenti  a  esprimere  il
    sentimento  di vergogna,  di gioia e di orrore di fronte all'inizio di
    una nuova vita,  e piuttosto di esprimere ci  che  provava,  in  modo
    inesatto e banale,  preferiva tacere. Ci nondimeno, anche in seguito,
    dopo due o tre giorni,  non  soltanto  ella  non  trovava  parole  per
    esprimere  la  complessit  di tali sentimenti,  ma non era neppure in
    grado di esprimere a se stessa tutto ci che aveva nell'anima.
    No,  si diceva,  per il momento non sono in grado di  pensare;  pi
    tardi,  quando sar pi calma.  Ma quella calma spirituale non veniva
    mai,  e ogniqualvolta le si affacciava il pensiero di  ci  che  aveva
    fatto,  di  ci  che  sarebbe  accaduto e di ci che doveva fare,  era
    assalita dal terrore e scacciava lontano quel pensiero.
    Pi tardi, si ripeteva, quando sar pi calma....
    Nel sonno,  in compenso,  quando non aveva pi alcun potere sui propri
    pensieri,  la situazione le appariva in tutta la sua mostruosa realt.
    Quasi ogni notte faceva lo stesso sogno: erano entrambi  suoi  mariti,
    entrambi  le  prodigavano  le  loro  carezze.  Aleksj  Aleksndrovic'
    piangeva, baciandole la mano e diceva: Come va tutto bene,  adesso!.
    E  anche  Vronskij era l,  presente,  e anche lui era suo marito.  Ed
    ella, meravigliandosi che ci una volta le fosse sembrato impossibile,
    rideva e spiegava a entrambi che a quel modo la  cosa  era  molto  pi
    semplice  e  che  entrambi  dovevano ora essere contenti e felici.  Ma
    questo sogno la opprimeva come un incubo,  ed  ella  si  svegliava  in
    preda al terrore.


    CAPITOLO 12.

    Nei  primi  tempi  dopo il suo ritorno da Mosca,  Levin rabbrividiva e
    arrossiva ogni volta che  pensava  al  vergognoso  rifiuto  subito,  e
    diceva  a  se  stesso:  Cos  mi  capitato di arrossire e di tremare
    altre volte: una quando a scuola presi uno (61) in  fisica  e  dovetti
    rimanere  nel  secondo corso;  mi sentii poi perduto anche in un'altra
    occasione, allorch persi una causa che mia sorella mi aveva affidata.
    E con questo?  Ebbene,  se ci ripenso  adesso,  dopo  tanti  anni,  mi
    meraviglio  di  aver  potuto soffrirne tanto.  Altrettanto avverr per
    questo dolore. Il tempo passer e me ne dimenticher.
    Ma passarono tre mesi,  e Levin non era  ancora  indifferente  al  suo
    dolore,  e  il  ricordo  lo faceva soffrire come al primo giorno.  Non
    poteva rendersi ragione del  perch,  proprio  lui,  che  aveva  tanto
    sognato  la  vita  di famiglia,  e per la quale era ormai maturo,  non
    aveva ancora moglie e si trovava pi lontano che mai  dal  matrimonio.
    Sentiva,  con  un'intensit  quasi  morbosa,  come  lo sentivano tutti
    quelli che gli stavano attorno, che per un uomo della sua et era male
    vivere solo.  Ricordava che,  prima di partire per  Mosca,  una  volta
    aveva  detto al suo bovaro Nikolj,  un ingenuo contadino con il quale
    discorreva volentieri: Sai, Nikolj? Ho voglia di prendere moglie, e
    Nikolj aveva risposto, senza esitare, come se si trattasse di cosa su
    cui non c'era da discutere: E' da un pezzo che avreste dovuto  farlo,
    Konstantn  Dmitric'!.  Ora,  invece,  il  matrimonio era pi che mai
    lontano da lui!  Il fatto  che il posto era occupato  e  quando,  con
    l'immaginazione,  metteva  a  quel  posto  qualche  fanciulla  di  sua
    conoscenza,   si  rendeva  conto  che  era  una   cosa   assolutamente
    impossibile. Inoltre il ricordo del rifiuto sofferto e della parte che
    aveva  sostenuto  in  quell'occasione lo tormentava come una vergogna.
    Per quanto si dicesse di non aver avuto al riguardo alcuna colpa  quel
    ricordo, al pari di altri che gli parevano pi vergognosi, lo facevano
    arrossire e sussultare.
    Nel suo passato, come in quello di qualsiasi altro uomo, c'erano state
    cattive  azioni  di cui era consapevole e per le quali la coscienza lo
    doveva tormentare; ma il ricordo di quelle cattive azioni non lo aveva
    tormentato quanto quel meschino e umiliante ricordo.  La ferita non si
    rimarginava,  e su quei ricordi andavano ora ad aggiungersi il rifiuto
    e la penosa situazione in cui quella sera era certamente apparso  agli
    ospiti...
    Il tempo e il lavoro,  per,  compirono l'opera loro. I ricordi penosi
    andarono  via  via  cancellandosi  per   effetto   degli   avvenimenti
    importanti,   malgrado  la  loro  modesta  apparenza,  della  vita  di
    campagna. Ogni settimana che passava,  si cancellava un po' il ricordo
    di Kitty,  e Levin attendeva con impazienza la notizia che essa si era
    sposata o che doveva farlo a giorni,  sperando che tale notizia,  come
    l'estrazione di un dente, l'avrebbe guarito completamente.
    Intanto arriv la primavera in tutta la sua bellezza, senza tradimenti
    n  false  promesse,  una  di  quelle  primavere rare,  della quale si
    rallegrano insieme  gli  uomini,  le  piante  e  gli  animali.  Quella
    stupenda  primavera  infuse  in Levin novello ardore e lo rafforz nel
    proposito di rinnegare tutto il passato per organizzare in modo deciso
    e indipendente  la  propria  esistenza  solitaria.  Bench  molti  dei
    progetti con i quali aveva fatto ritorno in campagna non fossero stati
    realizzati,  osservava  nondimeno  quello  che egli considerava il pi
    importante: la purezza  della  vita.  Non  risentiva  quella  speciale
    vergogna  che  di  solito  lo  tormentava  dopo ogni caduta,  e poteva
    guardare la gente a testa alta.  In febbraio aveva ricevuto da  Mrija
    Nikolevna  una  lettera  che gli comunicava notizie del fratello,  il
    quale andava purtroppo peggiorando e  si  rifiutava  ostinatamente  di
    curarsi.  In seguito a quella lettera,  Levin decise di andare a Mosca
    dal fratello,  e riusc a convincerlo a farsi visitare e ad  ascoltare
    il consiglio del dottore di recarsi alle acque, all'estero.
    Inoltre,  senza irritarlo e senza offenderlo, lo convinse ad accettare
    il  denaro  per  il  viaggio  e,  sotto  questo  rapporto,   egli  era
    soddisfatto  di  s.   Oltre  alla  conduzione  dell'azienda,  che  in
    primavera esigeva  cure  particolari,  e  oltre  alla  lettura,  Levin
    durante  l'inverno aveva iniziato un libro sull'economia rurale la cui
    novit consisteva  nell'affermare  che  il  carattere  del  contadino,
    nell'industria agricola,  dev'essere considerato un dato assoluto come
    il clima e il terreno, e che tutte le tesi della scienza economica non
    devono essere dedotte dai soli dati del terreno e del clima, ma devono
    tener conto,  oltre che di questi coefficienti,  del  carattere  noto,
    immutabile  del  contadino.  Pertanto,  malgrado la sua solitudine,  o
    forse per effetto di essa, la sua vita era straordinariamente piena, e
    soltanto di rado provava il desiderio insoddisfatto di  comunicare  le
    idee  che  gli  germogliavano  nel  cervello  a qualcuno che non fosse
    soltanto la vecchia Agfija Michilovna,  con la  quale  tuttavia  gli
    capitava  spesso  di  discorrere di fisica,  di economia rurale e,  in
    particolare,  di filosofia,  che costituiva la materia preferita dalla
    vecchia Agfija.
    La  primavera  fu  molto  tardiva.  Durante  le  ultime  settimane  di
    quaresima, il tempo fu sereno, ma freddo. Sebbene durante il giorno il
    sole sciogliesse la neve,  nella notte la temperatura scendeva sino  a
    sette gradi sotto zero,  e la crosta di ghiaccio era cos compatta che
    i carri potevano procedere senza bisogno di seguire alcuna strada.
    Il giorno di Pasqua cadde la neve.  Poi,  tutt'a un  tratto,  dopo  la
    settimana santa,  soffi vento caldo, grosse nubi coprirono il cielo e
    per tre giorni e tre notti cadde senza sosta  una  pioggia  tiepida  e
    violenta. Al quarto giorno, il vento si calm e, come per nascondere i
    misteri  che  si  compivano nella natura,  si addens una fitta nebbia
    grigia.  Nella nebbia,  cadde la pioggia,  si sciolsero  le  nevi,  si
    ruppero  scricchiolando  i  ghiacci,  pi veloci si mossero,  rapidi e
    spumeggianti, i torrentelli,  e a sera,  proprio in cima alla Krsnaja
    Gorka  (62),  si  lacer la nebbia,  le nuvole fuggirono dividendosi a
    pecorelle, il cielo si rasseren,  e in tutto il suo splendore esplose
    la primavera.
    Alla mattina il sole si levava chiaro,  facendo rapidamente sciogliere
    la sottile crosta di ghiaccio che aveva coperto  le  acque,  e  l'aria
    tiepida  vibrava  delle  evaporazioni  esalate  dalla terra ravvivata.
    Rinverdita la vecchia erba ingiallita, spuntava la nuova, le gemme del
    ribes e delle viscose betulle si gonfiavano;  sui campi color dell'oro
    ronzavano le api...  Le allodole, invisibili, intonavano il loro canto
    gioioso sopra il velluto della verzura  e  sopra  le  stoppie  gelate;
    piangevano  le  pavoncelle  sulle  paludi  piene  di acqua torbida non
    ancora riassorbita, e passavano alte in volo, levando il loro stridulo
    grido,  le gru e le oche.  Muggivano nei campi le  mucche  dal  pelame
    ancora  qua  e  l spelacchiato;  ruzzavano gli agnelli dalle zampette
    storte attorno alle madri;  i ragazzetti scalzi cominciavano a correre
    per  i sentieri,  lasciando le impronte dei loro piedi nudi;  ai bordi
    dello stagno ciarlavano gaiamente le contadine che lavavano i panni, e
    nei  cortili  risonavano  le  asce  e  i  martelli  degli  uomini  che
    riparavano erpici e aratri. Era tornata la vera primavera.


    CAPITOLO 13.

    Levin calz grossi stivali e, indossato per la prima volta il cappotto
    invece della pelliccia, si avvi a visitare il suo podere, scavalcando
    i  ruscelli  che ferivano gli occhi con il loro luccicchio,  posando i
    piedi ora sul ghiaccio, ora sul fango appiccicoso.
    La primavera  la stagione dei propositi e dei progetti.  Levin,  come
    l'albero  a primavera che non sa ancora dove e come spunteranno i suoi
    giovani germogli e i rami racchiusi nelle turgide  gemme,  non  sapeva
    bene  a  quali  imprese  si  sarebbe  accinto per l'amata azienda;  ma
    sentiva ribollire nel suo cervello piani e progetti meravigliosi.  Per
    prima  cosa  and  e  vedere il bestiame.  Le mucche erano state fatte
    uscire nel recinto; splendenti nel lucido mantello di muda recente, si
    scaldavano al sole e muggivano chiedendo di andare tra i campi.
    Dopo  aver  ammirato  le  mucche,   che  conosceva  sin   nei   minimi
    particolari,  Levin  ordin  di  condurle nei prati e di far uscire le
    giovenche nel recinto. Il mandriano, tutto allegro, corse a prepararsi
    per andare nei campi.  Le donne addette  al  bestiame,  sollevando  le
    gonne e guazzando nel fango con i piedi scalzi,  non ancora abbronzati
    dal sole,  correvano armate di rami secchi dietro ai vitelli muggenti,
    ebbri di gioia per la primavera, e li sospingevano nel cortile.
    Soddisfatto  per  i  nuovi  nati di quell'anno,  insolitamente belli e
    numerosi - i vitelli avevano gi le dimensioni di una mucca da  lavoro
    e la figlia di Pava, di tre mesi, pareva una bestia di un anno - Levin
    diede  ordine  di  portar  fuori  la  mangiatoia  e  di  dare il fieno
    attraverso la grata.  Ma costat che  le  rastrelliere,  costruite  in
    autunno e tenute al chiuso durante l'inverno senza essere usate, erano
    rotte.  Mand  a  chiamare il falegname che,  secondo le disposizioni,
    doveva essere impegnato a costruire una trebbiatrice;  ma il falegname
    stava riparando gli erpici, lavoro che avrebbe dovuto eseguire durante
    la  quaresima.  La  cosa  irrit  molto  Levin.  Era  seccante  che si
    ripetesse il solito,  eterno disordine nell'azienda,  disordine contro
    il  quale  da  tanti  anni combatteva con tutte le sue forze.  Venne a
    sapere che la rastrelliera,  che  d'inverno  non  serviva,  era  stata
    trasportata in scuderia,  dove si era rotta,  proprio perch costruita
    con un legname troppo poco resistente per i vitelli.
    In seguito risult che gli erpici e tutti gli strumenti agricoli,  che
    egli  aveva  ordinato di ispezionare e di riparare durante l'inverno e
    per i quali aveva fatto ingaggiare tre falegnami,  non  erano  affatto
    stati  riparati,  e gli erpici non erano pronti proprio nel momento in
    cui se ne aveva bisogno. Levin mand a chiamare il fattore,  ma subito
    dopo,  impaziente com'era, si rec egli stesso a cercarlo. Il fattore,
    in "tulp",  anch'egli tutto  risplendente,  veniva  dalla  messa  con
    addosso un pellicciotto di montone,  guarnito di agnellino,  spezzando
    tra le dita un ramoscello.
    - Perch il falegname non  alla trebbiatrice?
    - Volevo proprio dirvi ieri che occorre riparare gli erpici;    ormai
    tempo di arare.
    - E che cosa si  fatto durante l'inverno?
    - Ma perch vi occorre il falegname?
    - Dove sono le rastrelliere delle mucche?
    -  Ho  ordinato di metterle al loro posto.  Che volete fare con questa
    gente?  - esclam  il  fattore,  facendo  con  la  mano  un  gesto  di
    rassegnazione.
    -  Non  questa  gente,  direi,  ma con questo fattore!  - grid Levin,
    perdendo la calma.  - Vorrei proprio sapere a che scopo vi tengo...  -
    aggiunse irritato.
    Ma riflettendo che,  cos facendo,  non rimediava a nulla,  si ferm a
    met del discorso, e si limit a sospirare.
    - Ebbene, si pu seminare? - domand, dopo aver taciuto un momento.
    - Si potr farlo a Trkino, domani o posdomani.
    - E il trifoglio?
    - Ho mandato Vasilij e Miska a seminare.  Non so,  per,  se  potranno
    passare in mezzo a tutto il fango che c'.
    - Per quante "desjatiny"?
    - Per circa sei.
    - Perch non tutto? - grid Levin.
    Il  fatto  che  si seminassero sei "desjatiny" e non venti lo irritava
    pi che mai. La semina del trifoglio,  non solo secondo le teorie,  ma
    anche  secondo  la  sua  esperienza personale,  riusciva bene soltanto
    quando veniva fatta il pi presto possibile,  quasi  ancora  sopra  la
    neve. Ma non riusciva mai a essere obbedito.
    -  Mancavano gli uomini.  Che cosa volete che faccia con questa gente?
    Tre non sono venuti. Ecco, anche Semn...
    - Bisognava allora prelevare qualcuno di quelli che mettono a posto la
    paglia...
    - L'ho fatto.
    - E dove sono?
    - Cinque preparano la composta (ossia il terreno  concimato);  quattro
    rivoltano l'avena. Potrebbe marcire, Konstantn Dmitric'.
    Levin   capiva   benissimo   che   quelle  parole  potrebbe  marcire
    significavano che l'avena inglese da semenza era gi  bell'e  marcita.
    Ancora una volta non era stato fatto ci che egli aveva ordinato.
    - Ma non avevo detto di farlo in quaresima? E i camini? - grid.
    - Non inquietatevi, riusciremo a far tutto a suo tempo.
    Levin  fece  un  gesto  di  rabbia  e  si  diresse  ai  granai  a dare
    un'occhiata all'avena, e poi torn alla stalla. L'avena non era ancora
    marcita,  ma gli operai stavano voltandola con la pala  anzich  farla
    scendere  direttamente  nel  granaio inferiore;  diede disposizioni in
    proposito e,  prelevati di l due  uomini,  li  mand  a  seminare  il
    trifoglio. A poco a poco la sua collera contro il fattore si calm. La
    giornata era cos bella che non ci si poteva adirare!
    - Ignt!  - grid al cocchiere che,  con le maniche rimboccate,  stava
    lavando il calesse vicino al pozzo. - Sellami un cavallo...
    - Quale volete?
    - Kolpk, se non ti dispiace.
    - Subito!
    Mentre si sellava il suo cavallo,  Levin chiam di nuovo  il  fattore,
    che  gli gironzolava attorno per fare la pace,  e cominci a parlargli
    dei lavori da  eseguire  durante  la  primavera  e  dei  progetti  che
    riguardavano  l'azienda: bisognava trasportare al pi presto possibile
    il concime,  affinch tutto fosse pronto al momento giusto,  avanti la
    prima  falciatura e,  necessariamente,  bisognava arare senza soste il
    campo pi lontano  per  mantenerlo  come  maggese;  inoltre  occorreva
    portare tutto il fieno,  non a mezzadria ma con braccianti. Il fattore
    ascoltava attentamente,  ed era chiaro che faceva sforzi per approvare
    i  progetti  del  padrone;  aveva  tuttavia  quell'aria  sfiduciata  e
    depressa che Levin conosceva cos bene e che lo  irritava  moltissimo.
    Quell'aria  pareva  volesse  dire:  Tutto sta bene,  ma sar come Dio
    vorr!.
    Nulla amareggiava tanto Levin quanto quell'aria che era comune a tutti
    i fattori, per lo meno a tutti quelli che egli aveva conosciuti. Tutti
    accoglievano i suoi progetti con lo stesso atteggiamento:  per  questo
    egli  ormai  non  si  arrabbiava  nemmeno pi,  ma si amareggiava e si
    sentiva pi che mai spinto alla lotta contro questa  specie  di  forza
    primordiale  che  non  sapeva  esprimersi  se  non con quel: Come Dio
    vorr, e che lo ostacolava in tutto.
    - Come faremo a riuscirci, Konstantn Dmitric'? - disse il fattore.
    - Perch non dovremo riuscirci?
    - Bisogna assolutamente ingaggiare una  quindicina  di  braccianti  in
    pi.  Ma  non  ci vengono.  Oggi se ne sono presentati alcuni,  ma per
    l'estate chiedono settanta rubli.
    Levin tacque.  Quella forza tornava a ostacolarlo.  Egli  sapeva  che,
    malgrado  i  suoi  sforzi,  non  poteva  ingaggiare  pi  di  quaranta
    lavoratori a un prezzo giusto; sino a quaranta poteva arrivare, di pi
    no. E nondimeno non poteva abbandonare la lotta.
    - Mandate a Sury, a Cefrovka, se non vengono. Bisogna cercare.
    - Per  mandare,  mander  senz'altro  -  rispose  tristemente  Vasilij
    Fdorovic'. Ma i cavalli sono stanchi.
    - Ne compreremo degli altri.  Ma so - aggiunse ridendo - che voi siete
    pessimisti in tutto: quest'anno,  per,  non vi lascer  fare  a  modo
    vostro, ma veglier su tutto io stesso.
    - In quanto a questo,  non mi pare che si possa dire che dormiate. Del
    resto,  noi siamo ben pi contenti  di  lavorare  sotto  l'occhio  del
    padrone...
    - Dunque adesso stanno seminando il trifoglio oltre il Brezovkyi-Dol,
    vero?  Andr a vedere - disse, inforcando il piccolo sauro Kolpk, che
    il cocchiere aveva condotto.
    - Attraverso il torrente non  passerete,  Konstantn  Dmitric'  -  gli
    grid il cocchiere.
    - Ebbene, andr per i boschi.
    Con  l'arzilla  andatura  di  un  buon cavallino rimasto tanto tempo a
    riposo, che sbuffava davanti alle pozzanghere e che bisognava lasciare
    andare a briglia sciolta,  Levin attravers il cortile  fangoso  e  si
    avvi verso i campi.
    L'impressione  gioiosa,  che egli aveva avuto nel cortile del bestiame
    si accrebbe in mezzo ai campi.  Cullato dolcemente dall'ambio del  suo
    bravo cavallo, aspirando a pieni polmoni l'aria gi tiepida, ma ancora
    impregnata  della  frescura della neve,  attraversando il bosco ancora
    qua  e  l  chiazzato  dal  bianco  della  neve  che  andava  via  via
    scomparendo,  egli  si  rallegrava  davanti  a  ogni albero coperto di
    muschio e di gemme rigonfie. Come sbuc dal bosco, gli si apr dinanzi
    la distesa dei prati,  simile a un immenso tappeto  di  velluto  verde
    senza macchie e senza pozzanghere,  a eccezione di quelle che facevano
    qua e l,  negli avvallamenti,  alcuni resti  di  neve  che  si  stava
    sciogliendo.  Non  si  adir n alla vista di un cavallo da tiro e del
    suo puledro che calpestavano i  suoi  prati  (nonostante  avesse  dato
    l'ordine  di  scacciarli),  n  alla  risposta sciocca e ironica di un
    contadino chiamato Ipt, al quale, incontrandolo,  aveva domandato: E
    cos,  Ipt,  tra poco sar tempo di seminare,  no?,  e che gli aveva
    risposto: Prima,  Konstantn Dmitric',  bisogna arare!.  Quanto  pi
    avanzava,  tanto  pi aumentava il suo buon umore,  e tanto pi i suoi
    progetti riguardo all'azienda gli parevano  uno  migliore  dell'altro:
    piantare  una  siepe  di  giunchi  lungo  tutti i campi dalla parte di
    mezzogiorno, di modo che la neve non vi rimanesse a lungo; dividere le
    terre coltivate in nove parti,  di cui sei concimate e  tre  destinate
    alla  coltivazione  del  foraggio;  costruire  una  stalla nella parte
    estrema del campo;  scavare uno stagno e per la concimazione costruire
    dei recinti trasportabili per il bestiame,  arrivando cos a coltivare
    trecento "desjatiny" di frumento,  cento di patate e centocinquanta di
    trifoglio senza impoverire la terra...
    Immerso  in  queste  riflessioni e dirigendo il cavallo in modo da non
    calpestare l'erba,  giunse l dove i contadini  stavano  seminando  il
    trifoglio.  Il  carro  che  portava le sementi non era fermo al limite
    della strada,  ma sul campo  arato,  cosicch  il  frumento  invernale
    veniva  schiacciato dalle ruote del carro e dagli zoccoli del cavallo.
    Tutti e due i  lavoratori,  seduti  sulla  proda,  fumavano  una  pipa
    (probabilmente di propriet comune). Il terriccio, dentro il carro cui
    era  mescolata la semente,  non era stato impastato,  ma si presentava
    sotto forma di grumi duri e secchi. Alla vista del padrone,  l'operaio
    Vasilij  si  avvi verso il carro e Miska si mise a seminare.  Le cose
    non erano fatte come si conveniva, ma raramente Levin si adirava con i
    lavoratori.  Quando Vasilij gli  si  avvicin,  Levin  gli  ordin  di
    portare il carro sulla proda.
    - Non importa, padrone, verr lo stesso - rispose Vasilij.
    - Fa' il piacere di obbedire, senza discutere - disse Levin.
    -  Sissignore  -  rispose  Vasilij,  e  prese  la testa del cavallo.Le
    sementi, Konstantn Dmitric', sono veramente di primissima qualit!  -
    disse in tono adulatorio.  - Ma che tormento camminare... a ogni passo
    si tira su un "pud" per ogni suola...
    - E perch non avete setacciato la terra? - chiese Levin.
    - Ma noi la sbricioliamo con le mani - rispose Vasilij,  prendendo una
    manata di terra e un po' di chicchi.
    Vasilij  non aveva colpa se non gli avevano dato terra non setacciata,
    ma non per questo Levin era meno contrariato.
    Avendo gi pi di una volta trovato il  modo  di  vincere  la  propria
    stizza  e  per rendere buono ci che gli pareva cattivo,  Levin lo us
    anche adesso.  Guard il modo di camminare di Miska,  che  smuoveva  a
    ogni  passo  enormi  zolle  di  terra  che gli si appiccicavano a ogni
    piede,  poi smont da cavallo,  prese il sacco delle sementi di mano a
    Vasilij e and a seminare.
    - Dove ti sei fermato?
    Vasilij  indic  un segno fatto con il piede,  e Levin cominci,  come
    sapeva,  a  buttare  la  terra  mista  alla  semente.   Camminare  era
    difficile,  come  in  una palude,  e Levin,  dopo aver fatto un solco,
    cominci a sudare, si ferm e restitu il sacco con le sementi.
    - Be', signore,  non prendetevela poi con me per questo solco!   disse
    Vasilij.
    -  Perch?  -  rispose  allegramente  Levin,  gi sentendo gli effetti
    calmanti del metodo che aveva usato.
    - S, lo vedrete quest'estate: sar diverso dagli altri. Guardate qui,
    dove ho seminato io la primavera scorsa: che ve ne  pare?  Perch  io,
    Konstantn  Dmitric',  lavoro per voi come se si trattasse di lavorare
    per mio padre.  A me per primo non piace far male  il  lavoro,  e  non
    voglio neppure che lo facciano male gli altri. Se il padrone sta bene,
    si  sta  bene  anche  noi.  Appena  dai  un'occhiata laggi - prosegu
    Vasilij, indicando il campoil cuore ti si riempie di gioia.
    - E' una bella primavera, eh, Vasilij?
    - S,  una primavera simile i vecchi non la ricordano.  Quando  ero  a
    casa, anche mio padre ha seminato tre "osminnik" (63) di frumento. Lui
    dice che non si distingue dalla segala.
    - E' un pezzo che avete cominciato a seminare frumento?
    - Siete stato proprio voi a insegnarcelo,  l'anno passato. Me ne avete
    persino regalato due "pud": ne abbiamo venduto due sacchi e ne abbiamo
    seminato tre "osminnik".
    - Bada, eh, a sminuzzare bene i grumi! - disse Levin, avvicinandosi al
    cavallo - e sorveglia Miska.  Se  la  semente  verr  su  bene,  avrai
    cinquanta copeche per "desjatina".
    - Umilmente ringrazio.  Davvero possiamo essere contenti di un padrone
    come voi!
    Levin sal a cavallo e and nel campo seminato a  trifoglio  dell'anno
    passato, e poi in quello che era stato arato per il grano primaverile.
    Il  trifoglio  sulle  stoppie cresceva meravigliosamente: tra gli alti
    steli spezzati dell'anno precedente,  l'erba verdeggiava vigorosa.  Il
    cavallo  sprofondava  sino  al  ginocchio,  e ogni sua zampata era uno
    schiocco per strapparsi dalla terra  mezzo  sgelata.  Per  il  terreno
    arato  non  era  assolutamente  possibile  passare;  reggeva  soltanto
    dov'era rimasto il ghiaccio, mentre nei solchi che sgelavano, le zampe
    affondavano sino al ginocchio.
    L'aratura  era  perfetta;  entro  tre  giorni  si  poteva  erpicare  e
    seminare.  Tutto  era  stupendo,  tutto  era  allegro...  Levin  torn
    indietro attraverso il torrente, sperando che l'acqua fosse scemata, e
    infatti riusc ad attraversarlo a guado,  spaventando due anitre.  Ci
    devono essere anche le beccacce!, pens e, proprio alla svolta vicino
    a casa,  incontr il guardaboschi che gli conferm la sua supposizione
    riguardo ai volatili.
    Levin ripart al galoppo verso casa,  per fare in tempo a pranzare e a
    preparare il fucile per la sera.


    CAPITOLO 14.

    Mentre  si avvicinava a casa,  nella pi gaia disposizione di spirito,
    Levin  ud  un  tintinnio  di  sonagliere  dalla  parte  dell'ingresso
    principale.
    Qualcuno viene dalla stazione,  pens;   proprio l'ora dell'arrivo
    del treno da Mosca...  Chi sar mai?  Forse mio fratello  Nikolj?  Mi
    aveva  infatti  scritto  che  sarebbe  partito per le acque oppure che
    sarebbe venuto da me....  L per l prov un senso  di  timore  e  di
    stizza  al  pensiero  che  la  presenza  del fratello potesse guastare
    quell'allegra atmosfera di gaiezza provocata dalla primavera,  che gli
    colmava  l'anima.  Ma  si  vergogn  di  questo  sentimento,  e subito
    spalanc spiritualmente le braccia per riceverlo  e  sper  con  gioia
    sincera  che  si  trattasse  veramente  di  lui.  Incit il cavallo e,
    sbucato da dietro il cespuglio di acacie,  scorse una "trjka" (64) di
    posta  che  arrivava  dalla  stazione  ferroviaria  con  un signore in
    pelliccia. Non era suo fratello.
    Oh,  purch sia una persona simpatica,  con cui  poter  conversare!,
    pens.
    - Oh! - grid poi con gioia, tendendo le braccia. - Ecco una magnifica
    sorpresa... Come sono lieto di vederti!  - esclam riconoscendo Stepn
    Arkadyc'.
    Ora  sapr  con certezza se lei si  sposata o se si sposer presto,
    disse tra s e s e, in quella bella giornata di primavera,  sent che
    il ricordo di Kitty non lo faceva pi soffrire.
    -  Non mi aspettavi,  eh?  - esclam Stepn Arkadyc',  scendendo dalla
    slitta con il naso, una guancia e i sopraccigli schizzati di fango, ma
    raggiante di gioia e di salute.  - Sono venuto anzitutto per vederti -
    disse, abbracciandolo e baciandolo,  poi per trattenermi un po' con te
    e andare a caccia insieme; infine per vedere il bosco di Ergsciovo.
    - Benissimo! Che primavera, eh? Come mai sei arrivato in slitta?
    -  In  carrozza    assai  peggio,  Konstantn  Dmitric'  - rispose il
    cocchiere che lo conosceva.
    - Davvero sono molto,  molto contento di rivederti - -  ripet  Levin,
    sorridendo di un sincero, infantile sorriso.
    Levin  accompagn  l'amico  nella  stanza  per  gli  ospiti e gli fece
    portare su i bagagli: un sacco,  un fucile nel fodero,  una scatola di
    sigari;  e poi,  lasciatolo libero di cambiarsi e di lavarsi,  si rec
    dal fattore per dare disposizioni circa  l'aratura  e  la  semina  del
    trifoglio.  Agfija  Michjlovna,  sempre preoccupata dell'onore della
    famiglia,  lo ferm in anticamera per fargli alcune domande  circa  il
    pranzo.
    - Fate ci che volete,  ma il pi presto possibile - rispose Levin,  e
    and in cerca del fattore.
    Quando rientr,  Stepn Arkadyc',  ripulito,  pettinato e  sorridente,
    usciva dalla sua stanza, e i due amici salirono insieme di sopra.
    - Come sono contento di essere giunto qui da te!  Ora finalmente potr
    scoprire i misteri della vita che conduci in questo posto.  Davvero ti
    invidio!  Che  casa!  Com' tutto bello,  allegro,  luminoso!  - disse
    Stepn Arkadyc',  dimenticando che non era sempre primavera e  che  le
    giornate non erano sempre cos limpide e serene.  - E la tua "njnja",
    che delizia!  Sarebbe pi desiderabile  una  graziosa  camerierina  in
    grembiulino  bianco,  d'accordo,  ma al tuo tipo austero e monacale si
    adatta assai bene quella che hai...
    Stepn Arkadyc' raccont,  tra le  molte  altre  cose,  l'interessante
    novit  per  Levin  che  suo  fratello  Sergj si preparava a venire a
    trascorrere da lui l'estate in campagna.  Di Kitty non  disse  nemmeno
    una parola,  e si limit a trasmettergli i saluti della moglie.  Levin
    gli fu grato  della  sua  delicatezza.  Come  sempre  durante  la  sua
    solitudine,  si  erano  accumulate nel suo cervello idee e impressioni
    che non poteva comunicare a  coloro  che  lo  circondavano,  e  adesso
    riversava  su  Stepn  Arkadyc' il poetico giubilo della primavera,  i
    suoi disegni per l'azienda, i pensieri e le osservazioni sui libri che
    aveva letti e, in particolare, l'idea dell'opera che era in corso,  la
    cui  base fondamentale,  bench egli non se ne rendesse conto,  era la
    critica di tutte le vecchie opere di economia rurale. Stepn Arkadyc',
    sempre piacevolissimo e capace di afferrare  tutto  al  volo,  era  in
    questa  sua  visita particolarmente simpatico,  e Levin not in lui un
    non so che di lusinghiero nei suoi riguardi,  come una specie,  direi,
    di affettuoso rispetto.
    Gli  sforzi  di  Agfija  Michjlovna e del cuoco,  affinch il pranzo
    fosse particolarmente buono,  ebbero come risultato che i  due  amici,
    affamati,  divorarono  molto  pane  e  molto burro con gli antipasti e
    gustarono assai i funghi marinati,  tanto che Levin ordin di  servire
    la minestra senza gli agnolotti,  sui quali,  pi che altro,  il cuoco
    aveva  fondato  la  speranza  di  sbalordire,   in  modo  particolare,
    l'ospite.  Stepn Arkadyc',  sebbene avvezzo a ben altri pranzi, trov
    tutto eccellente: i liquori fatti in casa, il pane, il burro, i funghi
    in salamoia, la zuppa di ortiche, il pollo in salsa bianca, il vino di
    Crimea... tutto fu giudicato delizioso!
    - Eccellente! Eccellente! - ripeteva,  accendendo una grossa sigaretta
    dopo  l'arrosto;  -  qui  da te mi sento come uno che sia sceso su una
    riva tranquilla,  dopo aver viaggiato sopra un battello tra  scosse  e
    scossoni...  Cos  tu  affermi  che  anche l'elemento lavoratore in s
    dev'essere preso in considerazione e deve  guidare  nella  scelta  dei
    procedimenti dell'economia.  E' cos? In questo io sono un profano, ma
    mi pare che la  tua  teoria  e  le  sue  applicazioni  dovranno  avere
    influenza anche sul lavoratore...
    -  S,  ma  aspetta:  io  non  parlo dell'economia politica,  ma della
    scienza dell'economia rurale,  considerata alla  stregua  delle  altre
    scienze  naturali,  e  come tale deve studiare i fenomeni senza che il
    contadino, con le sue caratteristiche economiche, etnografiche...
    In quel momento entr Agfija Michjlovna con la marmellata.
    - Ehi,  Agfija Michjlovna - le disse Stepn Arkadyc',  baciandosi la
    punta  delle  dita  grassocce  - che uccelletti,  che sughini di erbe!
    Ebbene, Kstja, non sar ora? - aggiunse.
    Levin diede un'occhiata dalla finestra al sole che  tramontava  dietro
    le cime nude dei boschi.
    - E' ora,   ora - disse. - Kuzm, fa' attaccare il calesse!e scese di
    sotto.
    Stepn Arkadyc' lo segu,  tolse egli stesso la fodera di tela di  una
    cassetta verniciata e, apertala, si mise a montare, con molta cura, il
    suo  costoso fucile di ultimo tipo.  Kuzm,  che gi fiutava una buona
    mancia,  non si allontanava da Stepn Arkadyc' e gli infilava le calze
    e  gli  stivali,  cosa  che  Stepn  Arkadyc'  si  lasciava fare molto
    volentieri.
    - Kstja, se mentre stiamo fuori si presenta il mercante Rjabinin,  al
    quale avevo detto di venire oggi, ordina che lo ricevano e lo facciano
    aspettare...
    - Ma hai idea di vendere il bosco a Rjabinin?
    - S, lo conosci?
    - E come lo conosco!  Con lui ho gi trattato un affare positivamente
    e definitivamente....
    Stepn Arkadyc' scoppi a ridere.  Positivamente  e  definitivamente
    erano le parole favorite del negoziante.
    -  S,  parla in modo buffissimo.  Vedi,  lei ha gi capito dove va il
    padrone,  eh?  - aggiunse,  dando con la mano un colpetto a Laska  che
    gironzolava attorno a Levin,  mugolando e leccandogli ora le mani, ora
    gli stivali, ora il fucile.
    Quando uscirono di casa,  il calesse era gi  pronto  e  li  attendeva
    vicino all'ingresso.
    -  Ho  fatto  attaccare,  sebbene non sia lontano.  Preferiresti forse
    andare a piedi?
    - No, meglio in calesse - disse Stepn Arkadyc', prendendo posto.
    Si accomod,  si avvolse le gambe in un "plaid" tigrato  e  accese  un
    sigaro.  -  Come  fai  a non fumare?  Un buon sigaro non  soltanto un
    piacere, ma  il coronamento e il simbolo del piacere. Questa s che 
    vita, vedi? Come si sta bene! E' proprio cos che io vorrei vivere!
    - E chi te lo impedisce? - rispose Levin, sorridendo.
    - Sei davvero un uomo felice! Hai tutto quello che ami. Ami i cavalli,
    e li hai; ami i cani, e li hai;  sei appassionato per la caccia,  e te
    la puoi permettere;  e,  infine,  adori l'agricoltura,  e possiedi una
    bella azienda da curare!
    - Forse perch gioisco di quello che ho e non  rimpiango  ci  che  mi
    manca - disse Levin, pensando a Kitty.
    Stepn Arkadyc' cap, guard l'amico, ma non disse nulla.
    Levin era grato a Oblonskij perch, con il suo tatto di sempre, avendo
    notato  che Levin temeva di venire sul discorso degli Scerbackij,  non
    diceva nulla di loro;  ma ormai Levin aveva voglia di sapere  ci  che
    tanto lo tormentava, anche se non osava fare domande.
    - Ebbene,  come vanno i tuoi affari?  - chiese,  dopo aver pensato che
    non era bello da parte sua interessarsi soltanto ai fatti propri.
    Gli occhi di Stepn Arkadyc' brillarono allegramente.
    - Tu,  gi,  non ammetti che si possa desiderare il pane bianco quando
    si  ha  quello  bigio;  secondo  te    un delitto.  Io,  invece,  non
    concepisco la vita senza amore - disse,  interpretando a modo  suo  la
    domanda di Levin.  - Che vuoi farci? Sono stato creato cos. E infine,
    a pensarci bene,  non si fa male a nessuno e si fa tanto piacere a  se
    stessi...
    - Perch? C' forse qualcosa di nuovo? - domand Levin.
    -  C',  e  come,  mio caro!  Tu conosci il tipo delle donne di Ossian
    (65),  donne che si vedono in sogno...  Ebbene,  queste donne esistono
    talvolta  nella  realt...  e  sono terribili!  La donna,  vedi,   un
    argomento che, per quanto tu lo studi, lo trovi sempre nuovo.
    - Quindi  meglio non studiarla...
    - No,  un matematico ha detto che il piacere non  sta  nella  scoperta
    della verit, ma nel ricercarla.
    Levin taceva e, malgrado tutti i suoi sforzi, non riusciva a penetrare
    nell'animo dell'amico,  cos come non riusciva a capire che attrattiva
    potesse avere lo studio di simili donne.


    CAPITOLO 15.

    Il luogo della caccia non era  lontano  dal  fiumicello  che  scorreva
    attraverso  un  boschetto  di  tremule.  Qui  giunti,  Levin  smont e
    condusse  Oblonskij  nell'angolo  di  una  piccola  radura  pantanosa,
    coperta  di muschio,  che si era gi liberata dalla neve.  Ritorn poi
    indietro,  all'altra estremit,  verso una betulla a doppio tronco  e,
    appoggiato il fucile alla biforcazione del ramo inferiore, si tolse il
    caffettano  (66),  si  mise  una  cintura e fece qualche movimento per
    assicurarsi che nulla gli desse impaccio.
    La vecchia e grigia Laska, che lo seguiva passo passo, gli si accucci
    prudentemente di fronte e tese le orecchie. Il sole scendeva dietro la
    fitta foresta e, alla luce del tramonto, le giovani betulle, sparse in
    mezzo  alle  tremule,  si  disegnavano  nettamente  con  i  loro  rami
    penzolanti, ricchi di gemme rigonfie, pronte ad aprirsi.
    Dal  fitto  del  bosco,  l  dove  la  neve  non  era ancora scomparsa
    completamente,  si udiva il sommesso mormorio dell'acqua che  scorreva
    in  numerosi rivoletti;  piccoli uccelli cinguettavano e,  di tanto in
    tanto,  svolazzavano da un albero all'altro.  Nei momenti  in  cui  il
    silenzio  era  assoluto,  si  udiva  il  fruscio  delle  foglie secche
    dell'anno prima,  mosse dallo sgelo del  terreno  e  quello  dell'erba
    novella che spuntava.
    Che  bellezza!  Si  sente  e si vede crescere l'erba!,  pens Levin,
    notando una umida foglia di  tremula  color  ardesia  che  si  agitava
    vicino a un piccolo,  esile stelo di erba.  Era in piedi,  ascoltava e
    guardava ora l'umida terra, muschiosa, ora Laska che stava in ascolto,
    ora le cime ancora nude degli alberi del bosco che si stendeva, simile
    a un mare, ai piedi della collina, ora il cielo che scolorava, coperto
    da piccole nuvolette bianche.  Uno sparviero,  agitando lentamente  le
    ali,  vol alto verso un bosco lontano; un altro lo segu e scomparve.
    Gli uccelli nel boschetto cinguettavano sempre pi  forte  e  con  pi
    animazione.  Poco  lontano,  un  gufo ripeteva il suo verso,  e Laska,
    trasalendo,  mosse prudentemente alcuni passi indietro e,  piegata  la
    testa  da  un  lato,  rimase in ascolto.  Al di l del fiumicello,  un
    cuculo mand per due volte il suo grido, poi si arroch e tacque.
    - Che bellezza!  Si sente gi il cuculo?  - esclam  Stepn  Arkadyc',
    uscendo da dietro un cespuglio.
    - S, lo sento - rispose Levin, rompendo con rammarico il silenzio del
    bosco con la sua voce, a lui stesso sgradevole. - Attenzione, tra poco
    ci siamo.
    La  figura di Stepn Arkadyc' scomparve di nuovo dietro il cespuglio e
    Levin non scorse pi che il vivido focherello di un fiammifero, subito
    sostituito dal rosso chiarore della  sigaretta  e  da  un'azzurrognola
    spirale di fumo.
    Cik! Cik!, scatt il cane del fucile di Stepn Arkadyc'.
    - Di chi  questo grido?  - domand Oblonskij,  attirando l'attenzione
    di Levin su un suono prolungato,  come  se  un  puledro  nitrisse  per
    gioco, con voce sottile.
    -  Non lo sai?  E' la lepre maschio.  Ma basta,  non parliamo pi ora!
    Senti?  Volano - fu quasi sul punto di gridare Levin,  alzando il cane
    del fucile.
    Si ud un fischio lontano,  sottile,  prolungato, ritmato a intervalli
    di due secondi,  un fischio  ben  noto  ai  cacciatori;  ne  segu  un
    secondo, poi un terzo e, dopo il terzo, il fischio si trasform in uno
    squittio.
    Levin  guardava a destra e a sinistra,  ed ecco che proprio di faccia,
    nel cielo di un torbido turchino,  sopra le tenere cime delle tremule,
    che  dolcemente  oscillavano,  apparire  un uccello che volava proprio
    verso di lui: quelle note vicine,  simili al rumore di una stoffa  che
    si stesse lacerando,  gli giunse distintamente all'orecchio;  gi egli
    distingueva il lungo becco e il collo  dell'uccello,  e  nel  medesimo
    momento  in  cui  Levin prendeva la mira,  da dietro il cespuglio dove
    stava nascosto Oblonskij,  brill un  lampo  rossastro;  l'uccello  si
    abbass  come  una  freccia  e  risal  in alto.  Di nuovo sfavill un
    bagliore,  si ud uno sparo e,  sbattendo  le  ali  nel  tentativo  di
    sostenersi nell'aria,  l'uccello rimase per un attimo fermo, poi cadde
    pesantemente sul terreno pantanoso.
    - Possibile che abbia fallito il colpo?  - grid Stepn Arkadyc',  che
    non vedeva nulla attraverso il fumo.
    - Eccolo!  - esclam Levin,  indicando Laska che,  tenendo un'orecchia
    diritta e agitando la punta della coda lanosa,  a passo lento come per
    prolungare  il  piacere,  portava al padrone l'uccello ucciso e pareva
    quasi sorridesse.  - Sono contento che tu abbia fatto centro!  - disse
    Levin,  provando  nel  tempo stesso un senso di gelosia per non essere
    stato lui a colpire la beccaccia.
    - Cilecca dalla canna di destra - rispose Stepn Arkadyc', ricaricando
    il fucile. - Ssst... eccoli!
    Si udivano infatti,  in rapida  successione,  fischi  penetranti.  Due
    beccacce,  giocando  e inseguendosi,  volavano proprio sulla testa dei
    cacciatori,  senza emettere il loro caratteristico grido e limitandosi
    a fischiare.
    Risonarono quattro spari,  e le beccacce,  simili a rondini, fecero un
    rapido giro su se stesse e scomparvero...

    La caccia fu magnifica.  Stepn Arkadyc'  uccise  ancora  due  capi  e
    altrettanti ne uccise Levin; uno, per, non si riusc a trovarlo.
    Cominciava  a  farsi buio.  La limpida,  argentea Venere gi splendeva
    bassa a occidente, dietro le betulle, e,  in alto,  a oriente,  Arturo
    brillava  del  suo  fuoco  rosso  cupo.  Sopra  la sua testa Levin ora
    scorgeva,  ora non distingueva pi le stelle  dell'Orsa  Maggiore.  Le
    beccacce avevano ormai smesso di volare,  ma Levin decise di aspettare
    ancora sino a che Venere,  che  egli  scorgeva  sotto  a  un  ramo  di
    betulla,  non fosse passata al di sopra di esso e sino a che le stelle
    dell'Orsa fossero interamente visibili.  Ma quando  Venere  aveva  gi
    oltrepassato  il  ramo  e il carro dell'Orsa era tutto visibile con il
    suo timone sul cielo di un cupo azzurro, egli continuava ad aspettare.
    - Non  ora di andare? - disse Stepn Arkadyc'.
    Nel bosco il silenzio era assoluto, non un uccello si moveva.
    - Aspettiamo ancora - rispose Levin.
    - Come vuoi.
    Adesso erano a una quindicina di passi l'uno dall'altro.
    - Stiva!  - disse a un tratto Levin,  inaspettatamente:  perch non mi
    dici se tua cognata si  sposata o quando si sposer...
    Levin si sentiva tanto calmo e deciso,  che nessuna risposta, pensava,
    avrebbe potuto agitarlo.  Ma non si sarebbe mai aspettato ci che  gli
    disse Stepn Arkadyc'.
    - Non ha pensato e non pensa affatto a sposarsi...  molto malata, e i
    dottori l'hanno mandata all'estero. Si teme persino per la sua vita!
    - Ma che dici?  - grid Levin. - Molto malata? Che cosa le  successo?
    Come mai...
    Mentre cos parlavano,  Laska,  drizzando  le  orecchie,  si  volse  a
    guardare il cielo e poi i due amici con aria di rimprovero.
    Ecco...   proprio il momento di chiacchierare...,  pensava il cane.
    E  intanto  quelle  volano...   e  questi  due   se   le   lasceranno
    scappare....
    Nello stesso istante, entrambi i cacciatori udirono improvvisamente un
    fischio   acuto   che  colp  le  loro  orecchie  come  una  frustata.
    Afferrarono il fucile, e due colpi echeggiarono contemporaneamente. La
    beccaccia che volava in alto chiuse nello stesso attimo le ali e cadde
    nella macchia, piegando i sottili germogli.
    - Ottimamente!  Insieme!  - grid Levin,  e corse  verso  Laska  nella
    macchia a cercare la preda.
    Ma che cosa  stato,  poco fa,  a darmi tanta pena?,  si chiese. Ah
    ecco,  s...  Kitty  malata...  Ma  che  farci?  Mi  dispiace  molto,
    davvero..., pens.


    CAPITOLO 16.

    Mentre tornavano a casa, Levin domand a Oblonskij tutti i particolari
    della  malattia  di Kitty e i progetti degli Scerbackij e,  sebbene si
    vergognasse di confessarlo,  ci che venne a sapere gli fece  piacere.
    Piacere perch gli rimaneva ancora una speranza e piacere anche perch
    colei che lo aveva fatto soffrire,  ora stava anch'ella soffrendo.  Ma
    quando Stepn Arkadyc' cominci a parlare della causa  della  malattia
    di Kitty e fece il nome di Vronskij, Levin l'interruppe:
    -  Non  ho alcun diritto di essere messo al corrente di particolari di
    famiglia e, a dire il vero, nemmeno alcun interesse.
    Stepn Arkadyc'  sorrise  impercettibimente  di  fronte  al  mutamento
    improvviso,  a lui ben noto, apparso sul viso di Levin, diventato a un
    tratto tanto cupo quanto prima era allegro e animato .
    - Hai gi del tutto concluso il tuo affare con Rjabinin per il  bosco?
    - chiese Levin
    - S,  ho concluso.  Un prezzo ottimo: ottomila rubli subito, il resto
    in sei anni.  Era molto tempo che mi davo da fare,  ma nessuno offriva
    di pi.
    - Questo vuol dire che hai dato via il bosco gratis - disse Levin,  in
    tono serio.
    - Perch gratis?  - domand Stepn Arkadyc' con  un  sorriso  bonario,
    sapendo che ormai Levin avrebbe criticato qualsiasi cosa.
    - Perch il bosco vale almeno cinquecento rubli la "desjatina".
    -  Ah,  eccoli  questi proprietari terrieri!  - esclam scherzosamente
    Stepn Arkadyc'.  - Ecco questo vostro tono sprezzante verso  di  noi,
    gente  di  citt.  Ma quando c' da concludere un affare,  i pi abili
    siamo sempre noi.  Credimi,  ho tutto calcolato - disse - e il bosco 
    stato venduto vantaggiosamente,  tanto che ho persino paura che quello
    l non si rimangi la parola. Non  legname da costruzione - aggiunse
    Stepn Arkadyc' volendo con quella parola da costruzione  persuadere
    Levin della infondatezza dei suoi dubbi,-  ma semplicemente legname da
    ardere.  E  non  si  ricaveranno  pi  di  trenta  "sazeny"  (67)  per
    "desjatina". E mi d duecento rubli per "desjatina".
    Levin sorrise con disprezzo. La conosco, pensava,  questa mania non
    di lui solo, ma di tutti i signori di citt che, dopo essere venuti in
    campagna  un  paio  di  volte  in dieci anni e aver imparato due o tre
    parole campagnole, le usano per diritto e per traverso,  persuasissimi
    di  sapere  tutto: legname da costruzione...  non ce ne saranno pi di
    trenta "sazeny" per "desjatina"... Parole, s, molte, ma senza capirne
    niente.
    - Io non ti voglio insegnare nulla a proposito di quello che scrivi l
    nel tuo ufficio - prosegu Levin - ma  se  avessi  bisogno  di  sapere
    qualcosa,  verrei da te a imparare. Tu, invece, sei convinto di sapere
    tutto quanto si riferisce  ai  boschi.  Non    facile,  credimi.  Hai
    contato gli alberi?
    -  Come?  Contare  gli  alberi?  -  rispose  ridendo  Stepn Arkadyc',
    desiderando,  soprattutto,  cancellare la cattiva disposizione d'animo
    dell'amico.  - Potrebbe mai un ingegno superiore contare i granellini
    di sabbia e i raggi dei pianeti? (68).
    - S,  ma l'intelligenza di Rjabinin  pu  farlo.  E  non  c'  nessun
    mercante che compera un bosco senza contare gli alberi, a meno che non
    glielo diano gratis come fai tu. Il tuo bosco lo conosco. Ci vado ogni
    anno a caccia,  e ti assicuro che vale cinquecento rubli in contanti a
    "desjatina",  mentre lui te ne d duecento e a rate.  Questo significa
    che tu gli regali trentamila rubli.
    -  Basta  adesso,  con  queste  esagerazioni - disse in tono lamentoso
    Stepn Arkadyc'. - Perch, allora, nessuno mi ha voluto dare di pi?
    - Perch lui si  messo d'accordo con i mercanti: li ha pagati  perch
    stiano zitti. Ho avuto a che fare con tutta quella gente e la conosco.
    Non  sono negozianti,  ma profittatori.  Se un affare non rende che il
    dieci o il quindici per cento,  non lo  trattano  neppure;  aspettano,
    allo scopo di comperare un rublo per dieci copeche!
    - Su, ora basta! Sei di cattivo umore...
    -  Niente  affatto  -  disse Levin con aria cupa,  mentre arrivavano a
    casa.
    Davanti all'ingresso era fermo un calesse,  rifinito senza economia di
    ferro  e  di  cuoio,  con un cavallo ben pasciuto attaccato con solidi
    finimenti.  Nel  calesse  era  seduto,  avvolto  nel  caffettano,   il
    sanguigno  commesso  di  Rjabinin,  che gli faceva anche da cocchiere.
    Rjabinin era gi in casa e venne incontro agli  amici  in  anticamera.
    Era  un  uomo di mezza et,  alto e magro,  portava i baffi,  aveva il
    mento rasato e aguzzo e due occhi torbidi e sporgenti.  Indossava  una
    lunga  finanziera  turchina a larghe falde,  con i bottoni molto bassi
    sulla schiena,  e calzava alti stivali raggrinziti  sulle  caviglie  e
    lisci sui polpacci, sopra i quali aveva messo ancora un paio di grosse
    calosce.  Si  asciug  il  viso con il fazzoletto e,  accomodandosi la
    finanziera,  che era gi perfettamente a posto,  salut con un amabile
    sorriso quelli che entravano,  e tese la mano a Stepn Arkadyc',  come
    se volesse afferrare qualcosa.
    - Ah, eccovi arrivato anche voi! - disse Stepn Arkadyc',  dandogli la
    mano. - Benissimo!
    - Non ho osato disubbidire agli ordini di vostra eccellenza, bench la
    strada  sia davvero pessima.  Positivamente l'ho fatta a piedi,  ma ho
    voluto essere  puntuale!  Konstantn  Dmitric',  i  miei  rispetti!  -
    prosegu,  rivolgendosi a Levin,  e cercando di prendergli la mano; ma
    Levin, corrucciato, finse di non accorgersene, e si mise a tirar fuori
    le beccacce dal carniere.
    - I signori si sono divertiti a cacciare? E questi che uccelli sono? -
    aggiunse Rjabinin,  guardando le beccacce con aria  sprezzante.  -  E'
    roba buona?  - E scosse il capo con disapprovazione,  dubitando che il
    gioco valesse la candela.
    - Vuoi andare nel mio studio?  - domand Levin in  francese  a  Stepn
    Arkadyc', aggrottando il viso. - Passate di l, discorrerete meglio.
    -  Se  a  voi fa pi comodo - rispose Rjabinin,  con sussiego pieno di
    disprezzo, come se volesse far capire che, se per altri poteva esservi
    qualche difficolt sul modo di trattare gli affari,  per  lui  non  ne
    esisteva alcuna.
    Entrando nello studio,  Rjabinin,  per abitudine, cerc attorno con lo
    sguardo  l'immagine  sacra  ma,  pur  avendola  scorta,  non  si  fece
    ugualmente  il  segno  della croce.  Esamin gli scaffali e le vetrine
    piene di libri e,  come per le beccacce,  ebbe un sorriso  sprezzante,
    non ammettendo in alcun modo l'utilit di quella roba.
    - Ebbene, avete portato i soldi? - chiese Oblonskij. - Sedetevi.
    -  I  soldi io non li faccio aspettare.  Sono venuto per vedervi,  per
    parlarvi.
    - Parlarmi di che cosa? Ma sedetevi...
    - S - disse Rjabinin,  e  si  sedette,  appoggiandosi  nel  modo  pi
    scomodo  alla  spalliera  della  sedia.  -  Bisogna  calare il prezzo,
    principe...  E' troppo alto.  Quanto al  denaro,    qui  pronto  sino
    all'ultima  copeca...  io  non  sono  uso  a intralciare un affare per
    questioni del genere...
    Levin che aveva riposto il fucile in un armadio e stava  sulla  soglia
    per uscire, udite le parole del mercante, si ferm.
    -  E  cosi avete preso il bosco per niente - disse.  - E' venuto da me
    troppo tardi, altrimenti il prezzo l'avrei stabilito io.
    Rjabinin si alz e, senza dire una parola,  squadr Levin dall'alto in
    basso.
    -  Konstantn  Dmitric'    duro assai - disse,  rivolgendosi a Stepn
    Arkadyc' con un sorriso; - positivamente non si pu comperare nulla da
    lui.  Sono stato in trattative per il suo frumento  ed  ero  pronto  a
    dargli dei bei soldi...
    -  E  perch dovrei darvi la roba mia per niente?  Non l'ho trovata n
    rubata.
    - Scusate,  ma oggigiorno  positivamente impossibile  rubare.  Tutto,
    oggigiorno,  si  fa  apertamente  e  onestamente:  non  si pu rubare.
    Abbiamo discusso onestamente...  Per il bosco chiede un prezzo  troppo
    alto, non ci siamo con i conti... Lo prego di abbassarlo un po'.
    -  Ma  l'affare    concluso  o  no?  Se    concluso,  non c' pi da
    contrattare; se non lo , comprer io il bosco - disse Levin.
    Il sorriso scomparve di colpo dal viso di Rjabinin e fu sostituito  da
    una  crudele  e  rapace  espressione  da sparviero.  Con le agili dita
    ossute,  sbotton la finanziera,  mettendo in  mostra  la  camicia,  i
    bottoni  di  rame  del  panciotto  e  la catena dell'orologio,  e tir
    rapidamente fuori un vecchio portafogli rigonfio.
    - Vi prego, il bosco  mio - disse, facendosi un rapido segno di croce
    e protendendo la mano. - Prendete il denaro,  il bosco  mio.  Ecco in
    che  modo  commercia  Rjabinin:  non  conta gli spiccioli...  - disse,
    aggrottando il viso e agitando il portafogli.
    - Io, al posto tuo, non avrei fretta - disse Levin.
    - Ti prego - osserv Oblonskij con stupore. - Ho dato la mia parola!
    Levin usc dalla stanza sbattendo la porta.  Rjabinin,  seguendolo con
    gli occhi, scosse la testa e sorrise.
    -   Tutto   effetto   della   giovinezza,   solo   della   giovinezza,
    positivamente! Compero, credetelo sul mio onore, compero cos,  per il
    vanto  che  sia  Rjabinin  e non un altro ad acquistare il bosco da un
    Oblonskij. E che Iddio mi aiuti a trarci anch'io un po' di tornaconto!
    Credetemi... Vi prego, se non vi spiace,  di buttar gi un po' di nero
    sul bianco...
    Un'ora  dopo,  abbottonatasi  accuratamente  la veste e agganciati gli
    uncini della finanziera, il mercante sedeva con il contratto in tasca,
    nel suo calesse ben ferrato e si dirigeva verso casa.
    - Ah, questi signori! - disse al commesso. - Che razza di gente!
    - Proprio  cos  -  rispose  il  commesso,  passandogli  le  redini  e
    abbottonandosi  la coperta di cuoio.  - Il vostro affaruccio,  Michal
    Ignatyc',  andato bene, vero?
    - Bene... bene...


    CAPITOLO 17.

    Stepn Arkadyc' con la tasca gonfia dei biglietti di banca datigli dal
    mercante come anticipo di tre mesi,  sal  in  salotto,  al  piano  di
    sopra.  L'affare era stato concluso, i soldi erano in tasca, la caccia
    era andata  bene,  e  Stepn  Arkadyc'  si  trovava  nella  pi  lieta
    condizione  di  spirito,  ed  era perci particolarmente desideroso di
    dissipare il malumore che aveva assalito Levin.  Una giornata cos ben
    cominciata    doveva    concludersi,    egli   pensava,    altrettanto
    piacevolmente.
    Ma Levin, nonostante facesse il possibile per mostrarsi gentile con il
    suo ospite,  non riusciva a scacciare il cattivo umore e a  dominarsi;
    la  notizia  che  Kitty  non si era sposata cominciava a poco a poco a
    eccitarlo.
    Kitty non si era sposata ed era malata,  malata d'amore forse  per  un
    uomo  che l'aveva disdegnata.  Quest'offesa pareva ricadere su di lui.
    Vronskij aveva respinto Kitty, e Kitty aveva respinto lui,  Levin;  di
    conseguenza Vronskij aveva il diritto di disprezzare Levin e,  dunque,
    era suo  nemico.  Ma  tutta  questa  faccenda  Levin  non  riusciva  a
    spiegarsela.  Sentiva  confusamente  che  in essa c'era un qualcosa di
    offensivo per lui,  e adesso la sua irritazione si estendeva su tutto,
    in generale. Lo irritava quella stupida vendita del bosco, lo irritava
    l'inganno  in  cui Oblonskij era caduto e che si era compiuto sotto il
    suo tetto.
    - Allora,  hai finito?  - disse,  incontrando Stepn Arkadyc'.    Vuoi
    cenare?
    -  Davvero  non rifiuto.  Quando sono qui in campagna mi viene un tale
    appetito!  Come mai non hai offerto a Rjabinin di mangiare un  boccone
    con noi?
    - Che il diavolo se lo porti!
    -  Ma  come  l'hai trattato,  per!  Non gli hai neppure dato la mano.
    Perch? - osserv Oblonskij.
    - Perch io non do la mano al mio lacch,  e il  mio  lacch    cento
    volte migliore di lui.
    -  Come  sei  retrogrado!  E la fusione delle classi sociali,  dove la
    metti? - disse Oblonskij.
    - Chi ha piacere di fondersi, lo faccia pure. A me ripugna.
    - Vedo che sei decisamente retrogrado!
    - A dire il vero,  non ho mai pensato a chi io  sia:  sono  Konstantn
    Levin, e basta.
    -  E  un  Konstantn  Levin di pessimo umore - disse sorridendo Stepn
    Arkadyc'.
    - S, proprio di pessimo umore. E sai perch? Per via, scusami,  della
    tua stupida vendita.
    Stepn  Arkadyc'  assunse  l'espressione bonariamente accigliata di un
    uomo calunniato e offeso senza ragione.
    - Su,  basta!  - disse.  - Quando mai si  visto  che  qualcuno  venda
    qualcosa  senza  che  subito  dopo  gli  si dica: Ci che hai venduto
    valeva molto di pi? Ma, sino a che non si vende, nessuno offre.  No,
    vedo che ce l'hai proprio con quel povero Rjabinin...
    -  Pu  darsi che sia cosi,  e vuoi sapere perch?  Tu mi accuserai di
    nuovo  di  essere  retrogrado,   o  userai  qualche  parola  peggiore;
    comunque,  mi  secca e mi offende che la nobilt,  questa nobilt alla
    quale,  nonostante la fusione delle classi,  mi onoro di  appartenere,
    vada  continuamente  impoverendosi.  E  questo impoverimento non  una
    conseguenza del lusso perch, in questo caso, be'...  non direi nulla:
    vivere da gran signori spetta ai nobili,  lo sanno fare soltanto loro.
    Il fatto che i contadini acquistino le terre  attorno  a  noi  non  mi
    offende  e  non  mi dispiace: i signori non fanno niente,  i contadini
    lavorano, ed  giusto che soppiantino l'uomo ozioso.  Cos dev'essere.
    Ma  mi  offende vedere questo impoverimento della nobilt dovuto a una
    certa quale,  non  saprei  come  dire,  ingenuit  da  parte  sua.  Un
    appaltatore,  un  polacco,  ha  comperato  qui,  a  met  prezzo,  una
    magnifica tenuta di una signora che vive a Nizza,  un altro negoziante
    compera  per un rublo una "desjatina" di terreno che ne vale dieci,  e
    tu,  tu stesso,  senza alcun motivo,  hai  regalato  a  quel  furfante
    trentamila rubli!
    - E allora? Bisogna proprio contare gli alberi a uno per uno?
    - S, bisogna assolutamente farlo. Tu non li hai contati, ma Rjabinin,
    s.  I figli di Rjabinin avranno i mezzi per vivere e per istruirsi, e
    i tuoi, forse, non avranno altrettanto.
    - Suvvia, scusami se te lo dico: ma in questo tuo calcolo c', secondo
    me,  qualcosa di meschino.  Noi abbiamo le  nostre  occupazioni,  essi
    hanno i loro affari,  e bisogna pure che ne traggano qualche profitto.
    Del resto,  ormai  l'affare    fatto...  Ah,  ecco  la  mia  frittata
    prediletta...  E  Agfija Michjlovna ci dar quello squisito sughetto
    di erbe...
    Stepn Arkadyc' si sedette a tavola e cominci a scherzare con Agfija
    Michjlovna,  assicurandola di non avere mangiato,  da  chiss  quanto
    tempo, un pranzo e una cena cos eccellenti!
    -  Ecco,  almeno  voi  mi  lodate  -  disse Agfija Michjlovna,  - ma
    Konstantn Dmitric', qualsiasi cosa gli si metta davanti, sia pure una
    crosta di pane, mangia e se ne va...
    Nonostante tutti gli sforzi che Levin faceva per dominarsi, era cupo e
    silenzioso.  Aveva bisogno di fare una domanda a Stepn Arkadyc' e non
    trovava n il momento,  n la forma per farla. Stepn Arkadyc' era gi
    sceso in camera sua,  si era cambiato,  lavato,  aveva  indossato  una
    camicia da notte pieghettata e si era coricato,  ma Levin continuava a
    indugiare nella stanza,  discorrendo  di  cose  insignificanti,  senza
    trovare la forza di dire quello che voleva.
    - Come fanno bene il sapone!  - disse,  scartocciando ed esaminando un
    pezzo di sapone che Agfija Michjlovna aveva preparato per  l'ospite,
    ma che Oblonskij non aveva usato. Guarda,  una vera opera d'arte!
    -  S,  ora  tutto  si  va  perfezionando  -  rispose Stepn Arkadyc',
    sbadigliando con aria  beatamente  indolente.  -  E  ovunque  la  luce
    elettrica...
    -  Gi,  la luce elettrica...  - disse Levin.  - Be',  ma dov' adesso
    Vronskij? - domand, posando a un tratto il sapone.
    - Vronskij? - ripet Stepn Arkadyc', trattenendo uno sbadiglio.  - E'
    a Pietroburgo.  E' partito subito dopo di te e non  mai pi tornato a
    Mosca. E ora, Kstja, ti dir la veritprosegu,  appoggiando i gomiti
    sulla  tavola  e  reggendo  con una mano il bel viso roseo,  sul quale
    brillavano come stelle gli occhi buoni,  languidi e  assonnati.  -  La
    colpa  stata tua.  Hai avuto paura del rivale. Ora io, come gi ti ho
    detto,  non so da che parte ci fossero maggiori probabilit...  Perch
    non  sei  andato  avanti?  Ti  dissi  allora  che...  - e sbadigliava,
    contraendo la bocca, ma senza aprire le mascelle.
    Sa o non sa che ho fatto la domanda?, pens Levin, guardandolo. S,
    nel suo viso c' qualcosa di astuto, di diplomatico...,  e,  sentendo
    che stava arrossendo, fiss Stepn Arkadyc' senza parlare.
    - Se c'era allora qualche probabilit per lui, si basava unicamente su
    una  infatuazione per le attrattive esteriori - continu Oblonskij;  -
    sai, quella perfetta distinzione, quell'aria aristocratica e la futura
    posizione  in  societ  influivano  pi  sulla  madre  che  non  sulla
    ragazza...
    Levin si aggrott. L'offesa del rifiuto ricevuto gli bruciava il cuore
    come  una  ferita  recente.  Ma era in casa sua e le pareti domestiche
    danno forza...
    - Aspetta,  aspetta - disse,  interrompendo Oblonskij;  - tu parli  di
    aristocrazia?  Permettimi  di  domandarti  in che cosa consista questa
    aristocrazia di Vronskij o di qualsiasi  altro,  un'aristocrazia  tale
    per cui si possa disdegnare me? Tu giudichi Vronskij un aristocratico,
    ma io no.  Un uomo,  il cui padre  venuto su dal nulla,  per mezzo di
    intrighi,  la cui madre Dio sa con chi non ha avuto  relazioni...  No,
    scusa,  ma  io considero aristocratico me stesso e gli uomini come me,
    che possono vantare nel loro passato  tre  o  quattro  generazioni  di
    persone  oneste,  appartenenti  alle  classi pi educate (il talento e
    l'ingegno sono un'altra cosa), persone che non hanno mai avuto bisogno
    di nessuno e sono vissute come mio padre e mio  nonno.  E  di  persone
    cos  ne conosco molte.  A te sembra umiliante che io conti gli alberi
    del bosco,  e tu regali trentamila rubli  a  Rjabinin,  ma  non  avrai
    vergogna a riscuotere una pensione o non so che cosa, mentre io non la
    ricever,  e per questo mi tengo caro quello che ho avuto da mio padre
    e quello che ottengo con il mio lavoro.  Gli aristocratici siamo noi e
    non  coloro  che  possono  esistere  soltanto  grazie  a donazioni dei
    potenti di questo mondo e che si possono comperare con venti copeche.
    - Ma con chi ce l'hai?  Io  sono  d'accordo  con  te  -  disse  Stepn
    Arkadyc'  in tono sincero e allegro,  sebbene sentisse che Levin,  tra
    coloro che si potevano comperare con venti copeche,  alludesse anche a
    lui...
    Oblonskij si divertiva veramente al tono di voce assunto da Levin.
    -  Contro chi te la prendi?  Sebbene molto di ci che dici di Vronskij
    sia esagerato, non  di questo che parlo.  Ti dico chiaro e tondo che,
    se fossi al tuo posto, partirei per Mosca immediatamente.
    - No,  non so se tu lo sappia o meno,  ma te lo dico ugualmente: io ho
    fatto  la  domanda  e  ho  ricevuto  un  rifiuto,  e  adesso  Katerina
    Aleksndrovna non  pi per me che un ricordo penoso e umiliante.
    - Perch? Ma che assurdit stai dicendo?
    - Non parliamone pi.  Scusa, ti prego, se sono stato villano con te -
    concluse Levin.
    Ora,  dopo aver detto tutto ci che aveva in cuore,  era diventato  di
    nuovo quello che era al mattino.
    -  Non sei in collera con me,  Stiva?  Ti prego,  non esserlo...  - e,
    sorridendo, lo prese per un braccio.
    - Ma no, niente affatto... non ce n' motivo.  Sono contento che ci si
    sia spiegati. Lo sai, vero, che la caccia del mattino  splendida? Non
    ci si potrebbe andare?  Farei anche a meno di dormire e, dalla caccia,
    mi recherei direttamente alla stazione. Che ne dici?
    - Benissimo! - approv Levin.


    CAPITOLO 18.

    Sebbene tutta la vita interiore di Vronskij fosse dominata  dalla  sua
    passione,  quella  esteriore procedeva secondo i consueti,  immutabili
    binari dei legami e degli interessi di societ e del  reggimento.  Gli
    interessi   del   reggimento   occupavano   un  posto  importantissimo
    nell'esistenza di Vronskij,  prima di tutto perch egli amava  il  suo
    reggimento e poi,  ancora di pi, perch nel reggimento amavano lui. E
    non solo lo amavano,  ma lo rispettavano e ne erano fieri,  fieri  del
    fatto    che    quell'uomo   enormemente   ricco,    molto   istruito,
    intelligentissimo,  che aveva aperta dinanzi a s la  via  a  tutti  i
    successi, dell'amore e dell'ambizione, non se ne curasse affatto, come
    non  si  curava degli interessi mondani,  per prendersi a cuore quelli
    del reggimento e dei compagni. Vronskij era consapevole dei sentimenti
    che ispirava ai colleghi e,  oltre al fatto che amava quella vita,  si
    sentiva anche in dovere di meritare l'opinione che si aveva di lui.
    Vronskij, naturalmente, non parlava con nessuno del proprio amore, non
    si  lasciava  sfuggire una parola nemmeno in mezzo ai bagordi (a parte
    che non era mai cos ubriaco da perdere il controllo di s), e tappava
    la bocca a quei compagni indiscreti che si permettevano  di  accennare
    alla sua relazione.
    Tuttavia,  nonostante  ci,  il  suo  amore era noto a tutta la citt.
    Tutti intuivano,  in modo pi o meno giusto,  i suoi rapporti  con  la
    Karnina;  la  maggior parte dei giovani gli invidiava proprio ci che
    del suo amore  gli  pesava  pi  dolorosamente:  l'alta  posizione  di
    Karenin,  per  cui  appunto  quel  legame  aveva tanta risonanza nella
    societ.  La maggior parte delle giovani signore che circondavano Anna
    e  che  da  tempo  erano  annoiate  di  sentirla  definire  una  donna
    perbene,  ora si rallegravano di quanto  supponevano  e  attendevano
    soltanto il voltafaccia della pubblica opinione per schiacciarla sotto
    il  peso del loro disprezzo e preparavano gi le manciate di fango che
    le avrebbero gettate addosso al momento opportuno.  La  maggior  parte
    delle  persone  attempate  e della gente pi importante,  invece,  era
    scontenta della pubblicit e dello scandalo che stava per scoppiare.
    La madre di Vronskij,  venuta a conoscenza della relazione del figlio,
    sulle  prime  se  ne  rallegr,  sia perch nulla,  secondo lei,  dava
    maggior risalto a un giovanotto brillante quanto la relazione con  una
    donna dell'alta societ, sia perch quella signora Karnina, che aveva
    tanto parlato del proprio bimbo e che le era veramente piaciuta era, a
    conti  fatti,  simile a tutte le donne belle e perbene del gran mondo.
    Ma in seguito,  avendo risaputo che il figlio,  per non abbandonare il
    reggimento  e  per  essere  vicino  alla Karnina,  aveva rifiutato un
    avanzamento importante per la sua carriera e che,  a  motivo  di  quel
    rifiuto,  parecchi personaggi altolocati erano rimasti scontenti, mut
    opinione. Non le piaceva, inoltre,  che,  a giudicare da tutto ci che
    era  a  sua  conoscenza  di  quella  relazione,  non si trattava della
    solita, brillante avventura mondana che ella avrebbe approvata,  ma di
    una passione disperata,  alla Werther,  che poteva,  secondo quanto le
    dicevano,  trascinare il figlio a commettere qualche  sciocchezza.  Da
    quando  questi  era  improvvisamente partito da Mosca non lo aveva pi
    veduto, cosicch, tramite il figlio maggiore, gli ordin che l'andasse
    a trovare.
    Anche il fratello maggiore di Vronskij non era contento di lui. Non si
    curava di sapere di che genere di amore si  trattasse,  se  piccolo  o
    grande,  se  appassionato  oppure  no,  se vizioso o non vizioso (egli
    stesso,  pur avendo figli,  manteneva una ballerina e perci su questo
    punto  era indulgente),  ma sapeva che si trattava di un amore che non
    andava a genio in "alto loco", e perci non lo approvava.
    Oltre alle occupazioni mondane e di servizio,  Vronskij aveva pure  la
    passione per i cavalli;  e,  proprio quell'anno, era stata indetta una
    corsa a ostacoli per gli  ufficiali.  Vronskij  vi  si  era  iscritto,
    acquist  una giumenta inglese purosangue e,  nonostante il suo amore,
    si lasci appassionatamente prendere  dall'entusiasmo  per  la  futura
    corsa.   Quelle  due  passioni  non  si  ostacolavano  a  vicenda.  Al
    contrario,  Vronskij aveva appunto bisogno di una occupazione e di  un
    entusiasmo indipendenti dal suo amore,  in cui potesse riposarsi dalle
    violenti emozioni e inquietudini che lo agitavano troppo.


    CAPITOLO 19.

    Il giorno delle corse a Krsnoe Sel (69),  Vronskij si rec prima del
    solito  a  mangiare  la  consueta bistecca nella sala da pranzo comune
    degli ufficiali.  Non aveva  bisogno  di  sottomettersi  a  una  dieta
    rigorosa, giacch il suo peso era quello richiesto, sui quattro "pudy"
    e mezzo;  ci cui teneva era di non ingrassare, ragion per cui evitava
    i dolciumi e i farinacei.  Sedeva con la giubba sbottonata,  lasciando
    scorgere  il  panciotto  bianco,  appoggiandosi  con entrambi i gomiti
    sulla tavola e, in attesa della bistecca ordinata, guardava un romanzo
    francese posato accanto al piatto.  Guardava il libro soltanto per non
    dover discorrere con gli ufficiali che andavano e venivano nella sala,
    e intanto pensava...
    Pensava  al  convegno  che  Anna aveva promesso di concedergli dopo le
    corse.  Non la vedeva da tre giorni e,  a causa del ritorno del marito
    dall'estero,  non  sapeva  se quel giorno sarebbe stato possibile o no
    incontrarsi, e non aveva alcun modo per informarsene.  L'aveva veduta,
    l'ultima volta, nella villa della cugina Betsy, giacch dai Karenin si
    recava il meno possibile,  ma quel giorno voleva andarci e si chiedeva
    con quale pretesto si sarebbe potuto presentare.
    Dir semplicemente che la cugina Betsy mi ha mandato a  chiederle  se
    ha intenzione di recarsi alle corse.  Far senz'altro cos, decise in
    cuor suo,  sollevando il capo dal libro.  E il viso gli si illumin al
    pensiero della felicit di vedere Anna.
    -  Manda  a casa mia a dire che attacchino subito la "trjka" - ordin
    al cameriere  che  gli  port  la  bistecca  su  un  piatto  d'argento
    caldissimo.
    E cominci a mangiare.
    Dalla  vicina  sala  dei  biliardi  giungevano il rumore dei colpi del
    gioco e il chiasso delle conversazioni e  delle  risate.  Sulla  porta
    d'ingresso comparvero due ufficiali: uno giovanissimo,  dal viso esile
    e  fine,  che  da  poco  era  entrato  a  far  parte  del  reggimento,
    proveniente dal corpo dei paggi;  l'altro, un vecchio ufficiale grande
    e grosso, dai piccoli occhi rigonfi, con un braccialetto al polso.
    Vronskij, nello scorgerli, aggrott le sopracciglia e,  come se non si
    fosse  accorto  della loro presenza,  sbirciando il libro di traverso,
    continu a mangiare e a leggere.
    - Ebbene? Ti metti in forze per oggi, eh? - disse l'ufficiale grande e
    grosso, sedendoglisi accanto.
    - Come vedi - rispose Vronskij,  accigliandosi e pulendosi  la  bocca,
    senza neppure guardarlo.
    - Non hai paura di ingrassare?  - prosegu quello,  tirando avanti una
    sedia per l'ufficiale giovane.
    - Cosa? - esclam Vronskij irritato, facendo una smorfia di disgusto e
    mettendo in mostra i suoi denti regolari.
    - Ti chiedo se non hai paura di ingrassare...
    -  Cameriere,  una  bottiglia  di  Xres!  -  ordin  Vronskij,  senza
    rispondere e, messo il libro dall'altro lato, continu a leggere.
    L'ufficiale  grande  e  grosso  prese  la lista dei vini e la porse al
    giovane collega.
    - Scegli tu ci che dobbiamo bere - gli disse,  porgendogli la carta e
    guardandolo.
    -  Vino  del Reno,  se non ti dispiace - rispose il giovane ufficiale,
    guardando timidamente Vronskij di sfuggita e cercando di afferrare con
    le dita i baffetti che gli stavano spuntando.
    - Andiamo nella sala dei biliardi? - propose.
    Il collega obbed docilmente e insieme si diressero verso la porta.
    In quel momento entr nella sala l'alto ed elegante capitano Jasvin e,
    dopo aver fatto con il capo un cenno un po' sprezzante ai due  che  se
    ne andavano, si avvicin a Vronskij.
    - Ah,  eccoti qui! - grid, battendogli con forza la grossa mano sulla
    spalla.  Vronskij si volt furente,  ma subito il suo viso si illumin
    della consueta, calma affabilit, che gli era propria.
    -  Sei  stato  intelligente,  Alscia  -  disse il capitano con la sua
    sonora voce di baritono. - Adesso mangia e bevi un bicchierino.
    - Ma non ho pi voglia di mangiare...
    - Ecco gli inseparabili - aggiunse Jasvin, guardando con occhi ironici
    i due ufficiali che uscivano in quel momento  dalla  sala.  E  sedette
    accanto  a  Vronskij,  piegando  ad angolo aguzzo le sue gambe strette
    negli  aderenti  pantaloni  da  cavallerizzo  e   troppo   lunghe   in
    proporzione all'altezza delle sedie.   - Come mai ieri non sei passato
    al Teatro di  Krsnoe  Sel?  La  signora  Numrova  non  era  davvero
    disprezzabile... Dove sei andato?
    - Mi sono attardato dagli Tverskij - rispose Vronskij.
    - Ah! - esclam il capitano.
    Jasvin,  giocatore, crapulone, uomo non soltanto senza alcun principio
    morale,  ma ricco di principi immorali,  era al reggimento il migliore
    amico di Vronskij. Vronskij lo prediligeva, sia per la sua eccezionale
    forza fisica,  sia per la capacit che aveva di bere come un otre e di
    passare notti insonni senza sforzo o segni apparenti di stanchezza; lo
    prediligeva anche per la  grande  forza  morale  che  manifestava  nei
    rapporti  con  i  superiori  e  con  i  colleghi,  suscitando nei suoi
    confronti rispetto e paura. Jasvin, grande giocatore, si spingeva sino
    a scommettere decine di migliaia di rubli  e,  malgrado  il  vino  che
    beveva,   si  comportava  con  tanta  abilit  e  fermezza  da  essere
    considerato  al  Club  inglese  il  migliore  giocatore.  Vronskij  lo
    rispettava  e  gli  voleva  bene in particolar modo perch sentiva che
    Jasvin voleva bene a lui,  non per il suo nome e le sue ricchezze,  ma
    per  se stesso.  Con Jasvin soltanto,  tra tutti gli uomini,  Vronskij
    avrebbe voluto parlare del suo amore per Anna;  si rendeva  conto  che
    Jasvin  solo,  nonostante  desse  l'impressione  di  disprezzare  ogni
    sentimento,  avrebbe potuto capire  la  forte  passione  che  ora  gli
    colmava  tutta la vita.  E,  oltre a questo,  era persuaso che Jasvin,
    nemico com'era dei pettegolezzi e  degli  scandali,  avrebbe  compreso
    quel  sentimento  in  modo  giusto  e  l'avrebbe  considerato non come
    un'avventura o come un passatempo,  bens come qualcosa di serio e  di
    importante.
    Vronskij  non  gli aveva mai parlato del proprio amore,  ma sapeva che
    l'amico non lo ignorava,  che lo capiva come doveva essere  capito,  e
    gli faceva piacere leggerglielo negli occhi.
    -  Ah  s?  -  disse  Jasvin  nell'udire  che Vronskij era stato dagli
    Tverskij e, con un lampo negli occhi neri,  presosi il baffo sinistro,
    cominci, secondo la cattiva abitudine che aveva, a mordicchiarlo.
    - E tu, che hai fatto ieri? Hai vinto? - domand Vronskij.
    - Ottomila rubli, ma tre non sono buoni e non li avr.
    -  Be'  allora puoi perdere anche su di me - disse Vronskij,  ridendo.
    (Jasvin aveva scommesso forte su Vronskij).
    - Non perder mai altrettanto. Machotin solo  pericoloso...
    E la conversazione fu cos  avviata  sulle  corse  del  giorno,  unico
    argomento al quale Vronskij potesse adesso pensare.
    - Andiamo,  io ho finito - disse e, alzatosi, si avvi verso la porta.
    Anche Jasvin si alz,  stiracchiando le sue enormi gambe  e  la  lunga
    schiena.
    -  Per me  ancora presto per pranzare - disse - ma berr...  Ti seguo
    subito. Ehi, del vino! - ordin al cameriere con il suo vocione famoso
    in tutto il reggimento e cos profondo da far tremare i  vetri.  -  Ma
    no...  non  portare  nulla!  - grid subito dopo.  - Se tu vai a casa,
    vengo con te.
    E uscirono insieme.


    CAPITOLO 20.

    Vronskij abitava una linda e  spaziosa  casa  finnica,  molto  pulita,
    divisa  in  due  parti  da un tramezzo.  Durante il periodo del campo,
    Petrickij abitava con lui e, quando Jasvin e Vronskij entrarono,  egli
    dormiva ancora.
    - Alzati, basta dormire! - disse Jasvin, passando dietro il tramezzo e
    scotendo  per  una  spalla  Petrickij  che,  tutto arruffato,  dormiva
    tenendo il naso schiacciato contro il cuscino.
    Petrickij balz di colpo in ginocchio e si guard attorno.
    - E' stato qui tuo fratello - disse a Vronskij. - Mi ha svegliato, che
    il diavolo se lo porti,  e ha detto che torner.  E si gett di  nuovo
    sul cuscino,  avvolgendosi nella coperta.  -  Suvvia, Jasvin, lasciami
    stare!  - disse,  incollerito verso l'amico  che  gli  tirava  via  la
    coperta.  - Smettila!  - Si volt e apr gli occhi. - Fareste meglio a
    dirmi se c' qualcosa da bere. Ho in bocca un gusto cos amaro...
    - Non c' nulla di meglio dell'acquavite - fece  Jasvin  con  voce  di
    basso.  -  Terescenko,  porta  acquavite e cetrioli per il signore!  -
    grid, evidentemente deliziandosi al suono della propria voce.
    - Credi che l'acquavite...  - domand  Petrickij,  facendo  smorfie  e
    fregandosi gli occhi.  - Ne bevi anche tu?  Allora berremo insieme!  E
    tu, Vronskij,  ne vuoi?  - disse Petrickij,  alzandosi e ravvolgendosi
    nella pelle di tigre che gli serviva da coperta.
    Si  affacci alla porticina del tramezzo,  alz le braccia e si mise a
    canticchiare in francese: A Tule  c'era  un  re...  (70).  Vronskij,
    bevi?
    - Levati di torno - disse Vronskij,  mentre indossava il soprabito che
    gli porgeva il domestico.
    - Dove vai?  - gli domand Jasvin.  - Ecco  la  "trjka"  -  aggiunse,
    vedendo una vettura che si avvicinava.
    -  Vado  alla  scuderia  e  poi  da  Brjanskij per i cavalli - rispose
    Vronskij.
    Effettivamente Vronskij aveva promesso di andare da Brjanskij, a dieci
    "vrsty" (71) da Peterhof (72),  e di portargli i soldi per i cavalli;
    e  voleva  fare  in  tempo  a recarsi anche l.  Ma gli amici capirono
    subito che non era quella la sua sola meta...
    Petrickij, continuando a cantare, strizz un occhio e gonfi le labbra
    come per dire: Sappiamo benissimo di quale Brjanskij si tratta....
    - Bada di non far tardi!  - si limit  a  dire  Jasvin,  per  cambiare
    discorso.  - Il mio baio fa bene il suo dovere?  - domand,  guardando
    dalla finestra il cavallo che gli aveva venduto.
    - Aspetta! - grid Petrickij a Vronskij, che stava gi andandosene.  -
    Aspetta... Dove l'ho cacciata?
    Vronskij si ferm.
    -  Tuo  fratello  ha  lasciato  per  te  una  lettera  e un biglietto.
    Aspetta... dove sono?
    Vronskij aspett.
    - Su, dove sono?
    - Dove sono?  E' proprio questo il problema!  - pronunzi solennemente
    Petrickij, con un dito appoggiato al naso.
    - E parla, dunque! Non fare lo stupido! - esclam Vronskij, ridendo.
    -  Il  camino  non  l'ho  acceso,  dunque  da qualche parte devono pur
    esserci.
    - Smettila, adesso, con le bugie. Dov' la lettera?
    - Ti assicuro che non me ne ricordo.  Che me lo sia sognato?  Aspetta,
    aspetta...  Non  arrabbiarti!  Se tu ieri sera avessi bevuto,  come ho
    fatto io, quattro bottiglie, dimenticheresti persino dove ti trovi: te
    lo assicuro. Aspetta... ora mi ricordo!
    Petrickij si ritir di nuovo dietro il tramezzo e si sdrai sul letto.
    - Aspetta! Ero sdraiato qui, come adesso, e lui era in piedi l. S...
    s... s... Eccola! - e tir fuori di sotto il materasso, dove l'aveva
    nascosta, la lettera.
    Vronskij prese la lettera e il biglietto  del  fratello.  Era  proprio
    quello  che  si aspettava: una lettera della madre che lo rimproverava
    perch non andava da lei e un biglietto del fratello che gli diceva di
    volergli parlare.  Vronskij sapeva che si trattava sempre della stessa
    storia.  Ma che gliene deve importare a loro?,  pens e, spiegazzate
    le lettere,  le infil tra i bottoni del soprabito con l'intenzione di
    leggerle  con  calma  durante  il  tragitto.  Nel vestibolo della casa
    incontr due  ufficiali,  uno  del  suo  e  il  secondo  di  un  altro
    reggimento.
    L'abitazione  di Vronskij era sempre il luogo di riunione di tutti gli
    ufficiali.
    - Dove vai?
    - Devo andare a Peterhof.
    - E' gi arrivato il cavallo?
    - S, ma non l'ho ancora veduto.
    - Dicono che Gladiator si sia azzoppato.
    - Sciocchezze! Ma come farete, piuttosto,  a saltare con questo fango?
    - domand l'altro.
    - Ecco i miei salvatori! - grid Petrickij, scorgendo i nuovi venuti.
    Davanti  a  lui stava l'attendente,  che teneva in mano un vassoio con
    l'acquavite e i cetrioli. - Sapete?  Jasvin ha dato ordine di bere per
    ristorarsi!
    -  Ehi,  ce  l'avete  fatta  bella  ieri  sera!  -  disse  uno dei due
    ufficiali. - Non ci avete lasciati chiuder occhio per tutta la notte.
    - Ma sapete com' andata a finire? - cerc di rammentare Petrickij.  -
    Volkv   salito sul tetto e di lass proclamava di essere triste.  Io
    ho  proposto:  Facciamo  un  po'  di  musica...   magari  una  marcia
    funebre!.  E,  al suono della marcia funebre,  egli si  addormentato
    sul tetto.
    - Suvvia, bevi l'acquavite,  poi ingolla acqua di seltz e mangia burro
    e cetrioli!  - disse Jasvin,  ritto davanti a Petrickij come una madre
    che spinga il figlioletto a prendere una medicina. - ...e poi anche un
    pochino di "champagne": una mezza bottiglia...
    - Questa s che  una cosa intelligente! Aspetta, Vronskij, beviamo!
    - No, signori, oggi non bevo. Vi saluto!
    - Perch?  Temi di appesantirti?  E allora  beviamo  noi  soli.  Dammi
    l'acqua di seltz e il limone...
    -  Vronskij!  -  grid  qualcuno,  mentre  egli  stava gi uscendo dal
    vestibolo.
    - Che c'?
    - Dovresti tagliarti i capelli, se no ti peseranno,  soprattutto sulla
    pelata...
    Effettivamente  Vronskij  cominciava  a  diventar  calvo,  si calc il
    berretto l dove i capelli erano pi  radi  e,  ridendo  allegramente,
    usc e mont in carrozza.
    - Alla scuderia! - disse, e fece l'atto di tirar fuori le lettere e di
    leggerle,  ma  poi  ci  ripens e,  per non distrarsi dal pensiero dei
    cavalli, si disse: A pi tardi!.


    CAPITOLO 21.

    La scuderia provvisoria,  una baracca di  assi,  era  stata  costruita
    proprio  vicina  all'ippodromo,  e  l doveva essere stata condotta la
    cavalla sin dal giorno avanti.  In quegli ultimi giorni,  non  potendo
    cavalcarla di persona, aveva dato l'incarico di farla passeggiare a un
    allenatore,  e  ora  non  sapeva  in  che  condizioni  avrebbe trovato
    l'animale.
    Mentre smontava dalla carrozza,  il garzone  di  scuderia,  che  aveva
    riconosciuto  Vronskij  da  lontano,  chiam l'allenatore.  L'asciutto
    inglese,  in stivali alti e giacchetta corta,  con un ciuffo di  pochi
    peli  sotto  il  mento,  gli venne incontro con l'andatura incerta dei
    fantini, scostando i gomiti e ondeggiando a ogni passo.
    - E cos, come va Frou-Frou? - chiese Vronskij in inglese.
    - "All right, sir" (73)... tutto bene, signore - profer l'inglese con
    voce gutturale. - E' meglio che non entriate - soggiunse,  togliendosi
    il berretto.  - Gli ho messo la museruola, e la cavalla  inquieta. E'
    meglio che non entriate: si agiterebbe di pi.
    - No, ci vado: voglio vederla.
    - E allora, andiamo - rispose l'inglese,  sempre a bocca quasi chiusa,
    con le sopracciglia aggrottate e,  agitando i gomiti, si incammin con
    la sua andatura dinoccolata.
    Entrarono nel cortiletto davanti alla baracca. Il mozzo di stalla,  un
    giovane robusto,  con la giacchetta pulita e la ramazza in mano,  and
    incontro ai visitatori,  e li segu.  Nella baracchetta c'erano cinque
    cavalli, ognuno nel suo box. Vronskij sapeva che in quei giorni doveva
    essere stato portato l Gladiator,  cio il sauro di Machotin,  il suo
    pi pericoloso avversario.  Ancora pi  della  sua  cavalla,  Vronskij
    desiderava  vedere  Gladiator ma,  secondo il codice dell'ippica,  non
    solo non poteva vederlo,  ma era sconveniente anche rivolgere  domande
    sul  suo conto.  Mentre percorreva il corridoio,  il garzone aperse la
    porta del secondo box di sinistra, e Vronskij scorse un grosso cavallo
    sauro con le zampe bianche. Sapeva che si trattava di Gladiator, ma si
    volt dall'altra parte,  con lo stesso senso di correttezza  dell'uomo
    che  distoglie lo sguardo da una lettera altrui aperta,  e si avvicin
    al box di Frou-Frou.
    - Qui c' il cavallo di Mac...  Mak...  non riesco mai  a  pronunziare
    questo nome - disse l'inglese al di sopra delle sue spalle,  indicando
    il box di Gladiator con il dito pollice, dall'unghia orlata di nero.
    - Di Machotin? Il mio solo, temibile avversario... - rispose Vronskij.
    - Se montaste voi quel  cavallo  -  disse  l'inglese,  -  scommetterei
    senz'altro per voi!
    -  Frou-Frou    pi  nervosa,  quello  pi forte - rispose Vronskij,
    sorridendo all'elogio dell'altro.
    - Nella corsa a ostacoli tutto dipende dal cavaliere e dal  "pluck"  -
    osserv l'inglese.
    Di  "pluck",  ossia  di  energia  e  di audacia,  Vronskij sentiva non
    soltanto di averne in abbondanza ma,  cosa assai pi  importante,  era
    fermamente convinto che nessuno al mondo ne avesse pi di lui.
    - Siete ben certo che la cavalla non abbia ancora bisogno di una bella
    sudata?
    -  No,  non  ne  ha bisogno - rispose l'inglese.  - Non parlate a voce
    alta, vi prego. La cavalla si agita - aggiunse, accennando con il capo
    al box chiuso, davanti al quale essi si trovavano e dal quale giungeva
    il rumore di zampate sulla paglia.
    Egli apr la porta,  e Vronskij entr nel box debolmente illuminato da
    una piccola finestrella. Nel box, battendo nervosamente le zampe sulla
    paglia fresca,  stava una cavalla baia scura,  con la museruola. Nella
    penombra  del  box,  Vronskij  abbracciava  involontariamente  con  lo
    sguardo tutte le doti della sua favorita.  Frou-Frou era un animale di
    media statura e di forme non perfette: strettissima di  petto,  bench
    il torace fosse molto sporgente; la groppa era un poco bassa; le zampe
    anteriori e,  soprattutto, quelle posteriori erano leggermente storte.
    I muscoli delle gambe non parevano molto robusti ma,  in compenso,  il
    petto  della  cavalla era straordinariamente profondo,  il che colpiva
    soprattutto data la magrezza del  ventre.  Le  ossa  delle  gambe  non
    sembravano pi grosse di un dito,  se viste di fronte, ma erano invece
    assai larghe,  se viste di  lato.  Tutta  la  bestia,  salvo  che  nei
    fianchi,  sembrava piuttosto stremenzita,  ma possedeva in sommo grado
    una qualit che faceva dimenticare  tutti  i  difetti:  la  razza,  il
    sangue che si fa "sentire",  secondo un'espressione inglese. I muscoli
    sporgenti sotto il reticolato delle vene tese a fior di pelle  di  una
    pelle sottile,  mobile e liscia come il raso, parevano duri come ossa.
    La testa asciutta,  dagli occhi sporgenti,  scintillanti e vivaci,  si
    allargava  presso  le  frogie frementi,  rosse di sangue.  In tutta la
    figura, e specialmente nella testa,  appariva un'espressione energica,
    risoluta e, nello stesso tempo, dolce. Era una di quelle bestie che ci
    sembra  non  parlino soltanto perch la conformazione della loro bocca
    non glielo permette. Vronskij,  almeno,  era convinto che essa capisse
    tutto ci che egli, guardandola, sentiva.
    Non   appena   Vronskij   fu  entrato  nel  box,   la  bestia  sospir
    profondamente e,  per vedere quelli che entrarono,  gir  l'occhio  in
    modo cos obliquo,  che il bianco le si coperse di sangue; poi prese a
    scuotere la museruola,  appoggiandosi leggermente,  ora sull'una,  ora
    sull'altra zampa.
    - Ecco, vedete com' inquieta? - osserv l'inglese.
    -  Su,  cara,  su!  -  disse  Vronskij,  avvicinandosi  alla cavalla e
    parlandole.
    Ma, quanto pi egli si avvicinava,  tanto pi l'animale si inquietava,
    e  soltanto quando egli le accarezz il collo e la testa,  a un tratto
    si calm e,  sotto la pelle tesa e sottile,  i suoi muscoli ebbero  un
    fremito.
    Vronskij  le  accarezz  il largo collo,  le aggiust una ciocca della
    criniera che era ricaduta dall'altra parte del garrese  e  accost  il
    viso  alle  frogie  dilatate,  sottili  e  frementi  come le ali di un
    pipistrello.  L'animale aspir ed espir rumorosamente con  le  narici
    tese,  trasalendo,  abbass  le  orecchie  aguzze  e allung il grosso
    labbro nero verso  Vronskij,  come  per  afferrargli  la  manica.  Ma,
    ricordandosi  di avere la museruola,  si scosse e riprese a scalpitare
    leggermente.
    - Calmati,  cara,  calmati!  - le disse  Vronskij,  accarezzandole  la
    groppa  e,  resosi  conto che la cavalla era in eccellenti condizioni,
    usc dal box.
    L'agitazione dell'animale si era comunicata anche a Vronskij.  Sentiva
    il sangue affluirgli al cuore,  ed egli pure, come la sua cavalcatura,
    aveva bisogno di muoversi e di mordere: era una sensazione di paura e,
    insieme, di allegria.
    - Bene,  allora spero in voi - disse all'inglese.  - Alle sei e  mezzo
    sul posto.
    - Contateci!  - rispose l'inglese.  - E voi,  "milord", dove andate? -
    domand inaspettatamente,  usando quell'appellativo che non  adoperava
    quasi mai.
    Vronskij  alz  la  testa  stupito e guard,  come sapeva guardar lui,
    piantando lo sguardo non negli occhi,  ma sulla  fronte  dell'inglese.
    Poi,  avendo capito che l'inglese, facendo quella domanda, non l'aveva
    considerato come un padrone, ma come un cavallerizzo, rispose:
    - Devo andare da Brjanskij; tra un'ora sar a casa.
    Quante volte oggi  mi  hanno  fatto  questa  domanda!,  si  disse  e
    arross,   cosa  che  gli  accadeva  di  rado.   L'inglese  lo  guard
    attentamente.  E,  come se sapesse dove Vronskij aveva  intenzione  di
    recarsi, soggiunse:
    -  La  cosa  pi importante prima di correre  la calma.  Non siate di
    malumore e cercate di fare in modo che nulla vi turbi.
    - "All right!" - rispose Vronskij sorridendo e,  balzato in  carrozza,
    ordin di andare a Peterhof.
    Non aveva percorso che un breve tratto quando dalle nubi che,  sin dal
    mattino, minacciavano pioggia, si scaten un bell'acquazzone.
    Male!, pens Vronskij, alzando il mantice della vettura.  C'era gi
    fango... ora il terreno diventer una palude!.
    Rannicchiato in un angolo della vettura chiusa,  tir fuori la lettera
    della madre e il biglietto del fratello.
    Si era sempre alle solite: tutti e due,  madre e  fratello,  trovavano
    necessario immischiarsi nelle sue faccende di cuore.  Questa ingerenza
    eccitava in lui un sentimento di collera,  sentimento che provava  ben
    di rado.  Che importa a loro?  Perch tutti si ritengono in dovere di
    preoccuparsi per me? E perch non mi lasciano in pace? Perch questa 
    una cosa  che  non  possono  capire.  Se  si  trattasse  della  solita
    relazione  mondana,  mi lascerebbero tranquillo,  ma intuiscono che si
    tratta di tutt'altro, che il mio  un sentimento diverso, che non  un
    capriccio, che quella donna mi  pi cara della vita stessa. E, poich
    questo sentimento non lo possono capire, si irritano.  Qualunque sia e
    possa in sguito essere il nostro destino, l'abbiamo voluto noi, e non
    ce  ne  lamentiamo,  diceva associando se stesso ad Anna nella parola
    "noi".  No,  tutti ci vogliono insegnare a vivere.  Non hanno neppure
    l'idea  di  che  cosa  sia  la felicit,  non sanno che all'infuori di
    questo amore non c' n felicit, n dolore, perch non c' neppure la
    vita.
    Si irritava contro tutti proprio perch, in fondo al cuore, capiva che
    erano gli altri ad avere ragione. Sentiva che l'amore che lo legava ad
    Anna non era l'infatuazione di un momento,  destinata  a  finire  come
    avviene  di  tutte  le relazioni mondane,  senza lasciar traccia nella
    vita dell'uno e dell'altra,  se non spiacevoli  o  piacevoli  ricordi;
    sentiva  tutto  il  tormento della situazione sua e di Anna,  tutte le
    difficolt per nascondere il loro amore agli occhi della gente tra  la
    quale  vivevano  e  la  necessit  di  mentire e di ingannare.  Eppure
    bisognava mentire,  bisognava nascondere i propri pensieri agli altri,
    mentre  la  passione  che  li  legava  era  cos  forte  che  entrambi
    dimenticavano ogni cosa all'infuori del loro amore.
    Vronskij ripens vivamente a tutte le occasioni cos frequenti in  cui
    era  stato  costretto  alla  menzogna  e  all'inganno,  cose che tanto
    ripugnavano alla sua natura;  ricord il senso di vergogna che pi  di
    una  volta  aveva  notato in Anna per questa necessit di mentire e di
    ingannare...  E prov una strana sensazione che,  dal giorno  del  suo
    legame con la donna,  talvolta lo assaliva. Era uno strano sentimento,
    come una specie di disgusto verso chi?  Verso  di  s?  Verso  Aleksj
    Aleksndrovic'?  Verso tutti?  Non lo sapeva neppur lui. Quello strano
    sentimento egli lo soffocava sempre e lo scacciava lontano da s; ora,
    invece, abbandonandosi ai sobbalzi della vettura,  lasci libero corso
    ai suoi pensieri.
    S,  prima Anna era infelice, ma orgogliosa e tranquilla; ora non pu
    pi avere n orgoglio, n dignit,  anche se cerca di non dimostrarlo.
    S, s, bisogna finirla!, concluse con decisione.
    E,  per  la  prima volta,  gli si affacci l'idea chiara e precisa che
    bisognava dare un taglio a quella vita di menzogne  e,  quanto  prima,
    tanto  meglio.  Abbandonare  tutto  e andare a nascondersi,  lei e io
    soli, in qualsiasi posto, con il nostro amore!, disse a se stesso.


    CAPITOLO 22.

    L'acquazzone dur poco,  e  quando  Vronskij  giunse  alla  villa,  di
    galoppo,  il sole ricompariva illuminando i tetti,  i vecchi tigli dei
    giardini  che  sorgevano  lungo  i  lati  della  strada,   gi   tutti
    luccicanti,  mentre  l'acqua  sgocciolava  allegramente dai rami e dai
    tetti. Vronskij non pensava ormai pi ai danni che l'acquazzone poteva
    aver provocato alla  pista,  ma  gioiva  al  pensiero  che,  grazie  a
    quell'acquazzone,  avrebbe trovato Anna in casa, e sola, poich sapeva
    che Aleksj  Aleksndrovic',  tornato  di  recente  dalle  acque,  era
    rimasto a Pietroburgo.
    Sperando  di  trovarla  sola,  Vronskij,  come  sempre  faceva per non
    attirare  l'attenzione  su  di  s,  scese  dalla  carrozza  prima  di
    attraversare  il  ponticello  e  procedette  a piedi.  Non entr dalla
    scalinata che dava nella strada, ma dal cortile.
    - Il signore  tornato? - domand al giardiniere.
    - Non ancora.  In casa c' la  signora:  passate  dalla  scalinata:  i
    domestici vi apriranno - rispose il giardiniere.
    - No, passer dal giardino.
    Convinto, ormai, di trovare Anna sola, prov il desiderio di farle una
    sorpresa, dato che quel giorno non aveva promesso di andare a trovarla
    e  lei lo aspettava solo dopo le corse,  e si avvi verso la terrazza,
    trattenendo la sciabola e camminando cautamente sulla ghiaia del viale
    fiancheggiato di fiori.
    Vronskij,  gi dimentico di tutte  le  difficolt  della  loro  penosa
    situazione,  pensava  a  una  sola  cosa:  che  tra  un minuto avrebbe
    riveduto Anna, non con l'immaginazione, ma viva,  nella realt.  Stava
    gi  entrando,  appoggiando  tutto  il  piede  per  non far rumore sui
    gradini inclinati della terrazza, quando,  tutto a un tratto,  ricord
    quello  che  sempre  dimenticava,  quello  che,  nella loro relazione,
    costituiva il pi grande tormento: il figlio,  quel fanciullo  il  cui
    sguardo gli pareva duro e ostile.
    Il  ragazzo  era  l'ostacolo che si frapponeva pi frequentemente alla
    loro relazione.  In sua presenza n Anna n Vronskij non solo  non  si
    permettevano  di dire cose che non avrebbero potuto ripetere davanti a
    tutti,  ma si guardavano da qualsiasi allusione  che  il  ragazzo  non
    avrebbe  compreso.   Tra  loro  non  c'era  stato  nessun  accordo  in
    proposito,  ma l'accordo era venuto da s,  spontaneamente.  Avrebbero
    ritenuto un'offesa fatta a se stessi ingannare quel fanciullo.  In sua
    presenza  discorrevano  come  due  buoni  conoscenti   qualsiasi   ma,
    nonostante  questa prudenza,  Vronskij spesso vedeva fisso su di s lo
    sguardo del fanciullo, e notava una strana timidezza,  una variabilit
    di  umore  in quel ragazzo,  che si dimostrava con lui ora affettuoso,
    ora freddo e distaccato, quasi sentisse che tra quell'uomo e sua madre
    esisteva  un  importante  legame,   il  cui  senso  egli  non   poteva
    comprendere.
    Effettivamente,  il  fanciullo  sentiva  di  non  poter  capire quella
    relazione,  e  si  sforzava  dl  chiarirsi,  senza  riuscirvi,   quale
    sentimento  doveva avere per quell'uomo.  Con la finezza d'intuito dei
    bambini,  notava che il padre,  la  governante,  la  "njnia",  tutti,
    insomma,  non solo non volevano bene a Vronskij,  ma lo guardavano con
    disgusto e con timore, sebbene non dicessero mai niente di lui, mentre
    la madre lo considerava il suo migliore amico.
    Che cosa significa questo?  Chi  quell'uomo?  Come bisogna  volergli
    bene?  Se  io non lo capisco,  la colpa  mia?  Oppure sono un ragazzo
    timido e cattivo?, si chiedeva il fanciullo,  ed erano appunto queste
    domande  senza  risposta  che  gli  davano quell'impressione indecisa,
    interrogativa,  indagatrice,  un poco ostile,  e  quella  timidezza  e
    variabilit di umore che tanto imbarazzavano Vronskij. La presenza del
    ragazzo  gli  risvegliava  quello  strano sentimento di disgusto senza
    motivo che lo assaliva da qualche tempo.  Di fronte a lui,  Vronskij e
    Anna  provavano  ci che potrebbe provare un navigante che si rendesse
    conto,  dalla bussola,  di andare velocemente  in  una  direzione  che
    diverge di molto da quella giusta,  ma che avesse la consapevolezza di
    non aver la forza di fermare quella corsa, sapendo che confessare a se
    stesso la deviazione significa riconoscere la perdita sicura.
    Quel fanciullo, con il suo ingenuo istinto della vita,  era la bussola
    che indicava loro il grado di deviazione che essi conoscevano,  ma che
    volevano ignorare.
    Quel giorno Serza non era in casa, e Anna, completamente sola,  stava
    seduta  sulla terrazza in attesa del figlio che era andato a passeggio
    e doveva essere stato colto dal temporale.  Aveva mandato un cameriere
    e  un  domestico  a cercarlo,  e ora lo aspettava.  Indossava un abito
    bianco ricamato e,  seduta sulla terrazza dietro ai fiori,  non  aveva
    udito  il  passo  di  Vronskij.  Chinando la bruna testa ricciuta,  si
    premeva contro la fronte il freddo innaffiatoio, tenendolo stretto con
    entrambe le splendide mani ornate degli anelli  a  lui  ben  noti.  La
    bellezza di tutta la sua persona,  della testa, del collo, delle mani,
    colpiva ogni volta Vronskij come una cosa nuova e inattesa. Si ferm e
    la contempl con ammirazione,  ma,  non appena volle fare un passo per
    avvicinarlesi,  ella lo sent immediatamente, allontan l'innaffiatoio
    e volse verso il giovane il viso accaldato.
    - Che cosa avete?  Non state bene?  -  chiese  Vronskij  in  francese,
    avvicinandosi.  Avrebbe  voluto correre verso di lei ma,  ricordandosi
    che qualche estraneo avrebbe potuto vederlo,  ritorn verso  la  porta
    del  balcone e arross come arrossiva sempre quando sentiva di doversi
    sorvegliare e contenere.
    - No, sto bene - rispose Anna, alzandosi e stringendo la mano che egli
    le tendeva. - Non ti aspettavo...
    - Mio Dio, che mani fredde! - esclam Vronskij.
    - Mi hai spaventata - disse Anna.  - Sono sola e aspetto Serza che  
    andato a passeggio. Torner da questa parte.
    Nonostante la calma che affettava, le sue labbra tremavano.
    - Perdonatemi di essere venuto,  ma non potevo passare tutto il giorno
    senza vedervi - egli prosegu in  francese,  come  faceva  sempre  per
    evitare  il "voi" troppo freddo e ormai impossibile tra di loro,  e il
    "tu" troppo pericoloso.
    - Perch perdonare? Sono tanto contenta!
    - Ma voi non state bene o siete  triste  -  continu  Vronskij,  senza
    lasciarle  la  mano  e  chinandosi  su  di  lei.  - A che cosa stavate
    pensando?
    - Sempre alla stessa cosa - rispose Anna sorridendo.
    Diceva la verit.  In qualsiasi momento le si fosse  domandato  a  che
    cosa  stesse  pensando,  ella  avrebbe risposto invariabilmente: a una
    cosa sola,  alla mia felicit e alla  mia  infelicit!  E  ora  quando
    Vronskij   l'aveva   colta   di  sorpresa,   ella  stava  precisamente
    domandandosi perch mai le altre,  Betsy per esempio (sapeva della sua
    relazione  con  Tuskevic' da tutti ignorata),  trovassero tanto facile
    fare quello che per  lei  era  tanto  tormentoso!  Quel  pensiero,  in
    seguito  a  certe  sue  considerazioni,  la  faceva  soffrire  in modo
    particolare.
    S'inform delle corse. Vronskij, vedendola agitata, tent di distrarla
    e prese a raccontarle nel tono pi semplice e spigliato i  particolari
    e i preparativi delle gare.
    Devo  dirglielo  o  non  devo  dirglielo?,   pensava  intanto  Anna,
    guardando gli occhi calmi e carezzevoli del giovane.  E' cos felice,
    cos  preso  dalla  sua  corsa,  che  non capir come  necessario che
    capisca,   non  capir  quale  importanza   abbia   per   noi   questo
    avvenimento....
    -  Ma  non  mi  avete  ancora  detto  a che cosa pensavate quando sono
    entrato - insist Vronskij, interrompendo il racconto. - Ditemelo,  ve
    ne prego.
    Ella  non  rispose e chin un po' il capo,  guardandolo di sotto in su
    con aria interrogativa: attraverso le lunghe  ciglia  le  si  vedevano
    brillare  gli  occhi.  La  sua mano,  che giocherellava con una foglia
    strappata,   tremava.   Egli  la  guardava,   e  il  suo  viso   aveva
    quell'espressione  di docilit,  di devozione assoluta che la seduceva
    tanto.
    - Capisco che  accaduto qualcosa;  come posso stare tranquillo  anche
    un  solo  minuto,  sapendo  che  voi  avete un dolore che io non posso
    condividere?   Parlate,   per  amor  di  Dio!   -  esclam   in   tono
    supplichevole.
    Certo  non gli perdonerei se non capisse tutta l'importanza di quello
    che devo dirgli!  Meglio  non  parlare.  A  che  serve  metterlo  alla
    prova?,  pensava Anna, guardandolo sempre allo stesso modo e sentendo
    che la mano che teneva la fogliolina tremava sempre di pi.
    - Per amor di Dio! - ripet Vronskij, prendendole la mano.
    - Devo dirtelo?
    - S, s, s!
    - Sono incinta! - rispose Anna lentamente, a voce sommessa.
    La fogliolina che Anna teneva in mano trem ancora pi forte,  ma essa
    non  distoglieva gli occhi da lui,  per vedere come avrebbe accolta la
    notizia. Vronskij impallid, fece per dire qualcosa,  ma si trattenne,
    abbandon la mano di lei e chin il capo.  S, ha capito l'importanza
    di questo fatto  nuovo,  pens  Anna,  e  gli  strinse  la  mano  con
    riconoscenza.
    Ella  per s'ingannava,  ritenendo che egli avesse capito l'importanza
    della notizia nello stesso modo con  cui  la  capiva  lei,  nella  sua
    qualit di donna.
    A  quella notizia,  egli prov lo stesso sentimento strano di disgusto
    verso qualcosa che l'assaliva negli  ultimi  tempi  ma,  nello  stesso
    momento,  si rese conto che la crisi,  da lui desiderata,  era giunta,
    che non si poteva pi nascondere la verit al marito e che, in un modo
    o nell'altro,  era  necessario  uscire  da  quella  falsa  situazione.
    Inoltre,  la commozione fisica di Anna si comunicava a lui pure.  Egli
    la guard con un docile sguardo pieno di tenerezza,  le baci la mano,
    si alz e, in silenzio, si mise a camminare per la terrazza.
    -  S  -  disse,  avvicinandosi  in  modo  deciso a lei - n voi n io
    abbiamo mai considerato i nostri rapporti come un gioco; ora il nostro
    destino  segnato. E' necessario metter fine alla menzogna nella quale
    viviamo - continu guardandola.
    - Metter fine? E come, Aleksj? - domand Anna a voce bassa.
    Si era calmata, e il suo viso splendeva di un tenero sorriso.
    - Lasciando vostro marito e unendo le nostre vite.
    -  Esse  sono  gi  unite  cos  -  rispose  Anna,   in  tono   appena
    percettibile.
    - S, ma non del tutto, non completamente.
    - Ma come,  Aleksj?  Ditemi come... - esclam Anna con un'ironia resa
    tanto pi amara dalle critiche contingenze in cui si trovavano.  - C'
    forse una via d'uscita? Non sono forse moglie di mio marito?
    -  Per ogni situazione c' una via d'uscita.  Bisogna decidersi  disse
    Vronskij.  - Qualsiasi cosa  preferibile alla situazione  in  cui  tu
    vivi.  Vedo quanto soffri e ti tormenti a motivo della societ, di tuo
    figlio, di tuo marito...
    - No,  non di mio marito - rispose Anna con un sorriso  e  una  grande
    semplicit.  -  Non so perch,  ma a lui non penso affatto: per me non
    esiste!
    - Non dici la verit,  Anna!  Io ti conosco e so che soffri anche  per
    lui.
    -  Ma  se  egli non lo sa neppure!  - rispose Anna,  e il suo volto si
    copr a un tratto,  di un cupo rossore,  mentre lacrime di vergogna le
    comparvero negli occhi. - Ma non parliamo di lui...


    CAPITOLO 23.

    Non era la prima volta che Vronskij aveva tentato, se non in modo cos
    deciso, di indurre Anna a esaminare la sua situazione, e ogni volta si
    era  imbattuto  contro  quella superficialit e leggerezza di giudizi,
    con le quali anche ora essa rispondeva alle sue domande.  Come  se  ci
    fosse  qualcosa  che  non  volesse e non potesse chiarire a se stessa,
    come se ogni volta che egli cominciava a toccare quell'argomento  lei,
    la  vera  Anna,  scompariva  per  lasciare  il posto a un'altra donna,
    strana e indecifrabile,  che Vronskij non amava e temeva,  e che quasi
    gli si opponeva. Ma quel giorno era deciso ad andare sino in fondo.
    -  Che  egli  lo  sappia  o  non lo sappia - disse Vronskij con la sua
    solita voce ferma e decisa - non   cosa  che  ci  riguardi.  Noi  non
    possiamo... voi non potete continuare cos, e specialmente adesso.
    -  E che cosa,  secondo voi,  si dovrebbe fare?  - domand Anna con lo
    scherzoso tono di sempre.
    A lei,  che aveva tanto temuto che Vronskij prendesse alla leggera  la
    notizia  della  sua  gravidanza,  faceva  ora  dispetto  che  egli  ne
    deducesse la necessit di prendere qualche seria decisione.
    - Rivelargli tutto e lasciarlo.
    - Benissimo! Supponiamo che lo faccia - disse Anna.  - Sapete che cosa
    mi risponder? Ve lo dico sin d'ora - e una luce cattiva si accese nei
    suoi occhi sino a quel momento colmi di tenerezza. - Ah, voi amate un
    altro e avete intrecciato con lui un delittuoso legame?  (Scimmiottava
    perfettamente il marito, accentuando,  come faceva Karenin,  la parola
    "delittuoso").  Io vi avevo preavvisata delle conseguenze dai punti di
    vista religioso, sociale e familiare. Non mi avete dato ascolto, e ora
    io non posso esporre al disonore il mio nome e... - stava per dire e
    mio figlio,  ma era  quello  un  argomento  sui  cui  non  si  poteva
    scherzare,  e prosegu: - In poche parole,  con i suoi modi di uomo di
    Stato,  ecco quello che mi dir,  con decisione e chiarezza: che  egli
    non  pu  lasciarmi libera,  ma che prender le misure che sono in suo
    potere per evitare uno scandalo.  E far tranquillamente,  con calma e
    precisione,  tutto  quello  che  avr  detto.  Ecco  che cosa accadr.
    Karenin non  un uomo,  ma una macchina e,  quando  si  arrabbia,  una
    macchina  cattiva  -  aggiunse,  ricordando  Aleksj Aleksndrovic' in
    tutti i particolari della sua persona,  del suo modo di  parlare,  del
    suo carattere e facendogli colpa di tutto quello che poteva trovare in
    lui  di  non  buono,  senza  perdonargli  nulla,  appunto  per  quella
    terribile colpa di cui lei si era macchiata nei suoi riguardi.
    - Ma,  Anna,  - disse Vronskij  con  voce  dolce  e  persuasiva  nella
    speranza di calmarla -  assolutamente indispensabile parlargli e poi,
    secondo quanto dir, ci regoleremo sul da farsi.
    - Fuggire, allora?
    -  E perch no?  Non vedo come sia possibile continuare a vivere cos.
    Non per me, ma per voi che soffrite.
    - S, fuggire e diventare la vostra amante? - disse Anna con collera.
    - Anna! - profer egli con rimprovero e benevolenza.
    - S - continu la donna;  - diventare  la  vostra  amante  e  perdere
    tutto...
    Avrebbe di nuovo voluto parlare del figlio,  ma non poteva pronunziare
    quella parola.  Vronskij non riusciva a capire come lei,  con  la  sua
    forte, onesta natura, potesse sopportare la falsa situazione in cui si
    trovava e non desiderasse di uscirne;  ma non indovinava che il motivo
    principale di ci era  il  figlio,  la  parola  che  ella  non  poteva
    pronunziare.   Quando   Anna   pensava   a  Serza  e  al  suo  futuro
    atteggiamento verso la madre che avrebbe abbandonato il padre,  veniva
    assalita da un tale terrore per ci che aveva fatto,  che non riusciva
    pi a ragionare. Da vera donna, per,  cercava di tranquillizzarsi con
    ragionamenti e parole menzognere, affinch tutto rimanesse come prima,
    per  poter  dimenticare il terribile problema suscitato dalla presenza
    del figlio.
    - Te ne prego, te ne supplico - disse ella tutt'a un tratto a Vronskij
    con tono diverso,  pieno di sincerit e di tenerezza,  prendendogli la
    mano; - non parlarmi mai pi di questo!
    - Ma, Anna...
    - Mai!  Lascia fare a me.  Mi rendo conto della bassezza e dell'orrore
    della mia situazione,  e so che non  cosa che si possa risolvere cos
    facilmente  come  tu  credi.  Lascia  fare  a  me  e dammi retta.  Non
    parlarmene mai pi. Me lo prometti? S... s... promettimelo!
    - Prometto tutto,  ma non posso essere tranquillo,  specialmente  dopo
    quello  che mi hai detto.  Non posso essere tranquillo quando non puoi
    esserlo tu...
    - Io! - ripet lei.  - S,   vero che talora mi tormento,  ma passer
    tutto,  se  tu  non  ripeterai  mai pi quello che hai detto oggi.  E'
    soltanto quando mi dici quelle cose che soffro...
    - Non capisco - rispose Vronskij.
    - So - lo interruppe Anna - so quanto sia penoso per te,  per  la  tua
    onest naturale dover mentire. Spesso penso che per me hai sacrificato
    la tua vita!
    -  La  stessa  cosa  pensavo  io  proprio ora a tuo riguardo - rispose
    Vronskij.  - Quanto,  quanto devi soffrire per colpa mia...  Non posso
    perdonarmi che tu sia infelice!
    - Io infelice?  - esclam Anna,  avvicinandosi a lui e guardandolo con
    un esultante sorriso d'amore.  - Io sono come una  creatura  affamata,
    alla  quale  abbiano  dato finalmente da mangiare.  Pu darsi che essa
    abbia freddo, che il suo vestito sia lacero e che si vergogni,  ma non
     infelice. Io infelice? No, ecco la mia felicit...
    Ud  la  voce  del figliolo che si avvicinava e,  gettando un'occhiata
    sulla terrazza,  si alz di scatto.  I suoi occhi si accesero  di  una
    fiamma che egli ben conosceva; con rapido gesto alz le sue belle mani
    cariche di anelli,  gli prese la testa, lo guard con un lungo sguardo
    e,  avvicinandogli il volto con le labbra  aperte  e  sorridenti,  gli
    baci la bocca e gli occhi,  e lo respinse.  Voleva andare, ma egli la
    trattenne.
    - Quando?  - le  chiese  in  un  bisbiglio  appassionato,  guardandola
    estatico.
    -  Ora,  all'una  -  ella  mormor con un sospiro e,  con il suo passo
    rapido e leggero, corse incontro al figliolo.
    La pioggia aveva sorpreso Serza nel grande giardino,  e il ragazzo si
    era rifugiato sotto un pergolato con la vecchia njnja.
    - Arrivederci,  allora! - disse ella a Vronskij. - Ora devo prepararmi
    per le corse. Betsy ha promesso di venirmi a prendere.
    Vronskij diede un'occhiata all'orologio e si affrett a uscire.


    CAPITOLO 24.

    Quando Vronskij aveva guardato l'orologio sulla terrazza di Anna,  era
    cos  sconvolto  e preoccupato dai propri pensieri,  che aveva veduto,
    s,  le lancette sul quadrante,  ma non si era reso conto di  che  ora
    fosse.  Usc  sulla  strada  e,  camminando con cautela nel fango,  si
    diresse alla carrozza.  Era a tal punto assorto nel pensiero  di  Anna
    che  non pensava affatto all'ora e non si chiedeva se avesse ancora il
    tempo di recarsi da Brjanskij.  La sua memoria funzionava soltanto pi
    per  istinto,  come  spesso  succede,  e  gli indicava in quale ordine
    dovesse fare le cose.  Si avvicin al  cocchiere  che  sonnecchiava  a
    cassetta,  all'ombra gi obliqua di un folto tiglio, guard le miriadi
    di moscerini che turbinavano  sopra  i  cavalli  sudati  e,  svegliato
    l'uomo,  salt  in  carrozza  e  gli  ordin  di  andare da Brjanskij.
    Soltanto dopo aver percorso sette "vrsty",  ritorn abbastanza in  s
    per riguardare l'orologio e rendersi conto che erano le cinque e mezzo
    e che, quindi, era in ritardo.
    Quel  giorno  dovevano  aver luogo diverse corse: la prima,  riservata
    agli ufficiali della Guardia  a  cavallo,  poi  c'era  quella  di  due
    "vrsty"  per  ufficiali,  poi quella di quattro e,  infine,  quella a
    ostacoli alla quale avrebbe egli pure dovuto prender parte. Per la sua
    corsa aveva tutto il tempo di arrivare, ma,  se fosse passato prima da
    Brjanskij,  avrebbe  rischiato  di  giungere quando la Corte imperiale
    sarebbe stata gi riunita, il che non stava bene. Siccome, per, aveva
    promesso  a  Brjanskij  di  andare  da  lui,  prosegu,  ordinando  al
    cocchiere di non risparmiare i cavalli.
    Giunse  da Brjanskij,  vi si trattenne cinque minuti e torn indietro.
    Quella velocissima corsa lo calm.  Ci che di penoso c'era  nei  suoi
    rapporti con Anna, l'indecisione rimasta dopo il loro colloquio, tutto
    scomparve dalla sua mente.  Pensava ora, con piacere ed emozione, alla
    corsa cui malgrado tutto,  sarebbe giunto in tempo;  e,  di  tanto  in
    tanto,  l'attesa della felicit dell'appuntamento,  promessogli per la
    notte, gli accendeva l'immaginazione di vivida luce.
    L'emozione della corsa imminente s'impadroniva sempre  pi  di  lui  a
    mano  a mano che si avvicinava all'ippodromo ed entrava nell'atmosfera
    delle gare,  sorpassando  le  vetture  di  coloro  che  giungevano  da
    Pietroburgo e dalle ville dei dintorni.
    Nel suo appartamento non c'era nessuno,  a eccezione del domestico che
    lo attendeva sulla porta di strada.  Mentre si lavava  e  si  vestiva,
    questi  gli  comunic che aveva gi avuto inizio la seconda gara,  che
    erano venuti molti signori a chiedere di lui e che dalla scuderia  era
    giunto due volte, di corsa, il mozzo.
    Vronskij si cambi senza fretta (non si affrettava mai e sapeva sempre
    serbare il dominio su se stesso),  poi,  salito in vettura,  ordin di
    andare alla scuderia. Scorse, ancora da lontano,  il mare di carrozze,
    di  pedoni,  di  soldati  che  circondavano  l'ippodromo  e le tribune
    formicolanti di spettatori.
    Probabilmente si stava svolgendo la  seconda  corsa  giacch,  proprio
    mentre   entrava  nel  cortile,   ud  lo  squillo  della  campanella.
    Avvicinandosi alle scuderie,  si imbatt in Gladiator,  il sauro dalle
    zampe  bianche di Machotin,  che veniva condotto al campo,  coperto da
    una gualdrappa arancione e azzurra, con enormi orecchiere.
    - Dov' Kord? - domand Vronskij al palafreniere.
    - Nella scuderia: sta sellando.
    Nel box aperto, Frou-Frou era gi pronta e stavano per portarla fuori.
    - Sono in ritardo?
    - "All right,  all right!".  Tutto in ordine,  tutto in ordine-rispose
    l'inglese. - State tranquillo.
    Vronskij  abbracci  ancora  una  volta  con lo sguardo le belle forme
    della sua Frou-Frou tanto amata,  che tremava in  tutto  il  corpo  e,
    staccandosi  a  fatica  da quella contemplazione,  usc dalla baracca.
    Arriv nelle tribune  nel  momento  pi  opportuno  per  non  attirare
    l'attenzione.  Stava  per  concludersi la corsa delle due "vrsty",  e
    tutti gli occhi erano puntati su un cavalleggero della Guardia che era
    in testa,  e su  un  ussaro  che  lo  distanziava  di  poco;  entrambi
    lanciavano  con  un  ultimo  sforzo  i loro cavalli,  avvicinandosi al
    traguardo.  Dal centro e dall'esterno dell'emiciclo,  tutti guardavano
    il  palo  di  arrivo,  e  un  gruppo  di  cavalleggeri  della Guardia,
    ufficiali e soldati,  con clamorose acclamazioni esprimevano la  gioia
    dell'atteso  trionfo  del superiore o collega.  Vronskij,  senza farsi
    notare,  entr in mezzo alla folla quasi nel momento in cui lo squillo
    della  campana  annunziava  la  fine  della  corsa,  e  in  cui l'alto
    cavalleggero della Guardia, giunto primo, tutto inzaccherato di fango,
    si abbandonava sulla sella,  allentando  le  briglie  al  suo  cavallo
    grigio, diventato scuro per il sudore e che ansava faticosamente.
    Il cavallo,  puntando con sforzo le zampe, rallent la rapida andatura
    del suo grande corpo,  e l'ufficiale si guardava attorno e cercava  di
    sorridere, come un uomo appena destato da un profondo sonno. Una folla
    di amici e di sconosciuti gli si serrava attorno.
    Vronskij   evitava   la  folla  mondana  che  passeggiava  discorrendo
    animatamente davanti alla tribuna.  Sapeva che  l  in  mezzo  c'erano
    Anna,  Betsy e la moglie di suo fratello e,  per non distrarsi, non si
    avvicin.  Ma veniva  continuamente  fermato  da  conoscenti  che  gli
    riferivano  qualche  particolare delle corse e gli chiedevano come mai
    fosse giunto cos in ritardo.
    Mentre i concorrenti venivano chiamati alla  tribuna  per  ricevere  i
    premi e la folla si accalcava da quella parte, il fratello maggiore di
    Vronskij, Aleksndr, un colonnello in alta uniforme, di media statura,
    robusto come Aleksj ma pi bello e pi colorito,  col naso rosso e un
    viso aperto da ubriacone, gli si avvicin:
    - Hai ricevuto il mio biglietto? - disse. - Non ti si trova mai!
    Aleksndr Vronskij,  nonostante la vita dissoluta che conduceva  e  la
    sua   tendenza  alle  buone  bevute,   che  lo  avevano  reso  famoso,
    frequentava assiduamente la Corte.  Ora che parlava con il fratello di
    una cosa che sapeva essere per lui assai poco piacevole, e sapendo che
    gli  occhi  di  molte persone erano puntati su di loro,  aveva assunto
    un'espressione sorridente, come se stesse scherzando con il fratello.
    - L'ho ricevuto, s, - rispose Aleksj - ma non capisco di che cosa ti
    preoccupi.
    - Mi preoccupo del fatto che proprio poco fa mi hanno fatto notare che
    non c'eri e che luned ti hanno incontrato a Peterhof.
    - Ci sono cose che non riguardano  se  non  le  persone  che  vi  sono
    direttamente interessate,  e la faccenda di cui tu ti preoccupi  tale
    che...
    - S, ma in questo caso non si resta in servizio, non...
    - Ti prego di non immischiartene, e basta!
    Il  viso  corrucciato  di  Aleksj  Vronskij  impallid,  la  mascella
    inferiore ebbe un tremito,  cosa che gli accadeva assai di rado.  Uomo
    dal cuore molto buono, andava difficilmente in collera,  ma quando ci
    avveniva  e  cominciava a tremargli la mascella - e Aleksndr Vronskij
    lo sapeva - diventava pericoloso.
    Aleksndr Vronskij sorrise gaiamente:
    - Volevo soltanto consegnarti una lettera della mamma.  Rispondile,  e
    cerca di non agitarti prima della corsa.  In bocca al lupo! - aggiunse
    e, sorridendo, si allontan.
    Ma subito dopo di lui, un altro amichevole saluto ferm Vronskij.
    - Non riconosci pi gli amici,  eh?  Buongiorno "mon cher"!  - esclam
    Stepn   Arkadyc',   che  l,   in  mezzo  allo  splendore  del  mondo
    pietroburghese,  brillava non meno che in quello di Mosca,  con la sua
    bella  faccia  rosea  e  i  favoriti  ben pettinati e lucenti.  - Sono
    arrivato ieri sera e sono ben contento di assistere  al  tuo  trionfo.
    Quando ci vedremo?
    -  Vieni domani alla mensa - rispose Vronskij e,  strettagli la manica
    del  suo  cappotto,   si  scus  e  si  allontan  verso   il   centro
    dell'ippodromo,  dove  gi  si conducevano i cavalli per la corsa agli
    ostacoli.
    I cavalli che avevano gi corso,  stanchi e sudati,  venivano  portati
    via  dagli  stallieri  e  sostituiti  da quelli che dovevano sostenere
    l'ultima gara,  per la maggior parte di razza inglese,  ben coperti  e
    con  grossi  cappucci  che  davano  loro  l'aspetto di enormi,  strani
    uccelli. Da destra giungeva la bella,  agile Frou-Frou,  che procedeva
    con  la sua andatura ondeggiante come se le sue lunghe zampe posassero
    sopra molle.
    Non lontano da Frou-Frou stavano togliendo la coperta a Gladiator;  le
    robuste,  stupende  forme  del magnifico stallone dalla larga groppa e
    dai  pastorali  insolitamente  corti,   attiravano   involontariamente
    l'attenzione di Vronskij.  Fece per avvicinarsi alla sua Frou-Frou, ma
    fu di nuovo trattenuto da un conoscente che, mentre discorreva,  disse
    a un tratto:
    - Oh,  ecco Karenin!  Sta cercando sua moglie, che si trova proprio al
    centro della tribuna. L'avete veduta?
    - No,  non l'ho veduta - rispose Vronskij e,  senza  neppure  volgersi
    dalla  parte  dove  si diceva esserci la signora Karnina,  si accost
    alla sua cavalla.
    Vronskij non aveva ancora fatto in tempo a verificare la sella, per la
    quale voleva dare qualche disposizione, che gi chiamavano i corridori
    alla tribuna per estrarre a sorte il loro numero d'ordine. Diciassette
    ufficiali,  dai volti seri e  molti  persino  pallidi,  si  raccolsero
    presso la tribuna ed estrassero il numero.  A Vronskij tocc il sette.
    Si ud il comando: In sella!.
    Sentendo che, insieme con gli altri che correvano,  egli costituiva il
    centro  sul  quale  erano puntati tutti gli occhi,  in quello stato di
    ansia che,  di solito,  aveva l'effetto di renderlo lento e calmo  nei
    movimenti, si avvicin alla sua cavalla. Kord, data la solennit delle
    corse, aveva indossato il suo abito di gala: marsina nera abbottonata,
    colletto inamidato che gli sosteneva le guance,  cappello nero tondo e
    alti stivali. Grave e calmo,  come sempre,  stava davanti al cavallo e
    reggeva le briglie.
    Frou-Frou  continuava  a  tremare  come  in preda alla febbre.  Il suo
    occhio  pieno  di  fuoco  guardava  di  sbieco   Vronskij,   vedendolo
    avvicinarsi.  Vronskij infil un dito sotto la sella. La cavalla torse
    l'occhio ancora di pi, mostr i denti e drizz un orecchio. L'inglese
    fece una smorfia,  che voleva essere un sorriso,  per il fatto che  si
    controllasse il suo modo di sellare.
    - Montate, sarete meno agitato.
    Vronskij  si  volse  a  guardare  per l'ultima volta i suoi avversari:
    sapeva che durante la corsa non li avrebbe  pi  visti.  Due  di  essi
    cavalcavano gi in testa, verso il luogo dove si doveva dare il via:
    Galcin,  uno  degli  antagonisti  pi  pericolosi e amico di Vronskij,
    girava attorno al proprio stallone baio,  che non si lasciava montare,
    e  un piccolo ussaro della Guardia,  in pantaloni stretti,  piegato in
    due sulla groppa del cavallo,  volendo imitare gli Inglesi,  andava al
    galoppo.  Il  principe  Kuzovlv sedeva pallidissimo sulla sua cavalla
    purosangue,  proveniente dalla scuderia di Grabovskij,  che un inglese
    conduceva  per  le  briglie.  Vronskij,  come  tutti  i suoi compagni,
    conosceva Kuzovlv e la sua particolare debolezza di nervi,  unita a
    un  formidabile amor proprio.  Sapeva che si intimoriva di tutto,  che
    aveva paura di montare un cavallo  di  fronte,  ma  che  ora,  proprio
    perch  si  trattava  di  una  corsa pericolosa - giacch ci si poteva
    anche rompere l'osso del collo tanto che vicino  a  ogni  ostacolo  si
    trovavano  un  medico,  una autoambulanza con la croce rossa disegnata
    sopra e un infermiere - egli si era deciso a correre.  Si incontrarono
    con   gli   occhi,   e  Vronskij  gli  fece  un  cenno  sorridente  di
    approvazione.  Uno soltanto egli non vide,  il rivale pi temibile  di
    tutti, Machotin in sella a Gladiator.
    -  Non  abbiate  fretta - disse Kord a Vronskij - e ricordate una cosa
    importante: davanti a un ostacolo non  trattenete  e  non  sollecitate
    Frou-Frou: lasciatela andare come vuole.
    - Bene, bene... - rispose Vronskij, afferrando le redini.
    - Conducete la corsa, se vi  possibile, ma non perdetevi d'animo sino
    all'ultimo momento, anche se foste in coda.
    La  cavalla  non  aveva  avuto  tempo  di  fare alcun scarto,  che gi
    Vronskij,  con un balzo rapido ed energico,  metteva  il  piede  sulla
    staffa  d'acciaio  e  con disinvolta sicurezza posava il proprio corpo
    sul cuoio scricchiolante della sella.
    Infilando l'altro piede nella staffa di destra,  con un gesto abituale
    pareggi tra le dita le doppie redini,  e Kord ritrasse la mano.  Come
    se non sapesse  con  quale  zampa  fare  il  primo  passo,  Frou-Frou,
    tendendo  le  redini  sul  lungo collo,  si mosse facendo oscillare il
    cavaliere sulla sua groppa flessuosa. Kord,  accelerando il passo,  le
    teneva dietro.  Agitata, Frou-Frou tirava le redini, ora da una parte,
    ora dall'altra, cercando di buttar gi il cavaliere, e invano Vronskij
    tentava di calmarla con la voce e con la mano.
    Tutti si avviavano gi verso il fiumicello,  dirigendosi al  punto  di
    partenza.   Molti  dei  concorrenti  erano  davanti,  molti  dietro  a
    Vronskij,  quando a un tratto egli ud alle sue spalle  lo  scalpiccio
    del galoppo di un cavallo,  e si vide passare davanti, con la velocit
    del lampo,  Machotin sul suo Gladiator dalle bianche  zampe.  Machotin
    sorrise,  mettendo  in mostra i lunghi denti,  ma Vronskij gli rivolse
    uno sguardo irritato.
    Gi,  in generale,  Machotin non gli andava affatto  a  genio  e  ora,
    considerandolo il suo pi pericoloso avversario,  era seccato con lui,
    perch gli era passato  davanti,  irritando  cos  la  sua  Frou-Frou.
    L'animale  sollev la zampa sinistra per partire al galoppo,  fece due
    salti  e,  seccato  per  le  redini  tese,  pass  al  trotto  facendo
    sobbalzare il cavaliere.
    Anche  Kord  aggrott  le  sopracciglia  e prese a correre,  quasi con
    altrettanta rapidit, per tener dietro a Vronskij.


    CAPITOLO 25.

    Alla corsa che doveva svolgersi in un grande campo di forma  ellittica
    di  quattro  "vrsty",   che  si  stendeva  di  fronte  alle  tribune,
    partecipavano  diciassette  ufficiali.  Lungo  la  pista  erano  stati
    disposti  nove  ostacoli:  il fiumicello,  una grande staccionata alta
    circa un metro e mezzo, davanti alla tribuna un fossato asciutto,  uno
    pieno d'acqua, una rapida salita, una banchina irlandese (ostacolo tra
    i  pi  difficili)  costituita da una siepe spinosa dietro la quale si
    trovava, invisibile per il cavallo, un fossato,  di modo che l'animale
    doveva  o  saltare  ambedue  gli  ostacoli  o  correre  il  rischio di
    ammazzarsi;  poi altri due fossati  con  l'acqua  e  uno  asciutto  e,
    finalmente,  il traguardo,  davanti alla tribuna.  La corsa, per, non
    aveva inizio alla curva, ma circa cinquanta metri prima e,  appunto in
    quel  tratto,  si trovava il primo ostacolo,  il fiumicello largo poco
    pi di due metri,  che i cavalli potevano,  a loro piacere,  saltare o
    passare a guado.
    Per  ben  tre volte i cavalieri si erano gi allineati,  ma ogni volta
    questo o quel cavallo cercava di sorpassare  gli  altri,  e  bisognava
    ricominciare.  Il famoso "starter",  il colonnello Sestrin, che doveva
    dare  il  segnale  di  partenza,   cominciava  a   irritarsi   quando,
    finalmente,  al quarto tentativo, pot gridare il via! e i cavalieri
    partirono.
    Tutti gli occhi e tutti i binocoli erano puntati sul gruppo variopinto
    dei corridori che si mettevano in fila.
    - Hanno dato il via! Corrono! - si esclamava da tutte le parti, dopo
    il  silenzio  dell'attesa.   Gruppi  di  gente   e   persone   isolate
    cominciarono  a  correre  da  un punto all'altro per seguire meglio la
    corsa.  Sin dal primo momento,  il compatto gruppo  dei  cavalieri  si
    allung,  e furono scorti avvicinarsi, a gruppi di due o tre, uno dopo
    l'altro,  al fiumicello.  Per gli spettatori,  i cavalieri  sembravano
    essere  tutti  insieme,  ma  per  questi  la cosa era ben diversa: una
    minima differenza di frazione di secondo aveva la sua importanza.
    Agitata e troppo nervosa,  Frou-Frou sulle prime perdette  terreno,  e
    alcuni  cavalli  la  sorpassarono  ma,  ancor  prima  di  giungere  al
    fiumicello, Vronskij, trattenendo con tutte le sue forze l'animale che
    puntava sulle redini, ne sorpass tre con facilit, e davanti a s non
    ebbe pi che il  sauro  Gladiator  di  Machotin,  che  con  agilit  e
    leggerezza manteneva regolarmente la distanza e ancora pi avanti,  la
    splendida Diana, che portava in groppa Kuzovlv, pi morto che vivo.
    Nei primi momenti, Vronskij,  non sentendosi padrone n di s,  n del
    cavallo,  non  pot dirigere i movimenti di quest'ultimo.  Gladiator e
    Diana  lo  precedevano  vicini  e,  quasi  nello  stesso  istante,  si
    sollevarono sul fiumicello e balzarono dall'altra parte;  leggermente,
    come volando, salt dopo di loro Frou-Frou ma, nello stesso istante in
    cui Vronskij si sentiva per aria,  vide a un tratto,  quasi  sotto  le
    zampe  della sua cavalcatura,  Kuzovlv,  che si dibatteva insieme con
    Diana dall'altra parte del fiumicello.  (Kuzovlv,  subito  dopo  aver
    saltato,  aveva  abbandonato  le  redini e il cavallo si era abbattuto
    sotto di lui).
    Questi particolari,  Vronskij li seppe soltanto in  seguito;  in  quel
    momento  non  vide  che  una  cosa:  che  proprio  nel punto in cui si
    sarebbero posate le zampe di Frou-Frou,  potevano trovarsi una zampa o
    la  testa di Diana.  Ma Frou-Frou,  come una gatta che cade,  fece uno
    sforzo con le zampe e con la schiena e riusc a superare il cavallo  e
    a galoppare oltre. Che brava bestia!, pens Vronskij.
    Passato   il   fiumicello,   egli   si   sent  perfettamente  padrone
    dell'animale e cominci a trattenerlo  un  po',  con  l'intenzione  di
    superare  la  staccionata  dopo  Machotin  e  di  tentare di superarlo
    soltanto dopo,  nello spazio  di  circa  duecento  "sazeny"  privi  di
    ostacoli.
    La  grande  staccionata  si trovava proprio davanti alla tribuna dello
    zar.  L'imperatore,  l'intera Corte e una folla numerosa avevano tutti
    gli  occhi  fissi  su  lui  e  su  Machotin,  che  era in testa di una
    lunghezza,  mentre si avvicinavano  al  diavolo  (cos  si  chiamava
    quell'ostacolo).  Vronskij  sentiva  quegli  occhi che lo fissavano da
    tutte le parti, ma non vedeva che il collo della sua cavalla, la terra
    che gli correva incontro,  la groppa e le bianche zampe  di  Gladiator
    che battevano velocemente il tempo davanti a lui, mantenendo sempre la
    stessa distanza. Gladiator si sollev senza sfiorare le assi, agit la
    corta coda e scomparve dalla vista di Vronskij.
    - Bravo! - grid qualcuno tra la folla.
    Nel  medesimo  istante,  davanti  agli  occhi di Vronskij balenarono e
    scomparvero le assi della staccionata.  Senza mutare per nulla la  sua
    andatura,  Frou-Frou si sollev sotto di lui,  le assi scomparvero, ma
    ci fu qualcosa che scricchiol dietro la cavalla,  la quale,  eccitata
    da  Gladiator che gli passava innanzi,  si era sollevata troppo presto
    davanti all'ostacolo e l'aveva urtato con lo zoccolo posteriore.
    La sua andatura, per, non era mutata,  e Vronskij,  ricevuto in pieno
    viso  uno  spruzzo di fango,  cap che si trovava ancora alla medesima
    distanza da Gladiator. Torn a vedere dinanzi a s la groppa,  la coda
    corta  e  le  zampe  bianche  che,  senza  allontanarsi,  si agitavano
    rapidamente.
    Nell'istante in cui Vronskij pensava che fosse venuto  il  momento  di
    sorpassare Machotin,  Frou-Frou stessa, avendo intuito il pensiero del
    padrone,  senza alcun incitamento acceler l'andatura  e  cominci  ad
    avvicinarsi  a  Machotin  dal  lato  della  corda,  che era quello pi
    vantaggioso. Machotin non cedeva. Vronskij aveva appena pensato che lo
    si poteva oltrepassare anche  dall'esterno  che  gi  Frou-Frou  aveva
    cambiato gamba e cominciava a sorpassarlo proprio da quella parte.  La
    spalla di Frou-Frou, fattasi gi scura per il sudore,  si alline alla
    groppa  di  Gladiator.  Per  qualche  secondo  rimasero affiancati ma,
    davanti all'ostacolo al quale si stavano avvicinando, Vronskij per non
    fare il giro largo,  cominci a  lavorare  di  redini  e  rapidamente,
    proprio sulla scarpata, sorpass Machotin. Vide di sfuggita il viso di
    quest'ultimo  tutto  inzaccherato  di  fango,  e gli parve persino che
    sorridesse.  Vronskij sorpass Machotin,  ma lo sent subito dietro di
    s,  mentre udiva ininterrotto, alle sue spalle, il galoppo regolare e
    il respiro ansimante, ma ancor fresco, delle frogie di Gladiator.
    I due ostacoli successivi, il fosso e la staccionata,  furono superati
    facilmente, ma Vronskij cominci ad avvertire pi da vicino l'ansito e
    il galoppo di Gladiator. Lasci libera Frou-Frou e sent con gioia che
    essa  accelerava  senza sforzo l'andatura;  il rumore degli zoccoli di
    Gladiator lo avvert che si trovava di nuovo alla stessa  distanza  di
    prima.
    Vronskij  conduceva la corsa,  proprio quello che desiderava e che gli
    aveva  raccomandato   Kord.   Ormai   era   sicuro   della   vittoria.
    L'agitazione,  la  gioia  e  la  tenerezza  che  provava per Frou-Frou
    aumentavano a ogni istante.  Avrebbe voluto voltarsi indietro,  ma non
    osava farlo, e cercava di calmarsi e di non stimolar troppo la cavalla
    per  risparmiare  la  riserva  di  forze,  pari e regolari,  come egli
    sentiva, a quelle di Gladiator.  Non rimaneva che un ostacolo,  il pi
    difficile:  se  lo  superava  per  primo,  la  vittoria  era  sua.  Si
    avvicinava di galoppo alla banchina irlandese.  Gi  da  lontano,  sia
    lui,  sia  Frou-Frou,  avevano  veduto  la  banchina  e ad entrambi si
    affacci un fuggevole dubbio.  Egli not l'indecisione nelle  orecchie
    del  cavallo  e  alz lo scudiscio,  ma subito sent che il dubbio era
    infondato: Frou-Frou sapeva ci che doveva fare.  Acceler e a  tempo,
    proprio come egli pensava, prese lo slancio e, staccatasi da terra, si
    abbandon alla forza di inerzia che la trasport lontano,  molto al di
    l del fossato;  e sempre con la stessa cadenza,  senza sforzo e senza
    mutar passo, Frou-Frou prosegu la sua strada.
    -  Bravo,  Vronskij!  -  gli giunsero alcune voci che sapeva essere di
    amici e di compagni di reggimento che stavano  presso  quell'ostacolo.
    Riconobbe tra esse quelle di Jasvin, ma non pot vedere l'amico.
    Delizia mia,  amore mio!, diceva in cuor suo a Frou-Frou, ascoltando
    quello che avveniva alle sue spalle.
    L'ha passato! si disse, udendo dietro di s il galoppo di Gladiator.
    Non rimaneva che da oltrepassare  l'ultimo  fossato  pieno  di  acqua,
    largo  circa  un  metro e mezzo.  Vronskij non lo guardava neppure ma,
    poich desiderava arrivare  primo,  cominci  a  lavorare  di  redini,
    alzando  e  abbassando  la  testa  della cavalla al ritmo del galoppo.
    Sentiva che l'animale usava le sue ultime riserve; non solo il collo e
    le spalle erano umidi,  ma  il  sudore  grondava  dalla  testa,  dalle
    orecchie aguzze, mentre il respiro si stava facendo rapido e rauco. Ma
    egli  sapeva  che  le  riserve  di  Frou-Frou  sarebbero state pi che
    sufficienti per percorrere le  ultime  duecento  "sazeny"  che  ancora
    mancavano, e soltanto per il fatto di sentirsi pi vicino alla terra e
    per  la  particolare  elasticit del movimento,  Vronskij avvertiva la
    velocit cui era lanciata la sua cavalla. Essa super il fossato quasi
    senza accorgersene;  lo sorvol come un uccello,  ma in  quell'istante
    Vronskij si rese conto che, senza saperne il motivo, non aveva seguito
    il  movimento  della  cavalla  e aveva fatto una mossa imperdonabile e
    orribile, abbassandosi sulla sella. A un tratto la sua posizione mut,
    ed egli cap che era accaduto qualcosa di terribile.  Ancora  non  era
    riuscito  a rendersi conto di quanto era avvenuto,  che gi balenavano
    dinanzi a lui le bianche zampe dello stallone sauro,  e  Machotin  gli
    passava accanto al gran galoppo. Vronskij tocc terra con una gamba, e
    la sua cavalla si abbatt sopra di lui. Aveva appena avuto il tempo di
    liberare  la  gamba  che  l'animale  rotolava  su un lato,  rantolando
    pesantemente e facendo inutili sforzi  con  il  suo  collo  sottile  e
    sudato  per  sollevarsi;  si  dibatteva per terra,  presso le gambe di
    Vronskij, come un uccello ferito a morte. Il maldestro movimento fatto
    da Vronskij le aveva spezzato la schiena! Vronskij, per,  lo comprese
    molto  pi  tardi.  Ora  vedeva  soltanto  che Machotin si allontanava
    velocemente, che lui, Vronskij,  era l tutto solo sul terreno fangoso
    e che dinanzi a lui,  rantolando penosamente, giaceva Frou-Frou con la
    testa piegata,  che lo guardava con i suoi bellissimi  occhi.  Tuttora
    incapace  di  comprendere  ci  che  era accaduto,  Vronskij tirava la
    cavalla per la  briglia;  la  bestia  si  dibatt  di  nuovo  come  un
    pesciolino,  facendo scricchiolare la sella, liber le zampe anteriori
    ma,  non riuscendo a sollevare la groppa,  si dibatt ancora e ricadde
    su di un fianco.  Con il viso stravolto dalla passione,  pallido e con
    la mascella inferiore che tremava,  Vronskij colp l'animale al ventre
    con il tacco,  e ricominci a tirarlo per le redini.  Ma Frou-Frou non
    si moveva pi e, ficcando il muso nel terreno,  fissava il padrone con
    il suo sguardo parlante.
    - Ah!  - url Vronskij,  stringendosi la testa tra le mani.  - Ah, che
    cosa ho fatto!  Ho perduto la corsa...  per  un  fallo  imperdonabile,
    vergognoso... e questa povera, cara Frou-Frou  rovinata... Ah, che ho
    fatto!
    Gente,  medici,  infermieri,  ufficiali  del  suo reggimento correvano
    verso di lui. Per sua disgrazia, sentiva di essere illeso.  La cavalla
    aveva la schiena spezzata e bisognava abbatterla.  Vronskij non poteva
    n rispondere alle domande che gli  venivano  fatte,  n  parlare  con
    chicchessia.  Si  volt  e,  senza raccogliere il berretto che gli era
    volato via, si allontan dall'ippodromo, senza sapere neppure lui dove
    andasse.  Si sentiva infelice.  Per la prima volta in vita sua provava
    che cosa fosse il dolore,  un dolore irrimediabile, di cui egli stesso
    era stato la causa.
    Jasvin lo raggiunse con il berretto,  lo  accompagn  sino  a  casa  e
    mezz'ora dopo Vronskij cominci a riprendersi. Ma il ricordo di quella
    corsa  gli rimase a lungo nell'animo come il pi doloroso e tormentoso
    ricordo della sua vita.


    CAPITOLO 26.

    I rapporti esteriori di Aleksj Aleksndrovic' con la moglie erano gli
    stessi di prima.  L'unica differenza consisteva nel fatto che egli era
    ancora  pi sovraccarico di lavoro che per l'innanzi.  Come negli anni
    precedenti,  all'inizio della primavera si era recato  all'estero  per
    fare  una  cura di acque termali onde ristabilire la sua salute,  ogni
    anno  indebolita  dall'eccessivo  lavoro  cui  era  costretto  durante
    l'inverno;  di  solito,  poi,  ritornava  in  luglio  e,  subito,  con
    rinnovata energia riprendeva il  consueto  lavoro.  Anche  quell'anno,
    come  sempre,  la moglie si era stabilita in villa,  ed egli restava a
    Pietroburgo.
    Dal  giorno  del  loro  colloquio,   dopo  la  serata  in  casa  della
    principessa Tvrskaja, Karenin non aveva pi parlato con Anna dei suoi
    sospetti e della sua gelosia,  e quel suo abituale tono di fine ironia
    gli sembrava pi che mai comodo nei suoi  attuali  rapporti  con  lei,
    rapporti  un  po' freddi,  che parevano soltanto causati da un leggero
    risentimento per la conversazione  di  quella  sera,  che  essa  aveva
    elusa.  Nei  suoi  rapporti  con  Anna  c'era una sfumatura di stizza,
    null'altro.  Non hai voluto spiegarti,  pareva dire mentalmente alla
    moglie,  peggio per te!  Ora sarai tu a pregarmi,  ma io non dir pi
    nulla,  ed era in questo simile a un uomo che non essendo riuscito  a
    spegnere  un  incendio,  adirato del proprio inutile sforzo,  dicesse:
    Ebbene, brucia finch vuoi!.
    Uomo intelligente negli affari di stato,  non riusciva a capire  tutta
    l'aberrazione  di  un  simile  atteggiamento  verso la moglie.  Non lo
    capiva perch aveva troppa paura di farsi un'idea  precisa  della  sua
    situazione e perch aveva nascosta, chiusa e sigillata nella sua anima
    la  cassetta che conteneva i suoi sentimenti per la famiglia,  ossia
    per la moglie e per il figlio. Egli,  padre premuroso e sollecito sino
    alla fine di quell'inverno,  era diventato assai freddo con il figlio,
    assumendo verso di lui lo stesso atteggiamento ironico che aveva verso
    la moglie. Ehi, giovanotto! esclamava, interpellandolo.
    Aleksj Aleksndrovic' pensava e diceva di non aver mai avuto tante  e
    cos  importanti  occupazioni  come quell'anno;  ma non confessava che
    quell'anno la maggior mole di lavoro se  l'era  cercata  proprio  lui,
    perch  era  il  solo  modo  per non aprire la cassetta in cui erano
    racchiusi i suoi sentimenti e i suoi pensieri verso  la  moglie  e  il
    figlio,  sentimenti e pensieri che,  per, quanto pi restavano chiusi
    in fondo in fondo, tanto pi si facevano dolorosi.
    Se  qualcuno  si  arrogava  il  diritto  di   domandare   ad   Aleksj
    Aleksndrovic' che cosa pensava della condotta della moglie,  egli, il
    mite e corretto  Aleksj  Aleksndrovic',  non  rispondeva  nulla,  ma
    provava un impeto di collera verso chi gli aveva fatto simile domanda.
    E  questo  era  il  motivo  per  cui il viso di Aleksj Aleksndrovic'
    assumeva un'espressione orgogliosa e  severa  ogni  volta  che  veniva
    interrogato sulla salute della moglie.
    Aleksj  Aleksndrovic'  non  voleva  pensare n alla condotta,  n ai
    sentimenti di Anna, e infatti non ci pensava.
    La villetta estiva dei  Karenin  era  a  Peterhof,  dove  per  lo  pi
    trascorreva   l'estate   anche   la  contessa  Ldija  Ivnovna,   che
    frequentava assiduamente Anna. Quell'anno, invece,  la contessa Ldija
    Ivnovna non si era recata neppure una volta a trovare Anna Arkdevna,
    e  un  giorno  aveva  fatto  ad Aleksj Aleksndrovic' qualche accenno
    sulla sconvenienza e sui pericoli dell'assiduit di Anna con  Betsy  e
    con  Vronskij.  Aleksj Aleksndrovic' l'aveva interrotta severamente,
    dichiarando che sua moglie era al di sopra di ogni sospetto  e  aveva,
    da quel momento,  evitato di incontrare la contessa. Non voleva vedere
    e non vedeva che in societ molti ormai  guardavano  di  traverso  sua
    moglie;  non  voleva  capire e non capiva perch essa insistesse tanto
    per recarsi a Crpkoe Sel,  dove abitava Betsy,  a breve distanza dal
    campo del reggimento di Vronskij.  Non si permetteva di pensarci e non
    ci pensava ma,  nello stesso tempo,  nel fondo della sua anima,  senza
    mai  dirlo  a  se stesso e senza avere a questo riguardo prova alcuna,
    sapeva  con  certezza  di  essere  un  marito  tradito,   e   ne   era
    profondamente dolente.
    Quante volte durante gli otto anni di felice vita coniugale, guardando
    certe mogli infedeli e certi mariti ingannati,  Aleksj Aleksndrovic'
    si era detto: Ma com' possibile arrivare a un simile punto? Come non
    troncare una cos squallida situazione?.  E ora che la disgrazia  era
    caduta  sul  suo  capo,  egli non solo non pensava al modo di troncare
    quella situazione,  ma non voleva a nessun  costo  ammetterla.  E  non
    voleva ammetterla appunto perch era una cosa troppo terribile, troppo
    innaturale!
    Dal  tempo del suo ritorno dall'estero,  Aleksj Aleksndrovic' si era
    recato in villa due volte soltanto,  una volta  si  era  trattenuto  a
    pranzare,  l'altra  volta vi aveva trascorso la serata con ospiti,  ma
    non vi aveva mai passato la notte,  come di solito faceva  negli  anni
    precedenti.
    Il giorno delle corse fu per Aleksj Aleksndrovic' una giornata densa
    di  occupazioni,  tuttavia,  dopo  essersi  fatto  sin  dal mattino un
    programma di  lavoro,  aveva  deciso  di  recarsi,  subito  dopo  aver
    pranzato,  in  campagna  dalla  moglie,  e  di l alle corse,  dove ci
    sarebbe stata la Corte al completo e dove non poteva fare  a  meno  di
    mostrarsi. Sarebbe passato dalla moglie perch aveva deciso di recarsi
    da  lei una volta la settimana,  per ragioni di convenienza;  inoltre,
    siccome quel giorno era il quindici del mese,  doveva consegnare  alla
    moglie,  secondo  il  solito,  il denaro per le spese di casa.  Con la
    consueta abilit di padroneggiarsi, non si sofferm molto sul pensiero
    della moglie.
    Tutta la mattina Aleksj Aleksndrovic' era  stato  occupatissimo.  Il
    giorno  prima,  la  contessa  Ldija Ivnovna gli aveva fatto avere la
    pubblicazione di un celebre viaggiatore,  che aveva percorso la Cina e
    che si trovava ora a Pietroburgo e vi aveva unito una lettera,  in cui
    lo pregava di voler ricevere  il  viaggiatore  stesso,  un  uomo,  per
    molteplici  considerazioni,   assai  utile  e  interessante.   Aleksj
    Aleksndrovic',  non avendo fatto in tempo a leggere la  pubblicazione
    quella  sera stessa,  ne rimand la lettura al mattino successivo.  Si
    erano poi presentati i  soliti  postulanti,  poi  erano  cominciati  i
    rapporti,  le visite,  le nomine,  le dimissioni,  la distribuzione di
    ricompense,  di  pensioni,  di  stipendi,  la  corrispondenza.  Questa
    quotidiana  bisogna,  come  la definiva Aleksj Aleksndrovic',  gli
    portava via molto tempo.  Venivano poi le sue faccende  personali:  la
    visita  del  medico  e  dell'amministratore.  L'amministratore non gli
    port via che  pochissimo  tempo:  consegn  soltanto  il  denaro  che
    occorreva  ad  Aleksj  Aleksndrovic'  e gli diede un breve resoconto
    dello stato dei suoi  affari,  che  non  era  molto  florido,  giacch
    quell'anno,  in seguito a frequenti viaggi, le spese erano aumentate e
    c'era  un  notevole  deficit.   In  compenso,   il   dottore,   famoso
    professionista  pietroburghese  e  in rapporti di amicizia con Aleksj
    Aleksndrovic', gli prese parecchio tempo.  Aleksj Aleksndrovic' non
    lo aspettava quel giorno,  e perci fu sorpreso della sua visita; e lo
    fu anche di pi quando il medico gli fece molte domande sul suo  stato
    di  salute,  lo  auscult  e  gli  palp  a  lungo il fegato.  Aleksj
    Aleksndrovic' non sapeva che la sua  amica  Ldija  Ivnovna,  resasi
    conto che quell'anno la salute di lui non era buona,  aveva pregato il
    dottore di andarlo a trovare e di visitarlo.  Fatelo  per  me!,  gli
    aveva detto la contessa Ldija Ivnovna.
    - Lo far per la Russia! - aveva risposto il dottore.
    - Uomo impareggiabile! - aveva ribattuto la contessa.
    Il  dottore  rimase assai poco soddisfatto delle condizioni di Aleksj
    Aleksndrovic'.  Trov il fegato notevolmente ingrossato,  un  po'  di
    esaurimento e nessun giovamento dalla cura delle acque. Gli prescrisse
    di  muoversi  il pi possibile,  di ridurre il lavoro intellettuale e,
    soprattutto,  di evitare  preoccupazioni  e  dispiaceri,  il  che  per
    Aleksj   Aleksndrovic'  era  impossibile  quanto  il  fatto  di  non
    respirare.   Cos  il  medico  se  ne  and,   lasciando  in   Aleksj
    Aleksndrovic' la spiacevole consapevolezza di qualcosa contro cui non
    c'era nulla da fare.
    Uscendo  dalla casa di Aleksj Aleksndrovic',  il dottore si imbatt,
    lungo la scala,  in Sljudin,  capogabinetto di  Karenin.  Erano  stati
    compagni   di  universit  e,   sebbene  avessero  rare  occasioni  di
    incontrarsi, avevano molta stima reciproca ed erano ottimi amici;  per
    questo,  a nessuno meglio che a Sljudin, il dottore poteva manifestare
    la propria opinione sul malato.
    - Come sono contento che siate stato da lui!  - disse Sljudin.Non  sta
    bene e ho l'impressione... Che ha?
    -  Ecco  -  rispose  il  dottore,  facendo  al di sopra della testa di
    Sljudin un cenno al cocchiere perch si avvicinasse con la carrozza. -
    Ecco - ripet,  prendendo con la mano bianca un  dito  del  guanto  di
    pelle  e tirando forte: - provate a spezzare una corda senza tenderla;
    sar difficile che ci riusciate, ma, se la tirate sino al massimo e ci
    premete sopra un dito,  si spezzer senza fatica.  Ora lui,  zelante e
    coscienzioso  com'  nel  suo  lavoro,   teso sino all'estremo;  e la
    pressione  anche  molto  alta  -  concluse  il  dottore,  alzando  le
    sopracciglia  in  modo  significativo.  -  Ci  sarete  alle  corse?  -
    aggiunse, scendendo e avvicinandosi alla carrozza. - Certo, certo!  E'
    proprio  vero!  Porta  via  molto  tempo  -  disse  ancora il dottore,
    rispondendo a qualcosa che gli aveva detto  Sljudin  e  che  egli  non
    aveva afferrato.
    Dopo  il  dottore,  la  cui  visita  era  stata  notevolmente  lunga e
    minuziosa,  comparve il celebre viaggiatore e Aleksj  Aleksndrovic',
    valendosi  dell'opuscolo che aveva appena letto e delle sue cognizioni
    sull'argomento,    colp   l'esploratore   per   la   sua   conoscenza
    sull'argomento e per l'ampiezza dei suoi illuminati punti di vista.
    Insieme  con  il  viaggiatore fu annunziato l'arrivo di un maresciallo
    della nobilt,  giunto a Pietroburgo,  e con il  quale  gli  occorreva
    avere  un  colloquio.  Dopo che anche questi se ne fu andato,  bisogn
    sbrigare le pratiche di ogni giorno con  il  capogabinetto  e  inoltre
    recarsi  a  far  visita  a  un personaggio altolocato per un affare di
    grande importanza.
    Aleksj Aleksndrovic' riusc a rincasare giusto alle cinque,  ora del
    pranzo,  e subito dopo,  con il capogabinetto da lui invitato, and in
    villa e alle corse.
    Senza rendersene conto,  Aleksj Aleksndrovic' faceva sempre in  modo
    che ai suoi incontri con la moglie fosse presente una terza persona.


    CAPITOLO 27.

    Anna era di sopra,  davanti allo specchio,  e appuntava con l'aiuto di
    Annuska l'ultimo nastro al suo abito, quando ud vicino alla gradinata
    d'ingresso un rumore di ruote scricchiolanti sulla ghiaia.
    Perch sia Betsy  ancora troppo presto, pens e,  affacciatasi alla
    finestra,  scorse la vettura da cui vide sbucare il cappello nero e le
    orecchie a lei ben note di Aleksj Aleksndrovic'.
    Arriva proprio a sproposito!  Non avr mica intenzione di passare qui
    la notte?,  si chiese,  e l'idea di ci che poteva derivare da quella
    visita l'atterr tanto che,  senza riflettere un istante,  con il viso
    raggiante e il sorriso sulla labbra,  gli and incontro e,  sentendosi
    in preda  allo  spirito  della  menzogna  e  dell'inganno,  che  ormai
    conosceva  cos  bene,  vi  si  abbandon e cominci a parlare,  senza
    neppur sapere che cosa dicesse.
    - Ah,  che bella idea!  -  esclam,  porgendo  la  mano  al  marito  e
    salutando Sljudin con un sorriso.  - Spero che passerai la notte qui -
    fu la prima cosa suggeritale dallo spirito  della  menzogna.-  Adesso,
    andremo   insieme.   Peccato   che  abbia  gi  promesso  a  Betsy  di
    accompagnarla... Passer a prendermi.
    Aleksj Aleksndrovic', all'udire il nome di Betsy, si accigli.
    - Oh,  non separer le inseparabili!  - disse,  con il suo solito tono
    canzonatorio.  -  Andr con Michal Vaslevic'.  Anche il medico mi ha
    ordinato di camminare.  Far dunque la strada a piedi e immaginer  di
    essere alle acque.
    - Non  il caso di affrettarsi - disse Anna. - Volete una tazza di t?
    - E suon.
    - Portate il t e dite a Serza che  giunto Aleksj Aleksndrovic'. E
    cos,  come va la tua salute?  Michal Vaslevic', non siete mai stato
    qui  da  me;  guardate  com'  bella  la  mia  terrazza!   -  esclam,
    rivolgendosi ora all'uno, ora all'altro.
    Parlava  con  grande  semplicit e naturalezza,  ma troppo,  troppo in
    fretta. Se ne rendeva conto essa stessa, tanto pi che,  dallo sguardo
    pieno  di  curiosit  con cui la fissava Michal Vaslevic',  cap che
    egli la osservava di sfuggita.
    Michal Vaslevic' usc subito sulla terrazza. Anna sedette accanto al
    marito.
    - Non hai un bell'aspetto... - disse.
    - Lo so; oggi  venuto da me il dottore e mi ha fatto perdere un'ora -
    rispose Karenin. - Credo, anzi sono sicuro,  che l'ha mandato qualcuno
    dei miei amici, tanto  considerata preziosa la mia salute.
    - Ebbene, che ti ha detto?
    Ella  lo  interrogava sulla salute e sulle occupazioni,  lo esortava a
    riposarsi e a venire a passare qualche tempo in campagna da lei.
    Diceva tutto questo  in  tono  allegro,  rapidamente,  con  gli  occhi
    lucenti  di uno strano bagliore.  Ma Aleksj Aleksndrovic' adesso non
    attribuiva al tono di lei alcun significato. Non sentiva che le parole
    e non attribuiva ad esse  se  non  il  senso  che  realmente  avevano,
    rispondendo   alla   moglie  in  tutta  semplicit,   sebbene  un  po'
    scherzosamente.  In tutta quella conversazione  non  vi  fu  nulla  di
    particolare, ma pi tardi Anna non poteva ricordarla senza provare una
    profonda vergogna.
    Entr Serza, preceduto dalla governante. Se Aleksj Aleksndrovic' si
    fosse  dato  la pena di osservare,  avrebbe notato lo sguardo timido e
    smarrito con il quale il ragazzo guard prima il padre e poi la madre.
    Ma egli non voleva vedere e non vedeva.
    - Ah,  ecco il giovanotto!  E' cresciuto...  diventa davvero un  uomo.
    Buongiorno,  giovanotto!  - E porse la mano allo spaventato Serza. Il
    ragazzo,  timido anche prima nei rapporti  con  il  padre,  da  quando
    questi  aveva  cominciato a chiamarlo giovanotto e da quando cercava
    di  capire  se  Vronskij  gli  fosse  amico  o  nemico,   lo  sfuggiva
    addirittura e guardava la madre come per cercare protezione.  Soltanto
    con lei il fanciullo si trovava bene. Aleksej Aleksndrovic', intanto,
    parlando con la governante,  teneva il figlio per le spalle,  e Serza
    appariva  cos  infelice,  che Anna si accorse che il figlio stava per
    piangere.
    Anna,  che all'arrivo del  figliolo  era  arrossita,  vistolo  cos  a
    disagio,  balz  in  piedi,  tolse  dalle  spalle di Serza la mano di
    Aleksj Aleksndrovic' e,  dopo aver baciato il  figlio,  lo  condusse
    sulla terrazza, ma rientr subito.
    - Adesso,  per,  ora - disse, guardando l'orologio. - Come mai Betsy
    non arriva?
    - Gi - profer Aleksj Aleksndrovic' e,  incrociate  le  mani,  fece
    crocchiare  le giunture.  - Sono venuto anche per portarti del denaro,
    giacch l'usignolo non si pu nutrirlo di favole. Scommetto che ne hai
    bisogno.
    - No,  non ne ho bisogno...  cio s,  s...  ne ho bisogno -  rispose
    Anna,  senza  guardare  il  marito  e  arrossendo sino alla radice dei
    capelli. - Spero che, tornando dalle corse, passerai di qui.
    - Certo! - rispose Aleksj Aleksndrovic'.  - Ah,  ecco la bellezza di
    Peterhof,   la  principessa  Tvrskaja  -  aggiunse,  guardando  dalla
    finestra la vettura inglese con  la  cassa  alta  e  sospesa,  che  si
    avvicinava.  -  Che  eleganza!  Una  meraviglia...  Andiamo anche noi,
    dunque!
    La principessa Tvrskaja non scese nemmeno dalla carrozza  e,  davanti
    all'ingresso,  salt  gi  soltanto  il  suo  lacch,  in mantellina e
    cappello nero.
    - Io vado... addio! - disse Anna e, baciato il figlio,  si avvicin ad
    Aleksj Aleksndrovic' e gli tese la mano. - Sei stato molto gentile a
    venire.
    Aleksj Aleksndrovic' le baci la mano.
    - Arrivederci, dunque! Ti aspetto per il t, vero? - disse Anna.
    Usc,  allegra e luminosa. Ma, non appena non lo vide pi, le parve di
    sentire ancora sulla sua mano le labbra del marito e prov un  brivido
    di disgusto.


    CAPITOLO 28.

    Quando  Aleksj Aleksndrovic' apparve al campo delle corse,  Anna era
    gi seduta accanto a Betsy nella tribuna  in  cui  si  riuniva  l'alta
    societ.  Ella  scorse il marito da lontano.  Due uomini,  il marito e
    l'amante,  costituivano per lei i due centri della vita,  ed  ella  ne
    sentiva la vicinanza senza l'aiuto di sensazioni esterne. Sebbene egli
    fosse   ancora   lontano,   avvertiva   l'avvicinarsi  del  marito  e,
    involontariamente,  lo seguiva in quella marea di folla tra  la  quale
    egli  si moveva.  Sentiva quando egli si avvicinava alla tribuna,  ora
    rispondendo con indifferenza agli  inchini  adulatori,  ora  salutando
    amichevolmente  e  distrattamente  i  suoi  pari,  ora  aspettando con
    desiderio gli sguardi dei potenti di questo mondo,  sollevando il  suo
    gran  cappello  tondo  che  gli schiacciava la sommit delle orecchie.
    Anna conosceva tutti quei modi  di  fare,  e  tutti  la  disgustavano.
    Ambizione,  null'altro che ambizione e desiderio di successo...  ecco
    tutto quello che c' nella sua anima,  pensava.  I concetti elevati,
    l'amore per la civilt, la religione sono soltanto armi per riuscire.
    Dagli sguardi di Karenin verso la tribuna delle signore (egli guardava
    dalla parte della moglie,  ma non riusciva a scorgerla in quel mare di
    sete, di nastri, di piume, di ombrelli e di fiori), Anna capiva che il
    marito la cercava; ma lei, di proposito, non lo guardava.
    - Aleksj Aleksndrovic', - grid la principessa Betsy - evidentemente
    non vedete vostra moglie:  qui!
    Egli sorrise del suo abituale, freddo sorriso.
    - C' tanto splendore l in mezzo a voi che gli occhi si smarriscono -
    rispose, e si avvi verso la tribuna.  Sorrise alla moglie come doveva
    sorridere  un  marito  alla  moglie  da  poco  lasciata  e  salut  la
    principessa e gli  altri  conoscenti,  dando  a  ciascuno  ci  che  a
    ciascuno  spettava,  ossia  scherzando  con  le  signore  e scambiando
    convenevoli con gli uomini.  In basso,  vicino alla tribuna,  stava un
    generale aiutante di campo,  che Karenin stimava moltissimo per la sua
    intelligenza e la sua cultura, e con il quale si mise a discorrere.
    Era  il  momento  dell'intervallo  tra  due  corse,   e  perci  nulla
    disturbava la conversazione.  Il generale criticava le corse,  Aleksj
    Aleksndrovic'  le  difendeva.  Anna  udiva  la  sua  voce  sottile  e
    monotona,  senza  perdere neppure una parola,  e ogni parola le pareva
    falsa e le feriva dolorosamente l'orecchio.
    Quando cominci la corsa a ostacoli,  ella si pieg in  avanti  e  non
    distacc  pi  gli occhi da Vronskij che si avvicinava al cavallo e lo
    montava, e contemporaneamente ascoltava l'odiosa voce del marito,  che
    non smetteva di parlare. La tormentava la paura per Vronskij, ma ancor
    pi la tormentava, cos le pareva, quella voce incessante e odiosa.
    Sono una donna cattiva,  sono una donna perduta,  pens,  ma non mi
    piace mentire e non sopporto la menzogna,  mentre lui (il marito) vive
    di  menzogna.  Sa  tutto,  vede  tutto,  ma  che  cosa  prova,  se pu
    discorrere con tanta  tranquillit?  Se  mi  uccidesse,  se  uccidesse
    Vronskij,  lo rispetterei.  Ma no! Egli conosce soltanto la menzogna e
    le convenienze!, diceva Anna tra di s, senza sapere che cosa avrebbe
    voluto precisamente dal marito,  e quale atteggiamento avrebbe  voluto
    che egli assumesse. Non capiva neppure che quella loquacit, che tanto
    la  irritava,  non  era  altro che una manifestazione della sua intima
    inquietudine e del suo turbamento. Come un bambino che, saltando, si 
    fatto male,  agita i muscoli per calmare il proprio  dolore,  cos  ad
    Aleksj  Aleksndrovic'  era  necessario l'esercizio intellettuale per
    soffocare quei pensieri sulla moglie, pensieri che, in presenza di lei
    e in presenza di Vronskij, il cui nome era continuamente ripetuto, gli
    venivano  implacabilmente  alla  mente.  E,  come  per  un  bambino  
    necessario  battere i piedi,  cos per lui era naturale discorrere con
    spirito e intelligenza. Egli diceva:
    - Nelle corse a cavallo,  il pericolo  una condizione indispensabile.
    Se  l'Inghilterra  pu  vantare  nella  sua storia brillanti azioni di
    cavalleria,  lo deve soltanto al fatto che essa ha  sviluppato  questa
    forza  negli  uomini e nei cavalli.  Lo sport,  secondo me,  ha grande
    importanza,  ma,  come  sempre,  noi  non  ne  vediamo  che  la  parte
    superficiale.
    -  Non  superficiale  -  interloqu  la  principessa  Tvrskaja.  - Un
    ufficiale, dicono, si  rotto due costole.
    Aleksj Aleksndrovic' sorrise con quel suo sorriso che scopriva  solo
    i denti, ma che non diceva nulla di pi.
    - Ammettiamo,  principessa,  - rispose - che ci non sia superficiale,
    ma interiore. Tuttavia non si tratta di questo - e si rivolse di nuovo
    al generale,  con il quale parlava seriamente-   non  dimenticate  che
    corrono  dei  militari,  i  quali  hanno  scelto  questa  attivit,  e
    convenite che ogni vocazione ha il suo rovescio della medaglia. Ci fa
    parte dei doveri militari.  Il disgustoso  sport  del  pugilato  e  la
    tauromachia  sono  indici  di  barbarie,   al  contrario,   uno  sport
    specializzato  indice di progresso.
    - No, un'altra volta non ci verr pi:  troppo emozionante! - esclam
    la principessa Tvrskaja. - Non  vero, Anna?
    - Emozionante,  s,  ma anche molto affascinante - intervenne un'altra
    signora.  -  Se  io fossi stata una romana,  non avrei perduto un solo
    spettacolo del circo.
    Anna non diceva nulla e,  senza staccare gli occhi  dal  cannocchiale,
    guardava da un'altra parte.
    In  quel  momento  un  generale di alta statura attravers la tribuna.
    Aleksj Aleksndrovic' interruppe bruscamente di parlare,  si alz  in
    fretta ma con dignit e fece un profondo saluto.
    - Voi non correte? - domand scherzosamente l'ufficiale.
    -  La  mia  corsa  pi difficile - rispose Aleksj Aleksndrovic' con
    deferenza.
    E,  bench la risposta non significasse nulla,  il militare  finse  di
    aver  colto  una  battuta  spiritosa  e di avere afferrato in pieno la
    "pointe de la sauce" (74).
    - Ci sono  due  partiti  -  continu  Aleksj  Aleksndrovic':  -  gli
    spettatori  e gli attori,  e l'amore per questi spettacoli  un indice
    sicuro  del  basso  sviluppo  intellettuale  degli  spettatori,   sono
    d'accordo, ma...
    -  Una  scommessa,  principessa?  -  rison da basso la voce di Stepn
    Arkadyc', che si rivolgeva a Betsy. - Per chi tenete?
    - Anna e io per Kuzovlv - rispose Betsy.
    - Io per Vronskij. Un paio di guanti?
    - D'accordo.
    - Che bello spettacolo, vero?
    Aleksj Aleksndrovic' tacque mentre si parlava attorno a lui,  ma poi
    riprese subito a discorrere.
    - Sono d'accordo anch'io che,  se non si tratta di giochi virili...  -
    fece per proseguire.
    Ma,  in quel momento,  i cavalieri partirono e le conversazioni furono
    interrotte.  Anche Aleksj Aleksndrovic' tacque,  e tutti si alzarono
    in piedi,  volgendo lo sguardo verso il fiume.  Aleksj Aleksndrovic'
    non  si  interessava  alle  corse,  e  perci  non guardava quelli che
    correvano,  ma continuava a volgere  sugli  spettatori  i  suoi  occhi
    stanchi. Il suo sguardo si ferm su Anna.
    Il  viso  di  lei  era pallido e serio.  Evidentemente essa non vedeva
    nulla e nessuno,  a  eccezione  di  una  sola  persona.  La  sua  mano
    stringeva  convulsamente  il  ventaglio,  ed ella quasi non respirava.
    Aleksj Aleksndrovic' la guard e,  rapidamente,  volse gli occhi  su
    altri visi.
    S, ecco quella signora... ed eccone molte altre emozionate... E' una
    cosa  naturalissima...,  si  disse  Karenin.  Non  voleva guardare la
    moglie,  ma i suoi occhi  erano  irresistibilmente  attratti  da  lei.
    Scrut di nuovo con attenzione quel viso, cercando di leggervi ci che
    vi  era  cos  chiaramente  scritto e,  suo malgrado,  vi scoperse con
    orrore ci che non voleva sapere.
    La  prima  caduta  di  Kuzovlv  al  fosso  agit  tutti,  ma  Aleksj
    Aleksndrovic'  scorse  chiaramente  sul pallido,  trionfante volto di
    Anna,  che colui che essa seguiva con lo  sguardo  non  era  caduto...
    Allorch,  dopo  che  Machotin  e  Vronskij  ebbero superato la grande
    barriera,  un ufficiale che li  seguiva  cadde  battendo  la  testa  e
    rimanendo  ucciso  sul  colpo;  un  brivido  di  orrore  corse tra gli
    spettatori,  Aleksj Aleksndrovic' not che Anna non se n'era neppure
    accorta e che a stento capiva ci che si diceva attorno a lei. Egli la
    guardava con una intensit via via crescente.
    Per  quanto  tutta  assorta  in  Vronskij,  Anna sentiva da un lato lo
    sguardo del marito, freddo e fisso su di lei.  Si volt un attimo,  lo
    guard  interrogativamente e,  aggrottando lievemente le sopracciglia,
    si gir di nuovo.
    Ormai mi  tutto indifferente, pareva volergli dire, e non lo guard
    pi.
    La corsa fu disgraziata.  Su diciassette  ufficiali,  ne  caddero  pi
    della  met.  Verso  la  fine della corsa,  l'ansia e l'emozione erano
    ancora pi vive per il fatto che l'imperatore aveva manifestato il suo
    malcontento.


    CAPITOLO 29.

    Tutti esprimevano ad alta voce la loro insoddisfazione  e  si  sentiva
    ripetere  da ogni parte la frase pronunziata da chiss chi: Non manca
    che il circo con qualche leone...,  e tutti erano come in preda a una
    specie  di  terrore,  cosicch  quando cadde Vronskij e Anna lanci un
    altissimo: Ah!,  questo grido non parve avere nulla di  eccezionale.
    Ma  subito  dopo sul viso di Anna avvenne un mutamento del tutto fuori
    di posto.  Ella appariva completamente fuori di s;  si dibatteva come
    un uccello catturato: ora faceva l'atto di alzarsi per andar via,  ora
    si rivolgeva a Betsy e le diceva:
    - Andiamo via, andiamo via!
    Ma  Betsy  non  la  sentiva.   Sporgendosi  dal   parapetto,   parlava
    animatamente con un generale che le si era avvicinato allora.  Aleksj
    Aleksndrovic' si accost a sua moglie  e  le  offr  cortesemente  il
    braccio.
    -  Andiamo,  se lo desiderate!  - le disse in francese,  ma Anna,  che
    ascoltava le parole del generale, non si accorse neppure del marito.
    - Dicono che si sia rotto le gambe!  - riferiva il generale.   E'  una
    cosa assurda!
    Anna,  senza rispondere al marito, alz il binocolo e lo punt l dove
    Vronskij era caduto; ma la lontananza e la folla,  che si era radunata
    attorno  a lui,  non le permettevano di distinguere nulla.  Abbass il
    binocolo e fece per andarsene, ma in quel momento giunse al galoppo un
    ufficiale che rifer  qualcosa  all'imperatore.  Anna  si  sporse  per
    ascoltare.
    - Stiva! Stiva! - grid al fratello.
    Ma il fratello non la sent ed ella si mosse di nuovo per andarsene.
    -  Vi  offro  ancora  una volta il mio braccio,  se volete andare via-
    disse Aleksj Aleksndrovic'.
    Anna si scost  da  lui  con  disgusto  e,  senza  neppure  guardarlo,
    rispose:
    - No, no, lasciatemi. Io resto.
    Vedeva ora che, dal punto in cui era caduto Vronskij, attraversando la
    pista, un ufficiale correva verso la tribuna. Betsy agit verso di lui
    il fazzoletto.
    L'ufficiale  port la notizia che il cavaliere non si era fatto nulla,
    ma il cavallo aveva la schiena spezzata.
    All'udire quella notizia, Anna si sedette in fretta e si copr il viso
    con il ventaglio.  Aleksj Aleksndrovic'  si  accorse  che  piangeva,
    incapace  di  trattenere non solo le lacrime,  ma neppure i singhiozzi
    che le scotevano il petto.  Allora le si mise  davanti  per  darle  il
    tempo di riprendersi.
    -  Per  la  terza  volta vi offro il mio braccio - ripet dopo qualche
    istante, rivolgendosi alla moglie.
    Anna lo guard, senza sapere che cosa rispondere. Le venne in aiuto la
    principessa Betsy.
    - No, Aleksj Aleksndrovic', io ho condotto qui Anna e ho promesso di
    riaccompagnarla a casa.
    - Scusatemi,  principessa - rispose egli  con  un  cortese  sorriso  e
    guardandola con occhio deciso. - Vedo che Anna non sta bene e desidero
    che venga via con me.
    Anna  lo  guard  atterrita,  si  alz  docilmente  e pose la mano sul
    braccio del marito.
    - Mander da lui a prendere notizie e te le far avere subito   riusc
    a bisbigliare Betsy.
    All'uscita della tribuna,  Aleksj Aleksndrovic' parl,  come sempre,
    con quelli che incontrava e Anna dovette,  come sempre,  rispondere  e
    parlare; ma era fuori di s e camminava come trasognata al braccio del
    marito.
    Si    ucciso  o no?  Sar vero?  Verr o non verr?  Lo vedr questa
    sera?, si chiedeva.
    Si sedette in silenzio nella carrozza di Aleksj Aleksndrovic' e  non
    disse una parola mentre uscivano dalla folla delle vetture. Nonostante
    quello  che  aveva  veduto,  Karenin non si permetteva di pensare alla
    reale situazione di sua moglie.  Ne vedeva soltanto i segni esteriori.
    Si rendeva conto che si era comportata in modo sconveniente e riteneva
    suo  dovere  parlargliene.  Gli  era per molto difficile non dire pi
    dello  stretto  necessario.   Apr  la  bocca  per  farle  notare   la
    sconvenienza   del   suo  comportamento  ma,   senza  volerlo,   disse
    tutt'altro.
    -  Come  siamo  generalmente  inclini  a  questi  spettacoli  crudeli!
    osserv.
    - Che cosa? Non capisco - rispose Anna con disprezzo.
    Egli si offese e cominci immediatamente a dire quello che voleva.
    - Devo dirvi... - profer.
    Ci siamo:  la spiegazione..., pens Anna, ed ebbe paura.
    -  Devo  dirvi  che  oggi  vi  siete  comportata in modo assolutamente
    sconveniente - cominci Karenin, parlando in francese.
    - In che cosa mi sono comportata in modo sconveniente? - chiese Anna a
    voce alta, volgendo rapidamente la testa verso di lui e fissandolo con
    uno sguardo nel quale ormai non c'era pi la falsa allegria di  prima,
    ma  una espressione decisa,  sotto la quale nascondeva,  a fatica,  la
    paura provata.
    - Non dimenticate... - osserv Aleksj Aleksndrovic',  accennando con
    il capo al finestrino aperto davanti al cocchiere.
    Si alz e chiuse il vetro.
    - Che cosa avete trovato di sconveniente? - ripet Anna.
    - La disperazione che non siete riuscita a nascondere per la caduta di
    un cavaliere.
    Si  aspettava  che  la  moglie rispondesse qualcosa,  ma ella taceva e
    guardava diritto davanti a s.
    - Vi ho gi pregata di comportarvi in societ in modo che le malignit
    non possano sfiorarci.  C' stato un tempo in cui parlavo  dei  nostri
    rapporti  familiari,  ora  non pi;  ora parlo unicamente dei rapporti
    esteriori.  Non vi siete comportata com'era vostro dovere  e  desidero
    che ci non si ripeta.
    Anna non udiva neppure la met delle parole del marito;  aveva paura e
    pensava: Sar vero che Vronskij non si  ucciso?  Si riferivano a lui
    quando  dicevano che il cavaliere era incolume e che il cavallo si era
    spezzata la schiena?. Abbozz soltanto un sorriso di scherno allorch
    Aleksj Aleksndrovic' fin di parlare e non gli rispose,  giacch non
    aveva  ascoltato neppure una parola di quanto le aveva detto.  Karenin
    aveva cominciato a parlare con una certa baldanza,  ma quando si  rese
    veramente  conto di ci che aveva detto,  la paura di Anna si comunic
    anche a lui.  Vide quel  sorriso  e  cadde  in  uno  strano  senso  di
    smarrimento.
    Sorride  dei  miei  sospetti...  S,  ora mi dir ci che mi ha detto
    l'altra volta... che i miei sospetti sono infondati e ridicoli....
    Adesso che su di lui incombeva la rivelazione della verit, desiderava
    pi che mai che la moglie gli rispondesse, con il tono scherzoso delle
    altre volte,  che  i  suoi  sospetti  erano  ridicoli  e  senza  alcun
    fondamento. Era talmente spaventato per ci che sapeva, che era pronto
    a  credere  a  tutto.  Ma  l'espressione  del  viso  di  Anna,  cupa e
    atterrita, non prometteva neppure l'inganno.
    - Pu darsi che io mi sbagli - disse - e  in  tal  caso  vi  prego  di
    perdonarmi.
    -  No,  non  vi  sbagliate  -  rispose Anna lentamente,  guardando con
    disperazione il volto gelido del marito.  - Non vi sbagliate.  Sono  e
    non posso che essere disperata;  ascolto voi e penso a lui...  Lo amo,
    sono la sua amante, non posso pi resistere, ho paura, vi odio... Fate
    di me ci che volete.
    E,  rannicchiatasi nell'angolo della carrozza,  scoppi in singhiozzi,
    nascondendo il viso tra le mani.
    Aleksj  Aleksndrovic'  non  si  mosse,  n mut la direzione del suo
    sguardo;  ma il suo viso assunse a un tratto la solenne immobilit  di
    un  morto,  e  quest'espressione  non  lo  abbandon sino a quando non
    giunsero alla villa.  Allorch la vettura fu vicina a casa,  si  volse
    verso Anna e, sempre con la stessa espressione, disse:
    -  Sta  bene,  ma  io pretendo da voi l'osservanza e il rispetto delle
    convenienze almeno sino a quando...  - e a questo punto  la  sua  voce
    ebbe  un  leggero  fremito  -  non avr preso le necessarie misure per
    salvaguardare il mio onore, misure che pi tardi vi comunicher.
    Scese per primo dalla carrozza e aiut Anna a uscirne.  Di fronte alla
    servit,  le  strinse  la  mano,  risal  in  carrozza  e  ripart per
    Pietroburgo.
    Poco dopo giunse un domestico che portava  ad  Anna  un  biglietto  da
    parte della principessa Betsy:
    Ho  mandato  da Aleksj Vronskij a prendere notizie.  Mi scrive che 
    sano e salvo, ma disperato!.
    Allora verr, pens Anna. Come ho fatto bene a dirgli tutto....
    Guard l'orologio.  Mancavano ancora tre ore  all'appuntamento,  e  il
    ricordo vivo e preciso del loro ultimo incontro le accese il sangue.
    Mio Dio,  com' chiaro!  E' orribile, ma mi piace vedere il suo viso,
    mi piace questa luce fantastica... Mio marito! Ah s... Ebbene, grazie
    a Dio, con lui  finita!.


    CAPITOLO 30.

    Come tutti i luoghi in cui suole convenire molta  gente,  anche  nella
    piccola  citt  termale  tedesca,  scelta  dagli  Scerbackij,  si  era
    verificata,  per cos dire,  una  specie  di  cristallizzazione  della
    societ,  per  cui  a  ogni  membro  viene  assegnato un posto fisso e
    immutabile.  Come una gocciolina d'acqua gelata assume la forma di  un
    cristallo  di  neve,  cos  ogni individuo che giunge in una di quelle
    citt, viene immediatamente collocato al posto che gli spetta.
    "Frst" Scerbackij "sammt Gemahlin und Tochter"  (75)  si  collocarono
    subito al posto che era loro riservato, dovuto alla posizione sociale,
    al nome e alle conoscenze che avevano trovato.
    Alle  acque,  quell'anno,  vi  era un'autentica principessa tedesca di
    sangue reale, grazie alla quale la cristallizzazione della societ era
    avvenuta in modo ancora pi rigoroso.  La principessa russa desiderava
    vivamente presentarle la figlia,  e il giorno dopo il loro arrivo ebbe
    luogo la  cerimonia.  Kitty,  nel  suo  abito  "semplicissimo",  ossia
    elegantissimo  (giunto  da  Parigi),  fece  una  profonda  e  graziosa
    riverenza alla principessa tedesca,  che le disse: Spero che le  rose
    rifioriranno  presto  sul  vostro  grazioso  visetto,  e  subito  gli
    Scerbackij furono collocati su precisi binari di vita  dai  quali  non
    era  pi  possibile  uscire.  Fecero conoscenza con la famiglia di una
    nobildonna inglese,  con una contessa tedesca e  suo  figlio,  rimasto
    ferito nell'ultima guerra,  con un dotto svedese e con una certa Conut
    e sua  sorella.  La  cerchia  abituale  degli  Scerbackij,  per,  era
    naturalmente  costituita  da  una  signora di Mosca,  Mrija Evgnevna
    Rtsceva, la cui figliola era assai antipatica a Kitty,  perch si era
    anch'essa  ammalata per amore,  e di un colonnello moscovita che Kitty
    aveva visto sin da bambina in uniforme e spalline e che ora qui, con i
    suoi occhiettini,  il collo lasciato scoperto e una cravatta a colori,
    era  quanto  mai  ridicolo,  e anche molto noioso,  perch non era mai
    possibile levarselo d'attorno.
    Allorch tutte queste consuetudini furono saldamente stabilite,  Kitty
    cominci  ad annoiarsi ancora di pi,  giacch il principe era partito
    per Karlsbad, ed essa era rimasta sola con la madre. Kitty non provava
    alcun interesse per le persone che conosceva;  sentiva che in esse non
    avrebbe  trovato  nulla di nuovo.  Ci che pi l'interessava in quella
    cittadina termale erano le osservazioni che faceva sulle  persone  che
    le  erano  ignote.  Per  sua  natura,  Kitty  era  sempre  portata  ad
    attribuire alla gente,  e specialmente a  coloro  che  non  conosceva,
    sentimenti straordinariamente belli e anche adesso,  congetturando chi
    fosse l'uno e chi l'altro, quali rapporti intercorressero tra di loro,
    Kitty si immaginava i pi nobili e bei caratteri,  e cercava  conferma
    alle sue supposizioni.
    Tra  coloro  che  eccitavano  maggiormente  il suo interesse c'era una
    ragazza russa,  venuta alle acque con una  signora  inferma,  "madame"
    Stahl,  come  tutti  la chiamavano.  Questa "madame" Stahl apparteneva
    all'alta societ,  ma era cos  malata  che  non  poteva  camminare  e
    compariva  alla  fonte  soltanto  di  rado  e  quando  la giornata era
    bellissima, in una carrozzina. Ma non tanto per la malattia quanto per
    l'orgoglio,  "madame" Stahl non  aveva  fatto  conoscenza  con  alcuni
    Russi,  secondo  quanto  riteneva  la  principessa.  La  ragazza russa
    accudiva a "madame" Stahl e  inoltre,  come  aveva  notato  Kitty,  si
    intratteneva con tutti i malati gravi,  che alle acque erano numerosi,
    e prodigava anche a loro, nel modo pi naturale possibile,  le proprie
    cure.  Quella  fanciulla,  secondo  le osservazioni di Kitty,  non era
    parente di "madame" Stahl,  ma neppure doveva  essere  una  infermiera
    stipendiata.
    "Madame"  Stahl  la  chiamava  Vrenka,  e  gli  altri  la  chiamavano
    "mademoiselle" Vrenka. Kitty,  a parte l'interesse che provava per la
    fanciulla  e  per i rapporti di lei con "madame" Stahl e con gli altri
    malati  che  non  conosceva,   sentiva,   come  spesso   accade,   una
    inspiegabile  simpatia  per  la  fanciulla  e,  dagli  sguardi  che si
    scambiavano,  si rendeva conto che la  sua  simpatia  era  ricambiata.
    Quella  "mademoiselle" Vrenka non era pi giovanissima,  bens una di
    quelle creature, si pu dire,  senza et: si potevano darle diciannove
    o  trent'anni...  Se  si  esaminavano  i suoi lineamenti,  malgrado il
    colore malaticcio della carnagione, era piuttosto bella che brutta,  e
    sarebbe  stata  anche  ben  fatta  se non avesse avuto un corpo troppo
    magro e una testa sproporzionata alla sua media statura, ma non doveva
    avere alcuna attrattiva per gli uomini.
    Era simile a un bel fiore ancora pieno di petali,  ma gi appassito  e
    senza profumo.  Inoltre,  per attrarre gli uomini,  le mancava ci che
    Kitty possedeva,  e in maniera forse eccessiva: un fuoco contenuto  di
    vita e la consapevolezza del proprio fascino.
    Pareva  sempre  presa  da  qualche  idea  fissa,  incapace  perci  di
    interessarsi a nulla che le fosse estraneo. E,  appunto perch sentiva
    il contrasto che esisteva tra di loro,  Kitty provava verso la giovane
    una viva attrazione.  Avvertiva che in lei,  nel suo modo  di  vivere,
    avrebbe  trovato  il  modello  di  ci  che  ora stava tormentosamente
    cercando:   l'interesse   della   vita,    il   valore   della    vita
    indipendentemente  dai  rapporti  mondani  di  una  ragazza  verso gli
    uomini, ormai odiosi per Kitty,  giacch le appariva adesso vergognoso
    il  fatto  di esporsi come merce in attesa del compratore.  Quanto pi
    Kitty osservava la sua sconosciuta amica,  tanto pi si convinceva che
    quella donna era proprio la creatura perfetta che ella immaginava, per
    cui tanto pi desiderava farne la conoscenza.
    Le  due  ragazze  si  incontravano  parecchie volte al giorno e a ogni
    incontro gli occhi di Kitty chiedevano: Chi siete?  Che  cosa  siete?
    Non  forse vero che siete l'incantevole creatura che io immagino?  Ma
    per amor di Dio,  aggiungeva quello  sguardo,  non  pensate  che  io
    voglia imporvi di fare la mia conoscenza. Semplicemente vi ammiro e vi
    voglio bene.  Anch'io vi voglio bene; siete molto, molto graziosa, e
    ve ne vorrei ancora di pi se ne  avessi  il  tempo!,  rispondeva  lo
    sguardo della sconosciuta fanciulla. In realt, Kitty la vedeva sempre
    occupata:  ora  conduceva  alle acque i bambini di una famiglia russa,
    ora portava il "plaid" a un malato e  glielo  avvolgeva  attorno  alle
    gambe,  oppure  cercava  di distrarre un infermo irritabile o andava a
    comperare biscotti per il caff di questo o di quello.
    Poco tempo dopo l'arrivo degli Scerbackij alle acque,  vi fece la  sua
    comparsa  una  coppia di persone che attrassero la malevola attenzione
    generale. Si trattava di un uomo altissimo e un po' curvo,  dalle mani
    enormi,  avvolto  in  un  soprabito  logoro,  troppo  corto per la sua
    statura,  dagli occhi neri pieni di ingenuit e,  nello stesso  tempo,
    terribili; l'accompagnava una donna ancor giovane e carina, butterata,
    vestita  male  e senza gusto.  Riconoscendo che i nuovi arrivati erano
    russi,  Kitty  cominci  a  lavorare  di  fantasia,   immaginandoli  i
    protagonisti  di  un  romanzo  bello e commovente.  Ma la principessa,
    saputo dalla lista delle persone in cura che si  trattava  di  Nikolj
    Levin  e di Mrija Nikolevna,  spieg a Kitty che razza di uomo fosse
    quel Levin,  e tutte le fantasie romantiche della  fanciulla  sui  due
    personaggi svanirono,  non a motivo di quanto le aveva detto la madre,
    ma per il fatto che egli era il fratello di Konstantn Levin,  e i due
    le diventarono,  di colpo, sommamente sgradevoli. Quel Levin suscitava
    in lei,  con  il  suo  continuo  movimento  nervoso  della  testa,  un
    istintivo  senso  di  repulsione.  Le  pareva  che i suoi grandi occhi
    terribili, che la seguivano ostinatamente,  esprimessero un sentimento
    di odio e di scherno, ed essa evitava il pi possibile di incontrarlo.


    CAPITOLO 31.

    La giornata era pessima: era piovuto per tutta la mattina, e i malati,
    muniti di ombrelli, si erano rifugiati nella galleria.
    Kitty  passeggiava  con  la  madre  e con il colonnello di Mosca,  che
    sfoggiava  allegramente  il  suo  abito  all'europea,  acquistato  gi
    confezionato  a  Francoforte.  Camminavano  da un lato della galleria,
    cercando di non incontrare Levin che passeggiava dall'altro.  Vrenka,
    in   abito  scuro  e  con  il  cappello  nero  dalla  tesa  ripiegata,
    passeggiava avanti e indietro con una  donna  francese  cieca  e  ogni
    volta  che  si  incontravano,  le  due  fanciulle  si  scambiavano  un
    amichevole sorriso.
    - Mamma, posso parlarle? - domand Kitty che,  seguendo con lo sguardo
    la  sua sconosciuta amica e notando che essa si stava avvicinando alla
    fonte, intravedeva la possibilit di incontrarla l.
    - Se hai tanta voglia di conoscerla,  mi informer prima sul suo conto
    e  le  parler io - rispose la madre.  - Che cos'hai trovato in lei di
    cos particolare? Probabilmente  una dama di compagnia. Se vuoi, far
    conoscenza con "madame" Stahl; ho conosciuto sua cognata - continu la
    principessa, alzando orgogliosamente il capo.
    Kitty sapeva che la principessa  era  un  po'  offesa  dal  fatto  che
    "madame" Stahl sembrava evitare di far la sua conoscenza, e perci non
    insistette.
    - E' straordinaria,  davvero incantevole!  - disse,  guardando Vrenka
    che porgeva il braccio alla  cieca.  -  Osservate  quanta  semplicit,
    quanta grazia!
    - I tuoi "engouements" (76) mi divertono! - disse la principessa. - Ma
    torniamo  indietro  -  aggiunse,  avendo  notato  che  Levin  e la sua
    compagna movevano incontro a loro insieme con un dottore  tedesco,  al
    quale Nikolj diceva qualcosa con voce alta e irritata.
    Si voltarono per tornare indietro quando, a un tratto, udirono non pi
    una  semplice  conversazione  a  voce  alta,  ma  una  vera e violenta
    discussione. Levin, che si era fermato, gridava, e anche il dottore si
    accalorava e alzava la voce.  Attorno ai due cominciava a raccogliersi
    gente.  La principessa e Kitty si affrettarono ad allontanarsi, mentre
    il colonnello si cacci  tra  la  folla  per  sapere  che  cosa  fosse
    successo. Dopo alcuni minuti le raggiunse.
    - Che  stato? - s'inform la principessa.
    -  Una  vera vergogna!  - rispose il colonnello.  - All'estero si deve
    solo aver paura di incontrarsi con dei Russi.  Quel  signore  alto  ha
    litigato  con  il  dottore,  e  gli  ha  detto ogni sorta di villanie,
    accusandolo di non curarlo come si deve.  E lo ha  persino  minacciato
    con il bastone! Una vera vergogna!
    - Ah, che cosa spiacevole! - esclam la principessa. - E com' finita?
    -  Grazie  all'intervento  di  quella...  di  quella  signorina con il
    cappello a forma di fungo. Credo che sia una russa, vero?  - chiese il
    colonnello.
    - "Mademoiselle" Vrenka? - domand lietamente Kitty.
    - S,  s...  E' accorsa prima di tutti,  ha preso quel signore per un
    braccio e lo ha trascinato via.
    - Vedete - disse Kitty alla madre - e poi vi meravigliate che  io  sia
    entusiasta di lei...
    Dal giorno seguente,  osservando la sua amica sconosciuta,  Kitty not
    che Vrenka aveva gi,  anche con Levin e la sua compagna,  gli stessi
    rapporti  che  aveva  con  gli  altri  suoi  protetti.  Li avvicinava,
    discorreva con loro e faceva da interprete alla donna che  non  sapeva
    parlare alcuna lingua straniera.
    Kitty riprese a pregare,  con sempre maggior calore, la madre affinch
    le permettesse di avvicinare Vrenka.  E,  per quanto alla principessa
    seccasse  un  po'  fare  il  primo  passo  verso "madame" Stahl che si
    permetteva, chiss perch, di darsi tante arie, tuttavia,  soddisfatta
    delle informazioni assunte su Vrenka, ritenne che nel fare conoscenza
    con  lei  non  c'era  nulla  di sconveniente;  si avvicin per prima a
    Vrenka e le parl.
    Scelto un momento in cui la figlia era alla fonte e Vrenka era  ferma
    dinanzi al panettiere, la principessa l'abbord:
    -  Permettetemi  di  fare  la  vostra conoscenza - le disse con il suo
    sorriso dignitoso. - Mia figlia  innamorata di voi...  - prosegu.  -
    Forse voi non mi conoscete: io...
    -  E'  un  sentimento  pi che reciproco,  principessa - si affrett a
    rispondere Vrenka.
    -  Che  grande  servigio  avete  reso  ieri  al   nostro   disgraziato
    compatriota! - esclam la principessa.
    Vrenka arross.
    - Non ricordo, ma mi pare proprio di non aver fatto nulla - rispose.
    - E come! Avete evitato a quel Levin qualche guaio.
    - S,  la sua compagna mi ha chiamata, e io ho cercato di calmarlo. E'
    un uomo molto malato ed  malcontento del suo medico. Io sono abituata
    a curare questi malati...
    - Gi, ho sentito che vivete a Mentone, con vostra zia "madame" Stahl,
    se non sbaglio. Ho conosciuto sua cognata.
    - No,  non  mia zia.  Io la chiamo  "maman",  ma  non  mi    neppure
    parente. Mi ha allevata - rispose Vrenka, arrossendo.
    Aveva  parlato con tanta semplicit,  con un'espressione cos graziosa
    del viso,  che la principessa comprese il  motivo  dell'entusiasmo  di
    Kitty per Vrenka.
    - E cos? Che fa quel Levin? - domand la principessa.
    - Sta per partire - rispose Vrenka.
    In quel momento,  Kitty tornava dalla fonte e, nel vedere la madre che
    discorreva con la giovane amica, il suo viso si illumin di gioia.
    -  Ecco,  Kitty,   esaudito  il  tuo  grande  desiderio  di  conoscere
    "mademoiselle".
    - Vrenka - disse la fanciulla, sorridendo. - Tutti mi chiamano cos.
    Kitty  arross  dalla  gioia e a lungo,  in silenzio,  strinse la mano
    della sua nuova amica,  che non rispondeva alla stretta della sua,  ma
    le  abbandonava  la  propria.  La  mano non rispondeva,  ma il viso di
    Vrenka si illuminava di un dolce,  gioioso sorriso,  sebbene  un  po'
    velato di tristezza, che metteva in mostra i denti grandi, ma regolari
    e bellissimi.
    - Anch'io lo desideravo da molto tempo - disse.
    - Ma voi siete sempre cos occupata...
    -  Al contrario: non lo sono affatto - rispose Vrenka,  ma proprio in
    quel momento dovette lasciare le  sue  nuove  conoscenti,  perch  due
    fanciulle russe, figlie di un malato, correvano verso di lei.
    - Vrenka, la mamma chiama! - gridarono.
    E Vrenka le segu.


    CAPITOLO 32.

    I  particolari  che  la  principessa  era venuta a sapere sul conto di
    Vrenka,  sui suoi rapporti con "madame" Stahl  e  su  "madame"  Stahl
    stessa,  erano i seguenti: "madame" Stahl che, secondo quanto dicevano
    alcuni, aveva tormentato il marito sino alla morte, e invece,  secondo
    altre  voci,  il  marito aveva fatto soffrire tutta la vita con la sua
    condotta immorale,  era sempre stata una donna malaticcia ed esaltata.
    Quando,  ormai  divorziata  dal  marito,  aveva partorito il suo primo
    bambino, che era morto quasi subito, i genitori di lei,  conoscendo la
    sua  sensibilit  e  temendo che questa notizia la uccidesse,  avevano
    sostituito il bimbo con la figlioletta di una  cuoca  di  Corte,  nata
    nella  stessa notte e nella medesima casa a Pietroburgo.  Quella bimba
    era Vrenka.  Soltanto pi  tardi  "madame"  Stahl  aveva  saputo  che
    Vrenka non era sua figlia,  ma aveva continuato ad averne cura, tanto
    pi che ben presto i genitori di  Vrenka  erano  morti  ed  essa  era
    rimasta sola al mondo.
    Da  ormai  pi  di  dieci  anni,  "madame" Stahl viveva all'estero nel
    mezzogiorno,  e non lasciava quasi mai il letto.  Dicevano alcuni  che
    ella  si  era  creata  in societ la fama tutt'altro che meritata,  di
    donna virtuosa e profondamente religiosa;  altri assicuravano che  era
    una creatura dall'animo buono,  che viveva solamente per il bene degli
    altri.  Nessuno  sapeva  a  quale  religione  appartenesse,  se  fosse
    cattolica,  protestante od ortodossa; una cosa sola era indiscutibile:
    ella era in rapporti di amicizia con i  personaggi  pi  in  vista  di
    tutte le chiese e confessioni.
    Vrenka   era  sempre  vissuta  all'estero  con  lei,   e  coloro  che
    conoscevano  "madame"  Stahl,  conoscevano  e  amavano  "mademoiselle"
    Vrenka, come tutti la chiamavano.
    Saputi  questi  particolari,  la principessa non trov nulla da ridire
    sull'avvicinamento della figlia a Vrenka,  tanto pi che quest'ultima
    aveva   un   comportamento   e   una  educazione  eccellenti:  parlava
    perfettamente l'inglese e il francese e,  cosa pi  importante,  aveva
    espresso  il  dispiacere  di  "madame" Stahl per non avere,  a cagione
    della sua malattia, il piacere di fare conoscenza con la principessa.
    Una volta presentata a Vrenka,  Kitty si sent  sempre  pi  attratta
    dalla fanciulla, e ogni giorno trovava in lei nuovi pregi.
    La principessa,  venuta a sapere che Vrenka possedeva una bella voce,
    la invit a recarsi da lei alla sera per cantare.
    - Kitty suoner il pianoforte, che in verit non  eccellente,  ma voi
    ci  procurerete  un  grande  piacere  -  disse la principessa,  con un
    affettato sorriso,  che riusciva ora sgradevole a Kitty,  perch aveva
    notato  che  Vrenka non aveva alcun desiderio di cantare.  Alla sera,
    comunque,  la fanciulla non manc di  presentarsi  dalla  principessa,
    portando con s un fascicolo di musica.  La principessa aveva invitato
    anche Mrija Evgnevna, sua figlia e il colonnello.
    Vrenka pareva del tutto indifferente che vi  fossero  persone  a  lei
    sconosciute,   e   si  avvicin  subito  al  pianoforte.   Non  sapeva
    accompagnarsi, ma leggeva le note in modo davvero sorprendente. Kitty,
    che suonava bene, l'accompagn.
    - Siete veramente molto brava!  - le disse  la  principessa  dopo  che
    Vrenka ebbe cantato meravigliosamente la prima romanza.
    Mrija  Evgnevna  e  sua  figlia  la  ringraziarono  e  la elogiarono
    caldamente.
    -  Guardate  -  disse  il  colonnello,  affacciandosi  alla  finestra.
    Guardate quanta gente si  radunata per ascoltarvi...
    Infatti  sotto  la  finestra  si  era  formato  un  notevole gruppo di
    persone.
    - Sono molto lieta di avervi procurato un piacere - disse Vrenka, con
    grande semplicit.
    Kitty guardava con orgoglio la sua nuova amica;  era entusiasta  della
    sua arte,  della sua voce e del suo viso ma,  soprattutto, la ammirava
    perch capiva che ella non era per nulla orgogliosa della sua  bravura
    e  rimaneva indifferente agli elogi che riceveva.  Pareva soltanto che
    si chiedesse: devo cantare ancora o basta cos?
    Se fossi io  al  suo  posto  ,  pensava  Kitty,  come  mi  sentirei
    orgogliosa! Come mi rallegrerei nel vedere tutta questa gente sotto le
    finestre  in  attesa  di  sentirmi  cantare!  A lei invece non importa
    affatto...  Canta  soltanto  per  non  essere  scortese  con  "maman",
    rifiutando  di farlo.  Che c' in lei?  Che cosa le d la forza di non
    attribuire importanza a nulla,  di essere cos calma  e  serena?  Come
    vorrei  sapere  e  imparare  da  lei tutto questo!,  si diceva Kitty,
    guardando il viso di Vrenka.
    La principessa chiese alla  fanciulla  di  cantare  ancora  e  Vrenka
    esegu  un altro brano con la stessa bravura,  stando ritta accanto al
    pianoforte e battendo il tempo con la mano magra e bruna.
    Il pezzo successivo del fascicolo  era  una  romanza  italiana.  Kitty
    esegu il preludio e si volt a guardare Vrenka.
    - Questa,  se non ti spiace,  tralasciamola - disse Vrenka, facendosi
    rossa.
    Kitty fiss l'amica con sguardo interrogativo.
    - D'accordo,  passiamo a un'altra - si affrett  a  dire,  voltando  i
    fogli  e  intuendo  subito  che  a quella canzone doveva essere legato
    qualche ricordo.
    - No,  no - rispose Vrenka,  appoggiando  la  mano  sul  fascicolo  e
    sorridendo.  - Cantiamola pure! - E la esegu con la stessa calma e la
    stessa fredda precisione dei brani precedenti.
    Quand'ella ebbe  finito,  tutti  la  ringraziarono  e  passarono  a  a
    prendere il t.  Kitty e Vrenka uscirono nel giardino che era accanto
    alla casa.
    - Non mi sbaglio se penso che quella  canzone  sia  legata  a  qualche
    ricordo?  -  chiese  Kitty.  -  Non  me  ne  parlate  -  si affrett a
    soggiungere - ma ditemi soltanto se  vero...
    - E perch?  Ve ne parler,  invece...  -  rispose  Vrenka  e,  senza
    indugiare,  prosegu: - E' un ricordo,  un doloroso ricordo. Ho amato
    un uomo e cantavo per lui questa canzone...
    Kitty, con i grandi occhi spalancati e commossi, guardava Vrenka.
    - Lo amavo ed egli mi amava,  ma  sua  madre  non  ha  voluto  che  mi
    sposasse...  e  cos  diventato il marito di un'altra.  Ora abita non
    lontano da noi,  e talvolta mi capita di vederlo.  Non  pensavate  che
    anch'io avessi il mio romanzo? - disse, e il suo bel volto risplendeva
    di  quella  fiamma  che  un  tempo,  Kitty  lo  sentiva,  aveva dovuto
    illuminarlo.
    - Come avrei potuto non pensarlo? Se io fossi un uomo non potrei amare
    nessun'altra donna dopo aver conosciuto voi.  Ci che non  concepisco,
    per,    come  mai  lui abbia potuto dimenticarvi e rendervi infelice
    soltanto per obbedire alla madre: dev'essere un uomo senza cuore!
    - Oh no,   un uomo molto buono e,  per quanto riguarda me,  non  sono
    affatto  infelice...  Allora,  per  questa sera,  non si canta pi?  -
    aggiunse, avviandosi verso casa.
    - Quanto siete buona, quanto siete buona! - esclam Kitty,  fermandosi
    per abbracciarla. - Potessi rassomigliare un poco a voi!
    -  Perch  vorreste  rassomigliare a qualcun altro?  Siete buona cos,
    come siete - disse Vrenka con il suo dolce sorriso stanco.
    - No, non sono affatto buona... Ma ditemi...  aspettate,  sediamoci un
    po'  qui  -  propose  Kitty,  facendo  sedere  Vrenka su una panchina
    accanto a s.  - Non  una cosa offensiva pensare che  un  uomo  abbia
    disdegnato il vostro amore, che non l'abbia voluto...
    - Egli non l'ha disdegnato,  credo che mi amasse veramente,  ma era un
    figlio obbediente.
    - Gi,  ma se avesse agito  cos  non  per  volont  della  madre,  ma
    semplicemente per volont sua?  - disse Kitty,  sentendo di essere sul
    punto di svelare il suo segreto e rendendosi conto che  il  suo  viso,
    fiammeggiante di vergogna, gi la tradiva.
    -  In  tal  caso si sarebbe comportato male e io non lo rimpiangerei -
    rispose Vrenka, avendo evidentemente compreso che non si trattava pi
    di lei, ma di Kitty.
    - Ma  l'offesa?  -  esclam  Kitty.  -  Non    possibile  dimenticare
    l'offesa,  non  possibile...  - rispose, rammentando il "suo" sguardo
    durante l'ultimo ballo, nel momento in cui la musica si interrompeva.
    - Dov' l'offesa? Avete forse agito male?
    - Si tratta di peggio. E' una cosa vergognosa.
    Vrenka scosse il capo e pos la sua mano su quella di Kitty.
    - Ma che c' di  vergognoso?  Non  potevate  certo  dire  a  un  uomo,
    indifferente nei vostri riguardi, che l'amavate...
    - Questo no, s'intende: io non ho mai detto neppure una parola, ma lui
    lo sapeva. No... no... ci sono certi sguardi, ci sono certe maniere...
    Vivessi pur cent'anni, non potrei dimenticare.
    - E allora?  Non capisco. Si tratta di sapere se ora lo amate ancora o
    no - disse Vrenka, che era solita chiamare le cose con il loro nome.
    - Lo odio. Non posso perdonare a me stessa.
    - Ma che cosa, dunque?
    - La vergogna, l'offesa.
    - Ah, mio Dio! Se tutte fossero sensibili come voi!  Non c' fanciulla
    che  non abbia provato qualcosa di simile.  E tutto questo  cos poco
    importante!
    - Che c' dunque di importante? - domand Kitty, guardando l'amica con
    un curioso stupore.
    - Ah, molte cose sono importanti! - rispose Vrenka, sorridendo.
    - Che cosa?
    - Molte cose sono pi importanti - ripet la  fanciulla,  non  sapendo
    che cosa dire.
    In quel momento si ud dalla finestra la voce della principessa:
    - Kitty, fa fresco! Mettiti uno scialle, oppure rientra.
    -  E'  ora,   ora davvero - disse Vrenka,  alzandosi.  - Devo ancora
    andare da "madame" Berthe, che mi ha pregata di passare da lei.
    Kitty  la  teneva  per  mano  e,   con  lo  sguardo  appassionatamente
    implorante,  le  chiedeva:  Che cosa c' di cos importante che possa
    dare tanta calma e tanta  serenit?  Voi  lo  sapete,  ditemelo!.  Ma
    Vrenka  non  capiva  neppure  che cosa chiedesse lo sguardo di Kitty.
    Ricordava soltanto che doveva ancora passare  da  "madame"  Berthe  ed
    essere a casa per il t di "maman", prima di mezzanotte.
    Rientr,  prese il fascicolo della musica e, dopo aver salutato tutti,
    si accinse a uscire.
    - Permettetemi, vi prego, di accompagnarvi - disse il colonnello .
    - E come potrebbe andar sola di notte? - insist la principessa.  - Vi
    mando almeno Parascia.
    Kitty   si  accorse  che  Vrenka  tratteneva  a  stento  un  sorriso,
    sentendosi dire che doveva essere accompagnata.
    - No, io vado sempre sola e non mi accade mai nulla - disse, prendendo
    il cappello.
    E, dopo aver baciato ancora una volta Kitty,  senza averle detto quale
    fosse  la  cosa  pi  importante,  si allontan a passo fermo,  con il
    fascicolo  della  musica  sotto  il   braccio,   e   scomparve   nella
    semioscurit della notte estiva,  portando con s il segreto di quello
    che era importante e che le dava quella dignitosa e invidiabile calma.


    CAPITOLO 33.

    Kitty fece anche conoscenza con "madame" Stahl  e  questa  conoscenza,
    unitamente con l'amicizia con Vrenka, non soltanto ebbe su di lei una
    forte  influenza,  ma  contribu  a dare conforto al suo dolore.  Ella
    trovava tale conforto perch,  grazie a quella conoscenza,  le si  era
    aperto dinanzi un mondo del tutto nuovo, che non aveva nulla di comune
    con il suo passato,  un mondo superiore e bello,  dalla cui altezza si
    poteva guardare quel passato con serenit.  Le si  era  rivelato  che,
    oltre  alla  vita  istintiva,  cui  sino  allora  si  era abbandonata,
    esisteva una vita spirituale,  rivelata dalla  religione,  ma  da  una
    religione che non aveva nulla di comune con quella che Kitty conosceva
    sin  dall'infanzia  e  che  si esprimeva nella messa e nei vespri alla
    "Casa della vedova" (77),  dove si potevano  incontrare  conoscenti  e
    studiare  a  memoria  con il pop i testi slavi;  questa era invece una
    religione superiore,  misteriosa,  legata a una serie di pensieri e di
    sentimenti  meravigliosi,  nella  quale  non  solo  si poteva credere,
    perch cos era ordinato, ma che si poteva amare.
    Kitty non apprese tutto questo dalle parole.  "Madame"  Stahl  parlava
    con  lei come con una cara bambina,  di cui si gode come di un ricordo
    della propria giovinezza;  soltanto una volta accenn che in tutte  le
    umane  afflizioni  danno consolazione soltanto l'amore e la fede e che
    grazie alla compassione del Cristo per  noi  non  esistono  afflizioni
    insignificanti...; subito dopo pass a un altro argomento. Ma Kitty in
    ogni suo gesto, in ogni sua parola, in ogni suo sguardo - che definiva
    celeste    e  in  particolare  nella  storia  della sua vita che aveva
    conosciuta attraverso Vrenka,  in tutto  riconosceva  quello  che  
    importante e che essa, sino allora, aveva ignorato.
    Tuttavia, per quanto elevato fosse il carattere di "madame" Stahl, per
    quanto  commovente  la sua storia e tenere le sue parole,  Kitty,  suo
    malgrado, notava in lei certi tratti che la sconcertavano. Notava che,
    parlando dei suoi genitori,  "madame" Stahl  sorrideva  con  un  certo
    disprezzo,  il  che  era contrario alla bont cristiana.  Altre volte,
    incontrando da lei qualche prete cattolico,  notava che "madame" Stahl
    teneva  con  cura il viso nascosto nell'ombra del paralume e sorrideva
    in modo strano. Per quanto insignificanti fossero queste osservazioni,
    la turbavano e  le  facevano  sorgere  qualche  dubbio  sul  conto  di
    "madame"  Stahl.  In compenso,  Vrenka,  sola,  senza parenti,  senza
    amici, che,  con la sua triste disillusione,  nulla desiderava e nulla
    rimpiangeva,  rappresentava  quella perfezione che Kitty si permetteva
    soltanto di sognare.  Attraverso Vrenka aveva capito  che,  solamente
    dimenticando   se  stessi  e  amando  gli  altri,   si  poteva  essere
    tranquilli, felici e buoni,  e Kitty voleva diventare cos.  Ora,  che
    aveva capito chiaramente che cos'era la cosa pi importante,  non si
    accontent pi di entusiasmarsene,  ma si dedic con tutta  l'anima  a
    questa  nuova vita che le si era rivelata.  Dai racconti di Vrenka su
    ci che facevano "madame" Stahl e altri che lei nominava, Kitty si era
    tracciato un piano di esistenza futura.  Anche lei,  come la nipote di
    "madame"  Stahl,  Aline,  della  quale Vrenka le aveva parlato molto,
    avrebbe cercato,  dovunque fosse vissuta,  gli  infelici,  li  avrebbe
    aiutati secondo le proprie forze,  avrebbe distribuito il Vangelo,  lo
    avrebbe letto ai malati, ai moribondi, ai delinquenti.  Il pensiero di
    leggere  il  Vangelo,  come  faceva  Aline,  seduceva  Kitty  in  modo
    particolare.  Ma tutti questi  erano  sogni  segreti,  che  Kitty  non
    rivelava n alla madre, n a Vrenka.
    Del resto,  in attesa di poter realizzare i suoi progetti, Kitty anche
    adesso,  in quella cittadina termale dove  c'erano  tanti  ammalati  e
    tanti infelici,  trov facilmente il modo di mettere in pratica i suoi
    progetti imitando Vrenka.
    Dapprima la principessa not soltanto che Kitty si trovava pi che mai
    sotto la forte influenza del suo "engouement",  come lei lo  definiva,
    per "madame" Stahl e,  in special modo,  per Vrenka; si rendeva conto
    che Kitty non soltanto imitava Vrenka nella sua  attivit  ma,  senza
    volerlo,  assumeva il suo modo di camminare,  di parlare e di sbattere
    gli  occhi.   In  seguito,   poi,   si  accorse  che   nella   figlia,
    indipendentemente dall'influenza delle amiche, si andava compiendo una
    seria evoluzione spirituale.
    La  principessa  vedeva che alla sera Kitty leggeva il Vangelo (78) in
    francese,  che le aveva regalato "madame" Stahl,  cosa che  prima  non
    faceva;  che evitava i conoscenti mondani e si avvicinava agli infermi
    che erano sotto la protezione  di  Vrenka  e,  in  particolare,  alla
    povera  famiglia  di  un pittore ammalato,  un certo Petrv,  famiglia
    presso la quale Kitty era evidentemente fiera di compiere i doveri  di
    una suora di carit. Erano tutte ottime cose, queste, e la principessa
    non  aveva  nulla in contrario,  tanto pi che la moglie di Petrv era
    una  donna  molto  perbene  e  che  la  principessa  tedesca,   notata
    l'attivit   di   Kitty,   l'aveva   elogiata,   definendola  l'angelo
    consolatore. Tutte cose, ripeto,  ottime,  se non fossero state spinte
    all'eccesso. E la principessa, notando una certa esagerazione, ritenne
    opportuno  fare  osservare  alla  figlia  che  "il ne faut jamais rien
    outrer" (79).
    Ma la figlia non rispose perch pensava in cuor suo  che  non  si  pu
    parlare  di  eccessi  nell'attivit  cristiana.  Quale  eccesso poteva
    esserci nel seguire una dottrina che ordina a chi   stato  colpito  a
    una  guancia  di  porgere  l'altra  e di dare la camicia quando gli si
    toglie il mantello? Alla principessa questo zelo,  per,  non piaceva;
    ancora  meno  le  piaceva  che,  come  essa sentiva,  Kitty non voleva
    aprirle il suo cuore.
    Kitty,  effettivamente,  nascondeva alla madre i suoi nuovi  punti  di
    vista e i suoi sentimenti.  E questo, non perch non rispettasse e non
    amasse sua  madre,  ma  proprio  perch  si  trattava  di  sua  madre.
    Piuttosto  che  alla  madre  si  sarebbe confidata con qualsiasi altra
    persona.
    - E' gi un bel pezzo che Anna Pvlovna non  pi venuta a trovarci  -
    disse  un  giorno  la  principessa  a proposito della Petrova.  - L'ho
    invitata, ma non so... mi pare contrariata da qualcosa...
    - A me non sembra - disse Kitty, arrossendo.
    - E' molto che non sei stata da loro?
    - Abbiamo combinato di andare domani a  fare  una  gita  in  montagna-
    rispose Kitty.
    - Bene,  andateci!  - disse la principessa,  scrutando il viso turbato
    della figlia e cercando di indovinare il motivo di quel turbamento.
    Quello stesso giorno Vrenka venne a pranzo e rifer che Anna Pvlovna
    aveva rinunziato alla gita in montagna.  E  la  principessa  not  che
    Kitty era arrossita di nuovo.
    - Kitty,   forse accaduto qualcosa di spiacevole tra te e i Petrv? -
    le domand quando rimasero sole.  - Perch la  signora  ha  smesso  di
    mandare qui i bambini e non  pi venuta a trovarci?
    Kitty  rispose  che  non  era  accaduto  assolutamente nulla e che non
    capiva proprio perch Anna Pvlovna sembrasse offesa con lei.  E Kitty
    diceva  la  verit.  Non capiva il mutamento di Anna Pvlovna nei suoi
    riguardi,  ma lo intuiva.  Intuiva una cosa che,  non solo non  poteva
    dire  alla  madre,  ma neppure a se stessa;  una di quelle cose che si
    sentono,  ma che non si possono dire neppure  a  se  stessi,  tanto  
    vergognoso  e  orribile  l'ingannarsi.  Essa cercava continuamente nei
    propri ricordi quali erano stati i suoi rapporti con quella  famiglia.
    Rammentava la viva, ingenua gioia che appariva sul tondo viso buono di
    Anna  Pvlovna  durante  i  loro  incontri;  ricordava le loro segrete
    conversazioni sul malato,  le congiure per allontanarlo dal lavoro che
    gli  era  stato  proibito  e  i  tentativi  per  portarlo a passeggio,
    l'attaccamento del bambino pi piccolo che la chiamava la mia  Kitty
    e che non voleva andare a letto se non c'era lei.  Com'era bello tutto
    ci! Si ricordava poi del viso smagrito di Petrv,  con quel suo lungo
    collo,  e la figura di lui avvolta nel soprabito di panno; i suoi radi
    capelli ondulati,  gli azzurri occhi indagatori che  nei  primi  tempi
    parevano  a  Kitty  terribili,  e  i  tentativi  che  egli  faceva per
    apparire, in sua presenza, animato e vivace. Ricordava i propri sforzi
    dei primi tempi per superare la repulsione che provava verso  di  lui,
    come  verso  tutti  i  tisici,  e  i tentativi per escogitare che cosa
    dirgli.  Ricordava lo sguardo  timido  e  commosso  con  cui  egli  la
    guardava,  e  la  strana  sensazione  di  compassione  e di disagio e,
    infine,  la consapevolezza della propria bont  che  provava  in  quei
    momenti!  Ma tutto questo era accaduto nei primi tempi... Ora, invece,
    da qualche giorno tutto si  era  guastato.  Anna  Pvlovna  accoglieva
    Kitty  con  cortesia forzata e non smetteva di tener d'occhio lei e il
    marito.
    Possibile che la commovente gioia del pittore nel vedere la  fanciulla
    fosse la causa del raffreddamento di Anna Pvlovna?
    S,  rammentava  Kitty,  c'era  qualcosa  di  non  naturale in Anna
    Pvlovna e di ben diverso dalla sua bont  quando  l'altro  giorno  mi
    disse,  in  tono irritato e quasi con dispetto: "Ecco,  non faceva che
    aspettarvi; senza di voi non ha voluto neppure bere il caff,  sebbene
    sia  spaventosamente debole...".  "S,  forse le  spiaciuto quando io
    gli ho dato la coperta per le gambe!  E' una cosa da  nulla,  ma  egli
    l'ha  gradita con un imbarazzo cos da malato e mi ha ringraziato cos
    a lungo che mi sono persino sentita a disagio.  E poi il mio  ritratto
    che  ha  dipinto  cos  bene!  E,  soprattutto,  quel suo sguardo cos
    turbato e colmo di tenerezza!  S,  s...    cos,    cos...",  si
    ripeteva Kitty con orrore.  No,  questo non pu,  non deve essere! E'
    tanto disgraziato!.
    Quel dubbio avvelenava l'incanto della sua nuova esistenza.


    CAPITOLO 34.

    Gi prima della fine della cura delle acque,  il  principe  Scerbackij
    che,  dopo  Karlsbad,  era  andato a Baden e a Kissingen da certi suoi
    conoscenti russi,  per fare provvista di  spirito  russo  come  egli
    diceva, ritorn dai suoi.
    I  punti  di  vista  del  principe  e  della  principessa  sulla  vita
    all'estero erano diametralmente opposti.  La principessa trovava tutto
    perfetto e,  nonostante la solida posizione che occupava nella societ
    russa, cercava sempre, quando era all'estero,  di sembrare una signora
    europea,   cosa   che  non  le  si  addiceva,   dato  il  suo  aspetto
    schiettamente russo, ragion per cui le accadeva, talvolta, di trovarsi
    un po' a disagio. Il principe, al contrario,  all'estero trovava tutto
    pessimo,  si sentiva oppresso dalla vita europea, si atteneva alle sue
    abitudini russe e,  proprio all'estero,  faceva di tutto per  apparire
    meno europeo di quanto, in realt, non lo fosse.
    Il  principe  torn  smagrito,  con  le guance flaccide,  ma in ottima
    disposizione di spirito,  disposizione che si  accentu  quando  trov
    Kitty  in  via di guarigione.  La principessa lo inform dell'amicizia
    che legava la figliola a "madame" Stahl e a Vrenka,  e del  mutamento
    morale  avvenuto  in  essa;  ma queste notizie turbarono il principe e
    risvegliarono in lui il consueto sentimento di gelosia verso tutto ci
    che potesse allontanare da  lui  la  figlia,  e  il  timore  che  essa
    sfuggisse  alla  sua influenza in qualche regione a lui inaccessibile.
    Queste notizie spiacevoli  affondarono  ben  tosto  in  quel  mare  di
    bonariet e di gaiezza,  insite in lui, e che si erano rafforzate alle
    acque di Karlsbad.
    Il giorno successivo al suo ritorno, si rec con la figlia alla fonte,
    con indosso un lungo soprabito, con il suo rugoso viso alla russa e le
    guance flosce,  sostenute dal colletto  inamidato,  in  condizione  di
    eccellente umore.
    La  mattinata  era  splendida,  le  case  linde  e  allegre con i loro
    giardinetti,  la vista delle donne tedesche dalla faccia e dalle  mani
    rosse,  sature  di  birra,  che  lavoravano  allegramente,  e  il sole
    luminoso,  gli colmavano il cuore di gioia;  ma,  quanto pi  padre  e
    figlia  si  avvicinavano  alla  fonte,  con  tanta  maggior  frequenza
    incontravano dei malati,  il cui aspetto appariva ancora pi penoso in
    quell'ambiente  tedesco  dalla  vita  cos  bene  organizzata.  Questi
    contrasti, ormai, non colpivano pi Kitty. Il sole limpido,  l'allegro
    splendore  della  verzura,  i  suoni  della  musica,  erano per lei la
    naturale cornice di tutti quei visi noti e dei mutamenti,  in meglio o
    in peggio,  che essa seguiva.  Per il principe,  invece,  la luce e lo
    splendore di quella mattinata di giugno,  i suoni  dell'orchestra  che
    eseguiva  un allegro valzer alla moda e,  soprattutto,  la vista delle
    robuste fantesche,  sembravano  un  non  so  che  di  mostruoso  e  di
    sconveniente  di  fronte  a  quei moribondi che accorrevano l da ogni
    parte d'Europa e si movevano con tanta tristezza.
    Nonostante  il  sentimento  di  orgoglio,   simile  a  un  ritorno  di
    giovinezza  che  provava  il  principe  quando  la  figlia  prediletta
    camminava al suo fianco,  si sentiva ora un  po'  a  disagio  e  quasi
    vergognoso  a  causa  della  sua andatura energica,  delle sue forti e
    robuste spalle. Provava quasi la sensazione di un uomo che si trovi in
    mezzo al pubblico senza essere vestito.
    - Presentami,  presentami ai tuoi nuovi amici!  - disse  alla  figlia,
    premendole  il  braccio  con  il gomito.  - Ho cominciato a voler bene
    anche a questa tua brutta Soden,  visto che ti ha  ridato  la  salute.
    Soltanto che qui  triste, tutto molto triste! Chi  quello?
    Kitty gli nominava i conoscenti che incontravano.  Proprio all'entrata
    del giardino si imbatterono nella cieca "madame"  Berthe  con  la  sua
    accompagnatrice, e il principe si rallegr nel vedere l'espressione di
    gioia  che  si  dipinse  sul viso della vecchia signora al suono della
    voce di Kitty.  Con l'esuberante cortesia,  propria dei  Francesi,  la
    vecchia si mise subito a discorrere con il principe, rallegrandosi con
    lui   per   avere  una  figlia  cos  incantevole,   tessendo  le  pi
    entusiastiche lodi di Kitty,  che definiva un tesoro,  una  perla,  un
    angelo consolatore...
    -  In  questo  caso    l'angelo  consolatore  numero  due  - disse il
    principe,  sorridendo - giacch l'angelo numero uno    "mademoiselle"
    Vrenka.
    - Oh,  "mademoiselle" Vrenka  davvero un angelo,  ve lo assicuro!  -
    esclam "madame" Berthe.
    Nella galleria incontrarono anche Vrenka.  Ella camminava in  fretta,
    dirigendosi verso di loro, e portava un'elegante borsa rossa.
    - E' arrivato pap! - le disse subito Kitty.
    Vrenka,  in  modo semplice e naturale come sempre,  fece un movimento
    tra il saluto e  la  riverenza,  e  subito  prese  a  parlare  con  il
    principe.
    - Si capisce che vi conosco, e anche molto bene - le disse il principe
    con  un  sorriso,  dal quale Kitty comprese con gioia che la sua amica
    era piaciuta al padre. - Dove andate cos di fretta?
    - "Maman"  qui - rispose essa, rivolgendosi a Kitty; - non ha dormito
    tutta la notte,  e il dottore le ha consigliato  di  prendere  un  po'
    d'aria. Le porto il suo lavoro.
    -  Ecco  dunque  l'angelo  numero uno!  - esclam il principe,  quando
    Vrenka se ne fu andata.
    Kitty comprese che il padre aveva voglia di canzonare un po'  Vrenka,
    ma  non  riusciva  a  farlo  perch  la  fanciulla  gli  era veramente
    piaciuta.
    - Bene,  cos vedremo tutti i tuoi amici - aggiunse -  anche  "madame"
    Stahl, se si degner di ricordarsi di me.
    - L'hai forse conosciuta,  pap?  - domand Kitty con terrore, notando
    che,  mentre nominava "madame" Stahl,  negli occhi del principe si era
    acceso un lampo di ironia.
    -  Ho  conosciuto  suo  marito  e  un  po' anche lei,  prima che fosse
    pietista.
    - Che significa pietista,  pap?  - domand Kitty,  gi spaventata  al
    pensiero  che tutto quanto essa apprezzava in "madame" Stahl avesse un
    nome.
    - Di preciso non lo so neppure io, so solamente che essa ringrazia Dio
    di tutto,  anche di una disgrazia e che l'ha ringraziato persino della
    morte  del marito.  Ebbene,   una cosa buffa,  visto che non andavano
    d'accordo. E quello laggi,  chi ,  con quel viso cos malaticcio?  -
    domand  poi,  notando  un  uomo  di  media statura,  seduto su di una
    panchina che indossava un soprabito marrone e  un  paio  di  pantaloni
    bianchi,  che scendevano in strane pieghe sulle ossa delle gambe prive
    di carne.
    Quel signore si lev il cappello di paglia,  scoprendo i radi  capelli
    ondulati e la fronte alta, di un rossore malsano.
    -  E'  Petrv,  un pittore - disse Kitty arrossendo.  - E quella  sua
    moglie - aggiunse indicando Anna Pvlovna che,  come  a  bella  posta,
    mentre  essi  si avvicinavano,  correva dietro al bambino che scappava
    lungo un viale.
    - Come fa pena! Ma che viso interessante, per! - osserv il principe.
    - Perch non ti sei avvicinata?  Ho avuto  l'impressione  che  volesse
    dirti qualcosa.
    -  Avviciniamoci allora - rispose Kitty,  voltandosi con decisione.  -
    Come state oggi? - domand a Petrv.
    Petrv si alz  appoggiandosi  al  bastone  e  guard  timidamente  il
    principe.
    -  E'  mia  figlia  -  disse questi.  - Permettetemi di fare la vostra
    conoscenza.
    Il  pittore  si  inchin  e  sorrise,   scoprendo  i  denti   bianchi,
    stranamente lucenti.
    - Ieri vi aspettavamo, principessina - disse a Kitty.
    Barcoll mentre cos parlava,  ma ripet subito il movimento, tentando
    di far credere che l'aveva fatto apposta.
    - Volevo venire,  ma  Vrenka  ha  detto  che  Anna  Pvlovna  l'aveva
    incaricata di avvertirmi che non sareste andato a fare la passeggiata.
    - Ma come?  - esclam Petrv arrossendo ed eccitandosi, mentre cercava
    con lo sguardo la moglie. - Annette, Annette!  - esclam ad alta voce,
    e sul suo bianco, esile collo, si tesero, simili a corde, delle grosse
    vene.
    Anna Pvlovna si avvicin.
    -  Come  mai  hai  mandato  a  dire alla principessina che non saremmo
    usciti? - le domand in tono irritato, con voce quasi spenta.
    - Buon giorno,  principessina - salut Anna Pvlovna  con  un  sorriso
    cos  dissimile  da  quello di un tempo.  - Molto lieta di conoscervi,
    principe - aggiunse,  rivolgendosi  al  vecchio  signore.  -    Vi  si
    aspettava da tempo!
    -  Come  mai  hai  mandato  a  dire alla principessina che non saremmo
    usciti?  - sussurr ancora una volta il pittore sempre  pi  irritato,
    perch  la  voce  rauca  non  gli  permetteva  di dare alle sue parole
    l'espressione che egli voleva.
    - Ah,  mio Dio!  Avevo pensato che non saremmo usciti  -  rispose  con
    stizza.
    - Come? Quando?... - e, in preda a un nuovo attacco di tosse egli fece
    un gesto con la mano.
    Il principe si lev il cappello e si allontan con la figlia.
    - Oh! - sospir penosamente. - Povera gente! Povera gente!
    - S,  pap,  povera gente davvero - rispose Kitty.  - Pensa che hanno
    tre figli,  nessuno che li aiuti in casa e quasi privi di mezzi.  Egli
    riceve  un  piccolo  sussidio  dall'Accademia  (80)    prosegu  Kitty
    animatamente,  cercando di soffocare l'emozione che si era impadronita
    di  lei  in  seguito  allo  strano mutamento di Anna Pvlovna nei suoi
    confronti.
    - Ah,  ecco "madame" Stahl!  -  disse  poi  Kitty,  accennando  a  una
    carrozzella nella quale, appoggiato a un mucchio di cuscini e riparato
    da un parasole, era steso qualcosa di grigio e di azzurro.
    Era  "madame"  Stahl.  Dietro  di  lei stava ritto un robusto facchino
    tedesco,  che la portava a passeggio.  Accanto le camminava un  biondo
    conte svedese,  che Kitty conosceva di nome. Alcuni malati indugiavano
    presso la carrozzella e osservavano la signora con curiosit.
    Il principe si diresse verso di lei e subito nei suoi occhi Kitty not
    quel guizzo di scherno che tanto la sconcertava.  Egli si  avvicin  a
    "madame"  Stahl  e  si  mise  a parlare,  in quell'ottimo francese che
    soltanto pochissimi oggi conoscono,  in  maniera  molto  rispettosa  e
    cortese.
    -  Non  so se vi ricordiate di me,  ma io devo richiamarmi alla vostra
    memoria per ringraziarvi della vostra bont  verso  mia  figlia  -  le
    disse, togliendosi il cappello, senza pi rimetterselo.
    -  Il  principe  Aleksndr  Scerbackij  !  -  rispose  "madame" Stahl,
    sollevando su di lui gli occhi celesti,  nei quali Kitty not un'ombra
    di malcontento.  - Sono molto lieta di vedervi. Ho preso a voler molto
    bene a vostra figlia!
    - La vostra salute  sempre poco buona?
    - Eh s,  ma ormai mi ci sono abituata -  rispose  "madame"  Stahl,  e
    present al principe il conte svedese.
    - Siete cambiata pochissimo - osserv il principe. - Eppure non ho pi
    avuto l'onore di vedervi da dieci o undici anni!
    -  S,  Dio  d  la croce e d la forza di trasportarla.  Spesso ci si
    meraviglia nel pensare a quale scopo questa vita si  trascini  cos  a
    lungo...  Dall'altra parte!  - disse in tono stizzito,  rivolgendosi a
    Vrenka, che le avvolgeva nel "plaid" le gambe non come voleva lei.
    - Per far del bene,  probabilmente  -  rispose  il  principe,  con  lo
    sguardo ironico.
    -  Non  tocca  a  noi giudicare - osserv "madame" Stahl,  cui non era
    sfuggita l'espressione del principe.  - Sicch,  conte,  mi  manderete
    quel libro? Vi ringrazio molto - disse, rivolta al giovane svedese.
    -  Ah!  -  esclam  il  principe,  scorgendo  l accanto il colonnello
    moscovita e, salutata "madame" Stahl,  si allontan con la figlia e il
    colonnello che si era unito a loro.
    - Questa  la nostra aristocrazia, principe! - disse, con il desiderio
    di essere beffardo,  il colonnello moscovita, il quale era seccato con
    "madame" Stahl che non aveva chiesto di conoscerlo.
    - Sempre la stessa! - rispose il principe.
    - Ma voi la conoscevate gi,  principe,  prima che fosse  costretta  a
    rimanere a letto?
    - S, prima.
    - Si dice che non si alzi pi da dieci anni.
    -  Non  si  alza perch ha una gamba pi corta dell'altra,  ed  fatta
    malissimo.
    - Pap  impossibile! - esclam Kitty.
    - Cos dicono le male lingue, piccola mia. E la tua Vrenka,  credimi,
    deve  avere  una  pazienza da santi - aggiunse.  - Oh,  queste signore
    malate!
    - No, pap! - replic Kitty con calore.  - Vrenka la adora...  e poi,
    se tu sapessi quanto bene fa!  Domandalo a chiunque... Tutti conoscono
    lei e Aline Stahl.
    - Pu darsi - replic il principe,  premendo il braccio  della  figlia
    con il gomito.  - Ma  meglio quando si fa il bene in modo che nessuno
    lo sappia.
    Kitty tacque,  ma non perch non avesse nulla da dire;  tacque  perch
    non  voleva  rivelare al padre i propri pensieri segreti.  Per,  cosa
    strana,  sebbene si fosse preparata a non cedere al punto di vista del
    padre,  a  non  permettergli  di entrare nella propria intimit,  essa
    sentiva che quell'immagine divina di "madame" Stahl,  che essa per  un
    mese  intero  aveva  portata  in  cuore,  era  ormai irrimediabilmente
    scomparsa,  come  le  figure  che  la  fantasia  scorge  in  un  abito
    abbandonato,  che  scompaiono  quando ti rendi conto che  soltanto un
    abito.  Non era  rimasta  che  una  donna  con  una  gamba  pi  corta
    dell'altra,  che  stava  a  letto perch era sgraziata,  una donna che
    tormentava la docile  Vrenka  perch  non  le  avvolgeva  il  "plaid"
    attorno  alle  gambe come voleva lei...  E,  malgrado tutti gli sforzi
    dell'immaginazione,  Kitty non riusciva pi a far rivivere la "madame"
    Stahl di prima.


    CAPITOLO 35.

    Il  principe  aveva  comunicato il suo buon umore non solo a quelli di
    casa e ai conoscenti,  ma anche al tedesco  proprietario  dell'albergo
    nel quale alloggiavano gli Scerbackij.
    Tornato  con  Kitty  dalla  fonte  e  invitati  il colonnello,  Mrija
    Evgnevna e Vrenka a prendere il caff, il principe ordin di portare
    in giardino,  sotto i castagni,  il  tavolo  e  le  poltroncine  e  di
    apparecchiare l per la colazione. Anche l'albergatore e la servit si
    animarono sotto l'influenza di quell'esuberante allegria,  conoscendo,
    soprattutto,  la generosit del principe.  Mezz'ora dopo,  un  dottore
    ammalato di Amburgo,  che alloggiava al piano di sopra, guardava dalla
    finestra, con espressione di invidia, quell'allegra compagnia russa di
    persone sane,  riunite sotto i castagni.  Alla tremolante ombra  delle
    foglie,  davanti  al  tavolo  coperto da una candida tovaglia,  su cui
    erano  disposte  caffettiere,  panini,  burro,  formaggi,   selvaggina
    fredda,  sedeva  la  principessa in acconciatura di nastri lilla,  che
    distribuiva tazze e tartine.  All'altra estremit del tavolo sedeva il
    principe, che mangiava di ottimo appetito e chiacchierava allegramente
    ad alta voce.  Aveva messo in mostra, accanto a s, i propri acquisti:
    cofanetti scolpiti,  gingilli,  tagliacarte di ogni genere,  che aveva
    comperati  in  quantit in tutte le citt termali e che si divertiva a
    regalare a tutti, compresi Lischen, la cameriera, e l'albergatore, con
    il quale scherzava nel suo comico, cattivo tedesco,  assicurandolo che
    non erano state la acque a guarire Kitty,  ma le sue ottime vivande e,
    in special modo,  la minestra di prugne nere.  La principessa prendeva
    in giro il marito per le sue abitudini russe,  ma era allegra e vivace
    come non era apparsa mai durante il soggiorno nella cittadina termale.
    Il colonnello,  come sempre,  sorrideva agli scherzi del principe,  ma
    sul  conto  dell'Europa,  che  egli  assicurava  di conoscere a fondo,
    teneva le parti della principessa.  La buona Mrija Evgnevna rideva a
    pi  non posso di tutto ci che di comico diceva il principe e persino
    Vrenka, cosa che Kitty non aveva mai visto,  lanciava,  quasi facendo
    uno  sforzo  fisico,  piccole  ma  contagiose  risate  suscitate dagli
    scherzi del principe.
    Tutto questo divertiva Kitty, ma non poteva,  nello stesso tempo,  non
    tenerla  preoccupata.  Non  riusciva  a  risolvere  il problema che il
    padre,  involontariamente,  le aveva  posto  dinanzi  con  la  propria
    gioviale opinione sui suoi amici e su quella vita che lei tanto amava.
    A  questo problema,  poi,  si aggiungeva il mutamento sopraggiunto nei
    suoi rapporti con i Petrv,  che quel giorno le si era  presentato  in
    modo  cos spiacevole ed evidente.  Tutti erano allegri,  ma Kitty non
    era in grado di  partecipare  a  quella  letizia  generale,  e  questo
    pensiero  la  tormentava.  Provava  una sensazione simile a quella che
    provava quando,  bambina,  veniva chiusa nella  sua  stanza,  di  dove
    poteva udire le allegre risate delle sorelle.
    - Ma perch hai comperato tutta questa roba?  - chiese la principessa,
    sorridendo e porgendo al marito una tazza di caff.
    -  Vai  a  passeggio,  entri  in  una  bottega,  insistono  per  farti
    comperare: "Erlaucht, Excellenz, Durchlaucht" (81). Be', appena dicono
    "Erlaucht",  io  non  resisto  pi...  e cos dieci talleri se ne sono
    andati!
    - Tutto questo  frutto della noia! - osserv la principessa.
    - Certo, della noia, una noia tale, mia cara, che non sai proprio dove
    andare a sbattere la testa...
    - Com' possibile annoiarsi, principe? Ci sono tante cose interessanti
    ora in Germania... - disse Mrija Evgnevna.
    - Le cose interessanti ormai le conosco: la  minestra  con  le  prugne
    nere e la salsiccia con i piselli... Conosco tutto!
    - No,  principe,  dite quello che volete,  ma le loro istituzioni sono
    veramente interessanti - obiett il colonnello.
    - Ma che hanno di interessante?  Sono tutti contenti  come  monete  di
    rame:  hanno  sconfitto  tutti.  Ebbene,  ma io,  di che potrei essere
    contento,  io?  Io non ho sconfitto nessuno,  e anche le scarpe me  le
    devo  togliere da solo e poi metterle io stesso fuori dalla porta.  Al
    mattino bisogna alzarsi,  vestirsi subito e scendere nel salone a bere
    un  pessimo  t...  In  casa    ben diverso!  Ti svegli senza nessuna
    premura,  puoi  sfogarti  con  qualcuno,  se  sei  di  malumore,  puoi
    brontolare... poi, a poco a poco ti riprendi, rifletti tranquillamente
    su tutto, non ti devi affannare...
    - Ma il tempo  denaro, non lo dimenticate! - disse il colonnello.
    -  Quale  tempo?  Ci  sono  anni di cui daresti via un mese intero per
    mezzo rublo,  mentre ci sono delle  mezz'ore  che  non  cederesti  per
    qualsiasi somma. Non  cos, Ktenka? Perch hai l'aria cos triste?
    - Io? Non ho nulla.
    - E voi dove andate? Rimanete ancora un po' qui seduta - disse rivolto
    a Vrenka.
    -  Devo  andare  a  casa - rispose Vrenka,  alzandosi e scoppiando di
    nuovo a ridere.
    Ricompostasi,  si conged ed entr in casa per prendere  il  cappello.
    Kitty  la segu.  Anche Vrenka ora le pareva un'altra,  non peggiore,
    no, ma diversa da come l'aveva immaginata.
    - Ah,  da quanto tempo non ridevo pi cos di cuore!  - disse Vrenka,
    prendendo la borsetta e l'ombrellino. - Com' simpatico vostro padre!
    Kitty taceva.
    - Quando ci vedremo? - domand Vrenka.
    -  "Maman"  vuole  andare dai Petrv.  Ci sarete anche voi?  - domand
    Kitty, osservando l'amica.
    - Ci sar - rispose Vrenka. - Si preparano a partire e io ho promesso
    di andarli ad aiutare.
    - Allora ci verr anch'io.
    - Perch? Che ve ne importa?
    - Perch?  Perch?  Perch?  - disse Kitty,  spalancando gli  occhi  e
    afferrando   l'ombrellino   di  Vrenka  perch  non  se  ne  andasse.
    Aspettate... Perch?
    - Ora che  arrivato vostro padre,  la vostra  presenza  li  mette  in
    soggezione...
    - No, mi dovete dire perch non volete che io vada dai Petrv. Voi non
    volete? Perch?
    - Non ho detto questo - rispose con calma Vrenka.
    - Ditemelo, vi prego!
    - Devo dirvi tutto? - domand Vrenka.
    - Tutto! Tutto! - insist Kitty.
    -  Be',  non c' nulla di particolare,  se non che Michal Aleksevic'
    (cos si chiamava il pittore) che in primavera voleva partire  subito,
    ora non vuole pi andar via - disse Vrenka, sorridendo.
    - Su, su... - insist Kitty, guardando Vrenka con aria cupa.
    - Be', ecco... non so perch, ma Anna Pvlovna si  messa in testa che
    egli  non  vuole  partire  perch  qui ci siete voi.  E' logico che si
    tratta di un'assurdit, ma per causa vostra ha litigato con la moglie.
    E voi sapete quanto sono irritabili questi malati!
    Kitty, con il viso sempre pi cupo, taceva,  mentre Vrenka continuava
    a parlare,  cercando di addolcirla e di calmarla, rendendosi conto che
    Kitty stava per scoppiare in una crisi...  non sapeva se di lacrime  o
    di parole...
    -  Quindi    meglio  che  non  andiate...  Voi capite,  vero?,  e non
    offendetevi!
    - Ben mi sta,  ben  mi  sta!  -  disse  in  fretta  Kitty,  afferrando
    l'ombrellino  dalle  mani  di  Vrenka  e  fissando  in volto l'amica.
    Vrenka cercava di sorridere di fronte allo sdegno infantile di Kitty,
    ma temeva di offenderla.
    - Perch dite che ben vi sta? Non capisco...
    - Ben mi sta perch non si trattava che di  una  finzione:  tutto  era
    falso  e  non  veniva  affatto  dal  cuore.  Che  importava a me di un
    estraneo?  Ecco il risultato: sono causa di un litigio e ho fatto  ci
    che nessuno mi chiedeva di fare,  perch tutto era finzione, finzione,
    finzione!
    - Ma a quale scopo fingere? - domand a bassa voce Vrenka.
    - Ah,  quanta stupidit!  Quanta  meschinit!  Che  bisogno  avevo  di
    comportarmi  cos?  Tutta  una  finzione!  -  ripet Kitty,  aprendo e
    chiudendo l'ombrellino.
    - Ma a quale scopo?
    - Per apparire migliore davanti  alla  gente,  davanti  a  me  stessa,
    davanti a Dio! Per ingannare tutti. Ma ora basta! Non ci cascher pi.
    Essere cattiva, s, ma almeno non mentire, non ingannare!
    - Ma quale inganno?  - chiese Vrenka,  in tono di rimprovero. Parlate
    come se...
    Ma Kitty era in preda  a  un  attacco  di  collera  e  non  la  lasci
    continuare.
    -  Non  parlo  di  voi,  non parlo assolutamente di voi.  Voi siete la
    perfezione... S, s,  so che siete perfetta,  ma che farci se io sono
    cattiva?  Se non fossi cattiva, non saremmo a questo punto, giacch io
    sarei quale sono,  non fingerei.  Che importa a me di  Anna  Pvlovna?
    Vivano  come  vogliono,  e  io vivr come voglio io.  Non posso essere
    diversa... E ci non  bene... no, non ...
    - Ma che cos' che non  bene? - domand Vrenka con stupore.
    - Tutto non  come dovrebbe. Io non posso vivere se non secondo il mio
    cuore, e voi vivete secondo certi principi. Io vi ho voluto bene cos,
    semplicemente...  e voi,  invece,  di certo,  solo per  salvarmi,  per
    insegnarmi!
    - Siete ingiusta - disse Vrenka.
    - Ma io non parlo degli altri, parlo di me.
    - Kitty!  - Si ud la voce della madre. - Vieni qui, porta a vedere al
    babbo i tuoi coralli.
    Kitty con il viso scuro, senza far pace con l'amica,  prese dal tavolo
    i coralli che stavano in una scatoletta e and dalla madre.
    - Che hai?  Come mai sei cos rossa? - domandarono a una voce il padre
    e la madre.
    - Nulla - rispose Kitty.  - Vengo subito...  -  e  torn  indietro  di
    corsa.
    E' ancora qui!, pens. Che cosa le dir, mio Dio! Che ho fatto, che
    ho detto?  Perch l'ho offesa? Che cosa devo fare? Che cosa le dir?,
    e si ferm vicino all'uscio.
    Vrenka,  con il  cappello  e  l'ombrello,  sedeva  presso  il  tavolo
    osservando una stecca che Kitty aveva spezzato. Sollev il capo.
    - Vrenka,  perdonatemi!  - sussurr Kitty, avvicinandosi all'amica. -
    Non ricordo pi ci che ho detto... Io...
    - Io non volevo addolorarvi - disse Vrenka sorridendo.

    La pace era conclusa ma, con il ritorno del padre,  mut completamente
    il  mondo in cui Kitty viveva.  Pur non rinnegando tutto ci che aveva
    appreso, cap che ingannava se stessa, pensando di poter diventare ci
    che voleva essere.  Fu come un risveglio: sentiva tutta la  difficolt
    che  s'incontra  nel  mantenersi,  senza  finzione  e  senza vanteria,
    all'altezza  cui  voleva  sollevarsi;  sentiva,   inoltre,   tutta  la
    tristezza  di  quel  mondo di dolore,  di malattie,  di morenti in cui
    viveva;  tormentosi le apparivano gli sforzi che faceva su  se  stessa
    per  amare  quel mondo,  e ben presto sent il desiderio di aria pura,
    dell'aria fresca della Russia,  di Ergsciovo dove,  come aveva saputo
    da una lettera, si era gi recata sua sorella Dolly con i bambini.
    Ma il suo affetto per Vrenka non si era affievolito.  Congedandosi da
    lei, Kitty la preg di venire a trovarla in Russia.
    - Verr quando vi sposerete - promise Vrenka.
    - Io non mi sposer mai...
    - E io, allora, non verr mai!
    - Be',  mi sposer solo per questo.  Badate,  per,  di  ricordare  la
    promessa - disse Kitty.
    Le  previsioni del dottore si erano avverate.  Kitty ritorn in Russia
    guarita. Non era pi spensierata e allegra come prima,  ma era serena.
    I dolori di Mosca non erano pi che un ricordo.






    NOTE.

    N.  49.  All'inizio  del  disgelo,  a  Mosca  come  a Pietroburgo,  si
    smontavano i ponti che non avrebbero retto all'urto delle piene  e  si
    rimontavano  quando  le acque diminuivano,  lasciando solo i ponti pi
    solidi e monumentali.
    N.  50.  Rotolo di capelli avvolti,  portato sulla nuca: poteva essere
    anche allora come oggi, falso (dal francese).
    N.  51.  Charles Maurice de Talleyrand-Prigord, principe di Benevento
    (1754-1838);  vescovo;  membro della Costituente allo scoppiare  della
    Rivoluzione  Francese;  ministro degli esteri sotto il Direttorio,  il
    Consolato  e  l'Impero;   al  servizio  di   Luigi   Diciottesimo   fu
    rappresentante  della Francia al Congresso di Vienna nel 1814;  fu uno
    dei pi abili e conturbanti diplomatici degli ultimi secoli.
    N. 52. Wilhelm Kaulbach (1805-1874), pittore tedesco.
    N.  53.  Cristina Nilsson,  (1843-1921),  cantante svedese,  che cant
    all'Opra di Parigi e in molte capitali europee, tra cui Pietroburgo.
    N. 54. Dall'inglese: conversazione futile, pettegolezzi.
    N.  55.  In  effetti  la favola non  di Grimm,  bens di Adalbert von
    Chamisso (nato in Francia,  da  famiglia  francese,  emigrata  poi  in
    Germania:   1781-1838)  ed  esattamente  nel  suo  capolavoro  "Storia
    meravigliosa  di  Peter  Schlemihl"   (versione   italiana,   Edizioni
    Paoline).
    N.   56.   Citazione  a  senso  di  una  massima  di  Franois  de  la
    Rochefoucauld (1613-1680): Tutti si lamentano della propria  memoria,
    ma nessuno si lagna della propria intelligenza.
    N.  57.  Teatro  dell'opera comica francese,  aperto a Pietroburgo nel
    1870.
    N.  58.  Il primo salotto letterario parigino,  che si riuniva in casa
    della marchesa Catherine de Rambouillet (1588-1665).
    N. 59. Inglese: sprezzante, beffardo.
    N.  60.  Decreto imperiale.  All'inizio del 1874, il servizio militare
    obbligatorio, che fino allora era di 25 anni, venne ridotto a 6 anni e
    per la prima volta esteso anche alla nobilt, che ne rimase seccata.
    N. 61.  Nelle scuole russe si usa la classifica dall'uno al cinque,  e
    l'uno  il voto pi basso.
    N. 62. Collina rossa.
    N. 63. Misura equivalente a tre ettari.
    N. 64. Slitta o carrozza tirata da tre cavalli.
    N.  65.  Bardo scozzese del terzo secolo,  sotto il cui nome l'inglese
    Macpherson  pubblic  nel  1760  poemi  di  una  tetra   e   grandiosa
    melanconia. I veri poemi di Ossian vennero editi nel 1807.
    N. 66. Ampia e lunga veste con maniche svasate.
    N. 67. Vecchia misura lineare pari a metri 1,134.
    N. 68. Versi di un'ode russa.
    N. 69. Localit di villeggiatura vicino Pietroburgo.
    N.  70.  Dal  "Faust" del compositore francese Charles-Franois Gounod
    (1818-1893).
    N. 71. Plurale di "verst", pari a chilometri 1,07.
    N. 72. Localit nei dintorni di Pietroburgo, dove andava a villeggiare
    la famiglia imperiale.
    N. 73. Benissimo, signore!
    N. 74. Letteralmente la punta della salsa, ossia il gusto,  il segreto
    della risposta.
    N.  75.  Il  principe  Scerbackij;  con  ("sammt"  o meglio "samt") la
    consorte e la figlia.
    N. 76. Entusiasmi, trasporti.
    N. 77. Casa di ricovero fondata nel 1802 a Mosca e a Pietroburgo,  per
    le vedove dei funzionari di stato.
    N.  78. Si legga su questo tema - la lettura del Vangelo - il racconto
    di Tolstj,  "Dov' amore  Dio" in  "Racconti  popolari",  volume  1,
    Edizioni Paoline.
    N. 79. Non bisogna mai esagerare in nulla.
    N. 80. Delle Belle Arti, a Pietroburgo.
    N. 81. Vostro splendore, eccellenza, vostra magnificenza!

    PARTE TERZA.


    CAPITOLO 1.

    Sergj  Ivnovic'  Koznyscv  decise  di  riposarsi  dai  suoi  lavori
    intellettuali e,  invece di recarsi  all'estero  com'era  solito  fare
    part  verso  la  fine  di  maggio  e  and nella tenuta del fratello.
    Secondo le sue convinzioni, la vita di campagna era la migliore che si
    potesse desiderare,  ed era proprio per goderla che aveva preso quella
    decisione.  Konstantn  Levin  fu  molto  contento,  tanto pi che per
    quell'anno non sperava pi in una sua visita.  Nonostante l'affetto  e
    la  stima che nutriva per il fratello,  Konstantn Levin,  in campagna
    con lui,  si sentiva un po'  a  disagio,  e  osservava  con  un  certo
    dispiacere l'atteggiamento del fratello verso la campagna stessa.  Per
    Konstantn Levin, questa era il centro stesso della vita,  ossia delle
    gioie,  delle sofferenze, del lavoro; per Sergj Ivnovic', invece, da
    un lato essa non costituiva che un riposo alla fatica  e,  dall'altro,
    un  utile contravveleno alla corruzione della citt,  rimedio che egli
    accettava con piacere, consapevole com'era dei suoi vantaggi.
    Per Konstantn Levin la campagna era bella perch in essa si  svolgeva
    un lavoro indiscutibilmente utile;  per Sergj Ivnovic' era piacevole
    soprattutto perch in essa si aveva il  diritto  di  non  fare  nulla.
    Inoltre  Konstantn  Levin  era  un po' urtato dal modo con cui Sergj
    considerava i contadini. Egli infatti diceva di conoscere e di amare i
    contadini,  e spesso conversava con essi,  cosa che sapeva fare  bene,
    senza  finzioni  e  senza  pose,  e  da ognuna di quelle conversazioni
    ritraeva dei dati generali a vantaggio del popolo e  a  riprova  della
    sua conoscenza del popolo stesso. Un simile atteggiamento a Konstantn
    Levin  non  piaceva  punto.  Per  lui  il  contadino  non  era  che il
    collaboratore principale del lavoro  in  comune;  inoltre,  nonostante
    tutto  il  rispetto e un certo amore per i contadini,  amore succhiato
    probabilmente, come egli stesso diceva, con il latte della balia,  che
    era una contadina, egli pure apprezzandolo ed entusiasmandosi talvolta
    per  la forza,  la mitezza,  il loro senso di giustizia,  gli capitava
    assai spesso,  allorch un lavoro comune  esigeva  altre  qualit,  di
    adirarsi  contro di essi per l'incuria,  la negligenza,  la sporcizia,
    per il vizio della menzogna e la loro tendenza all'ubriachezza.  Se si
    fosse chiesto a Konstantn Levin se amasse o no il popolo, non avrebbe
    decisamente saputo che cosa rispondere. Voleva bene ai contadini senza
    amarli in modo particolare,  come,  in genere, voleva bene a tutti gli
    uomini. Naturalmente dotato di buon cuore qual era,  provava piuttosto
    affetto  che  odio  verso  il  genere umano e,  quindi,  anche verso i
    contadini. Non poteva,  per amare o odiare il popolo come qualcosa di
    particolare,  e  ci  non solo perch viveva con il popolo,  cui erano
    legati tutti i suoi interessi,  ma perch considerava anche se  stesso
    facente parte del popolo,  e non scorgeva in esso pi che in se stesso
    alcuna qualit,  n alcun  difetto  particolare  che  lo  spingesse  a
    schierarsi contro il popolo.  Inoltre, bench fosse vissuto a lungo in
    stretti rapporti con i contadini in qualit di padrone e di arbitro e,
    soprattutto,  di consigliere (i contadini avevano  fiducia  in  lui  e
    percorrevano miglia e miglia per venire a consultarlo),  non aveva nei
    loro  riguardi  un'opinione  ben  definita,   e  sarebbe  stato  molto
    perplesso nel rispondere se conoscesse veramente il popolo,  cos come
    lo sarebbe stato nel rispondere se lo amasse o no.  Dire di  conoscere
    il  popolo  sarebbe  stato  per lui come dire di conoscere gli uomini.
    Osservando,  imparava continuamente a conoscere uomini d'ogni  specie,
    senza  escludere certi contadini,  che considerava come uomini buoni e
    interessanti e, notando continuamente in essi nuovi tratti, cambiava i
    suoi precedenti giudizi a loro riguardo e se ne formava dei nuovi.
    Sergj Ivnovic' era tutto l'opposto.  Esattamente come lodava e amava
    la  vita  di  campagna  in  quanto  offriva  un  contrasto con la vita
    cittadina che non amava affatto,  cos nutriva una certa simpatia  per
    il  popolo  come  contrapposizione  a  quella classe di persone che in
    genere  gli  erano  antipatiche;  parallelamente  a  questo,   la  sua
    conoscenza  del  popolo  si  basava sul principio che il popolo stesso
    rappresentava una classe diversa dalle altre. Nel suo spirito metodico
    si erano formate chiaramente certe idee sulla vita popolare,  in parte
    desunte   dalla   vita   popolare   stessa  ma,   soprattutto,   dalla
    contrapposizione che essa presentava con la vita delle  altre  classi.
    La  sua  opinione  sui  contadini  e  le  sue  simpatie per essi erano
    immutabili.
    Nelle discussioni che spesso avvenivano tra i due  fratelli  a  questo
    proposito,  Sergj Ivnovic' aveva sempre il sopravvento sul fratello,
    appunto perch Sergj Ivnovic' aveva sul popolo, sulle sue doti,  sul
    suo  carattere  e  sui  suoi  gusti,  concetti precisi e ben definiti,
    mentre Konstantn Levin  non  aveva  opinioni  precise  e  immutabili,
    cosicch   in   queste  discussioni  veniva  sempre  colto  in  aperta
    contraddizione con se stesso.
    Per Sergj Ivnovic',  il fratello minore era un  ottimo  ragazzo  dal
    cuore bene a posto,  "bien plac",  come diceva in francese, ma la cui
    mente,  per  quanto  vivace  e  agile,   era  tuttavia  soggetta  alle
    impressioni  del  momento  e  perci  piena di contraddizioni.  Con la
    benevolenza di un fratello maggiore, gli spiegava a volte l'importanza
    di certe cose,  ma non poteva trovare alcun piacere nelle  discussioni
    con lui perch troppo facilmente riusciva a batterlo.
    Konstantn  Levin  guardava  al  fratello come a un uomo intelligente,
    coltissimo,  nobile nel pi vasto significato della  parola  e  dotato
    della capacit di agire per il bene comune. Ma nel profondo dell'anima
    sua,  quanto  pi  avanzava  negli anni e pi intimamente conosceva il
    fratello,  tanto pi spesso gli si affacciava il pensiero  che  quella
    capacit  di  agire  per  il  bene  comune,  di  cui  egli  si sentiva
    completamente privo, forse non era neppure una qualit, ma un difetto:
    non la mancanza di desideri o di sentimenti buoni e onesti,  bens  un
    difetto,  a parer suo, di quella forza vitale, che si chiama cuore, di
    quell'anelito che,  tra le innumerevoli strade che si presentano nella
    vita,  spinge  l'uomo a sceglierne una e a desiderare questa soltanto.
    Pi studiava il fratello,  pi notava che Sergj  Ivnovic',  come  la
    maggior  parte  di  coloro che operano per il bene comune,  era spinto
    verso quella meta non dal cuore,  ma dalla mente,  che  gli  suggeriva
    tale   condotta,   e  che  soltanto  in  quello  risiedeva  il  motivo
    dell'interesse che egli manifestava per il  bene  di  tutti.  E  Levin
    trovava  una  conferma  a  questa  supposizione nell'osservare che suo
    fratello non si prendeva pi a cuore i problemi  che  riguardavano  il
    bene  comune  e  l'immortalit  dell'anima  di quanto non si prendesse
    quelli che riguardavano una partita a scacchi o  l'ingegnoso  congegno
    di una nuova macchina.
    Il disagio che Konstantn Levin provava in campagna,  in compagnia del
    fratello, era anche accresciuto dal fatto che,  specialmente d'estate,
    egli  era  continuamente assillato dall'azienda,  e le lunghe giornate
    non gli erano mai sufficienti per portare a termine i lavori urgenti e
    pi necessari.  Ma se Sergj Ivnovic' si riposava,  vale a  dire  non
    lavorava  al suo libro,  era per tanto abituato all'attivit mentale,
    che gli piaceva esprimere in bella forma concisa le idee che a mano  a
    mano  nascevano nella sua mente e amava avere vicino a s qualcuno che
    lo ascoltasse...  Ora,  il suo abituale e pi naturale ascoltatore era
    ovviamente  il  fratello.   Di  conseguenza,  nonostante  l'amichevole
    semplicit dei loro  rapporti,  Konstantn  rimaneva  imbarazzato  nel
    doverlo lasciare solo.  A Sergj Ivnovic' piaceva sdraiarsi sull'erba
    al sole  e  amava  rimanere  cos  a  crogiolarsi  e  a  chiacchierare
    pigramente.
    -  Non  puoi  credere  -  diceva  al fratello - come io goda di questa
    pigrizia da ucraino.  Non un pensiero in testa neanche a cercarlo  con
    il lanternino...
    Ma  Konstantn  Levin si annoiava ben presto nel rimanere inoperoso ad
    ascoltare il fratello, specialmente perch sapeva che, in sua assenza,
    i contadini avrebbero trasportato il letame su un campo non disboscato
    e  Dio  sa  come  l'avrebbero  ammucchiato  se   non   fossero   stati
    sorvegliati;  e  sapeva  che  non  avrebbero  svitato i dentelli degli
    aratri, ma li avrebbero strappati,  scusandosi poi con il dire che gli
    aratri  di  ferro  erano  una invenzione stupida,  che quelli del buon
    tempo antico erano di gran lunga preferibili e cos via.
    - Ma smettila di andare avanti e indietro  con  questo  caldo!  -  gli
    diceva Sergj Ivnovic'.
    -  No,  devo  soltanto  fare una corsa in amministrazione - rispondeva
    Levin, e scappava nei campi.


    CAPITOLO 2.

    Ai primi di giugno accadde che  la  vecchia  Agfija  Michjlovna,  la
    governante  di  casa,  portando in cantina un vaso di funghi che aveva
    appena messo sotto sale,  scivol e cadde,  facendosi male a un polso.
    Venne chiamato un giovane medico che aveva appena terminato gli studi,
    gioviale  e  chiacchierone.  Osserv la mano,  assicur che non vi era
    slogatura,  mise delle compresse e rimasto a pranzo,  si delizi della
    conversazione con il celebre Sergj Ivnovic' Koznyscv; poi, per fare
    sfoggio delle sue idee illuminate e del suo punto di vista sulle cose,
    gli  raccont  tutti i pettegolezzi del distretto,  lamentandosi delle
    cattive condizioni in cui versava lo "zemstvo".  Sergj  Ivnovic'  lo
    ascolt  attentamente,  gli fece parecchie domande e poi,  eccitato da
    quel nuovo uditore,  si mise a parlare con animazione e  gli  espresse
    alcune ponderate ed azzeccate osservazioni, rispettosamente apprezzate
    dal  giovane  dottore,  e  fin  col  trovarsi in quello stato d'animo
    vivace,  ben noto al fratello,  al quale di solito giungeva  dopo  una
    conversazione brillante e animata.
    Quando  il dottore se ne fu andato,  Sergj Ivnovic' volle recarsi al
    fiume  con  la  lenza.  Gli  piaceva  quel  genere  di  pesca,   quasi
    mostrandosi  orgoglioso  di  provare interesse per un'occupazione cos
    sciocca.
    Konstantn  Levin,   che  doveva  recarsi  nei  prati,   si  offr  di
    accompagnarlo con il calessino.
    Si  era allora in piena estate,  in quel periodo dell'annata in cui il
    raccolto  perfettamente definito e  si  d  inizio  ai  lavori  della
    semina per l'anno successivo; era il periodo vicino alla mietitura, il
    periodo in cui le spighe della segala gi formate, ma ancora leggere e
    grigioverdi,  si dondolano lievemente al vento;  in cui le avene verdi
    striate di giallo spuntano ineguali dai seminati tardivi,  in  cui  il
    saraceno primaticcio gi viene a maturazione nascondendo il terreno. I
    maggesi,  calpestati  dal bestiame sino a diventare duri come pietra e
    con i viottoli rimasti intoccati dall'aratro, non sono ancora lavorati
    che a met; all'alba l'odore del letame disseccato si fonde con quello
    dolce dell'erba medica e nelle  valli,  nell'attesa  impaziente  della
    falce,  si  stende  il  mare verde delle erbe,  chiazzato dalle grandi
    macchie scure dell'acetosella estirpata.
    Era l'epoca in cui il  lavoro  agricolo  ha  una  breve  tregua  prima
    dell'inizio  del raccolto,  che ogni anno si ripete e ogni anno eccita
    tutte le forze del contadino.  Il raccolto  era  magnifico,  le  calde
    giornate estive si alternavano con brevi notti rugiadose.
    I  fratelli  dovevano  attraversare  il bosco per raggiungere i prati.
    Sergj Ivnovic' ammirava senza sosta la bellezza del bosco  soffocato
    dal  fogliame,  indicando ora un vecchio tiglio,  scuro dalla parte in
    ombra,  screziato di giovani polloni pronti a fiorire,  ora i germogli
    brillanti di smeraldo dei rami novelli.  Konstantn Levin non amava n
    parlare,  n sentir parlare della  natura.  Le  parole,  secondo  lui,
    toglievano  bellezza  a  ci che si vedeva.  Assentiva alle parole del
    fratello ma, senza volerlo, il suo pensiero era altrove. Quando ebbero
    attraversato il bosco, tutta la sua attenzione fu attratta dalla vista
    di un maggese su un colle,  in un punto giallo  di  erba,  pi  in  l
    battuto e tagliato a riquadri o schiacciato dai mucchi;  un tratto era
    anche arato. Sul campo procedevano in fila dei carri. Levin li cont e
    fu lieto pensando che si sarebbe potuto portare  a  termine  tutto  il
    lavoro; poi, alla vista delle praterie, cominci a pensare al problema
    della  falciatura,  problema  che  lo  toccava  sempre  nel  vivo e lo
    preoccupava in modo speciale.  Accostandosi al prato,  Levin ferm  il
    cavallo.
    Nel  folto dell'erba era rimasta ancora la rugiada del mattino,  tanto
    che Sergj Ivnovic', per non bagnarsi i piedi, chiese di attraversare
    il prato in calessino sino al  cespuglio  di  citiso,  presso  cui  si
    pescava il pesce persico. A Konstantn Levin dispiaceva schiacciare la
    sua  erba,  pur  tuttavia  entr  nel  prato  con  il calesse.  L'erba
    altissima si avvolgeva attorno alle ruote e alle  zampe  del  cavallo,
    lasciando i suoi segni sui raggi umidi e sui mozzi. Sergj sedette sul
    limite  del macchione e si mise a preparare le lenze.  Levin allontan
    il cavallo, lo leg ed entr nell'ampia,  immobile distesa grigioverde
    del  prato.  L'erba  setosa che sorgeva sul terreno irriguo,  dai semi
    maturi, gli giungeva sino alla cintola.
    Attraversato obliquamente  il  prato,  Konstantn  Levin  sbuc  sulla
    strada  e  incontr un vecchio con un occhio rigonfio,  che portava un
    cestello per sciamare le api.
    - Ebbene, Fomic', le hai prese quelle api? - gli domand.
    -Macch prese,  Konstantn Dmitric'!  Almeno riuscissi a conservare le
    nostre!  E'  la  seconda  volta  che  lo sciame prende il volo...  Per
    fortuna, i ragazzi mi sono venuti in aiuto,  sapete,  quelli che arano
    da voi...  Hanno staccato i cavalli,  li hanno inforcati e via!  Hanno
    ripreso lo sciame.
    - Be', Fomic', che ne dici: falciare o aspettare?
    - Macch.  Secondo me bisogna aspettare sino  a  San  Pietro.  Ma  voi
    falciate sempre prima...  Se Dio vuole, l'erba  buona, e il fieno non
    mancher di certo. Le bestie avranno da mangiare.
    - E del tempo che ne pensi?
    - Dipende da Dio. Ma forse si manterr buono.
    Levin torn dal fratello, che non pescava nulla,  ma non si annoiava e
    pareva  di eccellente umore.  Levin capiva che,  eccitato dalla vivace
    conversazione avuta  con  il  dottore,  egli  aveva  ancor  voglia  di
    parlare.  Levin,  al contrario, non vedeva l'ora di tornare a casa per
    dare disposizioni sulla chiamata dei falciatori per il giorno  dopo  e
    per  risolvere  alcuni  dubbi  sulla  falciatura  che lo preoccupavano
    molto.
    - Be', andiamo? - disse.
    - Perch tanta fretta?  Restiamo ancora un po' qui seduti...  Come  ti
    sei  inzuppato!  Anche  a non pescar nulla,  si sta bene.  Vedi?  Ogni
    genere di caccia  bella perch ci si trova a contatto con la  natura.
    Che meraviglia quest'acqua!  Ha la limpidezza dell'acciaio - disse.  -
    Queste rive erbose - prosegu - mi ricordano sempre un indovinello: lo
    conosci?   L'erba  dice  all'acqua:  Io   oscillo,   io   oscillo   e
    osciller... (82).
    -  No,    un  indovinello che proprio non conosco - rispose Levin con
    aria rassegnata.


    CAPITOLO 3.

    - Sai - disse Sergj Ivnovic' al fratello - pensavo proprio a te.  E'
    una  vergogna ci che accade nel nostro distretto,  stando a quanto mi
    ha detto quel dottore, che non mi pare affatto un ragazzo sciocco.  Te
    l'ho  detto  e  te  lo  ripeto:  fai  male  a non partecipare mai alle
    riunioni e, in genere, a disinteressarti all'attivit dello "zemstvo".
    Se le persone perbene si allontanano,  si capisce che le cose marciano
    come  possono.  Noi  paghiamo fior di soldi che se ne vanno per pagare
    gli stipendi, ma non ci sono n scuole,  n infermieri,  n levatrici,
    n farmacie... non c' niente!
    -  Io  ho provato - rispose malvolentieri Levin,  a voce bassa  ma non
    posso. Che ci devo fare?
    - E perch non puoi? Io, te lo confesso,  non lo capisco.  Non ammetto
    che si tratti di incapacit o di indifferenza; oppure  pigrizia?
    -  Nessuna delle tre.  Ho provato e mi sono convinto che non posso far
    niente - disse Levin.
    Prestava poca attenzione a  ci  che  diceva  il  fratello.  Guardando
    l'aratura  al  di l del fiume,  distingueva qualcosa di nero,  ma non
    riusciva a capire se fosse un cavallo solo o il fattore a cavallo.
    - Perch non puoi far nulla?  Hai fatto un tentativo che,  secondo te,
    non  riuscito, ed ecco che ti rassegni. Possibile che tu non possieda
    un po' di amor proprio?
    -  L'amor  proprio  -  rispose Levin,  punto sul vivo dalle parole del
    fratello - io non lo comprendo.  Se all'universit mi  avessero  detto
    che gli altri capivano il calcolo integrale e io no, qui era questione
    di amor proprio.  Ma in questo caso,  bisogna prima essere convinti di
    avere certe capacit per queste cose e, soprattutto, credere alla loro
    importanza.
    -  E  allora!  Questo  non    importante,  forse?  -  esclam  Sergj
    Ivnovic',  irritato  nel  vedere  che  il  fratello  dava  cos  poca
    importanza a ci di cui egli si interessava  e,  soprattutto,  seccato
    del fatto evidente che quasi non lo ascoltava.
    -  A  me non sembrano importanti,  che ci vuoi fare?  - rispose Levin,
    rendendosi finalmente conto che quello che aveva visto era il fattore,
    il quale,  con tutta probabilit,  aveva  gi  lasciato  andar  via  i
    contadini che lavoravano nei campi. Infatti voltavano gli aratri.
    Possibile che abbiano gi finito di arare?, concluse mentalmente.
    - Ma ascolta,  dunque! - disse il fratello maggiore, corrugando il suo
    bel viso intelligente.  - Ci sono limiti a tutto.  E'  una  bellissima
    cosa essere un uomo originale,  sincero e nemico della falsit, questo
    lo so anch'io,  ma o le parole che dici non hanno alcun senso o  hanno
    un senso molto cattivo.  Come puoi trovare senza importanza che questo
    popolo che, come asserisci, ami...
    Non ho mai asserito questo!, disse tra s Konstantn Levin.
    - ...muoia senza aiuti?  Levatrici incapaci fanno morire  bambini,  la
    massa  si  crogiola  nell'ignoranza e rimane in potere di uno scrivano
    qualsiasi, mentre tu, che hai la possibilit di portare aiuto a questa
    gente,  ti tiri indietro perch ti sembra che  tutto  questo  non  sia
    importante!
    E Sergj Ivnovic' pose al fratello questo dilemma:
    -  O il tuo sviluppo intellettuale  basso al punto di non permetterti
    di vedere ci che puoi  fare,  oppure  non  vuoi  sacrificare  la  tua
    tranquillit, la tua vanit, o che so io, per farlo.
    Konstantn  Levin  sent  che  non  gli rimaneva che darsi per vinto o
    confessare la sua mancanza di amore per il  bene  pubblico  Questo  lo
    offendeva e lo rattristava.
    -  C' un po' dell'uno e un po' dell'altro - rispose risolutamente.  -
    Non vedo come si possa...
    - Come?  Forse che con una oculata amministrazione dei  fondi  non  si
    potrebbe dare un po' di assistenza medica?
    - A quanto pare, no... Non vedo la possibilit di un'assistenza medica
    su un territorio di quattromila "vrsty" quadrate,  quante ne conta il
    nostro distretto.  Con le cattive strade che abbiamo,  con  le  nostre
    tormente di neve,  con l'intensit del nostro lavoro, non vedo proprio
    la possibilit di un'assistenza  medica  e,  per  giunta,  non  ho  in
    generale alcuna fiducia nella medicina.
    - Permetti,  ma sei ingiusto. Potrei citarti migliaia di esempi. Bene,
    e la scuola?
    - Perch la scuola?
    -  Ma  che  dici?   Pu   sussistere   qualche   dubbio   sull'utilit
    dell'istruzione? Se  buona per te, lo  anche per tutti.
    Konstantn  Levin si sentiva moralmente messo con le spalle al muro e,
    accalorandosi,  rivel,  senza  volerlo,  il  vero  motivo  della  sua
    indifferenza per la causa generale.
    -  Pu  darsi  che  tutto  quello che tu dici vada bene,  ma perch io
    dovrei preoccuparmi di impiantare dei  posti  medici  di  cui  non  mi
    servir mai, di creare delle scuole dove non mander mai i miei figli,
    dove  nemmeno i contadini vogliono mandare i loro,  e dove io non sono
    ancora convinto che si debba mandarli?
    Per un attimo Sergj Ivnovic' rimase sorpreso da quel modo di  vedere
    le cose del fratello; ma subito ide un nuovo piano di attacco. Rimase
    un  po'  silenzioso,  tir  fuori  una lenza,  la lanci nell'acqua e,
    sorridendo, si volse al fratello.
    - Scusa,  sai...  ma in primo luogo il posto medico  servito anche  a
    te.  Per  Agfija Michjlovna abbiamo pur mandato a chiamare il medico
    dello "zemstvo"...
    - Ebbene, io penso che la mano rimarr storta.
    - Questo ancora non si sa.  E poi,  un contadino istruito non   forse
    per te un lavoratore pi necessario e pi prezioso?
    - No,  domandalo a chi vuoi - rispose in tono deciso Konstantn Levin;
    - un contadino che sa leggere e scrivere   un  lavoratore  molto,  ma
    molto  meno  buono  di  un  analfabeta!  Neppure  le strade si possono
    riparare e,  appena si accingono a mettere su un ponte,  ti rubano  le
    assi.
    - Del resto,  il problema non sta qui - rispose, accigliandosi, Sergj
    Ivnovic',  che non amava le obiezioni  e,  in  special  modo,  quando
    l'interlocutore  saltava  continuamente  da  un  argomento  all'altro,
    introducendo argomenti  nuovi  che  non  avevano  alcun  nesso  con  i
    precedenti,  di  modo che non si sapeva pi a quale rispondere;  - del
    resto, ti ripeto,  non si tratta di questo: riconosci che l'istruzione
     un bene per il popolo?
    - Lo riconosco - rispose Levin distrattamente, ma subito si rese conto
    di non aver detto ci che pensava. Sentiva che, se riconosceva questo,
    il  fratello  avrebbe  ritorto  quell'ammissione  contro  di lui e gli
    avrebbe dimostrato che diceva delle sciocchezze  senza  senso  comune.
    Non  sapeva  come  glielo  avrebbe  dimostrato,  ma sapeva che,  senza
    dubbio, la dimostrazione logica ci sarebbe stata, ed egli l'aspettava.
    E l'attesa fu meno lunga di quanto Konstantn Levin non pensasse.
    - Se tu riconosci che questo  un bene  -  disse  Sergj  Ivnovic'  -
    allora,   da  uomo  onesto  quale  sei,  non  puoi  non  amare  e  non
    interessarti di  una  siffatta  causa  e  perci  devi  desiderare  di
    lavorare a suo vantaggio.
    -  E  se  io  non riconoscessi ancora per buona questa causa?  - disse
    Konstantn Levin arrossendo.
    - Ma come? Se lo hai appena detto...
    - Cio, io non la riconosco n per buona, n per possibile...
    - Questo non puoi  dirlo,  visto  che  non  ti  sei  mai  sforzato  di
    convincertene.
    -  Be',  supponiamo - disse Levin,  bench non lo supponesse affatto -
    supponiamo  che  sia  cos;   non  vedo  tuttavia  perch  io   dovrei
    occuparmene.
    - Come sarebbe a dire?
    - Be',  giacch siamo in argomento,  spiegami la tua idea dal punto di
    vista filosofico - disse Levin.
    - Non capisco che cosa c'entri  qui  la  filosofia  -  rispose  Sergj
    Ivnovic'  con un tono che,  parve al fratello,  volesse negargli ogni
    diritto di ragionare di filosofia. E questo lo irrit.
    - E come c'entra!  - esclam,  riscaldandosi.  - Io penso che la molla
    delle nostre azioni sia la nostra personale felicit.  Come nobile, io
    non vedo oggi nelle istituzioni dello "zemstvo" nulla che  cooperi  al
    mio  interesse.  Le  strade non saranno migliorate e,  del resto,  non
    potrebbero esserlo;  d'altra parte,  i  miei  cavalli  mi  condurranno
    altrettanto  bene  su strade peggiori.  Del dottore e del posto medico
    non ho bisogno;  il giudice di pace non mi occorre,  giacch a lui non
    mi rivolgo e non mi rivolger mai. Quanto alle scuole, non solo non mi
    occorrono ma,  ti ho detto,  mi arrecherebbero soltanto del danno. Per
    me l'istituzione dello "zemstvo"  non  rappresenta  che  l'obbligo  di
    pagare diciotto copeche per "desjatina", l'obbligo di recarmi in citt
    passando la notte in compagnia delle cimici e di ascoltare assurdit e
    grossolanit  di  ogni  genere.  Nulla  di tutto questo stimola il mio
    personale interesse.
    - Permetti - interruppe con un sorriso Sergj Ivnovic': - l'interesse
    personale  non  ci  stimolava  a  lavorare  per  l'emancipazione   dei
    contadini, eppure l'abbiamo fatto (83)!
    -   No!   -  interruppe  Konstantn,   accalorandosi  sempre  di  pi.
    L'emancipazione dei contadini  stata un'altra cosa.  Qui un interesse
    personale  c'era.  Tutti noi galantuomini volevamo liberarci dal gioco
    che gravava sulle nostre spalle. Ma essere membro dell'assemblea dello
    "zemstvo", discutere su quanti vuotacessi sono necessari e sul modo di
    far passare le tubazioni in una citt dove io non abito,   tutt'altra
    faccenda;  com'  tutt'altra  faccenda  essere  giurati e giudicare un
    contadino che ha rubato un prosciutto,  e per sei ore essere costretto
    ad  ascoltare  tutte  le  assurdit  che  snocciolano  i difensori e i
    procuratori,  e udire il presidente che domanda a quel vecchio  idiota
    di  Alska:  Ammettete,  signor imputato,  il furto del prosciutto?.
    Cosa?.
    Konstantn Levin, trascinato dall'argomento,  cominci a rappresentare
    la  scena  tra il presidente con Alska lo scemo: gli pareva che tutto
    questo avesse a che fare con la discussione.
    Ma Sergj Ivnovic' alz le spalle e disse:
    - Che vuoi significare con questo?
    - Voglio soltanto dire che mi...  che quei diritti che toccano il  mio
    interesse  sapr  difenderli  con  tutte le mie forze;  quando eravamo
    studenti e i gendarmi facevano perquisizioni  e  leggevano  le  nostre
    lettere,  io  ero  pronto  a difendere strenuamente questi diritti,  a
    difendere i miei diritti alla libert,  all'istruzione.  Mi  interessa
    discutere  sul  servizio militare che tocca il destino dei miei figli,
    dei miei fratelli, di me stesso;  sono pronto a impegnarmi per ci che
    mi  riguarda,  ma discutere sul modo di ripartire i quarantamila rubli
    dello "zemstvo",  oppure giudicare Alska lo scemo  una cosa che  non
    posso capire e non mi sento di fare.
    Konstantn  Levin parlava come se si fosse spezzata la diga che sinora
    tratteneva le parole. Sergj Ivnovic' sorrideva.
    - E se domani dovessi essere giudicato tu stesso,  preferiresti essere
    giudicato dallo "zemstvo" o dalla vecchia Camera criminale?
    - Io non sar giudicato.  Non uccider mai nessuno e tutte queste cose
    non mi interessano e non mi servono. Ma insomma! - prosegu,  saltando
    di  nuovo  a  un  argomento  che  non  aveva  nulla  a che fare con la
    questione.  - Le nostre istituzioni degli "zemstvo" e tutto  il  resto
    rassomigliano   alle   piccole   betulle  che  noi  ficchiamo  un  po'
    dappertutto in terra per il giorno  della  festa  della  Trinit,  per
    simulare una foresta.  La foresta in Europa  nata spontaneamente,  ma
    quanto alle nostre piccole betulle,  mi rifiuto di  innaffiarle  e  di
    credere in esse!
    Sergj  Ivnovic'  si limit ad alzare le spalle,  esprimendo con quel
    gesto il proprio stupore per  la  comparsa,  nella  loro  discussione,
    delle  piccole  betulle,  sebbene  avesse  subito  capito  che cosa il
    fratello volesse significare con questo.
    - Scusa, sai, ma cos non  possibile ragionare! - obiett.
    Ma Konstantn Levin voleva  giustificare  quel  suo  difetto,  che  si
    riconosceva: la propria indifferenza alla causa comune, e prosegu:
    -  Penso che nessuna attivit possa essere duratura se non ha per base
    l'interesse personale.  Questa  una verit universale,  filosofica  -
    aggiunse  accentuando con tono deciso la parola "filosofica",  come se
    desiderasse dimostrare che anch'egli, come ognuno, aveva il diritto di
    parlare di filosofia.
    Sergj Ivnovic' ancora una volta sorrise.  Egli pure ha in s la sua
    filosofia per trarsi d'impaccio, pens.
    -  Be',  ora  lascia  da  parte  la filosofia - disse.  - Il suo scopo
    principale  sempre stato,  in tutti i tempi,  quello  di  trovare  il
    legame  indispensabile  che  esiste tra l'interesse personale e quello
    generale. Questo, per,  non ha nulla a che vedere qua dentro,  se non
    che  io  devo  correggere  il tuo paragone.  Le piccole betulle di cui
    parlavi non sono state semplicemente ficcate in  terra,  bens  alcune
    piantate,  alcune  seminate,  di  modo  che  necessario trattarle con
    maggior cura.  L'avvenire non appartiene che ai popoli che hanno fiuto
    per  ci  che    importante  e significativo nelle loro istituzioni e
    sanno apprezzarle come si conviene: e sono quelli gli unici popoli che
    possono essere qualificati come storici.
    E Sergj Ivnovic'  spost  la  discussione  sul  terreno  filosofico-
    storico,   inaccessibile  a  Konstantn  Levin,  e  gli  mostr  tutta
    l'infondatezza del suo punto di vista.
    - Per quanto,  poi,  riguarda il fatto che  a  te  questo  non  piace,
    scusami,  ma  io lo considero una riprova della nostra pigrizia russa,
    da signori, e sono convinto che in te non si tratta che di un errore
    transitorio, il quale scomparir.
    Konstantn Levin non rispose.  Si sentiva sconfitto su tutta la linea,
    ma  nel contempo si rendeva conto che il fratello non aveva capito ci
    che  lui  voleva  dire.   Soltanto   non   si   capacitava   di   tale
    incomprensione: forse non aveva saputo esprimersi chiaramente?  Oppure
    il fratello non aveva voluto o potuto capire? In ogni modo,  non cerc
    di  approfondire  l'argomento  e,   senza  replicare,  si  immerse  in
    tutt'altri pensieri che lo riguardavano personalmente.
    Sergj Ivnovic' ritir l'ultima lenza,  sleg il cavallo ed  entrambi
    si avviarono verso casa.


    CAPITOLO 4.

    Ecco  qual  era la faccenda personale che preoccupava Levin durante la
    conversazione con il fratello: l'anno precedente,  recatosi un  giorno
    ad  assistere alla falciatura,  si era stizzito con il fattore e aveva
    usato un suo  mezzo  per  calmarsi:  presa  la  falce  di  mano  a  un
    contadino, si era messo a falciare egli stesso.
    Quel  lavoro gli era talmente piaciuto che in seguito l'aveva ripetuto
    varie volte: aveva falciato tutto il prato davanti alla  casa  e,  sin
    dalla  primavera  di  quell'anno,  si  era prefisso di dedicare a quel
    lavoro, con i contadini, intere giornate. Ora,  da quando era arrivato
    il fratello,  Konstantn Dmitric' si chiedeva perplesso: devo falciare
    o no? Gli rincresceva lasciare il fratello solo per intere giornate e,
    inoltre,  che egli lo prendesse in giro per il suo  lavoro.  Passando,
    per,   attraverso   il   prato  e  ricordando  le  impressioni  della
    falciatura,  aveva gi quasi deciso per  il  s,  e  dopo  l'irritante
    conversazione con il fratello,  rimasta interrotta,  si era nuovamente
    ricordato di tale proposito.
    Io ho  bisogno  di  esercizio  fisico,  pens,  altrimenti  il  mio
    carattere  si  guasta,  e  stabil  di  recarsi a falciare,  malgrado
    l'imbarazzo in cui  si  sarebbe  trovato  davanti  al  fratello  e  ai
    contadini.
    La  sera  Konstantn  Levin  si  rec in ufficio per dare disposizioni
    circa i lavori, e mand nei vicini villaggi a reclutare gli uomini per
    dare inizio alla falciatura il giorno seguente nel prato Kalnovyj, il
    pi vasto e il pi bello di tutti.
    - E la mia falce mandatela da Tit, per favore,  che me l'affili bene e
    me  la  riporti  domani;  forse  falcer anch'io - disse,  cercando di
    mostrarsi disinvolto.
    - Sar fatto.
    Alla sera, prendendo il t, Levin disse al fratello:
    - Pare che il tempo si mantenga bello; domani comincer a falciare.
    - E' un lavoro che mi piace molto! - rispose Sergj Ivnovic'.
    - Anche a me, moltissimo.  Ho gi falciato qualche volta insieme con i
    contadini e voglio dedicare tutta la giornata a quel lavoro.
    Sergj Ivnovic' alz la testa e guard il fratello con aria sorpresa.
    - Che vuoi dire? Falcerai tutta la giornata con i contadini?
    - S,  una cosa piacevole - rispose Levin.
    -  Come  esercizio  fisico    eccellente;  per  penso che non potrai
    resistere - osserv Sergj Ivnovic', senza alcuna ironia.
    - Ho gi provato: sulle prime  un po' faticoso,  d'accordo,  ma ci si
    abitua subito. Penso che non rester indietro...
    -  Credi?  Ma  dimmi,  come  la  prendono  i contadini?  Probabilmente
    rideranno delle stravaganze del padrone.
    - No, non credo;  in ogni modo,   un lavoro cos allegro e,  insieme,
    cos difficile, che non lascia tempo di pensare.
    - Ma come farai a mangiare con loro? Non sar molto facile mandarti l
    una bottiglia di Lafitte e un tacchino arrosto...
    - Non occorrer: mentre loro si riposano, io verr a casa.
    Il mattino seguente,  Konstantn Levin si alz prima del solito, ma le
    disposizioni da dare nell'azienda gli  presero  del  tempo,  e  quando
    giunse  alla  prateria,  i  falciatori avevano gi iniziato la seconda
    falciata.
    Ancora dall'alto gli si scopr sotto il colle la parte in ombra e  gi
    falciata del prato,  con l'erba gi tagliata che tendeva al grigiastro
    e i mucchi scuri dei gabbani deposti dai  falciatori  nel  punto  dove
    avevano iniziato il primo appezzamento.
    A  mano a mano che si avvicinava,  distingueva sempre pi nettamente i
    contadini che avanzavano in fila indiana degradante e che movevano  le
    falci ciascuno in modo diverso;  alcuni indossavano il gabbano,  altri
    erano in maniche di camicia. Ne cont quarantadue.
    Si movevano lentamente sul terreno ineguale della prateria, che era un
    antico stagno.  Levin riconobbe alcuni dei suoi: tra essi  il  vecchio
    Erml, con un lungo camiciotto bianco, che moveva la falce curvando il
    dorso,  e il giovane Vaska,  che un giorno era stato cocchiere in casa
    di Levin e che brandiva la falce a tutto braccio.  E c'era anche  Tit,
    il  maestro di Levin per la falciatura,  un contadino piccolo e magro,
    che avanzava  senza  curvarsi  e  che  maneggiava  la  falce  come  se
    giocasse.
    Levin  scese  da  cavallo  e,  legato  l'animale presso la strada,  si
    avvicin a Tit che, presa la falce in un cespuglio, gliela porse.
    - E' pronta,  padrone,  affilata come un rasoio: falcia da sola  disse
    Tit con un sorriso, togliendosi il berretto.
    Levin  prese la falce e cominci a provarla.  I falciatori che avevano
    finito il loro appezzamento,  sudati  e  allegri,  uscivano  uno  dopo
    l'altro sulla strada e,  ridacchiando, salutavano il padrone. Tutti lo
    guardavano, ma nessuno osava parlare; finalmente un vecchio alto,  con
    il  viso  sbarbato  coperto  di  rughe  e  che  indossava un giubbotto
    d'agnello, si rivolse a lui:
    - Attento,  padrone,  hai  cominciato  un  lavoro,  non  devi  restare
    indietro!  -  disse,  e  Levin  ud  i falciatori che trattenevano una
    risata.
    - Far il possibile per non restarci - rispose,  mettendosi  dietro  a
    Tit, in attesa del momento di cominciare.
    - Attento! - ripet il vecchio.
    Tit  fece  posto  a Levin che avanz dietro di lui.  L'erba al margine
    della strada era bassa,  e Levin,  che da un pezzo non  maneggiava  la
    falce,  si sentiva imbarazzato dagli sguardi puntati su di lui;  per i
    primi momenti se la cav abbastanza male,  sebbene ci desse sotto  con
    grande vigore. Qualche voce rison alle sue spalle:
    -  L'hai impugnata male,  con il manico troppo in alto...  guarda come
    devi chinarti! - diceva uno.
    - Appoggiati di pi con il tallone! - suggeriva un altro.
    - Non importa, va bene... si allener - proseguiva il vecchio.-  Ecco,
    ormai  lanciato...  Pigli la falciata troppo larga,  ti stancherai...
    E' il padrone,  lavora per conto suo...  Ma come va storto! Una volta,
    se noi avessimo falciato cosi, sarebbero state nerbate!
    L'erba andava facendosi pi morbida,  e  Levin,  che  sentiva  ma  non
    rispondeva,  cercava di fare del suo meglio,  seguendo Tit. Percorsero
    insieme un centinaio di passi.  Tit procedeva senza fermarsi  e  senza
    dare  il  pi  piccolo segno di stanchezza,  mentre Levin cominciava a
    temere di non resistere, tanto si sentiva spossato.
    Si rendeva conto che stava ormai spendendo le sue ultime forze,  e gi
    aveva deciso di pregare Tit di fermarsi;  ma, proprio in quel momento,
    Tit si ferm da s e, chinatosi, raccolse una manciata d'erba, asciug
    la falce e si mise ad affilarla.
    Levin si raddrizz,  trasse un lungo  sospiro  e  si  guard  attorno.
    Vicino  a lui,  lavorava un contadino,  anch'egli evidentemente stanco
    perch,  prima ancora di raggiungere Levin,  si ferm  e  si  mise  ad
    affilare  la  falce.  Tit  fin di affilare la sua e quella di Levin e
    insieme proseguirono.
    Alla seconda ripresa fu la stessa cosa.  Tit procedeva,  una  falciata
    dopo  l'altra,  senza  fermarsi  e  senza stancarsi.  Levin lo seguiva
    sforzandosi di non restare indietro,  ma la cosa gli  riusciva  sempre
    pi  difficile:  comunque,  proprio  quando  giunse  il momento in cui
    sentiva  che  le  forze  stavano  per  mancargli,  Tit  si  fermava  e
    cominciava ad affilare le falci.
    Fecero  cos  la  prima  linea,  che  parve  a  Levin  particolarmente
    faticosa;  ma in compenso,  quando  furono  giunti  in  fondo  e  Tit,
    gettatasi  la  falce in spalla,  si avvi a ripercorrere la falciatura
    sulle orme lasciate dai suoi tacchi, Levin fece altrettanto;  e bench
    il  sudore gli colasse a rivoli per il viso e gocciolasse dal naso,  e
    malgrado avesse la schiena fradicia come se fosse  uscito  dall'acqua,
    si  sentiva  perfettamente  bene.  Era  allegro  soprattutto perch si
    rendeva conto che ora avrebbe resistito a continuare il lavoro. Il suo
    piacere era  avvelenato  soltanto  dal  fatto  che  la  sua  linea  di
    falciatura  non  era  ben  diritta.  Occorre  muovere  un po' meno le
    braccia e maggiormente il torso, pens,  paragonando la falciatura di
    Tit,   che  pareva  tagliata  sul  filo,  con  la  propria,  storta  e
    irregolare.
    Per la prima linea,  come Levin aveva notato,  Tit aveva proceduto  in
    modo  particolarmente spedito,  forse con il desiderio di mettere alla
    prova il padrone,  e l'appezzamento era  lungo.  Le  linee  successive
    furono pi facili, nondimeno Levin doveva usare tutte le sue forze per
    non lasciarsi distanziare dai contadini.
    Egli  non  pensava  a  nulla,  nulla  desiderava  fuorch  non restare
    indietro e finire il proprio lavoro nel miglior modo possibile.  Udiva
    soltanto lo stridio delle falci, non vedeva davanti a s che il taglio
    diritto  di  Tit  che  si  allontanava,  il  semicerchio arcuato della
    falcata,  le erbe e le corolle dei fiori  che  si  piegavano  lente  e
    ondulate  attorno  alla  lama  della  sua falce,  e,  dinanzi a s pi
    lontano, l'estremit dell'appezzamento, dove l'attendeva il riposo.
    Senza capire che cosa fosse, n di dove provenisse, prov a un tratto,
    in pieno lavoro,  una piacevole sensazione di freschezza sulle  spalle
    madide di sudore.  Mentre gli affilavano la falce guard il cielo. Era
    sopraggiunta una nube bassa e pesante e cadevano gi grossi goccioloni
    di pioggia.  Alcuni contadini andarono  a  prendere  i  gabbani  e  si
    coprirono le spalle;  altri,  come Levin, rimasero a godersi con gioia
    la piacevole  rinfrescata.  Venivano  abbattutte  file  su  file,  ora
    lunghe,  ora pi brevi,  e l'erba era ora pi,  ora meno buona.  Levin
    aveva perduto ogni nozione del tempo,  e non si rendeva  assolutamente
    conto di che ora potesse essere.  Ora, nel suo lavoro, si era prodotto
    un mutamento che gli causava un'enorme soddisfazione, in certi momenti
    cessava di aver coscienza di quanto faceva, si sentiva leggero, ed era
    proprio in quei momenti che la sua falciata riusciva buona e  regolare
    quasi  quanto  quella  di Tit.  Ma,  non appena si ricordava di quanto
    faceva e cominciava a sforzarsi per far meglio, subito sentiva il peso
    della stanchezza, e il lavoro gli riusciva male.
    Terminata la sua linea,  fece per tornare a cominciarne  un'altra,  ma
    Tit si ferm e,  avvicinandosi al vecchio contadino, gli disse qualche
    parola a bassa voce. Entrambi guardarono il sole.  Di che cosa stanno
    parlando e perch non si inizia un nuovo appezzamento?,  pens Levin,
    dimenticando che i contadini  lavoravano  dalle  quattro  del  mattino
    senza sosta e che era ora di far colazione.
    - E' ora di far colazione, padrone! - disse il vecchio.
    - Di gi? Ebbene, andiamo a mangiare.
    Levin  consegn  la propria falce a Tit,  e si avvi insieme con altri
    contadini che andavano verso i loro gabbani a  prendere  il  pane  che
    avevano  portato da casa,  percorrendo i lunghi appezzamenti falciati,
    umidi di pioggia.  Soltanto a questo punto si accorse  di  non  averla
    azzeccata con il tempo e che il fieno sarebbe stato umido.
    - Il fieno si guaster! - disse.
    - Non importa,  padrone! Falcia con la pioggia, rastrella con il sole!
    - disse il vecchio.
    Levin sleg il cavallo e and casa a prendere il caff.
    Il fratello si era appena alzato.  Bevuto che  ebbe  il  caff,  Levin
    torn  al  lavoro,  prima  che  Sergj  Ivnovic'  facesse  in tempo a
    vestirsi e a scendere in sala da pranzo.


    CAPITOLO 5.

    Dopo aver fatto colazione,  Levin riprese il lavoro,  ma non capit al
    posto  di  prima.  Si trovava ora tra il vecchio scherzoso che l'aveva
    invitato a essere suo vicino e un contadino giovane,  sposato soltanto
    dall'autunno, e che quell'estate falciava per la prima volta.
    Il  vecchio,   tenendosi  ben  diritto,   procedeva  innanzi  spedito,
    spostando le lunghe gambe ricurve con  ritmo  regolare  e  ampio  che,
    evidentemente,  non gli costava maggior fatica del dimenare le braccia
    durante la marcia;  e,  come divertendosi,  abbatteva  ampie  falciate
    uniformi.  Pareva che non lui,  ma la falce tagliente tranciasse da s
    l'erba succosa.
    Dietro Levin,  veniva il giovane Miska.  Il suo viso simpatico,  con i
    capelli trattenuti da un lacciuolo d'erba fresca, era tutto sudato per
    lo   sforzo   ma,   non   appena  qualcuno  lo  guardava,   sorrideva.
    Evidentemente era pronto a morire piuttosto che confessare di  trovare
    il lavoro troppo duro.
    Levin  procedeva tra loro due.  Nel pieno della calura,  il lavoro gli
    pareva meno gravoso. Il sudore, che lo inondava, gli dava frescura,  e
    il sole,  che gli scottava la schiena, la testa e le braccia, gli dava
    forza e coraggio.  Sempre con maggior frequenza riusciva a perdere  la
    coscienza  di  quello  che  faceva,  e allora la falce lavorava da s.
    Erano  momenti  felici,   quelli;   e  ancora  pi  felici  quando  si
    avvicinavano  al  fiume  che  limitava  gli  appezzamenti.  Il vecchio
    contadino ripuliva la falce con l'erba folta e umida,  ne risciacquava
    l'acciaio  nell'acqua fresca del fiume,  ne attingeva con la ciotola e
    la offriva a Levin.
    - Su, ecco il mio "kvas".. Buono, eh? - diceva ammiccando.
    Effettivamente Levin non aveva mai assaggiato una bevanda cos gustosa
    come quell'acqua tiepida,  in cui galleggiavano  fili  d'erba,  e  che
    aveva il leggero sapore di ruggine della ciotola di latta. Subito dopo
    veniva la beata, lenta passeggiata con la mano sulla falce, durante la
    quale  si  poteva asciugare il sudore che grondava,  respirare a pieni
    polmoni,  contemplare tutta la fila dei falciatori che  si  snodava  e
    osservare ci che succedeva attorno, nei boschi e nei campi.
    Quanto pi Levin falciava, tanto pi frequenti giungevano i momenti di
    oblio,  durante  i  quali non erano pi le sue braccia che movevano la
    falce,  ma era la falce stessa che attirava il suo corpo pieno di vita
    e,  come  per  magia,  a sua insaputa,  il lavoro si compiva regolare,
    automaticamente. Erano i momenti pi beati.
    Era  difficile,   in  compenso,   arrestare  quel  movimento  divenuto
    incosciente per pensare a falciare, per esempio, attorno al monticello
    di  un  vecchio  formicaio  e  a un ciuffo di acetosella non estirpata
    durante la sarchiatura.  Il vecchio lo faceva con la massima facilit:
    quando si presentava una zolla rialzata, egli cambiava il movimento e,
    con  il tallone o con l'estremit della falce,  spianava il monticello
    con piccoli colpi da ogni parte.  E,  mentre faceva  questo,  guardava
    attentamente  ci  che gli si parava dinanzi: ora strappava un piccolo
    frutto selvatico e lo mangiava o lo offriva a Levin,  ora gettava  via
    con  la  punta  della falce un ramo,  ora esaminava un piccolo nido di
    quaglie dal quale,  gi quasi sotto la falce,  volava via la  femmina,
    ora  pigliava  qualche  biscia capitatagli sul cammino e,  dopo averla
    attorcigliata sulla punta della  falce,  la  mostrava  a  Levin  e  la
    buttava lontano.
    Per  Levin  e per il giovane contadino che lo seguiva quel cambiamento
    di movimenti era difficile. Entrambi, una volta avviati a compiere una
    certa falcata, tutti tesi nella foga del lavoro,  non avevano la forza
    di  cambiare  movimenti  e,  al tempo stesso,  di osservare ci che si
    trovava davanti ai loro piedi.
    Levin non  si  accorgeva  del  passare  delle  ore.  Se  gli  avessero
    domandato  da quanto tempo lavorava,  avrebbe risposto: da mezz'ora,
    mentre gi si avvicinava l'ora del pranzo.
    Mentre ritornavano sui loro passi per iniziare un nuovo  appezzamento,
    il  vecchio  attir  l'attenzione di Levin su un gruppo di ragazzi che
    giungevano da tutte le parti,  appena appena visibili tra l'erba alta.
    I ragazzi, seguendo la strada, si avvicinavano ai falciatori, portando
    fagottini con il pane e certi piccoli bricchi tappati pieni di "kvas",
    che parevano troppo pesanti per le loro piccole braccia.
    -  Ecco  che  arrivano i moscerini!  - disse,  indicandoli e facendosi
    schermo agli occhi con le mani, guard il sole.
    Falciati ancora due appezzamenti, il vecchio si ferm.
    - Su,  padrone,  a pranzo!  - disse con piglio deciso.  E,  giunti  al
    fiume,  gli uomini si diressero,  attraverso i prati falciati, verso i
    loro caffettani,  presso i quali  si  erano  seduti  ad  attenderli  i
    fanciulli, che avevano portato il desinare.
    I  contadini  si  riunirono in gruppi: i pi lontani si misero sotto i
    carri, i pi vicini ai piedi di un grande cespuglio di citiso, attorno
    al quale avevano gettato un po' di erba.
    Levin si sedette  con  loro:  non  aveva  voglia  di  andarsene.  Ogni
    imbarazzo  di  fronte  al  padrone  era  scomparso.   I  contadini  si
    accingevano a mangiare.  Alcuni si lavavano,  i  ragazzi  facevano  il
    bagno  nel  fiume,  altri  si  preparavano il posto per schiacciare un
    sonnellino,   altri  ancora  scioglievano  gli  involti  del  pane   e
    stappavano i piccoli bricchi di "kvas". Il vecchio sbriciol un po' di
    pane in una ciotola,  lo impast con il manico del cucchiaio, vi vers
    su dell'acqua,  vi aggiunse ancora del pane,  vi sparse un pizzico  di
    sale e poi, voltosi verso oriente, si mise a pregare.
    -  Ecco,  padrone,  questa    la  mia  zuppa  - disse,  mettendosi in
    ginocchio davanti alla ciotola. - Vuoi assaggiarla?
    La zuppa era cos gustosa che Levin decise di  non  andare  a  casa  a
    mangiare.  Pranz  con  il  vecchio e si mise a interrogarlo sulle sue
    faccende di casa,  per le quali dimostr il pi vivo interesse;  a sua
    volta,  espose  al  vecchio  i  propri  progetti e tutto quanto poteva
    interessare il contadino.  Si sentiva pi vicino a lui che al fratello
    e,   involontariamente,  sorrideva  della  simpatia  che  provava  per
    quell'uomo.
    Quando il vecchio si alz e,  dopo essersi fatto il segno della croce,
    si distese l stesso,  ai piedi del cespuglio,  dopo aver sistemato un
    mucchietto d'erba sotto la testa, Levin fece altrettanto e, nonostante
    le  mosche  e  i  moscerini  appiccicosi   e   insistenti,   che   gli
    solleticavano  il  viso  e  tutto il corpo sudato,  si addorment e si
    svegli  soltanto  quando  il  sole,   passato  dall'altra  parte  del
    cespuglio,  cominci a raggiungerlo.  Il vecchio,  che da un pezzo non
    dormiva pi, se ne stava seduto e affilava le falci dei giovani.
    Levin si guard attorno e,  a tutta prima,  non si ritrov,  tanto  il
    posto  gli  apparve mutato.  Un'enorme distesa di prato ormai tagliato
    brillava di uno splendore nuovo, particolare; le lunghe file di fieno,
    sotto i raggi obliqui del sole che tramontava,  esalavano  un  intenso
    profumo.  I cespugli vicini al fiume, messi a nudo dalla falciatura, e
    il fiume stesso,  che prima si vedeva appena,  apparivano scintillanti
    come  l'acciaio  in  tutte  le sue sinuosit;  qua e l i contadini si
    alzarono e si movevano e,  pi lontano,  si ergeva l'alta muraglia  di
    erba  non  ancora  toccata  dalla  falce;  sopra  la piana denudata si
    libravano gli  avvoltoi;  tutto  quell'insieme,  insomma,  offriva  un
    paesaggio assolutamente nuovo.  Riavutosi dallo stupore, Levin si mise
    a calcolare quanto lavoro fosse stato compiuto e quanto ancora  se  ne
    potesse fare prima della fine della giornata.
    Per  quarantadue  falciatori  non  era certo lavoro da poco.  Tutto il
    grande prato, che ai tempi della servit della gleba,  veniva falciato
    da  trenta  uomini  in  due giorni,  ora era quasi del tutto falciato.
    Rimanevano gli angoli e alcuni  brevi  appezzamenti.  Ma  Levin,  quel
    giorno,  voleva  portare  avanti  il  lavoro  il pi possibile e se la
    prendeva con il sole che tramontava troppo rapidamente. Non si sentiva
    affatto  stanco;   l'unico  suo  desiderio  era  di  lavorare  ancora,
    ancora... e di falciare il pi possibile.
    -  Credi che ce la faremo a falciare anche il Maskin-Verch?  - domand
    al vecchio.
    - Se Dio lo vuole! Ma il sole  ormai molto basso... Magari con un po'
    di vodka per i ragazzi... chi lo sa?
    Durante la pausa della merenda,  quando tutti si  misero  di  nuovo  a
    sedere,  e  i  fumatori  accendevano  le pipe,  il vecchio annunzi ai
    lavoratori che,  se avessero falciato il Maskin-Verch ci sarebbe stata
    l'acquavite.
    - E perch non si dovrebbe falciarlo?  - cominci Tit. - Sbrighiamoci,
    diamoci da fare... Mangeremo quando sar notte. Attacca! - esclamarono
    parecchie voci e,  terminando di mangiare il loro pane,  i  falciatori
    ripresero il lavoro.
    - Su ragazzi, forza! - disse Tit, andando avanti a lunghi passi.
    -  Va',   va'!   -  esclam  il  vecchio,   slanciandoglisi  dietro  e
    raggiungendolo senza fatica. - Bada, eh, che ora ti taglio!
    Giovani e vecchi falciavano come se facessero una gara.  Ma per quanto
    si  affrettassero,  non  sciupavano  affatto l'erba,  e le falciate si
    adagiavano in modo ugualmente netto e preciso. Un pezzettino di prato,
    ancora intatto in un angolo, fu tagliato in cinque minuti.  Gli ultimi
    falciatori terminavano ancora le loro file,  quando quelli che stavano
    innanzi, mettendosi in spalla i loro caffettani,  gi si incamminavano
    lungo la strada che portava a Maskin-Verch.
    Il  sole  raggiungeva  gi  la  cima  degli  alberi,  quando  essi  si
    inoltrarono nel piccolo  burrone  boscoso  del  Maskin-Verch,  facendo
    risonare  le  loro falci.  Al centro dell'avvallamento l'erba arrivava
    alla cintola, tenera e morbida, e qua e l il bosco appariva screziato
    da ciuffi di viole selvatiche.
    Dopo un rapido consiglio per stabilire se fosse meglio  attaccare  nel
    senso della larghezza o in quello della lunghezza, Prochr Ermilin, un
    alto contadino bruno,  dalla lunga barba, esperto falciatore, fece per
    il largo il primo taglio, poi ritorn sui suoi passi.  Tutti allora lo
    seguirono,  procedendo  in salita lungo il burrone sino al margine del
    bosco.  Il sole scompariva dietro gli  alberi,  i  falciatori  non  lo
    vedevano  pi  che dall'altura,  mentre nell'avvallamento,  di dove si
    andava sollevando un lieve vapore, e di lato,  i falciatori lavoravano
    all'ombra fresca e rugiadosa. Il lavoro ferveva.
    L'erba recisa cadeva in file spesse e mandava un profumo inebriante. I
    falciatori,  lungo i brevi solchi, si trovavano talmente addossati gli
    uni agli altri che si incitavano a vicenda, ora con il tintinnio delle
    falci che si scontravano,  ora con il sibilo della cote sulla falce da
    affilare.
    Levin procedeva sempre tra il giovane e il vecchio.  Questi, che aveva
    indossato  il  pellicciotto  di  pelle  di  montone,  appariva  sempre
    allegro,  scherzoso,  con il breve passo deciso dei suoi piedi calzati
    da grandi scarpe di corteccia di tiglio,  si arrampicava lentamente su
    per l'erta e,  pur vacillando con tutto il corpo,  non un filo d'erba,
    non un fungo gli sfuggivano,  ed egli continuava a scherzare con Levin
    e  i  contadini.  Levin  camminava  dietro di lui e spesso pensava che
    sarebbe caduto,  giacch gli pareva impossibile  arrampicarsi  con  la
    falce  lungo un pendio cos scosceso,  dove era difficile arrampicarsi
    anche senza falce; eppure continuava a salire e a lavorare. Gli pareva
    di essere spinto da una forza sino allora sconosciuta.


    CAPITOLO 6.

    Dopo aver terminato di  falciare  l'ultimo  appezzamento  del  Maskin-
    Verch, gli uomini indossarono i caffettani e si avviarono allegramente
    verso  casa.  Levin  sal a cavallo e,  congedandosi con rammarico dai
    contadini, prese anch'egli la via del ritorno. Dall'alto del poggio si
    volt a guardare ma la nebbia che  saliva  dal  fondo  gli  imped  di
    vederli: si udivano soltanto le loro voci rudi e allegre,  le risate e
    il tintinnio delle falci che si urtavano.
    Sergj Ivnovic', che aveva finito da un pezzo di pranzare, si trovava
    nella sua camera con un bicchiere di limonata in ghiaccio,  intento  a
    sfogliare  i giornali e le riviste giunte allora con la posta,  quando
    irruppe in camera Levin,  con i  capelli  arruffati  appiccicati  alle
    tempie,   la   schiena   e  il  petto  fradici  di  sudore,   vociando
    allegramente.
    - Abbiamo falciato tutta la prateria!  E' una cosa  interessantissima,
    veramente meravigliosa!  E tu, che hai fatto di bello? - disse, avendo
    completamente  dimenticato  la  spiacevole  conversazione  della  sera
    prima.
    -  Mio Dio,  come ti sei conciato!  - esclam Sergj Ivnovic' che,  a
    tutta prima,  guard il fratello con aria  scontenta.  -  La  porta...
    chiudi la porta! - grid. - Ne saranno entrate almeno una diecina...
    Sergj Ivnovic' non poteva soffrire le mosche, e in camera sua apriva
    le finestre solo di notte e teneva accuratamente chiusa la porta.
    - Nemmeno una, te lo assicuro! Se ne ho fatte entrare, le acchiappo...
    Non  puoi credere quanto mi sia divertito!  E tu,  come hai passato la
    giornata?
    - Bene.  Ma hai falciato davvero tutto il giorno?  Penso che tu  abbia
    una fame da lupo. Kuzm ti ha preparato tutto.
    -  No,  non  ho  voglia  di  mangiare:  ho  gi  pranzato l.  Adesso,
    piuttosto, vado a lavarmi.
    - S,  va',  va',  ti raggiunger  subito  -  disse  Sergj  Ivnovic'
    guardando il fratello e scotendo il capo.  - E spicciati... - aggiunse
    sorridendo e, raccolti i suoi libri, si prepar a seguirlo.  Era stato
    preso  da  un  improvviso senso di allegria e non voleva separarsi dal
    fratello. - E durante la pioggia, dov'eri?
    - Pioggia? Qualche goccia appena...  Aspettami,  tra un minuto sar di
    nuovo  qui.  Hai  passato  un  buona  giornata,  dunque?  Sono davvero
    contento... - E Levin and a lavarsi e a cambiarsi d'abito.
    Cinque minuti dopo,  i due fratelli si ritrovarono in sala da  pranzo.
    Sebbene Levin avesse l'impressione di non aver fame,  tuttavia, quando
    fu seduto  davanti  alla  tavola  preparata  da  Kuzm  e  cominci  a
    mangiare, il pranzo gli parve eccellente.
    Sergj Ivnovic' lo guardava e sorrideva.
    -  Ah,  c'  una  lettera per te - disse.  - Kuzm,  portala gi,  per
    piacere, e non dimenticare di chiudere la porta.
    La lettera era di Oblonskij e veniva da Pietroburgo. Levin la lesse ad
    alta voce: Ho ricevuto una lettera da Dolly;  a Ergsciovo, dove non
    riesce a sistemarsi bene.  Va' a trovarla,  ti prego,  e aiutala con i
    tuoi consigli: tu lo sai fare. Sar felicissima di vederti. Poveretta,
       sempre  tanto  sola!   Mia  suocera  e  la  famiglia  sono  ancora
    all'estero.
    - D'accordo,  andr senz'altro a  trovarla  -  disse  Levin.  -  Anzi,
    andremo insieme. E' tanto simpatica, no?
    - E' molto lontano da qui?
    - Una trentina di "vrsty"... forse anche una quarantina. Ma la strada
     ottima e ci arriveremo benissimo.
    - Con piacere - rispose Sergj Ivnovic',  sempre sorridendo. La vista
    del fratello minore gli procurava un senso di vera allegria.
    - L'appetito non ti  manca,  eh?  -  esclam,  guardandogli  il  volto
    colorito dall'aspetto sano e il collo robusto, curvo sul piatto.
    - E' meraviglioso! Non puoi immaginarti quanto sia utile questo regime
    contro  ogni balordaggine.  Voglio arricchire la medicina con un nuovo
    termine: "Arbeitskur" (84).
    - Tu per, a quanto pare, non ne hai affatto bisogno.
    - S,  ma la cosa potrebbe essere efficace anche  per  certe  malattie
    nervose.
    - Giusto,  occorre sperimentarlo. Avrei voluto venire a vederti mentre
    falciavi;  ma il caldo era talmente insopportabile che non me la  sono
    sentita  di  andare oltre il bosco.  Me ne sono stato seduto un po' al
    fresco e poi sono arrivato al villaggio,  dove ho  incontrato  la  tua
    balia  e  l'ho sondata a proposito dell'opinione che i contadini hanno
    su di te.  A quanto ho  capito,  non  approvano  che  tu  ti  metta  a
    falciare.  Mi  ha  detto:  Non    faccenda da signori,  questa.  In
    complesso,  mi pare  che  il  popolo  abbia  idee  molto  arretrate  a
    proposito  delle  attivit  che  esso  definisce  da signori,  e non
    concepisce che i signori escano da quel quadro ben definito  che  essi
    hanno tracciato nella loro immaginazione.
    - Pu darsi,  ma ti assicuro che una soddisfazione come quella di oggi
    non l'avevo provata mai in tutta la mia vita.  D'altra parte  non  c'
    nulla di male, vero? - rispose Levin. - Che ci vuoi fare se a loro non
    va a genio? Ci, del resto, non ha nessuna importanza, non ti pare?
    - Insomma, a quanto sento, sei contentissimo della tua giornata- disse
    Sergj Ivnovic'.
    -  Contentissimo!  Abbiamo  falciato  tutta  la  prateria.  E ho fatto
    amicizia con un tipo di vecchietto  davvero  straordinario!  Non  puoi
    immaginare quanto sia incantevole!
    -  A conti fatti,  dunque,  tu sei contento della tua giornata e io lo
    sono altrettanto della mia. In primo luogo, ho risolto due problemi di
    scacchi, uno dei quali  interessantissimo: si apre con un pedone.  Te
    lo mostrer. E poi ho riflettuto sulla nostra conversazione di ieri.
    - Che cosa?  La conversazione di ieri?  - domand Levin, con gli occhi
    beatamente socchiusi,  un po' ansante dopo il pasto e decisamente  non
    in  grado  di  ricordare quale fosse stata la conversazione del giorno
    prima.
    - Trovo che, in parte, hai ragione. La nostra divergenza sta nel fatto
    che tu consideri come motore l'interesse personale mentre io  suppongo
    che  ogni  uomo,  che  abbia  raggiunto un certo limite intellettuale,
    debba avere un certo interesse al bene  generale.  Pu  darsi  che  tu
    abbia   ragione  dicendo  che  sarebbe  pi  desiderabile  un'attivit
    materiale personalmente interessata.  In genere,  tu  sei  una  natura
    impulsiva,   "trop-sautire",   come   dicono  i  Francesi;   tu  vuoi
    un'attivit energica, appassionata, o nulla del tutto.
    Levin ascoltava il fratello,  ma non capiva e non  cercava  di  capire
    quello  che  diceva;  temeva soltanto che Sergj Ivnovic' gli facesse
    qualche domanda, dalla quale si sarebbe reso conto di non essere stato
    ascoltato.
    - Proprio cos,  mio caro - concluse Sergj Ivnovic',  toccandogli la
    spalla.
    - S, dev'essere indubbiamente cos, ma io, del resto, non pretendo di
    conoscere  la  verit  -  rispose  Levin,  con  un colpevole infantile
    sorriso.
    Ma qual era l'argomento della nostra discussione di  ieri?,  pensava
    intanto.  Sergj  ha  indubbiamente  ragione,  e  ho ragione pure io:
    dunque tutto va a meraviglia. Ma bisogna che vada in ufficio a dare le
    disposizioni per domani.
    Si alz, stiracchiandosi e sorridendo. Anche Sergj Ivnovic' sorrise.
    - Se vai a fare una passeggiata,  ti  accompagno  -  disse  questi  al
    fratello, non volendo separarsene, tanto spiravano da lui freschezza e
    buona  salute.  -  Se  hai  bisogno  di  passare in ufficio,  ci vengo
    anch'io.
    - Ah,  santi benedetti!  - esclam Levin a voce cos forte che  Sergj
    Ivnovic' si spavent.
    - Che c'? Che hai?
    -  E  la mano di Agfija Michjlovna?  - domand Levin,  battendosi la
    fronte. - Me ne ero dimenticato.
    - Sta molto meglio.
    - Be',  comunque faccio un salto a  vederla.  Non  farai  in  tempo  a
    prendere il cappello, che sar di ritorno.
    E  corse  gi dalla scala,  facendo risonare allegramente i tacchi sui
    gradini.


    CAPITOLO 7.

    Mentre Stepn Arkadyc' si recava a Pietroburgo per compiere il  dovere
    pi  che  naturale per un funzionario,  dovere che,  per quanto sembri
    incomprensibile a chiunque,  nondimeno per esso il pi necessario per
    far carriera, ossia ricordare se stesso al ministero,  e mentre,  dopo
    aver  preso  con  s  quasi  tutto  il  denaro  di  casa,  trascorreva
    allegramente il suo tempo alle corse o in compagnia degli amici, Dolly
    si era trasferita con i bambini in campagna per cercare di ridurre  al
    massimo le spese.  Si era recata nella tenuta di Ergsciovo,  che ella
    aveva avuto in dote,  e il cui bosco Stepn Arkadyc' aveva venduto  in
    primavera:  si  trovava  a  una cinquantina di "vrsty" da Pokrvskoe,
    propriet di Levin.
    A Ergsciovo la vecchia casa  padronale  era  stata  demolita,  ma  il
    principe aveva fatto ingrandire e restaurare il padiglione.
    Vent'anni  prima,  quando  Dolly  era una ragazzetta,  quel padiglione
    ampio,  comodo e sebbene,  come tutti i padiglioni,  costruito di lato
    rispetto al viale d'ingresso ed esposto a nord, era abitabilissimo. In
    seguito,  per,  anche il padiglione si era fatto cadente e malandato.
    Quando,  in primavera,  Stepn Arkadyc' era andato a vendere il bosco,
    Dolly  l'aveva  pregato  di  esaminare  la casa e di dare disposizioni
    perch  si  facesse  quanto  era  necessario  per  sistemarla.  Stepn
    Arkadyc',  come  tutti  i  mariti  colpevoli,  desiderava molto che la
    moglie vivesse,  almeno  materialmente,  il  meglio  possibile;  aveva
    quindi  esaminato  di  persona la casa e aveva dato le disposizioni su
    tutto ci che, a suo avviso,  occorreva fare.  Secondo lui,  bisognava
    rinnovare  la  tela  che  copriva  i  mobili,  far mettere le tendine,
    ripulire il giardino,  costruire un  ponticello  presso  lo  stagno  e
    piantare fiori;  ma aveva dimenticato molte altre cose indispensabili,
    la  cui  mancanza  procur  in  seguito  molti  grattacapi  a   Drija
    Aleksndrovna.
    Per quanto si sforzasse di essere un marito zelante,  non riusciva mai
    a ricordarsi di avere una moglie e dei figli. Aveva gusti da scapolo e
    a questi si conformava.  Tornato a Mosca,  dichiar con orgoglio  alla
    moglie che tutto era pronto, che la casa era un vero gioiello e che la
    consigliava vivamente di andarvisi a stabilire.
    La  partenza della moglie per la campagna era,  sotto tutti i punti di
    vista,  assai gradita a Stepn Arkadyc': aria  buona  per  i  bambini,
    economia nelle spese e,  soprattutto, una maggiore libert per lui. Da
    parte sua,  Drija Aleksndrovna era  convinta  che  il  soggiorno  in
    campagna,  in estate, fosse salutare per i figli e specialmente per la
    bambina che, dopo la scarlattina, stentava a riprendersi;  considerava
    inoltre  la  partenza  come  una  liberazione  da  tutte  le  meschine
    umiliazioni giornaliere,  come i piccoli debiti con il legnaiuolo,  il
    pescivendolo,  il calzolaio,  che la facevano molto soffrire.  Oltre a
    ci, la partenza le era gradita perch sognava di far venire con s in
    campagna la sorella Kitty,  che doveva tornare  dall'estero  verso  la
    met  dell'estate,  e  alla  quale  avevano  ordinato di fare bagni di
    fiume.  Kitty le scriveva dalle acque termali che nulla  le  sorrideva
    quanto il pensiero di trascorrere l'estate con lei a Ergsciovo,  cos
    pieno per entrambe dei ricordi della fanciullezza!
    I  primi  tempi  della  sistemazione  in  campagna  furono  per  Dolly
    veramente  difficili.  Era  vissuta  in  campagna  da bambina e le era
    rimasta l'impressione che proprio la campagna fosse la liberazione  da
    tutte  le noie della citt;  la vita,  laggi,  anche se non brillante
    come quella di citt (cosa, del resto, di cui Dolly non si preoccupava
    affatto), era in compenso comoda e meno costosa; in campagna, pensava,
    c'era di tutto,  e tutto ci che occorreva lo si poteva trovare a buon
    mercato;  per i bambini,  poi,  sarebbe stata una vita felice. Ma ora,
    giunta a Ergsciovo nelle vesti di padrona di casa,  si rese conto che
    le cose erano ben diverse da come le aveva immaginate.
    Il giorno dopo il loro arrivo,  piovve a dirotto, e l'acqua cominci a
    penetrare nel corridoio e nella  camera  dei  bambini,  tanto  che  si
    dovettero  trasportare  in  salotto i loro lettini.  Non c'era modo di
    trovare una cuoca;  su dieci mucche,  a  sentire  la  vaccara,  alcune
    avevano il vitello,  altre erano gravide, altre vecchie e le rimanenti
    ammalate: quindi niente latte e niente burro per i bambini.  Mancavano
    anche  le  uova.  Non  si riusciva a trovare una gallina,  e bisognava
    accontentarsi di fare arrostire o bollire certi galli vecchi, violacei
    e stopposi.  Era altrettanto impossibile accaparrarsi  una  donna  per
    lavare i pavimenti, perch tutte occupate nella raccolta delle patate.
    E  neppure  era  possibile  pensare  a  qualche passeggiata in vettura
    perch l'unico cavallo si impennava e non voleva lasciarsi attaccare.
    Quanto ai bagni,  niente da fare!  Tutta la sponda del fiume era stata
    calpestata dal bestiame ed era troppo esposta alla vista dalla strada;
    neppure  si poteva andare a fare quattro passi in giardino,  perch il
    bestiame vi penetrava attraverso lo steccato mezzo demolito,  e  c'era
    un  grosso toro che muggiva in modo terribile e,  probabilmente,  dava
    altrettanto terribili cornate.  Neppure un  armadio  per  sistemare  i
    vestiti:  quelli  che  c'erano non si chiudevano o si aprivano da soli
    quando vi si passava davanti...  Infine mancavano del tutto i  tegami,
    le  pentole,  una  tinozza per lavare e anche l'asse per stirare nella
    camera delle donne. A farla breve, mancava tutto!
    Capitata in mezzo a tutti questi guai,  terribili  dal  suo  punto  di
    vista,  Dolly,  invece  di  trovare  riposo  e tranquillit,  si sent
    sopraffatta dalla disperazione.  Pur dandosi da fare con tutte le  sue
    forze,  si sentiva impotente di fronte a una situazione del genere,  e
    stentava a trattenere le lacrime che ogni  momento  le  venivano  agli
    occhi. Il fattore, un ex sottufficiale che Stepn Arkadyc' aveva preso
    a  benvolere per la sua bella presenza fisica e che un tempo era stato
    guardaportone,   non  condivideva  per  nulla  i  tormenti  di  Drija
    Aleksndrovna  e  si  limitava a dire,  in tono rispettoso: Con gente
    cattiva come quella di qui non c' niente da fare!, ma non dava alcun
    aiuto.
    La situazione sarebbe stata davvero disperata, senza via d'uscita,  se
    in  casa Oblonskij,  come in quasi tutte le famiglie numerose,  non ci
    fosse stata una persona che,  pur passando inosservata,  data l'umilt
    delle  sue  mansioni,  assunse  ben presto un'importanza di primissimo
    ordine: Matrna Filimnovna.  Costei cercava di  calmare  la  padrona,
    l'assicurava che tutto si sarebbe accomodato per il meglio (era un suo
    modo di dire,  e da lei l'aveva preso Matvj) e,  senza affrettarsi n
    agitarsi, agiva e lavorava.
    Appena arrivata dalla citt,  si era  fatta  amica  della  moglie  del
    fattore e,  sin dai primi giorni,  mentre prendeva il t con lei e con
    il fattore stesso sotto le acacie,  discusse su tutte le questioni che
    riguardavano la casa.  E ben presto, proprio sotto le acacie, si form
    il circolo di Matrna Filimnovna, costituito, oltre che da lei, dalla
    moglie del fattore,  dallo "strosta" (85) e dal contabile,  per opera
    dei quali cominciarono ad appianarsi a poco a poco le difficolt della
    vita;  dopo  una settimana,  infatti,  tutto apparve accomodato per il
    meglio.  Il tetto fu riparato,  si trov una cuoca  (la  comare  dello
    "strosta"),  si comperarono galline, le mucche cominciarono a dare il
    latte,  fu riparato e rimesso a posto lo  steccato  del  giardino,  il
    falegname  sistem la caldaia per il bucato,  si misero dei ganci agli
    armadi che poterono cos essere chiusi  e,  infine,  fu  pronta  anche
    l'asse  per  stirare;  fu  foderata con un pezzo di panno militare,  e
    stesa tra la spalliera di una sedia e  il  canterano,  cosicch  nella
    stanza delle donne si cominci a sentire l'odore del ferro caldo.
    -  Ecco,  vedete?  E  voi  non facevate altro che disperarvi!  - disse
    Matrna Filimnovna, indicando l'asse alla padrona.
    Si costru pure un capanno per il bagno con un paravento di paglia,  e
    cos  Lily  pot  finalmente  bagnarsi,  e  per  Drija  Aleksndrovna
    cominciarono, anche se solo in parte,  a realizzarsi le aspettative di
    una vita di campagna,  se non comoda,  almeno serena.  Certo,  con sei
    ragazzi, Drija Aleksndrovna non poteva godere di molta tranquillit!
    Ora uno dei bimbi si ammalava,  ora un altro  minacciava  di  seguirne
    l'esempio;  al terzo mancavano indumenti,  il quarto mostrava di avere
    un cattivo carattere e cos via... I giorni di vera tranquillit erano
    assai rari,  ma questi fastidi e queste inquietudini costituivano  per
    Drija Aleksndrovna l'unica,  possibile felicit. Se non avesse avuto
    queste preoccupazioni,  sarebbe stata sola,  veramente sola con i suoi
    tristi  pensieri  causati dall'indifferenza del marito che non l'amava
    pi. Inoltre, per quanto possano essere penosi per una madre il timore
    delle malattie,  le malattie stesse e  l'afflizione  nel  costatare  i
    primi sintomi di cattive inclinazioni dei figliuoli, questi compensano
    tuttavia con piccole gioie tali dispiaceri.  Gioie tanto rare,  a dire
    il vero, che passavano inosservate come l'oro nella sabbia, ma, se nei
    momenti difficili,  Dolly non  scorgeva  che  i  dispiaceri,  cio  la
    sabbia,  in  altri  momenti  le diventava percettibile l'oro,  cio la
    gioia!
    Ora, nella solitudine della campagna, Dolly si rendeva conto di queste
    gioie sempre pi frequenti. Sovente,  osservando i figli,  si sforzava
    per convincersi che si sbagliava,  che come madre era parziale verso i
    propri figli;  non poteva,  tuttavia,  non riconoscere che  aveva  sei
    creature deliziose,  ognuna a modo suo e,  nel pensare che si vedevano
    pochi bambini paragonabili ai suoi,  si sentiva felice e orgogliosa di
    loro!


    CAPITOLO 8.

    Verso  la  fine  di  maggio,  quando  tutto,  pi  o  meno,  era stato
    sistemato,  Dolly ricevette,  finalmente,  una lettera dal marito,  in
    risposta  alle  lagnanze  che ella gli aveva espresse sul disordine in
    cui aveva trovato la casa di campagna.  Egli le  scriveva  chiedendole
    perdono  di non aver pensato a tutto e prometteva di venire non appena
    gli fosse stato possibile.  Ma questa possibilit  non  si  presentava
    mai,  per  cui  sino  ai primi di giugno Drija Aleksndrovna visse in
    campagna da sola.
    La vigilia di San Pietro, di domenica, Drija Aleksndrovna condusse i
    bambini in chiesa perch facessero la comunione.  Sebbene assai spesso
    nell'intimit  delle  sue  conversazioni  spirituali con la madre,  la
    sorella e le amiche,  ella le stupisse con la libert di pensiero  che
    dimostrava,  Dolly aveva nondimeno una sua propria religione, alquanto
    strana,  a dire il  vero,  fondata  sulla  metempsicosi,  nella  quale
    credeva  profondamente,  poco curandosi,  in fondo,  dei digiuni della
    chiesa. Ma in famiglia,  non solo per dare l'esempio,  bens con tutta
    l'anima,  osservava rigorosamente i precetti della chiesa,  e il fatto
    che i bambini, da quasi un anno,  non avessero pi fatto la comunione,
    la  preoccupava  assai;   perci,  con  la  piena  approvazione  e  la
    partecipazione di Matrna Filimnovna,  decise di compiere quel dovere
    durante l'estate.
    Parecchi  giorni  prima,  Drija  Aleksndrovna  cominci  a occuparsi
    dell'abbigliamento dei bambini.  Furono scuciti,  lavati e ricuciti  i
    vestiti, furono allungate maniche e tirati gi orli, attaccati bottoni
    e preparati gale e nastri. Soltanto il vestito di Tnja, di cui si era
    incaricata la signorina inglese, fu per Drija Aleksndrovna motivo di
    grande preoccupazione.  La signorina,  ricucendolo, non aveva messo le
    pieghe al posto giusto e poco manc che il vestito fosse completamente
    rovinato.  Esso stringeva talmente le spalle di Tnja che era una pena
    guardarla.  Matrna  Filimnovna  ebbe  per l'idea geniale di mettere
    qualche pezza e di coprire il tutto con una mantelletta  che  sistem,
    in modo elegante,  il guaio, che fu causa, per, di una mezza lite con
    "miss" Hull.
    Al mattino del giorno fissato,  tutto era pronto e verso le nove-  ora
    sino alla quale si era pregato il sacerdote di aspettare a dir messa -
    i  bambini,  radiosi  di  gioia  e  tutti  in  ghingeri,  si trovavano
    all'ingresso della casa, davanti alla carrozza, in attesa della madre.
    In luogo di Vorn,  che aveva il vizio di impuntarsi e di tirar calci,
    fu  attaccato  alla  carrozza,  grazie  all'interessamento  di Matrna
    Filimnovna,  Buryj,  il cavallo del  fattore.  Drija  Aleksndrovna,
    trattenuta a lungo dalle cure della sua "toilette", usc finalmente di
    casa, vestita di un abito di mussola bianca.
    Quel giorno, non senza una certa emozione, Drija Aleksndrovna si era
    vestita  e  pettinata con cura del tutto particolare.  Un tempo faceva
    toeletta per se stessa,  per la gioia di sentirsi bella e di  piacere;
    ma poi,  a mano a mano che gli anni passavano, il fatto di vestirsi le
    riusciva sgradevole,  perch si rendeva conto  di  essere  imbruttita.
    Comunque,  quel  giorno  si  era abbigliata con emozione e con piacere
    insieme, non per se stessa e non per cercare di apparire bella, ma per
    non sciupare,  come madre di  quei  deliziosi  bambini,  l'impressione
    generale.   E,   datasi  un'ultima  occhiata  allo  specchio,   rimase
    soddisfatta di s:  si  vedeva  bella,  non  come  avrebbe  desiderato
    esserlo per un ballo o per una qualsiasi festa,  ma bella per lo scopo
    che ora perseguiva.
    In chiesa, oltre ai contadini,  agli uomini di casa con le loro mogli,
    non  c'era nessuno,  ma subito,  appena entrata,  Drija Aleksndrovna
    scorse,  o almeno  credette  di  scorgere,  il  senso  di  ammirazione
    suscitato da lei e dai suoi bambini.  Questi, infatti, non solo perch
    indossavano  vestiti  assai  eleganti,   ma  anche  per  il  modo   di
    comportarsi, apparivano graziosissimi.
    Alscia,  a dire il vero,  non teneva un contegno perfetto: si voltava
    continuamente per vedere l'effetto che gli faceva il camiciotto  sulla
    schiena ma,  nonostante tutto,  era straordinariamente grazioso. Tnja
    stava diritta come una persona  grande  e  sorvegliava  i  fratellini;
    quanto  alla  piccola  Lily  era  semplicemente incantevole con il suo
    ingenuo stupore di fronte a tutto quanto vedeva  e  fu  difficile  non
    sorridere  quando,  ricevendo  la comunione,  disse al prete: "Please,
    some more!" (6).
    Tornati a casa,  i ragazzi sentivano  che  era  avvenuto  qualcosa  di
    solenne e furono quanto mai quieti.
    Dapprima tutto and bene,  ma durante la colazione,  Griscia si mise a
    zufolare e,  cosa pi grave,  si rifiut di obbedire  a  "miss"  Hull,
    motivo per cui fu lasciato senza dolce. Drija Aleksndrovna, se fosse
    stata presente, non avrebbe permesso che, in un giorno come quello, si
    giungesse sino al castigo, ma bisognava sostenere l'autorit di "miss"
    Hull e cos conferm la punizione.  Questo piccolo incidente guast un
    po' la gioia generale.
    Griscia piangeva, protestando che a zufolare era stato Niklinka,  che
    per  non era stato punito,  e che lui piangeva non per il dolce,  ch
    del dolce non gli importava proprio nulla, ma per l'ingiustizia di cui
    si sentiva vittima.  Era davvero una  cosa  troppo  triste,  e  Drija
    Aleksndrovna,  dopo  aver  scambiato  qualche parola con "miss" Hull,
    decise di perdonare Griscia, e and in camera dei bambini. Ma,  mentre
    attraversava  la sala,  fu testimone di una scenetta che riemp il suo
    cuore di una gioia tale da farle spuntare le lacrime agli occhi, e non
    ebbe il coraggio di rimproverare il bricconcello.
    Il colpevole era seduto in sala accanto alla finestra d'angolo; vicino
    a lui stava Tnja con un piatto in mano.  Con il pretesto di andare  a
    preparare  un pranzetto per le sue bambole,  aveva chiesto alla "miss"
    il permesso di portare la sua  porzione  di  dolce  nella  camera  dei
    ragazzi  e  l'aveva  portata,   invece,   al  fratello.   Questi,  pur
    continuando a piangere sull'ingiustizia subita,  mangiava il  dolce  e
    diceva tra i singhiozzi: Mangialo anche tu... mangiamolo insieme....
    Su  Tnja  aveva  agito  dapprima  la compassione per Griscia,  poi la
    consapevolezza della propria buona azione,  e anche i suoi occhi erano
    pieni di lacrime; non rifiutava, per, di mangiare la sua parte...
    Vedendo  la  madre,  l  per  l  i  bimbi  si  spaventarono,  ma  poi
    scrutandola in faccia, capirono di aver agito bene, si misero a ridere
    e,  con la bocca piena di dolce,  cominciarono a pulirsi con le mani e
    impiastricciarono di lacrime e di marmellata i visi raggianti.
    - Mamma mia!  Il vestito bianco nuovo!  Tnja... Griscia! - esclam la
    madre,  cercando di salvare il vestito,  ma sorridendo con le  lacrime
    agli occhi di un sorriso estatico e felice.
    Gli  abiti  nuovi  furono  tolti:  le ragazzine li sostituirono con le
    bluse e i ragazzi con gli abiti usati;  poi fecero attaccare di nuovo,
    con dispiacere del fattore, Buryj alla carrozza per andare in cerca di
    funghi  e  poi a fare il bagno.  La stanza dei bimbi echeggi di grida
    entusiastiche,  che non si calmarono se non al momento della  partenza
    per il bagno.
    Si  raccolsero  tanti  funghi  da riempire un paniere,  e persino Lily
    trov un grosso prugnolo.  Le altre  volte  era  "miss"  Hull  che  li
    trovava  e  glieli indicava,  ma ora l'aveva scoperto proprio lei,  da
    sola, e a quella notizia si lev un grido di entusiasmo:
    - Lily ha trovato un fungo!
    Poi si recarono in carrozza sino al fiume, misero il cavallo all'ombra
    di una betulla  e  tutti  andarono  a  fare  il  bagno.  Il  cocchiere
    Terentij,  legato all'albero il cavallo che, con furiosi colpi di coda
    scacciava le  mosche,  si  sdrai  all'ombra,  schiacciando  l'erba  e
    fumando  la  pipa,  mentre  giungevano sino a lui le grida gioiose dei
    bimbi.
    Malgrado non fosse fatica  da  poco  sorvegliare  tutti  i  ragazzi  e
    frenare le loro birichinate,  malgrado la difficolt di non confondere
    tutto quel po' po' di calzini,  di pantaloncini,  di scarpette,  e  di
    sbottonare,  allacciare  e  riallacciare  fettucce,  bottoni  e ganci,
    Drija Aleksndrovna,  cui personalmente piaceva molto fare il bagno e
    considerava quella cura utile alla salute dei ragazzi, di nulla godeva
    tanto  quanto  di  quel  bagno fatto insieme con tutti i suoi bambini.
    Tener ferme  quelle  gambette  grassocce  per  calzarle,  prendere  in
    braccio  quei  corpicini  ignudi  e immergerli nell'acqua e sentire le
    loro strida ora gioiose, ora spaventate; vedere i visetti eccitati con
    gli occhi spalancati e  allegri  di  quei  piccoli  cherubini  che  si
    buttavano l'acqua l'un l'altro costituiva per lei un gran piacere.
    Quando gi una met dei bambini erano rivestiti,  alcune contadine, in
    abito  da  festa,   che  andavano  raccogliendo  erbe  e   fiori,   si
    avvicinarono   timidamente   al   capanno  e  si  fermarono.   Matrna
    Filimnovna ne chiam una per pregarla di stendere un lenzuolo  e  una
    camicia caduti in acqua; Drija Aleksndrovna si mise a discorrere con
    le contadine.  Esse,  che sulle prime ridevano impacciate, nascondendo
    il viso con la mano e senza capire bene le  domande  che  ella  faceva
    loro,  non  tardarono  a  prendere  ardire  e  cominciarono a parlare,
    conquistando subito Drija Aleksndrovna con  la  sincera  ammirazione
    che dimostravano per i bambini.
    -  Sei una bellezza,  tu,  cos bianca come lo zucchero!  - disse una,
    ammirando Tnja e scotendo il capo. - Magrolina, per.
    - S,  stata malata.
    - E questo, ha fatto il bagno anche lui? - domand un'altra, indicando
    il neonato.
    - No, ha soltanto tre mesi - rispose Dolly, con un certo orgoglio.
    - Davvero?
    - E tu hai figli?
    - Ne ho avuti  quattro,  ma  me  ne  sono  rimasti  due  soltanto:  un
    maschietto e una bambina, che ho svezzato da poco.
    - E quanto ha?
    - Presto due anni.
    - Perch l'hai allattata cos a lungo?
    - E' l'usanza nostra: tre quaresime.
    La   conversazione   si   fece  quanto  mai  interessante  per  Drija
    Aleksndrovna: com'era andato il parto?  che malattie avevano avuto  i
    bambini? dov'era il marito? veniva a casa spesso?
    Drija  Aleksndrovna  non  voleva  staccarsi  dalle  donne,  tanto la
    conversazione  con  loro  l'affascinava,   in  quanto   era   evidente
    l'identit  dei  loro  interessi.  Ma la cosa che pi faceva piacere a
    Drija Aleksndrovna era la loro ammirazione  per  la  bellezza  e  il
    numero  dei  suoi figlioli.  Le donne,  poi,  la fecero anche ridere e
    urtarono "miss" Hull, che era stata la causa di quella risata, per lei
    incomprensibile.
    Una delle donne giovani osservava l'inglese,  la quale si vestiva dopo
    tutti  gli altri e,  allorch questa si mise addosso la terza sottana,
    non  pot  trattenersi  dall'osservare:  Ma  guarda...   continua   a
    metterne,  a  metterne...  non  la  finisce  pi!.  E a queste parole
    scoppi una generale risata.


    CAPITOLO 9.

    Circondata da tutti i bambini che avevano i  capelli  ancora  bagnati,
    Drija  Aleksndrovna,  con  un fazzoletto in capo,  era gi giunta in
    carrozza nei pressi di casa, quando il cocchiere grid:
    - C' un signore che viene da questa parte.  Mi  pare  il  signore  di
    Pokrvskoe.
    Drija  Aleksndrovna  gett  un'occhiata  dinanzi  a s e si rallegr
    riconoscendo Levin che,  in cappello e soprabito grigio,  veniva verso
    di loro.  Era sempre contento di vederlo, ma lo era particolarmente in
    questo momento,  in cui poteva mostrarsi a lui in tutta la sua gloria.
    Nessuno  meglio  di  Levin  poteva  capire  ci  che costituiva il suo
    orgoglio.
    Scorgendola,  Levin credette di  avere  sott'occhio  il  quadro  della
    futura vita di famiglia che egli sognava.
    - Sembrate proprio una chioccia, Drija Aleksndrovna!
    - Ah,  come sono felice di rivedervi! - rispose questa, porgendogli la
    mano.
    - Felice di rivedermi,  dite?  Eppure non mi avete  fatto  sapere  che
    eravate qui.  C' da me mio fratello. L'ho saputo solo da un biglietto
    di Stiva.
    - Di Stiva? - domand con stupore Drija Aleksndrovna.
    - S,  mi ha scritto che vi eravate trasferita in campagna e pensa che
    mi permetterete di aiutarvi,  se sar necessario... - ma, a un tratto,
    Levin parve provare un  certo  imbarazzo,  interruppe  il  discorso  e
    continu  a camminare in silenzio accanto alla carrozza,  strappando i
    germogli dei tigli e spezzandoli con i denti.  Il  suo  imbarazzo  era
    dovuto   al   pensiero   che  forse  a  Drija  Aleksndrovna  sarebbe
    dispiaciuto dover ricorrere all'aiuto di  un  estraneo  per  cose  cui
    avrebbe dovuto pensare il marito.  E,  in realt, Drija Aleksndrovna
    trovava assai antipatica l'abitudine di Stepn Arkadyc' di addossare a
    estranei le proprie faccende familiari,  e cap  che  Levin  lo  aveva
    indovinato.  E  anche  per  la  sua  finezza  d'intuito  e  per la sua
    delicatezza, ella voleva bene a Levin.
    - Naturalmente ho capito - disse Levin - che  ci  significa  soltanto
    che  desideravate  vedermi,  il  che  mi  fa molto piacere.  Immagino,
    s'intende, che voi,  padrona di casa cittadina,  troviate questo posto
    un po' selvaggio... quindi, se vi  necessario qualche consiglio, sono
    completamente a vostra disposizione.
    -  Oh  no!  -  rispose  Dolly.  - Sulle prime mi sono trovata un po' a
    disagio,  ma ora tutto  stato ben sistemato,  grazie alla mia vecchia
    governante  - e accenn a Matrna Filimnovna,  la quale capiva che si
    parlava di lei e sorrideva bonariamente e allegramente a  Levin.  Essa
    lo conosceva e lo considerava un ottimo partito per la "signorina",  e
    desiderava che la faccenda si concludesse.
    - Abbiate la bont di sedervi, ci stringeremo un pochino! - gli disse.
    - No,  no...  far la strada a piedi.  Bambini,  chi viene con me  per
    arrivare prima del cavallo?
    I bambini conoscevano assai poco Levin, non ricordavano neppure quando
    l'avessero veduto, ma non dimostravano nei suoi riguardi quello strano
    sentimento  di  soggezione  e  di  ripulsa  che  cos spesso provano i
    bambini verso i grandi, i cui modi sembrano loro finti e per cui molte
    volte vengono severamente puniti.  L'ipocrisia,  in qualsiasi modo  si
    manifesti,  pu ingannare l'uomo pi intelligente e pi perspicace, ma
    ogni fanciullo, anche il pi limitato, la riconosce a bella prima, per
    quanto abilmente mascherata possa essere, e se ne allontana. Ora,  per
    quanti   difetti   potesse   avere  Levin,   egli  era  la  franchezza
    personificata, e perci i bambini gli dimostrarono subito una simpatia
    pari a quella che leggevano sul volto della madre.
    Al suo invito,  i due maggiori saltarono subito  gi  e  si  misero  a
    correre con lui con la stessa semplicit con cui l'avrebbero fatto con
    la "njnja",  con "miss" Hull o con la madre.  Anche Lily volle andare
    con Levin, e la mamma gliela affid: egli se la mise in spalla e corse
    via con lei.
    - Non temete,  non temete,  Drija Aleksndrovna!  -  le  disse  egli,
    sorridendo allegramente. - Non la lascer cadere!
    E,  vedendo  i  suoi movimenti agili,  sicuri,  prudentemente accorti,
    Drija Aleksndrovna si rassicur, rivolgendogli un allegro sorriso di
    approvazione.
    L, in campagna, con i bimbi e con Drija Aleksndrovna,  per la quale
    aveva   molta   simpatia,   Levin   entr   in  quello  stato  d'animo
    infantilmente allegro che Dolly amava particolarmente in lui. Correndo
    con i bambini, egli insegnava loro la ginnastica, faceva ridere "miss"
    Hull  con  il  suo  cattivo  inglese  e  parlava  a  Dolly  delle  sue
    occupazioni in campagna.
    Dopo il pranzo, Drija Aleksndrovna, seduta sola con lui sul balcone,
    si mise a parlare di Kitty.
    - Sapete? Kitty verr qui a passare l'estate con me.
    - Davvero?  - esclam Levin e subito,  per cambiare discorso, aggiunse
    arrossendo: - Volete che vi mandi due mucche, allora? E, se proprio ci
    tenete tanto a pagare, datemi,  se non vi vergognate,  cinque rubli al
    mese.
    - No, vi ringrazio. Ormai  tutto a posto.
    -  Bene,  allora  posso  dare  un'occhiata  alle  vostre  mucche  e se
    permettete, impartir disposizioni sul modo di nutrirle. Tutto sta nel
    foraggio.
    E  Levin,  unicamente  per  stornare  il  discorso,  espose  a  Drija
    Aleksndrovna la teoria sull'alimentazione delle mucche,  considerando
    le medesime come macchine per la trasformazione del foraggio in  latte
    e cos via.
    Cos  parlando,  egli  desiderava appassionatamente sapere qualcosa di
    Kitty e,  nel contempo,  ne  aveva  paura.  Aveva  paura  che  andasse
    distrutta  quella  tranquillit  che  ora  aveva  raggiunto  con tanta
    fatica.
    - S,  ma tutte queste disposizioni vanno seguite,  e  chi  lo  far?-
    rispose di malavoglia Drija Aleksndrovna.
    La sua organizzazione domestica funzionava ora cos bene per merito di
    Matrna  Filimnovna,  che  Drija  Aleksndrovna  non aveva voglia di
    nessun cambiamento;  inoltre non aveva molta fiducia nelle  teorie  di
    Levin:  quella  sulla  mucca  macchina da latte le era sospetta...  Le
    pareva che una dissertazione di tal genere  dovesse  soltanto  nuocere
    all'andamento  domestico.  Secondo  lei  la  questione  era  assai pi
    semplice: occorreva soltanto, come diceva Matrna Filimnovna, dare da
    mangiare e da bere pi abbondantemente a  Petruska  e  a  Belopaka,  e
    bisognava  che  il  cuoco  non portasse via dalla cucina l'acqua della
    rigovernatura per darla alla mucca della lavandaia.
    Questo era chiaro!  La digressione sul mangime farinaceo o erbaceo era
    incerta  e poco chiara.  Quello che,  del resto,  la interessava,  era
    riportare il discorso su Kitty.


    CAPITOLO 10.

    - Kitty mi ha scritto che non desidera nulla quanto la tranquillit  e
    la solitudine - disse Dolly, dopo un breve silenzio.
    - E la sua salute come va? - domand Levin, con emozione.
    - Grazie a Dio,  si  rimessa perfettamente. Non ho mai creduto che si
    trattasse veramente di una malattia di petto.
    - Ah, sono contento! - esclam Levin,  e a Dolly parve di scorgere sul
    viso di lui un'espressione di commovente tenerezza.  Levin tacque e la
    guard.
    - Ditemi,  Konstantn Dmitric' - rispose Drija Aleksndrovna  con  il
    suo  buon  sorriso  un po' canzonatorio: - perch siete in collera con
    Kitty?
    - Io? Ma non lo sono affatto - rispose Levin.
    - Lo siete, e come! Perch allora non siete venuto n da noi, n dagli
    Scerbackij quando foste a Mosca?
    - Drija Aleksndrovna,  - rispose Levin,  arrossendo sino alla radice
    dei capelli - mi meraviglio che voi,  buona come siete, non lo abbiate
    capito.  Com' possibile non aver  semplicemente  compassione  di  me,
    quando sapete...
    - Che cosa so?
    -  Sapete  che  ho fatto una proposta di matrimonio a Kitty e che sono
    stato rifiutato - disse Levin,  e tutta la tenerezza  che  un  momento
    prima  aveva provato per Kitty cedette il posto,  nel suo cuore,  a un
    sentimento di rancore per l'offesa patita.
    - Perch credete che io lo sappia?
    - Perch lo sanno tutti.
    - In questo vi sbagliate: io non lo sapevo, anche se lo intuivo.
    - Ebbene, ora lo sapete!
    - Sapevo soltanto che era accaduto qualcosa  che  la  faceva  soffrire
    moltissimo  e  di cui mi aveva pregato di non parlare mai.  E,  se non
    l'ha detto a me,  non l'ha detto a nessuno.  Ma che c' stato  tra  di
    voi? Non volete dirmelo?
    - Ve l'ho gi detto, no?
    - Quando?
    - L'ultima volta che sono stato dai vostri.
    -  Volete  sapere che ne penso?  - disse Drija Aleksndrovna.   Io ho
    molta compassione di lei... quanto a voi..., oh, voi soffrite soltanto
    per orgoglio!
    - Pu darsi... - rispose Levin, - ma...
    Dolly lo interruppe e continu:
    - Mentre lei,  povera ragazza,  mi fa  tanta  pena...  Adesso  capisco
    tutto.
    -  Scusatemi  se  me  ne  vado,  Drija  Aleksndrovna  -  disse Levin
    alzandosi. - Addio! Arrivederci!
    - No,  aspettate!  -  replic  ella,  afferrandolo  per  una  manica.-
    Aspettate e sedetevi.
    - Vi prego,  vi supplico, non parliamo di queste cose - esclam Levin,
    sedendosi e sentendo, nel contempo, che nel suo cuore stava agitandosi
    una speranza che credeva perduta per sempre.
    - Se non vi volessi bene - riprese Drija Aleksndrovna con le lacrime
    agli occhi - se non vi conoscessi come vi conosco...
    Un sentimento, che Levin credeva ormai morto,  rinasceva poco a poco e
    riprendeva vita nel suo cuore.
    - S,  ora ho capito tutto - prosegu Dolly. - Voi non potete rendervi
    conto di che cosa si tratti;  per voi  uomini,  che  siete  liberi  di
    scegliere,   sempre chiaro chi amate. Ma una ragazza che attende, con
    il suo pudore femminile di fanciulla,  vede gli uomini  da  lontano  e
    crede  tutto  sulla  parola;  a  volte,  una  ragazza  pu  provare un
    sentimento che non sa spiegare neppure a se stessa...
    - Certo, se il suo cuore non parla!
    - No, anche se il cuore parla, invece. Riflettete un po',  voi uomini:
    se  avete  delle intenzioni su una ragazza,  potete frequentare la sua
    casa, cercate di avvicinarla,  la potete osservare,  studiare e vedere
    se trovate in lei quello che cercate.  Poi, quando siete ben sicuri di
    amarla, fate la domanda...
    - Be', non  proprio del tutto come dite.
    - Non  perci meno vero che voi fate  la  vostra  domanda  quando  il
    vostro amore  ben maturo,  quando,  tra due soluzioni, avete fatto la
    vostra scelta.  Per una ragazza  ben diverso invece: si pretende  che
    ella  scelga  e  non  le  si  danno  i  mezzi per farlo;  essa non pu
    rispondere che s o no.
    S,  la scelta tra me e Vronskij,  pens Levin,  e gli parve che  il
    morto,  che  gli stava risuscitando in cuore,  morisse un'altra volta,
    opprimendoglielo tormentosamente.
    - Drija Aleksndrovna,  - disse - cos si sceglie  un  vestito  o  un
    qualsiasi altro oggetto,  ma non l'amore. Del resto, la scelta  stata
    fatta...  ormai  stata fatta.  Tanto meglio...  le cose stanno cos e
    non si possono cambiare!
    - Ah,  l'orgoglio, l'orgoglio! - esclam Drija Aleksndrovna con aria
    di disprezzo per la bassezza di quel sentimento in confronto a  quelli
    che solo le donne conoscono. - Quando avete fatto la vostra proposta a
    Kitty,  lei  si  trovava  precisamente  nella  condizione di non poter
    rispondere.  C'era in lei un dilemma: voi o Vronskij.  Lui  lo  vedeva
    ogni  giorno,  voi non vi vedeva da molto tempo.  Supponiamo che Kitty
    avesse avuto qualche anno di pi... se, per esempio, fossi stata io al
    posto  suo,  non  avrei  avuto  esitazioni:  lui  mi    sempre  stato
    antipatico. Ecco perch la cosa  andata a finire com' andata...
    Levin ricord la risposta di Kitty;  essa aveva detto: No, questo non
    pu essere....
    - Drija Aleksndrovna,  - disse in tono asciutto  -  io  apprezzo  la
    vostra fiducia in me, ma penso che vi sbagliate. Comunque, non so se a
    torto o a ragione,  questo orgoglio,  che voi tanto disprezzate, fa s
    che ogni speranza relativa a Katerina Aleksndrovna sia  assolutamente
    impossibile...
    -  Vi  dir  ancora  una cosa: pensate che vi parlo di una sorella cui
    voglio bene come ai miei figli.  Non posso dirvi che ella vi  ami,  ma
    volevo soltanto farvi capire che il suo rifiuto,  in quel momento, non
    significa nulla.
    - Non vi capisco! - disse Levin, in tono eccitato. - Se sapeste quanto
    male mi fate!  E' come se vi fosse morto  un  bambino  e  venissero  a
    dirvi: Era cos bello,  cos buono...  Se fosse vissuto, quanta gioia
    vi avrebbe dato, ma lui  morto, morto, morto!.
    - Siete proprio strano - disse Drija  Aleksndrovna,  con  un  triste
    sorriso,  nonostante l'emozione di Levin.  - S, adesso capisco sempre
    di pi - prosegu con aria pensosa.  - Allora non verrete  a  trovarci
    quando Kitty sar qui?
    - No, non verr. Certamente non eviter Katerina Aleksndrovna ma, sin
    dove sar possibile,  cercher di non procurarle il fastidio della mia
    presenza.
    - Siete proprio molto,  molto ridicolo - disse  Drija  Aleksndrovna,
    scrutando  con  tenerezza  il viso di Levin.  - Bene,  facciamo dunque
    conto di non aver detto nulla...  Che cosa vuoi Tnja?  - domand,  in
    francese, alla figlia che era entrata.
    - Dov'e la mia paletta, mamma?
    - Ti parlo in francese, rispondi in francese anche tu.
    La bambina avrebbe voluto farlo,  ma aveva dimenticato come si dice in
    francese la parola paletta;  la madre glielo sugger e poi,  sempre in
    francese, le disse dove poteva trovarla.
    Ci  spiacque  a Levin.  Del resto tutto,  ormai,  a casa di Dolly,  e
    persino i bambini, gli pareva meno simpatico di prima.
    Perch,  poi,  parla  in  francese  con  i  bambini?,  pens  Com'
    innaturale  e  falso!  Anche  i  bambini  lo sentono...  Parla loro in
    francese e li disabitua alla spontaneit e alla franchezza si diceva.
    E non sapeva che Drija Aleksndrovna si era gi posta  quel  problema
    una  ventina di volte e nondimeno,  anche a scapito della spontaneit,
    aveva ritenuto indispensabile usare  quel  sistema  per  insegnare  ai
    figli le lingue straniere.
    - Ma dove volete andare? Rimanete ancora un po' con noi!
    Levin  si  trattenne  sino  all'ora  del  t,  ma  la sua allegria era
    scomparsa e si sentiva a disagio.
    Dopo il t, Levin si affacci nel vestibolo per ordinare di far venire
    il cavallo e,  quando torn,  trov Drija Aleksndrovna con  il  viso
    sconvolto  e  le  lacrime  agli  occhi.  Mentre  Levin era fuori,  era
    accaduto un  incidente  che  aveva  distrutto,  nel  cuore  di  Drija
    Aleksndrovna,  tutta la felicit di quella giornata di festa e ferito
    il suo orgoglio materno.  Griscia e Tnja si erano picchiati  per  una
    palla. Drija Aleksndrovna, udendo delle grida provenire dalla camera
    dei  ragazzi,  vi  si era precipitata e si era trovata di fronte a una
    scena orribile. Tnja teneva Griscia per i capelli, mentre questi, con
    il viso alterato dalla cattiveria,  le sferrava pugni  su  pugni  dove
    capitava.  A  quella  vista,  qualcosa  si  spezz nel cuore di Drija
    Aleksndrovna: le parve che la vista, a un tratto, si oscurasse; sent
    che quei fanciulli, di cui era tanto orgogliosa,  erano n da pi,  n
    da  meno  degli  altri  e che,  inoltre,  erano cattivi,  maleducati e
    volgari, pieni di tendenze brutali.
    Non riusc pi a parlare,  n a pensare ad altro,  e non pot  fare  a
    meno di confidare a Levin la sua angoscia.
    Questi,  vedendola cos sconvolta e addolorata,  tent di confortarla,
    dicendo che il piccolo incidente non dimostrava  nulla,  che  tutti  i
    bambini si picchiano...  ma,  in fondo al cuore,  non la pensava cos.
    No,  io non far il lezioso e non parler  in  francese  con  i  miei
    figli,  ma  essi saranno diversi da questi.  Non bisogna guastarli,  i
    ragazzi,  ma  necessario non snaturarli,  e allora  soltanto  saranno
    deliziosi. No, i miei figlioli non assomiglieranno a questi!.
    Cos,  riflettendo tra s e s, si accomiat da Drija Aleksndrovna e
    se ne and senza che ella cercasse pi di trattenerlo.


    CAPITOLO 11.

    Verso la met di  luglio,  si  present  a  Levin  lo  "strosta"  del
    villaggio  di  sua  sorella,  distante  da  Pokrvskoe  una ventina di
    "vrsty",  che gli port un rendiconto sull'andamento degli  affari  e
    sulla falciatura in particolare.  Il principale introito di quel fondo
    era costituito dalle praterie irrigue,  di cui un  tempo  i  contadini
    rilevavano il fieno, pagandolo venti rubli la "desjatina".
    Quando  Levin  aveva assunto l'amministrazione di quelle terre,  aveva
    esaminato la falciatura e,  resosi conto  che  valeva  di  pi,  aveva
    alzato  il  prezzo  a  venticinque  rubli la "desjatina".  I contadini
    rifiutarono di pagare questo prezzo e, come Levin sospett,  fecero di
    tutto   per  allontanare  altri  compratori.   Allora  Levin  si  rec
    personalmente sul posto e decise che la  prateria  fosse  falciata  in
    parte  in  conto  diretto,  dai  braccianti,  e  in  parte  pagando  i
    falciatori con una quota del fieno raccolto. I contadini tentarono con
    ogni mezzo di impedire questa innovazione,  ma le cose erano procedute
    comunque,  e nel primo anno il reddito dei prati fu quasi raddoppiato.
    Negli anni successivi,  i contadini continuarono la loro  opposizione,
    ma  la  falciatura  avvenne  ugualmente  come  Levin  aveva stabilito.
    Quell'anno i contadini avevano accettato di effettuare tutto il lavoro
    a condizione di  tenere  per  s  un  terzo  del  raccolto  e  ora  lo
    "strosta" veniva ad annunziare a Levin che il fieno era pronto e che,
    nel timore che piovesse,  aveva proceduto alla spartizione in presenza
    dell'impiegato dell'amministrazione e fatte mettere da parte le undici
    biche per i padroni. Le risposte evasive dello "strosta" alla domanda
    di Levin che voleva sapere quanto fosse il fieno del prato principale,
    inoltre tutta quella fretta di dividere il fieno senza interpellarlo e
    il  tono  generale  del  colloquio,   ispirarono  a  Levin  una  certa
    diffidenza;  cap che in quella divisione ci doveva essere qualcosa di
    poco chiaro e decise di recarsi di persona a controllare.
    Giunto al villaggio verso l'ora di pranzo,  lasci il  cavallo  da  un
    vecchio contadino suo amico,  marito della balia di suo fratello,  che
    and a scovare vicino alle arnie,  desiderando sapere da  lui  qualche
    particolare sulla raccolta del fieno.
    Il vecchio Parmenyc',  allegro e loquace, lo accolse gioiosamente, gli
    fece visitare tutta la sua azienda e si dilung assai a parlare  delle
    api e della loro produzione di quell'anno;  ma alle domande di Levin a
    proposito della raccolta del fieno, rispose di malavoglia e in modo un
    po' vago. Ci non fece che confermare i sospetti di Levin, che si rec
    allora nei campi a esaminare le biche.  Non pareva proprio che fossero
    di cinquanta carrettate ciascuna e, per cogliere i contadini in fallo,
    ordin che gli fossero condotte tutte le carrette che erano servite da
    misura e che fosse trasportata, insieme, una bica nei fienili. La bica
    non pot bastare che a trentadue carrettate.
    Malgrado le assicurazioni dello "strosta",  il quale affermava che il
    fieno si sarebbe gonfiato perch era stato troppo compresso,  e i suoi
    spergiuri che tutto era stato fatto onestamente,  Levin insistette nel
    dire che il fieno era stato diviso senza il suo ordine e che egli  non
    accettava  le  biche come equivalenti a cinquanta carrettate ciascuna.
    Dopo lunghe discussioni,  fu deciso che i contadini  avrebbero  tenuto
    per  s le undici biche in ragione di cinquanta carrettate,  e che per
    la parte  del  padrone  si  sarebbe  fatta  una  nuova  divisione.  Le
    trattative e le discussioni si protrassero sino a mezzogiorno.  Quando
    l'ultimo   fieno   fu   diviso,    Levin,    affidato    all'impiegato
    dell'amministrazione  il  rimanente  controllo,  si  sedette  sopra un
    mucchio contrassegnato da un ramo di citiso e rimase in contemplazione
    della prateria formicolante di gente.
    Davanti a lui, in un'ansa del fiume, al di l di un piccolo stagno, si
    moveva   un   variopinto   gruppo   di   donne   che,   chiacchierando
    rumorosamente,  venivano avanti rivoltando il fieno che sollevavano in
    strisce ondeggianti  color  grigio  chiaro.  Sulle  orme  delle  donne
    camminavano  alcuni contadini che,  afferrando il fieno con i forconi,
    formavano  alte  e  soffici  biche.  A  sinistra  sulla  prateria  gi
    falciata,  giungeva,  con  grande  strepito,  una fila di carri,  e le
    biche, una dopo l'altra, tirate gi a grandi forcate, sparivano e,  al
    loro  posto,  si  alzavano  pesanti  carrettate  di fieno odoroso che,
    traboccando, cadeva sulla groppa dei cavalli.
    - Che bel tempo per  falciare!  Il  fieno  non  mancher  -  disse  un
    vecchio,  sedendosi  vicino  a Levin.  - Non pare neppur fieno,  lo si
    potrebbe scambiare col t!  Lo tirano su asciutto come il grano che si
    sparge  agli  anatroccoli  -  aggiunse  poi,  indicando  i  covoni che
    venivano caricati.  - Dall'ora di pranzo,  una buona met  gi  stata
    sistemata.
    -  E'  l'ultimo carro,  eh?  - grid poi a un ragazzo che,  seduto sul
    davanti del cassone, agitava, le estremit delle redini di canapa.
    - L'ultimo,  "btjuska"!  - rispose il  ragazzo,  che  trattenendo  il
    cavallo  e  sorridendo,  si  volt  a  guardare  la  giovane,  allegra
    contadina la quale, pur essa sorridendo, stava seduta sul cassone. Poi
    spron.
    - E' tuo figlio, vero? - domand Levin.
    - S, il minore - rispose il vecchio con un affettuoso sorriso.
    - Che bel ragazzo!
    - Be', non c' male.
    - E' gi ammogliato?
    - S, saranno tre anni a San Filippo.
    - Ha figlioli?
    - Macch figlioli!  Per un anno intero non ha capito nulla,  e poi  si
    vergognava - rispose il vecchio.  - Eh,  il fieno!  Vero t!-  ripet,
    per cambiare discorso.
    Levin osserv pi attentamente Vanka Parmenov e sua moglie,  che  poco
    lontano  stavano  caricando.   Egli,   ritto  sul  carro,   afferrava,
    pareggiava e calpestava gli enormi cumuli di fieno che  la  sua  bella
    moglie gli gettava prima a bracciate e poi,  con molta abilit, con il
    forcone. La giovane donna lavorava con allegria,  destrezza e agilit.
    Poich  i grossi mucchi non potevano essere inforcati di un sol colpo,
    ella dapprima li premeva,  poi con un agile e vigoroso  movimento,  vi
    affondava  il  forcone  al  quale  appoggiava tutto il peso del corpo;
    quindi si raddrizzava e,  sporgendo il  seno  colmo,  coperto  da  una
    camicia bianca trattenuta da una fascia rossa,  sollevava agilmente il
    forcone con ambo le mani e gettava in alto sul carro  la  forcata.  In
    fretta,   evidentemente   per   risparmiarle  ogni  minuto  di  fatica
    superflua,  e allargando il pi possibile le  braccia,  il  marito  lo
    afferrava al volo e lo sistemava sul carro. Dopo averlo raccolto tutto
    con il rastrello, la donna si scosse di dosso la polvere e le festuche
    che le si erano infilate nel collo e, accomodatosi il fazzoletto rosso
    sulla fronte bianca, si cacci sotto il carro per legare il carico. Il
    marito,  da  sopra,  la  istruiva come dovesse agganciarlo e scoppi a
    ridere forte a qualcosa che lei gli diceva. Nell'espressione del volto
    dei due giovani si leggeva un amore forte, ardente, che si era da poco
    destato.


    CAPITOLO 12.

    Il carico fu legato.  Ivn salt a terra e prese  per  la  briglia  il
    robusto,  ben pasciuto cavallo. La donna lanci sul carro il rastrello
    e,  con passo fermo,  agitando le  braccia,  raggiunse  un  gruppo  di
    contadine,  mentre Ivn,  uscito sulla strada,  si accod al convoglio
    dei carri.  Le donne,  con i rastrelli in spalla,  vestite  di  colori
    vivaci,  si  incamminarono  dietro di essi,  accompagnandoli con grida
    sonore e allegri scoppi di risa.  Una voce femminile,  rude e  un  po'
    selvaggia,  inton  una  canzone,  il  cui  ritornello  fu  ripreso da
    numerose altre voci, sane, robuste, sottili.
    Le  donne,   cos  cantando,   si  avvicinavano  a  Levin,   che  ebbe
    l'impressione  che gli si movesse incontro una nube,  annunziata da un
    tuono di allegria;  la nube avanzava,  avvolgeva lui e la  bica  sulla
    quale  era  sdraiato,  altre  biche e altri carri,  la prateria con il
    campo che si perdeva in  lontananza;  tutto,  insomma,  si  scoteva  e
    ondeggiava al ritmo di quella canzone selvaggia, accompagnata da grida
    e  da fischi.  Levin sentiva invidia per quella sana gaiezza;  avrebbe
    voluto partecipare a quella gioiosa manifestazione  di  vita,  ma  non
    poteva far altro che rimanere sdraiato,  ascoltare e guardare.  Quando
    la lieta,  rumorosa schiera di donne e il loro canto furono lontani  e
    scomparvero alla vista e all'udito,  Levin si sent preso da un penoso
    senso di angoscia per la  propria  solitudine,  per  il  proprio  ozio
    fisico e per la propria ostilit verso quella gente.
    Alcuni di quei contadini, che avevano discusso con lui a proposito del
    fieno,  quelli  anzi  che  egli  aveva  offeso  o  quelli che volevano
    ingannarlo, lo salutavano ora allegramente, non mostrando, era chiaro,
    e non provando contro di lui  alcuna  animosit;  non  solo  essi  non
    provavano  alcun  rimorso,  ma  neppure il ricordo del fatto di averlo
    voluto ingannare.  Tutto era sprofondato nel mare del  rude,  faticoso
    lavoro  compiuto in comune.  Dio,  che aveva mandato loro quel giorno,
    aveva dispensato anche la forza necessaria per compiere il lavoro, nel
    quale quella gente trovava la ricompensa.  Ma per  chi  tanta  fatica?
    Quali  sarebbero  stati i frutti del lavoro e a chi sarebbero toccati?
    Considerazioni, queste, meschine e insignificanti,  sulle quali non si
    soffermavano neppure.
    Spesso Levin,  preso da ammirazione per quella vita,  provava un senso
    di invidia per la gente che la viveva,  ma quel giorno,  per la  prima
    volta,  forse  sotto l'impressione della felicit che aveva scorta nei
    rapporti tra Ivn Parmenov e la sua giovane moglie,  si rese conto che
    dipendeva  unicamente  da  lui  la  possibilit  di mutare quella vita
    oziosa,  artificiosa,  egoista e solitaria,  in una esistenza  nobile,
    pura, di lavoro in comune.
    Il vecchio,  che prima stava seduto accanto a lui, gi da un pezzo era
    andato a casa,  tutti si erano  dispersi.  Coloro  che  abitavano  nei
    villaggi vicini erano gi rientrati,  coloro che abitavano pi lontano
    si erano sistemati per mangiare e passare  la  notte  nella  prateria.
    Levin,  di  cui  i  contadini non si erano accorti,  continuava a star
    sdraiato sul fieno, osservando, ascoltando, meditando. La gente che si
    era installata nella prateria non  dorm  per  quasi  l'intera,  breve
    notte   estiva.   Dapprima,   durante   la  cena,   si  intrecci  una
    conversazione allegra  e  inframmezzata  da  risate;  poi,  di  nuovo,
    risonarono  canti gioiosi e sonori.  Tutta la lunga giornata di lavoro
    non aveva lasciato in quella gente altra traccia se  non  di  gaiezza.
    Solo  poco  prima  dell'alba,  tutto si chet.  Si udivano soltanto il
    gracidare delle rane nelle paludi e  lo  sbuffare  dei  cavalli  nella
    prateria  al levarsi della nebbia mattutina.  Tornato in s,  Levin si
    alz dal mucchio di fieno e, guardando le stelle, si rese conto che la
    notte era finita.
    E adesso che cosa far? Come dovr regolarmi?,  si chiese,  cercando
    di  formulare  in modo preciso ci che aveva pensato e sentito durante
    quella breve notte. Tutte quelle riflessioni si ripartivano per lui in
    tre distinte correnti di pensiero:  innanzi  tutto  doveva  rinunziare
    alla  vecchia  vita,  alle  cognizioni  inutili,  alla cultura che non
    serviva a nulla.  Questa rinunzia gli  pareva  semplice  e  facile  da
    compiere  e  gli  procurava  piacere.  Altre  idee e altre riflessioni
    riguardavano la vita che adesso voleva vivere.  Sentiva chiaramente la
    semplicit,  la purezza,  la legittimit di tale vita, ed era convinto
    che in essa  avrebbe  raggiunto  quella  felicit  calma  e  piena  di
    dignit,  la  cui mancanza gli procurava una sensazione di sofferenza.
    Ma il terzo ordine di pensieri  riguardava  il  modo  di  compiere  il
    passaggio  dalla  vecchia  vita  alla nuova.  E a questo proposito non
    trovava alcuna risposta precisa.  Prender moglie?  Avere un lavoro  e
    una necessit di lavorare? Lasciare Pokrvskoe? Comperare della terra?
    Iscriversi  a  un'associazione?  Sposare  una  contadina?  Come  potr
    attuare i miei  propositi?,  continuava  a  chiedersi,  ma  alle  sue
    domande  non  sapeva  dare risposta.  Del resto,  questa notte non ho
    quasi dormito,  non posso quindi avere le idee chiare.  Pi  tardi  ci
    penser.  Certo,  per, questa notte ha deciso il mio destino. Tutti i
    miei sogni di una volta sulla vita di famiglia non sono che assurdit.
    La faccenda  molto pi semplice e certamente migliore! concluse.
    Com' bello!, esclam,  guardando la strana conchiglia madreperlacea
    formatasi  in  mezzo  al  cielo  dalle bianche nubi a pecorelle sparse
    sulla sua testa.  Come tutto    incantevole  in  questa  incantevole
    notte!  Ma  quando,  dunque,   riuscita a formarsi quella conchiglia?
    Poco fa,  guardando il cielo,  non ho visto che due strisce bianche...
    Ecco, proprio allo stesso modo si sono trasformate, senza che io me ne
    accorgessi, le mie idee sulla vita!.
    Usc dal prato e si avvi lungo la strada maestra, verso il villaggio.
    Soffiava un leggero venticello,  la natura assumeva una tinta grigia e
    triste...  si alzava quella foschia che di  solito  si  avverte  prima
    dell'aurora  e  che  precede la meravigliosa vittoria della luce sulle
    tenebre!
    Rabbrividendo per il freddo, Levin camminava a occhi bassi. Toh,  sta
    arrivando  una  carrozza,  disse  tra  di s,  udendo un tintinnar di
    sonagliere.  Alz il capo: a una quarantina di passi da lui,  lungo la
    strada  maestra  sulla  quale egli camminava,  gli veniva incontro una
    vettura tirata da quattro cavalli.  I due  di  stanga  si  stringevano
    all'asse per evitare le carreggiate,  ma l'abile cocchiere, che sedeva
    di sghembo a cassetta,  manteneva l'asse sopra una carreggiata di modo
    che le ruote correvano veloci sul liscio.
    Soltanto questo not Levin e,  senza pensare a chi potesse trovarsi in
    viaggio, guard distrattamente la carrozza.
    In un angolo della carrozza dormicchiava una vecchia signora e accanto
    al  finestrino  sedeva  una  fanciulla,   risvegliatasi  evidentemente
    allora,  che tratteneva con tutt'e due le mani i nastri del cappellino
    bianco.  Calma e pensosa,  tutta pervasa da una vita interiore bella e
    complessa  ed  estranea  a  Levin,  guardava  al di l di lui il rosso
    fulgore dell'aurora che spuntava.
    Nel momento in cui questa visione gi scompariva, due occhi limpidi si
    posarono su di lui.  La giovinetta lo riconobbe e una  gioia  mista  a
    stupore le illumin il viso.
    Levin non poteva sbagliarsi: non c'erano al mondo altri occhi simili a
    quelli!  Erano gli occhi dell'unica creatura che rappresentava per lui
    l'universo e costituiva ogni ragione di  vita.  Era  lei,  s,  Kitty!
    Levin cap che andava dalla stazione ferroviaria a Ergsciovo. E tutto
    quello  che  lo  aveva  agitato  in  quella  notte  insonne,  tutte le
    decisioni che aveva prese, a un tratto scomparvero. Scacci con orrore
    il pensiero, che aveva avuto per un momento, di sposare una contadina.
    L,  in quella carrozza che si allontanava  velocemente  e  stava  per
    scomparire  alla vicina curva della strada,  soltanto l si trovava la
    possibilit di risolvere i problemi della sua vita,  i problemi che da
    qualche tempo lo opprimevano tormentosamente.
    La fanciulla non guardava pi dal finestrino...  Il rumore delle ruote
    si smorz  e  il  tintinnio  delle  sonagliere  giungeva  ormai  quasi
    impercettibile...  Il  latrato  dei  cani indic che la carrozza stava
    attraversando il villaggio; attorno a lui non rimanevano pi che campi
    deserti ed egli,  estraneo a tutto,  camminava solo  lungo  la  strada
    maestra.
    Guard  il  cielo,  sperando di ritrovarvi la conchiglia madreperlacea
    che aveva contemplata poco prima e che personificava per lui il  corso
    dei pensieri e dei sentimenti di quella notte;  ma nel cielo nulla pi
    ricordava la conchiglia! Lass, a una irraggiungibile altezza,  si era
    compiuto   uno   strano   mutamento.   Al   posto   della   conchiglia
    madreperlacea,  un tappeto uniforme di nuvolette a pecorelle,  che  si
    andavano  a  mano a mano rimpicciolendo,  ricopriva quasi una met del
    cielo che,  colorato di un luminoso azzurro,  con la stessa tenerezza,
    ma  anche  con  la  stessa  misteriosa  lontananza,  rispondeva al suo
    sguardo interrogativo.
    No,  si disse Levin,  per quanto bella e affascinante possa  essere
    questa  vita  semplice  e  laboriosa,  io  non posso tornarci.  Io amo
    "lei"!.


    CAPITOLO 13.

    Nessuno,  tranne i pi  intimi,  sapeva  che  Aleksj  Aleksndrovic',
    quell'uomo  apparentemente  freddo e ragionatore,  aveva una debolezza
    che  era  in  contraddizione  con  tutto  il  suo  carattere.  Aleksj
    Aleksndrovic'  non  poteva  rimanere  indifferente  nel  vedere e nel
    sentire piangere un bambino e una donna.  La vista  delle  lacrime  lo
    turbava  a  tal  punto  da  fargli  perdere  del  tutto la capacit di
    ragionare.  Il suo capo di gabinetto e il suo segretario lo sapevano e
    avvertivano  le  postulanti  di  non piangere per nessun motivo se non
    volevano  compromettere  il  buon  esito  delle  loro  richieste.  Si
    irriter  e  non vi ascolter pi...,  dicevano.  Infatti,  in simili
    casi,  il turbamento che gli  procurava  la  vista  delle  lacrime  si
    traduceva in una collera violenta. Non posso, non posso far nulla per
    voi! Favorite andarvene!, gridava, di solito, in casi del genere.
    Quando, tornando dalle corse, Anna gli ebbe rivelato i propri rapporti
    con  Vronskij  e,  subito  dopo,  copertosi  il viso con le mani,  era
    scoppiata in lacrime,  Aleksj Aleksndrovic',  nonostante la  collera
    risvegliata  in  lui  da  quella  confessione,  si sent profondamente
    turbato;  ma  comprendendo  che  in  quel  momento  la  manifestazione
    esteriore  di  tale  sentimento  sarebbe  stata  in  contrasto  con la
    situazione e assolutamente fuori posto, si sforz di frenare qualsiasi
    movimento e impedirsi qualsiasi segno di vita,  ragion per cui non  si
    mosse  affatto  e  si  astenne  persino dal guardare Anna.  Da questo,
    appunto,  proveniva quella strana espressione cadaverica del suo  viso
    che tanto aveva colpito la moglie.
    Giunto a casa, egli l'aiut a scendere dalla carrozza e, facendo forza
    su  se stesso,  si conged da lei con l'abituale deferenza e le disse,
    senza impegnarsi in alcun modo,  che il giorno dopo le  avrebbe  fatto
    conoscere le proprie decisioni.
    Le  parole  della  moglie,  che confermavano i suoi peggiori sospetti,
    avevano colpito atrocemente il cuore di Aleksj Aleksndrovic'. Il suo
    dolore era reso ancora pi profondo dallo strano sentimento  di  piet
    fisica  che provava per Anna,  piet suscitata dalle sue lacrime.  Ma,
    una volta che si trov solo in carrozza,  con stupore misto  a  gioia,
    sent una liberazione totale e da quel senso di piet, e dai sospetti,
    e  dai  tormenti  della  gelosia che,  negli ultimi tempi,  lo avevano
    torturato.
    Provava la sensazione di chi si  fatto togliere un dente che da tempo
    lo faceva soffrire;  dopo il  dolore  tremendo  e  la  sensazione  che
    qualcosa  di  enorme,  grosso  come  tutta  la  testa,  gli  sia stato
    estirpato dalla mascella,  il paziente non crede ancora alla  felicit
    di sapere che non esiste pi ci che da tempo gli avvelenava la vita e
    incatenava  tutta  la sua attenzione,  ma a poco a poco si rende conto
    che ora potr vivere,  pensare e interessarsi ad altro che non al  suo
    male.  Ecco quale sensazione provava Aleksj Aleksndrovic'.  Il colpo
    era stato duro,  terribile,  ma era finita!  Sentiva  che  ora  poteva
    riprendere a vivere, senza pensare continuamente alla moglie.
    Indubbiamente  una donna corrotta,  senza onore,  senza cuore, senza
    religione, una donna perduta!  Del resto,  l'ho sempre saputo e sempre
    veduto anche se, per compassione verso di lei, cercavo di ingannare me
    stesso,  si  diceva.  E,  sinceramente,  egli credeva di essere stato
    perspicace.  Rammentava i  particolari  della  loro  vita  passata  in
    comune,  che  un tempo gli parevano naturalissimi e nei quali scorgeva
    ora una evidente prova della corruzione della moglie.  Ho commesso un
    errore legando la mia vita alla sua;  ma il mio errore non ha nulla di
    colpevole,  ragion per cui non ho motivo di affliggermi.  Il colpevole
    non sono io,  lei stessa; ma tra noi non c' pi nulla di comune. Per
    me non esiste pi!.
    Tutto  ci  che  poteva capitare adesso ad Anna e al figlio,  verso il
    quale  i  suoi  sentimenti  erano  pure  mutati,   aveva  cessato   di
    interessarlo.  L'unica cosa che lo preoccupava era il problema di come
    potersi scuotere di dosso, nel modo migliore, pi conveniente e, nello
    stesso tempo, pi comodo per lui, quel fango di cui la moglie lo aveva
    coperto con la sua condotta e di riprendere, poi,  la sua vita attiva,
    onesta e utile.
    Io non devo essere infelice a causa del crimine commesso da una donna
    spregevole;  devo  soltanto  trovare il modo pi favorevole per uscire
    dalla penosa situazione in cui mi ha messo. E lo trover!,  si disse,
    accigliandosi   sempre  di  pi.   Non  sono  il  primo  e  non  sar
    l'ultimo.... E, per non parlare degli esempi storici, a cominciare da
    Menelao,   di  cui  era  stata  rinfrescata  la  memoria   da   alcune
    rappresentazioni  di  "La belle Hlne" (87),  tutta una serie di casi
    recenti di infedelt  coniugale  di  mogli  verso  i  mariti  -  tutti
    appartenenti  all'alta  societ  -  si  affacci alla mente di Aleksj
    Aleksndrovic'.
    Darjalov,  Poltavskij,  il principe  Karibanov,  il  conte  Paskudin,
    Dram...  S,  anche  Dram,  un  uomo cos onesto e attivo...  Semnov,
    Cagin,  Sigonin....  Quanti nomi ricordava!  A dire il vero,  questa
    gente  ,  s,  un po' ridicola,  ma da parte mia non ho mai pensato a
    schernirli e non ho mai visto in ci che una sventura  di  cui  li  ho
    sempre compatiti,  si disse Aleksj Aleksndrovic', bench questo non
    fosse affatto vero,  ed egli non  avesse  mai  compatito  sventure  di
    questo genere,  e avesse sempre pi ingrandito se stesso nella propria
    stima quanto pi frequenti erano gli esempi di mogli che  tradivano  i
    propri mariti.  E' una disgrazia che pu colpire chiunque.  Si tratta
    soltanto di sistemarmi in  modo  da  sopportare  la  situazione  nella
    migliore  condizione possibile.  E pass in rivista i diversi modi di
    agire per un uomo che si trovi nelle sue condizioni.
    Darjalov si  battuto a duello....
    Il duello era  stato,  in  giovent,  una  grande  preoccupazione  per
    Aleksj  Aleksndrovic',  proprio  perch  egli  era  di  temperamento
    pusillanime, e lo sapeva. Non poteva pensare senza spavento alla canna
    di una pistola puntata contro di lui, e mai in vita sua era riuscito a
    usare un'arma. Questo terrore l'aveva, in giovent,  condotto talvolta
    a  pensare al duello e a immaginare se stesso in una situazione in cui
    fosse necessario esporre  la  propria  vita  al  pericolo.  Da  quando
    conosceva  il successo e aveva raggiunto una solida posizione sociale,
    aveva dimenticato quel sentimento,  ma l'abitudine di  temere  la  sua
    propria  vilt  era  adesso  cos  forte  che  Aleksj  Aleksndrovic'
    riflett a lungo ed esamin da ogni lato il problema del  duello,  pur
    sapendo in anticipo che non si sarebbe in alcun caso battuto.
    Senza  dubbio,   la  nostra  societ    ancora  cos  selvaggia  (in
    Inghilterra  ben diverso!) che molte persone - e nel numero di queste
    egli ne contava alcune,  la cui opinione gli stava  molto  a  cuore  -
    approvano il duello: ma quale risultato si otterrebbe?  Supponiamo che
    io  lo  sfidi  a  duello...,   continu  Aleksj  Aleksndrovic'   e,
    immaginando  la notte che avrebbe trascorso dopo la sfida e parendogli
    gi di vedere la pistola puntata contro di s,  rabbrivid e  si  rese
    conto che non si sarebbe mai battuto.
    Supponiamo che io lo provochi, supponiamo che mi insegnino a sparare,
    che mi mettano in posizione, che io mi metta in guardia..., si disse,
    chiudendo gli occhi,  che io prema il grilletto e che lo uccida!,  e
    scosse la testa per scacciare quegli assurdi pensieri.  Che  profitto
    ricaverei  dall'uccisione  di un uomo per regolare i miei rapporti con
    mia moglie e con mio figlio? Dovrei ugualmente decidere quale condotta
    tenere a loro riguardo ma se,  cosa infinitamente  pi  probabile,  io
    rimanessi ucciso o ferito?  S,  se cadessi io,  vittima innocente, la
    cosa non sarebbe ancora pi assurda?  Ma questo non  tutto: una sfida
    a  duello  da parte mia sarebbe un'azione disonesta.  Non so forse sin
    d'ora  che  i  miei  amici  mi  impedirebbero  di  battermi,  che  non
    ammetterebbero  mai  che  la vita di un uomo di stato,  indispensabile
    alla Russia,  sia messa in pericolo?  Che  cosa  succederebbe  allora?
    Succederebbe che io, pur sapendo che la cosa non arriverebbe mai a una
    conclusione,  mi  darei  con tale provocazione tutta l'apparenza di un
    uomo coraggioso. Sarebbe un modo di agire disonesto,  non sincero,  un
    ingannare  me  stesso  e  gli altri.  Il duello  dunque impossibile e
    nessuno,  inoltre,  si aspetta questo da me.  Il mio scopo deve essere
    quello  di  salvaguardare  la  reputazione,  che  mi   necessaria per
    proseguire senza intralci la mia carriera.
    L'attivit di funzionario,  che gi prima aveva agli occhi di  Aleksj
    Aleksndrovic'  un'enorme  importanza,   ora  gli  appariva,  date  le
    circostanze, particolarmente significativa.
    Dopo aver riflettuto e aver scartato l'ipotesi di un  duello,  Aleksj
    Aleksndrovic'  pens  al  divorzio:  l'altra  via  d'uscita scelta da
    alcuni  tra  i  mariti  che  poco  prima  aveva   elencati.   Passando
    mentalmente  in rassegna tutti i casi di divorzio conosciuti (ed erano
    molti),  verificatisi nell'alta societ,  che egli conosceva,  Aleksj
    Aleksndrovic'  non ne trov neppur uno che avesse realmente raggiunto
    lo scopo cui egli tendeva.  In tutti i  quei  casi,  il  marito  aveva
    ceduto o venduto la moglie infedele,  e la colpevole,  quella che, per
    il  motivo  stesso  della  sua  colpa,  non  aveva  alcun  diritto  al
    matrimonio,  era  libera  di crearsi nuovi legami.  Quanto al divorzio
    legale,  in cui fosse solo  ripudiata  la  moglie  colpevole,  Aleksj
    Aleksndrovic'  non vedeva la possibilit di ottenerlo.  Capiva che le
    complesse condizioni di vita in cui  si  trovava  non  ammettevano  la
    possibilit  di  servirsi di quelle prove volgari che la legge esigeva
    per riconoscere la colpevolezza della moglie;  capiva  che,  se  anche
    fosse  stato  possibile procurarsele,  l'uso di siffatte prove avrebbe
    fatto scadere pi lui che la moglie nell'opinione pubblica.
    Un tentativo di divorzio  poteva  sfociare  soltanto  in  un  processo
    scandaloso che per i suoi nemici sarebbe stata una buona occasione per
    calunniarlo  e  scuotere  la sua posizione sociale.  Cosicch lo scopo
    principale che si prefiggeva,  quello cio di definire  la  situazione
    con  il  minor  danno  possibile,  non  si  raggiungeva nemmeno con il
    divorzio.  Inoltre,  il divorzio o qualsiasi altro  tentativo  in  tal
    senso,  avrebbe avuto il risultato di allontanare per sempre la moglie
    dal marito favorendo l'avvicinamento di essa all'amante.  E nell'animo
    di  Aleksj  Aleksndrovic',  quello  che  ora  gli pareva un'assoluta
    indifferenza e un  totale  disprezzo  verso  la  moglie,  era  rimasto
    tuttavia  un  sentimento  che  la  riguardava: il timore che tutto ci
    potesse unirla a Vronskij senza ostacoli  e  che,  dal  crimine,  ella
    potesse  trarre vantaggi.  Bast quel pensiero a irritarlo al punto da
    farlo mugolare di intimo dolore; si alz,  cambi posto nella carrozza
    e,  accigliato  e immobile,  impieg parecchio tempo per avvolgere nel
    "plaid" le sue lunghe gambe ossute e infreddolite.
    Oltre al divorzio  formale,  si  pu  ancora  agire  come  Karibanov,
    Paskudin e quel buon Dram...  cio separarsi dalla moglie, continu a
    pensare,  riprendendo un  po'  di  calma;  ma  questa  misura  gli  si
    presentava  scandalosa  come il divorzio e,  soprattutto,  allo stesso
    modo del divorzio formale,  gettava  sua  moglie  tra  le  braccia  di
    Vronskij.  No,  questo  impossibile, impossibile!, profer quasi ad
    alta voce, accingendosi a sistemare meglio il plaid. Non  giusto che
    io debba subire la pena, e che loro possano godersi la felicit!.
    Il sentimento di gelosia, che l'aveva tormentato durante il periodo di
    incertezza che aveva trascorso,  era svanito nell'istante  in  cui  1e
    parole della moglie gli avevano estirpato il dente che gli doleva.  Ma
    quel sentimento aveva ceduto il posto a un  altro:  il  desiderio  che
    lei, non solo non trionfasse, ma pagasse il fio della sua colpa.
    Egli  non  si  confessava  esplicitamente  questo  sentimento,  ma nel
    profondo della sua  anima  desiderava  che  Anna  soffrisse  per  aver
    distrutto la sua pace e il suo onore. Riesamin le ipotesi del duello,
    del divorzio e della separazione e torn a scartarle,  convinto che la
    via d'uscita era una sola: trattenerla presso di  s,  nascondendo  al
    mondo l'accaduto e impiegare tutti i mezzi possibili per spezzare quel
    legame  e  principalmente  -  cosa  che  non  voleva confessarsi - per
    punirla.  Le  dichiarer  che,   dopo  aver  riflettuto  sulla  grave
    situazione in cui ha posto la famiglia, qualsiasi via d'uscita sarebbe
    per  ambo le parti peggiore di uno "statu quo",  almeno esteriormente,
    uno "statu quo" che  io  acconsento  a  mantenere  sotto  la  rigorosa
    condizione  che  da  parte sua si assoggetti alla mia volont,  vale a
    dire che cessi ogni rapporto con l'amante.  Presa  questa  decisione,
    allorch essa fu definitiva, Aleksj Aleksndrovic' la confort ancora
    con  un'importante considerazione: Conformandomi a tale condotta,  io
    agisco anche secondo le prescrizioni della  chiesa,  si  disse;  con
    questa decisione, infatti, non scaccio da me la moglie che ha peccato,
    ma  le  do  la possibilit di emendarsi e anche,  per quanto ci possa
    essermi penoso,  dedico una parte delle  mie  forze  per  redimerla  e
    rimetterla  sulla  buona  via.  Sebbene  Aleksj Aleksndrovic' fosse
    perfettamente conscio di  non  avere  alcuna  influenza  morale  sulla
    moglie  e  che  da quel suo tentativo di correzione non sarebbe venuto
    fuori altro che menzogna;  sebbene in quei momenti penosi  non  avesse
    mai  pensato  di  cercare  una  guida nella religione,  ora che la sua
    decisione gli  pareva  coincidere  con  le  esigenze  della  religione
    stessa,   questa   sanzione   della   sua  decisione  gli  dava  piena
    soddisfazione e, al tempo stesso,  gli procurava una certa calma.  Gli
    era caro pensare che,  anche in un momento cos importante della vita,
    nessuno avrebbe potuto accusarlo  di  avere  agito  contrariamente  ai
    precetti  di  quella  religione,  la  cui bandiera aveva sempre tenuta
    alta, in mezzo alla freddezza e all'indifferenza generali. Riflettendo
    ancora su ulteriori particolari,  Aleksj  Aleksndrovic'  non  vedeva
    nemmeno  perch  i  suoi  rapporti con la moglie non potessero restare
    press'a poco quelli di prima. Senza dubbio, egli non sarebbe mai stato
    in grado di renderle la sua stima, ma non c'era e non ci poteva essere
    alcun motivo per sconvolgere la propria esistenza e soffrire perch la
    moglie era stata colpevole e infedele. S,  il tempo che appiana ogni
    cosa,  passer  e  torneranno  a  stabilirsi  tra di noi i rapporti di
    prima, si disse Aleksj Aleksndrovic', o, piuttosto,  quei rapporti
    diventeranno  tali  che il corso della mia vita non sar turbato.  Che
    ella soffra,  s,   giusto che soffra e che sia infelice,  ma io  non
    sono colpevole e non devo soffrire!.


    CAPITOLO 14.

    Avvicinandosi a Pietroburgo, Aleksj Aleksndrovic' non solo era ormai
    fermo  nella  sua  decisione,  ma  aveva  gi  composto mentalmente la
    lettera che avrebbe scritto alla moglie. Entrato nel vestibolo,  gett
    un'occhiata  sulle  lettere  e  sulle carte recapitate dal ministero e
    ordin che gli venisse portata ogni cosa nel suo studio.
    - Rimandare  e  non  ricevere  nessuno  -  rispose  alla  domanda  del
    portiere,  calcando  in  modo particolare sulla parola non ricevere,
    con un certo piacere, indice delle sue migliori condizioni di spirito.
    Nello studio,  Aleksj Aleksndrovic' and avanti e indietro per due o
    tre volte e,  facendo crocchiare le dita,  si ferm davanti all'enorme
    scrittoio sul quale il domestico,  entrato prima  di  lui,  aveva  gi
    acceso  sei  candele,  e  si  mise  a sedere.  Appoggiati i gomiti sul
    tavolo, pieg la testa da un lato, riflett qualche minuto e si mise a
    scrivere senza pi fermarsi.
    Scriveva alla moglie senza rivolgersi direttamente a lei, in francese,
    e usando la parola "voi",  che riteneva non avere  quel  carattere  di
    freddezza che ha invece nel russo:

    Nell'ultimo  nostro  colloquio,  vi  ho  espresso  -  le  diceva - il
    proposito di comunicarvi la mia decisione relativa all'argomento della
    nostra conversazione.  Dopo avere seriamente riflettuto,  adempio alla
    mia promessa. Ecco la mia decisione: quali che possano essere i vostri
    atti,  io  non  mi  riconosco il diritto di spezzare quei legami con i
    quali siamo uniti da un'autorit che viene dall'alto.  La famiglia non
    pu essere distrutta dal capriccio,  dalla volont o anche dalla colpa
    di uno dei coniugi, motivo per cui la nostra vita deve continuare come
    prima. Ci  indispensabile per me, per voi e per nostro figlio.  Sono
    pienamente  convinto che vi siate pentita,  che vi pentiate ancora del
    fatto che mi costringe a  scrivervi  la  presente  lettera  e  che  mi
    aiuterete  a  estirpare  alla  radice  la  causa del nostro contrasto,
    affinch il passato sia dimenticato.  In caso  contrario,  voi  stessa
    potete  facilmente  prevedere ci che attende voi e vostro figlio.  Di
    tutto questo spero di parlarvi con maggiori particolari in un prossimo
    colloquio.  Poich il periodo della villeggiatura  ormai sul  finire,
    vi  prego di tornare a Pietroburgo il pi presto possibile,  non oltre
    marted.  Saranno date tutte le disposizioni necessarie per il  vostro
    viaggio. Vi prego di notare che attribuisco una particolare importanza
    al fatto che assecondiate la mia richiesta.
    A. Karenin
    P.S. Accludo a questa mia il denaro che potr occorrervi per le vostre
    spese.

    Lesse  la  lettera  e  ne fu soddisfatto,  in particolar modo per aver
    pensato  al  denaro.  Non  c'erano,  infatti,  n  parole  crudeli  n
    rimproveri,  ma nemmeno alcun segno di debolezza. Soprattutto le aveva
    offerto un ponte d'oro perch ritornasse.  Pieg la lettera,  vi pass
    sopra  un  grosso  tagliacarte  in avorio massiccio,  la chiuse in una
    busta con il denaro e poi  suon  il  campanello  con  quel  senso  di
    soddisfazione  che  gli  dava  sempre  la  vista  dei  suoi oggetti da
    scrivere disposti in bell'ordine.
    - Da  consegnare  al  corriere  perch  domani  la  recapiti  ad  Anna
    Arkdevna, in campagna! - disse e si alz.
    -  Benissimo,  eccellenza.  Volete  che il t vi sia servito qui nello
    studio?
    Aleksj  Aleksndrovic'  si  fece  portare  il  t  nello   studio   e
    giocherellando  con  il massiccio tagliacarte,  and verso la poltrona
    presso la quale era stata preparata la lampada con il  libro  francese
    che stava leggendo sulle "Iscrizioni eugubine" (88). Sopra la poltrona
    era appeso al muro,  in una cornice ovale dorata, il ritratto di Anna,
    eccellente opera di un pittore  francese.  Aleksj  Aleksndrovic'  lo
    guard. Due occhi impenetrabili lo fissavano con espressione ironica e
    insolente insieme,  come la sera della loro spiegazione.  La vista del
    merletto nero che ella aveva in testa,  magistralmente riprodotto  dal
    pittore,  dei  bruni  capelli  e  della stupenda mano bianca ornata di
    anelli, gli parve insopportabilmente sfrontata e provocante. Fiss per
    un momento il ritratto e sussult con tale violenza che le labbra  gli
    tremarono  ed  emisero  un  suono rabbrividente;  egli si volt subito
    dall'altra parte.  Si sedette frettolosamente in poltrona  e  apr  il
    libro.  Prov a leggere ma, nonostante tutti i suoi sforzi, non riusc
    in alcun modo a ritrovare nelle iscrizioni eugubine il vivo  interesse
    che  sempre  suscitavano  in  lui.  Guardava  il  libro  e  pensava  a
    tutt'altro.  Non pensava alla moglie,  ma a  una  complicazione  sorta
    negli  ultimi  tempi  nella  sua  attivit  di  funzionario  di Stato,
    complicazione che,  da allora,  era diventata il principale  interesse
    del  suo  servizio.  Si  rendeva  conto che,  ora pi che mai,  poteva
    penetrare in profondit nella complessa  questione  e  che  nella  sua
    mente  stava  nascendo  -  poteva  dirlo senza falsa modestia - l'idea
    capitale che doveva districare tutto quell'affare, innalzare lui nella
    carriera,  far cadere i suoi nemici e,  nello stesso  tempo,  arrecare
    grande utilit al paese.  Non appena il cameriere, servito il t, usc
    dalla stanza,  Aleksj  Aleksndrovic'  si  alz  e  si  accost  allo
    scrittoio. Spostata nel centro la cartella contenente gli incartamenti
    degli  affari  in  corso,   con  un  sorriso  appena  percettibile  di
    compiacimento,  tir fuori una matita e si sprofond nella lettura del
    complesso  carteggio che si riferiva alla complicazione dell'affare di
    cui abbiamo detto. Ecco in che cosa essa consisteva.
    Il tratto caratteristico di Aleksj Aleksndrovic' come uomo di Stato,
    quel tratto  proprio  a  lui  solo,  che  lo  faceva  notare  come  un
    funzionario  destinato  a  una  splendida  carriera,  quel tratto che,
    insieme con l'amor proprio, l'onest e la fiducia in se stesso,  aveva
    contribuito  al  suo  successo,  consisteva nel disprezzo assoluto che
    provava verso le scartoffie ufficiali, verso la corrispondenza inutile
    che egli riduceva al minimo possibile,  nel saper affrontare  in  modo
    diretto il vivo della questione e nel realizzare un'economia.  Accadde
    dunque che nella celebre Commissione del 2 giugno, fu messo all'ordine
    del giorno il problema dell'irrigazione delle terre della provincia di
    Zarjsk,  che dipendeva dal dicastero di Aleksj Aleksndrovic' e  che
    rappresentava  un  esempio  lampante di spese infruttuose e di inerzia
    amministrativa.  Aleksj Aleksandrovic' sapeva  che  le  cose  stavano
    cos.  Quella  questione  dell'irrigazione  delle terre di Zarjsk era
    stata avviata dal predecessore di Karenin;  effettivamente era costata
    molto denaro,  speso in modo del tutto improduttivo, ed era chiaro che
    quell'affare   non   risultava   che   una   pura   perdita.   Aleksj
    Aleksndrovic',  appena  entrato  al ministero,  si rese conto di come
    stavano le cose e volle prendere personalmente in mano le redini della
    faccenda;  ma nei primi tempi non si sentiva ancora abbastanza sicuro;
    sapeva  che in quella questione erano in gioco troppi interessi ed era
    quindi imprudente occuparsene. In seguito, poi,  essendosi dedicato ad
    altri   affari,   aveva   semplicemente   dimenticato   la   questione
    dell'irrigazione che,  come tutti gli affari di questo genere,  andava
    avanti da s, per forza di inerzia. Molte persone ci vivevano sopra, e
    specialmente  una  famiglia molto rispettabile e molto musicale: tutte
    le figlie suonavano uno  strumento  a  corde.  Aleksj  Aleksndrovic'
    conosceva  bene  quella  famiglia  ed  era padrino di una delle figlie
    maggiori.  La ripresa di quell'affare da parte di un ministero  ostile
    era,   secondo   l'opinione   di  Aleksj  Aleksndrovic',   un'azione
    disonesta,   giacch  in  ogni  ministero  c'erano  affari  molto  pi
    scandalosi che nessuno,  a causa di certe convenienze d'ufficio, osava
    sollevare.  Ora per,  giacch gli avevano gettato il guanto,  egli lo
    aveva coraggiosamente raccolto e chiedeva la nomina di una Commissione
    speciale,  incaricata  di  studiare  e  di  controllare i lavori della
    Commissione  di  irrigazione  del  governatorato  di  Zarjsk,  ma  in
    compenso   si  mostrava  anch'egli  severissimo  verso  quei  signori.
    Chiedeva inoltre la nomina di una  seconda  Commissione  straordinaria
    per  la  questione  delle  popolazioni  allogene  (89).   Il  problema
    dell'organizzazione  degli  allogeni  era  stato  sollevato  anch'esso
    incidentalmente  nella  seduta del 2 giugno e sostenuto con energia da
    Aleksj Aleksndrovic'  che,  dato  lo  stato  lamentevole  di  quelle
    popolazioni,  lo  considerava urgentissimo.  Quella faccenda suscitava
    discussioni tra i vari  ministeri.  Il  ministero  ostile  ad  Aleksj
    Aleksndrovic'  voleva  dimostrare  che  le  condizioni degli allogeni
    erano floridissime,  che le riforme progettate non  potevano  arrecare
    altro  che danno,  mentre quanto andava male doveva essere imputato al
    ministero  di  Karenin,  che  non  aveva  adempiuto  ai  provvedimenti
    prescritti dalla legge. Adesso Aleksj Aleksndrovic' aveva intenzione
    di  esigere:  in primo luogo la costituzione di una nuova Commissione,
    alla quale  affidare  l'indagine  sul  posto  delle  condizioni  degli
    allogeni;   in  secondo  luogo,   nel  caso  in  cui  tali  condizioni
    risultassero quali apparivano dai dati ufficiali in mano al  comitato,
    che  venisse  nominata  ancora  un'altra  Commissione  scientifica per
    indagare la causa delle tristi condizioni di  quelle  popolazioni  dai
    punti  di  vista:  a) politico,  b) amministrativo,  c) economico,  d)
    etnografico,  e) materiale,  f)  religioso;  in  terzo  luogo  che  il
    ministero ostile portasse a conoscenza i provvedimenti che erano stati
    presi  nell'ultimo decennio per migliorare le tristi condizioni in cui
    si trovavano le popolazioni allogene; e in quarto luogo,  infine,  che
    si  esigesse da parte del ministero una spiegazione dei motivi per cui
    esso,  come risultava dalle notizie fornite al comitato sotto i numeri
    17015 e 18308 del 5 dicembre 1863 e del 7 giugno 1864, avesse agito in
    modo  assolutamente  contrario  al  senso  della  legge fondamentale e
    organica, vol..., art. 18 e nota dell'articolo 36.
    Il  viso  di  Aleksj  Aleksndrovic'  si  illumin  mentre  tracciava
    rapidamente  il riassunto delle sue considerazioni.  Riempito che ebbe
    un foglio di carta,  si alz,  suon e lo mand dal suo capogabinetto,
    affinch  gli  fossero  procurate  alcune  informazioni  di  cui aveva
    bisogno.  Alzatosi,  e fatto un giro per la stanza,  volse di nuovo lo
    sguardo al ritratto di Anna e aggrott le sopracciglia, con un sorriso
    sprezzante.  Riprese  allora  il libro sulle "Tavole eugubine",  nelle
    quali ritrov l'interesse di prima;  alle undici and  a  coricarsi  e
    quando,  sdraiato  nel  letto,  ricord  ci  che  era avvenuto con la
    moglie, la situazione non gli apparve pi sotto un aspetto cos tetro.


    CAPITOLO 15.

    Bench Anna avesse contraddetto con tenacia  e  irritazione  Vronskij,
    quando questi le aveva detto che la sua situazione era insostenibile e
    l'aveva  esortata  a  rivelare  tutto  al  marito,  nel profondo della
    propria anima ella ne considerava tutta la falsit e la  disonest,  e
    desiderava vivamente venirne fuori. Quando, di ritorno dalle corse con
    il marito, in un momento di emozione gli aveva detto tutto, nonostante
    il  dolore  che quella confessione le aveva cagionato,  si era sentita
    sollevata e,  dopo  che  il  marito  l'aveva  lasciata,  continuava  a
    ripetersi  che era felice,  che ormai tutto si sarebbe definito e che,
    almeno,  non sarebbe pi vissuta nella  menzogna  e  nell'inganno.  Le
    pareva  fuori  di  dubbio  che  la  sua  situazione  si  sarebbe ormai
    chiarita: dolorosa,  forse,  ma almeno definita,  senza  ambiguit  n
    menzogna. Il male che la sua confessione aveva procurato a se stessa e
    al  marito  avrebbe  avuto  ora  la sua ricompensa,  secondo quanto ne
    pensava, dalla chiarezza della situazione.
    La sera stessa vide Vronskij,  ma non gli parl di quanto era accaduto
    tra  lei  e il marito,  pur rendendosi conto che occorreva metterlo al
    corrente per prendere le decisioni  del  caso.  La  mattina  seguente,
    svegliandosi,  il suo primo pensiero furono le parole dette al marito:
    esse le sembrarono cos orribili e brutali che non poteva  capacitarsi
    come  avesse  potuto  avere  il  coraggio  di pronunziarle e non osava
    pensare a ci che ne sarebbe derivato.  Ma ormai  le  aveva  dette,  e
    Aleksj Aleksndrovic' era partito senza dir nulla.
    Ho  riveduto  Vronskij  e non glie ne ho parlato.  Nel momento in cui
    stava andandosene, volevo farlo tornare indietro e dirgli tutto, ma ho
    cambiato idea,  temendo che avrebbe trovato strano  il  fatto  di  non
    avergliene  parlato subito.  Perch volevo parlare e non l'ho fatto?.
    E,  in risposta a questa domanda,  una bruciante vampa di vergogna  le
    imporpor  il  viso.  Si  spieg  cos quello che l'aveva trattenuta e
    comprese che si era vergognata; quella situazione che,  la sera prima,
    le era sembrata chiara,  le pareva ora non solo tutt'altro che chiara,
    ma senza via d'uscita... Ella che,  sino allora,  non aveva pensato al
    disonore, fu colta a un tratto dal terrore non appena quel pensiero le
    balen alla mente. E pensieri terribili la assalirono quando si chiese
    che  cosa  avrebbe fatto il marito.  Si immaginava che,  da un momento
    all'altro,  dovesse comparire l'intendente di  Aleksj  Aleksndrovic'
    per  scacciarla  di casa e che la sua ignominia sarebbe stata rivelata
    al mondo intero.  E si domandava dove  si  sarebbe  rifugiata  qualora
    l'avesse veramente scacciata...  ma non trovava risposta alla sua muta
    domanda.  D'altra parte,  tornando con  il  pensiero  a  Vronskij,  le
    sembrava  che egli non l'amasse pi come prima e che gi incominciasse
    a essere stanco di lei; ella, d'altronde, non poteva imporglisi e,  in
    fondo in fondo,  sentiva un certo qual senso di odio contro di lui. Le
    parole da lei dette al marito,  e che non cessavano di  mulinarle  nel
    cervello,  le  sembrava  di  averle  dette  in pubblico e che tutti le
    avessero udite.  Non sapeva decidersi a guardare in faccia le  persone
    che  la  circondavano  ed  esitava persino a chiamare la cameriera e a
    scendere, perch temeva la presenza del figlio e della governante.
    All'improvviso la cameriera,  che gi da tempo stava spiando presso la
    porta, si decise a entrare nella camera senza essere chiamata. Anna la
    guard  in  modo interrogativo e arross di vergogna.  La cameriera si
    scus di essere entrata, dicendo che le era parso di sentir sonare; le
    portava un abito e un biglietto.  Il biglietto era di  Betsy,  che  le
    rammentava  che  quella  mattina  si  dovevano  incontrare da lei Liza
    Merklova e la baronessa Stoltz con i loro corteggiatori Kaluziskij  e
    il vecchio Stremv,  per una partita di "croquet".  Venite anche voi,
    non foss'altro che per uno studio di costumi. Vi aspetto,  concludeva
    il biglietto.
    Anna lo lesse e sospir profondamente.
    - Non ho bisogno di nulla,  di nulla - disse ad Annuska,  che spostava
    sul tavolino da toeletta bottigliette e spazzole.  - Va' pure,  ora mi
    vesto ed esco. Non ho bisogno di nulla!
    Annuska  usc,  ma  Anna non cominci a vestirsi e rimase seduta nello
    stesso atteggiamento,  con il capo basso e con le braccia abbandonate;
    di  tanto  in tanto un sussulto le agitava tutto il corpo.  Pareva che
    volesse fare qualche movimento, dire qualcosa, e poi di nuovo ricadeva
    nell'inerzia. Mio Dio, mio Dio!,  ripeteva continuamente,  ma quelle
    parole  non avevano per lei alcun significato.  Il pensiero di cercare
    aiuto nella religione,  nonostante non avesse mai avuto  alcun  dubbio
    sulla  fede  nella  quale era cresciuta,  le pareva altrettanto remoto
    quanto quello di chiedere aiuto ad Aleksj Aleksndrovic'.  Sapeva  in
    anticipo  che  un  aiuto  dalla  religione era possibile soltanto alla
    condizione di rinunziare a quello che costituiva  la  sua  ragione  di
    vita.  Inoltre  soffriva  e  si  spaventava di fronte al proprio nuovo
    stato morale,  che non aveva mai sperimentato: le pareva che  nel  suo
    animo  tutto  si  sdoppiasse,  come  talora  si  sdoppiano gli oggetti
    davanti agli  occhi  stanchi,  e  in  certi  momenti  non  sapeva  con
    esattezza  che cosa dovesse temere e che cosa desiderare.  Il passato?
    L'avvenire? Insomma, non lo sapeva neppure lei.
    Ah, che mi succede?, si chiese, sentendo a un tratto un forte dolore
    ai due lati della testa.  Quando  riprese  la  padronanza  di  s,  si
    accorse  che  aveva  afferrato  i  capelli  sulle  tempie  e che stava
    tirandoli. Allora balz in piedi e si mise a camminare per la stanza.
    - Il caff  servito,  e "mademoiselle" con  Serza  aspetta  -  disse
    Annuska, ritornando e ritrovando Anna nella stessa posizione.
    -   Serza?   Che   cosa  fa  Serza?   -  domand  Anna,   animandosi
    all'improvviso.  Si ricord,  per la prima volta in tutta la  mattina,
    dell'esistenza del figlio.
    - Ha commesso una mancanza, credo... - rispose Annuska, sorridendo.
    - Che cosa ha combinato?
    -  Pare  che  abbia  mangiato  di  nascosto  una  delle  pesche che si
    trovavano nella stanza d'angolo.
    Il ricordo del figlio trasse Anna dalla confusa sensazione che provava
    di non aver via d'uscita.  Il pensiero della parte di madre  che  vive
    unicamente  per il figlio,  parte che ella si era assunta negli ultimi
    anni e che non aveva mai cessato di compiere sino all'esagerazione, le
    si affacci alla mente e con gioia sent che, all'infuori del marito e
    di Vronskij, disponeva di un punto d'appoggio: suo figlio, quel figlio
    che non avrebbe abbandonato in qualsiasi situazione  si  fosse  potuta
    trovare.  Il marito poteva coprirla di vergogna e scacciarla, Vronskij
    poteva raffreddarsi nei suoi riguardi e continuare  a  vivere  la  sua
    vita  indipendente (di nuovo pens a lui con un senso di acredine e di
    amarezza), ma lei non avrebbe mai lasciato il figlio.  Uno scopo nella
    vita   l'aveva.   E  doveva  tendere  con  tutti  i  suoi  sforzi  per
    salvaguardare la propria posizione nei riguardi del  figlio,  affinch
    non le venisse tolto.  Bisognava,  anzi,  agire presto,  il pi presto
    possibile, prima che le venisse preso.  Bisognava prepararsi a partire
    con  lui.  Ecco  l'unica  cosa  che doveva fare ora.  Aveva bisogno di
    calmarsi e di uscire dallo stato angoscioso che la tormentava.  E  gi
    il pensiero di un'azione immediata connessa al figlio,  il pensiero di
    dover subito partire con  lui  per  un  sito  qualunque  cominciava  a
    calmarla.
    Rapidamente si vest e discese. Entr a passo deciso nel salotto dove,
    secondo   l'abitudine,   l'attendevano   il  caff  e  Serza  con  la
    governante.  Serza,  tutto vestito di bianco,  stava in piedi  vicino
    alla   tavola,   sotto  lo  specchio,   con  il  capo  chino  e,   con
    un'espressione di intensa attenzione che essa bene gli conosceva e che
    lo faceva somigliare al padre, intrecciava dei fiori.
    La governante aveva un'aria particolarmente  seria.  Con  voce  acuta,
    come spesso gli accadeva, Serza grid:
    -  Oh,  mamma!  -  e  si ferm,  indeciso se andare verso la madre per
    salutarla e lasciare i fiori,  o  terminare  la  coroncina  che  aveva
    cominciato.
    Dopo  aver salutato,  la governante si mise a raccontare a lungo e con
    molti particolari la  marachella  commessa  dal  bimbo,  ma  Anna  non
    l'ascoltava;  si  domandava  se avrebbe dovuto portare con s anche la
    governante.  No,  non la porto  con  me;  partir  da  sola,  con  il
    bambino, decise.
    - S,  Serza,  ti sei comportato molto male - disse Anna e,  preso il
    figlio per una spalla,  lo avvolse in uno  sguardo  pi  commosso  che
    severo,  che  turb  e  rallegr  nello stesso tempo il bambino,  e lo
    baci.
    - Lasciatelo con me - disse alla governante attonita - lasciatemelo...
    - e,  senza abbandonare il braccio del figlio,  si sedette alla tavola
    apparecchiata per il caff.
    -  Mamma...  io...  io non...  - balbettava il fanciullo,  cercando di
    leggere nel viso di lei che cosa lo aspettasse per la  faccenda  della
    pesca.
    -  Serza,  -  disse  Anna,  non  appena la governante fu uscita dalla
    stanza - hai fatto male,  ma non lo farai pi,  vero?  Dimmi: mi  vuoi
    bene?
    Sentiva salirle le lacrime agli occhi. Posso non amarlo?, si chiese,
    scrutando  il  volto del fanciullo dall'espressione spaventata e nello
    stesso tempo lieta.  E' possibile che sia d'accordo con il padre  per
    punirmi?  Possibile che non abbia piet di me?.  E in quel momento le
    lacrime presero a scorrerle sul viso e,  per nasconderle,  si alz con
    impeto e quasi di corsa usc sulla terrazza.
    Alle  piogge  temporalesche  degli  ultimi giorni era seguito un tempo
    freddo e sereno e,  malgrado il vivido sole che  s'infiltrava  tra  il
    fogliame,  fuori faceva freddo.  Anna rabbrivid al contatto di quella
    frescura e per il senso di angosciosa paura che con nuova  e  maggiore
    intensit si era impadronito di lei.
    - Va', va' da Mariette - disse a Serza, che era uscito dietro di lei,
    e  si mise a camminare sulla stuoia di paglia che copriva la terrazza.
    Possibile che essi non mi perdonino e che non comprendano  che  tutto
    doveva svolgersi cos e non altrimenti?, disse a se stessa.
    Fermatasi, e data un'occhiata alle cime dei pioppi che il vento faceva
    ondeggiare,  alle foglie umide scintillanti al sole,  comprese che non
    avrebbero perdonato,  che tutto e tutti sarebbero stati spietati verso
    di lei;  tutto,  s,  persino quel cielo, persino quella verzura! E di
    nuovo sent dentro la sua anima quello strano senso  di  sdoppiamento.
    Non  bisogna,   non  bisogna  pensare!  Bisogna  prepararsi,  bisogna
    andare... Dove? Quando? Chi prender con me?, si chiese. S, partir
    per Mosca con il treno della sera, e porter con me Annuska,  Serza e
    le cose pi indispensabili.  Ma prima devo scrivere a tutti e due....
    Entr nello studio, si sedette allo scrittoio e cominci a scrivere al
    marito:
    Dopo quanto  successo,  non posso pi  restare  nella  vostra  casa.
    Parto e prendo con me mio figlio. Non conosco le leggi, per cui ignoro
    con  quale  dei  genitori  debba  legalmente restare il figlio,  ma lo
    prendo con me perch senza di lui non potrei vivere.  Siate  generoso:
    lasciatemelo!.
    Sino  a  questo  punto aveva scritto rapidamente e senza inciampi,  ma
    l'appello  alla  generosit  del  marito,  qualit  che  lei  non  gli
    riconosceva,  e  la  necessit  di  concludere  la lettera con qualche
    parola commovente, la fermarono.
    Parlare della mia colpa e del mio pentimento non  posso,  perch....
    Di  nuovo si arrest,  non riuscendo ad esprimere il proprio pensiero.
    No,  non c' bisogno di aggiungere altro,  si disse e,  strappata la
    lettera,  la  riscrisse  senza  fare  alcun accenno alla generosit di
    Aleksj Aleksndrovic' e la sigill. Rimaneva Vronskij. Ho confessato
    tutto a mio marito, gli scrisse,  ma si ferm subito e rimase a lungo
    seduta,  non  avendo  la forza di aggiungere altro.  E poi,  che cosa
    posso scrivergli?.  Il rossore della vergogna le imporpor il viso al
    ricordo  della  calma di Vronskij,  un sentimento di dispetto nei suoi
    confronti la indusse a  strappare  in  minutissimi  pezzi  la  lettera
    iniziata.  Non ne vale la pena, si disse e, chiusa la cartella, and
    di sopra,  comunic alla governante e alla servit che sarebbe partita
    per Mosca quel giorno stesso e si accinse a preparare i bagagli.


    CAPITOLO 16.

    Ebbe  inizio  allora per tutte le stanze un incessante andare e venire
    del giardiniere, del portiere e dei domestici che passavano carichi di
    bagagli.  Gli armadi e i cassetti erano  spalancati  e  fu  necessario
    correre  due  volte  alla  bottega  per  procurarsi  dello  spago;  il
    pavimento era cosparso di pezzi  di  vecchi  giornali,  e  due  bauli,
    parecchie  sacche  e i "plaids" legati erano gi pronti in anticamera.
    La carrozza padronale  e  due  vetture  da  nolo  attendevano  davanti
    all'ingresso.  Anna che,  per l'affanno dei preparativi,  aveva per un
    momento dimenticato l'inquietudine interna,  stava sistemando  la  sua
    sacca  da  viaggio,  ritta  dinanzi  al tavolo del suo studio,  quando
    Annuska richiam la sua attenzione sul rumore di una carrozza  che  si
    avvicinava.  Anna  diede un'occhiata dalla finestra e scorse presso la
    scalinata d'ingresso il corriere di Aleksj Aleksndrovic', che sonava
    al portone.
    - Va' a vedere che cosa c' -  disse  e,  tranquilla  e  rassegnata  a
    tutto,  si  sedette  in  una  poltrona  con  le  mani incrociate sulle
    ginocchia.  Il domestico consegn una  grossa  busta  con  l'indirizzo
    scritto di pugno di Aleksj Aleksndrovic'.
    - Il corriere ha l'ordine di portare la risposta - disse.
    - Bene - rispose Anna che,  non appena il domestico fu uscito,  aperse
    la busta con mano tremante.  Ne  cadde  un  fascio  di  banconote  non
    piegate,  avvolte in una fascetta sigillata.  Anna apr la lettera,  e
    incominci a leggerla dalla fine: Saranno prese tutte le disposizioni
    necessarie  per  il  vostro  ritorno...  attribuisco  una  particolare
    importanza  al  fatto che assecondiate la mia richiesta,  lesse;  poi
    corse con gli occhi pi in  alto,  torn  indietro  e  ricominci  dal
    principio.  Quand'ebbe  finito,  si sent rabbrividire e si rese conto
    che su di lei si era  abbattuta  una  sventura  terribile,  quale  non
    avrebbe mai preveduto.
    Ella,  che  al  mattino  aveva  rimpianto  di aver confessato tutto al
    marito e non avrebbe voluto altro se non che quelle parole non fossero
    state dette,  provava ora,  di fronte a quella lettera che assecondava
    per  l'appunto  i suoi desideri,  la sensazione che essa fosse la cosa
    pi spaventosa che potesse immaginare.
    Ha ragione, ha ragione!,  balbett.  Si sa,  lui ha sempre ragione,
    lui  cristiano,  lui  generoso!  Oh, com' vile, com' ripugnante! E
    questo nessuno, all'infuori di me,  pu e potr mai capirlo;  anch'io,
    che sono sua moglie, sono impotente a spiegarlo. Tutti dicono che  un
    uomo religioso, giusto, onesto, intelligente, ma nessuno ha veduto ci
    che  ho  veduto io,  nessuno sa che per otto anni egli ha soffocato la
    mia vita,  ha spento tutto ci che palpitava in me,  che non una volta
    si  reso conto che io ero una donna viva,  assetata di amore; nessuno
    sa che ad ogni passo mi offendeva e quanto ci lo rendesse soddisfatto
    di se stesso!  Non ho forse tentato con tutte le mie forze di  trovare
    una giustificazione alla mia vita? Non mi sono sforzata di amarlo, non
    ho dato a mio figlio tutto l'amore che non mi era possibile dare a mio
    marito?  Ma   giunto il momento in cui ho compreso che non potevo pi
    ingannare me stessa,  che sono una donna viva e che non sono colpevole
    se Dio mi ha creata con il bisogno di amare e di vivere.  E ora? Se mi
    uccidesse, se uccidesse lui, potrei capire e perdonare, ma no, egli...
    Come mai non ho preveduto ci che avrebbe fatto?  Egli si comporta  in
    conformit  alla  bassezza del suo carattere vile;  egli rester dalla
    parte della ragione e far apparire me una donna perduta,  peggiore di
    quanto non sia....
    E le tornavano in mente alcune frasi della lettera; Voi stessa potete
    prevedere ci che attende voi e vostro figlio....  E' la minaccia di
    prendermi Serza, e certamente ne ha il diritto.  Sono cos stupide le
    loro leggi!  Ma non so forse perch dice questo? Egli non crede al mio
    amore per mio figlio o forse disprezza (del resto,  mi ha sempre presa
    in  giro  per  questo)  il  mio  sentimento,  ma  non  sa  che  io non
    abbandoner Serza,  che non posso abbandonarlo perch senza di lui la
    vita non mi sarebbe possibile,  neppure con l'uomo che amo,  e perch,
    se abbandonassi mio figlio per  fuggire,  agirei  come  la  donna  pi
    infame  e  pi abietta.  Questo lo sa,  lo sa benissimo,  e sa che non
    avrei mai la forza di agire in modo simile.
    Ricordava pure questa frase: La  nostra  vita  deve  continuare  come
    prima. Se quella vita, gi prima, era stata cos tormentosa, e negli
    ultimi tempi divenuta addirittura intollerabile,  cosa potrebbe essere
    adesso?  Egli lo sa,  sa tutto questo,  sa che non posso pentirmi  del
    fatto  che  respiro  e  che  amo;  sa  che tutto sarebbe avvolto nella
    menzogna e nell'inganno e che nulla ci sarebbe all'infuori di  questo,
    ma egli ha bisogno di continuare a tormentarmi.  Io lo conosco, so che
    gode di nuotare nella menzogna,  come un pesce nell'acqua.  Ma no,  io
    non  gli  conceder questo godimento,  lacerer questa rete di inganno
    nella quale  cerca  di  avvolgermi;  accada  ci  che  deve  accadere!
    Qualsiasi  cosa   preferibile alla menzogna e alla doppiezza!  Ma che
    fare,  mio Dio?  E' mai esistita una donna  infelice  quanto  me?  No,
    spezzer  tutto,  tutto!,  esclam,  balzando in piedi e ingoiando le
    lacrime.
    E and al tavolino per scrivere un'altra lettera  al  marito;  ma,  in
    fondo  al  cuore,  sentiva  che  non avrebbe avuto la forza di spezzar
    nulla e di uscire da quella situazione,  per quanto falsa e  disonesta
    fosse.
    Sedette  al  tavolino ma,  invece di scrivere,  incroci le braccia vi
    pos la testa e si mise a piangere come un  bambino,  singhiozzando  e
    scotendo  il  capo.  Piangeva perch il suo bel sogno di definire e di
    chiarire la sua posizione era svanito per  sempre;  sapeva  ormai  che
    nella sua vita tutto sarebbe rimasto come prima,  anzi molto peggio di
    prima;  sentiva che il posto da lei  occupato  nel  mondo,  e  che  al
    mattino  le  era sembrato cos facile abbandonare,  le era caro pi di
    quanto non avesse immaginato,  che  non  avrebbe  avuto  la  forza  di
    cambiarlo con la vergognosa condizione di una donna che ha abbandonato
    il  marito  e  il  figlio per fuggire con un amante;  che,  per quanto
    avesse tentato,  non sarebbe stata la pi forte.  No,  non avrebbe mai
    provato  la libert dell'amore,  ma sarebbe stata per sempre la moglie
    colpevole,  che vive sotto la continua minaccia di essere smascherata,
    la moglie infedele, legata vergognosamente a un uomo indipendente, con
    il  quale  non  avrebbe  mai  potuto  condividere la vita.  Sapeva che
    sarebbe stato cos e, nello stesso tempo,  ci le appariva in una luce
    cos  tetra  che  non  poteva  neppure  immaginarsi  una soluzione.  E
    piangeva senza ritegno, come piangono i bambini puniti.
    Il rumore del passo del domestico la  obblig  a  riprendersi  e,  per
    nascondere il volto disfatto, finse di stare scrivendo.
    - Il corriere attende la risposta - disse il domestico.
    -  La  risposta?  S,  che  aspetti - rispose Anna.  - Soner appena 
    pronta.
    Che cosa posso scrivergli? Che cosa posso decidere da sola?  Che cosa
    so? Che cosa voglio?, pens. Di nuovo sent che nella sua anima tutto
    si  sdoppiava;  questa  sensazione  la spavent e si aggrapp al primo
    pretesto che le venne in mente, per distrarsi dal pensare a se stessa.
    Devo vedere Aleksj (cos  ella  nel  pensiero  chiamava  Vronskij).
    Egli solo mi pu dire che cosa devo fare.  Andr da Betsy... forse lo
    vedr l, decise. In quel momento dimenticava che,  proprio il giorno
    prima,  quando  ella  gli  aveva  detto  che  non sarebbe andata dalla
    principessa Tvrskaja,  egli le aveva risposto che in tal caso non  ci
    sarebbe andato neppur lui. Si avvicin al tavolo e scrisse al marito:
    Ho ricevuto la vostra lettera. A..
    Suon il campanello e consegn al domestico la risposta.
    - Non partiamo pi - disse ad Annuska che entrava.
    - Non partiamo pi?
    -  No,  per  non  disfate  i  bagagli  sino  a domani e trattenete la
    carrozza: andr dalla principessa.
    - Che abito debbo preparare?


    CAPITOLO 17.

    La brigata che doveva riunirsi  dalla  principessa  Tvrskaja  per  la
    partita a "croquet", alla quale Anna era invitata, era composta da due
    signore  e  dai  loro  corteggiatori.  Le  due  signore  erano  le pi
    importanti  rappresentanti  di   un   nuovo   circolo   pietroburghese
    soprannominato,  a imitazione di non so che cosa, "Le sette meraviglie
    del mondo", ed appartenevano alla pi alta societ,  sebbene fosse una
    societ ostile a quella che Anna frequentava.  Oltre a ci, il vecchio
    Stremv, una delle persone pi influenti di Pietroburgo, ammiratore di
    Liza Merklova,  era,  per  ragioni  di  ufficio,  nemico  di  Aleksj
    Aleksndrovic'. Per tutte queste considerazioni, Anna non aveva voluto
    accettare l'invito,  e a questo suo rifiuto si riferivano le allusioni
    del biglietto della principessa Tvrskaja;  ma ora,  nella speranza di
    vedere Vronskij, Anna aveva deciso di andare.
    Giunse dalla principessa prima degli altri invitati.
    Mentre  lei  entrava,  stava arrivando anche il domestico di Vronskij,
    dalle fedine accuratamente pettinate,  che lo facevano rassomigliare a
    un  ciambellano  di  Corte.  Egli  si ferm sulla porta e,  toltosi il
    berretto,  le cedette il passo.  Anna lo riconobbe e soltanto a questo
    punto  si  ricord che il giorno prima Vronskij le aveva detto che non
    sarebbe venuto e pens che, probabilmente per scusarsi, mandava ora un
    biglietto.
    Mentre si toglieva il mantello in anticamera,  ud che  il  domestico,
    che pronunziava persino la erre alla maniera dei ciambellani,  diceva:
    Da parte del  conte  alla  principessa,  e  lo  vide  consegnare  il
    biglietto.
    Fu  tentata  di  chiedergli  dov'era il suo padrone,  e avrebbe voluto
    tornare a casa per dirgli di venirla a trovare, oppure di aspettarla a
    casa sua,  ma non si poteva fare n la prima,  n la  seconda,  n  la
    terza  cosa: gi si udiva il campanello che annunziava il suo arrivo e
    gi il domestico della principessa Tvrskaja,  rigido di  fianco  alla
    porta aperta, aspettava che lei entrasse nell'appartamento.
    -  La  principessa    in  giardino:  vi annunzieranno subito.  Volete
    favorire in giardino?  -  chiese  un  secondo  domestico  in  un'altra
    stanza.
    La  situazione di incertezza e di indecisione,  che la turbava a casa,
    perdurava anche l,  aggravata  forse  dall'impossibilit  in  cui  si
    trovava di intraprendere qualsiasi cosa; non poteva vedere Vronskij ed
    era  costretta a restare l,  in una compagnia di persone che le erano
    assolutamente estranee e che si trovavano in condizioni di spirito ben
    lontane dal suo stato d'animo.  Ma indossava un vestito che le stava a
    meraviglia (ed ella lo sapeva) e poi le pareva di essere meno sola, in
    quell'abituale atmosfera di ozio solenne, e perci stava meglio l che
    a casa.  L, almeno, non doveva pensare a come passare il tempo, tutto
    si svolgeva spontaneamente...  Vide  Betsy  che  le  veniva  incontro,
    vestita  di un abito bianco che la colp per la sua eleganza.  Anna le
    sorrise,  come sempre.  La principessa Tvrskaja era  accompagnata  da
    Tuskevic'  e  da una giovinetta sua parente che,  con grande gioia dei
    genitori  provinciali,   trascorreva   l'estate   presso   la   famosa
    principessa.
    Nell'espressione  di Anna c'era evidentemente qualcosa di particolare,
    perch Betsy lo not subito.
    - Ho  dormito  male  -  rispose  Anna,  guardando  con  attenzione  il
    domestico  che veniva loro incontro e,  secondo quanto ella supponeva,
    portava un biglietto di Vronskij.
    - Quanto sono contenta che siate venuta! - disse Betsy.  - Sono stanca
    e vorrei proprio sedermi a prendere una tazza di t prima che arrivino
    gli altri. Voi intanto - prosegu, rivolgendosi a Tuskevic' - potreste
    andare  con Mascia a provare il "croquet-ground" nel sito in cui hanno
    tagliato l'erba?  E noi faremo quattro chiacchiere da sole,  prendendo
    il t, "will have a cosy chat" (90), non  vero? - disse sorridendo ad
    Anna,   stringendole   la   mano,   nella  quale  essa  teneva  ancora
    l'ombrellino.
    - Tanto pi che non potr trattenermi a  lungo,  perch  devo  recarmi
    dalla  vecchia  Vred:  sono  cent'anni  che gliel'ho promesso - disse
    Anna,  per la quale la menzogna,  prima cos estranea alla sua natura,
    era  divenuta  non  solo  una cosa semplice e naturale in societ,  ma
    quasi un piacere.
    Perch avesse detto questo,  cui un attimo prima non pensava  neppure,
    non avrebbe saputo spiegarlo.  Solo la considerazione che Vronskij non
    sarebbe venuto e che le occorreva garantirsi la libert di cercare  di
    vederlo  in  qualche  modo  l'aveva spinta a trovare quella scusa;  ma
    perch avesse proprio parlato della vecchia Vred,  damigella d'onore,
    dalla  quale  doveva  andare  come da tanti altri,  non sapeva davvero
    spiegarselo.  Eppure accadde che non avrebbe potuto  escogitare  alcun
    mezzo pi scaltro per incontrarsi con Vronskij.
    -  No,  non  vi  lascer  andare  via  a nessun costo - rispose Betsy,
    scrutando attentamente il viso di Anna.  - Davvero dovrei  offendermi,
    se non vi volessi tanto bene;  pare quasi che abbiate paura che la mia
    compagnia possa compromettervi. Per piacere, servite il t nel salotto
    - disse,  strizzando come sempre gli occhi,  quando  si  rivolgeva  al
    domestico.
    Prese il biglietto dalle mani di lui e lo lesse.
    -  Aleksj  ci  ha  giocato  un  brutto  scherzo - disse in francese;-
    scrive che oggi non pu venire - continu con il tono pi  semplice  e
    naturale,  come  se non le fosse mai passato per la mente che Vronskij
    potesse avere per Anna una diversa importanza da quella  di  qualsiasi
    altro compagno di gioco.
    Anna sapeva che Betsy era al corrente di tutto,  ma, quando la sentiva
    parlare di Vronskij,  si convinceva per un momento che non ne  sapesse
    niente.
    -  Ah!  -  esclam  con  indifferenza,  come  se  la  notizia  non  la
    interessasse,  e continu sorridendo: - Come pu,  dunque,  la  vostra
    compagnia compromettere qualcuno?
    Questo  giocare con le parole per dissimulare un segreto esercitava su
    Anna un grande fascino,  e quello che la seduceva  non  era  tanto  la
    necessit  di tener nascosto il proprio segreto e neppure lo scopo per
    il quale si sforzava di farlo, quanto il procedimento in se stesso.
    - Non posso essere pi cattolica del papa - disse.  - Stremv  e  Liza
    Merklova  sono  il  fior  fiore  della  societ.  Del resto,  vengono
    ricevuti dappertutto e quanto a "me" - e accentu in modo  particolare
    quel  "me"    -    non  sono  mai  stata  n severa,  n intollerante.
    Semplicemente non ho il tempo di esserlo.
    - No, ma forse a voi secca incontrarvi con Stremv? Che si accapiglino
    pure in Consiglio lui e Aleksj Aleksndrovic'... a noi non interessa.
    Ma in societ  l'uomo pi amabile che io conosca  e  un  appassionato
    giocatore  di  "croquet".  Del  resto,  giudicate  voi  stessa,  come,
    nonostante la sua ridicola posizione di vecchio  innamorato  di  Liza,
    sappia cavarsela con molto spirito. Conoscete Saf Stoltz? E' l'ultimo
    grido dell'eleganza e della novit!
    Betsy continuava a chiacchierare e intanto,  dal suo sguardo allegro e
    intelligente,  Anna  sentiva  che  l'amica  capiva  in  parte  la  sua
    situazione  e  stava  architettando  qualche cosa.  Erano entrambe nel
    salottino.
    - Suvvia,  bisogna rispondere a Vronskij - disse Betsy,  sedendosi  al
    tavolino.  Tracci  alcune  righe  in  un  biglietto che infil in una
    busta. - Gli ho detto che venga a pranzo,  perch altrimenti una delle
    mie  invitate  rimane  senza cavaliere.  Leggete il biglietto: vi pare
    abbastanza persuasivo?  Scusatemi,  vi lasci per un momento.  Intanto
    voi,  per favore,  sigillate la busta - disse dalla porta. - Devo dare
    qualche disposizione.
    Senza esitare un attimo,  Anna prese il posto di Betsy allo  scrittoio
    e,  senza leggere il biglietto di lei,  aggiunse: Mi  indispensabile
    vedervi.  Trovatevi nel giardino  della  Vred.  Sar  l  alle  sei.
    Sigill la busta e Betsy,  che nel frattempo era tornata,  la consegn
    in sua presenza al domestico.
    Mentre sorseggiavano il t,  servito loro su un tavolino-vassoio,  nel
    piccolo,  fresco  salotto,  le  due  donne chiacchierarono con comodo,
    prima che giungessero gli invitati, come aveva promesso la principessa
    Tvrskaja.   Malignarono  su  coloro  che  dovevano  arrivare,   e  la
    conversazione si ferm su Liza Merklova.
    - E' molto graziosa e mi  sempre stata assai simpatica! - disse Anna.
    - E avete ragione di volerle bene, perch va pazza per voi. Ieri mi si
      avvicinata dopo le corse ed era disperata per non essere riuscita a
    trovarvi. Dice che siete una vera eroina da romanzo e che, se fosse un
    uomo, farebbe pazzie per voi. Ma, quanto a pazzie,  a sentire Stremv,
    ne fa ugualmente...
    - Spiegatemi, per piacere, una cosa che non sono mai riuscita a capire
    -  disse  Anna,  dopo aver taciuto per un certo tempo e con un tono di
    voce che voleva chiaramente dimostrare che la domanda  che  stava  per
    fare era per lei pi importante di quanto potesse sembrare.  - Ditemi,
    per piacere,  quali sono i rapporti tra Liza e il principe Kaluziskij,
    quel Miska? Li ho frequentati poco. Che c' tra di loro?
    Betsy sorrise con gli occhi e scrut attentamente Anna.
    -  E'  un genere nuovo - disse - che tutti adottano.  Hanno buttato le
    cuffie dietro i mulini! (91)... Ma c' modo e modo di buttarle...
    - S, ma quali sono le sue relazioni con Kaluziskij?
    E Betsy scoppi inaspettatamente in una allegra, irrefrenabile risata,
    cosa che le accadeva assai raramente.
    - Voi invadete il campo della principessa Mjgkaja.  La vostra    una
    domanda  da  "enfant  terrible"  - e Betsy,  non potendosi trattenere,
    sbott di nuovo in quel riso contagioso delle persone  che  ridono  di
    rado  .  -  Bisogna  chiederlo a loro!  - concluse,  ridendo sino alle
    lacrime.
    - Gi,  voi ridete - disse Anna,  pur essa contagiata,  senza volerlo,
    dall'ilarit  dell'amica  - ma io non sono mai riuscita a capire quale
    sia, in questa storia, la parte del marito.
    - La parte del marito? Il marito di Liza Merklova le porta il "plaid"
    ed  sempre pronto a servirla. Che cosa poi ci sia veramente in questa
    faccenda,  nessuno vuole saperlo.  Nella  buona  societ,  vedete,  si
    ostenta  di  non  parlare  e  di  non  pensare a certi particolari del
    vestiario... cos, a mio parere, anche per queste cose...
    - Ci sarete al ballo dei Rolandaki?  - domand Anna tanto per cambiare
    discorso.
    -  Non  credo  - rispose Betsy e,  senza guardare l'amica,  cominci a
    versare nelle tazzine trasparenti il t profumato;  poi,  dopo  averne
    offerta  una  ad  Anna,  tir fuori una sigaretta e,  infilatala in un
    bocchino d'argento,  cominci a fumare.  - Vedete?  Io mi trovo in una
    situazione felice - prese a dire smettendo di ridere e portandosi alla
    bocca  la  tazzina del t.  Capisco voi e capisco Liza.  Liza  una di
    quelle  creature  ingenue  che,  come  i  bambini,  non  afferrano  la
    differenza tra il male e il bene.  Per lo meno non lo afferrava quando
    era molto giovane.  Ora si rende conto  che  questa  ingenuit  le  si
    addice  a  meraviglia  e  affetta di non capire - disse Betsy,  con un
    malizioso sorriso. - Una stessa cosa,  vedete,  pu essere considerata
    da  due  punti di vista diversi,  o tragicamente,  e allora diventa un
    dolore;  oppure placidamente,  e allora pu assumere l'aspetto  di  un
    argomento  allegro.  Per  quanto riguarda voi,  avete forse tendenza a
    vedere le cose dal lato tragico!
    - Ah, come vorrei conoscere le altre come conosco me stessa! - esclam
    Anna in tono serio e pensoso. - Sono migliore o peggiore?  Secondo me,
    sono peggiore.
    - "Enfant terrible! Enfant terrible!" - ripet Betsy. - Ma ecco i miei
    invitati che arrivano...


    CAPITOLO 18.

    Risonarono  alcuni  passi  e  una  voce  di uomo,  poi si udirono voci
    femminili e qualche risata; subito dopo entrarono gli attesi invitati:
    Saf Stoltz,  accompagnata da un giovanotto  che  pareva  il  ritratto
    della salute, chiamato Vaska. Era evidente che un sostanzioso regime a
    base  di  bistecche  al  sangue,  di tartufi e di vino di Borgogna gli
    aveva conferito quell'aspetto di indubbia prosperit. Vaska si inchin
    alle signore, guardandole di sfuggita,  ed entr in salotto,  seguendo
    Saf da vicino,  tanto da sembrare legato a lei,  e non le distoglieva
    di dosso due  occhi  ardenti  che  pareva  volessero  divorarla.  Saf
    Stoltz,  una graziosa bionda dagli occhi neri, entr a piccoli, rapidi
    passi,  facendo risonare gli alti tacchi delle scarpette e  diede  una
    maschia, vigorosa stretta di mano alle signore.
    Anna,  che non aveva ancora avuto occasione di incontrare la celebrit
    del  momento,  fu  colpita  dalla  bellezza,  dall'eccentricit  della
    toeletta e dall'arditezza delle sue maniere.
    Un  vero  "chafaudage"  (92) di capelli (suoi e di altre) di un tenue
    color oro troneggiava sulla sua testa,  che uguagliava  in  volume  il
    busto   armoniosamente   prominente   e  inguainato  in  un  giubbetto
    scollatissimo. Lo slancio in avanti dei suoi movimenti era tale che, a
    ognuno di essi,  si  delineavano  sotto  il  vestito  le  forme  delle
    ginocchia  e  della  parte  superiore delle gambe,  e veniva spontaneo
    chiedersi dove, in quella ben costruita e oscillante montagna, finisse
    realmente il piccolo corpo snello,  cos  scoperto  di  sopra  e  cos
    nascosto di dietro e di sotto.
    Betsy si affrett a presentarla ad Anna.
    - Figuratevi che per poco non schiacciavamo due soldati - prese subito
    a  raccontare  la  Stoltz,  sorridendo e strizzando gli occhi,  mentre
    spingeva indietro con il piede lo strascico che al primo momento aveva
    gettato troppo di lato. - Ero in carrozza con Vaska... Ah,  ma voi non
    vi  conoscete!  -  E,  pronunziato il cognome,  present il giovanotto
    arrossendo e ridendo sonoramente del proprio sbaglio,  ossia di averlo
    chiamato Vaska con una persona che non lo conosceva.
    Vaska si inchin ancora una volta ad Anna,  ma non le disse nulla.  Si
    rivolse a Saf:
    - Avete perduto la scommessa!  Siamo arrivati primi...  e ora pagate -
    disse, sorridendo.
    Saf si mise a ridere ancora pi allegramente e rispose:
    - Non adesso, per...
    - Non importa, incasser pi tardi!
    -  D'accordo.  Ah!  - esclam all'improvviso,  rivolta alla padrona di
    casa - sono proprio brava...  Me n'ero dimenticata: vi ho  portato  un
    ospite: eccolo!
    Il  giovane  ospite  inatteso,  condotto  da  Saf  e  che  essa aveva
    dimenticato di  presentare,  era  tuttavia  di  tale  importanza  che,
    nonostante  la  sua  giovinezza,   le  due  signore  si  alzarono  per
    salutarlo.
    Era il nuovo ammiratore di Saf e ora, seguendo l'esempio di Vaska, le
    stava sempre alle calcagna.
    Ben presto giunsero  il  principe  Kaluziskij  e  Liza  Merklova,  in
    compagnia di Stremv.  Liza Merklova era una brunetta magra,  di tipo
    orientale,  dall'aria indolente,  con due occhi  incantevoli  e,  come
    dicevano  tutti,  impenetrabili.  L'abito scuro che indossava (Anna lo
    not subito e  lo  apprezz)  era  in  perfetta  armonia  con  la  sua
    bellezza.  Liza  era  morbida  e  flessuosa,  quanto Saf era decisa e
    vivace.
    Ma Liza,  per i  gusti  di  Anna,  era  molto  pi  attraente.  Betsy,
    parlandole di Liza, le aveva detto che posava a ingenua fanciulla, ma,
    quando Anna la vide,  si rese conto che non era affatto cos. Liza era
    una vera donna incosciente, corrotta,  ma cara e mite.  In verit,  il
    suo  modo di comportarsi non era diverso da quello di Saf: al pari di
    questa, era anche lei seguita da due ammiratori, uno vecchio e l'altro
    giovane,  che la divoravano con lo sguardo,  ma in lei vi era qualcosa
    che indicava la sua superiorit su ci che la circondava; in lei c'era
    quel  fulgore  di purezza che distingue un diamante vero da uno falso,
    fulgore  che  splendeva  nei  suoi  occhi  incantevoli   e   veramente
    impenetrabili.  Lo sguardo stanco, e a un tempo appassionato di quegli
    occhi cerchiati di nero,  colpiva  per  la  sua  assoluta  franchezza.
    Chiunque  l'avesse  guardata  a  fondo  in quegli occhi avrebbe potuto
    credere di conoscerla intimamente,  e conoscerla  significava  amarla.
    Alla vista di Anna, il suo volto si illumin di un radioso sorriso.
    - Ah,  come sono contenta di vedervi!  - disse, avvicinandosi a lei. -
    Ieri alle corse siete andata via proprio quando  volevo  raggiungervi.
    Desideravo  tanto  vedervi,  ieri...  Non   vero che  stata una cosa
    orribile?  - disse,  fissando Anna con quel  suo  sguardo  che  pareva
    volesse discoprirle tutta l'anima.
    - S, ma non avrei mai creduto che quello spettacolo potesse procurare
    tanta emozione! - rispose Anna, arrossendo.
    In quel momento, tutti si alzarono per andare in giardino.
    - Io non ci vado - disse Liza,  sorridendo e sedendosi vicino ad Anna.
    - Non ci andate neppur voi, vero? Che gusto si pu provare nel giocare
    a "croquet"?
    - Be', a me piace molto - dichiar Anna.
    - Ditemi, come fate voi a non annoiarvi?  Basta guardarvi per sentirsi
    lieti. Voi vivete, mentre io mi annoio.
    -  Come?  Vi  annoiate?  Ma  com'  possibile  se nella vostra casa si
    riunisce la pi allegra compagnia di Pietroburgo? - domand Anna.
    - Pu darsi che in altre compagnie sia ancor peggio...  ma,  per conto
    mio almeno, invece di divertirmi, mi annoio a morte.
    Saf  accese  una sigaretta e,  seguita dai suoi fedeli corteggiatori,
    and in giardino. Betsy e Stremv rimasero per prendere il t.
    - Ma come mai vi annoiate?  - chiese Betsy.  - Saf ha detto che  ieri
    sera, da voi, si sono divertiti un mondo!
    - Se sapeste che malinconia...  - rispose Liza.  - Dopo le corse siamo
    andati tutti a casa mia: sempre le stesse persone,  sempre  le  stesse
    cose,  gli  stessi  discorsi...  Abbiamo  passato la serata seduti sui
    divani: ve lo immaginate il divertimento?  Ma voi,  ditemi,  come fate
    per  non  annoiarvi?  -  e  si  rivolse  nuovamente  ad Anna.  - Basta
    guardarvi, per dire: Questa donna pu,  come tutti gli altri,  essere
    felice  o  infelice,  ma  una  cosa    certa,  che non si annoia....
    Insegnatemi come fate!
    - Non faccio  nulla  -  rispose  Anna,  arrossendo  a  quella  domanda
    insistente.
    - Ed  questo appunto il miglior modo - interloqu Stremv.
    Stremv,  un uomo sulla cinquantina, gi brizzolato, ancor fresco, era
    assai brutto,  ma  aveva  un  viso  espressivo  e  intelligente.  Liza
    Merklova  era  una  nipote  di  sua  moglie,  ed  egli trascorreva in
    compagnia di lei tutte le sue ore libere. Quando incontrava in societ
    Anna Karnina,  pur essendo,  per ragioni di  ufficio,  avversario  di
    Aleksj  Aleksndrovic',  da  uomo  di  mondo e intelligente qual'era,
    cercava di essere con lei particolarmente gentile.
    - In nessun modo - ripet, con un fine sorriso; -  il mezzo migliore,
    e io vi sto dicendo da un pezzo - continu rivolto a Liza Merklova  -
    che,  per  non annoiarsi,  il mezzo pi sicuro  quello di non pensare
    che ci si possa  annoiare...  Allo  stesso  modo  che,  se  si  soffre
    d'insonnia,  non  bisogna  aver paura di non riuscire a dormire.  Ed 
    appunto quello che vi ha detto poco fa Anna Arkdevna.
    - Sarei davvero contenta di aver  detto  questo  perch,  non  solo  
    intelligente, ma assolutamente vero - disse Anna, sorridendo.
    - Gi, ma spiegatemi perch  tanto difficile dormire e non annoiarsi?
    -  Per  dormire  bisogna  lavorare  e  altrettanto  bisogna  fare  per
    divertirsi.
    - Perch dovrei lavorare dal momento che il mio lavoro non   utile  a
    nessuno?  Devo dunque fingere?  Ma,  quanto a fingere, non posso e non
    voglio.
    - Siete incorreggibile - disse Stremv, senza guardarla; e di nuovo si
    rivolse ad Anna.
    Avendo raramente occasione di incontrarla,  non poteva dirle altro che
    banalit:  le  parl  del suo ritorno a Pietroburgo,  dell'affetto che
    aveva per lei Ldija Ivnovna,  con un'espressione che dimostrava come
    desiderasse  sinceramente  di esserle simpatico e di darle prova della
    propria deferente stima.
    Entr Tuskevic' e avvert che la compagnia aspettava i giocatori.
    - No,  non lasciateci,  ve ne prego -  disse  Liza  Merklova,  avendo
    saputo che Anna intendeva andarsene. Stremv si un a lei.
    -  Il contrasto  troppo grande tra la nostra compagnia e quella della
    signora Vred - osserv.  - E poi voi sareste per lei un pretesto alla
    maldicenza,   mentre   qui   la  vostra  presenza  suscita  ben  altri
    sentimenti...
    Anna  rimase  per  un  istante  indecisa.  Le  parole  lusinghiere  di
    quell'uomo   intelligente,   l'ingenua  simpatia  di  Liza  Merklova,
    quell'ambiente mondano che le era abituale e in cui si trovava cos  a
    suo agio,  le sembravano cose tanto semplici a paragone di quelle cos
    penose che l'aspettavano,  che si domand per un minuto se rimanere l
    e rimandare ancora il doloroso momento della spiegazione. Ma subito si
    ricord  di  quello  che l'attendeva a casa quando fosse rimasta sola,
    qualora non avesse preso alcuna  decisione;  si  rivide  nell'atto  di
    quando  si era presa per i capelli con tutt'e due le mani,  si scus e
    and via, dopo aver salutato tutti.


    CAPITOLO 19.

    Vronskij,  nonostante la sua vita mondana,  apparentemente  frivola  e
    leggera,  era un uomo che odiava il disordine.  Ancora giovane, quando
    era nel Corpo dei Paggi,  essendosi messo una volta nei pasticci,  era
    stato  costretto  a  subire  l'umiliazione  di  un  rifiuto  alla  sua
    richiesta di un prestito, e da allora aveva sempre evitato di trovarsi
    in una situazione del genere.
    Per essere sempre sicuro che i suoi affari fossero a posto,  quattro o
    cinque volte all'anno si isolava, metteva ordine nei conti e faceva un
    po' di bilancio, una specie di bucato, come diceva lui.
    Il giorno dopo le corse, Vronskij si svegli tardi e, senza radersi n
    fare  il  bagno,  indoss  la  veste da camera e,  disposti sul tavolo
    soldi,  conti e lettere,  si mise  al  lavoro.  Petrickij  sapeva  per
    esperienza  che  in  simili momenti l'amico era piuttosto irritabile e
    perci quando, svegliatosi,  l'ebbe scorto davanti al tavolo,  immerso
    nei conti, si vest in silenzio e usc per non disturbarlo.
    Ogni uomo,  nella cui esistenza ci siano delle complicazioni, pensa di
    essere l'unico a doverle affrontare e risolvere,  e non considera  che
    anche  gli  altri  sono esposti a preoccupazioni altrettanto complesse
    delle sue.  Cos pensava anche  Vronskij  che,  con  intimo  senso  di
    orgoglio,  e  non  senza ragione,  si diceva che chiunque altro al suo
    posto si sarebbe da tempo messo in chiss quali  pasticci,  dai  quali
    non  sarebbe  riuscito  a districarsi se non in maniera poco corretta.
    Sentiva tuttavia che il momento era  opportuno  per  fare  i  conti  e
    mettere  bene  in  chiaro  la  sua posizione,  per non trovarsi poi in
    difficolt.
    La prima faccenda a cui Vronskij si accinse,  come la pi  facile,  fu
    quella riguardante il denaro. Con la sua minuta calligrafia trascrisse
    sopra  un  foglio di carta da lettere tutto quello di cui era debitore
    e,   tirate  le  somme,   trov  che  il  debito  era  costituito   da
    diciassettemila  rubli,  oltre  a qualche altro centinaio che trascur
    per fare cifra tonda. Dopo aver fatto, nella parte opposta del foglio,
    il conto del denaro liquido che aveva e di quello che si  trovava  nei
    libretti bancari,  si accert di poter disporre,  in quel momento,  di
    milleottocento rubli,  con la sicurezza che,  sino al nuovo anno,  non
    erano prevedibili altre entrate. Rifatto il conto dei debiti, Vronskij
    lo  ricopi,  dividendolo  in  tre  categorie: nella prima segn i pi
    urgenti,  quelli che bisognava pagare immediatamente  e  per  i  quali
    occorreva  tener  pronto  il  denaro  affinch,  in  caso di eventuale
    richiesta,  il pagamento  non  fosse  differito  di  un  solo  minuto.
    L'ammontare  di tali debiti era di circa quattromila rubli,  dei quali
    millecinquecento per il cavallo e duemilacinquecento,  di cui  si  era
    fatto  garante  per  il giovane collega Venevskij che,  in presenza di
    Vronskij,  aveva perduto quella somma giocando con un  baro.  Vronskij
    avrebbe voluto, sin da allora, dare i soldi (in quel momento disponeva
    della  somma necessaria),  ma Venevskij e Jasvin avevano insistito per
    pagar loro la cifra e non Vronskij, il quale non aveva giocato.  Tutto
    questo era bellissimo, ma Vronskij sapeva che in quello sporco affare,
    a  cui egli aveva preso parte solamente con l'assumere sulla parola la
    garanzia  di  Venevskij,  gli  era  indispensabile  aver  pronti  quei
    duemilacinquecento rubli per poterli gettare in faccia al baro, che li
    aveva  scroccati,  e  in  pari tempo sbarazzarsi di lui.  Quindi,  per
    questa prima categoria,  la pi urgente,  gli occorrevano  quattromila
    rubli.  I debiti della seconda categoria,  meno importanti, salivano a
    ottomila rubli: riguardavano prevalentemente la scuderia da corsa,  la
    fornitura di fieno e di avena,  lo stipendio all'inglese, il conto del
    sellaio e cos  via.  Per  questo  debito  bisognava  sborsare  subito
    duemila rubli per essere completamente tranquillo.  L'ultima categoria
    di  debiti  comprendeva  le  note  dei  fornitori,  del  sarto,  degli
    alberghi,  ma di questi non c'era da preoccuparsi. In conclusione, gli
    occorrevano   seimila   rubli,   mentre   egli   ne   aveva   soltanto
    milleottocento.  Per  un  uomo,  al quale si attribuiva una rendita di
    centomila rubli (a tanto la gente faceva ammontare  il  patrimonio  di
    Vronskij   ),   una   somma  del  genere  non  doveva  essere  affatto
    preoccupante, ma, purtroppo, le cose erano ben diverse, e Vronskij era
    assai lontano dal possedere quei centomila rubli. Il grosso patrimonio
    paterno, che da solo rendeva sino a duecentomila rubli l'anno, non era
    stato diviso tra i due fratelli. Quando il maggiore, carico di debiti,
    aveva sposato la principessa Vrija Crkova,  figlia di un decabrista,
    senza  un  soldo  di  dote,  Aleksj aveva ceduto al fratello l'intero
    reddito dei possedimenti paterni,  riservandosi su  di  esso  soltanto
    venticinquemila  rubli l'anno.  Aleksj aveva detto allora al fratello
    che tale cifra gli sarebbe bastata sino  a  quando  non  avesse  preso
    moglie, il che, probabilmente non sarebbe avvenuto mai. E il fratello,
    che comandava un brillante reggimento e che si era appena sposato, non
    si sent di rifiutare quel regalo.  La madre,  per,  che possedeva un
    patrimonio personale,  dava ad Aleksj annualmente ventimila rubli  da
    aggiungere   ai   venticinquemila   pattuiti,   che  Aleksj  spendeva
    interamente.
    Negli ultimi tempi,  per,  la vecchia contessa,  irritata  contro  il
    figlio per la sua relazione e la sua partenza da Mosca,  aveva cessato
    di mandargli questi soldi, ed era per questo che Vronskij,  abituato a
    vivere  con  quarantacinquemila  rubli,  avendone  quell'anno ricevuti
    soltanto venticinquemila si trovava ora in  difficolt.  Per  uscirne,
    non  poteva certo rivolgersi alla madre.  Le ultime lettere di lei,  e
    specialmente   quella   giuntagli   il   giorno    prima,    l'avevano
    particolarmente irritato: in essa la madre gli diceva di essere pronta
    ad  aiutarlo in tutti i modi possibili per favorire il suo successo in
    societ  e  nella  carriera,   ma  non  per  condurre  una  vita   che
    scandalizzava la buona societ. L'intenzione della madre di ricattarlo
    lo  aveva offeso profondamente e l'aveva pi che mai raffreddato verso
    di lei.  E neppure poteva  rimangiarsi  la  generosa  offerta  che  lo
    impegnava con il fratello,  bench, nelle circostanze attuali, data la
    sua  relazione  con  la  Karnina,   si  rendesse  conto  che  la  sua
    magnanimit  era  stata  una  leggerezza  e che,  pur essendo scapolo,
    poteva darsi che gli occorressero tutti i centomila rubli di  rendita.
    Ma  impossibile  ritornare  indietro!  Gli  bastava  pensare solo alla
    moglie del fratello,  ricordare come quella cara e  dolce  Vrija  non
    mancasse  mai  di  cogliere  qualsiasi occasione favorevole per fargli
    capire che apprezzava e che non avrebbe mai dimenticato il  suo  gesto
    generoso,  per  rendersi  conto  che  non era possibile riprendersi la
    parola data!
    Ci gli pareva altrettanto impensabile  quanto  picchiare  una  donna,
    rubare  e  mentire.  Una  sola  cosa poteva fare e,  senza esitazioni,
    decise di attuarla: prendere a prestito da un usuraio diecimila rubli,
    cosa che non presentava alcuna difficolt,  diminuire le proprie spese
    e  vendere  i suoi cavalli da corsa.  Presa questa decisione,  scrisse
    subito un biglietto al signor Rolandaki,  il quale gli aveva  proposto
    di  acquistare  i  suoi  cavalli;  poi  mand  a  chiamare l'inglese e
    l'usuraio e distribu,  secondo i conti,  il denaro di cui  disponeva.
    Sistemati  cos i suoi affari,  scrisse poche fredde righe di risposta
    alla madre, prese dal portafogli tre biglietti di Anna, li rilesse, li
    bruci e,  ricordando la conversazione del giorno prima  con  lei,  si
    fece pensieroso.


    CAPITOLO 20.

    La  vita di Vronskij scorreva particolarmente felice,  si era composto
    per suo uso personale un codice di norme che stabilivano,  senza ombra
    di dubbio, ci che si doveva fare e ci che non si doveva fare. Questo
    codice,  in verit,  poneva assai poche condizioni ma, in compenso, le
    sue leggi erano cos chiaramente definite che Vronskij,  in  qualsiasi
    circostanza si trovasse, non aveva mai la minima indecisione su quanto
    doveva  esser  fatto.  Quel suo codice,  infatti,  gli prescriveva che
    bisognava pagare un giocatore senza scrupoli,  ma  non  l'obbligava  a
    pagare  un  sarto;  che  agli uomini non bisognava mentire,  ma che si
    poteva farlo con le donne; che non si doveva ingannare nessuno,  ma si
    poteva  ingannare un marito;  che non si potevano perdonare le offese,
    ma che si poteva offendere e cos via.  Tutte queste norme erano forse
    assurde,  contrarie alla morale, tuttavia erano fermamente stabilite e
    Vronskij, osservandole,  si sentiva sicuro e in diritto di camminare a
    testa alta.  Negli ultimi tempi,  per,  a proposito dei suoi rapporti
    con Anna,  Vronskij aveva cominciato a sentire che il suo  codice  non
    contemplava  in  pieno  tutte  le  circostanze  della  vita  e che per
    l'avvenire si presentavano difficolt e dubbi per  i  quali  egli  non
    avrebbe pi trovato un filo conduttore.
    I  suoi  rapporti  con  Anna  e con il marito di lei gli erano apparsi
    sinora semplici e naturali,  nettamente definiti dalle norme cui  egli
    si  atteneva.  Una  donna  onesta gli aveva donato il proprio amore ed
    egli l'amava;  quindi essa era per lui una donna degna  d'amore  e  di
    rispetto  pi  di una moglie legittima.  Si sarebbe fatto tagliare una
    mano prima  di  permettersi,  non  dico  una  parola,  ma  anche  solo
    un'allusione che potesse,  non gi offenderla,  ma anche semplicemente
    non dimostrarle quel rispetto sul quale pu contare una donna.
    Cos pure erano chiari i suoi rapporti con la societ.  Tutti potevano
    sapere,  sospettare, ma nessuno doveva permettersi di parlare. In caso
    contrario,  era pronto a costringere chi avesse parlato a tacere  e  a
    rispettare l'inesistente onore della donna che egli amava.
    Di fronte al marito,  poi, la situazione era ancora pi chiara: poich
    Anna l'amava,  Vronskij  riteneva  di  avere  su  di  lei  un  diritto
    incontestabile e considerava il marito un essere inutile e fastidioso.
    Sentiva,  certo, quanto fosse ridicola la situazione di quell'uomo, ma
    che poteva farci?  Un solo diritto gli riconosceva: quello di  esigere
    una  riparazione  con  le armi,  esigenza questa,  alla quale,  sin da
    allora, era disposto a sottomettersi.
    Negli ultimi tempi,  tuttavia,  erano sorti nuovi  legami  tra  lui  e
    l'amante,  la  cui  stessa  indeterminatezza non poteva non sbigottire
    Vronskij.  Soltanto il giorno prima Anna gli aveva rivelato di  essere
    incinta, ed egli aveva sentito che questa notizia e quello che Anna si
    aspettava  da  lui  esigevano qualcosa che non era pienamente definito
    nel suo codice personale.  In realt,  Vronskij era stato  preso  alla
    sprovvista  e  al  primo momento,  quando ella gli aveva confessato la
    propria condizione,  il  cuore  gli  aveva  suggerito  l'esigenza  che
    abbandonasse il marito.  Gliel'aveva detto,  ma ora, riflettendoci su,
    vedeva chiaramente che la realizzazione di quel voto non era pi  cos
    desiderabile  come  gli  era apparsa al primo momento;  non osava per
    confessarselo, temendo di agire in modo disonesto.
    Farle abbandonare il marito significa unire la sua vita alla mia.  Ma
    sono pronto a questo?  Come far a portarla via proprio adesso che non
    ho soldi? Supponiamo che in qualche modo possa procurarmene... ma come
    potr portarla via,  legato come sono al servizio?  Eppure,  se le  ho
    fatto  questa proposta,  devo essere pronto a procurarmi il denaro e a
    dare le dimissioni....
    Mentre rifletteva ed esaminava l'alternativa di dare le  dimissioni  o
    rimanere   in  servizio,   sentiva  risvegliarsi  in  cuore  un  altro
    sentimento segreto,  noto a lui solo,  sentimento che era forse il pi
    importante della sua vita.
    L'ambizione  era  stata  il  sogno  della  sua  infanzia  e  della sua
    giovinezza,  un sogno che egli non confessava nemmeno a se stesso,  ma
    che  era  cos  forte  da  lottare  anche  adesso nel suo cuore con la
    passione per Anna.  I suoi primi passi in societ e nel servizio erano
    stati  fortunati,  eppure  due  anni  prima  aveva commesso una grossa
    storditaggine.  Desiderando dimostrare la propria indipendenza,  aveva
    rifiutato l'avanzamento che gli era stato offerto,  nella speranza che
    tale rifiuto gli conferisse maggior  prestigio;  invece  era  riuscito
    soltanto  a  farsi  passare per un presuntuoso,  tanto che fu messo in
    disparte anche da coloro che si  erano  interessati  a  lui.  Creatasi
    cos,  volente  o  nolente,  la fama di uomo incurante della carriera,
    sosteneva la parte comportandosi in maniera fine e  intelligente;  non
    si  mostrava  incollerito  con  nessuno,  non  si  riteneva offeso,  e
    sembrava desiderare soltanto di essere lasciato in pace a godere della
    sua libert. In realt, invece, da un anno, cio da quando era tornato
    da Mosca,  aveva cessato di sentirsi cos beato,  rendendosi conto che
    quella  fama  di  uomo  indipendente che potrebbe tutto,  ma non vuole
    nulla,  cominciava a svanire a poco a poco,  che molti sostenevano che
    egli fosse in realt un inetto,  con il solo merito di essere un bravo
    e onesto ragazzo.  La sua relazione con la Karnina,  che aveva  fatto
    molto rumore e aveva attirato su di lui l'attenzione generale dandogli
    nuovo  lustro,  aveva  momentaneamente  chetato nel suo animo il tarlo
    dell'ambizione,  ma da una settimana questo tarlo si  era  risvegliato
    con  nuova forza.  Il suo amico d'infanzia e suo compagno al Corpo dei
    Paggi,  Serpuchovskij,  che  frequentava  in  societ  il  suo  stesso
    ambiente,  con il quale aveva rivaleggiato sia negli studi,  sia negli
    esercizi fisici, nelle avventure e nelle birichinate, era ritornato in
    quei giorni dall'Asia centrale,  dove aveva ricevuto due promozioni  e
    una  ricompensa  che,  raramente,  veniva  concessa  a  generali  cos
    giovani.
    Appena giunto a Pietroburgo,  si era cominciato a parlare di lui  come
    di  un  astro  di  prima grandezza che si stava levando all'orizzonte.
    Bench coetaneo di Vronskij e suo compagno di collegio, era generale e
    in attesa di una promozione a  una  carica  che  poteva  avere  grande
    influenza sugli affari di Stato,  mentre Vronskij, bench indipendente
    e brillante,  bench amato da  una  donna  incantevole,  era  tuttavia
    soltanto  un capitano,  al quale si concedeva di essere indipendente a
    suo piacere.
    Si capisce,  io non invidio e  non  posso  invidiare  Serpuchovskij,
    diceva  tra  di  s,  tuttavia  il suo avanzamento dimostra che basta
    aspettare il momento buono e che un uomo come me pu fare  rapidamente
    carriera.  Tre  anni  fa  era al punto in cui sono io.  Ora,  se do le
    dimissioni,  brucio le mie  navi,  se  resto  in  servizio  non  perdo
    nulla...  D'altra  parte,  non  mi  ha  detto lei stessa che non vuole
    cambiare la propria situazione? E io,  possedendo il suo amore,  posso
    forse invidiare Serpuchovskij?.
    Si alz dal tavolo e,  arricciandosi lentamente i baffi,  fece il giro
    del tavolo.  I suoi occhi brillavano di una luce particolare,  ed egli
    sentiva quella calma limpida e lieta che lo prendeva ogni volta che la
    propria situazione gli appariva sistemata.  Come gi dopo aver fatto i
    conti, poco prima, vedeva ora tutto netto e preciso. Si rase,  fece il
    bagno e, vestitosi accuratamente, usc.


    CAPITOLO 21.

    -  Ti  stavo  proprio  cercando.  Il  tuo  bucato  di  oggi  durato
    piuttosto a lungo, eh? - disse Petrickij. - Hai finito?
    -  Ho  finito  -  rispose  Vronskij,   con  lo  sguardo  sorridente  e
    arricciandosi  adagio  le  punte  dei  baffi,  come  se temesse che un
    movimento troppo rapido e  brusco  potesse  distruggere  l'ordine  che
    aveva messo nei suoi affari.
    - Dopo che hai fatto i conti, sembri appena uscito dal bagno - osserv
    Petrickij.  -  Vengo  per  incarico di Griska (cos chiamavano il loro
    comandante di reggimento); ti aspettano.
    Vronskij, senza rispondere,  guardava il compagno,  ma il suo pensiero
    era rivolto a tutt'altro.
    - Ah,  viene da casa sua questa musica? - domand, tendendo l'orecchio
    ai noti suoni di polche e di valzer che giungevano sino a lui.  -  Che
    stanno festeggiando?
    - L'arrivo di Serpuchovskij.
    - Ah! - esclam Vronskij. - Non lo sapevo.
    E i suoi occhi scintillarono di un pi vivo splendore.
    Dal  momento  che  aveva  deciso  con se stesso che era felice del suo
    amore e di avergli sacrificato ogni ambizione - o almeno dopo  essersi
    imposta  questa  parte  -  Vronskij  non poteva mostrarsi invidioso di
    Serpuchovskij,  n tenergli il broncio perch,  giunto al  reggimento,
    non era venuto subito a trovarlo.  Serpuchovskij era un buon amico, ed
    egli era contento di rivederlo.
    - Ah, ne sono felicissimo' - aggiunse.
    Il comandante del  reggimento,  Demin,  abitava  in  una  grande  casa
    signorile. Tutta la comitiva era riunita sull'ampia terrazza del piano
    terreno.  La  prima cosa che colp lo sguardo di Vronskij quando entr
    nel cortile, furono i cantori in uniforme estiva,  ritti accanto a una
    botticella di acquavite,  e la sana, allegra figura del comandante del
    reggimento,  circondato dagli ufficiali;  ritto sul primo gradino  del
    terrazzo,  dominando  con la sua potente voce l'orchestra che eseguiva
    una quadriglia di Offenbach,  egli stava impartendo ordini a un gruppo
    di soldati, riuniti in disparte. Altri soldati, parecchi sottufficiali
    e  marescialli,  si  avvicinarono  al  terrazzo,  contemporaneamente a
    Vronskij.  Ritornato alle tavole,  il comandante usc di  nuovo  sulla
    scalinata con una coppa in mano e pronunzi il brindisi:
    -  Alla  salute  del  nostro  antico  compagno,  il valoroso generale,
    principe Serpuchovskij! Urr!
    Serpuchovskij,  egli pure con una coppa  in  mano,  avanz  sorridendo
    dietro il comandante.
    - Tu diventi sempre pi giovane,  Bodarenko - disse, rivolgendosi a un
    gagliardo e rubicondo maresciallo,  il  quale  era  in  piedi  proprio
    davanti a lui.
    Vronskij non vedeva Serpuchovskij da tre anni.  Con le fedine,  che si
    era lasciate crescere,  aveva un aspetto pi marziale,  ma era  snello
    come prima, e come prima colpiva non tanto per la sua bellezza, quanto
    per  la  dolcezza  del  volto  e  la  nobilt  della  figura.  L'unico
    cambiamento che Vronskij not in lui  fu  quell'espressione  serena  e
    luminosa  che si fissa sul viso delle persone che hanno successo e che
    del   loro   successo   si   sentono   sicure.    Vronskij   conosceva
    quell'espressione e la not subito sul viso dell'amico.
    Mentre scendeva la scala, Serpuchovskij vide Vronskij, e un sorriso di
    gioia  gli  illumin il volto;  fece con il capo un cenno all'amico e,
    alzando la coppa, gli mand un saluto,  volendo fargli cos capire che
    doveva   prima   avvicinarsi  al  maresciallo,   il  quale,   immobile
    sull'attenti, si preparava gi a ricevere l'abbraccio di rito.
    - Ah, ecco qui anche lui! - esclam il comandante. - E Jasvin mi aveva
    detto che eri di umor nero...
    Serpuchovskij baci il maresciallo  sulle  fresche,  umide  labbra  e,
    tergendosi la bocca con il fazzoletto, si avvicin a Vronskij.
    - Come sono contento!  - esclam, stringendogli la mano e tirandolo in
    disparte.
    - Occupatevi  di  lui  -  grid  il  comandante  a  Jasvin,  indicando
    Vronskij, e scese gi dai soldati.
    -  Perch non sei venuto ieri alle corse?  Speravo di incontrarti l -
    disse Vronskij, guardando Serpuchovskij.
    -  Ci  sono  andato,  ma  tardi:  scusami...  -  aggiunse  e,  rivolto
    all'aiutante  di  campo,   gli  disse:  -  Per  favore,   ordinate  di
    distribuire questo tra i soldati.
    E, arrossendo,  trasse frettolosamente dal portafogli tre banconote da
    cento rubli.
    -  Vronskij,  vuoi  mangiare o bere qualcosa?  - domand Jasvin.  Ehi,
    porta qui al conte qualcosa da mangiare. E tu, intanto, bevi!
    La festa in casa del comandante si prolung assai e si bevve molto.
    Serpuchovskij  e  il  comandante  furono  portati  in   trionfo;   poi
    quest'ultimo in persona ball con Petrickij davanti ai cantori; infine
    il comandante, sentendosi un po' stanco, and a sedersi su una panca e
    cominci  a  dimostrare  a  Jasvin  la  superiorit della Russia sulla
    Prussia, specialmente nell'attacco di cavalleria, e la baldoria per un
    momento si calm.
    Serpuchovskij, entrato in casa, and alla toeletta per lavarsi le mani
    e l incontr Vronskij che,  toltasi l'uniforme estiva,  si frizionava
    con le mani, sotto il getto dell'acqua, il collo e la testa. Terminata
    l'abluzione,   Vronskij  si  sedette  vicino  a  Serpuchovskij  su  un
    divanetto, e tra loro ebbe inizio una conversazione assai interessante
    per entrambi.
    - Sapevo tutto di te attraverso mia moglie -  disse  Serpuchovskij.  -
    Sono lieto che tu l'abbia vista spesso.
    -  E'  amica di Vrija e sono le uniche donne di Pietroburgo che mi fa
    piacere incontrare - rispose  Vronskij  sorridendo.  Sorrideva  perch
    prevedeva il tema su cui si sarebbe svolta la conversazione, e ci gli
    faceva piacere.
    - Le uniche? - domand Serpuchovskij, sorridendo a sua volta.
    - E anch'io sapevo di te, ma non soltanto attraverso tua moglie- disse
    Vronskij,  tagliando  corto a quell'allusione.  - Sono felicissimo del
    tuo successo,  ma per nulla sorpreso.  Da te mi sarei atteso anche  di
    pi.
    Serpuchovskij   sorrise.   Quest'opinione   su   di   lui  gli  faceva
    evidentemente piacere e non aveva alcuna intenzione di nasconderlo.
    - Al  contrario,  lo  confesso  sinceramente,  ho  superato  ogni  mia
    speranza.  Ma  sono  contento,  molto  contento.  Tu  lo  sai che sono
    ambizioso:  il mio debole, e lo confesso.
    - Forse non  lo  confesseresti,  se  non  avessi  successo  -  osserv
    Vronskij.
    -  Non  credo  -  rispose  Serpuchovskij,  sorridendo di nuovo.  - Non
    arriver al  punto  di  dire  che  la  vita  non  abbia  valore  senza
    l'ambizione,  per riconosco che,  senza di essa,  sarebbe noiosa. Pu
    darsi che mi sbagli,  ma credo di possedere  speciali  attitudini  nel
    campo di attivit che ho scelto e credo che il potere,  qualunque esso
    sia,  star meglio nelle mie mani che in quelle di molte  persone  che
    conosco - disse ancora,  con la gioiosa consapevolezza del successo. -
    E perci, quanto pi mi ci avvicino, tanto pi sono contento.
    - Pu darsi che quello che dici sia vero per te,  ma  non  per  tutti.
    Anch'io,  un tempo, la pensavo cos; ma, vivendo, mi sono convinto che
    non merita vivere solo per questo - disse Vronskij
    - Ci siamo, ci siamo! - esclam Serpuchovskij, sorridendo. - Ti ho gi
    detto che avevo sentito parlare di te,  del tuo rifiuto...  Certamente
    ti ho approvato, ma c' modo e modo di fare le cose. E, se ritengo che
    il  tuo  gesto  in s sia stato buono,  non posso dire altrettanto del
    modo con cui l'hai fatto.
    - Quello che  fatto,  fatto,  e tu sai che io non rinnego mai le mie
    azioni. D'altra parte, mi trovo benissimo.
    -  Benissimo  per il momento.  Ma tu non ti accontenterai di questo...
    Non parlerei cos a tuo fratello...  un caro ragazzo,  proprio come il
    nostro anfitrione.  Ecco,  lo senti? - soggiunse, prestando orecchio a
    un  sonoro  urr!.  -  Anche  lui  si  diverte,   ma  a  te  occorre
    qualcos'altro.
    - Non dico di no.
    - E poi, non si tratta di questo; gli uomini come te sono necessari.
    - A chi?
    - A chi?  Alla societ.  La Russia ha bisogno di uomini, ha bisogno di
    un partito, altrimenti tutto andr a catafascio.
    - Cosa vorresti dire? Parli del partito di Brtenev contro i comunisti
    russi?
    - No, no... - disse Serpuchovskij,  facendo una smorfia di stizza,  al
    pensiero  di  essere sospettato di una simile sciocchezza.  - "Tout a
    est une blague" (93): le cose sono sempre state  cos  e  cos  sempre
    saranno.  In fondo,  non ci sono comunisti; ci sono uomini intriganti,
    che hanno bisogno di inventare un partito pericoloso,  nocivo.  E' una
    vecchia  storia...  Noi  abbiamo  bisogno  di  un  partito  di  uomini
    indipendenti, come te e come me.
    - Ma perch? - E a questo punto Vronskij fece il nome di alcuni uomini
    che detenevano il potere.  -  Perch  costoro  non  sarebbero  persone
    indipendenti?
    - Solo perch non hanno o non hanno avuto dalla nascita l'indipendenza
    che  d  la  ricchezza,  non hanno avuto la sorte di nascere vicino al
    sole come noi.  Sono uomini che si possono comperare con il  denaro  o
    con gli onori.  Per reggersi, hanno bisogno di inventare una tendenza!
    E cos si creano un'idea, una tendenza in cui essi stessi non credono,
    che fa del male;  ma  l'unico mezzo per ottenere dallo Stato una casa
    e uno stipendio.  "Cela n'est pas plus fin que a" (94),  quando vai a
    vedere nelle loro carte.  Pu darsi che io sia peggiore e pi  stupido
    di loro,  sebbene non ne veda il perch. Ma tu e io abbiamo certamente
    una  superiorit  enorme  sopra  questa  gente:  quella  cio  che   
    infinitamente  pi difficile comperarci.  E uomini simili sono pi che
    mai necessari.
    Vronskij ascoltava attentamente le parole dell'amico,  ma non tanto lo
    interessava  il  senso  delle  parole  stesse  quanto  l'atteggiamento
    mentale di Serpuchovskij,  il quale gi pensava di lottare  contro  il
    potere,  e  in  quel  mondo aveva gi le proprie simpatie e antipatie,
    mentre per Vronskij non esistevano interessi al di l  di  quelli  del
    suo  squadrone.  In  verit,  egli  riconosceva  in  Serpuchovskij una
    indubbia capacit di meditare sulle cose e di comprenderle, e ammirava
    la sua intelligenza e il dono della parola,  qualit che    difficile
    incontrare  nell'ambiente  in  cui viveva.  E,  per quanto ne provasse
    vergogna, non poteva fare a meno di essere un po' invidioso.
    - Comunque, per far ci, a me manca la qualit essenziale - rispose. -
    Mi manca il desiderio del potere.  C'era,  ma  passato nel  modo  pi
    assoluto.
    -  Scusami,  ma  permetti  che  ti  dica  che  non    vero  - ribatt
    Serpuchovskij con un sorriso.
    - E' vero,  vero! Almeno per il momento, se voglio essere sincero.
    - S,  che sia per il momento pu  darsi,  ma  "per  il  momento"  non
    significa sempre.
    - Forse.
    -  Tu  dici  "forse"  -  continu  Serpuchovskij  come intuendo il suo
    pensiero - ma io dico "certamente".  Del resto,   proprio per  questo
    che volevo vederti.  Tu hai agito come bisognava,  e io ti capisco, ma
    non devi intestarti.  Ti chiedo soltanto "carte blanche" (95).  Io non
    ti proteggo...  anche se mi chiedo: perch non dovrei farlo? Tu mi hai
    protetto tante volte!  Spero che la nostra amicizia sia al di sopra di
    queste  cose.   S  -  continu  con  una  tenerezza  quasi  femminea,
    sorridendogli, - dammi "carte blanche", esci dal reggimento e io ti...
    rimorchier senza che tu neppure te ne accorga...
    - Ma vuoi capire che io non ho bisogno di nulla,  all'infuori  di  una
    cosa: che tutto resti come  sempre stato?
    Serpuchovskij si alz e gli si piant davanti.
    -  Tu  hai detto che tutto resti com' sempre stato,  e io capisco ci
    che vuoi dire.  Ma ascoltami: noi siamo  coetanei  e,  forse,  tu  hai
    conosciuto  pi  donne di me...  - Il lieve sorriso e l'espressione di
    Serpuchovskij dicevano a Vronskij che non doveva temere nulla,  perch
    egli avrebbe toccato il tasto delicato con finezza e prudenza. - Ma io
    sono  sposato e credi che (come ha scritto qualcuno) se hai una moglie
    e le vuoi veramente bene,  conosci  meglio  le  donne  di  chi  ne  ha
    possedute migliaia...
    -  Veniamo  subito!  -  grid  Vronskij a un ufficiale che era entrato
    nella camera a chiamarli da parte del colonnello.
    Vronskij ora voleva ascoltare Serpuchovskij sino in  fondo  e  sentire
    che cosa avrebbe concluso.
    -  Ecco  la  mia  opinione.  Le donne sono il principale ostacolo alla
    carriera di un uomo.  E' difficile amare una  donna  e,  nello  stesso
    tempo, riuscire a concludere qualcosa. Per evitare questo, c' un solo
    mezzo:  il  matrimonio.  Come  potrei  dirti  meglio ci che penso?  -
    prosegu  Serpuchovskij  cui  piacevano  i  paragoni.   -   Aspetta...
    aspetta...  Vedi,  se  si  porta un fardello,  ci si pu servire delle
    proprie mani soltanto se il fardello  legato alla schiena;  lo stesso
    accade nel matrimonio.  Io non ho tardato ad accorgermene: a un tratto
    le mie mani si sono sentite libere.  Se,  invece,  ci si carica di  un
    peso  fuori del matrimonio,  le mani saranno cos impegnate che non ti
    sar possibile far nulla.  Guarda  Mazankv,  guarda  Krupov...  Hanno
    rovinato la loro carriera proprio per le donne!
    -  Ma  quali  donne!  -  esclam  Vronskij,  ricordando  la francese e
    l'attrice alle quali erano legati i due uomini.
    - Tanto peggio, poi,  se la donna ha una posizione elevata in societ.
    Allora  non si tratta pi di trascinare un fardello con le mani,  ma 
    come strapparlo a un altro.
    - Tu non hai mai amato!  - esclam Vronskij,  guardando davanti a s e
    pensando ad Anna.
    - Pu darsi.  Ma ricordati di quello che ti ho detto e ricordati anche
    che le donne,  tutte le donne,  sono  pi  realistiche  degli  uomini.
    Dell'amore  noi abbiamo un'altissima concezione;  la loro,  invece,  
    sempre terra terra.
    - Veniamo,  veniamo subito - esclam rivolgendosi a un  domestico  che
    entrava.  Questi,  per non veniva a chiamarli,  come egli credeva, ma
    portava un biglietto a Vronskij.
    - Per voi, da parte della principessa Tvrskaja.
    Vronskij apr la lettera e il suo volto si copr di rossore.
    - Mi duole la testa - disse a Serpuchovskij. - Vado a casa.
    - Va bene. Arrivederci, allora. Mi dai "carte blanche"?
    - Ne riparleremo dopo... Ti rivedr a Pietroburgo.


    CAPITOLO 22.

    Erano gi passate le cinque e, per non arrivare in ritardo e non usare
    i propri cavalli, che tutti conoscevano, Vronskij sal sulla vettura a
    nolo di Jasvin e ordin di correre il pi presto  possibile.  Era  una
    vecchia  vettura a quattro posti,  grandissima;  egli si sedette in un
    angolo, allung le gambe sul sedile anteriore e si mise a riflettere.
    Pensava vagamente alla sistemazione che aveva dato quella  mattina  ai
    propri   affari,   all'amicizia   e   alle   parole   lusinghiere   di
    Serpuchovskij,   che  gli  aveva  detto  di   considerarlo   un   uomo
    indispensabile,  all'appuntamento  vicino...  e tutto si confondeva in
    lui in una generale impressione di  felice  gioia  di  vivere.  Questa
    sensazione  era  cos forte che,  senza volerlo,  sorrise.  Abbass le
    gambe,  le incroci e tast l'elastico polpaccio  di  quella  che  era
    rimasta  contusa  il  giorno prima nella caduta;  poi,  riadagiandosi,
    respir varie volte a pieni polmoni.
    Com' bello,  com' bello vivere!,  disse tra s.  Gi  altre  volte
    aveva  provato  la  gioiosa  sensazione di esistere,  ma non aveva mai
    amato se stesso e il proprio corpo come in quel momento.  Gli dava  un
    sottile piacere quel leggero dolore che avvertiva nella gamba robusta,
    e  provava  persino  piacere  nel sentire il movimento dei muscoli del
    torace mentre respirava.  Quella fresca e limpida giornata di  agosto,
    che  aveva suscitato tanta angoscia in Anna,  a lui pareva eccitante e
    vivificante,  e rinfrescava il suo viso e  il  suo  collo,  riscaldati
    dalla  reazione alle abluzioni;  il profumo di brillantina che emanava
    dai suoi baffi gli riusciva particolarmente  piacevole  in  quell'aria
    fresca.  Tutto  ci  che  vedeva  attraverso  i  vetri della carrozza,
    immerso in quell'atmosfera dolce e pura,  in quella pallida  luce  del
    tramonto, gli procurava una sensazione di freschezza, di allegria e di
    forza,  simile a quella che sentiva dentro di s: e i tetti delle case
    sfolgoranti ai raggi del sole  cadente,  e  i  nitidi  contorni  degli
    steccati e degli angoli delle costruzioni,  e le figure dei passanti e
    delle carrozze che a tratti si incrociavano, e il verde immobile delle
    erbe e delle piante,  e i campi di patate con  i  solchi  regolarmente
    allineati  e  le ombre delle case,  dei cespugli e degli alberi che si
    allungavano obliquamente... tutto ci che lo circondava, insomma,  era
    bello  e  gli  pareva  l'opera meravigliosa,  appena terminata,  di un
    grande pittore.
    Pi  presto!  Pi  presto!  -  grid  al  cocchiere,  sporgendosi  dal
    finestrino  e,  toltasi di tasca una banconota da tre rubli,  la porse
    all'uomo che si era voltato a guardarlo.  La mano del cocchiere  tocc
    qualcosa  vicino  al  fanale,  fece schioccare la frusta e la carrozza
    rotol veloce sul liscio selciato.
    Non ho bisogno di nulla,  di nulla,  a eccezione di questa felicit,
    pensava  Vronskij,  guardando il pulsante di osso del campanello tra i
    due finestrini e  raffigurandosi  Anna  come  l'aveva  vista  l'ultima
    volta.  E pi il tempo passa,  pi l'amo.  Oh, ecco il giardino della
    villa Vred!  Dove  potr  essere?  Dove?  Perch  mi  ha  fissato  un
    appuntamento  qui  e  mi  ha  scritto nella lettera di Betsy?,  pens
    soltanto adesso;  ma ormai era tardi  per  pensare.  Fece  fermare  la
    carrozza  prima di giungere al viale e,  aperto lo sportello,  balz a
    terra e si avvi verso la casa.  Dapprima sul viale non vide  nessuno,
    ma,  voltatosi  a  guardare  a  destra,  scorse Anna.  Il suo viso era
    coperto da un velo,  ma egli con uno sguardo gioioso avvolse la figura
    di   lei  dall'andatura  cos  caratteristica  e  dal  movimento  cos
    particolare delle  spalle  e  della  testa.  Una  specie  di  corrente
    elettrica gli percorse il corpo... Una nuova energia si impadroniva di
    lui,  rendendo  pi  agili  i  movimenti delle gambe e pi profondo il
    respiro, che gli faceva fremere le labbra.
    Quando furono vicini, ella gli strinse con forza la mano.
    - Non sei in collera,  vero,  perch ti ho fatto venire  qui?  Ma  era
    assolutamente  necessario  che ti vedessi - disse;  e la piega seria e
    severa,  che le increspava le labbra e che Vronskij scorse  attraverso
    il velo, mut di colpo il suo buon umore.
    - In collera? Io? Ma dimmi, come mai sei venuta qui?
    - Questo non ha importanza - rispose Anna,  appoggiando il suo braccio
    su quello di lui. - Andiamo, ti devo parlare.
    Vronskij comprese che era accaduto qualcosa e che  quell'incontro  non
    gli  riservava nulla di gioioso.  In sua presenza,  egli non aveva pi
    volont propria: senza conoscere la causa dell'ansia di  lei,  sentiva
    che la stessa ansia si comunicava anche a lui.
    -  Ma  che  cosa  c'?  Che  accaduto?  - domandava e,  stringendo il
    braccio di Anna sotto il  suo,  si  sforz  di  leggerle  nel  viso  i
    pensieri.
    Ella  fece ancora alcuni passi senza parlare,  come per raccogliere le
    proprie forze; poi, a un tratto, si ferm.
    - Ieri non ti ho detto -  cominci  rapidamente  e  ansimando  -  che,
    tornando  a casa con Aleksj Aleksndrovic',  gli ho rivelato tutto...
    Gli ho detto che non posso pi essere sua moglie, che... insomma,  gli
    ho detto tutto!
    Egli  l'ascoltava,  con  tutto  il  corpo piegato verso di lei come se
    desiderasse,  con questo gesto,  alleviarle la pena della  confidenza;
    ma,  non  appena  ella  ebbe  pronunziato quelle parole,  si drizz di
    scatto e il suo viso assunse un'espressione fiera e decisa.
    - S,  s...   meglio,  mille volte  meglio!  Capisco  quanto  questa
    confessione ti debba essere costata... - le disse.
    Anna  non ascoltava le sue parole e cercava soltanto di leggere i suoi
    pensieri  dall'espressione  del  viso.   Non  poteva  immaginare   che
    l'espressione  di  Vronskij  si  riferisse alla prima idea che gli era
    venuta in mente: l'inevitabilit di un duello.  E  poich  ella,  sino
    allora, non aveva mai pensato a una simile eventualit, diede un'altra
    interpretazione  all'espressione  di  fuggevole seriet che si dipinse
    sul volto dell'amante.
    Dopo  aver  ricevuto  la  lettera  del  marito,  Anna  aveva  l'intima
    convinzione che tutto sarebbe rimasto come prima e che lei non avrebbe
    avuto  la forza di sacrificare la propria passione,  di abbandonare il
    figlio e di unirsi all'amante.  La mattina  trascorsa  in  casa  della
    principessa  Tvrskaja  l'aveva  ancora  pi confermata in quell'idea.
    Tuttavia l'incontro con Vronskij  aveva  per  lei  grande  importanza.
    Sperava  che  questo incontro avrebbe cambiato la loro situazione e li
    avrebbe salvati.  Se a  quella  notizia,  egli  le  avesse  detto  con
    decisione,   appassionatamente   e  senza  un  minuto  di  esitazione:
    Abbandona tutto e fuggi con me!,  ella avrebbe abbandonato il figlio
    e l'avrebbe seguito. Ma quella notizia, anzich produrre l'impressione
    che ella si aspettava, parve soltanto averlo offeso.
    - Non ho sofferto proprio niente.  La cosa  andata da s, come doveva
    - disse Anna, in tono irritato.  - Ed ecco...  - e porse a Vronskij la
    lettera del marito.
    - Capisco,  capisco...  - egli la interruppe,  per senza leggerla,  e
    cercando di calmare Anna.  - Il mio desiderio pi vivo era  uno  solo,
    quello  di  spezzare  questa situazione per dedicare alla tua felicit
    tutta la mia vita.
    -  A  che  scopo  mi  dici  questo?  Posso  forse  dubitarne?   Se  ne
    dubitassi...
    -  Chi  sta  venendo da questa parte?  - mormor a un tratto Vronskij,
    indicando due signore che si dirigevano alla loro volta.  - Pu  darsi
    che  ci  conoscano...  -  e  trascin  rapidamente Anna in un vialetto
    laterale.
    - Ah,  per me fa lo  stesso!  -  disse  Anna  con  le  labbra  che  le
    tremavano.  Parve a Vronskij che gli occhi di lei, attraverso il velo,
    lo guardassero con una strana espressione di odio.  - Non si tratta di
    questo,  di questo non posso dubitare. Ma leggi ci che mi scrive. - E
    si ferm di nuovo.
    Come al primo momento, di fronte alla notizia della rottura di lei con
    il marito, Vronskij, leggendo la lettera, si abbandon, senza volerlo,
    alla naturale impressione che provocava in lui il  pensiero  dei  suoi
    rapporti con il marito offeso; ora, mentre aveva la sua lettera tra le
    mani,   si  immaginava,   senza  volerlo,  la  sfida  che  considerava
    inevitabile e che probabilmente, quel giorno stesso, avrebbe trovato a
    casa,  e  persino  il  duello,  durante  il  quale,  con  la  medesima
    espressione fredda e orgogliosa che aveva anche adesso sul viso,  dopo
    aver scaricato la pistola in aria,  si sarebbe esposto allo sparo  del
    marito  offeso.  E,  a  questo punto,  si ricord all'improvviso delle
    parole di Serpuchovskij e gli tornarono pure i pensieri  del  mattino:
    non era meglio evitare di legarsi?  Ma sapeva che non poteva esprimere
    ad Anna un simile pensiero.
    Letta che ebbe la lettera,  alz lo sguardo su di  lei,  e  in  quello
    sguardo  non  brillava  alcuna luce di fermezza.  Anna cap subito che
    egli aveva gi riflettuto e sapeva che,  qualsiasi cosa egli le avesse
    detto,  non le avrebbe esposto interamente il proprio pensiero.  Sent
    allora che anche l'ultima speranza era perduta...  La sua  attesa  era
    delusa.
    - Vedi che razza di uomo ? - disse con voce tremante. - Egli...
    - Perdonami, ma io di questo sono contento - la interruppe Vronskij. -
    Per  amor  di Dio,  lasciami parlare - aggiunse,  supplicandola con lo
    sguardo di dargli il tempo di  spiegare  le  proprie  parole.  -  Sono
    felice perch  impossibile, come pare egli supponga, lasciare le cose
    cos come stanno.
    - Perch non  possibile? - profer Anna, trattenendo le lacrime e non
    attribuendo pi,  era chiaro, alcun significato a ci che egli avrebbe
    detto. Sentiva che la sua sorte era decisa.
    Vronskij voleva dire che,  dopo il duello,  secondo  lui  inevitabile,
    quello stato di cose non poteva continuare, ma disse altro.
    -  Le  cose  non  possono  pi  continuare  cos e spero che adesso lo
    lascerai.  Spero...  - e a questo punto si confuse e arross - che  mi
    permetterai  di  organizzare  e di pensare alla nostra vita.  Domani -
    prosegu, ma Anna non lo lasci finire.
    - E mio figlio?  - grid.  - Non  vedi  che  cosa  mi  scrive?  Dovrei
    lasciarglielo, e questo io non posso e non voglio farlo.
    - Ma,  in nome di Dio, che cosa  meglio decidere? Lasciare tuo figlio
    oppure continuare quest'esistenza umiliante?
    - Umiliante per chi?
    - Per tutti e due e, soprattutto, per te.
    - Tu dici umiliante? No, non devi dirlo. Queste parole non hanno alcun
    significato - mormor con voce tremante.
    In quel momento non voleva che egli dicesse una cosa non vera. Sentiva
    che, al di fuori dell'amore di lui,  non le rimaneva pi nulla,  e lei
    voleva amarlo.
    -  Non capisci,  dunque - prosegu - che per me,  dal giorno in cui ho
    cominciato ad amarti,  tutto  cambiato?  Per me esiste una cosa sola,
    il tuo amore e,  se esso  sempre mio, mi sento a una tale altezza che
    nulla mi pu raggiungere.  Sono fiera  della  mia  situazione  perch,
    perch...  -  ma  non  pot finire la frase.  Lacrime di vergogna e di
    disperazione le soffocarono la voce. Si ferm e scoppi in singhiozzi.
    Anche Vronskij sent qualcosa che gli saliva alla gola, che gli faceva
    il solletico al naso e,  per la prima volta nella vita,  si sent  sul
    punto  di  piangere.  Non avrebbe saputo dire che cosa precisamente lo
    intenerisse tanto: aveva  piet  di  lei  e  sentiva  che  non  poteva
    aiutarla, ma nello stesso tempo si rendeva conto di essere lui la sola
    causa dell'infelicit di Anna, di aver compiuto una cattiva azione.
    - Non  forse possibile il divorzio? - domand a voce sommessa.
    Senza rispondere, Anna scosse la testa.
    - E non potresti - disse Vronskij - tenerti tuo figlio e lasciare lui?
    - Certo,  ma questo dipende da lui. Per ora non mi resta che tornare a
    casa sua - rispose seccamente.
    Il suo presentimento,  che  tutto  sarebbe  rimasto  come  prima,  non
    l'aveva ingannata.
    - Marted sar a Pietroburgo e tutto si risolver.
    - Sta bene - rispose Anna - ma ora non parliamone pi.
    La carrozza,  da lei rimandata con l'ordine di venirla a riprendere al
    cancello del giardino della Vred,  si accost.  Anna  disse  addio  a
    Vronskij e torn a casa.


    CAPITOLO 23.

    La Commissione del 2 giugno,  di solito, si riuniva al luned. Aleksj
    Aleksndrovic' entr nella sala della riunione,  salut come al solito
    i  membri e il presidente e poi,  sedutosi al suo posto,  pos le mani
    sulle carte preparate dinanzi a lui.  Tra quelle  carte  si  trovavano
    anche parecchi appunti che gli occorrevano e l'abbozzo di schema delle
    dichiarazioni che si proponeva di fare. Quegli appunti, del resto, non
    gli  erano  neppure  necessari: conosceva a fondo l'argomento e sapeva
    che,  quando fosse venuto il momento,  se si fosse trovato  di  fronte
    all'avversario,  il  quale  si  sarebbe  sforzato  invano  di assumere
    un'espressione indifferente,  le parole gli sarebbero fluite  da  sole
    meglio che se egli le avesse preparate prima.  Sentiva che l'argomento
    che doveva trattare era cos vasto che ogni parola  avrebbe  avuto  la
    sua  importanza;  eppure  ascoltava la solita relazione con l'aria pi
    calma e indifferente che mai.  Nessuno avrebbe pensato,  guardando  le
    sue  mani  bianche  dalle  vene  sporgenti  che  con  le  lunghe  dita
    sfioravano i bordi di carta bianca che gli stava  davanti,  e  la  sua
    testa china da un lato con espressione di stanchezza, che di l a poco
    dalle  sue  labbra sarebbero uscite parole che avrebbero sollevato una
    vera tempesta, indotto i membri a gridare interrompendosi l'un l'altro
    e costringendo il  presidente  a  richiamarli  all'ordine.  Quando  la
    relazione  fu  finita  e  Aleksj  Aleksndrovic',  con  la  sua  voce
    tranquilla  e  sottile,   annunzi  che  aveva  da  comunicare  alcune
    considerazioni  circa  il  problema della sistemazione degli allogeni,
    l'attenzione generale si pos su di lui.  Aleksj Aleksndrovic' toss
    e, senza guardare il suo avversario, si rivolse, com'era sua abitudine
    quando  doveva  pronunziare  un  discorso,  alla prima persona che gli
    sedeva di fronte - un piccolo vecchietto pacifico che  non  aveva  mai
    un'opinione  propria - e cominci a esporre le proprie considerazioni.
    Quando si  arriv  al  punto  fondamentale  della  questione,  il  suo
    avversario salt su e cominci a replicare.
    Stremv,  che  era  pure membro di quella Commissione e che si sentiva
    toccato sul vivo,  cerc di giustificarsi;  a farla  breve,  ne  venne
    fuori  una  seduta  tempestosissima.   Infine  Aleksj  Aleksndrovic'
    trionf e la sua proposta  venne  accolta:  si  nominarono  tre  nuove
    Commissioni e il giorno dopo, in certi ambienti pietroburghesi, non si
    parl   d'altro   che   di  quella  seduta.   Il  trionfo  di  Aleksj
    Aleksndrovic' super le sue previsioni.
    Il mattino seguente,  svegliandosi,  ricord con soddisfazione la  sua
    vittoria e, nonostante il desiderio di apparire indifferente, non pot
    non  sorridere quando il suo capogabinetto,  per adularlo,  gli rifer
    che gli erano giunte  voci  di  ammirazione  su  quanto  era  accaduto
    durante la seduta.
    Immersosi nel lavoro con il suo capogabinetto,  Aleksj Aleksndrovic'
    dimentic completamente che quel giorno era marted,  il giorno da lui
    fissato   per  l'arrivo  di  Anna  Arkdevna,   e  fu  meravigliato  e
    sgradevolmente sorpreso quando  un  domestico  venne  ad  annunziargli
    l'arrivo della moglie.
    Anna era arrivata a Pietroburgo la mattina presto; in seguito a un suo
    telegramma,  le  era  stata  mandata  la  carrozza,  e  perci Aleksj
    Aleksndrovic' doveva essere al corrente del  suo  arrivo.  Ma  quando
    ella arriv,  non lo trov a riceverla.  Le fu detto che il marito non
    era ancora uscito e che stava lavorando  con  il  capogabinetto.  Ella
    fece avvertire il marito che era arrivata, pass nel proprio gabinetto
    da  toeletta  e  cominci  a disfare i bagagli,  in attesa che Aleksj
    Aleksndrovic' venisse da lei. Ma pass un'ora,  ed egli non comparve.
    Anna  usc  in  sala  con  il  pretesto  di dare alcune disposizioni e
    parlava a voce alta,  cercando di  attirare  l'attenzione  di  Aleksj
    Aleksndrovic';  ma  questi  non  usc,  bench  lei  lo  avesse udito
    camminare sino  alla  porta  dello  studio  per  accompagnare  il  suo
    collaboratore.  Ella sapeva che, secondo la sua abitudine, non avrebbe
    tardato ad andar via per recarsi in ufficio, e ci teneva a incontrarlo
    prima per definire i loro reciproci rapporti.
    Attravers quindi la sala da pranzo e risolutamente si  diresse  verso
    lo  studio.   Quando  entr,   Aleksj  Aleksndrovic',  in  uniforme,
    evidentemente gi pronto per uscire,  stava seduto a un  tavolino  sul
    quale appoggiava i gomiti,  guardando tristemente davanti a s. Non la
    vide subito,  e Anna comprese che stava pensando a lei.  Non appena la
    scorse,  fece per alzarsi, ma si ravvide subito, e un vivo rossore gli
    copr il viso,  cosa che Anna non aveva  mai  veduto.  S'alz  poi  di
    scatto  e le and incontro,  fissandola sulla fronte e sui capelli per
    evitare i suoi occhi. Le si avvicin,  la prese per mano e la preg di
    sedersi.
    -  Sono  molto lieto che siate ritornata - disse,  sedendosi accanto a
    lei palesemente desiderando di dirle ancora  qualcosa,  ma  incespic.
    Aperse  varie volte la bocca,  ma non pronunzi una parola;  dal canto
    suo Anna,  bench preparata a quell'incontro,  al quale si era  recata
    con  la  risoluzione di mostrare al marito tutto il suo disprezzo e di
    accusarlo, non trovava nulla da dire e sentiva compassione di lui.  Il
    loro silenzio dur abbastanza a lungo.
    - Serza sta bene?  - domand Karenin e,  senza aspettare la risposta,
    aggiunse: - Oggi non pranzer a casa: devo uscire subito.
    - Io volevo partire per Mosca - disse Anna.
    - No, avete fatto bene, molto bene a tornare a casa - egli osserv,  e
    di nuovo tacque.
    Vedendo  che  il  marito  non riusciva a riprendere il discorso,  Anna
    prese l'iniziativa di farlo.
    - Aleksj Aleksndrovic', - disse,  senza abbassare gli occhi sotto lo
    sguardo  di  lui fisso sui suoi capelli - io sono una donna colpevole,
    sono una donna cattiva, ma rimango quella che ero prima, quella che vi
    ho detto di essere, e sono venuta qui per dirvi che non posso cambiare
    niente.
    -  Non  vi  ho  chiesto  questo  -  rispose  a   un   tratto   Aleksj
    Aleksndrovic',  guardandola  negli  occhi  con  derisione e con odio-
    giacch lo supponevo.  - Sotto l'influenza  della  collera,  egli  era
    evidentemente di nuovo padrone di tutte le sue facolt.  - Ma, come vi
    ho detto e scritto - riprese con voce brusca e tagliente -  vi  ripeto
    che  non sono tenuto a saperlo.  Voglio ignorarlo.  Non tutte le mogli
    sono premurose come voi ad  affrettarsi  a  comunicare  ai  mariti  la
    "piacevole"  notizia  -  e accentu la parola "piacevole".  - Ignorer
    tutto sino a che il mondo non lo sapr e sino a che il  mio  nome  non
    sar disonorato. Perci vi avverto che i nostri rapporti devono essere
    quelli  che  sono  sempre  stati,  e  soltanto  nel  caso  in  cui  vi
    comprometteste,  dovr prendere le misure necessarie per salvaguardare
    il mio onore.
    - Ma i nostri rapporti non possono pi essere quelli di prima  rispose
    Anna con voce timida, guardando con sgomento il marito.
    Nel  ritrovare  quei  gesti tranquilli,  nell'udire quella voce acuta,
    infantile e canzonatoria,  una sensazione di disgusto aveva cancellato
    la  piet  provata  poco  prima;  ora Anna aveva soltanto paura,  ma a
    qualunque costo intendeva chiarire la sua situazione.
    - Non posso essere vostra moglie, dal momento che... - incominci.
    Egli ebbe una risata fredda e cattiva.
    - Si vede  che  il  genere  di  vita  che  avete  scelto  ha  influito
    probabilmente  sulle  vostre  idee;  ma il rispetto e il disprezzo che
    provo a un tempo per la vostra  condotta  (rispetto  per  il  passato,
    disprezzo  per il presente) sono troppo profondi perch io abbia avuto
    l'intenzione di dare alle mie parole  il  significato  che  voi  avete
    creduto di interpretare.
    Anna sospir e abbass la testa.
    -  Non capisco,  del resto,  come,  mentre non avete dimostrato alcuno
    scrupolo - prosegu egli riscaldandosi  -  nell'informare  brutalmente
    vostro  marito  della  vostra  infedelt,  ne  possiate  provare circa
    l'adempimento dei vostri doveri di moglie.
    - Aleksj Aleksndrovic', che cosa esigete da me?
    - Esigo che non vediate mai pi quell'uomo e  che  vi  comportiate  in
    modo  che  n  gli  estranei,  n i domestici possano averne sospetto.
    Esigo,  insomma,  che non lo vediate pi.  E mi pare di non pretendere
    molto.  In  cambio,  godrete  di  tutti i diritti di una donna onesta,
    senza essere costretta a compierne i doveri.  Ecco tutto quello che ho
    da dirvi. Ora devo andare. Non pranzer a casa.
    Si alz e si avvi verso la porta.  Anche Anna si alz. Egli la salut
    e le cedette il passo.


    CAPITOLO 24.

    La notte trascorsa da Levin sul covone di fieno fresco non fu priva di
    profitto. L'azienda che stava dirigendo cominciava a divenirgli odiosa
    e a perdere per lui ogni interesse.  Malgrado uno splendido  raccolto,
    egli  non aveva mai avuto - cos gli pareva - tanti fastidi,  e i suoi
    rapporti con i contadini non erano  mai  stati  cos  ostili  come  in
    quell'anno. E ora gli era perfettamente comprensibile la causa di quei
    fastidi e di quella ostilit. Il piacere che provava nel lavorare egli
    stesso,  il  riaccostamento  tra  lui  e  i  contadini  che  ne era la
    conseguenza,  l'invidia che gli suscitava il modo di vivere di  quella
    gente,  il  desiderio  di  condurre  una  esistenza  simile  alla loro
    (desiderio che nel corso di quell'anno  aveva  cessato  di  essere  un
    sogno  e si era trasformato in un progetto preciso,  i cui particolari
    di attuazione si erano gi andati formando  nella  sua  mente),  tutto
    questo  aveva  talmente modificato la sua opinione sull'azienda da lui
    diretta,  che  ormai  non  riusciva  pi  a  trovare  in  quel  lavoro
    l'attrattiva e l'interesse di prima, e non poteva pi non ritenere che
    alla  base  di tutta la questione c'era il suo atteggiamento sbagliato
    verso i contadini. Formare mandrie di mucche selezionate come la Pava,
    avere una buona terra grassa,  concimata in  profondit,  dividere  in
    nove  campi  uguali  ben  circondati da alberi le novanta "desjatiny",
    fare le semine a file regolari e cos via,  tutto questo sarebbe stato
    magnifico  se avesse potuto eseguirlo da solo,  con le proprie forze o
    con l'aiuto di collaboratori devoti, ai quali fosse legato da amicizia
    e simpatia.  Ma adesso vedeva chiaramente (e molto lo aveva aiutato  a
    raggiungere  questa  chiarezza  il  libro sull'agricoltura a cui stava
    lavorando  e  in  cui  l'elemento  principale  dell'azienda   era   il
    lavoratore)  che l'azienda che egli conduceva era soltanto una crudele
    e testarda lotta tra lui e i lavoratori, lotta in cui da una parte, la
    sua, c'era una costante, intensa aspirazione a rifare tutto secondo un
    modello ritenuto il migliore,  e  dall'altra,  quella  dei  contadini,
    c'era  l'inespugnabile  baluardo costituito dall'ordine naturale delle
    cose. E in tale lotta egli vedeva che,  anche con il massimo sforzo da
    parte  sua,  e  senza  alcun  sforzo,  anzi con un'invincibile inerzia
    dall'altra,  il risultato della lotta non poteva essere che la  rovina
    dell'azienda,  il  deterioramento di magnifici attrezzi e di splendido
    bestiame e l'inaridimento della terra.  La cosa che  pi  l'affliggeva
    era  il fatto che l'energia da lui spiegata nel dirigere quell'impresa
    andava del tutto perduta; n poteva fare a meno, pensando alla propria
    opera,  di considerare lo scopo assai meschino.  In sostanza,  in  che
    cosa  consisteva  la lotta?  Da una parte egli,  Levin,  era ridotto a
    badare anche al soldo (e non poteva non  badarci  perch  bastava  che
    allentasse  anche  di  poco  la  sua attenta vigilanza e gli sarebbero
    mancati i soldi per pagare i  contadini)  mentre  costoro,  dall'altra
    parte,  cercavano  solo  la  possibilit  di  lavorare  nel  modo  pi
    gradevole possibile,  con calma  e  tranquillit,  ossia  senza  nulla
    mutare nelle loro abitudini.
    In tal modo,  quindi, i loro interessi erano del tutto opposti. Mentre
    Levin si sforzava di far produrre a ogni contadino la maggior somma di
    lavoro possibile;  mentre vigilava e lottava contro la negligenza  del
    contadino  e badava a che non gli rovinasse il vaglio o il mulino,  ma
    riflettesse invece a quanto stava facendo,  costui non si  preoccupava
    d'altro   fuorch  di  lavorare  nel  modo  pi  gradevole  possibile,
    riposandosi a ogni occasione e lasciandosi andare,  senza  riflettere.
    In  quella  stessa  estate,  Levin  si  era  reso conto,  in parecchie
    occasioni, di questo stato d'animo dei lavoratori.  Un giorno,  in cui
    aveva mandato a falciare del trifoglio per far foraggio, scegliendo di
    preferenza le "desjatiny" peggiori, dove erano cresciute la gramigna e
    altre erbacce, che non potevano quindi essere riservate alle semine, e
    gli  avevano  invece  falciato,   senza  distinzione,  le  "desjatiny"
    migliori,  si erano giustificati con il  dire  che  quello  era  stato
    l'ordine  del  fattore  aggiungendo,  per  consolarlo,  che  il  fieno
    quell'anno sarebbe stato ottimo.  Ma Levin era perfettamente  convinto
    che  se  i falciatori avevano lavorato a quel modo era perch falciare
    quelle "desjatiny" era molto pi facile.  Un'altra  volta,  che  aveva
    fatto arrivare una macchina essicatrice per ventilare il fieno, questa
    era stata subito rotta, perch il contadino, che doveva manovrarla, si
    era  stufato  di  star  seduto  a  cassetta  sotto  le  ventole che si
    agitavano sopra di lui. Non vi preoccupate,  gli avevano detto,  le
    donne  se la sbrigheranno molto presto.  Gli aratri funzionavano male
    perch i conducenti trascuravano  di  premere  sul  vomero  per  farli
    affondare e,  volendo andare troppo in fretta, estenuavano i cavalli e
    rovinavano la  terra.  Anche  in  questo  caso  lo  esortavano  a  non
    preoccuparsi.
    I cavalli li lasciavano andare sul frumento,  perch nessun lavoratore
    voleva fare il guardiano di notte e nonostante l'ordine di vegliare  a
    turno,   stanchi   com'erano   per   il  lavoro  della  giornata,   si
    addormentavano. Cos era accaduto a Vanka, che aveva confessato la sua
    colpa e non aveva trovato altra frase di  pentimento  se  non  questa:
    Fate  quello  che  volete.  Tre  vitelle  delle migliori erano state
    trovate morte avvelenate,  perch lasciate a  pascolare  nei  migliori
    campi  di trifoglio,  senza abbeverarle;  eppure nessuno dei contadini
    voleva credere che il trifoglio, che le aveva fatte gonfiare, fosse la
    causa della loro morte e, per tutta consolazione, avevano raccontato a
    Levin che uno dei suoi vicini di casa aveva perduto centoventi capi in
    tre giorni.  Tuttavia non si poteva pensare che  tutto  ci  avvenisse
    perch qualcuno desiderava il male di Levin e della sua azienda;  egli
    sapeva benissimo che i  suoi  contadini  gli  volevano  bene,  che  lo
    consideravano  un signore alla mano (il che era,  da parte loro,  la
    maggior lode possibile);  bisognava soltanto vedervi il  desiderio  di
    lavorare  in  allegria  e  senza pensieri;  inoltre,  gli interessi di
    Levin, assolutamente estranei e incomprensibili a quella gente,  erano
    fatalmente  contrapposti  ai  loro,  pi legittimi e naturali.  Gi da
    molto tempo Levin era malcontento del proprio lavoro di colono: la sua
    barca faceva acqua,  ma non trovava e  non  cercava  la  falla,  forse
    ingannando  volutamente  se  stesso.  Adesso,  per,  non  poteva  pi
    ingannarsi: non solo non provava pi interesse allo  sfruttamento  dei
    suoi campi, ma addirittura odio e persino disgusto.
    A  questo si aggiungeva ancora la presenza,  a trenta "vrsty" da lui,
    di Kitty,  che egli voleva ardentemente  vedere,  ma  che  non  poteva
    decidersi ad andare a trovare.  Drija Aleksndrovna,  quando egli era
    stato in casa da lei, lo aveva invitato a tornare, spronandolo persino
    a rinnovare la sua proposta alla sorella che,  come  lei  aveva  fatto
    capire,  ora l'avrebbe accettata. Lo stesso Levin, nel rivedere Kitty,
    si era reso conto di non avere  mai  cessato  di  amarla;  eppure  non
    poteva decidersi ad andare dagli Oblonskij mentre lei era l. Il fatto
    di  averle  fatto  una  domanda  di  matrimonio e di avere ricevuto un
    rifiuto poneva tra lei e lui una barriera insormontabile.  Non  posso
    chiederle di essere mia moglie solo perch non ha potuto sposare colui
    che voleva, si diceva, e questa riflessione lo rendeva freddo e quasi
    ostile  verso  la fanciulla.  Non avrei la forza di parlarle senza un
    tono di rimprovero e di guardarla senza amarezza,  e lei  non  farebbe
    che odiarmi ancora di pi,  sono certo.  E poi,  come potrei ora, dopo
    ci che mi ha detto Drija Aleksndrovna, andare da loro? Sarei capace
    di non lasciar capire che essa mi  ha  parlato?  E  del  resto,  tocca
    proprio  a me andare generosamente a portare il perdono?  Mi si adatta
    per davvero la parte dell'uomo generoso che acconsente a degnarla  del
    proprio amore?  Perch Drija Aleksndrovna mi ha detto questo?  Avrei
    potuto vederla per caso, e allora tutto si sarebbe accomodato,  ma ora
     impossibile, impossibile!.
    Drija Aleksndrovna gli mand un giorno un biglietto con il quale gli
    chiedeva  una  sella  da  donna  per  Kitty.  Mi  hanno detto che voi
    l'avete, gli scriveva, e spero che vorrete portarla voi stesso.
    Questo, poi, era troppo!  Come mai,  una donna intelligente e delicata
    come  Dolly,  era  capace  di  umiliare  cos la sorella?  Scrisse una
    diecina di biglietti,  e li strapp uno  dopo  l'altro,  e  infine  si
    decise:  mand  la  sella  senza una parola di risposta.  Poteva forse
    annunziare la propria visita dal momento che non  pensava  affatto  di
    andarci?  E  ancor  peggio  sarebbe stato scrivere che qualcosa glielo
    impediva o che doveva partire...  Mand  dunque  la  sella  senza  una
    parola e,  convinto di aver compiuto un gesto sconveniente,  il giorno
    dopo,  affidato tutto il lavoro dell'azienda al fattore,  part per il
    lontano  distretto  in  cui abitava l'amico Svijazskij,  che gli aveva
    scritto da tempo,  ricordandogli la promessa di andare  a  trascorrere
    qualche  giorno  nei  suoi  possedimenti.  Le  paludi del distretto di
    Surv,  ricche di beccacce,  avevano sempre  attratto  l'interesse  di
    Levin ma,  a causa dei lavori dell'azienda,  aveva sempre rimandato il
    viaggio. Nelle attuali circostanze, per, colse volentieri l'occasione
    per allontanarsi dagli Scerbackij e, pi ancora,  dalle proprie terre;
    inoltre  lo  allietava  il pensiero di andare a caccia,  il passatempo
    che, in tutte le amarezze della vita, era per lui il migliore rimedio.


    CAPITOLO 25.

    Per recarsi nel distretto di  Surv  non  vi  erano  n  ferrovie,  n
    servizio  postale,  e  Levin  part  in  "tarants"  (96) con i propri
    cavalli.
    A mezza via si ferm presso un ricco  contadino  per  far  mangiare  i
    cavalli.  Un vecchio calvo, ancor vegeto, con un'ampia barba rossastra
    gi grigia sulle guance,  gli apr il portone,  tirandosi da parte per
    lasciar  passare la vettura;  poi,  dopo aver indicato al cocchiere un
    posto sotto la tettoia di un vasto cortile nuovo,  pulito e molto  ben
    tenuto,  dove c'erano degli aratri di legno bruciacchiati,  il vecchio
    invit Levin a entrare in casa.
    Una giovane donna vestita  pulitamente,  con  i  piedi  nudi  infilati
    dentro un paio di scarpe di gomma, era china a strofinare il pavimento
    del vestibolo. Alla vista del cane che correva dietro a Levin, ella si
    spavent e mand un grido;  ma,  saputo che il cane non mordeva,  rise
    del proprio spavento. Con il braccio destro,  dalla manica rimboccata,
    indic  a  Levin  la porta della stanza e poi,  chinandosi nuovamente,
    nascose il viso grazioso e riprese a lavare.
    - Vi occorre il "samovr"? - chiese.
    - S, grazie - rispose Levin.
    Nella stanza molto spaziosa c'erano una stufa olandese e un  tramezzo;
    sotto  le icone stavano una tavola ornata di disegni,  una panca e due
    sedie;  vicino alla porta si scorgeva un armadietto per le  stoviglie.
    Le  imposte chiuse non lasciavano entrare le mosche,  e tutto era cos
    pulito che Levin si preoccup che Laska,  la  quale  lungo  la  strada
    aveva seguito la carrozza di corsa, inzaccherandosi nelle pozzanghere,
    non  insudiciasse  il  pavimento,  e  la  fece accucciare in un angolo
    vicino alla porta. Dopo aver dato un'occhiata alla stanza,  Levin usc
    nel cortile dietro la casa. La giovane donna in scarpe di gomma andava
    ora  al pozzo a prendere acqua con la stanga sulle spalle,  alla quale
    erano appesi dei secchi vuoti dondolanti.
    - Spicciati,  eh!  - le grid allegramente il vecchio e si avvicin  a
    Levin.  -  E  cos,  signore,  andate da Nikolj Ivnovic' Svijazskij?
    Anche lui, qualche volta, viene a fare una capatina da noi - aggiunse,
    e si mise a chiacchierare,  appoggiandosi con i gomiti alla  ringhiera
    della scaletta d'ingresso.
    Mentre  il vecchio stava parlando della sua conoscenza con Svijazskij,
    il portone cigol di nuovo e nel cortile entrarono  i  lavoratori  che
    tornavano  dai campi con gli aratri e gli erpici,  cui erano attaccati
    cavalli  ben  pasciuti  e  di  grossa  taglia.   I  lavoratori  erano,
    evidentemente, gente di famiglia: due, piuttosto giovani, portavano un
    camiciotto  d'indiana  e  il  berretto,  gli altri due - uno vecchio e
    l'altro quasi un ragazzo - con ogni probabilit  contadini  salariati,
    indossavano camicie di canapa.
    Allontanandosi  dalla  scala,  il  vecchio  si  accost  ai  cavalli e
    cominci a staccarli.
    - Che cosa avete arato? - domand Levin.
    - I campi di patate.  Abbiamo pure un terreno in affitto.  Tu,  Fedt,
    non  lasciare  andare  il  castrato,  ma  mettilo alle mangiatoie.  Ne
    attaccheremo un altro.
    - Allora, "btjuska", hanno mandato quei vomeri che avevo ordinato?  -
    domand un giovane grande e grosso,  pieno di salute, evidentemente il
    figlio del padrone.
    - Sono l,  nel vestibolo...  - rispose  il  vecchio,  arrotolando  le
    redini  che  aveva tolte ai cavalli e gettandole a terra.  - Mettile a
    posto prima di mangiare.
    La graziosa giovane donna con i secchi pieni d'acqua,  il cui peso  le
    faceva  tendere  le  spalle,  attravers  il  vestibolo.  Apparvero da
    qualche parte altre contadine: alcune giovani e belle,  altre di media
    et,  altre  ancora vecchie e brutte.  Talune portavano in braccio dei
    bambini.
    Il "samovr" cominciava a brontolare; i contadini e i falciatori, dopo
    aver staccato i cavalli,  si preparavano  a  pranzare.  Levin  and  a
    cercare  le  proprie  provviste  nella  carrozza e invit il vecchio a
    prendere il t con lui.
    - Veramente oggi l'abbiamo gi preso - rispose il vecchio,  accettando
    l'invito con piacere. - Ma se  per farvi compagnia...
    Mentre stavano sorbendo il t, Levin venne a conoscere tutta la storia
    dell'azienda del vecchio.  Dieci anni prima, il suo ospite aveva preso
    in affitto da un signore centoventi  "desjatiny"  di  terra  e  l'anno
    successivo  le  aveva  comperate,  affittandone  altre  trecento da un
    possidente. Una piccola parte della terra, la pi cattiva,  la dava in
    affitto,  mentre  circa quaranta "desjatiny" di campo le coltivava lui
    stesso,  con  l'aiuto  di  tutta  la  famiglia  e  dei  due  contadini
    salariati.  Il vecchio si lagnava che l'azienda andava male,  ma Levin
    cap che lo faceva solo per convenienza e che, al contrario, l'azienda
    era floridissima.  Se le cose fossero andate male  non  sarebbe  certo
    stato  in  condizioni  di  acquistare  terra  a  centocinque rubli per
    "desjatina", non avrebbe dato moglie a tre figli e a un nipote,  e non
    avrebbe  fatto ricostruire due volte la casa,  distrutta da successivi
    incendi,  sempre migliorandola.  Malgrado  le  lamentele  del  vecchio
    contadino,  si  vedeva  che egli era,  e a ragione,  fiero del proprio
    benessere,  fiero dei figli,  del nipote,  delle nuore,  dei  cavalli,
    delle  mucche  e,  in particolare,  della perfetta armonia che regnava
    nella sua casa e nelle sue terre.  Dalla conversazione con il vecchio,
    Levin si rese conto che egli non era contrario alle innovazioni. Aveva
    seminato una grande quantit di patate,  e le patate,  che Levin aveva
    viste arrivando,  erano gi assai avanti,  mentre le sue  cominciavano
    appena  a  fiorire.  Le  patate  le  arava  con l'"aratra",  come egli
    chiamava l'aratro preso in prestito dal possidente; seminava la segala
    e la sarchiava, e il piccolo particolare,  che cio il vecchio dava la
    segala  sarchiata come mangime ai cavalli,  colp Levin.  Quante volte
    egli, vedendo andar perduto quel magnifico alimento,  aveva cercato di
    raccoglierlo!  Ma la cosa non era mai stata possibile.  Dal contadino,
    invece, questo si faceva,  e il vecchio non si stancava di lodare quel
    foraggio.
    -  Che altro devono fare le donne?  Portano i mucchi sulla strada e il
    carro va a prenderli.
    - Da noi possidenti,  invece,  il lavoro dei contadini non va  affatto
    bene - disse Levin, porgendo al vecchio un bicchiere di t.
    -  Vi  ringrazio - rispose costui;  prese il bicchiere,  ma rifiut lo
    zucchero,   indicando  la  zolletta  avanzata  che  gi  prima   aveva
    rosicchiato.  -  E  come  si  fa  a  mandare  avanti  un'azienda con i
    salariati?  - disse.  - Ci si rovina.  Guardate per esempio il  signor
    Svijazskij:  noi  conosciamo la sua terra,  e che terra!  Eppure non 
    contento del raccolto. Manca la sorveglianza!
    - Tu, per, lavori con i braccianti.
    - D'accordo, ma il nostro  un lavoro da contadini.  Arriviamo da soli
    a sorvegliare tutto e,  se un bracciante non va,  lo mandiamo via e ce
    la sbrighiamo lo stesso.
    - "Btjuska",  Finogen ha mandato a chiedere del catrame - avvert  la
    giovane donna dalle scarpe di gomma, entrata in quel momento.
    -  Proprio cos,  signore!  - disse il vecchio,  alzandosi e,  fattosi
    lentamente il segno della croce, ringrazi Levin e usc.
    Quando Levin entr nell'altra stanza per chiamare  il  suo  cocchiere,
    vide tutti gli uomini della famiglia a tavola.  Le donne, in piedi, li
    servivano.  Uno dei figli,  un giovane robusto,  con la bocca piena di
    "kascia"  (97),  pareva  stesse  raccontando qualche storiella allegra
    perch tutti ridevano,  e particolarmente gaia appariva la donna dalle
    scarpe di gomma, che riempiva i piatti di zuppa di cavoli.
    Forse  il  bel  viso  della donna aveva contribuito all'impressione di
    benessere e di ordine prodotta su Levin da quella casa  di  contadini,
    un'impressione cos viva, dalla quale non riusciva a liberarsi. Chi lo
    sa?  Fatto  si    che  per tutto il tragitto,  dalla casa del vecchio
    contadino a quella di  Svijazskij,  non  cess  di  pensare  a  quella
    famiglia,  come se una forza invincibile l'obbligasse a concentrare su
    di essa la sua attenzione.


    CAPITOLO 26.

    Svijazskij era  maresciallo  della  nobilt  del  suo  distretto.  Pi
    anziano di cinque anni di Levin e sposato da tempo,  aveva in casa una
    giovane cognata,  molto simpatica a Levin.  E Levin non  ignorava  che
    Svijazskij e sua moglie desideravano moltissimo dargliela in sposa. Lo
    sapeva  con  certezza,  come  sempre  lo  sanno tutti i giovanotti che
    ritengono di essere un buon partito,  ma non  osava  confessarselo;  e
    sapeva altres che, sebbene desiderasse ammogliarsi e sebbene, secondo
    ogni  apparenza,   quella  ragazza  sembrasse  destinata  a  diventare
    un'ottima moglie, l'idea di sposarla,  a parte l'amore per Kitty,  era
    per  Levin  tanto inverosimile quanto quella di volarsene in cielo.  E
    questa  consapevolezza  gli  avvelenava  il  piacere   che   egli   si
    riprometteva dal soggiorno in casa di Svijazskij.
    Ricevuta  dall'amico  la  lettera con cui lo invitava a caccia,  Levin
    aveva pensato  subito  a  questo,  e  tuttavia  aveva  deciso  che  le
    intenzioni  che egli attribuiva a Svijazskij su di lui non erano forse
    che supposizioni prive di fondamento; accett quindi l'invito. D'altra
    parte,  in fondo all'anima,  aveva il desiderio di mettere  se  stesso
    alla  prova  e  di  vedere  la  giovinetta pi da vicino,  cercando di
    conoscerla meglio.
    La vita domestica degli Svijazskij  era  poi  sommamente  piacevole  e
    Svijazskij  stesso,  il  miglior membro del Consiglio distrettuale che
    Levin conoscesse, era un uomo molto interessante.
    Svijazskij  era  una  di  quelle  persone  che  riuscivano  sempre   a
    sconcertare  Levin,  uno  di  quegli  uomini  il cui modo di ragionare
    riflette una logica precisa,  anche se non tutta propria e non  sempre
    libera  da pregiudizi,  e la cui vita,  basata su principi chiaramente
    precisi e definiti, si svolge nella massima indipendenza e talvolta in
    opposizione  al  modo   di   ragionare.   Svijazskij   era   un   uomo
    straordinariamente   liberale.   Pur   disprezzando   la   nobilt   e
    considerando la maggior parte  dei  nobili  come  segreti  sostenitori
    della  schiavit,  che  solo per timidezza non osavano mostrarsi tali;
    pur considerando la Russia  un  paese  in  rovina,  sul  genere  della
    Turchia,  pur  trovandone  esecrabile  il governo,  il peggiore che si
    potesse immaginare,  tanto che non si preoccupava  mai  di  criticarne
    seriamente  gli atti,  era un funzionario irreprensibile e un perfetto
    maresciallo della nobilt e,  in viaggio,  non avrebbe mai mancato  di
    portare il berretto con la coccarda e con l'orlo rosso.
    Dichiarava  che  la  vita  era possibile soltanto all'estero,  dove si
    recava non appena poteva farlo,  il che non gli impediva  di  dirigere
    contemporaneamente  in  Russia un'azienda domestica assai complicata e
    perfezionata,  e di seguire con molto interesse tutto ci che accadeva
    in patria.
    Collocava il contadino russo,  dal punto di vista intellettuale, su un
    gradino intermedio tra la scimmia e l'uomo;  per,  nonostante  questa
    opinione,  alle  elezioni  provinciali stringeva volentieri la mano ai
    contadini e ne ascoltava attentamente i punti di vista. Non credeva n
    al diavolo, n all'immortalit dell'anima, ma si preoccupava molto del
    problema di migliorare la vita del clero e di ridurre le parrocchie, e
    si era battuto inoltre per conservare una chiesa nel suo borgo.
    Nella questione dell'emancipazione femminile era dalla parte  dei  pi
    accaniti  sostenitori  della  completa  libert  delle  donne  e,   in
    particolare,  del loro diritto al lavoro,  e tuttavia  viveva  con  la
    moglie  in  modo  tale  che  tutti  ammiravano  la  loro concorde vita
    familiare senza figli;  aveva organizzato la vita di lei in  modo  che
    essa  non doveva far altro che ingegnarsi,  sotto la sua direzione,  a
    immaginare i pi allegri e piacevoli passatempi.
    Se Levin non avesse avuto la facolt di vedere  le  persone  dal  loro
    lato  migliore,  il  carattere di Svijazskij non avrebbe presentato ai
    suoi occhi alcun problema: O  uno sciocco o  un  briccone  sarebbe
    stato il giudizio che egli avrebbe dato sul suo conto, e tutto sarebbe
    stato  detto.  Ma  non  poteva  definirlo  sciocco,  perch sapeva con
    certezza che Svijazskij era una persona non solo  molto  intelligente,
    ma molto colta e che portava con grande semplicit il proprio bagaglio
    culturale.  Non  c'era  argomento  che  gli fosse sconosciuto,  eppure
    metteva in mostra il suo sapere  soltanto  quando  vi  era  costretto.
    Ancor meno Levin poteva dire che Svijazskij fosse un briccone,  perch
    egli era una persona onesta, buona, intelligente,  che si dedicava con
    entusiasmo  e  con  gioia a un lavoro molto apprezzato da tutti coloro
    che  lo  circondavano.   Insomma,   non   avrebbe   compiuto,   almeno
    coscientemente, alcuna cattiva azione.
    Levin cercava di capire,  e non capiva,  e guardava sempre all'amico e
    alla sua vita come a un enigma vivente.  Erano molto amici e  la  loro
    intimit  permetteva  a  Levin di interrogare Svijazskij sino in fondo
    sulla sua visione della vita;  ma i suoi tentativi andavano  sempre  a
    vuoto.  Ogni  volta  che Levin si sforzava di penetrare oltre le porte
    aperte, a tutti, dell'anima di Svijazskij,  notava che l'amico provava
    un certo turbamento, e gli pareva persino di scorgere un timore appena
    percettibile,  come  se avesse paura che Levin lo capisse troppo,  e a
    questo opponeva una bonaria e gaia resistenza.
    In quel momento,  a causa della delusione che gli arrecavano i  lavori
    dell'azienda,  Levin  provava  un  particolare  piacere  a  recarsi da
    Svijazskij.  All'infuori dell'intensa gioia che gli procurava la vista
    di  quei  due  colombi felici e del loro nido ordinato e comodo,  egli
    sentiva il vivo desiderio,  reso pi acuto dal disgusto della  propria
    vita,  di  scoprire  il  segreto  al  quale  Svijazskij  doveva la sua
    fortunata esistenza, chiara,  allegra e precisa.  Levin sapeva inoltre
    che  da  Svijazskij  avrebbe  trovato  dei  vicini,   dei  proprietari
    terrieri, e lo interessava particolarmente parlare con loro, ascoltare
    i loro discorsi sull'ingaggio dei lavoratori, sul raccolto e cos via,
    discorsi considerati di solito  banali  e  volgari  ma  che,  in  quel
    momento, Levin riteneva assai importanti.
    Pu  darsi che queste cose,  al tempo della servit della gleba,  non
    fossero importanti e che  in  Inghilterra  sia  ancor  oggi  cos;  in
    entrambi  i  casi,  infatti,  la  situazione  era  abbastanza chiara e
    definita perch fosse necessario precisarla. Ma da noi, oggi che tutto
     in pieno rivolgimento e ha appena  incominciato  ad  assestarsi,  la
    questione di come le cose potranno andare a posto  l'unica importante
    in Russia, pensava Levin.
    La  caccia,  contrariamente  alle  sue  speranze,  si rivel non molto
    fortunata. La palude si era prosciugata e di beccacce neppure l'ombra.
    Dopo aver camminato tutta la giornata,  Levin si ritrov con tre  capi
    soltanto,  ma, in compenso, port dalla caccia un eccellente appetito,
    un ottimo umore  e  quella  disposizione  di  spirito  particolarmente
    favorevole  che  sempre  gli  procurava  l'esercizio  fisico.  Anche a
    caccia, nei momenti in cui sembrava che non pensasse a nulla, ecco che
    gli veniva in mente il vecchio agricoltore e  la  sua  famiglia;  quel
    ricordo  pareva  suscitare in lui non solo attenzione e interesse,  ma
    anche la soluzione di qualcosa che vi era connesso.
    La sera,  durante il t,  alla presenza di due  proprietari  terrieri,
    venuti   per   certi   affari  di  tutela,   la  conversazione  prese,
    naturalmente, l'interessante avvio che Levin si aspettava.
    Levin sedeva dinanzi al tavolino del t, accanto alla padrona di casa,
    e doveva sostenere la conversazione con lei e con la giovane  cognata,
    che gli stava di fronte. La padrona di casa era una biondina non alta,
    dal viso tondo, tutta fossette e sorrisi. Levin, osservandola, cercava
    di   carpire   la   soluzione  di  quell'enigma  per  lui  importante,
    rappresentato da suo marito;  ma non riusciva a padroneggiare i propri
    pensieri  e  provava  una  strana,  tormentosa  sensazione di disagio,
    disagio provocato unicamente dal fatto che di fronte a lui  sedeva  la
    cognata,  con  un vestito dalla scollatura a trapezio sul seno bianco,
    un vestito che, forse sbagliando,  Levin pensava fosse stato indossato
    apposta  per lui.  Quel riquadro di pelle,  malgrado la bianchezza del
    collo,  e forse appunto per  quello,  paralizzava  del  tutto  il  suo
    pensiero;  sta di fatto che,  magari a torto, si sentiva preso di mira
    da quella civetteria e perci non si reputava in diritto di guardarla,
    ma sentiva di essere colpevole al solo pensiero che quel vestito fosse
    stato indossato per lui;  temeva di aver compiuto qualche scorrettezza
    e  avrebbe  voluto  fornire spiegazioni sulla propria condotta,  ma si
    sentiva impotente a farlo perch non  sapeva  che  cosa  spiegare.  Il
    rossore gli si diffondeva sempre di pi sul volto, si sentiva inquieto
    e goffo,  e il turbamento che lo aveva invaso si comunicava anche alla
    leggiadra cognata. Ma pareva che la padrona non si accorgesse di nulla
    e facesse apposta a trascinare la fanciulla nella conversazione.
    - Voi credete - diceva,  continuando il discorso iniziato  -  che  mio
    marito non si interessi di quanto accade in Russia?  Al contrario: gli
    piace stare all'estero,  ma non  mai cos allegro e soddisfatto  come
    quando   qui,  dove si sente nel suo mondo.  Ha tanto da fare,  senza
    dubbio,  ma ha il dono di sapersi interessare di tutto.  A  proposito,
    avete visto la nostra scuola?
    - Mi pare di s. Non  quella casetta tutta ricoperta di edera?
    - Precisamente:  opera di Nstja - precis, indicando la fanciulla.
    - Insegnate voi stessa?  - domand Levin,  cercando di non guardare la
    scollatura,  ma sentendo che,  ovunque  volgesse  l'occhio,  l'avrebbe
    sempre avuta davanti.
    -  S,  ho insegnato anch'io e insegno tuttora,  in collaborazione con
    un'ottima maestra.  Abbiamo persino  introdotto  l'insegnamento  della
    ginnastica.
    - No,  grazie, non voglio pi t - disse Levin, il quale, cosciente di
    essere stato scortese, ma incapace di continuare quella conversazione,
    si alz arrossendo.
    - Sento laggi - si scus - un discorso che mi interessa molto - e  si
    avvicin  all'altra estremit della tavola,  dove sedeva il padrone di
    casa con i due  possidenti.  Seduto  vicino  alla  tavola,  Svijazskij
    teneva  con  una  mano la tazza e con l'altra raccoglieva nel pugno la
    barba,  la portava sino al  naso  e  la  lasciava  ricadere,  come  se
    l'annusasse.  Con  gli  occhi neri e scintillanti fissava uno dei suoi
    interlocutori,   un  proprietario  dai  baffi   grigi,   che   parlava
    animatamente e pareva provasse grande interesse ad ascoltarlo.
    Il  possidente  si  lagnava  del  popolo.  Levin  si rendeva conto che
    Svijazskij,  senza troppa  fatica,  avrebbe  potuto  trovare  risposte
    irrefutabili  tali  da  distruggere  d'un colpo tutto il senso del suo
    discorso, ma si rendeva pure conto che, data la sua posizione,  il suo
    amico  non  poteva farlo e che doveva limitarsi ad ascoltare non senza
    piacere, i comici discorsi dell'interlocutore.
    Il possidente dai baffi grigi era evidentemente un convinto  assertore
    della  servit  della  gleba,  un  autentico  campagnolo indurito e un
    fanatico  proprietario  terriero.  Questi  indizi  Levin  li  scorgeva
    chiaramente  nell'abbigliamento  del vecchio: un soprabito fuori moda,
    logoro,  visibilmente inconsueto per un  possidente,  nei  suoi  occhi
    intelligenti  e  accigliati,  nella  fluida  parlata  russa  dal  tono
    imperioso, evidentemente assimilato per lunga esperienza,  e nei gesti
    decisi delle grandi e belle mani abbronzate dal sole e adorne soltanto
    dal vecchio anello nuziale all'anulare.


    CAPITOLO 27.

    - Se non mi dispiacesse troppo abbandonare quello che ho fatto... e la
    fatica  stata molta...  pianterei tutto in asso e me ne andrei,  come
    fa Nikolj  Ivnovic',  a  sentire  "La  belle  Hlne"  -  diceva  il
    possidente,  con  un  sorriso  piacevole che illuminava la sua vecchia
    faccia intelligente.
    - Tuttavia non lo fate - obiett Nikolj Ivnovic'  Svijazskij;-    il
    che significa che avete il vostro tornaconto.
    -  L'unico  tornaconto   che vivo in casa mia,  dove tutto ci che mi
    circonda  veramente mio e non  roba comperata o presa in affitto.  E
    poi, si spera sempre che il popolo metta la testa a posto. Altrimenti,
    che triste situazione! Ovunque crapula e ubriachezza... Si sono divisi
    tutto,  non pi cavalli,  non pi mucche,  ma solo miseria e carestia.
    Crepa di fame, questa gente,  ma prendetela a salario a lavorare: far
    di tutto per recarvi danno e poi mandarvi anche dal giudice di pace!
    - Ma anche voi potete ricorrere al giudice di pace.
    - Io,  ricorrere al giudice di pace?  Neppure per sogno!  Si farebbero
    tante di quelle ciarle che dovrei presto pentirmi del mio gesto. State
    attenti, piuttosto: nella fabbrica,  per esempio,  alcuni operai hanno
    chiesto un anticipo e, avutolo, se la sono svignata. E che ha fatto il
    giudice di pace?  Li ha assolti! E se la faccenda non  ancora risolta
    del tutto,  lo dobbiamo solo al tribunale del distretto e  all'anziano
    del villaggio.  Costui,  almeno,  non esiter a far frustare il vostro
    uomo, all'uso dei tempi andati. Se ci togliessero anche questo, non ci
    sarebbe che da piantar l tutto e scappare in capo al mondo.
    Evidentemente quella sfuriata  irritava  Svijazskij;  pure  egli,  non
    soltanto non andava in collera, ma evidentemente si divertiva.
    -  Eppure  noi  mandiamo  avanti  la nostra azienda senza usare questi
    mezzi - disse sorridendo.  - Io,  Levin  e  lui  -  e  indic  l'altro
    proprietario...
    - Pu darsi, ma chiedete a Michal Petrovic' come vanno avanti le cose
    da  lui.  E'  proprio  uno  sfruttamento "razionale" il suo?- disse il
    proprietario, facendo evidente sfoggio della parola "razionale".
    - La mia azienda - intervenne Michal Petrovic' - grazie a Dio  delle
    pi semplici e consiste tutta nel tener pronti i soldini per le  tasse
    d'autunno.  Vengono  i  contadini  a trovarmi: Btjuska,  mi dicono,
    salvaci!. Ora, questi contadini sono miei vicini e ho compassione di
    loro,  anticipo  un  terzo  dell'imposta  e  mi  accontento  di  dire:
    Ricordatevi,  ragazzi,  che io vi ho aiutati e voi dovrete aiutare me
    quando ne avr bisogno per la semina dell'avena,  per la raccolta  del
    fieno,  per  la  mietitura...,  e  cos  ci si mette d'accordo per la
    tassa.  Non posso per negare che,  in mezzo a  tutti,  ci  siano  dei
    bricconi...
    Levin,  che  conosceva  da  un  pezzo  queste  tradizioni patriarcali,
    scambi un'occhiata con Svijazskij  e  interruppe  Michal  Petrovic',
    rivolgendosi di nuovo al possidente dai baffi grigi.
    - E voi come la pensate?  - gli domand.  - Secondo voi,  come si deve
    mandare avanti un'azienda oggi?
    - Precisamente come fa Michal Petrovic';  a meno di decidersi di dare
    la  terra a mezzadria e di affittare ai contadini;  questo si pu fare
    ma,  in tal modo,  si distrugge la ricchezza generale dello Stato.  Da
    me,  per  esempio,  dove la terra rendeva nove con il lavoro dei servi
    della gleba e con una buona amministrazione,  a mezzadria  rende  tre.
    L'emancipazione ha rovinato la Russia!
    Svijazskij guard Levin con gli occhi sorridenti e gli fece persino un
    cenno ironico,  quasi impercettibile, ma Levin non trovava ridicole le
    parole del possidente e,  in fondo,  le capiva meglio del carattere di
    Svijazskij.  Molte  altre  idee,  esposte  ancora  dal  possidente per
    dimostrare che l'emancipazione aveva rovinato la Russia,  gli  parvero
    persino  vere  e,  bench  nuove  per  lui,  lo  colpirono per la loro
    esattezza e la loro logica.
    Era evidente che quell'uomo esprimeva il proprio  pensiero  personale,
    fatto  abbastanza  raro,  e  per  di  pi un pensiero al quale non era
    portato dal desiderio di occupare in qualche modo una mente oziosa, ma
    un pensiero che era il risultato di un'esperienza  di  vita,  maturato
    nella solitudine della campagna e lungamente e profondamente meditato.
    - La questione,  vedete,  sta nel fatto che bisogna tener presente che
    ogni progresso  inseparabile dalla violenza.  - Poi,  con  l'evidente
    scopo  di  mostrare che non era sprovvisto di istruzione,  prosegu: -
    Prendete le riforme di Pietro, di Caterina, di Alessandro,  leggete la
    storia  dell'Europa  e  considerate  il progresso nella vita agricola.
    Anche la patata  stata pur essa introdotta da noi  con  la  forza.  E
    neppure  si    sempre  usato  l'aratro  di  legno:  anch'esso  stato
    introdotto forse  ai  tempi  dei  principati,  ma  certamente  con  la
    costrizione.  Ora, nella nostra epoca, con la servit della gleba, noi
    possidenti mandiamo avanti l'azienda con  l'introduzione  e  l'uso  di
    macchine perfezionate come essiccatoi battitrici,  vagli, concimaie, e
    tutti  gli  strumenti  venivano  introdotti  grazie  all'autorit  che
    avevamo;  i  contadini  dapprima  si  opponevano  e  poi ci imitavano.
    Adesso, con l'abolizione della servit della gleba,  ci hanno tolto il
    potere,  di guisa che lo sfruttamento dei campi, dall'alto livello cui
    era stato portato,  deve  fatalmente  abbassarsi  al  primitivo  stato
    selvaggio... Questa , almeno, la mia intima convinzione.
    -  Ma  perch  mai?  Se conducete la vostra azienda in modo razionale,
    potete sempre farlo anche con operai salariati - disse Svijazskij.
    - Ditemi,  ma se non ho alcuna autorit,  come posso condurla  a  buon
    termine?
    Proprio cos.  Eccola, la forza lavoratrice costituita dal contadino,
    che  l'elemento principale dell'economia, pens Levin.
    - Con i vostri braccianti.
    - I braccianti ricusano di fornire un lavoro conveniente lavorando con
    strumenti perfezionati, sanno soltanto ubriacarsi come porci e fare il
    lavoro alla  peggio,  rovinando  tutto  ci  che  loro  affidate.  Ora
    trascurano di abbeverare i cavalli al momento giusto,  ora strappano i
    finimenti nuovi,  ora scambiano una ruota buona con una cattiva  e  si
    bevono la differenza,  ora, infine, arrivano al punto di introdurre un
    perno nella macchina battitrice per guastarla! Ai braccianti non piace
    servirsi di ci che  superiore alla loro mentalit.  Si abbassa  cos
    il livello della produzione agricola. Le terre sono lasciate incolte e
    si coprono di erbacce o vengono distribuite ai contadini, e l dove si
    faceva un raccolto di un milione di staie, ora non se ne ricava pi di
    qualche  centinaio.  La  ricchezza  pubblica  in ribasso.  Si sarebbe
    potuto fare la stessa cosa, ma in modo pi abile, se...
    E qui  si  mise  a  sviluppare  un  suo  piano  di  emancipazione  dei
    contadini,  piano  che  avrebbe  avuto il vantaggio di eliminare tutti
    gl'inconvenienti di cui si era parlato.
    Levin lo ascoltava distrattamente; ma, quando ebbe finito,  egli torn
    alla  sua  prima  idea  e,  rivolgendosi  a  Svijazskij  e cercando di
    spingerlo a esprimere sinceramente un'opinione seria, disse:
    - Il fatto che il livello dell'agricoltura si abbassa e  che,  dati  i
    nostri  rapporti  con  i  lavoratori,  non  sia possibile condurre con
    vantaggio un'azienda razionale,  perfettamente vero.
    - Io non sono di questa opinione - rispose  Svijazskij,  questa  volta
    seriamente.  -  Io vedo soltanto che siamo noi a non saper condurre le
    nostre propriet e che,  al contrario,  la produzione al  tempo  della
    servit della gleba,  anzich essere molto fiorente, era di un livello
    piuttosto basso. Non avevamo n macchine, n buone bestie da lavoro e,
    per quanto riguarda la conduzione amministrativa,  essa  non  esisteva
    affatto...  Si  sapeva  almeno contare?  Esisteva un solo proprietario
    capace di dire quello che gli era utile o no?
    -  Certo,  volete  parlare  della  contabilit  all'italiana  -  disse
    ironicamente il proprietario.  - Ma a che serve che tu faccia i conti,
    se vi demoliscono tutto e non avete alcun utile?
    - Ma come succede che vi demoliscano tutto?  Ve  lo  dir  io:  se  vi
    servite  di  una  cattiva macchina di fabbricazione russa,  essa verr
    certamente fracassata; ma se, per esempio, impiegate,  come faccio io,
    una  macchina  a  vapore,  vi assicuro che non la spaccano.  Il vostro
    ronzino russo...  come si chiama?...  e che dovete tirare per la coda,
    per farlo andare avanti, si sfiancher ben presto,  logico, mentre un
    cavallo bretone,  un solido, vero cavallo da tiro, resister e come! E
    cos per tutto il resto.  Bisogna portare l'azienda a un  livello  pi
    alto.
    - Ma occorrerebbero i mezzi,  Nikolj Ivnovic'! Voi lo potreste fare,
    ma io devo mantenere un figlio all'universit,  mandare i  piccoli  al
    ginnasio e non sono certo in grado di comperare cavalli pregiati!
    - Per questo ci sono le banche.
    - Perch mi vendano all'asta sino il mio ultimo campo?
    -  Non  sono  del  parere  che  sia necessario alzare il livello della
    produzione agricola - intervenne Levin.  - Io mi occupo di questo e ho
    i mezzi, ma non ho potuto far niente. Quanto alle banche, non so a chi
    siano utili;  almeno per quanto mi riguarda,  ho un bel mettere denaro
    nei lavori agricoli,  sono sempre  in  perdita,  tanto  dal  lato  del
    bestiame quanto da quello delle macchine.
    -  Tutto ci  giustissimo - conferm il proprietario dai baffi grigi,
    con un sorriso di soddisfazione.
    - E non sono  l'unico  -  prosegu  Levin.  -  Chiedetelo  a  tutti  i
    proprietari  che mandano avanti razionalmente la loro azienda;  tutti,
    salvo rare eccezioni,  la mandano avanti in perdita.  Ma  voi  stesso,
    ditemi,  avete  forse  qualche  guadagno?  - chiese bruscamente Levin,
    rivolgendosi a Svijazskij,  ma subito not nello sguardo di  lui  quel
    fugace  lampo  di sgomento che egli vi scorgeva ogni volta che tentava
    di penetrare pi avanti nell'interno del suo animo.
    Oltre tutto,  questa domanda da parte di Levin non  era  perfettamente
    leale;  infatti la padrona di casa, durante il t, gli aveva detto che
    quell'estate avevano fatto venire  da  Mosca  un  tedesco  esperto  di
    contabilit,  il  quale,  per un compenso di cinquecento rubli,  aveva
    verificato i conti della loro azienda e aveva costatato una perdita di
    pi di tremila rubli.  Lei non ricordava con esattezza  la  cifra,  ma
    pareva che il tedesco avesse fatto i conti al centesimo.
    All'udir   parlare   dei  profitti  dell'azienda  di  Svijazskij,   il
    possidente sorrise,  giacch sapeva benissimo quale poteva  essere  il
    guadagno del suo vicino maresciallo della nobilt.
    -  Una  gran  rendita  forse non c' - rispose Svijazskij.  - E questo
    dimostra solamente che io sono un cattivo  padrone  e  che  spendo  il
    capitale per aumentare la rendita.
    - Ah,  la rendita!  - esclam Levin con sgomento. - Ammetto, a stretto
    rigore,  che esista una rendita in  Europa,  dove  la  terra    stata
    veramente migliorata dal lavoro;  ma da noi  proprio il contrario: la
    terra  esaurita a causa del lavoro,  che non fa  che  recarle  danno.
    Quindi, niente rendita.
    - Come fate a dire che la rendita non c'? E' la legge...
    - Allora noi siamo fuori della legge: la parola rendita per noi non ha
    significato,  non    che  un  pretesto per ingarbugliare e confondere
    tutto. No. spiegatemi, vi prego, come la teoria della rendita possa...
    - Volete un po' di latte  cagliato?  Mascia,  fa'  portare  del  latte
    cagliato e dei lamponi - disse, rivolgendosi alla moglie. - Quest'anno
    i lamponi durano straordinariamente a lungo.
    E,  nella pi piacevole e naturale disposizione d'animo, Svijazskij si
    alz e si allontan,  ritenendo  evidentemente  che  la  conversazione
    fosse  finita,  proprio  nel  punto  in  cui  a  Levin  pareva  appena
    cominciata.
    Perduto un interlocutore,  Levin  prosegu  la  conversazione  con  il
    possidente, cercando di dimostrargli che le difficolt provenivano dal
    fatto  che  tutti  volevano disconoscere le peculiarit e le abitudini
    del nostro lavoratore;  ma il proprietario terriero,  al pari di tutti
    gli uomini avvezzi a riflettere nella solitudine, capiva difficilmente
    il  pensiero  di  un  altro  ed  era  in modo particolare attaccato al
    proprio. Insisteva nell'asserire che il contadino russo  un porco che
    si compiace del sudiciume e che, per farlo uscire da quel suo stato di
    maiale,  ci vuole l'autorit,  cio il bastone;  ma che quel mezzo non
    esiste pi perch siamo diventati cos liberali che, tutt'a un tratto,
    abbiamo  sostituito il nostro millenario bastone con gli avvocati e le
    prigioni, dove quei sudici contadini vengono nutriti con buona zuppa e
    hanno diritto a un dato numero di metri cubi d'aria.
    -  Perch  mai  pensate  -  diceva  Levin,   cercando   di   ritornare
    sull'argomento  -  che non sia possibile stabilire con i lavoratori un
    rapporto tale per cui il lavoro diventi produttivo?
    - Con  il  popolo  russo  questo  non  sar  mai  possibile!  Non  c'
    l'autorit necessaria.
    -  Come si possono trovare nuove condizioni?  - intervenne Svijazskij,
    che,  dopo aver bevuto il  latte  cagliato  e  fumato  una  sigaretta,
    tornava  a  prendere  parte  alla  discussione.  -  Tutti  i  rapporti
    possibili con la forza lavoratrice sono ormai definiti  e  studiati  -
    disse.  -  Le ultime vestigia della barbarie se ne vanno,  la comunit
    primitiva si sfascia da s;  la servit della gleba sparisce e  rimane
    soltanto il lavoro libero, le cui forme sono definitivamente stabilite
    e pronte.  Tocca a noi accettarle.  Il giornaliero,  il bracciante, il
    fittavolo: da questo cerchio non c' via di uscita.
    - Ma l'Europa  scontenta di queste forme.
    - S'intende, e ne cerca di nuove. E probabilmente le trover.
    - Ed  proprio questa la mia convinzione:  perch  non  cercare  anche
    noi, da parte nostra? - riprese Levin.
    -  Tanto  varrebbe  inventare  di  nuovo  i  metodi  per  costruire le
    ferrovie. Sono pronti, gi inventati.
    - Ma se non ci convenissero? Se fossero cattivi? - obiett Levin, e di
    nuovo not l'espressione di timore negli occhi di Svijazskij.
    - E' proprio cos: avremo vinto,  avremo trovato quello  che  l'Europa
    cerca!  Questo  lo so,  ma,  ditemi,  voi conoscete tutto quello che 
    stato fatto in Europa a proposito della questione operaia?
    - No, per lo meno un po' vagamente.
    - Questa questione adesso occupa le migliori intelligenze europee.  La
    tendenza  di Schulze-Delitzsch (98)...  e tutta un'immensa letteratura
    sulla questione operaia,  la  tendenza  operaia  di  Lassalle  (99)...
    L'organizzazione  di  Mhlhausen  (100)  gi un fatto compiuto,  come
    probabilmente saprete.
    - Ne ho sentito parlare, ma molto confusamente.
    - No, questo  un modo di dire; in realt, ne sapete quanto me. Io, si
    capisce,  non  sono  un  professore  di  sociologia,   ma  l'argomento
    m'interessa e se,  da parte vostra,  ci trovate qualche interesse,  vi
    esorto a occuparvene.
    - E che cosa hanno concluso?
    - Domando scusa...
    In quel momento i proprietari si alzarono e  Svijazskij,  riuscendo  a
    frenare  Levin  nel  suo  nuovo tentativo di scrutare,  secondo la sua
    spiacevole abitudine, il fondo del suo animo,  and a riaccompagnare i
    suoi ospiti.


    CAPITOLO 28.

    Quella  sera  Levin  si  era terribilmente annoiato in compagnia delle
    signore.  Come non gli era mai accaduto prima,  lo agitava il pensiero
    che  il malcontento che provava riguardo alla sua impresa agricola non
    dipendeva da una sua situazione particolare,  ma da uno stato generale
    di tutta la Russia, e che la creazione di rapporti con i salariati, in
    modo  che essi fossero spinti a lavorare come da quel contadino presso
    il quale aveva sostato durante il viaggio,  non era un  sogno,  ma  un
    problema.  E  gli  pareva che quel problema non presentasse difficolt
    insormontabili e che, in ogni modo, occorresse trovare una soluzione.
    Dopo aver salutato  le  signore  e  promesso  che  si  sarebbe  ancora
    trattenuto il giorno seguente per andare insieme a cavallo a vedere un
    burrone  interessantissimo,  che  si  trovava nella foresta demaniale,
    Levin, prima di coricarsi,  pass nello studio del padrone di casa per
    prendere  dei libri sulla questione operaia,  che Svijazskij gli aveva
    offerti.
    Lo studio di Svijazskij era un'ampia stanza dalle pareti ricoperte  da
    scaffali,  nella  quale  c'erano  due  tavole: una massiccia scrivania
    occupava il centro della stanza e, poco pi in l, una tavola rotonda,
    sopra cui erano sparsi alcuni numeri di riviste e  giornali  in  varie
    lingue,  disposti  a  raggera  attorno  a  una  lampada.  Accanto alla
    scrivania  stava  una  cartelliera,   con  caselle  contrassegnate  da
    etichette dorate e contenenti pratiche di vario genere.
    Svijazskij  diede  a Levin i libri che gli aveva promesso e si sedette
    su una sedia a dondolo.
    - Che cosa state guardando? - chiese all'amico che,  fermatosi davanti
    alla tavola rotonda, stava sfogliando le riviste. - Ah, ecco, guardate
    l,  proprio  nella  rivista che avete in mano,  troverete un articolo
    molto  interessante.   Esso  vuole  dimostrare   che   il   principale
    responsabile  della  divisione  della Polonia non fu affatto Federico.
    Risulta che...
    E,  con la chiarezza che gli era  propria,  gli  riassunse  brevemente
    quella nuova, importante scoperta.
    Bench  in  quel  momento  Levin  fosse soprattutto preso dal pensiero
    dell'azienda, ascoltando il padrone di casa,  non pot trattenersi dal
    chiedersi:  Che  cosa  si  cela  in  lui?  E perch si interessa allo
    smembramento   della   Polonia?.    Quando   l'amico   ebbe   finito,
    istintivamente Levin fu portato a chiedergli: - Ebbene, e poi?
    La  cosa  era  tutta l: l'articolo l'aveva interessato,  e nulla pi.
    Tuttavia Svijazskij non ritenne suo dovere spiegare la ragione del suo
    interesse.
    - S,  quel proprietario brontolone mi ha interessato  molto  -  disse
    Levin,  dopo  aver  sospirato.  -  E' un uomo intelligente e nelle sue
    parole ci sono molte verit.
    - Ma via!  Non  che un incallito sostenitore  segreto  della  servit
    della gleba, come tutti loro! - disse Svijazskij.
    - Eppure voi siete il loro maresciallo!
    -  S,  solo che io li capeggio dall'altra parte - rispose Svijazskij,
    sorridendo.
    - Mi interessa molto - prosegu Levin - quando  dice,  del  resto  con
    ragione,  che  la nostra impresa,  cio che lo sfruttamento razionale,
    non va avanti e che  cammina  solo  la  produzione  usuraia,  come  da
    quell'altro bonaccione,  dove si procede in modo primitivo.  Di chi la
    colpa di tutto questo?
    - Nostra, si capisce.  Eppure non  esatto dire che nulla vada avanti.
    Da Vaslcikov tutto va bene.
    - Gi, la fabbrica...
    -  Ma  infine  non  vedo  che  cosa vi possa sorprendere.  Il popolo 
    rimasto da noi a un gradino cos basso  di  sviluppo  intellettuale  e
    materiale che,  evidentemente,  costretto a opporsi a tutto ci che 
    al di sopra di esso.  Se in Europa  lo  sfruttamento  razionale  della
    terra  progredisce,  ci  dipende  dal fatto che il popolo  istruito.
    Concludo, perci, che da noi bisogna istruire il popolo. Ecco tutto.
    - Ma come fare a istruire il popolo?
    - Per istruire il popolo occorrono tre cose: scuole,  scuole e  ancora
    scuole.
    - Voi stesso ammettete che il popolo  a un infimo livello di sviluppo
    materiale. Che aiuto possono dare a ci le scuole?
    -  Sapete?  Voi mi fate ricordare la storiella di un malato,  al quale
    davano consigli per la sua guarigione: Dovreste provare a purgarvi!.
    Gi  fatto:  sono  peggiorato.   Provate  allora  le  sanguisughe.
    Provate anche queste: peggio che andar di notte.  Be' allora non vi
    resta che pregare Dio.  Ho pregato,  ma il male   aumentato....  E
    cos  succede tra noi: io vi propongo l'economia politica,  e voi dite
    che  peggio;  vi propongo il socialismo,  e dite  che    peggio;  vi
    propongo infine l'istruzione, e dite ancora che  peggio.
    - Ma che aiuto potranno dare le scuole al popolo?
    - Gli creeranno altre necessit.
    - Questo non l'ho mai capito - rispose Levin con foga.   - In che modo
    le  scuole  possono  contribuire  al  miglioramento  delle  condizioni
    materiali del popolo?  Secondo voi,  queste scuole gli creeranno nuove
    necessit: tanto peggio,  perch non sar in grado di soddisfarle.  In
    che  modo  la  conoscenza  dell'addizione,  della  sottrazione  e  del
    catechismo pu migliorare il suo stato materiale? Proprio non riesco a
    capirlo.  L'altra sera ho incontrato una contadina con un lattante  in
    braccio  e  le  ho  chiesto dove andasse.  Mi ha risposto: Vado dalla
    donna che guarisce: hanno fatto il malocchio al  mio  bambino,  piange
    sempre  e  glielo porto perch lo guarisca.  Le ho chiesto: E in che
    modo quella donna cura la malattia?.  Mette il bambino sul  trespolo
    delle galline e borbotta certe strane parole.
    - Vedete,  dunque? Lo dite voi stesso... Perch quella donna non porti
    a far curare un bambino che piange su un trespolo, occorre...  - disse
    Svijazskij, sorridendo allegramente.
    -  Ah  no!  -  esclam Levin con dispetto.  - Questo modo di curare la
    gente , secondo me, analogo al rimedio rappresentato dalle scuole per
    il popolo.  Esso  ignorante,  e noi non l'ignoriamo pi di quanto  la
    donna in questione non ignori che suo figlio  malato, quando lo sente
    strillare; ma in qual modo le scuole rimedieranno a questa ignoranza e
    a  questa  povert,  mi    altrettanto  incomprensibile  quanto  mi 
    incomprensibile la cura del trespolo per guarire il  bambino.  Bisogna
    rimediare al fatto per cui esso  povero.
    - Benissimo!  Su questo punto, almeno, andate d'accordo con l'articolo
    di Spencer (101),  che pure amate cos poco.  Anch'egli  d'avviso che
    un  grande  benessere  e le frequenti abluzioni (queste sono,  secondo
    lui,  le comodit della  vita)  siano  pi  favorevoli  allo  sviluppo
    dell'istruzione di quanto non lo siano la lettura e il calcolo.
    - Bene,  o meglio mi spiace di essere d'accordo con Spencer; ma la mia
    convinzione non  solo di oggi.  Le scuole non sono di aiuto,  ma  di
    aiuto  un sistema economico in cui il popolo sia pi ricco e abbia pi
    tempo libero. Soltanto allora dovr intervenire la scuola.
    - Eppure in tutta l'Europa la scuola  ormai obbligatoria.
    - E come mai, allora,  su questo punto siete d'accordo con Spencer?  -
    chiese Levin.
    Negli occhi di Svijazskij pass il solito lampo di turbamento, ed egli
    si limit ad aggiungere, sorridendo:
    - In verit,  la storiella della donnicciuola e del bimbo che piange 
    divertentissima; l'avete proprio sentita voi stesso?
    Levin si andava  sempre  pi  convincendo  che  non  avrebbe  comunque
    trovato   il   nesso  tra  la  vita  di  quell'uomo  e  le  sue  idee.
    Evidentemente era per  lui  del  tutto  indifferente  a  che  cosa  lo
    portasse il suo ragionamento: gli occorrevano soltanto il piacere e il
    processo della discussione.  E gli dispiaceva allorch il processo del
    ragionamento lo portava in un vicolo cieco. Solo questo temeva e,  per
    evitarlo, portava il discorso su un altro argomento, pi gradito e pi
    allegro.
    Tutte  le  impressioni  di  quel giorno,  a cominciare da quelle avute
    nella casa del vecchio contadino dal quale si era fermato  durante  il
    viaggio  e  che gli erano servite di base per tutte le altre,  avevano
    agitato profondamente Levin.  Quel caro Svijazskij,  che si teneva  le
    sue idee solo a uso del pubblico ed, evidentemente, aveva chiss quali
    altre  basi  di  vita,  per  Levin  misteriose;  il che non impediva a
    quell'uomo, come a tanti altri, di guidare l'opinione pubblica in base
    a idee che gli erano estranee. Poi,  quell'iracondo possidente,  i cui
    ragionamenti  tratti  dall'esperienza della vita stessa parevano tanto
    giusti a Levin,  sebbene  questi  riprovasse  l'esasperazione  di  lui
    contro  un'intera  classe,  la migliore del popolo russo;  infine,  le
    proprie delusioni per la sua attivit e la confusa speranza di trovare
    un rimedio a  tutto  ci,  si  fondevano  in  un'unica  sensazione  di
    angoscia interiore e di ardente attesa in una soluzione vicina.
    Quando  si  trov  solo  nella  camera  che  gli  era stata destinata,
    sdraiato su un  materasso  elastico  che  lo  faceva  inaspettatamente
    sobbalzare a ogni movimento, Levin non riusciva a prender sonno. Nulla
    del   discorso   di  Svijazskij,   che  pur  aveva  detto  molte  cose
    intelligenti,  aveva interessato Levin;  in  compenso,  gli  tornavano
    involontariamente   al   pensiero   tutti   i  particolari  della  sua
    conversazione con il possidente iracondo e andava immaginando ci  che
    avrebbe dovuto rispondergli.
    Voi  sostenete,  dovevo  dirgli,  che  la nostra agricoltura non va
    perch il contadino odia qualsiasi perfezionamento e che  bisognerebbe
    costringerlo con la forza ad accettarlo.  Avreste ragione,  se la vera
    causa dell'insuccesso fosse quella che dite,  ma l'esperienza dimostra
    che  il  successo esiste solo dove l'operaio agisce conformemente alle
    proprie attitudini, come nel caso di quel vecchio contadino, dal quale
    mi  sono  fermato  venendo  qui.   La   comune   insoddisfazione   per
    l'agricoltura  dimostra  in  realt  che la colpa  nostra,  e non dei
    lavoratori.  Gi da tempo noi ci preoccupiamo della  potenza  operaia,
    senza domandarci quali siano le peculiarit di tale potenza.  Proviamo
    a vedere nella mano d'opera non una forza lavoratrice  ideale,  ma  il
    contadino  russo,  cos  come  egli  ,  con  i  suoi istinti e le sue
    abitudini e,  in conformit,  organizziamo la conduzione dell'azienda.
    Immaginate,  avrei dovuto dirgli,  che la vostra azienda progredisca
    come quella del vecchio contadino,  immaginate di aver trovato il modo
    per interessare gli operai al successo delle vostre fatiche e di avere
    introdotto  quel  minimo  di  perfezionamento che anch'essi ammettono:
    sono certo che,  senza impoverire il terreno,  il vostro reddito  sar
    raddoppiato, triplicato, rispetto a prima. Dividete in due il ricavo e
    datene la met ai lavoratori: risulter un profitto maggiore per voi e
    un vantaggio per loro.  Ma che cosa bisogna fare per questo? Abbassare
    il  livello  della  produzione  e  interessare  i  lavoratori  al  suo
    successo.  Il  raggiungimento  di  questo  scopo    una  questione di
    particolari, ma  fuor di dubbio che esso  possibile.
    Questo pensiero mise Levin in grande agitazione.  Per una  buona  met
    della  notte  non  riusc  a  dormire,  ossessionato  dal pensiero dei
    particolari che potevano aiutarlo a realizzare il suo progetto. Bench
    non avesse ancora pensato  alla  partenza,  decise  a  un  tratto  che
    sarebbe  andato  via  il giorno dopo,  di buon mattino,  per tornare a
    casa.  Per di pi,  la cognata dell'amico,  con il suo abito scollato,
    suscitava  in  lui una sensazione simile alla vergogna e al pentimento
    per un'azione cattiva. L'importante era che aveva bisogno di andarsene
    senza indugio,  se voleva avere il tempo di proporre ai  contadini  il
    nuovo progetto,  prima delle semine autunnali,  in modo da effettuarle
    gi sulle nuove basi.  Ormai era risoluto: intendeva riorganizzare  in
    modo radicalmente nuovo la sua azienda.


    CAPITOLO 29.

    L'attuazione  del  progetto  di Levin presentava molte difficolt,  ma
    egli si batt con tutte le sue forze ed ottenne,  se  pure  non  tutto
    quello che desiderava,  almeno la convinzione di poter credere,  senza
    ingannarsi,  che l'impresa valeva la fatica che richiedeva.  Una delle
    difficolt principali,  contro cui Levin urt, deriv dal fatto che il
    lavoro era gi in piena attivit,  che non si poteva fermare  tutto  e
    ricominciare  tutto daccapo;  eppure occorreva trasformare la macchina
    mentre era in movimento.
    Quando, la stessa sera del ritorno a casa,  comunic al fattore i suoi
    progetti,  questi,  accolta  con evidente soddisfazione la prima parte
    del discorso di Levin,  poich trovava in essa  la  dimostrazione  che
    tutto  quanto  era stato fatto sino allora era assurdo e svantaggioso,
    osserv che da un pezzo egli aveva espresso un'idea consimile,  ma che
    nessuno  gli  aveva  dato retta.  Per quanto si riferiva alla proposta
    fattagli da Levin di  prender  parte  come  consocio,  insieme  con  i
    lavoratori,  allo  sfruttamento  dell'azienda,  il  fattore  manifest
    soltanto un grande scoraggiamento e,  senza formulare  alcuna  precisa
    opinione,  fece  presente la necessit di mettere al riparo gli ultimi
    covoni di segala e di mandare a  fare  la  seconda  aratura;  cosicch
    Levin   comprese  che  non  aveva  scelto  il  momento  opportuno  per
    affrontare l'argomento.
    Quando espose ai  contadini  i  suoi  progetti,  facendo  proposte  di
    affitto  a  nuove condizioni,  urt contro una difficolt dello stesso
    genere;  essi erano talmente presi  dal  lavoro  giornaliero  che  non
    avevano tempo di pensare ai vantaggi e agli svantaggi dell'iniziativa.
    Fu l'ingenuo contadino Ivn, il vaccaro, l'unico che parve comprendere
    perfettamente  la  proposta di Levin di partecipare con la famiglia ai
    guadagni  delle  stalle  e  che  si  dimostr  pienamente   favorevole
    all'iniziativa.  Ma  quando Levin prese a enumerare i vantaggi futuri,
    il viso di Ivn si turb e parve dolersi di non poter  ascoltare  sino
    in  fondo  le  sue  spiegazioni;  preso  all'improvviso  da un bisogno
    urgente di darsi da fare, impugn un forcone per finire di raccogliere
    il fieno rimasto nel recinto del bestiame,  poi si mise a riempire  un
    truogolo d'acqua e ad ammonticchiare il letame.
    Un'altra   difficolt   consisteva   nell'invincibile  diffidenza  dei
    contadini,  i quali non riuscivano a credere che  il  padrone  potesse
    avere  altri scopi se non quello di spennarli il pi possibile.  Erano
    fermamente convinti che il suo  vero  scopo  (qualsiasi  cosa  dicesse
    loro)  sarebbe  sempre  stato  diverso  da quello che prometteva.  Del
    resto, essi stessi non parlavano sempre molto,  senza mai esprimere il
    fondo  del  loro  pensiero?  Per di pi (e sotto questo punto di vista
    Levin sentiva che il possidente iracondo aveva  ragione)  i  contadini
    ponevano  come prima e assoluta condizione di qualsiasi accordo quella
    di non essere costretti n ad alcun nuovo metodo di lavoro, n all'uso
    di nuovi strumenti e di macchine sconosciute. Ammettevano che l'aratro
    lavora meglio,  che la macchina a vapore  pi  rapida,  ma  trovavano
    mille scuse per non usare n l'uno,  n l'altra; e Levin, bench fosse
    convinto che bisognasse abbassare il  livello  della  lavorazione,  si
    rammaricava  di  dover  rinunziare  a  quei  perfezionamenti,  il  cui
    vantaggio  non  poteva  non   essere   evidente.   Nonostante   queste
    difficolt, ottenne tuttavia il suo scopo, tanto che, verso l'autunno,
    la faccenda,  almeno cos gli parve,  era organizzata.  Dapprima aveva
    pensato di dare in affitto tutte  le  terre,  cos  come  stavano,  ai
    contadini,  ai braccianti e al fattore,  sopra una nuova base sociale,
    ma ben  presto  si  convinse  dell'impossibilit  di  realizzare  quel
    progetto e si decise a suddividere l'azienda.  Le stalle,  l'orto,  il
    frutteto,  i  prati  i  campi,  dovevano  costituire  parti  separate.
    L'ingenuo Ivn, il vaccaro, che, secondo Levin, aveva capito meglio di
    tutti  la  novit,  raccolse  attorno a s un "artel" (102) costituito
    prevalentemente dalla sua famiglia, e fu incaricato dello sfruttamento
    del bestiame.
    La lavorazione dei campi pi lontani,  che da otto anni in  qua  erano
    quasi   completamente   abbandonati,   furono   affidati,   sotto   la
    sorveglianza  dell'intelligente  carpentiere  Fdor  Rezunov,   a  sei
    famiglie di contadini,  in base a nuove condizioni;  finalmente,  alle
    stesse condizioni,  il contadino Sciuroev ebbe tutto l'orto.  Il resto
    rimase,  per  il  momento,  nello  stesso stato di prima,  ma quei tre
    "artel" costituivano per Levin l'inizio della nuova  organizzazione  e
    lo occupavano interamente.
    Era vero che nelle stalle le cose non andavano, per il momento, meglio
    di  prima.  Ivn si opponeva ostinatamente al riscaldamento dei locali
    per le mucche e alla lavorazione del  latte,  sostenendo  che  in  una
    stalla fredda le mucche richiedono meno foraggio e che il burro, fatto
    con la crema naturalmente inacidita,  rende di pi; inoltre pretendeva
    un salario pari a quello del passato, e non si rendeva per nulla conto
    che il denaro che riceveva non era una  paga,  ma  l'anticipo  di  una
    parte del guadagno.
    Era  vero  che  i  contadini dell'"artel" di Fdor Rezunov non avevano
    fatto le semine con la seminatrice,  come era stato  convenuto,  e  si
    giustificarono  dicendo  che era loro mancato il tempo per farlo.  Era
    vero che i contadini di quel  gruppo,  bench  avessero  accettato  il
    nuovo modo di lavorazione,  dicevano che quella terra non era condotta
    in comune, ma a mezzadria e pi di una volta,  e lo stesso Rezunov per
    primo,  avevano  detto a Levin: Faresti meglio a prendere i soldi per
    la  terra:  voi  sareste  pi  tranquillo  e  per  noi   sarebbe   una
    liberazione.  Inoltre,  coglievano sempre ogni pretesto per rimandare
    la costruzione di un cortile per il bestiame e di un recinto, come era
    stato concordato,  e tirarono le cose cos in lungo da  arrivare  sino
    all'inverno.
    Era vero che Sciuroev volle dividere in piccoli lotti ai contadini gli
    orti che aveva presi avendo, evidentemente, interpretato a rovescio, e
    pareva  intenzionalmente,  le  condizioni  a cui gli era stata data la
    terra.
    Era vero che spesso, discorrendo con i contadini e cercando di spiegar
    loro  i  vantaggi  dell'impresa,  Levin  si  rendeva  conto  che  essi
    ascoltavano  soltanto  il suono della sua voce e ritenevano fermamente
    che,  qualsiasi cosa egli dicesse,  non sarebbe riuscito a ingannarli.
    Sentiva  questo specialmente quando parlava con il pi intelligente di
    quegli uomini, Rezunov,  nei cui occhi notava quel luccichio di chiara
    irrisione che dimostrava la ferma sicurezza che, se in quella faccenda
    qualcuno doveva essere ingannato,  quello non sarebbe stato certamente
    lui, Rezunov.
    Eppure,  nonostante tutto questo,  Levin  era  convinto  che  le  cose
    procedessero  in  modo  soddisfacente  e che,  tenendo rigorosamente i
    conti e insistendo nelle sue idee, avrebbe potuto dimostrare in futuro
    i vantaggi della nuova organizzazione e che,  giunte a quel punto,  le
    cose avrebbero marciato da sole.
    Tutte  le cure concernenti lo sfruttamento della parte di terra che si
    era riservata e il lavoro a  tavolino  per  il  suo  libro  occuparono
    talmente Levin per tutta l'estate che non and neppure a caccia.
    Alla  fine  di agosto fu informato che gli Oblonskij erano partiti per
    Mosca da un uomo che gli riport  la  sella.  Levin  sapeva  che,  non
    avendo  risposto al biglietto di Drija Aleksndrovna,  aveva commesso
    una grossa scortesia, alla quale non poteva pensare senza arrossire di
    vergogna;  comportandosi in tal modo,  si era tagliato tutti  i  ponti
    alle  spalle  e  ormai  si  era  per sempre vietato l'ingresso in casa
    Scerbackij...  Esattamente cos aveva agito con Svijazskij,  dalla cui
    casa era partito senza salutare;  ma anche da loro era risoluto di non
    porre pi piede.
    Ormai per lui era lo stesso: la nuova impresa  della  riorganizzazione
    della  sua  azienda  lo  teneva occupato come mai lo era stato in vita
    sua. Lesse i libri datigli da Svijazskij,  se ne procur altri che gli
    mancavano,  lesse  anche  volumi  di economia politica e di socialismo
    sull'argomento, ma,  come del resto si aspettava,  non trov nulla che
    si riferisse all'opera che egli aveva intrapresa. Cos nel trattato di
    Stuart  Mill,  per esempio,  che studi per primo e con grande ardore,
    sperando ogni momento di imbattersi nella soluzione dei  problemi  che
    lo  interessavano,  trov  parecchie  leggi  dedotte  dalla situazione
    economica europea; ma non ne vide alcuna applicabile alla Russia,  pur
    presentando  carattere  di  generalit.  La  stessa cosa costat nelle
    letture delle opere socialiste: o si trattava di fantasie meravigliose
    ma non applicabili,  da cui Levin era  stato  affascinato  quando  era
    ancora studente, oppure di correzioni e suggerimenti per passare dalla
    situazione  europea  a  quella  russa,  dato  che  questi  due modi di
    esistere non avevano nulla in comune.  L'economia  politica  affermava
    che  le leggi secondo cui si era sviluppata e si sviluppa la ricchezza
    in Europa sono leggi indubitabili e universali,  laddove  la  dottrina
    socialista  affermava invece che lo sviluppo della ricchezza in base a
    queste leggi conduce infallibilmente alla  rovina.  Ma  n  l'una,  n
    l'altra, non solo non offriva una soluzione al problema, ma neppure la
    minima indicazione su ci che lui,  Levin, e tutti i contadini russi e
    i proprietari terrieri dovessero fare con i milioni di  braccia  e  di
    "desjatiny"  di cui disponevano per trarne il miglior rendimento sotto
    il punto di vista del benessere generale.
    Visto  che   si   era   messo   in   quell'impresa,   rilesse   ancora
    coscienziosamente  tutto  ci che si riferiva all'argomento,  e decise
    inoltre di partire in autunno per l'estero,  allo  scopo  di  studiare
    ancora  la  questione sul posto,  in modo che non accadesse pi a quel
    proposito ci che gli era accaduto per altre questioni.  Infatti,  non
    appena egli cominciava a comprendere il pensiero del suo interlocutore
    e a esporre il proprio, gli obiettavano: Non avete letto, dunque, gli
    scritti di Kaufmann,  di John,  di Dubois e di Micheli?  (103). Allora
    leggeteli: hanno studiato la questione in profondit.  Egli era ormai
    convinto  che Kaufmann e Micheli non avevano pi nulla da insegnargli:
    sapeva quello che voleva, sapeva che la Russia aveva terre magnifiche,
    magnifici lavoratori e che in certi casi, come dal contadino presso il
    quale aveva sostato durante il viaggio, quei lavoratori e quella terra
    producevano molto, mentre pi spesso,  quando si investiva il capitale
    all'europea,  producevano poco;  ci,  secondo lui, accadeva solamente
    perch  gli  operai  intendono  lavorare  a  modo  loro,   e  la  loro
    opposizione  ai nuovi metodi non era casuale,  ma permanente: aveva le
    sue basi nello spirito del popolo. Il popolo russo,  egli pensava,  la
    cui  missione    di  popolare e coltivare immense estensioni di terre
    vergini,  attaccato ai propri metodi tradizionali, che tutto sommato,
    non sono forse cos cattivi come di solito si pensa.
    Ed egli voleva dare di questi fatti la prova teorica, nel suo libro, e
    la prova pratica nella sua azienda.


    CAPITOLO 30.

    Alla fine di settembre,  dopo il taglio del bosco,  fu trasportato  il
    legname  per la costruzione delle stalle sul terreno dato all'"artel";
    fu venduto il burro e il guadagno  diviso  secondo  il  convenuto.  In
    pratica,  l'azienda funzionava ottimamente,  almeno secondo l'opinione
    di Levin,  ma per chiarire in teoria le proprie idee e finire il libro
    che,  secondo  i suoi sogni,  doveva non solo rivoluzionare l'economia
    politica,  ma addirittura annientarla e porre le basi per una  scienza
    nuova  sui  rapporti  dei popoli con la terra,  non gli restava da far
    altro che partire  per  l'estero,  per  studiare  sul  posto  tutti  i
    tentativi  che  l  erano  stati fatti in quel senso e per dimostrarne
    l'inutilit.
    Levin aspettava soltanto il raccolto del frumento onde avere il denaro
    necessario per mettersi in viaggio. Ma cominciarono le piogge e non fu
    possibile n raccogliere il grano,  n le  patate,  che  rimasero  nei
    campi;  tutti  i  lavori,  compreso  il raccolto della segala,  furono
    sospesi.  Il fango rendeva le strade impraticabili,  due mulini furono
    portati  via  dalla  piena  delle  acque,  e  il  tempo  continuava  a
    peggiorare.
    Il 30 settembre, finalmente, ricomparve il sole e fece sperare nel bel
    tempo.  Levin cominci risolutamente  i  preparativi  della  partenza:
    ordin  di  ritirare  il frumento nella rimessa,  mand il fattore dal
    mercante per incassare il  denaro  e  visit  personalmente  tutta  la
    tenuta per impartire le ultime disposizioni prima di partire.
    Alla sera,  sistemata ogni cosa,  bagnato sino all'osso dall'acqua che
    gli scendeva a rivoli gi per la giacca di pelle  dietro  il  collo  e
    sino ai gambali, ma, nonostante questo, nelle migliori disposizioni di
    spirito, Levin riprese la via di casa. Durante la serata, il tempo era
    di  nuovo  peggiorato  e la pioggia sferzava vigorosamente il cavallo,
    tanto da farlo camminare di traverso; la bestia era fradicia e scoteva
    le orecchie e la testa, ma Levin, sotto il cappuccio,  si sentiva bene
    e  guardava  allegramente  attorno  a  s  i  torbidi  ruscelletti che
    scorrevano sulla strada,  le gocce appese a ogni rametto,  il biancore
    della grandine non ancora disciolta sulle assi di un ponte,  le foglie
    succose degli alberi  ammucchiate  in  densi  strati  ai  loro  piedi.
    Nonostante  la  tetraggine della natura circostante,  Levin si sentiva
    particolarmente eccitato.  Nel discorrere  con  un  contadino,  in  un
    villaggio  lontano,  si  era reso conto che costui aveva cominciato ad
    abituarsi al nuovo modo di lavorazione;  un vecchio  oste,  dal  quale
    Levin  si  era fermato per asciugarsi,  approvava evidentemente i suoi
    progetti e gli aveva  addirittura  proposto  di  entrar  a  far  parte
    dell'associazione   che   Levin  stava  formando  per  l'acquisto  del
    bestiame.
    Mi baster soltanto procedere con tenacia verso la meta e otterr  il
    mio scopo, pensava Levin, senza dubbio occorre lavorare e non temere
    la  fatica.  Qui non si tratta soltanto di una mia faccenda personale,
    ma  del  bene  generale.  Tutta  l'agricoltura  e,   soprattutto,   la
    condizione  del  popolo  deve  mutare  completamente.  La miseria deve
    cedere il posto alla prosperit,  l'ostilit deve  sparire  di  fronte
    alla  concordia e alla comunanza degli interessi.  In una parola,  una
    rivoluzione  incruenta,   s,   ma  una  rivoluzione   completa   che,
    circoscritta  dapprima  nel  piccolo  ambito del nostro distretto,  si
    estender nel governatorato,  nella Russia intera,  in tutto il mondo.
    E' un'idea giusta e non pu non esser feconda.  S, questo  uno scopo
    per il quale vale la pena di  lavorare.  E  il  fatto  che  a  tentare
    l'impresa sia io,  Kstja Levin,  quello stesso che andava alle serate
    da ballo con la cravatta nera e al quale la  signorina  Scerbackij  ha
    rifiutato  la  propria  mano,  quello stesso che  cos insignificante
    anche ai propri occhi,  non    una  cosa  che  dimostri  nulla.  Sono
    convinto  che  lo  stesso  Franklin  (104) abbia avuto coscienza della
    propria inferiorit e abbia provato poca fiducia  in  se  stesso.  Che
    importa!  Anche lui,  forse,  aveva in casa la sua Agfija Michjlovna
    alla quale confidava i suoi progetti.
    Con simili pensieri, Levin giunse a casa a notte fatta. Il fattore era
    tornato egli pure dalla casa  del  mercante,  recando  una  parte  del
    denaro  della  segala.  Il  contratto con l'oste era stato fatto;  per
    strada,  il fattore aveva saputo che in molti altri posti il grano era
    rimasto nei campi,  di modo che le loro centosessanta biche non ancora
    messe a posto non erano nulla a paragone di quelle  che  restavano  da
    sistemare presso gli altri.
    Dopo  aver  pranzato,  Levin  si  mise  a sedere,  come al solito,  in
    poltrona con un libro e la lettura lo incit a  pensare  all'imminente
    viaggio.  In  quel  giorno  gli apparve in modo particolarmente chiaro
    tutto il significato della sua impresa e nella sua mente  si  andavano
    formando,  nitide  e precise,  le idee che formavano l'essenza del suo
    pensiero. Queste sono idee da notare, pensava.  Dovranno costituire
    una  breve  introduzione,  che  prima  ritenevo inutile.  Si alz per
    andare allo scrittoio, e Laska, sdraiata ai suoi piedi,  si stiracchi
    e si alz essa pure,  voltandosi a guardarlo, come per chiedergli dove
    bisognasse andare.  Levin,  per,  non ebbe tempo di scrivere,  perch
    giunsero alcuni capoccia a prendere disposizioni, per cui egli usc in
    anticamera dove quelli lo attendevano.
    Dopo la consegna, ossia gli ordini per il lavoro del giorno seguente e
    dopo  aver ricevuto tutti i contadini che gli volevano parlare,  Levin
    rientr nel suo studio e si mise al lavoro. Laska si accucci sotto il
    tavolo e Agfija Michjlovna,  con il suo lavoro a maglia in mano,  si
    sedette al solito posto.
    Dopo aver scritto per un certo tempo,  Levin a un tratto, con insolita
    vivezza,  ricord Kitty,  il suo rifiuto e il  loro  ultimo  incontro;
    allora si alz e prese ad andare avanti e indietro per la stanza.
    -  Non c' motivo perch dobbiate annoiarvi cos!  - gli disse Agfija
    Michjlovna. - Perch restate qui? Dovreste andare alle acque termali,
    come avevate deciso di fare.
    - Partir posdomani,  Agfija Michjlovna,  ma prima devo sistemare  i
    miei affari.
    - Ma che affari?  Non avete gi beneficato abbastanza i contadini? Il
    nostro padrone,  essi dicono,  aspetta certo una  decorazione  dallo
    zar!. E' incredibile! Perch vi date tanto da fare per i contadini?
    - Non  per loro che mi preoccupo, lo faccio per me.
    Agfija  Michjlovna  conosceva  tutti  i  particolari dei progetti di
    Levin;  spesso Levin le esponeva le  proprie  idee  e,  non  di  rado,
    discuteva  con  lei;  e la brava donna non sempre era d'accordo con le
    sue opinioni.  Ma questa volta comprese proprio a rovescio ci che lui
    le diceva.
    -  Alla nostra anima,  si sa,  bisogna pensare pi che a tutto - disse
    con un sospiro. - Guardate Parfn Denisyc', che pure era un ignorante,
    ha tuttavia avuto una bella morte,  quale sarebbe desiderabile che Dio
    concedesse  a  tutti...  -  disse  di un domestico,  morto da poco.  -
    L'hanno comunicato,  gli hanno dato l'olio  santo  e  dette  tutte  le
    preghiere...
    - Io non parlo di questo - rispose Levin. - Voglio dire che lavoro per
    il  mio  interesse.  Ora  per  me    pi  vantaggioso che i contadini
    lavorino meglio.
    - Ma, per quanto voi facciate, se il contadino  un poltrone, lavorer
    sempre male. Quello che ha un po' di coscienza, far ci che deve fare
    onestamente, quello che non ne ha, non far mai nulla di buono.
    - S, ma anche voi dite che Ivn comincia a curar meglio il bestiame.
    - Io dico una cosa sola - rispose Agfija  Michjlovna,  evidentemente
    non  per caso,  ma come dopo matura riflessione: - dico che voi dovete
    prender moglie: ecco tutto.
    Quell'osservazione di Agfija Michjlovna,  che coincideva proprio con
    quello cui egli poco prima pensava,  lo addolor e lo offese. Levin si
    accigli  e,  senza  risponderle,  si  sedette  di  nuovo  al  tavolo,
    ripetendosi tutto quanto aveva pensato sull'importanza del suo lavoro.
    Solo  di  rado  ascoltava,  nel  silenzio,  il ticchettio dei ferri di
    Agfija Michjlovna e,  ricordando ci che non  voleva  ricordare,  si
    incup sempre di pi.
    Verso le nove si ud un tintinnare di sonagli e il sordo sobbalzare di
    una carrozza sulla strada fangosa.
    -  Ecco  che stanno arrivando degli ospiti...  non vi annoierete pi -
    disse Agfija Michjlovna, alzandosi e avviandosi verso la porta.
    Ma Levin l'aveva preceduta. Il suo lavoro, in quel momento, era fermo,
    ed egli fu lietissimo di quella diversione,  chiunque  fosse  l'ospite
    che stava arrivando.


    CAPITOLO 31.

    Sceso  di  corsa  sino  a  met  della  scala,   Levin  ud  provenire
    dall'anticamera un tossicchiare a lui ben noto,  ma,  poich il rumore
    dei suoi passi gli impediva di udire chiaramente quel suono,  sper di
    essersi sbagliato. Pochi minuti dopo scorse una figura lunga e ossuta,
    che ben conosceva: non  era  pi  possibile  ingannarsi!  Eppure  egli
    sperava  ancora  che quell'uomo lungo,  che si toglieva la pelliccia e
    continuava a tossicchiare, non fosse suo fratello Nikolj...
    Levin voleva bene al fratello,  ma vivergli insieme era  per  lui  una
    tortura. Ora poi che, sotto l'influsso del pensiero che gli era venuto
    e dell'accenno di Agfija Michjlovna, si trovava in uno stato d'animo
    confuso  e  oscuro,  l'imminente  incontro  con  il  fratello  gli  si
    presentava particolarmente penoso. Invece di un ospite sano,  allegro,
    estraneo,  che  sperava  lo  avrebbe  distratto  da  quello  stato  di
    turbamento morale, ecco che doveva incontrarsi con il fratello, che lo
    conosceva a fondo, che avrebbe frugato nei suoi pi intimi pensieri, e
    l'avrebbe costretto a confessare tutti i suoi progetti.  E questo  non
    lo voleva a nessun costo!
    Irritato  con se stesso per questo cattivo sentimento,  Levin corse in
    anticamera e, non appena vide il fratello da vicino, il suo disappunto
    scomparve e cedette il posto alla piet.  Per quanto  anche  prima  la
    magrezza  e  l'aspetto malato del fratello fossero terribili,  Nikolj
    pareva ora pi scarno e pi sofferente che mai. Sembrava uno scheletro
    coperto di pelle.
    Ritto in anticamera, storcendo il collo lungo e magro per togliersi la
    sciarpa,  sorrideva di un sorriso strano e rassegnato.  Alla vista  di
    quel sorriso, Levin si sent serrare la gola...
    -  Eccomi,  sono venuto da te!  - disse Nikolj con voce sorda,  senza
    staccare gli occhi dal viso del fratello.  -  Da  molto  tempo  volevo
    farlo,  ma  mi  sentivo sempre male.  Ora,  invece,  mi sono ripreso -
    aggiunse, lisciandosi la barba con la mano lunga e scarna.
    - Certo,  certo - rispose Levin.  E  prov  uno  sgomento  ancora  pi
    profondo  quando,  baciando  il  fratello,  sent  sotto  le labbra la
    secchezza della pelle di lui e vide  da  vicino  lo  strano  luccichio
    degli occhi.
    Alcune  settimane  prima,  Levin  aveva  scritto  al fratello che,  in
    seguito alla vendita della piccola parte di  terra  rimasta  indivisa,
    doveva consegnargli ci che gli spettava, circa duemila rubli.
    Nikolj   era   venuto  precisamente  a  riscuotere  quel  denaro  ma,
    soprattutto,  desiderava vivere un po' nel proprio  nido,  calcare  la
    terra natia per attingervi,  come gli antichi eroi, nuove forze per la
    sua imminente attivit.  Bench fosse diventato ancora pi curvo e  di
    una  magrezza  impressionante,  ancor  pi  accentuata  dalla sua alta
    statura, i suoi movimenti avevano conservato la vivacit e la rapidit
    di un tempo. Levin lo accompagn nel suo studio.
    Il fratello, contrariamente alle sue abitudini, si cambi di abito con
    particolare cura,  pettin i suoi radi capelli  lisci  e,  sorridendo,
    sal al piano di sopra.
    Era  di  quell'umore allegro e affettuoso che il fratello aveva spesso
    notato in lui nell'infanzia.  Accenn persino a Sergj Ivnovic' senza
    rancore e,  vedendo Agfija Michjlovna,  scherz con lei e le domand
    notizie dei vecchi domestici.  La  scomparsa  di  Parfn  Denisyc'  lo
    impression  penosamente  e  sul  suo  viso  apparve un'espressione di
    sgomento. Ma si riprese subito.
    - Era gi vecchio - disse e,  cambiando discorso,  prosegu: - S,  mi
    tratterr qui da te un mese o due,  e poi andr a Mosca.  Sai, Mjagkov
    mi ha promesso un posto e cos avr un impiego.  Sto sistemando la mia
    vita  in  modo  completamente  diverso...  A  proposito,  sai  che  ho
    allontanato quella donna?
    - Mrija Nikolevna? Ma come? Perch mai?
    - Ah,  era una  donna  disgustosa,  che  mi  ha  dato  un  mucchio  di
    dispiaceri. - Ma non disse di quali dispiaceri si trattava. Del resto,
    non poteva certo dire che aveva scacciato Mrija Nikolevna unicamente
    perch  gli  serviva il t troppo lungo e perch lo trattava troppo da
    malato.  - Insomma,  voglio cambiare  completamente  il  mio  modo  di
    vivere.  Anch'io,  ne  convengo,  ho  commesso  delle sciocchezze,  ma
    succede a tutti; il denaro  l'ultima cosa che rimpiango. L'importante
     che ci sia la salute, e la salute, grazie a Dio,  molto migliorata.
    Levin ascoltava il fratello,  ma non trovava  nulla  da  rispondergli.
    Evidentemente  Nikolj  se  ne accorse e incominci a interrogarlo sui
    suoi affari;  e questi fu contento di parlare di s,  perch non aveva
    bisogno  di  fingere.  Espose  al  fratello  i  suoi  progressi  e  le
    iniziative intraprese.
    Nikolj ascoltava,  ma era chiaro che l'argomento non lo  interessava.
    Quei  due  uomini  si assomigliavano talmente che il minimo gesto,  il
    tono stesso della voce diceva a entrambi pi di quello che si pu dire
    con le parole,  e un identico pensiero,  che soffocava tutto il resto,
    li  teneva  entrambi  occupati in quel momento: la malattia e la morte
    non lontana di Nikolj.
    Ma n l'uno,  n l'altro osava farvi la  minima  allusione  e  perci,
    qualsiasi  cosa  essi  dicessero,  al  di  fuori di quello che solo li
    interessava, era tutto menzogna.
    Mai Levin era stato cos contento che la serata  fosse  finita  e  che
    fosse giunta l'ora di andare a dormire.  Mai,  con nessun estraneo, in
    alcuna visita ufficiale,  era stato cos innaturale e cos falso  come
    quella    sera.    E   la   consapevolezza   e   il   pentimento   per
    quell'innaturalezza lo rendevano ancora pi innaturale. Mentre provava
    un'angoscia profonda alla vista di quel suo amato fratello cos vicino
    a morire,  gli toccava ascoltare  e  approvare  i  progetti  che  egli
    accarezzava per il suo avvenire.
    Poich la casa era umida,  e una sola stanza veniva riscaldata,  Levin
    fece dormire  il  fratello  in  camera  sua,  sistemandolo  dietro  un
    tramezzo.
    Nikolj si coric ma,  sia che dormisse o no,  si agitava come tutti i
    malati;  tossiva e borbottava parole senza senso.  A volte  respirando
    pesantemente,  diceva: Ah,  mio Dio!,  oppure,  quando il catarro lo
    soffocava,  esclamava con stizza: Ah,  diavolo!.  Levin per un pezzo
    rimase sveglio, ascoltandolo. I pensieri pi diversi gli passavano per
    la mente, ma la conclusione di tutti era una sola: la morte.
    La morte, la fine inevitabile di tutto, gli si presentava per la prima
    volta nella sua ineluttabile forza.  E questa morte che era l, pronta
    a ghermire quel fratello diletto, che gemeva nel sonno e invocava, per
    abitudine, ora Dio ora il diavolo;  era vicina a lui pi di quanto non
    avesse mai pensato. Era dentro di lui stesso, lo sentiva. Se non oggi,
    se non domani,  fra trent'anni,  non era forse la stessa cosa? Cos'era
    dunque questa morte ineluttabile?  Non solo lo ignorava,  non solo non
    ci aveva mai pensato, ma neppure voleva e osava pensarci.
    Io lavoro,  diceva, io faccio dei progetti e dimentico che tutto ha
    fine e che lo scopo supremo  la morte!
    Rannicchiato nel letto,  al buio,  con le  ginocchia  strette  tra  le
    braccia,   trattenendo  il  respiro  per  la  tensione  del  pensiero,
    meditava.   Ma,   quanto  pi  intensamente  rifletteva,   tanto   pi
    chiaramente  gli  appariva  che le cose erano proprio cos e che nella
    sua concezione della  vita  aveva  omesso  semplicemente  una  piccola
    circostanza:  la  morte,  che  sarebbe  venuta  a  porre fine a tutto,
    cosicch  non  valeva  neppure  la  pena  di  cominciare  nulla.   Era
    terribile, s, ma era cos!
    Ma dal momento che io sono ancora vivo,  che cosa devo fare, che cosa
    devo fare?,  si chiese con disperazione.  Accese la candela,  si alz
    senza  far rumore e si avvicin allo specchio.  Si esamin i capelli e
    il volto: sulle tempie spuntavano i primi capelli bianchi.  Aperse  la
    bocca,  e vide che gli ultimi molari cominciavano a guastarsi;  scopr
    le braccia muscolose e costat che erano ancora  piene  di  forza.  Ma
    anche Nikolj,  che respirava penosamente con quel poco di polmoni che
    gli rimaneva,  non aveva  forse  avuto  anche  lui  un  corpo  sano  e
    vigoroso?  E  a  un tratto si ricord di quando,  bambini,  andavano a
    letto insieme e  aspettavano  con  impazienza  che  Fdor  Bogdnovic'
    uscisse  dalla stanza per buttarsi addosso i cuscini e ridere,  ridere
    cos di cuore che nemmeno la paura di Fdor Bogdnovic' poteva frenare
    quella felice esuberanza di vivere! E adesso,  ecco lui l,  con quel
    petto  vuoto  e quel suo continuo contorcersi...  e io che non so cosa
    fare e neppure immaginare che cosa mi riservi l'avvenire!.
    - Oh, oh, oh, diavolo! Perch ti rigiri, perch non dormi? - rison la
    voce del fratello.
    - Non lo so. Un po' d'insonnia...
    - Io ho dormito benissimo; adesso non sono pi sudato.  Guarda,  tocca
    la camicia...  completamente asciutta.
    Levin tocc; poi se ne torn dietro il tramezzo, spense la candela, ma
    rimase  ancora  a  lungo  sveglio.  Il  problema della vita cominciava
    appena a schiarirglisi un po' e gi gliene si  affacciava  uno  nuovo,
    insolubile: quello della morte.
    S,  egli  sta  morendo!  Morir in primavera,  ma che posso fare per
    aiutarlo? Che posso dirgli? Che ne so, io? Non avevo forse dimenticato
    io stesso che bisogna morire?.


    CAPITOLO 32.

    Levin da un  pezzo  aveva  osservato  che  le  persone  eccessivamente
    gentili  e  sottomesse  ben presto diventano insopportabili per i loro
    capricci e le loro esigenze,  e presentiva che con il fratello sarebbe
    accaduto lo stesso. Infatti, la dolcezza del fratello Nikolj non dur
    a  lungo.  Sin  dal  mattino successivo si dimostr irritabile e,  con
    grande zelo, si mise a contraddire il fratello, attaccandolo nei punti
    pi sensibili.
    Levin si sentiva in colpa, ma non sapeva come rimediare.  Sentiva che,
    se entrambi non avessero finto,  ma avessero parlato,  come si dice, a
    cuore aperto, e cio soltanto di quello che sentivano e pensavano,  si
    sarebbero  guardati  negli  occhi  e  Konstantn  avrebbe  detto:  Tu
    morirai, tu stai per morire!,  e Nikolj avrebbe risposto: Lo so che
    morir  e  ho paura,  paura,  paura!.  E non avrebbero detto altro se
    avessero potuto parlarsi  con  il  cuore  alla  mano,  ma  una  simile
    franchezza  non  era compatibile con le esigenze della vita,  e perci
    Konstantn si sforzava di fare ci che per tutta la vita aveva tentato
    ma non aveva mai saputo fare, quello che, a suo avviso, molti sapevano
    fare cos bene e che  tanto necessario: nascondere quello che pensava
    e i sentimenti che gli colmavano il cuore.  Ma si accorgeva  benissimo
    che  i  suoi  tentativi erano vani,  che il fratello li notava e se ne
    irritava.
    Due giorni dopo il suo arrivo,  Nikolj invit il fratello a  esporgli
    daccapo  il  suo  progetto  e  si  mise,  non solo a biasimarlo,  ma a
    trattarlo addirittura da comunista.
    - Non hai fatto che  prendere  il  pensiero  di  un  altro,  ma  l'hai
    deformato per applicarlo l dove esso non  applicabile.
    -  Ma  ti  dico  che  si  tratta di tutt'altro!  I comunisti negano la
    legittimit  della  propriet  privata,  del  capitale,  dell'eredit,
    mentre  io,  senza negare cotesti pi che essenziali stimolanti (Levin
    si vergognava di usare simili parole, ma, da quando si era affezionato
    al suo lavoro,  aveva cominciato senza  volerlo  a  usare  sempre  pi
    spesso parole non russe), voglio soltanto organizzare il lavoro.
    - Proprio cos!  Tu prendi le idee di un altro,  ne togli tutto quello
    che ne costituisce la forza  e  vuoi  convincerti  che  si  tratta  di
    qualcosa di nuovo - rispose Nikolj,  torcendo con ira il collo dentro
    la cravatta.
    - Ma la mia idea non ha nulla in comune...
    - Le altre,  almeno - riprese Nikolj con gli occhi scintillanti e  un
    ironico  sorriso  -  hanno,  potrei  dire,  il fascino della chiarezza
    geometrica di ci che  indiscutibile. Pu darsi che siano utopie.  Ma
    supponiamo  che  si possa fare tabula rasa di tutto il passato: niente
    propriet, niente famiglia,  all'infuori delle quali si pu concepire,
    su basi nuove,  l'organizzazione del lavoro.  Nel tuo sistema, invece,
    non c' assolutamente nulla...
    - Perch ti ostini a far confusioni? Io non sono mai stato comunista.
    - E io lo  sono  stato  e  sostengo  che,  se  il  comunismo    stato
    prematuro,  ha  almeno  il  merito  di essere logico e,  per quanto mi
    riguarda, ha un futuro. E' come il cristianesimo nei primi secoli.
    - Io ritengo soltanto che la forza lavoratrice dev'essere  considerata
    dal punto di vista della scienza naturale, ossia studiata e conosciuta
    nelle sue peculiarit e...
    -  Ma  affatto inutile!  Questa stessa forza operaia trova,  a mano a
    mano che si sviluppa, le forme per esplicarsi. Dappertutto e sempre vi
    sono stati gli schiavi,  poi i "metayers" (105),  e da noi ci  sono  i
    lavoratori a mezzadria,  gli affittuari e i lavoratori a giornata. Che
    cosa vuoi di pi?
    A tali parole Levin si accese perch,  in fondo in fondo,  aveva paura
    che  il  fratello avesse ragione e che volesse rimproverargli di stare
    in bilico tra il comunismo e i rapporti di lavoro  gi  costituiti,  e
    che questo difficilmente fosse possibile.
    -  Io  sto  cercando  una  forma  di lavoro vantaggiosa per me e per i
    lavoratori: io voglio organizzare... - rispose con foga.
    - Tu non vuoi organizzare niente;  semplicemente,  come per  tutta  la
    vita,  vuoi  fare  l'originale,  vuoi  mostrare  che  non  sfrutti  il
    contadino senza scopo, ma che lo fai per un'idea...
    - Ebbene,  se la pensi cos,  smettiamo di discutere - rispose  Levin,
    sentendo che i muscoli della mascella sinistra cominciavano a tremare.
    -  Tu  non avevi e non hai convinzioni: vuoi soltanto lusingare il tuo
    amor proprio.
    - E sia! Ma lasciami in pace.
    - Ti lascio in pace,  d'accordo.  Avrei dovuto farlo da un pezzo...  e
    che il diavolo ti porti! E rimpiango molto di essere venuto qui.
    Per  quanto  poi Levin avesse cercato di calmare il fratello,  Nikolj
    dichiar che era assai meglio separarsi,  e Konstantn si  rese  conto
    che ormai per il fratello la vita era diventata intollerabile.
    Nikolj aveva gi preparato tutto per partire,  quando Konstantn and
    di nuovo da lui e,  in modo alquanto forzato,  lo preg di scusarlo se
    in qualche modo l'aveva offeso.
    -  Che  magnanimit!  -  esclam Nikolj e sorrise.  - Se proprio vuoi
    avere ragione,  ebbene,  ti concedo questa soddisfazione.  Hai ragione
    tu. Tuttavia me ne vado lo stesso - e la sua voce trem.
    Al  momento della partenza,  Nikolj baci il fratello,  lo guard con
    occhi stranamente seri e gli disse:
    - Comunque, non serbarmi rancore, Kstja! - e la sua voce tremava.
    Furono queste  le  uniche  parole  pronunziate  sinceramente  e  Levin
    comprese  che esse volevano dire: Tu vedi,  tu sai che sto male e che
    forse non ci vedremo pi.  Levin lo  comprese  e  gli  occhi  gli  si
    empirono di lacrime. Baci ancora una volta il fratello, ma non pot e
    non seppe dirgli nulla.
    Due  giorni dopo la partenza di Nikolj,  Levin si mise in viaggio per
    l'estero. In viaggio incontr Scerbackij,  il cugino di Kitty,  che si
    mostr molto stupito nel vederlo cos cupo.
    - Che avete? - gli domand.
    - Nulla, nulla... C' cos poco di allegro in questo mondo!
    - Poco?  Venite con me a Parigi invece di andarvene a Mulhouse (106) e
    vedrete se il mondo non  allegro!
    - No, per me tutto  finito. Non mi resta che morire!
    - Ma senti che sciocchezze!  Io ho cominciato a vivere appena adesso -
    rispose Scerbackij, ridendo.
    - Anch'io la pensavo cos sino a poco fa, ma ora so che morir presto.
    Levin aveva detto ci che, veramente, da qualche tempo pensava. Quanto
    pi  vedeva  davanti a s la morte e il suo avvicinarsi,  tanto pi lo
    interessava l'impresa cui si era dedicato.  Bisognava pure occupare in
    un modo o nell'altro la vita,  sino a quando non fosse sopraggiunta la
    morte!  Tutto gli pareva avvolto nelle tenebre e sentiva  che  la  sua
    opera era,  in mezzo a quel buio,  l'unico filo conduttore: per questo
    vi si aggrappava con tutte le sue forze.








    NOTE.

    N. 82.  E' un vecchissimo indovinello: Ci sono tre sorelle.  La prima
    dice: "Corriamo,  corriamo!";  la seconda dice: "Restiamo, restiamo!";
    la terza dice: "Ci pieghiamo,  ci pieghiamo!".  Le  tre  sorelle  sono
    l'acqua del fiume, la sponda e l'erba sulla sponda.
    N.  83.  Allude alla legge per l'abolizione della servit della gleba,
    promulgata  nel  1861,   dopo  aspre  lotte  cui   parteciparono   gli
    intellettuali progressisti e anche molti nobili.
    N. 84. Cura del lavoro.
    N.  85.  L'anziano  del villaggio,  una specie di sindaco che svolgeva
    anche funzioni locali di polizia.
    N. 86. Per piacere, ne vorrei ancora!
    N.  87.  Il capolavoro di Jacques Offenberg  (1819-1880),  compositore
    tedesco, naturalizzato francese.
    N. 88. Ossia "Le tavole di Gubbio" del 1444.
    N.   89.   La   questione  degli  allogeni  sorse  dopo  il  1860  nei
    governatorati di Uf e Orenbrg, popolati dai Baskiri, dove il governo
    zarista fece immigrare contadini della Russia centrale per russificare
    la regione.
    N. 90. Chiacchiereremo un po' tra noi!
    N. 91. Da un proverbio francese. Noi diremmo: hanno saltato il fosso.
    N. 92. Impalcatura.
    N. 93. Tutte queste cose sono stupidaggini.
    N. 94. Ma non tutto  cos bello...
    N. 95. Carta bianca.
    N. 96. Comune carrozza russa a quattro ruote.
    N. 97. Una specie di zuppa di cavoli.
    N.  98.  Cio di  Hermann  Schulze-Delitzsch  (1808-1883),  economista
    tedesco,  che  fond  casse  di  risparmio  e  prestito  e cooperative
    autonome,  le quali avrebbero dovuto assicurare la collaborazione  tra
    padroni e operai.
    N.  99.  Ferdinand  Lassalle  (1825-1864)  -  uno  dei  fondatori  del
    socialismo tedesco - proponeva associazioni produttive per lavoratori,
    sostenute dallo Stato.
    N.  100.  Societ per il  miglioramento  della  vita  degli  operai,
    fondata  nel  1853  a  Mhlhausen  (Alsazia)  dall'industriale tessile
    Dollfuss, che costruiva alloggi cedendoli ratealmente agli operai.  In
    seguito si rivel una pura e semplice impresa commerciale.
    N.  101.  Herbert Spencer (1820-1903),  filosofo inglese. L'articolo o
    saggio - cui si allude -    intitolato  "La  nostra  educazione  come
    ostacolo ad una giusta comprensione dei fenomeni sociali".
    N. 102. Squadra, gruppi di lavoro.
    N. 103. Tutti nomi (un tedesco, un inglese, un francese e un italiano)
    inventati da Tolstj per farsi beffe di quei pedanti che rafforzano le
    proprie tesi citando nomi famosi.
    N.  104.  Benjamin  Franklin  (1706-1790),  uomo  politico  americano,
    scienziato (invent il  parafulmine),  scrittore,  uno  dei  fondatori
    degli U. S. A. Tolstj aveva per lui un'ammirazione tutta particolare;
    alla  fine  dell'800,  in  Russia  si  apprezzava lo spirito pratico e
    costruttivo  dei  compatrioti  di  Franklin,   contrapposto  a  quello
    inconcludente e sfiduciato dei Russi.  - Queste sono idee da notare,
    proprio come faceva Franklin.
    N. 105. Mezzadri.
    N. 106. Cittadina industriale sull'alto Reno.











    PARTE QUARTA.


    CAPITOLO 1.

    I  coniugi  Karenin  continuavano  a  vivere  nella  stessa  casa,  si
    incontravano  ogni  giorno,  ma  erano  completamente  estranei  l'uno
    all'altra. Aleksj Aleksndrovic' si era imposto come regola di vedere
    la  moglie  ogni  giorno,  per  evitare  i  commenti  e  le  probabili
    supposizioni  della servit,  ma evitava di pranzare a casa.  Vronskij
    non si recava mai in casa di Aleksj Aleksndrovic', ma Anna lo vedeva
    ogni giorno fuori, e il marito lo sapeva.
    Quella situazione era penosa per tutti e tre,  tanto che non avrebbero
    potuto  sopportarla,  se  ciascuno  di  loro  non  l'avesse  giudicata
    transitoria.  Aleksj Aleksndrovic'  attendeva  che  quella  passione
    finisse,  come  finisce ogni cosa al mondo;  che tutti se ne sarebbero
    dimenticati e che l'onore del suo nome sarebbe rimasto intatto.  Anna,
    dalla  quale  tale  situazione  dipendeva  e per la quale essa era pi
    tormentosa che  per  tutti,  la  sopportava  perch  non  soltanto  si
    aspettava,  ma  aveva la ferma convinzione che presto tutto si sarebbe
    risolto e chiarito.  Non sapeva assolutamente  da  che  parte  sarebbe
    giunta  la  soluzione,  ma  era  convinta  che  questo qualcosa non si
    sarebbe  fatto  attendere   a   lungo.   Vronskij,   involontariamente
    influenzato  da  quella  convinzione,   era  anch'egli  in  attesa  di
    quell'avvenimento sconosciuto che avrebbe appianato ogni difficolt.
    Verso la met dell'autunno,  Vronskij dovette sopportare una settimana
    noiosissima,  essendo  stato  addetto  alla  persona  di  un  principe
    straniero,  di passaggio a Pietroburgo,  al quale doveva far conoscere
    le cose pi notevoli e interessanti della citt. Egli era stato scelto
    per  quella  missione  per  la sua figura rappresentativa,  per la sua
    abilit nel trattare con personaggi cos autorevoli e nel  comportarsi
    in  modo  dignitoso e irreprensibile.  Ma l'impegno gli riusciva molto
    pesante.  Il principe desiderava essere in grado di rispondere a tutte
    le  domande  riguardanti  la Russia che gli sarebbero state rivolte al
    suo ritorno in patria; personalmente,  poi,  ci teneva a godere il pi
    possibile di tutti i piaceri che la Russia poteva offrirgli.  Vronskij
    aveva il dovere di fargli da guida in tutto: di mattina si recavano  a
    visitare  i luoghi pi notevoli della citt,  di sera partecipavano ai
    divertimenti nazionali.  Il principe godeva di una salute  eccezionale
    anche  tra  i principi;  e con la ginnastica e una scrupolosa cura del
    proprio corpo aveva acquistato un  tale  vigore  che,  nonostante  gli
    eccessi  ai  quali  si  abbandonava,  era sempre fresco come un grosso
    cetriolo olandese, verde e lucente. Egli viaggiava molto e trovava che
    uno  dei  principali  vantaggi  dell'attuale  facilit  dei  mezzi  di
    comunicazione  consisteva  nel  permettergli  di  assaporare i piaceri
    nazionali dei diversi paesi.  Era stato in Spagna e l aveva  dedicato
    serenate  e  allacciato  una relazione con una spagnola che suonava il
    mandolino, in Svizzera aveva ucciso un camoscio,  in Inghilterra aveva
    saltato gli ostacoli, cavalcando in frac rosso e aveva ucciso duecento
    fagiani  per scommessa;  in Turchia era entrato in un harem;  in India
    aveva viaggiato in groppa a un elefante e ora,  in Russia,  desiderava
    essere iniziato ai piaceri particolari di quel paese.
    A  Vronskij,  che  gli  era  accanto  come  gran maestro di cerimonie,
    costava gran fatica  organizzare  il  programma  dei  divertimenti  da
    proporre al suo ospite da parte delle varie persone che lo invitavano.
    Gli vennero offerte le trottate con i cavalli, le frittelle, la caccia
    all'orso  e  le  zingare,  senza  dimenticare le baldorie russe che si
    concludevano con l'usanza di mandare in pezzi tutto il vasellame. E il
    principe assimilava  con  straordinaria  facilit  lo  spirito  russo,
    rompeva stoviglie,  si faceva sedere sulle ginocchia giovani zingare e
    pareva domandare se non ci fossero altri divertimenti di cui godere  o
    se  l'allegria  russa  si  fermasse  l.   In  sostanza,  di  tutti  i
    divertimenti russi,  ci che il principe apprezzava maggiormente erano
    le attrici francesi,  le ballerine del corpo di ballo e lo "champagne"
    dall'etichetta bianca.
    Tuttavia Vronskij,  bench avvezzo a frequentare principi e personaggi
    illustri,  sia perch egli stesso negli ultimi tempi era cambiato, sia
    per la grande affinit della propria esistenza  con  la  loro,  quella
    settimana gli sembr particolarmente faticosa. Durante quei giorni non
    aveva cessato di provare un sentimento simile a quello di un uomo che,
    incaricato  della  sorveglianza di un pazzo pericoloso,  avesse timore
    del pazzo e,  nello stesso tempo,  temesse,  per via dell'intimit con
    costui,  di  smarrire a sua volta la ragione.  Sentiva la necessit di
    non attenuare neppure per un secondo il  tono  di  rispetto  ufficiale
    verso  il principe se non voleva sentirsi da lui offeso.  Infatti,  il
    modo di trattare del principe  con  quelle  stesse  persone  che,  con
    grande stupore di Vronskij, si facevano in quattro per il desiderio di
    fargli godere i divertimenti russi, era sprezzante. Pi di una volta i
    suoi  giudizi  sulle  donne  russe,  che costituivano oggetto di studi
    minuziosi  da  parte  sua,   avevano  fatto  arrossire  Vronskij   per
    l'indignazione,  ma  la  causa  prima,  per cui il principe si rendeva
    pesante in  modo  particolare  a  Vronskij,  era  il  fatto  che,  suo
    malgrado,  ritrovava se stesso riflesso in quel personaggio, e ci che
    vedeva riflesso in quello specchio non era affatto lusinghiero. Vedeva
    un uomo molto stupido e pieno di presunzione, di florida salute, molto
    pulito e sano,  ma niente altro.  Il principe (e Vronskij  non  poteva
    negarlo)  era un perfetto gentiluomo,  dignitoso e sostenuto di fronte
    ai superiori,  disinvolto e  semplice  nel  trattare  i  suoi  pari  e
    sprezzantemente  benevolo con gli inferiori.  Vronskij era esattamente
    cos e se ne vantava; ma, di fronte al principe, egli era un inferiore
    e quel tono sprezzantemente bonario,  che questi  usava  con  lui,  lo
    disgustava.
    Che  stupido  essere!  E'  possibile  che anch'io sia cos? pensava.
    Infine, quando in capo a una settimana il principe si accomiat da lui
    e lo lasci partendo alla volta di Mosca, Vronskij si sent felice per
    essersi liberato da quel peso e di non avere pi davanti a  s  quello
    sgradevole specchio.  Si licenzi da lui alla stazione,  di ritorno da
    una caccia all'orso dove, durante tutta la notte,  avevano assistito a
    uno  spettacolo  di  bravura  russa  in  quello  che era un passatempo
    nazionale.


    CAPITOLO 2.

    Di ritorno a casa, Vronskij trov un biglietto di Anna.
    Sono ammalata e infelice,  gli scriveva.  Non posso uscire,  ma non
    posso  neanche  pi  stare a lungo senza vedervi.  Venite questa sera:
    alla sette Aleksj  Aleksndrovic'  deve  recarsi  a  una  seduta  del
    Consiglio e non sar di ritorno che alle dieci.
    Dopo avere riflettuto un momento sulla stranezza del fatto che Anna lo
    invitava  apertamente a casa sua,  nonostante l'ingiunzione del marito
    di non riceverlo, decise che ci sarebbe andato.
    Quell'inverno Vronskij era stato promosso colonnello,  aveva  lasciato
    il  reggimento  e  viveva da solo.  Dopo aver pranzato,  si sdrai sul
    divano e,  in capo a cinque minuti,  i ricordi delle scene disgustose,
    alle   quali   aveva  assistito  in  quegli  ultimi  giorni,   gli  si
    confondevano nella mente con l'immagine di Anna e  con  quella  di  un
    contadino,   esattore  delle  imposte,   che  aveva  avuto  una  parte
    importante durante la caccia all'orso... Finalmente si addorment e si
    dest che era gi buio, tremante di paura. Si affrett ad accendere la
    candela. Che  successo? Che cosa ho visto di terribile in sogno?  Ah
    s,  s...  il  contadino esattore delle imposte,  mi pare,  piccolo e
    sudicio, con la barba arruffata che,  stando chino,  faceva non so che
    cosa  e  che  a  un  tratto  si   messo a dire certe strane parole in
    francese. S, nel sogno non c'era altro..., si disse.  Ma perch era
    cos  orribile?.  Di  nuovo  gli apparve,  come viva,  l'immagine del
    contadino,  e di nuovo ricord  che  questi  aveva  pronunziato  delle
    strane  parole francesi...  e un brivido di terrore gli corse lungo la
    schiena.
    Che assurdit!, pens e guard l'orologio.
    Erano gi le otto e  mezzo.  Chiam  allora  il  cameriere,  si  vest
    rapidamente e usc;  non era ancora giunto sulla scala, che gi si era
    scordato il sogno, tormentato com'era dal timore di essere in ritardo.
    Giunto davanti alla casa dei Karenin, diede un'occhiata all'orologio e
    vide che erano le nove e dieci.  All'ingresso era ferma  una  carrozza
    alta,  lunga,  tirata  da due cavalli grigi,  nella quale riconobbe la
    carrozza di Anna. Viene da me,  pens,  e forse  meglio...  Non mi
    piace  affatto  entrare  in  questa  casa,  ma non importa,  non posso
    nascondermi,  si  disse  e,  con  quei  modi  dell'uomo  avvezzo  sin
    dall'infanzia  a  non  aver soggezione di nulla,  Vronskij scese dalla
    slitta e si avvicin alla porta.  In quel momento essa si  apr  e  il
    portiere,  tenendo in mano un "plaid",  chiam la carrozza.  Vronskij,
    pur non uso a osservare i particolari,  not tuttavia l'espressione di
    stupore  che il guardaportone gli rivolse.  Proprio sulla soglia quasi
    si scontr con Aleksj Aleksndrovic'.  Un becco a gas  illuminava  in
    pieno  il  suo  viso  pallido e smagrito sotto il cappello nero,  e la
    cravatta bianca che risplendeva tra il bavero di lontra del  cappotto.
    Gli  occhi  immobili  e  spenti  di  Karenin  si fissarono sul viso di
    Vronskij.  Questi salut e Aleksj Aleksndrovic',  movendo appena  le
    labbra,  port la mano al cappello e usc.  Vronskij lo vide salire in
    carrozza senza voltarsi,  prendere dal  finestrino  il  "plaid"  e  il
    binoccolo e sparire. Nel momento in cui entr nell'anticamera aveva le
    sopracciglia  aggrottate  e  gli occhi brillanti di una luce cattiva e
    orgogliosa.
    Bella situazione!,  pensava.  Se  almeno  quest'uomo  lottasse,  se
    difendesse   il  suo  onore,   io  potrei  agire,   esprimere  i  miei
    sentimenti...  Ma che fare?  Questa debolezza  o  vigliaccheria...  mi
    mette  nella  situazione  di un frodatore,  mentre io non volevo e non
    voglio essere tale.
    Dal tempo della sua spiegazione con Anna nel giardino Vred i pensieri
    di Vronskij erano molto cambiati. Influenzato dalla debolezza di Anna,
    che gli si era  data  interamente  e  attendeva  soltanto  da  lui  la
    decisione  sulla propria sorte,  aveva da tempo cessato di considerare
    la possibilit di  spezzare  quel  legame,  come  aveva  preveduto  in
    principio. I suoi progetti ambiziosi erano di nuovo passati in secondo
    ordine,  ed egli, rendendosi conto di essere uscito da quel cerchio di
    attivit in cui tutto era ben chiaro e ben  definito,  si  abbandonava
    interamente al suo sentimento che lo legava ad Anna in modo sempre pi
    forte.
    Gi  dall'anticamera  sent  i  passi  di  Anna  che si allontanavano.
    Comprese che,  dopo aver spiato  il  suo  arrivo,  stava  tornando  in
    salotto.
    - No! - grid ella scorgendolo e, sin dalle prime parole, gli occhi le
    si  riempirono  di lacrime.  - No,  se si deve andare avanti cos,  mi
    succeder molto, molto prima!
    - Che cosa, amica mia?
    - Che cosa?  Io aspetto,  mi tormento per un'ora,  per due...  Ma  non
    posso,  no,  non posso litigare con te!  Certo ti  stato impossibile!
    No, non litigher!
    Gli appoggi ambo le mani sulle spalle e lo fiss lungamente  con  uno
    sguardo estatico, profondo e, nello stesso tempo, scrutatore. Studiava
    quel  viso  come  per  ripagarsi di tutto il tempo in cui non lo aveva
    veduto e,  come accadeva a ogni  incontro,  confrontava  l'impressione
    presente  con  l'immagine  che  si  era  fatta di lui con la fantasia,
    immagine incomparabilmente migliore e superiore alla realt.


    CAPITOLO 3.

    - L'hai incontrato?  - domand Anna,  quando  entrambi  furono  seduti
    accanto  al  tavolo,  sotto  la lampada.  - Ecco il castigo per il tuo
    ritardo.
    - S, ma come mai? Non doveva essere al Consiglio?
    - C' stato,   tornato e poi  andato via di nuovo,  non so dove.  Ma
    non parliamo di questo. Che ne  stato di te? Sempre con il principe?
    Anna  era  al  corrente di tutti i particolari della vita di Vronskij.
    Egli avrebbe voluto dirle che non aveva dormito tutta la notte  e  che
    perci  era stato vinto dal sonno e dalla stanchezza,  ma di fronte al
    viso commosso e felice di lei si vergogn e rispose che  aveva  dovuto
    andare a riferire sulla partenza del principe.
    - Ma ora  tutto finito? E' partito?
    -  Grazie a Dio,  s.  Non puoi immaginare quanto mi sia stata pesante
    questa settimana!
    - Perch poi?  Dopo tutto,   la vita  che  fate  sempre  voi  giovani
    scapoli - disse Anna,  corrugando le sopracciglia e, preso il lavoro a
    maglia che era posato sul tavolo,  si mise  a  districare  l'uncinetto
    senza guardare Vronskij.
    -  Gi  da  parecchio  tempo  ho  abbandonato quella vita - disse lui,
    stupito dal cambiamento di espressione del viso di Anna e cercando  di
    penetrarne  il motivo.  - E confesso - aggiunse con un sorriso che gli
    scopriva i denti candidi - che durante  questa  settimana,  conducendo
    quella vita, mi sono visto come in uno specchio e non mi sono piaciuto
    proprio per niente.
    Ella  teneva in mano il lavoro a maglia,  ma non lavorava;  lo fissava
    con uno sguardo strano, scintillante e ostile.
    - Questa mattina  passata Liza a trovarmi,  si  vede  che  non  hanno
    ancora  paura di venire da me,  malgrado la contessa Ldija Ivnovna -
    replic - e mi ha raccontato della vostra serata ateniese. Che orrore!
    - Io volevo soltanto che...
    Anna lo interruppe:
    - Si trattava forse di quella Thrse che conoscevi un tempo?
    - Volevo dire...
    - Come siete voi uomini! Non vi rendete conto come una donna non possa
    passare sopra queste cose!  -  disse,  scaldandosi  sempre  di  pi  e
    scoprendo  cos  la causa della sua irritazione.  - E specialmente una
    donna che non sa nulla della tua vita.  Che cosa ne  so  io?  Soltanto
    quello che mi dici... E chi mi prova che tu mi dica la verit?
    - Anna!  Mi offendi...  non mi credi dunque? Non ti ho forse detto che
    non ho un pensiero che non ti rivelerei?
    - S, s - rispose Anna, cercando chiaramente di scacciare la gelosia.
    - Ma se tu sapessi com' difficile per me! Ti credo,  s,  ti credo...
    Allora, che cosa volevi dirmi?
    Vronskij  non  pot  ricordarsi subito di ci che voleva dire.  Quelle
    scene di gelosia che,  negli ultimi  tempi,  si  facevano  sempre  pi
    frequenti,  lo  sgomentavano e,  per quanto volesse nasconderselo,  lo
    raffreddavano verso di lei,  sebbene spesso quelle  scene  fossero  la
    prova  dell'amore  di  Anna.  Quante  volte  non  si  era detto che la
    felicit per lui esisteva  soltanto  in  quell'amore!  E  ora  che  si
    sentiva  amato  con  la  passione  di  una donna che per l'amore aveva
    sacrificato tutto,  la felicit gli  sembrava  assai  pi  lontana  di
    quando  egli  era  partito  da  Mosca  per  raggiungerla.   Allora  si
    considerava infelice,  ma la felicit era nel  futuro;  adesso  invece
    sentiva  che la felicit migliore era gi nel passato.  Dal canto suo,
    Anna non era pi la stessa: si era trasformata, in peggio,  moralmente
    e fisicamente.  Si era appesantita e nel suo viso,  nel momento in cui
    aveva fatto allusione  a  quell'attrice,  era  apparsa  un'espressione
    cattiva, che lo alterava e lo imbruttiva. Vronskij la guardava come un
    uomo  guarda  un  fiore  che  egli stesso ha strappato;  in quel fiore
    avvizzito stenta a riconoscere la bellezza per la quale l'ha strappato
    e distrutto. E, mentre sentiva che allora, quando il suo amore era pi
    forte, avrebbe potuto, se lo avesse fortemente voluto,  estirparlo dal
    proprio cuore,  ora che,  come in questo momento,  gli sembrava di non
    amarla pi,  si rendeva conto che il legame che li  univa  non  poteva
    essere spezzato.
    - Ebbene,  che cosa mi volevi dire del principe?  L'ho scacciato, l'ho
    scacciato il demone  -  aggiunse;  cos  chiamavano  tra  di  loro  la
    gelosia.  -  Dunque  che  cosa  avevi  cominciato a dire del principe?
    Perch ti era cos insopportabile?
    - Ah, insopportabile davvero! - disse Vronskij,  cercando di ritrovare
    il filo del proprio pensiero. - Non ci guadagna a essere conosciuto da
    vicino.  Se  lo  si  volesse  definire,  si  potrebbe paragonarlo a un
    animale magnificamente nutrito,  di quelli che  alle  mostre  agricole
    ricevono  i primi premi,  e niente di pi - disse con un tale dispetto
    che risvegli l'interesse di Anna.
    - Possibile?  - esclam.  - Eppure  un uomo istruito,  che  ha  visto
    molte cose, no?
    - La sua istruzione  di un genere tutto particolare.  Evidentemente 
    stato istruito solo per avere il diritto di disprezzare  l'istruzione,
    come, del resto, disprezza tutto, tranne i piaceri grossolani.
    -  Ma  a  tutti  voi  piacciono  i piaceri grossolani - disse Anna,  e
    Vronskij not di nuovo il suo sguardo cupo che lo sfuggiva.
    - Perch lo difendi tanto? - chiese sorridendo.
    - Non lo difendo, anzi mi  assolutamente indifferente;  ma penso che,
    se  questi piaceri non ti andassero a genio,  avresti potuto evitarli.
    Confessa che godevi nel vedere quella Thrse in costume di Eva...
    - Daccapo, daccapo il demone! - esclam Vronskij, prendendo la mano di
    lei appoggiata sul tavolo e baciandola.
    - S,  ma io non ne posso pi!  Non sai  quanto  mi  sono  tormentata,
    aspettandoti! Eppure non sono gelosa, no, non lo sono! Ti credo quando
    sei qui con me,  ma quando sei solo,  lontano, chiss dove... a vivere
    la tua vita di cui io non so nulla...
    Si scost da lui e,  liberato  l'uncinetto,  riprese  a  far  scorrere
    rapidamente  le  maglie  di lana bianca,  che brillavano sotto la luce
    della lampada,  mentre il polso sottile riprese a girare  nervosamente
    nella manica ricamata.
    - Allora dimmi: dove hai incontrato Aleksj Aleksndrovic'? - rison a
    un tratto, in tono innaturale, la voce di Anna.
    - Ci siamo imbattuti vicino alla porta.
    - E lui ti ha salutato cos, vero?
    Allung il viso e, socchiudendo gli occhi, ne mut l'espressione a tal
    punto  che Vronskij,  nel bel viso di lei,  vide la stessa espressione
    con cui l'aveva salutato  Aleksj  Aleksndrovic'.  Sorrise,  ed  ella
    scoppi  in  un'allegra risata,  una di quelle risate franche e sonore
    che costituivano uno dei suoi principali incanti.
    - Davvero  non  lo  capisco  -  disse  Vronskij.  -  Se  dopo  la  tua
    confessione  in  campagna  avesse  rotto  ogni rapporto con te,  se mi
    avesse sfidato a duello...  ma questo suo comportamento proprio non lo
    capisco.  Come pu sopportare una situazione simile? Eppure soffre, si
    vede...
    - Soffre?  - ripet Anna,  in tono beffardo.  -  Lui    perfettamente
    soddisfatto.
    -  Perch  ci tormentiamo tanto,  quando sarebbe cos facile sistemare
    tutto?
    - Egli non lo vuole! Non lo conosco, forse non so, forse,  che  tutto
    un  impasto  di  menzogne?  Se avesse un po' di sensibilit,  potrebbe
    vivere come lui vive con me?  Ma egli non capisce niente e  non  sente
    niente.   Ti  pare  che  un  uomo,  il  quale  non  sia  assolutamente
    insensibile,  possa vivere nella stessa casa con sua moglie colpevole?
    Che possa parlarle e darle del tu?
    E di nuovo, senza volerlo, lo imitava: Tu, "ma chre", tu, Anna!.
    - Non  un uomo, non  un essere umano,  un fantoccio. Nessuno lo sa,
    ma  io  s,  io  lo  so.  Oh,  se  fossi al suo posto,  da tempo avrei
    ammazzato,  avrei fatto a pezzi una moglie come me e non mi rivolgerei
    a lei dicendole: Tu,  "ma chre",  tu, Anna.... Non  un uomo,  una
    macchina ministeriale.  Non capisce che io sono tua moglie,  che  egli
    per me  un estraneo,  che  di troppo...  Ma non parliamo pi di lui,
    non ne parliamo pi!
    - Tu hai torto,  mia cara,  hai torto - disse  Vronskij,  cercando  di
    calmarla.  -  Ma non importa,  non parliamone pi.  Dimmi: che cos'hai
    fatto? Che cos'hai? Che ha detto il dottore?
    Anna lo guard con allegria ironica. Evidentemente aveva trovato altri
    aspetti buffi del marito e attendeva il momento per prenderlo in giro.
    Ma Vronskij continu:
    - Penso che non si tratti di  una  malattia,  ma  semplicemente  dello
    stato in cui ti trovi. Per quando sar?
    Lo  scintillio  ironico  scomparve  dallo sguardo di Anna e cedette il
    posto a un altro sorriso, che nasceva dalla consapevolezza di qualcosa
    a lui ignoto e da una quieta tristezza.
    - Presto, presto!  Tu hai detto che la nostra situazione  un tormento
    e  che  bisogna  risolverla.  Se  tu sapessi com' dura per me,  se tu
    sapessi che cosa non darei per amarti liberamente e senza  paura!  Non
    tormenterei  me  stessa e non tormenterei te con la mia gelosia...  Ma
    tutto andr a posto, non per come crediamo noi...
    E,  al pensiero di come sarebbe stato,  prov tanta compassione per se
    stessa  che  le  lacrime le salirono agli occhi e non pot continuare.
    Pos sul braccio di lui la mano bianca, coperta di anelli scintillanti
    alla luce della lampada.
    - Non sar come  pensiamo.  Io  non  volevo  dirtelo,  ma  mi  ci  hai
    costretta.  Presto,  presto  tutto  si  risolver  e  noi tutti saremo
    tranquilli e non ci tormenteremo pi.
    - Non capisco - egli disse, bench indovinasse.
    - Mi hai chiesto quando sar, vero?  Sar presto e io non sopravvivr.
    Non interrompermi!  - e Anna si affrett a parlare. - Lo so, lo so con
    certezza.  Io morir e sono contenta perch per voi,  come per me,  la
    mia morte sar una liberazione.
    Le lacrime le scendevano copiose dagli occhi. Egli si pieg sulla mano
    di  lei  e  la  copr  di  baci,  cercando  di  nascondere  la propria
    agitazione che,  lo sapeva,  non aveva alcun fondamento,  ma  che  non
    poteva vincere.
    -  Del  resto,    la  cosa  migliore che possa accadere - ella disse,
    stringendogli la mano con forza.  - Ecco,  ecco la sola cosa che ci  
    rimasta.
    Vronskij si riprese e rialz il capo.
    - Che assurdit, che assurdit stai dicendo?
    - No, dico la verit.
    - Quale, quale verit?
    - Che morir. Ho fatto un sogno.
    -  Un  sogno?  -  ripet Vronskij e,  istantaneamente,  si ricord del
    contadino che egli stesso aveva veduto in sogno.
    - S, un sogno - ripet lei - che ho fatto molto tempo fa.  Ho sognato
    che  stavo  correndo nella mia camera da letto per prendere non so che
    cosa...  sai,  come succede nei sogni - prosegu,  sbarrando gli occhi
    con terrore - e in camera da letto, in un angolo c'era qualcosa...
    - Ma che assurdit! Come si fa a credere...
    -  E  questo qualcosa si volta e allora vedo che  un contadino con la
    barba arruffata, piccolo, spaventoso... Io volevo fuggire,  ma egli si
    chin su un sacco e vi frug dentro con le mani...
    Fece  vedere  come  il contadino frugava nel sacco e sul suo volto era
    dipinto il terrore. E Vronskij, ricordando il proprio sogno,  sent un
    uguale terrore riempirgli l'anima.
    - Rimestava e,  farfugliando in fretta,  diceva in francese: "Il faut
    battre le fer,  le broyer,  le ptrir"... (107).  E  io,  per  paura,
    volevo svegliarmi,  ma sognavo anche da sveglia.  Mi chiedevo che cosa
    tutto ci significasse, quando udii Kornj il domestico che mi diceva:
    Morirete di parto, signora, morirete di parto....  E in quel momento
    mi svegliai.
    - Che sciocchezze!  Che assurdit!  - ripet Vronskij,  ma egli stesso
    sentiva che nella sua voce non c'era alcuna convinzione.
    - Ma non parliamone pi. Suona, far portare il t. Ma aspetta,  ormai
    non manca molto, io...
    A un tratto, per, si ferm. L'espressione del suo viso mut di colpo.
    Il  terrore  e  l'agitazione  lasciarono  all'improvviso  il  posto  a
    un'espressione  di  calma,   seria  e  felice.   Vronskij  non  poteva
    comprendere la causa di quel cambiamento: ella aveva sentito trasalire
    dentro di s una nuova vita.


    CAPITOLO 4.

    Dopo l'incontro con Vronskij sulla soglia della porta di casa, Aleksj
    Aleksndrovic'  and,  come aveva intenzione,  all'Opera italiana.  Vi
    rimase durante i primi due atti e vide tutti coloro che aveva  bisogno
    di incontrare.  Rientrato in casa, esamin con attenzione il vestibolo
    e,  visto  che  non  c'era  alcun  indumento  militare,  pass,   come
    d'abitudine,  in  camera  sua.  Ma,  contrariamente al solito,  non si
    coric e cammin su e gi per lo studio sino alle tre del mattino.  La
    collera  che  provava  contro la moglie,  che non voleva rispettare le
    convenienze e obbedire all'unica condizione che egli le aveva imposta,
    quella cio di non ricevere il proprio amante in casa,  non  gli  dava
    pace.  Anna  non  aveva  rispettato  quella  condizione ed egli doveva
    punirla e mettere in esecuzione la minaccia: chiedere  il  divorzio  e
    toglierle  il  figlio.  Conosceva  tutte le difficolt che questo atto
    comportava,  tuttavia la sua risoluzione era presa e non  gli  restava
    ormai  altro  che  eseguire  la  propria minaccia.  La contessa Ldija
    Ivnovna gli  aveva  lasciato  capire  che  quella  era  la  soluzione
    migliore  per  uscire dalla penosa situazione in cui si trovava e,  in
    quegli  ultimi  tempi,   le  pratiche  per  i  divorzi   erano   state
    perfezionate   a  tal  punto  che  Aleksj  Aleksndrovic'  vedeva  la
    possibilit di superare qualsiasi difficolt formale.
    Ma,  si sa,  le disgrazie non arrivano mai sole.  La  questione  delle
    popolazioni   allogene  e  quella  dell'irrigazione  dei  campi  della
    provincia di Zarjsk avevano creato  ad  Aleksj  Aleksndrovic'  tali
    seccature d'ufficio da ridurlo in uno stato di estremo nervosismo.
    Non  dorm  per tutta la notte e la sua collera non fece che aumentare
    in modo tale che,  al mattino,  aveva raggiunto il suo limite estremo.
    Si vest in fretta e, non appena seppe che la moglie si era alzata, si
    rec da lei; pareva che recasse una coppa traboccante di collera e che
    temesse  di versarla e di perdere,  insieme con la collera,  l'energia
    che gli occorreva per la spiegazione che era deciso a provocare.
    Anna,  che  credeva  di  conoscere  a  fondo  il  marito,  fu  colpita
    dall'espressione  del  suo  viso  nel  momento in cui egli le entr in
    camera.  Aveva la fronte aggrottata,  gli occhi che guardavano cupi in
    avanti,  evitando di incontrare quelli di lei, la bocca serrata in una
    smorfia dura e sprezzante. Nel passo,  nei movimenti,  nel suono della
    sua  voce  era  impressa  una fermezza che la moglie non gli aveva mai
    veduta. Entr e, senza salutare, si diresse allo scrittoio e, prese le
    chiavi, apr il cassetto.
    - Che cosa volete? - grid Anna.
    - Le lettere del vostro amante - rispose Karenin.
     - Non sono qui - profer Anna,  chiudendo il cassetto,  ma,  da  quel
    movimento,  egli  cap di avere indovinato e,  respinta brutalmente la
    mano di Anna,  si impadron del portafogli,  nel quale sapeva  che  la
    moglie serbava le carte pi importanti.  E,  nonostante i tentativi di
    lei per strapparglielo, riusc nel suo intento.
    - Sedetevi,  devo parlarvi - disse e,  dopo aver messo  il  portafogli
    sotto  il  braccio,  lo serr con il gomito con tanta forza che gli si
    sollev la spalla.
    Anna lo guardava, muta e spaventata.
    - Non vi avevo proibito di ricevere in casa il vostro amante?
    - Dovevo vederlo per...  - e si interruppe non trovando  alcuna  scusa
    plausibile.
    -  Non entro in siffatti particolari e non desidero sapere per ch una
    donna abbia bisogno di vedere l'amante.
    - Volevo soltanto...  -  disse  Anna  avvampando  e  sentendo  che  la
    villania  del  marito  la  rendeva  audace.  - E' possibile che non vi
    rendiate conto di quanto sia facile offendermi?
    - Non si pu offendere se non una persona onesta,  e quando a un ladro
    si  dice  che   un ladro,  non si tratta che della costatazione di un
    fatto.
    - Ecco un tratto del vostro carattere che  ancora  non  conoscevo:  la
    crudelt.
    -  Ah,  voi  definite  crudele un marito che lascia alla moglie la pi
    ampia libert e che le offre l'onesto asilo del  suo  nome  alla  sola
    condizione  del  rispetto  delle  convenienze?  Secondo voi,  questa 
    crudelt?
    - E' peggio che crudelt:  vigliaccheria,  se ci tenete a  saperlo  -
    grid Anna in un impeto di rabbia e si alz per andarsene.
    -  No!  - grid Karenin,  con la sua voce stridula che pareva si fosse
    ancora alzata di tono; l'afferr per un braccio con le sue grosse dita
    e lo strinse con tanta forza che uno dei braccialetti di  Anna  lasci
    sulla  pelle  bianca  un  segno  rossastro;  poi la fece sedere al suo
    posto.  - Vigliaccheria,  avete detto?  Se volete usare questa parola,
    sappiate  che  vigliaccheria    abbandonare il marito e il figlio per
    l'amante e mangiare il pane del marito...
    Anna abbass il capo,  annientata dalla verit di quelle  parole.  Non
    solo  non  disse  ci  che aveva detto il giorno prima all'amante: che
    "lui" era suo marito e che il marito un essere di troppo,  ma  rispose
    soltanto a voce bassa:
    - Non potete giudicare la mia situazione pi severamente di quanto non
    la giudichi io stessa; ma perch mi dite tutto questo?
    -  Perch  ve lo dico?  - continu Karenin,  sempre con lo stesso tono
    adirato. - Ve lo dico perch sappiate che, siccome non avete adempiuto
    alla mia volont che fossero rispettate le  convenienze,  prender  le
    misure necessarie per porre termine a questa situazione.
    - Presto,  molto presto finir anche cos - sussurr Anna, e di nuovo,
    al pensiero della morte vicina e  ora  desiderata,  gli  occhi  le  si
    riempirono di lacrime.
    -  Finir  pi  presto  di  quanto  voi  e  il  vostro  amante abbiate
    escogitato!  A voi occorre il soddisfacimento  della  vostra  passione
    carnale!
    - Aleksj Aleksndrovic'!  Non dico che sia ingeneroso,  ma dico che 
    disonesto colpire chi  caduto.
    - S,  voi pensate soltanto a voi stessa,  ma le sofferenze  dell'uomo
    che  stato vostro marito non vi interessano. A voi  indifferente che
    tutta la sua vita sia crollata, che egli soff... soff...
    Aleksj  Aleksndrovic'  parlava cos in fretta che si impappin e non
    pot pronunziare  la  parola  che  voleva,  finalmente  la  pronunzi:
    "soffla".  Quella balbuzie parve ridicola ad Anna e le venne voglia di
    ridere,  ma immediatamente ebbe vergogna che,  in un  momento  simile,
    qualcosa potesse destare la sua ilarit. E, per la prima volta, per la
    durata  di  un  attimo,  si  mise  al  posto  di  lui,  ne comprese le
    sofferenze e ne prov compassione. Ma che poteva dire o fare? Chin la
    testa e tacque.  Tacque anche lui per un minuto e,  quando  riprese  a
    parlare,  la  sua  voce  era meno ostile e meno fredda,  sottolineando
    parole scelte a caso e che non avevano alcuna particolare importanza.
    - Sono venuto a dirvi...
    Anna lo guard.  No,   stata un'impressione,  pens,  ricordando il
    viso  di  lui  quando si era impappinato,  no,  pu forse un uomo con
    questi occhi cos inespressivi,  un uomo dalla calma cos presuntuosa,
    sentire qualcosa?.
    - Io non posso cambiare nulla - ella mormor.
    - Sono venuto a dirvi che domani parto per Mosca,  che non torner pi
    in questa casa e voi avrete notizie delle mia decisione  dall'avvocato
    al  quale  affider  la  causa  di  divorzio.  Mio figlio andr da mia
    sorella - concluse Aleksj Aleksndrovic',  ricordandosi a  stento  di
    quello che voleva dire del figlio.
    -  Voi  vi  servite  di  Serza  per  farmi  del  male  - profer Anna
    guardandolo umilmente. - Voi non gli volete bene... Lasciatemelo!
    - S,  ho perduto anche l'amore verso mio figlio,  perch anche su lui
    ricade  la  ripugnanza  che provo per voi.  Ma lo prender ugualmente.
    Addio!
    Avrebbe voluto andarsene, ma questa volta fu Anna a trattenerlo.
    - Aleksj Aleksndrovic', lasciatemi Serza! - mormor Anna ancora una
    volta. - Non ho pi nulla da dirvi.  Lasciatemi Serza sino al momento
    del... Partorir presto, lasciatemelo!
    Aleksj Aleksndrovic' avvamp e, liberato il braccio dalla stretta di
    Anna, usc in silenzio dalla stanza.


    CAPITOLO 5.

    La  sala  d'aspetto  del  celebre avvocato pietroburghese era piena di
    gente allorch Aleksj  Aleksndrovic'  vi  entr.  Tre  signore,  una
    vecchia,  una  giovane  e  una  che  aveva  l'aria di una mercantessa,
    stavano attendendo  in  compagnia  di  alcuni  signori:  un  banchiere
    tedesco,  che aveva al dito un grosso anello, un mercante con la barba
    e un funzionario dall'aria irritata,  in  piccola  uniforme,  con  una
    decorazione al collo. Tutti aspettavano evidentemente da un pezzo. Due
    segretari scrivevano a un tavolo,  facendo scricchiolare le penne. Gli
    oggetti di cancelleria,  per i quali Aleksj Aleksndrovic' aveva  una
    vera  passione,  erano eccezionalmente belli e Karenin non pot fare a
    meno di notarlo.  Uno dei due segretari,  senza alzarsi e socchiudendo
    gli occhi, gli si rivolse in tono brusco:
    - Che vi occorre?
    - Vorrei parlare con l'avvocato.
    - L'avvocato  occupato - rispose seccamente il segretario,  indicando
    con la penna coloro che aspettavano, e continu a scrivere.
    -  Non  potrebbe  accordarmi  un  po'  di  tempo?   -  disse   Aleksj
    Aleksndrovic'.
    - Non ha tempo libero,  sempre occupatissimo. Favorite aspettare.
    -  Volete  allora,  per  piacere,  dargli il mio biglietto da visita?-
    disse dignitosamente Aleksj Aleksndrovic',  vedendo la necessit  di
    scoprire il proprio incognito.
    Il   segretario  prese  il  biglietto  e,   gettatavi  un'occhiata  di
    disapprovazione entr nello studio.
    Aleksj Aleksndrovic' era,  per principio,  favorevole  alla  riforma
    giudiziaria;  ma  alcuni  particolari sul modo di applicarla in Russia
    non avevano la  sua  approvazione,  per  certe  superiori  ragioni  di
    ufficio  a lui note,  e li condannava nei limiti concessi di criticare
    un'istituzione sanzionata dal potere supremo.  Tutta la sua  vita  era
    trascorsa   nell'amministrazione   e  perci,   quando  non  approvava
    qualcosa,  la sua  disapprovazione  era  mitigata  dal  riconoscimento
    dell'inevitabilit degli errori,  ai quali,  in certi casi,  si poteva
    porre  rimedio.   Tra  le  nuove  istituzioni  giudiziarie   biasimava
    notoriamente  l'assetto  che era stato dato all'avvocatura.  Ma poich
    sino allora non aveva mai avuto a che fare con essa,  la  disapprovava
    soltanto  in teoria;  ora,  invece,  la sua disapprovazione si trovava
    rafforzata  dalla  sgradevole  impressione  che  provava  nella   sala
    d'aspetto dell'avvocato.
    -  Viene  subito  -  disse  il segretario,  ed effettivamente dopo due
    minuti apparve sulla soglia la lunga  persona  di  un  magistrato  che
    aveva  finito di conferire con l'avvocato,  accompagnato dall'avvocato
    in persona.
    Era costui un ometto tozzo e corpulento,  calvo,  con una  barba  nero
    rossiccia,  lunghe  sopracciglia  chiare  e  la fronte sporgente.  Era
    agghindato come uno sposo dalla cravatta e dalla  doppia  catena  sino
    alle  scarpe  di  vernice.  Aveva  un viso da contadino intelligente e
    l'abbigliamento di un damerino di cattivo gusto.
    - Favorite entrare - disse, rivolgendosi ad Aleksj Aleksndrovic'. E,
    cedutogli il passo con aria cupa, chiuse la porta alle loro spalle.  -
    Volete  accomodarvi?  -  continu  e,  dopo aver indicato una poltrona
    accanto  allo  scrittoio  ingombro  di  carte,  si  sedette  al  posto
    presidenziale,  stropicciandosi  le  piccole  mani dalle corte dita,
    coperte di peli bianchi, e piegando la testa di lato.
    Ma si era appena seduto che sulla scrivania vol una tignola.  Con una
    rapidit  di  cui,  vedendolo,  non  lo  si  sarebbe  creduto  capace,
    l'avvocato apr le mani, acchiapp la tignola e riassunse il primitivo
    atteggiamento.
    - Prima di incominciare a parlarvi di  quanto  mi  interessa  -  disse
    Aleksj  Aleksndrovic',  dopo  aver  seguito  con  occhi  sorpresi il
    movimento dell'avvocato - devo farvi osservare che la faccenda,  sulla
    quale voglio intrattenervi, deve rimanere segreta.
    Un  sorriso  appena  percettibile sollev i baffi rossicci e spioventi
    dell'avvocato.
    -  Non  sarei  un  avvocato  se  non  sapessi  conservare  un  segreto
    affidatomi. Ma se desiderate una conferma...
    Aleksj  Aleksndrovic'  lo  guard  in viso e vide che i chiari occhi
    intelligenti sorridevano e parevano sapere gi tutto.
    - Conoscete il mio nome? - prosegu Karenin.
    - Conosco voi e la vostra nobile attivit,  come del resto la  conosce
    ogni russo - disse l'avvocato inchinandosi, dopo aver afferrato a volo
    un'altra tignola.
    Aleksj Aleksndrovic' sospir,  cercando di farsi coraggio.  Ma,  una
    volta deciso ad andare sino in fondo,  continu con la sua voce acuta,
    senza timidezza e senza impappinarsi e sottolineando certe parole:
    - Ho la disgrazia - prese a dire Aleksj Aleksndrovic' - di essere un
    marito  ingannato  e desidero rompere legalmente ogni rapporto con mia
    moglie, ossia divorziare,  ma in modo che il figlio non rimanga con la
    madre.
    Gli  occhi  grigi  dell'avvocato,  che  si  sforzava di non sorridere,
    sfavillavano di una  gioia  incontenibile,  e  Aleksj  Aleksndrovic'
    vedeva  che  non  si  trattava  soltanto della festosit di un uomo al
    quale viene affidato un  affare  vantaggioso,  ma  era  la  gioia  del
    trionfo, dell'entusiasmo. Lo scintillio del suo sguardo gli rammentava
    in  certo  qual  modo quello cattivo che aveva visto negli occhi della
    moglie.
    -  Voi  desiderate  dunque  la  mia  collaborazione  per  ottenere  il
    divorzio?
    - S,  appunto, ma devo prevenirvi che rischio di abusare della vostra
    attenzione.  Sono venuto soltanto per avere un  consulto  preliminare:
    desidero  il  divorzio,  ma  innanzi tutto considero importante sapere
    sotto quali forme esso sia possibile.  Pu darsi che queste forme  non
    siano compatibili con le mie idee, nel qual caso sono disposto anche a
    rinunziarvi.
    -  Oh,  succede sempre cos - disse l'avvocato - e voi conserverete la
    pi assoluta libert d'azione - e abbass gli occhi verso i  piedi  di
    Aleksj  Aleksndrovic',  rendendosi  conto  che  lo  spettacolo della
    propria incontenibile gioia poteva offendere il  cliente.  Guard  una
    tignola  che  gli  svolazzava  proprio davanti al naso e volle fare un
    movimento per prenderla,  ma si trattenne per rispetto alla situazione
    di Aleksj Aleksndrovic'.
    - Sebbene,  in linea generale,  le leggi che riguardano il divorzio mi
    siano note - prosegu Karenin - desidero  venire  a  conoscenza  delle
    forme in cui, in pratica, esso si pu realizzare.
    -  Cio  desiderate - rispose l'avvocato,  senza sollevare gli occhi e
    rientrando, non senza piacere, nel tono del discorso del suo cliente -
    che io vi esponga le vie per le quali    possibile  l'attuazione  del
    vostro desiderio.
    E,  a  un  cenno  affermativo  del  capo  di  Aleksj  Aleksndrovic',
    prosegu,  sbirciando solo di tanto in  tanto  il  viso  del  cliente,
    chiazzato di rosso per l'emozione.
    -  Il  divorzio,  secondo  le  nostre  leggi  -  disse con una leggera
    sfumatura di disapprovazione verso le leggi stesse -  possibile, come
    saprete,  nei seguenti casi...  Fate aspettare - grid a un segretario
    che  si  era  affacciato  alla porta;  si alz,  and a dirgli qualche
    parola e poi riprese il suo posto.  -  Dicevo,  dunque,  nei  seguenti
    casi:  incapacit fisica degli sposi;  assenza per cinque anni,  senza
    dar notizie, di uno di essi - prosegu,  piegando,  via via che faceva
    l'enumerazione le dita corte e coperte di peli; - infine adulterio - e
    pronunzi  questa  parola  con  evidente  piacere.  -  Occorre  ancora
    distinguere - e continuava a piegare le grosse dita, sebbene non fosse
    possibile alcuna confusione - se l'incapacit fisica   da  parte  del
    marito o da quella della moglie e quale dei due coniugi  colpevole di
    adulterio.  -  Poich  tutte  le  dita  erano ormai state piegate,  le
    raddrizz e prosegu: - Questo  il punto  di  vista  teorico,  ma  io
    suppongo che mi abbiate fatto l'onore di rivolgervi a me per conoscere
    l'applicazione  pratica.  E perci,  fondandomi sui precedenti,  posso
    dirvi che i casi di divorzio si riducono sempre ai seguenti, dato che,
    da quanto ho potuto capire,  non vi  sono  n  incapacit  fisica,  n
    assenze prolungate senza dare notizie. E' cos?
    Aleksj Aleksndrovic' chin affermativamente il capo.
    -  Si  riducono  dunque  ai  seguenti:  adulterio di uno dei coniugi e
    dichiarazione di colpevolezza  della  parte  colpevole  per  reciproco
    accordo,  oppure,  in  mancanza  di  tale  accordo,  la  flagranza del
    delitto. Devo dirvi che,  in pratica,  quest'ultimo caso  rarissimo -
    dichiar  l'avvocato  che,  gettato  un rapido sguardo al suo cliente,
    tacque come un venditore di rivoltelle  che,  dopo  aver  decantato  i
    vantaggi  di  questa  e  di  quest'altra  arma,  attende la scelta del
    compratore.  Ma  Aleksj  Aleksndrovic'  non  disse  nulla  e  allora
    l'avvocato prosegu:
    - Il mezzo pi consueto,  pi semplice e ragionevole,  ritengo che sia
    l'adulterio riconosciuto per reciproco accordo.  Non mi permetterei di
    esprimermi  cos se parlassi con una persona di poca cultura,  che non
    mi capisse, ma questo non  affatto il caso.
    Aleksj Aleksndrovic' era per cos sconvolto che non aveva  compreso
    subito la ragionevolezza dell'adulterio per reciproco consenso, per la
    qual  cosa  espresse con lo sguardo la sua perplessit;  ma l'avvocato
    gli venne in aiuto:
    - Gli sposi non possono pi vivere insieme, questo  il fatto.  E,  se
    entrambi sono d'accordo in questo,  i particolari e le formalit hanno
    un'importanza relativa;  nello stesso tempo,  questo   il  mezzo  pi
    semplice e sicuro.
    Aleksj  Aleksndrovic'  adesso aveva perfettamente capito,  ma i suoi
    principi religiosi ostacolavano l'accettazione di simile procedura.
    - Nel caso presente ci  fuori questione - disse.  - Una sola cosa  
    possibile: il flagrante delitto,  comprovato indirettamente da lettere
    che sono in mio possesso.
    A quelle parole l'avvocato strinse  le  labbra  ed  emise  un  flebile
    fischio compassionevole e sprezzante insieme.
    -  Abbiate  la bont di considerare che faccende di questo genere sono
    di competenza della giurisdizione ecclesiastica,  e  i  Padri  che  le
    esaminano  sono  assai  ghiotti  dei minimi particolari - disse con un
    sorriso che dimostrava simpatia per il gusto dei Padri.  - Le lettere,
    senza dubbio,  possono confermare in parte;  ma le prove devono essere
    ottenute per via diretta, ossia per mezzo di testimoni. In genere poi,
    se mi farete l'onore di accordarmi la vostra fiducia,  sar meglio che
    mi riserviate la scelta dei mezzi da impiegare. Chi vuole i risultati,
    accetta anche i mezzi...
    -   Se    cos...   -  cominci  Aleksj  Aleksndrovic',   facendosi
    improvvisamente pallido.
    Ma in quel momento l'avvocato si alz e  si  avvicin  di  nuovo  alla
    porta  incontro  al  segretario  che,   ancora  una  volta,  veniva  a
    interromperlo.
    - Ditele che qui non si contratta! - profer e ritorn da Karenin.
    Nel riprendere il suo posto,  acchiapp  abilmente  un'altra  tignola,
    senza farsene accorgere. Voglio vedere in che stato sar quest'estate
    il mio mobilio!, pens accigliandosi.
    - Dunque, stavate dicendo che... - riprese.
    -  Vi  comunicher  le  mie  decisioni  per  scritto  -  disse Aleksj
    Aleksndrovic' alzandosi e si appoggi  alla  scrivania.  Dopo  essere
    rimasto  un  po' in silenzio,  soggiunse:  - Dalle vostre parole posso
    dunque concludere  che  l'attuazione  del  divorzio    possibile.  Vi
    pregherei anche di farmi sapere quali sono le vostre condizioni.
    -  Tutto  possibile,  se mi concederete piena libert d'azione  disse
    l'avvocato,  senza rispondere alla domanda di Karenin.  - Quando posso
    contare  di  ricevere  notizie  da voi?  - domand avviandosi verso la
    porta con gli  occhi  che  gli  brillavano  come  la  punta  dei  suoi
    stivaletti di vernice.
    -  Tra  una  settimana.  E  mi farete un favore comunicandomi se siete
    disposto  ad  assumere  il  patrocinio  di  questa  causa  e  a  quali
    condizioni.
    - Molto bene.
    L'avvocato  si  inchin  rispettosamente,  fece  uscire  il cliente e,
    rimasto solo, diede libero corso alla propria gioia. Era cos contento
    che,  contrariamente alla sua abitudine,  fece uno sconto alla signora
    che contrattava e smise di acchiappare tignole, avendo definitivamente
    deciso  che,  per  il  prossimo  inverno,  avrebbe  fatto ricoprire il
    mobilio di velluto, come in casa di Sigonin.


    CAPITOLO 6.

    Aleksj Aleksndrovic' aveva ottenuto  una  brillante  vittoria  nella
    seduta  della  Commissione del 17 agosto,  ma le conseguenze di questa
    vittoria furono per lui disastrose. Una nuova Commissione per indagare
    sotto tutti gli aspetti la questione delle  popolazioni  allogene  era
    stata  costituita  e  mandata  sul posto con una rapidit e un'energia
    insolite, suscitate dallo stesso Aleksj Aleksndrovic'. Dopo tre mesi
    la relazione era pronta.  La vita degli allogeni era  stata  esaminata
    dai  punti di vista economico politico,  amministrativo,  etnografico,
    materiale e religioso.  A tutti gli  interrogativi  erano  state  date
    risposte  magnificamente  formulate e che non davano appiglio ad alcun
    dubbio,  giacch non erano il risultato  del  pensiero  umano,  sempre
    soggetto a errori,  ma il prodotto dell'attivit burocratica. Tutte le
    risposte erano  il  risultato  di  dati  ufficiali,  di  rapporti  dei
    governatori di provincia e degli arcivescovi,  basati a loro volta sui
    rapporti dei capi dei distretti e dei capi delle parrocchie, basati, a
    loro volta,  su quelli dei municipi  dei  villaggi  e  dei  preti  dei
    comuni.  Si  trattava  perci  di  risposte che non ammettevano dubbi.
    Tutti gli interrogativi, per esempio, sulla causa delle carestie,  sui
    motivi  per  cui gli abitanti si attenessero alle loro credenze e cos
    via, interrogativi che, senza l'aiuto della macchina burocratica,  non
    avrebbero  potuto  essere  risolti  per  secoli,  avevano ricevuto una
    soluzione chiara e indubitabile. E queste risposte erano conformi alle
    opinioni di Aleksj Aleksndrovic'. Ma Stremv, che nell'ultima seduta
    era stato toccato sul vivo,  all'arrivo dei rapporti della Commissione
    impieg   una   tattica  che  Aleksj  Aleksndrovic'  era  ben  lungi
    dall'aspettarsi. Trascinando con s alcuni membri,  Stremv pass a un
    tratto  dalla  parte  di  Karenin  e non soltanto difese con calore le
    misure adottate da Aleksj Aleksndrovic', ma ne propose altre, ancora
    pi spinte, esagerandone, per, in modo sensibile, il significato.
    Quelle misure eccessive,  rispetto a quello che  era  il  pensiero  di
    Aleksj Aleksndrovic',  furono accolte e allora la tattica di Stremv
    venne alla luce:  spinte  all'estremo,  quelle  misure  si  rivelarono
    infatti cos assurde che uomini di Stato e opinione pubblica, signore,
    intellettuali   e   giornalisti,   si  scagliarono  unanimi  contro  i
    provvedimenti,  esprimendo  la  propria  indignazione,  sia  contro  i
    provvedimenti  stessi,  sia  contro Karenin,  loro padre riconosciuto.
    Stremv allora abbandon la partita fingendo  di  avere  solo  seguito
    ciecamente  il piano di Karenin e di essere ora egli stesso sorpreso e
    sdegnato per quanto era stato  fatto.  Tutto  questo  stronc  Aleksj
    Aleksndrovic'.  Ma,  nonostante  la salute vacillante,  nonostante le
    amarezze familiari,  egli non si arrendeva.  Nella Commissione avvenne
    una scissione. Alcuni membri, capeggiati da Stremv, giustificarono il
    proprio  errore  dicendo  di  aver  avuto fiducia nella Commissione di
    revisione guidata da Aleksj Aleksndrovic',  che aveva presentato  la
    relazione,  e  aggiungendo che questa relazione non era che un ammasso
    di  assurdit  e  di  carte  scarabocchiate.  Aleksj  Aleksndrovic',
    insieme  con  il  gruppo di coloro che vedevano il pericolo di un cos
    brusco cambiamento di carte in tavola,  continuava a sostenere i  dati
    ottenuti dalle Commissioni di revisione.  Nelle alte sfere,  e persino
    in societ,  tutto si  ingarbugli  e,  bench  la  cosa  interessasse
    moltissimo  tutti,  nessuno  riusc  a  comprendere  se le popolazioni
    allogene fossero veramente nella miseria e  morissero  di  fame  o  se
    invece prosperassero.  In seguito a ci e,  in parte, anche in seguito
    al disprezzo che si era riversato su  Karenin  per  l'infedelt  della
    moglie,  la  sua  posizione  ebbe  un  nuovo  colpo  e  si  fece molto
    vacillante.
    E,  in questa situazione,  Aleksj Aleksndrovic' prese una  decisione
    importante.  Con  stupore  della  Commissione,  dichiar  che  avrebbe
    chiesto  l'autorizzazione  a  recarsi  personalmente  sul  posto   per
    rendersi conto dello stato dei fatti. E, sollecitata l'autorizzazione,
    Aleksj Aleksndrovic' si mise in viaggio per i lontani governatorati.
    La partenza di Karenin fece grande scalpore, tanto pi che, proprio al
    momento  di partire,  egli restitu con una lettera ufficiale i denari
    assegnatigli per dodici cavalli necessari al viaggio sino al luogo  di
    destinazione.
    -  Io  trovo  che  stato un gesto molto nobile - osserv in proposito
    Betsy, parlando con la contessa Mjgkaja.  - Perch pagare dei cavalli
    di  posta,  quando  tutti  sanno  ormai  che ci sono ovunque le strade
    ferrate?
    Ma la principessa  Mjgkaja  non  era  d'accordo  e  l'opinione  della
    Tvrskaja la irritava.
    - Per voi,  che avete non so quanti milioni,  facile parlare cos, ma
    a me fa gran piacere quando mio marito parte in estate per  ispezioni:
    viaggiare  fa bene alla salute e lo diverte,  e a me procura il denaro
    per mantenere la carrozza e il cocchiere.
    Per  raggiungere  le  lontane  province  Aleksj   Aleksndrovic'   si
    trattenne a Mosca per tre giorni.
    L'indomani  del  suo  arrivo  and  in  carrozza  a fare una visita al
    governatore  generale.   All'incrocio  del  vicolo  Gaztnyj,   sempre
    ingombro  di  carrozze  padronali e di vetture di piazza,  Karenin ud
    improvvisamente il proprio nome,  pronunziato da una voce cos allegra
    e  sonora  che  non  pot  fare  a  meno  di  voltarsi.  Sull'orlo del
    marciapiedi,  con un soprabito corto alla moda,  un elegante  cappello
    sulle ventitr,  stava Stepn Arkadyc',  giovane,  raggiante,  che gli
    sorrideva mettendo in mostra i denti candidi e gridando in modo deciso
    e insistente di fermarsi. Stepn Arkadyc',  appoggiato con una mano al
    finestrino di una carrozza ferma all'angolo,  dalla quale sporgeva una
    testa femminile in cappello di  velluto  e  due  testoline  infantili,
    sorrideva e faceva cenno al cognato.  Anche la signora sorrideva di un
    amabile  sorriso  e  anch'essa   agitava   la   mano   verso   Aleksj
    Aleksndrovic'. Era Dolly con i bambini.
    Aleksj  Aleksndrovic'  non voleva vedere nessuno a Mosca e,  meno di
    tutti,  il fratello di sua moglie.  Sollev il  cappello  e  fece  per
    procedere  oltre,  ma  Stepn  Arkadyc'  ordin  al  suo  cocchiere di
    fermarsi e corse verso di lui in mezzo alla neve.
    - Ma perch non ci hai fatto sapere nulla? Sei qui da molto? Ieri sono
    stato al Dusseau e ho visto sul registro degli arrivi il nome Karenin,
    ma non ho neppur lontanamente pensato che si trattasse di te!  - disse
    infilando  la testa nel finestrino della carrozza.  - Altrimenti sarei
    venuto a cercarti. Come sono contento di vederti! - esclam,  battendo
    i  piedi  l'uno  contro  l'altro  per  staccarne la neve.  - Ma non ti
    vergogni di non averci fatto sapere nulla?
    - Non ho  avuto  tempo,  sono  molto  occupato  -  rispose  seccamente
    Karenin.
    - Andiamo da mia moglie: ha tanta voglia di vederti!
    Aleksj  Aleksndrovic'  si  liber  dal  "plaid" che gli avvolgeva le
    gambe freddolose e, sceso dalla carrozza, si fece strada in mezzo alla
    neve verso Drija Aleksndrovna.
    - Come mai, Aleksj Aleksndrovic',  ci evitate cos?  - chiese Dolly,
    sorridendo.
    -  Sono stato occupatissimo,  ma mi fa molto piacere vedervi - rispose
    con un tono che rivelava chiaramente il contrario. - Come va la vostra
    salute?
    - Ebbene, che fa la mia cara Anna?
    Aleksj Aleksndrovic' bofonchi qualche cosa e fece per andarsene, ma
    Stepn Arkadyc' lo trattenne.
    - Sai che cosa faremo domani? Dolly, invitalo a pranzo.  Faremo venire
    anche  Koznyscv  e  Pescv,  e  cos gli offriremo "l'intelligencija"
    moscovita, il fior fiore...
    - Allora vi prego di venire -  disse  Dolly,  -  vi  aspetteremo  alle
    cinque o alle sei come preferite.  Dunque, che fa la mia cara Anna? E'
    tanto tempo che...
    - Sta bene - mormor Aleksj Aleksndrovic'  aggrottando  il  viso.  -
    Felicissimo di avervi veduti!  - aggiunse dirigendosi verso la propria
    carrozza.
    - Verrete? - gli grid Dolly.
    Aleksj Aleksndrovic'  rispose  qualcosa  che  Dolly  non  riusc  ad
    afferrare per il rumore delle carrozze in movimento.
    - Passer da te domani - gli disse Stepn Arkadyc'.
    Aleksj  Aleksndrovic'  sal in carrozza e si rannicchi in un angolo
    in modo di non vedere nessuno e di non essere visto.
    - Che originale!  -  esclam  Stepn  Arkadyc'  alla  moglie  e,  data
    un'occhiata all'orologio,  fece con la mano un gesto che voleva essere
    una carezza  a  Dolly  e  ai  bambini  e  poi,  agilmente,  balz  sul
    marciapiedi.
    - Stiva! Stiva! - grid la moglie arrossendo.
    Egli si volt.
    - Devo comperare il soprabito a Tnja e a Griscia. Dammi del denaro.
    -  Non  importa!  Dirai  che  passer  io  a  pagare  - e si allontan
    salutando allegramente con il capo un conoscente che passava.


    CAPITOLO 7.

    Il giorno dopo era domenica.  Stepn Arkadyc' pass al Bolscij Tetr,
    alla prova di un balletto,  e consegn a Mascia Cibsova, una graziosa
    ballerina assunta da poco grazie alla sua protezione, i coralli che le
    aveva  promesso  il  giorno  prima;   dietro  a   una   quinta,   poi,
    approfittando  della  semioscurit  del  teatro,  riusc  a baciare il
    grazioso visetto della ragazza,  raggiante per il dono.  Oltre  a  ci
    doveva  accordarsi  per  un  appuntamento  con  lei  al  termine dello
    spettacolo.  Dopo averle spiegato che non poteva  trovarsi  al  teatro
    all'inizio del balletto,  promise che sarebbe venuto all'ultimo atto e
    che l'avrebbe condotta a cena.  Dal teatro,  Stepn Arkadyc'  si  rec
    all'Ochtnyj  rjad  (108),  dove  acquist egli stesso il pesce per il
    pranzo; infine, alle dodici, si rec all'albergo Dusseau,  dove doveva
    vedere  tre  persone che,  per sua fortuna,  alloggiavano nel medesimo
    albergo: Levin,  che si era fermato l di ritorno dall'estero,  il suo
    nuovo  capo,  che aveva appena allora assunto l'alta carica a Mosca e,
    infine,  il cognato Karenin,  che intendeva assolutamente  condurre  a
    pranzo.
    A  Stepn  Arkadyc'  piaceva  pranzar  bene,  ma  ancor di pi piaceva
    offrire ai suoi invitati un pranzo non grandioso, ma raffinato sia per
    il cibo,  sia per le bevande e per la scelta degli invitati.  La lista
    di  quel  giorno,  poi,  lo attirava in modo particolare: ci sarebbero
    stati pesci persici freschissimi,  asparagi e,  come piatto forte  uno
    squisito  "roast-beef",  il  tutto  annaffiato  con  vini adatti.  Gli
    invitati sarebbero stati Kitty e Levin e,  perch non si notasse  tale
    coincidenza,  anche una cugina e il giovane Scerbackij e,  come "pice
    de resistence"  (109)  dei  commensali,  Sergj  Koznyscv  e  Aleksj
    Aleksndrovic';   il   primo,   moscovita  e  filosofo,   il  secondo,
    pietroburghese e uomo d'azione. Avrebbe invitato anche Pescv, un tipo
    originale  ed  entusiasta,   liberale,   chiacchierone,   musicista  e
    simpaticissimo  giovanotto cinquantenne,  che avrebbe rappresentato la
    salsa o il contorno per Koznyscv  e  per  Karenin.  Egli  li  avrebbe
    stuzzicati e aizzati.
    Il  denaro  del mercante per il pagamento della seconda rata del bosco
    era stato ricevuto alla scadenza e  non  ancora  tutto  speso;  Dolly,
    negli ultimi tempi,  si era mostrata molto cara e buona, e il pensiero
    di quel pranzo rallegrava sotto tutti gli aspetti Stepn Arkadyc'.  Si
    sentiva  in  ottima  disposizione di spirito.  C'erano,  s,  due poco
    piacevoli circostanze,  ma entrambe  affondavano  nel  mare  di  tutta
    quella gioia che traboccava dall'anima di Stepn Arkadyc'.  Ecco quali
    erano  le  due  circostanze:  prima  di  tutto,   il  freddo,   severo
    atteggiamento  di  Aleksj  Aleksndrovic' verso di lui quando l'aveva
    incontrato per strada e,  collegando quella freddezza con il fatto che
    non  era venuto a trovarli e non li aveva avvertiti della sua presenza
    a Mosca e con certe chiacchiere che gli erano  giunte  all'orecchio  a
    proposito  di  Anna e di Vronskij,  Stepn Arkadyc' intuiva che doveva
    essere accaduto qualcosa tra marito e moglie.  La  seconda  spiacevole
    circostanza era costituita dal fatto che il nuovo capo, come del resto
    tutti  i  nuovi capi,  aveva la reputazione di uomo terribile,  che si
    alzava alle sei del mattino,  lavorava come un mulo e  pretendeva  dai
    dipendenti un uguale lavoro.  Inoltre questo nuovo capo veniva dipinto
    come  un  orso  e  correva  voce  che  fosse  un  uomo   di   tendenza
    diametralmente  opposta a quella cui apparteneva il suo predecessore e
    a cui, sino a quel momento, apparteneva anche Stepn Arkadyc'.
    Il giorno prima,  Stepn Arkadyc' si  era  presentato  in  ufficio  in
    uniforme e il nuovo capo era stato molto gentile e si era intrattenuto
    a  discorrere  con  lui  come  con  un  conoscente;  per questo Stepn
    Arkadyc' aveva ritenuto suo dovere rendergli la visita in  finanziera.
    Il  pensiero  che  il nuovo capo potesse riceverlo male era appunto la
    seconda circostanza spiacevole. Ma Stepn Arkadyc' sentiva per istinto
    che tutto si sarebbe accomodato in modo  perfetto.  Non  siamo  forse
    tutti  uomini,  tutti  peccatori?  E  allora a che scopo arrabbiarsi e
    litigare?, pensava entrando nell'albergo.
    - Buon giorno,  Vasilij -  disse,  percorrendo  il  corridoio  con  il
    cappello sulle ventitr e rivolgendosi a un cameriere che conosceva. -
    Ti  sei  fatto  crescere le basette,  eh?  Levin  al numero sette,  o
    sbaglio?  Accompagnami,  per favore,  e informati se il conte  Aniskin
    (era il nuovo capo) pu ricevermi.
    - Subito - rispose Vasilij,  sorridendo.  - E' parecchio tempo che non
    favorite da noi...
    - Ci sono stato ieri,  ma sono passato dall'altro ingresso.  E' qui il
    numero sette?
    Quando Stepn Arkadyc' entr, Levin, ritto in mezzo alla stanza, stava
    misurando con un contadino di Tver una pelle d'orso fresca.
    - Ah,  l'avete ucciso voi?  - grid Stepn Arkadyc'.  - Bel colpo!  E'
    un'orsa? Salve, Archp!
    Strinse la mano  al  contadino  e  si  sedette  su  una  sedia,  senza
    togliersi n cappello, n soprabito.
    -  Ma levati dunque il soprabito e rimani un po' qui con noi!  - disse
    Levin prendendogli il cappello.
    - No,  non ho tempo,  sono venuto per un attimo solo - rispose  Stepn
    Arkadyc'.  Si  sbotton  il  soprabito,  ma poi lo tolse e,  per farla
    breve,  rimase un'ora buona a discorrere con Levin di caccia e di cose
    pi intime.
    - Su,  dimmi dunque che cosa hai fatto all'estero.  Dove sei stato?  -
    domand Stepn Arkadyc', quando il contadino se ne fu andato.
    - Sono stato in Germania, in Prussia, in Francia, in Inghilterra,  non
    per nelle capitali,  ma soltanto nei centri industriali,  e ho veduto
    molte cose nuove e interessanti.  Sono veramente soddisfatto  del  mio
    viaggio.
    - S, s, conosco le tue idee per la sistemazione degli operai.
    -  Niente  affatto:  la  questione  operaia non pu esistere in Russia
    dove, invece, tutto il problema riguarda i rapporti tra il contadino e
    la terra.  Questo problema esiste anche laggi,  ma l  si  tratta  di
    riparare quello che  stato sciupato, mentre da noi...
    Stepn Arkadyc' ascoltava Levin con molta attenzione.
    - S, s - rispose. - Pu darsi che tu abbia ragione, ma sono contento
    che  tu  sia tornato in migliori condizioni d'animo...  Caccia l'orso,
    lavora e interessati a qualcosa,  perch Scerbackij mi aveva detto  di
    averti incontrato e di averti trovato molto gi di morale: non parlavi
    che di morte...
    - Oh,  non ho certo smesso di pensare alla morte - rispose Levin. - E'
    verissimo che sarebbe ora di morire e che  tutto    vanit.  Ti  dir
    francamente: alla mia idea e al mio lavoro io tengo moltissimo ma,  in
    sostanza,  pensaci un po'...  tutto questo nostro mondo non  che  una
    piccola muffa spuntata sopra un minuscolo pianeta... e noi crediamo di
    poter avere qualcosa di grande,  pensieri,  opere... tanti granelli di
    sabbia!
    - Ma queste, mio caro, sono cose vecchie come il mondo!
    - D'accordo, ma quando le capisci chiaramente, tutto, in un certo qual
    senso, diventa insignificante. Quando ti rendi conto che oggi o domani
    devi morire e che fatalmente non rester nulla,  come tutto allora  ti
    appare misero e meschino!  Io considero molto importante la mia opera,
    ma anche se si realizzasse,  essa mi apparirebbe insignificante quanto
    il  fatto  di  voltare  questa  pelle d'orso.  Eppure si passa la vita
    distraendosi con la caccia o lavorando al solo scopo  di  non  pensare
    alla morte.
    Stepn Arkadyc' lo ascoltava con un sorriso affettuosamente malizioso.
    -  Be',  si capisce!  Sono d'accordo con te.  Ma ti ricordi che mi hai
    rimproverato di cercare i piaceri della vita? O moralista, non essere
    cos severo! (110).
    - Pu darsi, del resto, che ci sia del buono,  nella vita e...   Levin
    si  impappin.  -  Del  resto,  non  lo  so...  So soltanto che presto
    moriremo.
    - Ma perch presto?
    - Vedi,  pu darsi che il pensiero della morte tolga alla vita il  suo
    incanto, per la rende pi calma...
    -  Al  contrario,  io  penso  che  pi ci si avvicina alla morte,  pi
    bisogna cercare di godere la vita. Be', ora devo andare - disse Stepn
    Arkadyc', alzandosi per la decima volta.
    - No,  aspetta ancora!  - insist Levin,  trattenendolo.  - Quando  ci
    rivedremo? Io parto domani.
    - Questa s che  bella!  Ero venuto... ero venuto apposta per... Oggi
    devi assolutamente venire a  pranzo  da  noi.  Ci  saranno  anche  tuo
    fratello e mio cognato Karenin.
    - Karenin  qui? - esclam Levin e avrebbe voluto chiedergli di Kitty.
    Aveva  sentito  dire  che  all'inizio  dell'inverno  si  era  recata a
    Pietroburgo dalla sorella,  moglie di un diplomatico,  e non sapeva se
    fosse  gi  tornata oppure no.  Decise tuttavia di non chiedere nulla.
    Che sia s o no, non ha importanza!.
    - Allora, verrai?
    - Certo, verr.
    - Alle cinque, allora, in abito nero.
    E Stepn Arkadyc' scese e si rec a far visita al suo nuovo capo.
    L'istinto non l'aveva ingannato: il nuovo,  tremendo capo,  si  rivel
    una  persona amabilissima,  e Stepn Arkadyc' fece colazione con lui e
    prolung tanto la visita che  solamente  verso  le  quattro  riusc  a
    recarsi da Aleksj Aleksndrovic'.


    CAPITOLO 8.

    Aleksj Aleksndrovic',  tornato dalla Messa, si trattenne nel proprio
    appartamento.  Quella mattinata,  infatti,  aveva da fare due cose: in
    primo luogo,  ricevere e dare direttive a una deputazione di allogeni,
    che si trovava allora a Mosca e che  era  diretta  a  Pietroburgo;  in
    secondo   luogo,   scrivere  all'avvocato  la  lettera  promessa.   La
    deputazione,  sebbene sollecitata da lui,  presentava nondimeno  molte
    difficolt e persino qualche pericolo,  per cui Aleksj Aleksndrovic'
    era  ben  contento  di  incontrarla  a  Mosca.   I  membri  di  quella
    deputazione  non  avevano  la  minima idea del loro compito e del loro
    dovere: erano ingenuamente convinti che la loro  missione  consistesse
    nell'esporre i loro bisogni e la vera situazione delle cose, chiedendo
    l'aiuto del governo, non capivano affatto che certe loro dichiarazioni
    e  pretese  facevano  il  gioco  del partito avversario rovinando cos
    tutta la  faccenda.  Aleksj  Aleksndrovic'  li  trattenne  a  lungo,
    prepar  loro  un  programma dal quale non dovevano scostarsi e,  dopo
    averli congedati,  scrisse delle lettere a  Pietroburgo  alle  persone
    alle  quali  la deputazione doveva rivolgersi.  Il principale aiuto in
    questa  faccenda  doveva  essere  la  contessa  Ldija  Ivnovna.   Le
    deputazioni erano la sua specialit e nessuno sapeva,  come lei, farle
    valere e dare loro il giusto indirizzo.  Fatto anche  questo,  Aleksj
    Aleksndrovic'  scrisse  la  lettera  all'avvocato.  Senza  la  minima
    esitazione  gli  dava  piena  libert  di  agire  come  riteneva   pi
    opportuno,  e  alla  lettera  un  tre  biglietti di Vronskij ad Anna,
    trovati nel portafogli che aveva portato via alla moglie.
    Da quando Aleksj Aleksndrovic' aveva lasciato la  propria  casa  con
    l'intenzione  di non far pi ritorno in famiglia;  da quando era stato
    dall'avvocato e aveva confidato,  sia pure a una sola persona,  le sue
    intenzioni,  e da quando, soprattutto, aveva trasformato quel problema
    della sua vita in un problema legale, si andava sempre pi abituando a
    quella  risoluzione  e  vedeva  ora  chiaramente  la  possibilit   di
    realizzarla.
    Stava  sigillando  la lettera per l'avvocato quando ud la voce sonora
    di Stepn Arkadyc', che stava discutendo con il domestico di Karenin e
    insisteva perch lo annunziasse.
    Non  importa,  pens  Aleksj  Aleksndrovic',  meglio  cos.   Gli
    comunicher  subito  in  quali rapporti mi trovo con sua sorella e gli
    spiegher perch non posso pranzare da lui.
    - Fa passare!  - disse ad alta voce togliendo dal tavolo le lettere  e
    riponendole nella cartelliera.
    -  Lo vedi che sei un bugiardo e che lui  in casa?  - rispose la voce
    di Stepn Arkadyc' al domestico,  che non voleva lasciarlo entrare  e,
    togliendosi il cappotto,  Oblonskij entr nella stanza. - Sono proprio
    contento di averti trovato!  Cos spero che...  - prese a dire  Stepn
    Arkadyc' in tono allegro.
    -  Non  posso  venire  -  rispose  freddamente  Aleksj Aleksndrovic'
    restando in piedi e senza invitare l'ospite ad accomodarsi.
    Aleksj   Aleksndrovic'   aveva   pensato    di    assumere    subito
    quell'atteggiamento  freddo  che  riteneva  necessario  di  fronte  al
    fratello della moglie,  contro la  quale  aveva  iniziato  domanda  di
    divorzio;  ma  non  aveva  tenuto  conto della carica di bonariet che
    straripava  come  un  fiume  dall'animo  di  Stepn  Arkadyc'.  Questi
    spalanc gli occhi scintillanti e chiari.
    -  Perch  non  puoi?  Che  cosa  vuoi dire?  - domand con stupore in
    francese. - No, ormai hai promesso e noi tutti contiamo su di te.
    - Voglio dire che non posso venire a casa vostra perch  i  legami  di
    parentela che ci univano stanno per essere spezzati.
    -  Come?  Che  significa?  Perch?  -  profer  Stepn Arkadyc' con un
    sorriso.
    - Perch sto intentando causa di divorzio contro  mia  moglie,  vostra
    sorella. Dovevo...
    Ma  Aleksj  Aleksndrovic'  non  era  ancora riuscito a finire il suo
    discorso,  che Stepn  Arkadyc'  aveva  agito  in  modo  completamente
    diverso  da quello che egli si aspettava.  Questi,  infatti,  mand un
    gemito e si abbandon su una poltrona.
    - No, Aleksj Aleksndrovic', che cosa dici? - grid Oblonskij,  e una
    viva sofferenza si dipinse sul suo viso.
    - E' cos.
    - Scusami, ma io non posso, non posso crederci...
    Aleksj Aleksndrovic' si sedette,  comprendendo che le sue parole non
    avevano avuto l'effetto che egli si riprometteva,  e si rendeva  conto
    che  era  giocoforza  spiegarsi  e  che,   qualunque  fosse  stata  la
    spiegazione,  i suoi rapporti con il  cognato  sarebbero  rimasti  gli
    stessi.
    -  S,  sono  stato  messo  nella  dolorosa  situazione di chiedere il
    divorzio.
    - Lascia che ti dica una cosa sola,  Aleksj Aleksndrovic'...  Io  ti
    conosco  come  un uomo ammirevole e giusto e,  d'altra parte,  conosco
    Anna e scusami se non posso cambiare opinione su  di  lei,  una  donna
    buona e superiore.  Per questo non posso credere a quanto mi dici.  Ci
    dev'essere un malinteso... - concluse.
    - Oh,  se ci fosse soltanto un  malinteso!  -  lo  interruppe  Aleksj
    Aleksndrovic'.
    -  Permettimi: capisco - interruppe Stepn Arkadyc' - ma certo...  Una
    cosa solo ti dico: non bisogna aver fretta,  non bisogna,  non bisogna
    aver fretta!
    -  Io  non ho avuto fretta - rispose freddamente Karenin;  - ma in una
    faccenda simile non si pu chiedere consiglio a nessuno. E io ho preso
    la mia decisione.
    - E' spaventoso!  - esclam Stepn Arkadyc' ansimando.  - Io farei una
    cosa sola, Aleksj Aleksndrovic'... e ti supplico di farla! La causa,
    da  quanto mi  parso di capire,  non  ancora incominciata.  Prima di
    iniziarla,  parla con Dolly;  Dolly vuol  bene  ad  Anna  come  a  una
    sorella,  vuole bene anche a te ed  una donna straordinaria.  In nome
    di Dio, parla con lei! Dammi questa prova di amicizia, ti supplico!
    Aleksj Aleksndrovic' rimase pensieroso.  Stepn Arkadyc' lo guardava
    intanto con simpatia, senza interrompere il suo silenzio.
    - Andrai da lei?
    -  Non  lo  so.  E' per questo,  per evitare di parlare,  che non sono
    venuto a trovarvi. Suppongo che i nostri rapporti debbano cambiare.
    - E perch mai? Non ne vedo il motivo.  Permettimi di pensare che,  al
    di fuori dei legami di parentela che ci uniscono, tu hai avuto per me,
    almeno  in  parte,  quei  sentimenti  di amicizia e di stima che io ho
    sempre provato per te... e di stima sincera - prosegu Stepn Arkadyc'
    stringendogli la mano. - Anche se le tue peggiori supposizioni fossero
    giuste, io non mi arrischier mai di giudicare n l'uno, n l'altra, e
    non vedo la ragione per cui i nostri rapporti debbano cambiare. Ma ora
    fa' quello che ti chiedo: va' da mia moglie.
    - Gi,  noi consideriamo in modo  diverso  le  cose  -  disse  Aleksj
    Aleksndrovic'  sempre  con  lo stesso tono freddo.  - Del resto,  non
    parliamone pi.
    - E sia!  Ma perch non dovresti venire?  Vieni almeno oggi a  pranzo,
    mia moglie ti aspetta,  vieni... Ti assicuro che, se parlerai con lei,
    ti renderai conto che  una donna superiore, straordinaria... Per amor
    di Dio, te lo chiedo in ginocchio!
    - Se lo desideri tanto, verr - rispose Karenin dopo un lungo sospiro.
    E,  per cambiar discorso,  prese a  parlare  di  un  altro  argomento,
    ugualmente  interessante  per  entrambi:  del  nuovo  capo  di  Stepn
    Arkadyc',  un uomo che,  malgrado la  sua  giovane  et,  aveva  avuto
    improvvisamente la nomina a una carica cos importante.
    Gi  prima,  Aleksj  Aleksndrovic'  non aveva alcuna simpatia per il
    conte Aniskin con il quale,  in parecchie circostanze,  si era trovato
    in disaccordo;  in quel momento poi non poteva esimersi dal provare il
    comprensibile odio di un funzionario sconfitto verso quello che riceve
    una promozione.
    - Ebbene, l'hai visto? - domand Aleksj Aleksndrovic' con un sorriso
    velenoso.
    - E come! Ieri  stato da noi in tribunale.  A quanto pare,  ha l'aria
    di conoscere molto bene il suo lavoro e di essere attivissimo.
    - S, ma a che cosa mira la sua attivit? - domand Karenin. A fare un
    lavoro  o a rifare ci che  gi stato fatto?  La disgrazia del nostro
    paese    per  l'appunto  quest'amministrazione  basata  tutta   sulle
    scartoffie, della quale Aniskin  un degno rappresentante.
    - A dire il vero,  non saprei che cosa si possa biasimare in lui.  Non
    conosco le sue opinioni,  ma so una cosa sola:  un ottimo  ragazzo  -
    obiett  Stepn  Arkadyc'.  -  Vengo ora da lui e l'ho trovato davvero
    simpatico.  Abbiamo fatto colazione  insieme  e  gli  ho  insegnato  a
    fare...,  sai,  quella bibita di vino e arance,  cos rinfrescante. Mi
    sorprende che non la conoscesse...  e gli    assai  piaciuta.  No,  
    davvero un eccellente ragazzo!
    Stepn Arkadyc' guard l'orologio.
    -  Santi  benedetti!  Sono  le quattro passate e devo andare ancora da
    Dolgovuscin.  Te ne prego,  dunque,  vieni a pranzo da noi.  Non  puoi
    credere quanto addoloreresti me e mia moglie se rifiutassi...
    Aleksj Aleksndrovic' accompagn il cognato in modo del tutto diverso
    da come l'aveva ricevuto.
    - Ho promesso e verr - rispose con tristezza.
    -  Ti assicuro che apprezzo molto il tuo sacrificio e spero che non te
    ne dovrai pentire - rispose sorridendo Stepn Arkadyc'.
    E indossando il cappotto mentre camminava,  urt  con  il  braccio  la
    testa del cameriere, scoppi a ridere e usc.
    - Alle cinque, eh? E, mi raccomando, in abito nero! - grid ancora una
    volta voltandosi verso la porta.


    CAPITOLO 9.

    Le  cinque  erano  passate  da  un  pezzo  e alcuni invitati erano gi
    arrivati,  quando giunse il padrone di casa.  Entr insieme  a  Sergj
    Ivnovic' Koznyscv e a Pescv, che si erano incontrati nell'ingresso.
    Oblonskij    li    definiva    i    due    principali   rappresentanti
    dell'"intelligencija"    di    Mosca.     Erano    entrambi    persone
    rispettabilissime, tanto per il carattere quanto per lo spirito che li
    distingueva;  si  stimavano  a vicenda,  sebbene fossero in disaccordo
    quasi su tutto, non gi perch avessero tendenze contrarie, ma proprio
    perch erano dello stesso campo (gli avversari li consideravano  tali,
    ma aventi ciascuno la propria particolare sfumatura). E poich non c'
    nulla   che  porti  meno  alla  conciliazione  di  un  dissenso  nelle
    discussioni astratte,  cos non solo i due non collimavano nelle  loro
    opinioni su alcun punto,  ma erano ormai avvezzi, da gran tempo, senza
    tuttavia andare in collera sul serio a canzonarsi a vicenda, prendendo
    ognuno di mira l'incorreggibile aberrazione dell'altro.
    Stavano entrando nell'ingresso,  quando Stepn Arkadyc' li  raggiunse.
    In  salotto sedevano gi il principe Aleksndr Dmtrevic',  suocero di
    Oblonskij, il giovane Scerbackij, Turovcyn, Kitty e Karenin.
    Stepn Arkadyc' vide subito che,  assente  lui,  in  salotto  le  cose
    andavano  poco bene.  Drija Aleksndrovna,  in elegante abito di seta
    grigia, era evidentemente preoccupata,  sia per i bambini che dovevano
    pranzare da soli in camera loro, sia per il fatto che ancora non fosse
    arrivato  il  marito,  senza il quale,  se ne rendeva conto,  ella non
    riusciva ad animare e ad amalgamare la compagnia  come  doveva.  Tutti
    stavano seduti (secondo l'espressione del vecchio principe) come mogli
    di pop in visita; ognuno si chiedeva perch mai fosse capitato l e si
    sforzava  di  tirar  fuori  qualche  parola  per  rompere  il silenzio
    incombente. Quel brav'uomo di Turovcyn non si trovava, era chiaro, nel
    suo ambiente, e il sorriso delle labbra carnose,  con il quale accolse
    Stepn  Arkadyc' pareva voler dire: Bell'affare hai fatto a piantarmi
    qui con questi cervelloni!  Per conto mio,  preferisco  qualche  buona
    bevuta  al  "Chteau  des  fleurs!.  Il  vecchio  principe  sedeva in
    silenzio,   sbirciando  di  traverso  Karenin  con  i  suoi  occhietti
    brillanti,  e  Stepan  Arkadyc'  cap che aveva gi escogitato qualche
    parolina spiritosa per bollare  quell'uomo  di  Stato,  in  onore  del
    quale, come se si fosse trattato di uno storione, erano stati invitati
    quegli  ospiti.  Kitty guardava verso la porta e radunava tutte le sue
    forze per  non  arrossire  quando  fosse  entrato  Levin.  Il  giovane
    Scerbackij,  che  non  era stato presentato a Karenin,  cercava di far
    vedere che ci non lo metteva affatto in imbarazzo.
    Anche Karenin, secondo l'uso di Pietroburgo,  quando si va a un pranzo
    cui partecipino delle signore, era in abito nero e cravatta bianca; ma
    Stepn Arkadyc' si rese conto,  dall'espressione del suo viso, che era
    venuto soltanto per mantenere la parola  data  e  che  partecipando  a
    quella  riunione  compiva un penoso dovere.  Ed era soprattutto la sua
    presenza la causa della freddezza che raggelava  tutti  gli  invitati,
    prima dell'arrivo di Stepn Arkadyc'.
    Questi,  entrando in salotto,  si scus del ritardo e spieg di essere
    stato trattenuto dal principe,  che era l'eterno capro  espiatorio  di
    tutti  i  ritardi  e di tutte le sue assenze da casa,  e in un momento
    mise a loro agio tutti i commensali. Avvicin Aleksj Aleksndrovic' a
    Sergj  Koznyscv  e  forn  loro  per   argomento   il   tema   della
    russificazione  della  Polonia,  e  Pescv  si  un  ai due;  diede un
    colpetto sulla spalla di Turovcyn,  gli bisbigli due paroline buffe e
    lo fece sedere vicino alla moglie e al principe; mormor due parole di
    ammirazione a Kitty, assicurandola che quel giorno era molto carina e,
    infine,  present Scerbackij a Karenin.  In un attimo aveva manipolato
    con tanta abilit tutta quella pasta sociale,  che nel salotto svan
    l'atmosfera di freddezza, le cose cominciarono ad andare a gonfie vele
    ed  echeggiarono  voci piene di animazione.  Mancava ancora Konstantn
    Levin.  Ma il suo ritardo fu provvidenziale  perch  Stepn  Arkadyc',
    entrato in sala da pranzo,  vide con sommo orrore che il vino di Porto
    e lo Xeres erano stati acquistati da Deprs  e  non  da  Loewe;  diede
    ordine  di  mandare immediatamente il cocchiere da Loewe e poi ritorn
    in salotto.
    In sala da pranzo s'imbatt in Konstantn Levin.
    - Sono in ritardo?
    - Come sarebbe possibile  che  tu  non  lo  fossi?  -  rispose  Stepn
    Arkadyc' prendendolo sottobraccio.
    -  Hai  molti  invitati?  Chi c'?  - domand Levin,  arrossendo senza
    volerlo, mentre faceva cadere la neve dal berretto.
    - Tutti dei nostri.  C'  anche  Kitty.  Andiamo,  ti  far  conoscere
    Karenin.
    Stepn  Arkadyc',  nonostante il suo liberalismo,  sapeva quanto fosse
    lusinghiera per chiunque una presentazione a Karenin,  e per questo ne
    faceva un regalo ai suoi migliori amici.  Ma in quel momento Levin non
    era in condizione di poter apprezzare,  come meritava,  il piacere  di
    quella  conoscenza.  Non  vedeva  Kitty  da  quella  serata,  per  lui
    memorabile,  alla quale aveva incontrato Vronskij,  eccezion fatta per
    quel  fuggevole  momento  in  cui  ella gli era apparsa velocemente in
    carrozza sulla strada maestra;  e bench,  in fondo  all'anima,  fosse
    sicuro  di  incontrarla  col,  si  era sforzato di mantenere tutta la
    propria libert di pensiero, cercando di convincersi che non ne sapeva
    nulla.  Ora,  per,  quando seppe che ella era a pochi passi  da  lui,
    prov  a  un tratto una tale gioia mista a una tale paura che si sent
    mancare il respiro e non riusc a dire ci che voleva.
    Come sar?  Sar come un tempo o come l'ho veduta in carrozza?  E  se
    Drija Aleksndrovna avesse detto la verit?  Perch, poi, non avrebbe
    dovuto dirla?, pens.
    - Ah s,  ti prego,  presentami a Karenin - rispose a  fatica  e,  con
    passo disperato e deciso, entr in salotto. La scorse subito. Ella non
    era  n  come  un  tempo,  n  come  l'aveva  veduta  in carrozza: era
    completamente diversa.
    Sembrava spaventata,  timida e impacciata,  e  quell'atteggiamento  la
    rendeva ancora pi affascinante.  Ella lo vide nello stesso momento in
    cui egli entr nella stanza. Lo aspettava.  Si rallegr e si confuse a
    tal  punto per la gioia da cui si sentiva invasa che vi fu un momento,
    proprio mentre egli si avvicinava alla padrona di  casa  e  la  guard
    ancora, che fu l l per piangere. Dolly e Levin se ne accorsero. Ella
    arross,  impallid, arross di nuovo e poi rimase immobile, movendo a
    stento le labbra, aspettandolo. Levin le si avvicin,  si inchin e le
    porse  la mano in silenzio.  Se non fosse stato il lieve tremito delle
    labbra e l'umidit che le faceva velo agli occhi  e  ne  aumentava  lo
    splendore, il suo sorriso sarebbe stato quasi calmo quando disse:
    -  Da  quanto  tempo non ci vediamo!  - e,  con disperata risolutezza,
    strinse con la propria mano fredda quella di lui.
    - Voi non mi avete visto - disse Levin con un sorriso di felicit - ma
    io ho  visto  voi,  quando  dalla  ferrovia  andavate  in  carrozza  a
    Ergsciovo.
    - Quando? - ella domand stupita.
    -  Andavate  a  Ergsciovo  - ripet Levin sentendosi soffocare per la
    felicit che gli inondava l'anima.
    Ma come ho osato collegare il pensiero di qualcosa di  non  innocente
    con   questa   commovente   creatura?   S,   si  direbbe  che  Drija
    Aleksndrovna abbia detto il vero, pens.
    Stepn Arkadyc' lo prese a braccetto e lo condusse da Karenin.
    - Permettete che vi presenti - e fece i loro nomi.
    - Felicissimo di incontrarvi di  nuovo  -  disse  freddamente  Aleksj
    Aleksndrovic' stringendo la mano di Levin.
    - Vi conoscete? - domand Stepn Arkadyc' con una certa sorpresa.
    -  Abbiamo  trascorso  tre  ore  insieme  in  treno  -  rispose  Levin
    sorridendo;  - ma ci siamo lasciati altrettanto impacciati quanto a un
    ballo in maschera, almeno per quanto riguarda me.
    - Ah,  cos!  Vi prego, accomodatevi - disse Stepn Arkadyc' indicando
    la sala da pranzo.
    I signori passarono in sala da pranzo e si  avvicinarono  alla  tavola
    degli  antipasti,  dov'erano  pronte sei diverse specie di acquavite e
    altrettante qualit di formaggi,  con i coltellini d'argento e  senza,
    diversi  piatti  di caviale,  di aringhe,  marmellate di ogni genere e
    piatti con fettine di pane francese imburrate.
    Gli uomini si trattenevano davanti all'acquavite e agli  antipasti,  e
    il  discorso  sulla  russificazione della Polonia tra Sergj Ivnovic'
    Koznyscv, Karenin e Pescv stava languendo, nell'attesa del pranzo.
    Sergj Ivnovic',  che meglio di  chiunque  sapeva  dire  una  sottile
    arguzia  per  mettere  fine  alla discussione pi astratta e pi seria
    modificando in tal modo l'umore degli interlocutori,  ricorse a questo
    mezzo.
    Mentre   Aleksj   Aleksndrovic'   cercava   di   dimostrare  che  la
    russificazione della Polonia era possibile soltanto sulla  base  degli
    alti  principi  di  cui  doveva dare esempio l'amministrazione statale
    russa,  e Pescv insisteva nel dire che un popolo non pu  assimilarne
    un  altro  se  non  quando  ha  una maggior densit di popolazione,  e
    Koznyscv ammetteva l'una e l'altra ipotesi,  ma  con  certe  riserve,
    ecco con quale conclusione quest'ultimo pose fine alla discussione:
    -  Perci  per russificare le popolazioni straniere c' un solo mezzo:
    far nascere il maggior numero di bambini possibile.  Questa   la  mia
    opinione!   Sotto  questo  punto  di  vista,  mio  fratello  e  io  ci
    comportiamo molto male;  quanto a voi,  signori uomini  ammogliati,  e
    specialmente voi,  Stepn Arkadyc',  agite da veri patrioti. Quanti ne
    avete?  - chiese,  rivolgendosi affettuosamente al padrone di  casa  e
    porgendogli un minuscolo bicchierino.
    Tutti risero e Stepn Arkadyc' per il primo.
    -  S,  questo    davvero il mezzo migliore!  - esclam continuando a
    masticare  il  formaggio  e   versando   un'acquavite   speciale   nel
    bicchierino   che   gli   veniva   teso.   La   conversazione  si  era
    effettivamente conclusa in allegria.
    - Niente male questo formaggio: ne volete?  -  diceva  il  padrone  di
    casa.  -  Possibile  che  tu  sia di nuovo andato a far ginnastica?  -
    domand a Levin palpandogli con la mano sinistra  il  bicipite.  Levin
    sorrise, tese il braccio e sotto le dita di Stepn Arkadyc' si sollev
    sotto   la  stoffa  sottile  una  protuberanza  rotonda  e  dura  come
    l'acciaio.
    - Questo  un bicipite! Un vero Sansone!
    - Suppongo che occorra molta forza per la caccia  agli  orsi  -  disse
    Aleksj Aleksndrovic', che aveva sulla caccia un concetto assai vago,
    spalmando  un  pezzo  di formaggio su una fettina di pane sottile come
    una ragnatela.
    Levin sorrise.
    - Nessuna.  Anche un bambino potrebbe uccidere  un  orso  -    rispose
    lasciando   con  un  lieve  inchino  il  posto  alle  signore  che  si
    avvicinavano, con la padrona di casa, alla tavola degli antipasti.
    - Mi hanno detto che avete ucciso  un  orso,  vero?  -  chiese  Kitty,
    tentando  inutilmente  di  afferrare con la forchetta un fungo ribelle
    che scivolava via e scotendo i pizzi,  attraverso i quali si  scorgeva
    il  suo  braccio candido.  - Ci sono forse orsi dalle vostre parti?  -
    aggiunse,  volgendo verso di lui per met la sua graziosa testolina  e
    sorridendo.
    Non  c'era  nulla  di particolare in ci che essa diceva,  eppure ogni
    intonazione della voce,  ogni movimento delle labbra,  degli  occhi  e
    della  mano,   assumeva  per  Levin  un'importanza  considerevole.  Si
    sentivano nelle parole di Kitty una preghiera di perdono,  un senso di
    fiducia, una tenera, timida carezza, una speranza e una confessione di
    amore per lui,  amore nel quale egli non aveva il coraggio di credere,
    ma il cui pensiero lo inondava di felicit.
    - No,  siamo andati nel governatorato di Tver.  Ritornando  di  l  ho
    incontrato  in  treno vostro cognato o,  meglio,  il cognato di vostro
    cognato - disse in un sorriso. - E' stato un incontro molto buffo.
    E raccont, in modo allegro e divertente come,  non essendo riuscito a
    chiudere  occhio  tutta  la  notte,   fosse  entrato  bruscamente,  in
    pellicciotto, nello scompartimento di Aleksj Aleksndrovic'.
    - Il capotreno,  giudicandomi dall'abito,  a dispetto  del  proverbio,
    voleva mettermi alla porta;  allora cominciai a trattarlo dall'alto in
    basso... Del resto, voi pure - disse rivolgendosi a Karenin di cui, in
    quel momento,  non ricordava il  nome  -  sulle  prime,  per  via  del
    pellicciotto, non avete provato una gran voglia di cacciarmi via? Per
    voi avete preso le mie parti, del che vi sono molto riconoscente.
    -  In generale,  i diritti dei viaggiatori nella scelta dei posti sono
    assai male definiti - disse Aleksj Aleksndrovic' tergendosi  con  il
    fazzoletto la punta delle dita.
    -  Ho  visto  che  eravate alquanto indeciso nei miei riguardi - disse
    Levin sorridendo allegramente, - ma mi sono affrettato a intavolare un
    discorso serio per far dimenticare il mio pellicciotto.
    Sergj Ivnovic', pur continuando a discorrere con il padrone di casa,
    ascoltava con un orecchio il  fratello  e  lo  guardava  con  la  coda
    dell'occhio,  pensando:  Che  gli  succede  oggi?  Ha l'aspetto di un
    trionfatore!.
    Egli non sapeva che Levin aveva l'impressione che gli fossero spuntate
    le ali. Levin sapeva che Kitty stava ascoltando le sue parole e che le
    faceva piacere udirle;  e questa era l'unica cosa che lo  interessava.
    Non solo in quella stanza,  ma in tutto il mondo non vi erano che loro
    due: lui,  che aveva  acquistato  di  fronte  a  se  stesso  un'enorme
    importanza,  e lei. Si sentiva a un'altezza che gli dava le vertigini,
    mentre laggi,  in basso,  lontanissimi,  c'erano quel buono  e  bravo
    Karenin, Oblonskij e tutti gli altri.
    Senza aver l'aria di farlo di proposito,  ma cos,  perch non c'erano
    altri posti disponibili, Stepn Arkadyc' mise Levin accanto a Kitty.
    - Be', tu mettiti magari qui! - disse egli a Levin.
    Il pranzo era altrettanto notevole  quanto  il  vasellame,  del  quale
    Stepn Arkadyc' era un grande amatore. La minestra " la Marie-Louise"
    era eccellente; i minuscoli cappelletti, che si scioglievano in bocca,
    erano   squisiti.   Due   domestici   e   Matvj  in  cravatta  bianca
    disimpegnavano silenziosamente e con molta  abilit  il  servizio.  Il
    pranzo  riusc ottimo da ogni punto di vista,  sia dal lato materiale,
    sia da quello non  materiale.  La  conversazione,  ora  generale,  ora
    particolare, non langu mai e, verso la fine del pranzo, era cos bene
    avviata che gli uomini si alzarono da tavola continuando a discorrere,
    e persino Aleksj Aleksndrovic' apparve pi animato e sereno.


    CAPITOLO 10.

    Pescv,  al quale piaceva discutere le questioni sino in fondo, non si
    accontentava delle parole di Sergj Ivnovic',  tanto pi che  sentiva
    che la propria opinione non era giusta.
    -  Non  ho  mai  inteso  parlare della sola densit della popolazione-
    disse durante il pranzo rivolgendosi ad Aleksj Aleksndrovic' - bens
    della densit della popolazione unita alle basi e ai principi sociali.
    - Mi sembra  -  rispose  lentamente  e  quasi  con  indolenza  Aleksj
    Aleksndrovic' - che sia la stessa cosa.  Secondo me,  pu agire su un
    altro solamente un popolo che abbia uno sviluppo superiore, che...
    - Ma la questione sta tutta qui!  - lo interruppe Pescv,  con la  sua
    voce  baritonale;  egli  parlava  cos  in  fretta che pareva mettesse
    l'anima in ci che diceva. - La questione sta proprio qui: in che cosa
    consiste  lo  sviluppo  superiore?  Tra  i  Francesi,  gl'Inglesi,   i
    Tedeschi,  chi  ha  raggiunto  il  pi  alto  grado di progresso?  Chi
    assimiler l'altro? Noi vediamo che il Reno  diventato francese, ma 
    forse questa una prova per dire  che  i  Tedeschi  sono  inferiori?  -
    grid. - No, qui c' un'altra legge!
    -  Mi  sembra che la capacit di influire sia sempre dalla parte della
    vera cultura - disse Aleksj Aleksndrovic' sollevando leggermente  le
    sopracciglia.
    -  Ma  in  che  cosa  dobbiamo  supporre i segni di una vera cultura?-
    chiese Pescv.
    -  Suppongo  che  questi  segni   siano   noti   -   rispose   Aleksj
    Aleksndrovic'.
    -  Pienamente  noti?  -  interloqu,  con  un sottile sorriso,  Sergj
    Ivnovic'.  - Oggi  assolutamente stabilito che una vera cultura  pu
    essere  soltanto  puramente  classica  (111),  ma  noi  assistiamo  ad
    accanite discussioni dell'una  e  dell'altra  parte,  e  non  possiamo
    negare  che anche il campo avversario possa avere forti argomentazioni
    a proprio favore.
    - Voi siete un classico, Sergj Ivnovic'.  Desiderate del vino rosso?
    - disse Stepn Arkadyc'.
    -  Io non esprimo la mia opinione su questa o su quell'altra cultura -
    disse Sergj Ivnovic' con un sorriso di condiscendenza,  come  se  si
    rivolgesse  a  un bimbo,  mentre porgeva il proprio bicchiere;  - dico
    soltanto che  entrambe  le  parti  prospettano  argomenti  efficaci  -
    prosegu rivolgendosi ad Aleksj Aleksndrovic'. - Per cultura io sono
    un  classico,  ma  in  questa  discussione personalmente non so da che
    parte schierarmi.  Non vedo troppo bene perch si  dia  la  preferenza
    alle scienze classiche di fronte a quelle positive.
    -  Le  scienze  naturali  hanno  tutte la stessa efficacia pedagogico-
    formativa -  riprese  Pescv.  -  Prendete  anche  solo  l'astronomia,
    prendete  la  botanica,  la  zoologia  con  il  suo  sistema  di leggi
    generali!
    - Non potrei essere del tutto d'accordo  con  voi  -  rispose  Aleksj
    Aleksndrovic'. - Mi pare che non si possa non riconoscere l'influenza
    particolarmente  benefica  dello studio delle forme linguistiche sullo
    sviluppo spirituale. Inoltre non si pu negare, a maggior ragione, che
    l'influenza degli  scrittori  classici  sia  moralizzatrice  in  sommo
    grado,  mentre,  purtroppo, allo studio delle scienze naturali vengono
    collegate quelle dottrine nocive e false che  rappresentano  la  piaga
    dei nostri tempi.
    Sergj Ivnovic' avrebbe voluto intervenire, ma Pescv lo prevenne con
    la sua voce profonda, tentando di dimostrare con calore l'infondatezza
    di tale opinione.  Sergj Ivnovic' aspettava tranquillamente, pronto,
    era chiaro, a ribattere con un'obiezione vittoriosa.
    - Ma non si pu negare -  disse  quest'ultimo  con  un  fine  sorriso,
    rivolgendosi per a Karenin - che  difficile soppesare in modo esatto
    i vantaggi e gli svantaggi dell'uno e dell'altro insegnamento.  Quanto
    alla questione di  sapere  quale  insegnamento  sia  preferibile,  non
    sarebbe  stata  risolta cos presto e definitivamente se,  dalla parte
    dell'istruzione classica,  non  ci  fosse  quel  vantaggio  che  avete
    espresso   or   ora:  l'influenza  morale,   "disons  le  mot"  (112),
    antinichilista.
    - Senza dubbio.
    - Se non ci fosse questo vantaggio  dell'influenza  antinichilista  da
    parte   dell'insegnamento  classico,   avremmo  riflettuto  di  pi  e
    soppesato meglio gli argomenti dell'una e  dell'altra  parte  -  disse
    Sergj  Ivnovic'  con  un  sottile  sorriso;  -  avremmo dato impulso
    all'uno o all'altro indirizzo.  Ma ora sappiamo che in queste  pillole
    dell'istruzione    classica      contenuta   la   forza   terapeutica
    dell'antinichilismo,  e  le  prescriviamo  coraggiosamente  ai  nostri
    pazienti...  Ma  se questa forza terapeutica non ci fosse?  - concluse
    con la solita arguzia.
    Le pillole di Sergj Ivnovic' fecero scoppiare a ridere tutti  e,  in
    modo  particolarmente  gaio  e  sonoro,   Turovcyn,  il  quale  vedeva
    finalmente giunta l'occasione di svagarsi,  che attendeva  dall'inizio
    della conversazione.
    Stepn  Arkadyc'  non  si era sbagliato invitando Pescv a pranzo: con
    Pescv non poteva mai mancare una conversazione  interessante.  Sergj
    Ivnovic' aveva appena concluso con il suo motto di spirito che Pescv
    sollev subito un nuovo argomento.
    -  Non si pu nemmeno consentire con il fatto - disse - che il governo
    abbia questo scopo.  Il  governo,  evidentemente,  si  fa  guidare  da
    considerazioni  generali,   restando  indifferente  agli  effetti  che
    possono produrre i  provvedimenti  presi.  Per  esempio  la  questione
    dell'istruzione femminile dovrebbe essere ritenuta dannosa,  eppure il
    governo apre alla donna anche i corsi universitari.
    E  la  conversazione  pass  subito  al  nuovo  tema   dell'istruzione
    femminile.
    Aleksj  Aleksndrovic'  espresse l'opinione che di solito si confonde
    l'istruzione femminile con la questione della libert delle  donne,  e
    soltanto per questo pu essere considerata dannosa.
    -   Secondo   il   mio   parere,   invece,   le   due  questioni  sono
    indissolubilmente legate - disse Pescv;  -  un circolo  vizioso.  La
    donna  priva di diritti per mancanza di istruzione,  e la mancanza di
    istruzione deriva dalla mancanza dei diritti.  Non bisogna dimenticare
    che  l'asservimento  della donna  cos radicato che spesso noi non ci
    rendiamo conto di quale abisso la separi da noi.
    - Voi avete detto diritti -  riprese  Sergj  Ivnovic',  dopo  aver
    atteso  che Pescv tacesse;  - sarebbe stato pi giusto dire doveri.
    Chiunque  converr  che,   ricoprendo  la  carica  di  giurato  o   di
    consigliere  comunale,  o  di  impiegato telegrafico,  noi sentiamo di
    compiere un dovere.  E perci  pi giusto dire che le donne vanno  in
    cerca di doveri,  cosa,  del resto, pienamente legittima. E non si pu
    quindi che provar simpatia per questo loro  desiderio  di  aiutare  il
    lavoro generale degli uomini.
    -  Perfettamente  giusto  -  conferm  Aleksj  Aleksndrovic'.  -  La
    questione,  suppongo,  sta solo nel fatto di sapere se le donne sono o
    non sono adatte a compiere questi doveri.
    - Probabilmente lo saranno quando sar diffusa tra loro l'istruzione -
    intervenne Stepn Arkadyc'. - Noi vediamo...
    -  E  il  proverbio?  -  disse  il principe,  che da un pezzo prestava
    orecchio al discorso, facendo brillare i suoi piccoli occhi maliziosi.
    - Lo si pu dire  anche  in  presenza  delle  mie  figliole:  Capelli
    lunghi... (113).
    - Questo si pensava anche dei negri prima della loro emancipazione!  -
    disse Pescv in tono adirato.
    - Io trovo soltanto strano che le donne cerchino nuovi doveri    disse
    Sergj Ivnovic' - quando purtroppo vediamo che  frequente il caso in
    cui gli uomini cercano di sottrarsi ai loro.
    -  I  doveri sono congiunti con i diritti: il potere,  il denaro,  gli
    onori. Questo  quanto cercano le donne - disse Pescv.
    - E' come se io pretendessi il diritto di far la balia e mi offendessi
    che le donne venissero pagate per questo e io no -  disse  il  vecchio
    principe.
    Turovcyn  sbott in una rumorosa risata,  e Sergj Ivnovic' rimpianse
    di  non  essere  stato  lui  a  dire  quell'arguzia.  Persino  Aleksj
    Aleksndrovic' sorrise.
    - S, ma l'uomo non pu allattare, mentre la donna...
    -  Ma  come!  Se un inglese ha allattato il suo bambino a bordo di una
    nave!  - disse il vecchio principe,  permettendosi un'insolita libert
    di linguaggio in presenza delle figlie.
    - Quanti sono gli Inglesi siffatti, tante saranno le donne funzionarie
    - disse finalmente Sergj Ivnovic'.
    -  S,  ma  che  cosa  deve  fare  una ragazza che non ha famiglia?  -
    interloqu Stepn Arkadyc', ricordandosi della signorina Cibsova, che
    aveva sempre davanti agli occhi, mentre sosteneva Pescv.
    - A esaminare bene la storia di questa ragazza,  troverete che essa ha
    abbandonato la propria famiglia,  o quella della sorella, dove avrebbe
    potuto avere un'occupazione femminile - disse con  irritazione  Drija
    Aleksndrovna,  intervenendo  inaspettatamente  nella  conversazione e
    probabilmente  intuendo  di  che  tipo  di  ragazza  parlasse   Stepn
    Arkadyc'.
    - Ma noi siamo per un principio,  per un ideale!  - replic Pescv con
    la sua voce profonda.  - La donna vuole avere  il  diritto  di  essere
    indipendente,  istruita,  e  si  sente  impacciata  e  oppressa  dalla
    consapevolezza di non poter raggiungere questo scopo.
    - E io sono impacciato e oppresso perch non mi accettano  come  balia
    all'ospizio  dei trovatelli - disse di nuovo il vecchio principe,  con
    grande spasso di Turovcyn che,  dal gran ridere,  lasci cadere  nella
    salsa un asparago dalla parte pi grossa.


    CAPITOLO 11.

    Tutti  partecipavano  alla  conversazione  generale,  eccetto  Kitty e
    Levin.
    Dapprima,  quando si parl dell'influenza di un popolo sopra un altro,
    Levin  involontariamente  aveva  pensato  che  sull'argomento  avrebbe
    potuto dire qualcosa,  ma questi pensieri,  un  tempo  per  lui  molto
    importanti,  guizzavano  ora  come  in  sogno  nella sua testa,  senza
    presentare per lui il minimo interesse.  Gli pareva persino strano che
    quella gente insistesse tanto a parlar di cose inutili...  Esattamente
    allo stesso modo,  anche a  Kitty  pareva  che  dovesse  essere  molto
    interessante  quanto  si  diceva  sui  diritti e sull'istruzione della
    donna. Quante volte ella vi aveva riflettuto,  ricordando la sua amica
    Vrenka,  che  si  trovava  in uno stato di penosa dipendenza;  quante
    volte si era chiesta che cosa sarebbe stato anche di  lei  se  non  si
    fosse  sposata  e quante volte ne aveva parlato con la sorella!  Ma in
    quel momento la discussione non l'interessava affatto! Tra lei e Levin
    si  svolgeva  una  conversazione  che   non   era   propriamente   una
    conversazione,  ma  una  specie  di  misterioso  ravvicinamento che di
    minuto in minuto li andava legando pi intimamente e faceva nascere in
    entrambi una sensazione di gioiosa paura di fronte all'ignoto  in  cui
    stavano per entrare.
    Dapprima  Levin,  rispondendo  a  Kitty che gli chiedeva dove l'avesse
    veduta l'anno prima, raccont il suo incontro con la carrozza lungo la
    strada maestra, mentre stava ritornando a piedi dalla falciatura.
    -  Era  di  mattina,  prestissimo.  Probabilmente  vi  eravate  appena
    svegliata.  La vostra "maman" dormiva nel suo angolo.  La giornata era
    splendida. Io camminavo e mi chiedevo: Chi ci sar in quella carrozza
    a quattro cavalli,  e che bei cavalli!.  Ed ecco che,  per un attimo,
    siete  balenata  voi  e  vi  ho  vista  affacciata  al  finestrino che
    trattenevate con entrambe le mani i nastri del cappellino e sembravate
    immersa in profondi pensieri - disse Levin,  sorridendo.  - Come avrei
    desiderato sapere a che cosa pensavate in quel momento!  A qualcosa di
    importante?
    Purch non fossi spettinata!,  pens Kitty,  ma vedendo  il  sorriso
    pieno  di entusiasmo che questi particolari suscitavano nel ricordo di
    Levin,  sentiva  che,  al  contrario,  l'impressione  che  ella  aveva
    prodotta  doveva  essere  stata  ottima.  Arross  e  si mise a ridere
    allegramente.
    - Davvero non ricordo...
    - Come ride bene Turovcyn!  - disse Levin ammirando gli occhi umidi  e
    il corpo di lui che sussultava.
    - Lo conoscete da molto tempo? - domand Kitty.
    - E chi non lo conosce!
    - Vedo che pensate a lui come a un uomo cattivo...
    - Cattivo no, ma insignificante.
    -  Non   vero!  E smettete di pensarla cos - disse Kitty.  - Anch'io
    avevo  un'opinione  molto   bassa   di   lui,   mentre      un   uomo
    straordinariamente simpatico e buono. Ha un cuore d'oro.
    - E come fate a conoscere il suo cuore?
    -  Noi  due  siamo  grandi  amici:  lo  conosco molto bene.  L'inverno
    scorso...  poco dopo che...  che voi eravate stato a casa nostra disse
    con il sorriso di chi si sente colpevole, ma nel contempo fiducioso, -
    Dolly aveva tutti i bambini con la scarlattina ed egli venne a trovare
    per caso mia sorella.  Ci credete? - disse Kitty in un bisbiglio. - Ne
    prov tanta pena che  ci  rest  per  aiutarla  a  curare  i  bambini.
    Figuratevi  che  rimase  tre mesi,  occupandosi di loro come una buona
    "njnja".
    - Sto raccontando a Konstantn Dmitric' quello che Turovcyn  ha  fatto
    durante la scarlattina dei bambini - aggiunse piegandosi verso Dolly.
    -  S,  un  uomo veramente meraviglioso,  un tesoro!  - conferm Dolly
    gettando un'occhiata a Turovcyn,  il quale aveva capito che  parlavano
    di lui, e sorridendogli con dolcezza.
    Levin guard ancora una volta Turovcyn e si stup di non aver compreso
    prima la bont di quell'uomo.
    - Ho torto,  ho torto,  non parler mai pi male della gente!  - disse
    con allegria esprimendo sinceramente ci che sentiva dentro di s.


    CAPITOLO 12.

    Nella complessa discussione sui diritti delle donne  vi  erano  alcune
    questioni  troppo  scabrose  per  essere  trattate  alla  presenza  di
    signore,  come per esempio quella dell'ineguaglianza tra i  due  sessi
    nel  matrimonio.  Pescv  durante  il  pranzo  aveva  accennato a tali
    questioni,   ma  Stepn  Arkadyc'  e  Sergj  Ivnovic'   le   avevano
    prudentemente deviate.
    Quando,  per, tutti si alzarono da tavola e le signore furono uscite,
    Pescv si rivolse ad Aleksj Aleksndrovic' e prese a esporre la causa
    essenziale di questa ineguaglianza che,  secondo  lui,  proveniva  dal
    fatto  che  l'infedelt  della moglie e l'infedelt del marito vengono
    punite in modo disuguale dalla legge e dall'opinione pubblica.
    Stepn Arkadyc' si affrett ad avvicinarsi ad Aleksj Aleksndrovic' e
    gli offr da fumare.
    - No,  non fumo - rispose calmo  Aleksj  Aleksndrovic'  e,  come  se
    volesse  dimostrare  che egli non temeva affatto quella conversazione,
    si rivolse a Pescv con un freddo sorriso.
    -  Suppongo  che  la  ragione  di  questa  disuguaglianza  sia  basata
    sull'essenza  stessa  della  cosa  - disse e avrebbe voluto passare in
    salotto; ma, proprio a questo punto,  Turovcyn si mise improvvisamente
    a parlare, rivolgendosi ad Aleksj Aleksndrovic'.
    - Ma avete sentito di Prjcnikov?  - domand, da lungo tempo in attesa
    di rompere il silenzio che gli pesava e reso vivace dallo  "champagne"
    bevuto.  -  Vsja  Prjcnikov - disse con il sorriso bonario delle sue
    labbra umide e vermiglie,  rivolgendosi in special modo all'ospite pi
    importante,  Aleksj Aleksndrovic- mi hanno detto proprio oggi che si
     battuto in duello a Tver con Kvjtski; e l'ha ucciso.
    Come sempre pare che la lingua batta dove il dente duole,  cos Stepn
    Arkadyc'  sentiva che,  sventuratamente,  quel giorno la conversazione
    cadeva ogni momento sul punto dolente di Aleksj Aleksndrovic'. Cerc
    di  nuovo  di  allontanare  il  cognato,   ma  fu  lo  stesso  Aleksj
    Aleksndrovic' a domandare con curiosit:
    - Per che motivo si  battuto Prjcnikov?
    -  Per la moglie.  Ha agito da uomo onesto: ha sfidato il suo rivale e
    l'ha ucciso.
    - Ah! - disse con indifferenza Aleksj Aleksndrovic' e,  sollevate le
    sopracciglia, entr in salotto.
    -  Come  sono  contenta  che siate venuto!  - gli disse Dolly,  con un
    sorriso timoroso,  incontrandolo nel  salotto  di  passaggio;  -  devo
    parlare un po' con voi. Vogliamo sederci qui?
    Aleksj   Aleksndrovic',    con   quell'inalterata   espressione   di
    indifferenza che gli conferivano le sopracciglia sollevate, si sedette
    accanto a Drija Aleksndrovna e si sforz di sorridere.
    - Tanto pi - disse - che volevo  anche  pregarvi  di  scusarmi  e  di
    permettermi di congedarmi subito. Domani devo partire.
    Drija Aleksndrovna,  fermamente convinta dell'innocenza di Anna, era
    pallida e le tremavano le labbra di collera contro quell'uomo freddo e
    insensibile,  che si proponeva con la massima tranquillit di rovinare
    l'amica.
    -  Aleksj Aleksndrovic',  - disse infine con una disperata decisione
    fissandolo negli occhi - vi ho chiesto di Anna, non mi avete risposto.
    Come sta?
    - A quanto pare,  sta bene,  Drija Aleksndrovna  -  rispose  Karenin
    senza guardarla.
    - Aleksj Aleksndrovic',  perdonatemi,  non ho il diritto... lo so...
    ma io amo e stimo Anna come una sorella...  Vi prego,  vi supplico  di
    dirmi che cosa  successo tra di voi. Di che cosa l'accusate?
    Aleksj Aleksndrovic' aggrott le sopracciglia e, quasi chiudendo gli
    occhi, chin il capo.
    -  Suppongo  che  vostro  marito vi abbia riferito il motivo per cui 
    necessario mutare i miei precedenti  rapporti  con  Anna  Arkdevna  -
    disse,   senza  guardarla  negli  occhi  e  gettando  uno  sguardo  di
    malcontento a Scerbackij, che stava attraversando il salotto.
    - Io non credo, non credo, non posso credere a questo! - profer Dolly
    con un gesto energico delle mani ossute.  Si alz rapidamente  e  pos
    una  mano sul braccio di Aleksj Aleksndrovic'.  - Qui ci disturbano;
    andiamo da questa parte, vi prego.
    La commozione di Dolly influiva su  Aleksj  Aleksndrovic'.  Egli  si
    alz  e la segu docilmente nella saletta di studio delle bambine.  Si
    sedettero a un tavolo ricoperto da una tela cerata,  tutta tagliuzzata
    dalla lama di un temperino.
    -  Io  non  ci  credo,  io  non ci credo!  - profer Dolly cercando di
    cogliere lo sguardo sfuggente del cognato.
    - Non si pu non  credere  ai  fatti,  Drija  Aleksndrovna  -  disse
    Karenin, sottolineando la parola "fatti".
    - Ma che cosa ha commesso, dunque? - insist Dolly.
    - Ha mancato ai suoi doveri e ha tradito suo marito.  Ecco che cosa ha
    fatto - rispose Aleksj Aleksndrovic'.
    - No, no, non pu essere! No,  in nome di Dio...  vi siete sbagliato -
    esclam  la  donna  serrandosi  le  tempie con le mani e chiudendo gli
    occhi.
    Aleksj  Aleksndrovic'  sorrise  freddamente,  con  le  sole  labbra,
    desiderando  mostrare  a  lei  e  a  se stesso la fermezza del proprio
    convincimento. Ma quella calorosa difesa, pur non facendo vacillare la
    sua decisione,  acuiva la ferita.  Prese allora a parlare con maggiore
    animazione.
    -  E'  molto  difficile sbagliarsi quando la moglie stessa confessa al
    marito la propria infedelt,  quando dichiara che otto anni di vita in
    comune  e  un  figlio  non  sono stati per lei che un errore e che ora
    intende incominciare a vivere - disse con ira maligna tirando  su  dal
    naso.
    - Non posso associare Anna con il vizio, non posso crederci!
    -  Drija  Aleksndrovna!  -  disse Karenin,  fissando il viso buono e
    sconvolto di Dolly e sentendo che, senza volerlo, gli si scioglieva la
    lingua.  - Non so  che  cosa  darei  perch  il  dubbio  fosse  ancora
    possibile.  Quando dubitavo,  soffrivo,  ma avevo ancora una speranza;
    ora ogni speranza  svanita e tuttavia dubito di  tutto...  Dubito  di
    tutto al punto che odio mio figlio e credo talvolta che non sia mio...
    Sono ben disgraziato!
    Non  aveva  bisogno  di dirlo.  Drija Aleksndrovna lo comprese,  non
    appena  l'ebbe  guardato  in  viso.   Sent  per  lui   una   profonda
    compassione,  mentre  nel  suo animo cominciava a vacillare la fiducia
    nell'amica.
    - Ah,  orribile, orribile! Ma  vero che siete deciso al divorzio?
    - Deciso sino in fondo. Non mi resta niente altro da fare.
    - Niente da fare...  niente altro da  fare  -  gemette  Dolly  con  le
    lacrime agli occhi. - No, non c' altro da fare!
    -  Questo  per  l'appunto    la  cosa pi terribile in tale genere di
    dolore,  che non si pu,  come di fronte a una  perdita,  alla  morte,
    portare la propria croce;  no, qui bisogna agire - disse Karenin, come
    se avesse indovinato il pensiero di  Dolly.  -  Bisogna  uscire  dalla
    situazione umiliante in cui vi hanno messo: non si pu vivere in tre.
    -  Questo  lo capisco,  lo capisco molto bene - disse Dolly e chin il
    capo.
    Ella taceva,  pensando a se stessa,  alla propria dolorosa  situazione
    familiare e a un tratto,  con un movimento energico,  rialz il capo e
    con un gesto supplichevole congiunse le mani.
    - Ma aspettate! Voi siete un cristiano...  pensate a lei!  Che ne sar
    di Anna se voi la scacciate?
    - Vi ho pensato, Drija Aleksndrovna, vi ho pensato a lungo - rispose
    Aleksj Aleksndrovic', mentre il suo viso si copriva di chiazze rosse
    e gli occhi erano fissi su di lei, che gi lo compiangeva con tutto il
    cuore.  -  Dopo  che  da  lei  stessa  sono  stato informato della mia
    vergogna, sapete che ho fatto? Ho lasciato le cose com'erano prima: le
    ho dato la possibilit di ravvedersi, ho cercato di salvarla.  Ebbene?
    Non  ha  neppure  osservato  l'unica  cosa  che  esigevo,   quella  di
    rispettare le convenienze - disse, riscaldandosi. - Si pu salvare una
    persona che non vuole morire,  ma  se  la  sua  natura    corrotta  e
    depravata  al punto da vedere la stessa rovina come una salvezza,  che
    cosa si pu fare?
    - Tutto, tranne il divorzio - rispose Drija Aleksndrovna.
    - Ma che cosa intendete dire con "tutto"?
    - No,   orribile...  Non sarebbe pi la moglie di nessuno  e  sarebbe
    veramente perduta. No,  orribile!
    - Che posso farci? - disse Karenin, sollevando le sopracciglia.
    Il  ricordo dell'ultima azione della moglie lo aveva talmente irritato
    che ridivenne freddo come all'inizio della conversazione.
    - Vi sono molto grato per la vostra comprensione,  ma  ora che me  ne
    vada - disse, alzandosi.
    - No, aspettate! Non dovete rovinarla... aspettate, voglio parlarvi di
    me. Mi sono sposata, e mio marito mi ha ingannata; in preda al rancore
    e alla gelosia,  sono stata sul punto di abbandonare tutto...  Ma sono
    tornata in me, e chi mi ha salvata? Mi ha salvata Anna, ed ora io sono
    viva, i bambini crescono,  mio marito  tornato in famiglia,  sente la
    sua  colpa e diventa migliore...  e io vivo.  Ho perdonato,  perdonate
    anche voi!
    Aleksj Aleksndrovic' ascoltava,  ma le parole di lei  ormai  non  lo
    commovevano pi. Nel suo animo ribolliva di nuovo tutta la collera del
    giorno  in  cui si era deciso al divorzio.  Si riscosse e prese a dire
    con voce stridula e amara:
    - Non posso e non voglio perdonare...  non sarebbe giusto.  Per quella
    donna io ho fatto tutto,  ed essa tutto ha trascinato nel fango che le
    ,  evidentemente,  congeniale.  Non sono un uomo cattivo e non ho mai
    odiato nessuno,  ma ora, con tutte le mie forze, odio lei, e la odio a
    tal punto che non posso perdonarla;  la odio troppo per tutto il  male
    che mi ha fatto - profer con lacrime di rancore nella voce.
    -  Amate  coloro  che  vi  odiano...  -  mormor,  vergognosa,  Drija
    Aleksndrovna.
    Aleksj Aleksndrovic' ebbe un ghigno di disprezzo.  Questo lo  sapeva
    da tempo, ma non era applicabile al suo caso.
    -  Possiamo  amare coloro che ci odiano,  ma non possiamo amare coloro
    che noi odiamo. Scusatemi se vi ho turbata: ognuno ha la sua croce!  -
    E,  tornato padrone di s,  Aleksj Aleksndrovic' salut tranquillo e
    usc.


    CAPITOLO 13.

    Quando tutti si alzarono  da  tavola,  Levin  avrebbe  voluto  seguire
    Kitty,  ma  nel timore che l'eccessiva evidenza del suo corteggiamento
    potesse  spiacerle,  rimase  con  gli  uomini,  prendendo  parte  alla
    conversazione generale. Non guardava Kitty ma, anche senza vederla, ne
    sentiva i movimenti e gli sguardi,  e sapeva in qual punto del salotto
    si trovava.
    Gi sin d'ora, e senza il minimo sforzo,  manteneva la promessa che le
    aveva fatto,  cio di non pensar mai male di nessuno e di voler sempre
    bene a tutti.
    La conversazione cadde sull'"obscina" (114), nella quale Pescv vedeva
    una specie di principio peculiare, da lui definito principio corale.
    Levin non era d'accordo n con Pescv,  n con il fratello,  il quale,
    alla   sua   maniera,   ammetteva   e   non   ammetteva   l'importanza
    dell'"obscina"  russa.  Ma  parlava  con  loro  cercando  soltanto  di
    metterli  d'accordo  e  di  attenuare le rispettive obiezioni.  Non si
    interessava affatto di quello che egli stesso diceva e, ancor meno, di
    quanto dicevano gli altri,  pur desiderando una cosa sola:  che  tutti
    fossero  contenti  e si trovassero a loro agio.  Sapeva ormai che solo
    una persona aveva importanza per lui; e sapeva che quella persona, che
    poco prima era l nel salotto,  si era mossa e poi fermata vicino alla
    porta. Senza voltarsi, sent fiss su di s lo sguardo di Kitty, sent
    che  ella  sorrideva e non pot fare a meno di voltarsi;  la fanciulla
    era sulla porta con Scerbackij, e lo guardava.
    -  Pensavo  che  voleste  mettervi  al  pianoforte   -   disse   Levin
    avvicinandosi  a  Kitty.  - Ecco quello che manca a me in campagna: la
    musica.
    - No, venivamo solo per cercarvi,  e io volevo ringraziarvi per essere
    venuto - disse Kitty,  come se volesse ricompensarlo,  con un sorriso,
    del dono della sua presenza.  - Che gusto c' a discutere?  Nessuno si
    lascia mai convincere.
    - S,   vero - rispose Levin.  - Il pi delle volte succede che ci si
    accalora nelle discussioni perch non si riesce in alcun modo a capire
    ci che vuole dimostrare l'avversario.
    Levin aveva notato spesso che,  nelle discussioni tra le  persone  pi
    intelligenti,  dopo  immensi  sforzi  di logica,  molte parole e molte
    sottigliezze,  i disputanti arrivano alla conclusione che ci  che  si
    sono  sforzati a lungo di dimostrarsi a vicenda,  era loro noto gi da
    molto tempo, assai prima dell'inizio della discussione stessa, ma che,
    avendo essi simpatia per cose diverse,  non volevano prendere  partito
    per  non essere contraddetti.  Aveva spesso sperimentato che talvolta,
    durante  una  discussione,   si  viene  a  capire  che  cosa  sostiene
    l'avversario e,  tutt'a un tratto,  si sente di amare la stessa cosa e
    di essere perfettamente d'accordo,  e allora ecco che  ogni  argomento
    cade  come una cosa inutile e si giunge solo a dimostrare il contrario
    di quanto si vuole; se invece, e lo aveva sperimentato, si enunciano i
    propri punti di vista,  sostenendoli con un ragionamento e soprattutto
    con  chiarezza  e  sincerit,  a  un  tratto l'avversario si arrende e
    abbandona la discussione. Ed era appunto questo che aveva voluto dire.
    Kitty corrug la fronte cercando  di  capire.  Ma  egli  aveva  appena
    pronunziato  le  prime  parole,  che  gi  lei  ne  aveva afferrato il
    pensiero.
    - Capisco,  bisogna sapere per che cosa uno discute,  che cosa ama,  e
    allora si pu...
    Aveva  indovinato  in  pieno  ed espresso il pensiero mal formulato di
    lui.  Levin sorrise con gioia,  tanto l'aveva colpito  quel  passaggio
    dall'imbrogliata,  verbosa  discussione  tra  Pescv  e  il fratello a
    quella spiegazione laconica,  piena di concisione e di  chiarezza  dei
    pensieri pi complicati.
    Scerbackij  si  allontan  e Kitty,  avvicinatasi a un tavolo da gioco
    aperto, si sedette e,  preso in mano il gessetto,  si mise a disegnare
    sul panno verde e nuovo dei cerchi sparsi.
    Ripresero la conversazione, che si era avviata a pranzo, sulla libert
    e  l'occupazione  delle  donne.  Levin era d'accordo con l'opinione di
    Drija Aleksndrovna,  che cio una ragazza la quale non si sposa  pu
    sempre  trovare  in  famiglia  un lavoro femminile.  Lo confermava con
    l'esempio che nessuna famiglia pu fare a meno di un aiuto  e  che  in
    ogni  famiglia,  povera  o  ricca,  ci  sono  e ci devono essere delle
    governanti, parenti o stipendiate.
    - No - disse Kitty,  arrossendo,  ma  guardandolo  con  i  suoi  occhi
    sinceri, - una ragazza pu trovarsi in una condizione tale per cui non
    le sia possibile,  senza umiliazioni, entrare in una famiglia, ed ella
    pure...
    Egli cap l'allusione.
    - Oh, s! - disse. - S, s, avete ragione, avete ragione!
    E comprese cos tutto quello che Pescv,  durante  il  pranzo,  voleva
    dimostrare, parlando della emancipazione della donna; lo comprese solo
    perch  avvertiva  nell'animo  di  Kitty il timore dello zitellaggio e
    dell'umiliazione.  E poich l'amava,  sent anch'egli quella  paura  e
    quell'umiliazione, e rinunzi di colpo alle proprie argomentazioni.
    Tacquero.  Kitty continuava a disegnare con il gessetto sul tavolo.  I
    suoi occhi splendevano di un fulgore tranquillo. Immedesimandosi nello
    stato d'animo di lei,  egli sentiva in tutto  il  proprio  essere  una
    tensione di felicit che si faceva sempre pi forte.
    - Ah, ho scarabocchiato tutto il tavolo! - esclam Kitty e, deposto il
    gessetto, fece un movimento, come se volesse alzarsi.
    Come potr stare senza di lei?,  pens con terrore Levin, e prese il
    gessetto.
    - Aspettate - disse,  avvicinandosi al tavolo: - da molto tempo volevo
    chiedervi una cosa.
    Ella lo guard diritto negli occhi colmi di tenerezza e,  insieme,  di
    sgomento.
    - Chiedete, vi prego.
    - Ecco - egli rispose e scrisse le lettere "q. m. a. r.: i. v.  d.  m.
    o.  a.",  ognuna  delle  quali  era  l'iniziale di parole che volevano
    significare: Quando mi avete risposto: "impossibile",  volevate  dire
    "mai" o "allora"?.
    Non c'era molta probabilit che la fanciulla comprendesse quella frase
    complicata,  ma egli la guard con aria cos supplichevole, come se la
    sua vita dipendesse dal fatto che  ella  comprendesse  o  meno  quelle
    parole.
    Kitty lo guard seria seria, appoggi la fronte corrugata sulla mano e
    si  mise a leggere;  di tanto in tanto sollevava gli occhi su di lui e
    gli chiedeva con lo sguardo: E' cos?.
    - Ho capito - disse, arrossendo.
    - Che parola  questa? - domand Levin, indicando la "m",  con cui era
    designata la parola "mai".
    - Questa parola significa "mai", ma non  vero!
    Egli cancell in fretta quello che aveva scritto, le diede il gessetto
    e si alz. E Kitty scrisse a sua volta: "a. n. p. r. d."
    Nello scorgere Kitty con il gesso in mano e le labbra sorridenti,  che
    guardava Levin,  nello scorgere la  bella  figura  di  lui  china  sul
    tavolo,  con  gli occhi sfavillanti che si posavano ora su Kitty,  ora
    sul  tavolo,  Dolly  si  sent  consolata  dal  dolore  causatole  dal
    colloquio con Aleksj Aleksndrovic'.
    A  un  tratto  Levin  si  fece  raggiante: aveva capito che le lettere
    significavano: Allora non potevo rispondere diversamente.
    Egli la guard interrogativamente, con timidezza.
    - Solo allora?
    - S - rispose il suo sorriso.
    - E... e ora? - domand.
    - Ebbene, leggete: scriver quello che pi mi starebbe a cuore.
    E scrisse: "p. d. e. p. q. c. e.  s.",  ossia: Possiate dimenticare e
    perdonare quello che  stato.
    Levin afferr il gesso con la mano tremante e,  spezzatolo, tracci le
    iniziali della frase  seguente:  Non  ho  nulla  da  perdonare  e  da
    dimenticare. Non ho mai cessato di amarvi.
    Ella lo guard e il suo sorriso si spense.
    - Ho capito - mormor.
    Levin  si sedette e scrisse ancora una lunga frase.  La fanciulla cap
    tutto, senza chiedergli nulla;  poi prese il gesso e subito tracci la
    risposta.
    Sulle prime, Levin non riusc a leggere che cosa Kitty avesse scritto,
    e la guardava spesso.  La felicit gli aveva annebbiato la mente;  non
    poteva figurarsi le parole che ella pensava e voleva dire ma, nei suoi
    occhi,  incantevoli occhi raggianti di felicit,  leggeva tutto quello
    che  voleva  sapere.  E  scrisse tre lettere;  ma ancor prima che egli
    avesse finito,  ella comprese e termin la domanda lei stessa,  quindi
    scrisse la risposta: S (115)
    -   Giocate   al   "secrtaire"?   -   chiese   il  vecchio  principe,
    avvicinandosi.  - Per,  se vuoi arrivare in tempo a  teatro,  bisogna
    andare!
    Levin si alz e accompagn Kitty sino alla porta.
    Nel  loro  muto  colloquio  si  erano  detto  tutto:  ella  gli  aveva
    confessato che lo  amava,  che  l'avrebbe  detto  ai  genitori  e  che
    attendeva la visita di lui per la mattina dopo.


    CAPITOLO 14.

    Quando  Kitty  se  ne  fu  andata e Levin rimase solo,  prov una tale
    inquietudine senza di lei e un tale impaziente desiderio  di  arrivare
    presto  al  mattino  successivo,  quando l'avrebbe di nuovo vista e si
    sarebbe unito a lei per sempre, che ebbe paura,  come della morte,  di
    quelle quattordici ore che doveva trascorrere lontano dalla fanciulla.
    Aveva assoluto bisogno di parlare con qualcuno per non rimanere solo e
    ingannare l'attesa.  Stepn Arkadyc' sarebbe stato l'interlocutore pi
    simpatico,  ma doveva andare,  come aveva  detto,  a  una  serata  (in
    realt, si trattava del balletto). Levin riusc solamente a dirgli che
    era  felice,  che  gli  voleva  pi  bene  che mai,  e che mai avrebbe
    dimenticato ci che aveva fatto per lui.  Lo sguardo e il  sorriso  di
    Stepn Arkadyc' mostravano a Levin che egli comprendeva in modo esatto
    ii suo sentimento.
    -  Allora,  non  pensi  pi  a  morire?  -  gli  chiese stringendo con
    commozione la mano di Levin.
    - Oh no, no! - rispose questi.
    Anche Drija Aleksndrovna, nel salutarlo, parve congratularsi con lui
    dicendogli:
    - Come sono contenta che abbiate riveduto Kitty! Bisogna tener care le
    vecchie amicizie...
    A Levin, per, spiacquero le parole di Drija Aleksndrovna.  Ella non
    poteva certo comprendere a quale altezza inaccessibile egli ponesse la
    sua felicit e non avrebbe quindi dovuto osare parlarne davanti a lui.
    Levin  si  accomiat  da essi,  ma,  per non rimanere solo,  si un al
    fratello.
    - Tu dove vai?
    - A una seduta del Consiglio.
    - Vengo con te. Posso?
    - Perch no? Andiamo - rispose sorridendo Sergj Ivnovic'.   Che hai,
    dunque, oggi?
    - Oggi?  Ho incontrato la felicit - rispose Levin abbassando il vetro
    della carrozza nella quale si trovavano.  - Non ti dispiace?  Mi sento
    soffocare... Sono felice... felice! Perch non hai preso moglie?
    Sergj Ivnovic' sorrise.
    - Sono felice per te... e credo sia una brava figliola... - incominci
    Sergj Ivnovic'.
    -  Non  dir  niente,  non  dir niente,  non dir niente!  - grid Levin
    afferrando con ambo le mani il bavero della pelliccia del  fratello  e
    tappandogli la bocca.
    Una brava figliola!.  Queste parole cos semplici e banali non erano
    davvero consone all'altezza dei suoi sentimenti,  ma Sergj  Ivnovic'
    rise di cuore, cosa che gli accadeva assai di rado.
    - Posso dire, per, che ne sono felicissimo.
    - Questo potrai dirlo domani,  soltanto domani; per oggi nulla, nulla,
    silenzio! - ripet Levin, chiudendogli di nuovo la bocca con il bavero
    della pelliccia.  E aggiunse: - Ti voglio molto bene...  Posso  venire
    con te al Consiglio?
    - Certo che puoi.
    - Di che si parla oggi? - domand Levin senza smettere di sorridere.
    Giunsero   al   Consiglio.    Levin   ascolt   il   segretario   che,
    impappinandosi,  leggeva la relazione,  che probabilmente  non  capiva
    neppure  lui;  ma,  dalla  sua  fisionomia,  Levin  dedusse  che  quel
    segretario doveva essere un uomo bravo, buono e gentile.  Lo si capiva
    dal  modo  come  si  confondeva  e  dall'imbarazzo  con cui leggeva la
    relazione.   Poi  ebbero  inizio  i  discorsi;   si   discusse   sullo
    stanziamento  di  certe  somme  e  sulla necessit di sistemare alcune
    tubazioni,  e Sergj Ivnovic' attacc l'operato  di  due  membri  del
    Consiglio, contro i quali pronunzi vittoriosamente un lungo discorso.
    Un altro membro, dopo aver preso qualche appunto, gli rispose dapprima
    timidamente, poi in modo velenosamente gentile; in seguito fu la volta
    di  Svijazskij (c'era anche lui),  che disse parole piene di nobilt e
    di eleganza.
    Levin, ascoltando gli oratori, capiva benissimo che n lo stanziamento
    di quelle somme,  n la collocazione delle tubazioni avevano per  essi
    alcun interesse e che nessuno se la prendeva veramente a cuore;  tutte
    quelle brave persone coglievano quel pretesto soltanto per riunirsi  e
    davano  l'impressione  di  trovarsi  perfettamente  a loro agio.  Cosa
    notevole era per Levin il fatto che quel giorno aveva l'impressione di
    saper leggere nell'animo di ognuno,  grazie a piccoli indizi,  che  un
    tempo non notava: vedeva chiaramente che tutti erano buonissimi.  Quel
    giorno, soprattutto, li trovava amabili e gentili,  non foss'altro che
    per il modo affettuoso con cui gli parlavano, per la tenerezza con cui
    lo  guardavano.  Gli  parevano  simpatiche  anche  le  persone che non
    conosceva.
    - Ebbene, sei soddisfatto? - gli domand Sergj Ivnovic'.
    - Molto. Non avrei mai pensato che fosse cos interessante. E' proprio
    una cosa fatta bene, piacevolissima!
    Svijazskij si avvicin a Levin e lo invit a recarsi a prendere il  t
    a casa sua.  Levin in quel momento non poteva n capire,  n ricordare
    per che cosa fosse scontento di Svijazskij e che cosa egli,  un tempo,
    cercasse  in  lui.  Ora  gli appariva solo come un uomo intelligente e
    straordinariamente buono.
    - Con piacere - disse e s'inform della salute di sua moglie e di  sua
    cognata.  E  per  una  strana  associazione di idee,  poich nella sua
    immaginazione il pensiero della cognata di Svijazskij si collegava  al
    matrimonio,  gli  parve  che a nessuno,  meglio che alla moglie e alla
    cognata di Svijazskij,  potesse parlare  della  propria  felicit:  fu
    quindi molto contento di recarsi da loro.
    Svijazskij  lo  interrog sulle sue iniziative in campagna rifiutando,
    come sempre,  di credere che fosse possibile trovare qualcosa che  non
    fosse  stato  trovato  in  Europa,  ma  adesso  Levin  non  fu affatto
    contrariato da tali dichiarazioni.  Al  contrario,  egli  sentiva  che
    Svijazskij  aveva  ragione,  che  tutte  le  proprie  iniziative erano
    insignificanti e notava solo la sorprendente dolcezza con cui  l'amico
    evitava di far valere le proprie ragioni.
    Le   signore   si  mostrarono  particolarmente  amabili.   Levin  ebbe
    l'impressione che esse sapessero gi tutto e simpatizzassero con  lui,
    ma soltanto per delicatezza evitassero di toccare l'argomento.  Rimase
    da loro  un'ora,  due  ore,  tre...  discorrendo  di  cose  varie,  ma
    alludendo  sempre  e soltanto a ci che riempiva la sua anima;  non si
    accorgeva di annoiarle terribilmente e non si rendeva conto che da  un
    bel  po'  desiderassero  andare  a  dormire.   Infine,  Svijazskij  lo
    accompagn sino in  anticamera,  sbadigliando  e  meravigliandosi,  in
    fondo, dello strano stato d'animo dell'amico. Era l'una passata.
    Levin  rientr  in  albergo  e si spavent al pensiero di come avrebbe
    trascorso da solo le dieci ore che  gli  restavano  da  aspettare.  Il
    cameriere  di servizio,  che non dormiva,  gli accese le candele e poi
    fece per andarsene.
    Ma Levin lo trattenne.  Quel cameriere,  chiamato Egr,  che Levin non
    aveva  prima notato,  si rivel un uomo assai intelligente e simpatico
    e, soprattutto, buono.
    - Ebbene, Egr,  faticoso dover restar svegli?
    - Che farci? E' il nostro mestiere. In casa dei signori, certo, si sta
    pi tranquilli, ma qui si guadagna di pi.
    Levin venne cos a sapere che Egr aveva famiglia,  tre ragazzi e  una
    figliola,  sarta, e che egli voleva far sposare a un sellaio. A questo
    proposito,  Levin espresse a Egr la sua idea che  nel  matrimonio  la
    cosa  essenziale    l'amore  e  che  con  l'amore si  sempre felici,
    giacch la felicit risiede soltanto in noi stessi. Egr ascoltava con
    attenzione  e  certamente  capiva  il  pensiero  di  Levin   ma,   per
    dimostrarlo,  addusse quest'osservazione, affatto inattesa: che, cio,
    quando stava in casa di buoni padroni,  egli era  sempre  contento  di
    loro,  e  che ancora adesso era contentissimo del suo padrone,  bench
    fosse un francese.
    Che brav'uomo!, pensava Levin.
    - Ebbene, Egr, quando ti sei sposato, amavi tua moglie?
    - E come avrei potuto non amarla?
    E Levin vide che anche Egr si trovava in uno stato di sovreccitazione
    e stava per rivelargli i suoi pi intimi sentimenti.
    - Anche la mia vita  sempre stata straordinaria. Sin da piccolo...  -
    cominci   con  gli  occhi  scintillanti,   evidentemente  conquistato
    dall'entusiasmo di Levin,  cos  come  si    contagiati  da  uno  che
    sbadiglia.
    Ma  in  quel  momento  si  ud un campanello.  Egr se ne and e Levin
    rimase solo.  A pranzo non aveva mangiato quasi nulla e da  Svijazskij
    aveva  rifiutato  il  t  e  la  cena;  ma non poteva neppur pensare a
    mangiare.  La notte precedente non aveva chiuso  occhio,  ma  ora  non
    poteva  pensare  al  sonno.  Nella  camera faceva fresco,  ma Levin si
    sentiva soffocare. Aperse le imposte e si sedette sul tavolo di fronte
    alla finestra.  Al di l di un tetto coperto di  neve  si  vedeva  una
    croce  cesellata  e,  pi  in  alto,  il triangolo della costellazione
    dell'Auriga, con la Capra di un fulgido giallo.  Levin guardava ora la
    croce,  ora la stella, aspirava l'aria pura e gelida che entrava nella
    camera e seguiva come in sogno le immagini e i ricordi  che  sorgevano
    nella  sua  fantasia.  Alle  tre ud risonare dei passi nel corridoio;
    guard dalla porta e vide che era Mjaskin,  un giocatore che conosceva
    e che certo ritornava dal club.  Camminava con aria cupa,  aggrottando
    le sopracciglia e tossendo. Povero disgraziato!, pens Levin,  e gli
    spuntarono  lacrime  di  tenerezza  e  di  compassione per quell'uomo.
    Avrebbe voluto parlare con lui, consolarlo, ma, ricordandosi di essere
    in camicia,  cambi idea e  and  di  nuovo  a  sedersi  davanti  alla
    finestra per sentirsi avvolto dall'aria fresca e guardare quella croce
    dalla  forma meravigliosa,  piena per lui di significati,  e la stella
    dal giallo fulgente che stava sorgendo.  Verso le  sei  si  udirono  i
    primi  rumori degli uomini delle pulizie che strofinavano i pavimenti,
    e si fece sentire lo scampanio di una chiesa vicina.
    Levin cominci ad accorgersi che faceva freddo. Chiuse la finestra, si
    lav, si vest e scese in strada.


    CAPITOLO 15.

    Quando Levin si avvi verso la casa degli Scerbackij,  le strade erano
    deserte.  Il  portone  principale era chiuso e tutti dormivano ancora.
    Ritorn allora in albergo, rientr nella sua camera e ordin il caff.
    Glielo port il cameriere del turno di giorno,  non  pi  Egr;  Levin
    avrebbe  voluto  fare  due  chiacchiere  anche  con lui,  ma l'uomo fu
    chiamato da una scampanellata e se ne and subito. Levin tent di bere
    il  caff  e  di  portarsi  alla  bocca  un  pezzo  di  ciambella,  ma
    decisamente,  di  quella  ciambella,  la  bocca non sapeva proprio che
    farsene.  Levin la risput,  indoss il cappotto e  usc  di  nuovo  a
    passeggiare.  Erano le nove passate quando giunse per la seconda volta
    davanti alla scalinata d'ingresso del palazzo Scerbackij.  Nella  casa
    stavano  alzandosi  e  il cuoco usciva per recarsi a fare la spesa.  E
    bisognava che passassero almeno altre due ore...
    Per tutta la notte e per tutta la mattina,  Levin era vissuto  in  uno
    stato  di  assoluta  incoscienza  e  come al di fuori delle condizioni
    materiali dell'esistenza;  per tutta una giornata non aveva  mangiato,
    aveva  trascorso due notti senza chiudere occhio,  rimanendo,  oltre a
    ci, parecchie ore al freddo, eppure si sentiva fresco e sano come non
    mai,  del tutto indipendente dal proprio corpo: moveva le membra senza
    sforzo  alcuno  e sentiva che sarebbe stato in grado di fare qualsiasi
    cosa. Era convinto che, se fosse stato necessario,  sarebbe riuscito a
    sollevarsi  in  aria  o a spostare l'angolo di una casa.  Trascorse il
    resto del tempo gironzolando per le strade, consultando a ogni momento
    l'orologio e voltandosi a guardare da ogni parte.
    Quello che vide allora, non lo rivide mai pi.  In modo particolare lo
    commosse  la  vista  di  bambini  che  andavano a scuola,  di piccioni
    turchini che dai tetti volavano sui  marciapiedi  e  di  certi  panini
    infarinati,  che  una mano invisibile andava esponendo in una vetrina.
    Quei  bambini,  quei  piccioni,  quei  panini  dovevano  certo  essere
    incantati!  In  quel momento,  un fanciullo corse verso un piccione e,
    sorridendo,  guard Levin;  il piccione sbatt  le  ali  e  vol  via,
    brillando  al  sole  tra i granelli di neve che tremavano,  nell'aria,
    mentre un grato odore di pane caldo si sprigionava dalla vetrina, dove
    Levin aveva visto i  panini.  Tutto  questo  insieme  gli  parve  cos
    straordinariamente  bello che rise e pianse di gioia.  Dopo aver fatto
    un lungo giro per le vie Gaztnyj e Kislovka,  ritorn all'albergo  e,
    messo  l'orologio  davanti  a  s,  si  sedette e attese che giungesse
    mezzogiorno. Nella camera vicina si discorreva di macchine, di cavalli
    e di non so quali  mariuolerie,  e  qualcuno  tossicchiava.  Egli  non
    capiva  che  la  sfera  si  stava  gi  avvicinando alle dodici e a un
    tratto,  finalmente,  vide che segnava mezzogiorno!  Levin usc allora
    sulla scalinata.  I cocchieri che,  evidentemente, sapevano gi tutto,
    lo circondarono  con  viso  raggiante,  offrendogli  i  loro  servigi.
    Cercando  di  non  offendere  gli  altri  vetturini  e  promettendo di
    prenderli un'altra volta, ne scelse uno e gli ordin di condurlo dagli
    Scerbackij.  Il vetturino era superbo,  con il  grande  bavero  bianco
    della giubba che usciva dal caffettano e gli circondava il collo rosso
    e vigoroso, la slitta era alta, ampia e comoda come Levin non ne aveva
    mai vedute; anche il cavallo era buono ma, per quanto corresse, pareva
    sempre fermo allo stesso posto.
    Il cocchiere conosceva la casa degli Scerbackij e,  dopo aver fatto il
    gesto di prammatica con le braccia  allargate  a  semicerchio  e  aver
    gridato  Hop! in modo particolarmente rispettoso per il suo cliente,
    si  ferm  davanti  all'ingresso.   Il   portiere   degli   Scerbackij
    evidentemente sapeva tutto.  Lo si capiva dal sorriso dei suoi occhi e
    dal modo come gli disse: - Oh,  un pezzo che non venivate, Konstantn
    Dmitric'!  - E non solo  sapeva  tutto,  ma  faceva  ogni  sforzo  per
    nascondere  la propria gioia.  Dopo aver guardato nei suoi buoni occhi
    di vecchio, Levin sent la sua felicit farsi ancora pi grande.
    - Sono gi alzati?
    - Favorite!  E questo,  lasciatelo qui - disse sorridendo il  portiere
    quando  Levin  volle  tornare indietro a prendere il cappello.  Quelle
    parole dovevano certo significare qualcosa.
    - A chi debbo annunziare? - chiese il domestico.
    Quel domestico,  bench giovane ed elegante  come  tutti  i  domestici
    nuovi, era premurosissimo e bravo e pareva sapesse tutto anche lui.
    -  Alla principessa...  al principe...  alla principessina...  - disse
    Levin.
    La prima persona che vide fu  "mademoiselle"  Linon.  Attraversava  la
    sala e il suo viso,  incorniciato dai riccioli,  era raggiante. Si era
    messo appena a discorrere con lei,  quando sent dietro una  porta  il
    fruscio  di un abito.  "Mademoiselle" Linon scomparve allo sguardo del
    giovane,  che fu invaso dal gioioso sgomento  della  felicit  che  si
    stava avvicinando. "Mademoiselle" Linon si affrett a uscire e subito,
    proveniente  dall'altra porta,  echeggiarono dei passi leggeri: la sua
    felicit, la sua vita, la migliore parte di se stesso, quello che cos
    a  lungo  aveva  cercato  e  aspettato  stava  giungendo...  Ella  non
    camminava  e si sarebbe detto che qualche forza invisibile la portasse
    verso di lui.  Egli ne vedeva  soltanto  gli  occhi  chiari,  sinceri,
    sgomenti  da  quella  stessa  gioia  d'amore che riempiva anche il suo
    cuore.  Quello sguardo,  a  mano  a  mano  che  la  fanciulla  gli  si
    avvicinava,  brillava  sempre  di  pi,  e pareva accecarlo con il suo
    fulgore appassionato.  Ella si ferm proprio accanto  a  lui,  sino  a
    toccarlo; le sue braccia si sollevarono e gli ricaddero sulle spalle.
    Kitty  aveva  fatto  tutto  quello  che  aveva  potuto:  gli era corsa
    incontro,  offrendosi tutta,  intimidita  ed  esultante,  ed  egli  la
    strinse  tra  le  braccia  e  premette  le  labbra su quella bocca che
    cercava il suo bacio.
    Ella pure non aveva chiuso occhio per tutta la notte e l'aveva  atteso
    tutta la mattina.  La mamma e il babbo acconsentivano senza esitazione
    e gioivano della gioia di lei,  che aveva  spiato  l'arrivo  di  Levin
    perch  voleva essere la prima a fargli conoscere la propria felicit.
    Si era preparata ad accoglierlo da  sola  e  si  rallegrava  a  questo
    pensiero  ma,  timida,  confusa  e felice,  non sapeva pi che cosa si
    facesse.  Sentendo i suoi passi e la sua voce,  si era nascosta dietro
    la porta in attesa che "mademoiselle" Linon fosse uscita;  poi,  senza
    riflettere e senza chiedersi come e perch,  si era avvicinata a lui e
    aveva fatto... quello che aveva fatto.
    - Andiamo a trovare la mamma! - esclam, prendendolo per mano.
    Per  un  pezzo  Levin non pot dire nulla,  non tanto per il timore di
    sciupare con  una  parola  l'intensit  della  propria  gioia,  quanto
    perch, ogni volta che voleva dire qualcosa, sentiva che, invece delle
    parole, sarebbero sgorgate lacrime. Prese la mano di Kitty e la baci.
    -  E'  dunque vero?  - disse finalmente,  con voce sorda.  - Non posso
    credere che tu mi ami.
    Kitty sorrise a quel tu e alla timidezza con cui Levin la guardava.
    - S! - profer lentamente e in tono solenne. - Sono tanto felice!
    Senza lasciare la mano di lui, entr nel salotto. La principessa,  nel
    vederli,  si  mise  a  piangere  e a ridere insieme e,  con passo cos
    deciso quale Levin non si sarebbe mai aspettato,  corse loro  incontro
    e,  prendendo la testa di Levin tra le mani,  l'abbracci, inondandola
    di lacrime.
    - Allora tutto  finito! Sono felice: amalo. Sono felice... Kitty!
    - Fate presto, voi, ad accomodare le cose! - disse il vecchio principe
    cercando di mostrarsi indifferente;  ma Levin not che aveva gli occhi
    umidi,  quando  si  rivolse  a  lui: - Da tanto tempo,  da sempre l'ho
    desiderato!  - disse prendendo Levin per mano e attirandolo  a  s.  -
    Davvero! Anche nel momento in cui questa sciocchina pensava...
    - Pap! - esclam Kitty e gli chiuse la bocca con le mani.
    - Be',  non dir nulla!  - rispose il principe. - Sono molto, molto...
    feli... Ah, come sono stupido!
    Abbracci Kitty,  le baci il viso,  la mano,  poi di nuovo il viso  e
    tracci su di lei il segno della croce.
    E  Levin,  nel  vedere  come Kitty baciava a lungo teneramente la mano
    grassoccia del padre,  si sent preso da un sentimento di affetto  per
    quell'uomo,  quel vecchio principe che, sino a quel momento, era stato
    per lui un estraneo.


    CAPITOLO 16.

    La principessa era seduta nella sua poltrona, silenziosa e sorridente;
    il principe prese posto accanto a lei, e Kitty rimase in piedi, vicino
    alla poltrona del padre, sempre tenendogli la mano. Tutti tacevano. La
    principessa fu la prima a rompere  il  silenzio,  richiamando  i  loro
    pensieri e i loro sentimenti alla realt della vita. E tutti, alle sue
    parole, provarono un'impressione strana, quasi penosa.
    -  A  quando,   dunque?   Ora  bisogna  dar  loro  la  benedizione  di
    fidanzamento e annunziare il matrimonio. Che ne pensi, Aleksndr?
    - Ma...  - rispose il principe indicando Levin.  -  E'  lui,  ora,  il
    principale interessato.
    - Quando?  - domand Levin,  arrossendo.  - Domani. Se chiedete il mio
    parere, io rispondo: oggi la benedizione e domani le nozze.
    - Be', basta con le sciocchezze, "mon cher"!
    - Tra una settimana, allora?
    - Non sei mica impazzito?
    - No, e perch?
    -  Ma  ragioniamo:  e  il  corredo?   -  disse  la  madre   sorridendo
    gioiosamente a quella fretta.
    Possibile  che si debba parlare del corredo e di tutte queste cose?,
    si chiese Levin con orrore. Del resto,  possono forse il corredo,  la
    benedizione  e  tutto  il  resto  sciupare la mia felicit?  Nulla pu
    turbarla!.  Guard di sfuggita Kitty e not che essa non era  affatto
    contrariata all'idea del corredo.
    Si vede che  necessario, concluse Levin.
    -  Io  non  me  ne  intendo,  ho  soltanto  espresso  il mio desiderio
    profer, scusandosi.
    - Allora decideremo noi.  Per adesso occupiamoci della  benedizione  e
    annunziamo il fidanzamento.
    La  principessa si avvicin al marito,  lo baci e fece per andarsene,
    ma egli l'abbracci e teneramente,  come  un  giovane  innamorato,  la
    baci  parecchie  volte.  Era  chiaro che in quel momento i due vecchi
    erano un  po'  emozionati  e  confusi,  e  non  sapevano  pi  se  gli
    innamorati fossero loro o i giovani che avevano davanti.
    Quando  il principe e la principessa uscirono,  Levin si avvicin alla
    fidanzata e la prese per mano.  Ora si sentiva padrone di s  e  aveva
    ritrovato la parola ma,  bench avesse molte cose da dire a Kitty,  le
    prime parole che pronunzi non espressero affatto i suoi pensieri.
    - Lo sapevo che sarebbe stato cos!  Non osavo  sperarlo,  eppure  nel
    fondo dell'anima ne sono sempre stato convinto - disse.   Credo che la
    cosa fosse predestinata.
    - E io?  - disse Kitty - anche quando...  - Si ferm,  e poi  riprese,
    guardandolo  risolutamente con i grandi occhi sinceri  anche quando ho
    respinto la mia felicit,  amavo voi,  soltanto  voi,  ma  allora  ero
    stordita. Volevo chiedervi: potete dimenticarlo?
    -  Forse    stato per il meglio.  Anche voi mi dovete perdonare molte
    cose... Devo dirvi...
    Era una delle cose che aveva  deciso  di  confessarle  sin  dai  primi
    giorni:  voleva  innanzi  tutto che ella sapesse che egli non era puro
    quanto lei e che,  inoltre,  era ateo.  Per  quanto  penose  potessero
    riuscirgli queste confessioni, era fermamente deciso a fargliele.
    - No, non adesso: pi tardi - egli disse.
    - Sta bene, pi tardi, ma dovete dirmi tutto. Io non ho paura di nulla
    e ho bisogno di sapere tutto. Ora  finito.
    Egli complet:
    -  E'  finito  e  voi  mi  prenderete  come  sono.  Non  vero che non
    rinunzierete a me?
    - Oh no, no!
    La loro conversazione  fu  interrotta  da  "mademoiselle"  Linon  che,
    sorridendo  con  tenerezza,   veniva  a  congratularsi  con  l'allieva
    prediletta. Non era ancora uscita che i domestici vennero a loro volta
    a presentare le loro felicitazioni.  Poi fu la volta dei  parenti,  ed
    ebbe  inizio  quella  beata  confusione  dalla  quale Levin non doveva
    uscire sino al  giorno  dopo  le  nozze.  Bench  si  sentisse  sempre
    annoiato  e a disagio e nonostante la continua tensione dello spirito,
    la febbre della sua felicit si faceva via via  pi  intensa.  Sentiva
    continuamente  che  si  esigevano  da lui molte cose che ignorava,  ma
    faceva tutto quello che gli dicevano  e  tutto  gli  procurava  gioia.
    Aveva  pensato  che  il  suo  fidanzamento  non avrebbe avuto nulla di
    simile  agli  altri  fidanzamenti,   e  che  le  usanze   dei   soliti
    fidanzamenti  avrebbero  sciupato  la  sua  felicit cos particolare;
    eppure finiva con il fare tutto ci che fanno gli altri  fidanzati,  e
    la sua felicit, anzich esserne diminuita, diveniva sempre pi grande
    e non aveva nulla che le si potesse paragonare.
    -  Ora  mangeremo  i  confetti  -  diceva "mademoiselle" Linon e Levin
    correva a comperare i confetti.
    - Be',  sono veramente molto  contento!  -  diceva  Svijazskij.  -  Vi
    consiglio di acquistare i fiori da Fomin.
    - Sono necessari?
    E correva da Fomin.
    Suo  fratello  lo consigli di prendere denaro a prestito,  dicendogli
    che avrebbe avuto molte spese per i regali.
    - Ah, ci vogliono i regali? - chiese Levin, e corse da Fuld.
    E dal pasticciere, come da Fomin e come da Fuld,  capiva che tutti lo
    aspettavano,  che erano contenti di vederlo e che festeggiavano la sua
    felicit,  come,  del resto,  gli accadeva presso tutti coloro  con  i
    quali  aveva  a  che  fare in quei giorni.  Era straordinario rendersi
    conto che tutti,  non solo gli volevano bene,  ma che anche le persone
    che erano prima antipatiche,  fredde, indifferenti, ora lo ammiravano,
    si mostravano con lui affettuose e delicate  e  condividevano  la  sua
    convinzione di essere il pi felice uomo del mondo, dal momento che la
    sua fidanzata era il vertice della perfezione.
    Da parte sua,  Kitty provava gli stessi sentimenti. Quando la contessa
    Nordston si era permessa di alludere al fatto che  avrebbe  desiderato
    per  lei  un partito migliore,  Kitty and tanto in collera e dimostr
    con tanta persuasiva eloquenza che  nessun  partito  al  mondo  poteva
    essere migliore di Levin,  che la contessa Nordston dovette ammetterlo
    e,  in presenza di Kitty,  accoglieva sempre Levin con un  sorriso  di
    ammirazione.
    La  spiegazione che Levin aveva promessa fu l'unico penoso avvenimento
    di quel periodo.  Levin si consigli con il vecchio principe e,  avuto
    da lui il permesso,  consegn a Kitty il proprio diario (116),  in cui
    si trovava scritto tutto quello che lo tormentava.  Aveva scritto quel
    diario  per  uso della futura fidanzata.  Due cose lo tormentavano: la
    propria mancanza di purezza e la propria mancanza di fede.
    Quest'ultima confessione pass inosservata.  Kitty era religiosa e non
    aveva mai dubitato della verit dei dogmi,  ma l'incredulit esteriore
    del fidanzato non la turbava affatto.  Conosceva l'anima di lui  e  in
    quell'anima vedeva ci che voleva, e le era del tutto indifferente che
    un simile stato spirituale venisse definito empiet.
    L'altra confessione la fece piangere a lungo.
    Non  senza  lotta Levin si era deciso a consegnarle il diario.  Sapeva
    che tra lui e lei non dovevano esserci segreti,  e perci aveva deciso
    che fosse suo dovere agire cos; ma non si era reso conto dell'effetto
    che  esso  avrebbe prodotto sulla fanciulla.  Di modo che,  quando una
    sera,  passando da casa Scerbackij per  andare  a  teatro,  entr  nel
    salottino  particolare  di Kitty e vide il caro volto dolente inondato
    di lacrime,  infelice per l'irrefrenabile  dolore  da  lui  infertole,
    allora  soltanto  comprese  l'abisso  che  divideva  il suo vergognoso
    passato dalla purezza di colomba di lei,  ed ebbe orrore di quello che
    aveva fatto.
    -  Riprendete,  riprendete  questi  orribili  quaderni!  - disse Kitty
    respingendo i fogli che le stavano davanti sulla tavola.  Perch me li
    avete  dati?  Ma  no,  no...    meglio  cos  -  aggiunse,  presa  da
    compassione per il viso disperato di lui. - Ma  terribile, terribile!
    Egli abbass il capo e tacque. Non sapeva che cosa dire.
    - Non mi perdonerete, dunque?
    - Vi ho gi perdonato, ma  terribile!
    La felicit di lui era tuttavia cos grande che questo avvenimento non
    la  attenu:  le  confer  soltanto  una  nuova  sfumatura.  Kitty  lo
    perdonava,  ma  da  quel  giorno egli si sent pi indegno di lei,  si
    inchin moralmente in modo  pi  profondo  davanti  alla  fanciulla  e
    ancora pi intensamente apprezz la felicit immeritata.


    CAPITOLO 17.

    Sempre  riandando  involontariamente con la memoria alle conversazioni
    fatte durante e dopo il pranzo,  Aleksj Aleksndrovic' se ne  tornava
    nella   sua   solitaria   camera   d'albergo.   Le  parole  di  Drija
    Aleksndrovna,  che  lo  esortavano  al  perdono,   avevano  suscitato
    soltanto in lui un senso di irritazione.  Il fatto di applicare o meno
    la legge cristiana al suo caso era una  questione  troppo  delicata  e
    difficile perch se ne potesse parlare alla leggera; e, del resto, era
    una  questione che gi da tempo aveva risolto negativamente.  Di tutto
    quello che era stato  detto  durante  la  serata,  gli  erano  rimaste
    soltanto impresse le parole di quel bonaccione e ingenuo Turovcyn: Ha
    agito  da  coraggioso,  l'ha  sfidato a duello e l'ha ucciso.  Tutti,
    ovviamente, avevano approvato anche se,  per cortesia,  nessuno si era
    espresso apertamente.
    "Del  resto,   una faccenda risolta,   inutile rimuginarci sopra",
    concluse Aleksj Aleksndrovic'.  E,  pensando soltanto  all'imminente
    partenza  e  all'ispezione  che doveva fare,  entr nella sua camera e
    domand al portiere, che lo accompagnava, dove fosse il suo domestico.
    Gli fu risposto che era  uscito  poco  prima.  Aleksj  Aleksndrovic'
    ordin che gli fosse servito il t,  si sedette al tavolo e,  presa la
    guida ferroviaria (117),  si accinse a  organizzare  l'itinerario  del
    viaggio.
    - Due telegrammi - gli annunzi il domestico di ritorno entrando nella
    stanza. - Scusate, eccellenza, ero appena uscito.
    Aleksj  Aleksndrovic' prese i telegrammi e li apr.  Il primo era la
    notizia della nomina  di  Stremv  a  quel  medesimo  posto  che  lui,
    Karenin,  desiderava per s; gett via il telegramma e, arrossendo, si
    alz e cominci ad andare avanti e indietro per la camera.  Quos vult
    perdere Juppiter dementat" (118),  disse, intendendo con "quos" tutte
    le  persone  che  avevano  contribuito  a  quella   nomina.   Non   lo
    indispettiva tanto il fatto di non aver ottenuto il posto, n il fatto
    di  essere  stato  lasciato  da  parte,  ma gli pareva straordinario e
    sorprendente che non si fossero resi  conto  che  quel  chiacchierone,
    quel  parolaio di Stremv,  fosse meno di ogni altro capace e adatto a
    occupare quel posto.  Come mai non si erano  accorti  che  con  quella
    nomina avrebbero rovinato se stessi e il loro prestigio?
    Si  tratter di qualcosa dello stesso genere,  si disse biliosamente
    aprendo il secondo telegramma.  Era della  moglie;  la  firma  Anna,
    scritta  in  matita azzurra,  gli salt subito agli occhi.  Muoio: vi
    prego,   vi  scongiuro  di  venire.   Morir  pi  tranquilla  se   mi
    perdonerete,  lesse.  A  quella lettura sorrise con disprezzo e butt
    via il telegramma,  convinto com'era che si  trattasse  di  una  nuova
    astuzia, di una nuova menzogna.
    Non  c'  inganno  dinanzi al quale ella rifugga.  Deve partorire: si
    tratter certo delle prime doglie del  parto.  Ma  a  che  scopo  quel
    telegramma?  Legittimare  il  figlio,  compromettermi  e  impedire  il
    divorzio,  pens.  Ma c'  proprio  scritto  "muoio"?.  Rilesse  il
    telegramma  e,  a  un tratto,  il vero significato di quella parola lo
    colp. E se fosse vero?, si chiese. Se fosse vero che,  nel momento
    del   dolore  e  all'approssimarsi  della  morte,   ella  si  pentisse
    sinceramente e io,  credendo a una menzogna,  mi rifiutassi di andare?
    Sarebbe,  da parte mia, un'azione stupida e crudele, e tutti avrebbero
    il diritto di biasimarmi.
    - Ptr,  va' a cercare una carrozza.  Parto per Pietroburgo - disse al
    cameriere.
    Aleksj  Aleksndrovic'  aveva  deciso  di  andare  a Pietroburgo e di
    vedere la moglie. Se la malattia era solo un inganno,  avrebbe taciuto
    e sarebbe ripartito;  se invece Anna era veramente malata e desiderava
    vederlo prima di  morire,  l'avrebbe  perdonata  se  l'avesse  trovata
    ancora  in  vita  o  le  avrebbe reso l'ultimo omaggio,  qualora fosse
    giunto troppo tardi.
    Per tutto il viaggio non volle pensare pi a ci che aveva  deciso  di
    fare.
    Con   una  sensazione  di  stanchezza  e  di  sudiciume  addosso,   in
    conseguenza della nottata passata  in  treno,  Aleksj  Aleksndrovic'
    percorreva  in  carrozza,  tra la nebbia mattutina di Pietroburgo,  il
    "Nevskij Prospkt" (119), e guardava avanti a s,  senza pensare a ci
    che  lo attendeva.  Non poteva pensarci senza l'ossessionante idea che
    la morte della moglie avrebbe posto fine a tutte  le  difficolt.  Gli
    balenavano davanti agli occhi le botteghe dei fornai ancora chiuse,  i
    vetturini notturni,  i portieri che spazzavano i marciapiedi,  ed egli
    osservava tutto, cercando di soffocare nel suo cervello il pensiero di
    quello  che  lo  aspettava,  di quello che si sforzava del resto senza
    riuscirvi - di non desiderare.
    Vicino all'ingresso della sua casa erano ferme una carrozza  padronale
    e  una  vettura  da  nolo  con  il  cocchiere addormentato a cassetta.
    Inoltrandosi nel vestibolo,  Aleksj Aleksndrovic'  fece  ancora  uno
    sforzo per estrarre, come da un angolo remoto del cervello, la propria
    decisione,  e la riassunse cos: Se  una menzogna,  serber la calma
    pi  sprezzante  e  me  ne  andr;  se    la  verit,  rispetter  le
    convenienze.  Prima ancora che Aleksj Aleksndrovic' avesse suonato,
    il portiere Petrv, altrimenti detto Kapitonyc', apr la porta,  aveva
    uno  strano aspetto nella sua vecchia finanziera,  senza cravatta e in
    pantofole.
    - Come sta la signora?
    - Ieri si  felicemente sgravata.
    Aleksj Aleksndrovic' si ferm e impallid: comprese in quel  momento
    con quanta intensit avesse desiderato la morte di lei.
    - E ora come sta?
    Kornj, con il grembiule da lavoro, scese di corsa le scale.
    -  Molto  male  -  rispose.  -  Ieri c' stato un consulto medico e il
    dottore  ancora qui.
    - Prendi i bagagli - gli disse Aleksj Aleksndrovic' e,  provando  un
    certo  sollievo al pensiero che esisteva ancora una speranza di morte,
    entr nell'anticamera.
    Appeso  all'attaccapanni   c'era   un   cappotto   militare.   Aleksj
    Aleksndrovic' lo not e chiese:
    - Chi c' qui?
     - Il dottore, la levatrice e il conte Vronskij.
    Aleksj Aleksndrovic' pass nelle stanze interne.
    Nel  salotto  non  c'era  nessuno;  al suono dei suoi passi,  usc dal
    salottino la levatrice con in capo una  cuffietta  dal  nastro  lilla.
    Ella  si avvicin ad Aleksj Aleksndrovic' e,  con la familiarit che
    d la vicinanza della morte,  lo prese per mano e  lo  condusse  nella
    camera da letto.
    - Grazie a Dio siete arrivato! Chiede di voi, solo di voi...
    -  Presto,  del  ghiaccio!  -  gridava  dalla  stanza da letto la voce
    impaziente del dottore.
    Aleksj Aleksndrovic' pass nello  studiolo  di  Anna.  Accanto  alla
    scrivania,  seduto  a  sghimbescio  sopra  una seggiola bassa Vronskij
    piangeva, coprendosi il viso con le mani. Alla voce del dottore, balz
    in piedi, scost le mani dal viso e scorse Aleksj Aleksndrovic'.
    Nel vedere il marito,  rimase talmente turbato che si rimise a sedere,
    infossando la testa nelle spalle, come se avesse voluto scomparire. Ma
    poi, facendo uno sforzo su se stesso, si alz e disse:
    - Sta morendo. I dottori hanno detto che non c' pi speranza. Io sono
    ai vostri ordini,  ma permettetemi di rimanere qui...  Del resto, sono
    ai vostri ordini... Io...
    Di fronte alle lacrime di Vronskij,  Aleksj Aleksndrovic'  si  sent
    preso   da   quello  sconvolgimento  spirituale  che  la  vista  delle
    sofferenze degli altri produceva sempre in lui e,  voltata  la  faccia
    dall'altra parte,  senza finire di ascoltarlo,  si diresse rapidamente
    verso la porta.  Dalla stanza vicina si udiva Anna che parlava: la sua
    voce era gaia, vivace, nitidissima. Aleksj Aleksndrovic' entr nella
    camera,  si  avvicin al letto.  Ella era coricata con il viso voltato
    verso di lui; le sue guance ardevano,  gli occhi erano febbricitanti e
    le  piccole  mani  bianche,  che  spuntavano  dai polsi della camicia,
    giocherellavano con un angolo  della  coperta,  attorcigliandolo.  Non
    solo  pareva  riposata  e  sana,  ma  in  ottima disposizione d'animo.
    Parlava in fretta e forte, con un tono insolitamente deciso.
    - Perch Aleksj,  parlo di Aleksj Aleksndrovic' (che strano destino
    che tutti e due si chiamino Aleksj,  vero?) non mi direbbe di no.  Io
    dimenticherei, egli perdonerebbe... Ma perch non viene? E' buono, non
    sa neppur lui di esser cos buono... Mio Dio, che angoscia!  Datemi un
    po' di acqua,  presto!  Ah, ma alla mia figlioletta farebbe male... Ma
    s, ma s, datele una balia.  S...  s,  io sono d'accordo:  persino
    meglio. Egli arriver, gli far persino pena vederla. Portatela via!
    - Anna Arkdevna,   arrivato.  Eccolo! - disse la levatrice, cercando
    di attirare l'attenzione di lei su Aleksj Aleksndrovic'.
    - Oh,  che assurdit!  - continu Anna,  senza vedere il  marito.-  Ma
    datemi la bambina,  datemela!  Egli non  ancora arrivato...  Voi dite
    che non perdoner perch non lo conoscete.  Nessuno lo  conosce...  Io
    sola  lo  conosco  e  per  questo mi fa pena...  Bisogna vedere i suoi
    occhi...  Serza  li  ha  proprio  uguali,  e  per  questo  non  posso
    guardarli.  Avete  dato  da mangiare a Serza?  Io lo so,  tutti se ne
    dimenticano...  ma lui no,  lui non  se  ne  dimenticherebbe.  Bisogna
    mettere Serza nella camera d'angolo e pregare Mariette di dormire con
    lui...
    Improvvisamente  tacque  e  parve  calmarsi;  poi,  con  un  gesto  di
    sgomento, sollev le mani al viso come per difendersi, come se temesse
    un colpo. Aveva visto il marito.
    - No,  no...  - disse - non ho paura di lui,  ho  paura  della  morte.
    Aleksj,  vieni qui vicino.  Mi affretto perch non ho tempo, ormai ho
    poco da vivere: adesso mi verr la febbre e  non  capir  pi  niente.
    Ora, invece, capisco, capisco tutto, vedo tutto.
    Il  volto  contratto  di Aleksj Aleksndrovic' assunse un'espressione
    sofferente;  egli le prese una mano e volle dire qualcosa,  ma il  suo
    labbro  inferiore  tremava  cos  forte  che non riusciva ad articolar
    parola;  continuava a lottare con la propria emozione e solo di  tanto
    in tanto guardava Anna. E ogni volta che la guardava, vedeva gli occhi
    di  lei fissi su di s con una tenerezza cos commossa ed estatica che
    egli non vi aveva mai vista.
    - Aspetta, tu non sai... Aspettate, aspettate... - e,  a questo punto,
    si  ferm come per raccogliere le idee.  - Ah s...  s...-  riprese -
    ecco ci che volevo dire.  Non meravigliarti di me,  io sono sempre la
    stessa... Ma in me c' un'altra donna, una donna che mi fa paura, ed 
    quella che si  innamorata di un altro;  io ho voluto odiarti,  ma non
    ho potuto dimenticare la donna che esisteva prima.  L'altra,  non sono
    io; ora io sono la vera. Sto per morire, lo so, domandalo a lui: sento
    ora un peso che mi preme sulle braccia,  sulle gambe,  sulle dita.  Le
    mie dita... ecco come sono enormi! Ma tutto questo finir presto... Di
    una sola cosa ho bisogno: del tuo perdono,  del tuo perdono  completo.
    La  mia  colpa    orribile,  ma  la "njnja" mi ha detto che la santa
    martire... non ricordo pi come si chiami... era peggiore di me.  E io
    andr  a  Roma:  laggi c' un eremo,  dove mi ritirer e non dar pi
    fastidio a nessuno;  prender con me soltanto Serza e  la  bambina...
    No,  tu  non  puoi  perdonare!  Lo  so,  sono  cose che non si possono
    perdonare! No, no, va' via, tu sei troppo buono!
    Con una delle sue mani brucianti teneva una mano di lui e con  l'altra
    cercava di respingerlo.
    Lo sconvolgimento morale di Aleksj Aleksndrovic' aumentava sempre di
    pi,  ed era giunto a tal punto che ormai cessava di lottare contro di
    esso.  Sent,  a un tratto,  che ci che riteneva  uno  sconvolgimento
    morale  era invece uno stato d'animo di beatitudine che,  a un tratto,
    gli dava una nuova e mai provata  felicit.  Non  pensava  che  quella
    legge  cristiana,  che  egli per tutta la vita avrebbe voluto seguire,
    gli prescriveva di perdonare e di amare i suoi nemici;  un  sentimento
    gioioso di amore e di perdono gli colmava l'anima.
    In  ginocchio,  con  il capo appoggiato sul braccio ripiegato di Anna,
    che lo scottava come fuoco attraverso la camicia, singhiozzava come un
    fanciullo.  Ella cinse con il braccio quella testa  che  cominciava  a
    diventar  calva,  gli si avvicin e gli disse con provocante fierezza,
    alzando gli occhi:
    - Ecco, lo sapevo! E ora addio... addio a tutti! E' tornato...  Perch
    non se ne vanno? Toglietemi di dosso queste pellicce!
    Il dottore le sciolse le braccia, la fece adagiare con precauzione sul
    cuscino  e  le copr le spalle.  Anna si abbandon docilmente supina e
    gir attorno a s uno sguardo raggiante.
    - Ricordati di questa cosa sola: che ho bisogno del tuo perdono e  che
    non  voglio  altro...  Ma  perch  lui  non viene?  - cominci a dire,
    rivolgendosi a Vronskij attraverso la porta. - Vieni, vieni,  dagli la
    mano.
    Vronskij si avvicin alla sponda del letto e,  alla vista di Anna,  si
    copr di nuovo il viso con le mani.
    - Scopri il viso, guardalo...  E' un santo!  Scopri dunque il viso!  -
    ripet in tono irritato.  - Aleksj Aleksndrovic', scoprigli il viso:
    lo voglio!
    Aleksj Aleksndrovic' prese le mani di Vronskij,  le scost e  scopr
    il viso di lui, deformato dalla sofferenza e dalla vergogna.
    - Dagli la mano, perdonagli!
    Aleksj  Aleksndrovic'  tese la mano a Vronskij,  senza trattenere le
    lacrime che gli cadevano abbondanti dagli occhi.
    - Sia ringraziato Iddio,  sia ringraziato Iddio!  -  mormor  Anna;  -
    adesso tutto  pronto...  Solo allungare un po' le gambe... ecco, cos
    va bene.  Come sono mal dipinti quei fiori...  non somigliano  affatto
    alle  viole...  Mio Dio,  quando finir?  Datemi la morfina,  dottore,
    datemi la morfina, in nome di Dio!
    E prese ad agitarsi nel letto.

    I dottori avevano dichiarato che si trattava di  febbre  puerperale  e
    che c'erano novantanove probabilit su cento che l'esito fosse letale.
    Per  tutta  la  giornata si alternarono febbre,  delirio,  svenimenti.
    Verso mezzanotte,  la malata giaceva priva  di  sensi;  il  polso  era
    debolissimo, si attendeva la fine da un momento all'altro.
    Vronskij and a casa, ma la mattina dopo torn a prendere notizie e in
    anticamera incontr Aleksj Aleksndrovic', che gli disse:
    - Restate, pu darsi che chieda di voi - e lo accompagn personalmente
    nel salottino della moglie.
    Al  mattino  ricominciarono  l'agitazione,  la vivacit del pensiero e
    della  parola,   e  di  nuovo  tutto  si  concluse  con  una  profonda
    prostrazione.   Il  terzo  giorno  fu  la  stessa  cosa,  e  i  medici
    accennarono a una lieve speranza.  Quel giorno Aleksj  Aleksndrovic'
    and nello studio dove stava Vronskij e,  chiusa la porta,  si sedette
    di fronte a lui.
    - Aleksj Aleksndrovic', - disse Vronskij, sentendo che era giunto il
    momento di una spiegazione,  - io  non  posso  parlare,  non  sono  in
    condizione  di  capire: abbiate piet di me.  Per quanto grande sia la
    vostra sofferenza, la mia, credetelo,  assai pi atroce.
    Avrebbe voluto alzarsi,  ma Aleksj Aleksndrovic' gli prese la mano e
    disse:
    - Vi prego di ascoltarmi,   indispensabile.  Devo spiegarvi la natura
    dei sentimenti che mi hanno guidato e mi guideranno  ancora,  in  modo
    che  non dobbiate ingannarvi nei miei riguardi.  Voi sapete che mi ero
    deciso al divorzio e avevo persino iniziato la causa.  Non vi nascondo
    che, prima di procedere a questo passo, ho avuto molte esitazioni e ho
    sofferto molto; vi confesso che ero spinto dal desiderio di vendicarmi
    di voi e di lei. Quando ho ricevuto il telegramma, sono venuto qui con
    le  medesime  intenzioni  e  vi  dir di pi: con il desiderio che lei
    morisse, ma... - e qui tacque, riflettendo se dovesse o no svelargli i
    suoi sentimenti - ma l'ho riveduta e ho perdonato.  E la felicit  del
    perdono  mi  ha  indicato in modo chiaro il mio dovere.  Ho perdonato,
    perdonato completamente.  Voglio porgere l'altra guancia a chi  mi  ha
    dato  uno  schiaffo,  voglio  dare  la  tunica  a  chi  mi ha preso il
    mantello. Solo prego Dio che non mi tolga la felicit del perdono!
    Le lacrime  gli  colmavano  gli  occhi;  il  suo  sguardo  luminoso  e
    tranquillo colp Vronskij.
    - Ecco la mia posizione.  Voi potete trascinarmi nel fango, fare di me
    lo zimbello del mondo,  ma io non abbandoner Anna e non vi  rivolger
    mai alcuna parola di rimprovero - continu.  - Il mio dovere mi appare
    chiaro e  preciso:  devo  restare  con  lei,  e  ci  rester.  Se  lei
    desiderer vedervi, io ve lo far sapere ma, per ora, suppongo che sia
    meglio che ve ne andiate.
    Si alz.  I singhiozzi lo soffocavano. Si alz anche Vronskij e curvo,
    senza raddrizzarsi,  lo guard.  Non capiva i  sentimenti  di  Aleksj
    Aleksndrovic',  ma  sentiva  in  essi  qualcosa  di  superiore  e  di
    inaccessibile per lui e per la sua concezione del mondo.


    CAPITOLO 18.

    Dopo il colloquio con  Aleksj  Aleksndrovic',  Vronskij  usc  sulla
    scalinata  d'ingresso della casa dei Karenin e si ferm,  ricordando a
    fatica dove fosse e se dovesse andare a casa a piedi o in carrozza. Si
    sentiva umiliato,  confuso,  colpevole e privo di qualsiasi mezzo  per
    lavare  la  propria  umiliazione.   Si  sentiva  buttato  fuori  dalla
    carreggiata sulla quale sinora aveva camminato cos orgogliosamente  e
    facilmente.  Tutte le abitudini e tutte le regole della sua vita,  che
    sino allora gli erano parse  cos  salde  e  inattaccabili,  si  erano
    dimostrate  false e bugiarde.  Il marito ingannato che sinora appariva
    come un essere miserevole,  come un ostacolo casuale e un  po'  comico
    alla sua felicit,  era stato improvvisamente, da Anna stessa, elevato
    a un'altezza alla quale non era possibile  non  inchinarsi;  e  questo
    marito,  posto tanto in alto,  non si era affatto mostrato n cattivo,
    n falso, n ridicolo, ma buono,  sincero e nobilissimo.  Vronskij non
    poteva   non  rendersi  conto  di  questo,   che  le  parti  si  erano
    improvvisamente invertite: egli sentiva la grandezza e la dirittura di
    Karenin e la propria bassezza,  la ragione di lui e il proprio  torto.
    Vedeva  quanto  fosse magnanimo il marito nel suo dolore e quanto lui,
    Vronskij,  fosse meschino e basso nel suo  inganno.  Ma  la  coscienza
    della propria bassezza di fronte a quell'uomo,  che egli aveva a torto
    disprezzato,  non costituiva che una parte della  sua  sofferenza.  Si
    sentiva ora indicibilmente infelice,  perch la sua passione per Anna,
    che negli ultimi tempi gli era parsa raffreddarsi,  l'aveva  afferrato
    pi forte che mai dopo che ella era stata in pericolo di morte.  Aveva
    potuto apprezzarla interamente durante la sua malattia, aveva compreso
    l'anima di lei e gli sembrava di non averla mai amata sino  allora.  E
    ora  che  la  conosceva bene,  ora che l'amava come meritava di essere
    amata,  si sentiva avvilito di fronte a lei e la perdeva  per  sempre,
    lasciandole un umiliante ricordo. Pi atroce di tutto era stata la sua
    umiliante,   ridicola   situazione   nel   momento   in   cui  Aleksj
    Aleksndrovic' gli  aveva  scostato  le  mani  dal  viso,  coperto  di
    vergogna e stravolto dal dolore.
    Sempre  fermo  sulla scalinata d'ingresso della casa dei Karenin,  era
    smarrito e non sapeva che cosa fare.
    - Devo far venire la carrozza? - gli chiese il portiere.
    - S, una carrozza - egli rispose.
    Rientrato che fu in casa,  dopo tre notti insonni,  Vronskij si sdrai
    bocconi  su  un  divano,  senza  neppure  svestirsi,  con  le  braccia
    incrociate sotto il capo.  Provava una sensazione di peso al cervello,
    e  le  immagini,  i  ricordi,  i  pensieri pi strani si avvicendavano
    rapidamente e straordinariamente lucidi: ora era la medicina che  egli
    porgeva  alla malata e che traboccava dal cucchiaio troppo pieno,  ora
    erano le mani bianche della levatrice,  ora la strana posa di  Aleksj
    Aleksndrovic' inginocchiato sul pavimento, davanti al letto.
    Addormentarmi!  Dimenticare!,  andava  ripetendosi con la tranquilla
    sicurezza dell'uomo sano che,  se   stanco  e  vuol  dormire,  prende
    subito  sonno;  e,  infatti,  nello stesso momento,  le idee presero a
    confondersi  nella  sua  testa  ed  egli  sprofond  a  poco  a   poco
    nell'abisso  dell'oblio.  Le  onde  del  mare  della  vita incosciente
    stavano gi per chiudersi sul  suo  capo  quando,  a  un  tratto,  una
    violenta scossa, simile a una scarica elettrica che si fosse abbattuta
    su  di lui,  gli diede un brivido cos violento che lo fece sobbalzare
    sulle molle del divano  e,  appoggiandosi  sulle  mani,  si  trov  in
    ginocchio.  I  suoi  occhi  erano  spalancati  come  se non avesse mai
    dormito,  la pesantezza del capo e la  fiacchezza  delle  membra,  che
    aveva   provate  sino  a  un  momento  prima,   erano  improvvisamente
    scomparse.
    Potete trascinarmi nel fango....  Gli pareva ancora  di  sentire  le
    parole di Aleksj Aleksndrovic' e di averlo davanti a s, e vedeva il
    volto  di  Anna  acceso  dalla  febbre  e  gli  occhi  luccicanti  che
    guardavano  con  tenerezza  e  con   amore   non   lui,   ma   Aleksj
    Aleksndrovic';  vedeva  la propria figura sciocca e miserevole mentre
    Karenin gli scostava la mano dal viso.  Allung di nuovo le gambe,  si
    butt sul divano nella posizione di prima e chiuse gli occhi.
    Dormire,  dormire!,  andava ripetendosi,  ma, a occhi chiusi, vedeva
    ancora pi chiaramente il viso di Anna,  cos come gli era apparso  la
    sera  memorabile  delle corse.  E' impossibile,  non pu essere cos.
    Ella desidera cancellare tutto dal suo ricordo, ma io non posso vivere
    cos! Come fare, dunque, per riconciliarci? Cosa fare?, disse ad alta
    voce  ripetendo  inconsciamente  quelle  parole.   Quella  ripetizione
    impediva  che  sorgessero  altre  nuove immagini e altri nuovi ricordi
    che, egli lo sentiva, si affollavano e premevano nel suo cervello;  ma
    fu  una  tregua  di  breve  durata.  L'uno  dopo l'altro,  ripresero a
    susseguirsi con incredibile rapidit i momenti pi felici del passato,
    frammisti a quelli della sua recente umiliazione.
    Allontana le tue mani,  diceva la voce  di  Anna.  Egli  obbediva  e
    avvertiva  l'espressione  vergognosa  e  stolta  della propria faccia.
    Stava coricato,  cercando di  dormire,  pur  senza  averne  la  minima
    speranza,  e continuava a ripetere,  a bassa voce, le stesse parole di
    una qualsiasi frase,  sperando  di  impedire  l'apparizione  di  nuove
    immagini.  Ascoltava  e  sentiva quelle parole ripetute in un mormorio
    strano,  allucinante: Non  hai  saputo  apprezzare,  non  hai  saputo
    approfittare!.
    Che mi succede? Sto diventando pazzo?, si disse. Pu darsi. Perch,
    del  resto,  si  diventa  pazzi,  perch ci si uccide?,  rispose a se
    stesso e,  aperti gli occhi,  vide con stupore vicino  alla  testa  un
    cuscino  ricamato  da  sua cognata Vrija,  la moglie di suo fratello.
    Tocc la frangia del cuscino e  cerc  di  raffigurarsi  Vrija,  come
    l'aveva  vista  l'ultima  volta.  Ma il pensare a qualcosa di estraneo
    alla sua sofferenza non era che un tormento in pi.  No,  bisogna che
    dorma!.  Avvicin  a  s il cuscino e vi affond la testa;  ma doveva
    fare una gran fatica per tenere gli occhi chiusi.  Ebbe un soprassalto
    e si mise a sedere.  Per me  finita!,  pens. Bisogna che rifletta
    su ci  che  occorre  fare,  bisogna  che  prenda  una  decisione.  E
    mentalmente si rappresent la vita, senza il suo amore per Anna.
    L'ambizione?  Serpuchovskij?  La  societ?  La  Corte?.  Non  poteva
    soffermarsi su nulla.: erano tutte cose che prima avevano per  lui  un
    significato,  ma  che ora non esistevano pi.  Si alz dal divano,  si
    tolse la giubba, si slacci la cintura e,  scopertosi il petto villoso
    per respirare pi liberamente,  fece qualche passo per la stanza.  E'
    cos che si diventa pazzi..., ripet,  cos che ci si spara...  per
    sfuggire alla vergogna, aggiunse lentamente.
    Si  avvicin  alla  porta e la chiuse;  poi,  con lo sguardo fisso e i
    denti serrati si avvicin al tavolo, prese la rivoltella,  la esamin,
    la  rigir  dalla  parte  della  canna carica e si immerse in profonde
    riflessioni.  Per un paio di minuti rimase in piedi con la  rivoltella
    in pugno, immobile, con la testa china e con un'espressione di intensa
    concentrazione.  Certo, disse tra s, come se un lungo, prolungato e
    chiaro svolgimento logico del pensiero lo  avesse  condotto  a  questa
    indubitabile  conclusione;  e,  in  realt,  quel "certo" per lui cos
    persuasivo era la conseguenza della  ripetizione  di  un  giro  sempre
    uguale  di  ricordi  e  di  immagini,  che egli aveva gi percorso una
    diecina di volte nello spazio  di  un'ora.  Erano  sempre  gli  stessi
    ricordi  di  una  felicit  ormai  perduta,  la  stessa immagine della
    vacuit di tutto quello che lo  attendeva  nella  vita,  la  coscienza
    della  propria  umiliazione.  E  identica era sempre la successione di
    quelle immagini e di quei sentimenti.
    Certo, torn a ripetersi quando, per la terza volta, la sua mente si
    concentr in quel cerchio senza  uscita  di  ricordi  e  di  immagini;
    appoggi  la  rivoltella  sul  lato sinistro del petto e,  stretta con
    forza la mano a pugno, premette il grilletto.  Non ud il rumore dello
    sparo,  ma  sent  al  petto  un  urto  violentissimo che lo rovesci.
    Volendo aggrapparsi all'orlo del tavolo,  lasci cadere la rivoltella,
    poi  vacill  e  si  accasci  sul pavimento,  guardandosi attorno con
    stupore.  Non riconosceva la propria  stanza,  le  gambe  ricurve  del
    tavolo,  il cestino per la carta,  la pelle di tigre.  I passi rapidi,
    scricchiolanti del domestico  che  accorreva  in  salotto,  lo  fecero
    tornare  in s.  Fece uno sforzo di pensiero e cap che era per terra;
    poi, scorgendo del sangue sulla sua mano e sulla pelle di tigre,  cap
    che si era sparato.
    Sciocco!  Ho sbagliato il colpo,  balbett, tastando qua e l con la
    mano in cerca della rivoltella; era proprio l, vicina a lui,  ma egli
    cercava  pi in l.  Nel chinarsi,  per cercare dall'altra parte,  non
    ebbe pi la forza per mantenere l'equilibrio e cadde di nuovo, immerso
    nel proprio sangue.
    L'elegante domestico con le fedine,  che  pi  di  una  volta  si  era
    lagnato con i compagni della debolezza dei propri nervi, si spavent a
    tal punto, alla vista del padrone che giaceva per terra, che lo lasci
    l a perdere sangue e corse a chiedere aiuto.
    Un'ora dopo arriv Vrija, la moglie del fratello, e, con l'assistenza
    di  tre  medici,  che  aveva  mandati  a  cercare  da ogni parte e che
    giungevano insieme,  adagi il ferito sul letto e rimase accanto a lui
    per curarlo.


    CAPITOLO 19.

    L'errore  commesso  da  Aleksj  Aleksndrovic'  di  non aver pensato,
    preparandosi a recarsi dalla moglie,  alla eventualit che il  rimorso
    di  lei  fosse  sincero,  che egli la perdonasse,  ma che ella potesse
    sopravvivere, quell'errore che, due mesi dopo il suo ritorno da Mosca,
    gli appariva in tutta la sua gravit,  derivava non solo dal fatto  di
    non aver preveduto tale circostanza,  ma da quello che, sino al giorno
    del suo incontro con la moglie morente,  egli non conosceva il proprio
    cuore.  Accanto  al  letto  di Anna malata,  si era abbandonato per la
    prima volta in vita sua a quel sentimento di commossa piet che in lui
    suscitavano le sofferenze degli  altri  e  del  quale  egli  prima  si
    vergognava  come  di  una  pericolosa  debolezza.  La  compassione che
    provava per lei,  il pentimento per  averne  desiderato  la  morte  e,
    soprattutto,  la  gioia  di aver perdonato,  avevano fatto s che a un
    tratto non solo avevano provocato in  lui  la  diminuzione  delle  sue
    sofferenze,  ma  anche  una serenit d'animo che non aveva mai provata
    prima.  Si era reso conto,  a  un  tratto,  che  la  fonte  delle  sue
    sofferenze  si era mutata in una fonte di gioia morale;  tutto ci che
    sembrava insolubile allorch giudicava,  rimproverava  e  odiava,  era
    divenuto  semplice  e chiaro,  ora che aveva imparato a perdonare e ad
    amare.
    Aveva perdonato la moglie e aveva avuto  piet  di  lei  e  delle  sue
    sofferenze;  aveva  perdonato  Vronskij e lo compiangeva,  soprattutto
    dopo che gli era giunta la voce del suo gesto  disperato;  e,  pi  di
    prima,   ora  compiangeva  il  figliolo,   rimproverandosi  di  averlo
    trascurato.  Ma per la bimbetta neonata era sorto  nel  suo  animo  un
    sentimento  particolare,   fatto  non  solo  di  piet,  ma  anche  di
    tenerezza; dapprima, spinto unicamente dalla piet, si era interessato
    a quella fragile creaturina che non era sua figlia e  che,  trascurata
    durante  la malattia della madre,  sarebbe probabilmente morta se egli
    non si fosse preso cura di lei,  senza  accorgersi  di  aver  preso  a
    volerle veramente bene. Parecchie volte al giorno entrava nella stanza
    dei  bambini  e  vi  si  tratteneva  a lungo,  tanto che la balia e la
    "njnja",  intimidite  dapprima  dalla  sua  presenza,  si  erano  poi
    abituate a vederlo spesso tra di loro. Talora rimaneva magari mezz'ora
    a  contemplare  in  silenzio  il  visino rosso e rugoso della bimbetta
    addormentata,  a osservare i  movimenti  della  fronte  aggrottata,  a
    guardare  le  manine paffute strette a pugno,  con le quali si fregava
    gli  occhi  e  il  piccolo  naso.  Specie  in  tali  momenti,  Aleksj
    Aleksndrovic'  si  sentiva  perfettamente  calmo  e in armonia con se
    stesso e non vedeva nella sua situazione nulla di eccezionale e  nulla
    che occorresse cambiare.
    Quanto pi il tempo passava, per, tanto pi egli scorgeva chiaramente
    che,  per  naturale  che gli paresse tale situazione,  non gli avrebbe
    permesso di mantenerla.  Sentiva che,  oltre alla forza spirituale che
    guidava la sua anima,  c'era un'altra forza,  volgare, altrettanto, se
    non forse pi potente,  la quale dirigeva la sua  vita  e  che  questa
    forza  non  gli avrebbe concesso quella serena tranquillit alla quale
    aspirava.  Non ignorava che  tutti  lo  guardavano  con  interrogativo
    stupore,  che  non lo comprendevano e che attendevano da lui qualcosa.
    Sentiva,  soprattutto,  la mancanza di stabilit e di naturalezza  dei
    propri rapporti con la moglie.
    Allorch  la  tenerezza prodotta in lei dalla vicinanza della morte fu
    passata, Aleksj Aleksndrovic' cominci a notare che Anna aveva paura
    di lui, che era oppressa dalla sua presenza e che non poteva guardarlo
    apertamente negli occhi.  Pareva che volesse dirgli qualcosa,  ma  che
    non  si  decidesse  a  farlo,  come se anche lei,  intuendo che i loro
    rapporti non potevano durare cos, aspettasse qualcosa da lui.
    Verso la fine di febbraio,  la bimbetta,  alla quale era stato imposto
    il  nome  di  Anna,  cadde ammalata.  Aleksj Aleksndrovic',  entrato
    quella mattina nella stanza dei bambini e dato ordine di  chiamare  il
    medico,  si rec al ministero di dove, sbrigate le sue pratiche, torn
    a casa  verso  le  quattro.  Trov  in  anticamera  un  bel  servitore
    gallonato,  con indosso una mantellina di pelle d'orso che reggeva una
    cappa bianca foderata di cane d'America.
    - Chi c'? - s'inform Aleksj Aleksndrovic'.
    - La principessa Lizaveta Fdorovna Tvrskaja - rispose il  servitore.
    E parve ad Aleksj Aleksndrovic' che l'uomo sorridesse.
    Durante  quel penoso periodo,  Aleksj Aleksndrovic' aveva notato che
    tutte le sue conoscenze mondane,  specialmente le donne,  dimostravano
    molto  interesse  per  lui  e  per  sua  moglie;   scorgeva  in  tutti
    un'espressione di gioia mal dissimulata, quella stessa gioia che aveva
    vista negli occhi dell'avvocato e che  vedeva  adesso  in  quelli  del
    servitore.  Tutti  avevano un'espressione entusiasta,  quasi esaltata,
    come se si preparassero  ad  assistere  a  un  matrimonio.  Quando  lo
    incontravano,  si  informavano  sulla salute di Anna con una gaiezza a
    stento contenuta.
    La presenza della principessa Tvrskaja,  sia per i ricordi che a  lei
    si  collegavano,  sia  perch Aleksj Aleksndrovic' non aveva per lei
    alcuna simpatia,  gli era cos sgradevole  che  si  rec  direttamente
    nelle  stanze  dei  bambini.  Nella  prima stava Serza,  con il petto
    appoggiato sul tavolo e i piedi sopra una sedia,  che si  divertiva  a
    disegnare  non  so che cosa,  che andava allegramente commentando.  La
    governante inglese,  che durante la malattia di Anna,  aveva preso  il
    posto di quella francese e che,  seduta accanto al ragazzo, lavorava a
    maglia, fece un inchino e cerc di tirar gi Serza.
    Aleksj Aleksndrovic' accarezz con una mano la testolina del figlio,
    rispose alle domande della governante circa la salute della  moglie  e
    domand che cosa avesse detto il dottore della piccola malata.
    - Il dottore ha assicurato che non c' nulla di pericoloso, signore, e
    ha prescritto dei bagni.
    - Ma soffre sempre...  - disse Aleksj Aleksndrovic' porgendo ascolto
    agli strilli della bimba nella stanza vicina.
    - Io penso, signore,  che la balia non vada bene - disse risolutamente
    la governante.
    - E perch lo pensate? - egli chiese fermandosi.
    -  E'  successo lo stesso dalla contessa Paul: curavano la piccina con
    medicine,  e poi risult che era semplicemente affamata.  La balia non
    aveva latte, signore.
    Aleksj Aleksndrovic' si fece pensieroso e, dopo aver sostato qualche
    secondo, entr nell'altra stanza. La piccola era in braccio alla balia
    e si torceva strillando e rifiutando di attaccarsi al seno turgido che
    le veniva offerto;  e, malgrado lo zittio della balia e della "njnja"
    chine su di lei, non cessava di strillare.
    - Non sta meglio, dunque? - domand Aleksj Aleksndrovic'.
    - E' molto agitata - rispose la "njnja" con un mormorio.
    - "Miss" Edward pensa che la balia manchi di  latte  -  disse  Aleksj
    Aleksndrovic'.
    - Lo penso anch'io, Aleksj Aleksndrovic'.
    - E perch non l'avete detto?
    -  A  chi?  Anna  Arkdevna   sempre malata - rispose la "njnja" con
    aria. scontenta.
    La "njnja" era nella casa da molto tempo,  e in quelle  semplicissime
    parole  parve ad Aleksj Aleksndrovic' di avvertire un'allusione alla
    sua situazione.
    La piccola strillava sempre pi forte, rimanendo quasi senza fiato; la
    "njnja",  fatto un gesto vago con la mano,  le si avvicin,  la prese
    dalle braccia della balia e si mise a cullarla camminando.
    -  Bisogna  pregare  il  dottore  di visitare la balia - disse Aleksj
    Aleksndrovic'.
    La balia,  donna di bell'aspetto,  sgomenta  all'idea  di  perdere  il
    posto,  bofonchi qualcosa tra i denti e,  nascondendo il grande seno,
    ebbe un sorriso di sprezzo all'idea del sospetto che  si  aveva  sulle
    sue  capacit di nutrice.  Anche in questo sorriso Karenin credette di
    vedere uno scherno per lui.
    - Povera  piccola!  -  esclam  la  "njnja"  zittendo  la  neonata  e
    continuando a camminare.
    Aleksj  Aleksndrovic'  si  sedette  e,  con aria triste e abbattuta,
    continuava a guardare la donna che andava su e gi per la stanza.
    Quando, finalmente,  la piccola si chet,  la "njnja" la depose nella
    culla  e  le accomod il guancialino,  poi se ne and.  Allora Aleksj
    Aleksndrovic',  alzatosi,  si avvicin in punta di piedi alla  culla.
    Per un minuto,  con la stessa aria triste,  guard la piccolina;  poi,
    all'improvviso,  le sue labbra si atteggiarono a un  sorriso,  la  sua
    fronte si spian e, con le stesse precauzioni, usc dalla stanza.
    In  sala  da  pranzo  son  e ordin al domestico di mandar di nuovo a
    chiamare il dottore. Era irritato con la moglie,  che si occupava cos
    poco di quella bella creatura e, in una tale disposizione d'animo, non
    volle  andare  a  trovarla  e  tanto  meno  aveva  voglia di vedere la
    principessa Betsy,  ma,  temendo che Anna potesse meravigliarsi per il
    fatto che egli non si recava da lei come al solito,  fattosi forza, si
    avvi verso la camera da letto. Mentre stava avvicinandosi alla porta,
    camminando   sul   morbido   tappeto,    involontariamente   ud   una
    conversazione che avrebbe preferito non ascoltare.
    - Se egli non partisse,  capirei il vostro rifiuto e quello di lui, ma
    vostro marito dev'essere superiore a queste cose - diceva Betsy.
    - Non   per  mio  marito,    per  me  stessa  che  non  voglio.  Non
    parlatemene pi! - rispondeva la voce agitata di Anna.
    -  S,  ma  non  potete  non desiderare di dire addio a un uomo che ha
    voluto uccidersi per voi...
    - Appunto per questo non voglio...
    Aleksj Aleksndrovic' si  ferm  con  l'espressione  sgomenta  di  un
    colpevole  e  volle  allontanarsi senza essere scorto.  Ma,  dopo aver
    riflettuto,  trov che sarebbe stato un atto indegno e torn sui  suoi
    passi. Si avvicin all'uscio tossendo: le voci tacquero ed egli entr.
    Anna,  in  veste  di camera grigia,  con i capelli neri tagliati corti
    sulla testolina rotonda,  era sdraiata sopra un divano.  Come  sempre,
    alla  vista del marito,  l'animazione del suo viso scomparve di colpo,
    chin il capo e, inquieta, si volse a guardare Betsy.
    Questa, vestita all'ultimissima moda,  con un cappello che le stava in
    bilico  sul  capo,  come  un  paralume su una lampada,  e con un abito
    celeste a righe oblique pi chiare che  correvano  su  un  lato  della
    camicetta e sul lato opposto della gonna,  era seduta accanto ad Anna.
    Stava rigida,  con la testa china e con un ironico sorriso accolse  il
    saluto di Aleksj Aleksndrovic'.
    - Ah!  - disse,  come sorpresa. - Sono lieta che siate in casa. Non vi
    fate vedere in alcun posto e io non vi ho  pi  incontrato  dal  tempo
    della  malattia  di Anna.  So per quali sono le vostre occupazioni...
    S,  siete un marito veramente  straordinario!  -  concluse  con  aria
    significativa  e  affabile  a un tempo,  come se gli volesse conferire
    l'ordine della magnanimit per il suo modo di agire verso la moglie.
    Aleksj Aleksndrovic' si inchin e,  dopo aver  baciato  la  mano  ad
    Anna, si inform della sua salute.
    - Mi pare che vada meglio - ella rispose evitando il suo sguardo.
    -  Non vorrei che aveste la febbre: il vostro viso  cos acceso...  -
    egli disse calcando sulla parola "febbre".
    - Abbiamo chiacchierato troppo - osserv  Betsy;  -  sento  di  essere
    stata egoista e ora me ne vado.
    Si alz,  ma Anna,  improvvisamente arrossendo, l'afferr con un gesto
    rapido per un braccio.
    - No, restate, vi prego... Ho bisogno di dirvi... o piuttosto a voi...
    - disse rivolgendosi ad Aleksj Aleksndrovic',  mentre il rossore  le
    copriva la fronte. - Non posso e non voglio nascondervi nulla...
    Aleksj Aleksndrovic' fece crocchiare le dita e abbass la testa.
    -  Betsy mi ha informata che il conte Vronskij desidererebbe venirci a
    salutare prima della sua partenza per Tasknt.
    Parlava senza guardare il marito ed era evidente che aveva  fretta  di
    dire tutto, per quanto le riuscisse penoso.
    - Ho risposto che non potevo riceverlo.
    -   Avete   risposto,   mia   cara,   che  ci  dipendeva  da  Aleksj
    Aleksndrovic' - osserv Betsy.
    - Ma no, non posso riceverlo, non ...
    Si ferm a un tratto e rivolse al marito uno sguardo interrogativo, ma
    questi non la guardava; allora ella concluse:
    - In una parola, non voglio.
    Aleksj Aleksndrovic' si avvicin e volle prenderle la mano. Il primo
    impulso di Anna fu quello di ritirare la sua da  quella  umida,  dalle
    grosse vene sporgenti,  che il marito le tendeva;  ma, dopo aver fatto
    su di s un evidente sforzo, gliela strinse.
    - Vi ringrazio molto per  la  vostra  fiducia,  ma...  -  egli  disse,
    sentendo  con  turbamento e irritazione che,  quanto poteva facilmente
    decidere a tu per tu con se  stesso,  non  poteva  e  non  riusciva  a
    deciderlo   in   presenza   della  principessa  Tvrskaja,   la  quale
    impersonava ai suoi occhi quella forza volgare della quale, agli occhi
    del mondo,  era schiavo,  e che gl'impediva di abbandonarsi ai  propri
    sentimenti di amore e di perdono. Si ferm guardando la principessa.
    - Bene,  addio,  mia carissima - disse Betsy,  alzandosi. Baci Anna e
    usc, accompagnata da Aleksj Aleksndrovic'.
    - Aleksj Aleksndrovic', io vi ritengo un uomo d'animo molto generoso
    - disse Betsy, fermandosi nel salottino e stringendogli ancora la mano
    con particolare forza. - Io sono una estranea,  ma voglio tanto bene a
    lei e ho per voi tanta stima che mi permetto un consiglio. Ricevetelo!
    Aleksj  Vronskij  l'onore in persona ed  in procinto di partire per
    Tasknt.
    - Vi sono grato,  principessa,  per il vostro interessamento e per  il
    consiglio,  ma  spetta  solo  a mia moglie decidere se debba riceverlo
    oppure no.
    Pronunzi queste parole  con  dignit,  sollevando  per  abitudine  le
    sopracciglia;  ma  subito pens che,  quali che fossero le sue parole,
    nella sua situazione non poteva esservi dignit.  E se ne  rese  conto
    dal  sorriso  ironico  e  malvagio  che  Betsy gli rivolse,  dopo aver
    ascoltato la sua risposta.


    CAPITOLO 20.

    Aleksj Aleksndrovic' si inchin alla principessa nella sala e  torn
    dalla moglie.  Ella si era coricata ma,  uditi i passi del marito,  si
    affrett a riprendere la posizione di prima e lo guard con  sgomento.
    Egli vide che aveva pianto.
    -  Ti  sono  molto  grato per la fiducia che riponi in me - ripet con
    dolcezza in russo la frase  pronunziata  poco  prima  in  francese  di
    fronte a Betsy, e le si sedette vicino.
    Quando  egli  le parlava in russo e le dava del tu,  Anna si sentiva
    irritata in modo particolare.
    - E ti ringrazio molto della  tua  decisione  -  prosegu.  -  Ritengo
    anch'io che, dal momento che il conte Vronskij sta per partire, non vi
     alcuna necessit che egli venga qui. Del resto...
    -  Ma  l'ho  gi  detto  io!  A  che scopo ripeterlo?  - lo interruppe
    bruscamente Anna con un'irritazione che non riusc a trattenere.
    Gi,  non vi  alcuna necessit per un uomo di venire a  salutare  la
    donna  che  ama,  per la quale ha voluto uccidersi,  per la quale si 
    perduto,  la donna che non  pu  pi  vivere  senza  di  lui.  Nessuna
    necessit, no, nessuna!, ella pens.
    Strinse  con  forza  le  labbra e abbass gli occhi scintillanti sulle
    mani  dalle   vene   sporgenti   del   marito,   che   questi   andava
    stropicciandosi.
    - Non parliamone pi! - aggiunse in tono calmo.
    -  Ti  ho lasciata assolutamente libera di decidere questa questione e
    sono  molto  contento  di  vedere...   -  continu  a   dire   Aleksj
    Aleksndrovic'.
    -  ...Che  il  mio  desiderio  concorda  con il vostro - continu Anna
    rapidamente, irritata nel sentirlo parlare con tanta lentezza,  mentre
    ella sapeva in anticipo ci che egli voleva dire.
    -  S...  -  egli  conferm  - e la principessa Tvrskaja ha torto nel
    volersi intromettere,  del tutto  a  sproposito,  nelle  faccende  pi
    delicate di una famiglia. E proprio lei...
    -  Non credo affatto a quanto si dice sul suo conto - rispose Anna.  -
    So, per, che mi vuole sinceramente bene.
    Aleksj Aleksndrovic' trasse  un  profondo  sospiro  e  tacque.  Anna
    giocherellava con le nappine della veste da camera, sogguardandolo con
    quel  tormentoso  senso  di ripugnanza fisica che provava per lui e di
    cui si rimproverava, ma che non riusciva a vincere. Ora desiderava una
    cosa soltanto: essere liberata dalla sua presenza.
    - Ho mandato a chiamare il dottore - disse Aleksj Aleksndrovic'.
    - Ma sto bene: che ne faccio del dottore?
    - No,  per la piccola.  Strilla in continuazione e dicono che la balia
    abbia poco latte.
    -  Perch  non  hai  voluto  che  l'allattassi  io stessa quando te lo
    chiedevo?   Tanto  (e  Aleksj  Aleksndrovic'   comprese   che   cosa
    significasse  quel tanto)  una bambina e me la lasceranno morire...
    - A questo punto son e ordin che le  portassero  la  piccola.  -  Ho
    chiesto di allattarla,  non me l'hanno permesso,  e adesso mi si fanno
    dei rimproveri.
    - Io non rimprovero...
    - S, voi rimproverate! Mio Dio! Perch non sono morta? - e scoppi in
    singhiozzi.   -   Perdonami,   sono   irritata   e   ingiusta   disse,
    riprendendosi. - Ma adesso va', va' via...
    No,   cos   non   pu  durare,   si  disse  con  decisione  Aleksj
    Aleksndrovic', uscendo dalla camera della moglie.
    Non gli era ancora mai apparsa con tanta evidenza  l'impossibilit  di
    prolungare  quello  stato  di cose agli occhi del mondo,  l'odio della
    moglie verso di lui e, in generale, la potenza di quella forza volgare
    e misteriosa che, malgrado i sentimenti del suo animo,  guidava la sua
    vita,  annichiliva  la  sua  volont  e  lo costringeva a modificare i
    propri rapporti con la moglie.  Sentiva che tutto il mondo e la moglie
    stessa esigevano da lui qualcosa ma che cosa, precisamente, non poteva
    capirlo.  Sentiva  che  questo  fatto  gli  risvegliava  in  cuore  un
    sentimento di rancore che distruggeva la sua tranquillit e  tutto  il
    merito  della  vittoria  su  se stesso.  Riteneva che per Anna sarebbe
    stato  meglio  interrompere  i  suoi  rapporti  con  Vronskij,  ma  se
    l'opinione generale era contraria e tutti trovavano impossibile questa
    rottura,  egli  era  pronto  persino  ad  ammettere  di  nuovo  quelle
    relazioni pur di non coprire di vergogna i bambini, di non privarsi di
    loro e di non sconvolgere la sua esistenza.  Per quanto grande potesse
    essere questo male,  era tuttavia preferibile alla rottura che avrebbe
    messo Anna in una situazione vergognosa e senza via d'uscita e privato
    lui di tutto quanto amava.  In quella lotta,  per,  sentiva tutta  la
    propria impotenza: sentiva, in anticipo, che tutti erano contro di lui
    e  che  non  gli  avrebbero  permesso di fare ci che ormai gli pareva
    tanto semplice, naturale e giusto,  e che anzi l'avrebbero costretto a
    compiere  ci  che  egli  considerava  un  male,  ma che per gli altri
    costituiva un dovere.


    CAPITOLO 21.

    Betsy non era ancora giunta sulla soglia  del  salotto  che  le  venne
    incontro Stepn Arkadyc', il quale tornava in quel momento da Elisev,
    dove erano appena arrivate le ostriche fresche.
    - Oh,  principessa! Che piacevole incontro! - esclam. - E pensare che
    sono passato da voi...
    - Incontro di un  momento,  perch  sto  andando  via  -  disse  Betsy
    sorridendo e infilandosi un guanto.
    - Aspettate,  principessa,  a mettervi il guanto: lasciate che baci la
    vostra manina.  Non c' nulla che mi piaccia di pi del ritorno  della
    vecchia usanza del baciamano.  - E baci la mano di Betsy. - Quando ci
    vedremo?
    - Non ne siete degno - rispose Betsy ridendo.
    - Ne sono degno,  e come!  Sono diventato un  uomo  molto  serio.  Non
    soltanto  metto  a  posto  le mie faccende familiari,  ma anche quelle
    altrui - disse con un'espressione significativa del viso.
    - Ah,  sono contenta,  molto contenta!  - rispose Betsy avendo  subito
    compreso che Stepn Arkadyc' alludeva ad Anna.  E tornati in sala,  si
    trattennero in un angolo.  - La far morire - bisbigli Betsy in  tono
    profetico. - E' una cosa impossibile, impossibile!
    -  Mi  fa  piacere  che  anche  voi  la pensiate cos - rispose Stepn
    Arkadyc' scotendo il capo in un gesto di profondo compatimento.  - Per
    questo sono venuto a Pietroburgo.
    -  Tutta  la  citt  ne  parla  - prosegu Betsy.  - E' una situazione
    insostenibile,  e Anna si strugge,  si strugge...  Karenin non capisce
    che  Anna  una di quelle donne che non possono scherzare con i propri
    sentimenti.  Delle due cose: o la porta via con un gesto  di  forza  o
    concede il divorzio... Ma la situazione attuale la soffoca...
    - S, s, senza dubbio - disse con un sospiro Oblonskij. - Sono venuto
    per questo... cio, non solo per questo: mi hanno nominato ciambellano
    e  ho  il dovere di andare a ringraziare.  Ma la cosa pi importante 
    sistemare questa faccenda.
    - Che Iddio vi aiuti! - esclam Betsy.
    Dopo aver accompagnato la principessa Betsy sino alla porta,  le baci
    ancora  una  volta  la  mano al di sopra del guanto,  l dove batte il
    polso e, dopo averle raccontato certe storielle cos piccanti che ella
    non sapeva esattamente se dovesse ridere o andare in  collera,  Stepn
    Arkadyc' si rec dalla sorella.  La trov che piangeva e,  bench egli
    fosse di umore gioviale,  pass con  tutta  naturalezza  a  quel  tono
    poeticamente compassionevole che ben si addiceva allo stato d'animo di
    Anna.
    Si  inform  della  sua  salute  e  le chiese come avesse trascorso la
    mattinata.
    - Male,  molto male!  E cos passeranno la giornata di oggi e tutte le
    giornate future - rispose Anna.
    -  Mi pare che tu ti abbandoni troppo al pessimismo pi cupo.  Bisogna
    scuotersi, bisogna guardare in faccia la vita. Lo so che  penoso,  lo
    so, ma...
    -  Ho  sentito  dire che ci sono donne che amano gli uomini per i loro
    vizi - disse bruscamente Anna;  - ma io lo odio per la sua virt!  Non
    posso  vivere  con  lui...  cerca  di  capirmi:  il suo aspetto agisce
    fisicamente su di me e mi fa uscir di  senno.  Non  posso,  non  posso
    vivere con lui!  Che cosa devo fare? Ero infelice e pensavo che non si
    potesse esserlo di pi,  ma non potevo immaginare la condizione atroce
    in  cui  mi  trovo  adesso.  Pensa  un  poco:  so che  un uomo buono,
    eccellente, ammirevole, so che non valgo una delle sue unghie,  eppure
    lo odio.  Perch? Lo odio per la sua generosit. E non mi rimane nulla
    fuorch...
    Stava per dire: la morte; ma Stepn Arkadyc' non la lasci finire.
    - Tu sei malata e irritata - disse, - credimi,  esageri terribilmente.
    Non c' nulla di cos terribile!
    E  Stepn Arkadyc' sorrise.  Nessuno,  di fronte a tanta disperazione,
    avrebbe osato sorridere per il timore di sembrare grossolano,  ma  nel
    suo sorriso c'era tanta bont, c'era una tenerezza quasi femminea che,
    invece di offendere, addolciva e calmava. Le sue parole rasserenanti e
    i  suoi  sorrisi  avevano  un'azione  calmante,  paragonabile a quella
    dell'olio di mandorla. E Anna ben presto lo sent.
    - No, Stiva - disse. - Sono perduta, perduta!  Peggio ancora: non sono
    perduta e non posso dire che tutto sia finito. Al contrario, credo che
    non  sia  finito  tutto.  Sono  come  una  corda  troppo tesa che deve
    spaccarsi. Ma non  ancora la fine... la fine sar tremenda!
    - No,  no...  si pu,  adagio adagio,  allentare  la  corda.  Non  c'
    situazione che non abbia una via d'uscita.
    - Ho pensato, ho pensato, e ho concluso che ce n' una sola...
    Di nuovo, dallo sguardo sgomento di lei, egli cap che quell'unica via
    d'uscita, secondo Anna, era la morte, e non la lasci finire.
    -  Niente affatto!  - esclam.  - Ascoltami: tu non puoi vedere la tua
    situazione come la vedo io; permetti quindi che ti dica apertamente la
    mia opinione.
    E sorrise di nuovo, cautamente, del suo sorriso all'olio di mandorla.
    - Comincer dal principio: tu hai sposato un uomo che  ha  venti  anni
    pi di te.  Ti sei sposata senza amore e questo, ammettiamolo,  stato
    un errore.
    - Un orribile errore! - esclam Anna.
    - Ma, ripeto, ormai  un fatto compiuto.  Poi hai avuto,  diciamo,  la
    disgrazia  di  amare  un uomo che non era tuo marito.  E tuo marito ha
    saputo e ha perdonato - e si fermava dopo ogni frase,  in  attesa  che
    Anna  facesse qualche obiezione,  ma ella non parlava.  - Le cose sono
    cos.  Adesso tutta la questione sta qui: puoi continuare a vivere con
    tuo marito? Lo desideri? E lui lo desidera?
    - Io non so niente, niente...
    - Ma hai detto tu stessa che non puoi sopportarlo!
    -  No,  io  non  l'ho detto...  ritiro quello che ho detto.  Io non so
    niente, non capisco niente.
    - S, ma permetti...
    - Tu non puoi capire.  Io sento che sto  cadendo  a  capofitto  in  un
    abisso, ma che non devo salvarmi. E non posso.
    -  Non  importa,  metteremo  sul  fondo  un materasso e ti afferreremo
    quando cadi.  Io ti capisco,  capisco che tu  non  puoi  assumerti  la
    responsabilit di esprimere il tuo desiderio, il tuo sentimento.
    - Io non desidero nulla, nulla... se non che tutto finisca.
    - Ma egli lo vede e lo sa.  E credi,  forse, che soffra meno di te? Tu
    ti tormenti,  egli si tormenta,  e quale pu essere  il  risultato  di
    tutto questo?  Mentre il divorzio risolverebbe ogni cosa - disse,  non
    senza sforzo,  Stepn Arkadyc' esprimendo finalmente il  suo  pensiero
    sostanziale e guardando la sorella in modo significativo.
    Anna non rispose e scosse negativamente la testa. Ma, dall'espressione
    del  viso  che  si illumin della bellezza di un tempo,  egli cap che
    ella non desiderava il  divorzio,  solamente  perch  il  divorzio  le
    pareva una felicit irraggiungibile.
    -  Mi fate terribilmente pena!  Come sarei felice se potessi sistemare
    questa dolorosa faccenda! - disse Stepn Arkadyc' ormai sorridendo con
    maggior coraggio.  - Non dire nulla!  Non dire nulla!  Vorrei soltanto
    che Iddio mi concedesse di parlare come sento... Andr da lui.
    Anna lo guard con occhi pensosi e splendenti, e non rispose nulla.


    CAPITOLO 22.

    Con  l'aria  un  po'  solenne  con  cui  prendeva posto nella poltrona
    presidenziale del suo ufficio,  Stepn Arkadyc' entr nello studio  di
    Aleksj  Aleksndrovic'  Karenin,  il  quale,  con  le  mani dietro la
    schiena,  camminava per la stanza e pensava alle stesse  cose  di  cui
    Stepn Arkadyc' aveva parlato con la sorella.
    -  Non  ti disturbo?  - disse Stepn Arkadyc',  che prov a un tratto,
    contrariamente al suo solito, un senso di smarrimento.  Per nascondere
    il  suo  stato d'animo,  tir fuori dalla tasca un portasigarette,  da
    poco acquistato, fornito di un nuovo sistema di apertura e, dopo avere
    annusato il cuoio, ne trasse una sigaretta.
    - No.  Hai bisogno di qualche cosa?  - rispose di  malavoglia  Aleksj
    Aleksndrovic'.
    - S,  volevo...  desideravo...  s, insomma, ho bisogno di parlarti -
    disse Stepn Arkadyc', stupito di provare un'insolita timidezza.
    Questa sensazione era cos strana e  inattesa  che  egli  non  sentiva
    neppure  la  voce  della coscienza,  la quale gli diceva che stava per
    commettere una cattiva azione,  ma con un  notevole  sforzo  vinse  la
    timidezza che l'aveva colpito.
    -  Spero che non dubiterai del mio affetto per mia sorella,  e neppure
    del sincero  attaccamento  e  della  stima  che  ho  per  te  -  disse
    arrossendo.
    Aleksj Aleksndrovic' si ferm e non rispose nulla,  ma l'espressione
    dolente di vittima rassegnata colp Stepn Arkadyc'.
    - Avevo l'intenzione di parlarti di Anna e della situazione in cui  vi
    trovate  -  disse  Stepn Arkadyc' continuando a lottare contro quella
    insolita timidezza.
    Aleksj Aleksndrovic' sorrise tristemente, guard il cognato e, senza
    rispondergli, si avvicin allo scrittoio, prese una lettera iniziata e
    gliela porse.
    - Io penso  continuamente  alla  stessa  cosa,  ed  ecco  ci  che  ho
    incominciato a scrivere,  supponendo che,  per iscritto,  avrei meglio
    spiegato il mio pensiero,  giacch la mia presenza la irrita  -  disse
    porgendogli la lettera.
    Stepn  Arkadyc'  prese  il  foglio,  guard con perplesso stupore gli
    occhi appannati del cognato fissi su di lui e cominci a leggere:
    Vedo che la mia presenza vi  fastidiosa. Per quanto dolorosa sia per
    me tale costatazione,  capisco che la cosa  cos e che non pu essere
    altrimenti.  Non  ve ne faccio colpa,  e Dio mi  testimone che,  dopo
    avervi vista durante la malattia,  avevo deciso con tutta  l'anima  di
    dimenticare  ci  che    accaduto  tra di noi e di iniziare una nuova
    vita. Non mi pento e non mi pentir mai di quello che ho fatto,  ma ho
    desiderato una cosa sola: il vostro bene,  il bene della vostra anima,
    e adesso mi rendo conto che non ho raggiunto il mio scopo.  Ditemi voi
    stessa  che cosa potr darvi la felicit e la tranquillit dell'anima.
    Io mi rimetto alla vostra volont e al vostro senso di giustizia.
    Stepn Arkadyc' restitu la lettera al cognato e continu a  guardarlo
    perplesso,  senza  sapere  che  cosa  dire.  Quel  silenzio  era  cos
    imbarazzante per entrambi che le  labbra  di  Stepn  Arkadyc'  furono
    percorse  da  un tremito nervoso mentre taceva,  senza distogliere gli
    occhi dalla faccia di Karenin.
    - Ecco che cosa  volevo  dirle  -    articol  Aleksj  Aleksndrovic'
    voltandosi dall'altra parte.
    - S,  s... - disse Stepn Arkadyc', incapace di rispondere perch il
    pianto gli impediva di parlare.  - S,  s,  vi  capisco...  -  riusc
    finalmente a proferire.
    - Desidero sapere che cosa vuole lei - disse Aleksj Aleksndrovic'.
    - Ho paura che neppure lei capisca la sua situazione...  certo non pu
    essere un buon giudice - rispose Stepn Arkadyc' riprendendosi.  -  E'
    schiacciata,   letteralmente  schiacciata  dalla  tua  generosit.  Se
    legger questa lettera non avr certo la forza  di  rispondere  e  non
    sapr che chinare ancor di pi la testa.
    - S,  ma che fare in tal caso?  Come spiegarle...  come sapere quello
    che desidera?
    - Se permetti che io esprima la mia opinione,  spetta  a  te  indicare
    nettamente  quello che reputi necessario fare per metter fine a questa
    situazione.
    - Dunque tu ritieni che occorre farla cessare? - lo interruppe Aleksj
    Aleksndrovic'. - Ma come? - aggiunse,  dopo aver fatto con le mani un
    gesto di sconforto. - Non vedo alcuna possibile via d'uscita.
    -  Per  ogni situazione si pu trovare una via d'uscita - disse Stepn
    Arkadyc' alzandosi e animandosi. - C' stato un tempo in cui tu volevi
    spezzare... Se adesso ti persuaderai che voi due non potete pi essere
    felici insieme...
    - La felicit pu essere intesa in diversi modi.  Ma ammettiamo che io
    acconsenta  a  tutto,  e  non  chieda  nulla.  Quale pu essere la via
    d'uscita dalla nostra situazione?
    - Se vuoi conoscere il mio  pensiero...  -  rispose  Stepn  Arkadyc',
    sempre  con lo stesso sorriso all'olio di mandorla che aveva usato con
    la  sorella,   un  sorriso  cos  buono  e  persuasivo   che   Aleksj
    Aleksndrovic',  consapevole suo malgrado della propria debolezza,  ne
    subiva l'influenza, ed era pronto a credere a tutto quello che l'altro
    gli avrebbe detto. - Anna, da sola, non lo dir mai.  Ma una cosa sola
      possibile,  e  una  cosa sola ella pu desiderare - prosegu Stepn
    Arkadyc' - ed  questa: la cessazione dei rapporti di un tempo  e  dei
    ricordi  che  ad  essi  sono  collegati.   Secondo  me,  nella  vostra
    situazione,  sono necessari nuovi rapporti reciproci,  che non possono
    basarsi se non nella nuova libert di entrambi.
    - Il divorzio? - lo interruppe Aleksj Aleksndrovic' con ripugnanza.
    -  S,  penso  proprio che sia il divorzio - rispose arrossendo Stepn
    Arkadyc'.  - Sotto tutti i riguardi  certo il partito pi ragionevole
    per  i coniugi che si trovano nel vostro caso.  Che si pu fare quando
    due coniugi hanno costatato l'impossibilit della vita in  comune?  E'
    una eventualit che pu sempre accadere.
    Aleksj Aleksndrovic' sospir profondamente e chiuse gli occhi.
    -  Qui  c'  una sola cosa da considerare: se uno degli sposi desidera
    contrarre un nuovo matrimonio.  Altrimenti,   molto semplice -  disse
    Stepn Arkadyc' sentendosi sempre meno a disagio.
    Aleksj  Aleksndrovic',  con  il  viso  corrugato  per  l'agitazione,
    mormor qualche parola a fior di labbra, ma non rispose. Tutte le cose
    che a Stepn Arkadyc' parevano  molto  semplici,  egli  le  aveva  gi
    considerate  e  meditate  mille volte e,  ben lontano dal considerarle
    alla  stregua  di  questi,   le  giudicava  non  solo  complesse,   ma
    addirittura  impossibili.   Il  divorzio,   di  cui  conosceva  gi  i
    particolari,  gli pareva  ormai  impossibile  perch  il  senso  della
    propria  dignit  e del rispetto per la religione non gli consentivano
    di assumere su di s l'accusa fittizia di adulterio e, ancor meno,  di
    ammettere che la moglie,  da lui perdonata e amata, fosse riconosciuta
    colpevole e disonorata. E per altre ragioni, ancora pi importanti, il
    divorzio gli appariva impossibile.
    Che ne sarebbe stato,  infatti,  di suo figlio,  in caso di  divorzio?
    Lasciarlo con la madre era impensabile;  la madre,  appena ottenuto il
    divorzio,  avrebbe avuto la propria famiglia illegittima,  nella quale
    la  posizione  e  la  situazione del figliastro sarebbe stata penosa e
    trascurata.  Doveva dunque tenerlo con s?  Si rendeva conto  che,  da
    parte  sua,  sarebbe  stato un modo di vendicarsi del quale non voleva
    servirsi.  Oltre  a  ci,  poi,  Aleksj  Aleksndrovic'  riteneva  il
    divorzio la cosa pi impossibile perch, acconsentendovi, procurava la
    rovina di Anna. Ricordava le parole dettegli da Drija Aleksndrovna a
    Mosca che,  decidendo per il divorzio, egli pensava solo a se stesso e
    non  pensava  che  avrebbe  rovinato  completamente  lei.   E  Aleksj
    Aleksndrovic',  collegando  le  parole di Drija Aleksndrovna con il
    proprio perdono,  con il proprio attaccamento ai bambini,  comprendeva
    benissimo quelle parole. Acconsentire al divorzio, dare alla moglie la
    libert,  significava,  secondo  lui,  spezzare l'ultimo legame che lo
    univa alla vita,  abbandonare i bambini che amava,  e togliere  a  lei
    l'ultimo appoggio sulla via del bene,  spingendola alla rovina. Sapeva
    che,  una volta divorziata,  Anna si sarebbe unita a Vronskij,  e  che
    quella  relazione  sarebbe  stata  illegittima e colpevole,  poich la
    donna,  secondo i dettami della religione,  non pu contrarre un nuovo
    matrimonio sino a che vive il marito.  Ella si unir a lui,  e tra un
    anno o due o egli  l'abbandoner,  o  ella  stringer  nuovi  legami,
    pensava  Aleksj  Aleksndrovic'.  E  io,  avendo  acconsentito  a un
    divorzio illegittimo,  sar responsabile della sua rovina.  Su queste
    cose  aveva  riflettuto  centinaia  di  volte,  ed era convinto che il
    divorzio non solo non era molto semplice,  come affermava suo cognato,
    ma assolutamente impossibile.  Non credeva a una sola parola di Stepn
    Arkadyc';  per ogni sua parola egli aveva pronte mille  obiezioni,  ma
    non  ascoltava,  sentendo  che  esse  erano  l'espressione  di  quella
    possente,  volgare forza bruta che dominava la sua vita e  alla  quale
    egli, in ultimo, avrebbe dovuto assoggettarsi.
    -   Tutta  la  questione  si  riduce  a  questo:  a  quali  condizioni
    acconsentiresti al divorzio?  Anna non vuole nulla,  non osa chiederti
    nulla, si affida del tutto alla tua magnanimit.
    Mio  Dio,   mio  Dio!  Perch  tutte  queste  cose?,  pens  Aleksj
    Aleksndrovic' rammentando i particolari del divorzio nel caso che  il
    marito assumesse su di s la colpa e, con lo stesso gesto di Vronskij,
    si copr con le mani il viso rosso di vergogna.
    - Sei commosso, e lo capisco. Ma se rifletterai...
    E se qualcuno ti colpisce sulla guancia destra, offrigli l'altra, e a
    chi  ti  porta  via  il mantello,  non negare la tunica (120),  pens
    Karenin.
    - S,  s - esclam con voce stridula.  - Prender su di me la  colpa,
    abbandoner  anche  mio  figlio,  ma...  ma non sarebbe meglio lasciar
    andare? Del resto, fa' quello che vuoi...
    E,  voltate le spalle al cognato,  come se non  volesse  che  egli  lo
    vedesse,  and  a  sedersi  vicino  alla  finestra.  Provava amarezza,
    vergogna ma, insieme con questa amarezza e questa vergogna, sentiva un
    senso di gioia di fronte all'altezza della propria umilt.
    Stepn Arkadyc' era commosso. E taceva.
    - Aleksj Aleksndrovic', credimi,  Anna apprezzer la tua magnanimit
    - disse.  - Evidentemente questa era la volont di Dio-aggiunse, ma si
    rese subito conto di aver detto una sciocchezza,  e trattenne a fatica
    un sorriso sulla propria stupidit.
    Aleksj  Aleksndrovic'  avrebbe  voluto  rispondere  qualcosa,  ma le
    lacrime glielo impedirono.
    - E' una fatale sciagura  e  bisogna  accettarla.  Io  accetto  questa
    sventura  come  un fatto compiuto e cercher di aiutare te e lei disse
    Stepn Arkadyc'.
    Quando usc dallo studio del cognato, era commosso,  il che per,  non
    gli  imped  di  essere  contento  del  risultato  ottenuto poich era
    convinto che Aleksj Aleksndrovic' non avrebbe ritrattato le  proprie
    parole.  A  questa  soddisfazione  si  aggiungeva  anche il fatto che,
    quando la faccenda fosse conclusa,  egli avrebbe chiesto alla moglie e
    agli  amici:  Che  differenza  passa  tra  me e lo zar?  Lo zar fa il
    "razvod" (121) che  non  giova  a  nessuno,  mentre  io  ho  fatto  il
    "razvod",  che  ha  fatto  star  meglio  tre  persone...  Oppure:  che
    somiglianza c' tra me e lo zar?  Quando...  ma ci penser su meglio,
    concluse con un sorriso.


    CAPITOLO 23.

    La  ferita  di  Vronskij  era pericolosa e,  bench il cuore non fosse
    stato leso,  egli rimase per parecchi giorni tra la vita e  la  morte.
    Quando, per la prima volta, fu in grado di parlare, nella camera c'era
    soltanto sua cognata Vrija.
    -  Vrija!  - disse,  guardandola con espressione severa, - io mi sono
    ferito per sbaglio. E, ti prego, di non parlare mai di questa cosa con
    nessuno, ad ogni modo di' cos a tutti. Di' che  stata una disgrazia:
    farei una figura troppo stupida!
    Senza rispondere, Vrija si chin su di lui e lo guard con un sorriso
    di gioia: gli occhi del malato erano chiari e senza febbre, ma la loro
    espressione era severa.
    - Ah, sia lodato Iddio! - mormor. - Soffri ancora?
    - Un poco qui - egli rispose, e indic il petto.
    - Ora ti rifaccio la fasciatura.
    In  silenzio,  stringendo  le  mascelle,  egli  la  guardava  fare  la
    medicazione. Quando ebbe finito, egli disse:
    - Non sto delirando,  sai?  Ti prego di fare in modo che non si sappia
    che ho tentato di uccidermi.
    - Nessuno lo dice. Spero soltanto che non ti accada pi di ferirti per
    sbaglio - disse Vrija con un sorriso interrogativo.
    - Probabilmente no,  ma  sarebbe  stato  meglio...  -  E  sorrise  con
    espressione cupa.
    Nonostante  quelle  parole e quel sorriso che avevano tanto sgomentato
    Vrija,  quando,  scomparsa l'infiammazione,  il  giovane  cominci  a
    riprendersi,  si  sent liberato da una parte delle sue sventure.  Con
    quel gesto egli si era, per cos dire, lavato dall'umiliazione e dalla
    vergogna che provava prima.  Poteva ora pensare con calma  ad  Aleksj
    Aleksndrovic';  riconosceva tutta la sua magnanimit e non ne era pi
    umiliato.  Inoltre si trovava di nuovo incamminato lungo la sua antica
    carreggiata di vita,  gli era di nuovo possibile guardare in faccia la
    gente e riprendere a vivere come un tempo.  Una cosa sola non riusciva
    a  strapparsi  dal  cuore,  bench  lottasse  senza  posa  contro quel
    sentimento: era il rimpianto, che raggiungeva la disperazione, di aver
    perduto per sempre Anna. Il fatto che ora, riscattata la propria colpa
    di fronte al marito,  dovesse rinunziare a lei  e  non  mettersi  pi,
    d'ora  innanzi,  tra lei pentita e il marito,  era una cosa fermamente
    decisa nel suo cuore;  ma dal  cuore  non  riusciva  a  strapparsi  il
    rammarico di aver perduto l'amore di lei,  non poteva cancellare dalla
    memoria quei minuti di felicit che aveva conosciuti accanto ad  Anna,
    minuti  che  allora  non  aveva  saputo apprezzare e il cui fascino lo
    perseguitava ora pi che mai.
    Serpuchovskij aveva ottenuto per lui una nomina a Tasknt, e Vronskij,
    senza la minima esitazione,  l'aveva  accettata;  ma,  quanto  pi  si
    avvicinava  il momento della partenza,  tanto pi penoso gli diventava
    il sacrificio che faceva e che considerava suo dovere compiere.
    La ferita era ormai guarita;  cominciava a uscire e si preparava  alla
    partenza per Tasknt.
    Vederla una volta ancora e poi fuggire,  morire...,  pensava, e, nel
    fare a Betsy la visita di addio,  le espresse  questo  suo  desiderio.
    Messaggera  di  tale  desiderio,  Betsy  si era recata da Anna e aveva
    riferito a Vronskij il rifiuto di lei.
    Tanto meglio,  pens Vronskij  ricevendo  quella  risposta.  Questa
    debolezza avrebbe distrutto le mie ultime forze!.
    Il  giorno  dopo,  Betsy si rec in persona da lui e l'inform di aver
    avuto,  attraverso Oblonskij,  la notizia sicura che Karenin stava per
    chiedere il divorzio e che avrebbe potuto vedere Anna.
    Senza  neppure  curarsi di accompagnare Betsy a casa,  dimentico della
    sua  decisione  di  partire,  senza  chiedersi  quando  sarebbe  stato
    possibile  il colloquio e dove fosse il marito,  Vronskij and subito,
    trattenendosi a stento dal correre, in casa Karenin.  Fece le scale in
    volata,  non incontr nessuno e, senza preoccuparsi se Anna fosse sola
    o no,  entr nella camera di lei,  la strinse  tra  le  braccia  e  le
    ricopr di baci il viso, il collo, le mani.
    Anna si era preparata,  s,  a quel colloquio, aveva pensato a ci che
    egli avrebbe detto,  ma non ebbe il tempo di dir nulla: la passione di
    lui  la  travolse  e si trasfuse in lei.  Voleva calmarlo e calmare se
    stessa,  ma ormai era troppo tardi: le labbra le tremavano a tal punto
    che, per un pezzo, non le fu possibile dire una parola.
    -  S,  tu  mi  hai  presa  tutta e io sono tua!  - mormor finalmente
    stringendosi al petto le mani di lui.
    - Cos doveva essere e cos sar finch vivremo. Ora lo so.
    - E' vero - ella disse facendosi sempre pi pallida  e  stringendo  il
    capo di lui.  - Eppure non  orribile questo,  dopo tutto quello che 
    successo?
    - Tutto si accomoder,  tutto si accomoder!  Saremo tanto felici!  Il
    nostro amore, se potesse diventare pi intenso, lo diventerebbe per il
    fatto che v' in esso qualcosa di orribile!- disse Vronskij alzando il
    capo, mentre il sorriso gli scopriva i denti candidi.
    E  Anna non pot non sorridergli,  ma quel sorriso non rispondeva alle
    parole di lui, bens ai suoi occhi pieni di amore.  Gli prese una mano
    e con essa si carezz le guance divenute fredde e i capelli corti.
    - Non ti riconosco pi con questi capelli corti!  Sei diventata ancora
    pi bella; sembri un ragazzo. Ma come sei pallida!
    - S,  mi sento debolissima - disse Anna con un sorriso.  E le  labbra
    ripresero a tremarle.
    - Andremo in Italia, ti rimetterai - rispose Vronskij.
    - E' mai possibile che possiamo partire soli come marito e moglie, con
    una nostra famiglia,  tu e io? - ella disse guardandolo negli occhi. -
    Stiva dice che "lui" acconsente a tutto,  ma io non posso accettare la
    "sua"  generosit  -  dichiar  Anna  guardando  pensierosa il viso di
    Vronskij.  - Io non voglio il divorzio,  ora non me  ne  importa  pi.
    Soltanto non so quello che decider per Serza...
    Vronskij  non  poteva  capire  come  mai,  in un momento simile,  ella
    potesse pensare e  parlare  del  figlio  e  del  divorzio.  Non  erano
    questioni secondarie, per allora?
    -  Non parlare di questo,  non pensarci - la esort Vronskij rigirando
    la mano di Anna nella sua e cercando di richiamare su  di  s  la  sua
    attenzione; ma lei continuava a non guardarlo.
    -  Ah,  perch  non sono morta?  Come sarebbe stato meglio!  - esclam
    Anna,  mentre lacrime silenziose le scorrevano sulle guance.  Tuttavia
    si sforz di sorridere per non rattristarlo.
    Con  il  suo  modo di pensare di una volta,  Vronskij avrebbe ritenuto
    disonorevole e impossibile ricusare il posto onorifico e pericoloso  a
    un  tempo di Tasknt;  ma in quel momento non esit un istante.  Senza
    pi riflettere vi rinunzi e poi,  vedendo  che  il  suo  gesto  aveva
    suscitato  la  disapprovazione dei superiori,  diede immediatamente le
    dimissioni.
    Un mese dopo Aleksj Aleksndrovic' restava solo con il figlio nel suo
    appartamento,  mentre Anna partiva per  l'estero  con  Vronskij,  dopo
    avere categoricamente rifiutato il divorzio.














    NOTE:

    N. 107. Bisogna battere il ferro, pestarlo, forgiarlo.
    N. 108. Strada di Mosca e mercato di cacciagione e primizie.
    N. 109. Piatto forte.
    N. 110. Adattamento dell'inizio di una poesia di Afanasij Afanas'evic'
    Fet (1820-1892): Non essere,  o teologo, severo! E tu, moralista, non
    infierire contro tutti!.
    N. 111.  Nel 1871 era stata attuata in Russia una riforma che limitava
    l'insegnamento  delle  scienze  naturali,  considerate  pericolose  in
    quanto materialistiche.  Tolstj era piuttosto scettico sull'efficacia
    dell'insegnamento della lingua latina quale salvezza dal nichilismo.
    N. 112. Diciamo la parola.
    N.  113.  Capelli lunghi,  cervello corto. Tolstj non era affatto per
    l'emancipazione della donna  n  per  il  suo  accesso  all'istruzione
    superiore.  Per  lui  la  funzione della donna si riduceva a quella di
    sposa e madre.
    N. 114. Comunit, cooperativa di contadini.
    N.  115.  In questa maniera Tolstj aveva dichiarato il  suo  amore  a
    Sof'ja Bers, che divenne poi sua moglie.
    N.  116. Particolare autobiografico: anche Tolstj, prima di sposarsi,
    consegn alla sua futura moglie, Sof'ja Bers, il proprio diario.
    N.  117.  Guida russa delle  comunicazioni  ferroviarie  e  marittime,
    uscita a Mosca nel 1870.
    N.  118.  La  frase  latina:  "Quos  vult  perdere  Juppiter dementat"
    significa: Giove fa uscire  di  senno  coloro  che  vuole  mandare  in
    rovina.
    N. 119. Il corso centrale di Pietroburgo.
    N.  120.  Ecco  come  suona  Matteo 5,39-40: Se uno ti percuote nella
    guancia destra,  porgigli anche l'altra.  Se uno vuol litigare con te,
    per toglierti la tunica, cedigli anche il mantello.
    N.  121. Giuoco di parole su "razvod", che significa divorzio e parata
    militare.
