Titolo: Idilli
Autore: Teocrito
Lingua originaria: Greco
Traduttore: Ettore Romagnoli
Casa Editrice: Nicola Zanichelli Editore - Bologna
Luogo di pubblicazione: Bologna
Data di pubblicazione: 1925
Codice ISBN: Non esistente
Collana: I POETI GRECI TRADOTTI DA ETTORE ROMAGNOLI

VERSIONE ELETTRONICA - PER I NON VEDENTI - CURATA DA AMEDEO MARCHINI
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INDICE:
1-  La morte di Dafni
2-  La fattura
3-  La serenata
4-  Di palo in frasca
5-  La sfida
6-  Galatea
7-  Le talisie
8-  I mandriani
9-  I cantori
10- I mietitori
11- Il Ciclope
12- Il rubacuori
13- Ila
14- L'innamorato di Cinisca
15- Le siracusane
16- Le Grazie o Ierone
17- Encomio di Tolomeo
18- Epitalamio d'Elena
19- Il ladro di favi
20- Il bifolchetto
21- I pescatori
22- I Dioscuri
23- L'innamorato
24- Ercole in culla
25- Ercole che uccide il leone
26- Le baccanti
27- Il colloquio d'amore
28- La rocca
29- Fra due fanciulli
30- Epigrammi


,1, LA MORTE DI DAFNI
Personaggi:
Tirsi
Un capraro

TIRSI
Questo susurro  soave, pastore, e quel pino che canta
presso le fonti; e la tua sampogna pur essa  soave.
Sarai tu, dopo Pane, secondo a la gara del suono.
Se un capro ei bramer corngero, avrai tu la capra.
Se il premio egli vorr della capra, tu avrai la capretta:
della capretta  dolce la carne, sinch non la mungi.

CAPRARO
O pecoraro, il tuo canto pi dolce risuona de l'acqua
armonosa che gi per la roccia da l'alto s'effonde.
Se mai le Muse avranno per dono un capretto, compenso
tu d'un agnello avrai, lattonzolo ancora: se a quelle
piaccia gradir l'agnello, tu allora la pecora avrai.

TIRSI
Vuoi, per le Ninfe, vuoi capraro, qui dunque sedere
e sufolare? Io frattanto far la guardia a le capre.

CAPRARO
O pecoraro, a noi permesso non  sufolare
sul mezzogiorno. Abbiamo paura di Pane: ch stanco
ei dalla caccia appunto riposa. Bisbetico  allora!
Ma, Tirsi, poi che tu cantasti di Dafni i cordogli,
e dell'agreste Musa toccasti i supremi fastigi,
qui sotto questo pioppo sediamo, dinanzi a Priapo,
ed alle Ninfe, dei fonti custodi, dov' questo seggio
di pecorari, e frondeggiano querce. Se tu canterai
come allorch gareggiasti con Cromi di Libia, una capra
io ti dar ch'ebbe un parto gemello, da munger tre volte,
ch' due capretti, e inoltre ne mungi due secchie di latte,
ed una bmbola fonda, spalmata di cera soave,
a doppia ansa, foggiata test, che d'intaglio anche odora.
L'edera fitta addensa le foglie d'intorno al suo labbro,
tutta di fior d'elicrsi chiomata. E di sotto si gira
una voluta, tutta superba di coccole gialle.
Foggiata  fra i due giri, divino ornamento, una donna
chiusa nel peplo, adorna del velo. Le sono d'accanto
due ben chiomati garzoni, che gara d'alterne parole
l'uno con l'altro fanno. Ma ci non commuove la donna.
Ella un istante a l'un d'essi rivolge lo sguardo, e sorride:
subito poi si distoglie, e bada a quell'altro. E gli amanti,
con le pupille stanche, da un pezzo si affannano invano.
Dietro a costoro, un vecchio che pesca  foggiato, e una rupe
scabra e scoscesa, da cui s'affanna quel vecchio a lanciare
una gran rete; e pare prostrato da grave stanchezza.
Quanto vigore egli ha, tanto par che ne impieghi a pescare,
cos pel collo a lui tutto intorno si gonfian le vene.
Tanto cos lontano dal vecchio che in mar si travaglia,
bella una vite si vede, gravata di grappoli rossi,
ed un fanciullo la guarda, seduto su un mucchio di sterpi.
Due volpi attorno a lui. Pei filari una d'esse movendo,
l'uva matura divora: quell'altra rivolge ogni astuzia
alla bisaccia, e dice che il bimbo lasciar non intende,
se prima sana e salva non tragga di l la merenda.
E il bimbo intanto intreccia coi giunchi asfodeli, e si foggia
una gabbietta da grilli. N a cuor la bisaccia o la vigna
tanto gli stanno, quanto si gode a intrecciar la sua gabbia.
Tutto d'attorno gira volubile acanto la coppa:
 pastorale portento, prodigio  che induce a stupore.
N questo labbro mai l'ha toccata, ma intatta  rimasta.
Ed io ben volentieri donartela, o caro, vorrei,
se tu volessi in cambio cantarmi quell'inno soave.
N io davvero voglio burlarti. Comincia, o mio caro:
non vorrai certo il tuo canto serbare a l'oblio de l'Averno.

TIRSI
Muse, intonate, Muse dilette, l'agreste canzone.
Io sono Tirsi d'Etna, e questa  la voce di Tirsi.
Ove eravate allorch mor Dafni, ove, Ninfe, eravate?
Per le ridenti valli pene, per i gioghi di Pindo?
Non su la gran corrente dell'napo certo eravate,
non su la vetta de l'Etna, non d'Aci sui rivoli sacri.
Muse, intonate, Muse dilette, l'agreste canzone.
Lui le pantere, lui piangevan con l'lulo i lupi,
quando mora: lo pianse perfin dal querceto il leone.
Muse, intonate, Muse dilette, l'agreste canzone.
Dinanzi ai piedi suoi, molti bovi con molte giovenche,
con molti tori, e molti vitelli facevano lagno.
Muse, intonate, Muse dilette, l'agreste canzone.
Venne primissimo Ermte da l'alpe, e gli disse: Chi mai,
Dafni, ti strugge? Per chi, mio caro, sei preso d'amore?
Muse, intonate, Muse dilette, l'agreste canzone.
Vennero poi pastori di buoi, guardiani di capre,
chiesero tutti che male patisse. Venne anche Pripo.
Misero Dafni - disse - ti struggi? Perch? La fanciulla
muove a cercarti per tutte le fonti, per tutte le selve.
Tristo amatore, ahim, sei tu, che d'astuzie sei privo.
Muse, intonate, Muse dilette, l'agreste canzone.
Quando il capraro vede le capre domate in amore,
tutto si strugge negli occhi, perch non  capro egli stesso.
Muse, intonate, Muse dilette, l'agreste canzone.
Cos, se vedi tu le fanciulle che ridon soavi,
tutto negli occhi ti struggi perch tu con esse non danzi.
Muse, intonate, Muse dilette, l'agreste canzone.
Anche la Diva giunse di Cipro, e soave rideva,
ma d'ingannevole riso, ch in cuore celava lo sdegno.
E: Dafni - disse - tu ti vantavi di vincere Amore:
ecco: e da crudo amore non sei vinto invece tu stesso?
Muse, intonate, Muse dilette, l'agreste canzone.
E le rispose Dafni cos: Crudelissima Cipri,
Cipri vendicativa, nemica degli uomini Cipri,
dirmi vuoi tu che per me tramonta oggi l'ultimo sole?
Ma Dafni, anche ne l'Orco sar per amore un gran cruccio.
Muse, intonate, Muse dilette, l'agreste canzone.
Quel mandrano, raccontano, a Cpride... Rcati all'Ida,
muovi ad Anchise: l fioriscono cperi e querce,
d'intorno agli alveari soavi l ronzano pecchie.
Muse, intonate, Muse dilette, l'agreste canzone.
Adone il bello  anch'esso fiorente, e le greggi pastura,
lepri colpisce, tutte persegue le fiere a la caccia.
Muse, intonate, Muse dilette, l'agreste canzone.
A Domede, poi, vicina ti reca, ivi sosta,
e digli: Ho vinto Dafni bovaro: or tu prvati meco.
Muse, intonate, Muse dilette, l'agreste canzone.
Lupi, sciacalli ed orsi, nascosti per gli antri dei monti,
addio! Dafni, pastore di bovi, mai pi ne la selva,
pi nel querceto, pi non verr per i boschi. Aretusa,
e voi, fiumi che belli scendete dal Tmbride, addio!
Muse, intonate, Muse dilette, l'agreste canzone.
Dafni sono io, che i bovi soleva qui al pascolo addurre,
Dafni sono io, che tori guidava e giovenchi alla fonte.
Muse, intonate, Muse dilette, l'agreste canzone.
O Pan, Pan, se tu sei del Lico sopra l'alpe gigante,
o se t'aggiri sul Mnalo eccelso, a questa isola vieni:
vieni in Sicilia, e lascia l'aerea d'lice vetta,
e di Licne la tomba, che sacra  perfino ai Celesti.
Muse, troncate, Muse dilette, l'agreste canzone.
Vieni, Signore, e questa sampogna, spalmata di cera,
armonosa, ricurva vicino a le labbra, gradisci:
ch io, vinto d'amore, son gi trascinato nell'Orco.
Muse, troncate, Muse dilette, l'agreste canzone.
Ed ora, o cardi, o spini, fiorisca su voi la vola,
ora il narciso bello s'effonda a chiomare i ginepri,
mutino tutte le cose, dal pino maturino pere,
ora che Dafni muore, la lepre persegua i segugi,
coi rosignoli nel canto gareggino i gufi pei monti,
Muse, troncate, Muse dilette, l'agreste canzone.
Tacque, poi ch'ebbe detto cos. Lo voleva Afrodite
pur sollevare; ma tutti caduti di mano alle Parche
eran gli stami; e Dafni discese pei rivi di morte:
sommerse il gorgo l'uomo diletto a le Muse, a le Ninfe.
Muse, troncate, Muse dilette, l'agreste canzone. -
E tu, dammi la coppa, la capra mi da', ch'io la munga,
ed alle Muse liba. - Salvete voi sempre, salvete,
Muse! Pi dolce sar nei giorni venturi il mio canto.

CAPRARO
A te di miele, o Tirsi, la bocca leggiadra si colmi,
si colmi a te di favi: del fico soave d'Egla
possa nutrirti: ch tu le cicale sai vincer nel canto.
Eccoti il calice, amico: non senti che dolce fragranza?
Non lo diresti emerso dai puri lavacri de l'Ore? -
Cissta, vieni qui. - Tu mungila pure. - Caprette,
non vi sbandate, voi! Fuggite quel becco petulco.

,2,  LA FATTURA
Personaggi:
Simta
Tstili, ancella di Simta

Simta
Dov' l'alloro? Tstili, reca l'alloro. Ed i filtri?
Ghirlanda la caldaia con fiore purpureo di lana,
ch'io possa l'amor mio legar, ch' con me s crudele.
Son gi dodici giorni, da che non s' fatto vedere,
lo sciagurato; e non sa neppure se vivo o son morta,
n venne a battermi a l'uscio, crudele! Ch Amore e Afrodite
mossero lungi, recando con s le volubili brame.
Dimani alla palestra andr di Timgeto: ch'io
possa vederlo, e rimproverarlo di come mi tratta.
Con incantesimi adesso lo voglio irretire. Selne,
mstrati fulgida  a te lever susurrando il mio canto,
ed all'inferna Trivia, di cui treman sino le cagne,
quando ella avanza sopra le tombe ed il livido sangue. -
Salve, compagna a me sii, terribile Trivia, nei riti
sino alla fine: pari tu rendi i miei farmachi a quelli
di Circe, di Meda, di Perimeda chioma bionda.
Alla mia casa, torquilla, tu spingi a venire quell'uomo.
(Gitta sul fuoco farina)
Prima si strugga sul fuoco farina. Tu, Tstili, impasta.
O sciagurata, dove svagata ti sei col pensiero?
Turpe ti sembra forse, ridevole quello ch'io faccio?
Impasta, e insieme di' cos: L'ossa impasto di Delfi.
Alla mia casa, torquilla, tu spingi a venire quell'uomo.
(Gitta sul fuoco alloro)
Delfi mi tortur. L'alloro per Delfi ora brucio.
E come questo alloro bruciandosi crpita forte,
e sbito s'accese, che cenere pur non si vide,
anche di Delfi il corpo cos su la fiamma si strugga.
Alla mia casa, torquilla, tu spingi a venire quell'uomo.
(Gitta sul fuoco cera)
E come questa cera si strugge, e una Diva m'assiste,
cos sbito Delfi di Mindo si strugga d'amore.
(Fa mulinare un dischetto di bronzo)
E come questa ruota di bronzo Afrodite mulina,
dinanzi all'uscio mio cos Delfi si debba aggirare.
Alla mia casa, torquilla, tu spingi a venire quell'uomo.
(Gitta sul fuoco crusca)
Or brucer la crusca, Artmide, e tu l'adamanto,
o quale altra sia cosa nell'Ade pi salda, ora scrolla.
Tstili, per la citt le cagne ora vanno ululando:
muove la Dea pei trivi: percuoti il bacile di bronzo.
Alla mia casa, torquilla, tu spingi a venire quell'uomo.
Tace frattanto il mare, le raffiche taccion dei venti;
ma dentro il seno mio, la pena d'amore non tace,
ma tutta quanta brucio per quello che me derelitta,
invece che sua sposa, rendea non pi vergine, e grama.
Alla mia casa, torquilla, tu spingi a venire quell'uomo.
Libo tre volte, e a te questa prece, o divina, rivolgo:
sia che una donna, sia che un uomo al suo fianco si giaccia,
lo colga sommo oblio, come quello onde un giorno Teso
ne l'isola di Nasso scordava la bella Aranna.
Alla mia casa, torquilla, tu spingi a venire quell'uomo.
V'ha presso gli Arcadi un'erba che rende i cavalli dementi,
pazzi in ogni alpe manda puledre e veloci corsieri.
Cos vedessi a questa mia casa, con aria di folle,
precipitarsi Delfi, lontan da la bella palestra.
Alla mia casa, torquilla, tu spingi a venire quell'uomo.
(Strappa una frangia e la gitta sul fuoco)
Delfi una volta dal suo mantello perde' questa frangia.
Ora la faccio a pezzi, la gitto sul fuoco selvaggio.
Amore amaro, perch da le membra il rosso mio sangue,
come una sanguisuga palustre, m'hai tutto succhiato?
Alla mia casa, torquilla, tu spingi a venire quell'uomo.
(Gitta sul fuoco una salamandra)
Questa triturer salamandra, veleno mortale,
te la far ber dimani. Tu, Tstili, spalma queste erbe
sopra la soglia sua, finch notte  ancora. Poi sopra
sputaci, e di' cos: Son l'ossa di Delfi ch'io spalmo.
Alla mia casa, torquilla, tu spingi a venire quell'uomo.
(Tstili esce)

IL RACCONTO
Ora che sola sono io, donde mai pianger questo amore?
Comincer da colei che m'indusse nel cuor tali pene.
Anasso giunse a noi, la figlia d'Eublo, che al bosco
sacro d'Artmide andava canfora: dietro al corteo,
con una lionessa movevano in giro altre belve.
Dimmi dond'ebbe principio l'amor, veneranda Selne.
E Tracia, la meschina, la balia di Teomarda,
ch'era uscio ad uscio con me, mi preg di recarmi al corteo
con lei, mi scongiur! Sciagurata, io la feci contenta.
Misi una tunica bella, di bisso, a strascico lungo,
ed una veste di lusso: tagliata l'avea Clearista.
Dimmi dond'ebbe principio l'amor, veneranda Selne.
A mezza strada gi, di Licne vicino ai poderi,
io Delfi vidi, e Domapuledri, che andavano insieme.
Era la guancia d'entrambi pi bionda che fior d'elicrso,
fulgeano i petti loro pi assai che il tuo lume, Selne,
ch dal travaglio recente venian de la bella palestra.
Dimmi dond'ebbe principio l'amor, veneranda Selne.
Come lo vidi, cos ne fui pazza, cos fu trafitto,
misera me, questo cuore. La sua venust mi struggeva;
n pi vidi il corteo, n come pi a casa tornassi
seppi: ch me d'amore sfaceva ardentissima febbre.
E in letto dieci d, dieci notti continue giacqui.
Dimmi dond'ebbe principio l'amor, veneranda Selne.
Era la pelle mia divenuta colore del bsso,
tutti dal capo m'eran caduti i capelli: rimasto
altro non c'era di me che l'ossa e la pelle. A qual casa
di vecchia fattucchiera non corsi? Di chi mi scordai?
Per, nulla mi dava sollievo; ed il tempo fuggiva.
Dimmi dond'ebbe principio l'amor, veneranda Selne.
E allora, poi, svelai tutto quanto il segreto a la schiava:
Tstili, qualche rimedio tu trova al mio morbo crudele.
Il Mindio presa m'ha tutta quanta: a la bella palestra
di Timagte, presto, tu rcati, e attendilo al varco:
quivi ei frequenta: quivi gli  dolce trascorrere il tempo.
Dimmi dond'ebbe principio l'amor, veneranda Selne.
E di nascosto a lui, quando vedi ch' solo, fa' cenno,
e di' cosi: Ti chiama Simta - ed a me lo conduci.
Cos le dissi. And la schiava, il bellissimo Delfi
condusse alla mia casa; ed io, come l'ebbi veduto
varcar della mia porta la soglia col piede leggero,
- dimmi dond'ebbe principio l'amor, veneranda Selne -
tutta pi fredda che neve divenni, mi scrse il sudore
gi da la fronte a rivoli, al pari di molle rugiada,
n pronunciare una sola parola potei, neppur quanto
vagisce un bimbo, quando nel sonno si volge alla mamma,
ma tutta rigida e bianca, qual bambola, in viso divenni.
Dimmi dond'ebbe principio l'amor, veneranda Selne.
E quel disamorato, a terra figgendo lo sguardo,
sede' sul letto, e quivi seduto restando, mi disse:
Simta mia, davvero tu m'hai prevenuto di quanto
io superato ho ieri Filino garbato a la corsa.
Chiamato alla tua casa tu m'hai prima ch'io ci venissi.
Sarei, pel dolce Amore, sarei questa notte venuto,
al primo buio, e due, tre amici m'avrebber seguito,
di Bacco i pomi a te recando in un lembo del manto,
cinto di pioppo bianco, del ramo che ad Ercole  sacro,
stretto in corone, tutto di nastri di porpora avvolto.
Dimmi dond'ebbe principio l'amor, veneranda Selne.
Se ricevuto m'avessi, sarebbero state dolcezze:
per che sdutto e snello mi dicon fra i giovani tutti,
e la tua bocca bella soltanto baciar mi bastava.
Ma se respinto m'avessi, se l'uscio restava sbarrato,
contro di voi venute sarebbero fiaccole e scuri.
Dimmi dond'ebbe principio l'amor, veneranda Selne.
Ora alla Dea di Cipro devo io prima rendere grazie,
e dopo Cpride a te, che tratto m'hai fuor dalle fiamme,
a questa casa tua chiamandomi, o donna, quando ero
mezzo bruciato gi: ch pi della vampa d'Efesto
che in Lipari arde, brucia sovente la fiamma d'amore.
Dimmi dond'ebbe principio l'amor, veneranda Selne.
Spesso, con tristi furie, dal talamo fuor la fanciulla
Amore spinge, spinge la sposa, che lascia le coltri
tepide ancor dello sposo. Mi disse cos; gli credetti
le man gli strinsi, caddi reclina sul morbido letto.
E presto corpo a corpo rendeva tepore, ed i visi
eran pi ardenti, pi ardenti, scambiandoci dolci susurri.
E senza farti lunghi discorsi, mia cara Selne,
fu la grande opra compiuta, fu paga d'entrambi la brama.
E in nulla egli dov lagnarsi di me, fino a ieri,
n io punto di lui. Ma giunta  quest'oggi Filista,
ed altre cose molte mi disse, e che Delfi  invaghito.
Se poi sia questo amore di femmina o d'uomo, mi disse
che non sapea di certo; ma questo sapea: che in onore
dell'amor suo, vin pretto libava; e che infine, fuggito
era, per fargli adorna la casa - dicea - di corone.
La stranera ci m'ha narrato. Ed  vero: ch prima
tre, quattro volte al giorno veniva a torvarmi, e sovente
a casa mia lasciare l'ampolla soleva de l'olio:
ora son dodici giorni compiuti, da che non l'ho visto.
Vero non  che qualche altro lo tiene, e di me s' scordato?
Ora l'irretir coi filtri; e se ancor mi d cruccio,
batter dovr le porte d'Averno, lo giuro a le Parche:
tali, ti dico, serbo per lui nel cestello mortali
tssici, che mi die', Selne, un foresto, un Assiro.
Ma tu lieta ora i tuoi puledri a l'Ocano volgi,
ed io sopporter, come ognor sopportai, la mia pena.
Salute a te, Selne dal fulgido aspetto! Salute,
astri, che dietro il suo carro seguite la placida notte!

,3,  LA SERENATA
Personaggi:
Un capraro
Ttiro, personaggio muto

Per Amarilli voglio cantare la mia serenata.
Pascon le capre mie frattanto sul monte: le spinge
Ttiro. - Ttiro, a me tanto caro, pastura le capre:
guidale, Ttiro, presso la fonte, ch bevano; e tieni
d'occhio quel becco petulco di Libia, che avesse a cozzare!

SERENATA
O graziosa Amarilli, perch non fai pi capolino
sotto a quell'antro? Perch non mi chiami pi cccolo? Forse
tu m'aborrisci? Da presso, ti sembro davvero camuso?
Ti par ch'abbia la bazza? Farai, bella mia, ch'io m'impicchi.
Vedi, che dieci pomi ti reco. Li ho colti l, proprio
dove tu mi dicesti: domani, altri ancora ne avrai.
Guarda il corruccio mio, che il cuore mi morde! Potessi,
deh!, tramutarmi in ape ronzante, e traverso l'intrico
d'llera e felce, che fitto lo maschera, entrar nel tuo speco!
Ho conosciuto adesso, Amore che sia. Crudo Nume!
Di lonessa il latte succhi: lo nutr fra le macchie
la madre sua: ch m'arde, ch in fondo mi pnetra l'ossa.
Occhi di grazia, pupilla d'azzurro, tcco di burro,
abbraccia, Ninfa, questo capraro, ch un bacio ti scocchi:
anche nei vani baci si gusta serena dolcezza.
Tu farai s ch'io sfrondi, ch'io spcini questa ghirlanda
d'llera, che preparai per te, mia soave Amarilli,
e v'intrecciai petrosello fragrante, e corolle di fiori.
Povero me, che far? Tristo me, dunque tu non m'ascolti?
Butter via la pelliccia, mi scaraventer nel mare,
da quella rupe dove siede Opi alla caccia dei tonni;
e quando sar morto, tu allora sarai soddisfatta.
Ieri, l'avevo capita di gi. Dimandavo se m'ami;
e del papavero il boccio percosso, non diede lo scoppio,
ma si schiacci cos, floscio floscio, sul molle del braccio.
Il vero detto gi m'avea l'indovina del vaglio,
che quivi, presso a noi, coglieva le spighe: ch'io sono
di te perduto, e invece di me tu non fai verun conto.
Bianca una capra con due gemelli per te custodisco:
sempre la chiede a me l'ancella di Mrnone bruna;
ed io glie la dar, perch tu fai con me la spocchiosa.
L'occhio diritto mi balza: che forse io la debba vedere?
A questo pino voglio poggiarmi cos, vo' cantare.
Forse, mi guarder: ch poi, non  mica di ferro!
Quando Ippomne volle sposar la fanciulla Atalanta,
i pomi d'oro sparse, correndo, pel suolo; e la bella,
come li vide, usc pazza, piomb nell'abisso d'amore.
E l'indovino Melampo, dai monti dell'Otride, a Pilo
d'Ificlo spinse gli armenti. Cos fra le braccia a Biante
d'Alfesiba prudente la madre bellissima giacque.
E per i monti Adone, pascendo le greggi, non seppe
ridurre Citera la bella a tal furia d'amore,
che non lo sa dal suo seno staccare neppur dopo morto?
Degno  d'invidia per me quei che dorme un eterno sopore,
Endimone; e invidio Giasone, mia bella, che tanta
ebbe fortuna, quanta, profani, giammai non saprete.
Mi duole il capo; e a te nulla ne importa. Non vo' pi cantare.
Mi gitter lungo a terra; e i lupi verranno a sbranarmi:
questo al cuor tuo sar pi dolce che all'ugola il miele.

,4,  DI PALO IN FRASCA
Personaggi:
Batto
Lodola

BaTTO
Lodola, quelle giovenche di chi sono mai? Di Filonda?
LODOLA
No, son d'Egne: affidate me l'ha perch io le pascessi.
BATTO
E di nascosto tu verso sera, una ad una le mungi?
LODOLA
Ch! Mi spia sempre il vecchio che porta i vitelli a la poppa.
BATTO
E in che paese  andato, che a un tratto  sparito, il bifolco?
LODOLA
Non l'hai saputo? Con s l'ha condotto Milone a l'Alfo.
BATTO
Oh l'olio degli atleti, l'ha mai pur veduto, l'amico?
LODOLA
Supera in forza e in valore, a quello che dicono, Alcde.
BATTO
Ed anche me, mi faceva da pi di Polluce, la mamma.
LODOLA
Bene,  partito: e con s venti pecore ha prese, e la vanga.
BATTO
Ah, quel Milone! Ai lupi saprebbe insegnare la rabbia.
LODOLA
Ora lo chiamano queste vitelle coi lunghi muggiti.
BATTO
Povere, povere bestie, che tristo bifolco han trovato!
LODOLA
Povere bestie davvero! Non vogliono pi pasturare.
BATTO
Ve', non ci son rimaste che l'ossa, di quella giovenca.
Fa come le cicale: si nutre di sola rugiada.
LODOLA
Noh! Ch talvolta, per Giove, su l'saro a pascer la guido,
dove le porgo fasci di tenera erbetta: talvolta
sotto le fitte ombrie saltella di Monte Latimno.
BATTO
 magro anche quel toro bruciato. Potrebbe servire
ai paesani del figlio di Lmpria uno simile, quando
fan sacrifizio ad Era: ch quelli hanno il granchio alle mani.
LODOLA
Pure, al Malmna sempre lo spingo, e ai poderi di Fusco,
e su le rive del Neto, ove nasce ogni pianta pi bella,
la calcatrppola, la pulicaria, la menta fragrante.
BATTO
Misero Egne, ahi ahi!, le giovenche pur esse ne l'Orco
gi scenderanno, mentre tu agogni la trista vittoria;
e la sampogna che tu fabbricasti, si copre di muffa.
LODOLA
No, quella no, per le Ninfe! Egne, partendo per Pisa,
a me ne fece dono: ed io son qualcuno nel canto.
Bene so io di Glauco suonare e di Pirra i preludi.
Canto Crotne, canto la bella citt di Zacinto,
e il promontorio Lacinio, esposto a Levante, ove Egne
pugilatore, da solo mangi ben ottanta pagnotte,
e dalla forra stan, ghermito allo zoccolo, il toro,
e dono ad Amarilli ne fece. Levarono un urlo
alto le femmine tutte: scoppiava il pastor da le risa.
BATTO
Oh grazosa Amarilli, di te neppure or che sei spenta
mi scorder. Che cordoglio per me la tua morte! Non amo
tanto le capre. Ahi, come colpito m'hai, dmone crudo!
LODOLA
Coraggio, Batto mio! Domani t'andr forse meglio.
Chi vive speri! I morti soltanto non hanno speranza.
Il cielo, anch'esso piove talvolta, talvolta  sereno.
BATTO
Coraggio me ne d! Ma scaccia di gi quei vitelli
rodono il ceppo all'ulivo, birboni!
LODOLA
Ps, sfratta, Bianchino!
Psi! Qui, Cinta, al poggio! Ci senti, o sei sorda? A momenti
cpito l, per Pane, se tu non ti smuovi, e la storia
finisce male. E quella ci torna daccapo. Oh se avessi
quel mio randello curvo da lepri! Ne avresti a toccare!
BATTO
Lodola, guardami un po', qui, sotto al calcagno: uno spino
or ora mi ci s' confitto. Ma come son folti,
questi cardoni! Il malanno che pigli alla vacca! Per stare
imbambolato a guardarla, mi sono bucato. L'hai vista?
LODOLA
S, s la sto pigliando con l'unghie... L'ho presa... La vedi?
BATTO
Una puntura da nulla. E abbatte un omone mio pari!
LODOLA
Non ti scordare, Batto, le scarpe, se bazzichi il monte:
hanno le chiome loro d'avornio e di giggiolo, i monti.
BATTO
Lodola, di', la ragazza dagli occhi azzurrini, il vecchietto
che tempo fa ne moriva di voglia, la macina ancora?
LODOLA
Povero diavolo! , in pieno bollore. Io medesimo, entrando
ier l'altro ne la stalla, l'ho clto che stava in funzione.
BATTO
E bravo il porcaccione! Dev'essere stretto parente
dei satirelli, oppure di quegli sciancati dei Pani!

,5,  LA SFIDA
Personaggi:
Comta
Lacne
Morsne

LA CONTESA:
Comta
Dal pecorar di Sibrta fuggite, fuggite, caprette
mie, da Lacne: ch ieri rubata mi s' la pelliccia.
Lacne
V'allontanate o no dalla fonte, caprette? Vedete
Comta, che ier l'altro rubata mi s' la zampogna?
Comta
Quale zampogna? Tu, servitore che sei di Sibrta,
quale zampogna possiedi? Non hai le cannucce del grano?
Fischiaci:  quello il tuo flauto: con Lodola fate il duetto.
Lacne
Quella che Lupo a me diede. Ma dimmi, che pelle, o Comta,
libero cittadino, rubata io t'ho mai? Se neppure
Eumra, il tuo padrone, ce l'ha, per dormirci, una pelle?
Comta
Quella che a me, screzata, die' Crchilo, quando a le Ninfe
sacrific la capra. Tu allor ti struggevi, birbone,
tu mi facevi il malocchio; e ignudo alla fin m'hai ridotto.
Lacne
No, che il figliuol di Calti, su Pan delle spiagge lo giuro,
no, che Lacne rubata non t'ha la pelliccia; e se mento,
possa impazzire, e gi da quel picco gittarmi nel Crati.
Comta
No, per le stesse Ninfe palustri, brav'omo, lo giuro,
ch'essere voglian con me benevoli ed ilari sempre,
no che Comta rubata di furto non t'ha la zampogna.
Lacne
Vo', se ti presto fede, patire le doglie di Dafni.
Ma se un capretto, una cosa da nulla!, vuoi mettere in pegno,
vo' gareggiare nel canto con te, sinch tu dica: basta!
Comta
La scrofa gareggi con Minerva, una volta! - Il capretto
eccolo. Adesso tu metti qui, ben pasciuto, un agnello.
Lacne
Ti sembran patti giusti, volpone? Chi tondere peli
vorrebbe, anzich lana? Chi mai la primpara capra
metter da parte, e munger vorrebbe decrepita cagna?
Comta
Chi crede come te superar nella giostra il rivale,
vespa che ronzi contro l'arguta cicala. Ma pure,
quando non basti il capretto, c' un becco qui pronto. Comincia.
Lacne
Non aver fretta. E che hai, sotto il fuoco? Potrai con pi agio,
sotto il corbezzolo, sotto la macchia, cantar, qui seduto.
Laggi zampilla un'acqua freschissima: qui cresce l'erba,
molle un tappeto c' qui, cicalano qui le locuste.
Comta
Io non ho fretta, no! Ma tanto mi cruccio, che ardisci
figgermi gli occhi negli occhi. Eppure, quand'eri ragazzo,
io t'ho insegnata l'arte.  questa la tua ricompensa?
Nutri i lupatti, nutri, perch poi ti sbranino, i cani.
Lacne
E quando ho udito, ho appreso da te mai niente di bello?
Non mi ricordo! Verggnati, ometto, sei pieno d'invidia.
Comta
Quand'io t'ebbi a scavare quel solco di dietro. Fiottavi
tu, le caprette belavano, il becco saltava a forarle.
Lacne
La fossa tua, gobbaccio, pi fonda non sia di quel solco.
Ma vieni, vieni qui, se cantar vuoi per l'ultima volta!
Comta
No, non ci vengo, cost! Qui cperi, qui sono querce
ronzano ai bugni qui d'intorno, soavi, le pecchie:
son due fontane qui d'acqua gelida: agli alberi in vetta
fanno susurro gli augelli. Quest'ombra non  come quella
ch' presso te: questo pino dall'alto mi gitta le pine.
Lacne
Se presso me tu verrai, qui pelli di pecore e lane
calpesterai pi soavi del sonno. Le pelli di capra
putono, dove sei tu, pi assai che tu stesso non puti. -
Un gran cratre offrir di candido latte a le Ninfe,
un altro n'offrir colmo d'olio; n il dono m'incresce.
Comta
Calpesterai, se qui tu verrai, morbidissime felci,
qui nepitelle in fiore. Tappeti di pelle di capra,
ch' quattro volte pi molle di quella di pecora, avrai. -
Innanzi a Pane vo' collocare otto secchie di latte,
otto catini pieni di favi ricolmi di miele.
Lacne
Dunque, gareggia di l: di l suoni pure il tuo canto:
tiniti pur le tue querce, sta pure sul tuo. Ma giudizio
chi sopra noi far? Deh, qui fosse Licpa il bifolco!
Comta
A me, per conto mio, non serve. Per, se tu credi,
diamo una voce a quell'uomo, a quel boscaiolo, che coglie
eriche proprio l, presso te. Non lo vedi? , Morsne.
Lacne
Diamogli pure una voce!
Comta
Tu dagliela.
Lacne
Amico, d retta,
vieni un po' qui. Noi due si contrasta, chi superi l'altro
nell'intonar canzoni. Tu giudica, caro Morsne,
senza n me favorire, n troppo tener dalla sua.
Comta
S, per le Ninfe, Morsne carissimo; e troppo Comta
non secondare, n a me ti piaccia accordar preferenze.
Sappilo, amico:  questa la gregge del turio Sibirta:
sono del sibarita Eumra le capre che vedi...
Lacne
Fior di briccone, in nome di Giove, chi mai ti dimanda
se di Sibirta  la greggia, se mia? Quante chiacchiere fai!
Comta
Galantomone che sei, se parlo, non dico menzogna,
e mai non vendo fumo. Tu s, non sai dire che ingiurie.
Lacne
E parla, se tu hai qualche cosa da dire; e rimanda
vivo il giudice. O Pane, sarai linguacciuto, Comta!

LA GARA
Comta
Me prediligon pi assai di Dafni il pastore, le Muse:
ed io, giusto ier l'altro, ad esse immolai due capretti.
Lacne
E molto Apollo me predilige; ed io nutro per lui
un arete bello: ch appressan le feste Carne.
Comta
Han, tranne due, le mie capre, due capretti ognuna: io le mungo,
e la mia bella mi dice: Tapino, tu mungi da solo.
Lacne
Ehi l l! Quasi venti graticci di cacio Lacne
empie; e tra i fiori un ragazzo si gode che imberbe ha la guancia.
Comta
E Clarista questo capraro bersaglia coi pomi:
quando le capre ei spinge, con dolci susurri lo adesca.
Lacne
A questo pecoraro, che pazzo ne va, muove incontro
Crtida imberbe; e scuote sul collo la morbida chioma.
Comta
Paragonar non si pu l'anmone e il fiore del rovo
con le corolle di rosa che sbocciano in mezzo a le spine.
Lacne
N con le ghiande del leccio le mele azzeruole: ch quelle
hanno una ruspida buccia, queste altre son colme di miele.
Comta
Sbito sbito vo' regalare a la bella un palombo:
vo' dal ginepro scovarlo: ch quivi di solito posa.
Lacne
Io, quando toser la pecora nera, a Cratda
dar, ch'essa un mantello ne faccia, la morbida lana.
Comta
Psst! Via, caprette, via da quell'oleastro. Pascete
qui, presso ai tamerici, sul dolce declivio del poggio.
Lacne
Via, via da quelle querce, Cinta, Conro! Pascete
qui, dov' Flaro, in questa pendice che guarda a Levante.
Comta
Un secchio di cipresso posseggo, posseggo un cratre:
Prasstele foggi l'uno e l'altro; e li serbo a bella.
Lacne
Un cane ho anch'io, che il gregge difende, che strangola i lupi:
lo dono al mio fanciullo, ch possa inseguirci le fiere.
Comta
O cavallette, che il salto spiccate a varcar la mia siepe,
non fate dnno ai miei vitigni: ch son tenerelli.
Lacne
Guardate un po', cicale, che brighe sto dando al capraro:
cos tormento a quelli voi date che mietono il grano.
Comta
Odio le volpi con tanto di coda, che verso il tramonto
bzzicano pei campi di Mico, e piluccan l'agresto.
Lacne
Anch'io gli scarafaggi detesto, che prima a Filonda
pappano la ficaia, poi lungi li porta la brezza.
Comta
Non ti ricordi quand'io ti diedi l'abbrvo, e ridevi
tu, cigolavi di gusto, tenendoti forte a quel leccio?
Lacne
Non mi ricordo. D'Eumra ricordo, quel d che t'avvinse
di funi, e ti scop: di questo n'ho certa memoria.
Comta
Morsne, ehi l, qualcuno gi mastica amaro: l'intendi? -
Cerca una fossa di vecchia, raccogli cipolle di mare.
Lacne
Anch'io, Morsne, a qualcuno d briga: tu pure lo vedi. -
Vattene lungo l'Alenta: scavare puoi l pamporcini.
Comta
Volga l'Imera flutti di latte, e non d'acqua; e tu, Crti,
corri di vino gonfio: la sggina s'empia di pomi.
Lacne
Di miele, anche per noi, scorra il Sbari; e a bruzzolo, attinga
con la sua brocca la bella non acqua, ma favi ricolmi.
Comta
Hanno le capre mie pastura d'eglo e trifoglio,
vanno sbandate sopra corbezzoli e sopra lentischi.
Lacne
Hanno le capre mie, per nutrirsi, melissa a bizzeffe,
fitto l'imbrntine cresce, che i petali ha come le rose.
Comta
Non amo Alcippa, no, che ieri baciar non mi volle,
che per le orecchie mi prese, quando io la colomba le offersi.
Lacne
Ma io voglio ad Eumde un bene dell'anima. Quando
gli regalai la sampogna, mi diede un bacione coi fiocchi.

IL GIUDIZIO
Morsne
Col rosignolo non pu competer, Lacne, la gazza,
la bubbola coi cigni. Tu troppo sei vago di brighe.
Al pecoraro ingiungo di smettere. In premio, o Comta,
assegna a te Morsne l'agnella. E a Morsne tu manda
sbito, quando alle Ninfe la immoli, un bel pezzo di carne.
Comta
S, che lo mander, per Pane! - Voi tutte, o caprette,
tripudate. Anch'io, vedi come sghignazzo a le spalle
del pecoraro Lacne, dacch gli ho potuto, alla fine,
portare via l'agnella! Coi salti toccar voglio il cielo!
Allegre, allegre, o mie baldanzose caprette! Dimani
vi laver tutte quante nell'acqua del Sbari. - Ehi, dico,
tu, pelo bianco, petulco, se pensi di dare l'assalto
a qualche capra, io, prima d'offrire l'agnella a le Ninfe,
ti concio! - E lui daccapo! - Ma vedi, che s'io non ti concio,
come t'ho detto, vo' da Comta mutarmi in Melanzio.

,6,  GALATEA
Personaggi:
Dafni
Damta

Dafni il bovaro e Damta, un d nel medesimo luogo
spinsero, o Arato, le greggi. L'un d'essi era fulvo di pelo,
l'altro metteva la prima lanugine. Entrambi seduti
presso a una fonte, cos cantr nel meriggio d'Estate.
Cominci primo Dafni, che aveva lanciata la sfida.

Dafni
O Polifemo, veh!, Galatea scaglia pomi al tuo gregge,
e d'un capraro parla che ha poca fortuna in amore.
Tu non le badi, tapino, ma siedi a suonar la sampogna
soavemente. Veh, tira di nuovo. Ha colpito la cagna
che ti vien dietro, e fa la guardia alle pecore. Abbaia,
vedila, guarda il mare. La specchiano i flutti che al lido
rompon con dolce susurro, mentre essa costeggia i frangenti.
Dlle una voce, perch quando esce dal mare la bella,
non le si avventi agli stinchi, non sconci la bella persona!
Guarda, ella intanto folleggia laggi, come gli aridi pappi
che svolano dal cardo quando arde la fulgida estate;
e fugge chi l'adora, va dietro a chi punto non l'ama,
e smuoverebbe i monti, potesse spuntarla! In amore
spesso par bello ci che bello non , Polifemo.

E allor prese a cantare Damta, e cos gli rispose.
Damta
L'ho vista, aff di Pane, quando essa colpiva il mio gregge.
La vide, s, quest'occhio mio solo, mio dolce, che luce
dar sin ch'io vivo mi deve; e a casa i presagi suoi tristi
Tlemo, il vate di guai, si porti, e ci sciali coi figli.
Ma da un bel pezzo, perch si roda, neppure io la guardo,
e un'altra donna dico d'amare. E la bella che m'ode,
sangue di Pane, diviene gelosa, e si strugge, e dal mare
esce agitata, e guarda, tutta ansia, gli spechi e le greggi.
Ed alla cagna ho fischiato, ch contro le latri: una volta
le mugolava d'attorno, sfregandole il viso a le gambe.
Quando pi volte e pi vedr che la tratto in tal modo,
mi mander messaggi. Ma io terr chiusa la porta,
sin che in quest'isola il letto di nozze apprestar non mi giuri.
Ch poi, brutto a vedere non son, come dice la gente.
Nel mare mi guardai giusto ieri, ch c'era bonaccia;
e la mia barba davvero mi parve leggiadra: leggiadro,
a mio giudizio, almeno, quest'unico ciglio: dai denti
fuori sprizzava un raggio pi bianco del marmo di Paro.
E per fuggire il malocchio, tre volte nel sen mi sputai:
ch m'insegn cos la vecchia Cotttari, quella
che il flauto ai mietitori suonava da Scossacavalli.

E, cos detto, a Dafni die' un bacio Damta, gli diede
una sampogna; a lui die' Dafni un flauto leggiadro.
Damta il flauto, Dafni bovaro suon la sampogna,
e sovra l'erba molle danzavano fin le giovenche.
N l'un vinse, n l'altro; ma invitti rimasero entrambi.

,7,  LE TALISIE
Personaggi:
Lcida
Simicda

Fu quella volta ch'io con ucrito, e Aminta era il terzo
della brigata, andavamo dal borgo alla volta d'Alnte:
ch celebravano allora le feste talisie a Demtra
di Lcone i due figli, Frassdamo e Antgene, schiatta,
se ancor ce n', di Clizia vetusto e di Clcone stesso,
che fece, col suo pie', scaturire la fonte Birna,
forte il ginocchio a la roccia puntando; ed all'acqua vicini
l'ombria fitta d'un bosco tesserono gli olmi ed i pioppi,
tutti chiomati, tutti velati di pallide frondi.
N s'era ancor percorsa met de la strada, n ancora
era la tomba apparsa di Brsila, e un uomo ci apparve.
Lcida il nome; ed era capraro; n chi lo scorgesse
poteva errare: in tutto l'aspetto vedevi il capraro
ch su le spalle aveva d'irsuto villoso caprone
fulva una pelle, ancora di caglio recente odorosa,
ed una cinghia larga stringeva dintorno ai suoi fianchi
un vecchio manto, e un curvo randello d'ulivo selvaggio
stringeva in pugno; e il labbro s'apriva al sorriso; e con gli occhi
soavemente ridenti, mi disse, e con ilare labbro:
A mezzogiorno dove trascini il tuo pie', Simicda,
quando perfino il ramarro sopito riposa tra i rovi,
quando le lodolette pur esse sospendono i voli?
Forse a un banchetto vai senza scotto? O alla pigia dell'uva
d'un qualche paesano t'affretti? Ch sotto i calzari,
mentre tu vai, per la strada ti canta la ghiaia che schiacci.
Ed io risposi: Tutti lo dicono, o Lcida caro,
che nel sonar la sampogna tu superi tutti i pastori,
i mietitori tutti. Ne gode, e non poco, il mio cuore.
Ma nel cervello mio m'illudo ch'io possa emularti.
Alle Talsie noi siamo diretti: ch nostri compagni
offrono un pranzo alla Diva Demtra dal fulgido peplo,
offrono le primizie: ch adesso, con pingue misura,
la Dea colmava l'aia di grano prescelto. Su via,
poi ch' per noi comune la strada, comune l'aurora,
leviamo il canto agreste. Profitto trarr l'un dell'altro.
Ch dalle Muse anch'io m'ebbi fervido labbro; e cantore
tutti mi dicono insigne; n facile a illudermi io sono.
Per Giove, ed io non credo che vincer nel canto potrei
Siclida di Samo, l'egregio cantor, n Filta:
sarei come la rana che la guerra impegnasse coi grilli.
A bella posta dissi cos. Dolcemente ridendo,
disse il capraro: Ed io ti fo dono di questo vincastro:
ch tu sei proprio un ramo di Giove tagliato dal vero.
Fastidio grande ho anch'io di quel murator che s'affanna
a fabbricare una casa che uguagli la vetta d'un monte,
di quegli uccelli poeti che contro il cantore di Chio
levano il loro cucc, perdendoci tempo e fatica.
Dunque, su' via, diamo presto principio a l'agreste canzone,
o Simicda; ed io, vedi un po' questa mia canzonetta
se ti piacesse, o caro, che ieri ho composta sul monte.

Lcida
Per Mitilene avr felice Agene la rotta,
sia pur che Noto sotto le occidue stelle del Capro
gli umidi flutti innalzi, sia pur che Orone sul mare
fermi il suo pi, se vorr dall'amor che lo cuoce far salvo
Lcida: poi che amore mi brucia rovente per lui.
E placheran le alconi il pelago, e l'Austro, e il Levante
che l'alighe sconvolge dal fondo del mar: le alconi
che di marina preda si nutrono, e sono dilette
alle azzurrine figlie di Nreo su tutti gli alati.
Ad Agene, che brama toccar Mitilene, ventura
arrida in tutto; e al porto pervenga con prospero corso.
Ed io, quel giorno, un serto di rose, di bianche viole,
d'anto, ai crini miei recinto, vicino a la fiamma
sdraiato, mescer dalla bmbola vin di Ptela, mentre
qualcuno far su la brace abbrustire la fava.
Ed alto il mio giaciglio sar d'un buon cubito, colmo
di pulicaria sar, d'asfodelo, di sedano crespo.
E dolcemente berr: d'Agene verr fra le coppe
il sovvenire; e la tazza berr sino a l'ultima feccia.
E suoneranno il flauto per me due pastori: un d'Acarne,
uno di Lcopi; e Titro, presso, dir nel suo canto
come una volta Dafni pastore s'accese di Snia,
e la montagna con lui soffriva, e piangevan le querce,
quante del fiume Imera verdeggiano presso le sponde,
quando egli si struggeva d'amor, come neve su l'Emo,
su Rdope, su l'Ato, sui picchi del Caucaso estremo.
E canter come un d, per le trame del tristo padrone,
fu dentro un'arca grande rinchiuso ancor vivo il pastore;
e come l'api sime veniano dal prato a nutrirlo
entro il soave cedro, col succo dei teneri fiori,
perch nettare dolce spargea dal suo labbro la Musa.
Or tu godevi queste dolcezze, felice Comta:
chiuso cos ne l'arca tu fosti; e coi favi de l'api
fosti nutrito; e un anno trascorse nel dolce travaglio.
Oh se potessi ai miei d tuttora contarti fra i vivi!
Io per i monti avrei pasciute le capre leggiadre,
le tue canzoni udendo: tu sotto le quercie ed i pini
soavemente avresti cantato, o divino Comta.

Ed ei tacque, com'ebbe ci detto; ed anche io, dopo lui,
presi a dire cos: Caro Lcida, molti altri canti
m'hanno insegnato le Ninfe, mentre io pascolavo sui monti,
e belli, cui la fama rec sino al trono di Giove;
ma questo  assai pi bello d'ogni altro, col quale, a onorarti,
comincer, perch sei diletto a le Muse; e tu m'odi.

Simicda
A Simicda gli Amori starnuti largiron: ch quanto
aman la primavera le capre, tanto egli ama Mirta.
La brama ha d'un fanciullo nel cuore: lo sa bene Aristi,
l'uomo eccellente, egregio cos, che d'udirlo cantare
non si ricuserebbe vicino ai suoi tripodi Febo,
come ad Arato l'ossa consumi l'ardor d'un fanciullo.
O Pan, tu che proteggi l'amabile pian di Mala,
fra le bramose braccia spontano tu lo sospingi,
sia pur Filno, sia chi altri si voglia il fanciullo.
Ch, se fai questo, o Pane mio caro, giammai non avvenga
che con le squille a sferzare ti vengan d'Arcadia i ragazzi
omeri e fianchi, allorch di carne ne piglin pochina.
Ma se dicessi di no, punzecchiato per tutte le membra
debba grattarti con l'unghie, dormir debba sopra le ortiche,
a mezzo il verno possa trovarti sui monti d'Edne,
accanto all'Ebro, il fiume che all'Orsa vicino fluisce,
e ne l'estrema Etiopia l'estate trascorrere, sotto
l'alpe dei Blemi, donde non  pi visibile il Nilo.
E voi, lasciati i rivi d'Iti soavi e di Bibli,
e la dimora eccelsa dell'aurea Dona, l'Ecnte,
a rubiconde mele voi simili, o Amori, colpite
con le saette vostre, colpite il vezzoso Filno,
perch non ha piet, scellerato, de l'ospite mio:
ch'egli maturo  pi d'una pera; e le femmine tutte:
Ahim - dicono - il tuo bel fiore, Filno, appassisce!
Su la sua soglia, Arato, pi mai non staremo a vegliare,
pi non consumeremo le scarpe; ed il gallo, al mattino
col suo chicchirich chiami un altro al molesto sopore.
Molone solo, o caro, si metta al cimento, e ci crepi;
e noi goder si possa la pace; e una vecchia ci assista
che da noi lunge sperda, sputando, ogni mala fattura,
Cos dissi. E il bastone da lepri ei m'offerse, ridendo,
come gi pria, dolcemente, presente ospital de le Muse.
E quindi, egli a sinistra torcendo, batteva la strada
che mena a Pissa; ed io, di Frassdamo verso la villa,
con ucrito mi mossi, e Amntico il bello. E, qui giunti,
sovra profondi letti giacemmo di morbidi giunchi,
godemmo sopra tralci di vite di fresco recisi.
E tanti e tanti a noi sul capo agitavan le foglie
pioppi ed ontani, a noi vicino, la sacra fontana
dall'antro delle Ninfe cadeva con garrule stille.
E le cicale bruciate dal sole, fra l'ombre dei rami,
senza riposo mai, frinano: strideva lontano
la raganella, fra intrichi spinosi di rovi: cardelli
e lodolette cantavan, gemeva la tortora, fulve
presso a le fonti sorgive volavano in giro le pecchie.
Tutto d'Estate opulento fragrava, fragrava d'Autunno.
Pere dinanzi ai piedi, da un lato e da l'altro, in gran copia
ci ruzzolavano mele, piegavano gi sino a terra,
tutte gravate di frutti, le rame del prugno selvaggio.
Poi da la bocca d'un tin di quattro anni fu tolta la cera.
Ninfe Castalie, che avete dimora sul sommo Parnaso,
forse che un vino tale ne l'antro roccioso di Folo
entro il cratere still per Ercole il vecchio Chirone?
E quel pastore che visse su l'napo un d, Polifemo,
quel forte che le navi colpa con le creste dei monti,
a sgambettar ne le stalle fu indotto da un nttare tale
quale era quello che, Ninfe, ci deste da bere quel giorno
presso a l'altar di Demtra, dell'aia signora? Oh!, nel mucchio
piantare anche una volta possa io la gran pala; e sorrida,
colma le mani entrambe, la Dea, di papaveri e spiche.

,8,  I MANDRIANI
Personaggi:
Dafni
Menalca

Mentre fra monti eccelsi pasceva la greggia, Menalca,
dicono, s'imbatt con Dafni, leggiadro bovaro.
Aveano entrambi fulvi capelli, e nascente la barba,
sapean suonare entrambi la fistola, entrambi cantare.
Or, come Dafni vide Menalca, per primo gli disse:
Dafni, dei bovi muggenti custode, con me vuoi cantare?
Come mi pare, dico, sapr superarti nel canto.
E Dafni, allora, a lui rispose con queste parole:
O suonator di sampogna, pastore del gregge lanoso,
vincermi tu non potrai, Menalca, se pur tu morissi.

Menalca
Vuoi che si venga alla prova? Vuoi mettere un premio alla gara?
Dafni
Voglio veder questa prova, vo' mettere un premio alla gara.
Menalca
E quale premio dunque porremo, che sia sufliciente?
Dafni
Questo vitello, io: tu, grasso al par della madre, un agnello.
Menalca
Non metter l'agnello. Mio padre  bisbetico, ed anche
mia madre; e tutte quante le pecore contano a vespro.
Dafni
Dunque, che metterai? Che premio avr dunque chi vince?
Menalca
Questa sampogna ch'io foggiai, nove canne leggiadre,
tutta di bianca cera connessa, di sopra e di sotto.
Questa io porr. La roba del babbo non posso toccarla.
Dafni
Una sampogna posseggo anch'io, nove canne leggiadre,
tutta di bianca cera connessa, di sopra e di sotto.
Or ora l'ho foggiata, che ancor questo dito mi duole,
perch mi si spezz la canna, ed un taglio mi feci.
Menalca
E chi ci ascolter? Chi su noi vorr dare giudizio?
Dafni
Vuoi tu che qui facciamo venir quel pastore di capre,
quello col cane bianco che insegue le agnelle ed abbaia?

Dunque, i fanciulli chiamarono, e venne ad udirli il capraro.
Cantarono i fanciulli, fu giudice ad essi il capraro.
Primo dunque cant, diede primo l'accordo Menalca;
ed in risposta poi riprendeva l'agreste canzone
Dafni. Per primo inton cosi la canzone Menalca.

Menalca
Fiumi e convalli, progenie divina, se pure Menalca
il sampognaro, mai cant carme soave,
liete le agnelle adesso pascetemi; e uguale favore
largite a Dafni, ov'egli con le vitelle giunga.
Dafni
Erbe e fontane, progenie soave, se Dafni pastore
seppe emulare mai col canto i rosignoli,
fate che questo armento s'impingui; e Menalca, se il gregge
conduca qui, di ricco pascolo allieti il cuore.
Menalca
Qui sono pecore, qui son capre di gmina prole,
empion qui l'api i favi, son pi le querce eccelse,
dove Milone il bello sospinge il suo pie'. Ma se parte,
inaridisce qui la greggia o la pastura.
Dafni
, primavera per tutto, per tutto son prati, per tutto
gonfia le mamme il latte, il lattonzolo cresce,
dove la Niade bella s'avanza. Se poi s'allontana,
si fan sbito i bovi pi tristi, e chi li nutre.
Menalca
O delle candide capre signore, ove il bosco  pi cupo
vlgiti, capro, e voi, sime caprette, all'acque:
quivi ei dimora. Tu, capro, li rcati, e digli: Milone,
Prteo, sebbene Nume, pasturava le foche.

(Mancano due distici)

Menalca
Deh!, non m'avvenga tenere di Plope il suolo, e i talenti
di Creso, e non al corso lasciarmi addietro i venti;
ma sotto questa rupe cantar, fra le braccia te avendo,
vedendo il gregge al pascolo, ed il mar di Sicilia.
Dafni
Grande iattura  per gli alberi il verno, pei rivi l'arsura,
per gli uccelli i laccioli, per le belve le reti,
per l'uomo il desiderio di tenera vergine. Oh padre
Giove, non io solo amo! Tu pure ami le donne!

Cos con versi alterni cantarono i due giovinetti;
e all'ultime canzoni cos diede il tno Menalca.

Menalca
Risparmia, o lupo, i miei capretti e le gravide capre,
male non farmi perch son piccolo, e grande  il mio gregge.
Lmpure, cane mio bello, tu dormi cos della grossa?
Con un fanciullo sei: non va quel tuo sonno profondo.
Pecore, e voi non abbiate riguardo alla tenera erbetta:
fatene pur satolle, ch senza fatica rinasce.
Sotto, pascete, pascete, rempietevi tutte le mamme,
ch parte n'abbian gli agni, e parte lo pongan nei secchi.

E Dafni, dopo lui, di tno all'arguta canzone.

Dafni
Dall'antro una fanciulla dai cigli congiunti mi vide
ieri, che le giovenche spingevo, e: Sei bello - mi disse -
sei bello! - Ed io nessuna parola pungente risposi,
ma le pupille abbassai, tirai dritto per la mia strada.
Della giovenca  il mugghio soave, soave il respiro.
Dolce, vicino a un'acqua che passa, dormire l'estate.
Son della quercia fregio le ghiande, del melo le mele,
delle giovenche il vitello, le vacche di chi le pastura.

I giovinetti cos cantarono. E disse il capraro:

Dolce  il tuo labbro, o Dafni, piacer la tua voce m'infonde;
udire te che canti val meglio che suggere miele.
Prenditi la zampogna: che vinta hai la gara del canto.
Ch se tu vuoi, mentre io le greggi pasturo, insegnarmi,
quella capretta avrai per compenso, che mozze ha le corna,
che sopra l'orlo, quando la mungi, la bmbola t'empie.
S'allegr tutto, un salto spicc, vinto ch'ebbe, il fanciullo,
batt le mani: il cerbiatto cos salta presso la madre.
L'altro rest crucciato, dolor gli sconvolse la mente:
Cos la nuova sposa si turba, movendo a marito.
E da quel giorno Dafni fu primo fra tutti i pastori,
ed una Naiade Ninfa, sebbene era acerbo, ebbe sposa.

,9,  I CANTORI
Personaggi:
Dafni
Menalca
Il giudice della gara

Dafni, l'agreste intona canzone; e comincia tu pure,
Dafni: comincia tu, tu segui, Menalca: i vitelli
sotto le vacche, sotto le manze cacciando i torelli,
e tutti quanti vadano al pascolo, ed errin fra l'erbe,
senza sbandarsi. E tu intona l'agreste canzone,
e a te, canto per canto, Menalca la replica dia.

Dafni
Ha la vitella voce soave, soave la manza,
soave la zampogna, soave il bifolco, ed io stesso.
E presso all'acque ho un fresco giaciglio, e di bianche giovenche
sopra s'ammucchiano pelli fulgenti, che gi da un'eccelsa
rupe, mentre esse brucavan corbezzoli, scosse Libeccio.
E tanto io dell'Estate che brucia mi prendo pensiero,
quanto i ragazzi d'udire, se parlano il padre o la madre.

Menalca
O Etna, madre mia, dimoro fra concave rupi
anche io, dentro una bella spelonca; e assai pecore e assai
capre posseggo, quante veder se ne possono in sogno,
e sotto il capo e sotto i pie' me ne giacciono i velli;
e latte e miele il verno per me sta sul fuoco a bollire,
sul fuoco sta la secca faggila; e del verno mi curo
quanto chi denti non ha, delle noci, se gli offri una torta.

E ad essi allor battei le mani, ed offersi i regali.
Diedi un randello a Dafni, cresciuto nei campi paterni,
cos com'era; e s non l'avrebbe emendato un artista;
ed a quell'altro un guscio di strombo, che un di fra gli scogli
d'Icaro avevo predato: fra cinque - ch cinque eravamo -
io ne divisi la carne. Menalca die' fiato in quel guscio.

Salvete, o Muse agresti, salvete, ed il canto ridite
che un giorno a quei pastori cantai, mentre stavo con loro,
ch non mi debbano a somma la lingua gonfiar le vesciche.
S'aman cicala e cicala, formica e formica, sparviere
e sparvere: a me son cari la Musa ed i canti.
Piena io me n'abbia sempre la casa: ch il sonno pi dolce
non m', non Primavera che sbita sbocci, n tanto
i fiori all'api: tanto le Muse io diligo. E chi quelle
miran benigne, immune rimane dai filtri di Circe.

,10,  I MIETITORI
Personaggi:
Milone
Batto

Milone
Lavoratore bifolco, tapino, che mai t' successo?
Il solco pi non puoi tracciar, come prima, diritto?
Mietere in fila non puoi con gli altri, ma indietro rimani,
come dal gregge, quando urta nel cacto la pecora il piede?
Passato il mezzod, verso sera, che cosa farai,
se non divori, adesso che appena cominci, il tuo solco?
Batto
O non mai stanco, o blocco d'indomita pietra, Milone,
non t' seguto mai di bramare qualcun che sia lungi?
Milone
A me? No! Quale brama d'estranei pu aver chi lavora?
Batto
Non t' seguto mai di vegliar per amore la notte?
Milone
E non m'avvenga mai! Son dolori, se il can gusta l'unto!
Batto
Ma io sono invaghito, Milone!Sono undici giorni!
Milone
Tu trinchi vin da la botte, si vede! A me manca l'aceto.
Batto
Vangato pi non ho, da la semina, innanzi a la casa.
Milone
E chi mai t'ha ridotto cos?
Batto
Di Pascione la figlia,
che il flauto ai mietitori suonava da Scossacavalli.
Milone
Dio pizzicata ha la birba! L'hai tanto cercata, che l'hai.
Sicch, la saltabecca sar tua compagna la notte?
Batto
Non cominciar coi rimbrotti! Di ciechi non c' solo Pluto:
c' pure Amore, testa sventata. Non dir paroloni.
Milone
Non dico paroloni. Ma tu, lascia un po' quel mannello,
e per la bella intona un canto d'amore. Pi lieve
poi ti parr la fatica. E un tempo eri caro alle Muse.

IL CANTO D'AMORE
Batto
Muse perie, con me cantate la svelta fanciulla,
ch bello ci che voi toccate, o divine, rendete.
Bmbica, amore mio, tutti quanti ti chiamano Sira,
arsa dal sole, e magra. Per me, sei colore del miele.
Scura  la mammola anch'essa,  scuro il garofano scritto;
eppur, pi d'ogni fiore si colgono a tesser ghirlande.
Cerca la capra il trifoglio, il lupo cerca la capra,
la gru cerca l'aratro; per te sono pazzo io d'amore.
Deh, le ricchezze avessi che aveva, raccontano, Creso.
Sculti ne l'oro, tu ed io, d'Afrodite nel tempio staremmo:
tu con i flauti in pugno, con una rosa, una mela,
io con la veste nuova, coi sandali nuovi d'Amcla.
Bmbica, amore mio, son dadi d'avorio i tuoi piedi,
nepente  la tua voce: il tratto che sia, non so dirlo.

Milone
Questi bei canti il bifolco comporre sapea! L'ignoravo.
Come ha saputo bene foggiar l'armonia dei suoi versi!
Povera la mi' barba! Sei lunga quanto io sono corto.
Pure, tu ascolta questa canzon del divino Literse.

IL CANTO DEL LAVORO
Dmetra, tu che moltiplichi i pomi e le spiche, provvedi
che questo grano sia ben mietuto, e che renda buon frutto.
Lavoratori, i mannelli stringete, ch alcuno non dica:
Gente di pasta frolla! Quanti altri quattrini buttati!
Il taglio del covone di Zefiro al soffio esponete,
oppur del Tramontano: ch allora s'impinguano i chicchi.
Di mezzogiorno il sonno fuggite, se il grano battete:
ch proprio allor la pula si stacca pi presto dal grano.
Comincia a mieter quando si sveglia la lodola in cielo,
smetti quando s'addorme: riposa ne l'ore pi calde.
Vita beata il ranocchio, bimbi miei!  Non deve angustiarsi
di chi gli mesca bere: n'ha l, sin che vuole, nel botro.
Capoccia, quelle lenti le avresti a far cuocere meglio.
Quando spartisci il finocchio, fa' piano, ti tagli le mani! -

Deve cantare cos, chi al solco travaglia, o bifolco.
La tua canzone invece, d'amore, da morto di fame,
valla a cantare al letto di mamma che a brzzolo s'alza.

,11,  IL CICLOPE
Farmaco mai non ci fu che guarisse le doglie d'amore,
Nicia, per quanto io sappia, da fartene pttima o empiastro,
tranne le Muse.  questo rimedio piacevole e lieve
per gli uomini: per non facile impresa  trovarlo.
Bene, credo io, lo devi saper tu, che medico sei,
ed alle nove sorelle sei caro fra gli uomini tutti.
Alla men peggio cos campava quel nostro Ciclope,
quel Polifemo, del tempo dei tempi, che am Galatea,
quando su le sue gote cresceva la prima pelurie.
Ch l'amor suo non era da pomi, da riccioli e rose:
era una vera follia, s che tutto poneva in oblio.
Spesso le pecore sue tornavan dai pascoli verdi
sole solette ai presepi. Ed egli, dal sorger dell'alba,
cantando Galatea, su l'alghe, a la spiaggia del mare,
si macerava, in cuore covando fierissima piaga.
Questo rimedio trov. Seduto sovressa una roccia
ripida, al mare il guardo volgeva, ed il canto intonava.
O bianca Galatea, perch mai discacci chi t'ama,
pi che giovenca proterva, pi aspra dell'acino acerbo,
e qui ti rechi quando mi domina il sonno soave,
sbito lungi di qui te ne vai, quando il sonno mi lascia,
mi fuggi, come allorch bigio lupo la pecora vede?
M'innamorai, giovinetta, di te, quando prima venisti
qui con mia madre. Foglie volevi tagliar di giacinto
su la montagna: io guida vi fui per gli alpestri sentieri.
E da quel giorno, stare non posso, se ognor non ti veggo.
Bene lo so, perch, graziosa fanciulla, mi fuggi:
perch questo marchiano, questo unico ciglio villoso,
dall'uno all'altro orecchio a me sbarra tutta la fronte,
e sotto ho un occhio solo, e il naso sul labbro si schiaccia.
Pure, al pascolo guido, cos come son, mille greggi,
ed il fior fiore del latte ne mungo, e lo bevo; e penuria
di cacio mai non ho, l'est n l'autunno; e neppure
quando l'inverno  al sommo: ne son colmi sempre i graticci.
Suonar so la zampogna cos, come niun dei Ciclopi;
e te, soave pomo, cantando, e me insieme, trascorro
spesso tarde ore la notte. Per te, dieci ed una cervetta
nutro, che han tutte il collare, per te quattro cuccioli d'orsa.
Su, vieni dunque da me, ch avrai tutto questo, e non meno.
Lascia che il glauco mare s'avventi a la spiggia! La notte
trascorrerai molto pi dolcemente, a me presso, ne l'antro
chi preferir di buon grado vorrebbe i marosi del ponto?
Allri son cost, son cipressi da l'agile fusto,
l'edera negra c', c' la vite dal frutto soave,
gelida l'acqua c', che l'Etna chiomata di frondi
per me distilla, ambrosio licor, da la candida neve.
Ch, se ti sembra, poi, ch'io sia troppo irsuto di pelo,
legna di quercia ho qui, fra la cenere il fuoco sempre arde:
sopporterei da te che l'anima pur mi bruciassi,
e quest'occhio, ch' solo, che nulla nel mondo ho pi caro.
Ahim! Perch mia madre non mi partor con le branchie,
ch presso te potessi tuffarmi, e baciarti le mani,
se non volessi la bocca, potessi portarti dei gigli
candidi, oppur del molle papavero i petali rossi.
Esci fuor, Galatea, poi scrdati, uscita che sii,
di ritornare a casa, cos come avviene a me stesso.
Deh, ti piacesse con me pascolare le greggi, ed il latte
mungere, stringerlo in cacio, mescendovi l'agro del caglio.
Torto mi fa mia madre, solo essa; e le muovo rampogna,
ch mai, ch mai per me non ti disse una buona parola,
bench di giorno in giorno, divengo, e lo vede, pi magro.
Or le dir che il corpo, che i piedi mi battono entrambi
di febbre: anch'essa deve crucciarsi, quando io mi torturo.
Dove, o Ciclope, o Ciclope, ti va svolazzando la mente?
Se ne lo speco entrassi, cestelli intrecciassi, e fogliame
per le tue bestie cogliessi, di certo che avresti pi senno.
Mungi la pecora ch'i: perch quella insegui che fugge?
Un'altra Galatea puoi trovar pi vezzosa di quella:
molte fanciulle braman con te trastullarsi la notte:
come tu porgi ad esse l'orecchio, nitriscono tutte.
In questa terra anch'io son qualcuno: la cosa  ben chiara. -
D'erba trastulla, cos l'amor suo Polifemo pasceva,
cantando, meglio assai, che a spenderci sopra quattrini.

,12,  IL RUBACUORI
Caro fanciullo, sei giunto? Tre notti trascorsero, e a l'alba
giungi; ma chi di brama si strugge, un sol giorno l'invecchia.
Quanto  la Primavera pi dolce del verno, e la mela
pi della prugna, e villosa la pecora pi de l'agnello,
quanto fanciulla val pi d'una donna che fu di tre sposi,
quanto veloce  pi del vitello il cerbiatto, e fra quanti
volano augelli ha voce pi acuta il canoro usignolo,
tanto apparendo tu m'allegri: del par si refugia
un viandante, dal sole che sfolgora, all'ombra d'un faggio.
Deh, se concordi su noi spirassero influssi gli Amori,
s che a la gente ventura noi fossimo oggetto di canto!
L'un sospirante, direbbe chi parla il dialetto d'Amcla,
quell'altro rubacuori e direbbe qualcun di Tessaglia.
Era del pari intenso l'amore d'entrambi. Oh!, fu quella
l'et dell'oro, quando l'amato pagava d'amore.
Padre Cronde, e voi che vecchiaia ignorate, o Celesti,
deh!, se questo avvenisse, se dopo duecento progenie,
su l'Acheronte, donde nessuno mai torna, qualcuno giungesse
a dirmi: Vola su tutte le bocche l'amore
tuo, del fanciullo tuo: ne parlan, pi ch'altri, i garzoni.
Per di tutto questo faranno i Beati Celesti
ci ch'essi vogliono: io, cantando che tu sei vezzoso,
non mi vedr di certo spuntare sul naso bugie.
Ch, se talora mi mordi, ben presto mi sani dal morso,
con un piacere doppio; sicch me ne vo' con la mancia.
O Megaresi di Nisa, che tutti avanzate nei remi,
siate felici sempre, perch tanto onore faceste
a Doclo, che mor pel suo vago, che d'Attica giunse.
Sempre al suo tumulo attorno s'addensano a frotte i fanciulli,
come nel cielo brill Primavera, alla gara del bacio;
e chi pi dolcemente le labbra alle labbra congiunse,
carico pi di ghirlande ritorna alla madre diletta.
Deh, fortunato chi deve sentenza dettar di quei baci!
Ei spesso pregher Ganimede dall'occhio fulgente
che la sua bocca pari divenga a la pietra di Lidia
onde chi cambia l'oro discvera il buono dal falso.

,13,  ILA
Quel Dio, qualunque sia, che diede la luce ad Amore,
non gener sol per noi, come noi reputiam, tanto figlio.
Le cose belle, belle non sembrano solo a noialtri,
che nati a morte siamo, che nulla sappiam del dimani.
D'Anfitrone il figlio dal cuore di bronzo, che l'urto
sostenne del lione selvaggio, invagh d'un fanciullo,
d'Ila, di grazia pieno, dai riccioli crini ondeggianti.
E in tutte l'arti, ond'egli fu celebre e degno di canto,
l'ammaestrava, come fa padre col figlio diletto.
N lungi mai gli stava, n quando era il sole al meriggio,
n quando Aurora al cielo spingeva i suoi bianchi puledri,
n quando guardano a sera loquaci i pulcini al pollaio,
e l'ali sbatte la chioccia sul fuligginoso pilo,
perch crescer dovesse quale ei lo bramava il fanciullo,
perch crescesse un uomo davvero, seguendo i suoi passi.
Or, quando navig Giasone figliuolo d'Esne,
pel vello d'oro, e insieme con lui mosser tutti gli eroi,
da tutte le citt prescelti, pi adatti all'impresa,
anche quell'uomo, ad ogni travaglio temprato, anche il figlio
dell'eroina Alcmena, che nacque in Mida, mosse a Colco,
ed Ila seco d'Argo sal sopra i solidi banchi;
d'Argo, che non prov delle azzurre Simplgadi l'urto,
ma verso il Fasi profondo, come aquila varca un abisso,
tra l'una e l'altra vol: da quel d, stanno immote le rupi.
Nella stagione che sorgon le Pliadi in cielo, e i pianori
nutrono i nuovi agnelli, ch gi Primavera declina,
alla marina gesta s'accinse quel fiore d'eroi
divino, e tutti d'Argo saliro entro i concavi fianchi.
Dopo tre giorni, ch Noto spirava, toccr l'Ellesponto,
gittr l'ancora nella Propntide, dove ai Cni
aprono i bovi, all'aratro costretti, i gran solchi diritti.
E su la spiaggia scesi, la cena apprestarono a coppie,
ch'era la sera; e per molti distesero a terra un sol letto.
E si stendeva il prato acconcio a fornire giacigli,
d'onde l'acuta sala tagliarono e i cperi lunghi.
Ed Ila chioma bionda, pigliata una brocca di rame,
l'acqua a cercare and per la cena, per s, per Alcde,
per Telamne gagliardo: ch'entrambi al medesimo desco
sempre solevan pranzare. Ed ecco, in un balzo declive
presto una fonte scopr. Capelveneri pallidi attorno
cresceano, fitti giunchi cresceano, con apio fiorito,
con celidonie azzurre; serpevano al suolo gramigne.
E in mezzo all'acque, danze le Ninfe intrecciavan, le Ninfe
dal ciglio sempre insonne, terribili Dive ai pastori:
Mlide, Eunca e Nica, che avea primavera negli occhi.
Dunque, il fanciullo sporse nell'acqua la brocca capace,
per affondarla; e quelle ghermirono tutta la mano,
ch a tutte aveva Amore la tenera mente sconvolta
pel giovinetto d'Argo. Piomb gi nei vortici negri,
rapido come un astro di fuoco che piomba dal cielo
velocemente nel mare, e dice un nocchiere ai compagni:
Ragazzi, su le vele, ch spira la brezza propizia.
Ora, le Ninfe, vedendo sui loro ginocchi il fanciullo,
il pianto del suo ciglio molcan con parole soavi.
E d'Anfitrone il figlio, sconvolto pel caro fanciullo,
mosse, stringendo l'arco di foggia Meonia, sicuro,
e l'arma che la destra rempievagli sempre, la clava.
Ila chiam, per quanto poteva il suo rugghio, tre volte;
tre rispose il fanciullo; ma fievole emerse la voce
dall'ime acque; e pur tanto vicina, sembrava remota.
Come allorch tra gioghi di monti un chiomato leone
vede un cerbiatto che leva bramiti: la fiera vorace
dal suo giaciglio verso la mensa imbandita s'affretta:
tale fra quegli inaccessi dumeti girava l'Alcde,
gran tratto percorreva del suolo, cercando il fanciullo.
Oh, sventurati gli amanti! Errando per monti e per selve,
quanto ei pat! Ch oramai, di Giason gl'importava assai poco.
Pronta la nave era intanto, con tutti gli attrezzi, a salpare;
e a mezzanotte, infine, calaron le vele gli eroi,
per aspettare Alcde. Ma quegli, ove andavano i piedi,
pazzo correva: ch fiero mordeva il suo fegato un Nume.
Aspre rampogne ad Alcde, che avesse lasciata la nave,
Argo dai trenta banchi scordata, lanciavan gli eroi;
ed egli, a piedi a Colco poi giunse, e all'inospite Fasi.

,14,  L'INNAMORATO DI CINISCA
Personaggi:
Tnico
Eschine

Eschine
Tanti saluti al nostro Tnico!
Tnico
Grazie, altrettanto,
Eschine! Non ti si vede da un secolo!
Eschine
 vero.
Tnico
E che quaio
t' capitato?
Eschine
Malanni, malanni, Tnico!
Tnico
Apposta
sei magro, hai quel po' po' di barba, ed i ricci arruffati.
Un pitagorico  giunto da poco, a te simile: giallo
e senza scarpe ai piedi. D'Atene diceva.
Eschine
Anche quello innamorato?
Tnico
S, ma, secondo me, di pagnotte.
Eschine
Tu scherzi! Io passo un mondo di guai per la bella Cinisca.
Un giorno o l'altro, pazzo, divento. Ci manca un capello.
Tnico
Sempre lo stesso! Adesso flemmatico, poi tutta furia,
vorresti tutto a verso... Ma di' questa nuova sciagura.
Eschine
Io con l'Argivo, e con Api cozzon di Tessaglia, stavamo
nel mio fondo, a trincare. C'era anche Clenico. Avevo
tirato il collo a due pollastri, sgozzato un porcello,
spillato un vin di Biblo che aveva quattro anni, odoroso
come se l per l fosse uscito dal tino. E lumache
c'erano, e porri. Era dolce quel bevere. E bevi e ribevi,
si disse che ciascuno potesse trincarne del pretto,
alla salute di chi volesse; ma il nome dicesse.
Tutti bevemmo e dicemmo. Ma lei, sebben fossi presente,
zitta. Ci pensi che cuore fu il mio? Le disse uno, scherzando:
Non parli? Hai visto il lupo? - e lei: Quanto sei spiritoso!
ed arse, che al suo viso potevi anche accendere un lume.
C' un Lupo, un Lupo c', flgliuol del vicino mio Raffa,
flaccido, spilungone, che molti ritengono bello;
e per quel tomo ha presa Cinisca una cotta famosa.
Ed anche a me n'era giunto gi qualche susurro; ma io
non ero andato in fondo: e s, che la barba l'ho messa!
Gi tutti quanti si stava piombando gi gi ne la sbornia,
quando il cozzone maligno comincia a cantare un motivo
tessalo: Lupo mio! - E come Cinisca lo sente,
scoppia in un pianto dirotto. Pareva una bimba di sei
anni, che flotta, che in braccio vuol essere presa da mamma.
Tu mi conosci, Tnico! Un pugno, due pugni le sferro
qui sulla faccia; e lei raccoglie il suo scialle, e si slancia
fuor dalla porta, di corsa.  Malanno che sei, non ti piaccio?
Un altro porti in cuore pi dolce di me? Va' da lui,
covalo! Lagrime piangi per lui pi grosse di mele! -
La rondinella, poich dato ha da beccare ai pulcini,
sbito vola via, veloce, a cercare altro cibo.
Ma pi veloce quella balz dalla morbida sedia,
via pel vestibolo, via per l'uscio, a piacere dei piedi.
Come dice il proverbio? Da quel giorno  uccello di bosco.
Venti giorni; poi otto; poi nove; poi contane dieci altri:
undici: altri due: due mesi da che siam divisi!
Neppur sa che i capelli rapati mi sono alla tracia.
Ora non c' che Lupo. Per Lupo la porta  dischiusa
anche la notte: noi non si conta, di noi non si parla:
per noi non c' che sprezzo: siam l'ultima ruota del carro.
Se discacciar potessi l'amor, tutto andrebbe pel meglio.
Ma dove? Come dice? Il topo incapp ne la pece.
Io non so che rimedio ci sia per l'amore infelice:
Simo per, mio compagno d'infanzia, che amava la figlia
di Battibronzo, guar facendo un viaggio di mare.
Anch'io navigher per mare. Vo' fare il soldato:
n l'ultimo, n il primo: sar come tanti e tanti altri.
Tnico
Eschine, tutto come desideri avvenga. Se proprio
reputi che per te valga meglio lasciare la patria,
patti migliori d'ogni altro pei liberi fa Tolomeo.
Eschine
Ed anche in tutto il resto sovrano  migliore d'ogni altro?
Tnico
Fine di mente, all'amore proclive, amico a le Muse,
tutto dolcezza, conosce chi l'ama, pi ancor chi non l'ama,
molto regala a molti, pregato non sa rifiutare,
come s'addice ad un re: ma chiedere troppo non devi,
Eschine caro. - E dunque, se proprio ti va, d'affibbiarti
il saio militare su l'omero destro, ed hai cuore
saldo sui pie', la furia sfidar d'un guerriero, al pi presto
fila in Egitto. Se guardi le tempie, s' tutti vecchiotti;
e il tempo gi s'appressa, per renderle bianche, alle guance.
Se c' da far qualcosa, si faccia finch siamo in gamba.

,15,  LE SIRACUSANE
Personaggi:
Eutchide, fantesca di Grgone
Grgone
Prassnoe
Zopirino, figlio di Prassnoe
Frigia, fantesca di Prassnoe
Eune, fantesca di Prassnoe
Una vecchia
Un forestiere
Un altro forestiere
La figlia d'Argeia, poetessa

SCENA PRIMA
L'atrio della casa di Prassnoe
Grgone
C' Prassne?
Prassne
Grgone mia, dopo tanto! Ci sono.
Miracolo che sei venuta, alla fine! - Una sedia,
Eune, svelta! - E il cuscino, lo metti?
Grgone
Non serve
Prassne
A sedere!
Grgone
Fegato mio, se n'ho avuto! A stento, Prassne mia,
fra tanta calca e tante quadriglie, ho salvata la pelle.
Non c' che stivaloni per via, che soldati in divisa.
Non si cammina! E tu, venirti a trovare,  un viaggio.
Prassne
In capo al mondo, apposta venuto  a cercare, quel ciuco,
questa, non casa, ma tana, perch non si fosse vicine.
L'ha fatto per dispetto, quel canchero. Sempre lo stesso.
Grgone
Non dir del tuo Dinne, Prassne mia, certa roba,
davanti al bimbo. Vedi, bellezza mia, come ti guarda? -
Allegri, Zopirino mio dolce, non parla del babbo.
Prassne
S, per la Dea, che il bimbo capisce. - Pap bello bello! -
Beh, ieri questo pap - dico ieri, ma  sempre una storia -
usc per comperare salnitro e belletto in mercato,
e mi port del sale, quel tomo di tredici braccia.
Grgone
O Dclide mio? Tal quale,  uno scannaquattrini.
Ieri, per sette dramme compr cinque pelli di cane,
un sudiciume, un tritume raschiato da vecchie bisacce:
roba da buttar via! Ma prendi la veste e lo scialle;
rechiamoci al palazzo di re Tolomeo. C' la festa
d'Adone. La regina prepara qualcosa di bello,
dicono.
Prassne
Tutto  ricco dai ricchi.
Grgone
Bisogna vedere
per raccontare a chi non ha visto. - Si va? Si fa tardi.
Prassne (alla fantesca che sta in ozio)
 sempre festa in casa Poltroni. Mi porti il bacile,
Eune, sbucciafatiche! - Qui, mettilo in mezzo. - Le gatte
voglion dormire anche loro sul morbido, adesso. - Su, svelta
smuviti, portami l'acqua. Bisogno ho dell'acqua, per prima,
e lei porta il sapone. - Beh, dammelo! - Basta, su, basta.
Versa pur l'acqua... Che fai, sciagurata, m'annaffi la veste!
Smetti! - Alla meglio, alla peggio, lavata mi sono. La chiave
del cassettone grande, dov'? Me la porti?
Grgone
Codesta
veste a piegoni ti sta proprio bene, Prassne mia!
E dimmi un po': lo stacco dal telaio quanto ti costa?
Prassne
Non mi ci far pensare! Due mine d'argento colato,
e passa, Gorgo: e l'anima sopra ci ho messa, a cucirlo.
Grgone
Per t' riuscito di tuo gusto!
Prasne
Qui dici bene.
Portami qui lo scialle. Adattami a modo il cappello.
Te non ti porto, no, bimbo mio! Babu, morde il cavallo.
Piangi sinch ti pare. Non voglio vedermiti zoppo.
Andiamo, andiamo. - Frigia, tu piglia e trastulla il bambino;
chiama la cagna dentro. La porta di casa, la serri?
(Escono di casa)

SCENA SECONDA
(Nella via)
Prassne
Quanta folla! Dio, dio! Come e quando potremo passare?
Che pigia pigia! Formiche! Chi pu noverarle o contarle?
O Tolomeo, da quando tuo padre sal fra i Celesti,
hai molte belle cose compiute! Nessun malandrino
assalta i passeggeri, li ammazza all'usanza d'Egitto,
brutti scherzi che prima facea quella gente da conio,
banditi, tutti d'una medesima risma, furfanti. -
Che mai sar di noi, Gorgo bella? I cavalli da guerra
del re! - Non mi pestare, brav'uomo. - Quel sauro s'impenna!
Vedi quanto  feroce! - Eune, non ti sbrighi a scappare,
muso di cagna? Adesso mette sotto il palafreniere.
Grande fortuna la mia, che ho lasciato a casa il bambino!
Grgone
Prassne, fa' cuore, ch siamo rimaste alla coda.
Sono tornati in fila!
Prassne
Adesso ancor io mi ripiglio.
Serpi e cavalli, sino da bimba m'han fatto paura
pi d'ogni cosa. S'allunga il passo? Che folla c'incalza!
(Passa una vecchietta)
Grgone
Che vieni dalla reggia, mammina?
Vecchia
S, figlie.
Grgone
E c' modo
d'entrare?
Vecchia
Col tentare, gli Achei penetrarono in Troia,
belle ragazze! A capo di tutto si viene provando.
Grgone
La vecchiettina ha dato l'oracolo, e via!
Prassne
Tutto sanno,
le donne: sin come Giove condusse in isposa Giunone.
Grgone
Guarda che calca, che ressa, Prassne, dinanzi alle porte!
Prassne
Da strabiliare! Dammi la mano, tu Gorgo. Tu, piglia
quella d'Eutchide, Eune. Stacci accanto, non perderti, bada!
Entriamo tutte insieme. Eune, tienti stretta a noialtre.
Ah, poveretta me! Ecco gi uno strappo alla veste,
Gorgo mia bella. - Brav'uomo, ti supplico in nome di Giove,
dammi un'occhiata alla veste, cos possa avere fortuna.
Forestiere
Poco posso fare io. Tuttavia, prover.
Prassne
Quanta calca!
Spingono come maiali.
Forestiere
Fa' cuor, bella mia, siamo in porto.
Prassne
Ora, brav'uomo, e sempre t'arrida la buona veuntura,
che ci hai cos protette. - S' mosso a piet. Che brav'uomo! -
Ma qui schiacciano Eune! - Fa' forza, balorda! Benone. -
Son tutte dentro - quello sclam, chiusa ch'ebbe la moglie.

SCENA TERZA
(Interno della reggia)
Grgone
Volgiti qui, Prassne: prima contempla gli arazzi.
Quanta finezza, che grazia! Non sembrano vesti di Numi?
Prassne
Atena, quali mai tessitrici han compiuto il lavoro?
quali pittori quelle perfette figure han tracciato?
Stanno davvero, davvero si spiccano in giro alla danza
vive, non gi tessute. Che affare  l'ingegno dell'uomo!
Come fulgente Adone sul talamo argento giace,
cui da le guance gi gi fiorisce la prima pelurie,
Adone, tanto amato, che amato  pur ne l'Acheronte!
Altro Forestiere
Gazze, smettete o no, quelle chiacchiere senza costrutto?
Con quell'accento di Doria volete seccar l'universo.
Prassne
Coso, di dove sei? Che ti fa se noi siamo ciarliere?
Cmprati schiavi e comanda. Tu devi sapere che siamo
siracusane: siamo corinzie d'origine, come
Bellerofonte: si parla la lingua del Peloponneso:
sar concesso, spero, ai Dori, l'accento di Doria!
Dea tutto miele, nessuno ci possa far mai da padrone,
tranne quell'uno. Te, chi ti sente? Tu chiacchieri al vento.
Grgone
Zitta, Prassne! La figlia d'Argeia s'appresta a intonare
l'Adone: un'arca ella  di scienza poetica. Prima
anche l'altr'anno fu, nel funebre canto di Sperchi.
Vedi, va in estasi gi! Canter qualche cosa di bello.
La Cantatrice
Signora, a cui diletti son Golgo, e l'Idalia, e l'eccelsa
rice, o tu che godi scherzare fra l'oro, Afrodite,
deh, come Adone a te, trascorsi sei mesi e sei mesi,
l'Ore dai morbidi piedi recr dal perenne Acheronte!
Tarde fra i Numi tutti son l'Ore soavi; ma pure,
giungono accette sempre, ch recano doni ai mortali.
O Cipri Dona, la fama degli uomini narra
che Berenice tu da mortale rendesti immortale,
poi che stillasti ambrosia sul seno a la donna terrena.
Ora, o dai molti nomi, Signora, dai molti delbri,
di Berenice la figlia, Arsne, ch'Elena uguaglia,
doni offre d'ogni sorte, per esserti cara, ad Adone.
Frutta mature presso gli stan, quante agli alberi in vetta
crescono; e l'erbe molli degli orti, in canestri d'argento,
bene coperte; e aromi di Siria entro ampolle dorate;
e quante leccornie su la madia impastan le donne,
corolle d'ogni specie mescendo alla bianca farina,
quanto s'intride col miele, col fluido licor de l'uliva,
quanti animali in aria si librano o rpono al suolo.
Pergole verdi sopra, cui gravano gli anici molli,
sono intrecciate; e in esse svolazzano Amori fanciulli,
come rosignoletti che volano all'albero in vetta,
di ramo in ramo, prova facendo dell'ala che cresce.
L'ebano vedi e l'oro! Foggiate nel candido avorio,
l'aquile vedi, che recano a Giove il coppiere fanciullo.
Vedi pi molli del sonno tappeti purpurei. Direbbe
Mileto, un uom direbbe che pascoli in Samo le greggi:
Opera nostra  questo giaciglio ove Adone riposa.
Cipri da un lato, Adone dall'altro sta, braccia di rose.
Dieci anni ed otto o dieci e nove ha lo sposo: non anche
punge il suo bacio: non ha che rose dintorno a le labbra.
E dunque, ora che l'ha, si goda il suo sposo Afrodite.
E noi, dimani all'alba, cadendo la brina, usciremo
e recheremo ai flutti che spuman sul lido, lo sposo,
sciolte le chiome, le vesti lasciando al malleolo cadere,
e con i seni ignudi, quest'inno sonoro diremo:
Solo tu, dolce Adone, solissimo tu degli eroi,
fra l'Acheronte e la terra, raccontano, alterni la vita.
Non Agamnnone tanto ottenne, n Aiace furente,
non Ettore, il pi degno dei venti figliuoli d'Ecba,
n Ptroclo, n Pirro, poich fu tornato da Troia,
non i Piti, n i Deucaloni, vissuti ancor prima,
non i Pelpidi, o, d'Argo supremi signori, i Pelasgi.
Siici propizio, Adone, propizio il nuovo anno ritorna.
Caro giungesti, e caro sarai, quando, Adone, ritorni.
Grgone
Che pozzo di dottrina, Prassne mia, quella donna!
Beata che sa tanto, beata che canta s bene! -
Ma ritorniamo a casa. Doclide non ha pranzato:
 tutto aceto, allora: non devi affrontarlo digiuno. -
Salute, Adone caro! Ritorna a chi lieto t'attende.

,16,  LE GRAZIE O IERONE
Questo pensiero han sempre le figlie di Giove e i poeti:
cantar gl'Iddii, cantare le gesta degli uomini prodi.
Dive sono le Muse, le Dive cantano i Numi;
ma noi mortali siamo: mortali, cantiamo i mortali.
Or, chi di quanti sotto la cerula Aurora han le case,
vorr le Grazie nostre accogliere sotto il suo tetto
amabilmente, n via vorr senza doni mandarle?
Ch sempre a piedi scalzi ritornano a casa, e col broncio,
e mi rampognano, quando la strada hanno fatto per nulla,
e accidose di nuovo si seggono in fondo alla madia
vuota, chinando gi tra le fredde ginocchia la testa
ch qui, se a mani vuote mai tornano,  il loro soggiorno.
Oggi, chi tale  mai che sappia pregiar chi lo esalti?
Non so: perch la gente proclive non , come un tempo,
l'opere belle a lodare; ch brama di lucro la vince.
Guarda ciascuno, in grembo tenendo le man, dove arraffi,
nulla regala a nessuno, neppure se intride veleno;
ma pronto  sempre a dire: Lo stinco  pi l del ginocchio.
Dio ci provveda! - Ai poeti ci pensano i Numi del cielo. -
Udire altri poeti? C' Omero che basta per tutti. -
Quello  il miglior dei poeti che meno mi leva di tasca.
Oh benedetta gente, che giova tenere nascosti
quattrini a iosa? A questo non deve servir la ricchezza.
Cvati invece una voglia, soccorri chi vive in miseria:
poi benefica tanti parenti, benefica estrani:
sempre su l'are immola dei Numi le vittime sacre,
non essere spilorcio con gli ospiti, e sempre da mensa
mandali via contenti, ch vogliano ancora tornarci:
e de le Muse i sacri profeti anzitutto rispetta,
s che pur quando tu sia ne l'Orco, abbia fama di buono,
n pianger debba, scordato da tutti, sul freddo Acheronte,
come se fossi un pezzente, le mani incallite a la marra,
che nudo bruco piange miseria dai padri dei padri.
Molti famigli gi nella casa d'Antoco sovrano
e nella casa d'Alva mangiavano il pane del servo:
molti vitelli certo muggano agli Scpadi, quando
con le cornute vitelle spinti erano verso il recinto;
a mille a mille greggi guidarono elette i pastori
per gli ospitali Creondi, sui paschi di Crnnone aprichi;
ma niuna gioia avrebber di ci, poi che l'anima cara
vuotata ebbero sopra la barca del vecchio odoso,
se non li avesse resi famosi fra gli uomini egreg
l'armonoso di Ceo cantore, esaltandoli sopra
la multicorde lira: onore ebbero anche i corsieri
che dagli agoni sacri recavano ad essi corone.
Chi conosciuto avrebbe dei Lici i pi prodi, o i chiomati
figli di Priamo, o Cigno, che donna pareva all'aspetto,
se non avessero prima cantate lor zuffe i poeti?
Ulisse anch'ei, che and centoventi mesi errabondo
presso le genti tutte, che vivo discese nell'Orco,
che via dalla spelonca fuggi del funesto Ciclope,
avrebbe avuta breve la fama: nessun parlerebbe
d'Eumo porcaro, n di Filesio custode dei bovi,
ignoto anche sarebbe Laerte magnanimo cuore,
se non li avesser nel canto soccorsi i poeti di Acaia.
Origine ha la fama degli uomini sol da le Muse;
ch le ricchezze, chi muore le lascia a godersele i vivi.
Ma vuol tanta fatica contare del pelago i flutti,
quanti ne spinge il vento coi glauchi marosi alla spiaggia
o con la limpida acqua detergon la zolla fangosa,
quanta accostarsi ad un uomo che sia d'avarizia malato.
Buon pro', se questo  il tuo sentimento: quattrini a palate
t'auguro, e voglia sempre pi grande d'averne. Ma io,
per conto mio, la stima goder, l'amicizia di tutti
m'importa pi che avere gran copia di muli e cavalli;
e vo' cercando l'uomo che lieto m'accolga, s'io giunga
mai con le Muse; perch scabrosa ai poeti  la via,
quando non sono ad essi vicine le figlie di Giove.
Il cielo ancora stanco non  di guidar mesi ed anni:
molti cavalli, ancora le ruote del sol volgeranno:
un uom sar per cui converra ch'io disciolga il mio canto,
che gesta compier quante Achille o il terribile Aiace,
nei campi del Simto, ov' d'Ilo frigio il sepolcro.
Gi del terrore il gelo pervade i Fenici, che sede
han dove il sole tramonta, vicino al malleolo di Libia.
Di Siracusa gi gl'indigeni, onuste le braccia
sotto gli scudi di giunco, impugnano a mezzo la lancia.
E, pari ai prischi eroi, fra loro Ierone s'appresta,
e le gran chiome equine de l'elmo gli ombreggiano il capo.
Deh, Giove, eccelso padre, deh!, tu, pura vergine, Atena,
e tu, che con tua madre, fanciulla, dei ricchi Efiri
la gran citt proteggi su l'acque di Lisimela,
deh!, che una mala sorte da l'isola scacci i nemici,
per la marina sarda, che annuncino ai figli e a le spose,
dei cari lor la strage: sian pochi, da tanti, a contarli;
e i cittadini di nuovo ritornino a star fra le mura
delle citt, quante n'ebbe distrutte la furia nemica.
Sian culti i pingui campi; sui pascoli belino i greggi,
pasciuti d'erbe, tante migliaia che niuno le conti;
il viandante che muove ne l'ora del vespero, affretti
il passo innanzi ai buoi che tornano a torme ai presepi;
s'apprestino pei semi novali, allorch la cicala
dai rami effonde il canto; il ragno le reti sue lievi
tessa ne l'armi; e la guerra neppur nominare pi s'oda.
Ed a Gerone eccelsa procaccino gloria i poeti,
ed oltre il mar di Scizia, e dove l'ampissime mura
d'asfalto circond Semiramide, e resse l'impero.
Uno sono io: molti altri pure aman le figlie di Giove,
che tutti avranno a cuore la sicula fonte Aretusa,
e le sue genti negli inni esaltano e il prode Gerone.
O Grazie, a Etocle prima dilette, che Orcmeno minio
amate, la citt che un giorno fu l'odio di Tebe,
esser potr che niuno mi chiami. Per, di gran cuore
andr da chi mi chiama insiem con le Muse a voi care.
Mai non vi lascer. Per gli uomini, senza le Grazie,
che v' di caro? Oh, sempre compagne mi sieno le Grazie!

,17,  ENCOMIO DI TOLOMEO
Da Giove si cominci, con Giove si termini, o Muse,
quando esaltare nei carmi vogliamo l'eccelso dei Numi.
E Tolomeo fra i mortali si canti al principio, alla fine,
ed a met: ch molto prevale fra gli uomini tutti.
Gli eroi, di Semidei figliuoli, che ai tempi dei tempi
gesta compierono eccelse, sorte ebber di saggi poeti;
ed io che il bello so, cantare, lodare nell'inno
vo' Tolomeo: grato dono son gl'inni perfino ai Celesti.
Il boscaiolo che all'Ida molteplice d'alberi giunge,
guarda, fra tanta abbondanza, di dove cominci il lavoro:
ed io, che dir prima? Ch mille e poi mille, a ridirli,
i doni son che al primo dei re concedettero i Numi.
Per cominciare dai padri, che uomo da compiere imprese
fu Tolomo Lagde, quand'egli proposto un disegno
si fosse tal, che un altro neppure potea concepirlo!
Onor simile a quello dei Numi che vivono eterni,
gli volle il padre Giove concedere: un trono in Olimpo,
sculto nell'oro. Benigno gli siede vicino Alessandro,
ai Persi, mitre multicolori, terribile Nume;
e d'Ercole, che fe' dei Centauri sterminio, di fronte
si leva il seggio, tutto costrutto nel rigido acciaro.
Quivi con gli altri Urni beati si gode al banchetto,
e pei nepoti dei suoi nepoti gli giubila il cuore,
cui dalle membra tolse vecchiezza il figliuolo di Crono.
Poi ch' progenitore d'entrambi l'Erclide prode,
ed ambi Ercole al sommo rammentan di loro progenie.
Perci, quando gi sazio di nttare aulente, l'Alcde
lascia il banchetto, e alla stanza s'avvia della sposa diletta,
ad uno l'arco d, la fartra, che quei sotto il braccio
pone, la clava all'altro, di ferro, tutta aspra di nodi.
D'Ebe cos dal bianco mallolo al talamo ambrosio
l'armi, e lo stesso figlio barbuto conducon di Giove.
E poi, come prevalse fra tutte le donne assennate
l'inclita Berenice, gran vanto dei suoi genitori!
La Diva a cui die' vita Dona, che Cipro tutela,
a lei plasm, con mani mollissime, il seno odoroso:
perci nessuna mai delle femmine piacque al suo sposo
dicono, come am Tolomeo la diletta consorte.
Ed essa molto pi l'amava. E sicuro ai suoi figli
allora un uomo pu trasmettere tutta la casa,
quando egli entra amoroso nel letto di sposa che l'ama;
ma d'una donna disamorata la mente  distratta:
facili i parti; ma i figli non nascono simili al padre.
O veneranda Afrodite, pi bella di tutte le Dive,
a te cara fu quella. Per tua volont, Berenice
bella, non valic d'Acheronte la triste riviera;
ma la rapisti, prima che presso la cerula nave
ella giungesse, presso l'esoso nocchiere dei morti;
e nel tuo tempio, a te compagna d'onor la volesti.
E spira adesso, mite per gli uomini tutti, soavi
amori; e miti fa le pene d'amore a chi brama.
Arga, pupilla azzurra, commista a Tido, Domede
sterminatore, eroe di Caldone, a luce tu desti:
Ttide, l'altoprecinta, al figlio d'Eco Pelo,
Achille die', maestro di lancia; ed al pro' Tolomo
te generava, pro' Tolomeo, Berenice la bella.
E ti cresceva Coo, mentre eri ancor tenero infante,
che da tua madre, quando vedesti la luce, pria t'ebbe:
ch qui, nell'aspre doglie, la figlia d'Antgone, ad alte
grida, chiam la Dea che i parti facilita, Ilizia;
ed essa a lei vicina benevola stette, e disciolse
d'ogni dolor le membra. E un pargolo amabile nacque,
simile al padre. Coo, vedendolo, un grido di gioia
alto lev, le braccia lev sopra il bambolo, e disse:
Felice, o bimbo, sii! Tanto onore a me render tu possa
quanto ne rese a Delo dal velo cerulo Febo;
e nello stesso onore comprendi anche il divo Tripo:
onor comparti a lui, come ai Dori che presso gli sono:
ch Febo anch'egli am cos l'isoletta Rena.
Cos l'isola disse. Tre volte dall'alto il suo grido
l'aquila, uccello grande, propizio, dai nuvoli emise.
Di Giove  questo il segno: ch a Giove figliuolo di Crono
sono diletti i re venerandi; ed eccelle su gli altri
chi predilesse dal d che nacque: gli accorda potenza
molta, son grandi i suoi domini di terra e di mare.
Genti infinite, trib d'infiniti mortali, nei campi
gittano il seme nei solchi, lo crescon le piogge di Giove;
ma niuna terra  quanto la bassa d'Egitto ferace,
quando straripa il Nilo, ne stempera l'umide zolle.
Sorgono tre centurie, per lui, di citt popolose,
e poi tre volte mille, e poi diecimila tre volte
e poi, due triadi ancora, e poi conta il nove tre volte,
ed  di tutte quante signor Tolomo valoroso.
Ed una parte poi della terra Fenicia si taglia,
d'Arabia poi, di Siria, di Libia: e agli Etopi negri
anche comanda, e stende l'impero sui Pnfili tutti,
sopra i Cilci, maestri di lancia, e sui Lici e sui Cri
vaghi di guerra, e perfino su l'isole Ccladi: tanti
per lui battono il mare possenti vascelli:  la terra
soggetta, e il mare, e i fiumi sonori al gran re Tolomo.
E cavalieri molti, pedoni che imbracciano scudi
molti per lui s'addensan, coperti di lucido bronzo.
E per dovizie, quanti re vivono, supera tutti:
le recan, d per d, d'ogni parte, alla casa opulenta.
Le genti, in santa pace attendono all'opra dei campi:
poich nessun predone dal Nilo ferace di mostri
scese a portar l'assalto nemico agli estremi villaggi,
n sovra il lido alcuno balz dalla cerula nave,
piomb con l'armi e il cuore nemico sui greggi d'Egitto:
tal su le vaste pianure distende l'impero un eroe,
il biondo Tolomo, maestro a vibrare la lancia.
A cuor molto gli sta serbar le paterne ricchezze,
come a buon re conviene; ma molte ne acquista egli stesso.
Ma non che l'oro in casa gli giaccia disutile, come
delle formiche i beni, che solo conoscon l'entrata;
ch ne ricevono molto l'eccelse magioni dei Numi,
quando egli offre primizie frequenti, con altri presenti;
e molti anche largisce munifici doni ai sovrani,
e molti alle citt, ai suoi prediletti compagni.
N di Dniso fu ministro, che ai sacri certami
venuto, essendo sperto nell'arte dei cantici arguti,
a cui dell'arte sua non desse adeguato compenso.
E delle Muse i ministri inneggiano al re Tolomo,
pei benefici suoi. Qual cosa pi utile all'uomo
beato, che lasciare fra gli uomini fama perenne?
Anche agli Atrdi, resta la fama: gl'innumeri beni
ch'essi predarono, quando col ferro distrussero Troia,
giacciono sotto la terra, col donde mai non si torna.
Solo costui fra quanti gi vissero, e quanti tuttora
vivono, e l'orme loro pur calde la polvere serba,
alla sua madre, al padre fond santuari fragranti,
fece l'effigie loro scolpir nell'avorio e nell'oro,
ch protettori fossero a tutti i mortali benigni.
E brucian molte cosce, volgendosi i mesi opportuni,
di pingui bovi, sopra gli altari vermigli di sangue,
egli e la prode sua consorte, di cui non esiste
donna che del consorte pi tenera s'offra all'amplesso:
ch'essa lo sposo e il fratello dilige dall'imo del cuore.
Anche le nozze cos fr compiute dei Numi immortali
cui generava Rea, Signori possenti d'Olimpo;
ed un giaciglio solo per Giove e per Era distende
Iride, vergine ancora, con mani che olezzan d'unguenti.
Re Tolomeo, salute! Te render vo' celebre al pari
degli altri Seminumi. Dai posteri questo mio canto
spregiato non sar: chiedo a Giove ch'eterno lo renda.

,18,  EPITALAMIO D'ELENA
A Sparta, dunque, un d, pel re Menelao chioma bionda,
fanciulle, a cui le chiome cingeva fiorito giacinto,
balli intrecciavano e canti dinanzi al bel talamo pinto:
dodici, de le pi belle di Sparta, l'onor di Laconia,
quando il pi giovine figlio d'Atro vi condusse sua sposa
Elena, la pi cara tra i figli di Tndaro. Tutte
ad un sol canto, dunque, volgevano i piedi, con fitti
giri alla danza: il canto d'Imne, empiea tutta la casa.

       IMENEO
Dunque, a dormire, o sposo diletto, t'avvii cos presto?
Forse le gambe ti fanno cilecca, o tu sei dormiglione?
Oppur troppo hai bevuto, che cos ti butti sul letto?
Se tanta furia avevi, potevi dormirtela solo,
e la fanciulla lasciare, vicino alla madre sua cara,
con le fanciulle, sinch fosse alto il mattino, ai lor giuochi:
ch poi dimani, e sempre, sar, d'anno in anno, tua sposa.
Contro ti svolazz, quando a Sparta giungesti, o beato
sposo, con gli altri eroi, Fortuna, sicch la spuntassi.
Solo fra i Seminumi, tu Giove per suocero avrai.
Sotto la coltre stessa con te vien la figlia di Giove,
ch'or muove i pie', da sola, sovressa la terra d'Acaia.
Gran cosa la tua prole sar, se la madre somiglia.
Noi, sue compagne d'et, che unte, come uomini, d'olio,
correr con lei solevamo lunghessi i lavacri d'Eurota,
noi, quattro volte sessanta fanciulle, virgina schiera,
niuna  di biasimo immune, se ad Elena mai si raffronti.
Fulge il bel viso, come si leva, d'Aurora: Selne
splende la notte: brilla, se il Verno fugg, Primavera:
tali fra noi le grazie rifulgono d'Elena d'oro.
 d'ornamento al campo la biada che cresce; al giardino
l'alto cipresso; al cocchio, cavallo che vien di Tessaglia:
Elena, viso di rose, cos Lacedmone adorna.
Dal paniere mai niuna femmina ad opra pi bella
dedusse i fili, n sul telaio intess con la spola,
tagli dai lunghi staggi pi ricca, pi fitta la tela,
n alcuna sa cos le clcole batter, cantando
Artmide fanciulla, Minerva inventrice de l'arti,
come Elena, a cui tutti negli occhi fan nido gli amori.
Bella fanciulla, cara fanciulla, sei giunta alla casa.
Alla prim'alba, noi, con le roride foglie del prato
intrecceremo ghirlande per te, di soave fragranza,
Elena, sempre a te penseremo noi vergini, come
agnelli ancor lattonzi, che bramano il sen della madre.
Noi coglieremo prima da l'umili zolle il trifoglio,
serti ne intrecceremo per te, sotto un platano ombroso;
e del molle olio attinto l'umor dalla fiala d'argento,
lo stilleremo prime per te sotto il platano ombroso.
E sovra il tronco, cifre scolpite saranno, ch ognuno
sosti passando: A me doni offrite: ch d'Elena io sono.
Salve a te, sposa: a te, sposo, che hai tanto suocero, salve!
Latona a voi, Latona che cura ha dei parvoli, prole
bella conceda; e la Dea di cipro, vi stringa d'amore
muto, sempre, sempre fortuna v'accordi il Cronde,
ch da bennati padri trapassi a bennati figlioli.
Dormite; e amore e brama spirate nel sen l'uno all'altro;
n vi scordate, quando sia giunto il mattino, d'alzarvi.
Alla prim'alba anche noi verremo, allorch dal suo letto
levi il cantore primo dell'alba il bel collo piumato.
Imen, o lmeno, di questo connubio t'allegra.

,19,  IL LADRO DI FAVI
Un giorno, punse un'ape maligna il ladruncolo Amore,
mentre rubava un favo dall'arnia. Lo punse alla mano,
sul polpastrello; e quello si cruccia, si soffia sul dito,
i piedi a terra pesta. E infin, preso il volo, la doglia
ad Afrodite mostr, movendo lagnanze, che l'ape,
bestia cos piccina, pu far s dogliose ferite.
Rise la madre. E tu, non sei dunque simile all'ape,
che sei tanto piccino, ma fai s dogliose ferite? 


,20,  IL BIFOLCHETTO
Eunce mi schern, mentre io la volevo baciare
soavemente, e m'offese. Da me va lontano - mi disse -
povero diavolo. Sei bovaro, e vorresti baciarmi?
Baciar non so bifolchi: soltanto so premere labbra
di cittadini. Tu, baciar non potrai la mia bocca
bella, neppure in sogno. - Che vaga presenza  la tua
Che parlantina sciolta! Che urbane facezie, sai dire!
Come sai far lusinghe, che frasi incantevoli adopri!
Come la barba hai molle, com'hai delicate le chiome!
Sono le labbra tue tutte sudice, hai nere le mani,
sei puzzolente: va' lungi da me, ch da presso mi sporchi.
E si sput, cos dicendo, tre volte nel seno.
Poi, tutto mi squadr, dalla testa gi gi, sino ai piedi,
facendo uno sberleffo coi labbri, e guardandomi storto;
e mi rideva di gusto sul muso, mostrandomi i denti,
con una ghigna spocchiosa. Il sangue mi prese a bollire,
e per il cruccio, in viso divenni di porpora, come
per la rugiada una rosa. E quella, mi lascia, mi pianta.
Ed io mi rodo il cuore di bile, perch m'ha beffato,
galante come sono, cos, quella trista sgualdrina.
Ditemi voi, pastori, placate il cuor mio: non son bello?
o d'improvviso m'ha qualche Nume cangiato in un altro?
Fioriva or or soave calugine a me su le gote,
come ellera sul tronco, nutriva la folta mia barba;
scendeva a me come apio la chioma d'intorno alle tempie,
sotto le negre ciglia bianchissimo il volto brillava,
molto pi fulgidi gli occhi di quelli cerulei d'Atena,
della giuncata le membra pi tenere, pi dalla bocca
la voce a me soave fluiva che il miel dalla cera.
Su la zampogna io so modular fioriture soavi,
suonare, vuoi chiarino, vuoi piffero, o flauto traverso.
E tutte quante, pei monti, le donne mi dicono bello,
mi bacian tutte quante. Ma quella, perch cittadina,
non m'ha baciato, me bifolco.  scappata. - E non sai
che Bacco anch'egli suole sospingere al piano le manze?
Per un bovaro non sai che Cpride perse la testa,
e anch'essa pascol pei monti di Frigia i giovenchi,
che pei querceti Adone baci, pei querceti lo pianse?
Endimone, chi era? Non era un bifolco? E Selne
lo am, mentre egli i buoi pasceva: discese d'Olimpo,
venne di furto allo speco, dorm col diletto fanciullo.
Piangi un bovaro anche tu, Demtra. E tu, figlio di Crono,
per un fanciullo bovaro non ti tramutasti in augello?
Eunce sola non ha voluto baciare il bifolco:
ella si tiene pi su di Selne, di Cipri e di Rea.
Cpride, l'amor suo baciare in citt mai non possa,
n per i monti; sola dormir possa tutta la notte.

,21,  I PESCATORI
Personaggi:
Asfalione
Il compagno

La povert solamente, Dfane, suscita l'arti:
essa maestra  d'ogni travaglio: ch i tristi pensieri
fanno che sonno mai non prenda la povera gente;
e pur se mai la vince per brevi momenti il sopore,
sopra le sono a volo gli affanni, e la scuoton di colpo.
L'uno vicino all'altro dormivano due pescatori,
dentro un capanno di giunco. Giacevan sopra alighe salse,
alla parete di foglie poggiavano il capo. D'intorno
erano sparsi gli arnesi da pesca: i cestelli, le canne,
gli ami, le nasse, tutti coperti di fuco i tramagli,
i labirinti di giunchi ritorti, le lenze, le funi,
e qualche remo, e, sopra puntelli, una barca sdrucita.
Sotto la testa, i berretti, le vesti e una piccola stoia.
Questo era il frutto del loro lavoro, la loro ricchezza.
n spranga avea la porta di casa: pareva soverchia
ogni custodia ad essi: vegliava su tutto Miseria.
N c'era alcuna casa vicina: con lene sciacquo,
soltanto il mare presso la trista capanna ondeggiava.
N di Selne il carro giunto era a met del suo corso,
che i pescatori al lavoro fr desti. Scacciarono il sonno
dagli occhi; e i lor pensieri cos dieder moto alle voci.

ASFALIONE
Sbagliano, amico mio, tutti quelli che dicon pi brevi
le notti estive, quando pi lunghi si volgono i giorni.
Ho mille e mille sogni gi visti, e non siamo all'aurora.
Me ne ricordo o no? Queste notti non hanno mai fine.
IL COMPAGNO
Asfalone, tu accusi la bella stagione d'Estate.
Non  che il tempo allenti la corsa a capriccio: i pensieri
rompono il sonno, e fanno che lunga ti sembri la notte.
ASFALIONE
Dimmi, sapresti l'arte dei sogni? Ne ho visti dei belli.
N voglio che tu parte non abbia di quello che ho visto:
come la pesca, tutti cos dividiamoci i sogni.
Interpretarli a modo potrai, se t'affidi al tuo senno:
ottimo interprete  quegli che solo ebbe il senno a maestro.
Di tempo, gi, ne abbiamo. Che cosa ha da fare, chi giace
sopra le foglie, ai flutti vicino, e non pu prender sonno?
L'asino in mezzo agli spini, la lampada nel Pritano,
dice il proverbio, che mai non s'addormono.
IL COMPAGNO
Narrami dunque
le cose ch'i vedute stanotte: soddisfa l'amico.
ASFALIONE
Come iersera, stanco del mar, cominciavo a dormire,
e poco ero pasciuto, che tardi, se ben ti rammenti,
s'era cenato, e s'era lasciato lo stomaco sgombro,
sopra una roccia vedevo me stesso all'agguato. Attendevo
i pesci qui, scotendo la canna con l'esca fallace.
E all'amo un di quei grossi rimase: ch pure nel sogno
cagna non v'ha, che l'orsa non sogni; ed io sogno di pesci.
Dunque, pendeva il pesce dall'amo, ed il sangue scorreva,
e per i guizzi, in arco piegata mi s'era la canna.
Ed io, curvato, tese le mani, mi davo da fare
come pigliar, con un ferro s debole, un pesce s grosso?
Per rammentargli la piaga, pian piano lo scossi; ed il filo
insieme rallentai. Stie' fermo, ed io su lo tirai.
Cos compiuta fu la fatica, ed il pesce su tratto;
ed era tutto d'oro massiccio, che c'era anche il bollo.
O che sia forse un pesce diletto al Signore del mare,
che d'Anfitrte sia, cerula Diva, un gioiello?
Cos, pianin pianino, dall'amo lo venni sciogliendo,
ch non dovesse l'uncino strappar da la bocca dell'oro.
E, persuaso cos che avevo pescato un tesoro,
giurai che non avrei pi mai posto piede nel mare,
ma, sempre in terra, avrei vissuto da re con quell'oro.
E in questa mi svegliai. Tu, amico, rifletti un momento
a questo fatto: ch quel mio giuramento mi turba.
IL COMPAGNO
Del giuramento hai paura? Giurato non hai: ch neppure
hai preso il pesce d'oro. L'hai visto, e fu inganno la vista.
Piuttosto, ove non creda di prendere pesci dormendo,
ch' da sperare in sogno, tu crcati un pesce di carne,
se pur non vuoi morire di fame fra i sogni tuoi d'oro.

,22,  I DIOSCURI
Cantiam di Leda e Giove, signore dell'gida, i figli,
Cstore, ed il tremendo nel pugile gioco Pollce
che ne le grandi guigge di cuoio costringe le mani:
i due maschi rampolli cantiamo due volte e tre volte
della figliuola di Testi, cantiamo i gemelli di Sparta,
patroni ai giovinetti che imberbe tuttora hanno il mento,
ed ai cavalli, quando si sbandan fra mischie cruente,
ed alle navi, quando ribelli al presago spuntare
e tramontar degli astri, s'imbattono in fiere procelle.
E i venti un alto flutto sollevan di sotto alla poppa,
o van sotto la prora, van dove ciascuno pi brama,
e ne la cala s'avventano, e spezzano entrambe le coste.
E tutte quante vedi sull'albero e gmene e vele
pendere a caso, squarciate: dal cielo, calando la notte,
fitta la pioggia cade, i flutti rimbombano a furia,
percossi dagli spiri del vento, e da grandine fitta.
Ma, tuttavia, dall'abisso del mar voi traete le navi
coi naviganti, quando credean gi sicura la morte.
Sbito allora i venti si placano,  molle bonaccia
sul mar, di qua di l si sperdono tutte le nubi,
l'Orse compaiono in cielo, degli Asini in mezzo, la Greppia,
fioca brillando, accenna che tutto  propizio ai nocchieri.
O protettori voi degli uomini entrambi ed amici,
atleti, cavalieri, maestri di cetera, adi,
prima di Cstore o prima cantare dovr di Pollce?
L'inno sar d'entrambi, ma prima dir di Pollce.

Inno per Pollce
La nave Argo, com'ebbe schivate le rupi cozzanti
e la terribile bocca del Ponto coperto di neve,
giunse ai Bebrci, i figli recando diletti dei Numi.
E dalla nave qui di Giasone, discesero fitti
con una sola scala, da un fianco e dall'altro, i guerrieri,
sopra una spiaggia di sabbia profonda, a riparo dal vento,
stesero a terra i giacigli, si diedero cura dei fuochi.
Ma Cstore dai ratti puledri e l'adusto Pollce
mossero entrambi soletti, lontan dai compagni, pel monte,
a contemplare una selva selvaggia, d'ogni albero folta.
Ed una fonte perenne trovarono sotto una pietra
nitida, ch'acque volgeva copiose purissime: al fondo
brillavano lapilli, parevano argento e cristallo,
dall'imo gorgo; e pini sorgevano eccelsi d'intorno,
candidi pltani, ed altochiomati cipressi, e corolle
di fior', fragranti, dolce lavoro per l'api villose,
quanti, allorch primavera declina, germoglian sui prati.
E qui seduto stava un uomo gigante al sereno:
terribile a vedere: schiacciate le orecchie dai pugni
duri, ed il petto immane rotondo, la schiena possente,
polpe di ferro, come dal mlleo battuto colosso,
e nelle braccia, sotto dall'omero, i muscoli duri
stavano come blocchi monliti, cui rotolando
torrenzale fiume lisci coi suoi vortici grandi;
e sopra il dorso e sopra la nuca, gi gi, delle gambe
sino all'estremo, appesa la pelle d'immane leone.
Primo Pollce a lui, vincitore di gare, si volse.
Polluce
Salute, ospite, chi tu sii: di che genti  la terra?
mico
Come salute, se vedo persone che mai non ho viste?
Polluce
Fa' cuor: sappi che iniqui non vedi, n figli d'iniqui.
mico
Cuore, ne faccio: da te non devo imparare il mestiere.
Polluce
Sei selvatico? Nutri per tutti rancore e disprezzo?
mico
Quale mi vedi io sono. Dei fatti tuoi forse m'intrigo?
Polluce
Vieni: ospitali doni gradisci, ed a casa ritorna.
mico
No, non offrirmi doni: ch io non son pronto al ricambio.
Polluce
Non lasceresti, brav'mo, neppur che bevessi quest'acqua?
mico
Se i labbri schiusi t'arda la sete, da te lo vedrai.
Polluce
Quanto denaro vuoi, che compenso per cedere? Dillo.
mico
Piantarti a tu per tu contro un uomo, e venire alle mani.
Polluce
Pugni vibrando, e coi piedi battendo lo stinco? Io son pronto.
mico
Coi pugni; e risparmiare non devi risorsa dell'arte.
Polluce
L'uomo dov', con cui provar debbo le mani ed il cesto?
mico
Presso lo vedi; n alcuno chiamarlo potr femminetta.
Polluce
Ed anche il premio  pronto, per cui ci dobbiamo azzuffare?
mico
Io servo tuo, tu mio sarai detto, se vincerti io posso.
Polluce
S'azzuffano a tai norme gli augelli di cresta vermiglia.
mico
Sia che possiamo augelli sembrare, o sembrare leoni,
per questo premio a zuffa venire dovrem, non per altri.

Disse. E alla bocca una cava conchiglia port, trasse un mugghio
mico. Ed a quel soffio, dei platani all'ombra, veloci
corsero i Bbrici tutti, che mai non si radon le chiome.
Cstore si spicc similmente, l'eroe prode in guerra,
e dalla nave magnesia chiam tutti quanti i guerrieri.
E i due, rese ben dure le pugna con guigge di bove,
raccolte le coregge d'intorno alle solide braccia,
l'un contro l'altro, morte spirando, si fecer nel mezzo.
E qui, mentre moveano, fu grande lo sforzo d'entrambi,
chi sopra il dorso ricever dovesse la luce dei sole;
e assai, Pollce, tu superasti in destrezza il rivale:
il sol tutto coi raggi percosse d'mico il volto.
Avanti si lanci questi, dunque, con l'animo in furia,
ed avvent le pugna; ma il figlio di Tndaro, al sommo
del mento lo colp, mentr'egli avanzava. Pi fiero
quei si riscosse, e, a terra chinando la testa, tremendo
sopra gli fu. Grida alte levarono i Bbrici; e cuore
gli eroi, dall'altra parte, faceano al gagliardo Pollce,
temendo che quell'uomo, che Tizio pareva, dovesse
in quell'angusto spazio domarlo, schiacciarlo col peso.
Ma da una parte e dall'altra il figlio di Giove lo incalza,
lo batte a colpi alterni con ambe le pugna, e trattiene
per grande che la forza ne sia, di Posdone il figlio.
E si ferm, briaco di colpi, ed il livido sangue
sput. Levaron tutti quei prodi alte grida di gioia,
come le sconce piaghe mirar su le guance e la bocca
tanto era gonfio il viso, che gli occhi sembravan piccini.
E, finti colpi, poi, d'ogni parte lanciando, Pollce
lo sconcert; poi, quando lo vide smarrito, di sopra
il pugno spinse, sotto le ciglia, nel mezzo del naso,
e tutta gli scopr, sino all'osso, la fronte. Percosso
quegli piomb, disteso supino tra l'erbe fiorenti.
E ancor s'alz, di nuovo la zuffa avvamp furosa,
e con i duri cesti, l'un l'altro batteva, struggeva.
Ma sopra il petto e i lombi lanciava dei Bbrici il sire
le pugna, e sopra il collo; ma invece, di sconce percosse
lui straziava sempre sul viso l'invitto Pollce.
E s'afflosciarono a quello, sudando, le carni; e, da grande,
fatto pareva piccino; ma quanto cresceva il travaglio,
tanto parean pi massicce le membra dell'altro, e rubeste.
Or, come vinse il figlio di Giove il vorace gigante?
Dea che lo sai, tu dillo: agli altri io dir ci che appresi,
o Dea, da te, per quanto tu voglia, per quanto ti piace.
mico, dunque, ardendo di compiere qualche gran fatto,
con la sinistra afferr di Pollce la mano sinistra,
obliquamente il corpo piegando nel lancio; e da destra
gli spinse, verso il cavo del fianco, il suo pugno massiccio.
E, se colpito l'avesse, finito era il re degli Amcli;
ma sguisci sotto; e il capo fer del gigante col pugno,
sotto la tempia sinistra, gravando la spalla sul colpo:
livido il sangue tosto sgorg dalla tempia squarciata.
E con un altro percosse la bocca; e stridettero i denti.
E gli struggeva il viso con sempre pi aspro remeggio,
finch sbranate gli ebbe le guance. Ed a terra proteso
senza pi senso giacque; e in su, rinunciando alla lotta,
protese ambe le mani, ch presso era giunto alla morte.
E tu, sebben domato l'avevi, non inferocisti
su lui, pugilatore Pollce; e un gran giuro ei ti fece,
per testimonio dal mare chiamando suo padre Nettuno,
che non avrebbe mai pi molestati per primo i foresti.
Cos l'inno, o Signore, tu avesti. Or te, Cstore, canto,
rapidalancia, puledriveloce, corazzadibronzo.

Inno di Cstore
I due figii di Giove traevano dunque, rapite,
di Lecippo le due figliuole: a inseguirli veloci
moveano i due fratelli figliuoli del sire Afaro,
Ida gagliardo, e Linco, promessi e vicini alle nozze.
Quando alla tomba presso fr giunti del morto Afaro,
scesero gi dai cocchi, balzarono gli uni su gli altri,
delle zagaglie gravi, dei concavi scudi. E Linco
parl, di sotto all'elmo lanciando la voce possente
O sciagurati, perch bramate la pugna? E feroci
per l'altrui donne, ignude nel pugno stringete le spade?
Ai nostri doni queste sue figlie promise Lecippo
fr prima assai per noi che per voi, queste nozze giurate.
Bello non par che voi, pei talami ch'erano d'altri,
con muli, con giovenchi, con altri molteplici doni,
quell'uomo corrompiate, prediate coi doni le nozze.
E ben sapete ch'io, pi volte, d'entrambi al cospetto,
tanto, sebbene io non sia di molte parole, vi dissi:
- Amici cari, cosa non  che agli onesti convenga,
voler le spose avere per cui son gi pronti gli sposi.
 grande Sparta,  grande l'Arcadia nutrice di greggi,
l'lide  grande anch'essa, che nutre corsieri, e Micene,
le rocche degli Achei, di Ssifo tutta la spiaggia.
Crescono qui, pensiero dei lor genitori, fanciulle
innumerevoli, e menda non hanno di membra o di senno.
Facil per voi, fra queste sposar quale meglio vi piaccia;
ch'essere molti padri vorrebbero suoceri a prodi;
e voi distinti siete fra quanti pur vivono eroi,
e i vostri padri, e tutta, salendo, la stirpe paterna.
Amici, e dunque voi lasciate che giungano a mta
le nostre nozze; e tutti per voi ci daremo pensiero. -
Cos parlavo; e mai non ebbero grazia i miei detti;
ch li rapiva ai gorghi del mare una furia di venti.
Inesorabili sempre voi foste, e crudeli; ma ora
datemi retta; entrambi ci siete cugini paterni.
Se, poi, guerra il cuor vostro desidera proprio, e col sangue
lavar convien la lite fraterna, e spezzare le lance,
Ida e il fratello mio, Pollce dal braccio gagliardo,
tengano lungi le mani dall'urto di lotta odoso;
e noi, che siamo d'anni pi giovani, io con Linco,
decideremo col ferro: cos meno fiero il travaglio
dei genitori sar: basti un morto per una famiglia;
e colmeranno gli altri il cuor degli amici di gioia,
ch non saranno defunti, ma sposi di queste fanciulle
col minor danno conviene comporre le liti piti grandi.
Disse cos; n il Dio dovea rendere vani quei detti.
I due ch'eran pi avanti con gli anni, dagli omeri a terra
gi deposero l'armi. E in mezzo si fece Linco,
che, fatto il primo giro, scotea dallo scudo la lancia;
e parimenti, dell'asta scoteva la cuspide somma
Cstore: sopra i cimieri le creste ondeggiavano a entrambi.
E primo l'uno l'altro tent col travaglio dell'asta,
se un punto a caso ignudo paresse del corpo; ma prima
che nocumento alcuno recare potessero, frante
eran le punte, confitte restaron sui duri palvesi.
Dalle guaine allora le spade fuor trassero; e morte
l'un disegnava all'altro; n tregua era mai dalla pugna.
Cstore molti colpi su l'elmo crinito e lo scudo
vibr: molti Linco dallo sguardo acutissimo, a lui
sopra lo scudo, o dove paresse il purpureo cimiero.
Ma mentre un colpo questi vibrava al ginocchio sinistro,
Cstore indietro, sul pie' sinistro, si fece, e la destra
man gli percosse. Gitt la spada il ferito, e di corsa
fuggi sbito verso l'avello del padre, dove Ida
stava sdraiato, e la pugna mirava dei prodi parenti.
Ma si lanci, la spada sua larga di Tndaro il figlio
tra l'umbelico e il fianco gl'immerse: le visceri il bronzo
lacer sbito dentro. Linco su la bocca supino
si giacque; e greve a lui piomb su le plpebre il sonno.
Ma neppur l'altro dei figli veder Locosa doveva,
compier le grate nozze vicino all'altare paterno.
Ida Messenio, d'un tratto, la pietra strapp dall'avello,
e s'accingeva gi l'uccisore a colpir del fratello;
ma Giove l'imped, gli fece cader dalle mani
lo sculto marmo, e lui bruci con l'ardente saetta.
Facil non  venire coi figli di Tndaro a lotta
ch sono essi gagliardi, da padre gagliardo son nati.
Figli di Leda, salvete! Largite perpetua fama
anche a questi inni miei: ch sono di Tndaro ai figli
cari i cantori tutti, ad Elena, a quanti campioni,
per vendicar Menelao, distrussero d'Ilio la rocca.
Al vostro nome, eroi, provvide il cantore di Chio,
quando le navi cant degli Achivi, di Priamo la rocca,
e le battaglie d'Ilio, e Achille, gran torre di guerra.
Ed ora il miele anch'io per voi delle Muse, quel miele
ch'esse largiscono a me, che a me la mia casa provvede,
v'offro: ed i canti sono pei Numi l'offerta pi bella.

,23,  L'INNAMORATO
Amava un uomo, folle di brama, un crudele garzone,
che amabile era, s, d'aspetto, ma non di costumi
ch chi l'amava odava, n gli era cortese un sol giorno,
n conosceva Amore chi sia, quale Nume, quale arco
impugni, e quali amare saette sui giovani avventi:
era in ogni atto, in ogni parola, mai sempre implacato.
N di sue fiamme aveva conforto l'amante: non guizzo
di labbro, non parola, che sono sollievi d'amore;
ma, come bieco il guardo si volge di fiera silvestre
sui cacciatori, cos guardava quel giovin l'amante:
selvagge cran le labbra, brillavano truci gli sguardi,
e tramutava il viso per bile, fuggiva il colore
via dalle guance, per l'ira che tutto l'empieva. Eppur, bello
era cos: quell'ira cresceva l'ardor dell'amante.
E infine, non pote' sopportar tanta vampa d'amore,
ma presso alla sua porta crudele si fece piangendo,
e impresse un bacio sopra la soglia, e in tai detti proruppe:
Tristo, selvaggio fanciullo, fanciullo di pietra, progenie
di lionessa maligna, non degno d'amore, a te reco
l'ultimo dono mio, questo laccio: non voglio pi a lungo
crucciarti, quando sei tutta ira, o fanciullo; ma vado
nel luogo a cui tu m'hai dannato, dov' d'ogni male
pronto il rimedio per tutti gli amanti: l'oblio sempiterno;
ma pur se al labbro mio lo appresso, se tutto lo bevo,
spegner neppure cos potr la mia brama. L'addio
supremo scrivo sulla tua soglia. Conosco il futuro.
Anche la rosa  bella, ma il tempo la sfa: la vola
a primavera  bella, ma presto vecchiezza la strugge:
il giglio  bianco, e quando la brina lo stringe, avvizzisce:
la neve  bianca, e quando a terra  caduta, s'insozza;
anche il fanciullo  bello, per sua belt poco dura.
L'occasone verr che d'amore anche tu sarai preso,
quando col cuore in fiamme dovrai pianger lagrime amare.
Ma questa ultima grazia concedimi almeno, o fanciullo:
allor, che, uscendo, me nel vestibolo appeso vedrai,
non passare oltre, senza che tu badi a questo infelice:
frmati, e piangi un istante: versata una lagrima, poi
scioglimi il collo dal nodo, nascondimi con le tue vesti
alle tue membra tolte, poi dammi, per ultimo, un bacio:
al morto almen concedi le labbra: non devi temere:
renderti il bacio non posso; ma spirito grato m'avrai.
E a me scava una fossa che valga a celar tanto amore,
e quando lungi andrai, di' tre volte: Riposa, o diletto.
E, se tu vuoi, soggiungi: M' morto un diletto compagno.
E questo motto aggiungi, che incido sovresso il tuo muro:
Questi d'amore per: viator, non passare di lungo:
frmati invece, e di': fu crudo il fanciullo che amava.
E, cos detto, e una pietra pigliata, la spinse dal muro
fino alla soglia nel mezzo, appese una fune sottile
dall'architrave, su quella, il collo si strinse nel laccio,
l'appoggio poi respinse coi piedi, ed appeso rimase
cadavere. - Ed aperse la porta il fanciullo, ed il morto
vide, che in mezzo alla corte pendeva; n punto commossa
l'anima n'ebbe, n pianse la morte recente; e sul corpo
le vesti sue d'efebo gittate, che n'ebber contagio,
ai ludi corse, corse bramoso ai diletti suoi bagni.
E al Nume s'appress che aveva oltraggiato; e nell'acqua
balz, dal piedistallo di pietra. Ma sbito sopra
a lui cadde la statua del Nume; ed uccise il crudele.
L'acqua fu tinta di sangue; del giovine emerse la voce:
Gioite, o voi che amate: ch quei che odava, fu spento:
voi che odate, amate: ch il Nume ne trasse vendetta.

,24,  ERCOLE IN CULLA
Ora, una notte fra l'altre, Alcmena, la donna di Mdia,
deposto Ercole aveva, con Ificle, nato una notte
dopo di lui, poi che li ebbe lavati e ben sazi di latte,
entro un bellissimo scudo di bronzo, che aveva predato
Anfitrne al re Pterelo, quando cadde sul campo.
E detto avea, protese le mani sul capo dei bimbi:
Dormite un dolce sogno cui segua soave risveglio,
anime mie, figli miei gemelli, miei dolci bambini;
sereno il sonno sia, sereni destatevi a l'alba.
Diceva; e il grande scudo cullava; ed il sonno li colse. -
A mezzanotte, quando gi l'Orsa declina al tramonto,
contro Orone, e questo dal mare il grande omero innalza,
due suscit l'astuta Giunone terribili mostri,
due draghi orridi tutti nel guizzo di cerule spire,
su l'ampia soglia, dove sorgevan gli stipiti cavi,
e minacci che sbranato avrebbero il pargolo Alcde.
E rotolarono i due serpenti i volubili ventri
di sangue avidi al suolo: brillava dagli occhi una fiamma,
mentre avanzavano, orrenda, sputavano tossico acerbo.
Ma poi che, lingueggiando, fr giunti vicino ai bambini,
ecco, merc di Giove, cui nulla si cela, fr desti
d'Alcmena i dolci figli, brill ne la casa un fulgore.
Ificle tosto grid, come vide gli orribili mostri
sul cavo scudo, vide brillare le luride zanne,
e con un colpo dei piedi gitt la villosa coperta,
tentando di fuggire. Ma Ercole, surto alla lotta,
stese le mani, ed entrambi serr con un duro legame
gli angui fatali alle strozze, dov'essi nascondono il tsco
fatale, ond'hanno orrore perfino i Signori d'Olimpo.
E si divincolavano entrambi d'intorno al fanciullo,
lattante, al tardi nato, che mai fra le braccia non pianse
della nutrice; ma poi si sciolser coi dorsi fiaccati,
ed uno scampo essi stessi cercr dalla stretta fatale.
Ed ecco, il grido ud prima Alcmena, che prese a gridare:
Anfitrne, srgi, ch grave terrore m'invade:
lvati, non ti curare di stringerti i sandali ai piedi.
Non odi il pi piccino dei bimbi, come urla? Non vedi
che le pareti tutte, sebbene sia notte ancor buia,
sono fulgenti, quasi brillasse la limpida Aurora?
C', c' qualcosa di nuovo, in casa, marito mio bello.
Disse. E Anfitrone, udita la sposa, balz gi dal letto,
stese la mano alla spada sua bella, che sopra il giaciglio
appesa, pronta sempre, teneva a un piolo di cedro.
E d'una mano impugn il balteo di fresco intessuto,
con l'altro la guaina leggiadra di legno di loto,
e tutta la gran sala fu invasa di nuovo dal buio.
I servi indi chiam, sprofondati nel grave sopore:
Portate presto il fuoco, prendetelo dal focolare,
famigli miei: levate dagli usci le spranghe massicce.
- Levatevi, operosi famigli: vi chiama il padrone -
disse una donna fenicia che presso i mulini dormiva.
E accorser tutti quelli, recando le fiaccole accese
ognuno s'affrettava, la casa era tutta un tumulto.
Ed ecco, appena videro Alcde tuttora poppante,
che con le tenere mani stringeva alla strozza i due mostri,
un urlo tutti insieme levarono; e il bimbo a suo padre
mostrava i due serpenti, li palleggiava alti sul capo,
con bambinesca festa; e infine, ridendo, ai suoi piedi
gitt gli orrendi mostri, sopiti in letargo di morte.
E poscia, Alcmena al seno si strinse il minore dei figli,
Ificle, esangue tutto, e trepido per lo spavento:
sotto il villoso mantello raccolse Anfitrone l'altro,
e nuovamente al letto torn per riprendere sonno.
Ecco, e tre volte i galli cantaron gi alto il mattino.
Alcmena fece allora chiamare Tiresia indovino,
che presagiva il vero, gli disse del nuovo prodigio,
d'esprimer tutto ci che doveva avvenire gl'ingiunse.
N se qualcosa di tristo preparano i Numi, riguardo
tu devi avere, e celarlo: ch tanto, non posson gli umani
quello evitare ch'abbia filato la Parca fatale.
Ma che vo' dando, o figlio d'Evre, consigli ad un saggio?.
Disse cos la regina: cos l'indovino rispose:
Madre di sommi figli, di Prseo sangue, fa' cuore,
e serba in mente il meglio dei prosperi eventi futuri.
Per questa dolce luce degli occhi, da tanto perduta,
molte donne d'Acaia, torcendo sovresso il ginocchio
il morbido filato, il nome d'Alcmena nel canto
esalteranno; e sarai l'onor delle femmine d'Argo:
tal uomo il figlio tuo, tal eroe dal petto possente
crescer, salir sino al cielo che regge le stelle.
Gli uomini tutti, tutte le fiere, saranno pi fiacche
di lui. Poi, quando avr compiute ben dodici prove,
e salir presso Giove, lasciando la spoglia in Trachne,
genero detto sar dei Numi, che questi dragoni
spinsero dalle spelonche, perch divorassero il bimbo.
E verr giorno che il lupo, trovando nel covo un cerbiatto,
stringere non vorr, per sbranarlo, i terribili denti.
Ma ora, o donna, sotto la cenere il fuoco sia pronto,
e preparate legna di giuggiolo secco o ginestra,
o di perggine o rovo risecco, sbattuto dal vento,
e su le loro schegge selvagge bruciate i serpenti,
a mezzanotte, quando essi cercaron d'ucciderti il bimbo.
Ed al mattino un'ancella, dal fuoco la cenere tolta,
il fiume varchi, ed oltre la porti, e in burroni scoscesi
tutta la gitti, fuori dei vostri confini; e poi torni
senza rivolgere il capo. La casa indi pura si renda,
prima con solfo schietto; metteteci poscia del sale,
com' costume; e un ramo cingete di bende, e spruzzate
limpida linfa; e a Giove sgozzate un porcello di latte.
E sempre allora avrete trionfo dei vostri nemici.
Cos disse; e respinto da s lo sgabello d'avorio,
part, sebbene grave per gli anni suoi molti, Tiresia.
E crebbe Ercole, come ne l'orto una pianta novella,
presso la madre; e fu detto figliuol d'Anfitrone argivo.
E suo maestro fu, ne le lettere sperto lo rese
Lino vegliardo, l'eroe senza sonno, figliuolo d'Apollo.
A tender l'arco, al segno lanciare lontano lo strale,
urito, d'ampie terre, dai padri redate, opulento.
L'ammaestr nel canto, gli apprese a comporre le mani
sopra la lira di bosso Eumlpo figliuol di Filammo.
E quanti modi sanno gli Argivi dall'agili cluni,
d'abbatter con l'intreccio dei piedi l'un l'altro a la lotta,
quanti i pugilatori, pei cesti terribili, e quanti,
i pancraziasti, quando si gittano al suolo rovesci,
tanti ne apprese al fanciullo Arplico figlio d'Ermte,
di Fanota, cui niuno, vedendolo pur da lontano,
cuore d'attendere avea, quand'ei ne l'agone lottava:
tale era impresso a lui sul viso terribil cipiglio.
Ad eccitare cavalli al cocchio aggiogati, e nel giro
schivar la meta e incolume l'asse serbar de le ruote,
al suo figliuolo fu maestro Anfitrone stesso:
che prezosi doni sovente egli avea dagli agoni
impetuosi, ad Argo l'equestre recati; ed i cocchi
dove ei sala, perdevan col tempo consunte le briglie.
Ad affrontare un guerriero con l'asta protesa e lo scudo
dietro le spalle, a sfidare le crude ferite dei brandi,
ad ordinar la falange, a computo far d'una squadra,
quando s'avanza ostile, dare ordini a gente a cavallo,
Cstore l'ammaestr, l'Ipplide, giunto fuggiasco
d'Argo, ove tutto Tido regnava il vitifero piano,
ch Adrasto il regno d'Argo l'equestre gli aveva lasciato.
Ercole, dunque, cos vena dalla madre educato.
Presso al giaciglio del padre steso era il giaciglio del bimbo,
un vello di leone, che assai gli piaceva. Il suo pasto
era di carne arrostita, e dentro un canestro, un gran pane
dorico: un zappaterra poteva di certo far sazio.
Ma sobria era sul vespro la cena, e di cibi non cotti.
E rozza era la veste, n a mezzo copriva le gambe.

,25,  ERCOLE CHE UCCIDE IL LEONE
PRIMO
E l'aratore allora, il vecchio custode dei bovi,
smise il lavoro che stava compiendo in quel punto, e gli disse:
Quello che brami, a te, forestiere, dir di buon grado
ch d'Erme, ai peregrini patrono, pavento il castigo:
esso, dicono, pi d'ogni altro Celeste s'adira,
se vandante alcunch ti chiede, e tu opponi rifiuto.
Dunque, d'Auga sovrano son queste le greggi villose;
n solo un pascolo tutte le accoglie, una sola contrada:
bens, d'Elisso queste si muovono a pascer sui rivi,
altre d'Alfeo divino lunghessa la sacra corrente,
ed altre di Buprasio sui pascoli pingui, e qui altre.
E per ognuna sono costrutte distinte le stalle;
e per gli armenti dei buoi, sebbene il loro numero  immenso,
per tutti quanti, sono qui pascoli, sempre in rigoglio,
negli acquitrini grandi del Menio; ch i roridi prati
e le paludi basse, l'erbetta pi dolce del miele
nutron, che delle giovenche corngere accresce la forza.
 questa, alla tua destra, la stalla dove hanno soggiorno,
di l dalla corrente del fiume, visibile a tutti,
dove quei platani vedi che sempre fioriscono, e grigio
cresce l'ulivo selvaggio, d'Apollo custode dei greggi
sacro sacello, del Dio che manda i veraci presagi.
Sorgono, accanto l, di noi villici l'ampie capanne,
che custodiamo del re le ricchezze; e son tante, che dire
mal si potrebbe: il seme gittiamo talora nei solchi
della maggese scalzata tre volte e persin quattro volte.
Stanno ai confini quelli che seduli piantan le vigne,
e vengono quand' la stagione di premere l'uva:
ch' tutta quanta questa pianura d'Auga, del re savio,
e i campi di frumento feraci, e i poderi alberati,
fino all'estremo confine dei vertici irrigui di polle,
dove operosi noi soggiorniam dal mattino alla sera,
come s'addice ai servi che passan la vita nei campi.
Ma dimmi adesso tu, ch a cuor deve stare a te stesso,
quale necessit t'indusse a cercar questi luoghi,
se tu cerchi lo stesso sovrano, o se alcun dei famigli
che vivon qui: ch'io so tutto quanto a puntino, e son pronto
a dirti tutto il vero: ch figlio di gente dappoco
non saprei dirti; e un dappoco tu stesso davvero non sembri:
tanto  la tua figura prestante: i figliuoli dei Numi
han tale aspetto, appunto, se scendono mai fra i mortali.
E a lui queste parole rispose il figliuolo di Giove:
O vecchio, s, vorrei vedere il sovran degli Epi,
Auga: necessit di lui qui mi spinse a venire.
Se dunque egli in citt si trova, fra i suoi cittadini,
se le faccende cura, giustizia amministra a le genti,
additami qualcuno dei servi, e conducimi a lui,
ch'abbia prestigio, che sia capoccia dei villici: a quello
potrei parlar, sapere da lui ci che bramo: ch il Nume
volle che avesser l'uno bisogno dell'altro, i mortali.
E a lui queste parole rispose l'accorto aratore:
Tu giungi, ospite, qui, per volere d'alcuno dei Numi:
ch tutto ci che tu brami, d'un tratto si vede compiuto:
ch per l'appunto, Auga, figliuolo diletto del Sole,
col suo figliuolo insieme, Filo, di mirabile forza,
 giunto ieri, dalla citt, dopo tanto, nei campi,
per rivedere i suoi beni, che numero quasi non hanno:
poich ne sono i re convinti essi stessi, che quando
cura essi stessi n'hanno, la casa procede assai meglio.
Andiamo ora da lui: ti voglio alla nostra capanna
essere guida io stesso: ch quivi il signor troveremo.
Ci detto, mosse; e andava mirando la pelle ferina,
e la gran clava che il pugno gli empieva, e pensava e pensava
chi fosse mai quel foresto. La brama di chieder lo ardeva,
ma il labbro poi frenava gi pronta ad uscir la parola,
ch non giungesse importuna. Ch egli gran fretta mostrava,
e facil cosa non  conoscer la mente d'un uomo.
E mentre alla capanna moveano, sentirono i cani
sbito, ancor da lungi, l'effluvio e il rumore dei piedi,
e chi di qua chi di l, s'avventaron con alti latrati
contro l'Alcde, d'Anfitrone figliuolo; ma invece
scodinzolarono al vecchio d'intorno, gli fecero festa.
Ma quei, col solo gesto di prendere sassi da terra,
li sgoment, li fece lontano fuggire, e minacce
con aspra voce a tutti lanci, pose fine ai latrati,
pure gioendo in cuore, che guardia faceano alla stalla,
anche quand'egli non c'era. E tali parole poi disse:
Deh, quale bestia  questa, che i Numi signori del cielo
hanno creata compagna dell'uomo, che bestia fedele!
Se poi tanto giudizio avessero mai da capire
da s, con chi bisogna, con chi non bisogna adirarsi,
quale altra bestia mai la palma rapirle potrebbe?
Ma ora troppo fieri con te sono, troppo selvaggi.
Disse. Ed a rapidi passi movendo, fr presso le stalle.

SECONDO
Ed Elio quindi verso le tnebre volse i cavalli,
l'ore adducendo del vespro. Ed ecco, tornando dall'erba,
giunsero i pingui armenti diretti ai recinti e a le stalle;
e le giovenche, l'une su l'altre, migliaia e migliaia,
giunsero poscia: a vederle, sembravano nuvole acquose,
quando movendo vanno pel cielo, ch a tergo le spinge
con la sua forza Bora, che giunge di Tracia, oppur Noto:
vanno per l'aria cos, senza numero, senza mai fine,
perch quante la forza del vento ne rotola innanzi,
tante si levan di nuovo, si addensano l'una su l'altra.
Cos, l'un dietro l'altro giungevan gli armenti dei bovi.
E il pian tutto suon, suonarono tutti i sentieri
d'alti muggiti, tutti s'empierono i campi feraci
delle moventi mandre: fr colmi di bovi dal tardo
passo i recinti, pieni di pecore furono i chiusi.
Niun dei famigli qui vicino ai giovenchi ozava,
sebben fossero tanti, che tu non potevi contarli;
ma questi attorno attorno ai pie' delle vacche adattava
di cuoio ben tagliato le strambe, per munger da presso:
altri spingeva i figli lattonzoli sotto le madri,
perch bere a lor posta potessero il latte soave:
chi porgea secchie, chi faceva rapprendere il cacio,
altri spingeva i tori nel chiuso, e le femmine a parte.
Auga, facendo il giro, guardava per tutte le stalle
quanto dei beni suoi si prendessero cura i pastori;
e il suo figliuolo, e Alcde gagliardo dal senno profondo,
ivan col re, mentr'egli movea fra le tante ricchezze.
Qui d'Anfitrone il figlio, sebbene chiudesse nel seno
pronto a ogni evento il cuore, ch nulla l'avrebbe commosso,
mir tutto stupito gl'innumeri doni dei Numi,
quando li vide; perch non avrebbe mai detto e creduto
che tanta gregge avere potesse un uom solo, o vuoi dieci
di quelli ch'n, fra i re tutti quanti, pi copia di greggi.
Il Sole questo aveva concesso retaggio a suo figlio:
ch'egli pi ricco fosse d'armenti che gli uomini tutti;
e prosperar gli faceva via via tutte quante le bestie,
una per una, egli stesso; n alcuno dei morbi piombava
sulle sue greggi mai, che danneggiano sempre i pastori:
sempre crescean le cornute giovenche di numero, sempre
pi belle, d'anno in anno, vederle potevi: feconde
sempre di vivi parti, feconde di femmina prole.
E ben trecento tori con esse movevano a schiera:
grandi le tibie aveano, le corna ricurve; e duecento
altri, colore del fuoco, di gi tutti quanti petulchi;
e dodici altri, infine, movevano insieme con quelli,
che sacri erano al Sole. Bianchissimo, come di cigni,
aveano il manto, insigni fra tutti nel gregge pi lento.
Essi distinti dagli altri brucavan la florida erbetta
sulla pastura: cos superbivan di loro bellezza;
e allor che dalla fitta boscaglia le fiere veloci,
per assaltar le agresti giovenche, rompevano al piano,
primi, sentendole al fiuto, correvano questi alla zuffa,
e con occhiate di strage levavano orrendi muggiti.
Ma sovra tutti gli altri per forza e vigore emergeva,
per fiero animo, assai, Fetonte, che tutti i bifolchi
paragonavano a un astro, perche pi di tutti i giovenchi
esso fulgeva, quando moveva, e spiccava fra tutti.
Or, come questi la spoglia mir dell'orrendo leone,
si lanci contro Alcde, col capo e la fronte possente,
per trapassargli il fianco. Ma, vigile sempre, l'eroe
come sopra gli fu, lo gherm con la mano possente
al corno manco, e il collo gi gi gli fiacc, fino al suolo,
sebbene era gagliardo; e poi lo ritorse all'indietro,
gravandolo col peso dell'omero; e il muscolo saldo
si vide alto levarsi fra i tndini, al sommo del braccio.
li re stup, stup l'assennato suo figlio Filo,
con quanti altri attendeano bifolchi ai corngeri bovi,
la sovrumana forza del figlio d'Alcmena mirando.

TERZO
I pingui campi adesso lasciati, volgevano il passo
vr la citt, Filo, figliuolo d'Auga, con Alcde.
Ed ecco, giunti appena che fr su la strada maestra,
- aveano a ratti passi percorso l'angusto sentiero
che da la stalla via via si stendeva traverso le vigne,
poco visibile, in mezzo ai tenero verde del bosco -
quivi al rampollo di Giove supremo fra tutti i Celesti,
che dietro ai passi suoi moveva, il figliuolo d'Auga
parl, voltando lieve la fronte su l'omero destro:
Da tanto e tanto tempo, di te, stranero, parlare
udii, se pure quello tu sei: me ne torna il ricordo.
Poi che una volta un uomo sul fiore degli anni, un Acho,
d'lice giunse, citt dell'Arglide, sita sul mare;
ed esso raccont, dinanzi a moltissimi Epi,
che un uomo d'Argo, in sua presenza, un orrendo leone
aveva ucciso, un mostro feroce, terror dei bifolchi,
che la spelonca aveva nel bosco di Giove Nemo.
Non so se proprio d'Argo la sacra - diceva - giungesse,
oppur se la citt di Tirinto abitasse, o Micene.
Anche la stirpe sua diceva: diceva che fosse
il suo progenitore, se mal non ricordo, Perso.
Ora, credo io, niun altri degli Agali, tale gesta
compieva, se non tu: la pelle di fiera che il fianco
ti copre, chiara dice l'impresa del saldo tuo braccio.
E dunque, dimmi prima, ch certo sapere io lo possa,
o eroe, se stato io sono sagace indovino, o dappoco,
se tu sei proprio quello che disse quell'uomo, l'Acho
d'lice, quando l'udimmo, se bene t'ho riconosciuto.
E dimmi come tu l'orribile belva uccidesti,
e come capit di Nema nell'irrigua contrada:
giacch tu non potresti vedere un tal mostro, per quanto
tu lo bramassi, nell'Asia; ch simili fiere non nutre
l'Asia, ma orsi, cinghiali, progenie di lupi feroci.
Perci, gran meraviglia facevano, udendo il racconto;
e alcuni poi dicevan che quel viatore mentiva,
per ingraziarsi, con vane fandonie, chi stava ad udirlo.
Poi ch'ebbe detto cos, di mezzo alla strada Filo
devi, tanto, che andare potesse con Ercole a pari,
e facilmente udirne potesse cos le parole.
Ed Ercole parl cos, poi che l'ebbe vicino:
Quello che prima tu m'hai chiesto, figliuolo d'Auga,
argomentato da te l'hai bene, ed a filo di squadra.
Punto per punto, ci che riguarda l'orribile fiera,
adesso io dir ti voglio, giacch tu desideri udirlo,
tranne di dove giunse: ch questo, nessun degli Achei,
sebbene sono tanti, potrebbe narrarlo di certo.
Solo congetturiamo che l'abbia qualcuno dei Numi
sui Foroni mandata, per cruccio d'offerte neglette:
perch, di fiume al pari che i campi sommerga, il leone
tutte le genti struggea senza tregua; e, pi ch'altri, i Bembni,
insopportabili mali piangevano, ch'eran pi presso.
Ed Euristo m'impose primissimo tale cimento,
e m'ordin ch'io dovessi dar morte all'orribile fiera.
E dunque, presi l'arco flessibile, il cavo turcasso
pieno di frecce, e mossi: stringevo nell'altra una clava,
tronco massiccio, con tutta la scorza, con tutto il midollo,
d'un oleastro fronzuto, che un d, sotto il santo Elicona,
trovai, lo sradicai, con esse le radiche fitte.
Ed ecco, appena al luogo pervenni dov'era il leone,
sbito presi l'arco, la corda di nervo ritorto
strinsi all'anello in cima, vi posi una freccia letale.
E gli occhi tutto in giro volgendo, cercavo la fiera,
se, prima ch'ella me vedesse, potessi vederla.
Giunto era il giorno a mezzo; n io, per guardar che facessi.
scorgere impronta alcuna potevo, n udire ruggiti.
N c'era uomo veruno che ai bovi attendesse, ai lavori
sui seminati solchi, da volgergli alcuna dimanda:
ch nelle stalle tutti chiudeva lo scialbo terrore.
Ma i piedi io non trattenni, pel bosco selvoso, alla cerca,
prima d'averlo visto, d'averne saggiate le forze.
Alla sua tana, prima del vespero, ei dunque tornava,
ch'era di carne e di sangue pasciuto; e bruttata di sangue
l'irta criniera aveva, le costole, l'orrido ceffo;
e con la lingua, attorno l'andava lambendo alle guance.
Io nelle macchie ombrose, s come lo vidi, mi ascosi,
ed aspettai, nel sentiero selvoso, che presso giungesse,
e io colpii, mentr'egli giungeva, nel fianco sinistro;
e invan: ch il dardo aguzzo non valse a forare la pelle,
e su la pallida erba piomb di rimbaizo. E la fiera,
velocemente alz dal suolo la testa rossastra,
tutta stupita; e corse d'attorno con gli occhi, cercando;
e spalancava la bocca, mostrava le zanne voraci.
E allora un nuovo dardo dal nervo dell'arco scagliai,
tutto crucciato pel primo, che invano di man m'era uscito;
e lo colpii nel mezzo del petto, ove ha sede il polmone;
ma non pot la freccia dogliosa neppur questa volta
passare il cuoio; e vana dinanzi alle zampe gli cadde.
Ond'io, pieno di cruccio, la corda tiravo la terza
volta; ma, roteando le orrende pupille, la fiera
mi vide; e si batt, sui ppliti, in giro la coda
lunga, e si prepar senza indugio alla lotta. Nell'ira
turgido tutto il collo si fece, la rossa criniera
orrida ed irta, curva la spina del dorso divenne
al par d'un arco, e i fianchi raccolse in un groppo e i garetti.
E come un carradore, provato ai segreti dell'arte,
d'un caprifico i rami flessibili curva, che prima
li scalda al fuoco, e ruote ne foggia per l'asse del carro;
ed ecco, a un tratto, il ramo curvato dell'agil ficastro
di man gli sfugge, e via lontano si lancia d'un balzo:
cos piomb su me da lungi l'orrendo leone,
stretto in un groppo, ch bere voleva il mio sangue. Ma io
con l'una man le frecce protesi e il mantello addoppiato,
l'arida clava con l'altra levai, la vibrai su la testa,
sopra la tempia del mostro: in due su la testa villosa
della terribile fiera si ruppe il nodoso oleastro.
Ed esso, a terra gi piomb, ch'era a mezzo del salto,
prima che a me giungesse. E stette, sui piedi tremanti,
gi ciondolando la testa: ch tenebra a lui sopra gli occhi
scendea: s forte fu la percossa su l'osso del cranio.
Ed io, come lo vidi smarrito pel grave cordoglio,
prima che recuperasse lo spirito, s lo prevenni:
a terra l'arco, a terra gittai la mia salda faretra,
all'indomabile collo m'avventai, lo strinsi alla nuca.
e lo strozzai, stringendo le mani mie fiere, da tergo,
cos ch'ei non potesse con l'unghie straziarmi la carne.
E coi talloni al suolo premendogli presso alla coda
le zampe, mi schermivo, ch il ventre m'avesse a ferire,
finch'ei pi breve trasse l'anelito, e senza respiro
rest stremato; e l'Ade terribile l'anima accolse.
E poi, pensar dovei come fuor dalle membra potessi
trarre del mostro spento la pelle tutta irta di peli:
travaglio assai penoso, perch n col ferro tagliarla,
n con le pietre potevi, n in altro qualsiasi modo.
E nella mente alcuno dei Numi il pensiero m'infuse
ch'io del leone il vello fendessi con l'unghie sue proprie.
Con quelle il cuoio presto gli trassi; e d'intorno alle membra
me l'aggiustai, che schermo mi fosse nel cozzo di guerra.
E questa del leone Nemo fu la fine, o mio caro,
che tanti avea recati cordogli alle genti e alle greggi.

,26,  LE BACCANTI
Ino con Autone, con gave gota di mela,
tre, com'esse eran tre, guidvano tasi al monte.
E d'una quercia fronzuta recise le frondi selvagge,
con l'asfodlo, che al suolo germoglia, con l'edera viva,
alzarono in un prato senz'alberi dodici altari,
tre per Semle, e nove pel sire Dniso. E tratte
fuor dalla cesta le sacre focacce, sovressi gli altari
di fresche rame, senza parola le posero, come
aveva appreso ad esse Dniso, il Dio che ne gode.
Or, da un'eccelsa roccia, Pento tutto quanto mirava,
ch'era nascosto fra i rami d'un vecchio lentischio montano.
Prima lo vide Autone, che, orribili grida levando,
salt sbito sopra gli arredi dell'orge di Bacco.
Ed essa furava, con lei furavano l'altre.
E sbigottito fugg Pento, lo inseguirono quelle,
succinti i pepli su, dalla cintola, infino al ginocchio.
Femmine - disse Pento - che cercate? Rispose Autone:
Avanti che tu l'oda, ben presto saperlo potrai.
E allor, la madre il figlio gherm per la testa, ruggendo
cos, come ruggisce pel ccciolo suo lonessa.
Ed Ino gli strapp con la scapola l'mero grande,
ch gli salt sul ventre. N tenne altro modo Autone.
E l'altre membra tutte sbranavan cos l'altre donne;
e ritornarono a Tebe, che lorde eran tutte di sangue;
e pentimento, non gi Pento riportaron dal monte.
Non io m'affligger per un uomo, che a Bacco dispiaccia,
non altri; anche dovesse patir pi crudeli tormenti,
anche se avesse nove anni, se al decimo fosse avviato:
sempre voglio esser devoto, piacer voglio sempre ai devoti.
Per questo, onor da Giove l'egoco l'aquila ottenne:
hanno ventura i figli dei pii, non i figli degli empi.
Salve, Dniso, a te, cui sopra il nevoso Dracno
Giove l'eccelso die' vita, schiudendo il suo femore grande.
Salute anche a Semle, salute alle figlie di Cadmo,
sorelle sue, che onore riscuoton da molti, eroine.
Esse, poich le spinse Dniso, immuni da colpe,
compir lo scempio: niuno mai biasimi l'opre dei Numi.

,27,  IL COLLOQUIO D'AMORE
Personaggi:
Dafni
Fanciulla


Elena scaltra, rapita da Paride fu, da un bovaro.
Dafni
Ma di buon grado offerse quest'Elena un bacio al bovaro.
Fanciulla
Vanto non far, satirello! Non contano, dicono, i baci.
Dafni
Eppure, dnno tanta dolcezza anche i semplici baci!
Fanciulla
Sputare vo' quel bacio: mi voglio sciacquare la bocca.
Dafni
Ti vuoi sciacquar la bocca? Vieni qui, che ti bacio di nuovo.
Fanciulla
Meglio per te giovenche baciare, e non pure fanciulle.
Dafni
Vanto non far! Come sogno vaniscono presto i begli anni.
Fanciulla
L'uva divien passolina; n muor, se appassisce, la rosa.
Dafni
Dire ti devo una cosa: vien qui, sotto questi ulivastri.
Fanciulla
No, ch m'hai tratto anche prima, con dolci parole, in inganno.
Dafni
Udir la mia sampogna non vuoi? Vieni qui, sotto gli olmi.
Fanciulla
Goditela pur tu: non mi va, ci che torna in affanni.
Dafni
Ahi, ahi!, temi anche tu della Pafia lo sdegno, fanciulla.
Fanciulla
Tanti saluti alla Pafia! Mi vigili Artmide, e basta.
Dafni
Taci, ch non ti colpisca, ti spinga in un laccio intricato.
Fanciulla
E mi colpisca, se vuole: d'Artmide ho certo il soccorso.
Dafni
Non puoi schivare Amore: fanciulla non c' che lo schivi.
Fanciulla
S, che lo 5chivo, per Pane: tu porta in eterno il suo giogo.
Dafni
Temo che a un uomo di me peggiore conceder ti possa.
Fanciulla
Molti richiesta gi m'hanno; nessuno per m' piaciuto.
Dafni
Uno fra i molti, anche io qui vengo a richiederti sposa.
Fanciulla
Che ci guadagnerei? Le nozze son piene d'affanni,
Dafni
Non crucci, no, n doglie mai recan le nozze, ma danze.
Fanciulla
Dicono pur che le donne terrore han dei loro mariti.
Dafni
Esse comandan, piuttosto: chi pu far paura alle donne?
Fanciulla
Anche le doglie, temo: crudele  d'Ilizia la freccia.
Dafni
Artmide  la Dea che assister ti deve nei parti.
Fanciulla
La mia bellezza temo, che vada nei parti distrutta.
Dafni
Di giovent nuova luce, se avrai dolci figli, vedrai.
Fanciulla
Che dono mi di, se acconsento, che valga le nozze?
Dafni
Tutta la greggia avrai, tutto il bosco, ed i pascoli tutti.
Fanciulla
M'allestirai la stanza da letto, la casa e l'ovile?
Dafni
Il letto allestir: la lana pi bella preparo.
Fanciulla
Che mai, dimmelo, al vecchio mio padre, che mai potr dire?
Dafni
Quando il mio nome udr, godr che tu m'abbia prescelto.
Fanciulla
Dimmelo, via, questo nome: diletto pu dare anche un nome.
Dafni
Dafni io mi chiamo, mio padre Licda, mia madre Noma.
Fanciulla
Sei di bennati, certo: da meno, per, non sono io.
Dafni
Lo so, che in alto nata sei tu, che tuo padre  Menalca.
Fanciulla
Fammi vedere dov' questo bosco, dov' questo ovile.
Dafni
Vedilo qui, dove in fiore son questi miei svelti cipressi.
Fanciulla
Pascete, o capre mie, ch i campi veda io del bovaro.
Dafni
Tori, pascete, da bravi, ch'io mostri i miei boschi a la bella.
Fanciulla
O satirello, che fai? Tra le mamme la mano mi spingi?
Dafni
Queste tue poma vorrei provare se sono mature.
Fanciulla
Languore, aff di Pane, m'invade: ritira la mano.
Dafni
Cara, fa cuore! Tremi? Perch? Cos timida, sei?
Fanciulla
Entro nel fosso mi spingi, m'insozzi la veste mia bella!
Dafni
Sotto il tuo peplo, ve', questo morbido vello distendo.
Fanciulla
Anche m'hai tolta, ahim!, la cintura. Perch l'hai disciolta?
Dafni
Questo primissimo dono consacro alla Diva di Pafo.
Fanciulla
Fermo, cattivo! Sento rumore! Qualcuno s'avanza.
Dafni
Le tue nozze i cipressi bisbigliano l'uno con l'altro.
Fanciulla
La mia vestaglia, l'hai ridotta ad un cencio: son nuda.
Dafni
Un'altra veste avrai da me, pi sfoggiata di questa.
Fanciulla
Prometti mari e monti. Avr, dopo, un grano di sale?
Dafni
Deh, se la vita mia donarti potessi, per giunta!
Fanciulla
Non t'adirare, Diana, se pi le tue leggi non seguo.
Dafni
Una vitella offrir ad Amore, a Ciprigna una vacca.
Fanciulla
Qui son venuta fanciulla, gi donna ritorno al mio tetto.
Dafni
Non pi fanciulla, ma donna, di pargoli madre e nutrice.

L'uno con l'altra, di gaudio perfusi le roride membra,
facean tali susurri. Compiuto l'amore furtivo,
ella si scosse, e muta poi mosse a pascere il gregge
con vergognose pupille; ma il cuor le gioiva nel seno.
Ed ei, pago d'amore, tornava alle mandre dei bovi.

,28,  LA ROCCA
O rocca, o amica della lana, o dono d'Atena occhicilestre
alle donne che volta hanno alle cure domestiche la mente,
volonterosa alla citt del Nilo fulgida meco vieni,
dove il tempio di Cpride si leva sotto le verdi canne.
Chiediam che quivi con propizio vento ci sospinga il Cronde,
ch io l'ospite mio possa vedere, possa stringere al seno
Nicia, sacro pollone delle Grazie dalla voce soave,
e te, che nata dall'avorio sei, con grande arte foggiata,
consegnar possa, ch l'accolga in dono, alla sposa di Nicia.
Molte opere con lei tu compierai per i pepli maschili,
e molte vesti flessuose, quali portare usan le donne.
Ch due volte alle madri degli agnelli tondere il dolce vello
ciascun anno su l'erbe si dovrebbe per Tegene snella,
tanto  sedula all'opere, tanto ama ci ch'aman le massaie.
Ch'io non avrei potuto mai lasciare tal dono nella casa
di qualche donna sfaccendata e pigra; che mia compatriota
tu sei, sei del paese cui fondava da Efra un giorno Archa,
ed  midollo di Trinacria, terra di valorosa gente.
Or nella casa tu starai d'un uomo che sa farmachi molti
salutari, con cui lungi dagli uomini tiene i tristi morbi:
abiterai Mileto, degli Ioni la piacevol citt,
perch fama Teognide guadagni di filatrice esperta,
e sempre al pensier suo l'ospite amico delle Muse ricordi.
Sicch dir vedendoti qualcuno: si ottiene molta grazia
con picciol dono; e caro  tutto quello che provien dagli amici.

,29,  PER DUE FANCIULLI
Primo
Vino suol dirsi, o caro mio fanciullo,  verit:
ed anche noi che siam briachi, dire dobbiamo il vero.
Certo, io dir quanto nel fondo giace del mio pensiero.
Amarmi tu non vuoi con tutto il cuore, lo vedo bene,
perch solo in me resta la met della mia vita,
quando io le tue sembianze scorgo, e l'altra met s'invola.
E quando tu mi vuoi, vivo una vita simile a quella
dei Numi; e quando tu non vuoi, sprofondo nel cupo buio.
Come ti pu piacer, dare all'amante simil cordoglio?
Se credere a me vuoi che son pi vecchio, tu giovinetto,
dovrai, quando ne avrai clto il vantaggio, darmene lode.
Sopra un albero solo intesser devi un solo nido
dove non possa mai fino a te giunger selvaggio serpe.
Adesso, invece, un giorno te la passi su questo ramo,
sopra quello dimani; e canti sempre dall'uno all'altro.
E se qualcuno mai scorge ed esalta la tua bellezza,
lo tratti come tu gli fossi amico gi da tre anni,
e l'amico di pria come se fosse sol di tre giorni.
Ti piace, sembra a me, darti certe arie pi che da uomo:
dovresti invece amar sempre lo stesso, finch tu vivi.
E se farai cos, lucrerai fama di galantuomo
dai tuoi concittadini; e non sar con te crudele
Amor, che degli umani agevolmente soggioga i cuori,
e morbido anche me rese che un tempo ero di ferro.
E adesso io ti scongiuro per la tua tenera bocca,
di rammentar che l'anno scorso fosti pi giovinetto,
che tutti vecchi si diventa, in meno che non si sputa,
vecchi rugosi; e mai riacciuffare la giovinezza
niuno potr: ch a lei crescono sopra gli omeri l'ale,
e noi siam troppo tardi per ghermire gli esseri alati.
Rifletter devi a questo, e dimostrare cuore pi mite,
e amare me, che t'amo d'un amore scevro di frode.
Sicch, quando la guancia avrai di peli tutta coperta,
amici siamo l'uno e l'altro quali Patroclo e Achille.
Ora a predare moverei per te sin gli aurei pomi,
per te sino al custode degli spenti Cerbero andrei.
Ma se le preci mie tu lascerai sperdere ai venti,
e nel cuore dirai: perch mi secchi, benedett'uomo,
un giorno, quando la mia fiera brama sar svanita
alla tua soglia non verr, neppure se mi chiamassi.

Secondo
Ahim, com' tremendo questo mio nuovo morbo fatale,
questa d'amor quartana, che da due mesi di gi mi strugge
per un fanciullo. E non  tanto bello; ma dovunque il piede
volge, s'effonde grazia; e dalle guance dolcemente ride.
Ed or, questo malanno, quando mi prende, quando mi lascia;
e tal presto sar l'ardore, ch'io gustar non debba sonno.
Mi pass ieri accanto, e mi lanci dalle ciglia un'occhiata
sottile, e vergognoso poi distolse gli occhi; e si fe' rosso.
E Amor diede una stretta tanto pi dolorosa al mio cuore,
ed a casa tornai con la mia piaga, col cruccio nel seno.
E spesso mi rivolsi al cuore mio, con simili parole:
Che stai facendo? Quale sar l'ultima delle follie?
Non vedi i miei capelli che biancheggiano gi su le tempie?
Smetti, ch' tempo, di pi fare il giovane, quando non sei.
Tutto fai come quelli che di vita n'han vissuta poca.
E un'altra cosa ancor non vedi:  meglio che lungi rimanga
dai tristi amori dei fanciulli, dalle vane brame, l'uomo
che vede gi la propria vita correre come cerbiatto,
e la nave diman forse dovr spingere all'altra sponda.
Tra i giovani restar pu; ma il soave fior di giovinezza
con lui non resta, e la brama lo rode sin ne le midolla,
quand'ei ricorda; e visioni in sogno lo cruccian la notte,
n basta un anno intero a liberarlo dal suo tristo morbo.
Queste parole e molte altre al mio cuore sovente dicevo.
Ed ei cos rispose: Chi presume di vincere Amore,
macchinator d'inganni, quei presume di poter contare
quante di stelle ennadi si volgono sui nostri capi.
Ed or, ch'io voglia, o ch'io non voglia, debbo portare sul collo
il grave giogo, se lo vuole il Dio che la profonda mente
dom di Giove, e della stessa Cpride. Me, lieve foglia
che un piccol soffio pu rapire, turbina dove gli aggrada.

,30,  EPIGRAMMI

1- OFFERTE ALLE MUSE E AD APOLLO
Le rugiadose rose, gremito di foglie il serpillo,
sono deposti in dono alle Dive Eliconie.
A te, Pizio Peane, l'alloro che negre ha le foglie:
ch la delfica rupe con esso t'onor.
E l'ara bagner questo capro corngero bianco,
che le cime ai rametti del terebinto rode.

2- DAFNI FA UNA OFFERTA A PAN
Dafni dal bianco volto, che sopra la bella zampogna
intona gl'inni agresti, fe' questa offerta a Pane:
le cave canne, l'acuta zagaglia, il randello da lepri,
la pelle, e la bisaccia dove recava i pomi.

3- PAN E PRIAPO APPOSTANO DAFNI CHE DORME
Dafni, tu dormi: sul suolo cosperso di foglie abbandoni
le stanche membra: al monte le reti or or tendesti.
Ed a spiare ti sta con Pane Priapo, che adorna
con l'ellera dai gialli corimbi il gaio volto.
Entrambi entrati sono nell'antro ad un punto: su, fuggi:
scuoti il sopor del sonno, che t'ha sorpreso, e fuggi.

4- UN SIMULACRO DI PRIAPO
Se quelle querce e quel fosso tu giri, o capraro, una effigie
scolpita or or dal legno di fico troverai.
Non  sbucciata, orecchie non mostra, ha tre pie'; ma sbrigare
pu di Cpride i riti col mascolino arnese.
Un sacrosanto recinto d'intorno qui gira; e una polla
gi dalle rupi sgorga perenne; e tutto in giro
fa verdeggiare allori, mortelle, e fragranti cipressi.
Si volge attorno, colma di grappoli, una vigna
coi suoi viticci; e i merli cinguettano, insiem con gli arguti
rosignoletti, i vani canti primaverili;
e i fulvi usignoletti rispondon coi fitti gorgheggi,
dalla bocca effondendo la lor voce di miele.
Frmati qui, la prece qui leva al vezzoso Priapo,
perch dal seno mio strappi l'amor di Dafni.
E avr subito un negro capretto. Se invece rifiuta,
gli offrir pel rifiuto triplice sacrificio.
Una giovenca offrir, villoso un caprone, e un montone
cresciuto entro il recinto. M'oda benigno il Nume.

5- INVITO A UN CONCERTO
Vuoi, per le Muse, vuoi sul duplice flauto intonare
qualche bel canto? Anch'io, presa l'arpetta mia,
comincer qualche pezzo. D'accordo con noi, la sampogna
di cera aspersa, Dafni bifolco suoner.
Cos, dietro alla quercia fronzuta che sta dietro all'antro,
di Pan montacaprette disturberemo i sonni.

6- A TIRSI
(Per la morte di una capretta)
Misero Tirsi, che avrai guadagnato, se tu col tuo pianto
entrambe avrai distrutte le pupille degli occhi?
Perita  la capretta, la bella bestiuola,  nell'Ade
ch, nelle grinfie sue la strinse l'aspro lupo,
e gemono le cagne. Per, che ti giova, se l'ossa
n la cenere pi resta, di lei ch' spenta?

7- SU UNA STATUA D'ASCLEPIO
CHE NICIA AVEVA FATTO SCOLPIRE AD ETIONE
Anche a Mileto and, ch volea favellar con un uomo
risanator dei morbi, il figlio di Peone,
con Nicia, che ogni d sacrifici gli appresta, e scolpire
per lui fe' questa effigie nell'odoroso cedro,
sborsando ad Etine, merc di sua gran maestria,
una gran somma; e prova di tutta l'arte ei fece.

8-  EPITAFIO D'UN UBRIACONE
Che mai non vada attorno briaco la notte d'inverno,
ospite, t'ammonisce Ortn di Siracusa.
Ch io colpito fui da tale destino; ed invece
della patria diletta, mi cuopre estranea terra.

9-  PEL NAUFRAGIO DI CLEONICO
Uomo, abbi cura della tua vita, n metterti in mare
quando non  stagione: se no, presto morrai.
Da le convalli di Siria, Clenico misero, andavi
tu, per mercanteggiare nella florida Taso.
Mercanteggiavi; e quando s'immerser le Pleiadi in mare,
con le Pleiadi insieme t'immergevi anche tu.

10- PER UN MONUMENTO DEDICATO ALLE MUSE
DAL MUSICISTA SNOCLE
Per voi, per tutte e nove, o Dee, questo bel simulacro
sculto nel marmo, il musico Snocle dedic.
Dire diversamente nessuno potr: per tale atto,
lode avr dalle Muse, n obliato sar.

11-  PER LA TOMBA DEL FISIONOMO EUSTNE
 questo il monumento d'Eustne, fisionomo dotto,
spertissimo a conoscere dal volto i pensamenti.
Detter sepolcro a lui stranero su estranea terra,
gli amici, e assai l'amarono anche pei carmi suoi.
Ebbe l'esequie come convengono, il saggio defunto:
ebbe sebbene povero, chi di lui si cur.

12-  DEMOMELETE DEDICA A BACCO UN TRIPODE
E UNA STATUA
Memomelte il corgo, che il tripode a te, che l'effige
tua consacr, Dniso, dei Numi il pi soave,
in tutto era modesto, sapea ci ch' bello e opportuno;
e con un coro d'uomini consegu la vittoria.

13-  SU UNA STATUA D'AFRODITE URANIA
Cpride questa non  Pandema; placa la Diva,
chiamandola Celeste, rampollo de la casta
Crisgona, che sposa fu d'nficlo, e visse con lui,
e n'ebbe figli. E, sempre da te, Diva, gli auspici
prendendo, ogni anno pi prosperavan: ch quanti mortali
han cura dei Celesti, sorte han migliore anch'essi.

14-  INSEGNA DEL CAMBIA VALUTE CACO
Questo mio banco serve del pari nostrani e foresti:
pur che il calcolo torni, deposita e ritira.
Pretesti adducano altri: a chi glielo chiede, Caco
anche di notte cambia valute forestiere.

15-  EPITAFIO PER EURIMEDONTE
Conoscer se pi conto dei buoni tu fai, passeggero,
oppur se uguale onore da te riscuote il tristo.
Salute a questa tomba dirai, perch d'Eurimedonte
sopra la sacra fronte, senza gravarla, poso.

16-  EPITAFIO PER LA BAMBINA COLOMBA
Prima del tempo part questa bimba che aveva sett'anni,
per l'Ade, e molte sue compagne preced,
pel desiderio, tapina, del suo fratellino di venti
mesi, che infante ancora, gust l'amara morte.
Deh come innanzi ai pie' degli uomini il Dmone pose,
sventurata Colomba, le pi gravi sciagure.

17-  EPITAFIO PER EURIMEDONTE
Un figlio ancora infante lasciasti; e tu stesso, morendo
giovine, Eurimedonte, giacesti in questo avello.
Or tu fra gli uomini sei divini: tuo figlio, onorato
sar fra i cittadini per la bont del padre.

18-  PER UNA STATUA D'ANACREONTE
Ospite, osserva bene questa statua,
e quando in patria sii tornato di':
D'Anacreonte in To vidi l'immagine,
sommo fra i vati che vissero un d.
A questo aggiungerai che piacque ai giovani:
tutto l'uomo descritto avrai cos.

19-  SU UNA STATUA DI EPICARMO
Dorese  questa lingua, d'Epicarmo  questa immagine,
che la commedia invent,
Bacco, invece di lui, l'effigie bronzea
per te qui colloc.
Furon quei che in Siracusa han dimora, conterranei,
al concittadino loro
riconoscenti, all'uomo che di massime
ebbe adunato un tesoro,
che per tutti disse cose profittevoli alla vita.
Grazia di ci gli sia largita.

20-  EPITAFIO PER IPPONATTE
Del poeta Ipponatte  questo il tumulo.
Presso non ti ci far, se sei malvagio:
se probo sei, figlio di probi, siediti,
e, se n'hai voglia, dormi a tuo bell'agio.

21-  SOPRA UNA STATUA DI ARCHILOCO
Frmati, e Archiloco antico, dei giambi l'artefice, mira.
L'immensa gloria sua, vol del Vespero
sui lidi, e dell'Aurora.
Le Muse e Apollo Delio l'amarono: ch'ei della lira
maestro era, e d'armoniche compagini
di versi, alma canora.

22-  SOPRA UNA STATUA DI PISANDRO
Primo fra quanti gi poeti vissero,
quest'uom, Pisandro di Camro, scrisse
per voi le gesta del figliuol di Giove,
l'accorto eroe che col leon pugn.
E quante gesta egli compie', descrisse.
Or, poi che molti mesi ed anni volsero,
il popol, ch tu il sappi, lui medesimo
qui, scolpito nel bronzo, colloc.






