Questo e-text  stato gratuitamente scaricato da
www.liberliber.it
e adattato dalla Fondazione Ezio Galiano per
renderne autonoma la lettura ai privi della vista.

. GERUSALEMME LIBERATA.

POEMA DEL SIGNOR TORQUATO TASSO AL SERENISSIMO SIGNORE IL SIGNOR DONNO ALFONSO II D'ESTE DUCA DI FERRARA


. CANTO PRIMO.

1       Canto l'arme pietose e 'l capitano
che 'l gran sepolcro liber di Cristo.
Molto egli opr co 'l senno e con la mano,
molto soffr nel glorioso acquisto;
e in van l'Inferno vi s'oppose, e in vano
s'arm d'Asia e di Libia il popol misto.
Il Ciel gli di favore, e sotto a i santi
segni ridusse i suoi compagni erranti.

2       O Musa, tu che di caduchi allori
non circondi la fronte in Elicona,
ma su nel cielo infra i beati cori
hai di stelle immortali aurea corona,
tu spira al petto mio celesti ardori,
tu rischiara il mio canto, e tu perdona
s'intesso fregi al ver, s'adorno in parte
d'altri diletti, che de'tuoi, le carte.

3       Sai che l corre il mondo ove pi versi
di sue dolcezze il lusinghier Parnaso,
e che 'l vero, condito in molli versi,
i pi schivi allettando ha persuaso.
Cos a l'egro fanciul porgiamo aspersi
di soavi licor gli orli del vaso:
succhi amari ingannato intanto ei beve,
e da l'inganno suo vita riceve.

4       Tu, magnanimo Alfonso, il quale ritogli
al furor di fortuna e guidi in porto
me peregrino errante, e fra gli scogli
e fra l'onde agitato e quasi absorto,
queste mie carte in lieta fronte accogli,
che quasi in voto a te sacrate i'porto.
Forse un d fia che la presaga penna
osi scriver di te quel ch'or n'accenna.

5        ben ragion, s'egli averr ch'in pace
il buon popol di Cristo unqua si veda,
e con navi e cavalli al fero Trace
cerchi ritr la grande ingiusta preda,
ch'a te lo scettro in terra o, se ti piace,
l'alto imperio de'mari a te conceda.
Emulo di Goffredo, i nostri carmi
intanto ascolta, e t'apparecchia a l'armi.

6       Gi 'l sesto anno volgea, ch'in oriente
pass il campo cristiano a l'alta impresa;
e Nicea per assalto, e la potente
Antiochia con arte avea gi presa.
L'avea poscia in battaglia incontra gente
di Persia innumerabile difesa,
e Tortosa espugnata; indi a la rea
stagion di loco, e 'l novo anno attendea.

7       E 'l fine omai di quel piovoso inverno,
che fea l'arme cessar, lunge non era;
quando da l'alto soglio il Padre eterno,
ch' ne la parte pi del ciel sincera,
e quanto  da le stelle al basso inferno,
tanto  pi in su de la stellata spera,
gli occhi in gi volse, e in un sol punto e in una
vista mir ci ch'in s il mondo aduna.

8       Mir tutte le cose, ed in Soria
s'affis poi ne'principi cristiani;
e con quel guardo suo ch'a dentro spia
nel pi secreto lor gli affetti umani,
vide Goffredo che scacciar desia
de la santa citt gli empi pagani,
e pien di f, di zelo, ogni mortale
gloria, imperio, tesor mette in non cale.

9       Ma vede in Baldovin cupido ingegno,
ch'a l'umane grandezze intento aspira:
vede Tancredi aver la vita a sdegno,
tanto un suo vano amor l'ange e martira:
e fondar Boemondo al novo regno
suo d'Antiochia alti princpi mira,
e leggi imporre, ed introdur costume
ed arti e culto di verace nume;

10      e cotanto internarsi in tal pensiero,
ch'altra impresa non par che pi rammenti:
scorge in Rinaldo e animo guerriero
e spirti di riposo impazienti;
non cupidigia in lui d'oro o d'impero,
ma d'onor brame immoderate, ardenti:
scorge che da la bocca intento pende
di Guelfo, e i chiari antichi essempi apprende.

11      Ma poi ch'ebbe di questi e d'altri cori
scrti gl'intimi sensi il Re del mondo,
chiama a s da gli angelici splendori
Gabriel, che ne'primi era secondo.
 tra Dio questi e l'anime migliori
interprete fedel, nunzio giocondo:
gi i decreti del Ciel porta, ed al Cielo
riporta de'mortali i preghi e 'l zelo.

12      Disse al suo nunzio Dio: "Goffredo trova,
e in mio nome di'lui: perch si cessa?
perch la guerra omai non si rinova
a liberar Gierusalemme oppressa?
Chiami i duci a consiglio, e i tardi mova
a l'alta impresa: ei capitan fia d'essa.
Io qui l'eleggo; e 'l faran gli altri in terra,
gi suoi compagni, or suoi ministri in guerra."

13      Cos parlogli, e Gabriel s'accinse
veloce ad esseguir l'imposte cose:
la sua forma invisibil d'aria cinse
ed al senso mortal la sottopose.
Umane membra, aspetto uman si finse,
ma di celeste maest il compose;
tra giovene e fanciullo et confine
prese, ed orn di raggi il biondo crine.

14      Ali bianche vest, c'han d'or le cime,
infaticabilmente agili e preste.
Fende i venti e le nubi, e va sublime
sovra la terra e sovra il mar con queste.
Cos vestito, indirizzossi a l'ime
parti del mondo il messaggier celeste:
pria sul Libano monte ei si ritenne,
e si libr su l'adeguate penne;

15      e vr le piagge di Tortosa poi
drizz precipitando il volo in giuso.
Sorgeva il novo sol da i lidi eoi,
parte gi fuor, ma 'l pi ne l'onde chiuso;
e porgea matutini i preghi suoi
Goffredo a Dio, come egli avea per uso;
quando a paro co 'l sol, ma pi lucente,
l'angelo gli appar da l'oriente;

16      e gli disse: "Goffredo, ecco opportuna
gi la stagion ch'al guerreggiar s'aspetta;
perch dunque trapor dimora alcuna
a liberar Gierusalem soggetta?
Tu i principi a consiglio omai raguna,
tu al fin de l'opra i neghittosi affretta.
Dio per lor duce gi t'elegge, ed essi
sopporran volontari a te se stessi.

17      Dio messaggier mi manda: io ti rivelo
la sua mente in suo nome. Oh quanta spene
aver d'alta vittoria, oh quanto zelo
de l'oste a te commessa or ti conviene!"
Tacque; e, sparito, rivol del cielo
a le parti pi eccelse e pi serene.
Resta Goffredo a i detti, a lo splendore,
d'occhi abbagliato, attonito di core.

18      Ma poi che si riscote, e che discorre
chi venne, chi mand, che gli fu detto,
se gi bramava, or tutto arde d'imporre
fine a la guerra ond'egli  duce eletto.
Non che 'l vedersi a gli altri in Ciel preporre
d'aura d'ambizion gli gonfi il petto,
ma il suo voler pi nel voler s'infiamma
del suo Signor, come favilla in fiamma.

19      Dunque gli eroi compagni, i quai non lunge
erano sparsi, a ragunarsi invita;
lettere a lettre, e messi a messi aggiunge,
sempre al consiglio  la preghiera unita;
ci ch'alma generosa alletta e punge,
ci che pu risvegliar virt sopita,
tutto par che ritrovi, e in efficace
modo l'adorna s che sforza e piace.

20      Vennero i duci, e gli altri anco seguiro,
e Boemondo sol qui non convenne.
Parte fuor s'attend, parte nel giro
e tra gli alberghi suoi Tortosa tenne.
I grandi de l'essercito s'uniro
(glorioso senato) in d solenne.
Qui il pio Goffredo incominci tra loro,
augusto in volto ed in sermon sonoro:

21      "Guerrier di Dio, ch'a ristorar i danni
de la sua fede il Re del Cielo elesse,
e securi fra l'arme e fra gl'inganni
de la terra e del mar vi scrse e resse,
s ch'abbiam tante e tante in s pochi anni
ribellanti provincie a lui sommesse,
e fra le genti debellate e dome
stese l'insegne sue vittrici e 'l nome,

22      gi non lasciammo i dolci pegni e 'l nido
nativo noi (se 'l creder mio non erra),
n la vita esponemmo al mare infido
ed a i perigli di lontana guerra,
per acquistar di breve suono un grido
vulgare e posseder barbara terra,
ch proposto ci avremmo angusto e scarso
premio, e in danno de l'alme il sangue sparso.

23      Ma fu de'pensier nostri ultimo segno
espugnar di Sion le nobil mura,
e sottrarre i cristiani al giogo indegno
di servit cos spiacente e dura,
fondando in Palestina un novo regno,
ov'abbia la piet sede secura;
n sia chi neghi al peregrin devoto
d'adorar la gran tomba e scirre il voto.

24      Dunque il fatto sin ora al rischio  molto,
pi che molto al travaglio, a l'onor poco,
nulla al disegno, ove o si fermi o vlto
sia l'impeto de l'armi in altro loco.
Che giover l'aver d'Europa accolto
s grande sforzo, e posto in Asia il foco,
quando sia poi di s gran moti il fine
non fabbriche di regni, ma ruine?

25      Non edifica quei che vuol gl'imperi
su fondamenti fabricar mondani,
ove ha pochi di patria e f stranieri
fra gl'infiniti popoli pagani,
ove ne'Greci non conven che speri,
e i favor d'Occidente ha s lontani;
ma ben move ruine, ond'egli oppresso
sol construtto un sepolcro abbia a se stesso.

26      Turchi, Persi, Antiochia (illustre suono
e di nome magnifico e di cose)
opre nostre non gi, ma del Ciel dono
furo, e vittorie fur meravigliose.
Or se da noi rivolte e torte sono
contra quel fin che 'l donator dispose,
temo ce 'n privi, e favola a le genti
quel s chiaro rimbombo al fin diventi.

27      Ah non sia alcun, per Dio, che s graditi
doni in uso s reo perda e diffonda!
A quei che sono alti princpi orditi
di tutta l'opra il filo e 'l fin risponda.
Ora che i passi liberi e spediti,
ora che la stagione abbiam seconda,
ch non corriamo a la citt ch' mta
d'ogni nostra vittoria? e che pi 'l vieta?

28      Principi, io vi protesto (i miei protesti
udr il mondo presente, udr il futuro,
l'odono or su nel Cielo anco i Celesti):
il tempo de l'impresa  gi maturo;
men diviene opportun pi che si resti,
incertissimo fia quel ch' securo.
Presago son, s' lento il nostro corso,
avr d'Egitto il Palestin soccorso."

29      Disse, e a i detti segu breve bisbiglio;
ma sorse poscia il solitario Piero,
che privato fra'principi a consiglio
sedea, del gran passaggio autor primiero:
"Ci ch'essorta Goffredo, ed io consiglio,
n loco a dubbio v'ha, s certo  il vero
e per s noto: ei dimostrollo a lungo,
voi l'approvate, io questo sol v'aggiungo:

30      se ben raccolgo le discordie e l'onte
quasi a prova da voi fatte e patite,
i ritrosi pareri, e le non pronte
e in mezzo a l'esseguire opre impedite,
reco ad un'altra originaria fonte
la cagion d'ogni indugio e d'ogni lite,
a quella autorit che, in molti e vari
d'opinion quasi librata,  pari.

31      Ove un sol non impera, onde i giudci
pendano poi de'premi e de le pene,
onde sian compartite opre ed uffici,
ivi errante il governo esser conviene.
Deh! fate un corpo sol de'membri amici,
fate un capo che gli altri indrizzi e frene,
date ad un sol lo scettro e la possanza,
e sostenga di re vece e sembianza."

32      Qui tacque il veglio. Or quai pensier, quai petti
son chiusi a te, sant'Aura e divo Ardore?
Inspiri tu de l'Eremita i detti,
e tu gl'imprimi a i cavalier nel core;
sgombri gl'inserti, anzi gl'innati affetti
di sovrastar, di libert, d'onore,
s che Guglielmo e Guelfo, i pi sublimi,
chiamr Goffredo per lor duce i primi.

33      L'approvr gli altri: esser sue parti denno
deliberare e comandar altrui.
Imponga a i vinti legge egli a suo senno,
porti la guerra e quando vle e a cui;
gli altri, gi pari, ubidienti al cenno
siano or ministri de gl'imperii sui.
Concluso ci, fama ne vola, e grande
per le lingue de gli uomini si spande.

34      Ei si mostra a i soldati, e ben lor pare
degno de l'alto grado ove l'han posto,
e riceve i saluti e 'l militare
applauso, in volto placido e composto.
Poi ch'a le dimostranze umili e care
d'amor, d'ubidienza ebbe risposto,
impon che 'l d seguente in un gran campo
tutto si mostri a lui schierato il campo.

35      Facea ne l'oriente il sol ritorno,
sereno e luminoso oltre l'usato,
quando co'raggi usc del novo giorno
sotto l'insegne ogni guerriero armato,
e si mostr quanto pot pi adorno
al pio Buglion, girando il largo prato.
S'era egli fermo, e si vedea davanti
passar distinti i cavalieri e i fanti.

36      Mente, de gli anni e de l'oblio nemica,
de le cose custode e dispensiera,
vagliami tua ragion, s ch'io ridica
di quel campo ogni duce ed ogni schiera:
suoni e risplenda la lor fama antica,
fatta da gli anni omai tacita e nera;
tolto da'tuoi tesori, orni mia lingua
ci ch'ascolti ogni et, nulla l'estingua.

37      Prima i Franchi mostrrsi: il duce loro
Ugone esser solea, del re fratello.
Ne l'Isola di Francia eletti foro,
fra quattro fiumi, ampio paese e bello.
Poscia ch'Ugon mor, de'gigli d'oro
segu l'usata insegna il fer drapello
sotto Clotareo, capitano egregio,
a cui, se nulla manca,  il nome regio.

38      Mille son di gravissima armatura,
sono altrettanti i cavalier seguenti,
di disciplina a i primi e di natura
e d'arme e di sembianza indifferenti;
normandi tutti, e gli ha Roberto in cura,
che principe nativo  de le genti.
Poi duo pastor de'popoli spiegaro
le squadre lor, Guglielmo ed Ademaro.

39      L'uno e l'altro di lor, che ne'divini
uffici gi tratt pio ministero,
sotto l'elmo premendo i lunghi crini,
essercita de l'arme or l'uso fero.
Da la citt d'Orange e da i confini
quattrocento guerrier scelse il primiero;
ma guida quei di Poggio in guerra l'altro,
numero egual, n men ne l'arme scaltro.

40      Baldovin poscia in mostra addur si vede
co'Bolognesi suoi quei del germano,
ch le sue genti il pio fratel gli cede
or ch'ei de'capitani  capitano.
Il conte di Carnuti indi succede,
potente di consiglio e pro'di mano;
van con lui quattrocento, e triplicati
conduce Baldovino in sella armati.

41      Occupa Guelfo il campo a lor vicino,
uom ch'a l'alta fortuna agguaglia il merto:
conta costui per genitor latino
de gli avi Estensi un lungo ordine e certo.
Ma german di cognome e di domino,
ne la gran casa de'Guelfoni  inserto:
regge Carinzia, e presso l'Istro e 'l Reno
ci che i prischi Suevi e i Reti avino.

42      A questo, che retaggio era materno,
acquisti ei giunse gloriosi e grandi.
Quindi gente traea che prende a scherno
d'andar contra la morte, ov'ei comandi:
usa a temprar ne'caldi alberghi il verno,
e celebrar con lieti inviti i prandi.
Fur cinquemila a la partenza, e a pena
(de'Persi avanzo) il terzo or qui ne mena.

43      Seguia la gente poi candida e bionda
che tra i Franchi e i Germani e 'l mar si giace,
ove la Mosa ed ove il Reno inonda,
terra di biade e d'animai ferace;
e gl'insulani lor, che d'alta sponda
riparo fansi a l'ocean vorace:
l'ocean che non pur le merci e i legni,
ma intere inghiotte le cittadi e i regni.

44      Gli uni e gli altri son mille, e tutti vanno
sotto un altro Roberto insieme a stuolo.
Maggior alquanto  lo squadron britanno;
Guglielmo il regge, al re minor figliuolo.
Sono gl'Inglesi sagittari, ed hanno
gente con lor ch' pi vicina al polo:
questi da l'alte selve irsuti manda
la divisa dal mondo ultima Irlanda.

45      Vien poi Tancredi, e non  alcun fra tanti
(tranne Rinaldo) o feritor maggiore,
o pi bel di maniere e di sembianti,
o pi eccelso ed intrepido di core.
S'alcun'ombra di colpa i suoi gran vanti
rende men chiari,  sol follia d'amore:
nato fra l'arme, amor di breve vista,
che si nutre d'affanni, e forza acquista.

46       fama che quel d che glorioso
fe'la rotta de'Persi il popol franco,
poi che Tancredi al fin vittorioso
i fuggitivi di seguir fu stanco,
cerc di refrigerio e di riposo
a l'arse labbia, al travagliato fianco,
e trasse ove invitollo al rezzo estivo
cinto di verdi seggi un fonte vivo.

47      Quivi a lui d'improviso una donzella
tutta, fuor che la fronte, armata apparse:
era pagana, e l venuta anch'ella
per l'istessa cagion di ristorarse.
Egli mirolla, ed ammir la bella
sembianza, e d'essa si compiacque, e n'arse.
Oh meraviglia! Amor, ch'a pena  nato,
gi grande vola, e gi trionfa armato.

48      Ella d'elmo coprissi, e se non era
ch'altri quivi arrivr, ben l'assaliva.
Part dal vinto suo la donna altera,
ch' per necessit sol fuggitiva;
ma l'imagine sua bella e guerriera
tale ei serb nel cor, qual essa  viva;
e sempre ha nel pensiero e l'atto e 'l loco
in che la vide, esca continua al foco.

49      E ben nel volto suo la gente accorta
legger potria: "Questi arde, e fuor di spene";
cos vien sospiroso, e cos porta
basse le ciglia e di mestizia piene.
Gli ottocento a cavallo, a cui fa scorta,
lascir le piaggie di Campagna amene,
pompa maggior de la natura, e i colli
che vagheggia il Tirren fertili e molli.

50      Venian dietro ducento in Grecia nati,
che son quasi di ferro in tutto scarchi:
pendon spade ritorte a l'un de'lati,
suonano al tergo lor faretre ed archi;
asciutti hanno i cavalli, al corso usati,
a la fatica invitti, al cibo parchi:
ne l'assalir son pronti e nel ritrarsi,
e combatton fuggendo erranti e sparsi.

51      Tatin regge la schiera, e sol fu questi
che, greco, accompagn l'arme latine.
Oh vergogna! oh misfatto! or non avesti
tu, Grecia, quelle guerre a te vicine?
E pur quasi a spettacolo sedesti,
lenta aspettando de'grand'atti il fine.
Or, se tu se'vil serva,  il tuo servaggio
(non ti lagnar) giustizia, e non oltraggio.

52      Squadra d'ordine estrema ecco vien poi
ma d'onor prima e di valor e d'arte.
Son qui gli aventurieri, invitti eroi,
terror de l'Asia e folgori di Marte.
Taccia Argo i Mini, e taccia Art que'suoi
erranti, che di sogni empion le carte;
ch'ogni antica memoria appo costoro
perde: or qual duce fia degno di loro?

53      Dudon di Consa  il duce; e perch duro
fu il giudicar di sangue e di virtute,
gli altri sopporsi a lui concordi furo,
ch'avea pi cose fatte e pi vedute.
Ei di virilit grave e maturo,
mostra in fresco vigor chiome canute;
mostra, quasi d'onor vestigi degni,
di non brutte ferite impressi segni.

54      Eustazio  poi fra i primi; e i propri pregi
illustre il fanno, e pi il fratel Buglione.
Gernando v', nato di re norvegi,
che scettri vanta e titoli e corone.
Ruggier di Balnavilla infra gli egregi
la vecchia fama ed Engerlan ripone;
e celebrati son fra'pi gagliardi
un Gentonio, un Rambaldo e due Gherardi.

55      Son fra'lodati Ubaldo anco, e Rosmondo
del gran ducato di Lincastro erede;
non fia ch'Obizzo il Tosco aggravi al fondo
chi fa de le memorie avare prede,
n i tre frati lombardi al chiaro mondo
involi, Achille, Sforza e Palamede,
o 'l forte Otton, che conquist lo scudo
in cui da l'angue esce il fanciullo ignudo.

56      N Guasco n Ridolfo a dietro lasso,
n l'un n l'altro Guido, ambo famosi,
non Eberardo e non Gernier trapasso
sotto silenzio ingratamente ascosi.
Ove voi me, di numerar gi lasso,
Gildippe ed Odoardo, amanti e sposi,
rapite? o ne la guerra anco consorti,
non sarete disgiunti ancor che morti!

57      Ne le scole d'Amor che non s'apprende?
Ivi si fe'costei guerriera ardita:
va sempre affissa al caro fianco, e pende
da un fato solo l'una e l'altra vita.
Colpo che ad un sol noccia unqua non scende,
ma indiviso  il dolor d'ogni ferita;
e spesso  l'un ferito, e l'altro langue,
e versa l'alma quel, se questa il sangue.

58      Ma il fanciullo Rinaldo, e sovra questi
e sovra quanti in mostra eran condutti,
dolcemente feroce alzar vedresti
la regal fronte, e in lui mirar sol tutti.
L'et precorse e la speranza, e presti
pareano i fior quando n'usciro i frutti;
se 'l miri fulminar ne l'arme avolto,
Marte lo stimi; Amor, se scopre il volto.

59      Lui ne la riva d'Adige produsse
a Bertoldo Sofia, Sofia la bella
a Bertoldo il possente; e pria che fusse
tolto quasi il bambin da la mammella,
Matilda il volse, e nutricollo, e instrusse
ne l'arti regie; e sempre ei fu con ella,
sin ch'invagh la giovanetta mente
la tromba che s'udia da l'oriente.

60      Allor (n pur tre lustri avea forniti)
fugg soletto, e corse strade ignote;
varc l'Egeo, pass di Grecia i liti,
giunse nel campo in region remote.
Nobilissima fuga, e che l'imti
ben degna alcun magnanimo nepote.
Tre anni son che  in guerra, e intempestiva
molle piuma del mento a pena usciva.

61      Passati i cavalieri, in mostra viene
la gente a piede, ed  Raimondo inanti.
Regea Tolosa, e scelse infra Pirene
e fra Garona e l'ocean suoi fanti.
Son quattromila, e ben armati e bene
instrutti, usi al disagio e toleranti;
buona  la gente, e non pu da pi dotta
o da pi forte guida esser condotta.

62      Ma cinquemila Stefano d'Ambuosa
e di Blesse e di Turs in guerra adduce.
Non  gente robusta o faticosa,
se ben tutta di ferro ella riluce.
La terra molle, lieta e dilettosa,
simili a s gli abitator produce.
Impeto fan ne le battaglie prime,
ma di leggier poi langue, e si reprime.

63      Alcasto il terzo vien, qual presso a Tebe
gi Capaneo, con minaccioso volto:
seimila Elvezi, audace e fera plebe,
da gli alpini castelli avea raccolto,
che 'l ferro uso a far solchi, a franger glebe,
in nove forme e in pi degne opre ha vlto;
e con la man, che guard rozzi armenti,
par ch'i regni sfidar nulla paventi.

64      Vedi appresso spiegar l'alto vessillo
co 'l diadema di Piero e con le chiavi.
Qui settemila aduna il buon Camillo
pedoni, d'arme rilucenti e gravi,
lieto ch'a tanta impresa il Ciel sortillo,
ove rinovi il prisco onor de gli avi,
o mostri almen ch'a la virt latina
o nulla manca, o sol la disciplina.

65      Ma gi tutte le squadre eran con bella
mostra passate, e l'ultima fu questa,
quando Goffredo i maggior duci appella,
e la sua mente a lor fa manifesta:
"Come appaia diman l'alba novella
vuo'che l'oste s'invii leggiera e presta,
s ch'ella giunga a la citt sacrata,
quanto  possibil pi, meno aspettata.

66      Preparatevi dunque ed al viaggio
ed a la pugna e a la vittoria ancora."
Questo ardito parlar d'uom cos saggio
sollecita ciascuno e l'avvalora.
Tutti d'andar son pronti al novo raggio,
e impazienti in aspettar l'aurora.
Ma 'l provido Buglion senza ogni tema
non  per, bench nel cor la prema.

67      Perch'egli avea certe novelle intese
che s' d'Egitto il re gi posto in via
inverso Gaza, bello e forte arnese
da fronteggiare i regni di Soria.
N creder pu che l'uomo a fere imprese
avezzo sempre, or lento in ozio stia;
ma, d'averlo aspettando aspro nemico,
parla al fedel suo messeggiero Enrico:

68      "Sovra una lieve saettia tragitto
vuo'che tu faccia ne la greca terra.
Ivi giunger dovea (cos m'ha scritto
chi mai per uso in avisar non erra)
un giovene regal, d'animo invitto,
ch'a farsi vien nostro compagno in guerra:
prence  de'Dani, e mena un grande stuolo
sin da i paesi sottoposti al polo.

69      Ma perch 'l greco imperator fallace
seco forse user le solite arti,
per far ch'o torni indietro o 'l corso audace
torca in altre da noi lontane parti,
tu, nunzio mio, tu, consiglier verace,
in mio nome il disponi a ci che parti
nostro e suo bene, e di'che tosto vegna,
ch di lui fra ogni tardanza indegna.

70      Non venir seco tu, ma resta appresso
al re de'Greci a procurar l'aiuto,
che gi pi d'una volta a noi promesso
e per ragion di patto anco  dovuto."
Cos parla e l'informa, e poi che 'l messo
le lettre ha di credenza e di saluto,
toglie, affrettando il suo partir, congedo,
e tregua fa co'suoi pensier Goffredo.

71      Il d seguente, allor ch'aperte sono
del lucido oriente al sol le porte,
di trombe udissi e di tamburi un suono,
ond'al camino ogni guerrier s'essorte.
Non  s grato a i caldi giorni il tuono
che speranza di pioggia al mondo apporte,
come fu caro a le feroci genti
l'altero suon de'bellici instrumenti.

72      Tosto ciascun, da gran desio compunto,
veste le membra de l'usate spoglie,
e tosto appar di tutte l'arme in punto,
tosto sotto i suoi duci ogn'uom s'accoglie,
e l'ordinato essercito congiunto
tutte le sue bandiere al vento scioglie:
e nel vessillo imperiale e grande
la trionfante Croce al ciel si spande.

73      Intanto il sol, che de'celesti campi
va pi sempre avanzando e in alto ascende,
l'arme percote e ne trae fiamme e lampi
tremuli e chiari, onde le viste offende.
L'aria par di faville intorno avampi,
e quasi d'alto incendio in forma splende,
e co'feri nitriti il suono accorda
del ferro scosso e le campagne assorda.

74      Il capitan, che da'nemici aguati
le schiere sue d'assecurar desia,
molti a cavallo leggiermente armati
a scoprire il paese intorno invia;
e inanzi i guastatori avea mandati,
da cui si debbe agevolar la via,
e i vti luoghi empire e spianar gli erti,
e da cui siano i chiusi passi aperti.

75      Non  gente pagana insieme accolta,
non muro cinto di profondo fossa,
non gran torrente, o monte alpestre, o folta
selva, che 'l lor viaggio arrestar possa.
Cos de gli altri fiumi il re tal volta,
quando superbo oltra misura ingrossa,
sovra le sponde ruinoso scorre,
n cosa  mai che gli s'ardisca opporre.

76      Sol di Tripoli il re, che 'n ben guardate
mura, genti, tesori ed arme serra,
forse le schiere franche avria tardate,
ma non os di provocarle in guerra.
Lor con messi e con doni anco placate
ricett volontario entro la terra,
e ricev condizion di pace,
s come imporle al pio Goffredo piace.

77      Qui del monte Seir, ch'alto e sovrano
da l'oriente a la cittade  presso,
gran turba scese de'fedeli al piano
d'ogni et mescolata e d'ogni sesso:
port suoi doni al vincitor cristiano,
godea in mirarlo e in ragionar con esso,
stupia de l'arme pellegrine; e guida
ebbe da lor Goffredo amica e fida.

78      Conduce ei sempre a le maritime onde
vicino il campo per diritte strade,
sapendo ben che le propinque sponde
l'amica armata costeggiando rade,
la qual pu far che tutto il campo abonde
de'necessari arnesi e che le biade
ogni isola de'Greci a lui sol mieta,
e Scio pietrosa gli vendemmi e Creta.

79      Geme il vicino mar sotto l'incarco
de l'alte navi e de'pi levi pini,
s che non s'apre omai securo varco
nel mar Mediterraneo a i saracini;
ch'oltra quei c'ha Georgio armati e Marco
ne'veneziani e liguri confini,
altri Inghilterra e Francia ed altri Olanda,
e la fertil Sicilia altri ne manda.

80      E questi, che son tutti insieme uniti
con saldissimi lacci in un volere,
s'eran carchi e provisti in vari liti
di ci ch' d'uopo a le terrestri schiere,
le quai, trovando liberi e sforniti
i passi de'nemici a le frontiere,
in corso velocissimo se 'n vanno
l 've Cristo soffr mortale affanno.

81      Ma precorsa  la fama, apportatrice
de'veraci romori e de'bugiardi,
ch'unito  il campo vincitor felice,
che gi s' mosso e che non  chi 'l tardi;
quante e qual sian le squadre ella ridice,
narra il nome e 'l valor de'pi gagliardi,
narra i lor vanti, e con terribil faccia
gli usurpatori di Sion minaccia.

82      E l'aspettar del male  mal peggiore,
forse, che non parrebbe il mal presente;
pende ad ogn'aura incerta di romore
ogni orecchia sospesa ed ogni mente;
e un confuso bisbiglio entro e di fore
trascorre i campi e la citt dolente.
Ma il vecchio re ne'gi vicin perigli
volge nel dubbio cor feri consigli.

83      Aladin detto  il re, che, di quel regno
novo signor, vive in continua cura:
uom gi crudel, ma 'l suo feroce ingegno
pur mitigato avea l'et matura.
Egli, che de'Latini ud il disegno
c'han d'assalir di sua citt le mura,
giunge al vecchio timor novi sospetti,
e de'nemici pave e de'soggetti.

84      Per che dentro a una citt commisto
popolo alberga di contraria fede:
la debil parte e la minore in Cristo,
la grande e forte in Macometto crede.
Ma quando il re fe'di Sion l'acquisto,
e vi cerc di stabilir la sede,
scem i publici pesi a'suoi pagani,
ma pi gravonne i miseri cristiani.

85      Questo pensier la ferit nativa,
che da gli anni sopita e fredda langue,
irritando inasprisce, e la ravviva
s ch'assetata  pi che mai di sangue.
Tal fero torna a la stagione estiva
quel che parve nel gel piacevol angue,
cos leon domestico riprende
l'innato suo furor, s'altri l'offende.

86      "Veggio" dicea "de la letizia nova
veraci segni in questa turba infida;
il danno universal solo a lei giova,
sol nel pianto comun par ch'ella rida;
e forse insidie e tradimenti or cova,
rivolgendo fra s come m'uccida,
o come al mio nemico, e suo consorte
popolo, occultamente apra le porte.

87      Ma no 'l far: prevenir questi empi
disegni loro, e sfogherommi a pieno.
Gli uccider, faronne acerbi scempi,
svener i figli a le lor madri in seno,
arder loro alberghi e insieme i tmpi,
questi i debiti roghi a i morti fino;
e su quel lor sepolcro in mezzo a i voti
vittime pria far de'sacerdoti."

88      Cos l'iniquo fra suo cor ragiona,
pur non segue pensier s mal concetto;
ma s'a quegli innocenti egli perdona,
 di vilt, non di pietade effetto,
ch s'un timor a incrudelir lo sprona,
il ritien pi potente altro sospetto:
troncar le vie d'accordo, e de'nemici
troppo teme irritar l'arme vittrici.

89      Tempra dunque il fellon la rabbia insana,
anzi altrove pur cerca ove la sfoghi;
i rustici edifici abbatte e spiana,
e d in preda a le fiamme i culti luoghi;
parte alcuna non lascia integra o sana
ove il Franco si pasca, ove s'alloghi;
turba le fonti e i rivi, e le pure onde
di veneni mortiferi confonde.

90      Spietatamente  cauto, e non oblia
di rinforzar Gierusalem fra tanto.
Da tre lati fortissima era pria,
sol verso Borea  men secura alquanto;
ma da'primi sospetti ei le munia
d'alti ripari il suo men forte canto,
e v'accogliea gran quantitade in fretta
di gente mercenaria e di soggetta.



. CANTO SECONDO.

1       Mentre il tiranno s'apparecchia a l'armi,
soletto Ismeno un d gli s'appresenta,
Ismen che trar di sotto a i chiusi marmi
pu corpo estinto, e far che spiri e senta,
Ismen che al suon de'mormoranti carmi
sin ne la reggia sua Pluton spaventa,
e i suoi demon ne gli empi uffici impiega
pur come servi, e gli discioglie e lega.

2       Questi or Macone adora, e fu cristiano,
ma i primi riti anco lasciar non pote;
anzi sovente in uso empio e profano
confonde le due leggi a s mal note,
ed or da le spelonche, ove lontano
dal vulgo essercitar suol l'arti ignote,
vien nel publico rischio al suo signore:
a re malvagio consiglier peggiore.

3       "Signor," dicea "senza tardar se 'n viene
il vincitor essercito temuto,
ma facciam noi ci che a noi far conviene:
dar il Ciel, dar il mondo a i forti aiuto.
Ben tu di re, di duce hai tutte piene
le parti, e lunge hai visto e proveduto.
S'empie in tal guisa ogn'altro i propri uffici,
tomba fia questa terra a'tuoi nemici.

4       Io, quanto a me, ne vegno, e del periglio
e de l'opre compagno, ad aiutarte:
ci che pu dar di vecchia et consiglio,
tutto prometto, e ci che magica arte.
Gli angeli che dal Cielo ebbero essiglio
constringer de le fatiche a parte.
Ma dond'io voglia incominciar gl'incanti
e con quai modi, or narrerotti avanti.

5       Nel tempio de'cristiani occulto giace
un sotterraneo altare, e quivi  il volto
di Colei che sua diva e madre face
quel vulgo del suo Dio nato e sepolto.
Dinanzi al simulacro accesa face
continua splende; egli  in un velo avolto.
Pendono intorno in lungo ordine i voti
che vi portano i creduli devoti.

6       Or questa effigie lor, di l rapita,
voglio che tu di propria man trasporte
e la riponga entro la tua meschita:
io poscia incanto adoprer s forte
ch'ognor, mentre ella qui fia custodita,
sar fatal custodia a queste porte;
tra mura inespugnabili il tuo impero
securo fia per novo alto mistero."

7       S disse, e 'l persuase; e impaziente
il re se 'n corse a la magion di Dio,
e sforz i sacerdoti, e irreverente
il casto simulacro indi rapio;
e portollo a quel tempio ove sovente
s'irrita il Ciel co 'l folle culto e rio.
Nel profan loco e su la sacra imago
susurr poi le sue bestemmie il mago.

8       Ma come apparse in ciel l'alba novella,
quel cui l'immondo tempio in guardia  dato
non rivide l'imagine dov'ella
fu posta, e invan cerconne in altro lato.
Tosto n'avisa il re, ch'a la novella
di lui si mostra feramente irato,
ed imagina ben ch'alcun fedele
abbia fatto quel furto, e che se 'l cele.

9       O fu di man fedele opra furtiva,
o pur il Ciel qui sua potenza adopra,
che di Colei ch' sua regina e diva
sdegna che loco vil l'imagin copra:
ch'incerta fama  ancor se ci s'ascriva
ad arte umana od a mirabil opra;
ben  piet che, la pietade e 'l zelo
uman cedendo, autor se 'n creda il Cielo.

10      Il re ne fa con importuna inchiesta
ricercar ogni chiesa, ogni magione,
ed a chi gli nasconde o manifesta
il furto o il reo, gran pene e premi impone.
Il mago di spiarne anco non resta
con tutte l'arti il ver; ma non s'appone,
ch 'l Cielo, opra sua fosse o fosse altrui,
celolla ad onta de gl'incanti a lui.

11      Ma poi che 'l re crudel vide occultarse
quel che peccato de'fedeli ei pensa,
tutto in lor d'odio infellonissi, ed arse
d'ira e di rabbia immoderata immensa.
Ogni rispetto oblia, vuol vendicarse,
segua che pote, e sfogar l'alma accensa.
"Morr," dicea "non andr l'ira a vto,
ne la strage comune il ladro ignoto.

12      Pur che 'l reo non si salvi, il giusto pra
e l'innocente; ma qual giusto io dico?
 colpevol ciascun, n in loro schiera
uom fu giamai del nostro nome amico.
S'anima v' nel novo error sincera,
basti a novella pena un fallo antico.
Su su, fedeli miei, su via prendete
le fiamme e 'l ferro, ardete ed uccidete."

13      Cos parla a le turbe, e se n'intese
la fama tra'fedeli immantinente,
ch'attoniti restr, s gli sorprese
il timor de la morte omai presente;
e non  chi la fuga o le difese,
lo scusar o 'l pregare ardisca o tente.
Ma le timide genti e irrisolute
donde meno speraro ebber salute.

14      Vergine era fra lor di gi matura
verginit, d'alti pensieri e regi,
d'alta belt; ma sua belt non cura,
o tanto sol quant'onest se 'n fregi.
 il suo pregio maggior che tra le mura
d'angusta casa asconde i suoi gran pregi,
e de'vagheggiatori ella s'invola
a le lodi, a gli sguardi, inculta e sola.

15      Pur guardia esser non pu ch'in tutto celi
belt degna ch'appaia e che s'ammiri;
n tu il consenti, Amor, ma la riveli
d'un giovenetto a i cupidi desiri.
Amor, ch'or cieco, or Argo, ora ne veli
di benda gli occhi, ora ce gli apri e giri,
tu per mille custodie entro a i pi casti
verginei alberghi il guardo altrui portasti.

16      Colei Sofronia, Olindo egli s'appella,
d'una cittade entrambi e d'una fede.
Ei che modesto  s com'essa  bella,
brama assai, poco spera, e nulla chiede;
n sa scoprirsi, o non ardisce; ed ella
o lo sprezza, o no 'l vede, o non s'avede.
Cos fin ora il misero ha servito
o non visto, o mal noto, o mal gradito.

17      S'ode l'annunzio intanto, e che s'appresta
miserabile strage al popol loro.
A lei, che generosa  quanto onesta,
viene in pensier come salvar costoro.
Move fortezza il gran pensier, l'arresta
poi la vergogna e 'l verginal decoro;
vince fortezza, anzi s'accorda e face
s vergognosa e la vergogna audace.

18      La vergine tra 'l vulgo usc soletta,
non copr sue bellezze, e non l'espose,
raccolse gli occhi, and nel vel ristretta,
con ischive maniere e generose.
Non sai ben dir s'adorna o se negletta,
se caso od arte il bel volto compose.
Di natura, d'Amor, de'cieli amici
le negligenze sue sono artifici.

19      Mirata da ciascun passa, e non mira
l'altera donna, e innanzi al re se 'n viene.
N, perch irato il veggia, il pi ritira,
ma il fero aspetto intrepida sostiene.
"Vengo, signor," gli disse "e 'ntanto l'ira
prego sospenda e 'l tuo popolo affrene:
vengo a scoprirti, e vengo a darti preso
quel reo che cerchi, onde sei tanto offeso."

20      A l'onesta baldanza, a l'improviso
folgorar di bellezze altere e sante,
quasi confuso il re, quasi conquiso,
fren lo sdegno, e plac il fer sembiante.
S'egli era d'alma o se costei di viso
severa manco, ei diveniane amante;
ma ritrosa belt ritroso core
non prende, e sono i vezzi esca d'Amore.

21      Fu stupor, fu vaghezza, e fu diletto,
s'amor non fu, che mosse il cor villano.
"Narra" ei le dice "il tutto; ecco, io commetto
che non s'offenda il popol tuo cristiano."
Ed ella: "Il reo si trova al tuo cospetto:
opra  il furto, signor, di questa mano;
io l'imagine tolsi, io son colei
che tu ricerchi, e me punir tu di."

22      Cos al publico fato il capo altero
offerse, e 'l volse in s sola raccrre.
Magnanima menzogna, or quand' il vero
s bello che si possa a te preporre?
Riman sospeso, e non s tosto il fero
tiranno a l'ira, come suol, trascorre.
Poi la richiede: "I'vuo'che tu mi scopra
chi di consiglio, e chi fu insieme a l'opra."

23      "Non volsi far de la mia gloria altrui
n pur minima parte"; ella gli dice
"sol di me stessa io consapevol fui,
sol consigliera, e sola essecutrice."
"Dunque in te sola" ripigli colui
"cader l'ira mia vendicatrice."
Diss'ella: " giusto: esser a me conviene,
se fui sola a l'onor, sola a le pene."

24      Qui comincia il tiranno a risdegnarsi;
poi le dimanda: "Ov'hai l'imago ascosa?"
"Non la nascosi," a lui risponde "io l'arsi,
e l'arderla stimai laudabil cosa;
cos almen non potr pi violarsi
per man di miscredenti ingiuriosa.
Signore, o chiedi il furto, o 'l ladro chiedi:
quel no 'l vedrai in eterno, e questo il vedi.

25      Bench n furto  il mio, n ladra i'sono:
giust' ritr ci ch'a gran torto  tolto."
Or, quest'udendo, in minaccievol suono
freme il tiranno, e 'l fren de l'ira  sciolto.
Non speri pi di ritrovar perdono
cor pudico, alta mente e nobil volto;
e 'ndarno Amor contr'a lo sdegno crudo
di sua vaga bellezza a lei fa scudo.

26      Presa  la bella donna, e 'ncrudelito
il re la danna entr'un incendio a morte.
Gi 'l velo e 'l casto manto a lei rapito,
stringon le molli braccia aspre ritorte.
Ella si tace, e in lei non sbigottito,
ma pur commosso alquanto  il petto forte;
e smarrisce il bel volto in un colore
che non  pallidezza, ma candore.

27      Divulgossi il gran caso, e quivi tratto
gi 'l popol s'era: Olindo anco v'accorse.
Dubbia era la persona e certo il fatto;
venia, che fosse la sua donna in forse.
Come la bella prigionera in atto
non pur di rea, ma di dannata ei scorse,
come i ministri al duro ufficio intenti
vide, precipitoso urt le genti.

28      Al re grid: "Non , non  gi rea
costei del furto, e per follia se 'n vanta.
Non pens, non ard, n far potea
donna sola e inesperta opra cotanta.
Come ingann i custodi? e de la Dea
con qual arti invol l'imagin santa?
Se 'l fece, il narri. Io l'ho, signor, furata."
Ahi! tanto am la non amante amata.

29      Soggiunse poscia: "Io l, donde riceve
l'alta vostra meschita e l'aura e 'l die,
di notte ascesi, e trapassai per breve
fro tentando inaccessibil vie.
A me l'onor, la morte a me si deve:
non usurpi costei le pene mie.
Mie son quelle catene, e per me questa
fiamma s'accende, e 'l rogo a me s'appresta."

30      Alza Sofronia il viso, e umanamente
con occhi di pietade in lui rimira.
"A che ne vieni, o misero innocente?
qual consiglio o furor ti guida o tira?
Non son io dunque senza te possente
a sostener ci che d'un uom pu l'ira?
Ho petto anch'io, ch'ad una morte crede
di bastar solo, e compagnia non chiede."

31      Cos parla a l'amante; e no 'l dispone
s ch'egli si disdica, e pensier mute.
Oh spettacolo grande, ove a tenzone
sono Amore e magnanima virtute!
ove la morte al vincitor si pone
in premio, e 'l mai del vinto  la salute!
Ma pi s'irrita il re quant'ella ed esso
 pi costante in incolpar se stesso.

32      Pargli che vilipeso egli ne resti,
e ch'in disprezzo suo sprezzin le pene.
"Credasi" dice "ad ambo; e quella e questi
vinca, e la palma sia qual si conviene."
Indi accenna a i sergenti, i quai son presti
a legar il garzon di lor catene.
Sono ambo stretti al palo stesso; e vlto
 il tergo al tergo, e 'l volto ascoso al volto.

33      Composto  lor d'intorno il rogo omai,
e gi le fiamme il mantice v'incita,
quand'il fanciullo in dolorosi lai
proruppe, e disse a lei ch' seco unita:
"Quest' dunque quel laccio ond'io sperai
teco accoppiarmi in compagnia di vita?
questo  quel foco ch'io credea ch'i cori
ne dovesse infiammar d'eguali ardori?

34      Altre fiamme, altri nodi Amor promise,
altri ce n'apparecchia iniqua sorte.
Troppo, ahi! ben troppo, ella gi noi divise,
ma duramente or ne congiunge in morte.
Piacemi almen, poich'in s strane guise
morir pur di, del rogo esser consorte,
se del letto non fui; duolmi il tuo fato,
il mio non gi, poich'io ti moro a lato.

35      Ed oh mia sorte aventurosa a pieno!
oh fortunati miei dolci martri!
s'impetrar che, giunto seno a seno,
l'anima mia ne la tua bocca io spiri;
e venendo tu meco a un tempo meno,
in me fuor mandi gli ultimi sospiri."
Cos dice piangendo. Ella il ripiglia
soavemente, e 'n tai detti il consiglia:

36      "Amico, altri pensieri, altri lamenti,
per pi alta cagione il tempo chiede.
Ch non pensi a tue colpe? e non rammenti
qual Dio prometta a i buoni ampia mercede?
Soffri in suo nome, e fian dolci i tormenti,
e lieto aspira a la superna sede.
Mira 'l ciel com' bello, e mira il sole
ch'a s par che n'inviti e ne console."

37      Qui il vulgo de'pagani il pianto estolle:
piange il fedel, ma in voci assai pi basse.
Un non so che d'inusitato e molle
par che nel duro petto al re trapasse.
Ei presentillo, e si sdegn; n volle
piegarsi, e gli occhi torse, e si ritrasse.
Tu sola il duol comun non accompagni,
Sofronia; e pianta da ciascun, non piagni.

38      Mentre sono in tal rischio, ecco un guerriero
(ch tal parea) d'alta sembianza e degna;
e mostra, d'arme e d'abito straniero,
che di lontan peregrinando vegna.
La tigre, che su l'elmo ha per cimiero,
tutti gli occhi a s trae, famosa insegna.
insegna usata da Clorinda in guerra;
onde la credon lei, n 'l creder erra.

39      Costei gl'ingegni feminili e gli usi
tutti sprezz sin da l'et pi acerba:
a i lavori d'Aracne, a l'ago, a i fusi
inchinar non degn la man superba.
Fugg gli abiti molli e i lochi chiusi,
ch ne'campi onestate anco si serba;
arm d'orgoglio il volto, e si compiacque
rigido farlo, e pur rigido piacque.

40      Tenera ancor con pargoletta destra
strinse e lent d'un corridore il morso;
tratt l'asta e la spada, ed in palestra
indur i membri ed allenogli al corso.
Poscia o per via montana o per silvestra
l'orme segu di fer leone e d'orso;
segu le guerre, e 'n esse e fra le selve
fra a gli uomini parve, uomo a le belve.

41      Viene or costei da le contrade perse
perch'a i cristiani a suo poter resista,
bench'altre volte ha di lor membra asperse
le piaggie, e l'onda di lor sangue ha mista.
Or quivi in arrivando a lei s'offerse
l'apparato di morte a prima vista.
Di mirar vaga e di saper qual fallo
condanni i rei, sospinge oltre il cavallo.

42      Cedon le turbe, e i duo legati insieme
ella si ferma a riguardar da presso.
Mira che l'una tace e l'altro geme,
e pi vigor mostra il men forte sesso.
Pianger lui vede in guisa d'uom cui preme
piet, non doglia, o duol non di se stesso;
e tacer lei con gli occhi ai ciel s fisa
ch'anzi 'l morir par di qua gi divisa.

43      Clorinda intenerissi, e si condolse
d'ambeduo loro e lagrimonne alquanto.
Pur maggior sente il duol per chi non duolse,
pi la move il silenzio e meno il pianto.
Senza troppo indugiare ella si volse
ad un uom che canuto avea da canto:
"Deh! dimmi: chi son questi? ed al martoro
qual gli conduce o sorte o colpa loro?"

44      Cos pregollo, e da colui risposto
breve ma pieno a le dimande fue.
Stupissi udendo, e imagin ben tosto
ch'egualmente innocenti eran que'due.
Gi di vietar lor morte ha in s proposto,
quanto potranno i preghi o l'armi sue.
Pronta accorre a la fiamma, e fa ritrarla,
che gi s'appressa, ed a i ministri parla:

45      "Alcun non sia di voi che 'n questo duro
ufficio oltra seguire abbia baldanza,
sin ch'io non parli al re: ben v'assecuro
ch'ei non v'accuser de la tardanza."
Ubidiro i sergenti, e mossi furo
da quella grande sua regal sembianza.
Poi verso il re si mosse, e lui tra via
ella trov che 'ncontra lei venia.

46      "Io son Clorinda:" disse "hai forse intesa
talor nomarmi; e qui, signor, ne vegno
per ritrovarmi teco a la difesa
de la fede comune e del tuo regno.
Son pronta, imponi pure, ad ogni impresa:
l'alte non temo, e l'umili non sdegno;
voglimi in campo aperto, o pur tra 'l chiuso
de le mura impiegar, nulla ricuso."

47      Tacque; e rispose il re: "Qual s disgiunta
terra  da l'Asia, o dal camin del sole,
vergine gloriosa, ove non giunta
sia la tua fama, e l'onor tuo non vle?
Or che s' la tua spada a me congiunta,
d'ogni timor m'affidi e mi console:
non, s'essercito grande unito insieme
fosse in mio scampo, avrei pi certa speme.

48      Gi gi mi par ch'a giunger qui Goffredo
oltra il dover indugi; or tu dimandi
ch'impieghi io te: sol di te degne credo
l'imprese malagevoli e le grandi.
Sovr'a i nostri guerrieri a te concedo
lo scettro, e legge sia quel che comandi."
Cos parlava. Ella rendea cortese
grazie per lodi, indi il parlar riprese:

49      "Nova cosa parer dovr per certo
che preceda a i servigi il guiderdone;
ma tua bont m'affida: i'vuo'ch'in merto
del futuro servir que'rei mi done.
In don gli chieggio: e pur, se 'l fallo  incerto
gli danna inclementissima ragione;
ma taccio questo, e taccio i segni espressi
onde argomento l'innocenza in essi.

50      E dir sol ch' qui comun sentenza
che i cristiani togliessero l'imago;
ma discordo io da voi, n per senza
alta ragion del mio parer m'appago.
Fu de le nostre leggi irriverenza
quell'opra far che persuase il mago:
ch non convien ne'nostri tmpi a nui
gl'idoli avere, e men gl'idoli altrui.

51      Dunque suso a Macon recar mi giova
il miracol de l'opra, ed ei la fece
per dimostrar ch'i tmpi suoi con nova
religion contaminar non lece.
Faccia Ismeno incantando ogni sua prova,
egli a cui le malie son d'arme in vece;
trattiamo il ferro pur noi cavalieri:
quest'arte  nostra, e 'n questa sol si speri."

52      Tacque, ci detto; e 'l re, bench'a pietade
l'irato cor difficilmente pieghi,
pur compiacer la volle; e 'l persuade
ragione, e 'l move autorit di preghi.
"Abbian vita" rispose "e libertade,
e nulla a tanto intercessor si neghi.
Siasi questa o giustizia over perdono,
innocenti gli assolvo, e rei gli dono."

53      Cos furon disciolti. Aventuroso
ben veramente fu d'Olindo il fato,
ch'atto pot mostrar che 'n generoso
petto al fine ha d'amore amor destato.
Va dal rogo a le nozze; ed  gi sposo
fatto di reo, non pur d'amante amato.
Volse con lei morire: ella non schiva,
poi che seco non muor, che seco viva.

54      Ma il sospettoso re stim periglio
tanta virt congiunta aver vicina;
onde, com'egli volse, ambo in essiglio
oltra i termini andr di Palestina.
Ei, pur seguendo il suo crudel consiglio,
bandisce altri fedeli, altri confina.
Oh come lascian mesti i pargoletti
figli, e gli antichi padri e i dolci letti!

55      Dura division! scaccia sol quelli
di forte corpo e di feroce ingegno;
ma il mansueto sesso, e gli anni imbelli
seco ritien, s come ostaggi, in pegno.
Molti n'andaro errando, altri rubelli
frsi, e pi che 'l timor pot lo sdegno.
Questi unrsi co'Franchi, e gl'incontraro
a punto il d che 'n Emas entraro.

56      Emas  citt cui breve strada
da la regal Gierusalem disgiunge,
ed uom che lento a suo diporto vada,
se parte matutino, a nona giunge.
Oh quant'intender questo a i Franchi aggrada!
Oh quanto pi 'l desio gli affretta e punge!
Ma perch'oltra il meriggio il sol gi scende,
qui fa spiegare il capitan le tende.

57      L'avean gi tese, e poco era remota
l'alma luce del sol da l'oceano,
quando duo gran baroni in veste ignota
venir son visti, e 'n portamento estrano.
Ogni atto lor pacifico dinota
che vengon come amici al capitano.
Del gran re de l'Egitto eran messaggi,
e molti intorno avean scudieri e paggi.

58      Alete  l'un, che da principio indegno
tra le brutture de la plebe  sorto;
ma l'inalzaro a i primi onor del regno
parlar facondo e lusinghiero e scrto,
pieghevoli costumi e vario ingegno
al finger pronto, a l'ingannare accorto:
gran fabro di calunnie, adorne in modi
novi, che sono accuse, e paion lodi.

59      L'altro  il circasso Argante, uom che straniero
se 'n venne a la regal corte d'Egitto;
ma de'satrapi fatto  de l'impero,
e in sommi gradi a la milizia ascritto:
impaziente, inessorabil, fero,
ne l'arme infaticabile ed invitto,
d'ogni dio sprezzatore, e che ripone
ne la spada sua legge e sua ragione.

60      Chieser questi udienza ed al cospetto
del famoso Goffredo ammessi entraro,
e in umil seggio e in un vestire schietto
fra'suoi duci sedendo il ritrovaro;
ma verace valor, bench negletto,
 di se stesso a s fregio assai chiaro.
Picciol segno d'onor gli fece Argante,
in guisa pur d'uom grande e non curante.

61      Ma la destra si pose Alete al seno,
e chin il capo, e pieg a terra i lumi,
e l'onor con ogni modo a pieno
che di sua gente portino i costumi.
Cominci poscia, e di sua bocca uscino
pi che ml dolci d'eloquenza i fiumi;
e perch i Franchi han gi il sermone appreso
de la Soria, fu ci ch'ei disse inteso.

62      "O degno sol cui d'ubidire or degni
questa adunanza di famosi eroi,
che per l'adietro ancor le palme e i regni
da te conobbe e da i consigli tuoi,
il nome tuo, che non riman tra i segni
d'Alcide, omai risuona anco fra noi,
e la fama d'Egitto in ogni parte
del tuo valor chiare novelle ha sparte.

63      N v' fra tanti alcun che non le ascolte
come egli suol le meraviglie estreme,
ma dal mio re con istupore accolte
sono non sol, ma con diletto insieme;
e s'appaga in narrarle anco e le volte,
amando in te ci ch'altri invidia e teme:
ama il valore, e volontario elegge
teco unirsi d'amor, se non di legge.

64      Da s bella cagion dunque sospinto,
l'amicizia e la pace a te richiede,
e l'mezzo onde l'un resti a l'altro avinto
sia la virt s'esser non pu la fede.
Ma perch inteso avea che t'eri accinto
per iscacciar l'amico suo di sede,
volse, pria ch'altro male indi seguisse,
ch'a te la mente sua per noi s'aprisse.

65      E la sua mente  tal, che s'appagarti
vorrai di quanto hai fatto in guerra tuo,
n Giudea molestar, n l'altre parti
che ricopre il favor del regno suo,
ei promette a l'incontro assecurarti
il non ben fermo stato. E se voi duo
sarete uniti, or quando i Turchi e i Persi
potranno unqua sperar di riaversi?

66      Signor, gran cose in picciol tempo hai fatte
che lunga et porre in oblio non pote:
esserciti, citt, vinti, disfatte,
superati disagi e strade ignote,
s ch'al grido o smarrite o stupefatte
son le provincie intorno e le remote;
e se ben acquistar puoi novi imperi,
acquistar nova gloria indarno speri.

67      Giunta  tua gloria al sommo, e per l'inanzi
fuggir le dubbie guerre a te conviene,
ch'ove tu vinca, sol di stato avanzi,
n tua gloria maggior quinci diviene;
ma l'imperio acquistato e preso inanzi
e l'onor perdi, se 'l contrario aviene.
Ben gioco  di fortuna audace e stolto
por contra il poco e incerto il certo e 'l molto.

68      Ma il consiglio di tal cui forse pesa
ch'altri gli acquisti a lungo ancor conserve,
e l'aver sempre vinto in ogni impresa,
e quella voglia natural, che ferve
e sempre  pi ne'cor pi grandi accesa,
d'aver le genti tributarie e serve,
faran per aventura a te la pace
fuggir, pi che la guerra altri non face.

69      T'essorteranno a seguitar la strada
che t' dal fato largamente aperta,
a non depor questa famosa spada,
al cui valore ogni vittoria  certa,
sin che la legge di Macon non cada,
sin che l'Asia per te non sia deserta:
dolci cose ad udir e dolci inganni
ond'escon poi sovente estremi danni.

70      Ma s'animosit gli occhi non benda,
n il lume oscura in te de la ragione,
scorgerai, ch'ove tu la guerra prenda,
hai di temer, non di sperar cagione,
ch fortuna qua gi varia a vicenda
mandandoci venture or triste or buone,
ed ai voli troppo alti e repentini
sogliono i precipizi esser vicini.

71      Dimmi: s'a'danni tuoi l'Egitto move,
d'oro e d'arme potente e di consiglio,
e s'avien che la guerra anco rinove
il Perso e 'l Turco e di Cassano il figlio,
quai forzi opporre a s gran furia o dove
ritrovar potrai scampo al tuo periglio?
T'affida forse il re malvagio greco
il qual da i sacri patti unito  teco?

72      La fede greca a chi non  palese?
Tu da un sol tradimento ogni altro impara,
anzi da mille, perch mille ha tese
insidie a voi la gente infida, avara.
Dunque chi dianzi il passo a voi contese,
per voi la vita esporre or si prepara?
chi le vie che comuni a tutti sono
neg, del proprio sangue or far dono?

73      Ma forse hai tu riposta ogni tua speme
in queste squadre ond'ora cinto siedi.
Quei che sparsi vincesti, uniti insieme
di vincer anco agevolmente credi,
se ben son le tue schiere or molto sceme
tra le guerre e i disagi, e tu te 'l vedi;
se ben novo nemico a te s'accresce
e co'Persi e co'Turchi Egizi mesce.

74      Or quando pure estimi esser fatale
che non ti possa il ferro vincer mai,
siati concesso, e siati a punto tale
il decreto del Ciel qual tu te l'fai;
vinceratti la fame: a questo male
che rifugio, per Dio, che schermo avrai?
Vibra contra costei la lancia, e stringi
la spada, e la vittoria anco ti fingi.

75      Ogni campo d'intorno arso e distrutto
ha la provida man de gli abitanti,
e 'n chiuse mura e 'n alte torri il frutto
riposto, al tuo venir pi giorni inanti.
Tu ch'ardito sin qui ti sei condutto,
onde speri nutrir cavalli e fanti?
Dirai: `L'armata in mar cura ne prende.'
Da i venti dunque il viver tuo dipende?

76      Comanda forse tua fortuna a i venti,
e gli avince a sua voglia e gli dislega?
e 'l mar ch'a i preghi  sordo ed a i lamenti,
te sol udendo, al tuo voler si piega?
O non potranno pur le nostre genti,
e le perse e le turche unite in lega,
cos potente armata in un raccrre
ch'a questi legni tuoi si possa opporre?

77      Doppia vittoria a te, signor, bisogna,
s'hai de l'impresa a riportar l'onore.
Una perdita sola alta vergogna
pu cagionarti e danno anco maggiore:
ch'ove la nostra armata in rotta pogna
la tua, qui poi di fame il campo more;
e se tu sei perdente, indarno poi
saran vittoriosi i legni tuoi.

78      Ora se in tale stato anco rifiuti
co 'l gran re de l'Egitto e pace e tregua,
(diasi licenza ai ver) l'altre virtuti
questo consiglio tuo non bene adegua.
Ma voglia il Ciel che 'l tuo pensier si muti,
s'a guerra  vlto, e che 'l contrario segua,
s che l'Asia respiri omai da i lutti,
e goda tu de la vittoria i frutti.

79      N voi che del periglio e de gli affanni
e de la gloria a lui ste consorti,
il favor di fortuna or tanto inganni
che nove guerre a provocar v'essorti.
Ma qual nocchier che da i marini inganni
ridutti ha i legni a i desiati porti,
raccr dovreste omai le sparse vele,
n fidarvi di novo al mar crudele."

80      Qui tacque Alete, e 'l suo parlar seguiro
con basso mormorar que'forti eroi;
e ben ne gli atti disdegnosi apriro
quanto ciascun quella proposta annoi.
Il capitan rivolse gli occhi in giro
tre volte e quattro, e mir in fronte i suoi,
e poi nel volto di colui gli affisse
ch'attendea la risposta, e cos disse:

81      "Messaggier, dolcemente a noi sponesti
ora cortese, or minaccioso invito.
Se 'l tuo re m'ama e loda i nostri gesti,
 sua mercede, e m' l'amor gradito.
A quella parte poi dove protesti
la guerra a noi del paganesmo unito,
risponder, come da me si suole,
liberi sensi in semplici parole.

82      Sappi che tanto abbiam sin or sofferto
in mare, in terra, a l'aria chiara e scura,
solo acci che ne fosse il calle aperto
a quelle sacre e venerabil mura,
per acquistarne appo Dio grazia e merto
togliendo lor di servit s dura,
n mai grave ne fia per fin s degno
esporre onor mondano e vita e regno;

83      ch non ambiziosi avari affetti
ne spronaro a l'impresa, e ne fur guida
(sgombri il Padre del Ciel da i nostri petti
peste s rea, s'in alcun pur s'annida;
n soffra che l'asperga, e che l'infetti
di venen dolce che piacendo ancida),
ma la sua man ch'i duri cor pentra
soavemente, e gli ammollisce e spetra.

84      Questa ha noi mossi e questa ha noi condutti,
tratti d'ogni periglio e d'ogni impaccio;
questa fa piani i monti e i fiumi asciutti,
l'ardor toglie a la state, al verno il ghiaccio;
placa del mare i tempestosi flutti,
stringe e rallenta questa a i venti il laccio;
quindi son l'alte mura aperte ed arse,
quindi l'armate schiere uccise e sparse;

85      quindi l'ardir, quindi la speme nasce,
non da le frali nostre forze e stanche,
non da l'armata, e non da quante pasce
genti la Grecia e non da l'arme franche.
Pur ch'ella mai non ci abbandoni e lasce,
poco dobbiam curar ch'altri ci manche.
Chi sa come difende e come fre,
soccorso a i suoi perigli altro non chere.

86      Ma quando di sua aita ella ne privi,
per gli error nostri o per giudizi occulti,
chi fia di noi ch'esser sepulto schivi
ove i membri di Dio fur gi sepulti?
Noi morirem, n invidia avremo a i vivi;
noi morirem, ma non morremo inulti,
n l'Asia rider di nostra sorte,
n pianta fia da noi la nostra morte.

87      Non creder gi che noi fuggiam la pace
come guerra mortal si fugge e pave,
ch l'amicizia del tuo re ne piace,
n l'unirci con lui ne sar grave;
ma s'al suo impero la Giudea soggiace,
tu 'l sai; perch tal cura ei dunque n'have?
De'regni altrui l'acquisto ei non ci vieti,
e regga in pace i suoi tranquilli e lieti."

88      Cos rispose, e di pungente rabbia
la risposta ad Argante il cor trafisse;
n 'l cel gi, ma con enfiate labbia
si trasse avanti al capitano e disse:
"Chi la pace non vuol, la guerra s'abbia,
ch penuria giamai non fu di risse;
e ben la pace ricusar tu mostri,
se non t'acqueti a i primi detti nostri."

89      Indi il suo manto per lo lembo prese,
curvollo e fenne un seno; e 'l seno sporto,
cos pur anco a ragionar riprese
via pi che prima dispettoso e torto:
"O sprezzator de le pi dubbie imprese,
e guerra e pace in questo sen t'apporto:
tua sia l'elezione; or ti consiglia
senz'altro indugio, e qual pi vuoi ti piglia."

90      L'atto fero e 'l parlar tutti commosse
a chiamar guerra in un concorde grido,
non attendendo che risposto fosse
dal magnanimo lor duce Goffrido.
Spieg quel crudo il seno e 'l manto scosse,
ed: "A guerra mortal" disse "vi sfido";
e 'l disse in atto s feroce ed empio
che parve aprir di Giano il chiuso tempio.

91      Parve ch'aprendo il seno indi traesse
il Furor pazzo e la Discordia fera,
e che ne gli occhi orribili gli ardesse
la gran face d'Aletto e di Megera.
Quel grande gi che 'ncontra il cielo eresse
l'alta mole d'error, forse tal era;
e in cotal atto il rimir Babelle
alzar la fronte e minacciar le stelle.

92      Soggiunse allor Goffredo: "Or riportate
al vostro re che venga, e che s'affretti,
che la guerra accettiam che minacciate;
e s'ei non vien, fra 'l Nilo suo n'aspetti."
Accommiat lor poscia in dolci e grate
maniere, e gli onor di doni eletti.
Ricchissimo ad Alete un elmo diede
ch'a Nicea conquist fra l'altre prede.

93      Ebbe Argante una spada; e 'l fabro egregio
l'else e 'l pomo le fe'gemmato e d'oro,
con magistero tal che perde il pregio
de la ricca materia appo il lavoro.
Poi che la tempra e la ricchezza e 'l fregio
sottilmente da lui mirati foro,
disse Argante al Buglion: "Vedrai ben tosto
come da me il tuo dono in uso  posto."

94      Indi tolto il congedo,  da lui ditto
al suo compagno: "Or ce n'andremo omai,
io a Gierusalem, tu verso Egitto,
tu co 'l sol novo, io co'notturni rai,
ch'uopo o di mia presenza, o di mio scritto
essere non pu col dove tu vai.
Reca tu la risposta, io dilungarmi
quinci non vuo', dove si trattan l'armi."

95      Cos di messaggier fatto  nemico,
sia fretta intempestiva o sia matura:
la ragion de le genti e l'uso antico
s'offenda o no, n 'l pensa egli, n 'l cura.
Senza risposta aver, va per l'amico
silenzio de le stelle a l'alte mura,
d'indugio impaziente, ed a chi resta
gi non men la dimora anco  molesta.

96      Era la notte allor ch'alto riposo
han l'onde e i venti, e parea muto il mondo.
Gli animai lassi, e quei che 'l mar ondoso
o de liquidi laghi alberga il fondo,
e chi si giace in tana o in mandra ascoso,
e i pinti augelli, ne l'oblio profondo
sotto il silenzio de'secreti orrori
sopian gli affanni e raddolciano i cori.

97      Ma n 'l campo fedel, n 'l franco duca
si discioglie nel sonno, o almen s'accheta,
tanta in lor cupidigia  che riluca
omai nel ciel l'alba aspettata e lieta,
perch il camin lor mostri, e li conduca
a la citt ch'al gran passaggio  mta.
Mirano ad or ad or se raggio alcuno
spunti, o si schiari de la notte il bruno.



. CANTO TERZO.

1       Gi l'aura messaggiera erasi desta
a nunziar che se ne vien l'aurora;
ella intanto s'adorna, e l'aurea testa
di rose colte in paradiso infiora,
quando il campo, ch'a l'arme omai s'appresta,
in voce mormorava alta e sonora,
e prevenia le trombe; e queste poi
dir pi lieti e canori i segni suoi.

2       Il saggio capitan con dolce morso
i desideri lor guida e seconda,
ch pi facil saria svolger il corso
presso Cariddi a la volubil onda,
o tardar Borea allor che scote il dorso,
de l'Apennino, e i legni in mare affonda.
Gli ordina, gl'incamina, e 'n suon gli regge
rapido s, ma rapido con legge.

3       Ali ha ciascuno al core ed ali al piede,
n del suo ratto andar per s'accorge;
ma quando il sol gli aridi campi fiede
con raggi assai ferventi e in alto sorge,
ecco apparir Gierusalem si vede,
ecco additar Gierusalem si scorge,
ecco da mille voci unitamente
Gierusalemme salutar si sente.

4       Cos di naviganti audace stuolo,
che mova a ricercar estranio lido,
e in mar dubbioso e sotto ignoto polo
provi l'onde fallaci e 'l vento infido,
s'al fin discopre il desiato suolo,
il saluta da lunge in lieto grido,
e l'uno a l'altro il mostra, e intanto oblia
la noia e 'l mal de la passata via.

5       Al gran piacer che quella prima vista
dolcemente spir ne l'altrui petto,
alta contrizion successe, mista
di timoroso e riverente affetto.
Osano a pena d'inalzar la vista
vr la citt, di Cristo albergo eletto,
dove mor, dove sepolto fue,
dove poi rivest le membra sue.

6       Semmessi accenti e tacite parole,
rotti singulti e flebili sospiri
de la gente ch'in un s'allegra e duole,
fan che per l'aria un mormorio s'aggiri
qual ne le folte selve udir si suole
s'avien che tra le frondi il vento spiri,
o quale infra gli scogli o presso a i lidi
sibila il mar percosso in rauchi stridi.

7       Nudo ciascuno il pi calca il sentiero,
ch l'essempio de'duci ogn'altro move,
serico fregio o d'or, piuma o cimiero
superbo dal suo capo ognun rimove;
ed insieme del cor l'abito altero
depone, e calde e pie lagrime piove.
Pur quasi al pianto abbia la via rinchiusa,
cos parlando ognun se stesso accusa:

8       "Dunque ove tu, Signor, di mille rivi
sanguinosi il terren lasciasti asperso,
d'amaro pianto almen duo fonti vivi
in s acerba memoria oggi io non verso?
Agghiacciato mio cor, ch non derivi
per gli occhi e stilli in lagrime converso?
Duro mio cor, ch non ti spetri e frangi?
Pianger ben merti ognor, s'ora non piangi."

9       De la cittade intanto un ch'a la guarda
sta d'alta torre, e scopre i monti e i campi,
col giuso la polve alzarsi guarda,
s che par che gran nube in aria stampi:
par che baleni quella nube ed arda,
come di fiamme gravida e di lampi;
poi lo splendor de'lucidi metalli,
distingue, e scerne gli uomini e i cavalli.

10      Allor gridava: "Oh qual per l'aria stesa
polvere i'veggio! oh come par che splenda!
Su, suso, o cittadini, a la difesa
s'armi ciascun veloce, e i muri ascenda:
gi presente  il nemico." E poi, ripresa
la voce: "Ognun s'affretti, e l'arme prenda;
ecco, il nemico  qui: mira la polve
che sotto orrida nebbia il ciel involve."

11      I semplici fanciulli, e i vecchi inermi,
e 'l vulgo de le donne sbigottite,
che non sanno ferir n fare schermi,
traean supplici e mesti a le meschite.
Gli altri di membra e d'animo pi fermi
gi frettolosi l'arme avean rapite.
Accorre altri a le porte, altri a le mura;
il re va intorno, e 'l tutto vede e cura.

12      Gli ordini diede, e poscia ei si ritrasse
ove sorge una torre infra due porte,
s ch' presso al bisogno; e son pi basse
quindi le piaggie e le montagne scorte.
Volle che quivi seco Erminia andasse,
Erminia bella, ch'ei raccolse in corte
poi ch'a lei fu da le cristiane squadre
presa Antiochia, e morto il re suo padre.

13      Clorinda intanto incontra a i Franchi  gita:
molti van seco, ed ella a tutti  inante;
ma in altra parte, ond' secreta uscita,
sta preparato a le riscosse Argante.
La generosa i suoi seguacl incita
co'detti e con l'intrepido sembiante:
"Ben con alto principio a noi conviene"
dicea "fondar de l'Asia oggi la spene."

14      Mentre ragiona a i suoi, non lunge scorse
un franco stuol addur rustiche prede,
che, com' l'uso, a depredar precorse;
or con greggie ed armenti al campo riede.
Ella vr lor, e verso lei se 'n corse
il duce lor, ch'a s venir la vede.
Gardo il duce  nomato, uom di gran possa,
ma non gi tal ch'a lei resister possa.

15      Gardo a quel fero scontro  spinto a terra
in su gli occhi de'Franchi e de'pagani,
ch'allor tutti gridr, di quella guerra
lieti augri prendendo, i quai fur vani.
Spronando adosso a gli altri ella si serra,
e val la destra sua per cento mani.
Seguirla i suoi guerrier per quella strada
che spianr gli urti, e che s'apr la spada.

16      Tosto la preda al predator ritoglie;
cede lo stuol de'Franchi a poco a poco,
tanto ch'in cima a un colle ei si raccoglie,
ove aiutate son l'arme dal loco.
Allor, s come turbine si scioglie
e cade da le nubi aereo fuoco,
il buon Tancredi, a cui Goffredo accenna,
sua squadra mosse, ed arrest l'antenna.

17      Porta s salda la gran lancia, e in guisa
vien feroce e leggiadro il giovenetto,
che veggendolo d'alto il re s'avisa
che sia guerriero infra gli scelti eletto.
Onde dice a colei ch' seco assisa,
e che gi sente palpitarsi il petto:
"Ben conoscer di tu per s lungo uso
ogni cristian, bench ne l'arme chiuso.

18      Chi  dunque costui, che cos bene
s'adatta in giostra, e fero in vista  tanto?"
A quella, in vece di risposta, viene
su le labra un sospir, su gli occhi il pianto.
Pur gli spirti e le lagrime ritiene,
ma non cos che lor non mostri alquanto:
ch gli occhi pregni un bel purpureo giro
tinse, e roco spunt mezzo il sospiro.

19      Poi gli dice infingevole, e nasconde
sotto il manto de l'odio altro desio:
"Oim! bene il conosco, ed ho ben donde
fra mille riconoscerlo deggia io,
ch spesso il vidi i campi e le profonde
fosse del sangue empir del popol mio.
Ahi quanto  crudo nel ferire! a piaga
ch'ei faccia, erba non giova od arte maga.

20      Egli  il prence Tancredi: oh prigioniero
mio fosse un giorno! e no 'l vorrei gi morto;
vivo il vorrei, perch'in me desse al fero
desio dolce vendetta alcun conforto."
Cos parlava, e de'suoi detti il vero
da chi l'udiva in altro senso  torto;
e fuor n'usc con le sue voci estreme
misto un sospir che 'ndarno ella gi preme.

21      Clorinda intanto ad incontrar l'assalto
va di Tancredi, e pon la lancia in resta.
Ferrsi a le visiere, e i tronchi in alto
volaro e parte nuda ella ne resta;
ch, rotti i lacci a l'elmo suo, d'un salto
(mirabil colpo!) ei le balz di testa;
e le chiome dorate al vento sparse,
giovane donna in mezzo 'l campo apparse.

22      Lampeggir gli occhi, e folgorr gli sguardi,
dolci ne l'ira; or che sarian nel riso?
Tancredi, a che pur pensi? a che pur guardi?
non riconosci tu l'altero viso?
Quest' pur quel bel volto onde tutt'ardi;
tuo core il dica, ov' il suo essempio inciso.
Questa  colei che rinfrescar la fronte
vedesti gi nel solitario fonte.

23      Ei ch'al cimiero ed al dipinto scudo
non bad prima, or lei veggendo imptra;
ella quanto pu meglio il capo ignudo
si ricopre, e l'assale; ed ei s'arretra.
Va contra gli altri, e rota il ferro crudo;
ma per da lei pace non impetra,
che minacciosa il segue, e: "Volgi" grida;
e di due morti in un punto lo sfida.

24      Percosso, il cavalier non ripercote,
n s dal ferro a riguardarsi attende,
come a guardar i begli occhi e le gote
ond'Amor l'arco inevitabil tende.
Fra s dicea: "Van le percosse vote
talor, che la sua destra armata stende;
ma colpo mai del bello ignudo volto
non cade in fallo, e sempre il cor m' colto."

25      Risolve al fin, bench piet non spere,
di non morir tacendo occulto amante.
Vuol ch'ella sappia ch'un prigion suo fre
gi inerme, e supplichevole e tremante;
onde le dice: "O tu, che mostri avere
per nemico me sol fra turbe tante,
usciam di questa mischia, ed in disparte
i'potr teco, e tu meco provarte.

26      Cos me'si vedr s'al tuo s'agguaglia
il mio valore." Ella accett l'invito:
e come esser senz'elmo a lei non caglia,
ga baldanzosa, ed ei seguia smarrito.
Recata s'era in atto di battaglia
gi la guerriera, e gi l'avea ferito,
quand'egli: "Or ferma," disse "e siano fatti
anzi la pugna de la pugna i patti."

27      Fermossi, e lui di pauroso audace
rend in quel punto il disperato amore.
"I patti sian," dicea "poi che tu pace
meco non vuoi, che tu mi tragga il core.
Il mio cor, non pi mio, s'a te dispiace
ch'egli pi viva, volontario more:
 tuo gran tempo, e tempo  ben che trarlo
omai tu debbia, e non debb'io vietarlo.

28      Ecco io chino le braccia, e t'appresento
senza difesa il petto: or ch no 'l fiedi?
vuoi ch'agevoli l'opra? i'son contento
trarmi l'usbergo or or, se nudo il chiedi."
Distinguea forse in pi duro lamento
i suoi dolori il misero Tancredi,
ma calca l'impedisce intempestiva
de'pagani e de'suoi che soprarriva.

29      Cedean cacciati da lo stuol cristiano
i Palestini, o sia temenza od arte.
Un de'persecutori, uomo inumano,
videle sventolar le chiome sparte,
e da tergo in passando alz la mano
per ferir lei ne la sua ignuda parte;
ma Tancredi grid, che se n'accorse,
e con la spada a quel gran colpo occorse.

30      Pur non g tutto in vano, e ne'confini
del bianco collo il bel capo ferille.
Fu levissima piaga, e i biondi crini
rosseggiaron cos d'alquante stille,
come rosseggia l'or che di rubini
per man d'illustre artefice sfaville.
Ma il prence infuriato allor si strinse
adosso a quel villano, e 'l ferro spinse.

31      Quel si dilegua, e questi acceso d'ira
il segue, e van come per l'aria strale.
Ella riman sospesa, ed ambo mira
lontani molto, n seguir le cale,
ma co'suoi fuggitivi si ritira:
talor mostra la fronte e i Franchi assale;
or si volge or rivolge, or fugge or fuga,
n si pu dir la sua caccia n fuga.

32      Tal gran tauro talor ne l'ampio agone,
se volge il corno a i cani ond' seguito,
s'arretran essi; e s'a fuggir si pone,
ciascun ritorna a seguitarlo ardito.
Clorinda nel fuggir da tergo oppone
alto lo scudo, e 'l capo  custodito.
Cos coperti van ne'giochi mori
da le palle lanciate i fuggitori.

33      Gi questi seguitando e quei fuggendo
s'erano a l'alte mura avicinati,
quando alzaro i pagani un grido orrendo
e indietro si fur subito voltati;
e fecero un gran giro, e poi volgendo
ritornaro a ferir le spalle e i lati.
E intanto Argante gi movea dal monte
la schiera sua per assalirgli a fronte.

34      Il feroce circasso usc di stuolo,
ch'esser vols'egli il feritor primiero,
e quegli in cui fer fu steso al suolo,
e sossopra in un fascio il suo destriero;
e pria che l'asta in tronchi andasse a volo,
molti cadendo compagnia gli fro.
Poi stringe il ferro, e quando giunge a pieno
sempre uccide od abbatte o piaga almeno.

35      Clorinda, emula sua, tolse di vita
il forte Ardelio, uom gi d'et matura,
ma di vecchiezza indomita, e munita
di duo gran figli, e pur non fu secura,
ch'Alcandro, il maggior figlio, aspra ferita
rimosso avea da la paterna cura,
e Poliferno, che restogli appresso,
a gran pena salvar pot se stesso.

36      Ma Tancredi, dapoi ch'egli non giunge
quel villan che destriero ha pi corrente,
si mira a dietro, e vede ben che lunge
troppo  trascorsa la sua audace gente.
Vedela intorniata, e 'l corsier punge
volgendo il freno, e l s'invia repente;
ned egli solo i suoi guerrier soccorre,
ma quello stuol ch'a tutt'i rischi accorre:

37      quel di Dudon aventurier drapello,
fior de gli eroi, nerbo e vigor del campo.
Rinaldo, il pi magnanimo e il pi bello,
tutti precorre, ed  men ratto il lampo.
Ben tosto il portamento e 'l bianco augello
conosce Erminia nel celeste campo,
e dice al re, che 'n lui fisa lo sguardo:
"Eccoti il domator d'ogni gagliardo.

38      Questi ha nel pregio de la spada eguali
pochi, o nessuno; ed  fanciullo ancora.
Se fosser tra'nemici altri sei tali,
gi Soria tutta vinta e serva fra;
e gi dmi sarebbono i pi australi
regni, e i regni pi prossimi a l'aurora;
e forse il Nilo occultarebbe in vano
dal giogo il capo incognito e lontano.

39      Rinaldo ha nome; e la sua destra irata
teman pi d'ogni machina le mura.
Or volgi gli occhi ov'io ti mostro, e guata
colui che d'oro e verde ha l'armatura.
Quegli  Dudone, ed  da lui guidata
questa schiera, che schiera  di ventura:
 guerrier d'alto sangue e molto esperto,
che d'et vince e non cede di merto.

40      Mira quel grande, ch' coperto a bruno:
 Gernando, il fratel del re norvegio;
non ha la terra uom pi superbo alcuno,
questo sol de'suoi fatti oscura il pregio.
E son que'duo che van s giunti in uno,
e c'han bianco il vestir, bianco ogni fregio,
Gildippe ed Odoardo, amanti e sposi,
in valor d'arme e in lealt famosi."

41      Cos parlava, e gi vedean l sotto
come la strage pi e pi s'ingrosse,
ch Tancredi e Rinaldo il cerchio han rotto
bench d'uomini denso e d'armi fosse;
e poi lo stuol, ch' da Dudon condotto,
vi giunse, ed aspramente anco il percosse.
Argante, Argante stesso, ad un grand'urto
di Rinaldo abbattuto, a pena  surto.

42      N sorgea forse, ma in quel punto stesso
al figliuol di Bertoldo il destrier cade;
e restandogli sotto il piede oppresso,
convien ch'indi a ritrarlo alquanto bade.
Lo stuol pagan fra tanto, in rotta messo,
si ripara fuggendo a la cittade.
Soli Argante e Clorinda argine e sponda
sono al furor che lor da tergo inonda.

43      Ultimi vanno, e l'impeto seguente
in lor s'arresta alquanto, e si reprime,
s che potean men perigliosamente
quelle genti fuggir che fuggean prime.
Segue Dudon ne la vittoria ardente
i fuggitivi, e 'l fer Tigrane opprime
con l'urto del cavallo, e con la spada
fa che scemo del capo a terra cada.

44      N giova ad Algazarre il fino usbergo,
ned e Corban robusto il forte elmetto,
ch 'n guisa lor fer la nuca e 'l tergo
che ne pass la piaga al viso, al petto.
E per sua mano ancor del dolce albergo
l'alma usc d'Amurate e di Meemetto,
e del crudo Almansor; n 'l gran circasso
pu securo da lui mover un passo.

45      Freme in se stesso Argante, e pur tal volta
si ferma e volge, e poi cede pur anco.
Al fin cos improviso a lui si volta,
e di tanto rovescio il coglie al fianco,
che dentro il ferro vi s'immerge, e tolta
 dal colpo la vita al duce franco.
Cade; e gli occhi, ch'a pena aprir si ponno,
dura quiete preme e ferreo sonno.

46      Gli apr tre volte, e i dolci rai del cielo
cerc fruire e sovra un braccio alzarsi,
e tre volte ricadde, e fosco velo
gli occhi adombr, che stanchi al fin serrrsi.
Si dissolvono i membri, e 'l mortal gelo
inrigiditi e di sudor gli ha sparsi.
Sovra il corpo gi morto il fero Argante
punto non bada, e via trascorre inante.

47      Con tutto ci, se ben d'andar non cessa,
si volge a i Franchi, e grida: "O cavalieri,
questa sanguigna spada  quella stessa
che 'l signor vostro mi don pur ieri;
ditegli come in uso oggi l'ho messa,
ch'udir la novella ei volentieri.
E caro esser gli de che 'l suo bel dono
sia conosciuto al paragon s buono.

48      Ditegli che vederne ormai s'aspetti
ne le viscere sue pi certa prova;
e quando d'assalirne ei non s'affretti,
verr non aspettato ove si trova."
Irritati i cristiani a i feri detti,
tutti vr lui gi si moveano a prova;
ma con gli altri esso  gi corso in securo
sotto la guardia de l'amico muro.

49      I difensori a grandinar le pietre
da l'alte mura in guisa incominciaro,
e quasi innumerabili faretre
tante saette a gli archi ministraro,
che forza  pur che 'l franco stuol s'arretre;
e i saracin ne la cittade entraro.
Ma gi Rinaldo, avendo il pi sottratto
al giacente destrier, s'era qui tratto.

50      Venia per far nel barbaro omicida
de l'estinto Dudone aspra vendetta,
e fra'suoi giunto alteramente grida:
"Or qual indugio  questo? e che s'aspetta?
poi ch' morto il signor che ne fu guida,
ch non corriamo a vendicarlo in fretta?
Dunque in s grave occasion di sdegno
esser pu fragil muro a noi ritegno?

51      Non, se di ferro doppio o d'adamante
questa muraglia impenetrabil fosse,
col dentro securo il fero Argante
s'appiatteria da le vostr'alte posse:
andiam pure a l'assalto!" Ed egli inante
a tutti gli altri in questo dir si mosse,
ch nulla teme la secura testa
o di sasso o di strai nembo o tempesta.

52      Ei crollando il gran capo, alza la faccia
piena di s terribile ardimento,
che sin dentro a le mura i cori agghiaccia
a i difensor d'insolito spavento.
Mentre egli altri rincora, altri minaccia,
sopravien chi reprime il suo talento;
ch Goffredo lor manda il buon Sigiero
de'gravi imperii suoi nunzio severo.

53      Questi sgrida in suo nome il troppo ardire,
e incontinente il ritornar impone:
"Tornatene," dicea "ch'a le vostr'ire
non  il loco opportuno o la stagione;
Goffredo il vi comanda." A questo dire
Rinaldo si fren, ch'altrui fu sprone,
bench dentro ne frema, e in pi d'un segno
dimostri fuore il mal celato sdegno.

54      Tornr le schiere indietro, e da i nemici
non fu il ritorno lor punto turbato;
n in parte alcuna de gli estremi uffici
il corpo di Dudon rest fraudato.
Su le pietose braccia i fidi amici
portrlo, caro peso ed onorato.
Mira intanto il Buglion d'eccelsa parte
de la forte cittade il sito e l'arte.

55      Gierusalem sovra duo colli  posta
d'impari attezza, e vlti fronte a fronte.
Va per lo mezzo suo valle interposta,
che lei distingue, e l'un da l'altro monte.
Fuor da tre lati ha malagevol costa,
per l'altro vassi, e non par che si monte;
ma d'altissime mura  pi difesa
la parte piana, e 'ncontra Borea  stesa.

56      La citt dentro ha lochi in cui si serba
l'acqua che piove, e laghi e fonti vivi;
ma fuor la terra intorno  nuda d'erba,
e di fontane sterile e di rivi.
N si vede fiorir lieta e superba
d'alberi, e fare schermo a i raggi estivi,
se non se in quanto oltra sei miglia un bosco
sorge d'ombre nocenti orrido e fosco.

57      Ha da quel lato donde il giorno appare
del felice Giordan le nobil onde;
e da la parte occidental, del mare
Mediterraneo l'arenose sponde.
Verso Borea  Betl, ch'alz l'altare
al bue de l'oro, e la Samaria, e donde
Austro portar le suol piovoso nembo,
Betelm che 'l gran parto ascose in grembo.

58      Or mentre guarda e l'alte mura e 'l sito
de la citt Goffredo e del paese,
e pensa ove s'accampi, onde assalito
sia il muro ostil pi facile a l'offese,
Erminia il vide, e dimostrollo a dito
al re pagano, e cos a dir riprese:
"Goffredo  quel, che nel purpureo ammanto
ha di regio e d'augusto in s cotanto.

59      Veramente  costui nato a l'impero,
s del regnar, del comandar sa l'arti,
e non minor che duce  cavaliero,
ma del doppio valor tutte ha le parti;
n fra turba s grande uom pi guerriero
o pi saggio di lui potrei mostrarti.
Sol Raimondo in consiglio, ed in battaglia
sol Rinaldo e Tancredi a lui s'agguaglia."

60      Risponde il re pagan: "Ben ho di lui
contezza, e 'l vidi a la gran corte in Francia,
quand'io d'Egitto messaggier vi fui,
e 'l vidi in nobil giostra oprar la lancia;
e se ben gli anni giovenetti sui
non gli vestian di piume ancor la guancia,
pur dava a i detti, a l'opre, a le sembianze,
presagio omai d'altissime speranze;

61      presagio ahi troppo vero!" E qui le ciglia
turbate inchina, e poi l'inalza e chiede:
"Dimmi chi sia colui c'ha pur vermiglia
la sopravesta, e seco a par si vede.
Oh quanto di sembianti a lui somiglia!
se ben alquanto di statura cede."
" Baldovin," risponde "e ben si scopre
nel volto a lui fratel, ma pi ne l'opre.

62      Or rimira colui che, quasi in modo
d'uomo che consigli, sta da l'altro fianco:
quegli  Raimondo, il qual tanto ti lodo
d'accorgimento, uom gi canuto e bianco.
Non  chi tesser me'bellico frodo
di lui sapesse o sia latino o franco;
ma quell'altro pi in l, ch'orato ha l'elmo,
del re britanno  il buon figliuol Guglielmo.

63      V' Guelfo seco, e gli  d'opre leggiadre
emulo, e d'alto sangue e d'alto stato:
ben il conosco a le sue spalle quadre,
ed a quel petto colmo e rilevato.
Ma 'l gran nemico mio tra queste squadre
gi riveder non posso, e pur vi guato;
io dico Boemondo il micidiale,
distruggitor del sangue mio reale."

64      Cos parlavan questi; e 'l capitano,
poi ch'intorno ha mirato, a i suoi discende;
e perch crede che la terra in vano
s'oppugneria dov'il pi erto ascende,
contra lo porta Aquilonar, nel piano
che con lei si congiunge, alza le tende;
e quinci procedendo infra la torre
che chiamano Angolar gli altri fa porre.

65      Da quel giro del campo  contenuto
de la cittade il terzo, o poco meno,
che d'ogn'intorno non avria potuto,
(cotanto ella volgea) cingerla a pieno;
ma le vie tutte ond'aver pote aiuto
tenta Goffredo d'impedirle almeno,
ed occupar fa gli opportuni passi
onde da lei si viene ed a lei vassi.

66      Impon che sian le tende indi munite
e di fosse profonde e di trinciere,
che d'una parte a cittadine uscite,
da l'altra oppone a correrie straniere.
Ma poi che fur quest'opere fornite,
vols'egli il corpo di Dudon vedere,
e col trasse ove il buon duce estinto
da mesta turba e lagrimosa  cinto.

67      Di nobil pompa i fidi amici ornaro
il gran fertro ove sublime ei giace.
Quando Goffredo entr, le turbe alzaro
la voce assai pi flebile e loquace;
ma con volto n torbido n chiaro
frena il suo affetto il pio Buglione, e tace.
E poi che 'n lui pensando alquanto fisse
le luci ebbe tenute, al fin s disse:

68      "Gi non si deve a te doglia n pianto,
che se mori nel mondo, in Ciel rinasci;
e qui dove ti spogli il mortal manto
di gloria impresse alte vestigia lasci.
Vivesti qual guerrier cristiano e santo,
e come tal sei morto; or godi, e pasci
in Dio gli occhi bramosi, o felice alma,
ed hai del bene oprar corona e palma.

69      Vivi beata pur, ch nostra sorte,
non tua sventura, a lagrimar n'invita,
poscia ch'al tuo partir s degna e forte
parte di noi fa co 'l tuo pi partita.
Ma se questa, che 'l vulgo appella morte,
privati ha noi d'una terrena aita,
celeste aita ora impetrar ne puoi
che 'l Ciel t'accoglie infra gli eletti suoi.

70      E come a nostro pro veduto abbiamo
ch'usavi, uom gi mortal, l'arme mortali,
cos vederti oprare anco speriamo,
spirto divin, l'arme del Ciel fatali.
Impara i voti omai, ch'a te porgiamo,
raccrre, e dar soccorso a i nostri mali:
indi vittoria annunzio; a te devoti
solverem trionfando al tempio i voti."

71      Cos diss'egli; e gi la notte oscura
avea tutti del giorno i raggi spenti,
e con l'oblio d'ogni noiosa cura
ponea tregua a le lagrime, a i lamenti.
Ma il capitan, ch'espugnar mai le mura
non crede senza i bellici tormenti,
pensa ond'abbia le travi, ed in quai forme
le machine componga; e poco dorme.

72      Sorse a pari co 'l sole, ed egli stesso
seguir la pompa funeral poi volle.
A Dudon d'odorifero cipresso
composto hanno un sepolcro a pi d'un colle,
non lunge a gli steccati; e sovra ad esso
un'altissima palma i rami estolle.
Or qui fu posto, e i sacerdoti intanto
quiete a l'alma gli pregr co 'l canto.

73      Quinci e quindi fra i rami erano appese
insegne e prigioniere arme diverse,
gi da lui tolte in pi felici imprese
a le genti di Siria ed a le perse.
De la corazza sua, de l'altro arnese,
in mezzo il grosso tronco si coperse.
"Qui" vi tu scritto poi "giace Dudone:
onorate l'altissimo campione."

74      Ma il pietoso Buglion, poi che da questa
opra si tolse dolorosa e pia,
tutti i fabri del campo a la foresta
con buona scorta di soldati invia.
Ella  tra valli ascosa, e manifesta
l'avea fatta a i Francesi uom di Soria.
Qui per troncar le machine n'andaro,
a cui non abbia la citt riparo.

75      L'un l'altro essorta che le piante atterri,
e faccia al bosco inusitati oltraggi.
Caggion recise da i pungenti ferri
le sacre palme e i frassini selvaggi,
i funebri cipressi e i pini e i cerri,
l'elci frondose e gli alti abeti e i faggi,
gli olmi mariti, a cui talor s'appoggia
la vite, e con pi torto al ciel se 'n poggia.

76      Altri i tassi, e le quercie altri percote,
che mille volte rinovr le chiome,
e mille volte ad ogni incontro immote
l'ire de'venti han rintuzzate e dome;
ed altri impone a le stridenti rote
d'orni e di cedri l'odorate some.
Lascian al suon de l'arme, al vario grido,
e le fre e gli augei la tana e 'l nido.



. CANTO QUARTO.

1       Mentre son questi a le bell'opre intenti,
perch debbiano tosto in uso porse,
il gran nemico de l'umane genti
contra i cristiani i lividi occhi torse;
e scorgendogli omai lieti e contenti,
ambo le labra per furor si morse,
e qual tauro ferito il suo dolore
vers mugghiando e sospirando fuore.

2       Quinci, avendo pur tutto il pensier vlto
a recar ne'cristiani ultima doglia,
che sia, comanda, il popol suo raccolto
(concilio orrendo!) entro la regia soglia;
come sia pur leggiera impresa, ahi stolto!,
il repugnare a la divina voglia:
stolto, ch'al Ciel s'agguaglia, e in oblio pone
come di Dio la destra irata tuone.

3       Chiama gli abitator de l'ombre eterne
il rauco suon de la tartarea tromba.
Treman le spaziose atre caverne,
e l'aer cieco a quel romor rimbomba;
n s stridendo mai da le superne
regioni del cielo il folgor piomba,
n s scossa giamai trema la terra
quando i vapori in sen gravida serra.

4       Tosto gli di d'Abisso in varie torme
concorron d'ogn'intorno a l'alte porte.
Oh come strane, oh come orribil forme!
quant' ne gli occhi lor terrore e morte!
Stampano alcuni il suol di ferine orme,
e 'n fronte umana han chiome d'angui attorte,
e lor s'aggira dietro immensa coda
che quasi sferza si ripiega e snoda.

5       Qui mille immonde Arpie vedresti e mille
Centauri e Sfingi e pallide Gorgoni,
molte e molte latrar voraci Scille,
e fischiar Idre e sibilar Pitoni,
e vomitar Chimere atre faville,
e Polifemi orrendi e Gerioni;
e in novi mostri, e non pi intesi o visti,
diversi aspetti in un confusi e misti.

6       D'essi parte a sinistra e parte a destra
a seder vanno al crudo re davante.
Siede Pluton nel mezzo, e con la destra
sostien lo scettro ruvido e pesante;
n tanto scoglio in mar, n rupe alpestra,
n pur Calpe s'inalza o 'l magno Atlante,
ch'anzi lui non paresse un picciol colle,
s la gran fronte e le gran corna estolle.

7       Orrida maest nel fero aspetto
terrore accresce, e pi superbo il rende:
rosseggian gli occhi, e di veneno infetto
come infausta cometa il guardo splende,
gl'involve il mento e su l'irsuto petto
ispida e folta la gran barba scende,
e in guisa di voragine profonda
s'apre la bocca d'atro sangue immonda.

8       Qual i fumi sulfurei ed infiammati
escon di Mongibello e 'l puzzo e 'l tuono,
tal de la fera bocca i negri fiati,
tale il fetore e le faville sono.
Mentre ei parlava, Cerbero i latrati
ripresse, e l'Idra si fe'muta al suono;
rest Cocito, e ne tremr gli abissi,
e in questi detti il gran rimbombo udissi:

9       "Tartarei numi, di seder pi degni
l sovra il sole, ond' l'origin vostra,
che meco gi da i pi felici regni
spinse il gran caso in questa orribil chiostra,
gli antichi altrui sospetti e i feri sdegni
noti son troppo, e l'alta impresa nostra;
or Colui regge a suo voler le stelle,
e noi siam giudicate alme rubelle.

10      Ed in vece del d sereno e puro,
de l'aureo sol, de gli stellati giri,
n'ha qui rinchiusi in questo abisso oscuro,
n vuol ch'al primo onor per noi s'aspiri;
e poscia (ahi quanto a ricordarlo  duro!
quest' quel che pi inaspra i miei martri)
ne'bei seggi celesti ha l'uom chiamato,
l'uom vile e di vil fango in terra nato.

11      N ci gli parve assai; ma in preda a morte,
sol per farne pi danno, il figlio diede.
Ei venne e ruppe le tartaree porte,
e porre os ne'regni nostri il piede,
e trarne l'alme a noi dovute in sorte,
e riportarne al Ciel s ricche prede,
vincitor trionfando, e in nostro scherno
l'insegne ivi spiegar del vinto Inferno.

12      Ma che rinovo i miei dolor parlando?
Chi non ha gi l'ingiurie nostre intese?
Ed in qual parte si trov, n quando,
ch'egli cessasse da l'usate imprese?
Non pi dssi a l'antiche andar pensando,
pensar dobbiamo a le presenti offese.
Deh! non vedete omai com'egli tenti
tutte al suo culto richiamar le genti?

13      Noi trarrem neghittosi i giorni e l'ore,
n degna cura fia che 'l cor n'accenda?
e soffrirem che forza ognor maggiore
il suo popol fedele in Asia prenda?
e che Giudea soggioghi? e che 'l suo onore,
che 'l nome suo pi si dilati e stenda?
che suoni in altre lingue, e in altri carmi
si scriva, e incida in novi bronzi e marmi?

14      Che sian gl'idoli nostri a terra sparsi?
ch'i nostri altari il mondo a lui converta?
ch'a lui sospesi i voti, a lui sol arsi
siano gl'incensi, ed auro e mirra offerta?
ch'ove a noi tempio non solea serrarsi,
or via non resti a l'arti nostre aperta?
che di tant'alme il solito tributo
ne manchi, e in vto regno alberghi Pluto?

15      Ah! non fia ver, ch non sono anco estinti
gli spirti in voi di quel valor primiero,
quando di ferro e d'alte fiamme cinti
pugnammo gi contra il celeste impero.
Fummo, io no 'l nego, in quel conflitto vinti,
pur non manc virtute al gran pensiero.
Diede che che si fosse a lui vittoria:
rimase a noi d'invitto ardir la gloria.

16      Ma perch pi v'indugio? Itene, o miei
fidi consorti, o mia potenza e forze:
ite veloci, ed opprimete i rei
prima che 'l lor poter pi si rinforze;
pria che tutt'arda il regno de gli Ebrei,
questa fiamma crescente omai s'ammorze;
fra loro entrate, e in ultimo lor danno
or la forza s'adopri ed or l'inganno.

17      Sia destin ci ch'io voglio: altri disperso
se 'n vada errando, altri rimanga ucciso,
altri in cure d'amor lascive immerso
idol si faccia un dolce sguardo e un riso.
Sia il ferro incontra 'l suo rettor converso
da lo stuol ribellante e 'n s diviso:
pra il campo e ruini, e resti in tutto
ogni vestigio suo con lui distrutto."

18      Non aspettr gi l'alme a Dio rubelle
che fosser queste voci al fin condotte;
ma fuor volando a riveder le stelle
gi se n'uscian da la profonda notte,
come sonanti e torbide procelle
che vengan fuor de le natie lor grotte
ad oscurar il cielo, a portar guerra
a i gran regni del mar e de la terra.

19      Tosto, spiegando in vari lati i vanni,
si furon questi per lo mondo sparti,
e 'ncominciaro a fabricar inganni
diversi e novi, e ad usar lor arti.
Ma di'tu, Musa, come i primi danni
mandassero a i cristiani e di quai parti;
tu 'l sai, e di tant'opra a noi s lunge
debil aura di fama a pena giunge.

20      Reggea Damasco e le citt vicine
Idraote, famoso e nobil mago,
che fin da'suoi prim'anni a l'indovine
arti si diede, e ne fu ognor pi vago.
Ma che giovr, se non pot del fine
di quella incerta guerra esser presago?
Ned aspetto di stelle erranti o fisse,
n risposta d'inferno il ver predisse.

21      Giudic questi (ahi, cieca umana mente,
come i giudizi tuoi son vani e torti!)
ch'a l'essercito invitto d'Occidente
apparecchiasse il Ciel ruine e morti;
per, credendo che l'egizia gente
la palma de l'impresa al fin riporti,
desia che 'l popol suo ne la vittoria
sia de l'acquisto a parte e de la gloria.

22      Ma perch il valor franco ha in grande stima,
di sanguigna vittoria i danni teme;
e va pensando con qual arte in prima
il poter de'cristiani in parte sceme,
s che pi agevolmente indi s'opprima
da le sue genti e da l'egizie insieme:
in questo suo pensier il sovragiunge
l'angelo iniquo, e pi l'instiga e punge.

23      Esso il consiglia, e gli ministra i modi
onde l'impresa agevolar si pote.
Donna a cui di belt le prime lodi
concedea l'Oriente,  sua nepote:
gli accorgimenti e le pi occulte frodi
ch'usi o femina o maga a lei son note.
Questa a s chiama e seco i suoi consigli
comparte, e vuol che cura ella ne pigli.

24      Dice: "O diletta mia, che sotto biondi
capelli e fra s tenere sembianze
canuto senno e cor virile ascondi,
e gi ne l'arti mie me stesso avanze,
gran pensier volgo; e se tu lui secondi,
seguiteran gli effetti a le speranze.
Tessi la tela ch'io ti mostro ordita,
di cauto vecchio essecutrice ardita.

25      Vanne al campo nemico: ivi s'impieghi
ogn'arte feminil ch'amore alletti.
Bagna di pianto e fa'melati i preghi,
tronca e confondi co'sospiri i detti:
belt dolente e miserabil pieghi,
al tuo volere i pi ostinati petti.
Vela il soverchio ardir con la vergogna,
e fa'manto del vero a la menzogna.

26      Prendi, s'esser potr, Goffredo a l'esca
de'dolci sguardi e de'be'detti adorni,
s ch'a l'uomo invaghito omai rincresca
l'incominciata guerra, e la distorni.
Se ci non puoi, gli altri pi grandi adesca:
menagli in parte ond'alcun mai non torni."
Poi distingue i consigli; al fin le dice:
"Per la f, per la patria il tutto lice."

27      La bella Armida, di sua forma altera
e de'doni del sesso e de l'etate,
l'impresa prende, e in su la prima sera
parte e tiene sol vie chiuse e celate;
e 'n treccia e 'n gonna feminile spera
vincer popoli invitti e schiere armate.
Ma son del suo partir tra 'l vulgo ad arte
diverse voci poi diffuse e sparte.

28      Dopo non molti d vien la donzella
dove spiegate i Franchi avean le tende.
A l'apparir de la belt novella
nasce un bisbiglio e 'l guardo ognun v'intende,
s come l dove cometa o stella,
non pi vista di giorno, in ciel risplende;
e traggon tutti per veder chi sia
s bella peregrina, e chi l'invia.

29      Argo non mai, non vide Cipro o Delo
d'abito o di belt forme s care:
d'auro ha la chioma, ed or dal bianco velo
traluce involta, or discoperta appare.
Cos, qualor si rasserena il cielo,
or da candida nube il sol traspare,
or da la nube uscendo i raggi intorno
pi chiari spiega e ne raddoppia il giorno.

30      Fa nove crespe l'aura al crin disciolto,
che natura per s rincrespa in onde;
stassi l'avaro sguardo in s raccolto,
e i tesori d'amore e i suoi nasconde.
Dolce color di rose in quel bel volto
fra l'avorio si sparge e si confonde,
ma ne la bocca, onde esce aura amorosa,
sola rosseggia e semplice la rosa.

31      Mostra il bel petto le sue nevi ignude,
onde il foco d'Amor si nutre e desta.
Parte appar de le mamme acerbe e crude,
parte altrui ne ricopre invida vesta:
invida, ma s'a gli occhi il varco chiude,
l'amoroso pensier gi non arresta,
ch non ben pago di bellezza esterna
ne gli occulti secreti anco s'interna.

32      Come per acqua o per cristallo intero
trapassa il raggio, e no 'l divide o parte,
per entro il chiuso manto osa il pensiero
s penetrar ne la vietata parte.
Ivi si spazia, ivi contempla il vero
di tante meraviglie a parte a parte;
poscia al desio le narra e le descrive,
e ne fa le sue fiamme in lui pi vive.

33      Lodata passa e vagheggiata Armida
fra le cupide turbe, e se n'avede.
No 'l mostra gi, bench in suo cor ne rida,
e ne disegni alte vittorie e prede.
Mentre, sospesa alquanto, alcuna guida
che la conduca al capitan richiede,
Eustazio occorse a lei, che del sovrano
principe de le squadre era germano.

34      Come al lume farfalla, ei si rivolse
a lo splendor de la belt divina,
e rimirar da presso i lumi volse
che dolcemente atto modesto inchina;
e ne trasse gran fiamma e la raccolse
come da foco suole esca vicina,
e disse verso lei, ch'audace e baldo
il fea de gli anni e de l'amore il caldo:

35      "Donna, se pur tal nome a te conviensi,
ch non somigli tu cosa terrena,
n v' figlia d'Adamo in cui dispensi
cotanto il Ciel di sua luce serena,
che da te si ricerca? ed onde viensi?
qual tua ventura o nostra or qui ti mena?
Fa'che sappia chi sei, fa'ch'io non erri
ne l'onorarti; e s' ragion, m'atterri."

36      Risponde: "Il tuo lodar troppo alto sale,
n tanto in suso il merto nostro arriva.
Cosa vedi, signor, non pur mortale,
ma gi morta a i diletti, al duol sol viva;
mia sciagura mi spinge in loco tale,
vergine peregrina e fuggitiva.
Ricovro al pio Goffredo, e in lui confido
tal va di sua bontate intorno il grido.

37      Tu l'adito m'impetra al capitano,
s'hai, come pare, alma cortese e pia."
Ed egli: " ben ragion ch'a l'un germano
l'altro ti guidi, e intercessor ti sia.
Vergine bella, non ricorri in vano,
non  vile appo lui la grazia mia;
spender tutto potrai, come t'aggrada,
ci che vaglia il suo scettro o la mia spada."

38      Tace, e la guida ove tra i grandi eroi
allor dal vulgo il pio Buglion s'invola.
Essa inchinollo riverente, e poi
vergognosetta non facea parola.
Ma quei rossor, ma quei timori suoi
rassecura il guerriero e riconsola,
s che i pensati inganni al fine spiega
in suon che di dolcezza i sensi lega.

39      "Principe invitto," disse "il cui gran nome
se 'n vola adorno di s ricchi fregi
che l'esser da te vinte e in guerra dome
recansi a gloria le provincie e i regi,
noto per tutto  il tuo valor; e come
sin da i nemici avien che s'ami e pregi,
cos anco i tuoi nemici affida, e invita
di ricercarti e d'impetrarne aita.

40      Ed io, che nacqui in s diversa fede
che tu abbassasti e ch'or d'opprimer tenti,
per te spero acquistar la nobil sede
e lo scettro regal de'miei parenti;
e s'altri aita a i suoi congiunti chiede
contro il furor de le straniere genti,
io, poi che 'n lor non ha piet pi loco,
contra il mio sangue il ferro ostile invoco.

41      Io te chiamo, in te spero; e in quella altezza
puoi tu sol pormi onde sospinta io fui,
n la tua destra esser de meno avezza
di sollevar che d'atterrar altrui,
n meno il vanto di piet si prezza
che 'l trionfar de gl'inimici sui;
e s'hai potuto a molti il regno trre,
fia gloria egual nel regno or me riporre.

42      Ma se la nostra f varia ti move
a disprezzar forse i miei preghi onesti,
la f, c'ho certa in tua piet, mi giove,
n dritto par ch'ella delusa resti.
Testimone  quel Dio ch'a tutti  Giove
ch'altrui pi giusta aita unqua non dsti.
Ma perch il tutto a pieno intenda, or odi
le mie sventure insieme e l'altrui frodi.

43      Figlia i'son d'Arbilan, che 'l regno tenne
del bel Damasco e in minor sorte nacque,
ma la bella Cariclia in sposa ottenne,
cui farlo erede del suo imperio piacque.
Costei co 'l suo morir quasi prevenne
il nascer mio, ch'in tempo estinta giacque
ch'io fuori uscia de l'alvo; e fu il fatale
giorno ch'a lei di morte, a me natale.

44      Ma il primo lustro a pena era varcato
dal d ch'ella spogliossi il mortal velo,
quando il mio genitor, cedendo al fato,
forse con lei si ricongiunse in Cielo,
di me cura lassando e de lo stato
al fratel, ch'egli am con tanto zelo
che, se in petto mortal piet risiede,
esser certo dovea de la sua fede.

45      Preso dunque di me questi il governo,
vago d'ogni mio ben si mostr tanto
che d'incorrotta f, d'amor paterno
e d'immensa pietade ottenne il vanto,
o che 'l maligno suo pensiero interno
celasse allor sotto contrario manto,
o che sincere avesse ancor le voglie,
perch'al figliuol mi destinava in moglie.

46      Io crebbi, e crebbe il figlio; e mai n stile
di cavalier, n nobil arte apprese,
nulla di pellegrino o di gentile
gli piacque mai, n mai troppo alto intese;
sotto diforme aspetto animo vile,
e in cor superbo avare voglie accese:
ruvido in atti, ed in costumi  tale
ch' sol ne'vizi a se medesmo eguale.

47      Ora il mio buon custode ad uom s degno
unirmi in matrimonio in s prefisse,
e farlo del mio letto e del mio regno
consorte; e chiaro a me pi volte il disse.
Us la lingua e l'arte, us l'ingegno
perch 'l bramato effetto indi seguisse,
ma promessa da me non trasse mai,
anzi ritrosa ognor tacqui o negai.

48      Partissi alfin con un sembiante oscuro,
onde l'empio suo cor chiaro trasparve;
e ben l'istoria del mio mal futuro
leggergli scritta in fronte allor mi parve.
Quinci i notturni miei riposi furo
turbati ognor da strani sogni e larve,
ed un fatale orror ne l'alma impresso
m'era presagio de'miei danni espresso.

49      Spesso l'ombra materna a me s'offria,
pallida imago e dolorosa in atto,
quanto diversa, oim!, da quel che pria
visto altrove il suo volto avea ritratto!
`Fuggi, figlia,'dicea `morte s ria
che ti sovrasta omai, prtiti ratto,
gi veggio il tsco e 'l ferro in tuo sol danno
apparecchiar dal perfido tiranno.'

50      Ma che giovava, oim!, che del periglio
vicino omai fosse presago il core,
s'irresoluta in ritrovar consiglio
la mia tenera et rendea il timore?
Prender fuggendo volontario essiglio,
e ignuda uscir del patrio regno fuore,
grave era s ch'io fea minore stima
di chiuder gli occhi ove gli apersi in prima.

51      Temea, lassa!, la morte, e non avea
(chi 'l crederia?) poi di fuggirla ardire;
e scoprir la mia tema anco temea,
per non affrettar l'ore al mio morire.
Cos inquieta e torbida traea
la vita in un continuo martre,
qual uom ch'aspetti che su 'l collo ignudo
ad or ad or gli caggia il ferro crudo.

52      In tal mio stato, o fosse amica sorte
o ch'a peggio mi serbi il mio destino,
un de'ministri de la regia corte,
che 'l re mio padre s'allev bambino,
mi scoperse che 'l tempo a la mia morte
dal tiranno prescritto era vicino,
e ch'egli a quel crudele avea promesso
di porgermi il venen quel giorno stesso.

53      E mi soggiunse poi ch'a la mia vita,
sol fuggendo, allungar poteva il corso;
e poi ch'altronde io non sperava aita,
pronto offr se medesmo al mio soccorso,
e confortando mi rend s ardita
che del timor non mi ritenne il morso,
s ch'io non disponessi a l'aer cieco,
la patria e 'l zio fuggendo, andarne seco.

54      Sorse la notte oltra l'usato oscura,
che sotto l'ombre amiche ne coperse,
onde con due donzelle uscii secura,
compagne elette a le fortune averse;
ma pure indietro a le mie patrie mura
le luci io rivolgea di pianto asperse,
n de la vista del natio terreno
potea, partendo, saziarle a pieno.

55      Fea l'istesso camin l'occhio e 'l pensiero,
e mal suo grado il piede inanzi giva,
s come nave ch'improviso e fero
turbine scioglia da l'amata riva.
La notte andammo e 'l d seguente intero
per lochi ov'orma altrui non appariva;
ci ricovrammo in un castello al fine
che siede del mio regno in su 'l confine.

56       d'Aronte il castel, ch'Aronte fue
quel che mi trasse di periglio e scrse.
Ma poich me fuggito aver le sue
mortali insidie il traditor s'accorse,
acceso di furor contr'ambedue,
le sue colpe medesme in noi ritorse;
ed ambo fece rei di quell'eccesso
che commetter in me volse egli stesso.

57      Disse ch'Aronte i'avea con doni spinto
fra sue bevande a mescolar veneno
per non aver, poi ch'egli fosse estinto,
chi legge mi prescriva o tenga a freno;
e ch'io, seguendo un mio lascivo instinto,
volea raccrmi a mille amanti in seno.
Ahi, che fiamma del cielo anzi in me scenda,
santa onest, ch'io le tue leggi offenda!

58      Ch'avara fame d'oro e sete insieme
del mio sangue innocente il crudo avesse,
grave m' s; ma via pi il cor mi preme
che 'l mio candido onor macchiar volesse.
L'empio, che i popolari impeti teme,
cos le sue menzogne adorna e tesse
che la citt, del ver dubbia e sospesa,
sollevata non s'arma a mia difesa.

59      N, perch'or sieda nel mio seggio e 'n fronte
gi gli risplenda la regal corona,
pone alcun fine a i miei gran danni, a l'onte,
s la sua feritate oltra lo sprona.
Arder minaccia entro 'l castello Aronte,
se di proprio voler non s'imprigiona;
ed a me, lassa!, e 'nsieme a i miei consorti
guerra annunzia non pur, ma strazi e morti.

60      Ci dice egli di far perch dal volto
cos lavarsi la vergogna crede,
e ritornar nel grado, ond'io l'ho tolto,
l'onor del sangue e de la regia sede;
ma il timor n' cagion che non ritolto
gli sia lo scettro ond'io son vera erede,
ch sol s'io caggio por fermo sostegno
con le ruine mie pote al suo regno.

61      E ben quel fine avr l'empio desire
che gi il tiranno ha stabilito in mente,
e saran nel mio sangue estinte l'ire
che dal mio lagrimar non fiano spente,
se tu no 'l vieti. A te rifuggo, o sire,
io misera fanciulla, orba, innocente;
e questo pianto, ond'ho i tuoi piedi aspersi,
vagliami s che 'l sangue io poi non versi.

62      Per questi piedi ond'i superbi e gli empi
calchi, per questa man che 'l dritto aita,
per l'alte tue vittorie, e per que'tmpi
sacri cui dsti e cui dar cerchi aita,
il mio desir, tu che puoi solo, adempi
e in un co 'l regno a me serbi la vita
la tua piet; ma piet nulla giove,
s'anco te il dritto e la ragion non move.

63      Tu, cui concesse il Cielo e dielti in fato
voler il giusto e poter ci che vuoi,
a me salvar la vita, a te lo stato
(ch tuo fia s'io 'l ricovro) acquistar puoi.
Fra numero s grande a me sia dato
diece condur de'tuoi pi forti eroi,
ch'avendo i padri amici e 'l popol fido,
bastan questi a ripormi entro al mio nido.

64      Anzi un de'primi, a la cui f commessa
 la custodia di secreta porta,
promette aprirla e ne la reggia stessa
prci di notte tempo, e sol m'essorta
ch'io da te cerchi alcuna aita; e in essa,
per picciola che sia, si riconforta
pi che s'altronde avesse un grande stuolo,
tanto l'insegne estima e 'l nome solo."

65      Ci detto, tace; e la risposta attende,
con atto che 'n silenzio ha voce e preghi.
Goffredo il dubbio cor volve e sospende
fra pensier vari, e non sa dove il pieghi.
Teme i barbari inganni, e ben comprende
che non  fede in uom ch'a Dio la neghi.
Ma d'altra parte in lui pietoso affetto
si desta, che non dorme in nobil petto.

66      N pur l'usata sua piet natia
vuol che costei de la sua grazia degni,
ma il move util ancor, ch'util gli fia
che ne l'imperio di Damasco regni
chi da lui dipendendo apra la via
ed agevoli il corso a i suoi disegni,
e genti ed arme gli ministri ed oro
contra gli Egizi e chi sar con loro.

67      Mentre ei cos dubbioso a terra vlto
lo sguardo tiene, e 'l pensier volve e gira,
la donna in lui s'affisa, e dal suo volto
intenta pende e gli atti osserva e mira;
e perch tarda oltra 'l suo creder molto
la risposta, ne teme e ne sospira.
Quegli la chiesta grazia al fin negolle,
ma di risposta assai cortese e molle:

68      "S'in servigio di Dio, ch'a ci n'elesse,
non s'impiegasser qui le nostre spade,
ben tua speme fondar potresti in esse
e soccorso trovar, non che pietade;
ma se queste sue greggie e queste oppresse
mura non torniam prima in libertade,
giusto non , con iscemar le genti,
che di nostra vittoria il corso allenti.

69      Ben ti prometto (e tu per nobil pegno
mia f ne prendi, e vivi in lei secura)
che se mai sottrarremo al giogo indegno
queste sacre e dal Ciel dilette mura,
di ritornarti al tuo perduto regno,
come piet n'essorta, avrem poi cura.
Or mi farebbe la piet men pio,
s'anzi il suo dritto io non rendessi a Dio."

70      A quel parlar chin la donna e fisse
le luci a terra, e stette immota alquanto;
poi sollevolle rugiadose e disse,
accompagnando i flebil atti al pianto:
"Misera! ed a qual altra il Ciel prescrisse
vita mai grave ed immutabil tanto,
che si cangia in altrui mente e natura
pria che si cangi in me sorte s dura?

71      Nulla speme pi resta, in van mi doglio:
non han pi forza in uman petto i preghi.
Forse lece sperar che 'l mio cordoglio,
che te non mosse, il reo tiranno pieghi?
N gi te d'inclemenza accusar voglio
perch 'l picciol soccorso a me si neghi,
ma il Cielo accuso, onde il mio mal discende,
che 'n te pietate innessorabil rende.

72      Non tu, signor, n tua bontade  tale,
ma 'l mio destino  che mi nega aita.
Crudo destino, empio destin fatale,
uccidi omai questa odiosa vita.
L'avermi priva, oim!, fu picciol male
de'dolci padri in loro et fiorita,
se non mi vedi ancor, del regno priva,
qual vittima al coltello andar cattiva.

73      Ch, poi che legge d'onestate e zelo
non vuol che qui s lungamente indugi,
a cui ricovro intanto? ove mi celo?
o quai contra il tiranno avr rifugi?
Nessun loco s chiuso  sotto il cielo
ch'a l'or non s'apra: or perch tanti indugi?
Veggio la morte, e se 'l fuggirla  vano,
incontro a lei n'andr con questa mano."

74      Qui tacque, e parve ch'un regale sdegno
e generoso l'accendesse in vista;
e 'l pi volgendo di partir fea segno,
tutta ne gli atti dispettosa e trista.
Il pianto si spargea senza ritegno,
com'ira suol produrlo a dolor mista,
e le nascenti lagrime a vederle
erano a i rai del sol cristallo e perle.

75      Le guancie asperse di que'vivi umori
che gi cadean sin de la veste al lembo,
parean vermigli insieme e bianchi fiori,
se pur gli irriga un rugiadoso nembo,
quando su l'apparir de'primi albori
spiegano a l'aure liete il chiuso grembo;
e l'alba, che li mira e se n'appaga,
d'adornarsene il crin diventa vaga.

76      Ma il chiaro umor, che di s spesse stille
le belle gote e 'l seno adorno rende,
opra effetto di foco, il qual in mille
petti serpe celato e vi s'apprende.
O miracol d'Amor, che le faville
tragge del pianto, e i cor ne l'acqua accende!
Sempre sovra natura egli ha possanza.
ma in virt di costei se stesso avanza.

77      Questo finto dolor da molti elice
lagrime vere, e i cor pi duri spetra.
Ciascun con lei s'affligge, e fra s dice:
"Se merc da Goffredo or non impetra,
ben fu rabbiosa tigre a lui nutrice,
e 'l produsse in aspr'alpe orrida pietra
o l'onda che nel mar si frange e spuma:
crudel, che tal belt turba e consuma."

78      Ma il giovenetto Eustazio, in cui la face
di pietade e d'amore  pi fervente,
mentre bisbiglia ciascun altro, e tace,
si tragge avanti e parla audacemente:
"O germano e signor, troppo tenace
del suo primo proposto  la tua mente,
s'al consenso comun, che brama e prega,
arrendevole alquanto or non si piega.

79      Non dico io gi che i principi, ch'a cura
si stanno qui de'popoli soggetti,
torcano il pi da l'oppugnate mura,
e sian gli uffici lor da lor negletti;
ma fra noi, che guerrier siam di ventura,
senz'alcun proprio peso e meno astretti
a le leggi de gli altri, elegger diece
difensori del giusto a te ben lece;

80      ch'al servigio di Dio gi non si toglie
l'uom ch'innocente vergine difende,
ed assai care al Ciel son quelle spoglie
che d'ucciso tiranno altri gli appende.
Quando dunque a l'impresa or non m'invoglie
quell'util certo che da lei s'attende,
mi ci move il dover, ch'a dar tenuto
 l'ordin nostro a le donzelle aiuto.

81      Ah! non sia ver, per Dio, che si ridica
in Francia, o dove in pregio  cortesia,
che si fugga da noi rischio o fatica
per cagion cos giusta e cos pia.
Io per me qui depongo elmo e lorica,
qui mi scingo la spada, e pi non fia
ch'adopri indegnamente arme o destriero,
o 'l nome usurpi mai di cavaliero."

82      Cos favella; e seco in chiaro suono
tutto l'ordine suo concorde freme,
e chiamando il consiglio utile e buono
co'preghi il capitan circonda e preme.
"Cedo," egli disse allora "e vinto sono
al concorso di tanti uniti insieme;
abbia, se parvi, il chiesto don costei
da i vostri s, non da i consigli miei.

83      Ma se Goffredo di credenza alquanto
pur trova in voi, temprate i vostri affetti."
Tanto ei sol disse, e basta lor ben tanto
perch ciascun quel che concede accetti.
Or che non pu di bella donna il pianto,
ed in lingua amorosa i dolci detti?
Esce da vaghe labra aurea catena
che l'alme a suo voler prende ed affrena.

84      Eustazio lei richiama, e dice: "Omai
cessi, vaga donzella, il tuo dolore,
ch tal da noi soccorso in breve avrai
qual par che pi 'l richieggia il tuo timore."
Seren allora i nubilosi rai
Armida, e s ridente apparve fuore
ch'innamor di sue bellezze il cielo
asciugandosi gli occhi co 'l bel velo.

85      Rend lor poscia, in dolci e care note,
grazie per l'alte grazie a lei concesse,
mostrando che sariano al mondo note
mai sempre, e sempre nel suo core impresse;
e ci che lingua esprimer ben non pote,
muta eloquenza ne'suoi gesti espresse,
e cel s sotto mentito aspetto
il suo pensier ch'altrui non di sospetto.

86      Quinci vedendo che furtuna arriso
al gran principio di sue frodi avea,
prima che 'l suo pensier le sia preciso,
dispon di trarre al fin opra s rea,
e far con gli atti dolci e co 'l bel viso
pi che con l'arti lor Circe o Medea,
e in voce di sirena a i suoi concenti
addormentar le pi svegliate menti.

87      Usa ogn'arte la donna, onde sia colto
ne la sua rete alcun novello amante;
n con tutti, n sempre un stesso volto
serba, ma cangia a tempo atti e sembiante.
Or tien pudica il guardo in s raccolto,
or lo rivolge cupido e vagante:
la sferza in quegli, il freno adopra in questi,
come lor vede in amar lenti o presti.

88      Se scorge alcun che dal suo amor ritiri
l'alma, e i pensier per diffidenza affrene,
gli apre un benigno riso, e in dolci giri
volge le luci in lui liete e serene;
e cos i pigri e timidi desiri
sprona, ed affida la dubbiosa spene,
ed infiammando l'amorose voglie
sgombra quel gel che la paura accoglie.

89      Ad altri poi, ch'audace il segno varca
scrto da cieco e temerario duce,
de'cari detti e de'begli occhi  parca,
e in lui timore e riverenza induce.
Ma fra lo sdegno, onde la fronte  carca,
pur anco un raggio di piet riluce,
s ch'altri teme ben, ma non dispera,
e pi s'invoglia quanto appar pi altera.

90      Stassi tal volta ella in disparte alquanto
e 'l volto e gli atti suoi compone e finge
quasi dogliosa, e in fin su gli occhi il pianto
tragge sovente e poi dentro il respinge;
e con quest'arti a lagrimar intanto
seco mill'alme semplicette astringe,
e in foco di piet strali d'amore
tempra, onde pra a s fort'arme il core.

91      Poi, s come ella a quei pensier s'invole
e novella speranza in lei si deste,
vr gli amanti il pi drizza e le parole,
e di gioia la fronte adorna e veste;
e lampeggiar fa, quasi un doppio sole,
il chiaro sguardo e 'l bel riso celeste
su le nebbie del duolo oscure e folte,
ch'avea lor prima intorno al petto accolte.

92      Ma mentre dolce parla e dolce ride,
e di doppia dolcezza inebria i sensi,
quasi dal petto lor l'alma divide,
non prima usata a quei diletti immensi.
Ahi crudo Amor, ch'egualmente n'ancide
l'assenzio e 'l ml che tu fra noi dispensi,
e d'ogni tempo egualmente mortali
vengon da te le medicine e i mali!

93      Fra s contrarie tempre, in ghiaccio e in foco,
in riso e in pianto, e fra paura e spene,
inforsa ogni suo stato, e di lor gioco
l'ingannatrice donna a prender viene;
e s'alcun mai con suon tremante e fioco
osa parlando d'accennar sue pene,
finge, quasi in amor rozza e inesperta,
non veder l'alma ne'suoi detti aperta.

94      O pur le luci vergognose e chine
tenendo, d'onest s'orna e colora,
s che viene a celar le fresche brine
sotto le rose onde il bel viso infiora,
qual ne l'ore pi fresche e matutine
del primo nascer suo veggiam l'aurora;
e 'l rossor de lo sdegno insieme n'esce
con la vergogna, e si confonde e mesce.

95      Ma se prima ne gli atti ella s'accorge
d'uom che tenti scoprir l'accese voglie,
or gli s'invola e fugge, ed or gli porge
modo onde parli e in un tempo il ritoglie;
cos il d tutto in vano error lo scorge
stanco, e deluso poi di speme il toglie.
Ei si riman qual cacciator ch'a sera
perda al fin l'orma di seguita fra.

96      Queste fur l'arti onde mill'alme e mille
prender furtivamente ella poteo,
anzi pur furon l'arme onde rapille
ed a forza d'Amor serve le feo.
Qual meraviglia or fia s'il fero Achille
d'Amor fu preda, ed Ercole e Teseo,
s'ancor chi per Gies la spada cinge
l'empio ne'lacci suoi talora stringe?



. CANTO QUINTO.

1       Mentre in tal guisa i cavalieri alletta
ne l'amor suo l'insidiosa Armida,
n solo i diece a lei promessi aspetta
ma di furto menarne altri confida,
volge tra s Goffredo a cui commetta
la dubbia impresa ov'ella esser de guida,
ch de gli aventurier la copia e 'l merto
e 'l desir di ciascuno il fanno incerto.

2       Ma con provido aviso al fin dispone
ch'essi un di loro scelgano a sua voglia,
che succeda al magnanimo Dudone
e quella elezion sovra s toglia.
Cos non averr ch'ei dia cagione
ad alcun d'essi che di lui si doglia,
e insieme mostrer d'aver nel pregio,
in cui deve a ragion, lo stuolo egregio.

3       A s dunque li chiama, e lor favella:
"Stata  da voi la mia sentenza udita,
ch'era non di negare a la donzella,
ma di darle in stagion matura aita.
Di novo or la propongo, e ben pote ella
esser dal parer vostro anco seguita,
ch nel mondo mutabile e leggiero
costanza  spesso il variar pensiero.

4       Ma se stimate ancor che mal convegna
al vostro grado il rifiutar periglio,
e se pur generoso ardire sdegna
quel che troppo gli par cauto consiglio,
non sia ch'involontari io vi ritegna,
n quel che gi vi diedi or mi ripiglio;
ma sia con esso voi, com'esser deve,
il fren del nostro imperio lento e leve.

5       Dunque lo starne o 'l girne i'son contento
che dal vostro piacer libero penda:
ben vuo'che pria facciate al duce spento
successor novo, e di voi cura ei prenda,
e tra voi scelga i diece a suo talento;
non gi di diece il numero trascenda,
ch'in questo il sommo imperio a me riservo:
non fia l'arbitrio suo per altro servo."

6       Cos disse Goffredo; e 'l suo germano,
consentendo ciascun, risposta diede:
"S come a te conviensi, o capitano,
questa lenta virt che lunge vede,
cos il vigor del core e de la mano,
quasi debito a noi, da noi si chiede.
E saria la matura tarditate,
ch'in altri  providenza, in voi viltate.

7       E poi che 'l rischio  di s leve danno
posto in lance co 'l pro che 'l contrapesa,
te permettente, i diece eletti andranno
con la donzella a l'onorata impresa."
Cos conclude, e con s adorno inganno
cerca di ricoprir la mente accesa
sotto altro zelo; e gli altri anco d'onore
fingon desio quel ch' desio d'amore.

8       Ma il pi giovin Buglione, il qual rimira
con geloso occhio il figlio di Sofia,
la cui virtute invidiando ammira
che 'n s bel corpo pi cara venia,
no 'l vorrebbe compagno, e al cor gli inspira
cauti pensier l'astuta gelosia,
onde, tratto il rivale a s in disparte,
ragiona a lui con lusinghevol arte:

9       "O di gran genitor maggior figliuolo,
che 'l sommo pregio in arme hai giovenetto,
or chi sar del valoroso stuolo,
di cui parte noi siamo, in duce eletto?
Io, ch'a Dudon famoso a pena, e solo
per l'onor de l'et, vivea soggetto;
io, fratel di Goffredo, a chi pi deggio
cedere omai? se tu non sei, no 'l veggio.

10      Te, la cui nobilt tutt'altre agguaglia,
gloria e merito d'opre a me prepone,
n sdegnerebbe in pregio di battaglia
minor chiamarsi anco il maggior Buglione.
Te dunque in duce bramo, ove non caglia
a te di questa sira esser campione,
n gi cred'io che quell'onor tu curi
che da'fatti verr notturni e scuri;

11      n mancher qui loco ove s'impieghi
con pi lucida fama il tuo valore.
Or io procurer, se tu no 'l neghi,
ch'a te concedan gli altri il sommo onore;
ma perch non so ben dove si pieghi
l'irresoluto mio dubbioso core,
impetro or io da te, ch'a voglia mia
o segua poscia Armida o teco stia."

12      Qui tacque Eustazio, e questi estremi accenti
non profer senza arrossarsi in viso,
e i mal celati suoi pensier ardenti
l'altro ben vide, e mosse ad un sorriso;
ma perch'a lui colpi d'amor pi lenti
non hanno il petto oltra la scorza inciso,
n molto impaziente  di rivale,
n la donzella di seguir gli cale

13      ben altamente ha nel pensier tenace
l'acerba morte di Dudon scolpita,
e si reca a disnor ch'Argante audace
gli soprastia lunga stagion in vita;
e parte di sentir anco gli piace
quel parlar ch'al dovuto onor l'invita,
e 'l giovenetto cor s'appaga e gode
del dolce suon de la verace lode.

14      Onde cos rispose: "I gradi primi
pi meritar che conseguir desio,
n, pur che me la mia virt sublimi,
di scettri altezza invidiar degg'io;
ma s'a l'onor mi chiami, e che lo stimi
debito a me, non ci verr restio,
e caro esser mi de che sia dimostro
s bel segno da voi del valor nostro.

15      Dunque io no 'l chiedo e no 'l rifiuto; e quando
duce io pur sia, sarai tu de gli eletti."
Allora il lascia Eustazio, e va piegando
de'suoi compagni al suo voler gli affetti;
ma chiede a prova il principe Gernando
quel grado, e bench'Armida in lui saetti,
men pu nel cor superbo amor di donna
ch'avidit d'onor che se n'indonna.

16      Sceso Gernando  da'gran re norvegi,
che di molte provincie ebber l'impero;
e le tante corone e'scettri regi
e del padre e de gli avi il fanno altero.
Altero  l'altro de'suoi propri pregi,
pi che de l'opre che i passati fro,
ancor che gli avi suoi cento e pi lustri
stati sian chiari in pace e 'n guerra illustri.

17      Ma il barbaro signor, che sol misura
quanto l'oro o 'l domino oltre si stenda,
e per s stima ogni virtute oscura
cui titolo regal chiara non renda,
non pu soffrir che 'n ci ch'egli procura
seco di merto il cavalier contenda,
e se ne cruccia s ch'oltra ogni segno
di ragione il trasporta ira e disdegno.

18      Tal che 'l maligno spirito d'Averno,
ch'in lui strada s larga aprir si vede,
tacito in sen gli serpe ed al governo
de'suoi pensieri lusingando siede.
E qui pi sempre l'ira e l'odio interno
inacerbisce, e 'l cor stimola e fiede;
e fa che 'n mezzo a l'alma ognor risuona
una voce ch'a lui cos ragiona:

19      "Teco giostra Rinaldo: or tanto vale
quel suo numero van d'antichi eroi?
Narri costui, ch'a te vuol farsi eguale,
le genti serve e i tributari suoi;
mostri gli scettri, e in dignit regale
paragoni i suoi morti a i vivi tuoi.
Ah quanto osa un signor d'indegno stato,
signor che ne la serva Italia  nato!

20      Vinca egli o perda omai, ch vincitore
fu insino allor ch'emulo tuo divenne,
che dir il mondo? (e ci fia sommo onore):
`Questi gi con Gernando in gara venne.'
Poteva a te recar gloria e splendore
il nobil grado che Dudon pria tenne;
ma gi non meno esso da te n'attese:
costui scem suo pregio allor che 'l chiese.

21      E se, poi ch'altri pi non parla o spira,
de'nostri affari alcuna cosa sente,
come credi che 'n Ciel di nobil ira
il buon vecchio Dudon si mostri ardente,
mentre in questo superbo i lumi gira
ed al suo temerario ardir pon mente,
che seco ancor, l'et sprezzando e 'l merto,
fanciullo osa agguagliarsi ed inesperto?

22      E l'osa pure e 'l tenta, e ne riporta
in vece di castigo onor e laude,
e v' chi ne 'l consiglia e ne l'essorta
(o vergogna comune!) e chi gli applaude.
Ma se Goffredo il vede, e gli comporta
che di ci ch'a te dssi egli ti fraude,
no 'l soffrir tu; n gi soffrirlo di,
ma ci che puoi dimostra e ci che sei."

23      Al suon di queste voci arde lo sdegno
e cresce in lui quasi commossa face;
n capendo nel cor gonfiato e pregno,
per gli occhi n'esce e per la lingua audace.
Ci che di riprensibile e d'indegno
crede in Rinaldo, a suo disnor non tace;
superbo e vano il finge, e 'l suo valore
chiama temerit pazza e furore.

24      E quanto di magnanimo e d'altero
e d'eccelso e d'illustre in lui risplende,
tutto adombrando con mal arti il vero,
pur come vizio sia, biasma e riprende,
e ne ragiona s che 'l cavaliero,
emulo suo, publico il suon n'intende;
non per sfoga l'ira o si raffrena
quel cieco impeto in lui ch'a morte il mena,

25      ch 'l reo demon che la sua lingua move
di spirto in vece, e forma ogni suo detto,
fa che gl'ingiusti oltraggi ognor rinove,
esca aggiungendo a l'infiammato petto.
Loco  nel campo assai capace, dove
s'aduna sempre un bel drapello eletto,
e quivi insieme in torneamenti e in lotte
rendon le membra vigorose e dotte.

26      Or quivi, allor che v' turba pi folta,
pur, com' suo destin, Rinaldo accusa,
e quasi acuto strale in lui rivolta
la lingua, del venen d'Averno infusa;
e vicino  Rinaldo e i detti ascolta,
n pote l'ira omai tener pi chiusa,
ma grida: "Menti," e adosso a lui si spinge,
e nudo ne la destra il ferro stringe.

27      Parve un tuono la voce, e 'l ferro un lampo
che di folgor cadente annunzio apporte.
Trem colui, n vide fuga o scampo
da la presente irreparabil morte;
pur, tutto essendo testimonio il campo,
fa sembianti d'intrepido e di forte,
e 'l gran nemico attende, e 'l ferro tratto
fermo si reca di difesa in atto.

28      Quasi in quel punto mille spade ardenti
furon vedute fiammeggiar insieme,
ch varia turba di mal caute genti
d'ogn'intorno v'accorre, e s'urta e preme.
D'incerte voci e di confusi accenti
un suon per l'aria si raggira e freme,
qual s'ode in riva al mare, ove confonda
il vento i suoi co'mormorii de l'onda.

29      Ma per le voci altrui gi non s'allenta
ne l'offeso guerrier l'impeto e l'ira.
Sprezza i gridi e i ripari e ci che tenta
chiudergli il varco, ed a vendetta aspira;
e fra gli uomini e l'armi oltre s'aventa,
e la fulminea spada in cerchio gira,
s che le vie si sgombra e solo, ad onta
di mille difensor, Gernando affronta.

30      E con la man, ne l'ira anco maestra,
mille colpi vr lui drizza e comparte:
or al petto, or al capo, or a la destra
tenta ferirlo, ora a la manca parte,
e impetuosa e rapida la destra
 in guisa tal che gli occhi inganna e l'arte,
tal ch'improvisa e inaspettata giunge
ove manco si teme, e fre e punge.

31      N cess mai sin che nel seno immersa
gli ebbe una volta e due la fera spada.
Cade il meschin su la ferita, e versa
gli spirti e l'alma fuor per doppia strada.
L'arme ripone ancor di sangue aspersa
il vincitor, n sovra lui pi bada;
ma si rivolge altrove, e insieme spoglia
l'animo crudo e l'adirata voglia.

32      Tratto al tumulto il pio Goffredo intanto,
vede fero spettacolo improviso:
steso Gernando, il crin di sangue e 'l manto
sordido e molle, e pien di morte il viso;
ode i sospiri e le querele e 'l pianto
che molti fan sovra il guerrier ucciso.
Stupido chiede: "Or qui, dove men lece,
chi fu ch'ard cotanto e tanto fece?"

33      Arnalto, un de'pi cari al prence estinto,
narra (e 'l caso in narrando aggrava molto)
che Rinaldo l'uccise e che fu spinto
da leggiera cagion d'impeto stolto,
e che quel ferro, che per Cristo  cinto,
ne'campioni di Cristo avea rivolto,
e sprezzato il suo impero e quel divieto
che fe'pur dianzi e che non  secreto;

34      e che per legge  reo di morte e deve,
come l'editto impone, esser punito,
s perch il fallo in se medesmo  greve,
s perch 'n loco tale egli  seguito;
che se de l'error suo perdon riceve,
fia ciascun altro per l'essempio ardito,
e che gli offesi poi quella vendetta
vorranno far ch'a i giudici s'aspetta;

35      onde per tal cagion discordie e risse
germoglieran fra quella parte e questa.
Ramment i merti de l'estinto, e disse
tutto ci ch'o pietate o sdegno desta.
Ma s'oppose Tancredi e contradisse,
e la causa del reo dipinse onesta.
Goffredo ascolta, e in rigida sembianza
porge pi di timor che di speranza.

36      Soggiunse allor Tancredi: "Or ti sovegna,
saggio signor, chi sia Rinaldo e quale:
qual per se stesso onor gli si convegna,
e per la stirpe sua chiara e regale,
e per Guelfo suo zio. Non de chi regna
nel castigo con tutti esser eguale:
vario  l'istesso error ne'gradi vari,
e sol l'egualit giusta  co'pari."

37      Risponde il capitan: "Da i pi sublimi
ad ubidire imparino i pi bassi.
Mal, Tancredi, consigli e male stimi
se vuoi ch'i grandi in sua licenza io lassi.
Qual fra imperio il mio s'a vili ed imi,
sol duce de la plebe, io commandassi?
Scettro impotente e vergognoso impero:
se con tal legge  dato, io pi no 'l chero.

38      Ma libero fu dato e venerando,
n vuo'ch'alcun d'autorit lo scemi.
E so ben io come si deggia e quando
ora diverse impor le pene e i premi,
ora, tenor d'egualit serbando,
non separar da gli infimi i supremi."
Cos dicea; n rispondea colui,
vinto da riverenza, a i detti sui.

39      Raimondo, imitator de la severa
rigida antichit, lodava i detti.
"Con quest'arti" dicea "chi bene impera
si rende venerabile a i soggetti,
ch gi non  la disciplina intera
ov'uom perdono e non castigo aspetti.
Cade ogni regno, e ruinosa  senza
la base del timor ogni clemenza."

40      Tal ei parlava, e le parole accolse
Tancredi, e pi fra lor non si ritenne,
ma vr Rinaldo immantinente volse
un suo destrier che parve aver le penne.
Rinaldo, poi ch'al fer nemico tolse
l'orgoglio e l'alma, al padiglion se 'n venne.
Qui Tancredi trovollo, e de le cose
dette e risposte a pien la somma espose.

41      Soggiunse poi: "Bench'io sembianza esterna
del cor non stimi testimon verace,
ch 'n parte troppo cupa e troppo interna
il pensier de'mortali occulto giace,
pur ardisco affermar, a quel ch'io scerna
nel capitan ch'in tutto anco no 'l tace,
ch'egli ti voglia a l'obligo soggetto
de'rei comune e in suo poter ristretto."

42      Sorrise allor Rinaldo, e con un volto
in cui tra 'l riso lampeggi lo sdegno:
"Difenda sua ragion ne'ceppi involto
chi servo " disse "o d'esser servo  degno.
Libero i'nacqui e vissi, e morr sciolto
pria che man porga o piede a laccio indegno:
usa a la spada  questa destra ed usa
a le palme, e vil nodo ella ricusa.

43      Ma s'a i meriti miei questa mercede
Goffredo rende e vuol impregionarme
pur com'io fosse un uom del vulgo, e crede
a carcere plebeo legato trarme,
venga egli o mandi, io terr fermo il piede.
Giudici fian tra noi la sorte e l'arme:
fera tragedia vuol che s'appresenti
per lor diporto a le nemiche genti."

44      Ci detto, l'armi chiede; e 'l capo e 'l busto
di finissimo acciaio adorno rende
e fa del grande scudo il braccio onusto,
e la fatale spada al fianco appende,
e in sembiante magnanimo ed augusto,
come folgore suol, ne l'arme splende.
Marte, e'rassembra te qualor dal quinto
cielo di ferro scendi e d'orror cinto.

45      Tancredi intanto i feri spirti e 'l core
insuperbito d'ammollir procura.
"Giovene invitto," dice "al tuo valore
so che fia piana ogn'erta impresa e dura,
so che fra l'arme sempre e fra 'l terrore
la tua eccelsa virtute  pi secura;
ma non consenta Dio ch'ella si mostri
oggi s crudelmente a'danni nostri.

46      Dimmi, che pensi far? vorrai le mani
del civil sangue tuo dunque bruttarte?
e con le piaghe indegne de'cristiani
trafigger Cristo, ond'ei son membra e parte?
Di transitorio onor rispetti vani,
che qual onda del mar se 'n viene e parte,
potranno in te pi che la fede e 'l zelo
di quella gloria che n'eterna in Cielo?

47      Ah non, per Dio!, vinci te stesso e spoglia
questa feroce tua mente superba.
Cedi! non fia timor, ma santa voglia,
ch'a questo ceder tuo palma si serba.
E se pur degna ond'altri essempio toglia
 la mia giovenetta etate acerba,
anch'io fui provocato, e pur non venni
co'fedeli in contesa e mi contenni;

48      ch'avend'io preso di Cilicia il regno,
e l'insegne spiegatevi di Cristo,
Baldovin sopragiunse, e con indegno
modo occupollo e ne fe'vile acquisto;
ch, mostrandosi amico ad ogni segno,
del suo avaro pensier non m'era avisto.
Ma con l'arme per di ricovrarlo
non tentai poscia, e forse i'potea farlo.

49      E se pur anco la prigion ricusi
e i lacci schivi, quasi ignobil pondo,
e seguir vuoi l'opinioni e gli usi
che per leggi d'onore approva il mondo,
lascia qui me ch'al capitan ti scusi,
e 'n Antiochia tu vanne a Boemondo,
ch n sopprti in questo impeto primo
a'suoi giudizi assai securo stimo.

50      Ben tosto fia, se pur qui contra avremo
l'arme d'Egitto o d'altro stuol pagano,
ch'assai pi chiaro il tuo valore estremo
n'apparir mentre sarai lontano;
e senza te parranne il campo scemo,
quasi corpo cui tronco  braccio o mano."
Qui Guelfo sopragiunge e i detti approva,
e vuol che senza indugio indi si mova.

51      A i lor consigli la sdegnosa mente
de l'audace garzon si svolge e piega,
tal ch'egli di partirsi immantinente
fuor di quell'oste a i fidi suoi non nega.
Molta intanto  concorsa amica gente,
e seco andarne ognun procura e prega;
egli tutti ringrazia e seco prende
sol duo scudieri, e su 'l cavallo ascende.

52      Parte, e porta un desio d'eterna ed alma
gloria ch'a nobil core  sferza e sprone;
a magnanime imprese intent'ha l'alma,
ed insolite cose oprar dispone:
gir fra i nemici, ivi o cipresso o palma
acquistar per la fede ond' campione,
scorrer l'Egitto, e penetrar sin dove
fuor d'incognito fonte il Nilo move.

53      Ma Guelfo, poi che 'l giovene feroce
affrettato al partir preso ha congedo,
quivi non bada, e se ne va veloce
ove egli stima ritrovar Goffredo,
il qual, come lui vede, alza la voce:
"Guelfo," dicendo "a punto or te richiedo,
e mandato ho pur ora in varie parti
alcun de'nostri araldi a ricercarti."

54      Poi fa ritrarre ogn'altro, e in basse note
ricomincia con lui grave sermone:
"Veracemente, o Guelfo, il tuo nepote
troppo trascorre, ov'ira il cor gli sprone,
e male addursi a mia credenza or pote
di questo fatto suo giusta cagione.
Ben caro avr ch'ella ci rechi tale,
ma Goffredo con tutti  duce eguale;

55      e sar del legitimo e del dritto
custode in ogni caso e difensore,
serbando sempre al giudicare invitto
da le tiranne passioni il core.
Or se Rinaldo a violar l'editto
e de la disciplina il sacro onore
costretto fu, come alcun dice, a i nostri
giudizi venga ad inchinarsi, e 'l mostri.

56      A sua retenzion libero vegna:
questo, ch'io posso, a i merti suoi consento.
Ma s'egli sta ritroso e se ne sdegna
(conosco quel suo indomito ardimento),
tu di condurlo a proveder t'ingegna
ch'ei non isforzi uom mansueto e lento
ad esser de le leggi e de l'impero
vendicator, quanto  ragion, severo."

57      Cos disse egli; e Guelfo a lui rispose;
"Anima non potea d'infamia schiva
voci sentir di scorno ingiuriose,
e non farne repulsa ove l'udiva.
E se l'oltraggiatore a morte ei pose,
chi  che mta a giust'ira prescriva?
chi conta i colpi o la dovuta offesa,
mentre arde la tenzon, misura e pesa?

58      Ma quel che chiedi tu, ch'al tuo soprano
arbitrio il garzon venga a sottoporse,
duolmi ch'esser non pu, ch'egli lontano
da l'oste immantinente il passo torse.
Ben m'offro io di provar con questa mano
a lui ch'a torto in falsa accusa il morse,
o s'altri v' di s maligno dente,
ch'ei pun l'onta ingiusta giustamente.

59      A ragion, dico, al tumido Gernando
fiacc le corna del superbo orgoglio.
Sol, s'egli err, fu ne l'oblio del bando;
ci ben mi pesa, ed a lodar no 'l toglio."
Tacque, e disse Goffredo: "Or vada errando,
e porti risse altrove; io qui non voglio
che sparga seme tu di nove liti:
deh, per Dio, sian gli sdegni anco forniti."

60      Di procurare il suo soccorso intanto
non cess mai l'ingannatrice rea.
Pregava il giorno, e ponea in uso quanto
l'arte e l'ingegno e la belt potea;
ma poi, quando stendendo il fosco manto
la notte in occidente il d chiudea,
tra duo suoi cavalieri e due matrone
ricovrava in disparte al padiglione.

61      Ma bench sia mastra d'inganni, e i suoi
modi gentili e le maniere accorte,
e bella s che 'l ciel prima n poi
altrui non di maggior bellezza in sorte,
tal che del campo i pi famosi eroi
ha presi d'un piacer tenace e forte;
non  per ch'a l'esca de'diletti
il pio Goffredo lusingando alletti.

62      In van cerca invaghirlo, e con mortali
dolcezze attrarlo a l'amorosa vita,
ch qual saturo augel, che non si cali
ove il cibo mostrando altri l'invita,
tal ei sazio del mondo i piacer frali
sprezza, e se 'n poggia al Ciel per via romita,
e quante insidie al suo bel volo tende
l'infido amor, tutte fallaci rende.

63      N impedimento alcun torcer da l'orme
pote, che Dio ne segna, i pensier santi.
Tent ella mill'arti, e in mille forme
quasi Proteo novel gli apparse inanti,
e desto Amor, dove pi freddo ei dorme,
avrian gli atti dolcissimi e i sembianti,
ma qui (grazie divine) ogni sua prova
vana riesce, e ritentar non giova.

64      La bella donna, ch'ogni cor pi casto
arder credeva ad un girar di ciglia,
oh come perde or l'alterezza e 'l fasto!
e quale ha di ci sdegno e meraviglia!
Rivolger le sue forze ove contrasto
men duro trovi al fin si riconsiglia,
qual capitan ch'inespugnabil terra
stanco abbandoni, e porti altrove guerra.

65      Ma contra l'arme di costei non meno
si mostr di Tancredi invitto il core,
per ch'altro desio gli ingombra il seno,
n vi pu loco aver novello ardore;
ch si come da l'un l'altro veneno
guardar ne suol, tal l'un da l'altro amore.
Questi soli non vinse: o molto o poco
avamp ciascun altro al suo bel foco.

66      Ella, se ben si duol che non succeda
s pienamente il suo disegno e l'arte,
pur fatto avendo cos nobil preda
di tanti eroi, si riconsola in parte.
E pria che di sue frodi altri s'aveda,
pensa condurgli in pi secura parte,
ove gli stringa poi d'altre catene
che non son quelle ond'or presi li tiene.

67      E sendo giunto il termine che fisse
il capitano a darle alcun soccorso,
a lui se 'n venne riverente e disse:
"Sire, il d stabilito  gi trascorso,
e se per sorte il reo tiranno udisse
ch'i'abbia fatto a l'arme tue ricorso,
prepareria sue forze a la difesa,
n cos agevol poi fra l'impresa.

68      Dunque, prima ch'a lui tal nova apporti
voce incerta di fama o certa spia,
scelga la tua piet fra i tuoi pi forti
alcuni pochi, e meco or or gli invia,
ch se non mira il Ciel con occhi torti
l'opre mortali o l'innocenza oblia,
sar riposta in regno, e la mia terra
sempre avrai tributaria in pace e in guerra."

69      Cos diceva, e 'l capitano a i detti
quel che negar non si potea concede,
se ben, ov'ella il suo partir affretti,
in s tornar l'elezion ne vede;
ma nel numero ognun de'diece eletti
con insolita instanza esser richiede,
e l'emulazion che 'n lor si desta
pi importuni li fa ne la richiesta.

70      Ella, che 'n essi mira aperto il core,
prende vedendo ci novo argomento,
e su 'l lor fianco adopra il rio timore
di gelosia per ferza e per tormento;
sapendo ben ch'al fin s'invecchia Amore
senza quest'arti e divien pigro e lento,
quasi destrier che men veloce corra
se non ha chi lui segua e chi 'l precorra.

71      E in tal modo comparte i detti sui
e 'l guardo lusinghiero e 'l dolce riso,
ch'alcun non  che non invidii altrui,
n il timor de la speme  in lor diviso.
La folle turba de gli amanti, a cui
stimolo  l'arte d'un fallace viso,
senza fren corre, e non li tien vergogna,
e loro indarno il capitan rampogna.

72      Ei ch'egualmente satisfar desira
ciascuna de le parti e in nulla pende,
se ben alquanto or di vergogna or d'ira
al vaneggiar de'cavalier s'accende,
poi ch'ostinati in quel desio li mira,
novo consiglio in accordarli prende:
"Scrivansi i vostri nomi ed in un vaso
pongansi," disse "e sia giudice il caso."

73      Subito il nome di ciascun si scrisse,
e in picciol'urna posti e scossi foro,
e tratti a sorte; e 'l primo che n'uscisse
fu il conte di Pembrozia Artemidoro.
Legger poi di Gherardo il nome udisse,
ed usc Vincilao dopo costoro:
Vincilao che, s grave e saggio inante,
canuto or pargoleggia e vecchio amante.

74      Oh come il volto han lieto, e gli occhi pregni
di quel piacer che dal cor pieno inonda,
questi tre primi eletti, i cui disegni
la fortuna in amor destra seconda!
D'incerto cor, di gelosia dan segni
gli altri il cui nome avien che l'urna asconda,
e da la bocca pendon di colui
che spiega i brevi e legge i nomi altrui.

75      Guasco quarto fuor venne, a cui successe
Ridolfo ed a Ridolfo indi Olderico,
quinci Guglielmo Ronciglion si lesse,
e 'l bavaro Eberardo, e 'l franco Enrico.
Rambaldo ultimo fu, che farsi elesse
poi, f cangiando, di Gies nemico
(tanto pote Amor dunque?); e questi chiuse
il numero de'diece, e gli altri escluse.

76      D'ira, di gelosia, d'invidia ardenti,
chiaman gli altri Fortuna ingiusta e ria,
a te accusano, Amor, che le consenti,
che ne l'imperio tuo giudice sia.
Ma perch instinto  de l'umane genti
che ci che pi si vieta uom pi desia,
dispongon molti ad onta di fortuna
seguir la donna come il ciel s'imbruna.

77      Voglion sempre seguirla a l'ombra al sole,
e per lei combattendo espor la vita.
Ella fanne alcun motto, e con parole
tronche e dolci sospir a ci gli invita,
ed or con questo ed or con quel si duole
che far convienle senza lui partita.
S'erano armati intanto, e da Goffredo
toglieano i diece cavalier congedo.

78      Gli ammonisce quel saggio a parte a parte
come la f pagana  incerta e leve,
e mal securo pegno; e con qual arte
l'insidie e i casi aversi uom fuggir deve;
ma son le sue parole al vento sparte,
n consiglio d'uom sano Amor riceve.
Lor d commiato al fine, e la donzella
non aspetta al partir l'alba novella.

79      Parte la vincitrice, e quei rivali
quasi prigioni al suo trionfo inanti
seco n'adduce, e tra infiniti mali
lascia la turba poi de gli altri amanti.
Ma come usc la notte, e sotto l'ali
men il silenzio e i levi sogni erranti,
secretamente, com'Amor gl'informa,
molti d'Armida seguitaron l'orma.

80      Segue Eustazio il primiero, e pote a pena
aspettar l'ombre che la notte adduce;
vassene frettoloso ove ne 'l mena
per le tenebre cieche un cieco duce.
Err la notte tepida e serena;
ma poi ne l'apparir de l'alma luce
gli apparse insieme Armida e 'l suo drapello,
dove un borgo lor fu notturno ostello.

81      Ratto ei vr lei si move, ed a l'insegna
tosto Rambaldo il riconosce, e grida
che ricerchi fra loro e perch vegna.
"Vengo" risponde "a seguitarne Armida,
ned ella avr da me, se non la sdegna,
men pronta aita o servit men fida."
Replica l'altro: "Ed a cotanto onore,
di', chi t'elesse?" Egli soggiunge: "Amore.

82      Me scelse Amor, te la Fortuna: or quale
da pi giusto elettore eletto parti?"
Dice Rambaldo allor: "Nulla ti vale
titolo falso, ed usi inutil arti;
n potrai de la vergine regale
fra i campioni legitimi meschiarti,
illegitimo servo." "E chi" riprende
cruccioso il giovenetto "a me il contende?"

83      "Io te 'l difender" colui rispose,
e feglisi a l'incontro in questo dire,
e con voglie egualmente in lui sdegnose
l'altro si mosse e con eguale ardire;
ma qui stese la mano, e si frapose
la tiranna de l'alme in mezzo a l'ire,
ed a l'uno dicea: "Deh! non t'incresca
ch'a te compagno, a me campion s'accresca.

84      S'ami che salva i'sia, perch mi privi
in s grand'uopo de la nova aita?"
Dice a l'altro: "Opportuno e grato arrivi
difensor di mia fama e di mia vita;
n vuol ragion, n sar mai ch'io schivi
compagnia nobil tanto e s gradita."
Cos parlando, ad or ad or tra via
alcun novo campion le sorvenia.

85      Chi di l giunge e chi di qua, n l'uno
sapea de l'altro, e il mira bieco e torto.
Essa lieta gli accoglie, ed a ciascuno
mostra del suo venir gioia e conforto.
Ma gi ne lo schiarir de l'aer bruno
s'era del lor partir Goffredo accorto,
e la mente, indovina de'lor danni,
d'alcun futuro mal par che s'affanni.

86      Mentre a ci pur ripensa, un messo appare
polveroso, anelante, in vista afflitto,
in atto d'uom ch'altrui novelle amare
porti, e mostri il dolore in fronte scritto.
Disse costui: "Signor, tosto nel mare
la grande armata apparir d'Egitto;
e l'aviso Guglielmo, il qual comanda
a i liguri navigli, a te ne manda."

87      Soggiunse a questo poi che, da le navi
sendo condotta vettovaglia al campo,
i cavalli e i cameli onusti e gravi
trovato aveano a mezza strada inciampo,
e ch'i lor difensori uccisi o schiavi
restr pugnando, e nessun fece scampo,
da i ladroni d'Arabia in una valle
assaliti a la fronte ed a le spalle;

88      e che l'insano ardire e la licenza
di que'barbari erranti  omai s grande
ch'in guisa d'un diluvio intorno senza
alcun contrasto si dilata e spande,
onde convien ch'a porre in lor temenza
alcuna squadra di guerrier si mande,
ch'assecuri la via che da l'arene
del mar di Palestina al campo viene.

89      D'una in un'altra lingua in un momento
ne trapassa la fama e si distende,
e 'l vulgo de'soldati alto spavento
ha de la fame che vicina attende.
Il saggio capitan, che l'ardimento
solito loro in essi or non comprende,
cerca con lieto volto e con parole
come li rassecuri e riconsole:

90      "O per mille perigli e mille affanni
meco passati in quelle parti e in queste,
campion di Dio, ch'a ristorare i danni
de la cristiana sua fede nasceste;
voi, che l'arme di Persia e i greci inganni,
e i monti e i mari e 'l verno e le tempeste,
de la fame i disagi e de la sete
superaste, voi dunque ora temete?

91      Dunque il Signor che v'indirizza e move,
gi conosciuto in caso assai pi rio,
non v'assecura, quasi or volga altrove
la man de la clemenza e 'l guardo pio?
Tosto un d fia che rimembrar vi giove
gli scorsi affanni, e scirre i voti a Dio.
Or durate magnanimi, e voi stessi
serbate, prego, a i prosperi successi."

92      Con questi detti le smarrite menti
consola e con sereno e lieto aspetto,
ma preme mille cure egre e dolenti
altamente riposte in mezzo al petto.
Come possa nutrir s varie genti
pensa fra la penuria e tra 'l difetto,
come a l'armata in mar s'opponga, e come
gli Arabi predatori affreni e dome.



. CANTO SESTO.

1       Ma d'altra parte l'assediate genti
speme miglior conforta e rassecura,
ch'oltra il cibo raccolto altri alimenti
son lor dentro portati a notte oscura,
ed han munite d'arme e d'instrumenti
di guerra verso l'Aquilon le mura,
che d'altezza accresciute e sode e grosse
non mostran di temer d'urti o di scosse.

2       E 'l re pur sempre queste parti e quelle
lor fa inalzare e rafforzare i fianchi,
o l'aureo sol risplenda od a le stelle
ed a la luna il fosco ciel s'imbianchi;
e in far continuamente arme novelle
sudano i fabri affaticati e stanchi.
In s fatto apparecchio intolerante
a lui se 'n venne, e ragionolli Argante:

3       "E insino a quando ci terrai prigioni
fra queste mura in vile assedio e lento?
Odo ben io stridere incudi, e suoni
d'elmi e di scudi e di corazze sento,
ma non veggio a quel uso; e quei ladroni
scorrono i campi e i borghi a lor talento,
n v' di noi chi mai lor passo arresti,
n tromba che dal sonno almen gli desti.

4       A lor n i prandi mai turbati e rotti,
n molestate son le cene liete,
anzi egualmente i d lunghi e le notti
traggon con securezza e con quiete.
Voi da i disagi e da la fame indotti
a darvi vinti a lungo andar sarete
od a morirne qui, come codardi,
quando d'Egitto pur l'aiuto tardi.

5       Io per me non vuo'gi ch'ignobil morte
i giorni miei d'oscuro oblio ricopra,
n vuo'ch'al novo d fra queste porte
l'alma luce del sol chiuso mi scopra.
Di questo viver mio faccia la sorte
quel che gi stabilito  l di sopra;
non far gi che senza oprar la spada
inglorioso e invendicato io cada.

6       Ma quando pur del valor vostro usato
cos non fosse in voi spento ogni seme,
non di morir pugnando ed onorato,
ma di vita e di palma anco avrei speme.
A incontrare i nemici e 'l nostro fato
andianne pur deliberati insieme,
ch spesso avien che ne'maggior perigli
sono i pi audaci gli ottimi consigli.

7       Ma se nel troppo osar tu non isperi,
n sei d'uscir con ogni squadra ardito,
procura almen che sia per duo guerrieri
questo tuo gran litigio or difinito.
E perch'accetti ancor pi volentieri
il capitan de'Franchi il nostro invito,
l'arme egli scelga e 'l suo vantaggio toglia,
e le condizion formi a sua voglia.

8       Ch se 'l nemico avr due mani ed una
anima solo, ancor ch'audace e fera,
temer non di, per isciagura alcuna,
che la ragion da me difesa pra.
Pote in vece di fato e di fortuna
darti la destra mia vittoria intera,
ed a te se medesma or porge in pegno
che se 'l confidi in lei salvo  il tuo regno."

9       Tacque, e rispose il re: "Giovene ardente,
se ben me vedi in grave et senile,
non sono al ferro queste man s lente,
n s quest'alma  neghittosa e vile
ch'anzi morir volesse ignobilmente
che di morte magnanima e gentile,
quando io temenza avessi o dubbio alcuno
de'disagi ch'annunzii e del digiuno.

10      Cessi Dio tanta infamia! Or quel ch'ad arte
nascondo altrui, vuo'ch'a te sia palese.
Soliman di Nicea, che brama in parte
di vendicar le ricevute offese,
de gli Arabi le schiere erranti e sparte
raccolte ha fin dal libico paese,
e i nemici assalendo a l'aria nera
darne soccorso e vettovaglia spera.

11      Tosto fia che qui giunga; or se fra tanto
son le nostre castella oppresse e serve,
non ce ne caglia, pur che 'l regal manto
e la mia nobil reggia io mi conserve.
Tu l'ardimento e questo ardore alquanto
tempra, per Dio, che 'n te soverchio ferve,
ed opportuna la stagione aspetta
a la tua gloria ed a la mia vendetta."

12      Forte sdegnossi il saracino audace,
ch'era di Solimano emulo antico,
s amaramente ora d'udir gli spiace
che tanto se 'n prometta il rege amico.
"A tuo senno" risponde "e guerra e pace
farai, signor: nulla di ci pi dico.
S'indugi pure, e Soliman s'attenda;
ei, che perd il suo regno, il tuo difenda.

13      Vengane a te quasi celeste messo,
liberator del popolo pagano,
ch'io, quanto a me, bastar credo a me stesso,
e sol vuo'libert da questa mano.
Or nel riposo altrui siami concesso
ch'io ne discenda a guerreggiar nel piano:
privato cavalier, non tuo campione,
verr co'Franchi a singolar tenzone."

14      Replica il re: "Se ben l'ire e la spada
dovresti riserbare a migliore uso,
che tu sfidi per, se ci t'aggrada,
alcun guerrier nemico, io non ricuso."
Cos gli disse, ed ei punto non bada:
"Va," dice ad un araldo "or col giuso,
ed al duce de'Franchi, udendo l'oste,
fa'queste mie non picciole proposte:

15      ch'un cavalier, che d'appiattarsi in questo
forte cinto di muri a sdegno prende,
brama di far con l'armi or manifesto
quanto la sua possanza oltra si stende;
e ch'a duello di venirne  presto
nel pian ch' fra le mura e l'alte tende
per prova di valore, e che disfida
qual pi de'Franchi in sua virt si fida;

16      e che non solo  di pugnare accinto
e con uno e con duo del campo ostile,
ma dopo il terzo, il quarto accetta e 'l quinto,
sia di vulgare stirpe o di gentile:
dia, se vuol, la franchigia, e serva il vinto
al vincitor come di guerra  stile."
Cos gli impose, ed ei vestissi allotta
la purpurea de l'arme aurata cotta.

17      E poi che giunse a la regal presenza
del principe Goffredo e de'baroni,
chiese: "O signore, a i messaggier licenza
dassi tra voi di liberi sermoni?"
"Dassi," rispose il capitano "e senza
alcun timor la tua proposta esponi."
Riprese quegli: "Or si parr se grata
o formidabil fia l'alta ambasciata."

18      E segu poscia, e la disfida espose
con parole magnifiche ed altere.
Fremer s'udiro, e si mostrr sdegnose
al suo parlar quelle feroci schiere;
e senza indugio il pio Buglion rispose:
"Dura impresa intraprende il cavaliere;
e tosto io creder vuo'che glie ne incresca
s che d'uopo non fia che 'l quinto n'esca.

19      Ma venga in prova pur, che d'ogn'oltraggio
gli offero campo libero e securo;
e seco pugner senza vantaggio
alcun de'miei campioni, e cos giuro."
Tacque, e torn il re d'arme al suo viaggio
per l'orme ch'al venir calcate furo,
e non ritenne il frettoloso passo
sin che non di risposta al fier circasso.

20      "Armati," dice "alto signor; che tardi?
la disfida accettata hanno i cristiani,
e d'affrontarsi teco i men gagliardi
mostran desio, non che i guerrier soprani.
E mille i'vidi minacciosi sguardi,
e mille al ferro apparecchiate mani:
loco securo il duce a te concede."
Cos gli dice; e l'arme esso richiede,

21      e se ne cinge intorno e impaziente
di scenderne s'affretta a la campagna.
Disse a Clorinda il re, ch'era presente:
"Giusto non  ch'ei vada e tu rimagna.
Mille dunque con te di nostra gente
prendi in sua securezza, e l'accompagna;
ma vada inanzi a giusta pugna ei solo,
tu lunge alquanto a lui ritien lo stuolo."

22      Tacque ci detto; e poi che furo armati,
quei del chiuso n'uscivano a l'aperto,
e giva inanzi Argante e de gli usati
arnesi in su 'l cavallo era coperto.
Loco fu tra le mura e gli steccati
che nulla avea di diseguale e d'erto:
ampio e capace, e parea fatto ad arte
perch'egli fosse altrui campo di Marte.

23      Ivi solo discese, ivi fermosse
in vista de'nemici il fero Argante,
per gran cor, per gran corpo e per gran posse
superbo e minaccievole in sembiante,
qual Encelado in Flegra, o qual mostrosse
ne l'ima valle il filisteo gigante,
ma pur molti di lui tema non hanno,
ch'anco quanto sia forte a pien non sanno.

24      Alcun per, dal pio Goffredo eletto
come il miglior, ancor non  fra molti.
Ben si vedean con desioso affetto
tutti gli occhi in Tancredi esser rivolti,
e dichiarato infra i miglior perfetto
dal favor manifesto era de'volti;
e s'udia non oscuro anco il bisbiglio,
e l'approvava il capitan co 'l ciglio.

25      Gi cedea ciascun altro, e non secreto
era il volere omai del pio Buglione:
"Vanne," a lui disse "a te l'uscir non vieto,
e reprimi il furor di quel fellone."
E tutto in volto baldanzoso e lieto
per s alto giudizio, il fer garzone
a lo scudier chiedea l'elmo e 'l cavallo,
poi seguito da molti uscia del vallo.

26      Ed a quel largo pian fatto vicino,
ov'Argante l'attende, anco non era,
quando in leggiadro aspetto e pellegrino
s'offerse a gli occhi suoi l'alta guerriera.
Bianche via pi che neve in giogo alpino
avea le sopraveste, e la visiera
alta tenea dal volto; e sovra un'erta,
tutta, quanto ella  grande, era scoperta.

27      Gi non mira Tancredi ove il circasso
la spaventosa fronte al cielo estolle,
ma move il suo destrier con lento passo,
volgendo gli occhi ov' colei su 'l colle;
poscia immobil si ferma, e pare un sasso:
gelido tutto fuor, ma dentro bolle.
Sol di mirar s'appaga, e di battaglia
sembiante fa che poco or pi gli caglia.

28      Argante, che non vede alcun ch'in atto
dia segno ancor d'apparecchiarsi in giostra:
"Da desir di contesa io qui fui tratto";
grida "or chi viene inanzi, e meco giostra?"
L'altro, attonito quasi e stupefatto,
pur l s'affissa e nulla udir ben mostra.
Ottone inanzi allor spinse il destriero,
e ne l'arringo vto entr primiero.

29      Questi un fu di color cui dianzi accese
di gir contra il pagano alto desio;
pur cedette a Tancredi, e 'n sella ascese
fra gli altri che segurlo e seco uscio.
Or veggendo sue voglie altrove intese
e starne lui quasi al puguar restio,
prende, giovene audace e impaziente,
l'occasione offerta avidamente;

30      e veloce cos che tigre o pardo
va men ratto talor per la foresta,
corre a ferire il saracin gagliardo,
che d'altra parte la gran lancia arresta.
Si scote allor Tancredi, e dal suo tardo
pensier, quasi da un sonno, al fin si desta,
e grida ei ben: "La pugna  mia; rimanti."
Ma troppo Ottone  gi trascorso inanti.

31      Onde si ferma; e d'ira e di dispetto
avampa dentro, e fuor qual fiamma  rosso,
perch'ad onta si reca ed a difetto
ch'altri si sia primiero in giostra mosso.
Ma intanto a mezzo il corso in su l'elmetto
dal giovin forte  il saracin percosso;
egli a l'incontro a lui co 'l ferro nudo
fende l'usbergo, e pria rompe lo scudo.

32      Cade il cristiano, e ben  il colpo acerbo,
poscia ch'avien che da l'arcion lo svella.
Ma il pagan di pi forza e di pi nerbo
non cade gi, n pur si torce in sella;
indi con dispettoso atto superbo
sovra il caduto cavalier favella:
"Renditi vinto, e per tua gloria basti
che dir potrai che contra me pugnasti."

33      "No," gli risponde Otton "fra noi non s'usa
cos tosto depor l'arme e l'ardire;
altri del mio cader far la scusa,
io vuo'far la vendetta o qui morire."
In sembianza d'Aletto e di Medusa
freme il circasso, e par che fiamma spire:
"Conosci or" dice "il mio valor a prova,
poi che la cortesia sprezzar ti giova."

34      Spinge il destrier in questo, e tutto oblia
quanto virt cavaleresca chiede.
Fugge il franco l'incontro e si desvia,
e 'l destro fianco nel passar gli fiede,
ed  s grave la percossa e ria
che 'l ferro sanguinoso indi ne riede;
ma che pro, se la piaga al vincitore
forza non toglie e giunge ira e furore?

35      Argante il corridor dal corso affrena,
e indietro il volge; e cos tosto  vlto,
che se n'accorge il suo nemico a pena,
e d'un grand'urto a l'improviso  colto.
Tremar le gambe, e indebolir la lena,
sbigottir l'alma e impallidir il volto
fgli l'aspra percossa, e frale e stanco
sovra il duro terren battere il fianco.

36      Ne l'ira Argante infellonisce, e strada
sovra il petto del vinto al destrier face;
e: "Cos" grida "ogni superbo vada,
come costui che sotto i pi mi giace."
Ma l'invitto Tancredi allor non bada,
ch l'atto crudelissimo gli spiace,
e vuol che 'l suo valor con chiara emenda
copra il suo fallo e, come suol, risplenda.

37      Fassi inanzi gridando: "Anima vile,
che ancor ne le vittorie infame sei,
qual titolo di laude alto e gentile
da modi attendi s scortesi e rei?
Fra i ladroni d'Arabia o fra simle
barbara turba avezzo esser tu di.
Fuggi la luce, e va'con l'altre belve
a incrudelir ne'monti e tra le selve."

38      Tacque; e 'l pagano, al sofferir poco uso,
morde le labra e di furor si strugge.
Risponder vuol, ma il suono esce confuso
s come strido d'animal che rugge;
o come apre le nubi ond'egli  chiuso
impetuoso il fulmine, e se 'n fugge,
cos pareva a forza ogni suo detto
tonando uscir da l'infiammato petto.

39      Ma poi ch'in ambo il minacciar feroce
a vicenda irrit l'orgoglio e l'ira,
l'un come l'altro rapido e veloce,
spazio al corso prendendo, il destrier gira.
Or qui, Musa, rinforza in me la voce,
e furor pari a quel furor m'inspira,
s che non sian de l'opre indegni i carmi
ed esprima il mio canto il suon de l'armi.

40      Posero in resta e dirizzaro in alto
i duo guerrier le noderose antenne;
n fu di corso mai, n fu di salto,
n fu mai tal velocit di penne,
n furia eguale a quella ond'a l'assalto
quinci Tancredi e quindi Argante venne.
Rupper l'aste su gli elmi, e volr mille
tronconi e scheggie e lucide faville.

41      Sol de i colpi il rimbombo intorno mosse
l'immobil terra, e risonrne i monti;
ma l'impeto e 'l furor de le percosse
nulla pieg de le superbe fronti.
L'uno e l'altro cavallo in guisa urtosse
che non fur poi cadendo a sorger pronti.
Tratte le spade, i gran mastri di guerra
lascir le staffe e i pi fermaro in terra.

42      Cautamente ciascuno a i colpi move
la destra, a i guardi l'occhio, a i passi il piede;
si reca in atti vari, in guardie nove:
or gira intorno, or cresce inanzi, or cede,
or qui ferire accenna e poscia altrove,
dove non minacci ferir si vede,
or di s discoprire alcuna parte
e tentar di schernir l'arte con l'arte.

43      De la spada Tancredi e de lo scudo
mal guardato al pagan dimostra il fianco;
corre egli per ferirlo, e intanto nudo
di riparo si lascia il lato manco.
Tancredi con un colpo il ferro crudo
del nemico ribatte, e lui fre anco;
n poi, ci fatto, in ritirarsi tarda,
ma si raccoglie e si restringe in guarda.

44      Il fero Argante, che se stesso mira
del proprio sangue suo macchiato e molle,
con insolito orror freme e sospira,
di cruccio e di dolor turbato e folle;
e portato da l'impeto e da l'ira,
con la voce la spada insieme estolle,
e torna per ferire, ed  di punta
piagato ov' la spalla al braccio giunta.

45      Qual ne l'alpestri selve orsa, che senta
duro spiedo nel fianco, in rabbia monta,
e contra l'arme se medesma aventa
e i perigli e la morte audace affronta,
tale il circasso indomito diventa:
giunta or piaga a la piaga, ed onta a l'onta,
e la vendetta far tanto desia
che sprezza i rischi e le difese oblia.

46      E congiungendo a temerario ardire
estrema forza e infaticabil lena,
vien che s impetuoso il ferro gire
che ne trema la terra e 'l ciel balena;
n tempo ha l'altro ond'un sol colpo tire,
onde si copra, onde respiri a pena,
n schermo v' ch'assecurar il possa
da la fretta d'Argante e da la possa.

47      Tancredi, in s raccolto, attende in vano
che de'gran colpi la tempesta passi.
Or v'oppon le difese, ed or lontano
se 'n va co'giri e co'veloci passi;
ma poi che non s'allenta il fer pagano,
 forza al fin che trasportar si lassi,
e cruccioso egli ancor con quanta pote
violenza maggior la spada rote.

48      Vinta da l'ira  la ragione e l'arte,
e le forze il furor ministra e cresce.
Sempre che scende, il ferro o fra o parte
o piastra o maglia, e colpo in van non esce.
Sparsa  d'arme la terra, e l'arme sparte
di sangue, e 'l sangue co 'l sudor si mesce.
Lampo nel fiammeggiar, nel romor tuono,
fulmini nel ferir le spade sono.

49      Questo popolo e quello incerto pende
da s nuovo spettacolo ed atroce,
e fra tema e speranza il fin n'attende,
mirando or ci che giova, or ci che noce;
e non si vede pur, n pur s'intende
picciol cenno fra tanti o bassa voce,
ma se ne sta ciascun tacito e immoto,
se non se in quanto ha il cor tremante in moto.

50      Gi lassi erano entrambi, e giunti forse
sarian pugnando ad immaturo fine,
ma s oscura la notte intanto sorse
che nascondea le cose anco vicine.
Quinci un araldo e quindi un altro accorse
per dipartirli, e li partiro al fine.
L'uno  il franco Arideo, Pindoro  l'altro,
che port la disfida, uom saggio e scaltro.

51      I pacifici scettri osr costoro
fra le spade interpor de'combattenti,
con quella securt che porgea loro
l'antichissima legge de le genti.
"Ste, o guerrieri," incominci Pindoro
"con pari onor, di pari ambo possenti;
dunque cessi la pugna, e non sian rotte
le ragioni e 'l riposo de la notte.

52      Tempo  da travagliar mentre il sol dura,
ma ne la notte ogni animale ha pace,
e generoso cor non molto cura
notturno pregio che s'asconde e tace."
Risponde Argante: "A me per ombra oscura
la mia battaglia abbandonar non piace,
ben avrei caro il testimon del giorno!
Ma che giuri costui di far ritorno!"

53      Soggiunse l'altro allora: "E tu prometti
di tornar rimenando il tuo prigione,
perch'altrimenti non fia mai ch'aspetti
per la nostra contesa altra stagione."
Cos giuraro; e poi gli araldi, eletti
a prescriver il tempo a la tenzone,
per dare spazio a le lor piaghe onesto,
stabiliro il mattin del giorno sesto.

54      Lasci la pugna orribile nel core
de'saracini e de'fedeli impressa
un'alta meraviglia ed un orrore
che per lunga stagione in lor non cessa.
Sol de l'ardir si parla e del valore
che l'un guerriero e l'altro ha mostro in essa,
ma qual si debbia di lor due preporre,
vario e discorde il vulgo in s discorre;

55      e sta sospeso in aspettando quale
avr la fera lite avenimento,
e se 'l furore a la virt prevale
o se cede l'audacia a l'ardimento.
Ma pi di ciascun altro a cui ne cale,
la bella Erminia n'ha cura e tormento,
che da i giudizi de l'incerto Marte
vede pender di s la miglior parte.

56      Costei, che figlia fu del re Cassano
che d'Antiochia gi l'imperio tenne,
preso il suo regno, al vincitor cristiano
fra l'altre prede anch'ella in poter venne.
Ma fulle in guisa allor Tancredi umano
che nulla ingiuria in sua balia sostenne;
ed onorata fu, ne la ruina
de l'alta patria sua, come reina.

57      L'onor, la serv, di libertate
dono le fece il cavaliero egregio,
e le furo da lui tutte lasciate
le gemme e gli ori e ci ch'avea di pregio.
Ella vedendo in giovanetta etate
e in leggiadri sembianti animo regio,
rest presa d'Amor, che mai non strinse
laccio di quel pi fermo onde lei cinse.

58      Cos se 'l corpo libert riebbe,
fu l'alma sempre in servitute astretta.
Ben molto a lei d'abbandonar increbbe
il signor caro e la prigion diletta;
ma l'onest regal, che mai non debbe
da magnanima donna esser negletta,
la costrinse a partirsi, e con l'antica
madre a ricoverarsi in terra amica.

59      Venne a Gierusalemme, e quivi accolta
fu dal tiranno del paese ebreo;
ma tosto pianse in nere spoglie avolta
de la sua genitrice il fato reo.
Pur n 'l duol che le sia per morte tolta,
n l'essiglio infelice, unqua poteo
l'amoroso desio sveller dal core,
n favilla ammorzar di tanto ardore.

60      Ama ed arde la misera, e s poco
in tale stato che sperar le avanza
che nudrisce nel sen l'occulto foco
di memoria via pi che di speranza;
e quanto  chiuso in pi secreto loco,
tanto ha l'incendio suo maggior possanza.
Tancredi al fine a risvegliar sua spene
sovra Gierusalemme ad oste viene.

61      Sbigottr gli altri a l'apparir di tante
nazioni, e s indomite e s fere;
fe'sereno ella il torbido sembiante
e lieta vagheggi le squadre altere,
e con avidi sguardi il caro amante
cercando gio fra quelle armate schiere.
Cercollo in van sovente ed anco spesso:
"Eccolo" disse, e 'l riconobbe espresso.

62      Nel palagio regal sublime sorge
antica torre assai presso a le mura,
da la cui sommit tutta si scorge
l'oste cristiana, e 'l monte e la pianura.
Quivi, da che il suo lume il sol ne porge
in sin che poi la notte il mondo oscura,
s'asside, e gli occhi verso il campo gira
e co'pensieri suoi parla e sospira.

63      Quinci vide la pugna, e 'l cor nel petto
sent tremarsi in quel punto s forte
che parea che dicesse: "Il tuo diletto
 quegli l ch'in rischio  de la morte."
Cos d'angoscia piena e di sospetto
mir i successi de la dubbia sorte,
e sempre che la spada il pagan mosse,
sent ne l'alma il ferro e le percosse.

64      Ma poi ch'il vero intese, e intese ancora
che de l'aspra tenzon rinovellarsi,
insolito timor cos l'accora
che sente il sangue suo di ghiaccio farsi.
Talor secrete lagrime e talora
sono occulti da lei gemiti sparsi:
pallida, essangue e sbigottita in atto,
lo spavento e 'l dolor v'avea ritratto.

65      Con orribile imago il suo pensiero
ad or ad or la turba e la sgomenta,
e via pi che la morte il sonno  fero,
s strane larve il sogno le appresenta.
Parle veder l'amato cavaliero
lacero e sanguinoso, e par che senta
ch'egli aita le chieda; e desta intanto,
si trova gli occhi e 'l sen molle di pianto.

66      N sol la tema di futuro danno
con sollecito moto il cor le scote,
ma de le piaghe ch'egli avea l'affanno
 cagion che quetar l'alma non pote;
e i fallaci romor, ch'intorno vanno,
crescon le cose incognite e remote,
s ch'ella avisa che vicino a morte
giaccia oppresso languendo il guerrier forte.

67      E per ch'ella da la madre apprese
qual pi secreta sia virt de l'erbe,
e con quai carmi ne le membra offese
sani ogni piaga e 'l duol si disacerbe
(arte che per usanza in quel paese
ne le figlie de i re par che si serbe),
vorria di sua man propria a le ferute
del suo caro signor recar salute.

68      Ella l'amato medicar dasia,
e curar il nemico a lei conviene;
pensa talor d'erba nocente e ria
succo sparger in lui che l'avelene,
ma schiva poi la man vergine e pia
trattar l'arti maligne, e se n'astiene.
Brama ella almen ch'in uso tal sia vta
di sua virtude ogn'erba ed ogni nota.

69      N gi d'andar fra la nemica gente
temenza avria, ch peregrina era ita,
e viste guerre e stragi avea sovente,
e scorsa dubbia e faticosa vita,
s che per l'uso la feminea mente
sovra la sua natura  fatta ardita,
e di leggier non si conturba e pave
ad ogni imagin di terror men grave.

70      Ma pi ch'altra cagion, dal molle seno
sgombra Amor temerario ogni paura,
e crederia fra l'ugne e fra 'l veneno
de l'africane belve andar secura;
pur se non de la vita, avere almeno
de la sua fama de temenza e cura,
e fan dubbia contesa entro al suo core
duo potenti nemici, Onore e Amore.

71      L'un cos le ragiona: "O verginella,
che le mie leggi insino ad or serbasti,
io mentre ch'eri de'nemici ancella
ti conservai la mente e i membri casti;
e tu libera or vuoi perder la bella
verginit ch'in prigionia guardasti?
Ahi! nel tenero cor questi pensieri
chi svegliar pu? che pensi, oim? che speri?

72      Dunque il titolo tu d'esser pudica
s poco stimi, e d'onestate il pregio,
che te n'andrai fra nazion nemica,
notturna amante, a ricercar dispregio?
Onde il superbo vincitor ti dica:
`Perdesti il regno, e in un l'animo regio;
non sei di me tu degna', e ti conceda
vulgare a gli altri e mal gradita preda."

73      Da l'altra parte, il consiglier fallace
con tai lusinghe al suo piacer l'alletta:
"Nata non sei tu gi d'orsa vorace,
n d'aspro e freddo scoglio, o giovanetta,
ch'abbia a sprezzar d'Amor l'arco e la face
ed a fuggir ognor quel che diletta,
n petto hai tu di ferro o di diamante
che vergogna ti sia l'esser amante.

74      Deh! vanne omai dove il desio t'invoglia.
Ma qual ti fingi vincitor crudele?
Non sai com'egli al tuo doler si doglia,
come compianga al pianto, a le querele?
Crudel sei tu, che con s pigra voglia
movi a portar salute al tuo fedele.
Langue, o fera ed ingrata, il pio Tancredi,
e tu de l'altrui vita a cura siedi!

75      Sana tu pur Argante, acci che poi
il tuo liberator sia spinto a morte:
cos disciolti avrai gli obblighi tuoi,
e s bel premio fia ch'ei ne riporte.
 possibil per che non t'annoi
quest'empio ministero or cos forte
che la noia non basti e l'orror solo
a far che tu di qua te 'n fugga a volo?

76      Deh! ben fra, a l'incontra, ufficio umano,
e ben n'avresti tu gioia e diletto,
se la pietosa tua medica mano
avicinassi al valoroso petto;
ch per te fatto il tuo signor poi sano
colorirebbe il suo smarrito aspetto,
e le bellezze sue, che spente or sono,
vagheggiaresti in lui quasi tuo dono.

77      Parte ancor poi ne le sue lodi avresti,
e ne l'opre ch'ei fsse alte e famose,
ond'egli te d'abbracciamenti onesti
faria lieta, e di nozze aventurose.
Poi mostra a dito ed onorata andresti
fra le madri latine e fra le spose
l ne la bella Italia, ov' la sede
del valor vero e de la vera fede."

78      Da tai speranze lusingata (ahi stolta!)
somma felicitate a s figura;
ma pur si trova in mille dubbi avolta
come partir si possa indi secura,
perch vegghian le guardie e sempre in volta
van di fuori al palagio e su le mura,
n porta alcuna, in tal rischio di guerra,
senza grave cagion mai si disserra.

79      Soleva Erminia in compagnia sovente
de la guerriera far lunga dimora.
Seco la vide il sol da l'occidente,
seco la vide la novella aurora;
e quando son del d le luci spente,
un sol letto le accolse ambe talora:
e null'altro pensier che l'amoroso
l'una vergine a l'altra avrebbe ascoso.

80      Questo sol tiene Erminia a lei secreto
e s'udita da lei talor si lagna,
reca ad altra cagion del cor non lieto
gli affetti, e par che di sua sorte piagna.
Or in tanta amist senza divieto
venir sempre ne pote a la campagna,
n stanza al giunger suo giamai si serra,
siavi Clorinda, o sia in consiglio o 'n guerra.

81      Vennevi un giorno ch'ella in altra parte
si ritrovava, e si ferm pensosa,
pur tra s rivolgendo i modi e l'arte
de la bramata sua partenza ascosa.
Mentre in vari pensier divide e parte
l'incerto animo suo che non ha posa,
sospese di Clorinda in alto mira
l'arme e le sopraveste: allor sospira.

82      E tra s dice sospirando: "O quanto
beata  la fortissima donzella!
quant'io la invidio! e non l'invidio il vanto
o 'l feminil onor de l'esser bella.
A lei non tarda i passi il lungo manto,
n 'l suo valor rinchiude invida cella,
ma veste l'armi, e se d'uscirne agogna,
vassene e non la tien tema o vergogna.

83      Ah perch forti a me natura e 'l cielo
altrettanto non fr le membra e 'l petto,
onde potessi anch'io la gonna e 'l velo
cangiar ne la corazza e ne l'elmetto?
Ch s non riterrebbe arsura o gelo,
non turbo o pioggia il mio infiammato affetto,
ch'al sol non fossi ed al notturno lampo,
accompagnata o sola, armata in campo.

84      Gi non avresti, o dispietato Argante,
co 'l mio signor pugnato tu primiero,
ch'io sarei corsa ad incontrarlo inante;
e forse or fra qui mio prigionero
e sosterria da la nemica amante
giogo di servit dolce e leggiero,
e gi per li suoi nodi i'sentirei
fatti soavi e alleggeriti i miei.

85      O vero a me da la sua destra il fianco
sendo percosso, e riaperto il core,
pur risanata in cotal guisa almanco
colpo di ferro avria piaga d'Amore;
ed or la mente in pace e 'l corpo stanco
riposariansi, e forse il vincitore
degnato avrebbe il mio cenere e l'ossa
d'alcun onor di lagrime e di fossa.

86      Ma lassa! i'bramo non possibil cosa,
e tra folli pensier in van m'avolgo;
io mi star qui timida e dogliosa
com'una pur del vil femineo volgo.
Ah! non star: cor mio, confida ed osa.
Perch'una volta anch'io l'arme non tolgo?
perch per breve spazio non potrolle
sostener, bench sia debile e molle?

87      S potr, s, ch mi far possente
a tolerarne il peso Amor tiranno,
da cui spronati ancor s'arman sovente
d'ardire i cervi imbelli e guerra fanno.
Io guerreggiar non gi, vuo'solamente
far con quest'armi un ingegnoso inganno:
finger mi vuo'Clorinda; e ricoperta
sotto l'imagin sua, d'uscir son certa.

88      Non ardirieno a lei far i custodi
de l'alte porte resistenza alcuna.
Io pur ripenso, e non veggio altri modi:
aperta , credo, questa via sol una.
Or favorisca l'innocenti frodi
Amor che le m'inspira e la Fortuna.
E ben al mio partir commoda  l'ora,
mentre co 'l re Clorinda anco dimora."

89      Cos risolve; e stimolata e punta
da le furie d'Amor, pi non aspetta,
ma da quella a la sua stanza congiunta
l'arme involate di portar s'affretta.
E far lo pu, ch quando ivi fu giunta,
di loco ogn'altro, e si rest soletta;
e la notte i suoi furti ancor copria,
ch'a i ladri amica ed a gli amanti uscia.

90      Essa veggendo il ciel d'alcuna stella
gi sparso intorno divenir pi nero,
senza fraporvi alcuno indugio appella
secretamente un suo fedel scudiero
ed una sua leal diletta ancella,
e parte scopre lor del suo pensiero.
Scopre il disegno de la fuga, e finge
ch'altra cagion a dipartir l'astringe.

91      Lo scudiero fedel sbito appresta
ci ch'al lor uopo necessario crede.
Erminia intanto la pomposa vesta
si spoglia, che le scende insino al piede,
e in ischietto vestir leggiadra resta
e snella s ch'ogni credenza eccede;
n, trattane colei ch'a la partita
scelta s'avea, compagna altra l'aita.

92      Co 'l durissimo acciar preme ed offende
il delicato collo e l'aurea chioma,
e la tenera man lo scudo prende,
pur troppo grave e insopportabil soma.
Cos tutta di ferro intorno splende,
e in atto militar se stessa doma.
Gode Amor ch' presente, e tra s ride,
come allor gi ch'avolse in gonna Alcide.

93      Oh! con quanta fatica ella sostiene
l'inegual peso e move lenti i passi,
ed a la fida compagnia s'attiene
che per appoggio andar dinanzi fassi.
Ma rinforzan gli spirti Amore e spene
e ministran vigore a i membri lassi,
s che giungono al loco ove le aspetta
lo scudiero, e in arcion sagliono in fretta.

94      Travestiti ne vanno, e la pi ascosa
e pi riposta via prendono ad arte,
pur s'avengono in molti e l'aria ombrosa
veggon lucer di ferro in ogni parte;
ma impedir lor viaggio alcun non osa,
e cedendo il sentier ne va in disparte,
ch quel candido ammanto e la temuta
insegna anco ne l'ombra  conosciuta.

95      Erminia, bench quinci alquanto sceme
del dubbio suo, non va per secura,
ch d'essere scoperta a la fin teme
e del suo troppo ardir sente or paura;
ma pur, giunta a la porta, il timor preme
ed inganna colui che n'ha la cura.
"Io son Clorinda," disse "apri la porta,
ch 'l re m'invia dove l'andare importa."

96      La voce feminil sembiante a quella
de la guerriera agevola l'inganno
(chi crederia veder armata in sella
una de l'altre ch'arme oprar non sanno?),
s che 'l portier tosto ubidisce, ed ella
n'esce veloce e i duo che seco vanno;
e per lor securezza entro le valli
calando prendon lunghi obliqui calli.

97      Ma poi ch'Erminia in solitaria ed ima
parte si vede, alquanto il corso allenta,
ch'i primi rischi aver passati estima,
n d'esser ritenuta omai paventa.
Or pensa a quello a che pensato in prima
non bene aveva; ed or le s'appresenta
difficil pi ch'a lei non fu mostrata
dal frettoloso suo desir, l'entrata.

98      Vede or che sotto il militar sembiante
ir tra feri nemici  gran follia;
n d'altra parte palesarsi, inante
ch'al suo signor giungesse, altrui vorria.
A lui secreta ed improvisa amante
con secura onest giunger desia;
onde si ferma, e da miglior pensiero
fatta pi cauta parla al suo scudiero:

99      "Essere, o mio fedele, a te conviene
mio precursor, ma sii pronto e sagace.
Vattene al campo, e fa'ch'alcun ti mene
e t'introduca ove Tancredi giace,
a cui dirai che donna a lui ne viene
che gli apporta salute e chiede pace:
pace, poscia ch'Amor guerra mi move,
ond'ei salute, io refrigerio trove;

100     e ch'essa ha in lui s certa e viva fede
ch'in suo poter non teme onta n scorno.
Di'sol questo a lui solo; e s'altro ei chiede,
di'non saperlo e affretta il tuo ritorno.
Io (ch questa mi par secura sede)
in questo mezzo qui far soggiorno."
Cos disse la donna, e quel leale
ga veloce cos come avesse ale.

101     E 'n guisa oprar sapea, ch'amicamente
entro a i chiusi ripari era raccolto,
e poi condotto al cavalier giacente,
che l'ambasciata udia con lieto volto;
e gi lasciando ei lui, che ne la mente
mille dubbi pensier avea rivolto,
ne riportava a lei dolce risposta:
ch'entrar potr, quando pi lice, ascosta.

102     Ma ella intanto impaziente, a cui
troppo ogni indugio par noioso e greve,
numera fra se stessa i passi altrui
e pensa: "or giunge, or entra, or tornar deve."
E gi le sembra, e se ne duol, colui
men del solito assai spedito e leve.
Spingesi al fine inanti, e 'n parte ascende
onde comincia a discoprir le tende.

103     Era la notte, e 'l suo stellato velo
chiaro spiegava e senza nube alcuna
e gi spargea rai luminosi e gelo
di vive perle la sorgente luna.
L'innamorata donna iva co 'l cielo
le sue fiamme sfogando ad una ad una,
e secretari del suo amore antico
fea i muti campi e quel silenzio amico.

104     Poi rimirando il campo ella dicea:
"O belle a gli occhi miei tende latine!
Aura spira da voi che mi ricrea
e mi conforta pur che m'avicine;
cos a mia vita combattuta e rea
qualche onesto riposo il Ciel destine,
come in voi solo il cerco, e solo parmi
che trovar pace io possa in mezzo a l'armi.

105     Raccogliete me dunque, e in voi si trove
quella piet che mi promise Amore
e ch'io gi vidi, prigioniera altrove,
nel mansueto mio dolce signore.
N gi desio di racquistar mi move
co 'l favor vostro il mio regale onore;
quando ci non avenga, assai felice
io mi terr se 'n voi servir mi lice."

106     Cos parla costei, che non prevede
qual dolente fortuna a lei s'appreste.
Ella era in parte ove per dritto fiede
l'armi sue terse il bel raggio celeste,
s che da lunge il lampo lor si vede
co 'l bel candor che le circonda e veste,
e la gran tigre ne l'argento impressa
fiammeggia s ch'ognun direbbe: " dessa."

107     Come volle sua sorte, assai vicini
molti guerrier disposti avean gli aguati;
e n'eran duci duo fratei latini,
Alcandro e Poliferno, e fur mandati
per impedir che dentro a i saracini
greggie non siano e non sian buoi menati;
e se 'l servo pass, fu perch torse
pi lunge il passo e rapido trascorse.

108     Al giovin Poliferno, a cui fu il padre
su gli occhi suoi gi da Clorinda ucciso,
viste le spoglie candide e leggiadre,
fu di veder l'alta guerriera aviso,
e contra le irrit l'occulte squadre;
n frenando del cor moto improviso
(com'era in suo furor sbito e folle)
grid: "Sei morta", e l'asta in van lanciolle.

109     S come cerva ch'assetata il passo
mova a cercar d'acque lucenti e vive,
ove un bel fonte distillar da un sasso
o vide un fiume tra frondose rive,
s'incontra i cani allor che 'l corpo lasso
ristorar crede a l'onde, a l'ombre estive,
volge indietro fuggendo, e la paura
la stanchezza obliar face e l'arsura;

110     cos costei, che de l'amor la sete,
onde l'infermo core  sempre ardente,
spegner ne l'accoglienze oneste e liete
credeva, e riposar la stanca mente,
or che contra gli vien chi glie 'l diviete,
e 'l suon del ferro e le minaccie sente,
se stessa e 'l suo desir primo abbandona
e 'l veloce destrier timida sprona.

111     Fugge Erminia infelice, e 'l suo destriero
con prontissimo piede il suol calpesta.
Fugge ancor l'altra donna, e lor quel fero
con molti armati di seguir non resta.
Ecco che da le tende il buon scudiero
con la tarda novella arriva in questa,
e l'altrui fuga ancor dubbio accompagna,
e gli sparge il timor per la campagna.

112     Ma il pi saggio fratello, il quale anch'esso
la non vera Clorinda avea veduto,
non la volle seguir, ch'era men presso,
ma ne l'insidie sue s' ritenuto;
e mand con l'aviso al campo un messo
che non armento od animal lanuto,
n preda altra siml, ma ch' seguita
dal suo german Clorinda impaurita;

113     e ch'ei non crede gi, n 'l vuol ragione,
ch'ella, ch' duce e non  sol guerriera,
elegga a l'uscir suo tale stagione
per opportunit che sia leggiera;
ma giudichi e comandi il pio Buglione,
egli far ci che da lui s'impera.
Giunge al campo tal nova, e se ne intende
il primo suon ne le latine tende.

114     Tancredi, cui dinanzi il cor sospese
quell'aviso primiero, udendo or questo,
pensa: "Deh! forse a me venia cortese,
e 'n periglio  per me", n pensa al resto.
E parte prende sol del grave arnese,
monta a cavallo e tacito esce e presto;
e seguendo gli indizi e l'orme nove
rapidamente a tutto corso il move.



. CANTO SETTIMO.

1       Intanto Erminia infra l'ombrose piante
d'antica selva dal cavallo  scrta,
n pi governa il fren la man tremante,
e mezza quasi par tra viva e morta.
Per tante strade si raggira e tante
il corridor ch'in sua balia la porta,
ch'al fin da gli occhi altrui pur si dilegua,
ed  soverchio omai ch'altri la segua.

2       Qual dopo lunga e faticosa caccia
tornansi mesti ed anelanti i cani
che la fra perduta abbian di traccia,
nascosa in selva da gli aperti piani,
tal pieni d'ira e di vergogna in faccia
riedono stanchi i cavalier cristiani.
Ella pur fugge, e timida e smarrita
non si volge a mirar s'anco  seguita.

3       Fugg tutta la notte, e tutto il giorno
err senza consiglio e senza guida,
non udendo o vedendo altro d'intorno,
che le lagrime sue, che le sue strida.
Ma ne l'ora che 'l sol dal carro adorno
scioglie i corsieri e in grembo al mar s'annida,
giunse del bel Giordano a le chiare acque
e scese in riva al fiume, e qui si giacque.

4       Cibo non prende gi, ch de'suoi mali
solo si pasce e sol di pianto ha sete;
ma 'l sonno, che de'miseri mortali
 co 'l suo dolce oblio posa e quiete,
sop co'sensi i suoi dolori, e l'ali
dispieg sovra lei placide e chete;
n per cessa Amor con varie forme
la sua pace turbar mentre ella dorme.

5       Non si dest fin che garrir gli augelli
non sent lieti e salutar gli albori,
e mormorar il fiume e gli arboscelli,
e con l'onda scherzar l'aura e co i fiori.
Apre i languidi lumi e guarda quelli
alberghi solitari de'pastori,
e parle voce udir tra l'acqua e i rami
ch'a i sospiri ed al pianto la richiami.

6       Ma son, mentr'ella piange, i suoi lamenti
rotti da un chiaro suon ch'a lei ne viene,
che sembra ed  di pastorali accenti
misto e di boscareccie inculte avene.
Risorge, e l s'indrizza a passi lenti,
e vede un uom canuto a l'ombre amene
tesser fiscelle a la sua greggia a canto
ed ascoltar di tre fanciulli il canto.

7       Vedendo quivi comparir repente
l'insolite arme, sbigottr costoro;
ma li saluta Erminia e dolcemente
gli affida, e gli occhi scopre e i bei crin d'oro:
"Seguite," dice "aventurosa gente
al Ciel diletta, il bel vostro lavoro,
ch non portano gi guerra quest'armi
a l'opre vostre, a i vostri dolci carmi."

8       Soggiunse poscia: "O padre, or che d'intorno
d'alto incendio di guerra arde il paese,
come qui state in placido soggiorno
senza temer le militari offese?"
"Figlio," ei rispose "d'ogni oltraggio e scorno
la mia famiglia e la mia greggia illese
sempre qui fur, n strepito di Marte
ancor turb questa remota parte.

9       O sia grazia del Ciel che l'umiltade
d'innocente pastor salvi e sublime,
o che, s come il folgore non cade
in basso pian ma su l'eccelse cime,
cos il furor di peregrine spade
sol de'gran re l'altere teste opprime,
n gli avidi soldati a preda alletta
la nostra povert vile e negletta.

10      Altrui vile e negletta, a me s cara
che non bramo tesor n regal verga,
n cura o voglia ambiziosa o avara
mai nel tranquillo del mio petto alberga.
Spengo la sete mia ne l'acqua chiara,
che non tem'io che di venen s'asperga,
e questa greggia e l'orticel dispensa
cibi non compri a la mia parca mensa.

11      Ch poco  il desiderio, e poco  il nostro
bisogno onde la vita si conservi.
Son figli miei questi ch'addito e mostro,
custodi de la mandra, e non ho servi.
Cos me 'n vivo in solitario chiostro,
saltar veggendo i capri snelli e i cervi,
ed i pesci guizzar di questo fiume
e spiegar gli augelletti al ciel le piume.

12      Tempo gi fu, quando pi l'uom vaneggia
ne l'et prima, ch'ebbi altro desio
e disdegnai di pasturar la greggia;
e fuggii dal paese a me natio,
e vissi in Menfi un tempo, e ne la reggia
fra i ministri del re fui posto anch'io,
e bench fossi guardian de gli orti
vidi e conobbi pur l'inique corti.

13      Pur lusingato da speranza ardita
soffrii lunga stagion ci che pi spiace;
ma poi ch'insieme con l'et fiorita
manc la speme e la baldanza audace,
piansi i riposi di quest'umil vita
e sospirai la mia perduta pace,
e dissi; `O corte, a Dio.'Cos, a gli amici
boschi tornando, ho tratto i d felici."

14      Mentre ei cos ragiona, Erminia pende
da la soave bocca intenta e cheta;
e quel saggio parlar, ch'al cor le scende,
de'sensi in parte le procelle acqueta.
Dopo molto pensar, consiglio prende
in quella solitudine secreta
insino a tanto almen farne soggiorno
ch'agevoli fortuna il suo ritorno.

15      Onde al buon vecchio dice: "O fortunato,
ch'un tempo conoscesti il male a prova,
se non t'invidii il Ciel s dolce stato,
de le miserie mie piet ti mova;
e me teco raccogli in cos grato
albergo ch'abitar teco mi giova.
Forse fia che 'l mio core infra quest'ombre
del suo peso mortal parte disgombre.

16      Ch se di gemme e d'or, che 'l vulgo adora
s come idoli suoi, tu fossi vago,
potresti ben, tante n'ho meco ancora,
renderne il tuo desio contento e pago."
Quinci, versando da'begli occhi fora
umor di doglia cristallino e vago,
parte narr di sue fortune, e intanto
il pietoso pastor pianse al suo pianto.

17      Poi dolce la consola e s l'accoglie
come tutt'arda di paterno zelo,
e la conduce ov' l'antica moglie
che di conforme cor gli ha data il Cielo.
La fanciulla regal di rozze spoglie
s'ammanta, e cinge al crin ruvido velo;
ma nel moto de gli occhi e de le membra
non gi di boschi abitatrice sembra.

18      Non copre abito vil la nobil luce
e quanto  in lei d'altero e di gentile,
e fuor la maest regia traluce
per gli atti ancor de l'essercizio umile.
Guida la greggia a i paschi e la riduce
con la povera verga al chiuso ovile,
e da l'irsute mamme il latte preme
e 'n giro accolto poi lo strige insieme.

19      Sovente, allor che su gli estivi ardori
giacean le pecorelle a l'ombra assise,
ne la scorza de'faggi e de gli allori
segn l'amato nome in mille guise,
e de'suoi strani ed infelici amori
gli aspri successi in mille piante incise,
e in rileggendo poi le proprie note
rig di belle lagrime le gote.

20      Indi dicea piangendo: "In voi serbate
questa dolente istoria, amiche piante;
perch se fia ch'a le vostr'ombre grate
giamai soggiorni alcun fedele amante,
senta svegliarsi al cor dolce pietate
de le sventure mie s varie e tante,
e dica: `Ah troppo ingiusta empia mercede
di Fortuna ed Amore a s gran fede!'

21      Forse averr, se 'l Ciel benigno ascolta
affettuoso alcun prego mortale,
che venga in queste selve anco tal volta
quegli a cui di me forse or nulla cale;
e rivolgendo gli occhi ove sepolta
giacer questa spoglia inferma e frale,
tardo premio conceda a i miei martri
di poche lagrimette e di sospiri;

22      onde se in vita il cor misero fue,
sia lo spirito in morte almen felice,
e 'l cener freddo de le fiamme sue
goda quel ch'or godere a me non lice."
Cos ragiona a i sordi tronchi, e due
fonti di pianto da'begli occhi elice.
Tancredi intanto, ove fortuna il tira
lunge da lei, per lei seguir, s'aggira.

23      Egli, seguendo le vestigia impresse
rivolse il corso a la selva vicina;
ma quivi da le piante orride e spesse
nera e folta cos l'ombra dechina
che pi non pu raffigurar tra esse
l'orme novelle, e 'n dubbio oltre camina,
porgendo intorno pur l'orecchie intente
se calpestio, se romor d'armi sente.

24      E se pur la notturna aura percote
tenera fronde mai d'olmo o di faggio,
o se fra od augello un ramo scote,
tosto a quel picciol suon drizza il viaggio.
Esce al fin de la selva, e per ignote
strade il conduce de la luna il raggio
verso un romor che di lontano udiva,
insin che giunse al loco ond'egli usciva.

25      Giunse dove sorgean da vivo sasso
in molta copia chiare e lucide onde,
e fattosene un rio volgeva a basso
lo strepitoso pi tra verdi sponde.
Quivi egli ferma addolorato il passo
e chiama, e sola a i gridi Ecco risponde;
e vede intanto con serene ciglia
sorger l'aurora candida e vermiglia.

26      Geme cruccioso, e 'ncontra il Ciel si sdegna
che sperata gli neghi alta ventura;
ma de la donna sua, quand'ella vegna
offesa pur, far la vendetta giura.
Di rivolgersi al campo al fin disegna,
bench la via trovar non s'assecura,
ch gli sovien che presso  il d prescritto
che pugnar de co 'l cavalier d'Egitto.

27      Partesi, e mentre va per dubbio calle
ode un corso appressar ch'ognor s'avanza,
ed al fine spuntar d'angusta valle
vede uom che di corriero avea sembianza.
Scotea mobile sferza, e da le spalle
pendea il corno su 'l fianco a nostra usanza.
Chiede Tancredi a lui per quale strada
al campo de'cristiani indi si vada.

28      Quegli italico parla: "Or l m'invio
dove m'ha Boemondo in fretta spinto."
Segue Tancredi lui che del gran zio
messaggio stima, e crede al parlar finto.
Giungono al fin l dove un sozzo e rio
lago impaluda, ed un castel n' cinto,
ne la stagion che 'l sol par che s'immerga
ne l'ampio nido ove la notte alberga.

29      Suona il corriero in arrivando il corno,
e tosto gi calar si vede un ponte:
"Quando latin sia tu, qui far soggiorno
potrai" gli dice "in fin che 'l sol rimonte,
ch questo loco, e non  il terzo giorno,
tolse a i pagani di Cosenza il conte."
Mira il loco il guerrier, che d'ogni parte
inespugnabil fanno il sito e l'arte.

30      Dubita alquanto poi ch'entro s forte
magione alcuno inganno occulto giaccia;
ma come avezzo a i rischi de la morte,
motto non fanne, e no 'l dimostra in faccia,
ch'ovunque il guidi elezione o sorte,
vuol che securo la sua destra il faccia.
Pur l'obligo ch'egli ha d'altra battaglia
fa che di nova impresa or non gli caglia;

31      s ch'incontra al castello, ove in un prato
il curvo ponte si distende e posa,
ritiene alquanto il passo, ed invitato
non segue la sua scorta insidiosa.
Su 'l ponte intanto un cavaliero armato
con sembianza apparia fera e sdegnosa,
ch'avendo ne la destra il ferro ignudo
in suon parlava minaccioso e crudo:

32      "O tu, che (siasi tua fortuna o voglia)
al paese fatal d'Armida arrive,
pensi indarno al fuggir; or l'arme spoglia,
e porgi a i lacci suoi le man cattive,
ed entra pur ne la guardata soglia
con queste leggi ch'ella altrui prescrive,
n pi sperar di riveder il cielo
per volger d'anni o per cangiar di pelo,

33      se non giuri d'andar con gli altri sui
contra ciascun che da Gies s'appella."
S'affisa a quel parlar Tancredi in lui
e riconosce l'arme e la favella.
Rambaldo di Guascogna era costui
che part con Armida, e sol per ella
pagan si fece e difensor divenne
di quell'usanza rea ch'ivi si tenne.

34      Di santo sdegno il pio guerrier si tinse
nel volto, e gli rispose: "Empio fellone,
quel Tancredi son io che 'l ferro cinse
per Cristo sempre, e fui di lui campione;
e in sua virtute i suoi rubelli vinse,
come vuo'che tu vegga al paragone,
ch da l'ira del Ciel ministra eletta
 questa destra a far in te vendetta."

35      Turbossi udendo il glorioso nome
l'empio guerriero, e scolorissi in viso.
Pur celando il timor, gli disse: "Or come,
misero, vieni ove rimanga ucciso?
Qui saran le tue forze oppresse e dome,
e questo altero tuo capo reciso;
e manderollo a i duci franchi in dono,
s'altro da quel che soglio oggi non sono."

36      Cos dicea il pagano; e perch il giorno
spento era omai s che vedeasi a pena,
apparr tante lampade d'intorno
che ne fu l'aria lucida e serena.
Splende il castel come in teatro adorno
suol fra notturne pompe altera scena,
ed in eccelsa parte Armida siede,
onde senz'esser vista e ode e vede.

37      Il magnanimo eroe fra tanto appresta
a la fera tenzon l'arme e l'ardire,
n su 'l debil cavallo assiso resta
gi veggendo il nemico a pi venire.
Vien chiuso ne lo scudo e l'elmo ha in testa,
la spada nuda, e in atto  di ferire.
Gli move incontra il principe feroce
con occhi torvi e con terribil voce.

38      Quegli con larghe rote aggira i passi
stretto ne l'arme, e colpi accenna e finge;
questi, se ben ha i membri infermi e lassi,
va risoluto e gli s'appressa e stringe,
e l donde Rambaldo a dietro fassi
velocissimamente egli si spinge,
e s'avanza e l'incalza, e fulminando
spesso a la vista gli dirizza il brando.

39      E pi ch'altrove impetuoso fre
ove pi di vital form natura,
a le percosse le minaccie altere
accompagnando, e 'l danno a la paura.
Di qua di l si volge, e sue leggiere
membra il presto guascone a i colpi fura,
e cerca or con lo scudo or con la spada
che 'l nemico furore indarno cada;

40      ma veloce a lo schermo ei non  tanto
che pi l'altro non sia pronto a l'offese.
Gi spezzato lo scudo e l'elmo infranto
e forato e sanguigno avea l'arnese,
e colpo alcun de'suoi che tanto o quanto
impiagasse il nemico anco non scese;
e teme, e gli rimorde insieme il core
sdegno, vergogna, conscienza, amore.

41      Disponsi al fin con disperata guerra
far prova omai de l'ultima fortuna.
Gitta lo scudo, e a due mani afferra
la spada ch' di sangue ancor digiuna;
e co 'l nemico suo si stringe e serra
e cala un colpo, e non v' piastra alcuna
che gli resista s che grave angoscia
non dia piagando a la sinistra coscia.

42      E poi su l'ampia fronte il ripercote
s ch'il picchio rimbomba in suon di squilla;
l'elmo non fende gi, ma lui ben scote,
tal ch'egli si rannicchia e ne vacilla.
Infiamma d'ira il principe le gote,
e ne gli occhi di foco arde e sfavilla;
e fuor de la visiera escono ardenti
gli sguardi, e insieme lo stridor de'denti.

43      Il perfido pagan gi non sostiene
la vista pur di s feroce aspetto.
Sente fischiare il ferro, e tra le vene
gi gli sembra d'averlo e in mezzo al petto.
Fugge dal colpo, e 'l colpo a cader viene
dove un pilastro  contra il ponte eretto;
ne van le scheggie e le scintille al cielo,
e passa al cor del traditor un gelo,

44      onde al ponte rifugge, e sol nel corso
de la salute sua pone ogni speme.
Ma 'l seguita Tancredi, e gi su 'l dorso
la man gli stende e 'l pi co 'l pi gli preme,
quando ecco (al fuggitivo alto soccorso)
sparir le faci ed ogni stella insieme,
n rimaner a l'orba notte alcuna,
sotto povero ciel, luce di luna.

45      Fra l'ombre de la notte e de gli incanti
il vincitor no 'l segue pi n 'l vede,
n pu cosa vedersi a lato o inanti,
e muove dubbio e mal securo il piede.
Su l'entrare d'un uscio i passi erranti
a caso mette, n d'entrar s'avede,
ma sente poi che suona a lui di dietro
la porta, e 'n loco il serra oscuro e tetro.

46      Come il pesce col dove impaluda
ne i seni di Comacchio il nostro mare,
fugge da l'onda impetuosa e cruda
cercando in placide acque ove ripare,
e vien che da se stesso ei si rinchiuda
in palustre prigion n pu tornare,
ch quel serraglio  con mirabil uso
sempre a l'entrare aperto, a l'uscir chiuso;

47      cos Tancredi allor, qual che si fosse
de l'estrania prigion l'ordigno e l'arte,
entr per se medesmo, e ritrovosse
poi l rinchiuso ov'uom per s non parte.
Ben con robusta man la porta scosse,
ma fur le sue fatiche indarno sparte,
e voce intanto ud che: "Indarno" grida
"uscir procuri, o prigionier d'Armida.

48      Qui menerai (non temer gi di morte)
nel sepolcro de'vivi i giorni e gli anni."
Non risponde, ma preme il guerrier forte
nel cor profondo i gemiti e gli affanni,
e fra se stesso accusa Amor, la sorte,
la sua schiocchezza e gli altrui feri inganni;
e talor dice in tacite parole:
"Leve perdita fia perdere il sole,

49      ma di pi vago sol pi dolce vista,
misero! i'perdo, e non so gi se mai
in loco torner che l'alma trista
si rassereni a gli amorosi rai."
Poi gli sovien d'Argante, e pi s'attrista
e: "Troppo" dice "al mio dover mancai;
ed  ragion ch'ei mi disprezzi e scherna!
O mia gran colpa! o mia vergogna eterna!"

50      Cos d'amor, d'onor cura mordace
quinci e quindi al guerrier l'animo rode.
Or mentre egli s'affligge, Argante audace
le molli piume di calcar non gode;
tanto  nel crudo petto odio di pace,
cupidigia di sangue, amor di lode,
che, de le piaghe sue non sano ancora,
brama che 'l sesto d porti l'aurora.

51      La notte che precede, il pagan fero
a pena inchina, per dormir la fronte;
e sorge poi che 'l cielo anco  s nero
che non d luce in su la cima al monte.
"Recami" grida "l'arme" al suo scudiero,
ed esso aveale apparecchiate e pronte:
non le solite sue, ma dal re sono
dategli queste, e prezioso  il dono.

52      Senza molto mirarle egli le prende
n dal gran peso  la persona onusta,
e la solita spada al fianco appende,
ch' di tempra finissima e vetusta.
Qual con le chiome sanguinose orrende
splender cometa suol per l'aria adusta,
che i regni muta e i feri morbi adduce,
a i purpurei tiranni infausta luce;

53      tal ne l'arme ei fiammeggia, e bieche e torte
volge le luci ebre di sangue e d'ira.
Spirano gli atti feri orror di morte,
e minaccie di morte il volto spira.
Alma non  cos secura e forte
che non paventi, ove un sol guardo gira.
Nuda ha la spada e la solleva e scote
gridando, e l'aria e l'ombre in van percote.

54      "Ben tosto" dice "il predator cristiano,
ch'audace  s ch'a me vuole agguagliarsi,
cader vinto e sanguinoso al piano,
bruttando ne la polve i crini sparsi;
e vedr vivo ancor da questa mano
ad onta del suo Dio l'arme spogliarsi,
n morendo impetrar potr co'preghi
ch'in pasto a'cani le sue membra i'neghi."

55      Non altramente il tauro, ove l'irriti
geloso amor co'stimuli pungenti,
orribilmente mugge, e co'muggiti
gli spirti in s risveglia e l'ire ardenti,
e 'l corno aguzza a i tronchi, e par ch'inviti
con vani colpi a la battaglia i venti:
sparge co 'l pi l'arena, e 'l suo rivale
da lunge sfida a guerra aspra e mortale.

56      Da s fatto furor commosso, appella
l'araldo; e con parlar tronco gli impone:
"Vattene al campo, e la battaglia fella
nunzia a colui ch' di Gies campione."
Quinci alcun non aspetta e monta in sella,
e fa condursi inanzi il suo prigione;
esce fuor de la terra, e per lo colle
in corso vien precipitoso e folle.

57      D fiato intanto al corno, e n'esce un suono
che d'ogn'intorno orribile s'intende
e 'n guisa pur di strepitoso tuono
gli orecchi e 'l cor de gli ascoltanti offende.
Gi i principi cristiani accolti sono
ne la tenda maggior de l'altre tende:
qui fe'l'araldo sue disfide e incluse
Tancredi pria, n per gli altri escluse.

58      Goffredo intorno gli occhi gravi e tardi
volge con mente allor dubbia e sospesa,
n, perch molto pensi e molto guardi,
atto gli s'offre alcuno a tanta impresa.
Vi manca il fior de'suoi guerrier gagliardi:
di Tancredi non s' novella intesa,
e lunge  Boemondo, ed ito  in bando
l'invitto eroe ch'uccise il fier Gernando.

59      Ed oltre i diece che fur tratti a sorte,
i migliori del campo e i pi famosi
segur d'Armida le fallaci scorte,
sotto il silenzio de la notte ascosi.
Gli altri di mano e d'animo men forte
taciti se ne stanno e vergognosi,
n vi  chi cerchi in s gran rischio onore,
ch vinta la vergogna  dal timore.

60      Al silenzio, a l'aspetto, ad ogni segno,
di lor temenza il capitan s'accorse,
e tutto pien di generoso sdegno
dal loco ove sedea repente sorse,
e disse: "Ah! ben sarei di vita indegno
se la vita negassi or porre in forse,
lasciando ch'un pagan cos vilmente
calpestasse l'onor di nostra gente!

61      Sieda in pace il mio campo, e da secura
parte miri ozioso il mio periglio.
Su su, datemi l'arme"; e l'armatura
gli fu recata in un girar di ciglio.
Ma il buon Raimondo, che in et matura
parimente maturo avea il consiglio,
e verdi ancor le forze a par di quanti
erano quivi, allor si trasse avanti,

62      e disse a lui rivolto: "Ah non sia vero
ch'in un capo s'arrischi il campo tutto!
Duce sei tu, non semplice guerriero:
publico fra e non privato il lutto.
In te la f s'appoggia e 'l santo impero,
per te fia il regno di Babl distrutto.
Tu il senno sol, lo scettro solo adopra;
ponga altri poi l'ardire e 'l ferro in opra.

63      Ed io, bench'a gir curvo mi condanni
la grave et, non fia che ci ricusi.
Schivino gli altri i marziali affanni,
me non vuo'gi che la vecchiezza scusi.
Oh! foss'io pur su 'l mio vigor de gli anni
qual ste or voi, che qui temendo chiusi
vi state e non vi move ira o vergogna
contra lui che vi sgrida e vi rampogna,

64      e quale allora fui, quando al cospetto
di tutta la Germania, a la gran corte
del secondo Corrado, apersi il petto
al feroce Leopoldo e 'l posi a morte!
E fu d'alto valor pi chiaro effetto
le spoglie riportar d'uom cos forte,
che s'alcun or fugasse inerme e solo
di questa ignobil turba un grande stuolo.

65      Se fosse in me quella virt, quel sangue,
di questo alter l'orgoglio avrei gi spento.
Ma qualunque io mi sia, non per langue
il core in me, n vecchio anco pavento,
E s'io pur rimarr nel campo essangue,
n il pagan di vittoria andr contento.
Armarmi i'vuo': sia questo il d ch'illustri
con novo onor tutti i miei scorsi lustri."

66      Cos parla il gran vecchio, e sproni acuti
son le parole, onde virt si desta.
Quei che fur prima timorosi e muti
hanno la lingua or baldanzosa e presta.
N sol non v' che la tenzon rifiuti,
ma ella omai da molti a prova  chiesta:
Baldovin la domanda, e con Ruggiero
Guelfo, i due Guidi, e Stefano e Gerniero,

67      e Pirro, quel che fe'il lodato inganno
dando Antiochia presa a Boemondo;
ed a prova richiesta anco ne fanno
Eberardo, Ridolfo e 'l pro'Rosmondo,
un di Scozia, un d'Irlanda, ed un britanno,
terre che parte il mar dal nostro mondo;
e ne son parimente anco bramosi
Gildippe ed Odoardo, amanti e sposi.

68      Ma sovra tutti gli altri il fero vecchio
se ne dimostra cupido ed ardente.
Armato  gi; sol manca a l'apparecchio
de gli altri arnesi il fino elmo lucente.
A cui dice Goffredo: "O vivo specchio
del valor prisco, in te la nostra gente
miri e virt n'apprenda: in te di Marte
splende l'onor, la disciplina e l'arte.

69      Oh! pur avessi fra l'etade acerba
diece altri di valor al tuo simle,
come ardirei vincer Babl superba
e la Croce spiegar da Battro a Tile.
Ma cedi or, prego, e te medesmo serba
a maggior opre e di virt senile.
Pongansi poi tutti i nomi in un vaso
come  l'usanza, e sia giudice il caso;

70      anzi giudice Dio, de le cui voglie
ministra e serva  la fortuna e 'l fato."
Ma non per dal suo pensier si toglie
Raimondo, e vuol anch'egli esser notato.
Ne l'elmo suo Goffredo i brevi accoglie;
e poi che l'ebbe scosso ed agitato,
nel primo breve che di l traesse,
del conte di tolosa il nome lesse.

71      Fu il nome suo con lieto grido accolto,
n di biasmar la sorte alcun ardisce.
Ei di fresco vigor la fronte e 'l volto
riempie; e cos allor ringiovenisce
qual serpe fier che in nove spoglie avolto
d'oro fiammeggi e 'ncontra il sol si lisce.
Ma pi d'ogn'altro il capitan gli applaude
e gli annunzia vittoria, e gli d laude.

72      E la spada togliendosi dal fianco,
e porgendola a lui, cos dicea:
"Questa  la spada che 'n battaglia il franco
rubello di Sassonia oprar solea,
ch'io gi gli tolsi a forza, e gli tolsi anco
la vita allor di mille colpe rea;
questa, che meco ognor fu vincitrice,
prendi, e sia cos teco ora felice."

73      Di loro indugio intanto  quell'altero
impaziente, e li minaccia e grida:
"O gente invitta, o popolo guerriero
d'Europa, un uomo solo  che vi sfida.
Venga Tancredi omai che par s fero,
se ne la sua virt tanto si fida;
o vuol, giacendo in piume, aspettar forse
la notte ch'altre volte a lui soccorse?

74      Venga altri, s'egli teme; a stuolo a stuolo
venite insieme, o cavalieri, o fanti,
poi che di pugnar meco a solo a solo
non v' fra mille schiere uom che si vanti.
Vedete l il sepolcro ove il figliuolo
di Maria giacque: or ch non gite avanti?
ch non sciogliete i voti? Ecco la strada!
A qual serbate uopo maggior la spada?"

75      Con tali scherni il saracin atroce
quasi con dura sferza altrui percote,
ma pi ch'altri Raimondo a quella voce
s'accende, e l'onte sofferir non pote.
La virt stimolata  pi feroce,
e s'aguzza de l'ira a l'aspra cote,
s che tronca gli indugi e preme il dorso
del suo Aquilino, a cui di 'l nome il corso.

76      Questo su 'l Tago nacque, ove talora
l'avida madre del guerriero armento,
quando l'alma stagion che n'innamora
nel cor le instiga il natural talento,
volta l'aperta bocca incontra l'ra,
raccoglie i semi del fecondo vento,
e de'tepidi fiati (o meraviglia!)
cupidamente ella concipe e figlia.

77      E ben questo Aquilin nato diresti
di quale aura del ciel pi lieve spiri,
o se veloce s ch'orma non resti
stendere il corso per l'arena il miri,
o se 'l vedi addoppiar leggieri e presti
a destra ed a sinistra angusti giri.
Sovra tal corridore il conte assiso
move a l'assalto, e volge al cielo il viso:

78      "Signor, tu che drizzasti incontra l'empio
Golia l'arme inesperte in Terebinto,
s ch'ei ne fu, che d'Israel fea scempio,
al primo sasso d'un garzone estinto;
tu fa'ch'or giaccia (e fia pari l'essempio)
questo fellon da me percosso e vinto,
e debil vecchio or la superbia opprima
come debil fanciul l'oppresse in prima."

79      Cos pregava il conte, e le preghiere
mosse dalla speranza in Dio secura
s'alzr volando a le celesti spere,
come va foco al ciel per sua natura.
L'accolse il Padre eterno, e fra le schiere
de l'essercito suo tolse a la cura
un che 'l difenda, e sano e vincitore
da le man di quell'empio il tragga fuore.

80      L'angelo, che fu gi custode eletto
da l'alta Providenza al buon Raimondo
insin dal primo d che pargoletto
se 'n venne a farsi peregrin del mondo,
or che di novo il Re del Ciel gli ha detto
che prenda in s de la difesa il pondo,
ne l'alta rocca ascende, ove de l'oste
divina tutte son l'arme riposte.

81      Qui l'asta si conserva onde il serpente
percosso giacque, e i gran fulminei strali,
e quegli ch'invisibili a la gente
portan l'orride pesti e gli altri mali;
e qui sospeso  in alto il gran tridente,
primo terror de'miseri mortali
quando egli avien che i fondamenti scota
de l'ampia terra, e le citt percota.

82      Si vedea fiammeggiar fra gli altri arnesi
scudo di lucidissimo diamante,
grande che pu coprir genti e paesi
quanti ve n'ha fra il Caucaso e l'Atlante;
e sogliono da questo esser difesi
principi giusti e citt caste e sante.
Questo l'angelo prende, e vien con esso
occultamente al suo Raimondo appresso.

83      Piene intanto le mura eran gi tutte
di varia turba, e 'l barbaro tiranno
manda Clorinda e molte genti instrutte,
che ferme a mezzo il colle oltre non vanno.
Da l'altro lato in ordine ridutte
alcune schiere di cristiani stanno,
e largamente a'duo campioni il campo
vto riman fra l'uno e l'altro campo.

84      Mirava Argante, e non vedea Tancredi,
ma d'ignoto campion sembianze nove.
Fecesi il conte inanzi, e: " Quel che chiedi,
" disse a lui "per tua ventura altrove.
Non superbir per, ch me qui vedi
apparecchiato a riprovar tue prove,
ch'io di lui posso sostener la vice
o venir come terzo a me qui lice."

85      Ne sorride il superbo, e gli risponde:
"Che fa dunque Tancredi? e dove stassi?
Minaccia il ciel con l'arme, e poi s'asconde
fidando sol ne'suoi fugaci passi;
ma fugga pur nel centro e 'n mezzo l'onde,
ch non fia loco ove securo il lassi."
"Menti" replica l'altro "a dir ch'uom tale
fugga da te, ch'assai di te pi vale."

86      Freme il circasso irato, e dice: "Or prendi
del campo tu, ch'in vece sua t'accetto;
e tosto e'si parr come difendi
l'alta follia del temerario detto."
Cos mossero in giostra, e i colpi orrendi
parimente drizzaro ambi a l'elmetto;
e 'l buon Raimondo ove mir scontrollo,
n dar gli fece ne l'arcion pur crollo.

87      Da l'altra parte il fero Argante corse
(fallo insolito a lui) l'arringo in vano,
ch 'l difensor celeste il colpo torse
dal custodito cavalier cristiano.
Le labra il crudo per furor si morse,
e ruppe l'asta bestemmiando al piano.
Poi tragge il ferro, e va contra Raimondo
impetuoso al paragon secondo.

88      E 'l possente corsiero urta per dritto,
quasi monton ch'al cozzo il capo abbassa.
Schiva Raimondo l'urto, al lato dritto
piegando il corso, e 'l fre in fronte e passa.
Torna di novo il cavalier d'Egitto,
ma quegli pur di novo a destra il lassa,
e pur su l'elmo il coglie, e 'ndarno sempre
ch l'elmo adamantine avea le tempre.

89      Ma il feroce pagan, che seco vle
pi stretta zuffa, a lui s'aventa e serra.
L'altro, ch'al peso di s vasta mole
teme d'andar co 'l suo destriero a terra,
qui cede, ed indi assale, e par che vle,
intorniando con girevol guerra,
e i lievi imperii il rapido cavallo
segue del freno, e non pone orma in fallo.

90      Qual capitan ch'oppugni eccelsa torre
infra paludi posta o in alto monte,
mille aditi ritenta, e tutte scorre
l'arti e le vie, cotal s'aggira il conte;
e poi che non pu scaglia d'arme trre
ch'armano il petto e la superba fronte,
fre i men forti arnesi, ed a la spada
cerca tra ferro e ferro aprir la strada.

91      Ed in due parti o in tre forate e fatte
l'arme nemiche ha gi tepide e rosse,
ed egli ancor le sue conserva intatte,
n di cimier, n d'un sol fregio scosse.
Argante indarno arrabbia, a vto batte
e spande senza pro l'ire e le posse;
non si stanca per, ma raddoppiando
va tagli e punte e si rinforza errando.

92      Al fin tra mille colpi il saracino
cala un fendente, e 'l conte  cos presso
che forse il velocissimo Aquilino
non sottraggeasi e rimaneane oppresso;
ma l'aiuto invisibile vicino
non manc lui di quel superno messo,
che stese il braccio e tolse il ferro crudo
sovra il diamante del celeste scudo.

93      Fragile  il ferro allor (ch non resiste
di fucina mortal tempra terrena
ad armi incorrottibili ed immiste
d'eterno fabro) e cade in su l'arena.
Il circasso, ch'andarne a terra ha viste
minutissime parti, il crede a pena;
stupisce poi, scorta la mano inerme,
ch'arme il campion nemico abbia s ferme;

94      e ben rotta la spada aver si crede
su l'altro scudo, onde  colui difeso,
e 'l buon Raimondo ha la medesma fede,
ch non sa gi chi sia dal ciel disceso.
Ma per ch'egli disarmata vede
la man nemica, si riman sospeso,
ch stima ignobil palma e vili spoglie
quelle ch'altrui con tal vantaggio toglie.

95      "Prendi" volea gi dirgli "un'altra spada",
quando novo pensier nacque nel core,
ch'alto scorno  de'suoi dove egli cada,
che di publica causa  difensore.
Cos n indegna a lui vittoria aggrada,
n in dubbio vuol porre il comune onore.
Mentre egli dubbio stassi, Argante lancia
il pomo e l'else a la nemica guancia,

96      e in quel tempo medesmo il destrier punge
e per venirne a lotta oltra si caccia.
La percossa lanciata a l'elmo giunge,
s che ne pesta al tolosan la faccia;
ma per nulla sbigottisce, e lunge
ratto si svia da le robuste braccia,
ed impiaga la man ch'a dar di piglio
venia pi fera che ferino artiglio.

97      Poscia gira da questa a quella parte,
e rigirasi a questa indi da quella;
e sempre, e dove riede e donde parte,
fre il pagan d'aspra percossa e fella.
Quanto avea di vigor, quanto avea d'arte,
quanto pu sdegno antico, ira novella,
a danno del circasso or tutto aduna,
e seco il Ciel congiura e la fortuna.

98      Quei di fine arme e di se stesso armato,
a i gran colpi resiste e nulla pave;
e par senza governo in mar turbato,
rotte vele ed antenne, eccelsa nave,
che pur contesto avendo ogni suo lato
tenacemente di robusta trave,
sdrusciti i fianchi al tempestoso flutto
non mostra ancor, n si dispera in tutto.

99      Argante, il tuo periglio allor tal era,
quando aiutarti Belzeb dispose.
Questi di cava nube ombra leggiera
(mirabil mostro) in forma d'uom compose;
e la sembianza di Clorinda altera
gli finse, e l'arme ricche e luminose:
diegli il parlare e senza mente il noto
suon de la voce, e 'l portamento e 'l moto.

100     Il simulacro ad Oradin, esperto
sagittario famoso, andonne e disse:
"O famoso Oradin, ch'a segno certo,
come a te piace, le quadrella affisse,
ah! gran danno saria s'uom di tal merto,
difensor di Giudea, cos morisse,
e di sue spoglie il suo nemico adorno
securo ne facesse a i suoi ritorno.

101     Qui fa'prova de l'arte, e le saette
tingi, nel sangue del ladron francese,
ch'oltra il perpetuo onor vuo'che n'aspette
premio al gran fatto egual dal re cortese."
Cos parl, n quegli in dubbio stette,
tosto che 'l suon de le promesse intese;
da la grave faretra un quadrel prende
e su l'arco l'adatta, e l'arco tende.

102     Sibila il teso nervo, e fuore spinto
vola il pennuto stral per l'aria e stride,
ed a percoter va dove del cinto
si congiungon le fibbie e le divide;
passa l'usbergo, e in sangue a pena tinto
qui su si ferma e sol la pelle incide,
ch 'l celeste guerrier soffrir non volse
ch'oltra passasse, e forza al colpo tolse.

103     Da l'usbergo lo stral si tragge il conte
ed ispicciarne fuori il sangue vede;
e con parlar pien di minaccie ed onte
rimprovera al pagan la rotta fede.
Il capitan, che non torcea la fronte
da l'amato Raimondo, allor s'avede
che violato  il patto, e perch grave
stima la piaga, ne sospira e pave;

104     e con la fronte le sue genti altere
e con la lingua a vendicarlo desta.
Vedi tosto inchinar gi le visiere,
lentare i freni e por le lancie in resta,
e quasi in un sol punto alcune schiere
da quella parte moversi e da questa.
Sparisce il campo, e la minuta polve
con densi globi al ciel s'inalza e volve.

105     D'elmi e scudi percossi e d'aste infrante
ne'primi scontri un gran romor s'aggira.
L giacere un cavallo, e girne errante
un altro l senza rettor si mira;
qui giace un guerrier morto, e qui spirante
altri singhiozza e geme, altri sospira.
Fera  la pugna, e quanto pi si mesce
e stringe insieme, pi s'inaspra e cresce.

106     Salta Argante nel mezzo agile e sciolto,
e toglie ad un guerrier ferrata mazza;
e rompendo lo stuol calcato e folto,
la rota intorno e si fa larga piazza.
E sol cerca Raimondo, e in lui sol vlto
ha il ferro e l'ira impetuosa e pazza,
e quasi avido lupo ei par che brame
ne le viscere sue pascer la fame.

107     Ma duro ad impedir viengli il sentiero
e fero intoppo, acci che 'l corso ei tardi.
Si trova incontra Ormanno, e con Ruggiero
di Balnavilla un Guido e duo Gherardi.
Non cessa, non s'allenta, anzi  pi fero
quanto ristretto  pi da que'gagliardi,
s come a forza da rinchiuso loco
se n'esce e move alte ruine il foco.

108     Uccide Ormanno, piaga Guido, atterra
Ruggiero infra gli estinti egro e languente,
ma contra lui crescon le turbe, e 'l serra
d'uomini e d'arme cerchio aspro e pungente.
Mentre in virt di lui pari la guerra
si mantenea fra l'una e l'altra gente,
il buon duce Buglion chiama il fratello,
ed a lui dice: "Or movi il tuo drapello,

109     e l dove battaglia  pi mortale
vattene ad investir nel lato manco."
Quegli si mosse, e fu lo scontro tale
ond'egli urt de gli nemici al fianco,
che parve il popol d'Asia imbelle e frale,
n pot sostener l'impeto franco,
che gli ordini disperde, e co'destrieri
l'insegne insieme abbatte e i cavalieri.

110     Da l'impeto medesmo in fuga  vlto
il destro corno; e non v' alcun che faccia
fuor ch'Argante difesa, a freno sciolto
cos il timor precipiti li caccia.
Egli sol ferma il passo e mostra il volto,
n chi con mani cento e cento braccia
cinquanta scudi insieme ed altrettante
spade movesse, or pi faria d'Argante.

111     Ei gli stocchi e le mazze, egli de l'aste
e de'corsieri l'impeto sostenta;
e solo par che 'ncontra tutti baste,
ed ora a questo ed ora a quel s'aventa.
Peste ha le membra e rotte l'arme e guaste,
e sudor versa e sangue, e par no 'l senta.
Ma cos l'urta il popol denso e 'l preme
ch'al fin lo svolge e seco il porta insieme.

112     Volge il tergo a la forza ed al furore
di quel diluvio che 'l rapisce e 'l tira;
ma non gi d'uom che fugga ha i passi e 'l core,
s'a l'opre de la mano il cor si mira.
Serbano ancora gli occhi il lor terrore
e le minaccie de la solita ira;
e cerca ritener con ogni prova
la fuggitiva turba, e nulla giova.

113     Non pu far quel magnanimo ch'almeno
sia lor fuga pi tarda e pi raccolta,
ch non ha la paura arte n freno,
n pregar qui n comandar s'ascolta.
Il pio Buglion, ch'i suoi pensieri a pieno
vede fortuna a favorir rivolta,
segue de la vittoria il lieto corso
e invia novello a i vincitor soccorso.

114     E se non che non era il d che scritto
Dio ne gli eterni suoi decreti avea,
quest'era forse il d che 'l campo invitto
de le sante fatiche al fin giungea.
Ma la schiera infernal, ch'in quel conflitto
la tirannide sua cader vedea,
sendole ci permesso, in un momento
l'aria in nube ristrinse e mosse il vento.

115     Da gli occhi de'mortali un negro velo
rapisce il giorno e 'l sole, e par ch'avampi
negro via pi ch'orror d'inferno il cielo,
cos fiammeggia infra baleni e lampi.
Fremono i tuoni, e pioggia accolta in gelo
si versa, e i paschi abbatte e inonda i campi.
Schianta i rami il gran turbo, e par che crolli
non pur le quercie ma le rocche e i colli.

116     L'acqua in un tempo, il vento e la tempesta
ne gli occhi a i Franchi impetuosa fre,
e l'improvisa violenza arresta
con un terror quasi fatal le schiere.
La minor parte d'esse accolta resta
(ch veder non le puote) a le bandiere.
Ma Clorinda, che quindi alquanto  lunge
prende opportuno il tempo e 'l destrier punge.

117     Ella gridava a i suoi: "Per noi combatte,
compagni, il Cielo, e la giustizia aita;
da l'ira sua le faccie nostre intatte
sono, e non  la destra indi impedita,
e ne la fronte solo irato ei batte
de la nemica gente impaurita,
e la scote de l'arme, e de la luce
la priva: andianne pur, ch 'l fato  duce."

118     Cos spinge le genti, e ricevendo
sol nelle spalle l'impeto d'inferno,
urta i Francesi con assalto orrendo,
e i vani colpi lor si prende a scherno.
Ed in quel tempo Argante anco volgendo
fa de'gi vincitor aspro governo,
e quei lasciando il campo a tutto corso
volgono al ferro, a le procelle il dorso.

119     Percotono le spalle a i fuggitivi
l'ire immortali e le mortali spade,
e 'l sangue corre e fa, commisto a i rivi
de la gran pioggia, rosseggiar le strade.
Qui tra 'l vulgo de'morti e de'mal vivi
e Pirro e 'l buon Ridolfo estinto cade;
e toglie a questo il fier circasso l'alma,
e Clorinda di quello ha nobil palma.

120     Cos fuggiano i Franchi, e di lor caccia
non rimaneano i Siri anco o i demoni.
Sol contra l'arme e contra ogni minaccia
di granuole, di turbini e di tuoni
volgea Goffredo la secura faccia,
rampognando aspramente i suoi baroni;
e, fermo anzi la porta il gran cavallo,
le genti sparse raccogliea nel vallo.

121     E ben due volte il corridor sospinse
contra il feroce Argante e lui ripresse,
ed altrettante il nudo ferro spinse
dove le turbe ostili eran pi spesse;
al fin con gli altri insieme ei si ristrinse
dentro a i ripari, e la vittoria cesse.
Tornano allora i saracini, e stanchi
restan nel vallo e sbigottiti i Franchi.

122     N quivi ancor de l'orride procelle
ponno a pieno schivar la forza e l'ira,
ma sono estinte or queste faci or quelle,
e per tutto entra l'acqua e 'l vento spira.
Squarcia le tele e spezza i pali, e svelle
le tende intere e lunge indi le gira;
la pioggia a i gridi, a i venti, a i tuon s'accorda
d'orribile armonia che 'l mondo assorda.



. CANTO OTTAVO.

1       Gi cheti erano i tuoni e le tempeste
e cessato il soffiar d'Austro e di Coro,
e l'alba uscia de la magion celeste
con la fronte di rose e co'pi d'oro.
Ma quei che le procelle avean gi deste
non rimaneansi ancor da l'arti loro,
anzi l'un d'essi, ch'Astragorre  detto,
cos parlava a la compagna Aletto:

2       "Mira, Aletto, venirne (ed impedito
esser non pu da noi) quel cavaliero
che da le fere mani  vivo uscito
del sovran difensor del nostro impero.
Questi, narrando del suo duce ardito
e de'compagni a i Franchi il caso fero,
paleser gran cose; onde  periglio
che si richiami di Bertoldo il figlio.

3       Sai quanto ci rilevi e se conviene
a i gran princpi oppor forza ed inganno.
Scendi tra i Franchi adunque, e ci ch'a bene
colui dir tutto rivolgi in danno:
spargi le fiamme e 'l tsco entro le vene
del Latin, de l'Elvezio e del Britanno,
movi l'ire e i tumulti a fa'tal opra
che tutto vada il campo al fin sossopra.

4       L'opra  degna di te, tu nobil vanto
te 'n dsti gi dinanzi al signor nostro."
Cos le parla, e basta ben sol tanto
perch prenda l'impresa il fero mostro.
Giunto  su 'l vallo dei cristiani intanto
quel cavaliero il cui venir fu mostro,
e disse lor: "Deh, sia chi m'introduca
per mercede, o guerrieri, al sommo duca."

5       Molti scorta gli furo al capitano,
vaghi d'udir del peregrin novelle.
Egli inchinollo, e l'onorata mano
volea baciar che fa tremar Babelle;
"Signor," poi dice "che con l'oceano
termini la tua fama e con le stelle,
venirne a te vorrei pi lieto messo."
Qui sospirava, e soggiungeva appresso:

6       "Sveno, del re de'Dani unico figlio,
gloria e sostegno a la cadente etade,
esser tra quei bram che 'l tuo consiglio
seguendo han cinto per Gies le spade;
n timor di fatica o di periglio,
n vaghezza del regno, n pietade
del vecchio genitor, s degno affetto
intepidr nel generoso petto.

7       Lo spingeva un desio d'apprender l'arte
de la milizia faticosa e dura
da te, s nobil mastro, e sentia in parte
sdegno e vergogna di sua fama oscura,
gi di Rinaldo il nome in ogni parte
con gloria udendo in verdi anni matura;
ma pi ch'altra cagione, il mosse il zelo
non del terren ma de l'onor del Cielo.

8       Precipit dunque gli indugi, e tolse
stuol di scelti compagni audace e fero,
e dritto invr la Tracia il camin volse
a la citt che sede  de l'impero.
Qui il greco Augusto in sua magion l'accolse,
qui poi giunse in tuo nome un messaggiero.
Questi a pien gli narr come gi presa
fosse Antiochia, e come poi difesa;

9       difesa incontra al Perso, il qual con tanti
uomini armati ad assediarvi mosse,
che sembrava che d'arme e d'abitanti
vto il gran regno suo rimaso fosse.
Di te gli disse, e poi narr d'alquanti
sin ch'a Rinaldo giunse, e qui fermosse;
cont l'ardita fuga, e ci che poi
fatto di glorioso avea tra voi.

10      Soggiunse al fin come gi il popol franco
veniva a dar l'assalto a queste porte;
e invit lui ch'egli volesse almanco
de l'ultima vittoria esser consorte.
Questo parlare al giovenetto fianco
del fero Sveno  stimolo s forte,
ch'ogn'ora un lustro pargli infra pagani
rotar il ferro e insanguinar le mani.

11      Par che la sua vilt rimproverarsi
senta ne l'altrui gloria, e se ne rode;
e ch'il consiglia e ch'il prega a fermarsi,
o che non l'essaudisce o che non l'ode.
Rischio non teme, fuor che 'l non trovarsi
de'tuoi gran rischi a parte e di tua lode;
questo gli sembra sol periglio grave,
de gli altri o nulla intende o nulla pave.

12      Egli medesmo sua fortuna affretta,
fortuna che noi tragge e lui conduce,
per ch'a pena al suo partire aspetta
i primi rai de la novella luce.
 per miglior la via pi breve eletta;
tale ei la stima, ch' signor e duce,
n i passi pi difficili o i paesi
schivar si cerca de'nemici offesi.

13      Or difetto di cibo, or camin duro
trovammo, or violenza ed or aguati;
ma tutti fur vinti i disagi, e furo
or uccisi i nemici ed or fugati.
Fatto avean ne'perigli ogn'uom securo
le vittorie e insolenti i fortunati,
quando un d ci accampammo ove i confini
non lunge erano omai de'Palestini.

14      Quivi da i precursori a noi vien detto
ch'alto strepito d'arme avean sentito,
e viste insegne e indizi onde han sospetto
che sia vicino essercito infinito.
Non pensier, non color, non cangia aspetto,
non muta voce il signor nostro ardito,
bench molti vi sian ch'al fero aviso
tingan di bianca pallidezza il viso.

15      Ma dice: `Oh quale omai vicina abbiamo
corona o di martirio o di vittoria!
L'una spero io ben pi, ma non men bramo
l'altra ove  maggior merto e pari gloria.
Questo campo, o fratelli, ove or noi siamo,
fia tempio sacro ad immortal memoria,
in cui l'et futura additi e mostri
le nostre sepolture e i trofei nostri.'

16      Cos parla, e le guardie indi dispone
e gli uffici comparte e la fatica.
Vuol ch'armato ognun giaccia, e non depone
ei medesmo gli arnesi o la lorica.
Era la notte ancor ne la stagione
ch' pi del sonno e del silenzio amica,
allor che d'urli barbareschi udissi
romor che giunse al cielo ed a gli abissi.

17      Si grida `A l'armi! a l'armi!', e Sveno involto
ne l'armi inanzi a tutti oltre si spinge,
e magnanimamente i lumi e 'l volto
di color d'ardimento infiamma e tinge.
Ecco siamo assaliti, e un cerchio folto
da tutti i lati ne circonda e stringe,
e intorno un bosco abbiam d'aste e di spade
e sovra noi di strali un nembo cade.

18      Ne la pugna inegual (per che venti
gli assalitori sono incontra ad uno)
molti d'essi piagati e molti spenti
son da cieche ferite a l'aer bruno;
ma il numero de gli egri e de'cadenti
fra l'ombre oscure non discerne alcuno:
copre la notte i nostri danni, e l'opre
de la nostra virtute insieme copre.

19      Pur s fra gli altri Sveno alza la fronte
ch'agevol cosa  che veder si possa,
e nel buio le prove anco son conte
a chi vi mira, e l'incredibil possa.
Di sangue un rio, d'uomini uccisi un monte
d'ogni intorno gli fanno argine e fossa;
e dovunque ne va, sembra che porte
lo spavento ne gli occhi, e in man la morte.

20      Cos pugnato fu sin che l'albore
rosseggiando nel ciel gi n'apparia.
Ma poi che scosso fu il notturno orrore
che l'orror de le morti in s copria,
la desiata luce a noi terrore
con vista accrebbe dolorosa e ria,
ch pien d'estinti il campo e quasi tutta
nostra gente vedemmo omai destrutta.

21      Duomila fummo, e non siam cento. Or quando
tanto sangue egli mira e tante morti,
non so se 'l cuor feroce al miserando
spettacolo si turbi e si sconforti;
ma gi no 'l mostra, anzi la voce alzando:
`Seguiam'ne grida `que'compagni forti
ch'al Ciel lunge da i laghi averni e stigi
n'han segnati co 'l sangue alti vestigi.'

22      Disse, e lieto (credo io) de la vicina
morte cos nel cor come al sembiante,
incontra alla barbarica ruina
portonne il petto intrepido e costante.
Tempra non sosterrebbe, ancor che fina
fosse e d'acciaio no, ma di diamante,
i feri colpi, onde egli il campo allaga,
e fatto  il corpo suo solo una piaga.

23      La vita no, ma la virt sostenta
quel cadavero indomito e feroce.
Ripercote percosso e non s'allenta,
ma quanto offeso  pi tanto pi noce.
Quando ecco furiando a lui s'aventa
uom grande, c'ha sembiante e guardo atroce;
e dopo lunga ed ostinata guerra,
con l'aita di molti al fin l'atterra.

24      Cade il garzone invitto (ahi caso amaro!),
n v' fra noi chi vendicare il possa.
Voi chiamo in testimonio, o del mio caro
signor sangue ben sparso e nobil ossa,
ch'allor non fui de la mia vita avaro,
n schivai ferro n schivai percossa;
e se piaciuto pur fosse l sopra
ch'io vi morissi, il meritai con l'opra.

25      Fra gli estinti compagni io sol cadei
vivo, n vivo forse  chi mi pensi;
n de'nemici pi cosa saprei
ridir, s tutti avea sopiti i sensi.
Ma poi che torn il lume a gli occhi miei,
ch'eran d'atra caligine condensi,
notte mi parve, ed a lo sguardo fioco
s'offerse il vacillar d'un picciol foco.

26      Non rimaneva in me tanta virtude
ch'a discerner le cose io fossi presto,
ma vedea come quei ch'or apre or chiude
gli occhi, mezzo tra 'l sonno e l'esser desto;
e 'l duolo omai de le ferite crude
pi cominciava a farmisi molesto,
ch l'inaspria l'aura notturna e 'l gelo
in terra nuda e sotto aperto cielo.

27      Pi e pi ognor s'avicinava intanto
quel lume e insieme un tacito bisbiglio,
s ch'a me giunse e mi si pose a canto.
Alzo allor, bench'a pena, il debil ciglio
e veggio due vestiti in lungo manto
tener due faci, e dirmi sento: `O figlio,
confida in quel Signor ch'a'pii soviene,
e con la grazia i preghi altrui previene.'

28      In tal guisa parlommi: indi la mano
benedicendo sovra me distese;
e susurr con suon devoto e piano
voci allor poco udite e meno intese.
`Sorgi', poi disse; ed io leggiero e sano
sorgo, e non sento le nemiche offese
(oh miracol gentile!), anzi mi sembra
piene di vigor novo aver le membra.

29      Stupido lor riguardo, e non ben crede
l'anima sbigottita il certo e il vero;
onde l'un d'essi a me: `Di poca fede,
che dubbii? o che vaneggia il tuo pensiero?
Verace corpo  quel che 'n noi si vede:
servi siam di Gies, che 'l lusinghiero
mondo e 'l suo falso dolce abbiam fuggito,
e qui viviamo in loco erto e romito.

30      Me per ministro a tua salute eletto
ha quel Signor che 'n ogni parte regna,
ch per ignobil mezzo oprar effetto
meraviglioso ed alto egli non sdegna,
n men vorr che s resti negletto
quel corpo in cui gi visse alma s degna,
lo qual con essa ancor, lucido e leve
e immortal fatto, riunir si deve.

31      Dico il corpo di Sveno a cui fia data
tomba, a tanto valor conveniente,
la qual a dito mostra ed onorata
ancor sar da la futura gente.
Ma leva omai gli occhi a le stelle, e guata
l splender quella, come un sol lucente;
questa co'vivi raggi or ti conduce
l dove  il corpo del tuo nobil duce.'

32      Allor vegg'io che da la bella face,
anzi dal sol notturno, un raggio scende
che dritto l dove il gran corpo giace,
quasi aureo tratto di pennel, si stende;
e sovra lui tal lume e tanto face
ch'ogni sua piaga ne sfavilla e splende,
e subito da me si raffigura
ne la sanguigna orribile mistura.

33      Giacea, prono non gi, ma come vlto
ebbe sempre a le stelle il suo desire,
dritto ei teneva inverso il cielo il volto
in guisa d'uom che pur l suso aspire.
Chiusa la destra e 'l pugno avea raccolto
e stretto il ferro, e in atto  di ferire;
l'altra su 'l petto in modo umile e pio
si posa, e par che perdon chieggia a Dio.

34      Mentre io le piaghe sue lavo co 'l pianto,
n per sfogo il duol che l'alma accora,
gli apr la chiusa destra il vecchio santo,
e 'l ferro che stringea trattone fora:
`Questa'a me disse `ch'oggi sparso ha tanto
sangue nemico, e n' vermiglia ancora,
 come sai perfetta, e non  forse
altra spada che debba a lei preporse.

35      Onde piace l su che, s'or la parte
dal suo primo signor acerba morte,
oziosa non resti in questa parte,
ma di man passi in mano ardita e forte
che l'usi poi con egual forza ed arte,
ma pi lunga stagion con lieta sorte;
e con lei faccia, perch a lei s'aspetta,
di chi Sveno le uccise aspra vendetta.

36      Soliman Sveno uccise, e Solimano
de per la spada sua restarne ucciso.
Prendila dunque, e vanne ov'il cristiano
campo fia intorno a l'alte mura assiso;
e non temer che nel paese estrano
ti sia il sentier di novo anco preciso,
ch t'agevoler per l'aspra via
l'alta destra di Lui ch'or l t'invia.

37      Quivi Egli vuol che da cotesta voce,
che viva in te serv, si manifesti
la pietate, il valor, l'ardir feroce
che nel diletto tuo signor vedesti,
perch a segnar de la purpurea Croce
l'arme con tale essempio altri si desti,
ed ora e dopo un corso anco di lustri
infiammati ne sian gli animi illustri.

38      Resta che sappia tu chi sia colui
che deve de la spada esser erede.
Questi  Rinaldo, il giovenetto a cui
il pregio di fortezza ogn'altro cede.
A lui la porgi, e di'che sol da lui
l'alta vedetta il Cielo e 'l mondo chiede.'
Or mentre io le sue voci intento ascolto,
fui da miracol novo a s rivolto,

39      ch l dove il cadavero giacea
ebbi improviso un gran sepolcro scorto,
che sorgendo rinchiuso in s l'avea,
come non so n con qual arte sorto;
e in brevi note altrui vi si sponea
il nome e la virt del guerrier morto.
Io non sapea da tal vista levarmi,
mirando ora le lettre ed ora i marmi.

40      `Qui'disse il vecchio `appresso a i fidi amici
giacer del tuo duce il corpo ascoso,
mentre gli spirti amando in Ciel felici
godon perpetuo bene e glorioso.
Ma tu co 'l pianto omai gli estremi uffici
pagato hai loro, e tempo  di riposo.
Oste mio ne sarai sin ch'al viaggio
matutin ti risvegli il novo raggio.'

41      Tacque, e per lochi ora sublimi or cupi
mi scrse onde a gran pena il fianco trassi,
sin ch'ove pende da selvaggie rupi
cava spelonca raccogliemmo i passi.
Questo  il suo albergo: ivi fra gli orsi e i lupi
co 'l discepolo suo securo stassi,
ch difesa miglior ch'usbergo e scudo
 la santa innocenza al petto ignudo.

42      Silvestre cibo e duro letto porse
quivi a le membra mie posa e ristoro.
Ma poi ch'accesi in oriente scorse
i raggi del mattin purpurei e d'oro,
vigilante ad orar subito sorse
l'uno e l'altro eremita, ed io con loro.
Dal santo vecchio poi congedo tolsi
e qui, dov'egli consigli, mi volsi."

43      Qui si tacque il tedesco, e gli rispose
il pio Buglione: "O cavalier, tu porte
dure novelle al campo e dolorose
onde a ragion si turbi e si sconforte,
poi che genti s amiche e valorose
breve ora ha tolte e poca terra absorte,
e in guisa d'un baleno il signor vostro
s' in un sol punto dileguato e mostro.

44      Ma che? felice  cotal morte e scempio
via pi ch'acquisto di provincie e d'oro,
n dar l'antico Campidoglio essempio
d'alcun pu mai s glorioso alloro.
Essi del ciel nel luminoso tempio
han corona immortal del vincer loro:
ivi credo io che le sue belle piaghe
ciascun lieto dimostri e se n'appaghe.

45      Ma tu, che a le fatiche ed al periglio
ne la milizia ancor resti del mondo,
devi gioir de'lor trionfi, e 'l ciglio
render quanto conviene omai giocondo;
e perch chiedi di Bertoldo il figlio,
sappi ch'ei fuor de l'oste  vagabondo,
n lodo io gi che dubbia via tu prenda
pria che di lui certa novella intenda."

46      Questo lor ragionar ne l'altrui mente
di Rinaldo l'amor desta e rinova,
e v' chi dice: "Ahi! fra pagana gente
il giovenetto errante or si ritrova."
E non v' quasi alcun che non rammente,
narrando al dano, i suoi gran fatti a prova;
e de l'opere sue la lunga tela
con istupor gli si dispiega e svela.

47      Or quando del garzon la rimembranza
avea gli animi tutti inteneriti,
ecco molti tornar, che per usanza
eran d'intorno a depredare usciti.
Conducean questi seco in abbondanza
e mandre di lanuti e buoi rapiti
e biade ancor, bench non molte, e strame
che pasca de'corsier l'avida fame.

48      E questi di sciagura aspra e noiosa
segno portr che 'n apparenza  certo:
rotta del buon Rinaldo e sanguinosa
la sopravesta ed ogni arnese aperto.
Tosto si sparse (e chi potria tal cosa
tener celata?) un romor vario e incerto.
Corre il vulgo dolente a le novelle
del guerriero e de l'arme, e vuol vedelle.

49      Vede, e conosce ben l'immensa mole
del grand'usbergo e 'l folgorar del lume,
e l'arme tutte ove  l'augel ch'al sole
prova i suoi figli e mal crede a le piume;
ch di vederle gi primiere o sole
ne le imprese pi grandi ebbe in costume,
ed or non senza alta pietate ed ira
rotte e sanguigne ivi giacer le mira.

50      Mentre bisbiglia il campo, e la cagione
de la morte di lui varia si crede,
a s chiama Aliprando il pio Buglione,
duce di quei che ne portr le prede,
uom di libera mente e di sermone
veracissimo e schietto, ed a lui chiede:
"Di'come e donde tu rechi quest'arme,
e di buono o di reo nulla celarme."

51      Gli rispose colui: "Di qui lontano
quanto in duo giorni un messaggiero andria,
verso il confin di Gaza un picciol piano
chiuso tra colli alquanto  fuor di via;
e in lui d'alto deriva e lento e piano
tra pianta e pianta un fiumicel s'invia,
e d'arbori e di macchie ombroso e folto
opportuno a l'insidie il loco  molto.

52      Qui greggia alcuna cercavam che fosse
venuta a i paschi de l'erbose sponde,
e in su l'erbe miriam di sangue rosse
giacerne un guerrier morto in riva a l'onde.
A l'arme ed a l'insegne ogn'uom si mosse,
che furon conosciute ancor che immonde.
Io m'appressai per discoprirgli il viso,
ma trovai ch'era il capo indi reciso.

53      Mancava ancor la destra, e 'l busto grande
molte ferite avea dal tergo al petto;
e non lontan, con l'aquila che spande
le candide ali, giacea il vto elmetto.
Mentre cerco d'alcuno a cui dimande,
un villanel sopragiungea soletto
che 'ndietro il passo per fuggirne torse
subitamente che di noi s'accorse.

54      Ma seguitato e preso, a la richiesta
che noi gli facevamo, al fin rispose
che 'l giorno inanti uscir de la foresta
scorse molti guerrieri, onde ei s'ascose;
e ch'un d'essi tenea recisa testa
per le sue chiome bionde e sanguinose,
la qual gli parve, rimirando intento,
d'uom giovenetto e senza peli al mento;

55      e che 'l medesmo poco poi l'avolse
in un zendado da l'arcion pendente.
Soggiunse ancor ch'a l'abito raccolse
ch'erano i cavalier di nostra gente.
Io spogliar feci il corpo, e s me 'n dolse
che piansi nel sospetto amaramente,
e portai meco l'arme e lasciai cura
ch'avesse degno onor di sepoltura.

56      Ma se quel nobil tronco  quel ch'io credo,
altra tomba, altra pompa egli ben merta."
Cos detto, Aliprando ebbe congedo,
per che cosa non avea pi certa.
Rimase grave e sospir Goffredo;
pur nel tristo pensier non si raccerta,
e con pi chiari segni il monco busto
conoscer vuole e l'omicida ingiusto.

57      Sorgea la notte intanto, e sotto l'ali
ricopriva del cielo i campi immensi;
e 'l sonno, ozio de l'alme, oblio de'mali,
lusingando sopia le cure e i sensi.
Tu sol punto, Argillan, d'acuti strali
d'aspro dolor, volgi gran cose e pensi,
n l'agitato sen n gli occhi ponno
la quiete raccrre o 'l molle sonno.

58      Costui pronto di man, di lingua ardito,
impetuoso e fervido d'ingegno,
nacque in riva del Tronto e fu nutrito
ne le risse civil d'odio e di sdegno;
poscia in essiglio spinto, i colli e 'l lito
empi di sangue e depred quel regno,
sin che ne l'Asia a guerreggiar se 'n venne
e per fama miglior chiaro divenne.

59      Al fin questi su l'alba i lumi chiuse;
n gi fu sonno il suo queto e soave,
ma fu stupor ch'Aletto al cor gl'infuse,
non men che morte sia profondo e grave.
Sono le interne sue virt deluse
e riposo dormendo anco non have,
ch la furia crudel gli s'appresenta
sotto orribili larve e lo sgomenta.

60      Gli figura un gran busto, ond' diviso
il capo e de la destra il braccio  mozzo,
e sostien con la manca il teschio inciso,
di sangue e di pallor livido e sozzo.
Spira e parla spirando il morto viso,
e 'l parlar vien co 'l sangue e co 'l singhiozzo:
"Fuggi, Argillan; non vedi omai la luce?
Fuggi le tende infami e l'empio duce.

61      Chi dal fero Goffredo e da la frode
ch'uccise me, voi, cari amici, affida?
D'astio dentro il fellon tutto si rode,
e pensa sol come voi meco uccida.
Pur, se cotesta mano a nobil lode
aspira, e in sua virt tanto si fida,
non fuggir, no; plachi il tiranno essangue
lo spirto mio co 'l suo maligno sangue.

62      Io sar teco, ombra di ferro e d'ira
ministra, e t'armer la destra e 'l seno."
Cos gli parla, e nel parlar gli spira
spirito novo di furor ripieno.
Si rompe il sonno, e sbigottito ei gira
gli occhi gonfi di rabbia e di veneno;
ed armato ch'egli , con importuna
fretta i guerrier d'Italia insieme aduna.

63      Gli aduna l dove sospese stanno
l'arme del buon Rinaldo, e con superba
voce il furore e 'l conceputo affanno
in tai detti divulga e disacerba:
"Dunque un popolo barbaro e tiranno,
che non prezza ragion, che f non serba,
che non fu mai di sangue e d'or satollo,
ne terr 'l freno in bocca e 'l giogo al collo?

64      Ci che sofferto abbiam d'aspro e d'indegno
sette anni omai sotto s iniqua soma,
 tal ch'arder di scorno, arder di sdegno
potr da qui a mill'anni Italia e Roma.
Taccio che fu da l'arme e da l'ingegno
del buon Tancredi la Cilicia doma,
e ch'ora il Franco a tradigion la gode,
e i premi usurpa del valor la frode.

65      Taccio ch'ove il bisogno e 'l tempo chiede
pronta man, pensier fermo, animo audace,
alcuno ivi di noi primo si vede
portar fra mille morti o ferro o face;
quando le palme poi, quando le prede
si dispensan ne l'ozio e ne la pace,
nostri in parte non son, ma tutti loro
i trionfi, gli onor, le terre e l'oro.

66      Tempo forse gi fu che gravi e strane
ne potevan parer s fatte offese;
quasi lievi or le passo: orrenda, immane
ferit leggierissime l'ha rese.
Hanno ucciso Rinaldo, e con l'umane
l'alte leggi divine han vilipese.
E non fulmina il Cielo? e non l'inghiotte
la terra entro la sua perpetua notte?

67      Rinaldo han morto, il qual fu spada e scudo
di nostra fede; ed ancor giace inulto?
inulto giace e su 'l terreno ignudo
lacerato il lasciaro ed insepulto.
Ricercate saper chi fosse il crudo?
A chi pote, o compagni, esser occulto?
Deh! chi non sa quanto al valor latino
portin Goffredo invidia e Baldovino?

68      Ma che cerco argomenti? Il Cielo io giuro
(il Ciel che n'ode e ch'ingannar non lice),
ch'allor che si rischiara il mondo oscuro,
spirito errante il vidi ed infelice.
Che spettacolo, oim, crudele e duro!
Quai frode di Goffredo a noi predice!
Io 'l vidi, e non fu sogno; e ovunque or miri,
par che dinanzi a gli occhi miei s'aggiri.

69      Or che faremo noi? de quella mano,
che di morte s ingiusta  ancora immonda,
reggerci sempre? o pur vorrem lontano
girne da lei, dove l'Eufrate inonda,
dove a popolo imbelle in fertil piano
tante ville e citt nutre e feconda,
anzi a noi pur? Nostre saranno, io spero,
n co'Franchi comune avrem l'impero.

70      Andianne, e resti invendicato il sangue
(se cos parvi) illustre ed innocente,
bench, se la virt che fredda langue
fosse ora in voi quanto dovrebbe ardente,
questo che divor, pestifero angue,
il pregio e 'l fior de la latina gente,
daria con la sua morte e con lo scempio
a gli altri mostri memorando essempio.

71      Io, io vorrei, se 'l vostro alto valore,
quanto egli pu, tanto voler osasse,
ch'oggi per questa man ne l'empio core,
nido di tradigion, la pena entrasse."
Cos parla agitato, e nel furore
e ne l'impeto suo ciascuno ei trasse.
"Arme! arme!" freme il forsennato, e insieme
la giovent superba "Arme! arme!" freme.

72      Rota Aletto fra lor la destra armata,
e co 'l foco il venen ne'petti mesce.
Lo sdegno, la follia, la scelerata
sete del sangue ognor pi infuria e cresce;
e serpe quella peste e si dilata,
e de gli alberghi italici fuor n'esce,
e passa fra gli Elvezi, e vi s'apprende,
e di l poscia a gli Inghilesi tende.

73      N sol l'estrane genti avien che mova
il duro caso e 'l gran publico danno,
ma l'antiche cagioni a l'ira nova
materia insieme e nutrimento danno.
Ogni sopito sdegno or si rinova:
chiamano il popol franco empio e tiranno,
e in superbe minaccie esce diffuso
l'odio che non pu starne omai pi chiuso.

74      Cos nel cavo rame umor che bolle
per troppo foco, entro gorgoglia e fuma;
n capendo in se stesso, al fin s'estolle
sovra gli orli del vaso, e inonda e spuma.
Non bastano a frenare il vulgo folle
que'pochi a cui la mente il vero alluma;
e Tancredi e Camillo eran lontani,
Guglielmo e gli altri in podest soprani.

75      Corrono gi precipitosi a l'armi
confusamente i popoli feroci,
e gi s'odon cantar bellici carmi
sediziose trombe in fere voci.
Gridano intanto al pio Buglion che s'armi
molti di qua di l nunzi veloci,
e Baldovin inanzi a tutti armato
gli s'appresenta e gli si pone a lato.

76      Egli, ch'ode l'accusa, i lumi al cielo
drizza e pur come suole a Dio ricorre:
"Signor, tu che sai ben con quanto zelo
la destra mia del civil sangue aborre,
tu squarcia a questi de la mente il velo,
e reprimi il furor che s trascorre;
e l'innocenza mia, che cost sopra
 nota, al mondo cieco anco si scopra."

77      Tacque, e dal Cielo infuso ir fra le vene
sentissi un novo inusitato caldo.
Colmo d'alto vigor, d'ardita spene
che nel volto si sparge e 'l fa pi baldo,
e da'suoi circondato, oltre se 'n viene
contra chi vendicar credea Rinaldo;
n, perch d'arme e di minaccie ei senta
fremito d'ogni intorno, il passo allenta.

78      Ha la corazza indosso, e nobil veste
riccamente l'adorna oltra 'l costume.
Nudo  le mani e 'l volto, e di celeste
maest vi risplende un novo lume:
scote l'aurato scettro, e sol con queste
arme acquetar quegli impeti presume.
Tal si mostra a coloro e tal ragiona,
n come d'uom mortal la voce suona:

79      "Quali stolte minaccie e quale or odo
vano strepito d'arme? e chi il commove?
Cos qui riverito e in questo modo
noto son io, dopo s lunghe prove,
ch'ancor v' chi sospetti e chi di frodo
Goffredo accusi? e chi l'accuse approve?
Forse aspettate ancor ch'a voi mi pieghi,
e ragioni v'adduca e porga preghi?

80      Ah non sia ver che tanta indignitate
la terra piena del mio nome intenda.
Me questo scettro, me de l'onorate
opre mie la memoria e 'l ver difenda;
e per or la giustizia a la pietate
ceda, n sovra i rei la pena scenda.
A gli altri merti or questo error perdono,
ed al vostro Rinaldo anco vi dono.

81      Co 'l sangue suo lavi il comun difetto
solo Argillan, di tante colpe autore,
che, mosso a leggierissimo sospetto,
sospinti gli altri ha nel medesmo errore."
Lampi e folgori ardean nel regio aspetto,
mentre ei parl, di maest, d'onore;
tal ch'Argillano attonito e conquiso
teme (chi 'l crederia?) l'ira d'un viso.

82      E 'l vulgo, ch'anzi irriverente, audace,
tutto fremer s'udia d'orgogli e d'onte,
e ch'ebbe al ferro, a l'aste ed a la face
che 'l furor ministr, le man s pronte,
non osa (e i detti alteri ascolta, e tace)
fra timor e vergogna alzar la fronte,
e sostien ch'Argillano, ancor che cinto
de l'arme lor, sia da'ministri avinto.

83      Cos leon, ch'anzi l'orribil coma
con muggito scotea superbo e fero,
se poi vede il maestro onde fu doma
la natia ferit del core altero,
pu del giogo soffrir l'ignobil soma
e teme le minaccie e 'l duro impero,
n i gran velli, i gran denti e l'ugne c'hanno
tanta in s forza, insuperbire il fanno.

84       fama che fu visto in volto crudo
ed in atto feroce e minacciante
un alato guerrier tener lo scudo
de la difesa al pio Buglion davante,
e vibrar fulminando il ferro ignudo
che di sangue vedeasi ancor stillante:
sangue era forse di citt, di regni,
che provocr del Cielo i tardi sdegni.

85      Cos, cheto il tumulto, ognun depone
l'arme, e molti con l'arme il mal talento;
e ritorna Goffredo al padiglione,
a varie cose, a nove imprese intento,
ch'assalir la cittate egli dispone
pria che 'l secondo o 'l terzo d sia spento;
e rivedendo va l'incise travi,
gi in machine conteste orrende e gravi.



. CANTO NONO.

1       Ma il gran mostro infernal, che vede queti
que'gi torbidi cori e l'ire spente,
e cozzar contra 'l fato e i gran decreti
svolger non pu de l'immutabil Mente,
si parte, e dove passa i campi lieti
secca, e pallido il sol si fa repente;
e d'altre furie ancora e d'altri mali
ministra, a nova impresa affretta l'ali.

2       Ella, che dall'essercito cristiano
per industria sapea de'suoi consorti
il figliuol di Bertoldo esser lontano,
Tancredi e gli altri pi temuti e forti,
disse: "Che pi s'aspetta? or Solimano
inaspettato venga e guerra porti.
Certo (o ch'io spero) alta vittoria avremo
di campo mal concorde e in parte scemo."

3       Ci detto, vola ove fra squadre erranti,
fattosen duce, Soliman dimora,
quel Soliman di cui non fu tra quanti
ha Dio rubelli, uom pi feroce allora
n se per nova ingiuria i suoi giganti
rinovasse la terra, anco vi fra.
Questi fu re de'Turchi ed in Nicea
la sede de l'imperio aver solea,

4       e distendeva incontra a i greci lidi
dal Sangario al Meandro il suo confine,
ove albergr gi Misi e Frigi e Lidi,
e le genti di Ponto e le bitine;
ma poi che contra i Turchi e gli altri infidi
passr ne l'Asia l'arme peregrine,
fur sue terre espugnate, ed ei sconfitto
ben fu due fiate in general conflitto.

5       Ma riprovata avendo in van la sorte
e spinto a forza dal natio paese,
ricover del re d'Egitto in corte,
ch'oste gli fu magnanimo e cortese;
ed ebbe a grado che guerrier s forte
gli s'offrisse compagno a l'alte imprese,
proposto avendo gi vietar l'acquisto
di Palestina a i cavalier di Cristo.

6       Ma prima ch'egli apertamente loro
la destinata guerra annunziasse,
volle che Solimano, a cui molto oro
di per tal uso, gli Arabi assoldasse.
Or mentre ei d'Asia e dal paese moro
l'oste accogliea, Soliman venne e trasse
agevolmente a s gli Arabi avari,
ladroni in ogni tempo o mercenari.

7       Cos fatto lor duce, or d'ogni intorno
la Giudea scorre, e fa prede e rapine
s che 'l venire  chiuso e 'l far ritorno
da l'essercito franco a le marine;
e rimembrando ognor l'antico scorno
e de l'imperio suo l'alte ruine,
cose maggior nel petto acceso volve,
ma non ben s'assecura o si risolve.

8       A costui viene Aletto, e da lei tolto
 'l sembiante d'un uom d'antica etade:
vta di sangue, empie di crespe il volto,
lascia barbuto il labro e 'l mento rade,
dimostra il capo in lunghe tele avolto,
la veste oltra 'l ginocchio al pi gli cade,
la scimitarra al fianco, e 'l tergo carco
de la faretra, e ne le mani ha l'arco.

9       "Noi" gli dice ella "or trascorriam le vte
piaggie e l'arene sterili e deserte,
ove n far rapina omai si pote,
n vittoria acquistar che loda merte.
Goffredo intanto la citt percote,
e gi le mura ha con le torri aperte;
e gi vedrem, s'ancor si tarda un poco,
insin di qua le sue ruine e 'l foco.

10      Dunque accesi tuguri e greggie e buoi
gli alti trofei di Soliman saranno?
Cos racquisti il regno? e cos i tuoi
oltraggi vendicar ti credi e 'l danno?
Ardisci, ardisci; entro a i ripari suoi
di notte opprimi il barbaro tiranno.
Credi al tuo vecchio Araspe, il cui consiglio
e nel regno provasti e ne l'essiglio.

11      Non ci aspetta egli e non ci teme, e sprezza
gli Arabi ignudi in vero e timorosi,
n creder mai potr che gente avezza
a le prede, a le fughe, or cotanto osi;
ma feri li far la tua fierezza
contra un campo che giaccia inerme e posi."
Cos gli disse, e le sue furie ardenti
spirogli al seno, e si mischi tra'venti.

12      Grida il guerrier, levando al ciel la mano:
"O tu, che furor tanto al cor m'irriti
(ned uom sei gi, se ben sembiante umano
mostrasti), ecco io ti seguo ove m'inviti.
Verr, far l monti ov'ora  piano,
monti d'uomini estinti e di feriti,
far fiumi di sangue. Or tu sia meco,
e tratta l'armi mie per l'aer cieco."

13      Tace, e senza indugiar le turbe accoglie
e rincora parlando il vile e 'l lento,
e ne l'ardor de le sue stesse voglie
accende il campo a seguitarlo intento.
D il segno Aletto de la tromba, e scioglie
di sua man propria il gran vessillo al vento.
Marcia il campo veloce, anzi s corre
che de la fama il volo anco precorre.

14      Va seco Aletto, e poscia il lascia e veste,
d'uom che rechi novelle, abito e viso;
e ne l'ora che par che il mondo reste
fra la notte e fra 'l d dubbio e diviso,
entra in Gierusalemme, e tra le meste
turbe passando al re d l'alto aviso
del gran campo che giunge e del disegno,
e del notturno assalto e l'ora e 'l segno.

15      Ma gi distendon l'ombre orrido velo
che di rossi vapor si sparge e tigne;
la terra in vece del notturno gelo
bagnan rugiade tepide e sanguigne;
s'empie di mostri e di prodigi il cielo,
s'odon fremendo errar larve maligne:
vot Pluton gli abissi, e la sua notte
tutta vers da le tartaree grotte.

16      Per s profondo orror verso le tende
de gli inimici il fer Soldan camina;
ma quando a mezzo dal suo corso ascende
la notte, onde poi rapida dechina,
a men d'un miglio, ove riposo prende
il securo Francese, ei s'avicina.
Qui fe'cibar le genti, e poscia d'alto
parlando confortolle al crudo assalto:

17      "Vedete l di mille furti pieno
un campo pi famoso assai che forte,
che quasi un mar nel suo vorace seno
tutte de l'Asia ha le ricchezze absorte?
Questo ora a voi (n gi potria con meno
vostro periglio) espon benigna sorte:
l'arme e i destrier d'ostro guerniti e d'oro
preda fian vostra, e non difesa loro.

18      N questa  gi quell'oste onde la persa
gente e la gente di Nicea fu vinta,
perch in guerra s lunga e s diversa
rimasa n' la maggior parte estinta;
e s'anco integra fosse, or tutta immersa
in profonda quiete e d'arme  scinta.
Tosto s'opprime chi di sonno  carco,
ch dal sonno a la morte  un picciol varco.

19      Su, su, venite: io primo aprir la strada
vuo'su i corpi languenti entro a i ripari;
ferir da questa mia ciascuna spada,
e l'arti usar di crudeltate impari.
Oggi fia che di Cristo il regno cada,
oggi libera l'Asia, oggi voi chiari."
Cos gli infiamma a le vicine prove,
indi tacitamente oltre lor move.

20      Ecco tra via le sentinelle ei vede
per l'ombra mista d'una incerta luce,
n ritrovar, come secura fede
avea, pote improviso il saggio duce.
Volgon quelle gridando indietro il piede,
scorto che s gran turba egli conduce,
s che la prima guardia  da lor desta,
e com'pu meglio a guerreggiar s'appresta.

21      Dan fiato allora a i barbari metalli
gli Arabi, certi omai d'essere sentiti.
Van gridi orrendi al cielo, e de'cavalli
co 'l suon del calpestio misti i nitriti.
Gli alti monti muggr, muggr le valli,
e risposer gli abissi a i lor muggiti,
e la face inalz di Flegetonte
Aletto, e 'l segno diede a quei del monte.

22      Corre inanzi il Soldano, e giunge a quella
confusa ancora e inordinata guarda
rapido s che torbida procella
da'cavernosi monti esce pi tarda.
Fiume ch'arbori insieme e case svella,
folgore che le torri abbatta ed arda,
terremoto che 'l mondo empia d'orrore,
son picciole sembianze al suo furore.

23      Non cala il ferro mai ch'a pien non colga,
n coglie a pien che piaga anco non faccia,
n piaga fa che l'alma altrui non tolga;
e pi direi, ma il ver di falso ha faccia.
E par ch'egli o s'infinga o non se 'n dolga
o non senta il ferir de l'altrui braccia,
se ben l'elmo percosso in suon di squilla
rimbomba e orribilmente arde e sfavilla.

24      Or quando ei solo ha quasi in fuga vlto
quel primo stuol de le francesche genti,
giungono in guisa d'un diluvio accolto
di mille rivi gli Arabi correnti.
Fuggono i Franchi allora a freno sciolto,
e misto il vincitor va tra'fuggenti,
e con lor entra ne'ripari, e 'l tutto
di ruine e d'orror s'empie e di lutto.

25      Porta il Soldan su l'elmo orrido e grande
serpe che si dilunga e il collo snoda,
su le zampe s'inalza e l'ali spande
e piega in arco la forcuta coda.
Par che tre lingue vibri e che fuor mande
livida spuma, e che 'l suo fischio s'oda.
Ed or ch'arde la pugna, anch'ei s'infiamma
nel moto, e fumo versa insieme e fiamma.

26      E si mostra in quel lume a i riguardanti
formidabil cos l'empio Soldano,
come veggion ne l'ombra i naviganti
fra mille lampi il torbido oceano.
Altri danno a la fuga i pi tremanti,
danno altri al ferro intrepida la mano;
e la notte i tumulti ognor pi mesce,
ed occultando i rischi, i rischi accresce.

27      Fra color che mostraro il cor pi franco,
Latin, su 'l Tebro nato, allor si mosse,
a cui n le fatiche il corpo stanco,
n gli anni dome aveano ancor le posse.
Cinque suoi figli quasi eguali al fianco
gli erano sempre, ovunque in guerra ei fosse,
d'arme gravando, anzi il tor tempo molto,
le membra ancor crescenti e 'l molle volto.

28      Ed eccitati dal paterno essempio
aguzzavano al sangue il ferro e l'ire.
Dice egli loro: "Andianne ove quell'empio
veggiam ne'fuggitivi insuperbire,
n gi ritardi il sanguinoso scempio,
ch'ei fa de gli altri, in voi l'usato ardire,
per che quello, o figli,  vile onore
cui non adorni alcun passato orrore."

29      Cos feroce leonessa i figli,
cui dal collo la coma anco non pende
n con gli anni lor sono i feri artigli
cresciuti e l'arme de la bocca orrende,
mena seco a la preda ed a i perigli,
e con l'essempio a incrudelir gli accende
nel cacciator che le natie lor selve
turba e fuggir fa le men forti belve.

30      Segue il buon genitor l'incauto stuolo
de'cinque, e Solimano assale e cinge;
e in un sol punto un sol consiglio, e un solo
spirito quasi, sei lunghe aste spinge.
Ma troppo audace il suo maggior figliuolo
l'asta abbandona e con quel fer si stringe,
e tenta in van con la pungente spada
che sotto il corridor morto gli cada.

31      Ma come a le procelle esposto monte,
che percosso da i flutti al mar sovraste,
sostien fermo in se stesso i tuoni e l'onte
del ciel irato e i venti e l'onde vaste,
cos il fero Soldan l'audace fronte
tien salda incontra a i ferri e incontra a l'aste,
ed a colui che il suo destrier percote
tra i cigli parte il capo e tra le gote.

32      Aramante al fratel che gi ruina
porge pietoso il braccio, e lo sostiene.
Vana e folle piet! ch'a la ruina
altrui la sua medesma a giunger viene,
ch 'l pagan su quel braccio il ferro inchina
ed atterra con lui chi lui s'attiene.
Caggiono entrambi, e l'un su l'altro langue
mescolando i sospiri ultimi e 'l sangue.

33      Quinci egli di Sabin l'asta recisa,
onde il fanciullo di lontan l'infesta,
gli urta il cavallo addosso e 'l coglie in guisa
che gi tremante il batte, indi il calpesta.
Dal giovenetto corpo usc divisa
con gran contrasto l'alma, e lasci mesta
l'aure soavi de la vita e i giorni
de la tenera et lieti ed adorni.

34      Rimanean vivi ancor Pico e Laurente,
onde arricch un sol parto il genitore:
similissima coppia e che sovente
esser solea cagion di dolce errore.
Ma se lei fe'natura indifferente,
differente or la fa l'ostil furore:
dura distinzion ch'a l'un divide
dal busto il collo, a l'altro il petto incide.

35      Il padre, ah non pi padre! (ahi fera sorte,
ch'orbo di tanti figli a un punto il face!),
rimira in cinque morti or la sua morte
e de la stirpe sua che tutta giace.
N so come vecchiezza abbia s forte
ne l'atroci miserie e s vivace
che spiri e pugni ancor; ma gli atti e i visi
non mir forse de'figliuoli uccisi,

36      e di s acerbo lutto a gli occhi sui
parte l'amiche tenebre celaro.
Con tutto ci nulla sarebbe a lui,
senza perder se stesso, il vincer caro.
Prodigo del suo sangue, e de l'altrui
avidissimamente  fatto avaro;
n si conosce ben qual suo desire
paia maggior, l'uccidere o 'l morire.

37      Ma grida al suo nemico: " dunque frale
s questa mano, e in guisa ella si sprezza,
che con ogni suo sforzo ancor non vale
a provocar in me la tua fierezza?"
Tace, e percossa tira aspra e mortale
che le piastre e le maglie insieme spezza,
e su 'l fianco gli cala e vi fa grande
piaga onde il sangue tepido si spande.

38      A quel grido, a quel colpo, in lui converse
il barbaro crudel la spada e l'ira.
Gli apr l'usbergo, e pria lo scudo aperse
cui sette volte un duro cuoio aggira,
e 'l ferro ne le viscere gli immerse.
Il misero Latin singhiozza e spira,
e con vomito alterno or gli trabocca
il sangue per la piaga, or per la bocca.

39      Come ne l'Appennin robusta pianta
che sprezz d'Euro e d'Aquilon la guerra,
se turbo inusitato al fin la schianta,
gli alberi intorno ruinando atterra,
cos cade egli, e la sua furia  tanta
che pi d'un seco tragge a cui s'afferra;
e ben d'uom s feroce  degno fine
che faccia ancor morendo alte ruine.

40      Mentre il Soldan sfogando l'odio interno
pasce un lungo digiun ne'corpi umani,
gli Arabi inanimiti aspro governo
anch'essi fanno de'guerrier cristiani:
l'inglese Enrico e 'l bavaro Oliferno
moiono, o fer Dragutte, a le tue mani;
a Gilberto, a Filippo, Ariadeno
toglie la vita, i quai nacquer su 'l Reno;

41      Albazr con la mazza abbatte Ernesto,
cade sotto Algazelle Otton di spada.
Ma chi narrar potria quel modo o questo
di morte, e quanta plebe ignobil cada?
Sin da quei primi gridi erasi desto
Goffredo, e non istava intanto a bada;
gi tutto  armato, e gi raccolto un grosso
drapello ha seco, e gi con lor s' mosso.

42      Egli, che dopo il grido ud il tumulto
che par che sempre pi terribil suoni,
avis ben che repentino insulto
esser dovea de gli Arabi ladroni;
ch gi non era al capitano occulto
ch'essi intorno scorrean le regioni,
bench non istim che s fugace
vulgo mai fosse d'assalirlo audace.

43      Or mentre egli ne viene, ode repente
"Arme! arme!" replicar da l'altro lato,
ed in un tempo il cielo orribilmente
intonar di barbarico ululato.
Questa  Clorinda che del re la gente
guida l'assalto, ed have Argante a lato.
Al nobil Guelfo, che sostien sua vice,
allor si volge il capitano e dice:

44      "Odi qual novo strepito di Marte
di verso il colle e la citt ne viene;
d'uopo l fia che 'l tuo valore e l'arte
i primi assalti de'nemici affrene.
Vanne tu dunque e l provedi, e parte
vuo'che di questi miei teco ne mene;
con gli altri io me n'andr da l'altro canto
a sostener l'impeto ostile intanto."

45      Cos fra lor concluso, ambo gli move
per diverso sentiero egual fortuna.
Al colle Guelfo, e 'l capitan va dove
gli Arabi omai non han contesa alcuna.
Ma questi andando acquista forza, e nove
genti di passo in passo ognor raguna,
tal che gi fatto poderoso e grande
giunge ove il fero turco il sangue spande.

46      Cos scendendo dal natio suo monte
non empie umile il Po l'angusta sponda,
ma sempre pi, quanto  pi lunge al fonte,
di nove forze insuperbito abonda;
sovra i rotti confini alza la fronte
di tauro, e vincitor d'intorno inonda,
e con pi corna Adria respinge e pare
che guerra porti e non tributo al mare.

47      Goffredo, ove fuggir l'impaurite
sue genti vede, accorre e le minaccia:
"Qual timor" grida " questo? ove fuggite?
Guardate almen chi sia quel che vi caccia.
Vi caccia un vile stuol, che le ferite
n ricever n dar sa ne la faccia;
e se 'l vedranno incontra s rivolto,
temeran l'arme lor del vostro volto."

48      Punge il destrier, ci detto, e l si volve
ove di Soliman gli incendi ha scorti.
Va per mezzo del sangue e de la polve
e de'ferri e de'rischi e de le morti;
con la spada e con gli urti apre e dissolve
le vie pi chiuse e gli ordini pi forti,
e sossopra cader fa d'ambo i lati
cavalieri e cavalli, arme ed armati.

49      Sovra i confusi monti a salto a salto
de la profonda strage oltre camina.
L'intrepido Soldan che 'l fero assalto
sente venir, no 'l fugge e no 'l declina;
ma se gli spinge incontra, e 'l ferro in alto
levando per ferir gli s'avicina.
Oh quai duo cavalier or la fortuna
da gli estremi del mondo in prova aduna!

50      Furor contra virtute or qui combatte
d'Asia in un picciol cerchio il grande impero.
Chi pu dir come gravi e come ratte
le spade son? quanto il duello  fero?
Passo qui cose orribili che fatte
furon, ma le copr quell'aer nero,
d'un chiarissimo sol degne e che tutti
siano i mortali a riguardar ridutti.

51      Il popol di Gies, dietro a tal guida
audace or divenuto, oltre si spinge,
e de'suoi meglio armati a l'omicida
Soldano intorno un denso stuol si stringe.
N la gente fedel pi che l'infida,
n pi questa che quella il campo tinge,
ma gli uni e gli altri, e vincitori e vinti,
egualmente dan morte e sono estinti.

52      Come pari d'ardir, con forza pare
quinci Austro in guerra vien, quindi Aquilone,
non ei fra lor, non cede il cielo o 'l mare,
ma nube a nube e flutto a flutto oppone;
cos n ceder qua, n l piegare
si vede l'ostinata aspra tenzone:
s'affronta insieme orribilmente urtando
scudo a scudo, elmo a elmo e brando a brando.

53      Non meno intanto son feri i litigi
da l'altra parte, e i guerrier folti e densi.
Mille nuvole e pi d'angeli stigi
tutti han pieni de l'aria i campi immensi,
e dan forza a i pagani, onde i vestigi
non  chi indietro di rivolger pensi;
e la face d'inferno Argante infiamma,
acceso ancor de la sua propria fiamma.

54      Egli ancor dal suo lato in fuga mosse
le guardie, e ne'ripari entr d'un salto;
di lacerate membra empi le fosse,
appian il calle, agevol l'assalto,
s che gli altri il seguiro e fr poi rosse
le prime tende di sanguigno smalto.
E seco a par Clorinda o dietro poco
se 'n gio, sdegnosa del secondo loco.

55      E gi fuggiano i Franchi allor che quivi
giunse Guelfo opportuno e 'l suo drapello,
e volger fe'la fronte a i fuggitivi
e sostenne il furor del popol fello.
Cos si combatteva, e 'l sangue in rivi
correa egualmente in questo lato e in quello.
Gli occhi fra tanto a la battaglia rea
dal suo gran seggio il Re del Ciel volgea.

56      Sedea col dond'Egli e buono e giusto
d legge al tutto e 'l tutto orna e produce
sovra i bassi confin del mondo angusto,
ove senso o ragion non si conduce;
e de l'Eternit nel trono augusto
risplendea con tre lumi in una luce.
Ha sotto i piedi il Fato e la Natura,
ministri umili, e 'l Moto e Chi 'l misura,

57      e 'l Loco e Quella che, qual fumo o polve,
la gloria di qua giuso e l'oro e i regni,
come piace l su, disperde e volve,
n, diva, cura i nostri umani sdegni.
Quivi ei cos nel suo splendor s'involve,
che v'abbaglian la vista anco i pi degni:
d'intorno ha innumerabili immortali,
disegualmente in lor letizia eguali.

58      Al gran concento de'beati carmi
lieta risuona la celeste reggia.
Chiama Egli a s Michele, il qual ne l'armi
di lucido adamante arde e lampeggia,
e dice lui: "Non vedi or come s'armi
contra la mia fedel diletta greggia
l'empia schiera d'Averno, e insin dal fondo
de le sue morti a turbar sorga il mondo?

59      Va', dille tu che lasci omai le cure
de la guerra a i guerrier, cui ci conviene,
n il regno de'viventi, n le pure
piaggie del ciel conturbi ed avenene.
Torni a le notti d'Acheronte oscure,
suo degno albergo, a le sue giuste pene;
quivi se stessa e l'anime d'abisso
crucii. Cos commando e cos ho fisso."

60      Qui tacque, e 'l duce de'guerrieri alati
s'inchin riverente al divin piede;
indi spiega al gran volo i vanni aurati,
rapido s ch'anco il pensiero eccede.
Passa il foco e la luce, ove i beati
hanno lor gloriosa immobil sede,
poscia il puro cristallo e 'l cerchio mira
che di stelle gemmato incontra gira;

61      quinci, d'opre diversi e di sembianti,
da sinistra rotar Saturno e Giove
e gli altri, i quali esser non ponno erranti
s'angelica virt gli informa e move;
vien poi da'campi lieti e fiammeggianti
d'eterno d l donde tuona e piove,
ove se stesso il mondo strugge e pasce,
e ne le guerre sue more e rinasce.

62      Venia scotendo con l'eterne piume
la caligine densa e i cupi orrori;
s'indorava la notte al divin lume
che spargea scintillando il volto fuori.
Tale il sol ne le nubi ha per costume
spiegar dopo la pioggia i bei colori;
tal suol, fendendo il liquido sereno,
stella cader de la gran madre in seno.

63      Ma giunto ove la schiera empia infernale
il furor de'pagani accende e sprona,
si ferma in aria in su 'l vigor de l'ale,
e vibra l'asta, e lor cos ragiona:
"Pur voi dovreste omai saper con quale
folgore orrendo il Re del mondo tuona,
o nel disprezzo e ne'tormenti acerbi
de l'estrema miseria anco superbi.

64      Fisso  nel Ciel ch'al venerabil segno
chini le mura, apra Sion le porte.
A che pugnar co 'l fato? a che lo sdegno
dunque irritar de la celeste corte?
Itene, maledetti, al vostro regno,
regno di pene e di perpetua morte;
e siano in quegli a voi dovuti chiostri
le vostre guerre ed i trionfi vostri.

65      L incrudelite, l sovra i nocenti
tutte adoprate pur le vostre posse
fra i gridi eterni e lo stridor de'denti,
e 'l suon del ferro e le catene scosse."
Disse, e quei ch'egli vide al partir lenti
con la lancia fatal pinse e percosse;
essi gemendo abbandonr le belle
region de la luce e l'auree stelle,

66      e dispiegr verso gli abissi il volo
ad inasprir ne'rei l'usate doglie.
Non passa il mar d'augei s grande stuolo
quando a i soli pi tepidi s'accoglie,
n tante vede mai l'autunno al suolo
cader co'primi freddi aride foglie.
Liberato da lor, quella s negra
faccia depone il mondo e si rallegra.

67      Ma non perci nel disdegnoso petto
d'Argante vien l'ardire o 'l furor manco,
bench suo foco in lui non spiri Aletto,
n flagello infernal gli sferzi il fianco.
Rota il ferro crudel ove  pi stretto
e pi calcato insieme il popol franco;
miete i vili e i potenti, e i pi sublimi
e pi superbi capi adegua a gli imi.

68      Non lontana  Clorinda, e gi non meno
par che di tronche membra il campo asperga.
Caccia la spada a Berlinghier nel seno
per mezzo il cor, dove la vita alberga,
e quel colpo a trovarlo and s pieno
che sanguinosa usc fuor de le terga;
poi fre Albin l 've primier s'apprende
nostro alimento, e 'l viso a Gallo fende.

69      La destra di Gerniero, onde ferita
ella fu gi, manda recisa al piano:
tratta anco il ferro, e con tremanti dita
semiviva nel suol guizza la mano.
Coda di serpe  tal, ch'indi partita
cerca d'unirsi al suo principio invano.
Cos mal concio la guerriera il lassa,
poi si volge ad Achille e 'l ferro abbassa,

70      e tra 'l collo e la nuca il colpo assesta;
e tronchi i nervi e 'l gorgozzuol reciso,
go rotando a cader prima la testa,
prima brutt di polve immonda il viso,
che gi cadesse il tronco; il tronco resta
(miserabile mostro) in sella assiso,
ma libero del fren con mille rote
calcitrando il destrier da s lo scote.

71      Mentre cos l'indomita guerriera
le squadre d'Occidente apre e flagella,
non fa d'incontra a lei Gildippe altera
de'saracini suoi strage men fella.
Era il sesso il medesmo, e simil era
l'ardimento e 'l valore in questa e in quella.
Ma far prova di lor non  lor dato,
ch'a nemico maggior le serba il fato.

72      Quinci una e quindi l'altra urta e sospinge,
n pu la turba aprir calcata e spessa;
ma 'l generoso Guelfo allora stringe
contra Clorinda il ferro e le s'appressa,
e calando un fendente alquanto tinge
la fera spada nel bel fianco, ed essa
fa d'una punta a lui cruda risposta
ch'a ferirlo ne va tra costa e costa.

73      Doppia allor Guelfo il colpo e lei non coglie,
ch'a caso passa il palestino Osmida
e la piaga non sua sopra s toglie,
la qual vien che la fronte a lui recida.
Ma intorno a Guelfo omai molta s'accoglie
di quella gente ch'ei conduce e guida;
e d'altra parte ancor la turba cresce,
s che la pugna si confonde e mesce.

74      L'aurora intanto il bel purpureo volto
gi dimostrava dal sovran balcone,
e in quei tumulti gi s'era disciolto
il feroce Argillan di sua prigione;
e d'arme incerte il frettoloso avolto,
quali il caso gli offerse o triste o buone,
gi se 'n venia per emendar gli errori
novi con novi merti e novi onori.

75      Come destrier che da le regie stalle,
ove a l'uso de l'arme si riserba,
fugge, e libero al fin per largo calle
va tra gli armenti o al fiume usato o a l'erba:
scherzan su 'l collo i crini, e su le spalle
si scote la cervice alta e superba,
suonano i pi nel corso e par ch'avampi,
di sonori nitriti empiendo i campi;

76      tal ne viene Argillano: arde il feroce
sguardo, ha la fronte intrepida e sublime;
leve  ne'salti e sovra i pi veloce,
s che d'orme la polve a pena imprime,
e giunto fra nemici alza la voce
pur com'uom che tutto osi e nulla stime:
"O vil feccia del mondo, Arabi inetti,
ond' ch'or tanto ardire in voi s'alletti?

77      Non regger voi de gli elmi e de gli scudi
ste atti il peso, o 'l petto armarvi e il dorso,
ma commettete paventosi e nudi
i colpi al vento e la salute al corso.
L'opere vostre e i vostri egregi studi
notturni son; d l'ombra a voi soccorso.
Or ch'ella fugge, chi fia vostro schermo?
D'arme  ben d'uopo e di valor pi fermo."

78      Cos parlando ancor di per la gola
ad Algazl di s crudel percossa
che gli sec le fauci, e la parola
tronc ch'a la risposta era gi mossa.
A quel meschin sbito orror invola
il lume, e scorre un duro gel per l'ossa:
cade, e co'denti l'odiosa terra
pieno di rabbia in su 'l morire afferra.

79      Quinci per vari casi e Saladino
ed Agricalte e Muleasse uccide,
e da l'un fianco a l'altro a lor vicino
con esso un colpo Aldiazl divide;
trafitto a sommo il petto Ariadino
atterra, e con parole aspre il deride.
Ei, gli occhi gravi alzando a l'orgogliose
parole, in su 'l morir cos rispose:

80      "Non tu, chiunque sia, di questa morte
vincitor lieto avrai gran tempo il vanto;
pari destin t'aspetta, e da pi forte
destra a giacer mi sarai steso a canto."
Rise egli amaramente e: "Di mia sorte
curi il Ciel," disse "or tu qui mori intanto
d'augei pasto e di cani"; indi lui preme
co 'l piede, e ne trae l'alma e 'l ferro insieme.

81      Un paggio del Soldan misto era in quella
turba di sagittari e lanciatori,
a cui non anco la stagion novella
il bel mento spargea de'primi fiori.
Paion perle e rugiade in su la bella
guancia irrigando i tepidi sudori,
giunge grazia la polve al crine incolto
e sdegnoso rigor dolce  in quel volto.

82      Sotto ha un destrier che di candore agguaglia
pur or ne l'Apennin caduta neve;
turbo o fiamma non  che roti o saglia
rapido s come  quel pronto e leve.
Vibra ei, presa nel mezzo, una zagaglia,
la spada al fianco tien ritorta e breve,
e con barbara pompa in un lavoro
di porpora risplende intesta e d'oro.

83      Mentre il fanciullo, a cui novel piacere
di gloria il petto giovenil lusinga,
di qua turba e di l tutte le schiere,
e lui non  chi tanto o quanto stringa,
cauto osserva Argillan tra le leggiere
sue rote il tempo in che l'asta sospinga;
e, colto il punto, il suo destrier di furto
gli uccide e sovra gli , ch'a pena  surto,

84      ed al supplice volto, il qual in vano
con l'arme di piet fea sue difese,
drizz, crudel!, l'inessorabil mano,
e di natura il pi bel pregio offese.
Senso aver parve e fu de l'uom pi umano
il ferro, che si volse e piatto scese.
Ma che pro, se doppiando il colpo fero
di punta colse ove egli err primiero?

85      Soliman, che di l non molto lunge
da Goffredo in battaglia  trattenuto,
lascia la zuffa, e 'l destrier volve e punge
tosto che 'l rischio ha del garzon veduto;
e i chiusi passi apre co 'l ferro, e giunge
a la vendetta s, non a l'aiuto,
perch vede, ahi dolor!, giacerne ucciso
il suo Lesbin, quasi bel fior succiso.

86      E in atto s gentil languir tremanti
gli occhi e cader su 'l tergo il collo mira;
cos vago  il pallore, e da'sembianti
di morte una piet s dolce spira,
ch'ammoll il cor che fu dur marmo inanti,
e il pianto scatur di mezzo a l'ira.
Tu piangi, Soliman? tu, che destrutto
mirasti il regno tuo co 'l ciglio asciutto?

87      Ma come vede il ferro ostil che molle
fuma del sangue ancor del giovenetto,
la piet cede, e l'ira avampa e bolle,
e le lagrime sue stagna nel petto.
Corre sovra Argillano e 'l ferro estolle,
parte lo scudo opposto, indi l'elmetto,
indi il capo e la gola; e de lo sdegno
di Soliman ben quel gran colpo  degno.

88      N di ci ben contento, al corpo morto
smontato del destriero anco fa guerra,
quasi mastin che 'l sasso, ond'a lui porto
fu duro colpo, infellonito afferra.
Oh d'immenso dolor vano conforto
incrudelir ne l'insensibil terra!
Ma fra tanto de'Franchi il capitano
non spendea l'ire e le percosse invano.

89      Mille Turchi avea qui che di loriche
e d'elmetti e di scudi eran coperti,
indomiti di corpo a le fatiche,
di spirto audaci e in tutti i casi esperti;
e furon gi de le milizie antiche
di Solimano, e seco ne'deserti
segur d'Arabia i suoi errori infelici,
ne le fortune averse ancora amici.

90      Questi ristretti insieme in ordin folto
poco cedeano o nulla al valor franco.
In questi urt Goffredo, e fer il volto
al fier Corcutte ed a Rosteno il fianco,
a Selin da le spalle il capo ha sciolto,
tronc a Rossano il destro braccio e 'l manco;
n gi soli costor, ma in altre guise
molti piag di loro e molti uccise.

91      Mentre ei cos la gente saracina
percote, e lor percosse anco sostiene,
e in nulla parte al precipizio inchina
la fortuna de'barbari e la spene,
nova nube di polve ecco vicina
che folgori di guerra in grembo tiene,
ecco d'arme improvise uscirne un lampo
che sbigott de gli infedeli il campo.

92      Son cinquanta guerrier che 'n puro argento
spiegan la trionfal purpurea Croce.
Non io, se cento bocche e lingue cento
avessi, e ferrea lena e ferrea voce,
narrar potrei quel numero che spento
ne'primi assalti ha quel drapel feroce.
Cade l'Arabo imbelle, e 'l Turco invitto
resistendo e pugnando anco  trafitto.

93      L'orror, la crudelt, la tema, il lutto,
van d'intorno scorrendo, e in varia imago
vincitrice la Morte errar per tutto
vedresti ed ondeggiar di sangue un lago.
Gi con parte de'suoi s'era condutto
fuor d'una porta il re, quasi presago
di fortunoso evento; e quindi d'alto
mirava il pian soggetto e 'l dubbio assalto.

94      Ma come prima egli ha veduto in piega
l'essercito maggior, suona a raccolta,
e con messi iterati instando prega
ed Argante e Clorinda a dar di volta.
La fera coppia d'esseguir ci nega,
ebra di sangue e cieca d'ira e stolta;
pur cede al fine, e unite almen raccrre
tenta le turbe e freno a i passi imporre.

95      Ma chi d legge al vulgo ed ammaestra
la viltade e 'l timor? La fuga  presa.
Altri gitta lo scudo, altri la destra
disarma; impaccio  il ferro, e non difesa.
Valle  tra il piano e la citt, ch'alpestra
da l'occidente al mezzogiorno  stesa;
qui fuggon essi, e si rivolge oscura
caligine di polve invr le mura.

96      Mentre ne van precipitosi al chino,
strage d'essi i cristiani orribil fanno;
ma poscia che salendo omai vicino
l'aiuto avean del barbaro tiranno,
non vuol Guelfo d'alpestro erto camino
con tanto suo svantaggio esporsi al danno.
Ferma le genti; e 'l re le sue riserra,
non poco avanzo d'infelice guerra.

97      Fatto intanto ha il Soldan ci che  concesso
fare a terrena forza, or pi non pote;
tutto  sangue e sudore, e un grave e spesso
anelar gli ange il petto e i fianchi scote.
Langue sotto lo scudo il braccio oppresso,
gira la destra il ferro in pigre rote:
spezza, e non taglia; e divenendo ottuso
perduto il brando omai di brando ha l'uso.

98      Come sentissi tal, ristette in atto
d'uom che fra due sia dubbio, e in s discorre
se morir debba, e di s illustre fatto
con le sue mani altrui la gloria trre,
o pur, sopravanzando al suo disfatto
campo, la vita in securezza porre.
"Vinca" al fin disse "il fato, e questa mia
fuga il trofeo di sua vittoria sia.

99      Veggia il nemico le mie spalle, e scherna
di novo ancora il nostro essiglio indegno,
pur che di novo armato indi mi scerna
turbar sua pace e 'l non mai stabil regno.
Non cedo io, no; fia con memoria eterna
de le mie offese eterno anco il mio sdegno.
Risorger nemico ognor pi crudo,
cenere anco sepolto e spirto ignudo."



. CANTO DECIMO.

1       Cos dicendo ancor vicino scorse
un destrier ch'a lui volse errante il passo;
tosto al libero fren la mano ei porse
e su vi salse, ancorch'afflitto e lasso.
Gi caduto  il cimier ch'orribil sorse,
fasciando l'elmo inonorato e basso;
rotta  la sopravesta, e di superba
pompa regal vestigio alcun non serba.

2       Come dal chiuso ovil cacciato viene
lupo talor che fugge e si nasconde,
che, se ben del gran ventre omai ripiene
ha l'ingorde voragini profonde,
avido pur di sangue anco fuor tiene
la lingua e 'l sugge da le labra immonde,
tale ei se 'n ga dopo il sanguigno strazio,
de la sua cupa fame anco non sazio.

3       E come  sua ventura, a le sonanti
quadrella, ond'a lui intorno un nembo vola,
a tante spade, a tante lancie, a tanti
instrumenti di morte alfin s'invola,
e sconosciuto pur camina inanti
per quella via ch' pi deserta e sola;
e rivolgendo in s quel che far deggia,
in gran tempesta di pensieri ondeggia.

4       Disponsi alfin di girne ove raguna
oste s poderosa il re d'Egitto,
e giunger seco l'arme, e la fortuna
ritentar anco di novel conflitto.
Ci prefisso tra s, dimora alcuna
non pone in mezzo e prende il camin dritto,
ch sa le vie, n d'uopo ha di chi il guidi
di Gaza antica a gli arenosi lidi.

5       N perch senta inacerbir le doglie
de le sue piaghe, e grave il corpo ed egro,
vien per che si posi e l'arme spoglie,
ma travagliando il d ne passa integro.
Poi quando l'ombra oscura al mondo toglie
i vari aspetti e i color tinge in negro,
smonta e fascia le piaghe, e come pote
meglio, d'un'alta palma i frutti scote;

6       e cibato di lor, su 'l terren nudo
cerca adagiare il travagliato fianco,
e la testa appoggiando al duro scudo
quetar i moti del pensier suo stanco.
Ma d'ora in ora a lui si fa pi crudo
sentire il duol de le ferite, ed anco
roso gli  il petto e lacerato il core
da gli interni avoltoi, sdegno e dolore.

7       Alfin, quando gi tutto intorno chete
ne la pi alta notte eran le cose,
vinto egli pur da la stanchezza, in Lete
sop le cure sue gravi e noiose,
e in una breve e languida quiete
l'afllitte membra e gli occhi egri compose;
e mentre ancor dormia, voce severa
gli inton su l'orecchie in tal maniera:

8       "Soliman, Solimano, i tuoi s lenti
riposi a miglior tempo omai riserva,
ch sotto il giogo di straniere genti
la patria ove regnasti ancor  serva.
In questa terra dormi, e non rammenti
ch'insepolte de'tuoi l'ossa conserva?
ove s gran vestigio  del tuo scorno,
tu neghittoso aspetti il novo giorno?"

9       Desto il Soldan alza lo sguardo, e vede
uom che d'et gravissima a i sembianti
co 'l ritorto baston del vecchio piede
ferma e dirizza le vestigia erranti.
"E chi sei tu," sdegnoso a lui richiede
"che fantasma importuno a i viandanti
rompi i brevi lor sonni? e che s'aspetta
a te la mia vergngna o la vendetta?"

10      "Io mi son un" risponde il vecchio "al quale
in parte  noto il tuo novel disegno,
e s come uomo a cui di te pi cale
che tu forse non pensi, a te ne vegno;
n il mordace parlare indarno  tale,
perch de la virt cote  lo sdegno.
Prendi in grado, signor, che 'l mio sermone
al tuo pronto valor sia sferza e sprone.

11      Or perch, s'io m'appongo, esser de vlto
al gran re de l'Egitto il tuo camino,
che inutilmente aspro viaggio tolto
avrai, s'inanzi segui, io m'indovino;
ch, se ben tu non vai, fia tosto accolto
e tosto mosso il campo saracino,
n loco  l dove s'impieghi e mostri
la tua virt contra i nemici nostri.

12      Ma se 'n duce me prendi, entro quel muro,
che da l'arme latine  intorno astretto,
nel pi chiaro del d prti securo,
senza che spada impugni, io ti prometto.
Quivi con l'arme e co'disagi un duro
contrasto aver ti fia gloria e diletto;
difenderai la terra insin che giugna
l'oste d'Egitto a rinovar la pugna."

13      Mentre ei ragiona ancor, gli occhi e la voce
de l'uomo antico il fero turco ammira,
e dal volto e da l'animo feroce
tutto depone omai l'orgoglio e l'ira.
"Padre," risponde "io gi pronto e veloce
sono a seguirti: ove tu vuoi mi gira.
A me sempre miglior parr il consiglio
ove ha pi di fatica e di periglio."

14      Loda il vecchio i suoi detti; e perch l'aura
notturna avea le piaghe incrudelite,
un suo licor v'instilla, onde ristaura
le forze e salda il sangue e le ferite.
Quinci veggendo omai ch'Apollo inaura
le rose che l'aurora ha colorite:
"Tempo " disse "al partir, ch gi ne scopre
le strade il sol ch'altrui richiama a l'opre."

15      E sovra un carro suo, che non lontano
quinci attendea, co 'l fer niceno ei siede;
le briglie allenta, e con maestra mano
ambo i corsieri alternamente fiede.
Quei vanno s che 'l polveroso piano
non ritien de la rota orma o del piede;
fumar li vedi ed anelar nel corso,
e tutto biancheggiar di spuma il morso.

16      Maraviglie dir: s'aduna e stringe
l'aer d'intorno in nuvolo raccolto,
s che 'l gran carro ne ricopre e cinge,
ma non appar la nube o poco o molto,
n sasso, che mural machina spinge,
penetraria per lo suo chiuso e folto;
ben veder ponno i duo dal curvo seno
la nebbia intorno e fuori il ciel sereno.

17      Stupido il cavalier le ciglia inarca,
ed increspa la fronte, e mira fiso
la nube e 'l carro ch'ogni intoppo varca
veloce s che di volar gli  aviso.
L'altro, che di stupor l'anima carca
gli scorge a l'atto de l'immobil viso,
gli rompe quel silenzio e lui rappella,
ond'ei si scote e poi cos favella:

18      "O chiunque tu sia, che fuor d'ogni uso
pieghi natura ad opre altere e strane,
e spiando i secreti, entro al pi chiuso
spazii a tua voglia de le menti umane,
s'arrivi co 'l saper, ch' d'alto infuso,
a le cose remote anco e lontane,
deh! dimmi qual riposo o qual ruina
ai gran moti de l'Asia il Ciel destina.

19      Ma pria dimmi il tuo nome, e con qual arte
far cose tu s inusitate soglia,
ch se pria lo stupor da me non parte,
com'esser pu ch'io gli altri detti accoglia?"
Sorrise il vecchio, e disse: "In una parte
mi sar leve l'adempir tua voglia.
Son detto Ismeno, e i Siri appellan mago
me che de l'arti incognite son vago.

20      Ma ch'io scopra il futuro e ch'io dispieghi
de l'occulto destin gli eterni annali,
troppo  audace desio, troppo alti preghi:
non  tanto concesso a noi mortali.
Ciascun qua gi le forze e 'l senno impieghi
per avanzar fra le sciagure e i mali,
ch sovente adivien che 'l saggio e 'l forte
fabro a se stesso  di beata sorte.

21      Tu questa destra invitta, a cui fia poco
scoter le forze del francese impero,
non che munir, non che guardar il loco
che strettamente oppugna il popol fero,
contra l'arme apparecchia e contra 'l foco:
osa, soffri, confida; io bene spero.
Ma pur dir, perch piacer ti debbia,
ci che oscuro vegg'io quasi per nebbia.

22      Veggio o parmi vedere, anzi che lustri
molti rivolga il gran pianeta eterno,
uom che l'Asia orner co'fatti illustri,
e del fecondo Egitto avr il governo.
Taccio i pregi de l'ozio e l'arti industri,
mille virt che non ben tutte io scerno;
basti sol questo a te, che da lui scosse
non pur saranno le cristiane posse,

23      ma insin dal fondo suo l'imperio ingiusto
svelto sar ne l'ultime contese,
e le afflitte reliquie entro uno angusto
giro sospinte e sol dal mar difese.
Questi fia del tuo sangue." E qui il vetusto
mago si tacque, e quegli a dir riprese:
"O lui felice, eletto a tanta lode!"
e parte ne l'invidia e parte gode.

24      Soggiunse poi: "Girisi pur Fortuna
o buona o rea, come  l su prescritto,
ch non ha sovra me ragione alcuna
e non mi vedr mai se non invitto.
Prima dal corso distornar la luna
e le stelle potr, che dal diritto
torcere un sol mio passo." E in questo dire
sfavill tutto di focoso ardire.

25      Cos gr ragionando insin che furo
l 've presso vedean le tende alzarse.
Che spettacolo fu crudele e duro!
E in quante forme ivi la morte apparse!
Si fe'ne gli occhl allor torbido e scuro,
e di doglia il Soldano il volto sparse.
Ahi con quanto dispregio ivi le degne
mir giacer sue gi temute insegne!

26      E scorrer lieti i Franchi, e i petti e i volti
spesso calcar de'suoi pi noti amici,
e con fasto superbo a gli insepolti
l'arme spogliare e gli abiti infelici;
molti onorare in lunga pompa accolti
gli amati corpi de gli estremi uffici,
altri suppor le fiamme, e 'l vulgo misto
d'Arabi e Turchi a un foco arder ha visto.

27      Sospir dal profondo, e 'l ferro trasse
e dal carro lanciossi e correr volle,
ma il vecchio incantatore a s il ritrasse
sgridando, e raffren l'impeto folle;
e fatto che di novo ei rimontasse,
drizz il suo corso al pi sublime colle.
Cos alquanto n'andaro, insin ch'a tergo
lascir de'Franchi il militare albergo.

28      Smontaro allor del carro, e quel repente
sparve; e presono a piedi insieme il calle
ne la solita nube occultamente
discendendo a sinistra in una valle,
sin che giunsero l dove al ponente
l'alto monte Sin volge le spalle.
Quivi si ferma il mago e poi s'accosta
quasi mirando, a la scoscesa costa.

29      Cava grotta s'apria nel duro sasso,
di lunghissimi tempi avanti fatta;
ma disusando, or riturato il passo
era tra i pruni e l'erbe ove s'appiatta.
Sgombra il mago gli intoppi, e curvo e basso
per l'angusto sentiero a gir s'adatta,
e l'una man precede e il varco tenta,
l'altra per guida al principe appresenta.

30      Dice allora il Soldan: "Qual via furtiva
 questa tua, dove convien ch'io vada?
Altra forse miglior io me n'apriva,
se 'l concedevi tu, con la mia spada."
"Non sdegnar," gli risponde "anima schiva,
premer co 'l forte pi la buia strada,
ch gi solea calcarla il grande Erode,
quel c'ha ne l'arme ancor s chiara lode.

31      Cav questa spelonca allor che porre
volse freno a i soggetti il re ch'io dico,
e per essa potea da quella torre,
ch'egli Antonia appell dal chiaro amico,
invisibile a tutti il pi raccrre
dentro la soglia del gran tempio antico,
e quindi occulto uscir de la cittate
e trarne genti ed introdur celate.

32      Ma nota  questa via solinga e bruna
or solo a me de gli uomini viventi.
Per questa andremo al loco ove raguna
i pi saggi a conciglio e i pi potenti
il re ch'al minacciar de la fortuna,
pi forse che non de, par che paventi.
Ben tu giungi a grand'uopo: ascolta e taci,
poi movi a tempo le parole audaci."

33      Cos gli disse, e 'l cavaliero allotta
co 'l gran corpo ingombr l'umil caverna,
e per le vie dove mai sempre annotta
segu colui che 'l suo camin governa.
Chini pria se n'andr, ma quella grotta
pi si dilata quanto pi s'interna,
s ch'asceser con agio e tosto furo
a mezzo quasi di quell'antro oscuro.

34      Apriva allora un picciol uscio Ismeno,
e se ne gian per disusata scala
a cui luce mal certo e mal sereno
l'aer che gi d'alto spiraglio cala.
In sotterraneo chiostro al fin venieno,
e salian quindi in chiara e nobil sala.
Qui con lo scettro e co 'l diadema in testa
mesto sedeasi il re fra gente mesta.

35      Da la concava nube il turco fero
non veduto rimira e spia d'intorno,
e ode il re fra tanto, il qual primiero
incomincia cos dal seggio adorno:
"Veramente, o miei fidi, al nostro impero
fu il trapassato assai dannoso giorno;
e caduti d'altissima speranza,
sol l'aiuto d'Egitto omai n'avanza.

36      Ma ben vedete voi quanto la speme
lontana sia da s vicin periglio.
Dunque voi tutti ho qui raccolti insieme
perch'ognun porti in mezzo il suo consiglio."
Qui tace, e quasi in bosco aura che freme
suona d'intorno un picciolo bisbiglio.
Ma con la faccia baldanzosa e lieta
sorgendo Argante il mormorare accheta.

37      "O magnanimo re," fu la risposta
del cavaliero indomito e feroce
"perch ci tenti? e cosa a nullo ascosta
chiedi, ch'uopo non ha di nostra voce?
Pur dir: sia la speme in noi sol posta;
e s'egli  ver che nulla a virt noce,
di questa armiamci, a lei chiediamo aita,
n pi ch'ella si voglia amiam la vita.

38      N parlo io gi cos perch'io dispere
de l'aiuto certissimo d'Egitto,
ch dubitar, se le promesse vere
fian del mio re, non lece e non  dritto;
ma il dico sol perch desio vedere
in alcuni di noi spirto pi invitto,
ch'egualmente apprestato ad ogni sorte
si prometta vittoria e sprezzi morte."

39      Tanto sol disse il generoso Argante
quasi uom che parli di non dubbia cosa.
Poi sorse in autorevole sembiante
Orcano, uom d'alta nobilt famosa,
e gi ne l'arme d'alcun pregio inante;
ma or congiunto a giovanetta sposa,
e lieto omai di figli, era invilito
ne gli affetti di padre e di marito.

40      Disse questi: "O signor, gi non accuso
il fervor di magnifiche parole,
quando nasce d'ardir che star rinchiuso
tra i confini del cor non pu n vle;
per se 'l buon circasso a te per uso
troppo in vero parlar fervido sle,
ci si conceda a lui che poi ne l'opre
il medesmo fervor non meno scopre.

41      Ma si conviene a te, cui fatto il corso
de le cose e de'tempi han s prudente,
impor col de'tuoi consigli il morso
dove costui se ne trascorre ardente,
librar la speme del lontan soccorso
co 'l periglio vicino, anzi presente,
e con l'arme e con l'impeto nemico
i tuoi novi ripari e 'l muro antico.

42      Noi (se lece a me dir quel ch'io ne sento)
siamo in forte citt di sito e d'arte,
ma di machine grande e violento
apparato si fa da l'altra parte.
Quel che sar, non so; spero e pavento
i giudizi incertissimi di Marte,
e temo che s'a noi pi fia ristretto
l'assedio, al fin di cibo avrem difetto.

43      Per che quegli armenti e quelle biade
ch'ieri tu ricettasti entro le mura,
mentre nel campo a insanguinar le spade
s'attendea solo, e fu alta ventura,
picciol esca a gran fame, ampia cittade
nutrir mal ponno se l'assedio dura;
e forza  pur che duri, ancor che vegna
l'oste d'Egitto il d ch'ella disegna.

44      Ma che fia, se pi tarda? Or s, concedo
che tua speme prevegna e sue promesse;
la vittoria per, per non vedo
liberate, o signor, le mura oppresse.
Combattremo, o buon re, con quel Goffredo
e con que'duci e con le genti istesse
che tante volte han gi rotti e dispersi
gli Arabi, i Turchi, i Soriani e i Persi.

45      E quali sian, tu 'l sai, che lor cedesti
s spesso il campo, o valoroso Argante,
e s spesso le spalle anco volgesti
fidando assai ne le veloci piante;
e 'l sa Clorinda teco ed io con questi
ch'un pi de l'altro non convien si vante.
N incolpo alcuno io gi, ch vi fu mostro
quanto potea maggiore il valor nostro.

46      E dir pur (bench costui di morte
bieco minacci e 'l vero udir si sdegni):
veggio portar da inevitabil sorte
il nemico fatale a certi segni,
n gente potr mai, n muro forte
impedirlo cos ch'al fin non regni;
ci mi fa dir (sia testimonio il Cielo)
del signor, de la patria, amore e zelo.

47      Oh saggio il re di Tripoli, che pace
seppe impetrar da i Franchi e regno insieme!
Ma il Soldano ostinato o morto or giace,
or pur servil catena il pi gli preme,
o ne l'essiglio timido e fugace
si va serbando a le miserie estreme;
e pur, cedendo parte, avria potuto
parte salvar co'doni e co 'l tributo."

48      Cos diceva, e s'avolgea costui
con giro di parole obliquo e incerto,
ch'a chieder pace, a farsi uom ligio altrui
gi non ardia di consigliarlo aperto.
Ma sdegnoso il Soldano i detti sui
non potea omai pi sostener coperto,
quando il mago gli disse: "Or vuoi tu darli
agio, signor, ch'in tal materia parli?"

49      "Io per me" gli risponde "or qui mi celo
contra mio grado, e d'ira ardo e di scorno."
Ci disse a pena, e immantinente il velo
de la nube, che stesa  lor d'intorno,
si fende e purga ne l'aperto cielo,
ed ei riman nel luminoso giorno,
e magnanimamente in fero viso
rifulge in mezzo, e lor parla improviso:

50      "Io, di cui si ragiona, or son presente,
non fugace e non timido Soldano,
ed a costui ch'egli  codardo e mente
m'offero di provar con questa mano.
Io che sparsi di sangue ampio torrente,
che montagne di strage alzai su 'l piano,
chiuso nel vallo de'nemici e privo
al fin d'ogni compagno, io fuggitivo?

51      Ma se pi questi o s'altri a lui simle,
a la sua patria, a la sua fede infido,
motto osa far d'accordo infame e vile,
buon re, sia con tua pace, io qui l'uccido.
Gli agni e i lupi fian giunti in un ovile
e le colombe e i serpi in un sol nido,
prima che mai di non discorde voglia
noi co'Francesi alcuna terra accoglia."

52      Tien su la spada, mentre ei s favella,
la fera destra in minaccievol atto.
Riman ciascuno a quel parlar, a quella
orribil faccia, muto e stupefatto.
Poscia con vista men turbata e fella
cortesemente inverso il re s' tratto:
"Spera," gli dice "alto signor, ch'io reco
non poco aiuto: or Solimano  teco."

53      Aladin, ch'a lui contra era gi sorto,
risponde: "Oh come lieto or qui ti veggio,
diletto amico! Or del mio stuol ch' morto
non sento il danno; assai temea di peggio.
Tu lo mio stabilire e in tempo corto
puoi ridrizzar il tuo caduto seggio,
se 'l Ciel no 'l vieta." Indi le braccia al collo,
cos detto, gli stese e circondollo.

54      Finita l'accoglienza, il re concede
il suo medesmo soglio al gran niceno.
Egli poscia a sinistra in nobil sede
si pone, ed al suo fianco alluoga Ismeno,
e mentre seco parla ed a lui chiede
di lor venuta, ed ei risponde a pieno,
l'alta donzella ad onorar in pria
vien Solimano; ogn'altro indi seguia.

55      Segu fra gl'altri Ormusse, il qual la schiera
di quegli Arabi suoi a guidar tolse;
e mentre la battaglia ardea pi fera,
per disusate vie cos s'avolse
ch'aiutando il silenzio e l'aria nera
lei salva al fin nella citt raccolse,
e con le biade e con rapiti armenti
aita porse a l'affamate genti.

56      Sol con la faccia torva e disdegnosa
tacito si rimase il fer circasso,
a guisa di leon quando si posa,
girando gli occhi e non movendo il passo.
Ma nel Soldan feroce alzar non osa
Orcano il volto, e 'l tien pensoso e basso.
Cos a conciglio il palestin tiranno
e 'l re de'Turchi e i cavalier qui stanno.

57      Ma il pio Goffredo la vittoria e i vinti
avea seguiti, e libere le vie,
e fatto intanto a i suoi guerrieri estinti
l'ultimo onor di sacre essequie e pie;
ed ora a gli altri impon che siano accinti
a dar l'assalto nel secondo die,
e con maggiore e pi terribil faccia
di guerra i chiusi barbari minaccia.

58      E perch conosciuto avea il drapello,
ch'aiut lui contra la gente infida,
esser de'suoi pi cari ed esser quello
che gi segu l'insidiosa guida,
e Tancredi con lor, che nel castello
prigion rest de la fallace Armida,
ne la presenza sol de l'Eremita
e d'alcuni pi saggi a s gli invita;

59      e dice lor: "Prego ch'alcun racconti
de'vostri brevi errori il dubbio corso,
e come poscia vi trovaste pronti
in s grand'uopo a dar s gran soccorso."
Vergognando tenean basse le fronti,
ch'era al cor picciol fallo amaro morso.
Al fin del re britanno il chiaro figlio
ruppe il silenzio, e disse alzando il ciglio:

60      "Partimmo noi che fuor de l'urna a sorte
tratti non fummo, ognun per s nascoso,
d'Amor, no 'l nego, le fallaci scorte
seguendo e d'un bel volto insidioso.
Per vie ne trasse disusate e torte
fra noi discordi, e in s ciascun geloso.
Nutrian gli amori e i nostri sdegni (ah! tardi
troppo il conosco) or parolette, or guardi.

61      Al fin giungemmo al loco ove gi scese
fiamma dal cielo in dilatate falde,
e di natura vendic l'offese
sovra le genti in mal oprar s salde.
Fu gi terra feconda, almo paese,
or acque son bituminose e calde
e steril lago; e quanto ei torpe e gira,
compressa  l'aria e grave il puzzo spira.

62      Questo  lo stagno in cui nulla di greve
si getta mai che giunga insino al basso,
ma in guisa pur d'abete o d'orno leve
l'uom vi sornuota e 'l duro ferro e 'l sasso.
Siede in esso un castello, e stretto e breve
ponte concede a'peregrini il passo.
Ivi n'accolse, e non so con qual arte
vaga  l dentro e ride ogni sua parte.

63      V' l'aura molle e 'l ciel sereno e lieti
gli alberi e i prati e pure e dolci l'onde,
ove fra gli amenissimi mirteti
sorge una fonte e un fiumicel diffonde:
piovono in grembo a l 'erbe i sonni queti
con un soave mormorio di fronde,
cantan gli augelli: i marmi io taccio e l'oro
meravigliosi d'arte e di lavoro.

64      Apprestar su l'erbetta, ov' pi densa
l'ombra e vicino al suon de l'acque chiare,
fece di sculti vasi altera mensa
e ricca di vivande elette e care.
Era qui ci ch'ogni stagion dispensa,
ci che dona la terra o manda il mare,
ci che l'arte condisce; e cento belle
servivano al convito accorte ancelle.

65      Ella d'un parlar dolce e d'un bel riso
temprava altrui cibo mortale e rio.
Or mentre ancor ciascuno a mensa assiso
beve con lungo incendio un lungo oblio,
sorse e disse: `Or qui riedo.'E con un viso
ritorn poi non s tranquillo e pio.
Con una man picciola verga scote,
tien l'altra un libro, e legge in basse note.

66      Legge la maga, ed io pensiero e voglia
sento mutar, mutar vita ed albergo.
(Strana virt) novo pensier m'invoglia:
salto ne l'acqua, e mi vi tuffo e immergo.
Non so come ogni gamba entro s'accoglia,
come l'un braccio e l'altro entri nel tergo,
m'accorcio e stringo, e su la pelle cresce
squamoso il cuoio; e d'uom son fatto un pesce.

67      Cos ciascun de gli altri anco fu vlto
e guizz meco in quel vivace argento.
Quale allor mi foss'io, come di stolto
vano e torbido sogno, or me 'n rammento.
Piacquele al fin tornarci il proprio volto;
ma tra la meraviglia e lo spavento
muti eravam, quando turbata in vista
in tal guisa ne parla e ne contrista:

68      `Ecco, a voi noto  il mio poter'ne dice
`e quanto sopra voi l'imperio ho pieno.
Pende dal mio voler ch'altri infelice
perda in prigione eterna il ciel sereno,
altri divenga augello, altri radice
faccia e germogli nel terrestre seno,
o che s'induri in scelce, o in molle fonte
si liquefaccia, o vesta irsuta fronte.

69      Ben potete schivar l'aspro mio sdegno,
quando servire al mio piacer v'aggrade:
farvi pagani, e per lo nostro regno
contra l'empio Buglion mover le spade.'
Ricusr tutti ed aborrr l'indegno
patto; solo a Rambaldo il persuade.
Noi (ch non val difesa) entro una buca
di lacci avolse ove non  che luca.

70      Poi nel castello istesso a sorte venne
Tancredi, ed egli ancor fu prigioniero.
Ma poco tempo in carcere ci tenne
la falsa maga; e (s'io n'intesi il vero)
di seco trarne da quell'empia ottenne
del signor di Damasco un messaggiero,
ch'al re d'Egitto in don fra cento armati
ne conduceva inermi e incatenati.

71      Cos ce n'andavamo; e come l'alta
providenza del Cielo ordina e move,
il buon Rinaldo, il qual pi sempre essalta
la gloria sua con opre eccelse e nove,
in noi s'aviene, e i cavalieri assalta
nostri custodi e fa l'usate prove:
gli uccide e vince, e di quell'arme loro
fa noi vestir che nostre in prima foro.

72      Io 'l vidi, e 'l vider questi; e da lui porta
ci fu la destra, e fu sua voce udita.
Falso  il romor che qui risuona e porta
s rea novella, e salva  la sua vita;
ed oggi  il terzo d che con la scorta
d'un peregrin fece da noi partita
per girne in Antiochia, e pria depose
l'arme che rotte aveva e sanguinose."

73      Cos parlava, e l'Eremita intanto
volgeva al cielo l'una e l'altra luce.
Non un color, non serba un volto: oh quanto
pi sacro e venerabile or riluce!
Pieno di Dio, rapto dal zelo, a canto
a l'angeliche menti ei si conduce;
gli si svela il futuro, e ne l'eterna
serie de gli anni e de l'et s'interna.

74      e la bocca sciogliendo in maggior suono
scopre le cose altrui ch'indi verranno.
Tutti conversi a le sembianze, al tuono
de l'insolita voce attenti stanno.
"Vive" dice "Rinaldo, e l'altre sono
arti e bugie di femminile inganno.
Vive, e la vita giovanetta acerba
a pi mature glorie il Ciel riserba.

75      Presagi sono e fanciulleschi affanni
questi ond'or l'Asia lui conosce e noma.
Ecco chiaro vegg'io, correndo gli anni,
ch'egli s'oppone a l'empio Augusto e 'l doma
e sotto l'ombra de gli argentei vanni
l'aquila sua copre la Chiesa e Roma,
che de la fra avr tolte a gli artigli;
e ben di lui nasceran degni i figli.

76      De'figli i figli, e chi verr da quelli,
quinci avran chiari e memorandi essempi;
e da'Cesari ingiusti e da'rubelli
difenderan le mitre e i sacri tmpi.
Premer gli alteri e sollevar gli imbelli,
difender gli innocenti e punir gli empi,
fian l'arti lor: cos verr che vle
l'aquila estense oltra le vie del sole.

77      E dritto  ben che, se 'l ver mira e 'l lume,
ministri a Pietro i folgori mortali.
U'per Cristo si pugni, ivi le piume
spiegar de sempre invitte e trionfali,
ch ci per suo nativo alto costume
dielle il Cielo e per leggi a lei fatali.
Onde piace l su che in questa degna
impresa, onde part, chiamato vegna."

78      Qui dal soggetto vinto il saggio Piero
stupido tace, e 'l cor ne l'alma faccia
troppo gran cose de l'estense altero
valor ragiona, onde tutto altro spiaccia.
Sorge intanto la notte, e 'l velo nero
per l'aria spiega e l'ampia terra abbraccia;
vansene gli altri e dan le membra al sonno,
ma i suoi pensieri in lui dormir non ponno.



. CANTO UNDICESIMO.


1       Ma 'l capitan de le cristiane genti,
vlto avendo a l'assalto ogni pensiero,
giva apprestando i bellici instrumenti
quando a lui venne il solitario Piero;
e trattolo in disparte, in tali accenti
gli parl venerabile e severo:
"Tu movi, o capitan, l'armi terrene,
ma di l non cominci onde conviene.

2       Sia dal Cielo il principio; invoca inanti
ne le preghiere pubbliche e devote
la milizia de gli angioli e de'santi,
che ne impetri vittoria ella che puote.
Preceda il clero in sacre vesti, e canti
con pietosa armonia supplici note;
e da voi, duci gloriosi e magni,
pietate il vulgo apprenda e n'accompagni."

3       Cos gli parla il rigido romito,
e 'l buon Goffredo il saggio aviso approva:
"Servo" risponde "di Gies gradito,
il tuo consiglio di seguir mi giova.
Or mentre i duci a venir meco invito,
tu i Pastori de'popoli ritrova,
Guglielmo ed Ademaro, e vostra sia
la cura de la pompa sacra e pia."

4       Nel seguente mattino il vecchio accoglie
co'duo gran sacerdoti altri minori,
ov'entro al vallo tra sacrate soglie
soleansi celebrar divini onori.
Quivi gli altri vestr candide spoglie,,
vestr dorato ammanto i duo Pastori
che bipartito sovra i bianchi lini
s'affibbia al petto, e incoronaro i crini.

5       Va Piero solo inanzi e spiega al vento
il segno riverito in Paradiso,
e segue il coro a passo grave e lento
in duo lunghissimi ordini diviso.
Alternando facean doppio concento
in supplichevol canto e in umil viso,
e chiudendo le schiere ivano a paro
i principi Guglielmo ed Ademaro.

6       Venia poscia il Buglion, pur come  l'uso
di capitan senza compagno a lato;
seguiano a coppia i duci, e non confuso
seguiva il campo in lor difesa armato.
S procedendo se n'uscia del chiuso
de le trinciere il popolo adunato,
n s'udian trombe o suoni altri feroci
ma di pietate e d'umilt sol voci.

7       Te Genitor, te Figlio eguale al Padre,
e te che d'ambo uniti amando spiri,
e te d'Uomo e di Dio vergine Madre
invocano propizia a i lor desiri;
o Duci, e voi che le fulgenti squadre
del ciel movete in triplicati giri,
o Divo, e te che de la diva fronte
la monda umanit lavasti al fonte,

8      chiamano; e te che sei pietra e sostegno
de la magion di Dio fondato e forte,
ove ora il novo successor tuo degno
di grazia e di perdono apre le porte,
e gli altri messi del celeste regno
che divulgr la vincitrice morte,
e quei che 'l vero a confermar seguiro,
testimoni di sangue e di martiro;

9      quegli ancor la cui penna o la favella
insegnata ha del Ciel la via smarrita,
e la cara di Cristo e fida ancella
ch'elesse il ben de la pi nobil vita;
e le vergini chiuse in casta cella
che Dio con alte nozze a s marita;
e quell'altre magnanime a i tormenti,
sprezzatrici de'regi e de le genti.

10      Cos cantando, il popolo devoto
con larghi giri si dispiega e stende,
e drizza a l'Oliveto il lento moto,
monte che da l'olive il nome prende,
monte per sacra fama al mondo noto,
ch'oriental contra le mura ascende,
e sol da quelle il parte e ne 'l discosta
la cupa Giosaf ch'in mezzo  posta.

11      Col s'invia l'essercito canoro,
e ne suonan le valli ime e profonde
e gli alti colli e le spelonche loro,
e da ben mille parti Ecco risponde,
e quasi par che boscareccio coro
fra quegli antri si celi e in quelle fronde,
s chiaramente replicar s'udia
or di Cristo il gran nome, or di Maria,

12      D'in su le mura ad ammirar fra tanto
cheti si stanno e attoniti i pagani
que'tardi avolgimenti e l'umil canto,
e l'insolite pompe e i riti estrani.
Poi che cess de lo spettacol santo
la novitate, i miseri profani
alzr le strida; e di bestemmie e d'onte
mugg il torrente e la gran valle e 'l monte.

13      Ma da la casta melodia soave
la gente di Gies per non tace,
n si volge a que'gridi o cura n'have
pi che di stormo avria d'augei loquace;
n perch strali aventino, ella pave
che giungano a turbar la santa pace
di s lontano, onde a suo fin ben pote
condur le sacre incominciate note.

14      Poscia in cima del colle ornan l'altare
che di gran cena al sacerdote  mensa,
e d'ambo i lati luminosa appare
sublime lampa in lucid'oro accensa.
Quivi altre spoglie, e pur dorate e care,
prende Guglielmo, e pria tacito pensa,
indi con chiaro suon la voce spiega,
se stesso accusa e Dio ringrazia e prega.

15      Umili intorno ascoltano i primieri,
le viste i pi lontani almen v'han fisse.
Ma poi che celebr gli alti misteri
del puro sacrificio: "Itene" ei disse;
e in fronte alzando a i popoli guerrieri
la man sacerdotal, li benedisse.
Allor se 'n ritornr le squadre pie
per le dianzi da lor calcate vie.

16      Giunti nel vallo e l'ordine disciolto,
si rivolge Goffredo a sua magione,
e l'accompagna stuol calcato e folto
insino al limitar del padiglione.
Quivi gli altri accommiata indietro vlto,
ma ritien seco i duci il pio Buglione,
e li raccoglie a mensa, e vuol ch'a fronte
di Tolosa gli sieda il vecchio conte.

17      Poi che de'cibi il natural amore
fu in lor ripresso e l'importuna sete,
disse a i duci il gran duce: "Al novo albore
tutti a l'assalto voi pronti sarete:
quel fia giorno di guerra e di sudore,
questo sia d'apparecchio e di quiete.
Dunque ciascun vada al riposo, e poi
se medesmo prepari e i guerrier suoi."

18      Tolser essi congedo, e manifesto
quinci gli araldi a suon di trombe fro
ch'essere a l'arme apparecchiato e presto
de con la nova luce ogni guerriero.
Cos in parte al ristoro e in parte questo
giorno si diede a l'opre ed al pensiero,
sin che fe'nova tregua a la fatica
la cheta notte, del riposo amica.

19      Ancor dubbia l'aurora ed immaturo
ne l'oriente il parto era del giorno,
n i terreni fendea l'aratro duro,
n fea il pastore a i prati anco ritorno;
stava tra i rami ogni augellin securo,
e in selva non s'udia latrato o corno,
quando a cantar la mattutina tromba
comincia: "A l'arme!" " A l'arme!" il ciel rimbomba.

20      "A l'arme! a l'arme! " subito ripiglia
il grido universal di cento schiere.
Sorge il forte Goffredo e gi non piglia
la gran corazza usata o le schiniere;
ne veste un'altra ed un pedon somiglia
in arme speditissime e leggiere;
e indosso avea gi l'agevol pondo,
quando gli sovraggiunse il buon Raimondo.

21      Questi, veggendo armato in cotal modo
il capitano, il suo pensier comprese:
"Ov'" gli disse "il grave usbergo e sodo?
ov', signor, l'altro ferrato arnese?
perch sei parte inerme? Io gi non lodo
che vada con s debili difese.
Or da tai segni in te ben argomento
che sei di gloria ad umil mta intento.

22      Deh! che ricerchi tu? privata palma
di salitor di mura? Altri le saglia,
ed esponga men degna ed util alma
(rischio debito a lui) ne la battaglia;
tu riprendi, signor, l'usata salma
e di te stesso a nostro pro ti caglia.
L'anima tua, mente del campo e vita,
cautamente per Dio sia custodita."

23      Qui tace, ed ei risponde: "Or ti sia noto
che quando in Chiaramonte il grande Urbano
questa spada mi cinse, e me devoto
fe'cavalier l'onnipotente mano,
tacitamente a Dio promisi in voto
non pur l'opera qui di capitano,
ma d'impiegarvi ancor, quando che fosse,
qual privato guerrier l'arme e le posse.

24      Dunque, poscia che fian contra i nemici
tutte le genti mie mosse e disposte,
e ch'a pieno adempito avr gli uffici
che son dovuti al principe de l'oste,
ben  ragion (n tu, credo, il disdici)
ch'a le mura pugnando anch'io m'accoste,
e la fede promessa al Cielo osservi:
egli mi custodisca e mi conservi."

25      Cos concluse, e i cavalier francesi
segur l'essempio e i duo minor Buglioni;
gli altri principi ancor men gravi arnesi
parte vestiro e si mostrr pedoni.
Ma i pagani fra tanto erano ascesi
l dove a i sette gelidi Trioni
si volge e piega a l'occidente il muro,
che nel pi facil sito  men securo.

26      Per ch'altronde la citt non teme
de l'assalto nemico offesa alcuna,
quivi non pur l'empio tiranno insieme
il forte vulgo e gli assoldati aduna,
ma chiama ancora a le fatiche estreme
fanciulli e vecchi l'ultima fortuna;
e van questi portando a i pi gagliardi
calce e zolfo e bitume e sassi e dardi.

27      E di macchine e d'arme han pieno inante
tutto quel muro a cui soggiace il piano,
e quinci in forma d'orrido gigante
da la cintola in su sorge il Soldano,
quindi tra'merli il minaccioso Argante
torreggia, e discoperto  di lontano,
e in su la torre altissima Angolare
sovra tutti Clorinda eccelsa appare.

28      A costei la faretra e 'l grave incarco
de l'acute quadrella al tergo pende.
Ella gi ne le mani ha preso l'arco,
e gi lo stral v'ha su la corda e 'l tende;
e desiosa di ferire, al varco
la bella arciera i suoi nemici attende.
Tal gi credean la vergine di Delo
tra l'alte nubi saettar dal cielo.

29      Scorre pi sotto il re canuto a piede
da l'una a l'altra porta, e 'n su le mura
ci che prima ordin cauto rivede
e i difensor conforta e rassecura;
e qui genti rinforza e l provede
di maggior copia d'arme, e 'l tutto cura.
Ma se ne van l'afflitte madri al tempio
a ripregar nume bugiardo ed empio.

30      "Deh! spezza tu del predator francese
l'asta, Signor, con la man giusta e forte;
e lui, che tanto il tuo gran nome offese,
abbatti e spargi sotto l'alte porte."
Cos dicean, n fur le voci intese
l gi tra 'l pianto de l'eterna morte.
Or mentre la citt s'appresta e prega,
le genti e l'arme il pio Buglion dispiega.

31      Tragge egli fuor l'essercito pedone
con molta providenza e con bell'arte,
e contra il muro ch'assalir dispone
obliquamente in duo lati il comparte.
Le baliste per dritto in mezzo pone
e gli altri ordigni orribili di Marte,
onde in guisa di fulmini si lancia
vr le merlate cime or sasso, or lancia.

32      E mette in guardia i cavalier de'fanti
da tergo, e manda intorno i corridori.
D il segno poi de la battaglia, e tanti
i sagittari sono e i frombatori
e l'arme da le machine volanti,
che scemano fra i merli i difensori.
Altri v' morto e 'l loco altri abbandona;
gi men folta del muro  la corona.

33      La gente franca impetuosa e ratta
allor quanto pi puote affretta i passi;
e parte scudo a scudo insieme adatta,
e di quegli un coperchio al capo fassi,
e parte sotto machine s'appiatta
che fan riparo al grandinar de'sassi;
ed arrivando al fosso, il cupo e 'l vano
cercano empirne ed adeguarlo al piano.

34      Non era il fosso di palustre limo
(ch no 'l consente il loco) o d'acqua molle,
onde l'empieno, ancor che largo ed imo,
le pietre e i fasci e gli arbori e le zolle.
L'audacissimo Alcasto intanto il primo,
scopre la testa ed una scala estolle,
e no 'l ritien dura gragnuola o pioggia
di fervidi bitumi, e su vi poggia.

35      Vedeasi in alto il fier elvezio asceso
mezzo l'aereo calle aver fornito,
segno a mille saette, e non offeso
d'alcuna s che fermi il corso ardito;
quando un sasso ritondo e di gran peso,
veloce come di bombarda uscito,
ne l'elmo il coglie e il risospinge a basso;
e 'l colpo vien dal lanciator circasso.

36      Non  mortal, ma grave il colpo e 'l salto
s ch'ei stordisce, e giace immobil pondo.
Argante allor in suon feroce ed alto:
"Caduto  il primo, or chi verr secondo?
Ch non uscite a manifesto assalto,
appiattati guerrier, s'io non m'ascondo?
Non gioveranvi le caverne estrane,
ma vi morrete come belve in tane."

37      Cos dice egli, e per suo dir non cessa
la gente occulta, e tra i ripari cavi
e sotto gli alti scudi unita e spessa
le saette sostiene e i pesi gravi;
gi gli arieti e la muraglia appressa,
machine grandi e smisurate travi,
c'han testa di monton ferrata e dura:
temon le porte il cozzo, e l'alte mura.

38      Gran mole intanto  di l su rivolta
per cento mani al gran bisogno pronte,
che sovra la testugine pi folta
ruina, e par che vi trabocchi un monte;
e de gli scudi l'union disciolta,
pi d'un elmo vi frange e d'una fronte,
e ne riman la terra sparsa e rossa
d'arme, di sangue, di cervella e d'ossa.

39      L'assalitore allor sotto al coperto
de le machine sue pi non ripara,
ma da i ciechi perigli al rischio aperto
fuori se n'esce e sua virt dichiara.
Altri appoggia le scale e va per l'erto,
altri percote i fondamenti a gara.
Ne crolla il muro, e ruinoso i fianchi
gi fesso mostra a l'impeto de'Franchi.

40      E ben cadeva a le percosse orrende,
che doppia in lui l'espugnator montone,
ma sin da'merli il popolo il difende
con usata di guerra arte e ragione,
ch'ovunque la gran trave in lui si stende
cala fasci di lana e li frapone;
prende in s le percosse e fa pi lente
la materia arrendevole e cedente.

41      Mentre con tal valor s'erano strette
l'audaci schiere e la tenzon murale,
curv Clorinda sette volte, e sette
rallent l'arco e n'avent lo strale;
e quante in gi se ne volr saette,
tante s'insanguinaro il ferro e l'ale,
non di sangue plebeo ma del pi degno,
ch sprezza quell'altera ignobil segno.

42      Il primo cavalier ch'ella piagasse
fu l'erede minor del rege inglese.
Da'suoi ripari a pena il capo ei trasse
che la mortal percossa in lui discese,
e che la destra man non gli trapasse
il guanto de l'acciar nulla contese;
s che inabile a l'arme ei si ritira
fremendo, e meno di dolor che d'ira.

43      Il buon conte d'Ambuosa in ripa al fosso,
e su la scala poi Clotareo il franco:
quegli mor trafitto il petto e 'l dosso,
questi da l'un passato a l'altro fianco.
Sospingeva il monton, quando  percosso
al signor de'Fiamminghi il braccio manco,
s che tra via s'allenta, e vuol poi trarne
lo strale, e resta il ferro entro la carne.

44      A l'incauto Ademar, ch'era da lunge
la fera pugna a riguardar rivolto,
la fatal canna arriva e in fronte il punge.
Stende ei la destra al loco ove l'ha colto,
quando nova saetta ecco sorgiunge
sovra la mano e la confige al volto;
onde egli cade, e fa del sangue sacro
su l'arme feminili ampio lavacro.

45      Ma non lungi da'merli a Palamede,
mentre ardito disprezza ogni periglio
e su per gli erti gradi indrizza il piede,
cala il settimo ferro al destro ciglio,
e trapassando per la cava sede
e tra i nervi de l'occhio esce vermiglio
diretro per la nuca; egli trabocca
e more a'pi de l'assalita rocca.

46      Tal saetta costei. Goffredo intanto
con novo assalto i difensori opprime.
Avea condotto ad una porta a canto
de le machine sue la pi sublime.
Questa  torre di legno, e s'erge tanto
che pu del muro pareggiar le cime;
torre che grave d'uomini ed armata,
mobile  su le rote e vien tirata.

47      Viene aventando la volubil mole
lancie e quadrella, e quanto pu s'accosta,
e come nave in guerra nave suole,
tenta d'unirsi a la muraglia opposta;
ma chi lei guarda ed impedir ci vuole,
l'urta la fronte e l'una e l'altra costa,
la respinge con l'aste e le percote
or con le pietre i merli ed or le rote.

48      Tanti di qua, tanti di l fur mossi
e sassi e dardi ch'oscuronne il cielo.
S'urtr due nembi in aria, e l tornossi
talor respinto, onde partiva, il telo.
Come di fronde sono i rami scossi
da la pioggia indurata in freddo gelo
e ne caggiono i pomi anco immaturi,
cos cadeano i saracin da i muri,

49      per che scende in lor pi greve il danno,
che di ferro assai meno eran guerniti.
Parte de'vivi ancora in fuga vanno,
de la gran mole al fulminar smarriti.
Ma quel che gi fu di Nicea tiranno
vi resta, e fa restarvi i pochi arditi;
e 'l fero Argante a contraporsi corre,
presa una trave, a la nemica torre,

50      e da s la respinge e tien lontana
quanto l'abete  lungo e 'l braccio forte.
Vi scende ancor la vergine sovrana,
e de'perigli altrui si fa consorte.
I Franchi intanto a la pendente lana
le funi recideano e le ritorte
con lunghe falci, onde cadendo a terra
lasciava il muro disarmato in guerra.

51      Cos la torre sovra, e pi di sotto
l'impetuoso il batte aspro ariete,
onde comincia ormai forato e rotto
a discoprir le interne vie secrete.
Essi non lunge il capitan condotto,
al conquassato e tremulo parete,
nel suo scudo maggior tutto rinchiuso
che rade volte ha di portar in uso.

52      E quivi cauto rimirando spia,
e scender vede Solimano a basso
e porsi a la difesa ove s'apria
tra le ruine il periglioso passo,
e rimaner della sublime via
Clorinda in guardia e 'l cavalier circasso.
Cos guardava, e gi sentiasi il core
tutto avampar di generoso ardore.

53      Onde rivolto dice al buon Sigiero,
che gli portava un altro scudo e l'arco:
"Ora mi porgi, o fedel mio scudiero,
cotesto men gravoso e grande incarco,
ch tenter di trapassar primiero
su i dirupati sassi il dubbio varco;
e tempo  ben che qualche nobil opra
de la nostra virtute omai si scopra."

54      Cos mutato scudo a pena disse,
quando a lui venne una saetta a volo,
e ne la gamba il colse e la trafisse
nel pi nervoso, ove  pi acuto il duolo.
Che di tua man, Clorinda, il colpo uscisse,
la fama il canta, e tuo l'onor n' solo;
se questo d servaggio e morte schiva
la tua gente pagana, a te s'ascriva.

55      Ma il fortissimo eroe, quasi non senta
il mortifero duol de la ferita,
dal cominciato corso il pi non lenta,
e monta su i dirupi e gli altri invita.
Pur s'avede egli poi che no 'l sostenta
la gamba, offesa troppo ed impedita,
e ch'inaspra agitando ivi l'ambascia,
onde sforzato alfin l'assalto lascia.

56      E chiamando il buon Guelfo a s con mano,
a lui parlava: "Io me ne vo constretto:
sostien persona tu di capitano
e di mia lontananza empi il diffetto.
Ma picciol'ora io vi star lontano:
vado e ritorno." E si partia, ci detto;
ed ascendendo in un leggier cavallo,
giunger non pu che non sia visto al vallo.

57      Al dipartir del capitan, si parte
e cede il campo la fortuna franca.
Cresce il vigor ne la contraria parte,
sorge la speme e gli animi rinfranca;
e l'ardimento co 'l favor di Marte
ne'cor fedeli e l'impeto gi manca:
gi corre lento ogni lor ferro al sangue,
e de le trombe istesse il suono langue.

58      E gi tra'merli a comparir non tarda
lo stuol fugace che 'l timor caccionne,
e mirando la vergine gagliarda,
vero amor de la patria arma le donne.
Correr le vedi e collocarsi in guarda
con chiome sparse e con succinte gonne,
e lanciar dardi e non mostrar paura
d'esporre il petto per l'amate mura.

59      E quel ch'a i Franchi pi spavento porge,
e 'l toglie a i difensor de la cittade,
 che 'l possente Guelfo (e se n'accorge
questo popol e quel) percosso cade.
Tra mille il trova sua fortuna e scrge
d'un sasso il corso per lontane strade;
e da sembiante colpo al tempo stesso
colto  Raimondo, onde gi cade anch'esso.

60      Ed aspramente allora anco fu punto
ne la proda del fosso Eustazio ardito.
N in questo a i Franchi fortunoso punto
contra lor da'nemici  colpo uscito
(che n'uscr molti) onde non sia disgiunto
corpo da l'alma o non sia almen ferito.
E in tal prosperit via pi feroce
divenendo il circasso, alza la voce:

61      "Non  questa Antiochia, e non  questa
la notte amica a le cristiane frodi.
Vedete il chiaro sol, la gente desta,
altra forma di guerra ed altri modi.
Dunque favilla in voi nulla pi resta
de l'amor de la preda e de le lodi,
che s tosto cessate e ste stanche
per breve assalto, o Franchi no, ma Franche?"

62      Cos ragiona, e in guisa tal s'accende
ne le sue furie il cavaliero audace
che quell'ampia citt ch'egli difende
non gli par campo del suo ardir capace,
e si lancia a gran salti ove si fende
il muro e la fessura adito face;
ed ingombra l'uscita, e grida intanto
a Soliman che si vedeva a canto:

63      "Soliman, ecco il loco ed ecco l'ora
che del nostro valor giudice fia.
Che cessi? o di che temi? or cost fora
cerchi il pregio sovran chi pi 'l desia."
Cos gli disse, e l'uno e l'altro allora
precipitosamente a prova uscia;
l'un da furor, l'altro da onor rapito
e stimolato dal feroce invito.

64      Giunsero inaspettati ed improvisi
sovra i nemici, e in paragon mostrrsi;
e da lor tanti furo uomini uccisi,
e scudi ed elmi dissipati e sparsi,
e scale tronche ed arieti incisi,
che di lor parve quasi un monte farsi,
e mescolati a le ruine alzaro,
in vece del caduto, alto riparo.

65      La gente che pur dianzi ard salire
al pregio eccelso di mural corona,
non ch'or d'entrar ne la cittate aspire,
ma sembra a le difese anco mal buona;
e cede al nuovo assalto, e in preda a l'ire
de'duo guerrier le machine abbandona,
ch'ad altra guerra ormai saran mal atte
tanto  'l furor che le percote e batte.

66      L'uno e l'altro pagan, come il trasporta
l'impeto suo, gi pi e pi trascorre;
gi 'l foco chiede a i cittadini, e porta
duo pini fiammeggianti invr la torre.
Cotali uscir da la tartarea porta
sogliono, e sottosopra il mondo porre,
le ministre di Pluto empie sorelle,
lor ceraste scotendo e lor facelle.

67      Ma l'invitto Tancredi, il qual altrove
confortava a l'assalto i suoi latini,
tosto che vide l'incredibil prove,
e la gemina fiamma e i duo gran pini,
tronca in mezzo le voci, e presto move
a frenar il furor de'saracini;
e tal del suo valor d segno orrendo
che chi vinse e fug fugge or perdendo.

68      Cos de la battaglia or qui lo stato
co 'l variar de la fortuna  vlto,
e in questo mezzo il capitan piagato
ne la gran tenda sua gi s' raccolto
co 'l buon Sigier, con Baldovino a lato,
de i mesti amici in gran concorso e folto;
ei che s'affretta e di tirar s'affanna
de la piaga lo stral, rompe la canna,

69      e la via pi vicina e pi spedita
a la cura di lui vuol che si prenda,
scoprasi ogni latebra a la ferita
e largamente si risechi e fenda.
"Rimandatemi in guerra, onde fornita
non sia co 'l d prima ch'a lei mi renda."
Cos dice; e premendo il lungo cerro
d'una gran lancia, offre la gamba al ferro.

70      E gi l'antico Ertimo, che nacque
in riva al Po, s'adopra in sua salute,
il qual de l'erbe e de le nobil acque
ben conosceva ogni uso, ogni virtute;
caro a le Muse ancor, ma si compiacque
ne la gloria minor de l'arti mute,
sol cur trre a morte i corpi frali,
e potea far i nomi anco immortali.

71      Stassi appoggiato, e con secura faccia
freme immobile al pianto il capitano.
Quegli in gonna succinto e da le braccia
ripiegato il vestir, leggiero e piano
or con l'erbe potenti in van procaccia
trarne lo strale, or con la dotta mano;
e con la destra il tenta e co 'l tenace
ferro il va riprendendo, e nulla face.

72      L'arte sue non seconda ed al disegno
par che per nulla via fortuna arrida;
e nel piagato eroe giunge a tal segno
l'aspro martr che n' quasi omicida.
Or qui l'angiol custode, al duol indegno
mosso di lui, colse dittamo in Ida:
erba crinita di purpureo fiore
c'have in giovani foglie alto valore.

73      E ben mastra natura a le montane
capre n'insegna la virt celata,
qualor vengon percosse e lor rimane
nel fianco affissa la saetta alata.
Ouesta, bench da parti assai lontane,
in un momento l'angelo ha recata,
e non veduto entro le mediche onde
de gli apprestati bagni il succo infonde,

74      e del fonte di Lidia i sacri umori
e l'odorata panacea vi mesce.
Ne sparge il vecchio la ferita, e fuori
volontario per s lo stral se 'n esce
e si ristagna il sangue; e gi i dolori
fuggono da la gamba e 'l vigor cresce.
Grida Ertimo allor: "L'arte maestra
te non risana o la mortal mia destra,

75      maggior virt ti salva: un angiol, credo,
medico per te fatto,  sceso in terra,
ch di celeste mano i segni vedo:
prendi l'arme; che tardi? e riedi in guerra."
Avido di battaglia il pio Goffredo
gi ne l'ostro le gambe avolge e serra,
e l'asta crolla smisurata, e imbraccia
il gi deposto scudo e l'elmo allaccia.

76      Usc dal chiuso vallo, e si converse
con mille dietro a la citt percossa:
sopra di polve il ciel gli si coperse,
trem sotto la terra al moto scossa;
e lontano appressar le genti averse
d'alto il miraro, e corse lor per l'ossa
un tremor freddo e strinse il sangue in gelo.
Egli alz tre fiate il grido al cielo.

77      Conosce il popol suo l'altera voce
e 'l grido eccitator de la battaglia,
e riprendendo l'impeto veloce
di novo ancora a la tenzon si scaglia.
Ma gi la coppia de i pagan feroce
nel rotto accolta s' de la muraglia,
difendendo ostinata il varco fesso
dal buon Tancredi e da chi vien con esso.

78      Qui disdegnoso giunge e minacciante
chiuso ne l'arme il capitan di Francia,
e 'n su la prima giunta al fero Argante
l'asta ferrata fulminando lancia.
Nessuna mural machina si vante
d'aventar con pi forza alcuna lancia.
Tuona per l'aria la nodosa trave,
v'oppon lo scudo Argante e nulla pave.

79      S'apre lo scudo al frassino pungente,
n la dura corazza anco il sostiene,
ch rompe tutte l'arme, e finalmente
il sangue saracino a sugger viene.
Ma si svelle il circasso (e il duol non sente)
da l'arme il ferro affisso e da le vene,
e 'n Goffredo il ritorce: "A te" dicendo
"rimando il tronco, e l'armi tue ti rendo."

80      L'asta, ch'offesa or porta ed or vendetta,
per lo noto sentier vola e rivola,
ma gi colui non fre ove  diretta,
ch'egli si spiega e 'l capo al colpo invola;
coglie il fedel Sigiero, il qual ricetta
profondamente il ferro entro la gola,
n gli rincresce, del suo caro duce
morendo in vece, abbandonar la luce.

81      Quasi in quel punto Soliman percote
con una scelce il cavalier normando;
e questi al colpo si contorce e scote
e cade in gi come paleo rotando.
Or pi Goffredo sostener non pote
l'ira di tante offese, e impugna il brando,
e sovra la confusa alta ruina
ascende, e move omai guerra vicina.

82      E ben ei vi facea mirabil cose,
e contrasti seguiano aspri e mortali,
ma fuor usc la notte e 'l mondo ascose
sotto il caliginoso orror de l'ali;
e l'ombre sue pacifiche interpose
fra tante ire de'miseri mortali,
s che cess Goffredo e fe'ritorno.
Cotal fine ebbe il sanguinoso giorno.

83      Ma pria che 'l pio Buglione il campo ceda,
fa indietro riportar gli egri e i languenti,
e gi non lascia a'suoi nemici in preda
l'avanzo de'suoi bellici tormenti;
pur salva la gran torre avien che rieda,
primo terror de le nemiche genti,
come che sia da l'orrida tempesta
sdruscita anch'essa in alcun loco e pesta.

84      Da'gran perigli uscita ella se 'n viene
giungendo a loco omai di sicurezza.
Ma qual nave talor ch'a vele piene
corre il mar procelloso e l'onde sprezza,
poscia in vista del porto o su l'arene
o su i fallaci scogli un fianco spezza;
o qual destrier passa le dubbie strade
e presso al dolce albergo incespa e cade;

85      tale inciampa la torre, e tal da quella
parte che volse a l'impeto de'sassi
frange due rote debili, s ch'ella
ruinosa pendendo arresta i passi.
Ma le suppone appoggi e la puntella
lo stuol che la conduce e seco stassi,
insin che i pronti fabri intorno vanno
saldando in lei d'ogni sua piaga il danno,

86      Cos Goffredo impone, il qual desia
che si racconci inanzi al novo sole,
ed occupando questa e quella via
dispon le guardie intorno a l'alta mole;
ma 'l suon ne la citt chiaro s'udia
di fabrili instrumenti e di parole,
e mille si vedean fiaccole accese,
onde seppesi il tutto o si comprese.



. CANTO DODICESIMO.


1       Era la notte, e non prendean ristoro
co 'l sonno ancor le faticose genti:
ma qui vegghiando nel fabril lavoro
stavano i Franchi a la custodia intenti,
e l i pagani le difese loro
gian rinforzando tremule e cadenti
e reintegrando le gi rotte mura,
e de'feriti era comun la cura.

2       Curate al fin le piaghe, e gi fornita
de l'opere notturne era qualcuna;
e rallentando l'altre, al sonno invita
l'ombra omai fatta pi tacita e bruna.
Pur non accheta la guerriera ardita
l'alma d'onor famelica e digiuna,
e sollecita l'opre ove altri cessa.
Va seco Argante, e dice ella a se stessa:

3       "Ben oggi il re de'Turchi e 'l buon Argante
fr meraviglie inusitate e strane,
ch soli uscr fra tante schiere e tante
e vi spezzr le machine cristiane.
Io (questo  il sommo pregio onde mi vante)
d'alto rinchiusa oprai l'arme lontane,
sagittaria, no 'l nego, assai felice.
Dunque sol tanto a donna e pi non lice?

4       Quanto me'fra in monte od in foresta
a le fre aventar dardi e quadrella,
ch'ove il maschio valor si manifesta
mostrarmi qui tra cavalier donzella!
Ch non riprendo la feminea vesta,
s'io ne son degna e non mi chiudo in cella?"
Cos parla tra s; pensa e risolve
al fin gran cose ed al guerrier si volve:

5       "Buona pezza , signor, che in s raggira
un non so che d'insolito e d'audace
la mia mente inquieta: o Dio l'inspira,
o l'uom del suo voler suo Dio si face.
Fuor del vallo nemico accesi mira
i lumi; io l n'andr con ferro e face
e la torre arder: vogl'io che questo
effetto segua, il Ciel poi curi il resto.

6       Ma s'egli averr pur che mia ventura
nel mio ritorno mi rinchiuda il passo,
d'uom che 'n amor m' padre a te la cura
e de le care mie donzelle io lasso.
Tu ne l'Egitto rimandar procura
le donne sconsolate e 'l vecchio lasso.
Fallo per Dio, signor, ch di pietate
ben  degno quel sesso e quella etate."

7       Stupisce Argante, e ripercosso il petto
da stimoli di gloria acuti sente.
"Tu l n'andrai," rispose "e me negletto
qui lascierai tra la vulgare gente?
E da secura parte avr diletto
mirar il fumo e la favilla ardente?
No, no; se fui ne l'arme a te consorte,
esser vo'ne la gloria e ne la morte.

8       Ho core anch'io che morte sprezza e crede
che ben si cambi con l'onor la vita."
"Ben ne fsti" diss'ella "eterna fede
con quella tua s generosa uscita.
Pure io femina sono, e nulla riede
mia morte in danno a la citt smarrita;
ma se tu cadi (tolga il Ciel gli augri),
or chi sar che pi difenda i muri?"

9       Replic il cavaliero: "Indarno adduci
al mio fermo voler fallaci scuse.
Seguir l'orme tue, se mi conduci;
ma le precorrer, se mi ricuse."
Concordi al re ne vanno, il qual fra i duci
e fra i pi saggi suoi gli accolse e chiuse.
Incominci Clorinda: "O sire, attendi
a ci che dir voglianti, e in grado il prendi.

10      Argante qui (n sar vano il vanto)
quella macchina eccelsa arder promette.
Io sar seco, ed aspettiam sol tanto
che stanchezza maggiore il sonno allette."
Sollev il re le palme, e un lieto pianto
gi per le crespe guancie a lui cadette;
e: "Lodato sia tu," disse "che a i servi
tuoi volgi gli occhi e 'l regno anco mi servi.

11      N gi s tosto cader, se tali
animi forti in sua difesa or sono.
Ma qual poss'io, coppia onorata, eguali
dar a i meriti vostri o laude o dono?
Laudi la fama voi con immortali
voci di gloria, e 'l mondo empia del suono.
Premio v' l'opra stessa, e premio in parte
vi fia del regno mio non poca parte."

12      S parla il re canuto, e si ristringe
or questa or quel teneramente al seno.
Il Soldan, ch' presente e non infinge
la generosa invidia onde egli  pieno,
disse: "N questa spada in van si cinge;
verravvi a paro o poco dietro almeno."
"Ah!" rispose Clorinda "andremo a questa
impresa tutti? e se tu vien, chi resta?"

13      Cos gli disse, e con rifiuto altero
gi s'apprestava a ricusarlo Argante;
ma 'l re il prevenne, e ragion primiero
a Soliman con placido sembiante:
"Ben sempre tu, magnanimo guerriero,
ne ti mostrasti a te stesso sembiante,
cui nulla faccia di periglio unquanco
sgoment, n mai fosti in guerra stanco.

14      E so che fuora andando opre faresti
degne di te; ma sconvenevol parmi
che tutti usciate, e dentro alcun non resti
di voi che ste i pi famosi in armi.
N men consentirei ch'andasser questi
(ch degno  il sangue lor che si risparmi),
s'o men util tal opra o mi paresse
che fornita per altri esser potesse.

15      Ma poi che la gran torre in sua difesa
d'ogni intorno le guardie ha cos folte
che da poche mie genti esser offesa
non pote, e inopportuno  uscir con molte,
la coppia che s'offerse a l'alta impresa,
e 'n simil rischio si trov pi volte,
vada felice pur, ch'ella  ben tale
che sola pi che mille insieme vale.

16      Tu, come al regio onor pi si conviene,
con gli altri, prego, in su le porte attendi;
e quando poi (ch n'ho secura spene)
ritornino essi e desti abbian gli incendi,
se stuol nemico seguitando viene,
lui risospingi e lor salva e difendi."
Cos l'un re diceva, e l'altro cheto
rimaneva al suo dir, ma non gi lieto.

17      Soggiunse allora Ismeno: "Attender piaccia
a voi, ch'uscir dovete, ora pi tarda,
sin che di varie tempre un misto i'faccia
ch'a la machina ostil s'appigli e l'arda.
Forse allora averr che parte giaccia
di quello stuol che la circonda e guarda."
Ci fu concluso, e in sua magion ciascuno
aspetta il tempo al gran fatto opportuno.

18      Depon Clorinda le sue spoglie inteste
d'argento e l'elmo adorno e l'arme altere,
e senza piuma o fregio altre ne veste
(infausto annunzio!) ruginose e nere,
per che stima agevolmente in queste
occulta andar fra le nemiche schiere.
 quivi Arsete eunuco, il qual fanciulla
la nudr da le fasce e da la culla,

19      e per l'orme di lei l'antico fianco
d'ogni intorno traendo, or la seguia.
Vede costui l'arme cangiate, ed anco
del gran rischio s'accorge ove ella ga,
e se n'affligge, e per lo crin che bianco
in lei servendo ha fatto e per la pia
memoria de'suo'uffici instando prega
che da l'impresa cessi; ed ella il nega.

20      Onde ei le disse alfin: "Poi che ritrosa
s la tua mente nel suo mal s'indura
che n la stanca et, n la pietosa
voglia, n i preghi miei, n il pianto cura,
ti spiegher pi oltre, e saprai cosa
di tua condizion che t'era oscura;
poi tuo desir ti guidi o mio consiglio."
Ei segue, ed ella inalza attenta il ciglio.

21      "Resse gi l'Etiopia, e forse regge
Senapo ancor con fortunato impero,
il qual del figlio di Maria la legge
osserva, e l'osserva anco il popol nero.
Quivi io pagan fui servo e fui tra gregge
d'ancelle avolto in feminil mestiero,
ministro fatto de la regia moglie
che bruna  s, ma il bruno il bel non toglie.

22      N'arde il marito, e de l'amore al foco
ben de la gelosia s'agguaglia il gelo.
Si va in guisa avanzando a poco a poco
nel tormentoso petto il folle zelo
che da ogn'uom la nasconde, e in chiuso loco
vorria celarla a i tanti occhi del cielo.
Ella, saggia ed umil, di ci che piace
al suo signor fa suo diletto e pace.

23      D'una pietosa istoria e di devote
figure la sua stanza era dipinta.
Vergine, bianca il bel volto e le gote
vermiglia,  quivi presso un drago avinta.
Con l'asta il mostro un cavalier percote:
giace la fra nel suo sangue estinta.
Quivi sovente ella s'atterra, e spiega
le sue tacite colpe e piange e prega.

24      Ingravida fra tanto, ed espon fuori
(e tu fosti colei) candida figlia.
Si turba; e de gli insoliti colori,
quasi d'un novo mostro, ha meraviglia.
Ma perch il re conosce e i suoi furori,
celargli il parto alfin si riconsiglia,
ch'egli avria dal candor che in te si vede
argomentato in lei non bianca fede.

25      Ed in tua vece una fanciulla nera
pensa mostrargli, poco inanzi nata.
E perch fu la torre, ove chius'era,
da le donne e da me solo abitata,
a me, che le fui servo e con sincera
mente l'amai, ti di non battezzata;
n gi poteva allor battesmo darti,
ch l'uso no 'l sostien di quelle parti.

26      Piangendo a me ti porse, e mi commise
ch'io lontana a nudrir ti conducessi.
Chi pu dire il suo affanno, e in quante guise
lagnossi e raddoppi gli ultimi amplessi?
Bagn i baci di pianto, e fur divise
le sue querele da i singulti spessi.
Lev alfin gli occhi, e disse: "O Dio, che scerni
l'opre pi occulte, e nel mio cor t'interni,

27      s'immaculato  questo cor, s'intatte
son queste membra e 'l marital mio letto,
per me non prego, che mille altre ho fatte
malvagit: son vile al tuo cospetto;
salva il parto innocente, al qual il latte
nega la madre del materno petto.
Viva, e sol d'onestate a me somigli;
l'essempio di fortuna altronde pigli.

28      Tu, celeste guerrier, che la donzella
togliesti del serpente a gli empi morsi,
s'accesi ne'tuo'altari umil facella,
s'auro o incenso odorato unqua ti porsi,
tu per lei prega, s che fida ancella
possa in ogni fortuna a te raccrsi."
Qui tacque; e 'l cor le si rinchiuse e strinse,
e di pallida morte si dipinse.

29      Io piangendo ti presi, e in breve cesta
fuor ti portai, tra fiori e frondi ascosa;
ti celai da ciascun, che n di questa
diedi sospizion n d'altra cosa.
Me n'andai sconosciuto; e per foresta
caminando di piante orride ombrosa,
vidi una tigre, che minaccie ed ire
avea ne gli occhi, incontr'a me venire.

30      Sovra un arbore i'salsi e te su l'erba
lasciai, tanta paura il cor mi prese.
Giunse l'orribil fra, e la superba
testa volgendo, in te lo sguardo intese.
Mansuefece e raddolcio l'acerba
vista con atto placido e cortese;
lenta poi s'avicina e ti fa vezzi
con la lingua, e tu ridi e l'accarezzi;

31      ed ischerzando seco, al fero muso
la pargoletta man secura stendi.
Ti porge ella le mamme e, come  l'uso
di nutrice, s'adatta, e tu le prendi.
Intanto io miro timido e confuso,
come uom faria novi prodigi orrendi.
Poi che sazia ti vede omai la belva
del suo latte, ella parte e si rinselva;

32      ed io gi scendo e ti ricolgo, e torno
l 've prima fur vlti i passi miei,
e preso in picciol borgo alfin soggiorno,
celatamente ivi nutrir ti fei.
Vi stetti insin che 'l sol correndo intorno
port a i mortali e diece mesi e sei.
Tu con lingua di latte anco snodavi
voci indistinte, e incerte orme segnavi.

33      Ma sendo io col giunto ove dechina
l'etate omai cadente a la vecchiezza,
ricco e sazio de l'or che la regina
nel partir diemmi con regale ampiezza,
da quella vita errante e peregrina
ne la patria ridurmi ebbi vaghezza,
e tra gli antichi amici in caro loco
viver, temprando il verno al proprio foco.

34      Partomi, e vr l'Egitto onde son nato,
te conducendo meco, il corso invio,
e giungo ad un torrente, e riserrato
quinci da i ladri son, quindi dal rio.
Che debbo far? te, dolce peso amato,
lasciar non voglio, e di campar desio.
Mi gitto a nuoto, ed una man ne viene
rompendo l'onda e te l'altra sostiene.

35      Rapidissimo  il corso, e in mezzo l'onda
in se medesma si ripiega e gira;
ma, giunto ove pi volge e si profonda,
in cerchio ella mi torce e gi mi tira.
Ti lascio allor, ma t'alza e ti seconda
l'acqua, e secondo a l'acqua il vento spira,
e t'espon salva in su la molle arena;
stanco, anelando, io poi vi giungo a pena.

36      Lieto ti prendo; e poi la notte, quando
tutte in alto silenzio eran le cose,
vidi in sogno un guerrier che minacciando
a me su 'l volto il ferro ignudo pose.
Imperioso disse: 'Io ti comando
ci che la madre sua primier t'impose:
che battezzi l'infante; ella  diletta
del Cielo, e la sua cura a me s'aspetta.

37      Io la guardo e difendo, io spirto diedi
di pietate a le fre e mente a l'acque.
Misero te s'al sogno tuo non credi,
ch' del Ciel messaggiero.'E qui si tacque.
Svegliaimi e sorsi, e di l mossi i piedi
come del giorno il primo raggio nacque;
ma perch mia f vera e l'ombre false
stimai, di tuo battesmo non mi calse,

38      n de i preghi materni; onde nudrita
pagana fosti, e 'l vero a te celai.
Crescesti, e in arme valorosa e ardita
vincesti il sesso e la natura assai:
fama e terre acquistasti, e qual tua vita
sia stata poscia tu medesma il sai;
e sai non men che servo insieme e padre
io t'ho seguita fra guerriere squadre.

39      Ier poi su l'alba, a la mia mente oppressa
d'alta quiete e simile a la morte,
nel sonno s'offer l'imago stessa,
ma in pi turbata vista e in suon pi forte:
'Ecco,'dicea 'fellon, l'ora s'appressa
che de cangiar Clorinda e vita e sorte:
mia sar mal tuo grado, e tuo fia il duolo.'
Ci disse, e poi n'and per l'aria a volo.

40      Or odi dunque tu che 'l Ciel minaccia
a te, diletta mia, strani accidenti.
Io non so; forse a lui vien che dispiaccia
ch'altri impugni la f de'suoi parenti.
Forse  la vera fede. Ah! gi ti piaccia
depor quest'arme e questi spirti ardenti."
Qui tace e piagne; ed ella pensa e teme,
ch'un altro simil sogno il cor le preme.

41      Rasserenando il volto, al fin gli dice:
"Quella f seguir che vera or parmi,
che tu co 'l latte gi de la nutrice
sugger mi fsti e che vuoi dubbia or farmi;
n per temenza lascier, n lice
a magnanimo cor, l'impresa e l'armi,
non se la morte nel pi fer sembiante
che sgomenti i mortali avessi inante."

42      Poscia il consola; e perch il tempo giunge
ch'ella deve ad effetto il vanto porre,
parte e con quel guerrier si ricongiunge
che si vuol seco al gran periglio esporre.
Con lor s'aduna Ismeno, e instiga e punge
quella virt che per se stessa corre;
e lor porge di zolfo e di bitumi
due palle, e 'n cavo rame ascosi lumi.

43      Escon notturni e piani, e per lo colle
uniti vanno a passo lungo e spesso,
tanto che a quella parte ove s'estolle
la machina nemica omai son presso.
Lor s'infiamman gli spirti, e 'l cor ne bolle
n pu tutto capir dentro se stesso:
gli invita al foco, al sangue, un fero sdegno.
Grida la guardia, e lor dimanda il segno.

44      Essi van cheti inanzi, onde la guarda
"A l'arme! a l'arme!" in alto suon raddoppia;
ma pi non si nasconde e non  tarda
al corso allor la generosa coppia.
In quel modo che fulmine o bombarda
co 'l lampeggiar tuona in un punto e scoppia,
movere ed arrivar, ferir lo stuolo,
aprirlo e penetrar, fu un punto solo.

45      E forza  pur che fra mill'arme e mille
percosse il lor disegno al fin riesca.
Scopriro i chiusi lumi, e le faville
s'appreser tosto a l'accensibil esca,
ch'a i legni poi l'avolse e compartille.
Chi pu dir come serpa e come cresca
gi da pi lati il foco? e come folto
turbi il fumo a le stelle il puro volto?

46      Vedi globi di fiamme oscure e miste
fra le rote del fumo in ciel girarsi.
Il vento soffia, e vigor fa ch'acquiste
l'incendio e in un raccolga i fochi sparsi.
Fre il gran lume con terror le viste
de'Franchi, e tutti son presti ad armarsi.
La mole immensa, e s temuta in guerra,
cade, e breve ora opre s lunghe atterra.

47      Due squadre de'cristiani intanto al loco
dove sorge l'incendio accorron pronte.
Minaccia Argante: "Io spegner quel foco
co 'l vostro sangue", e volge lor la fronte.
Pur ristretto a Clorinda, a poco a poco
cede, e raccoglie i passi a sommo il monte.
Cresce pi che torrente a lunga pioggia
la turba, e li rincalza e con lor poggia.

48      Aperta  l'Aurea porta, e quivi tratto
 il re, ch'armato il popol suo circonda,
per raccrre i guerrier da s gran fatto,
quando al tornar fortuna abbian seconda.
Saltano i due su 'l limitare, e ratto
diretro ad essi il franco stuol v'inonda,
ma l'urta e scaccia Solimano; e chiusa
 poi la porta, e sol Clorinda esclusa.

49      Sola esclusa ne fu perch in quell'ora
ch'altri serr le porte ella si mosse,
e corse ardente e incrudelita fora
a punir Arimon che la percosse.
Punillo; e 'l fero Argante avisto ancora
non s'era ch'ella s trascorsa fosse,
ch la pugna e la calca e l'aer denso
a i cor togliea la cura, a gli occhi il senso.

50      Ma poi che intepid la mente irata
nel sangue del nemico e in s rivenne,
vide chiuse le porte e intorniata
s da'nemici, e morta allor si tenne.
Pur veggendo ch'alcuno in lei non guata,
nov'arte di salvarsi le sovenne.
Di lor gente s'infinge, e fra gli ignoti
cheta s'avolge; e non  chi la noti.

51      Poi, come lupo tacito s'imbosca
dopo occulto misfatto, e si desvia,
da la confusion, da l'aura fosca
favorita e nascosa, ella se 'n ga.
Solo Tancredi avien che lei conosca;
egli quivi  sorgiunto alquanto pria;
vi giunse allor ch'essa Arimon uccise:
vide e segnolla, e dietro a lei si mise.

52      Vuol ne l'armi provarla: un uom la stima
degno a cui sua virt si paragone.
Va girando colei l'alpestre cima
verso altra porta, ove d'entrar dispone.
Segue egli impetuoso, onde assai prima
che giunga, in guisa avien che d'armi suone,
ch'ella si volge e grida: "O tu, che porte,
che corri s?" Risponde: "E guerra e morte."

53      "Guerra e morte avrai;" disse "io non rifiuto
darlati, se la cerchi", e ferma attende.
Non vuol Tancredi, che pedon veduto
ha il suo nemico, usar cavallo, e scende.
E impugna l'uno e l'altro il ferro acuto,
ed aguzza l'orgoglio e l'ire accende;
e vansi a ritrovar non altrimenti
che duo tori gelosi e d'ira ardenti.

54      Degne d'un chiaro sol, degne d'un pieno
teatro, opre sarian s memorande.
Notte, che nel profondo oscuro seno
chiudesti e ne l'oblio fatto s grande,
piacciati ch'io ne 'l tragga e 'n bel sereno
a le future et lo spieghi e mande.
Viva la fama loro; e tra lor gloria
splenda del fosco tuo l'alta memoria.

55      Non schivar, non parar, non ritirarsi
voglion costor, n qui destrezza ha parte.
Non danno i colpi or finti, or pieni, or scarsi:
toglie l'ombra e 'l furor l'uso de l'arte.
Odi le spade orribilmente urtarsi
a mezzo il ferro, il pi d'orma non parte;
sempre  il pi fermo e la man sempre 'n moto,
n scende taglio in van, n punta a vto.

56      L'onta irrita lo sdegno a la vendetta,
e la vendetta poi l'onta rinova;
onde sempre al ferir, sempre a la fretta
stimol novo s'aggiunge e cagion nova.
D'or in or pi si mesce e pi ristretta
si fa la pugna, e spada oprar non giova:
dansi co'pomi, e infelloniti e crudi
cozzan con gli elmi insieme e con gli scudi.

57      Tre volte il cavalier la donna stringe
con le robuste braccia, ed altrettante
da que'nodi tenaci ella si scinge,
nodi di fer nemico e non d'amante.
Tornano al ferro, e l'uno e l'altro il tinge
con molte piaghe; e stanco ed anelante
e questi e quegli al fin pur si ritira,
e dopo lungo faticar respira.

58      L'un l'altro guarda, e del suo corpo essangue
su 'l pomo de la spada appoggia il peso.
Gi de l'ultima stella il raggio langue
al primo albor ch' in oriente acceso.
Vede Tancredi in maggior copia il sangue
del suo nemico, e s non tanto offeso.
Ne gode e superbisce. Oh nostra folle
mente ch'ogn'aura di fortuna estolle!

59      Misero, di che godi? oh quanto mesti
fiano i trionfi ed infelice il vanto!
Gli occhi tuoi pagheran (se in vita resti)
di quel sangue ogni stilla un mar di pianto.
Cos tacendo e rimirando, questi
sanguinosi guerrier cessaro alquanto.
Ruppe il silenzio al fin Tancredi e disse,
perch il suo nome a lui l'altro scoprisse:

60      "Nostra sventura  ben che qui s'impieghi
tanto valor, dove silenzio il copra.
Ma poi che sorte rea vien che ci neghi
e lode e testimon degno de l'opra,
pregoti (se fra l'arme han loco i preghi)
che 'l tuo nome e 'l tuo stato a me tu scopra,
acci ch'io sappia, o vinto o vincitore,
chi la mia morte o la vittoria onore."

61      Risponde la feroce: "Indarno chiedi
quel c'ho per uso di non far palese.
Ma chiunque io mi sia, tu inanzi vedi
un di quei due che la gran torre accese."
Arse di sdegno a quel parlar Tancredi,
e: "In mal punto il dicesti"; indi riprese
"il tuo dir e 'l tacer di par m'alletta,
barbaro discortese, a la vendetta."

62      Torna l'ira ne'cori, e li trasporta,
bench debili in guerra. Oh fera pugna,
u'l'arte in bando, u'gi la forza  morta,
ove, in vece, d'entrambi il furor pugna!
Oh che sanguigna e spaziosa porta
fa l'una e l'altra spada, ovunque giugna,
ne l'arme e ne le carni! e se la vita
non esce, sdegno tienla al petto unita.

63      Qual l'alto Egeo, perch Aquilone o Noto
cessi, che tutto prima il volse e scosse,
non s'accheta ei per, ma 'l suono e 'l moto
ritien de l'onde anco agitate e grosse,
tal, se ben manca in lor co 'l sangue vto
quel vigor che le braccia a i colpi mosse,
serbano ancor l'impeto primo, e vanno
da quel sospinti a giunger danno a danno.

64      Ma ecco omai l'ora fatale  giunta
che 'l viver di Clorinda al suo fin deve.
Spinge egli il ferro nel bel sen di punta
che vi s'immerge e 'l sangue avido beve;
e la veste, che d'or vago trapunta
le mammelle stringea tenera e leve,
l'empie d'un caldo fiume. Ella gi sente
morirsi, e 'l pi le manca egro e languente.

65      Segue egli la vittoria, e la trafitta
vergine minacciando incalza e preme.
Ella, mentre cadea, la voce afflitta
movendo, disse le parole estreme;
parole ch'a lei novo un spirto ditta,
spirto di f, di carit, di speme:
virt ch'or Dio le infonde, e se rubella
in vita fu, la vuole in morte ancella.

66      "Amico, hai vinto: io ti perdon... perdona
tu ancora, al corpo no, che nulla pave,
a l'alma s; deh! per lei prega, e dona
battesmo a me ch'ogni mia colpa lave."
In queste voci languide risuona
un non so che di flebile e soave
ch'al cor gli scende ed ogni sdegno ammorza,
e gli occhi a lagrimar gli invoglia e sforza.

67      Poco quindi lontan nel sen del monte
scaturia mormorando un picciol rio.
Egli v'accorse e l'elmo empi nel fonte,
e torn mesto al grande ufficio e pio.
Tremar sent la man, mentre la fronte
non conosciuta ancor sciolse e scoprio.
La vide, la conobbe, e rest senza
e voce e moto. Ahi vista! ahi conoscenza!

68      Non mor gi, ch sue virtuti accolse
tutte in quel punto e in guardia al cor le mise,
e premendo il suo affanno a dar si volse
vita con l'acqua a chi co 'l ferro uccise.
Mentre egli il suon de'sacri detti sciolse,
colei di gioia trasmutossi, e rise;
e in atto di morir lieto e vivace,
dir parea: "S'apre il cielo; io vado in pace."

69      D'un bel pallore ha il bianco volto asperso,
come a'gigli sarian miste viole,
e gli occhi al cielo affisa, e in lei converso
sembra per la pietate il cielo e 'l sole;
e la man nuda e fredda alzando verso
il cavaliero in vece di parole
gli d pegno di pace. In questa forma
passa la bella donna, e par che dorma.

70      Come l'alma gentile uscita ei vede,
rallenta quel vigor ch'avea raccolto;
e l'imperio di s libero cede
al duol gi fatto impetuoso e stolto,
ch'al cor si stringe e, chiusa in breve sede
la vita, empie di morte i sensi e 'l volto.
Gi simile a l'estinto il vivo langue
al colore, al silenzio, a gli atti, al sangue.

71      E ben la vita sua sdegnosa e schiva,
spezzando a forza il suo ritegno frale,
la bella anima sciolta al fin seguiva,
che poco inanzi a lei spiegava l'ale;
ma quivi stuol de'Franchi a caso arriva,
cui trae bisogno d'acqua o d'altro tale,
e con la donna il cavalier ne porta,
in s mal vivo e morto in lei ch' morta.

72      Per che 'l duce loro ancor discosto
conosce a l'arme il principe cristiano,
onde v'accorre, e poi ravisa tosto
la vaga estinta, e duolsi al caso strano.
E gi lasciar non volle a i lupi esposto
il bel corpo che stima ancor pagano,
ma sovra l'altrui braccia ambi li pone,
e ne vien di Tancredi al padiglione.

73      A fatto ancor nel piano e lento moto
non si risente il cavalier ferito;
pur fievolmente geme, e quinci  noto
che 'l suo corso vital non  fornito.
Ma l'altro corpo tacito ed immoto
dimostra ben che n' lo spirto uscito.
Cos portati,  l'uno e l'altro appresso;
ma in differente stanza al fine  messo.

74      I pietosi scudier gi sono intorno
con vari uffici al cavalier giacente,
e gi se 'n riede a i languidi occhi il giorno,
e le mediche mani e i detti ei sente;
ma pur dubbiosa ancor del suo ritorno,
non s'assecura attonita la mente.
Stupido intorno ei guarda, e i servi e 'l loco
al fin conosce; e dice afflitto e fioco:

75      "Io vivo? io spiro ancora? e gli odiosi
rai miro ancor di questo infausto die?
D testimon de'miei misfatti ascosi,
che rimprovera a me le colpe mie!
Ahi! man timida e lenta, or ch non osi,
tu che sai tutte del ferir le vie,
tu, ministra di morte empia ed infame,
di questa vita rea troncar lo stame?

76      Passa pur questo petto, e feri scempi
co 'l ferro tuo crudel fa'del mio core;
ma forse, usata a'fatti atroci ed empi,
stimi piet dar morte al mio dolore.
Dunque i'vivr tra memorandi essempi
misero mostro d'infelice amore:
misero mostro, a cui sol pena  degna
de l'immensa impiet la vita indegna.

77      Vivr fra i miei tormenti e le mie cure,
mie giuste furie, forsennato, errante;
paventar l'ombre solinghe e scure
che 'l primo error mi recheranno inante,
e del sol che scopr le mie sventure,
a schivo ed in orrore avr il sembiante.
Temer me medesmo; e da me stesso
sempre fuggendo, avr me sempre appresso.

78      Ma dove, oh lasso me!, dove restaro
le reliquie del corpo e bello e casto?
Ci ch'in lui sano i miei furor lasciaro,
dal furor de le fre  forse guasto.
Ahi troppo nobil preda! ahi dolce e caro
troppo e pur troppo prezioso pasto!
ahi sfortunato! in cui l'ombre e le selve
irritaron me prima e poi le belve.

79      Io pur verr l dove ste; e voi
meco avr, s'anco ste, amate spoglie.
Ma s'egli avien che i vaghi membri suoi
stati sian cibo di ferine voglie,
vuo'che la bocca stessa anco me ingoi,
e 'l ventre chiuda me che lor raccoglie:
onorata per me tomba e felice,
ovunque sia, s'esser con lor mi lice."

80      Cos parla quel misero, e gli  detto
ch'ivi quel corpo avean per cui si dole:
rischiarar parve il tenebroso aspetto,
qual le nube un balen che passe e vle;
e da i riposi sollev del letto
l'inferma de le membra e tarda mole;
e traendo a gran pena il fianco lasso,
col rivolse vacillando il passo.

81      Ma come giunse, e vide in quel bel seno,
opera di sua man, l'empia ferita,
e quasi un ciel notturno anco sereno
senza splendor la faccia scolorita,
trem cos che ne cadea, se meno
era vicina la fedele aita.
Poi disse: "Oh viso che poi far la morte
dolce, ma raddolcir non puoi mia sorte!

82      Oh bella destra che 'l soave pegno
d'amicizia e di pace a me porgesti!
quali or, lasso!, vi trovo? e qual ne vegno?
E voi, leggiadre membra, or non son questi
del mio ferino e scelerato sdegno
vestigi miserabili e funesti?
Oh di par con la man luci spietate:
essa le piaghe fe', voi le mirate.

83      Asciutte le mirate? or corra, dove
nega d'andare il pianto, il sangue mio."
Qui tronca le parole, e come il move
suo disperato di morir desio,
squarcia le fasce e le ferite, e piove
da le sue piaghe essacerbate un rio;
e s'uccidea, ma quella doglia acerba,
co 'l trarlo di se stesso, in vita il serba.

84      Posto su 'l letto, e l'anima fugace
fu richiamata a gli odiosi uffici.
Ma la garrula fama omai non tace
l'aspre sue angoscie e i suoi casi infelici.
Vi tragge il pio Goffredo, e la verace
turba v'accorre de'pi degni amici.
Ma n grave ammonir, n pregar dolce
l'ostinato de l'alma affanno molce.

85      Qual in membro gentil piaga mortale
tocca s'inaspra e in lei cresce il dolore,
tal da i dolci conforti in s gran male
pi inacerbisce medicato il core.
Ma il venerabil Piero, a cui ne cale
come d'agnella inferma al buon pastore,
con parole gravissime ripiglia
il vaneggiar suo lungo, e lui consiglia:

86      "O Tancredi, Tancredi, o da te stesso
troppo diverso e da i princpi tuoi,
chi s t'assorda? e qual nuvol s spesso
di cecit fa che veder non puoi?
Questa sciagura tua del Cielo  un messo;
non vedi lui? non odi i detti suoi?
che ti sgrida, e richiama a la smarrita
strada che pria segnasti e te l'addita?

87      A gli atti del primiero ufficio degno
di cavalier di Cristo ei ti rappella,
che lasciasti per farti (ahi cambio indegno!)
drudo d'una fanciuila a Dio rubella.
Seconda aversit, pietoso sdegno
con leve sferza di l su flagella
tua folle colpa, e fa di tua salute
te medesmo ministro; e tu 'l rifiute?

88      Rifiuti dunque, ahi sconoscente!, il dono
del Ciel salubre e 'ncontra lui t'adiri?
Misero, dove corri in abbandono
a i tuoi sfrenati e rapidi martri?
Sei giunto, e pendi gi cadente e prono
su 'l precipizio eterno; e tu no 'l miri?
Miralo, prego, e te raccogli, e frena
quel dolor ch'a morir doppio ti mena."

89      Tace, e in colui de l'un morir la tema
pot de l'altro intepidir la voglia.
Nel cor d loco a que'conforti, e scema
l'impeto interno de l'interna doglia,
ma non cos che ad or ad or non gema
e che la lingua a lamentar non scioglia,
ora seco parlando, or con la sciolta
anima che dal Ciel forse l'ascolta.

90      Lei nel partir, lei nel tornar del sole
chiama con voce stanca, e prega e plora,
come usignuol cui 'l villan duro invole
dal nido i figli non pennuti ancora,
che in miserabil canto afflitte e sole
piange le notti, e n'empie i boschi e l'ra.
Al fin co 'l novo d rinchiude alquanto
i lumi, e 'l sonno in lor serpe fra 'l pianto.

91      Ed ecco in sogno di stellata veste
cinta gli appar la sospirata amica:
bella assai pi, ma lo splendor celeste
orna e non toglie la notizia antica;
e con dolce atto di piet le meste
luci par che gli asciughi, e cos dica:
"Mira come son bella e come lieta,
fedel mio caro, e in me tuo duolo acqueta.

92      Tale i'son, tua merc: tu me da i vivi
del mortal mondo, per error, togliesti;
tu in grembo a Dio fra gli immortali e divi,
per piet, di salir degna mi fsti.
Quivi io beata amando godo, e quivi
spero che per te loco anco s'appresti,
ove al gran Sole e ne l'eterno die
vagheggiarai le sue bellezze e mie.

93      Se tu medesmo non t'invidii il Cielo
e non travii co 'l vaneggiar de'sensi,
vivi e sappi ch'io t'amo, e non te 'l celo,
quanto pi creatura amar conviensi."
Cos dicendo, fiammeggi di zelo
per gli occhi, fuor del mortal uso accensi;
poi nel profondo de'suoi rai si chiuse
e sparve, e novo in lui conforto infuse.

94      Consolato ei si desta e si rimette
de'medicanti a la discreta aita,
e intanto sepellir fa le dilette
membra ch'inform gi la nobil vita.
E se non fu di ricche pietre elette
la tomba e da man dedala scolpita,
fu scelto almeno il sasso, e chi gli diede
figura, quanto il tempo ivi concede.

95      Quivi da faci in lungo ordine accese
con nobil pompa accompagnar la feo,
e le sue arme, a un nudo pin sospese,
vi spieg sovra in forma di trofeo.
Ma come prima alzar le membra offese
nel d seguente il cavalier poteo,
di riverenza pieno e di pietate
visit le sepolte ossa onorate.

96      Giunto a la tomba, ove al suo spirto vivo
dolorosa prigione il Ciel prescrisse,
pallido, freddo, muto, e quasi privo
di movimento, al marmo gli occhi affisse.
Al fin, sgorgando un lagrimoso rivo,
in un languido: "oim!" proruppe, e disse:
"O sasso amato ed onorato tanto,
che dentro hai le mie fiamme e fuori il pianto,

97      non di morte sei tu, ma di vivaci
ceneri albergo, ove  riposto Amore;
e ben sento io da te l'usate faci,
men dolci s, ma non men calde al core.
Deh! prendi i miei sospiri, e questi baci
prendi ch'io bagno di doglioso umore;
e dalli tu, poi ch'io non posso, almeno
a le amate reliquie c'hai nel seno.

98      Dalli lor tu, ch se mai gli occhi gira
l'anima bella a le sue belle spoglie,
tua pietate e mio ardir non avr in ira,
ch'odio o sdegno l su non si raccoglie.
Perdona ella il mio fallo, e sol respira
in questa speme il cor fra tante doglie.
Sa ch'empia  sol la mano; e non l' noia
che, s'amando lei vissi, amando moia.

99      Ed amando morr: felice giorno,
quando che sia; ma pi felice molto
se come errando or vado a te d'intorno,
allor sar dentro al tuo grembo accolto.
Faccian l'anime amiche in Ciel soggiorno,
sia l'un cenere e l'altro in un sepolto;
ci che 'l viver non ebbe, abbia la morte.
Oh se sperar ci lice, altera sorte!"

100     Confusamente si bisbiglia intanto
del caso reo ne la rinchiusa terra.
Poi s'accerta e divulga, e in ogni canto
de la citt smarrita il romor erra
misto di gridi e di femineo pianto;
non altramente che se presa in guerra
tutta ruini, e 'l foco e i nemici empi
volino per le case e per li tmpi.

101     Ma tutti gli occhi Arsete in s rivolve,
miserabil di gemito e d'aspetto.
Ei come gli altri in lagrime non solve
il duol, ch troppo  d'indurato affetto;
ma i bianchi crini suoi d'immonda polve
si sparge e brutta, e fiede il volto e 'l petto.
Or mentre in lui vlte le turbe sono,
va in mezzo Argante e parla in cotal suono:

102     "Ben volev'io, quando primier m'accorsi
che fuor si rimanea la donna forte,
seguirla immantinente; e ratto corsi
per correr seco una medesma sorte.
Che non feci o non dissi? o quai non porsi
preghiere al re che fsse aprir le porte?
Ei me pregante, e contendente invano,
con l'imperio affren c'ha qui soprano,

103     Ahi! che s'io allora usciva, o dal periglio
qui ricondotta la guerriera avrei,
o chiusi, ov'ella il terren fe'vermiglio,
con memorabil fine i giorni miei.
Ma che potevo io pi? parve al consiglio
de gli uomini altramente e de gli di:
ella mor di fatal morte, ed io
quant'or conviensi a me gi non oblio.

104     Odi, Gierusalem, ci che prometta
Argante; odi 'l tu, Cielo; e se in ci manco,
fulmina su 'l mio capo: io la vendetta
giuro di far ne l'omicida franco,
che per la costei morte a me s'aspetta,
n questa spada mai depor dal fianco
insin ch'ella a Tancredi il cor non passi
e 'l cadavero infame a i corvi lassi."

105     Cos disse egli, e l'aure popolari
con applauso segur le voci estreme;
e imaginando sol, tempr gli amari
l'aspettata vendetta in quel che geme.
Oh vani giuramenti! ecco contrari
seguir tosto gli effetti a l'alta speme,
e cader questi in tenzon pari estinto
sotto colui ch'ei fa gi preso e vinto.



. CANTO TREDICESIMO.


1       Ma cadde a pena in cenere l'immensa
machina espugnatrice de la mura,
che 'n s novi argomenti Ismen ripensa
perch pi resti la citt secura;
onde a i Franchi impedir ci che dispensa
lor di materia il bosco egli procura,
onde contra Sion battuta e scossa
torre nova rifarsi indi non possa.

2       Sorge non lunge a le cristiane tende
tra solitarie valli alta foresta,
foltissima di piante antiche, orrende,
che spargon d'ogni intorno ombra funesta.
Qui, ne l'ora che 'l sol pi chiaro splende,
 luce incerta e scolorita e mesta,
quale in nubilo ciel dubbia si vede
se 'l d a la notte o s'ella a lui succede.

3       Ma quando parte il sol, qui tosto adombra
notte, nube, caligine ed orrore
che rassembra infernal, che gli occhi ingombra
di cecit, ch'empie di tema il core;
n qui gregge od armenti a'paschi, a l'ombra
guida bifolco mai, guida pastore,
n v'entra peregrin, se non smarrito,
ma lunge passa e la dimostra a dito.

4       Qui s'adunan le streghe, ed il suo vago
con ciascuna di lor notturno viene;
vien sovra i nembi, e chi d'un fero drago,
e chi forma d'un irco informe tiene:
concilio infame, che fallace imago
suol allettar di desiato bene
a celebrar con pompe immonde e sozze
i profani conviti e l'empie nozze.

5       Cos credeasi, ed abitante alcuno
dal fero bosco mai ramo non svelse;
ma i Franchi il violr, perch'ei sol uno
somministrava lor machine eccelse.
Or qui se 'n venne il mago, e l'opportuno
alto silenzio de la notte scelse,
de la notte che prossima successe,
e suo cerchio formovvi e i segni impresse.

6       E scinto e nudo un pi nel cerchio accolto,
mormor potentissime parole.
Gir tre volte a l'oriente il volto,
tre volte a i regni ove dechina il sole,
e tre scosse la verga ond'uom sepolto
trar de la tomba e dargli il moto sle,
e tre co 'l piede scalzo il suol percosse;
poi con terribil grido il parlar mosse:

7       "Udite, udite, o voi che da le stelle
precipitr gi i folgori tonanti:
s voi che le tempeste e le procelle
movete, abitator de l'aria erranti,
come voi che a le inique anime felle
ministri ste de li eterni pianti;
cittadini d'Averno, or qui v'invoco,
e te, signor de'regni empi del foco.

8       Prendete in guardia questa selva, e queste
piante che numerate a voi consegno.
Come il corpo  de l'alma albergo e veste,
cos d'alcun di voi sia ciascun legno,
onde il Franco ne fugga o almen s'arreste
ne'primi colpi, e tema il vostro sdegno."
Disse, e quelle ch'aggiunse orribil note,
lingua, s'empia non , ridir non pote.

9       A quel parlar le faci, onde s'adorna
il seren de la notte, egli scolora;
e la luna si turba e le sue corna
di nube avolge, e non appar pi fora.
Irato i gridi a raddoppiar ei torna:
"Spirti invocati, or non venite ancora?
onde tanto indugiar? forse attendete
voci ancor pi potenti o pi secrete?

10      Per lungo disusar gi non si scorda
de l'arti crude il p efficace aiuto;
e so con lingua anch'io di sangue lorda
quel nome proferir grande e temuto,
a cui n Dite mai ritrosa o sorda
n trascurato in ubidir fu Pluto.
Che s?... che s?..." Volea pi dir, ma intanto
conobbe ch'esseguito era lo 'ncanto.

11      Venieno innumerabili, infiniti
spirti, parte che 'n aria alberga ed erra,
parte di quei che son dal fondo usciti
caliginoso e tetro de la terra;
lenti e del gran divieto anco smarriti,
ch'imped loro il trattar l'arme in guerra,
ma gi venirne qui lor non si toglie
e ne'tronchi albergare e tra le foglie.

12      Il mago, poi ch'omai nulla pi manca
al suo disegno, al re lieto se 'n riede:
"Signor, lascia ogni dubbio e 'l cor rinfranca
ch'omai secura  la regal tua sede,
n potr rinovar pi l'oste franca
l'alte machine sue come ella crede."
Cos gli dice, e poi di parte in parte
narra i successi de la magica arte.

13      Soggiunse appresso: "Or cosa aggiungo a queste
fatte da me ch'a me non meno aggrada.
Sappi che tosto nel Leon celeste
Marte co 'l sol fia ch'ad unir si vada,
n tempreran le fiamme lor moleste
aure, o nembi di pioggia o di rugiada,
ch quanto in cielo appar, tutto predice
aridissima arsura ed infelice;

14      onde qui caldo avrem qual l'hanno a pena
gli adusti Nasamoni o i Garamanti.
Pur a noi fia men grave in citt piena
d'acque e d'ombre s fresche e d'agi tanti,
ma i Franchi in terra asciutta e non amena
gi non saranlo a tolerar bastanti;
e pria dmi dal cielo, agevolmente
fian poi sconfitti da l'egizia gente.

15      Tu vincerai sedendo, e la fortuna
non cred'io che tentar pi ti convegna.
Ma se 'l circasso alter che posa alcuna
non vuole e, bench onesta, anco la sdegna,
t'affretta come sle e t'importuna,
trova modo pur tu ch'a freno il tegna,
ch molto non andr che 'l Cielo amico
a te pace dar, guerra al nemico."

16      Or questo udendo il re, ben s'assecura,
s che non teme le nemiche posse.
Gi riparate in parte avea le mura
che de'montoni l'impeto percosse;
con tutto ci non rallent la cura
di ristorarle, ove sian rotte o smosse.
Le turbe tutte, e cittadine e serve,
s'impiegan qui: l'opra continua ferve.

17      Ma in questo mezzo il pio Buglion non vle
che la forte cittade in van si batta,
se non  prima la maggior sua mole
ed alcuna altra machina rifatta.
E i fabri al bosco invia che porger sle
ad uso tal pronta materia ed atta.
Vanno costor su l'alba a la foresta,
ma timor novo al suo apparir gli arresta.

18      Qual semplice bambin mirar non osa
dove insolite larve abbia presenti,
o come pave ne la notte ombrosa,
imaginando pur mostri e portenti,
cos temean, senza saper qual cosa
siasi quella per che gli sgomenti,
se non che 'l timor forse a i sensi finge
maggior prodigi di Chimera o Sfinge.

19      Torna la turba, e misera e smarrita
varia e confonde s le cose e i detti
ch'ella nel riferir n' poi schernita,
n son creduti i mostruosi effetti.
Allor vi manda il capitano ardita
e forte squadra di guerrieri eletti,
perch sia scorta a l'altra e 'n esseguire
i magisteri suoi le porga ardire.

20      Questi, appressando ove lor seggio han posto
gli empi demoni in quel selvaggio orrore,
non rimirr le nere ombre s tosto,
che lor si scosse e torn ghiaccio il core.
Pur oltra ancor se 'n gian, tenendo ascosto
sotto audaci sembianti il vil timore;
e tanto s'avanzr che lunge poco
erano omai da l'incantato loco.

21      Esce allor de la selva un suon repente
che par rimbombo di terren che treme,
e 'l mormorar de gli Austri in lui si sente
e 'l pianto d'onda che fra scogli geme.
Come rugge il leon, fischia il serpente,
come urla il lupo e come l'orso freme
v'odi, e v'odi le trombe, e v'odi il tuono:
tanti e s fatti suoni esprime un suono.

22      In tutti allor s'impallidr le gote
e la temenza a mille segni apparse,
n disciplina tanto o ragion pote
ch'osin di gire inanzi o di fermarse,
ch'a l'occulta virt che gli percote
son le difese loro anguste e scarse.
Fuggono al fine; e un d'essi, in cotal guisa
scusando il fatto, il pio Buglion n'avisa:

23      "Signor, non  di noi chi pi si vante
troncar la selva, ch'ella  s guardata
ch'io credo (e 'l giurerei) che in quelle piante
abbia la reggia sua Pluton traslata.
Ben ha tre volte e pi d'aspro diamante
ricinto il cor chi intrepido la guata;
n senso v'ha colui ch'udir s'arrischia
come tonando insieme rugge e fischia."

24      Cos costui parlava. Alcasto v'era
fra molti che l'udian presente a sorte:
l'uom di temerit stupida e fera,
sprezzator de'mortali e de la morte;
che non avria temuto orribil fra,
n mostro formidabile ad uom forte,
n tremoto, n folgore, n vento,
n s'altro ha il mondo pi di violento.

25      Crollava il capo e sorridea dicendo:
"Dove costui non osa, io gir confido;
io sol quel bosco di troncar intendo
che di torbidi sogni  fatto nido.
Gi no 'l mi vieter fantasma orrendo
n di selva o d'augei fremito o grido,
o pur tra quei s spaventosi chiostri
d'ir ne l'inferno il varco a me si mostri."

26      Cotal si vanta al capitano, e tolta
da lui licenza il cavalier s'invia;
e rimira la selva, e poscia ascolta
quel che da lei novo rimbombo uscia,
n per il piede audace indietro volta
ma securo e sprezzante  come pria;
e gi calcato avrebbe il suol difeso,
ma gli s'oppone (o pargli) un foco acceso.

27      Cresce il gran foco, e 'n forma d'alte mura
stende le fiamme torbide e fumanti;
e ne cinge quel bosco, e l'assecura
ch'altri gli arbori suoi non tronchi e schianti.
Le maggiori sue fiamme hanno figura
di castelli superbi e torreggianti,
e di tormenti bellici ha munite
le rocche sue questa novella Dite.

28      Oh quanti appaion mostri armati in guardia
de gli alti merli e in che terribil faccia!
De'quai con occhi biechi altri il riguarda,
e dibattendo l'arme altri il minaccia.
Fugge egli al fine, e ben la fuga  tarda,
qual di leon che si ritiri in caccia,
ma pure  fuga; e pur gli scote il petto
timor, sin a quel punto ignoto affetto.

29      Non s'avide esso allor d'aver temuto,
ma fatto poi lontan ben se n'accorse;
e stupor n'ebbe e sdegno, e dente acuto
d'amaro pentimento il cor gli morse.
E, di trista vergogna acceso e muto,
attonito in disparte i passi torse,
ch quella faccia alzar, gi s orgogliosa,
ne la luce de gli uomini non osa.

30      Chiamato da Goffredo, indugia e scuse
trova a l'indugio, e di restarsi agogna.
Pur va, ma lento; e tien le labra chiuse
o gli ragiona in guisa d'uom che sogna.
Diffetto e fuga il capitan concluse
in lui da quella insolita vergogna,
poi disse: "Or ci che fia? forse prestigi
son questi o di natura alti prodigi?

31      Ma s'alcun v' cui nobil voglia accenda
di cercar que'salvatichi soggiorni,
vadane pure, e la ventura imprenda
e nunzio almen pi certo a noi ritorni."
Cos disse egli, e la gran selva orrenda
tentata fu ne'tre seguenti giorni
da i pi famosi; e pur alcun non fue
che non fuggisse a le minaccie sue.

32      Era il prence Tancredi intanto sorto
a sepellir la sua diletta amica,
e bench in volto sia languido e smorto
e mal atto a portar elmo o lorica,
nulla di men, poi che 'l bisogno ha scorto,
ei non ricusa il rischio o la fatica,
ch 'l cor vivace il suo vigor trasfonde
al corpo s che par ch'esso n'abbonde.

33      Vassene il valoroso in s ristretto,
e tacito e guardingo, al rischio ignoto,
e sostien de la selva il fero aspetto
e 'l gran romor del tuono e del tremoto;
e nulla sbigottisce, e sol nel petto
sente, ma tosto il seda, un picciol moto.
Trapassa, ed ecco in quel silvestre loco
sorge improvisa la citt del foco.

34      Allor s'arretra, e dubbio alquanto resta
fra s dicendo: "Or qui che vaglion l'armi?
Ne le fauci de'mostri, e 'n gola a questa
devoratrice fiamma andr a gettarmi?
Non mai la vita, ove cagione onesta
del comun pro la chieda, altri risparmi,
ma n prodigo sia d'anima grande
uom degno; e tale  ben chi qui la spande.

35      Pur l'oste che dir, s'indarno i'riedo?
qual altra selva ha di troncar speranza?
N intentato lasciar vorr Goffredo
mai questo varco. Or s'oltre alcun s'avanza,
forse l'incendio che qui sorto i'vedo
fia d'effetto minor che di sembianza;
ma seguane che pote." E in questo dire,
dentro saltovvi. Oh memorando ardire!

36      N sotto l'arme gi sentir gli parve
caldo o fervor come di foco intenso;
ma pur, se fosser vere fiamme o larve,
mal pot giudicar s tosto il senso,
perch repente a pena tocco sparve
quel simulacro, e giunse un nuvol denso
che port notte e verno; e 'l verno ancora
e l'ombra dileguossi in picciol ora.

37      Stupido s, ma intrepido rimane
Tancredi; e poi che vede il tutto cheto,
mette securo il pi ne le profane
soglie e spia de la selva ogni secreto.
N pi apparenze inusitate e strane,
n trova alcun fra via scontro o divieto,
se non quanto per s ritarda il bosco
la vista e i passi inviluppato e fosco.

38      Al fine un largo spazio in forma scorge
d'anfiteatro, e non  pianta in esso,
salvo che nel suo mezzo altero sorge,
quasi eccelsa piramide, un cipresso.
Col si drizza, e nel mirar s'accorge
ch'era di vari segni il tronco impresso,
simili a quei che in vece us di scritto
l'antico gi misterioso Egitto.

39      Fra i segni ignoti alcune note ha scorte
del sermon di Soria ch'ei ben possede:
"O tu che dentro a i chiostri de la morte
osasti por, guerriero audace, il piede,
deh! se non sei crudel quanto sei forte,
deh! non turbar questa secreta sede.
Perdona a l'alme omai di luce prive:
non de guerra co'morti aver chi vive."

40      Cos dicea quel motto. Egli era intento
de le brevi parole a i sensi occulti:
fremere intanto udia continuo il vento
tra le frondi del bosco e tra i virguiti,
e trarne un suon che flebile concento
par d'umani sospiri e di singulti,
e un non so che confuso instilla al core
di piet, di spavento e di dolore.

41      Pur tragge al fin la spada, e con gran forza
percote l'alta pianta. Oh meraviglia!
manda fuor sangue la recisa scorza,
e fa la terra intorno a s vermiglia.
Tutto si raccapriccia, e pur rinforza
il colpo e 'l fin vederne ei si consiglia.
Allor, quasi di tomba, uscir ne sente
un indistinto gemito dolente,

42      che poi distinto in voci: "Ahi! troppo" disse
"m'hai tu, Tancredi, offeso; or tanto basti.
Tu dal corpo che meco e per me visse,
felice albergo gi, mi discacciasti:
perch il misero tronco, a cui m'affisse
il mio duro destino, anco mi guasti?
Dopo la morte gli aversari tuoi,
crudel, ne'lor sepolcri offender vuoi?

43      Clorinda fui, n sol qui spirto umano
albergo in questa pianta rozza e dura,
ma ciascun altro ancor, franco o pagano,
che lassi i membri a pi de l'alte mura,
astretto  qui da novo incanto e strano,
non so s'io dica in corpo o in sepoltura.
Son di sensi animati i rami e i tronchi,
e micidial sei tu, se legno tronchi."

44      Qual l'infermo talor ch'in sogno scorge
drago o cinta di fiamme alta Chimera,
se ben sospetta o in parte anco s'accorge
che 'l simulacro sia non forma vera,
pur desia di fuggir, tanto gli porge
spavento la sembianza orrida e fera,
tal il timido amante a pien non crede
a i falsi inganni, e pur ne teme e cede.

45      E, dentro, il cor gli  in modo tal conquiso
da vari affetti che s'agghiaccia e trema,
e nel moto potente ed improviso
gli cade il ferro, e 'l manco  in lui la tema.
Va fuor di s: presente aver gli  aviso
l'offesa donna sua che plori e gema,
n pu soffrir di rimirar quel sangue,
n quei gemiti udir d'egro che langue.

46      Cos quel contra morte audace core
nulla forma turb d'alto spavento,
ma lui che solo  fievole in amore
falsa imago deluse e van lamento.
Il suo caduto ferro intanto fore
port del bosco impetuoso vento,
s che vinto partissi; e in su la strada
ritrov poscia e ripigli la spada.

47      Pur non torn, n ritentando ardio
spiar di novo le cagioni ascose.
E poi che giunto al sommo duce unio
gli spirti alquanto e l'animo compose,
incominci: "Signor, nunzio son io
di non credute e non credibil cose.
Ci che dicean de lo spettacol fero
e del suon paventoso,  tutto vero.

48      Meraviglioso foco indi m'apparse,
senza materia in un istante appreso,
che sorse e dilatando un muro farse
parve, e d'armati mostri esser difeso.
Pur vi passai, ch n l'incendio m'arse,
n dal ferro mi fu l'andar conteso.
Vern in quel punto ed annott; fe'il giorno
e la serenit poscia ritorno.

49      Di pi dir: ch'a gli alberi d vita
spirito uman che sente e che ragiona.
Per prova sollo; io n'ho la voce udita
che nel cor flebilmente anco mi suona.
Stilla sangue de'tronchi ogni ferita,
quasi di molle carne abbian persona.
No, no, pi non potrei (vinto mi chiamo)
n corteccia scorzar, n sveller ramo."

50      Cos dice egli, e 'l capitano ondeggia
in gran tempesta di pensieri intanto.
Pensa s'egli medesmo andar l deggia
(che tal lo stima) a ritentar l'incanto,
o se pur di materia altra proveggia
lontana pi, ma non difficil tanto.
Ma dal profondo de'pensieri suoi
l'Eremita il rappella, e dice poi:

51      "Lascia il pensier audace: altri conviene
che de le piante sue la selva spoglie.
Gi gi la fatal nave a l'erme arene
la prora accosta e l'auree vele accoglie;
gi, rotte l'indegnissime catene,
l'aspettato guerrier dal lido scioglie;
non  lontana omai l'ora prescritta
che sia presa Sion, l'oste sconfitta."

52      Parla ei cos, fatto di fiamma in volto,
e risuona pi ch'uomo in sue parole.
E 'l pio Goffredo a pensier novi  vlto,
ch neghittoso gi cessar non vle.
Ma nel Cancro celeste omai raccolto
apporta arsura inusitata il sole,
ch'a i suoi disegni, a i suoi guerrier nemica,
insopportabil rende ogni fatica.

53      Spenta  del cielo ogni benigna lampa;
signoreggiano in lui crudeli stelle,
onde piove virt ch'informa e stampa
l'aria d'impression maligne e felle.
Cresce l'ardor nocivo, e sempre avampa
pi mortalmente in queste parti e in quelle;
a giorno reo notte pi rea succede,
e d peggior di lei dopo lei vede.

54      Non esce il sol giamai, ch'asperso e cinto
di sanguigni vapori entro e d'intorno
non mostri ne la fronte assai distinto
mesto presagio d'infelice giorno;
non parte mai che in rosse macchie tinto
non minacci egual noia al suo ritorno,
e non inaspri i gi sofferti danni
con certa tema di futuri affanni.

55      Mentre li raggi poi d'alto diffonde,
quanto d'intorno occhio mortal si gira,
seccarsi i fiori e impallidir le fronde,
assetate languir l'erbe rimira,
e fendersi la terra e scemar l'onde,
ogni cosa del ciel soggetta a l'ira,
e le sterili nubi in aria sparse
in sembianza di fiamme altrui mostrarse.

56      Sembra il ciel ne l'aspetto atra fornace
n cosa appar che gli occhi almen ristaure:
ne le spelonche sue Zefiro tace,
e 'n tutto  fermo il vaneggiar de l'aure;
solo vi soffia (e par vampa di face)
vento che move da l'arene maure,
che, gravoso e spiacente, e seno e gote
co'densi fiati ad or ad or percote.

57      Non ha poscia la notte ombre pi liete,
ma del caldo del sol paiono impresse,
e di travi di foco e di comete
e d'altri fregi ardenti il velo intesse.
N pur misera terra, a la tua sete
son da l'avara luna almen concesse
sue rugiadose stille, e l'erbe e i fiori
bramano indarno i lor vitali umori.

58      Da le notti inquiete il dolce sonno
bandito fugge, e i languidi mortali
lusingando ritrarlo a s no 'l ponno;
ma pur la sete  il pessimo de'mali,
per che di Giudea l'iniquo donno
con veneni e con succhi aspri e mortali
pi de l'inferna Stige e d'Acheronte
torbido fece e livido ogni fonte.

59      E il picciol Silo, che puro e mondo
offria cortese a i Franchi il suo tesoro,
or di tepide linfe a pena il fondo
arido copre e d scarso ristoro;
n il Po, qualor di maggio  pi profondo,
parria soverchio a i desideri loro,
n 'l Gange o 'l Nilo, allor che non s'appaga
de'sette alberghi, e 'l verde Egitto allaga.

60      S'alcun giamai tra frondeggianti rive
puro vide stagnar liquido argento,
o gi precipitose ir acque vive
per alpe o 'n piaggia erbosa a passo lento,
quelle al vago desio forma e descrive
e ministra materia al suo tormento,
ch l'imagine lor gelida e molle
l'asciuga e scalda e nel pensier ribolle.

61      Vedi le membra de'guerrier robuste,
cui n camin per aspra terra preso,
n ferrea salma onde gr sempre onuste,
n dom ferro a la lor morte inteso,
ch'or risolute e dal calore aduste
giacciono a se medesme inutil peso;
e vive ne le vene occulto foco
che pascendo le strugge a poco a poco.

62      Langue il corsier gi s feroce, e l'erba
che fu suo caro cibo a schifo prende,
vacilla il piede infermo, e la superba
cervice dianzi or gi dimessa pende;
memoria di sue palme or pi non serba,
n pi nobil di gloria amor l'accende:
le vincitrici spoglie e i ricchi fregi
par che quasi vil soma odii e dispregi.

63      Languisce il fido cane, ed ogni cura
del caro albergo e del signor oblia,
giace disteso ed a l'interna arsura
sempre anelando aure novelle invia;
ma s'altrui diede il respirar natura
perch il caldo del cor temprato sia,
or nulla o poco refrigerio n'have,
s quello onde si spira  denso e grave.

64      Cos languia la terra, e 'n tale stato
egri giaceansi i miseri mortali,
e 'l buon popol fedel, gi disperato
di vittoria, temea gli ultimi mali;
e risonar s'udia per ogni lato
universal lamento in voci tali:
"Che pi spera Goffredo o che pi bada,
s che tutto il suo campo a morte cada?"

65      Deh! con quai forze superar si crede
gli alti ripari de'nemici nostri?
onde machine attende? ei sol non vede
l'ira del Cielo a tanti segni mostri?
de la sua mente aversa a noi fan fede
mille novi prodigi e mille mostri,
ed arde a noi cos che minore uopo
di refrigerio ha l'Indo e l'Etiopo.

66      Dunque stima costui che nulla importe
che n'andiam noi, turba negletta, indegna,
vili ed inutil alme, a dura morte,
perch'ei lo scettro imperial mantegna?
Cotanto dunque fortunata sorte
rassembra quella di colui che regna,
che ritener si cerca avidamente
a danno ancor de la soggetta gente?

67      Or mira d'uom c'ha il titolo di pio
providenza pietosa, animo umano:
la salute de'suoi porre in oblio
per conservarsi onor dannoso e vano;
e veggendo a noi secchi i fonti e 'l rio,
per s l'acque condur fa dal Giordano,
e fra pochi sedendo a mensa lieta,
mescolar l'onde fresche al vin di Creta."

68      Cos i Franchi dicean; ma 'l duce greco,
che 'l lor vessillo  di seguir gi stanco,
"Perch morir qui?" disse "e perch meco
far che la schiera mia ne vegna manco?
Se ne la sua follia Goffredo  cieco,
siasi in suo danno e del suo popol franco;
a noi che noce?" E senza tr licenza,
notturna fece e tacita partenza.

69      Mosse l'essempio assai, come al d chiaro
fu noto; e d'imitarlo alcun risolve.
Quei che segur Clotareo ed Ademaro
e gli altri duci ch'or son ossa e polve,
poi che la fede che a color giuraro
ha disciolto colei che tutto solve,
gi trattano di fuga, e gi qualcuno
parte furtivamente a l'aer bruno.

70      Ben se l'ode Goffredo e ben se 'l vede,
e i pi aspri rimedi avria ben pronti,
ma gli schiva ed aborre; e con la fede
che faria stare i fiumi e gir i monti,
devotamente al Re del mondo chiede
che gli apra omai de la sua grazia i fonti:
giunge le palme, e fiammeggianti in zelo
gli occhi rivolge e le parole al Cielo:

71      "Padre e Signor, s'al popol tuo piovesti
gi le dolci rugiade entro al deserto,
s'a mortal mano gi virt porgesti
romper le pietre e trar del monte aperto
un vivo fiume, or rinnovella in questi
gli stessi essempi; e s'ineguale  il merto,
adempi di tua grazia i lor difetti,
e giovi lor che tuoi guerrier sian detti."

72      Tarde non furon gi queste preghiere
che derivr da giusto umil desio,
ma se 'n volaro al Ciel pronte e leggiere
come pennuti augelli inanzi a Dio.
Le accolse il Padre eterno, ed a le schiere
fedeli sue rivolse il guardo pio;
e di s gravi lor rischi e fatiche
gli increbbe, e disse con parole amiche:

73      "Abbia sin qui sue dure e perigliose
aversit sofferte il campo amato,
e contra lui con armi ed arti ascose
siasi l'inferno e siasi il mondo armato.
Or cominci novello ordin di cose,
e gli si volga prospero e beato.
Piova; e ritorni il suo guerriero invitto,
e venga a gloria sua l'oste d'Egitto."

74      Cos dicendo, il capo mosse; e gli ampi
cieli tremaro e i lumi erranti e i fissi,
e trem l'aria riverente, e i campi
de l'oceano, e i monti e i ciechi abissi.
Fiammeggiare a sinistra accesi lampi
fur visti, e chiaro tuono insieme udissi.
Accompagnan le genti il lampo e 'l tuono
con allegro di voci ed alto suono.

75      Ecco sbite nubi, e non di terra
gi per virt del sole in alto ascese,
ma gi del ciel, che tutte apre e disserra
le porte sue, veloci in gi discese:
ecco notte improvisa il giorno serra
ne l'ombre sue, che d'ogni intorno ha stese.
Segue la pioggia impetuosa, e cresce
il rio cos che fuor del letto n'esce.

76      Come talor ne la stagione estiva,
se dal ciel pioggia desiata scende,
stuol d'anitre loquaci in secca riva
con rauco mormorar lieto l'attende,
e spiega l'ali al freddo umor, n schiva
alcuna di bagnarsi in lui si rende,
e l 've in maggior fondo ei si raccoglia,
si tuffa e spegne l'assetata voglia;

77      cos gridando, la cadente piova
che la destra del Ciel pietosa versa,
lieti salutan questi; a ciascun giova
la chioma averne non che il manto aspersa:
chi bee ne'vetri e chi ne gli elmi a prova,
chi tien la man ne la fresca onda immersa,
chi se ne spruzza il volto e chi le tempie,
chi scaltro a miglior uso i vasi n'empie.

78      N pur l'umana gente or si rallegra
e dei suoi danni a ristorar si viene,
ma la terra, che dianzi afflitta ed egra
di fessure le membra avea ripiene,
la pioggia in s raccoglie e si rintegra,
e la comparte a le pi interne vene,
e largamente i nutritivi umori
a le piante ministra, a l'erbe, a i fiori;

79      ed inferma somiglia a cui vitale
succo le interne parti arse rinfresca,
e disgombrando la cagion del male,
a cui le membra sue fur cibo ed esca,
la rinfranca e ristora e rende quale
fu ne la sua stagion pi verde e fresca;
tal ch'obliando i suoi passati affanni
le ghirlande ripiglia i lieti panni.

80      Cessa la pioggia al fine e torna il sole,
ma dolce spiega e temperato il raggio,
pien di maschio valor, s come sle
tra 'l fin d'aprile e 'l cominciar di maggio.
Oh fidanza gentil, chi Dio ben cole,
l'aria sgombrar d'ogni mortale oltraggio,
cangiare a le stagioni ordine e stato,
vincer la rabbia de le stelle e 'l fato.



. CANTO QUATTORDICESIMO.

1       Usciva omai dal molle e fresco grembo
de la gran madre sua la notte oscura,
aure lievi portando e largo nembo
di sua rugiada preziosa e pura;
e scotendo del vel l'umido lembo,
ne spargeva i fioretti e la verdura,
e i venticelli, dibattendo l'ali,
lusingavano il sonno de'mortali.

2       Ed essi ogni pensier che 'l d conduce
tuffato aveano in dolce oblio profondo.
Ma vigilando ne l'eterna luce
sedeva al suo governo il Re del mondo,
e rivolgea dal Cielo al franco duce
lo sguardo favorevole e giocondo;
quinci a lui ne inviava un sogno cheto
perch gli rivelasse alto decreto.

3       Non lunge a l'auree porte ond'esce il sole
 cristallina porta in oriente,
che per costume inanti aprir si sle
che si dischiuda l'uscio al d nascente.
Da questa escono i sogni, i quai Dio vle
mandar per grazia a pura e casta mente;
da questa or quel ch'al pio Buglion discende
l'ali dorate inverso lui distende.

4       Nulla mai vision nel sonno offerse
altrui s vaghe imagini o s belle
come ora questa a lui, la qual gli aperse
i secreti del cielo e de le stelle;
onde, s come entro uno speglio, ei scerse
ci che l suso  veramente in elle.
Pareagli esser traslato in un sereno
candido e d'auree fiamme adorno e pieno;

5       e mentre ammira in quell'eccelso loco
l'ampiezza, i moti, i lumi e l'armonia,
ecco cinto di rai, cinto di foco,
un cavaliero incontra a lui venia,
e 'n suono, a lato a cui sarebbe roco
qual pi dolce  qua gi, parlar l'udia:
"Goffredo, non m'accogli? e non ragione
al fido amico? or non conosci Ugone?"

6       Ed ei gli rispondea: "Quel novo aspetto
che par d'un sol mirabilmente adorno,
da l'antica notizia il mio intelletto
sviat'ha s che tardi a lui ritorno."
Gli stendea poi con dolce amico affetto
tre fiate le braccia al collo intorno,
e tre fiate invan cinta l'imago
fuggia, qual leve sogno od aer vago.

7       Sorridea quegli, e: "Non gi, come credi,"
dicea "son cinto di terrena veste:
semplice forma e nudo spirto vedi
qui cittadin de la citt celeste.
Questo  tempio di Dio: qui son le sedi
de'suoi guerrieri, e tu avrai loco in queste."
"Quando ci fia?" rispose "il mortal laccio
sciolgasi omai, s'al restar qui m' impaccio."

8       "Ben" replicogli Ugon "tosto raccolto
ne la gloria sarai de'trionfanti;
pur militando converr che molto
sangue e sudor l gi tu versi inanti.
Da te prima a i pagani esser ritolto
deve l'imperio de'paesi santi,
e stabilirsi in lor cristiana reggia
in cui regnare il tuo fratel poi deggia.

9       Ma perch pi lo tuo desir s'avvive
ne l'amor di qua su, pi fiso or mira
questi lucidi alberghi e queste vive
fiamme che mente eterna informa e gira,
e 'n angeliche tempre odi le dive
sirene e 'l suon di lor celeste lira.
China" poi disse (e gli addit la terra)
"gli occhi a ci che quel globo ultimo serra.

10      Quanto  vil la cagion ch'a la virtude
umana  col gi premio e contrasto!
in che picciolo cerchio e fra che nude
solitudini  stretto il vostro fasto!
Lei come isola il mare intorno chiude,
e lui, ch'or ocean chiamat' or vasto,
nulla eguale a tai nomi ha in s di magno,
ma  bassa palude e breve stagno."

11      Cos l'un disse; e l'altro in giuso i lumi
volse, quasi sdegnando, e ne sorrise,
ch vide un punto sol, mar, terre e fiumi,
che qui paion distinti in tante guise,
ed ammir che pur a l'ombre, a i fumi,
la nostra folle umanit s'affise,
servo imperio cercando e muta fama,
n miri il ciel ch'a s n'invita e chiama.

12      Onde rispose: "Poi ch'a Dio non piace
del mio carcer terreno anco disciorme,
prego che del camin, ch' men fallace
fra gli errori del mondo, or tu m'informe."
"" replicogli Ugon "la via verace
questa che tieni; indi non torcer l'orme:
sol che richiami dal lontano essiglio
il figliuol di Bertoldo io ti consiglio.

13      Perch se l'alta Providenza elesse
te de l'impresa sommo capitano,
destin insieme ch'egli esser dovesse
de'tuoi consigli essecutor soprano.
A te le prime parti, a lui concesse
son le seconde: tu sei capo, ei mano
di questo campo; e sostener sua vece
altrui non pote, e farlo a te non lece.

14      A lui sol di troncar non fia disdetto
il bosco c'ha gli incanti in sua difesa;
e da lui il campo tuo che, per difetto
di gente, inabil sembra a tanta impresa,
e par che sia di ritirarsi astretto,
prender maggior forza a nova impresa;
e i rinforzati muri e d'Oriente
superer l'essercito possente."

15      Tacque, e 'l Buglion rispose: "Oh quanto grato
fra a me che tornasse il cavaliero!
Voi che vedete ogni pensier celato,
sapete s'amo lui, se dico il vero.
Ma di', con quai proposte od in qual lato
si deve a lui mandarne il messaggiero?
Vuoi ch'io preghi o comandi? e come questo
atto sar legitimo ed onesto?"

16      Allor ripigli l'altro: "Il Rege eterno,
che te di tante somme grazie onora,
vuol che da quegli onde ti di il governo
tu sia onorato e riverito ancora.
Per non chieder tu (n senza scherno
forse del sommo imperio il chieder fra),
ma richiesto concedi; ed al perdono
scendi degli altrui preghi al primo suono.

17      Guelfo ti pregher (Dio s l'inspira)
ch'assolva il fer garzon di quell'errore
in cui trascose per soverchio d'ira,
s che al campo egli torni ed al suo onore.
E bench'or lunge il giovene delira
e vaneggia ne l'ozio e ne l'amore,
non dubitar per che 'n pochi giorni
opportuno a grand'uopo ei non ritorni;

18      ch 'l vostro Piero, a cui lo Ciel comparte
l'alta notizia de'secreti sui,
sapr drizzare i messaggieri in parte
ove certe novelle avran di lui,
e sar lor dimostro il modo e l'arte
di liberarlo e di condurlo a vui.
Cos al fin tutti i tuoi compagni erranti
ridurr il Ciel sotto i tuoi segni santi.

19      Or chiuder il mio dir con una breve
conclusion che so ch'a te fia cara:
sar il tuo sangue al suo commisto, e deve
progenie uscirne gloriosa e chiara."
Qui tacque, e sparve come fumo leve
al vento o nebbia al sole arida e rara;
e sgombr il sonno, e gli lasci nel petto
di gioia e di stupor confuso affetto.

20      Apre allora le luci il pio Buglione
e nato vede e gi cresciuto il giorno,
onde lascia i riposi, e sovrapone
l'arme a le membra faticose intorno.
E poco stante a lui nel padiglione
venieno i duci al solito soggiorno,
ove a consiglio siedono, e per uso
ci ch'altrove si fa quivi  concluso.

21      Quivi il buon Guelfo, che 'l novel pensiero
infuso avea ne l'inspirata mente,
incominciando a ragionar primiero
disse a Goffredo: "O principe clemente,
perdono a chieder ne vegn'io, ch'in vero
 perdon di peccato anco recente,
onde potr parer per aventura
frettolosa dimanda ed immatura;

22      ma pensando che chiesto al pio Goffredo
per lo forte Rinaldo  tal perdono,
e riguardando a me che in grazia il chiedo
che vile a fatto intercessor non sono,
agevolmente d'impetrar mi credo
questo ch'a tutti fia giovevol dono.
Deh! consenti ch'ei rieda e che, in ammenda
del fallo, in pro comune il sangue spenda.

23      E chi sar, s'egli non , quel forte
ch'osi troncar le spaventose piante?
chi gir incontra a i rischi de la morte
con pi intrepido petto e pi costante?
Scoter le mura ed atterrar le porte
vedrailo, e salir solo a tutti inante.
Rendi al tuo campo omai, rendi per Dio
lui ch' sua alta speme e suo desio.

24      Rendi il nipote a me, s valoroso
e pronto essecutor rendi a te stesso;
n soffrir ch'egli torpa in vil riposo,
ma rendi insieme la sua gloria ad esso.
Segua il vessillo tuo vittorioso,
sia testimonio a sua virt concesso,
faccia opre di s degne in chiara luce
e rimirando te maestro e duce."

25      Cos pregava, e ciascun altro i preghi
con favorevol fremito seguia.
Onde Goffredo allor, quasi egli pieghi
la mente a cosa non pensata in pria,
"Come esser pu" dicea "che grazia i'neghi
che da voi si dimanda e si desia?
Ceda il rigore, e sia ragione e legge
ci che 'l consenso universale elegge.

26      Torni Rinaldo, e da qui inanzi affrene
pi moderato l'impeto de l'ire,
e risponda con l'opre a l'alta spene
di lui concetta ed al comun desire.
Ma il richiamarlo, o Guelfo, a te conviene:
frettoloso egli fia, credo, al venire;
tu scegli il messo, e tu l'indrizza dove
pensi che 'l fero giovene si trove."

27      Tacque, e disse sorgendo il guerrier dano:
"Esser io chieggio il messaggier che vada,
n ricuso camin dubbio o lontano
per far il don de l'onorata spada."
Questi  di cor fortissimo e di mano,
onde al buon Guelfo assai l'offerta aggrada:
vuol che sia l'un de'messi e che sia l'altro
Ubaldo, uom cauto ed aveduto e scaltro.

28      Veduti Ubaldo in giovenezza e cerchi
vari costumi avea, vari paesi,
peregrinando da i pi freddi cerchi
del nostro mondo a gli Etiopi accesi,
e come uom che virtute e senno merchi,
le favelle, l'usanze e i riti appresi;
poscia in matura et da Guelfo accolto
fu tra'compagni, e caro a lui fu molto.

29      A tai messaggi l'onorata cura
di richiamar l'alto campion si diede;
e gli indrizzava Guelfo a quelle mura
tra cui Boemondo ha la sua regia sede,
ch per publica fama, e per secura
opinion, ch'egli vi sia si crede.
Ma 'l buon romito, che lor mal diretti
conosce, entra fra loro e turba i detti,

30      e dice: "O cavalier, seguendo il grido
de la fallace opinion vulgare,
duce seguite temerario e infido
che vi fa gire indarno e traviare.
Or d'Ascalona nel propinquo lido
itene, dove un fiume entra nel mare.
Quivi fia che v'appaia uom nostro amico:
credete a lui; ci che diravvi, io 'l dico.

31      Ei molto per s vede, e molto intese
del preveduto vostro alto viaggio
(gi gran tempo ha) da me: so che cortese
altrettanto vi fia quanto egli  saggio."
Cos lor disse: e pi da lui non chiese
Carlo o l'altro che seco iva messaggio,
ma furo ubidienti a le parole
che spirito divin dettar gli suole.

32      Preser commiato, e s il desio gli sprona
che, senza indugio alcun posti in camino,
drizzano il lor corso ad Ascalona
dove a i lidi si frange il mar vicino.
E non udian ancor come risuona
il roco ed alto fremito marino,
quando giunsero a un fiume il qual di nova
acqua accresciuto  per novella piova,

33      s che non pu capir dentro al suo letto,
e se 'n va pi che stral corrente e presto.
Mentre essi stan sospesi, a lor d'aspetto
venerabile appare un vecchio onesto,
coronato di faggio, in lungo e schietto
vestir che di lin candido  contesto.
Scote questi una verga, e 'l fiume calca
co'piedi asciutti e contra il corso il valca.

34      S come soglion l vicino al polo,
s'avien che 'l verno i fiumi agghiacci e indure,
correr su 'l Ren le villanelle a stuolo
con lunghi strisci e sdrucciolar secure,
cos ei ne vien sovra l'instabil suolo
di queste acque non gelide e non dure;
e tosto col giunse onde in lui fisse
tenean le luci i due guerrieri, e disse:

35      "Amici, dura e faticosa inchiesta
seguite; e d'uopo  ben ch'altri vi guidi,
ch 'l cercato guerrier lunge  da questa
terra in paesi incogniti ed infidi.
Quanto, oh quanto de l'opra anco vi resta!
quanti mar correrete e quanti lidi!
E convien che si stenda il cercar vostro
oltre i confini ancor del mondo nostro.

36      Ma non vi spiaccia entrar ne le nascose
spelonche ov'ho la mia secreta sede,
ch'ivi udrete da me non lievi cose
e ci ch'a voi saper pi si richiede."
Disse, e ch'a lor dia loco a l'acqua impose;
ed ella tosto si ritira e cede,
e quinci e quindi di montagna in guisa
curvata pende e 'n mezzo appar divisa.

37      Ei, presili per man, ne le pi interne
profondit sotto del rio lor mena.
Debile e incerta luce ivi si scerne,
qual tra boschi di Cinzia ancor non piena;
ma pur gravide d'acqua ampie caverne
veggiono, onde tra noi sorge ogni vena
la qual rampilli in fonte, o in fiume vago
discorra, o stagni o si dilati in lago.

38      E veder ponno onde il Po nasca ed onde
Idaspe, Gange, Eufrate, Istro derivi,
ond'esca pria la Tana, e non asconde
gli occulti suoi princpi il Nilo quivi.
Trovano un rio pi sotto, il qual diffonde
vivaci zolfi e vaghi argenti e vivi;
questi il sol poi raffina, e 'l licor molle
stringe in candide masse e in auree zolle.

39      E miran d'ogni intorno il ricco fiume
di care pietre il margine dipinto;
onde, come a pi fiaccole s'allume,
splende quel loco, e 'l fosco orror n' vinto.
Quivi scintilla con ceruleo lume
il celeste zafiro ed il giacinto;
vi fiammeggia il carbonchio, e luce il saldo
diamante, e lieto ride il bel smeraldo.

40      Stupidi i guerrier vanno e ne le nove
cose s tutto il lor pensier s'impiega
che non fanno alcun motto. Al fin pur move
la voce Ubaldo e la sua scorta prega:
"Deh, padre, dinne ove noi siamo ed ove
ci guidi, e tua condizion ne spiega,
ch'io non so se 'l ver miri o sogno od ombra,
cos alto stupore il cor m'ingombra."

41      Risponde: "Ste voi nel grembo immenso
de la terra, che tutto in s produce;
n gi potreste penetrar nel denso
de le viscere sue senza me duce.
Vi scrgo al mio palagio, il qual accenso
tosto vedrete di mirabil luce.
Nacqui io pagan, ma poi ne le sant'acque
rigenerarmi a Dio per grazia piacque.

42      N in virt fatte son d'angioli stigi
l'opere mie meravigliose e conte
(tolga Dio ch'usi note o suffumigi
per isforzar Cocito e Flegetonte),
ma spiando me 'n vo'da'lor vestigi
qual in s virt celi o l'erba o 'l fonte,
e gli altri arcani di natura ignoti
contemplo, e de le stelle i vari moti.

43      Per che non ognor lunge dal cielo
tra sotterranei chiostri  la mia stanza,
ma su 'l Libano spesso e su 'l Carmelo
in aerea magion fo dimoranza;
ivi spiegansi a me senza alcun velo
Venere e Marte in ogni lor sembianza,
e veggio come ogn'altra o presto o tardi
roti, o benigna o minaccievol guardi.

44      E sotto i pi mi veggio or folte or rade
le nubi, or negre ed or pinte da Iri;
e generar le pioggie e le rugiade
risguardo, e come il vento obliquo spiri,
come il folgor s'infiammi e per quai strade
tortuose in gi rispinto ei si raggiri;
scorgo comete e fochi altri s presso
che soleva invaghir gi di me stesso.

45      Di me medesmo fui pago cotanto
ch'io stimai gi che 'l mio saper misura
certa fosse e infallibile di quanto
pu far l'alto Fattor de la natura;
ma quando il vostro Piero al fiume santo
m'asperse il crine e lav l'alma impura,
drizz pi su il mio guardo, e 'l fece accorto
ch'ei per se stesso  tenebroso e corto.

46      Conobbi allor ch'augel notturno al sole
 nostra mente a i rai del primo Vero,
e di me stesso risi e de le fole
che gi cotanto insuperbir mi fro;
ma pur seguito ancor, come egli vle,
le solite arti e l'uso mio primiero.
Ben son in parte altr'uom da quel ch'io fui,
ch'or da lui pendo e mi rivolgo a lui,

47      e in lui m'acqueto. Egli comanda e insegna,
mastro insieme e signor sommo e sovrano,
n gi per nostro mezzo oprar disdegna
cose degne talor de la sua mano.
Or sar cura mia ch'al campo vegna
l'invitto eroe dal suo carcer lontano,
ch'ei la m'impose; e gi gran tempo aspetto
il venir vostro, a me per lui predetto."

48      Cos con lor parlando, al loco viene
ov'egli ha il suo soggiorno e 'l suo riposo.
Questo  in forma di speco e in s contiene
camare e sale, grande e spazioso.
E ci che nudre entro le ricche vene
di pi chiaro la terra e prezioso,
splende ivi tutto; ed ei n' in guisa ornato
ch'ogni suo fregio  non fatto, ma nato.

49      Non mancr qui cento ministri e cento
che accorti e pronti a servir gli osti foro,
n poi in mensa magnifica d'argento
mancr gran vasi e di cristallo e d'oro;
ma quando sazio il natural talento
fu de'cibi e la sete estinta in loro:
"Tempo  ben" disse a i cavalieri il mago
"che 'l maggior desir vostro omai sia pago."

50      Quivi ricominci: "L'opre e le frodi
note in parte a voi son de l'empia Armida:
come ella al campo venne, e con quai modi
molti guerrier ne trasse e lor fu guida.
Sapete ancor che di tenaci nodi
gli avinse poscia, albergatrice infida,
e ch'indi a Gaza gli invi con molti
custodi, e che tra via furon disciolti.

51      Or vi narrer quel ch'appresso occorse,
vera istoria da voi non anco intesa.
Poi che la maga rea vide ritrse
la preda sua, gi con tant'arte presa,
ambe le mani per dolor si morse
e fra s disse di disdegno accesa:
"Ah! vero unqua non fia che d'aver tanti
miei prigion liberati egli si vanti.

52      Se gli altri sciolse, ei serva ed ei sostegna
le pene altrui serbate e 'l lungo affanno;
n questo anco mi basta: i'vo'che vegna
su gli altri tutti universale il danno."
Cos tra s dicendo, ordir disegna
questo ch'or udirete iniquo inganno.
Viensene al loco ove Rinaldo vinse
in pugna i suoi guerrieri, e parte estinse.

53      Quivi egli avendo l'arme sue deposto,
indosso quelle d'un pagan si pose;
forse perch bramava irsene ascosto
sotto insegne men note e men famose.
Prese l'armi la maga, e in esse tosto
un tronco busto avolse e poi l'espose;
l'espose in ripa a un fiume ove doveva
stuol de'Franchi arrivar, e 'l prevedeva.

54      E questo antiveder potea ben ella
che mandar mille spie solea d'intorno,
onde spesso del campo avea novella
e s'altri indi partiva o fea ritorno;
oltre che con gli spirti anco favella
sovente, e fa con lor lungo soggiorno.
Colloc dunque il corpo morto in parte
molto opportuna a sua ingannevol arte.

55      Non lunge un sagacissimo valletto
pose, di panni pastorai vestito,
e impose lui ci ch'esser fatto o detto
fintamente doveva; e fu essequito.
Questi parl co'vostri, e di sospetto
sparse quel seme in lor ch'indi nutrito
frutt risse e discordie, e quasi al fine
sediziose guerre e cittadine.

56      Ch fu, com'ella disegn, creduto
per opra del Buglion Rinaldo ucciso,
bench alfine il sospetto a torto avuto
del ver si dileguasse al primo aviso.
Cotal d'Armida l'artificio astuto
primieramente fu qual io diviso.
Or udirete ancor come seguisse
poscia Rinaldo, e quel ch'indi avenisse.

57      Qual cauta cacciatrice, Armida aspetta
Rinaldo al varco. Ei su l'Oronte giunge,
ove un rio si dirama e, un'isoletta
formando, tosto a lui si ricongiunge;
e 'n su la riva una colonna eretta
vede, e un picciol battello indi non lunge.
Fisa egli tosto gli occhi al bel lavoro
del bianco marmo e legge in lettre d'oro:

58      "O chiunque tu sia, che voglia o caso
peregrinando adduce a queste sponde,
meraviglie maggior l'orto o l'occaso
non ha di ci che l'isoletta asconde.
Passa, se vuoi vederla."  persuaso
tosto l'incauto a girne oltra quell'onde;
e perch mal capace era la barca,
gli scudieri abbandona ed ei sol varca.

59      Come  l giunto, cupido e vagante
volge intorno lo sguardo, e nulla vede
fuor ch'antri ed acque e fiori ed erbe e piante,
onde quasi schernito esser si crede;
ma pur quel loco  cos lieto e in tante
guise l'alletta ch'ei si ferma e siede,
e disarma la fronte e la ristaura
al soave spirar di placid'aura.

60      Il fiume gorgogliar fra tanto udio
con novo suono, e l con gli occhi corse,
e mover vide un'onda in mezzo al rio
che in se stessa si volse e si ritorse;
e quinci alquanto d'un crin biondo uscio,
e quinci di donzella un volto sorse,
e quinci il petto e le mammelle, e de la
sua forma infin dove vergogna cela.

61      Cos dal palco di notturna scena
o ninfa o dea, tarda sorgendo, appare.
Questa, bench non sia vera sirena
ma sia magica larva, una ben pare
di quelle che gi presso a la tirrena
piaggia abitr l'insidioso mare;
n men ch'in viso bella, in suono  dolce,
e cos canta, e 'l cielo e l'aure molce:

62      `O giovenetti, mentre aprile e maggio
v'ammantan di fiorite e verdi spoglie,
di gloria e di virt fallace raggio
la tenerella mente ah non v'invoglie!
Solo chi segue ci che piace  saggio,
e in sua stagion de gli anni il frutto coglie.
Questo grida natura. Or dunque voi
indurarete l'alma a i detti suoi?

63      Folli, perch gettate il caro dono,
che breve  s, di vostra et novella?
Nome, e senza soggetto idoli sono
ci che pregio e valore il mondo appella.
La fama che invaghisce a un dolce suono
voi superbi mortali, e par s bella,
 un'ecco, un sogno, anzi del sogno un'ombra,
ch'ad ogni vento si dilegua e sgombra.

64      Goda il corpo sicuro, e in lieti oggetti
l'alma tranquilla appaghi i sensi frali;
oblii le noie andate, e non affretti
le sue miserie in aspettando i mali.
Nulla curi se 'l ciel tuoni o saetti,
minacci egli a sua voglia e infiammi strali.
Questo  saver, questa  felice vita:
s l'insegna natura e s l'addita.'

65      S canta l'empia, e 'l giovenetto al sonno
con note invoglia s soavi e scrte.
Quel serpe a poco a poco, e si fa donno
sovra i sensi di lui possente e forte;
n i tuoni omai destar, non ch'altri, il ponno
da quella queta imagine di morte.
Esce d'aguato allor la falsa maga
e gli va sopra, di vendetta vaga.

66      Ma quando in lui fiss lo sguardo e vide
come placido in vista egli respira,
e ne'begli occhi un dolce atto che ride,
bench sian chiusi (or che fia s'ei li gira?),
pria s'arresta sospesa, e gli s'asside
poscia vicina, e placar sente ogn'ira
mentre il risguarda; e 'n su la vaga fronte
pende omai s che par Narciso al fonte.

67      E quei ch'ivi sorgean vivi sudori
accoglie lievemente in un suo velo,
e con un dolce ventillar gli ardori
gli va temprando de l'estivo cielo.
Cos (chi 'l crederia?) sopiti ardori
d'occhi nascosi distemprr quel gelo
che s'indurava al cor pi che diamante,
e di nemica ella divenne amante.

68      Di ligustri, di gigli e de le rose
le quai fiorian per quelle piaggie amene,
con nov'arte congiunte, indi compose
lente ma tenacissime catene.
Queste al collo, a le braccia, a i pi gli pose:
cos l'avinse e cos preso il tiene;
quinci, mentre egli dorme, il fa riporre
sovra un suo carro, e ratta il ciel trascorre.

69      N gi ritorna di Damasco al regno,
n dove ha il suo castello in mezzo a l'onde;
ma ingelosita di s caro pegno,
e vergognosa del suo amor, s'asconde
ne l'oceano immenso, ove alcun legno
rado, o non mai, va de le nostre sponde,
fuor tutti i nostri lidi; e quivi eletta
per solinga sua stanza  un'isoletta.

70      Un'isoletta la qual nome prende
con le vicine sue da la Fortuna.
Quinci ella in cima a una montagna ascende
disabitata e d'ombre oscura e bruna,
e per incanto a lei nevose rende
le spalle e i fianchi, e senza neve alcuna
gli lascia il capo verdeggiante e vago,
e vi fonda un palagio appresso un lago,

71      ove in perpetuo april molle amorosa
vita seco ne mena il suo diletto.
Or da cos lontana e cos ascosa
prigion trar voi dovete il giovenetto,
e vincer de la timida e gelosa
le guardie, ond' difeso il monte e 'l tetto;
e gi non mancher chi l vi scrga,
e chi per l'alta impresa arme vi porga.

72      Trovarete, del fiume a pena sorti,
donna giovin di viso, antica d'anni,
ch'a i lunghi crini in su la fronte attorti
fia nota ed al color vario de'panni.
Questa per l'alto mar fia che vi porti
pi ratta che non spiega aquila i vanni,
pi che non vola il folgore; n guida
la trovarete al ritornar men fida.

73      A pi del monte ove la maga alberga,
sibilando strisciar novi pitoni
e cinghiali arrizzar l'aspre lor terga
ed aprir la gran bocca orsi e leoni
vedrete; ma scotendo una mia verga,
temeranno appressarsi ove ella suoni.
Poi via maggior (se dritto il ver s'estima)
si trover il periglio in su la cima.

74      Un fonte sorge in lei che vaghe e monde
ha l'acque s che i riguardanti asseta;
ma dentro a i freddi suoi cristalli asconde
di tsco estran malvagit secreta,
ch'un picciol sorso di sue lucide onde
inebria l'alma tosto e la fa lieta,
indi a rider uom move, e tanto il riso
s'avanza alfin ch'ei ne rimane ucciso.

75      Lunge la bocca disdegnosa e schiva
torcete voi da l'acque empie omicide,
n le vivande poste in verde riva
v'allettin poi, n le donzelle infide
che voce avran piacevole e lasciva
e dolce aspetto che lusinga e ride;
ma voi, gli sguardi e le parole accorte
sprezzando, entrate pur ne l'alte porte.

76      Dentro  di muri inestricabil cinto
che mille torce in s confusi giri,
ma in breve foglio io ve 'l dar distinto,
s che nessun error fia che v'aggiri.
Siede in mezzo un giardin del labirinto
che par che da ogni fronde amore spiri;
quivi in grembo a la verde erba novella
giacer il cavaliero e la donzella.

77      Ma come essa lasciando il caro amante
in altra parte il piede avr rivolto,
vuo'ch'a lui vi scopriate, e d'adamante
un scudo ch'io dar gli alziate al volto,
s ch'egli vi si specchi, e 'l suo sembiante
veggia e l'abito molle onde fu involto,
ch'a tal vista potr vergogna e sdegno
scacciar dal petto suo l'amor indegno.

78      Altro che dirvi omai nulla m'avanza
se non ch'assai securi ir ne potrete
e penetrar de l'intricata stanza
ne le pi interne parti e pi secrete,
perch non fia che magica possanza
a voi ritardi il corso o 'l passo viete;
n potr pur, cotal virt vi guida,
il giunger vostro antiveder Armida.

79      N men secura da gli alberghi suoi
l'uscita vi sar poscia e 'l ritorno.
Ma giunge omai l'ora del sonno, e voi
sorger diman dovete a par co 'l giorno."
Cos lor disse, e li men dopoi
ove essi avean la notte a far soggiorno.
Ivi lasciando lor lieti e pensosi,
si ritrasse il buon vecchio a i suoi riposi.



. CANTO QUINDICESIMO.

1       Gi richiamava il bel nascente raggio
a l'opre ogni animal ch'in terra alberga,
quando venendo a i due guerrieri il saggio
port il foglio e lo scudo e l'aurea verga.
"Accingetevi" disse "al gran viaggio
prima che 'l d, che spunta, omai pi s'erga.
Eccovi qui quanto ho promesso e quanto
pu de la maga superar l'incanto."

2       Erano essi gi sorti e l'arme intorno
a le robuste membra avean gi messe,
onde per vie che non rischiara il giorno
tosto seguono il vecchio, e son l'istesse
vestigia ricalcate or nel ritorno
che furon prima nel venire impresse;
ma giunti al letto del suo fiume: "Amici,
io v'accommiato:" ei disse "ite felici."

3       Gli accoglie il rio ne l'alto seno, e l'onda
soavemente in su gli spinge e porta,
come suol inalzar leggiera fronda
la qual da violenza in gi fu torta,
e poi gli espon sovra la molle sponda.
Quinci mirr la gi promessa scorta,
vider picciola nave e in poppa quella
che guidar li dovea fatal donzella.

4       Crinita fronte essa dimostra, e ciglia
cortesi e favorevoli e tranquille;
e nel sembiante a gli angioli somiglia,
tanta luce ivi par ch'arda e sfaville.
La sua gonna or azzurra ed or vermiglia
diresti, e si colora in guise mille,
s ch'uom sempre diversa a s la vede
quantunque volte a riguardarla riede.

5       Cos piuma talor, che di gentile
amorosa colomba il collo cinge,
mai non si scorge a se stessa simile,
ma in diversi colori al sol si tinge.
Or d'accesi rubin sembra un monile,
or di verdi smeraldi il lume finge,
or insieme gli mesce, e varia e vaga
in cento modi i riguardanti appaga.

6       "Entrate," dice "o fortunati, in questa
nave ond'io l'ocean secura varco,
cui destro  ciascun vento, ogni tempesta
tranquilla, e lieve ogni gravoso incarco.
Per ministra e per duce or me vi appresta
il mio signor, del favor suo non parco."
Cos parl la donna, e pi vicino
fece poscia a la sponda il curvo pino.

7       Come la nobil coppia ha in s raccolta,
spinge la ripa e gli rallenta il morso,
ed avendo la vela a l'aure sciolta,
ella siede al governo e regge il corso.
Gonfio  il torrente s ch'a questa volta
i navigli portar ben pu su 'l dorso,
ma questo  s leggier che 'l sosterebbe
qual altro rio per novo umor men crebbe.

8       Veloce sovra il natural costume
spingon la vela inverso il lido i venti:
biancheggian l'acque di canute spume,
e rotte dietro mormorar le senti.
Ecco giungono omai l dove il fiume
queta in letto maggior l'onde correnti,
e ne l'ampie voragini del mare
disperso o divien nulla o nulla appare.

9       A pena ha tocco la mirabil nave
de la marina allor turbata il lembo,
che spariscon le nubi e cessa il grave
Noto che minacciava oscuro nembo:
spiana i monti de l'onde aura soave
e solo increspa il bel ceruleo grembo,
e d'un dolce seren diffuso ride
il ciel, che s pi chiaro unqua non vide.

10      Trascorse oltre Ascalona ed a mancina
and la navicella invr ponente,
e tosto a Gaza si trov vicina
che fu porto di Gaza anticamente,
ma poi, crescendo de l'altrui ruina,
citt divenne assai grande e possente;
ed eranvi le piagge allor ripiene
quasi d'uomini s come d'arene.

11      Volgendo il guardo a terra i naviganti
scorgean di tende numero infinito:
miravan cavalier, miravan fanti
ire e tornar da la cittade al lito,
e da cameli onusti e da elefanti
l'arenoso sentier calpesto e trito;
poi del porto vedean ne'fondi cavi
sorte e legate a l'ancore le navi,

12      altre spiegar le vele, e ne vedieno
altre i remi trattar veloci e snelle,
e da essi e da'rostri il molle seno
spumar percosso in queste parti e in quelle.
Disse la donna allor: "Bench ripieno
il lido e 'l mar sia de le genti felle,
non ha insieme per le schiere tutte
il potente tiranno anco ridutte.

13      Sol dal regno d'Egitto e dal contorno
raccolte ha queste; or le lontane attende,
ch verso l'oriente e 'l mezzogiorno
il vasto imperio suo molto si stende.
S che sper'io che prima assai ritorno
fatto avrem noi che mova egli le tende:
egli o quel ch'in sua vece esser soprano
de l'essercito suo de'capitano."

14      Mentre ci dice, come aquila sle
tra gli altri augelli trapassar secura
e sorvolando ir tanto appresso il sole
che nulla vista pi la raffigura,
cos la nave sua sembra che vle
tra legno e legno, e non ha tema o cura
che vi sia chi l'arresti o chi la segua;
e da lor s'allontana e si dilegua.

15      E 'n un momento incontra Raffia arriva,
citt la qual in Siria appar primiera
a chi d'Egitto move; indi a la riva
sterilissima vien di Rinocera.
Non lunge un monte poi le si scopriva
che sporge sovra 'l mar la chioma altera
e i pi si lava ne l'instabil onde,
che l'ossa di Pompeo nel grembo asconde.

16      Poi Damiata scopre, e come porte
al mar tributo di celesti umori
per sette il Nilo sue famose porte
e per cento altre ancor foci minori;
e naviga oltre la citt dal forte
greco fondata a i greci abitatori,
ed oltra Faro, isola gi che lunge
giacque dal lido, al lido or si congiunge.

17      Rodi e Creta lontane inverso al polo
non scerne, e pur lungo Africa se 'n viene,
su 'l mar culta e ferace, a dentro solo
fertil di mostri e d'infeconde arene.
La Marmarica rade, e rade il suolo
dove cinque cittadi ebbe Cirene.
Qui Tolomitta e poi con l'onde chete
sorger si mira il fabuloso Lete.

18      La maggior Sirte a'naviganti infesta,
trattasi in alto, invr le piaggie lassa,
e 'l capo di Giudeca indietro resta,
e la foce di Magra indi trapassa.
Tripoli appar su 'l lido, e 'ncontra a questa
giace Malta fra l'onde occulta e bassa;
e poi riman con l'altre Sirti a tergo
Alzerbe, gi de'Lotofagi albergo.

19      Nel curvo lido poi Tunisi vede
che d'ambo i lati del suo golfo ha un monte.
Tunisi, ricca ed onorata sede
a par di quante n'ha Libia pi conte.
A lui di costa la Sicilia siede,
ed il gran Lilibeo gli inalza a fronte.
Or quivi addita la donzella a i due
guerrieri il loco ove Cartagin fue.

20      Giace l'alta Cartago: a pena i segni
de l'alte sue ruine il lido serba.
Muoiono le citt, muoiono i regni,
copre i fasti e le pompe arena ed erba,
e l'uom d'esser mortal par che si sdegni:
oh nostra mente cupida e superba!
Giungon quinci a Biserta, e pi lontano
han l'isola de'Sardi a l'altra mano.

21      Trascorser poi le piaggie ove i Numidi
menr gia vita pastorale erranti.
Trovr Bugia ed Algieri, infami nidi
di corsari, ed Orn trovr pi inanti;
e costeggir di Tingitana i lidi,
nutrice di leoni e d'elefanti,
ch'or di Marocco  il regno, e quel di Fessa;
e varcr la Granata incontro ad essa.

22      Son gi l dove il mar fra terra inonda
per via ch'esser d'Alcide opra si finse;
e forse  ver ch'una continua sponda
fosse, ch'alta ruina in due distinse.
Passovvi a forza l'oceano, e l'onda
Abila quinci e quindi Calpe spinse;
Spagna e Libia partio con foce angusta:
tanto mutar pu lunga et vetusta!

23      Quattro volte era apparso il sol ne l'orto
da che la nave si spicc dal lito,
n mai (ch'uopo non fu) s'accolse in porto,
e tanto del camino ha gi fornito.
Or entra ne lo stretto e passa il corto
varco, e s'ingolla in pelago infinito.
Se 'l mar qui  tanto ove il terreno il serra,
che fia col dov'egli ha in sen la terra?

24      Pi non si mostra omai tra gli alti flutti
la fertil Gade e l'altre due vicine.
Fuggite son le terre e i lidi tutti:
de l'onda il ciel, del ciel l'onda  confine.
Diceva Ubaldo allor: "Tu che condutti
n'hai, donna, in questo mar che non ha fine,
di's'altri mai qui giunse, o se pi inante
nel mondo ove corriamo have abitante."

25      Risponde: "Ercole, poi ch'uccisi i mostri
ebbe di Libia e del paese ispano,
e tutti scrsi e vinti i lidi vostri,
non os di tentar l'alto oceano:
segn le mte, e 'n troppo brevi chiostri
l'ardir ristrinse de l'ingegno umano;
ma quei segni sprezz ch'egli prescrisse.
di veder vago e di saper, Ulisse.

26      Ei pass le Colonne, e per l'aperto
mare spieg de'remi il volo audace;
ma non giovogli esser ne l'onde esperto,
perch inghiottillo l'ocean vorace,
e giacque co 'l suo corpo anco coperto
il suo gran caso, ch'or tra voi si tace.
S'altri vi fu da'venti a forza spinto,
o non tornovvi o vi rimase estinto;

27      s ch'ignoto  'l gran mar che solchi: ignote
isole mille e mille regni asconde;
n gi d'abitator le terre han vte,
ma son come le vostre anco feconde:
son esse atte al produr, n steril pote
esser quella virt che 'l sol n'infonde."
Ripiglia Ubaldo allor: "Del mondo occulto,
dimmi quai sian le leggi e quale il culto."

28      Gli soggiunse colei: "Diverse bande
diversi han riti ed abiti e favelle:
altri adora le belve, altri la grande
comune madre, il sole altri e le stelle;
v' chi d'abominevoli vivande
le mense ingombra scelerate e felle.
E 'n somma ognun che 'n qua da Calpe siede
barbaro  di costume, empio di fede."

29      "Dunque" a lei replicava il cavaliero
"quel Dio che scese a illuminar le carte
vuol ogni raggio ricoprir del vero
a questa che del mondo  s gran parte?"
"No." rispose ella "anzi la f di Piero
fiavi introdotta ed ogni civil arte;
n gi sempre sar che la via lunga
questi da'vostri popoli disgiunga.

30      Tempo verr che fian d'Ercole i segni
favola vile a i naviganti industri,
e i mar riposti, or senza nome, e i regni
ignoti ancor tra voi saranno illustri.
Fia che 'l pi ardito allor di tutti i legni
quanto circonda il mar circondi e lustri,
e la terra misuri, immensa mole,
vittorioso ed emulo del sole.

31      Un uom de la Liguria avr ardimento
a l'incognito corso esporsi in prima;
n 'l minaccievol fremito del vento,
n l'inospito mar, n 'l dubbio clima,
n s'altro di periglio e di spavento
pi grave e formidabile or si stima,
faran che 'l generoso entro a i divieti
d'Abila angusti l'alta mente accheti.

32      Tu spiegherai, Colombo, a un novo polo
lontane s le fortunate antenne,
ch'a pena seguir con gli occhi il volo
la fama c'ha mille occhi e mille penne.
Canti ella Alcide e Bacco, e di te solo
basti a i posteri tuoi ch'alquanto accenne,
ch quel poco dar lunga memoria
di poema dignissima e d'istoria."

33      Cos disse ella; e per l'ondose strade
corre al ponente e piega al mezzogiorno
e vede come incontra il sol gi cade
e come a tergo lor rinasce il giorno.
E quando a punto i raggi e le rugiade
la bella aurora seminava intorno,
lor s'offr di lontano oscuro un monte
che tra le nubi nascondea la fronte.

34      E 'l vedean poscia procedendo avante,
quando ogni nuvol gi n'era rimosso,
a l'acute piramidi sembiante,
sottile invr la cima e 'n mezzo grosso,
e mostrarsi talor cos fumante
come quel che d'Encelado  su 'l dosso,
che per propria natura il giorno fuma
e poi la notte il ciel di fiamme alluma.

35      Ecco altre isole insieme, altre pendici
scoprian alfin, men erte ed elevate;
ed eran queste l'isole Felici,
cos le nomin la prisca etate,
a cui tanto stimava i cieli amici
che credea volontarie e non arate
quivi produr le terre, e 'n pi graditi
frutti non culte germogliar le viti.

36      Qui non fallaci mai fiorir gli olivi
e 'l ml dicea stillar da l'elci cave,
e scender gi da lor montagne i rivi
con acque dolci e mormorio soave,
e zefiri e rugiade i raggi estivi
temprarvi s che nullo ardor v' grave;
e qui gli elisi campi e le famose
stanze de le beate anime pose.

37      A queste or vien la donna, ed: "Omai ste
dal fin del corso" lor dicea "non lunge.
L'isole di Fortuna ora vedete,
di cui gran fama a voi ma incerta giunge.
Ben son elle feconde e vaghe e liete,
ma pur molto di falso al ver s'aggiunge."
Cos parlando, assai presso si fece
a quella che la prima  de le diece.

38      Carlo incomincia allor: "Se ci concede,
donna, quell'alta impresa ove ci guidi,
lasciami omai por ne la terra il piede
e veder questi inconosciuti lidi,
veder le genti e 'l culto di lor fede
e tutto quello ond'uom saggio m'invdi,
quando mi giover narrar altrui
le novit vedute e dir: `Io fui!'"

39      Gli rispose colei: "Ben degna in vero
la domanda  di te, ma che poss'io,
s'egli osta inviolabile e severo
il decreto de'Cieli al bel desio?
ch'ancor vlto non  lo spazio intero
ch'al grande scoprimento ha fisso Dio,
n lece a voi da l'ocean profondo
recar vera notizia al vostro mondo.

40      A voi per grazia e sovra l'arte e l'uso
de'naviganti ir per quest'acque  dato,
e scender l dove  il guerrier rinchiuso
e ridurlo del mondo a l'altro lato.
Tanto vi basti, e l'aspirar pi suso
superbir fra e calcitrar co 'l fato."
Qui tacque, e gi parea pi bassa farsi
l'isola prima e la seconda alzarsi.

41      Ella mostrando ga ch'a l'oriente
tutte con ordin lungo eran dirette,
e che largo  fra lor quasi egualmente
quello spazio di mar che si framette.
Pnsi veder d'abitatrice gente
case e culture ed altri segni in sette;
tre deserte ne sono, e v'han le belve
securissima tana in monti e in selve.

42      Luogo  in una de l'erme assai riposto,
ove si curva il lido e in fuori stende
due larghe corna, e fra lor tiene ascosto
un ampio sen, e porto un scoglio rende,
ch'a lui la fronte e 'l tergo a l'onda ha opposto
che vien da l'alto e la respinge e fende.
S'inalzan quinci e quindi, e torreggianti
fan due gran rupi segno a'naviganti.

43      Tacciono sotto i mar securi in pace
sovra ha di negre selve opaca scena,
e 'n mezzo d'esse una spelonca giace,
d'edera e d'ombre e di dolci acque amena.
Fune non lega qui, n co 'l tenace
morso le stanche navi ancora frena.
La donna in s solinga e queta parte
entrava, e raccogliea le vele sparte.

44      "Mirate" disse poi "quell'alta mole
ch'a quel gran monte in su la cima siede.
Quivi fra cibi ed ozio e scherzi e fole
torpe il campion de la cristiana fede.
Voi con la guida del nascente sole
su per quell'erto moverete il piede;
n vi gravi il tardar, per che fra,
se non la matutina, infausta ogn'ora.

45      Ben co 'l lume del d ch'anco riluce
insino al monte andar per voi potrassi."
Essi al congedo de la nobil duce
poser nel lido desiato i passi,
e ritrovr la via ch'a lui conduce
agevol s ch'i pi non ne fur lassi;
ma quando v'arrivr, da l'oceano
era il carro di Febo anco lontano.

46      Veggion che per dirupi e fra ruine
s'ascende a la sua cima alta e superba,
e ch' fin l di nevi e di pruine
sparsa ogni strada: ivi ha poi fiori ed erba.
Presso al canuto mento il verde crine
frondeggia, e 'l ghiaccio fede a i gigli serba
ed a le rose tenere: cotanto
puote sovra natura arte d'incanto.

47      I duo guerrier, in luogo ermo e selvaggio
chiuso d'ombre, fermrsi a pi del monte;
e come il ciel rig co 'l novo raggio
il sol, de l'aurea luce eterno fonte:
"Su su" gridaro entrambi, e 'l lor viaggio
ricomincir con voglie ardite e pronte.
Ma esce non so donde, e s'attraversa
fra serpendo orribile e diversa.

48      Inalza d'oro squallido squamose
le creste e 'l capo, e gonfia il collo d'ira,
arde ne gli occhi, e le vie tutte ascose
tien sotto il ventre, e tsco e fumo spira;
or rientra in se stessa, or le nodose
ruote distende, e s dopo s tira.
Tal s'appresenta a la solita guarda,
n per de'guerrieri i passi tarda.

49      Gi Carlo il ferro stringe e 'l serpe assale,
ma l'altro grida a lui: "Che fai? che tente?
per isforzo di man, con arme tale
vincer avisi il difensor serpente?"
Egli scote la verga aurea immortale
s che la belva il sibilar ne sente,
e impaurita al suon, fuggendo ratta,
lascia quel varco libero e s'appiatta.

50      Pi suso alquanto il passo a lor contende
fero leon che rugge e torvo guata,
e i velli arrizza, e le caverne orrende
de la bocca vorace apre e dilata.
Si sferza con la coda e l'ire accende,
ma non  pria la verga a lui mostrata
ch'un secreto spavento al cor gli agghiaccia
l'ira e 'l nativo orgoglio, e 'n fuga il caccia.

51      Segue la coppia il suo camin veloce,
ma formidabile oste han gi davante
di guerrieri animai, vari di voce,
vari di moto, vari di sembiante.
Ci che di mostruoso e di feroce
erra fra 'l Nilo e i termini d'Atlante
par qui tutto raccolto, e quante belve
l'Ercinia ha in sen, quante l'ircane selve.

52      Ma pur s fero essercito e s grosso
non vien che lor respinga o che resista,
anzi (miracol novo) in fuga  mosso
da un picciol fischio e da una breve vista.
La coppia omai vittoriosa il dosso
de la montagna senza intoppo acquista,
se non se in quanto il gelido e l'alpino
de le rigide vie tarda il camino.

53      Ma poi che gi le nevi ebber varcate
e superato il discosceso e l'erto,
un bel tepido ciel di dolce state
trovaro, e 'l pian su 'l monte ampio ed aperto.
Aure fresche mai sempre ed odorate
vi spiran con tenor stabile e certo,
n i fiati lor, s come altrove sle;


54      n, come altrove suol, ghiacci ed ardori
nubi e sereni a quelle piaggie alterna,
ma il ciel di candidissimi splendori
sempre s'ammanta e non s'infiamma o verna,
e nudre a i prati l'erba, a l'erba i fiori,
a i fior l'odor, l'ombra a le piante eterna.
Siede su 'l lago e signoreggia intorno
i monti e i mari il bel palagio adorno.

55      I cavalier per l'alta aspra salita
sentiansi alquanto affaticati e lassi,
onde ne gian per quella via fiorita
lenti or movendo ed or fermando i passi.
Quando ecco un fonte, che a bagnar gli invita
l'asciutte labbia, alto cader da'sassi
e da una larga vena, e con ben mille
zampilletti spruzzar l'erbe di stille.

56      Ma tutta insieme poi tra verdi sponde
in profondo canal l'acqua s'aduna,
e sotto l'ombra di perpetue fronde
mormorando se 'n va gelida e bruna,
ma trasparente s che non asconde
de l'imo letto suo vaghezza alcuna;
e sovra le sue rive alta s'estolle
l'erbetta, e vi fa seggio fresco e molle.

57      "Ecco il fonte del riso, ed ecco il rio
che mortali perigli in s contiene.
Or qui tener a fren nostro desio
ed esser cauti molto a noi conviene:
chiudiam l'orecchie al dolce canto e rio
di queste del piacer false sirene,
cos n'andrem fin dove il fiume vago
si spande in maggior letto e forma un lago."

58      Quivi de'cibi preziosa e cara
apprestata  una mensa in su le rive,
e scherzando se 'n van per l'acqua chiara
due donzellette garrule e lascive,
ch'or si spruzzano il volto, or fanno a gara
chi prima a un segno destinato arrive.
Si tuffano talor, e 'l capo e 'l dorso
scoprono alfin dopo il celato corso.

59      Mosser le natatrici ignude e belle
de'duo guerrieri alquanto i duri petti,
s che fermrsi a riguardarle; ed elle
seguian pur i lor giochi e i lor diletti.
Una intanto drizzossi, e le mammelle
e tutto ci che pi la vista alletti
mostr dal seno in suso, aperto al cielo;
e 'l lago a l'altre membra era un bel velo.

60      Qual matutina stella esce de l'onde
rugiadosa e stillante, o come fuore
spunt nascendo gi da le feconde
spume de l'ocean la dea d'amore,
tal apparve costei, tal le sue bionde
chiome stillavan cristallino umore.
Poi gir gli occhi, e pur allor s'infinse
que'duo vedere e in s tutta si strinse;

61      e 'l crin, ch'in cima al capo avea raccolto
in un sol nodo, immantinente sciolse,
che lunghissimo in gi cadendo e folto
d'un aureo manto i molli avori involse.
Oh che vago spettacolo  lor tolto!
ma non men vago fu chi loro il tolse.
Cos da l'acque e da'capelli ascosa
a lor si volse lieta e vergognosa.

62      Rideva insieme e insieme ella arrossia,
ed era nel rossor pi bello il riso
e nel riso il rossor che le copria
insino al mento il delicato viso.
Mosse la voce poi s dolce e pia
che fra ciascun altro indi conquiso:
"Oh fortunati peregrin, cui lice
giungere in questa sede alma e felice!

63      Questo  il porto del mondo; e qui  il ristoro
de le sue noie, e quel piacer si sente
che gi sent ne'secoli de l'oro
l'antica e senza fren libera gente.
L'arme, che sin a qui d'uopo vi foro,
potete omai depor securamente
e sacrarle in quest'ombra a la quiete,
ch guerrier qui solo d'Amor sarete,

64      e dolce campo di battaglia il letto
fiavi e l'erbetta morbida de'prati.
Noi menarenvi anzi il regale aspetto
di lei che qui fa i servi suoi beati,
che v'accorr nel bel numero eletto
di quei ch'a le sue gioie ha destinati.
Ma pria la polve in queste acque deporre
vi piaccia, e 'l cibo a quella mensa trre."

65      L'una disse cos, l'altra concorde
l'invito accompagn d'atti e di sguardi,
s come al suon de le canore corde
s'accompagnano i passi or presti or tardi.
Ma i cavalieri hanno indurate e sorde
l'alme a que'vezzi perfidi e bugiardi,
e 'l lusinghiero aspetto e 'l parlar dolce
di fuor s'aggira e solo i sensi molce.

66      E se di tal dolcezza entro trasfusa
parte pentra onde il desio germoglie,
tosto ragion ne l'arme sue rinchiusa
sterpa e riseca le nascenti voglie.
L'una coppia riman vinta e delusa,
l'altra se 'n va, n pur congedo toglie.
Essi entrr nel palagio, esse ne l'acque
tuffrsi: la repulsa a lor s spiacque.



. CANTO SEDICESIMO.


1       Tondo  il ricco edificio, e nel pi chiuso
grembo di lui, ch quasi centro al giro,
un giardin v'ha ch'adorno  sovra l'uso
di quanti pi famosi unqua fioriro.
D'intorno inosservabile e confuso
ordin di loggie i demon fabri ordiro,
e tra le oblique vie di quel fallace
ravolgimento impenetrabil giace.

2       Per l'entrata maggior (per che cento
l'ampio albergo n'avea) passr costoro.
Le porte qui d'effigiato argento
su i cardini stridean di lucid'oro.
Fermr ne le figure il guardo intento,
ch vinta la materia  dal lavoro:
manca il parlar, di vivo altro non chiedi;
n manca questo ancor, s'a gli occhi credi.

3       Mirasi qui fra le meonie ancelle
favoleggiar con le conocchia Alcide.
Se l'inferno espugn, resse le stelle,
or torce il fuso; Amor se 'l guarda, e ride.
Mirasi Iole con la destra imbelle
per ischerno trattar l'armi omicide;
e indosso ha il cuoio del leon, che sembra
ruvido troppo a s tenere membra.

4       D'incontra  un mare, e di canuto flutto
vedi spumanti i suoi cerulei campi.
Vedi nel mezzo un doppio ordine instrutto
di navi e d'arme, e uscir da l'arme i lampi.
D'oro fiammeggia l'onda, e par che tutto
d'incendio marzial Leucate avampi.
Quinci Augusto i Romani, Antonio quindi
trae l'Oriente: Egizi, Arabi ed Indi.

5       Svelte notar le Cicladi diresti
per l'onde, e i monti co i gran monti urtarsi;
l'impeto  tanto, onde quei vanno e questi
co'legni torreggianti ad incontrarsi.
Gi volr faci e dardi, e gi funesti
sono di nova strage i mari sparsi.
Ecco (n punto ancor la pugna inchina)
ecco fuggir la barbara reina.

6       E fugge Antonio, e lasciar pu la speme
de l'imperio del mondo ov'egli aspira.
Non fugge no, non teme il fier, non teme,
ma segue lei che fugge e seco il tira.
Vedresti lui, simile ad uom che freme
d'amore a un tempo e di vergogna e d'ira,
mirar alternamente or la crudele
pugna ch' in dubbio, or le fuggenti vele.

7       Ne le latebre poi del Nilo accolto
attender par in grembo a lei la morte,
e nel piacer d'un bel leggiadro volto
sembra che 'l duro fato egli conforte.
Di cotai segni variato e scolto
era il metallo de le regie porte.
I due guerrier, poi che dal vago obietto
rivolser gli occhi, entrr nel dubbio tetto.

8       Qual Meandro fra rive oblique e incerte
scherza e con dubbio corso or cala or monta,
queste acque a i fonti e quelle al mar converte,
e mentre ei vien, s che ritorna affronta,
tali e pi inestricabili conserte
son queste vie, ma il libro in s le impronta
(il libro, don del mago) e d'esse in modo
parla che le risolve, e spiega il nodo.

9       Poi che lascir gli aviluppati calli,
in lieto aspetto il bel giardin s'aperse:
acque stagnanti, mobili cristalli,
fior vari e varie piante, erbe diverse,
apriche collinette, ombrose valli,
selve e spelonche in una vista offerse;
e quel che 'l bello e 'l caro accresce a l'opre,
l'arte, che tutto fa, nulla si scopre.

10      Stimi (s misto il culto  co 'l negletto)
sol naturali e gli ornamenti e i siti.
Di natura arte par, che per diletto
l'imitatrice sua scherzando imiti.
L'aura, non ch'altro,  de la maga effetto,
l'aura che rende gli alberi fioriti:
co'fiori eterni eterno il frutto dura,
e mentre spunta l'un, l'altro matura.

11      Nel tronco istesso e tra l'istessa foglia
sovra il nascente fico invecchia il fico;
pendono a un ramo, un con dorata spoglia,
l'altro con verde, il novo e 'l pomo antico;
lussureggiante serpe alto e germoglia
la torta vite ov' pi l'orto aprico:
qui l'uva ha in fiori acerba, e qui d'or l'have
e di piropo e gi di nttar grave.

12      Vezzosi augelli infra le verdi fronde
temprano a prova lascivette note;
mormora l'aura, e fa le foglie e l'onde
garrir che variamente ella percote.
Quando taccion gli augelli alto risponde,
quando cantan gli augei pi lieve scote;
sia caso od arte, or accompagna, ed ora
alterna i versi lor la musica ra.

13      Vola fra gli altri un che le piume ha sparte
di color vari ed ha purpureo il rostro,
e lingua snoda in guisa larga, e parte
la voce s ch'assembra il sermon nostro.
Questi ivi allor continov con arte
tanta il parlar che fu mirabil mostro.
Tacquero gli altri ad ascoltarlo intenti,
e fermaro i susurri in aria i venti.

14      "Deh mira" egli cant "spuntar la rosa
dal verde suo modesta e verginella,
che mezzo aperta ancora e mezzo ascosa,
quanto si mostra men, tanto  pi bella.
Ecco poi nudo il sen gi baldanzosa
dispiega; ecco poi langue e non par quella,
quella non par che desiata inanti
fu da mille donzelle e mille amanti.

15      Cos trapassa al trapassar d'un giorno
de la vita mortale il fiore e 'l verde;
n perch faccia indietro april ritorno,
si rinfiora ella mai, n si rinverde.
Cogliam la rosa in su 'l mattino adorno
di questo d, che tosto il seren perde;
cogliam d'amor la rosa: amiamo or quando
esser si puote riamato amando."

16      Tacque, e concorde de gli augelli il coro,
quasi approvando, il canto indi ripiglia.
Raddoppian le colombe i baci loro,
ogni animal d'amar si riconsiglia;
par che la dura quercia e 'l casto alloro
e tutta la frondosa ampia famiglia,
par che la terra e l'acqua e formi e spiri
dolcissimi d'amor sensi e sospiri.

17      Fra melodia s tenera, fra tante
vaghezze allettatrici e lusinghiere,
va quella coppia, e rigida e costante
se stessa indura a i vezzi del piacere.
Ecco tra fronde e fronde il guardo inante
penetra e vede, o pargli di vedere,
vede pur certo il vago e la diletta,
ch'egli  in grembo a la donna, essa a l'erbetta.

18      Ella dinanzi al petto ha il vel diviso,
e 'l crin sparge incomposto al vento estivo;
langue per vezzo, e 'l suo infiammato viso
fan biancheggiando i bei sudor pi vivo:
qual raggio in onda, le scintilla un riso
ne gli umidi occhi tremulo e lascivo.
Sovra lui pende; ed ei nel grembo molle
le posa il capo, e 'l volto al volto attolle,

19      e i famelici sguardi avidamente
in lei pascendo si consuma e strugge.
S'inchina, e i dolci baci ella sovente
liba or da gli occhi e da le labra or sugge,
ed in quel punto ei sospirar si sente
profondo s che pensi: "Or l'alma fugge
e 'n lei trapassa peregrina." Ascosi
mirano i due guerrier gli atti amorosi.

20      Dal fianco de l'amante (estranio arnese)
un cristallo pendea lucido e netto.
Sorse, e quel fra le mani a lui sospese
a i misteri d'Amor ministro eletto.
Con luci ella ridenti, ei con accese,
mirano in vari oggetti un solo oggetto:
ella del vetro a s fa specchio, ed egli
gli occhi di lei sereni a s fa spegli.

21      L'uno di servit, l'altra d'impero
si gloria, ella in se stessa ed egli in lei.
"Volgi," dicea "deh volgi" il cavaliero
"a me quegli occhi onde beata bi,
ch son, se tu no 'l sai, ritratto vero
de le bellezze tue gli incendi miei;
la forma lor, la meraviglia a pieno
pi che il cristallo tuo mostra il mio seno.

22      Deh! poi che sdegni me, com'egli  vago
mirar tu almen potessi il proprio volto;
ch il guardo tuo, ch'altrove non  pago,
gioirebbe felice in s rivolto.
Non pu specchio ritrar s dolce imago,
n in picciol vetro  un paradiso accolto:
specchio t' degno il cielo, e ne le stelle
puoi riguardar le tue sembianze belle."

23      Ride Armida a quel dir, ma non che cesse
dal vagheggiarsi e da'suoi bei lavori.
Poi che intrecci le chiome e che ripresse
con ordin vago i lor lascivi errori,
torse in anella i crin minuti e in esse,
quasi smalto su l'or, cosparse i fiori;
e nel bel sen le peregrine rose
giunse a i nativi gigli, e 'l vel compose.

24      N 'l superbo pavon s vago in mostra
spiega la pompa de l'occhiute piume,
n l'iride s bella indora e mostra
il curvo grembo e rugiadoso al lume.
Ma bel sovra ogni fregio il cinto mostra
che n pur nuda ha di lasciar costume.
Di corpo a chi non l'ebbe, e quando il fece
tempre mischi ch'altrui mescer non lece.

25      Teneri sdegni, e placide e tranquille
repulse, e cari vezzi, e liete paci,
sorrise parolette, e dolci stille
di pianto, e sospir tronchi, e molli baci:
fuse tai cose tutte, e poscia unille
ed al foco tempr di lente faci,
e ne form quel s mirabil cinto
di ch'ella aveva il bel fianco succinto.

26      Fine alfin posto al vagheggiar, richiede
a lui commiato, e 'l bacia e si diparte.
Ella per uso il d n'esce e rivede
gli affari suoi, le sue magiche carte.
Egli riman, ch'a lui non si concede
por orma o trar momento in altra parte,
e tra le fre spazia e tra le piante,
se non quanto  con lei, romito amante.

27      Ma quando l'ombra co i silenzi amici
rappella a i furti lor gli amanti accorti
traggono le notturne ore felici
sotto un tetto medesmo entro a quegli orti.
Ma poi che vlta a pi severi uffici
lasci Armida il giardino e i suoi diporti,
i duo, che tra i cespugli eran celati,
scoprirsi a lui pomposamente armati.

28      Qual feroce destrier ch'al faticoso
onor de l'arme vincitor sia tolto,
e lascivo marito in vil riposo
fra gli armenti e ne'paschi erri disciolto,
se 'l desta o suon di tromba o luminoso
acciar, col tosto annitrendo  vlto,
gi gi brama l'arringo e, l'uom su 'l dorso
portando, urtato riurtar nel corso;

29      tal si fece il garzon, quando repente
de l'arme il lampo gli occhi suoi percosse.
Quel s guerrier, quel s feroce ardente
suo spirto a quel fulgor tutto si scosse,
bench tra gli agi morbidi languente,
e tra i piaceri ebro e sopito ei fosse.
Intanto Ubaldo oltra ne viene, e 'l terso
adamantino scudo ha in lui converso.

30      Egli al lucido scudo il guardo gira,
onde si specchia in lui qual siasi e quanto
con delicato culto adorno; spira
tutto odori e lascivie il crine e 'l manto,
e 'l ferro, il ferro aver, non ch'altro, mira
dal troppo lusso effeminato a canto:
guernito  s ch'inutile ornamento
sembra, non militar fero instrumento.

31      Qual uom da cupo e grave sonno oppresso
dopo vaneggiar lungo in s riviene,
tal ei torn nel rimirar se stesso,
ma se stesso mirar gi non sostiene;
gi cade il guardo, e timido e dimesso,
guardando a terra, la vergogna il tiene.
Si chiuderebbe e sotto il mare e dentro
il foco per celarsi, e gi nel centro.

32      Ubaldo incominci parlando allora:
"Va l'Asia tutta e va l'Europa in guerra:
chiunque e pregio brama e Cristo adora
travaglia in arme or ne la siria terra.
Te solo, o figlio di Bertoldo, fuora
del mondo, in ozio, un breve angolo serra;
te sol de l'universo il moto nulla
move, egregio campion d'una fanciulla.

33      Qual sonno o qual letargo ha s sopita
la tua virtute? o qual vilt l'alletta?
Su su; te il campo e te Goffredo invita,
te la fortuna e la vittoria aspetta.
Vieni, o fatal guerriero, e sia fornita
la ben comincia impresa; e l'empia setta,
che gi crollasti, a terra estinta cada
sotto l'inevitabile tua spada."

34      Tacque, e 'l nobil garzon rest per poco
spazio confuso e senza moto e voce.
Ma poi che di vergogna a sdegno loco,
sdegno guerrier de la ragion feroce,
e ch'al rossor del volto un novo foco
successe, che pi avampa e che pi coce,
squarciossi i vani fregi e quelle indegne
pompe, di servit misera insegne;

35      ed affrett il partire, e de la torta
confusione usc del labirinto.
Intanto Armida de la regal porta
mir giacere il fier custode estinto.
Sospett prima, e si fu poscia accorta
ch'era il suo caro al dipartirsi accinto;
e 'l vide (ahi fera vista!) al dolce albergo
dar, frettoloso, fuggitivo il tergo.

36      Volea gridar: "Dove, o crudel, me sola
lasci?", ma il varco al suon chiuse il dolore,
s che torn la flebile parola
pi amara indietro a rimbombar su 'l core.
Misera! i suoi diletti ora le invola
forza e saper, del suo saper maggiore.
Ella se 'l vede, e invan pur s'argomenta
di ritenerlo e l'arti sue ritenta.

37      Quante mormor mai profane note
tessala maga con la bocca immonda,
ci ch'arrestar pu le celesti rote
e l'ombre trar de la prigion profonda,
sapea ben tutte, e pur oprar non pote
ch'almen l'inferno al suo parlar risponda.
Lascia gli incanti, e vuol provar se vaga
e supplice belt sia miglior maga.

38      Corre, e non ha d'onor cura o ritegno.
Ahi! dove or sono i suoi trionfi e i vanti?
Costei d'Amor, quanto egli  grande, il regno
volse e rivolse sol co 'l cenno inanti,
e cos pari al fasto ebbe lo sdegno,
ch'am d'essere amata, odi gli amanti;
s grad sola, e fuor di s in altrui
sol qualche effetto de'begli occhi sui.

39      Or negletta e schernita in abbandono
rimase, segue pur chi fugge e sprezza;
e procura adornar co'pianti il dono
rifiutato per s di sua bellezza.
Vassene, ed al pi tenero non sono
quel gelo intoppo e quella alpina asprezza;
e invia per messaggieri inanzi i gridi,
n giunge lui pria ch'ei sia giunto a i lidi.

40      Forsennata gridava: "O tu che porte
parte teco di me, parte ne lassi,
o prendi l'una o rendi l'altra, o morte
d insieme ad ambe: arresta, arresta i passi,
sol che ti sian le voci ultime porte;
non dico i baci, altra pi degna avrassi
quelli da te. Che temi, empio, se resti?
Potrai negar, poi che fuggir potesti."

41      Dissegli Ubaldo allor: "Gi non conviene
che d'aspettar costei, signor, ricusi;
di belt armata e de'suoi preghi or viene,
dolcemente nel pianto amaro infusi.
Qual pi forte di te, se le sirene
vedendo ed ascoltando a vincer t'usi?
cos ragion pacifica reina
de'sensi fassi, e se medesma affina."

42      Allor ristette il cavaliero, ed ella
sovragiunse anelante e lagrimosa:
dolente s che nulla pi, ma bella
altrettanto per quanto dogliosa.
Lui guarda e in lui s'affisa, e non favella,
o che sdegna o che pensa o che non osa.
Ei lei non mira; e se pur mira, il guardo
furtivo volge e vergognoso e tardo.

43      Qual musico gentil, prima che chiara
altamente la voce al canto snodi,
a l'armonia gli animi altrui prepara
con dolci ricercate in bassi modi,
cos costei, che ne la doglia amara
gi tutte non oblia l'arti e le frodi,
fa di sospir breve concento in prima
per dispor l'alma in cui le voci imprima.

44      Poi cominci: "Non aspettar ch'io preghi,
crudel, te, come amante amante deve.
Tai fummo un tempo; or se tal esser neghi,
e di ci la memoria anco t' greve,
come nemico almeno ascolta: i preghi
d'un nemico talor l'altro riceve.
Ben quel ch'io chieggio  tal che darlo puoi
e integri conservar gli sdegni tuoi.

45      Se m'odii, e in ci diletto alcun tu senti,
non te 'n vengo a privar: godi pur d'esso.
Giusto a te pare, e siasi. Anch'io le genti
cristiane odiai, no 'l nego, odiai te stesso.
Nacqui pagana, usai vari argomenti
che per me fosse il vostro imperio oppresso;
te perseguii, te presi, e te lontano
da l'arme trassi in loco ignoto e strano.

46      Aggiungi a questo ancor quel ch'a maggiore
onta tu rechi ed a maggior tuo danno:
t'ingannai, t'allettai nel nostro amore;
empia lusinga certo, iniquo inganno,
lasciarsi crre il virginal suo fiore,
far de le sue bellezze altrui tiranno,
quelle ch'a mille antichi in premio sono
negate, offrire a novo amante in dono!

47      Sia questa pur tra le mie frodi, e vaglia
s di tante mie colpe in te il difetto
che tu quinci ti parta e non ti caglia
di questo albergo tuo gi s diletto.
Vattene, passa il mar, pugna, travaglia,
struggi la fede nostra: anch'io t'affretto.
Che dico nostra? ah non pi mia! fedele
sono a te solo, idolo mio crudele.

48      Solo ch'io segua te mi si conceda:
picciola fra nemici anco richiesta.
Non lascia indietro il predator la preda;
va il trionfante, il prigionier non resta.
Me fra l'altre tue spoglie il campo veda
ed a l'altre tue lodi aggiunga questa,
che la tua schernitrice abbia schernito
mostrando me sprezzata ancella a dito.

49      Sprezzata ancella, a chi fo pi conserva
di questa chioma, or ch'a te fatta  vile?
Raccorcierolla: al titolo di serva
vuo'portamento accompagnar servile.
Te seguir, quando l'ardor pi ferva
de la battaglia, entro la turba ostile.
Animo ho bene, ho ben vigor che baste
a condurti i cavalli, a portar l'aste.

50      Sar qual pi vorrai scudiero o scudo:
non fia ch'in tua difesa io mi risparmi.
Per questo sen, per questo collo ignudo,
pria che giungano a te, passeran l'armi.
Barbaro forse non sar s crudo
che ti voglia ferir, per non piagarmi,
condonando il piacer de la vendetta
a questa, qual si sia, belt negletta.

51      Misera! ancor presumo? ancor mi vanto
di schernita belt che nulla impetra?"
Volea pi dir, ma l'interruppe il pianto
che qual fonte sorgea d'alpina pietra.
Prendergli cerca allor la destra o 'l manto,
supplichevole in atto, ed ei s'arretra,
resiste e vince; e in lui trova impedita
Amor l'entrata, il lagrimar l'uscita.

52      Non entra Amor a rinovar nel seno,
che ragion congel, la fiamma antica;
v'entra pietate in quella vece almeno,
pur compagna d'Amor, bench pudica
e lui commove in guisa tal ch'a freno
pu ritener le lagrime a fatica.
Pur quel tenero affetto entro restringe,
e quanto pu gli atti compone e infinge.

53      Poi le risponde: "Armida, assai mi pesa
di te; s potess'io, come il farei,
del mal concetto ardor l'anima accesa
sgombrarti: odii non son, n sdegni i miei,
n vuo'vendetta, n rammento offesa;
n serva tu, n tu nemica sei.
Errasti,  vero, e trapassasti i modi,
ora gli amori essercitando, or gli odi;

54      ma che? son colpe umane e colpe usate:
scuso la natia legge, il sesso e gli anni.
Anch'io parte fallii; s'a me pietate
negar non vuo', non fia ch'io te condanni.
Fra le care memorie ed onorate
mi sarai ne le gioie e ne gli affanni,
sar tuo cavalier quanto concede
la guerra d'Asia e con l'onor la fede.

55      Deh! che del fallir nostro or qui sia il fine
e di nostre vergogne omai ti spiaccia,
ed in questo del mondo ermo confine
la memoria di lor sepolta giaccia.
Sola, in Europa e ne le due vicine
parti, fra l'opre mie questa si taccia.
Deh! non voler che segni ignobil fregio
tua belt, tuo valor, tuo sangue regio.

56      Rimanti in pace, i'vado; a te non lice
meco venir, chi mi conduce il vieta.
Rimanti, o va per altra via felice,
e come saggia i tuoi consigli acqueta."
Ella, mentre il guerrier cos le dice,
non trova loco, torbida, inquieta;
gi buona pezza in dispettosa fronte
torva riguarda, al fin prorompe a l'onte:

57      "N te Sofia produsse e non sei nato
de l'azio sangue tu; te l'onda insana
del mar produsse e 'l Caucaso gelato,
e le mamme allattr di tigre ircana.
Che dissimulo io pi? l'uomo spietato
pur un segno non di di mente umana.
Forse cambi color? forse al mio duolo
bagn almen gli occhi o sparse un sospir solo?

58      Quali cose tralascio o quai ridico?
S'offre per mio, mi fugge e m'abbandona;
quasi buon vincitor, di reo nemico
oblia le offese, i falli aspri perdona.
Odi come consiglia! odi il pudico
Senocrate d'amor come ragiona!
O Cielo, o di, perch soffrir questi empi
fulminar poi le torri e i vostri tmpi?

59      Vattene pur, crudel, con quella pace
che lasci a me; vattene, iniquo, omai.
Me tosto ignudo spirto, ombra seguace
indivisibilmente a tergo avrai.
Nova furia, co'serpi e con la face
tanto t'agiter quanto t'amai.
E s' destin ch'esca del mar, che schivi
gli scogli e l'onde e che a la pugna arrivi,

60      l tra 'l sangue e le morti egro giacente
mi pagherai le pene, empio guerriero.
Per nome Armida chiamerai sovente
ne gli ultimi singulti: udir ci spero."
Or qui manc lo spirto a la dolente,
n quest'ultimo suono espresse intero;
e cadde tramortita e si diffuse
di gelato sudore, e i lumi chiuse.

61      Chiudesti i lumi, Armida; il Cielo avaro
invidi il conforto ai tuoi martiri.
Apri, misera, gli occhi; il pianto amaro
ne gli occhi al tuo nemico or ch non miri?
Oh s'udir tu 'l potessi, oh come caro
t'addolcirebbe il suon de'suoi sospiri!
D quanto ei pote, e prende (e tu no 'l credi!)
pietoso in vista gli ultimi congedi.

62      Or che far? de su l'ignuda arena
costei lasciar cos tra viva e morta?
Cortesia lo ritien, piet l'affrena,
dura necessit seco ne 'l porta.
Parte, e di lievi zefiri  ripiena
la chioma di colei che gli fa scorta.
Vola per l'alto mar l'aurata vela:
ei guarda il lido, e 'l lido ecco si cela.

63      Poi ch'ella in s torn, deserto e muto
quanto mirar pot d'intorno scorse.
"Ito se n' pur," disse "ed ha potuto
me qui lasciar de la mia vita in forse?
N un momento indugi, n un breve aiuto
nel caso estremo il traditor mi porse?
Ed io pur ancor l'amo, e in questo lido
invendicata ancor piango e m'assido?

64      Che fa pi meco il pianto? altr'arme, altr'arte
io non ho dunque? Ahi! seguir pur l'empio,
n l'abisso per lui riposta parte,
n il ciel sar per lui securo tempio.
Gi 'l giungo, e 'l prendo, e 'l cor gli svello, e sparte
le membra appendo, a i dispietati essempio.
Mastro  di ferit? vuo'superarlo
ne l'arti sue... Ma dove son? che parlo?

65      Misera Armida, allor dovevi, e degno
ben era, in quel crudele incrudelire
che tu prigion l'avesti; or tardo sdegno
t'infiamma, e movi neghittosa a l'ire.
Pur se belt pu nulla o scaltro ingegno,
non fia vto d'effetto il mio desire.
O mia sprezzata forma, a te s'aspetta
(ch tua l'ingiuria fu) l'alta vendetta.

66      Questa bellezza mia sar mercede
del troncator de l'essecrabil testa.
O miei famosi amanti, ecco si chiede
difficil s da voi ma impresa onesta.
Io che sar d'ampie ricchezze erede,
d'una vendetta in guiderdon son presta.
S'esser compra a tal prezzo indegna sono,
belt, sei di natura inutil dono.

67      Dono infelice, io ti rifiuto; e insieme
odio l'esser reina e l'esser viva,
e l'esser nata mai; sol fa la speme
de la dolce vendetta ancor ch'io viva."
Cos in voci interrotte irata freme
e torce il pi da la deserta riva,
mostrando ben quanto ha furor raccolto,
sparsa il crin, bieca gli occhi, accesa il volto.

68      Giunta a gli alberghi suoi chiam trecento
con lingua orrenda deit d'Averno.
S'empie il ciel d'atre nubi, e in un momento
impallidisce il gran pianeta eterno,
e soffia e scote i gioghi alpestri il vento.
Ecco gi sotto i pi mugghiar l'inferno:
quanto gira il palagio udresti irati
sibili ed urli e fremiti e latrati.

69      Ombra pi che di notte, in cui di luce
raggio misto non , tutto il circonda,
se non se in quanto un lampeggiar riluce
per entro la caligine profonda.
Cessa al fin l'ombra, e i raggi il sol riduce
pallidi; n ben l'aura anco  gioconda,
n pi il palagio appar, n pur le sue
vestigia, n dir puossi: "Egli qui fue."

70      Come imagin talor d'immensa mole
forman nubi ne l'aria e poco dura,
ch 'l vento la disperde o solve il sole,
come sogno se 'n va ch'egro figura,
cos sparver gli alberghi, e restr sole
l'alpe e l'orror che fece ivi natura.
Ella su 'l carro suo, che presto aveva,
s'assise, e come ha in uso al ciel si leva.

71      Calca le nubi e tratta l'aure a volo,
cinta di nembi e turbini sonori,
passa i lidi soggetti a l'altro polo
e le terre d'ignoti abitatori;
passa d'Alcide i termini, n 'l suolo
appressa de gli Espri o quel de'Mori,
ma su i mari sospeso il corso tiene
insin che a i lidi di Soria perviene.

72      Quinci a Damasco non s'invia, ma schiva
il gi s caro de la patria aspetto,
e drizza il carro a l'infecondo riva
ove  tra l'onde il suo castello eretto.
Qui giunta, i servi e le donzelle priva
di sua presenza e sceglie ermo ricetto;
e fra vari pensier dubbia s'aggira,
ma tosto cede la vergogna a l'ira.

73      "Io n'andr pur," dice ella "anzi che l'armi
de l'Oriente il re d'Egitto mova.
Ritentar ciascun'arte e trasmutarmi
in ogni forma insolita mi giova,
trattar l'arco e la spada, e serva farmi
de'pi potenti e concitargli a prova:
pur che le mie vendette io veggia in parte,
il rispetto e l'onor stiasi in disparte.

74      Non accusi gi me, biasmi se stesso
il mio custode e zio che cos volse.
Ei l'alma baldanzosa e 'l fragil sesso
a i non debiti uffici in prima volse;
esso mi f donna vagante, ed esso
spron l'ardire e la vergogna sciolse:
tutto si rechi a lui ci che d'indegno
fei per amore o che far per sdegno."

75      Cos risolse, e cavalieri e donne,
paggi e sergenti frettolosa aduna;
e ne'superbi arnesi e ne le gonne
l'arte dispiega e la regal fortuna,
e in via si pone; e non  mai ch'assonne
o che si posi al sole od a la luna,
sin che non giunge ove le schiere amiche
copria di Gaza le campagne apriche.



. CANTO DICIASSETTESIMO.

1       Gaza  citt de la Giudea nel fine,
su quella via ch'invr Pelusio mena,
posta in riva del mare, ed ha vicine
immense solitudini d'arena,
le quai, come Austro suol l'onde marine,
mesce il turbo spirante, onde a gran pena
ritrova il peregrin riparo o scampo
ne le tempeste de l'instabil campo.

2       Del re d'Egitto  la citt frontiera,
da lui gran tempo inanzi a i Turchi tolta,
e per ch'opportuna e prossima era
a l'alta impresa ove la mente ha vlta,
lasciando Egitto e la sua regia altera
qui traslato il gran seggio e qui raccolta
gi da varie provincie insieme avea
l'innumerabil oste a l'assemblea.

3       Musa, quale stagione e qual l fosse
stato di cose or tu mi reca a mente:
qual arme il grande imperator, quai posse,
qual serva avesse e qual compagna gente,
quando del Mezzogiorno in guerra mosse
le forze e i regi e l'ultimo Oriente;
tu sol le schiere e i duci e sotto l'arme
mezzo il mondo raccolto, or puoi dettarme.

4       Poscia che ribellante al greco impero
si sottrasse l'Egitto e mut fede,
del sangue di Macon nato un guerriero
se 'n fe'tiranno e vi fond la sede.
Ei fu detto Califfo, e del primiero
chi n'ha lo scettro al nome anco succede.
Cos per ordin lungo il Nilo i suoi
Faraon vide e i Tolomei dopoi.

5       Volgendo gli anni, il regno  stabilito
ed accresciuto in guisa tal che viene,
Asia e Libia ingombrando, al sirio lito
da'marmarici fini e da Cirene,
e passa a dentro incontra a l'infinito
corso del Nilo assai sovra Siene,
e quinci a le campagne inabitate
va de la sabbia e quindi al grande Eufrate.

6       A destra ed a sinistra in s comprende
l'odorata maremma e 'l ricco mare,
e fuor de l'Eritreo molto si stende
incontra al sol che matutino appare.
L'imperio ha in s gran forze, e pi le rende
il re ch'or lo governa illustri e chiare,
ch' per sangue signor, ma pi per merto,
ne l'arti regie e militari esperto.

7       Questi or co'Turchi, or con le genti perse
pi guerre fe': le mosse e le respinse;
fu perdente e vincente, e ne le averse
fortune fu maggior che quando vinse.
Poi che la grave et pi non sofferse
de l'armi il peso, alfin la spada scinse;
ma non depose il suo guerriero ingegno,
e d'onor il desio vasto e di regno.

8       Ancor guerreggia per ministri, ed have
tanto vigor di mente e di parole,
che de la monarchia la soma grave
non sembra a gli anni suoi soverchia mole.
Sparsa in minuti regni Africa pave
tutta al suo nome e 'l remoto Indo il cole,
e gli porge altri volontario aiuto
d'armate genti ed altri d'or tributo.

9       Tanto e s fatto re l'arme raguna,
anzi pur adunate omai l'affretta
contra il sorgente imperio e la fortuna
franca, ne le vittorie omai sospetta.
Armida ultima vien: giunge opportuna
ne l'ora a punto a la rassegna eletta.
Fuor de le mura in spazioso campo
passa dinanzi a lui schierato il campo.

10      Egli in sublime soglio, a cui per cento
gradi eburnei s'ascende, altero siede;
e sotto l'ombra d'un gran ciel d'argento
porpora intesta d'or preme co 'l piede,
e ricco di barbarico ornamento
in abito regal splender si vede:
fan torti in mille fascie i bianchi lini
alto diadema in nova forma a i crini.

11      Lo scettro ha ne la destra e per canuta
barba appar venerabile e severo;
e da gli occhi, ch'etade ancor non muta,
spira l'ardire e 'l suo vigor primiero,
e ben da ciascun atto  sostenuta
la maest de gli anni e de l'impero.
Apelle forse o Fidia in tal sembiante
Giove form, ma Giove allor tonante.

12      Stannogli, a destra l'un, l'altro a sinistra,
due satrapi, i maggiori: alza il pi degno
la nuda spada, del rigor ministra,
l'altro il sigillo ha del suo ufficio in segno.
Custode un de'secreti, al re ministra
opra civil ne'grandi affar del regno,
ma prence de gli esserciti e con piena
possanza  l'altro ordinator di pena.

13      Sotto, folta corona al seggio fanno
con fedel guardia i suoi Circassi astati,
ed oltre l'aste hanno corazze ed hanno
spade lunghe e ricurve a l'un de'lati.
Cos sedea, cos scopria il tiranno
d'eccelsa parte i popoli adunati;
tutte a'suoi pi nel trapassar le schiere
chinan, quasi adorando, armi e bandiere.

14      Il popol de l'Egitto in ordin primo
fa di s mostra, e quattro i duci sono:
duo de l'alto paese e duo de l'imo,
ch' del celeste Nilo opera e dono.
Al mare usurp il letto il fertil limo,
e rassodato al cultivar fu buono;
s crebbe Egitto: oh quanto a dentro  posto
quel che fu lido a i naviganti esposto!

15      Nel primiero squadron appar la gente
ch'abit d'Alessandria il ricco piano,
ch'abit il lido vlto a l'occidente
ch'esser comincia omai lido africano.
Araspe  il duce lor, duce potente
d'ingegno pi che di vigor di mano:
ei di furtivi aguati  mastro egregio,
e d'ogn'arte moresca in guerra ha il pregio.

16      Secondan quei che posti invr l'aurora
ne la costa asiatica albergaro,
e li guida Aronto cui nulla onora
pregio o virt, ma i titoli il fan chiaro.
Non sud il molle sotto l'elmo ancora,
n matutine trombe anco il destaro,
ma da gli agi e da l'ombra a dura vita
intempestiva ambizion l'invita.

17      Quella che terza  poi, squadra non pare
ma un'oste immensa, e campi e lidi tiene;
non crederai ch'Egitto mieta ed are
per tanti, e pur da una citt sua viene:
citt, ch'a le provincie emula e pare,
mille cittadinanze in s contiene.
Del Cairo i'parlo; indi il gran vulgo adduce,
vulgo a l'arme restio, Campsone il duce.

18      Vengon sotto Gazl quei che le biade
segaron nel vicin campo fecondo,
e pi suso insin l dove ricade
il fiume al precipizio suo secondo.
La turba egizia avea sol archi e spade,
n sosterria d'elmo o corazza il pondo:
d'abito  ricca, onde altrui vien che porte
desio di preda e non timor di morte.

19      Poi la plebe di Barca, e nuda, e inerme
quasi, sotto Alarcon passar si vede,
che la vita famelica ne l'erme
piaggie gran tempo sostent di prede.
Con istuol manco reo ma inetto a ferme
battaglie, di Zumara il re succede;
quel di Tripoli poscia: e l'uno e l'altro
nel pugnar volteggiando  dotto e scaltro.

20      Diretro ad essi apparvero i cultori
de l'Arabia Petrea, de la Felice,
che 'l soverchio del gelo e de gli ardori
non sente mai, se 'l ver la fama dice;
ove nascon gl'incensi e gli altri odori,
ove rinasce l'immortal fenice,
ch'in quella ricca fabrica ch'aduna
a l'essequie, a i natali, ha tomba e cuna.

21      L'abito di costoro  meno adorno,
ma l'armi a quei d'Egitto han simiglianti.
Ecco altri Arabi poi, che di soggiorno
certo non sono stabili abitanti:
peregrini perpetui usano intorno
trarne gli alberghi e le cittadi erranti.
Han questi voce e femminil statura,
crin lungo e negro, e negra faccia e scura.

22      E gran canne indiane arman di corte
punte di ferro, e 'n su destrier correnti
diresti ben che un turbine lor porte,
se pur han turbo s veloce i venti.
Da Siface le prime erano scrte,
Aldino in guardia ha le seconde genti,
le terze guida Albiazr ch' fiero
omicida ladron, non cavaliero.

23      La turba  appresso che lasciate avea
l'isole cinte da l'arabiche onde,
da cui pescando gi raccr solea
conche di perle gravide e feconde.
Sono i Negri con lor su l'eritrea
marina posti a le sinistre sponde.
Quegli Agricalte e questi Osmida regge,
che schernisce ogni fede ed ogni legge.

24      Gli Etipi di Mroe indi seguiro:
Mroe, che quindi il Nilo isola face
ed Astrabora quinci, il cui gran giro
 di tre regni e di due f capace.
Li conducea Canario ed Assimiro,
re l'uno e l'altro e di Macon seguace
e tributario al Calif; ma tenne
santa credenza il terzo e qui non venne.

25      Poi due regi soggetti anco venieno
con squadre d'arco armate e di quadrella:
un, soldano  d'Orms, che dal gran seno
persico  cinta, nobil terra e bella;
l'altro, di Boecan; questa  nel seno
del gran flusso marino isola anch'ella,
ma quando poi scemando il mar s'abbassa,
co 'l piede asciutto il peregrin vi passa.

26      N te, Altamoro, entro al pudico letto
potuto ha ritener la sposa amata.
Pianse, percosse il biondo crine e 'l petto
per distornar la tua fatale andata:
"Dunque," dicea "crudel, pi che 'l mio aspetto,
del mar l'orrida faccia a te fia grata?
fia l'arme al braccio tuo pi caro peso
che 'l picciol figlio a i dolci scherzi inteso?"

27       questi re di Sarmacante; e 'l manco
ch'in lui si pregi,  il libero diadema,
cos dotto  ne l'arme, e cos franco
ardir congiunge a gagliardia suprema.
Saprallo ben (l'annunzio) il popol franco,
ed  ragion che insino ad or ne tema.
I suoi guerrieri indosso han la corazza,
la spada al fianco ed a l'arcion la mazza.

28      Ecco poi fin da gl'Indi e da l'albergo
de l'aurora venuto Adrasto il fero,
che di serpenti indosso ha per usbergo
il cuoio verde e maculato a nero,
e smisurato a un elefante il tergo
preme cos come si suol destriero.
Gente guida costui di qua dal Gange
che si lava nel mar che l'Indo frange.

29      Ne la squadra che segue  scelto il fiore
de la regal milizia, e v'ha que'tutti
che con regal merc, con degno onore,
e per guerra e per pace eran condutti,
ch'armati a securezza ed a terrore
vengono in su i destrier possenti instrutti;
e de'purpurei manti e de la luce
de l'acciaio e de l'oro il ciel riluce.

30      Fra questi  il crudo Alarco ed Odemaro
ordinator di squadre ed Idraorte,
e Rimedon che per l'audacia  chiaro,
sprezzator de'mortali e de la morte;
e Tigrane e Rapoldo il gran corsaro,
gi de'mari tiranno; e Ormondo il forte,
e Marlabusto arabico a chi il nome
l'Arabie dir che ribellanti ha dome.

31      Evvi Orindo, Arimon, Pirga, Brimarte
espugnator de le citt, Sifante
domator de'cavalli; e tu de l'arte
de la lotta maestro, Aridamante;
e Tisaferno, il folgore di Marte,
a cui non  chi d'agguagliar si vante
o se in arcione o se pedon contrasta,
o se rota la spada o corre l'asta.

32      Ma duce  un prence armeno il qual tragitto
al paganesmo ne l'et novella
fe'da la vera fede, ed ove ditto
fu gi Clemente, ora Emiren s'appella;
per altro, uom fido e caro al re d'Egitto
sovra quanti per lui calcr mai sella:
 duce insieme e cavalier soprano
per cor, per senno e per valor di mano.

33      Nessun pi rimanea, quando improvisa
Armida apparve e dimostr sua schiera.
Venia sublime in un gran carro assisa,
succinta in gonna e faretrata arciera;
e mescolato il novo sdegno in guisa
co 'l natio dolce in quel bel volto s'era,
che vigor dlle, e cruda ed acerbetta
par che minacci e minacciando alletta.

34      Somiglia il carro a quel che porta il giorno,
lucido di piropi e di giacinti;
e frena il dotto auriga al giogo adorno
quattro unicorni a coppia a coppia avinti.
Cento donzelle e cento paggi intorno
pur di faretra gli omeri van cinti,
ed a i bianchi destrier premono il dorso
che sono al giro pronti e lievi al corso.

35      Segue il suo stuolo, ed Aradin con quello
ch'Idraote assold ne la Soria.
Come allor che 'l rinato unico augello
i suo'Etipi a visitar s'invia
vario e vago la piuma, e ricco e bello
di monil, di corona aurea natia,
stupisce il mondo e va dietro ed a i lati,
meravigliando, essercito d'alati,

36      cos passa costei, meravigliosa
d'abito, di maniere e di sembiante.
Non  allor s inumana o s ritrosa
alma d'amor che non divegna amante.
Veduta a pena e in gravit sdegnosa,
invaghir pu genti s varie e tante;
che sar poi, quando in pi lieto viso
co'begli occhi lusinghi e co 'l bel riso?

37      Ma poi ch'ella  passata, il re de'regi
comanda ch'Emireno a s ne vegna,
ch lui preporre a tutti i duci egregi
e duce farlo universal disegna.
Quel, gi presago, a i meritati pregi
con fronte vien che ben del grado  degna:
la guardia de'Circassi in due si fende
e gli fa strada al seggio, ed ei v'ascende;

38      e chino il capo e le ginocchia, al petto
giunge la destra. Il re cos gli dice:
"Te'questo scettro; a te, Emiren, commetto
le genti, e tu sostieni in lor mia vice,
e porta, liberando il re soggetto,
su'Franchi l'ira mia vendicatrice.
Va', vedi e vinci; e non lasciar de'vinti
avanzo, e mena presi i non estinti."

39      Cos parl il tiranno, e del soprano
imperio il cavalier la verga prese:
"Prendo scettro, signor, d'invitta mano,"
disse "e vo co'tuo'auspici a l'alte imprese,
e spero, in tua virt tuo capitano,
de l'Asia vendicar le gravi offese;
n torner se vincitor non torno,
e la perdita avr morte, non scorno.

40      Ben prego il Ciel che, s'ordinato male
(ch'io gi no 'l credo) di l su minaccia,
tutta su 'l capo mio quella fatale
tempesta accolta di sfogar gli piaccia;
e salvo rieda il campo, e 'n trionfale
pi che in funebre pompa il duce giaccia."
Tacque, e segu co'popolari accenti
misto un gran suon de'barbari instrumenti.

41      E fra le grida ei suoni in mezzo a densa
nobile turba il re de're si parte;
e giunto a la gran tenda, a lieta mensa
raccoglie i duci e siede egli in disparte,
ond'or cibo, or parole altrui dispensa,
n lascia inonorata alcuna parte.
Armida a l'arte sue ben trova loco
quivi opportun fra l'allegrezza e 'l gioco.

42      Ma gi tolte le mense, ella che vede
tutte le viste in s fisse ed intente,
e ch'a'segni ben noti omai s'avvede
che sparso  il suo venen per ogni mente,
sorge e si volge al re da la sua sede
con atto insieme altero e riverente,
e quanto pu magnanima e feroce
cerca parer nel volto e ne la voce.

43      "O re supremo," dice "anch'io ne vegno
per la f, per la patria ad impiegarmi.
Donna son io, ma regal donna: indegno
gi di reina il guerreggiar non parmi.
Usi ogn'arte regal chi vuol il regno,
dansi a l'istessa man lo scettro e l'armi;
sapr la mia (n torpe al ferro o langue)
ferir e trar da le ferite il sangue.

44      N creder che sia questo il d primiero
ch'a ci nobil m'invoglia alta vaghezza,
ch in pro di nostra legge e del tuo impero
son io gi prima a militar avezza.
Ben rammentar di tu s'io dico il vero,
ch d'alcun'opra nostra hai pur contezza,
e sai che molti de'maggior campioni
che dispieghin la Croce io fi prigioni.

45      Da me presi ed avinti, e da me furo
in magnifico dono a te mandati;
ed ancor si stariano in fondo oscuro
di perpetua prigion per te guardati,
e saresti ora tu via pi securo
di terminar vincendo i tuoi gran piati,
se non che 'l fier Rinaldo, il qual uccise
i miei guerrieri, in libert li mise.

46      Chi sia Rinaldo  noto; e qui di lui
lunga istoria di cose anco si conta:
questo  il crudel ond'aspramente fui
offesa poi, n vendicata ho l'onta;
onde sdegno a ragione aggiunge i sui
stimoli, e pi mi rende a l'arme pronta.
Ma qual sia la mia ingiuria, a lungo detta
saravvi; or tanto basti: io vuo'vendetta.

47      E la procurer, che non invano
soglion portarne ogni saetta i venti,
e la destra del Ciel di giusta mano
drizza l'arme talor contra i nocenti;
ma s'alcun fia ch'al barbaro inumano
tronchi il capo odioso e me 'l presenti,
a grado avr questa vendetta ancora,
bench fatta da me pi nobil fra,

48      a grado s che gli sar concessa
quella ch'io posso dar maggior mercede:
me d'un tesor dotata e di me stessa
in moglie avr, s'in guiderdon mi chiede.
Cos ne faccio qui stabil promessa,
cos ne giuro inviolabil fede.
Or s'alcun  che stimi i premi nostri
degni del rischio, parli e si dimostri."

49      Mentre la donna in guisa tal favella,
Adrasto affigge in lei cupidi gli occhi:
"Tolga il Ciel" dice poi "che le quadrella
nel barbaro omicida unqua tu scocchi,
ch non  degno un cor villano, o bella
saettatrice, che tuo colpo il tocchi.
Atto de l'ira tua ministro sono,
ed io del capo suo ti far dono.

50      Io sterparogli il core, io dar in pasto
le membra lacerate a gli avoltoi."
Cos parlava l'indiano Adrasto,
n soffr Tisaferno i vanti suoi:
"E chi sei," disse "tu, che s gran fasto
mostri, presente il re, presenti noi?
Forse  qui tal ch'ogni tuo vanto audace
superer co'fatti, e pur si tace."

51      Rispose l'indo fero: "Io mi son uno
ch'appo l'opre il parlare ho scarso e scemo.
Ma s'altrove che qui cos importuno
parlavi, tu parlavi il detto estremo."
Seguito avrian, ma raffren ciascuno
dimostrando la destra il re supremo.
Disse ad Armida poi: "Donna gentile,
ben hai tu cor magnanimo e virile;

52      e ben sei degna a cui suoi sdegni ed ire
l'uno e l'altro di lor conceda e done,
perch tu poscia a voglia tua le gire
contra quel forte predator fellone.
L fian meglio impiegate, e 'l vostro ardire
l pu chiaro mostrarsi in paragone."
Tacque, ci detto; e quegli offerta nova
fecero a lei di vendicarla a prova.

53      N quelli pur, ma qual pi in guerra  chiaro
la lingua al vanto ha baldanzosa e presta.
S'offerser tutti a lei, tutti giuraro
vendetta far su l'essecrabil testa,
tante contra il guerrier ch'ebbe s caro
armi or costei commove e sdegni desta.
Ma esso, poi ch'abbandon la riva,
felicemente al gran corso veniva.

54      Per le medesme vie ch'in prima corse,
la navicella indietro si raggira;
e l'aura, ch'a le vele il volo porse,
non men seconda al ritornar vi spira.
Il giovenetto or guarda il polo e l'Orse
ed or le stelle rilucenti mira,
via de l'opaca notte, or fiumi e monti
che sporgono su 'l mar l'alpestre fronti;

55      or lo stato del campo, or il costume
di varie genti investigando intende.
E tanto van per le salate spume,
che lor da l'orto il quarto sol risplende;
e quando omai n' disparito il lume,
la nave terra finalmente prende.
Disse la donna allor. "Le palestine
piaggie son qui: qui del viaggio  il fine."

56      Quinci i tre cavalier su 'l lito spose,
e sparve in men che non si forma un detto.
Sorgea la notte intanto, e de le cose
confondea i vari aspetti un solo aspetto.
E in quelle solitudini arenose
essi veder non ponno o muro o tetto,
n d'uomo o di destriero appaion l'orme
o d'altro pur che del camin gli informe.

57      Poi che stati sospesi alquanto foro,
mossero i passi e dir le spalle al mare.
Ed ecco di lontano a gli occhi loro
un non so che di luminoso appare,
che con raggi d'argento e lampi d'oro
la notte illustra e fa l'ombre pi rare.
Essi ne vanno allor contra la luce,
e gi veggion che sia quel che s luce.

58      Veggiono a un grosso tronco armi novelle
incontra i raggi de la luna appese,
e fiammeggiar, pi che nel ciel le stelle,
gemme ne l'elmo aurato e ne l'arnese;
e scoprono a quel lume imagin belle
nel grande scudo in lungo ordine stese.
Presso, quasi custode, un vecchio siede
che contra lor se 'n va, come li vede.

59      Ben  da'due guerrier riconosciuto
di saggio amico il venerabil volto.
Ma, poi che ricev lieto saluto
e ch'ebbe lor cortesemente accolto,
al giovenetto, il qual tacito e muto
il riguardava, il ragionar rivolto:
"Signor, te sol" gli disse "io qui soletto
in cotal ora desiando aspetto,

60      ch, se no 'l sai, ti sono amico; e quanto
curi le cose tue chiedilo a questi,
ch'essi, scrti da me, vinser l'incanto
ove tua vita misera traesti.
Or odi i detti miei, contrari al canto
de le sirene, e non ti sian molesti,
ma gli serba nel cor fin che distingua
meglio a te il ver pi saggia e santa lingua.

61      Signor, non sotto l'ombra in piaggia molle
tra fonti e fior, tra ninfe e tra sirene,
ma in cima a l'erto e faticoso colle
de la virt riposto  il nostro bene.
Chi non gela e non suda e non s'estolle
da le vie del piacer, l non perviene.
Or vorrai tu lungi da l'alte cime
giacer, quasi tra valli augel sublime?

62      T'alz natura inverso il ciel la fronte,
e ti di spirti generosi ed alti,
perch in su miri e con illustri e conte
opre te stesso al sommo pregio essalti;
e ti di l'ire ancor veloci e pronte,
non perch l'usi ne'civili assalti
n perch sian di desideri ingordi
elle ministre, ed a ragion discordi,

63      ma perch il tuo valore, armato d'esse,
pi fero assalga gli aversari esterni,
e sian con maggior forza indi ripresse
le cupidigie, empi nemici interni.
Dunque ne l'uso per cui fur concesse
l'impieghi il saggio duce e le governi,
ed a suo senno or tepide or ardenti
le faccia, ed or le affretti ed or le allenti."

64      Cos parlava; e l'altro, attento e cheto
a le parole sue d'alto consiglio,
fea de'detti conserva, e mansueto
volgeva a terra e vergognoso il ciglio.
Ben vide il mago veglio il suo secreto,
e gli soggiunse: "Alza la fronte, o figlio,
e in questo scudo affissa gli occhi omai,
ch'ivi de'tuoi maggior l'opre vedrai.

65      Vedrai de gli avi il divulgato onore,
lunge precorso in loco erto e solingo;
tu dietro anco riman', lento cursore,
per questo de la gloria illustre arringo.
Su su, te stesso incita: al tuo valore
sia sferza e spron quel ch'io col dipingo."
Cos diceva; e 'l cavalier affisse
lo sguardo l, mentre colui s disse.

66      Con sottil magistero in campo angusto
forme infinite espresse il fabro dotto,
del sangue d'Azio, glorioso, augusto
l'ordin vi si vedea, nulla interrotto:
vedeasi dal roman fonte vetusto
i suoi rivi dedur puro e incorrotto.
Stan coronati i principi d'alloro,
mostra il vecchio le guerre e i pregi loro.

67      Mostragli Caio, allor ch'a strane genti
va prima in preda il gi inclinato impero,
prendere il fren de'popoli volenti
e farsi d'Esti il principe primiero,
ed a lui ricovrarsi i men potenti
vicini a cui rettor facea mestiero.
Poscia, quando ripassa il varco noto,
a gli inviti d'Onorio, il fero goto,

68      e quando sembra che pi avampi e ferva
di barbarico incendio Italia tutta,
e quando Roma, prigioniera e serva,
sin dal profondo teme esser destrutta,
mostra ch'Aurelio in libert conserva
la gente sotto al suo scettro ridutta.
Mostragli poi Foresto che s'oppone
a l'unno regnator de l'Aquilone.

69      Ben si conosce al volto Attila il fello,
ch con occhi di drago ei par che guati,
ed ha faccia di cane, ed a vedello
dirai che ringhi e udir credi i latrati;
poi vinto il fero in singolar duello
mirasi rifuggir fra gli altri armati,
e la difesa d'Aquilea poi trre
il buon Foresto, de l'Italia Ettorre.

70      Altrove  la sua morte, e 'l suo destino
 destin de la patria. Ecco l'erede
del padre grande il gran figlio Acarino,
ch'a l'italico onor campion succede.
Cedeva a i fati, e non a gli Unni, Altino,
poi riparava in pi secura sede;
poi raccoglieva una citt di mille
in val di Po case disperse in ville.

71      Contra il gran fiume ch'in diluvio ondeggia
muniasi, e quindi la citt sorgea
che ne'futuri secoli la reggia
de'magnanimi Estensi esser dovea.
Par che rompa gli Alani e che si veggia
contra Odoacro aver fortuna rea,
e morir per l'Italia: oh nobil morte,
che de l'onor paterno il fa consorte!

72      Cader seco Alforisio, ire in essiglio
Azzo si vede e 'l suo fratel con esso,
e ritornar con l'arme e co 'l consiglio,
dapoi che fu il tiranno erulo oppresso.
Trafitto di saetta il destro ciglio,
segue l'estense Epaminonda oppresso;
e par lieto morir, poscia che 'l crudo
Totila  vinto e salvo il caro scudo.

73      Di Bonifacio parlo; e fanciulletto
premea Valerian l'orme del padre:
gi di destra viril, viril di petto,
cento no 'l sostenean gotiche squadre.
Non lunge, ferocissimo in aspetto,
fea contra Schiavi Ernesto opre leggiadre;
ma inanzi a lui l'intrepido Aldoardo
da Monscelce escludeva il re lombardo.

74      Enrico v'era e Berengario; e dove
spiega il gran Carlo la sua augusta insegna
par ch'egli il primo feritor si trove,
ministro o capitan d'impresa degna.
Poi segue Lodovico, e quegli il move
contra il nipote ch'in Italia regna:
ecco in battaglia il vince e 'l fa prigione;
eravi poi co'cinque figli Ottone.

75      V'era Almerico; e si vedea gi fatto
de la citt, donna del Po, marchese.
Devotamente il ciel riguarda, in atto
di contemplante, il fondator di chiese.
D'incontra Azzo secondo avean ritratto
far contra Berengario aspre contese;
e dopo un corso di fortuna alterno
vinceva, e de l'Italia avea il governo.

76      Vedi Alberto il figliuolo ir fra'Germani
e col far le sue virt s note,
che, vinti in giostra e vinti in guerra i Dani,
genero il compra Otton con larga dote.
Vedigli a tergo Ugon, quel ch'a'Romani
fiaccar le corna impetuoso pote,
e che marchese de l'Italia fia
detto e Toscana tutta avr in balia.

77      Poscia Tedaldo, e Bonifacio a canto
di Beatrice sua poi v'era espresso.
Non si vedea virile erede a tanto
retaggio a s gran padre esser successo.
Seguia Matelda, ed adempia ben quanto
difetto par nel numero e nel sesso,
che pu la saggia e valorosa donna
sovra corone e scettri alzar la gonna.

78      Spira spiriti maschi in nobil volto,
mostra vigor pi che viril lo sguardo:
l configea i Normanni, e 'n fuga vlto
si dileguava il gi invitto Guiscardo;
qui rompea Enrico il quarto, ed a lui tolto
offriva al tempio imperial stendardo;
qui riponea il pontefice soprano
nel gran soglio di Pietro in Vaticano.

79      Poi vedi, in guisa d'uom ch'onori ed ami,
ch'or l' al fianco Azzo il quinto, or la seconda.
Ma d'Azzo il quarto in pi felici rami
germogliava la prole alma e feconda.
Va dove par che la Germania il chiami
Guelfo il figliuol, figliuol di Cunigonda;
e 'l buon germe roman con destro fato
 ne'campi bavarici traslato.

80      L d'un gran ramo estense ei par ch'inesti
l'arbore di Guelfon, ch' per s vieto;
quel ne'suoi Guelfi rinovar vedresti
scettri e corone d'or, pi che mai lieto,
e co 'l favor de'bei lumi celesti
andar poggiando, e non aver divieto:
gi confina co 'l ciel, gi mezza ingombra
la gran Germania, e tutta anco l'adombra.

81      Ma ne'suoi rami italici fioriva
bella non men la regal pianta a prova.
Bertoldo qui d'incontra a Guelfo usciva,
qui Azzo il sesto i suoi prischi rinova.
Questa  la serie de gli eroi che viva
nel metallo spirante par si mova.
Rinaldo sveglia, in rimirando, mille
spirti d'onor da le natie faville,

82      e d'emula virt l'animo altero
commosso avampa, ed  rapito in guisa
che ci che imaginando ha nel pensiero,
citt abbattuta e presa e gente uccisa,
pur, come sia presente e come vero,
dinanti agli occhi suoi vedere avisa;
e s'arma frettoloso, e con la spene
gi la vittoria usurpa e la previene.

83      Ma Carlo, il quale a lui del regio erede
di Dania gi narrata avea la morte,
la destinata spada allor gli diede:
"Prendila," disse "e sia con lieta sorte,
e solo in pro de la cristiana fede
l'adopra, giusto e pio non men che forte;
e fa del primo suo signor vendetta
che t'am tanto, e ben a te s'aspetta."

84      Rispose egli al guerriero: "A i cieli piaccia
che la man che la spada ora riceve,
con lei del suo signor vendetta faccia:
paghi con lei ci che per lei si deve."
Carlo, rivolto a lui con lieta faccia,
lunghe grazie ristrinse in sermon breve.
Ma lor s'offriva il mago, ed al viaggio
notturno l'affrettava il nobil saggio.

85      "Tempo " dicea "di girne ove t'attende
Goffredo e 'l campo, e ben giungi opportuno.
Or n'andiam pur, ch'a le cristiane tende
scorger ben vi sapr per l'aer bruno."
Cos dice egli, e poi su 'l carro ascende
e lor v'accoglie senza indugio alcuno;
e rallentando a'suoi destrieri il morso
gli sferza, e drizza a l'oriente il corso.

86      Taciti se ne gian per l'aria nera,
quando al garzon si volge il veglio e dice:
"Veduto hai tu de la tua stirpe altera
i rami e la vetusta alta radice;
e se ben ella da l'et primiera
stata  fertil d'eroi madre e felice,
non  n fia di partorir mai stanca,
ch per vecchiezza in lei virt non manca.

87      E come tratto ho fuor del fosco seno
de l'et prisca i primi padri ignoti,
cos potessi ancor scoprire a pieno
ne'secoli avenire i tuoi nepoti,
e pria ch'essi apran gli occhi al bel sereno
di questa luce, farli al mondo noti!
ch de'futuri eroi gi non vedresti
l'ordin men lungo, o pur men chiari i gesti.

88      Ma l'arte mia per s dentro al futuro
non scorge il ver che troppo occulto giace,
se non caliginoso e dubbio e scuro,
quasi lunge, per nebbia, incerta face;
e se cosa qual certo io m'assecuro
affermarti, non sono in questo audace,
ch'io l'intesi da tal che senza velo
i secreti talor scopre del Cielo.

89      Quel ch'a lui rivel luce divina
e ch'egli a me scoperse, io a te predico:
"Non fu mai greca o barbara o latina
progenie, in questo o nel buon tempo antico,
ricca di tanti eroi quanti destina
a te chiari nepoti il Cielo amico,
ch'agguaglieran qual pi chiaro si noma
di Sparta, di Cartagine e di Roma.

90      Ma fra gli altri" mi disse "Alfonso io sceglio
primo in virt ma in titolo secondo
che nascer de quando, corrotto e veglio,
povero fia d'uomini illustri il mondo;
questo fia tal che non sar chi meglio
la spada usi o lo scettro, o meglio il pondo
o de l'arme sostegna o del diadema,
gloria del sangue tuo, gemma suprema.

91      Dar, fanciullo, in varie imagin fere
di guerra, i segni di valor sublime:
fia terror de le selve e de le fre,
e ne gli arringhi avr le lodi prime;
poscia riporter da pugne vere
palme vittoriose e spoglie opime,
e sovente averr che 'l crin si cigna
or di lauro, or di quercia, or di gramigna.

92      De la matura et pregi men degni
non fiano stabilir pace e quiete,
mantener sue citt fra l'arme e i regni
di possenti vicin tranquille e chete,
nutrire e fecondar l'arti e gl'ingegni,
celebrar giochi illustri e pompe liete,
librar con giusta lance e pene e premi,
mirar da lunge e preveder gli estremi.

93      Oh s'avenisse mai che contra gli empi
che tutte infesteran le terre e i mari,
e de la pace in quei miseri tempi
daran le leggi a i popoli pi chiari,
duce se 'n gisse a vendicare i tmpi
da lor distrutti e i violati altari,
qual ei giusta faria grave vendetta
su 'l gran tiranno e su l'iniqua setta!

94      Indarno a lui con mille schiere armate
quinci il Turco opporriasi e quindi il Mauro,
ch'egli portar potrebbe oltre l'Eufrate,
ed oltre i gioghi del nevoso Tauro
ed oltre i regni ov' perpetua state,
la Croce e 'l bianco augello e i gigli d'auro,
e per battesmo de le nere fronti
del gran Nilo scoprir le ignote fonti."

95      Cos parlava il veglio, e le parole
lietamente accoglieva il giovenetto,
che del pensier de la futura prole
un tacito piacer sentia nel petto.
L'alba intanto sorgea nunzia del sole,
e 'l ciel cangiava in oriente aspetto,
e su le tende gi potean vedere
da lunge il tremolar de le bandiere.

96      Ricominci di novo allora il saggio:
"Vedete il sol che vi riluce in fronte,
e vi discopre con l'amico raggio
le tende e 'l piano e la cittade e 'l monte.
Securi d'ogni intoppo e d'ogni oltraggio
io scrti v'ho fin qui per vie non conte;
potete senza guida ir per voi stessi
omai; n lece a me che pi m'appressi."

97      Cos tolse congedo, e fe'ritorno
lasciando i cavalier ivi pedoni;
ed essi pur contra il nascente giorno
segur lor strada e gr a i padiglioni.
Port la fama e divulg d'intorno
l'aspettato venir dei tre baroni,
e inanzi ad essi al pio Goffredo corse
che per raccrli dal suo seggio sorse.



. CANTO DICIOTTESIMO.

1       Giunto Rinaldo ove Goffredo  sorto
ad incontrarlo, incominci: "Signore,
a vendicarmi del guerrier ch' morto
cura mi spinse di geloso onore;
e s'io n'offesi te, ben disconforto
ne sentii poscia e penitenza al core.
Or vegno a'tuoi richiami, ed ogni emenda
son pronto a far, che grato a te mi renda."

2       A lui ch'umil gli s'inchin, le braccia
stese al collo Goffredo e gli rispose:
"Ogni trista memoria omai si taccia,
e pongansi in oblio l'andate cose.
E per emenda io vorr sol che faccia
quai per uso faresti, opre famose;
e 'n danno de'nemici e 'n pro de'nostri
vincer convienti de la selva i mostri.

3       L'antichissima selva, onde fu inanti
de'nostri ordigni la materia tratta,
qual si sia la cagione, ora  d'incanti
secreta stanza e formidabil fatta,
n v' chi legno di troncar si vanti,
n vuol ragion che la citt si batta
senza tali instrumenti: or col dove
paventan gli altri, il tuo valor si prove."

4       Cos disse egli, e il cavalier s'offerse
con brevi detti al rischio, a la fatica;
ma ne gli atti magnanimi si scerse
ch'assai far, bench non molto ei dica.
E verso gli altri poi lieto converse
la destra e 'l volto a l'accoglienza amica:
qui Guelfo, qui Tancredi, e qui gi tutti
s'eran de l'oste i principi ridutti.

5       Poi che le dimostranze oneste e care
con que'soprani egli iter pi volte,
placido affabilmente e popolare
l'altre genti minori ebbe raccolte.
Non saria gi pi allegro il militare
grido o le turbe intorno a lui pi folte
se, vinto l'Oriente e 'l Mezzogiorno,
trionfando n'andasse in carro adorno.

6       Cos ne va sino al suo albergo, e siede,
in cerchio quivi a i cari amici a canto,
e molto lor risponde e molto chiede
or de la guerra, or del silvestre incanto.
Ma quando ognun partendo agio lor diede,
cos gli disse l'Eremita santo:
"Ben gran cose, signor, e lungo corso
(mirabil peregrino) errando hai scorso.

7       Quanto devi al gran Re che 'l mondo regge!
Tratto egli t'ha da l'incantate soglie:
ei te smarrito agnel fra le sue gregge
or riconduce e nel suo ovil accoglie,
e per la voce del Buglion t'elegge
secondo essecutor de le sue voglie.
Ma non conviensi gi ch'ancor profano
ne'suoi gran magisteri armi la mano,

8       ch sei de la caligine del mondo
e de la carne tu di modo asperso
che 'l Nilo e 'l Gange o l'ocean profondo
non ti potrebbe far candido e terso.
Sol la grazia del Ciel quanto hai d'immondo
pu render puro: al Ciel dunque converso,
riverente perdon richiedi e spiega
le tue tacite colpe, e piangi e prega."

9       Cos gli disse; e quel prima in se stesso
pianse i superbi sdegni e i folli amori,
poi chinato a'suoi pi mesto e dimesso
tutti scoprigli i giovenili errori.
Il ministro del Ciel, dopo il concesso
perdono, a lui dicea: "Co'novi albori
ad orar te n'andrai l su quel monte
ch'al raggio matutin volge la fronte.

10      Quivi al bosco t'invia, dove cotanti
son fantasmi ingannevoli e bugiardi.
Vincerai (questo so) mostri e giganti,
pur ch'altro folle error non ti ritardi.
Deh! n voce che dolce o pianga o canti,
n belt che soave o rida o guardi,
con tenere lusinghe il cor ti pieghi,
ma sprezza i finti aspetti e i finti preghi."

11      Cos il consiglia; e 'l cavalier s'appresta,
desiando e sperando, a l'alta lmpresa.
Passa pensoso il d, pensosa e mesta
la notte; e pria ch'in ciel sia l'alba accesa,
le belle arme si cinge, e sopravesta
nova ed estrania di color s'ha presa,
e tutto solo e tacito e pedone
lascia i compagni e lascia il padiglione.

12      Era ne la stagion ch'anco non cede
libero ogni confin la notte al giorno,
ma l'oriente rosseggiar si vede
ed anco  il ciel d'alcuna stella adorno;
quando ei drizz vr l'Oliveto il piede,
con gli occhi alzati contemplando intorno
quinci notturne e quindi mattutine
bellezze incorrottibili e divine.

13      Fra se stesso pensava: "O quante belle
luci il tempio celeste in s raguna!
Ha il suo gran carro il d, l'aurate stelle
spiega la notte e l'argentata luna;
ma non  chi vagheggi o questa o quelle,
e miriam noi torbida luce e bruna
ch'un girar d'occhi, un balenar di riso,
scopre in breve confin di fragil viso."

14      Cos pensando, a le pi eccelse cime
ascese; e quivi, inchino e riverente,
alz il pensier sovra ogni ciel sublime
e le luci fiss ne l'oriente:
"La prima vita e le mie colpe prime
mira con occhio di piet clemente,
Padre e Signor, e in me tua grazia piovi,
s che 'l mio vecchio Adam purghi e rinovi."

15      Cos pregava, e gli sorgeva a fronte
fatta gi d'auro la vermiglia aurora
che l'elmo e l'arme e intorno a lui del monte
le verdi cime illuminando indora;
e ventillar nel petto e ne la fronte
sentia gli spirti di piacevol ra,
che sovra il capo suo scotea dal grembo
de la bell'alba un rugiadoso nembo.

16      La rugiada del ciel su le sue spoglie
cade, che parean cenere al colore,
e s l'asperge che 'l pallor ne toglie
e induce in esse un lucido candore;
tal rabbellisce le smarrite foglie
a i matutini geli arido fiore,
e tal di vaga giovent ritorna
lieto il serpente e di novo or s'adorna.

17      Il bel candor de la mutata vesta
egli medesmo riguardando ammira,
poscia verso l'antica alta foresta
con secura baldanza i passi gira.
Era l giunto ove i men forti arresta
solo il terror che di sua vista spira;
pur n spiacente a lui n pauroso
il bosco par, ma lietamente ombroso.

18      Passa pi oltre, e ode un suono intanto
che dolcissimamente si diffonde.
Vi sente d'un ruscello il roco pianto
e 'l sospirar de l'aura infra le fronde
e di musico cigno il flebil canto
e l'usignol che plora e gli risponde,
organi e cetre e voci umane in rime:
tanti e s fatti suoni un suono esprime.

19      Il cavalier, pur come a gli altri aviene,
n'attendeva un gran tuon d'alto spavento,
e v'ode poi di ninfe e di sirene,
d'aure, d'acque, d'augei dolce concento,
onde meravigliando il pi ritiene,
e poi se 'n va tutto sospeso e lento;
e fra via non ritrova altro divieto
che quel d'un fiume trapassante e cheto.

20      L'un margo e l'altro del bel fiume, adorno
di vaghezze e d'odori, olezza e ride.
Ei stende tanto il suo girevol corno
che tra 'l suo giro il gran bosco s'asside,
n pur gli fa dolce ghirlanda intorno,
ma un canaletto suo v'entra e 'l divide:
bagna egli il bosco e 'l bosco il fiume adombra
con bel cambio fra lor d'umore e d'ombra.

21      Mentre mira il guerriero ove si guade,
ecco un ponte mirabile appariva:
un ricco ponte d'or che larghe strade
su gli archi stabilissimi gli offriva.
Passa il dorato varco, e quel gi cade
tosto che 'l pi toccata ha l'altra riva;
e se ne 'l porta in gi l'acqua repente,
l'acqua ch' d'un bel rio fatta un torrente.

22      Ei si rivolge e dilatato il mira
e gonfio assai quasi per nevi sciolte,
che 'n se stesso volubil si raggira
con mille rapidissime rivolte.
Ma pur desio di novitade il tira
a spiar tra le piante antiche e folte,
e 'n quelle solitudini selvagge
sempre a s nova meraviglia il tragge.

23      Dove in passando le vestigia ei posa,
par ch'ivi scaturisca o che germoglie:
l s'apre il giglio e qui spunta la rosa,
qui sorge un fonte, ivi un ruscel si scioglie,
e sovra e intorno a lui la selva annosa
tutte parea ringiovenir le foglie;
s'ammolliscon le scorze e si rinverde
pi lietamente in ogni pianta il verde.

24      Rugiadosa di manna era ogni fronda,
e distillava de le scorze il mle,
e di novo s'udia quella gioconda
strana armonia di canto e di querele;
ma il coro uman, ch'a i cigni, a l'aura, a l'onda
facea tenor, non sa dove si cele:
non sa veder chi formi umani accenti,
n dove siano i musici stromenti.

25      Mentre riguarda, e fede il pensier nega
a quel che 'l senso gli offeria per vero,
vede un mirto in disparte, e l si piega
ove in gran piazza termina un sentiero.
L'estranio mirto i suoi gran rami spiega,
pi del cipresso e de la palma altero,
e sovra tutti gli arbori frondeggia;
ed ivi par del bosco esser la reggia.

26      Fermo il guerrier ne la gran piazza, affisa
a maggior novitate allor le ciglia.
Quercia gli appar che per se stessa incisa
apre feconda il cavo ventre e figlia,
e n'esce fuor vestita in strana guisa
ninfa d'et cresciuta (oh meraviglia!);
e vede insieme poi cento altre piante
cento ninfe produr dal sen pregnante.

27      Quai le mostra la scena o quai dipinte
tal volta rimiriam de boscareccie,
nude le braccia e l'abito succinte,
con bei coturni e con disciolte treccie,
tali in sembianza si vedean le finte
figlie de le selvatiche corteccie;
se non che in vece d'arco o di faretra,
chi tien leuto, e chi viola o cetra.

28      E comincir costor danze e carole,
e di se stesse una corona ordiro
e cinsero il guerrier, s come sle
esser punto rinchiuso entro il suo giro.
Cinser la pianta ancora, e tai parole
nel dolce canto lor da lui s'udiro:
"Ben caro giungi in queste chiostre amene
o de la donna nostra amore e spene.

29      Giungi aspettato a dar salute a l'egra,
d'amoroso pensiero arsa e ferita.
Questa selva che dianzi era s negra,
stanza conforme a la dolente vita,
vedi che tutta al tuo venir s'allegra
e 'n pi leggiadre forme  rivestita."
Tale era il canto; e poi dal mirto uscia
un dolcissimo tuono, e quel s'apria.

30      Gi ne l'aprir d'un rustico sileno
meraviglie vedea l'antica etade,
ma quel gran mirto da l'aperto seno
imagini mostr pi belle e rade:
donna mostr ch'assomigliava a pieno
nel falso aspetto angelica beltade.
Rinaldo guata, e di veder gli  aviso
le sembianze d'Armida e il dolce viso.

31      Quella lui mira in un lieta e dolente:
mille affetti in un guardo appaion misti.
Poi dice: "Io pur ti veggio, e finalmente
pur ritorni a colei da chi fuggisti.
A che ne vieni? a consolar presente
le mie vedove notti e i giorni tristi?
o vieni a mover guerra, a discacciarme,
che mi celi il bel volto e mostri l'arme?

32      giungi amante o nemico? Il ricco ponte
io gi non preparava ad uom nemico,
n gli apriva i ruscelli, i fior, la fonte,
sgombrando i dumi e ci ch'a'passi  intrico.
Togli questo elmo omai, scopri la fronte
e gli occhi a gli occhi miei, s'arrivi amico;
giungi i labri a le labra, il seno al seno,
porgi la destra a la mia destra almeno."

33      Seguia parlando, e in bei pietosi giri
volgeva i lumi e scoloria i sembianti,
falseggiando i dolcissimi sospiri
e i soavi singulti e i vaghi pianti,
tal che incauta pietade a quei martri
intenerir potea gli aspri diamanti;
ma il cavaliero, accorto s, non crudo,
pi non v'attende, e stringe il ferro ignudo.

34      Vassene al mirto; allor colei s'abbraccia
al caro tronco, e s'interpone e grida:
"Ah non sar mai ver che tu mi faccia
oltraggio tal, che l'arbor mio recida!
Deponi il ferro, o dispietato, o il caccia
pria ne le vene a l'infelice Armida:
per questo sen, per questo cor la spada
solo al bel mirto mio trovar pu strada."

35      Egli alza il ferro, e 'l suo pregar non cura;
ma colei si trasmuta (oh novi mostri!)
s come avien che d'una altra figura,
trasformando repente, il sogno mostri.
Cos ingross le membra, e torn oscura
la faccia e vi sparr gli avori e gli ostri;
crebbe in gigante altissimo, e si feo
con cento armate braccia un Briareo.

36      Cinquanta spade impugna e con cinquanta
scudi risuona, e minacciando freme.
Ogn'altra ninfa ancor d'arme s'ammanta,
fatta un ciclope orrendo; ed ei non teme:
raddoppia i colpi e la difesa pianta
che pur, come animata, a i colpi geme.
Sembran de l'aria i campi i campi stigi,
tanti appaion in lor mostri e prodigi.

37      Sopra il turbato ciel, sotto la terra
tuona: e fulmina quello, e trema questa;
vengono i venti e le procelle in guerra,
e gli soffiano al volto aspra tempesta.
Ma pur mai colpo il cavalier non erra,
n per tanto furor punto s'arresta;
tronca la noce:  noce, e mirto parve.
Qui l'incanto forn, sparr le larve.

38      Torn sereno il cielo e l'aura cheta,
torn la selva al natural suo stato:
non d'incanti terribile n lieta,
piena d'orror ma de l'orror innato.
Ritenta il vincitor s'altro pi vieta
ch'esser non possa il bosco omai troncato;
poscia sorride, e fra s dice: "Oh vane
sembianze! e folle chi per voi rimane!"

39      Quinci s'invia verso le tende, e intanto
col gridava il solitario Piero:
"Gi vinto  de la selva il fero incanto,
gi se 'n ritorna il vincitor guerriero:
vedilo." Ed ei da lunge in bianco manto
comparia venerabile e severo,
e de l'aquila sua l'argentee piume
splendeano al sol d'inusitato lume.

40      Ei dal campo gioioso alto saluto
ha con sonoro replicar di gridi;
e poi con lieto onore  ricevuto
dal pio Buglione, e non  chi l'invdi.
Disse al duce il guerriero: "A quel temuto
bosco n'andai, come imponesti, e 'l vidi:
vidi, e vinsi gli incanti; or vadan pure
le genti l, ch son le vie secure."

41      Vassi a l'antica selva, e quindi  tolta
materia tal qual buon giudicio elesse;
e bench'oscuro fabro arte non molta
por ne le prime machine sapesse,
pur artefice illustre a questa volta
 colui ch'a le travi i vinchi intesse:
Guglielmo, il duce ligure, che pria
signor del mare corseggiar solia,

42      poi sforzato a ritrarsi ei cesse i regni
al gran navilio saracin de'mari,
ed ora al campo conducea da i legni
e le maritime arme e i marinari;
ed era questi infra i pi industri ingegni
ne'mecanici ordigni uom senza pari,
e cento seco avea fabri minori,
di ci ch'egli disegna essecutori.

43      Costui non solo incominci a comporre
catapulte, balliste ed arieti,
onde a le mura le difese trre
possa e spezzar le sode alte pareti;
ma fece opra maggior: mirabil torre
ch'entro di pin tessuta era e d'abeti,
e ne le cuoia avolto ha quel di fuore
per ischermirsi da lanciato ardore.

44      Si commette la mole e ricompone
con sottili giunture in un congiunta,
e la trave che testa ha di montone
da l'ime parti sue cozzando spunta;
lancia dal mezzo un ponte, e spesso il pone
su l'opposta muraglia a prima giunta,
e fuor da lei su per la cima n'esce
torre minor ch'in suso  spinta e cresce.

45      Per le facili vie destra, e corrente
sovra ben cento sue volubil rote,
gravida d'arme e gravida di gente,
senza molta fatica ella gir pote.
Stanno le schiere in rimirando intente
la prestezza de'fabri e l'arti ignote,
e due torri in quel punto anco son fatte
de la prima ad imagine ritratte.

46      Ma non eran fra tanto a i saracini
l'opre ch'ivi si fean del tutto ascoste,
perch ne l'alte mura a i pi vicini
lochi le guardie ad ispiar son poste.
Questi gran salmerie d'orni e di pini
vedean dal bosco esser condotte a l'oste,
e machine vedean; ma non a pieno
riconoscer la forma indi potieno.

47      Fan lor machine anch'essi e con molt'arte
rinforzano le torri e la muraglia,
e l'alzaron cos da quella parte
ov' men atta a sostener battaglia,
ch'a lor credenza omai sforzo di Marte
esser non pu ch'ad espugnarla vaglia;
ma sovra ogni difesa Ismen prepara
copia di fochi inusitata e rara.

48      Mesce il mago fellon zolfi e bitume,
che dal lago di Sodoma ha raccolto;
e fu'credo, in inferno, e dal gran fiume
che nove volte il cerchia anco n'ha tolto.
Cos fa che quel foco e puta e fume,
e che s'aventi fiammeggiando al volto.
E ben co'feri incendi egli s'avisa
di vendicar la cara selva incisa.

49      Mentre il campo e l'assalto e la cittade
s'apparecchia in tal modo a le difese,
una colomba per l'aeree strade
vista  passar sovra lo stuol francese,
che non dimena i presti vanni e rade
quelle liquide vie con l'ali tese;
e gi la messaggiera peregrina
da l'alte nubi a la citt s'inchina,

50      quando di non so donde esce un falcone
d'adunco rostro armato e di grand'ugna
che fra 'l campo e le mura a lei s'oppone.
Non aspetta ella del crudel la pugna;
quegli, d'alto volando, al padiglione
maggior l'incalza e par ch'omai l'aggiugna,
ed al tenero capo il piede ha sovra:
essa nel grembo al pio Buglion ricovra.

51      La raccoglie Goffredo, e la difende;
poi scorge, in lei guardando, estrania cosa,
ch dal collo ad un filo avinta pende
rinchiusa carta, e sotto un'ala ascosa.
La disserra e dispiega, e bene intende
quella ch'in s contien non lunga prosa:
"Al signor di Giudea" dice lo scritto
"invia salute il capitan d'Egitto.

52      Non sbigottir, signor: resisti e dura
insino al quarto o insino al giorno quinto,
ch'io vengo a liberar coteste mura,
e vedrai tosto il tuo nemico vinto."
Questo il secreto fu che la scrittura
in barbariche note avea distinto
dato in custodia al portator volante,
ch tai messi in quel tempo us il Levante.

53      Libera il prence la colomba; e quella,
che de'secreti fu rivelatrice,
come esser creda al suo signor rubella,
non ard pi tornar nunzia infelice.
Ma il sopran duce i minor duci appella,
e lor mostra la carta e cos dice:
"Vedete come il tutto a noi riveli
la providenza del Signor de'cieli.

54      Gi pi da ritardar tempo non parmi:
nova spianata or cominciar potrassi,
e fatica e sudor non si risparmi
per superar d'inverso l'Austro i sassi.
Duro fia s far col strada a l'armi,
pur far si pu: notato ho il loco e i passi.
E ben quel muro che assecura il sito,
d'arme e d'opre men deve esser munito.

55      Tu, Raimondo, vogl'io che da quel lato
con le machine tue le mura offenda,
vuo'che de l'arme mie l'alto apparato
contra la porta Aquilonar si stenda
s che il nemico il vegga ed ingannato
indi il maggior impeto nostro attenda;
poi la gran torre mia, ch'agevol move,
trascorra alquanto e porti guerra altrove.

56      Tu drizzarai, Camillo, al tempo stesso
non lontana da me la terza torre."
Tacque; e Raimondo, che gli siede appresso
e che, parlando lui, fra s discorre,
disse: "Al consiglio da Goffredo espresso
nulla giunger si pote e nulla trre.
Lodo solo, oltra ci, ch'alcun s'invii
nel campo ostil ch'i suoi secreti spii,

57      e ne ridica il numero e 'l pensiero,
quanto raccr potr, certo e verace."
Sogiunge allor Tancredi: "Ho un mio scudiero
che a questo uffizio di propor mi piace:
uom pronto e destro e sovra i pi leggiero,
audace s, ma cautamente audace,
che parla in molte lingue, e varia il noto
suon de la voce e 'l portamento e 'l moto."

58      Venne colui, chiamato; e poi ch'intese
ci che Goffredo e 'l suo signor desia,
alz ridendo il volto ed intraprese
la cura e disse: "Or or mi pongo in via.
Tosto sar dove quel campo tese
le tende avr, non conosciuta spia;
vuo'penetrar di mezzod nel vallo,
e numerarvi ogn'uomo, ogni cavallo.

59      Quanta e qual sia quell'oste, e ci che pensi
il duce loro, a voi ridir prometto:
vantomi in lui scoprir gli intimi sensi
e i secreti pensier trargli del petto."
Cos parla Vafrino e non trattiensi,
ma cangia in lungo manto il suo farsetto,
e mostra fa del nudo collo, e prende
d'intorno al capo attorcigliate bende;

60      la faretra s'adatta e l'arco siro,
e barbarico sembra ogni suo gesto.
Stupiron quei che favellar l'udiro
ed in diverse lingue esser s presto
ch'egizio in Menfi o pur fenice in Tiro
l'avria creduto e quel popolo e questo.
Egli se 'n va sovra un destrier ch'a pena
segna nel corso la pi molle arena.

61      Ma i Franchi, pria che 'l terzo d sia giunto,
appianaron le vie scoscese e rotte,
e fornr gli instromenti anco in quel punto,
ch non fur le fatiche unqua interrotte;
anzi a l'opre de'giorni avean congiunto,
togliendola al riposo, anco la notte,
n cosa  pi che ritardar li possa
dal far l'estremo omai d'ogni lor possa.

62      Del d cui de l'assalto il d successe,
gran parte orando il pio Buglion dispensa;
e impon ch'ogn'altro i falli suoi confesse
e pasca il pan de l'alme a la gran mensa.
Machine ed arme poscia ivi pi spesse
dimostra ove adoprarle egli men pensa;
e 'l deluso pagan si riconforta,
ch'oppor le vede a la munita porta.

63      Co 'l buio de la notte  poi la vasta
agil machina sua col traslata
ove  men curvo il muro e men contrasta,
ch'angulosa non fa parte e piegata.
E d'in su 'l colle e la citt sovrasta
Raimondo ancor con la sua torre armata,
la sua Camillo a quel lato avicina
che dal Borea a l'occaso alquanto inchina.

64      Ma come furo in oriente apparsi
i matutini messaggier del sole,
s'avidero i pagani (e ben turbrsi)
che la torre non  dove esser sle;
e mirr quinci e quindi anco inalzarsi
non pi veduta una ed un'altra mole,
e in numero infinito anco son viste
catapulte, monton, gatti e balliste.

65      Non  la turba de'pagan gi lenta
a trasportarne l molte difese
ove il Buglion le machine appresenta,
da quella parte ove primier l'attese.
Ma il capitan, ch'a tergo aver rammenta
l'oste d'Egitto, ha quelle vie gi prese;
e Guelfo e i due Roberti a s chiamati:
"State" dice "a cavallo in sella armati,

66      e procurate voi che, mentre ascendo
col dove quel muro appar men forte,
schiera non sia che sbita venendo
s'atterghi a gli occupati e guerra porte."
Tacque, e gi da tre lati assalto orrendo
movon le tre s valorose scorte;
e da tre lati ha il re sue genti opposte,
che riprese quel d l'arme deposte.

67      Egli medesmo al corpo omai tremante
per gli anni, e grave del suo proprio pondo,
l'arme che disus gran tempo inante,
circonda, e se ne va contra Raimondo.
Solimano a Goffredo e 'l fero Argante
al buon Camillo oppon, che di Boemondo
seco ha il nipote; e lui fortuna or guida,
perch 'l nemico a s dovuto uccida.

68      Incominciaro a saettar gli arcieri
infette di veneno arme mortali,
ed adombrato il ciel par che s'anneri
sotto un immenso nuvolo di strali.
Ma con forza maggior colpi pi feri
ne venian da le machine murali:
indi gran palle uscian marmoree e gravi,
e con punta d'acciar ferrate travi.

69      Par fulmine ogni sasso, e cos trita
l'armatura e le membra a chi n' colto,
che gli toglie non pur l'alma e la vita,
ma la forma del corpo anco e del volto.
Non si ferma la lancia a la ferita;
dopo il colpo, del corso avanza molto:
entra da un lato e fuor per l'altro passa
fuggendo, e nel fuggir la morte lassa.

70      Ma non togliea per da la difesa
tanto furor le saracine genti:
contra quelle percosse avean gi tesa
pieghevol tela e cose altre cedenti;
l'impeto, che 'n lor cade, ivi contesa
non trova, e vien che vi si fiacchi e lenti;
essi, ove miran pi la calca esposta,
fan con l'arme volanti aspra risposta.

71      Con tutto ci d'andarne oltre non cessa
l'assalitor, che tripartito move;
e chi va sotto gatti, ove la spessa
gragnuola di saette indarno piove,
e chi le torri a l'alto muro appressa
che da s loro a suo poter rimove:
tenta ogni torre omai lanciare il ponte,
cozza il monton con la ferrata fronte.

72      Rinaldo intanto irresoluto bada,
ch quel rischio di s degno non era,
e stima onor plebeo quand'egli vada
per le comuni vie co 'l vulgo in schiera.
E volge intorno gli occhi, e quella strada
sol gli piace tentar ch'altri dispera.
L dove il muro pi munito ed alto
in pace stassi, ei vuol portar assalto.

73      E volgendosi a quegli, i quai gi furo
guidati da Dudon, guerrier famosi:
"Oh vergogna," dicea "che l quel muro
fra cotant'arme in pace or si riposi!
Ogni rischio al valor sempre  securo,
tutte le vie son piane a gli animosi:
moviam l guerra, e contra a i colpi crudi
faciam densa testugine di scudi."

74      Giunsersi tutti seco a questo detto;
tutti gli scudi alzr sovra la testa,
e gli uniron cos che ferreo tetto
facean contra l'orribile tempesta.
Sotto il coperchio il fero stuol ristretto
va di gran corso, e nulla il corso arresta,
ch la soda testugine sostiene
ci che di ruinoso in gi ne viene.

75      Son gi sotto le mura: allor Rinaldo
scala drizz di cento gradi e cento,
e lei con braccio maneggi s saldo
ch'agile  men picciola canna al vento.
Or lancia o trave, or gran colonna o spaldo
d'alto discende: ei non va su pi lento;
ma, intrepido ed invitto ad ogni scossa,
sprezzaria, se cadesse, Olimpo ed Ossa.

76      Una selva di strali e di ruine
sostien su 'l dosso, e su lo scudo un monte:
scote una man le mura a s vicine,
l'altra sospesa in guardia  de la fronte.
L'essempio a l'opre ardite e pellegrine
spinge i compagni: ei non  sol che monte,
ch molti appoggian seco eccelse scale;
ma 'l valore e la sorte  diseguale.

77      More alcuno, altri cade: egli sublime
poggia, e questi conforta e quei minaccia;
tanto  gi in su che le merlate cime
pote afferrar con le distese braccia.
Gran gente allor vi trae; l'urta, il reprime,
cerca precipitarlo, e pur no 'l caccia.
Mirabil vista! a un grande e fermo stuolo
resister pu, sospeso in aria, un solo.

78      E resiste e s'avanza e si rinforza;
e come palma suol cui pondo aggreva,
suo valor combattuto ha maggior forza
e ne la oppression pi si solleva.
E vince alfin tutti i nemici, e sforza
l'aste e gli intoppi che d'incontro aveva;
e sale il muro e 'l signoreggia, e 'l rende
sgombro e securo a chi diretro ascende.

79      Ed egli stesso a l'ultimo germano
del pio Buglion, ch' di cadere in forse,
stesa la vincitrice amica mano,
di salirne secondo aita porse.
Fra tanto erano altrove al capitano
varie fortune e perigliose occorse;
ch'ivi non pur fra gli uomini si pugna,
ma le machine insieme anco fan pugna.

80      Su 'l muro aveano i Siri un tronco alzato
ch'antenna un tempo esser solea di nave,
e sovra lui co 'l capo aspro e ferrato
per traverso sospesa  grossa trave;
e indietro quel da canapi tirato,
poi torna inanti impetuoso e grave:
talor rientra nel suo guscio, ed ora
la testugin rimanda il collo fora.

81      Urt la trave immensa, e cos dure
ne la torre addoppi le sue percosse
che le ben teste in lei salde giunture
lentando aperse, e la respinse e scosse.
La torre a quel bisogno armi secure
avea gi in punto, e due gran falci mosse
ch'aventate con arte incontra al legno
quelle funi taglir ch'eran sostegno.

82      Qual gran sasso talor, ch'o la vecchiezza
solve da un monte o svelle ira de'venti,
ruinoso dirupa, e porta e spezza
le selve e con le case anco gli armenti,
tal gi traea da la sublime altezza
l'orribil trave e merli ed arme e genti;
di la torre a quel moto uno e duo crolli,
tremr le mura e rimbombaro i colli.

83      Passa il Buglion vittorioso inanti
e gi le mura d'occupar si crede,
ma fiamme allora fetide e fumanti
lanciarsi incontra immantinente ei vede;
n dal sulfureo sen fochi mai tanti
il cavernoso Mongibel fuor diede,
n mai cotanti ne gli estivi ardori
piovve l'indico ciel caldi vapori.

84      Qui vasi e cerchi ed aste ardenti sono,
qual fiamma nera e qual sanguigna splende.
L'odore appuzza, assorda il bombo e 'l tuono
accieca il fumo, il foco arde e s'apprende.
L'umido cuoio alfin saria mal buono
schermo a la torre, a pena or la difende.
Gi suda e si rincrespa; e se pi tarda
il soccorso del Ciel, conven pur ch'arda.

85      Il magnanimo duce inanzi a tutti
stassi, e non muta n color n loco;
e quei conforta che su i cuoi asciutti
versan l'onde apprestate incontra al foco.
In tale stato eran costor ridutti,
e gi de l'acque rimanea lor poco,
quando ecco un vento, ch'improviso spira,
contra gli autori suoi l'incendio gira.

86      Vien contro al foco il turbo; e indietro vlto
il foco ove i pagan le tele alzaro,
quella molle materia in s raccolto
l'ha immantinente, e n'arde ogni riparo.
Oh glorioso capitano! oh molto
dal gran Dio custodito, al gran Dio caro!
A te guerreggia il Cielo; ed ubidienti
vengon, chiamati a suon di trombe, i venti.

87      Ma l'empio Ismen, che le sulfuree faci
vide da Borea incontra s converse,
ritentar volle l'arti sue fallaci
per sforzar la natura e l'aure averse,
e fra due maghe, che di lui seguaci
si fr, su 'l muro a gli occhi altrui s'offerse;
e torvo e nero e squallido e barbuto
fra due furie parea Caronte o Pluto.

88      Gi il mormorar s'udia de le parole
di cui teme Cocito e Flegetonte,
gi si vedea l'aria turbar e 'l sole
cinger d'oscuri nuvoli la fronte,
quando aventato fu da l'alta mole
un gran sasso, che fu parte d'un monte;
e tra lor colse s ch'una percossa
sparse di tutti insieme il sangue e l'ossa.

89      In pezzi minutissimi e sanguigni
si disperser cos l'inique teste,
che di sotto a i pesanti aspri macigni
soglion poco le biade uscir pi peste.
Lascir gemendo i tre spirti maligni
l'aria serena e 'l bel raggio celeste,
e se 'n fuggr tra l'ombre empie infernali.
Apprendete piet quinci, o mortali.

90      In questo mezzo, a la citt la torre,
cui da l'incendio il turbine assecura,
s'avicina cos che pu ben porre
e fermare il suo ponte in su le mura;
ma Solimano intrepido v'accorre,
e 'l passo angusto di tagliar procura,
e doppia i colpi: e ben l'avria reciso;
ma un'altra torre apparse a l'improviso.

91      La gran mole crescente oltra i confini
de'pi alti edifici in aria passa.
Attoniti a quel mostro i saracini
restr, vedendo la citt pi bassa.
Ma il fero turco, ancor ch'in lui ruini
di pietre un nembo, il loco suo non lassa;
n di tagliar il ponte anco diffida,
e gli altri che temean rincora e sgrida.

92      S'offerse a gli occhi di Goffredo allora,
invisibile altrui, l'agnol Michele
cinto d'armi celesti; e vinto fra
il sol da lui, cui nulla nube vele.
"Ecco," disse "Goffredo,  giunta l'ora
ch'esca Sin di servit crudele.
Non chinar, non chinar gli occhi smarriti;
mira con quante forze il Ciel t'aiti.

93      Drizza pur gli occhi a riguardar l'immenso
essercito immortal ch' in aria accolto,
ch'io dinanzi torrotti il nuvol denso
di vostra umanit, ch'intorno avolto
adombrando t'appanna il mortal senso,
s che vedrai gli ignudi spirti in volto;
e sostener per breve spazio i rai
de l'angeliche forme anco potrai.

94      Mira di quei che fur campion di Cristo
l'anime fatte in Cielo or cittadine,
che pugnan teco e di s alto acquisto
si trovan teco al glorioso fine.
L 've ondeggiar la polve e 'l fumo misto
vedi e di rotte moli alte ruine,
tra quella folta nebbia Ugon combatte
e de le torri i fondamenti abbatte.

95      Ecco poi l Dudon, che l'alta porta
Aquilonar con ferro e fiamma assale:
ministra l'arme a i combattenti, essorta
ch'altrui su monti, e drizza e tien le scale.
Quel ch' su 'l colle, e 'l sacro abito porta
e la corona a i crin sacerdotale,
 il pastore Ademaro, alma felice:
vedi ch'ancor vi segna e benedice.

96      Leva pi in su l'ardite luci, e tutta
la grande oste del ciel congiunta guata."
Egli alz il guardo, e vide in un ridutta
milizia innumerabile ed alata.
Tre folte squadre, ed ogni squadra instrutta
in tre ordini gira e si dilata;
ma si dilata pi quanto pi in fri
i cerchi son: son gli intimi i minori.

97      Qui chin vinti i lumi e gli alz poi,
n lo spettacol grande ei pi rivide;
ma riguardando d'ogni parte i suoi,
scorge che a tutti la vittoria arride.
Molti dietro a Rinaldo illustri eroi
saliano; ei gi salito i Siri uccide.
Il capitan, che pi indugiar si sdegna,
toglie di mano al fido alfier l'insegna,

98      e passa primo il ponte, ed impedita
gli  a mezzo il corso dal Soldan la via.
Un picciol ponte  campo ad infinita
virt, ch'in pochi colpi ivi apparia.
Grida il fer Solimano: "A l'altrui vita
dono e consacro io la vita mia.
Tagliate, amici, a le mie spalle or questo
ponte, ch qui non facil preda i'resto."

99      Ma venirne Rinaldo in volto orrendo
e fuggirne ciascun vedea lontano:
"Or che far? se qui la vita spendo,
la spando" disse "e la disperdo invano."
E, in s nove difese anco volgendo,
cedea libero il passo al capitano,
che minacciando il segue e de la santa
Croce il vessillo in su le mura pianta.

100     La vincitrice insegna in mille giri
alteramente si rivolge intorno;
e par che in lei pi riverente spiri
l'aura, e che splenda in lei pi chiaro il giorno;
ch'ogni dardo, ogni stral ch'in lei si tiri,
o la declini, o faccia indi ritorno:
par che Sin, par che l'opposto monte
lieto l'adori, e inchini a lei la fronte.

101     Allor tutte le squadre il grido alzaro
de la vittoria altissimo e festante,
e risonaro i monti e replicaro
gli ultimi accenti; e quasi in quello istante
ruppe e vinse Tancredi ogni riparo
che gli aveva a l'incontro opposto Argante,
e lanciando il suo ponte anch'ei veloce
pass nel muro e v'inalz la Croce.

102     Ma verso il mezzogiorno, ove il canuto
Raimondo pugna e 'l palestin tiranno,
i guerrier di Guascogna anco potuto
giunger la torre a la citt non hanno,
ch 'l nerbo de le genti ha il re in aiuto
ed ostinati a la difesa stanno;
e se ben quivi il muro era men fermo,
di machine v'avea maggior lo schermo.

103     Oltra che men ch'altrove in questo canto
la gran mole il sentier trov spedito,
n tanto arte pot che pur alquanto
di sua natura non ritegna il sito.
Fu l'alto segno di vittoria intanto
da i difensori e da i Guasconi udito,
ed avis il tiranno e 'l tolosano
che la citt gi presa  verso il piano.

104     Onde Raimondo a i suoi: "Da l'altra parte,"
grida "o compagni,  la citt gi presa.
Vinta ancor ne resiste? or soli a parte
non sarem noi di s onorata presa?"
Ma il re cedendo alfin di l si parte
perch'ivi disperata  la difesa,
e se 'n rifugge in loco forte ed alto
ove egli spera sostener l'assalto.

105     Entra allor vincitore il campo tutto
per le mura non sol, ma per le porte;
ch' gi aperto, abbattuto, arso e destrutto
ci che lor s'opponea rinchiuso e forte.
Spazia l'ira del ferro; e va co 'l lutto
e con l'orror, compagni suoi, la morte.
Ristagna il sangue in gorghi, e corre in rivi
pieni di corpi estinti e di mal vivi.



. CANTO DICIANNOVESIMO.

1       Gi la morte o il consiglio o la paura
da le difese ogni pagano ha tolto,
e sol non s' da l'espugnate mura
il pertinace Argante anco rivolto.
Mostra ei la faccia intrepida e secura
e pugna pur fra gli inimici avolto,
pi che morir temendo esser respinto;
e vuol morendo anco parer non vinto.

2       Ma sovra ogn'altro feritore infesto
sovragiunge Tancredi e lui percote.
Ben  il circasso a riconoscer presto
al portamento, a gli atti, a l'arme note,
lui che pugn gi seco, e 'l giorno sesto
tornar promise, e le promesse r vte.
Onde grid: "Cos la f, Tancredi,
mi servi tu? cos a la pugna or riedi?

3       Tardi riedi, e non solo; io non rifiuto
per combatter teco e riprovarmi,
bench non qual guerrier, ma qui venuto
quasi inventor di machine tu parmi.
Fatti scudo de'tuoi, trova in aiuto
novi ordigni di guerra e insolite armi,
ch non potrai da le mie mani, o forte
de le donne uccisor, fuggir la morte."

4       Sorrise il buon Tancredi un cotal riso
di sdegno, e in detti alteri ebbe risposto:
"Tardo  il ritorno mio, ma pur aviso
che frettoloso ti parr ben tosto,
e bramerai che te da me diviso
o l'alpe avesse o fosse il mar fraposto;
e che del mio indugiar non fu cagione
tema o vilt, vedrai co 'l paragone.

5       Vienne in disparte pur tu ch'omicida
sei de'giganti solo e de gli eroi:
l'uccisor de le femine ti sfida."
Cos gli dice; indi si volge a i suoi
e fa ritrarli da l'offesa, e grida:
"Cessate pur di molestarlo or voi,
ch' proprio mio pi che comun nemico
questi, ed a lui mi stringe obligo antico."

6       "Or discendine gi, solo o seguito
come pi vuoi"; ripiglia il fer circasso
"va'in frequentato loco od in romito,
ch per dubbio o svantaggio io non ti lasso."
S fatto ed accettato il fero invito,
movon concordi a la gran lite il passo:
l'odio in un gli accompagna, e fa il rancore
l'un nemico de l'altro or difensore.

7       Grande  il zelo d'onor, grande il desire
che Tancredi del sangue ha del pagano,
n la sete ammorzar crede de l'ire
se n'esce stilla fuor per l'altrui mano;
e con lo scudo il copre, e: "Non ferire"
grida a quanti rincontra anco lontano;
s che salvo il nimico infra gli amici
tragge da l'arme irate e vincitrici.

8       Escon de la cittade e dan le spalle
a i padiglion de le accampate genti,
e se ne van dove un girevol calle
li porta per secreti avolgimenti;
e ritrovano ombrosa angusta valle
tra pi colli giacer, non altrimenti
che se fosse un teatro o fosse ad uso
di battaglie e di caccie intorno chiuso.

9       Qui si fermano entrambi, e pur sospeso
volgeasi Argante a la cittade afflitta.
Vede Tancredi che 'l pagan difeso
non  di scudo, e 'l suo lontano ei gitta.
Poscia lui dice: "Or qual pensier t'ha preso?
pensi ch' giunta l'ora a te prescritta?
S'antivedendo ci timido stai,
 'l tuo timore intempestivo omai."

10      "Penso" risponde "a la citt del regno
di Giudea antichissima regina,
che vinta or cade, e indarno esser sostegno
io procurai de la fatal ruina,
e ch' poca vendetta al mio disdegno
il capo tuo che 'l Cielo or mi destina."
Tacque, e incontra si van con gran risguardo,
ch ben conosce l'un l'altro gagliardo.

11       di corpo Tancredi agile e sciolto,
e di man velocissimo e di piede;
sovrasta a lui con l'alto capo, e molto
di grossezza di membra Argante eccede.
Girar Tancredi inchino in s raccolto
per aventarsi e sottentrar si vede;
e con la spada sua la spada trova
nemica, e 'n disviarla usa ogni prova.

12      Ma disteso ed eretto il fero Argante
dimostra arte simile, atto diverso.
Quanto egli pu, va co 'l gran braccio inante
e cerca il ferro no, ma il corpo averso.
Quel tenta aditi novi in ogni istante,
questi gli ha il ferro al volto ognor converso:
minaccia, e intento a proibirgli stassi
furtive entrate e sbiti trapassi.

13      Cos pugna naval, quando non spira
per lo piano del mare Africo o Noto,
fra due legni ineguali egual si mira,
ch'un d'altezza preval, l'altro di moto:
l'un con volte e rivolte assale e gira
da prora a poppa, e si sta l'altro immoto;
e quando il pi leggier se gli avicina.
d'alta parte minaccia alta ruina.

14      Mentre il latin di sottentrar ritenta
sviando il ferro che si vede opporre,
vibra Argante la spada e gli appresenta
la punta a gli occhi; egli al riparo accorre,
ma lei s presta allor, s violenta
cala il pagan che 'l difensor precorre
e 'l fre al fianco; e visto il fianco infermo,
grida: "Lo schermitor vinto  di schermo."

15      Fra lo sdegno Tancredi e la vergogna
si rode, e lascia i soliti riguardi,
e in cotal guisa la vendetta agogna
che sua perdita stima il vincer tardi.
Sol risponde co 'l ferro a la rampogna
e 'l drizza a l'elmo. Ove apre il passo a i guardi.
Ribatte Argante il colpo, e risoluto
Tancredi a mezza spada  gi venuto.

16      Passa veloce allor co 'l pi sinestro
e con la manca al dritto braccio il prende,
e con la destra intanto il lato destro
di punte mortalissime gli offende.
"Questa" diceva "al vincitor maestro
il vinto schermidor risposta rende."
Freme il circasso e si contorce e scote,
ma il braccio prigionier ritrar non pote.

17      Alfin lasci la spada a la catena
pendente, e sotto al buon latin si spinse.
Fe'l'istesso Tancredi, e con gran lena
l'un calc l'altro e l'un l'altro recinse;
n con pi forza da l'adusta arena
sospese Alcide il gran gigante e strinse,
di quella onde facean tenaci nodi
le nerborute braccia in vari modi.

18      Tai fur gli avolgimenti e tai le scosse
ch'ambi in un tempo il suol presser co 'l fianco.
Argante, od arte o sua ventura fosse,
sovra ha il braccio migliore e sotto il manco.
Ma la man ch' pi atta a le percosse
sottogiace impedita al guerrier franco;
ond'ei, che 'l suo svantaggio e 'l rischio vede,
si sviluppa da l'altro e salta in piede.

19      Sorge pi tardi e un gran fendente, in prima
che sorto ei sia, vien sopra al saracino.
Ma come a l'Euro la frondosa cima
piega e in un tempo la solleva il pino,
cos lui sua virtute alza e sublima
quando ei n' gi per ricader pi chino.
Or ricomincian qui colpi a vicenda:
la pugna ha manco d'arte ed  pi orrenda.

20      Esce a Tancredi in pi d'un loco il sangue,
ma ne versa il pagan quasi torrenti.
Gi ne le sceme forze il furor langue,
s come fiamma in deboli alimenti.
Tancredi che 'l vedea co 'l braccio essangue
girar i colpi ad or ad or pi lenti,
dal magnanimo cor deposta l'ira,
placido gli ragiona e 'l pi ritira:

21      "Cedimi, uom forte, o riconoscer voglia
me per tuo vincitore o la fortuna;
n ricerco da te trionfo o spoglia,
n mi riserbo in te ragione alcuna."
Terribile il pagan pi che mai soglia,
tutte le furie sue desta e raguna;
risponde: "Or dunque il meglio aver ti vante
ed osi di vilt tentare Argante?

22      Usa la sorte tua, ch nulla io temo
n lascier la tua follia impunita."
Come face rinforza anzi l'estremo
le fiamme, e luminosa esce di vita,
tal riempiendo ei d'ira il sangue scemo
rinvigor la gagliardia smarrita,
e l'ore de la morte omai vicine
volse illustrar con generoso fine.

23      La man sinistra a la compagna accosta,
e con ambe congiunte il ferro abbassa;
cala un fendente, e bench trovi opposta
la spada ostil, la sforza ed oltre passa,
scende a la spalla, e gi di costa in costa
molte ferite in un sol punto lassa.
Se non teme Tancredi, il petto audace
non fe'natura di timor capace.

24      Quel doppia il colpo orribile, ed al vento
le forze e l'ire inutilmente ha sparte,
perch Tancredi, a la percossa intento,
se ne sottrasse e si lanci in disparte.
Tu, dal tuo peso tratto, in gi co 'l mento
n'andasti, Argante, e non potesti aitarte:
per te cadesti, aventuroso in tanto
ch'altri non ha di tua caduta il vanto.

25      Il cader dilat le piaghe aperte,
e 'l sangue espresso dilagando scese.
Punta ei la manca in terra, e si converte
ritto sovra un ginocchio a le difese.
"Renditi" grida, e gli fa nove offerte,
senza noiarlo, il vincitor cortese.
Quegli di furto intanto il ferro caccia
e su 'l tallone il fiede, indi il minaccia.

26      Infuriossi allor Tancredi, e disse:
"Cos abusi, fellon, la piet mia?"
Poi la spada gli fisse e gli rifisse
ne la visiera, ove accert la via.
Moriva Argante, e tal moria qual visse:
minacciava morendo e non languia.
Superbi, formidabili e feroci
gli ultimi moti fur, l'ultime voci.

27      Ripon Tancredi il ferro, e poi devoto
ringrazia Dio del trionfal onore;
ma lasciato di forze ha quasi vto
la sanguigna vittoria il vincitore.
Teme egli assai che del viaggio al moto
durar non possa il suo fievol vigore;
pur s'incamina, e cos passo passo
per le gi corse vie move il pi lasso.

28      Trar molto il debil fianco oltra non pote
e quanto pi si sforza pi s'affanna,
onde in terra s'asside e pon le gote
su la destra che par tremula canna.
Ci che vedea pargli veder che rote,
e di tenebre il d gi gli s'appanna.
Al fin isviene; e 'l vincitor dal vinto
non ben saria nel rimirar distinto.

29      Mentre qui segue la solinga guerra,
che privata cagion fe'cos ardente,
l'ira de'vincitor trascorre ed erra
per la citt su 'l popolo nocente.
Or chi giamai de l'espugnata terra
potrebbe a pien l'imagine dolente
ritrarre in carte od adeguar parlando
lo spettacolo atroce e miserando?

30      Ogni cosa di strage era gi pieno,
vedeansi in mucchi e in monti i corpi avolti:
l i feriti su i morti, e qui giacieno
sotto morti insepolti egri sepolti.
Fuggian premendo i pargoletti al seno
le meste madri co'capegli sciolti,
e 'l predator, di spoglie e di rapine
carco, stringea le vergini nel crine.

31      Ma per le vie ch'al pi sublime colle
saglion verso occidente, ond' il gran tempio,
tutto del sangue ostile orrido e molle
Rinaldo corre e caccia il popolo empio.
La fera spada il generoso estolle
sovra gli armati capi e ne fa scempio;
 schermo frale ogn'elmo ed ogni scudo:
difesa  qui l'esser de l'arme ignudo.

32      Sol contra il ferro il nobil ferro adopra,
e sdegna ne gli inermi esser feroce;
e que'ch'ardir non armi, arme non copra,
caccia co l'guardo e con l'orribil voce.
Vedresti, di valor mirabil opra,
come or disprezza, ora minaccia, or noce,
come con rischio disegual fugati
sono egualmente pur nudi ed armati.

33      Gi co 'l pi imbelle vulgo anco ritratto
s' non picciolo stuol del pi guerriero
nel tempio che, pi volte arso e disfatto,
si noma ancor, dal fondator primiero,
di Salamone; e fu per lui gi fatto
di cedri, d'oro e di bei marmi altero.
Or non s ricco gi, pur saldo e forte
 d'alte torri e di ferrate porte.

34      Giunto il gran cavaliero ove raccolte
s'eran le turbe in loco ampio e sublime,
trov chiuse le porte e trov molte
difese apparecchiate in su le cime.
Alz lo sguardo orribile e due volte
tutto il mir da l'alte parti a l'ime,
varco angusto cercando, ed altrettante
il circond con le veloci piante.

35      Qual lupo predatore a l'aer bruno
le chiuse mandre insidiando aggira,
secco l'avide fauci, e nel digiuno
da nativo odio stimulato e d'ira,
tale egli intorno spia s'adito alcuno
(piano od erto che siasi) aprir si mira;
si ferma alfin ne la gran piazza, e d'alto
stanno aspettando i miseri l'assalto.

36      In disparte giacea (qual che si fosse
l'uso a cui si serbava) eccelsa trave,
n cos alte mai, n cos grosse
spiega l'antenne sue ligura nave.
Vr la gran porta il cavalier la mosse
con quella man cui nessun pondo  grave,
e recandosi lei di lancia in modo
urt d'incontro impetuoso e sodo.

37      Restar non pu marmo o metallo inanti
al duro urtare, al riurtar pi forte.
Svelse dal sasso i cardini sonanti,
ruppe i serragli ed abbatt le porte.
Non l'ariete di far pi si vanti,
non la bombarda, fulmine di morte.
Per la dischiusa via la gente inonda
quasi un diluvio, e 'l vincitor seconda.

38      Rende misera strage atra e funesta
l'alta magion che fu magion di Dio.
O giustizia del Ciel, quanto men presta
tanto pi grave sovra il popol rio!
Dal tuo secreto proveder fu desta
l'ira ne'cor pietosi, e incrudelio.
Lav co 'l sangue suo l'empio pagano
quel tempio che gi fatto avea profano.

39      Ma intanto Soliman vr la gran torre
ito se n' che di David s'appella,
e qui fa de'guerrier l'avanzo accrre,
e sbarra intorno a questa strada e quella;
e 'l tiranno Aladino anco vi corre.
Come il Soldan lui vede, a lui favella:
"Vieni, o famoso re, vieni; e l sovra
a la rocca fortissima ricovra,

40      ch dal furor de le nemiche spade
guardar vi puoi la tua salute e 'l regno."
"Oim," risponde "oim, che la cittade
strugge dal fondo suo barbaro sdegno,
e la mia vita e 'l nostro imperio cade.
Vissi, e regnai; non vivo pi, n regno.
Ben si pu dir: `Noi fummo.'A tutti  giunto
l'ultimo d, l'inevitabil punto."

41      "Ov', signor la tua virtute antica?"
disse il Soldan tutto cruccioso allora.
"Tolgaci i regni pur sorte nemica,
ch 'l regal pregio  nostro e 'n noi dimora.
Ma col dentro omai da la fatica
le stanche e gravi tue membra ristora."
Cos gli parla, e fa che si raccoglia
il vecchio re ne la guardata soglia.

42      Egli ferrata mazza a due man prende
e si ripon la fida spada al fianco,
e stassi al varco intrepido e difende
il chiuso de le strade al popol franco.
Eran mortali le percosse orrende:
quella che non uccide, atterra almanco.
Gi fugge ognun da la sbarrata piazza,
dove appressar vede l'orribil mazza.

43      Ecco da fera compagnia seguito
sopragiungeva il tolosan Raimondo.
Al periglioso passo il vecchio ardito
corse, e sprezz di quei gran colpi il pondo.
Primo ei fer, ma invano ebbe ferito;
non fer invano il feritor secondo,
ch'in fronte il colse, e l'atterr co 'l peso
supin, tremante, a braccia aperte e steso.

44      Finalmente ritorna anco ne'vinti
la virt che 'l timore avea fugata,
e i Franchi vincitori o son respinti
o pur caggiono uccisi in su l'entrata.
Ma il Soldan, che giacere infra gli estinti
il tramortito duce a i pi si guata,
grida a i suoi cavalier: "Costui sia tratto
dentro a le sbarre e prigionier sia fatto."

45      Si movon quegli ad esseguir l'effetto,
ma trovan dura e faticosa impresa
perch non  d'alcun de'suoi negletto
Raimondo, e corron tutti in sua difesa.
Quinci furor, quindi pietoso affetto
pugna, n vil cagione  di contesa:
di s grand'uom la libert, la vita,
questi a guardar, quegli a rapir invita.

46      Pur vinto avrebbe a lungo andar la prova
il Soldano ostinato a la vendetta,
ch'a la fulminea mazza oppor non giova
o doppio scudo o tempra d'elmo eletta;
ma grande aita a i suoi nemici e nova
di qua di l vede arrivare in fretta,
ch da duo lati opposti in un sol punto
il sopran duce e 'l gran guerriero  giunto.

47      Come pastor, quando fremendo intorno
il vento e i tuoni e balenando i lampi
vede oscurar di mille nubi il giorno,
ritrae le greggie da gli aperti campi,
e sollecito cerca alcun soggiorno
ove l'ira del ciel securo scampi,
ei co 'l grido indrizzando e con la verga
le mandre inanti, a gli ultimi s'atterga;

48      cos il pagan, che gi venir sentia
l'irreparabil turbo e la tempesta
che di fremiti orrendi il ciel feria
d'arme ingombrando e quella parte e questa
le custodite genti inanzi invia
ne la gran torre, ed egli ultimo resta:
ultimo parte, e s cede al periglio
ch'audace appare in provido consiglio.

49      Pur a fatica avien che si ripari
dentro a le porte, e le riserra a pena
che gi, rotte le sbarre, a i limitari
Rinaldo vien, n quivi anco s'affrena.
Desio di superar chi non ha pari
in opra d'arme, e giuramento il mena;
ch non oblia che in voto egli promise
di dar morte a colui che 'l dano uccise.

50      E ben allor allor l'invitta mano
tentato avria l'inespugnabil muro,
n forse col dentro era il Soldano
dal fatal suo nemico assai securo;
ma gi suona a ritratta il capitano,
gi l'orizonte d'ogni intorno  scuro.
Goffredo alloggia ne la terra, e vle
rinovar poi l'assalto al novo sole.

51      Diceva a i suoi lietissimo in sembienza:
"Favorito ha il gran Dio l'armi cristiane:
fatto  il sommo de'fatti, e poco avanza
de l'opra e nulla del timor rimane.
La torre (estrema e misera speranza
degli infedeli) espugnarem dimane.
Piet fra tanto a confortar v'inviti
con sollecito amor gli egri e i feriti.

52      Ite, e curate quei c'han fatto acquisto
di questa patria a noi co 'l sangue loro.
Ci pi conviensi a i cavalier di Cristo,
che desio di vendetta o di tesoro.
Troppo, ahi! troppo di strage oggi s' visto,
troppa in alcuni avidit de l'oro;
rapir pi oltra, e incrudelir i'vieto.
Or divulghin le trombe il mio divieto."

53      Tacque, e poi se n'and l dove il conte
riavuto dal colpo anco ne geme.
N Soliman con meno ardita fronte
a i suoi ragiona, e 'l duol ne l'alma preme:
"Siate, o compagni, di fortuna a l'onte
invitti insin che verde  fior di speme,
ch sotto alta apparenza di fallace
spavento oggi men grave il danno giace.

54      Prese i nemici han sol le mura e i tetti
e 'l vulgo umil, n la cittade han presa,
ch nel capo del re, ne'vostri petti,
ne le man vostre  la citt compresa.
Veggio il re salvo e salvi i suoi pi eletti,
veggio che ne circonda alta difesa.
Vano trofeo d'abbandonata terra
abbiansi i Franchi; alfin perdran la guerra.

55      E certo i'son che perderanla alfine,
ch ne la sorte prospera insolenti
fian vlti a gli omicidi, a le rapine
ed a gli ingiuriosi abbracciamenti;
e saran di leggier tra le ruine,
tra gli stupri e le prede, oppressi e spenti,
se in tanta tracotanza omai sorgiunge
l'oste d'Egitto, e non pote esser lunge.

56      Intanto noi signoreggiar co'sassi
potrem de la citt gli alti edifici,
ed ogni calle onde al Sepolcro vassi
torrn le nostre machine a i nemici.
Cos, vigor porgendo a i cor gi lassi,
la speme rinov ne gli infelici.
Or mentre qui tai cose eran passate,
err Vafrin tra mille schiere armate.

57      A l'essercito avverso eletto in spia,
gi dechinando il sol, part Vafrino;
e corse oscura e solitaria via
notturno e sconosciuto peregrino.
Ascalona pass che non uscia
dal balcon d'oriente anco il mattino;
poi quando  nel meriggio il solar lampo,
a vista fu del poderoso campo.

58      Vide tende infinite e ventillanti
stendardi in cima azzurri e persi e gialli,
e tante ud lingue discordi e tanti
timpani e corni e barbari metalli
e voci di cameli e d'elefanti,
tra 'l nitrir de'magnanimi cavalli,
che fra s disse: "Qui l'Africa tutta
translata viene e qui l'Asia  condutta."

59      Mira egli alquanto pria come sia forte
del campo il sito, e qual vallo il circonde;
poscia non tenta vie furtive e torte,
n dal frequente popolo s'asconde,
ma per dritto sentier tra regie porte
trapassa, ed or dimanda ed or risponde.
A dimande, a risposte astute e pronte
accoppia baldanzosa audace fronte.

60      Di qua di l sollecito s'aggira
per le vie, per le piazze e per le tende.
I guerrier, i destrier, l'arme rimira,
l'arti e gli ordini osserva e i nomi apprende.
N di ci pago, a maggior cose aspira:
spia gli occulti disegni e parte intende.
Tanto s'avolge, e cos destro e piano,
ch'adito s'apre al padiglion soprano.

61      Vede, mirando qui, sdruscita tela,
ond'ha varco la voce, onde si scerne,
che l proprio risponde ove son de la
stanza regal le ritirate interne,
s che i secreti del signor mal cela
ad uom ch'ascolti da le parti esterne.
Vafrin vi guata e par ch'ad altro intenda,
come sia cura sua conciar la tenda.

62      Stavasi il capitan la testa ignudo,
le membra armato e con purpureo ammanto.
Lunge due paggi avean l'elmo e lo scudo:
preme egli un'asta e vi s'appoggia alquanto.
Guardava un uom di torvo aspetto e crudo,
membruto ed alto, il qual gli era da canto.
Vafrino  attento e, di Goffredo a nome
parlar sentendo, alza gli orecchi al nome.

63      Parla il duce a colui: "Dunque securo
sei cos tu di dar morte a Goffredo?"
Risponde quegli: "Io sonne, e 'n corte giuro
non tornar mai se vincitor non riedo.
Preverr ben color che meco furo
al congiurare; e premio altro non chiedo
se non ch'io possa un bel trofeo de l'armi
drizzar nel Cairo, e sottopor tai carmi:

64      `Queste arme in guerra al capitan francese,
distruggitor de l'Asia, Ormondo trasse
quando gli trasse l'alma, e le sospese
perch memoria ad ogni et ne passe.'"
"Non fia" l'altro dicea "che 'l re cortese
l'opera grande inonorata lasse:
ben ei dar ci che per te si chiede,
ma congiunta l'avrai d'alta mercede.

65      Or apparecchia pur l'arme mentite,
ch 'l giorno omai de la battaglia  presso.
"Son" rispose "gi preste." E qui, fornite
queste parole, e 'l duce tacque ed esso.
Rest Vafrino a le gran cose udite
sospeso e dubbio, e rivolgea in se stesso
qual arti di congiura e quali sieno
le mentite arme, e no 'l comprese a pieno.

66      Indi partissi e quella notte intera
desto pass, ch'occhio serrar non volse;
ma quando poi di novo ogni bandiera
a l'aure matutine il campo sciolse,
anch'ei marci con l'altra gente in schiera,
fermossi anch'egli ov'ella albergo tolse,
e pur anco torn di tenda in tenda
per udir cosa onde il ver meglio intenda.

67      Cercando, trova in sede alta e pomposa
fra cavalieri Armida e fra donzelle,
che stassi in s romita e sospirosa:
fra s co'suoi pensier par che favelle.
Su la candida man la guancia posa,
e china a terra l'amorose stelle.
Non sa se pianga o no: ben pu vederle
umidi gli occhi e gravidi di perle.

68      Vedele incontra il fero Adrasto assiso
che par ch'occhio non batta e che non spiri,
tanto da lei pendea, tanto in lei fiso
pasceva i suoi famelici desiri.
Ma Tisaferno, or l'uno or l'altro in viso
guardando, or vien che brami, or che s'adiri;
e segna il nobil volto or di colore
di rabbioso disdegno ed or d'amore.

69      Scorge poscia Altamor, ch'in cerchio accolto
fra le donzelle alquanto era in disparte.
Non lascia il desir vago a freno sciolto,
ma gira gli occhi cupidi con arte:
volge un guardo a la mano, uno al bel volto,
talora insidia pi guardata parte,
e l s'interna ove mal cauto apria
fra due mamme un bel vel secreta via.

70      Alza alfin gli occhi Armida, e pur alquanto
la bella fronte sua torna serena;
e repente fra i nuvoli del pianto
un soave sorriso apre e balena.
"Signor," dicea "membrando il vostro vanto
l'anima mia pote scemar la pena,
ch d'esser vendicata in breve aspetta,
e dolce  l'ira in aspettar vendetta."

71      Risponde l'indian: "La fronte mesta
deh, per Dio! rasserena, e 'l duolo alleggia,
ch'assai tosto averr che l'empia testa
di quel Rinaldo a pi tronca ti veggia,
o menarolti prigionier con questa
ultrice mano, ove prigion tu 'l chieggia.
Cos promisi in vto." Or l'altro ch'ode,
moto non fa, ma tra suo cor si rode.

72      Volgendo in Tisaferno il dolce sguardo:
"Tu, che dici, signor?" colei soggiunge.
Risponde egli infingendo: "Io che son tardo
seguiter il valor cos da lunge
di questo tuo terribile e gagliardo."
E con tai detti amaramente il punge.
Ripiglia l'indo allor: "Ben  ragione
che lunge segua e tema il paragone."

73      Crollando Tisaferno il capo altero,
disse: "Oh foss'io signor del mio talento!
libero avessi in questa spada impero!
ch tosto ei si parria chi sia pi lento.
Non temo io te n tuoi gran vanti, o fero;
ma il Cielo e l'inimico Amor pavento."
Tacque; e sorgeva Adrasto a far disfida,
ma la prevenne e s'interpose Armida.

74      Diss'ella: "O cavalier, perch quel dono,
donatomi pi volte, anco togliete?
Miei campion ste voi, pur esser buono
dovria tal nome a por tra voi quiete.
Meco s'adira chi s'adira: io sono
ne l'offese l'offesa, e voi 'l sapete."
Cos lor parla, e cos avien che accordi
sotto giogo di ferro alme discordi.

75       presente Vafrino e 'l tutto ascolta,
e sottrattone il vero indi si toglie.
Spia de l'alta congiura, e lei ravvolta
trova in silenzio e nulla ne raccoglie.
Chiedene improntamente anco tal volta,
e la difficolt cresce le voglie.
O qui lasciar la vita egli  disposto,
o riportarne il gran secreto ascosto.

76      Mille e pi vie d'accorgimento ignote,
mille ripensa inusitate frodi,
e pur con tutto ci non gli son note
de l'occulta congiura e l'arme e i modi.
Fortuna alfin (quel che per s non pote)
isvilupp d'ogni suo dubbio i nodi,
si ch'ei distinto e manifesto intese
come l'insidie al pio Buglion sian tese.

77      Era tornato ov' pur anco assisa
fra'suoi campioni la nemica amante,
ch'ivi opportun l'investigarne avisa
ove traean genti s varie e tante.
Or qui s'accosta a una donzella, in guisa
che par che v'abbia conoscenza inante;
par v'abbia d'amistade antica usanza,
e ragiona in affabile sembianza.

78      Egli dicea, quasi per gioco: " Anch'io
vorrei d'alcuna bella esser campione,
e troncar pensarei co 'l ferro mio
il capo o di Rinaldo o del Buglione.
Chiedila pure a me, se n'hai desio,
la testa d'alcun barbaro barone."
Cos comincia, e pensa a poco a poco
a pi grave parlar ridur il gioco.

79      Ma in questo dir sorrise, e fe'ridendo
un cotal atto suo nativo usato.
Una de l'altre allor qui sorgiungendo
l'ud, guardollo, e poi gli venne a lato;
disse: "Involarti a ciascun'altra intendo,
n ti dorrai d'amor male impiegato.
In mio campion t'eleggo; ed in disparte,
come a mio cavalier, vuo'ragionarte."

80      Ritirollo, e parl: "Riconosciuto
ho te, Vafrin; tu me conoscer di."
Nel cor turbossi lo scudiero astuto,
pur si rivolse sorridendo a lei:
"Non t'ho (che mi sovenga) unqua veduto,
e degna pur d'esser mirata sei.
Questo so ben, ch'assai vario da quello
che tu dicesti  il nome ond'io m'appello.

81      Me su la piaggia di Biserta aprica
Lesbin produsse, e mi nom Almanzorre."
Tosto disse ella: "Ho conoscenza antica
d'ogn'esser tuo, n gi mi voglio apporre.
Non ti celar da me, ch'io sono amica,
ed in tuo pro vorrei la vita esporre.
Erminia son, gi di re figlia, e serva
poi di Tancredi un tempo, e tua conserva.

82      Ne la dolce prigion due lieti mesi
pietoso prigionier m'avesti in guarda,
e mi servisti in bei modi cortesi.
Ben dessa i'son, ben dessa i'son; riguarda."
Lo scudier, come pria v'ha gli occhi intesi,
la bella faccia a ravvisar non tarda.
"Vivi" ella soggiungea "da me securo:
per questo ciel, per questo sol te 'l giuro.

83      Anzi pregar ti vo'che, quando torni,
mi riconduca a la prigion mia cara.
Torbide notti e tenebrosi giorni,
misera, vivo in libertate amara.
E se qui per ispia forse soggiorni,
ti si fa incontro alta fortuna e rara:
saprai da me congiure, e ci ch'altrove
malagevol sar che tu ritrove."

84      Cos gli parla, e intanto ei mira e tace;
pensa a l'essempio de la falsa Armida.
"Femina  cosa garrula e fallace:
vle e disvle;  folle uom che se 'n fida."
S tra s volge. "Or, se venir ti piace,"
alfin le disse "io ne sar tua guida.
Sia fermato tra noi questo e conchiuso,
serbisi il parlar d'altro a miglior uso."

85      Gli ordini danno di salire in sella
anzi il mover del campo allora allora.
Parte Vafrin dal padiglione, ed ella
si torna a l'altre e alquanto ivi dimora.
Di scherzar fa sembianza e pur favella
del campion novo, e se ne vien poi fora;
viene al loco prescritto e s'accompagna,
ed escon poi del campo a la campagna.

86      Gi eran giunti in parte assai romita
e gi sparian le saracine tende,
quando ei le disse: "Or di'come a la vita
del pio Goffredo altri l'insidie tende."
Allor colei de la congiura ordita
l'iniqua tela a lui dispiega e stende.
"Son" gli divisa "otto guerrier di corte,
tra'quali il pi famoso  Ormondo il forte.

87      Questi (che che lor mova, odio o disegno)
han conspirato, e l'arte lor fia tale:
quel d ch'in lite verr d'Asia il regno
tra'due gran campi in gran pugna campale,
avran su l'arme de la Croce il segno,
e l'arme avranno a la francesca; e quale
la guardia di Goffredo ha bianco e d'oro
il suo vestir, sar l'abito loro.

88      Ma ciascun terr cosa in su l'elmetto
che noto a i suoi per uom pagano il faccia.
Quando fia poi rimescolato e stretto
l'un campo e l'altro, elli porransi in traccia,
e insidieranno al valoroso petto
mostrando di custodi amica faccia;
e 'l ferro armato di veneno avranno,
perch mortal sia d'ogni piaga il danno.

89      E perch fra'pagani anco risassi
ch'io so vostr'usi ed arme e sopraveste,
fr che le false insegne io divisassi;
e fui costretta ad opere moleste.
Queste son le cagion che 'l campo io lassi:
fuggo l'imperiose altrui richieste;
schivo ed aborro in qual si voglia modo
contaminarmi in atto alcun di frodo.

90      Queste son le cagion, ma non gi sole."
E qui si tacque, e di rossor si tinse
e chin gli occhi, e l'ultime parole
ritener volle e non ben le distinse.
Lo scudier, che da lei ritrar pur vle
ci ch'ella vergognando in s ristrinse,
"Di poca fede," disse "or perch cele
le pi vere cagioni al tuo fedele?"

91      Ella dal petto un gran sospiro apriva,
e parlava con suon tremante e roco:
"Mal guardata vergogna intempestiva,
vattene omai, non hai tu qui pi loco;
a che pur tenti, o in van ritrosa, o schiva,
celar co 'l fuoco tuo d'amor il foco?
Debiti fur questi rispetti inante,
non or che fatta son donzella errante."

92      Soggiunse poi: "La notte a me fatale
ed a la patria mia che giacque oppressa,
perdei pi che non parve; e 'l mio gran male
non ebbi in lei, ma deriv da essa.
Leve perdita  il regno, io co 'l regale
mio alto stato anco perdei me stessa:
per mai non ricovrarla, allor perdei
la mente, folle, e 'l core e i sensi miei.

93      Vafrin, tu sai che timidetta accorsi,
tanta strage vedendo e tante prede,
al tuo signor e mio, che prima i'scorsi
armato por ne la mia reggia il piede;
e chinandomi a lui tai voci porsi:
`Invitto vincitor, piet, mercede!
non prego io te per la mia vita: il fiore
salvami sol del verginale onore.'

94      Egli, la sua porgendo a la mia mano,
non aspett che 'l mio pregar fornisse:
`Vergine bella, non ricorri in vano,
io ne sar tuo difensor'mi disse.
Allor un non so che soave e piano
sentii ch'al cor mi scese e vi s'affisse,
che serpendomi poi per l'alma vaga,
non so come, divenne incendio e piaga.

95      Visitommi poi spesso e 'n dolce suono
consolando il mio duol, meco si dolse.
Dicea: `L'intera libert ti dono'
e de le spoglie mie spoglia non volse.
Oim! che fu rapina e parve dono,
ch rendendomi a me da me mi tolse.
Quel mi rend ch' via men caro e degno,
ma s'usurp del core a forza il regno.

96      Mal amor si nasconde. A te sovente
desiosa chiedea del mio signore.
Veggendo i segni tu d'inferma mente:
`Erminia,'mi dicesti `ardi d'amore.'
Io te 'l negai, ma un mio sospiro ardente
fu pi verace testimon del core;
e 'n vece forse della lingua, il guardo
manifestava il foco onde tutt'ardo.

97      Sfortunato silenzio! avessi almeno
chiesta allor medicina al gran martire,
s'esser poscia dovea lentato il freno,
quando non giovarebbe, ai mio desire.
Partimmi in somma, e le mie piaghe in seno
portai celate e ne credei morire.
Al fin cercando al viver mio soccorso,
mi sciolse amor d'ogni rispetto il morso;

98      s ch'a trovarne il mio signor io mossi
ch'egra mi fece e mi potea far sana.
Ma tra via fero intoppo attraversossi
di gente inclementissima e villana.
Poco manc che preda lor non fossi,
pur in parte fuggimmi erma e lontana;
e col vissi in solitaria cella,
cittadina de'boschi e pastorella.

99      Ma poi che quel desio che fu ripresso
molti d per la tema anco risorse,
tornarmi ritentando al loco stesso,
la medesma sciagura anco m'occorse.
Fuggir non potei gi, ch'era omai presso
predatrice masnada e troppo corse.
Cos fui presa, e quei che mi rapiro
Egizi fur ch'a Gaza indi se 'n giro,

100     e 'n don menrmi al capitano, a cui
diedi di me contezza, e 'l persuasi
s ch'onorata e inviolata fui
quei d che con Armida ivi rimasi.
Cos venni pi volte in forza altrui,
e me 'n sottrassi. Ecco i miei duri casi.
Pur le prime catene anco riserva
la tante volte liberata e serva.

101     Oh, pur colui che circondolle intorno
a l'alma, s che non fia chi le scioglia,
non dica: `Errante ancella, altro soggiorno
crcati pure,'e me seco non voglia;
ma pietoso gradisca il mio ritorno
e ne l'antica mia prigion m'accoglia!"
Cos diceagli Erminia, e insieme andaro
la notte e 'l giorno ragionando a paro.

102     Il pi usato sentier lasci Vafrino,
calle cercando o pi securo o corto.
Giunsero in loco a la citt vicino
quando  il sol ne l'occaso e imbruna l'orto,
e trovaron di sangue atro il camino;
e poi vider nel sangue un guerrier morto
che le vie tutte ingombra, e la gran faccia
tien volta ai cielo e morto anco minaccia.

103     L'uso de l'arme e 'l portamento estrano
pagn mostrrlo, e lo scudier trascorse;
un altro alquanto ne giacea lontano
che tosto a gli occhi di Vafrino occorse.
Egli disse fra s: "Questi  cristiano."
Pi il mise poscia il vestir bruno in forse.
Salta di sella e gli discopre il viso,
ed: "Oim," grida " qui Tancredi ucciso."

104     A riguardar sovra il guerrier feroce
la male aventurosa era fermata,
quando dal suon de la dolente voce
per lo mezzo del cor fu saettata.
Al nome di Tancredi ella veloce
accorse in guisa d'ebra e forsennata.
Vista la faccia scolorita e bella,
non scese no, precipit di sella;

105     e in lui vers d'inessicabil vena
lacrime e voce di sospiri mista:
"In che misero punto or qui mi mena
fortuna? a che veduta amara e trista?
Dopo gran tempo i'ti ritrovo a pena,
Tancredi, e ti riveggio e non son vista:
vista non son da te bench presente,
e trovando ti perdo eternamente.

106     Misera! non credea ch'a gli occhi miei
potessi in alcun tempo esser noioso.
Or cieca farmi volentier torrei
per non vederti, e riguardar non oso.
Oim, de'lumi gi s dolci e rei
ov' la fiamma? ov' il bel raggio ascoso?
de le fiorite guancie il bel vermiglio
ov' fuggito? ov' il seren del ciglio?

107     Ma che? squallido e scuro anco mi piaci.
Anima bella, se quinci entro gire,
s'odi il mio pianto, a le mie voglie audaci
perdona il furto e 'l temerario ardire:
da le pallide labra i freddi baci,
che pi caldi sperai, vuo'pur rapire;
parte torr di sue ragioni a morte,
baciando queste labra essangui e smorte.

108     Pietosa bocca che solevi in vita
consolar il mio duol di tue parole,
lecito sia ch'anzi la mia partita
d'alcun tuo caro bacio io mi console;
e forse allor, s'era a cercarlo ardita,
quel davi tu ch'ora conven ch'invole.
Lecito sia ch'ora ti stringa e poi
versi lo spirto mio fra i labri tuoi.

109     Raccogli tu l'anima mia seguace,
drizzala tu dove la tua se 'n gio."
Cos parla gemendo, e si disface
quasi per gli occhi, e par conversa in rio.
Rivenne quegli a quell'umor vivace
e le languide labra alquanto aprio:
apr le labra e con le luci chiuse
un suo sospir con que'di lei confuse.

110     Sente la donna il cavalier che geme,
e forza  pur che si conforti alquanto:
"Apri gli occhi, Tancredi, a queste estreme
essequie" grida "ch'io ti fo co 'l pianto;
riguarda me che vuo'venirne insieme
la lunga strada e vuo'morirti a canto.
Riguarda me, non te 'n fuggir s presto:
l'ultimo don ch'io ti dimando  questo."

111     Apre Tancredi gli occhi e poi gli abbassa
torbidi e gravi, ed ella pur si lagna.
Dice Vafrino a lei: "Questi non passa:
curisi adunque prima, e poi si piagna."
Egli il disarma, ella tremante e lassa
porge la mano a l'opere compagna,
mira e tratta le piaghe e, di ferute
giudice esperta, spera indi salute.

112     Vede che 'l mal da la stanchezza nasce
e da gli umori in troppa copia sparti.
Ma non ha fuor ch'un velo onde gli fasce
le sue ferite, in s solinghe parti.
Amor le trova inusitate fasce,
e di piet le insegna insolite arti:
l'asciug con le chiome e rilegolle
pur con le chiome che troncar si volle,

113     per che 'l velo suo bastar non pote
breve e sottile a le s spesse piaghe.
Dittamo e croco non avea, ma note
per uso tal sapea potenti e maghe.
Gi il mortifero sonno ei da s scote,
gi pu le luci alzar mobili e vaghe.
Vede il suo servo, e la pietosa donna
sopra si mira in peregrina gonna.

114     Chiede: "O Vafrin, qui come giungi e quando?
E tu chi sei, medica mia pietosa?"
Ella, fra lieta e dubbia sospirando,
tinse il bel volto di color di rosa:
"Saprai" rispose "il tutto, or (te 'l comando
come medica tua) taci e riposa.
Salute avrai, prepara il guiderdone."
Ed al suo capo il grembo indi suppone.

115     Pensa intanto Vafrin come a l'ostello
agiato il porti anzi pi fosca sera,
ed ecco di guerrier giunge un drapello:
conosce ei ben che di Tancredi  schiera.
Quando affront il circasso e per appello
di battaglia chiamollo, insieme egli era;
non segu lui perch non volse allora,
poi dubbioso il cerc de la dimora.

116     Seguian molti altri la medesma inchiesta,
ma ritrovarlo avien che lor succeda.
De le stesse lor braccia essi han contesta
quasi una sede ov'ei s'appoggi e sieda.
Disse Tancredi allora: "Adunque resta
il valoroso Argante a i corvi in preda?
Ah per Dio non si lasci, e non si frodi
o de la sepoltura o de le lodi.

117     Nessuna a me co 'l busto essangue e muto
riman pi guerra; egli mor qual forte,
onde a ragion gli  quell'onor devuto
che solo in terra avanzo  de la morte."
Cos da molti ricevendo aiuto
fa che 'l nemico suo dietro si porte.
Vafrino al fianco di colei si pose,
s come uom sle a le guardate cose.

118     Soggiunse il prence: "A la citt regale,
non a le tende mie, vuo'che si vada,
ch s'umano accidente a questa frale
vita sovrasta,  ben ch'ivi m'accada;
ch 'l loco ove mor l'Uomo immortale
pu forse al Cielo agevolar la strada,
e sar pago un mio pensier devoto
d'aver peregrinato al fin del voto."

119     Disse, e col portato egli fu posto
sovra le piume, e 'l prese un sonno cheto.
Vafrino a la donzella, e non discosto,
ritrova albergo assai chiuso e secreto.
Quinci s'invia dov' Goffredo, e tosto
entra, ch non gli  fatto alcun divieto,
se ben allor de la futura impresa
in bilance i consigli appende e pesa.

120     Del letto, ove la stanca egra persona
posa Raimondo, il duce  su la sponda,
e d'ogn'intorno nobile corona
de'pi potenti e pi saggi il circonda.
Or, mentre lo scudiero a lui ragiona,
non v' chi d'altro chieda o chi risponda.
"Signor," dicea "come imponesti, andai
tra gli infedeli e 'l campo lor cercai.

121     Ma non aspettar gi che di quell'oste
l'innumerabil numero ti conti.
I'vidi ch'al passar le valli ascoste
sotto e'teneva e i piani tutti e i monti;
vidi che dove giunga, ove s'accoste,
spoglia la terra e secca i fiumi e i fonti,
perch non bastan l'acque a la lor sete,
e poco  lor ci che la Siria miete.

122     Ma s de'cavalier, s de'pedoni
sono in gran parte inutili le schiere:
gente che non intende ordini o suoni,
n stringe ferro e di lontan sol fre.
Ben ve ne sono alquanti eletti e buoni
che seguite di Persia han le bandiere,
e forse squadra anco migliore  quella
che la squadra immortal del re s'appella.

123     Ella  detta immortal perch difetto
in quel numero mai non fu pur d'uno,
ma empie il loco vto e sempre eletto
sottentra uom novo ove ne manchi alcuno.
Il capitan del campo, Emiren detto,
pari ha in senno e valor pochi o nessuno,
e gli commanda il re che provocarti
debba a pugna campal con tutte l'arti.

124     N credo gi ch'al d secondo tardi
l'essercito nemico a comparire.
Ma tu, Rinaldo, assai conven che guardi
il capo, ond' fra lor tanto desire,
ch i pi famosi in arme e i pi gagliardi
gli hanno incontra arrotato il ferro e l'ire;
perch Armida se stessa in guiderdone
a qual di loro il troncher propone.

125     Fra questi  il valoroso e nobil perso:
dico Altamoro, il re di Sarmacante,
Adrasto v', c'ha il regno suo l verso
i confin de l'aurora ed  gigante,
uom d'ogni umanit cos diverso
che frena per cavallo un elefante.
V' Tisaferno, a cui ne l'esser prode
concorde fama d sovrana lode."

126     Cos dice egli, e 'l giovenetto in volto
tutto scintilla ed ha negli occhi il foco.
Vorria gi tra'nemici essere avolto,
n cape in s, n ritrovar pu loco.
Quinci Vafrino al capitan rivolto:
"Signor," soggiunse "il sin qui detto  poco;
la somma de le cose or qui si chiuda:
impugneransi in te l'arme di Giuda."

127     Di parte in parte poi tutto gli espose
ci che di fraudolente in lui si tesse:
l'arme e 'l venen, l'insegne insidiose,
il vanto udito, i premi e le promesse.
Molto chiesto gli fu, molto rispose;
breve tra lor silenzio indi successe,
poscia inalzando il capitano il ciglio
chiede a Raimondo: "Or qual  il tuo consiglio?"

128     Ed egli: " mio parer ch'a i novi albori,
come concluso fu, pi non s'assaglia,
ma si stringa la torre, onde uscir fuori
quel ch' l dentro a suo piacer non vaglia,
e posi il nostro campo e si ristori
fra tanto ad uopo di maggior battaglia.
Pensa poi tu s' meglio usar la spada
con forza aperta o 'l gir tenendo a bada.

129     Mio giudizio  per che a te convegna
di te stesso curar sovra ogni cura,
ch per te vince l'oste e per te regna.
Chi senza te l'indrizza e l'assecura?
E perch i traditor non celi insegna,
mutar l'insegne a'tuoi guerrier procura.
Cos la fraude a te palese fatta
sar da quel medesmo in chi s'appiatta."

130     Risponde il capitan: "Come hai per uso,
mostri amico voler e saggia mente;
ma quel che dubbio lasci, or fia conchiuso.
Uscirem contra a la nemica gente,
n gi star deve in muro o 'n vallo chiuso
il campo domator de l'Oriente.
Sia da quegli empi il valor nostro esperto
ne la pi aperta luce, in loco aperto.

131     Non sosterran de le vittorie il nome,
non che de'vincitor l'aspetto altero,
non che l'arme; e lor forze saran dome,
fermo stabilimento al nostro impero.
La torre o tosto renderassi o, come
altri no 'l vieti, il prenderla  leggiero."
Qui il magnanimo tace e fa partita,
ch 'l cader de le stelle al sonno invita.



. CANTO VENTESIMO.

1       Gi il sole avea desti i mortali a l'opre,
gi diece ore del giorno eran trascorse,
quando lo stuol ch'a la gran torre  sopre
un non so che da lunge ombroso scorse,
quasi nebbia ch'a sera il mondo copre,
e ch'era il campo amico al fin s'accorse,
che tutto intorno il ciel di polve adombra
e i colli sotto e le campagne ingombra.

2       Alzano allor da l'alta cima i gridi
insino al ciel l'assediate genti,
con quel romor con che da i traci nidi
vanno a stormi le gru ne'giorni algenti
e tra le nubi a pi tepidi lidi
fuggon stridendo inanzi a i freddi venti,
ch'or la giunta speranza in lor fa pronte
la mano al saettar, la lingua a l'onte.

3       Ben s'avisaro i Franchi onde de l'ire
l'impeto novo e 'l minacciar procede,
e miran d'alta parte; ed apparire
il poderoso campo indi si vede.
Sbito avampa il generoso ardire
in que'petti feroci e pugna chiede.
La gioventute altera accolta insieme:
"D" grida "il segno, invitto duce," e freme.

4       Ma nega il saggio offrir battaglia inante
a i novi albori e tien gli audaci a freno,
n pur con pugna instabile e vagante
vuol che si tentin gl'inimici almeno.
"Ben  ragion" dicea "che dopo tante
fatiche un giorno io vi ristori a pieno."
Forse ne'suoi nemici anco la folle
credenza di se stessi ei nudrir volle.

5       Si prepara ciascun, de la novella
luce aspettando cupido il ritorno.
Non fu mai l'aria s serena e bella
come a l'uscir del memorabil giorno:
l'alba lieta rideva, e parea ch'ella
tutti i raggi del sole avesse intorno;
e 'l lume usato accrebbe, e senza velo
volse mirar l'opere grandi il cielo.

6       Come vide spuntar l'aureo mattino,
mena fuori Goffredo il campo instrutto.
Ma pon Raimondo intorno al palestino
tiranno e de'fedeli il popol tutto
che dal paese di Soria vicino
a'suoi liberator s'era condutto:
numero grande; e pur non questo solo,
ma di Guasconi ancor lascia uno stuolo.

7       Vassene, e tal  in vista il sommo duce
ch'altri certa vittoria indi presume.
Novo favor del Cielo in lui riluce
e 'l fa grande ed augusto oltra il costume:
gli empie d'onor la faccia e vi riduce
di giovenezza il bel purpureo lume,
e ne l'atto de gli occhi e de le membra
altro che mortal cosa egli rassembra.

8       Ma non lunge se 'n va che giunge a fronte
de l'attendato essercito pagano,
e prender fa, ne l'arrivar, un monte
ch'egli ha da tergo e da sinistra mano;
e l'ordinanza poi, larga di fronte,
di fianchi angusta, spiega inverso il piano,
stringe in mezzo i pedoni e rende alati
con l'ale de'cavalli entrambi i lati.

9       Nel corno manco, il qual s'appressa a l'erto
de l'occupato colle e s'assecura,
pon l'un e l'altro prencipe Roberto,
d le parti di mezzo al frate in cura.
Egli a destra s'alluoga, ove  l'aperto
e 'l periglioso pi de la pianura,
ove il nemico, che di gente avanza,
di circondarlo aver potea speranza.

10      E qui i suoi Loteringhi e qui dispone
le meglio armate genti e le pi elette,
qui tra cavalli arcieri alcun pedone
uso a pugnar tra'cavalier framette.
Poscia d'aventurier forma un squadrone
e d'altri altronde scelti, e presso il mette;
mette loro in disparte al lato destro.
e Rinaldo ne fa duce e maestro.

11      Ed a lui dice: "In te, signor, riposta
la vittoria e la somma  de le cose.
Tieni tu la tua schiera alquanto ascosta
dietro a queste ali grandi e spaziose.
Quando appressa il nemico, e tu di costa
l'assali e rendi van quanto e'propose.
Proposto avr, se 'l mio pensier non falle,
girando a i fianchi urtarci ed a le spalle."

12      Quindi sovra un corsier di schiera in schiera
parea volar tra'cavalier, tra'fanti.
Tutto il volto scopria per la visiera:
fulminava ne gli occhi e ne'sembianti.
Confort il dubbio e conferm chi spera
ed a l'audace ramment i suoi vanti
e le sue prove al forte: a chi maggiori
gli stipendi promise, a chi gli onori.

13      Al fin col fermossi ove le prime
e pi nobili squadre erano accolte,
e cominci da loco assai sublime
parlare, ond' rapito ogn'uom ch'ascolte.
Come in torrenti da l'alpestri cime
soglion gi derivar le nevi sciolte,
cos correan volubili e veloci
da la sua bocca le canore voci.

14      "O de'nemici di Gies flagello,
campo mio, domator de l'Oriente,
ecco l'ultimo giorno, ecco pur quello
che gi tanto bramaste omai presente.
N senza alta cagion ch'il suo rubello
popolo or si raccolga il Ciel consente:
ogni vostro nimico ha qui congiunto
per fornir molte guerre in un sol punto.

15      Noi raccorrem molte vittorie in una,
n fia maggiore il rischio o la fatica.
Non sia, non sia tra voi temenza alcuna
in veder cos grande oste nimica,
ch discorde fra s mai si raguna
e ne gli ordini suoi se stessa intrica,
e di chi pugni il numero fia poco:
mancher il core a molti, a molti il loco.

16      Quei che incontra verranci, uomini ignudi
fian per lo pi senza vigor, senz'arte,
che dal lor ozio o da i servili studi
sol violenza or allontana e parte.
Le spade omai tremar, tremar gli scudi,
tremar veggio l'insegne in quella parte,
conosco i suoni incerti e i dubbi moti:
veggio la morte loro a i segni noti.

17      Quel capitan che cinto d'ostro e d'oro
dispon le squadre, e par s fero in vista,
vinse forse talor l'Arabo o 'l Moro,
ma il suo valor non fia ch'a noi resista.
Che far, bench saggio, in tanta loro
confusione e s torbida e mista?
Mai noto , credo, e mai conosce i sui,
ed a pochi pu dir: `Tu fosti, io fui.'

18      Ma capitano i'son di gente eletta:
pugnammo un tempo e trionfammo insieme,
e poscia un tempo a mio voler l'ho retta.
Di chi di voi non so la patria o 'l seme?
quale spada m' ignota? o qual saetta,
bench per l'aria ancor sospesa treme,
non saprei dir se franca o se d'Irlanda,
e quale a punto il braccio  che la manda?

19      Chiedo solite cose: ognun qui sembri
quel medesmo ch'altrove i'l'ho gi visto;
e l'usato suo zelo abbia, e rimembri
l'onor suo, l'onor mio, l'onor di Cristo.
Ite, abbattete gli empi; e i tronchi membri
calcate, e stabilite il santo acquisto.
Ch pi vi tengo a bada? assai distinto
ne gli occhi vostri il veggio: avete vinto."

20      Parve che nel fornir di tai parole
scendesse un lampo lucido e sereno,
come tal volta estiva notte sle
scoter dal manto suo stella o baleno.
Ma questo creder si potea che 'l sole
giuso il mandasse dal pi interno seno;
e parve al capo irgli girando, e segno
alcun pensollo di futuro regno.

21      Forse (se deve infra celesti arcani
prosuntuosa entrar lingua mortale)
agnol custode fu che da i soprani
cori discese, e 'l circond con l'ale.
Mentre ordin Goffredo i suoi cristiani
e parl fra le schiere in guisa tale,
l'egizio capitan lento non fue
ad ordinare, a confortar le sue.

22      Trasse le squadre fuor, come veduto
fu da lunge venirne il popol franco,
e fece anch'ei l'essercito cornuto,
co'fanti in mezzo e i cavalieri al fianco.
E per s il corno destro ha ritenuto,
e prepose Altamoro al lato manco;
Muleasse fra loro i fanti guida,
e in mezzo  poi de la battaglia Armida.

23      Co 'l duce a destra  il re de gli Indiani
e Tisaferno e tutto il regio stuolo.
Ma dove stender pu ne'larghi piani
l'ala sinistra pi spedito il volo,
Altamoro ha i re persi e i re africani
e i duo che manda il pi fervente suolo.
Quinci le frombe e le balestre e gli archi
esser tutti dovean rotati e scarchi.

24      Cos Emiren gli schiera, e corre anch'esso
per le parti di mezzo e per gli estremi:
per interpreti or parla, or per se stesso,
mesce lodi e rampogne e pene e premi.
Talor dice ad alcun: "Perch dimesso
mostri, soldato, il volto? e di che temi?
che pote un contra cento? io mi confido
sol con l'ombra fugarli e sol co 'l grido."

25      Ad altri: "O valoroso, or via con questa
faccia a ritr la preda a noi rapita."
L'imagine ad alcuno in mente desta,
glie la figura quasi e glie l'addita,
de la pregante patria e de la mesta
supplice famigliuola sbigottita.
"Credi" dicea "che la tua patria spieghi
per la mia lingua in tai parole i preghi:

26      `Guarda tu le mie leggi e i sacri tmpi
fa'ch'io del sangue mio non bagni e lavi;
assecura le vergini da gli empi,
e i sepolcri e le ceneri de gli avi.'
A te, piangendo i lor passati tempi,
mostran la bianca chioma i vecchi gravi,
a te la moglie le mammelle e 'l petto,
le cune e i figli e 'l marital suo letto."

27      A molti poi dicea: "L'Asia campioni
vi fa de l'onor suo; da voi s'aspetta
contra que'pochi barbari ladroni
acerba, ma giustissima vendetta.
Cos con arti varie, in vari suoni
le varie genti a la battaglia alletta.
Ma gi tacciono i duci, e le vicine
schiere non parte omai largo confine.

28      Grande e mirabil cosa era il vedere
quando quel campo e questo a fronte venne
come, spiegate in ordine le schiere,
di mover gi, gi d'assalire accenne;
sparse al vento ondeggiando ir le bandiere
e ventolar su i gran cimier le penne:
abiti e fregi, imprese, arme e colori,
d'oro e di ferro al sol lampi e fulgori.

29      Sembra d'alberi densi alta foresta
l'un campo e l'altro, di tant'aste abbonda.
Son tesi gli archi e son le lancie in resta,
vibransi i dardi e rotasi ogni fionda;
ogni cavallo in guerra anco s'appresta;
gli odii e 'l furor del suo signor seconda,
raspa, batte, nitrisce e si raggira,
gonfia le nari e fumo e foco spira.

30      Bello in s bella vista anco  l'orrore,
e di mezzo la tema esce il diletto.
N men le trombe orribili e canore
sono a gli orecchi lieto e fero oggetto.
Pur il campo fedel, bench minore,
par di suon pi mirabile e d'aspetto,
e canta in pi guerriero e chiaro carme
ogni sua tromba, e maggior luce han l'arme.

31      Fr le trombe cristiane il primo invito,
risposer l'altre ed accettr la guerra.
S'inginocchiaro i Franchi e riverito
da lor fu il Cielo, indi bacir la terra.
Decresce in mezzo il campo; ecco  sparito:
l'un con l'altro nemico omai si serra.
Gi fera zuffa  ne le corna, e inanti
spingonsi gi con lor battaglia i fanti.

32      Or chi fu il primo feritor cristiano
che facesse d'onor lodati acquisti?
Fosti, Gildippe, tu che 'l grande ircano,
che regnava in Orms, prima feristi
(tanto di gloria a la feminea mano
concesse il Cielo) e 'l petto a lui partisti.
Cade il trafitto, e nel cadere egli ode
dar gridando i nemici al colpo lode.

33      Con la destra viril la donna stringe,
poi c'ha rotto il troncon, la buona spada,
e contra i Persi il corridor sospinge
e 'l folto de le schiere apre e dirada.
Coglie Zopiro l dove uom si cinge
e fa che quasi bipartito ei cada,
poi fr la gola e tronca al crudo Alarco
de la voce e del cibo il doppio varco.

34      D'un mandritto Artaserse, Argeo di punta,
l'uno atterra stordito e l'altro uccide.
Poscia i pieghevol nodi, ond' congiunta
la manca al braccio, ad Ismael recide.
Lascia, cadendo, il fren la man disgiunta,
su gli orecchi al destriero il colpo stride;
ei, che si sente in suo poter la briglia,
fugge a traverso e gli ordini scompiglia.

35      Questi e molti altri, ch'in silenzio preme
l'et vetusta, ella di vita toglie.
Stringonsi i Persi e vanle adosso insieme,
vaghi d'aver le gloriose spoglie.
Ma lo sposo fedel, che di lei teme,
corre in soccorso a la diletta moglie.
Cos congiunta, la concorde coppia
ne la fida union le forze addoppia.

36      Arte di schermo nova e non pi udita
a i magnanimi amanti usar vedresti:
oblia di s la guardia, e l'altrui vita
difende intentamente a quella e questi.
Ribatte i colpi la guerriera ardita
che vengono al suo caro aspri e molesti;
egli a l'arme a lei dritte oppon lo scudo,
v'opporria, s'uopo fosse, il capo ignudo.

37      Propria l'altrui difesa, e propria face
l'uno e l'altro di lor l'altrui vendetta.
Egli d morte ad Artabano audace,
per cui di Boecn l'isola  retta,
e per l'istessa mano Alvante giace,
ch'os pur di colpir la sua diletta.
Ella fra ciglio e ciglio ad Arimonte,
che 'l suo fedel battea, part la fronte.

38      Tal fean de'Persi strage, e via maggiore
la fea de'Franchi il re di Sarmacante,
ch'ove il ferro volgeva o 'l corridore,
uccideva, abbattea cavallo o fante.
Felice  qui colui che prima more,
n geme poi sotto il destrier pesante,
perch il destrier, se da la spada resta
alcun mal vivo avanzo, il morde e pesta.

39      Riman da i colpi d'Altamoro ucciso
Brunellone il membruto, Ardonio il grande.
L'elmetto a l'uno e 'l capo  s diviso
ch'ei ne pende su gli omeri a due bande.
Trafitto  l'altro insin l dove il riso
ha suo principio, e 'l cor dilata e spande,
talch (strano spettacolo ed orrendo!)
ridea sforzato e si moria ridendo.

40      N solamente discacci costoro
la spada micidial dal dolce mondo,
ma spinti insieme a crudel morte foro
Gentonio, Guasco, Guido e 'l buon Rosmondo.
Or chi narrar potria quanti Altamoro
n'abbatte, e frange il suo destrier co 'l pondo?
chi dire i nomi de le genti uccise?
chi del ferir, chi del morir le guise?

41      Non  chi con quel fero omai s'affronte,
n chi pur lunge d'assalirlo accenne.
Sol rivolse Gildippe in lui la fronte,
n da quel dubbio paragon s'astenne.
Nulla Amazone mai su 'l Termodonte
imbracci scudo o maneggi bipenne
audace s, com'ella audace inverso
al furor va del formidabil perso.

42      Ferillo ove splendea d'oro e di smalto
barbarico diadema in su l'elmetto,
e 'l ruppe e sparse, onde il superbo ed alto
suo capo a forza egli  chinar constretto.
Ben di robusta man parve l'assalto
al re pagano, e n'ebbe onta e dispetto,
n tard in vendicar l'ingiurie sue,
ch l'onta e la vendetta a un tempo fue.

43      Quasi in quel punto in fronte egli percosse
la donna di percossa in modo fella
che d'ogni senso e di vigor la scosse:
cadea, ma 'l suo fedel la tenne in sella.
Fortuna loro o sua virt pur fosse,
tanto bastogli e non fer pi in ella,
quasi leon magnanimo che lassi,
sdegnando, uom che si giaccia, e guardi e passi.

44      Ormondo intanto, a le cui fere mani
era commessa la spietata cura,
misto con false insegne  fra'cristiani,
e i compagni con lui di sua congiura;
cos lupi notturni, i quai di cani
mostrin sembianza, per la nebbia oscura
vanno a le mandre e spian come in lor s'entre,
la dubbia coda ristringendo al ventre.

45      Giansi appressando, e non lontano al fianco
del pio Goffredo il fer pagan si mise.
Ma come il capitan l'orato e 'l bianco
vide apparir de le sospette assise:
"Ecco" grid "quel traditor che franco
cerca mostrarsi in simulate guise,
ecco i suoi conguirati in me gi mossi."
Cos dicendo, al perfido aventossi.

46      Mortalmente piagollo, e quel fellone
non fre, non fa schermo e non s'arretra;
ma, come inanzi a gli occhi abbia 'l Gorgone
(e fu contanto audace), or gela e imptra.
Ogni spada ed ogn'asta a lor s'oppone,
e si vta in lor soli ogni faretra.
Va in tanti pezzi Ormondo e i suoi consorti,
che 'l cadavero pur non resta a i morti.

47      Poi che di sangue ostil si vede asperso,
entra in guerra Goffredo, e l si volve
ove appresso vedea che 'l duce perso
le pi ristrette squadre apre e dissolve,
s che 'l suo stuolo omai n'andria disperso
come anzi l'Austro l'africana polve.
Vr lui si drizza, e i suoi sgrida e minaccia;
e fermando chi fugge, assal chi caccia.

48      Comincian qui le due feroci destre
pugna qual mai non vide Ida n Xanto.
Ma segue altrove aspra tenzon pedestre
fra Baldovino e Muleasse intanto,
n ferve men l'altra battaglia equestre
appresso il colle, a l'altro estremo canto,
ove il barbaro duce de le genti
pugna in persona e seco ha i duo potenti.

49      Il rettor de le turbe e l'un Roberto
fan crudel zuffa, e lor virt s'agguaglia.
Ma l'indian de l'altro ha l'elmo aperto,
e l'arme tuttavia gli fende e smaglia.
Tisaferno non ha nemico certo
che gli sia paragon degno in battaglia,
ma scorre ove la calca appar pi folta,
e mesce varia uccisione e molta.

50      Cos si combatteva, e 'n dubbia lance
co 'l timor le speranze eran sospese.
Pien tutto il campo  di spezzate lance,
di rotti scudi e di troncato arnese,
di spade a i petti, a le squarciate pance
altre confitte, altre per terra stese,
di corpi, altri supini, altri co'volti,
quasi mordendo il suolo, al suo, rivolti.

51      Giace il cavallo al suo signore appresso,
giace il compagno appo il compagno estinto,
giace il nemico appo il nemico, e spesso
su 'l morto il vivo, il vincitor su 'l vinto.
Non v' silenzio e non v' grido espresso,
ma odi un non so che roco e indistinto:
fremiti di furor, mormori d'ira,
gemiti di chi langue e di chi spira.

52      L'arme, che gi s liete in vista foro,
faceano or mostra paventosa e mesta:
perduti ha i lampi il ferro, i raggi l'oro,
nulla vaghezza a i bei color pi resta.
Quanto apparia d'adorno e di decoro
ne'cimieri e ne'fregi, or si calpesta;
la polve ingombra ci ch'al sangue avanza,
tanto i campi mutata avean sembianza.

53      Gli Arabi allora, e gli Etipi e i Mori,
che l'estremo tenean del lato manco,
giansi spiegando e distendendo in fri,
giravan poi de gli inimici al fianco;
ed omai saggittari e frombatori
molestavan da lunge il popol franco,
quando Rinaldo e 'l suo drapel si mosse,
e parve che tremoto e tuono fosse.

54      Assimiro di Mroe infra l'adusto
stuol d'Etiopia era il primier de'forti.
Rinaldo il colse ove s'annoda al busto
il nero collo, e 'l fe'cader tra'morti.
Poich'eccit de la vittoria il gusto
l'appetito del sangue e de le morti
nel fero vincitore, egli fe'cose
incredibili, orrende e monstruose.

55      Di pi morti che colpi, e pur frequente
de'suoi gran colpi la tempesta cade.
Qual tre lingue vibrar sembra il serpente,
ch la prestezza d'una il persuade,
tal credea lui la sbigottita gente
con la rapida man girar tre spade.
L'occhio al moto deluso il falso crede,
e 'l terrore a que'mostri accresce fede.

56      I libici tiranni e i negri regi
l'un nel sangue de l'altro a morte stese.
Dir sovra gli altri i suoi compagni egregi,
che d'emulo furor l'essempio accese.
Cadeane con orribili dispregi
l'infedel plebe, e non facea difese.
Pugna questa non , ma strage sola,
ch quinci oprano il ferro, indi la gola.

57      Ma non lunga stagion volgon la faccia,
ricevendo le piaghe in nobil parte.
Fuggon le turbe, e s il timor le caccia
ch'ogni ordinanza lor scompagna e parte.
Ma segue pur senza lasciar la traccia
sin che l'ha in tutto dissipate e sparte,
poi si raccoglie il vincitor veloce
che sovra i pi fugaci  men feroce.

58      Qual vento, a cui s'oppone o selva o colle,
doppia ne la contesa i soffi e l'ira,
ma con fiato pi placido e pi molle
per le campagne libere poi spira;
come fra scogli il mar spuma e ribolle,
e ne l'aperto onde pi chete aggira,
cos quanto contrasto avea men saldo,
tanto scemava il suo furor Rinaldo.

59      Poi che sdegnossi in fuggitivo dorso
le nobil ire ir consumando invano,
verso la fanteria volt il suo corso,
ch'ebbe l'Arabo al fianco e l'Africano,
or nuda  da quel lato, e chi soccorso
dar le doveva o giace od  lontano.
Vien da traverso, e le pedestri schiere
la gente d'arme impetuosa fre.

60      Ruppe l'aste e gli intoppi, il violento
impeto vinse e penetr fra esse,
le sparse e l'atterr; tempesta o vento
men tosto abbatte la pieghevol messe.
Lastricato co 'l sangue  il pavimento
d'arme e di membra perforate e fesse;
e la cavalleria correndo il calca
senza ritegno, e fera oltra se 'n valca.

61      Giunse Rinaldo ove su 'l carro aurato
stavasi Armida in militar sembianti,
e nobil guardia avea da ciascun lato
de'baroni seguaci e de gli amanti.
Noto a pi segni, egli  da lei mirato
con occhi d'ira e di desio tremanti:
ei si tramuta in volto un cotal poco,
ella si fa di gel, divien poi foco.

62      Declina il carro il cavaliero e passa,
e fa sembiante d'uom cui d'altro cale;
ma senza pugna gi passar non lassa
il drapel congiurato il suo rivale.
Chi il ferro stringe in lui, chi l'asta abbassa;
ella stessa in su l'arco ha gi lo strale:
spingea le mani, e incrudelia lo sdegno,
ma le placava e n'era amor ritegno.

63      Sorse amor contra l'ira, e fe'palese
che vive il foco suo ch'ascoso tenne.
Le man tre volte a saettar distese,
tre volte essa inchinolla, e si ritenne.
Pur vinse al fin lo sdegno, e l'arco tese
e fe'volar del suo quadrel le penne.
Lo stral vol, ma con lo strale un voto
sbito usc, che vada il colpo a vto.

64      Torria ben ella che il quadrel pungente
tornasse indietro, e le tornasse al core;
tanto poteva in lei, bench perdente
(or che potria vittorioso?), Amore.
Ma di tal suo pensier poi si ripente,
e nel discorde sen cresce il furore.
Cos or paventa ed or desia che tocchi
a pieno il colpo, e 'l segue pur con gli occhi.

65      Ma non fu la percossa in van diretta
ch'al cavalier su 'l duro usbergo  giunta,
duro ben troppo a feminil saetta,
che di pungere in vece ivi si spunta.
Egli le volge il fianco; ella, negletta
esser credendo, e d'ira arsa e compunta,
scocca l'arco pi volte e non fa piaga:
e mentre ella saetta, Amor lei piaga.

66      "S dunque impenetrabile  costui,"
fra s dicea "che forza ostil non cura?
Vestirebbe mai forse i membri sui
di quel diaspro ond'ei l'alma ha s dura?
Colpo d'occhio o di man non pote in lui,
di tai tempre  il rigor che lo assecura;
e inerme io vinta sono, e vinta armata:
nemica, amante, egualmente sprezzata.

67      Or qual arte novella e qual m'avanza
nova forma in cui possa anco mutarmi?
Misera! e nulla aver degg'io speranza
ne'cavalieri miei, ch veder parmi,
anzi pur veggio, a la costui possanza
tutte le forze frali e tutte l'armi."
E ben veda de'suoi campioni estinti
altri giacerne, altri abbattuti e vinti.

68      Soletta a sua difesa ella non basta,
e gi le pare esser prigiona e serva;
n s'assecura (e presso l'arco ha l'asta)
ne l'arme di Diana o di Minerva.
Qual  il timido cigno a cui sovrasta
co 'l fero artiglio l'aquila proterva,
ch'a terra si rannicchia e china l'ali,
i suoi timidi moti eran cotali.

69      Ma il principe Altamor, che sino allora
fermar de'Persi procur lo stuolo
(ch'era gi in piega e 'n fuga ito se 'n fra,
ma 'l ritenea, bench'a fatica, ei solo),
or tal veggendo lei ch'amando adora,
l si volge di corso, anzi di volo,
e 'l suo onor abbandona e la sua schiera:
pur che costei si salvi, il mondo pra.

70      Al mal difeso carro egli fa scorta
e co 'l ferro le vie gli sgombra inante,
ma da Rinaldo e da Goffredo  morta
e fugata sua schiera in quell'istante.
Il misero se 'l vede e se 'l comporta
assai miglior che capitano, amante.
Scorge Armida in securo, e torna poi,
intempestiva aita, a i vinti suoi,

71      ch da quel lato de'pagani il campo
irreparabilmente  sparso e sciolto;
ma da l'opposto, abbandonando il campo
a gli infedeli, i nostri il tergo han vlto.
Ebbe l'un de'Roberti a pena scampo,
ferito dai nemico il petto e 'l volto,
l'altro  prigion d'Adrasto. In cotal guisa
la sconfitta egualmente era divisa.

72      Prende Goffredo allor tempo opportuno:
riordina sue squadre e fa ritorno
senza indugio a la pugna; e cos l'uno
viene ad urtar ne l'altro intero corno.
Tinto se 'n vien di sangue ostil ciascuno,
ciascun di spoglie trionfali adorno.
La vittoria e l'onor vien da ogni parte,
sta dubbia in mezzo la Fortuna e Marte.

73      Or mentre in guisa tal fera tenzone
 tra 'l fedel essercito e 'l pagano,
salse in cima a la torre ad un balcone
e mir, bench lunge, il fer Soldano;
mir, quasi in teatro od in agone,
l'aspra tragedia de lo stato umano:
i vari assalti e 'l fero orror di morte,
e i gran giochi del caso e de la sorte.

74      Stette attonito alquanto e stupefatto
a quelle prime viste; e poi s'accese,
e desi trovarsi anch'egli in atto
nel periglioso campo a l'alte imprese.
N pose indugio al suo desir, ma ratto
d'elmo s'arm, ch'aveva ogn'altro arnese:
"Su su," grid "non pi, non pi dimora:
convien ch'oggi si vinca o che si mora."

75      O che sia forse il proveder divino
che spira in lui la furiosa mente,
perch quel giorno sian del palestino
imperio le reliquie in tutto spente;
o che sia ch'a la morte omai vicino
d'andarle incontra stimolar si sente,
impetuoso e rapido disserra
la porta, e porta inaspettata guerra.

76      E non aspetta pur che i feri inviti
accettino i compagni; esce sol esso,
e sfida sol mille nimici uniti,
e sol fra mille intrepido s' messo.
Ma da l'impeto suo quasi rapiti
seguon poi gli altri ed Aladino stesso.
Chi fu vil, chi fu cauto, or nulla teme:
opera di furor pi che di speme.

77      Quel che prima ritrova il turco atroce
caggiono a i colpi orribili improvisi,
e in condur loro a morte  s veloce
ch'uom non li vede uccidere, ma uccisi.
Da i primieri a i sezzai, di voce in voce,
passa il terror, vanno i dolenti avisi,
tal che 'l vulgo fedel de la Soria
tumultuando gi quasi fuggia.

78      Ma con men di terrore e di scompiglio
l'ordine e 'l loco suo fu ritenuto
dal Guascon, bench prossimo al periglio
a l'improvviso ei sia colto e battuto.
Nessun dente giamai, nessun artiglio
o di silvestre o d'animal pennuto
insanguinossi in mandra o tra gli augelli,
come la spada del pagan tra quelli.

79      Sembra quasi famelica e vorace
pasce le membra quasi e 'l sangue sugge.
Seco Aladin, seco lo stuol seguace
gli assediatori suoi percote e strugge.
Ma il buon Raimondo accorre ove disface
Soliman le sue squadre e gi no 'l fugge,
se ben la fera destra ei riconosce
onde percosso ebbe mortali angosce.

80      Pur di novo l'affronta e pur ricade,
pur ripercosso ove fu prima offeso;
e colpa  sol de la soverchia etade,
a cui soverchio  de'gran colpi il peso.
Da cento scudi fu, da cento spade
oppugnato in quel tempo anco e difeso.
Ma trascorre il Soldano, o che se 'l creda
morto del tutto, o 'l pensi agevol preda.

81      Sovra gli altri ferisce e tronca e svena,
e 'n poca piazza fa mirabil prove;
ricerca poi, come furor il mena,
a nova uccision materia altrove.
Qual da povera mensa a ricca cena
uom stimolato dal digiun si move,
tal vanne a maggior guerra ov'egli sbrame
la sua di sangue infuriata fame.

82      Scende egli gi per le abbattute mura
e s'indirizza a la gran pugna in fretta.
Ma 'l furor ne'compagni e la paura
riman ch'i suoi nemici han gi concetta;
e l'una schiera d'asseguir procura
quella vittoria ch'ei lasci imperfetta,
l'altra resiste s, ma non  senza
segno di fuga omai la resistenza.

83      Il Guascon ritirandosi cedeva,
ma se ne ga disperso il popoi siro.
Eran presso a l'albergo ove giaceva
il buon Tancredi, e i gridi entro s'udiro.
Dal letto il fianco infermo egli solleva,
vien su la vetta e volge gli occhi in giro;
vede, giacendo il conte, altri ritrarsi,
altri del tutto gi fugati e sparsi.

84      Virt, ch' valorosi unqua non manca,
perch languisca il corpo fral non langue,
ma le piagate membra in lui rinfranca
quasi in vece di spirito e di sangue.
Del gravissimo scudo arma ei la manca,
e non par grave il peso al braccio essangue.
Prende con l'altra man l'ignuda spada
(tanto basta a l'uom forte) e pi non bada,

85      ma gi se 'n viene e grida: "Ove fuggite,
lasciando il signor vostro in preda altrui?
dunque i barbari chiostri e le meschite
spiegheran per trofeo l'arme di lui?
Or, tornando in Guascogna, al figlio dite
che mor il padre onde fuggiste vui."
Cos lor parla, e 'l petto nudo e infermo
a mille armati e vigorosi  schermo.

86      E co 'l grave suo scudo, il qual di sette
dure cuoia di tauro era composto
e che a le terga poi di tempre elette
un coperchio d'acciaio ha sopraposto,
tien da le spade e tien da le saette,
tien da tutte arme il buon Raimondo ascosto,
e co 'l ferro i nemici intorno sgombra
s che giace securo e quasi a l'ombra.

87      Respirando risorge in tempo poco
sotto il fido riparo il vecchio accolto,
e si sente avampar di doppio foco,
di sdegno il core e di vergogna il volto;
e drizza gli occhi accesi a ciascun loco
per riveder quel fero onde fu colto,
ma no 'l vedendo freme, e far prepara
ne'seguaci di lui vendetta amara.

88      Ritornan gli Aquitani e tutti insieme
seguono il duce al vendicarsi intento.
Lo stuol ch'inanzi osava tanto, or teme:
audacia passa ov'era pria spavento.
Cede chi rincalz; chi cesse, or preme:
cos varian le cose in un momento.
Ben fa Raimondo or sua vendetta, e sconta
pur di sua man con cento morti un'onta.

89      Mentre Raimondo il vergognoso sdegno
ne'pi nobili capi sfogar tenta,
vede l'usurpator del nobil regno,
che fra'primi combatte, e gli s'aventa;
e 'l fre in fronte e nel medesmo segno
tocca e ritocca, e 'l suo colpir non lenta,
onde il re cade e con singulto orrendo
la terra ove regn morde morendo.

90      Poich'una scorta  lunge e l'altra uccisa,
in color che restr vario  l'affetto:
alcun, di belva infuriata in guisa,
disperato nel ferro urta co 'l petto;
altri, temendo, di campar s'avisa,
e l rifugge ov'ebbe pria ricetto.
Ma tra'fuggenti il vincitor commisto
entra, e fin pone al glorioso acquisto.

91      Presa  la rocca, e su per l'alte scale
chi fugge  morto o 'n su le prime soglie;
e nel sommo di lei Raimondo sale
e ne la destra il gran vessillo toglie,
e incontra a i due gran campi il trionfale
segno de la vittoria al vento scioglie.
Ma non gi il guarda il fer Soldan che lunge
 di l fatto ed a la pugna giunge.

92      Giunge in campagna tepida e vermiglia
che d'ora in ora pi di sangue ondeggia,
s che il regno di morte omai somiglia
ch'ivi i trionfi suoi spiega e passeggia.
Vede un destrier che con pendente briglia,
senza rettor, trascorso  fuor di greggia;
gli gitta al fren la mano e 'l vto dorso
montando preme e poi lo spinge al corso.

93      Grande ma breve aita apport questi
a i saracini impauriti e lassi.
Grande ma breve fulmine il diresti
ch'inaspettato sopragiunga e passi,
ma del suo corso momentaneo resti
vestigio eterno in dirupati sassi.
Cento ei n'uccise e pi, pur di due soli
non fia che la memoria il tempo involi.

94      Gildippe ed Odoardo, i casi vostri
duri ed acerbi e i fatti onesti e degni
(se tanto lice a i miei toscani inchiostri)
consacrer fra'peregrini ingegni,
s ch'ogn'et quasi ben nati mostri
di virtude e d'amor v'additi e segni,
e co 'l suo pianto alcun servo d'Amore
la morte vostra e le mie rime onore.

95      La magnanima donna il destrier volse
dove le genti distruggea quel crudo,
e di due gran fendenti a pieno il colse:
ferigli il fianco e gli part lo scudo.
Grida il crudel, ch'a l'abito raccolse
chi costei fosse: "Ecco la putta e 'l drudo:
meglio per te s'avessi il fuso e l'ago,
ch'in tua difesa aver la spada e 'l vago."

96      Qui tacque, e di furor pi che mai pieno
drizz percossa temeraria e fera
ch'os, rompendo ogn'arme, entrar nel seno
che de'colpi d'Amor segno sol era.
Ella, repente abbandonando il freno,
sembiante fa d'uom che languisca e pra;
e ben se 'l vede il misero Odoardo,
mal fortunato difensor, non tardo.

97      Che far de nel gran caso? Ira e pietade
a varie parti in un tempo l'affretta:
questa a l'appoggio del suo ben che cade,
quella a pigliar del percussor vendetta.
Amore indifferente il persuade
che non sia l'ira o la piet negletta.
Con la sinistra man corre al sostegno,
l'altra ministra ei fa del suo disdegno.

98      Ma voler e poter che si divida
bastar non pu contra il pagan s forte
tal che non sostien lei, n l'omicida
de la dolce alma sua conduce a morte.
Anzi avien che 'l Soldano a lui recida
il braccio, appoggio a la fedel consorte,
onde cader lasciolla, ed egli presse
le membra a lei con le sue membra stesse.

99      Come olmo a cui la pampinosa pianta
cupida s'aviticchi e si marite,
se ferro il tronca o turbine lo schianta
trae seco a terra la compagna vite,
ed egli stesso il verde onde s'ammanta
le sfronda e pesta l'uve sue gradite,
par che se 'n dolga, e pi che 'l proprio fato
di lei gl'incresca che gli more a lato;

100     cos cade egli, e sol di lei gli duole
che 'l cielo eterna sua compagna fece.
Vorrian formar n pn formar parole,
forman sospiri di parole in vece:
l'un mira l'altro, e l'un pur come sle
si stringe a l'altro, mentre ancor ci lece:
e si cela in un punto ad ambi il die,
e congiunte se 'n van l'anime pie.

101     Allor scioglie la Fama i vanni al volo,
le lingue al grido, e 'l duro caso accerta;
n pur n'ode Rinaldo il romor solo,
ma d'un messaggio ancor nova pi certa.
Sdegno, dover, benivolenza e duolo
fan ch'a l'alta vendetta ei si converta,
ma il sentier gli attraversa e fa contrasto
su gli occhi del Soldano il grande Adrasto.

102     Gridava il re feroce: "A i segni noti
tu sei pur quegli al fin ch'io cerco e bramo:
scudo non  che non riguardi e noti,
ed a nome tutt'oggi invan ti chiamo.
Or solver de la vendetta i voti
co 'l tuo capo al mio nume. Omai facciamo
di valor, di furor qui paragone,
tu nemico d'Armida ed io campione."

103     Cos lo sfida, e di percosse orrende
pria su la tempia il fre, indi nel collo.
L'elmo fatal (ch non si pu) non fende,
ma lo scote in arcion con pi d'un crollo.
Rinaldo lui su 'l fianco in guisa offende
che vana vi saria l'arte d'Apollo:
cade l'uom smisurato, il rege invitto,
e n' l'onore ad un sol colpo ascritto.

104     Lo stupor, di spavento e d'orror misto,
il sangue e i cori a i circostanti agghiaccia,
e Soliman, ch'estranio colpo ha visto,
nel cor si turba e impallidisce in faccia,
e chiaramente il suo morir previsto,
non si risolve e non sa quel che faccia;
cosa insolita in lui, ma che non regge
de gli affari qua gi l'eterna legge?

105     Come vede talor torbidi sogni
ne'brevi sonni suoi l'egro o l'insano,
pargli ch'al corso avidamente agogni
stender le membra, e che s'affanni invano,
ch ne'maggiori sforzi a'suoi bisogni
non corrisponde il pi stanco e la mano,
scioglier talor la lingua e parlar vle,
ma non seguon la voce o le parole;

106     cos allora il Soldan vorria rapire
pur se stesso a l'assalto e se ne sforza,
ma non conosce in s le solite ire,
n s conosce a la scemata forza.
Quante scintille in lui sorgon d'ardire,
tante un secreto suo terror n'ammorza:
volgonsi nel suo cor diversi sensi,
non che fuggir, non che ritrarsi pensi.

107     Giunge all'irresoluto il vincitore,
e in arrivando (o che gli pare) avanza
e di velocitade e di furore
e di grandezza ogni mortal sembianza.
Poco ripugna quel; pur mentre more,
gi non oblia la generosa usanza:
non fugge i colpi e gemito non spande,
n atto fa se non se altero e grande.

108     Poi che 'l Soldan, che spesso in lunga guerra
quasi novello Anteo cadde e risorse
pi fero ognora, al fin calc la terra
per giacer sempre, intorno il suon ne corse;
e Fortuna, che varia e instabil erra,
pi non os por la vittoria in forse,
ma ferm i giri, e sotto i duci stessi
s'un co'Franchi e milit con essi.

109     Fugge, non ch'altri, omai la regia schiera
ov' de l'Oriente accolto il nerbo.
Gi fu detta immortale, or vien che pra
ad onta di quel titolo superbo.
Emireno a colui c'ha la bandiera
tronca la fuga e parla in modo acerbo:
"Or se'tu quel ch'a sostener gli eccelsi
segni dei mio signor fra mille i'scelsi?

110     Rimedon, questa insegna a te non diedi
acci che indietro tu la riportassi.
Dunque, codardo, il capitan tuo vedi
in zuffa co'nemici, e solo il lassi?
che brami? di salvarti? or meco riedi,
ch per la strada presa a morte vassi.
Combatta qui chi di campar desia:
la via d'onor de la salute  via."

111     Riede in guerra colui ch'arde di scorno.
Usa ei con gli altri poi sermon pi grave:
talor minaccia e fre, onde ritorno
fa contra il ferro chi del ferro pave.
Cos rintegra del fiaccato corno
la miglior parte, e speme anco pur have.
E Tisaferno pi ch'altri il rincora,
ch'orma non torse per ritrarsi ancora.

112     Meraviglie quel d fe'Tisaferno:
i Normandi per lui furon disfatti,
fe'di Fiammenghi strano empio governo,
Gernier, Ruggier, Gherardo a morte ha tratti.
Poi ch'a le mte de l'onor eterno
la vita breve prolung co'fatti,
quasi di viver pi poco gli caglia,
cerca il rischio maggior de la battaglia.

113     Vide ei Rinaldo; e bench omai vermigli
gli azzurri suoi color sian divenuti,
e insanguinati l'aquila gli artigli
e 'l rostro s'abbia, i segni ha conosciuti.
"Ecco" disse "i grandissimi perigli;
qui prego il ciel che 'l mio ardimento aiuti,
e veggia Armida il desiato scempio:
Macon, s'io vinco, i'voto l'arme al tempio."

114     Cos pregava, e le preghiere r vte.
ch 'l sordo suo Macon nulla n'udiva.
Qual il leon si sferza e si percote
per isvegliar la ferit nativa,
tale ei suoi sdegni desta, ed a la cote
d'amor gli aguzza ed a le fiamme avviva.
Tutte sue forze aduna e si ristringe
sotto l'arme a l'assalto, e 'l destrier spinge.

115     Spinse il suo contra lui, che in atto scerse
d'assalitore, il cavalier latino.
Fe'lor gran piazza in mezzo e si converse
a lo spettacol fero ogni vicino.
Tante fur le percosse e s diverse
de l'italico eroe, del saracino,
ch'altri per meraviglia obli quasi
l'ire e gli affetti propri e i propri casi.

116     Ma l'un percote sol; percote e impiaga
l'altro, ch'ha maggior forza, armi pi ferme.
Tisaferno di sangue il campo allaga,
con l'elmo aperto e de lo scudo inerme.
Mira del suo campion la bella maga
rotti gli arnesi, e pi le membra inferme,
e gli altri tutti impauriti in modo
che frale omai gli stringe e debil nodo.

117     Gi di tanti guerrier cinta e munita,
or rimasa nel carro era soletta:
teme di servitute, odia la vita,
dispera la vittoria e la vendetta.
Mezza tra furiosa e sbigottita
scende, ed ascende un suo destriero in fretta;
vassene e fugge, e van seco pur anco
Sdegno ed Amor quasi due veltri al fianco.

118     Tal Cleopatra al secolo vetusto
sola fuggia da la tenzon crudele
lasciando incontra al fortunato Augusto
ne'maritimi rischi il suo fedele,
che per amor fatto a se stesso ingiusto
tosto segu le solitarie vele.
E ben la fuga di costei secreta
Tisaferno seguia, ma l'altro il vieta.

119     Al pagan, poi che sparve il suo conforto,
sembra ch'insieme il giorno e 'l sol tramonte
ed a lui che 'l ritiene a s gran torto
disperato si volge e 'l fiede in fronte.
A fabricar il fulmine ritorto
via pi leggier cade il martel di Bronte,
e co 'l grave fendente in modo il carca
che 'l percosso la testa al petto inarca.

120     Tosto Rinaldo si dirizza ed erge
e vibra il ferro e, rotto il grosso usbergo,
gli apre le coste e l'aspra punta immerge
in mezzo 'l cor dove ha la vita albergo.
Tanto oltra va che piaga doppia asperge
quinci al pagano il petto e quindi il tergo,
e largamente a l'anima fugace
pi d'una via nel suo partir si face.

121     Allor si ferma a rimirar Rinaldo
ove drizzi gli assalti, ove gli aiuti
e de'pagan non vede ordine saldo,
ma gli stendardi lor tutti caduti.
Qui pon fine a le morti, e in lui quel caldo
disdegno marzial par che s'attuti.
Placido  fatto, e gli si reca a mente
la donna che fuggia sola e dolente.

122     Ben rimir la fuga; or da lui chiede
piet che n'abbia cura e cortesia,
e gli sovien che si promise in fede
suo cavalier quando da lei partia.
Si drizza ov'ella fugge, ov'egli vede
il pi del palafren segnar la via.
Giunge ella intanto in chiusa opaca chiostra
ch'a solitaria morte atta si mostra.

123     Piacquele assai che 'n quelle valli ombrose
l'orme sue erranti il caso abbia condutte.
Qui scese dal destriero e qui depose
e l'arco e la faretra e l'armi tutte.
"Armi infelici" disse "e vergognose,
ch'usciste fuor de la battaglia asciutte,
qui vi depongo; e qui sepolte state
poich l'ingiurie mie mal vendicate.

124     Ah! ma non fia che fra tant'armi e tante
una di sangue oggi si bagni almeno?
S'ogn'altro petto a voi par di diamante,
osarete piagar feminil seno?
In questo mio, che vi sta nudo avante,
i pregi vostri e le vittorie sieno.
Tenero a i colpi  questo mio: ben sallo
Amor che mai non vi saetta in fallo.

125     Dimostratevi in me (ch'io vi perdono
la passata vilt) forti ed acute.
Misera Armida, in qual fortuna or sono,
se sol da voi posso sperar salute?
Poi ch'ogn'altro rimedio  in me non buono
se non sol di ferute a le ferute,
sani piaga di stral piaga d'amore,
e sia la morte medicina al core.

126     Felice me, se nel morir non reco
questa mia peste ad infettar l'inferno!
Restine Amor; venga sol Sdegno or meco
e sia de l'ombra mia compagno eterno,
o ritorni con lui dal regno cieco
a colui che di me fe'l'empio scherno,
e se gli mostri tal che 'n fere notti
abbia riposi orribili e 'nterrotti."

127     Qui tacque e, stabilito il suo pensiero,
strale sceglieva il pi pungente e forte,
quando giunse e mirolla il cavaliero
tanto vicina a l'estrema sua sorte,
gi compostasi in atto atroce e fero,
gi tinta in viso di pallor di morte.
Da tergo ei se le aventa e 'l braccio prende
che gi la fera punta al petto stende.

128     Si volse Armida e 'l rimir improviso,
ch no 'l sent quando da prima ei venne:
alz le strida, e da l'amato viso
torse le luci disdegnosa e svenne.
Ella cadea, quasi fior mezzo inciso,
piegando il lento collo; ei la sostenne,
le fe'd'un braccio al bel fianco colonna
e'ntanto al sen le rallent la gonna,

129     e 'l bel volto e 'l bel seno a la meschina
bagn d'alcuna lagrima pietosa.
Qual a pioggia d'argento e matutina
si rabbellisce scolorita rosa,
tal ella rivenendo alz la china
faccia, del non suo pianto or lagrimosa.
Tre volte alz le luci e tre chinolle
dal caro oggetto, e rimirar no 'l volle.

130     E con man languidetta il forte braccio,
ch'era sostegno suo, schiva respinse;
tent pi volte e non usc d'impaccio,
ch via pi stretta ei rilegolla e cinse.
Al fin raccolta entro quel caro laccio,
che le fu caro forse e se n'infinse,
parlando incominci di spander fiumi,
senza mai dirizzargli al volto i lumi.

131     "O sempre, e quando parti e quando torni
egualmente crudele, or chi ti guida?
Gran meraviglia che 'l morir distorni
e di vita cagion sia l'omicida.
Tu di salvarmi cerchi? a quali scorni,
a quali pene  riservata Armida?
Conosco l'arti del fellone ignote,
ma ben pu nulla chi morir non pote.

132     Certo  scorno al tuo onor, se non s'addita
incatenata al tuo trionfo inanti
femina or presa a forza e pria tradita:
quest' 'l maggior de'titoli e de'vanti.
Tempo fu ch'io ti chiesi e pace e vita,
dolce or saria con morte uscir de'pianti;
ma non la chiedo a te, ch non  cosa
ch'essendo dono tuo non mi sia odiosa.

133     Per me stessa, crudel, spero sottrarmi
a la tua feritade in alcun modo.
E, s'a l'incatenata il tsco e l'armi
pur mancheranno e i precipizi e 'l nodo,
veggio secure vie che tu vietarmi
il morir non potresti, e 'l ciel ne lodo.
Cessa omai da'tuoi vezzi. Ah! par ch'ei finga:
deh, come le speranze egre lusinga!"

134     Cos doleasi, e con le flebil onde,
ch'amor e sdegno da'begli occhi stilla,
l'affettuoso pianto egli confonde
in cui pudica la piet sfavilla;
e con modi dolcissimi risponde:
"Armida, il cor turbato omai tranquilla:
non a gli scherni, al regno io ti riservo;
nemico no, ma tuo campione e servo.

135     Mira ne gli occhi miei, s'al dir non vuoi
fede prestar, de la mia fede il zelo.
Nel soglio, ove regnr gli avoli tuoi,
riporti giuro; ed oh piacesse al Cielo
ch'a la tua mente alcun de'raggi suoi
del paganesmo dissolvesse il velo,
com'io farei che 'n Oriente alcuna
non t'agguagliasse di regal fortuna."

136     S parla e prega, e i preghi bagna e scalda
or di lagrime rare, or di sospiri;
onde s come suol nevosa falda
dov'arda il sole o tepid'aura spiri,
cos l'ira che 'n lei parea s salda
solvesi e restan sol gli altri desiri.
"Ecco l'ancilla tua; d'essa a tuo senno
dispon," gli disse "e le fia legge il cenno."

137     In questo mezzo il capitan d'Egitto
a terra vede il suo regal stendardo,
e vede a un colpo di Goffredo invitto
cadere insieme Rimedon gagliardo
e l'altro popol suo morto e sconfitto;
n vuol nel duro fin parer codardo,
ma va cercando (e non la cerca invano)
illustre morte da famosa mano.

138     Contra il maggior Buglione il destrier punge,
ch nemico veder non sa pi degno,
e mostra, ove egli passa, ove egli giunge
di valor disperato ultimo segno.
Ma pria ch'arrivi a lui, grida da lunge:
"Ecco, per le tue mani a morir vegno;
ma tentar ne la caduta estrema
che la ruina mia ti colga e prema."

139     Cos gli disse, e in un medesmo punto
l'un verso l'altro per ferir si lancia.
Rotto lo scudo, e disarmato e punto
 'l manco braccio al capitan di Francia;
l'altro da lui con s gran colpo  giunto
sovra i confin de la sinistra guancia
che ne stordisce in su la sella, e mentre
risorger vuol, cade trafitto il ventre.

140     Morto il duce Emireno, omai sol resta
picciol avanzo del gran campo, estinto.
Segue i vinti Goffredo e poi s'arresta,
ch'Altamor vede a pi di sangue tinto,
con mezza spada e con mezzo elmo in testa
da cento lancie ripercosso e cinto.
Grida egli a'suoi: "Cessate; e tu, barone,
renditi, io son Goffredo, a me prigione."

141     Colui che sino allor l'animo grande
ad alcun atto d'umilt non torse,
ora ch'ode quel nome, onde si spande
s chiaro il suon da gli Etipi a l'Orse,
gli risponde: "Far quanto dimande,
ch ne sei degno:" e l'arme in man gli porse
"ma la vittoria tua sovra Altamoro
n di gloria fia povera, n d'oro.

142     Me l'oro del mio regno e me le gemme
ricompreran de la pietosa moglie."
Replica a lui Goffredo: "Il ciel non diemme
animo tal che di tesor s'invoglie.
Ci che ti vien da l'indiche maremme
abbiti pure, e ci che Persia accoglie,
ch de la vita altrui prezzo non cerco:
guerreggio in Asia, e non vi cambio o merco."

143     Tace, ed a'suoi custodi in cura dallo
e segue il corso poi de'fuggitivi.
Fuggon quegli a i ripari, ed intervallo
da la morte trovar non ponno quivi.
Preso  repente e pien di strage il vallo,
corre di tenda in tenda il sangue in rivi,
e vi macchia le prede e vi corrompe
gli ornamenti barbarici e le pompe.

144     Cos vince Goffredo, ed a lui tanto
avanza ancor de la diurna luce
ch'a la citt gi liberata, al santo
ostel di Cristo i vincitor conduce.
N pur deposto il sanguinoso manto,
viene al tempio con gli altri il sommo duce;
e qui l'arme sospende, e qui devoto
il gran Sepolcro adora e scioglie il voto.
