
    Torquato Tasso.
    GERUSALEMME LIBERATA.
    Rusconi, Milano.
    Prima edizione marzo 1982,  in:  "Classici  italiani  per  l'uomo  del
    nostro tempo" - Collana diretta da Vittore Branca.

    A cura di Fredi Chiappelli.















    INDICE.

    Introduzione, di Fredi Chiappelli: p. 4.
    Notizia: p. 37.
    Nota bibliografica: p. 40.
    Nota editoriale: p. 45.

    Gerusalemme liberata
    Canto I: p. 50.
    Canto II: p. 92.
    Canto III: p. 136.
    Canto IV: p. 171.
    Canto V: p. 215.
    Canto VI: p. 257.
    Canto VII: p. 309.
    Canto VIII: p. 365.
    Canto IX: p. 404.
    Canto XI: p. 485.
    Canto XII: p. 525.
    Canto XIII: p. 573.
    Canto XIV: p. 610.
    Canto XV: p. 646.
    Canto XVI: p. 676.
    Canto XVII: p. 710.
    Canto XVIII: p. 755.
    Canto XIX: p. 803.
    Canto XX: p. 863.

    Sommario: p. 929.
    Indice dei nomi propri: p. 935.














    INTRODUZIONE.

    1.
    Si  possono dare molte buone ragioni per le quali il Tasso pot venire
    a prescegliere il tema della prima Crociata.  Fra le  pi  dirette,  
    evidente  l'attualit  storica del conflitto contro l'Islam,  il quale
    fin dai tempi di Maometto  II  (1451-1481)  aveva  cominciato  la  sua
    espansione,  e  che  a  quelli  gi tasseschi di Solimano II il Grande
    (1520-1566) aveva raggiunto un minaccioso splendore: nel 1529 Vienna 
    assediata,  nel 1541 l'Ungheria turca diventa provincia ottomana,  nel
    1571  la  vittoria  navale di Lepanto ferma le flotte del Sultano alle
    soglie dell'Adriatico.  Il  patrono  stesso  del  Tasso,  Alfonso  II,
    partecip,  con un corpo di oltre quattromila uomini, alla campagna di
    Massimiliano II,  che doveva poi arrestarsi alla morte di Solimano;  e
    vi  partecip  con  esaltazione,  nonostante  la  resistenza  dei suoi
    sudditi e della sua stessa moglie Barbara, arciduchessa d'Austria.  Il
    motivo  di  attualit  coincideva perci con la vena dell'encomiastica
    cortigiana.  Inoltre,  "crociata",  per  estensione,  doveva  apparire
    l'ondata di riorganizzazione, di arginamento e di riconquista sospinta
    contro la Riforma anticattolica da quell'immane impresa,  durata quasi
    vent'anni,  che fu il Concilio di Trento (1545-1563).  Un complesso di
    ragioni  esterne,  come  queste,  faceva  della prima Crociata un tema
    insieme solennemente antico e urgentemente moderno.
    Ma Gerusalemme era un "luogo" e un "nome"  sui  quali  per  secoli  si
    erano  venuti  agglomerando  complessi  valori  simbolici,  nutriti di
    materia biblica e  di  meditazione  patristica,  che  condensavano  il
    panorama  ideale della citt divina di una "visio pacis": l'opposto di
    Babilonia.   E  l'idea  di  "liberazione"    solo  in  piccola  parte
    coincidente con quella di una conquista militare;  liberazione,  anche
    politica,   un avvenimento del sentire,  attuato  sempre  nell'intimo
    dell'individuo anche se sperimentato da una collettivit. Nel tema del
    liberare  Gerusalemme,  per conseguenza,  trovavano spazio di tradursi
    temi  di  natura  pi   interna,   connessi   al   vivere   spirituale
    dell'individuo.  Il  descrivere  la vicenda concreta della riconquista
    gerosolimitana  veniva  a  coincidere  con   l'investigazione   e   la
    narrazione delle crisi attraverso le quali lo spirito procede verso la
    sua chiarificazione e l'affermazione del suo predominio.  L'impresa di
    una comunit concorde verso Gerusalemme serve al Tasso per narrare  le
    difficolt  e  le  vicissitudini  che  lo  spirito  incontra  nel  suo
    procedere verso un suo traguardo redenzionale.
    Motivazioni cos diverse nella loro natura  avrebbero  potuto  imporre
    esigenze  divergenti,  programmi  inconciliabili,  e  per  conseguenza
    sistemi contraddittori nell'esecuzione: ma  le  leggi  proprie  di  un
    poema  storico,  quelle  di  un  composto encomiastico,  quelle di una
    simbologia  cattolica,   quelle   dell'introspezione,   quelle   della
    concertazione  sub-testuale,  trovano  una  geniale  confluenza  nella
    grandiosa metafora tassesca.  Al suo piano di sistemazione  letterale,
    recitativa,  si  adattano  i  sistemi regolatori aristotelici (come il
    principio dell'unit);  e vi si fondono le tendenze  platoniche,  cos
    come  nelle  necessit  affabulatorie del tema assunto (la recitazione
    della Crociata) si intessono e si esplicano quelle del tema  inscritto
    (la narrazione delle crisi di un animo).  Anzi,  la molteplicit delle
    linee di tensione che si dispongono da un  capo  all'altro  del  poema
    talora    distanziandosi   talora   avvicinandosi,    per   coincidere
    semplicemente  nella  scena  finale  con  lo  scioglimento  del  voto,
    costituisce  un  continuo  campo  di  forza  che  fa  vibrare  del suo
    contenuto interno i fatti concreti dell'impresa,  e d corpo e densit
    palpabile, e spesso addirittura emozionale, alla realt della tematica
    psichica  inscritta  nel  racconto.  E'  grande  arte del Tasso l'aver
    preservato  la  continuit  di  ogni  linea  di  tensione,   e  l'aver
    magistralmente  manovrato  l'estensibilit  del  campo  intermedio  di
    vibrazione;  come pure di aver saputo tenere segreta quella che  (come
    vedremo leggendo)  la dinamica preferenziale del racconto.
    Al poema,  in quanto narrazione della battaglia interiore, il Tasso ha
    lavorato tutta la vita.  Le prime 116  stanze  di  ci  che    adesso
    chiamato "Il Gierusalemme" risalgono probabilmente al 1559-1560,  cio
    alla prima adolescenza (era nato nel 1544); il "Rinaldo",  apparso nel
    1562,  sembra  un passo indietro in quanto si accentra sulle peripezie
    di  un  protagonista  cavalleresco  e  si  istruisce  su  uno  stretto
    aristotelismo  -  ma  non  difficile ravvisarvi incursioni frequenti,
    anche se ancora non energicamente personalizzate,  di quello che  sar
    l'interesse  precipuo  del  poeta,   il  moto  interiore.  Ripreso  il
    "Gierusalemme",  nel '66 aveva  raggiunto  il  VI  canto;  manoscritti
    databili  a  pochi  anni  dopo  ci  conservano il IX e il XII in forma
    diversa da quella, approssimativamente da considerare definitiva,  del
    poema  intero;  su cui il Tasso discute nelle sue lettere del 1575,  e
    che doveva aver pressoch finito a trent'anni,  nell'autunno del 1574.
    Ma  se la "Gerusalemme Liberata" aveva come tale raggiunto completezza
    di struttura  e  maturit  stilistica,  non  era  finito  il  lavorare
    inesauribile del Tasso al poema della sua vita, destinato ad alterarsi
    con  lui,  a modificarsi con l'evolvere del suo spirito.  Gi nel 1576
    pensa di sopprimere un  episodio  (Sofronia)  che  poi  sopprimer  di
    fatto; e le revisioni della "Liberata" continuano, producendo un lento
    smottare della composizione verso quell'altra forma dell'opera,  tanto
    simile e tanto diversa,  che si chiamer "La Gerusalemme  Conquistata"
    (pubblicata a Roma nel 1593, due anni prima della morte).

    Poema di un grande assunto epico,  e poema della vita interiore, poema
    non della distrazione  e  divagazione  ma  della  penetrazione  e  del
    pensare,  la  "Gerusalemme"  un mondo aperto a motivi di mistero,  di
    angoscia, di tenebra, di sprofondamento e ricupero, il campo non della
    luce meridiana e della prospettiva, ma della sfumatura, dell'annottare
    e dell'albeggiare.  E se il lettore vuole trovar precedenti  a  queste
    sue grandi novit tematiche, che invero ne fanno la prima opera in cui
    si agitano tanti fermenti moderni, non potr rimontare all'Ariosto, n
    al Boiardo, o risalire la loro tradizione. Un autore della generazione
    laurenziana,  semmai,  potrebbe  essere  esplorato,  per  un tentativo
    simile di inscrivere in una materia  epica  assunta  delle  situazioni
    d'indole  introspettiva,  e  per  la  ripercussione che tale tentativo
    venne a portare sul linguaggio. Penseremmo al Poliziano.
    L'attenzione prestata dal Tasso alle "Stanze" di Poliziano  anzitutto
    dovuta al consenso che poteva suscitare in lui la perizia  compositiva
    di  un conoscitore pressoch infallibile dei pesi e misure del proprio
    idioma.   Le  capacit  assimilative,   combinatorie,   moltiplicative
    adoperate  dal  Poliziano  nell'aprire  largamente  l'italiano poetico
    all'imprestito,  al riferimento  allusivo,  all'intarsio  retorico  al
    calco,   come   le   capacit   tonali   da   lui   individuate  nella
    intercomunicabilit di andamenti (per cui modi di epica,  di  ballata,
    di rappresentazione scenica,  di favola, possono succedersi e comporsi
    in un amalgama narrativo),  corrispondevano idealmente  all'intenzione
    espressiva  tassesca.  Di  qui la ripresa diretta di entit espressive
    che nella Gerusalemme appaiono profondamente consone al  poeta,  quali
    l'assorda  paradossale  dell'armonia orribile che il mondo assorda
    (VIII 122,8) da St.  I 28;  quali il vinta  la materia  del  lavoro
    (XVI  2,6)  da  St.  I 95;  il ventilar (XVI 67,3) da St.  I 86;  di
    motivi,  quali il canto del pappagallo  (St.  I  78);  e  modi,  quali
    l'interpellazione  del  personaggio  attraverso  la  "vox poetae" (XIX
    24,7-8), St.  I 58.  La fascia delle forme espressive,  tuttavia,  non
    esaurisce   l'interesse   del   Tasso.   Nelle  "Stanze"  egli  poteva
    distinguere che un mondo oggettivo completo,  ma  privo  dell'elemento
    sconvolgente  della  passione,    opposto  ad  un  mondo  interamente
    soggettivizzato dall'amore,  forza  che  smussa  e  fonde  le  densit
    oggettive assorbendovi la luminosit trascendente del sentimento;  che
    tali due  aspetti  esistenziali  sono  colti,  successivamente,  sulla
    stessa  persona,  prima  presentata  in  una  completa  prosopopea  di
    cacciatore imperturbato,  e poi in una prosopopea non meno completa di
    amatore  invasato.  Infine,  non  doveva  sfuggire  al  Tasso  che  la
    giunzione,  o rotazione dall'uno all'altro emisfero,   assicurata per
    mezzo di un'inversione magica, articolata all'estremo: la cerva bianca
    che  attrae  Julio all'inseguimento  figura inizialmente appartenente
    all'area del cacciatore, mentre, allorch ella sfuma in presenza della
    ninfa,   figura gi appartenente all'atmosfera afrodisea.  Dialettica
    di oggetto e soggetto nell'interno dell'individuo,  prodigiosit delle
    sue   rivoluzioni,    ansia   di   conciliabilit,    profondo   senso
    dell'inconciliabilit,  consapevolezza  di  un'et dell'oro ignara del
    palpito psicologico,  consapevolezza di un'altra et in cui il palpito
    psicologico    irretito in aspetti che compongono un mondo illusorio,
    analogo della dispersione morale: tante e tali sono le offerte che  le
    "Stanze"  presentavano all'artista intento ad elaborare un'opera quale
    la "Gerusalemme".

    Fonti materiali, certo,  il Tasso ne adoper,  e si assunse modelli di
    genere,  e  scrut  i  suoi classici (compresi l'Ariosto e il Boiardo)
    nella loro eccellenza inventiva ed elocutiva,  e god di intarsiare la
    sua propria retorica di tasselli allusivi.  Fra le fonti materiali del
    recitato della Crociata domina fra vari altri  Guglielmo  di  Tiro  (+
    1185)  con  la sua "Historia rerum in partibus transmarinis gestarum",
    che  era  stata  pubblicata  col  titolo  di  "Historia  Belli   Sacri
    Verissima" nel 1549.
    Per  segmenti  della  narrazione,  il  Tasso  si fond su altri testi,
    segnalati correntemente dai commenti.  Cos per le  descrizioni  delle
    Isole  Fortunate  (Canarie)  nei  canti  XIV  e  XV  spesso  affiorano
    corrispondenze con il "De Situ Orbis" di Pomponio Mela;  cos  per  la
    tirata  di genealogia estense collocata nel canto XVIII si riconoscono
    i debiti  con  le  opere  di  Gerolamo  Falletti  e  di  G.  B.  Pigna
    sull'argomento; cos il taglio e la composizione di episodi specifici,
    come  per  intero  quello  della  ferita  di  Goffredo  nel  canto XI,
    risalgono all'"Eneide" di Virgilio; al cui repertorio,  del resto,  il
    Tasso  ricorse  di  frequente,  e  non  solo  per basi tematiche o per
    modellature di genere.
    In fatto,  fra i grandi artieri  dell'invenzione  e  dell'espressione,
    Virgilio  sollecit l'attenzione del Tasso pi di ogni altro.  Squarci
    di traduzione pressoch letterale sono insinuati  nella  "Gerusalemme"
    accanto  a  variazioni  anche  estese  su  effetti  di  paesaggio (per
    esempio, notturni),  su effetti decorativi (per esempio,  similitudini
    di animali), su effetti emotivi e tonali (per esempio, nelle suppliche
    ed  invettive dello sfogo di Armida nel canto XVI);  e,  in pi minuto
    mosaico,  fraseggi virgiliani vividi o sonanti costellano  descrizioni
    di  battaglie,  di  orazioni,  di  cerimonie.  Il pi variato intarsio
    allusivo (costituito da aggettivazioni tipiche,  gruppi concettosi  di
    parole,  emistichi, talora versi interi) si giova soprattutto, per, e
    naturalmente,  di  materiale  idiomatico  italiano;  e  in  prevalenza
    petrarchesco,  del  Petrarca dei "Rerum Vulgarium Fragmenta" quanto di
    quello dei "Trionfi";  meno frequente,  ma sempre cospicua presenza  
    quella  di  Dante  (della "Commedia").  Col Boccaccio,  la relazione 
    ormai di suggestioni tematiche  accessorie,  o  particolari,  che  non
    arrivano  a  concretarsi  in un'evidenza formale anche se lasciano una
    riconoscibile velatura nel testo.

    Ma al lettore dovr premere,  credo,  piuttosto la franchigia  che  il
    genio del poeta sa acquisire rispetto a una fonte; e quando incontrer
    una  nota  in  cui il commentatore installa una citazione virgiliana o
    petrarchesca  vi  cercher,  spero,  la  divergenza  determinante,  la
    scintilla  che  differenzia  l'impresa  retorica  condotta  dall'uno o
    dall'altro su un atto inventivo dato. Per evitare di esemplificare con
    analisi locali,  il cui luogo opportuno  proprio un commento,  si pu
    prendere il motivo della donna guerriera. E' motivo topico dell'epica,
    e  non  solo dell'epica;  la "virgo militans"  una presenza effettiva
    nello  sfondo  storico-culturale  del  Medioevo  e  del  Rinascimento.
    Clorinda   per  non  si  adatta,   senza  perdere  il  suo  carattere
    squisitamente tassesco,  ad entrare nella vetrina in  cui  si  possono
    esibire  le  sue antecedenti ancestrali,  comprese le estensi ariostee
    Bradamante  e  Marfisa.  Nella  tipologia  che  scende  dalla  Camilla
    virgiliana  fino  (in  Italia)  a  tutti i maggiori cultori del genere
    epico si trovano la Meridiana del Pulci,  la Brandiamante del Boiardo,
    la Bradamante di Ariosto, la Mirinda di Bernardo Tasso (nell'"Amadigi"
    alla  cui  edizione  Torquato  giovinetto aveva prestato opera).  Esse
    dividono con Clorinda addirittura  episodi  specifici,  al  di  l  di
    duelli   e  battaglie,   come  quello  del  salto  dell'elmo  e  dello
    sciogliersi dei capelli (Melinda nel "Morgante" III  17;  Brandiamante
    nell'"Orl.  Inn."  III  v  40;  Bradamante nell'"Orl.  Fur." XXXII 79;
    Melinda nell'"Amad." IV 27 ss.);  tuttavia,  per  ciascuna  di  queste
    figure  e  di  tutte le loro affini nella tipologia pre-tassiana della
    "virgo  militans"  il  programma  predisposto    diverso  da   quello
    clorindiano,  in  quanto  la  guerriera  classica  o romanzesca compie
    direttamente e pienamente il suo destino nella corazza,  che non   un
    involucro  da  deporre,  ma parte della personalit.  Ciascuna singola
    variante elaborata dai poeti epici pre-tassiani nel tipo  della  donna
    che  adotta  un'intemerata  maschilit  non comporta alcun sospetto di
    mutazione interiore,  alcuna  promessa  di  sviluppare  dall'involucro
    metallico  dell'armatura un essere che l'abbandoni e trascenda;  se il
    carattere della donna guerriera comprende un elemento amoroso (come in
    Bradamante), esso  conciliato nel programma militare, senza reciproca
    esclusione.  Nel composto realizzato dal Tasso  nel  creare  Clorinda,
    coraggio  e virt guerreschi convogliano fin da principio,  pi o meno
    cripticamente, un'effusione vicaria, una forza che tende ad esprimersi
    dall'interno; come si vedr, la forma autentica femminile preme contro
    il serrame della  forma  assunta  militaresca.  Il  linguaggio  se  ne
    imbeve;  e  lascia  trasparire il modello di un animo ignaro della sua
    identit, il quale esprime il suo processo di compimento attraverso le
    espressioni linguistiche  che  descrivono  il  procedere  della  forma
    assunta nelle sue avventure circostanziali. Si incontra perci sovente
    l'esprimersi  di fatti interiori,  amorosi,  in termini alternativi di
    lotta fisica.
    L'affrancamento dalla fonte,  per quel che riguarda il Tasso,  rifiuta
    spesso  di  essere costretto nella tassonomia puramente retorica della
    imitazione (emulatoria,  dissimulativa,  trasformativa) e quindi nelle
    metafore topiche degli ermeneuti rinascimentali (certame,  orme,  ape,
    ecc.). La profonda libert che si innesta sul principio d'imitazione 
    testimoniata non solo in macroesempi come quello  della  creazione  di
    Clorinda;  essa  appare  anche  nelle  minori  libert che il poeta si
    prende rispetto ai fatti storici,  come quando pone  Goffredo  a  capo
    dell'esercito  all'inizio del poema (mentre fu eletto dopo la presa di
    Gerusalemme) o come quando avanza di  parecchi  mesi  lo  scontro  con
    l'armata  egiziana: ma anche tali libert di fatto sono significative.
    Quella concernente la battaglia campale con gli egiziani  non    cos
    evidente  come  la  magnificazione omerica del periodo precedente alla
    narrazione;   e  forse  per  questo    stata  interpretata   un   po'
    ingenuamente  come  un artificio destinato a provvedere il racconto di
    una finale grandiosa.  Eppure si connette all'interpretazione tassiana
    della categoria del tempo.  Il Tasso avverte nelle categorie temporali
    una ricca serie  di  valori;  egli  distingue  in  un'ampia  scala  di
    simbolismo il giorno e la tenebra, ponendo nelle sue albe una funzione
    determinante,  che in sede di commento si vede di continuo: nientemeno
    che l'identificare nell'alba la conferma della  Resurrezione,  con  un
    rovesciamento   completo  della  convenzione  classica  (per  esempio,
    catulliana;  e  sannazariana,  "Arc.",  ecl.   11,55-63)  per  cui  il
    ricorrere del ciclo solare, lungi dal provvedere una conferma naturale
    dell'immortalit,    invece  un  ironico  ammonimento  della effimera
    durata umana.  Tale concezione trascendente del tempo  fa  s  che  il
    Tasso  contragga la storia gerosolimitana in una teoria delle stagioni
    (svolta, per esempio, nel dialogo "Il Padre di Famiglia") per la quale
    l'inizio  naturalmente primaverile,  sotto il segno  della  speranza,
    l'esito autunnale, sotto il segno del frutto; al centro del poema, con
    l'episodio della canicola, si traversa l'estate.
    L'uso  specifico delle fonti,  e ancor pi queste libert che il Tasso
    si  prende  nel  manipolare  spazi,  tempi,  caratteri  e  situazioni,
    concorre  a mostrare che il reticolato di misure su cui  costruito il
    poema  oltrepassa  le  esigenze  del  tema  assunto.   Le   coordinate
    principali  sostengono un intreccio che,  al di l delle fila in cui 
    tessuto l'ampio recitativo della Crociata,  comprende anche dimensioni
    trascendenti  e  sotterranee,  e un mondo di significati reconditi nei
    quali risiede il pi profondo valore poetico dell'opera.

    La risonanza che la poesia del Tasso ha avuto,  nelle pi varie epoche
    e  nelle  pi  diverse fioriture della letteratura,   vastissima.  Un
    commento basato sia sulle  suggestioni  che  i  suoi  temi  e  il  suo
    linguaggio  hanno  esercitato  sui poeti pi alti,  sia sui canoni che
    hanno  imposto  sulle  forme  anche  secondarie   (come   quelle   del
    librettismo  melodrammatico),  potrebbe  divenir  sconfinato;  eppure,
    giacch anche ripercussioni interpretative e  persino  fraintendimenti
    possono contribuire alla comprensione di un testo cos sontuoso, se ne
    sono introdotti numerosi accenni nelle annotazioni che seguono.


    2.
    Fin  dal  principio  della  Gerusalemme,  il  poeta  stabilisce che il
    livello del racconto  duplice: sotto lo strato terrestre  dei  fatti,
    corre  lo  strato  pi  denso,  pi  ramificato,  e determinante,  dei
    sentimenti.  I "fatti" sono introdotti  da  dieci  rapidi  versi,  che
    riassumono  l'immediata  preistoria  dell'assunto:  la  campagna della
    conquista di Nicea fino all'espugnazione di Tortosa e  al  ritiro  nei
    quartieri d'inverno (I 6 e 7,1-2).  Ma il racconto comincia, e ben pi
    ampiamente, coi "sentimenti". La scena del Padre Eterno che gli occhi
    "in gi" volse (I 7,7)  determina  una  prospettiva  che  cala  dalla
    trascendenza e penetra oltre la superficie,  giacch lo sguardo divino
    s'affis  poi  "ne'"  principi  cristiani  per  scrutare  "nel  pi
    secreto"  lor  gli  "affetti"  umani  (I 8,1-4).  L'esordio non offre
    dunque un sopraluogo delle circostanze esteriori  dell'impresa,  bens
    le  dimensioni totali del racconto,  e una precisa identificazione del
    livello sul quale si determiner la vicenda. Comincia,  sopra e dentro
    il racconto della Crociata, una storia di intimi sensi (I 11,2).
    Tanto  la  serie  dei  fenomeni occasionali quanto quella delle realt
    essenziali,  tanto il tratteggio del verosimile quanto l'indagine  del
    vero,  partecipano del pieno impegno del poeta. E come nel livello pi
    profondo trovano campo di espressione la sua sensibilit ai turbamenti
    e  alle  aspirazioni  morali,   la  ricchezza  delle  sue   esperienze
    psicologiche,  l'arditezza della sua introspezione,  e l'ampia, nuova,
    autentica ispirazione di una gamma interiore che include l'angoscia  e
    l'estasi,  cos nel livello di superficie si esprimono talenti e gusti
    rappresentativi,  il senso dinamico dell'immagine da cogliere nel  suo
    comporsi,  il fascino della magnificenza,  la tavolozza vastissima dei
    colori, toni,  luci,  un moderno senso dello sconfinato e dell'ignoto,
    del contrastante, dell'esotico, del bizzarro.
    L'immersione  convinta  del  Tasso  nel tema assunto  fuor di dubbio:
    tuttavia si pu affermare che la "vis  abdita"  della  storia  interna
    predomina  sulla  recitazione  e condiziona persino il tracciato degli
    eventi concreti. Per quanto l'autore vagheggi e rispetti il verosimile
    dell'assunto,  la continuit del poema dipende in ultima analisi dalla
    logica intrinseca al racconto proprio, non da quella del resoconto. Di
    fatto, pi di una volta la sequenza dei fatti subisce perturbazioni in
    quanto cede il passo alle esigenze del narrato interiore.
    I casi pi evidenti riguardano tutti Rinaldo,  che impersona nel poema
    la crisi psicologica pi complessa e completa.  Egli lascia  il  campo
    accompagnato  da scudieri (V 51 e XIV 58,8);  i quali spariscono senza
    ragione esteriore  dalla  storia,  ma  con  motivi  strutturali  (essi
    avrebbero potuto facilmente rientrare al campo con notizie, ed evitare
    gravi  crisi  intermedie  come quella di Argillano) e per esigenze del
    narrato interno: la solitudine  del  deviato,  l'impossibilit  insita
    nell'umano di testimoniare l'unicit individuale di angoscia ed estasi
    in una crisi che pure,  dal di fuori,   categorizzabile in termini di
    etica e psicologia generale.  Quando poi Rinaldo viene  raggiunto  dai
    liberatori nel giardino di Armida e,  ravvedutosi,  evade con loro, il
    fuoco del racconto  tutto sui rivolgimenti dell'animo.  Alcune  delle
    azioni,  pur  essenziali  al  livello dei fatti,  compiute dai tre per
    forzare la loro uscita non sono descritte e neppur menzionate;  una  
    data per compiuta, come se il lettore la conoscesse, l'uccisione della
    sentinella  (XVI 35,3-4).  Quando infine Rinaldo rientra al campo ed 
    accolto festosamente da Goffredo,  ne riceve,  prima di  aver  persino
    veduto  gli  altri  guerrieri,  l'ordine di andare a vincer...  de la
    selva i mostri (XVIII 2,8).  Rinaldo accetta senza batter ciglio;  ma
    avrebbe  potuto domandar pi minuti schiarimenti,  giacch non risulta
    che il giovane fosse mai stato informato  dell'incanto  gettato  sulla
    selva.  Ubaldo quando lo esorta a partire dal giardino non ne fa cenno
    (XV 32 e 33);  la Fortuna,  che lo riconduce sul  continente,  non  vi
    allude;  il  lungo  discorso  del  vecchio  onesto che riporta i tre
    reduci  al  campo    esortativo,  profetico,  encomiastico,   persino
    descrittivo  (XVIII 96),  ma non ne contiene neppure il minimo avviso.
    La consapevolezza  dunque nella coscienza,  non nel giuoco  terrestre
    dell'informazione.
    Il  lettore  avvertito  cos  dell'esistenza di una forza nascosta che
    sale dal livello interno verso la  superficie,  che  spesso  determina
    l'accadere  degli  avvenimenti,  e  costantemente carica le misure del
    loro peso,  del  loro  volume  e  del  loro  tono,  potr  comprendere
    estensivamente  le  indicazioni  che  il Tasso medesimo teorizz nella
    retrospettiva "Allegoria  del  Poema".  In  essa    faticosamente  ed
    apologeticamente  svolto un pensiero che invece brilla chiarissimo,  e
    senza sospetto,  in una lettera che il  poeta  scrisse  da  Ferrara  a
    Scipione   Gonzaga   il  15  aprile  1575:  I  molti  cavalieri  sono
    considerati nel mio poema come membra di "un" corpo,  del quale  capo
    Goffredo,  Rinaldo  destra:  s  che in un certo modo si pu dire anco
    unit di agente, non che d'azione.
    Proiettata nei mille personaggi  concreti  che  agitano  la  Crociata,
    questa "summa" della psiche individuale si serve delle figure maggiori
    per  l'impersonamento  successivo  di  crisi tipiche.  Nelle avventure
    attraversate da Clorinda si legge la parabola interna di un essere che
    vive in un carattere assunto:  donna, ma si  fatta guerriero;  nata
    da cristiani,  ma non lo sa e combatte per  i  pagani.  La  "donna"  
    chiusa nella larva d'acciaio della "virgo militans", e si attua poco a
    poco,  a  tappe  segnate dallo schiudersi e dissolversi dell'armatura.
    Prima le salta l'elmo,  e giovane "donna" in mezzo al campo apparse;
    poi  lascia  le  sue  armi  riconoscibili  per  una  corazza rugginosa
    qualunque; e al momento della sua morte la corazza  come sparita,  la
    donna  si  espande miracolosamente in una veste leggera trapunta d'oro
    (canto XII)  e  il  "vero"  trionfa  compiendo  la  sua  parabola  col
    sacrificio  del  carattere  assunto.  Il destino di Armida,  impostato
    sull'ambiguit fra donna e maga,  corre parallelo a quello di Rinaldo,
    e si sviluppa sotto la pressione del sentimento d'amore. Partita dagli
    abissi diabolici,  e traversate tutte le regioni dell'ebbrezza e della
    disperazione,   Armida  giunse  a  sublimarsi  nella  donna   che   sa
    pronunziare  il  responso  di  Maria all'angelo: Ecco l'ancilla tua:
    scena che,  alla fine del poema (XX 136),  si collega  misteriosamente
    alla  scena  iniziale in cui  protagonista Gabriele calante dal cielo
    nel sogno di Goffredo,  quasi intessendo  nella  filigrana  del  poema
    anche la trasparenza incorniciante di un'Annunciazione.
    Nel  fiume  del racconto,  l'esercito  considerato come un individuo:
    esso significa l'uomo civile, il quale  composto d'anima e di corpo;
    e d'anima  non  semplice,  ma  distinta  in  molte  e  varie  potenze
    ("Allegoria");  e gli avvenimenti devono mettere in rapporto le azioni
    umane  e  i  discorsi  dell'animo  significati  nel   loro   essere
    intrinseco.  Non una descrizione statica e partitiva della vita dello
    spirito sembra aver occupato i pensieri del poeta,  bens una dinamica
    delle  crisi  successive  che l'"uomo civile" deve attraversare per la
    liberazione ed asserzione delle sue facolt.  Alla concezione unitaria
    sovrasta  anche  la  concezione del rapporto fra individuo e comunit,
    giacch l'impresa  collettiva,  e le crisi che la ostacolano prendono
    forma di crisi di individualismo, dannose all'elemento deviante quanto
    all'insieme e al generale proposito.
    Il  programma  tassesco tende a raccogliere dunque i decorsi interiori
    (i "discorsi de  l'animo")  nel  loro  esser  intrinseco;  le  potenze
    dell'animo  di  cui  il  Tasso    incline  a  fare  la  sua  tematica
    sostanziale non  sono  virt  o  facolt  singole,  ma  stati  critici
    polinomi.  Il composto collettivo dei personaggi si presta fluidamente
    e copiosamente alla traversata delle successive stazioni ostruzionali,
    consistendo di particelle che  interagiscono  tra  di  loro;  l'una  o
    l'altra delle quali, sia Rinaldo o Tancredi o Goffredo, assume volta a
    volta  la  pervasiva  e  imponderabile  luminescenza di una radiazione
    incidente,  permea la  condotta  dell'azione  concreta,  e  se  ne  fa
    riconoscibile evidenza.  Tale programma, che  isolabile nella stesura
    dell'"Allegoria",  pu  provvedere  una  possibile  guida  di  lettura
    positiva, mentre l'elemento "a posteriori", induttivo, apologetico, di
    quello scritto,  deve essere tenuto presente al negativo,  per evitare
    che la lettura venga generalizzata e squalificata.
    E' crisi soggettiva quella di Tancredi che,  innamoratosi di Clorinda,
    lascia il campo dopo il duello interrotto con Argante, si sperde nella
    notte,  e  finisce intrappolato nel castello di Armida.  E soggettiva,
    per quanto epidemica,   la crisi di ciascuno dei cavalieri che cadono
    vittime delle seduzioni della maga,  e lasciano anch'essi il campo per
    seguirla.  Sono  crisi  che  debilitano  progressivamente  l'organismo
    comunitario;  e  in  quest'ultima si distingue il sottile carattere di
    contagio che  precipuo della  malattia  morale.  Armida  conduce  nel
    campo cristiano un'imponente opera di "finzione": finge una storia, un
    personaggio, un bisogno, e finge ognuno dei suoi atteggiamenti, ognuno
    dei  suoi  moti.  Chi  cade nelle sue reti comincia inavvertitamente a
    fingere: finge Eustazio,  fingono  poi  i  campioni,  chiamando  brama
    d'onore  quel  ch' desio d'amore.  Quando,  in un'ulteriore fase di
    debilitazione,  la gelosia ambiziosa e l'ira  cieca  coglie  Gernando,
    essa si comunica a Rinaldo ed a mille altri,  risultando nella morte
    di Gernando,  nell'esilio  di  Rinaldo,  in  discordie  e  sdegni  che
    invadono persino Goffredo. In un'altra ancora, la crisi di autolesione
    impersonata  da  Argillano,  la frenesia si comunica largamente,  cos
    come la rivolta si estende da nazione a nazione.
    Il poema narra un processo interno dell'organismo crociato;  che  come
    organismo  passa  da  una  situazione  magmatica  di spiriti votati ma
    turbati, alla solidit di un nitido poliedro di caratteri riscattati e
    riunificati.  Goffredo ne  l'asse pi stabile;  il  suo  programma  
    esteriormente  espresso  nel continuo ripetersi dell'epiteto (il "pio"
    Goffredo,  il "pio" duce...) e per la sua stessa indole pu eludere  o
    addirittura respingere il lettore.  Persino un Leopardi, e non giovane
    (1825),  lo giudica un personaggio pochissimo interessante,  e  forse
    nulla...  un uomo assolutamente privo d'ogni passione...  un carattere
    freddissimo.  Nella fissit programmatica di Goffredo  c'  per  una
    importante crisi,  che  largamente narrata al centro del poema;  e se
    il  lettore  la  penetrer,   potr  rendersi  conto  di  come   siano
    temporaneamente  sovvertiti  i  caratteri  di  cui  il Tasso ha voluto
    investire il capitano; e, valutando il significato della crisi,  potr
    misurare  l'importanza  e  la  vitalit del personaggio non solo nelle
    gerarchie della storia ma nella struttura intima dell'opera.


    3.
    Il primo tratteggio che il Tasso presenta di Goffredo rivela  varie  e
    convergenti intenzioni. Anzitutto il poeta lo pensa annoso, sebbene il
    duca  della  Bassa  Lorena  nel  1099 (anno dell'arrivo dei Crociati a
    Gerusalemme) avesse solo una  quarantina  d'anni.  In  correlazione  a
    questo  carattere  di  maturit,  i connotati fisici si orientano a un
    volto placido e composto (I 34,4),  quelli morali alla circospezione
    e al ritegno: la tradizione di Carlomagno.
    Il  poeta gli attribuisce un notevole peso corporale (il suo vestire 
    massiccio,  lento, come si distingue nel suo armarsi: ...  sovrapone
    L'arme  a  le  membra faticose intorno (XIV 20,3-4);  e lo avvolge di
    panneggi. Erminia lo addita dalle mura,  all'inizio della storia,  con
    le  parole Goffredo  quel,  che nel "purpureo ammanto" Ha di regio e
    d'augusto in  s  cotanto  (III  58,7-8);  alla  fine  della  storia,
    avvicinandosi   a   sciogliere  il  voto  direttamente  dal  campo  di
    battaglia, N pur deposto il "sanguinoso manto",  Viene al tempio con
    gli altri il sommo duce (XX 144,5-6).
    E'   sottolineato,   nella   condotta  del  capitano,   il  suo  senso
    dell'appartenere ad una comunit,  il suo voler confondersi  coi  suoi
    pari. Quando Alete ed Argante si presentano al campo per l'ambasceria,
    in  umil  seggio  e  in un vestire schietto Fra' suoi duci sedendo il
    ritrovaro (II 60,3-4);  ci  che  costituisce  il  suo  ascendente  
    l'ardito parlar d'uom cos saggio (I 66,3).
    Ritegno  e circospezione sono le direttrici inventive secondo le quali
     regolata la condotta di  Goffredo.  Quando  muore  Dudone,  ed  egli
    visita  il  feretro  fra  i  lamenti dei guerrieri,  i suoi sentimenti
    vengono bloccati in un'impressione di impassibilit: Ma con volto  n
    torbido  n chiaro Frena il suo affetto il pio Buglione,  e tace (III
    67,5-6).  La stessa compostezza statuaria della fisionomia    cercata
    nella  scena  in  cui  gli  viene  estratta  dalla gamba la freccia di
    Clorinda: Stassi appoggiato,  e con secura faccia Freme  immobile  al
    pianto  il  capitano  (XI  71,1-2).  Quando  fronteggia la rivolta di
    Argillano,  Nudo  le mani  e  'l  volto,  e  di  celeste  Maest  vi
    risplende  un  novo  lume (VIII 78,3-4).  Quando Ismeno lancia i suoi
    fuochi infernali contro la torre,  Il magnanimo duce inanzi  a  tutti
    Stassi, e non muta n color n loco (XVIII 85,1-2).
    Ma  la  fisionomia  impassibile del capitano  soggetta ad animarsi di
    colpo,  in occasioni particolarmente gravi,  e a dar l'impressione  di
    illuminarsi  di  una  violenta energia luminosa.  Quando fronteggia le
    turbe rivoltose, Lampi e folgori ardean nel regio aspetto,  Mentre ei
    parl,  di maest,  d'onore (VIII 81,5-6); e nella finale esortazione
    all'esercito che sta per attaccare,  Tutto il volto  scopria  per  la
    visiera:  Fulminava  ne gli occhi e ne' sembianti (XX 12,3-4).  E' il
    favor del Cielo che 'l fa grande ed augusto oltra  il  costume,  e
    che  addirittura  lo  fa  sembrare  meno vecchio: Gli empie d'onor la
    faccia e vi riduce Di giovenezza il bel purpureo lume (XX 7,3-6).
    Il gestire  regolato in accordo con questi caratteri,  che riflettono
    il  programma  spirituale a cui Goffredo  ordinato.  Quindi la mimica
    dettata per lui    limitata  a  mosse  estremamente  contenute,  come
    l'approvare con un semplice moto degli occhi. Quando tutti gli sguardi
    si  fissano  su  Tancredi  per  indicare la scelta dei Crociati per il
    campione  da  opporre  ad  Argante,  E  s'udia  non  oscuro  anco  il
    bisbiglio,  a  Goffredo  basta un'occhiata: E l'approvava il capitan
    co' 'l ciglio (VI 24,7-8).  Un ordine urgente,  come  quello  di  far
    muovere  Tancredi  alla  riscossa  del drappello di Gardo assediato da
    Clorinda,   ridotto all'espressione mimica del "cenno",  sottolineata
    per  contrasto dalle roboanti similitudini che illustrano la mossa del
    cavaliere: Allor, s come turbine si scioglie E cade da le nubi aereo
    fuoco, Il buon Tancredi, a cui Goffredo "accenna",  Sua squadra mosse,
    ed  arrest  l'antenna  (III  16,5-8).  Il  gestire  riflette insomma
    insieme tutti i caratteri fondamentali: lentezza, ritegno, senso della
    responsabilit  comunitaria,   profonda  attivit   riflessiva   prima
    dell'agire.  Tornato  Argante  alla carica in assenza di Tancredi,  il
    problema di opporgli un altro campione  assilla  i  duci  crociati;  e
    Goffredo intorno gli occhi gravi e tardi Volge (VII 58,1-2).  Mentre
    Armida continua la sua azione corruttrice nel  campo,  Volge  tra  s
    Goffredo  a cui commetta La dubbia impresa (V 1,5-6).  Alla richiesta
    della maga,  mentre Goffredo il dubbio  cor  volve  e  sospende  (IV
    65,3),  la mimica a lui decretata corrisponde al programma predisposto
    per il suo carattere: egli dubbioso a terra vlto Lo sguardo tiene, e
    'l pensier volve e gira (IV 67,1-2).  Persino quando deve  rispondere
    alla ambasceria di Alete,  e i suoi guerrieri hanno gi manifestamente
    espresso i loro sentimenti,  Il capitan rivolse gli occhi in giro Tre
    volte e quattro, e mir in fronte i suoi, E poi nel volto di colui gli
    affisse Ch'attendea la risposta (II 80,5-8).  La costante espressa in
    questa prosopopea  quella di un continuo esercizio di  concentrazione
    intellettuale,  per  cui anche il riposo si enuncia solo in termini di
    sospensione: E tregua fa co' suoi pensier Goffredo (I 70,8);  chi va
    a  visitarlo,  come Vafrino al suo ritorno dal campo egizio,  lo trova
    nell'atto di meditare,  mentre de la  futura  impresa  In  bilance  i
    consigli appende e pesa (XIX 119,7-8).
    Tale  configurazione  del  personaggio viene profondamente sovvertita,
    per una temporanea ma grave crisi,  al centro del  poema  (canto  XI).
    Egli non  pi taciturno, ma garrulo. Quando ingiunge allo scudiero di
    cambiargli  lo  scudo,  gli  parla  come se Sigiero fosse un pubblico,
    trasformando l'ordine in un lungo panegirico autogiustificativo (XI 53
    ss.). La sua impassibilit, che gl'impediva persino di cambiar colore,
     alterata.  Qui il poeta  lo  investe  con  la  vampa  di  un  ardore
    intempestivo, tanto pi erroneo quanto pi da lui stesso valutato come
    generoso  (XI  52,7-8).  La  sua  immunit dalle tentazioni di ogni
    mortale Gloria (I 8,7-8)  svanisce  in  un  desiderio  di  trapassar
    primiero  (XI  53,5),  e  nell'impazienza: E tempo  ben che qualche
    nobil opra De la nostra virtute omai si scopra (ivi, 7-8).
    Nel corso dell'episodio,  egli compie una serie di  azioni  divergenti
    dall'indole che era stata prestabilita in lui,  e che gli attirano tre
    successivi  avvertimenti  di  grande  rilievo:  due  sono   rimproveri
    espliciti, l'altro  la ferita. Questa avr come conseguenza immediata
    il panico nell'esercito,  cos che la "crisi" nel suo insieme produrr
    l'insuccesso  dell'iniziativa.  La  circospezione  e  il  senso  della
    missione divina sono alterati per primi. Goffredo appunta sul progetto
    di  assalto  ogni  pensiero,  e  in  questa concentrazione esclusiva
    dimentica nientemeno che Dio. L'Eremita glielo rinfaccia subito Ma di
    l non cominci onde conviene (XI 1,8), e a questo primo rimprovero il
    capitano si  piega  dolcemente,  ordinando  la  processione  al  monte
    Oliveto.  Ma venuto il mattino dell'attacco (che il Tasso fa precedere
    da una  descrizione  d'alba  tutta  in  termini  di  immaturit  e  di
    negazione)  egli  appare  rivestito  di  altre armi che le sue solite:
    Sorge il forte Goffredo,  e gi non piglia La gran corazza usata o le
    schiniere; Ne veste un'altra ed un pedon somiglia In arme speditissime
    e leggiere;  E in dosso avea gi l'agevol pondo,... (XI 20,3-7).  Non
    solo il carattere del peso (si ricordi sovrapone L'arme a  le  membra
    faticose  intorno) e della grave lentezza,  ma anche il senso proprio
    delle mansioni di capitano (che non gli bastano pi,  XI  23)  sono  i
    sintomi da cui il lettore misura quanto il personaggio stia disertando
    il  proprio  campo  fisico e il proprio ambiente funzionale.  Il poeta
    sottolinea il passo inserendo una seconda scena di rimprovero.  Questa
    volta  Raimondo, il quale veggendo armato in cotal modo Il capitano
    colpisce  la  deviazione del carattere verso l'orgoglio personale,  la
    presunzione,  che si delinea come tema locale  del  racconto  proprio:
    Deh!  che ricerchi tu? "privata palma" Di salitor di mura? (XI 22,1-
    2).  A questo secondo rimbrotto Goffredo resiste;  egli non  s'inclina
    come  di fronte a Pietro,  ma si ostina;  nelle sue parole si proietta
    l'intimo  processo   giustificativo   dell'arrogazione:   Quando   in
    Chiaramonte   il   grande   Urbano  [II]  Questa  spada  mi  cinse,...
    [l'ordinazione alla cavalleria    sentita  in  tutta  la  sua  pompa]
    Tacitamente  a  Dio promisi "in voto" Non pur l'opera di capitano,  Ma
    d'impiegarvi ancor,  quando che fosse,  Qual privato guerrier l'arme e
    le   posse   (XI   23).   Dal   punto   di  vista  della  legittimit
    dell'"intentio",  lo sfondo dell'affermazione di Goffredo implica  una
    formale violazione della struttura canonica del "voto". Il vescovo Ivo
    di   Chartres  (circa  1040-1115)  che  compilava  le  sue  importanti
    collezioni canonistiche precisamente quando Urbano  II  proclamava  la
    prima Crociata,  e che riflette nel suo lavoro lo stato iniziale della
    dottrina canonica a quel momento,  pone come secondo punto  della  sua
    teoria  del  voto la seguente legge: Azioni che erano legittime prima
    di legarsi ad un voto potevano diventare illegali e  illegittime  dopo
    la   promessa,   se  tendevano  a  viziare  il  voto.   Il  conflitto
    inammissibile dei voti (cfr.  I 23,8;  III 70,8;  e infine  XX  144,8)
    denuncia la sconsacrazione e la perturbazione,  che appaiono anch'esse
    contagiose,  esattamente come era stata fatta apparire  contagiosa  la
    contaminazione  del  fingere  della  maga  Armida:  ...e  i  cavalier
    francesi Segur l'essempio  e  i  duo  minor  Buglioni  (XI  25,1-2).
    Goffredo  conosceva  a  perfezione  la  validit  degli  argomenti  di
    Raimondo, il quale glieli aveva gi esposti in un'altra occasione (VII
    60-72);  dicendogli esplicitamente fra l'altro: Ah non sia vero Ch'in
    un  capo  s'arrischi  il  campo  tutto!  Duce  sei  tu,  non  semplice
    guerriero: Publico fra,  e non privato il  lutto  (VII  62,1-4).  In
    quell'occasione  Goffredo   descritto come un ascoltatore che intende
    ed assente,  con chiaroveggenza e coscienza;  e anzi offre addirittura
    la  propria  "spada"  (quella  medesima "spada" che ora,  nella crisi,
    diviene l'oggetto in cui si concreta l'orgoglio) a Raimondo.  Con quel
    gesto  egli  tocca  il  valore  simbolico dell'"armarsi";  il capitano
    "arma" Raimondo delle sue  prerogative,  facendogli  parte  della  sua
    potenza  (VII  71  e  72).  Il  lettore   stato informato inoltre che
    Goffredo aveva ceduto i suoi diritti feudali lasciando il comando  del
    suo seguito al fratello Baldovino: ... le sue genti il pio fratel gli
    cede Or ch'ei de' capitani  capitano (I 40,3-4).
    E'  opportuno  stabilire  qui  che  il "disarmarsi"  azione altamente
    significativa nel raccontare del Tasso.  Il termine sembra riservato a
    determinati passaggi,  bench ovviamente l'azione che descrive,  in un
    racconto di vicende guerresche, sia comunissima. Quando l'azione dello
    spogliarsi l'armatura o parte di essa  richiesta dal contesto, spesso
    il Tasso la sorvola, per esempio dopo i duelli, persino dopo quello in
    cui Tancredi  ridotto in fin di vita e  deve  necessariamente  essere
    disarmato dai medici (canto XII).  Fa eccezione il secondo, ed ultimo,
    scontro di Tancredi, nel canto XIX.  Qui Vafrino rimbrotta Erminia che
    piange  sul  caduto  e  la invita a curarlo: Egli il "disarma",  ella
    tremante e lassa Porge la mano a l'opere compagna (XIX 111,5-6). Ma 
    l'"ultimo" scontro di Tancredi;  la sua unica riapparizione nel  canto
    XX a proteggere Raimondo con lo scudo  quella di un degente disarmato
    che  eroicamente  si  leva  dal  giaciglio e interviene per un istante
    (esponendo  'l  petto  nudo  e  infermo,  XX  85,7)  a  rincorare  i
    commilitoni. Con l'uccisione di Argante la funzione attiva di Tancredi
      esaurita,  egli    "in  disarmo"  agli  effetti del recitato;  non
    partecipa neppure alla conquista  finale.  Il  "disarma"  che  gli  si
    riferisce,  finale, e pu quindi lasciar trasparire valori simbolici.
    Viceversa,  quando  Erminia  capitata fra i pastori li spaventa con la
    corazza di Clorinda (VII 7,1-2),  il poeta evita di usare  il  termine
    "disarmarsi"  bench  l'azione  sia  necessaria e anche indirettamente
    descritta.  Forse perch l'armatura rivestita da Erminia  mentita,  e
    quindi  insignificante,  l'azione dello spogliarla  risolta dal Tasso
    con due procedimenti  sostitutivi.  Prima  egli  ricorre  al  concetto
    dell'"aprirsi",  dell'"apparire",  innestando  l'azione su questo asse
    figurativo: Ma li saluta Erminia e dolcemente Gli affida, e gli occhi
    "scopre"  e  i  bei  crin  d'oro  (VII  7,3-4);   poi  a  quello  del
    "ricoprire",  saltando  del  tutto  la fase intermedia del deporre gli
    effetti militari: La fanciulla regal di rozze spoglie "S'ammanta",  e
    cinge  al  crin ruvido velo (VII 17,5-6).  Invece il termine  usato,
    con piena utilizzazione delle sue armoniche,  per Rinaldo.  L'episodio
    del  suo  giungere  ignaro  sull'isoletta  in  cui  Armida gli ha teso
    l'agguato  svolto con un linguaggio interamente imbevuto dell'idea di
    seduzione.   Non  un  cenno  sembra  essere  introdotto  nel   tessuto
    espressivo  ad  indicare  che  il  personaggio    maturo  per  cadere
    nell'errore; il testo appare volutamente sceverato di avvisaglie.  Una
    sola  scelta  espressiva,  tuttavia,  fa  trasparire  nel  "topos" del
    giardino incantevole il tipo  del  rischio  interiore.  Il  giovanotto
    compiaciuto e accaldato si leva l'elmo per sdraiarsi a godere il canto
    che   l'addormenter.   E'   un   gesto   naturale,   compreso   negli
    impercettibili che lo irretiscono;  ma il Tasso elegge di  qualificare
    l'azione con "disarma la fronte" (XIV 59,7).
    L'importanza  del  motivo  si misura dalla tenacia con cui il poeta lo
    segue.  Per l'inestricabile complessit del racconto,  sar proprio la
    scoperta "fronte" che catturer Armida nel suo stesso gioco: ... e 'n
    su la vaga "fronte" Pende omai s che par Narciso al fonte (XIV 66,7-
    8);  ed infine, quando Rinaldo penetra la selva incantata, purificato,
    e pure vi subisce tutte le impressioni della sua passata seduzione, la
    larva che impersona Armida lo alletta con  le  parole:  Togli  questo
    elmo omai,  "scopri la fronte" E gli occhi a gli occhi miei,  s'arrivi
    amico (XVIII 32,5-6).
    Il  disarmarsi    dunque,   nel  mondo   fantastico   tassesco,   una
    fondamentale  postura  psichica;   che  in  questo  episodio  Goffredo
    maschera  con  gli  argomenti  pseudo-plausibili  della  sua   propria
    presunzione. Il Tasso ne sviluppa l'immagine sul paesaggio umano della
    gran  battaglia,  e  lo  sottolinea  pi  insistentemente  tornando  a
    Goffredo,  che era giunto sul fronte  Nel  suo  scudo  maggior  tutto
    rinchiuso  (XI  51,7).  Il  pio duce cambia questo scudo con uno men
    gravoso,  e la conseguenza materiale  immediata: Goffredo   colpito
    da una saetta. Il coincidere del "disarmo" e della "ferita", in quanto
      immediato,  costituisce  nel  racconto  di  superficie un incidente
    fortuito;  ma il Tasso lo rappresenta con pieno rilievo appunto  nella
    necessit  del  coincidere.  Ci  vale  a  dire  che,  nel  suo  pieno
    significato, l'evento risponde necessariamente, non fortuitamente,  al
    processo  per  cui  la  crisi  esplode nel suo effetto: Cos "mutato"
    scudo "a pena disse",  Quando a lui venne una saetta a volo,  E ne  la
    gamba  il  colse,  e  la trafisse Nel pi nervoso,  ove  pi acuto il
    duolo (XI 54,1-4).
    La coincidenza temporale perfetta  sottintesa nel fatto  che  le  due
    circostanze  indipendenti  (disarmo  e  lancio  della freccia) debbono
    essere simultanee all'inizio delle  loro  rispettive  possibilit:  la
    freccia   deve   partire  in  volo  all'istante  in  cui  si  effettua
    l'imbraccio del mutato scudo.
    La ferita prende il suo luogo  nel  racconto  come  terzo  "segno"  di
    errore,  dopo i rimproveri di Pietro e di Raimondo;  e la cronaca vien
    presto a dimostrare  nei  fatti  l'esaurirsi  delle  forze  interiori.
    L'azione  si  snerva,  i Crociati non hanno pi impeto.  La giornata 
    perduta, e le ragioni dell'insuccesso assumono l'aspetto verosimile di
    un complesso di circostanze materiali. Ma l'episodio della ferita, che
    fra esse  determinante,   messo in rapporto dal poeta col  tema  del
    disarmo  in  modo  cos  stringente  che esso viene a rappresentare il
    momento tangibile di un decorso interiore,  di quella parabola  morale
    di  cui fa parte l'abdicare al proprio carattere e alle sue forze.  N
    Goffredo tenter mai pi di mutar armi;  l'attacco finale alla  citt,
    cio  un  dispositivo  di  circostanze  analoghe,  sar  condotto  dal
    capitano secondo il programma originale del suo personaggio,  ed  avr
    pieno successo. Quel programma originale, pertanto, destinato ad esser
    cos pericolosamente sommosso al centro del poema,  e poi ripristinato
    per intero,  fa del personaggio di Goffredo  l'autentico  centro,  non
    solo  gerarchico,  della  struttura  compositiva  della "Gerusalemme";
    anche se in altri personaggi, e in specie femminili, il poeta giunge a
    pi alta e suggestiva espressione.


    4.
    Quanto sia alto  e  suggestivo  lo  stile  del  Tasso  il  lettore  lo
    constater con gioia,  ascoltando la lettura e usufruendo con giudizio
    dei commenti ai passi singoli e di studi particolari.  Il senso che il
    Tasso  aveva  della mobilit delle immagini,  della composizione delle
    impressioni e della narrabilit dell'indicibile servono  a  meraviglia
    il  suo penetrare nei recessi dell'animo e nelle penombre dei moti pi
    segreti.  La materia magica,  come quella demonica e quella  angelica,
    gli  provvedono  registri  in  cui  si  fanno  raccontabili  stati  di
    turbamento  fino  allora  inesplorati   con   tanta   penetrazione   e
    competenza, ed arricchiscono la sua tavolozza (spesso gi premonitrice
    della  sontuosit del Barocco) di semitoni e di composti inauditi.  Il
    suo senso della scena raccoglie episodi in teatri naturali, costituiti
    da un avvallamento circolare,  da un podio,  da un padiglione,  da una
    folla   accerchiante;   e   mette  a  fuoco  l'accadere  in  una  luce
    concentrata, come di proiezioni convergenti.  Nel grande ordine di uno
    stile   sicuro  si  assestano  mille  espedienti  linguistici  portati
    talvolta al limite  del  possibile,  figure  etimologiche,  accordi  a
    senso,  usi arditi di connotazione.  Cos,  nel grande ordine del tema
    assunto,  nella vasta fiumana di azioni contenuta nella  Crociata,  il
    conoscitore  del  caos umano fa vivere e fiorire le pi diverse specie
    di avventura interiore,  che nella  stessa  maestria  del  compositore
    giungono  a  brillare  di bellezza anche quando le opprime lo schianto
    della disperazione.
    FREDI CHIAPPELLI









    NOTIZIA.


    La vita del Tasso  fu  inquieta  e  a  momenti  drammatica.  Nacque  a
    Sorrento L'11 di marzo 1544 da Bernardo Tasso,  poeta e uomo di corte,
    di famiglia bergamasca (la casa dei Tasso,  in via Pignolo a  Bergamo,
    fu  soggiorno  di Torquato giovinetto nel 1556-1557 e nel 1587),  e da
    Porzia de' Rossi, di nobile famiglia toscana.  Studi a Napoli,  poi a
    Roma;  alla morte di sua madre (1556) si reca a Bergamo, poi raggiunge
    il padre alla corte di Urbino.  Intorno ai venti anni    nel  Veneto,
    studente, a Padova, di diritto; e si occupa anche di aiutare suo padre
    nella stampa dell'"Amadigi", promossa dall'Accademia veneziana; i suoi
    contatti col mondo letterario veneziano sono frequenti.  Gi nel 1552,
    secondo il Solerti,  pensava ad un poema epico  sulla  liberazione  di
    Gerusalemme,  e  ne  scriveva  un  primo  canto.  Nel 1562 pubblica il
    "Rinaldo".  Gi conosciuto anche come poeta lirico entra  nella  corte
    del cardinale Luigi d'Este (1565); le rime per Lucrezia Bendidio e per
    Laura Peperara testimoniano dei suoi primi amori. E' di questo periodo
    la  protezione di Leonora e Lucrezia d'Este.  Nel 1569 perde il padre,
    nel 1570 si reca a Parigi;  intorno a questi anni compone i  "Discorsi
    dell'arte poetica". Tornato a Ferrara lascia il servizio del cardinale
    ed  entra nella corte del duca Alfonso d'Este;  ed entra in un periodo
    di intensa attivit poetica: nel 1573  compiuta l'"Aminta",  nel 1575
    la  "Gerusalemme  Liberata".  La salute del poeta entra in questi anni
    nella sua terribile crisi; preceduta da febbri si manifesta in lui una
    malinconia patologica,  uno sgomento crescente che giunger  poi  fino
    alla  follia.  Dal 1575 al 1579 l'inquietudine lo spinge a peregrinare
    per l'Italia,  a tormentarsi per la revisione del poema,  ad accusarsi
    di  eresia all'Inquisizione (1577);  e giunge fino a seri eccessi.  E'
    passata alla storia, per esempio,  una violenta scena di furore contro
    un  servo  della  corte  di Ferrara;  e la sua strana gita a Sorrento,
    travestito,  per sorprendere la sorella con la falsa notizia della sua
    propria  morte.  Si arriva cos alla sua segregazione nell'ospedale di
    Sant'Anna,  a Ferrara,  che dura sette anni,  fino al 1586;  di questa
    segregazione  l'epistolario tassesco lascia un'immagine tenebrosa,  in
    cui a momenti di lucidit commovente si alternano crisi  di  mania  di
    persecuzione.
    Nel  frattempo  il poema era stato pubblicato varie volte,  ma in modo
    talora frammentario,  nel 1581 esce un'edizione integrale  a  cura  di
    Febo  Bonn.  Le polemiche sorte intorno al poema,  e specialmente gli
    attacchi dell'Accademia della Crusca (1584) giungendo  fino  al  poeta
    recluso,  aumentano  le  sue amarezze e le sue inquietudini;  nel 1585
    scrive  l'"Apologia  della  Gerusalemme  Liberata".   L'anno  seguente
    ottiene  di essere liberato,  anche per merito di Vincenzo Gonzaga,  e
    termina di scrivere la tragedia "Il Torrismondo".  Nella  speranza  di
    ricuperare  l'eredit  materna  si  reca  a  Napoli  (1588) e vi resta
    l'intero anno, ospite dei monaci di Monte Oliveto: scrive qui il primo
    canto del poema "Il Monte Oliveto",  e "Il Rogo amoroso".  Si apre  un
    nuovo periodo di vagabondaggi per l'Italia,  durante il quale il Tasso
    rielabora la "Gerusalemme Liberata" in una nuova forma che  s'intitola
    "La  Gerusalemme  Conquistata"  pubblicata  a Roma nel 1593.  Nel 1594
    pubblica a Napoli i "Discorsi del poema eroico". Il papa Clemente VIII
    gli decreta una pensione  e  lo  invita  a  Roma  per  l'incoronazione
    poetica; ma  troppo tardi. Il Tasso va a Roma, ma gi malato a morte;
    ospitato nel convento di Sant'Onofrio, muore il 25 aprile del 1595.











    NOTA BIBLIOGRAFICA.


    Per  una  rassegna  dei repertori bibliografici tassiani rimandiamo il
    lettore all'appendice bibliografica al capitolo sul Tasso nel vol.  IV
    della "Storia della Letteratura Italiana",  diretta da E.  Cecchi e N.
    Sapegno,  Milano 1966,  p.  806.  Un benemerito lavoro  bibliografico,
    periodicamente  presentato nella rivista Studi Tassiani,  dobbiamo a
    A.  Tortoreto,  autore,  tra l'altro,  di una Bibliografia essenziale
    tassiana,  in  T.  Tasso  (vol.  celebrativo  del IV centenario della
    nascita), Milano 1957.

    Commenti.

    Commenti antichi.  S.  GENTILI,  "Annotazioni  sulla  Gerusalemme  del
    Tasso", Leida 1586; G. GUASTAVINI, "Discorsi e annotazioni sopra la G.
    L.  di T.  Tasso",  Pavia 1592; P. BENI, "Il Goffredo, ovvero la G. L.
    del Tasso col commento", Padova 1616.
    Tra le moderne edizioni commentate.  S.  FERRARI  (Firenze  1890);  L.
    RUSSO (Milano-Messina 1940),  B. T. SOZZI (Torino 1956); F. CHIAPPELLI
    (Firenze 1957); L. CARETTI (Milano 1957); G. GETTO (Brescia 1960).

    Biografie.

    BLACK, J., "Life of T. Tasso,  with an historical and critical Account
    of this Writings", Edimbourg 1810.
    SERASSI,  P.  A.,  "Vita di T.  Tasso",  Firenze 1858(3) (post.  da C.
    GUASTI).
    SOLERTI, A., "Vita di T. Tasso", Torino-Roma 1895.
    BOULTING, W., "Tasso and his Times", London 1907.
    TOFFANIN, G., "Il Tasso e l'et che fu sua", Napoli 1945.
    DE NARDO, V., "T. Tasso a Roma", Pisa 1979.

    Studi fondamentali sul Tasso e la "Gerusalemme Liberata".

    FOSCOLO, U., "Della G. L. tradotta in versi", in "Opere", Ed. Naz., X.
    FOSCOLO,  U.,  "Saggio sui poemi narrativi e romanzeschi italiani"  in
    "Opere", Ed. Naz., X.
    DE SANCTIS, F., "Storia della letteratura italiana", c. XIII.
    CARDUCCI,  G.,  discorso  quinto  "Dello svolgimento della letteratura
    nazionale", in "Opere", Ed. Naz.,  I;  "Ariosto e Tasso",  in "Opere",
    XV.
    DONADONI, E., "T. Tasso", Firenze 1920.
    BOSCO, U., voce Tasso, in "Enciclopedia Italiana", XXXIII, 1937.
    CROCE, B., "T. Tasso", in "Poesia antica e moderna", Bari 1950(3).
    CROCE, B., "Storia dell'et barocca", Bari 1946.
    FLORA,  F., "T. Tasso", in "Storia della letteratura italiana", Milano
    1940.
    FLORA, F., "Introduzione" a T. Tasso, "Poesie", Milano-Napoli 1952.
    MOMIGLIANO,  A.,  "I motivi del poema del Tasso",  in "Introduzione ai
    poeti", Roma 1946.
    FUBINI,  M.,  "La  poesia  del  Tasso",  in  "Studi  sulla letteratura
    italiana del Rinascimento", Firenze 1948.
    LEO, U., "T.  Tasso.  Studien zur Vorgeschichte der Secentismo",  Bern
    1951.
    GETTO, G., "Interpretazione del Tasso", Napoli 1951, 1967(2).
    SOZZI,  B.T., "Il mondo spirituale e poetico del Tasso", in "Studi sul
    Tasso", Pisa 1954.
    CARETTI, L., "Ariosto e Tasso", Torino 1961, 1970(2).
    CHIAPPELLI,  F.,  "Struttura inventiva e struttura espressiva nella G.
    L.", in Studi Tassiani (1964-1965).
    CHIAPPELLI, F., " Il conoscitore del caos", Roma 1981.
    BRAND, C. P., "T. Tasso", Cambridge 1965.
    MAZZALI, E., "Introduzione" a T. Tasso, "Opere", I, Napoli 1969.
    OLDCORN, A., "The Textual problems of Tasso's G. Conq.", Ravenna 1976.
    VARESE, C., "T. Tasso, Epos-Parola-Scena", Messina-Firenze 1976.
    BRAGHIERI, P., "Il testo come soluzione rituale, G. L.", Bologna 1978.
    MURRIN, M., "The Allegorical Epic", Chicago 1980.

    Studi sul linguaggio della "Gerusalemme Liberata".

    SPOERRI, T., "Renaissance und Barock bei Ariost und Tasso", Bern 1922.
    BATTAGLIA, R., "Dalla lingua dell'Amadigi a quella della Gerusalemme",
    in Cultura Neolatina, I (1941), p.p. 94-115.
    RUGGIERI, R. M., "Latinismi, forme etimologiche e forme significanti
    nella Gerusalemme", in Lingua Nostra, VII (1946).
    FUBINI,  M.,  "Osservazioni sul lessico e sulla metrica del Tasso", in
    "Studi sulla letteratura italiana del Rinascimento" cit.
    FLORA, F., "Introduzione" a T. Tasso, "Poesie" cit.
    CHIAPPELLI, F., "Studi sul linguaggio del Tasso epico", Firenze 1957.
    RUSSO, F.,  "Il linguaggio poetico della Gerusalemme",  in "Ritratti e
    disegni storici", Firenze 1961.
    JENNI,  A.,  "Tasso poeta nuovo della sfumatura",  in Studi... Lugli e
    Valeri", Venezia 1961.
    RAIMONDI, E., "Rinascimento inquieto", Palermo 1965.
    HAUPT, H., "Bild- und Anschauungswelt T. Tassos", Mnchen 1974.
    KLOPP, C., "Peregrino and Errante in the G.  L.",  in Modern Language
    Notes 94 (1976), p.p. 61-76.
    DERLA,  L.,  "Sull'Allegoria  della G.  L.",  in Italianistica,  VII
    (1978), p.p. 473-488.
    ZATTI,  S.,  "Erranza,  infermit e conquista: le figure del conflitto
    nella Liberata", in Lettere Italiane (1981), p.p. 175-215.


















    NOTA EDITORIALE.


    Non  possediamo  n  un manoscritto definitivo n un'edizione principe
    della "Gerusalemme Liberata",  per quanto essa  sia  stata  pi  volte
    stampata  vivente l'autore.  Ci  dovuto alle difficolt che il Tasso
    ebbe a controllare le stampe; ma soprattutto al fatto che la redazione
    del poema fu  sempre  in  movimento,  e  il  suo  testo  in  revisione
    continua,  finch a un certo punto non si venne configurando il vero e
    proprio rifacimento che si chiam "Gerusalemme Conquistata". Si tratta
    perci   di   individuare   un   testo   inevitabilmente    composito,
    appoggiandosi  alle  stampe principali: due delle tre edizioni di Febo
    Bonn, la prima Baldini,  Ferrara 1581;  la seconda Eredi di Francesco
    de' Rossi,  Ferrara 1581;  e quella Osanna,  Mantova 1584,  curata dal
    principale corrispondente e consigliere del Tasso, Scipione Gonzaga; e
    di cercare il punto massimo di finitura della "Liberata" prima che  si
    entri  nel  fermento  della  "Conquistata".  Gli editori moderni hanno
    oscillato fra i due termini 1581 e 1584,  gli uni  (per  es.  Solerti)
    propendendo  alla stabilizzazione del 1581,  altri (per es.  Bonfigli)
    propendendo a quella del 1584.  Il Flora nella  sua  recente  edizione
    (Ricciardi,  Milano-Napoli  1952)  afferma la necessit di adottare un
    criterio  eclettico  e  soggettivo,   data  l'eccezionalit  del  caso
    presentato dal testo tassesco.
    In ogni modo,  il problema del testo della "Gerusalemme" reclama,  pi
    che ogni altro, il contributo dello stilista; che metta a servizio dei
    delicati problemi di scelta fra le edizioni  1581  e  l'edizione  1584
    quel  che  si  pu  sapere  sulle abitudini espressive e sui caratteri
    strutturali del linguaggio del Tasso.
    L'autore del presente commento ha deciso  di  adottare  come  base  il
    testo  elaborato  da  Lanfranco  Caretti  (vedi "Nota bibliografica"),
    conoscitore agguerrito delle costanti stilistiche tassesche.
    I principali casi di divario sono i seguenti:

    1. Gli effetti di pausa, modulazione ritmica,  e rilievo fonosimbolico
    del  testo  sono  stati  assecondati per quanto  possibile sia con la
    punteggiatura (per es., la virgola dopo "pur" a XVII 53,1,  o il punto
    e virgola dopo "fianco" a I 57,3, che serve a distinguere due immagini
    diverse), sia con la segnalazione delle contrazioni di parola (sincope
    ed  apocope,  se  portatrici  di un valore espressivo sono indicate da
    accento circonflesso,  come in "dir"),  sia con la segnalazione delle
    protrazioni di parola (la dieresi,  come in "orente",  pure indicata
    quando  pu  essere  portatrice  di  un  effetto   anche   minimo   di
    modificazione  espressiva);  spesso,  questi  valori  addizionali sono
    commentati o almeno menzionati in nota.
    2.  Alcune maiuscole sono state introdotte per sottolineare l'idea  di
    personificazione (per es.,  in "Fortuna") o una carica di espressivit
    (descrittiva evocativa,  comparativa,  ecc.) inerente al nome  proprio
    pi che al nome comune (per es.,  in "Nova Furia",  XVI 59,1) anche in
    casi limite (come "Sileno" a XVIII 30,1).
    3.  Gli accenti fonici  sono  stati  segnati  quando  poteva  prodursi
    equivoco,  come  in  "dlle"  (le  d),  "pra" (perisca),  "sle"
    (suole),   fre  (ferisce)    distinto  dall'accento  da   "fere"
    (belve),  bench  entrambe  le parole presentino l'identica apertura
    vocalica.
    4.  I patrionimici sono segnati da maiuscole quando sono sostantivi (i
    Francesi, il Britanno), da minuscola quando aggettivi.
    5.  I  passi  dove  il divario dal testo del Caretti concerne parole o
    costrutti (casi nei quali ci manteniamo al testo da  noi  offerto  nel
    1957) sono i seguenti:
    I  63,8:  "regi"  invece  di  regni  lezione di Osanna,  si accorda
    meglio alla nozione individuale di "sfidar".
    V 22,7: "soffrir  lo  di",  invece  di  soffrirlo;  distacca  com'
    necessario l'oggetto, e d la voluta enfasi al verbo.
    V 70,8: "o chi" invece di e chi, giacch "segua" si oppone, e non si
    addiziona, a "precorra".
    VII 94,8: "uom toglie" invece di toglie;  la frase sembra suonar pi
    giusta con l'impersonale,  che in questa forma appare anche per es.  a
    XV 4,7.
    X  68,7:  "selce"  invece  di scelce,  non riscontrando frequenza di
    questa riproduzione grafica di una particolarit fonetica dialettale.
    XII 80,4: "nubi" invece di nube (plurale),  che forse    errore  di
    stampa nel Caretti (cfr. XIII 75,1, XX 2,5).
    XIV 63,7: "eco" invece di ecco.
    XIV 79,5: "dipoi" invece di dopoi; cos a XVII 4 8.
    XVI  40,2:  "teco parte" invece di parte teco,  non solo per evitare
    l'allitterazione "porti parte",  ma anche per preservare la  struttura
    del  verso  con  l'idea di spartizione serrata al centro,  secondo una
    costante dello stile tassesco.
    XVII 41,7: "arti" invece di arte.
    XVII 78,3: "sconfigea" invece di configea,  che non conosco in senso
    di vincere una battaglia.
    XVIII 3,5: "indi" invece di di,  "lectio difficilior" e pi ricca di
    evocazione prospettica.
    XX 132 1: "certo  scemo 'l tuo onor" invece di certo  scorno al tuo
    onor.  Sono dati in nota gli altri esempi di "scemo" per giustificare
    l'opzione,  che  evita  l'attrazione banale dello "scorni" dell'ottava
    precedente.

    Il presente commento  il risultato di un ampio lavoro di revisione in
    cui  confluiscono  anche  parecchi  saggi  pubblicati  dopo   la   mia
    precedente  edizione  della  "Gerusalemme  Liberata" (Salani,  Firenze
    1957). Abbondanti materiali inediti, inoltre,  hanno contribuito a una
    sostanziale moltiplicazione delle note.
    Mi  piace rivolgere qui il riconoscimento di un attento e appassionato
    lavoro di assistenza,  correzione,  e persino incoraggiamento al Dott.
    Pier Massimo Forni e a Cynthia Craig,  ai quali neppure una sillaba di
    questo lavoro  ignota. Anthony Sugaar ha pure collaborato.  Il Senato
    Accademico  dell'Universit  della  California  a  Los  Angeles  ci ha
    generosamente sostenuti.

    Los Angeles 1981.









    GERUSALEMME LIBERATA
    POEMA EROICO DEL SIGNOR TORQUATO TASSO
    AL SERENISSIMO SIGNORE IL SIGNOR DONNO
    ALFONSO II D'ESTE
    DUCA DI FERRARA


    CANTO I

    1.
    Canto l'arme pietose e 'l capitano
    che 'l gran sepolcro liber di Cristo.
    Molto egli opr co 'l senno e con la mano,
    molto soffr nel glorioso acquisto;
    e in van l'Inferno vi s'oppose, e in vano
    s'arm d'Asia e di Libia il popol misto.
    Il Ciel gli di favore, e sotto a i santi
    segni ridusse i suoi compagni erranti.

    2.
    O Musa, tu che di caduchi allori
    non circondi la fronte in Elicona,
    ma su nel cielo infra i beati cori
    hai di stelle immortali aurea corona,
    tu spira al petto mio celesti ardori,
    tu rischiara il mio canto, e tu perdona
    s'intesso fregi al ver, s'adorno in parte
    d'altri diletti, che de' tuoi, le carte.

    3.
    Sai che l corre il mondo ove pi versi
    di sue dolcezze il lusinghier Parnaso
    e che 'l vero, condito in molli versi
    i pi schivi allettando ha persuaso.
    Cos a l'egro fanciul porgiamo aspersi
    di soavi licor gli orli del vaso:
    succhi amari ingannato intanto ei beve,
    e da l'inganno suo vita riceve.

    4.
    Tu, magnanimo Alfonso, il qual ritogli
    al furor di fortuna e guidi in porto
    me peregrino errante, e fra gli scogli
    e fra l'onde agitato e quasi absorto,
    queste mie carte in lieta fronte accogli,
    che quasi in voto a te sacrate i' porto.
    Forse un d fia che la presaga penna
    osi scriver di te quel ch'or n'accenna.

    5.
    E' ben ragion, s'egli averr ch'in pace
    il buon popol di Cristo unqua si veda,
    e con navi e cavalli al fero Trace
    cerchi ritr la grande ingiusta preda,
    ch'a te lo scettro in terra o, se ti piace,
    l'alto imperio de' mari a te conceda.
    Emulo di Goffredo, i nostri carmi
    intanto ascolta, e t'apparecchia a l'armi.

    6.
    Gi 'l sesto anno volgea, ch'in orente
    pass il campo cristiano a l'alta impresa;
    e Nicea per assalto, e la potente
    Antiochia con arte avea gi presa.
    L'avea poscia in battaglia incontra gente
    di Persia innumerabile difesa,
    e Tortosa espugnata; indi a la rea
    stagion di loco, e 'l novo anno attendea.

    7.
    E 'l fine omai di quel piovoso inverno,
    che fea l'arme cessar, lunge non era;
    quando da l'alto soglio il Padre eterno,
    ch' ne la parte pi del ciel sincera,
    e quanto  da le stelle al basso inferno,
    tanto  pi in su de la stellata spera,
    gli occhi in gi volse, e in un sol punto e in una
    vista mir ci ch'in s il mondo aduna.

    8.
    Mir tutte le cose, ed in Soria
    s'affis poi ne' prncipi cristiani;
    e con quel guardo suo ch'a dentro spia
    nel pi secreto lor gli affetti umani,
    vide Goffredo che scacciar desia
    de la santa citt gli empi pagani,
    e pien di f, di zelo, ogni mortale
    gloria, imperio, tesor mette in non cale.

    9.
    Ma vede in Baldovin cupido ingegno,
    ch'a l'umane grandezze intento aspira:
    vede Tancredi aver la vita a sdegno,
    tanto un suo vano amor l'ange e martira:
    e fondar Boemondo al novo regno
    suo d'Antiochia alti princpi mira,
    e leggi imporre, ed introdur costume
    ed arti e culto di verace nume;

    10.
    e cotanto internarsi in tal pensiero,
    ch'altra impresa non par che pi rammenti:
    scorge in Rinaldo e animo guerriero
    e spirti di riposo impazenti;
    non cupidigia in lui d'oro o d'impero,
    ma d'onor brame immoderate, ardenti:
    scorge che da la bocca intento pende
    di Guelfo, e i chiari antichi essempi apprende.

    11.
    Ma poi ch'ebbe di questi e d'altri cori
    scrti gl'intimi sensi il Re del mondo,
    chiama a s da gli angelici splendori
    Gabrel, che ne' primi era secondo.
    E' tra Dio questi e l'anime migliori
    interprete fedel, nunzio giocondo:
    gi i decreti del Ciel porta, ed al Cielo
    riporta de' mortali i preghi e 'l zelo.

    12.
    Disse al suo nunzio Dio: - Goffredo trova,
    e in mio nome di' lui: perch si cessa?
    perch la guerra omai non si rinova
    a liberar Gierusalemme oppressa?
    Chiami i duci a consiglio, e i tardi mova
    a l'alta impresa: ei capitan fia d'essa.
    Io qui l'eleggo; e 'l faran gli altri in terra,
    gi suoi compagni, or suoi ministri in guerra. -

    13.
    Cos parlgli, e Gabriel s'accinse
    veloce ad esseguir l'imposte cose:
    la sua forma invisibil d'aria cinse
    ed al senso mortal la sottopose.
    Umane membra, aspetto uman si finse,
    ma di celeste maest il compose;
    tra giovene e fanciullo et confine
    prese, ed orn di raggi il biondo crine.

    14.
    Ali bianche vest, c'han d'or le cime,
    infaticabilmente agili e preste:
    fende i venti e le nubi, e va sublime
    sovra la terra e sovra il mar con queste.
    Cos vestito, indirizzossi a l'ime
    parti del mondo il messaggier celeste:
    pria sul Libano monte ei si ritenne,
    e si libr su l'adeguate penne;

    15.
    e ver' le piaggie di Tortosa poi
    drizz precipitando il volo in giuso.
    Sorgeva il novo sol da i lidi eoi,
    parte gi fuor, ma 'l pi ne l'onde chiuso;
    e porgea matutini i preghi suoi
    Goffredo a Dio, come egli avea per uso;
    quando a paro co 'l sol, ma pi lucente,
    l angelo gli appar da l'orente;

    16.
    e gli disse: - Goffredo, ecco opportuna
    gi la stagion ch'al guerreggiar s'aspetta;
    perch dunque trapor dimora alcuna
    a liberar Gierusalem soggetta?
    Tu i principi a consiglio omai raguna,
    tu al fin de l'opra i neghittosi affretta.
    Dio per lor duce gi t'elegge, ed essi
    sopporran volontari a te se stessi.

    17.
    Dio messaggier mi manda: io ti rivelo
    la sua mente in suo nome. Oh quanta spene
    aver d'alta vittoria, oh quanto zelo
    de l'oste a te commessa or ti conviene! -
    Tacque; e, sparito, rivol del cielo
    a le parti pi eccelse e pi serene.
    Resta Goffredo a i detti, a lo splendore,
    d'occhi abbagliato, attonito di core.

    18.
    Ma poi che si riscote, e che discorre
    chi venne, chi mand, che gli fu detto,
    se gi bramava, or tutto arde d'imporre
    fine a la guerra ond'egli  duce eletto.
    Non che 'l vedersi a gli altri in Ciel preporre
    d'aura d'ambizon gli gonfi il petto,
    ma il suo voler pi nel voler s'infiamma
    del suo Signor, come favilla in fiamma.

    19.
    Dunque gli eroi compagni, i quai non lunge
    erano sparsi, a ragunarsi invita;
    lettere a lettre, e messi a messi aggiunge,
    sempre al consiglio  la preghiera unita;
    ci ch'alma generosa alletta e punge,
    ci che pu risvegliar virt sopita,
    tutto par che ritrovi, e in efficace
    modo l'adorna s che sforza e piace.

    20.
    Vennero i duci, e gli altri anco seguiro,
    e Boemondo sol qui non convenne.
    Parte fuor s'attend, parte nel giro
    e tra gli alberghi suoi Tortosa tenne.
    I grandi de l'essercito s'uniro
    (glorioso senato) in d solenne.
    Qui il pio Goffredo incominci tra loro,
    augusto in volto ed in sermon sonoro:

    21.
    - Guerrier di Dio, ch'a ristorar i danni
    de la sua fede il Re del Cielo elesse,
    e securi fra l'arme e fra gl'inganni
    de la terra e del mar vi scrse e resse,
    s ch'abbiam tante e tante in s pochi anni
    ribellanti provincie a lui sommesse,
    e fra le genti debellate e dome
    stese l'insegne sue vittrici e 'l nome,

    22.
    gi non lasciammo i dolci pegni e 'l nido
    nativo noi (se 'l creder mio non erra),
    n la vita esponemmo al mare infido
    ed a i perigli di lontana guerra,
    per acquistar di breve suono un grido
    vulgare e posseder barbara terra,
    ch proposto ci avremmo angusto e scarso
    premio, e in danno de l'alme il sangue sparso.

    23.
    Ma fu de' pensier nostri ultimo segno
    espugnar di Son le nobil mura,
    e sottrarre i cristiani al giogo indegno
    di servit cos spiacente e dura,
    fondando in Palestina un novo regno,
    ov'abbia la piet sede secura;
    n sia chi neghi al peregrin devoto
    d'adorar la gran tomba e sciorre il voto.

    24.
    Dunque il fatto sin ora al rischio  molto,
    pi che molto al travaglio, a l'onor poco,
    nulla al disegno, ove o si fermi o vlto
    sia l'impeto de l'armi in altro loco.
    Che giover l'aver d'Europa accolto
    s grande sforzo, e posto in Asia il foco,
    quando sia poi di s gran moti il fine
    non fabriche di regni, ma ruine?

    25.
    Non edifica quei che vuol gl'imperi
    su fondamenti fabricar mondani,
    ove ha pochi di patria e fe' stranieri
    fra gl'infiniti popoli pagani,
    ove ne' Greci non conven che speri,
    e i favor d'Occidente ha s lontani;
    ma ben move ruine, ond'egli oppresso
    sol construtto un sepolcro abbia a se stesso.

    26.
    Turchi, Persi, Antiochia (illustre suono
    e di nome magnifico e di cose)
    opre nostre non gi, ma del Ciel dono
    furo, e vittorie fur meravigliose.
    Or se da noi rivolte e torte sono
    contra quel fin che 'l donator dispose,
    temo ce 'n privi, e favola a le genti
    quel s chiaro rimbombo al fin diventi.

    27.
    Ah non sia alcun, per Dio, che s graditi
    doni in uso s reo perda e diffonda!
    A quei che sono alti princpi orditi
    di tutta l'opra il filo e 'l fin risponda.
    Ora che i passi liberi e spediti,
    ora che la stagione abbiam seconda,
    ch non corriamo a la citt ch' mta
    d'ogni nostra vittoria? e che pi 'l vieta?

    28.
    Prncipi, io vi protesto (i miei protesti
    udr il mondo presente, udr il futuro,
    l'odono or su nel Cielo anco i Celesti):
    il tempo de l'impresa  gi maturo;
    men diviene opportun pi che si resti;
    incertissimo fia quel ch' securo.
    Presago son, s' lento il nostro corso,
    avr d'Egitto il Palestin soccorso. -

    29.
    Disse, e a i detti segu breve bisbiglio;
    ma sorse poscia il solitario Piero,
    che privato fra' principi a consiglio
    sedea, del gran passaggio autor primiero:
    - Ci ch'essorta Goffredo, ed io consiglio;
    n loco a dubbio v'ha, s certo  il vero
    e per s noto: ei dimostrollo a lungo,
    voi l'approvate, io questo sol v'aggiungo:

    30.
    se ben raccolgo le discordie e l'onte
    quasi a prova da voi fatte e patite,
    i ritrosi pareri, e le non pronte
    e in mezzo a l'esseguire opre impedite,
    reco ad un'altra originaria fonte
    la cagion d'ogni indugio e d'ogni lite,
    a quella autorit che, in molti e vari
    d'opinon quasi librata,  pari.

    31.
    Ove un sol non impera, onde i giudci
    pendano poi de' premi e de le pene,
    onde sian compartite opre ed uffici,
    ivi errante il governo esser conviene.
    Deh! fate un corpo sol de' membri amici,
    fate un capo che gli altri indrizzi e frene,
    date ad un sol lo scettro e la possanza,
    e sostenga di re vece e sembianza. -

    32.
    Qui tacque il veglio. Or quai pensier, quai petti
    son chiusi a te, sant'Aura e divo Ardore?
    Inspiri tu de l'Eremita i detti,
    e tu gl'imprimi a i cavalier nel core;
    sgombri gl'inserti, anzi gl'innati affetti
    di sovrastar, di libert, d'onore,
    s che Guglielmo e Guelfo, i pi sublimi,
    chiamr Goffredo per lor duce i primi.

    33.
    L'approvr gli altri: esser sue parti denno
    deliberare e comandar altrui.
    Imponga a i vinti legge egli a suo senno;
    porti la guerra e quando vle e a cui;
    gli altri, gi pari, ubidienti al cenno
    siano or ministri de gl'imperii sui.
    Concluso ci, fama ne vola; e grande
    per le lingue de gli uomini si spande.

    34.
    Ei si mostra a i soldati, e ben lor pare
    degno de l'alto grado ove l'han posto,
    e riceve i saluti e 'l militare
    applauso, in volto placido e composto.
    Poi ch'a le dimostranze umili e care
    d'amor, d'ubidenza ebbe risposto,
    impon che 'l d seguente in un gran campo
    tutto si mostri a lui schierato il campo.

    35.
    Facea ne l'oriente il sol ritorno,
    sereno e luminoso oltre l'usato,
    quando co' raggil usc del novo giorno
    sotto l'insegne ogni guerriero armato,
    e si mostr quanto pot pi adorno
    al pio Buglion, girando il largo prato.
    S'era egli fermo, e si vedea davanti
    passar distinti i cavalieri e i fanti.

    36.
    Mente, de gli anni e de l'oblio nemica,
    de le cose custode e dispensiera,
    vagliami tua ragion, s ch'io ridica
    di quel campo ogni duce ed ogni schiera:
    suoni e risplenda la lor fama antica,
    fatta da gli anni omai tacita e nera;
    tolto da' tuoi tesori, orni mia lingua
    ci ch'ascolti ogni et, nulla l'estingua.

    37.
    Prima i Franchi mostrrsi: il duce loro
    Ugone esser solea, del re fratello.
    Ne l'Isola di Francia eletti fro,
    fra quattro fiumi, ampio paese e bello.
    Poscia ch'Ugon mor, de' gigli d'oro
    segu l'usata insegna il fer drapello
    sotto Clotreo, capitano egregio,
    a cui, se nulla manca,  il nome regio.

    38.
    Mille son di gravissima armatura,
    sono altrettanti i cavalier seguenti,
    di disciplina a i primi e di natura
    e d'arme e di sembianza indifferenti;
    normandi tutti, e gli ha Roberto in cura,
    che principe nativo  de le genti.
    Poi duo pastor de' popoli spiegaro
    le squadre lor, Guglielmo ed Ademaro.

    39.
    L'uno e l'altro di lor, che ne' divini
    uffici gi tratt pio ministero,
    sotto l'elmo premendo i lunghi crini,
    essercita de l'arme or l'uso fero,
    Da la citt d'Orange e da i confini
    quattrocento guerrier scelse il primiero;
    ma guida quei di Poggio in guerra l'altro,
    numero egual, n men ne l'arme scaltro.

    40.
    Baldovin poscia in mostra addur si vede
    co' Bolognesi suoi quei del germano,
    ch le sue genti il pio fratel gli cede
    or ch'ei de' capitani  capitano.
    Il conte di Carnuti indi succede,
    potente di consiglio e pro' di mano;
    van con lui quattrocento, e triplicati
    conduce Baldovino in sella armati.

    41.
    Occupa Guelfo il campo a lor vicino,
    uom ch'a l'alta fortuna agguaglia il merto:
    conta costui per genitor latino
    de gli avi Estensi un lungo ordine e certo.
    Ma german di cognome e di domno,
    ne la gran casa de' Guelfoni  inserto:
    regge Carinzia, e presso l'Istro e 'l Reno
    ci che i Prischi Suevi e i Rieti avino.

    42.
    A questo, che retaggio era materno,
    acquisti ei giunse glorosi e grandi.
    Quindi gente traea che prende a scherno
    d'andar contra la morte, ov'ei comandi:
    usa a temprar ne' caldi alberghi il verno,
    e celebrar con lieti inviti i prandi.
    Fur cinquemila a la partenza, e a pena
    (de' Persi avanzo) il terzo or qui ne mena.

    43.
    Seguia la gente poi candida e bionda
    che tra i Franchi e i Germani e 'l mar si giace,
    ove la Mosa ed ove il Reno inonda,
    terra di biade e d'animai ferace;
    e gl'insulani lor, che d'alta sponda
    riparo fansi a l'ocen vorace:
    l'ocen che non pur le merci e i legni,
    ma intere inghiotte le cittadi e i regni.

    44.
    Gli uni e gli altri son mille, e tutti vanno
    sotto un altro Roberto insieme a stuolo.
    Maggior alquanto  lo squadron britanno;
    Guglielmo il regge, al re minor figliuolo.
    Sono gl'Inglesi sagittari, ed hanno
    gente con lor ch' pi vicina al polo:
    questi da l'alte selve irsuti manda
    la divisa dal mondo ultima Irlanda.

    45.
    Vien poi Tancredi, e non  alcun fra tanti
    (tranne Rinaldo) o feritor maggiore,
    o pi bel di maniere e di sembianti,
    o pi eccelso ed intrepido di core.
    S'alcun'ombra di colpa i suoi gran vanti
    rende men chiari,  sol follia d'amore:
    nato fra l'arme, amor di breve vista,
    che si nutre d'affanni, e forza acquista.

    46.
    E' fama che quel d che glorioso
    fe' la rotta de' Persi il popol franco,
    poi che Tancredi al fin vittorioso
    i fuggitivi di seguir fu stanco,
    cerc di rifrigerio e di riposo
    a l'arse labbia, al travagliato fianco,
    e trasse ove invitollo al rezzo estivo
    cinto di verdi seggi un fonte vivo.

    47.
    Quivi a lui d'improviso una donzella
    tutta, fuor che la fronte, armata apparse:
    era pagana, e l venuta anch'ella
    per l'istessa cagion di ristorarse.
    Egli mirolla, ed ammir la bella
    sembianza, e d'essa si compiacque, e n'arse.
    Oh meraviglia! Amor, ch'a pena  nato,
    gi grande vola, e gi trionfa armato.

    48.
    Ella d'elmo coprissi, e se non era
    ch'altri quivi arrivr, ben l'assaliva.
    Part dal vinto suo la donna altera,
    ch' per necessit sol fuggitiva;
    ma l'imagine sua bella e guerriera
    tale ei serb nel cor, qual essa  viva;
    e sempre ha nel pensiero e l'atto e 'l loco
    in che la vide, esca continua al foco.

    49.
    E ben nel volto suo la gente accorta
    legger potria: Questi arde, e fuor di spene;
    cos vien sospiroso, e cos porta
    basse le ciglia e di mestizia piene.
    Gli ottocento a cavallo, a cui fa scorta,
    lasciar le piaggie di Campagna amene,
    pompa maggior de la natura, e i colli
    che vagheggia il Tirren fertili e molli.

    50.
    Venian dietro ducento in Grecia nati,
    che son quasi di ferro in tutto scarchi
    pendon spade ritorte a l'un de' lati,
    suonano al tergo lor faretre ed archi;
    asciutti hanno i cavalli, al corso usati,
    a la fatica invitti, al cibo parchi:
    ne l'assalir son pronti e nel ritrarsi,
    e combatton fuggendo erranti e sparsi.

    51.
    Tatin regge la schiera, e sol fu questi
    che, greco, accompagn l'arme latine.
    Oh vergogna! oh misfatto! or non avesti
    tu, Grecia, quelle guerre a te vicine?
    E pur quasi a spettacolo sedesti,
    lenta aspettando de' grand'atti il fine.
    Or, se tu se' vil serva,  il tuo servaggio
    (non ti lagnar) giustizia, e non oltraggio.

    52.
    Squadra d'ordine estrema ecco vien poi
    ma d'onor prima e di valor e d'arte.
    Son qui gli Aventurieri, invitti eroi,
    terror de l'Asia e folgori di Marte.
    Taccia Argo i Mini, e taccia Art que' suoi
    erranti, che di sogni empion le carte;
    ch'ogni antica memoria appo costoro
    perde: or qual duce fia degno di loro?

    53.
    Dudon di Consal  il duce; e perch duro
    fu il giudicar di sangue e di virtute,
    gli altri sopporsi a lui concordi furo,
    ch'avea pi cose fatte e pi vedute.
    Ei di virilit grave e maturo,
    mostra in fresco vigor chiome canute;
    mostra, quasi d'onor vestigi degni,
    di non brutte ferite impressi segni.

    54.
    Eustazio  poi fra i primi; e i propri pregi
    illustre il fanno, e pi il fratel Buglione.
    Gernando v', nato di re norvegi,
    che scettri vanta e titoli e corone.
    Ruggier di Balnavilla infra gli egregi
    la vecchia fama ed Engerlan ripone;
    e celebrati son fra' pi gagliardi
    un Gentonio, un Rambaldo e duo Gherardi.

    55.
    Son fra' lodati Ubaldo anco, e Rosmondo
    del gran ducato di Lincastro erede;
    non fia ch'Obizzo il Tosco aggravi al fondo
    chi fa de le memorie avare prede,
    n i tre frati lombardi al chiaro mondo
    involi, Achille, Sforza e Palamede,
    o 'l forte Otton, che conquist lo scudo
    in cui da l'angue esce il fanciullo ignudo.

    56.
    N Guasco n Ridolfo a dietro lasso,
    n l'un n l'altro Guido, ambo famosi,
    non Eberardo e non Gernier trapasso
    sotto silenzio ingratamente ascosi.
    Ove voi me, di numerar gi lasso,
    Gildippe ed Odoardo, amanti e sposi,
    rapite? o ne la guerra anco consorti,
    non sarete disgiunti ancor che morti!

    57.
    Ne le scole d'Amor che non s'apprende?
    Ivi si fe' costei guerriera ardita:
    va sempre affissa al caro fianco; e pende
    da un fato solo l'una e l'altra vita:
    colpo che ad un sol noccia unqua non scende,
    ma indiviso  il dolor d'ogni ferita;
    e spesso  l'un ferito, e l'altro langue,
    e versa l'alma quel, se questa il sangue.

    58.
    Ma il fanciullo Rinaldo, e sovra questi
    e sovra quanti in mostra eran condutti,
    dolcemente feroce alzar vedresti
    la regal fronte, e in lui mirar sol tutti.
    L'et precorse e la speranza, e presti
    pareano i fior quando n'usciro i frutti;
    se 'l miri fulminar ne l'arme avolto,
    Marte lo stimi; Amor, se scopre il volto.

    59.
    Lui ne la riva d'Adige produsse
    a Bertoldo Sofia, Sofia la bella
    a Bertoldo il Possente; e pria che fusse
    tolto quasi il bambin da la mammella,
    Matilda il volse, e nutricollo, e instrusse
    ne l'arti regie; e sempre ei fu con ella,
    sin ch'invagh la giovanetta mente
    la tromba che s'udia da l'orente.

    60.
    Allor (n pur tre lustri avea forniti)
    fugg soletto, e corse strade ignote;
    varc l'Egeo, pass di Grecia i liti,
    giunse nel campo in regon remote.
    Nobilissima fuga, e che l'imti
    ben degna alcun magnanimo nepote.
    Tre anni son che  in guerra, e intempestiva
    molle piuma del mento a pena usciva.

    61.
    Passati i cavalieri, in mostra viene
    la gente a piede, ed  Raimondo inanti.
    Regea Tolosa, e scelse infra Pirene
    e fra Garona e l'ocen suoi fanti.
    Son quattromila, e ben armati e bene
    instrutti, usi al disagio e toleranti;
    buona  la gente, e non pu da pi dotta
    o da pi forte guida esser condotta.

    62.
    Ma cinquemila Stefano d'Ambuosa
    e di Blesse e di Torsi in guerra adduce.
    Non  gente robusta o faticosa,
    se ben tutta di ferro ella riluce.
    La terra molle, lieta e dilettosa,
    simili a s gli abitator produce.
    Impeto fan ne le battaglie prime,
    ma di leggier poi langue; e si reprime.

    63.
    Alcasto il terzo vien, qual presso a Tebe
    gi Capaneo, con minaccioso volto:
    seimila Elvezi, audace e fera plebe,
    da gli alpini castelli avea raccolto,
    che 'l ferro uso a far solchi, a franger glebe,
    in nove forme e in pi degne opre ha vlto;
    e con la man, che guard rozzi armenti,
    par ch' i regi sfidar nulla paventi.

    64.
    Vedi appresso spiegar l'alto vessillo
    co 'l diadema di Piero e con le chiavi.
    Qui settemila aduna il buon Camillo
    pedoni, d'arme rilucenti e gravi,
    lieto ch'a tanta impresa il Ciel sortillo,
    ove rinovi il prisco onor de gli avi,
    o mostri almen ch'a la virt latina
    o nulla manca, o sol la disciplina.

    65.
    Ma gi tutte le squadre eran con bella
    mostra passate, e l'ultima fu questa,
    quando Goffredo i maggior duci appella,
    e la sua mente a lor fa manifesta:
    - Come appaia diman l'alba novella
    vuo' che l'oste s'invii leggiera e presta,
    s ch'ella giunga a la citt sacrata,
    quanto  possibil pi, meno aspettata.

    66.
    Preparatevi dunque ed al viaggio
    ed a la pugna e a la vittoria ancora. -
    Questo ardito parlar d'uom cos saggio
    sollecita ciascuno e l'avvalora.
    Tutti d'andar son pronti al novo raggio,
    e impazienti in aspettar l'aurora.
    Ma 'l provido Buglion senza ogni tema
    non  per, bench nel cor la prema.

    67.
    Perch'egli avea certe novelle intese
    che s' d'Egitto il re gi posto in via
    inverso Gaza, bello e forte arnese
    da fronteggiare i regni di Soria.
    N creder pu che l'uomo a fere imprese
    avezzo sempre, or lento in ozio stia;
    ma, d'averlo aspettando aspro nemico,
    parla al fedel suo messaggiero Enrico:

    68.
    - Sovra una lieve saetta tragitto
    vuo' che tu faccia ne la greca terra.
    Ivi giunger dovea (cos m'ha scritto
    chi mai per uso in avisar non erra)
    un giovene regal, d'animo invitto,
    ch'a farsi vien nostro compagno in guerra:
    prence  de' Dani, e mena un grande stuolo
    sin da i paesi sottoposti al polo.

    69.
    Ma perch 'l greco imperator fallace
    seco forse user le solite arti,
    per far ch'o torni indietro o 'l corso audace
    torca in altre da noi lontane parti,
    tu, nunzio mio, tu, consiglier verace,
    in mio nome il disponi a ci che parti
    nostro e suo bene, e di' che tosto vegna,
    ch di lui fra ogni tardanza indegna.

    70.
    Non venir seco tu, ma resta appresso
    al re de' Greci a procurar l'aiuto,
    che gi pi d'una volta a noi promesso
    e per ragion di patto anco  dovuto. -
    Cos parla e l'informa, e poi che 'l messo
    le lettre ha di credenza e di saluto,
    toglie, affrettando il suo partir, congedo,
    e tregual fa co' suoi pensier Goffredo.

    71.
    Il d seguente, allor ch'aperte sono
    del lucido oriente al sol le porte,
    di trombe udissi e di tamburi un suono,
    ond'al camino ogni guerrier s'essorte.
    Non  s grato a i caldi giorni il tuono
    che speranza di pioggia al mondo apporte,
    come fu caro a le feroci genti
    l'altero suon de' bellici instrumenti.

    72.
    Tosto ciascun, da gran desio compunto,
    veste le membra de l'usate spoglie,
    e tosto appar di tutte l'arme in punto,
    tosto sotto i suoi duci ogn'uom s'accoglie,
    e l'ordinato essercito congiunto
    tutte le sue bandiere al vento scioglie:
    e nel vessillo imperiale e grande
    la trionfante Croce al ciel si spande.

    73.
    Intanto il sol, che de' celesti campi
    va pi sempre avanzando e in alto ascende,
    l'arme percote e ne trae fiamme e lampi
    tremuli e chiari, onde le viste offende.
    L'aria par di faville intorno avampi,
    e quasi d'alto incendio in forma splende,
    e co' feri nitriti il suono accorda
    del ferro scosso e le campagne assorda.

    74.
    Il capitan, che da' nemici aguati
    le schiere sue d'assecurar desia,
    molti a cavallo leggiermente armati
    a scoprire il paese intorno invia;
    e inanzi i guastatori avea mandati,
    da cui si debbe agevolar la via,
    e i vti luoghi empire e spianar gli erti,
    e da cui siano i chiusi passi aperti.

    75.
    Non  gente pagana insieme accolta,
    non muro cinto di profonda fossa,
    non gran torrente, o monte alpestre, o folta
    selva, che 'l lor viaggio arrestar possa.
    Cos de gli altri fiumi il re tal volta,
    quando superbo oltra misura ingrossa,
    sovra le sponde ruinoso scorre,
    n cosa  mai che gli s'ardisca opporre.

    76.
    Sol di Tripoli il re, che 'n ben guardate
    mura, genti, tesori ed arme serra,
    forse le schiere franche avria tardate,
    ma non os di provocarle in guerra.
    Lor con messi e con doni anco placate
    ricett volontario entro la terra,
    e ricev condizon di pace,
    s come imporle al pio Goffredo piace.

    77.
    Qui del monte Ser, ch'alto e sovrano
    da l'oriente a la cittade  presso,
    gran turba scese de' fedeli al piano
    d'ogni et mescolata e d'ogni sesso:
    port suoi doni al vincitor cristiano,
    godea in mirarlo e in ragionar con esso,
    stupia de l'arme pellegrine; e guida
    ebbe da lor Goffredo amica e fida.

    78.
    Conduce ei sempre a le maritime onde
    vicino il campo per diritte strade,
    sapendo ben che le propinque sponde
    l'amica armata costeggiando rade,
    la qual pu far che tutto il campo abonde
    de' necessari arnesi e che le biade
    ogni isola de' Greci a lui sol mieta,
    e Scio pietrosa gli vendemmi e Creta.

    79.
    Geme il vicino mar sotto l'incarco
    de l'alte navi e de' pi levi pini,
    s che non s'apre omai securo varco
    nel mar Mediterraneo a i saracini;
    ch'oltra quei c'ha Georgio armati e Marco
    ne' veneziani e liguri confini,
    altri Inghilterra e Francia ed altri Olanda,
    e la fertil Sicilia altri ne manda.

    80.
    E questi, che son tutti insieme uniti
    con saldissimi lacci in un volere,
    s'eran carchi e provisti in vari liti
    di ci ch' d'uopo a le terrestri schiere,
    le quai trovando liberi e sforniti
    i passi de' nemici a le frontiere,
    in corso velocissimo se 'n vanno
    l 've Cristo soffr mortale affanno.

    81.
    Ma precorsa  la fama, apportatrice
    de' veraci romori e de' bugiardi,
    ch'unito  il campo vincitor felice,
    che gi s' mosso e che non  chi 'l tardi;
    quante e quai sian le squadre ella ridice,
    narra il nome e 'l valor de' pi gagliardi,
    narra i lor vanti, e con terribil faccia
    gli usurpatori di Sin minaccia.

    82.
    E l'aspettar del male  mal peggiore,
    forse, che non parrebbe il mal presente;
    pende ad ogn'aura incerta di romore
    ogni orecchia sospesa ed ogni mente;
    e un confuso bisbiglio entro e di fore
    trascorre i campi e la citt dolente.
    Ma il vecchio re ne' gi vicin perigli
    volge nel dubbio con feri consigli.

    83.
    Aladin detto  il re, che, di quel regno
    novo signor, vive in continua cura:
    uom gi crudel, ma 'l suo feroce ingegno
    pur mitigato avea l'et matura.
    Egli, che de' Latini ud il disegno
    c'han d'assalir di sua citt le mura,
    giunge al vecchio timor novi sospetti,
    e de' nemici pave e de' soggetti.

    84.
    Per che dentro a una citt commisto
    popolo alberga di contraria fede:
    la debil parte e la minore in Cristo,
    la grande e forte in Macometto crede.
    Ma quando il re fe' di Sin l'acquisto,
    e vi cerc di stabilir la sede,
    scem i publici pesi a' suoi pagani,
    ma pi gravonne i miseri cristiani.

    85.
    Questo pensier la ferit nativa,
    che da gli anni sopita e fredda langue,
    irritando inasprisce, e la ravviva
    s ch'assetata  pi che mai di sangue.
    Tal fero torna a la stagione estiva
    quel che parve nel gel piacevol angue,
    cosi leon domestico riprende
    l'innato suo furor, s'altri l'offende.

    86
    Veggio dicea de la letizia nova
    veraci segni in questa turba infida;
    il danno universal solo a lei giova,
    sol nel pianto comun par ch'ella rida;
    e forse insidie e tradimenti or cova,
    rivolgendo fra s come m'uccida,
    o come al mio nemico, e suo consorte
    popolo, occultamente apra le porte.

    87.
    Ma no 'l far: prevenir questi empi
    disegni loro, e sfogherommi a pieno:
    gli uccider, faronne acerbi scempi,
    svener i figli a le lor madri in seno,
    arder loro alberghi e insieme i tmpi,
    questi i debiti roghi a i morti fino;
    e su quel lor sepolcro in mezzo a i voti
    vittime pria far de' sacerdoti.

    88.
    Cos l'iniquo fra suo cor ragiona,
    pur non segue pensier si mal concetto;
    ma s'a quegli innocenti egli perdona,
     di vilt, non di pietade effetto,
    ch, s'un timor a incrudelir lo sprona,
    il ritien pi potente altro sospetto:
    troncar le vie d'accordo, e de' nemici
    troppo teme irritar l'arme vittrici.

    89.
    Tempra dunque il fellon la rabbia insana,
    anzi altrove pur cerca ove la sfoghi;
    i rustici edifici abbatte e spiana,
    e d in preda a le fiamme i culti luoghi;
    parte alcuna non lascia integra o sana
    ove il Franco si pasca, ove s'alloghi;
    turba le fonti e i rivi, e le pure onde
    di veneni mortiferi confonde.

    90.
    Spietatamente  cauto, e non oblia
    di rinforzar Gierusalem fra tanto.
    Da tre lati fortissima era pria,
    sol verso Borea  men secura alquanto;
    ma da' primi sospetti ei le munia
    d'alti ripari il suo men forte canto;
    e v'accogliea gran quantitade in fretta
    di gente mercenaria e di soggetta.
















    CANTO II

    1.
    Mentre il tiranno s'apparecchia a l'armi,
    soletto Ismeno un d gli s'appresenta,
    Ismen che trar di sotto a i chiusi marmi
    pu corpo estinto, e far che spiri e senta,
    Ismen che al suon de' mormoranti carmi
    sin ne la reggia sua Pluton spaventa,
    e i suoi demon ne gli empi uffici impiega
    pur come servi, e gli discioglie e lega.

    2.
    Questi or Macone adora, e fu cristiano,
    ma i primi riti anco lasciar non pote;
    anzi sovente in uso empio e profano
    confonde le due leggi a s mal note,
    ed or da le spelonche, ove lontano
    dal vulgo essercitar suol l'arti ignote,
    vien nel publico rischio al suo signore:
    a re malvagio consiglier peggiore.

    3.
    - Signor, - dicea - senza tardar se 'n viene
    il vincitor essercito temuto,
    ma facciam noi ci che a noi far conviene:
    dar il Ciel, dar il mondo a i forti aiuto.
    Ben tu di re, di duce hai tutte piene
    le parti, e lunge hai visto e proveduto.
    S'empie in tal guisa ogn'altro i propri uffici,
    tomba fia questa terra a' tuoi nemici.

    4.
    Io, quanto a me, ne vegno, e del periglio
    e de l'opre compagno, ad aiutarte:
    ci che pu dar di vecchia et consiglio,
    tutto prometto, e ci che magica arte.
    Gli angeli che dal Cielo ebbero essiglio
    constringer de le fatiche a parte.
    Ma dond'io voglia incominciar gl'incanti
    e con quai modi, or narrerotti avanti.

    5.
    Nel tempio de' cristiani occulto giace
    un sotterraneo altare, e quivi  il volto
    di Colei che sua diva e madre face
    quel vulgo del suo Dio nato e sepolto.
    Dinanzi al simulacro accesa face
    continua splende; egli  in un velo avolto.
    Pendono intorno in lungo ordine i voti
    che vi portano i creduli devoti.

    6.
    Or questa effigie lor, di l rapita,
    voglio che tu di propria man trasporte
    e la riponga entro la tua meschita:
    io poscia incanto adoprer s forte
    ch'ognor, mentr' ella qui fia custodita,
    sar fatal custodia a queste porte;
    tra mura inespugnabili il tuo impero
    securo fia per novo alto mistero. -

    7.
    S disse, e 'l persuase; e impaziente
    il re se 'n corse a la magion di Dio,
    e sforz i sacerdoti, e irreverente
    il casto simulacro indi rapio;
    e portollo a quel tempio ove sovente
    s'irrita il Ciel co 'l folle culto e rio.
    Nel profan loco e su la sacra imago
    susurr poi le sue bestemmie il mago.

    8.
    Ma come apparse in ciel l'alba novella,
    quel cui l'immondo tempio in guardia  dato
    non rivide l'imagine dov'ella
    fu posta, e invan cerconne in altro lato.
    Tosto n'avisa il re, ch'a la novella
    di lui si mostra feramente irato,
    ed imagina ben ch'alcun fedele
    abbia fatto quel furto, e che se 'l cele.

    9.
    O fu di man fedele opra furtiva,
    o pur il Ciel qui sua potenza adopra,
    che di Colei ch' sua regina e diva
    sdegna che loco vil l'imagin copra:
    ch'incerta fama  ancor se ci s'ascriva
    ad arte umana od a mirabil opra;
    ben  piet che, la pietade e 'l zelo
    uman cedendo, autor se 'n creda il Cielo.

    10.
    Il re ne fa con importuna inchiesta
    ricercar ogni chiesa, ogni magione,
    ed a chi gli nasconde o manifesta
    il furto o il reo, gran pene e premi impone.
    Il mago di spiarne anco non resta
    con tutte l'arti il ver; ma non s'appone,
    ch 'l Cielo, opra sua fosse o fosse altrui,
    celolla ad onta de gl'incanti, a lui.

    11.
    Ma poi che 'l re crudel vide occultarse
    quel che peccato de' fedeli ei pensa,
    tutto in lor d'odio infellonissi, ed arse
    d'ira e di rabbia immoderata immensa.
    Ogni rispetto oblia, vuol vendicarse,
    segua che puote, e sfogar l'alma accensa.
    - Morr, - dicea - non andr l'ira a vto,
    ne la strage comune il ladro ignoto.

    12.
    Pur che 'l reo non si salvi, il giusto pra
    e l'innocente; ma qual giusto io dico?
     colpevol ciascun, n in loro schiera
    uom fu giamai del nostro nome amico.
    S'anima v' nel novo error sincera,
    basti a novella pena un fallo antico.
    Su su, fedeli miei, su via prendete
    le fiamme e 'l ferro, ardete ed uccidete. -

    13.
    Cos parla a le turbe, e se n'intese
    la fama tra' fedeli immantinente,
    ch'attoniti restar, s gli sorprese
    il timor de la morte omai presente;
    e non  chi la fuga o le difese,
    lo scusar o 'l pregare ardisca o tente.
    Ma le timide genti e irrisolute
    donde meno speraro ebber salute.

    14.
    Vergine era fra lor di gi matura
    verginit, d'alti pensieri e regi,
    d'alta belt; ma sua belt non cura,
    o tanto sol quant'onest se 'n fregi.
    E' il suo pregio maggior che tra le mura
    d'angusta casa asconde i suoi gran pregi,
    e de' vagheggiatori ella s'invola
    a le lodi, a gli sguardi, inculta e sola.

    15.
    Pur guardia esser non pu ch'in tutto celi
    belt degna ch'appaia e che s'ammiri;
    n tu il consenti, Amor, ma la riveli
    d'un giovenetto a i cupidi desiri.
    Amor, ch'or cieco, or Argo, ora ne veli
    di benda gli occhi, ora ce gli apri e giri,
    tu per mille custodie entro a i pi casti
    verginei alberghi il guardo altrui portasti.

    16.
    Colei Sofronia, Olindo egli s'appella,
    d'una cittade entrambi e d'una fede.
    Ei che modesto  s com'essa  bella,
    brama assai, poco spera, e nulla chiede;
    n sa scoprirsi, o non ardisce; ed ella
    o lo sprezza, o no 'l vede, o non s'avede.
    Cos fin ora il misero ha servito
    o non visto, o mal noto, o mal gradito.

    17.
    S'ode l'annunzio intanto, e che s'appresta
    miserabile strage al popol loro.
    A lei, che generosa  quanto onesta,
    viene in pensier come salvar costoro.
    Move fortezza il gran pensier, l'arresta
    poi la vergogna e 'l verginal decoro;
    vince fortezza, anzi s'accorda e face
    s vergognosa e la vergogna audace.

    18.
    La vergine tra 'l vulgo usc soletta,
    non copr sue bellezze, e non l'espose;
    raccolse gli occhi, and nel vel ristretta,
    con ischive maniere e generose.
    Non sai ben dir s'adorna o se negletta,
    se caso od arte il bel volto compose.
    Di natura, d'Amor, de' cieli amici
    le negligenze sue sono artifici.

    19.
    Mirata da ciascun passa, e non mira
    l'altera donna, e innanzi al re se 'n viene.
    N, perch irato il veggia, il pi ritira,
    ma il fero aspetto intrepida sostiene.
    - Vengo, signor, - gli disse - e 'ntanto l'ira
    prego sospenda e 'l tuo popolo affrene:
    vengo a scoprirti, e vengo a darti preso
    quel reo che cerchi, onde sei tanto offeso. -

    20.
    A l'onesta baldanza, a l'improviso
    folgorar di bellezze altere e sante,
    quasi confuso il re, quasi conquiso,
    fren lo sdegno, e plac il fer sembiante.
    S'egli era d'alma o se costei di viso
    severa manco, ei diveniane amante;
    ma ritrosa belt ritroso core
    non prende, e sono i vezzi sca d'Amore.

    21.
    Fu stupor, fu vaghezza, e fu diletto,
    s'amor non fu, che mosse il cor villano.
    - Narra- ei le dice - il tutto; ecco, io commetto
    che non s'offenda il popol tuo cristiano. -
    Ed ella: - Il reo si trova al tuo cospetto:
    opra  il furto, signor, di questa mano;
    io l'imagine tolsi, io son colei
    che tu ricerchi, e me Punir tu di. -

    22.
    Cos al publico fato il capo altero
    offerse, e 'l volse in s sola raccrre.
    Magnanima menzogna, or quand'  il vero
    s bello che si possa a te preporre?
    Riman sospeso, e non s tosto il fero
    tiranno a l'ira, come suol, trascorre.
    Poi la richiede: - I' vuo' che tu mi scopra
    chi di consiglio, e chi fu insieme a l'opra.

    23.
    - Non volsi far de la mia gloria altrui
    n pur minima parte; - ella gli dice
    - sol di me stessa io consapevol fui,
    sol consigliera, e sola essecutrice.
    - Dunque in te sola - ripigli colui
    - cader l'ira mia vendicatrice. -
    Diss'ella: - E' giusto: esser a me conviene,
    se fui sola a l'onor, sola a le pene. -

    24.
    Qui comincia il tiranno a risdegnarsi;
    poi le dimanda: - Ov'hai l'imago ascosa?
    - Non la nascosi, - a lui risponde - io l'arsi,
    e l'arderla stimai laudabil cosa;
    cos almen non potr pi volarsi
    per man di miscredenti ingiurosa.
    Signore, o chiedi il furto, o 'l ladro chiedi:
    quel no 'l vedrai in eterno, e questo il vedi.

    25.
    Bench n furto  il mio, n ladra i' sono:
    giust' ritr ci ch'a gran torto  tolto. -
    Or, quest'udendo, in minaccievol suono
    freme il tiranno, e 'l fren de l'ira  sciolto.
    Non speri pi di ritrovar perdono
    cor pudico, alta mente e nobil volto;
    e 'ndarno Amor contr'a lo sdegno crudo
    di sua vaga bellezza a lei fa scudo.

    26.
    Presa  la bella donna, e 'ncrudelito
    il re la danna entr'un incendio a morte.
    Gi 'l velo e 'l casto manto a lei rapito,
    stringon le molli braccia aspre ritorte.
    Ella si tace, e in lei non sbigottito,
    ma pur commosso alquanto  il petto forte;
    e smarrisce il bel volto in un colore
    che non  pallidezza, ma candore.

    27.
    Divulgossi il gran caso, e quivi tratto
    gi 'l popol s'era: Olindo anco v'accorse.
    Dubbia era la persona e certo il fatto;
    venia, che fosse la sua donna in forse.
    Come la bella prigionera in atto
    non pur di rea, ma di dannata ei scorse,
    come i ministri al duro ufficio intenti
    vide, precipitoso urt le genti.

    28.
    Al re grid - Non , non  gi rea
    costei del furto, e per follia se 'n vanta.
    Non pens, non ard, n far potea
    donna sola e inesperta opra cotanta.
    Come ingann i custodi? e de la Dea
    con qual arti invol l'imagin santa?
    Se 'l fece, il narri. Io l'ho, signor, furata. -
    Ahi! tanto am la non amante amata.

    29.
    Soggiunse poscia: - Io l, donde riceve
    l'alta vostra meschita e l'aura e 'l die,
    di notte ascesi, e trapassai per breve
    fro tentando inaccessibil vie.
    A me l'onor, la morte a me si deve;
    non usurpi costei le pene mie:
    mie son quelle catene, e per me questa
    fiamma s'accende, e 'l rogo a me s'appresta. -

    30.
    Alza Sofronia il viso, e umanamente
    con occhi di pietade in lui rimira.
    - A che ne vieni, o misero innocente?
    qual consiglio o furor ti guida o tira?
    Non son io dunque senza te possente
    a sostener ci che d'un uom pu l'ira?
    Ho petto anch'io, ch'ad una morte crede
    di bastar solo, e compagnia non chiede. -

    31.
    Cos parla a l'amante; e no 'l dispone
    s ch'egli si disdica, e pensier mute.
    Oh spettacolo grande, ove a tenzone
    sono Amore e magnanima virtute!
    ove la morte al vincitor si pone
    in premio, e 'l mal del vinto  la salute!
    Ma pi s'irrita il re quant'ella ed esso
     pi costante in incolpar se stesso.

    32.
    Pargli che vilipeso egli ne resti,
    e ch'in disprezzo suo sprezzin le pene.
    - Credasi - dice - ad ambo; e quella e questi
    vinca, e la palma sia qual si conviene. -
    Indi accenna a i sergenti, i quai son presti
    a legar il garzon di lor catene.
    Sono ambo stretti al palo stesso; e vlto
     il tergo al tergo, e 'l volto ascoso al volto.

    33.
    Composto  lor d'intorno il rogo omai,
    e gi le fiamme il mantice v'incita,
    quand'il fanciullo in dolorosi lai
    proruppe, e disse a lei ch' seco unita:
    - Quest' dunque quel laccio ond'io sperai
    teco accoppiarmi in compagnia di vita?
    questo  quel foco ch'io credea ch'i cori
    ne dovesse infiammar d'eguali ardori?

    34.
    Altrel fiamme, altri nodi Amor promise,
    altri ce n'apparecchia iniqua sorte.
    Troppo, ahi! ben troppo, ella gi noi divise,
    ma duramente or ne congiunge in morte.
    Piacemi almen, poich'in s strane guise
    morir pur di, del rogo esser consorte,
    se del letto non fui; duolmi il tuo fato,
    il mio non gi, poich'io ti moro a lato.

    35.
    Ed oh mia sorte aventurosa a pieno!
    oh fortunati miei dolci martri!
    s'impetrar che, giunto seno a seno,
    l'anima mia ne la tua bocca io spiri;
    e venendo tu meco a un tempo meno,
    in me fuor mandi gli ultimi sospiri. -
    Cos dice piangendo. Ella il ripiglia
    soavemente, e 'n tai detti il consiglia:

    36.
    - Amico, altri pensieri, altri lamenti,
    per pi alta cagione il tempo chiede.
    Ch non pensi a tue colpe? e non rammenti
    qual Dio prometta a i buoni ampia mercede?
    Soffri in suo nome, e fian dolci i tormenti,
    e lieto aspira a la superna sede.
    Mira 'l ciel com' bello, e mira il sole
    ch'a s par che n'inviti e ne console. -

    37.
    Qui il vulgo de' pagani il pianto estolle:
    piange il fedel, ma in voci assai pi basse.
    Un non so che d'inusitato e molle
    par che nel duro petto al re trapasse:
    ei presentillo, e si sdegn; n volle
    piegarsi, e gli occhi torse, e si ritrasse.
    Tu sola il duol comun non accompagni,
    Sofronia; e pianta da ciascun non piagni.

    38.
    Mentre sono in tal rischio, ecco un guerriero
    (ch tal parea) d'alta sembianza e degna;
    e mostra, d'arme e d'abito straniero,
    che di lontan peregrinando vegna.
    La tigre, che su l'elmo ha per cimiero,
    tutti gli occhi a s trae, famosa insegna,
    insegna usata da Clorinda in guerra;
    onde la credon lei, n 'l creder erra.

    39.
    Costei gl'ingegni feminili e gli usi
    tutti sprezz sin da l'et pi acerba:
    a i lavori d'Aracne, a l'ago, a i fusi
    inchinar non degn la man superba.
    Fugg gli abiti molli e i lochi chiusi,
    ch ne' campi onestate anco si serba;
    arm d'orgoglio il volto, e si compiacque
    rigido farlo, e pur rigido piacque.

    40.
    Tenera ancor con pargoletta destra
    strinse e lent d'un corridore il morso;
    tratt l'asta e la spada, ed in palestra
    indur i membri ed allenogli al corso.
    Poscia o per via montana o per silvestra
    l'orme segu di fer leone e d'orso;
    segu le guerre, e 'n esse e fra le selve
    fera a gli uomini parve, uomo a le belve.

    41.
    Viene or costei da le contrade perse
    perch'a i cristiani a suo poter resista,
    bench'altre volte ha di lor membra asperse
    le piaggie, e l'onda di lor sangue ha mista.
    Or quivi in arrivando a lei s'offerse
    l'apparato di morte a prima vista.
    Di mirar vaga e di saper qual fallo
    condanni i rei, sospinge oltre il cavallo.

    42.
    Cedon le turbe, e i duo legati insieme
    ella si ferma a riguardar da presso.
    Mira che l'una tace e l'altro geme,
    e pi vigor mostra il men forte sesso.
    Pianger lui vede in guisa d'uom cui preme
    piet, non doglia, o duol non di se stesso;
    e tacer lei con gli occhi al ciel s fisa
    ch'anzi 'l morir par di qua gi divisa.

    43.
    Clorinda intenerissi, e si condolse
    d'ambeduo loro e lagrimonne alquanto.
    Pur maggior sente il duol per chi non duolse,
    pi la move il silenzio e meno il pianto.
    Senza troppo indugiare ella si volse
    ad un uom che canuto avea da canto:
    - Deh! dimmi: chi son questi? ed al martoro
    qual gli conduce o sorte o colpa loro? -

    44.
    Cos pregollo, e da colui risposto
    breve ma pieno a le dimande fue.
    Stupissi udendo, e imagin ben tosto
    ch'egualmente innocenti eran que' due.
    Gi di vietar lor morte ha in s proposto,
    quanto potranno i preghi o l'arme sue.
    Pronta accorre a la fiamma, e fa ritrarla,
    che gi s'appressa, ed a i ministri parla:

    45.
    - Alcun non sia di voi che 'n questo duro
    ufficio oltra seguire abbia baldanza,
    sin ch'io non parli al re: ben v'assecuro
    ch'ei non v'accuser de la tardanza. -
    Ubidiro i sergenti, e mossi furo
    da quella grande sua regal sembianza.
    Poi verso il re si mosse, e lui tra via
    ella trov che 'ncontra lei venia.

    46,
    - Io son Clorinda: - disse - hai forse intesa
    talor nomarmi; e qui, signor, ne vegno
    per ritrovarmi teco a la difesa
    de la fede comune e del tuo regno.
    Son pronta, imponi pure, ad ogni impresa:
    l'alte non temo, e l'umili non sdegno;
    voglimi in campo aperto, o pur tra 'l chiuso
    de le mura impiegar, nulla ricuso. -

    47
    Tacque; e rispose il re: - Qual s disgiunta
    terra  da l'Asia, o dal camin del sole,
    vergine gloriosa, ove non giunta
    sia la tua fama, e l'onor tuo non vle?
    Or che s' la tua spada a me congiunta,
    d'ogni timor m'affidi e mi console:
    non, s'essercito grande unito insieme
    fosse in mio scampo, avrei pi certa speme.

    48.
    Gi gi mi par ch'a giunger qui Goffredo
    oltra il dover indugi; or tu dimandi
    ch'impieghi io te: sol di te degne credo
    l'imprese malagevoli e le grandi.
    Sovr'a i nostri guerrieri a te concedo
    lo scettro, e legge sia quel che comandi. -
    Cos parlava. Ella rendea cortese
    grazie per lodi, indi il parlar riprese:

    49.
    - Nova cosa parer dovr per certo
    che preceda a i servigi il guiderdone;
    ma tua bont m'affida: i' vuo' ch'in merto
    del futuro servir que' rei mi done.
    In don gli chieggio; e pur, se 'l fallo  incerto,
    gli danna inclementissima ragione;
    ma taccio questo, e taccio i segni espressi
    onde argomento l'innocenza in essi.

    50.
    E dir sol ch' qui comun sentenza
    che i cristiani togliessero l'imago;
    ma discordo io da voi, n per senza
    alta ragion del mio parer m'appago.
    Fu de le nostre leggi irriverenza
    quell'opra far che persuase il mago:
    ch non convien ne' nostri tmpi a nui
    gl'idoli avere, e men gl'idoli altrui.

    51.
    Dunque suso a Macon recar mi giova
    il miracol de l'opra, ed ei la fece
    per dimostrar ch'i tmpi suoi con nova
    religion contaminar non lece.
    Faccia Ismeno incantando ogni sua prova,
    egli a cui le male son d'arme in vece;
    trattiamo il ferro pur noi cavalieri:
    quest'arte  nostra, e 'n questa sol si speri. -

    52.
    Tacque, ci detto; e 'l re, bench'a pietade
    l'irato cor difficilmente pieghi,
    pur compiacer la volle; e 'l persuade
    ragione, e 'l move autorit di preghi.
    - Abbian vita - rispose - e libertade,
    e nulla a tanto intercessor si neghi.
    Siasi questa o giustizia over perdono,
    innocenti gli assolvo, e rei gli dono. -

    53.
    Cos furon disciolti. Aventuroso
    ben veramente fu d'Olindo il fato,
    ch'atto pot mostrar che 'n generoso
    petto al fine ha d'amore amor destato.
    Va dal rogo a le nozze; ed  gi sposo
    fatto di reo, non pur d'amante amato.
    Volse con lei morire: ella non schiva,
    poi che seco non muor, che seco viva.

    54.
    Ma il sospettoso re stim periglio
    tanta virt congiunta aver vicina;
    onde, com'egli volse, ambo in essiglio
    oltra i termini andr di Palestina.
    Ei, pur seguendo il suo crudel consiglio,
    bandisce altri fedeli, altri confina.
    Oh come lascian mesti i pargoletti
    figli, e gli antichi padri e i dolci letti!

    55.
    Dura division! scaccia sol quelli
    di forte corpo e di feroce ingegno;
    ma il mansueto sesso, e gli anni imbelli
    seco ritien, s come ostaggi, in pegno.
    Molti n'andaro errando, altri rubelli
    frsi, e pi che 'l timor pot lo sdegno.
    Questi unirsi co' Franchi, e gl'incontraro
    a punto il d che 'n Emas entraro.

    56.
    Emas  citt cui breve strada
    da la regal Gierusalem disgiunge,
    ed uom che lento a suo diporto vada,
    se parte matutino, a nona giunge.
    Oh quant'intender questo a i Franchi aggrada!
    Oh quanto pi 'l desio gli affretta e punge!
    Ma perch'oltra il meriggio il sol gi scende,
    qui fa spiegare il capitan le tende.

    57.
    L'avean gi tese, e poco era remota
    l'alma luce del sol da l'oceno,
    quando duo gran baroni in veste ignota
    venir son visti, e 'n portamento estrano.
    Ogni atto lor pacifico dinota
    che vengon come amici al capitano.
    Del gran re de l'Egitto eran messaggi,
    e molti intorno avean scudieri e paggi.

    58.
    Alete  l'un, che da principio indegno
    tra le brutture de la plebe  sorto;
    ma l'inalzaro a i primi onor del regno
    parlar facondo e lusinghiero e scrto,
    pieghevoli costumi e vario ingegno
    al finger pronto, a l'ingannare accorto:
    gran fabro di calunnie, adorne in modi
    novi, che sono accuse, e paion lodi.

    59.
    L'altro  il circasso Argante, uom che straniero
    se 'n venne a la regal corte d'Egitto;
    ma de' satrapi fatto  de l'impero,
    e in sommi gradi a la milizia ascritto:
    impaziente, inessorabil, fero,
    ne l'arme infaticabile ed invitto,
    d'ogni dio sprezzatore, e che ripone
    ne le spada sua legge e sua ragione.

    60.
    Chieser questi udienza ed al cospetto
    del famoso Goffredo ammessi entraro,
    e in umil seggio e in un vestire schietto
    fra' suoi duci sedendo il ritrovaro;
    ma verace valor, bench negletto,
     di se stesso a s fregio assai chiaro.
    Picciol segno d'onor gli fece Argante,
    in guisa pur d'uom grande e non curante.

    61.
    Ma la destra si pose Alete al seno,
    e chin il capo, e pieg a terra i lumi,
    e l'onor con ogni modo a pieno,
    che di sua gente portino i costumi.
    Cominci poscia, e di sua bocca uscino
    pi che ml dolci d'eloquenza i fiumi;
    e perch i Franchi han gi il sermone appreso
    de la Sora, fu ci ch'ei disse inteso.

    62.
    - O degno sol cui d'ubidire or degni
    questa adunanza di famosi eroi,
    che per l'adietro ancor le palme e i regni
    da te conobbe e da i consigli tuoi;
    il nome tuo, che non riman tra i segni
    d'Alcide, omai risuona anco fra noi;
    e la fama d'Egitto in ogni parte
    del tuo valor chiare novelle ha sparte.

    63.
    N v' fra tanti alcun che non le ascolte
    come egli suol le meraviglie estreme:
    ma dal mio re con istupore accolte
    sono non sol, ma con diletto insieme;
    e s'appaga in narrarle anco a le volte,
    amando in te ci ch'altri invidia e teme:
    ama il valore, e volontario elegge
    teco unirsi d'amor, se non di legge.

    64.
    Da s bella cagion dunque sospinto,
    l'amicizia e la pace a te richiede,
    e 'l mezzo onde l'un resti a l'altro avinto
    sia la virt s'esser non pu la fede.
    Ma perch inteso avea che t'eri accinto
    per iscacciar l'amico suo di sede,
    volse, pria ch'altro male indi seguisse,
    ch'a te la mente sua per noi s'aprisse.

    65.
    E la sua mente  tal: che s'appagarti
    vorrai di quanto hai fatto in guerra tuo,
    n Giudea molestar, n l'altre parti
    che ricopre il favor del regno suo,
    ei promette a l'incontro assecurarti
    il non ben fermo stato. E se voi duo
    sarete uniti, or quando i Turchi e i Persi
    potranno unqua sperar di raversi?

    66.
    Signor, gran cose in picciol tempo hai fatte
    che lunga et porre in oblio non pote:
    esserciti, citt, vinti, disfatte,
    superati disagi e strade ignote;
    s ch'al grido o smarrite o stupetatte
    son le provincie intorno e le remote;
    e, se ben acquistar puoi novi imperi,
    acquistar nova gloria indarno speri.

    67.
    Giunta  tua gloria al sommo, e per l'inanzi
    fuggir le dubbie guerre a te conviene:
    ch'ove tu vinca, sol di stato avanzi,
    n tua gloria maggior quinci diviene;
    ma l'imperio acquistato e preso inanzi
    e l'onor perdi, se 'l contrario aviene.
    Ben gioco  di fortuna audace e stolto
    por contra il poco e incerto il certo e 'l molto.

    68.
    Ma il consiglio di tal cui forse pesa
    ch'altri gli acquisti a lungo ancor conserve,
    e l'aver sempre vinto in ogni impresa,
    e quella voglia natural, che ferve
    e sempre  pi ne' cor pi grandi accesa,
    d'aver le genti tributarie e serve,
    faran per aventura a te la pace
    fuggir, pi che la guerra altri non face.

    69.
    T'essorteranno a seguitar la strada
    che t' dal fato largamente aperta,
    a non depor questa famosa spada,
    al cui valore ogni vittoria  certa,
    sin che la legge di Macon non cada,
    sin che l'Asia per te non sia deserta:
    dolci cose ad udir e dolci inganni
    ond'escon poi sovente estremi danni.

    70.
    Ma s'animosit gli occhi non benda,
    n il lume oscura in te de la ragione,
    scorgerai, ch'ove tu la guerra prenda,
    hai di temer, non di sperar cagione,
    ch fortuna qua gi varia a vicenda
    mandandoci venture or triste or buone;
    ed a i voli troppo alti e repentini
    sogliono i precipizi esser vicini.

    71.
    Dimmi: s'a' danni tuoi l'Egitto move,
    d'oro e d'arme potente e di consiglio;
    e s'avien che la guerra anco rinove
    il Perso e 'l Turco e di Cassano il figlio,
    quai forze opporre a s gran furia o dove
    ritrovar potrai scampo al tuo periglio?
    T'affida forse il re malvagio greco
    il qual da i sacri patti unito  teco?

    72.
    La fede greca a chi non  palese?
    Tu da un sol tradimento ogni altro impara,
    anzi da mille, perch mille ha tese
    insidie a voi la gente infida, avara.
    Dunque chi dianzi il passo a voi contese,
    per voi la vita esporre or si prepara?
    chi le vie che comuni a tutti sono
    neg, del proprio sangue or far dono?

    73.
    Ma forse hai tu riposta ogni tua speme
    in queste squadre ond'ora cinto siedi.
    Quei che sparsi vincesti, uniti insieme
    di vincer anco agevolmente credi,
    se ben son le tue schiere or molto sceme
    tra le guerre e i disagi, e tu te 'l vedi;
    se ben novo nemico a te s'accresce
    e co' Persi e co' Turchi Egizi mesce.

    74.
    Or quando pure estimi esser fatale
    che non ti possa il ferro vincer mai,
    siati concesso, e siati a punto tale
    il decreto del Ciel qual tu te 'l fai;
    vinceratti la fame: a questo male
    che rifugio, per Dio, che schermo avrai?
    Vibra contra costei la lancia, e stringi
    la spada, e la vittoria anco ti fingi.

    75.
    Ogni campo d'intorno arso e distrutto
    ha la provida man de gli abitanti,
    e 'n chiuse mura e 'n alte torri il frutto
    riposto, al tuo venir pi giorni inanti.
    Tu ch'ardito sin qui ti sei condutto,
    onde speri nutrir cavalli e fanti?
    Dirai: L'armata in mar cura ne prende.
    Da i venti dunque il viver tuo dipende?

    76.
    Comanda forse tua fortuna a i venti,
    e gli avince a sua voglia e gli dislega?
    e 'l mar ch'a i preghi  sordo ed a i lamenti,
    te sol udendo, al tuo voler si piega?
    O non potranno pur le nostre genti,
    e le perse e le turche unite in lega,
    cos potente armata in un raccrre
    ch'a questi legni tuoi si possa opporre?

    77.
    Doppia vittoria a te, signor, bisogna,
    s'hai de l'impresa a riportar l'onore.
    Una perdita sola alta vergogna
    pu cagionarti e danno anco maggiore:
    ch'ove la nostra armata in rotta pogna
    la tua, qui poi di fame il campo more;
    e se tu sei perdente, indarno poi
    saran vittorosi i legni tuoi.

    78.
    Ora se in tale stato anco rifiuti
    co 'l gran re de l'Egitto e pace e tregua,
    (diasi licenza al ver) l'altre virtuti
    questo consiglio tuo non bene adegua.
    Ma voglia il Ciel che 'l tuo pensier si muti,
    s'a guerra  vlto, e che 'l contrario segua,
    s che l'Asia respiri omai da i lutti,
    e goda tu de la vittoria i frutti.

    79.
    N voi che del periglio e de gli affanni
    e de la gloria a lui ste consorti,
    il favor di fortuna or tanto inganni
    che nove guerre a provocar v'essorti.
    Ma qual nocchier che da i marini inganni
    ridutti ha i legni a i desati porti,
    raccor dovreste omai le sparse vele,
    n fidarvi di novo al mar crudele.

    80.
    Qui tacque Alete, e 'l suo parlar seguiro
    con basso mormorar que' forti eroi;
    e ben ne gli atti disdegnosi apriro
    quanto ciascun quella proposta annoi.
    Il capitan rivolse gli occhi in giro
    tre volte e quattro, e mir in fronte i suoi,
    e poi nel volto di colui gli affisse
    ch'attendea la risposta, e cos disse:

    81.
    - Messaggier, dolcemente a noi sponesti
    ora cortese, or minaccioso invito.
    Se 'l tuo re m'ama e loda i nostri gesti,
     sua mercede, e m' l'amor gradito.
    A quella parte poi dove protesti
    la guerra a noi del paganesmo unito,
    risponder, come da me si suole,
    liberi sensi in semplici parole.

    82.
    Sappi che tanto abbiam sin or sofferto
    in mare, in terra, a l'aria chiara e scura,
    solo acci che ne fosse il calle aperto
    a quelle sacre e venerabil mura,
    per acquistarne appo Dio grazia e merto
    togliendo lor di servit s dura,
    n mai grave ne fia per fin s degno
    esporreS onor mondano e vita e regno;

    83.
    ch non ambiziosi avari affetti
    ne spronaro a l'impresa, e ne fur guida
    (sgombri il Padre del Ciel da i nostri petti
    peste s rea, s'in alcun pur s'annida;
    n soffra che l'asperga, e che l'infetti
    di venen dolce che piacendo ancida),
    ma la sua man ch'i duri cor pentra
    soavemente, e gli ammollisce e spetra.

    84.
    Questa ha noi mossi e questa ha noi condutti,
    tratti d'ogni periglio e d'ogni impaccio;
    questa fa piani i monti e i fiumi asciutti,
    l'ardor toglie a la state, al verno il ghiaccio;
    placa del mare i tempestosi flutti,
    stringe e rallenta questa a i venti il laccio;
    quindi son l'alte mura aperte ed arse,
    quindi l'armate schiere uccise e sparse;

    85.
    quindi l'ardir, quindi la speme nasce,
    non da le frali nostre forze e stanche,
    non da l'armata, e non da quante pasce
    genti la Grecia e non da l'arme franche.
    Pur ch'ella mai non ci abbandoni e lasce,
    poco dobbiam curar ch'altri ci manche.
    Chi sa come difende e come fre,
    soccorso a i suoi perigli altro non chere.

    86.
    Ma quando di sua aita ella ne privi,
    per gli error nostri o per giudizi occulti,
    chi fia di noi ch'esser sepulto schivi
    ove i membri di Dio fur gi sepulti?
    Noi morirem, n invidia avremo a i vivi:
    noi morirem, ma non morremo inulti,
    n l'Asia rider di nostra sorte,
    n pianta fia da noi la nostra morte.

    87.
    Non creder gi che noi fuggiam la pace
    come guerra mortal si fugge e pave,
    ch l'amicizia del tuo re ne piace,
    n l'unirci con lui ne sar grave;
    ma s'al suo impero la Giudea soggiace,
    tu 'l sai; perch tal cura ei dunque n'have?
    De' regni altrui l'acquisto ei non ci vieti,
    e regga in pace i suoi tranquilli e lieti. -

    88.
    Cos rispose, e di pungente rabbia
    la risposta ad Argante il cor trafisse;
    n 'l cel gi, ma con enfiate labbia
    si trasse avanti al capitano e disse:
    - Chi la pace non vuol, la guerra s'abbia,
    ch penuria giamai non fu di risse;
    e ben la pace ricusar tu mostri,
    se non t'acqueti a i primi detti nostri. -

    89.
    Indi il suo manto per lo lembo prese,
    curvollo e fenne un seno; e 'l seno sporto,
    cos pur anco a ragionar riprese
    via pi che prima dispettoso e torto:
    - O sprezzator de le pi dubbie imprese,
    e guerra e pace in questo sen t'apporto:
    tua sia l'elezione; or ti consiglia
    senz'altro indugio, e qual pi vuoi ti piglia.

    90.
    L'atto fero e 'l parlar tutti commosse
    a chiamar guerra in un concorde grido,
    non attendendo che risposto fosse
    dal magnanimo lor duce Goffrido.
    Spieg quel crudo il seno e 'l manto scosse,
    ed: - A guerra mortal - disse - vi sfido -;
    e 'l disse in atto s feroce ed empio
    che parve aprir di Giano il chiuso tempio.

    91.
    Parve ch'aprendo il seno indi traesse
    il Furor pazzo e la Discordia fera,
    e che ne gli occhi orribili gli ardesse
    la gran face d'Aletto e di Megera.
    Quel grande gi che 'ncontra il cielo eresse
    l'alta mole d'error, forse tal era;
    e in cotal atto il rimir Babelle
    alzar la fronte e minacciar le stelle.

    92.
    Soggiunse allor Goffredo: - Or riportate
    al vostro re che venga, e che s'affretti,
    che la guerra accettiam che minacciate;
    e s'ei non vien, fra 'l Nilo suo n'aspetti. -
    Accommiat lor poscia in dolci e grate
    maniere, e gli onor di doni eletti.
    Ricchissimo ad Alete un elmo diede
    ch'a Nicea conquist fra l'altre prede.

    93.
    Ebbe Argante una spada; e 'l fabro egregio
    l'else e 'l pomo le fe' gemmato e d'oro,
    con magistero tal che perde il pregio
    de la ricca materia appo il lavoro.
    Poi che la tempra e la ricchezza e 'l fregio
    sottilmente da lui mirati fro,
    disse Argante al Buglion: - Vedrai ben tosto
    come da me il tuo dono in uso  posto. -

    94.
    Indi tolto il congedo,  da lui ditto
    al suo compagno: - Or ce n'andremo omai,
    io a Gierusalem, tu verso Egitto,
    tu co 'l sol novo, io co' notturni rai,
    ch'uopo o di mia presenza, o di mio scritto
    esser non pu col dove tu vai.
    Reca tu la risposta, io dilungarmi
    quinci non vuo', dove si trattan l'armi. -

    95.
    Cos di messaggier fatto  nemico,
    sia fretta intempestiva o sia matura:
    la ragion de le genti e l'uso antico
    s'offenda o no, n 'l pensa egli, n 'l cura.
    Senza risposta aver, va per l'amico
    silenzio de le stelle a l'alte mura,
    d'indugio impazente; ed a chi resta
    gi non men la dimora anco  molesta.

    96.
    Era la notte allor ch'alto riposo
    han l'onde e i venti, e parea muto il mondo.
    Gli animai lassi, e quei che 'l mar ondoso
    o de' liquidi laghi alberga il fondo,
    e chi si giace in tana o in mandra ascoso,
    e i pinti augelli, ne l'oblio profondo
    sotto il silenzio de' secreti orrori
    sopian gli affanni e raddolciano i cori.

    97.
    Ma n 'l campo fedel, n 'l franco duca
    si discioglie nel sonno, o almen s'accheta,
    tanta in lor cupidigia  che riluca
    omai nel ciel l'alba aspettata e lieta,
    perch il camin lor mostri, e li conduca
    a la citt ch'al gran passaggio  mta.
    Mirano ad or ad or se raggio alcuno
    spunti, o si schiari de la notte il bruno.



    CANTO III

    1.
    Gi l'aura messaggiera erasi desta
    a nunziar che se ne vien l'aurora;
    ella intanto s'adorna, e l'aurea testa
    di rose colte in paradiso infiora,
    quando il campo, ch'a l'arme omai s'appresta,
    in voce mormorava alta e sonora,
    e prevenia le trombe; e queste poi
    dir pi lieti e canori i segni suoi.

    2.
    Il saggio capitan con dolce morso
    i desideri lor guida e seconda,
    ch pi facil saria svolger il corso
    presso Cariddi a la volubil onda,
    o tardar Borea allor che scote il dorso
    de l'Apennino, e i legni in mare affonda.
    Gli ordina, gl'incamina, e 'n suon gli regge
    rapido s, ma rapido con legge.

    3.
    Ali ha ciascuno al core ed ali al piede,
    n del suo ratto andar per s'accorge;
    ma quando il sol gli aridi campi fiede
    con raggi assai ferventi e in alto sorge,
    ecco apparir Gierusalem si vede,
    ecco additar Gierusalem si scorge,
    ecco da mille voci unitamente
    Gierusalemme salutar si sente.

    4.
    Cos di naviganti audace stuolo,
    che mova a ricercar estranio lido,
    e in mar dubbioso e sotto ignoto polo
    provi l'onde fallaci e 'l vento infido,
    s'al fin discopre il desato suolo,
    il saluta da lunge in lieto grido,
    e l'uno a l'altro il mostra, e intanto oblia
    la noia e 'l mal de la passata via.

    5.
    Al gran piacer che quella prima vista
    dolcemente spir ne l'altrui petto,
    alta contrizon successe, mista
    di timoroso e riverente affetto.
    Osano a pena d'inalzar la vista
    vr la citt, di Cristo albergo eletto,
    dove mor, dove sepolto fue,
    dove poi rivest le membra sue.

    6.
    Sommessi accenti e tacite parole,
    rotti singulti e flebili sospiri
    de la gente ch'in un s'allegra e duole,
    fan che per l'aria un mormorio s'aggiri
    qual ne le folte selve udir si suole
    s'avien che tra le frondi il vento spiri,
    o quale infra gli scogli o presso a i lidi
    sibila il mar percosso in rauchi stridi.

    7.
    Nudo ciascuno il pi calca il sentiero,
    ch l'essempio de' duci ogn'altro move,
    serico fregio o d'or, piuma o cimiero
    superbo dal suo capo ognun rimove;
    ed insieme del cor l'abito altero
    depone, e calde e pie lagrime piove.
    Pur quasi al pianto abbia la via rinchiusa,
    cos parlando ognun se stesso accusa:

    8.
    - Dunque ove tu, Signor, di mille rivi
    sanguinosi il terren lasciasti asperso,
    d'amaro pianto almen duo fonti vivi
    in s acerba memoria oggi io non verso?
    Agghiacciato mio cor, ch non derivi
    per gli occhi e stilli in lagrime converso?
    Duro mio cor, ch non ti spetri e frangi?
    Pianger ben merti ognor, s'ora non piangi.

    9.
    De la cittade intanto un ch' a la guarda
    sta d'alta torre, e scopre i monti e i campi,
    col giuso la polve alzarsi guarda,
    s che par che gran nube in aria stampi:
    par che baleni quella nube ed arda,
    come di fiamme gravida e di lampi;
    poi lo splendor de' lucidi metalli
    distingue, e scerne gli uomini e i cavalli.

    10.
    Allor gridava: - Oh qual per l'aria stesa
    polvere i' veggio! oh come par che splenda!
    Su, suso, o cittadini, a la difesa
    s'armi ciascun veloce, e i muri ascenda:
    gi presente  il nemico. - E poi, ripresa
    la voce: - Ognun s'affretti, e l'arme prenda;
    ecco, il nemico  qui: mira la polve
    che sotto orrida nebbia il ciel involve. -

    11.
    I semplici fanciulli, e i vecchi inermi,
    e 'l vulgo de le donne sbigottite,
    che non sanno ferir n fare schermi,
    traean supplici e mesti a le meschite.
    Gli altri di membra e d'animo pi fermi
    gi frettolosi l'arme avean rapite.
    Accorre altri a le porte, altri a le mura;
    il re va intorno, e 'l tutto vede e cura.

    12.
    Gli ordini diede, e poscia ei si ritrasse
    ove sorge una torre infra due porte,
    s ch' presso al bisogno; e son pi basse
    quindi le piaggie e le montagne scorte.
    Volle che quivi seco Erminia andasse,
    Erminia bella, ch'ei raccolse in corte
    poi ch'a lei fu da le cristiane squadre
    presa Antiochia, e morto il re suo padre.

    13.
    Clorinda intanto incontra a i Franchi  gita:
    molti van seco, ed ella a tutti  inante;
    ma in altra parte, ond' secreta uscita,
    sta preparato a le riscosse Argante.
    La generosa i suoi seguaci incita
    co' detti e con l'intrepido sembiante:
    - Ben con alto principio a noi conviene -
    dicea - fondar de l'Asia oggi la spene. -

    14.
    Mentre ragiona a i suoi, non lunge scorse
    un franco stuol addur rustiche prede,
    che, com' l'uso, a depredar precorse;
    or con greggie ed armenti al campo riede.
    Ella vr lor, e verso lei se 'n corse
    il duce lor, ch'a s venir la vede.
    Gardo il duce  nomato, uom di gran possa,
    ma non gi tal ch'a lei resister possa.

    15.
    Gardo a quel fero scontro  spinto a terra
    in su gli occhi de' Franchi e de' pagani,
    ch'allor tutti gridr, di quella guerra
    lieti augri prendendo, i quai fr vani.
    Spronando adosso a gli altri ella si serra,
    e val la destra sua per cento mani.
    Segurla i suoi guerrier per quella strada
    che spianar gli urti, e che s'apr la spada.

    16.
    Tosto la preda al predator ritoglie;
    cede lo stuol de' Franchi a poco a poco,
    tanto ch'in cima a un colle ei si raccoglie,
    ove aiutate son l'arme dal loco.
    Allor, s come turbine si scioglie
    e cade da le nubi aereo fuoco,
    il buon Tancredi, a cui Goffredo accenna,
    sua squadra mosse, ed arrest l'antenna.

    17.
    Porta s salda la gran lancia, e in guisa
    vien feroce e leggiadro il giovenetto,
    che veggendolo d'alto il re s'avisa
    che sia guerriero infra gli scelti eletto.
    Onde dice a colei ch' seco assisa,
    e che gi sente palpitarsi il petto:
    - Ben conoscer di tu per s lungo uso
    ogni cristian, bench ne l'arme chiuso.

    18.
    Chi  dunque costui, che cos bene
    s'adatta in giostra, e fero in vista  tanto? -
    A quella, in vece di risposta, viene
    su le labra un sospir, su gli occhi il pianto.
    Pur gli spirti e le lagrime ritiene,
    ma non cos che lor non mostri alquanto:
    ch gli occhi pregni un bel purpureo giro
    tinse, e roco spunt mezzo il sospiro.

    19.
    Poi gli dice infingevole, e nasconde
    sotto il manto de l'odio altro desio:
    - Oim! bene il conosco, ed ho ben donde
    fra mille riconoscerlo deggia io,
    ch spesso il vidi i campi e le profonde
    fosse del sangue empir del popol mio.
    Ahi quanto  crudo nel ferire! a piaga
    ch'ei faccia, erba non giova od arte maga.

    20.
    Egli  il prence Tancredi: oh prigioniero
    mio fosse un giorno! e no 'l vorrei gi morto;
    vivo il vorrei, perch'in me desse al fero
    desio dolce vendetta alcun conforto. -
    Cos parlava, e de' suoi detti il vero
    da chi l'udiva in altro senso  torto;
    e fuor n'usc con le sue voci estreme
    misto un sospir che 'ndarno ella gi preme.

    21.
    Clorinda intanto ad incontrar l'assalto
    va di Tancredi, e pon la lancia in resta.
    Ferrsi a le visiere, e i tronchi in alto
    volaro e parte nuda ella ne resta;
    ch, rotti i lacci a l'elmo suo, d'un salto
    (mirabil colpo!) ei le balz di testa;
    e le chiome dorate al vento sparse,
    giovane donna in mezzo 'l campo apparse.

    22.
    Lampeggir gli occhi, e folgorr gli sguardi,
    dolci ne l'ira; or che sarian nel riso?
    Tancredi, a che pur pensi? a che pur guardi?
    non riconosci tu l'altero viso?
    Quest' pur quel bel volto onde tutt'ardi;
    tuo core il dica, ov' il suo essempio inciso.
    Questa  colei che rinfrescar la fronte
    vedesti gi nel solitario fonte.

    23.
    Ei ch'al cimiero ed al depinto scudo
    non bad prima, or lei veggendo imptra;
    ella quanto pu meglio il capo ignudo
    si ricopre, e l'assale; ed ei s'arretra.
    Va contra gli altri, e rota il ferro crudo;
    ma per da lei pace non impetra,
    che minacciosa il segue, e: - Volgi - grida;
    e di due morti in un punto lo sfida.

    24.
    Percosso, il cavalier non ripercote,
    n s dal ferro a riguardarsi attende,
    come a guardar i begli occhi e le gote
    ond'Amor l'arco inevitabil tende.
    Fra s dicea: Van le percosse vote,
    talor, che la sua destra armata stende;
    ma colpo mai del bello ignudo volto
    non cade in fallo, e sempre il cor m' colto.

    25.
    Risolve al fin, bench piet non spere,
    di non morir tacendo occulto amante.
    Vuol ch'ella sappia ch'un prigion suo fre
    gi inerme, e supplichevole e tremante;
    onde le dice: - O tu, che mostri avere
    per nemico me sol fra turbe tante,
    usciam di questa mischia, ed in disparte
    i' potr teco, e tu meco provarte.

    26.
    Cos me' si vedr s'al tuo s'agguaglia
    il mio valore. - Ella accett l'invito:
    e come esser senz'elmo a lei non caglia,
    ga baldanzosa, ed ei seguia smarrito.
    Recata s'era in atto di battaglia
    gi la guerriera, e gi l'avea ferito,
    quand'egli: - Or ferma, - disse - e siano fatti
    anzi la pugna de la pugna i patti. -

    27.
    Fermossi, e lui di pauroso audace
    rend in quel punto il disperato amore.
    - I patti sian, - dicea - poi che tu pace
    meco non vuoi, che tu mi tragga il core.
    Il mio cor, non pi mio, s'a te dispiace
    ch'egli pi viva, volontario more:
     tuo gran tempo, e tempo  ben che trarlo
    omai tu debbia, e non debb'io vietarlo.

    28.
    Ecco io chino le braccia, e t'appresento
    senza difesa il petto: or ch no 'l fiedi?
    vuoi ch'agevoli l'opra? i' son contento
    trarmi l'usbergo or or, se nudo il chiedi -
    Distinguea forse in pi duro lamento
    i suoi dolori il misero Tancredi,
    ma calca l'impedisce intempestiva
    de' pagani e de' suoi che soprarriva.

    29.
    Cedean cacciati da lo stuol cristiano
    i Palestini, o sia temenza od arte.
    Un de' persecutori, uomo inumano,
    videle sventolar le chiome sparte,
    e da tergo in passando alz la mano
    per ferir lei ne la sua ignuda parte;
    ma Tancredi grid, che se n'accorse,
    e con la spada a quel gran colpo occorse.

    30.
    Pur non g tutto in vano, e ne' confini
    del bianco collo il bel capo ferille.
    Fu levissima piaga, e i biondi crini
    rosseggiaron cos d'alquante stille,
    come rosseggia l'or che di rubini
    per man d'illustre artefice sfaville.
    Ma il prence infuriato allor si strinse
    adosso a quel villano, e 'l ferro spinse.

    31.
    Quel si dilegua, e questi acceso d'ira
    il segue, e van come per l'aria strale.
    Ella riman sospesa, ed ambo mira
    lontani molto, n seguir le cale,
    ma co' suoi fuggitivi si ritira:
    talor mostra la fronte e i Franchi assale;
    or si volge or rivolge, or fugge or fuga,
    n si pu dir la sua caccia n fuga.

    32.
    Tal gran tauro talor ne l'ampio agone,
    se volge il corno a i cani ond' seguito,
    s'arretran essi; e s'a fuggir si pone,
    ciascun ritorna a seguitarlo ardito.
    Clorinda nel fuggir da tergo oppone
    alto lo scudo, e 'l capo  custodito.
    Cos coperti van ne' giochi mori
    da le palle lanciate i fuggitori.

    33.
    Gi questi seguitando e quei fuggendo
    s'erano a l'alte mura avicinati,
    quando alzaro i pagani un grido orrendo
    e indietro si fur subito voltati;
    e fecero un gran giro, e poi volgendo
    ritornaro a ferir le spalle e i lati.
    E intanto Argante gi movea dal monte
    la schiera sua per assalirgli a fronte.

    34.
    Il feroce circasso usc di stuolo,
    ch'esser vols'egli il feritor primiero,
    e quegli in cui fer fu steso al suolo,
    e sossopra in un fascio il suo destriero;
    e pria che l'asta in tronchi andasse a volo,
    molti cadendo compagnia gli fro.
    Poi stringe il ferro, e quando giunge a pieno
    sempre uccide od abbatte o piaga almeno.

    35.
    Clorinda, emula sua, tolse di vita
    il forte Ardelio, uom gi d'et matura,
    ma di vecchiezza indomita, e munita
    di duo gran figli, e pur non fu secura,
    ch'Alcandro, il maggior figlio, aspra ferita
    rimosso avea da la paterna cura,
    e Poliferno, che restogli appresso,
    a gran pena salvar pot se stesso.

    36.
    Ma Tancredi, dapoi ch'egli non giunge
    quel villan, che destriero ha pi corrente,
    si mira a dietro, e vede ben che lunge
    troppo  trascorsa la sua audace gente.
    Vedela intorniata, e 'l corsier punge
    volgendo il freno, e l s'invia repente;
    ned egli solo i suoi guerrier soccorre,
    ma quello stuol ch'a tutt'i rischi accorre:

    37.
    quel di Dudon aventurier drapello,
    fior de gli eroi, nerbo e vigor del campo.
    Rinaldo, il pi magnanimo e il pi bello,
    tutti precorre, ed  men ratto il lampo.
    Ben tosto il portamento e 'l bianco augello
    conosce Erminia nel celeste campo,
    e dice al re, che 'n lui fisa lo sguardo:
    - Eccoti il domator d'ogni gagliardo.

    38.
    Questi ha nel pregio de la spada eguali
    pochi, o nessuno; ed  fanciullo ancora.
    Se fosser tra' nemici altri sei tali,
    gi Soria tutta vinta e serva fra;
    e gi dmi sarebbono i pi australi
    regni, e i regni pi prossimi a l'aurora;
    e forse il Nilo occultarebbe in vano
    dal giogo il capo incognito e lontano.

    39.
    Rinaldo ha nome; e la sua destra irata
    teman pi d'ogni machina le mura.
    Or volgi gli occhi ov'io ti mostro, e guata
    colui che d'oro e verde ha l'armatura.
    Quegli  Dudone, ed  da lui guidata
    questa schiera, che schiera  di ventura:
     guerrier d'alto sangue e molto esperto,
    che d'et vince e non cede di merto.

    40.
    Mira quel grande, ch' coperto a bruno:
     Gernando, il fratel del re norvegio;
    non ha la terra uom pi superbo alcuno,
    questo sol de' suoi fatti oscura il pregio.
    E son que' duo che van s giunti in uno,
    e c'han bianco il vestir, bianco ogni fregio,
    Gildippe ed Odoardo, amanti e sposi,
    in valor d'arme e in lealt famosi. -

    41.
    Cos parlava, e gi vedean l sotto
    come la strage pi e pi s'ingrosse,
    ch Tancredi e Rinaldo il cerchio han rotto
    bench d'uomini denso e d'armi fosse;
    e poi lo stuol, ch' da Dudon condotto,
    vi giunse, ed aspramente anco il percosse.
    Argante, Argante istesso, ad un grand'urto
    di Rinaldo abbattuto, a pena  surto.

    42.
    N sorgea forse, ma in quel punto stesso
    al figliuol di Bertoldo il destrier cade;
    e restandogli sotto il piede oppresso,
    convien ch'indi a ritrarlo alquanto bade.
    Lo stuol pagan fra tanto, in rotta messo,
    si ripara fuggendo a la cittade.
    Soli Argante e Clorinda argine e sponda
    sono al furor che lor da tergo inonda.

    43.
    Ultimi vanno, e l'impeto seguente
    in lor s'arresta alquanto, e si reprime,
    s che potean men perigliosamente
    quelle genti fuggir che fuggean prime.
    Segue Dudon ne la vittoria ardente
    i fuggitivi, e 'l fer Tigrane opprime
    con l'urto del cavallo, e con la spada
    fa che scemo del capo a terra cada.

    44.
    N giova ad Algazarre il fino usbergo,
    ned a Corban robusto il forte elmetto,
    ch 'n guisa lor fer la nuca e 'l tergo
    che ne pass la piaga al viso, al petto.
    E per sua mano ancor del dolce albergo
    l'alma usc d'Amurate e di Meemetto,
    e del crudo Almansor; n 'l gran circasso
    pu securo da lui mover un passo.

    45.
    Freme in se stesso Argante, e pur tal volta
    Si ferma e volge, e poi cede pur anco.
    Al fin cos improviso a lui si volta,
    e di tanto rovescio il coglie al fianco,
    che dentro il ferro vi s'immerge, e tolta
     dal colpo la vita al duce franco.
    Cade; e gli occhi, ch'a pena aprir si ponno,
    dura quiete preme e ferreo sonno.

    46.
    Gli apr tre volte, e i dolci rai del cielo
    cerc frire e sovra un braccio alzarsi,
    e tre volte ricadde, e fosco velo
    gli occhi adombr, che stanchi al fin serrrsi.
    Si dissolvono i membri, e 'l mortal gelo
    inrigiditi e di sudor gli ha sparsi.
    Sovra il corpo gi morto il fero Argante
    punto non bada, e via trascorre inante.

    47.
    Con tutto ci, se ben d'andar non cessa,
    si volge a i Franchi, e grida: - O cavalieri,
    questa sanguigna spada  quella stessa
    che 'l signor vostro mi don pur ieri;
    ditegli come in uso oggi l'ho messa,
    ch'udir la novella ei volentieri.
    E caro esser gli de che 'l suo bel dono
    sia conosciuto al paragon s buono.

    48.
    Ditegli che vederne omai s'aspetti
    ne le viscere sue pi certa prova;
    e quando d'assalirne ei non s'affretti,
    verr non aspettato ove si trova. -
    Irritati i cristiani a i feri detti,
    tutti vr lui gi si moveano a prova;
    ma con gli altri esso  gi corso in securo
    sotto la guardia de l'amico muro.

    49.
    I difensori a grandinar le pietre
    da l'alte mura in guisa incominciaro,
    e quasi innumerabili faretre
    tante saette a gli archi ministraro,
    che forza  pur che 'l franco stuol s'arretre;
    e i saracin ne la cittade entraro.
    Ma gi Rinaldo, avendo il pi sottratto
    al giacente destrier, s'era qui tratto.

    50.
    Venia per far nel barbaro omicida
    de l'estinto Dudone aspra vendetta,
    e fra' suoi giunto alteramente grida:
    - Or qual indugio  questo? e che s'aspetta?
    poi ch' morto il signor che ne fu guida,
    ch non corriamo a vendicarlo in fretta?
    Dunque in s grave occason di sdegno
    esser pu fragil muro a noi ritegno?

    51.
    Non, se di ferro doppio o d'adamante
    questa muraglia impenetrabil fosse,
    col dentro securo il fero Argante
    s'appiatteria da le vostr' alte posse:
    andiam pure a l'assalto! - Ed egli inante
    a tutti gli altri in questo dir si mosse,
    ch nulla teme la secura testa
    o di sasso o di strai nembo o tempesta.

    52.
    Ei crollando il gran capo, alza la faccia
    piena di s terribile ardimento,
    che sin dentro a le mura i cori agghiaccia
    a i difensor d'insolito spavento.
    Mentre egli altri rincora, altri minaccia,
    sopravien chi reprime il suo talento;
    ch Goffredo lor manda il buon Sigiero
    de' gravi imperii suoi nunzio severo.

    53.
    Questi sgrida in suo nome il troppo ardire,
    e incontinente il ritornar impone:
    - Tornatene, - dicea - ch'a le vostr'ire
    non  il loco opportuno o la stagione;
    Goffredo il vi comanda. - A questo dire
    Rinaldo si fren, ch'altrui fu sprone,
    bench dentro ne frema, e in pi d'un segno
    dimostri fuore il mal celato sdegno.

    54.
    Tornr le schiere indietro, e da i nemici
    non fu il ritorno lor punto turbato;
    n in parte alcuna de gli estremi uffici
    il corpo di Dudon rest fraudato.
    Su le pietose braccia i fidi amici
    portrlo, caro peso ed onorato.
    Mira intanto il Buglion d'eccelsa parte
    de la forte cittade il sito e l'arte.

    55.
    Gierusalem sovra duo colli  posta
    d'impari altezza, e vlti fronte a fronte.
    Va per lo mezzo suo valle interposta,
    che lei distingue, e l'un da l'altro monte.
    Fuor da tre lati ha malagevol costa,
    per l'altro vassi, e non par che si monte;
    ma d'altissime mura  pi difesa
    la parte piana, e 'ncontra Borea  stesa.

    56.
    La citt dentro ha lochi in cui si serba
    l'acqua che piove, e laghi e fonti vivi;
    ma fuor la terra intorno  nuda d'erba,
    e di fontane sterile e di rivi.
    N si vede fiorir lieta e superba
    d'alberi, e fare schermo a i raggi estivi,
    se non se in quanto oltra sei miglia un bosco
    sorge d'ombre nocenti orrido e fosco.

    57.
    Ha da quel lato donde il giorno appare
    del felice Giordan le nobil onde;
    e da la parte occidental, del mare
    Mediterraneo l'arenose sponde.
    Verso Borea  Betl, ch'alz l'altare
    al bue de l'oro, e la Samaria; e donde
    Austro portar le suol piovoso nembo,
    Betelm che 'l gran parto ascose in grembo.

    58.
    Or mentre guarda e l'alte mura e 'l sito
    de la citt Goffredo e del paese,
    e pensa ove s'accampi, onde assalito
    sia il muro ostil pi facile a l'offese,
    Erminia il vide, e dimostrollo a dito
    al re pagano, e cos a dir riprese:
    - Goffredo  quel, che nel purpureo ammanto
    ha di regio e d'augusto in s cotanto.

    59.
    Veramente  costui nato a l'impero,
    s del regnar, del comandar sa l'arti,
    e non minor che duce  cavaliero,
    ma del doppio valor tutte ha le parti;
    n fra turba s grande uom pi guerriero
    o pi saggio di lui potrei mostrarti.
    Sol Raimondo in consiglio, ed in battaglia
    sol Rinaldo e Tancredi a lui s'agguaglia. -

    60.
    Risponde il re pagan: - Ben ho di lui
    contezza, e 'l vidi a la gran corte in Francia,
    quand'io d'Egitto messaggier vi fui,
    e 'l vidi in nobil giostra oprar la lancia;
    e se ben gli anni giovenetti sui
    non gli vestian di piume ancor la guancia,
    pur dava a i detti, a l'opre, a le sembianze,
    presagio omai d'altissime speranze;

    61.
    presagio ahi troppo vero! - E qui le ciglia
    turbate inchina, e poi l'inalza e chiede:
    - Dimmi chi sia colui c'ha pur vermiglia
    la sopravesta, e seco a par si vede.
    Oh quanto di sembianti a lui somiglia!
    se ben alquanto di statura cede.
    - E' Baldovin, - risponde - e ben si scopre
    nel volto a lui fratel, ma pi ne l'opre.

    62.
    Or rimira colui che, quasi in modo
    d'uom che consigli, sta da l'altro fianco:
    quegli  Raimondo, il qual tanto ti lodo
    d'accorgimento, uom gi canuto e bianco.
    Non  chi tesser me' bellico frodo
    di lui sapesse, o sia Latino o Franco;
    ma quell'altro pi in l, ch'orato ha l'elmo,
    del re britanno  il buon figliuol Guglielmo.

    63.
    V' Guelfo seco, e gli  d'opre leggiadre
    emulo, e d'alto sangue e d'alto stato:
    ben il conosco a le sue spalle quadre,
    ed a quel petto colmo e rilevato.
    Ma 'l gran nemico mio tra queste squadre
    gi riveder non posso, e pur vi guato;
    io dico Boemondo il micidiale,
    distruggitor del sangue mio reale. -

    64.
    Cos parlavan questi; e 'l capitano,
    poi ch'intorno ha mirato, a i suoi discende;
    e perch crede che la terra in vano
    s'oppugneria dov'il pi erto ascende,
    contra la porta Aquilonar, nel piano
    che con lei si congiunge, alza le tende;
    e quinci procedendo infra la torre
    che chiamano Angolar gli altri fa porre.

    65.
    Da quel giro del campo  contenuto
    de la cittade il terzo, o poco meno,
    che d'ogn'intorno non avria potuto
    (cotanto ella volgea) cingerla a pieno;
    ma le vie tutte ond'aver pote aiuto
    tenta Goffredo d'impedirle almeno,
    ed occupar fa gli opportuni passi
    onde da lei si viene ed a lei vassi.

    66.
    Impon che sian le tende indi munite
    e di fosse profonde e di trinciere,
    che d'una parte a cittadine uscite,
    da l'altra oppone a correrie straniere.
    Ma poi che fur quest'opere fornite,
    vols' egli il corpo di Dudon vedere,
    e col trasse ove il buon duce estinto
    da mesta turba e lagrimosa  cinto.

    67.
    Di nobil pompa i fidi amici ornaro
    il gran fertro ove sublime ei giace.
    Quando Goffredo entr, le turbe alzaro
    la voce assai pi flebile e loquace;
    ma con volto n torbido n chiaro
    frena il suo affetto il pio Buglione, e tace.
    E poi che 'n lui pensando alquanto fisse
    le luci ebbe tenute, al fin s disse:

    68.
    - Gi non si deve a te doglia n pianto,
    ch se mori nel mondo, in Ciel rinasci;
    e qui dove ti spogli il mortal manto
    di gloria impresse alte vestigia lasci.
    Vivesti qual guerrier cristiano e santo,
    e come tal sei morto; or godi, e pasci
    in Dio gli occhi bramosi, o felice alma,
    ed hai del bene oprar corona e palma.

    69.
    Vivi beata pur, ch nostra sorte,
    non tua sventura, a lagrimar n'invita,
    poscia ch'al tuo partir s degna e forte
    parte di noi fa co 'l tuo pi partita.
    Ma se questa, che 'l vulgo appella morte,
    privati ha noi d'una terrena aita,
    celeste aita ora impetrar ne puoi
    che 'l Ciel t'accoglie infra gli eletti suoi.

    70.
    E come a nostro pro veduto abbiamo
    ch'usavi, uom gi mortal, l'arme mortali,
    cos vederti oprare anco speriamo,
    spirto divin, l'arme del Ciel fatali.
    Impara i voti omai, ch'a te porgiamo,
    raccrre, e dar soccorso a i nostri mali:
    indi vittoria annunzio; a te devoti
    solverem trionfando al tempio i voti. -

    71.
    Cos diss'egli; e gi la notte oscura
    avea tutti del giorno i raggi spenti,
    e con l'oblio d'ogni noiosa cura
    ponea tregua a le lagrime, a i lamenti.
    Ma il capitan, ch'espugnar mai le mura
    non crede senza i bellici tormenti,
    pensa ond'abbia le travi, ed in quai forme
    le machine componga; e poco dorme.

    72.
    Sorse a pari co 'l sole, ed egli stesso
    seguir la pompa funeral poi volle.
    A Dudon d'odorifero cipresso
    composto hanno un sepolcro a pi d'un colle,
    non lunge a gli steccati; e sovra ad esso
    un'altissima palma i rami estolle.
    Or qui fu posto, e i sacerdoti intanto
    quiete a l'alma gli pregr co 'l canto.

    73.
    Quinci e quindi fra i rami erano appese
    insegne e prigioniere arme diverse,
    gi da lui tolte in pi felici imprese
    a le genti di Siria ed a le perse.
    De la corazza sua, de l'altro arnese,
    in mezzo il grosso tronco si coperse.
    Qui vi fu scritto poi giace Dudone:
    onorate l'altissimo campione.

    74.
    Ma il pietoso Buglion, poi che da questa
    opra si tolse dolorosa e pia,
    tutti i fabri del campo a la foresta
    con buona scorta di soldati invia.
    Ella  tra valli ascosa, e manifesta
    l'avea fatta a i Francesi uom di Soria
    Qui per troncar le machine n'andaro,
    a cui non abbia la citt riparo.

    75.
    L'un l'altro essorta che le piante atterri,
    e faccia al bosco inusitati oltraggi.
    Caggion recise da i pungenti ferri
    le sacre palme e i frassini selvaggi,
    i funebri cipressi e i pini e i cerri,
    l'elci frondose e gli alti abeti e i faggi,
    gli olmi mariti, a cui talor s'appoggia
    la vite, e con pi torto al ciel se 'n poggia.

    76.
    Altri i tassi, e le quercie altri percote,
    che mille volte rinovr le chiome,
    e mille volte ad ogni incontro immote
    l'ire de' venti han rintuzzate e dome;
    ed altri impone a le stridenti rote
    d'orni e di cedri l'odorate some.
    Lasciano al suon de l'arme, al vario grido,
    e le fre e gli augei la tana e 'l nido.



    CANTO IV

    1.
    Mentre son questi a le bell'opre intenti,
    perch debbiano tosto in uso porse,
    il gran nemico de l'umane genti
    contra i cristiani i lividi occhi torse;
    e scorgendogli omai lieti e contenti,
    ambo le labra per furor si morse,
    e qual tauro ferito il suo dolore
    vers mugghiando e sospirando fuore.

    2.
    Quinci, avendo pur tutto il pensier vlto
    a recar ne' cristiani ultima doglia,
    che sia, comanda, il popol suo raccolto
    (concilio orrendo!) entro la regia soglia;
    come sia pur leggiera impresa, ahi stolto!,
    il repugnare a la divina voglia:
    stolto, ch'al Ciel s'agguaglia, e in oblio pone
    come di Dio la destra irata tuone.

    3.
    Chiama gli abitator de l'ombre eterne
    il rauco suon de la tartarea tromba.
    Treman le spazose atre caverne,
    e l'aer cieco a quel romor rimbomba;
    n s stridendo mai da le superne
    regoni del cielo il folgor piomba,
    n s scossa giamai trema la terra
    quando i vapori in sen gravida serra.

    4.
    Tosto gli di d'Abisso in varie torme
    concorron d'ogn'intorno a l'alte porte.
    Oh come strane, oh come orribil forme!
    quant' ne gli occhi lor terrore e morte!
    Stampano alcuni il suol di ferine orme,
    e 'n fronte umana han chiome d'angui attorte,
    e lor s'aggira dietro immensa coda
    che, quasi sferza, si ripiega e snoda.

    5.
    Qui mille immonde Arpie vedresti e mille
    Centauri e Sfingi e pallide Gorgoni,
    molte e molte latrar voraci Scille,
    e fischiar Idre e sibilar Pitoni,
    e vomitar Chimere atre faville,
    e Polifemi orrendi e Gerioni;
    e in novi mostri, e non pi intesi o visti,
    diversi aspetti in un confusi e misti.

    6.
    D'essi parte a sinistra e parte a destra
    a seder vanno al crudo re davante.
    Siede Pluton nel mezzo, e con la destra
    sostien lo scettro ruvido e pesante;
    n tanto scoglio in mar, n rupe alpestra,
    n pur Calpe s'inalza o 'l magno Atlante.
    ch'anzi lui non paresse un picciol colle,
    s la gran fronte e le gran corna estolle.

    7.
    Orrida maest nel fero aspetto
    terrore accresce, e pi superbo il rende:
    rosseggian gli occhi, e di veneno infetto
    come infausta cometa il guardo splende,
    gl'involve il mento e su l'irsuto petto
    ispida e folta la gran barba scende,
    e in guisa di voragine profonda
    s'apre la bocca d'atro sangue immonda.

    8.
    Qual i fumi sulfurei ed infiammati
    escon di Mongibello e 'l puzzo e 'l tuono,
    tal de la fera bocca i negri fiati,
    tale il fetore e le faville sono.
    Mentre ei parlava, Cerbero i latrati
    ripresse, e l'Idra si fe' muta al suono;
    rest Cocito, e ne tremr gli abissi;
    e in questi detti il gran rimbombo udissi:

    9.
    - Tartarei numi, di seder pi degni
    l sovra il sole, ond' l'origin vostra,
    che meco gi da i pi felici regni
    spinse il gran caso in questa orribil chiostra,
    gli antichi altrui sospetti e i feri sdegni
    noti son troppo, e l'alta impresa nostra;
    or Colui regge a suo voler le stelle,
    e noi siam giudicate alme rubelle.

    10.
    Ed in vece del d sereno e puro,
    de l'aureo sol, de gli stellati giri,
    n'ha qui rinchiusi in questo abisso oscuro,
    n vuol ch'al primo onor per noi s'aspiri;
    e poscia (ahi quanto a ricordarlo  duro!
    quest' quel che pi inaspra i miei martri)
    ne' bei seggi celesti ha l'uom chiamato,
    l'uom vile e di vil fango in terra nato.

    11.
    N ci gli parve assai; ma in preda a morte,
    sol per farne pi danno, il figlio diede.
    Ei venne e ruppe le tartaree porte,
    e porre os ne' regni nostri il piede,
    e trarne l'alme a noi dovute in sorte,
    e riportarne al Ciel s ricche prede,
    vincitor tronfando, e in nostro scherno
    l'insegne ivi spiegar del vinto Inferno.

    12.
    Ma che rinovo i miei dolor parlando?
    Chi non ha gi l'ingiurie nostre intese?
    Ed in qual parte si trov, n quando,
    ch'egli cessasse da l'usate imprese?
    Non pi dssi a l'antiche andar pensando,
    pensar dobbiamo a le presenti offese.
    Deh! non vedete omai com'egli tenti
    tutte al suo culto richiamar le genti?

    13.
    Noi trarrem neghittosi i giorni e l'ore,
    n degna cura fia che 'l cor n'accenda?
    e soffrirem che forza ognor maggiore
    il suo popol fedele in Asia prenda?
    e che Giudea soggioghi? e che 'l suo onore,
    che 'l nome suo pi si dilati e stenda?
    che suoni in altre lingue, e in altri carmi
    si scriva, e incida in novi bronzi e marmi?

    14.
    Che sian gl'idoli nostri a terra sparsi?
    ch'i nostri altari il mondo a lui converta?
    ch'a lui sospesi i voti, a lui sol arsi
    siano gl'incensi, ed auro e mirra offerta?
    ch'ove a noi tempio non solea serrarsi,
    or via non resti a l'arti nostre aperta?
    che di tant'alme il solito tributo
    ne manchi, e in vto regno alberghi Pluto?

    15.
    Ah! non fia ver, ch non sono anco estinti
    gli spirti in voi di quel valor primiero,
    quando di ferro e d'alte fiamme cinti
    pugnammo gi contra il celeste impero.
    Fummo, io no 'l nego, in quel conflitto vinti,
    pur non manc virtute al gran pensiero.
    Diede che che si fosse a lui vittoria:
    rimase a noi d'invitto ardir la gloria.

    16.
    Ma perch pi v'indugio? Itene, o miei
    fidi consorti, o mia potenza e forze:
    ite veloci, ed opprimete i rei
    prima che 'l lor poter pi si rinforze;
    pria che tutt'arda il regno de gli Ebrei,
    questa fiamma crescente omai s'ammorze;
    fra loro entrate, e in ultimo lor danno
    or la forza s'adopri ed or l'inganno.

    17.
    Sia destin ci ch'io voglio: altri disperso
    sen vada errando, altri rimanga ucciso,
    altri in cure d'amor lascive immerso
    idol si faccia un dolce sguardo e un riso.
    Sia il ferro incontra 'l suo rettor converso
    da lo stuol ribellante e 'n s diviso:
    pra il campo e ruini, e resti in tutto
    ogni vestigio suo con lui distrutto.

    18.
    Non aspettr gi l'alme a Dio rubelle
    che fosser queste voci al fin condotte;
    ma fuor volando a riveder le stelle
    gi se n'uscian da la profonda notte,
    come sonanti e torbide procelle
    che vengan fuor de le natie lor grotte
    ad oscurar il cielo, a portar guerra
    a i gran regni del mar e de la terra.

    19.
    Tosto, spiegando in vari lati i vanni,
    si furon questi per lo mondo sparti,
    e 'ncominciaro a fabricar inganni
    diversi e novi, e ad usar lor arti.
    Ma di' tu, Musa, come i primi danni
    mandassero a i cristiani e di quai parti;
    tu 'l sai, e di tant'opra a noi s lunge
    debil aura di fama a pena giunge.

    20.
    Reggea Damasco e le citt vicine
    Idraote, famoso e nobil mago,
    che fin da' suoi prim'anni a l'indovine
    arti si diede, e ne fu ognor pi vago.
    Ma che giovr, se non pot del fine
    di quella incerta guerra esser presago?
    Ned aspetto di stelle erranti o fisse,
    n risposta d'inferno il ver predisse.

    21.
    Giudic questi (ahi, cieca umana mente,
    come i giudizi tuoi son vani e torti!)
    ch'a l'essercito invitto d'Occidente
    apparecchiasse il Ciel ruine e morti;
    per, credendo che l'egizia gente
    la palma de l'impresa al fin riporti,
    desia che 'l popol suo ne la vittoria
    sia de l'acquisto a parte e de la gloria.

    22.
    Ma perch il valor franco ha in grande stima,
    di sanguigna vittoria i danni teme;
    e va pensando con qual arte in prima
    il poter de' cristiani in parte sceme,
    s che pi agevolmente indi s'opprima
    da le sue genti e da l'egizie insieme:
    in questo suo pensier il sovragiunge
    l'angelo iniquo, e pi l'instiga e punge.

    23.
    Esso il consiglia, e gli ministra i modi
    onde l'impresa agevolar si pote.
    Donna a cui di belt le prime lodi
    concedea l'Orente,  sua nepote:
    gli accorgimenti e le pi occulte frodi
    ch'usi o femina o maga a lei son note.
    Questa a s chiama e seco i suoi consigli
    comparte, e vuol che cura ella ne pigli.

    24.
    Dice: - O diletta mia, che sotto biondi
    capelli e fra s tenere sembianze
    canuto senno e cor virile ascondi,
    e gi ne l'arti mie me stesso avanze,
    gran pensier volgo; e se tu lui secondi,
    seguiteran gli effetti a le speranze.
    Tessi la tela ch'io ti mostro ordita,
    di cauto vecchio essecutrice ardita.

    25.
    Vanne al campo nemico: ivi s'impieghi
    ogn'arte feminil ch'amore alletti.
    Bagna di pianto e fa' melati i preghi,
    tronca e confondi co' sospiri i detti:
    belt dolente e miserabil pieghi
    al tuo volere i pi ostinati petti:
    vela il soverchio ardir con la vergogna,
    e fa' manto del vero a la menzogna.

    26.
    Prendi, s'esser potr, Goffredo a l'esca
    de' dolci sguardi e de' be' detti adorni,
    s ch'a l'uomo invaghito omai rincresca
    l'incominciata guerra, e la distorni.
    Se ci non puoi, gli altri pi grandi adesca:
    menagli in parte ond'alcun mai non torni. -
    Poi distingue i consigli; al fin le dice:
    - Per la f, per la patria il tutto lice. -

    27.
    La bella Armida, di sua forma altera
    e de' doni del sesso e de l'etate,
    l'impresa prende, e in su la prima sera
    parte e tiene sol vie chiuse e celate;
    e 'n treccia e 'n gonna feminile spera
    vincer popoli invitti e schiere armate.
    Ma son del suo partir tra 'l vulgo ad arte
    diverse voci poi diffuse e sparte.

    28.
    Dopo non molti d vien la donzella
    dove spiegate i Franchi avean le tende.
    A l'apparir de la belt novella
    nasce un bisbiglio e 'l guardo ognun v'intende
    s come l dove cometa o stella,
    non pi vista di giorno, in ciel risplende;
    e traggon tutti per veder chi sia
    s bella peregrina, e chi l'invia.

    29.
    Argo non mai, non vide Cipro o Delo
    d'abito o di belt forme s care:
    d'auro ha la chioma, ed or dal bianco velo
    traluce involta, or discoperta appare.
    Cos, qualor si rasserena il cielo,
    or da candida nube il sol traspare,
    or da la nube uscendo i raggi intorno
    pi chiari spiega e ne raddoppia il giorno.

    30.
    Fa nove crespe l'aura al crin disciolto,
    che natura per s rincrespa in onde;
    stassi l'avaro sguardo in s raccolto,
    e i tesori d'amore e i suoi nasconde.
    Dolce color di rose in quel bel volto
    fra l'avorio si sparge e si confonde,
    ma ne la bocca onde esce aura amorosa
    sola rosseggia e semplice la rosa.

    31.
    Mostra il bel petto le sue nevi ignude,
    onde il foco d'Amor si nutre e desta.
    Parte appar de le mamme acerbe e crude,
    parte altrui ne ricopre invida vesta:
    invida, ma s'a gli occhi il varco chiude,
    l'amoroso pensier gi non arresta,
    ch non ben pago di bellezza esterna
    ne gli occulti secreti anco s'interna.

    32.
    Come per acqua o per cristallo intero
    trapassa il raggio, e no 'l divide o parte,
    per entro il chiuso manto osa il pensiero
    s penetrar ne la vietata parte.
    Ivi si spazia, ivi contempla il vero
    di tante meraviglie a parte a parte;
    poscia al desio le narra e le descrive,
    e ne fa le sue fiamme in lui pi vive.

    33.
    Lodata passa e vagheggiata Armida
    fra le cupide turbe, e se n'avede.
    No 'l mostra gi, bench in suo cor ne rida,
    e ne disegni alte vittorie e prede.
    Mentre, sospesa alquanto, alcuna guida
    che la conduca al capitan richiede,
    Eustazio occorse a lei, che del sovrano
    principe de le squadre era germano.

    34.
    Come al lume farfalla, ei si rivolse
    a lo splendor de la belt divina,
    e rimirar da presso i lumi volse
    che dolcemente atto modesto inchina;
    e ne trasse gran fiamma e la raccolse
    come da foco suole esca vicina,
    e disse verso lei, ch'audace e baldo
    il fea de gli anni e de l'amore il caldo:

    35.
    - Donna, se pur tal nome a te conviensi,
    ch non somigli tu cosa terrena,
    n v' figlia d'Adamo in cui dispensi
    cotanto il Ciel di sua luce serena,
    che da te si ricerca? ed onde viensi?
    qual tua ventura o nostra or qui ti mena?
    Fa' che sappia chi sei; fa' ch'io non erri
    ne l'onorarti; e s' ragion, m'atterri. -

    36.
    Risponde: - Il tuo lodar troppo alto sale,
    n tanto in suso il merto nostro arriva
    Cosa vedi, signor, non pur mortale,
    ma gi morta ai diletti, al duol sol viva;
    mia sciagura mi spinge in loco tale,
    vergine peregrina e fuggitiva.
    Ricovro al pio Goffredo, e in lui confido,
    tal va di sua bontate intorno il grido.

    37.
    Tu l'adito m'impetra al capitano,
    s'hai, come pare, alma cortese e pia. -
    Ed egli: - E' ben ragion ch'a l'un germano
    l'altro ti guidi, e intercessor ti sia.
    Vergine bella, non ricorri in vano,
    non  vile appo lui la grazia mia;
    spender tutto potrai, come t'aggrada,
    ci che vaglia il suo scettro o la mia spada. -

    38.
    Tace; e la guida ove tra i grandi eroi
    allor dal vulgo il pio Buglion s'invola.
    Essa inchinollo riverente, e poi
    vergognosetta non facea parola.
    Ma quei rossor, ma quei timori suoi
    rassecura il guerriero e riconsola,
    s che i pensati inganni al fine spiega
    in suon che di dolcezza i sensi lega.

    39.
    - Principe invitto, - disse - il cui gran nome
    se 'n vola adorno di s ricchi fregi
    che l'esser da te vinte e in guerra dome
    recansi a gloria le provincie e i regi,
    noto per tutto  il tuo valor; e come
    sin da i nemici avien che s'ami e pregi,
    cos anco i tuoi nemici affida, e invita
    di ricercarti e d'impetrarne aita.

    40.
    Ed io, che nacqui in s diversa fede
    che tu abbassasti e ch'or d'opprimer tenti,
    per te spero acquistar la nobil sede
    e lo scettro regal de' miei parenti;
    e s'altri aita ai suoi congiunti chiede
    contra il furor de le straniere genti,
    io, poi che 'n lor non ha piet pi loco,
    contra il mio sangue il ferro ostile invoco.

    41.
    Io te chiamo, in te spero; e in quella altezza
    puoi tu sol pormi onde sospinta io fui,
    n la tua destra esser de meno avezza
    di sollevar che d'atterrar altrui,
    n meno il vanto di piet si prezza
    che 'l trionfar de gl'inimici sui;
    e s'hai potuto a molti il regno trre,
    fia gloria egual nel regno or me riporre.

    42.
    Ma se la nostra f varia ti move
    a disprezzar forse i miei preghi onesti,
    la f, c'ho certa in tua piet, mi giove,
    n dritto par ch'ella delusa resti.
    Testimone  quel Dio ch'a tutti  Giove,
    ch'altrui pi giusta aita unqua non dsti.
    Ma perch il tutto a pieno intenda, or odi
    le mie sventure insieme e l'altrui frodi.

    43.
    Figlia i' son d'Arbilan, che 'l regno tenne
    del bel Damasco e in minor sorte nacque,
    ma la bella Cariclia in sposa ottenne,
    cui farlo erede del suo imperio piacque.
    Costei co 'l suo morir quasi prevenne
    il nascer mio, ch'in tempo estinta giacque
    ch'io fuori uscia de l'alvo; e fu il fatale
    giorno ch'a lei di morte, a me natale.

    44.
    Ma il primo lustro a pena era varcato
    dal d ch'ella spogliossi il mortal velo,
    quando il mio genitor, cedendo al fato,
    forse con lei si ricongiunse in Cielo,
    di me cura lassando e de lo stato
    al fratel, ch'egli am con tanto zelo
    che, se in petto mortal piet risiede,
    esser certo dovea de la sua fede.

    45.
    Preso dunque di me questi il governo,
    vago d'ogni mio ben si mostr tanto
    che d'incorrotta f, d'amor paterno
    e d'immensa pietade ottenne il vanto:
    o che 'l maligno suo pensiero interno
    celasse allor sotto contrario manto,
    o che sincere avesse ancor le voglie,
    perch'al figliuol mi destinava in moglie.

    46.
    Io crebbi, e crebbe il figlio; e mai n stile
    di cavalier, n nobil arte apprese,
    nulla di pellegrino o di gentile
    gli piacque mai, n mai troppo alto intese;
    sotto diforme aspetto animo vile,
    e in cor superbo avare voglie accese:
    ruvido in atti, ed in costumi  tale
    ch' sol ne' vizi a se medesmo eguale.

    47.
    Ora il mio buon custode ad uom s degno
    unirmi in matrimonio in s prefisse,
    e farlo del mio letto e del mio regno
    consorte; e chiaro a me pi volte il disse.
    Us la lingua e l'arte, us l'ingegno
    perch 'l bramato effetto indi seguisse,
    ma promessa da me non trasse mai,
    anzi, ritrosa, ognor tacqui o negai.

    48.
    Partissi alfin con un sembiante oscuro,
    onde l'empio suo cor chiaro trasparve;
    e ben l'istoria del mio mal futuro
    leggergli scritta in fronte allor mi parve.
    Quinci i notturni miei riposi furo
    turbati ognor da strani sogni e larve,
    ed un fatale orror ne l'alma impresso
    m'era presagio de' miei danni espresso.

    49.
    Spesso l'ombra materna a me s'offria,
    pallida imago e dolorosa in atto,
    quanto diversa, oim!, da quel che pria
    visto altrove il suo volto avea ritratto!
    Fuggi, figlia, dicea morte s ria
    che ti sovrasta omai, prtiti ratto,
    gi veggio il tosco e 'l ferro in tuo sol danno
    apparecchiar dal perfido tiranno.

    50.
    Ma che giovava, oim!, che del periglio
    vicino omai fosse presago il core,
    s'irresoluta in ritrovar consiglio
    la mia tenera et rendea il timore?
    Prender fuggendo volontario essiglio,
    e ignuda uscir del patrio regno fuore,
    grave era s, ch'io fea minore stima
    di chiuder gli occhi ove gli apersi in prima.

    51.
    Temea, lassa!, la morte, e non avea
    (chi 'l crederia?) poi di fuggirla ardire;
    e scoprir la mia tema anco temea,
    per non affrettar l'ore al mio morire.
    Cos inqueta e torbida traea
    la vita in un continuo martre,
    qual uom ch'aspetti che su 'l collo ignudo
    ad or ad or gli caggia il ferro crudo.

    52.
    In tal mio stato, o fosse amica sorte
    o ch'a peggio mi serbi il mio destino,
    un de' ministri de la regia corte,
    che 'l re mio padre s'allev bambino,
    mi scoperse che 'l tempo a la mia morte
    dal tiranno prescritto era vicino;
    e ch'egli a quel crudele avea promesso
    di porgermi il venen quel giorno stesso.

    53.
    E mi soggiunse poi, ch'a la mia vita,
    sol fuggendo, allungar poteva il corso;
    e poi ch'altronde io non sperava aita,
    pronto offr se medesmo al mio soccorso,
    e confortando mi rend s ardita
    che del timor non mi ritenne il morso,
    s ch'io non disponessi a l'aer cieco,
    la patria e 'l zio fuggendo, andarne seco.

    54.
    Sorse la notte oltra l'usato oscura,
    che sotto l'ombre amiche ne coperse;
    onde con due donzelle uscii secura,
    compagne elette a le fortune averse;
    ma pure indietro a le mie patrie mura
    le luci io rivolgea di pianto asperse,
    n de la vista del natio terreno
    potea, partendo, saziarle a pieno.

    55.
    Fea l'istesso camin l'occhio e 'l pensiero,
    e mal suo grado il piede inanzi giva,
    s come nave ch'improviso e fero
    turbine scioglia da l'amata riva.
    La notte andammo e 'l d seguente intero
    per lochi ov'orma altrui non appariva;
    ci ricovrammo in un castello al fine
    che siede del mio regno in su 'l confine.

    56.
    E' d'Aronte il castel; ch'Aronte fue
    quel che mi trasse di periglio e scrse.
    Ma poich me fuggito aver le sue
    mortali insidie il traditor s'accorse,
    acceso di furor contr'ambedue,
    le sue colpe medesme in noi ritorse;
    ed ambo fece rei di quell'eccesso
    che commetter in me volse egli stesso.

    57.
    Disse ch'Aronte i' avea con doni spinto
    fra sue bevande a mescolar veneno
    per non aver, poi ch'egli fosse estinto,
    chi legge mi prescriva o tenga a freno;
    e ch'io, seguendo un mio lascivo instinto,
    volea raccrmi a mille amanti in seno.
    Ahi, che fiamma del cielo anzi in me scenda,
    santa onest, ch'io le tue leggi offenda!

    58.
    Ch'avara fame d'oro e sete insieme
    del mio sangue innocente il crudo avesse,
    grave m' s; ma via pi il cor mi preme
    che 'l mio candido onor macchiar volesse.
    L'empio, che i popolari impeti teme,
    cos le sue menzogne adorna e tesse,
    che la citt, del ver dubbia e sospesa,
    sollevata non s'arma a mia difesa.

    59.
    N, per ch'or sieda nel mio seggio
    gi gli risplenda la regal corona,
    pone alcun fine a i miei gran danni, a l'onte,
    s la sua feritate oltra lo sprona.
    Arder minaccia entro 'l castello Aronte,
    se di proprio voler non s'imprigiona;
    ed a me, lassa!, e 'nsieme a i miei consorti
    guerra annunzia non pur, ma strazi e morti.

    60.
    Ci dice egli di far, perch dal volto
    cos lavarsi la vergogna crede,
    e ritornar nel grado, ond'io l'ho tolto,
    l'onor del sangue e de la regia sede;
    ma il timor n' cagion, che non ritolto
    gli sia lo scettro ond'io son vera erede,
    ch, sol s'io caggio, por fermo sostegno
    con le ruine mie pote al suo regno.

    61.
    E ben quel fine avr l'empio desire
    che gi il tiranno ha stabilito in mente;
    e saran nel mio sangue estinte l'ire
    che dal mio lagrimar non fiano spente,
    se tu no 'l vieti. A te rifuggo, o sire,
    io misera fanciulla, orba, innocente;
    e questo pianto, ond'ho i tuoi piedi aspersi,
    vagliami s che 'l sangue io poi non versi.

    62.

    Per questi piedi ond' i superbi e gli empi
    calchi, per questa man che 'l dritto aita,
    per l'alte tue vittorie, e per que' tmp
    sacri cui dsti e cui dar cerchi aita,
    il mio desir, tu che puoi solo, adempi
    e in un co 'l regno a me serbi la vita
    la tua piet; ma piet nulla giove,
    s'anco te il dritto e la ragion non move.

    63.
    Tu, cui concesse il Cielo e dielti in fato
    voler il giusto e poter ci che vuoi,
    a me salvar la vita, a te lo stato
    (ch tuo fia s'io 'l ricovro) acquistar puoi.
    Fra numero s grande a me sia dato
    diece condur de' tuoi pi forti eroi:
    ch'avendo i padri amici e 'l popol fido,
    bastan questi a ripormi entro al mio nido.

    64.
    Anzi un de' primi, a la cui f commessa
     la custodia di secreta porta,
    promette aprirla e ne la reggia stessa
    prci di notte tempo, e sol m'essorta
    ch'io da te cerchi alcuna aital; e in essa,
    per picciola che sia, si riconforta
    pi che s'altronde avesse un grande stuolo,
    tanto l'insegne estima e 'l nome solo. -

    65.
    Ci detto, tace; e la risposta attende
    con atto che 'n silenzio ha voce e preghi.
    Goffredo il dubbio cor volve e sospende
    fra pensier vari, e non sa dove il pieghi.
    Teme i barbari inganni, e ben comprende
    che non  fede in uom ch'a Dio la neghi.
    Ma d'altra parte in lui pietoso affetto
    si desta, che non dorme in nobil petto.

    66.
    N pur l'usata sua piet natia
    vuol che costei de la sua grazia degni,
    ma il move util ancor; ch'util gli fia
    che ne l'imperio di Damasco regni
    chi da lui dipendendo apra la via
    ed agevoli il corso a i suoi disegni,
    e genti ed arme gli ministri ed oro
    contra gli Egizi e chi sar con loro.

    67.
    Mentre ei cos dubbioso a terra vlto
    lo sguardo tiene, e 'l pensier volve e gira,
    la donna in lui s'affisa, e dal suo volto
    intenta pende e gli atti osserva e mira;
    e perch tarda, oltra 'l suo creder, molto
    la risposta, ne teme e ne sospira.
    Quegli la chiesta grazia al fin negolle
    ma di risposta assai cortese e molle:

    68.
    - S'in servigio di Dio, ch'a ci n'elesse,
    non s'impiegasser qui le nostre spade,
    ben tua speme fondar potresti in esse
    e soccorso trovar, non che pietade;
    ma se queste sue greggie e queste oppresse
    mura non torniam prima in libertade,
    giusto non , con iscemar le genti,
    che di nostra vittoria il corso allenti.

    69.
    Ben ti prometto (e tu per nobil pegno
    mia f ne prendi, e vivi in lei secura)
    che se mai sottrarremo al giogo indegno
    queste sacre e dal Ciel dilette mura,
    di ritornarti al tuo perduto regno,
    come piet n'essorta, avrem poi cura.
    Or mi farebbe la piet men pio,
    s'anzi il suo dritto io non rendessi a Dio. -

    70.
    A quel parlar chin la donna; e fisse
    le luci a terra, e stette immota alquanto;
    poi sollevolle rugiadose e disse,
    accompagnando i flebil atti al pianto:
    - Misera! ed a qual altra il Ciel prescrisse
    vita mai grave ed immutabil tanto,
    che si cangia in altrui mente e natura
    pria che si cangi in me sorte s dura?

    71.
    Nulla speme pi resta, in van mi doglio:
    non han pi forza in uman petto i preghi.
    Forse lece sperar che 'l mio cordoglio
    che te non mosse, il reo tiranno pieghi?
    N gi te d'inclemenza accusar voglio
    perch 'l picciol soccorso a me si neghi,
    ma il Cielo accuso, onde il mio mal discende,
    che 'n te pietate innessorabil rende.

    72.
    Non tu, signor, n tua bontade  tale,
    ma 'l mio destino  che mi nega aita.
    Crudo destino, empio destin fatale,
    uccidi omai questa odosa vita.
    L'avermi priva, oim!, fu picciol male
    de' dolci padri in loro et fiorita,
    se non mi vedi ancor, del regno priva,
    qual vittima al coltello andar cattiva.

    73.
    Ch, poi che legge d'onestate e zelo
    non vuol che qui s lungamente indugi,
    a cui ricovro intanto? ove mi celo?
    o quai contra il tiranno avr rifugi?
    Nessun loco s chiuso  sotto il cielo
    ch'a l'or non s'apra: or perch tanti indugi?
    Veggio la morte, e se 'l fuggirla  vano,
    incontro a lei n'andr con questa mano. -

    74.
    Qui tacque; e parve ch'un regale sdegno
    e generoso l'accendesse in vista;
    e 'l pi volgendo di partir fea segno,
    tutta ne gli atti dispettosa e trista.
    Il pianto si spargea senza ritegno,
    com'ira suol produrlo a' dolor mista,
    e le nascenti lagrime a vederle
    erano a i rai del sol cristallo e perle.

    75.
    Le guancie asperse di que' vivi umori
    che gi cadean sin de la veste al lembo,
    parean vermigli insieme e bianchi fiori,
    se pur gli irriga un rugiadoso nembo,
    quando su l'apparir de' primi albori
    spiegano a l'aure liete il chiuso grembo;
    e l'alba, che li mira e se n'appaga,
    d'adornarsene il crin diventa vaga.

    76.
    Ma il chiaro umor, che di s spesse stille
    le belle gote e 'l seno adorno rende,
    opra effetto di foco, il qual in mille
    petti serpe celato e vi s'apprende.
    O miracol d'Amor, che le faville
    tragge del pianto, e i cor ne l'acqua accende!
    Sempre sovra natura egli ha possanza,
    ma in virt di costei se stesso avanza.

    77.
    Questo finto dolor da molti elice
    lagrime vere, e i cor pi duri spetra.
    Ciascun con lei s'affligge, e fra s dice:
    Se merc da Goffredo or non impetra,
    ben fu rabbiosa tigre a lui nutrice,
    e 'l produsse in aspr'alpe orrida pietra
    o l'onda che nel mar si frange e spuma:
    crudel, che tal belt turba e consuma.

    78.
    Ma il giovenetto Eustazio, in cui la face
    di pietade e d'amor  pi fervente,
    mentre bisbiglia ciascun altro, e tace,
    si tragge avanti e parla audacemente:
    - O germano e signor, troppo tenace
    del suo primo proposto  la tua mente,
    s' al consenso comun, che brama e prega,
    arrendevole alquanto or non si piega.

    79.
    Non dico io gi che i principi, ch' a cura
    si stanno qui de' popoli soggetti,
    torcano il pi da l'oppugnate mura,
    e sian gli uffici lor da lor negletti;
    ma fra noi, che guerrier siam di ventura,
    senz'alcun proprio peso e meno astretti
    a le leggi de gli altri, elegger diece
    difensori del giusto a te ben lece;

    80.
    ch'al servigio di Dio gi non si toglie
    l'uom ch'innocente vergine difende,
    ed assai care al Ciel son quelle spoglie
    che d'ucciso tiranno altri gli appende.
    Quando dunque a l'impresa or non m'invoglie
    quell'util certo che da lei s'attende,
    mi ci move il dover, ch'a dar tenuto
     l'ordin nostro a le donzelle aiuto.

    81.
    Ah! non sia ver, per Dio, che si ridica
    in Francia, o dove in pregio  cortesia,
    che si fugga da noi rischio o fatica
    per cagion cos giusta e cos pia.
    Io per me qui depongo elmo e lorica,
    qui mi scingo la spada, e pi non fia
    ch'adopri indegnamente arme o destriero,
    o 'l nome usurpi mai di cavaliero. -

    82.
    Cos favella; e secoo in chiaro suono
    tutto l'ordine suo concorde freme,
    e chiamando il consiglio utile e buono
    co' preghi il capitan circonda e preme.
    - Cedo, - egli disse allora - e vinto sono
    al concorso di tanti uniti insieme;
    abbia, se parvi, il chiesto don costei,
    da i vostri s, non da i consigli miei.

    83.
    Ma se Goffredo di credenza alquanto
    pur trova in voi, temprate i vostri affetti. -
    Tanto ei sol disse, e basta lor ben tanto
    perch ciascun quel che concede accetti.
    Or che non pu di bella donna il pianto,
    ed in lingua amorosa i dolci detti?
    Esce da vaghe labra aurea catena
    che l'alme a suo voler prende ed affrena.

    84.
    Eustazio lei richiama, e dice: - Omai
    cessi, vaga donzella, il tuo dolore,
    ch tal da noi soccorso in breve avrai
    qual par che pi 'l richieggia il tuo timore. -
    Seren allora i nubilosi rai
    Armida, e s ridente apparve fuore
    ch'innamor di sue bellezze il cielo
    asciugandosi gli occhi co 'l bel velo.

    85.
    Rend lor poscia, in dolci e care note,
    grazie per l'alte grazie a lei concesse,
    mostrando che sariano al mondo note
    mai sempre, e sempre nel suo core impresse;
    e ci che lingua esprimer ben non pote,
    muta eloquenza ne' suoi gesti espresse,
    e cel s sotto mentito aspetto
    il suo pensier, ch'altrui non di sospetto.

    86.
    Quinci vedendo che fortuna arriso
    al gran principio di sue frodi avea,
    prima che 'l suo pensier le sia preciso,
    dispon di trarre al fin opra s rea,
    e far con gli atti dolci e co 'l bel viso
    pi che con l'arti lor Circe o Medea,
    e in voce di sirena a i suoi concenti
    addormentar le pi svegliate menti.

    87.
    Usa ogn'arte la donna, onde sia colto
    ne la sua rete alcun novello amante;
    n con tutti, n sempre un stesso volto
    serba, ma cangia a tempo atti e sembiante.
    Or tien pudica il guardo in s raccolto,
    or lo rivolge cupido e vagante:
    la sferza in quegli, il freno adopra in questi,
    come lor vede in amar lenti o presti.

    88.
    Se scorge alcun che dal suo amor ritiri
    l'alma, e i pensier per diffidenza affrene,
    gli aprel un benigno riso, e in dolci giri
    volge le luci in lui liete e serene;
    e cos i pigri e timidi desiri
    sprona, ed affida la dubbiosa spene,
    ed infiammando l'amorose voglie
    sgombra quel gel che la paura accoglie.

    89.
    Ad altri poi, ch'audace il segno varca
    scrto da cieco e temerario duce,
    de' cari detti e de' begli occhi  parca,
    e in lui timore e riverenza induce.
    Ma fra lo sdegno, onde la fronte  carca,
    pur anco un raggio di piet riluce,
    s ch'altri teme ben, ma non dispera,
    e pi s'invoglia quanto appar 5 pi altera.

    90.
    Stassi tal volta ella in disparte alquanto
    e 'l volto e gli atti suoi compone e finge
    quasi dogliosa, e in fin su gli occhi il pianto
    tragge sovente e poi dentro il respinge;
    e con quest'arti a lagrimar intanto
    seco mill'alme semplicette astringe;
    e in foco di piet strali d'amore
    tempra, onde pra a s fort'arme il core.

    91.
    Poi, s come ella a quei pensier s'invole
    e novella speranza in lei si deste,
    vr gli amanti il pi drizza e le parole,
    e di gioia la fronte adorna e veste;
    e lampeggiar fa, quasi un doppio sole,
    il chiaro sguardo e 'l bel riso celeste
    su le nebbie del duolo oscure e folte,
    ch'avea lor prima intorno al petto accolte.

    92.
    Ma mentre dolce parla e dolce ride,
    e di doppia dolcezza inebria i sensi,
    quasi dal petto lor l'alma divide,
    non prima usata a quei diletti immensi.
    Ahi crudo Amor, ch'egualmente n'ancide
    l'assenzio e 'l ml che tu fra noi dispensi,
    e d'ogni tempo egualmente mortali
    vengon da te le medicine e i mali!

    93.
    Fra s contrarie tempre, in ghiaccio e in foco,
    in riso e in pianto, e fra paura e spene,
    inforsa ogni suo stato, e di lor gioco
    l'ingannatrice donna a prender viene;
    e s'alcun mai con suon tremante e fioco
    osa parlando d'accennar sue pene,
    finge, quasi in amor rozza e inesperta,
    non veder l'alma ne' suoi detti aperta.

    94.
    O pur le luci vergonose e chine
    tenendo, d'onest s'orna e colora,
    s che viene a celar le fresche brine
    sotto le rose onde il bel viso infiora,
    qual ne l'ore pi fresche e matutine
    del primo nascer suo veggiam l'aurora;
    e 'l rossor de lo sdegno insieme n'esce
    con la vergogna, e si confonde e mesce.

    95.
    Ma se prima ne gli atti ella s'accorge
    d'uom che tenti scoprir l'accese voglie,
    or gli s'invola e fugge, ed or gli porge
    modo onde parli e in un tempo il ritoglie;
    cos il d tutto in vano error lo scorge
    stanco, e deluso poi di speme il toglie.
    Ei si riman qual cacciator ch'a sera
    perda al fin l'orma di seguita fera.

    96.
    Queste fr l'arti onde mill'alme e mille
    prender furtivamente ella poteo,
    anzi pur furon l'arme onde rapille
    ed a forza d'Amor serve le feo.
    Qual meraviglia or fia s'il fero Achille
    d'Amor fu preda, ed Ercole e Teseo,
    s'ancor chi per Gies la spada cinge
    l'empio ne' lacci suoi talora stringe?






    CANTO V

    1.
    Mentre in tal guisa i cavalieri alletta
    ne l'amor suo l'insidlosa Armida,
    n solo i diece a lei promessi aspetta
    ma di furto menarne altri confida,
    volge tra s Goffredo a cui commetta
    la dubbia impresa ov'ella esser de guida,
    ch de gli Aventurier la copia e 'l merto
    e 'l desir di ciascuno il fanno incerto.

    2.
    Ma con provido aviso al fin dispone
    ch'essi un di loro scelgano a sua voglia,
    che succeda al magnanimo Dudone
    e quella elezon sovra s toglia.
    Cos non averr ch'ei dia cagione
    ad alcun d'essi che di lui si doglia,
    e insieme mostrer d'aver nel pregio,
    in cui deve a ragion, lo stuolo egregio.

    3.
    A s dunque li chiama, e lor favella:
    - Stata  da voi la mia sentenza udita,
    ch'era non di negare a la donzella,
    ma di darle in stagion matura aita.
    Di novo or la propongo, e ben pote ella
    esser dal parer vostro anco seguita,
    ch nel mondo mutabile e leggiero
    costanza  spesso il varar pensiero.

    4.
    Ma se stimate ancor che mal convegna
    al vostro grado il rifiutar periglio,
    e se pur generoso ardire sdegna
    quel che troppo gli par cauto consiglio,
    non fia ch'involontarii io vi ritegna,
    n quel che gi vi diedi or mi ripiglio;
    ma sia con esso voi, com'esser deve,
    il fren del nostro imperio lento e lieve.

    5.
    Dunque lo starne o 'l girne i' son contento
    che dal vostro piacer libero penda:
    ben vuo' che pria facciate al duce spento
    successor novo, e di voi cura ei prenda,
    e tra voi scelga i diece a suo talento;
    non gi di diece il numero trascenda,
    ch'in questo il sommo imperio a me riservo:
    non fia l'arbitrio suo per altro servo. -

    6.
    Cos disse Goffredo; e 'l suo germano,
    consentendo ciascun, risposta diede:
    - S come a te conviensi, o capitano,
    questa lenta virt che lunge vede,
    cos il vigor del core e de la mano,
    quasi debito a noi, da noi si chiede.
    E saria la matura tarditate,
    ch'in altri  providenza, in noi viltate.

    7.
    E poi che 'l rischio  di s leve danno
    posto in lance co 'l pro che 'l contrapesa,
    te permettente, i diece eletti andranno
    con la donzella a l'onorata impresa. -
    Cos conclude, e con s adorno inganno
    cerca di ricoprir la mente accesa
    sotto altro zelo; e gli altri anco d'onore
    fingon desio quel ch' desio d'amore.

    8.
    Ma il pi giovin Buglione, il qual rimira
    con geloso occhio il figlio di Sofia,
    la cui virtute invidiando ammira
    che 'n s bel corpo pi cara venia,
    no 'l vorrebbe compagno, e al cor gli inspira
    cauti pensier l'astuta gelosia,
    onde, tratto il rivale a s in disparte,
    ragiona a lui con lusinghevol arte:

    9.
    - O di gran genitor maggior figliuolo,
    che 'l sommo pregio in arme hai giovenetto,
    or chi sar del valoroso stuolo,
    di cui parte noi siamo, in duce eletto?
    Io, ch'a Dudon famoso a pena, e solo
    per l'onor de l'et, vivea soggetto;
    io, fratel di Goffredo, a chi pi deggio
    cedere omai? se tu non sei, no 'l veggio.

    10.
    Te, la cui nobilt tutt'altre agguaglia,
    gloria e merito d'opre a me prepone,
    n sdegnerebbe in pregio di battaglia
    minor chiamarsi anco il maggior Buglione.
    Te dunque in duce bramo, ove non caglia
    a te di questa Sira esser campione,
    n gi cred'io che quell'onor tu curi
    che da' fatti verr notturni e scuri;

    11.
    n mancher qui loco ove s'impieghi
    con pi lucida fama il tuo valore.
    Or io procurer, se tu no 'l neghi,
    ch'a te concedan gli altri il sommo onore;
    ma perch non so ben dove si pieghi
    l'irresoluto mio dubbioso core,
    impetro or io da te, ch'a voglia mia
    o segua poscia Armida, o teco stia. -

    12.
    Qui tacque Eustazio, e questi estremi accenti
    non profer senza arrossarsi in viso,
    e i mal celati suoi pensier ardenti
    l'altro ben vide, e mosse ad un sorriso;
    ma perch'a lui colpi d'amor pi lenti
    non hanno il petto oltra la scorza inciso,
    n molto impaziente  di rivale,
    n la donzella di seguir gli cale

    13.
    ben altamente ha nel pensier tenace
    l'acerba morte di Dudon scolpita,
    e si reca a disnor ch'Argante audace
    gli soprastia lunga stagion in vita;
    e parte di sentir anco gli piace
    quel parlar ch'al dovuto onor l'invita,
    e 'l giovenetto cor s'appaga e gode
    del dolce suon de la verace lode.

    14.
    Onde cos rispose: - I gradi primi
    pi meritar che conseguir desio,
    n, pur che me la mia virt sublimi,
    di scettri altezza invidar degg'io;
    ma s'a l'onor mi chiami, e che lo stimi
    debito a me, non ci verr restio,
    e caro esser mi de che sia dimostro
    s bel segno da voi del valor nostro.

    15.
    Dunque io no 'l chiedo e no 'l rifiuto; e quando
    duce io pur sia, sarai tu de gli eletti. -
    Allora il lascia Eustazio, e va piegando
    de' suoi compagni al suo voler gli affetti;
    ma chiede a prova il principe Gernando
    quel grado, e bench'Armida in lui saetti,
    men pu nel cor superbo amor di donna
    ch'avidit d'onor che se n'indonna.

    16.
    Sceso Gernando  da' gran re norvegi,
    che di molte provincie ebber l'impero;
    e le tante corone e' scettri regi
    e del padre e de gli avi il fanno altero.
    Altero  l'altro de' suoi propri pregi
    pi che de l'opre che i passati fro,
    ancor che gli avi suoi cento e pi lustri
    stati sian chiari in pace e 'n guerra illustri.

    17.
    Ma il barbaro signor, che sol misura
    quanto l'oro o 'l domno oltre si stenda,
    e per s stima ogni virtute oscura
    cui titolo regal chiara non renda,
    non pu soffrir che 'n ci ch'egli procura
    seco di merto il cavalier contenda,
    e se ne cruccia s ch'oltra ogni segno
    di ragione il trasporta ira e disdegno.

    18.
    Tal che 'l maligno spirito d'Averno,
    ch'in lui strada s larga aprir si vede,
    tacito in sen gli serpe ed al governo
    de' suoi pensieri lusingando siede.
    E qui pi sempre l'ira e l'odio interno
    inacerbisce, e 'l cor stimola e fiede;
    e fa che 'n mezzo a l'alma ognor risuona
    una voce ch'a lui cos ragiona:

    19.
    Teco giostra Rinaldo: or tanto vale
    quel suo numero van d'antichi eroi?
    Narri costui, ch'a te vuol farsi eguale,
    le genti serve e i tributari suoi;
    mostri gli scettri; e in dignit regale
    paragoni i suoi morti a i vivi tuoi.
    Ah quanto osa un signor d'indegno stato,
    signor che ne la serva Italia  nato!

    20.
    Vinca egli o perda omai, ch vincitore
    fu insino allor ch'emulo tuo divenne,
    che dir il mondo? (e ci fia sommo onore):
    "Questi gi con Gernando in gara venne".
    Poteva a te recar gloria e splendore
    il nobil grado che Dudon pria tenne;
    ma gi non meno esso da te n'attese:
    costui scem suo pregio allor che 'l chiese.

    21.
    E se, poi ch'altri pi non parla o spira,
    de' nostri affari alcuna cosa sente,
    come credi che 'n Ciel di nobil ira
    il buon vecchio Dudon si mostri ardente,
    mentre in questo superbo i lumi gira
    ed al suo temerario ardir pon mente,
    che seco ancor, l'et sprezzando e 'l merto,
    fanciullo osa agguagliarsi ed inesperto?

    22.
    E l'osa pure e 'l tenta, e ne riporta
    in vece di castigo onor e laude,
    e v' chi ne 'l consiglia e ne l'essorta
    (o vergogna comune!) e chi gli applaude.
    Ma se Goffredo il vede, e gli comporta
    che di ci ch'a te dessi egli ti fraude,
    no 'l soffrir tu; n gi soffrir lo di,
    ma ci che puoi dimostra e ci che sei. 

    23.
    Al suon di queste voci arde lo sdegno
    e cresce in lui quasi commossa face;
    n capendo nel cor gonfiato e pregno,
    per gli occhi n'esce e per la lingua audace.
    Ci che di riprensibile e d'indegno
    crede in Rinaldo, a suo disnor non tace;
    superbo e vano il finge e 'l suo valore
    chiama temerit pazza e furore.

    24.
    E quanto di magnanimo e d'altero
    e d'eccelso e d'illustre in lui risplende,
    tutto adombrando con mal arti il vero,
    pur come vizio sia, biasma e riprende,
    e ne ragiona s che 'l cavaliero,
    emulo suo, publico il suon n'intende;
    non per sfoga l'ira o si raffrena
    quel cieco impeto in lui ch'a morte il mena,

    25.
    ch 'l reo demon che la sua lingua move
    di spirto in vece, e forma ogni suo detto,
    fa che gl'ingiusti oltraggi ognor rinove,
    esca aggiungendo a l'infiammato petto.
    Loco  nel campo assai capace, dove
    s'aduna sempre un bel drapello eletto,
    e quivi insieme in torneamenti e in lotte
    rendon le membra vigorose e dotte.

    26.
    Or quivi, allor che v' turba pi folta,
    pur, com' suo destin, Rinaldo accusa,
    e quasi acuto strale in lui rivolta
    la lingua, del venen d'Averno infusa;
    e vicino  Rinaldo e i detti ascolta,
    n pote l'ira omai tener pi chiusa,
    ma grida: - Menti -, e adosso a lui si spinge
    e nudo ne la destra il ferro stringe.

    27.
    Parve un tuono la voce, e 'l ferro un lampo
    che di folgor cadente annunzio apporte.
    Trem colui, n vide fuga o scampo
    da la presente irreparabil morte;
    pur, tutto essendo testimonio il campo,
    fa sembianti d'intrepido e di forte,
    e 'l gran nemico attende, e 'l ferro tratto,
    fermo si reca di difesa in atto.

    28.
    Quasi in quel punto mille spade ardenti
    furon vedute fiammeggiar insieme,
    ch varia turba di mal caute genti
    d'ogn'intorno v'accorre, e s'urta e preme.
    D'incerte voci e di confusi accenti
    un suon per l'aria si raggira e freme,
    qual s'ode in riva al mare, ove confonda
    il vento i suoi co' mormorii de l'onda.

    29.
    Ma per le voci altrui gi non s'allenta
    ne l'offeso guerrier l'impeto e l'ira.
    Sprezza i gridi e i ripari e ci che tenta
    chiudergli il varco, ed a vendetta aspira;
    e fra gli uomini e l'armi oltre s'aventa,
    e la fulminea spada in cerchio gira,
    s che le vie si sgombra, e solo, ad onta
    di mille difensor, Gernando affronta.

    30.
    E con la man, ne l'ira anco maestra,
    mille colpi vr lui drizza e comparte:
    or al petto, or al capo, or a la destra
    tenta ferirlo, or a la manca parte,
    e impetuosa e rapida la destra
     in guisa tal che gli occhi inganna e l'arte,
    tal ch'improvisa e inaspettata giunge
    ove manco si teme, e fre e punge.

    31.
    N cess mai sin che nel seno immersa
    gli ebbe una volta e due la fera spada.
    Cade il meschin su la ferita, e versa
    gli spirti e l'alma fuor per doppia strada.
    L'arme ripone ancor di sangue aspersa
    il vincitor, n sovra lui pi bada;
    ma si rivolge altrove, e insieme spoglia
    l'animo crudo e l'adirata voglia.

    32.
    Tratto al tumulto il pio Goffredo intanto,
    vede fero spettacolo improviso:
    steso Gernando, il crin di sangue e 'l manto
    sordido e molle, e pien di morte il viso;
    ode i sospiri e le querele e 'l pianto
    che molti fan sovra il guerrier ucciso.
    Stupido chiede: - Or qui, dove men lece,
    chi fu ch'ard cotanto e tanto fece? -

    33.
    Arnaldo, un de' pi cari al prence estinto,
    narra (e 'l caso in narrando aggrava molto)
    che Rinaldo l'uccise e che fu spinto
    da leggiera cagion d'impeto stolto,
    e che quel ferro, che per Cristo  cinto,
    ne' campioni di Cristo avea rivolto,
    e sprezzato il suo impero e quel divieto
    che fe' pur dianzi e che non  secreto;

    34.
    e che per legge  reo di morte e deve,
    come l'editto impone, esser punito,
    s perch il fallo in se medesmo  greve,
    s perch 'n loco tale egli  seguito;
    che se de l'error suo perdon riceve,
    fa ciascun altro per l'essempio ardito,
    e che gli offesi poi quella vendetta
    vorranno far ch'a i giudici s'aspetta;

    35.
    onde per tal cagion discordie e risse
    germoglieran fra quella parte e questa.
    Ramment i merti de l'estinto, e disse
    tutto ci ch'o pietate o sdegno desta.
    Ma s'oppose Tancredi e contradisse,
    e la causa del reo dipinse onesta.
    Goffredo ascolta, e in rigida sembianza
    porge pi di timor che di speranza.

    36.
    Soggiunse allor Tancredi: - Or ti sovegna,
    saggio signor, chi sia Rinaldo e quale:
    qual per se stesso onor gli si convegna,
    e per la stirpe sua chiara e regale,
    e per Guelfo suo zio. Non de chi regna
    nel castigo con tutti esser eguale:
    vario  l'istesso error ne' gradi vari,
    e sol l'egualit giusta  co' pari. -

    37.
    Risponde il capitan: - Da i pi sublimi
    ad ubidire imparino i pi bassi.
    Mal, Tancredi, consigli e male stimi
    se vuoi ch'i grandi in sua licenza io lassi.
    Qual fra imperio il mio s'a vili ed imi,
    sol duce de la plebe, io commandassi?
    Scettro impotente e vergognoso impero:
    se con tal legge  dato, io pi no 'l chero.

    38.
    Ma libero fu dato e venerando,
    n vuo' ch'alcun d'autorit lo scemi.
    E so ben iO come si deggia e quando
    ora diverse impor le pene e i premi,
    ora, tenor d'egualit serbando,
    non separar da gli infimi i supremi. -
    Cos dicea; n rispondea colui,
    vinto da riverenza, a i detti sui.

    39.
    Raimondo, imitator de la severa
    rigida antichit, lodava i detti.
    - Con quest'arti - dicea - chi bene impera
    si rende venerabile a i soggetti,
    che gi non  la disciplina intera
    ov'uom perdono e non castigo aspetti.
    Cade ogni regno, e ruinosa  senza
    la base del timor ogni clemenza. -

    40.
    Tal ei parlava, e le parole accolse
    Tancredi, e pi fra lor non si ritenne,
    ma vr Rinaldo immantinente volse
    un suo destrier che parve aver le penne.
    Rinaldo, poi ch'al fer nemico tolse
    l'orgoglio e l'alma, al padiglion se 'n venne.
    Qui Tancredi trovollo, e de le cose
    dette e risposte a pien la somma espose.

    41.
    Soggiunse poi: - Bench'io sembianza esterna
    del cor non stimi testimon verace,
    ch 'n parte troppo cupa e troppo interna
    il pensier de' mortali occulto giace,
    pur ardisco affermar, a quel ch'io scerna
    nel capitan ch'in tutto anco no 'l tace,
    ch'egli ti voglia a l'obligo soggetto
    de' rei comune e in suo poter ristretto. -

    42.

    Sorrise allor Rinaldo, e con un volto
    in cui tra 'l riso lampeggi lo sdegno:
    - Difenda sua ragion ne' ceppi involto
    chi servo  - disse - o d'esser servo  degno.
    Libero i' nacqui e vissi, morr sciolto
    pria che man porga o piede a laccio indegno:
    usa a la spada  questa destra ed usa
    a le palme, e vil nodo ella ricusa.

    43.
    Ma s'a i meriti miei questa mercede
    Goffredo rende e vuol impregionarme
    pur com'io fosse un uom del vulgo, e crede
    a carcere plebeo legato trarme,
    venga egli o mandi, io terr fermo il piede.
    Giudici fian tra noi la sorte e l'arme:
    fera tragedia vuol che s'appresenti
    per lor diporto a le nemiche genti. -

    44.
    Ci detto, l'armi chiede; e 'l capo e 'l busto
    di finissimo acciaio adorno rende
    e fa del grande scudo il braccio onusto,
    e la fatale spada al fianco appende,
    e in sembiante magnanimo ed augusto,
    come folgore suol, ne l'arme splende.
    Marte, e' rassembra te qualor dal quinto
    cielo di ferro scendi e d'orror cinto.

    45.
    Tancredi intanto i feri spirti e 'l core
    insuperbito d'ammollir procura.
    - Giovene invitto, - dice - al tuo valore
    so che fia piana ogn'erta impresa e dura,
    so che fra l'arme sempre e fra 'l terrore
    la tua eccelsa virtute  pi secura;
    ma non consenta Dio ch'ella si mostri
    oggi s crudelmente a' danni nostri.

    46.
    Dimmi, che pensi far? vorrai le mani
    del civil sangue tuo dunque bruttarte?
    e con le piaghe indegne de' cristiani
    trafigger Cristo, ond'ei son membra e parte?
    Di transitorio onor rispetti vani,
    che, qual onda del mar se 'n viene e parte,
    potranno in te pi che la fede e 'l zelo
    di quella gloria che n'eterna in Cielo?

    47.
    Ah non, per Dio!, vinci te stesso, e spoglia
    questa feroce tua mente superba.
    Cedi! non fia timor, ma santa voglia,
    ch'a questo ceder tuo palma si serba.
    E se pur degna ond'altri essempio toglia
     la mia giovenetta etate acerba,
    anch'io fui provocato, e pur non venni
    co' fedeli in contesa e mi contenni;

    48.
    ch'avend'io preso di Cilicia il regno,
    e l'insegne spiegatevi di Cristo,
    Baldovin sopragiunse, e con indegno
    modo occupollo e ne fe' vile acquisto;
    ch, mostrandosi amico ad ogni segno,
    del suo avaro pensier non m'era avisto.
    Ma con l'arme per di ricovrarlo
    non tentai poscia, e forse i' potea farlo.

    49.
    E se pur anco la prigion ricusi
    e i lacci schivi, quasi ignobil pondo,
    e seguir vuoi l'opinioni e gli usi
    che per leggi d'onore approva il mondo,
    lascia qui me ch'al capitan ti scusi,
    e 'n Antiochia tu vanne a Boemondo,
    ch n sopprti in questo impeto primo
    a' suoi giudizi assai securo stimo.

    50.
    Ben tosto fia, se pur qui contra avremo
    l'arme d'Egitto o d'altro stuol pagano,
    ch'assai pi chiaro il tuo valore estremo
    n'apparir mentre sarai lontano;
    e senza te parranne il campo scemo,
    quasi corpo cui tronco  braccio o mano. -
    Qui Guelfo sopragiunge e i detti approva,
    e vuol che senza indugio indi si mova.

    51.
    A i lor consigli la sdegnosa mente
    de l'audace garzon si volge e piega,
    tal ch'egli di partirsi immantinente
    fuor di quell'oste a i fidi suoi non nega.
    Molta intanto  concorsa amica gente,
    e seco andarne ognun procura e prega;
    egli tutti ringrazia e seco prende
    sol duo scudieri e su 'l cavallo ascende.

    52.
    Parte, e porta un desio d'eterna ed alma
    gloria, ch'a nobil core  sferza e sprone;
    a magnanime imprese intent'ha l'alma,
    ed insolite cose oprar dispone:
    gir fra i nemici; ivi o cipresso o palma
    acquistar per la fede ond' campione,
    scorrer l'Egitto, e penetrar sin dove
    fuor d'incognito fonte il Nilo move.

    53.
    Ma Guelfo, poi che 'l giovene feroce
    affrettato al partir preso ha congedo,
    quivi non bada, e se ne va veloce
    ove egli stima ritrovar Goffredo,
    il qual, come lui vede, alza la voce:
    - Guelfo, - dicendo - a punto or te richiedo,
    e mandato ho pur ora in varie parti
    alcun de' nostri araldi a ricercarti. -

    54.
    Poi fa ritrarre ogn'altro, e in basse note
    ricomincia con lui grave sermone:
    - Veracemente, o Guelfo, il tuo nepote
    troppo trascorre, ov'ira il cor gli sprone,
    e male addursi a mia credenza or pote
    di questo fatto suo giusta cagione.
    Ben caro avr ch'ella ci rechi tale,
    ma Goffredo con tutti  duce eguale;

    55.
    e sar del legitimo e del dritto
    custode in ogni caso e difensore,
    serbando sempre al giudicare invitto
    da le tiranne passioni il core.
    Or se Rinaldo a violar l'editto
    e de la disciplina il sacro onore
    costretto fu, come alcun dice, a i nostri
    giudizi venga ad inchinarsi, e 'l mostri.

    56.
    A sua retenzon libero vegna:
    questo, ch'io posso, a i merti suoi consento.
    Ma s'egli sta ritroso e se ne sdegna
    (conosco quel suo indomito ardimento),
    tu di condurlo a proveder t'ingegna
    ch'ei non isforzi uom mansueto e lento
    ad esser de le leggi e de l'impero
    vendicator, quanto  ragion, severo. -

    57.
    Cos disse egli; e Guelfo a lui rispose:
    - Anima non potea d'infamia schiva
    voci sentir di scorno ingiurose,
    e non farne repulsa ove l'udiva.
    E se l'oltraggiatore a morte ei pose,
    chi  che meta a giust'ira prescriva?
    chi conta i colpi o la dovuta offesa,
    mentre arde la tenzon, misura e pesa?

    58.
    Ma quel che chiedi tu, ch'al tuo soprano
    arbitrio il garzon venga a sottoporse,
    duolmi ch'esser non pu, ch'egli lontano
    da l'oste immantinente il passo torse.
    Ben m'offro io di provar con questa mano
    a lui ch'a torto in falsa accusa il morse,
    o s'altri v' di s maligno dente,
    ch'ei pun l'onta ingiusta giustamente.

    59.
    A ragion, dico, al tumido Gernando
    fiacc le corna del superbo orgoglio.
    Sol, s'egli err, fu ne l'oblio del bando;
    ci ben mi pesa, ed a lodar no 'l toglio. -
    Tacque, e disse Goffredo: - Or vada errando
    e porti risse altrove; io qui non voglio
    che sparga seme tu di nove liti:
    deh, per Dio, sian gli sdegni anco forniti. -

    60.
    Di procurare il suo soccorso intanto
    non cess mai l'ingannatrice rea.
    Pregava il giorno, e ponea in uso quanto
    l'arte e l'ingegno e la belt potea;
    ma poi, quando stendendo il fosco manto
    la notte in occidente il d chiudea,
    tra duo suoi cavalieri e due matrone
    ricovrava in disparte al padiglione.

    61.
    Ma bench sia mastra d'inganni, e i suoi
    modi gentili e le maniere accorte,
    e bella s che 'l ciel prima n poi
    altrui non di maggior bellezza in sorte,
    tal che del campo i pi famosi eroi
    ha presi d'un piacer tenace e forte;
    non  per ch'a l'esca de' diletti
    il pio Goffredo lusingando alletti.

    62.
    In van cerca invaghirlo, e con mortali
    dolcezze attrarlo a l'amorosa vita,
    ch qual saturo augel, che non si cali
    ove il cibo mostrando altri l'invita,
    tal ei sazio del mondo i piacer frali
    sprezza, e se 'n poggia al Ciel per via romita,
    e quante insidie al suo bel volo tende
    l'infido amor, tutte fallaci rende.

    63.
    N impedimento alcun torcer da l'orme
    pote, che Dio ne segna, i pensier santi.
    Tent ella mill'arti, e in mille forme
    quasi Proteo novel gli apparse inanti,
    e desto Amor, dove pi freddo ei dorme,
    avrian gli atti dolcissimi e i sembianti,
    ma qui (grazie divine) ogni sua prova
    vana riesce, a ritentar non giova.

    64.
    La bella donna, ch'ogni cor pi casto
    arder credeva ad un girar di ciglia,
    oh come perde or l'alterezza e 'l fasto!
    e quale ha di ci sdegno e meraviglia!
    Rivolger le sue forze ove contrasto
    men duro trovi al fin si riconsiglia,
    qual capitan ch'inespugnabil terra
    stanco abbandoni, e porti altrove guerra.

    65.
    Ma contra l'arme di costei non meno
    si mostr di Tancredi invitto il core,
    per ch'altro desio gli ingombra il seno,
    n vi pu loco aver novello ardore;
    ch s come da l'un l'altro veneno
    guardar ne suol, tal l'un da l'altro amore.
    Questi soli non vinse: o molto o poco
    avamp ciascun altro al suo bel foco.

    66.
    Ella, se ben si duol che non succeda
    s pienamente il suo disegno e l'arte,
    pur fatto avendo cos nobil preda
    di tanti eroi, si riconsola in parte.
    E pria che di sue frodi altri s'aveda,
    pensa condurgli in pi secura parte,
    ove gli stringa poi d'altre catene
    che non son quelle ond'or presi li tiene.

    67.

    E sendo giunto il termine che fisse
    il capitano a darle alcun soccorso,
    a lui se 'n venne riverente e disse:
    - Sire, il d stabilito  gi trascorso,
    e se per sorte il reo tiranno udisse
    ch' i' abbia fatto a l'arme tue ricorso,
    prepareria sue forze a la difesa,
    n cos agevol poi fra l'impresa.

    68.
    Dunque, prima ch'a lui tal nova apporti
    voce incerta di fama o certa spia,
    scelga la tua piet fra i tuoi pi forti
    alcuni pochi, e meco or or gli invia,
    ch se non mira il Ciel con occhi torti
    l'opre mortali o l'innocenza oblia,
    sar riposta in regno, e la mia terra
    sempre avrai tributaria in pace e in guerra. -

    69..
    Cos diceva, e 'l capitano a i detti
    quel che negar non si potea concede,
    se ben, ov'ella il suo partir affretti,
    in s tornar l'elezon ne vede;
    ma nel numero ognun de' diece eletti
    con insolita instanza esser richiede,
    e l'emulazion che 'n lor si desta
    pi importuni li fa ne la richiesta.

    70.
    Ella, che 'n essi mira aperto il core,
    prende vedendo ci novo argomento,
    e su 'l lor fianco adopra il rio timore
    di gelosia per ferza e per tormento;
    sapendo ben ch'al fin s'invecchia amore
    senza quest'arti e divien pigro e lento,
    quasi destrier che men veloce corra
    se non ha chi lui segua o chi 'l precorra.

    71.
    E in tal modo comparte i detti sui
    e 'l guardo lusinghiero e 'l dolce riso,
    ch'alcun non  che non invidii altrui,
    n il timor de la speme  in lor diviso.
    La folle turba de gli amanti, a cui
    stimolo  l'arte d'un fallace viso,
    senza fren corre, e non li tien vergogna,
    e loro indarno il capitan rampogna.

    72.
    Ei ch'egualmente satisfar desira
    ciascuna de le parti e in nulla pende,
    se ben alquanto or di vergogna or d'ira
    al vaneggiar de' cavalier s'accende,
    poi ch'ostinati in quel desio li mira,
    novo consiglio in accordarli prende:
    - Scrivansi i vostri nomi ed in un vaso
    pongansi, - disse - e sia giudice il caso. -

    73.
    Subito il nome di ciascun si scrisse,
    e in picciol' urna posti e scossi fro,
    e tratti a sorte; e 'l primo che n'uscisse
    fu il conte di Pembrozia Artemidoro.
    Legger poi di Gherardo il nome udisse,
    ed usc Vincilao dopo costoro:
    Vincilao che, s grave e saggio inante,
    canuto or pargoleggia e vecchio amante.

    74.
    Oh come il volto han lieto, e gli occhi pregni
    di quel piacer che dal cor pieno inonda,
    questi tre primi eletti, i cui disegni
    la fortuna in amor destra seconda!
    D'incerto cor, di gelosia dan segni
    gli altri il cui nome avien che l'urna asconda,
    e da la bocca pendon di colui
    che spiega i brevi e legge i nomi altrui.

    75.
    Guasco quarto fuor venne, a cui successe
    Ridolfo ed a Ridolfo indi Olderico,
    quinci Guglielmo Ronciglion si lesse,
    e 'l bavaro Eberardo, e 'l franco Enrico.
    Rambaldo ultimo fu, che farsi elesse
    poi, f cangiando, di Gies nemico
    (tanto pote Amor dunque?); e questi chiuse
    il numero de' diece, e gli altri escluse.

    76.
    D'ira, di gelosia, d'invidia ardenti,
    chiaman gli altri Fortuna ingiusta e ria,
    a te accusano, Amor, che le consenti
    che ne l'imperio tuo giudice sia.
    Ma perch instinto  de l'umane genti
    che ci che pi si vieta uom pi desia,
    dispongon molti ad onta di fortuna
    seguir la donna come il ciel s'imbruna.

    77.
    Voglion sempre seguirla a l'ombra al sole,
    e per lei combattendo espor la vita.
    Ella fanne alcun motto, e con parole
    tronche e dolci sospir a ci gli invita,
    ed or con questo ed or con quel si duole
    che far convienle senza lui partita.
    S'erano armati intanto, e da Goffredo
    toglieano i diece cavalier congedo.

    78.
    Gli ammonisce quel saggio a parte a parte
    come la f pagana  incerta e leve,
    e mal securo pegno; e con qual arte
    l'insidie e i casi aversi uom fuggir deve;
    ma son le sue parole al vento sparte,
    n consiglio d'uom sano Amor riceve.
    Lor d commiato al fine, e la donzella
    non aspetta al partir l'alba novella.

    79.
    Parte la vincitrice, e quei rivali
    quasi prigioni al suo trionfo inanti
    seco n'adduce, e tra infiniti mali
    lascia la turba poi de gli altri amanti.
    Ma come usc la notte, e sotto l'ali
    men il silenzio e i levi sogni erranti,
    secretamente, com'Amor gl'informa,
    molti d'Armida seguitaron l'orma.

    80.
    Segue Eustazio il prirniero, e pote a pena
    aspettar l'ombre che la notte adduce;
    vassene frettoloso ove ne 'l mena
    per le tenebre cieche un cieco duce.
    Err la notte tepida e serena;
    ma poi ne l'apparir de l'alma luce
    gli apparse insieme Armida e 'l suo drapello,
    dove un borgo lor fu notturno ostello.

    81.
    Ratto ei vr lei si move, ed a l'insegna
    tosto Rambaldo il riconosce, e grida
    che ricerchi fra loro e perch vegna.
    - Vengo - risponde - a seguitarne Armida,
    ned ella avr da me, se non la sdegna,
    men pronta aita o servit men fida. -
    Replica l'altro: - Ed a cotanto onore,
    di', chi t'elesse? - Egli soggiunge: - Amore.

    82.
    Me scelse Amor, te la Fortuna: or quale
    da pi giusto elettore eletto prti? -
    Dice Rambaldo allor: - Nulla ti vale
    titolo falso, ed usi inutil arti;
    n potrai de la vergine regale
    fra i campioni legitimi meschiarti,
    illegitimo servo. - E chi - riprende
    cruccioso il giovenetto - a me il contende?

    83.

    - Io te 'l difender - colui rispose,
    e feglisi a l'incontro in questo dire,
    e con voglie egualmente in lui sdegnose
    l'altro si mosse e con eguale ardire;
    ma qui stese la mano, e si frapose
    la tiranna de l'alme in mezzo a l'ire,
    ed a l'uno dicea: - Deh! non t'intresca
    ch'a te compagno, a me campion s'accresca.

    84.
    S'ami che salva i' sia, perch mi privi
    in s grand'uopo de la nova aita? -
    Dice a l'altro: - Opportuno e grato arrivi
    difensor di mia fama e di mia vita;
    n vuol ragion, n sar mai ch'io schivi
    compagnia nobil tanto e s gradita. -
    Cos parlando, ad or ad or tra via
    alcun novo campion le sorvenia.

    85.
    Chi di l giunge e chi di qua, n l'uno
    sapea de l'altro, e il mira bieco e torto.
    Essa lieta gli accoglie, ed a ciascuno
    mostra del suo venir gioia e conforto.
    Ma gi ne lo schiarir de l'aer bruno
    s'era del lor partir Goffredo accorto,
    e la mente, indovina de' lor danni,
    d'alcun futuro mal par che s'affanni.

    86.
    Mentre a ci pur ripensa, un messo appare
    polveroso, anelante, in vista afflitto,
    in atto d'uom ch'altrui novelle amare
    porti, e mostri il dolore in fronte scritto.
    Disse costui: - Signor, tosto nel mare
    la grande armata apparir d'Egitto;
    e l'aviso Guglielmo, il qual comanda
    a i liguri navigli, a te ne manda. -

    87.
    Soggiunse a questo poi che, da le navi
    sendo condotta vettovaglia al campo,
    i cavalli e i cameli onusti e gravi
    trovato aveano a mezza strada inciampo,
    e ch'i lor difensori uccisi o schiavi
    restr pugnando, e nessun fece scampo,
    da i ladroni d'Arabia in una valle
    assaliti a la fronte ed a le spalle;

    88.
    e che l'insano ardire e la licenza
    di que' barbari erranti  omai s grande
    ch'in guisa d'un diluvio intorno senza
    alcun contrasto si dilata e spande,
    onde convien ch'a porre in lor temenza
    alcuna squadra di guerrier si mande,
    ch'assecuri la via che da l'arene
    del mar di Palestina al campo viene.

    89.
    D'una in un'altra lingua in un momento
    ne trapassa la fama e si distende,
    e 'l vulgo de' soldati alto spavento
    ha de la fame che vicina attende.
    Il saggio capitan, che l'ardimento
    solito loro in essi or non comprende,
    cerca con lieto volto e con parole
    come li rassecuri e riconsole:

    90.
    - O per mille perigli e mille affanni
    meco passati in quelle parti e in queste,
    campion di Dio, ch'a ristorare i danni
    de la cristiana sua fede nasceste;
    voi, che l'arme di Persia e i greci inganni
    e i monti e i mari e 'l verno e le tempeste,
    de la fame i disagi e de la sete
    superaste, voi dunque ora temete?

    91.
    Dunque il Signor che v'indirizza e move,
    gi conosciuto in caso assai pi rio,
    non v'assecura, quasi or volga altrove
    la man de la clemenza e 'l guardo pio?
    Tosto un d fia che rimembrar vi giove
    gli scorsi affanni, e scirre i voti a Dio.
    Or durate magnanimi, e voi stessi
    serbate, prego, a i prosperi successi. -

    92.
    Con questi detti le smarrite menti
    consola e con sereno e lieto aspetto,
    ma preme mille cure egre e dolenti
    altamente riposte in mezzo al petto.
    Come possa nutrir s varie genti
    pensa fra la penuria e tra 'l difetto,
    come a l'armata in mar s'opponga, e come
    gli Arabi predatori affreni e dome.
    CANTO VI

    1.
    Ma d'altra parte l'assediate genti
    speme miglior conforta e rassecura;
    ch'oltra il cibo raccolto, altri alimenti
    son lor dentro portati a notte oscura,
    ed han munite d'arme e d'instrumenti
    di guerra verso l'Aquilon le mura,
    che d'altezza accresciute, e sode e grosse,
    non mostran di temer d'urti o di scosse.

    2.
    E 'l re pur sempre queste parti e quelle
    lor fa inalzare e rafforzare i fianchi,
    o l'aureo sol risplenda, od a le stelle
    ed a la luna il fosco ciel s'imbianchi;
    e in far continuamente arme novelle
    sudano i fabri affaticati e stanchi.
    In s fatto apparecchio intolerante
    a lui se 'n venne, e ragionolli Argante:

    3.
    - E insino a quando ci terrai prigioni
    fra queste mura in vile assedio e lento?
    Odo ben io stridere incudi, e suoni
    d'elmi e di scudi e di corazze sento,
    ma non veggio a qual uso; e quei ladroni
    scorrono i campi e i borghi a lor talento;
    n v' di noi chi mai lor passo arresti,
    n tromba che dal sonno almen gli desti.

    4.
    A lor n i prandil mai turbati e rotti,
    n molestate son le cene liete,
    anzi egualmente i d lunghi e le notti
    traggon con securezza e con quete.
    Voi da i disagi e da la fame indotti
    a darvi vinti a lungo andar sarete
    od a morirne qui, come codardi,
    quando d'Egitto pur l'aiuto tardi.

    5.
    Io per me non vuo' gi ch'ignobil morte
    i giorni miei d'oscuro oblio ricopra,
    n vuo' ch'al novo d fra queste porte
    l'alma luce del sol chiuso mi scopra.
    Di questo viver mio faccia la sorte
    quel che gi stabilito  l di sopra;
    non far gi che senza oprar la spada
    ingloroso e invendicato io cada.

    6.
    Mal quando pur del valor vostro usato
    cos non fosse in voi spento ogni seme,
    non di morir pugnando ed onorato,
    ma di vita e di palma anco avrei speme.
    A incontrare i nemici e 'l nostro fato
    andianne pur deliberati insieme;
    ch spesso avien che ne' maggior perigli
    sono i pi audaci gli ottimi consigli.

    7.
    Ma se nel troppo osar tu non isperi,
    n sei d'uscir con ogni squadra ardito,
    procura almen che sia per duo guerrieri
    questo tuo gran litigio or definito.
    E perch'accetti ancor pi volentieri
    il capitan de' Franchi il nostro invito,
    l'arme egli scelga, e 'l suo vantaggio toglia
    e le condizion formi a sua voglia.

    8.
    Ch se 'l nemico avr due mani ed una
    anima solo, ancor ch'audace e fera,
    temer non di, per isciagura alcuna,
    che la ragion da me difesa pra.
    Puote in vece di fato e di fortuna
    darti la destra mia vittoria intera,
    ed a te se medesma or porge in pegno
    che, se 'l confidi in lei, salvo  il tuo regno. -

    9.
    Tacque; e rispose il re: - Giovene ardente,
    se ben me vedi in grave et senile,
    non sono al ferro queste man s lente,
    n s quest'alma  neghittosa e vile
    ch'anzi morir volesse ignobilmente
    che di morte magnanima e gentile,
    quando io temenza avessi, o dubbio alcuno,
    de' disagi ch'annunzii e del digiuno.

    10.
    Cessi Dio tanta infamia! Or quel ch'ad arte
    nascondo altrui, vuo' ch'a te sia palese.
    Soliman di Nicea, che brama in parte
    di vendicar le ricevute offese,
    de gli Arabi le schiere erranti e sparte
    raccolte ha fin dal libico paese;
    e i nemici assalendo a l'aria nera
    darne soccorso e vettovaglia spera.

    11.
    Tosto fia che qui giunga; or se fra tanto
    son le nostre castella oppresse e serve,
    non ce ne caglia, pur che 'l regal manto
    e la mia nobil reggia io mi conserve.
    Tu l'ardimento e questo ardore alquanto
    tempra, per Dio, che 'n te soverchio ferve,
    ed opportuna la stagione aspetta
    a la tua gloria ed a la mia vendetta. -

    12.
    Forte sdegnossi il saracino audace,
    ch'era di Solimano emulo antico,
    s amaramente ora d'udir gli spiace
    che tanto se 'n prometta il rege amico.
    - A tuo senno - risponde - e guerra e pace
    farai, signor: nulla di ci pi dico.
    S'indugi pure, e Soliman s'attenda;
    ei, che perd il suo regno, il tuo difenda.

    13.
    Vengane a te quasi celeste messo,
    liberator del popolo pagano,
    ch'io, quanto a me, bastar credo a me stesso,
    e sol vuo' libert da questa mano.
    Or nel riposo altrui siami concesso
    ch'io ne discenda a guerreggiar nel piano:
    privato cavalier, non tuo campione,
    verr co' Franchi a singolar tenzone. -

    14.
    Replica il re: - Se ben l'ire e la spada
    dovresti riserbare a migliore uso,
    che tu sfidi per, se ci t'aggrada,
    alcun guerriero nemico, io non ricuso. -
    Cos gli disse, ed ei punto non bada:
    - Va' - dice ad un araldo - or col giuso,
    ed al duce de' Franchi, udendo l'oste,
    fa' queste mie non picciole proposte:

    15.
    ch'un cavalier, che d'appiattarsi in questo
    forte cinto di muri a sdegno prende,
    brama di far con l'armi or manifesto
    quanto la sua possanza oltra si stende;
    e ch'a duello di venirne  presto
    nel pian ch' fra le mura e l'alte tende
    per prova di valore, e che disfida
    qual pi de' Franchi in sua virt si fida;

    16.
    e che non solo  di pugnare accinto
    e con uno e con duo del campo ostile,
    ma dopo il terzo, il quarto accetta e 'l quinto,
    sia di vulgare stirpe o di gentile:
    dia, se vuol, la franchigia, e serva il vinto
    al vincitor come di guerra  stile. -
    Cos gli impose; ed ei vestissi allotta
    la purpurea de l'arme aurata cotta.

    17.
    E, poi che giunse a la regal presenza
    del principe Goffredo e de' baroni,
    chiese: - O signore, a i messaggier licenza
    dassi tra voi di liberi sermoni? -
    - Dassi, - rispose il capitano - e senza
    alcun timore la tua proposta esponi. -
    Riprese quegli: - Or si parr se grata
    o formidabil fia l'alta ambasciata. -

    18.
    E segu poscia, e la disfida espose
    con parole magnifiche ed altere.
    Fremer s'udiro, e si mostrr sdegnose
    al suo parlar quelle feroci schiere;
    e senza indugio il pio Buglion rispose:
    - Dura impresa intraprende il cavaliere;
    e tosto io creder vuo' che glie ne incresca
    s, che d'uopo non fia che 'l quinto n'esca.

    19.
    Ma venga in prova pur, che d'ogn'oltraggio
    gli offero campo libero e securo;
    e seco pugner senza vantaggio
    alcun de' miei campioni; e cos giuro. -
    Tacque: e torn il re d'arme al suo viaggio
    per l'orme ch'al venir calcate furo,
    e non ritenne il frettoloso passo
    sin che non di risposta al fier Circasso.

    20.
    - rmati,- dice - alto signor; che tardi?
    la disfida accettata hanno i cristiani,
    e d'affrontarsi teco i men gagliardi
    mostran desio, non che i guerrier soprani.
    E mille i' vidi minacciosi sguardi,
    e mille al ferro apparecchiate mani:
    loco securo il duce a te concede. -
    Cos gli dice; e l'arme esso richiede,

    21.
    e se ne cinge intorno e impazente
    di scenderne s'affretta a la campagna.
    Disse a Clorinda il re, ch'era presente:
    - Giusto non  ch'ei vada e tu rimagna.
    Mille dunque con te di nostra gente
    prendi in sua securezza, e l'accompagna;
    ma vada inanzi a giusta pugna ei solo,
    tu lunge alquanto a lui ritien lo stuolo. -

    22.
    Tacque ci detto; e poi che furo armati,
    quei del chiuso n'uscivano a l'aperto,
    e giva inanzi Argante e de gli usati
    arnesi in su 'l cavallo era coperto.
    Loco fu tra le mura e gli steccati
    che nulla avea di diseguale e d'erto:
    ampio e capace, e parea fatto ad arte
    perch'egli fosse altrui campo di Marte.

    23.
    Ivi solo discese, ivi fermosse
    in vista de' nemici il fero Argante,
    per gran cor, per gran corpo, e per gran posse
    superbo e minaccievole in sembiante,
    qual Encelado in Flegra, o qual mostrosse
    ne l'ima valle il filisteo gigante;
    ma pur molti di lui tema non hanno,
    ch'anco quanto sia forte a pien non sanno.

    24.
    Alcun per dal pio Goffredo eletto
    come il miglior, ancor non  fra molti.
    Ben si vedean con desioso affetto
    tutti gli occhi in Tancredi esser rivolti,
    e dichiarato infra i miglior perfetto
    dal favor manifesto era de' volti;
    e s'udia non oscuro anco il bisbiglio,
    e l'approvava il capitan co 'l ciglio.

    25.
    Gi cedea ciascun altro, e non secreto
    era il volere omai del pio Buglione:
    - Vanne,- a lui disse - a te l'uscir non vieto,
    e reprimi il furor di quel fellone. -
    E tutto in volto baldanzoso e lieto
    per s alto giudizio, il fer garzone
    a lo scudier chiedea l'elmo e 'l cavallo,
    poi seguito da molti uscia del vallo.

    26.
    Ed a quel largo pian fatto vicino,
    ov'Argante l'attende, anco non era,
    quando in leggiadro aspetto e pellegrino
    s'offerse a gli occhi suoi l'alta guerriera.
    Bianche via pi che neve in giogo alpino
    avea le sopraveste, e la visiera
    alta tenea dal volto; e sovra un'erta,
    tutta, quanto ella  grande, era scoperta.

    27.
    Gi non mira Tancredi ove il Circasso
    la spaventosa fronte al cielo estolle;
    ma move il suo destrier con lento passo,
    volgendo gli occhi ov' colei su 'l colle;
    poscia immobil si ferma, e pare un sasso:
    gelido tutto fuor, ma dentro bolle.
    Sol di mirar s'appaga, e di battaglia
    sembiante fa che poco or pi gli caglia.

    28.
    Argante, che non vede alcun ch'in atto
    dia segno ancor d'apparecchiarsil in giostra:
    - Da desir di contesa io qui fui tratto; -
    grida - or chi viene inanzi, e meco giostra? -
    L'altro, attonito quasi e stupefatto,
    pur l s'affisa e nulla udir ben mostra.
    Ottone inanzi allor spinse il destriero,
    e ne l'arringo vto entr primiero.

    29.
    Questi un fu di color cui dianzi accese
    di gir contra il pagano alto desio;
    pur cedette a Tancredi, e 'n sella ascese
    fra gli altri che seguirlo e seco uscio.
    Or veggendo sue voglie altrove intese
    e starne lui quasi al pugnar restio,
    prende, giovene audace e impaziente,
    l'occasione offerta avidamente;

    30.
    e veloce cos, che tigre o pardo
    va men ratto talor per la foresta,
    corre a ferire il saracin gagliardo,
    che d'altra parte la gran lancia arresta.
    Si scote allor Tancredi, e dal suo tardo
    pensier, quasi da un sonno, al fin si desta;
    e grida ei ben: - La pugna  mia; rimanti! -
    Ma troppo Ottone  gi trascorso inanti.

    31.
    Onde si ferma; e d'ira e di dispetto
    avampa dentro, e fuor qual fiamma  rosso,
    perch'ad onta si reca ed a difetto
    ch'altri si sia primiero in giostra mosso.
    Ma intanto a mezzo il corso in su l'elmetto
    dal giovin forte  il saracin percosso;
    egli a l'incontro a lui co 'l ferro nudo
    fende l'usbergo, e pria rompe lo scudo.

    32.
    Cade il cristiano, e ben  il colpo acerbo
    poscia ch'avien che da l'arcion lo svella.
    Ma il pagan di pi forza e di pi nerbo
    non cade gi, n pur si torce in sella;
    indi con dispettoso atto superbo
    sovra il caduto cavalier favella:
    - Renditi vinto, e per tua gloria basti
    che dir potrai che contra me pugnasti. -

    33.
    - No, - gli risponde Otton - fra noi non s'usa
    cos tosto depor l'arme e l'ardire;
    altri del mio cader far la scusa,
    io vuo' far la vendetta o qui morire. -
    In sembianza d'Aletto e di Medusa
    freme il Circasso, e par che fiamma spire:
    - Conosci or - dice - il mio valor a prova,
    poi che la cortesia sprezzar ti giova. -

    34.
    Spinge il destrier in questo, e tutto oblia
    quanto virt cavaleresca chiede.
    Fugge il Franco l'incontro e si desvia,
    e 'l destro fianco nel passar gli fiede,
    ed  s grave la percossa e ria
    che 'l ferro sanguinoso indi ne riede;
    ma che pro, se la piaga al vincitore
    forza non toglie e giunge ira e furore?

    35.
    Argante il corridor dal corso affrena,
    e indietro il volge; e cos tosto  vlto,
    che se n'accorge il suo nemico a pena,
    e d'un grand'urto a l'improviso  colto.
    Tremar le gambe, indebolir la lena,
    sbigottir l'alma, e impallidir il volto
    fgli l'aspra percossa, e frale e stanco
    sovra il duro terren battere il fianco.

    36.
    Ne l'ira Argante infellonisce, e strada
    sovra il petto del vinto al destrier face;
    e: - Cos - grida - ogni superbo vada,
    come costui che sotto i pi mi giace. -
    Ma l'invitto Tancredi allor non bada,
    ch l'atto crudelissimo gli spiace,
    e vuol che 'l suo valor con chiara emenda
    copra il suo fallo e, come suol, risplenda.

    37.
    Fassi inanzi gridando: - Anima vile,
    che ancor ne le vittorie infame sei,
    qual titolo di laude alto e gentile
    da modi attendi s scortesi e rei?
    Fra i ladroni d'Arabia o fra simle
    barbara turba avezzo esser tu di.
    Fuggi la luce, e va' con l'altre belve
    a incrudelir ne' monti e tra le selve. -

    38.
    Tacque; e 'l pagano, al sofferir poco uso,
    morde le labra, e di furor si strugge.
    Risponder vuol, ma il suono esce confuso
    s come strido d'animal che rugge;
    o come apre le nubi ond'egli  chiuso
    impetoso il fulmine, e se 'n fugge,
    cos pareva a forza ogni suo detto
    tonando uscir da l'infiammato petto.

    39.
    Ma poi ch'in ambo il minacciar feroce
    a vicenda irrit l'orgoglio e l'ira,
    l'un come l'altro rapido e veloce,
    spazio al corso prendendo, il destrier gira.
    Or qui, Musa, rinforza in me la voce,
    e furor pari a quel furor m'inspira,
    s che non sian de l'opre indegni i carmi
    ed esprima il mio canto il suon de l'armi.

    40.
    Posero in resta e dirizzaro in alto
    i duo guerrier le noderose antenne;
    n fu di corso mai, n fu di salto,
    n fu mai tal velocit di penne,
    n furia eguale a quella, ond'a l'assalto
    quinci Tancredi e quindi Argante venne.
    Rupper l'aste su gli elmi, e volr mille
    tronconi e scheggie e lucide faville.

    41.
    Sol de i colpi il rimbombo intorno mosse
    l'immobil terra, e risonrne i monti;
    ma l'impeto e 'l furor de le percosse
    nulla pieg de le superbe fronti.
    L'uno e l'altro cavallo in guisa urtosse
    che non fur poi cadendo a sorger pronti.
    Tratte le spade, i gran mastri di guerra
    lasciar le staffe e i pi fermaro in terra.

    42.
    Cautamente ciascuno a i colpi move
    la destra, a i guardi l'occhio, a i passi il piede;
    si reca in atti vari, in guardie nove:
    or gira intorno, or cresce inanzi, or cede,
    or qui ferire accenna e poscia altrove
    dove non minacci ferir si vede,
    or di s discoprire alcuna parte
    e tentar di schernir l'arte con l'arte.

    43.
    De la spada Tancredi e de lo scudo
    mal guardato al pagan dimostra il fianco;
    corre egli per ferirlo, e intanto nudo
    di riparo si lascia il lato manco.
    Tancredi con un colpo il ferro crudo
    del nemico ribatte, e lui fre anco;
    n poi, ci fatto, in ritirarsi tarda,
    ma si raccoglie e si ristringe in guarda.

    44.
    Il fero Argante, che se stesso mira
    del proprio sangue suo macchiato e molle,
    con insolito orror freme e sospira,
    di cruccio e di dolor turbato e folle;
    e, portato da l'impeto e da l'ira,
    con la voce la spada insieme estolle,
    e torna per ferire, ed  di punta
    piagato ov' la spalla al braccio giunta.

    45.
    Qual ne l'alpestri selve orsa, che senta
    duro spiedo nel fianco, in rabbia monta,
    e contra l'arme se medesma aventa
    e i perigli e la morte audace affronta,
    tale il Circasso indomito diventa:
    giunta or piaga a la piaga, ed onta a l'onta,
    e la vendetta far tanto desia
    che sprezza i rischi e le difese oblia.

    46.
    E congiungendo a temerario ardire
    estrema forza e infaticabil lena,
    vien che s impetuoso il ferro gire
    che ne trema la terra e 'l ciel balena;
    n tempo ha l'altro ond'un sol colpo tire,
    onde si copra, onde respiri a pena,
    n schermo v' ch'assecurar il possa
    da la fretta d'Argante e da la possa.

    47.
    Tancredi, in s raccolto, attende in vano
    che de' gran colpi la tempesta passi.
    Or v'oppon le difese, ed or lontano
    se 'n va co' giri e co' veloci passi;
    ma poi che non s'allenta il fer pagano,
     forza al fin che trasportar si lassi,
    e cruccioso egli ancor con quanta pote
    violenza maggior la spada rote.

    48.
    Vinta da l'ira  la ragione e l'arte,
    e le forze il furor ministra e cresce.
    Sempre che scende il ferro, o fra o parte
    o piastra o maglia, e colpo in van non esce.
    Sparsa  d'arme la terra, e l'arme sparte
    di sangue, e 'l sangue co 'l sudor si mesce.
    Lampo nel fiammeggiar, nel romor tuono,
    fulmini nel ferir le spade sono.

    49.
    Questo popolo e quello incerto pende
    da s novo spettacolo ed atroce,
    e fra tema e speranza il fin n'attende,
    mirando or ci che giova, or ci che nce;
    e non si vede pur, n pur s'intende
    picciol cenno fra tanti o bassa voce;
    ma se ne sta ciascun tacito e immoto,
    se non se in quanto ha il cor tremante in moto.

    50.
    Gi lassi erano entrambi, e giunti forse
    sarian pugnando ad immaturo fine,
    ma s oscura la notte intanto sorse
    che nascondea le cose anco vicine.
    Quinci un araldo e quindi un altro accorse
    per dipartirli, e li partiro al fine.
    L'uno  il Franco Arideo, Pindoro  l'altro,
    che port la disfida, uom saggio e scaltro.

    51.
    I pacifici scettri osr costoro
    fra le spade interpor de' combattenti,
    con quella securt che porgea loro
    l'antichissima legge de le genti.
    - Ste, o guerrieri, - incominci Pindoro -
    con pari onor, di pari ambo possenti;
    dunque cessi la pugna, e non sian rotte
    le ragioni e 'l riposo de la notte.

    52.
    Tempo  da travagliar mentre il sol dura,
    ma ne la notte ogni animale ha pace,
    e generoso cor non molto cura
    notturno pregio che s'asconde e tace. -
    Risponde Argante: - A me per ombra oscura
    la mia battaglia abbandonar non piace,
    ben avrei caro il testimon del giorno!
    Ma che giuri costui di far ritorno! -

    53.
    Soggiunse l'altro allora: - E tu prometti
    di tornar rimenando il tuo prigione,
    perch'altrimenti non fia mai ch'aspetti
    per la nostra contesa altra stagione. -
    Cos giuraro; e poi gli araldi, eletti
    a prescriver il tempo a la tenzone,
    per dare spazio a le lor piaghe onesto,
    stabiliro il mattin del giorno sesto.

    54.
    Lasci la pugna orribile nel core
    de' saracini e de' fedeli impressa
    un'alta meraviglia ed un orrore
    che per lunga stagione in lor non cessa.
    Sol de l'ardir si parla e del valore
    che l'un guerriero e l'altro ha mostro in essa,
    ma qual si debbia di lor due preporre,
    vario e discorde il vulgo in s discorre;

    55.
    e sta sospeso in aspettando quale
    avr la fera lite avenimento,
    e se 'l furore a la virt prevale
    o se cede l'audacia a l'ardimento.
    Ma pi di ciascun altro a cui ne cale,
    la bella Erminia n'ha cura e tormento,
    che da i giudizi de l'incerto Marte
    vede pender di s la miglior parte.

    56.
    Costei che figlia fu del re Cassano
    che d'Antochia gi l'imperio tenne,
    preso il suo regno, al vincitor cristiano
    fra l'altre prede anch'ella in poter venne.
    Ma fulle in guisa allor Tancredi umano
    che nulla ingiuria in sua bala sostenne;
    ed onorata fu, ne la ruina
    de l'alta patria sua, come reina.

    57.
    L'onor, la serv, di libertate
    dono le fece il cavaliero egregio,
    e le furo da lui tutte lasciate
    le gemme e gli ori e ci ch'avea di pregio.
    Ella vedendo in giovanetta etate
    e in leggiadri sembianti animo regio,
    rest presa d'Amor, che mai non strinse
    laccio di quel pi fermo onde lei cinse.

    58.
    Cos se 'l corpo libert riebbe,
    fu l'alma sempre in servitute astretta.
    Ben molto a lei d'abbandonar increbbe
    il signor caro e la prigion diletta;
    ma l'onest regal, che mai non debbe
    da magnanima donna esser negletta,
    la costrinse a partirsi, e con l'antica
    madre a ricoverarsi in terra amica.

    59.
    Venne a Gierusalemme, e quivi accolta
    fu dal tiranno del paese ebreo;
    ma tosto pianse in nere spoglie avolta
    de la sua genitrice il fato reo.
    Pur n 'l duol che le sia per morte tolta,
    n l'essiglio infelice, unqua poteo
    l'amoroso desio sveller dal core,
    n favilla ammorzar di tanto ardore.

    60.
    Ama ed arde la misera; e s poco
    in tale stato che sperar le avanza
    che nudrisce nel sen l'occulto foco
    di memoria via pi che di speranza;
    e quanto  chiuso in pi secreto loco,
    tanto ha l'incendio suo maggior possanza.
    Tancredi al fine a risvegliar sua spene
    sovra Gierusalemme ad oste viene.

    62.
    Sbigottr gli altri a l'apparir di tante
    nazioni, e si indomite e si fere;
    fe' sereno ella il torbido sembiante
    e lieta vagheggi le squadre altere,
    e con avidi sguardi il caro amante
    cercando gio fra quelle armate schiere.
    Cercollo in van sovente ed anco spesso:
    - Eccolo! - disse, e 'l riconobbe espresso.

    62.
    Nel palagio regal sublime sorge
    antica torre assai presso a le mura,
    da la cui sommit tutta si scorge
    l'oste cristiana, e 'l monte e la pianura.
    Quivi, da che il suo lume il sol ne porge
    in sin che poi la notte il mondo oscura,
    s'asside, e gli occhi verso il campo gira
    e co' pensieri suoi parla e sospira.

    63.
    Quinci vide la pugna, e 'l cor nel petto
    senti tremarsi in quel punto s forte
    che parea che dicesse: Il tuo diletto
     quegli l ch'in rischio  de la morte.
    Cos d'angoscia piena e di sospetto
    mir i successi de la dubbia sorte,
    e sempre che la spada il pagan mosse,
    sent ne l'alma il ferro e le percosse.

    64.
    Ma poi ch'il vero intese, e intese ancora
    che de l'aspra tenzon rinovellarsi,
    insolito timor cos l'accora
    che sente il sangue suo di ghiaccio farsi.
    Talor secrete lagrime e talora
    sono occulti da lei gemiti sparsi:
    pallida, essangue, e sbigottita in atto,
    lo spavento e 'l dolor v'avea ritratto.

    65.
    Con orribile imago il suo pensiero
    ad or ad or turba e la sgomenta,
    e via pi che la morte il sonno  fero,
    s strane larve il sogno le appresenta.
    Parle veder l'amato cavaliero
    lacero e sanguinoso, e par che senta
    ch'egli aita le chieda; e desta intanto,
    si trova gli occhi e 'l sen molle di pianto.

    66.
    N sol la tema di futuro danno
    con sollecito moto il cor le scote,
    ma de le piaghe, ch'egli avea, l'affanno
     cagion che quetar l'alma non pote;
    e i fallaci romor, ch'intorno vanno,
    crescon le cose incognite e remote;
    s ch'ella avisa che vicino a morte
    giaccia oppresso languendo il guerrier forte.

    67.
    E per ch'ella da la madre apprese
    qual pi secreta sia virt de l'erbe,
    e con quai carmi ne le membra offese
    sani ogni piaga e 'l duol si disacerbe
    (arte che per usanza in quel paese
    ne le figlie de i re par che si serbe),
    vorria di sua man propria a le ferute
    del suo caro signor recar salute.

    68.
    Ella l'amato medicar desia,
    e curar il nemico a lei conviene;
    pensa talor d'erba nocente e ria
    succo sparger in lui che l'avelene,
    ma schiva poi la man vergine e pia
    trattar l'arti maligne, e se n'astiene.
    Brama ella almen ch'in uso tal sia vta
    di sua virtude ogn'erba ed ogni nota.

    69.
    N gi d'andar fra la nemica gente
    temenza avria; ch peregrina era ita,
    e viste guerre e stragi avea sovente,
    e scorsa dubbia e faticosa vita;
    s che per l'uso la feminea mente
    sovra la sua natura  fatta ardita,
    e di leggier non si conturba e pave
    ad ogni imagin di terror men grave.

    70.
    Ma pi ch'altra cagion, dal molle seno
    sgombra Amor temerario ogni paura,
    e crederia fra l'ugne e fra 'l veneno
    de l'africane belve andar secura;
    pur se non de la vita, avere almeno
    de la sua fama de temenza e cura,
    e fan dubbia contesa entro al suo core
    duo potenti nemici, Onore e Amore.

    71.
    L'un cos le ragiona: O verginella,
    che le mie leggi insino ad or serbasti,
    io mentre ch'eri de' nemici ancella
    ti conservai la mente e i membri casti;
    e tu libera or vuoi perder la bella
    verginit ch'in prigionia guardasti?
    Ahi! nel tenero cor questi pensieri
    chi svegliar pu? che pensi, oim? che speri?

    72.
    Dunque il titolo tu d'esser pudica
    s poco stimi, e d'onestate il pregio,
    che te n'andrai fra nazion nemica,
    notturna amante, a ricercar dispregio?
    Onde il superbo vincitor ti dica:
    "Perdesti il regno, e in un l'animo regio;
    non sei di me tu degna", e ti conceda
    vulgare a gli altri e mal gradita preda.

    73.
    Da l'altra parte, il consiglier fallace
    con tai lusinghe al suo piacer l'alletta:
    Nata non sei tu gi d'orsa vorace,
    n d'aspro e freddo scoglio, o giovanetta,
    ch'abbia a sprezzar d'Amor l'arco e la face
    ed a fuggir ognor quel che diletta,
    n petto hai tu di ferro o di diamante
    che vergogna ti sia l'esser amante.

    74.
    Deh! vanne omai dove il desio t'invoglia.
    Ma qual ti fingi vincitor crudele?
    Non sai com'egli al tuo doler si doglia,
    come compianga al pianto, a le querele?
    Crudel sei tu, che con s pigra voglia
    movi a portar salute al tuo fedele.
    Langue, o fera ed ingrata, il pio Tancredi,
    e tu de l'altrui vita a cura siedi!

    75.
    Sana tu pur Argante, acci che poi
    il tuo liberator sia spinto a morte:
    cos disciolti avrai gli oblighi tuoi,
    e s bel premio fia ch'ei ne riporte.
    E' possibil per che non t'annoi
    quest'empio ministero or cos forte
    che la noia non basti e l'orror solo
    a far che tu di qua te 'n fugga a volo?

    76.
    Deh! ben fra, a l'incontra, ufficio umano,
    e ben n'avresti tu gioia e diletto,
    se la pietosa tua medica mano
    avicinassi al valoroso petto;
    ch per te fatto il tuo signor poi sano
    colorirebbe il suo smarrito aspetto,
    e le bellezze sue, che spente or sono,
    vagheggiaresti in lui quasi tuo dono.

    77.
    Parte ancor poi ne le sue lodi avresti,
    e ne l'opre ch'ei fsse alte e famose,
    ond'egli te d'abbracciamenti onesti
    faria lieta, e di nozze aventurose.
    Poi mostra a dito ed onorata andresti
    fra le madri latine e fra le spose
    l ne la bella Italia, ov' la sede
    del valor vero e de la vera fede.

    78.
    Da tai speranze lusingata (ahi stolta!)
    somma felicitate a s figura;
    ma pur si trova in mille dubbi avolta
    come partir si possa indi secura,
    perch vegghian le guardie e sempre in volta
    van di fuori al palagio e su le mura,
    n porta alcuna, in tal rischio di guerra,
    senza grave cagion mai si disserra.

    79.
    Soleva Erminia in compagnia sovente
    de la guerriera far lunga dimora.
    Seco la vide il sol da l'occidente,
    seco la vide la novella aurora;
    e quando son del d le luci spente,
    un sol letto le accolse ambe talora:
    e null'altro pensier che l'amoroso
    l'una vergine a l'altra avrebbe ascoso.

    80.
    Questo sol tiene Erminia a lei secreto,
    e s'udita da lei talor si lagna,
    reca ad altra cagion del cor non lieto
    gli affetti, e par che di sua sorte piagna.
    Or in tanta amist, senza divieto
    venir sempre ne pote a la compagna,
    n stanza al giunger suo giamai si serra,
    siavi Clorinda, o sia in consiglio o 'n guerra.

    81.
    Vennevi un giorno ch'ella in altra parte
    si ritrovava, e si ferm pensosa,
    pur tra s rivolgendo i modi e l'arte
    de la bramata sua partenza ascosa.
    Mentre in vari pensier divide e parte
    l'incerto animo suo che non ha posa,
    sospese di Clorinda in alto mira
    l'arme e le sopraveste: allor sospira.

    82.
    E tra s dice sospirando: O quanto
    beata  la fortissima donzella!
    quant'io la invidio! e non l'invidio il vanto
    o 'l feminil onor de l'esser bella.
    A lei non tarda i passi il lungo manto,
    n 'l suo valor rinchiude invida cella,
    ma veste l'armi, e se d'uscirne agogna
    vassene, e non la tien tema o vergogna.

    83.
    Ah perch forti a me natura e 'l cielo
    altrettanto non fr le membra e 'l petto,
    onde potessi anch'io la gonna e 'l velo
    cangiar ne la corazza e ne l'elmetto?
    Ch s non riterrebbe arsura o gelo,
    non turbo o pioggia il mio infiammato affetto,
    ch'al sol non fossi ed al notturno lampo,
    accompagnata o sola, armata in campo.

    84.
    Gi non avresti, o dispietato Argante,
    co 'l mio signor pugnato tu primiero,
    ch'io sarei corsa ad incontrarlo inante;
    e forse or fra qui mio prigionero
    e sosterria da la nemica amante
    giogo di servit dolce e leggiero,
    e gi per li suoi nodi i' sentirei
    fatti soavi e alleggeriti i miei.

    85.
    O vero a me da la sua destra il fanco
    sendo percosso, e raperto il core,
    pur risanata in cotal guisa almanco
    colpo di ferro avria piaga d'Amore;
    ed or la mente in pace e 'l corpo stanco
    riposariansi, e forse il vincitore
    degnato avrebbe il mio cenere e l'ossa
    d'alcun onor di lagrime e di fossa.

    86.
    Ma, lassa! i' bramo non possibil cosa,
    e tra folli pensier in van m'avolgo;
    io mi star qui timida e dogliosa
    com'una pur del vil femineo volgo.
    Ah! non star: cor mio, confida ed osa.
    Perch'una volta anch'io l'arme non tolgo?
    perch per breve spazio non potrolle
    sostener, bench sia debile e molle?

    87.
    S potr, s, ch mi far possente
    a tolerarne il peso Amor tiranno;
    da cui spronati, ancor s'arman sovente
    d'ardire i cervi imbelli e guerra fanno.
    Io guerreggiar non gi, vuo' solamente
    far con quest'armi un ingegnoso inganno:
    finger mi vuo' Clorinda; e ricoperta
    sotto l'imagin sua, d'uscir son certa.

    88.
    Non ardirieno a lei far i custodi
    de l'alte porte resistenza alcuna.
    Io pur ripenso, e non veggio altri modi:
    aperta , credo, questa via sol una.
    Or favorisca l'innocenti frodi
    Amor che le m'inspira e la Fortuna.
    E ben al mio partir commoda  l'ora,
    mentre co 'l re Clorinda anco dimora.

    89.
    Cos risolve: e stimolata e punta
    da le furie d'Amor, pi non aspetta,
    ma da quella a la sua stanza congiunta
    l'arme involate di portar s'affretta.
    E far lo pu, ch quando ivi fu giunta,
    di loco ogn'altro, e si rest soletta;
    e la notte i suoi furti ancor copria,
    ch'a i ladri amica ed a gli amanti uscia.

    90.
    Essa veggendo il ciel d'alcuna stella
    gi sparso intorno divenir pi nero,
    senza fraporvi alcuno indugio appella
    secretamente un suo fedel scudiero
    ed una sua leal diletta ancella,
    e parte scopre lor del suo pensiero.
    Scopre il disegno de la fuga, e finge
    ch'altra cagion a dipartir l'astringe.

    91.
    Lo scudiero fedel sbito appresta
    ci ch'al lor uopo necessario crede.
    Erminia intanto la pomposa vesta
    si spoglia, che le scende insino al piede,
    e in ischietto vestir leggiadra resta
    e snella s ch'ogni credenza eccede;
    n trattane colei ch'a la partita
    scelta s'avea, compagna altra l'aita.

    92.
    Co 'l durissimo acciar preme ed offende
    il delicato collo e l'aurea chioma,
    e la tenera man lo scudo prende,
    pur troppo grave e insopportabil soma.
    Cos tutta di ferro intorno splende,
    e in atto militar se stessa doma.
    Gode Amor, ch' presente, e tra s ride,
    come allor gi ch'avolse in gonna Alcide.

    93.
    Oh! con quanta fatica ella sostiene
    l'inegual peso e move lenti i passi,
    ed a la fida compagnia s'attiene
    che per appoggio andar dinanzi fassi.
    Ma rinforzan gli spirti Amore e spene
    e ministran vigore a i membri lassi,
    s che giungono al loco ove le aspetta
    lo scudiero, e in arcion sagliono in fretta.

    94.
    Travestiti ne vanno, e la pi ascosa
    e pi riposta via prendono ad arte,
    pur s'avengono in molti e l'aria ombrosa
    veggon lucer di ferro in ogni parte;
    ma impedir lor viaggio alcun non osa,
    e, cedendo il sentier, ne va in disparte,
    ch quel candido ammanto e la temuta
    insegna anco ne l'ombra  conosciuta.

    95.
    Erminia, bench quinci alquanto sceme
    del dubbio suo, non va per secura,
    ch d'essere scoperta a la fin teme
    e del suo troppo ardir sente or paura;
    ma pur, giunta a la porta, il timor preme
    ed inganna colui che n'ha la cura.
    - Io son Clorinda, - disse - apri la porta,
    ch 'l re m'invia dove l'andare importa. -

    96.
    La voce feminil sembiante a quella
    de la guerriera agevola l'inganno
    (chi crederia veder armata in sella
    una de l'altre, ch'arme oprar non sanno?),
    s che 'l portier tosto ubidisce, ed ella
    n'esce veloce e i duo che seco vanno;
    e per lor securezza entro le valli
    calando prendon lunghi obliqui calli.

    97.
    Ma poi ch'Erminia in solitaria ed ima
    parte si vede, alquanto il corso allenta,
    ch' i primi rischi aver passati estima,
    n d'esser ritenuta omai paventa.
    Or pensa a quello a che pensato in prima
    non bene aveva; ed or le s'appresenta
    difficil pi ch'a lei non fu mostrata
    dal frettoloso suo desir, l'entrata.

    98.
    Vede or che sotto il militar sembiante
    ir tra feri nemici  gran follia;
    n d'altra parte palesarsi, inante
    ch'al suo signor giungesse, altrui vorria.
    A lui secreta ed improvisa amante
    con secura onest giunger desia;
    onde si ferma, e da miglior pensiero
    fatta pi cauta parla al suo scudiero:

    99.
    - Essere, o mio fedele, a te conviene
    mio precursor; ma sii pronto e sagace.
    Vattene al campo, e fa' ch'alcun ti mene
    e t'introduca ove Tancredi giace,
    a cui dirai che donna a lui ne viene
    che gli apporta salute e chiede pace:
    pace, poscia ch'Amor guerra mi move,
    ond'ei salute, io refrigerio trove;

    100.
    e ch'essa ha in lui s certa e viva fede
    ch'in suo poter non teme onta n scorno.
    Di' sol questo a lui solo; e s'altro ei chiede,
    di' non saperlo; e affretta il tuo ritorno.
    Io (ch questa mi par secura sede)
    in questo mezzo qui far soggiorno. -
    Cos disse la donna; e quel leale
    gi veloce cos come avesse ale.

    101.
    E 'n guisa oprar sapea, ch'amicamente
    entro a i chiusi ripari era raccolto,
    e poi condotto al cavalier giacente,
    che l'ambasciata udia con lieto volto;
    e gi lasciando ei lui, che ne la mente
    mille dubbi pensier avea rivolto,
    ne riportava a lei dolce risposta:
    ch'entrar potr, quanto pi lice, ascosta.

    102.
    Ma ella intanto impazente, a cui
    troppo ogni indugio par noioso e greve,
    numera fra se stessa i passi altrui
    e pensa: Or giunge, or entra, or tornar deve.
    E gi le sembra, e se ne duol, colui
    men del solito assai spedito e leve.
    Spingesi al fine inanti, e 'n parte ascende
    onde comincia a discoprir le tende.

    103.
    Era la notte, e 'l suo stellato velo
    chiaro spiegava e senza nube alcuna;
    e gi spargea rai luminosi e gelo
    di vive perle la sorgente luna.
    L'innamorata donna iva co 'l cielo
    le sue fiamme sfogando ad una ad una,
    e secretari del suo amore antico
    fea i muti campi e quel silenzio amico.

    104.
    Poi rimirando il campo ella dicea:
    - O belle a gli occhi miei tende latine!
    Aura spira da voi che mi ricrea
    e mi conforta pur che m'avicine;
    cos a mia vita combattuta e rea
    qualche onesto riposo il Ciel destine,
    come in voi solo il cerco, e solo parmi
    che trovar pace io possa in mezzo a l'armi.

    105.
    Raccogliete me dunque: e in voi si trove
    quella piet che mi promise Amore
    e ch'io gi vidi, prigioniera altrove,
    nel mansueto mio dolce signore.
    N gi desio di racquistar mi move
    co 'l favor vostro il mio regale onore;
    quando ci non avenga, assai felice
    io mi terr se 'n voi servir mi lice. -

    106..
    Cos parla costei, che non prevede
    qual dolente fortuna a lei s'appreste.
    Ella era in parte ove per dritto fiede
    l'armi sue terse il bel raggio celeste,
    s che da lunge il lampo lor si vede
    co 'l bel candor che le circonda e veste,
    e la gran tigre ne l'argento impressa
    fiammeggia s ch'ognun direbbe: E' dessa.

    107.
    Come volle sua sorte, assai vicini
    molti guerrier disposti avean gli aguati;
    e n'eran duci duo fratei latini,
    Alcandro e Poliferno, e fr mandati
    per impedir che dentro a i saracini
    greggie non siano e non sian buoi menati;
    e se 'l servo pass, fu perch torse
    pi lunge il passo e rapido trascorse.

    108.
    Al giovin Poliferno, a cui fu il padre
    su gli occhi suoi gi da Clorinda ucciso,
    viste le spoglie candide e leggiadre,
    fu di veder l'alta guerriera aviso
    e contra le irrit l'occulte squadre;
    n frenando del cor moto improviso
    (com'era in suo furor sbito e folle)
    grid: - Sei morta -, e l'asta in van lanciolle.

    109.
    S come cerva ch'assetata il passo
    mova a cercar d'acque lucenti e vive,
    ove un bel fonte distillar da un sasso
    o vide un fiume tra frondose rive,
    s'incontra i cani allor che 'l corpo lasso
    ristorar crede a l'onde, a l'ombre estive,
    volge indietro fuggendo, e la paura
    la stanchezza obliar face e l'arsura;

    110.
    cos costei, che de l'amor la sete,
    onde l'infermo core  sempre ardente,
    spegner ne l'accoglienze oneste e liete
    credeva, e riposar la stanca mente,
    or che contra gli vien chi glie 'l diviete,
    e 'l suon del ferro e le minaccie sente,
    se stessa e 'l suo desir primo abbandona,
    e 'l veloce destrier timida sprona.

    111.
    Fugge Erminia infelice, e 'l suo destriero
    con prontissimo piede il suol calpesta.
    Fugge ancor l'altra donna, e lor quel fero
    con molti armati di seguir non resta.
    Ecco che da le tende il buon scudiero
    con la tarda novella arriva in questa,
    e l'altrui fuga ancor dubbio accompagna,
    e gli sparge il timor per la campagna.

    112.
    Ma il pi saggio fratello, il quale anch'esso
    la non vera Clorinda avea veduto,
    non la volle seguir, ch'era men presso,
    ma ne l'insidie sue s' ritenuto;
    e mand con l'aviso al campo un messo
    che non armento od animal lanuto,
    n preda altra siml, ma ch' seguita
    dal suo german Clorinda impaurita;

    113.
    e ch'ei non crede gi, n 'l vuol ragione,
    ch'ella, ch' duce e non  sol guerriera,
    elegga a l'uscir suo tale stagione
    per opportunit che sia leggiera;
    ma giudichi e comandi il pio Buglione,
    egli far ci che da lui s'impera.
    Giunge al campo tal nova, e se ne intende
    il primo suon ne le latine tende.

    114.
    Tancredi, cui dinanzi il cor sospese
    quell'aviso primiero, udendo or questo,
    pensa: Deh! forse a me venia cortese,
    e 'n periglio  per me, n pensa al resto.
    E parte prende sol del grave arnese,
    monta a cavallo e tacito esce e presto;
    e seguendo gli indizi e l'orme nove,
    rapidamente a tutto corso il move.



    CANTO VII

    1.
    Intanto Erminia infra l'ombrose piante
    d'antica selva dal cavallo  scrta,
    n pi governa il fren la man tremante,
    e mezza quasi par tra viva e morta.
    Per tante strade si raggira e tante
    il corridor ch'in sua bala la porta,
    ch'al fin da gli occhi altrui pur si dilegua,
    ed  soverchio omai ch'altri la segua.

    2.
    Qual dopo lunga e faticosa caccia
    tornansi mesti ed anelanti i cani
    che la fera perduta abbian di traccia,
    nascosa in selva da gli aperti piani,
    tal pieni d'ira e di vergogna in faccia
    riedono stanchi i cavalier cristiani.
    Ella pur fugge, e timida e smarrita
    non si volge a mirar s'anco  seguita.

    3.
    Fugg tutta la notte, e tutto il giorno
    err senza consiglio e senza guida,
    non udendo o vedendo altro d'intorno,
    che le lagrime sue, che le sue strida.
    Ma ne l'ora che 'l sol dal carro adorno
    scioglie i corsieri e in grembo al mar s'annida,
    giunse del bel Giordano a le chiare acque
    e scese in riva al fiume, e qui si giacque.

    4.
    Cibo non prende gi, ch de' suoi mali
    solo si pasce e sol di pianto ha sete;
    ma 'l sonno, che de' miseri mortali
     co 'l suo dolce oblio posa e quete,
    sop co' sensi i suoi dolori, e l'ali
    dispieg sovra lei placide e chete;
    n per cessa Amor con varie forme
    la sua pace turbar mentre ella dorme.

    5.
    Non si dest fin che garrir gli augelli
    non sent lieti e salutar gli albori,
    e mormorar il fiume e gli arboscelli,
    e con l'onda scherzar l'aura e co i fiori.
    Apre i languidi lumi e guarda quelli
    alberghi solitari de' pastori;
    e parle voce udir tra l'acqua e i rami
    ch'a i sospiri ed al pianto la richiami.

    6.
    Ma son, mentr'ella piange, i suoi lamenti
    rotti da un chiaro suon ch'a lei ne viene,
    che sembra, ed , di pastorali accenti
    misto e di boscareccie inculte avene.
    Risorge, e l s'indrizza a passi lenti,
    e vede un uom canuto a l'ombre amene
    tesser fiscelle a la sua greggia a canto
    ed ascoltar di tre fanciulli il canto.

    7.
    Vedendo quivi comparir repente
    l'insolite arme, sbigottr costoro;
    ma li saluta Erminia e dolcemente
    gli affida, e gli occhi scopre e i bei crin d'oro:
    - Seguite, - dice - aventurosa gente
    al Ciel diletta, il bel vostro lavoro,
    ch non portano gi guerra quest'armi
    a l'opre vostre, a i vostri dolci carmi. -

    8.
    Soggiunse poscia: - O padre, or che d'intorno
    d'alto incendio di guerra arde il paese,
    come qui state in placido soggiorno
    senza temer le militari offese?
    - Figlio, - ei rispose - d'ogni oltraggio e scorno
    la mia famiglia e la mia greggia illese
    sempre qui fur; n strepito di Marte
    ancor turb questa remota parte.

    9.
    O sia grazia del Ciel che l'umiltade
    d'innocente pastor salvi e sublime,
    o che, s come il folgore non cade
    in basso pian ma su l'eccelse cime,
    cos il furor di peregrine spade
    sol de' gran re l'altere teste opprime,
    n gli avidi soldati a preda alletta
    la nostra povert vile e negletta.

    10.
    Altrui vile e negletta, a me s cara
    che non bramo tesor n regal verga,
    n cura o voglia ambiziosa o avara
    mai nel tranquillo del mio petto alberga.
    Spengo la sete mia ne l'acqua chiara,
    che non tem'io che di venen s'asperga,
    e questa greggia e l'orticel dispensa
    cibi non compri a la mia parca mensa.

    11.
    Ch poco  il desiderio, e poco  il nostro
    bisogno onde la vita si conservi.
    Son figli miei questi ch'addito e mostro,
    custodi de la mandra, e non ho servi.
    Cos me 'n vivo in solitario chiostro,
    saltar veggendo i capri snelli e i cervi,
    ed i pesci guizzar di questo fiume
    e spiegar gli augelletti al ciel le piume.

    12.
    Tempo gi fu, quando pi l'uom vaneggia
    ne l'et prima, ch'ebbi altro desio
    e disdegnai di pasturar la greggia;
    e fuggii dal paese a me natio,
    e vissi in Menfi un tempo, e ne la reggia
    fra i ministri del re fui posto anch'io,
    e bench fossi guardian de gli orti
    vidi e conobbi pur l'inique corti.

    13.
    Pur lusingato da speranza ardita
    soffrii lunga stagion ci che pi spiace;
    ma poi ch'insieme con l'et fiorita
    manc la speme e la baldanza audace,
    piansi i riposi di quest'umil vita
    e sospirai la mia perduta pace,
    e dissi: O corte, a Dio. Cos, a gli amici
    boschi tornando, ho tratto i d felici. -

    14.
    Mentre ei cos ragiona, Erminia pende
    da la soave bocca intenta e cheta;
    e quel saggio parlar, ch'al cor le scende,
    de' sensi in parte le procelle acqueta.
    Dopo molto pensar, consiglio prende
    in quella solitudine secreta
    insino a tanto almen farne soggiorno
    ch'agevoli fortuna il suo ritorno.

    15.
    Onde al buon vecchio dice: - O fortunato
    ch'un tempo conoscesti il male a prova,
    se non t'invidii il Ciel s dolce stato,
    de le miserie mie piet ti mova;
    e me teco raccogli in cos grato
    albergo ch'abitar teco mi giova.
    Forse fia che 'l mio core infra quest'ombre
    del suo peso mortal parte disgombre.

    16.
    Ch se di gemme e d'or, che 'l vulgo adora
    s come idoli suoi, tu fossi vago,
    potresti ben, tante n'ho meco ancora,
    renderne il tuo desio contento e pago. -
    Quinci, versando da' begli occhi fora
    umor di doglia cristallino e vago,
    parte narr di sue fortune; e intanto
    il pietoso pastor pianse al suo pianto.

    17.
    Poi dolce la consola e s l'accoglie
    come tutt'arda di paterno zelo,
    e la conduce ov' l'antica moglie
    che di conforme cor gli ha data il Cielo.
    La fanciulla regal di rozze spoglie
    s'ammanta, e cinge al crin ruvido velo;
    ma nel moto de gli occhi e de le membra
    non gi di boschi abitatrice sembra.

    18.
    Non copre abito vil la nobil luce
    e quanto  in lei d'altero e di gentile,
    e fuor la maest regia traluce
    per gli atti ancor de l'essercizio umile.
    Guida la greggia a i paschi e la riduce
    con la povera verga al chiuso ovile,
    e da l'irsute mamme il latte preme
    e 'n giro accolto poi lo stringe insieme.

    19.
    Sovente, allor che su gli estivi ardori
    giacean le pecorelle a l'ombra assise,
    ne la scorza de' faggi e de gli allori
    segn l'amato nome in mille guise,
    e de' suoi strani ed infelici amori
    gli aspri successi in mille piante incise,
    e in rileggendo poi le proprie note
    rig di belle lagrime le gote.

    20.
    Indi dicea piangendo: - In voi serbate
    questa dolente istoria, amiche piante;
    perch se fia ch'a le vostr'ombre grate
    giamai soggiorni alcun fedele amante,
    senta svegliarsi al cor dolce pietate
    de le sventure mie s varie e tante,
    e dica: Ah troppo ingiusta empia mercede
    di Fortuna ed Amore a s gran fede!

    21.
    Forse averr, se 'l Ciel benigno ascolta
    affettuoso alcun prego mortale,
    che venga in queste selve anco tal volta
    quegli a cui di me forse or nulla cale:
    e rivolgendo gli occhi ove sepolta
    giacer questa spoglia inferma e frale,
    tardo premio conceda a i miei martri
    di poche lagrimette e di sospiri;

    22.
    onde, se in vita il cor misero fue,
    sia lo spirito in morte almen felice,
    e 'l cener freddo de le fiamme sue
    goda quel ch'or godere a me non lice. -
    Cos ragiona a i sordi tronchi, e due
    fonti di pianto da' begli occhi elice.
    Tancredi intanto, ove fortuna il tira
    lunge da lei, per lei seguir, s'aggira.

    23.
    Egli, seguendo le vestigia impresse,
    rivolse il corso a la selva vicina;
    ma quivi da le piante orride e spesse
    nera e folta cos l'ombra dechina
    che pi non pu raffigurar tra esse
    l'orme novelle, e 'n dubbio oltre camina,
    porgendo intorno pur l'orecchie intente
    se calpestio, se romor d'armi sente.

    24.
    E se pur la notturna aura percote
    tenera fronde mai d'olmo o di faggio,
    o se fera od augello un ramo scote,
    tosto a quel picciol suon drizza il vaggio.
    Esce al fin de la selva, e per ignote
    strade il conduce de la luna il raggio
    verso un romor che di lontano udiva,
    insin che giunse al loco ond'egli usciva.

    25.
    Giunse dove sorgean da vivo sasso
    in molta copia chiare e lucide onde,
    e fattosene un rio volgeva a basso
    lo strepitoso pi tra verdi sponde.
    Quivi egli ferma addolorato il passo
    e chiama, e sola a i gridi Ecco risponde;
    e vede intanto con serene ciglia
    sorger l'aurora candida e vermiglia.

    26.
    Geme cruccioso, e 'ncontra il Ciel si sdegna
    che sperata gli neghi alta ventura,
    ma de la donna sua, quand'ella vegna
    offesa pur, far la vendetta giura.
    Di rivolgersi al campo al fin disegna,
    bench la via trovar non s'assecura,
    ch gli sovien che presso  il d prescritto
    che pugnar de co 'l cavalier d'Egitto.

    27.
    Partesi, e mentre va per dubbio calle
    ode un corso appressar ch'ognor s'avanza,
    ed al fine spuntar d'angusta valle
    vede uom che di corriero avea sembianza.
    Scotea mobile sferza, e da le spalle
    pendea il corno su 'l fianco a nostra usanza.
    Chiede Tancredi a lui per quale strada
    al campo de' cristiani indi si vada.

    28.
    Quegli italico parla: - Or l m'invio
    dove m'ha Boemondo in fretta spinto. -
    Segue Tancredi lui che del gran zio
    messaggio stima, e crede al parlar finto.
    Giungono al fin l dove un sozzo e rio
    lago impaluda, ed un castel n' cinto,
    ne la stagion che 'l sol par che s'immerga
    ne l'ampio nido ove la notte alberga.

    29.
    Suona il corriero, in arrivando, il corno,
    e tosto gi calar si vede un pontel
    - Quando latin sia tu, qui far soggiorno
    potrai - gli dice - in fin che 'l sol rimonte;
    ch questo loco, e non  il terzo giorno,
    tolse a i pagani di Cosenza il conte. -
    Mira il loco il guerrier, che d'ogni parte
    inespugnabil fanno il sito e l'arte.

    30.
    Dubita alquanto poi ch'entro s forte
    magione alcuno inganno occulto giaccia;
    ma come avezzo a i rischi de la morte,
    motto non fanne, e no 'l dimostra in faccia,
    ch'ovunque il guidi elezione o sorte,
    vuol che securo la sua destra il faccia.
    Pur l'obligo ch'egli ha d'altra battaglia
    fa che di nova impresa or non gli caglia;

    31.
    s ch'incontra al castello, ove in un prato
    il curvo ponte si distende e posa,
    ritiene alquanto il passo, ed invitato
    non segue la sua scorta insidiosa.
    Su 'l ponte intanto un cavaliero armato
    con sembianza apparia fera e sdegnosa,
    ch'avendo ne la destra il ferro ignudo
    in suon parlava minaccioso e crudo:

    32.
    - O tu, che (siasi tua fortuna o voglia)
    al paese fatal d'Armida arrive,
    pensi indarno al fuggir; or l'arme spoglia
    e porgi a i lacci suoi le man cattive,
    ed entra pur ne la guardata soglia
    con queste leggi ch'ella altrui prescrive:
    n pi sperar di riveder il cielo
    per volger d'anni o per cangiar di pelo,

    33.
    se non giuri d'andar con gli altri sui
    contra ciascun che da Gies s'appella. -
    S'affisa a quel parlar Tancredi in lui
    e riconosce l'arme e la favella.
    Rambaldo di Guascogna era costui
    che part con Armida, e sol per ella
    pagan si fece e difensor divenne
    di quell'usanza rea ch'ivi si tenne.

    34.
    Di santo sdegno il pio guerrier si tinse
    nel volto, e gli rispose: - Empio fellone,
    quel Tancredi son io che 'l ferro cinse
    per Cristo sempre, e fui di lui campione;
    e in sua virtute i suoi rubelli vinse,
    come vuo' che tu vegga al paragone,
    ch da l'ira del Ciel ministra eletta
     questa destra a far in te vendetta. -

    35.
    Turbossi udendo il glorioso nome
    l'empio guerriero, e scolorissi in viso.
    Pur celando il timor, gli disse: - Or come,
    misero, vieni ove rimanga ucciso?
    Qui saran le tue forze oppresse e dome,
    e questo altero tuo capo reciso;
    e manderollo a i duci franchi in dono,
    s'altro da quel che soglio oggi non sono. -

    36.
    Cos dicea il pagano; e perch il giorno
    spento era omai s che vedeasi a pena,
    apparr tante lampade d'intorno
    che ne fu l'aria lucida e serena.
    Splende il castel come in teatro adorno
    suol fra notturne pompe altera scena;
    ed in eccelsa parte Armida siede,
    onde senz'esser vista e ode e vede.

    37.
    Il magnanimo eroe fra tanto appresta
    a la fera tenzon l'arme e l'ardire,
    n su 'l debil cavallo assiso resta
    gi veggendo il nemico a pi venire.
    Vien chiuso ne lo scudo, e l'elmo ha in testa,
    la spada nuda, e in atto  di ferire.
    Gli move incontra il principe feroce
    con occhi torvi e con terribil voce.

    38.
    Quegli con larghe rote aggira i passi
    stretto ne l'armel, e colpi accenna e finge;
    questi, se ben ha i membri infermi e lassi,
    va risoluto e gli s'appressa e stringe,
    e l donde Rambaldo a dietro fassi
    velocissimamente egli si spinge;
    e s'avanza e l'incalza, e fulminando
    spesso a la vista gli dirizza il brando.

    39.
    E pi ch'altrove impetuoso fre
    ove pi di vital form natura,
    a le percosse le minaccie altere
    accompagnando, e 'l danno a la paura.
    Di qua di l si volge, e sue leggiere
    membra il presto guascone a i colpi fura,
    e cerca or con lo scudo or con la spada
    che 'l nemico furore indarno cada:

    40.
    ma veloce a lo schermoI ei non  tanto
    che pi l'altro non sia pronto a l'offese.
    Gi spezzato lo scudo e l'elmo infranto
    e forato e sanguigno avea l'arnese,
    e colpo alcun de' suoi che tanto o quanto
    impiagasse il nemico anco non scese;
    e teme, e gli rimorde insieme il core
    sdegno, vergogna, conscienza, amore.

    41.
    Disponsi al fin con disperata guerra
    far prova omai de l'ultima fortuna.
    Gitta lo scudo, e a due mani afferra
    la spada ch' di sangue ancor digiuna;
    e co 'l nemico suo si stringe e serra
    e cala un colpo, e non v' piastra alcuna
    che gli resista s che grave angoscia
    non dia piagando a la sinistra coscia.

    42.
    E poi su l'ampia fronte il ripercote
    s ch' il picchio rimbomba in suon di squilla;
    l'elmo non fende gi, ma lui ben scote,
    tal ch'egli si rannicchia e ne vacilla.
    Infiamma d'ira il principe le gote,
    e ne gli occhi di foco arde e sfavilla;
    e fuor de la visiera escono ardenti
    gli sguardi, e insieme lo stridor de' denti.

    43.
    Il perfido pagan gi non sostiene
    la vista pur di s feroce aspetto.
    Sente fischiare il ferro, e tra le vene
    gi gli sembra d'averlo e in mezzo al petto.
    Fugge dal colpo, e 'l colpo a cader viene
    dove un pilastro  contra il ponte eretto;
    ne van le scheggie e le scintille al cielo,
    e passa al cor del traditor un gelo,

    44.
    onde al ponte rifugge, e sol nel corso
    de la salute sua pone ogni speme.
    Ma 'l seguita Tancredi, e gi su 'l dorso
    la man gli stende e 'l pi co 'l pi gli preme,
    quando ecco (al fuggitivo alto soccorso)
    sparir le faci ed ogni stella insieme,
    n rimaner a l'orba notte alcuna,
    sotto povero ciel, luce di luna.

    45.
    Fra l'ombre de la notte e de gli incanti
    il vincitor no 'l segue pi n 'l vede,
    n pu cosa vedersi a lato o inanti,
    e muove dubbio e mal securo il piede.
    Su l'entrare d'un uscio i passi erranti
    a caso mette, n d'entrar s'avede,
    ma sente poi che suona a lui di dietro
    la porta, e 'n loco il serra oscuro e tetro.

    46.
    Come il pesce col dove impaluda
    ne i seni di Comacchio il nostro mare,
    fugge da l'onda impetuosa e cruda
    cercando in placide acque ove ripare,
    e vien che da se stesso ei si rinchiuda
    in palustre prigion n pu tornare,
    ch quel serraglio  con mirabil uso
    sempre a l'entrare aperto, a l'uscir chiuso;

    47.
    cos Tancredi allor, qual che si fosse
    de l'estrania prigion l'ordigno e l'arte,
    entr per se medesmo, e ritrovosse
    poi l rinchiuso ov'uom per s non parte.
    Ben con robusta man la porta scosse,
    ma fur le sue fatiche indarno sparte,
    e voce intanto ud che: - Indarno - grida -
    uscir procuri, o prigionier d'Armida.

    48.
    Qui menerai (non temer gi di morte)
    nel sepolcro de' vivi i giorni e gli anni. -
    Non risponde, ma preme il guerrier forte
    nel cor profondo i gemiti e gli affanni,
    e fra se stesso accusa Amor, la sorte,
    la sua sciocchezza e gli altrui feri inganni;
    e talor dice in tacite parole:
    Leve perdita fia perdere il sole,

    49.
    ma di pi vago sol pi dolce vista,
    misero! i' perdo, e non so gi se mai
    in loco torner che l'alma trista
    si rassereni a gli amorosi rai.
    Poi gli sovien d'Argante, e pi s'attrista
    e: Troppo - dice - al mio dover mancai;
    ed  ragion ch'ei mi disprezzi e scherna!
    O mia gran colpa! o mia vergogna eterna!

    50.
    Cos d'amor, d'onor cura mordace
    quinci e quindi al guerrier l'animo rode.
    Or mentre egli s'afflige, Argante audace
    le molli piume di calcar non gode;
    tanto  nel crudo petto odio di pace,
    cupidigia di sangue, amor di lode,
    che, de le piaghe sue non sano ancora,
    brama che 'l sesto d porti l'aurora.

    51.
    La notte che precede, il pagan fero
    a pena inchina per dormir la fronte;
    e sorge poi che 'l cielo anco  s nero
    che non d luce in su la cima al monte.
    - Recami - grida - l'arme - al suo scudiero,
    ed esso aveale apparecchiate e pronte:
    non le solite sue, ma dal re sono
    dategli queste, e prezioso  il dono.

    52.
    Senza molto mirarle egli le prende
    n dal gran peso  la persona onusta,
    e la solita spada al fianco appende,
    ch' di tempra finissima e vetusta.
    Qual con le chiome sanguinose orrende
    splender cometa suol per l'aria adusta,
    che i regni muta e i feri morbi adduce,
    a i purpurei tiranni infausta luce;

    53.
    tal ne l'arme ei fiammeggia, e bieche e torte
    volge le luci ebre di sangue e d'ira.
    Spirano gli atti feri orror di morte,
    e minaccie di morte il volto spira.
    Alma non  cos secura e forte
    che non paventi, ove un sol guardo gira.
    Nuda ha la spada e la solleva e scote
    gridando, e l'aria e l'ombre in van percote.

    54.
    - Ben tosto - dice - il predator cristiano,
    ch'audace  s ch'a me vuole agguagliarsi,
    cader vinto e sanguinoso al piano,
    bruttando ne la polve i crini sparsi;
    e vedr vivo ancor da questa mano
    ad onta del suo Dio l'arme spogliarsi,
    n morendo impetrar potr co' preghi
    ch'in pasto a' cani le sue membra i' neghi. -

    55.
    Non altramente il tauro, ove l'irrti
    geloso amor co' stimuli pungenti,
    orribilmente mugge, e co' muggiti
    gli spirti in s risveglia e l'ire ardenti,
    e 'l corno aguzza a i tronchi, e par ch'inviti
    con vani colpi a la battaglia i venti:
    sparge co 'l pi l'arena, e 'l suo rivale
    da lunge sfida a guerra aspra e mortale.

    56.
    Da s fatto furor commosso, appella
    l'araldo; e con parlar tronco gli impone:
    - Vattene al campo, e la battaglia fella
    nunzia a colui ch' di Gies campione. -
    Quinci alcun non aspetta e monta in sella,
    e fa condursi inanzi il suo prigione;
    esce fuor de la terra, e per lo colle
    in corso vien precipitoso e folle.

    57.
    D fiato intanto al corno, e n'esce un suono
    che d'ogn'intorno orribile s'intende
    e 'n guisa pur di strepitoso tuono
    gli orecchi e 'l cor de gli ascoltanti offende.
    Gi i principi cristiani accolti sono
    ne la tenda maggior de l'altre tende:
    qui fe' l'araldo sue disfide e incluse
    Tancredi pria, n per gli altri escluse.

    58.
    Goffredo intorno gli occhi gravi e tardi
    volge con mente allor dubbia e sospesa,
    n, perch molto pensi e molto guardi,
    atto gli s'offre alcuno a tanta impresa.
    Vi manca il fior de' suoi guerrier gagliardi:
    di Tancredi non s' novella intesa,
    e lunge  Boemondo, ed ito  in bando
    l'invitto eroe ch'uccise il fier Gernando.

    59.
    Ed oltre i diece che fur tratti a sorte,
    i migliori del campo e i pi famosi
    seguir d'Armida le fallaci scorte,
    sotto il silenzio de la notte ascosi.
    Gli altri di mano e d'animo men forte
    taciti se ne stanno e vergognosi,
    n vi  chi cerchi in s gran rischio onore,
    ch vinta la vergogna  dal timore.

    60.
    Al silenzio, a l'aspetto, ad ogni segno,
    di lor temenza il capitan s'accorse,
    e tutto pien di generoso sdegno
    dal loco ove sedea repente sorse,
    e disse: - Ah! ben sarei di vita indegno
    se la vita negassi or porre in forse,
    lasciando ch'un pagan cos vilmente
    calpestasse l'onor di nostra gente!

    61.

    Sieda in pace il mio campo, e da secura
    parte miri ozoso il mio periglio.
    Su su, datemi l'arme -; e l'armatura
    gli fu recata in un girar di ciglio.
    Ma il buon Raimondo, che in et matura
    parimente maturo avea il consiglio,
    e verdi ancor le forze a par di quanti
    erano quivi, allor si trasse avanti,

    62.
    e disse a lui rivolto: - Ah non sia vero
    ch'in un capo s'arrischi il campo tutto!
    Duce sei tu, non semplice guerriero:
    publico fra e non privato il lutto.
    In te la f s'appoggia e 'l santo impero,
    per te fia il regno di Babl distrutto.
    Tu il senno sol, lo scettro solo adopra;
    ponga altri poi l'ardire e 'l ferro in opra.

    63.
    Ed io, bench'a gir curvo mi condanni
    la grave et, non fia che ci ricusi.
    Schivino gli altri i marzali affanni,
    me non vuo' gi che la vecchiezza scusi.
    Oh! foss'io pur su 'l mio vigor de gli anni
    qual ste or voi, che qui temendo chiusi
    vi state e non vi move ira o vergogna
    contra lui che vi sgrida e vi rampogna,

    64.
    e quale allora fui, quando al cospetto
    di tutta la Germania, a la gran corte
    del secondo Corrado, apersi il petto
    al feroce Leopoldo e 'l posi a morte!
    E fu d'alto valor pi chiaro effetto
    le spoglie riportar d'uom cos forte,
    che s'alcun or fugasse inerme e solo
    di questa ignobil turba un grande stuolo.

    65.
    Se fosse in me quella virt, quel sangue,
    di questo alter l'orgoglio avrei gi spento.
    Ma qualunque io mi sia, non per langue
    il core in me, n vecchio anco pavento.
    E s'io pur rimarr nel campo essangue,
    n il pagan di vittoria andr contento
    armarmi i' vuo': sia questo il d ch'illustri
    con novo onor tutti i miei scorsi lustri. -

    66.
    Cos parla il gran vecchio, e sproni acuti
    son le parole, onde virt si desta.
    Quei che fur prima timorosi e muti
    hanno la lingua or baldanzosa e presta.
    N sol non v' chi la tenzon rifiuti,
    ma ella omai da molti a prova  chiesta:
    Baldovin la domanda, e con Ruggiero
    Guelfo, i due Guidi, e Stefano e Gerniero,

    67.
    e Pirro, quel che fe' il lodato inganno
    dando Antiochia presa a Boemondo;
    ed a prova richiesta anco ne fanno
    Eberardo, Ridolfo e 'l pro' Rosmondo,
    un di Scozia, un d'Irlanda, ed un Britanno,
    terre che parte il mar dal nostro mondo;
    e ne son parimente anco bramosi
    Gildippe ed Odoardo, amanti e sposi.

    68.
    Ma sovra tutti gli altri il fero vecchio
    se ne dimostra cupido ed ardente.
    Armato  gi; sol manca a l'apparecchio
    de gli altri arnesi il fino elmo lucente.
    A cui dice Goffredo: - O vivo specchio
    del valor prisco, in te la nostra gente
    miri e virt n'apprenda: in te di Marte
    splende l'onor, la disciplina e l'arte.

    69.
    Oh! pur avessi fra l'etade acerba
    diece altri di valor al tuo simle,
    come ardirei vincer Babl superba
    e la Croce spiegar da Battro a Tile.
    Ma cedi or, prego, e te medesmo serba
    a maggior opre e di virt senile.
    Pongansi poi tutti i nomi in un vaso,
    come  l'usanza, e sia giudice il caso;

    70.
    anzi giudice Dio, de le cui voglie
    ministra e serva  la fortuna e 'l fato. -
    Ma non per dal suo pensier si toglie
    Raimondo, e vuol anch'egli esser notato.
    Ne l'elmo suo Goffredo i brevi accoglie;
    e poi che l'ebbe scosso ed agitato,
    nel primo breve che di l traesse,
    del conte di Tolosa il nome lesse.

    71.
    Fu il nome suo con lieto grido accolto,
    n di biasmar la sorte alcun ardisce.
    Ei di fresco vigor la fronte e 'l volto
    riempie; e cos allor ringiovenisce
    qual serpe fier che in nove spoglie avolto
    d'oro fiammeggi e 'n contra il sol si lisce.
    Ma pi d'ogn'altro il capitan gli applaude
    e gli annunzia vittoria, e gli d laude.

    72.
    E la spada togliendosi dal fianco,
    e porgendola a lui, cos dicea:
    - Questa  la spada che 'n battaglia il franco
    rubello di Sassonia oprar solea,
    ch'io gi gli tolsi a forza, e gli tolsi anco
    la vita allor di mille colpe rea;
    questa, che meco ognor fu vincitrice,
    prendi, e sia cos teco ora felice. -

    73.
    Di loro indugio intanto  quell'altero
    impazente, e li minaccia e grida:
    - O gente invitta, o popolo guerriero
    d'Europa, un uomo solo  che vi sfida.
    Venga Tancredi omai che par s fero,
    se ne la sua virt tanto si fida;
    o vuol, giacendo in piume, aspettar forse
    la notte ch'altre volte a lui soccorse?

    74.
    Venga altri, s'egli teme; a stuolo a stuolo
    venite insieme, o cavalieri, o fanti,
    poi che di pugnar meco a solo a solo
    non v' fra mille schiere uom che si vanti.
    Vedete l il sepolcro ove il figliuolo
    di Maria giacque: or ch non gite avanti?
    ch non sciogliete i voti? Ecco la strada!
    A qual serbate uopo maggior la spada? -,

    75.
    Con tali scherni il saracin atroce
    quasi con dura sferza altrui percote,
    ma pi ch'altri Raimondo a quella voce
    s'accende, e l'onte sofferir non pote.
    La virt stimolata  pi feroce,
    e s'aguzza de l'ira a l'aspra cote,
    s che tronca gli indugi e preme il dorso
    del suo Aquilino, a cui di 'l nome il corso.

    76.
    Questo su 'l Tago nacque, ove talora
    l'avida madre del guerriero armento,
    quando l'alma stagion che n'innamora
    nel cor le instiga il natural talento,
    volta l'aperta bocca incontra l'ra,
    raccoglie i semi del fecondo vento,
    e de' tepidi fiati (oh meraviglia!)
    cupidamente ella concepe e figlia.

    77.
    E ben questo Aquilin nato diresti
    di quale aura del ciel pi lieve spiri,
    o se veloce s ch'orma non resti
    stendere il corso per l'arena il miri,
    o se 'l vedi addoppiar leggieri e presti
    a destra ed a sinistra angusti giri.
    Sovra tal corridore il conte assiso
    move a l'assalto, e volge al cielo il viso:

    78.
    - Signor, tu che drizzasti incontra l'empio
    Golia l'arme inesperte in Terebinto,
    s ch'ei ne fu, che d'Israel fea scempio,
    al primo sasso d'un garzone estinto;
    tu fa' ch'or giaccia (e fia pari l'essempio)
    questo fellon da me percosso e vinto,
    e debil vecchio or la superbia opprima
    come debil fanciul l'oppresse in prima. -

    79.
    Cos pregava il conte, e le preghiere
    mosse da la speranza in Dio secura
    s'alzr volando a le celesti spere,
    come va foco al ciel per sua natura.
    L'accolse il Padre eterno, e fra le schiere
    de l'essercito suo tolse a la cura
    un che 'l difenda, e sano e vincitore
    da le man di quell'empio il tragga fuore.

    80.
    L'angelo, che fu gi custode eletto
    da l'alta Providenza al buon Raimondo
    insin dal primo d che pargoletto
    se 'n venne a farsi peregrin del mondo,
    or che di novo il Re del Ciel gli ha detto
    che prenda in s de la difesa il pondo,
    ne l'alta rocca ascende, ove de l'oste
    divina tutte son l'arme riposte.

    81.
    Qui l'asta si conserva onde il serpente
    percosso giacque, e i gran fulminei strali,
    e quegli ch'invisibili a la gente
    portan l'orride pesti e gli altri mali;
    e qui sospeso  in alto il gran tridente,
    primo terror de' miseri mortali
    quando egli avien che i fondamenti scota
    de l'ampia terra, e le citt percota.

    82.
    Si vedea fiammeggiar fra gli altri arnesi
    scudo di lucidissimo diamante,
    grande che pu coprir genti e paesi
    quanti ve n'ha fra il Caucaso e l'Atlante;
    e sogliono da questo esser difesi
    prncipi giusti e citt caste e sante.
    Questo l'angelo prende, e vien con esso
    occultamente al suo Raimondo appresso.

    83.
    Piene intanto le mura eran gi tutte
    di varia turba, e 'l barbaro tiranno
    manda Clorinda e molte genti instrutte,
    che ferme a mezzo il colle oltre non vanno.
    Da l'altro lato in ordine ridutte
    alcune schiere di cristiani stanno,
    e largamente a' duo campioni il campo
    vto riman fra l'uno e l'altro campo.

    84.
    Mirava Argante, e non vedea Tancredi,
    ma d'ignoto campion sembianze nove.
    Fecesi il conte inanzi, e: - Quel che chiedi,
     - disse a lui - per tua ventura altrove.
    Non superbir per, ch me qui vedi
    apparecchiato a riprovar tue prove,
    ch'io di lui posso sostener la vice
    o venir come terzo a me qui lice. -

    85.
    Ne sorride il superbo, e gli risponde:
    - Che fa dunque Tancredi? e dove stassi?
    Minaccia il ciel con l'arme, e poi s'asconde
    fidando sol ne' suoi fugaci passi;
    ma fugga pur nel centro e 'n mezzo l'onde,
    ch non fia loco ove securo il lassi. -
    - Menti - replica l'altro - a dir ch'uom tale
    fugga da te, ch'assai di te pi vale. -

    86.
    Freme il Circasso irato, e dice: - Or prendi
    del campo tu, ch'in vece sua t'accetto;
    e tosto e' si parr come difendi
    l'alta follia del temerario detto. -
    Cos mossero in giostra, e i colpi orrendi
    parimente drizzaro ambi a l'elmetto;
    e 'l buon Raimondo ove mir scontrollo,
    n dar gli fece ne l'arcion pur crollo.

    87.
    Da l'altra parte il fero Argante corse
    (fallo insolito a lui) l'arringo in vano,
    ch 'l difensor celeste il colpo torse
    dal custodito cavalier cristiano.
    Le labra il crudo per furor si morse,
    e ruppe l'asta bestemmiando al piano.
    Poi tragge il ferro, e va contra Raimondo
    impetuoso al paragon secondo.

    88.
    E 'l possente corsiero urta per dritto,
    quasi monton ch'al cozzo il capo abbassa.
    Schiva Raimondo l'urto, al lato dritto
    piegando il corso, e 'l fre in fronte e passa.
    Torna di novo il cavalier d'Egitto,
    ma quegli pur di novo a destra il lassa,
    e pur ne l'elmo il coglie, e 'ndarno sempre
    ch l'elmo adamantine avea le tempre.

    89.
    Ma il feroce pagan, che seco vle
    pi stretta zuffa, a lui s'aventa e serra.
    L'altro, ch'al peso di s vasta mole
    teme d'andar co 'l suo destriero a terra,
    qui cede, ed indi assale, e par che vle,
    intornando con girevol guerra,
    e i lievi imperii il rapido cavallo
    segue del freno, e non pone orma in fallo.

    90.
    Qual capitan ch'oppugni eccelsa torre
    infra paludi posta o in alto monte,
    mille aditi ritenta, e tutte scorre
    l'arti e le vie, cotal s'aggira il conte;
    e poi che non pu scaglia d'arme trre
    ch'armano il petto e la superba fronte,
    fre i men forti arnesi, ed a la spada
    cerca tra ferro e ferro aprir la strada.

    91.
    Ed in due parti o in tre forate e fatte
    l'arme nemiche ha gi tepide e rosse,
    ed egli ancor le sue conserva intatte,
    n di cimier, n d'un sol fregio scosse.
    Argante indarno arrabbia, a vto batte
    e spande senza pro l'ire e le posse;
    non si stanca per, ma raddoppiando
    va tagli e punte e si rinforza errando4.

    92.
    Al fin tra mille colpi il saracino
    cala un fendente, e 'l conte  cos presso
    che forse il velocissimo Aquilino
    non sottraggeasi e rimaneane oppresso;
    ma l'aiuto invisibile vicino
    non manc lui di quel superno messo,
    che stese il braccio e tolse il ferro crudo
    sovra il diamante del celeste scudo.

    93.
    Fragile  il ferro allor (ch non resiste
    di fucina mortal tempra terrena
    ad armi incorrottibili ed immiste
    d'eterno fabro) e cade in su l'arena.
    Il Circasso, ch'andarne a terra ha viste
    minutissime parti, il crede a pena;
    stupisce poi, scorta la mano inerme,
    ch'arme il campion nemico abbia s ferme;

    94.
    e ben rotta la spada aver si crede
    su l'altro scudo, onde  colui difeso,
    e 'l buon Raimondo ha la medesma fede,
    ch non sa gi chi sia dal ciel disceso.
    Ma per ch'egli disarmata vede
    la man nemica, si riman sospeso,
    ch stima ignobil palma e vili spoglie
    quelle ch'altrui con tal vantaggio uom toglie.

    95.
    - Prendi - volea gi dirgli - un'altra spada -,
    quando novo pensier nacque nel core,
    ch'alto scorno  de' suoi dove egli cada,
    che di publica causa  difensore.
    Cos n indegna a lui vittoria aggrada,
    n in dubbio vuol porre il comune onore.
    Mentre egli dubbio stassi, Argante lancia
    il pomo e l'else a la nemica guancia,

    96.
    e in quel tempo medesmo il destrier punge
    e per venirne a lotta oltra si caccia.
    La percossa lanciata a l'elmo giunge,
    s che ne pesta al Tolosan la faccia;
    ma per nulla sbigottisce, e lunge
    ratto si svia da le robuste braccia,
    ed impiaga la man ch'a dar di piglio
    venia pi fera che ferino artiglio.

    97.
    Poscia gira da questa a quella parte,
    e rigirasi a questa indi da quella;
    e sempre, e dove riede e donde parte,
    fre il pagan d'aspra percossa e fella.
    Quanto avea di vigor, quanto avea d'arte,
    quanto pu sdegno antico, ira novella,
    a danno del Circasso or tutto aduna,
    e seco il Ciel congiura e la fortuna.

    98.
    Quei di fine arme e di se stesso armato,
    a i gran colpi resiste e nulla pave;
    e par senza governo in mar turbato,
    rotte vele ed antenne, eccelsa nave,
    che pur contesto avendo ogni suo lato
    tenacemente di robusta trave,
    sdrusciti i fianchi al tempestoso flutto
    non mostra ancor, n si dispera in tutto.

    99.
    Argante, il tuo periglio allor tal era,
    quando aiutarti Belzeb dispose.
    Questi di cava nube ombra leggiera
    (mirabil mostro) in forma d'uom compose;
    e la sembianza di Clorinda altera
    gli finse, e l'arme ricche e luminose:
    diegli il parlare e senza mente il noto
    suon de la voce, e 'l portamento e 'l moto.

    100.
    Il simulacro ad Oradin, esperto
    sagittario famoso, andonne e disse:
    - O famoso Oradin, ch'a segno certo,
    come a te piace, le quadrella affisse,
    ah! gran danno saria s'uom di tal merto,
    difensor di Giudea, cos morisse,
    e di sue spoglie il suo nemico adorno
    securo ne facesse a i suoi ritorno.

    101.
    Qui fa' prova de l'arte, e le saette
    tingi nel sangue del ladron francese,
    ch'oltra il perpetuo onor vuo' che n'aspette
    premio al gran fatto egual dal re cortese. -
    Cos parl, n quegli in dubbio stette,
    tosto che 'l suon de le promesse intese;
    da la grave faretra un quadrel prende
    e su l'arco l'adatta, e l'arco tende.

    102.
    Sibila il teso nervo, e fuore spinto
    vola il pennuto stral per l'aria e stride,
    ed a percoter va dove del cinto
    si congiungon le fibbie e le divide;
    passa l'usbergo, e in sangue a pena tinto
    qui su si ferma e sol la pelle incide,
    ch 'l celeste guerrier soffrir non volse
    ch'oltra passasse, e forza al colpo tolse.

    103.
    Da l'usbergo lo stral si tragge il conte
    ed ispicciarne fuori il sangue vede;
    e con parlar pien di minaccie ed onte
    rimprovera al pagan la rotta fede.
    Il capitan, che non torcea la fronte
    da l'amato Raimondo, allor s'avede
    che violato  il patto, e perch grave
    stima la piaga, ne sospira e pave;

    104.
    e con la fronte le sue genti altere
    e con la lingua a vendicarlo desta.
    Vedi tosto inchinar gi le visiere,
    lentare i freni e por le lancie in resta,
    e quasi in un sol punto alcune schiere
    da quella parte moversi e da questa.
    Sparisce il campo, e la minuta polve
    con densi globi al ciel s'inalza e volve.

    105.
    D'elmi e scudi percossi e d'aste infrante
    ne' primi scontri un gran romor s'aggira.
    L giacere un cavallo, e girne errante
    un altro l senza rettor si mira;
    qui giace un guerrier morto, e qui spirante
    altri singhiozza e geme, altri sospira.
    Fera  la pugna, e quanto pi si mesce
    e stringe insieme, pi s'inaspra e cresce.

    106.
    Salta Argante nel mezzo agile e sciolto,
    e toglie ad un guerrier ferrata mazza;
    e rompendo lo stuol calcato e folto,
    la rota intorno e si fa larga piazza.
    E sol cerca Raimondo, e in lui sol vlto
    ha il ferro e l'ira impetuosa e pazza,
    e quasi avido lupo ei par che brame
    ne le viscere sue pascer la fame.

    107.
    Ma duro ad impedir viengli il sentiero
    e fero intoppo, acci che 'l corso ei tardi.
    Si trova incontra Ormanno, e con Ruggiero
    di Balnavilla un Guido e duo Gherardi.
    Non cessa, non s'allenta, anzi  pi fero
    quanto ristretto  pi da que' gagliardi,
    s come a forza da rinchiuso loco
    se n'esce e move alte ruine il foco.

    108.
    Uccide Ormanno, piaga Guido, atterra
    Ruggiero infra gli estinti egro e languente,
    ma contra lui crescon le turbe, e 'l serra
    d'uomini e d'arme cerchio aspro e pungente.
    Mentre in virt di lui pari la guerra
    si mantenea fra l'una e l'altra gente,
    il buon duce Buglion chiama il fratello,
    ed a lui dice: - Or movi il tuo drapello,

    109.
    e l dove battaglia  pi mortale
    vattene ad investir nel lato manco. -
    Quegli si mosse, e fu lo scontro tale
    ond'egli urt de gli nemici al fianco,
    che parve il popol d'Asia imbelle e frale,
    n pot sostener l'impeto franco,
    che gli ordini disperde, e co' destrieri
    l'insegne insieme abbatte e i cavalieri.

    110.
    Dall'impeto medesmo in fuga  vlto
    il destro corno; e non v' alcun che faccia
    fuor d'Argante difesa, a freno sciolto
    cos il timor precipiti la caccia.
    Egli sol ferma il passo e mostra il volto,
    n chi con mani cento e cento braccia
    cinquanta scudi insieme ed altrettante
    spade movesse, or pi faria d'Argante.

    111.
    Ei gli stocchi e le mazze, egli de l'aste
    e de' corsieri l'impeto sostenta;
    e solo par che 'ncontra tutti baste,
    ed ora a questo ed ora a quel s'aventa.
    Peste ha le membra e rotte l'arme e guaste,
    e sudor versa e sangue, e par no 'l senta.
    Ma cos l'urta il popol denso e 'l preme
    ch'al fin lo svolge e seco il porta insieme.

    112.
    Volge il tergo a la forza ed al furore
    di quel diluvio che 'l rapisce e 'l tira;
    ma non gi d'uom che fugga ha i passi e 'l core,
    s'a l'opre de la mano il cor si mira.
    Serbano ancora gli occhi il lor terrore
    e le minaccie de la solita ira;
    e cerca ritener con ogni prova
    la fuggitiva turba, e nulla giova.

    113.
    Non pu far quel magnanimo ch'almeno
    sia lor fuga pi tarda e pi raccolta
    ch non ha la paura arte n freno,
    n pregar qui n comandar s'ascolta.
    Il pio Buglion, ch'i suoi pensieri a pieno
    vede fortuna a favorir rivolta,
    segue de la vittoria il lieto corso
    e invia novello a i vincitor soccorso.

    114.
    E se non che non era il d che scritto
    Dio ne gli eterni suoi decreti avea,
    quest'era forse il d che 'l campo invitto
    de le sante fatiche al fin giungea.
    Ma la schiera infernal, ch'in quel conflitto
    la tirannide sua cader vedea,
    sendole ci permesso, in un momento
    l'aria in nube restrinse e mosse il vento.

    115.
    Da gli occhi de' mortali un negro velo
    rapisce il giorno e 'l sole, e par ch'avampi
    negro via pi ch'orror d'inferno il cielo,
    cos fiammeggia infra baleni e lampi.
    Fremono i tuoni, e pioggia accolta in gelo
    si versa, e i paschi abbatte e inonda i campi.
    Schianta i rami il gran turbo, e par che crolli
    non pur le quercie ma le rocche e i colli.

    116.
    L'acqua in un tempo, il vento e la tempesta
    ne gli occhi a i Franchi impetuosa fre,
    e l'improvisa violenza arresta
    con un terror quasi fatal le schiere.
    La minor parte d'esse accolta resta
    (ch veder non le puote) a le bandiere.
    Ma Clorinda, che quindi alquanto  lunge,
    prende opportuno il tempo e 'l destrier punge.

    117.
    Ella gridava a i suoi: - Per noi combatte,
    compagni, il Cielo, e la giustizia aita;
    da l'ira sua le faccie nostre intatte
    sono, e non  la destra indi impedita,
    e ne la fronte solo irato ei batte
    de la nemica gente impaurita,
    e la scote de l'arme, e de la luce
    la priva: andianne pur, ch 'l fato  duce. -

    118.
    Cos spinge le genti, e ricevendo
    sol nelle spalle l'impeto d'inferno,
    urta i Francesi con assalto orrendo,
    e i vani colpi lor si prende a scherno.
    Ed in quel tempo Argante anco volgendo
    fa de' gi vincitor aspro governo,
    e quei lasciando il campo a tutto corso
    volgono al ferro, a le procelle il dorso.

    119.
    Percotono le spalle a i fuggitivi
    l'ire immortali e le mortali spade,
    e 'l sangue corre e fa, commisto a i rivi
    de la gran pioggia, rosseggiar le strade.
    Qui tra 'l vulgo de' morti e de' mal vivi
    e Pirro e 'l buon Ridolfo estinto cade;
    e toglie a questo il fier Circasso l'alma,
    e Clorinda di quello ha nobil palma.

    120.
    Cos fuggiano i Franchi, e di lor caccia
    non rimaneano i Siri anco o i demoni.
    Sol contra l'arme e contra ogni minaccia
    di gragnuole, di turbini e di tuoni
    volgea Goffredo la secura faccia,
    rampognando aspramente i suoi baroni;
    e, fermo anzi la porta il gran cavallo,
    le genti sparse raccogliea nel vallo.

    121.
    E ben due volte il corridor sospinse
    contra il feroce Argante e lui ripresse,
    ed altrettante il nudo ferro spinse
    dove le turbe ostili eran pi spesse;
    al fin con gli altri insieme ei si ristrinse
    dentro a i ripari, e la vittoria cesse.
    Tornano allora i saracini, e stanchi
    restan nel vallo e sbigottiti i Franchi.

    122.
    N quivi ancor de l'orride procelle
    ponno a pieno schivar la forza e l'ira,
    ma sono estinte or queste faci or quelle,
    e per tutto entra l'acqua e 'l vento spira.
    Squarcia le tele e spezza i pali, e svelle
    le tende intere e lunge indi le gira;
    la pioggia a i gridi, a i venti, a i tuon s'accorda
    d'orribile armonia che 'l mondo assorda.










    CANTO VIII

    1.
    Gi cheti erano i tuoni e le tempeste
    e cessato il soffiar d'Austro e di Coro,
    e l'alba uscia de la magion celeste
    con la fronte di rose e co' pi d'oro.
    Ma quei che le procelle avean gi deste
    non rimaneansi ancor da l'arti loro,
    anzi l'un d'essi, ch'Astragorre  detto,
    cos parlava a la compagna Aletto:

    2.
    - Mira, Aletto, venirne (ed impedito
    esser non pu da noi) quel cavaliero
    che da le fere mani  vivo uscito
    del sovran difensor del nostro impero.
    Questi, narrando del suo duce ardito
    e de' compagni a i Franchi il caso fero,
    paleser gran cose; onde  periglio
    che si richiami di Bertoldo il figlio.

    3.
    Sai quanto ci rilevi e se conviene
    a i gran princpi oppor forza ed inganno.
    Scendi tra i Franchi adunque, e ci ch'a bene
    colui dir tutto rivolgi in danno:
    spargi le fiamme e 'l tosco entro le vene
    del Latin, de l'Elvezio e del Britanno,
    movi l'ire e i tumulti e fa' tal opra
    che tutto vada il campo al fin sossopra.

    4.
    L'opra  degna di te, tu nobil vanto
    te 'n dsti gi dinanzi al signor nostro. -
    Cos le parla, e basta ben sol tanto
    perch prenda l'impresa il fero mostro.
    Giunto  su 'l vallo de' cristiani intanto
    quel cavaliero il cui venir fu mostro,
    e disse lor: - Deh, sia chi m'introduca
    per mercede, o guerrieri, al sommo duca. -

    5.
    Molti scorta gli furo al capitano,
    vaghi d'udir del peregrin novelle.
    Egli inchinollo, e l'onorata mano
    volea baciar che fa tremar Babelle;
    - Signor, - poi dice - che con l'oceno
    termini la tua fama e con le stelle,
    venirne a te vorrei pi lieto messo. -
    Qui sospirava, e soggiungeva appresso:

    6.
    - Sveno, del re de' Dani unico figlio,
    gloria e sostegno a la cadente etade,
    esser tra quei bram che 'l tuo consiglio
    seguendo han cinto per Gies le spade;
    n timor di fatica o di periglio,
    n vaghezza del regno, n pietade
    del vecchio genitor, s degno affetto
    intepidir nel generoso petto.

    7.
    Lo spingeva un desio d'apprender l'arte
    de la milizia faticosa e dura
    da te, s nobil mastro, e sentia in parte
    sdegno e vergogna di sua fama oscura,
    gi di Rinaldo il nome in ogni parte
    con gloria udendo in verdi anni matura;
    ma pi ch'altra cagione, il mosse il zelo
    non del terren ma de l'onor del Cielo.

    8.
    Precipit dunque gli indugi, e tolse
    stuol di scelti compagni audace e fero,
    e dritto invr la Tracia il camin volse
    a la citt che sede  de l'impero.
    Qui il greco Augusto in sua magion l'accolse,
    qui poi giunse in tuo nome un messaggiero.
    Questi a pien gli narr come gi presa
    fosse Antiochia, e come poi difesa;

    9.
    difesa incontra al Perso, il qual con tanti
    uomini armati ad assediarvi mosse,
    che sembrava che d'arme e d'abitanti
    vto il gran regno suo rimaso fosse.
    Di te gli disse, e poi narr d'alquanti
    sin ch'a Rinaldo giunse, e qui fermosse;
    cont l'ardita fuga, e ci che poi
    fatto di glorioso avea tra voi.

    10.
    Soggiunse al fin come gi il popol franco
    veniva a dar l'assalto a queste porte;
    e invit lui ch'egli volesse almanco
    de l'ultima vittoria esser consorte.
    Questo parlare al giovenetto fianco
    del fero Sveno  stimolo s forte,
    ch'ogn'ora un lustro pargli infra pagani
    rotar il ferro e insanguinar le mani.

    11.
    Par che la sua vilt rimproverarsi
    senta ne l'altrui gloria, e se ne rode;
    e ch'il consiglia e ch'il prega a fermarsi,
    o che non l'essaudisce o che non l'ode.
    Rischio non teme, fuor che 'l non trovarsi
    de' tuoi gran rischi a parte e di tua lode;
    questo gli sembra sol periglio grave,
    de gli altri o nulla intende o nulla pave.

    12.
    Egli medesmo sua fortuna affretta,
    fortuna che noi tragge e lui conduce,
    per ch'a pena al suo partire aspetta
    i primi rai de la novella luce.
    E' per miglior la via pi breve eletta;
    tale ei la stima, ch' signor e duce,
    n i passi pi difficili o i paesi
    schivar si cerca de' nemici offesi.

    13.
    Or difetto di cibo, or camin duro
    trovammo, or violenza ed or aguati;
    ma tutti fur vinti i disagi, e furo
    or uccisi i nemici ed or fugati.
    Fatto avean ne' perigli ogn'uom securo
    le vittorie e insolenti i fortunati,
    quando un d ci accampammo ove i confini
    non lunge erano omai de' Palestini.

    14.
    Quivi da i precursori a noi vien detto
    ch'alto strepito d'arme avean sentito,
    e viste insegne e indizi onde han sospetto
    che sia vicino essercito infinito.
    Non pensier, non color, non cangia aspetto,
    non muta voce il signor nostro ardito,
    bench molti vi sian ch'al fero aviso
    tingan di bianca pallidezza il viso.

    15.
    Ma dice: Oh quale omai vicina abbiamo
    corona o di martirio o di vittoria!
    L'una spero io ben pi, ma non men bramo
    l'altra ove  maggior merto e pari gloria.
    Questo campo, o fratelli, ove or noi siamo,
    fia tempio sacro ad immortal memoria,
    in cui l'et futura additi e mostri
    le nostre sepolture e i trofei nostri .

    16.
    Cos parla, e le guardie indi dispone
    e gli uffici comparte e la fatica.
    Vuol ch'armato ognun giaccia, e non depone
    ei medesmo gli arnesi o la lorica.
    Era la notte ancor ne la stagione
    ch' pi del sonno e del silenzio amica,
    allor che d'urli barbareschi udissi
    romor che giunse al cielo ed a gli abissi.

    17.
    Si grida A l'armi! a l'armi!, e Sveno involto
    ne l'armi inanzi a tutti oltre si spinge,
    e magnanimamente i lumi e 'l volto
    di color d'ardimento infiamma e tinge.
    Ecco siamo assaliti, e un cerchio folto
    da tutti i lati ne circonda e stringe,
    e intorno un bosco abbiam d'aste e di spade
    e sovra noi di strali un nembo cade.

    18.
    Ne la pugna inegual (per che venti
    gli assalitori sono incontra ad uno)
    molti d'essi piagati e molti spenti
    son da cieche ferite a l'aer bruno;
    ma il numero de gli egri e de' cadenti
    fra l'ombre oscure non discerne alcuno:
    copre la notte i nostri danni, e l'opre
    de la nostra virtute insieme copre.

    19.
    Pur s fra gli altri Sveno alza la fronte
    ch'agevol cosa  che veder si possa,
    e nel buio le prove anco son conte
    a chi vi mira, e l'incredibil possa.
    Di sangue un rio, d'uomini uccisi un monte
    d'ogni intorno gli fanno argine e fossa;
    e dovunque ne va, sembra che porte
    lo spavento ne gli occhi, e in man la morte.

    20.
    Cos pugnato fu sin che l'albore
    rosseggiando nel ciel gi n'apparia.
    Ma poi che scosso fu il notturno orrore
    che l'orror de le morti in s copria,
    la desiata luce a noi terrore
    con vista accrebbe dolorosa e ria,
    ch pien d'estinti il campo e quasi tutta
    nostra gente vedemmo omai destrutta.

    21.
    Duomila fummo, e non siam cento. Or quando
    tanto sangue egli mira e tante morti,
    non so se 'l cuor feroce al miserando
    spettacolo si turbi e si sconforti;
    ma gi no 'l mostra, anzi la voce alzando:
    Seguiam - ne grida - que' compagni forti
    ch'al Ciel lunge da i laghi averni e stigi
    n'han segnati co 'l sangue alti vestigi.

    22.
    Disse, e lieto (credo io) de la vicina
    morte cos nel cor come al sembiante,
    incontra alla barbarica ruina
    portonne il petto intrepido e costante.
    Tempra non sosterrebbe, ancor che fina
    fosse e d'acciaio no, ma di diamante,
    i feri colpi, onde egli il campo allaga,
    e fatto  il corpo suo solo una piaga.

    23.
    La vita no, ma la virt sostenta
    quel cadavero indomito e feroce.
    Ripercote percosso e non s'allenta,
    ma quanto offeso  pi tanto pi nce.
    Quando ecco furando a lui s'aventa
    uom grande, c'ha sembiante e guardo atroce;
    e dopo lunga ed ostinata guerra
    con l'aita di molti al fin l'atterra.

    24.
    Cade il garzone invitto (ahi caso amaro!),
    n v' fra noi chi vendicare il possa.
    Voi chiamo in testimonio, o del mio caro
    signor sangue ben sparso e nobil ossa,
    ch'allor non fui de la mia vita avaro,
    n schivai ferro n schivai percossa;
    e se piaciuto pur fosse l sopra
    ch'io vi morissi, il meritai con l'opra.

    25.
    Fra gli estinti compagni io sol cadei
    vivo, n vivo forse  chi mi pensi;
    n de' nemici pi cosa saprei
    ridir, s tutti avea sopiti i sensi.
    Ma poi che torn il lume a gli occhi miei,
    ch'eran d'atra caligine condensi,
    notte mi parve, ed a lo sguardo fioco
    s'offerse il vacillar d'un picciol foco.

    26.
    Non rimaneva in me tanta virtude
    ch'a discerner le cose io fossi presto,
    ma vedea come quei ch'or apre or chiude
    gli occhi, mezzo tra 'l sonno e l'esser desto;
    e 'l duolo omai de le ferite crude
    pi cominciava a farmisi molesto,
    ch l'inaspria l'aura notturna e 'l gelo
    in terra nuda e sotto aperto cielo.

    27.
    Pi e pi ognor s'avicinava intanto
    quel lume e insieme un tacito bisbiglio,
    s ch'a me giunse e mi si pose a canto.
    Alzo allor, bench'a pena, il debil ciglio
    e veggio due vestiti in lungo manto
    tener due faci, e dirmi sento: O figlio,
    confida in quel Signor ch'a' pii soviene,
    e con la grazia i preghi altrui previene.

    28.
    In tal guisa parlommi: indi la mano
    benedicendo sovra me distese;
    e susurr con suon devoto e piano
    voci allor poco udite e meno intese.
    Sorgi, poi disse; ed io leggiero e sano
    sorgo, e non sento le nemiche offese
    (oh miracol gentile!), anzi mi sembra
    piene di vigor novo aver le membra.

    29.
    Stupido lor riguardo, e non ben crede
    l'anima sbigottita il certo e il vero;
    onde l'un d'essi a me: Di poca fede,
    che dubbii? o che vaneggia il tuo pensiero?
    Verace corpo  quel che 'n noi si vede:
    servi siam di Gies, che 'l lusinghiero
    mondo e 'l suo falso dolce abbiam fuggito,
    e qui viviamo in loco erto e romito.

    30.
    Me per ministro a tua salute eletto
    ha quel Signor che 'n ogni parte regna,
    ch per ignobil mezzo oprar effetto
    meraviglioso ed alto egli non sdegna,
    n men vorr che s resti negletto
    quel corpo in cui gi visse alma s degna,
    lo qual con essa ancor, lucido e leve
    e immortal fatto, riunir si deve.

    31.
    Dico il corpo di Sveno a cui fia data
    tomba, a tanto valor conveniente,
    la qual a dito mostra ed onorata
    ancor sar da la futura gente.
    Ma leva omai gli occhi a le stelle, e guata
    l splender quella, come un sol lucente;
    questa co' vivi raggi or ti conduce
    l dove  il corpo del tuo nobil duce. 

    32.
    Allor vegg'io che da la bella face,
    anzi dal sol notturno, un raggio scende
    che dritto l dove il gran corpo giace,
    quasi aureo tratto di pennel, si stende;
    e sovra lui tal lume e tanto face
    ch'ogni sua piaga ne sfavilla e splende,
    e subito da me si raffigura
    ne la sanguigna orribile mistura.

    33.
    Giacea, prono non gi, ma come vlto
    ebbe sempre a le stelle il suo desire,
    dritto ei teneva inverso il cielo il volto
    in guisa d'uom che pur l suso aspire.
    Chiusa la destra e 'l pugno avea raccolto
    e stretto il ferro, e in atto  di ferire;
    l'altra su 'l petto in modo umile e pio
    si posa, e par che perdon chieggia a Dio.

    34.
    Mentre io le piaghe sue lavo co 'l pianto,
    n per sfogo il duol che l'alma accora,
    gli apr la chiusa destra il vecchio santo,
    e 'l ferro che stringea trattone fora:
    Questa - a me disse - ch'oggi sparso ha tanto
    sangue nemico, e n' vermiglia ancora,
     come sai perfetta, e non  forse
    altra spada che debba a lei preporse.

    35.
    Onde piace l sul che, s'or la parte
    dal suo primo signor acerba morte,
    oziosa non resti in questa parte,
    ma di man passi in mano ardita e forte
    che l'usi poi con egual forza ed arte,
    ma pi lunga stagion con lieta sorte;
    e con lei faccia, perch a lei s'aspetta,
    di chi Sveno le uccise aspra vendetta.

    36.
    Soliman Sveno uccise, e Solimano
    de per la spada sua restarne ucciso.
    Prendila dunque, e vanne ov'il cristiano
    campo fia intorno a l'alte mura assiso;
    e non temer che nel paese estrano
    ti sia il sentier di novo anco preciso,
    ch t'agevoler per l'aspra via
    l'alta destra di Lui ch'or l t'invia.

    37.
    Quivi Egli vuol che da cotesta voce,
    che viva in te serv, si manifesti
    la pietate, il valor, l'ardir feroce
    che nel diletto tuo signor vedesti,
    perch a segnar de la purpurea Croce
    l'arme con tale essempio altri si desti,
    ed ora e dopo un corso anco di lustri
    infiammati ne sian gli animi illustri.

    38.
    Resta che sappia tu chi sia colui
    che deve de la spada esser erede.
    Questi  Rinaldo, il giovenetto a cui
    il pregio di fortezza ogn'altro cede.
    A lui la porgi, e di' che sol da lui
    l'alta vendetta il Cielo e 'l mondo chiede.
    Or mentre io le sue voci intento ascolto,
    fui da miracol novo a s rivolto,

    39.
    ch l dove il cadavero giacea
    ebbi improviso un gran sepolcro scorto,
    che sorgendo rinchiuso in s l'avea,
    come non so n con qual arte sorto;
    e in brevi note altrui vi si sponea
    il nome e la virt del guerrier morto.
    Io non sapea da tal vista levarmi,
    mirando ora le lettre ed ora i marmi.

    40.
    Qui - disse il vecchio - appresso a i fidi amici
    giacer del tuo duce il corpo ascoso,
    mentre gli spirti amando in Ciel felici
    godon perpetuo bene e glorioso.
    Ma tu co 'l pianto omai gli estremi uffici
    pagato hai loro, e tempo  di riposo.
    Oste mio ne sarai sin ch'al viaggio
    matutin ti risvegli il novo raggio.

    41.
    Tacque, e per lochi ora sublimi or cupi
    mi scrse onde a gran pena il fianco trassi,
    sin ch'ove pende da selvaggie rupi
    cava spelonca raccogliemmo i passi.
    Questo  il suo albergo: ivi fra gli orsi e i lupi
    co 'l discepolo suo securo stassi,
    ch difesa miglior ch'usbergo e scudo
     la santa innocenza al petto ignudo.

    42.
    Silvestre cibo e duro letto porse
    quivi a le membra mie posa e ristoro.
    Ma poi ch'accesi in oriente scorse
    i raggi del mattin purpurei e d'oro,
    vigilante ad orar subito sorse
    l'uno e l'altro eremita, ed io con loro.
    Dal santo vecchio poi congedo tolsi
    e qui, dov'egli consigli, mi volsi. -

    43.
    Qui si tacque il Tedesco, e gli rispose
    il pio Buglione: - O cavalier, tu porte
    dure novelle al campo e dolorose
    onde a ragion si turbi e si sconforte,
    poi che genti s amiche e valorose
    breve ora ha tolte e poca terra absorte,
    e in guisa d'un baleno il signor vostro
    s' in un sol punto dileguato e mostro.

    44.
    Ma che? felice  cotal morte e scempio
    via pi ch'acquisto di provincie e d'oro,
    n dar l'antico Campidoglio essempio
    d'alcun pu mai s gloroso alloro,
    Essi del ciel nel luminoso tempio
    han corona immortal del vincer loro:
    ivi credo io che le sue belle piaghe
    ciascun lieto dimostri e se n'appaghe.

    45.
    Ma tu, che a le fatiche ed al periglio
    ne la milizia ancor resti del mondo,
    devi gioir de' lor trionfi, e 'l ciglio
    render quanto conviene omai giocondo;
    e perch chiedi di Bertoldo il figlio,
    sappi ch'ei fuor de l'oste  vagabondo,
    n lodo io gi che dubbia via tu prenda
    pria che di lui certa novella intenda. -

    46.
    Questo lor ragionar ne l'altrui mente
    di Rinaldo l'amor desta e rinova,
    e v' chi dice: - Ahi! fra pagana gente
    il giovenetto errante or si ritrova. -
    E non v' quasi alcun che non rammente,
    narrando al Dano, i suoi gran fatti a prova;
    e de l'opere sue la lunga tela
    con istupor gli si dispiega e svela.

    47.
    Or quando del garzon la rimembranza
    avea gli animi tutti inteneriti,
    ecco molti tornar, che per usanza
    eran d'intorno a depredare usciti.
    Conducean questi seco in abbondanza
    e mandre di lanuti e buoi rapiti
    e biade ancor, bench non molte, e strame
    che pasca de' corsier l'avida fame.

    48.
    E questi di sciagura aspra e noiosa'
    segno portr che 'n apparenza  certo:
    rotta del buon Rinaldo e sanguinosa
    la sopravesta ed ogni arnese aperto.
    Tosto si sparse (e chi potria tal cosa
    tener celata?) un romor vario e incerto.
    Corre il vulgo dolente a le novelle
    del guerriero e de l'arme, e vuol vedelle.

    49.
    Vede, e conosce ' ben l'immensa mole
    del grand'usbergo e 'l folgorar del lume,
    e l'arme tutte ove  l'augel ch'al sole
    prova i suoi figli e mal crede a le piume;
    ch di vederle gi primiere o sole
    ne le imprese pi grandi ebbe in costume,
    ed or non senza alta pietate ed ira
    rotte e sanguigne ivi giacer le mira.

    50.
    Mentre bisbiglia il campo, e la cagione
    de la morte di lui varia si crede,
    a s chiama Aliprando il pio Buglione,
    duce di quei che ne portr le prede,
    uom di libera mente e di sermone
    veracissimo e schietto, ed a lui chiede:
    - Di' come e donde tu rechi quest'arme,
    e di buono o di reo nulla celarme. -

    51.
    Gli rispose colui: - Di qui lontano
    quanto in duo giorni un messaggiero andria,
    verso il confin di Gaza un picciol piano
    chiuso tra colli alquanto  fuor di via;
    e in lui d'alto deriva e lento e piano
    tra pianta e pianta un fiumicel s'invia,
    e, d'arbori e di macchie ombroso e folto,
    opportuno a l'insidie il loco  molto.

    52.
    Qui greggia alcuna cercavam che fosse
    venuta a i paschi' de l'erbose sponde,
    e in su l'erbe miriam di sangue rosse
    giacerne un guerrier morto in riva a l'onde.
    A l'arme ed a l'insegne ogn'uom si mosse,
    che furon conosciute ancor che immonde.
    Io m'appressai per discoprirgli il viso,
    ma trovai ch'era il capo indi reciso.

    53.
    Mancava ancor la destra, e 'l busto grande
    molte ferite avea dal tergo al petto;
    e non lontan, con l'aquila che spande
    le candide ali, giacea il vto elmetto.
    Mentre cerco d'alcuno a cui dimande,
    un villanel sopragiungea soletto
    che 'ndietro il passo per fuggirne torse
    subitamente che di noi s'accorse.

    54.
    Ma seguitato e preso, a la richiesta
    che noi gli facevamo, al fin rispose
    che 'l giorno inanti uscir de la foresta
    scorse molti guerrieri, onde ei s'ascose;
    e ch'un d'essi tenea recisa testa
    per le sue chiome bionde e sanguinose,
    la qual gli parve, rimirando intento,
    d'uom giovenetto e senza peli al mento;

    55.
    e che 'l medesmo poco poi l'avolse
    in un zendado da l'arcion pendente.
    Soggiunse ancor ch'a l'abito raccolse
    ch'erano i cavalier di nostra gente.
    Io spogliar feci il corpo, e s me 'n dolse
    che piansi nel sospetto amaramente,
    e portai meco l'arme e lasciai cura
    ch'avesse degno onor di sepoltura.

    56.
    Ma se quel nobil tronco  quel ch'io credo,
    altra tomba, altra pompa egli ben merta. -
    Cos detto, Aliprando ebbe congedo,
    per che cosa non avea pi certa.
    Rimase grave e sospir Goffredo;
    pur nel tristo pensier non si raccerta,
    e con pi chiari segni il monco busto
    conoscer vuole e l'omicida ingiusto.

    57.
    Sorgea la notte intanto, e sotto l'ali
    ricopriva del cielo i campi immensi';
    e 'l sonno, ozio de l'alme, oblio de' mali,
    lusingando sopia le cure e i sensi.
    Tu sol punto, Argillan, d'acuti strali
    d'aspro dolor, volgi gran cose e pensi,
    n l'agitato sen n gli occhi ponno
    la quiete raccorre o 'l molle sonno.

    58.
    Costui pronto di man, di lingua ardito,
    impetuoso e fervido d'ingegno,
    nacque in riva del Tronto e fu nutrito
    ne le risse civil d'odio e di sdegno;
    poscia in essiglio spinto, i colli e 'l lito
    empi di sangue e depred quel regno,
    sin che ne l'Asia a guerreggiar se 'n venne
    e per fama miglior chiaro divenne.

    59.
    Al fin questi su l'alba i lumi chiuse;
    n gi fu sonno il suo queto e soave,
    ma fu stupor ch'Aletto al cor gl'infuse,
    non men che morte sia profondo e grave.
    Sono le interne sue virt deluse
    e riposo dormendo anco non have,
    ch la furia crudel gli s'appresenta
    sotto orribili larve e lo sgomenta.

    60.
    Gli figura un gran busto, ond' diviso
    il capo e de la destra il braccio  mozzo,
    e sostien con la manca il teschio inciso,
    di sangue e di pallor livido e sozzo.
    Spira e parla spirando il morto viso,
    e 'l parlar vien co 'l sangue e co 'l singhiozzo:
    - Fuggi, Argillan; non vedi omai la luce?
    Fuggi le tende infami e l'empio duce.

    61.
    Chi dal fero Goffredo e da la frode
    ch'uccise me, voi, cari amici, affida?
    D'astio dentro il fellon tutto si rode,
    e pensa sol come voi meco uccida.
    Pur, se cotesta mano a nobil lode
    aspira, e in sua virt tanto si fida,
    non fuggir, no; plachi il tiranno essangue
    lo spirto mio co 'l suo maligno sangue.

    62.
    Io sar teco ombra di ferro e d'ira
    ministra, e t'armer la destra e 'l seno. -
    Cos gli parla, e nel parlar gli spira
    spirito novo di furor ripieno.
    Si rompe il sonno, e sbigottito ei gira
    gli occhi gonfi di rabbia e di veneno;
    ed armato ch'egli , con importuna
    fretta i guerrier d'Italia insieme aduna.

    63.
    Gli aduna l dove sospese stanno
    l'arme del buon' Rinaldo, e con superba
    voce il furore e 'l conceputo affanno
    in tai detti divulga e disacerba:
    - Dunque un popolo barbaro e tiranno,
    che non prezza ragion, che f non serba,
    che non fu mai di sangue e d'or satollo,
    ne terr 'l freno in bocca e 'l giogo al collo?

    64.
    Ci che sofferto abbiam d'aspro e d'indegno
    sette anni omai sotto s iniqua soma,
     tal ch'arder di scorno, arder di sdegno
    potr da qui a mill'anni Italia e Roma.
    Taccio che fu da l'arme e da l'ingegno
    del buon Tancredi la Cilicia doma,
    e ch'ora il Franco a tradigion la gode,
    e i premi usurpa del valor la frode.

    65.
    Taccio ch'ove il bisogno e 'l tempo chiede
    pronta man, pensier fermo, animo audace,
    alcuno ivi di noi primo si vede
    portar fra mille morti o ferro o face;
    quando le palme poi, quando le prede
    si dispensan ne l'ozio e ne la pace,
    nostri in parte non son, ma tutti loro
    i trionfi, gli onor le terre e l'oro.

    66.
    Tempo forse gi fu che gravi e strane
    ne potevan parer s fatte offese;
    quasi lievi or le passo: orrenda, immane
    ferit leggierissime l'ha rese.
    Hanno ucciso Rinaldo, e con l'umane
    l'alte leggi divine han vilipese.
    E non fulmina il Cielo? e non l'inghiotte
    la terra entro la sua perpetua notte?

    67.
    Rinaldo han morto, il qual fu spada e scudo
    di nostra fede; ed ancor giace inulto?
    inulto giace, e su 'l terreno ignudo
    lacerato il lasciaro ed insepulto.
    Ricercate saper chi fosse il crudo?
    A chi pote, o compagni, esser occulto?
    Deh! chi non sa quanto al valor latino
    portin Goffredo invidia e Baldovino?

    68.
    Ma che cerco argomenti? Il Cielo io giuro
    (il Ciel che n'ode e ch'ingannar non lice),
    ch'allor che si rischiara il mondo oscuro,
    spirito errante il vidi ed infelice.
    Che spettacolo, oim, crudele e duro!
    Quai frode di Goffredo a noi predice!
    Io 'l vidi, e non fu sogno; e ovunque or miri,
    par che dinanzi a gli occhi miei s'aggiri.

    69.
    Or che faremo noi? de quella mano,
    che di morte s ingiusta  ancora immonda,
    reggerci sempre? o pur vorrem lontano
    girne da lei, dove l'Eufrate inonda,
    dove a popolo imbelle in fertil piano
    tante ville e citt nutre e feconda,
    anzi a noi pur? Nostre saranno, io spero,
    n co' Franchi comune avrem l'impero.

    70.
    Andianne, e resti invendicato il sangue
    (se cos parvi) illustre ed innocente,
    bench, se la virt che fredda langue
    fosse ora in voi quanto dovrebbe ardente,
    questo che divor, pestifero angue,
    il pregio e 'l fior de la latina gente,
    daria con la sua morte e con lo scempio
    a gli altri mostri memorando essempio.

    71.
    Io, io vorrei, se 'l vostro alto valore,
    quanto egli pu, tanto voler osasse,
    ch'oggi per questa man ne l'empio core,
    nido di tradigion, la pena entrasse. -
    Cos parla agitato, e nel furore
    e ne l'impeto suo ciascuno ei trasse.
    - Arme! arme! - freme il forsennato, e insieme
    la giovent superba - Arme! arme! - freme.

    72.
    Rota Aletto fra lor la destra armata,
    e co 'l foco il venen ne' petti mesce.
    Lo sdegno, la follia, la scelerata
    sete del sangue ognor pi infuria e cresce;
    e serpe quella peste e si dilata,
    e de gli alberghi italici fuor n'esce,
    e passa fra gli Elvezi, e vi s'apprende,
    e di l poscia a gli Inghilesi tende.

    73.
    N sol l'estrane genti avien che mova
    il duro caso e 'l gran publico danno,
    ma l'antiche cagioni a l'ira nova
    materia insieme e nutrimento danno.
    Ogni sopito sdegno or si rinova:
    chiamano il popol franco empio e tiranno,
    e in superbe minaccie esce diffuso
    l'odio che non pu starne omai pi chiuso.

    74.
    Cos nel cavo rame umor che bolle
    per troppo foco, entro gorgoglia e fuma;
    n capendo in se stesso, al fin s'estolle
    sovra gli orli del vaso, e inonda e spuma.
    Non bastano a frenare il vulgo folle
    que' pochi a cui la mente il vero alluma;
    e Tancredi e Camillo eran lontani,
    Guglielmo e gli altri in podest soprani.

    75.
    Corrono gi precipitosi a l'armi
    confusamente i popoli feroci,
    e gi s'odon cantar bellici carmi
    sediziose trombe in fere voci.
    Gridano intanto al pio Buglion che s'armi
    molti di qua di l nunzi veloci,
    e Baldovin inanzi a tutti armato
    gli s'appresenta e gli si pone a lato.

    76.
    Egli, ch'ode l'accusa, i lumi al cielo
    drizza e pur come suole a Dio ricorre:
    - Signor, tu che sai ben con quanto zelo
    la destra mia del civil sangue aborre,
    tu squarcia a questi de la mente il velo,
    e reprimi il furor che s trascorre;
    e l'innocenza mia, che cost sopra
     nota, al mondo cieco anco si scopra. -

    77.
    Tacque, e dal Cielo infuso ir fra le vene
    sentissi un novo inusitato caldo.
    Colmo d'alto vigor, d'ardita spene
    che nel volto si sparge e 'l fa pi baldo,
    e da' suoi circondato, oltre se 'n viene
    contra chi vendicar credea Rinaldo;
    n, perch d'arme e di minaccie ei senta
    fremito d'ogni intorno, il passo allenta.

    78.
    Ha la corazza indosso, e nobil veste
    riccamente l'adorna oltra 'l costume.
    Nudo  le mani e 'l volto, e di celeste
    maest vi risplende un novo lume:
    scote l'aurato scettro, e sol con queste
    arme acquetar quegli impeti presume.
    Tal si mostra a coloro e tal ragiona,
    n come d'uom mortal la voce suona:

    79.
    - Quali stolte minaccie e quale or odo
    vano strepito d'arme? e chi il commove?
    Cos qui riverito e in questo modo
    noto son io, dopo s lunghe prove,
    ch'ancor v' chi sospetti e chi di frodo
    Goffredo accusi? e chi l'accuse approve?
    Forse aspettate ancor ch'a voi mi pieghi,
    e ragioni v'adduca e porga preghi?

    80.
    Ah non sia ver che tanta indignitate
    la terra piena del mio nome intenda.
    Me questo scettro, me de l'onorate
    opre mie la memoria e 'l ver difenda;
    e per or la giustizia a la pietate
    ceda, n sovra i rei la pena scenda.
    A gli altri merti or questo error perdono,
    ed al vostro Rinaldo anco vi dono.

    81.
    Co 'l sangue suo lavi il comun difetto
    solo Argillan, di tante colpe autore,
    che, mosso a leggierissimo sospetto,
    sospinti gli altri ha nel medesmo errore. -
    Lampi e folgori ardean nel regio aspetto,
    mentre ei parl, di maest, d'onore;
    tal ch'Argillano attonito e conquiso
    teme (chi 'l crederia?) l'ira d'un viso.

    82.
    E 'l vulgo, ch'anzi irriverente, audace,
    tutto fremer s'udia d'orgogli e d'onte,
    e ch'ebbe al ferro, a l'aste ed a la face
    che 'l furor ministr, le man s pronte,
    non osa (e i detti alteri ascolta, e tace)
    fra timor e vergogna alzar la fronte,
    e sostien ch'Argillano, ancor che cinto
    de l'arme lor, sia da' ministri avinto.

    83.
    Cos leon, ch'anzi l'orribil coma
    con muggito scotea superbo e fero,
    se poi vede il maestro onde fu doma
    la natia ferit del core altero,
    pu del giogo soffrir l'ignobil soma
    e teme le minaccie e 'l duro impero,
    n i gran velli, i gran denti e l'ugne c'hanno
    tanta in s forza, insuperbire il fanno.

    84.
    E' fama che fu visto in volto crudo
    ed in atto feroce e minacciante
    un alato guerrier tener lo scudo
    de la difesa al pio Buglion davante,
    e vibrar fulminando il ferro ignudo
    che di sangue vedeasi ancor stillante:
    sangue era forse di citt, di regni,
    che provocar del Cielo i tardi sdegni.

    85.
    Cos, cheto il tumulto, ognun depone
    l'arme, e molti con l'arme il mal talento;
    e ritorna Goffredo al padiglione,
    a varie cose, a nove imprese intento,
    ch'assalir la cittate egli dispone
    pria che 'l secondo o 'l terzo d sia spento;
    e rivedendo va l'incise travi,
    gi in machine conteste orrende e gravi.







    CANTO IX

    1.
    Ma il gran mostro infernal, che vede queti
    que' gi torbidi cori e l'ire spente,
    e cozzar contra 'l fato e i gran decreti
    svolger non pu de l'immutabil Mente,
    si parte, e dove passa i campi lieti
    secca, e pallido il sol si fa repente;
    e d'altre furie ancora e d'altri mali
    ministra, a nova impresa affretta l'ali.

    2.
    Ella, che dall'essercito cristiano
    per industria sapea de' suoi consorti
    il figliuol di Bertoldo esser lontano,
    Tancredi e gli altri pi temuti e forti,
    disse: - Che pi s'aspetta? or Solimano
    inaspettato venga e guerra porti.
    Certo (o ch'io spero) alta vittoria avremo
    di campo mal concorde e in parte scemo. -

    3.
    Ci detto, vola ove fra squadre erranti,
    fattosen duce, Soliman dimora,
    quel Soliman di cui non fu tra quanti
    ha Dio rubelli, uom pi feroce allora
    n se per nova ingiuria i suoi giganti
    rinovasse la terra, anco vi fra.
    Questi fu re de' Turchi ed in Nicea
    la sede de l'imperio aver solea,

    4.
    e distendeva incontra a i greci lidi
    dal Sangario al Meandro il suo confine,
    ove albergr gi Misi e Frigi e Lidi,
    e le genti di Ponto e le bitine;
    ma poi che contra i Turchi e gli altri infidi
    passr ne l'Asia l'arme peregrine,
    fur sue terre espugnate, ed ei sconfitto
    ben fu due fiate in general conflitto.

    5.
    Ma riprovata avendo in van la sorte
    e spinto a forza dal natio paese,
    ricover del re d'Egitto in corte,
    ch'oste gli fu magnanimo e cortese;
    ed ebbe a grado che guerrier s forte
    gli s'offrisse compagno a l'alte imprese,
    proposto avendo gi vietar l'acquisto
    di Palestina a i cavalier di Cristo.

    6.
    Ma prima ch'egli apertamente loro
    la destinata guerra annunzasse,
    volle che Solimano, a cui molto oro
    di per tal uso, gli Arabi assoldasse.
    Or mentre ei d'Asia e dal paese moro
    l'oste accogliea, Soliman venne e trasse
    agevolmente a s gli Arabi avari,
    ladroni in ogni tempo o mercenari.

    7.
    Cos fatto lor duce, or d'ogni intorno
    la Giudea scorre, e fa prede e rapine
    s che 'l venire  chiuso e 'l far ritorno
    da l'essercito franco a le marine;
    e rimembrando ognor l'antico scorno
    e de l'imperio suo l'alte ruine,
    cose maggior nel petto acceso volve,
    ma non ben s'assecura o si risolve.

    8.
    A costui viene Aletto, e da lei tolto
     'l sembiante d'un uom d'antica etade:
    vta di sangue, empie di crespe il volto,
    lascia barbuto il labro e 'l mento rade,
    dimostra il capo in lunghe tele avolto,
    la veste oltra 'l ginocchio al pi gli cade,
    la scimitarra al fianco, e 'l tergo carco
    de la faretra, e ne le mani ha l'arco.

    9.
    - Noi - gli dice ella - or trascorriam le vte
    piaggie e l'arene sterili e deserte,
    ove n far rapina omai si pote,
    n vittoria acquistar che loda merte,
    Goffredo intanto la citt percote,
    e gi le mura ha con le torri aperte;
    e gi vedrem, s'ancor si tarda un poco,
    insin di qua le sue ruine e 'l foco.

    10.
    Dunque accesi tuguri e greggie e buoi
    gli alti trofei di Soliman saranno?
    Cos racquisti il regno? e cos i tuoi
    oltraggi vendicar ti credi e 'l danno?
    Ardisci, ardisci; entro a i ripari suoi
    di notte opprimi il barbaro tiranno.
    Credi al tuo vecchio Araspe, il cui consiglio
    e nel regno provasti e ne l'essiglio.

    11.
    Non ci aspetta egli e non ci teme, e sprezza
    gli Arabi ignudi in vero e timorosi,
    n creder mai potr che gente avezza
    a le prede, a le fughe, or cotanto osi;
    ma feri li far la tua fierezza
    contra un campo che giaccia inerme' e posi. -
    Cos gli disse, e le sue furie ardenti
    spirogli al seno, e si mischi tra' venti.

    12.
    Grida il guerrier, levando al ciel la mano:
    - O tu, che furor tanto al cor m'irriti
    (ned uom sei gi, se ben sembiante umano
    mostrasti), ecco io ti seguo ove m'inviti.
    Verr, far l monti ov'ora  piano,
    monti d'uomini estinti e di feriti,
    far fiumi di sangue. Or tu sia meco,
    e tratta l'armi mie per l'aer cieco. -

    13.
    Tace, e senza indugiar le turbe accoglie
    e rincora parlando il vile e 'l lento,
    e ne l'ardor de le sue stesse voglie
    accende il campo a seguitarlo intento.
    D il segno Aletto de la tromba, e scioglie
    di sua man propria il gran vessillo al vento.
    Marcia il campo veloce, anzi s corre
    che de la fama il volo anco precorre.

    14.
    Va seco Aletto, e poscia il lascia, e veste,
    d'uom che rechi novelle, abito e viso;
    e ne l'ora che par che il mondo reste
    fra la notte e fra 'l d dubbio e diviso
    entra in Gierusalemme, e tra le meste
    turbe passando al re d l'alto aviso
    del gran campo che giunge e del disegno,
    e del notturno assalto e l'ora e 'l segno.

    15.
    Ma gi distendon l'ombre orrido velo
    che di rossi vapor si sparge e tigne;
    la terra in vece del notturno gelo
    bagnan rugiade tepide e sanguigne;
    s'empie di mostri e di prodigi il cielo,
    s'odon fremendo errar larve maligne:
    vot Pluton gli abissi, e la sua notte
    tutta vers da le tartaree grotte.

    16.
    Per s profondo orror verso le tende
    de gli inimici il fer Soldan camina;
    ma quando a mezzo del suo corso ascende
    la notte, onde poi rapida dechina,
    a men d'un miglio, ove riposo prende
    il securo Francese, ei s'avicina.
    Qui fe' cibar le genti, e poscia d'alto
    parlando confortolle al crudo assalto:

    17.
    - Vedete l di mille furti pieno
    un campo pi famoso assai che forte,
    che quasi un mar nel suo vorace seno
    tutte de l'Asia ha le ricchezze absorte?
    Questo ora a voi (n gi potria con meno
    vostro periglio) espon benigna sorte:
    l'arme e i destrier d'ostro guerniti e d'oro
    preda fian vostra, e non difesa loro.

    18.
    N questa  gi quell'oste onde la persa
    gente e la gente di Nicea fu vinta,
    perch in guerra s lunga e s diversa
    rimasta n' la maggior parte estinta;
    e s'anco integra fosse, or tutta immersa
    in profonda quiete e d'arme  scinta.
    Tosto s'opprime chi di sonno  carco,
    ch dal sonno a la morte  un picciol varco.

    19.
    Su su, venite: io primo aprir la strada
    vuo' su i corpi languenti entro a i ripari;
    ferir da questa mia ciascuna spada,
    e l'arti usar di crudeltate impari.
    Oggi fia che di Cristo il regno cada,
    oggi libera l'Asia, oggil voi chiari. -
    Cos gli infiamma a le vicine prove,
    indi tacitamente oltre lor move.

    20.
    Ecco tra via le sentinelle ei vede
    per l'ombra mista d'una incerta luce,
    n ritrovar, come secura fede
    avea, puote improviso il saggio duce.
    Volgon quelle gridando indietro il piede,
    scorto che s gran turba egli conduce,
    s che la prima guardia  da lor desta,
    e com' pu meglio a guerreggiar s'appresta.

    21.
    Dan fiato allora a i barbari metalli
    gli Arabi, certi omai d'esser sentiti.
    Van gridi orrendi al cielo, e de' cavalli
    co 'l suon del calpestio misti i nitriti.
    Gli alti monti muggir, muggir le valli,
    e risposer gli abissi a i lor muggiti,
    e la face inalz di Flegetonte
    Aletto, e 'l segno diede a quei del monte.

    22..
    Corre inanzi il Soldano, e giunge a quella
    confusa ancora e inordinata guarda
    rapido s che torbida procella
    da' cavernosi monti esce pi tarda.
    Fiume ch'arbori insieme e case svella,
    folgore che le torri abbatta ed arda,
    terremoto che 'l mondo empia d'orrore,
    son picciole sembianze al suo furore.

    23.
    Non cala il ferro mai ch'a pien non colga,
    n coglie a pien che piaga anco non faccia,
    n piaga fa che l'alma altrui non tolga;
    e pi direi, ma il ver di falso ha faccia.
    E par ch'egli o s'infinga o non se 'n dolga
    o non senta il ferir de l'altrui braccia,
    se ben l'elmo percosso in suon di squilla
    rimbomba e orribilmente arde e sfavilla.

    24.
    Or quando ei solo ha quasi in fuga vlto
    quel primo stuol de le francesche genti,
    giungono in guisa d'un diluvio accolto
    di mille rivi gli Arabi correnti.
    Fuggono i Franchi allora a freno sciolto,
    e misto il vincitor va tra' fuggenti,
    e con lor entra ne' ripari, e 'l tutto
    di ruine e d'orror s'empie e di lutto.

    25.
    Porta il Soldan su l'elmo orrido e grande
    serpe che si dilunga e il collo snoda,
    su le zampe s'inalza e l'ali spande
    e piega in arco la forcuta coda.
    Par che tre lingue vibri e che fuor mande
    livida spuma, e che 'l suo fischio s'oda.
    Ed or ch'arde la pugna, anch'ei s'infiamma
    nel moto, e fumo versa insieme e fiamma.

    26.
    E si mostra in quel lume a i riguardanti
    formidabil cos l'empio Soldano,
    come veggion ne l'ombra i naviganti
    fra mille lampi il torbido oceno.
    Altri danno a la fuga i pi tremanti,
    danno altri al ferro intrepida la mano;
    e la notte i tumulti ognor pi mesce,
    ed occultando i rischi, i rischi accresce.

    27.
    Fra color che mostraro il cor pi franco,
    Latin, su 'l Tebro nato, allor si mosse,
    a cui n le fatiche il corpo stanco,
    n gli anni dome aveano ancor le posse.
    Cinque suoi figli quasi eguali al fianco
    gli erano sempre, ovunque in guerra ei fosse,
    d'arme gravando, anzi il lor tempo molto,
    le membra ancor crescenti e 'l molle volto.

    28.
    Ed eccitati dal paterno essempio
    aguzzavano al sangue il ferro e l'ire.
    Dice egli loro: - Andianne ove quell'empio
    veggiam ne' fuggitivi' insuperbire,
    n gi ritardi il sanguinoso scempio,
    ch'ei fa de gli altri, in voi l'usato ardire,
    per che quello, o figli,  vile onore
    cui non adorni alcun passato orrore.

    29.
    Cos feroce leonessa i figli,
    cui dal collo la coma anco non pende
    n con gli anni lor sono i feri artigli
    cresciuti e l'arme de la bocca orrende,
    mena seco a la preda ed a i perigli,
    e con l'essempio a incrudelir gli accende
    nel cacciator che le natie lor selve
    turba e fuggir fa le men forti belve.

    30.
    Segue il buon genitor l'incauto stuolo
    de' cinque, e Solimano assale e cinge;
    e in un sol punto un sol consiglio, e un solo
    spirito quasi, sei lunghe aste spinge.
    Ma troppo audace il suo maggior figliuolo
    l'asta abbandona e con quel fer si stringe,
    e tenta in van con la pungente spada
    che sotto il corridor morto gli cada.

    31.
    Ma come a le procelle esposto monte,
    che percosso da i flutti al mar sovraste,
    sostien fermo in se stesso i tuoni e l'onte
    del ciel irato e i venti e l'onde vaste,
    cos il fero Soldan l'audace fronte
    tien salda incontra a i ferri e incontra a l'aste,
    ed a colui che il suo destrier percote
    tra i cigli parte il capo e tra le gote.

    32.
    Aramante al fratel che gi ruina
    porge pietoso il braccio, e lo sostiene.
    Vana e folle piet! ch'a la rina
    altrui la sua medesma a giunger viene,
    ch 'l pagan su quel braccio il ferro inchina
    ed atterra con lui chi lui s'attiene.
    Caggiono entrambi, e l'un su l'altro langue
    mescolando i sospiri ultimi e 'l sangue.

    33.
    Quinci egli di Sabin l'asta recisa,
    onde il fanciullo di lontan l'infesta,
    gli urta il cavallo adosso e 'l coglie in guisa
    che gi tremante il batte, indi il calpesta.
    Dal giovenetto corpo usc divisa
    con gran contrasto l'alma, e lasci mesta
    l'aure soavi de la vita e i giorni
    de la tenera et lieti ed adorni.

    34.
    Rimanean vivi ancor Pico e Laurente,
    onde arricch un sol parto il genitore:
    similissima coppia e che sovente
    esser solea cagion di dolce errore.
    Ma se lei fe' natura indifferente,
    differente or la fa l'ostil furore:
    dura distinzion ch'a l'un divide
    dal busto il collo, a l'altro il petto incide.

    35.
    Il padre, ah non pi padre! (ahi fera sorte,
    ch'orbo di tanti figli a un punto il face!),
    rimira in cinque morti or la sua morte
    e de la stirpe sua che tutta giace.
    N so come vecchiezza abbia s forte
    ne l'atroci miserie e s vivace
    che spiri e pugni ancor; ma gli atti e i visi
    non mir forse de' figliuoli uccisi,

    36.
    e di s acerbo lutto a gli occhi sui
    parte l'amiche tenebre celaro.
    Con tutto ci nulla sarebbe a lui,
    senza perder se stesso, il vincer caro.
    Prodigo del suo sangue, e de l'altrui
    avidissimamente  fatto avaro;
    n si conosce ben qual suo desire
    paia maggior, l'uccidere o 'l morire.

    37.
    Ma grida al suo nemico: - E' dunque frale
    s questa mano, e in guisa ella si sprezza,
    che con ogni suo sforzo ancor non vale
    a provocare in me la tua fierezza? -
    Tace, e percossa tira aspra e mortale
    che le piastre e le maglie insieme spezza,
    e su 'l fianco gli cala e vi fa grande
    piaga onde il sangue tepido si spande.

    38.
    A quel grido, a quel colpo, in lui converse
    il barbaro crudel la spada e l'ira.
    Gli apr l'usbergo, e pria lo scudo aperse
    cui sette volte un duro cuoio aggira,
    e 'l ferro ne le viscere gli immerse.
    Il misero Latin singhiozza e spira,
    e con vomito alterno or gli trabocca
    il sangue per la piaga, or per la bocca.

    39.
    Come ne l'Apennin robusta pianta
    che sprezz d'Euro e d'Aquilon la guerra,
    se turbo inusitato al fin la schianta,
    gli alberi intorno ruinando atterra,
    cos cade egli, e la sua furia  tanta
    che pi d'un seco tragge a cui s'afferra;
    e ben d'uom s feroce  degno fine
    che faccia ancor morendo altre ruine.

    40.
    Mentre il Soldan sfogando l'odio interno
    pasce un lungo digiun ne' corpi umani,
    gli Arabi inanimiti aspro governo
    anch'essi fanno de' guerrier cristiani:
    l'inglese Enrico e 'l bavaro Oliferno
    moiono, o fer Dragutte, a le tue mani;
    a Gilberto, a Filippo, Ariadeno
    toglie la vita, i quai nacquer su 'l Reno;

    41.
    Albazr con la mazza abbatte Ernesto,
    cade sotto Algazelle Otton di spada.
    Ma chi narrar potria quel modo o questo
    di morte, e quanta plebe ignobil cada?
    Sin da quei primi gridi erasi desto
    Goffredo, e non istava intanto a bada;
    gi tutto  armato, e gi raccolto un grosso
    drapello ha seco, e gi con lor s' mosso.

    42.
    Egli, che dopo il grido ud il tumulto
    che par che sempre pi terribil suoni,
    avis ben che repentino insulto
    esser dovea de gli Arabi ladroni;
    ch gi non era al capitano occulto
    ch'essi intorno scorrean le regioni,
    bench non istim che s fugace
    vulgo mai fosse d'assalirlo audace,

    43.
    Or mentre egli ne viene, ode repente
    - Arme! arme! - replicar da l'altro lato,
    ed in un tempo il cielo orribilmente
    intronar di barbarico ululato.
    Questa  Clorinda che del re la gente
    guida a l'assalto, ed have Argante a lato.
    Al nobil Guelfo, che sostien sua vice
    allor si volge il capitano e dice:

    44.
    - Odi qual novo strepito di Marte
    di verso il colle e la citt ne viene;
    d'uopo l fa che 'l tuo valore e l'arte
    i primi assalti de' nemici affrene.
    Vanne tu dunque e l provedi, e parte
    vuo' che di questi miei teco ne mene;
    con gli altri io me n'andr da l'altro canto
    a sostener l'impeto ostile intanto. -

    45.
    Cos fra lor concluso, ambo gli move
    per diverso sentiero egual fortuna.
    Al colle Guelfo, e 'l capitan va dove
    gli Arabi omai non han contesa alcuna.
    Ma questi andando acquista forza, e nove
    genti di passo in passo ognor raguna,
    tal che gi fatto poderoso e grande
    giunge ove il fero Turco il sangue spande.

    46.
    Cos scendendo dal natio suo monte
    non empie umile il Po l'angusta sponda,
    ma sempre pi, quanto  pi lunge al fonte,
    di nove forze insuperbito abonda;
    sovra i rotti confini alza la fronte
    di tauro, e vincitor d'intorno inonda,
    e con pi corna Adria respinge e pare
    che guerra porti e non tributo al mare.

    47.
    Goffredo, ove fuggir l'impaurite
    sue genti vede, accorre e le minaccia:
    - Qual timor- grida -  questo? ove fuggite?
    Guardate almen chi sia quel che vi caccia.
    Vi caccia un vile stuol, che le ferite
    n ricever n dar sa ne la faccia;
    e se 'l vedranno incontra s rivolto,
    temeran l'arme lor del vostro volto. -

    48.
    Punge il destrier, ci detto, e l si volve
    ove di Soliman gli incendi ha scorti.
    Va per mezzo del sangue e de la polve
    e de' ferri e de' rischi e de le morti;
    con la spada e con gli urti apre e dissolve
    le vie pi chiuse e gli ordini pi forti,
    e sossopra cader fa d'ambo i lati
    cavalieri e cavalli, arme ed armati.

    49.
    Sovra i confusi monti a salto a salto
    de la profonda strage oltre camina.
    L'intrepido Soldan che 'l fero assalto
    sente venir, no 'l fugge e no 'l declina;
    ma se gli spinge incontra, e 'l ferro in alto
    levando per ferir gli s'avicina.
    Oh quai duo cavalier or la fortuna
    da gli estremi del mondo in prova aduna!

    50.
    Furor contra virtute or qui combatte
    d'Asia in un picciol cerchio il grande impero.
    Chi pu dir come gravi e come ratte
    le spade son? quanto il duello  fero?
    Passo qui cose orribili che fatte
    furon, ma le copri quell'aer nero,
    d'un chiarissimo sol degne e che tutti
    siano i mortali a riguardar ridutti.

    51.
    Il popol di Gies, dietro a tal guida
    audace or divenuto, oltre si spinge,
    e de' suoi meglio armati a l'omicida
    Soldano intorno un denso stuol si stringe.
    N la gente fedel pi che l'infida,
    n pi questa che quella il campo tinge,
    ma gli uni e gli altri, e vincitori e vinti,
    egualmente dan morte e sono estinti.

    52.
    Come pari d'ardir, con forza pare
    quinci Austro in guerra vien, quindi Aquilone,
    non ei fra lor, non cede il cielo o 'l mare,
    ma nube a nube e flutto a flutto oppone;
    cos n ceder qua, n l piegare
    si vede l'ostinata aspra tenzone:
    s'affronta insieme orribilmente urtando
    scudo a scudo, elmo ad elmo e brando a brando.

    53.
    Non meno intanto son feri i litigi
    da l'altra parte, e i guerrier folti e densi.
    Mille nuvole e pi d'angeli stigi
    tutti han pieni de l'aria i campi immensi,
    e dan forza a i pagani, onde i vestigi
    non  chi in dentro di rivolger pensi;
    e la face d'inferno Argante infiamma,
    acceso ancor de la sua propria fiamma.

    54.
    Egli ancor dal suo lato in fuga mosse
    le guardie, e ne' ripari entr d'un salto;
    di lacerate membra empi le fosse,
    appian il calle, agevol l'assalto,
    s che gli altri il seguiro e fr poi rosse
    le prime tende di sanguigno smalto.
    E seco a par Clorinda o dietro poco
    se 'n gio, sdegnosa del secondo loco.

    55.
    E gi fuggiano i Franchi allor che quivi
    giunse Guelfo opportuno e 'l suo drapello,
    e volger fe' la fronte a i fuggitivi
    e sostenne il furor del popol fello.
    Cos si combatteva, e 'l sangue in rivi
    correa egualmente in questo lato e in quello.
    Gli occhi fra tanto a la battaglia rea
    dal suo gran seggio il Re del Ciel volgea.

    56.
    Sedea col dond'Egli e buono e giusto
    d legge al tutto e 'l tutto orna e produce
    sovra i bassi confin del mondo angusto,
    ove senso o ragion non si conduce;
    e de l'Eternit nel trono augusto
    risplendea con tre lumi in una luce.
    Ha sotto i piedi il Fato e la Natura,
    ministri umili, e 'l Moto e Chi 'l misura,

    57.
    e 'l Loco' e Quella che, qual fumo o polve,
    la gloria di qua giuso e l'oro e i regni,
    come piace l su, disperde e volve,
    n, diva, cura i nostri umani sdegni.
    Quivi ei cos nel suo splendor s'involve,
    che v'abbaglian la vista anco i pi degni:
    d'intorno ha innumerabili immortali,
    disegualmente in lor letizia eguali.

    58.
    Al gran concento de' beati carmi
    lieta risuona la celeste reggia.
    Chiama Egli a s Michele, il qual ne l'armi
    di lucido adamante arde e lampeggia,
    e dice lui: - Non vedi or come s'armi
    contra la mia fede diletta greggia
    l'empia schiera d'Averno, e insin dal fondo
    de le sue morti a turbar sorga il mondo?

    59.
    Va', dille tu che lasci omai le cure
    de la guerra a i guerrier, cui ci conviene,
    n il regno de' viventi, n le pure
    piaggie del ciel conturbi ed avenene.
    Torni a le notti d'Acheronte oscure,
    suo degno albergo, a le sue giuste pene;
    quivi se stessa e l'anime d'abisso
    crucii. Cos comando e cos ho fisso. -

    60.
    Qui tacque, e 'l duce de' guerrieri alati
    s'inchin riverente al divin piede;
    indi spiega al gran volo i vanni aurati,
    rapido s ch'anco il pensiero eccede.
    Passa il foco e la luce, ove i beati
    hanno lor gloriosa immobil sede,
    poscia il puro cristallo e 'l cerchio mira
    che di stelle gemmato incontra gira;

    61.
    quinci, d'opre diversi e di sembianti,
    da sinistra rotar Saturno e Giove
    e gli altri, i quali esser non ponno erranti
    s'angelica virt gli informa e move;
    vien poi da' campi lieti e fiammeggianti
    d'eterno d l donde tuona e piove,
    ove se stesso il mondo strugge e pasce,
    e ne le guerre sue more e rinasce.

    62.
    Venial scotendo con l'eterne piume
    la caligine densa e i cupi orrori;
    s'indorava la notte al divin lume
    che spargea scintillando il volto fuori.
    Tale il sol ne le nubi ha per costume
    spiegar dopo la pioggia i bei colori;
    tal suol, fendendo il liquido sereno,
    stella cader de la gran madre in seno.

    63.
    Ma giunto ove la schiera empia infernale
    il furor de' pagani accende e sprona,
    si ferma in aria in su 'l vigor de l'ale,
    e vibra l'asta, e lor cos ragiona:
    - Pur voi dovreste omai saper con quale
    folgore orrendo il Re del mondo tuona,
    o nel disprezzo e ne' tormenti acerbi
    de l'estrema miseria anco superbi.

    64.
    Fisso  nel Ciel ch'al venerabil segno
    chini le mura, apra Sion le porte.
    A che pugnar co 'l fato? a che lo sdegno
    dunque irritar de la celeste corte?
    Itene, maledetti, al vostro regno,
    regno di pene e di perpetua morte;
    e siano in quegli a voi dovuti chiostri
    le vostre guerre ed i trionfi vostri.

    65.
    L incrudelite, l sovra i nocenti
    tutte adoprate pur le vostre posse
    fra i gridi eterni e lo stridor de' denti,
    e 'l suon del ferro e le catene scosse. -
    Disse, e quei ch'egli vide al partir lenti
    con la lancia fatal pinse e percosse;
    essi gemendo abbandonr le belle
    region de la luce e l'auree stelle,

    66.
    e dispiegr verso gli abissi il volo
    ad inasprir ne' rei l'usate doglie.
    Non passa il mar d'augei s grande stuolo
    quando a i soli pi tepidi s'accoglie,
    n tante vede mai l'autunno al suolo
    cader co' primi freddi aride foglie.
    Liberato da lor, quella s negra
    faccia depone il mondo e si rallegra.

    67.
    Ma non perci nel disdegnoso petto
    d'Argante vien l'ardire o 'l furor manco,
    bench suo foco in lui non spiri Aletto,
    n flagello infernal gli sferzi il fianco.
    Rota il ferro crudel ove  pi stretto
    e pi calcato insieme il popol franco;
    miete i vili e i potenti, e i pi sublimi
    e pi superbi capi adegua a gli imi.

    68.
    Non lontana  Clorinda, e gi non meno
    par che di tronche membra il campo asperga.
    Caccia la spada a Berlinghier nel seno
    per mezzo il cor, dove la vita alberga,
    e quel colpo a trovarlo and s pieno
    che sanguinosa usc fuor de le terga;
    poi fre Albin l 've primier s'apprende
    nostro alimento, e 'l viso a Gallo fende.

    69.
    La destra di Gerniero, onde ferita
    ella fu gi, manda recisa al piano:
    tratta anco il ferro, e con tremanti dita
    semiviva nel suol guizza la mano.
    Coda di serpe  tal, ch'indi partita
    cerca d'unirsi al suo principio invano.
    Cos mal concio la guerriera il lassa,
    poi si volge ad Achille e 'l ferro abbassa,

    70.
    e tra 'l collo e la nuca il colpo assesta;
    e tronchi i nervi e 'l gorgozzuol reciso,
    gio rotando a cader prima la testa.
    Prima brutt di polve immonda il viso,
    che gi cadesse il tronco; il tronco resta
    (miserabile mostro) in sella assiso,
    ma libero del fren con mille rote
    calcitrando il destrier da s lo scote.

    71.
    Mentre cos l'indomita guerriera
    le squadre d'Occidente apre e flagella,
    non fa d'incontra a lei Gildippe altera
    de' saracini suoi strage men fella.
    Era il sesso il medesmo, e simil era
    l'ardimento e 'l valore in questa e in quella.
    Ma far prova di lor non  lor dato,
    ch'a nemico maggior le serba il fato.

    72.
    Quinci una e quindi l'altra urta e sospinge
    n pu la turba aprir calcata e spessa;
    ma 'l generoso Guelfo allora stringe
    contra Clorinda il ferro e le s'appressa,
    e calando un fendente alquanto tinge
    la fera spada nel bel fianco, ad essa
    fa d'una punta a lui cruda risposta
    ch'a ferirlo ne va tra costa e costa.

    73.
    Doppia allor Guelfo il colpo e lei non coglie,
    ch'a caso passa il palestino Osmida
    e la piaga non sua sopra s toglie,
    la qual vien che la fronte a lui recida.
    Ma intorno a Guelfo omai molta s'accoglie
    di quella gente ch'ei conduce e guida;
    e d'altra parte ancor la turba cresce,
    s che la pugna si confonde e mesce.

    74.
    L'aurora intanto il bel purpureo volto
    gi dimostrava dal sovran balcone,
    e in quei tumulti gi s'era disciolto
    il feroce Argillan di sua prigione;
    e d'arme incerte il frettoloso avolto,
    quali il caso gli offerse o triste o buone,
    gi se 'n venia per emendar gli errori
    novi con novi merti e novi onori.

    75.
    Come destrier che da le regie stalle,
    ove a l'uso de l'arme si riserba,
    fugge, e libero al fin per largo calle
    va tra gli armenti o al fiume usato o a l'erba:
    scherzan su 'l collo i crini, e su le spalle
    si scote la cervice alta e superba,
    suonano i pi nel corso e par ch'avampi,
    di sonori nitriti empiendo i campi;

    76.
    tal ne viene Argillano: arde il feroce
    sguardo, ha la fronte intrepida e sublime;
    leve  ne' salti e sovra i pi veloce,
    s che d'orme la polve a pena imprime,
    e giunto fra' nemici alza la voce
    pur com'uom che tutto osi e nulla stime:
    - O vil feccia del mondo, Arabi inetti,
    ond' ch'or tanto ardire in voi s'alletti?

    77.
    Non regger voi de gli elmi e de gli scudi
    ste atti il peso, o 'l petto armarvi e il dorso,
    ma commettete paventosi e nudi
    i colpi al vento e la salute al corso.
    L'opere vostre e i vostri egregi studi
    notturni son; d l'ombra a voi soccorso.
    Or ch'ella fugge, chi fia vostro schermo?
    D'arme  ben d'uopo e di valor pi fermo. -

    78.
    Cos parlando ancor di per la gola
    ad Algazl di s crudel percossa
    che gli sec le fauci, e la parola
    tronc ch'a la risposta era gi mossa.
    A quel meschin sbito orror invola
    il lume, e scorre un duro gel per l'ossa;
    cade, e co' denti l'odiosa terra
    pieno di rabbia in su 'l morire afferra.

    79.
    Quinci per varii casi e Saladino
    ed Agricalte e Muleasse uccide,
    e da l'un fianco a l'altro a lor vicino
    con esso un colpo Aldiazl divide;
    trafitto a sommo il petto Ariadino
    atterra, e con parole aspre il deride.
    Ei, gli occhi gravi alzando a l'orgogliose
    parole, in su 'l morir cos rispose:

    80.
    - Non tu, chiunque sia, di questa morte
    vincitor lieto avrai gran tempo il vanto;
    pari destin t'aspetta, e da pi forte
    destra a giacer mi sarai steso a canto. -
    Rise egli amaramente e: - Di mia sorte
    curi il Ciel, - disse - or tu qui mori intanto
    d'augei pasto e di cani -; indi lui preme
    co 'l piede, e ne trae l'alma e 'l ferro insieme.

    81.
    Un paggio del Soldan misto era in quella
    turba di sagittari e lanciatori,
    a cui non anco la stagion novella
    il bel mento spargea de' primi fiori.
    Paion perle e rugiade in su la bella
    guancia irrigando i tepidi sudori,
    giunge grazia la polve al crine incolto
    e sdegnoso rigor dolce  in quel volto.

    82.
    Sotto ha un destrier che di candore agguaglia
    pur or ne l'Apennin caduta neve;
    turbo o fiamma non  che roti o saglia
    rapido s come  quel pronto e leve.
    Vibra ei, presa nel mezzo, una zagaglia,
    la spada al fianco tien ritorta e breve,
    e con barbara pompa in un lavoro
    di porpora risplende intesta e d'oro.

    83.
    Mentre il fanciullo, a cui novel piacere
    di gloria il petto giovenil lusinga,
    di qua turba e di l tutte le schiere
    e lui non  chi tanto o quanto' stringa,
    cauto osserva Argillan tra le leggiere
    sue rote il tempo in che l'asta sospinga;
    e, colto il punto, il suo destrier di furto
    gli uccide e sovra gli , ch'a pena  surto,

    84.
    ed al supplice volto, il qual in vano
    con l'arme di piet fea sue difese,
    drizz, crudel!, l'inessorabil mano,
    e di natura il pi bel pregio offese.
    Senso aver parve e fu de l'uom pi umano
    il ferro, che si volse e piatto scese.
    Ma che pro', se doppiando il colpo fero
    di punta colse ove egli err primiero?

    85.
    Soliman, che di l non molto lunge
    da Goffredo in battaglia  trattenuto,
    lascia la zuffa, e 'l destrier volve e punge
    tosto che 'l rischio ha del garzon veduto;
    e i chiusi passi apre co 'l ferro, e giunge
    a la vendetta s, non a l'aiuto,
    perch vede, ahi dolor!, giacerne ucciso
    il suo Lesbin, quasi bel fior succiso.

    86.
    E in atto s gentil languir tremanti
    gli occhi e cader su 'l tergo il collo mira;
    cos vago  il pallore, e da' sembianti
    di morte una piet s dolce spira,
    ch'ammoll il cor che fu dur marmo inanti,
    e il pianto scatur di mezzo a l'ira.
    Tu piangi, Soliman? tu, che destrutto
    mirasti il regno tuo co 'l ciglio asciutto?

    87.
    Ma come vede il ferro ostil che molle
    fuma del sangue ancor del giovenetto,
    la piet cede, e l'ira avampa e bolle,
    e le lagrime sue stagna nel petto.
    Corre sovra Argillano e 'l ferro estolle,
    parte lo scudo opposto, indi l'elmetto,
    indi il capo e la gola; e de lo sdegno
    di Soliman ben quel gran colpo  degno.

    88.
    N di ci ben contento, al corpo morto
    smontato del destriero anco fa guerra,
    quasi mastin che 'l sasso, ond'a lui porto
    fu duro colpo, infellonito afferra.
    Oh d'immenso dolor vano conforto
    incrudelir ne l'insensibil terra!
    Ma fra tanto de' Franchi il capitano
    non spendea l'ire e le percosse invano.

    89.
    Mille Turchi avea qui che di loriche
    e d'elmetti e di scudi eran coperti,
    indomiti di corpo a le fatiche,
    di spirto audaci e in tutti i casi esperti;
    e furon gi de le milizie antiche
    di Solimano, e seco ne' deserti
    segur d'Arabia e i suoi errori infelici,
    ne le fortune averse ancora amici.

    90.
    Questi ristretti insieme in ordin folto
    poco cedeano o nulla al valor franco.
    In questi urt Goffredo, e fer il volto
    al fier Corcutte ed a Rosteno il fianco,
    a Seln da le spalle il capo ha sciolto,
    tronc a Rossano il destro braccio e 'l manco;
    n gi soli costor, ma in altre guise
    molti piag di loro e molti uccise.

    91.
    Mentre ei cos la gente saracina
    percote, e lor percosse anco sostiene,
    e in nulla parte al precipizio inchina
    la fortuna de' barbari e la spene,
    nova nube di polve ecco vicina
    che folgori di guerra in grembo tiene,
    ecco d'arme improvise uscirne un lampo
    che sbigott de gli infedeli il campo.

    92.
    Son cinquanta guerrier che 'n puro argento
    spiegan la tronfal purpurea Croce.
    Non io, se cento bocche e lingue cento
    avessi, e ferrea lena e ferrea voce,
    narrar potrei quel numero che spento
    ne' primi assalti ha quel drapel feroce.
    Cade l'Arabo imbelle, e 'l Turco invitto
    resistendo e pugnando anco  trafitto.

    93.
    L'orror, la crudelt, la tema, il lutto,
    van d'intorno scorrendo, e in varia imago
    vincitrice la Morte errar per tutto
    vedresti ed ondeggiar di sangue un lago.
    Gi con parte de' suoi s'era condutto
    fuor d'una porta il re, quasi presago
    di fortunoso evento; e quindi d'alto
    mirava il pian soggetto e 'l dubbio' assalto.

    94.
    Ma come prima egli ha veduto in piega
    l'essercito maggior, suona a raccolta,
    e con messi iterati instando prega
    ed Argante e Clorinda a dar di volta.
    La fera coppia d'esseguir ci nega,
    ebra di sangue e cieca d'ira e stolta;
    pur cede al fine, e unite almen raccrre
    tenta le turbe e freno a i passi imporre.

    95.
    Ma chi d legge al vulgo ed ammaestra
    la viltade e 'l timor? La fuga  presa.
    Altri gitta lo scudo, altri la destra
    disarma; impaccio  il ferro, e non difesa.
    Valle  tra il piano e la citt, ch'alpestra
    da l'occidente al mezzogiorno  stesa;
    qui fuggon essi, e si rivolge oscura
    caligine di polve invr le mura.

    96.
    Mentre ne van precipitosi al chino,
    strage d'essi i cristiani orribil fanno;
    ma poscia che salendo omai vicino
    l'aiuto avean del barbaro tiranno,
    non vuol Guelfo d'alpestro erto camino
    con tanto suo svantaggio esporsi al danno.
    Ferma le genti; e 'l re le sue riserra,
    non poco avanzo d'infelice guerra.

    97.
    Fatto intanto ha il Soldan ci che  concesso
    fare a terrena forza, or pi non pote;
    tutto  sangue e sudore, e un grave e spesso
    anelar gli angel il petto e i fianchi scote.
    Langue sotto lo scudo il braccio oppresso,
    gira la destra il ferro in pigre rote:
    spezza, e non taglia; e divenendo ottuso
    perduto il brando omai di brando ha l'uso.

    98.
    Come sentissi tal, ristette in atto
    d'uom che fra due sia dubbio, e in s discorre
    se morir debba, e di s illustre fatto
    con le sue mani altrui la gloria trre,
    o pur, sopravanzando al suo disfatto
    campo, la vita in securezza porre.
    Vinca - al fin disse - il fato, e questa mia
    fuga il trofeo di sua vittoria sia.

    99.
    Veggia il nemico le mie spalle, e scherna
    di novo ancora il nostro essiglio indegno,
    pur che di novo armato indi mi scerna
    turbar sua pace e 'l non mai stabil regno.
    Non cedo io, no; fia con memoria eterna
    de le mie offese eterno anco il mio sdegno.
    Risorger nemico ognor pi crudo,
    cenere anco sepolto e spirto ignudo.



    CANTO X

    1.
    Cos dicendo ancor vicino scorse
    un destrier ch'a lui volse errante il passo;
    tosto al libero fren la mano ei porse
    e su vi salse, ancorch'afflitto e lasso.
    Gi caduto  il cimier ch'orribil sorse,
    lasciando l'elmo inonorato e basso;
    rotta  la sopravesta, e di superba
    pompa regal vestigio alcun non serba.

    2.
    Come dal chiuso ovil cacciato viene
    lupo talor che fugge e si nasconde,
    che, se ben del gran ventre omai ripiene
    ha l'ingorde voragini profonde,
    avido pur di sangue anco fuor tiene
    la lingua e 'l sugge da le labra immonde,
    tale ei se 'n gia dopo il sanguigno strazio,
    de la sua cuppa fame anco non sazio.

    3.
    E come  sua ventura, a le sonanti
    quadrella, ond'a lui intorno un nembo vola,
    a tante spade, a tante lancie, a tanti
    instrumenti di morte alfin s'invola,
    e sconosciuto pur camina inanti
    per quella via ch' pi deserta e sola;
    e rivolgendo in s quel che far deggia,
    in gran tempesta di pensieri ondeggia.

    4.
    Disponsi alfin di girne ove raguna
    oste s poderosa il re d'Egitto,
    e giunger seco l'arme, e la fortuna
    ritentar anco di novel conflitto.
    Ci prefisso tra s, dimora alcuna
    non pone in mezzo e prende il camin dritto,
    ch sa le vie, n d'uopo ha di chi il guidi
    di Gaza antica a gli arenosi lidi.

    5.
    N perch senta inacerbir le doglie
    de le sue piaghe, e grave il corpo ed egro,
    vien per che si posi e l'arme spoglie,
    ma travagliando il d ne passa integro.
    Poi quando l'ombra oscura al mondo toglie
    i vari aspetti e i color tinge in negro,
    smonta e fascia le piaghe, e come pote
    meglio, d'un'alta palma i frutti scote;

    6.
    e cibato di lor, su 'l terren nudo
    cerca adagiare il travagliato fianco,
    e la testa appoggiando al duro scudo
    quetar i moti del pensier suo stanco.
    Ma d'ora in ora a lui si fa pi crudo
    sentire il duol de le ferite, ed anco
    roso gli  il petto e lacerato il core
    da gli interni avoltoi, sdegno e dolore.

    7.
    Alfin, quando gi tutto intorno chete
    ne la pi alta notte eran le cose,
    vinto egli pur da la stanchezza, in Lete
    sop le cure sue gravi e noiose,
    e in una breve e languida quiete
    l'afflitte membra e gli occhi egri compose;
    e mentre ancor dormia, voce severa
    gli inton su l'orecchie in tal maniera:

    8.
    - Soliman, Solimano, i tuoi s lenti
    riposi a miglior tempo omai riserva,
    ch sotto il giogo di straniere genti
    la patria ove regnasti ancor  serva.
    In questa terra dormi, e non rammenti
    ch'insepolte de' tuoi l'ossa conserva?
    ove s gran vestigio  del tuo scorno,
    tu neghittoso aspetti il novo giorno? -

    9.
    Desto il Soldan alza lo sguardo, e vede
    uom che d'et gravissima a i sembianti
    co 'l ritorto baston del vecchio piede
    ferma e dirizza le vestigia3 erranti.
    - E chi sei tu, - sdegnoso a lui richiede
    - che fantasma importuno a i viandanti
    rompi i brevi lor sonni? e che s'aspetta
    a te la mia vergogna o la vendetta? -

    10.
    - Io mi son un - risponde il vecchio - al quale
    in parte  noto il tuo novel disegno,
    e s come uomo a cui di te pi cale
    che tu forse non pensi, a te ne vegno;
    n il mordace parlare indarno  tale,
    perch de la virt cote  lo sdegno.
    Prendi in grado, signor, che 'l mio sermone
    al tuo pronto valor sia sferza e sprone.

    11.
    Or perch, s'io m'appongo, esser de vlto
    al gran re de l'Egitto il tuo camino,
    che inutilmente aspro viaggio tolto
    avrai, s'inanzi segui, io m'indovino;
    ch, se ben tu non vai, fia tosto accolto
    e tosto mosso il campo saracino,
    n loco  l dove s'impieghi e mostri
    la tua virt contra i nemici nostri.

    12.
    Ma se 'n duce me prendi, entro quel muro,
    che da l'arme latine  intorno astretto,
    nel pi chiaro del d prti securo,
    senza che spada impugni, io ti prometto.
    Quivi con l'arme e co' disagi un duro
    contrasto aver ti fia gloria e diletto;
    difenderai la terra insin che giugna
    l'oste d'Egitto a rinovar la pugna.

    13.
    Mentre ei ragiona ancor, gli occhi e la voce
    de l'uomo antico il fero Turco ammira,
    e dal volto e da l'animo feroce
    tutto depone omai l'orgoglio e l'ira.
    - Padre,- risponde - io gi pronto e veloce
    sono a seguirti: ove tu vuoi mi gira.
    A me sempre miglior parr il consiglio
    ove ha pi di fatica e di periglio. -

    14.
    Loda il vecchio i suoi detti; e perch l'aura
    notturna avea le piaghe incrudelite,
    un suo licor v'instilla, onde ristaura
    le forze e salda il sangue e le ferite.
    Quinci veggendo omai ch'Apollo inaura
    le rose che l'aurora ha colorite:
    - Tempo  - disse - al partir, ch gi ne scopre
    le strade il sol ch'altrui richiama a l'opre. -

    15.
    E sovra un carro suo, che non lontano
    quinci attendea, co 'l fer Niceno ei siede;
    le briglie allenta, e con maestra mano
    ambo i corsieri alternamente fiede.
    Quei vanno s che 'l polveroso piano
    non ritien de la rota orma o del piede;
    fumar li vedi ed anelar nel corso,
    e tutto biancheggiar di spuma il morso.

    16.
    Maraviglie dir: s'aduna e stringe
    l'aer d'intorno in nuvolo raccolto,
    s che 'l gran carro ne ricopre e cinge,
    ma non appar la nube o poco o molto,
    n sasso, che mural machina spinge,
    penetraria per lo suo chiuso e folto;
    ben veder ponno i duo dal curvo seno
    la nebbia intorno e fuori il ciel sereno.

    17.
    Stupido il cavalier le ciglia inarca,
    ed increspa la fronte, e mira fiso
    la nube e 'l carro ch'ogni intoppo varca
    veloce s che di volar gli  aviso.
    L'altro, che di stupor l'anima carca
    gli scorge a l'atto de l'immobil viso,
    gli rompe quel silenzio e lui rappella
    ond'ei si scote e poi cos favella:

    18.
    - O chiunque tu sia, che fuor d'ogni uso
    pieghi natura ad opre altere e strane,
    e spiando i secreti, entro al pi chiuso
    spazii a tua voglia de le menti umane,
    s'arrivi co 'l saper, ch' d'alto infuso.
    a le cose remote anco e lontane,
    deh! dimmi qual riposo o qual ruina
    a i gran moti de l'Asia il Ciel destina.

    19.
    Ma pria dimmi il tuo nome, e con qual arte
    far cose tu s inusitate soglia,
    ch se pria lo stupor da me non parte,
    com'esser pu ch'io gli altri detti accoglia? -
    Sorrise il vecchio, e disse: - In una parte
    mi sar leve l'adempir tua voglia.
    Son detto Ismeno, e i Siri appellan mago
    me che de l'arti incognite son vago.

    20.
    Ma ch'io scopra il futuro e ch'io dispieghi
    de l'occulto destin gli eterni annali,
    troppo  audace desio, troppo alti preghi:
    non  tanto concesso a noi mortali.
    Ciascun qua gi le forze e 'l senno impieghi
    per avanzar fra le sciagure e i mali,
    ch sovente adivien che 'l saggio e 'l forte
    fabro a se stesso  di beata sorte.

    21.
    Tu questa destra invitta, a cui fia poco
    scoter le forze del francese impero
    non che munir, non che guardar il loco
    che strettamente oppugna il popol fero,
    contra l'arme apparecchia e contra 'l foco:
    osa, soffri, confida; io bene spero.
    Ma pur dir, perch piacer ti debbia,
    ci che oscuro vegg'io quasi per nebbia.

    22.
    Veggio o parmi vedere, anzi che lustri
    molti  rivolga il gran pianeta eterno,
    uom che l'Asia orner co' fatti illustri,
    e del fecondo Egitto avr il governo.
    Taccio i pregi de l'ozio e l'arti industri,
    mille virt che non ben tutte io scerno;
    basti sol questo a te, che da lui scosse
    non pur saranno le cristiane posse,

    23.
    ma insin dal fondo suo l'imperio ingiusto
    svelto sar ne l'ultime contese,
    e le afflitte reliquie entro uno angusto
    giro sospinte e sol dal mar difese.
    Questi fia del tuo sangue. - E qui il vetusto
    mago si tacque, e quegli a dir riprese:
    - O lui felice, eletto a tanta lode! -
    e parte ne l'invidia e parte gode.

    24.
    Soggiunse poi: - Girisi pur Fortuna
    o buona o rea, come  l su prescritto,
    ch non ha sovra me ragione alcuna
    e non mi vedr mai se non invitto.
    Prima dal corso distornar la luna
    e le stelle potr, che dal diritto
    torcere un sol mio passo. - E in questo dire
    sfavill tutto di focoso ardire.

    25.
    Cos gr ragionando insin che furo
    l 've presso vedean le tende alzarse.
    Che spettacolo fu crudele e duro!
    E in quante forme ivi la morte apparse!
    Si fe' ne gli occhi allor torbido e scuro,
    e di doglia il Soldano il volto sparse.
    Ahi con quanto dispregio ivi le degne
    mir giacer sue gi temute insegne!

    26.
    E scorrer lieti i Franchi, e i petti e i volti
    spesso calcar de' suoi pi noti amici,
    e con fasto superbo a gli insepolti
    l'arme spogliare e gli abiti infelici;
    molti onorare in lunga pompa accolti
    gli amati corpi de gli estremi uffici,
    altri suppor le fiamme, e 'l vulgo misto
    d'Arabi e Turchi a un foco arder ha visto.

    27.
    Sospir dal profondo, e 'l ferro trasse
    e dal carro lanciossi e correr volle,
    ma il vecchio incantatore a s il ritrasse
    sgridando, e raffren l'impeto folle;
    e fatto che di novo ei rimontasse,
    drizz il suo corso al pi sublime colle.
    Cos alquanto n'andaro, insin ch'a tergo
    lascir de' Franchi il militare albergo.

    28.
    Smontaro allor del carro, e quel repente
    sparve; e presono a piedi insieme il calle
    ne la solital nube occultamente
    discendendo a sinistra in una valle,
    sin che giunsero l dove al ponente
    l'alto monte Sin volge le spalle.
    Quivi si ferma il mago e poi s'accosta
    quasi mirando, a la scoscesa costa.

    29.
    Cava grotta s'apria nel duro sasso,
    di lunghissimi tempi avanti fatta;
    ma disusando, or riturato il passo
    era tra i pruni e l'erbe ove s'appiatta.
    Sgombra il mago gli intoppi, e curvo e basso
    per l'angusto sentiero a gir s'adatta,
    e l'una man precede e il varco tenta,
    l'altra per guida al principe appresenta.

    30.
    Dice allora il Soldan: - Qual via furtiva
     questa tua, dove convien ch'io vada?
    Altra forse miglior io me n'apriva,
    se 'l concedevi tu, con la mia spada. -
    - Non sdegnar, - gli risponde - anima schiva,
    premer co 'l forte pi la buia strada,
    ch gi solea calcarla il grande Erode,
    quel c'ha ne l'arme ancor s chiara lode.

    31.
    Cav questa spelonca allor che porre
    volse freno a i soggetti il re ch'io dico,
    e per essa potea da quella torre,
    ch'egli Antonia appell dal chiaro amico
    invisibile a tutti il pi raccrre
    dentro la soglia del gran tempio antico,
    e quindi occulto uscir de la cittate
    e trarne genti ed introdur celate.

    32.
    Ma nota  questa via solinga e bruna
    or solo a me de gli uomini viventi.
    Per questa andremo al loco ove raguna
    i pi saggi a conciglio e i pi potenti
    il re ch'al minacciar de la fortuna,
    pi forse che non de, par che paventi.
    Ben tu giungi a grand'uopo: ascolta e taci,
    poi movi a tempo le parole audaci. -

    33.
    Cos gli disse, e 'l cavaliero allotta
    co 'l gran corpo ingombr l'umil caverna,
    e per le vie dove mai sempre annotta
    segu colui che 'l suo camin governa.
    Chini pria se n'andr, ma quella grotta
    pi si dilata quanto pi s'interna,
    s ch'asceser con agio e tosto furo
    a mezzo quasi di quell'antro oscuro.

    34.
    Apriva allora un picciol uscio Ismeno,
    e se ne gian per disusata scala
    a cui luce mal certo e mal sereno
    l'aer che gi d'alto spiraglio cala.
    In sotterraneo chiostro al fin venieno,
    e salian quindi in chiara e nobil sala.
    Qui con lo scettro e co 'l diadema in testa
    mesto sedeasi il re fra gente mesta.

    35.
    Da la concava nube il turco fero
    non veduto rimira e spia d'intorno,
    e ode il re fra tanto, il qual primiero
    incomincia cos dal seggio adorno:
    - Veramente, o miei fidi, al nostro impero
    fu il trapassato assai dannoso giorno;
    e caduti d'altissima speranza,
    sol l'aiuto d'Egitto omai n'avanza.

    36.
    Ma ben vedete voi quanto la speme
    lontana sia da s vicin periglio.
    Dunque voi tutti ho qui raccolti insieme
    perch'ognun porti in mezzo il suo consiglio. -
    Qui tace, e quasi in bosco aura che freme
    suona d'intorno un picciolo bisbiglio.
    Ma con la faccia baldanzosa e lieta
    sorgendo Argante il mormorare accheta.

    37.
    - O magnanimo re, - fu la risposta
    del cavaliero indomito e feroce
    - perch ci tenti? e cosa a nullo ascosta
    chiedi, ch'uopo non ha di nostra voce?
    Pur dir: sia la speme in noi sol posta;
    e s'egli  ver che nulla a virt noce,
    di questa armiamci, a lei chiediamo aita,
    n pi ch'ella si vaglia amiam la vita.

    38.
    N parlo io gi cos perch'io dispere
    de l'aiuto certissimo d'Egitto,
    ch dubitar, se le promesse vere
    fian del mio re, non lece e non  dritto;
    ma il dico sol perch desio vedere
    in alcuni di noi spirto pi invitto,
    ch'egualmente apprestato ad ogni sorte
    si prometta vittoria e sprezzi morte. -

    39.
    Tanto sol disse il generoso Argante
    quasi uom che parli di non dubbia cosa.
    Poi sorse in autorevole sembiante
    Orcano, uom d'alta nobilt famosa,
    e gi ne l'arme d'alcun pregio inante;
    ma or congiunto a giovanetta sposa,
    e lieto omai di figli, era invilito
    ne gli affetti di padre e di marito.

    40.
    Disse questi: - O signor, gi non accuso
    il fervor di magnifiche parole,
    quando nasce d'ardir che star rinchiuso
    tra i confini del cor non pu n vle;
    per se 'l buon Circasso a te per uso
    troppo in vero parlar fervido sle,
    ci si conceda a lui che poi ne l'opre
    il medesmo fervor non meno scopre.

    41.
    Ma si conviene a te, cui fatto il corso
    de le cose e de' tempi han s prudente,
    impor col de' tuoi consigli il morso
    dove costui se ne trascorre ardente,
    librar la speme del lontan soccorso
    co 'l periglio vicino, anzi presente,
    e con l'arme e con l'impeto nemico
    i tuoi novi ripari e 'l muro antico.

    42.
    Noi (se lece a me dir quel ch'io ne sento)
    siamo in forte citt di sito e d'arte,
    ma di machine grande e violento
    apparato si fa da l'altra parte.
    Quel che sar, non so; spero, e pavento
    i giudizi incertissimi di Marte,
    e temo che s'a noi pi fia ristretto
    l'assedio, al fin di cibo avrem difetto.

    43.
    Per che quegli armenti e quelle biade
    ch'ieri tu ricettasti entro le mura,
    mentre nel campo a insanguinar le spade
    s'attendea solo, e fu alta ventura,
    picciol esca a gran fame, ampia cittade
    nutrir mal ponno se l'assedio dura;
    e forza  pur che duri, ancor che vegna
    l'oste d'Egitto il d ch'ella disegna.

    44.
    Ma che fia, se pi tarda? Ors, concedo
    che tua speme prevegna e sue promesse;
    la vittoria per, per non vedo
    liberate, o signor, le mura oppresse.
    Combattremo, o buon re, con quel Goffredo
    e con que' duci e con le genti istesse
    che tante volte han gi rotti e dispersi
    gli Arabi, i Turchi, i Soriani e i Persi.

    45.
    E quali sian, tu 'l sai, che lor cedesti
    s spesso il campo, o valoroso Argante,
    e s spesso le spalle anco volgesti
    fidando assai ne le veloci piante;
    e 'l sa Clorinda teco ed io con questi
    ch'un pi de l'altro non convien si vante.
    N incolpo alcuno io gi, ch vi fu mostro
    quanto potea maggiore il valor nostro.

    46.
    E dir pur (bench costui di morte
    bieco minacci e 'l vero udir si sdegni):
    veggio portar da inevitabil sorte
    il nemico fatale a certi segni,
    n gente potr mai, n muro forte
    impedirlo cos ch'al fin non regni;
    ci mi fa dir (sia testimonio il Cielo)
    del signor, de la patria, amore e zelo.

    47.
    Oh saggio il re di Tripoli, che pace
    seppe impetrar da i Franchi e regno insieme!
    Ma il Soldano ostinato o morto or giace,
    o pur servil catena il pi gli preme,
    o ne l'essiglio timido e fugace
    si va serbando a le miserie estreme;
    e pur, cedendo parte, avria potuto
    parte salvar co' doni e co 'l tributo. -

    48.
    Cos diceva, e s'avolgea costui
    con giro di parole obliquo e incerto,
    ch'a chieder pace, a farsi uom ligio altrui
    gi non ardia di consigliarlo aperto.
    Ma sdegnoso il Soldano i detti sui
    non potea omai pi sostener coperto,
    quando il mago gli disse: - Or vuoi tu darli
    agio, signor, ch 'in tal materia parli? -

    49.
    - Io per me - gli risponde - or qui mi celo
    contra mio grado, e d'ira ardo e di scorno. -
    Ci disse a pena, e immantinente il velo
    de la nube, che stesa  lor d'intorno,
    si fende e purga ne l'aperto cielo,
    ed ei riman nel luminoso giorno,
    e magnanimamente in fero viso
    rifulge in mezzo, e lor parla improviso:

    50.
    - Io, di cui si ragiona, or son presente,
    non fugace e non timido Soldano,
    ed a costui ch'egli  codardo e mente
    m'offero di provar con questa mano.
    Io che sparsi di sangue ampio torrente,
    che montagne di strage alzai su 'l piano,
    chiuso nel vallo de' nemici e privo
    al fin d'ogni compagno, io fuggitivo?

    51.
    Ma se pi questi o s'altri a lui simle,
    a la sua patria, a la sua fede infido,
    motto osa far d'accordo infame e vile,
    buon re, sia con tua pace, io qui l'uccido.
    Gli agni e i lupi fian giunti in un ovile
    e le colombe e i serpi in un sol nido,
    prima che mai di non discorde voglia
    noi co' Francesi alcuna terra accoglia. -

    52.
    Tien su la spada, mentre ei s favella,
    la fera destra in minaccievol atto.
    Riman ciascuno a quel parlar, a quella
    orribil faccia, muto e stupefatto.
    Poscia con vista men turbata e fella
    cortesemente inverso il re s' tratto:
    - Spera, - gli dice - alto signor, ch'io reco
    non poco aiuto: or Solimano  teco. -

    53.
    Aladin, ch'a lui contra era gi sorto,
    risponde: - Oh come lieto or qui ti veggio,
    diletto amico! Or del mio stuol ch' morto
    non sento il danno; assai temea di peggio.
    Tu lo mio stabilire e in tempo corto
    puoi ridrizzar il tuo caduto seggio,
    se 'l Ciel no 'l vieta. - Indi le braccia al collo,
    cos detto, gli stese e circondollo.

    54.
    Finita l'accoglienza, il re concede
    il suo medesmo soglio al gran Niceno.
    Egli poscia a sinistra in nobil sede
    si pone, ed al suo fianco alluoga Ismeno,
    e mentre seco parla ed a lui chiede
    di lor venuta, ed ei risponde a pieno,
    l'alta donzella ad onorar in pria
    vien Solimano; ogn'altro indi seguia.

    55.
    Segu fra gl'altri Ormusse, il qual la schiera
    di quegli Arabi suoi a guidar tolse;
    e mentre la battaglia ardea pi fera,
    per disusate vie cos s'avolse
    ch'aiutando il silenzio e l'aria nera
    lei salva al fin nella citt raccolse,
    e con le biade e con rapiti armenti
    aita porse a l'affamate genti.

    56.
    Sol con la faccia torva e disdegnosa
    tacito si rimase il fer Circasso,
    a guisa di leon quando si posa,
    girando gli occhi e non movendo il passo.
    Ma nel Soldan feroce alzar non osa
    Orcano il volto, e 'l tien pensoso e basso.
    Cos a conciglio il palestin tiranno
    e 'l re de' Turchi e i cavalier qui stanno.

    57.
    Ma il pio Goffredo la vittoria e i vinti
    avea seguiti, e libere le vie,
    e fatto intanto a i suoi guerrieri estinti
    l'ultimo onor di sacre essequie e pie;
    ed ora a gli altri impon che siano accinti
    a dar l'assalto nel secondo die,
    e con maggiore e pi terribil faccia
    di guerra i chiusi barbari minaccia.

    58.
    E perch conosciuto avea il drapello,
    ch'aiut lui contra la gente infida,
    esser de' suoi pi cari ed esser quello
    che gi segu l'insidiosa guida,
    e Tancredi con lor, che nel castello
    prigion rest de la fallace Armida,
    ne la presenza sol de l'Eremita
    e d'alcuni pi saggi a s gli invita;

    59.
    E dice lor: - Prego ch'alcun racconti
    de' vostri brevi errori il dubbio corso,
    e come poscia vi trovaste pronti
    in s grand'uopo a dar s gran soccorso. -
    Vergognando tenean basse le fronti,
    ch'era al cor picciol fallo amaro morso.
    Al fin del re britanno il chiaro figlio
    ruppe il silenzio, e disse alzando il ciglio:

    60
    - Partimmo noi che fuor de l'urna a sorte
    tratti non fummo, ognun per s nascoso,
    d'Amor, no 'l nego, le fallaci scorte
    seguendo e d'un bel volto insidioso.
    Per vie ne trasse disusate e torte
    fra noi discordi, e in s ciascun geloso.
    Nutrian gli amori e i nostri sdegni (ahi! tardi
    troppo il conosco) or parolette, or guardi.

    61.
    Al fin giungemmo al loco ove gi scese
    fiamma dal cielo in dilatate falde,
    e di natura vendic l'offese
    sovra le genti in mal oprar s salde.
    Fu gi terra feconda, almo paese,
    or acque son bituminose e calde
    e steril lago; e quanto ei torpe e gira,
    compressa  l'aria e grave il puzzo spira.

    62.
    Questo  lo stagno in cui nulla di greve
    si getta mai che giunga insino al basso,
    ma in guisa pur d'abete o d'orno leve
    l'uom vi sornuota e 'l duro ferro e 'l sasso.
    Siede in esso un castello, e stretto e breve
    ponte concede a' peregrini il passo.
    Ivi n'accolse, e non so con qual arte
    vaga  l dentro e ride ogni sua parte.

    63.
    V' l'aura molle e 'l ciel sereno e lieti
    gli alberi e i prati e pure e dolci l'onde,
    ove fra gli amenissimi mirteti
    sorge una fonte e un fiumicel diffonde:
    piovono in grembo a l'erbe i sonni queti
    con un soave mormorio di fronde,
    cantan gli augelli: i marmi io taccio e l'oro
    meravigliosi d'arte e di lavoro.

    64.
    Apprestar su l'erbetta, ov' pi densa
    l'ombra e vicino al suon de l'acque chiare,
    fece di sculti vasi altera mensa
    e ricca di vivande elette e care.
    Era qui ci ch'ogni stagion dispensa,
    ci che dona la terra o manda il mare,
    ci che l'arte condisce; e cento belle
    servivano al convito accorte ancelle.

    65.
    Ella d'un parlar dolce e d'un bel riso
    temprava altrui cibo mortale e rio.
    Or mentre ancor ciascuno a mensa assiso
    beve con lungo incendio un lungo oblio,
    sorse e disse: Or qui riedo. E con un viso
    ritorn poi non s tranquillo e pio.
    Con una man picciola verga scote,
    tien l'altra un libro, e legge in basse note.

    66.
    Legge la maga, ed io pensiero e voglia
    sento mutar, mutar vita ed albergo
    (strana virt!) novo pensier m'invoglia:
    salto ne l'acqua, e mi vi tuffo e immergo.
    Non so come ogni gamba entro s'accoglia,
    come l'un braccio e l'altro entri nel tergo:
    m'accorcio e stringo, e su la pelle cresce
    squamoso il cuoio; e d'uom son fatto un pesce.

    67.
    Cos ciascun de gli altri anco fu vlto
    e guizz meco in quel vivace argento.
    Quale allor mi foss'io, come di stolto
    vano e torbido sogno, or me 'n rammento.
    Piacquele al fin tornarci il proprio volto;
    ma tra la meraviglia e lo spavento
    muti eravam, quando turbata in vista
    in tal guisa ne parla e ne contrista:

    68.
    Ecco, a voi noto  il mio poter  ne dice
    e quanto sopra voi l'imperio ho pieno.
    Pende dal mio voler ch'altri infelice
    perda in prigione eterna il ciel sereno,
    altri divenga augello, altri radice
    faccia e germogli nel terrestre seno,
    o che s'induri in selce, o in molle fonte
    si liquefaccia o vesta irsuta fronte.

    69.
    Ben potete schivar l'aspro mio sdegno,
    quando servire al mio piacer v'aggrade:
    farvi pagani, e per lo nostro regno
    contra l'empio Buglion mover le spade.
    Ricusr tutti ed aborrir l'indegno
    patto; solo a Rambaldo il persuade.
    Noi (ch non val difesa) entro una buca
    di lacci avolse ove non  che luca.

    70.
    Poi nel castello istesso a sorte venne
    Tancredi, ed egli ancor fu prigioniero.
    Ma poco tempo in carcere ci tenne
    la falsa maga; e (s'io n'intesi il vero)
    di seco trarne da quell'empia ottenne
    del signor di Damasco un messaggiero,
    ch'al re d'Egitto in don fra cento armati
    ne conduceva inermi e incatenati.

    71.
    Cos ce n'andavamo; e come l'alta
    providenza del Cielo ordina e move,
    il buon Rinaldo, il qual pi sempre essalta
    la gloria sua con opre eccelse e nove,
    in noi s'aviene, e i cavalieri assalta
    nostri custodi e fa l'usate prove:
    gli uccide e vince, e di quell'arme loro
    fa noi vestir che nostre in prima foro.

    72.
    Io 'l vidi, e 'l vider questi; e da lui porta
    ci fu la destra, e fu sua voce udita.
    Falso  il romor che qui risuona e porta
    s rea novella, e salva  la sua vita;
    ed oggi  il terzo d che con la scorta
    d'un peregrin fece da noi partita
    per girne in Antiochia, e pria depose
    l'arme che rotte aveva e sanguinose. -

    73.
    Cos parlava, e l'Eremita intanto
    volgeva al cielo l'una e l'altra luce.
    Non un color, non serba un volto: oh quanto
    pi sacro e venerabile or riluce!
    Pieno di Dio, rapto dal zelo, a canto
    a l'angeliche menti ei si conduce;
    gli si svela il futuro, e ne l'eterna
    serie de gli anni e de l'et s'interna,

    74.
    e la bocca sciogliendo in maggior suono
    scopre le cose altrui ch'indi verranno.
    Tutti conversi a le sembianze, al tuono
    de l'insolita voce attenti stanno.
    - Vive - dice - Rinaldo, e l'altre sono
    arti e bugie di feminile inganno.
    Vive, e la vita giovanetta acerba
    a pi mature glorie il Ciel riserba.

    75.
    Presagi sono e fanciulleschi affanni
    questi ond'or l'Asia lui conosce e noma.
    Ecco chiaro vegg'io, correndo gli anni,
    ch'egli s'oppone a l'empio Augusto e 'l doma,
    e sotto l'ombra de gli argentei vanni
    l'aquila sua copre la Chiesa e Roma,
    che de la fera avr tolte a gli artigli;
    e ben di lui nasceran degni i figli.

    76.
    De' figli i figli, e chi verr da quelli,
    quinci avran chiari e memorandi essempi;
    e da' Cesari ingiusti e da' rubelli
    difenderan le mitre e i sacri tmpi.
    Premer gli alteri e sollevar gli imbelli,
    difender gli innocenti e punir gli empi,
    fian l'arti lor: cos verr che vle
    l'aquila estense oltra le vie del sole.

    77.
    E dritto  ben che, se 'l ver mira e 'l lume,
    ministri a Pietro i folgori mortali.
    U' per Cristo si pugni, ivi le piume
    spiegar de sempre invitte e trionfali,
    ch ci per suo nativo alto costume
    dielle il Cielo e per leggi a lei fatali.
    Onde piace l su che in questa degna
    impresa, onde part, chiamato vegna. -

    78.
    Qui dal soggetto vinto il saggio Piero
    stupido tace, e 'l cor ne l'alma faccia
    troppo gran cose de l'estense altero
    valor ragiona, onde tutto altro spiaccia.
    Sorge intanto la notte, e 'l velo nero
    per l'aria spiega e l'ampia terra abbraccia;
    vansene gli altri e dan le membra al sonno,
    ma i suoi pensieri in lui dormir non ponno.







    CANTO XI

    1.
    Ma 'l capitan de le cristiane genti,
    vlto avendo a l'assalto ogni pensiero,
    giva apprestando i bellici instrumenti
    quando a lui venne il solitario Piero;
    e trattolo in disparte, in tali accenti
    gli parl venerabile e severo:
    - Tu movi, o capitan, l'armi terrene,
    ma di l non cominci onde conviene.

    2.
    Sia dal Cielo il principio: invoca inanti
    ne le preghiere publiche e devote
    la milizia de gli angioli e de' santi,
    che ne impetri vittoria ella che puote.
    Preceda il clero in sacre vesti, e canti
    con pietosa armonia supplici note;
    e da voi, duci gloriosi e magni,
    pietate il vulgo apprenda e n'accompagni. -

    3.
    Cos gli parla il rigido romito,
    e 'l buon Goffredo il saggio aviso approva:
    - Servo - risponde - di Gies gradito,
    il tuo consiglio di seguir mi giova.
    Or mentre i duci a venir meco invito,
    tu i Pastori de' popoli ritrova,
    Guglielmo ed Ademaro, e vostra sia
    la cura de la pompa sacra e pia. -

    4.

    Nel seguente mattino il vecchio accoglie
    co' duo gran sacerdoti altri minori,
    ov'entro al vallo tra sacrate soglie
    soleansi celebrar divini onori.
    Quivi gli altri vestr candide spoglie,
    vestr dorato ammanto i duo Pastori
    che bipartito sovra i bianchi lini
    s'affibbia al petto, e incoronaro i crini.

    5.
    Va Piero solo inanzi e spiega al vento
    il segno riverito in Paradiso,
    e segue il coro a passo grave e lento
    in duo lunghissimi ordini diviso.
    Alternando facean doppio concento
    in supplichevol canto e in umil viso,
    e chiudendo le schiere ivano a paro
    i principi Guglielmo ed Ademaro.

    6.
    Venia poscia il Buglion, pur come  l'uso
    di capitan senza compagno a lato,
    seguiano a coppia i duci, e non confuso
    seguiva il campo in lor difesa armato.
    S procedendo se n'uscia del chiuso
    de le trinciere il popolo adunato,
    n s'udian trombe o suoni altri feroci
    ma di pietate e d'umilt sol voci.

    7.
    Te Genitor, te Figlio eguale al Padre,
    e te che d'ambo uniti amando spiri,
    e te d'Uomo e di Dio vergine Madre
    invocano propizia a i lor desiri;
    o Duci, e voi che le fulgenti squadre
    del ciel movete in triplicati giri,
    o Divo, e te che de la diva fronte
    la monda umanit lavasti al fonte,

    8.
    chiamano; e te che sei pietra e sostegno
    de la magion di Dio fondato e forte,
    ove ora il novo successor tuo degno
    di grazia e di perdono apre le porte,
    e gli altri messi del celeste regno
    che divulgr la vincitrice morte,
    e quei che 'l vero a confermar seguiro,
    testimoni di sangue e di martiro;

    9.
    quegli ancor la cui penna o la favella
    insegnata ha del Ciel la via smarrita
    e la cara di Cristo e fida ancella
    ch'elesse il ben de la pi nobil vita;
    e le vergini chiuse in casta cella
    che Dio con alte nozze a s marita;
    e quell'altre magnanime a i tormenti,
    sprezzatrici de' regi e de le genti.

    10.
    Cos cantando, il popolo devoto
    con larghi giri si dispiega e stende,
    e drizza a l'Oliveto il lento moto,
    monte che da l'olive il nome prende,
    monte per sacra fama al mondo noto,
    ch'orental contra le mura ascende,
    e sol da quelle il parte e ne 'l discosta
    la cupa Giosaf ch'in mezzo  posta.

    11.
    Col s'invia l'essercito canoro,
    e ne suonan le valli ime e profonde
    e gli alti colli e le spelonche loro,
    e da ben mille parti Ecco risponde,
    e quasi par che boscareccio coro
    fra quegli antri si celi e in quelle fronde,
    s chiaramente replicar s'udia
    or di Cristo il gran nome, or di Maria.

    12.
    D'in su le mura ad ammirar fra tanto
    cheti si stanno e attoniti i pagani
    que' tardi avolgimenti e l'umil canto,
    e l'insolite pompe e i riti estrani.
    Poi che cess de lo spettacol santo
    la novitate, i miseri profani
    alzr le strida; e di bestemmie e d'onte
    mugg il torrente e la gran valle e 'l monte.

    13.
    Ma da la casta melodia soave
    la gente di Gies per non tace,
    n si volge a que' gridi o cura n'have
    pi che di stormo avria d'augei loquace;
    n perch strali aventino, ella pave
    che giungano a turbar la santa pace
    di s lontano, onde a suo fin ben pote
    condu r le sacre incominciate note.

    14.
    Poscia in cima del colle ornan l'altare
    che di gran cena al sacerdote  mensa,
    e d'ambo i lati luminosa appare
    sublime lampa in lucid'oro accensa.
    Quivi altre spoglie, e pur dorate e care,
    prende Guglielmo, e pria tacito pensa,
    indi con chiaro suon la voce spiega,
    se stesso accusa e Dio ringrazia e prega.

    15.
    Umili intorno ascoltano i primieri,
    le viste i pi lontani almen v'han fisse.
    Ma poi che celebr gli alti misteri
    del puro sacrificio: - Itene - ei disse;
    e in fronte alzando a i popoli guerrieri
    la man sacerdotal, li benedisse.
    Allor se 'n ritornr le squadre pie
    per le dianzi da lor calcate vie.

    16.
    Giunti nel vallo e l'ordine disciolto
    si rivolge Goffredo a sua magione,
    e l'accompagna stuol calcato e folto
    insino al limitar del padiglione.
    Quivi gli altri accommiata indietro vlto,
    ma ritien seco i duci il pio Buglione,
    e li raccoglie a mensa, e vuol ch'a fronte
    di Tolosa gli sieda il vecchio conte.

    17.
    Poi che de' cibi il natural amore
    fu in lor ripresso e l'importuna sete,
    disse a i duci il gran duce: - Al novo albore
    tutti a l'assalto voi pronti sarete:
    quel fia giorno di guerra e di sudore,
    questo sia d'apparecchio e di quiete.
    Dunque ciascun vada al riposo, e poi
    se medesmo prepari e i guerrier suoi. -

    18.
    Tolser essi congedo, e manifesto
    quinci gli araldi a suon di trombe fro
    ch'essere a l'arme apparecchiato e presto
    de con la nova luce ogni guerriero.
    Cos in parte al ristoro e in parte questo
    giorno si diede a l'opre ed al pensiero,
    sin che fe' nova tregua a la fatica
    la cheta notte, del riposo amica.

    19.
    Ancor dubbia l'aurora ed immaturo
    ne l'oriente il parto era del giorno,
    n i terreni fendea l'aratro duro,
    n fea il pastore a i prati anco ritorno;
    stava tra i rami ogni augellin securo,
    e in selva non s'udia latrato o corno,
    quando a cantar la mattutina tromba
    comincia: - A l'arme! - A l'arme! - il ciel rimbomba.

    20.
    - A l'arme! a l'arme! - subito ripiglia
    il grido universal di cento schiere.
    Sorge il forte Goffredo e gi non piglia
    la gran corazza usata o le schiniere;
    ne veste un'altra ed un pedon somiglia
    in arme speditissime e leggiere;
    e indosso avea gi l'agevol pondo,
    quando gli sovragiunse il buon Raimondo.

    21.
    Questi, veggendo armato in cotal modo
    il capitano, il suo pensier comprese:
    - Ov' - gli disse - il grave usbergo e sodo?
    ov', signor, l'altro ferrato arnese?
    perch sei parte inerme? Io gi non lodo
    che vada con s debili difese.
    Or da tai segni in te ben argomento
    che sei di gloria ad umil mta intento.

    22.
    Deh! che ricerchi tu? privata palma
    di salitor di mura? Altri le saglia,
    ed esponga men degna ed util alma
    (rischio debito a lui) ne la battaglia;
    tu riprendi, signor, l'usata salma
    e di te stesso a nostro pro ti caglia.
    L'anima tua, mente del campo e vita,
    cautamente per Dio sia custodita. -

    23.
    Qui tace, ed ei risponde: - Or ti sia noto
    che quando in Chiaramonte il grande Urbano
    questa spada mi cinse, e me devoto
    fe' cavalier l'onnipotente mano,
    tacitamente a Dio promisi in voto
    non pur l'opera qui di capitano,
    ma d'impiegarvi ancor, quando che fosse,
    qual privato guerrier l'arme e le posse.

    24.
    Dunque, poscia che fian contra i nemici
    tutte le genti mie mosse e disposte,
    e ch'a pieno adempito avr gli uffici
    che son dovuti al principe de l'oste,
    ben  ragion (n tu, credo, il disdici)
    ch'a le mura pugnando anch'io m'accoste,
    e la fede promessa al Cielo osservi:
    egli mi custodisca e mi conservi -

    25.
    Cos concluse, e i cavalier francesi
    segur l'essempio e i duo minor Buglioni;
    gli altri principi ancor men gravi arnesi
    parte vestiro e si mostrr pedoni.
    Ma i pagani fra tanto erano ascesi
    l dove a i sette gelidi Troni
    si volge e piega a l'occidente il muro,
    che nel pi facil sito  men securo.

    26.
    Per ch'altronde la citt non teme
    de l'assalto nemico offesa alcuna,
    quivi non pur l'empio tiranno insieme
    il forte vulgo e gli assoldati aduna,
    ma chiama ancora a le fatiche estreme
    fanciulli e vecchi l'ultima fortuna;
    e van questi portando a i pi gagliardi
    calce e zolfo e bitume e sassi e dardi.

    27.
    E di machine e d'arme han pieno inante
    tutto quel muro a cui soggiace il piano,
    e quinci in forma d'orrido gigante
    da la cintola in su sorge il Soldano,
    quindi tra' merli il minaccioso Argante
    torreggia, e discoperto  di lontano,
    e in su la torre altissima Angolare
    sovra tutti Clorinda eccelsa appare.

    28.
    A costei la faretra e 'l grave incarco
    de l'acute quadrella al tergo pende.
    Ella gi ne le mani ha preso l'arco,
    e gi lo stral v'ha su la corda e 'l tende;
    e desiosa di ferire, al varco
    la bella arciera i suoi nemici attende.
    Tal gi credean la vergine di Delo
    tra l'alte nubi saettar dal cielo.

    29.
    Scorre pi sotto il re canuto a piede
    da l'una a l'altra porta, e 'n su le mura
    ci che prima ordin cauto rivede
    e i difensor conforta e rassecura;
    e qui genti rinforza e l provede
    di maggior copia d'arme, e 'l tutto cura.
    Ma se ne van l'afflitte madri al tempio
    a ripregar nume bugiardo ed empio.

    30.
    - Deh! spezza tu del predator francese
    l'asta, Signor, con la man giusta e forte;
    e lui, che tanto il tuo gran nome offese,
    abbatti e spargi sotto l'alte porte. -
    Cos dicean, n fur le voci intese
    l gi tra 'l pianto de l'eterna morte.
    Or mentre la citt s'appresta e prega,
    le genti e l'arme il pio Buglion dispiega.

    31.
    Tragge egli fuor l'essercito pedone
    con molta providenza e con bell'arte,
    e contra il muro ch'assalir dispone
    obliquamente in duo lati il comparte.
    Le baliste per dritto in mezzo pone
    e gli altri ordigni orribili di Marte,
    onde in guisa di fulmini si lancia
    vr le merlate cime or sasso, or lancia.

    32.
    E mette in guardia i cavalier de' fanti
    da tergo, e manda intorno i corridori.
    D il segno poi de la battaglia, e tanti
    sagittari sono e i frombatori
    e l'arme da le machine volanti,
    che scemano fra i merli i difensori.
    Altri v' morto e 'l loco altri abbandona;
    gi men folta del muro  la corona.

    33.
    La gente franca impetuosa e ratta
    allor quanto pi puote affretta i passi;
    e parte scudo a scudo insieme adatta,
    e di quegli un coperchio al capo fassi,
    e parte sotto machine s'appiatta
    che fan riparo al grandinar de' sassi;
    ed arrivando al fosso, il cupo e 'l vano
    cercano empirne ed adeguarlo al piano.

    34.
    Non era il fosso di palustre limo
    (ch no 'l consente il loco) o d'acqua molle;
    onde l'empieno, ancor che largo ed imo,
    le pietre e i fasci e gli arbori e le zolle.
    L'audacissimo Alcasto intanto il primo
    scopre la testa ed una scala estolle,
    e no 'l ritien dura gragnuola o pioggia
    di fervidi bitumi, e su vi poggia.

    35.
    Vedeasi in alto il fier Elvezio asceso
    mezzo l'aereo calle aver fornito
    segno a mille saette, e non offeso
    d'alcuna s che fermi il corso ardito;
    quando un sasso ritondo e di gran peso,
    veloce come di bombarda uscito,
    ne l'elmo il coglie e il risospinge a basso;
    e 'l colpo vien dal lanciator circasso.

    36.
    Non  mortal, ma grave il colpo e 'l salto
    s ch'ei stordisce, e giace immobil pondo.
    Argante allor in suon feroce ed alto:
    - Caduto  il primo, or chi verr secondo?
    Ch non uscite a manifesto assalto,
    appiattati guerrier, s'io non m'ascondo?
    Non gioveranvi le caverne estrane,
    ma vi morrete come belve in tane. -

    37.
    Cos dice egli, e per suo dir non cessa
    la gente occulta, e tra i ripari cavi
    e sotto gli alti scudi unita e spessa
    le saette sostiene e i pesi gravi;
    gi gli areti a la muraglia appressa,
    machine grandi e smisurate travi,
    c'han testa di monton ferrata e dura:
    temon le porte il cozzo, e l'alte mura.

    38.
    Grann mole intanto  di l su rivolta
    per cento mani al gran bisogno pronte,
    che sovra la testugine pi folta
    ruina, e par che vi trabocchi un monte;
    e de gli scudi l'union disciolta,
    pi d'un elmo vi frange e d'una fronte,
    e ne riman la terra sparsa e rossa
    d'arme, di sangue, di cervella e d'ossa.

    39.
    L'assalitore allor sotto al coperto
    de le machine sue pi non ripara,
    ma da i ciechi perigli al rischio aperto
    fuori se n'esce e sua virt dichiara.
    Altri appoggia le scale e va per l'erto,
    altri percote i fondamenti a gara.
    Ne crolla il muro, e ruinoso i fianchi
    gi fesso mostra a l'impeto de' Franchi.

    40.
    E ben cadeva a le percosse orrende,
    che doppia in lui l'espugnator montone,
    ma sin da' merli il popolo il difende
    con usata di guerra arte e ragione,
    ch'ovunque la gran trave in lui si stende
    cala fasci di lana e li frapone;
    prende in s le percosse e fa pi lente
    la materia arrendevole e cedente.

    41.
    Mentre con tal valor s'erano strette
    l'audaci schiere a la tenzon murale
    curv Clorinda sette volte, e sette
    rallent l'arco e n'avent lo strale;
    e quante in gi se ne volar saette,
    tante s'insanguinaro il ferro e l'ale,
    non di sangue plebeo ma del pi degno,
    ch sprezza quell'altera ignobil segno.

    42.
    Il primo cavalier ch'ella piagasse
    fu l'erede minor del rege inglese.
    Da' suoi ripari a pena il capo ei trasse
    che la mortal percossa in lui discese,
    e che la destra man non gli trapasse
    il guanto de l'acciar nulla contese;
    s che inabile a l'arme ei si ritira
    fremendo, e meno di dolor che d'ira.

    43.
    Il buon conte d'Ambuosa in ripa al fosso,
    e su la scala poi Clotareo il franco:
    quegli mor trafitto il petto e 'l dosso,
    questi da l'un passato a l'altro fianco.
    Sospingeva il monton, quando  percosso
    al signor de' Fiamminghi il braccio manco,
    s che tra via s'allenta, e vuol poi trarne
    lo strale, e resta il ferro entro la carne.

    44.
    A l'incauto Ademar, ch'era da lunge
    le fera pugna a riguardar rivolto,
    la fatal canna arriva e in fronte il punge.
    Stende ei la destra al loco ove l'ha colto,
    quando nova saetta ecco sorgiunge
    sovra la mano e la confige al volto;
    onde egli cade, e fa del sangue sacro
    su l'arme feminili ampio lavacro.

    45.
    Ma non lungi da' merli a Palamede,
    mentre ardito disprezza ogni periglio
    e su per gli erti gradi indrizza il piede,
    cala il settimo ferro al destro ciglio,
    e trapassando per la cava sede
    e tra' nervi de l'occhio esce vermiglio
    diretro per la nuca; egli trabocca
    e more a' pi de l'assalita rocca.

    46.
    Tal saetta costei. Goffredo intanto
    con novo assalto i difensori opprime.
    Avea condotto ad una porta a canto
    de le machine sue la pi sublime.
    Questa  torre di legno, e s'erge tanto
    che pu del muro pareggiar le cime;
    torre che, grave d'uomini ed armata,
    mobile  su le rote e vien tirata.

    47.
    Viene aventando la volubil mole
    lancie e quadrella, e quanto pu s'accosta,
    e come nave in guerra a nave suole,
    tenta d'unirsi a la muraglia opposta;
    ma chi lei guarda ed impedir ci vuole,
    l'urta la fronte e l'una e l'altra costa,
    la respinge con l'aste e le percote
    or con le pietre i merli ed or le rote.

    48.
    Tanti di qua, tanti di l fur mossi
    e sassi e dardi ch'oscuronne il cielo.
    S'urtr duo nembi in aria, e l tornossi
    talor respinto, onde partiva, il telo.
    Come di fronde sono i rami scossi
    da la pioggia indurata in freddo gelo
    e ne caggiono i pomi anco immaturi,
    cos cadeano i saracin da i muri:

    49.
    per che scende in lor pi greve il danno,
    che di ferro assai meno eran guerniti.
    Parte de' vivi ancora in fuga vanno,
    de la gran mole al fulminar smarriti.
    Ma quel che gi fu di Nicea tiranno
    vi resta, e fa restarvi i pochi arditi;
    e 'l fero Argante a contraporsi corre,
    presa una trave, a la nemica torre,

    50.
    e da s la respinge e tien lontana
    quanto l'abete  lungo e 'l braccio forte.
    Vi scende ancor la vergine sovrana,
    e de' perigli altrui si fa consorte.
    I Franchi intanto a la pendente lana
    le funi recideano e le ritorte
    con lunghe falci, onde cadendo a terra
    lasciava il muro disarmato in guerra.

    51.
    Cos la torre sovra, e pi di sotto
    l'impetuoso il batte aspro ariete,
    onde comincia omai forato e rotto
    a discoprir le interne vie secrete.
    Essi non lunge il capitan condotto
    al conquassato e tremulo parete,
    nel suo scudo maggior tutto rinchiuso
    che rade volte ha di portar in uso.

    52.
    E quivi cauto rimirando spia,
    e scender vede Solimano a basso
    e porsi a la difesa ove s'apria
    tra le ruine il periglioso passo,
    e rimaner de la sublime via
    Clorinda in guardia e 'l cavalier circasso.
    Cos guardava, e gi sentiasi il core
    tutto avampar di generoso ardore.

    53.
    Onde rivolto dice al buon Sigiero,
    che gli portava un altro scudo e l'arco:
    - Ora mi porgi, o fedel mio scudiero,
    cotesto men gravoso e grande incarco,
    ch tenter di trapassar primiero
    su i dirupati sassi il dubbio varco;
    e tempo  ben che qualche nobil opra
    de la nostra virtute omai si scopra. -

    54.
    Cos mutato scudo a pena disse,
    quando a lui venne una saetta a volo,
    e ne la gamba il colse e la trafisse
    nel pi nervoso, ove  pi acuto il duolo.
    Che di tua man, Clorinda, il colpo uscisse,
    la fama il canta, e tuo l'onor n' solo;
    se questo d servaggio e morte schiva
    la tua gente pagana, a te s'ascriva.

    55.
    Ma il fortissimo eroe, quasi non senta
    il mortifero duol de la ferita,
    dal cominciato corso il pi non lenta,
    e monta su i dirupi e gli altri invita.
    Pur s'avede egli poi che no 'l sostenta
    la gamba, offesa troppo ed impedita,
    e ch'inaspra agitando ivi l'ambascia,
    onde sforzato alfin l'assalto lascia.

    56.
    E chiamando il buon Guelfo a s con mano,
    a lui parlava: - Io me ne vo constretto:
    sostien persona tu di capitano
    e di mia lontananza empi il difetto.
    Ma picciol'ora io vi star lontano:
    vado e ritorno. - E si partia, ci detto;
    ed ascendendo in un leggier cavallo,
    giunger non pu che non sia visto al vallo.

    57.
    Al dipartir del capitan, si parte
    e cede il campo la fortuna franca.
    Cresce il vigor ne la contraria parte,
    sorge la speme e gli animi rinfranca;
    e l'ardimento co 'l favor di Marte
    ne' cor fedeli e l'impeto gi manca:
    gi corre lento ogni lor ferro al sangue,
    e de le trombe istesse il suono langue.

    58.
    E gi tra' merli a comparir non tarda
    lo stuol fugace che 'l timor caccionne,
    e mirando la vergine gagliarda,
    vero amor de la patria arma le donne.
    Correr le vedi e collocarsi in guarda
    con chiome sparse e con succinte gonne,
    e lanciar dardi e non mostrar paura
    d'esporre il petto per l'amate mura.

    59.
    E quel ch'a i Franchi pi spavento porge,
    e 'l toglie a i difensor de la cittade,
     che 'l possente Guelfo (e se n'accorge
    questo popol e quel) percosso cade.
    Tra mille il trova sua fortuna e scrge
    d'un sasso il corso per lontane strade;
    e da sembiante colpo al tempo stesso
    colto  Raimondo, onde gi cade anch'esso.

    60.
    Ed aspramente allora anco fu punto
    ne la proda del fosso Eustazio ardito.
    N in questo a i Franchi fortunoso punto
    contra lor da' nemici  colpo uscito
    (che n'uscir molti) onde non sia disgiunto
    corpo da l'alma o non sia almen ferito.
    E in tal prosperit via pi feroce
    divenendo il Circasso, alza la voce:

    61.
    - Non  questa Antochia, e non  questa
    la notte amica a le cristiane frodi.
    Vedete il chiaro sol, la gente desta,
    altra forma di guerra ed altri modi.
    Dunque favilla in voi nulla pi resta
    de l'amor de la preda e de le lodi,
    che s tosto cessate e ste stanche
    per breve assalto, o Franchi no, ma Franche? -

    62.
    Cos ragiona, e in guisa tal s'accende
    ne le sue furie il cavaliero audace
    che quell'ampia citt ch'egli difende
    non gli par campo del suo ardir capace,
    e si lancia a gran salti ove si fende
    il muro e la fessura adito face;
    ed ingombra l'uscita, e grida intanto
    a Soliman che si vedeva a canto:

    63.
    - Soliman, ecco il loco ed ecco l'ora
    che del nostro valor giudice fia.
    Che cessi? o di che temi? or cost fora
    cerchi il pregio sovran chi pi 'l desia. -
    Cos gli disse, e l'uno e l'altro allora
    precipitosamente a prova uscia;
    l'un da furor, l'altro da onor rapito
    e stimolato dal feroce invito.

    64.
    Giunsero inaspettati ed improvisi
    sovra i nemici, e in paragon mostrrsi;
    e da lor tanti furo uomini uccisi,
    e scudi ed elmi dissipatil e sparsi,
    e scale tronche ed arieti incisi,
    che di lor parve quasi un monte farsi,
    e mescolati a le ruine alzaro,
    in vece del caduto, alto riparo.

    65.
    La gente che pur dianzi ard salire
    al pregio eccelso di mural corona,
    non ch'or d'entrar ne la cittate aspire,
    ma sembra a le difese anco mal buona;
    e cede al nuovo assalto, e in preda a l'ire
    de' duo guerrier le machine abbandona,
    ch'ad altra guerra omai saran mal atte
    tanto  'l furor che le percote e batte.

    66.
    L'uno e l'altro pagan, come il trasporta
    l'impeto suo, gi pi e pi trascorre;
    gi 'l foco chiede a i cittadini, e porta
    duo pini fiammeggianti invr la torre.
    Cotali uscir da la tartarea porta
    sogliono, e sottosopra il mondo porre,
    le ministre di Pluto empie sorelle,
    lor ceraste scotendo e lor facelle.

    67.
    Ma l'invitto Tancredi, il qual altrove
    confortava a l'assalto i suoi latini,
    tosto che vide l'incredibil prove,
    e la gemina fiamma e i duo gran pini,
    tronca in mezzo le voci, e presto move
    a frenar il furor de' saracini;
    e tal del suo valor d segno orrendo
    che chi vinse e fug fugge or perdendo.

    68.
    Cos de la battaglia or qui lo stato
    co 'l variar de la fortuna  vlto,
    e in questo mezzo il capitan piagato
    ne la gran tenda sua gi s' raccolto
    co 'l buon Sigier, con Baldovino a lato,
    de i mesti amici in gran concorso e folto;
    ei che s'affretta e di tirar s'affanna
    de la piaga lo stral, rompe la canna,

    69.
    e la via pi vicina e pi spedita
    a la cura di lui vuol che si prenda:
    scoprasi ogni latebra a la ferita
    e largamente si risechi e fenda.
    - Rimandatemi in guerra, onde fornita
    non sia co 'l d prima ch'a lei mi renda. -
    Cosi dice; e premendo il lungo cerro
    d'una gran lancia, offre la gamba al ferro.

    70.
    E gi l'antico Ertimo, che nacque
    in riva al Po, s'adopra in sua salute,
    il qual de l'erbe e de le nobil acque
    ben conosceva ogni uso, ogni virtute;
    caro a le Muse ancor, ma si compiacque
    ne la gloria minor de l'arti mute;
    sol cur trre a morte i corpi frali,
    e potea far i nomi anco immortali.

    71.
    Stassi appoggiato, e con secura faccia
    freme immobile al pianto il capitano.
    Quegli in gonna succinto e da le braccia
    ripiegato il vestir, leggiero e piano
    or con l'erbe potenti in van procaccia
    trarne lo strale, or con la dotta mano;
    e con la destra il tenta e co 'l tenace
    ferro il va riprendendo, e nulla face.

    72.
    L'arte sue non seconda ed al disegno
    par che per nulla via Fortuna arrida;
    e nel piagato eroe giunge a tal segno
    l'aspro martr che n' quasi omicida.
    Or qui l'angiol custode, al duol indegno
    mosso di lui, colse dittamo in Ida:
    erba crinita di purpureo fiore
    c'have in giovani foglie alto valore.

    73.
    E ben mastra natura a le montane
    capre n'insegna la virt celata,
    qualor vengon percosse e lor rimane
    nel fianco affissa la saetta alata.
    Questa, bench da parti assai lontane,
    in un momento l'angelo ha recata,
    e non veduto entro le mediche onde
    de gli apprestati bagni il succo infonde.

    74.
    e del fonte di Lidia i sacri umori
    e l'odorata panacea vi mesce.
    Ne sparge il vecchio la ferita, e fuori
    volontario per s lo stral se 'n esce
    e si ristagna il sangue; e gi i dolori
    fuggono da la gamba e 'l vigor cresce.
    Grida Ertimo allor: - L'arte maestra
    te non risana o la mortal mia destra,

    75
    maggior virt ti salva; un angiol, credo,
    medico per te fatto,  sceso in terra,
    ch di celeste mano i segni vedo:
    prendi l'arme; che tardi? e riedi in guerra. -
    Avido di battaglia il pio Goffredo
    gi ne l'ostro le gambe avolge e serra,
    e l'asta crolla smisurata, e imbraccia
    il gi deposto scudo e l'elmo allaccia.

    76.
    Usc dal chiuso vallo, e si converse
    con mille dietro a la citt percossa:
    sopra di polve il ciel gli si coperse,
    trem sotto la terra al moto scossa;
    e lontano appressar le genti averse
    d'alto il miraro, e corse lor per l'ossa
    un tremor freddo e strinse il sangue in gelo.
    Egli alz tre fate il grido al cielo.

    77.
    Conosce il popol suo l'altera voce
    e 'l grido eccitator de la battaglia,
    e riprendendo l'impeto veloce
    di novo ancora a la tenzon si scaglia.
    Ma gi la coppia de i pagan feroce
    nel rotto accolta s' de la muraglia,
    difendendo ostinata il varco fesso
    dal buon Tancredi e da chi vien con esso.

    78.
    Qui disdegnoso giunge e minacciante
    chiuso ne l'arme il capitan di Francia,
    e 'n su la prima giunta al fero Argante
    l'asta ferrata fulminando lancia.
    Nessuna mural machina si vante
    d'aventar con pi forza alcuna lancia.
    Tuona per l'aria la nodosa trave;
    v'oppon lo scudo Argante e nulla pave.

    79.
    S'apre lo scudo al frassino pungente,
    n la dura corazza anco il sostiene,
    ch rompe tutte l'arme, e finalmente
    il sangue saracino a sugger viene.
    Ma si svelle il circasso (e 'l duol non sente)
    da l'arme il ferro affisso e da le vene,
    e 'n Goffredo il ritorce: - A te - dicendo
    - rimando il tronco, e l'armi tue ti rendo. -

    80.
    L'asta, ch'offesa or porta ed or vendetta,
    per lo noto sentier vola e rivola,
    ma gi colui non fre ove  diretta,
    ch'egli si piega e 'l capo al colpo invola;
    coglie il fedel Sigiero, il qual ricetta
    profondamente il ferro entro la gola,
    n gli rincresce, del suo caro duce
    morendo in vece, abbandonar la luce.

    81.
    Quasi in quel punto Soliman percote
    con una selce il cavalier normando;
    e questi al colpo si contorce e scote
    e cade in gi come paleo rotando.
    Or pi Goffredo sostener non pote
    l'ira di tante offese, e impugna il brando;
    e sovra la confusa alta ruina
    ascende, e move omai guerra vicina.

    82.
    E ben ei vi facea mirabil cose,
    e contrasti seguiano aspri e mortali,
    ma fuor usc la notte e 'l mondo ascose
    sotto il caliginoso orror de l'ali;
    e l'ombre sue pacifiche interpose
    fra tante ire de' miseri mortali,
    s che cess Goffredo e fe' ritorno.
    Cotal fine ebbe il sanguinoso giorno.

    83.
    Ma pria che 'l pio Buglione il campo ceda,
    fa indietro riportar gli egri e i languenti,
    e gi non lascia a' suoi nemici in preda
    l'avanzo de' suoi bellici tormenti;
    pur salva la gran torre avien che rieda,
    primo terror de le nemiche genti,
    come che sia da l'orrida tempesta
    sdruscita anch'essa in alcun loco e pesta.

    84.
    Da' gran perigli uscita ella se 'n viene
    giungendo a loco omai di securezza.
    Ma qual nave talor ch'a vele piene
    corre il mar procelloso e l'onde sprezza,
    poscia in vista del porto o su l'arene
    o su i fallaci scogli un fianco spezza;
    o qual destrier passa le dubbie strade
    e presso al dolce albergo incespa e cade;

    85.
    tale inciampa la torre, e tal da quella
    parte che volse a l'impeto de' sassi
    frange due rote debili, s ch'ella
    ruinosa pendendo arresta i passi.
    Ma le suppone appoggi e la puntella
    lo stuol che la conduce e seco stassi,
    insin che i pronti fabri intorno vanno
    saldando in lei d'ogni sua piaga il danno.

    86.
    Cos Goffredo impone, il qual desia
    che si racconci inanzi al novo sole,
    ed occupando questa e quella via
    dispon le guardie intorno a l'alta mole;
    ma 'l suon ne la citt chiaro s'udia
    di fabrili instrumenti e di parole,
    e mille si vedean fiaccole accese,
    onde seppesi il tutto o si comprese.


















    CANTO XII

    1.
    Era la notte, e non prendean ristoro
    co 'l sonno ancor le faticose genti:
    ma qui vegghiando nel fabril lavoro
    stavano i Franchi a la custodia intenti,
    e l i pagani le difese loro
    gian rinforzando tremule e cadenti
    e reintegrando le gi rotte mura,
    e de' feriti era comun la cura.

    2.
    Curate al fin le piaghe, e gi fornita
    de l'opere notturne era qualcuna;
    e rallentando l'altre, al sonno invita
    l'ombra omai fatta pi tacita e bruna.
    Pur non accheta la guerriera ardita
    l'alma d'onor famelica e digiuna,
    e sollecita l'opre ove altri cessa.
    Va seco Argante, e dice ella a se stessa:

    3.
    Ben oggi il rel de' Turchi e 'l buon2 Argante
    fr meraviglie inusitate e strane,
    ch soli uscr fra tante schiere e tante
    e vi spezzr le machine cristiane.
    Io (questo  il sommo pregio onde mi vante)
    d'alto rinchiusa oprai l'arme lontane,
    sagittaria, no 'l nego, assai felice.
    Dunque sol tanto a donna e pi non lice?

    4.
    Quanto me' fra in monte od in foresta
    a le fere aventar dardi e quadrella,
    ch'ove il maschio valor si manifesta
    mostrarmi qui tra cavalier donzella!
    Ch non riprendo la feminea vesta,
    s'io ne son degna e non mi chiudo in cella? 
    Cos parla tra s; pensa e risolve
    al fin gran cose ed al guerrier si volve:

    5.
    - Buona pezza , signor, che in s raggira
    un non so che d'insolito e d'audace
    la mia mente inqueta: o Dio l'inspira,
    o l'uom del suo voler suo Dio si face.
    Fuor del vallo nemico accesi mira
    i lumi; io l n'andr con ferro e face
    e la torre arder: vogl'io che questo
    effetto segua, il Ciel poi curi il resto.

    6.
    Ma s'egli averr pur che mia ventura
    nel mio ritorno mi rinchiuda il passo,
    d'uom che 'n amor m' padre a te la cura
    e de le care mie donzelle io lasso.
    Tu ne l'Egitto rimandar procura
    le donne sconsolate e 'l vecchio lasso.
    Fallo per Dio, signor, ch di pietate
    ben  degno quel sesso e quella etate. -

    7.
    Stupisce Argante, e ripercosso il petto
    da stimoli di gloria acuti sente.
    - Tu l n'andrai, - rispose - e me negletto
    qui lascierai tra la vulgare gente?
    E da secura parte avr diletto
    mirar il fumo e la favilla ardente?
    No, no; se fui ne l'arme a te consorte,
    esser vo' ne la gloria e ne la morte.

    8.
    Ho core anch'io che morte sprezza e crede
    che ben si cambi con l'onor la vita. -
    - Ben ne fsti - diss'ella - eterna fede
    con quella tua s generosa uscita.
    Pure io femina sono, e nulla riede
    mia morte in danno a la citt smarrita;
    ma se tu cadi (tolga il Ciel gli augri),
    or chi sar che pi difenda i muri? -

    9.
    Replic il cavaliero: - Indarno adduci
    al mio fermo voler fallaci scuse.
    Seguir l'orme tue, se mi conduci;
    ma le precorrer, se mi ricuse. -
    Concordi al re ne vanno, il qual fra i duci
    e fra i pi saggi suoi gli accolse e chiuse.

    10.
    Argante qui (n sar vano il vanto)
    quella machina eccelsa arder promette.
    - Io sar seco, ed aspettiam sol tanto
    che stanchezza maggiore il sonno allette. -
    Sollev il re le palme, e un lieto pianto
    gi per le crespe guancie a lui cadette;
    e: - Lodato sia tu, - disse - che a i servi
    tuoi volgi gli occhi e 'l regno anco mi servi.

    11.
    N gi s tosto cader, se tali
    animi forti in sua difesa or sono.
    Ma qual poss'io, coppia onorata, eguali
    dar a i meriti vostri o laude o dono?
    Laudi la fama voi con immortali
    voci di gloria, e 'l mondo empia del suono.
    Premio v' l'opra stessa, e premio in parte
    vi fia del regno mio non poca parte. -

    12.
    S parla il re canuto, e si ristringe
    or questa or quel teneramente al seno.
    Il Soldan, ch' presente e non infinge
    la generosa invidia onde egli  pieno,
    disse: - N questa spada in van si cinge;
    verravvi a paro o poco dietro almeno. -
    - Ah! - rispose Clorinda - andremo a questa
    impresa tutti? e se tu vien, chi resta? -

    13.
    Cos gli disse, e con rifiuto altero
    gi s'apprestava a ricusarlo Argante;
    ma 'l re il prevenne, e ragion primiero
    a Soliman con placido sembiante:
    - Ben sempre tu, magnanimo guerriero,
    ne ti mostrasti a te stesso sembiante,
    cui nulla faccia di periglio unquanco
    sgoment, n mai fosti in guerra stanco.

    14.
    E so che fuora andando opre faresti
    degne di te; ma sconvenevol parmi
    che tutti usciate, e dentro alcun non resti
    di voi che ste i pi famosi in armi.
    N men consentirei ch'andasser questi
    (ch degno  il sangue lor che si risparmi),
    s' o men util tal opra o mi paresse
    che fornita per altri esser potesse.

    15.
    Ma poi che la gran torre in sua difesa
    d'ogni intorno le guardie ha cos folte
    che da poche mie genti esser offesa
    non pote, e inopportuno  uscir con molte,
    la coppia che s'offerse a l'alta impresa,
    e 'n simil rischio si trov pi volte,
    vada felice pur, ch'ella  ben tale
    che sola pi che mille insieme vale.

    16.
    Tu, come al regio onor pi si conviene,
    con gli altri, prego, in su le porte attendi;
    e quando poi (ch n'ho secura spene)
    ritornino essi e desti abbian gli incendi,
    se stuol nemico seguitando viene,
    lui risospingi e lor salva e difendi. -
    Cos l'un re diceva, e l'altro cheto
    rimaneva al suo dir, ma non gi lieto.

    17.
    Soggiunse allora Ismeno: - Attender piaccia
    a voi, ch'uscir dovete, ora pi tarda,
    sin che di varie tempre un misto i' faccia
    ch'a la machina ostil s'appigli e l'arda.
    Forse allora averr che parte giaccia
    di quello stuol che la circonda e guarda. -
    Ci fu concluso, e in sua magion ciascuno
    aspetta il tempo al gran fatto opportuno.

    18.
    Depon Clorinda le sue spoglie inteste
    d'argento e l'elmo adorno e l'arme altere,
    e senza piuma o fregio altre ne veste
    (infausto annunzio!) ruginose e nere,
    per che stima agevolmente in queste
    occulta andar fra le nemiche schiere.
    quivi Arsete eunuco, il qual fanciulla
    la nudr da le fasce e da la culla,

    19.
    e per l'orme di lei l'antico fianco
    d'ogni intorno traendo, or la seguia.
    Vede costui l'arme cangiate, ed anco
    del gran rischio s'accorge ove ella gia,
    e se n'affligge, e per lo crin che bianco
    in lei servendo ha fatto e per la pia
    memoria de' suo' uffici instando prega
    che da l'impresa cessi; ed ella il nega.

    20.
    Onde ei le disse alfin: - Poi che ritrosa
    s la tua mente nel suo mal s'indura
    che n la stanca et, n la pietosa
    voglia, n i preghi miei, n il pianto cura,
    ti spiegher pi oltre, e saprai cosa
    di tua condizon che t'era oscura;
    poi tuo desir ti guidi o mio consiglio. -
    Ei segue, ed ella inalza attenta il ciglio.

    21.
    - Resse gi l'Etiopia, e forse regge
    Senapo ancor con fortunato impero,
    il qual del figlio di Maria la legge
    osserva, e l'osserva anco il popol nero.
    Quivi io pagan fui servo e fui tra gregge
    d'ancelle avolto in feminil mestiero,
    ministro fatto de la regia moglie
    che bruna  s, ma il bruno il bel non toglie.

    22.
    N'arde il marito, e de l'amore al foco
    ben de la gelosia s'agguaglia il gelo.
    Si va in guisa avanzando a poco a poco
    nel tormentoso petto il folle zelo
    che da ogn'uom la nasconde, e in chiuso loco
    vorria celarla a i tanti occhi del cielo.
    Ella, saggia ed umil, di ci che piace
    al suo signor fa suo diletto e pace.

    23.
    D'una pietosa istoria e di devote
    figure la sua stanza era dipinta.
    Vergine, bianca il bel volto e le gote
    vermiglia,  quivi presso un drago avinta.
    Con l'asta il mostro un cavalier percote:
    giace la fera nel suo sangue estinta.
    Quivi sovente ella s'atterra, e spiega
    le sue tacite colpe e piange e prega.

    24.
    Ingravida fra tanto, ed espon fuori
    (e tu fosti colei) candida figlia.
    Si turba; e de gli insoliti colori,
    quasi d'un novo mostro, ha meraviglia.
    Ma perch il re conosce e i suoi furori,
    celargli il parto alfin si riconsiglia,
    ch'egli avria dal candor che in te si vede
    argomentato in lei non bianca fede.

    25.
    Ed in tua vece una fanciulla nera
    pensa mostrargli, poco inanzi nata.
    E perch fu la torre, ove chius'era,
    da le donne e da me solo abitata,
    a me, che le fui servo e con sincera
    mente l'amai, ti di non battezzata;
    n gi poteva allor battesmo darti,
    ch l'uso no 'l sostien di quelle parti.

    26.
    Piangendo a me ti porse, e mi commise
    ch'io lontana a nudrir ti conducessi.
    Chi pu dire il suo affanno, e in quante guise
    lagnossi e raddoppi gli ultimi amplessi?
    Bagn i baci di pianto, e fur divise
    la sue querele da i singulti spessi.
    Lev alfin gli occhi, e disse: O Dio, che scerni
    l'opre pi occulte. e nel mio cor t'interni,

    27.
    s'immaculato  questo cor, s'intatte
    son queste membra e 'l marital mio letto,
    per me non prego, che mille altre ho fatte
    malvagit: son vile al tuo cospetto;
    salva il parto innocente, al qual il latte
    nega la madre del materno petto.
    Viva, e sol d'onestate a me somigli;
    l'essempio di fortuna altronde pigli.

    28.
    Tu, celeste guerrier, che la donzella
    togliesti del serpente a gli empi morsi,
    s'accesi ne' tuo' altari umil facella,
    s'auro o incenso odorato unqua ti porsi,
    tu per lei prega, s che fida ancella
    possa in ogni fortuna a te raccorsi.
    Qui tacque; e 'l cor le si rinchiuse e strinse,
    e di pallida morte si dipinse.

    29.
    Io piangendo ti presi, e in breve cesta
    fuor ti portai, tra fiori e frondi ascosa:
    ti celai da ciascun, che n di questa
    diedi sospizon n d'altra cosa.
    Me n'andai sconosciuto; e per foresta
    caminando di piante orride ombrosa,
    vidi una tigre, che minaccie ed ire
    avea ne gli occhi, incontr'a me venire.

    30.
    Sovra un arbore i' salsi e te su l'erba
    lasciai, tanta paura il cor mi prese.
    Giunse l'orribil fera, e la superba
    testa volgendo, in te lo sguardo intese.
    Mansuefece e raddolcio l'acerba
    vista con atto placido e cortese;
    lenta poi s'avicina e ti fa vezzi
    con la lingua, e tu ridi e l'accarezzi;

    31
    ed ischerzando seco, al fero muso
    la pargoletta man secura stendi.
    Ti porge ella le mamme e, come  l'uso
    di nutrice, s'adatta, e tu le prendi.
    Intanto io miro timido e confuso,
    come uom faria novi prodigi orrendi.
    Poi che sazia ti vede omai la belva
    del suo latte, ella parte e si rinselva;

    32.
    ed io gi scendo e ti ricolgo, e torno
    l 've prima fur vlti i passi miei,
    e preso in picciol borgo alfin soggiorno,
    celatamente ivi nutrir ti fei.
    Vi stetti in sin che 'l sol correndo intorno
    port a i mortali e diece mesi e sei.
    Tu con lingua di latte anco snodavi
    voci indistinte, e incerte orme segnavi.

    33.
    Ma sendo io col giunto ove dechina
    l'etate omai cadente a la vecchiezza,
    ricco e sazio de l'or che la regina
    nel partir diemmi con regale ampiezza,
    da quella vita errante e peregrina
    ne la patria ridurmi ebbi vaghezza,
    e tra gli antichi amici, in caro loco,
    viver temprando il verno al proprio foco.

    34.
    Partomi, e vr l'Egitto onde son nato,
    te conducendo meco, il corso invio,
    e giungo ad un torrente, e riserrato
    quinci da i ladri son, quindi dal rio.
    Che debb'io far? te, dolce peso amato,
    lasciar non voglio, e di campar desio.
    Mi gitto a nuoto, ed una man ne viene
    rompendo l'onda e te l'altra sostiene.

    35.
    Rapidissimo  il corso, e in mezzo l'onda
    in se medesma si ripiega e gira;
    ma, giunto ove pi volge e si profonda,
    in cerchio ella mi torce e gi mi tira.
    Ti lascio allor, ma t'alza e ti seconda
    l'acqua, e secondo a l'acqua il vento spira,
    e t'espon salva in su la molle arena;
    stanco, anelando, io poi vi giungo a pena.

    36.
    Lieto ti prendo; e poi la notte, quando
    tutte in alto silenzio eran le cose,
    vidi in sogno un guerrier che minacciando
    a me su 'l volto il ferro ignudo pose.
    Imperioso disse: Io ti comando
    ci che la madre sua primier t'impose:
    che battezzi l'infante; ella  diletta
    del Cielo, e la sua cura a me s'aspetta.

    37.
    Io la guardo' e difendo, io spirto diedi
    di pietate a le fere e mente a l'acque.
    Misero te s'al sogno tuo non credi,
    ch' del Ciel messaggiero. E qui si tacque.
    Svegliaimi e sorsi, e di l mossi i piedi
    come del giorno il primo raggio nacque;
    ma perch mia f vera e l'ombre false
    stimai, di tuo battesmo non mi calse,

    38.
    n de i preghi materni; onde nudrita
    pagana fosti, e 'l vero a te celai.
    Crescesti, e in arme valorosa e ardita
    vincesti il sesso e la natura assai:
    fama e terre acquistasti, e qual tua vita
    sia stata poscia tu medesma il sai;
    e sai non men che servo insieme e padre
    io t'ho seguita fra guerriere squadre.

    39.
    Ier poi su l'alba, a la mia mente oppressa
    d'alta quiete e simile a la morte,
    nel sonno s'offer l'imago stessa,
    ma in pi turbata vista e in suon pi forte:
    Ecco, dicea fellon, l'ora s'appressa
    che de cangiar Clorinda e vita e sorte:
    mia sar mal tuo grado, e tuo fia il duolo. 
    Ci disse, e poi n'and per l'aria a volo.

    40.
    Or odi dunque tu che 'l Ciel minaccia
    a te, diletta mia, strani accidenti.
    Io non so; forse a lui vien che dispiaccia
    ch'altri impugni la f de' suoi parenti.
    Forse  la vera fede. Ah! gi ti piaccia
    depor quest'arme e questi spirti ardenti. -
    Qui tace e piagne; ed ella pensa e teme,
    ch'un altro simil sogno il cor le preme.

    41.
    Rasserenando il volto, al fin gli dice:
    - Quella f seguir che vera or parmi,
    che tu co 'l latte gi de la nutrice
    sugger mi fsti e che vuol dubbia or farmi;
    n per temenza lascier, n lice
    a magnanimo cor, l'impresa e l'armi,
    non se la morte nel pi fier sembiante
    che sgomenti i mortali avessi inante. -

    42.
    Poscia il consola; e perch il tempo giunge
    ch'ella deve ad effetto il vanto porre,
    parte e con quel guerrier si ricongiunge
    che si vuol seco al gran periglio esporre.
    Con lor s'aduna Ismeno, e instiga e punge
    quella virt che per se stessa corre;
    e lor porge di zolfo e di bitumi
    due palle, e 'n cavo rame ascosi lumi.

    43.
    Escon notturni e piani, e per lo colle
    uniti vanno a passo lungo e spesso,
    tanto che a quella parte ove s'estolle
    la machina nemica omai son presso.
    Lor s'infiamman gli spirti, e 'l cor ne bolle
    n pu tutto capir dentro a se stesso:
    gli invita al foco, al sangue, un fero sdegno.
    Grida la guardia, e lor dimanda il segno.

    44.
    Essi van cheti inanzi, onde la guarda
    - A l'arme! a l'arme! - in alto suon raddoppia;
    ma pi non si nasconde e non  tarda
    al corso allor la generosa coppia.
    In quel modo che fulmine o bombarda
    co 'l lampeggiar tuona in un punto e scoppia,
    movere ed arrivar, ferir lo stuolo,
    aprirlo e penetrar, fu un punto solo.

    45.
    E forza  pur che fra mill'arme e mille
    percosse il lor disegno al fin riesca.
    Scopriro i chiusi lumi, e le faville
    s'appreser tosto a l'accensibil esca,
    ch'a i legni poi l'avolse e compartille.
    Chi pu dir come serpa e come cresca
    gi da pi lati il foco? e come folto
    turbi il fumo a le stelle il puro volto?

    46.
    Vedi globi di fiamme oscure e miste
    fra le rote del fumo in ciel girarsi.
    Il vento soffia, e vigor fa ch'acquiste
    l'incendio e in un raccolga i fochi sparsi.
    Fre il gran lume con terror le viste
    de' Franchi, e tutti son presti ad armarsi.
    La mole immensa, e s temuta in guerra,
    cade, e breve ora opre s lunghe atterra.

    47.
    Due squadre de' cristiani intanto al loco
    dove sorge l'incendio accorron pronte.
    Minaccia Argante: - Io spegner quel foco
    co 'l vostro sangue -, e volge lor la fronte.
    Pur ristretto a Clorinda, a poco a poco
    cede, e raccoglie i passi a sommo il monte.

    48.
    Aperta  l'Aurea porta, e quivi tratto
     il re, ch'armato il popol suo circonda,
    per raccrre i guerrier da s gran fatto,
    quando al tornar fortuna abbian seconda.
    Saltano i due su 'l limitare, e ratto
    diretro ad essi il franco stuol v'inonda,
    ma l'urta e scaccia Solimano; e chiusa
     poi la porta, e sol Clorinda esclusa.

    49.
    Sola esclusa ne fu perch in quell'ora
    ch'altri serr le porte ella si mosse,
    e corse ardente e incrudelita fora
    a punir Arimon che la percosse.
    Punillo; e 'l fero Argante avisto ancora
    non s'era ch'ella s trascorsa fosse,
    ch la pugna e la calca e l'aer denso
    a i cor togliea la cura, a gli occhi il senso.

    50.
    Ma poi che intepid la mente irata
    nel sangue del nemico e in s rivenne,
    vide chiuse le porte e intornata
    s da' nemici, e morta allor si tenne.
    Pur veggendo ch'alcuno in lei non guata,
    nov'arte di salvarsi le sovenne.
    Di lor gente s'infinge, e fra gli ignoti
    cheta s'avolge; e non  chi la noti.

    51.
    Poi, come lupo tacito s'imbosca
    dopo occulto misfatto, e si desvia,
    da la confuson, da l'aura fosca
    favorita e nascosa, ella se 'n gia.
    Solo Tancredi avien che lei conosca;
    egli quivi  sorgiunto alquanto pria;
    vi giunse allor ch'essa Arimon uccise:
    vide e segnolla, e dietro a lei si mise.

    52.
    Vuol ne l'armi provarla: un uom la stima
    degno a cui sua virt si paragone.
    Va girando colei l'alpestre cima
    verso altra porta, ove d'entrar dispone.
    Segue egli impetuoso, onde assai prima
    che giunga, in guisa avien che d'armi suone,
    ch'ella si volge e grida: - O tu, che porte,
    che corri s? - Risponde: - E guerra e morte. -

    53.
    - Guerra e morte avrai; - disse - io non rifiuto
    darlati, se la cerchi -, ferma attende.
    Non vuol Tancredi, che pedon veduto
    ha il suo nemico, usar cavallo, e scende.
    E impugna l'uno e l'altro il ferro acuto,
    ed aguzza l'orgoglio e l'ire accende;
    e vansi a ritrovar non altrimenti
    che duo tori gelosi e d'ira ardenti.

    54.
    Degne d'un chiaro sol, degne d'un pieno
    teatro, opre sarian s memorande.
    Notte, che nel profondo oscuro seno
    chiudesti e ne l'oblio fatto s grande,
    piacciati ch'io ne 'l tragga e 'n bel sereno
    a le future et lo spieghi e mande.
    Viva la fama loro; e tra lor gloria
    splenda del fosco tuo l'alta memoria.

    55.
    Non schivar, non parar, non ritirarsi
    voglion costor, n qui destrezza ha parte.
    Non danno i colpi or finti, or pieni, or scarsi:
    toglie l'ombra e 'l furor l'uso de l'arte.
    Odi le spade orribilmente urtarsi
    a mezzo il ferro, il pi d'orma non parte;
    sempre  il pi fermo e la man sempre in moto,
    n scende taglio in van, n punta a vto.

    56.
    L'onta irrita lo sdegno a la vendetta,
    e la vendetta poi l'onta rinova;
    onde sempre al ferir, sempre a la fretta
    stimol novo s'aggiunge e cagion nova.
    D'or in or pi si mesce e pi ristretta
    si fa la pugna, e spada oprar non giova:
    dansi co' pomi, e infelloniti e crudi
    cozzan con gli elmi insieme e con gli scudi.

    57.
    Tre volte il cavalier la donna stringe
    con le robuste braccia, ed altrettante
    da que' nodi tenaci ella si scinge,
    nodi di fer nemico e non d'amante.
    Tornano al ferro, e l'uno e l'altro il tinge
    con molte piaghe; e stanco ed anelante
    e questi e quegli al fin pur si ritira,
    e dopo lungo faticar respira.

    58.
    L'un l'altro guarda, e del suo corpo essangue
    su 'l pomo de la spada appoggia il peso.
    Gi de l'ultima stella il raggio langue
    al primo albor ch' in oriente acceso.
    Vede Tancredi in maggior copia il sangue
    del suo nemico, e s non tanto offeso.
    Ne gode e superbisce. Oh nostra folle
    mente ch'ogn'aura di fortuna estolle!

    59.
    Misero, di che godi? oh quanto mesti
    fiano i trionfi ed infelice il vanto!
    Gli occhi tuoi pagheran (se in vita resti)
    di quel sangue ogni stilla un mar di pianto.
    Cos tacendo e rimirando, questi
    sanguinosi guerrier cessaro alquanto.
    Ruppe il silenzio al fin Tancredi e disse,
    perch il suo nome a lui l'altro scoprisse:

    60.
    - Nostra sventura  ben che qui s'impieghi
    tanto valor, dove silenzio il copra.
    Ma poi che sorte rea vien che ci neghi
    e lode e testimon degno de l'opra,
    pregoti (se fra l'arme han loco i preghi)
    che 'l tuo nome e 'l tuo stato a me tu scopra,
    acci ch'io sappia, o vinto o vincitore,
    chi la mia morte o la vittoria onore. -

    61.
    Risponde la feroce: - Indarno chiedi
    quel c'ho per uso di non far palese.
    Ma chiunque io mi sia, tu inanzi vedi
    un di quei due che la gran torre accese. -
    Arse di sdegno a quel parlar Tancredi,
    e: - In tal punto il dicesti - indi riprese
    - il tuo dire e 'l tacer di par m'alletta,
    barbaro discortese, a la vendetta. -

    62.
    Torna l'ira ne' cori, e li trasporta,
    bench debili, in guerra. Oh fera pugna,
    u' l'arte in bando, u' gi la forza  morta,
    ove, in vece d'entrambi il furor pugna!
    Oh che sanguigna e spazosa porta
    fa l'una e l'altra spada, ovunque giugna,
    ne l'arme e ne le carni! e se la vita
    non esce, sdegno tienla al petto unita.

    63.
    Qual l'alto Egeo, perch Aquilone o Noto
    cessi, che tutto prima il volse e scosse,
    non s'accheta ei per, ma 'l suono e 'l moto
    ritien de l'onde anco agitate e grosse,
    tal, se ben manca in lor co 'l sangue vto
    quel vigor che le braccia a i colpi mosse,
    serbano ancor l'impeto primo, e vanno
    da quel sospinti a giunger danno a danno.

    64.
    Ma ecco omai l'ora fatale  giunta
    che 'l viver di Clorinda al suo fin deve.
    Spinge egli il ferro nel bel sen di punta
    che vi s'immerge e 'l sangue avido beve;
    e la veste, che d'or vago trapunta
    le mammelle stringea tenera e leve,
    l'empie d'un caldo fiume. Ella gi sente
    morirsi, e 'l pi le manca egro e languente.

    65.
    Segue egli la vittoria, e la trafitta
    vergine minacciando incalza e preme.
    Ella, mentre cadea, la voce afflitta
    movendo, disse le parole estreme;
    parole ch'a lei novo un spirto ditta,
    spirto di f, di carit, di speme:
    virt ch'or Dio le infonde, e se rubella
    in vita fu, la vuole in morte ancella.

    66.
    - Amico, hai vinto: io ti perdn... perdona
    tu ancora, al corpo no, che nulla pave,
    a l'alma s; deh! per lei prega, e dona
    battesmo a me ch'ogni mia colpa lave. -
    In queste voci languide risuona
    un non so che di flebile e soave
    ch'al cor gli scende ed ogni sdegno ammorza,
    e gli occhi a lagrimar gli invoglia e sforza.

    67.
    Poco quindi lontan nel sen del monte
    scaturia mormorando un picciol rio.
    Egli v'accorse e l'elmo empi nel fonte,
    e torn mesto al grande ufficio e pio.
    Tremar sent la man, mentre la fronte
    non conosciuta ancor sciolse e scoprio.
    La vide, la conobbe, e rest senza
    e voce e moto. Ahi vista! ahi conoscenza!

    68.
    Non mor gi, ch sue virtuti accolse
    tutte in quel punto e in guardia al cor le mise,
    e premendo il suo affanno a dar si volse
    vita con l'acqua a chi co 'l ferro uccise.
    Mentre egli il suon de' sacri detti sciolse
    colei di gioia trasmutossi, e rise;
    e in atto di morir lieto e vivace,
    dir parea: S'apre il cielo; io vado in pace.

    69.
    D'un bel pallore ha il bianco volto asperso,
    come a' gigli sarian miste viole:
    e gli occhi al cielo affisa, e in lei converso
    sembra per la pietate il cielo e 'l sole;
    e la man nuda e fredda alzando verso
    il cavaliero, in vece di parole
    gli d pegno di pace. In questa forma
    passa la bella donna, e par che dorma.

    70.
    Come l'alma gentile uscita ei vede,
    rallenta quel vigor ch'avea raccolto;
    e l'imperio di s libero cede
    al duol gi fatto impetoso e stolto,
    ch'al cor si stringe e, chiusa in breve sede
    la vita, empie di morte i sensi e 'l volto.
    Gi simile a l'estinto il vivo langue
    al colore, al silenzio, a gli atti, al sangue.

    71.
    E ben la vita sua sdegnosa e schiva,
    spezzando a forza il suo ritegno frale,
    la bella anima sciolta al fin seguiva,
    che poco inanzi a lei spiegava l'ale;
    ma quivi stuol de' Franchi a caso arriva,
    cui trae bisogno d'acqua o d'altro tale,
    e con la donna il cavalier ne porta,
    in s mal vivo e morto in lei ch' morta.

    72.
    Per che 'l duce loro ancor discosto
    conosce a l'arme il principe cristiano:
    onde v'accorre, e poi ravisa tosto
    la vaga estinta, e duolsi al caso strano.
    E gi lasciar non volle a i lupi esposto
    il bel corpo che stima ancor pagano,
    ma sovra l'altrui braccia ambi li pone,
    e ne vien di Tancredi al padiglione.

    73.
    A fatto ancor nel piano e lento moto
    non si risente il cavalier ferito;
    pur fievolmente geme, e quinci  noto
    che 'l suo corso vital non  fornito.
    Ma l'altro corpo tacito ed immoto
    dimostra ben che n' lo spirto uscito.
    Cos portato,  l'uno e l'altro appresso;
    ma in differente stanza al fine  messo.

    74.
    I pietosi scudier gi sono intorno
    con vari uffici al cavalier giacente,
    e gi se 'n riede a i languidi occhi il giorno,
    e le mediche mani e i detti ei sente;
    ma pur dubbiosa ancor del suo ritorno,
    non s'assecura attonita la mente.
    Stupido intorno ei guarda, e i servi e 'l loco
    al fin conosce: e dice afflitto e fioco:

    75.
    - Io vivo? io spiro ancora? e gli odiosi
    rai miro ancor di questo infausto die?
    D testimon de' miei misfatti ascosi,
    che rimprovera a me le colpe mie!
    Ahi! man timida e lenta, or ch non osi,
    tu che sai tutte del ferir le vie,
    tu, ministra di morte empia ed infame,
    di questa vita rea troncar lo stame?

    76.
    Passa pur questo petto, e feri scempi
    co 'l ferro tuo crudel fa' del mio core;
    ma forse, usata a' fatti atroci ed empi,
    stimi piet dar morte al mio dolore.
    Dunque i' vivr tra memorandi essempi
    misero mostro d'infelice amore:
    misero mostro, a cui sol pena  degna
    de l'immensa impiet  la vita indegna.

    77.
    Vivr fra i miei tormenti e le mie cure,
    mie giuste furie, forsennato, errante;
    paventar l'ombre solinghe e scure
    che 'l primo error mi recheranno inante,
    e del sol che scopr le mie sventure,
    a schivo ed in orrore avr il sembiante.
    Temer me medesmo; e da me stesso
    sempre fuggendo, avr me sempre appresso.

    78.
    Ma dove, oh lasso me!, dove restaro
    le reliquie del corpo e bello e casto?
    Ci ch'in lui sano i miei furor lasciaro,
    dal furor de le fere  forse guasto.
    Ahi troppo nobil preda! ahi dolce e caro
    troppo e pur troppo prezioso pasto!
    ahi sfortunato! in cui l'ombre e le selve
    irritaron me prima e poi le belve.

    79.
    Io pur verr l dove ste; e voi
    meco avr, s'anco ste, amate spoglie.
    Ma s'egli avien che i vaghi membri suoi
    stati sian cibo di ferine voglie,
    vuo' che la bocca stessa anco me ingoi,
    e 'l ventre chiuda me che lor raccoglie:
    onorata per me tomba e felice,
    ovunque sia, s'esser con lor mi lice. -

    80.
    Cos parla quel misero, e gli  detto
    ch'ivi quel corpo avean per cui si dole:
    rischiarar parve il tenebroso aspetto,
    qual le nubi un balen che passe e vle;
    e da i riposi sollev del letto
    l'inferma de le membra e tarda mole;
    e traendo a gran pena il fianco lasso,
    col rivolse vacillando il passo.

    81.
    Ma come giunse, e vide in quel bel seno,
    opera di sua man, l'empia ferita,
    e quasi un ciel notturno anco sereno
    senza splendor la faccia scolorita,
    trem cos che ne cadea, se meno
    era vicina la fedele aita.
    Poi disse: - Oh viso che puoi far la morte
    dolce, ma raddolcir non puoi mia sorte!

    82.
    Oh bella destra che 'l soave pegno
    d'amicizia e di pace a me porgesti!
    quali or, lasso!, vi trovo? e qual ne vegno?
    E voi leggiadre membra, or non son questi
    del mio ferino e scelerato sdegno
    vestigi miserabili e funesti?
    Oh di par con la man luci spietate,
    essa le piaghe fe', voi le mirate.

    83.
    Asciutte le mirate? or corra, dove
    nega d'andare il pianto, il sangue mio. -
    Qui tronca le parole, e come il move
    suo disperato di morir desio,
    squarcia le fasce e le ferite, e piove
    da le sue piaghe essacerbate un rio;
    e s'uccidea, ma quella doglia acerba,
    co 'l trarlo di se stesso, in vita il serba.

    84.
    Posto su 'l letto, e l'anima fugace
    fu richiamata a gli odiosi uffici.
    Ma la garrula fama omai non tace
    l'aspre sue angoscie e i suoi casi infelici.
    Vi tragge il pio Goffredo, e la verace
    turba v'accorre de' pi degni amici.
    Ma n grave ammonir, n pregar dolce
    l'ostinato de l'alma affanno molce.

    85.
    Qual in membro gentil piaga mortale
    tocca s'inaspra e in lei cresce il dolore,
    tal da i dolci conforti in s gran male
    pi inacerbisce medicato il core.
    Ma il venerabil Piero, a cui ne cale
    come d'agnella inferma al buon pastore,
    con parole gravissime ripiglia
    il vaneggiar suo lungo, e lui consiglia:

    86.
    - O Tancredi, Tancredi, o da te stesso
    troppo diverso e da i princpi tuoi,
    chi s t'assorda? e qual nuvol s spesso
    di cecit fa che veder non puoi?
    Questa sciagura tua del Cielo  un messo;
    non vedi lui? non odi i detti suoi?
    che ti sgrida, e richiama a la smarrita
    strada che pria segnasti e te l'addita?

    87.
    A gli atti del primiero ufficio degno
    di cavalier di Cristo ei ti rappella,
    che lasciasti per farti (ahi cambio indegno!)
    drudo d'una fanciulla a Dio rubella.
    Seconda aversit, pietoso sdegno
    con leve sferza di l su flagella
    tua folle colpa, e fa di tua salute
    te medesmo ministro; e tu 'l rifiute?

    88.
    Rifiuti dunque, ahi sconoscente!, il dono
    del Ciel salubre e 'ncontra lui t'adiri?
    Misero, dove corri in abbandono
    a i tuoi sfrenati e rapidi martri?
    Sei giunto, e pendi gi cadente e prono
    su 'l precipizio eterno; e tu no 'l miri?
    Miralo, prego, e te raccogli, e frena
    quel dolor ch'a morir doppio ti mena. -

    89.
    Tace, e in colui de l'un morir la tema
    pot de l'altro intepidir la voglia.
    Nel cor d loco a que' conforti, e scema
    l'impeto interno de l'interna doglia,
    ma non cos che ad or ad or non gema
    e che la lingua a lamentar non scioglia,
    ora seco parlando, or con la sciolta
    anima che dal Ciel forse l'ascolta.

    90.
    Lei nel partir, lei nel tornar del sole
    chiama con voce stanca, e prega e plora,
    come usignuol cui 'l villan duro invole
    dal nido i figli non pennuti ancora,
    che in miserabil canto afflitte e sole
    piange le notti, e n'empie i boschi e l'ra.
    Al fin co 'l novo d rinchiude alquanto
    i lumi, e 'l sonno in lor serpe fra 'l pianto.

    91.
    Ed ecco in sogno di stellata veste
    cinta gli appar la sospirata amica:
    bella assai pi, ma lo splendor celeste
    orna e non toglie la notizia antica;
    e con dolce atto di piet le meste
    luci par che gli asciughi, e cos dica:
    Mira come son bella e come lieta,
    fedel mio caro, e in me tuo duolo acqueta.

    92.
    Tale i' son, tua merc: tu me da i vivi
    del mortal mondo, per error, togliesti;
    tu in grembo a Dio fra gli immortali e divi,
    per piet, di salir degna mi fsti.
    Quivi io beata amando godo, e quivi
    spero che per te loco anco s'appresti,
    ove al gran Sole e ne l'eterno die
    vagheggiarai le sue bellezze e mie.

    93.
    Se tu medesmo non t'invidii il Cielo
    e non travii co 'l vaneggiar de' sensi,
    vivi e sappi ch'io t'amo, e non te 'l celo,
    quanto pi creatura amar conviensi.
    Cos dicendo, fiammeggi di zelo
    per gli occhi, fuor del mortal uso accensi;
    poi nel profondo de' suoi rai si chiuse
    e sparve, e novo in lui conforto infuse.

    94.
    Consolato ei si desta e si rimette
    de' medicanti a la discreta aita,
    e intanto sepellir fa le dilette
    membra ch'inform gi la nobil vita.
    E se non fu di ricche pietre elette
    la tomba e da man dedala scolpita,
    fu scelto almeno il sasso, e chi gli diede
    figura, quanto il tempo ivi concede.

    95.
    Quivi da faci in lungo ordine accese
    con nobil pompa accompagnar la feo,
    e le sue arme, a un nudo pin sospese,
    vi spieg sovra in forma di trofeo.
    Ma come prima alzar le membra offese
    nel d seguente il cavalier poteo,
    di riverenza pieno e di pietate
    visit le sepolte ossa onorate.

    96.
    Giunto a la tomba, ove al suo spirto vivo
    dolorosa prigione il Ciel prescrisse,
    pallido, freddo, muto, e quasi privo
    di movimento, al marmo gli occhi affisse.
    Al fin, sgorgando un lagrimoso rivo,
    in un languido: - oim! - proruppe, e disse:
    - O sasso amato ed onorato tanto,
    che dentro hai le mie fiamme e fuori il pianto,

    97.
    non di morte sei tu, ma di vivaci
    ceneri albergo, ove  riposto Amore;
    e ben sento io da te l'usate faci,
    men dolci s, ma non men calde al core.
    Deh! prendi i miei sospiri, e questi baci
    prendi ch'io bagno di doglioso umore;
    e dalli tu, poi ch'io non posso, almeno
    a le amate reliquie c'hai nel seno.

    98.
    Dalli lor tu, ch se mai gli occhi gira
    l'anima bella a le sue belle spoglie,
    tua pietate e mio ardir non avr in ira,
    ch'odio o sdegno l su non si raccoglie.
    Perdona ella il mio fallo, e sol respira
    in questa speme il cor fra tante doglie.
    Sa ch'empia  sol la mano; e non l' noia
    che, s'amando lei vissi, amando moia.

    99.
    Ed amando morr: felice giorno,
    quando che sia; ma pi felice molto,
    se come errando or vado a te d'intorno,
    allor sar dentro al tuo grembo accolto.
    Faccian l'anime amiche in Ciel soggiorno,
    sia l'un cenere e l'altro in un sepolto;
    ci che 'l viver non ebbe, abbia la morte.
    Oh se sperar ci lice, altera sorte! -

    100.
    Confusamente si bisbiglia intanto
    del caso reo ne la rinchiusa terra.
    Poi s'accerta e divulga, e in ogni canto
    de la citt smarrita il romor erra
    misto di gridi e di femineo pianto;
    non altramente che se presa in guerra
    tutta ruini, e 'l foco e i nemici empi
    volino per le case e per li tmpi.

    101.
    Ma tutti gli occhi Arsete in s rivolve,
    miserabil di gemito e d'aspetto.
    Ei come gli altri in lagrime non solve
    il duol, ch troppo  d'indurato affetto;
    ma i bianchi crini suoi d'immonda polve
    si sparge e brutta, e fiede il volto e 'l petto.
    Or mentre in lui vlte le turbe sono,
    va in mezzo Argante e parla in cotal suono:

    102.
    - Ben volev'io, quando primier m'accorsi
    che fuor si rimanea la donna forte,
    seguirla immantinente; e ratto corsi
    per correr seco una medesma sorte.
    Che non feci o non dissi? o quai non porsi
    preghiere al re che fsse aprir le porte?
    Ei me pregante, e contendente invano,
    con l'imperio affren c'ha qui soprano.

    103.
    Ahi! che s'io allora usciva, o dal periglio
    qui ricondotta la guerriera avrei,
    o chiusi, ov'ella il terren fe' vermiglio,
    con memorabil fine i giorni miei.
    Ma che potevo io pi? parve al consiglio
    de gli uomini altramente e de gli di:
    ella mor di fatal morte, ed io
    quant'or conviensi a me gi non oblio.

    104.
    Odi, Gierusalem, ci che prometta
    Argante; odi 'l tu, Cielo; e se in ci manco,
    fulmina su 'l mio capo: io la vendetta
    giuro di far ne l'omicida Franco,
    che per la costei morte a me s'aspetta,
    n questa spada mai depor dal fianco
    insin ch'ella a Tancredi il cor non passi
    e 'l cadavero infame a i corvi lassi. -

    105.
    Cos disse egli, e l'aure popolari
    con applauso segur le voci estreme;
    e imaginando sol, tempr gli amari
    l'aspettata vendetta in quel che geme.
    Oh vani giuramenti! ecco contrari
    seguir tosto gli effetti a l'alta speme,
    e cader questi in tenzon pari estinto
    sotto colui ch'ei fa gi preso e vinto.









    CANTO XIII

    1.
    Ma cadde a pena in cenere l'immensa
    machina espugnatrice de le mura,
    che 'n s novi argomenti Ismen ripensa
    perch pi resti la citt secura;
    onde a i Franchi impedir ci che dispensa
    lor di materia il bosco egli procura,
    onde contra Sion battuta e scossa
    torre nova rifarsi indi non possa.

    2.
    Sorge non lunge a le cristiane tende
    tra solitarie valli alta foresta,
    foltissima di piante antiche, orrende,
    che spargon d'ogni intorno ombra funesta.
    Qui, ne l'ora che 'l sol pi chiaro splende,
     luce incerta e scolorita e mesta,
    quale in nubilo ciel dubbia si vede
    se 'l d a la notte o s'ella a lui succede.

    3.
    Ma quando parte il sol, qui tosto adombra
    notte, nube, caligine ed orrore
    che rassembra infernal, che gli occhi ingombra
    di cecit, ch'empie di tema il core;
    n qui gregge od armenti a' paschi, a l'ombra
    guida bifolco mai, guida pastore,
    n v'entra peregrin, se non smarrito,
    ma lunge passa e la dimostra a dito.

    4.
    Qui s'adunan le streghe, ed il suo vago
    con ciascuna di lor notturno viene;
    vien sovra i nembi, e chi d'un fero drago,
    e chi forma d'un irco informe tiene:
    concilio infame, che fallace imago
    suol allettar di desato bene
    a celebrar con pompe immonde e sozze
    i profani conviti e l'empie nozze.

    5.
    Cos credeasi, ed abitante alcuno
    del fero bosco mai ramo non svelse;
    ma i Franchi il volr, perch'ei sol uno
    somministrava lor machine eccelse.
    Or qui se 'n venne il mago, e l'opportuno
    alto silenzio de la notte scelse,
    de la notte che prossima successe;
    e suo cerchio formovvi e i segni impresse.

    6.
    E scinto e nudo un pi nel cerchio accolto,
    mormor potentissime parole.
    Gir tre volte a l'orente il volto,
    tre volte a i regni ove dechina il sole,
    e tre scosse la verga ond'uom  sepolto
    trar de la tomba e dargli il moto sle,
    e tre co 'l piede scalzo il suol percosse;
    poi con terribil grido il parlar mosse:

    7.
    - Udite, udite, o voi che da le stelle
    precipitr gi i folgori tonanti:
    s voi che le tempeste e le procelle
    movete, abitator de l'aria erranti,
    come voi che a le inique anime felle
    ministri ste de li eterni pianti;
    cittadini d'Averno, or qui v'invoco,
    e te, signor de' regni empi del foco.

    8.
    Prendete in guardia questa selva, e queste
    piante che numerate a voi consegno.
    Come il corpo  de l'alma albergo e veste,
    cos d'alcun di voi sia ciascun legno,
    onde il Franco ne fugga o almen s'arreste
    ne' primi colpi, e tema il vostro sdegno. -
    Disse, e quelle ch'aggiunse orribil note,
    lingua, s'empia non , ridir non pote.

    9.
    A quel parlar le faci, onde s'adorna
    il seren de la notte, egli scolora;
    e la luna si turba e le sue corna
    di nube avolge, e non appar pi fora.
    Irato i gridi a raddoppiar ei torna:
    - Spirti invocati, or non venite ancora?
    onde tanto indugiar? forse attendete
    voci ancor pi potenti o pi secrete?

    10.
    Per lungo disusar gi non si scorda
    de l'arti crude il pi efficace aiuto;
    e so con lingua anch'io di sangue lorda
    quel nome proferir grande e temuto,
    a cui n Dite mai ritrosa o sorda
    n trascurato in ubidir fu Pluto.
    Che s?..che s?.. - Volea pi dir, ma intanto
    conobbe ch'esseguito era lo 'ncanto.

    11.
    Veneno innumerabili, infiniti
    spirti, parte che 'n aria alberga ed erra,
    parte di quei che son dal fondo usciti
    caliginoso e tetro de la terra;
    lenti e del gran divieeto anco smarriti,
    ch'imped lor di trattar l'arme in guerra,
    ma gi venirne qui lor non si toglie
    e ne' tronchi albergare e tra le foglie.

    12.
    Il mago, poi ch'omai nulla pi manca
    al suo disegno, al re lieto se 'n riede:
    - Signor, lascia ogni dubbio e 'l cor rinfranca
    ch'omai secura  la regal tua sede,
    n potr rinovar pi l'oste franca
    l'alte machine sue come ella crede. -
    Cos gli dice, e poi di parte in parte
    narra i successi de la magica arte.

    13.
    Soggiunse appresso: - Or cosa aggiungo a queste
    fatte da me ch'a me non meno aggrada.
    Sappi che tosto nel Leon celeste
    Marte co 'l sol fia ch'ad unir si vada,
    n tempreran le fiamme lor moleste
    aure, o nembi di pioggia o di rugiada,
    ch quanto in cielo appar, tutto predice
    aridissima arsura ed infelice;

    14.
    onde qui caldo avrem qual l'hanno a pena
    gli adusti Nasamoni o i Garamanti.
    Pur a noi fia men grave in citt piena
    d'acque e d'ombre s fresche e d'agi tanti,
    ma i Franchi in terra asciutta e non amena
    gi non saranlo a tolerar bastanti;
    e pria dmi dal cielo, agevolmente
    fian poi sconfitti da l'egizia gente.

    15.
    Tu vincerai sedendo, e la fortuna
    non cred'io che tentar pi ti convegna.
    Ma se 'l Circasso alter che posa alcuna
    non vuole e, bench onesta, anco la sdegna,
    t'affretta come sle e t'importuna,
    trova modo pur tu ch'a freno il tegna,
    ch molto non andr che 'l Cielo amico
    a te pace dar, guerra al nemico. -

    16.
    Or questo udendo il re, ben s'assecura,
    s che non teme le nemiche posse.
    Gi riparate in parte avea le mura
    che de' montoni l'impeto percosse;
    con tutto ci non rallent la cura
    di ristorarle, ove sian rotte o smosse.
    Le turbe tutte, e cittadine e serve,
    s'impiegan qui: l'opra continua ferve.

    17.
    Ma in questo mezzo il pio Buglion non vle
    che la forte cittade in van si batta,
    se non  prima la maggior sua mole
    ed alcuna altra machina rifatta.
    E i fabri al bosco invia che porger sle
    ad uso tal pronta materia ed atta.
    Vanno costor su l'alba a la foresta,
    ma timor novo al suo apparir gli arresta.

    18.
    Qual semplice bambin mirar non osa
    dove insolite larve abbia presenti,
    o come pave ne la notte ombrosa,
    imaginando pur mostri e portenti,
    cos temean, senza saper qual cosa
    siasi quella per che gli sgomenti,
    se non che 'l timor forse a i sensi finge
    maggior prodigi di Chimera o Sfinge.

    19.
    Torna la turba, e misera e smarrita
    varia e confonde s le cose e i detti
    ch'ella nel riferir n' poi schernita,
    n son creduti i mostruosi effetti.
    Allor vi manda il capitano ardita
    e forte squadra di guerrieri eletti,
    perch sia scorta a l'altra e 'n esseguire
    i magisteri suoi le porga ardire.

    20.
    Questi, appressando ove lor seggio han posto
    gli empi demoni in quel selvaggio orrore,
    non rimirr le nere ombre s tosto,
    che lor si scosse e torn ghiaccio il core.
    Pur oltra ancor se 'n gian, tenendo ascosto
    sotto audaci sembianti il vil timore;
    e tanto s'avanzr che lunge poco
    erano omai da l'incantato loco.

    21.
    Esce allor de la selva un suon repente
    che par rimbombo di terren che treme;
    e 'l mormorar de gli Austri in lui si sente
    e 'l pianto d'onda che fra scogli geme.
    Come rugge il leon, fischia il serpente,
    come urla il lupo e come l'orso freme
    v'odi, e v'odi le trombe, e v'odi il tuono:
    tanti e s fatti suoni esprime un suono.

    22.
    In tutti allor s'impallidr le gote
    e la temenza a mille segni apparse,
    n disciplina tanto o ragion pote
    ch'osin di gire inanzi o di fermarse,
    ch'a l'occulta virt che gli percote
    son le difese loro anguste e scarse.
    Fuggono al fine; e un d'essi, in cotal guisa
    scusando il fatto, il pio Buglion n'avisa:

    23.
    - Signor, non  di noi chi pi si vante
    troncar la selva, ch'ella  s guardata
    ch'io credo (e 'l giurerei) che in quelle piante
    abbia la reggia sua Pluton traslata.
    Ben ha tre volte e pi d'aspro diamante
    ricinto il cor chi intrepido la guata;
    n senso v'ha colui ch'udir s'arrischia
    come tonando insieme rugge e fischia. -

    24.
    Cos costui parlava. Alcasto v'era
    fra molti che l'udian presente a sorte:
    l'uom di temerit stupida e fera
    sprezzator de' mortali e de la morte;
    che non avria temuto orribil fera,
    n mostro formidabile ad  uom forte,
    n tremoto, n folgore, n vento,
    n s'altro ha il mondo pi di volento.

    25.
    Crollava il capo e sorridea dicendo:
    - Dove costui non osa, io gir confido;
    io sol quel bosco di troncar intendo
    che di torbidi sogni  fatto nido.
    Gi no 'l mi vieter fantasma orrendo
    n di selva o d'augei fremito o grido,
    o pur tra quei s spaventosi chiostri
    d'ir ne l'inferno il varco a me si mostri. -

    26.
    Cotal si vanta al capitano, e tolta
    da lui licenza il cavalier s'invia;
    e rimira la selva, e poscia ascolta
    quel che da lei novo rimbombo uscia,
    n per il piede audace indietro volta
    ma securo e sprezzante  come pria;
    e gi calcato avrebbe il suol difeso,
    ma gli s'oppone (o pargli) un foco acceso.

    27.
    Cresce il gran foco, e 'n forma d'alte mura
    stende le fiamme torbide e fumanti;
    e ne cinge quel bosco, e l'assecura
    ch'altri gli arbori suoi non tronchi e schianti.
    Le maggiori sue fiamme hanno figura
    di castelli superbi e torreggianti,
    e di tormenti bellici ha munite
    le rocche sue questa novella Dite.

    28.
    Oh quanti appaion mostri armati in guarda
    de gli alti merli e in che terribil faccia!
    De' quai con occhi biechi altri il riguarda,
    e dibattendo l'arme altri il minaccia.
    Fugge egli al fine, e ben la fuga  tarda,
    qual di leon che si ritiri in caccia,
    ma pure  fuga; e pur gli scote il petto
    timor, sin a quel punto ignoto affetto.

    29.
    Non s'avide esso allor d'aver temuto,
    ma fatto poi lontan ben se n'accorse;
    e stupor n'ebbe e sdegno, e dente acuto
    d'amaro pentimento il cor gli morse.
    E, di trista vergogna acceso e muto,
    attonito in disparte i passi torse,
    ch quella faccia alzar, gi s orgogliosa,
    ne la luce de gli uomini non osa.

    30.
    Chiamato da Goffredo, indugia e scuse
    trova a l'indugio, e di restarsi agogna.
    Pur va, ma lento; e tien le labra chiuse
    o gli ragiona in guisa d'uom che sogna.
    Difetto e fuga il capitan concluse
    in lui da quella insolita vergogna,
    poi disse: - Or ci che fia? forse prestigi
    son questi o di natura alti prodigi?

    31.
    Ma s'alcun v' cui nobil voglia accenda
    di cercar que' salvatichi soggiorni,
    vadane pure, e la ventura imprenda
    e nunzio almeno pi certo a noi ritorni. -
    Cos disse egli, e la gran selva orrenda
    tentata fu ne' tre seguenti giorni
    da i pi famosi; e pur alcun non fue
    che non fuggisse a le minaccie sue.

    32.
    Era il prence Tancredi intanto sorto
    a sepellir la sua diletta amica,
    e bench in volto sia languido e smorto
    e mal atto a portar elmo o lorica,
    nulla di men, poi che 'l bisogno ha scorto,
    ei non ricusa il rischio o la fatica,
    ch 'l cor vivace il suo vigor trasfonde
    al corpo s che par ch'esso n'abbonde.

    33.
    Vassene il valoroso in s ristretto,
    e tacito e guardingo, al rischio ignoto,
    e sostien de la selva il fero aspetto
    e 'l gran romor del tuono e del tremoto;
    e nulla sbigottisce, e sol nel petto
    sente, ma tosto il seda, un picciol moto.
    Trapassa, ed ecco in quel silvestre loco
    sorge improvisa la citt del foco.

    34.
    Allor s'arretra, e dubbio alquanto resta
    fra s dicendo: Or qui che vaglion l'armi?
    Ne le fauci de' mostri, e 'n gola a questa
    devoratrice fiamma andr a gettarmi?
    Non mai la vita, ove cagione onesta
    del comun pro la chieda, altri risparmi,
    ma n prodigo sia d'anima grande
    uom degno; e tale  ben chi qui la spande.

    35.
    Pur l'oste che dir, s'indarno i' riedo?
    qual altra selva ha di troncar speranza?
    N intentato lasciar vorr Goffredo
    mai questo varco. Or s'oltre alcun s'avanza,
    forse l'incendio che qui sorto i' vedo
    fia d'effetto minor che di sembianza;
    ma seguane che pote. E in questo dire,
    dentro saltovvi. Oh memorando ardire!

    36.
    N sotto l'arme gi sentir gli parve
    caldo o fervor come di foco intenso;
    ma pur, se fosser vere fiamme o larve,
    mal pot giudicar s tosto il senso,
    perch repente a pena tocco sparve
    quel simulacro, e giunse un nuvol denso
    che port notte e verno; e 'l verno ancora
    e l'ombra dileguossi in picciol ora.

    37.
    Stupido s, ma intrepido rimane
    Tancredi; e poi che vede il tutto cheto,
    mette securo il pi ne le profane
    soglie e spia de la selva ogni secreto.
    N pi apparenze inusitate e strane,
    n trova alcun fra via scontro o divieto,
    se non quanto per s ritarda il bosco
    la vista e i passi inviluppato e fosco.

    38
    Al fine un largo spazio in forma scorge'
    d'anfiteatro, e non  pianta in esso,
    salvo che nel suo mezzo altero sorge,
    quasi eccelsa piramide, un cipresso.
    Col si drizza, e nel mirar s'accorge
    ch'era di vari segni il tronco impresso,
    simili a quei che in vece us di scritto
    l'antico gi misterioso Egitto.

    39.
    Fra i segni ignoti alcune note ha scorte
    del sermon di Sora ch'ei ben possede:
    O tu che dentro a i chiostri de la morte
    osasti por, guerriero audace, il piede,
    deh! se non sei crudel quanto sei forte,
    deh! non turbar questa secreta sede.
    Perdona a l'alme omai di luce prive:
    non de guerra co' morti aver chi vive.

    40.
    Cos dicea quel motto. Egli era intento
    de le brevi parole a i sensi occulti:
    fremere intanto udia continuo il vento
    tra le frondi del bosco e tra i virgulti,
    e trarne un suon che flebile concento
    par d'umani sospiri e di singulti,
    e un non so che confuso instilla al core
    di piet, di spavento e di dolore.

    41.
    Pur tragge al fin la spada, e con gran forza
    percote l'alta pianta. Oh meraviglia!
    manda fuor sangue la recisa scorza,
    e fa la terra intorno a s vermiglia.
    Tutto si raccapriccia, e pur rinforza
    il colpo e 'l fin vederne ei si consiglia.
    Allor, quasi di tomba, uscir ne sente
    un indistinto gemito dolente,

    42.
    che poi distinto in voci: - Ahi! troppo - disse
    - m'hai tu, Tancredi, offeso; or tanto basti.
    Tu dal corpo che meco e per me visse,
    felice albergo, gi mi discacciasti:
    perch il misero tronco, a cui m'affisse
    il mio duro destino, anco mi guasti?
    Dopo la morte gli aversari tuoi,
    crudel, ne' lor sepolcri offender vuoi?

    43
    Clorinda fui: n sol qui spirto umano
    albergo in questa pianta rozza e dura,
    ma ciascun altro ancor, franco o pagano,
    che lassi i membri a pi de l'alte mura,
    astretto  qui da novo incanto e strano,
    non so s'io dica in corpo o in sepoltura.
    Son di sensi animati i rami e i tronchi,
    e micidial sei tu, se legno tronchi. -

    44.
    Qual l'infermo talor ch'in sogno scorge
    drago o cinta di fiamme alta Chimera,
    se ben sospetta o in parte anco s'accorge
    che 'l simulacro sia non forma vera,
    pur desia di fuggir, tanto gli porge
    spavento la sembianza orrida e fera,
    tal il timido amante a pien non crede
    a i falsi inganni, e pur ne teme e cede.

    45.
    E, dentro, il cor gli  in modo tal conquiso
    da vari affetti che s'agghiaccia e trema,
    e nel moto potente ed improviso
    gli cade il ferro, e 'l manco  in lui la tema.
    Va fuor di s: presente aver gli  aviso
    l'offesa donna sua che plori e gema,
    n pu soffrir di rimirar quel sangue,
    n quei gemiti udir d'egro che langue.

    46.
    Cos quel contra morte audace core
    nulla forma turb d'alto spavento,
    ma lui che solo  fievole in amore
    falsa imago deluse e van lamento.
    Il suo caduto ferro intanto fore
    port del bosco impetuoso vento,
    s che vinto partissi; e in su la strada
    ritrov poscia e ripiglio la spada.

    47.
    Pur non torn, n ritentando ardio
    spiar di novo le cagioni ascose.
    E poi che giunto al sommo duce unio
    gli spirti alquanto e l'animo compose,
    incominci: - Signor, nunzio son io
    di non credute e non credibil cose.
    Ci che dicean de lo spettacol fero
    e del suon paventoso,  tutto vero.

    48.
    Meraviglioso foco indi m'apparse,
    senza materia in un istante appreso,
    che sorse e dilatando un muro farse
    parve, e d'armati mostri esser difeso.
    Pur vi passai, ch n l'incendio m'arse,
    n dal ferro mi fu l'andar conteso.
    Vern in quel punto ed annott; fe' il giorno
    e la serenit poscia ritorno.

    49.
    Di pi dir: ch'a gli alberi d vita
    spirito uman che sente e che ragiona.
    Per prova sollo; io n'ho la voce udita
    che nel cor flebilmente anco mi suona,
    Stilla sangue de' tronchi ogni ferita,
    quasi di molle carne abbian persona.
    No, no, pi non potrei (vinto mi chiamo)
    n corteccia scorzar, n sveller ramo. -

    50.
    Cos dice egli, e 'l capitano ondeggia
    in gran tempesta di pensieri intanto.
    Pensa s'egli medesmo andar l deggia
    (che tal lo stima) a ritentar l'incanto,
    o se pur di materia altra proveggia
    lontana pi, ma non difficil tanto.
    Ma dal profondo de' pensieri suoi
    l'Eremita il rappella, e dice poi:

    51.
    - Lascia il pensier audace: altri conviene
    che de le piante sue la selva spoglie.
    Gi gi la fatal nave a l'erme arene
    la prora accosta e l'auree vele accoglie;
    gi, rotte l'indegnissime catene,
    l'aspettato guerrier dal lido scioglie;
    non  lontana omai l'ora prescritta
    che sia presa Sion, l'oste sconfitta. -

    52.
    Parla ei cos, fatto di fiamma in volto,
    e risuona pi ch'uomo in sue parole.
    E 'l pio Goffredo a pensier novi  vlto,
    ch neghittoso gi cessar non vle.
    Ma nel Cancro celeste omai raccolto
    apporta arsura inusitata il sole,
    ch'a i suoi disegni, a i suoi guerrier nemica,
    insopportabil rende ogni fatica.

    53.
    Spenta  del cielo ogni benigna lampa;
    signoreggiano in lui crudeli stelle,
    onde piove virt ch'informa e stampa
    l'aria d'impresson maligne e felle.
    Cresce l'ardor nocivo, e sempre avampa
    pi mortalmente in queste parti e in quelle;
    a giorno reo notte pi rea succede,
    e d peggior di lei dopo lei vede.

    54.
    Non esce il sol giamai, ch'asperso e cinto
    di sanguigni vapori entro e d'intorno
    non mostri ne la fronte assai distinto
    mesto presagio d'infelice giorno;
    non parte mai che in rosse macchie tinto
    non minacci egual noia al suo ritorno,
    e non inaspri i gi sofferti danni
    con certa tema di futuri affanni.

    55.
    Mentre li raggi poi d'alto diffonde,
    quanto d'intorno occhio mortal si gira,
    seccarsi i fiori e impallidir le fronde,
    assetate languir l'erbe rimira,
    e fendersi la terra e scemar l'onde,
    ogni cosa del ciel soggetta a l'ira,
    e le sterili nubi in aria sparse
    in sembianza di fiamme altrui mostrarse.

    56.
    Sembra il ciel ne l'aspetto atra fornace
    n cosa appar che gli occhi almen ristaure:
    ne le spelonche sue Zefiro tace,
    e 'n tutto  fermo il vaneggiar de l'aure;
    solo vi sofffia (e par vampa di face)
    vento che move da l'arene maure,
    che, gravoso e spiacente, e seno e gote
    co' densi fiati ad or ad or percote.

    57.
    Non ha poscia la notte ombre pi liete,
    ma del caldo del sol paiono impresse,
    e di travi di foco e di comete
    e d'altri fregi ardenti il velo intesse.
    N pur, misera terra, a la tua sete
    son da l'avara luna almen concesse
    sue rugiadose stille, e l'erbe e i fiori
    bramano indarno i lor vitali umori.

    58.
    Da le notti inquiete il dolce sonno
    bandito fugge, e i languidi mortali
    lusingando ritrarlo a s no 'l ponno;
    ma pur la sete  il pessimo de' mali,
    per che di Giudea l'iniquo donno
    con veneni e con succhi aspri e mortali
    pi de l'inferna Stige e d'Acheronte
    torbido fece e livido ogni fonte.

    59.
    E il picciol Silo, che puro e mondo
    offria cortese a i Franchi il suo tesoro,
    or di tepide linfe a pena il fondo
    arido copre e d scarso ristoro;
    n il Po, qualor di maggio  pi profondo,
    parria soverchio a i desideri loro,
    n 'l Gange o 'l Nilo, allor che non s'appaga
    de' sette alberghi, e 'l verde Egitto allaga.

    60.
    S'alcun giamai tra frondeggianti rive
    puro vide stagnar liquido argento,
    o gi precipitose ir acque vive
    per alpe o 'n piaggia erbosa a passo lento,
    quelle al vago desio forma e descrive
    e ministra materia al suo tormento,
    ch l'imagine lor gelida e molle
    l'asciuga e scalda e nel pensier ribolle.

    61.
    Vedi le membra de' guerrier robuste,
    cui n camin per aspra terra preso,
    n ferrea salma onde gr sempre onuste,
    n dom ferro a la lor morte inteso,
    ch'or risolute e dal calore aduste
    giacciono a s medesme inutil peso;
    e vive ne le vene occulto foco
    che pascendo le strugge a poco a poco.

    62.
    Langue il corsier gi s feroce, e l'erba
    che fu suo caro cibo a schifo prende,
    vacilla il piede infermo, e la superba
    cervice dianzi or gi dimessa pende;
    memoria di sue palme or pi non serba,
    n pi nobil di gloria amor l'accende:
    le vincitrici spoglie e i ricchi fregi
    par che quasi vil soma odii e dispregi.

    63.
    Languisce il fido cane, ed ogni cura
    del caro albergo e del signor oblia,
    giace disteso ed a l'interna arsura
    sempre anelando aure novelle invia;
    ma s'altrui diede il respirar natura
    perch il caldo del cor temprato sia,
    or nulla o poco refrigerio n'have,
    s quello, onde si spira,  denso e grave.

    64.
    Cos languia la terra, e 'n tale stato
    egri giaceansi i miseri mortali,
    e 'l buon popol fedel, gi disperato
    di vittoria, temea gli ultimi mali;
    e risonar s'udia per ogni lato
    universal lamento in voci tali:
    - Che pi spera Goffredo o che pi bada,
    s che tutto il suo campo a morte cada?

    65.
    Deh! con quai forze superar si crede
    gli alti ripari de' nemici nostri?
    onde machine attende? ei sol non vede
    l'ira del Cielo a tanti segni mstri?
    de la sua mente aversa a noi fan fede
    mille novi prodigi e mille mostri,
    ed arde a noi cos che minore uopo
    di refrigerio ha l'Indo o l'Etpo.

    66.
    Dunque stima costui che nulla importe
    che n'andiam noi, turba negletta, indegna,
    vili ed inutili alme, a dura morte,
    perch'ei lo scettro imperial mantegna?
    Cotanto dunque fortunata sorte
    rassembra quella di colui che regna,
    che ritener si cerca avidamente
    a danno ancor de la soggetta gente?

    67
    Or mira d'uom c'ha il titolo di pio
    providenza pietosa, animo umano:
    la salute de' suoi porre in oblio
    per conservarsi onor dannoso e vano;
    e veggendo a noi secchi i fonti e 'l rio,
    per s l'acque condur fa dal Giordano,
    e fra pochi sedendo a mensa lieta,
    mescolar l'onde fresche al vin di Creta. -

    68.
    Cos i Franchi dicean; ma 'l duce greco,
    che 'l lor vessillo  di seguir gi stanco,
    - Perch morir qui? - disse - e perch meco
    far che la schiera mia ne vegna manco?
    Se ne la sua follia Goffredo  cieco,
    siasi in suo danno e del suo popol franco;
    a noi che nce? - E senza tr licenza,
    notturna fece e tacita partenza.

    69.
    Mosse l'essempio assai, come al d chiaro
    fu noto; e d'imitarlo alcun risolve.
    Quei che segur Clotareo ed Ademaro
    e gli altri duci ch'or son ossa e polve,
    poi che la fede che a color giuraro
    ha disciolto colei che tutto solve,
    gi trattano di fuga, e gi qualcuno
    parte furtivamente a l'aer bruno.

    70.
    Ben se l'ode Goffredo e ben se 'l vede,
    e i pi aspri rimedi avria ben pronti,
    ma gli schiva ed aborre; e con la fede
    che faria stare i fiumi e gir i monti,
    devotamente al Re del mondo chiede
    che gli apra omai de la sua grazia i fonti:
    giunge le palme, e fiammeggianti in zelo
    gli occhi rivolge e le parole al Cielo:
    .
    71
    - Padre e Signor, s'al popol tuo piovesti
    gi le dolci rugiade entro al deserto,
    s'a mortal mano gi virt porgesti
    romper le pietre e trar del monte aperto
    un vivo fiume, or rinovella in questi
    gli stessi essempi; e s'ineguale  il merto,
    adempi di tua grazia i lor difetti,
    e giovi lor che tuoi guerrier sian detti. -

    72.
    Tarde non furon gi queste preghiere
    che derivr da giusto umil desio,
    ma se 'n volaro al Ciel pronte e leggiere
    come pennuti augelli inanzi a Dio.
    Le accolse il Padre eterno, ed a le schiere
    fedeli sue rivolse il guardo pio;
    e di s gravi lor rischi e fatiche
    gli increbbe, e disse con parole amiche:

    73
    - Abbia sin qui sue dure e perigliose
    aversit sofferte il campo amato,
    e contra lui con armi ed arti ascose
    siasi l'inferno e siasi il mondo armato.
    Or cominci novello ordin di cose,
    e gli si volga prospero e beato.
    Piova; e ritorni il suo guerriero invitto,
    e venga a gloria sua l'oste d'Egitto. -

    74.
    Cos dicendo, il capo mosse; e gli ampi
    cieli tremaro e i lumi erranti e i fissi,
    e trem l'aria riverente, e i campi
    de l'oceno, e i monti e i ciechi abissi.
    Fiammeggiare a sinistra accesi lampi
    fur visti, e chiaro tuono insieme udissi.
    Accompagnan le genti il lampo e 'l tuono
    con allegro di voci ed alto suono.

    75.
    Ecco sbite nubi, e non di terra
    gi per virt del sole in alto ascese,
    ma gi del ciel, che tutte apre e disserra
    le porte sue, veloci in gi discese:
    ecco notte improvisa il giorno serra
    ne l'ombre sue, che d'ogni intorno ha stese.
    Segue le pioggia impetuosa, e cresce
    il rio cos che fuor del letto n'esce.

    76.
    Come talor ne la stagione estiva,
    se dal ciel pioggia desiata scende,
    stuol d'anitre loquaci in secca riva
    con rauco mormorar lieto l'attende,
    e spiega l'ali al freddo umor, n schiva
    alcuna di bagnarsi in lui si rende,
    e l 've in maggior fondo ei si raccoglia,
    si tuffa e spegne l'assetata voglia;

    77.
    cos gridando, la cadente piova
    che la destra del Ciel pietosa versa,
    lieti salutan questi; a ciascun giova
    la chioma averne, non che il manto, aspersa:
    chi bee ne' vetri e chi ne gli elmi a prova,
    chi tien la man ne la fresca onda immersa,
    chi se ne spruzza il volto e chi le tempie,
    chi scaltro a miglior uso i vasi n'empie.

    78.
    N pur l'umana gente or si rallegra
    e dei suoi danni a ristorar si viene,
    ma la terra, che dianzi afflitta ed egra
    di fessure le membra avea ripiene,
    la pioggia in s raccoglie e si rintegra,
    e la comparte a le pi interne vene,
    e largamente i nutritivi umori
    a le piante ministra, a l'erbe, a i fiori;

    79.
    ed inferma somiglia a cui vitale
    succo le interne parti arse rinfresca,
    e disgombrando la cagion del male,
    a cui le membra sue fur cibo ed esca,
    la rinfranca e ristora e rende quale
    fu ne la sua stagion pi verde e fresca;
    tal ch'obliando i suoi passati affanni
    le ghirlande ripiglia e i lieti panni.

    80.
    Cessa la pioggia al fine e torna il sole,
    ma dolce spiega e temperato il raggio,
    pien di maschio valor, s come sle
    tra 'l fin d'aprile e 'l cominciar di maggio.
    Oh fdanza gentil, chi Dio ben cole,
    l'aria sgombrar d'ogni mortale oltraggio,
    cangiare a le stagioni ordine e stato,
    vincer la rabbia de le stelle e 'l fato.













    CANTO XIV

    1.
    Usciva omai dal molle e fresco grembo
    de la gran madre sua la notte oscura,
    aure lievi portando e largo nembo
    di sua rugiada preziosa e pura;
    e scotendo del vel l'umido lembo,
    ne spargeva i fioretti e la verdura,
    e i venticelli, dibattendo l'ali,
    lusingavano il sonno de' mortali.

    2.
    Ed essi ogni pensier che 'l d conduce
    tuffato aveano in dolce oblio profondo.
    Ma vigilando ne l'eterna luce
    sedeva al suo governo il Re del mondo,
    e rivolgea dal Cielo al franco duce
    la sguardo favorevole e giocondo;
    quinci a lui ne inviava un sogno cheto
    perch gli rivelasse alto decreto.

    3.
    Non lunge a l'auree porte ond'esce il sole
     cristallina porta in orente,
    che per costume inanti aprir si sle
    che si dischiuda l'uscio al d nascente.
    Da questa escono i sogni, i quai Dio vle
    mandar per grazia a pura e casta mente;
    da questa or quel ch'al pio Buglion discende
    l'ali dorate inverso lui distende.

    4.
    Nulla mai vison nel sonno offerse
    altrui s vaghe imagini o s belle
    come ora questa a lui, la qual gli aperse
    i secreti del cielo e de le stelle;
    onde, s come entro uno speglio, ei scerse
    ci che l suso  veramente in elle.
    Pareagli esser traslato in un sereno
    candido e d'auree fiamme adorno e pieno;

    5.
    e mentre ammira in quell'eccelso loco
    l'ampiezza, i moti, i lumi e l'armonia,
    ecco cinto di rai, cinto di foco,
    un cavaliero incontra a lui venia,
    e 'n suono, a lato a cui sarebbe roco
    qual pi dolce  qua gi, parlar l'udia:
    - Goffredo, non m'accogli? e non ragione
    al fido amico? or non conosci Ugone? -

    6.
    Ed ei gli rispondea: - Quel novo aspetto
    che par d'un sol mirabilmente adorno,
    da l'antica notizia il mio intelletto
    sviat' ha s che tardi a lui ritorno. -
    Gli stendea poi con dolce amico affetto
    tre fate le braccia al collo intorno,
    e tre fate invan cinta l'imago
    fuggia, qual leve sogno od aer vago.

    7.
    Sorridea quegli, e: - Non gi, come credi, -
    dicea - son cinto di terrena veste:
    semplice forma e nudo spirto vedi
    qui cittadin de la citt celeste.
    Questo  tempio di Dio: qui son le sedi
    de' suoi guerrieri, e tu avrai loco in queste. -
    - Quando ci fia? - rispose - il mortal laccio
    sciolgasi omai, s'al restar qui m' impaccio. -

    8.
    - Ben - replicogli Ugon - tosto raccolto
    ne la gloria sarai de' trionfanti;
    pur militando converr che molto
    sangue e sudor l gi tu versi inanti.
    Da te prima a i pagani esser ritolto
    deve l'imperio de' paesi santi,
    e stabilirsi in lor cristiana reggia
    in cui regnare il tuo fratel poi deggia.

    9.
    Ma perch pi lo tuo desir s'avvive
    ne l'amor di qua su, pi fiso or mira
    questi lucidi alberghi e queste vive
    fiamme che mente eterna informa e gira,
    e 'n angeliche tempre odi le dive
    sirene e 'l suon di lor celeste lira.
    China - poi disse (e gli addit la terra)
    - gli occhi a ci che quel globo ultimo serra.

    10.
    Quanto  vil la cagion ch'a la virtude
    umana  col gi premio e contrasto!
    in che picciolo cerchio e fra che nude
    solitudini  stretto il vostro fasto!
    Lei come isola il mare intorno chiude,
    e lui, ch'or ocen chiamate or vasto,
    nulla eguale a tai nomi ha in s di magno,
    ma  bassa palude e breve stagno. -

    11.
    Cos l'un disse; e l'altro in giuso i lumi
    volse, quasi sdegnando, e ne sorrise,
    ch vide un punto sol, mar, terre e fiumi,
    che qui paion distinti in tante guise,
    ed ammir che pur a l'ombre, a i fumi,
    la nostra folle umanit s'affise,
    servo imperio cercando e muta fama,
    n miri il ciel ch'a s n'invita e chiama.

    12.
    Onde rispose: - Poi ch'a Dio non piace
    dal mio carcer terreno anco disciorme,
    prego che del camin, ch' men fallace
    fra gli errori del mondo, or tu m'informe. -
    - E' - replicogli Ugon - la via verace
    questa che tieni; indi non torcer l'orme:
    sol che richiami dal lontano essiglio
    il figliuol di Bertoldo io ti consiglio.

    13.
    Perch se l'alta Providenza elesse
    te de l'impresa sommo capitano,
    destin insieme ch'egli esser dovesse
    de' tuoi consigli essecutor soprano.
    A te le prime parti, a lui concesse
    son le seconde: tu sei capo, ei mano
    di questo campo; e sostener sua vece
    altrui non pote, e farlo a te non lece.

    14.
    A lui sol di troncar non fia disdetto
    il bosco ch'ha gli incanti in sua difesa;
    e da lui il campo tuo che, per difetto
    di gente, inabil sembra a tanta impresa,
    e par che sia di ritirarsi astretto,
    prender maggior forza a nova impresa;
    e i rinforzati muri e d'Orente
    superer l'essercito possente. -

    15.
    Tacque, e 'l Buglion rispose: - Oh quanto grato
    fra a me che tornasse il cavaliero!
    Voi che vedete ogni pensier celato,
    sapete s'amo lui, se dico il vero.
    Ma di', con quai proposte od in qual lato
    si deve a lui mandarne il messaggiero?
    Vuoi ch'io preghi o comandi? e come questo
    atto sar legitimo ed onesto? -

    16.
    Allor ripigli l'altro: - Il Rege eterno,
    che te di tante somme grazie onora,
    vuol che da quegli onde ti di il governo
    tu sia onorato e riverito ancora.
    Per non chieder tu (n senza scherno
    forse del sommo imperio il chieder fra),
    ma richiesto concedi; ed al perdono
    scendi degli altrui preghi al primo suono2.

    17.
    Guelfo ti pregher (Dio s l'inspira)
    ch'assolva il fer garzon di quell'errore
    in cui trascorse per soverchio d'ira,
    s che al campo egli torni ed al suo onore.
    E bench'or lunge il giovene delira
    e vaneggia ne l'ozio e ne l'amore,
    non dubitar per che 'n pochi giorni
    opportuno a grand'uopo ei non ritorni;

    18.
    ch 'l vostro Piero, a cui lo Ciel comparte
    l'alta notizia de' secreti sui,
    sapr drizzare i messaggieri in parte
    ove certe novelle avran di lui,
    e sar lor dimostro il modo e l'arte
    di liberarlo e di condurlo a vui.
    Cos al fin tutti i tuoi compagni erranti
    ridurr il Ciel sotto i tuoi segni santi.

    19.
    Or chiuder il mio dir con una breve
    conclusion che so ch'a te fia cara:
    sar il tuo sangue al suo commisto, e deve
    progenie uscirne gloriosa e chiara. -
    Qui tacque, e sparve come fumo leve
    al vento o nebbia al sole arida e rara;
    e sgombr il sonno, e gli lasci nel petto
    di gioia e di stupor confuso affetto.

    20.
    Apre allora le luci il pio Buglione
    e nato vede e gi cresciuto il giorno,
    onde lascia i riposi, e sovrapone
    l'arme a le membra faticose intorno.
    E poco stante a lui nel padiglione
    veneno i duci al solito soggiorno,
    ove a consiglio siedono, e per uso
    ci ch'altrove si fa quivi  concluso.

    21.
    Quivi il buon Guelfo, che 'l novel pensiero
    infuso avea ne l'inspirata mente,
    incominciando a ragionar primiero
    disse a Goffredo: - O principe clemente,
    perdono a chieder ne vegn'io, ch'in vero
     perdon di peccato anco recente,
    onde potr parer per aventura
    frettolosa dimanda ed immatura:

    22.
    ma pensando che chiesto al pio Goffredo
    per lo forte Rinaldo  tal perdono,
    e riguardando a me che in grazia il chiedo
    che vile a fatto intercessor non sono,
    agevolmente d'impetrar mi credo
    questo ch'a tutti fia giovevol dono.
    Deh! consenti ch'ei rieda e che, in ammenda
    del fallo, in pro comune il sangue spenda.

    23.
    E chi sar, s'egli non , quel forte
    ch'osi troncar le spaventose piante?
    che gir incontra a i rischi de la morte
    con pi intrepido petto e pi costante?
    Scoter le mura ed atterrar le porte
    vedrailo, e salir solo a tutti inante.
    Rendi al tuo campo omai, rendi per Dio
    lui ch' sua alta speme e suo desio.

    24.
    Rendi il nipote a me, s valoroso
    e pronto essecutor rendi a te stesso;
    n soffrir ch'egli torpa in vil riposo,
    ma rendi insieme la sua gloria ad esso.
    Segua il vessillo tuo vittorioso,
    sia testimonio a sua virt concesso,
    faccia opre di s degne in chiara luce
    e rimirando te maestro e duce. -

    25.
    Cos pregava, e ciascun altro i preghi
    con favorevol fremito seguia.
    Onde Goffredo allor, quasi egli pieghi
    la mente a cosa non pensata in pria,
    - Come esser pu - dicea - che grazia i' neghi
    che da voi si dimanda e si desia?
    Ceda il rigore, e sia ragione e legge
    ci che 'l consenso universale elegge.

    26.
    Torni Rinaldo; e da qui inanzi affrene
    pi moderato l'impeto de l'ire,
    e risponda con l'opre a l'alta spene
    di lui concetta ed al comun desire.
    Ma il richiamarlo, o Guelfo, a te conviene:
    frettoloso egli fia, credo, al venire;
    tu scegli il messo, e tu l'indrizza dove
    pensi che 'l fero giovene si trove. -

    27.
    Tacque; e disse sorgendo il guerrier dano.
    - Esser io chieggio il messaggier che vada,
    n ricuso camin dubbio o lontano
    per far il don de l'onorata spada. -
    Questi  di cor fortissimo e di mano,
    onde al buon Guelfo assai l'offerta aggrada:
    vuol che sia l'un de' messi e che sia l'altro
    Ubaldo, uom cauto ed aveduto e scaltro.

    28.
    Veduti Ubaldo in giovenezza e crchi
    vari costumi avea, vari paesi,
    peregrinando da i pi freddi cerchi
    del nostro mondo a gli Etpi accesi,
    e come uom che virtute e senno merchi,
    le favelle, l'usanze e i riti appresi;
    poscia in matura et da Guelfo accolto
    fu tra' compagni, e caro a lui fu molto.

    29.
    A tai messaggi l'onorata cura
    di richiamar l'alto campion si diede;
    e gli indrizzava Guelfo a quelle mura
    tra cui Boemondo ha la sua regia sede,
    ch per publica fama, e per secura
    opinion, ch'egli vi sia si crede.
    Ma 'l buon romito, che lor mal diretti
    conosce, entra fra loro e turba i detti,

    30.
    e dice: - O cavalier, seguendo il grido
    de la fallace opinion vulgare,
    duce seguite temerario e infido
    che vi fa gire indarno e traviare.
    Or d'Ascalona nel propinquo lido
    itene, dove un fiume entra nel mare.
    Quivi fia che v'appaia uom nostro amico:
    credete a lui; ci che diravvi, io 'l dico.

    31.
    Ei molto per s vede, e molto intese
    del preveduto vostro alto viaggio
    (gi gran tempo ha) da me: so che cortese
    altrettanto vi fia quanto egli  saggio. -
    Cos lor disse: e pi da lui non chiese
    Carlo o l'altro che seco iva messaggio,
    ma furo ubidienti a le parole
    che spirito divin dettar gli suole.

    32.
    Preser commiato, e s il desio gli sprona
    che, senza indugio alcun posti in camino,
    dirizzaro il lor corso ad Ascalona,
    dove a i lidi si frange il mar vicino.
    E non udian ancor come risuona
    il roco ed alto fremito marino,
    quando giunsero a un fiume il qual di nova
    acqua accresciuto  per novella piova,

    33.
    s che non pu capirl dentro al suo letto,
    e se 'n va pi che stral corrente e presto.
    Mentre essi stan sospesi, a lor d'aspetto
    venerabile appare un vecchio onesto,
    coronato di faggio, in lungo e schietto
    vestir che di lin candido  contesto.
    Scote questi una verga, e 'l fiume calca
    co' piedi asciutti e contra il corso il valca.

    34.
    S come soglion l vicino al polo,
    s'avien che 'l verno i fiumi agghiacci e indure,
    correr su 'l Ren le villanelle a stuolo
    con lunghi strisci e sdrucciolar secure,
    cos ei ne vien sovra l'instabil suolo
    di queste acque non gelide e non dure;
    e tosto col giunse onde in lui fisse
    tenean le luci i due guerrieri, e disse:

    35.
    - Amici, dura e faticosa inchiesta
    seguite; e d'uopo  ben ch'altri vi guidi,
    ch 'l cercato guerrier lunge  da questa
    terra in paesi incogniti ed infidi.
    Quanto, oh quanto de l'opra anco vi resta!
    quanti mar correrete e quanti lidi!
    E convien che si stenda il cercar vostro
    oltre i confini ancor del mondo nostro.

    36.
    Ma non vi spiaccia entrar ne le nascose
    spelonche ov'ho la mia secreta sede,
    ch'ivi udrete da me non lievi cose
    e ci ch'a voi saper pi si richiede. -
    Disse, e ch'a lor dia loco a l'acqua impose;
    ed ella tosto si ritira e cede,
    e quinci e quindi di montagna in guisa
    curvata pende e 'n mezzo appar divisa.

    37.
    Ei, presili per man, ne le pi interne
    profondit sotto del rio lor mena.
    Debile e incerta luce ivi si scerne,
    qual tra' boschi di Cinzia ancor non piena;
    ma pur gravide d'acque ampie caverne
    veggiono, onde tra noi sorge ogni vena
    la qual rampilli in fonte, o in fiume vago
    discorra, o stagni o si dilati in lago.

    38.
    E veder ponno onde il Po nasca ed onde
    Idaspe, Gange, Eufrate, Istro derivi,
    ond'esca pria la Tana; e non asconde
    gli occulti suoi princpi il Nilo quivi.
    Trovano un rio pi sotto, il qual diffonde
    vivaci zolfi e vaghi argenti e vivi;
    questi il sol poi raffina, e 'l licor molle
    stringe in candide masse e in auree zolle.

    39.
    E miran d'ogni intorno il ricco fiume
    di care pietre il margine dipinto;
    onde, come a pi fiaccole s'allume,
    splende quel loco, e 'l fosco orror n' vinto.
    Quivi scintilla con ceruleo lume
    il celeste zafiro ed il giacinto;
    vi fiammeggia il carbonchio, e luce il saldo
    diamante, e lieto ride il bel smeraldo.

    40.
    Stupidi i guerrier vanno, e ne le nove
    cose s tutto il lor pensier s'impiega
    che non fanno alcun motto. Al fin pur move
    la voce Ubaldo e la sua scorta prega:
    - Deh, padre, dinne ove noi siamo ed ove
    ci guidi, e tua condizon ne spiega,
    ch'io non so se 'l ver miri o sogno od ombra,
    cos alto stupore il cor m'ingombra. -

    41.
    Risponde: - Ste voi nel grembo immenso
    de la terra, che tutto in s produce;
    n gi potreste penetrar nel denso
    de le viscere sue senza me duce.
    Vi scrgo al mio palagio, il qual accenso
    tosto vedrete di mirabil luce.
    Nacqui io pagan, ma poi ne le sant'acque
    rigenerarmi a Dio per grazia piacque.

    42.
    N in virt fatte son d'angioli stigi
    l'opere mie meravigliose e conte
    (tolga Dio ch'usi note o suffumigi
    per isforzar Cocito e Flegetonte),
    ma spiando me 'n vo da' lor vestigi
    qual in s virt celi o l'erba o 'l fonte,
    e gli altri arcani di natura ignoti
    contemplo, e de le stelle i vari moti.

    43.
    Per che non ognor lunge dal cielo
    tra sotterranei chiostri  la mia stanza,
    ma su 'l Libano spesso e su 'l Carmelo
    in aerea magion fo dimoranza;
    ivi spiegansi a me senza alcun velo
    Venere e Marte in ogni lor sembianza,
    e veggio come ogn'altra o presto o tardi
    roti, o benigna o minaccievol guardi.

    44.
    E sotto i pi mi veggio or folte or rade
    le nubi, or negre ed or pinte da Iri;
    e generar le pioggie e le rugiade
    risguardo, e come il vento obliquo spiri,
    come il folgor s'infiammi e per quai strade
    tortuose in gi spinto ei si raggiri;
    scorgo comete e fochi altri s presso
    che soleva invaghir gi di me stesso.

    45.
    Di me medesmo fui pago cotanto
    ch'io stimai gi che 'l mio saper misura
    certa fosse e infallibile di quanto
    pu far l'alto Fattor de la natura;
    ma quando il vostro Piero al fiume santo
    m'asperse il crine e lav l'alma impura,
    drizz pi su il mio guardo, e 'l fece accorto
    ch'ei per se stesso  tenebroso e corto.

    46.
    Conobbi allor ch'augel notturno al sole
     nostra mente a i rai del primo Vero,
    e di me stesso risi e de le fole
    che gi cotanto insuperbir mi fro;
    ma pur sguito ancor, come egli vle,
    le solite arti e l'uso mio primiero.
    Ben son in parte altr'uom da quel ch'io fui,
    ch'or da lui pendo e mi rivolgo a lui,

    47.
    e in lui m'acqueto. Egli comanda e insegna,
    mastro insieme e signor sommo e sovrano,
    n gi per nostro mezzo oprar disdegna
    cose degne talor de la sua mano.
    Or sar cura mia ch'al campo vegna
    l'invitto eroe dal suo carcer lontano,
    ch'ei la m'impose; e gi gran tempo aspetto
    il venir vostro, a me per lui predetto.

    48.
    Cos con lor parlando, al loco viene
    ov'egli ha il suo soggiorno e 'l suo riposo.
    Questo  in forma di speco e in s contiene
    camare e sale, grande e spazoso.
    E ci che nudre entro le ricche vene
    di pi chiaro la terra e prezioso,
    splende ivi tutto; ed ei n' in guisa ornato
    ch'ogni suo fregio  non fatto, ma nato.

    49.
    Non mancar qui cento ministri e cento
    che accorti e pronti a servir gli ostil foro,
    n poi in mensa magnifica d'argento
    mancr gran vasi e di cristallo e d'oro;
    ma quando sazio il natural talento
    fu de' cibi e la sete estinta in loro:
    - Tempo  ben - disse a i cavalieri il mago
    - che 'l maggior desir vostro omai sia pago. -

    50.
    Quivi ricominci: - L'opre e le frodi
    note in parte a voi son de l'empia Armida:
    come ella al campo venne, e con quai modi
    molti guerrier ne trasse e lor fu guida.
    Sapete ancor che di tenaci nodi
    gli avinse poscia, albergatrice infida,
    e ch'indi a Gaza gli invi con molti
    custodi, e che tra via furon disciolti.

    51.
    Or vi narrer quel ch'appresso occorse,
    vera istoria da voi non anco intesa.
    Poi che la maga rea vide ritorse
    la preda sua, gi con tant'arte presa,
    ambe le mani per dolor si morse
    e fra s disse di disdegno accesa:
    Ah! vero unqua non fia che d'aver tanti
    miei prigion liberati egli si vanti.

    52.
    Se gli altri sciolse, ei serva ed ei sostegna
    le pene altrui serbate e 'l lungo affanno;
    n questo anco mi basta: i' vo' che vegna
    su gli altri tutti universale il danno.
    Cos tra s dicendo, ordir disegna
    questo ch'or udirete iniquo inganno.
    Viensene al loco ove Rinaldo vinse
    in pugna i suoi guerrieri, e parte estinse.

    53.
    Quivi egli avendo l'arme sue deposto,
    indosso quelle d'un pagan si pose;
    forse perch bramava irsene ascosto
    sotto insegne men note e men famose.
    Prese l'armi la maga, e in esse tosto
    un tronco busto avolse e poi l'espose;
    l'espose in ripa a un fiume ove doveva
    stuol de' Franchi arrivar, e 'l prevedeva.

    54.
    E questo antiveder potea ben ella
    che mandar mille spie solea d'intorno,
    onde spesso del campo avea novella
    e s'altri indi partiva o fea ritorno;
    oltre che con gli spirti anco favella
    sovente, e fa con lor lungo soggiorno.
    Colloc dunque il corpo morto in parte
    molto opportuna a sua ingannevol arte.

    55.
    Non lunge un sagacissimo valletto
    pose, di panni pastorai vestito,
    e impose lui ci ch'esser fatto o detto
    fintamente doveva; e fu esseguito.
    Questi parl co' vostri, e di sospetto
    sparse quel seme in lor ch'indi nutrito
    frutt risse e discordie, e quasi al fine
    sediziose guerre e cittadine.

    56.
    Ch fu, com'ella disegn, creduto
    per opra del Buglion Rinaldo ucciso,
    bench alfine il sospetto a torto avuto
    del ver si dileguasse al primo aviso.
    Cotal d'Armida l'artificio astuto
    primieramente fu qual io diviso.
    Or udirete ancor come seguisse
    poscia Rinaldo, e quel ch'indi avenisse.

    57.
    Qual cauta cacciatrice, Armida aspetta
    Rinaldo al varco. Ei su l'Oronte giunge,
    ove un rio si dirama e, un'isoletta
    formando, tosto a lui si ricongiunge;
    e 'n su la riva una colonna eretta
    vede, e un picciol battello indi non lunge.
    Fisa egli tosto gli occhi al bel lavoro
    del bianco marmo e legge in lettre d'oro:

    58.
    O chiunque tu sia, che voglia o caso
    peregrinando adduce a queste sponde,
    meraviglie maggior l'orto o l'occaso
    non ha di ci che l'isoletta asconde.
    Passa, se vuoi vederla. E' persuaso
    tosto l'incauto a girne oltra quell'onde;
    e perch mal capace era la barca,
    gli scudieri abbandona ed ei sol varca.

    59.
    Come  l giunto, cupido e vagante
    volge intorno lo sguardo, e nulla vede
    fuor ch'antri ed acque e fiori ed erbe e piante,
    onde quasi schernito esser si crede;
    ma pur quel loco  cos lieto e in tante
    guise l'alletta ch'ei si ferma e siede,
    e disarma la fronte e la ristaura
    al soave spirar di placid'aura.

    60.
    Il fiume gorgogliar fra tanto udio
    con novo suono, e l con gli occhi corse,
    e mover vide un'onda in mezzo al rio
    che in se stessa si volse e si ritorse;
    e quinci alquanto d'un crin biondo uscio,
    e quinci di donzella un volto sorse,
    e quinci il petto e le mammelle, e de la
    sua forma infin dove vergogna cela.

    61.
    Cos dal palco di notturna scena
    o ninfa o dea, tarda sorgendo, appare.
    Questa, bench non sia vera Sirena
    ma sia magica larva, una ben pare
    di quelle che gi presso a la tirrena
    piaggia abitr l'insidioso mare;
    n men ch'in viso bella, in suono  dolce,
    e cos canta, e 'l cielo e l'aure molce:

    62.
    O giovenetti, mentre aprile e maggio
    v'ammantan di fiorite e verdi spoglie,
    di gloria e di virt fallace raggio
    la tenerella mente ah non v'invoglie!
    Solo chi segue ci che piace  saggio,
    e in sua stagion de gli anni il frutto coglie.
    Questo grida natura. Or dunque voi
    indurarete l'alma a i detti suoi?

    63.
    Folli, perch gettate il caro dono,
    che breve  s, di vostra et novella?
    Nome, e senza soggetto idoli sono
    ci che pregio e valore il mondo appella.
    La fama che invaghisce a un dolce suono
    voi superbi mortali, e par s bella,
     un'eco, un sogno, anzi del sogno un'ombra,
    ch'ad ogni vento si dilegua e sgombra.

    64.
    Goda il corpo securo, e in lieti oggetti
    l'alma tranquilla appaghi i sensi frali;
    oblii le noie andate, e non affretti
    le sue miserie in aspettando i mali.
    Nulla curi se 'l ciel tuoni o saetti,
    minacci egli a sua voglia e infiammi strali.
    Questo  saver, questa  felice vita:
    s l'insegna natura e s l'addita.

    65.
    S canta l'empia, e 'l giovenetto al sonno
    con note invoglia s soavi e scorte.
    Quel serpe a poco a poco, e si fa donno
    sovra i sensi di lui possente e forte;
    n i tuoni omai destar, non ch'altri, il ponno
    da quella queta imagine di morte.
    Esce d'aguato allor la falsa maga
    e gli va sopra, di vendetta vaga.

    66.
    Ma quando in lui fiss lo sguardo e vide
    come placido in vista egli respira,
    e ne' begli occhi un dolce atto che ride,
    bench sian chiusi (or che fia s'ei li gira?),
    pria s'arresta sospesa, e gli s'asside
    poscia vicina, e placar sente ogn'ira
    mentre il risguarda; e 'n su la vaga fronte
    pende omai s che par Narciso al fonte.

    67.
    E quei ch'ivi sorgean vivi sudori'
    accoglie lievemente in un suo velo,
    e con un dolce ventillar gli ardori
    gli va temprando de l'estivo cielo.
    Cos (chi 'l crederia?) sopiti ardori
    d'occhi nascosi distemprr quel gelo
    che s'indurava al cor pi che diamante,
    e di nemica ella divenne amante.

    68.
    Di ligustri, di gigli e de le rose
    le quai fiorian per quelle piagge amene,
    con nov'arte congiunte, indi compose
    lente ma tenacissime catene.
    Queste al collo, a le braccia, a i pi gli pose:
    cos l'avinse e cos preso il tiene;
    quinci, mentre egli dorme, il fa riporre
    sovra un suo carro, e ratta il ciel trascorre.

    69.
    N gi ritorna di Damasco al regno,
    n dove ha il suo castello in mezzo a l'onde;
    ma ingelosita di s caro pegno,
    e vergognosa del suo amor, s'asconde
    ne l'oceano immenso, ove alcun legno
    rado, o non mai, va de le nostre sponde,
    fuor tutti i nostri lidi; e quivi eletta
    per solinga sua stanza  un'isoletta.

    70.
    Un'isoletta la qual nome prende
    con le vicine sue da la Fortuna,
    Quinci ella in cima a una montagna ascende
    disabitata e d'ombre oscura e bruna,
    e per incanto a lei nevose rende
    le spalle e i fianchi, e senza neve alcuna
    gli lascia il capo verdeggiante e vago,
    e vi fonda un palagio appresso un lago,

    71.
    ove in perpetuo april molle amorosa
    vita seco ne mena il suo diletto,
    Or da cos lontana e cos ascosa
    prigion trar voi dovete il giovenetto,
    e vincer de la timida e gelosa
    le guardie, ond' difeso il monte e 'l tetto;
    e gi non mancher chi l vi scrga,
    e chi per l'alta impresa arme vi porga.

    72.
    Trovarete, del fiume a pena sorti,
    donna giovin di viso, antica d'anni,
    ch'a i lunghi crini in su la fronte attorti
    fia nota ed al color vario de' panni.
    Questa per l'alto mar fia che vi porti
    pi ratta che non spiega aquila i vanni,
    pi che non vola il folgore; n guida
    la trovarete al ritornar men fida.

    73.
    A pi del monte ove la maga alberga,
    sibilando strisciar novi pitoni
    e cinghiali arrizzar l'aspre lor terga
    ed aprir la gran bocca orsi e leoni
    vedrete; ma scotendo una mia verga,
    temeranno appressarsi ove ella suoni.
    Poi via maggior (se dritto il ver s'estima)
    si trover il periglio in su la cima.

    74.
    Un fonte sorge in lei che vaghe e monde
    ha l'acque s che i riguardanti asseta;
    ma dentro a i freddi suoi cristalli asconde
    di tsco estran malvagit secreta,
    ch un picciol sorso di sue lucide onde
    inebria l'alma tosto e la fa lieta,
    indi a rider uom move, e tanto il riso
    s'avanza alfin ch'ei ne rimane ucciso.

    75.
    Lunge la bocca disdegnosa e schiva
    torcete voi da l'acque empie omicide,
    n le vivande poste in verde riva
    v'allettin poi, n le donzelle infide
    che voce avran piacevole e lasciva
    e dolce aspetto che lusinga e ride;
    ma voi, gli sguardi e le parole accorte
    sprezzando, entrate pur ne l'alte porte.

    76.
    Dentro  di muri inestricabil cinto
    che mille torce in s confusi giri;
    ma in breve foglio io ve 'l dar distinto,
    s che nessun error fia che v'aggiri.
    Siede in mezzo un giardin del labirinto
    che par che da ogni fronde amore spiri;
    quivi in grembo a la verde erba novella
    giacer il cavaliero e la donzella.

    77.
    Ma come essa lasciando il caro amante
    in altra parte il piede avr rivolto,
    vuo' ch'a lui vi scopriate, e d'adamante
    un scudo ch'io dar gli alziate al volto,
    s ch'egli vi si specchi, e 'l suo sembiante
    veggia e l'abito molle onde fu involto,
    ch'a tal vista potr vergogna e sdegno
    scacciar dal petto suo l'amor indegno.

    78.
    Altro che dirvi omai nulla m'avanza
    se non ch'assai securi ir ne potrete
    e penetrar de l'intricata stanza
    ne le pi interne parti e pi secrete,
    perch non fia che magica possanza
    a voi ritardi il corso o 'l passo viete;
    n potr pur, cotal virt vi guida,
    il giunger vostro antiveder Armida.

    79.
    N men secura da gli alberghi suoi
    l'uscita vi sar poscia e 'l ritorno.
    Ma giunge omai l'ora del sonno, e voi
    sorger diman dovete a par co 'l giorno. -
    Cos lor disse, e li men dipoi
    ove essi avean la notte a far soggiorno.
    Ivi lasciando lor lieti e pensosi,
    si ritrasse il buon vecchio a i suoi riposi.

    CANTO XV

    1.
    Gi richiamava il bel nascente raggio
    a l'opre ogni animal ch'in terra alberga,
    quando venendo a i due guerrieri il saggio
    port il foglio e lo scudo e l'aurea verga.
    - Accingetevi - disse - al gran viaggio
    prima che 'l d, che spunta, omai pi s'erga.
    Eccovi qui quanto ho promesso e quanto
    pu de la maga superar l'incanto. -

    2.
    Erano essi gi sorti e l'arme intorno
    a le robuste membra avean gi messe,
    onde per vie che non rischiara il giorno
    tosto seguono il vecchio, e son l'istesse
    vestigia ricalcate or nel ritorno
    che furon prima nel venire impresse;
    ma giunti al letto del suo fiume: - Amici,
    io v'accomiato: - ei disse - ite felici. -

    3.
    Gli accoglie il rio ne l'alto seno, e l'onda
    soavemente in su gli spinge e porta,
    come suol inalzar leggiera fronda
    la qual da volenza in gi fu trta,
    e poi gli espon sovra la molle sponda.
    Quinci mirr la gi promessa scorta,
    vider picciola nave e in poppa quella
    che guidar li dovea fatal donzella.

    4.
    Crinita fronte essa dimostra, e ciglia
    cortesi e favorevoli e tranquille;
    e nel sembiante a gli angioli somiglia,
    tanta luce ivi par ch'arda e sfaville.
    La sua gonna or azzurra ed or vermiglia
    diresti, e si colora in guise mille,
    s ch'uom sempre diversa a s la vede
    quantunque volte a riguardarla riede.

    5.
    Cos piuma talor, che di gentile
    amorosa colomba il collo cinge,
    mai non si scorge a se stessa simle,
    ma in diversi colori al sol si tinge.
    Or d'accesi rubin sembra un monile,
    or di verdi smeraldi il lume finge,
    or insieme gli mesce, e varia e vaga
    in cento modi i riguardanti appaga.

    6.
    - Entrate, - dice - o fortunati, in questa
    nave ond'io l'ocen secura varco,
    cui destro  ciascun vento, ogni tempesta
    tranquilla, e lieve ogni gravoso incarco,
    Per ministra e per duce or me vi appresta
    il mio signor, del favor suo non parco. -
    Cos parl la donna, e pi vicino
    fece poscia a la sponda il curvo pino.

    7.
    Come la nobil coppia ha in s raccolta,
    spinge la ripa e gli rallenta il morso,
    ed avendo la vela a l'aure sciolta,
    ella siede al governo e regge il corso.
    Gonfio  il torrente s ch'a questa volta
    i navigli portar ben pu su 'l dorso,
    ma questo  s leggier che 'l sosterrebbe
    qual altro rio per novo umor men crebbe.

    8.
    Veloce sovra il natural costume
    spingon la vela inverso il lido i venti:
    biancheggian l'acque di canute spume
    e rotte dietro mormorar le senti.
    Ecco giungono omai l dove il fiume
    queta in letto maggior l'onde correnti,
    e ne l'ampie voragini del mare
    disperso o divien nulla o nulla appare.

    9.
    A pena ha tocco la mirabil nave
    de la marina allor turbata il lembo,
    che spariscon le nubi e cessa il grave
    Noto che minacciava oscuro nembo:
    spiana i monti de l'onde aura soave
    e solo increspa il bel ceruleo grembo,
    e d'un dolce seren diffuso ride
    il ciel, che s pi chiaro unqua non vide.

    10.
    Trascorse oltre Ascalona ed a mancina
    and la navicella invr ponente,
    e tosto a Gaza si trov vicina
    che fu porto di Gaza anticamente,
    ma poi, crescendo de l'altrui ruina,
    citt divenne assai grande e possente;
    ed eranvi le piaggie allor ripiene
    quasi d'uomini s come d'arene.

    11.
    Volgendo il guardo a terra i naviganti
    scorgean di tende numero infinito:
    miravan cavalier, miravan fanti
    ire e tornar da la cittade al lito,
    e da cameli onusti e da elefanti
    l'arenoso sentier calpesto e trito;
    poi del porto vedean ne' fondi cavi
    srte e legate a l'ancore le navi,

    12.
    altre spiegar le vele, e ne vedino
    altre i remi trattar veloci e snelle,
    e da essi e da' rostri il molle seno
    spumar percosso in queste parti e in quelle.
    Disse la donna allor: - Bench ripieno
    il lido e 'l mar sia de le genti felle,
    non ha insieme per le schiere tutte
    il potente tiranno anco ridutte.

    13.
    Sol dal regno d'Egitto e dal contorno
    raccolte ha queste; or le lontane attende,
    ch verso l'oriente e 'l mezzogiorno
    il vasto imperio suo molto si stende.
    S che sper'io che prima assai ritorno
    fatto avrem noi che mova egli le tende:
    egli o quel ch'in sua vece esser soprano
    de l'essercito suo de' capitano. -

    14.
    Mentre ci dice, come aquila sle
    tra gli altri augelli trapassar secura
    e sorvolando ir tanto appresso il sole
    che nulla vista pi la raffigura,
    cos la nave sua sembra che vle
    tra legno e legno, e non ha tema o cura
    che vi sia chi l'arresti o chi la segua;
    e da lor s'allontana e si dilegua.

    15.
    E 'n un momento incontra Raffia arriva,
    citt la qual in Siria appar primiera
    a chi d'Egitto move; indi a la riva
    sterilissima vien di Rinocera.
    Non lunge un monte poi le si scopriva
    che sporge sovra 'l mar la chioma altera
    e i pi si lava ne l'instabil onde,
    che l'ossa di Pompeo nel grembo asconde.

    16.
    Poi Damiata scopre, e come porte
    al mar tributo di celesti umori
    per sette il Nilo sue famose porte
    e per cento altre ancor foci minori;
    e naviga oltre la citt dal forte
    Greco fondata a i greci abitatori,
    ed oltra Faro, isola gi che lunge
    giacque dal lido, al lido or si congiunge.

    17.
    Rodi e Creta lontane inverso al polo
    non scerne, e pur lungo Africa se 'n viene,
    su 'l mar culta e ferace, a dentro solo
    fertil di mostri e d'infeconde arene.
    La Marmarica rade, e rade il suolo
    dove cinque cittadi ebbe Cirene.
    Qui Tolomitta e poi con l'onde chete
    sorger si mira il fabuloso Lete.

    18.
    La maggior Sirte a' naviganti infesta,
    trattasi in alto, invr le piaggie lassa,
    e 'l capo di Giudeca indietro resta,
    e la foce di Magra indi trapassa.
    Tripoli appar su 'l lido, e 'ncontra a questa
    giace Malta fra l'onde occulta e bassa;
    e poi riman con l'altre Sirti a tergo
    Alzerbe, gi de' Lotofgi albergo.

    19.
    Nel curvo lido poi Tunisi vede
    che d'ambo i lati del suo golfo ha un monte:
    Tunisi, ricca ed onorata sede
    a par di quante n'ha Libia pi conte.
    A lui di costa la Sicilia siede,
    ed il gran Lilibeo gli inalza a fronte.
    Or quivi addita la donzella a i due
    guerrieri il loco ove Cartagin fue.

    20.
    Giace l'alta Cartago: a pena i segni
    de l'alte sue ruine il lido serba.
    Muoiono le citt, muoiono i regni,
    copre i fasti e le pompe arena ed erba,
    e l'uom d'esser mortal par che si sdegni:
    oh nostra mente cupida e superba!
    Giungon quinci a Biserta, e pi lontano
    han l'isola de' Sardi a l'altra mano.

    21.
    Trascorser poi le piaggie ove i Numidi
    menr gi vita pastorale erranti.
    Trovr Bugia ed Algieri, infami nidi
    di corsari, ed Orn trovr pi inanti;
    e costeggir di Tingitana i lidi,
    nutrice di leoni e d'elefanti,
    ch'or di Marocco  il regno, e quel di Fessa;
    e varcr la Granata incontro ad essa.

    22.
    Son gi l dove il mar fra terra inonda
    per via ch'esser d'Alcide opra si finse;
    e forse  ver ch'una continua sponda
    fosse, ch'alta ruina in due distinse.
    Passovvi a forza l'oceno, e l'onda
    Abila quinci e quindi Calpe spinse;
    Spagna e Libia partio con foce angusta:
    tanto mutar pu lunga et vetusta!

    23.
    Quattro volte era apparso il sol ne l'orto
    da che la nave si spicc dal lito,
    n mai (ch'uopo non fu) s'accolse in porto,
    e tanto del camino ha gi fornito.
    Or entra ne lo stretto e passa il corto
    varco, e s'ingolfa in pelago infinito.
    Se 'l mar qui  tanto ove il terreno il serra,
    che fia col dov'egli ha in sen la terra?

    24.
    Pi non si mostra omai tra gli alti flutti
    la fertil Gade e l'altre due vicine.
    Fuggite son le terre e i lidi tutti:
    de l'onda il ciel, del ciel l'onda  confine.
    Diceva Ubaldo allor: - Tu che condutti
    n'hai, donna, in questo mar che non ha fine,
    di' s'altri mai qui giunse, o se pi inante
    nel mondo ove corriamo have abitante. -

    25.
    Risponde: - Ercole', poi ch'uccisi i mostri
    ebbe di Libia e del paese ispano,
    e tutti scrsi e vinti i lidi vostri,
    non os di tentar l'alto oceno:
    segn le mte, e 'n troppo brevi chiostri
    l'ardir ristrinse de l'ingegno umano;
    ma quei segni sprezz ch'egli prescrisse,
    di veder vago e di saper, Ulisse.

    26.
    Ei pass le Colonne, e per l'aperto
    mare spieg de' remi il volo' audace;
    ma non giovogli esser ne l'onde esperto,
    perch inghiottillo l'ocen vorace,
    e giacque co 'l suo corpo anco coperto
    il suo gran caso, ch'or tra voi si tace.
    S'altri vi fu da' venti a forza spinto,
    e non tornovvi o vi rimase estinto;

    27.
    s ch'ignoto  'l gran mar che solchi: ignote
    isole mille e mille regni asconde;
    n gi d'abitator le terre han vte,
    ma son come le vostre anco feconde:
    son esse atte al produr, n steril pote
    esser quella virt che 'l sol n'infonde. -
    Ripiglia Ubaldo allor: - Del mondo occulto,
    dimmi quai sian le leggi e quale il culto. -

    28.
    Gli soggiunse colei: - Diverse bande
    diversi han riti ed abiti e favelle:
    altri adora le belve, altri la grande
    comune madre, il sole altri e le stelle;
    v' chi d'abominevoli vivande
    le mense ingombra scelerate e felle.
    E 'n somma ognun che 'n qua da Calpe siede
    barbaro  di costume, empio di fede. -

    29.
    - Dunque - a lei replicava il cavaliero
    - quel Dio che scese a illuminar le carte
    vuol ogni raggio ricoprir del vero
    a questa che del mondo  s gran parte? -
    - No, - rispose ella - anzi la f di Piero
    fiavi introdotta ed ogni civil arte;
    n gi sempre sar che la via lunga
    questi da' vostri popoli disgiunga.

    30.
    Tempo verr che fian d'Ercole i segni
    favola vile a i naviganti industri,
    e i mar riposti, or senza nome, e i regni
    ignoti ancor tra voi saranno illustri.
    Fia che 'l pi ardito allor di tutti i legni
    quanto circonda il mar circondi e lustri,
    e la terra misuri, immensa mole,
    vittoroso ed emulo del sole.

    31.
    Un uom de la Liguria avr ardimento
    a l'incognito corso esporsi in prima;
    n 'l minaccievol fremito del vento,
    n l'inospito mar, n 'l dubbio clima,
    n s'altro di periglio o di spavento
    pi grave e formidabile or si stima,
    faran che 'l generoso entro a i divieti
    d'Abila angusti l'alta mente accheti.

    32.
    Tu spiegherai, Colombo, a un novo polo
    lontane s le fortunate antenne,
    ch'a pena seguir con gli occhi il volo
    la fama c'ha mille occhi e mille penne.
    Canti ella Alcide e Bacco, e di te solo
    basti a i posteri tuoi ch'alquanto accenne,
    ch quel poco dar lunga memoria
    di poema dignissima e d'istoria. -

    33.
    Cos disse ella; e per l'ondose strade
    corre al ponente e piega al mezzogiorno,
    e vede come incontra il sol gi cade
    e come a tergo lor rinasce il giorno.
    E quando a punto i raggi e le rugiade
    la bella aurora seminava intorno,
    lor s'offr di lontano oscuro un monte
    che tra le nubi nascondea la fronte.

    34.
    E 'l vedean poscia procedendo avante,
    quando ogni nuvol gi n'era rimosso,
    a l'acute piramidi sembiante,
    sottile invr la cima e 'n mezzo grosso,
    e mostrarsi talor cos fumante
    come quel che d'Encelado  su 'l dosso,
    che per propria natura il giorno fuma
    e poi la notte il ciel di fiamme alluma.

    35.
    Ecco altre isole insieme, altre pendici
    scoprian alfin, men erte ed elevate;
    ed eran queste l'isole Felici;
    cos le nomin la prisca etate,
    a cui tanto stimava i cieli amici
    che credea volontarie e non arate
    quivi produr le terre, e 'n pi graditi
    frutti non culte germogliar le viti.

    36.
    Qui non fallaci mai fiorir gli olivi
    e 'l ml dicea stillar da l'elci cave,
    e scender gi da lor montagne i rivi
    con acque dolci e mormorio soave,
    e zefiri e rugiade i raggi estivi
    temprarvi s che nullo ardor v' grave;
    e qui gli elisi campi e le famose
    stanze de le beate anime pose.

    37.
    A queste or vien la donna, ed - Omai ste
    dal fin del corso - lor dicea - non lunge.
    L'isole di Fortuna ora vedete,
    di cui gran fama a voi ma incerta giunge.
    Ben son elle feconde e vaghe e liete,
    ma pur molto di falso al ver s'aggiunge. -
    Cos parlando, assai presso si fece
    a quella che la prima  de le diece.

    38.
    Carlo incomincia allor: - Se ci concede,
    donna, quell'alta impresa ove ci guidi,
    lasciami omai por ne la terra il piede
    e veder questi inconosciuti lidi,
    veder le genti e 'l culto di lor fede
    e tutto quello ond'uom saggio m'invdi,
    quando mi giover narrar altrui
    le noovit vedute e dir: Io fui! -

    39.
    Gli rispose colei: - Ben degna in vero
    la domanda  di te, ma che poss'io,
    s'egli osta inviolabile e severo
    il decreto de' Cieli al bel desio?
    ch'ancor vlto non  lo spazio intero
    ch'al grande scoprimento ha fisso Dio,
    n lece a voi da l'ocen profondo
    recar vera notizia al vostro mondo.

    40.
    A voi per grazia e sovra l'arte e l'uso
    de' naviganti ir per quest'acque  dato,
    e scender l dove  il guerrier rinchiuso
    e ridurlo del mondo a l'altro lato.
    Tanto vi basti, e l'aspirar pi suso
    superbir fra e calcitrar co 'l fato. -
    Qui tacque, e gi parea pi bassa farsi
    l'isola prima e la seconda alzarsi.

    41.
    Ella mostrando gia ch'a l'orente
    tutte con ordin lungo eran dirette,
    e che largo  fra lor quasi egualmente
    quello spazio di mar che si framette.
    Ponsi veder d'abitatrice gente
    case e culture ed altri segni in sette;
    tre deserte ne sono, e v'han le belve
    securissima tana in monti e in selve.

    42.
    Luogo  in una de l'erme assai riposto,
    ove si curva il lido e in fuori stende
    due larghe corna, e fra lor tiene ascosto
    un ampio sen, e porto un scoglio rende,
    ch'a lui la fronte e 'l tergo a l'onda ha opposto
    che vien da l'alto e la respinge e fende.
    S'inalzan quinci e quindi, e torreggianti
    fan due gran rupi segno a' naviganti.

    43.
    Tacciono, sotto, i mar securi in pace;
    sovra ha di negre selve opaca scena,
    e 'n mezzo d'esse una spelonca giace,
    d'edera e d'ombre e di dolci acque amena.
    Fune non lega qui, n co 'l tenace
    morso le stanche navi ncora frena.
    La donna in s solinga e queta parte
    entrava, e raccogliea le vele sparte.

    44.
    - Mirate - disse poi - quell'alta mole
    ch'a quel gran monte in su la cima siede.
    Quivi fra cibi ed ozio e scherzi e fole
    torpe il campion de la cristiana fede.
    Voi con la guida del nascente sole
    su per quell'erto moverete il piede;
    n vi gravi il tardar, per che fra,
    se non la matutina, infausta ogn'ora.

    45.
    Ben co 'l lume del d ch'anco riluce
    insino al monte andar per voi potrassi. -
    Essi al congedo de la nobil duce
    poser nel lido desiato i passi,
    e ritrovr la via ch'a lui conduce
    agevol s ch' i pi non ne fur lassi;
    ma quando v'arrivr, da l'oceno
    era il carro di Febo anco lontano.

    46.
    Veggion che per dirupi e fra ruine
    s'ascende a la sua cima alta e superba,
    e ch' fn l di nevi e di pruine
    sparsa ogni strada: ivi ha poi fiori ed erba.
    Presso al canuto mento il verde crine
    frondeggia, e 'l ghiaccio fede a i gigli serba
    ed a le rose tenere: cotanto
    puote sovra natura arte d'incanto.

    47.
    I duo guerrier in luogo ermo e selvaggio
    chiuso d'ombre, fermrsi a pi del monte;
    e come il ciel rig co 'l novo raggio
    il sol, de l'aurea luce eterno fonte:
    - Su su - gridro entrambi, e 'l lor viaggio
    ricomincir con voglie ardite e pronte.
    Ma esce non so donde, e s'attraversa
    fera, serpendo, orribile e diversa.

    48.
    Inalza d'oro squallido squamose
    le creste e 'l capo, e gonfia il collo d'ira,
    arde ne gli occhi, e le vie tutte ascose
    tien sotto il ventre, e tsco e fumo spira;
    or rientra in se stessa, or le nodose
    ruote distende, e s dopo s tira.
    Tal s'appresenta a la solita guarda,
    n per de' guerrieri i passi tarda.

    49.
    Gi Carlo il ferro stringe e 'l serpe assale,
    ma l'altro grida a lui: - Che fai? che tente?
    per isforzo di man, con arme tale
    vincer avisi il difensor serpente? -
    Egli scote la verga aurea immortale
    s che la belva il sibilar ne sente,
    e impaurita al suon, fuggendo ratta,
    lascia quel varco libero e s'appiatta.

    50.
    Pi suso alquanto il passo a lor contende
    fero leon che rugge e torvo guata,
    e i velli arrizza, e le caverne orrende
    de la bocca vorace apre e dilata.
    Si sferza con la coda e l'ire accende,
    ma non  pria la verga a lui mostrata
    ch'un secreto spavento al cor gli agghiaccia
    l'ira e 'l nativo orgoglio, e 'n fuga il caccia.

    51.
    Segue la coppia il suo camin veloce,
    ma formidabile oste han gi davante
    di guerrieri animai, vari di voce,
    vari di moto, vari di sembiante.
    Ci che di mostruoso e di feroce
    erra fra 'l Nilo e i termini d'Atlante
    par qui tutto raccolto, e quante belve
    l'Ercinia ha in sen, quante l'ircane selve.

    52.
    Ma pur s fero essercito e s grosso
    non vien che lor respinga o che resista,
    anzi (miracol novo) in fuga  mosso
    da un picciol fischio e da una breve vista.
    La coppia omai vittoriosa il dosso
    de la montagna senza intoppo acquista,
    se non se in quanto il gelido e l'alpino
    de le rigide vie tarda il camino.

    53.
    Ma poi che gi le nevi ebber varcate
    e superato il discosceso e l'erto,
    un bel tepido ciel di dolce state
    trovaro, e 'l pian su 'l monte ampio ed aperto.
    Aure fresche mai sempre ed odorate
    vi spiran con tenor stabile e certo,
    n i fiati lor, s come altrove sle,
    sopisce o desta, ivi girando, il sole;

    54.
    n, come altrove suol, ghiacci ed ardori
    nubi e sereni a quelle piaggie alterna,
    ma il ciel di candidissimi splendori
    sempre s'ammanta e non s'infiamma o verna,
    e nudre a i prati l'erba, a l'erba i fiori,
    a i fior l'odor, l'ombra a le piante eterna.
    Siede su 'l lago e signoreggia intorno
    i monti e i mari il bel palagio adorno.

    55.
    I cavalier per l'alta aspra salita
    sentiansi alquanto affaticati e lassi,
    onde ne gian per quella via fiorita
    lenti or movendo ed or fermando i passi.
    Quando ecco un fonte, che a bagnar gli invita
    l'asciutte labbia, alto cader da' sassi
    e da una larga vena, e con ben mille
    zampilletti spruzzar l'erbe di stille.

    56.
    Ma tutta insieme poi tra verdi sponde
    in profondo canal l'acqua s'aduna,
    e sotto l'ombra di perpetue fronde
    mormorando se 'n va gelida e bruna,
    ma trasparente s che non asconde
    de l'imo letto suo vaghezza alcuna;
    e sovra le sue rive alta s'estolle
    l'erbetta, e vi fa seggio fresco e molle.

    57.
    - Ecco il fonte del riso, ed ecco il rio
    che mortali perigli in s contiene.
    Or qui tener a fren nostro desio
    ed esser cauti molto a noi conviene:
    chiudiam l'orecchie al dolce canto e rio
    di queste del piacer false sirene,
    cos n'andrem fin dove il fiume vago
    si spande in maggior letto e forma un lago. -

    58.
    Quivi de' cibi preziosa e cara
    apprestata  una mensa in su le rive,
    e scherzando se 'n van per l'acqua chiara
    due donzellette garrule e lascive,
    ch'or si spruzzano il volto, or fanno a gara
    chi prima a un segno destinato arrive.
    Si tuffano talor, e 'l capo e 'l dorso
    scoprono alfin dopo il celato corso.

    59.
    Mosser le natatrici ignude e belle
    de' duo guerrieri alquanto i duri petti,
    s che fermrsi a riguardarle; ed elle
    seguian pur i lor giochi e i lor diletti.
    Una intanto drizzossi, e le mammelle
    e tutto ci che pi la vista alletti
    mostr, dal seno in suso, aperto al cielo;
    e 'l lago a l'altre membra era un bel velo.

    60.
    Qual matutina stella esce de l'onde
    rugiadosa e stillante, o come fuore
    spunt nascendo gi da le feconde
    spume de l'ocen la dea d'amore,
    tal apparve costei, tal le sue bionde
    chiome stillavan cristallino umore.
    Poi gir gli occhi, e pur allor s'infinse
    que' duo vedere e in s tutta si strinse;

    61
    e 'l crin, ch'in cima al capo avea raccolto
    in un sol nodo, immantinente sciolse,
    che lunghissimo in gi cadendo e folto
    d'un aureo manto i molli avori involse.
    Oh che vago spettacolo  lor tolto!
    ma non men vago fu chi loro il tolse.
    Cos da l'acque e da' capelli ascosa
    a lor si volse lieta e vergognosa.

    62.
    Rideva insieme e insieme ella arrossia,
    ed era nel rossor pi bello il riso
    e nel riso il rossor che le copria
    insino al mento il delicato viso.
    Mosse la voce poi s dolce e pia
    che fra ciascun altro indi conquiso:
    - Oh fortunati peregrin, cui lice
    giungere in questa sede alma e felice!

    63.
    Questo  il porto del mondo; e qui  il ristoro
    de le sue noie, e quel piacer si sente
    che gi sent ne' secoli de l'oro
    l'antica e senza fren libera gente.
    L'arme, che sin a qui d'uopo vi fro,
    potete omai depor securamente
    e sacrarle in quest'ombra a la quete,
    che guerrier qui solo d'Amor sarete;

    64.
    e dolce campo di battaglia il letto
    fiavi e l'erbetta morbida de' prati.
    Noi menarenvi anzi il regale aspetto
    di lei che qui fa i servi suoi beati,
    che v'accrr nel bel numero eletto
    di quei ch'a le sue gioie ha destinati.
    Ma pria la polve in queste acque deporre
    vi piaccia, e 'l cibo a quella mensa trre. -

    65.
    L'una disse cos, l'altra concorde
    l'invito accompagn d'atti e di sguardi,
    s come al suon de le canore corde
    s'accompagnano i passi or presti or tardi.
    Ma i cavalieri hanno indurate e sorde
    l'alme a que' vezzi perfidi e bugiardi,
    e 'l lusinghiero aspetto e 'l parlar dolce
    di fuor s'aggira e solo i sensi molce.

    66.
    E se di tal dolcezza entro trasfusa
    parte pentra onde il desio germoglie,
    tosto ragion ne l'arme sue rinchiusa
    sterpa e riseca le nascenti voglie.
    L'una coppia riman vinta e delusa,
    l'altra se 'n va, n pur congedo toglie.
    Essi entrr nel palagio, esse ne l'acque
    tuffrsi: la repulsa a lor s spiacque.



    CANTO XVI

    1.
    Tondo  il ricco edificio, e nel pi chiuso
    grembo di lui, ch' quasi centro al giro,
    un giardin v'ha ch'adorno  sovra l'uso
    di quanti pi famosi unqua fioriro.
    D'intorno inosservabile e confuso
    ordin di loggie i demon fabri ordiro,
    e tra le oblique vie di quel fallace
    ravolgimento impenetrabil giace.

    2.
    Per l'entrata maggior (per che cento
    l'ampio albergo n'avea) passr costoro.
    Le porte qui d'effigato argento
    su i cardini stridean di lucid'oro.
    Fermr ne le figure il guardo intento,
    ch vinta la materia  dal lavoro:
    manca il parlar, di vivo altro non chiedi;
    n manca questo ancor, s'a gli occhi credi.

    3.
    Mirasi qui fra le meonie ancelle
    favoleggiar con la conocchia Alcide.
    Se l'inferno espugn, resse le stelle,
    or torce il fuso; Amor se 'l guarda, e ride.
    Mirasi Iole con la destra imbelle
    per ischerno trattar l'armi omicide;
    e indosso ha il cuoio del leon, che sembra
    ruvido troppo a s tenere membra.

    4.
    D'incontra  un mare, e di canuto flutto
    vedi spumanti i suoi cerulei campi.
    Vedi nel mezzo un doppio ordine instrutto
    di navi e d'arme, e uscir da l'arme i lampi.
    D'oro fiammeggia l'onda, e par che tutto
    d'incendio marzal Leucate avampi.
    Quinci Augusto i Romani, Antonio quindi
    trae l'Orente: Egizi, Arabi ed Indi.

    5.
    Svelte notar le Cicladi diresti
    per l'onde, e i monti co i gran monti urtarsi;
    l'impeto  tanto, onde quei vanno e questi
    co' legni torreggianti ad incontrarsi.
    Gi volr faci e dardi, e gi funesti
    sono di nova strage i mari sparsi.
    Ecco (n punto ancor la pugna inchina)
    ecco fuggir la barbara reina.

    6.
    E fugge Antonio, e lasciar pu la speme
    de l'imperio del mondo ov'egli aspira.
    Non fugge no, non teme il fier, non teme,
    ma segue lei che fugge e seco il tira.
    Vedresti lui, simile ad uom che freme
    d'amore a un tempo e di vergogna e d'ira,
    mirar alternamente or la crudele
    pugna ch' in dubbio, or le fuggenti vele.

    7.
    Ne le latebre poi del Nilo accolto
    attender par in grembo a lei la morte.
    E nel piacer d'un bel leggiadro volto
    sembra che 'l duro fato egli conforte.
    Di cotai segni varato e scolto
    era il metallo de le regie porte.
    I due guerrier, poi che dal vago obietto
    rivolser gli occhi, entrr nel buio tetto.

    8.
    Qual Meandro fra rive oblique e incerte
    scherza e con dubbio corso or cala or monta,
    queste acque a i fonti e quelle al mar converte,
    e mentre ei vien, s che ritorna affronta,
    tali e pi inestricabili conserte
    son queste vie, ma il libro in s le impronta
    (il libro, don del mago) e d'esse in modo
    parla che le risolve, e spiega il nodo.

    9.
    Poi che lascir gli aviluppati calli,
    in lieto aspetto il bel giardin s'aperse:
    acque stagnanti, mobili cristalli,
    fior vari e varie piante, erbe diverse,
    apriche collinette, ombrose valli,
    selve e spelonche in una vista offerse;
    e quel che 'l bello e 'l caro accresce a l'opre,
    l'arte, che tutto fa, nulla si scopre.

    10.
    Stimi (s misto il culto  co 'l negletto)
    sol naturali e gli ornamenti e i siti.
    Di natura arte par, che per diletto
    l'imitatrice sua scherzando imiti.
    L'aura, non ch'altro,  de la maga effetto,
    l'aura che rende gli alberi fioriti:
    co' fiori eterni eterno il frutto dura,
    e mentre spunta l'un, l'altro matura.

    11.
    Nel tronco istesso e tra l'istessa foglia
    sovra il nascente fico invecchia il fico;
    pendono a un ramo, un con dorata spoglia,
    l'altro con verde, il novo e 'l pomo antico;
    lussureggiante serpe alto e germoglia
    la trta vite ov' pi l'orto aprico:
    qui l'uva ha in fiori acerba, e qui d'or l'have
    e di piropo e gi di nttar grave.

    12.
    Vezzosi augelli infra le verdi fronde
    temprano a prova lascivette note;
    mormora l'aura, e fa le foglie e l'onde
    garrir che variamente ella percote.
    Quando taccion gli augelli alto risponde,
    quando cantan gli augei pi lieve scote;
    sia caso od arte, or accompagna, ed ora
    alterna i versi lor la music'ra.

    13.
    Vola fra gli altri un che le piume ha sparte
    di color vari ed ha purpureo il rostro,
    e lingua snoda in guisa larga, e parte
    la voce s ch'assembra il sermon nostro.
    Questi ivi allor continov con arte
    tanta il parlar che fu mirabil mostro.
    Tacquero gli altri ad ascoltarlo intenti,
    e fermaro i sussurri in aria i venti.

    14.
    - Deh mira - egli cant - spuntar la rosa
    dal verde suo modesta e verginella,
    che mezzo aperta ancora e mezzo ascosa,
    quanto si mostra men, tanto  pi bella.
    Ecco poi nudo il sen gi baldanzosa
    dispiega; ecco poi langue e non par quella,
    quella non par che desiata inanti
    fu da mille donzelle e mille amanti.

    15.
    Cos trapassa al trapassar d'un giorno
    de la vita mortale il fiore e 'l verde;
    n perch faccia indietro april ritorno,
    si rinfiora ella mai, n si rinverde.
    Cogliam la rosa in su 'l mattino adorno
    di questo d, che tosto il seren perde;
    cogliam d'amor la rosa: amiamo or quando
    esser si puote ramato amando. -

    16.
    Tacque, e concorde de gli augelli il coro,
    quasi approvando, il canto indi ripiglia.
    Raddoppian le colombe i baci loro,
    ogni animal d'amar si riconsiglia;
    par che la dura quercia e 'l casto alloro
    e tutta la frondosa ampia famiglia,
    par che la terra e l'acqua e formi e spiri
    dolcissimi d'amor sensi e sospiri.

    17.
    Fra melodia s tenera, fra tante
    vaghezze allettatrici e lusinghiere,
    va quella coppia, e rigida e costante
    se stessa indura a i vezzi del piacere.
    Ecco tra fronde e fronde il guardo inante
    penetra e vede, o pargli di vedere,
    vede pur certo il vago e la diletta,
    ch'egli  in grembo a la donna, essa a l'erbetta.

    18.
    Ella dinanzi al petto ha il vel diviso,
    e 'l crin sparge incomposto al vento estivo;
    langue per vezzo, e 'l suo infiammato viso
    fan biancheggiando i bei sudor pi vivo:
    qual raggio in onda, le scintilla un riso
    ne gli umidi occhi tremulo e lascivo.
    Sovra lui pende; ed ei nel grembo molle,
    le posa il capo, e 'l volto al volto attolle,

    19.
    e i famelici sguardi avidamente
    in lei pascendo si consuma e strugge.
    S'inchina, e i dolci baci ella sovente
    liba or da gli occhi e da le labra or sugge,
    ed in quel punto ei sospirar si sente
    profondo s che pensi: Or l'alma fugge
    e 'n lei trapassa peregrina. Ascosi
    mirano i duo guerrier gli atti amorosi.

    20.
    Dal fianco de l'amante (estranio arnese)
    un cristallo pendea lucido e netto.
    Sorse, e quel fra le mani a lui sospese
    a i misteri d'Amor ministro eletto.
    Con luci ella ridenti, ei con accese,
    mirano in vari oggetti un solo oggetto:
    ella del vetro a s fa specchio, ed egli
    gli occhi di lei sereni a s fa spegli.

    21.
    L'uno di servit, l'altra d'impero
    si gloria, ella in se stessa ed egli in lei.
    - Volgi, - dicea - deh volgi - il cavaliero
    -  a me quegli occhi onde beata bi,
    ch son, se tu no 'l sai, ritratto vero
    de le bellezze tue gli incendi miei;
    la forma lor, la maraviglia a pieno
    pi che il cristallo tuo mostra il mio seno.

    22.
    Deh! poi che sdegni me, com'egli  vago
    mirar tu almen potessi il proprio volto;
    ch il guardo tuo, ch'altrove non  pago,
    gioirebbe felice in s rivolto.
    Non pu specchio ritrar s dolce imago,
    n in picciol vetro  un paradiso accolto:
    specchio t' degno il cielo, e ne le stelle
    puoi riguardar le tue sembianze belle. -

    23.
    Ride Armida a quel dir, ma non che cesse
    dal vagheggiarsi e da' suoi bei lavori.
    Poi che intrecci le chiome e che ripresse
    con ordin vago i lor lascivi errori,
    torse in anella i crin minuti e in esse,
    quasi smalto su l'or, cosparse i fiori;
    e nel bel sen le peregrine rose
    giunse a i nativi gigli, e 'l vel compose.

    24.
    N 'l superbo pavon s vago in mostra
    spiega la pompa de l'occhiute piume,
    n l'iride s bella indora e inostra
    il curvo grembo e rugiadoso al lume.
    Ma bel sovra ogni fregio il cinto mostra
    che n pur nuda ha di lasciar costume.
    Di corpo a chi non l'ebbe; e quando il fece,
    tempre mischi ch'altrui mescer non lece.

    25.
    Teneri sdegni, e placide e tranquille
    repulse, e cari vezzi, e liete paci,
    sorrise parolette, e dolci stille
    di pianto, e sospir tronchi, e molli baci:
    fuse tai cose tutte, e poscia unille
    ed al foco tempr di lente faci,
    e ne form quel s mirabil cinto
    di ch'ella aveva il bel fianco succinto.

    26.
    Fine alfin posto al vagheggiar, richiede
    a lui commiato, e 'l bacia e si diparte.
    Ella per uso il d n'esce e rivede
    gli affari suoi, le sue magiche carte.
    Egli riman, ch'a lui non si concede
    por orma o trar momento in altra parte,
    e tra le fere spazia e tra le piante,
    se non quanto  con lei, romito amante.

    27.
    Ma quando l'ombra co i silenzi amici
    rappella a i furti lor gli amanti accorti
    traggono le notturne ore felici
    sotto un tetto medesmo entro a quegli orti.
    Ma poi che vlta a pi severi uffici
    lasci Armida il giardino e i suoi diporti,
    i duo, che tra i cespugli eran celati,
    scoprrsi a lui pomposamente armati.

    28.
    Qual feroce destrier ch'al faticoso
    onor de l'arme vincitor sia tolto,
    e lascivo marito in vil riposo
    fra gli armenti e ne' paschi erri disciolto,
    se 'l desta o suon di tromba o luminoso
    acciar, col tosto annitrendo  vlto,
    gi gi brama l'arringo e, l'uom su 'l dorso
    portando, urtato riurtar nel corso;

    29.
    tal si fece il garzon, quando repente
    de l'arme il lampo gli occhi suoi percosse.
    Quel s guerrier, quel s feroce ardente
    suo spirto a quel fulgor tutto si scosse,
    bench tra gli agi morbidi languente,
    e tra i piaceri ebro e sopito ei fosse.
    Intanto Ubaldo oltra ne viene, e 'l terso
    adamantino scudo ha in lui converso.

    30.
    Egli al lucido scudo il guardo gira,
    onde si specchia in lui qual siasi e quanto
    con delicato culto adorno; spira
    tutto odori e lascivie il crine e 'l manto,
    e 'l ferro, il ferro aver, non ch'altro, mira
    dal troppo lusso effeminato a canto:
    guernito  s ch'inutile ornamento
    sembra, non militar fero instrumento.

    31.
    Qual uom da cupo e grave sonno oppresso
    dopo vaneggiar lungo in s riviene,
    tal ei torn nel rimirar se stesso,
    ma se stesso mirar gi non sostiene;
    gi cade il guardo, e timido e dimesso,
    guardando a terra, la vergogna il tiene.
    Si chiuderebbe e sotto il mare e dentro
    il foco per celarsi, e gi nel centro.

    32.
    Ubaldo incominci parlando allora:
    - Va l'Asia tutta e va l'Europa in guerra:
    chiunque e pregio brama e Cristo adora
    travaglia in arme or ne la siria terra.
    Te solo, o figlio di Bertoldo, fuora
    del mondo, in ozio, un breve angolo serra;
    te sol de l'universo il moto nulla
    move, egregio campion d'una fanciulla.

    33.
    Qual sonno o qual letargo ha s sopita
    la tua virtute? o qual vilt l'alletta?
    Su su; te il campo e te Goffredo invita,
    te la fortuna e la vittoria aspetta.
    Vieni, o fatal guerriero, e sia fornita
    la ben comincia impresa; e l'empia setta,
    che gi crollasti, a terra estinta cada
    sotto l'inevitabile tua spada.

    34.
    Tacque, e 'l nobil garzon rest per poco
    spazio confuso e senza moto e voce.
    Ma poi che di vergogna a sdegno loco,
    sdegno guerrier de la ragion feroce,
    e ch'al rossor del volto un novo foco
    successe, che pi avampa e che pi coce,
    squarciossi i vani fregi e quelle indegne
    pompe, di servit misera insegne;

    35.
    ed affrett il partire, e de la trta
    confusone usc del labirinto.
    Intanto Armida de la regal porta
    mir giacere il fier custode estinto.
    Sospett prima, e si fu poscia accorta
    ch'era il suo caro al dipartirsi accinto;
    e 'l vide (ahi fera vista!) al dolce albergo
    dar, frettoloso, fuggitivo il tergo.

    36.
    Volea gridar: Dove, o crudel, me sola
    lasci?, ma il varco al suon chiuse il dolore,
    s che torn la flebile parola
    pi amara indietro a rimbombar su 'l core.
    Misera! i suoi diletti ora le invola
    forza e saper, del suo saper maggiore.
    Ella se 'l vede, e invan pur s'argomenta
    di ritenerlo e l'arti sue ritenta.

    37.
    Quante mormor mai profane note
    tessala maga con la bocca immonda,
    ci ch'arrestar pu le celesti rote
    e l'ombre trar de la prigion profonda,
    sapea ben tutte; e pur oprar non pote
    ch'almen l'inferno al suo parlar risponda.
    Lascia gli incanti, e vuol provar se vaga
    e supplice belt sia miglior maga.

    38.
    Corre, e non ha d'onor cura o ritegno.
    Ahi! dove or sono i suoi trionfi e i vanti?
    Costei d'Amor, quanto egli  grande, il regno
    volse e rivolse sol co 'l cenno inanti,
    e cos pari al fasto ebbe lo sdegno,
    ch'am d'essere amata, odi gli amanti;
    s grad sola, e fuor di s in altrui
    sol qualche effetto de' begli occhi sui.

    39.
    Or negletta e schernita in abbandono
    rimasa, segue pur chi fugge e sprezza;
    e procura adornar co' pianti il dono
    rifiutato per s di sua bellezza.
    Vassene, ed al pi tenero non sono
    quel gelo intoppo e quella alpina asprezza;
    e invia per messaggieri inanzi i gridi
    n giunge lui pria ch'ei sia giunto a i lidi.

    40.
    Forsennata gridava: - O tu che porte
    teco parte di me, parte ne lassi,
    o prendi l'una o rendi l'altra, o morte
    d insieme ad ambe: arresta, arresta i passi,
    sol che ti sian le voci ultime prte;
    non dico i baci, altra pi degna avrassi
    quelli da te. Che temi, empio, se resti?
    Potrai negar, poi che fuggir potesti. -

    42.
    Allor ristette il cavaliero, ed ella
    sovragiunse anelante e lagrimosa:
    dolente s che nulla pi, ma bella
    altrettanto per quanto dogliosa.
    Lui guarda e in lui s'affissa, e non favella,
    o che sdegna o che pensa o che non osa.
    Ei lei non mira; e se pur mira, il guardo
    furtivo volge e vergognoso e tardo.

    43.
    Qual musico gentil, prima che chiara
    altamente la voce al canto snodi,
    a l'armonia gli animi altrui prepara
    con dolci ricercate in bassi modi,
    cos costei, che ne la doglia amara
    gi tutte non oblia l'arti e le frodi,
    fa di sospir breve concento in prima
    per dispor l'alma in cui le voci imprima.

    44.
    Poi cominci: - Non aspettar ch'io preghi,
    crudel, te, come amante amante deve.
    Tai fummo un tempo; or se tal esser neghi,
    e di ci la memoria anco t' greve,
    come nemico almeno ascolta: i preghi
    d'un nemico talor l'altro riceve.
    Ben quel ch'io chieggio  tal che darlo puoi
    e intgri conservar gli sdegni tuoi.

    45.
    Se m'odii, e in ci diletto alcun tu senti,
    non te 'n vengo a privar: godi pur d'esso.
    Giusto a te pare, e siasi. Anch'io le genti
    cristiane odiai, no 'l nego, odiai te stesso.
    Nacqui pagana, usai vari argomenti
    che per me fosse il vostro imperio oppresso;
    te perseguii, te presi, e te lontano
    da l'arme trassi in loco ignoto e strano.

    46.
    Aggiungi a questo ancor quel ch'a maggiore
    onta tu rechi ed a maggior tuo danno:
    t'ingannai, t'allettai nel nostro amore;
    empia lusinga certo, iniquo inganno,
    lasciarsi crre il virginal suo fiore,
    far de le sue bellezze altrui tiranno,
    quelle ch'a mille antichi in premio sono
    negate, offrire a novo amante in dono!

    47.
    Sia questa pur tra le mie frodi, e vaglia
    s di tante mie colpe in te il difetto
    che tu quinci ti parta e non ti caglia
    di questo albergo tuo gi s diletto.
    Vattene, passa il mar, pugna, travaglia,
    struggi la fede nostra: anch'io t'affretto.
    Che dico nostra? ah non pi mia! fedele
    sono a te solo, idolo mio crudele.

    48.
    Solo ch'io segua te mi si conceda:
    picciola fra nemici anco richiesta.
    Non lascia indietro il predator la preda;
    va il trionfante, il prigionier non resta.
    Me fra l'altre tue spoglie il campo veda
    ed a l'altre tue lodi aggiunga questa,
    che la tua schernitrice abbia schernito
    mostrando me sprezzata ancella a dito.

    49.
    Sprezzata ancella, a chi fo pi conserva
    di questa chioma, or ch'a te fatta  vile?
    Raccorcierolla: al titolo di serva
    vuo' portamento accompagnar servile.
    Te seguir, quando l'ardor pi ferva
    de la battaglia, entro la turba ostile.
    Animo ho bene, ho ben vigor che baste
    a condurti i cavalli, a portar l'aste.

    50.
    Sar qual pi vorrai scudiero o scudo:
    non fia ch'in tua difesa io mi risparmi.
    Per questo sen, per questo collo ignudo,
    pria che giungano a te, passeran l'armi.
    Barbaro forse non sar s crudo
    che ti voglia ferir, per non piagarmi,
    condonando il piacer de la vendetta
    a questa qual si sia, belt negletta.

    51.
    Misera! ancor presumo? ancor mi vanto
    di schernita belt che nulla impetra? -
    Volea pi dir, ma l'interruppe il pianto
    che qual fonte sorgea d'alpina pietra.
    Prendergli cerca allor la destra o 'l manto,
    supplichevole in atto, ed ei s'arretra,
    resiste e vince; e in lui trova impedita
    Amor l'entrata, il lagrimar l'uscita.

    52.
    Non entra Amor a rinovar nel seno,
    che ragion congel, la fiamma antica:
    v'entra pietate in quella vece almeno,
    pur compagna d'Amor, bench pudica
    e lui commove in guisa tal ch'a freno
    pu ritener le lagrime a fatica.
    Pur quel tenero affetto entro restringe,
    e quanto pu gli atti compone e infinge.

    53.
    Poi le risponde: - Armida, assai mi pesa
    di te; s potess'io come il farei,
    del mal concetto ardor l'anima accesa
    sgombrarti: odii non son, n sdegni i miei,
    n vuo' vendetta, n rammento offesa;
    n serva tu, n tu nemica sei.
    Errasti,  vero, e trapassasti i modi,
    ora gli amori essercitando, or gli odi;

    54.
    ma che? son colpe umane e colpe usate:
    scuso la natia legge, il sesso e gli anni.
    Anch'io parte fallii; s'a me pietate
    negar non vuo', non fia ch'io te condanni.
    Fra le care memorie ed onorate
    mi sarai ne le gioie e ne gli affanni,
    sar tuo cavalier quanto concede
    la guerra d'Asia e con l'onor la fede.

    55.
    Deh! che del fallir nostro or qui sia il fine
    e di nostre vergogne omai ti spiaccia,
    ed in questo del mondo ermo confine
    la memoria di lor sepolta giaccia.
    Sola, in Europa e ne le due vicine
    parti, fra l'opre mie questa si taccia.
    Deh! non voler che segni ignobil fregio
    tua belt, tuo valor, tuo sangue regio.

    56.
    Rimanti in pace, i' vado; a te non lice
    meco venir, chi mi conduce il vieta.
    Rimanti, o va per altra via felice,
    e come saggia i tuoi consigli acqueta. -
    Ella, mentre il guerrier cos le dice,
    non trova loco, torbida, inquieta;
    gi buona pezza in dispettosa fronte
    torva riguarda, al fin prorompe a l'onte:

    57.
    - N te Sofia produsse e non sei nato
    de l'azio sangue tu; te l'onda insana
    del mar produsse e 'l Caucaso gelato,
    e le mamme allattar di tigre ircana.
    Che dissimulo io pi? l'uomo spietato
    pur un segno non di di mente umana.
    Forse cambi color? forse al mio duolo
    bagn almen gli occhi o sparse un sospir solo?

    58.
    Quali cose tralascio o quai ridico?
    S'offre per mio, mi fugge e m'abbandona;
    quasi buon vincitor, di reo nemico
    oblia le offese, i falli aspri perdona.
    Odi come consiglia! odi il pudico
    Senocrate d'amor come ragiona!
    O Cielo, o di, perch soffrir questi empi
    fulminar poi le torri e i vostri tmpi?

    59.
    Vattene pur, crudel, con quella pace
    che lasci a me; vattene, iniquo, omai.
    Me tosto ignudo spirto, ombra seguace
    indivisibilmente a tergo avrai.
    Nova Furia, co' serpi e con la face
    tanto t'agiter quanto t'amai.
    E s' destin ch'esca del mar, che schivi
    gli scogli e l'onde e che a la pugna arrivi,

    60.
    l tra 'l sangue e le morti egro giacente
    mi pagherai le pene, empio guerriero.
    Per nome Armida chiamerai sovente
    ne gli ultimi singulti: udir ci spero. -
    Or qui manc lo spirto a la dolente,
    n quest'ultimo suono espresse intero;
    e cadde tramortita e si diffuse
    di gelato sudore, e i lumi chiuse.

    61.
    Chiudesti i lumi, Armida; il Cielo avaro
    invidi il conforto a i tuoi martri.
    Apri, misera, gli occhi; il pianto amaro
    ne gli occhi al tuo nemico or ch non miri?
    Oh s'udir tu 'l potessi, oh come caro
    t'addolcirebbe il suon de' suoi sospiri!
    D quanto ei pote, e prende (e tu no 'l credi!)
    pietoso in vista gli ultimi congedi.

    62.
    Or che far? de su l'ignuda arena
    costei lasciar cos tra viva e morta?
    Cortesia lo ritien, piet l'affrena,
    dura necessit seco ne 'l porta.
    Parte, e di lievi zefiri  ripiena
    la chioma di colei che gli fa scorta.
    Vola per l'alto mar l'aurata vela:
    ei guarda il lido, e 'l lido ecco si cela.

    63.
    Poi ch'ella in s torn, deserto e muto
    quanto mirar pot d'intorno scorse.
    - Ito se n' pur, - disse - ed ha potuto
    me qui lasciar de la mia vita in forse?
    N un momento indugi, n un breve aiuto
    nel caso estremo il traditor mi porse?
    Ed io pur ancor l'amo, e in questo lido
    invendicata ancor piango e m'assido?

    64.
    Che fa pi meco il pianto? altr'arme, altr'arte
    io non ho dunque? Ahi! seguir pur l'empio,
    n l'abisso per lui riposta parte,
    n il ciel sar per lui securo tempio.
    Gi 'l giungo, e 'l prendo, e 'l cor gli svello, e sparte
    le membra appendo, a i dispietati essempio.
    Mastro  di ferit? vuo' superarlo
    ne l'arti sue... Ma dove son? che parlo?

    65.
    Misera Armida, allor dovevi, e degno
    ben era, in quel crudele incrudelire
    che tu prigion l'avesti; or tardo sdegno
    t'infiamma, e movi neghittosa a l'ire.
    Pur se belt pu nulla o scaltro ingegno,
    non fia vto d'effetto il mio desire.
    O mia sprezzata forma, a te s'aspetta
    (ch tua l'ingiuria fu) l'alta vendetta.

    66.
    Questa bellezza mia sar mercede
    del troncator de l'essecrabil testa.
    O miei famosi amanti, ecco si chiede
    difficil s da voi ma impresa onesta.
    Io che sar d'ampie ricchezze erede,
    d'una vendetta in guiderdon son presta.
    S'esser compra a tal prezzo indegna sono,
    belt, sei di natura inutil dono.

    67.
    Dono infelice, io ti rifiuto; e insieme
    odio l'esser reina e l'esser viva,
    e l'esser nata mai; sol fa la speme
    de la dolce vendetta ancor ch'io viva. -
    Cos in voci interrotte irata freme
    e torce il pi da la deserta riva,
    mostrando ben quanto ha furor raccolto,
    sparsa il crin, bieca gli occhi, accesa il volto.

    68.
    Giunta a gli alberghi suoi chiam trecento
    con lingua orrenda deit d'Averno.
    S'empie il ciel d'atre nubi, e in un momento
    impallidisce il gran pianeta eterno,
    e soffia e scote i gioghi alpestri il vento.
    Ecco gi sotto i pi mugghiar l'inferno:
    quanto gira il palagio udresti irati
    sibili ed urli e fremiti e latrati.

    69.
    Ombra pi che di notte, in cui di luce
    raggio misto non , tutto il circonda,
    se non se in quanto un lampeggiar riluce
    per entro la caligine profonda.
    Cessa al fin l'ombra, e i raggi il sol riduce
    pallidi; n ben l'aura anco  gioconda,
    n pi il palagio appar, n pur le sue
    vestigia, n dir puossi: Egli qui fue.

    70.
    Come imagin talor d'immensa mole
    forman nubi ne l'aria e poco dura,
    ch 'l vento la disperde o solve il sole,
    come sogno se 'n va ch'egro figura,
    cos sparver gli alberghi, e restr sole
    l'alpe e l'orror che fece ivi natura.
    Ella su 'l carro suo, che presto aveva,
    s'assise, e come ha in uso al ciel si leva.

    71.
    Calca le nubi e tratta l'aure a volo,
    cinta di nembi e turbini sonori,
    passa i lidi soggetti a l'altro polo
    e le terre d'ignoti abitatori;
    passa d'Alcide i termini, n 'l suolo
    appressa de gli Espri o quel de' Mori,
    ma su i mari sospeso il corso tiene
    insin che a i lidi di Soria perviene.

    72.
    Quinci a Damasco non s'invia, ma schiva
    il gi s caro de la patria aspetto,
    e drizza il carro a l'infeconda riva
    ove  tra l'onde il suo castello eretto.
    Qui giunta, i servi e le donzelle priva
    di sua presenza e sceglie ermo ricetto;
    e fra vari pensier dubbia s'aggira,
    ma tosto cede la vergogna a l'ira.

    73.
    - Io n'andr pur, - dicea ella - anzi che l'armi
    de l'Orente il re d'Egitto mova.
    Ritentar ciascun'arte e trasmutarmi
    in ogni forma insolita mi giova,
    trattar l'arco e la spada, e serva farmi
    de' pi potenti e concitargli a prova:
    pur che le mie vendette io veggia in parte,
    il rispetto e l'onor stiasi in disparte.

    74.
    Non accusi gi me, biasmi se stesso
    il mio custode e zio che cos volse.
    Ei l'alma baldanzosa e 'l fragil sesso
    a i non debiti uffici in prima volse;
    esso mi fe' donna vagante, ed esso
    spron l'ardire e la vergogna sciolse:
    tutto si rechi a lui ci che d'indegno
    fei per amore o che far per sdegno. -

    75.
    Cos risolse, e cavalieri e donne,
    paggi e sergenti frettolosa aduna;
    e ne' superbi arnesi e ne le gonne
    l'arte dispiega e la regal fortuna,
    e in via si pone; e non  mai ch'assonne
    o che si posi al sole od a la luna,
    sin che non giunge ove le schiere amiche
    coprian di Gaza le campagne apriche.



    CANTO XVII

    1.
    Gaza  citt de la Giudea nel fine,
    su quella via ch'invr Pelusio mena,
    posta in riva del mare, ed ha vicine
    immense solitudini d'arena,
    le quai, come Austro suol l'onde marine,
    mesce il turbo spirante, onde a gran pena
    ritrova il peregrin riparo o scampo
    ne le tempeste de l'instabil campo.

    2.
    Del re d'Egitto  la citt frontiera,
    da lui gran tempo inanzi a i Turchi tolta;
    e per ch'opportuna e prossima era
    a l'alta impresa ove la mente ha vlta,
    lasciando Egitto e la sua reggia altera
    qui traslato il gran seggio e qui raccolta
    gi da varie provincie insieme avea
    l'innumerabil oste a l'assemblea.

    3.
    Musa, quale stagione e qual l fosse
    stato di cose or tu mi reca a mente:
    qual arme il grande imperator, quai posse,
    qual serva avesse e qual compagna gente,
    quando del Mezzogiorno in guerra mosse
    le forze e i regi e l'ultimo Orente;
    tu sol le schiere e i duci e sotto l'arme
    mezzo il mondo raccolto, or puoi dettarme.

    4.
    Poscia che ribellante al greco impero
    si sottrasse l'Egitto e mut fedel,
    del sangue di Macon nato un guerriero
    se 'n fe' tiranno e vi fond la sede.
    Ei fu detto Califfo, e del primiero
    chi n'ha lo scettro al nome anco succede.
    Cos per ordin lungo il Nilo i suoi
    Faraon vide e Tolomei dapoi.

    5.
    Volgendo gli anni, il regno  stabilito
    ed accresciuto in guisa tal che viene,
    Asia e Libia ingombrando, al sirio lito
    da' marmarici fini e da Cirene,
    e passa dentro incontra a l'infinito
    corso del Nilo assai sovra Siene,
    e quinci a le campagne inabitate
    va de la sabbia e quindi al grande Eufrate.

    6.
    A destra ed a sinistra in s comprende
    l'odorata maremma e 'l ricco mare,
    e fuor de l'Eritreo molto si stende
    incontra al sol che matutino appare.
    L'imperio ha in s gran forze, e pi le rende
    il re ch'or lo governa illustri e chiare,
    ch' per sangue signor, ma pi per merto,
    ne l'arti regie e militari esperto.

    7.
    Questi or co' Turchi, or con le genti perse
    pi guerre fe': le mosse e le respinse;
    fu perdente e vincente, e ne le averse
    fortune fu maggior che quando vinse.
    Poi che la grave et pi non sofferse
    de l'armi il peso, alfin la spada scinse;
    ma non depose il suo guerriero ingegno,
    e d'onor il desio vasto e di regno.

    8.
    Ancor guerreggia per ministri, ed have
    tanto vigor di mente e di parole
    che de la monarchia la soma grave
    non sembra a gli anni suoi soverchia mole.
    Sparsa in minuti regni Africa pave
    tutta al suo nome e 'l remoto Indo il cole,
    e gli porge altri volontario aiuto
    d'armate genti ed altri d'or tributo.

    9.
    Tanto e s fatto re l'arme raguna,
    anzi pur adunate omai l'affretta
    contra il sorgente imperio e la fortuna
    franca, ne le vittorie omai sospetta.
    Armida ultima vien: giunge opportuna
    ne l'ora a punto a la rassegna eletta.
    Fuor de le mura in spazioso campo
    passa dinanzi a lui schierato il campo.

    10.
    Egli in sublime soglio, a cui per cento
    gradi eburnei s'ascende, altero siede;
    e sotto l'ombra d'un gran ciel d'argento
    porpora intesta d'or preme co 'l piede,
    e ricco di barbarico ornamento
    in abito regal splender si vede:
    fan torti in mille fascie i bianchi lini
    alto diadema in nova forma a i crini.

    11.
    Lo scettro ha ne la destra, e per canuta
    barba appar venerabile e severo;
    e da gli occhi, ch'etade ancor non muta,
    spira l'ardire e 'l suo vigor primiero,
    e ben da ciascun atto  sostenuta
    la maest de gli anni e de l'impero.
    Apelle forse o Fidia in tal sembiante
    Giove form, ma Giove allor tonante.

    12.
    Stannogli, a destra l'un, l'altro a sinistra,
    due satrapi, i maggiori: alza il pi degno
    la nuda spada, del rigor ministra,
    l'altro il sigillo ha del suo ufficio in segno.
    Custode un de' secreti, al re ministra
    opra civil ne' grandi affar del regno,
    ma prence de gli esserciti e con piena
    possanza  l'altro ordinator di pena.

    13.
    Sotto, folta corona al seggio fanno
    con fedel guardia i suoi Circassi astati,
    ed oltre l'aste hanno corazze ed hanno
    spade lunghe e ricurve a l'un de' lati.
    Cos sedea, cos scopria il tiranno
    d'eccelsa parte i popoli adunati;
    tutte a' suoi pi nel trapassar le schiere
    chinan, quasi adorando, armi e bandiere.

    14.
    Il popol de l'Egitto in ordin primo
    fa di s mostra, e quattro i duci sono:
    duo de l'alto paese e duo de l'imo,
    ch' del celeste Nilo opera e dono.
    Al mare usurp il letto il fertil limo,
    e rassodato al cultivar fu buono;
    s crebbe Egitto: oh quanto a dentro  posto
    quel che fu lido a i naviganti esposto!

    15.
    Nel primiero squadron appar la gente
    ch'abit d'Alessandria il ricco piano,
    ch'abit il lido vlto a l'occidente
    ch'esser comincia omai lido africano.
    Araspe  il duce lor, duce potente
    d'ingegno pi che di vigor di mano:
    ei di furtivi aguati  maestro egregio,
    e d'ogn'arte moresca in guerra ha il pregio.

    16.
    Secondan quei che posti invr l'aurora
    ne la costa asiatica albergaro,
    e li guida Aronto cui nulla onora
    pregio o virt, ma i titoli il fan chiaro.
    Non sud il molle sotto l'elmo ancora,
    n matutine trombe anco il destaro,
    ma da gli agi e da l'ombra a dura vita
    intempestiva ambizion l'invita.

    17.
    Quella che terza  poi, squadra non pare
    ma un'oste immensa, e campi e lidi tiene;
    non crederai ch'Egitto mieta ed are
    per tanti, e pur da una citt sua viene:
    citt, ch'a le provincie emula e pare,
    mille cittadinanze in s contiene.
    Del Cairo i' parlo; indi il gran vulgo adduce,
    vulgo a l'arme restio, Campsone il duce.

    18.
    Vengon sotto Gazl quei che le biade
    segaron nel vicin campo fecondo,
    e pi suso insin l dove ricade
    il fiume al precipizio suo secondo.
    La turba egizia avea sol archi e spade,
    n sosterria d'elmo o corazza il pondo:
    d'abito  ricca, onde altrui vien che porte
    desio di preda e non timor di morte.

    19.
    Poi la plebe di Barca, e nuda, e inerme
    quasi, sotto Alarcon passar si vede,
    che la vita famelica ne l'erme
    piaggie gran tempo sostent di prede.
    Con istuol manco reo ma inetto a ferme
    battaglie, di Zumara il re succede;
    quel di Tripoli poscia: e l'uno e l'altro
    nel pugnar volteggiando  dotto e scaltro.

    20.
    Diretro ad essi apparvero i cultori
    de l'Arabia Petrea, de la Felice,
    che 'l soverchio del gelo e de gli ardori
    non sente mai, se 'l ver la fama dice;
    ove nascon gl'incensi e gli altri odori,
    ove rinasce l'immortal fenice,
    ch'in quella ricca fabrica ch'aduna
    a l'essequie, a i natali, ha tomba e cuna.

    21.
    L'abito di costoro  meno adorno,
    ma l'armi a quei d'Egitto han simiglianti.
    Ecco altri Arabi poi, che di soggiorno
    certo non sono stabili abitanti:
    peregrini perpetui usano intorno
    trarne gli alberghi e le cittadi erranti.
    Han questi voce e feminil statura,
    crin lungo e negro, e negra faccia e scura.

    22.
    E gran canne indane arman di corte
    punte di ferro, e 'n su destrier correnti
    diresti ben che un turbine lor porte,
    se pur han turbo s veloce i venti.
    Da Siface le prime erano scrte,
    Aldino in guardia ha le seconde genti,
    le terze guida Albiazr ch' fiero
    omicida ladron, non cavaliero.

    23.
    La turba  appresso che lasciate avea
    l'isole cinte da l'arabiche onde,
    da cui pescando gi raccr solea
    conche di perle gravide e feconde.
    Sono i Negri con lor su l'eritrea
    marina posti a le sinistre sponde.
    Quegli Agricalte e questi Osmida regge,
    che schernisce ogni fede ed ogni legge.

    24.
    Gli Etipi di Mroe indi seguiro:
    Mroe, che quindi il Nilo isola face
    ed Astrabora quinci, il cui gran giro
     di tre regni e di due f capace.
    Li conducea Canario ed Assimiro,
    re l'uno e l'altro e di Macon seguace
    e tributario al Calif; ma tenne
    santa credenza il terzo e qui non venne.

    25.
    Poi due regi soggetti anco venieno
    con squadre d'arco armate e di quadrella:
    un, soldano  d'Orms, che dal gran seno
    persico  cinta, nobil terra e bella;
    l'altro, di Boecan; questa  nel pieno
    del gran flusso marino isola anch'ella,
    ma quando poi scemando il mar s'abbassa,
    co 'l piede asciutto il peregrin vi passa.

    26.
    N te, Altamoro, entro al pudico letto
    potuto ha ritener la sposa amata.
    Pianse, percosse il biondo crine e 'l petto
    per distornar la tua fatale andata:
    - Dunque, - dicea - crudel, pi che 'l mio aspetto,
    del mar l'orrida faccia a te fia grata?
    fia l'arme al braccio tuo pi caro peso
    che 'l picciol figlio a i dolci scherzi inteso? -

    27.
    E' questi re di Sarmacante; e 'l manco
    ch'in lui si pregi,  il libero diadema,
    cos dotto  ne l'arme, e cos franco
    ardir congiunge a gagliardia suprema.
    Saprallo ben (l'annunzio) il popol franco,
    ed  ragion che insino ad or ne tema.
    I suoi guerrieri indosso han la corazza,
    la spada al fianco ed a l'arcion la mazza.

    28.
    Ecco poi fin da gl'Indi e da l'albergo
    de l'aurora venuto Adrasto il fero,
    che di serpenti indosso ha per usbergo
    il cuoio verde e maculato a nero,
    e smisurato a un elefante il tergo
    preme cos come si suol destriero.
    Gente guida costui di qua dal Gange
    che si lava nel mar che l'Indo frange.

    29.
    Ne la squadra che segue  scelto il fiore
    de la regal milizia, e v'ha que' tutti
    che con regal merc, con degno onore,
    e per guerra e per pace eran condutti,
    ch'armati a securezza ed a terrore
    vengono in su i destrier possenti instrutti;
    e de' purpurei manti e de la luce
    de l'acciaio e de l'oro il ciel riluce.

    30.
    Fra questi  il crudo Alarco ed Odemaro
    ordinator di squadre ed Idraorte,
    e Rimedon che per l'audacia  chiaro,
    sprezzator de' mortali e de la morte;
    e Tigrane e Rapoldo il gran corsaro,
    gi de' mari tiranno; e Ormondo il forte,
    e Marlabusto arabico a chi il nome
    l'Arabie dir che ribellanti ha dome.

    31.
    Evvi Orindo, Arimon, Pirga, Brimarte
    espugnator de le citt, Sifante
    domator de' cavalli; e tu de l'arte
    de la lotta maestro, Aridamante;
    e Tisaferno, il folgore di Marte,
    a cui non  chi d'agguagliar si vante
    o se in arcione o se pedon contrasta,
    o se rota la spada o corre l'asta.

    32.
    Ma duce  un prence armeno il qual tragitto
    al paganesmo ne l'et novella
    fe' da la vera fede, ed ove ditto
    fu gi Clemente, ora Emiren s'appella;
    per altro, uom fido e caro al re d'Egitto
    sovra quanti per lui calcar mai sella:
     duce insieme e cavalier soprano
    per cor, per senno e per valor di mano.

    33.
    Nessun pi rimanea, quando improvisa
    Armida apparve e dimostr sua schiera.
    Venia sublime in un gran carro assisa,
    succinta in gonna e faretrata arciera;
    e mescolato il novo sdegno in guisa
    co 'l natio dolce in quel bel volto s'era,
    che vigor dlle, e cruda ed acerbetta
    par che minacci e minacciando alletta.

    34.
    Somiglia il carro a quel che porta il giorno,
    lucido di piropi e di giacinti;
    e frena il dotto auriga al giogo adorno
    quattro unicorni a coppia a coppia avinti.
    Cento donzelle e cento paggi intorno
    pur di faretra gli omeri van cinti,
    ed a i bianchi destrier premono il dorso
    che sono al giro pronti e lievi al corso.

    35.
    Segue il suo stuolo, ed Aradin con quello
    ch'Idraote assold ne la Soria.
    Come allor che 'l rinato unico augello
    i suo' Etipi a visitar s'invia
    vario e vago la piuma, e ricco e bello
    di monil, di corona aurea natia,
    stupisce il mondo, e va dietro ed a i lati,
    maravigliando, essercito d'alati,

    36.
    cos passa costei, maravigliosa
    d'abito, di maniere e di sembiante.
    Non  allor s inumana o s ritrosa
    alma d'amor che non divegna amante.
    Veduta a pena e in gravit sdegnosa,
    invaghir pu genti s varie e tante;
    che sar poi, quando in pi lieto viso
    co' begli occhi lusinghi e co 'l bel riso?

    37.
    Ma poi ch'ella  passata, il re de' regi
    comanda ch'Emireno a s ne vegna,
    ch lui preporre a tutti i duci egregi
    e duce farlo universal disegna.
    Quel, gi presgo, a i meritati pregi
    con fronte vien che ben del grado  degna:
    la guardia de' Circassi in due si fende
    e gli fa strada al seggio, ed ei v'ascende;

    38.
    e chino il capo e le ginocchia, al petto
    giunge la destra. Il re cos gli dice:
    - Te' questo scettro; a te, Emiren, commetto
    le genti, e tu sostieni in lor mia vice,
    e porta, liberando il re soggetto,
    su' Franchi l'ira mia vendicatrice.
    Va', vedi e vinci; e non lasciar de' vinti
    avanzo, e mena presi i non estinti. -

    39.
    Cos parl il tiranno, e del soprano
    imperio il cavalier la verga prese:
    - Prendo scettro, signor, d'invitta mano, -
    disse - e vo co' tuo' auspici a l'alte imprese,
    e spero, in tua virt tuo capitano,
    de l'Asia vendicar le gravi offese;
    n torner se vincitor non torno,
    e la perdita avr morte, non scorno.

    40.
    Ben prego il Ciel che, s'ordinato male
    (ch'io gi no 'l credo) di l su minaccia,
    tutta su 'l capo mio quella fatale
    tempesta accolta di sfogar gli piaccia;
    e salvo rieda il campo, e 'n trionfale
    pi che in funebre pompa il duce giaccia. -
    Tacque, e segu co' popolari accenti
    misto un gran suon de' barbari instrumenti.

    41.
    E fra le grida e i suoni in mezzo a densa
    nobile turba il re de' re si parte;
    e giunto a la gran tenda, a lieta mensa
    raccoglie i duci e siede egli in disparte,
    ond'or cibo, or parole altrui dispensa,
    n lascia inonorata alcuna parte.
    Armida a l'arti sue ben trova loco
    quivi opportun fra l'allegrezza e 'l gioco.

    42.
    Ma gi tolte le mense, ella che vede
    tutte le viste in s fisse ed intente,
    e ch'a' segni ben noti omai s'avede
    che sparso  il suo venen per ogni mente,
    sorge e si volge al re da la sua sede
    con atto insieme altero e riverente,
    e quanto pu magnanima e feroce
    cerca parer nel volto e ne la voce.

    43.
    - O re supremo, - dice - anch'io ne vegno
    per la f, per la patria ad impiegarmi.
    Donna son io, ma regal donna: indegno
    gi di reina il guerreggiar non parmi.
    Usi ogn'arte regal chi vuol il regno,
    dansi a l'istessa man lo scettro e l'armi;
    sapr la mia (n torpe al ferro o langue)
    ferir e trar da le ferite il sangue.

    44.
    N creder che sia questo il d primiero
    ch'a ci nobil m'invoglia alta vaghezza,
    ch in pro di nostra legge e del tuo impero
    son io gi prima a militar avezza.
    Ben rammentar di tu s'io dico il vero,
    ch d'alcun'opra nostra hai pur contezza,
    e sai che molti de' maggior campioni
    che dispieghin la Croce io fi prigioni.

    45.
    Da me presi ed avinti, e da me furo
    in magnifico dono a te mandati;
    ed ancor si stariano in fondo oscuro
    di perpetua prigion per te guardati,
    e saresti ora tu via pi securo
    di terminar vincendo i tuoi gran piati,
    se non che 'l fier Rinaldo, il qual uccise
    i miei guerrieri, in libert li mise.

    46.
    Chi sia Rinaldo,  noto; e qui di lui
    lunga istoria di cose anco si conta:
    questo  il crudele ond'aspramente fui
    offesa poi, n vendicata ho l'onta;
    onde sdegno a ragione aggiunge i sui
    stimoli, e pi mi rende a l'arme pronta.
    Ma qual sia la mia ingiuria, a lungo detta
    saravvi: or tanto basti: io vuo' vendetta.

    47.
    E la procurer, ch non invano
    soglion portarne ogni saetta i venti,
    e la destra del Ciel di giusta mano
    drizza l'arme talor contra i nocenti;
    ma s'alcun fia ch'al barbaro inumano
    tronchi il capo odoso e me 'l presenti,
    a grado avr questa vendetta ancora,
    bench fatta da me pi nobil fra,

    48.
    a grado s che gli sar concessa
    quella ch'io posso dar maggior mercede:
    me d'un tesor dotata e di me stessa
    in moglie avr, s'in guiderdon mi chiede.
    Cos ne faccio qui stabil promessa,
    cos ne giuro involabil fede.
    Or s'alcun  che stimi i premi nostri
    degni del rischio, parli e si dimostri. -

    49.
    Mentre la donna in guisa tal favella,
    Adrasto affigge in lei cupidi gli occhi:
    - Tolga il Ciel - dice poi - che le quadrella
    nel barbaro omicida unqua tu scocchi,
    ch non  degno un cor villano, o bella
    saettatrice, che tuo colpo il tocchi.
    Atto de l'ira tua ministro sono,
    ed io del capo suo ti far dono.

    50.
    Io sterparogli il core, io dar in pasto
    le membra lacerate a gli avoltoi. -
    Cos parlava l'indiano Adrasto,
    n soffr Tisaferno i vanti suoi:
    - E chi sei, - disse - tu, che s gran fasto
    mostri, presente il re, presenti noi?
    Forse  qui tal ch'ogni tuo vanto audace
    superer co fatti, e pur si tace. -

    51.
    Rispose l'Indo fero: - Io mi son uno
    ch'appo l'opre il parlare ho scarso e scemo.
    Ma s'altrove che qui cos importuno
    parlavi, tu parlavi il detto estremo. -
    Seguto avrian, ma raffren ciascuno
    dimostrando la destra il re supremo.
    Disse ad Armida poi: - Donna gentile,
    ben hai tu cor magnanimo e virile;

    52.
    e ben sei degna a cui suoi sdegni ed ire
    l'uno e l'altro di lor conceda e done,
    perch tu poscia a voglia tua le gire
    contra quel forte predator fellone.
    L fian meglio impiegate, e 'l vostro ardire
    l pu chiaro mostrarsi in paragone. -
    Tacque, ci detto; e quegli offerta nova
    fecero a lei di vendicarla a prova.

    53.
    N quelli pur, ma qual pi in guerra  chiaro
    la lingua al vanto ha baldanzosa e presta.
    S'offerser tutti a lei, tutti giuraro
    vendetta far su l'essecrabil testa,
    tante contra il guerrier ch'ebbe s caro
    armi or costei commove e sdegni desta.
    Ma esso, poi ch'abbandon la riva,
    felicemente al gran corso veniva.

    54.
    Per le medesme vie ch'in prima corse,
    la navicella indietro si raggira;
    e l'aura, ch'a le vele il volo porse,
    non men seconda al ritornar vi spira.
    Il giovenetto or guarda il polo e l'Orse
    ed or le stelle rilucenti mira,
    via de l'opaca notte, or fiumi e monti
    che sporgono su 'l mar l'alpestre fronti;

    55.
    or lo stato del campo, or il costume
    di varie genti investigando intende.
    E tanto van per le salate spume,
    che lor da l'orto il quarto sol risplende;
    e quando omai n' disparito il lume,
    la nave terra finalmente prende.
    Disse la donna allor: - Le palestine
    piaggie son qui: qui del viaggio  il fine. -

    56.
    Quinci i tre cavalier su 'l lito spose,
    e sparve in men che non si forma un detto.
    Sorgea la notte intanto, e de le cose
    confondea i vari aspetti un solo aspetto.
    E in quelle solitudini arenose
    essi veder non ponno o muro o tetto,
    n d'uomo o di destriero appaion l'orme
    o d'altro pur che del camin gli informe.

    57.
    Poi che stati sospesi alquanto fro,
    mossero i passi e dir le spallel al mare.
    Ed ecco di lontano a gli occhi loro
    un non so che di luminoso appare,
    che con raggi d'argento e lampi d'oro
    la notte illustra e fa l'ombre pi rare.
    Essi ne vanno allor contra la luce,
    e gi veggion che sia quel che s luce.

    58.
    Veggiono a un grosso tronco armi novelle
    incontra i raggi de la luna appese,
    e fiammeggiar, pi che nel ciel le stelle,
    gemme ne l'elmo aurato e ne l'arnese;
    e scoprono a quel lume imagin belle
    nel grande scudo in lungo ordine stese.
    Presso, quasi custode, un vecchio siede
    che contra lor se 'n va, come li vede.

    59.
    Ben  da' due guerrier riconosciuto
    di saggio amico il venerabil volto.
    Ma, poi che ricev lieto saluto
    e ch'ebbe lor cortesemente accolto,
    al giovenetto, il qual tacito e muto
    il riguardava, il ragionar rivolto:
    - Signor, te sol - gli disse - io qui soletto
    in cotal ora desiando aspetto,

    60.
    ch, se no 'l sai, ti sono amico; e quanto
    curi le cose tue chiedilo a questi,
    ch'essi, scrti da me, vinser l'incanto
    ove tua vita misera traesti.
    Or odi i detti miei, contrari al canto
    de le sirene, e non ti sian molesti,
    ma gli serba nel cor fin che distingua
    meglio a te il ver pi saggia e santa lingua.

    61.
    Signor, non sotto l'ombra in piaggia molle
    tra fonti e fior, tra ninfe e tra sirene,
    ma in cima a l'erto e faticoso colle
    de la virt riposto  il nostro bene.
    Chi non gela e non suda e non s'estolle
    da le vie del piacer, l non perviene.
    Or vorrai tu lungi da l'alte cime
    giacer, quasi tra valli augel sublime?

    62.
    T'alz natura inverso il ciel la fronte,
    e ti di spirti generosi ed alti,
    perch in su miri e con illustri e conte
    opre te stesso al sommo pregio essalti;
    e ti di l'ire ancor veloci e pronte,
    non perch l'usi ne' civili assalti,
    n perch sian di desideri ingordi,
    elle ministre, ed a ragion discordi,

    63.
    ma perch il tuo valore, armato d'esse,
    pi fero assalga gli aversari esterni,
    e sian con maggior forza indi ripresse
    le cupidigie, empi nemici interni.
    Dunque ne l'uso per cui fur concesse
    l'impieghi il saggio duce e le governi,
    ed a suo senno or tepide or ardenti
    le faccia, ed or le affretti ed or le allenti. -

    64.
    Cos parlava; e l'altro, attento e cheto
    a le parole sue d'alto consiglio,
    fea de' detti conserva, e mansueto
    volgeva a terra e vergognoso il ciglio.
    Ben vide il mago veglio il suo secreto,
    e gli soggiunse: - Alza la fronte, o figlio,
    e in questo scudo affissa gli occhi omai,
    ch'ivi de' tuoi maggior l'opre vedrai.

    65.
    Vedrai de gli avi il divulgato onore,
    lunge precorso in loco erto e solingo;
    tu dietro anco riman', lento cursore,
    per questo de la gloria illustre arringo.
    Su su, te stesso incita: al tuo valore
    sia sferza e spron quel ch'io col dipingo. -
    Cos diceva; e 'l cavalier affisse
    lo sguardo l, mentre colui s disse.

    66.
    Con sottil magistero in campo angusto
    forme infinite espresse il fabro dotto.
    Del sangue d'Azio, glorioso, augusto
    l'ordin vi si vedea, nulla interrotto:
    vedeasi dal roman fonte vetusto
    i suoi rivi dedur puro e incorrotto.
    Stan coronati i principi d'alloro,
    mostra il vecchio le guerre e i pregi loro.

    67.
    Mostragli Caio, allor ch'a strane genti
    va prima in preda il gi inclinato impero,
    prendere il fren de' popoli volenti
    e farsi d'Esti il principe primiero,
    ed a lui ricovrarsi i men potenti
    vicini a cui rettor facea mestiero.
    Poscia, quando ripassa il varco noto,
    a gli inviti d'Onorio, il fiero goto,

    68.
    e quando sembra che pi avampi e ferva
    di barbarico incendio Italia tutta,
    e quando Roma, prigioniera e serva,
    sin dal profondo teme esser destrutta,
    mostra ch'Aurelio in libert conserva
    la gente sotto al suo scettro ridutta.
    Mostragli poi Foresto che s'oppone
    a l'unno regnator de l'Aquilone.

    69.
    Ben si conosce al volto Attila il fello,
    ch con occhi di drago ei par che guati,
    ed ha faccia di cane, ed a vedello
    dirai che ringhi e udir credi i latrati;
    poi vinto il fero in singolar duello
    mirasi rifuggir fra gli altri armati,
    e la difesa d'Aquileia poi trre
    il buon Foresto, de l'Italia Ettorre.

    70.
    Altrove  la sua morte, e 'l suo destino
     destin de la patria. Ecco l'erede
    del padre grande il gran figlio Acarino,
    ch'a l'italico onor campion succede.
    Cedeva a i fati, e non a gli Unni, Altino,
    poi riparava in pi secura sede;
    poi raccoglieva una citt di mille
    in val di po case disperse in ville.

    71.
    Contra il gran fiume ch'in diluvio ondeggia
    muniasi, e quinci la citt sorgea
    che ne' futuri secoli la reggia
    de' magnanimi Estensi esser dovea.
    Par che rompa gli Alani e che si veggia
    contra Odoacro aver fortuna rea,
    e morir per l'Italia: oh nobil morte,
    che de l'onor paterno il fa consorte!

    72.
    Cader seco Alforisio, ire in essiglio
    Azzo si vede e 'l suo fratel con esso,
    e ritornar con l'arme e co 'l consiglio,
    dapoi che fu il tiranno erulo oppresso.
    Trafitto di saetta il destro ciglio,
    segue l'estense Epaminonda appresso;
    e par lieto morir, poscia che 'l crudo
    Totila  vinto e salvo il caro scudo.

    73.
    Di Bonifacio parlo; e fanciulletto
    premea Valerian l'orme del padre:
    gi di destra viril, viril di petto,
    cento no 'l sostenean gotiche squadre.
    Non lunge, ferocissimo in aspetto,
    fea contra Schiavi Ernesto opre leggiadre;
    ma inanzi a lui l'intrepido Aldoardo
    da Monscelce escludeva il re lombardo.

    74.
    Enrico v'era e Berengario; e dove
    spiega il gran Carlo la sua augusta insegna,
    par ch'egli il primo feritor si trove,
    ministro o capitan d'impresa degna.
    Poi segue Ludovico, e quegli il move
    contra il nipote ch'in Italia regna:
    ecco in battaglia il vince e 'l fa prigione;
    eravi poi co' cinque figli Ottone.

    75.
    V'era Almerico; e si vedea gi fatto
    de la citt, donna del Po, marchese.
    Devotamente il ciel riguarda, in atto
    di contemplante, il fondator di chiese.
    D'incontra Azzo secondo avean ritratto
    far contra Berengario aspre contese;
    e dopo un corso di fortuna alterno
    vinceva, e de l'Italia avea il governo.

    76.
    Vedi Alberto il figliuolo ir fra' Germani
    e col far le sue virt s note,
    che, vinti in giostra e vinti in guerra i Dani,
    genero il compra Otton con larga dote.
    Vedigli a tergo Ugon, quel ch'a' Romani
    fiaccar le corna impetoso pote,
    e che marchese de l'Italia fia
    detto e Toscana tutta avr in bala.

    77.
    Poscia Tedaldo, e Bonifacio a canto
    di Beatrice sua poi v'era espresso.
    Non si vedea virile erede a tanto
    retaggio a s gran padre esser successo.
    Seguia Matelda, ed adempia ben quanto
    difetto par nel numero e nel sesso,
    ch pu la saggia e valorosa donna
    sovra corone e scettri alzar la gonna.

    78.
    Spira spiriti maschi il nobil volto,
    mostra vigor pi che viril lo sguardo:
    mostra vigor pi che viril lo sguardo:
    l sconfigea i Normanni, e 'n fuga vlto
    si dileguava il gi invitto Guiscardo;
    qui rompea Enrico il quarto, ed a lui tolto
    offriva al tempio imperial stendardo;
    qui riponea il pontefice soprano
    nel gran soglio di Pietro in Vaticano.

    79.
    Poi vedi, in guisa d'uom ch'onori ed ami,
    ch'or l' al fianco Azzo il quinto, or la seconda.
    Ma d'Azzo il quarto in pi felici rami
    germogliava la prole alma e feconda.
    Va dove par che la Germania il chiami
    Guelfo il figliuol, figliuol di Cunigonda;
    e 'l buon germe roman con destro fato
     ne' campi bavarici traslato.

    80.
    L d'un gran ramo estense ei par ch'inesti
    l'arbore di Guelfon, ch' per s vieto;
    quel ne' suoi Guelfi rinovar vedresti
    scettri e corone d'or, pi che mai lieto,
    e co 'l favor de' bei lumi celesti
    andar poggiando, e non aver divieto:
    gi confina co 'l ciel, gi mezza ingombra
    la gran Germania, e tutta anco l'adombra.

    81.
    Ma ne' suoi rami italici fioriva
    bella non men la regal pianta a prova.
    Bertoldo qui d'incontra a Guelfo usciva,
    qui Azzo il sesto i suoi prischi rinova.
    Questa  la serie de gli eroi che viva
    nel metallo spirante par si mova.
    Rinaldo sveglia, in rimirando, mille
    spirti d'onor da le natie faville,

    82.
    e d'emula virt l'animo altro
    commosso avampa, ed  rapito in guisa
    che ci che imaginando ha nel pensiero,
    citt abbattuta e presa e gente uccisa,
    pur, come sia presente e come vero,
    dinanti a gli occhi suoi vedere avisa;
    e s'arma frettoloso, e con la spene
    gi la vittoria usurpa e la previene.

    83.
    Ma Carlo, il quale a lui del regio erede
    di Dania gi narrata avea la morte,
    la destinata spada allor gli diede:
    - Prendila, - disse - e sia con lieta sorte,
    e solo in pro de la cristiana fede
    l'adopra, giusto e pio non men che forte;
    e fa del primo suo signor vendetta
    che t'am tanto, e ben a te s'aspetta. -

    84.
    Rispose egli al guerriero: - A i cieli piaccia
    che la man che la spada ora riceve,
    con lei del suo signor vendetta faccia:
    paghi con lei ci che per lei si deve. -
    Carlo, rivolto a lui con lieta faccia,
    lunghe grazie ristrinse in sermon breve.
    Ma lor s'offriva il mago, ed al viaggio
    notturno li affrettava il nobil saggio.

    85.
    - Tempo  - dicea - di girne ove t'attende
    Goffredo e 'l campo, e ben giungi opportuno.
    Or n'andiam pur, ch'a le cristiane tende
    scorger ben vi sapr per l'aer bruno. -
    Cos dice egli, e poi su 'l carro ascende
    e lor v'accoglie senza indugio alcuno:
    e rallentando a' suoi destrieri il morso
    gli sferza, e drizza a l'oriente il corso.

    86.
    Taciti se ne gian per l'aria nera,
    quando al garzon si volge il veglio e dice:
    - Veduto hai tu de la tua stirpe altera
    i rami e la vetusta alta radice;
    e se ben ella da l'et primiera
    stata  fertil d'eroi madre e felice,
    non  n fia di partorir mai stanca,
    ch per vecchiezza in lei virt non manca.

    87.
    E come tratto ho fuor del fosco seno
    de l'et prisca i primi padri ignoti,
    cos potessi ancor scoprire a pieno
    ne' secoli avenire i tuoi nepoti,
    e pria ch'essi apran gli occhi al bel sereno
    di questa luce, farli al mondo noti!
    ch de' futuri eroi gi non vedresti
    l'ordin men lungo, o pur men chiari i gesti.

    88.
    Ma l'arte mia per s dentro al futuro
    non scorge il ver che troppo occulto giace,
    se non caliginoso e dubbio e scuro,
    quasil lunge, per nebbia, incerta face;
    e se cosa qual certo io m'assecuro
    affermarti, non sono in questo audace,
    ch'io l'intesi da tal che senza velo
    i secreti talor scopre del Cielo.

    89.
    Quel ch'a luil rivel luce divina
    e ch'egli a me scoperse, io a te predico:
    Non fu mai greca o barbara o latina
    progenie, in questo o nel buon tempo antico,
    ricca di tanti eroi quanti destina
    a te chiari nepoti il Cielo amico,
    ch'agguaglieran qual pi chiaro si noma
    di Sparta, di Cartagine e di Roma.

    90.
    Ma fra gli altri mi disse Alfonso io sceglio,
    primo in virt ma in titolo secondo,
    che nascer de quando, corrotto e veglio,
    povero fia d'uomini illustri il mondo;
    questo fia tal che non sar chi meglio
    la spada usi o lo scettro, o meglio il pondo
    o de l'arme sostegna o del diadema,
    gloria del sangue tuo, gemma suprema.

    91.
    Dar, fanciullo, in varie imagin fere
    di guerra, i segni di valor sublime:
    fia terror de le selve e de le fere,
    e ne gli arringhi avr le lodi prime;
    poscia riporter da pugne vere
    palme vittoriose e spoglie opime,
    e sovente averr che 'l crin si cigna
    or di lauro, or di quercia, or di gramigna.

    92.
    De la matura et pregi men degni
    non fiano stabilir pace e quiete,
    mantener sue citt fra l'arme e i regni
    di possenti vicin tranquille e chete,
    nutrire e fecondar l'arti e gl'ingegni,
    celebrar giochi illustri e pompe liete,
    librar con giusta lance e pene e premi,
    mirar da lunge e preveder gli estremi.

    93.
    Oh s'avenisse mai che contra gli empi
    che tutte infesteran le terre e i mari,
    e de la pace in quei miseri tempi
    daran le leggi a i popoli pi chiari,
    duce se 'n gisse a vendicare i tmpi
    da lor distrutti e i volati altari,
    qual ei giusta faria grave vendetta
    su 'l gran tiranno e su l'iniqua setta!

    94.
    Indarno a lui con mille schiere armate
    quinci il Turco opporriasi e quindi il Mauro
    ch'egli portar potrebbe oltre l'Eufrate,
    ed oltre i gioghi del nevoso Tauro
    ed oltre i regni ov' perpetua state,
    la Croce e 'l bianco augello e i gigli d'auro,
    e per battesmo de le nere fronti
    del gran Nilo scoprir le ignote fonti.

    95.
    Cos parlava il veglio, e le parole
    lietamente accoglieva il giovenetto,
    che del pensier de la futura prole
    un tacito piacer sentia nel petto.
    L'alba intanto sorgea nunzia del sole,
    e 'l ciel cangiava in orente aspetto,
    e su le tende gi potean vedere
    da lunge il tremolar de le bandiere.

    96.
    Ricominci di novo allora il saggio:
    - Vedete il sol che vi riluce in fronte
    e vi discopre con l'amico raggio
    le tende e 'l piano e la cittade e 'l monte.
    Securi d'ogni intoppo e d'ogni oltraggio
    io scrti v'ho fin qui per vie non conte;
    potete senza guida ir per voi stessi
    omai; n lece a me che pi m'appressi. -

    97.
    Cos tolse congedo, e fe' ritorno
    lasciando i cavalier ivi pedoni;
    ed essi pur contra il nascente giorno
    segur lor strada e gr a i padiglioni.
    Port la fama e divulg d'intorno
    l'aspettato venir dei tre baroni,
    e inanzi ad essi al pio Goffredo corse,
    che per raccrli dal suo seggio sorse.


















    CANTO XVIII

    1.
    Giunto Rinaldo ove Goffredo  sorto
    ad incontrarlo, incominci: - Signore,
    a vendicarmi del guerrier ch' morto
    cura mi spinse di geloso onore;
    e s'io n'offesi te, ben disconforto
    ne sentii poscia e penitenza al core.
    Or vegno a' tuoi richiami, ed ogni emenda
    son pronto a far, che grato a te mi renda. -

    2.
    A lui ch'umil gli s'inchin, le braccia
    stese al collo Goffredo e gli rispose:
    - Ogni trista memoria omai si taccia,
    e pongansi in oblio l'andate cose.
    E per emenda io vorr sol che faccia,
    quai per uso faresti, opre famose;
    e 'n danno de' nemici e 'n pro de' nostri
    vincer convienti de la selva i mostri.

    3.
    L'antichissima selva, onde fu inanti
    de' nostri ordigni la materia tratta,
    qual si sia la cagione, ora  d'incanti
    secreta stanza e formidabil fatta,
    n v' chi legno indi troncar si vanti,
    n vuol ragion che la citt si batta
    senza tali instrumenti: or col dove
    paventan gli altri, il tuo valor si prove. -

    4.
    Cos disse egli, e il cavalier s'offerse
    con brevi detti al rischio, a la fatica;
    ma ne gli atti magnanimi si scerse
    ch'assai far, bench non molto ei dica.
    E verso gli altri poi lieto converse
    la destra e 'l volto a l'accoglienza amica:
    qui Guelfo, qui Tancredi, e qui gi tutti
    s'eran de l'oste i prncipi ridutti.

    5.
    Poi che le dimostranze oneste e care
    con que' soprani egli iter pi volte,
    placido affabilmente e popolare
    l'altre genti minori ebbe raccolte.
    Non saria gi pi allegro il militare
    grido o le turbe intorno a lui pi folte
    se, vinto l'Orente e 'l Mezzogiorno,
    trionfando n'andasse in carro adorno.

    6.
    Cos ne va sino al suo albergo, e siede,
    in cerchio quivi a i cari amici a canto,
    e molto lor risponde e molto chiede
    or de la guerra, or del silvestre incanto.
    Ma quando ognun partendo agio lor diede,
    cos gli disse l'Eremita santo:
    - Ben gran cose, signor, e lungo corso
    (mirabil peregrino) errando hai scorso.

    7.
    Quanto devi al gran Re che 'l mondo regge!
    Tratto egli t'ha da l'incantate soglie:
    ei te smarrito agnel fra le sue gregge
    or riconduce e nel suo ovil accoglie,
    e per la voce del Buglion t'elegge
    secondo essecutor de le sue voglie.
    Ma non conviensi gi ch'ancor profano
    ne' suoi gran magisteri armi la mano,

    8.
    ch sei de la caligine del mondo
    e de la carne tu di modo asperso
    che 'l Nilo o 'l Gange o l'ocen profondo
    non ti potrebbe far candido e terso.
    Sol la grazia del Ciel quanto hai d'immondo
    pu render puro: al Ciel dunque converso,
    riverente perdon richiedi e spiega
    le tue tacite colpe, e piangi e prega. -

    9.
    Cos gli disse; e quel prima in se stesso
    pianse i superbi sdegni e i folli amori,
    poi chinato a' suoi pi mesto e dimesso
    tutti scoprgli i giovenili errori.
    Il ministro del Ciel, dopo il concesso
    perdono, a lui dicea: - Co' novi albori
    ad orar te n'andrai l su quel monte
    ch'al raggio matutin volge la fronte.

    10.
    Quivi al bosco t'invia, dove cotanti
    son fantasmi ingannevoli e bugiardi.
    Vincerai (questo so) mostri e giganti,
    pur ch'altro folle error non ti ritardi.
    Deh! n voce che dolce o pianga o canti,
    n belt che soave o rida o guardi,
    con tenere lusinghe il cor ti pieghi,
    ma sprezza i finti aspetti e i finti preghi. -

    11.
    Cos il consiglia; e 'l cavalier s'appresta,
    desiando e sperando, a l'alta impresa.
    Passa pensoso il d, pensosa e mesta
    la notte; e pria ch'in ciel sia l'alba accesa
    le belle arme si cinge, e sopravesta
    nova ed estrania di color s'ha presa,
    e tutto solo e tacito e pedone
    lascia i compagni e lascia il padiglione.

    12.
    Era ne la stagion ch'anco non cede
    libero ogni confin la notte al giorno,
    ma l'orente rosseggiar si vede
    ed anco  il ciel d'alcuna stella adorno;
    quando ei drizz vr l'Oliveto il piede,
    con gli occhi alzati contemplando intorno
    quinci notturne e quindi matutine
    bellezze incorrottibili e divine.

    13.
    Fra se stesso pensava: Oh quante belle
    luci il tempio celeste in s raguna!
    Ha il suo gran carro il d, l'aurate stelle
    spiega la notte e l'argentata luna;
    ma non  chi vagheggi o questa o quelle,
    e miriam noi torbida luce e bruna
    ch'un girar d'occhi, un balenar di riso,
    scopre in breve confin di fragil viso.

    14.
    Cos pensando, a le pi eccelse cime
    ascese; e quivi, inchino e riverente,
    alz il pensier sovra ogni ciel sublime
    e le luci fiss ne l'orente:
    - La prima vita e le mie colpe prime
    mira con occhio di piet clemente,
    Padre e Signor, e in me tua grazia piovi,
    s che 'l mio vecchio Adam purghi e rinovi. -

    15.
    Cos pregava, e gli sorgeva a fronte
    fatta gi d'auro la vermiglia aurora
    che l'elmo e l'arme e intorno a lui del monte
    le verdi cime illuminando indora;
    e ventillar nel petto e ne la fronte
    sentia gli spirti di piacevol ra,
    che sovra il capo suo scotea dal grembo
    de la bell'alba un rugiadoso nembo.

    16.
    La rugiada del ciel su le sue spoglie
    cade, che parean cenere al colore,
    e s l'asperge che 'l pallor ne toglie
    e induce in esse un lucido candore;
    tal rabbellisce le smarrite foglie
    a i matutini geli arido fiore,
    e tal di vaga giovent ritorna
    lieto il serpente e di novo or s'adorna.

    17.
    Il bel candor de la mutata vesta
    egli medesmo riguardando ammira,
    poscia verso l'antica alta foresta
    con secura baldanza i passi gira.
    Era l giunto ove i men forti arresta
    solo il terror che di sua vista spira;
    pur n spiacente a lui n pauroso
    il bosco par, ma lietamente ombroso.

    18.
    Passa pi oltre, e ode un suono intanto
    che dolcissimamente si diffonde.
    Vi sente d'un ruscello il roco pianto
    e 'l sospirar de l'aura infra le fronde,
    e di musico cigno il flebil canto
    e l'usignol che plora e gli risponde,
    organi e cetre e voci umane in rime:
    tanti e s fatti suoni un suono esprime.

    19.
    Il cavalier, pur come e gli altri aviene,
    n'attendeva un gran tuon d'alto spavento,
    e v'ode poi di ninfe e di sirene,
    d'aure, d'acque, d'augei dolce concento,
    onde meravigliando il pi ritiene,
    e poi se 'n va tutto sospeso e lento;
    e fra via non ritrova altro divieto
    che quel d'un fiume trapassante e cheto.

    20.
    L'un margo e l'altro del bel fiume, adorno
    di vaghezze e d'odori, olezza e ride.
    Ei stende tanto il suo girevol corno
    che tra 'l suo giro il gran bosco s'asside,
    n pur gli fa dolce ghirlanda intorno,
    ma un canaletto suo v'entra e 'l divide:
    bagna egli il bosco e 'l bosco il fiume adombra
    con bel cambio fra lor d'umore e d'ombra.

    21.
    Mentre mira il guerriero ove si guade,
    ecco un ponte mirabile appariva:
    un ricco ponte d'or che larghe strade
    su gli archi stabilissimi gli offriva.
    Passa il dorato varco, e quel gi cade
    tosto che 'l pi toccata ha l'altra riva;
    e se ne 'l porta in gi l'acqua repente,
    l'acqua ch' d'un bel rio fatta un torrente.

    22.
    Ei si rivolge e dilatato il mira
    e gonfio assai quasi per nevi sciolte,
    che 'n se stesso volubil si raggira
    con mille rapidissime rivolte.
    Ma pur desio di novitade il tira
    a spiar tra le piante antiche e folte,
    e 'n quelle solitudini selvagge
    sempre a s nova meraviglia il tragge.

    23.
    Dove in passando le vestigia ei posa,
    par ch'ivi scaturisca o che germoglie:
    l s'apre il giglio e qui spunta la rosa,
    qui sorge un fonte, ivi un ruscel si scioglie
    e sovra e intorno a lui la selva annosa
    tutte parea ringiovenir le foglie;
    s'ammolliscon le scorze e si rinverde
    pi lietamente in ogni pianta il verde.

    24.
    Rugiadosa di manna era ogni fronda,
    e distillava de le scorze il mle,
    e di novo s'udia quella gioconda
    strana armonia di canto e di querele;
    ma il coro uman, ch'a i cigni, a l'aura, a l'onda
    facea tenor, non sa dove si cele:
    non sa veder chi formi umani accenti,
    n dove siano i musici stromenti.

    25.
    Mentre riguarda, e fede il pensier nega
    a quel che 'l senso gli offeria per vero,
    vede un mirto in disparte, e l si piega
    ove in gran piazza termina un sentiero.
    L'estranio mirto i suoi gran rami spiega,
    pi del cipresso e de la palma altero,
    e sovra tutti gli arbori frondeggia;
    ed ivi par del bosco esser la reggia.

    26.
    Fermo il guerrier ne la gran piazza, affisa
    a maggior novitate allor le ciglia.
    Quercia gli appar che per se stessa incisa
    apre feconda il cavo ventre e figlia,
    e n'esce fuor vestita in strana guisa
    ninfa d'et cresciuta (oh meraviglia!);
    e vede insieme poi cento altre piante
    cento ninfe produr dal sen pregnante.

    27.
    Quai le mostra la scena o quai dipinte
    tal volta rimiriam de boscareccie,
    nude le braccia e l'abito succinte,
    con bei coturni e con disciolte treccie,
    tali in sembianza si vedean le finte
    figlie de le selvatiche corteccie;
    se non che in vece d'arco o di faretra,
    chi tien leto, e chi vola o cetra.

    28.
    E comincir costor danze e carole,
    e di se stesse una corona ordiro
    e cinsero il guerrier, s come sle
    esser punto rinchiuso entro il suo giro.
    Cinser la pianta ancora, e tai parole
    nel dolce canto lor da lui s'udiro:
    - Ben caro giungi in queste chiostre amene,
    o de la donna nostra amore e spene.

    29.
    Giungi aspettato a dar salute a l'egra
    d'amoroso pensiero arsa e ferita.
    Questa selva che dianzi era s negra,
    stanza conforme a la dolente vita,
    vedi che tutta al tuo venir s'allegra
    e 'n pi leggiadre forme  rivestita. -
    Tale era il canto; e poi dal mirto uscia
    un dolcissimo tuono , e quel s'apria.

    30.
    Gi ne l'aprir d'un rustico Sileno
    meraviglie vedea l'antica etade,
    ma quel gran mirto da l'aperto seno
    imagini mostr pi belle e rade:
    donna mostr ch'assomigliava a pieno
    nel falso aspetto angelica beltade.
    Rinaldo guata, e di veder gli  aviso
    le sembianze d'Armida e il dolce viso.

    31.
    Quella lui mira in un lieta e dolente:
    mille affetti in un guardo appaion misti.
    Poi dice: - Io pur ti veggio, e finalmente
    pur ritorni a colei da chi fuggisti.
    A che ne vieni? a consolar presente
    le mie vedove notti e i giorni tristi?
    o vieni a mover guerra, a discacciarme,
    che mi celi il bel volto e mostri l'arme?

    32.
    giungi amante o nemico? Il ricco ponte
    io gi non preparava ad uom nemico,
    n gli apriva i ruscelli, i fior, la fonte
    sgombrando i dumi e ci ch'a' passi  intrico.
    Togli questo elmo omai, scopri la fronte
    e gli occhi a gli occhi miei, s'arrivi amico;
    giungi i labri a le labra, il seno al seno,
    porgi la destra a la mia destra almeno. -

    33.
    Seguia parlando, e in bei pietosi giri
    volgeva i lumi e scoloria i sembianti,
    falseggiando i dolcissimi sospiri
    e i soavi singulti e i vaghi pianti,
    tal che incauta pietade a quei martri
    intenerir potea gli aspri diamanti;
    ma il cavaliero, accorto s, non crudo,
    pi non v'attende, e stringe il ferro ignudo.

    34.
    Vassene al mirto; allor colei s'abbraccia
    al caro tronco, e s'interpone e grida:
    - Ah non sar mai ver che tu mi faccia
    oltraggio tal che l'arbor mio recida!
    Deponi il ferro, o dispietato, o il caccia
    pria ne le vene a l'infelice Armida:
    per questo sen, per questo cor la spada
    solo al bel mirto mio trovar pu strada. -

    35.
    Egli alza il ferro, e 'l suo pregar non cura;
    ma colei si trasmuta (oh novi mostri!)
    s come avien che d'una altra figura,
    trasformando repente, il sogno mostri.
    Cos ingross le membra e torn oscura
    la faccia e vi sparr gli avori e gli ostri;
    crebbe in gigante altissimo, e si feo
    con cento armate braccia in Briareo.

    36.
    Cinquanta spade impugna e con cinquanta
    scudi risuona, e minacciando freme.
    Ogn'altra ninfa ancor d'arme s'ammanta,
    fatta un ciclope orrendo; ed ei non teme:
    raddoppia i colpi a la difesa pianta
    che pur, come animata, a i colpi geme.
    Sembran de l'aria i campi i campi stigi,
    tanti appaion in lor mostri e prodigi.

    37.
    Sopra il turbato ciel, sotto la terra
    tuona: e fulmina quello, e trema questa;
    vengono i venti e le procelle in guerra,
    e gli soffiano al volto aspra tempesta.
    Ma pur mai colpo il cavalier non erra,
    n per tanto furor punto s'arresta;
    tronca la noce:  noce, e mirto parve.
    Qui l'incanto forn, sparr le larve.

    38.
    Torn sereno il cielo e l'aura cheta,
    torn la selva al natural suo stato:
    non d'incanti terribile n lieta,
    piena d'orror ma de l'orror innato.
    Ritenta il vincitor s'altro pi vieta
    ch'esser non possa il bosco omai troncato;
    poscia sorride, e fra s dice: Oh vane
    sembianze! e folle chi per voi rimane!

    39.
    Quinci s'invia verso le tende, e intanto
    col gridava il solitario Piero:
    - Gi vinto  de la selva il fero incanto,
    gi se 'n ritorna il vincitor guerriero:
    vedilo. - Ed ei da lunge in bianco manto
    comparia venerabile e severo,
    e de l'aquila sua l'argentee piume
    splendeano al sol d'inusitato lume.

    40.
    Ei dal campo gioioso alto saluto
    ha con sonoro replicar di gridi;
    e poi con lieto onore  ricevuto
    dal pio Buglione, e non  chi l'invdi.
    Disse al duce il guerriero: - A quel temuto
    bosco n'andai, come imponesti, e 'l vidi:
    vidi, e vinsi gli incanti; or vadan pure
    le genti l, ch son le vie secure. -

    41.
    Vassi a l'antica selva, e quindi  tolta
    materia tal qual buon giudicio elesse;
    e bench'oscuro fabro arte non molta
    por ne le prime machine sapesse,
    pur artefice illustre a questa volta
     colui ch'a le travi i vinchi intesse:
    Guglielmo, il duce ligure, che pria
    signor del mare corseggiar solia,

    42.
    poi sforzato a ritrarsi ei cesse i regni
    al gran navilio saracin de' mari,
    ed ora al campo conducea da i legni
    e le maritime arme e i marinari;
    ed era questi infra i pi industri ingegni
    ne' mecanici ordigni uom senza pari,
    e cento seco avea fabri minori,
    di ci ch'egli disegna essecutori.

    43.
    Costui non solo incominci a comporre
    catapulte, balliste ed arieti,
    onde a le mura le difese trre
    possa e spezzar le sode alte pareti;
    ma fece opra maggior: mirabil torre
    ch'entro di pin tessuta era e d'abeti,
    e ne le cuoia avolto ha quel di fuore
    per ischermirsi da lanciato ardore.

    44.
    Si commette la mole e ricompone
    con sottili giunture in un congiunta,
    e la trave che testa ha di montone
    da l'ime parti sue cozzando spunta;
    lancia dal mezzo un ponte, e spesso il pone
    su l'opposta muraglia a prima giunta,
    e fuor da lei su per la cima n'esce
    torre minor ch'in suso  spinta e cresce.

    45.
    Per le facili vie destra, e corrente
    sovra ben cento sue volubil rote,
    gravida d'arme e gravida di gente,
    senza molta fatica ella gir pote.
    Stanno le schiere in rimirando intente
    la prestezza de' fabri e l'arti ignote,
    e due torri in quel punto anco son fatte
    de la prima ad imagine ritratte.

    46.
    Ma non eran fra tanto a i saracini
    l'opre ch'ivi si fean del tutto ascoste,
    perch ne l'alte mura a i pi vicini
    lochi le guardie ad ispiar son poste.
    Questi gran salmerie d'orni e di pini
    vedean dal bosco esser condotte a l'oste,
    e machine vedean; ma non a pieno
    riconoscer la forma indi potieno.

    47.
    Fan lor machine anch'essi e con molt'arte
    rinforzano le torri e la muraglia,
    e l'alzaron cos da quella parte
    ov' men atta a sostener battaglia,
    ch'a lor credenza omai sforzo di Marte
    esser non pu ch'ad espugnarla vaglia;
    ma sovra ogni difesa Ismen prepara
    copia di fochi inusitata e rara.

    48.
    Mesce il mago fellon zolfi e bitume,
    che dal lago di Sodoma ha raccolto;
    e fu, credo, in inferno, e dal gran fiume
    che nove volte il cerchia anco n'ha tolto.
    Cos fa che quel foco e puta e fume,
    e che s'aventi fiammeggiando al volto.
    E ben co' feri incendi egli s'avisa
    di vendicar la cara selva incisa.

    49.
    Mentre il campo a l'assalto e la cittade
    s'apparecchia in tal modo a le difese,
    una colomba per l'aeree strade
    vista  passar sovra lo stuol francese
    che non dimena i presti vanni e rade
    quelle liquide vie con l'ali tese;
    e gi la messaggiera peregrina
    da l'alte nubi a la citt s'inchina,

    50.
    quando di non so donde esce un falcone
    d'adunco rostro armato e di grand'ugna
    che fra 'l campo e le mura a lei s'oppone.
    Non aspetta ella del crudel la pugna;
    quegli, d'alto volando, al padiglione
    maggior l'incalza e par ch'omai l'aggiugna,
    ed al tenero capo il piede ha sovra:
    essa nel grembo al pio Buglion ricovra.

    51.
    La raccoglie Goffredo, e la difende;
    poi scorge, in lei guardando, estrania cosa,
    ch dal collo ad un filo avinta pende
    rinchiusa carta, e sotto un'ala ascosa.
    La disserra e dispiega, e bene intende
    quella ch'in s contien non lunga prosa:
    Al signor di Giudea - dice lo scritto -
    invia salute il capitan d'Egitto.

    52.
    Non sbigottir, signor: resisti e dura
    insino al quarto o insino al giorno quinto,
    ch'io vengo a liberar coteste mura,
    e vedrai tosto il tuo nemico vinto.
    Questo il secreto fu che la scrittura
    in barbariche note avea distinto
    dato in custodia al portator volante,
    ch tai messi in quel tempo us il Levante.

    53.
    Libera il prence la colomba; e quella,
    che de' secreti fu rivelatrice,
    come esser creda al suo signor rubella
    non ard pi tornar nunzia infelice.
    Ma il sopran duce i minor duci appella,
    e lor mostra la carta e cos dice:
    - Vedete come il tutto a noi riveli
    la providenza del Signor de' cieli.

    54.
    Gi pi da ritardar tempo non parmi:
    nova spianata or cominciar potrassi,
    e fatica e sudor non si risparmi
    per superar d'inverso l'Austro i sassi.
    Duro fia s far col strada a l'armi,
    pur far si pu: notato ho il loco e i passi.
    E ben quel muro che assecura il sito,
    d'arme e d'opre men deve esser munito.

    55.
    Tu, Raimondo, vogl'io che da quel lato
    con le machine tue le mura offenda,
    vuo' che de l'arme mie l'alto apparato
    contra la porta Aquilonar si stenda
    s che il nemico il vegga ed ingannato
    indi il maggior impeto nostro attenda;
    poi la gran torre mia, ch'agevol move,
    trascorra alquanto e porti guerra altrove.

    56.
    Tu drizzarai, Camillo, al tempo stesso
    non lontana da me la terza torre. -
    Tacque; e Raimondo, che gli siede appresso
    e che, parlando lui, fra s discorre,
    disse: - Al consiglio da Goffredo espresso
    nulla giunger si pote e nulla trre.
    Lodo solo, oltra ci, ch'alcun s'invii
    nel campo ostil ch'i suoi secreti spii,

    57.
    e ne ridica il numero e 'l pensiero,
    quanto raccr potr, certo e verace. -
    Sogiunge allor Tancredi: - Ho un mio scudiero
    che a questo uffizio di propor mi piace:
    uom pronto e destro e sovra i pi leggiero,
    audace s, ma cautamente audace,
    che parla in molte lingue, e varia il noto
    suon de la voce e 'l portamento e 'l moto. -

    58.
    Venne colui, chiamato; e poi ch'intese
    ci che Goffredo e 'l suo signor desia,
    alz ridendo il volto ed intraprese
    la cura e disse: - Or or mi pongo in via.
    Tosto sar dove quel campo tese
    le tende avr, non conosciuta spia;
    vuo' penetrar di mezzod nel vallo,
    e numerarvi ogn'uomo, ogni cavallo.

    59.
    Quanta e qual sia quell'oste, e ci che pensi
    il duce loro, a voi ridir prometto:
    vantomi in lui scoprir gli intimi sensi
    e i secreti pensier trargli del petto. -
    Cos parla Vafrino e non trattiensi,
    ma cangia in lungo manto il suo farsetto,
    e mostra fa del nudo collo, e prende
    d'intorno al capo attorcigliate bende;

    60.
    la faretra s'adatta e l'arco siro,
    e barbarico sembra ogni suo gesto.
    Stupiron quei che favellar l'udiro
    ed in diverse lingue essere s presto
    ch'egizio in Menfi o pur fenice in Tiro
    l'avria creduto e quel popolo e questo.
    Egli se 'n va sovra un destrier ch'a pena
    segna nel corso la pi molle arena.

    61.
    Ma i Franchi, pria che 'l terzo d sia giunto,
    appianaron le vie scoscese e rotte,
    e fornr gli instromenti anco in quel punto
    ch non fur le fatiche unqua interrotte;
    anzi a l'opre de' giorni avean congiunto,
    togliendola al riposo, anco la notte,
    n cosa  pi che ritardar li possa
    dal far l'estremo omai d'ogni lor possa.

    62.
    Del d cui de l'assalto il d successe,
    gran parte orando il pio Buglion dispensa;
    e impon ch'ogn'altro i falli suoi confesse
    e pasca il pan de l'alme a la gran mensa.
    Machine ed arme poscia ivi pi spesse
    dimostra ove adoprarle egli men pensa;
    e 'l deluso pagan si riconforta,
    ch'oppor le vede a la munita porta.

    63.
    Co 'l buio de la notte  poi la vasta
    agil machina sua col translata
    ove  men curvo il muro e men contrasta,
    ch'angulosa non fa parte e piegata.
    E d'in su 'l colle a la citt sovrasta
    Raimondo ancor con la sua torre armata,
    la sua Camillo a quel lato avicina
    che dal Borea a l'occaso alquanto inchina.

    64.
    Ma come furo in orente apparsi
    i matutini messaggier del sole,
    s'avidero i pagani (e ben turbrsi)
    che la torre non  dove esser sle;
    e mirr quinci e quindi anco inalzarsi
    non pi veduta una ed un'altra mole,
    e in numero infinito anco son viste
    catapulte, monton, gatti e balliste.

    65.
    Non  la turba de' pagan gi lenta
    a trasportarne l molte difese
    ove il Buglion le machine appresenta,
    da quella parte ove primier l'attese.
    Ma il capitan, ch'a tergo aver rammenta
    l'oste d'Egitto, ha quelle vie gi prese:
    e Guelfo e i due Roberti a s chiamati:
    - State - dice - a cavallo in sella armati,

    66.
    e procurate voi che, mentre ascendo
    col dove quel muro appar men forte,
    schiera non sia che sbita venendo
    s'atterghi a gli occupati e guerra porte. -
    Tacque, e gi da tre lati assalto orrendo
    movon le tre s valorose scorte;
    e da tre lati ha il re sue genti opposte,
    che riprese quel d l'arme deposte.

    67.
    Egli medesmo al corpo omai tremante
    per gli anni, e grave del suo proprio pondo,
    l'arme, che disus gran tempo inante,
    circonda, e se ne va contra Raimondo.
    Solimano a Goffredo e 'l fero Argante
    al buon Camillo oppon, che di Boemondo
    seco ha il nipote; e lui fortuna or guida,
    perch 'l nemico a s dovuto uccida.

    68.
    Incominciaro a saettar gli arcieri
    infette di veneno arme mortali,
    ed adombrato il ciel par che s'anneri
    sotto un immenso nuvolo di strali.
    Ma con forza maggior colpi pi feri
    ne venian da le machine murali:
    indi gran palle uscian marmoree e gravi,
    e con punta d'acciar ferrate travi.

    69.
    Par fulmine ogni sasso, e cos trita
    l'armatura e le membra a chi n' colto,
    che gli toglie non pur l'alma e la vita,
    ma la forma del corpo anco e del volto.
    Non si ferma la lancia a la ferita;
    dopo il colpo, del corso avanza molto:
    entra da un lato e fuor per l'altro passa
    fuggendo, e nel fuggir la morte lassa.

    70.
    Ma non togliea per da la difesa
    tanto furor le saracine genti:
    contra quelle percosse avean gi tesa
    pieghevol tela e cose altre cedenti;
    l'impeto, che 'n lor cade, ivi contesa
    non trova, e vien che vi si fiacchi e lenti;
    essi, ove miran pi la calca esposta,
    fan con l'arme volanti aspra risposta.

    71.
    Con tutto ci d'andarne oltre non cessa
    l'assalitor, che tripartito move;
    e chi va sotto gatti, ove la spessa
    gragnuola di saette indarno piove,
    e chi le torri a l'alto muro appressa
    che da s loro a suo poter rimove:
    tenta ogni torre omai lanciare il ponte,
    cozza il monton con la ferrata fronte.

    72.
    Rinaldo intanto irresoluto bada,
    ch quel rischio di s degno non era,
    e stima onor plebeo quand'egli vada
    per le comuni vie co 'l vulgo in schiera.
    E volge intorno gli occhi, e quella strada
    sol gli piace tentar ch'altri dispera.
    L dove il muro pi munito ed alto
    in pace stassi, ei vuol portar assalto.

    73.
    E volgendosi a quegli, i quai gi furo
    guidati da Dudon, guerrier famosi:
    - Oh vergogna, - dicea - che l quel muro
    fra cotant'arme in pace or si riposi!
    Ogni rischio al valor sempre  securo,
    tutte le vie son piane a gli animosi:
    moviam l guerra, e contra a i colpi crudi
    facciam densa testugine di scudi. -

    74.
    Giunsersi tutti seco a questo detto;
    tutti gli scudi alzr sovra la testa,
    e gli uniron cos che ferreo tetto
    facean contra l'orribile tempesta.
    Sotto il coperchio il fero stuol ristretto
    va di gran corso, e nulla il corso arresta,
    ch la soda testugine sostiene
    ci che di runoso in gi ne viene.

    75.
    Son gi sotto le mura: allor Rinaldo
    scala drizz di cento gradi e cento,
    e lei con braccio maneggi s saldo
    ch'agile  men picciola canna al vento.
    Or lancia o trave, or gran colonna o spaldo
    d'alto discende: ei non va su pi lento;
    ma, intrepido ed invitto ad ogni scossa,
    sprezzaria, se cadesse, Olimpo ed Ossa.

    76.
    Una selva di strali e di ruine
    sostien su 'l dosso, e su lo scudo un monte:
    scote una man le mura a s vicine,
    l'altra sospesa in guardia  de la fronte.
    L'essempio a l'opre ardite e pellegrine
    spinge i compagni: ei non  sol che monte,
    ch molti appoggian seco eccelse scale;
    ma 'l valore e la sorte  diseguale.

    77.
    More alcuno, altri cade: egli sublime
    poggia, e questi conforta e quei minaccia;
    tanto  gi in su che le merlate cime
    pote afferrar con le distese braccia.
    Gran gente allor vi trae; l'urta, il reprime,
    cerca precipitarlo, e pur no 'l caccia.
    Mirabil vista! a un grande e fermo stuolo
    resister pu, sospeso in aria, un solo.

    78.
    El resiste e s'avanza e si rinforza;
    e come palma suol cui pondo aggreva,
    suo valor combattuto ha maggior forza
    e ne la oppression pi si solleva.
    E vince alfin tutti i nemici, e sforza
    l'aste e gli intoppi che d'incontro aveva;
    e sale il muro e 'l signoreggia, e 'l rende
    sgombro e securo a chi diretro ascende.

    79.
    Ed egli stesso a l'ultimo germano
    del pio Buglion, ch' di cadere in forse,
    stesa la vincitrice amica mano,
    di salirne secondo aita porse.
    Fra tanto erano altrove al capitano
    varie fortune e perigliose occorse;
    ch'ivi non pur fra gli uomini si pugna,
    ma le machine insieme anco fan pugna.

    80.
    Su 'l muro aveano i Siri un tronco alzato
    ch'antenna un tempo esser solea di nave,
    e sovra lui co 'l capo aspro e ferrato
    per traverso sospesa  grossa trave;
    e indietro quel da canapi tirato,
    poi torna inanti impetuoso e grave:
    tal or rientra nel suo guscio, ed ora
    la testugin rimanda il collo fra.

    81.
    Urt la trave immensa, e cos dure
    ne la torre addoppi le sue percosse
    che le ben teste in lei salde giunture
    lentando aperse, e la respinse e scosse.
    La torre a quel bisogno armi secure
    avea gi in punto, e due gran falci mosse
    ch'aventate con arte incontra al legno
    quelle funi taglir ch'eran sostegno.

    82.
    Qual gran sasso talor, ch'o la vecchiezza
    solve da un monte o svelle ira de' venti,
    rumoso dirupa, e porta e spezza
    le selve e con le case anco gli armenti,
    tal gi traea da la sublime altezza
    l'orribil trave e merli ed arme e genti;
    di la torre a quel moto uno e duo crolli,
    tremr le mura e rimbombro i colli.

    83.
    Passa il Buglion vittorioso inanti
    e gi le mura d'occupar si crede,
    ma fiamme allora fetide e fumanti
    lanciarsi incontra immantinente ei vede;
    n dal sulfureo sen fochi mai tanti
    il cavernoso Mongibel fuor diede,
    n mai cotanti ne gli estivi ardori
    piovve l'indico ciel caldi vapori.

    84.
    Qui vasi e cerchi ed aste ardenti sono,
    qual fiamma nera e qual sanguigna splende.
    L'odore appuzza, assorda il bombo e 'l tuono
    accieca il fumo, il foco arde e s'apprende.
    L'umido cuoio al fin saria mal buono
    schermo a la torre, a pena or la difende.
    Gi suda e si rincrespa; e se pi tarda
    il soccorso del Ciel, conven pur ch'arda.

    85.
    Il magnanimo duce inanzi a tutti
    stassi, e non muta n color n loco;
    e quei conforta che su i cuoi asciutti
    versan l'onde apprestate incontra al foco.
    In tale stato eran costor ridutti,
    e gi de l'acque rimanea lor poco,
    quando ecco un vento, ch'improviso spira,
    contra gli autori suoi l'incendio gira.

    86.
    Vien contro al foco il turbo, e indietro vlto
    il foco ove i pagan le tele alzaro,
    quella molle materia in s raccolto
    l'ha immantinente, e n'arde ogni riparo.
    Oh glorioso capitano! oh molto
    dal gran Dio custodito, al gran Dio caro!
    A te guerreggia il Cielo; ed ubidenti
    vengon, chiamati a suon di trombe, i venti.

    87.
    Ma l'empio Ismen, che le sulfuree faci
    vide da Borea incontra s converse,
    ritentar volle l'arti sue fallaci
    per sforzar la natura e l'aure averse,
    e fra due maghe, che di lui seguaci
    si fr, su 'l muro a gli occhi altrui s'offerse;
    e torvo e nero e squallido e barbuto
    fra due furie parea Caronte o Pluto.

    88.
    Gi il mormorar s'udia de le parole
    di cui teme Cocito e Flegetonte,
    gi si vedea l'aria turbar e 'l sole
    cinger d'oscuri nuvoli la fronte,
    quando aventato fu da l'alta mole
    un gran sasso, che fu parte d'un monte;
    e tra lor colse s ch'una percossa
    sparse di tutti insieme il sangue e l'ossa.

    89.
    In pezzi minutissimi e sanguigni
    si disperser cos l'inique teste,
    che di sotto a i pesanti aspri macigni
    soglion poco le biade uscir pi pste.
    Lascir gemendo i tre spirti maligni
    l'aria serena e 'l bel raggio celeste,
    e se 'n fuggr tra l'ombre empie infernali.
    Apprendete piet quinci, o mortali.

    90.
    In questo mezzo, a la citt la torre,
    cui da l'incendio il turbine assecura,
    s'avicina cos che pu ben porre
    e fermare il suo ponte in su le mura;
    ma Solimano intrepido v'accorre,
    e 'l passo angusto di tagliar procura,
    e doppia i colpi: e ben l'avria reciso;
    ma un'altra torre apparse a l'improviso.

    91.
    La gran mole crescente oltra i confini
    de' pi alti edifici in aria passa.
    Attoniti a quel mostro i saracini
    restr, vedendo la citt pi bassa.
    Ma il fero Turco, ancor ch'in lui ruini
    di pietre un nembo, il loco suo non lassa;
    n di tagliar il ponte anco diffida,
    e gli altri che temean rincora e sgrida.

    92.
    S'offerse a gli occhi di Goffredo allora,
    invisibile altrui, l'agnol Michele
    cinto d'armi celesti; e vinto fra
    il sol da lui, cui nulla nube vele.
    - Ecco, - disse - Goffredo,  giunta l'ora
    ch'esca Sin di servit crudele.
    Non chinar, non chinar gli occhi smarriti;
    mira con quante forze il Ciel t'aiti.

    93.
    Drizza pur gli occhi a riguardar l'immenso
    essercito immortal ch' in aria accolto,
    ch'io dinanzi torrotti il nuvol denso
    di vostra umanit, ch'intorno avolto
    adombrando t'appanna il mortal senso,
    s che vedrai gli ignudi spirti in volto;
    e sostener per breve spazio i rai
    de l'angeliche forme anco potrai.

    94.
    Mira di quei che fur campion di Cristo
    l'anime fatte in Cielo or cittadine,
    che pugnan teco e di s alto acquisto
    si trovan teco al glorioso fine.
    L 've ondeggiar la polve e 'l fumo misto
    vedi e di rotte moli alte ruine,
    tra quella folta nebbia Ugon combatte
    e de le torri i fondamenti abbatte.

    95.
    Ecco poi l Dudon, che l'alta porta
    Aquilonar con ferro e fiamma assale:
    ministra l'arme a i combattenti, essorta
    ch'altri su monti, e drizza e tien le scale.
    Quel ch' su 'l colle, e 'l sacro abito porta
    e la corona a i crin sacerdotale,
     il pastore Ademaro, alma felice:
    vedi ch'ancor vi segna e benedice.

    96.
    Leva pi in su l'ardite luci, e tutta
    la grande oste del ciel congiunta guata. -
    Egli alz il guardo, e vide in un ridutta
    milizia innumerabile ed alata.
    Tre folte squadre, ed ogni squadra instrutta
    in tre ordini gira e si dilata;
    ma si dilata pi quanto pi in fri
    i cerchi son: son gli intimi i minori.

    97.
    Qui chin vinti i lumi e gli alz poi,
    n lo spettacol grande ei pi rivide;
    ma, riguardando d'ogni parte i suoi,
    scorge che a tutti la vittoria arride.
    Molti dietro a Rinaldo illustri eroi
    saliano; ei gi salito i Siri uccide.
    Il capitan, che pi indugiar si sdegna 4
    toglie di mano al fido alfier l'insegna,

    98.
    e passa primo il ponte, ed impedita
    gli  a mezzo il corso dal Soldan la via.
    Un picciol ponte  campo ad infinita
    virt, ch'in pochi colpi ivi apparia.
    Grida il fer Solimano: - A l'altrui vita
    dono e consacro io qui la vita mia.
    Tagliate, amici, a le mie spalle or questo
    ponte, ch qui non facil preda i' resto. -

    99.
    Ma venirne Rinaldo in volto orrendo
    e fuggirne ciascun vedea lontano:
    - Or che far? se qui la vita spendo,
    la spando - disse - e la disperdo invano. -
    E, in s nove difese anco volgendo,
    cedea libero il passo al capitano,
    che minacciando il segue e de la santa
    Croce il vessillo in su le mura pianta.

    100.
    La vincitrice insegna in mille giri
    alteramente si rivolge intorno;
    e par che in lei pi riverente spiri
    l'aura, e che splenda in lei pi chiaro il giorno;
    ch'ogni dardo, ogni stral ch'in lei si tiri,
    o la declini, o faccia indi ritorno:
    par che Sin, par che l'opposto monte
    lieto l'adori, e inchini a lei la fronte.

    101.
    Allor tutte le squadre il grido alzaro
    de la vittoria altissimo e festante,
    e risonaro i monti e replicaro
    gli ultimi accenti; e quasi in quello istante
    ruppe e vinse Tancredi ogni riparo
    che gli aveva a l'incontro opposto Argante,
    e lanciando il suo ponte anch'ei veloce
    pass nel muro e v'inalz la Croce.

    102.
    Ma verso il Mezzogiorno, ove il canuto
    Raimondo pugna e 'l palestin tiranno,
    i guerrier di Guascogna anco potuto
    giunger la torre a la citt non hanno,
    ch 'l nerbo de le genti ha il re in aiuto
    ed ostinati a la difesa stanno;
    e se ben quivi il muro era men fermo,
    di machine v'avea maggior lo schermo.

    103.
    Oltra che men ch'altrove in questo canto
    la gran mole il sentier trov spedito,
    n tanto arte pot che pur alquanto
    di sua natura non ritegna il sito.
    Fu l'alto segno di vittoria intanto
    da i difensori e da i Guasconi udito,
    ed avis il tiranno e 'l Tolosano
    che la citt gi presa  verso il piano.

    104.
    Onde Raimondo a i suoi: - Da l'altra parte, -
    grida - o compagni,  la citt gi presa.
    Vinta ancor ne resiste? or soli a parte
    non sarem noi di s onorata presa? -
    Ma il re cedendo alfin di l si parte
    perch'ivi disperata  la difesa,
    e se 'n rifugge in loco forte ed alto
    ove egli spera sostener l'assalto.

    105.
    Entra allor vincitore il campo tutto
    per le mura non sol, ma per le porte;
    ch' gi aperto, abbattuto, arso e destrutto
    ci che lor s'opponea rinchiuso e forte.
    Spazia l'ira del ferro; e va co 'l lutto
    e con l'orror, compagni suoi, la morte.
    Ristagna il sangue in gorghi, e corre in rivi
    pieni di corpi estinti e di mal vivi.





    CANTO XIX.

    1.
    Gi la morte o il consiglio o la paura
    da le difese ogni pagano ha tolto,
    e sol non s' da l'espugnate mura
    il pertinace Argante anco rivolto.
    Mostra ei la faccia intrepida e secura
    e pugna pur fra gli inimici avolto,
    pi che morir temendo esser respinto;
    e vuol morendo anco parer non vinto.

    2.
    Ma sovra ogn'altro feritore infesto
    sovragiunge Tancredi e lui percote.
    Ben  il Circasso a riconoscer presto
    al portamento, a gli atti, a l'arme note,
    lui che pugn gi seco, e 'l giorno sesto
    tornar promise, e le promesse r vte.
    Onde grid: - Cos la f, Tancredi,
    mi servi tu? cos a la pugna or riedi?

    3.
    Tardi riedi, e non solo; io non rifiuto
    per combatter teco e riprovarmi,
    bench non qual guerrier, ma qui venuto
    quasi inventor di machine tu parmi.
    Fatti scudo de' tuoi, trova in aiuto
    novi ordigni di guerra e insolite armi,
    ch non potrai da le mie mani, o forte
    de le donne uccisor, fuggir la morte. -

    4.
    Sorrise il buon Tancredi un cotal riso
    di sdegno, e in detti alteri ebbe risposto:
    - Tardo  il ritorno mio, ma pur aviso
    che frettoloso ti parr ben tosto,
    e bramerai che te da me diviso
    o l'alpe avesse o fosse il mar fraposto;
    e che del mio indugiar non fu cagione
    tema o vilt, vedrai co 'l paragone.

    5.
    Vienne in disparte pur tu ch'omicida
    sei de' giganti solo e de gli eroi:
    l'uccisor de le femine ti sfida. -
    Cos gli dice; indi si volge a i suoi
    e fa ritrarli da l'offesa, e grida:
    - Cessate pur di molestarlo or voi,
    ch' proprio mio pi che comun nemico
    questi, ed a lui mi stringe obligo antico. -

    6.
    - Or discendine gi, solo o seguito
    come pi vuoi; - ripiglia il fer Circasso
    - va' in frequentato loco od in romito,
    ch per dubbio o svantaggio io non ti lasso. -
    S fatto ed accettato il fero invito,
    movon concordi a la gran lite il passo:
    l'odio in un gli accompagna, e fa il rancore
    l'un nemico de l'altro or difensore.

    7.
    Grande  il zelo d'onor, grande il desire
    che Tancredi del sangue ha del pagano,
    n la sete ammorzar crede de l'ire
    se n'esce stilla fuor per l'altrui mano;
    e con lo scudo il copre, e: - Non ferire -
    grida a quanti rincontra anco lontano;
    s che salvo il nimico infra gli amici
    tragge da l'arme irate e vincitrici.

    8.
    Escon de la cittade e dan le spalle
    a i padiglion de le accampate genti,
    e se ne van dove un girevol calle
    li porta per secreti avolgimenti;
    e ritrovano ombrosa angusta valle
    tra pi colli giacer, non altrimenti
    che se fosse un teatro o fosse ad uso
    di battaglie e di caccie intorno chiuso.

    9.
    Qui si fermano entrambi, e pur sospeso
    volgeasi Argante a la cittade afflitta.
    Vede Tancredi che 'l pagan difeso
    non  di scudo, e 'l suo lontano ei gitta.
    Poscia lui dice: - Or qual pensier t'ha preso?
    pensi ch' giunta l'ora a te prescritta?
    S'antivedendo ci timido stai,
     'l tuo timore intempestivo omai. -

    10.
    - Penso- risponde - a la citt del regno
    di Giudea antichissima regina,
    che vinta or cade, e indarno esser sostegno
    io procurai de la fatal ruina,
    e ch' poca vendetta al mio disdegno
    il capo tuo che 'l Cielo or mi destina. -
    Tacque, e incontra si van con gran risguardo
    ch ben conosce l'un l'altro gagliardo.

    11.
    E' di corpo Tancredi agile e sciolto,
    e di man velocissimo e di piede;
    sovrasta a lui con l'alto capo, e molto
    di grossezza di membra Argante eccede.
    Girar Tancredi inchino, e in s raccolto
    per aventarsi e sottentrar si vede;
    e con la spada sua la spada trova
    nemica, e 'n disviarla usa ogni prova.

    12.
    Ma disteso ed eretto il fero Argante
    dimostra arte simile, atto diverso.
    Quanto egli pu, va co 'l gran braccio inante
    e cerca il ferro no, ma il corpo averso.
    Quel tenta aditi novi in ogni istante,
    questi gli ha il ferro al volto ognor converso:
    minaccia, e intento a proibirgli stassi
    furtive entrate e sbiti trapassi.

    13.
    Cos pugna naval, quando non spira
    per lo piano del mare Africo o Noto,
    fra due legni ineguali egual si mira,
    ch'un d'altezza preval, l'altro di moto:
    l'un con volte e rivolte assale e gira
    da prora a poppa, e si sta l'altro immoto;
    e quando il pi leggier se gli avicina,
    d'alta parte minaccia alta ruina.

    14.
    Mentre il Latin di sottentrar ritenta
    sviando il ferro che si vede opporre,
    vibra Argante la spada e gli appresenta
    la punta a gli occhi; egli al riparo accorre,
    ma lei s presta allor, s violenta
    cala il pagan che 'l difensor precorre
    e 'l fre al fianco; e visto il fianco infermo,
    grida: - Lo schermitor vinto  di schermo. -

    15.
    Fra lo sdegno Tancredi e la vergogna
    si rode, e lascia i soliti riguardi,
    e in cotal guisa la vendetta agogna
    che sua perdita stima il vincer tardi.
    Sol risponde co 'l ferro a la rampogna
    e 'l drizza a l'elmo, ove apre il passo a i guardi.
    Ribatte Argante il colpo, e risoluto
    Tancredi a mezza spada  gi venuto.

    16-
    Passa veloce allor co 'l pi sinestro
    e con la manca al dritto braccio il prende,
    e con la destra intanto il lato destro
    di punte mortalissime gli offende.
    - Questa - diceva - al vincitor maestro
    il vinto schermidor risposta rende. -
    Freme il Circasso e si contorce e scote,
    ma il braccio prigionier ritrar non pote

    17.
    Alfin lasci la spada a la catena
    pendente, e sotto al buon Latin si spinse.
    Fe' l'istesso Tancredi, e con gran lena
    l'un calc l'altro e l'un l'altro ricinse;
    n con pi forza da l'adusta arena
    sospese Alcide il gran gigante e strinse,
    di quella onde facean tenaci nodi
    le nerborute braccia in vari moodi.

    18.
    Tai fur gli avolgimenti e tai le scosse
    ch'ambi in un tempo il suol presser co 'l fianco.
    Argante, od arte o sua ventura fosse,
    sovra ha il braccio migliore e sotto il manco.
    Ma la man ch' pi atta a le percosse
    sottogiace impedita al guerrier franco;
    ond'ei, che 'l suo svantaggio e 'l rischio vede,
    si sviluppa da l'altro e salta in piede.

    19.
    Sorge pi tardi e un gran fendente, in prima
    che sorto ei sia, vien sopra al saracino.
    Ma come a l'Euro la frondosa cima
    piega e in un tempo la solleva il pino,
    cos lui sua virtute alza e sublima
    quando ei n' gi per ricader pi chino.
    Or ricomincian qui colpi a vicenda:
    la pugna ha manco d'arte ed  pi orrenda.

    20.
    Esce a Tancredi in pi d'un loco il sangue,
    ma ne versa il pagan quasi torrenti.
    Gi ne le sceme forze il furor langue,
    s come fiamma in deboli alimenti.
    Tancredi che 'l vedea co 'l braccio essangue
    girar i colpi ad or ad or pi lenti,
    dal magnanimo cor deposta l'ira,
    placido gli ragiona e 'l pi ritira:

    21.
    - Cedimi, uom forte, o riconoscer voglia
    me per tuo vincitore o la fortuna;
    n ricerco da te trionfo o spoglia,
    n mi riserbo in te ragione alcuna. -
    Terribile il pagan pi che mai soglia,
    tutte le furie sue desta e raguna;
    risponde: - Or dunque il meglio aver ti vante
    ed osi di vilt tentare Argante?

    22.
    Usa la sorte tua, ch nulla io temo
    n lascier la tua follia impunita. -
    Come face rinforza anzi l'estremo
    le fiamme, e luminosa esce di vita,
    tal riempiendo ei d'ira il sangue scemo
    rinvigor la gagliardia smarrita,
    e l'ore de la morte omai vicine
    volse illustrar con generoso fine.

    23.
    La man sinistra a la compagna accosta,
    e con ambe congiunte il ferro abbassa;
    cala un fendente, e bench trovi opposta
    la spada ostil, la sforza ed oltre passa,
    scende a la spalla, e gi di costa in costa
    molte ferite in un sol punto lassa.
    Se non teme Tancredi, il petto audace
    non fe' natura di timor capace.

    24.
    Quel doppia  il colpo orribile, ed al vento
    le forze e l'ire inutilmente ha sparte,
    perch Tancredi, a la percossa intento,
    se ne sottrasse e si lanci in disparte.
    Tu, dal tuo peso tratto, in gi co 'l mento
    n'andasti, Argante, e non potesti aitarte:
    per te cadesti, aventuroso in tanto
    ch'altri non ha di tua caduta il vanto.

    25.
    Il cader dilat le piaghe aperte,
    e 'l sangue espresso dilagando scese.
    Punta ei la manca in terra, e si converte
    ritto sovra un ginocchio a le difese.
    - Renditi - grida, e gli fa nove offerte,
    senza noiarlo, il vincitor cortese.
    Quegli di furto intanto il ferro caccia
    e su 'l tallone il fiede, indi il minaccia.

    26.
    Infuriossi allor Tancredi, e disse:
    - Cos abusi, fellon, la piet mia? -
    Poi la spada gli fisse e gli rifisse
    ne la visiera, ove accert la via.
    Moriva Argante, e tal moria qual visse:
    minacciava morendo e non languia.
    Superbi, formidabili e feroci
    gli ultimi moti fur, l'ultime voci.

    27.
    Ripon Tancredi il ferro, e poi devoto
    ringrazia Dio del trionfal onore;
    ma lasciato di forze ha quasi vto
    la sanguigna vittoria il vincitore.
    Teme egli assai che del viaggio al moto
    durar non possa il suo fievol vigore;
    pur s'incamina, e cos passo passo
    per le gi corse vie move il pi lasso.

    28.
    Trar molto il debil fianco oltra non pote
    e quanto pi si sforza pi s'affanna
    onde in terra s'asside e pon le gote
    su la destra che par tremula canna.
    Ci che vedea pargli veder che rote,
    e di tenebre il d gi gli s'appanna.
    Al fin isviene; e 'l vincitor dal vinto
    non ben saria nel rimirar distinto.

    29.
    Mentre qui segue la solinga guerra,
    che privata cagion fe' cos ardente,
    l'ira de' vincitor trascorre ed erra
    per la citt su 'l popolo nocente.
    Or chi giamai de l'espugnata terra
    potrebbe a pien l'imagine dolente
    ritrarre in carte od adeguar parlando
    lo spettacolo atroce e miserando?

    30.
    Ogni cosa di strage era gi pieno,
    vedeansi in mucchi e in monti i corpi avolti
    l i feriti su i morti, e qui giacieno
    sotto morti insepolti egri sepolti.
    Fuggian premendo i pargoletti al seno
    le meste madri co' capegli sciolti,
    e 'l predator, di spoglie e di rapine
    carco, stringea le vergini nel crine.

    31.
    Ma per le vie ch'al pi sublime colle
    saglion verso occidente, ond' il gran tempio,
    tutto del sangue ostile orrido e molle
    Rinaldo corre e caccia il popolo empio.
    La fera spada il generoso estolle
    sovra gli armati capi e ne fa scempio;
     schermo frale ogn'elmo ed ogni scudo:
    difesa  qui l'esser de l'arme ignudo.

    32.
    Sol contra il ferro il nobil ferro adopra,
    e sdegna ne gli inermi esser feroce;
    e que' ch'ardir non armi, arme non copra,
    caccia co 'l guardo e con l'orribil voce.
    Vedresti, di valor mirabil opra,
    come or disprezza, or minaccia, or noce,
    come con rischio disegual fugati
    sono egualmente pur nudi ed armati.

    33.
    Gi co 'l pi imbelle vulgo anco ritratto
    s' non picciolo stuol del pi guerriero
    nel tempio che, pi volte arso e disfatto,
    si noma ancor, dal fondator primiero,
    di Salamone; e fu per lui gi fatto
    di cedri, d'oro e di bei marmi altero.
    Or non s ricco gi, pur saldo e forte
     d'alte torri e di ferrate porte.

    34.
    Giunto il gran cavaliero ove raccolte
    s'eran le turbe in loco ampio e sublime,
    trov chiuse le porte e trov molte
    difese apparecchiate in su le cime.
    Alz lo sguardo orribile e due volte
    tutto il mir da l'alte parti a l'ime,
    varco angusto cercando, ed altrettante
    il circond con le veloci piante.

    35.
    Qual lupo predatore a l'aer bruno
    le chiuse mandre insidando aggira,
    secco l'avide fauci, e nel digiuno
    da nativo odio stimulato e d'ira,
    tale egli intorno spia s'adito alcuno
    (piano od erto che siasi) aprir si mira;
    si ferma alfin ne la gran piazza, e d'alto
    stanno aspettando i miseri l'assalto.

    36.
    In disparte giacea (qual che si fosse
    l'uso a cui si serbava) eccelsa trave,
    n cos alte mai, n cos grosse
    spiega l'antenne sue ligura nave.
    Vr la gran porta il cavalier la mosse
    con quella man cui nessun pondo  grave
    e recandosi lei di lancia in modo
    urt d'incontro impetuoso e sodo.

    37.
    Restar non pu marmo o metallo inanti
    al duro urtare, al riurtar pi forte.
    Svelse dal sasso i cardini sonanti,
    ruppe i serragli ed abbatt le porte.
    Non l'ariete di far pi si vanti,
    non la bombarda, fulmine di morte.
    Per la dischiusa via la gente inonda
    quasi un diluvio, e 'l vincitor seconda.

    38.
    Rende misera strage atra e funesta
    l'alta magion che fu magion di Dio.
    O giustizia del Ciel, quanto men presta
    tanto pi grave sovra il popol rio!
    Dal tuo secreto proveder fu desta
    l'ira ne' cor pietosi, e incrudelio.
    Lav co 'l sangue suo l'empio pagano
    quel tempio che gi fatto avea profano.

    39.
    Ma intanto Soliman vr la gran torre
    ito se n' che di David s'appella,
    e qui fa de' guerrier l'avanzo accrre,
    e sbarra intorno e questa strada e quella;
    e 'l tiranno Aladino anco vi corre.
    Come il Soldan lui vede, a lui favella:
    - Vieni, o famoso re, vieni; e l sovra
    a la rocca fortissima ricovra,

    40.
    ch dal furor de le nemiche spade
    guardar vi puoi la tua salute e 'l regno. -
    - Oim, - risponde - oim, che la cittade
    strugge dal fondo suo barbaro sdegno,
    e la mia vita e 'l nostro imperio cade.
    Vissi, e regnai; non vivo pi, n regno.
    Ben si pu dir: Noi fummo. A tutti  giunto
    l'ultimo d, l'inevitabil punto. -

    41.
    - Ov', signor, la tua virtute antica? -
    disse il Soldan tutto cruccioso allora.
    - Tolgaci i regni pur sorte nemica,
    ch 'l regal pregio  nostro e 'n noi dimora.
    Ma col dentro omai da la fatica
    le stanche e gravi tue membra ristora. -
    Cos gli parla, e fa che si raccoglia
    il vecchio re ne la guardata soglia.

    42.
    Egli ferrata mazza a due man prende
    e si ripon la fida spada al fianco,
    e stassi al varco intrepido e difende
    il chiuso de le strade al popol franco.
    Eran mortali le percosse orrende:
    quella che non uccide, atterra almanco.
    Gi fugge ognun da la sbarrata piazza,
    dove appressar vede l'orribil mazza.

    43.
    Ecco da fera compagnia seguito
    sopragiungeva il tolosan Raimondo.
    Al periglioso passo il vecchio ardito
    corse, e sprezz di quei gran colpi il pondo.
    Primo ei fer, ma invano ebbe ferito;
    non fer invano il feritor secondo,
    ch'in fronte il colse, e l'atterr co 'l peso
    supin, tremante, a braccia aperte e steso.

    44.
    Finalmente ritorna anco ne vinti
    la virt che 'l timore avea fugata,
    e i Franchi vincitori o son rispinti
    o pur caggiono uccisi in su l'entrata.
    Ma il Soldan, che giacere infra gli estinti
    il tramortito duce a i pi si guata,
    grida a i suoi cavalier: - Costui sia tratto
    dentro a le sbarre e prigionier sia fatto. -

    45.
    Si movon quegli ad esseguir l'effetto,
    ma trovan dura e faticosa impresa
    perch non  d'alcun de' suoi negletto
    Raimondo, e corron tutti in sua difesa.
    Quinci furor, quindi pietoso affetto
    pugna, n vil cagione  di contesa:
    di s grand'uom la libert, la vita,
    questi a guardar, quegli a rapir invita.

    46.
    Pur vinto avrebbe a lungo andar la prova
    il Soldano ostinato a la vendetta,
    ch'a la fulminea mazza oppor non giova
    o doppio scudo o tempra d'elmo eletta;
    ma grande aita a i suoi nemici e nova
    di qua di l vede arrivare in fretta,
    ch da duo lati opposti in un sol punto
    il sopran duce e 'l gran guerriero  giunto.

    47.
    Come pastor, quando fremendo intorno
    il vento e i tuoni e balenando i lampi
    vede oscurar di mille nubi il giorno,
    ritrae le greggie da gli aperti campi,
    e sollecito cerca alcun soggiorno
    ove l'ira del ciel securo scampi,
    ei co 'l grido indrizzando e con la verga
    le mandre inanti, a gli ultimi s'atterga;

    48.
    cos il pagan, che gi venir sentia
    l'irreparabil turbo e la tempesta
    che di fremiti orrendi il ciel feria
    d'arme ingombrando e quella parte e questa,
    le custodite genti inanzi invia
    ne la gran torre, ed egli ultimo resta:
    ultimo parte, e s cede al periglio
    ch'audace appare in provido consiglio.

    49.
    Pur a fatica avien che si ripari
    dentro a le porte, e le riserra a pena
    che gi, rotte le sbarre, a i limitari
    Rinaldo vien, n quivi anco s'affrena.
    Desio di superar chi non ha pari
    in opra d'arme, e giuramento il mena;
    ch non oblia che in voto egli promise
    di dar morte a colui che 'l Dano uccise.

    50.
    E ben allor allor l'invitta mano
    tentato avria l'inespugnabil muro,
    n forse col dentro era il Soldano
    dal fatal suo nemico assai securo;
    ma gi suona a ritratta il capitano,
    gi l'orizonte d'ogni intorno  scuro.
    Goffredo alloggia ne la terra4; e vle
    rinovar poi l'assalto al novo sole.

    51.
    Diceva a i suoi lietissimo in sembianza:
    - Favorito ha il gran Dio l'armi cristiane:
    fatto  il sommo de' fatti, e poco avanza
    de l'opra e nulla del timor rimane.
    La torre (estrema e misera speranza
    de gli infedeli) espugnarem dimane.
    Piet fra tanto a confortar v'inviti
    con sollecito amor gli egri e i feriti.

    52.
    Ite, e curate quei c'han fatto acquisto
    di questa patria a noi co 'l sangue loro.
    Ci pi conviensi a i cavalier di Cristo,
    che desio di vendetta o di tesoro.
    Troppo, ahi! troppo di strage oggi s' visto,
    troppa in alcuni avidit de l'oro;
    rapir pi oltra, e incrudelir i' vieto.
    Or divulghin le trombe il mio divieto. -

    53.
    Tacque, e poi se n'and l dove il conte
    riavuto dal colpo anco ne geme.
    N Soliman con meno ardita fronte
    a i suoi ragiona, e 'l duol ne l'alma preme:
    - Siate, o compagni, di fortuna a l'onte
    invitti insin che verde  fior di speme,
    ch sotto alta apparenza di fallace
    spavento oggi men grave il danno giace.

    54.
    Prese i nemici han sol le mura e i tetti
    e 'l vulgo uml, n la cittade han presa,
    ch nel capo del re, ne' vostri petti,
    ne le man vostre  la citt compresa.
    Veggio il re salvo e salvi i suoi pi eletti,
    veggio che ne circonda alta difesa.
    Vano trofeo d'abbandonata terra
    abbiansi i Franchi; alfin perdran la guerra.

    55.
    E certo i' son che perderanla alfine,
    ch ne la sorte prospera insolenti
    fian vlti a gli omicidi, a le rapine
    ed a gli ingiuriosi abbracciamenti;
    e saran di leggier tra le ruine,
    tra gli stupri e le prede, oppressi e spenti,
    se in tanta tracotanza omai sorgiunge
    l'oste d'Egitto, e non pote esser lunge.

    56.
    Intanto noi signoreggiar co' sassi
    potrem de la citt gli alti edifici,
    ed ogni calle onde al Sepolcro vassi
    torrn le nostre machine a i nemici. -
    Cos, vigor porgendo a i cor gi lassi,
    la speme rinov ne gli infelici.
    Or mentre qui tai cose eran passate,
    err Vafrin tra mille schiere armate.

    57.
    A l'essercito avverso eletto in spia,
    gi dechinando il sol, part Vafrino;
    e corse oscura e solitaria via
    notturno e sconosciuto peregrino.
    Ascalona pass che non uscia
    dal balcon d'oriente anco il mattino;
    poi quando  nel meriggio il solar lampo,
    a vista fu del poderoso campo.

    58.
    Vide tende infinite e ventillanti
    stendardi in cima azzurri e persi e gialli,
    e tante ud lingue discordi e tanti
    timpani e corni e barbari metalli
    e voci di cameli e d'elefanti,
    tra 'l nitrir de' magnanimi cavalli,
    che fra s disse: Qui l'Africa tutta
    translata viene e qui l'Asia  condutta.

    59.
    Mira egli alquanto pria come sia forte
    del campo il sito, e qual vallo il circonde;
    poscia non tenta vie furtive e torte,
    n dal frequente popolo s'asconde,
    ma per dritto sentier tra regie porte
    trapassa, ed or dimanda ed or risponde.
    A dimande, a risposte astute e pronte
    accoppia baldanzosa audace fronte.

    60.
    Di qua di l sollecito s'aggira
    per le vie, per le piazze e per le tende.
    I guerrier, i destrier, l'arme rimira,
    l'arti e gli ordini osserva e i nomi apprende.
    N di ci pago, a maggior cose aspira:
    spia gli occulti disegni e parte intende.
    Tanto s'avolge, e cos destro e piano,
    ch'adito s'apre al padiglion soprano.

    61.
    Vede, mirando qui, sdruscita tela,
    ond'ha varco la voce, onde si scerne,
    che l proprio risponde ove son de la
    stanza regal le ritirate interne,
    s che i secreti del signor mal cela
    ad uom ch'ascolti da le parti esterne.
    Vafrin vi guata e par ch'ad altro intenda,
    come sia cura sua conciar la tenda.

    62.
    Stavasi il capitan la testa ignudo,
    le membra armato e con purpureo ammanto.
    Lunge due paggi avean l'elmo e lo scudo:
    preme egli un'asta e vi s'appoggia alquanto.
    Guardava un uom di torvo aspetto e crudo,
    membruto ed alto, il qual gli era da canto.
    Vafrino  attento e, di Goffredo a nome
    parlar sentendo, alza gli orecchi al nome.

    63.
    Parla il duce a colui: - Dunque securo
    sei cos tu di dar morte a Goffredo? -
    Risponde quegli: - Io sonne, e 'n corte giuro
    non tornar mai se vincitor non riedo.
    Preverr ben color che meco furo
    al congiurare; e premio altro non chiedo
    se non ch'io possa un bel trofeo de l'armi
    drizzar nel Cairo, e sottopor tai carmi:

    64.
    Queste arme in guerra al capitan francese
    distruggitor de l'Asia, Ormondo trasse
    quando gli trasse l'alma, e le sospese
    perch memoria ad ogni et ne passe . -
    - Non fia - l'altro dicea - che 'l re cortese
    l'opera grande inonorata lasse:
    ben ei dar ci che per te si chiede,
    ma congiunta l'avrai d'alta mercede.

    65.
    Or apparecchia pur l'arme mentite,
    ch 'l giorno omai de la battaglia  presso. -
    - Son - rispose - gi preste. - E qui, fornite
    queste parole, e 'l duce tacque ed esso.
    Rest Vafrino a le gran cose udite
    sospeso e dubbio, e rivolgea in se stesso
    qual arti di congiura e quali sieno
    le mentite arme, e no 'l comprese a pieno.

    66.
    Indi partissi e quella notte intera
    desto pass, ch'occhio serrar non volse;
    ma quando poi di novo ogni bandiera
    a l'aure matutine il campo sciolse,
    anch'ei marci con l'altra gente in schiera,
    fermossi anch'egli ov'ella albergo tolse,
    e pur anco torn di tenda in tenda
    per udir cosa, onde il ver meglio intenda.

    67.
    Cercando, trova in sede alta e pomposa
    fra cavalieri Armida e fra donzelle
    che stassi in s romita e sospirosa:
    fra s co' suoi pensier par che favelle.
    Su la candida man la guancia posa,
    e china a terra l'amorose stelle.
    Non sa se pianga o no: ben pu vederle
    umidi gli occhi e gravidi di perle.

    68.
    Vedele incontra il fero Adrasto assiso
    che par ch'occhio non batta e che non spiri,
    tanto da lei pendea, tanto in lei fiso
    pasceva i suoi famelici desiri
    Ma Tisaferno, or l'uno or l'altro in viso
    guardando, or vien che brami, or che s'adiri;
    e segna il nobil volto or di colore
    di rabbioso disdegno ed or d'amore.

    69.
    Scorge poscia Altamor, ch'in cerchio accolto
    fra le donzelle alquanto era in disparte.
    Non lascia il desir vago a freno sciolto,
    ma gira gli occhi cupidi con arte:
    volge un guardo a la mano, uno al bel volto,
    talora insidia pi guardata parte,
    e l s'interna ove mal cauto apria
    fra due mamme un bel vel secreta via.

    70.
    Alza alfin gli occhi Armida, e pur alquanto
    la bella fronte sua torna serena;
    e repente fra i nuvoli del pianto
    un soave sorriso apre e balena.
    - Signor, - dicea - membrando il vostro vanto
    l'anima mia pote scemar la pena,
    ch d'esser vendicata in breve aspetta,
    e dolce  l'ira in aspettar vendetta. -

    71.
    Risponde l'Indan: - La fronte mesta
    deh, per Dio! rasserena, e 'l duolo alleggia,
    ch'assai tosto averr che l'empia testa
    di quel Rinaldo a' pi tronca ti veggia,
    o menarolti prigionier con questa
    ultrice mano, ove prigion tu 'l chieggia.
    Cos promisi in voto. - Or l'altro ch'ode,
    moto non fa, ma tra suo cor si rode.

    72.
    Volgendo in Tisaferno il dolce sguardo:
    - Tu, che dici, signor? - colei soggiunge.
    Risponde egli infingendo: - Io che son tardo
    seguiter il valor cos da lunge
    di questo tuo terribile e gagliardo. -
    E con tai detti amaramente il punge.
    Ripiglia l'Indo allor: - Ben  ragione
    che lunge segua e tema il paragone. -

    73.
    Crollando Tisaferno il capo altero,
    disse: - Oh foss'io signor del mio talento!
    libero avessi in questa spada impero!
    ch tosto ei si parria chi sia pi lento.
    Non temo io te n tuoi gran vanti, o fero;
    ma il Cielo e l'inimico Amor pavento.
    Tacque; e sorgeva Adrasto a far disfida,
    ma la prevenne e s'interpose Armida.

    74.
    Diss'ella: - O cavalier, perch quel dono
    donatomi pi volte, anco togliete?
    Miei campion ste voi, pur esser buono
    dovria tal nome a por tra voi quiete.
    Meco s'adira chi s'adira: io sono
    ne l'offese l'offesa, e voi 'l sapete. -
    Cos lor parla, e cos avien che accordi
    sotto giogo di ferro alme discordi.

    75.
    E' presente Vafrino e 'l tutto ascolta,
    e sottrattone il vero indi si toglie.
    Spia de l'alta congiura, e lei ravvolta
    trova in silenzio e nulla ne raccoglie.
    Chiedene improntamente anco tal volta,
    e la difficolt cresce le voglie.
    O qui lasciar la vita egli  disposto,
    o riportarne il gran secreto ascosto.

    76.
    Mille e pi vie d'accorgimento ignote,
    mille ripensa inusitate frodi,
    e pur con tutto ci non gli son note
    de l'occulta congiura e l'arme e i modi.
    Fortuna alfin (quel che per s non pote)
    isvilupp d'ogni suo dubbio i nodi,
    si ch'ei distinto e manifesto intese
    come l'insidie al pio Buglion sian tese.

    77.
    Era tornato ov' pur anco assisa
    fra' suoi campioni la nemica amante,
    ch'ivi opportun l'investigarne avisa
    ove traean genti s varie e tante.
    Or qui s'accosta a una donzella, in guisa
    che par che v'abbia conoscenza inante;
    par v'abbia d'amistade antica usanza,
    e ragiona in affabile sembianza.

    78.
    Egli dicea, quasi per gioco: - Anch'io
    vorrei d'alcuna bella esser campione,
    e troncar pensarei co 'l ferro mio
    il capo o di Rinaldo o del Buglione.
    Chiedila pure a me, se n'hai desio,
    la testa d'alcun barbaro barone. -
    Cos comincia, e pensa a poco a poco
    a pi grave parlar ridurre il gioco.

    79.
    Ma in questo dir sorrise, e fe' ridendo
    un cotal atto suo nativo usato.
    Una de l'altre allor qui sorgiungendo
    l'ud, guardollo, e poi gli venne a lato;
    disse: - Involarti a ciascun'altra intendo,
    n ti dorrai d'amor male impiegato.
    In mio campion t'eleggo; ed in disparte,
    come a mio cavalier, vuo' ragionarte. -

    80.
    Ritirollo, e parl: - Riconosciuto
    ho te, Vafrin; tu me conoscer di. -
    Nel cor turbossi lo scudiero astuto,
    pur si rivolse sorridendo a lei:
    - Non t'ho (che mi sovenga) unqua veduto,
    e degna pur d'esser mirata sei.
    Questo so ben, ch'assai vario da quello
    che tu dicesti  il nome ond'io m'appello.

    81.
    Me su la piaggia di Biserta aprica
    Lesbin produsse, e mi nom Almanzorre. -
    Tosto disse ella: - Ho conoscenza antica
    d'ogn'esser tuo, n gi mi voglio apporre.
    Non ti celar da me, ch'io sono amica,
    ed in tuo pro vorrei la vita esporre.
    Erminia son, gi di re figlia, e serva
    poi di Tancredi un tempo, e tua conserva.

    82.
    Ne la dolce prigion due lieti mesi
    pietoso prigionier m'avesti in guarda,
    e mi servisti in bei modi cortesi.
    Ben dessa i' son, ben dessa i' son; riguarda. -
    Lo scudier, come pria v'ha gli occhi intesi,
    la bella faccia a ravvisar non tarda.
    - Vivi - ella soggiungea - da me securo:
    per questo ciel, per questo sol te 'l giuro.

    83.
    Anzi pregar ti vo' che, quando torni,
    mi riconduca a la prigion mia cara.
    Torbide notti e tenebrosi giorni,
    misera, vivo in libertate amara.
    E se qui per ispia forse soggiorni,
    ti si fa incontro alta fortuna e rara:
    saprai da me congiure, e ci ch'altrove
    malagevol sar che tu ritrove. -

    84.
    Cos gli parla, e intanto ei mira, e tace;
    pensa a l'essempio de la falsa Armida.
    Femina  cosa garrula e fallace:
    vle e disvle;  folle uom che se 'n fida.
    S tra s volge. - Or, se venir ti piace, -
    alfin le disse - io ne sar tua guida.
    Sia fermato tra noi questo e conchiuso,
    serbisi il parlar d'altro a miglior uso. -

    85.
    Gli ordini danno di salire in sella
    anzi il mover del campo allora allora.
    Parte Vafrin dal padiglione, ed ella
    si torna a l'altre e alquanto ivi dimora.
    Di scherzar fa sembianza e pur favella
    del campion novo, e se ne vien poi fora;
    viene al loco prescritto e s'accompagna,
    ed escon poi del campo a la campagna.

    86.
    Gi eran giunti in parte assai romlta
    e gi sparian le saracine tende,
    quando ei le disse: - Or di' come a la vita
    del pio Goffredo altri l'insidie tende. -
    Allor colei de la congiura ordita
    l'iniqua tela a lui dispiega e stende.
    - Son - gli divisa - otto guerrier di corte,
    tra' quali il pi famoso  Ormondo il forte.

    87.
    Questi (che che lor mova, odio o disegno)
    han conspirato, e l'arte lor fia tale:
    quel d ch'in lite verr d'Asia il regno
    tra' due gran campi in gran pugna campale,
    avran su l'arme de la Croce il segno,
    e l'arme avranno a la francesca; e quale
    la guardia di Goffredo ha bianco e d'oro
    il suo vestir, sar l'abito loro.

    88.
    Ma ciascun terr cosa in su l'elmetto
    che noto a i suoi per uom pagano il faccia.
    Quando fia poi rimescolato e stretto
    l'un campo e l'altro, elli porransi in traccia,
    e insidieranno al valoroso petto
    mostrando di custodi amica faccia;
    e 'l ferro armato di veneno avranno,
    perch mortal sia d'ogni piaga il danno.

    89.
    E perch fra' pagani anco risassi
    ch'io so vostr'usi ed arme e sopraveste,
    fr che le false insegne io divisassi;
    e fui costretta ad opere moleste.
    Queste son le cagion che 'l campo io lassi:
    fuggo l'imperiose altrui richieste;
    schivo ed aborro in qual si voglia modo
    contaminarmi in atto alcun di frodo.

    90.
    Queste son le cagion, ma non gi sole. -
    E qui si tacque, e di rossor si tinse
    e chin gli occhi, e l'ultime parole
    ritener volle e non ben le distinse.
    Lo scudier, che da lei ritrar pur vle
    ci ch'ella vergognando in s ristrinse,
    - Di poca fede, - disse - or perch cele
    le pi vere cagioni al tuo fedele? -

    91.
    Ella dal petto un gran sospiro apriva,
    e parlava con suon tremante e roco:
    - Mal guardata vergogna intempestiva,
    vattene omai, non hai tu qui pi loco;
    a che pur tenti, o in van ritrosa, o schiva,
    celar co 'l foco tuo d'amor il foco?
    Debiti fur questi rispetti inante,
    non or che fatta son donzella errante. -

    92.
    Soggiunse poi: - La notte a me fatale
    ed a la patria mia che giacque oppressa,
    perdei pi che non parve; e 'l mio gran male
    non ebbi in lei, ma deriv da essa.
    Leve perdita  il regno, io co 'l regale
    mio alto stato anco perdei me stessa:
    per mai non ricovrarla, allor perdei
    la mente, folle, e 'l core e i sensi miei.

    93.
    Vafrin, tu sai che timidetta accorsi,
    tanta strage vedendo e tante prede,
    al tuo signor e mio, che prima i' scorsi
    armato por ne la mia reggia il piede;
    e chinandomi a lui tai voci porsi:
    Invitto vincitor, piet, mercede!
    non prego io te per la mia vita: il fiore
    salvami sol del verginale onore.

    94.
    Egli, la sua porgendo a la mia mano,
    non aspett che 'l mio pregar fornisse:
    Vergine bella, non ricorri in vano,
    io ne sar tuo difensor mi disse.
    Allor un non so che soave e piano
    sentii ch'al cor mi scese e vi s'affisse,
    che serpendomi poi per l'alma vaga,
    non so come, divenne incendio e piaga.

    95.
    Visitommi poi spesso, e 'n dolce suono
    consolando il mio duol, meco si dolse.
    Dicea: L'intera libert ti dono,
    e de le spoglie mie spoglia non volse.
    Oim! che fu rapina e parve dono,
    ch rendendomi a me da me mi tolse.
    Quel mi rend ch' via men caro e degno,
    ma s'usurp del core a forza il regno.

    96.
    Mal amor si nasconde. A te sovente
    desiosa chiedea del mio signore.
    Veggendo i segni tu d'inferma mente:
    Erminia, - mi dicesti, - ardi d'amore.
    Io te 'l negai, ma un mio sospiro ardente
    fu pi verace testimon del core;
    e 'n vece forse della lingua, il guardo
    manifestava il foco onde tutt'ardo.

    97.
    Sfortunato silenzio! avessi almeno
    chiesta allor medicina al gran martre,
    s'esser poscia dovea lentato il freno,
    quando non giovarebbe, al mio desire.
    Partimmi in somma, e le mie piaghe in seno
    portai celate e ne credei morire.
    Al fin cercando al viver mio soccorso,
    mi sciolse amor d'ogni rispetto il morso;

    98.
    s ch'a trovarne il mio signor io mossi
    ch'egra mi fece e mi potea far sana.
    Ma tra via fero intoppo attraversossi
    di gente inclementissima e villana.
    Poco manc che preda lor non fossi,
    pur in parte fuggimmi erma e lontana;
    e col vissi in solitaria cella,
    cittadina de' boschi e pastorella.

    99.
    Ma poi che quel desio che fu ripresso
    molti d per la tema anco risorse,
    tornarmi ritentando al loco stesso,
    la medesma sciagura anco m'occorse.
    Fuggir non potei gi, ch'era omai presso
    predatrice masnada e troppo corse.
    Cos fui presa, e quei che mi rapiro
    Egizi fur ch'a Gaza indi se 'n giro,

    100.
    e 'n don menrmi al capitano, a cui
    diedi di me contezza, e 'l persuasi
    s ch'onorata e inviolata fui
    quei d che con Armida ivi rimasi.
    Cos venni pi volte in forza altrui,
    e me 'n sottrassi. Ecco i miei duri casi.
    Pur le prime catene anco riserva
    la tante volte liberata e serva.

    101.
    Oh, pur colui che circondolle intorno
    a l'alma, s che non fia chi le scioglia,
    non dica: Errante ancella, altro soggiorno
    crcati pure, e me seco non voglia;
    ma pietoso gradisca il mio ritorno
    e ne l'antica mia prigion m'accoglia! -
    Cos diceagli Erminia, e insieme andaro
    la notte e 'l giorno ragionando a paro.

    102.
    Il pi usato sentier lasci Vafrino,
    calle cercando o pi securo o corto.
    Giunsero in loco a la citt vicino
    quando  il sol ne l'occaso e imbruna l'rto,
    e trovaron di sangue atro il camino;
    e poi vider nel sangue un guerrier morto
    che le vie tutte ingombra, e la gran faccia
    tien voolta al cielo e morto anco minaccia.

    103.
    L'uso de l'arme e 'l portamento estrano
    pagan mostrrlo, e lo scudier trascorse;
    un altro alquanto ne giacea lontano
    che tosto a gli occhi di Vafrino occorse.
    Egli disse fra s: Questi  cristiano.
    Pi il mise poscia il vestir bruno in forse.
    Salta di sella e gli discopre il viso,
    ed: - Oim, - grida -  qui Tancredi ucciso. -

    104.
    A riguardar sovra il guerrier feroce
    la male aventurosa era fermata,
    quando dal suon de la dolente voce
    per lo mezzo del cor fu saettata.
    Al nome di Tancredi ella veloce
    accorse in guisa d'ebra e forsennata.
    Vista la faccia scolorita e bella,
    non scese no, precipit di sella;

    105.
    e in lui vers l'inessicabil vena
    lacrime e voce di sospiri mista:
    - In che misero punto or qui mi mena
    fortuna? a che veduta amara e trista?
    Dopo gran tempo i' ti ritrovo a pena,
    Tancredi, e ti riveggio e non son vista:
    vista non son da te bench presente,
    e trovando ti perdo eternamente.

    106.
    Misera! non credea ch'a gli occhi miei
    potessi in alcun tempo esser noioso.
    Or cieca farmi volentier torrei
    per non vederti, e riguardar non oso.
    Oim, de' lumi gi s dolci e rei
    ov' la fiamma? ov' il bel raggio ascoso?
    de le fiorite guancie il bel vermiglio
    ov' fuggito? ov' il seren del ciglio?

    107.
    Ma che? squallido e scuro anco mi piaci.
    Anima bella, se quinci entro gire,
    s'odi il mio pianto, a le mie voglie audaci
    perdona il furto e 'l temerario ardire:
    da le pallide labra i freddi baci,
    che pi caldi sperai, vuo' pur rapire;
    parte torr di sue ragioni a morte,
    baciando queste labra essangui e smorte.

    108.
    Pietosa bocca che solevi in vita
    consolar il mio duol di tue parole,
    lecito sia ch'anzi la mia partita
    d'alcun tuo caro bacio io mi console;
    e forse allor, s'era a cercarlo ardita,
    quel davi tu ch'ora conven ch'invole.
    Lecito sia ch'ora ti stringa e poi
    versi lo spirto mio fra i labri tuoi.

    109.
    Raccogli tu l'anima mia seguace,
    drizzala tu dove la tua se 'n gio. -
    Cos parla gemendo, e si disface
    quasi per gli occhi, e par conversa in rio.
    Rivenne quegli a quell'umor vivace
    e le languide labra alquanto aprio:
    apr le labra e con le luci chiuse
    un suo sospir con que' di lei confuse.

    110.
    Sente la donna il cavalier che geme,
    e forza  pur che si conforti alquanto:
    - Apri gli occhi ', Tancredi, a queste estreme
    essequie - grida - ch'io ti fo co 'l pianto;
    riguarda me che vuo' venirne insieme
    la lunga strada e vuo' morirti a canto.
    Riguarda me, non te 'n fuggir s presto:
    l'ultimo don ch'io ti dimando  questo. -

    111.
    Apre Tancredi gli occhi e poi gli abbassa
    torbidi e gravi, ed ella pur si lagna.
    Dice Vafrino a lei: - Questi non passa:
    curisi adunque prima, e poi si piagna. -
    Egli il disarma, ella tremante e lassa
    porge la mano a l'opere compagna,
    mira e tratta le piaghe e, di ferute
    giudice esperta, spera indi salute.

    112.
    Vede che 'l mal da la stanchezza nasce
    e da gli umori in troppa copia sparti.
    Ma non ha fuor ch'un velo onde gli fasce
    le sue ferite, in s solinghe parti.
    Amor le trova inusitate fasce,
    e di piet le insegna insolite arti:
    l'asciug con le chiome e rilegolle
    pur con le chiome che troncar si volle,

    113.
    per che 'l velo suo bastar non pote
    breve e sottile a le s spesse piaghe.
    Dittamo e croco non avea, ma note
    per uso tal sapea potenti e maghe.
    Gi il mortifero sonno ei da s scote,
    gi pu le luci alzar mobili e vaghe.
    Vede il suo servo, e la pietosa donna
    sopra si mira in peregrina gonna.

    114.
    Chiede: - O Vafrin, qui come giungi e quando?
    E tu chi sei, medica mia pietosa? -
    Ella, fra lieta e dubbia sospirando,
    tinse il bel volto di color di rosa:
    - Saprai - rispose - il tutto, or (te 'l comando
    come medica tua) taci e riposa.
    Salute avrai, prepara il guiderdone. -
    Ed al suo capo il grembo indi suppone.

    115.
    Pensa intanto Vafrin come a l'ostello
    agiato il porti anzi pi fosca sera,
    ed ecco di guerrier giunge un drapello:
    conosce ei ben che di Tancredi  schiera.
    Quando affront il Circasso e per appello
    di battaglia chiamollo, insieme egli era;
    non segu lui perch non volse allora,
    poi dubbioso il cerc de la dimora.

    116.
    Seguian molti altri la medesma inchiesta,
    ma ritrovarlo avien che lor succeda.
    De le stesse lor braccia essi han contesta
    quasi una sede ov'ei s'appoggi e sieda.
    Disse Tancredi allora: - Adunque resta
    il valoroso Argante a i corvi in preda?
    Ah per Dio non si lasci, e non si frodi
    o de la sepoltura o de le lodi.

    117.
    Nessuna a me co 'l busto essangue e muto
    riman pi guerra; egli mor qual forte,
    onde a ragion gli  quell'onor dovuto
    che solo in terra avanzo  de la morte. -
    Cos da molti ricevendo aiuto
    fa che 'l nemico suo dietro si porte.
    Vafrino al fianco di colei si pose,
    s come uom sle a le guardate cose.

    118.
    Soggiunse il prence: - A la citt regale,
    non a le tende mie, vuo' che si vada,
    ch s'umano accidente a questa frale
    vita sovrasta,  ben ch'ivi m'accada;
    ch 'l loco ove mor l'Uomo immortale
    pu forse al Cielo agevolar la strada,
    e sar pago un mio pensier devoto
    d'aver peregrinato al fin del voto. -

    119.
    Disse, e col portato egli fu posto
    sovra le piume, e 'l prese un sonno cheto.
    Vafrino a la donzella, e non discosto,
    ritrova albergo assai chiuso e secreto.
    Quinci s'invia dov' Goffredo, e tosto
    entra, ch non gli  fatto alcun divieto,
    se ben allor de la futura impresa
    in bilance i consigli appende e pesa.

    120.
    Del letto, ove la stanca egra persona
    posa Raimondo, il duce  su la sponda,
    e d'ogn'intorno nobile corona
    de' pi potenti e pi saggi il circonda.
    Or, mentre lo scudiero a lui ragiona,
    non v' chi d'altro chieda o chi risponda.
    - Signor, - dicea - come imponesti, andai
    tra gli infedeli e 'l campo lor cercai.

    121.
    Ma non aspettar gi che di quell'oste
    l'innumerabil numero ti conti.
    I' vidi' ch'al passar le valli ascoste
    sotto e' teneva e i piani tutti e i monti;
    vidi che dove giunga, ove s'accoste,
    spoglia la terra e secca i fiumi e i fonti,
    perch non bastan l'acque a la lor sete,
    e poco  lor ci che la Siria miete.

    122.
    Ma s de' cavalier, s de' pedoni
    sono in gran parte inutili le schiere:
    gente che non intende ordini o suoni,
    n stringe ferro e di lontan sol fre.
    Ben ve ne sono alquanti eletti e buoni
    che seguite di Persia han le bandiere,
    e forse squadra anco migliore  quella
    che la squadra immortal del re s'appella.

    123.
    Ella  detta immortal perch difetto
    in quel numero mai non fu pur d'uno,
    ma empie il loco vto e sempre eletto
    sottentra uom novo ove ne manchi alcuno.
    Il capitan del campo, Emiren detto,
    pari ha in senno e valor pochi o nessuno,
    e gli commanda il re che provocarti
    debba a pugna campal con tutte l'arti.

    124.
    N credo gi ch'al d secondo tardi
    l'essercito nemico a comparire.
    Ma tu, Rinaldo, assai conven che guardi
    il capo, ond' fra lor tanto desire,
    ch i pi famosi in arme e i pi gagliardi
    gli hanno incontra arrotato il ferro e l'ire;
    perch Armida se stessa in guiderdone
    a qual di loro il troncher propone.

    125.
    Fra questi  il valoroso e nobil Perso:
    dico Altamoro, il re di Sarmacante.
    Adrasto v', c'ha il regno suo l verso
    i confin de l'aurora ed  gigante,
    uom d'ogni umanit cos diverso
    che frena per cavallo un elefante.
    V' Tisaferno, a cui ne l'esser prode
    concorde fama d sovrana lode. -

    126.
    Cos dice egli, e 'l giovenetto in volto
    tutto scintilla ed ha ne gli occhi il foco.
    Vorria gi tra' nemici essere avolto,
    n cape in s, n ritrovar pu loco.
    Quinci Vafrino al capitan rivolto:
    - Signor, - soggiunse - il sin qui detto  poco;
    la somma de le cose or qui si chiuda:
    impugneransi in te l'arme di Giuda. -

    127.
    Di parte in parte poi tutto gli espose
    ci che di fraudolente in lui si tesse:
    l'arme e 'l venen, l'insegne insidose,
    il vanto udito, i premi e le promesse.
    Molto chiesto gli fu, molto rispose;
    breve tra lor silenzio indi successe,
    poscia inalzando il capitano il ciglio
    chiede a Raimondo: - Or qual'  il tuo consiglio? -

    128.
    Ed egli: - E' mio parer ch'a i novi albori,
    come concluso fu, pi non s'assaglia,
    ma si stringa la torre, onde uscir fuori
    quel ch' l dentro a suo piacer non vaglia,
    e posi il nostro campo e si ristori
    fra tanto ad uopo di maggior battaglia.
    Pensa poi tu s' meglio usar la spada
    con forza aperta o 'l gir tenendo a bada.

    129.
    Mio giudizio  per che a te convegna
    di te stesso curar sovra ogni cura,
    ch per te vince l'oste e per te regna.
    Chi senza te l'indrizza e l'assecura?
    E perch i traditor non celi insegna,
    mutar l'insegne a' tuoi guerrier procura.
    Cos la fraude a te palese fatta
    sar da quel medesmo in chi s'appiatta. -

    130.
    Risponde il capitan: - Come hai per uso,
    mostri amico voler e saggia mente;
    ma quel che dubbio lasci, or fia conchiuso.
    Uscirem contra a la nemica gente,
    n gi star deve in muro o 'n vallo chiuso
    il campo domator de l'Orente.
    Sia da quegli empi il valor nostro esperto
    ne la pi aperta luce, in loco aperto.

    131.
    Non sosterran de le vittorie il nome,
    non che de' vincitor l'aspetto altero,
    non che l'arme; e lor forze saran dome,
    fermo stabilimento al nostro impero.
    La torre o tosto renderassi o, come
    altri no 'l vieti, il prenderla  leggiero. -
    Qui il magnanimo tace e fa partita,
    ch 'l cader de le stelle al sonno invita.









    CANTO XX

    1.
    Gi il sole avea desti i mortali a l'opre,
    gi diece ore del giorno eran trascorse,
    quando lo stuol ch'a la gran torre  sopre
    un non so che da lunge ombroso scorse,
    quasi nebbia ch'a sera il mondo copre,
    e ch'era il campo amico al fin s'accorse,
    che tutto intorno il ciel di polve adombra
    e i colli sotto e le campagne ingombra.

    2.
    Alzano allor da l'alta cima i gridi
    insino al ciel l'assedate genti,
    con quel romor con che da i traci nidi
    vanno a stormi le gru ne' giorni algenti
    e tra le nubi a pi tepidi lidi
    fuggon stridendo inanzi a i freddi venti,
    ch'or la giunta speranza in lor fa pronte
    la mano al saettar, la lingua a l'onte.

    3.
    Ben s'avisaro i Franchi onde de l'ire
    l'impeto novo e 'l minacciar procede,
    e miran d'alta parte; ed apparire
    il poderoso campo indi si vede.
    Sbito avampa il generoso ardire
    in que' petti feroci e pugna chiede.
    La gioventute altera accolta insieme:
    - D - grida - il segno, invitto duce -, e freme.

    4.
    Ma nega il saggio offrir battaglia inante
    a i novi albori e tien gli audaci a freno,
    n pur con pugna instabile e vagante
    vuol che si tentin gl'inimici almeno.
    - Ben  ragion - dicea - che dopo tante
    fatiche un giorno io vi ristori a pieno. -
    Forse ne' suoi nemici anco la folle
    credenza di se stessi ei nudrir volle.

    5.
    Si prepara ciascun, de la novella
    luce aspettando cupido il ritorno.
    Non fu mai l'aria s serena e bella
    come a l'uscir del memorabil giorno:
    l'alba lieta rideva, e parea ch'ella
    tutti i raggi del sole avesse intorno;
    e 'l lume usato accrebbe, e senza velo
    volse mirar l'opere grandi il cielo.

    6.
    Come vide spuntar l'aureo mattino,
    mena fuori Goffredo il campo instrutto.
    Ma pon Raimondo intorno al palestino
    tiranno e de' fedeli il popol tutto
    che dal paese di Soria vicino
    a' suoi liberator s'era condutto:
    numero grande; e pur non questo solo,
    ma di Guasconi ancor lascia uno stuolo.

    7.
    Vassene, e tal  in vista il sommo duce
    ch'altri certa vittoria indi presume.
    Novo favor del Cielo in lui riluce
    e 'l fa grande ed augusto oltra il costume:
    gli empie d'onor la faccia e vi riduce
    di giovenezza il bel purpureo lume,
    e ne l'atto de gli occhi e de le membra
    altro che mortal cosa egli rassembra.

    8.
    Ma non lunge se 'n va che giunge a fronte
    de l'attendato essercito pagano,
    e prender fa, ne l'arrivar, un monte
    ch'egli ha da tergo e da sinistra mano;
    e l'ordinanza poi, larga di fronte,
    di fianchi angusta, spiega inverso il piano,
    stringe in mezzo i pedoni e rende alati
    con l'ale de' cavalli entrambi i lati.

    9.
    Nel corno manco, il qual s'appressa a l'erto
    de l'occupato colle e s'assecura,
    pon l'un e l'altro prencipe Roberto,
    d le parti di mezzo al frate in cura.
    Egli a destra s'alluoga, ove  l'aperto
    e 'l periglioso pi de la pianura,
    ove il nemico, che di gente avanza,
    di circondarlo aver potea speranza.

    10.
    E qui i suoi Loteringhi e qui dispone
    le meglio armate genti e le pi elette,
    qui tra cavalli arcieri alcun pedone
    uso a pugnar tra' cavalier framette.
    Poscia d'Aventurier forma un squadrone
    e d'altri altronde scelti, e presso il mette;
    mette loro in disparte al lato destro,
    e Rinaldo ne fa duce e maestro.

    11.
    Ed a lui dice: - In te, signor, riposta
    la vittoria e la somma   de le cose.
    Tieni tu la tua schiera alquanto ascosta
    dietro a queste ali grandi e spazose.
    Quando appressa il nemico, e tu di costa
    l'assali e rendi van quanto e' propose.
    Proposto avr, se 'l mio pensier non falle,
    girando a i fianchi urtarci ed a le spalle. -

    12.
    Quindi sovra un corsier di schiera in schiera
    parea volar tra' cavalier, tra' fanti.
    Tutto il volto scopria per la visiera
    fulminava ne gli occhi e ne' sembianti.
    Confort il dubbio e conferm chi spera
    ed a l'audace ramment i suoi vanti
    e le sue prove al forte: a chi maggiori
    gli stipendi promise, a chi gli onori.

    13.
    Al fin col fermossi ove le prime
    e pi nobili squadre erano accolte,
    e cominci da loco assai sublime
    parlare, ond' rapito ogn'uom ch'ascolte.
    Come in torrenti da l'alpestri cime
    soglion gi derivar le nevi sciolte,
    cos correan volubili e veloci
    da la sua bocca le canore voci.

    14.
    - O de' nemici di Gies flagello,
    campo mio, domator de l'Orente,
    ecco l'ultimo giorno, ecco pur quello
    che gi tanto bramaste omai presente.
    N senza alta cagion ch'il suo rubello
    popolo or si raccolga il Ciel consente:
    ogni vostro nimico ha qui congiunto
    per fornir molte guerre in un sol punto.

    15.
    Noi raccorrem molte vittorie in una,
    n fia maggiore il rischio o la fatica.
    Non sia, non sia tra voi temenza alcuna
    in veder cos grande oste nimica,
    ch discorde fra s mal si raguna
    e ne gli ordini suoi se stessa intrica,
    e di chi pugni il numero fia poco:
    mancher il core a molti, a molti il loco.

    16.
    Quei che incontra verranci, uomini ignudi
    fian per lo pi, senza vigor, senz'arte,
    che dal lor ozio o da i servili studi
    sol volenza or allontana e parte.
    Le spade omai tremar, tremar gli scudi,
    tremar veggio l'insegne in quella parte,
    conosco i suoni incerti e i dubbi moti:
    veggio la morte loro a i segni noti.

    17.
    Quel capitan che cinto d'ostro e d'oro
    dispon le squadre, e par s fero in vista,
    vinse forse talor l'Arabo o 'l Moro,
    ma il suo valor non fia ch'a noi resista.
    Che far, bench saggio, in tanta loro
    confusione e s torbida e mista?
    Mal noto , credo, e mal conosce i sui,
    ed a pochi pu dir: Tu fosti, io fui.

    18.
    Ma capitano i' son di gente eletta:
    pugnammo un tempo e trionfammo insieme,
    e poscia un tempo a mio voler l'ho retta.
    Di chi di voi non so la patria o 'l seme?
    quale spada m' ignota? o qual saetta,
    bench per l'aria ancor sospesa treme,
    non saprei dir se franca o se d'Irlanda,
    e quale a punto il braccio  che la manda?

    19.
    Chiedo solite cose: ognun qui sembri
    quel medesmo ch'altrove i' l'ho gi visto;
    e l'usato suo zelo abbia, e rimembri
    l'onor suo, l'onor mio, l'onor di Cristo.
    Ite, abbattete gli empi; e i tronchi membri
    calcate, e stabilite il santo acquisto.
    Ch pi vi tengo a bada? assai distinto
    ne gli occhi vostri il veggio: avete vinto. -

    20.
    Parve che nel fornir di tai parole
    scendesse un lampo lucido e sereno,
    come tal volta estiva notte sle
    scoter dal manto suo stella o baleno.
    Ma questo creder si potea che 'l sole
    giuso il mandasse dal pi interno seno;
    e parve al capo irgli girando, e segno
    alcun pensollo di futuro regno.

    21.
    Forse (se deve infra celesti arcani
    prosuntuosa entrar lingua mortale)
    agnol custode fu che da i soprani
    cori discese, e 'l circond con l'ale.
    Mentre ordin Goffredo i suoi cristiani
    e parl fra le schiere in guisa tale,
    l'egizio capitan lento non fue
    ad ordinare, a confortar le sue.

    22
    Trasse le squadre fuor, come veduto
    fu da lunge venirne il popol franco,
    e fece anch'ei l'essercito cornuto,
    co' fanti in mezzo e i cavalieri al fianco.
    E per s il corno destro ha ritenuto,
    e prepose Altamoro al lato manco;
    Muleasse fra loro i fanti guida,
    e in mezzo  poi de la battaglia Armida.

    23.
    Co 'l duce a destra  il re de gli Indiani
    e Tisaferno e tutto il regio stuolo.
    Ma dove stender pu ne' larghi piani
    l'ala sinistra pi spedito il volo,
    Altamoro ha i re persi e i re africani
    e i duo che manda il pi fervente suolo.
    Quinci le frombe e le balestre e gli archi
    esser tutti dovean rotati e scarchi.

    24.
    Cos Emiren gli schiera, e corre anch'esso
    per le parti di mezzo e per gli estremi:
    per interpreti or parla, or per se stesso,
    mesce lodi e rampogne e pene e premi.
    Talor dice ad alcun: - Perch dimesso
    mostri, soldato, il volto? e di che temi?
    che pote un contra cento? io mi confido
    sol con l'ombra fugarli e sol co 'l grido. -

    25.
    Ad altri: - O valoroso, or via con questa
    faccia a ritr la preda a noi rapita. -
    L'imagine ad alcuno in mente desta,
    glie la figura quasi e glie l'addita,
    de la pregante patria e de la mesta
    supplice famigliuola sbigottita.
    - Credi - dicea - che la tua patria spieghi
    per la mia lingua in tai parole i preghi:

    26.
    Guarda tu le mie leggi, e i sacri tmpi
    fa' ch'io del sangue mio non bagni e lavi;
    assecura le vergini da gli empi,
    e i sepolcri e le ceneri de gli avi.
    A te, piangendo i lor passati tempi,
    mostran la bianca chioma i vecchi gravi,
    a te la moglie le mammelle e 'l petto,
    le cune e i figli e 'l marital suo letto. -

    27.
    A molti poi dicea: - L'Asia campioni
    vi fa de l'onor suo; da voi s'aspetta
    contra que' pochi barbari ladroni
    acerba, ma giustissima vendetta. -
    Cos con arti varie, in varii suoni
    le varie genti a la battaglia alletta.
    Ma gi tacciono i duci, e le vicine
    schiere non parte omai largo confine.

    28.
    Grande e mirabil cosa era il vedere
    quando quel campo e questo a fronte venne
    come, spiegate in ordine le schiere,
    di mover gi, gi d'assalire accenne;
    sparse al vento ondeggiando ir le bandiere
    e ventolar su i gran cimier le penne:
    abiti e fregi, imprese, arme e colori,
    d'oro e di ferro al sol lampi e fulgori.

    29.
    Sembra d'alberi densi alta foresta
    l'un campo e l'altro, di tant'aste abbonda.
    Son tesi gli archi e son le lancie in resta,
    vibransi i dardi e rotasi ogni fionda;
    ogni cavallo in guerra anco s'appresta;
    gli odii e 'l furor del suo signor seconda,
    raspa, batte, nitrisce e si raggira,
    gonfia le nari e fumo e foco spira.

    30.
    Bello in s bella vista anco  l'orrore,
    e di mezzo la tema esce il diletto.
    N men le trombe orribili e canore
    sono a gli orecchi lieto e fero oggetto.
    Pur il campo fedel, bench minore,
    par di suon pi mirabile e d'aspetto,
    e canta in pi guerriero e chiaro carme
    ogni sua tromba, e maggior luce han l'arme.

    31.
    Fr le trombe cristiane il primo invito,
    risposer l'altre ed accettar la guerra.
    S'inginocchiaro i Franchi e riverito
    da lor fu il Cielo, indi bacir la terra.
    Decresce in mezzo il campo; ecco  sparito:
    l'un con l'altro nemico omai si serra.
    Gi fera zuffa  ne le corna, e inanti
    spingonsi gi con lor battaglia i fanti.

    32.
    Or chi fu il primo feritor cristiano
    che facesse d'onor lodati acquisti?
    Fosti, Gildippe, tu che 'l grande Ircano,
    che regnava in Orms, prima feristi
    (tanto di gloria a la feminea mano
    concesse il Cielo) e 'l petto a lui partisti.
    Cade il trafitto, e nel cadere egli ode
    dar gridando i nemici al colpo lode.

    33.
    Con la destra viril la donna stringe,
    poi c'ha rotto il troncon, la buona spada,
    e contra i Persi il corridor sospinge
    e 'l folto de le schiere apre e dirada.
    Coglie Zopiro l dove uom si cinge
    e fa che quasi bipartito ei cada,
    poi fr la gola e tronca al crudo Alarco
    de la voce e del cibo il doppio varco.

    34.
    D'un mandritto Artaserse, Argeo di punta,
    l'uno atterra stordito e l'altro uccide.
    Poscia i pieghevol nodi, ond' congiunta
    la manca al braccio, ad Ismael recide.
    Lascia, cadendo, il fren la man disgiunta,
    su gli orecchi al destriero il colpo stride;
    ei, che si sente in suo poter la briglia,
    fugge a traverso e gli ordini scompiglia.

    35.
    Questi e molti altri, ch'in silenzio preme
    l'et vetusta, ella di vita toglie.
    Stringonsi i Persi e vanle adosso insieme,
    vaghi d'aver le glorose spoglie.
    Ma lo sposo fedel, che di lei teme,
    corre in soccorso a la diletta moglie.
    Cos congiunta, la concorde coppia
    ne la fida unon le forze addoppia.

    36.
    Arte di schermo nova e non pi udita
    a i magnanimi amanti usar vedresti:
    oblia di s la guardia, e l'altrui vita
    difende intentamente e quella e questi.
    Ribatte i colpi la guerriera ardita
    che vengono al suo caro aspri e molesti;
    egli a l'arme a lei dritte oppon lo scudo,
    v'opporria, s'uopo fosse, il capo ignudo.

    37.
    Propria l'altrui difesa, e propria face
    l'uno e l'altro di lor l'altrui vendetta.
    Egli d morte ad Artabano audace,
    per cui di Boecn l'isola  retta,
    e per l'istessa mano Alvante giace,
    ch'os pur di colpir la sua diletta.
    Ella fra ciglio e ciglio ad Arimonte,
    che 'l suo fedel battea, part la fronte.

    38.
    Tal fean de' Persi strage, e via maggiore
    la fea de' Franchi il re di Sarmacante,
    ch'ove il ferro volgeva o 'l corridore,
    uccideva, abbattea cavallo o fante.
    Felice  qui colui che prima more,
    n geme poi sotto il destrier pesante,
    perch il destrier, se da la spada resta
    alcun mal vivo avanzo, il morde e pesta.

    39.
    Riman da i colpi d'Altamoro ucciso
    Brunellone il membruto, Ardonio il grande.
    L'elmetto a l'uno e 'l capo  s diviso
    ch'ei ne pende su gli omeri a due bande
    Trafitto  l'altro insin l dove il riso
    ha suo principio, e 'l cor dilata e spande,
    talch (strano spettacolo ed orrendo!)
    ridea sforzato e si moria ridendo.

    10.
    N solamente discacci costoro
    la spada micidial dal dolce mondo,
    ma spinti insieme a crudel morte fro
    Gentonio, Guasco, Guido e 'l buon Rosmondo.
    Or chi narrar potria quanti Altamoro
    n'abbatte, e frange il suo destrier co 'l pondo?
    chi dire i nomi de le genti uccise?
    chi del ferir, chi del morir le guise?

    41.
    Non  chi con quel fero omai s'affronte,
    n chi pur lunge d'assalirlo accenne.
    Sol rivolse Gildippe in lui la fronte,
    n da quel dubbio paragon s'astenne.
    Nulla Amazone mai su 'l Termodonte
    imbracci scudo o maneggi bipenne
    audace s, com'ella audace inverso
    al furor va del formidabil Perso.

    42.
    Ferillo ove splendea d'oro e di smalto
    barbarico diadema in su l'elmetto,
    e 'l ruppe e sparse, onde il superbo ed alto
    suo capo a forza egli  chinar constretto.
    Ben di robusta man parve l'assalto
    al re pagano, e n'ebbe onta e dispetto,
    n tard in vendicar l'ingiurie sue,
    ch l'onta e la vendetta a un tempo fue.

    43.
    Quasi in quel punto in fronte egli percosse
    la donna di percossa in modo fella
    che d'ogni senso e di vigor la scosse:
    cadea, ma 'l suo fedel la tenne in sella.
    Fortuna loro o sua virt pur fosse,
    tanto bastgli e non fer pi in ella,
    quasi leon magnanimo che lassi,
    sdegnando, uom che si giaccia, e guardi e passi.

    44.
    Ormondo intanto, a le cui fere mani
    era commessa la spietata cura,
    misto con false insegne  fra' cristiani,
    e i compagni con lui di sua congiura;
    cos lupi notturni, i quai di cani
    mostrin sembianza, per la nebbia oscura
    vanno a le mandre e spian come in lor s'entre,
    la dubbia coda ristringendo al ventre.

    45.
    Giansi appressando, e non lontano al fianco
    del pio Goffredo il fer pagan si mise.
    Ma come il capitan l'orato e 'l bianco
    vide apparir de le sospette assise:
    - Ecco - grid - quel traditor che Franco
    cerca mostrarsi in simulate guise,
    ecco i suoi congiurati in me gi mossi. -
    Cos dicendo, al perfido aventossi.

    46.
    Mortalmente piagollo, e quel fellone
    non fre non fa schermo e non s'arretra;
    ma, come inanzi a gli occhi abbia 'l Gorgone
    (e fu cotanto audace), or gela e imptra.
    Ogni spada ed ogn'asta a lor s'oppone,
    e si vta in lor soli ogni faretra.
    Va in tanti pezzi Ormondo e i suoi consorti,
    che 'l cadavero pur non resta a i morti.

    47.
    Poi che di sangue ostil si vede asperso,
    entra in guerra Goffredo, e l si volve
    ove appresso vedea che 'l duce perso
    le pi ristrette squadre apre e dissolve,
    s che 'l suo stuolo omai n'andria disperso
    come anzi l'Austro l'africana polve.
    Vr lui si drizza, e i suoi sgrida e minaccia;
    e fermando chi fugge, assal chi caccia.

    48.
    Comincian qui le due feroci destre
    pugnal qual mai non vide Ida n Xanto.
    Ma segue altrove aspra tenzon pedestre
    fra Baldovino e Muleasse intanto,
    n ferve men l'altra battaglia equestre
    appresso il colle, a l'altro estremo canto,
    ove il barbaro duce de le genti
    pugna in persona e seco ha i duo potenti.

    49.
    Il rettor de le turbe e l'un Roberto
    fan crudel zuffa, e lor virt s'agguaglia.
    Ma l'Indian de l'altro ha l'elmo aperto,
    e l'arme tuttavia gli fende e smaglia.
    Tisaferno non ha nemico certo
    che gli sia paragon degno in battaglia,
    ma scorre ove la calca appar pi folta,
    e mesce4 varia uccisione e molta.

    50.
    Cos si combatteva, e 'n dubbia lance
    co 'l timor le speranze eran sospese.
    Pien tutto il campo  di spezzate lance,
    di rotti scudi e di troncato arnese,
    di spade a i petti, a le squarciate pance
    altre confitte, altre per terra stese,
    di corpi, altri supini, altri co' volti,
    quasi mordendo il suolo, al suol rivolti.

    51.
    Giace il cavallo al suo signore appresso,
    giace il compagno appo il compagno estinto,
    giace il nemico appo il nemico, e spesso
    su 'l morto il vivo, il vincitor su 'l vinto.
    Non v' silenzio e non v' grido espresso,
    ma odi un non so che roco e indistinto:
    fremiti di furor, mormori d'ira,
    gemiti di chi langue e di chi spira.

    52.
    L'arme, che gi s liete in vista fro,
    faceano or mostra paventosa e mesta:
    perduti ha i lampi il ferro, i raggi l'oro,
    nulla vaghezza a i bei color pi resta.
    Quanto apparia d'adorno e di decoro
    ne' cimieri e ne' fregi, or si calpesta;
    la polve ingombra ci ch'al sangue avanza,
    tanto i campi mutata avean sembianza.

    53.
    Gli Arabi allora, e gli Etpi e i Mori,
    che l'estremo tenean del lato manco,
    giansi spiegando e distendendo in fri,
    giravan poi de gli inimici al fianco;
    ed omai sagittari e frombatori
    molestavan da lunge il popol franco,
    quando Rinaldo e 'l suo drapel si mosse,
    e parve che tremoto e tuono fosse.

    54.
    Assimiro di Mroe infra l'adusto
    stuol d'Etopia era il primier de' forti.
    Rinaldo il colse ove s'annoda al busto
    il nero collo, e 'l fe' cader tra' morti.
    Poich'eccit de la vittoria il gusto
    l'appetito del sangue e de le morti
    nel fero vincitore, egli fe' cose
    incredibili, orrende e monstruose.

    55.
    Di pi morti che colpi, e pur frequente
    de' suoi gran colpi la tempesta cade.
    Qual tre lingue vibrar sembra il serpente,
    ch la prestezza d'una il persuade
    tal credea lui la sbigottita gente
    con la rapida man girar tre spade.
    L'occhio al moto deluso il falso crede,
    e 'l terrore a que' mostri accresce fede.

    56.
    I libici tiranni e i negri regi
    l'un nel sangue de l'altro a morte stese.
    Dir sovra gli altri i suoi compagni egregi,
    che d'emulo furor l'essempio accese.
    Cadeane con orribili dispregi
    l'infedel plebe, e non facea difese.
    Pugna questa non , ma strage sola,
    ch quinci oprano il ferro, indi la gola.

    57.
    Ma non lunga stagion volgon la faccia,
    ricevendo le piaghe in nobil parte.
    Fuggon le turbe, e si il timor le caccia
    ch'ogni ordinanza lor scompagna e parte.
    Ma segue pur senza lasciar la traccia
    sin che l'ha in tutto dissipate e sparte,
    poi si raccoglie il vincitor veloce
    che sovra i pi fugaci  men feroce.

    58.
    Qual vento, a cui s'oppone o selva o colle,
    doppia ne la contesa i soffi e l'ira,
    ma con fiato pi placido e pi molle
    per le campagne libere poi spira;
    come fra scogli il mar spuma e ribolle,
    e ne l'aperto onde pi chete aggira,
    cosi quanto contrasto avea men saldo,
    tanto scemava il suo furor Rinaldo.

    59.
    Poi che sdegnossi in fuggitivo dorso
    le nobil irel ir consumando in vano,
    verso la fanteria volt il suo corso,
    ch'ebbe l'Arabo al fianco e l'Africano,
    or nuda  da quel lato, e chi soccorso
    dar le doveva o giace od  lontano.
    Vien da traverso, e le pedestri schiere
    la gente d'arme impetuosa fre.

    60.
    Ruppe l'aste e gli intoppi, il violento
    impeto vinse e penetr fra esse,
    le sparse e l'atterr; tempesta o vento
    men tosto abbatte la pieghevol messe.
    Lastricato co 'l sangue  il pavimento
    d'arme e di membra perforate e fesse;
    e la cavalleria correndo il calca
    senza ritegno, e fera oltra se 'n valca.

    61.
    Giunse Rinaldo ove su 'l carro aurato
    stavasi Armida in militar sembianti,
    e nobil guardia avea da ciascun lato
    de' baroni seguaci e de gli amanti.
    Noto a pi segni, egli  da lei mirato
    con occhi d'ira e di desio tremanti:
    ei si tramuta in volto un cotal poco,
    ella si fa di gel, divien poi foco.

    62.
    Declina il carro il cavaliero e passa,
    e fa sembiante d'uom cui d'altro cale;
    ma senza pugna gi passar non lassa
    il drapel congiurato il suo rivale.
    Chi il ferro stringe in lui, chi l'asta abbassa;
    ella stessa in su l'arco ha gi lo strale:
    spingea le mani, e incrudelia lo sdegno,
    ma le placava e n'era amor ritegno.

    63.
    Sorse Amor contra l'ira, e fe' palese
    che vive il foco suo ch'ascoso tenne.
    La man tre volte a saettar distese,
    tre volte essa inchinolla, e si ritenne.
    Pur vinse al fin lo sdegno, e l'arco tese
    e fe' volar del suo quadrel le penne.
    Lo stral vol, ma con lo strale un voto
    sbito usc, che vada il colpo a vto.

    64.
    Torria I ben ella che il quadrel pungente
    tornasse indietro, e le tornasse al core;
    tanto poteva in lei, bench perdente
    (or che potria vittorioso?), Amore.
    Ma di tal suo pensier poi si ripente,
    e nel discorde sen cresce il furore.
    Cos or paventa ed or desia che tocchi
    a pieno il colpo, e 'l segue pur con gli occhi.

    65.
    Ma non fu la percossa in van diretta
    ch'al cavalier su 'l duro usbergo  giunta,
    duro ben troppo a feminil saetta,
    che di pungere in vece ivi si spunta.
    Egli le volge il fianco; ella, negletta
    esser credendo, e d'ira arsa e compunta,
    scocca l'arco pi volte e non fa piaga:
    e mentre ella saetta, Amor lei piaga.

    66.
    S dunque impenetrabile  costui,
    fra s dicea che forza ostil non cura?
    Vestirebbe mai forse i membri sui
    di quel daspro ond'ei l'alma ha s dura?
    Colpo d'occhio o di man non pote in lui,
    di tai tempre  il rigor che lo assecura;
    e inerme io vinta sono, e vinta armata:
    nemica, amante egualmente sprezzata.

    67.
    Or qual arte novella e qual m'avanza
    nova forma in cui possa anco mutarmi?
    Misera! e nulla aver degg'io speranza
    ne' cavalieri miei, ch veder parmi,
    anzi pur veggio, a la costui possanza
    tutte le forze frali e tutte l'armi.
    E ben vedea de' suoi campioni estinti
    altri giacerne, altri abbattuti e vinti.

    68.
    Soletta a sua difesa ella non basta,
    e gi le pare esser prigiona e serva;
    n s'assecura (e presso l'arco ha l'asta)
    ne l'arme di Diana o di Minerva.
    Qual  il timido cigno a cui sovrasta
    co 'l fero artiglio l'aquila proterva,
    ch'a terra si rannicchia e china l'ali,
    i suoi timidi moti eran cotali.

    69.
    Ma il principe Altamor, che sino allora
    fermar de' Persi procur lo stuolo
    (ch'era gi in piega e 'n fuga ito se 'n fra,
    ma 'l ritenea, bench'a fatica, ei solo),
    or tal veggendo lei ch'amando adora,
    l si volge di corso, anzi di volo,
    e 'l suo onor abbandona e la sua schiera:
    pur che costei si salvi, il mondo pra.

    70.
    Al mal difeso carro egli fa scorta
    e co 'l ferro le vie gli sgombra inante,
    ma da Rinaldo e da Goffredo  morta
    e fugata sua schiera in quell'istante.
    Il misero se 'l vede e se 'l comporta
    assai miglior che capitano, amante.
    Scorge Armida in securo, e torna poi,
    intempestiva aita, a i vinti suoi,

    71.
    ch da quel lato de' pagani il campo
    irreparabilmente  sparso e sciolto;
    ma da l'opposto, abbandonando il campo
    a gli infedeli, i nostri il tergo han vlto.
    Ebbe l'un de' Roberti a pena scampo,
    ferito dal nemico il petto e 'l volto,
    l'altro  prigion d'Adrasto. In cotal guisa
    la sconfitta egualmente era divisa.

    72.
    Prende Goffredo allor tempo opportuno:
    riordina sue squadre e fa ritorno
    senza indugio a la pugna; e cos l'uno
    viene ad urtar ne l'altro intero corno.
    Tinto se 'n vien di sangue ostil ciascuno,
    ciascun di spoglie tronfali adorno.
    La vittoria e l'onor vien da ogni parte,
    sta dubbia in mezzo la Fortuna e Marte.

    73.
    Or mentre in guisa tal fera tenzone
     tra 'l fedel essercito e 'l pagano,
    salse in cima a la torre ad un balcone
    e mir, ben che lunge, il fer Soldano;
    mir, quasi in teatro od in agone,
    l'aspra tragedia de lo stato umano:
    i vari assalti e 'l fero orror di morte,
    e i gran giochi del caso e de la sorte.

    74.
    Stette attonito alquanto e stupefatto
    a quelle prime viste; e poi s'accese,
    e desi trovarsi anch'egli in atto
    nel periglioso campo a l'alte imprese.
    N pose indugio al suo desir, ma ratto
    d'elmo s'arm, ch'aveva ogn'altro arnese:
    - Su su, - grid - non pi, non pi dimora:
    convien ch'oggi si vinca o che si mora. -

    75.
    O che sia forse il proveder divino
    che spira in lui la furosa mente,
    perch quel giorno sian del palestino
    imperio le reliquie in tutto spente;
    o che sia ch'a la morte omai vicino
    d'andarle in contra stimolar si sente,
    impetoso e rapido disserra
    la porta, e porta inaspettata guerra.

    76.
    E non aspetta pur che i feri inviti
    accettino i compagni; esce sol esso,
    e sfida sol mille nimici uniti,
    e sol fra mille intrepido s' messo.
    Ma da l'impeto suo quasi rapiti
    seguon poi gli altri ed Aladino stesso.
    Chi fu vil, chi fu cauto, or nulla teme:
    opera di furor pi che di speme.

    77.
    Quei che prima ritrova il Turco atroce
    caggiono a i colpi orribili improvisi,
    e in condur loro a morte  s veloce
    ch'uom non li vede uccidere, ma uccisi.
    Da i primieri a i sezzai, di voce in voce,
    passa il terror, vanno i dolenti avisi,
    tal che 'l vulgo fedel de la Soria
    tumultuando gi quasi fuggia.

    78.
    Ma con men di terrore e di scompiglio
    l'ordine e 'l loco suo fu ritenuto
    dal Guascon, bench prossimo al periglio
    a l'improviso ei sia colto e battuto.
    Nessun dente giamai, nessun artiglio
    o di silvestre o d'animal pennuto
    insanguinossi in mandra o tra gli augelli,
    come la spada del pagan tra quelli.

    79.
    Sembra quasi famelica e vorace,
    pasce le membra quasi e 'l sangue sugge.
    Seco Aladin, seco lo stuol seguace
    gli assediatori suoi percote e strugge.
    Ma il buon Raimondo accorre ove disface
    Soliman le sue squadre e gi no 'l fugge,
    se ben la fera destra ei riconosce
    onde percosso ebbe mortali angosce.

    80.
    Pur di novo l'affronta e pur ricade,
    pur ripercosso ove fu prima offeso;
    e colpa  sol de la soverchia etade,
    a cui soverchio  de' gran colpi il peso.
    Da cento scudi fu, da cento spade
    oppugnato in quel tempo anco e difeso.
    Ma trascorre il Soldano, o che se 'l creda
    morto del tutto, o 'l pensi agevol preda.

    81.
    Sovra gli altri ferisce e tronca e svena,
    e 'n poca piazza fa mirabil prove;
    ricerca poi, come furor il mena,
    a nova uccison materia altrove.
    Qual da povera mensa a ricca cena
    uom stimolato dal digiun si move,
    tal vanne a maggior guerra ov'egli sbrame
    la sua di sangue infuriata fame.

    82.
    Scende egli gi per le abbattute mura
    e s'indirizza a la gran pugna in fretta.
    Mal 'l furor ne' compagni e la paura
    riman ch'i suoi nemici han gi concetta;
    e l'una schiera d'asseguir procura
    quella vittoria ch'ei lasci imperfetta,
    l'altra resiste s, ma non  senza
    segno di fuga omai la resistenza.

    83.
    Il Guascon ritirandosi cedeva,
    ma se ne gia disperso il popol siro.
    Eran presso a l'albergo ove giaceva
    il buon Tancredi, e i gridi entro s'udiro.
    Dal letto il fianco infermo egli solleva,
    vien su la vetta e volge gli occhi in giro;
    vede, giacendo il conte, altri ritrarsi
    altri del tutto gi fugati e sparsi.

    84.
    Virt, ch'a' valorosi unqua non manca,
    perch languisca il corpo fral non langue,
    ma le piagate membra in lui rinfranca
    quasi in vece di spirito e di sangue.
    Del gravissimo scudo arma ei la manca,
    e non par grave il peso al braccio essangue.
    Prende con l'altra man l'ignuda spada
    (tanto basta a l'uom forte) e pi non bada,

    85.
    ma gi se 'n viene e grida: - Ove fuggite,
    lasciando il signor vostro in preda altrui?
    dunque i barbari chiostri e le meschite
    spiegheran per trofeo l'arme di lui?
    Or, tornando in Guascogna, al figlio dite
    che mor il padre onde fuggiste vui. -
    Cos lor parla, e 'l petto nudo e infermo
    a mille armati e vigorosi  schermo.

    86.
    E co 'l grave suo scudo, il qual di sette
    dure cuoia di tauro era composto
    e che a le terga poi di tempre elette
    un coperchio d'acciaio ha sopraposto,
    tien da le spade e tien da le saette,
    tien da tutte arme il buon Raimondo ascosto,
    e co 'l ferro i nemici intorno sgombra
    s che giace securo e quasi a l'ombra.

    87.
    Respirando risorge in tempo poco
    sotto il fido riparo il vecchio accolto,
    e si sente avampar di doppio foco,
    di sdegno il core e di vergogna il volto;
    e drizza gli occhi accesi a ciascun loco
    per riveder quel fero onde fu colto,
    ma no 'l vedendo freme, e far prepara
    ne' seguaci di lui vendetta amara.

    88.
    Ritornan gli Aquitani e tutti insieme
    seguono il duce al vendicarsi intento.
    Lo stuol ch'inanzi osava tanto, or teme:
    audacia passa ov'era pria spavento.
    Cede chi rincalz; chi cesse, or preme:
    cos varian le cose in un momento.
    Ben fa Raimondo or sua vendetta, e sconta
    pur di sua man con cento morti un onta.

    89.
    Mentre Raimondo il vergognoso sdegno
    ne' pi nobili capi sfogar tenta,
    vede l'usurpator del nobil regno,
    che fra' primi combatte, e gli s'aventa;
    e 'l fre in fronte e nel medesmo segno
    tocca e ritocca, e 'l suo colpir non lenta,
    onde il re cade e con singulto orrendo
    la terra ove regn morde morendo.

    90.
    Poich'una scorta  lunge e l'altra uccisa,
    in color che restr vario  l'affetto:
    alcun, di belva infuriata in guisa,
    disperato nel ferro urta co 'l petto;
    altri, temendo, di campar s'avisa,
    e l rifugge ov'ebbe pria ricetto.
    Ma tra' fuggenti il vincitor commisto
    entra, e fin pone al gloroso acquisto.

    91.
    Presa  la rocca, e su per l'alte scale
    chi fugge  morto o 'n su le prime soglie;
    e nel sommo di lei Raimondo sale
    e ne la destra il gran vessillo toglie,
    e in contra a i due gran campi il trionfale
    segno de la vittoria al vento scioglie.
    Ma non gi il guarda il fer Soldan che lunge
     di l fatto ed a la pugna giunge.

    92.
    Giunge in campagna tepida e vermiglia
    che d'ora in ora pi di sangue ondeggia,
    s che il regno di morte omai somiglia
    ch'ivi i trionfi suoi spiega e passeggia.
    Vede un destrier che con pendente briglia,
    senza rettor, trascorso  fuor di greggia;
    gli gitta al fren la mano e 'l vto dorso
    montando preme e poi lo spinge al corso.

    93.
    Grande ma breve aita apport questi
    a i saracini impauriti e lassi.
    Grande ma breve fulmine il diresti
    ch'inaspettato sopragiunga e passi,
    ma del suo corso momentaneo resti
    vestigio eterno in dirupati sassi.
    Cento ei n'uccise e pi, pur di due soli
    non fia che la memoria il tempo involi.

    94.
    Gildippe ed Odoardo, i casi vostri
    duri ed acerbi e i fatti onesti e degni
    (se tanto lice a i miei toscani inchiostri)
    consacrer fra' peregrini ingegni,
    s ch'ogn'et quasi ben nati mostri
    di virtute e d'amor v'additi e segni,
    e co 'l suo pianto alcun servo d'Amore
    la morte vostra e le mie rime onore.

    95.
    La magnanima donna il destrier volse
    dove le genti distruggea quel crudo,
    e di due gran fendenti a pieno il colse:
    fergli il fianco e gli part lo scudo.
    Grida il crudel, ch'a l'abito raccolse
    chi costei fosse: - Ecco la putta e 'l drudo:
    meglio per te s'avessi il fuso e l'ago,
    ch'in tua difesa aver la spada e 'l vago. -

    96.
    Qui tacque, e di furor pi che mai pieno
    drizz percossa temeraria e fera
    ch'os, rompendo ogn'arme, entrar nel seno
    che de' colpi d'Amor segno sol era.
    Ella, repente abbandonando il freno,
    sembiante fa d'uom che languisca e pra;
    e ben se 'l vede il misero Odoardo,
    mal fortunato difensor, non tardo.

    97.
    Che far de nel gran caso? Ira e pietade
    a varie parti in un tempo l'affretta:
    questa a l'appoggio del suo ben che cade,
    quella a pigliar del percussor vendetta.
    Amore indifferente il persuade
    che non sia l'ira o la piet negletta.
    Con la sinistra man corre al sostegno,
    l'altra ministra ei fa del suo disdegno.

    98.
    Ma voler e poter che si divida
    bastar non pu contra il pagan s forte
    tal che non sostien lei, n l'omicida
    de la dolce alma sua conduce a morte.
    Anzi avien che 'l Soldano a lui recida
    il braccio, appoggio a la fedel consorte,
    onde cader lasciolla, ed egli presse
    le membra a lei con le sue membra stesse.

    99.
    Come olmo a cui la pampinosa pianta
    cupida s'aviticchi e si marite,
    se ferro il tronca o turbine lo schianta
    trae seco a terra la compagna vite,
    ed egli stesso il verde onde s'ammanta
    le sfronda e pesta l'uve sue gradite,
    par che se 'n dolga, e pi che 'l proprio fato
    di lei gl'incresca che gli more a lato;

    100.
    cos cade egli, e sol di lei gli duole
    che 'l Cielo eterna sua compagna fece.
    Vorrian formar n pn formar parole,
    forman sospiri di parole in vece:
    l'un mira l'altro, e l'un pur come sle
    si stringe a l'altro, mentre ancor ci lece;
    e si cela in un punto ad ambi il die,
    e congiunte se 'n van l'anime pie.

    101.
    Allor scioglie la Fama i vanni al volo,
    le lingue al grido, e 'l duro caso accerta;
    n pur n'ode Rinaldo il romor solo,
    ma d'un messaggio ancor nova pi certa.
    Sdegno, dover, benivolenza e duolo
    fan ch'a l'alta vendetta ei si converta,
    ma il sentier gli attraversa e fa contrasto
    su gli occhi del Soldano il grande Adrasto.

    102.
    Gridava il re feroce: - A i segni noti
    tu sei pur quegli al fin ch'io cerco e bramo:
    scudo non  che non riguardi e noti,
    ed a nome tutt'oggi invan ti chiamo.
    Or solver de la vendetta i voti
    co 'l tuo capo al mio nume. Omai facciamo
    di valor, di furor qui paragone,
    tu nemico d'Armida ed io campione. -

    103.
    Cos lo sfida, e di percosse orrende
    pria su la tempia il fre, indi nel collo.
    L'elmo fatal (ch non si pu) non fende,
    ma lo scote in arcion con pi d'un crollo
    Rinaldo lui su 'l fianco in guisa offende
    che vana vi saria l'arte d'Apollo:
    cade l'uom smisurato, il rege invitto,
    e n' l'onore ad un sol colpo ascritto.

    104.
    Lo stupor, di spavento e d'orror misto,
    il sangue e i cori a i circostanti agghiaccia,
    e Soliman, ch'estranio colpo ha visto,
    nel cor si turba e impallidisce in faccia,
    e chiaramente il suo morir previsto,
    non si risolve e non sa quel che faccia;
    cosa insolita in lui, ma che non regge
    de gli affari qua gi l'eterna legge?

    105.
    Come vede talor torbidi sogni
    ne' brevi sonni suoi l'egro o l'insano,
    pargli ch'al corso avidamente agogni
    stender le membra, e che s'affanni invano,
    ch ne' maggiori sforzi a' suoi bisogni
    non corrisponde il pi stanco e la mano,
    scioglier talor la lingua e parlar vle,
    ma non seguon la voce o le parole;

    106.
    cos allora il Soldan vorria rapire
    pur se stesso a l'assalto e se ne sforza,
    ma non conosce in s le solite ire,
    n s conosce a la scemata forza.
    Quante scintille in lui sorgon d'ardire,
    tante un secreto suo terror n'ammorza:
    volgonsi nel suo cor diversi sensi,
    non che fuggir, non che ritrarsi pensi.

    107.
    Giunge all'irresoluto il vincitore,
    e in arrivando (o che gli pare) avanza
    e di velocitade e di furore
    e di grandezza ogni mortal sembianza.
    Poco ripugna quel; pur mentre more,
    gi non oblia la generosa usanza:
    non fugge i colpi e gemito non spande,
    n atto fa se non se altero e grande.

    108.
    Poi che 'l Soldan, che spesso in lunga guerra
    quasi novello Anteo cadde e risorse
    pi fero ognora, al fin calc la terra
    per giacer sempre, intorno il suon ne corse;
    e Fortuna, che varia e instabil erra,
    pi non os por la vittoria in forse,
    ma ferm i giri, e sotto i duci stessi
    s'un co' Franchi e milit con essi.

    109.
    Fugge, non ch'altri, omai la regia schiera
    ov' de l'Oriente accolto il nerbo.
    Gi fu detta immortale, or vien che pra
    ad onta di quel titolo superbo.
    Emireno a colui c'ha la bandiera
    tronca la fuga e parla in modo acerbo:
    - Or se' tu quel ch'a sostener gli eccelsi
    segni del mio signor fra mille i' scelsi?

    110.
    Rimedon, questa insegna a te non diedi
    acci che indietro tu la riportassi.
    Dunque, codardo, il capitan tuo vedi
    in zuffa co' nemici, e solo il lassi?
    che brami? di salvarti? or meco riedi,
    ch per la strada presa a morte vassi.
    Combatta qui chi di campar desia
    la via d'onor de la salute  via. -

    111.
    Riede in guerra colui ch'arde di scorno.
    Usa ei con gli altri poi sermon pi grave:
    talor minaccia e fre, onde ritorno
    fa contra il ferro chi del ferro pave.
    Cos rintegra del fiaccato corno
    la miglior parte, e speme anco pur have.
    E Tisaferno pi ch'altri il rincora,
    ch'orma non torse per ritrarsi ancora.

    112.
    Meraviglie quel d fe' Tisaferno:
    i Normandi per lui furon disfatti,
    fe' di Fiammenghi strano empio governo,
    Gernier, Ruggier, Gherardo a morte ha tratti.
    Poi ch'a le mete de l'onor eterno
    la vita breve prolung co' fatti,
    quasi di viver pi poco gli caglia,
    cerca il rischio maggior de la battaglia.

    113.
    Vide ei Rinaldo; e bench omai vermigli
    gli azzurri suoi color sian divenuti,
    e insanguinati l'aquila gli artigli
    e 'l rostro s'abbia, i segni ha conosciuti.
    - Ecco - disse - i grandissimi perigli;
    qui prego il Ciel che 'l mio ardimento aiuti,
    e veggia Armida il desiato scempio:
    Macon, s'io vinco, i' voto l'arme al tempio. -

    114.
    Cos pregava, e le preghiere r vte,
    ch 'l sordo suo Macon nulla n'udiva.
    Qual il leon si sferza e si percote
    per isvegliar la ferit nativa,
    tale ei suoi sdegni desta, ed a la cote
    d'amor gli aguzza ed a le fiamme avviva.
    Tutte sue forze aduna, e si ristringe
    sotto l'arme a l'assalto, e 'l destrier spinge.

    115.
    Spinse il suo contra lui, che in atto scerse
    d'assalitore, il cavalier latino.
    Fe' lor gran piazza in mezzo e si converse
    a lo spettacol fero ogni vicino.
    Tante fur le percosse e s diverse
    de l'italico eroe, del saracino,
    ch'altri per meraviglia obli quasi
    l'ire e gli affetti propri e i propri casi.

    116.
    Ma l'un percote sol; percote e impiaga
    l'altro, c'ha maggior forza, armi pi ferme.
    Tisaferno di sangue il campo allaga,
    con l'elmo aperto e de lo scudo inerme.
    Mira del suo campion la bella maga
    rotti gli arnesi, e pi le membra inferme,
    e gli altri tutti impauriti in modo
    che frale omai gli stringe e debil nodo.

    117.
    Gi di tanti guerrier cinta e munita,
    or rimasa nel carro era soletta:
    teme di servitute, odia la vita,
    dispera la vittoria e la vendetta.
    Mezza tra furiosa e sbigottita
    scende, ed ascende un suo destriero in fretta;
    vassene e fugge, e van seco pur anco
    Sdegno ed Amor quasi due veltri al fianco.

    118.
    Tal Cleopatra al secolo vetusto
    sola fuggia da la tenzon crudele,
    lasciando incontra al fortunato Augusto
    ne' maritimi rischi il suo fedele,
    che per amor fatto a se stesso ingiusto
    tosto segu le solitarie vele.
    E ben la fuga di costei secreta
    Tisaferno seguia, ma l'altro il vieta.

    119.
    Al pagan, poi che sparve il suo conforto,
    sembra ch'insieme il giorno e 'l sol tramonte
    ed a lui che 'l ritiene a s gran torto
    disperato si volge e 'l fiede in fronte.
    A fabricar il fulmine ritorto
    via pi leggier cade il martel di Bronte,
    e co 'l grave fendente in modo il carca
    che 'l percosso la testa al petto inarca.

    120.
    Tosto Rinaldo si dirizza ed erge
    e vibra il ferro e, rotto il grosso usbergo,
    gli apre le coste e l'aspra punta immerge
    in mezzo 'l cor dove ha la vita albergo.
    Tanto oltra va che piaga doppia asperge
    quinci al pagano il petto e quindi il tergo,
    e largamente a l'anima fugace
    pi d'una via nel suo partir si face.

    121.
    Allor si ferma a rimirar Rinaldo
    ove drizzi gli assalti, ove gli aiuti,
    e de' pagan non vede ordine saldo,
    ma gli stendardi lor tutti caduti.
    Qui pon fine a le morti, e in lui quel caldo
    disdegno marzal par che s'attuti.
    Placido  fatto, e gli si reca a mente
    la donna che fuggia sola e dolente.

    122.
    Ben rimir la fuga; or da lui chiede
    piet che n'abbia cura e cortesia,
    e gli sovien che si promise in fede
    suo cavalier quando da lei partia.
    Si drizza ov'ella fugge, ov'egli vede
    il pi del palafren segnar la via.
    Giunge ella intanto in chiusa opaca chiostra
    ch'a solitaria morte atta si mostra.

    123.
    Piacquele assai che 'n quelle valli ombrose
    l'orme sue erranti il caso abbia condutte.
    Qui scese dal destriero e qui depose
    e l'arco e la faretra e l'armi tutte.
    - Armi infelici - disse - e vergognose,
    ch'usciste fuor de la battaglia asciutte,
    qui vi depongo; e qui sepolte state
    poich l'ingiurie mie mal vendicate.

    124.
    Ah! ma non fia che fra tant'armi e tante
    una di sangue oggi si bagni almeno?
    S'ogn'altro petto a voi par di diamante,
    osarete piagar feminil seno?
    In questo mio, che vi sta nudo avante,
    i pregi vostri e le vittorie sino.
    Tenero a i colpi  questo mio: ben sallo
    Amor che mai non vi saetta in fallo.

    125.
    Dimostratevi in me (ch'io vi perdono
    la passata vilt) forti ed acute.
    Misera Armida, in qual fortuna or sono,
    se sol da voi posso sperar salute?
    Poi ch'ogn'altro rimedio  in me non buono
    se non sol di ferute a le ferute,
    sani piaga di stral piaga d'amore,
    e sia la morte mediccina al core.

    126.
    Felice me, se nel morir non reco
    questa mia peste ad infettar l'inferno!
    Restine Amor; venga sol Sdegno or meco
    e sia de l'ombra mia compagno eterno,
    o ritorni con lui dal regno cieco
    a colui che di me fe' l'empio scherno,
    e se gli mostri tal che 'n fere notti
    abbia riposi orribili e 'nterrotti. -

    127.
    Qui tacque e, stabilito il suo pensiero,
    strale sceglieva il pi pungente e forte,
    quando giunse e mirolla il cavaliero
    tanto vicina a l'estrema sua sorte,
    gi compostasi in atto atroce e fero,
    gi tinta in viso di pallor di morte.
    Da tergo ei se le aventa e 'l braccio prende
    che gi la fera punta al petto stende.

    128.
    Si volse Armida e 'l rimir improviso,
    ch no 'l sent quando da prima ei venne:
    alz le strida, e da l'amato viso
    torse le luci disdegnosa e svenne.
    Ella cadea, quasi fior mezzo inciso,
    piegando il lento collo; ei la sostenne,
    le fe' d'un braccio al bel fianco colonna
    e 'ntanto al sen le rallent la gonna,

    129.
    e 'l bel volto e 'l bel seno a la meschina
    bagn d'alcuna lagrima pietosa.
    Qual a pioggia d'argento e matutina
    si rabbellisce scolorita rosa,
    tal ella rivenendo alz la china
    faccia, del non suo pianto or lagrimosa.
    Tre volte alz le luci e tre chinolle
    dal caro oggetto, e rimirar no 'l volle.

    130.
    E con man languidetta il forte braccio,
    ch'era sostegno suo, schiva respinse;
    tent pi volte e non usc d'impaccio,
    ch via pi stretta ei rilegolla e cinse.
    Al fin raccolta entro quel caro laccio,
    che le fu caro forse e se n'infinse,
    parlando incominci di spander fiumi,
    senza mai dirizzargli al volto i lumi.

    131.
    - O sempre', e quando parti e quando torni
    egualmente crudele, or chi ti guida?
    Gran meraviglia che 'l morir distorni
    e di vita cagion sia l'omicida.
    Tu di salvarmi cerchi? a quali scorni,
    a quali pene  riservata Armida?
    Conosco l'arti del fellone ignote,
    ma ben pu nulla chi morir non pote.

    132.
    Certo  scemo 'l tuo onor, se non s'addita
    incatenata al tuo trionfo inanti
    femina or presa a forza e pria tradita:
    quest' 'l maggior de' titoli e de' vanti.
    Tempo fu ch'io ti chiesi e pace e vita,
    dolce or saria con morte uscir de' pianti;
    ma non la chiedo a te, ch non  cosa
    ch'essendo dono tuo non mi sia odiosa.

    133.
    Per me stessa, crudel, spero sottrarmi
    a la tua feritade in alcun modo.
    E, se a l'incatenata il tsco e l'armi
    pur mancheranno e i precipizi e 'l nodo,
    veggio secure vie che tu vietarmi
    il morir non potresti, e 'l Ciel ne lodo.
    Cessa omai da' tuoi vezzi. Ah! par ch'ei finga:
    deh, come le speranze egre lusinga! -

    134.
    Cos doleasi, e con le flebil onde,
    ch'amor e sdegno da' begli occhi stilla,
    l'affettuoso pianto egli confonde
    in cui pudica la piet sfavilla;
    e con modi dolcissimi risponde:
    - Armida, il cor turbato omai tranquilla:
    non a gli scherni, al regno io ti riservo;
    nemico no, ma tuo campione e servo.

    135.
    Mira ne gli occhi miei, s'al dir non vuoi
    fede prestar, de la mia fede il zelo.
    Nel soglio, ove regnr gli avoli tuoi,
    riporti giuro; ed oh piacesse al Cielo
    ch'a la tua mente alcun de' raggi suoi
    del paganesmo dissolvesse il velo,
    com'io farei che 'n Orente alcuna
    non t'agguagliasse di regal fortuna. -

    136.
    S parla e prega, e i preghi bagna e scalda
    or di lagrime rare, or di sospiri;
    onde s come suol nevosa falda
    dov'arda il sole o tepid'aura spiri,
    cos l'ira che 'n lei parea s salda
    solvesi e restan sol gli altri desiri.
    - Ecco l'ancilla tua; d'essa a tuo senno
    dispon, - gli disse - e le fia legge il cenno. -

    137.
    In questo mezzo il capitan d'Egitto
    a terra vede il suo regal stendardo,
    e vede a un colpo di Goffredo invitto
    cadere insieme Rimedon gagliardo
    e l'altro popol suo morto e sconfitto;
    n vuol nel duro fin parer codardo,
    ma va cercando (e non la cerca invano)
    illustre morte da famosa mano.

    138.
    Contra il maggior Buglione il destrier punge,
    ch nemico veder non sa pi degno,
    e mostra, ove egli passa, ove egli giunge,
    di valor disperato ultimo segno.
    Ma pria ch'arrivi a lui, grida da lunge:
    - Ecco, per le tue mani a morir vegno;
    ma tentar ne la caduta estrema
    che la ruina mia ti colga e prema. -

    139.
    Cos gli disse, e in un medesmo punto
    l'un verso l'altro per ferir si lancia.
    Rotto lo scudo, e disarmato e punto
     'l manco braccio al capitan di Francia;
    l'altro da lui con s gran colpo  giunto
    sovra i confin de la sinistra guancia
    che ne stordisce in su la sella, e mentre
    risorger vuol, cade trafitto il ventre.

    140.
    Morto il duce Emireno, omai sol resta
    picciol avanzo del gran campo estinto.
    Segue i vinti Goffredo e poi s'arresta,
    ch'Altamor vede a pi di sangue tinto,
    con mezza spada e con mezzo elmo in testa
    da cento lancie ripercosso e cinto.
    Grida egli a' suoi: - Cessate; e tu, barone,
    renditi, io son Goffredo, a me prigione. -

    141.
    Colui che sino allor l'animo grande
    ad alcun atto d'umilt non torse,
    ora ch'ode quel nome, onde si spande
    s chiaro il suon da gli Etpi a l'Orse
    gli risponde: - Far quanto dimande,
    ch ne sei degno; - e l'arme in man gli porse
    - ma la vittoria tua sovra Altamoro
    n di gloria fia povera, n d'oro.

    142.
    Me l'oro del mio regno e me le gemme
    ricompreran de la pietosa moglie. -
    Replica a lui Goffredo: - Il Ciel non diemme
    animo tal che di tesor s'invoglie.
    Ci che ti vien da l'indiche maremme
    abbiti pure, e ci che Persia accoglie,
    ch de la vita altrui prezzo non cerco:
    guerreggio in Asia, e non vi cambio o merco. -

    143.
    Tace, ed a' suoi custodi in cura dallo
    e segue il corso poi de' fuggitivi.
    Fuggon quegli a i ripari, ed intervallo
    da la morte trovar non ponno quivi.
    Preso  repente e pien di strage il vallo,
    corre di tenda in tenda il sangue in rivi,
    e vi macchia le prede e vi corrompe
    gli ornamenti barbarici e le pompe.

    144.
    Cos vince Goffredo, ed a lui tanto
    avanza ancor de la diurna luce
    ch'a la citt gi liberata, al santo
    ostel di Cristo i vincitor conduce.
    N pur deposto il sanguinoso manto,
    viene al tempio con gli altri il sommo duce;
    e qui l'arme sospende, e qui devoto
    il gran Sepolcro adora e scioglie il voto.











    SOMMARIO

    Canto I
    Esordio e dedica (1-5).  Sogno di Goffredo e sua elezione  a  capitano
    generale (6-33).  Rivista dell'esercito e presentazione dei principali
    guerrieri  cristiani  (34-66).   Marcia  verso  Gerusalemme   (67-80).
    Agitazione in Gerusalemme, ira e preparativi di Aladino (81-90).

    Canto II
    Episodio  di  Sofronia  ed  Olindo;  presentazione di Clorinda (1-53).
    Esilio dei Cristiani di Gerusalemme,  ambasceria di Alete  ed  Argante
    (54-89). Dichiarazione di guerra (90-97).

    Canto III
    Arrivo  davanti a Gerusalemme (1-8).  Primo scontro,  presentazione di
    Erminia che descrive i campioni cristiani ad Aladino (9-20). Incon tro
    di Clorinda e Tancredi,  altre vicende dello scontro (21-54).  Sito  e
    fortificazioni di Gerusalemme (55-66).  Funerali di Dudone,  taglio di
    alberi per la costruzione delle macchine (67-76).

    Canto IV
    Concilio dei demoni (1-19).  Idraote ed Armida;  arrivo di  Armida  al
    campo,  suo  racconto  e compassione amorosa che suscita;  sue arti di
    seduzione (20-96).

    Canto V
    Elezione del successore di Dudone;  gelosie di Gernando e  suo  duello
    con Rinaldo, partenza di Rinaldo dal campo (1-59). Successi di Armida;
    sua partenza con numerosi guerrieri (60-85).  Notizie della minacciosa
    armata d'Egitto (86-92).

    Canto VI
    Impazienza di Argante e sua disfida a  singolar  tenzone;  duello  con
    Tancredi  (1-53).  Inquietudine  di Erminia,  suo travestimento con le
    armi di Clorinda, sua uscita dalla citt, e fuga (54-114).

    Canto VII
    Peripezie di Erminia (1-22).  Inseguimento di Tancredi,  suo arrivo al
    paese fatale di Armida;  duello con Rambaldo; cattura di Tancredi (22-
    49).  Ripresa della disfida di Argante,  esitazione  dei  Cristiani  e
    ingiurie  del  Pagano;  combattimento  con Raimondo e mischia generale
    (50-122) .

    Canto VIII
    Messaggero che narra l'episodio di Sveno (1-46).  Dubbie notizie sulla
    supposta morte di Rinaldo; Aletto agita Argillano; rivolta suscitata e
    poi domata (47-85).

    Canto IX
    Presentazione di Solimano; suo arrivo con gli Arabi; assalto notturno,
    intervento  dei  demoni  e  loro  repressione  (1-66).  Vicende  della
    battaglia e morte eroica di Argillano (67-88).  Rotta degli Arabi (89-
    99).

    Canto X
    Fuga di Solimano, sua magica introduzione nella citt (1-56). Racconto
    dei  cavalieri  tornati  dal castello di Armida,  predizione di Pietro
    (57-78).

    Canto XI
    Processione al Monte Oliveto (1-18). Assalto a Gerusalemme,  ferita di
    Goffredo, incidente alla torre ( 19-86).

    Canto XII
    Sortita di Clorinda ed Argante; incendio della torre (1-47). Clorinda,
    chiusa  fuori  da Gerusalemme,  si batte con Tancredi ed  uccisa (48-
    69). Disperazione di Tancredi (70-99); e di Argante (100-105).

    Canto XIII
    Ismeno incanta la foresta (1-12),  predice la  siccit  (13-16),  vani
    tentativi  dei  Cristiani  di  forzare  la  foresta  incantata;  anche
    Tancredi  costretto a ritirarsi (17-52). Siccit (52-64). Diserzioni,
    preghiera di Goffredo: pioggia (65-80).

    Canto XIV
    Nuovo sogno di Goffredo, affinch perdoni a Rinaldo (1-19). Spedizione
    di due guerrieri alla sua ricerca,  loro incontro  col  buon  mago  di
    Ascalona  (20-49).  Il mago narra le avventure di Rinaldo con Armida e
    predice il buon successo dell'impresa (50-79)..

    Canto XV
    Viaggio verso le Isole Fortunate; salita al castello di Armida; mostri
    e prodigi, terrori e seduzioni (1-66).

    Canto XVI
    Giardino di Armida;  riscossa di Rinaldo: sua fuga e  disperazione  di
    Armida  (1-62).  Armida  decide  di vendicarsi e parte per raggiungere
    l'armata d'Egitto (63-75).

    Canto XVII
    Il campo egiziano: rassegna dell'esercito (1-36).  Emireno  prende  il
    comando;  Armida si promette a chi uccider Rinaldo (37-53). Rinaldo e
    i suoi due salvatori ripassano da Ascalona e il mago  gli  predice  lo
    splendore  della sua discendenza estense,  mostrandogli uno scudo (53-
    82). Consegna della spada di Sveno e congedo del mago (83-97).

    Canto XVIII
    Riammissione di Rinaldo al campo;  sua spedizione alla selva incantata
    e  dissoluzione  dell'incanto  (1-40).  Ricostruzione delle macchine e
    preparativi di battaglia;  invio di Vafrino a spiare il campo egiziano
    (41-60).   Assalto  a  Gerusalemme;   morte  di  Ismeno;   apparizione
    dell'esercito alato dei  morti;  entrata  dell'esercito  cristiano  in
    citt (61-105).

    Canto XIX
    Duello  di  Argante e Tancredi;  morte di Argante (1-28).  Prodezze di
    Solimano,  difesa della torre  di  David  (29-55).  Vafrino  al  campo
    egiziano;  incontro  con Erminia;  Vafrino ed Erminia trovano Tancredi
    esanime, lo curano (56-119). Rapporto di Vafrino a Goffredo (120-131).

    Canto XX
    Arrivo dell'esercito egiziano. Vicende della battaglia campale (1-60).
    Armida saetta invano Rinaldo (61-70).  Solimano esce dalla torre e  si
    lancia nella mischia;  presa della rocca;  morte di Gildippe e Odoardo
    (71-100).  Rinaldo uccide Adrasto e Solimano (101-108);  poi Tisaferno
    (109-120). Rinaldo raggiunge Armida e si riconcilia con lei (121-136).
    Morte di Emireno; vittoria finale; Goffredo va al Tempio e scioglie il
    voto (137-144).














    INDICE DEI NOMI PROPRI.

    La numerazione romana rimanda al canto, quella arabica all'ottava.

    A.

    Abila, oggi Ceuta d'Africa: XV 22, 31.

    Abisso: IV 4. v. anche "Inferno".

    Abul Cassem Mostali,  califfo d'Egitto,  suo accampamento presso Gaza,
    suo trono,  nomina Emireno duce dell'esercito in soccorso di  Aladino:
    XVII 3 ss.

    Acarino d'Este: v. Este.

    Achille, eroe greco: IV 96.

    Achille, lombardo: in mostra, I 55 - ucciso da Clorinda, IX 69.

    Adamo, primo uomo: IV 35; XVIII 14.
    Ademaro, vescovo di Puy: in mostra, I 38 s - in processione, XI 3, 5 -
    ucciso da Clorinda, XI 44; XIII 69 - apparisce a Goffredo, XVIII 95.

    Adige, fiume dove sorge Este: I 59.

    Adrasto,  re degli Indiani: in mostra,  XVII 28 - con Armida, XVII 49;
    XIX 71 - in lite con Tisaferno,  XVII 50 s.;  XIX 68 -  menzionato  da
    Raimondo,  XIX 126 - combatte con Roberto,  XX 49 - lo fa prigioniero,
    XX 71- ucciso da Rinaldo, XX 102 s.

    Adria, Mare Adriatico: IX 46.

    Africa: XV 17; XVII 8 - menzionata da Vafrino, XIX 58 - sue truppe, XX
    23 - sbaragliate da Rinaldo, XX 59.

    Africo, vento del sud: XIX 13.

    Agricalte,  arabo: in mostra,  capo delle truppe delle isole arabiche,
    XVII 23.

    Agricalte, arabo, guerriero errante, ucciso da Argillano: IX 79.

    Aladino,  re  di  Gerusalemme:  I  83  -  toglie  dal Tempio cristiano
    l'immagine della Vergine,  II 7 - condanna Sofronia e Olindo al  rogo,
    II 26 - accoglie Clorinda,  II 45 - e le dona Sofronia e Olindo, II 52
    - da una torre riguarda con Erminia il campo cristiano,  III 12 ss.  -
    si  prepara  alla  difesa,  VI 2 - contrasta con Argante,  VI 9 ss.  -
    ritira le truppe dalla battaglia, IX 93 - tiene consiglio, X 35 ss.  -
    si  prepara  all'assalto,  XI  29 - loda Clorinda e Argante per i loro
    propositi,  XII 10 - fortifica le mura,  XIII 12 -  fa  avvelenare  le
    acque,  XIII 58 - combatte, XVIII 67 -  sconfitto, XVIII 104 - fugge,
    XIX 39 - rientra nella lotta, XX 76 -  ucciso da Raimondo, XX 79.

    Alani, popolo: XVII 71.

    Alarco, indiano: XVII 30.

    Alarco, persiano, ucciso da Gildippe: XX 33.

    Alarone, africano: XVII 19.

    Albazar, arabo: IX 41.

    Alberto d'Este: v. Este.

    Albiazar, arabo: XVII 22.

    Albino, ferito da Clorinda: IX 68.

    Alcandro,  figlio di Ardelio: ferito da  Clorinda,  III  35  -  avvisa
    Goffredo che suo fratello Poliferno insegue Clorinda, VI 107 ss.

    Alcasto,  duce degli Elvezi: in mostra,  I 63 -  primo all'assalto XI
    34 - non riesce a vincere l'incanto della selva, XIII 24.

    Alcide: v. Ercole.

    Aldiazil, arabo, ucciso da Argillano: IX 79.

    Aldino, arabo: XVII 22.

    Alessandria, citt: XVII 15.

    Alete,  messaggero con Argante a Goffredo: II  58  ss.  -  aspetta  la
    risposta di Goffredo, II 80 - riceve regali da Goffredo, II 92.

    Aletto, Furia: allusione all'immagine della Furia che reca in mano una
    fiaccola, II 91 - allusione ad Aletto, VI 33; IX 67 - mette sottosopra
    il campo cristiano, VIII 1 ss. - appare ad Argillano in sogno sotto il
    sembiante  di Rinaldo,  VIII 59 - gira tra i Cristiani VIII 72 - sotto
    il  sembiante  di  Araspe  eccita  Solimano,   IX  8  -  con  Solimano
    all'assalto del campo cristiano, IX 13, 21 a Gerusalemme, IX 14.

    Alfonso d'Este: v. Este.

    Alfonso II, duca di Ferrara: v. Este.

    Alforisio d'Este: v. Este.

    Algazarre, saraceno, ucciso da Dudone: III 44.

    Algazel,  arabo: uccide Engerlano,  IX 41 -  ucciso da Argillano,  IX
    78.

    Algieri, oggi Algeri: XV 21.

    Aliprando, franco: annunzia a Goffredo la morte di Rinaldo,  VIII 50 -
    congedato da Goffredo, VIII 56.

    Almansor, saraceno, ucciso da Dudone: III 44.

    Almanzorre, finto nome di Vafrino: XIX 81.

    Almerico d'Este: v. Este.

    Altamoro, re di Sarmacante: in mostra, XVII 26; XIX 125 vuol vendicare
    Armida,  XIX  69 - combatte valorosamente,  XX 22 s.  - uccide diversi
    Cristiani, XX 39 s.  - difende Armida,  XX 69 -  fatto prigioniero da
    Goffredo, XX 140 s.

    Altino, localit veneta: XVII 70.

    Alvante, persiano, ucciso da Odoardo: XX 37.

    Alzerbe, isola del Golfo di Gabes, l'attuale Gerbe: XV 18.

    Amazone, vergine guerriera: XX 41.

    Ambuosa, citt di Francia: I 62; XI 43.

    Amurate, saraceno, ucciso da Dudone: III 44.

    Angolare,  torre:  presso  di  essa  si  accampa  parte  dell'esercito
    cristiano, III 64 - Clorinda appare sulla torre, XI 27.

    Anteo, gigante dell'Africa, figlio della Terra,  ucciso da Ercole: XIX
    17, XX 108.

    Antiochia,  citt della Soria,  fu conquistata per il tradimento di un
    cristiano rinnegato: I 6, 9, 26; III 12; V 49; VI 56; VII 67;  VIII 8,
    X 72, XI 61.

    Antonia, torre, chiamata cos dal nome di Marco Antonio: X 31.

    Antonio,  Marco: nella raffigurazione della battaglia di Azio, XVI 4 -
    fugge dopo la sconfitta, XVI 6 s. - Cleopatra lo abbandona dopo Azio e
    fugge, XX 118.

    Apelle, famoso pittore greco: XVII 11.

    Apennino: III 2; IX 39, 82.

    Apollo (Febo): X 14, XV 45; XX 103.

    Aquilino, cavallo di Raimondo: VII 75-77, 92.

    Aquilonare,  porta: III 64 - contro di essa punta Raimondo nel secondo
    assalto XVIII 55, 95.

    Aquilone, vento del nord: VI 1, IX 39, 52, XII 63.

    Aquilone, settentrione d'Europa: XVII 68.

    Aquitani (Guasconi): XX 88.

    Arabi: V 87,  92; VI 10; IX 6, 11, 21, 24, 40, 42, 45, 76 s., 92; X 26
    44,55, XVI 4; XVII 21, XX 17,53,59.

    Arabia: V 87 s.- VI 37; IX 89- XVII 20, 30.

    Arabiche, isole: XVII 23; XX 53, 59.

    Aracne, tessitrice, mutata in ragno da Minerva: II 39.

    Aradino, duce dei Soriani: XVII 35.

    Araldi dei Franchi: V 53; VI 50, XI 18.

    Araldo dei Saraceni, spedito al campo cristiano: VI 14, 50; VII 56 ss.

    Aramante, figlio di Latino: IX 27 - ucciso da Solimano, IX 32.

    Araspe, egiziano: XVII 15.

    Araspe: v. Aletto.

    Arbilano, re di Damasco e padre di Armida: IV 43.

    Ardelio, ucciso da Clorinda: III 35.

    Ardonio, ucciso da Altamoro: XX 39.

    Argante,  circasso,  personaggio di invenzione: messaggero con Alete a
    Goffredo:  II  59  s.  -  intima  la guerra,  II 88 - riceve regali da
    Goffredo, II 92 s. - parte per Gerusalemme,  II 94 - esce in battaglia
    contro  i  Cristiani,  III  33  s.  -    appena sorto dopo un urto di
    Rinaldo,  III 41 - con Clorinda argina l'incalzare dei Cristiani,  III
    42 s.  - uccide Dudone,  III 45 ss.  - Rinaldo ha vergogna che Argante
    sopravviva di molto a Dudone,  V 13-  vuole definire la guerra con  un
    duello, VI 2 - sfida i Cristiani, VI 14 ss. - va avanti a Clorinda, VI
    22 - in vista dei nemici,  VI 23 ss.  - vince Ottone, VI 28 - combatte
    con Tancredi, VI 36 -  ferito,  VI 45 ss.  - il duello viene sospeso,
    VI 52 - Erminia non vuole aiutare Argante,  nemico di Tancredi,  VI 75
    ss. - Tancredi si ricorda di Argante, VII 49 - sfida i Cristiani,  VII
    56  -  e  li schernisce,  VII 73 - combatte con Raimondo,  VII 86 ed 
    aiutato da Belzeb, VII 99 - suo valore nella battaglia, VII 106 ss. -
    esce dalla citt con Clorinda,  IX 43 -  furibondo IX  43  ss.  -  si
    ritira dalla battaglia, IX 94 - incoraggia Aladino nell'adunanza, X 36
    ss.  - difende le mura di Gerusalemme, XI 27 ss. - assalta i Cristiani
    con Solimano,  XI 63 - uccide Sigiero XI 80 - va di notte con Clorinda
    a  dar  fuoco  alla  macchina  di  guerra,  XII  43  ss.  - e giura di
    vendicarla,  XII 101 - combatte con  Camillo,  XVII  67  -  duello  di
    Tancredi  e  Argante,  XIX  2 ss.  - si volge verso Gerusalemme,  cade
    ferito,  XIX 24 s.  - muore XIX 26 -  il  suo  cadavere    portato  a
    Gerusalemme, XIX 115 ss.

    Argeo, persiano, ucciso da Gildippe: XX 34.

    Argillano:  crede  morto  Rinaldo,  VIII  57 ss.  - una finta larva lo
    incita a fuggire,  VIII 60 ss.  -  condannato a morte,  VIII 81-83  -
    fugge e combatte contro gli Arabi,  IX 74 - uccide molti guerrieri, IX
    75 ss. -  ucciso da Solimano, IX 87.

    Argo, costruttore della nave degli Argonauti: I 52.

    Argo, mostro mitico: II 15.

    Argo, citt: IV 39.

    Ariadeno, arabo: IX 40 - ucciso da Argillano, IX 79.

    Aridamante, indiano: XVII 31.

    Arideo,  araldo dei Franchi,  con  Pindoro  pone  fine  al  duello  di
    Tancredi ed Argante: VI 50 ss.

    Arimone, indiano: XVII 31.

    Arimone, ucciso da Clorinda: XII 49 s.

    Arimonte, persiano, ucciso da Gildippe: XX 37.

    Armida,  nipote  di  Idraote ed esperta in magia: IV 23 - va nel campo
    cristiano,  IX 28 - lodata passa fra le  turbe  guidata  da  Eustazio,
    parla a Goffredo, IV 33 ss. - ottiene dieci guerrieri in suo aiuto, IV
    82  - lusinga gli altri guerrieri,  IV 87 - alletta i cavalieri,  V 1-
    Eustazio cerca di ottenere da Rinaldo  l'appoggio  per  poter  seguire
    Armida,  V 11- cerca invano di conquistare Gernando, V 15 - e Goffredo
    e Tancredi, V 61 ss. - parte dal campo cristiano V 79 - fa prigioniero
    Tancredi,  VII 36 - mancano nel campo  cristiano  i  dieci  che  hanno
    seguito  Armida,  VII  59  - fa prigionieri i dieci guerrieri,  X 69 -
    svelate le vicende di  Rinaldo  e  le  arti  di  Armida  dal  mago  di
    Ascalona, XIV 50 ss. - conduce con s Rinaldo in un'isola, XIV 65 - il
    suo  palazzo,  XVI  1  -  suoi  amori  con  Rinaldo,  XVI 17 ss.  - si
    vagheggia,  XVI 23 - il cinto di Armida,  XVI 24 s.  - lascia Rinaldo,
    XVI  26  s.  -  insegue  Rinaldo  che fugge,  XVI 35 - discussione tra
    Rinaldo e Armida,  XVI 53 ss.- sviene,  XVI 61 ss.  - distrugge il suo
    palazzo,  XVI 65 - risolve di recarsi al campo degli Egiziani,  XVI 73
    ss. - va nel campo egiziano, XVII 33 - parla col re d'Egitto,  XVII 43
    -  appare  a  Rinaldo  nella selva incantata,  XVIII 25 - Vafrino vede
    Armida con Adrasto e Tisaferno,  XIX 67 ss.  -  Vafrino  racconta  che
    Armida  si  promette  a  chi  uccida  Rinaldo  XIX  124  -   presente
    all'ultima battaglia,  XX 22,  61 - cerca di colpire Rinaldo,  XX 63 -
    Altamoro  scorta  in  salvo  il  carro  di Armida,  XX 70 - Adrasto si
    proclama campione di Armida e sfida Rinaldo, XX 102 - Armida fugge, XX
    116-118 - giunge in luogo appartato, XX 121 ss. - si commisera e pensa
    di suicidarsi,  XX 125 ss.  -  raggiunta da Rinaldo,  XX 127 -  e  si
    riconcilia con lui, XX 131.

    Arnaldo, amico di Gernando: V 33 ss.

    Aronte,  personaggio di finzione del racconto di Armida: IV 52 ss.  56
    s., 59.

    Aronteo, egiziano: XVII 16.

    Arpie, mostri col corpo d'uccello e il viso di donna: IV 5.

    Arsete, servo di Clorinda: le svela la sua origine, XII 18 - ne piange
    la morte, XII 101.

    Artabano, re di Boecan: XVII 25 -  ucciso da Odoardo, XX 37.

    Artaserse, persiano, atterrato da Gildippe: XX 34.

    Artemidoro, uno dei guerrieri seguaci di Armida: V 73.

    Art, personaggio principale del ciclo dei romanzi cavallereschi della
    Tavola Rotonda: I 52.

    Ascalona, porto di Soria: XIX 30, 32; XV 10, XIX 57.

    Asia: I 1, 24, 52; II 47, 69, 78, 86; III 13; IV 13; VII 109; VIII 58;
    IX 4,6,17,19,50;  X 18,22,75; XVI 32,54; XVII 5, 39; XIX 58,  64,  87;
    XX 27, 142.

    Assimiro, re etiope: XVII 24 - ucciso da Rinaldo, XX 54.

    Astabora, fiume dell'Etiopia, oggi Tacazz: XVII 24.

    Astagorre,  demonio,  incita  Aletto  a  seminare  la  discordia fra i
    Cristiani: VIII 1.

    Atlante, catena montuosa dell'Africa: IV 6, VII 82, XV 51.

    Attila, capo degli Unni, gli si oppone Foresto d'Este: XVII 69.

    Augusto (Federico Barbarossa), secondo Pietro l'Eremita gli si opporr
    Rinaldo: X 75.

    Augusto, imperatore romano d'Oriente dal 1081 al 1118, accoglie Sveno:
    VIII 8.

    Augusto, Ottaviano: XVI 4; XX 118.

    Aurea, porta di Gerusalemme,  vi si raccolgono Argante e Clorinda: XII
    48.

    Austro,  vento del sud: III 57;  VIII 1; IX 52; XIII 21; XVII 1; XVIII
    54; XX 47.

    Averno: V 18, 26; IX 58; XIII 7; XVI 68; v. anche Inferno.

    Avventurieri, comandati da Dudone: I 52 ss.; XVIII 73; XX 10; v. anche
    Dudone.

    Azio,  battaglia di,  e fuga di Cleopatra e di Antonio,  rappresentate
    nella porta maggiore del palazzo di Armida: XVI 4-7.

    Azzo d'Este: v. Este.

    B.

    Babelle (Babilonia): II 91, VII 62, 69, VIII 5.

    Bacco: XV 32.

    Baldovino, fratello di Goffredo, tenne il regno di Gerusalemme dopo la
    morte  del  fratello,  combatt  contro  gli Egiziani,  mor nel 1118,
    seppellito nel Santo Sepolcro: aspira alle umane grandezze, I 9, 40; 
    indicato da Erminia  ad  Aladino,  III  61  -  vuol  combatter  contro
    Argante,  VII  66  -  sconfigge  i nemici,  VII 109 - difende Goffredo
    contro Argillano, VIII 75 - combatte valorosamente, XI 25 - accompagna
    Goffredo ferito nella tenda,  XI 68 - comanda il centro dell'esercito,
    XX 9 - combatte con Muleasse, XX 48.

    Balnavilla: in mostra, I 54 - si oppone ad Argante, VII 107.

    Barca, citt della Barberia: XVII 19.

    Battro, la Battriana, provincia della Persia: VII 69.

    Beatrice di Lorena (e d'Este),  moglie di Bonifacio d'Este,  figlio di
    Tebaldo: XVII 77.

    Belzeb, demonio, aiuta Argante a ferire Raimondo: VII 99.

    Berengario d'Este: v. Este.

    Berlinghiero, ferito da Clorinda: IX 68.

    Bertoldo, padre di Rinaldo: I 59; VIII 2; IX 2.

    Betl, a nord di Gerusalemme, gli Ebrei vi adorarono il vitello d'oro:
    III 57.

    Biserta, porto sulla costa della Tunisia: XV 20; XIX 81.

    Blesse, Blois, citt della Francia: I 62.

    Boecan, isola del Golfo Persico: XVII 25, XX 37.

    Boemondo,  personaggio  storico,   figlio  di  Roberto  il  Guiscardo;
    Boemondo  di Taranto divenne signore di Antiochia e non partecip alla
    presa di Gerusalemme; in seguito, costretto a cedere Antiochia, mor a
    Taranto nel 1111: ebbe  il  regno  di  Antiochia,  I  9  s.  -  non  
    all'assedio di Gerusalemme,  I 20 - accoglie Rinaldo fuggitivo, V 49 -
    zio di Tancredi,  VII 28 - si offre di combattere  con  Argante  anche
    colui  che col tradimento diede Antiochia a Boemondo,  VII 67 - Guelfo
    indirizza Carlo e Ubaldo ad Antiochia da  Boemondo,  XIV  29  -  nella
    mischia, il nipote di Boemondo, XVIII 67.

    Bolognesi, abitanti di Boulogne-sur-Mer, in Piccardia: I 40.

    Bonifacio d'Este: v. Este.

    Borea, vento del nord: I 90; III 2, 55, 57; XVIII 63, 87.

    Briareo, gigante dalle cento braccia: XVIII 35.

    Brimarte, indiano, nella mostra: XVII 31.

    Britanni: VII 67, VIII 3.

    Bronte, uno dei Ciclopi: XX 119.

    Brunellone, ucciso da Altamoro: XX 39.

    Bugia, citta ad est di Algeri: XV 21.

    Buglione: v. Eustazio.

    Buglione: v. Goffredo.

    Buglioni: XI 25: v. anche Baldovino; Eustazio.

    C.

    Cadice: v. Gade.
    Caio  Azio,  capostipite  degli  Estensi:  nello  scudo  di  Rinaldo 
    raffigurata la genealogia degli Estensi che  derivano  da  Caio  Azio,
    XVII 66 - si fa primo signore d'Este, XVII 67.

    Cairo: XVII 17; XIX 63.

    Califfo d'Egitto (il primo tiranno d'Egitto fu detto califfo): XVII 4,
    24.

    Calpe, promontorio all'estremo sud della Spagna: IV 6; XV 22, 28.

    Camillo,  romano:  I  64;  VIII  74  -  accosta una torre alle mura di
    Gerusalemme, XVIII 56, 63 - si trova di contro Argante, XVIII 67.

    Campagna (Campania), sua cavalleria comandata da Tancredi: I 49.
    Campidoglio,  uno dei sette colli,  dove erano incoronati i  vincitori
    pagani: VIII 44.

    Campioni di Armida: eletti a sorte,  V 72 ss.  - partono con Armida, V
    79 ss. - ritornano al campo e combattono contro gli Arabi di Solimano,
    IX 92 ss.  - narrano a Goffredo  come  fossero  fatti  prigionieri  di
    Armida, e quindi liberati da Rinaldo, X 60 ss.

    Campsone, egiziano: XVII 17.

    Canario, re d'Etiopia di Meroe: XVII 24.

    Cancro, costellazione: XIII 52.

    Capaneo, uno dei sette superbi re che assediarono Tebe: I 63.

    Cariclia, madre di Armida, sposa di Arbilano: IV 43.

    Cariddi,  vortice  presso la costa siciliana dello Stretto di Messina:
    III 2.

    Carinzia, regione dell'Austria di cui fu signore Guelfo: I 41.

    Carlo, tedesco: annunzia a Goffredo la morte di Sveno, VIII 2 ss. - va
    in cerca di Rinaldo,  XIV 27,  29 s.  - non chiede altre spiegazioni a
    Pietro l'Eremita,  XIV 31 - va nel palazzo dell'Eremita,  XIV 33 ss. -
    suo viaggio sulla nave della Fortuna,  XV 1 ss.  - chiede di vedere da
    vicino i lidi sconosciuti, XV 38 ss. - va nel palazzo di Armida, XV 44
    -  vuole  ricacciare  il  serpente,  XV  49 - sbaraglia i guardiani di
    Armida,  XV 50 ss.  - entra nel giardino di Armida,  XVI 2 - vi  trova
    Rinaldo,  XVI 17 - sbarca con lui, XVII 56 - gli d la spada di Sveno,
    XVII 83 - ringrazia Rinaldo, XVII 84.

    Carlo Magno, re di Francia, vincitore dei Longobardi: XVII 74.

    Carmelo, alto monte della Palestina: XIV 43.

    Carnuti, Stefano, conte di: I 40.

    Caronte, traghettatore infernale: XVIII 87.

    Cartagine,  citt sulla costa settentrionale dell'Africa:  XV  19  s.;
    XVII 89.

    Cassano, padre di Erminia: II 71; III 12; VI 56.

    Caucaso,  catena  di montagne tra il Mar Nero e il Mar Caspio: VII 87;
    XVI 57.

    Centauri, animali mitologici mezzo uomini e mezzo cavalli: IV 5.

    Cerbero, cane infernale con tre teste: IV 8.

    Cesari, sovrani: X 76.

    Chiaramonte, citt della Francia, oggi Clermont Ferrand: XI 23.

    Chiesa, romana: X 75.

    Chimera (Chimere),  mostro che aveva del  leone,  della  capra  e  del
    drago: IV 5; XIII 18, 44.

    Cicladi, isole del Mare Egeo: XVI 5.

    Cilicia, regno d'Asia conquistato da Tancredi: V 48; VIII 64.

    Cinzia, nome mitologico di Diana, cio la luna: XIV 37.

    Cipro, isola del Mediterraneo orientale: IV 29.

    Circassi,  abitanti della regione al nord del Caucaso, sulla costa del
    Mar Nero: XVII 13, 37.

    Circe,  maga della mitologia greca e  personaggio  omerico,  la  quale
    trasformava in animali i viaggiatori che arrivavano alla sua isola: IV
    86.

    Cirene, citt della Libia: XV 17, XVII 5.

    Clemente, nome di Emireno prima che egli diventasse pagano: XVII 32.

    Cleopatra, regina d'Egitto, amante di Cesare e poi di Antonio: XX 118.

    Clorinda,  guerriera  amata  da  Tancredi: questi la vede per la prima
    volta: I 47 s.  - si presenta ad Aladino,  II 38 -  si  duole  vedendo
    Sofronia e Olilldo, II 43 - il re la mette a capo del suo esercito, II
    48  -  libera Sofronia e Olindo,  II 49 - combatte contro i Cristiani,
    III 13,  15 - combatte con Tancredi,  III 21 -  ferita da un soldato,
    III  29  -  nella  fuga,  III 32 - uccide Ardelio III 35 - con Argante
    protegge i Pagani in fuga,  III 42  -  assiste  al  combattimento  tra
    Argante  e Tancredi,  VI 21 - Erminia vede le sue armi,  VI 80 s.  - e
    vuole fingersi Clorinda, VI 87 s. - e dice di essere Clorinda, Vl 95 -
    a Poliferno pare di vedere Clorinda,  VI 108 - anche  il  fratello  di
    Poliferno  l'ha vista,  VI 112 - vede il duello di Argante e Raimondo,
    VII 83 - apparisce a Oradino,  VII 99 - durante una tempesta fa  prova
    di  valore,  VII  116  -  uccide  Pirro,  VII  119 - va in soccorso di
    Solimano,  IX 43 - vicina ad Argante,  IX 54 - fa strage di Cristiani,
    IX 68 -  ferita da Guelfo,  IX 72 - trattiene la fuga dei Pagani,  IX
    94 - Orcano dice che anche lei conosce il valore dei Cristiani, X 45 -
    fa onore a Solimano, X 54 - saetta i Cristiani, XI 27 - colpisce molti
    guerrieri,  XI 41 - rimane con Argante a guardia,  XI  52  -  ferisce,
    forse, Goffredo, XI 54 - pensa a come acquistare gloria, XII 2 - vuole
    uscire  a incendiare la macchina dei Cristiani,  XII 5 - dice al re il
    disegno suo,  XII 9 - non vuole che Solimano vi partecipi,  XII  12  -
    Arsete  cerca  di  dissuaderla,  XII  18  -  un'apparizione predice un
    mutamento della sua sorte, XII 39 - va con Argante, XII 42 - ristretto
    a lei, Argante si ritira,  XII 47 - Clorinda chiusa fuori dalla citt,
    XII  48  - combatte con Tancredi,  XII 51 -  da lui ferita,  XII 64 -
    chiede il battesimo e muore,  XII 65 ss.  - Argante vuole far riaprire
    la porta perch lei entrasse, XII 102 - apparisce in sogno a Tancredi,
    XIII 41 s., 43 ss.

    Clotareo,  condottiero francese: I 37 -  ucciso da Clorinda,  XI 43 -
    le sue truppe si accordano con Argillano, XIII 69.

    Cocito, fiume infernale: IV 8, XIV 42, XVIII 88.

    Colombo, Cristoforo, predizione delle sue scoperte: XV 31 s.

    Colonne d'Ercole, lo Stretto di Gibilterra: XV 26.

    Comacchio, regione paludosa nella provincia di Ferrara: VII 46.

    Consa, citt del regno di Napoli: I 53; v. anche Dudone.

    Conte di Carnuti: v. Carnuti.

    Conte di Cosenza: v. Cosenza.

    Corbano, saraceno, ucciso da Dudone: III 44.

    Corcutte, turco, ferito da Goffredo: IX 90.

    Coro, vento: VIII 1.

    Corrado II,  imperatore di Germania (990-1039),  eletto alla morte  di
    Enrico II: VII 64.

    Cosenza, conte di, personaggio immaginario: VII 29.

    Creta, isola del Mediterraneo: I 78; XIII 67; XV 17.

    Cunigonda, madre di Guelfo: nella rassegna degli estensi, XVII 79.

    D.

    Damasco, citt di Siria: IV 20, 43, 66; X 70; XIV 69; XVI 71.

    Damiata, oggi Damietta, sulla foce del Nilo: XV 16.

    Dani, comandati da Sveno: I 68; VLII 6; XVII 76.

    Dania, Danimarca: XVII 83.

    David, Torre di, il forte della citt: XIX 39.

    Delo, isola delle Cicladi: IV 29; XI 28.

    Diana, dea della caccia: XX 68.

    Discordia, sotto il mantello di Argante: II 91.

    Dite, la citt infernale: XIII 10, 27.

    Divo, san Giovanni Battista: XI 7.

    Dragutte, guerriero arabo: IX 40.

    Duci, arcangeli, invocati dai Crociati nella processione: XI 7.

    Dudone,  principe  di  Consa  (Contz),  capo degli Avventurieri: nella
    mostra: I 52 s. - il suo drappello, III 37 - indicato da Erminia,  III
    39 - il suo drappello fa stragi,  III 41 - insegue i fuggitivi, III 43
    - uccide i Pagani,  III 44 - combatte  con  Argante  e  da  lui  viene
    ucciso,  III 45 s.  - Rinaldo vuole vendicarlo, III 50 - il suo corpo,
    III 54 - i suoi onori funebri,  III 66 ss.,  72 s.- Goffredo vuole che
    gli  Avventurieri  scelgano  un capo che succeda a Dudone,  V 2 ss.  -
    Eustazio dice a Rinaldo che egli viveva soggetto solo a Dudone,  V 9 -
    Rinaldo  ha  nel pensiero la morte di Dudone,  V 13 - Gernando avrebbe
    potuto ricevere gloria come Dudone,  V 20 - Gernando pensa che  Dudone
    sia sdegnato dell'ardire di Rinaldo, V 21 - Rinaldo incita i cavalieri
    di Dudone, XVIII 73 - Dudone combatte nell'esercito delle anime, XVIII
    95.

    E.

    Eberardo, bavaro: I 56 -  eletto campione di Armida, V 75.

    Eberardo, scozzese: VII 67.

    Ebrei, popolo: IV 16.

    Ecco (Eco), ninfa mitologica: VII 25, XI 11.

    Egeo, mare: I 60, XII 63.

    Egitto: I 28,  67; II 57, 59, 62, 71, 78, 94; III 60; V 50, 52, 86; VI
    4;  VII 26,88;  IX 5;  X  4,11  s.,  22,35,38,43,70;  XII  6,34;  XIII
    38,59,73;  XV 13,15; XVI 73; XVII 2,4,14, 17, 21,32; XVIII 51, 65; XIX
    55; XX 137.

    Egizi, popolo: II 73; IV 66; XVI 4; XIX 99.

    Elicona, monte della Beozia, sacro alle Muse: I 2.

    Elvezi, popolo: I 63; VIII 3, 72.

    Emas, citt vicina a Gerusalemme: II 55 s.

    Emireno, armeno, duce del califfo d'Egitto: XVII 32, 37 s. - manda una
    lettera ad Aladino per mezzo di  una  colomba,  XVIII  49  -    nella
    congiura  contro  Goffredo,  XIX 62 ss.  - Vafrino parla a Goffredo di
    Emireno,  XIX 123 - esorta i soldati alla pugna,  XX 24 - incoraggia i
    suoi, XX 109 ss. -  ucciso da Goffredo, XX 139 s.

    Encelado, gigante fulminato da Giove: VI 23, XV 34.

    Engerlano, avventuriere: I 54.

    Enrico, francese, campione di Armida: V 75.

    Enrico, inglese, ucciso da Dragutte: IX 40.

    Enrico, messaggero di Goffredo all'imperatore dei Greci: I 67.

    Enrico IV, imperatore che lott contro Gregorio VII: XVII 78.

    Enrico d'Este: v. Este.

    Epaminonda Estense: v. Este, Bonifacio I.

    Ercinia, selva: XV 51.

    Ercole (Alcide),  eroe mitologico: II 62; IV 96; VI 92; XV 22, 25, 30,
    32; XVI 3, 71; XIX 17.

    Eremita: v. Pietro l'Eremita.

    Eremita: nato pagano e poi fattosi cristiano,  accoglie Ubaldo e Carlo
    e indica loro il modo di liberare Rinaldo,  XIV 33 ss. - li guida alla
    nave della Fortuna,  XV 2 - li  accoglie  al  ritorno  XVII  58  -  li
    congeda, XVII 96.

    Eremiti: due eremiti risanano Carlo,  tedesco, mortalmente ferito VIII
    27 ss.  - gli consegnano la spada di Sveno da darsi a Rinaldo,  perch
    egli vendichi la morte di quel principe,  VIII 34 ss.  - lo congedano,
    VIII 42.

    Eritreo, mare: XVII 6.

    Erminia,  figlia di Cassano d'Antiochia: dalla  torre  di  Gerusalemme
    mostra ad Aladino i guerrieri cristiani,  III 12, 17, 37, 58 ss. - sua
    storia,  VI 55 ss.  - assiste da una torre al  duello  fra  Argante  e
    Tancredi,  VI 62 - vuol andare a curare Tancredi delle sue ferite,  VI
    67 - ci va vestita delle armi di Clorinda, VI 79 ss.,  91 ss.,  95 s.,
    97  ss.  -  gli  invia  il suo scudiero,  VI 98 - presa per Clorinda 
    inseguita e fugge,  VI 108,  111 ss.  - si ricovera presso un pastore,
    VII 1, 7, 14 ss. - riconosce Vafrino nel campo egiziano, parte con lui
    e  gli  svela  la  congiura contro Goffredo,  XIX 79 ss.,  101 - trova
    Tancredi semivivo, XIX 103 ss. - lo medica e resta presso di lui,  XIX
    109 ss.

    Ernesto, ucciso da Albazar: IX 41.

    Ernesto d'Este: v. Este.

    Erode, colui che ordin la strage degli innocenti: X 30 s.

    Erotimo, medico, cura Goffredo: XI 70, 74.

    Esperi, popolo: XVI 71.

    Este (famiglia d'Este):

    Acarino  d'Este,  figlio  di Foresto: dovette cedere Altino agli Unni,
    XVII 70 s.

    Alberto d'Este, figlio di Azzo II,  genero dell'imperatore Ottone I di
    Sassonia: vince i Danesi e sposa Adelaide, XVII 76.

    Alfonso  II  d'Este,  figlio  di Ercole II e di Renata di Francia,  fu
    l'ultimo duca di Ferrara; il Tasso visse alla sua corte: la Liberata 
    dedicata a lui, I 4 - sue lodi, XVII 90 ss.

    Alforisio d'Este, fratello di Acarino, cade col fratello: XVII 72.

    Almerico  d'Este,  primo  signore  di  Ferrara,  responsabile  per  la
    costruzione di molte chiese: XVII 75.

    Azzo  I d'Este,  va in esilio col fratello Costanzo e ne torna dopo la
    fine di Odoacre: XVII 72.

    Azzo II d'Este,  divenuto,  secondo il Pigna,  vicario  imperiale:  fa
    contesa con Berengario d'Italia, XVII 75.

    Azzo  IV d'Este,  forse padre di Guelfo: nella rassegna degli Estensi,
    XVII 79.

    Azzo V d'Este, secondo il Pigna fu il secondo marito di Matilde: nella
    rassegna degli Estensi, XVII 79.

    Azzo VI d'Este, insieme con Bertoldo,  rappresenterebbe la discendenza
    italiana di Guelfo: nella rassegna degli Estensi XVII 81.

    Berengario I d'Este, figlio di Enrico: con questi nella rassegna degli
    Estensi: XVII 74.

    Berengario  II  d'Este,  gli  si  oppose Azzo II: nella rassegna degli
    Estensi, XVII 75.

    Bonifacio I d'Este (Epaminonda Estense): nella rassegna degli Estensi,
    XVII 72 s.

    Bonifacio II d'Este,  marito di Beatrice  di  Lorena:  nella  rassegna
    degli Estensi, XVII 77.

    Enrico d'Este,  figlio di Ernesto, padre di Berengario: nella rassegna
    degli Estensi, XVII 74.

    Ernesto d'Este: XVII 73.

    Foresto d'Este: combatte con Attila, XVII 68-70.

    Guelfo d'Este,  figlio di Azzo d'Este: Rinaldo apprende gli esempi  da
    Guelfo,  I 10 - Guelfo e i capi chiamano Goffredo loro duce, I 32 - la
    stirpe di Guelfo, I 41 s.  -  indicato da Erminia,  III 63 -  zio di
    Rinaldo,  V  36  - consiglia Rinaldo a lasciare il campo,  V 50 ss.  -
    perora in favore di Rinaldo presso  Goffredo,  V  57  -  si  offre  di
    combattere  con  Argante,  VII  66  - muove di notte contro Clorinda e
    Argante,  IX  43  ss.  -  ferisce  Clorinda,  IX  72  s.   -  sospende
    l'inseguimento,   IX   96  -  ottiene  da  Goffredo  che  Rinaldo  sia
    richiamato, e manda Carlo e Ubaldo alla ricerca di Rinaldo, XIV 17, 21
    ss.,  26 ss.  - nella rassegna degli Estensi,  XVII 79,  81 - accoglie
    Rinaldo,  XVIII 4 - difende la retroguardia nell'ultimo assalto, XVIII
    65.

    Matilda (Matelda, Matilde) d'Este e di Canossa,  contessa di Toscana e
    sposa di Guelfo di Baviera: I 57 - nella rassegna degli Estensi,  XVII
    77 s.

    Ottone d'Este,  fratello di Berengario: nella rassegna degli  Estensi,
    XVII 74.

    Tedaldo d'Este, figlio di Azzo II, duca di Ferrara e conte di Canossa:
    nella rassegna degli Estensi, XVII 77.

    Ugone  d'Este,  figlio di Alberto: nella rassegna degli Estensi,  XVII
    76.

    Valeriano d'Este,  figlio di Bonifacio: nella rassegna degli  Estensi,
    XVII 73.

    Estensi,  progenitori  e discendenti di Guelfo e di Rinaldo: v.  Este,
    Guelfo, Rinaldo.

    Esti, paese: XVII 67.

    Etiopi, popolo: XIII 65; XIV 26; XVII 24, 35; XX 53, 141.

    Etiopia, paese: XII 21, XX 54.

    Ettorre, eroe omerico: XVII 69.

    Eufrate, fiume dell'Asia occidentale: VIII 69; XIV 38; XVII 5, 94.

    Euro, il vento scirocco: IX 39, XIX 19.

    Europa, continente: I 24; VII 73; XVI 32, 55.

    Eustazio, fratello minore di Goffredo: I 54 - s'innamora di Armida, IV
    33 ss. - fa eleggere i dieci campioni,  IV 78 - e conforta Armida,  IV
    84 - perora per lei presso Goffredo, V 6 s. -  geloso di Rinaldo, V 8
    ss.,  12  ss.  -  segue di notte Armida,  V 80 - Baldovino ed Eustazio
    seguono l'esempio di Goffredo,  XI 25 -   ferito  sotto  le  mura  di
    Gerusalemme, XI 60 - d con Rinaldo la scalata alle mura, XVIII 79.

    F.

    Fama: XX 101.

    Faraoni, antichi re d'Egitto: XVII 4.

    Faro, isola alla foce del Nilo: XV 16.

    Fato, sotto i piedi del re del Cielo: IX 56.

    Febo: v. Apollo.

    Federico Barbarossa: v. Augusto.

    Felici (o Fortunate), oggi chiamate le isole Canarie: XV 35 ss.

    Fessa, oggi Fez: XV 21.
    Fiamminghi (Fiammenghi): in mostra, I 43 - Roberto, il signore ferito,
    XI 43 - vinti da Tisaferno, XX 112.

    Fidia, scultore greco: XVII 11.

    Filippo, tedesco, ucciso da Ariadeno: IX 40.

    Flegetonte, fiume dell'Inferno: IX 21; XIV 42; XVIII 88.

    Flegra, dove Encelado fu fulminato da Giove, presso Cuma: VI 23.

    Foresto d'Este: v. Este.

    Fortuna, isola della, cio le Canarie: XV 37.

    Fortuna  (Quella):  ingiusta,  V  76  -  sceglie  Rambaldo,  V 82 - ed
    Erminia, VI 88; VII 20 - disperde la gloria e i regni della terra,  IV
    57  -  buona o rea,  V 24 - Armida nell'isola che prende il nome della
    Fortuna,   XIV  70  -  la  nave  della  Fortuna,   XV  3  -   la   sua
    rappresentazione,  XV 4 s. - Carlo e Ubaldo nella sua nave, XV 6 ss. -
    la Fortuna parla, X 24 ss.; XV 31 s.  - viaggio verso le isole Felici,
    XV  33 ss.  - si congeda da Carlo e Ubaldo,  XV 45 - i due con Rinaldo
    partono sulla sua nave, XVI 62 - sparisce, XVII 55 s. - aiuta Vafrino,
    XIX 76 - in mezzo alla battaglia, XX 72 - e la vittoria dei Cristiani,
    XX 108.

    Franchi, Francesi: I 37, 43, 89; II 55 s., 61; III 13, 15 s., 31,  47,
    74;  IV  28;  VI 7,13,15;  VII 116,  118,120 s.;  VIII 2 s.,64,69;  IX
    16,24,55,88; X 26 s.,47,51; XI 39,50,59-61; XII 1,46, 71;  XIII 1,  5,
    8,  14,  59,  68; XIV 53; XVII 38; XVIII 61; XIX 44, 54; XX 3, 31, 38,
    108.

    Francia: I 79; III 60; IV 81; XI 78.

    Francia: v. Isola di Francia.

    Frigi, abitanti di una regione dell'Asia Minore: IX 4.

    Furor: II 91.

    G.

    Gabriele, angelo: I 11, 13 ss.

    Gade, Cadice: XV 24.

    Gallo, ferito da Clorinda: IX 68.

    Gange, fiume indiano: XIII 59; XIV 38; XVII 28; XVIII 8.

    Garamanti, popolo della Libia: XIII 14.

    Gardo, ucciso da Clorinda: III 14 s.

    Garona, Garonna, fiume della Francia: I 61.

    Gaza, citt della Palestina: I 67; VIII 51; X 4;  XIV 50;  XV 10;  XVI
    75; XVII 1 s.; XIX 99.

    Gazel, egiziano: XVII 18.

    Gentonio, avventuriere: I 54 - ucciso da Altamoro, XX 40.

    Georgio, San Giorgio, cio Genova: I 79.

    Gerioni, mostri: IV 5.

    Germani: I 43; XVII 76.

    Germania: VII 64, XVII 79 s.

    Gernando,  norvegese:  I  54 - suo carattere,  III 40 -  invidioso di
    Rinaldo V 15 ss., 20 ss.  - duello con Rinaldo,  V 26 ss.  - ucciso da
    lui,  V  31- Goffredo vede il suo corpo,  V 32 ss.  - Guelfo parla del
    duello fra Gernando e Rinaldo,  V 59 - per tale ragione Rinaldo    in
    esilio, VII 58.

    Gerniero,  avventuriere: I 56 - vuol combattere con Argante,  VII 66 -
    ferisce Clorinda,  ed  da lei ferito,  IX 69 -  ucciso da Tisaferno,
    XX 112.

    Gherardo,  Gherardi (i due), avventurieri: I 54 - uno di essi  eletto
    campione di Armida, V 73 - combattono contro Argante, VII 107 - uno di
    essi  ucciso da Tisaferno, XX 112.

    Gerusalemme (Gierusalemme): I 90; II 56, 94; III 55 - e la Crociata, I
    12, 16 - sue mura, III 55, VI 1, XI 25 ss. - sue torri, III 9, 64;  VI
    62;  IX 31;  XIX 39 - arrivo dell'esercito a Gerusalemme, III 3 - e la
    storia di Erminia, VI 59 s.  - Aletto porta notizie a Gerusalemme,  IX
    14 - suo primo assalto, XI 32 ss. - esortazione e promessa di Argante,
    XII 104 - il secondo assalto e presa, XVIII 68 ss.

    Giano, dio romano: II 90.

    Gierusalemme: v. Gerusalemme.

    Gilberto, tedesco, ucciso da Ariadeno: IX 40.

    Gildippe,  moglie di Odoardo: I 56 s.; III 40 - vuol combattere contro
    Argante, VII 67 - fa strage dei Saraceni,  IX 71 - e dei Persiani,  XX
    32 -  ferita da Altamoro, XX 41 -  uccisa da Solimano, XX 94 ss.; v.
    anche Odoardo.

    Giordano, fiume della Palestina: III 57, VII 3, XIII 67.

    Giosaf, valle presso Gerusalemme: XI 10.

    Giove: IV 42, IX 61, XVII 11.

    Giuda, apostolo traditore, quindi simbolo del tradimento: XIX 126.

    Giudea,  la Palestina: II 65,  87; IV 13; VII 100; IX 7; XIII 58; XVII
    1, XVIII 51; XIX 10.

    Giudeca, capo della costa africana: XV 18.

    Goffredo Buglione,  duca della Bassa Lorena: eletto capo supremo della
    prima  Crociata,  I  1  -  e  Alfonso  d'Este,  I 5 - suo desiderio di
    liberare Gerusalemme dai Pagani,  I 8 - riceve la  visita  dell'angelo
    Gabriele  e  aduna i duci a consiglio,  I 12,  15 ss.  - sue parole ai
    duci, I 20 ss.,  29 ss.  -  proclamato capo supremo,  I 32 - passa in
    rassegna l'esercito,  I 35 - cede le sue truppe al fratello Baldovino,
    I 40 - ed Eustazio,  I 54 - delibera di muovere contro Gerusalemme,  I
    65  s.  - manda a sollecitare Sveno I 67 ss.,  70 - prende precauzioni
    per la difesa del suo esercito, I 74 s. - fa pace col re di Tripoli, I
    76 - conduce l'esercito lungo l mare,  I  77  ss.  -  non  tarder  a
    giungere a Gerusalemme,  II 48 - riceve Alete e Argante, II 57 ss., 80
    ss.  - i capi chiedono guerra prima che Goffredo risponda ad  Argante,
    II 90 - offre doni ai messaggeri, II 92 s. - arriva sotto Gerusalemme,
    III  2  ss.  - invia Tancredi contro Clorinda,  III 16 - fa ritirare i
    suoi III 52 s. - si prepara all'assedio,  III 54 ss.  - viene indicato
    da Erminia,  III 58 ss.  - accompagna i suoi e pensa all'assedio della
    citt III 64 s. - onora la salma di Dudone, III 66 ss.  - fa costruire
    macchine  d'assedio,  III  71  ss.  -  Idraote consiglia Armida di far
    invaghire di s Goffredo,  IV 26 - Armida a Goffredo,  IV 36 -  riceve
    Armida,  IV 38 ss.  -  incerto sulla risposta da darle, IV 65 s. - le
    concede dieci campioni, IV 67 ss.,  77 ss.,  83 - medita sull'aiuto da
    darle,  V 1 s.  - provvede a un successore di Dudone, V 3 ss., 6 ss. -
    Eustazio,  fratello di Goffredo,  cede a Rinaldo,  V 9  s.  -  secondo
    Gernando, Goffredo permette a Rinaldo di defraudarlo della successione
    a  Dudone,  V  22 - vede il corpo di Gernando,  V 32 ss.  - suo rigore
    verso Rinaldo, V 35 ss., 53 ss., 59 - resiste alle lusinghe di Armida,
    V 61 s.  - fa trarre a sorte i dieci campioni di Armida,  V 71  ss.  -
    prende da loro congedo,  V 77 s.  - si avvede della partenza di alcuni
    cavalieri e rassicura i suoi, V 85 ss. - destina Tancredi a combattere
    contro Argante, VI 16-18, 24 s. - e Alcandro, VI 113 - vuol combattere
    con Argante,  VII 58 ss.,  68 ss.  - spinge i suoi contro  i  Saraceni
    fedifraghi,  VII 103 ss.  - d ordini a Baldovino,  VII 108 s. - manda
    rinforzi ai suoi, VII 113 - rimprovera i suoi in fuga, VII 120 s. - sa
    da Carlo la fine di Sveno,  VIII 5 ss.  - e da Aliprando  la  supposta
    fine  di Rinaldo,  VIII 50 ss.,  56 - reprime la ribellione nel campo,
    suscitata da Argillano,  VIII 61,  67 s.,  75 ss.,  79 ss.,  84  s.  -
    combatte presso Gerusalemme,  IX 9 - si batte di notte con Solimano IX
    41 ss.. 47 ss., 85 ss., 90 ss.  - i Pagani combatteranno con Goffredo,
    X  44  - fa seppellire i morti,  ascolta le avventure dei cavalieri di
    Armida, X 57 ss., 69 ss. - ode dall'Eremita fausti presagi,  X 73 - fa
    una  processione  solenne,  XI 1,  3 ss.  - trattiene alla sua tenda i
    capi,  XI 16 ss.  - si veste da semplice soldato,  XI 20 ss.  - d  il
    segnale dell'assalto,  XI 30 ss.  - assale i difensori della citt, XI
    46 ss. -  ferito alla gamba, XI 54 - si ritira nella tenda, XI 57 - 
    curato da Erotimo e guarito da  un  angelo,  XI  68  ss.  -  torna  in
    battaglia e ferisce Argante,  XI 75 ss.,  79 ss.  - si ritira poich 
    sopravvenuta la notte, XI 81 ss. - visita Tancredi ferito,  XII 84 ss.
    -  manda  i  fabbri  nel  bosco incantato,  XIII 17 - poi vi manda dei
    guerrieri, XIII 19 ss., 30 ss.,  35 ss.  - vuol recarvisi egli stesso,
    XIII 50 ss. - i cavalieri si lamentano di lui durante la siccit, XIII
    64 ss., 68 s.- ottiene da Dio la pioggia, XIII 70 ss. - suo sogno, XIV
    2,  4 - gli appare Ugone, XIV 5 ss., 15 ss. - richiama Rinaldo, XIV 20
    ss. - era stato creduto che Rinaldo fosse morto per colpa di Goffredo,
    XIV 56 - Goffredo e  il  campo  invitano  Rinaldo,  XVI  33  -  i  tre
    cavalieri vanno dove li attende Goffredo, XVII 85 - li riceve, XVII 97
    - accoglie Rinaldo benevolmente,  XVIII 1 ss.,  7 - riceve Rinaldo che
    ha vinto gli incanti della selva,  XVIII  40  ss.,  -  intercetta  una
    lettera di Emireno ad Aladino, XVIII 50 ss., 56 - Vafrino comprende il
    volere di Goffredo, XVIII 58 - muove all'assalto di Gerusalemme, XVIII
    62 ss.  - Rinaldo aiuta il fratello di Goffredo nell'ascesa alle mura,
    XVIII 79 - in battaglia,  XVIII 83 ss.  - vede  Michele  e  l'esercito
    delle  anime,   XVIII  92  ss.  -  innalza  la  croce  sulle  mura  di
    Gerusalemme, XVIII 97 - alloggia nella citt,  XIX 50 - Vafrino scopre
    la congiura ordita contro di lui,  XIX 62 ss.,  76 s., 86 ss. - visita
    Raimondo infermo e si consiglia con  lui,  XIX  119  ss.  riordina  la
    schiera,  XX 6 ss.,  21 - uccide Ormondo, XX 45 ss., 70, 72 - suo gran
    valore nella battaglia,  XX 47  -  uccide  Emireno  e  fa  prigioniero
    Altamoro, XX 139 s. - scioglie il voto, XX 140.

    Gorgone  (Gorgoni),  nella  mitologia  classica,  rendevano  di pietra
    chiunque le guardasse: IV 5; XX 46.

    Granata, citt e regione della Spagna: XV 21.

    Greci: I 25, 70, 78.

    Grecia: I 50 s., 60; II 85.

    Guasco,  avventuriere: I 56 -  eletto campione di Armida,  V 75  -  
    ucciso da Altamoro, XX 40.

    Guascogna, regione francese: VII 33; XVIII 102; XX 85.

    Guasconi,  Guascone  (schiera): XVIII 103;  XX 6,  78,  83;  v.  anche
    Aquitani.

    Guelfi: il ramo estense rinnova scettri e corone nei Guelfi, XVII 80.

    Guelfo d 'Este: v. Este.

    Guelfon, Guelfo III di Altdorf: XVII 80.

    Guelfoni, casato: I 41.

    Guglielmo, inglese: dichiara Goffredo capo supremo,  I 32 - in mostra,
    I  44  - indicato da Erminia,  III 62 -  lontano dal campo cristiano,
    VIII 74 - sue vicende con Armida, X 59 ss. -  ferito da Clorinda,  XI
    42.

    Guglielmo,  vescovo  di  Orange:  I  38  -  partecipa alla processione
    solenne,  XI 5 - in processione con Ademaro,  XI 3,  5  -  celebra  la
    Messa, XI 14.

    Guglielmo  Embriaco,  capo  della  flotta  ligure:  V  86 - costruisce
    macchine da guerra, XVIII 41 ss.

    Guglielmo Ronciglione, avventuriere, campione di Armida: V 75

    Guido,  Guidi (i due),  avventurieri: I 56 - si offrono  a  combattere
    contro  Argante,  VII  66  - l'uno  ferito da Argante,  VII 107 s.  -
    l'altro  ucciso da Altamoro, XX 40.

    Guiscardo, Roberto il, capo dei Normanni: XVII 78.

    I.

    Ida, monte di Creta: XI 72, XX 48.

    Idaspe, affluente dell'Indo: XIV 38.

    Idraorte, indiano: XVII 30.

    Idraote, mago, re di Damasco,  zio di Armida: IV 20 - pensa di mandare
    Armida  al  campo  cristiano,  IV  21  ss.  - ottiene da Armida i suoi
    prigionieri,  X 70 - non deve  accusare  Armida  XVI  74  -  raccoglie
    guerrieri in Soria, XVII 35.

    Idre (Idra), mitologico serpente con sette teste: IV 5, 8.

    Indiani, Indi, Indo, popolo: XVII 28 - congiurano contro Goffredo, XIX
    63 - loro fuga, XX 109.

    Inferno I 1, IV 11, v. anche Averno.

    Inghilterra: I 79.

    Inglesi: I 44, 79, VII 67, VIII 3, 72.

    Iole, nella mitologia greca, ebbe prigioniero Ercole: XVI 3.

    Ircano,  persiano,  soldato di Orms: XVII 25 - ucciso da Gildippe, XX
    32.

    Iri, l'arcobaleno: XIV 44.

    Irlanda, sue truppe e condottieri: I 44, VII 67, XX 18.

    Ismael, ferito da Gildippe: XX 34.

    Ismeno, mago: II 1 ss.  - i suoi incanti II 51 - apparisce a Solimano,
    X 7 ss. - predice la gloria dei successori di Aladino, X 19 ss. - apre
    un piccolo uscio, X 34 - seduto al fianco del re X 54 - compone fuochi
    incendiari,  XII  17 - spinge Clorinda e Argante all'impresa notturna,
    XII 42 - incanta la selva, XIII 1 - fa predizioni ad Aladino,  XIII 13
    - inventa nuovi fuochi incendiari, XVIII 47 -  ucciso, XVIII 87 ss.

    Isola  di  Francia:  sue  truppe  e  duci,  I 37 - morto Clotareo loro
    capitano,  alcuni di questi  guerrieri,  in  occasione  della  siccit
    abbandonano il campo, XIII 69.

    Israel, il popolo ebreo: VII 78.

    Istro, Danubio: I 41; XIV 38.
    Italia: V 19; VIII 62, 64; XVII 68 s., 71, 74, 76.

    L.

    Latini, Cristiani in generale: I 83.

    Latini, Italiani: VIII 3.

    Latino, romano, ucciso con i figli da Solimano: IX 27, 38 s.

    Laurente, figlio di Latino: IX 34.

    Leone, costellazione: VIII 13.

    Leopoldo, guerriero, ucciso da Raimondo: VII 64.

    Lesbino, paggio di Solimano, ucciso da Argillano: IX 81-85; XIX 81.

    Lete, fiume dell'oblio: X 7, XV 17.

    Leucate, isola delle Cicladi: XVI 4.

    Levante, l'oriente: XVIII 52.

    Libano, monte della Palestina: I 14; XIV 43.

    Libia: I 1; XV 19, 22, 25; XVII 5.

    Lidi, popolo dell'Asia Minore: IX 4.

    Lidia, regione dell'Asia Minore: XI 74.

    Liguri: I 79; V 86.

    Liguria: XV 31.

    Lilibeo, promontorio della Sicilia: XV 19.

    Lincastro, Lancaster, granducato d'Inghilterra: I 55.

    Lodovico il Pio: XVII 74.

    Loteringhi, i Lorenesi: XX 10.

    Lotofagi, mangiatori di loto, pianta che dava l'oblio: XV 18.

    M.

    Macometto (Maometto),  Macone: I 84;  II 1, 51, 69; XVII 4, 24; XX 113
    s.

    Magra, fiume della Barberia: XV 18.

    Malta: XV 18. Marco, San Marco, cio Venezia: I 79.

    Malabusto, detto l'Arabico: XVII 30.

    Marmarica: XV 17.

    Marocco: XV 21.

    Marte, dio della guerra e pianeta: I 52, 58; V 44; VI 22,  55;  VII 8,
    68; IX 44; X 42; XI 31, 57; XIII 13; XIV 43; XVII 31; XVIII 47; XX 72.

    Matilda (Matelda, Matilde) d'Este e di Canossa: v. Este.

    Mauri, popolo dei Saraceni: XVII 94.

    Meandro, fiume tortuoso della Frigia: IX 4, XVI 8.

    Medea, nella mitologia classica, maga e sposa di Giasone: IV 86.

    Mediterraneo: I 79; III 57.

    Medusa, Gorgone: XVI 33.

    Meemetto, saraceno, ucciso da Dudone: III 44.

    Megera, una delle Furie: II 91.

    Menfi, antica capitale dell'Egitto: VII 12; XVIII 60.

    Meroe, in Etiopia: XVII 24; XX 54.

    Mezzogiorno, il sud: XVII 3; XVIII 5.

    Michele, arcangelo: scaccia i demoni, IX 58 s. - aiuta Goffredo, XVIII
    92 ss.

    Minerva, dea della sapienza e della guerra: XX 68.

    Mini, popolo, abitanti della Minia, in Tessaglia: I 52.

    Misi, popolo dell'Asia Minore: IX 4.

    Mongibello, Etna: IV 8, XVIII 83.

    Monscelce, Monselice, nella provincia di Padova: XVIII 73.

    Mori: XVI 71; XX 17, 53.

    Morte, vincitrice in battaglia: IX 93.

    Mosa, fiume franco-belga-olandese: I 43.

    Muleasse, arabo, ucciso da Argillano: IX 79.

    Muleasse, indiano: XX 22, 48.

    Musa: I 2; IV 19; VI 39; XVII 3.

    Muse, nella mitologia classica, le nove protettrici delle arti, XI 70.

    N.

    Narciso, nella mitologia classica, si innamor della sua immagine: XIV
    66.

    Nasamoni, popolo della Libia: XIII 14.

    Natura: IX 56.

    Negri, popolo sulla riva della marina eritrea: XVII 23 - ire, XX 56.

    Nicea, citt della Bitinia: I 6; II 92; VI 10; IX 3, 18; XI 49.

    Nilo,  fiume: II 92;  III 38; V 52; XIII 59; XIV 38; XV 16, 51; XVI 7;
    XVII 4 s., 14, 24, 94; XVIII 8.

    Normanni: XVII 78; XX 112.

    Noto, vento del sud: XII 63; XV 9; XIX 13.

    Numidi, popolo dell'Africa settentrionale: XV 21.

    O.

    Obizzo, toscano: I 55.

    Occidente, l'ovest: I 25; IV 21; IX 71.

    Odemaro, indiano: XVII 30.

    Odoacro (Odoacre), re degli Eruli: XVII 71.

    Odoardo,  marito di Gildippe: I 56 - Erminia lo mostra,  III 40 - vuol
    combattere con Argante,  VII 67 - le imprese consacrate dal poeta,  XX
    94 s. -  ucciso con Gildippe, XX 96 ss.; v. anche Gildippe.

    Olanda, Olandesi: I 43. 79.

    Olderico, avventuriere, uno dei campioni di Armida: V 75.

    Oliferno, bavaro, ucciso da Dragutte: IX 40.

    Olimpo, monte in Grecia: XVIII 75.

    Olindo, amante di Sofronia: II 15 s., 27 ss., 33 ss., 53 s.; v.  anche
    Sofronia.

    Oliveto, monte presso Gerusalemme: XI 10, XVIII 12.

    Onorio, imperatore romano: XVII 67.

    Oradino, arciero, ferisce Raimondo: VII 100 ss.

    Orange, citt della Francia: I 39.

    Orano, citt dell'Africa settentrionale: XV 21.

    Orcano, saraceno: X 39, 56.

    Oriente: IV 23;  XIV 14;  XVI 4,  73; XVII 3; XVIII 5; XIX 130; XX 14,
    109, 135.

    Orindo, indiano: XVII 31.

    Ormanno, ucciso da Argante: VII 107 s.

    Ormondo, indiano: XVII 30 -  capo della congiura contro Goffredo, XIX
    62 ss., 86 ss. -  ucciso da Goffredo, XX 44, 46.

    Orms, isola: XVII 25, XX 32.

    Ormusse, duce degli Arabi: X 55.

    Oronte, fiume siriano oggi Hasi: XIV 57.

    Orsa (Orse), costellazione: XVII 54, XX 141.

    Osmida, duce dei Negri: XVII 23.

    Osmida, palestino: IX 73.

    Ossa, monte della Grecia: XVIII 75.

    Ottaviano: v. Augusto.

    Ottone d'Este: v. Este.

    Ottone Visconti, signore di Milano: I 55 - combatte con Argante,  ed 
    da  lui fatto prigioniero,  VI 28,  30,  33 -  condotto da Argante al
    secondo duello, VII 56 - cade ucciso da Algazel, IX 41.

    Ottone I di Sassonia, imperatore, suocero di Alberto d'Este: XVII 76.

    P.

    Palamede, lombardo: I 55 - ucciso da Clorinda, XI 45.

    Palestina: I 23, II 54, V 88; IX 5.

    Palestini: I 28, III 29, VIII 13.

    Paradiso: XI 5.

    Parnaso, monte, sede delle Muse e di Apollo: I 3.

    Pelusio, citt alla foce del Nilo: XVII 1.

    Pembrozia, contea inglese: V 73.

    Persi, Persiani: I 26, 42, 46; II 65, 71,  73;  VIII 9;  X 44;  XX 33,
    35,38,69.

    Persia: I 6; V 90; XIX 122, 142.

    Pico, figlio di Latino: IX 34.

    Pietro, apostolo: I 64, X 77, XV 29, XVII 78.

    Pietro  l'Eremita,  banditore  della  prima  Crociata: I 29 - ispirato
    dalla sant'Aura,  I 32 - Goffredo  parla  in  presenza  di  Pietro  ai
    seguitori  di  Armida,  X  58 - svela che Rinaldo  vivo nelle mani di
    Armida,  X 73 ss.  - si tace,  X 78 - consiglia  a  Goffredo  atti  di
    religione,  XI 1 - nella processione,  XI 5 - rimprovera Tancredi dopo
    la morte di Clorinda,  XII 85 ss.  - predice a Goffredo  la  presa  di
    Gerusalemme,  XIII  50  -  sapr  indirizzare i cavalieri che vanno in
    cerca di Rinaldo,  XIV 18 - d  consigli  a  Carlo  e  ad  Ubaldo  per
    rintracciare Rinaldo,  XIV 30 - ha battezzato il mago d'Ascalona,  XIV
    45 - accoglie Rinaldo e lo invia nel bosco incantato,  XVIII  6  ss  -
    annunzia vinto l'incanto della selva, XVIII 39.

    Pindoro, araldo di Aladino: VI 50 ss.

    Pirene, Pirenei, catena montuosa fra la Francia e la Spagna: I 61.

    Pirga, indiano: XVII 31.

    Pirro,  guerriero:  vuol combattere con Argante,  VII 67 -  ucciso da
    Clorinda, VII 119.

    Pitoni, serpenti mostruosi: IV 5.

    Plutone, re dell'Averno: II 1; IV 1, 6, 14; IX 15; XI 66;  XIII 10 23;
    XVIII 87.

    Po: IX 46; XI 70; XIII 59; XIV 38; XVII 70,75.

    Poggio, Puy, citt della Francia: I 39.

    Polifemi, Ciclopi: IV 5.

    Poliferno,  figlio di Ardelio,  fratello di Alcandro: messo in fuga da
    Clorinda, III 35 - insegue Erminia, credendola Clorinda VI 107 s.

    Pompeo, generale romano: XV 15.

    Ponto, regione dell'Asia Minore: IX 4.

    Proteo, divinit marina: V 63.

    R.

    Raffia, citt tra la Palestina e l'Egitto: XV 15.

    Raimondo, conte di Tolosa: in mostra, I 61 - suo valore, I 3, 59 s.  -
     indicato da Erminia, III 62 - approva la severit di Goffredo contro
    Rinaldo,  V  39 - vuol combattere con Argante,  VII 61 - si mostra pi
    desideroso di tutti di duellare con Argante,  VII 68 ss.  -  anch'egli
    vuole che si prenda nota del suo nome,  ed  scelto per primo,  VII 70
    ss. - non sopporta le contumelie di Argante,  VII 75 ss.  -  protetto
    dall'angelo custode,  VII 80 s. - l'angelo va con lui, VII 82 ss. - va
    contro Argante, VII 86 - Argante va contro lui, VII 87 - schiva l'urto
    di Argante, VII 88 ss. - non sa che l'angelo  disceso dal cielo,  VII
    94  ss.  -    ferito  a tradimento da Oradino,  VII 102 - Goffredo se
    n'accorge e fa muovere i suoi alla vendetta,  VII 103  ss.  -  Argante
    cerca solo Raimondo,  VII 106 - si siede a mensa di fronte a Goffredo,
    XI  16  -  dissuade  Goffredo  dal  dare  egli  stesso  la  scalata  a
    Gerusalemme,  XI  21  -    ferito da un sasso sotto le mura,  XI 59 -
    riceve ordini da Goffredo, XVIII 55 - consiglia Goffredo a mandare una
    spia nel campo egiziano,  XVIII 56 - suo valore  nell'ultimo  assalto,
    XVIII  63  -  Aladino gli va contro,  XVIII 67 - combatte con Aladino,
    XVIII 102 - entra in Gerusalemme, XVIII 103 - incita i suoi, XVIII 104
    -  colpito da Solimano,  XIX  43  -  tutti  corrono  alla  difesa  di
    Raimondo,  XIX 45 - Goffredo va verso il conte ferito, XIX 53 - presso
    Goffredo, e viene Vafrino, XIX 120 ss.  - d consigli a Goffredo,  XIX
    127  -    posto  a guardia della Torre,  XX 6 - si batte di nuovo con
    Solimano, XX 79 - poich giace Raimondo,  gli altri si ritraggono,  XX
    83 ss.  - protetto da Tancredi,  uccide Aladino, XX 86 ss. - pianta la
    bandiera sulla Torre di David, XX 91.

    Rambaldo,  guascone: I 54 -   eletto  campione  di  Armida,  V  75  -
    contende  con  Eustazio,  V  81  -  combatte  con  Tancredi davanti al
    castello di Armida,  VII 32 - rinnega la fede  di  Cristo,  VII  33  -
    duella  con  Tancredi,  VII  38 - Guglielmo d'Inghilterra racconta che
    solo Rambaldo si fece pagano: X 69.

    Rapoldo, corsaro: XVII 30.

    Reno, fiume: I 41, 43; IX 40; XIV 34.

    Reti, popolo delle Alpi centrali: I 41.

    Ridolfo, avventuriere: I 56 -  eletto campione di Armida, V 75.

    Ridolfo, irlandese: vuol combattere contro Argante,  VII 67 -  ucciso
    da Argante, VII 119.

    Rimedone,  indiano:  XVII  30 - lo rimprovera Emireno,  XX 109 s.  - 
    ucciso da Goffredo, XX 137.

    Rinaldo,  capostipite degli Estensi,  inventato dal Tasso: I 10 - suoi
    antenati, virt, eccetera, I 45, 58 - indicato da Erminia, III 37-39 -
    con Tancredi ha rotto il cerchio dei Pagani, III 41 s.- vuol vendicare
    Dudone, III 49 ss. - torna indietro per ordine di Goffredo, III 53 - a
    lui   uguale in battaglia,  III 59 - suo colloquio con Eustazio,  V 8
    ss.  - Gernando  sdegnato perch Rinaldo gareggia con lui,  V 19 -  e
    sparla di Rinaldo, V 23 ss. - lo accusa, e Rinaldo lo uccide, V 26 ss.
    -  questo    narrato  a Goffredo da Arnaldo,  V 33 ss.  -  difeso da
    Tancredi, V 36 ss. - Tancredi avvisa Rinaldo,  V 40 ss.  - Rinaldo gli
    risponde,  V 42 ss.  - Tancredi lo consiglia,  V 45 ss. - abbandona il
    eampo,  V 51 - Goffredo parla a Guelfo  di  lui,  V  53  ss.  -  Sveno
    conosceva la gloria di Rinaldo, VIII 7 - Comnena aveva narrato a Sveno
    le  imprese  di  Rinaido,  VIII  9  - deve essere erede della spada di
    Sveno,  VIII 38 - fuori del campo cristiano,  VIII 45 - si ridesta nei
    cuori l'amore per Rinaldo,  VIII 46 ss.  - sua supposta morte, VIII 48
    ss. - Argillano raduna i guerrieri d'Italia presso le armi di Rinaldo,
    VIII 63 - dice che i Franchi l'hanno ucciso,  VIII 66  s.  -  Goffredo
    contrasta  chi  crede  di  vendicare  Rinaldo,  VIII  77 - e perdona i
    ribelli nel nome di Rinaldo, VIII 80 - lontano dal campo cristiano, IX
    2 - Guglielmo d'Inghilterra racconta che Rinaldo  vivo,  X  71  s.  -
    Pietro  l'Eremita  preannuncia la futura gloria,  X 74 ss.  - Ugone in
    sogno consiglia Goffredo a richiamare Rinaldo,  XIV 12  ss.  -  Guelfo
    chiede perdono per Rinaldo, XIV 22 ss. - Goffredo concede, XIV 25 s. -
    Carlo  e  Ubaldo  saranno messaggeri a Rinaldo,  XIV 27 ss.  - il mago
    d'Ascalona narra i fatti occorsi a Rinaldo, XIV 51 ss.  - si  creduto
    che  Rinaldo  fosse  stato  ucciso  da  Goffredo,  XIV  56  -   fatto
    prigioniero da Armida, XIV 57 ss., 68 - sua vita con Armida,  XVI 17 -
    abbandona  Armida,  XVI  27  ss.  -  Armida  si  accorge della fuga di
    Rinaldo, XVI 35 ss. - Rinaldo le parla, XVI 42 ss. - la lascia, XVI 62
    ss.  - Armida parla di Rinaldo al califfo d'Egitto,  XVII 45 s.  -  le
    promettono vendetta contro di lui Adrasto e Tisaferno,  XVII 49 ss.  -
    il ritorno di Rinaldo,  XVII 53 ss.  - il mago d'Ascalona  gli  parla,
    XVII  59 ss.  - nello scudo il mago mostra a Rinaldo le future imprese
    degli Estensi, XVII 64 ss. -  commosso, XVII 81 s.  - Carlo gli d la
    spada  di  Sveno,  XVII  83  ss.  - torna al campo,  XVII 97 - parla a
    Goffredo, XVIII 1 ss. - accetta di liberare la selva incantata,  XVIII
    4 ss.  - gli parla l'Eremita,  XVIII 6 ss. - arriva al bosco, XVIII 11
    ss. - gli pare di vedere Armida ma rompe l'incantamento,  XVIII 30 ss.
    - ritorna al campo,  XVIII 39 s.  - sale primo le mura di Gerusalemme,
    XVIII 72 ss.  75 ss.  - soccorre Eustazio,  XVIII 79 - sue gesta sulle
    mura,  XVIII  97,  99  -  fa  strage dei nemici e abbatte le porte del
    tempio, XIX 31 ss. - desideroso di vendicare Sveno,  XIX 46,  49 s.  -
    Adrasto  promette  che  Armida  vedr  la  testa di Rinaldo,  XIX 71 -
    Vafrino dice che vorrebbe troncare  il  capo  di  Rinaldo,  XIX  78  -
    Vafrino  incita  Rinaldo  a  guardarsi  da  coloro che vogliono la sua
    morte,  XIX 124 ss.  -  eletto duce degli Avventurieri,  XX 10  s.  -
    uccide Assimiro,  XX 54 - fa stragi, XX 58 ss. - uccide i difensori di
    Armida, XX 61 ss. - fa strage dei Persiani, XX 70 - uccide Adrasto, XX
    101, 103 - Solimano,  XX 107 s.  - Tisaferno,  XX 113 ss.,  120 - pone
    fine alle stragi, si riconcilia con Armida, XX 121 ss.

    Rinocera, citt sulla costa del Sinai: XV 15.

    Roberti (i due): XVIII 65, v. anche Roberto.

    Roberto,  fiammingo:  I 44 -  ferito da Clorinda,  XI 43 - difende le
    spalle dell'esercito sotto  Gerusalemme,  XVIII  65  -  comanda  l'ala
    sinistra, XX 9 - combatte con Emireno, XX 49 - sua morte, XX 71.

    Roberto,  normanno: I 38 -  abbattuto da Solimano, XI 81 - difende le
    spalle  dell'esercito  sotto  Gerusalemme,   XVIII  65  comanda  l'ala
    sinistra,  XX 9 - combatte a fianco di Goffredo, XX 49 - sua morte, XX
    71.

    Roberto il Guiscardo: v. Guiscardo.

    Rodi, isola dell'Egeo: XV 17.

    Roma: VIII 64; X 75; XVII 68, 89.

    Romani: I 64; XVI 4; XVII 76.

    Rosmondo,  inglese: I 55 - vuol combattere con Argante,  VII  67  -  
    ucciso da Altamoro, XX 40.

    Rossano, turco,  abbattuto da Goffredo: IX 90.

    Rosteno, turco,  ferito da Goffredo: IX 90.

    Ruggiero  di  Balnavilla,  avventuriere:  I  54  - vuol combattere con
    Argante,  VII 66 -  da lui abbattuto,  VII  107  s.  -    ucciso  da
    Tisaferno, XX 112.

    S.

    Sabino, figlio di Latino, ucciso da Solimano: IX 33.

    Saladino, arabo, ucciso da Argillano: IX 79.

    Saladino, discendente di Solimano: X 22.

    Salamone, Salomone, re degli Ebrei: XIX 33.

    Samaria, nella Palestina: III 57.

    Sangario, fiume: IX 4.

    Sardi, popolo: XV 20.

    Sarmacante,  capitale della Bucaria: XVII 27; XIX 125; XX 38; v. anche
    Altamoro.

    Sassonia: VII 72.

    Saturno, pianeta: IX 61.

    Schiavi, popolo: XVII 73.

    Scille, mostri: IV 5.

    Scio, isola del Mar Egeo: I 78.

    Scozia: VII 67.

    Sdegno: XX 117, 126.

    Seir, monte in Palestina: I 77.

    Selino, turco, ucciso da Goffredo: IX 90.

    Senapo, padre di Clorinda: XII 21.

    Senocrate, filosofo greco: XVI 58.

    Sepolcro, il Santo Sepolcro: VII 74; XIX 56; XX 144.

    Sfingi, mostri: IV 5; XIII 18.

    Sforza, lombardo: I 55.

    Sicilia: I 79; XV 19.

    Siene, citt presso la cateratta di Assuan: XVII 5.

    Siface, arabo: XVII 22.

    Sifante, indiano: XVII 31.

    Sigiero,  scudiero di Goffredo: ordina la ritirata,  III 52 - porta  a
    Goffredo  l'armatura,  XI 53 - Goffredo torna alla tenda con Sigiero e
    Baldovino, XI 68 -  ucciso da Argante, XI 80.

    Silo, fiume presso Gerusalemme: XIII 59.

    Sion, Gerusalemme: I 23, 81; IX 64; XIII 1,  51;  XVIII 92;  v.  anche
    Gerusalemme.

    Sin, monte su cui  Gerusalemme, da cui la citt prende spesso il suo
    nome: X 28; XVIII 100.

    Siri, popolo: VII 120; X 19; XVIII 80, 97.

    Siria: III 73, XV 15, XIX 121, v. anche Soria.

    Sirte (Sirti), Golfo di Sidra e Golfo di Gabes: XV 18.

    Sodoma, citt nell'Antico Testamento, punita con Gomorra: XVIII 48.

    Sofia, madre di Rinaldo: I 59; V 8; XVI 57.

    Sofronia,  fanciulla  cristiana;  si  accusa ad Aladino di aver rubato
    un'immagine della Vergine;  sue  vicende;  sua  condanna  insieme  con
    Olindo;  sua  liberazione  per intervento di Clorinda e suo matrimonio
    con Olindo: II 14-54, v. anche Olindo.

    Soldano: v. Solimano.

    Solimano, condottiero degli Arabi: VI 10-12 - uccide Sveno,  VIII 23 -
    deve  essere ucciso con la spada di Sveno,  VIII 36 - Aletto vuole che
    lui sferri l'attacco contro i Crociati,  IX 2 - sua  vita,  IX  3-5  -
    assolda gli Arabi, IX 6 s. - Aletto va da lui e lo incita ad attaccare
    i  Cristiani,  IX  8-11 - prepara l'attacco e lo sferra,  IX 12 ss.  -
    cammina verso i nemici,  IX 16 ss.  - d l'assalto,  IX 22 ss.  -  suo
    elmo,  IX 25 -  terribile per chi lo guarda, IX 26 - abbatte Latino e
    i suoi figli, IX 30 - fa stragi,  IX 40-45 - Goffredo si volge l dove
    ha  scorto gli incendi di Solimano,  IX 48 - non fugge,  IX 49 - tanti
    armati intorno a lui IX 51 - Argillano uccide un suo paggio, IX 81 ss.
    - piange per la morte di Lesbino, IX 85 s.  - uccide Argillano,  IX 87
    s.  - seguito da mille Turchi,  IX 89 - sua forza,  IX 97 - risolve di
    andare dal re d'Egitto,  X 1 ss.  - Ismeno gli appare in  sogno  e  lo
    porta nella sala del consiglio di Aladino,  X 7 ss.  - si rattrista, X
    25 ss. -  condotto da Ismeno per una via segreta,  X 30 - Orcano dice
    che  Solimano  non  potr  portare  aiuto,  X 47 - non sopporta pi le
    parole di Orcano, X 48 s. - si mostra,  X 50 - Clorinda e gli altri lo
    onorano,  X 54 s.  - Orcano non osa alzare il volto, X 56 - il Soldano
    si mostra dalla cintola in su,  XI 27 - non fugge il tiranno di Nicea,
    XI  49  - si pone alla difesa del passo,  XI 52 - combatte insieme con
    Argante,  XI 62 s.  - atterra Roberto il Normanno,  XI  81  -  imprese
    straordinarie,  XII  3  -  vuole  andare  con  Argante  e  Clorinda ad
    incendiare la macchina da guerra  dei  Cristiani,  XII  12  -  Aladino
    glielo  vieta,  XII 13 ss.  - allontana i Cristiani,  XII 48 - si pone
    contro Goffredo,  XVIII 67 - cede davanti a lui,  XVIII  90  s.  -  si
    ritira,  XVIII  98 s.  - si rifugia nella Torre di David,  XIX 39 ss.-
    atterra molti Cristiani e Raimondo, XIX 39 ss. - comanda che sia fatto
    prigioniero Raimondo,  XIX 44 s.  - sopraggiungono Goffredo e Rinaldo,
    XIX 46 ss. - salvato da Rinaldo quando Goffredo suona la ritirata, XIX
    50 - rincuora i suoi,  XIX 53 ss. - fa nuove stragi, XX 73 ss., 77 ss.
    - un'altra volta abbatte Raimondo, XX 79 ss.  - va verso la battaglia,
    XX 91 ss.  - uccide Gildippe e Odoardo,  XX 95 ss.,  98 - davanti agli
    occhi  di  Solimano,  Adrasto  sfida  Rinaldo,  XX  101  -    turbato
    dall'uccisione di Adrasto, XX 104 s. -  irresoluto davanti a Rinaldo,
    XX 106 s. -  ucciso da Rinaldo, XX 108.

    Soria, regione dell'Asia: I 8, 67; II 61; III 38, 74; XIII 39; XVI 71;
    XVII 35; XX 6, 77, v. anche Siria.

    Soriani, vinti da Goffredo: X 44.

    Spagna: XV 22.

    Sparta: XVII 89.

    Stefano,  conte  di  Blesse  (Blois):  I  62  - vuol combattere contro
    Argante, VII 66 -  ucciso da Clorinda, XI 43.

    Stige, palude infernale: XIII 58.

    Suevi, antichi abitanti del territorio di cui Guelfo  signore: I 41.

    Sveno, principe dei Dani: I 68 ss.; VIII 6 ss., 10, 17-19, 23, 31,  35
    s. - suo sepolcro, VIII 39 s.; XVII 83, 89.

    T.

    Tago, fiume della Penisola Iberica: VII 76.

    Tana, oggi il fiume Don: XIV 38.

    Tancredi: I 9 - in mostra,  I 45 - come si era innamorato di Clorinda,
    I 46 ss. - muove contro la schiera di Clorinda, III 16 s. -  amato da
    Erminia,  III 18-20 - colpisce Clorinda sull'elmo e le dichiara il suo
    amore,  III 21 ss. - arriva un gruppo di Pagani presso di loro, III 28
    - insegue il feritore di Clorinda,  III 29 ss.  - perde la traccia  di
    lei,  III 36 - sconfigge la schiera nemica III 41 - suo grande valore,
    III 59 - parla in favore di  Rinaldo,  V  35  -  consiglia  Rinaldo  a
    lasciare il campo,  V 40 - sue glorie,  V 47 - Armida non riesce a far
    innamorare Tancredi, V 65 - eletto a combattere con Argante si arresta
    per seguire Clorinda, VI 24 ss., 27 ss. - cerca di fermare Ottone,  VI
    29-31- torna a combattere Argante,  VI 36 ss.  - il loro duello, VI 40
    ss.  - viene sospeso il duello,  VI 50  ss.  -  era  stato  umano  con
    Erminia,  VI 56 ss.  - risveglia le speranze di Erminia,  VI 60 ss.  -
    Erminia pensa  a  Tancredi,  VI  63  ss.,  74  ss.  -  e  progetta  di
    raggiungerlo,  VI 82 ss. - e vuole portargli l'ambasciata, VI 99 ss. -
    Tancredi ode l'ambasciata,  VI 101  ss.  -  segue  Erminia  credendola
    Clorinda,  VI 114 - si smarrisce,  VI 122 ss.  - arriva al castello di
    Armida, VII 27 ss. - riconosce Rambaldo, rimane prigioniero di Armida,
    VII 33 ss., 44 ss. - incluso per primo nella sfida di Argante,  VII 57
    -  al  campo  cristiano  non si  udita novella di Tancredi,  VII 58 -
    nuova sfida,  VII 73 - Argante non vedeva Tancredi,  VII 84  s.  -  ha
    conquistato  la  Cilicia,  VIII  64-  lontano  dal  campo  durante  la
    ribellione di Argillano, VIII 74 - Aletto lo sa,  IX 2 -  liberato da
    Rinaldo,  X 58 ss.,  70 ss.  - rialza le sorti dei Cristiani,  XI 67 -
    combatte con Clorinda non riconoscendola, XII 51 ss.  - la uccide e le
    d   il  battesimo  XII  64  ss.   -  sua  disperazione  e  rimproveri
    dell'Eremita, XII 70 ss.,  86 ss.  - sogna Clorinda e poi ne visita la
    tomba, XII 91 ss. - Argante giura di ucciderlo, XII 104 - tenta invano
    di vincere l'incanto della selva,  XIII 33 ss.  - rimane stupito, XIII
    37 ss.  - gli appare una falsa immagine di Clorinda,  XIII  42  ss.  -
    racconta la sua impresa a Goffredo,  XIII 47 ss.  - festeggia Rinaldo,
    XVIII 4 - manda Vafrino ad esplorare il campo  egiziano,  XVIII  57  -
    nell'ultimo  assalto  di Gerusalemme si oppone ad Argante,  XVIII 67 -
    pianta la croce sulle mura, XVIII 101- uccide Argante in duello, XIX 2
    ss.  - Erminia  stata sua prigioniera,  XIX 81 -  trovato ferito  da
    Erminia  che  lo  medica,  XIX  103  ss.,  110  ss.  -  fa  seppellire
    onorevolmente Argante, XIX 116 - protegge Raimondo con lo scudo, XX 83
    ss.

    Tatino, greco: I 51 - abbandona il campo cristiano, XIII 68.

    Tauro, monte dell'Asia: XVII 94.

    Tebe, in Grecia: I 63.

    Tebro, Tevere: IX 27.

    Tedaldo d'Este: v. Este.

    Terebinto, valle dove si scontrarono David e Golia: VI 23; VII 78.

    Termodonte, fiume dell'Asia Minore: XX 41.

    Tigrane, indiano: XVII 30.

    Tigrane, saraceno, ucciso da Dudone: III 43.

    Tile, terra settentrionale, al limite dell'impero romano: VII 69.

    Tingitana, oggi il Marocco e il Fez: XV 21.

    Tiro, in Fenicia: XVIII 60.

    Tirreno: I 49.

    Tisaferno, indiano: XVII 31 - sua gara con Adrasto,  XVII 50;  XIX 68,
    72-74  -  nominato  da  Vafrino,  XIX  125  -  suo posto nell'esercito
    egiziano, XX 23 - uccide molti illustri guerrieri cristiani XX 49, 111
    ss. -  ucciso da Rinaldo, XX 113 ss., 116 ss.

    Tolomei, sovrani dell'Egitto: XVII 4.

    Tolomitta, oggi Tolmetta, a nord-est di Bengasi: XV 17.

    Tolosa, nella Francia meridionale: XI 61; VII 70; XI 16.

    Torsi, Tours, citt della Francia: I 62.

    Tortosa, citt di Soria: I 6, 15, 20.

    Toscana: XVII 76.

    Totila, re degli Ostrogoti: XVII 72.

    Trace, Turco: I 5.

    Tracia, regione della Penisola Balcanica: VIII 8.

    Trioni,  le stelle della costellazione  dell'Orsa  Maggiore,  chiamate
    "septem triones": XI 25.

    Tripoli, citt di Barberia: XV 18; XVII 19.

    Tripoli, citt di Soria: I 76; X 47.

    Tronto, fiume d'Italia: VIII 58.

    Tunisi, citt dell'Africa settentrionale: XV 19.

    Turchi,  Turco (il): I 26;  II 65,  71, 73; IX 3, 4, 89, 92; X 26, 44,
    56; XII 3; XVII 2, 7, 94.

    U.

    Ubaldo, avventuriere: I 55; XIV 27 s., 40; XV 1,  24,  27;  XVI 29 32,
    41; XVII 56 ss., 97.

    Ugone d'Este: v. Este.

    Ugone,  fratello  del  re  di  Francia:  I  37  - apparisce in sogno a
    Goffredo, XIV 5 ss. - combatte dal cielo in favore dei Cristiani XVIII
    94.

    Ulisse, eroe greco: XV 25.

    Unni, popolo tartaro, guidati da Attila: XVII 70.

    Urbano II, papa, banditore della prima Crociata: XI 23.

    V.

    Vafrino,  toscano,  scudiero  di  Tancredi:  va  a  spiare  nel  campo
    d'Egitto,  XVIII  57  ss.  -  sue scoperte nel campo;  suo ritorno con
    Erminia,  con la quale  ritrova  Tancredi  ferito;  sua  narrazione  a
    Goffredo, XIX 56-127.

    Valeriano d'Este: v. Este.

    Vaticano: XVII 78.

    Venere, pianeta: XIV 43.

    Veneziani: I 79.

    Vincilao, avventuriere, eletto tra i campioni di Armida: V 73.

    X.

    Xanto, fiume della Troade: XX 48.

    Z.

    Zefiro, vento di occidente: XIII 56.

    Zopiro, persiano, ucciso da Gildippe: XX 33.

    Zumara, capitale dei Nasamoni: XVII 19.
