
    Alessandro Tassoni.
    LA SECCHIA RAPITA.




















    INDICE.

    A chi legge: pagina 3.
    Paulino Castelvecchio ai lettori: pagina 6.

    Canto primo: pagina 8.
    Canto secondo: pagina 38.
    Canto terzo: pagina 69.
    Canto quarto: pagina 106.
    Canto quinto: pagina 138.
    Canto sesto: pagina 169.
    Canto settimo: pagina 204.
    Canto ottavo: pagina 239.
    Canto nono: pagina 274.
    Canto decimo: pagina 312.
    Canto undecimo: pagina 347.
    Canto duodecimo: pagina 376.

    Dichiarazioni di Gaspare Salviani alla "Secchia rapita": pagina 413.



    A CHI LEGGE.

    La "Secchia Rapita",  poema di nuova  spezie  inventata  dal  Tassone,
    contiene una impresa mezza eroica e mezza civile, fondata su l'istoria
    della  guerra,  che  pass  tra  i  Bolognesi  e  i  Modanesi al tempo
    dell'imperador Federico Secondo,  nella quale Enzio  re  di  Sardigna,
    figliuolo  del  medesimo Federico,  combattendo in aiuto de' Modanesi,
    rest prigione e prima d'esser liberato mor in Bologna,  come  oggidi
    ancora  pu  vedersi dall'epitafio della sua sepoltura nella chiesa di
    S. Domenico.
    La secchia di legno,  per cagion della quale  fama che  nascesse  tal
    guerra,  si conserva tuttavia ndl' archivio della Catedrale di Modana,
    appesa alla volta della stanza, con una catena di ferro,  quale dicone
    che  servisse  a  chiudere  la porta di Bologna,  per onde entrarono i
    Modanesi quando rapiron la Secchia.
    Di tal guerra ne trattano il Sigonio  e  'l  Campanaccio  istorici,  e
    alcune  Croniche in penna della citt di Modana,  d'onde si pu vedere
    che  'l  Poema  della  "Secchia  Rapita"  ha  per  tutto  ricognizione
    d'istoria e di verit.
    L'impresa  una e perfetta, cio con principio, mezzo e fine; e se non
      una  d'un  solo,  Aristotile non prescrisse mai ai compositori cosi
    fatte strettezze.  E oggid  chiaro che le azioni di molti  dilettano
    pi che quelle d'un solo,  e che  pi curiosa da vedere una battaglia
    campale di qual si voglia duello.  Perci che il diletto della  poesia
    epica  non  nasce  dal  vedere  operare  un  uomo solo,  ma dal sentir
    rappresentare verisimilmente azioni maravigliose; le quali quanto sono
    pi, tanto pi dilettano. Ma facendosi operare un sol uomo, non si pu
    rappresentare in una impresa sola gran numero d'azioni;  adunque  sar
    sempre  pi  sicuro l'introdurre pi d'uno.  E per questo veggiamo che
    l'Ariosto,  tutto che non abbia  unit  di  favola  e  introduca  gran
    moltiplicit di persone,  diletta molto pi dell'"Odissea" d'Omero per
    la quantit e variet delle azioni maravigliose ben collegate insieme.
    Ma comunque si sia,  quando l'autore compose questo Poema (che fu  una
    state nella sua giovent) non fu per acquistar fama in poesia,  ma per
    passatempo e per curiosit di vedere come riuscivano questi due  stili
    mischiati  insieme,  grave  e  burlesco;  imaginando che se ambidue di
    lettavano separati avrebbono eziandio dilettato congiunti e misti,  se
    la  mistura  fosse  stata  temperata con artificio tale che dalla loro
    scambievole variet tanto i dotti quanto gli  idioti  avessero  potuto
    cavarne gusto. Perci che i dotti leggono ordinariamente le poesie per
    ricreazione e si dilettano pi delle baie,  quando sono ben dette, che
    delle cose serie;  e gl'idioti,  oltre a gusto che cavano  dalle  cose
    burlesche,  sono  eziandio  rapiti  dalla  maraviglia,  che  le azioni
    eroiche sogliono partorire.
    Or  questa  nuova  strada,  come  si  vede,    piaciuta  comunemente.
    All'autore  basta averla inventata e messa in prova con questo saggio.
    Intanto,  com' facile  aggiugnere  alle  cose  trovate,  potr  forse
    qualch'altro avanzarsi meglio per essa.
    Egli  nel  rappresentare  le  persone  passate  s'  servito  di molte
    presenti,  come i pittori che cavano dai naturali  moderni  le  faccie
    antiche; perci che  verisimile che quello che a' d nostri veggiamo,
    altre  volte  sia stato.  Per dove egli ha toccato alcun vizio,   da
    considerare che non sono vizi particolari, ma comuni del secolo. E che
    per esempio il Conte di Culagna e Titta non sono persone  determinate,
    ma le idee d'un codardo vanaglorioso e d'un zerbin romanesco.  E tanto
    basti etc.

    [dall'edizione del 1624 a firma Il Bisquadro, di A. Tassoni].








    PAULINO CASTELVECCHIO
    Al LETTORI.

    Questo poema della Secchia rapita non ha bisogno  d'esser  lodato  per
    accreditarsi,  perci  che  quale  egli  sia  il  giudicio  commune il
    dimostra;  bench non vi sieno mancati  de'  cervelli  stravolti,  che
    l'hanno  giudicato  col  giudicio  dell'asino  il  quale sentenzi che
    cantava meglio il cucco del rusignolo.  Ma non    maraviglia,  poich
    anche  alla  nostra  et abbiamo veduti ingegni che hanno anteposto il
    "Morgante" del Pulci alla "Gierusalemme" del Tasso;  e  l'antica  vide
    l'imperatore  Adriano  che  anteponeva  Ennio  a  Virgilio  e  Celio a
    Salustio; ma bench'egli fosse imperatore, il suo giudicio depravato il
    fe' riputare un maligno.  Io non so se i morti  godano  dell'applauso,
    che danno i vivi all'opere loro;  ma stimo ben gran ventura che i vivi
    veggano date all'opere loro quelle lodi che cosi di rado e  con  tanta
    difficult  a  quelle  de'  morti  vengono  concedute.  L'invidia e la
    malignit sono due vizii  immascherati,  che  senza  esser  conosciuti
    danno ferite mortali,  bench non sempre i colpi loro abbiano effetto,
    perci che trovano anch'essi dell'armature incantate.
    Ma passiamo alle dichiarazioni del Salviani.  Gli argomenti de'  Canti
    sono  del  signore Abbate Albertino Barisoni,  come si pu veder dalle
    prime copie stampate in Parigi.
    [dall'edizione del 1630 di A. Tassoni].





















    CANTO PRIMO.

    ARGOMENTO.
    Del bel Panaro il pian sotto due scorte
    a predar vanno i Bolognesi armati,
    ma da Gherardo altri condotti a morte,
    altri dal Potta son rotti e fugati.
    Gl'incalza di Bologna entro le porte
    Manfredi, i cui guerrier co' vinti entrati
    fanno per una Secchia orribil guerra,
    e tornan trionfanti a la lor terra.


    1.
    Vorrei cantar quel memorando sdegno
    ch'infiamm gi ne' fieri petti umani
    un'infelice e vil Secchia di legno
    che tolsero a i Petroni i Gemignani.
    Febo che mi raggiri entro lo 'ngegno
    l'orribil guerra e gl'accidenti strani,
    tu che sai poetar servimi d'aio
    e tiemmi per le maniche del saio.

    2.
    E tu nipote del Rettor del mondo
    del generoso Carlo ultimo figlio,
    ch'in giovinetta guancia e 'n capel biondo
    copri canuto senno, alto consiglio,
    se da gli studi tuoi di maggior pondo
    volgi talor per ricrearti il ciglio,
    vedrai, s'al cantar mio porgi l'orecchia,
    Elena trasformarsi in una Secchia.

    3.
    Gi l'aquila romana avea perduto
    l'antico nido, e rotto il fiero artiglio
    tant'anni formidabile e temuto
    oltre i Britanni ed oltre il mar vermiglio;
    e liete, in cambio d'arrecarle aiuto,
    l'italiche citt del suo periglio,
    ruzavano tra lor non altrimenti
    che disciolte polledre a calci e denti.

    4.
    Sol la reina del mar d'Adria, volta
    de l'Oriente a le provincie, a i regni,
    da le discordie altrui libera e sciolta
    ruminava sedendo alti disegni,
    e gran parte di Grecia avea gi tolta
    di mano a gli empi usurpatori indegni;
    l'altre attendean le feste a suon di squille
    a dare il sacco a le vicine ville.

    5.
    Part'eran ghibelline, e favorite
    da l'imperio aleman per suo interesse;
    part'eran guelfe, e con la Chiesa unite
    che le pascea di speme e di promesse:
    quindi tra quei del Sipa antica lite
    e quei del Potta ardea, quando successe
    l'alto, stupendo e memorabil caso,
    che ne gli annali scritto  di Parnaso.

    6.
    Del celeste Monton gi il sol uscito
    saettava co' rai le nubi algenti,
    parean stellati i campi e 'l ciel fiorito,
    e su 'l tranquillo mar dormeno i venti;
    sol Zefiro ondeggiar facea su 'l lito
    l'erbetta molle e i fior vaghi e ridenti,
    e s'udian gli usignuoli al primo albore
    e gli asini cantar versi d'amore:

    7.
    quando il calor de la stagion novella,
    che movea i grilli a saltellar ne' prati,
    mosse improvisamente una procella
    di Bolognesi a' loro insulti usati.
    Sotto due capi a depredar la bella
    riviera del Panaro usciro armati,
    passaro il fiume a guazzo, e la mattina
    giunse a Modana il grido e la ruina.

    8.
    Modana siede in una gran pianura
    che da la parte d'austro e d'occidente
    cerchia di balze e di scoscese mura
    del selvoso Apennin la schiena algente;
    Apennin ch'ivi tanto a l'aria pura
    s'alza a veder nel mare il sol cadente,
    che su la fronte sua cinta di gielo
    par che s'incurvi e che riposi il cielo.

    9.
    Da l'oriente ha le fiorite sponde
    del bel Panaro e le sue limpid'acque;
    Bologna incontro, e a la sinistra l'onde
    dove il figlio del sol gi morto giacque;
    Secchia ha da l'aquilon, che si confonde
    ne' giri che mutar sempre le piacque,
    divora i liti, e d'infeconde arene
    semina i prati e le campagne amene.

    10.
    Viveano i Modanesi a la spartana
    senza muraglia allor n parapetto,
    e la fossa in pi luoghi era s piana,
    che s'entrava ed usciva a suo diletto.
    Il martellar de la maggior campana
    fe' pi che in fretta ognun saltar del letto,
    diedesi a l'arma, e chi balz le scale,
    chi corse a la finestra, e chi al pitale;

    11.
    chi si mise una scarpa e una pianella,
    e chi una gamba sola avea calzata,
    chi si vest a rovescio la gonella,
    chi cambi la camicia con l'amata;
    fu chi prese per targa una padella
    e un secchio in testa in cambio di celata,
    e chi con un roncone e la corazza
    corse bravando e minacciando in piazza.

    12.
    Quivi trovar che 'l Potta avea spiegato
    lo stendardo maggior con le trivelle,
    ed egli stesso era a cavallo armato
    con la braghetta rossa e le pianelle.
    Scriveano i Modanesi abbreviato
    Pott per Potest su le tabelle,
    onde per scherno i Bolognesi allotta
    l'avean tra lor cognominato il Potta.

    13.
    Messer Lorenzo Scotti, uom saggio e forte,
    era allor Potta, e decideva i piati.
    Fanti e cavalli in tanto ad una sorte
    a la piazza correan da tutti i lati.
    Egli, poich guernite ebbe le porte,
    una squadra form de' meglio armati,
    e ne diede il comando e lo stendardo
    al figlio di Rangon detto Gherardo.

    14.
    Egli dicea: - Va' figlio arditamente,
    frena l'orgoglio di que' marrabisi;
    non t'esporre a battaglia, acci perdente
    non resti, mentre siam cos divisi;
    ma ferma a la Fossalta la tua gente,
    e guarda il passo e aspetta novi avisi,
    ch'io ti sar, se 'l mio pensier non falle,
    innanzi sesta armato anch'io a le spalle. -

    15.
    Cos andava a l'impresa il cavaliero
    dal fior de la milizia accompagnato,
    e spettacolo in un leggiadro e fiero
    si vedeva apparir da un altro lato,
    cento donzelle in abito guerriero
    col fianco e 'l petto di corazza armato,
    e l'aste in mano e le celate in testa,
    comparvero in succinta e pura vesta.

    16.
    Venan guidate da Renoppia bella
    cacciatrice ed arciera a l'armi avezza;
    Renoppia di Gherardo era sorella,
    pari a lui di valor, di gentilezza;
    ma non avea l'Italia altra donzella
    pari di grazia a lei n di bellezza,
    e parea co' virili atti e sembianti
    rapir i cori e spaventar gli amanti.

    17.
    Bruni gli occhi e i capegli, e rilucenti,
    rose e gigli il bel volto, avorio il petto,
    le labbra di rubin, di perle i denti,
    d'angelo avea la voce e l'intelletto.
    Maccabrun da l'Anguille in que' commenti
    che fece sopra quel gentil sonetto
    " Questa barbuta e dispettosa vecchia,)
    scrive ch'ell'era sorda da una orecchia.

    18.
    Or giunta in piazza ella dicea: - Signori,
    noi siam deboli s, ma non di sorte
    che non possiamo almen per difensori
    guardare i passi e custodir le porte;
    queste compagne mie ben avran cori
    da gire anch'esse ad incontrar la morte,
    n gi disdice a vergine ben nata
    per difender la patria, uscire armata.

    19.
    Quel d che Barbarossa arse Milano,
    mio nonno guadagn quest'armi in guerra;
    Gherardo mio fratel le chiudea in vano,
    ch le porte gittate abbiam per terra;
    e s'al cor non vien meno oggi la mano,
    se 'l nemico s'appressa a questa terra,
    speriam che col suo sangue e la sua morte
    ei prover se sian di tempra forte. -

    20.
    Accese i cor di generoso sdegno
    il magnanimo ardir de la donzella,
    onde con l'armi fuor senza ritegno
    correa la giovent feroce e bella.
    Con maestoso modo e di s degno
    il Potta la raffrena e la rappella:
    - Dove andate, canaglia berettina,
    senza ordinanza e senza disciplina?

    21.
    Credete forse che col v'aspetti
    trebbiano in fresco e torta in su 'l tagliere?
    Adattatevi in fila, uomini inetti,
    nati a mangiar l'altrui fatiche e bere. -
    Cos frenando i temerari affetti
    distingueva in un tratto ordini e schiere.
    Gherardo in tanto in opportuno punto
    era correndo a la Fossalta giunto:

    22.
    ch Bordocchio Balzan, ch'avea condotto
    la prima squadra, allor quivi arrivato,
    s'era con molto ardir gi spinto sotto
    a la torre onde il passo era guardato;
    quei de la torre aveano il ponte rotto
    da un canto, e 'l varco stretto indi serrato,
    e 'l difendean da merli e da finestre
    con dardi, mazzafrusti, archi e balestre.

    23.
    Il capitan de la Petronia gente,
    ch'era un omaccio assai polputo e grosso,
    gridava da la ripa del torrente
    a i suoi, ch'eran fermati, a pi non posso:
    - Perch non seguitadi alliegramente?
    Avdi pora di saltar un fosso?
    O voldi restar tutti a la coda?
    Passadi panirun pieni di broda. -

    24.
    Cos dicea, quand'ecco in vista altera
    vide giugner Gherardo a l'altra riva,
    onde a destra piegar fe' la bandiera
    contra 'l nemico stuol ch'indi veniva;
    e confidato ne l'amica schiera,
    i cui tamburi gi da lunge udiva,
    spinse da l'alta sponda i suoi soldati
    dal notturno cammin stanchi e affannati.

    25.
    Allor Gherardo a' suoi diceva: - O forti,
    ecco Dio che divide e che confonde
    questi bedani: udite i lor consorti
    che sono del Panaro anco a le sponde.
    Prima del giugner lor, questi fien morti,
    pochi e stanchi, e ridotti entro a quest'onde.
    Seguitatemi voi, ch larga strada
    io vi far col petto e con la spada. -

    26.
    Cos dicendo urta 'l cavallo, e dove
    la battaglia gli par pi perigliosa
    si lancia in mezzo a l'onda, e 'n giro move
    la spada fulminante e sanguinosa.
    Non fe' il capitan Curzio tante prove
    sotto Lisbona mai, n su la Mosa,
    quante ne fe' tra l'una e l'altra ripa
    Gherardo allor su 'l popolo dal Sipa.

    27.
    Uccise il Bertolotto, e 'l corpo grasso
    spir ne l'acqua fresca, e fu l'orrore
    de l'acqua ch'abborriva, in su quel passo,
    de l'orror de la morte assai maggiore.
    Uccise appresso a lui mastro Galasso
    cavadente perfetto e ciurmatore:
    vendea ballotte e polvere e braghieri:
    meglio per lui non barattar mestieri.

    28.
    Senza naso lasci Cesar Viano
    fratel del Podest di Medicina,
    e d'un dardo cader fe' di lontano
    trafitto un figlio del dottor Guaina;
    indi ammazz il barbier di Crespellano.
    che portava la spada a la mancina;
    e mastro Costantin da le Magliette,
    che faceva le gruccie a le civette.

    29.
    Un certo bell'umor de' Zambeccari
    gli diede una sassata ne la pancia,
    e a un tempo Gian Petronio Scadinari
    gli for la braghetta con la lancia;
    la buona spada gli mand del pari
    come se fosse stata una bilancia,
    ch'a l'uno e l'altro tagli il capo netto,
    e i tronchi ne la rena ebber ricetto.

    30.
    Qual gi su 'l Xanto il furibondo Achille
    fe' del sangue troian crescer quell'onda,
    o Ippomedonte a le tebane ville
    fe' de l'Asopo insanguinar la sponda,
    tal il giovane fier l'onde tranquille
    fa rosseggiar del sangue ostil che gronda:
    ma da la tanta copia infastidita
    diede la Musa a pochi nomi vita.

    31.
    L'oste dal Chi, Zambon dal Moscadello,
    facea tra gli altri una crudel ruina;
    una zazzera avea da farinello,
    senz'elmo in testa e senza cappellina;
    si riscontr con Sabatin Brunello,
    primo inventor de la salciccia fina,
    che gli tagli quella testaccia riccia
    con una pestarola da salciccia.

    32.
    Bordocchio intanto il fiume avea passato
    soverchiand'ogn'incontro, ogni ritegno,
    quando del Potta, che vena, fu dato
    da la torre a Gherardo e a gl'altri il segno.
    Se n'avvide Bordocchio, e rivoltato
    di ripassare a' suoi facea disegno;
    ma ne l'onda il destrier sotto gli cade,
    e rimase prigion fra cento spade.

    33.
    Quei ch'erano con lui dianzi passati
    dal figlio di Rangon tutti fr morti;
    e gi gli altri fuggian rotti e sbandati,
    del mal consiglio lor, ma tardi, accorti;
    quando in aiuto da' vicini prati
    vider venir correndo i lor consorti,
    che del Panaro a la sinistra sponda
    passr pi lenti, ov' pi cupa l'onda.

    34.
    Gian Maria de la Grascia, un furbacciotto
    ch'era di quella squadra il capitano,
    come vide fuggir dal campo rotto
    quei di Bordocchio insanguinando il piano,
    rinfacci lor con dispettoso motto
    la fuga vile e l'ardimento insano;
    e furioso i suoi quindi spingendo,
    fe' de' nemici un potticidio orrendo.

    35.
    Radaldo Ganaceti era su 'l ponte
    con molti suoi per impedir il passo,
    e insieme col destrier tutto in un monte
    fu da la sponda ruinato al basso.
    Volt Gherardo a quel rumor la fronte
    e in aiuto de' suoi vena a gran passo,
    quando comparve 'l Potta al suon di mille
    corni, gridi, tamburi e trombe e squille.

    36.
    Si raccoglie il nemico, e si ritira
    al terror di tant'armi, al suono, a i lampi,
    ma l'incalza Gherardo, e al vanto aspira
    d'aver col suo valor rotti due campi;
    corre a destra, a sinistra, urta, raggira
    il destriero, e di sangue inonda i campi;
    rotta ha la spada, e porta ne lo scudo
    cento saette, e mezzo 'l capo ha ignudo.

    37.
    Ma tratta da l'arcion ferrata mazza,
    Fantin Vizzani e Prospero Castelli,
    Astor de l'Armi e Taddeo Bianchi ammazza
    e 'l cavalier Martin de gli Asinelli.
    A questi spada, scudo, elmo e corazza
    fece levar, ch'eran dorati e belli,
    per onorarsen poi; ma veramente
    fu peccato ammazzar s nobil gente.

    38.
    Spinte il Potta in aiuto in tanto avea
    le prime insegne a i Gemignani stracchi;
    ed egli verso il ponte, ove parea
    che pi fossero i suoi deboli e fiacchi,
    sopra una mula a pi poter correa,
    che mordendo co' pi giucava a scacchi,
    quando ferito fu d'una zagaglia
    quel de la Grascia, e usc de la battaglia.

    39.
    Poich mir de' capitani suoi
    l'un fatto prigionier, l'altro ferito
    la progenie antichissima de' Boi,
    e si vide ridotta a mal partito,
    que' valorosi che facean gli eroi,
    senza aspettar chi lor facesse invito,
    chi a cavallo, chi a pi per la campagna
    si diedono a menar de le calcagna.

    40.
    Ma ratto fu con una ronca in mano
    il Potta lor come un demonio addosso,
    e tanti ne mand distesi al piano
    che ne fu il Ciel de la piet commosso.
    Quel fiume crebbe s di sangue umano
    che pi giorni dur tiepido e rosso,
    e dove prima il Fiumicel chiamato,
    fu dappoi sempre il Tepido nomato.

    41.
    Tutto quel d, tutta la notte intiera
    i miseri Petroni ebber la caccia;
    ne coperse ogni strada, ogni riviera
    Manfredi Pio, che ne segu la traccia.
    Con trecento cavalli a la leggiera
    con tanto ardire il giovane li caccia,
    che su 'l primo sparir de l'aria scura
    si trov giunto a le nemiche mura.

    42.
    La porta San Felice aperta in fretta
    fu a' cittadini suoi, ch'erano esclusi,
    ma tanta fu la calca in quella stretta
    che i vincitori e i vinti entrar confusi.
    Quei di Manfredi un tiro di saetta
    corser la terra, e vi restavan chiusi,
    s'ei da la porta ove fermato s'era
    non li chiamava tosto a la bandiera.

    43.
    Spinamonte del Forno e Rolandino
    Savignani e Aliprando d'Arrigozzo
    de' Denti da Balugola e Albertino
    Foschiera e Calatran di Borgomozzo,
    affannati dal caldo e dal cammino
    trovr non lunge da la porta un pozzo,
    e una Secchia calr nuova d'abete
    per rinfrescarsi e discacciar la sete.

    44.
    La carrucola rotta e saltellante,
    e la fune annodata in quella mena,
    e l'acqua ch'era assai cupa e distante,
    feron pi tardi uscir la Secchia piena:
    le si avventaron tutti in un istante,
    e Rolandino avea bevuto a pena,
    quand'ecco a un tempo da diverse strade
    fr lor intorno pi di cento spade.

    45.
    Scarabocchio, figliol di Pandragone,
    Petronio Orso e Ruffin dalla Ragazza
    e Vianese Albergati e Andrea Griffone
    venan gridando innanzi: - Ammazza, ammazza. -
    ma i Potteschi gi pronti in su l'arcione,
    d'elmo e di scudo armati e di corazza,
    strinser le spade e rivoltr le facce
    a l'impeto nemico e a le minacce.

    46.
    E Spinamonte, che la Secchia presa
    per bere avea, spargendo l'acqua in terra
    e tagliando la fune ond'era appesa,
    se ne serv contro i nemici in guerra;
    con la sinistra man la tien sospesa
    per riparo, e con l'altra il brando afferra;
    l'aiutano i compagni e fangli sponda
    contra il furor che d'ogni parte inonda.

    47.
    Lotto Aldrovandi e Campanon Ringhiera
    gridavano ambidue: - Canaglia matta,
    lasciate quella Secchia ove prim'era,
    o la bestialit vi sar tratta. -
    - Fatevi innanzi voi, disse il Foschiera,
    notate la consegna che v' fatta. -
    E 'n questo dire un manrovescio lascia,
    e taglia a Campanone una ganascia.

    48.
    Non fu rapita mai con pi fatica
    Elena bella al tempo di Sadocco,
    n combattuta Aristocla pudica,
    al par di quella Secchia da un baiocco.
    Passata a Calatran fu la lorica
    s che nel ventre penetr lo stocco
    d'un fiero colpo di Carlon Cartari,
    falciatore sovran de' macellari.

    49.
    Rolandino fer d'un sopramano
    Napulion di Fazio Malvasa,
    ed egli a lui storpi la manca mano
    con una daga che brandita ava.
    Se di Manfredi un poco pi lontano
    era il soccorso, alcun non ne fugga;
    rest ferito quel de la Balugola,
    e del tanto gridar gli cadde l'ugola.

    50.
    Manfredi in su la porta i suoi raccoglie
    e l'inimico stuol frena e reprime,
    e poich dal periglio si discioglie
    torna, e ripassa il Ren su l'orme prime;
    n potendo mostrar pi degne spoglie,
    in atto di trofeo leva sublime
    sopra una lancia l'acquistata Secchia,
    ch presentarla al Potta s'apparecchia;

    51.
    parendo a lui via pi nobile e degno
    de la vittoria, aver su 'l chiaro giorno
    corsa Bologna, e trattone quel pegno
    che sarebbe a' nemici eterno scorno.
    Da la Samoggia un messo a darne segno
    a Modana sped senza soggiorno,
    e tosto la citt si mise in core
    di girgli incontro e fargli un bell'onore.

    52.
    Era vescovo allor per aventura
    de la citt messer Adam Boschetto,
    che di quel gregge avea solenne cura,
    e 'l mantenea d'ogni contagio netto;
    non dava troppo il guasto a la Scrittura,
    ed era entrato al popolo in concetto
    che in cambio di dir Vespro e Matutino
    giucasse i benefici a sbarraglino.

    53.
    Questi, poich venir dal messaggiero
    con quella Secchia ud l'amica gente
    tolta per forza a un popolo s fiero
    di mezzo una citt tanto possente,
    si mise anch'egli in ordine col clero
    per girla ad incontrar solennemente,
    e si fe' porre intorno il piviale
    ch'usava il d di Pasqua e di Natale.

    54.
    Un superbo robon di drappo rosso
    si mise il Potta e una beretta nera,
    che mezzo palmo largo e un dito grosso
    avea l'orlo d'intorno a la testiera;
    gli Anziani appo lui col lucco indosso
    seguivano a cavallo in lunga schiera
    sopra certe lor mule afflitte e grame,
    che pareano il ritratto de la fame.

    55.
    Gli portava dinanzi un paggio armato
    la spada nuda e la rotella bianca,
    e avea dal destro e dal sinistro lato
    i due primi Anzian, teste di banca;
    lo stendardo del popolo spiegato
    portava il cont'Ettr da Villafranca,
    giovinetto che Marte avea nel core
    e ne la bocca e ne' begli occhi Amore.

    56.
    Due compagnie di lance e di corrazze,
    una dinanzi e l'altra iva di dietro;
    i cursori del popol con le mazze
    facevan ritirar le genti indietro,
    che correan tutte a gara come pazze
    a la vicina porta di San Pietro,
    per veder quella Secchia a la campagna
    credendosi che fosse una montagna.

    57.
    In ultimo cinquanta contadine
    con le gonnelle bianche di bucato,
    ne le canestre lor di vinco fine
    portavan pane, vin, torta in buon dato,
    uova sode, frittate e gelatine
    al famoso drappello affaticato
    che vena con la Secchia; e cos andando
    giunsero a la Fossalta ragionando.

    58.
    Quivi trovr che 'l prete de la cura
    ga confortando ancor gli agonizzanti,
    gli assolvea da' peccati, e ponea cura
    fra i paterni ricordi onesti e santi,
    se 'n dito anella avean per aventura,
    o ne le borse o nel giubbon contanti,
    e per guardargli da gli furti altrui
    gli togliea in serbo e gli mettea co' sui.

    59.
    Manfredi in tanto apparve, e conducea
    distinta a coppia a coppia la sua schiera-
    Portar la Secchia in alto egli facea
    da Spinamonte innanzi a la bandiera;
    e di mirto e di fior cinta l'avea,
    s che spoglia parea pomposa e altera.
    Subito il Potta il corse ad abbracciare
    dicendogli: - Ben venga mio compare. -

    60.
    Indi gli chiese come avea potuto
    con quella Secchia uscir fuor di Bologna,
    che non l'avesse ucciso o ritenuto
    quel popolo per ira o per vergogna.
    Disse Manfredi: - Iddio sa dare aiuto
    a chi si fida in lui, quando bisogna:
    il nemico a seguirci ebbe due piedi,
    e noi quattro a fuggir, come tu vedi. -

    61.
    Fr poi le Cataline il lor invito
    su l'erba fresca d'un fiorito prato,
    e perch ognun moriva d'appetito
    in un Avemaria fu sparecchiato.
    Finita la merenda, e risalito
    a cavallo ciascuno al loco usato,
    ripresero il cammino in vr la porta
    raccontando fra lor la gente morta.

    62.
    Sotto la porta stava Monsignore
    con lo spruzzetto in man da l'acqua santa,
    e intonando la laude in quel tenore
    che fa il capon quando talvolta canta.
    Quivi smontaro tutti a farli onore,
    e l'inchinr con l'una e l'altra pianta,
    e a suon di trombe se n'andr con esso
    a render grazie a Dio del gran successo.

    63.
    Ma la Secchia fu subito serrata
    ne la torre maggior dove ancor stassi,
    in alto per trofeo posta e legata
    con una gran catena a' curvi sassi;
    s'entra per cinque porte ov' guardata
    e non  cavalier che di l passi
    n pellegrin di conto, il qual non voglia
    veder s degna e gloriosa spoglia.


















    CANTO SECONDO.

    ARGOMENTO.
    Mandano i Bolognesi ambasciatori
    due volte a dimandar la Secchia in vano:
    onde con fieri ed ostinati cori
    s'armano quinci e quindi il monte e 'l piano.
    Chiamano Giove a concilio i Dei minori,
    contendono fra lor Marte e Vulcano:
    Venere si ritira e si diparte,
    e 'n terra se ne vien con Bacco e Marte.


    1.
    Gi il quarto d volgea che vincitori
    dir la rotta a' Petroni i Gemignani,
    e per l'ira che ardea ne' fieri cori
    restavano anco i morti in preda a i cani,
    quando in Modana entrr due Ambasciatori
    con pacifici aspetti e modi umani;
    e smontati al Monton col vetturino,
    chiesero a l'oste s'egli avea buon vino.

    2.
    Indi un messo spedr per impetrare
    che l'ordine ch'avean fosse ascoltato.
    Cominci il campanaccio a dindonare
    e in un momento s'adun il Senato.
    Andr gli ambasciatori ad onorare
    Alessandro Fallopia e Gaspar Prato,
    e li condusser per diritta strada
    a la sala ove il Duca or tien la biada.

    3.
    Un vecchio ranticoso, affumicato,
    pallido e vizzo che parea l'inedia
    e per forza tener co' denti il fiato,
    e potea far da Lazzaro in comedia,
    poi che due volte intorno ebbe mirato,
    incominci cos da la sua sedia:
    - Messeri, io son Marcel di Bolognino
    dottor di legge e conte Palatino.

    4.
    Il mio collega  conte e cavaliero
    e Ridolfo Campeggi  nominato;
    io son uomo di pace, egli  guerriero;
    io lettor de lo Studio, egli soldato.
    Or l'uno e l'altro ha qui per messaggiero
    il nostro Reggimento a voi mandato,
    per iscusarsi del passato eccesso
    che 'l popol nostro ha contra voi commesso.

    5.
    Il popol nostro  un popol del demonio,
    che non si pu frenar con alcun freno;
    e s'io non dico il ver, che san Petronio
    mi faccia oggi venir la vita meno.
    Sar il collega mio buon testimonio,
    che quando l'altra notte ei pass il Reno,
    fu mera ivenzion d'un seduttore,
    n il Reggimento n'ebbe alcun sentore.

    6.
    Ma non si pu disfar quel ch' gi fatto;
    d'ogni vostro disturbo assai ne spiace;
    e siam venuti qua per far riscatto
    de' morti nostri, e ad offerirvi pace:
    ma vogliam quella Secchia ad ogni patto,
    che ci rub la vostra gente audace:
    perch altramente andra ogni cosa in zero,
    e ci scorrucciaremmo da dovero. -

    7.
    Qui chiuse il Bolognino il suo sermone,
    e rise ognun quanto potea pi forte.
    Era capo di banca un Rarabone
    Dal Tasso, arridottor cavato a sorte:
    per sopra nome gli dicean Tassone,
    perch'era grosso e avea le gambe corte.
    Questi, poich 'l Senato in lui s'affisse,
    compose il volto e si rivolse e disse:

    8.
    - Che 'l vostro Reggimento abbia mandati
    due personaggi suoi s principali
    a scusarsi con noi de' danni dati
    e a condolersi de' passati mali,
    nostra ventura  certo; e registrati
    ne fieno i nomi lor ne' nostri Annali.
    A noi ancora inver molto dispiace
    de' vostri morti, che Dio gli abbia in pace:

    9.
    e se per sotterrargli or qui venite,
    la vostra ambascieria fia consolata;
    ma quella pace che voi ci offerite
    col patto della Secchia,  un po' intricata:
    e conviene aggiustar pria le partite
    con cui voi dite che ve l'ha rubata;
    perch di secchie non abbiam bisogno,
    e ci crediam che favelliate in sogno. -

    10.
    Manfredi, ch'era a quel parlar presente,
    cavatosi il capuccio e in pi levato,
    - Figlio , disse, d'un becco, e se ne mente
    chi vuol dir ch'io la Secchia abbia rubato.
    Di mezzo la citt nel d lucente
    io la trassi per forza in sella armato:
    e torner, se me ne vien talento,
    dov' quel pozzo e cacherovvi drento.

    11.
    Siete mal informato, a quel ch'io veggio,
    messer Marcello mio da un bolognino. -
    - Cappita! disse il cavalier Campeggio,
    voi siete bravo come un paladino.
    Ors ripigliarem, ch'io me n'aveggio,
    con le trombe nel sacco oggi il cammino;
    ma Gemignani miei, io vi protesto
    che ve ne pentirete assai ben presto. -

    12.
    Rispondeva Manfredi; e ne potea
    seguir scandalo grave entro 'l Senato,
    se 'l Potta allor non vi s'interponea
    con modo imperioso e volto irato:
    - Taci, frasca merdosa, egli dicea;
    ch questo  ius antico inviolato
    che possa un messagier dir ci che vuole
    senza render ragion di sue parole. -

    13.
    Cos gli ambasciatori usciron fuore
    ed a la patria lor feron ritorno:
    la quale il Baldi principal dottore
    mand con nuovi patti il terzo giorno;
    e la terra offeria di Grevalcore
    se la Secchia tornava al suo soggiorno.
    Fu il dottor Baldi molto accarezzato
    e a le spese del publico alloggiato.

    14.
    Poscia di nuovo s'adun il Conseglio
    dov'egli fu introdotto il d seguente.
    Il Baldi, ch'era astuto come veglio
    e sapea secondar l'onda corrente,
    incominci: - Signori, esempio e speglio
    d'onor e senno a la futura gente,
    io rendo grazie a Dio che mi concede
    di seder oggi in cos degna sede.

    15.
    E vengovi a propor cosa inudita
    che vi far inarcar forse le ciglia.
    Giace una terra antica, e favorita
    de le grazie del cielo a meraviglia,
    col territorio vostro appunto unita.
    e lontana di qua tredici miglia.
    Gi vi fu morto Pansa, e dal dolore
    nominata da' suoi fu Grevalcore.

    16.
    Ancor dopo tant'anni e tanti lustri
    il suo nome primier conserva e tiene:
    furon gi stagni e valli ime e palustri,
    or son campagne arate e piagge amene;
    non han per gli agricoltori industri
    tutte asciugate ancor le nate vene,
    ma vi son fondi di perpetui umori
    che sogliono abitar pesci canori.

    17.
    Le Sirene de' fossi, allettatrici
    del sonno, di color vari fregiate,
    e del prato e de l'onda abitatrici,
    fanvi col canto lor perpetua state;
    i regni de l'Aurora almi e felici
    paiono questi; ove son genti nate,
    che ne' costumi e ne' sembianti loro
    rappresentano ancor l'et de l'oro.

    18.
    Or cos degna terra e principale
    vi manda ad offerir la patria mia
    se quella Secchia, che toglieste a un tale
    de' nostri, col malan che Dio gli dia,
    quando i vostri l'altrier fr tanto male
    e sforzaron la porta che s'apra,
    sar da voi al pozzo rimandata
    publicamente, d'onde fu levata.

    19.
    Mentre vi s'offre la fortuna in questo.
    di cambiare una Secchia in una terra,
    ricordatevi sol che volge presto
    il calvo a chi la chioma non afferra.
    Se non cogliete il tempo, i' vi protesto
    ch'avrete lunga e faticosa guerra,
    n potrete durare a la campagna
    che s'armer con noi tutta Romagna. -

    20.
    Qui tacque il Baldi e nacque un gran bisbiglio,
    n fu chi rispondesse alcuna cosa:
    ma si conobbe in un girar di ciglio
    che la mente d'ognuno era dubbiosa.
    Alfin per consultare ogni periglio
    e non urtare in qualche pietra ascosa,
    fecero al Baldi dir, ch'era presente,
    ch'avrebbe la risposta il d seguente.

    21.
    Il d che venne, il cambio fu approvato,
    e disser che la Secchia eran per darla,
    sottoscritto il contratto e confirmato,
    a qualunque venisse a ripigliarla;
    perch'altramente non volea il Senato
    con atto indegno al pozzo ei rimandarla;
    che in questo il Reggimento era in errore
    se credea di dar legge al vincitore.

    22.
    Il Baldi si scus che non avea
    ordine d'alterar la sua proposta,
    ma che l'istesso giorno egli volea
    ritornare a Bologna per la posta;
    e se 'l partito a la citt piacea,
    avrebbe rimandato un messo a posta.
    Cos conchiuso il Baldi fe' ritorno,
    n si seppe altro fino al terzo giorno.

    23.
    Il terzo d, ch'ognun stava aspettando
    che non avesse pi la pace intoppo,
    eccoti un messaggier venir trottando
    sopra d'un vetturin spallato e zoppo,
    e tratta fuori una protesta o un bando,
    l'affisse al tronco d'un antico pioppo
    che dinanzi a la porta di sua mano
    avea piantato gi san Gemignano.

    24.
    Dicea la carta: - Il popol bolognese
    quel di Modana sfida a guerra e morte
    se non gli torna in termine d'un mese
    la Secchia che rub su le sue porte. -
    Affisso il foglio, subito riprese
    il suo cammin colui, spronando forte
    quel tripode animale; e in un momento
    parve che via lo si portasse il vento.

    25.
    Qual resta il pescator che ne la tana
    mette la man per trarne il granchio vivo,
    e trova serpe o velenosa rana
    o qual si voglia altro animal nocivo
    tal la gente del Potta altera e vana,
    trovar credendo un popolo corrivo,
    quando sent quella protesta, tutta
    raggrinz le mascelle e si fe' brutta.

    26.
    Ma come ambiziosa per natura,
    dissimulando il naturale affetto,
    mostr di non curar quella scrittura
    e le minacce altrui volse in diletto:
    non ristor le ruinate mura,
    non cav de le fosse il morto letto,
    n di ceder mostr sembianza alcuna
    a la forza nemica o a la fortuna.

    27.
    Ma scrisse a Federico in Alemagna
    quant'era occorso e di suo aiuto il chiese;
    la milizia del pian, de la montagna
    a preparar segretamente attese:
    fe' lega per un anno a la campagna
    col popol parmigian, col cremonese,
    scrisse ne la citt fanti e cavalli,
    indi tutta si diede a feste e balli.

    28.
    La fama in tanto al ciel battendo l'ali
    con gli avisi d'Italia arriv in corte,
    ed al re Giove fe' sapere i mali
    che d'una Secchia era per trar la sorte.
    Giove, che molto amico era a i mortali
    e d'ogni danno lor si dolea forte,
    fe' sonar le campane del suo impero
    e a consiglio chiamar gli Dei d'Omero.

    29.
    Da le stalle del ciel subito fuori
    i cocchi uscir sovra rotanti stelle,
    e i muli da lettiga e i corridori
    con ricche briglie e ricamate selle:
    pi di cento livree di servidori
    si videro apparir pompose e belle,
    che con leggiadra mostra e con decoro
    seguivano i padroni a concistoro.

    30.
    Ma innanzi a tutti il Prencipe di Delo
    sopra d'una carrozza da campagna
    vena correndo e calpestando il cielo
    con sei ginetti a scorza di castagna:
    rosso il manto, e 'l cappel di terziopelo
    e al collo avea il toson del re di Spagna:
    e ventiquattro vaghe donzellette
    correndo gli tenean dietro in scarpette.

    31.
    Pallade sdegnosetta e fiera in volto
    vena su una chinea di Bisignano,
    succinta a mezza gamba, in un raccolto
    abito mezzo greco e mezzo ispano:
    parte il crine annodato e parte sciolto
    portava, e ne la treccia a destra mano
    un mazzo d'aironi a la bizzarra,
    e legata a l'arcion la scimitarra.

    32.
    Con due cocchi vena la Dea d'Amore:
    nel primo er'ella e le tre Grazie e 'l figlio,
    tutto porpora ed or dentro e di fuore,
    e i paggi di color bianco e vermiglio;
    nel secondo sedean con grand'onore
    cortigiani da cappa e da consiglio,
    il braccier de la Dea, l'aio del putto,
    ed il cuoco maggior mastro Presciutto.

    33.
    Saturno, ch'era vecchio e accatarrato
    e s'avea messo dianzi un serviziale,
    vena in una lettiga riserrato
    che sotto la seggetta avea il pitale;
    Marte sopra un cavallo era montato
    che facea salti fuor del naturale;
    le calze a tagli e 'l corsaletto indosso,
    e nel cappello avea un pennacchio rosso.

    34.
    Ma la Dea de le biade e 'l Dio del vino
    venner congiunti e ragionando insieme;
    Nettun si fe' portar da quel delfino
    che fra l'onde del ciel notar non teme:
    nudo, algoso e fangoso era il meschino,
    di che la madre ne sospira e geme,
    ed accusa il fratel di poco amore
    che lo tratti cos da pescatore.

    35.
    Non comparve la vergine Diana
    che levata per tempo era ita al bosco
    a lavare il bucato a una fontana
    ne le maremme del paese Tosco;
    e non torn, che gi la tramontana
    girava il carro suo per l'aer fosco;
    venne sua madre a far la scusa in fretta,
    lavorando su i ferri una calzetta.

    36.
    Non intervenne men Giunon Lucina,
    che 'l capo allora si volea lavare;
    Menippo, sovrastante a la cucina
    di Giove, and le Parche ad iscusare
    che facevano il pan quella mattina,
    indi avean molta stoppa da filare;
    Sileno cantinier rest di fuori
    per inacquare il vin de' servidori.

    37.
    De la reggia del ciel s'apron le porte,
    stridon le spranghe e i chiavistelli d'oro;
    passan gli Dei da la superba corte
    ne la sala real del Concistoro:
    quivi sottratte a i fulmini di morte
    splendon le ricche mura e i fregi loro;
    vi perde il vanto suo qual pi lucente
    e pi pregiata gemma ha l'Oriente.

    38.
    Posti a seder ne' bei stellati palchi
    i sommi eroi de' fortunati regni,
    ecco i tamburi a un tempo e gli oricalchi
    de l'apparir del Re diedero segni.
    Cento fra paggi e camerieri e scalchi
    veneno, e poscia i proceri pi degni;
    e dopo questi Alcide con la mazza,
    capitan de la guardia de la piazza.

    39.
    E come quel ch'ancor de la pazzia
    non era ben guarito intieramente,
    per allargare innanzi al Re la via
    menava quella mazza fra la gente;
    ch'un imbriaco svizzero para,
    di quei che con villan modo insolente
    sogliono innanzi 'l Papa il d di festa
    romper a chi le braccia, a chi la testa.

    40.
    Col cappello di Giove e con gli occhiali
    seguiva indi Mercurio, e in man tenea
    una borsaccia, dove de' mortali
    le suppliche e l'inchieste ei raccogliea;
    dispensavale poscia a due pitali
    che ne' suoi gabinetti il Padre avea,
    dove con molta attenzion e cura
    tenea due volte il giorno segnatura.

    41.
    Venne al fin Giove in abito reale
    con quelle stelle c'han trovate in testa,
    e su le spalle un manto imperiale
    che soleva portar quand'era festa;
    lo scettro in forma avea di pastorale
    e sotto il manto una pomposa vesta
    donatagli dal popol Sericano,
    e Ganimede avea la coda in mano.

    42.
    A l'apparir del Re surse repente
    da i seggi eterni l'immortal Senato,
    e chin il capo umle e riverente
    fin che nel trono eccelso ei fu locato.
    Gli sedea la Fortuna in eminente
    loco a sinistra, ed a la destra il Fato;
    la Morte e 'l Tempo gli facean predella,
    e mostravan d'aver la cacarella.

    43.
    Gir lo sguardo intorno, onde sereno
    si fe' l'aer e 'l ciel, tacquero i venti,
    e la terra si scosse e l'ampio seno
    de l'oceano a' suoi divini accenti.
    Ei cominci dal d che fu ripieno
    di topi il mondo e di ranocchi spenti,
    e narr le battaglie ad una ad una
    che ne' campi segur poi de la luna.

    44.
    - Or, disse, una maggior se n'apparecchia
    tra quei del Sipa e la citt del Potta:
    sapete ch' tra lor ruggine vecchia
    e che pi volte s'han la testa rotta;
    ma nuova gara or sopra d'una Secchia
    han messa in campo; e se non  interrotta,
    l'Italia e 'l mondo sottosopra veggio:
    intorno a ci vostro consiglio chieggio. -

    45.
    Qui tacque Giove, e 'l guardo a un tempo affisse
    nel padre suo, che gli sedea secondo.
    Sorrise il vecchio, e tir un peto, e disse:
    - Potta, i' credea che ruinasse il mondo.
    Che importa a noi se guerra, liti e risse
    turban l gi quel miserabil fondo?
    E se gli uomini son lieti o turbati?
    Io gli vorrei veder tutti impiccati. -

    46.
    Marte a quella risposta alzando il ciglio
    - O buon vecchio, grid, son teco anch'io;
    che importa a questo eterno alto consiglio
    se stato  col gi turbato o rio?
    Chi  nato a perigliar, viva in periglio:
    viva e goda nel ciel chi  nato Dio.
    Io, se la Diva mia nol mi disdice,
    l'una e l'altra citt far infelice.

    47.
    Sazier doppia strage il mio furore,
    di corpi morti inalzer montagne;
    far laghi di sangue e di sudore,
    e tutte inonder quelle campagne. -
    - Cavalier, disse Palla, il tuo valore
    san cantar fin le trippe e le lasagne,
    s che indarno ti studi e t'argomenti
    di farlo or noto a le celesti menti.

    48.
    Ma s'hai desio di qualche degna impresa,
    facciam cos: va' tu co i Gemignani,
    ch'io sar de' Petroni a la difesa,
    e ti verr a incontrar l su que' piani.
    Bologna sempre fu a' miei studi intesa;
    onde tenermi a cintola le mani
    or non debbo per lei. Tu meco scendi
    se palma di valor, se gloria attendi. -

    49.
    A quel parlar si lev Febo e disse:
    - Vergine bella, i' verr teco anch'io
    in favor di Bologna, ove ognor visse
    l'antico studio de le Muse e mio. -
    Bacco, che in Citerea le luci fisse
    sempre tenute avea con gran desio
    - Cos dunque, rispose in volto irato,
    fia il popol mio da tutti abbandonato?

    50.
    La citt ch'ognor vive in feste e canti
    fra maschere e tornei per onorarmi,
    ch'ha si dolce liquor, vedr fra tanti
    travagli suoi qui neghittoso starmi?
    Bella madre d'Amor, che co' sembianti
    puoi far vinta cader la forza e l'armi,
    tu meco scendi: ch'io far a costoro
    di stoppa rimaner la barba d'oro. -

    51.
    Sfavill Citerea con un sorriso
    che dicea: - Bacia, bacia, anima accesa -
    e gli diede col ciglio a un tempo aviso.
    che sarebbe ita seco a quell'impresa.
    Marte, che 'n lei tenea lo sguardo fiso
    avido di litigio e di contesa,
    vedendo ch'ella avea d'andar desio,
    disse: - A la f, che vo' venir anch'io.

    52.
    Gite voi altri pur dove v'aggrada,
    ch'io vo' seguir de la mia Diva i passi;
    dove ella volge il pi, convien ch'io vada,
    e quei di voi ch'ella abbandona, lassi.
    Per lei combatte questa invitta spada
    e questa destra; ed or per lei vedrassi
    il Panaro gonfiarsi, e in atto strano
    portar soccorso al Po di sangue umano. -

    53.
    Sorrise Palla, ma con occhio bieco
    rimirollo Vulcan ch'era in disparte;
    e disse: - Empio sicario, adunque meco
    comune il letto avrai per ricrearte?
    E Giove stesso accorderassi teco
    nel vituperio di sua figlia a parte?
    Per Stige, ch'io non so chi mi s'arresta
    ch'io non ti do di questo in su la testa. -

    54.
    E strignendo un martel ch'al fianco avea,
    sollev il braccio, e di menar fece atto.
    La manopola allor ch'in man tenea
    lancigli Marte, e balz in piedi ratto
    sgangherato gridando: - Anima rea,
    t'insegner ben io di starti quatto. -
    Giove che vide accesa una battaglia,
    stese lo scettro e disse: - Ol, canaglia!

    55.
    Dove credete star? giuro a Macone
    ch'io vi gastigher di tanto ardire;
    venga il fulmine tosto. - E l'Aquilone
    il fulmine arrecgli in questo dire.
    Vulcan tratto a' suoi piedi in ginocchione
    chiedea mercede e intiepidiva l'ire
    lagrimando i suoi casi e l'empia sorte,
    ma pi l'infedelt de la consorte.

    56.
    Citerea, che si vide a mal partito,
    per una porticella di nascosto
    da lo sdegno del padre e del marito,
    mentre questi piagnea, s'invol tosto:
    e dietro a lei senza aspettar invito
    corsero il Dio de l'armi e 'l Dio del mosto;
    ella in terra con lor prese la via,
    e in mezzo a lor dorm su l'osteria.

    57.
    Gli abbracciamenti, i baci e i colpi lieti
    tace la casta Musa e vergognosa;
    da la congiunzion di que' pianeti
    ritorce il plettro e di cantar non osa:
    mormora sol fra s detti segreti,
    ch'al fuggir de la notte umida ombrosa
    fatto avean Marte e 'l giovane tebano
    trenta volte cornuto il dio Vulcano.

    58.
    L'oste di Castelfranco un gran pollaio
    con uova fresche avea quanto la rena;
    ne bebbero i due amanti un centinaio,
    che smidollata si sentian la schiena:
    ma la Diva ne volle solo un paio,
    che d'altro forse avea la pancia piena.
    La Diva, per non dar di s sospetto,
    presa la forma avea d'un giovinetto.

    59.
    Di candido ermesin tutto trinciato
    sopra seta vermiglia, era vestita,
    con un colletto bianco profumato,
    calzetta bianca e cinta colorita:
    di bianco il pi leggiadro era calzato;
    non si potea veder pi bella vita;
    un pugnaletto d'or cingeva al fianco,
    e nel cappello un pennacchietto bianco.

    60.
    Ma l'oste ch'era guercio e Bolognese,
    tanto peggio stim ne' suoi concetti
    quando corcarsi in terzo egli comprese
    l'amoroso garzon fra tanti letti.
    Sgombrarono gli Dei tosto il paese,
    che di colui conobbero i sospetti,
    temendo che 'l fellon con falso indizio
    non gli accusasse quivi al Malefizio.

    61.
    A Modana passr quella mattina,
    e ritrovr che vi si fea gran festa:
    un palio di teletta cremesina
    correasi a fiori d'or tutta contesta.
    Vedendo quella gente pellegrina,
    ognuno a gara ne facea richiesta;
    e molti li tenean per recitanti
    venuti a preparar comedie inanti.

    62.
    Dicean che Marte il Capitan Cardone,
    e Bacco esser dovea l'innamorato,
    e quel vago leggiadro e bel garzone
    esser a far da donna ammaestrato.
    Cos alle volte ancor fuor di ragione
    si tocca il punto; e molti han profetato
    che si credean di favellare a caso:
    la sorte ed il saper stanno in un vaso.

    63.
    Poscia che passeggiata a parte a parte
    ebber gli Dei quella citt fetente,
    e ben considerato il sito e l'arte
    del guerreggiare e 'l cor di quella gente,
    a un'osteria si trassero in disparte
    ch'avea un trebbian di Dio dolce e rodente,
    e con capponi e starne e quel buon vino
    cenaron tutti e tre da paladino.

    64.
    Mentre questi godean, da l'altro canto
    Pallade e Febo eran discesi in terra;
    e concitando gan Bologna intanto
    e le citt de la Romagna in guerra.
    Quanto  dal Reno al Rubicone, e quanto
    tra 'l monte e 'l mar quivi s'estende e serra,
    s'unisce con Bologna e s'apparecchia
    di gir con l'armi a racquistar la Secchia.

    65.
    L'intesero gli amanti, e a la difesa
    prepararono anch'essi i lor vassalli:
    Bacco chiam i Tedeschi a quell'impresa,
    e and fin in Germania ad invitalli.
    Essi quand'ebber la sua voglia intesa,
    in un momento armar fanti e cavalli,
    benedicendo ottobre e San Martino,
    e sperando notar tutti nel vino.

    66.
    Marte rest in Italia a preparare
    la milizia di Parma e di Cremona;
    Venere disse che volea tentare
    di far venir un Re quivi in persona;
    e passando dov'Arno ha foce in mare,
    si fe' da le Nereidi a la Gorgona
    portar, e quindi a l'isola de' Sardi
    ricca di cacio e d'uomini bugiardi.










    CANTO TERZO.

    ARGOMENTO.
    Venere accende a l'armi il Re de' Sardi.
    Ragunano lor forze i Gemignani:
    s'uniscono co 'l Potta i tre stendardi,
    Tedeschi, Cremonesi e Parmigiani.
    Passa il Re con pi popoli gagliardi
    l'alpi, e discende a guerreggiar ne' piani:
    e 'l Potta il campo contra a quei dal Sipa
    del Panaro tragitta a l'altra ripa.


    1.
    Era tranquillo il mar, sereno il cielo,
    taceva l'onda e riposava il vento;
    e ingemmata di fior, sparsa di gelo,
    l'alba sorgea dal liquido elemento,
    e squarciava a la notte il fosco velo
    stellato di celeste e vivo argento:
    quando la Dea con amorose larve
    ad Enzio re nel fin del sonno apparve.

    2.
    E 'n lui mirando: - O generoso figlio
    di Federico, onor de l'armi, disse,
    l'italiche citt vanno a scompiglio,
    tornansi a incrudelir l'antiche risse:
    Modana sovra l'altre  in gran periglio,
    che fida sempre al Sacro Imperio visse:
    e tu qui dormi in mezzo 'l mar nascoso?
    Dstati e prendi l'armi, uom neghittoso.

    3.
    Va' in aiuto de' tuoi, ch t'apparecchia
    nuova fortuna il ciel non preveduta:
    tu salverai quella famosa Secchia
    che con tanto valor fia combattuta,
    che giornata campal nuova n vecchia
    non sar stata mai la pi temuta:
    Modana vincer, ma con fatica,
    e tu entrerai ne la citt nemica.

    4.
    Quivi d'una donzella acceso il core
    ti fia, la pi gentil di questa etade
    che s t'infiammer d'occulto ardore
    che ti far languir di sua beltade;
    al fin godrai del suo felice amore,
    e 'l nobil seme tuo quella cittade
    regger poscia, e riputato fia
    la gloria e lo splendor di Lombardia. -

    5.
    Qui sparve il sonno e s'invol repente
    da le luci del Re la Dea d'amore:
    ei mir le finestre, e in oriente
    biancheggiar vide il mattutino albore;
    chiese tosto i vestiti, e impaziente
    si lanci de le piume; e tratta fuore
    la spada ch'avea dietro al capezzale,
    men un colpo e fer su l'orinale.

    6.
    Quel fe' tre balzi, e in cento pezzi rotto
    cadde con la coperta cremesina;
    con lunga riga fuor sparsa di botto
    per la stanza del Re corse l'orina.
    Fe' in tanto un paggio de la guardia motto
    ch'era giunto un corrier da la marina
    col segno de l'Imperio e la patente,
    onde fu fatto entrar subitamente.

    7.
    Scrivea da Spira Federico al figlio
    che subito mandasse armi in difesa
    di Modana, che posta era in periglio
    per nuova guerra in quelle parti accesa.
    Letta la carta il Re prese consiglio
    d'andar egli in persona a quell'impresa,
    e tosto arm d'amici e di vassalli
    sovra 'l lito pisan fanti e cavalli.

    8.
    A Modana fra tanto era arrivato
    l'aviso, che gi 'l conte di Nebrona
    con seicento cavalli avea passato
    l'Alpi, e s'una con l'armi di Cremona.
    Questi da Federico era mandato,
    non potendo venir egli in persona:
    gran baron de l'Imperio e lancia rotta,
    e nemico mortal de l'acqua cotta.

    9.
    Da l'altra parte era venuta nuova
    ch'in armi si mettea tutta Romagna;
    onde deliberr d'uscir di cova
    i Modanesi armati a la campagna,
    e far di s qualche onorata prova
    col soccorso d'Italia e d'Alemagna.
    Lascir le feste, e tutte le lor posse
    furon da varie parti a un tempo mosse,

    10.
    con ordin che dovesse il giorno sesto
    al prato de' Grassoni esser ridotta
    da i capi lor tutta la gente a sesto,
    e l'insegna aspettar quivi del Potta.
    Musa, tu che scrivesti in un digesto
    que' nomi eccelsi e le lor prove allotta,
    dammene or copia acci che nel mio canto
    i pronepoti lor n'odano il vanto.

    11.
    Il Prato de' Grassoni a destra mano
    dal ponte del Panaro era distante
    quanto un arco potria tirar lontano,
    e quivi ognun dovea fermar le piante.
    Chi dal monte il d sesto, e chi dal piano
    dispieg le bandiere in un istante;
    e 'l primo ch'apparisse a la campagna
    fu il conte de la Rocca di Culagna.

    12.
    Quest'era un cavalier bravo e galante,
    filosofo poeta e bacchettone
    ch'era fuor de' perigli un Sacripante,
    ma ne' perigli un pezzo di polmone.
    Spesso ammazzato avea qualche gigante,
    e si scopriva poi ch'era un cappone,
    onde i fanciulli dietro di lontano
    gli soleano gridar: - Viva Martano. -

    13.
    Avea ducento scrocchi in una schiera,
    mangiati da la fame e pidocchiosi;
    ma egli dicea ch'eran duo mila e ch'era
    una falange d'uomini famosi:
    dipinto avea un pavon ne la bandiera
    con ricami di seta e d'or pomposi:
    l'armatura d'argento e molto adorna;
    e in testa un gran cimier di piume e corna.

    14.
    Fu Irneo di Montecuccoli il secondo,
    figliolo del signor di Montalbano,
    giovane disdegnoso e furibondo,
    e di lingua e di cor pronto e di mano;
    a carte e a dadi avra giucato il mondo,
    e bestemmiava Dio com'un marrano:
    buon compagno nel resto e senza pecche,
    distruggitor de le castagne secche.

    15.
    Settecento soldati ei conducea
    da le terre del padre e de' parenti;
    ne lo stendardo un Mongibello avea
    che vomitava al ciel faville ardenti.
    L'onor de la famiglia di Rodea,
    Attolino, il segua con le sue genti,
    a cui l'Imperator de' regni greci
    cinta la spada avea con altri dieci.

    16.
    Da Rodea, da Magreda e Castelvecchio
    conduceva costui trecento fanti
    con s leggiadro e nobile apparecchio
    che parean tutti cavalieri erranti:
    su 'l cimier per impresa avea uno specchio
    cinto di piume ignote e stravaganti.
    E dopo lui fu vista una bandiera
    su gli argini venir de la riviera.

    17.
    Le ville de la Motta e del Cavezzo,
    Camposanto, Solara e Malcantone
    quivi raccolto avean la feccia e 'l lezzo
    d'ogn'omicida rio, d'ogni ladrone;
    quel clima par da fiera stella avezzo
    a morire o di forca o di prigione:
    fur cinquecento, usati al caldo, al gielo,
    a l'inculta foresta, al nudo cielo.

    18.
    Da Camillo del Forno eran guidati
    uom temerario e sprezzator di morte,
    di semplice vermiglio avea segnati
    il suo stendardo e l'armatura forte;
    non portava cimier n fregi aurati,
    n divisa o color d'alcuna sorte,
    fuor che vermiglio; e sovra la sua gente
    con nera e folta barba era eminente.

    19.
    La gente che solcar soleva l'onda
    e or solca il letto del gran fiume estinto,
    e quella dove cade e si profonda
    il Panaro diviso e 'n dietro spinto,
    lascir le barche e i remi in su la sponda;
    e mosse da guerrier nobile instinto,
    quivi s'appresentar con lance e spiedi,
    cento a cavallo e novecento a piedi.

    20.
    Per capitani avean due schiericati
    l'arciprete Guidoni e 'l frate Bravi;
    che dianzi per ribelli ambo cacciati
    avean con una man d'uomini pravi
    la Stellata e 'l Bonden poscia occupati,
    e 'l transito al Final chiuso a le navi.
    Or rimessi venan con queste schiere,
    in abito di guerra, in armi nere.

    21.
    Alderan Cimicelli e Grazio Monte
    seguan dopo costoro a mano a mano;
    la Staggia l'uno e la Verdeta ha pronte,
    quei di Roncaglia ha l'altro e di Panzano:
    il destrier che port Bellorofonte
    gi in alto, Grazio, e un argano Alderano
    ne le bandiere lor spiegano al vento:
    e i soldati fra tutti eran secento.

    22.
    San Felice, Midolla e Camurana,
    secento a piedi e ottanta erano in sella;
    Nerazio Bianchi e Tomasin Fontana
    gli conduceano a la tenzon novella:
    Tomasin per insegna avea una rana
    armata con la spada e la rotella;
    Nerazio, che reggea quei da cavallo,
    avea una mezza luna in campo giallo.

    23.
    S'arm dopo costor quella riviera
    che da Bomporto a la Basta si stende;
    povera gente, ma superba e altera,
    che 'n terra e 'n acqua a provecchiarsi attende.
    Fur quattrocento; e ne la lor bandiera,
    che di vermiglio e d'or tutta risplende,
    ritratto avea un gonfietto da pallone
    Bagarotto, figliol di Rarabone.

    24.
    Il sagace Claretto era con esso,
    ch'acceso di Dogna Anna di Granata
    giunt'era tutt'afflitto il giorno stesso
    che un genovese gli l'avea rubata.
    Gli ne fu dato a Parma indizio espresso
    che l'avrebbe a Bomporto ritrovata;
    ma quivi giunto ne perd i vestigi,
    e bestemmi sessanta frati bigi.

    25.
    Entr ne l'osteria per rinfrescarsi
    e ritrov che Bagarotto a sorte
    raccogliea quivi i suoi soldati sparsi,
    e d'armi intorno cinte eran le porte.
    Corsero l'uno e l'altro ad abbracciarsi,
    ch'erano stati amici a la gran Corte,
    e l'uno e l'altro le speranze grame
    avean lasciate a i morti de la fame.

    26.
    Narr Claretto del suo nuovo ardore
    la lunga scena e l'intricati effetti;
    con quanti scherni in varie forme Amore
    gi tutti i suoi rivali avea negletti;
    e com'or ei perdea per pi dolore
    la donna sua nel colmo de' diletti.
    Sorrise Bagarotto e disse: - Frate,
    tu sciorini ogni d nuove scappate.

    27.
    Vieni meco a la guerra, e lascia andare
    cotesti amori tuoi da scioperato:
    la fama non s'acquista a vagheggiare
    un viso di bertuccia immascherato. -
    Claretto non istette a replicare,
    ch gli venne desio d'esser soldato;
    prese una picca e si scord di bere:
    ma ricordiamci noi de l'altre schiere.

    28.
    Cittanova spiegr, Fredo e Cognento,
    Piramo e Tisbe morti a pi del moro:
    esser potean costor da quattrocento,
    e 'l furiero Manzol fu il duca loro,
    giovane d'alto e nobile talento,
    a cui cedean l'Agilit e 'l Decoro
    nel ballar la nizzarda e la canaria
    e nel tagliar le capriole in aria.

    29.
    Quasi a un tempo arrivar da un altro lato
    Villavara, Albareto e Navicelli;
    eran trecento e conduceagli al prato
    il fiero zoppo d'Ugolin Novelli:
    dipinto ha ne l'insegna un ciel turbato
    che piove sovra un campo di baccelli.
    Indi venan tra lor correndo a gara
    quei del Corleto e quei di Bazzovara:

    30.
    Corleto emulator di Grevalcore
    ch'Augusto nomin dal cor giocondo
    quel d che fu d'Antonio vincitore,
    onde poscia con lui divise il mondo;
    e Bazzovara or campo di sudore
    che fu d'armi e d'amor campo fecondo,
    l dove il Labadin persona accorta
    fe' il beverone a la sua vacca morta.

    31.
    Eran guidati dal dottor Masello,
    ch'avea lasciato i libri a la ventura,
    e s'era armato che parea un Marcello,
    con la giubba a l'antica e l'armatura:
    portava per impresa un ravanello
    con la sementa d'or grande e matura;
    e dietro a lui venan quei di Rubiera
    e di Marzaglia armati in una schiera.

    32.
    Bertoldo Grillenzon li conducea,
    gran giucator di spada e lottatore;
    ne la bandiera un materasso avea
    che sdrucito spargea la lana fuore.
    Questa schiera de l'altra esser potea
    se non uguale, almen poco maggiore;
    giugneano a punto al numero di mille
    gli armati abitator di quattro ville.

    33.
    Galvan Castaldi e Franceschin Murano
    l'insegne di Porcile e del Montale
    e le di Cadiana e di Mugnano
    uniro a l'Osteria de le due scale.
    Trecento con le ronche avea Galvano;
    l'altro di picche avea numero eguale:
    l'impresa di Galvano  una stadera;
    Franceschino ha una gazza bianca e nera.

    34.
    Ecco Alberto Boschetti in sella armato,
    conte di San Cesario e di Bazzano;
    ch'avendo poco pria quindi cacciato
    il presidio nemico e 'l capitano,
    s'era fatto signor di quello stato
    col valor de la fronte e de la mano;
    ed or di questi e d'altri suoi vassalli
    per forza armati avea cento cavalli.

    35.
    Pomposo viene e ne lo scudo porta
    a onor di san Lorenzo una gradella:
    la lancia in mano e al fianco avea la storta
    tutta la schiera sua leggiadra e bella.
    Una volpe che fa la gatta morta
    spiegano Collegara e Corticella
    che Bernardo Calori avea condotte,
    trecento o poco pi tagliaricotte.

    36.
    Due figli avea Rangon d'alto valore,
    Gherardo il forte e Giacopin l'astuto;
    Gherardo che d'etade era il maggiore
    e 'n pi sublime grado era venuto,
    de le genti paterne avea l'onore
    e 'l governo al fratel quivi ceduto;
    ond'egli se 'n vena portando altero
    una conchiglia d'or sovra il cimiero.

    37.
    Spilimberto, Vignola e Savignano,
    Castelnovo e Campiglio in assemblea,
    Ceiano e Guia, Montorsolo e Marano,
    con quei di Malatigna armati avea.
    Cento a caval con le zagaglie in mano
    e mille fanti arcieri ei conducea,
    ch'avean con agli e porri e cipollette
    avvelenati i ferri a le saette.

    38.
    Mentre questi giugnean dal destro lato,
    gi dal sinistro in campo era venuto
    di Prendiparte Pichi il figlio armato
    col fior de la Mirandola in aiuto:
    fu Galeotto il giovane nomato
    per tutta Italia allor noto e temuto;
    e cento cavalier carchi di maglia
    sotto l'impresa avea d'una tenaglia.

    39.
    Campogaiano poscia e San Martino
    mandaron cinquecento a la pedestre,
    ch'aveano per insegna un saracino
    e armati eran di ronche e di balestre:
    Mauro Ruberti ne tenea il domno
    sovrastante maggior de le minestre;
    vo' dir che de le bocche avea la taglia
    e dovea compartir la vittovaglia.

    40.
    Zaccaria Tosabecchi allor reggea
    di Carpi il freno, uom vecchio e podagroso
    a cui l'et il vigor scemato avea
    ma non lo spirto altero e bellicoso.
    Una figlia al morir gli succedea
    che 'l conte di Solera avea per sposo,
    zerbin de la contrada e falimbello,
    di Manfredi cugin, detto Leonello.

    41.
    Venne al vecchio deso d'esser quel giorno
    in campo, e arm pedoni e cavalieri,
    e una lettiga fe' senza soggiorno
    che portavano a man quattro staffieri:
    laminata di ferro era d'intorno,
    e si potea assettar su due destrieri;
    una tal poscia forte a maraviglia
    ne fece il Contestabil di Castiglia;

    42.
    e in Borgogna l'us contra i moschetti
    del bellicoso re de' fieri Galli.
    Zaccaria venne con ducento eletti,
    parte asini col fren, parte cavalli,
    ma i pedoni a tardar furon costretti
    ch 'l conte, che dovea tutti guidalli,
    lasci il suocero andar per la pi corta
    e rest con la sposa a far la torta.

    43.
    Zaccaria, che si vide abbandonato
    dal genero, part subito i fanti,
    e quattrocento al cavalier Brusato
    e a Guido Coccapan dienne altrettanti.
    Il Cavalier un elefante alato
    ha nell'insegna: e Guido ha due giganti
    che giocano a le noci: il vecchio ha un gatto
    che insidia un topo e stassi quatto quatto.

    44.
    Quelli poi di Formigine e Fiorano,
    dove nascono fichi in copia grande,
    sono trecento, e Uberto Petrezzano
    gli guida, e ne l'insegna un orco spande.
    Baiamonte con lui di Livizzano
    quasi a un tempo arriv con le sue bande,
    ducento fur con partigiane in spalla;
    e la bandiera avean turchina e gialla.

    45.
    Appresso d'Uguccion di Castelvetro
    l'insegna apparve ch'era un cardo bianco.
    Trecento balestrier le tenean dietro
    ch'avean bolzoni e mazzafrustri al fianco.
    Da Gorzan, Maranello e da Ceretro
    de' famosi Grisolfi il buon Lanfranco
    tratti avea cinquecento in una schiera,
    e portava un frullon ne la bandiera;

    46.
    onde la Crusca poi gli mosse lite
    che fu rimessa al tribunal romano.
    Con l'impresa d'un pero e d'una vite
    Stefano e Ghin de' conti di Fogliano
    avean con l'armi foglianese unite
    quelle di Montezibio e di Varano,
    ch'eran ducento ottanta martorelli,
    unti e bisunti che parean porcelli.

    47.
    Ma dove lascio di Sassol la gente
    che suol de l'uve far nettare a Giove,
    l dove  il d pi bello e pi lucente,
    l dove il ciel tutte le grazie piove?
    quella terra d'amor, di gloria ardente,
    madre di ci ch' pi pregiato altrove,
    mand cento cavalli, e intorno a mille
    fanti raccolti da sue amene ville.

    48.
    Roldano de la Rosa  il duca loro
    ch'un tempo guerreggiando in Palestina
    contra 'l campo d'Egitto e contra 'l Moro
    fe' del sangue pagan strage e ruina;
    sparsa di rose e di fiammelle d'oro
    avea l'insegna azzurra e purpurina;
    e dietro a lui vena poco lontano
    Folco Cesio signor di Pompeiano;

    49.
    Pompeiano ove suol l'aura amorosa
    struggere il giel di que' nevosi monti;
    Gommola e Palaveggio a la famosa
    donna del seggio lor chinan le fronti.
    Sotto l'insegna avea d'una spinosa
    Folco raccolti de' pi arditi e pronti
    trecento, che su zoccoli ferrati
    se ne venan di chiaverine armati.

    50.
    E quel ch'era mirabile a vedere,
    cinquanta donne lor con gli archi in mano
    avezze al bosco a saettar le fiere,
    e a colpir da vicino e da lontano,
    succinte in gonna e faretrate arciere,
    calavano con lor dal monte al piano;
    e la chioma bizarra e ad arte incolta
    ondeggiando su 'l tergo iva disciolta.

    51.
    Bruno di Cervarola avea il domno
    di quella terra e del vicin paese
    di Moran, del Pigneto e di Saltino;
    uom vago di litigi e di contese.
    Con ducento suoi sgherri entr in cammino
    subito che de l'armi il suono intese;
    e perch'era un cervel fatto a capriccio,
    portava per impresa un pagliariccio.

    52.
    Di Bianca Pagliarola innamorato
    fatte avea gi per lei prove diverse;
    e a lei che gli arse il cor duro e gelato
    sempre di sue vittorie il premio offerse:
    or additando il suo pensier celato
    un pagliariccio in campo bianco aperse,
    ch'in mezzo un telo avea fatto di maglia
    e mostrava nel cor la bianca paglia.

    53.
    Appresso gli vena Mombarranzone
    col suo signor Ranier, che di Pregnano
    reggea la nuova gente e 'l gonfalone
    che mandato gli avea Castellarano;
    cinquanta con le natiche in arcione,
    e quattrocento gan battendo il piano
    con le scarpe sdrucite e senza suola;
    la loro insegna  un bufalo che vola.

    54.
    Brandola, Ligurciano e Moncereto
    conduceva Scardin Capodibue,
    ch'un diavolo stizzato in un canneto
    dipinto avea ne le bandiere sue.
    Col cimiero di lauro e mirto e aneto
    il signor di Pazzan dietro gli fue,
    che pretendea gran vena in poesia,
    n il meschin s'accorgea ch'era pazzia.

    55.
    Alessio era il suo nome, e 'n sesta rima
    composto avea l'"amor di Drusiana";
    nel resto fu baron di molta stima,
    e seco avea Farneda e Montagnana.
    Questa gente contata con la prima,
    non era da giostrare a la quintana:
    eran da cinquecento ferraguti
    di rampiconi armati e pali acuti.

    56.
    Di Veriga e Bison l'insegna al vento,
    ch'era in campo azzurrino un sanguinaccio,
    spiega Pancin Grassetti, e quattrocento
    fanti conduce a suon di campanaccio:
    ma pi di questi ne mandaron cento
    Montombraro, Festato e 'l Gainaccio,
    con l'impresa d'un asino su un pero,
    e Artimedor Masetti  il condottiero.

    57.
    Taddeo Sertorio, di Castel d'Aiano
    conte e fratel di Monaca la bella,
    conducea Montetortore e Misano,
    dove fu la gran fuga, e la Rosella,
    con archi e spiedi porcherecci in mano,
    spiegando in campo bianco una padella;
    trecento fur che quelle vie ronchiose
    con le piante premean dure e callose.

    58.
    Seguiva di Monforte e di Montese,
    Montespecchio e Trentin poscia l'insegna:
    Gualtier figliuol di Paganel Cortese
    l'avea dipinta d'una porca pregna;
    fur quattrocento, e parte al tergo appese
    accette avean da far nel bosco legna,
    parte forconi in spalla, e parte mazze
    e pelli d'orsi in cambio di corazze.

    59.
    Il conte di Miceno era un signore
    fratel del Potta a Modana venuto,
    dove invagh s ognun del suo valore
    che a viva forza poi fu ritenuto:
    non avea la milizia uom di pi core,
    n pi bravo di lui n pi temuto:
    corseggi un tempo il mar, poscia fu duce
    in Francia: e nominato era Voluce.

    60.
    Gli don la citt per ritenerlo
    Miceno, Monfestin, Salto e Trignano,
    e Ranocchio e Lavacchio e Montemerlo,
    Sassomolato, Riva e Disenzano:
    un san Giorgio parea proprio a vederlo,
    armato a pi con una picca in mano;
    con ottocento fanti al campo venne
    con armi bianche e un gran cimier di penne.

    61.
    Panfilo Sassi e Niccol Adelardi
    co' Frignanesi lor seguiro appresso,
    di concerto spiegando i due stendardi
    di Sestola e Fanano a un tempo stesso;
    l'uno ha tre monti in aria e 'l motto "tardi",
    l'altro nel mar dipinto un arcipresso,
    con l'uno  Sassorosso, Olina e Acquaro;
    Roccascaglia con l'altro e Castellaro.

    62.
    Eran mille fra tutti. E dopo loro
    vena una gente indomita e silvestra;
    San Pellegrino, e gi fino a Pianoro
    tutto il girar di quella parte alpestra
    dove sparge il Dragone arena d'oro
    a sinistra, e 'l Panaro ha il fonte a destra,
    Redonelato e Pelago e la Pieve
    e Sant'Andrea che padre  de la neve;

    63.
    Fiumalbo e Bucasol terre del vento,
    Magrignan, Montecreto e Cestellino;
    esser potean da mille e quatrocento
    gl'inculti abitator de l'Apennino:
    Apennin ch'alza s la fronte e 'l mento
    a vagheggiare il ciel quindi vicino,
    che le selve del crin nevose e folte
    servon di scopa a le stellate volte.

    64.
    Tutti a piedi venan con gli stivali,
    armati di balestre a martinelle
    che facevano colpi aspri e mortali
    e passavano i giacchi e le rotelle:
    pelliccioni di lupi e di cinghiali
    eran le vesti lor pompose e belle;
    spadacce al fianco aveano e stocchi antichi,
    e cappelline in testa e pappafichi.

    65.
    Ma chi fu il duce de l'alpina schiera?
    Fu Ramberto Balugola il feroce
    che portava un fanciul ne la bandiera
    che faceva a un Giudeo baciar la croce.
    Con armatura rugginosa e nera
    e piume in testa di color di noce
    vena superbo a passi lunghi e tardi,
    con una scure in collo e in man tre dardi.

    66.
    Da Ronchi lo segua poco lontano
    Morovico signor di quella terra:
    Palagano e Moccogno e Castrignano
    guidava, e quei di Santa Giulia in guerra.
    Da quattrocento con spuntoni in mano
    co' piedi lor calcavano la terra
    dietro a l'insegna d'una barca a vela,
    e cantando venan la "fa-li-le-la".

    67.
    Un giovinetto di superbo core
    che di sua fresca etade in su 'l mattino
    non avea ancor segnato il primo fiore
    del primo pel, nomato Valentino,
    avea dipinto addormentato Amore,
    e Medola reggea, Montefiorino,
    Mursian, Rubbian, Massa e Povello,
    Vedriola e de l'Oche il gran castello.

    68.
    Di giavellotti armati e gianettoni,
    di panciere e di targhe eran costoro,
    con martingale e certi lor saioni
    che chiamavano i sassi a concistoro.
    Sotto le scarpe avean tanti tacconi,
    che parea il campo d'Agramante moro
    che in zoccoli marciasse a lume spento;
    e non erano pi che cinquecento.

    69.
    Poich la fanteria de la montagna
    fu veduta passar di schiera in schiera,
    il Potta fece anch'egli a la campagna
    uscir la gente sua ch'armata s'era.
    E gi quella di Parma e d'Alemagna
    e di Cremona giunta era la sera
    da la parte del Po, per la fatica
    che da Reggio temea, citt nemica.

    70.
    In Garfagnana intanto avea intimato
    a' cinque capitan de le bandiere
    che non uscisser pria di quello stato
    che vi giungesse il Re con le sue schiere:
    per ch'anch'ei da Lucca avea mandato
    a fare in fretta a la citt sapere
    ch'ei vena quindi, e domandava gente
    da potersi condur sicuramente.

    71.
    E 'l giorno che segu, posto in cammino
    per la diritta via di Gallicano,
    tra le coste pass de l'Apennino
    e discese al Padul gi dal Frignano;
    era con lui Vetidio Carandino
    con la bandiera di Camporeggiano,
    dove egli avea dipinta una civetta
    che portava nel becco una scopetta.

    72.
    Quella di Castelnovo, ov'era un Santo
    con le man giunte lavorato a scacchi,
    segua per retroguardia indietro alquanto
    sotto la guida di Simon Bertacchi.
    Quivi l'arredo regio  tutto quanto,
    quivi veneno i servitori stracchi
    e quei che 'l vin di Lucca avea arrestati,
    per some in su le some addormentati.

    73.
    Ma le due di Soraggio e di Sillano
    da Otton Campora l'una era guidata,
    l'altra da Jaconia di Ponzio Urbano,
    che porta una fascina incoronata.
    La stella mattutina il Camporano
    con una cuffia rossa ha figurata:
    E queste quattro avean sei volte mille
    fanti raccolti da sessanta ville.

    74.
    Ma trecento cavalli avea la quinta
    guidata da Pandolfo Bellincino,
    ove in campo dorato era dipinta
    la figura gentil d'un babuino.
    I cavalieri avean la spada cinta,
    attaccato a l'arcione un balestrino,
    lo scudo in braccio e in mano una zagaglia;
    e gano a destra man de la battaglia.

    75.
    Per che quindi anch'essi i Fiorentini
    armatisi in favor de' Bolognesi
    costeggiando venan cos vicini
    che poteano i men cauti esser offesi.
    Il Re seimila fanti ghibellini,
    sardi, pisani, liguri e lucchesi
    e due mila cavalli avea con lui,
    svevi e tedeschi e parteggiani sui.

    76.
    Intanto il Potta le sue genti avea
    divise in terzo, e 'l buon Manfredi avanti
    con due mila cavalli in assemblea
    se 'n giva, e dopo lui venano i fanti.
    Eran dodicimila e gli reggea
    Gherardo, che ne gli atti e ne' sembianti
    parea un volpon che conducesse i figli
    a dar l'assalto a un branco di conigli.

    77.
    La terza schiera fu di poche genti,
    ma piena d'ogni machina murale
    e di que' pi terribili instrumenti
    che gli antichi trovr per far del male.
    L'architetto maggior de' ferramenti
    Pasquin Ferrari, gran zucca da sale,
    la conducea con mille balestrieri
    e cento carri e ventidue ingegneri.

    78.
    Non si ferm ne l'arrivare al ponte
    il Potta, ma pass di l da l'onda,
    e dietro a lui tutte le schiere conte
    si condussero in fretta a l'altra sponda:
    quivi secento a pi con l'armi pronte
    trovar, da la fruttifera e feconda
    Nonantola venuti, e dal vicino
    contado di Stuffione e Ravarino.

    79.
    Gli conducean due cavalier novelli
    con armi e piume di color di gigli,
    Beltrando e Gherardino, i due gemelli
    che de la bella Molza erano figli.
    Era l'impresa lor due fegatelli
    con la veste a quartier bianchi e vermigli,
    le tramezze di lauro e le frontiere:
    e queste ultime fur di tante schiere.












    CANTO QUARTO.

    ARGOMENTO.
    Mentre dal Potta Castelfranco  stretto,
    Rubiera assalta il popolo reggiano.
    Parte dal campo a quell'impresa eletto
    Gherardo, e se ne va notturno e piano.
    Muove assalto a la terra, onde costretto
    da la fame si parte il capitano.
    Cadono i valorosi; e gli altri a patto
    fan de la vita lor vile riscatto.


    1.
    Poich fu sorto in su la destra riva,
    si ferm il campo e s'ordinr le schiere;
    ne gli usberghi lucenti il sol feriva
    e ne traeva fuor lampi e lumiere:
    un venticel che di ponente usciva
    facea ondeggiar le piume e le bandiere:
    e per le rive intorno e per le valli
    romoreggiava il ciel d'armi e cavalli.

    2.
    Il Potta, ch'era un uom molto eloquente
    e solito a salir spesso in ringhiera,
    montato sopra un argine eminente
    che divideva i campi e la riviera,
    cinto di capitani e nobil gente,
    co 'l capo disarmato e la montiera,
    cos parlava al popolo feroce
    con magnanimi gesti e altera voce:

    3.
    - O vero seme del valor latino,
    ben aveste l'altrier da Federico
    un privilegio in foglio pecorino,
    che vi ridona il territorio antico
    che terminava gi sopra 'l Lavino:
    ma il donativo suo non vale un fico,
    se con quest'armi che portiamo a canto
    non ne pigliamo noi possesso in tanto.

    4.
    Sol Castelfranco ne pu far inciampo,
    ch rinforzato  di presidio grosso;
    ma non avr da noi riparo o scampo,
    se con tant'armi gli giugniamo addosso:
    quivi noi fermeremo il nostro campo
    contra 'l nemico che non s' ancor mosso;
    e potremo goder sicuri e lieti
    de' beni altrui, finch fortuna il vieti.

    5.
    Tutte nostre saran senza sospetti
    queste ricche campagne e questi armenti;
    la salciccia, i capponi e i tortelletti
    da casa ci verran cotti e bollenti,
    e dormiremo in quegli stessi letti
    dove ora dormon le nemiche genti:
    il Re giunger in campo innanzi sera,
    ch gi scesa dal monte  la sua schiera.

    6.
    Ma che pi vi trattengo o forti? Andiamo
    a trar di bizzaria questi capocchi,
    leviamgli Castelfranco; e poi vediamo
    ci che faran con quel fuscel ne gli occhi,
    ricco di preda  quel castel, io bramo
    ch'ognun ne goda, a ciaschedun ne tocchi;
    io per me certo non ne vo' un quattrino,
    e dono la mia parte al pi meschino. -

    7.
    Cos dicendo il fiero campo mosse
    con tanta fretta a la segnata impresa,
    che l'inimico a pena a tempo armosse,
    per correr de le mura a la difesa.
    Subito intorno fur cinte le fosse,
    e adattate le macchine da offesa:
    al primo colpo d'un trabucco vasto
    fu arrandellato un asino col basto.

    8.
    La machina mural da s rimove
    con impeto s fier quella bestiaccia,
    che la solleva in aria, e in piazza dove
    pi turba avea dentro il castel la caccia.
    Trasecolaron quelle genti nove
    tutte, e l'un l'altro si miraro in faccia
    con le guance di neve e 'l cor di gelo,
    ch'un asino cader vider dal cielo.

    9.
    Era con molti armati in quel presidio
    un capitan di poca matematica
    di Casa Bonason, detto Nasidio
    perch'avea un naso contro la prammatica:
    questi temendo un general eccidio,
    subito co' Potteschi attacc pratica
    d'uscir di quel castel con la sua gente
    se non avea soccorso il d seguente.

    10.
    Fermato il patto, il Re giunse la sera
    con trombe e fuochi e segni d'allegrezza;
    ma il d seguente una novella fiera
    converse tutto il dolce in amarezza:
    venne correndo un messo da Rubiera
    ch'aiuto richiedea con gran prestezza
    contra il popol reggian, ch'a quella terra
    mossa la notte avea improvisa guerra.

    11.
    Il popolo reggian col modanese
    professava odio antico e nemicizia,
    e avea contra di lui col bolognese
    pi volte unita gi la sua milizia;
    ora, dissimulando il tempo attese,
    e per mostrar la solita nequizia,
    passato che fu il Re, spinse a' suoi danni
    seimila fra soldati e saccomanni.

    12.
    Il Re tosto chiamar fece a consiglio
    tutti gli eroi de la citt del Potta;
    e poi ch'ebbe narrato il gran periglio
    ove quella fortezza era ridotta,
    rivolse a destra mano il nobil ciglio,
    dove sedea l'onor di casa Scotta:
    ed ei, poich fu sorto e si compose
    la barba con la man, sput e rispose:

    13.
    - A voi, signor, come pi degno, tocca
    sceglier fra questi un capitano in fretta,
    che vada a liberar l'oppressa rocca
    e a far su quegli audaci aspra vendetta. -
    Volea pi dir, ma no 'l lasci la bocca
    aprir, che si lev da la panchetta
    e salt in mezzo il conte di Culagna
    dicendo: - V'andr io, chi m'accompagna? -

    14.
    Maravigliando il Re si volse e disse:
    - Chi  costui s ardito e baldanzoso? -
    Il Potta si guard ch'ei no 'l sentisse,
    e disse: - Questi  un matto glorioso. -
    Il Re, che avea disio che si spedisse
    a quella impresa un capitan famoso,
    rimise quella eletta al Potta stesso
    che conosceva ognun meglio da presso.

    15.
    Il Potta, che sapea che i Parmegiani
    eran nemici a la tedescheria,
    e ch'era un accoppiar co' gatti i cani
    se gli uni e gli altri insieme a un tempo una;
    disegn di mandar contra i Reggiani
    gli aiuti che da Parma in campo ava
    Giberto da Correggio allor guidati,
    tremila a piedi e mille in sella armati.

    16.
    Ma il carico sovran diede a Gherardo
    con cinquemila fanti e quella schiera
    ch'avea Bertoldo sotto il suo stendardo
    condotta da Marzaglia e da Rubiera.
    Ripass il ponte il cavalier gagliardo;
    ma non giunse a Marzaglia innanzi sera,
    quivi ebbe nuova de la terra presa,
    ma che la rocca ancor facea difesa.

    17.
    Stettero in dubbio i cavalier del Potta
    se passavano allor quella riviera,
    o s'attendean che fulminata e rotta
    fosse dal novo sol l'aria gi nera.
    Ed ecco apparve lor su 'l fiume allotta
    Marte, che presa la sembianza fiera
    di Scalandrone da Bismanta avea,
    bandito e capitan di gente rea;

    18.
    e inalzando una face in su la sponda
    che 'l varco indi vicin tutto scopriva,
    fe' s che tragitt di l da l'onda
    subito il campo a la sinistra riva.
    Spirava il vento e dibattea la fronda
    s ch'a fatica il calpestio s'udiva.
    A i capitani allor Marte feroce
    volgea lo sguardo e la terribil voce;

    19.
    e dicea lor: - Venite meco, o forti,
    ch gl'inimici or vi do vinti e presi,
    mentre che ne la terra i male accorti
    son quasi tutti a depredar intesi,
    aspettando che 'l messo annunzio porti
    che si sian quelli de la rocca resi,
    dove a l'assedio in su la fossa armato
    Foresto Fontanella hanno lasciato.

    20.
    Io la perfidia lor patir non posso,
    e vengo a vendicarla ora con voi;
    se lor giugniamo a l'improviso addosso,
    che potran far, se fosser tutti eroi?
    Gira, Gherardo, tu a sinistra il fosso,
    e chiudi il passo co' soldati tuoi,
    ch'io Giberto e Bertoldo a pi del ponte
    condurr cheti a l'inimico a fronte. -

    21.
    Cos parlava, e Scalandrone il fiero
    creduto fu da ognun ch'era presente.
    Gherardo a manca man tenne il sentiero,
    Giberto a destra al lato di ponente,
    e su gli elmi inalzar fe' per cimiero
    un segno bianco a tutta la sua gente,
    ch gi la squadra udia del Fontanella
    cantar non lungi la "Rossina bella".

    22.
    Passavan cheti e taciturni avanti
    senza ronde scontrar n sentinelle,
    quando cessaro a l'improviso i canti
    e i gridi e gli urli andar fino a le stelle;
    i cavalli lasciaro addietro i fanti
    allora, e Marte accese due facelle,
    e illumin cos l'aer d'intorno
    che parve senza sol nascere il giorno.

    23.
    Foresto, che venir sopra si vede
    gli stendardi di Parma e di Rubiera,
    si lascia dietro anch'ei la gente a piede;
    e passa armato innanzi a la sua schiera.
    Marte rimira e Scalandrone il crede,
    sprona il cavallo e abbassa la visiera;
    e 'l coglie a punto al mezo de la pancia,
    ma non sente piegar n urtar la lancia.

    24.
    Marte a l'incontro al trapassar percosse
    in guisa lui d'un colpo sopramano
    che gli abbruci la barba e 'l viso cosse,
    e non parve mai pi fedel cristiano:
    ei se la bebbe, e subito scontrosse
    con Bertoldo, ch'avea disteso al piano
    col braghiero in due pezzi Anselmo Arlotto,
    grande alchimista e in medicina dotto.

    25.
    Ruppero l'aste a quell'incontro fiero,
    e con le spade incomincir la guerra.
    L'animoso Foresto avea un destriero
    che non trovava paragone in terra,
    generoso di cor, pronto e leggero;
    e se un'antica cronica non erra,
    fu de la razza di quel buon Frontino,
    fatto immortal da Monsignor Turpino.

    26.
    Bertoldo avea pi forza e pi fierezza,
    ed era di statura assai maggiore:
    Foresto avea pi grazia e pi destrezza,
    picciolo il corpo e grand'era 'l valore.
    Ma l'uno e l'altro fa di sua prodezza
    mostra al nemico e di suo eccelso core;
    e la terra  gi tinta e inorridita
    di sangue e di bragiole e maglia trita.

    27.
    Giberto intanto avea rotta la lancia
    nel ventre a Gambatorta Scarlattino,
    e col troncon fatta crepar la pancia
    d'un fiero colpo a Stevanel Rossino;
    quando tolse una scure a Testarancia
    figliuol di Filippon da San Donnino,
    e con essa a due man fe' tal ruina,
    che tolse il vanto a quei de la tonnina.

    28.
    Uccise Braghetton da Bibianello
    ch'un tempo a Roma fece il cortigiano;
    e 'l nome v'intagli co lo scarpello
    sotto Montecavallo a manca mano;
    avea la pancia come un carratello
    e avra bevuta la citt d'Albano,
    n mai chiedeva a Dio nel suo pregare,
    se non che convertisse in vino il mare.

    29.
    Gli divise la pancia il colpo fiero
    e una borrachia ch'a l'arcione avea:
    cadeano il sangue e 'l vin sopra 'l sentiero,
    e 'l misero del vin pi si dolea.
    l'alma ch'usciva fuor col sangue nero
    al vapor di quel vin si ritraea:
    e lieta abbandonava il corpo grasso,
    credendo andar fra le delizie a spasso.

    30.
    Uccise dopo questi Alceo d'Ormondo
    protonotario e camerier d'onore
    ne la corte papal, capo del mondo
    e di pi cavalier conte e dottore;
    e 'l miser Baccarin da San Secondo
    che de le pappardelle era inventore
    morto lasci con gli altri male accorti
    sotto Rubiera ad ingrassar quegli orti.

    31.
    Prospero d'Albinea, Feltrin Casola,
    Marco Denaglia, Brun da Mozzatella,
    Berto da Rondinara, Andrea Scaiola,
    Stefano Zobli, Gian da Torricella,
    Guglielmo da la Latta e Pier Mazzola
    dal feroce guerrier tratti di sella,
    con Ugo Brama e Gian Matteo Scaruffa
    tutti rimaser morti in quella zuffa.

    32.
    A i colpi de la forza di Giberto
    gira gli occhi Foresto; e i suoi soldati
    vede da la battaglia al campo aperto
    fuggir chi qua chi l tutti sbandati:
    e temendo restar quivi diserto,
    ch cinto si vedea da tutti i lati,
    volge a Bertoldo ed una punta abbassa,
    e gli uccide il cavallo e 'n terra il lassa:

    33.
    e dove i suoi fuggan da la battaglia
    spronando quel destrier che sembra un vento:
    - Dunque, gridava lor, brutta canaglia,
    questo  il vostro valore e l'ardimento?
    Se non avete tanto cor che vaglia
    a sprezzar de la morte ogni spavento
    s che vogliate abbandonar la guerra,
    ritiratevi almen dentro la terra. -

    34.
    Cos disse, e correndo in ver la porta
    donde il soccorso omai gli parea tardo,
    piena la via trov di gente morta,
    ch'ivi gi penetrato era Gherardo.
    Allor frenando l'impeto che 'l porta,
    s'arresta alquanto il giovane gagliardo,
    pensando se dovea quindi fuggire
    tra l'ombre de la notte o pur morire.

    35.
    Spiccasi al fine, e l dove difende
    il nemico l'uscita, entrar procaccia:
    la testa a Furio da la Coccia fende
    e nel ventre a Vivian la spada caccia:
    il primo avea il cervel fuor di calende
    e l'altro era un fanton lungo sei braccia,
    l'un nemicizia avea col sol d'agosto
    e l'altro rincara le calde arrosto.

    36.
    Fer dopo costor, con vario evento,
    due Gemignani, l'Erri e 'l Baciliero:
    ne l'umbilico l'un subito spento
    cad, tocco d'un colpo assai leggiero:
    l'altro, ch'un'ernia avea piena di vento
    n potea camminar senza 'l braghiero,
    ferito d'una punta in quella parte,
    esal il vento e si san contr'arte.

    37.
    Giunto alfin dove l'ultima bandiera
    Forcierolo Alberghetti avea fermata,
    come che cinta sia di gente fiera
    la sforza, e quindi a' suoi trova l'entrata;
    n s'accorge che lascia la sua schiera
    tra i nemici rinchiusa e abbandonata.
    In tanto il conte avea di San Donnino
    sentito il fiero suon del mattutino.

    38.
    Questi era de' Reggiani il generale,
    grande di Febo e di Bellona amico,
    e stava componendo un madrigale
    quand'arriv l'esercito nemico.
    Reggio non ebbe mai suggetto eguale
    o nel tempo moderno o ne l'antico,
    n di lui pi stimato in pace e 'n guerra;
    ed era consiglier di Salinguerra.

    39.
    Di Salinguerra il poderoso dico
    che tenne gi Ferrara e Francolino,
    fin che fu poi dal Papa suo nemico
    sospinto fuor del nobile domno,
    e torn a ripigliar lo scettro antico
    il seme del superbo Aldobrandino:
    Si trova in somma scritto in varie carte,
    che 'l conte era grand'uomo in ogni parte.

    40.
    Tosto ch'ode il romor, chiede da bere
    a Livio suo scudiero e l'armi chiede;
    e beve in fretta, e poi volge il bicchiere
    sopra la sottocoppa in su col piede:
    s'adatta i braccialetti e le gambiere;
    s'affaccia a la finestra; e guarda e vede
    a quel romor, senza notizia averne,
    saltar di casa ognun con le lanterne.

    41.
    Gi avea l'usbergo, e subito s'allaccia
    l'elmo con piume candide di struzzo;
    cigne la spada e 'l forte scudo imbraccia,
    e monta sopra un nobile andaluzzo.
    Gli portava dinanzi una rondaccia
    e una balestra il sordo Malaguzzo,
    era stizzato e gli sapeva male
    di non aver finito il madrigale.

    42.
    Giunto a la porta e udito il gran fracasso
    mont subitamente in su le mura,
    e mir intorno e vide gi nel basso
    d'armi coperto il ponte e la pianura,
    vide i nemici aver serrato il passo
    e de' soldati suoi l'aspra ventura,
    onde pieno d'angoscia e di dispetto
    sospir forte e si percosse il petto.

    43.
    E quivi a canto a lui fatti passare
    due mila balestrier ch'in campo avea,
    cominci l'inimico a saettare
    che cacciarlo di luogo ei si credea.
    Come suol rifuggir l'onda e tornare
    fremendo nel furor de la marea,
    cos fremea ondeggiando e i forti scudi
    opponea l'inimico a i colpi crudi.

    44.
    Ma non partiva e non mutava loco:
    e 'n tanto l'alba usca de l'oriente,
    le cui guancie di rose al sol di foco
    mirando il ciel ne divenia lucente.
    Gherardo rinfresc la gente un poco
    mutandola a' quartieri, e al d nascente
    dal fosso a basso e da la rocca d'alto
    diede principio a un furibondo assalto.

    45.
    De la rocca Bertoldo ebbe l'assunto;
    Giberto a manca man, Gherardo a destra.
    Vedesi il conte a mal partito giunto,
    ch'eran finiti il pane e la minestra:
    pur mise anch'egli i suoi soldati in punto,
    e Bertoldo dicea da una finestra:
    - Ah! Reggianelli, gente da dozzina,
    l'unghie vi resteran ne la rapina. -

    46.
    Dove la rocca gi nel pian scendea,
    de la piazza era il conte a la difesa:
    e sbarrato di travi il passo avea,
    facendo quivi i suoi nobil contesa.
    Gherardo a destra man forte stringea,
    Giberto facea machine da offesa,
    mangani e scale, e empa con sorda guerra
    la fossa in tanto di fascine e terra.

    47.
    Dur il crudele assalto infino a nona,
    sin che stancrsi e intiepidiron l'ire.
    Il saggio conte i suoi non abbandona;
    ma non avea che dargli a digerire.
    Ne la rocca serrata avean l'annona
    i terrazzani al primo suo apparire,
    e tanti denti in su l'entrar di botto
    distrusser ci che v'era e crudo e cotto.

    48.
    Cerca di qua, cerca di l, n trova
    cosa da farvi un minimo disegno:
    sbadiglian tutti e fan crocette a prova,
    e l'appetito lor cresce lo sdegno.
    Fatta avean quivi una chiesetta nova
    certi frati di quei dal pi di legno:
    il conte al guardian chiese rimedio
    per liberarsi dal crudele assedio.

    49.
    Cominci il frate a dir che Dio adirato
    volea il popol reggiano or gastigare:
    il conte ch'era mezzo disperato
    - Padre, dicea, non stato a predicare,
    ma cercate rimedio al nostre stato,
    ch' notte e non abbiam di che cenare:
    fateci uscir di queste mura in pace,
    e predicate poi quanto vi piace. -

    50.
    Il frate usc a trattar subito fuora,
    e ritorn con l'ultima risposta:
    che se i Reggiani andar voleano allora,
    lasciasser l'armi e andassero a lor posta.
    Alcuni non volean pi far dimora,
    ma gli altri si ridean de la proposta,
    e dicean che con l'armi era da uscire,
    o da pugnar con l'armi o da morire.

    51.
    Onde forzato fu di ritornare
    il frate al campo, e 'l conte a lui converso:
    - Padre, dicea, vi voglio accompagnare,
    datemi una gonella da converso. -
    Il frate gliene fece una portare
    ricamata di brodo azzurro e perso,
    ch'era del cuoco: e 'l conte se la pose,
    e tutto nel capuccio si nascose:

    52.
    e rivoltato a' suoi disse ch'ei giva
    a procurar anch'ei sorte migliore;
    ma se 'l nemico altier non s'ammolliva,
    tentato avra di rimaner di fuore;
    e che con nuova gente ei s'offeriva
    di tornare in soccorso in fra poche ore,
    pur ch'a lor desse il cor di mantenerse
    un giorno ancor ne le fortune avverse.

    53.
    In suo luogo lasci Guido Canossa,
    e non prese arme, fuor ch'una squarcina
    che nascondea quella vestaccia grossa,
    con un giacco di maglia garzerina.
    Ritrovaron Gherardo in su la fossa,
    che facea fabricar per la mattina
    contra la porta una sbarrata grande
    che chiudeva per fronte e da le bande.

    54.
    Quando Gherardo vide il guardiano,
    gli venne incontro; e 'l frate gli dicea,
    che troppo duro al popolo reggiano
    il partito proposto esser parea;
    ch'egli voleva uscir con l'armi in mano,
    e che nel resto a lui si rimettea.
    Gherardo entr in furor quand'ud questo
    e disse al frate: - Padre, io vi protesto

    55.
    che vo' far nuovi patti e vo' che lassi
    l'armi e l'insegne e quanto egli ha da guerra,
    e ch'in farsetto e sotto un'asta passi
    a l'uscir de la porta de la terra.
    Cos vi giuro, e non perdete i passi
    a tornar, se 'l partito non si serra;
    perch vi aggiugner pene pi gravi,
    come son degni i lor eccessi pravi. -

    56.
    Il conte, che tenea l'orecchie intente
    dicendo: - A f non mi ci coglierai, -
    s'incominci a scostar segretamente,
    fin che si ritrov lontano assai.
    Pregava il guardian molt'umilmente,
    ma non pot spuntar Gherardo mai:
    onde torn dolente al suo camino,
    senz'altra inchiesta far di fra' Stoppino.

    57.
    Poich torn confuso e sbigottito
    da la fiera risposta il guardiano,
    e narr il tutto e che se n'era gito
    il conte e gi poteva esser lontano;
    si consult s'era miglior partito
    il ritorno aspettar del capitano,
    o pur co l'armi al ciel notturno e scuro
    tentar d'uscir de l'infelice muro.

    58.
    Tutti lodr che s'aspettasse il conte;
    ma quando poi s'and ben calculando
    ch'ei non poteva aver le genti pronte
    prima che il nuovo sol fosse ito in bando,
    si torser tutti e rincrespr la fronte,
    dicendo che volean morir pugnando:
    onde Guido d'uscir fatto disegno,
    fe' stare in punto ognun co l'armi a segno.

    59.
    Ma da la rocca di Bertoldo aviso
    a Gherardo ch'usasse estrema cura,
    che mostrava il nemico a l'improviso
    voler co l'armi uscir di quelle mura.
    Preparossi Gherardo; e su l'aviso
    f stare i suoi soldati, e l'aria scura
    rallum con facelle e pece ardente;
    e le sbarre piant subitamente.

    60.
    Ed ecco aprir la porta e a un tempo stesso
    de gli affamati il grido e le percosse:
    ma ne le sbarre urtar ch'erano appresso;
    e 'l rauco suono e l'impeto arrestosse:
    Gherardo avea per fianco e 'n fronte messo
    vari strumenti di tremende posse:
    e a colpi di saette e pietre e dardi
    stese quivi i pi arditi e pi gagliardi.

    61.
    Ed egli armato a pi con una mazza
    corse a le sbarre, e a tanti di la morte,
    che se non ritraea la turba pazza
    in dietro il piede e non chiudea le porte,
    perduta quella notte era la razza
    de' soldati da Reggio in dura sorte.
    Fu de' primi a cader Guido Canossa
    in preda a i lucci di quell'empia fossa.

    62.
    Ma l'ardito Foresto urta il destriero,
    dove vede la sbarra esser pi bassa;
    e tratto disperato il brando fiero
    contra Gherardo, il fre a un tempo e passa,
    e dovunque al passar drizza il sentiero,
    de l'alto suo valor vestigi lassa;
    fin ch'in sicura parte al fine arriva,
    e i suoi d'aiuto e di speranza priva.

    63.
    L'esercito reggian, fatto sicuro
    che la forza adoprar gli valea poco,
    e veggendo il nemico in volt'oscuro
    scuoter la porta e domandar del foco,
    in fretta rimand fuora del muro
    il guardian, ch'ebbe a fatica loco
    d'impetrar da Gherardo alcun partito,
    ch'era gi inviperato e infellonito.

    64.
    Al fin l'ultimo ottenne, e fu giurato
    con giunta, che chiunque a l'osteria
    con modanese alcun fosse alloggiato
    di quello stuol che di Rubiera usca,
    a trargli per onor fosse ubbligato
    scarpe o stivali o s'altro in piedi ava;
    indi fu aperto un picciolo sportello,
    d'onde uscivano i vinti in giubberello.

    65.
    Marte, che la sembianza ancor tenea
    di Scalandron, per onorar la festa,
    stando a la picca, ove al passar dovea
    chinar il vinto la superba testa,
    dava a ciascun, nel trapassar che fea
    sotto quell'asta, un scappellotto a sesta:
    cos fino a l'aurora ad uno ad uno
    and passando il popolo digiuno.

    66.
    Poi che tutti passr, Marte disparve
    lasciand'ognun di meraviglia muto.
    Stupiva il vincitor che le sue larve
    conoscer non avea prima saputo:
    stupiva il vinto, poi che 'l sole apparve
    cinto di luce, e che si fu avveduto
    con onta sua che le picchiate ladre
    a tutti fatte avean le teste quadre.

    67.
    Sotto Rubiera si trattenne alquanto
    Gherardo, e riposar le genti feo,
    onorando quel d sacrato al Santo
    Apostolo divin Bartolomeo;
    e de le spoglie de' nemici in tanto
    su la riva di Secchia alz un trofeo,
    quando volgendo il sol dal mezzo giorno
    eccoti un messaggier sonando un corno;

    68.
    e narra ch'attaccata  la battaglia
    tra il Re de' Sardi e le citt nemiche,
    ch'in campo conducean tanta canaglia
    che non ha tante mosche Apuglia o spiche;
    e lo prega d'aiuto, e che gli caglia
    del gran periglio de le schiere amiche.
    Trenta peli di rabbia allor strapposse
    Gherardo, e bestemmiando il campo mosse.












    CANTO QUINTO.

    ARGOMENTO.
    E' preso Castelfranco: e con auspici
    poco fausti a Bologna il Nunzio giunto,
    de' Bolognesi e de' paesi amici
    vede marciar l'esercito congiunto,
    che 'l d seguente addosso a gl'inimici
    giunge improviso e di battaglia in punto.
    E 'l Potta anch'ei da l'espugnate mura
    tragge e schiera il suo campo a la pianura.


    1.
    Gi il termine prescritto era passato,
    n la piazza Nasidio ancor rendea,
    da contrasegni e lettere avisato
    che l'esercito amico uscir dovea.
    Il Potta, che si vide esser gabbato,
    ne consult col Re vendetta rea:
    e l'alba era ancor dubbia e 'l cielo oscuro,
    quando assalt da cento parti il muro.

    2.
    Rimasero i Tedeschi e i Cremonesi,
    che da Bosio Duara eran guidati,
    e la cavalleria de' Modanesi
    con loro insegne a la campagna armati.
    Il Potta avea de' suoi gli animi accesi
    con premi utili insieme ed onorati;
    promettendo a colui ch'era di loro
    primo a salir, due mila scudi d'oro.

    3.
    Mille n'avea al secondo, e cinquecento
    promessi al terzo: onde correa a salire
    e a far di suo valore esperimento
    stimulando ciascun la forza e l'ire.
    Ma l'inimico in cos gran spavento
    si difendea con disperato ardire,
    sicuro omai di non trovar mercede
    dopo l'error de la mancata fede.

    4.
    Pioggia cadea da le merlate mura
    di saette e di pietre aspra e mortale:
    ma con sembianza intrepida e sicura
    movea l'assalitor machine e scale.
    I mangani al ferir maggior paura
    facean da lunge e irreparabil male,
    ch subito ch'alcun scopriva il busto,
    mastro Pasquin te l'imbroccava giusto.

    5.
    Non credo ch'Archimede a Siracusa
    facesse di costui prove pi leste.
    Fra gli altri colpi suoi nota la Musa,
    ch'un certo Bastian da Sant'Oreste,
    sbracato, lo scherna s come s'usa,
    mostrandogli le parti poco oneste:
    ed egli tosto gli aggiust un quadrello
    nel foro a pel de l'ultimo budello.

    6.
    Rinforzossi tre volte il fiero assalto
    sottentrando a vicenda ordini e schiere;
    e gi nel fosso e su nel muro ad alto
    morti infiniti si vedean cadere;
    quando il fiero Ramberto ergendo in alto
    una scala, di man trasse a l'alfiere
    l'insegna, e 'n tanto i suoi con le balestre
    disgombravano i merli e le finestre.

    7.
    Sandrin Pedoca e Battistin Panzetta
    e Luca Ponticel gli furo appresso:
    fu morto il Ponticel d'una saetta
    ch'usc di man di Berlinghier dal Gesso;
    ma Ramberto salito in su la vetta
    si trov incontro il capitano istesso,
    ch'armato d'una ronca era venuto
    correndo in quella parte a dare aiuto.

    8.
    Tosto ch'ei pu fermar tra' merli il piede
    pianta l'insegna, e oppone il forte scudo
    a Nasidio, che l'urta e che lo fiede
    con la ronca a due man d'un colpo crudo.
    L'aspra percossa ogni riparo eccede,
    l'armi distrugge, e lascia il braccio ignudo
    e ferito a Ramberto, e 'l cor ripieno
    di furor e di rabbia e di veleno.

    9.
    A Nasidio s'avventa, e con le braccia
    pria ne la gola, indi ne' fianchi il cigne;
    Nasidio ratto anch'ei seco s'abbraccia,
    lascia la ronca, e al paragon si strigne:
    l'uno di qua, l'altro di l procaccia
    d'atterrare il nemico e lo sospigne:
    gli avviticchia le gambe e lo raggira,
    or l'urta a destra, or a sinistra il tira.

    10.
    Grida Nasidio che 'l guerrier sia preso,
    o quivi in braccio a lui di vita casso;
    egli di rabbia e di furore acceso,
    l'alza su 'l petto e tira in dietro il passo,
    e su l'orlo del muro il tien sospeso,
    indi si lancia a precipizio a basso:
    Gies chiama per aria in suo sussidio
    il discendente del famoso Ovidio.

    11.
    Gi ne la fossa in loco assai profondo
    giaceva a pi de l'assalite mura
    una gran massa di pantano immondo
    e di fracido stabbio e di bruttura:
    quivi caddero entrambo, e andaro al fondo,
    e d'abito mutati e di figura
    tornar senz'altro danno a rivedere
    l'almo splendor de le celesti sfere.

    12.
    E di nuovo correan per azzuffarsi,
    come due verri d'ira e d'odio ardenti
    corron ne la belletta ad affrontarsi
    con dispettosi grifi e torti denti:
    ma i soldati potteschi intorno sparsi
    furon lor sopra a quel fier atto intenti,
    e da le man del vincitore altero
    trasser Nasidio vivo e prigioniero.

    13.
    Fu condotto Nasidio innanzi al Potta,
    che lo fece castrar subitamente
    per ricordanza de la fede rotta
    e per esempio a la futura gente;
    ed a la cima del gran naso a un'otta
    con un filo d'acciar fatto rovente
    gli fe' attaccare i testimoni freschi
    de' mal sortiti suoi tiri furbeschi.

    14.
    La bandiera fra tanto era spiegata
    che Ramberto al salir trasse con esso,
    da Battistino e da Sandrin guardata,
    e da molti altri che saliro appresso;
    ma contesa in quel luogo era l'entrata
    da l'inimico stuol s folto e spesso,
    che quivi si facea tutta la guerra,
    n si potea calar gi ne la terra.

    15.
    Ed ecco in su la fossa al gran Voluce
    improvisa apparir la Dea d'Amore
    chiusa d'un nembo d'or, cinta di luce,
    ed infiammargli a la battaglia il core;
    preso gli mostra il miserabil duce,
    e l'inimico stuol pien di terrore
    tutto rivolto a la bandiera alzata,
    e la vicina porta abbandonata.

    16.
    Al magnanimo cor basta sol questo,
    e l'usato valor dentro raccende:
    volge lo sguardo a' suoi soldati presto,
    e seco il fior de' pi lodati prende:
    corre a la porta, e ne' compagni  desto
    emulo ardor ch'a gli animi s'apprende;
    onde Folco, Attolino e Bagarotto
    corrono anch'essi, e fanno a gli altri motto.

    17.
    Egli infiammato di feroce sdegno
    sta su la soglia minacciando morte,
    e con una bipenne il duro legno
    percuote, e risonar fa l'alte porte;
    mettono gli altri un ariete a segno,
    e 'l sospingon con impeto s forte,
    che gi l'imposte e le bandelle sono
    tutte allentate, e ne rimbomba il suono.

    18.
    Quei pochi, ch'ivi in guardia eran fermati,
    lanciano sassi e mettono puntelli,
    e di paura afflitti e sconcacati
    vanno mirando a questi buchi e a quelli;
    ma dal fiero cozzar rotti e spezzati
    gi cadono le spranghe e i chiavistelli,
    e Voluce da i gangheri a fracasso
    getta la porta tutt'a un tempo a basso.

    19.
    Come al cader di quella sacra avviene,
    ch'ad ogni cinque lustri apre il gran Padre,
    quando la gente di lontan se 'n viene
    a Roma a riverir l'antica madre;
    che non giovan le sbarre e le catene
    a trattener le peregrine squadre
    ch'inondano a diluvio, e chi s'arresta
    lo soffoga la turba e lo calpesta:

    20.
    tale al cader de le nemiche porte,
    l'impetuosa turba inonda e passa;
    e di pianto, d'orror, di sangue e morte
    ogni cosa al passar confusa lassa:
    il feroce e l'imbelle ad una sorte
    cade, ogn'incontro il vincitor fracassa:
    fugge il vinto e s'appiatta, o l'armi cede
    e s'inginocchia a domandar mercede:

    21.
    ma non trova merc n cortesia,
    e in van s'inchina e in van la vita chiede:
    Il Potta vuol che Castelfranco sia
    esempio eterno a non mancar di fede.
    furore ha luogo, ogni piet s'obla,
    veggonsi in ogni parte incendi e prede:
    e cade in poca cenere un Castello,
    di cui non era in Lombardia il pi bello.

    22.
    E gi su le ruine il vincitore
    dal lungo faticar stanco sedea,
    quand'ecco di lontan s'ud un romore
    che rimbombar d'intorno il pian facea:
    vena il campo nemico a gran furore,
    che 'l periglio de' suoi gi inteso avea:
    ed era quel che la foresta e i lidi
    fea risonar di trombe e corni e gridi.

    23.
    Musa, tu che cantasti i fatti egregi
    del re de' topi e de le rane antiche,
    s che ne sono ancor fioriti i fregi
    l per le piagge d'Elicona apriche,
    tu dimmi i nomi e la possanza e i pregi
    de le superbe nazion nemiche,
    ch'uniron l'armi a danno ed a ruina
    de la citt de la salciccia fina.

    24.
    Poscia che gli apparecchi e la contesa
    di Bologna la Fama intorno sparse,
    trasse il deso di cos degna impresa
    quattordici citt seco ad armarse.
    Trem l'Imperio e invigor la Chiesa,
    sent l'Italia in freddo giel cangiarse;
    e credo che 'l Soldan de' Mammalucchi
    ne mandasse ragguaglio al re de' cucchi.

    25.
    Il Papa, ch'era padre e protettore
    de la parte de' Guelfi e de la Chiesa,
    avendo udito in Francia il gran romore
    e la cagion di s crudel contesa,
    per aggiungere a' suoi fede e valore,
    sped subito nunzio a quell'impresa
    da Vienna un suo domestico prelato
    che monsignor Querenghi era nomato.

    26.
    Questi era in varie lingue uom principale
    poeta singular tosco e latino,
    grand'orator, filosofo morale,
    e tutto a mente avea sant'Agostino:
    ma il Papa non lo fece cardinale
    ch 'n sospetto gli entr di ghibellino
    dopo ch'ei ritorn di nunziatura
    e perd la fatica e la ventura.

    27.
    Nocquegli ancora i' esser padovano
    suddito d'Ezzelin, bench'innocente,
    non volendo il Pontefice romano
    aver fede ad alcun di quella gente:
    ma certo ei fu prelato e cortigiano,
    fra gli altri in quell'et molto eminente:
    e da lo sprezzo d'uom s saggio e prode
    il Papa non ritrasse alcuna lode.

    28.
    Egli part da Vienna in su le poste,
    e nel passar de l'Alpi a un ponte rotto,
    il perfido caval per certe coste
    lasci cadersi, e non gli fece motto:
    anzi da discortese e bestia d'oste,
    stava di sopra e monsignor di sotto,
    onde la nunziatura indi levata
    con mal augurio fu mezzo spallata.

    29.
    Quivi ei mont in lettiga, e seguitando
    con una spalla fuor d'architettura,
    giunse a punto a Bologna il giorno quando
    l'esercito usca fuora a la ventura:
    si fe' porre il rocchetto, in arrivando,
    da don Santi, e sal sopra le mura;
    dove a l'uscir de la citt le schiere
    chinavano a' suoi pi lance e bandiere.

    30.
    Et egli con la man sovra i campioni
    de l'amica assemblea, tutto cortese
    trinciava certe benedizioni,
    che pigliavano un miglio di paese.
    Quando la gente vide quei crocioni,
    subito le ginocchia in terra stese,
    gridando: - Viva il Papa e Bonsignore,
    e muora Federico Imperadore. -

    31.
    Ma perch la man destra avea fasciata
    e gli benedicea con la mancina,
    fu scritto al Papa ch'egli avea mandata
    una persona marcia ghibellina.
    Or basta, in ordinanza usciva armata
    la gente; e prima fu la perugina,
    tre mila, che mandati avea la Chiesa
    col capitan Paulucci a quell'impresa.

    32.
    Questi di cortegian fatto soldato
    disert gli Ugonotti e i Calvinisti,
    fe' vermiglia la Schelda, indi passato
    in Francia guerreggi co' Navarristi;
    navig nel Danubio; e al fin voltato
    in occidente a pi sublimi acquisti,
    fra i monti Pirenei pass in Ispagna,
    e riport per mar guanti d'Ocagna.

    33.
    L'armatura dorata e rilucente
    con sopraveste avea cangiante e varia,
    e camminava s leggiadramente,
    che parea ch'ei ballasse una canaria:
    disperata guidava e altera gente,
    che la fortuna amica e la contraria
    egualmente disprezza, e si diletta
    sol di sangue, di morte e di vendetta.

    34.
    Segua l'insegna di Milano, e avea
    gran gente in su le scarpe e in su le selle,
    ch'ovunque il guardo di lontan volgea,
    rincarava le trippe e le fritelle.
    Sei mila pacchiarotti a pi reggea
    Marion di Marmotta Tagliapelle;
    mille cavalli avean per capitani
    Galeazzo e Martin de' Torriani.

    35.
    La terza insegna fu de' Fiorentini,
    con cinque mila tra cavalli e fanti,
    che conduceano Anton Francesco Dini
    e Averardo di Baccio Cavalcanti:
    non s'usavano starne e marzolini,
    n polli d'India allor, n vin di Chianti:
    ma le lor vittuaglie eran caciole,
    noci e castagne e sorbe secche al sole.

    36.
    E di queste n'avean con le bigonce
    mille asinelli al dipartir carcati,
    acci per quelle strade alpestre e sconce
    non patisser di fame i lor soldati:
    ma le some coperte in guisa e conce
    avean con panni d'un color segnati,
    che facean di lontan mostra pomposa
    di salmeria superba e preziosa.

    37.
    Ma pi di queste numerosa molto
    la quarta schiera e bella in vista usca,
    la gran Donna del Po tutto raccolto
    quivi di sua milizia il fiore ava.
    La ricca giovent superba in volto
    di porpora e di fregi ornata ga.
    Fiammeggia l'oro, ondeggiano i cimieri,
    passano i fanti armati e i cavalieri.

    38.
    Tre mila i cavalier sono, e due tanti
    premon col pi de la gran madre il dorso:
    Maurelio Turchi  il capitan de' fanti,
    e de' cavalli il Bevilacqua Borso.
    Ma splende sovra questi e sovra quanti
    vengono di Bologna al gran soccorso,
    il magnanimo cor di Salinguerra,
    che fa del nome suo tremar la terra.

    39.
    Occupata di fresco avea Ferrara
    Salinguerra, e nemico era a la Chiesa;
    ma i Petroni l'avean solo per gara
    tratto con larghi doni in lor difesa.
    Il nunzio che sapea la cosa chiara,
    tenne sopra di lui la man sospesa;
    lasci passarlo e poi segn la croce:
    ma se n'avide e rise il cor feroce.

    40.
    Ha seco il fior de la Romagna bassa
    che volontaria segue i segni suoi;
    Lugo, Bagnacavallo, Argenta e Massa,
    Cotognola e Barbian madri d'eroi:
    questa gente con l'altra unita passa,
    ma sua chiara virt la scevra poi;
     'l capitan che la conduce a piede
    Faceo Milani, uom d'incorrotta fede.

    41.
    Ravenna e Cervia sotto una bandiera
    seguono i Ferraresi a mano a mano,
    di lance e spiedi armate a la leggiera;
    e Guido da Polenta  il capitano.
    Di Cervia sol la numerosa schiera
    potea ingombrar per molte miglia il piano,
    se non spargeano l'aria e 'l sito immondo
    i cittadini suoi per tutto il mondo.

    42.
    Passano in ordinanza i fanti armati,
    poscia di cavalier segue un drappello,
    due mila a pi, trecento incavallati
    (vocabol fiorentino antico e bello).
    Va pomposo il signor de' Ravennati
    sopra un nobil corsier di pel morello
    stellato in fronte, che col pi balzano
    par che misuri a passi e salti il piano.

    43.
    Rimini vien con la bandiera sesta,
    guida mille cavalli e mille fanti
    il secondo figliuol del Malatesta,
    esempio noto a gl'infelici amanti.
    Il giovinetto ne la faccia mesta
    e ne' pallidi suoi vaghi sembianti
    porta quasi scolpita e figurata
    la fiamma che l'ardea per la cognata.

    44.
    Halli donata al dipartir Francesca
    l'aurea catena a cui la spada appende;
    la va mirando il misero, e rinfresca
    quel foco ognor che l'anima gli accende:
    quanto cerca fuggir, tanto s'invesca,
    e 'l suo cieco furor in van riprende,
    ch gi su la ragione  fatto donno,
    n distornarlo omai consigli il ponno.

    45.
    - Perch donna, dicea, di questo core
    legarmi di tua man di pi catene?
    Non stringevano assai quelle, onde Amore
    de le bellezze tue preso mi tiene?
    Ma tu forse notasti il mio furore
    dissimulando il mal che da te viene,
    furore  il mio, non nego il mio difetto,
    ma mi traesti tu de l'intelletto.

    46.
    Tu co' begli occhi tuoi speranza desti
    a la fiamma d'amor viva e cocente,
    che sfavillar da questi miei scorgesti
    e chiederti piet del cor languente.
    Ma lasso che vo io torcendo in questi
    vani pensier l'innamorata mente,
    e sinistrando il caro pegno amato
    che da s nobil petto in don m' dato?

    47.
    Bella de la mia donna e ricca spoglia
    che donata da lei meco te 'n vieni,
    acci che dal suo amor non mi discioglia
    e mi leghi in pi nodi e m'incateni;
    tu sarai refrigerio a la mia doglia,
    tu sarai nuovo pegno a le mie speni. -
    La bacia e la ribacia in questi accenti,
    e va seco sfogando i suoi tormenti.

    48.
    Passa il giovine amante, e dopo lui
    la gente di Faenza arriva e passa.
    Tutti son cavalier, fuora che dui
    staffieri a pi del capitan Fracassa.
    Del buon sangue Manfredo era costui,
    onor di quella et cadente e bassa;
    secento ha seco, e cento, i pi garbati,
    di maiolica fina erano armati.

    49.
    Indi Cesena vien sotto l'impero
    di Mainardo d'Ircon da Susinana,
    che s' fatto signor di condottiero
    di gente disperata empia e scherana.
    Ottocento pedoni ha seco il fero
    usati a vita faticosa e strana:
    non ha cavalleria, ma i fanti sui
    vagliono pi ch'i cavalieri altrui.

    50.
    La nona squadra fu de gl'Imolesi
    che da Pietro Pagani eran condotti:
    mille e cento tra fanti e banderesi,
    saccomanni, briganti e stradiotti;
    dopo questi venieno i Forlivesi
    da gli Ordelaffi in servit ridotti;
    Scarpetta di condurgli ebbe l'onore,
    che de gli altri fratelli era il maggiore.

    51.
    Forlimpopoli segue, allor cittade
    non men de le vicine illustre e degna;
    Sinibaldo, il fratel minor d'etade,
    regge la schiera sua sott'altra insegna.
    Sono ottocento armati d'archi e spade,
    mille son gli altri, e vanno a la rassegna
    distinti in guisa, che distinta splende
    la gara che fra lor gli animi accende.

    52.
    Con la gente di Fano a tergo a questa
    Sagramoro Bicardi il Nunzio inchina,
    e guida mille fanti a la foresta
    usati a corseggiar quella marina.
    A lo scettro ubbidan del Malatesta
    Pesaro, Fossombruno e la vicina
    Senigaglia: e passr con la bandiera
    di Paulo dianzi entro la sesta schiera.

    53.
    Poich fu di Romagna il fior passato,
    ecco il carroccio uscir fuor de la porta,
    tutto coperto d'or, tutto fregiato
    di spoglie e di trofei di gente morta;
    lo stendardo maggior quivi  spiegato:
    e cento cavalier gli fanno scorta,
    fra gli altri di valor chiaro e sovrano;
    e Tognon Lambertazzi  il capitano.

    54.
    Dodici buoi d'insolita grandezza
    il tirano a tre gioghi; e di vermiglia
    seta hanno la coperta e la cavezza,
    le sottogole e i fiocchi in su le ciglia.
    Il pretor di Bologna in grande altezza
    sopra vi siede, e intorno ha la famiglia
    tutta ornata a livrea purpurea e gialla
    con balestre da leva e ronche in spalla.

    55.
    Nomato era costui Filippo Ugone
    brescian di quei da la gorgiera doppia:
    e di broccato indosso avea un robone
    che stridea come sgretolata stoppia.
    Secondavano il carro e 'l gonfalone
    quattrocento barbute a coppia a coppia,
    co' cavalli bardati in fino a terra,
    ch'avea mandate Brescia a quella guerra.

    56.
    Seguiva il battaglion dopo costoro
    de' Petronici fanti e l'apparecchio:
    eran vintisei mila, e 'l duca loro
    il buon conte Romeo Pepoli vecchio,
    avea l'armi d'argento a scacchi d'oro
    fregiate, e Braccalon da Casalecchio
    col braccio manco e con la spalla destra
    gli portava lo scudo e la balestra.

    57.
    Finita di passar la fanteria
    passarono i cavalli in tre squadroni,
    guidati da Bigon di Geremia,
    ch'era in Bologna in quell'et de' buoni;
    e da due figli del Malvezzo Elia,
    Perinto e Periteo, che fra i campioni
    del petronico stuol pi illustri e chiari
    risplendean gloriosi e senza pari.

    58.
    Usciti in armi a la campagna quanti
    Petroni e Romagnoli avea la terra,
    marciar le schiere; e sette miglia avanti
    presero alloggio al solito di guerra.
    indi tosto ch'al re de' lumi erranti
    le finestre del ciel l'alba diserra,
    al suon di mille trombe, al mattutino,
    fresco torn l'esercito in cammino.

    59.
    N molto and che da diversi intese
    la nuova, che temea, di Castelfranco,
    tosto le squadre in ordinanza stese
    per giugner sopra l'inimico stanco;
    il destro corno Salinguerra prese,
    ritennero i Petroni il lato manco,
    presaghi ch'il valor tedesco e sardo
    dovea quivi pugnar col Re gagliardo.

    60.
    Con Salinguerra a destra i Fiorentini
    giunsero l'ordinanze, e i Milanesi,
    e la squadra con lor de' Perugini,
    e la cavalleria de' Riminesi;
    il signor di Ravenna e i Faentini,
    Fano, Imola, Cesena e i Forlivesi,
    Pesaro, Fossombruno e Sinigaglia
    il mezzo ritenean de la battaglia.

    61.
    Il carroccio rest, com'era usanza
    tra i Bolognesi, appo il sinistro corno,
    con molti cavalier di gran possanza,
    e gente a piedi e machine d'intorno.
    Indi si mosse il campo in ordinanza;
    e giunse che drizzava al mezzo giorno
    Febo i cavalli, a l'inimico a fronte,
    rintronando di gridi il piano e 'l monte.

    62.
    Da l'altra parte i Gemignani usciti
    di Castelfranco a la battaglia in fretta,
    col magnanimo Re de' Sardi uniti
    fermr l'insegne a tiro di saetta:
    e posti in fronte i pi feroci e arditi
    slargaro i fianchi a l'ordinanza stretta
    per non esser rinchiusi e circondati
    dal numero maggior di tanti armati.

    63.
    A manca man dove un torrente stagna,
    con quattro mila suoi mangiafagioli
    stava Bosio Duara a la campagna,
    n seco aveva i Cremonesi soli,
    ma quanti scesi gi da la montagna
    eran mazzamarroni in vari stuoli;
    e la cavalleria del buon Manfredi
    copriva i fianchi de la gente a piedi.

    64.
    Ma incontro a l'austro era nel destro corno
    la bandiera real d'Enzio spiegata,
    e Garfagnana seco, e quivi intorno
    la milizia del pian tutta schierata.
    Regiamente pomposo era quel giorno
    di sopravesta bianca e ricamata
    d'aquile d'oro il Re, con un cimiero
    di piume bianche, e sopra un gran corsiero.

    65.
    Diciannov'anni il giovane reale
    non compie ancora ed  mezzo gigante.
    Bionda ha la chioma, e 'n tutto 'l campo eguale
    non trova di valor n di sembiante.
    Se maneggia destrier, s'avventa strale,
    se move al corso le veloci piante,
    se con la spada o con la lancia fiede,
    sia in giostra o sia in battaglia ogn'altro eccede.

    66.
    Giva intorno esortando in ogni lato
    a ben morir que' poveri villani.
    Ma il Potta in mezzo a la battaglia armato
    d'ira e di rabbia si mordea le mani
    di non trovarsi allor Gherardo a lato;
    e consegnando a Tomasin Gorzani
    i Gemignani a pi, con cambio secco
    in luogo del coltel mettea uno stecco.










    CANTO SESTO.

    ARGOMENTO.
    S'accozzano i due campi, e Salinguerra
    a destra i suoi contro i nemici oppone:
    Enzio il sinistro corno apre, ed atterra
    il pretore, il carroccio e 'l gonfalone;
    ma da' suoi poscia abbandonato in guerra,
    resta de' Bolognesi al fin prigione.
    Fa gran prove Perinto, e s'appresenta
    Bacco orribile al Potta, e lo sgomenta.


    1.
    Sovra l'arco del ciel col sole in fronte
    partiva Astrea con le bilance il giorno,
    quando i due campi gi condotti a fronte,
    mossero a un tempo l'uno e l'altro corno.
    Rintronaron le valli, il piano e 'l monte,
    gli argini tutti e la foresta intorno,
    mugghir le selve e 'l fiume indi vicino,
    e le balze tremr de l'Appennino.

    2.
    Qual su lo stretto ove il figliol di Giove
    divise l'Ocen dal nostro mare,
    se l'uno e l'altro la tempesta move
    vansi l'onde superbe ad incontrare;
    cadono infrante, e valle orribil dove
    dianzi eran monti, e spaventosa appare;
    trema il lido, arde il ciel, tuonano i lampi:
    tal fu il cozzar de' due famosi campi.

    3.
    Offusc il cielo, a i rai del sol fe' scorno
    il grandinar de le saette sparte.
    Chi si ricorda aver veduto il giorno
    del protettor de la citt di Marte
    da l'alta mole d'Adriano intorno
    cader nembi di razzi in ogni parte,
    pensi che fosse ancor pi denso il velo
    de la pioggia ch'allor cadde dal cielo.

    4.
    Al frangersi de l'aste, al gran fracasso
    de l'incontro de l'armi e de' cavalli,
    sembran tutte cader le selve a basso
    svelte da l'Alpi, e risonar le valli.
    Pi non appar da lato alcuno il passo,
    fuggono le distanze e gli intervalli;
    e son gi i prati e le campagne amene
    di morte e di terror tutte ripiene.

    5.
    Or preme e incalza, or torna indietro il piede
    questa ordinanza e quella; e dove inchina
    una schiera talor l'altra succede,
    e ripara in altrui la sua ruina:
    indi torna la prima e l'altra cede,
    come parte e ritorna onda marina.
    Van quinci e quindi i capitani accorti,
    spingendo i vili e rinfrancando i forti.

    6.
    - Ah, dicea Salinguerra, uomini vani
    che gite armati sol per ornamento,
    ove sono le spade, ove le mani,
    ove il cor generoso e l'ardimento?
    Se vi fanno tremar questi villani
    rozzi, senz'armi e senza esperimento,
    come potr sperar ch'oggi vi mova
    desio di fama a pi lodata prova?

    7.
    Questa  la via dove a la gloria vassi:
    chi ha spirito d'onor mi segua appresso.
    Ecco v'apro il sentiero; ora vedrassi
    chi avr desio d'immortalar s stesso. -
    Cos parla il feroce; e volge i passi
    dove il nemico stuol vede pi spesso;
    urta il caval, la lancia abbassa, e pare
    un vento fier che spinga indietro il mare.

    8.
    Qual ferito nel petto e qual nel volto
    fa l'incontro cader de l'asta dura:
    si dirada d'intorno il popol folto,
    ognun scansa che pu sua ria ventura,
    scontra Stefano e Ghino: e al primo, colto
    ne l'occhio destro, il ciel ratto s'oscura:
    cade l'altro passato a la gorgiera;
    indi uccide Brandan da la Baschiera.

    9.
    Aperta avea la temeraria bocca
    Brandano appunto ad oltraggiar quel forte,
    quando il ferro crudel giugne, e l'imbrocca
    tra denti e denti, e lo conduce a morte.
    Ricovra l'asta il valoroso; e tocca
    a la cima de l'elmo Ilario Corte,
    giovine irresoluto e spensierato,
    e 'l fa cader disteso in un fossato.

    10.
    Non lunge il conte di Culagna vede
    pomposo d'armi e di bei fregi altero:
    e come ardito e poderoso il crede,
    gli sprona incontra con sembiante fiero.
    Ma il conte lesto si rilancia a piede,
    e si ripara dietro al suo destriero:
    trascorre l'asta; ed ei subito s'alza,
    tocca a pena la staffa, e in sella balza.

    11.
    Chi vide scimia a la percossa infesta
    d'importuno fanciul ratta involarsi,
    indi tornar d'un salto agile e presta
    passato il colpo, e a la finestra farsi;
    pensi che contro a quella lancia in resta
    tal rassembrasse il conte a l'abbassarsi,
    e tale al risalir giusto a pennello
    tutto in un tempo e non parer pi quello.

    12.
    E rivoltato a Bernardin Manetta
    che 'l rimirava e s'era mosso a riso:
    - A f, dicea, che l'ho giucata netta,
    che colui non mi colga a l'improviso.
    Io dismontai per orinare in fretta,
    e 'l fellon che si stava in su l'aviso,
    m'avea spinto il destrier per fianco addosso:
    ma guai a lui se riscontrar lo posso. -

    13.
    Cos dicendo, a man sinistra torse
    dove spigneano innanzi i Fiorentini,
    credendo uscir de la battaglia forse;
    ma quando vide Anton Francesco Dini
    da quella parte co' cavalli opporse,
    rivolto a' suoi soldati e a' suoi vicini:
    - Ritirianci, dicea, da questo sito;
    ch' troppo aperto e non  ben partito. -

    14.
    Roldano, che l'ud, si volt ratto
    e 'l percosse del calcio de la lancia
    dicendo: - Codardon, feccia di matto,
    non ti si tigne di rossor la guancia?
    Se tu quinci non esci o non stai quatto,
    giuro a Dio, te la caccio ne la pancia. -
    Il conte rispondea: - Non v'adirate,
    ch 'l dissi per provar queste brigate. -

    15.
    Torto il mira Roldano; e sol col guardo
    gli fa tremar le fibre e le midolle:
    indi spronando un corridor leardo,
    che 'l pregio al vento e a la saetta tolle,
    drizza la lancia al giovine Averardo
    che di sangue nemico ei vede molle;
    e ferito nel braccio e ne l'ascella
    il transporta su i fior gi de la sella.

    16.
    Ma il Dini gli sospinge incontro i sui,
    e grida loro: - Ah pinchelloni, e dove
    vi rinculate voi da cotestui,
    che fuor de gli aitri a battagliar si muove?
    Spignete innanzi: a che badate vui?
    Test con alte imaginate prove
    affettavate quie come un popone
    il mondo: ora v'addiaccia il sollione? -

    17.
    Sprona, cos dicendo, ove pi stretto
    vede lo stuol che conducea Roldano.
    E' d'un colpo di stocco a mezzo 'l petto
    tolta l'indegna vita a Barisano.
    Al Teggia che 'l feriva in su l'elmetto
    con una mazzaranga ch'avea in mano,
    credendolo schiacciar come un ranocchio,
    d'un rovescio lev l'uno e l'altr'occhio.

    18.
    Cos quivi si pugna e si contende;
    ma da la parte verso 'l mezzo giorno
    il Re con pi fervor gli animi accende,
    e spigne i suoi contra 'l sinistro corno.
    Ei qual cometa minacciosa splende
    d'oro e di piume alteramente adorno:
    cinto  de' suo' Germani, e lor rivolto
    parla in barbaro suon con fiero volto:

    19.
    - O de l'imperio di Germania fiore,
    anime eccelse, eccovi l'ora e 'l campo,
    in cui risplender vostro valore
    di glorioso inestinguibil lampo.
    Io confidato in voi mi sento il core
    tutto infiammar di generoso vampo;
    e su questi papisti oggi disegno
    di lasciar con la spada orribil segno.

    20.
    Seguitatemi voi, ch l'empia setta
    qui tutte accolte ha le sue forze estreme,
    perch possa una sol giusta vendetta
    l'ira sfogar di tante ingiurie insieme.
    Se vaghezza di fama il cor v'alletta,
    se l'onor de la patria oggi vi preme,
    se v' caro mio padre o molto o poco,
    quest' il tempo ch'io 'l vegga e questo  il loco. -

    21.
    Cos detto, il feroce urta il destriero,
    e l'asta a un tempo e la visiera abbassa,
    e tra' nemici impetuoso e fiero,
    qual fulmine tra cerri incontra e passa.
    Baldin Ghiselli e Lippo Ghiselliero
    e Antonel Ghisellardi in terra lassa,
    e Melchior Ghisellini e Guazzarotto,
    bisavo che fu poi di Ramazzotto.

    22.
    Giandon da la Porretta era un Petronio
    grande come un gigante, o poco meno,
    e in vece d'un caval reggea un demonio,
    (cred'io) senza adoprar sella n freno:
    un de' mostri parea di Sant'Antonio,
    n pasceva il crudel biada n fieno,
    ma gli uomini mangiava, e distruggea
    co' denti il ferro, e un corno in testa avea.

    23.
    La fera bestia un dopo l'altro uccise
    quattro Tedeschi, ed era dietro al quinto:
    ma il Re la lancia in mezzo 'l cor gli mise
    e gliel fece cader gi mezzo estinto.
    Ruppesi l'asta e 'l Re non si conquise,
    ma tratta fuor la spada ond'era cinto,
    divise d'un fendente il capo armato
    a Giandon, che gi in piedi era levato.

    24.
    Bigon di Geremia, che di lontano
    a la strage de' suoi gli occhi rivolse,
    per fianco addosso al Re spron; ma in vano,
    ch 'l conte di Nebrona il colpo tolse.
    Il conte cadde a quell'incontro al piano,
    ma subito fu in piedi e si raccolse,
    ch vide il suo signor mover d'un salto
    contra Bigone e alzar la spada in alto.

    25.
    Bigone attende il Re ne l'armi stretto,
    ma non gli giova alzar n oppor lo scudo,
    ch 'l brando il fende e fa balzar l'elmetto
    sciolto da' lacci impetuoso e crudo.
    Raddoppia il colpo il valoroso, e netto
    gli tronca da le spalle il capo ignudo:
    esce lo spirto, e in caldo fiato unito
    raggirandosi vola ov' rapito.

    26.
    Morto Bigone, il Re tutta fracassa
    la schiera sua, n qui l'impeto arresta;
    urta per fianco impetuoso, e passa
    tra la gente pedestre e la calpesta.
    Ovunque il corso drizza, uomini lassa
    uccisi a monti la crudel tempesta
    del barbaro furor, che 'l Re seconda,
    e di fiumi di sangue i campi inonda.

    27.
    Seguono i Garfagnini, e 'l Re sospinto
    da fatale furor, gi penetrato
    dove il carroccio di sue guardie cinto
    fra l'ultime ordinanze era fermato,
    con l'urto di mill'aste apre quel cinto.
    Cede ogn'incontro al vincitore armato:
    e del carroccio  gi tratto di botto
    lo stendardo maggior squarciato e rotto.

    28.
    Fu al podest messer Filippo Ugone,
    ch'era rimaso attonito e perduto,
    da certi Garfagnin tolto il robone
    e la berretta ch'era di veluto;
    ei del carroccio si lanci in giubbone,
    pregando in vano e addimandando aiuto;
    e da l'impeto fier colto, in un fosso
    cadde rovescio col carroccio addosso.

    29.
    Gli asini, che condotte a i Fiorentini
    le noci dietro e le castagne avino,
    a vista del carroccio assai vicini
    stavan pascendo in un pratello ameno;
    quando i Tedeschi a un tempo e i Garfagnini
    trassero quivi tutti a sciolto freno
    da l'ingordigia di rubar tirati:
    e non restar col Re trenta soldati.

    30.
    Il sagace Tognon, che la vendetta
    pronta si vide, un le genti sparte;
    e diede aviso a i due Malvezzi in fretta
    che volgessero tosto a quella parte:
    indi avendo al tornar la via intercetta
    a quei che saccheggiavano in disparte
    i fichi secchi e le castagne in forno,
    cinse d'armi e cavalli il Re d'intorno.

    31.
    Il Re, che si rivolge e 'l guardo gira
    e 'l suo periglio in un momento ha scorto,
    dal profondo del cor geme e sospira,
    ch senza dubbio alcun si vede morto:
    ma il dolor cede e si rinforza l'ira,
    n vuol morir senza vendetta a torto;
    stringe la spada, urta il destriero, e dove
    pi chiuso  il passo, impetuoso il move.

    32.
    Qual tigre in su la preda a la foresta
    colta da' cacciatori e circondata,
    poi che al periglio suo leva la testa,
    volge fremendo i livid'occhi e guata;
    indi s'avventa incontra l'armi, e resta
    del proprio e de l'altrui sangue bagnata,
    tal fra l'armi nemiche il Re s'avventa,
    ch 'l magnanimo cor nulla paventa.

    33.
    Mena al primo ch'incontra e a Braganosso
    figliuol di Pandragon Caccianemico
    l'elmo divide e la cotenna e l'osso,
    la faccia, il petto, e gi fino al bellico:
    indi toglie la vita a Min del Rosso,
    ch'un'armatura avea di ferro antico
    da suo bisavo in Francia gi comprata,
    e tutti la tenean per incantata.

    34.
    Non la pot falsar la buona spada,
    ma pieg il cavaliero in su la sella,
    e scorrendo a l'in su per dritta strada
    pass la gola e usc da una mascella,
    onde convien che Mino estinto cada;
    vinto  l'incanto da nemica stella:
    non pu cozzar col ciel l'ingegno umano,
    ch'eterno  l'uno, e l'altro  frale e vano.

    35.
    Di due percosse il Re fu colto intanto
    su l'elmo e a sommo 'l petto al gorgerino:
    de la seconda ebbe l'onore e 'l vanto
    Vanni Maggio figliuol di Caterino:
    ma con forza maggior dal destro canto
    il fer Gabbion di Gozzadino
    che con un colpo d'alabarda fiero
    di testa gli lev tutto il cimiero.

    36.
    A lui si volse il Re con un riverso,
    e 'l colse a punto al confinar del ciglio,
    tutta la testa gli tagli a traverso:
    balz un occhio lontan da l'altro un miglio,
    per la cuffia il cervel se 'n go disperso,
    st in sella il tronco e l'alma and in esiglio;
    e 'l destriero, che 'l fren senta pi lasso,
    incognito il portava attorno a spasso.

    37.
    Non ferma qui la furibonda spada
    ch'era una lama da la lupa antica.
    Ma tronca, svena, fende, apre e dirada
    ci ch'ella incontra, uomini ed armi abbica.
    Or quinci, or quindi si fa dar la strada,
    ma innumerabil turba il passo intrica:
    veggonsi in aria andar teste e cervella,
    e nel sangue notar milze e budella.

    38.
    Da mille lance il Re percosso e cinto
    e da mille spuntoni e mille dardi,
    tutto  molle di sangue, e mezzo estinto
    ha il famoso drappel di que' gagliardi.
    Tognon rimproccia i suoi da l'ira vinto,
    e grida: - Ah feccia d'uomini codardi,
    s vilmente morir, scannaminestre?
    Che vi sia dato il pan con le balestre! -

    39.
    Sospinse il rampognar di quell'altiero
    ognuno incontro al Re, cui sol restato
    vivo de' suoi nel gran periglio  il fiero
    Leupoldo conte di Nebrona a lato:
    morto da cento lance il buon destriero
    sotto il Re cadde, ed egli in pi balzato
    fulmina e uccide di due colpi orrendi
    Petronio ed Andal de' Carisendi.

    40.
    Berto Gallucci e 'l Gobbo de la Lira
    gli sono sopra, e l'uno e l'altro il fiede;
    ma il generoso cor non si ritira,
    ben che sieno a cavallo, ed egli a piede.
    Il conte che si volge e 'n terra il mira,
    balza di sella e 'l suo caval gli cede;
    ed ei, perch rimonti il suo signore,
    rimansi a piedi, e 'n mezzo a l'armi muore.

    41.
    Il Re prende la briglia e salir tenta,
    ma lo distorna il Gobbo e gliel contende;
    egli una punta al fianco gli appresenta,
    e con la gobba al pian morto lo stende.
    Tognon smonta fra tanto, e al Re s'avventa
    dietro a le spalle, e ne le braccia il prende,
    e Pasotto Fantucci e Francalosso
    e Berto e Zagarin gli sono addosso.

    42.
    Il Re si scuote, e a un tempo il ferro caccia
    nel ventre a Zagarin che gli  a rimpetto,
    ma non pu svilupparsi da le braccia
    di Tognon che gli cinge i fianchi e 'l petto;
    ed ecco Periteo giugne e l'abbraccia
    subito anch'egli, e 'l tien serrato e stretto;
    ei l'uno e l'altro or tira, or alza, or spigne,
    ma da' legami lor non si discigne.

    43.
    Qual fiero toro, a cui di funi ignote
    cinto fu il corno e 'l pi da cauta mano,
    muggisce, sbuffa, si contorce e scuote,
    urta, si lancia e si dibatte in vano;
    e quando al fin de' lacci uscir non puote,
    cader si lascia afflitto e stanco al piano:
    tal l'indomito Re, poich comprese
    d'affaticarsi indarno, al fin si rese.

    44.
    Fu drizzato il carroccio, e fu rimesso
    in sedia il Podest tutto infangato;
    non si trov il robon, ma gli fu messo
    in dosso una corazza da soldato;
    le calze rosse a brache avea, col fesso
    dietro, e dinanzi un braghetton frappato,
    e una squarcina in man larga una spanna,
    parea il bargel di Caifs e d'Anna.

    45.
    Ei gridava in Bresciano: - Innanz, innanzi;
    che l' rott'ol nemig, valent soldati:
    feghe sbit la schitta a tucch sti Lanzi
    maledetti da D, scommunegati. -
    Cos dicendo, gi vedea gli avanzi
    del destro corno andar qua e l sbandati,
    e raggirarsi per que' campi aprichi
    cercando di salvar la pancia ai fichi:

    46.
    per che 'l buon Perinto avea gi rotti
    Tedeschi e Sardi e Garfagnini e Corsi
    e gli altri ch'al bottin fallace, indotti
    da mal cauta speranza, erano corsi.
    I Tedeschi, del vino ingordi e ghiotti,
    dietro a certi barili eran trascorsi,
    che ne credeano far dolce rapina;
    e in cambio di verdea trovr tonnina.

    47.
    Al primo suon de la nemica pesta
    il popolo del mar le spalle diede;
    si restrinse il tedesco e fece testa;
    in dubbio il Garfagnin sospese il piede:
    ma la cavalleria giugne e calpesta
    con impeto e furor la gente a piede;
    n la picca tedesca o l'alabarda
    ferma i cavalli armati o li ritarda.

    48.
    A Corrado Roncolfo, il capocaccia
    del Re che facea a gli altri animo e scudo,
    sovragiugne Perinto, e ne la faccia
    mette per visiera il ferro crudo.
    A Guglielmo Sterlin, nato in Alsaccia,
    tronca d'un man rovescio il collo ignudo,
    e Ridolfo d'Augusta e Giorgio d'Ascia
    feriti di due punte in terra lascia.

    49.
    Un giovinetto fier nato su 'l Reno,
    su 'l Panaro nudrito, Ernesto detto,
    che col bel viso e col guardo sereno
    potea infiammar qual pi gelato petto,
    vedendo i suoi che gi le spalle avino
    volte a fuggir, da generoso affetto
    e da nobil deso di gloria mosso
    un destriero african gli spinse addosso.

    50.
    Perinto il colpo del garzone attende,
    e a l'arrivar ch'ei fa cala un fendente.
    il destrier, che di scherma non s'intende,
    s'arretra come il suon del ferro sente;
    a l'estremo del collo il brando scende;
    cade in terra il meschin morto repente.
    Ernesto, che mancarsi il destrier mira,
    balza in piedi di sdegno acceso e d'ira,

    51.
    e d'una punta ne la coscia il fiede.
    Volge Perinto e 'l ferro a un tempo abbassa;
    ma ei si ritira, e de l'antico piede
    d'un olmo si fa scudo e 'l campo lassa;
    quei l'incalza fremendo ed egli cede,
    e va girando e fugge e torna e passa.
    Cos corre a la pianta e si difende
    il ramarro che 'l bracco a seguir prende.

    52.
    Jacona capitan de' Soraggini,
    ch'amava Ernesto pi de la sua vita,
    poi che gli occhi rivolse a i rai divini
    onde l'anima accesa era invaghita,
    e 'l vide star su gli ultimi confini,
    corse precipitoso a dargli ata
    abbandonando i suoi, che mal condotti
    in fuga se ne gan sbandati e rotti.

    53.
    In arrivando il ritrov piagato
    nel destro fianco e da la doglia vinto;
    spinse il destrier d'un salto, 'l brando alzato
    su la fronte a due man fer Perinto;
    e se non che quell'elmo era temprato
    per man del saggio Argon, l'avrebbe estinto,
    ma di s tolto e di cader in forse
    portato dal destrier qua e l trascorse.

    54.
    Al garzon Jacona rivolto allora
    - Ernesto, gli dicea, la nostra gente
    rotta si fugge, e noi facciam dimora,
    e perdiamo la vita inutilmente.
    Deh non voler che cada insieme a un'ora
    mia viva speme e tua belt innocente. -
    - Vattene, rispond'ei, ch 'l destrier mio
    vendicar voglio o qui morire anch'io. -

    55.
    - O fanciul troppo ardito e poco accorto
    (soggiunge Jacona) mira che questa
    che ci costrigne a ritirarne in porto,
     pi ch'a te non par fiera tempesta;
    ma se l'affanno d'un destrier gi morto
    e la vendetta sua quivi t'arresta,
    prenditi in dono il mio. - N pi s'estese;
    ma gli porse la briglia, e gi discese.

    56.
    Quegli 'l ricusa, ed egli pur s'affretta
    che 'l prenda; e mentre i prieghi orna e rinforza,
    ecco torna Perinto a la vendetta,
    e fere Jacona di tutta forza.
    Con quel furor che vien dal ciel saetta,
    passa il brando crudel la ferrea scorza
    del grave scudo e la corazza forte,
    e lascia Jacona ferito a morte.

    57.
    Cadde il misero in terra, e quasi a un punto
    poco lungi da lui cadde Perinto,
    cui, passato nel petto e nel cor punto,
    rest il cavallo a quell'incontro estinto.
    Al suo vantaggio allor non bada punto
    Ernesto, e corre da la rabbia vinto
    a mezza spada a disperata guerra
    poi che l'amico suo vede per terra.

    58.
    Ernesto di due colpi in su l'elmetto
    con tanta forza il cavalier percosse,
    che ribattendo su l'arcion col petto
    sovra il morto destrier tutto piegosse.
    Lo sguardo allor drizzando al giovinetto
    su le ginocchia Jacona levosse,
    e disse: - Ah non voler perir tu ancora,
    lascia ch'io sol per la tua vita mora. -

    59.
    E dicea il ver, s'un ostinato core
    fosse stato del ver punto capace:
    surse Perinto e strinse con furore
    la spada contro il giovinetto audace;
    Jacona con quell'ultimo vigore
    che gli somministr l'alma fugace,
    per impedire il colpo al ferro crudo,
    lanci contra Perinto il proprio scudo.

    60.
    Ma quello sforzo apr la piaga, e sparse
    l'alma col sangue, e certo fu peccato;
    ch'amico pi fedel non potea darse,
    e non bevea giammai vino inacquato.
    Lo scudo ch'ei lanci venne a incontrarse
    nel braccio che spingea Perinto irato
    e nel volto e nel petto e ne la mano,
    e gli fe' rimaner quel colpo vano.

    61.
    Ma che pro, se 'l garzon non si ritira,
    e nuova fiamma al vecchio incendio aggiugne?
    Colpi raddoppia a colpi, e a ferir mira
    dove s'apre la piastra e si congiugne.
    Perinto avvampa di disdegno e d'ira,
    e d'una punta a mezzo il ventre il giugne;
    la panciera d'Ettr, ch'era incantata,
    non gli avrebbe la vita allor salvata.

    62.
    Cade Ernesto morendo in su la piaga,
    e chiama Jacona che nulla sente;
    esce un rivo di sangue e si dilaga,
    s'oscura de' begli occhi il d lucente:
    l'anima sciolta disdegnosa e vaga
    dietro a l'amico suo vola repente.
    Salta Perinto in su 'l destrier che trova,
    e 'l volge a ricercar battaglia nuova.

    63.
    N gi ritorna ove fuggir vedea
    quei ch'ingann la fiorentina preda,
    ch vittoria stim vile e plebea
    cacciar gente che fugga e 'l campo ceda:
    ma, dove in mezzo la battaglia ardea,
    contra 'l Potta sen va, come se 'l creda
    bere in un sorso, e la citt sua tutta
    ne' sterquilin suoi lasciar distrutta.

    64.
    Guido scontr, che de la pugna usciva
    con mezza spada e una ferita in testa,
    e a medicarsi al padiglion se 'n giva
    per man del suo barbier mastro Tempesta.
    Indi trov, che 'l suo signor seguiva
    messa in terror la ravignana gesta:
    le si fe' incontro, e con superbo grido:
    - Tornate, disse, indietro, o ch'io v'uccido. -

    65.
    Ed a l'alfier che 'l rimirava fiso,
    senza altro moto far, come chi sdegna,
    fulmin d'un man dritto a mezzo 'l viso
    - Cos, dicendo, d'ubbidir s'insegna. -
    Riman colui del fiero colpo ucciso,
    ed egli di sua man spiega l'insegna.
    Alzano i Ravignani allor le grida,
    e 'l seguono animosi ove gli guida.

    66.
    Il Potta, che tornar vede la schiera
    che dianzi fuor de la battaglia usciva,
    rivolto a Tomasin ch'a lato gli era:
    - Per vita, gli dicea, de la tua diva,
    ad incontrar va' tu quella bandiera,
    che se 'n riede a la pugna onde fuggiva,
    e mostra il tuo valor, spiega i tuoi vanti
    contra quei malandrin scorticasanti. -

    67.
    Nulla risponde, e contra i Ravennati
    Tomasin a quel dir, strigne gli sproni
    con una compagnia di scapigliati,
    dediti al gioco e a far volar piccioni,
    che triganieri fur cognominati,
    nemici natural de' bacchettoni,
    gente che 'l ciel avea posto in oblio,
    e l'appetito sol tenea per Dio.

    68.
    Con questi il Gorzanese ardito e franco
    ratto si mosse, e al primo incontro uccise
    Gaspar Lunardi e Desiderio Bianco,
    e a Lamberto Raspon l'elmo divise:
    quando Perinto lo fer per fianco
    con l'asta de l'insegna, e in modo arrise
    fortuna al suo valor, ch'in terra cade,
    e rest prigionier fra mille spade.

    69.
    Perduto il capitan, l'impeto allenta
    la gente sua che 'l disvantaggio vede,
    ma non fugge per n si sgomenta,
    e torna in ordinanza in dietro il piede.
    Perinto, poi ch'a Ostasio da Polenta,
    che tra' primi il segua, l'insegna diede,
    Jotatan con la spada in terra mette
    e Barbante figliol di Mazzasette.

    70.
    Ma intanto il Potta, udito il caso fiero
    di Tomasino, e quel che pi gli dolse,
    del Re de' Sardi rotto e prigioniero,
    santa Nafissa a bestemmiar si volse,
    e montato su un'erta col destriero,
    pur novella speranza anco raccolse:
    ch le bandiere de' nemici sparte
    vide fuggir de la sinistra parte.

    71.
    E di vederne il fin gi risoluto
    scendea da l'alto, e raccendeva l'ire,
    quando un gigante orribile e cornuto
    gli apparve e l'atterr con questo dire:
    - Che pensi? ogn'ardimento  qui perduto:
    pensa di ritirarti o di morire.
    ecco ti svelo i lumi, or tu rimira
    de la terra e del ciel lo sforzo e l'ira.

    72.
    Vedi l guerreggiar l'empia Bellona
    tinta di sangue incontro a le tue schiere,
    vedi il superbo figlio di Latona
    quanti coll'arco suo ne fa cadere,
    Marte, ch'in tuo favor pugna, abbandona
    stanco e sudato omai le tue bandiere.
    Tu a raccolta le chiama, e le conserva
    da lo sdegno di Febo e di Minerva. -

    73.
    Qui tacque il fero mostro, e in un momento,
    come sparisce il sogno a l'ammalato,
    ritir il pede e si converse in vento,
    e 'l Potta di stupor lasci ingombrato.
    Bacco era questi a generar spavento
    in quella forma orribile cangiato
    che combattuto avea col dio di Cinto,
    e si parta de la battaglia vinto;

    74.
    e giva a ricercar nuovo partito,
    perch non fosse il popol suo disfatto.
    Rimase il Potta attonito e smarrito,
    e si fe' il segno de la croce un tratto,
    ch'un demonio il cred, fuor di Cocito
    a spaventarlo in quella forma tratto:
    stette sospeso un poco, indi fe' quanto
    descritto fia da me ne l'altro canto.


















    CANTO SETTIMO.

    ARGOMENTO.
    Rotti i Petroni da la destra parte,
    sta in dubbio la vittoria ancor sospesa;
    fin che scende dal ciel Iride, e Marte
    fa ritirar da la crudel contesa.
    Giugne Renoppia, e la smarrita parte
    rinvigorisce;e giugne in sua difesa
    Gherardo, che dal fiume a l'altra sponda
    caccia i nemici e fa vermiglia l'onda.

    1.
    Il conte di Culagna era fuggito,
    com'io narrai, di man di Salinguerra,
    e quel fiero, da l'impeto rapito,
    pedoni e cavalier gittando a terra,
    morto Rainero e Bruno avea ferito
    e mossa a un tempo a quella squadra guerra
    che Voluce in battaglia avea condotta;
    e gi le prime file erano in rotta.

    2.
    Quando Voluce ode il rumore e vede
    Salinguerra ch'i suoi rompe e fracassa,
    salta in arcion, ch combatteva a piede,
    e l'asta prende e la visiera abbassa,
    sprona il cavallo, e tosto intorno cede
    ognuno, e gli fa piazza ovunque passa:
    Salinguerra a l'incontro i suoi precorre
    e minaccioso a la battaglia corre.

    3.
    I magnanimi cor di sdegno ardenti
    metton le lance a mezzo 'l corso in resta,
    e vannosi a ferir come due venti
    o due folgori in mar quand' tempesta.
    Lampi e fiamme gittr gli elmi lucenti;
    mugghi tremando il campo e la foresta
    a quel superbo incontro, e l'aste secche
    volaro infrante in mille scheggie e stecche.

    4.
    Si fece il segno de la santa Croce
    l'un campo e l'altro, e si ferm guardando
    per meraviglia immoto, senza voce,
    del periglio comun scordato; quando
    l'uno e l'altro guerrier torse veloce
    dispettoso la briglia, e tratto il brando,
    fulminrsi a gli scudi ambi e a la testa
    dritti e rovesci a furia di tempesta.

    5.
    Non stettero a parlar de' casi loro
    come soleano far le genti antiche,
    n se 'l lor padre fu spagnuolo o moro,
    ma fecero trattar le man nemiche.
    Le ricche sopraveste e i fregi d'oro,
    i cimieri, gli scudi e le loriche
    volan squarciati e triti in pezzi e 'n polve,
    il vento gli disperge e gli dissolve.

    6.
    Tra mille colpi il conte di Miceno
    colse in fronte il signor di Francolino
    che gli fece veder l'arco baleno,
    la luna, il ciel stellato e 'l cristallino.
    D'ira, di sdegno e di superbia pieno
    sollev Salinguerra il capo chino,
    e a la vendetta gi movea repente
    quando rivolse gli occhi a la sua gente.

    7.
    Sotto la scorta di s chiaro duce
    eran trascorsi i Ferraresi tanto,
    che dietro a lui come a notturna luce
    sconvolto avean tutto il sinistro canto:
    ma poi ch'a Salinguerra il buon Voluce
    si fece incontro, essi allentr fra tanto
    l'impeto loro: e videsi in figura
    che trotto d'asinel passa e non dura.

    8.
    Manfredi, che cacciati i Milanesi
    rotti e dispersi avea per la campagna,
    e in aiuto vena de' Cremonesi
    contra quei di Toscana e di Romagna;
    poi che conobbe a l'armi i Ferraresi
    ch'incalzavano i suoi de la montagna,
    rivolto a lo squadron ch'intorno avea,
    gli accennava col brando e gli dicea:

    9.
    - Vedete l quella volubil gente
    che vaga ognor di Principi novelli
    or piega al Papa e ne la vana mente
    seco sognando va mitre e cappelli;
    mirate com' d'or tutta lucente,
    come d'armi pomposa e di gioielli:
    andiamo, valorosi, urtiam fra loro,
    che nostre fien le gemme e l'armi e l'oro. -

    10.
    Cos dice: e spronando il buon destriero
    la spada stringe e 'l forte scudo imbraccia,
    e tra le squadre de' nemici altero
    con la man fulminando urta e si caccia.
    Come al primo attizzar pronto e leggiero
    corre stormo di bracchi a dar la caccia
    al gregge vil, cos da quegli arditi
    i Ferraresi allor furo assaliti.

    11.
    Manfredi a Pasqualin di Pocointesta
    tagli d'un sottobecco il mento e 'l naso,
    e fece rimaner con mezza testa
    Piero Simon di Gasparin Pendaso.
    Contra Manfredi con la lancia in resta
    vena spronando il Mozzarel Tomaso;
    quand'ecco l'afferr con un uncino
    Archimede d'Orfeo Cavallerino.

    12.
    Correa l'inaveduto a tutta briglia
    senza badar s'alcun gli movea guerra;
    e Archimede l'apposta e l'arronciglia
    e 'l fa cader d'arcion col culo in terra.
    Per la coda il destrier Tomaso piglia
    per ritenerlo; ed egli i pi diserra
    con grazia tal, ch'in cambio di confetti
    gli fa ingoiar dodici denti netti.

    13.
    Giannotto Pellicciar con un'accetta
    spacc la testa a Gabrio Calcagnino;
    Obizo Angiari e Baldovin Falletta
    uccisi fur da Gemignan Porrino;
    con un colpo di mazza Anteo Pinzetta
    ammacc la visiera ad Acarino
    nato del seme altier di Giliolo,
    e gli fece del naso un raviggiolo.

    14.
    Ma questo  un gioco a quel che fa Manfredi
    che tutta fracassata ha quella schiera,
    Galasso Trotti ha morto e Gotifredi
    Gualengui e Perondel di Boccanera;
    e 'l Rosso Riminaldi ha messo a piedi
    passato d'una punta a la gorgiera;
    onde, d'ardire e d'ordinanza tolta,
    la gente di Ferrara in fuga  volta.

    15.
    Salinguerra, ch'i suoi vede fuggire
    dal nemico valor che gli sbarraglia,
    ferma la spada in atto di ferire,
    e dice al conte: - Tua bont mi vaglia,
    s che la gente mia possa seguire
    tanto ch'io la rivolga a la battaglia;
    ch s'io resto qui sol cinto da' tuoi,
    n tu meco pugnar con laude puoi. -

    16.
    Voluce rispondea: - Signor Marchese,
     morto Orlando e non  pi quel tempo:
    ma per non vi parer poco cortese,
    se volete fuggir, voi siete a tempo;
    seguite pur, ch'io non far contese,
    la gente vostra, e non perdete il tempo,
    perch mi par che corra come un vento;
    ma vo' venir anch'io per complimento. -

    17.
    - Oh questo no, rispose Salinguerra,
    io non partir mai, s'ella non resta. -
    E in questo dire un colpo gli diserra
    a mezza lama al sommo de la testa:
    perd le staffe e quasi and per terra
    il conte a quella nespola brumesta;
    strinse le ciglia, e vide a un punto mille
    lampade accese e folgori e faville.

    18.
    Allora Salinguerra il tempo piglia,
    sprona il cavallo e si dilegua ratto,
    e l dove Manfredi i suoi scompiglia,
    d'ira avvampando e di furor s' tratto;
    grida, rampogna, e or questo e or quel ripiglia,
    mena la spada a cerco e a chi di piatto,
    a chi coglie di taglio, a chi minaccia;
    e non pu far ch'alcun volga la faccia.

    19.
    Voluce intanto si risente, e gira
    il guardo, e vede il principe lontano.
    Tosto dietro gli sprona, e poi che mira
    chiusa la strada e che s'affanna in vano,
    urta fremendo di disdegno e d'ira
    tra i Ferraresi anch'ei col brando in mano,
    e fa volare al ciel membra tagliate
    e piastre rotte e pezze insanguinate.

    20.
    Tagli una spalla a Tebaldel Romeo,
    e a Buonaguida Fiaschi un braccio netto;
    la gamba manca a Niccolin Bonleo
    tronc dove fina lo stivaletto;
    e mastro Daniel di Bendideo
    pieno d'astrologia la lingua e 'l petto
    uccise d'una punta, ond'ei s'avvide
    che del presumer nostro il ciel si ride.

    21.
    Voluce fe' quel d prove mirande
    e uccise di sua man trenta marchesi,
    per che i marchesati in quelle bande
    si vendevano allor pochi tornesi;
    anzi vi fu chi per mostrarsi grande
    si fe' investir d'incogniti paesi
    da un tal signor, che per cavarne frutto
    i titoli vendea per un presciutto.

    22.
    Come nube di storni, a cui la caccia
    lo sparvier dava dianzi o lo smeriglio,
    se l'audace terzuol per lunga traccia
    le sovraggiugne col falcato artiglio,
    raddoppia il volo e quinci e quindi spaccia
    le campagne del ciel volta in scompiglio;
    or s'infolta, or s'allarga, or si distende
    in lunga riga e i venti e l'aria fende:

    23.
    tal la gente del Po, che pria fuggiva
    da la tempesta di Manfredi irato,
    poich Voluce anch'ei le soprarriva
    e 'n lei doppia il terror freddo e gelato,
    con disordine tal fuggendo arriva
    tra il popol di Fiorenza a destra armato,
    che seco lo trasporta e lo sbarraglia
    e lo fa seco uscir de la battaglia.

    24.
    Segue Manfredi, e d'armi e di bandiere
    resta coperto il pian dovunque passa;
    fende Voluce or queste or quelle schiere
    e memorabil segno entro vi lassa,
    Pippo de' Pazzi e Cecco Pucci ei fere,
    Beco Stradini e Pier di Casabassa.
    Seco  il Duara, e per foreste e boschi
    fuggon dispersi i Ferraresi e i Toschi.

    25.
    Ma non fuggon cos gi i Perugini
    n la cavalleria del Malatesta;
    anzi, come fu noto a i pellegrini
    fregi il Duara e a la pomposa vesta,
    l'arronciglir con pi di cento uncini
    ne le braccia, n fianchi e ne la testa.
    - Fate pian, grida Bosio, aiuto, aiuto;
    non stracciate, ch 'l saio  di veluto:

    26.
    fermate i raffi, ch'io mi do per vinto;
    non tirate, canaglia maledetta:
    che malann'aggia il temerario instinto,
    Perugini, ch'avete, e tanta fretta. -
    Cos dicendo fu subito cinto
    e fatto prigionier da la cornetta
    del capitan Paulucci; indi legato
    sopra un roncino a Crespellan menato.

    27.
    La prigionia del duca lor commosse
    a furore e vendetta i Cremonesi;
    spinsero innanzi e rinforzr le posse
    e s'uniron con loro i Frignanesi;
    ma il Perugino audace il pi non mosse
    e stettero in battaglia i Riminesi,
    dal valor proprio e da l'esempio degno
    de' capitani lor tenuti a segno.

    28.
    Il capitan Paulucci a Perdigone,
    fratel di Bosio che 'l destrier gli uccise,
    tir d'una balestra da bolzone,
    e con due coste rotte in terra il mise.
    Indi ammazz col brando Ercol Pandone
    che se l'ebbe per male in strane guise;
    perch'era vecchio in guerra e buon soldato
    e nissuno mai pi l'avea ammazzato.

    29.
    Aveva in tanto Alessio di Pazzano
    il buon Omero Tortora assalito,
    istorico famoso e capitano
    che le ninfe d'Isauro avean nudrito;
    quando d'una zagaglia sopra mano
    fu dal signor di Rimini ferito,
    e 'l ferro al vivo penetr di sorte
    che 'l trasse de l'arcion vicino a morte.

    30.
    E gi per ispogliarlo era smontato,
    quando ei si volge e 'n su 'l morir gli dice:
    - O tu che godi or del mio acerbo fato,
    sappi che morirai via pi infelice,
    vicina  la tua sorte, e 'l tuo peccato
    gi prepara per te la mano ultrice,
    dove meno la temi, e quel ch'importa,
    teco la fama tua fia spenta e morta. -

    31.
    Qui chiuse i lumi Alessio, e 'l Malatesta
    fren la mano, e ritirando il passo:
    - Col mal augurio tuo, disse, ti resta,
    e va' gi a profetar con Satanasso:
    l'armi e la ricca tua serica vesta
    portale teco pur, ch'io le ti lasso
    con questi annunzi tuoi sciaurati e rii,
    o poeta o stregon che tu ti sii. -

    32.
    E in questo dire in su 'l destrier salito
    a la pugna volgea senza soggiorno,
    dal magnanimo cor tratto a l'invito
    del suon de l'armi che fremea d'intorno:
    quando il tergo de' suoi vide assalito
    dal feroce Roldan che fea ritorno
    da la campagna, e seco avea Ramberto
    di sangue e di sudor tutto coperto.

    33.
    Onde contra il furor de le balestre
    che scoccava ne' suoi la gente alpina,
    subito strinse l'ordinanza equestre
    e si ritrasse a un'osteria vicina,
    e il capitan Paulucci a la pedestre
    sudando e ansando e con la man mancina
    dimenando il cappel per farsi vento,
    ritrasse anch'egli i suoi, ma con pi stento:

    34.
    ch Betto e Vico e Peppe e Ciancio e Lello
    e Tile e Mariotto e Cecco e Bino
    e 'l Miccia d'Erculan Montesperello
    vi restr morti e Cittolo Oradino,
    e prigioni Binciucco Signorello
    e Mede di Pippon Montomelino:
    e Fulvio Gelomia cadde di sella,
    primo cultor de la natia favella.

    35.
    Vi s'abbatt il dottor da Palestrina,
    e fu storpiato anch'ei per mala sorte.
    E fu d'un colpo d'una chiaverina
    tratto un occhio di testa a Braccioforte,
    a Braccioforte a cui quella mattina
    cinta la propria spada avea la morte,
    e 'l fiero Pluto per altrui spavento
    messa gli avea l'orrida barba al mento.

    36.
    Ma intanto che la palma ancor sospesa
    pende, e l'un campo e l'altro  omai disfatto,
    due politici fanno in ciel contesa
    e vengono a l'ingiurie al primo tratto.
    Mercurio de' Petroni ha la difesa,
    favorisce i Potteschi Alcide matto;
    Giove sta in mezzo, e con real decoro
    raffrena l'ire e le discordie loro.

    37.
    Ne' gangheri del ciel ferma ogni stella
    cessa di variar gl'influssi e l'ore;
    cade nel mar tranquillo ogni procella,
    rischiara l'aria insolito splendore.
    Da l'alto seggio allor cos favella
    de la sesta lanterna il gran Motore:
    - Non affrettate, o dei, de gli odii il tempo
    ch'ancor verr per voi troppo per tempo.

    38.
    Vedete l dove d'alpestri monti
    risonar fanno il cavernoso dorso
    la Turrita col Serchio e fra due ponti
    vanno ambo in fretta a mescolare il corso;
    due popoli fra questi arditi e pronti
    in fiera pugna si daran di morso,
    e si faran co' denti e con le mani
    conoscer che son veri Graffignani.

    39.
    O quante scorze di castagni incisi
    d'intorno copriran tutta la terra!
    quanti capi dal busto fian divisi
    in cos cruda e sanguinosa guerra!
    Caronte lasso in trasportar gli uccisi
    ch'a passar Stige scenderan sotterra,
    bestemmier la maledetta sorte
    che gli di in guardia il passo de la morte.

    40.
    Quinci in aiuto a' suoi correre armato
    vedrassi al monte il forte Modanese;
    quindi a i passi, ch'in pace avr occupato,
    opporsi l'astutissimo Lucchese.
    Entrar potrete allor ne lo steccato
    tu Mercurio e tu Alcide a le contese,
    e provar se pi vaglia in quella parte
    l'accortezza o il vigor, la forza o l'arte.

    41.
    Un Alfonso e un Luigi Estensi a pena
    d'un pel segnata mostreran la guancia,
    ch'a pi di mille insanguinar l'arena
    faranno or con la spada or con la lancia.
    Le squadre intere volteran la schiena
    dinanzi a i nuovi Paladin di Francia;
    e Castiglion fra le percosse mura
    sotto si cacher de la paura;

    42.
    pregando il conte Biglia in ginocchione
    che venga a far cessar quella tempesta,
    spiegando di Filippo il gonfalone
    con una spagnolissima protesta.
    Quivi potrete allor con pi ragione
    cacciarvi gli occhi e rompervi la testa:
    cessate intanto; e la pazzia mortale
    resti fra quei che fan l gi del male. -

    43.
    Cos disse, e chiamando Iride bella
    ch'al sole avea l'umida chioma stesa
    - Vola, le impone, o mia diletta ancella,
    e di' a Marte che ceda a la contesa
    fin ch'arrivi Gherardo e sua sorella
    a cui si dee l'onor di quest'impresa. -
    Iride non risponde e i venti fende,
    e gi dal ciel ne la battaglia scende.

    44.
    Vede Marte da lunge e drizza l'ale
    dov'ei combatte e l'ambasciata esprime:
    indi si parte e fuor de la mortale
    feccia ritorna al puro aer sublime.
    Marte, che scorge la tenzone eguale,
    ritira il pi da l'ordinanze prime
    e ne la retroguardia intanto passa,
    e 'l Potta incontro ai Romagnoli lassa.

    45.
    Il Potta avea assaliti i Faentini
    e fracassata la lor gente equestre,
    ch gli scudi dipinti e gli elmi fini
    non ressero al colpir de le balestre.
    Giacoccio Naldi e Pier de' Fantolini
    rimasero feriti e a la pedestre:
    e a Mengo Foschi e al cancellier Giulita
    il Potta di sua man tolse la vita.

    46.
    Uccise Bastian de' Fornardesi
    che sapea tutto a mente il Calepino,
    e dal vto ch'avea d'ir ad Ascesi
    lo sciolse e di vestirsi di bertino.
    Indi per fianco urt fra gl'Imolesi,
    e s'affront col cavalier Vaino,
    ch'ucciso avea Pallamidon fornaio
    che mangiava la torta col cucchiaio.

    47.
    Il cavalier, che stava in su l'aviso,
    d'arena che tenea dentro un sacchetto
    gli empi gl'occhi e la bocca a l'improviso,
    poi strinse il brando e gli assaggi l'elmetto.
    - Ah! disse il Potta allor forbendo il viso,
    tu me la pagherai Romagnoletto. -
    E in questo dir menando con la spada
    colp a la cieca, si fe' dar la strada.

    48.
    Ma poi che Marte il suo favor ritenne
    e torn di quadrato indietro il passo,
    e che Perinto in quella parte venne
    guidato dal furor di Satanasso,
    il modanese stuol pi non sostenne
    l'impeto ostil dal faticar gi lasso,
    e rallentate l'ordinanze e l'ire
    cominci a ritirarsi, indi a fuggire.

    49.
    Il Potta pien di rabbia e disperato
    gridava con la bocca e con le mani
    ma non potea fermar da nessun lato
    lo scompiglio e 'l terror de' Gemignani,
    e da l'impeto loro al fin portato
    costretto fu d'abbandonar que' piani,
    bench tre volte e quattro in volto fiero
    spignesse tra i nemici il gran destriero.

    50.
    Correndo in tanto e traversando il lito
    senz'elmo e molle e polveroso tutto
    il conte di Culagna era fuggito,
    e giunto a la citt piena di lutto,
    narrato avea fra il popolo smarrito
    che 'l Re prigione e 'l campo era distrutto;
    onde i vecchi e le donne al fiero aviso
    fuggan chi qua chi l pallidi in viso.

    51.
    Corsero gli Anzian tutti a consiglio
    per consultar ci che s'avesse a fare;
    molti volean nel subito periglio
    fuggirsi e la cittade abbandonare;
    altri dicean ch'era da dar di piglio
    a tutto quel che si potea portare,
    e salir su la torre allora allora,
    e chi non vi capa stesse di fuora.

    52.
    Surse all'incontro un Bigo Manfredino
    che sedea appresso a Carlo Fiordibelli,
    e disse: - Senza pane e senza vino
    che vogliamo cacar l su, fratelli?
    questi sono consigli da un quattrino
    che non gli sosterrian cento puntelli,
    per i' vorrei, se 'l mio parer v'aggrada,
    cavar un pozzo in capo d'ogni strada,

    53.
    e ricoprirlo s, ch'in arrivando
    cadessero i nemici in gi a fracasso. -
    Guarnier Cantuti allor rispose: - E quando
    sar finita l'opra e chiuso il passo?
    Non  meglio che star quivi indugiando
    condur lo stabbio ch'abbiam pronto a basso
    ch'ingombra la met de la cittade,
    e con esso serrar tutte le strade? -

    54.
    Ugo Machella a quel parlar sorrise
    e disse rivoltato a que' prudenti:
    - Se chiudiamo le strade in queste guise,
    dov'entreranno poi le nostre genti?
    Prendiamo l'armi: il Ciel sovente arrise
    a le pi audaci e risolute menti. -
    Qui s'alzar tutti, e gridr senza tema:
    - A la f che l' vera, andema, andema. -

    55.
    Ma i bottegai correndo in fretta a i passi
    che feano la citt poco sicura,
    con travi e pali e terra e sterpi e sassi
    tosto alzaron trinciere, argini e mura;
    sbarrr le strade e gli affumati chiassi,
    e i portici d'antica architettura,
    e dinanzi a le sbarre in quelle strette
    cominciaro a votar le canalette.

    56.
    Quando armata apparir fu vista intanto
    Renoppia al suon de la novella fiera,
    e correre a la porta, e seco a canto
    condurre il fior de la virginea schiera,
    diede a gli uomini ardir, riprese il pianto
    del sesso femminil con faccia altera;
    e rimirando gi per la via dritta
    non vide alcun fuggir da la sconfitta.

    57.
    Stette sospesa e addimand del conte,
    ma il conte avea gi preso altro sentiero,
    onde deliber di gire al ponte
    sovra il Panaro a investigar del vero.
    Quivi arriv che 'l sol da l'orizonte
    gi poco era lontan nel lito ibero,
    e mir in vista dolorosa e bruna
    spettacolo di morte e di fortuna.

    58.
    Ne la parte pi cupa e pi profonda
    notavano pedoni e cavalieri;
    tutta di sangue uman torbida l'onda
    volgea confusi e misti armi e destrieri;
    i Gemignani a la sinistra sponda
    fuggan cacciati da i Petroni fieri;
    stavan Tognone e Periteo lor sopra
    e mettea l'uno e l'altro il ferro in opra.

    59.
    Per man di Periteo giaceano morti
    Guron Bertani e Baldassar Guirino,
    Giacopo Sadoleti e Antonio Porti,
    e ferito Antenor di Scalabrino:
    ma il superbo Tognone e i suoi consorti
    le schiere di Stuffione e Ravarino
    avean distrutte, e a gran fatica s'era
    salvato Gherardin su la riviera.

    60.
    L'altro fratel ferito e prigioniero
    cedeva l'armi al vincitor feroce,
    ma su gli archi del ponte un cavaliero
    fulminando col ferro e con la voce
    cacciava i Gemignani, e a quell'altiero
    s'opponea solo il Potta in su la foce
    del ponte, e di fermar cercava in parte
    l'ordinanze de' suoi gi rotte e sparte.

    61.
    Giugne Renoppia, e dove rotta vede
    da la ripa fuggir l'amica gente,
    volge con l'arco teso in fretta il piede,
    e di lampi d'onor nel viso ardente:
    - O infamia, grida, ch'ogn'infamia eccede:
    tornate, e dite a la citt dolente
    che moriron le figlie e le sorelle
    dove fuggiste voi, popolo imbelle.

    62.
    Noi morirem qui sole e gloriose,
    gite voi a salvar l'indegna vita,
    non resteran vostre ignominie ascose,
    n la fama con noi fia seppellita. -
    Seco Renoppia avea le bellicose
    donne di Pompeian, schiera fiorita
    ch'in Modana arrest tema d'oltraggio,
    e cento de le sue di pi coraggio;

    63.
    e fra queste Celinda e Semidea,
    di Manfredi sorelle e sue dilette,
    e l'una e l'altra l'asta e l'arco avea
    e la faretra al fianco e le saette.
    Renoppia, che dal ponte i suoi vedea
    tutti fuggir, la cocca a l'occhio mette,
    e drizza il ferro a la scoperta faccia
    di Perinto, ch'a' suoi dava la caccia.

    64.
    E se non che Minerva il colpo torse
    dal segno ove 'l drizz la bella mano,
    il fortissimo eroe periva forse:
    ma non uscl per lo strale in vano
    ch'al destrier, ch'a quel punto in alto sorse
    d'un salto e si lev tutto dal piano,
    and a ferir nel mezzo de la fronte,
    onde col suo signor cadde su 'l ponte.

    65.
    Perinto dal destrier ratto si scioglie,
    ma lui non mira pi la donna altera
    che declina dal ponte e si raccoglie
    dove fuggiano i suoi da la riviera.
    Quivi a Tognon, che l'onorate spoglie
    avea tratte a Engheram da la Panciera,
    prende la mira, e fa passar lo strale
    dove giunto a la spalla era il bracciale.

    66.
    Ferito il cavalier si ritraea;
    quand'un altro quadrel gli sopraggiunge
    che da l'arco gli vien di Semidea,
    e in una gamba amaramente il punge.
    Strinse l'asta Celinda, e gi scendea
    l dove Periteo poco era lunge:
    quand'ecco col caval cader ne l'onda
    rotolando il mir da l'alta sponda.

    67.
    Avventr le compagne a l'improviso
    cento strali in un punto al cavaliero.
    L'armi difeser lui, ma cadde ucciso
    a i colpi di tant'archi il buon destriero;
    la sembianza real, l'altero viso,
    la ricca sopravesta e 'l gran cimiero
    trasser gli occhi cos tutti in lui solo,
    che meglio era vestir di romagnolo.

    68.
    Qual Telessilla gi dal muro d'Argo
    cacci il campo Spartan vittorioso,
    tal fe' Renoppia dal sanguigno margo
    ritrarre il piede al vincitor fastoso.
    Come uscito di sonno o di letargo
    da quell'atto confuso e vergognoso,
    il campo che fugga volt la fronte,
    e ferm le bandiere a pi del ponte.

    69.
    Indi allargati in su la destra mano
    correano a gara a custodir la riva,
    quando s'ud un rumor poco lontano
    che 'l ciel di gridi e di spavento empiva.
    Era questi Gherardo il capitano
    ch'in soccorso de' suoi ratto veniva;
    al giugner suo mutr faccia le carte,
    e ripresero cor Dionisio e Marte.

    70.
    Gherardo in arrivando a destra invia
    Bertoldo con due schiere, ed egli dove
    vede il Potta pugnar prende la via:
    passa su 'l ponte e fa l'usate prove.
    Perinto a piedi e sol gli s'oppona,
    ma come vide tante genti nuove
    che correano del ponte a la difesa,
    ritrasse il piede e abbandon l'impresa.

    71.
    Gherardo sbarra il ponte e 'n guardia il lassa
    a Giberto che quivi era con lui,
    e torna indietro e su la riva passa
    l dove combattean ne l'acqua i sui.
    Vede stanco il caval, subito abbassa,
    ne fa un altro venir, ch n'avea dui,
    n pu soffrir di scender da la sponda
    ch'a precipizio gi salta ne l'onda.

    72.
    Il signor di Faenza era in battaglia
    col capitan Brindon Boccabadati;
    e Matteo Fredi e Gemignan Roncaglia
    e Beltramo Baroccio avea ammazzati.
    Gherardo con la mazza apre e sbarraglia
    Faentini, Imolesi e Cesenati,
    quei di Ravenna e quei de la Cattolica,
    e fa strage di ferro e di maiolica.

    73.
    Al capitan Fracassa in su l'elmetto
    men d'un colpo esterminato e fiero,
    che tramortito ne l'ondoso letto
    cadendo di Brindon fu prigioniero.
    Quindi si volse, e con feroce aspetto
    nel petronico stuol spinse il destriero;
    e di Panago al conte e a Boniforte
    signor di Castiglion diede la morte.

    74.
    Si ritira il nemico a l'altra riva
    che 'l disvantaggio suo vede e comprende,
    e poi ch'a l'erta in fermo sito arriva,
    l'ordinanze restrigne e si difende.
    Ma gi la notte d'oriente usciva,
    e fra l'orror de le sue fosche bende
    le lampade del ciel tutte accendea,
    e gi in terra a' mortali il d chiudea.



















    CANTO OTTAVO.

    ARGOMENTO.
    Il corno manco alfin de' Gemignani
    giugne a forza pugnando a' suoi steccati.
    Vede Ezzelino in mostra a Padovani,
    ch'a danno de' Petroni ha ragunati.
    Fan tregua i campi: e con partiti vani
    son da Bologna ambasciator mandati,
    che di Rinoppia fra i ricami e l'armi
    del cieco Scarpinello odono i carmi.

    1.
    Gi la luce del sol dato avea loco
    a l'ombra de la terra umida e nera;
    e le lucciole uscan col cul di foco,
    stelle di questa nostra ultima sfera,
    quando le trombe in suon gi lasso e fioco
    a raccolta chiamar da la riviera.
    Usciro i fanti e i cavalier de l'onda,
    e si ritrasse ognuno a la su sponda:

    2.
    e quinci e quindi alzaro incontro al ponte
    gli eserciti trinciere e padiglioni.
    Tornaro intanto di Miceno il conte
    e Manfredi e Roldano, i tre campioni
    che le bandiere de' nemici conte
    cacciate avean per boschi e per valloni;
    e fu da loro in arrivando al lito
    il suon de l'armi e de' cavalli udito.

    3.
    E poi che da le spie certificati
    del vario fin de la battaglia fro,
    in dubbio se dovean per gli steccati
    ripassar de' nemici al campo loro,
    o guazzando in disparte i lor soldati
    ricondur cheti a ripigliar ristoro;
    a guazzo al fin passar fanti e somieri,
    e al ponte si drizzr co' cavalieri.

    4.
    E dato aviso al Potta in diligenza
    perch le sbarre a tempo e loco alzasse,
    de le spoglie de' vinti in apparenza
    di Ferraresi armr la prima classe;
    e acci che l'arte lor maggior credenza
    tra gl'inimici a l'arrivar trovasse,
    quando loro parve esser vicini assai
    - Viva Frarra, gridar, guardai, guardai. -

    5.
    Gli abiti ferraresi e le favelle
    nel fosco de la notte e 'n quel tumulto
    ingannaron cos le sentinelle,
    che fu il pensier de' valorosi occulto.
    Giunti nel campo, alzar fino a le stelle
    i gridi e gli urli, e con feroce insulto
    trasser le spade e apersero il cammino
    dove pi il ponte a lor parea vicino.

    6.
    Eran confusi ancor gli alloggiamenti,
    gli animi incerti e i corpi affaticati,
    quando dal suon de' minacciosi accenti
    d'improviso terror fur saettati;
    come scossi dal ciel folgori ardenti,
    venan di sangue e di sudor bagnati;
    Manfredi e 'l buon Voluce a la frontiera
    e in ultimo Roldan chiudea la schiera.

    7.
    Come pere cadean le genti morte
    sotto il furor de le sanguigne spade.
    Vede il conte Romeo ch'ad una sorte
    pedoni e cavalier sgombran le strade;
    onde il nipote suo Ricciardo il forte
    chiamando, corre ove la gente cade:
    ma l'impeto lo sbalza, e prigioniero
    porta seco Ricciardo in su 'l destriero.

    8.
    Come suol nube di vapori ardenti
    far ne' campi talor strage e fracassi
    vomitando dal sen fulmini e venti,
    e portar seco svelti arbori e sassi:
    cos porta il furor di que' possenti
    seco ogn'incontro ovunque volge i passi:
    cos, secondo i greci ciurmatori,
    porta l'ottavo ciel gli altri minori.

    9.
    Giunto al Potta fra tanto era l'aviso,
    e Gherardo su 'l ponte avea mandato:
    ma fu l'arrivo lor tant'improviso
    che 'l ritrovaro ancor chiuso e sbarrato.
    Quivi a Roldano fu il destriero ucciso,
    e rimanea da tutti abbandonato,
    se non si retraean fuora del ponte
    i due guerrier che combatteano in fronte.

    10.
    L'uno di qua, l'altro di l si mosse
    dove incalzar vedea l'ultima schiera,
    e l'impeto in s tolse e le percosse,
    fin che tutti spuntar su la riviera.
    Gherardo in tanto al giugner suo rimosse
    le sbarre che piantate avea la sera,
    e i suoi raccolse, e lasci quei dal Sipa
    con un palmo di naso a l'altra ripa.

    11.
    De l'orribile pugna il gran successo
    sparse intorno la fama in un momento,
    onde ne giunse a Federico il messo
    che sospir del figlio il duro evento.
    Scrisse a gli amici e maled s stesso,
    che fosse stato a quell'impresa lento:
    ma sopra tutti scrisse ad Ezzelino
    che di Padova allor tenea il domino.

    12.
    Ezzelin, come ud che prigioniero
    del suo signore era il figliolo, in fretta
    arm le sue milizie, e fe' pensiero
    di farne memorabile vendetta.
    Avea allor seco un principe straniero,
    cui per fresco retaggio era suggetta
    la nobil signoria de la Morea,
    e a cui sposata una nipote avea.

    13.
    In tutto l'Oriente uom di pi core
    di lui non era o di miglior consiglio:
    fu detto Eurimedonte, e 'l suo valore
    fea tremar da l'Eusino al mar vermiglio.
    Or a questi Ezzelin diede l'onore
    di liberar di Federico il figlio:
    e con pi ardor, quand'egli ud, si mosse,
    ch'era infreddato e ch'egli avea la tosse.

    14.
    Dieci schiere ordin, ciascuna d'esse
    di ducento cavalli e mille fanti,
    e ghibellini capitani elesse,
    perch fosser pi fidi e pi costanti.
    Musa, tu che migliacci e caldalesse
    vendesti lor, dttami i nomi e i vanti
    che fer dal piano a gli ultimi arconcelli
    l'alta torre tremar de gli Asinelli.

    15.
    Gi l'uscio aperto avea de l'Oriente
    la puttanella del canuto amante,
    e 'n camicia correa bella e ridente
    a lavarsi nel mar l'eburnee piante;
    spargeasi in onde d'oro il crin lucente,
    parea l'ignudo sen latte tremante,
    e a lo specchio di Teti il bianco viso
    tingea di minio tolto in paradiso:

    16.
    quando a la mostra usc tutta schierata
    la gente. E prima fu l'insegna d'Este
    che l'aquila d'argento incoronata
    portar solea nel bel campo celeste;
    or d'uno struzzo bianco  figurata,
    impresa del tiranno e di sue geste;
    di Sant'Elena il fiore indi seconda,
    terra di rane e di pantan feconda,

    17.
    e Castelbaldo, a cui tributa rena
    l'Adige che fa quindi il suo cammino.
    Savin Cumani  il duce, e da l'amena
    piaggia di Carmignano e Solesino
    e dal Deserto e da Valbona mena
    gente, dove costeggia il Vicentino:
    l'armi ha dorate, ne l'insegna al vento
    spiega un nero leon sovra l'argento.

    18.
    Schinella e Ingolfo, onor di Casa Conti,
    gemelli e dal tiranno ambiduo amati,
    da la Creola e da' vicini monti
    guidano dopo questi i lor soldati;
    San Daniel, Baone, e le due fronti
    che toccano del ciel gli archi stellati,
    Venda e Rua, Montegrotto e Montortone
    Gazzuolo e Galzignano e Calaone.

    19.
    Abano va con questi in una schiera
    e quei di Montagnon seco conduce.
    L'aria e la terra affumicata e nera
    di sulfureo color gente produce.
    Quivi l'orrendo albergo  di Megera,
    che di foco infernal tutto riluce,
    e v'era Pietro allor, co' fieri carmi
    traeva i morti regni al suon de l'armi.

    20.
    A liste di color vermiglio e bianco
    segnata de' due conti  la bandiera:
    Nantichier di Vigonza  loro al fianco,
    e conduce con lui la terza schiera;
    Vighezzolo e Vigonza e Castelfranco
    seco ha in armi e, di l da la riviera
    de la Brenta, le terre ove serpeggia
    la Tergola e 'l Muson fremendo ondeggia.

    21.
    Camposanpier, Bal, Sala e Mirano,
    Str, la Mira, Oriago, il Dolo e Fiesso,
    Arin, Caltana, Melareo, Stigliano,
    e 'l popol di Bogione era con esso.
    Ne lo stendardo il cavalier soprano
    l'antico segno ha di sua schiatta impresso,
    ch'una sbarra di vaio  per traverso
    in campo d'oro, e 'l fregio  bianco e perso.

    22.
    Passa il quarto Inghelfredo, uomo che nato
    d'ignota stirpe e a ministerio indegno
    da prima eletto, a poco a poco alzato
    s' per occulte vie con cauto ingegno.
    Tesoriero fu dianzi, or  passato
    a grado militar pi illustre e degno:
    ma superbo al sembiante e al portamento,
    sembra scordato gi del nascimento.

    23.
    Dichiarato  baron di Terradura,
    e la Battaglia va sotto il suo impero
    dove fa risonar l'antiche mura
    l'incontro di due fiumi e 'l corso fiero:
    tempestata di gigli ha l'armatura,
    e un levriere d'argento ha su 'l cimiero:
    e 'l tiranno Ezzelin l'ha fatto duce
    del patrimonio suo, ch'egli conduce.

    24.
    Le bandiere d'Onara e di Romano,
    quelle di Cittadella e Musolente
    regge, e di Fontaniva e di Bassano
    e de la Bolzanella arma la gente.
    Va con questi Campese a mano a mano;
    Campese la cui fama a l'occidente
    e a' termini d'Irlanda e del Cataio
    stende il sepolcro di Merlin Cocajo,

    25.
    latino autor di mantuani versi,
    per cui la donna sua Cipada agguaglia
    e i monti di Cucagna e i rivi tersi
    levan la palma a quei de la Tessaglia.
    Erano i Campesani in Lete immersi,
    or li solleva al ciel l'onda castaglia:
    e forse ancor su questi scartafacci
    faran del nome lor diversi spacci.

    26.
    Brunor Buzzaccarini  il quinto, e a gara
    vanno seco Conselve e Bovolenta,
    Are, Cona, Tribano e l'Anguillara,
    quei di Sarmasa e di Castel di Brenta,
    di Pontelungo e quei di Polverara,
    dov' il regno de' galli e la sementa
    famosa in ogni parte: e questa schiera
    dogata a verde e bianco ha la bandiera.

    27.
    L'altra che segue, ove congiunte a stuolo
    vanno Pieve di Sacco e Saponara,
    Montemerlo, Sanfenzo e di Brazolo
    la gente, e seco in un Camponogara,
    San Bruson e Cammin, guida un figliolo
    de l'antico signor di Calcinara,
    che Franco Capolista  nominato,
    e porta un cervo rosso in campo aurato.

    28.
    De la Riviera e de la Mandra ha unite
    ereditarie e bellicose genti;
    quelle di Paluello instupidite
    furo ad armarsi allor s negligenti,
    ch'eran le guerre gi tutte finite
    quando spiegaron la bandiera a i venti:
    onde i vicini lor ridono ancora
    del soccorso che dier que' sciocchi allora.

    29.
    Con la settima squadra Aicardo passa
    Capodivacca, e seco ha Montagnana;
    Monterosso e Zoone a dietro lassa,
    e guida Revolon, Torreggia e Urbana,
    Meggiaino e Merlara in parte bassa,
    Luvigliano pi in alto a tramontana,
    Seivazzan, Saccolungo e Cervarese,
    Saletto e Praia e tutto quel paese.

    30.
    Ma di Teolo la famosa insegna
    fra l'altre a grand'onor splender si vede;
    Teolo ond'usc gi l'anima degna
    che 'l glorioso Livio al mondo diede.
    Lo stendardo vermiglio Aicardo segna
    di tre spade d'argento; e in guisa eccede
    ogn'altro coll'altezza de le membra,
    ch'eccelsa torre in umil borgo ei sembra.

    31.
    Vien poi Monselce, incontra l'armi e i sacchi
    securo gi per frode e per battaglia,
    sotto la signoria d'Alviero Zacchi,
    e 'l popol di Casale e di Roncaglia.
    Ha l'insegna costui dipinta a scacchi
    azzurri e bianchi, e Gorgo e Bertepaglia
    e Corneggiana e Montericco ha drieto
    e Carrara e Collalta e Carpineto.

    32.
    Il nono duce Ugon di Santuliana
    de le vicine ville avea la cura,
    Terranegra conduce e Brusegana
    dove Antenore fe' le prime mura,
    Villafranca, Mortise e Candiana,
    San Gregorio, Sant'Orsola e Cartura,
    le Tombelle, Noventa e Villatora,
    ed altre terre che fiorano allora;

    33.
    e de' vassalli suoi non poca parte,
    ch Pernumia e Terralba ei signoreggia
    e 'l bel colle d'Arqu poco in disparte,
    che quinci il monte e quindi il pian vagheggia;
    dove giace colui, ne le cui carte
    l'alma fronda del sol lieta verdeggia,
    e dove la sua gatta in secca spoglia
    guarda da i topi ancor la dotta soglia.

    34.
    A questa Apollo gi fe' privilegi
    che rimanesse incontro al tempo intatta,
    e che la fama sua con vari fregi
    eterna fosse in mille carmi fatta:
    onde i sepolcri de' superbi regi
    vince di gloria un'insepolta gatta.
    Ugon su l'armi e ne la sopraveste
    un pardo d'oro e 'l campo avea celeste.

    35.
    La squadra di Vicenza ultima guida
    Naimiero Gualdi, a la sembianza fuore
    amico d'Ezzelin che se ne fida,
    ma non risponde a la sembianza il core.
    Quel campo non avea scorta pi fida,
    d'ogni bellica frode era inventore;
    ma facea 'l goffo, e si tenea col Papa,
    e ne la finta insegna avea una rapa.

    36.
    Egli era un uom d'anni cinquantadui,
    dotto e faceto e con le guance asciutte,
    solito sempre a dar la baia altrui,
    ch sapea tutti i motti di Margutte.
    Gran turba di villani avea con lui
    con occhi stralunati e ciere brutte,
    ch'armati di balestre e ronche e scale
    nati a posta parean per far del male.

    37.
    Valmarana, Arcugnan, Pilla e Fimone,
    Sacco e Spianzana guida; ove le chiome
    de la Betia cant su 'l Bachiglione
    Begotto e 'l volto e l'acerbette pome,
    e dove la sampogna di Menone
    fe' risonar de la Tietta il nome;
    e Montecchio e la Gualda, Olmo e Cornetto,
    e trenta ville e pi di quel distretto.

    38.
    Dopo l'ultime squadre il cavaliero
    che dovea comandar, solo veniva
    sovra un baio corsier macchiato a nero,
    con armi di color di fiamma viva;
    ondeggiava su l'elmo il gran cimiero,
    pompeggiando il caval se stesso giva,
    e avea dietro e dinanzi e d'ambo i lati
    Greci per guardia e Saracini armati.

    39.
    Mentre s'armano questi a la vendetta
    del famoso figliol di Federico,
    l'un campo e l'altro su 'l Panaro aspetta
    che stanco si ritiri il suo nemico.
    Quinci e quindi si veglia; e a la vedetta
    stanno continue guardie a l'uso antico
    con archi e balestroni a canto a gli argini
    che scopano del fiume i nudi margini.

    40.
    L'architetto maggior mastro Pasquino
    fe' molte botti empier di maccheroni,
    altre di biscottelli, altre di vino,
    e ne form ripari e bastioni;
    onde i soldati sempre a capo chino
    stavano a custodir le guarnigioni,
    fin ch'a trattar del fin de le contese
    furon per dieci d l'armi sospese.

    41.
    Ed ecco comparir due ambasciatori,
    l'un con la veste lunga e incappucciato,
    e l'altro in su le grazie e in su gli amori
    con la spada e 'l pugnal tutto attillato:
    il primo  del Collegio e de' Signori,
    e 'l dottor Marescotti  nominato;
    il secondo di Rodi  cavaliero,
    di Casa Barzellin, detto fr Piero.

    42.
    Questi venan per ritentar se v'era
    partito alcun di racquistar la Secchia,
    avendo udito gi per cosa vera
    che 'l Tiranno Ezzelin l'armi apparecchia.
    Furo onorati e si fermr la sera,
    n trattar pi de la proposta vecchia;
    ma di cambiar la Secchia in que' baroni,
    eccetto il Re, ch'essi tenean prigioni.

    43.
    Il Potta, che 'l disegno a' cenni intese,
    rispose lor ch'era miglior riguardo
    finir tutte le liti e le contese,
    e barattar la Secchia col Re sardo,
    e 'l Duca di Cremona e 'l Gorzanese
    col signor di Faenza e con Ricciardo:
    e in questo si mostr s risoluto,
    che d'ogn'altro parlar fece rifiuto.

    44.
    Gli ambasciatori, a' quali era prescritto
    quanto dovean trattar, spediro un messo,
    ch'and dal campo a la citt diritto
    a ragguagliarne il Reggimento stesso:
    e in tanto il figlio di Rangone invitto
    e 'l buon Manfredi, a cui fu ci commesso,
    condussero a veder le lor trinciere
    gli ambasciatori, e l'ordinate schiere.

    45.
    Menrgli a spasso poi dove alloggiate
    Renoppia le sue donne avea in disparte,
    non quelle tutte, che con lei passate
    erano pria, ma la pi nobil parte.
    Stavano a' lor ricami intente armate
    imitando Minerva in ogni parte:
    ma lasciar gli aghi e fr venir in tanto
    il cieco Scarpinel con l'arpa e 'l canto.

    46.
    Questi in diverse lingue era eloquente,
    e sapeva in ciascuna a l'improviso
    compor versi e cantar s dolcemente,
    ch'avrebbe un cor di Faraon conquiso.
    L'arpa al canto accord subitamente;
    e poich fu d'intorno ogn'un assiso,
    col moto de la man ceffi alternando
    incominci cos tenoreggiando.

    47.
    - Dormiva Endimion tra l'erbe e i fiori
    stanco dal faticar del lungo giorno,
    e mentre l'aura e 'l ciel gli estivi ardori
    gli gan temprando e amoreggiando intorno,
    quivi discesi i pargoletti Amori
    gli avean discinta la faretra e 'l corno,
    ch'a i chiusi lumi e a lo splendor del viso
    fu loro di veder Cupdo aviso.

    48.
    Sventolando il bel crine a l'aura sciolto
    ricadea su le guancie in nembo d'oro;
    v'accorrean gli Amoretti, e dal bel volto
    quinci e quindi il partan con le man loro;
    e de' fiori onde intorno avean raccolto
    pieno il grembo, tessean vago lavoro,
    a la fronte ghirlanda, al pi gentile
    e a le braccia catene, e al sen monile.

    49.
    E talor pareggiando a l'amorosa
    bocca o peonia o anemone vermiglio,
    e a la pulita guancia o giglio o rosa,
    la peonia perdea, la rosa e 'l giglio.
    Taceano il vento e l'onda, e da l'erbosa
    piaggia non si senta mover bisbiglio;
    l'aria e l'acqua e la terra in varie forme
    parean tacendo dire: Ecco, Amor dorme.

    50.
    Qual ne' celesti campi, ove il gran toro
    s'infiamma a i rai di luminose stelle,
    sogliono sfavillar con chioma d'oro
    le figliole d'Atlante, alme sorelle;
    ch'a la maggiore e pi gentil di loro
    brillando intorno stan l'altre men belle:
    tal in mezzo agli Amori Endimione
    parea tra l'erbe e i fior de la stagione.

    51.
    Quando la bella Dea del primo cielo
    tutta cinta de' rai del morto sole,
    a la scena del mondo aprendo il velo
    le campagne mir tacite e sole;
    e sparsa la rugiada e scosso il gielo
    dal lembo sovra l'erbe e le viole,
    a caso il guardo in quella piaggia stese,
    e vaga di veder dal ciel discese.

    52.
    Sparvero i pargoletti a l'apparire
    de la Dea spaventati; ed ella, quando
    vide il giovane sol quivi dormire,
    ritenne il passo e si ferm guardando.
    L'onest virginal fren l'ardire:
    e ne gli atti sospesa e vergognando,
    avea gi per tornare il pi rivolto;
    ma richiamata fu da quel bel volto.

    53.
    Sent per gli occhi al cor passarsi un foco
    che d'un dolce desio l'alma conquise:
    givasi avicinando a poco a poco,
    tanto ch'al fianco del garzon s'assise;
    e di que' vaghi fior, ch'avean per gioco
    gli Amoretti intrecciati in mille guise,
    s'incoron la fronte e adorn il seno,
    che tutti fur per lei fiamma e veleno.

    54.
    Trassero i fior la man, la mano i baci
    a le guance, a le labbra, a gli occhi, al petto,
    che s'impresser s vivi e s tenaci,
    che si dest smarrito il giovinetto.
    Al folgorar de le divine faci
    tutto trem di riverente affetto;
    e ad atterrarsi gi ratto surgea,
    s'ella non l'abbracciava e nol tenea.

    55.
    Anima bella, disse, e dormigliosa,
    che paventi? che miri? I' son la Luna
    ch'a dormir teco in questa piaggia erbosa
    amor, necessit guida e fortuna.
    Tu non ti conturbar, siedi e riposa;
    e nel silenzio de la notte bruna
    pensa occultar l'ardor ch'io ti rivelo,
    o d'isperimentar l'ira del cielo.

    56.
    O pupilla del mondo, in cui la face
    del sol s'impronta, pastorello indegno
    son io, disse il garzon: ma se ti piace
    trarmi per grazia fuor del mortal segno,
    vivi sicura di mia f verace;
    e questo bianco vel te ne sia pegno,
    ch'a mia madre Calice Etlio gi diede
    mio padre, in segno anch'ei de la sua fede.

    57.
    Cos dicendo, un vel candido schietto,
    che di gigli di perle era fregiato,
    e 'l tergo in un gli circondava e 'l petto
    gi da la spalla destra al manco lato,
    porse in dono a la Dea, ch'ogni rispetto
    gi spinto avea del cor tutto infiammato,
    e come fior che langue allor ch'aggiaccia
    si lasciava cader ne le sue braccia.

    58.
    Vite cos non tien legato e stretto
    l'infecondo marito olmo ramoso,
    n con s forte e s tenace affetto
    strigne l'edera torta il pino ombroso;
    come strigneansi l'uno a l'altro petto
    gli amanti accesi di desio amoroso:
    saettavan le lingue in tanto il core
    di dolci punte, che temprava Amore.

    59.
    Cos mentre vezzosi atti e parole
    guardi, baci, sospiri e abbracciamenti
    facean dolcezze inusitate e sole
    a gli amanti gustar lieti e contenti;
    lev la diva l'uno e l'altro sole,
    accusando le stelle e gli elementi,
    poich con tanti e con s lunghi errori
    seguite avea le fiere e non gli amori.

    60.
    Misera me, dicea, quant'error presi
    quel d ch'io presi l'arco e 'l bosco entrai!
    quant'anni poscia ho consumati e spesi,
    che di ricoverar non spero mai!
    o passi erranti e vani e male intesi,
    come al vento vi sparsi e vi gettai!
    quant'era meglio questi frutti corre,
    ch'a rischio il pi dietro a le belve porre!

    61.
    Or conosco il mio fallo, e farne ammenda
    vorrei poter; ma il ciel non me 'l consente:
    restami sol che del futuro i' prenda
    pensier, di cui mai pi non sia dolente.
    Per l'aria, la terra e 'l mare intenda
    quel che di terminar gi fisso ho in mente,
    e la legge, ch'io fo, duri col sole
    sovra me stessa e la femminea prole.

    62.
    Io stabilisco che non copra il cielo,
    ch'io governo, mai pi femmina bella
    (eccetto alcune poche ch'io mi celo
    che fien di me maggiori e d'ogni stella),
    che sopporti con casto e puro zelo
    finir la vita sua d'amor ribella,
    e che stia intatta di s dolce affetto,
    se non mentitamente o al suo dispetto. -

    63.
    Volea l'orbo seguir, come dolente
    torn la diva a la sua bella sfera:
    se non che lo mir di sdegno ardente
    Renoppia, e in voce minacciosa e altera,
    - Accecato de gli occhi e de la mente,
    brutta effigie, gli disse, anima nera,
    va', canta a le puttane infame e sciocche
    queste tue vergognose filastrocche.

    64.
    E se vuoi ch'io t'ascolti e che il tuo canto
    ritrovi adito pi per queste porte,
    cantami di Zenobia il pregio e 'l vanto
    o di Lucrezia l'onorata morte. -
    Il cieco allor stette sospeso alquanto;
    poscia in tuono di guerra assai pi forte
    l'amor di Sesto e gli empii spirti ardenti
    incominci a cantar con questi accenti:

    65.
    - Il Re superbo de' romani eroi
    a la regia di Turno il campo avea,
    e con fanti e cavalli e servi e buoi
    di trinciere e di fosse ei la cingea.
    Eran con lui tutti i figlioli suoi:
    e quivi si mangiava e si bevea
    con gusto tal, che 'l d di san Martino
    bebbero in sette un carratel di vino.

    66.
    Finito il vin, nacque fra lor contesa
    chi avesse moglie pi pudica a lato:
    e perch'ognun volea per la difesa
    combatter de la sua ne lo steccato,
    per diffinir la strana lite accesa,
    di consenso commun fu terminato
    di montar su le poste allora allora,
    e andarsene a chiarir senza dimora.

    67.
    Non s'usavano allor staffe n selle:
    e quei signor con tanto vino in testa
    correndo a lume di minute stelle,
    ebbero a rimaner per la foresta.
    Chi perd il valigino e le pianelle,
    chi stracci per le fratte la pretesta,
    chi rese il vino per diversi spilli,
    e chi arriv facendo billi billi.

    68.
    Era con lor Tarquino Collatino
    che la moglie Lucrezia avea a Collazia:
    ei non era fratel, ma consobrino
    e lor parente di cognome e grazia.
    Tutti in corte smontr su 'l Palatino
    e le mogli trovr, per lor disgrazia,
    che foco in culo avean pi ch'un Lucifero
    e stavano ballando a suon di piffero.

    69.
    Fecero una moresca a mostaccioni
    la pi gentil che mai s'udisse in corte;
    e trovate al camin starne e capponi,
    verso Collazia ne portr due sporte.
    giunti col, di spranghe e di stangoni
    d'ogni parte trovar chiuse le porte;
    e bussaron pi volte a l'aer bruno,
    prima che desse lor risposta alcuno.

    70.
    Una schiavetta al fine in capo a un'ora
    affacciatasi a certe balestriere,
    e spinto un muso di lucerta fuora,
    disse: Chi bussa l? Non c' messere.
    C' pur, rispose il Collatino allora,
    venite a basso e vel farem vedere.
    Riconobbero i servi a quelle voci
    il padrone, e ad aprir corser veloci.

    71.
    Lucrezia venne in sala ad incontrarlo
    con la conocchia senza servidori;
    tutta lieta vena per abbracciarlo,
    ma vedendo con lui tanti signori,
    trasse il pennecchio, ch volea occultarlo,
    e dipinse il bel volto in que' colori
    ch'abbelliscon la rosa, e fe' chiamare
    le donne sue che stavano a filare.

    72.
    Di consenso comun la regia prole
    diede il vanto a costei di pudicizia.
    Dormiron quivi, e a lo spuntar del sole
    ritornarono al campo e a la milizia.
    Ma la bella sembianza e le parole
    rimasero nel cor pien di nequizia
    del fiero Sesto, un de' fratelli regi,
    e le caste maniere e gli atti egregi.

    73.
    Onde il d quinto ripassando il monte
    torn a Collazia sol, l dov'ella era;
    e giunto a l'imbrunir de l'orizonte,
    disse ch'ivi alloggiar volea la sera.
    La bella donna, non pensando a l'onte
    ch'ei preparava, gli fe' lieta ciera;
    la notte il traditor salt del letto,
    e a la camera sua corse in farsetto.

    74.
    E la porta gitt mezzo spezzata,
    entrando col pugnal ne la man destra:
    quivi una vecchia, che dorma corcata
    in un letto di vinco e di ginestra,
    incominci a gridar da spiritata,
    ond'ei la fe' balzar per la finestra;
    ed a Lucrezia che facea schiamazzo
    disse: Mettiti giuso, o ch'io t'ammazzo.

    75.
    A questo dir chin Renoppia bella
    prestamente la man con leggiadria,
    e si trasse di piede una pianella;
    ma l'orbo fu avvisato, e fugg via.
    S'alzaron que' signor ridendo, ed ella
    gli ringrazi di tanta cortesia,
    e con maniera signorile e accorta
    gli and ad accompagnar fino a la porta.









    CANTO NONO.

    ARGOMENTO.
    Melindo innamorato al ponte viene,
    e tutti i cavalieri a giostra appella.
    Su l'isola incantata il campo tiene,
    e fa mostra di s pomposa e bella.
    Cadono i primi, e fan cader le spene
    a gli altri ancor di dirmanere in sella.
    Al fin da un cavalier non conosciuto
    vinto  l'incanto, e 'l giovine abbattuto.

    1.
    Eran partiti gi gli ambasciatori
    venuti a procurar la pace in vano;
    per ch'insuperbiti i vincitori
    non si voleano il Re levar di mano;
    e 'l Nunzio anch'egli entrato era in umori
    ch'ei si mandasse al gran Pastor romano,
    come in possanza di maggior nemico,
    per pi confusion di Federico.

    2.
    Ma finita la tregua ancor non era,
    quando pel fiume in gi venne a seconda
    una barchetta rapida e leggiera,
    che portava due araldi in su la sponda.
    Giunti al ponte, smontar su la riviera,
    l'uno di qua, l'altro d l da l'onda:
    e a giostra, poi che ne le tende entraro,
    d'ambidue i campi i cavalier sfidaro.

    3.
    Contenea la disfida: - Un cavaliero,
    per meritar l'amor d'una donzella
    c'ha sovra quante oggi n'ha il mondo impero
    in esser valorosa onesta e bella,
    sfida a colpi di lancia ogni guerriero
    finch l'un cada e l'altro resti in sella;
    da l'abbattuto sol lo scudo ei chiede,
    e 'l suo dar se per fortuna cede. -

    4.
    Accettr la disfida i giostratori,
    e quinci e quindi ognun st preparato
    con pensier di dover co' novi albori
    del gi cadente sol trovarsi armato.
    Ma la notte avea a pena i suoi colori
    tolti a le cose e 'l mondo attenebrato
    spiegando intorno il taciturno velo,
    ch'una tromba s'ud sonar dal cielo.

    5.
    Al fiero suon trecento schiere armrse
    quinci e quindi confuse e sbigottite,
    quando nel fiume una gran nave apparse,
    che vena gi per l'onde intumidite,
    e tanti razzi e tanti fuochi sparse,
    che tolse il vanto a la Citt di Dite.
    Nave parea, ma in arrivando al ponte
    isola apparve, e la sua poppa un monte.

    6.
    Orrido  il monte e di spezzati sassi,
    e signoreggia un praticello ameno
    che lungo  intorno a centoventi passi
    e trenta di larghezza o poco meno;
    la prora a combaciar col ponte vassi,
    e quivi una colonna al ciel sereno
    fiamme spargea con s mirabil arte
    ch'illuminava intorno in ogni parte.

    7.
    Da la colonna pende incatenato
    un corno d'oro, e dice una scrittura
    di ch'era il marmo lucido intagliato:
    "Suoni chi vuol provar l'alta ventura".
    Pi in alto sovra il corno era attaccato
    un ricco scudo, in cui da la scoltura
    tolto era al puro argento il primo onore,
    e scritto avea di sopra: "Al vincitore".

    8.
    Avea l'egregio artefice ritratto
    in esso la battaglia di Martano
    col signor di Seleucia; e stupefatto
    parea tutto Damasco al caso strano:
    sta Griffone in disparte accolto in atto
    d'uom di dolore e di vergogna insano;
    ride la corte, Norandin si strugge,
    ma il buon Martan facea come chi fugge.

    9.
    Era coperto il pian di verde erbetta,
    e la riva di mirti ombrata intorno.
    Smontr molti guerrier ne l'isoletta
    passeggiando il pratel di fiori adorno,
    ma poich la trovr tutta soletta
    trassero a gara a la colonna e al corno:
    e quivi infra di lor nacque contesa
    chi dovesse primier tentar l'impresa.

    10.
    Giucaro al tocco, e sopra Galeotto
    cadde la sorte, il giovinetto ardito;
    quegli il bel corno d'r prese di botto,
    e son s ch'ognun ne fu stordito.
    Trem l'isola tutta, e trem sotto
    il letto e l'onda, e trem intorno il lito:
    sparve il foco ch'ardea, sparver le stelle,
    e perd il ciel le sue sembianze belle.

    11.
    E mentre ancor durava il gran tremore,
    ricoperse ogni cosa un nuvol denso,
    e balen improviso, e a lo splendore
    segu uno scoppio orribile ed immenso
    che strignendo gli spirti e 'l sangue al core
    fe' rimanere ognun privo di senso;
    e gi col tuono un fulmine discese,
    che percosse nel monte, e quel s'accese.

    12.
    S'accese il monte, e tutto in fiamma viva
    fu convertito in un girar di ciglio,
    e in mezzo de la fiamma ecco appariva
    mirabilmente un padiglion vermiglio.
    Il nobil lin, di cui gi tele ordiva
    l'antica et d'incombustibil tiglio;
    tal fra le pompe regie in oriente
    fu visto rosseggiar nel foco ardente.

    13.
    Lasci la fiamma il monte incenerito,
    e 'l ciel torn seren com'era pria;
    e in tanto fu di cento trombe udito
    un misto suon di guerra e d'armonia.
    Il lume ritorn, ch'era sparito,
    su la colonna; e 'l padiglion s'apra,
    e n'uscan cento paggi in bianca vesta,
    tutta di fiori d'r sparsa e contesta.

    14.
    Bruni i fanciulli avean le mani e 'l viso,
    e parean tutti in Etiopia nati;
    un poeta gli avrebbe a l'improviso
    a le mosche nel latte assomigliati.
    Fuor di due porte il nero stuol diviso
    usc con torce accese; e in ambo i lati
    si distinse con lunga e dritta schiera,
    e lasci vota in mezzo una carriera.

    15.
    Su l'altro capo intanto avea portato
    copia di lance un provido scudiero;
    e Galeotto era comparso armato
    con sopravesta verde, armi e cimiero;
    maneggiando un cavallo in Tracia nato,
    da tre piedi balzn, di pelo ubero,
    che curvettando alzava da l'arena
    al tocco de lo spron salti di schiena.

    16.
    Era ogni cosa in punto, e solamente
    mancava il cavalier de la ventura;
    quando iterr le trombe, immantinente
    usc del padiglion su la pianura.
    di bianca sopravesta e rilucente
    di gemme era vestito, e l'armatura
    di puro argento avea, bianco il cimiero,
    ma nero pi che corvo era il destriero.

    17.
    Alta avea la visiera, e giovinetto
    d'et di sedici anni esser parea:
    biondo era e bello e di gentile aspetto,
    e grazia in lui quell'abito accrescea.
    Salut intorno ognun con grato affetto,
    e 'l feroce destrier che sotto avea,
    su l'orme fe' danzar che pria distinse
    col pi ferrato, indi la lancia strinse.

    18.
    Abbass la visiera, e attese intento
    che la canora tromba il moto accenne;
    ed ecco suona, e come fiamma o vento
    l'uno di qua l'altro di l se 'n venne.
    Scontrarsi a mezzo il campo, e rotte in cento
    tronchi e scheggie volr le sode antenne,
    gitt faville l'uno e l'altro elmetto,
    e Galeotto usc di sella netto.

    19.
    Vago di contemplar vista s bella
    stava l'un campo e l'altro in ripa al fiume,
    e le due podest sotto l'ombrella
    miravano la giostra al chiaro lume.
    Videro Galeotto uscir di sella,
    e vider l'altro con gentil costume
    stendere al fren la generosa mano
    e tenergli il destrier che ga lontano.

    20.
    Galeotto confuso e vergognoso
    lo scudo al vincitor partendo cesse,
    nel cui lembo dorato e luminoso
    subito il nome suo scritto si lesse.
    In tanto un cavalier tutto pomposo
    d'azzurro e d'oro una gran lancia eresse,
    e un leardo corsier di chioma nera
    spron contra il campion de la riviera.

    21.
    Ruppe la lancia al sommo de lo scudo,
    e fe' i tronchi ronzar per l'aria scura;
    ma fu colto da lui d'un colpo crudo
    che lo stese tra i fiori e la verdura:
    cadde a pena, che trasse il ferro ignudo
    e volle vendicar sua ria ventura;
    ma l'altro si ritrasse, ed ecco un vento,
    e fu ogni lume intorno a un soffio spento:

    22.
    e trem l'isoletta, e fiamma viva
    vomitando e tonando a un tempo fuore,
    quindi un gigante orribile n'usciva
    ch'a la terra ed al ciel mettea terrore;
    questi al guerrier che contra lui veniva
    s'avent dispettoso, e con furore
    lo gherm come un pollo, e a spento lume
    lui col cavallo arrandell nel fiume;

    23.
    onde a fatica ei si salv notando:
    rest lo scudo, e 'n lui si lesse: "Irneo".
    Allor di nuovo l'isola tremando
    s'aperse, e il gran gigante in s chiudeo:
    e 'l chiaro lume, ch'era gito in bando,
    torn a le torce spente e l'accendeo;
    tacque il tremito e 'l vento: e nuova giostra
    chiamando, il cavalier fe' di s mostra.

    24.
    Il terzo giostrator fu Valentino,
    che passeggiando venne un destrier sauro:
    e 'l quarto il valoroso Giacopino
    sopra un ginetto altier del lito mauro,
    ch'avea ferrato il pi d'argento fino
    e sella e fren di perle ornati e d'auro:
    ma l'uno e l'altro usc de l'isoletta
    senza lo scudo, e dileguossi in fretta.

    25.
    Il quinto fu il signor di Livizzano;
    ch'innamorato di Celinda altera,
    e per lei colto in fronte e messo al piano,
    ebbe a perir de la percossa fiera.
    L'asta rotta si fesse, e 'l colpo strano
    fe' le scheggie passar per la visiera;
    ond'ei cadde trafitto il destro ciglio,
    de l'occhio e de la vita a gran periglio.

    26.
    Il Potta rivoltato a Zaccaria
    che gli sedea vicin, disse: - Messere,
    quest' certo un incanto e una mala
    ognun quel cavalier far cadere. -
    Rispose il vecchio allor: - Per vita mia
    ch'a me l'istesso par, n so vedere
    che possan guadagnar questi briganti
    a cozzar col demonio e con gl'incanti;

    27.
    per se stesse a me, farei divieto
    che nessuno de' miei con lui giostrasse. -
    Prese il Potta il consiglio, e fe' un decreto
    che ne l'isola alcun pi non entrasse,
    e se ne stette poscia attento e cheto
    mirando ci che l'inimico oprasse,
    e vide due, vestiti a bruno ed oro
    appresentarsi co' cavalli loro.

    28.
    L'un d'essi corse, e tcco a pena fue
    ch'usc di sella e si distese al piano;
    e pur mostrava a le sembianze sue
    d'esser di core indomito e di mano.
    Second l'altro, e per la groppa in giue
    rest cadendo al suo caval lontano.
    Risorse il primo, e a quel de la riviera
    disse con voce e con sembianza altera:

    29.
    - Guerrier, se tu non sei per via d'incanto
    prode con l'asta, or de l'arcion discendi
    e con la spada che tu cigni a canto
    a trarmi in cortesia d'inganno imprendi;
    e s'hai timor di non turbar fra tanto
    la giostra, a tuo piacer pugna e contendi;
    pur ch'io ti provi un colpo o due col brando:
    ecco lo scudo e pi non t'addimando. -

    30.
    Rispose il cavalier de l'isoletta:
    - A dismontar sarei forse ubbligato,
    s'a combatter per odio o per vendetta
    fossi venuto in questo campo armato.
    A giostrar venni e solo amor m'alletta,
    e 'l mio disegno a tutti ho palesato:
    s ch'io non son tenuto a uscir di questa,
    per variar tenzone a tua richiesta.

    31.
    Ma perch non m'imputi a codardia
    il rifiutar la prova de la spada,
    lasciami terminar l'impresa mia,
    poi ti risponder come t'aggrada.
    Lo scudo se 'l mi chiedi in cortesia
    io lo ti lascier; per altra strada
    non ti pensar di ritenerlo, o ch'io
    a tuo voler sia per cangiar desio. -

    32.
    - Il cangerai, soggiunse, al tuo dispetto, -
    l'altro guerrier, malvaggio incantatore. -
    E del tronco de l'asta in su l'elmetto
    ferillo, e trasse a un tempo il brando fuore;
    trem l'isola al colpo, e trem il letto
    del fiume, e sparve tosto ogni splendore;
    balen il cielo, e con orrendo scoppio
    s'apr la terra e n'usc un fumo doppio.

    33.
    Sfavill il fumo; ed ecco immantenente
    due tori uscir d'insolita figura
    che con occhi di foco e fiato ardente
    parean seccare i fiori e la verdura.
    S'uniro i due guerrier, tratte repente
    le spade, e non mostrr di ci paura.
    Vengono i tori, e l'uno e l'altro campo
    trema de gli occhi al formidabil lampo.

    34.
    Il cavalier de l'isoletta s'era
    tratto in disparte a rimirar la guerra;
    come saetta, l'una e l'altra fera
    col biforcuto pi trita la terra.
    S'apre a l'arrivo lor la coppia altera;
    passa il corno incantato e non gli afferra;
    menano entrambi, e 'l taglio de la spada
    par che su lana o molle piuma cada.

    35.
    Tornano i tori, e i cavalier rivolti
    son loro incontro e menano a la testa;
    lampeggiaron le fronti ove fur colti:
    ma l'impeto e 'l furor per ci non resta:
    i cavalier su 'l corno a forza tolti
    fur portati nel fiume a gran tempesta;
    restar gli scudi, e scritti i nomi loro
    "Perinto" e "Periteo" ne gli orli d'oro.

    36.
    Balzr ne l'onda a precipizio i tori
    co i cavalieri; e quivi uscr di vista:
    si ravvivaro i soliti splendori,
    depose il ciel quella sembianza trista;
    l'isoletta cess da' suoi tremori,
    lieta tornando come prima in vista;
    e 'l cavalier che ritirato s'era,
    torn a mettersi in capo a la carriera.

    37.
    E nuova giostra in vano un pezzo attese,
    ch'ognuno era confuso e spaventato,
    fin che dal ponte un cavalier discese
    maneggiando un corsier falbo dorato
    che la briglia d'argento e 'l ricco arnese
    avea d'oro trapunto e ricamato.
    Questi in pensier di cambiar lancia venne,
    e ne fe' inchiesta, e la richiesta ottenne.

    38.
    Diede il segno la tromba: e come vanno
    per gli campi de l'aria i lampi ardenti
    ch'a terra e cielo e mar dar luogo fanno
    e portano con lor grandine e venti;
    tal vannosi i guerrier, con l'aste c'hanno
    abbassate, a ferir gli elmi lucenti.
    Volr le scheggie e le faville al cielo,
    n vi fu cor che non sentisse gielo.

    39.
    Cozzarono i destrier fronte con fronte;
    e quel del cavalier de l'isoletta
    lasci col suo signor l'altro in un monte,
    e via dritto pass come saetta.
    Tosto risorse il cavalier del ponte
    bramando far del suo caval vendetta:
    e a nuova lancia il giostrator richiese,
    ed ei gli fu di ci molto cortese.

    40.
    Venne un altro corsier di pel roano,
    e su montovvi il cavalier d'un salto;
    sospese il fren con la sinistra mano
    e con lo sprone il fe' guizzare in alto;
    e poich si rimise in capo al piano
    lo sospinse di corso al fiero assalto:
    ma nell'incontro fu toccato a pena
    che si trov rovescio in su l'arena.

    41.
    Levossi e disse: - Ecco lo scudo mio,
    ch'or veggio che se' mago e incantatore,
    n teco vo' n col demonio rio
    mettere in compromesso il mio valore:
    forse avverr ch'ancor tu paghi il fio
    per altre mani, e con tuo poco onore,
    del mal acquisto; or qui ti resta intanto
    col diavolo, ch'eletto hai per tuo santo. -

    42.
    De l'isola partissi in questo dire,
    e ne lo scudo suo "Tognon" fu letto.
    Dopo costui si vider comparire
    due cavalier di generoso aspetto
    che 'l giostratore andarono a ferire
    l'un dopo l'altro con sembiante effetto:
    rupper le lance ne l'argento terso,
    e l'uno e l'altro si trov riverso.

    43.
    Restar gli scudi, e "Paolo" e "Sagramoro"
    ne gli orli impressi. Indi a giostrar si mosse
    sovra un corsier di pel tra bigio e moro
    un cavalier con piume bianche e rosse
    e sopravesta di teletta d'oro
    ricamata a troncon di perle grosse,
    ch'una mano di paggi intorno avea
    vestiti a superbissima livrea.

    44.
    Questi era un cavalier non pi nomato,
    figlio d'un romanesco ingannatore
    che pria fu rigattier, poi s'era dato
    in Campo Merlo a far l'agricoltore,
    e 'l grano e le misure avea falsato
    tanto che divenuto era signore;
    e per aggiugner gloria al figlio altiero,
    quivi dianzi il mand per venturiero.

    45.
    Costui se 'n vena gonfio come un vento,
    teso ch'un pal di dietro aver parea:
    fu conosciuto a l'armi e al guarnimento
    e a la superba sua ricca livrea.
    Potrei rassomigliarlo a pi di cento
    di non forse inegual prosopopea;
    ma toccherei un mal vecchio decrepito,
    e la zerbineria farebbe strepito.

    46.
    Ninfeggi prima e passeggi pian piano,
    poi maneggi il destriero a terra a terra;
    in fin che si ridusse in capo al piano
    dove s'avea da incominciar la guerra.
    Ecco la tromba; ecco con l'asta in mano
    vien l'uno e l'altro, e fa tremar la terra:
    risonarono i lidi a le percosse;
    n a quell'incontro alcun di lor si mosse.

    47.
    Fu il primo cavalier ch'in sella stette
    contra il campion mantenitor costui:
    e ben maravigliar fe' pi di sette
    che non credean giammai questo di lui.
    Il cavalier de l'isola ristette
    pensoso un poco, e favell co' sui,
    indi a le mosse ritornando, fro
    lance pi sode appresentate loro.

    48.
    Ma come l'altre si fiaccaro e fero
    salire i tronchi a salutar le stelle:
    piegossi l'uno e l'altro cavaliero
    e fur per traboccar gi de le selle.
    Perd le staffe il romanesco altiero,
    e vide l'armi sue gittar fiammelle;
    ma rinfrancossi al suon ch'intorno udiva
    del nome suo da l'una e l'altra riva.

    49.
    Come si gonfia a l'Euro in un momento
    il Mar Tirreno, e sbalza e fortuneggia,
    cos il cor di costui si gonfia al vento
    del populare applauso, e ne folleggia:
    va tronfio e pettoruto, e bada intento
    a i saluti, a gli sguardi, e paoneggia;
    e fatta c'ha di s pomposa mostra,
    nuova lancia richiede e nuova giostra.

    50.
    Fremean Perinto e Periteo di sdegno
    che durasse costui tanto in arcione;
    quando diede la tromba il terzo segno
    da la parte che guarda il padiglione,
    poser le lance i cavalieri a segno,
    e venner furiosi al paragone:
    ma ne l'elmo colpito, il romanesco,
    finalmente cadd su l'erba al fresco.

    51.
    Di terra si lev tutto arrabbiato;
    trasse la spada e sbudell il destriero,
    come fosse il meschin del suo peccato,
    de la caduta sua l'autor primiero:
    indi al guerrier de l'isola voltato,
    - Ti sar, disse, d'aspettar mestiero,
    ch'uno scudo i' ti dia d'altro lavoro;
    ch questo i' nol darei per un tesoro. -

    52.
    Sorrise il giostratore, e disse: - Questo
    teco giostrando ho vinto, e questo voglio.
    Il mio val pi del tuo, n saria onesto
    che ti volessi anch'io cambiare il foglio. -
    Rispose il romanesco: - I' ti protesto
    che lo difender s come i' soglio. -
    E tratto il brando, al solito costume
    si scosse il suol, ma non si spense il lume.

    53.
    E un asinello usc, che due stivali
    per orecchie e una trippa avea per coda;
    con l'orecchie fera colpi mortali,
    e la coda inzuppata era di broda:
    terribil voce avea, calci mortali,
    la pelle d'un diamante era pi soda;
    e sempre che ferir potea d'appresso,
    balestrava col cul pallotte a lesso.

    54.
    Parean polpette cotte ne l'inchiostro,
    e appestavano un miglio di lontano.
    Titta di Cola s'affront col mostro,
    (che tal nomossi il cavalier romano),
    e gli fu d'altro che di perle e d'ostro
    ricamato il vestito a piena mano.
    Egli del brando a quella bestia mena,
    a segna il pelo ove lo coglie a pena.

    55.
    L'asino un par di calci gli appresenta,
    indi mena la coda agile e presta;
    apre a un tempo la canna, e lo sgomenta
    co i ragli che tremar fan la foresta;
    sbatte l'orecchie, e di ferir non lenta
    or le spalle, or i fianchi, ora la testa;
    volta la poppa e tuona, e a l'improviso
    fulmina, e a fresco gli dipinge il viso.

    56.
    Il buon roman, che la tempesta sente,
    getta lo scudo ed a fuggir si pone:
    rise il mantenitor dirottamente,
    e torn in su le mosse al padiglione.
    Ma gi la notte il carro a l'occidente
    volgea, n compariva altro campione:
    ond'ei si chiuse ne la tenda, e 'n tanto
    dieron principio i galli al primo canto.

    57.
    Il d seguente il giostrator si stette
    nel padiglione, e non fe' mostra alcuna;
    ma poi ch'usciro i gufi e le civette
    su per gli tetti a salutar la luna,
    a suon di trombe con nov'armi elette
    anch'egli fe' vedersi in veste bruna:
    bruno il cimiero e bruno il guarnimento,
    ma bianco era il destrier pi che l'argento.

    58.
    E i paggi, che servian per candelieri,
    dove dianzi parean de la Guinea,
    parean scesi dal cielo angeli veri,
    e come i visi ancor cangir livrea.
    Tutti comparver con vestiti neri
    in calze a tagli; onde a veder correa
    con voglia ingorda la milizia Tosca
    tirata dal favor de l'aria fosca.

    59.
    E 'l giovine Averardo, il qual non s'era
    fin allor visto appresentarsi in mostra,
    fu il primo a comparir su la riviera
    e 'l primo a uscir di sella in quella giostra.
    Diede lo scudo e alzossi la visiera,
    e si ferm nella fiorita chiostra
    a ragionar co' paggi e a fare inchiesta
    del nome del guerriero e di sua gesta.

    60.
    Da molti lumi intanto accompagnata,
    de l'isola era uscita una donzella
    in abito stranier candido ornata,
    e di maniere accorte e 'n viso bella:
    e venne ove Renoppia era attendata,
    con due scudieri e con due paggi in sella,
    e gli acquistati scudi appresentolle,
    e in nome del guerrier poscia narrolle:

    61.
    che la fama l'avea del suo valore,
    quel d ch'armata in su la riva corse
    e l'esercito ostil gi vincitore
    sostenne, e mise la vittoria in forse,
    quivi condotto a far sol per suo amore
    la bella giostra e in avventura a porse;
    onde chiedea che non s'avesse a sdegno
    che gli scaldasse il cor foco s degno.

    62.
    Vergognosa Renoppia e sdegnosetta:
    - Ruffianella mia, disse, a l'aria, a i venti
    meco il vostro guerrier l'arti sue getta,
    ch'io non fui vaga mai d'incantamenti.
    Ma voi che siete bella e giovinetta,
    e che con lui vi state a lumi spenti,
    perch lasciate voi che i premi vostri
    v'escan di mano e che per altra giostri? -

    63.
    - Serva son io, rispose la donzella,
    e troppa per me fra alta mercede;
    possiede il mio signor terre e castella,
    n inchinerebbe a la mia sorte il piede. -
    Renoppia allora, astuta come bella:
    - Se questo , soggiungea, fategli fede
    ch'io mi chiamo ubbligata a quel valore,
    che mostra con la lancia in farmi onore.

    64.
    E se ben forse avrei pi caro avuto
    ch'in soccorso de' nostri a vero marte
    con l'armi per mio amor fosse venuto
    senza apparecchio alcun di magic'arte;
    pur l'affetto gradisco e lo saluto:
    e questa gli darete da mia parte. -
    E di seno, a quel dir, senza intervallo
    si trasse una crocetta di cristallo,

    65.
    dov'era un dente di san Gemignano,
    e Papa Onorio l'avea benedetta,
    e finse porla a la donzella in mano,
    che la desse al guerrier de l'isoletta:
    ma quella sparve come un sogno vano
    al subito toccar de la crocetta,
    e sparvero con lei paggi e scudieri,
    e rimasero sol gli scudi veri.

    66.
    Lesse i nomi Renoppia, e quelli rese
    ch'esser trov de' cavalieri amici;
    gli altri di ritener consiglio prese
    come spoglie e trofei de' suoi nemici.
    Intanto il giostrator segua sue imprese
    con gli usati successi ognor felici:
    quand'un guerriero ignoto in veste gialla
    al ponte capit su una cavalla.

    67.
    La lancia lunga pi d'ogn'altra avea
    due palmi, e una pantera in su l'elmetto:
    ma sospeso vena s che parea
    ch'andasse a quell'impresa al suo dispetto.
    Sonr le trombe, e 'l suon che gli altri fea
    dentro brillar, fe' in lui contrario effetto:
    corre, ma sembra a i timidi atti fuore
    portato dal destrier, non gi dal core.

    68.
    Pur si ristrigne ne gli arcioni, e abbassa
    la lancia in su la resta, e gli occhi serra
    in arrivando, e i denti strigne, e passa
    come chi va sol per vergogna in guerra:
    e a quell'incontro l'inimico lassa,
    con maraviglia de' due campi in terra.
    Allor tutta s'ud quella riviera
    gridar: - Viva il campion de la pantera. -

    69.
    Ed ei maravigliando al suon rivolto
    vide l'emulo suo giacer disteso:
    onde di s per allegrezza tolto
    fermossi a riguardar tutto sospeso.
    Ma l'abbattuto, a l'infiammato volto
    mostrando il cor di fiero sdegno acceso,
    ratto risorse, e con un pi percosse
    la terra e 'ntorno il pian tutto si scosse:

    70.
    e s'estinsero i lumi, e 'l padiglione
    sparve fra tuoni e lampi in un baleno,
    e l'isoletta divent un barcone
    colmo di stabbio, di fascine e fieno;
    n rimasero in esso altre persone
    di tante, onde pur dianzi era ripieno,
    che 'l cavalier vittorioso e un nano
    ch'avea uno scudo e una lanterna in mano.

    71.
    E lo scudo porgendo al cavaliere
    - Questo  il premio, dicea, del vincitore
    tratto da la colonna, e in tuo potere
    lasciato al dipartir dal mio signore;
    che per ragion di cortesia ti chere
    che, come l'hai de l'alto tuo valore,
    cos ti piaccia ancor farlo avisato
    del nome e de la patria onde se' nato. -

    72.
    Ringalluzzossi il cavaliero e al nano
    rispose: - Al tuo signor riferir puoi
    che la mia stirpe vien dal lito ispano,
    ed  famosa oltre i confini eoi.
    Quel Don Chisotto in armi s sovrano,
    principe de gli erranti e de gli eroi,
    gener di straniera inclita madre
    don Flegetonte il bel, che fu mio padre.

    73.
    Questi in Italia poscia ebbe domno
    e si fe' in ogni parte memorando;
    solo a la gloria sua manc Turpino
    che scrivesse di lui come d'Orlando:
    eroe non l'agguagli n paladino,
    e sol ced al valor di questo brando;
    e perch cosa occulta non rimagna,
    digli ch'io sono il conte di Culagna.

    74.
    Ma poi ch'ho soddisfatto al tuo deso
    e t'ho dato di me notizia intera,
    resta ch'ancor tu soddisfaccia al mio
    in dirmi il nome e la sua stirpe vera. -
    Rispose il nano: - Informerotti anch'io
    di quel che brami, usciam de la riviera
    ch tanti cavalier che col vedi
    bramano anch'essi quel che tu mi chiedi. -

    75.
    Giunser del fiume in su la destra sponda
    dove molti guerrier facean soggiorno;
    che, subito che 'l nano usc de l'onda,
    gli furon tutti a interrogarlo intorno.
    Egli che lingua avea pronta e faconda,
    fermando il piede: - A voi, disse, ritorno
    per sodisfare a la comune voglia:
    state or a udir, n alcun di me si doglia.

    76.
    Poi che de la citt cacciati foro
    gli Aigoni dal furor de' Ghibellini,
    e 'l conte di Vallestra capo loro
    usc con gli altri anch'ei fuor de' confini,
    trov per arte magica un tesoro,
    e fe' ne' monti al suo castel vicini
    una grotta incantata, ove gran parte
    del tempo stassi esercitando l'arte.

    77.
    Quivi un figliol di tenerella etate
    ch'unico egli ha, detto Melindo, e' tiene;
    le cui maniere nobili e lodate
    destan nel vecchio padre amor e spene.
    Questi, uditi i costumi e la beltate
    e 'l valor che mostr su queste arene
    una donzella in questo proprio loco,
    arse per lei d'inestinguibil foco;

    78.
    e con prieghi e sospir dal padre ottenne
    di comparire a far qui di s mostra;
    onde su l'isoletta in campo venne
    armato a mantener la bella giostra.
    Ma il timoroso vecchio, a cui sovvenne
    l'et ineguale a la possanza vostra,
    fece un incanto ch'esser perditore
    per forza non potea n per valore.

    79.
    Fu l'incanto ch'ei fe' con tal riguardo
    che non potea cader Melindo a terra,
    se non vena un guerrier tanto codardo
    che non trovasse paragone in terra;
    e quanto pi l'incontro era gagliardo,
    tanto meglio il fanciul vincea la guerra;
    come il ferir del fulmine che spezza
    con pi furor dov' maggior durezza.

    80.
    L'aste, il cavallo e l'armi onde guernito
    era il fanciul, tutte incantate avea:
    e chi traea la spada era spedito,
    ch de l'isola a forza uscir dovea.
    Il cambiar lancia era miglior partito;
    ma non per questo il cavalier vincea,
    se non era di forza e di valore
    pi d'ogn'altro a Melindo inferiore. -

    81.
    Qui tacque il nano: e 'n giubilo fu volto
    de gli abbattuti il mal concetto sdegno.
    Ma il conte di Culagna incresp il volto,
    e ritirando il passo e d'ira pregno
    trasse la spada, e a quel piccin rivolto
    che di timore alcun non facea segno
    - Tu menti, disse, menzognier villano,
    e te lo manterr con questa in mano.

    82.
    Tu vorresti macchiar la mia vittoria;
    ma non la macchierai, brutto scrignuto,
    ch gi nota per tutto  la mia gloria,
    n scusa ha il tuo signor vinto e abbattuto. -
    Non volle il Nano entrar seco in istoria;
    ma fatto a que' signori umil saluto,
    al conte che seguiva il suo costume
    rispose: - Buona notte - e spense il lume.





    CANTO DECIMO.

    ARGOMENTO.
    A Napoli se 'n va la Dea d'amore,
    e 'l principe Manfredi a l'armi accende.
    Al conte di Culagna infiamma il core
    Renoppia, che di lui gioco si prende.
    E d'uccider la moglie entra in umore
    con veleno, e s stesso incauto offende.
    Fugge la moglie al campo, e si procaccia
    d'amante, e fagli al fin le corna in faccia

    1.
    Il carro de la Notte era gi fuora
    del cerchio che divide Africa e Spagna,
    e non dormiva e non posava ancora
    il glorioso conte di Culagna.
    Va tra s rivolgendo ad ora ad ora
    con quant'onore in campo egli rimagna,
    poich merc di sua felice stella
    l'incantato guerrier tratto ha di sella.

    2.
    Quindi pensando a la cagion che spinto
    Melindo avea su 'l favoloso legno,
    pargli non pur del ricco scudo vinto,
    ma de la bella donna esser pi degno.
    Gli somministra il naturale istinto
    e la ragion del suo elevato ingegno,
    che poich 'l campo il cavalier gli cede,
    d'ogn'onor, d'ogni premio il lascia erede.

    3.
    E su questo pensier vaneggia in guisa,
    che di Renoppia gi si finge amante,
    e le bellezze sue fra s divisa
    cupidamente, e n'arde in un istante.
    Or ne' begli occhi suoi tutto s'affisa,
    or ne gli atti leggiadri, or nel sembiante;
    e come lusingando il va la speme,
    or gioisce, or sospira, or brama, or teme.

    4.
    Moglie giovane e bella ei possedea,
    ma ogni pensier di lei se n' fuggito;
    e in questo nuovo amor s'interna e bea
    tanto, che pargli il ciel toccar col dito.
    Cos la carne gi ch'in bocca avea
    su 'l fiume il can d'Esopo, un d schernito
    lasci cader nel fuggitivo umore,
    per prender l'ombra sua ch'era maggiore.

    5.
    Tutta la notte and girando il conte
    le piume, senza mai prender riposo;
    e Febo gi con l'infiammata fronte
    rimovendo dal ciel l'aer ombroso,
    colta l'Aurora avea su l'orizonte
    ignuda in braccio al suo Titon geloso;
    ond'ella rossa in volto, alzando il petto
    con la camicia in man fuggia del letto.

    6.
    Quand'il conte levato anch'egli mosse
    col dove Renoppia era attendata,
    cantando a l'improviso a note grosse
    sopra una chitariglia discordata:
    e giudicando che la lingua fosse
    di gran momento a intenerir l'amata,
    s'affaticava in trovar voci elette
    di quelle che i Toscan chiamano prette.

    7.
    - O, diceva, bellor de l'universo,
    ben meritata ho vostra beninanza;
    ch 'l prode battaglier cadde riverso,
    e perd l'amorosa e la burbanza.
    Gi l'ariento del palvese terso
    non mi brocci a pugnar per desianza;
    ma di vostra parvenza il bel chiarore,
    sol per vittoriare il vostro quore. -

    8.
    Cos cantava il conte innamorato
    a lei che del suo amor fra s ridea.
    Ma Venere fra tanto in altro lato
    le campagne del mar lieta scorrea:
    un mirabil legnetto apparecchiato
    a la foce de l'Arno in fretta avea;
    e movea quindi a la riviera amena
    de la real citt de la Sirena,

    9.
    per incitar il Principe novello
    di Taranto ad armar gente da guerra,
    e liberar di prigionia il fratello
    che chiuso sta ne la nemica terra.
    Entra ne l'onda il vascelletto snello,
    spiega la vela un miglio o due da terra;
    siede in poppa la Dea, chiusa d'un velo
    azzurro e d'oro a gli uomini ed al cielo.

    10.
    Capraia adietro e la Gorgona lassa,
    e prende in giro a la sinistra l'onda;
    quinci Livorno, e quindi l'Elba passa
    d'ampie vene di ferro ognor feconda;
    la distrutta Faleria in parte bassa
    vede, e Piombino in su la manca sponda,
    dov'oggi il mare adombra il monte e 'l piano
    l'aquila del gran re de l'Oceno.

    11.
    Tremolavano i rai del sol nascente
    sovra l'onde del mar purpuree e d'oro;
    e in veste di zaffiro il ciel ridente
    specchiar parea le sue bellezze in loro:
    d'Africa i venti fieri e d'Oriente
    de le fatiche lor prendean ristoro;
    e co' sospiri suoi soavi e lieti
    sol Zefiro increspava il lembo a Teti.

    12.
    Al trapassar de la belt divina
    la Fortuna d'amor passa e s'asconde.
    L'ondeggiar de la placida marina
    baciando va l'inargentate sponde.
    Ardon d'amore i pesci, e la vicina
    spiaggia languisce invidiando a l'onde;
    e stanno gli amoretti ignudi intenti
    a la vela, al governo, a i remi, a i venti.

    13.
    Quinci e quindi i delfini a schiere a schiere
    fanno la scorta al bel legnetto adorno;
    e le ninfe del mar pronte e leggiere
    corron danzando e festeggiando intorno.
    Vede l'Umbrone ove sboccando ei pre
    e l'isola del Giglio a mezzogiorno;
    e in dirupata e ruinosa sede
    monte Argentaro in mezzo a l'onde vede.

    14.
    Quindi s'allarga in su la destra mano,
    e lascia il porto d'Ercole a mancina;
    vede Civitavecchia, e di lontano
    biancheggiar tutto il lido e la marina.
    Giaceva allora il porto di Traiano
    lacero e guasto in misera ruina;
    strugge il tempo le torri e i marmi solve
    e le machine eccelse in poca polve.

    15.
    Gi la foce del Tebro era non lunge,
    quando si risvegli Libecchio altiero
    che 'n Libia regna, e dove al lido giunge,
    travalca sopra il mar superbo e fiero:
    vede l'argentea vela, e come il punge
    un temerario suo vano pensiero,
    vola a saper che porti il vago legno,
    e intende ch' la Dea del terzo regno.

    16.
    Onde orgoglioso, e come invidia il muove,
    a Zefiro si volge e grida: - O resta,
    o io ti caccier nel centro dove
    non ardirai mai pi d'alzar la testa.
    A te la figlia del superno Giove
    non tocca di condur: mia cura  questa,
    va' tu a condur le rondini al passaggio,
    e a far innamorar gli asini il maggio. -

    17.
    Zefiro, ch'assalito a l'improviso
    da l'emulo maggior quivi si mira,
    ne manda in fretta al suo fratello aviso,
    che su l'Alpi dormiva, e 'l pi ritira:
    corre Aquilon, tutto turbato in viso,
    ch'ode l'insulto, e freme di tant'ira
    che fa i tetti cader, gli arbori svelle,
    e la rena del mar caccia a le stelle.

    18.
    Libecchio che venir muggiando insieme
    i due fratelli di lontano vede,
    si prepara a l'assalto, e gi non teme
    del nemico furor, n il campo cede:
    tutte raguna le sue forze estreme,
    e dal lido african sciogliendo il piede,
    chiama in aiuto anch'ei di sua folla
    Sirocco regnator de la Soria.

    19.
    Vien Sirocco veloce, onde s'accende
    una fiera battaglia in mezzo a l'onde.
    Si turba il ciel, si turba l'aria, e stende
    densa tela di nubi e 'l sol nasconde:
    fremono i venti e 'l mar con voci orrende,
    risonano percosse ambe le sponde:
    e par che muova a' suoi fratelli guerra
    l'ondoso scotitor de l'ampia terra.

    20.
    Si spezzano le nubi e foco n'esce
    che scorre i campi del celeste regno:
    il foco e l'aria e l'acqua e 'l ciel si mesce;
    non han pi gli elementi ordine o segno;
    s'odono orrendi tuoni, ognor pi cresce
    de' fieri venti il furibondo sdegno,
    increspa e inlividisce il mar la faccia
    e l'alza contra il ciel che lo minaccia.

    21.
    Gi s'ascondeva d'Ostia il lido basso,
    e 'l Porto d'Anzio di lontan surgea,
    quando sent il romor, vide il fracasso
    che 'l ciel turbava e 'l mar, la bella Dea:
    vide fuggirsi a frettoloso passo
    le Ninfe dal furor de la marea;
    onde tutta sdegnosa aperse il velo
    e dimostr le sue bellezze al cielo.

    22.
    E minacciando le tempeste algenti
    e le procelle e i turbini sonanti,
    cacci del ciel le nubi, e gli elementi
    tranquill co' begli occhi e co' sembianti.
    Corsero tutti ad inchinarla i venti
    a le minacce sue cheti e tremanti;
    ella in Libecchio sol le luci affisse,
    e mordendosi il dito irata disse:

    23.
    - Moro, can, senza legge e senza fede,
    t'insegner, con queste tue contese,
    come si tratta meco e si procede,
    e ti far tornare in tuo paese. -
    Quel s'inginocchia e bacia il divin piede
    chiede perdon de l'impensate offese;
    e fa partendo in Africa passaggio:
    segue la navicella il suo viaggio.

    24.
    Le donne di Nettun vede su 'l lito
    in gonna rossa e col turbante in testa:
    rade il porto d'Astura, ove tradito
    fu Corradin ne la sua fuga mesta:
    or l'esempio crudele ha Dio punito
    ch la terra distrutta e inculta resta;
    quindi Monte Circello orrido appare
    col capo in cielo e con le piante in mare.

    25.
    S'avanza, e rimaner quinci in disparte
    vede Ponzia diserta e Palmarola,
    che furon gi de la citt di Marte
    prigioni illustri in parte occulta e sola.
    Varie torri su 'l lido erano sparte:
    la vaga prora le trascorre e vola;
    e passa Terracina, e di lontano
    vede Gaeta a la sinistra mano.

    26.
    Lascia Gaeta, e su per l'onda corre
    tanto ch'arriva a Procida e la rade,
    indi giugne a Puzzlo, e via trascorre,
    Puzzlo che di solfo ha le contrade;
    quindi s'andava in Nisida a raccorre,
    e a Napoli scopra l'alta beltade:
    onde dal porto suo parea inchinare
    la Regina del mar, la Dea del mare.

    27.
    Da Nisida la Dea spedisce un messo
    al principe Manfredi, e 'n terra scende;
    e cangia volto, e 'l bel sembiante espresso
    de la contessa di Caserta prende.
    Il principe e costei d'un padre stesso
    nacquero, se la fama il vero intende,
    ma di madri diverse, e fur nudriti
    per alcun tempo in differenti liti.

    28.
    Condotti in corte poi fanciulli ancora
    ne l'albergo real crebbero insieme
    senza riguardo, in fin che venne l'ora
    che 'l fior di nostra et spunta col seme;
    erano gli anni quasi uguali, e allora
    de l'uno e l'altro le bellezze estreme;
    onde il fraterno amor, non so dir come,
    strano incendio divenne e cangi nome.

    29.
    Sospettonne osservando i gesti e i visi
    il padre, e marit la giovinetta:
    ma i corpi fur, non gli animi divisi,
    e rest l'alma in servit ristretta.
    Or che vede venir con lieti avisi
    Manfredi il messaggier da l'isoletta,
    cuopre la poppa d'una navicella,
    e solo e chiuso va da la sorella.

    30.
    Trovolla a pi d'una distrutta rcca,
    che passeggiava in un giardino ameno.
    Subito scende; e, come Amore il tocca
    corre e l'abbraccia e la si strigne al seno,
    e la bacia ne gli occhi e ne la bocca,
    e da la Dea d'amor tanto veleno
    con que' baci rapisce e tanto foco,
    che tutto avvampa e non ritrova loco.

    31.
    Volea iterar gli abbracciamenti e i baci,
    ma con la bella man la Dea s'oppose,
    e respignendo l'avide e mordaci
    labbia, si tinse di color di rose.
    - Frenate, signor mio, le mani audaci
    e le voglie, dicea, libidinose;
    ch non son questi a gli andamenti, a i cenni
    baci fraterni, e udite perch'io venni. -

    32.
    Il principe ristette: ed ella, poi
    che d'Enzio il fiero caso ebbe narrato,
    ch'estinto il fior de' cavalieri suoi
    prigioniero pugnando era restato,
    le lagrime asciugando: - Or, disse, a voi
    che mio padre in sua vece ha qui lasciato,
    tocca mostrar, s'in voi non mente il sangue,
    che la destra di Svevia ancor non langue.

    33.
    Voi che reggete il fren di questo regno
    potete vendicar di nostro padre
    e di nostro fratel l'obbrobrio indegno,
    armando in terra e in mar diverse squadre.
    N gi pi glorioso o bel disegno,
    n pi famose prove e pi leggiadre
    poteva in terra o in mar da parte alcuna
    al valor vostro appresentar fortuna.

    34.
    Io, se non fossi donna, andrei con questa
    mano a spianar le temerarie mura;
    n vorrei che giammai l'iniqua gesta
    si vantasse d'aver parte sicura,
    se prima non venisse in umil vesta
    con una fune al collo o la cintura
    a chiedermi perdono e a consegnarmi
    il mio fratello e la cittade e l'armi.

    35.
    Ah Dio! perch fui donna, o non usai
    a l'armi, al sangue anch'io la destra molle? -
    Qui sfavill di s cocenti rai,
    che trafisse il meschin ne le midolle.
    Trema il cor come fronda; e tutto omai
    fuor di ghiaccio rassembra e dentro bolle:
    vorra stender la man, vorra rapire;
    ma un segreto terror smorza l'ardire.

    36.
    Al fin con voce tremula risponde:
    - Sorella mia, reina mia, Dea mia,
    andr nel foco, andr per mezzo a l'onde,
    e nel centro per voi, s'al centro  via.
    Lo scettro di mio padre in queste sponde,
    con libero voler, tutto ho in bala:
    disponetene voi come v'aggrada,
    ch vostro  questo core e questa spada. -

    37.
    Cos dicendo apre le braccia e crede
    strigner de la sorella il vago petto:
    ma l'amorosa Dea che 'l rischio vede,
    subito si ritira e cangia aspetto.
    Ne la forma immortal sua prima riede;
    e alzandosi ne l'aria, al giovinetto
    versa, al partir, dal bel purpureo grembo
    sopra di rose e d'altri fiori un nembo.

    38.
    - O bellezza del ciel viva immortale,
    dove fuggi da me? perch mi lassi?
    N mi concedi almen, che in tanto male
    io possa in te sbramar quest'occhi lassi? -
    Cos parlava il giovane reale;
    e intanto rivolgea gli afflitti passi
    a l'onda gi dove l'attende il legno,
    disegnando d'armar tutto quel regno.

    39.
    Ma il conte di Culagna avendo intanto
    vista Renoppia uscir del padiglione,
    rassettato il collar, la barba e 'l manto
    e tiratosi in fronte un pennacchione,
    l'era gita a incontrar da un altro canto,
    salutandola quasi in ginocchione;
    ond'ella instrutta di sue degne imprese
    l'avea chiamato a s tutta cortese.

    40.
    E avendo il suo valor molto esaltato,
    la dispostezza e 'l fior de l'intelletto,
    giurato avea di non aver trovato
    chi pi paresse a lei degno suggetto
    de l'amor suo, quand'ei non fosse stato
    in nodo marital congiunto e stretto:
    onde il burlar de la donzella ava
    posto il meschino in strana frenesia.

    41.
    Trovollo Titta in un solingo piano
    ch'ei passeggiava a l'ombra d'una noce,
    e ga fra s con la corona in mano
    parlando, a passo or lento, ora veloce.
    Come egli vide il cavalier romano,
    gli si fece a l'orecchia, e a mezza voce
    - Frate, gli disse, per uscir di doglie
    io son forzato avvelenar mia moglie.

    42.
    A me certo ne spiace in infinito,
    ma cos porta la crudel mia stella. -
    Quindi gli narra quanto era seguito,
    e quel che detto gli ha Renoppia bella.
    Mostra di rimaner Titta stupito,
    e lo chiama felice in sua favella:
    - Conte, tu se' nu Papa, e t'aio detto
    che no' ce che te pozza stare a petto. -

    43.
    Gli va poscia di bocca ogni pensiero
    cacciando a poco a poco, e lo millanta:
    ed ei, com' di cor pronto e leggiero,
    si ringalluzza e si dimena e canta.
    Gli scuopre de l'interno il falso e 'l vero,
    e del disegno rio si gloria e vanta.
    Nota Titta ogni cosa, e lo conforta
    ch'alcun non sapr mai chi l'abbia morta.

    44.
    Era Titta per sorte innamorato
    de la moglie del conte, e mentre fue
    ne la citt, con atti a lei mostrato
    l'avea e con voci a le serventi sue.
    Or che si vede il modo apparecchiato
    di far che resti il mal accorto un bue,
    scrive il tutto a la donna, e in che maniera
    il pazzo rio d'attossicarla spera.

    45.
    Lo ringrazia la donna, e cauta osserva
    gli andamenti del conte in ogni parte,
    e informa del periglio ogni sua serva,
    perch sieno a guardarla anch'esse a parte.
    Il conte, fisso gi ne la proterva
    sua voglia, tratto avea solo in disparte
    il medico Sigonio, e in pagamento
    offertogli in buon dato oro ed argento,

    46.
    se gli prepara un tossico provato,
    cui rimedio non sia d'alcuna sorte:
    dicendo che di fresco avea trovato
    la moglie che gli fea le fusa torte,
    e ch'avea risoluto e terminato
    di darle di sua man condegna morte.
    Lungamente pregar si fe' il Sigonio,
    e al fin gli di una presa d'antimonio.

    47.
    Per tossico se 'l piglia il conte; e passa
    a Modana improviso una mattina;
    saluta la moglier che non si lassa
    conoscer sospettosa, e gli s'inchina.
    Va scorrendo la casa e al fin s'abbassa,
    per dispensare il tossico, in cucina;
    ma la trova guardata in tal maniera
    che non sa come fare, e si dispera.

    48.
    Torna a salir su per l'istessa scala
    tutto affannato e conturbato in volto:
    e aspetta fin che sian portati in sala
    i cibi, e su la mensa il pranzo accolto.
    Allora corre, e la minestra sala
    de la moglier col cartoccin disciolto,
    fingendo che sia pepe, e a un tempo stesso
    scuote la peparola ch'avea appresso.

    49.
    La cauta moglie e sospettosa viene,
    e mentre ch'ei le man si lava e netta,
    gli s'oppone co' fianchi e con le rene,
    e la minestra sua gli cambia in fretta:
    mostra che s' lavata, e siede e tiene
    l'occhio pronto per tutto, e non s'affretta
    a mettersi vivanda alcuna in bocca
    che non abbia il marito in prima tocca.

    50.
    Il conte in fretta mangia e si diparte,
    ch non vorria veder la moglie morta.
    Vassene in piazza ov'eran genti sparte
    chi qua, chi l, come ventura porta.
    Tutti, come fu visto, in quella parte
    trassero per udir ci ch'egli apporta.
    Egli cinto d'un largo e folto cerchio
    narra fandonie fuor d'ogni superchio.

    51.
    E tanto s'infervora e si dibatte
    in quelle ciance sue piene di vento,
    ch'eccoti l'antimonio lo combatte
    e gli rivolta il cibo in un momento.
    Rimangono le genti stupefatte;
    ed egli vomitando, e mezzo spento
    di paura, e chiamando il confessore,
    dice ad ognun ch'avvelenato more.

    52.
    Il Coltra e 'l Galiano, ambi speziali,
    correan con mitridate e bollarmeno,
    e i medici correan con gli orinali
    per veder di che sorte era il veleno.
    Cento barbieri e i preti co i messali
    gl'erano intorno e gli scioglieano il seno,
    esortandolo tutti a non temere
    e a dir devotamente il "Miserere".

    53.
    Chi gli ficcava olio o triaca in gola,
    e chi biturro o liquefatto grasso;
    avea quasi perduta la parola,
    e per tanti rimedi era gi lasso:
    quand'ecco un'improvisa cacarola
    che con tanto furor proruppe a basso,
    che l'ambra scoppi fuor per gli calzoni
    e scorse per le gambe in su i taloni.

    54.
    - O possanza del ciel, che cosa  questa?
    disse un barbier quando sent l'odore;
    questo  un velen mortifero ch'appesta,
    io non sentii giammai puzza maggiore.
    Portatel via, che s'egli in piazza resta,
    appester questa citt in poche ore. -
    Cos dicea, ma tanta era la calca,
    ch'ebbe a perirvi il medico Cavalca.

    55.
    Come a Montecavallo i Cardinali
    vanno per la lumaca a concistoro
    stretti da innumerabili mortali
    per forza d'urti e con poco decoro;
    cos i medici quivi e gli speziali
    non trovando da uscir strada n fro,
    urtati e spinti, senza legge e metro
    facean due passi innanzi e quattro indietro.

    56.
    Ma poich l'ambracane usc del vaso
    e 'l suo tristo vapor diffuse e sparse;
    cominci in fretta ognun co' guanti al naso
    a scostarsi dal cerchio e a ritirarse;
    e abbandonato il conte era rimaso,
    se non ch'un prete allor quivi comparse,
    ch'avea perduto il naso in un incendio,
    n sentia odore; e 'l confess in compendio.

    57.
    Confessato che fu, sopra una scala
    da piuoli assai lunga egli fu posto,
    e facendo a quel puzzo il popol ala,
    il portr due facchini a casa tosto:
    quivi il posaro in mezzo de la sala,
    chiamaro i servi, e ognun s'era nascosto;
    fuor ch'una vecchia, che v'accorse in fretta
    con un zoccolo in piede e una scarpetta.

    58.
    Gi pria la nuova in casa era venuta
    che 'l conte si moriva avvelenato:
    onde la moglie accorta e proveduta
    aveva in fretta il suo destrier sellato:
    e in abito virile e sconosciuta
    con un cappello in testa da soldato
    tacitamente gi s'era partita,
    e a trovar Titta al campo era fuggita.

    59.
    A cui fatto saper con lieto aviso
    che l'attendea del conte un paggio in sella
    per cosa di suo gusto, a l'improviso
    l'avea fatto venir dove stav'ella.
    Com'egli alz le luci al vago viso,
    tosto conobbe la sua donna bella,
    onde s'avventa, e de l'arcion la prende,
    e la si porta in braccio a le sue tende.

    60.
    E baciandola in bocca avidamente
    or la strigne or la morde or la rimira;
    ed ella in lui, fra cupida e dolente,
    le belle luci sue languida gira.
    Parve l'atto ad alcun poco decente
    che l'ebbero per maschio a prima mira:
    n distinguendo ben dal psco il fico,
    dicevano di lui quel ch'io non dico.

    61.
    Stette tutto quel giorno il conte in letto,
    tutta la notte e la seguente ancora,
    sempre con gran timor, sempre in sospetto
    di doversi morire ad ora ad ora:
    ond'ebbero gli amanti agio a diletto
    di star anch'essi e l'una e l'altra aurora,
    giunti a goder de le sciocchezze sue,
    discorrendo fra lor com'ella fue.

    62.
    Gi Titta dal Sigonio intesa avea
    la beffa del veleno, e l'avea detta
    a la donna gentil che ne ridea
    e godeva fra s de la vendetta,
    disegnando di star, s'ella potea,
    col nuovo amante e non mutar pi detta:
    poich questa le par tanto sicura
    che sarebbe pazzia cangiar ventura.

    63.
    Ma il conte poi che fu certificato
    dal collegio de' medici ch'egli era
    fuor di periglio, a la campagna armato
    usc per ritrovar la sua mogliera.
    Al campo venne: e quivi indizio dato
    gli fu del suo caval da la sua schiera,
    cui sopra un giovinetto era venuto,
    n l'un n l'altro pi s'era veduto.

    64.
    Il conte di trovarlo entra in pensiero,
    e vuol saper chi 'l giovinetto sia;
    e promette gran premio a chi primiero
    indizio gli ne porta o gli ne invia.
    La mattina seguente uno scudiero
    gli dice che 'l caval veduto ava
    ne le tende di Titta, e 'l premio chiede,
    ma il conte ride e 'l suo parlar non crede.

    65.
    E manda un uomo suo, ch'a Titta dica
    quel che gli fa saper l'accusatore.
    Giura Titta che questa  una nemica
    fraude per sciorre un s leale amore:
    ma fra tanto si studia e s'affatica
    di far tignere il pel del corridore
    con un color di sandali alterato,
    e di leardo il fa sauro bruciato.

    66.
    Poi chiama il conte, e fa vedergli in prova
    tutti i cavalli suoi cos al barlume.
    Il conte che 'l candor del suo non trova
    e che di Titta ci mai non presume,
    si scusa che non gli era cosa nuova
    de la sua limpidezza il chiaro lume.
    ma tace che da lui fuggita sia
    la donna che trovar cerca e desia;

    67.
    e gli giura ch'un paggio gli ha rubato
    il suo caval n sa dove sia gito;
    ma se pu ritrovarlo in alcun lato,
    che 'l tristo ladroncel far pentito.
    Titta, che gi si vede assicurato,
    comincia a ruminar nuovo partito
    di ritenersi ancor la donna appresso,
    senza che ne sospetti il conte stesso.

    68.
    Con lei s'accorda, e trova acqua stillata
    da scorza fresca di matura noce;
    e 'l bel collo e la faccia dilicata
    de la donna e le man bagna veloce;
    si disperde il candore, e sembra nata
    in Mauritania, l dove il sol cuoce:
    d'un leonato scuro ella diviene,
    ma grazia in quel colore anco ritiene.

    69.
    Come panno di grana in bigio tinto
    ritiene ancor de la belt primiera,
    e nel morto color d'un nero estinto
    purpureggiar si vede in vista altera;
    cos di quella faccia il color finto
    ritiene ancor de la bellezza vera,
    splende nel fosco, e de' begli occhi il lume
    folgoreggia anco al solito costume.

    70.
    D'una giubba azzurrina ornata d'oro
    quindi ei la veste e le ricopre il seno;
    e tutta d'un leggiadro abito moro
    l'adorna s, che non gli piace meno.
    Indi la mostra al conte e dice: - I' moro
    per questa ingrata schiava e spasmo e peno;
    e a lei di me non cal, n so che farmi:
    pregala conte mio che voglia amarmi. -

    71.
    Il conte la saluta in candiotto,
    ed ella gli risponde in calabrese:
    - Bella mora, ei dicea, deh fate motto
    al signor vostro e siategli cortese. -
    Ella volgendo a Titta un guardo ghiotto,
    sporge la bocca, ed ei con voglie accese
    que' baci incontra, e da' bei labbri sugge
    l'alma di lei che sospirando fugge.

    72.
    Teneva il conte immoto e stupefatto
    a gli amorosi baci i lumi intenti,
    e gli parea che Titta fosse matto
    a sentir per colei pene e tormenti.
    Durava quella beffa lungo tratto:
    se non che de la giovane i parenti
    seppero il tutto e fer saperlo al Potta,
    e subito la tresca fu interrotta.

    73.
    Il Potta fe' condur segretamente
    la donna fuor del campo; e perch Titta
    percosse in quella mena un insolente
    birro e gli fu grave querela scritta,
    fe' pigliarlo anche lui subitamente,
    e in carcere condur per la via dritta
    a la citt per metterlo in palazzo,
    quand'egli cominci fiero schiamazzo:

    74.
    ch'era "pariente de gliu Papa", e ch'era
    baron romano, e gir "bolea en castello".
    Ma il buon fiscal Sudenti e 'l Barbanera
    giudice criminale, e Andrea Bargello
    gli mostrar con destrissima maniera
    che l'albergo in palazzo era pi bello,
    e che l'avrian parato e ben fornito;
    onde a la fin d'andar prese partito.



















    CANTO UNDECIMO.

    ARGOMENTO.
    Il conte di Culagna entra in furore,
    e sfida a duellar Titta prigione.
    Ma, sciolto che lo vede, ci perde il core,
    e cerca di fuggir dal paragone.
    Vi si conduce al fine: e perditore
    un nastro rosso il fa de la tenzone.
    De la vittoria sua spande la nuova
    Titta, e pentito poi se ne ritrova.

    1.
    Poich la fama al fin con mille prove
    mostr l'infamie sue scoperte al conte,
    e gli fece veder come si trove
    con la corona d'Atteone in fronte,
    contra la moglie irato in forme nuove
    si volse a vendicar l'ingiurie e l'onte;
    e per farla morir con vituperio
    l'accus di veleno e d'adulterio.

    2.
    Per tutto il campo allor si fe' palese
    quel ch'era prima occulto o almeno in forse.
    La donna francamente si difese,
    e le querele in lui tutte ritorse;
    e fe' rider ognun quando s'intese
    com'ella seppe al suo periglio opporse,
    e d'inganno pagar l'ingannatore,
    ch'ebbe poscia a cacar l'anima e 'l core.

    3.
    Il conte, che si vede andar fallato
    contra la moglie il suo primier disegno,
    pensa di vendicarsi in altro lato,
    e volge contra Titta ogni suo sdegno.
    sa che per ritrovarsi imprigionato,
    per forza ha da tener le mani a segno.
    lo chiama traditor solennemente
    e aggiugne che se 'l nega, ei se ne mente;

    4.
    e che gliel prover con lancia e spada
    in chiuso campo a publico duello;
    e perch la disfida attorno vada,
    la fa stampar distinta in un cartello;
    e vantasi d'aver trovata strada
    da non potere in qual si voglia appello
    d'abbattimento o giusto o temerario
    sottoporsi al mentir de l'avversario.

    5.
    Ma gli amici di Titta avendo intesa
    la disfida, s'uniro in suo favore;
    e feron s che la sua causa presa
    e terminata fu senza rigore:
    anzi, perch'ei serviva in quella impresa
    contra Bologna e 'l Papa suo signore,
    fu scarcerato come ghibellino
    senza fargli pagar pur un quattrino.

    6.
    Sciolto ch'ei fu, rivolse ogni pensiero
    a la battaglia pronto e risoluto;
    prepar l'armi e prepar il destriero,
    n consiglio aspett, n chiese aiuto.
    Poco avanti da Roma un cavaliero
    nel campo modanese era venuto,
    di casa Toscanella, Attilio detto:
    e fu da lui per suo padrino eletto.

    7.
    Questi era un tal piccin pronto ed accorto,
    inventor di facezie e astuto tanto,
    che non fu mai Giudeo s scaltro e scorto
    che non perdesse in paragone il vanto.
    Uccellava i poeti, e per diporto
    spesso n'avea qualche adunata a cantO;
    ma con modi s lesti e s faceti,
    che tutti si partan contenti e lieti.

    8.
    In armi non avea fatto gran cose,
    per ch'in Roma allor si costumava
    fare a le pugna, e certe bellicose
    genti il governator le castigava.
    ma egli ebbe un cor d'Orlando, e si dispose
    d'ire a la guerra, perch dubitava
    de' birri, avendo in certo suo accidente
    scardassata la tigna a un insolente.

    9.
    Il conte allor che vide al vento sparsi
    tutti i disegni e 'l suo pensier fallace,
    cominci con gli amici a consigliarsi
    se v'era modo alcun di far la pace.
    vorrebbe aver taciuto, e ritrovarsi
    fuor de la perigliosa impresa audace;
    ch sente il cor che teme e si ritira,
    e manca l'ardimento in mezzo a l'ira.

    10.
    Ma il conte di Miceno e 'l Potta stesso
    e Gherardo e Manfredi e 'l buon Roldano
    gli furo intorno, e 'l vituperio espresso,
    dov'ei cadea, gli fr distinto e piano.
    indi promiser tutti essergli appresso,
    e la pugna spartir di propria mano;
    ond'ei riprese core, e per padrino
    s'elesse il conte dI San Valentino.

    11.
    Questi, che ne la scherma avea grand'arte,
    subito gl'insegn colpi maestri
    da ferire il nemico in ogni parte,
    e modi da parar securi e destri;
    indi rivide l'armi a parte a parte
    del cavaliero e i guernimenti equestri.
    ma un petto, senza cor, che l'aria teme,
    non l'armeran cento arsenali insieme.

    12.
    La notte a la battaglia precedente,
    che fra i due cavalier seguir dovea,
    volgendo il conte l'affannata mente
    al periglio mortal ch'egli correa,
    ricominci a pensar tutto dolente
    di nol voler tentar, s'egli potea;
    e innanzi l'alba i suoi chiam fremendo,
    un gran dolor di ventre aver fingendo.

    13.
    Il padrin, che dorma poco lontano,
    tutto confuso si dest a quell'atto;
    con panni caldi e una lucerna in mano
    Bertoccio suo scudier v'accorse ratto:
    e 'l barbier de la villa e 'l sagrestano
    di Sant'Ambrogio v'arrivaro a un tratto;
    e 'l provido barbier, ch'intese il male,
    gli fe' subitamente un serviziale.

    14.
    Ed egli per non dar di s sospetto,
    cheto se 'l prese e si mostr contento;
    ma fingendo che poi non fsse effetto,
    n prendesse il dolore alleggiamento,
    chiam gli amici e i servidori al letto,
    e disse che volea far testamento;
    onde mand per Mortalin notaio,
    che venne con la carta e 'l calamaio.

    15.
    La prima cosa lasci l'alma a Dio,
    e lasci il corpo a quell'eccelsa terra
    dov'era nato, e per legato pio
    danari in bianco e quantit di terra.
    indi tratto da folle e van desio
    a dispensar gli arredi suoi da guerra,
    lasci la lancia al Re di Tartaria
    e lo scudo al Soldan de la Soria;

    16.
    la spada a Federico Imperatore
    ed al popol romano il corsaletto;
    a la reina del mar d'Adria, onore
    del secol nostro, un guanto e un braccialetto;
    l'altro lasciollo a la citt del Fiore,
    e al greco Imperator lasci l'elmetto:
    ma il cimier, che portar solea in battaglia,
    ricadeva al signor di Cornovaglia.

    17.
    Lasci l'onore a la citt del Potta,
    poi fe' del resto il suo padrino erede.
    D'intorno al letto suo s'era ridotta
    gran turba intanto, chi a seder, chi in piede;
    fra' quali stando il buon Roldano allotta,
    che non prestava a le sue ciance fede,
    gli dicea a l'orecchia tratto tratto:
    - Conte, tu sei vituperato a fatto.

    18.
    Non vedi che costor t'han conosciuto
    che per tema tu fai de l'ammalato?
    Salta su presto, e non far pi rifiuto;
    ch tu svergogni tutto il parentato.
    Noi spartiremo e ti daremo aiuto
    subito che l'assalto  incominciato. -
    Il conte si ristrigne e si lamenta,
    e si vorra levar, ma non s'attenta.

    19.
    Di tenda in tenda in tanto era volata
    la fama di quell'atto, e ognun ridea.
    Renoppia, che non era ancor levata,
    un paggio gli mand che gli dicea
    che stava per servirlo apparecchiata,
    e accompagnarlo in campo; e ben credea
    ch'egli si porterebbe in tal maniera
    ch'ella n'avrebbe poscia a gire altiera.

    20.
    Quest'ambasciata gli trafisse il core
    e dest la vergogna addormentata:
    e cominciaro in lui vilt ed onore
    a combatter la mente innamorata.
    S'alza a sedere, e dice che 'l dolore
    mitigato ha il favor de la sua amata,
    e s'adatta a vestir, ma la viltade
    finge che 'l dolor torni, e gi ricade.

    21.
    E la pittrice gi de l'oriente
    pennelleggiando il ciel de' suoi colori
    abbelliva le strade ad d nascente,
    e Flora le spargea di vaghi fiori;
    quindi usciva del sole il carro ardente,
    e di raggi e di luce e di splendori
    vestiva l'aria, il mar, la piaggia e 'l monte,
    e la notte cadea da l'orizonte:

    22.
    quando comparve il conte di Miceno
    col medico Cavalca in compagnia.
    Il medico a l'orina in un baleno
    conobbe il mal che l'infelice ava;
    e fattosi recare un fiasco pieno
    di vecchia e dilicata malvaga,
    gli ne fece assaggiar tre gran bicchieri;
    ed ei pronto gli bebbe e volontieri.

    23.
    Cominci il vino a lavorar pian piano,
    e a riscaldar il cor timido e vile,
    e a mandar al cervel pi di lontano
    stupido e incerto il suo vapor sottile:
    onde il conte grid ch'era gi sano,
    che 'l dolor gli avea tolto il vin gentile,
    e balzando del letto i panni chiese,
    e tosto si vest l'usato arnese.

    24.
    Indi tratto fremendo il brando fuora,
    tagli Zefiro in pezzi e l'aura estiva,
    e se non era il suo padrino, allora
    a la battaglia senz'altr'armi ei giva.
    L'almo liquor che i timidi rincora
    puote assai pi che la virt nativa;
    ben profet di lui l'antica gente
    ch'era sovra ogni re forte e possente.

    25.
    Or mentre s'arma, ecco Renoppia viene
    e 'l coraggio gli adoppia e la baldanza,
    che con dolci parole e luci piene
    d'amor gli fa d'accompagnarlo instanza.
    Egli che 'l foco acceso ha ne le vene,
    commosso da desio fuor di speranza
    e da furor di vino, ambo i ginocchi
    a terra inchina; e dice a que' begli occhi:

    26.
    - O del cielo d'Amor ridenti stelle
    onde de la mia vita il corso pende;
    d'amorosa fortuna ardenti e belle
    ruote dove mia sorte or sale, or scende;
    imagini del sol , vive facelle
    di quel foco gentil che l'alme incende,
    il cui raggio, il cui lampo, il cui splendore
    ogn'intelletto abbaglia, arde ogni core:

    27.
    occhi de l'alma mia, pupille amate,
    lucidi specchi ove belt vagheggia
    s stessa; archi celesti ond'infocate
    quadrella aventa Amor ch'in voi guerreggia;
    de le vostre sembianze onde il fregiate,
    cos splende il mio cor, cos lampeggia,
    ch'ei non invidia al ciel le stelle sue,
    bench sian tante, e voi non pi che due.

    28.
    Come a i raggi del sole arde d'amore
    la terra e spiega la purpurea veste;
    cos a i vostri be' raggi arde il mio core,
    e di vaghi pensier tutto si veste.
    Quest'alma si solleva al suo fattore,
    e ammira in voi di quella man celeste
    le meraviglie, e dal mortal si svelle,
    o degli occhi del ciel luci pi belle.

    29.
    Rimiratemi voi con lieto ciglio
    del cieco viver mio lumi fidati,
    siate voi testimoni al mio periglio,
    e scorgetemi voi co' guardi amati;
    ch fia vana ogni forza, ogni consiglio:
    cadr l'empio e fellon ne' propri aguati,
    e non che di pugnar con lui mi caglia,
    ma sfider l'inferno anco a battaglia. -

    30.
    Cos detto risorge, e 'l destrier chiede
    tutto foco ne gli atti e ne' sembianti;
    e fa stupire ognun che l'ode e vede
    s diverso da quel ch'egli era innanti.
    Ma Titta armato gi dal capo al piede
    con armi e piume nere e neri ammanti
    in campo era comparso, accompagnato
    dal solo suo padrin senz'altri a lato.

    31.
    La desosa turba intenta aspetta
    che venga il conte, e mormorando freme;
    s'empiono i palchi intorno, e folta e stretta
    corona siede in su le sbarre estreme;
    e da i casi seguiti omai sospetta
    che 'l conte ceda, e la sua fama preme.
    Quando a un tempo s'udr trombe diverse
    da quella parte, e 'l padiglion s'aperse.

    32.
    Ed ecco, da cinquanta accompagnato
    de' primi de l'esercito possente,
    il conte comparir ne lo steccato
    con sopravesta bianca e rilucente,
    sopra un caval pomposamente armato
    che generato par di foco ardente:
    sbuffa, anitrisce, il fren morde, e la terra
    zappa col piede e fa col vento guerra.

    33.
    Disarmata ha la fronte, armato il petto,
    nude le mani, e sopra un bianco ubino
    gli va innanzi Renoppia, e 'l ricco elmetto
    gli porta; e 'l buon Gherardo il brando fino,
    il brando famosissimo e perfetto
    di Don Chisotto; e 'l fodro ha il suo padrino.
    Ha Voluce lo scudo, e seco a canto
    Roldan la lancia, e Giacopino un guanto;

    34.
    l'altro ha Bertoldo, e l'uno e l'altro sprone
    gli portano Lanfranco e Galeotto,
    e 'l conte Alberto in cima d'un bastone
    la cuffia da infodrar l'elmo di sotto:
    ma dietro a tutti fuor del padiglione
    l'interprete Zannin vena di trotto
    sopra d'un asinel, portando in fretta
    l'orinale, una ombrella e una scopetta.

    35.
    Armato il cavalier di tutto punto
    e compartito il sole a i combattenti,
    diede il segno la tromba, e tutto a un punto
    si mossero i destrier come due venti.
    Fu il cavalier roman nel petto giunto,
    ma l'armi sue temprate e rilucenti
    ressero, e 'l conte a quell'incontro strano
    la lancia si lasci correr per mano.

    36.
    Ei fu colto da Titta a la gorgiera
    tra il confin de lo scudo e de l'elmetto
    d'una percossa s possente e fiera
    che gli fece inarcar la fronte e 'l petto.
    Si schiod la goletta, e la visiera
    s'aperse, e diede lampi il corsaletto;
    volaro i tronchi al ciel de l'asta rotta,
    e perd staffe e briglia il conte allotta.

    37.
    Caduta la visiera il conte mira,
    e vede rosseggiar la sopravesta:
    e - Oim son morto, - e' grida; e 'l guardo gira
    a gli scudieri suoi con faccia mesta;
    - Aita, che gi 'l cor l'anima spira,
    replica in voce fioca, aita presta. -
    Accorrono a quel suon cento persone,
    e mezzo morto il cavano d'arcione.

    38.
    Il portano a la tenda, e sopra un letto
    gli cominciano l'armi e i panni a sciorre,
    il chirurgo cavar gli fa l'elmetto,
    e 'l prete a confessarlo in fretta corre.
    Tutti gli amici suoi morto in effetto
    il tengono: e ciascun parla e discorre
    che non era da porre a tal cimento
    un uom privo di forza e d'ardimento.

    39.
    Ma Titta poi che l'avversario vede
    per morto riportar ne le sue tende,
    passeggia il campo a suon di trombe, e riede
    dove la parte sua lieta l'attende;
    fastoso  s che di valor non cede
    a Marte stesso; e de l'arcion discende,
    e scrive pria che disarmar la chioma,
    e spedisce un corriero in fretta a Roma.

    40.
    Scrive ch'un cavalier d'alto valore
    di quelle parti, uom tanto principale
    che forse non ve n'era altro maggiore
    n ch'a lui fosse di possanza eguale,
    avuto avea di provocarlo core,
    e di prender con lui pugna mortale;
    e ch'esso de gli eserciti in cospetto
    gli avea passato al primo incontro il petto.

    41.
    Sped il corriero a Gaspar Salviani
    decan de l'Accademia de' Mancini,
    che ne desse l'aviso a i Frangipani
    signor di Nemi e a i loro amici Ursini,
    e al Cavalier del Pozzo e a i due romani
    famosi ingegni, il Cesi e 'l Cesarini,
    et al non men di lor dotto e cortese
    Sforza gentil Pallavicin Marchese;

    42.
    che tutti disser poi ch'egli era matto,
    quando s'intese ci ch'era seguito.
    Intanto avean spogliato il conte, a fatto
    dal terror de la morte instupidito;
    e gan cercando due chirurghi a un tratto
    il colpo onde dicea d'esser ferito:
    n ritrovando mai rotta la pelle
    ricomincir le risa e le novelle.

    43.
    Il conte dicea lor: - Mirate bene,
    perch la sopravesta  insanguinata;
    e non dite cos per darmi spene,
    ch gi l'anima mia sta preparata:
    venga la sopravesta. - E quella viene,
    n san cosa trovar di che segnata
    sia, n ch'a sangue assomigliar si possa,
    eccetto un nastro o una fetuccia rossa

    44.
    ch'allacciava da collo, e sciolta s'era
    e pendea gi per fino a la cintura.
    Conobber tutti allor distinta e vera
    la ferita del conte e la paura.
    Egli accortosi al fin di che maniera
    s'era abbagliato, l'ha per sua ventura,
    e ne ringrazia Dio levando al cielo
    ambe le mani e 'l cor con puro zelo.

    45.
    E a Titta e a la moglier sua perdonando
    si scorda i falli lor s gravi e tanti,
    e fa voto d'andar pellegrinando
    a Roma a visitar que' luoghi santi,
    e dare in tanto a la milizia bando
    per meglio prepararsi a nuovi vanti.
    Cos il monton che cozza, si ritira
    e torna poi con maggior colpo ed ira.

    46.
    Ma come a Roma poi gisse e trattasse
    in camera col Papa a grand'onore,
    e l'alloggio per forza ivi occupasse
    ne l'albergo real d'un mio signore,
    e quindi poscia in Bulgaria levasse
    co la possanza sua, col suo valore
    a quel becco del Turco un nuovo stato,
    fia da pi degno stil forse cantato:

    47.
    ch versi non ho io tanto sonori
    che bastino a cantar s belle cose.
    E torno a Titta, che gi uscendo fuori,
    poi che a la tenda sua l'armi depose,
    pel campo se ne ga sbuffando orrori
    con sembianze superbe e dispettose;
    quando accertato fu che la ferita
    del conte nel cercar s'era smarrita.

    48.
    Qual leggiero pallon di vento pregno
    per le strade del ciel sublime alzato,
    s'incontra ferro acuto o acuto legno,
    si vede ricader vizzo e sfiatato;
    tale il Romano altier, che fea disegno
    d'essersi con quel colpo immortalato,
    sgonfiossi a quell'aviso, e di cordoglio
    parve un topo caduto in mezzo a l'oglio.

    49.
    Ma il padrin ch'era accorto, il confortava
    e dicea: - Titta mio, non dubitare:
    non  bravo oggid se non chi brava,
    e, come diciam noi, chi sa sfiondare.
    Se per vinto e per morto or or si dava
    il conte e al padiglion si fea portare:
    perch non possiam noi per tale ancora
    nominarlo a le genti in campo e fuora?

    50.
    A te deve bastar ch'egli sia vinto
    al primo colpo tuo; ch s'ei non muore,
    non fu il tuo fin ch'ei rimanesse estinto,
    ma sol di rimaner tu vincitore.
    Lascia correr la fama, o vero o finto
    che sia questo successo, egli  a tuo onore;
    ed io far che immortalato resti
    da la musa gentil di Fulvio Testi.

    51.
    Fulvio col conte ha non vulgari sdegni,
    e canter di te l'armi e gli amori;
    dir l'alte bellezze e i fregi degni
    ch'ornan colei ch'idolatrando adori;
    le compagnie d'ufficio, i censi e i pegni
    che per lei festi gi su i primi fiori;
    e i casali e le vigne e gli altri beni
    c'hai spesi in vagheggiar gli occhi sereni.

    52.
    Gran contento a gli amanti e gran diletto
    che possano veder le luci amate,
    che portano squarciati i panni al petto
    per godere il tesor di lor beltate!
    Povero e ignudo Amor senza farsetto
    dipinse con ragion l'antica etate,
    ch spoglia chi per lui s'affligge e suda,
    e lo fa vago sol di carne ignuda.

    53.
    Fra i successi d'amor canter l'armi
    e l'imprese ch'hai fatte in questa guerra;
    e con sonori e bellicosi carmi
    eterner la tua memoria in terra.
    E gi di rimirar la Fama parmi
    trombeggiando volar di terra in terra,
    e contra 'l papa di tua mano a i venti
    la bandiera spiegar de' malcontenti. -

    54.
    Cos ragiona il Toscanella e ride,
    e Titta ride anch'ei per compagnia;
    ma l'amaro dal cor non si divide,
    ch non sa ricoprir s gran bugia.
    Stette pensando un pezzo, e poi che vide
    di non poter scusar la sua follia,
    di far morire il conte entr in pensiero
    per sostener ch'egli avea scritto il vero.

    55.
    S'arm d'un giacco e con la spada a lato
    l'and subitamente a ritrovare.
    Il conte a Sant'Ambrogio era passato
    e stava con que' preti a ragionare;
    Titta gli fece dir per un soldato
    ch'uscisse fuor, che gli volea parlare;
    il conte caric la sua balestra,
    e s'affacci di sopra a una finestra.

    56.
    E a Titta domand quel che chiedea,
    ed ei rispose che venisse giuso;
    il conte si scus che non potea;
    e vedendo che l'uscio era ben chiuso,
    disse che se trattar seco volea,
    trattasse quivi, o ch'egli andasse suso.
    Titta allor furiando si scoperse,
    e l'oltraggi con villanie diverse.

    57.
    Ma il conte rispondea con lieta ciera:
    - Voi siete un uom di pessima natura,
    a tener l'ira una giornata intiera;
    io deposi la mia con l'armatura.
    Non occorre a far qui l'anima fiera
    con spampanate per mostrar bravura;
    io v'ho reso buon conto in campo armato
    e son stato con voi ne lo steccato.

    58.
    Quand'anch'io irato fui con l'armi in mano,
    voi dovevate allor sfogarvi a fatto.
    Or, Titta mio, voi v'affannate in vano,
    ch'io non ho tolto a sbizzarrire un matto.
    Andate, e come avrete il cervel sano
    tornate, e so che mi farete patto.
    Io non ho da partir nulla con voi,
    per dormite e riparlianci poi. -

    59.
    Titta ricominci: - Becco e poltrone,
    t'insegner ben io,;vien fora, vieni. -
    Pi non rispose il conte a quel sermone,
    ma dest anch'egli al fine i suoi veleni;
    e scocc la balestra, e d'un bolzone
    il colse a punto al sommo de le reni
    s fieramente che lo stese in terra,
    e salt fuori a discoperta guerra,

    60.
    gridando: - Per la gola te ne menti,
    romaneschetto, furbacciotto, spia. -
    Titta aveva offuscati i sentimenti,
    e a gran fatica il suo parlar senta.
    Ma saltaron color ch'eran presenti
    subito in mezzo, e ognun gli diparta:
    e condussero Titta al padiglione
    dilombato e che ga quasi carpone.

    61.
    Quivi dal Toscanella ei fu burlato
    che dovendo levare al ciel le mani
    d'aver l'emulo suo vituperato,
    fosse entrato in umor bizzarri e strani
    di volerlo ancor morto; e stuzzicato
    s l'avesse con atti e detti insani,
    che d'una rana imbelle e senza morso
    l'avesse al fin mutato in tigre, in orso.

    62.
    - Se tu disprezzi la vittoria, disse,
    che puoi tu dir s'ella da te s'invola?
    Chi va cercando e suscitando risse,
    non sa che la fortuna  donna e vola. -
    Tenea Titta le luci in terra fisse
    mesto ed immoto, e non facea parola.
    Ma tempo  omai di richiamar gli accenti
    a i fatti de gli eserciti possenti.







    CANTO DUODECIMO.

    ARGOMENTO.
    Cessa la tregua, e la vittoria pende.
    Il papa in Lombardia manda un Legato.
    Sprangon su 'l ponte a guerreggiar discende,
    onde sospinto poi resta affogato.
    Sono rotti e Petroni entro le tende,
    e ammolliscono il cor duro ostinato.
    S'interpone il Legato a tanti mali;
    e si fa pace alfin con patti uguali.

    1.
    Le cose de la guerra andavan zoppe,
    i Bolognesi richiedean danari
    al papa, ed egli rispondeva coppe,
    e mandava indulgenze per gli altari.
    Ma Ezzelino i disegni gl'interroppe
    col soccorso che diede a gli avversari:
    allora egli lasci di fare il sordo,
    e scrisse al Nunzio che trattasse accordo.

    2.
    Indi sped Legato il Cardinale
    messer Ottavian de gli Ubaldini,
    uomo ch'in zucca avea di molto sale
    ed era amico a i Guelfi e a i Ghibellini;
    e gli diede la spada e 'l pastorale
    che potesse co' fulmini divini
    e con l'armi d'Italia opporsi a cui
    rifiutasse la pace e i preghi sui.

    3.
    Fece il Legato subito partita
    con bella corte e numerosa intorno.
    Ma la tregua fra tanto era finita,
    e a l'armi si torn senza soggiorno.
    Facevano i guerrier su 'l ponte uscita
    per guadagnarlo: e quivi notte e giorno
    si combattea con s ostinato ardire
    che 'l fior de' cavalier v'ebbe a morire.

    4.
    Fra gli altri giorni quel di San Matteo,
    de l'uno e l'altro esercito avvocato,
    s fieramente vi si combatteo
    che tutto 'l fiume in sangue era cangiato.
    Prove eccelse Perinto e Periteo
    feron col brando; ma da l'altro lato
    minori non le fe' Renoppia bella,
    d'alto pugnando a colpi di quadrella.

    5.
    Su la torre vicina armata ascese,
    che fu di Sant'Ambrogio il campanile;
    e per compagne sue seco si prese
    Celinda e Semidea coppia gentile.
    Quivi l'arco fatal l'altera tese:
    e sdegnando ferir bersaglio vile,
    furon da lei le pi degne alme sciolte,
    e vot la faretra cinque volte.

    6.
    Paride Grassi e 'l cavalier Bianchini
    su 'l ponte uccise e Alfeo degli Erculani;
    su la riva l'alfier de' Lambertini,
    Pompeo Marsigli e Cosimo Isolani;
    Lapo Bianchetti e Romulo Angelini,
    Gabrio Caprari e Barnaba Lignani
    gi nel fondo trafisse, e due cognati
    Fulgerio Cospi e Lambertuccio Grati.

    7.
    A Petronio Sampier, ch'innanzi al ponte
    facea la strada a quei de la Crocetta,
    drizz l'arco Celinda e ne la fronte
    gli affisse la mortal fera saetta.
    Nel collo Semidea fer Bonconte
    Beccatelli, ch'uccisi in quella stretta
    avea Anton Borghi e Gemignan Colombo,
    e lo fece cader nel fiume a piombo.

    8.
    Fu Girolamo Preti anch'ei ferito,
    poeta degno d'immortali onori
    che quindici anni in corte avea servito
    nel tempo che puzzar soleano i fiori.
    Col collare a lattughe era vestito,
    tutto di seta e d'r di pi colori:
    ond'al primo apparir ch'ei fece in campo,
    Renoppia di sua man trasse a quel lampo.

    9.
    Tra 'l collo e le lattughe and a ferire,
    e pelle pelle via pass lo strale.
    Ei si sent la guancia impallidire,
    ch dubit la piaga esser mortale.
    L'accortezza e 'l saver nocque a l'ardire
    che gli affiss la mente al proprio male,
    e in cambio di pensare a la vendetta,
    correre il fece a medicarsi in fretta.

    10.
    Ei nondimen scusandosi dicea
    che pugnar con le dame era atto vile,
    ma pazzo ardir contra colei ch'avea
    la sua franchigia in cima a un campanile.
    In tanto da uno stral di Semidea
    fu morto a pi del ponte Andrea Caprile
    ch'avea quella mattina un frate ucciso:
    la balestra del ciel scocca improviso.

    11.
    E se non che la notte intorno ascose
    l'aurea luce del sol col nero manto,
    imprese vi seguan maravigliose
    ch'avrebbon desti i primi cigni al canto.
    Taciute avria quell'armi sue pietose
    il Tasso, e 'l Bracciolino il legno santo,
    il Marino il suo Adon lasciava in bando,
    e l'Ariosto di cantar d'Orlando.

    12.
    Giunto a Genova in tanto era il Legato;
    e 'l Nunzio da Bologna gli avea scritto
    ch'egli sarebbe ad incontrarlo andato
    prima ch'ei fesse a Modana tragitto.
    Ma egli, ch'a lo studio avea imparato
    che fa la maest poco profitto
    se le manca il poter, senza intervallo
    assoldando vena gente a cavallo.

    13.
    E 'l papa gi co' Genovesi avea
    d'un mezzo million fatto partito,
    talch sicuramente egli potea
    ragunar soldatesca a suo appetito.
    Ma il trascorrer qua e l ch'egli facea
    il trasse fuor del camin dritto e trito,
    fin che con lunga ed onorata schiera
    egli arriv ne' prati di Solera.

    14.
    Quivi stanco dal caldo e fastidito
    fermossi a l'ombra, e d'aspettar dispose
    il Nunzio, a cui gi un messo avea spedito
    per intender da lui diverse cose.
    In tanto i servi suoi su 'l verde lito
    vivande apparecchir laute e gustose,
    ed egli in fretta trattisi gli sproni
    mangi per compagnia cento bocconi.

    15.
    Mangiato ch'ebbe, st sovra pensiero
    rompendo certi stecchi di finocchi;
    indi venner le carte e 'l tavoliero,
    e trasse una manciata di baiocchi,
    e Pietro Bardi e Monsignor del Nero
    si misero a giucar seco a tarocchi;
    e 'l conte d'Elci e Monsignor Bandino
    giucarono in disparte a sbarraglino.

    16.
    Poi ch'ebbero giucato un'ora e mezzo
    levossi, e que' prelati a s chiamando,
    con gusto and con lor cacciando un pezzo
    i grilli che per l'erba ivan saltando.
    Cos l'ore ingannava, e al fresco orezzo
    la venuta del Nunzio attendea; quando
    di persone e di bestie ecco un drappello
    guast la caccia ch'era in su 'l pi bello.

    17.
    Eran questi una man d'ambasciatori
    da Modana mandati ad invitarlo
    con muli e carri e cocchi e servidori
    e molta nobilt per onorarlo;
    ben ch'avesse Innocenzio e i decessori
    data lor poca occasion di farlo,
    essendo i Modanesi a quella corte
    esclusi da ogni onor d'infima sorte;

    18.
    non perch avesse alcun mai tradimento
    usato nel servir la Santa Sede,
    ma perch avean con lungo esperimento
    a Cesare serbata ottima fede.
    Quel che dovea servir d'incitamento
    per onorar di nobile mercede
    la costanza e 'l valor, serva d'ordigno
    per accendere i cor d'odio maligno.

    19.
    Or al Legato que' signor portaro
    rinfrescamenti di diverse sorte,
    di trebbian perfettissimo un quartaro,
    e in sei canestre ventiquattro torte,
    e una misura, che tenea un caldaro,
    di sughi d'uva non pi visti in corte,
    e per cosa curiosa e primaticcia
    quarantacinque libre di salciccia.

    20.
    Ringraziolli il Legato, e que' regali
    dividendo fra' suoi l'invito tenne;
    e fra tanto col feltro e gli stivali
    il Nunzio per la posta sopravenne;
    e informandol di tutti i principali
    motivi, seco a la citt se 'n venne:
    la qual s'affatic con ogni onore
    di trarre il papa del passato errore.

    21.
    Si rinov la tregua, e ad incontrarlo
    usc de la citt tutto il Consiglio,
    e fin le dame uscir per onorarlo
    fuor de la porta inverso il fiume un miglio.
    Preparossi il castel per alloggiarlo
    con paramenti di tabb vermiglio:
    corsesi un palio, e fessi una barriera,
    e in maschera s'and mattina e sera.

    22.
    Il Nunzio ragunar fece il Senato
    ne la sala maggiore il d seguente,
    dove con pompa grande entr il Legato
    benedicendo nel passar la gente.
    Sotto un gran baldacchino di broccato
    stava la sedia sua molto eminente;
    e quindi ei cominci, grave e severo
    a parlare a quei vecchi dal braghiero:

    23.
    - Il papa, ch' signor de l'universo
    e del gregge di Dio padre e pastore,
    veduto fra le cure ov'egli  immerso
    d'una favilla uscir cotanto ardore,
    al ben comun da quel desio converso
    che spira e muove in lui l'eterno amore,
    pace vi manda; o vi dinunzia guerra,
    se voi la ricusate, in cielo e in terra.

    24.
    Quello che io dico a voi, dico al nemico
    vostro, ch 'l papa a tutti  giusto Padre:
    e se ben voi per retto e per oblico
    foste sempre ribelli a la gran Madre,
    e novamente a l'empio Federico
    congiunti avete e gli animi e le squadre;
    non vuol per che d'alcun vostro gesto
    s'abbia memoria o sentimento in questo.

    25.
    E mi manda a trattar pace fra voi
    con patti uguali; e mi comanda ch'io
    in armi debba aver fra un mese o doi
    dieci mila cavalli al voler mio
    per rintuzzar chi fia ritroso a i suoi
    santi disegni, al suo voler restio:
    e a Genova i contanti hammi rimesso,
    e trenta compagnie gi son qui appresso:

    26.
    e promette di darmi il re di Francia
    dodici mila fanti infra due mesi,
    s che 'l fondarsi in altro aiuto  ciancia.
    N pi sia detto a voi che a i Bolognesi.
    Il Papa sa che a correr questa lancia
    i danari di Dio fien meglio spesi
    ch'in erger torri e marmi in sua memoria
    d'armi e nomi scolpir, fumi di gloria. -

    27.
    Era capo di banca allor per sorte
    un Giacopo Mirandola, uom feroce,
    nemico aperto a la romana corte,
    turbulento di cor, pronto di voce.
    Questi volgendo a le ragioni accorte
    del romano Legato il dir veloce,
    con quella autorit ch'avuta avea,
    cos parl dal luogo ove sedea:

    28.
    - Il papa  papa e noi siam poveretti,
    nati, cred'io, per non aver che mali;
    e per siam da lui cos negletti
    e al popol fariseo tenuti eguali.
    Se per tiepidit noi siam sospetti,
    per diffidenza voi ci fate tali;
    ma se per troppo ardor, che possiam dire
    se non che 'l vostro giel nol pu soffrire?

    29.
    Fra i divoti di Dio noi siamo soli
    che non godiam di quel ch'a gli altri avanza,
    n possiamo ottener come figlioli
    nel paterno retaggio almen speranza.
    vengono genti da gli estremi poli
    e trovano appo voi felice stanza:
    noi soli siam da gli avversari nostri
    per esempio di scherno a dito mostri.

    30.
    Se in lupi si trasformano i pastori,
    gli agnelli diverran cani arrabbiati:
    che fra gli oltraggi quei sono i peggiori
    che ci fanno color ch'abbiamo amati.
    Ma da noi Federico armi ed onori
    per ch'in libert ci ha conservati:
    egli tratta con noi con cor sincero,
    e noi serbiamo fede al sacro Impero.

    31.
    N deve minor lode esser a nui,
    il conservar la libertade antica,
    ch'a gli altri l'occupar gli stati altrui
    e la fede ingannar di gente amica.
    Questo dico a chi tocca e non a vui,
    che se 'l papa si studia e s'affatica
    di porne in pace con paterno zelo,
    ne debbiamo levar le mani al cielo;

    32.
    quantunque non rispondano a le prove
    quel terzo ch'ei mand di Perugini,
    e questo monsignor che fa da Giove
    co i fulmini ch'avventa a i Ghibellini;
    per s'amor, se carit lo muove,
    se lo spirto di Dio spira i suoi fini,
    deh cessi il mal influsso a questa terra,
    e faccia il Papa a gl'infedeli guerra:

    33.
    ch noi siam pronti a riverire i suoi
    santi pensieri e far ci ch'egli impone,
    e a por liberamente in mano a voi
    ogn'arbitrio di pace, ogni ragione.
    L'onore intatto resti, e sia di noi
    quel che v'aggrada, acci ch'al paragone
    pi non abbiamo a rassembrar bastardi
    tra i vostri figli a gli altrui biechi sguardi.

    34.
    Ch quell'armi ch'or voi depor ci fate,
    se verr tempo mai ch'uopo ne sia,
    se verr tempo mai che le chiamiate
    o in Mauritania o a i regni di Soria,
    vi seguiran nel mar fra l'onde irate,
    vi seguiran per solitaria via,
    saran le prime a disgombrarvi i passi,
    onde a la gloria e a la salute vassi. -

    35.
    Qui il Mirandola tacque, e 'l concistoro
    tutto levossi a gridar - Pace, pace. -
    - E pace sia, rispose a un tempo loro
    il discreto pastor, s'ella vi piace,
    per me non fia che di s bel tesoro
    questa vostra citt resti incapace:
    n i Tedeschi, cred'io, l'impediranno,
    ch'omai confusi e mal condotti stanno.

    36.
    E 'l papa contra lor mosse in battaglia,
    non contra voi, la gente perugina,
    se non era con voi questa canaglia,
    egli impedita avra tanta ruina.
    Or ha segnata Dio giusta la taglia
    e versata ha su 'l mal la medicina.
    Siate voi pi devoti e men bizzarri,
    e camminate per la via de' carri. -

    37.
    Col fin de le parole in pi levato
    usc dov'eran dame e cavalieri:
    poi fe' chiamare i primi del senato,
    e consult con loro i suoi pensieri.
    In Modana due d stette il Legato
    fra giostre e feste e musiche e piaceri:
    il terzo se n'and verso Bologna
    per dar l'ultimo unguento a tanta rogna.

    38.
    Gli don la citt trenta rotelle,
    e una cassa di maschere bellissime,
    e due some di pere garavelle,
    e cinquanta spongate perfettissime,
    e cento salcicciotti e due cupelle
    di mostarda di Carpi isquisitissime,
    e due ciarabottane d'arcipresso,
    e trenta libre di tartufi appresso.

    39.
    Fu da mille cavalli accompagnato
    da la citt fino a i vicini lidi,
    dove trov l'esercito schierato
    che 'l ricev con suon di trombe e gridi.
    Il ponte e la riviera indi passato,
    da i Bolognesi e loro amici fidi
    fu ricevuto, e circa le vent'ore
    giunse a la lor citt con grande onore.

    40.
    Il d che venne, per trattenimento
    le spoglie gli mostrr del campo rotto,
    prigioni, armi, bandiere e ogni stormento,
    e fu in trionfo anch'egli il Re condotto.
    Indi per allegrezza il Reggimento
    gitt dalle finestre un porco cotto,
    ordinando che 'l d de la vittoria
    cos si fesse ogn'anno in sua memoria.

    41.
    Fece il Legato poi la sua ambasciata
    nel publico Consiglio, e non fu intesa
    con quella attenzion ch'imaginata
    s'era nel cominciar di quella impresa.
    Parea strano a ciascun che terminata
    fosse con pari onor quella contesa,
    e rivolean la Secchia ad ogni patto,
    e non volean che 'l Re fsse riscatto.

    42.
    Proponeva il Legato un mezzo onesto,
    che ritenendo il Re ch'avean prigione,
    rimettessero poscia in quanto al resto
    ne l'arbitrio del Papa ogni ragione.
    E quando ancor gli trov sordi in questo,
    n gli pot mutar d'opinione:
    - Dunque, disse sdegnato, i nostri amici
    han minor fede in noi che gli nemici?

    43.
    Or vi far veder quello ch'importe
    il disprezzar l'autorit papale. -
    Cos disse, e non pur fuor de le porte
    che chiudean le superbe e ricche sale,
    ma di Bologna usc con la sua corte;
    e volgendo il cammin verso il Finale,
    il Paulucci avis ch'immantenente
    il seguisse al Bonden con la sua gente;

    44.
    dove dovea trovarsi il giorno appresso
    Azio d'Este figliol d'Aldobrandino,
    e quivi esser da lui poscia rimesso
    nel ferrarese antico suo domino;
    come gli avea ordinato il Papa stesso
    con un breve, da poi ch'ei fu in cammino:
    e a un tempo fur da lui tutti chiamati
    i cavalli ch'adietro avea lasciati.

    45.
    Salinguerra, ch'intese il suo periglio,
    tosto del ponte abbandon l'impresa,
    e tornando a Ferrara, in iscompiglio
    ritrov la citt gi mezza presa.
    Ma risoluti a non mutar consiglio
    s'ostinaron via pi ne la contesa
    i Petroni, e stimr cosa leggiera
    l'aver perduta e l'una e l'altra schiera.

    46.
    Da l'altra parte i Gemignani volti
    al lor vantaggio, avean con segretezza
    danari a cambio da i Lucchesi tolti
    e assoldata milizia a l'armi avezza;
    e avendo i Padovani in campo accolti
    senza segno di tromba e d'allegrezza,
    si mostravan d'ardir, di forze impari
    per crescer confidenza a i temerari.

    47.
    E 'n tanto preparar feano in disparte
    ordigni da trattar notturno assalto,
    ponti da tragittar da l'altra parte,
    saette ardenti da lanciar in alto,
    fuochi composti in varie guise ad arte
    ch'ardean ne l'acqua e su 'l terreno smalto,
    falci dentate e machine diaboliche
    che non trovaron mai le genti argoliche.

    48.
    Tre giorni senza uscir de la trinciera
    stettero i Padovani e i Modanesi:
    ed ecco il quarto con sembianza altiera
    fuor de' ripari uscir de' Bolognesi,
    e su 'l ponte calar da la riviera,
    tutto coperto di ferrati arnesi,
    un fanton di statura esterminata
    nominato Sprangon da la Palata.

    49.
    Un celaton di legno in testa avea
    graticciato di ferro, e al fianco appesa
    una spada tedesca, e in man tenea
    imbrandita una ronca bolognesa.
    Quindi volto a i nemici egli dicea:
    - O Pavanazzi da la panza tesa,
    quando volidi uscir di quelle tane
    valisoni da trippe trevisane?

    50.
    Fra tanti poltronzon j n' neguno
    ch'apa ardimento de vegnir qua fora
    a far custion con mi, fina che l'uno
    sipa vittorios e l'altro mora? -
    Cos dicea, n rispondeva alcuno
    a la superba sua disfida allora:
    ma non tard ch'a rintuzzar quel fiero
    da l'antenoree tende usc un guerriero.

    51.
    Lemizio fu nomato o Lemizzone,
    piccolo e grosso e di costumi antico,
    avea ne la man destra un rampicone,
    e sopra la celata un pappafico;
    ne la manca una targa di cartone
    foderata di scotole di fico:
    del resto in giubberel con le gambiere
    parea un saltamartin proprio a vedere.

    52.
    Rise Sprangon vedendolo su 'l ponte,
    e motteggiollo e dileggiollo assai,
    chiamandolo aguzzin di Rodomonte,
    stronzo d'Orlando, ambasciator de' guai.
    Volgendo Lemizzon l'ardita fronte
    rispose: - Al cospettazzo, e che dirai
    burto porco arlev col pan de sorgo,
    se te fazzo sbalzar zoso in quel gorgo? -

    53.
    Alza la ronca a quel parlar Sprangone,
    e mena per dividergli le ciglia;
    Lemizzone la targa al colpo oppone,
    v'entra un palmo la punta e vi s'impiglia:
    ei la targa abbandona, e 'l rampicone
    gli avventa a l'elmo, e ne' graticci il piglia;
    e tira con tant'impeto a traverso,
    che 'n riva al ponte il fa cader riverso.

    54.
    Sprangon tocca del cul su 'l ponte a pena,
    che balza in piedi, e la sua ronca gira
    con quella targa infitta, e su la schiena
    ferisce Lemizzon che si ritira.
    Lemizzon de l'uncino a un tempo mena,
    ma non va il colpo ove drizz la mira;
    segnava a la visiera, e gi discese,
    e ne la stringa de' calzoni il prese.

    55.
    Con le ginocchia e con le mani in terra
    Lemizzon cade, e fa cader con esso
    le brache di Sprangon, ch'a sorte afferra
    col raffio ch'abbass nel tempo stesso:
    ma da la ronca a quel colpir si sferra
    lo scudo del carton spezzato e fesso:
    onde l'ardito Lemizzon che vede
    il rischio, salta in un momento in piede;

    56.
    e Sprangon, ch'a sbrigar le gambe attende,
    urta per fianco e gi da l'orlo il getta.
    Sprangon cadendo in una mano il prende,
    e 'l rapisce con lui per sua vendetta.
    ravviluppato l'un con l'altro scende;
    ma nel cader si distaccaro in fretta:
    batton su l'onda e vanno al fondo insieme;
    l'acqua rimbalza e 'l lido intorno freme.

    57.
    Lemizzon, ch' pi sciolto e pi spedito,
    soffia le spume e 'l volto alza da l'onda,
    e poi ch'ha scorto ov' sicuro il lito,
    passa notando in su l'amica sponda:
    ma da le brache sue l'altro impedito
    e da l'armi, rest ne la profonda
    voragine affogato e quivi giacque,
    cibo de' pesci e impedimento a l'acque.

    58.
    Ramiro Zabarella, un cavaliero
    il pi gentil che fosse a' giorni sui
    ma disdegnoso e furibondo e fiero
    con chi volea pigliar gara con lui,
    comparve armato sopra un gran destriero,
    dopo che Lemizzon chiar colui;
    e disse: - O Bolognesi, oggi la vostra
    disfida fste, e noi farem la nostra.

    59.
    Per doman su questo ponte stesso
    tutti vi sfido a singolar battaglia
    con lancia e spada, acci che meglio espresso
    si vegga chi di noi pi in armi vaglia. -
    Qui tacque il Zabarella, e segu appresso
    il grido universal de la canaglia:
    e fu accettata la disfida altiera
    da i cavalier de la contraria schiera.

    60.
    Era ne la stagion ch'i sensi invita
    a ristorarsi omai la notte bruna,
    e con luce scemata e scolorita
    s'era congiunta al sol l'umida luna:
    la gente di Bologna, insuperbita
    dal passato favor de la fortuna,
    dorma secura in aspettando l'ora
    ch'esca Ramiro a la battaglia fuora.

    61.
    Quand'ecco a l'arma a l'arma, e d'oriente
    volando il grido a mezzogiorno arriva,
    a l'arma a l'arma s'ode a l'occidente,
    rimbomba l'aria e fa tremar la riva.
    La sonnacchiosa e spaventata gente
    sorgea confusa; e quinci e quindi giva,
    ravvolgendo e intricando ordini e schiere,
    e cercando a lo scuro armi e bandiere.

    62.
    Avean taciuto i Modanesi un pezzo
    per cogliere il nemico a l'improviso,
    e da pi parti riserrarlo in mezzo
    per farlo rimaner vie pi conquiso,
    parendo lor che la vittoria avezzo
    l'avesse a trascurar quasi ogn'aviso.
    Presero il tempo e 'l ritrovr distratto
    e da simil pensier lontano affatto.

    63.
    Correano a gara i capitani al ponte,
    dove maggior periglio esser parea:
    e quivi il furibondo Eurimedonte
    col destriero ingombrato il varco avea;
    e in minacciosa e formidabil fronte,
    con la spada a due man ferendo, fea
    smembrati e morti gi da l'alta sponda
    cavalli e cavalier cader ne l'onda.

    64.
    A Petronio Casal divise il volto
    fra l'uno e l'altro ciglio in fino al petto;
    a Gian Pietro Magnan, ch'a lui rivolto
    gi tenea per ferirlo il brando eretto,
    tronc la mano e aperse il fianco, e sciolto
    trasse lo spirto fuor del suo ricetto;
    e partito dal collo a una mammella
    Ridolfo Paleotti usc di sella.

    65.
    Ma di gente plebea n'uccide un monte
    che s'erge sovra l'onda e innanzi passa;
    seguono i Padovani; e gi del ponte
    le steccate e le sbarre addietro lassa.
    Quindi ne le trinciere urta per fronte
    e le rompe, le sparge e le fracassa;
    si rinforza il nemico, e fa ogni prova
    contra tanto furor, ma nulla giova;

    66.
    ch da levante vien per fianco il forte
    Gherardo a un tempo, e da ponente viene
    Manfredi, e l'uno e l'altro ha in man la morte,
    e fa di sangue rosseggiar l'arene.
    trasser le genti lor con pari sorte
    di l da l'onda, e per le rive amene
    taciti costeggiando a un punto furo
    sopra i nemici incauti al ciel oscuro.

    67.
    A prima giunta in cento parti e cento
    acceso fu ne' palancati il foco:
    crebbe la fiamma e la diffuse il vento,
    e l'inimico a quel terror di loco.
    Urtando i Gemignani, e al violento
    impeto loro ogni riparo  poco.
    Da l'altra parte i Padovani anch'essi
    hanno gi i primi in su l'entrata oppressi.

    68.
    Varisone, fratel di Nantichiero,
    che Barisone ancor fu nominato,
    uccise Urban Guidotti e Berlinghiero
    dal Gesso, e 'l Manganon da Galerato.
    Seco avea Franco e 'l valoroso Alviero
    e don Stefano Rossi, a cui fu dato
    il cognome a l'uscir di quel periglio,
    perch tutto di sangue era vermiglio.

    69.
    Al pretor di Bologna intorno stanno
    tutti i primi guerrier del campo armati:
    egli che vede la ruina e 'l danno
    e non pu riparar da tanti lati
    esce da tramontana; e se ne vanno
    di Castelfranco a i muri abbandonati:
    e si riparan quivi, e quivi accolte
    sono le genti rotte in fuga volte.

    70.
    Il popolo di Fano e di Cesena
    rest col fior de' Milanesi estinto;
    de' Ravennati e Forlivesi a pena
    fu ricondotto a Castelfranco il quinto;
    preso il carroccio, ogni campagna piena
    di morti, ogni sentier di sangue tinto;
    gli alloggiamenti e la nemica preda
    restaro al foco e a le rapine in preda.

    71.
    Pi non tornaro al ponte i Modanesi,
    ma a Castelfranco fr passar la gente:
    e quivi furo i padiglioni tesi
    poco distanti al lato di ponente,
    dove ancor sono i margini difesi
    da una trinciera quadra ed eminente,
    che pu veder passando in su la strada
    qualunque dal castello al fiume vada.

    72.
    Tiraro il d seguente una trinciera
    i Bolognesi fuor de la muraglia,
    e quivi usciro armati a la frontiera
    contra i nemici in atto di battaglia:
    ma stetter poi cos fino a la sera,
    per mostrar di non ceder la puntaglia.
    E in tanto il Reggimento avea mandato
    un messo in fretta al Cardinal Legato;

    73.
    cui chiedendo perdon del folle eccesso,
    d'aiuto il supplicava e di consiglio
    con libero e assoluto compromesso,
    pur che levasse i suoi fuor di periglio.
    Egli, dissimulando il gusto espresso
    di vedergli abbassato il superciglio,
    mostr dolersi de l'avuta rotta;
    e fe' ritorno a la citt del Potta.

    74.
    Quivi accolto in Senato ei disse: - Amici,
    io torno a voi con quell'istessa fede
    ch'io ritrassi l'altrier, che i benefici
    non mi faceano ancor sperar mercede.
    Voi, ch'io credea di ritrovar nemici,
    fste donna di voi la Santa Sede;
    e i nostri amici vecchi insuperbiti
    mutaron fede e ne lasciar scherniti.

    75.
    Or ha l'orgoglio lor Dio rintuzzato:
    io che 'l sentiero a la vittoria ho fatto,
    che 'l terzo di Perugia ho lor levato,
    che Salinguerra fuor del campo ho tratto,
    l'arbitrio che da voi pria mi fu dato
    vi ridomando, ma per con patto
    che debba l'onor vostro esser securo;
    e cos vi prometto e cos giuro. -

    76.
    Il Mirandola allora alzato in piede
    gli rispose: - Signor, la patria mia
    n per incontro a la fortuna cede,
    n per felicit s stessa obla.
    L'arbitrio che da prima ella vi diede,
    l'istesso or vi conferma, e sol desa
    che siate voi magnanimo in usarlo,
    com'ella  pronta e generosa in darlo. -

    77.
    Ringrazi que' signori, e fe' partita
    da Modana il Legato il giorno stesso:
    e conchiusa la pace e stabilita
    fra le parti in virt del compromesso,
    con gaudio universal, con infinita
    sua lode publicolla il giorno appresso;
    riserbando ne' patti a i Modanesi
    la Secchia e 'l Re de' Sardi a i Bolognesi.

    78.
    Nel resto si dovean tutti i prigioni
    quinci e quindi lasciar liberamente,
    e le terre e i confini e lor regioni
    ritornar come fur primieramente.
    Cos finr le guerre e le tenzoni,
    e 'l giorno d'Ogni Santi al d nascente
    ognun part da la campagna rasa,
    e torn lieto a mangiar l'oca a casa.

    79.
    Voi buona gente che con lieta ciera
    mi siete stati intenti ad ascoltare,
    crediate che l'istoria  bella e vera;
    ma io non l'ho saputa raccontare.
    Paruta vi sar?ia d'altra maniera
    vaga e leggiadra, s'io sapea cantare;
    ma vaglia il buon voler, s'altro non lice,
    e chi la legger viva felice.

    FINE.











    DICHIARAZIONI
    DI GASPARE SALVIANI
    ALLA SECCHIA RAPITA.
    [dall'edizione del 1630, attribuite ad A. Tassoni].

    CANTO PRIMO.

    Stanza prima, verso 4.
    I Bolognesi sono chiamati Petronii  e  i  Modanesi  Gemignani  per  la
    moltitudine de' cittadini dell'una parte e dell'altra che hanno questi
    nomi;  non per disprezzo alcuno,  poich per altro sono nomi de' Santi
    protettori di quelle due citt.

    Stanza seconda, verso 8.
    Accenna la conformit,  che  tra il rapimento d'Elena e quello  della
    Secchia.

    Stanza quarta, verso 1.
    Veramente  la  Republica  di  Venezia in quel tempo,  veggendo ruinare
    l'imperio greco,  attendeva a profittarsi  della  caduta  sua,  e  non
    premeva  molto  nelle  cose  d'Italia.  "Rebuelta  de rio,  gananza de
    pescador".

    Stanza quinta verso 4.
    Questa  moneta che spende ordinariamente la  Corte  di  Roma.  Diceva
    prima: "Ma non avran dal Papa altro che messe".  Fu mutato,  perch il
    satirizzare su  l'imperfezioni  de'  religiosi  pecca  in  moralit  e
    scandalizza gli uomini pii.

    Stanza decima, verso 8.
    Us questa voce "pitale" il poeta e molt'altre della Corte di Roma, s
    per  la  licenza,  che  concede Aristotile ai poeti epici d'usar varie
    lingue;  ma molto pi perch egli ebbe opinione che la  favella  della
    Corte romana fosse cos buona, come la fiorentina, e meglio intesa per
    tutto.

    Stanza dodicesima, verso 2.
    I  Modanesi  portano  per  impresa  della citt loro una trivella: col
    motto: "Avia pervia".

    Stanza dodicesima, verso 5.
    Questo non  capriccio del  poeta,  come  l'hanno  tenuto  alcuni,  ma
    istoria  vera cavata dalle croniche del Lancillotto: il quale aggiugne
    anco di pi,  che occorse un giorno che sementando  certi  agricoltori
    fagioli dietro le rive del Panaro, il podest di Modana usc con gente
    armata  a  far loro la scorta,  perch non fossero impediti dai nemici
    ch'erano  anch'essi  in  campagna:  onde  i  Bolognesi,  come  faceti,
    inventarono  poi  che  'l Potta di Modana sementava i fagioli stando a
    cavallo.

    Stanza tredicesima, verso 1.
    Questi  figurato pe 'l conte Lorenzo Scotti amico del poeta, che mor
    poi alla corte dell'imperatore Mattias.

    Stanza tredicesima, verso 8.
    Gherardo figlio di Rangone Rangoni  fu  veramente  in  quel  tempo;  e
    secondo  l'istorie  del  Campanaccio  e  del  Sigonio,  furono  egli e
    Tomasino Gorzani capitani del  popolo  modanese  in  quella  guerra  e
    insieme col re Enzio rimasero ambidue prigioni.

    Stanza quattordicesima, verso 2.
    "Marrabisi":    voce  lombarda,  e  significa uomini di mal affare: 
    propria de' Bolognesi.

    Stanza quattordicesima, verso 5.
    La Fossalta  un passo d'un torrente tra Modana e 'l fiume Panaro, che
    si passa a guazzo co' piedi asciutti.

    Stanza sedicesima, verso 1.
    Questo  nome finto.

    Stanza sedicesima, verso 5.
    Aristotile insegn all'epico ch'egli poteva  usare  la  variet  delle
    lingue;  onde  il  poeta  qui  si serve della regola per introdurre il
    ridicolo.

    Stanza venticinquesima, verso 3.
    "Bedano" appresso i Bolognesi significa quello che appresso  i  Sanesi
    significa "besso", scemo, balordo.

    Stanza ventiseiesima, verso 5.
    Il  capitan  Curzio Saracinelli fu uomo bravissimo,  ma milantatore al
    possibile;  non s'era fatta guerra in cent' anni,  dove egli non fosse
    intervenuto;  e  non  era intervenuto in guerra,  dove di sua mano non
    avesse tagliato a pezzi almeno cent'uomini,  e  particularmente  nelle
    guerre di Fiandra e di Portugallo.

    Stanza ventottesima, verso 1.
    Questi  fu  un dottore senza naso;  ma il colpo era stato piuttosto di
    guaina che di spada.

    Stanza ventinovesima, verso 1.
    Qui  forza narrare  un  accidente  ridiculoso  intervenuto  al  poeta
    mentre  era  allo Studio di Bologna,  che forse diede materia a questi
    versi.  Era di carnevale,  e standava in  maschera;  e  'l  poeta  era
    vestito  da  Zanni  dottore  con una zimarra e una beretta di velluto.
    Incontrossi in tre altri mascheri vestiti da Zanni, in San Mammolo,  i
    quali  toltolo in mezzo il cominciarono a urtare;  e uno di loro,  che
    portava un formaggetto vecchio legato con una  corda,  gli  diede  con
    esso  una botta su lo stomaco,  e 'l fece cadere in terra;  e un altro
    gli lev la beretta che gli era caduta nel fango,  e gliela port  via
    trafugandosi  fra  gli altri mascheri,  e 'l fece rimanere un Zanni da
    dovero.  Egli seppe dappoi che quello che  l'aveva  fatto  cadere  era
    stato uno de' Zambeccari,  e quello che gli aveva tolta la beretta era
    stato un tal Dal Gesso che mor poi la state seguente,  e 'l terzo era
    uno de' Scadinari.

    Stanza trentunesima, verso 1.
    Questa    un'osteria fuor di porta San Felice a Bologna,  dove sempre
    suol essere buonissimo moscadello.

    Stanza trentanovesima, verso 3.
    Alcuni vogliono che Bologna fosse anticamente detta Boionia, dai Galli
    Boi, che abitarono quivi.

    Stanza quarantunesima, verso 4.
    Manfredi Pio non fu molto distante a quei tempi; fu capo delia fazione
    ghibellina e vicario imperiale in quelle parti.

    Stanza quarantatreesima, verso 7.
    La secchia, che tuttavia si conserva in Modana,  veramente d'abete; e
    mostra che fosse nuova con  tre  cerchi  e  il  manico  di  ferro.  E'
    anticaglia degna d'esser veduta,  come quella che tiene il terzo luogo
    dopo la nave d'Argo e l'arca di No.

    Stanza quarantottesima, verso 3.
    Chi desidera di  sapere  il  successo  di  questa  vergine,  legga  il
    Leonico, "De varia historia" etc.

    Stanza cinquantaduesima, verso 1.
    Bonadamo  Boschetti  era veramente vescovo di Modana in quei tempi,  e
    come uomo di fazione era stato cacciato dai ghibellini.  Questa ottava
    si leggeva prima cos:

    Era vescovo allor per aventura
    de la citt messer Adam Boschetti,
    che celebrava con solenne cura
    quando i suoi preti li facean banchetti.
    Non dava troppo il guasto a la scrittura,
    le starne gli piacevano e i capretti,
    e in cambio di dir vespro e matutino
    giucava i benefici a sbarraglino.

    Ma  perch  al  poeta parve d'aver ecceduto nel motteggiare la persona
    d'un vescovo per altro di nobilissima famiglia e molto sua  amorevole,
    non ostante che avesse motteggiata la persona sola e non la dignit n
    la  famiglia,  la  corresse  come  si  vede.  I  difetti delle persone
    eminenti s'ascoltano con gusto, perch servono di scusa agli inferiori
    delle loro imperfezioni: ma il motteggiare le persone sacre non si pu
    ammettere in buona politica, perch scema la riverenza alla religione.
    E  per  questo  furono  mutati   eziandio   quei   versi   dell'ottava
    sessantaduesima:

    Sotto la porta stava Monsignore
    dimenando il cotal dell'acqua santa.

    Stanza sessantunesim, verso 1.
    "Cataline" sono chiamate qui le contadine del modanese,  perch dicono
    Catalina in cambio di Caterina,  e infinite di loro hanno questo nome,
    ma il proferiscono alla spagnola, e i Bolognesi le beffeggiano.

    Stanza sessantatreesima, verso 7.
    Molti  credono,  che questa sia favola;  ed  istoria verissima.  e in
    passando da Modana se ne posson chiarire.


    CANTO SECONDO.

    Stanza settima, verso 3.
    Questo Rarabone, che 'l poeta finge qui per autore della sua famiglia,
    non si sa che veramente fosse allora capo di banca;  ma si trova  per
    nelle  croniche di quella citt scritto fra gli anziani e conservatori
    di essa ventott'anni appresso.

    Stanza undicesima, verso 2.
    Equivoca e scherza sopra il nome di Marcello,  che in  Venezia    una
    moneta da dodici soldi.

    Stanza tredicesima, verso 3.
    Il  dottor Camillo Baldi fu principal lettore dello Studio di Bologna,
    e amico del poeta;  e avea  le  sue  possessioni  a  Grevalcore  terra
    palustre;  dove,  alle prime rane che si veggono,  sogliono i Modanesi
    motteggiare che quei di Grevalcore non possono  pi  perir  di  quell'
    anno, perch quivi ne nascono e se ne mangiano assai.

    Stanza quindicesima, verso 7.
    Veramente  Appiano  Alessandrino,  descrivendo  il  luogo  dove  Pansa
    console fu ucciso dalle genti di  Marc'Antonio,  pare  che  additi  le
    valli  di  Grevalcore;  dove  tanto  gli uomini quanto le rane nascono
    verdi e gialli.

    Stanza ventisettesima, verso 6.
    Veggansi l'istorie di quei tempi,  e  troverassi  che  i  Modanesi,  i
    Parmegiani e i Cremonesi erano sempre uniti in lega.

    Stanza ventottesima, verso 1.
    Finge  il  poeta che la Fama porti gli avisi e le gazzette de' menanti
    d'ltalia alla corte di Giove.

    Stanza trentacinquesima, verso 4.
    Intende delle maremme di Siena,  i cui  cervelli  hanno  fama  d'avere
    occulta intelligenza con questa Dea.

    Stanza trentacinquesima, verso 8.
    Le   meretrici   invecchiate   e  dismesse  sogliono  per  l'ordinario
    applicarsi a cos fatti lavori.

    Stanza trentaseiesima, verso 2.
    Rappresenta certe mogli indiavolate e traverse,  che sempre aggiustano
    tutte  le faccende loro a disgustare il marito.  S'egli ha forestieri,
    esse vogliono fare il bucato;  se vuol mangiar per tempo,  esse  vanno
    all' ultima messa; s'egli ha bisogno di loro, vanno a lavarsi il capo:
    altre  non si mettono mai ad intrecciarsi i capegli,  se non quando si
    vuole andare a tavola,  per farsi aspettare un  pezzo:  strebbiatrici,
    insolenti, picchiapetti.

    Stanza trentaseiesima, verso 8.
    E'  galanteria,  che s'usa nelle corti di Roma,  acci che i servidori
    non s'imbriachino. Sono di quei beneficii non ricercati,  che sogliono
    usare i moderni caritativi.

    Stanza quarantatreesima, verso 1.
    Il signor Guglielmo Moons,  agente del serenissimo elettor di Colonia,
    paragon questo luogo con quelli d'Omero e di  Vergilio;  ma  non  gli
    parvero  da  competere:  ma  io so che 'l poeta non ebbe intenzione di
    concorrer con essi.

    Stanza quarantatreesima,verso 7.
    Chi non intende il poeta, legga le veridiche istorie di Luciano,  dove
    tratta delle battaglie seguite tra Endimione e Fetonte ne' campi della
    Luna.

    Stanza quarantaquattresima, verso 2.
    Dante disse "Inf." 18, 61: "Tra Savna e 'l Ren dove si dice Sipa".

    Stanza quarantacinquesima, verso 8.
    Saturno,  pianeta  maligno,  che  agli uomini co' suoi influssi sempre
    minaccia danni,  risponde  qui  conforme  alla  sua  natura.  E  Marte
    applaude  alla  sua  risposta,  per  esser  anch'egli  pianeta di mala
    qualit.

    Stanza quarantaseiesima, verso 7.
    Parla astrologicamente: perci che,  se la stella di  Marte    mirata
    d'aspetto  opposto  o  quadrato  da quella di Venere,  a' suoi cattivi
    infiussi vien scemato il vigore.

    Stanza cinquantesima, verso 1.
    A Modana si fanno e s'adoprano le maschere pi che in citt del mondo;
    e 'l carnevale vi sono continue danze e tornei e giostre e bagordi.  E
    quivi  parimenti  sono  trebbiani  dolcissimi  ed  altri vini in copia
    grande.

    Stanza cinquantesima, verso 8.
    Allude al proverbio "far la barba di stoppa";  e motteggia  le  statue
    degli Dei de' gentili ch'avevano la barba d'oro: onde Dionisio tiranno
    la lev ad Esculapio, dicendo ch'era indecenza che 'l figlio avesse la
    barba e 'l padre, ch'era Apollo, fosse sbarbato.

    Stanza cinquantasettesima, verso 8.
    Pi  modestamente  non  si  poteva  dichiarare l'oscenit,  n con pi
    acutezza schernire  il  gentilesimo.  Alcuni  si  credettero  d'imitar
    questi dileggiamenti degli Dei de' gentili,  e diedono nelle seccagini
    e nelle freddezze: "Ma ognun del suo saper par che s'appaghi".

    Stanza sessantesima, verso 1.
    La plebe di Bologna suol essere astutissima:  aggiuntovi  poi  l'esser
    oste e l'esser guerzo, affina la tristizia a ventiquattro carati.

    Stanza sessantatreesima, verso 2.
    Chiama  il  poeta  fetente Modana per rispetto delle sue strade lorde,
    dominate pi dalla dea Merdarola che dal  dio  Febo.  Un  altro  poeta
    disse:

    Modana e una citt di Lombardia
    Tra 'l Panaro e la Secchia in un pantano,
    Dove si smerda ogni fedel cristiano
    Che s'abbatte a passar per quella via.

    I Modanesi sogliono con tutto ci dire che la citt loro ha due strade
    per tutto: una per gli uomini e l'altra per le bestie;  intendendo che
    i portici, che sono in tutte le contrade, servano per gli uomini.

    Stanza sessantacinquesima, verso 3.
    Bacco non poteva chiamar  gente  pi  sua  affezionata  e  divota,  n
    invitarla in luogo dove fosse meglio trattata;  perci che a Modana ci
    sono bonissimi vini,  e in tanta quantit che si vende a tre giulii il
    barile:  onde si pu dire che quivi sia la regia di Bacco,  e la terra
    di promissione de' Tedeschi.

    Stanza sessantacinquesima,verso 7.
    Questi  il primo Santo che venga dopo le vendemmie; e suole essere la
    sua festa destinata ad assaggiare i vini nuovi.  Oltre di ci Gregorio
    Turonese fra' miracoli di questo Santo conta alcune moltiplicazioni di
    vino;  s  che  per  tutti  questi  rispetti i Tedeschi deono avere in
    venerazione particolare questo gran Santo.


    CANTO TERZO.

    Stanza quarta, verso 1.
    E' promessa simile a quella che gi fece l'istessa  dea  a  Paride;  e
    accenna l'origine de' signori Bentivogli, che tengono di esser discesi
    dal re Enzio.

    Stanza undicesima, verso 8.
    Culagna   una rocca smerlata su le montagne di Reggio,  famosa come a
    Roma Capodibove.

    Stanza tredicesima, verso 8.
    Le corna erano  anticamente  segno  di  corona,  e  oggid  ancora  in
    Germania  si  portano  sui  cimieri  in  segno di nobilt.  Per niuno
    interpreti a sinistro il cimiero  di  questo  eroe,  che  porta  corna
    ch'ognuno le vede, e tal le porta che non se le crede.

    Stanza quattordicesima, verso 1.
    Ad  un  cavaliero  de'  Montecuccoli  parve  che  questo  fosse il suo
    ritratto: ma molte cose dette a caso paiono alle volte dette a posta.

    Stanza quindicesima,verso 7.
    Quando Balduino imperator  di  Costantinopoli  venne  in  Italia,  nel
    passar  per  Modana  fece veramente alcuni cavalieri tra' quali furono
    Attolino e Guidotto Rodea,  Forte Livizzano e  Rainero  de'  Denti  di
    Balugola.

    Stanza diciottesima, verso 1.
    Camillo  del  Forno fu veramente uomo arrischiato e bravo ma in ultimo
    essendosi fatto capo di banditi, la sua temerit il precipit.

    Stanza ventesima, verso 2.
    Questo arciprete fu ribello del comune di  Modana,  e  gli  occup  la
    terra del Finale, e gli fece di molti danni.

    Stanza ventiquattresima, verso 1.
    Questa  fu istoria vera: e chi desidera di saperla,  legga quel che ne
    scrive il conte Giovan Paulo Caisotto nell'istorie di Nizza.

    Stanza trentesima, verso 1.
    Corleto e Grevalcore furono detti a  contraposizione  "Cor  laetum  et
    Grave  cor";  questo  dai soldati di Pansa ucciso quivi;  e quello dai
    soldati d'Ottaviano vittorioso in quel  luogo,  quando  liber  Modana
    dall'assedio.

    Stanza trentesima, verso 7.
    Quest'era  un  maestro di scuola famoso,  a cui essendo venuto uno de'
    suoi contadini a dargli nuova che gli era morta una vacca,  il rimand
    in villa e gl'insegn che gli facesse un beverone che sarebbe guarita.

    Stanza trentunesima, verso 1.
    Questo  dottore  si  marit  con  una  giovinetta in et matura e mor
    subito.  I vecchi,  che si maritano a  donne  giovani,  sono  giubboni
    vecchi che s'attaccano a calzoni nuovi, che subito si schiantano.

    Stanza trentaduesima, verso 1.
    Ebbe nome Bartolomeo, e fu appunto quale il poeta il descrive.

    Stanza trentacinquesima, verso 2.
    L'arma  de' signori Boschetti  una grattugia con certe sbarre;  ma il
    poeta  la  finge  una  gradella,   perch  veramente  i   pittori   la
    rappresentano piuttosto in forma di gradella che di grattugia.

    Stanza trentanovesima, verso 1.
    Questo  si  chiama San Martino de' Ruberti,  famiglia nobile reggiana,
    che vanta la sua origine d'Africa;  e per questo il poeta  le  d  per
    impresa un Saracino.

    Stanza quarantesima, verso 1.
    Questa  fu antica e nobil famiglia oggid estinta.  Zaccaria fu signor
    di Carpi; ma da Manfredi Pio, ch'era allora vicario imperiale,  gli ne
    fu levato il dominio.

    Stanza quarantaseiesima, verso 1.
    Intende  della  famosa  Accademia  della Crusca di Firenze,  che porta
    l'istessa impresa.

    Stanza quarantaseiesima, verso 8.
    Gli finge unti, perch quivi nasce l'olio di sasso famoso,  intorno al
    quale faticano.

    Stanza quarantasettesima, verso 2.
    I vini di Sassuolo sono perfettissimi.

    Stanza quarantottesima, verso 1.
    Quei  della  Rosa  furono  in  quel  tempo  signori  di  Sassuolo;   e
    chiamavansi egualmente quei della posa e  quei  di  Sassuolo.  Oggi  
    famiglia estinta

    Stanza quarantanovesima, verso 1.
    Scherza  su 'l nome e su le bellezze della signora Laura Cesi contessa
    di Pompeiano. Sol che tramonta.

    Stanza cinquantesima, verso 2.
    Il conte Ercole Cesi aveva assuefatte alcune giovani di quelle  terre,
    che tiravano co' moschetti a segno, come gli uomini.

    Stanza cinquantunesima, verso 1.
    Cio avea il cognome e'l dominio della terra di Cervarola e di Saltino
    e del Pigneto e di Morano paese vicino.

    Stanza cinquantaquattresima, verso 3
    Rappresenta nell'insegna un uomo collerico.

    Stanza cinquantasettesima, verso 2.
    Questo cavaliere aveva una sorella bellissima, che poi si fece monaca

    Stanza cinquantasettesima, verso 4.
    Settecento  uomini  che  guardavano  un  passo stretto d'una montagna,
    veggendo apparire certi cavalli nella pianura,  a  quella  vista  sola
    tutti si misero in fuga,  perch avevano per capo il conte di Culagna.
    E' istoria antica che sente del moderno.

    Stanza cinquantanovesima, verso 1.
    Allude al conte Fabio Scotti,  conte di  Miceno,  detto  corrottamente
    Muceno.

    Stanza sessantaquattresima, verso 1.
    Niuna  cosa  vien  istimata  pi abile a muovere il riso che gli abiti
    contrafatti;  e per il poeta arma questi popoli montagnuoli cos alla
    scapigliata.

    Stanza sessantacinquesima, verso 2.
    Alberto  ebbe nome,  e fu giovane valoroso nell'armi,  che poi si fece
    frate cappuccino.

    Stanza sessantacinquesima, versi 3- 4.
    Questi due versi si leggono guasti in alcuni testi, non so da chi,  n
    perch,  essendo  rappresentazione  d'un  atto  ridiculo  che sogliono
    ordinariamente fare i putti cristiani in disprezzo del  giudaismo.  Ma
    alle  volte  taluno  si  fa  scrupolo  a  sputare  in chiesa,  che poi
    ruberebbe la sagrestia.

    Stanza sessantaseiesima, verso 2.
    Cio Morovico signor di Ronchi, e di casa Ronchi.

    Stanza sessantasettesima, verso 8.
    Chiamasi la Torre dell'Oche grande,  non  rispetto  al  luogo,  ma  al
    numero di quelli che hanno il cervello d'oca.

    Stanza settantatreesima, verso 4.
    La  bizzaria di queste insegne par fatta a caso;  ma nelle pi di loro
    vi  sono  degli  artificii  occulti,  i  quali  si  tacciono  per  non
    offendere.

    Stanza settantacinquesima, verso 1.
    Fu  verissimo  che in quella guerra i Fiorentini anch'essi aiutarono i
    Bolognesi: e il commessario loro fu messer Botticella degli Orciolini.


    CANTO QUARTO.

    Stanza seconda, verso 6.
    La "montiera"   un cappelletto alla spagnola da portare in casa,  che
    usavano anche gli antichi;  onde Svetonio in Augusto: "Domi quoque non
    nisi  petasatus  sub  dio  spatiabatur".   Augusto  per  rispetto  de'
    crepuscoli non passeggiava in casa allo scoperto senza la montiera.

    Stanza terza, verso 1.
    Chiama seme de' Latini i Modanesi, perch Modana era stata colonia de'
    Romani.

    Stanza terza, verso 4.
    Gli  scrittori  antichi  mettono  il  Lavino  fiume  nel territorio di
    Modana. Ma Carlo Magno, nella divisione che fece de' confini d'ltalia,
    divise col Panaro i confini di Modana e di  Bologna,  perch  in  quel
    tempo  Modana  era  distrutta  e  spopolata  e  Bologna populatissima.
    Succederono poi Federico Barbarossa e Federico Secondo, i quali avendo
    i Bolognesi per difidenti e per nemici tenevano un presidio a  Modana,
    e  non  lasciavano  goder  loro quel territorio in pace per le ragioni
    antiche.

    Stanza quarta, verso 1.
    E' castello su la strada maestra ne'  confini  de'  Bolognesi,  oggid
    aperto.

    Stanza qundicesima, verso 1.
    Furono  veramente  i  Parmegiani  aspri  nemici  di  Federico Secondo.
    Veggansi l'istorie.

    Stanza ventunesima, verso 8.
    La "Rossina"   una canzone triviale che  si  canta  in  Lombardia;  e
    cominciando  dalle  chiome dice: "Le belle chiome c'ha la mia Rossina,
    Rossina bella fa la li le l: Viva l'amore e chi morir mi fa"  e  cosi
    va seguendo.

    Stanza ventottesima, verso 1.
    Il testo primo diceva: "Uccise d'an gran taglio Angel Rasello". Et era
    un  ritratto  cavato  dal  naturale  d'un  personaggio ora morto,  che
    quadrava a puntino.

    Stanza trentanovesima, verso 1.
    Avendo i Ferraresi cacciato Aldobrandino da Este per l'alterigia  sua,
    s'elessero  per  signor  Salinguerra  Torelli,  o  Garamonti com'altri
    vogliono.  Ma poco  dopo  Salinguerra  fu  anch'egli  cacciato,  e  fu
    restituito  il  dominio  ad  Azio  da  Este  figliuolo d'Aldobrandino.
    Vogliono nondimeno alcuni speculativi che qui  il  poeta  alluda  alla
    cacciata  di  qualche altro signor pi moderno.  Salinguerra,  secondo
    l'istorie del Biondo,  fu aiutato da Ezzelino  tiranno  di  Padova  ad
    acquistare il dominio di Ferrara, perch era suo cognato e gli Estensi
    erano suoi nemici.

    Stanza quarantesima, verso 3.
    Questo   un contrasegno del marchese Fontanella conte di San Donnino,
    che soleva far quell' atto.

    Stanza sessantunesima, verso 7.
    La famiglia Canossa era fino a quel tempo molto nobile e  gli  storici
    dicono  che  Guido  Canossa  fu  veramente capo del popolo reggiano in
    quella guerra,  e che,  trasportato dall'impeto del cavallo e  ferito,
    s'affog in una fossa.

    Stanza sessantaquattresima, verso 1.
    Questa  potrebbe  esser  giudicata da qualcheduno invenzione del poeta
    per ischernire  i  Reggiani;  e  non    cos:  perci  che  veramente
    nell'archivio  de'signori  Pii  si  trova una sentenza data in Rubiera
    l'anno 1255 alli 20 di febbraro, regnando Federico Secondo imperatore,
    ed essendo suo vicario  in  Modana  il  signore  Alberto  Pio;  e  tal
    sentenza fu data dal dottore Andrea Canossa da Parma, giudice deputato
    da esso Signore Alberto nella controversia che allora si disputava tra
    la  comunit  di  Reggio  e quella di Modana,  la quale per esser cosa
    lunga non la riporter qui tutta,  ma le parole e  clausule  solamente
    che  contengono  il  punto  di  questo  accidente.  E  sono quelle che
    seguono:
    "Christi nomine repetito, etc.
    Dicimus,   sententiamus  et  pronuntiamas  et  diffinimus,   et  iudex
    quietamus liberamus et absolutos, quietos et liberatos esse iubemus et
    condemnamus  et  ut arbiter arbitramur et sententiatum esse volumus et
    condemnamus ut intra, videlicet:
    Dictos  de  Reggio,  sea  pradictam  communitatem  Reggii  teneri  et
    obligatos seu obligatam esse extrahere videlicet cothurnos,  stivalia,
    soturales et crepidas,  in signum  hanoris  et  reverenti  debit  et
    debend  prdictis  Mutinensibus,  in  itinere  pedestri,  equestri et
    navali,  in quibascumque domibus  hospitiis  et  ad  omnem  quamcumque
    volantatem  prdictorum  Mutinensium  requirentium  et  etentium  sibi
    calciamenta  extrahi  debere  et  stivalia  cothurnos  sotalaria   vel
    crepidas,  sic  extractas  vel  extracia purgare,  mundare,  lavare et
    ezsdem et quibuscumque eorum,  ut dominis suis eos vel ra  prsentare.
    Et ita pronunciamus omni meliori modo etc.
    Prsentibus  ambobus  prdictis  procuratoribus seu mandatariis D.  D.
    Pietro de Nava et Francisco Regino etc.
    Actum in Castro Herberi etc."
    A questa scrittura precedono e seguono le solite clausole,  le  quali,
    come ho detto,  per brevit si tralasciano, bastandoci avere accennata
    qui la sostanza del fatto. Se poi tale scrittura sia cosa vera e reale
    o pur finta,  me  ne  rimetto  all'altrui  giudicio,  bastandomi  aver
    significato che l'originale  in casa de' signori Pii di Savoia, e che
    non  invenzione del poeta.

    Stanza sessantacinquesima, verso 6.
    "A  sesta",  cio  a  misura.  Ma  questa  pur  anco  parr  ad alcuno
    invenzione  del  poeta  contra  i  medesimi  Reggiani:   e   nondimeno
    nell'istorie  del  regno  d'ltalia sotto l'anno 1152 e in altri autori
    ancora,  si legge ch'essendo in lega i Modanesi co' Parmegiani ruppero
    l'esercito  de'  Reggiani  e  ne  menarono  a  Parma un gran numero di
    prigioni;  e che 'l giorno seguente,  mostrando di volerli arder vivi,
    accesero  in  piazza  un  gran foco;  poi trattili di prigione con una
    canna in mano per ciascheduno,  che aveva in  cima  una  banderola  di
    carta,  li facevano passare per certo luogo stretto,  e nel passar che
    facevano davano a ciascheduno uno scappezzone  o  scappellotto  su  la
    nuca;  e  in  cambio d'arderli facevano loro degli soffioni e ardevano
    loro la barba, e poi li mandavano via cos svergognati e spauriti.

    Stanza sessantaseiesima, verso 7.
    I Reggiani oppongono ai Modanesi che mirano la luna nel pozzo,  perch
    veramente  i  Modanesi hanno in costume,  quando veggono un pozzo,  di
    correr subito a mirarci dentro. E i Modanesi oppongono ai Reggiani che
    abbiano le teste quadre, perch realmente molti di loro non l'hanno n
    tonde n ovate,  come anche si dice de' Genovesi che abbiano le  teste
    acute, perch molti di loro l'hanno cos. Per come questo  accidente
    di  molti,  non  di  tutti,  il  poeta  finse che quelli solamente che
    patteggiati uscirono di Rubiera avessero le  teste  quadre,  e  che  i
    medesimi  soli  fossero  ubbligati  a cavar gli stivali o le scarpe ai
    Modanesi quando s'incontravano  per  viaggio.  In  ogni  evento    da
    considerare  che i capricci de' poeti non fanno caso,  e tanto pi de'
    poeti burleschi,  che hanno per fine loro il diletto e non la  verit;
    perch ben si sa che per altro li signori Reggiani sono molto onorati.


    CANTO QUINTO.

    Stanza seconda, verso 2.
    Bosio  Duara  signor  di  Cremona  fu  veramente  allora  in aiuto de'
    Modanesi, e vi rimase prigione.

    Stanza ventitreesima, verso 8.
    A Modana i pizzicagnoli si pregiano vanamente di far  salciccia  fina,
    perci  che  non  val  nulla  rispetto  a quella di Lucca detta perci
    latinamente lucanica da Lucca.

    Stanza ventiquattresima, verso 4.
    Nelle croniche di Modana si legge,  che le  citt  che  s'armarono  in
    favore  de'  Bolognesi  contra  Modana  furono appunto quattordici,  e
    quell'istesse che nomina  il  poeta,  da  Perugia  in  fuori,  che  fu
    introdotta da lui a contemplazione del signor Baldassare Paulucci.

    Stanza venticinquesima, verso 7.
    Il  papa  era  allora  in  Francia nel Lionese Veggasi il Biondo sotto
    l'anno 1218, nel quale segu la battaglia e la rotta e la presa del re
    Enzio.

    Stanza ventottesima, verso 3.
    Questa  vera istoria  e  non  pecca  in  altro  che  in  anacronismo.
    L'accidente  occorse  a  questo  prelato  a Scarperia,  mentre da Roma
    andava a Parma.

    Stanza trentaduesima, verso 1-8.
    E' ritratto cavato dal naturale e fu vero che ritornando port  guanti
    agli amici.

    Stanza trentaseiesima, verso 1.
    E'  descrizione della salmeria che portarono quei Toscani,  che l'anno
    1613 passarono in aiuto  de'  Mantuani  contra  i  Savoiardi,  che  si
    servirono d'asini per bagagli.

    Stanza quarantesima, verso 4.
    Il dice per gli Sforzeschi e per quelli da Barbiano, che furono eroi.

    Stanza quarantunesima, verso 4.
    Guido da Polenta fu padre della Francesca da Rimini, di cui si favella
    ne' seguenti versi.

    Stanza quarantatreesima, verso 3.
    Paulo:  fu  questi  fratello di Lanciotto,  da cui fu ucciso perch il
    trov con la moglie Francesca. Vedi Dante.

    Stanza quarantottesima, verso 3.
    Accenna quello che si dice de' Faentini, che l'imperator Carlo Quinto,
    essendo stato molto onorato da quei cittadini nel giugnere alla piazza
    creasse cavalieri tutti quelli che vi  si  trovarono;  onde  perci  i
    Faentini quasi tutti si chiamino cavalieri.

    Stanza quarantanovesima, verso 2.
    Mainardo da Susinana fu veramente tiranno di Cesena,  come anco Pietro
    Pagano d'Imola e gli  Ordelafi  di  Forl  e  Forlimpopoli.  Leggi  il
    Villani, che ne favella.

    Stanza cinquantatreesima, verso 2.
    I primi ch'usassero il carroccio furono i Milanesi.  Era un gran carro
    tirato da molte paia di buoi, dove si mettevano tutte l'insegne quando
    si combatteva,  e dove si ricoveravano i feriti sotto la guardia d'una
    grossa banda di soldati, i pi vaiorosi del campo.

    Stanza cinquantatreesima, verso 8.
    Antonio Lambertazzi e Lodovico di Geremia furono i due capi principali
    del popolo di Bologna nella giornata d'Enzio.

    Stanza cinquantacinquesima, verso 1.
    Quest'era  veramente  il  podest.   di  Bologna  in  quel  tempo.  La
    "gorgiera" in questo  loco    detta  per  gozzo;  e  dicesi  che  nel
    bresciano  quando le genti s'ammogliano,  non le vogliono se non hanno
    il gozzo, perch dicono che le sgozzate non hanno tutti i loro membri.

    Stanza cinquantacinquesima, verso 8.
    I Bresciani sono contati anch'essi fra le citt collegate con Bologna.
    Le parole delle croniche di Modana sono le seguenti: "De anno 1247 die
    4  octobris  Bononienses  cum  suo  carroccio  et  cum   amicis   suis
    Faventinis,      Imolensibus,      Forliviensibus,      Ariminensibus,
    Pisauriensibus,      Fanensibus,      Mediolanensibus,      Brixianis,
    Forlimpopolensibus,    Cesenatibus,    Ravennatibus,   Ferrariensibus,
    Florentinisque  faerunt  in  obsidionem  Bazani  et  ceperunt  castrum
    Vignol et cum eis fait Comes Albertus de Mangona, etc.
    Eodem tempore die 24 octobris Mutinenses equitaverunt comburendo omnia
    usque  ad  Rhenum,  et tunc fait magnum prlium apud Sanctam Mariam de
    Strata,  et ex  parte  Bononiensium  captus  fuit  dominus  Thomasinus
    Salinguerra,  et vulneratus est dominus Paulus Traversarus de Ravenna,
    et  multi  Florentini  et  Bononienses  capti  sunt.   Ex  parte  vero
    Mutinensium  mortuus  est dominus Ponzanatus de Cremona...  Et de anno
    1248 inter Bononienses  et  Mutinenses  fait  magnum  prlium  in  die
    Mercurii  apud  Fossaltam:  in  quo  Mutinenses  vieti sunt,  et capti
    fuerunt septem de populo,  et circa centum milites de  Mutina.  Et  in
    dicto  prlio  captus  fuit  Henricus rex Sardini,  qui tunc erat cum
    Mutinensibus,   et  multi  milites  Germanici,   qui  cum  dicto  rege
    militabant"  etc.  E questo pu servire a mostrare che ne' successi di
    quella guerra i Bolognesi non sono stati  aggravati  dal  poeta,  come
    forse taluno si crede; poich le rotte furono vicendevoli.

    Stanza cinquantaseiesima, verso 4.
    Il  conte  Romeo  Pepoli  moderno: ma vi fu un altro Romeo Pepoli che
    non era conte,  del quale fa menzione il Biondo,  e fu vicino  a  quei
    tempi;  e i suoi nipoti furono poi signori di Bologna,  e la venderono
    all'arcivescovo Giovanni Visconti per ducento mila scudi.

    Stanza sessantatreesima, verso 6.
    "I marroni"  in Lombardia si chiamano le castagne grosse col guscio: e
    "mazzamarroni"  significa l'istesso che "mangiamarroni",  perci che i
    montanari  ne sogliono distruggere e mangiare una gran quantit.  Cos
    chiam anche i Cremonesi "mangiafagioli".

    Stanza sessantaseiesima, verso 6.
    Questo Tomasino Gorzani fu uno  de'  capitani  del  popolo  in  quella
    guerra, e fu fatto prigione anch'egli col re Enzio.


    CANTO SESTO.

    Stanza prima, verso 1.
    Questo  poeta  non fu rubatore: ma le cose sue sono trovate da lui,  e
    particolarmente  le  descrizioni,   come  questa  del  mezzogiorno   e
    tant'altre dell'aurora e della notte. A Vergilio e al Tasso scema gran
    parte della lode l'essersi serviti delle invenzioni degli altri.

    Stanza sedicesima, verso 2.
    Dell'istessa lingua fiorentina riputata per ottima si serve a generare
    il ridicolo, sindacando la cattiva pronuncia d'alcune voci.

    Stanza diciassettesima, verso 5
    Introduce  personaggi  noti a molti e aggiustati all'azioni che lor fa
    fare. Il Teggia fu uomo di lettere,  e cognito nella corte di Roma;  e
    mor cieco: onde finge che fosse acciecato in questa guerra.

    Stanza ventunesima, verso 5.
    Sono cognomi di famiglie nobili bolognesi de' nostri tempi.

    Stanza trentatreesima, verso 5.
    Min  del  Rosso,  Gabbion di Gozzadino,  Carlon Cartari,  Ruffin dalla
    Ragazza ed altri cos fatti  sono  nomi  notissimi  tra  i  vecchi  di
    Bologna.

    Stanza quarantacinquesima, verso 3.
    "Lanzi"  in Lombardia si chiamano i Tedeschi: "sbittare"  in bresciano
    significa  saltar  fuora  e  scappare,   e  "schitta"    nello  stesso
    linguaggio  l'istesso che cacarella o cacaiola.

    Stanza sessantaquattresima, verso 1.
    Guido da Polenta signor di Ravenna e padre della Francesca da  Rimini,
    di cui si ragion di sovra, fioriva anch'egli in que' tempi.

    Stanza sessantaseiesima, verso 8.
    E'  detto da un nemico,  che oppone ai Romagnoli due pecche;  cio che
    sieno facili, quando sono banditi, a mettersi a rubare alla strada,  e
    che scorticassero san Bartolomeo;  ch' una fama vana,  perci che san
    Bartolomeo mor in India.

    Stanza sessantasettesima, verso 5.
    In Modana sono veramente queste due fazioni.  I "triganieri"  sono una
    mano di scapigliati oziosi, che, non sapendo che farsi, si dnno a far
    volar colombi ch'essi chiamano "trigani", e gli avezzano non solamente
    a condurne alle loro colombaie de' forestieri, ma a portar anche delle
    lettere  da  luoghi  distanti  cinquanta  e  sessanta  miglia:  usanza
    conservata in quella citt fin dalla sua prima origine;  onde leggiamo
    in  Plinio  che,  quando  era  assediata  da  Marc'Antonio  con  tanta
    strettezza che non ne poteva uscire uomo alcuno,  furono mandate fuora
    colombe  con lettere al collo,  che furono cagione che'l senato romano
    affrettasse il soccorso.

    Stanza sessantasettesima, verso 6.
    La campagnia de' Bacchettoni ha preso questo nome da' Fiorentini,  che
    chiamano  "bacchettoni"    certi  che  'l  giorno  vanno  baciando  le
    tavoloccie e la sera s'adunano a disciplinarsi a  calzoni  calati.  Ma
    l'origine di tal nome io non l'ho potuta sapere.

    Stanza sessantanovesima, verso 7.
    Questi sono i nomi di due "triganieri"  famosi nella citt di Modana e
    conosciuti da tutti gli osti e bettolieri.

    Stanza settantesima, verso 4.
    Chi vuol sapere chi fosse santa Nafissa, o per dir meglio chi fosse la
    Nafissa  riverita  per  santa  dai  maomettani,  legga  il Leoni nella
    descrizione dell'Africa, dove tratta delle curiosit e novit che sono
    nella gran citt del Cairo.  E questo sia detto per rispondere  a  chi
    oppose gi al poeta che questo era un "miscere sacra profanis",  e che
    questo poema era una calza d'uno svizzero di due  assise;  non  avendo
    mai letto Plinio secondo,  nell'epistola 21 dell'ottavo libro ove egli
    favell nella forma seguente: Ut "in vita sic in studiis  pulcherrimam
    et humanissimum existimo severitatem comitatemque miscere,  ne illa in
    tristitiam, hc in petulantiam excedat, etc."


    CANTO SETTIMO.

    Stanza quinta, verso 1.
    Omero finge ragionamenti tra  colpo  e  colpo,  e  in  particolare  fa
    narrare  la stirpe loro agli stessi combattenti nell'atto del menar le
    mani.  Per se Aristotile fosse stato soldato non l'avrebbe lodato  n
    in   questo  n  in  molte  altre  cose,   dove  parla  della  milizia
    bamboleggiando.

    Stanza nona, verso1
    Parla come nemico;  e attribuisce a  mancamento  ai  Ferraresi  quello
    ch'era  lode  loro,  cio  il  tener  col  papa.  Cos Enzio nel canto
    precedente come nemico chiama  papisti  i  guelfi;  e  il  poeta  deve
    imitare chi favella.

    Stanza sedicesima, verso 1.
    Nel  poema  dell'innamoramento d'Orlando si legge che combattendo quel
    paladino col re Agricane, e vedendo quel barbaro i suoi che fuggivano,
    preg Orlando che glieli lasciasse rimettere  in  battaglia,  che  poi
    ritornerebbe a duellare con esso lui: e Orlando se ne content. Ma qui
    Voluce dice ch'Orlando  morto, e non  pi quel tempo.

    Stanza ventunesima, verso 8.
    Un  tal  principe  greco,  che  si  vantava della stirpe di Costantino
    Magno,   e  mostrava  privilegi  di  cartapecora   vecchia,   veggendo
    l'ambizione  degl'ltaliani,  dava loro titoli a decine senza risparmio
    per ogni minima mercede.  E a Ferrara fe' gran profitto,  dove infeud
    le terre del Turco.

    Stanza ventisettesima, verso 1.
    Veramente  Bosio  Duara signor di Cremona rimase anch'egli prigioniro
    de' Bolognesi in quella guerra.

    Stanza ventinovesima , verso 2.
    Questi versi non diceano cos nella prima stampa,  ma il  poeta  volse
    onorare Omero Tortora istorico amico suo e gli mut.

    Stanza trentaquattresima,verso 1.
    Nomi perugini accorciati.

    Stanza trentaquattresima, verso 8.
    Questi  professava di parlar peruginissimamente secondo il volgare del
    popolo, e si poteva imparar da lui il parlar perugino.

    Stanza trentanovesima, verso 1.
    Favella della guerra della Garfagnana tra i  Lucchesi  e  i  Modanesi,
    nella quale que' popoli montagnoli per odio si tagliavano le viti e si
    scorticavano i castagni l'un l'altro con vendetta montanaresca.

    Stanza quarantaduesima, verso 1.
    Questi  era  un personaggio mandato dal governator di Milano per veder
    d'acquetar que' popoli; e salv la piazza di Castiglione spiegando una
    bandiera del re Cattolico, alla quale i Modanesi fecero di berretta.

    Stanza quarantaduesima, verso 3.
    Alcuni dicono che fu un pezzo di tela  rossa,  e  che  i  Modanesi  si
    lasciarono  ingannare  dal  colore.  Nella  edizione di Parigi i versi
    furono mutati da un Lucchese che assisteva alla stampa,  e  voltati  a
    favore della sua nazione. Ognuno procura suo vantaggio.

    Stanza quarantottesima, verso 1.
    Parla  secondo gli astrologi.  L'aspetto quadrato  infelice,  e tanto
    pi ne' pianeti maligni come Marte.

    Stanza qinquantatreesima, verso 1.
    Questo  un consiglio imitato in Petronio Arbitro,  dove i consiglieri
    contendono a chi dice peggio.

    Stanza cinquantatreesima, verso 6.
    A  quel tempo Modana era stata tutta piena di masse di stabbio: oggid
    le strade ne sono meno adorne,  ma non per in tutto prive.  Da  Omero
    sarebbe stata detta "urbs bene stabalata."

    Stanza cinquantaquattresima, verso 8.
    E' un verso di lingua pretta modanese.

    Stanza cinquantacinquesima, verso 5.
    L'antichit  di  Modana si conosce dalle fabbriche particularmente de'
    portici su i balestri,  che mostrano d'esser stati fatti  assai  prima
    che Vitruvio scrivesse d'architettura.

    Stanza cinquantacinquesima, verso 8.
    Le  "canalette"sono  le  cloache,  delle quali  piena quella citt: e
    quando le votano,  non si pu passar per le strade per rispetto  della
    lordura che si diffonde, oltre il puzzo che appesta.

    Stanza sessantottesima, verso 1.
    Chi  desidera  di  saper  meglio  l'istoria  di  Telessilla,  legga il
    Leonico, "De varia historia".

    Stanza settantaquattresima, verso 7.
    Sguita l'opinione di coloro che dissero  che  i  pianeti  erano  come
    lampade attaccate al cielo.


    CANTO OTTAVO.

    Stanza prima, verso 3.
    Chiama  il poeta le lucciole stelle della terra,  e le stelle lucciole
    del cielo, perch fanno l'istesso effetto di volar per l'aria e di non
    risplendere se non di notte.

    Stanza ottava, verso 7.
    Chiama ciurmatori i filosofi greci,  che persuasero al popolo che ogni
    pianeta  avesse  un  cielo  da  s,  e che gl'inferiori fossero rapiti
    dall'ottava sfera da oriente in occidente.  Perci  che  il  poeta  fu
    sceptico,  e tenne che le cose de' cieli,  quanto a noi, consistessero
    tutte in opinione e probabilit.  E ne port egli ancora una nuova nel
    terzo libro de' suoi "Pensieri".

    Stanza undicesima, verso 7.
    Ezzelino  da  Romano  era  allora  signor  di Padova,  e dipendente da
    Federico imperatore. Veggansi l'istorie di quei tempi.

    Stanza quindicesima, verso 7.
    E' descrizione dell' aurora fatta a concorrenza di quella di Dante nel
    Nono del "Purgatorio".

    La concubina di Titone antico
    Gi s'imbiancava al balzo d'oriente
    Fuor de le braccia del suo dolce amico.

    Veggasi l'una e l'altra.

    Stanza diciannovesima, verso 7.
    Parla di Pietro d'Abano,  tenuto per mago;  il quale,  se allora fosse
    stato quivi,  avrebbe armata qualche compagnia di demoni in favore de'
    Modanesi.

    Stanza ventiduesima, verso 1.
    Dicono che veramente costui  fosse  uno  de'  favoriti  d'Ezzelino,  e
    alzato da lui a' primi gradi d'onore, d'uomo basso ch'egli era.

    Stanza venticinquesima, verso 2.
    La donna di Cipada  Mantova,  illustrata dai versi di Vergilio,  come
    Cipada da quei di Merlino poeta sepolto nella  terra  di  Campese  con
    famosa  sepoltura  fabbricatagli  dal  padre don Angelo Grillo,  poeta
    famoso  anch'egli,   e  principalissimo   soggetto   della   religione
    benedettina.

    Stanza ventiseiesima, verso 6.
    Le galline di Polverara e la razza loro e famosa per tutta Italia.

    Stanza ventottesima, verso 7.
    In  quelle  parti,  quando  si vuol significare qualche aiuto fuora di
    tempo e tardo,  si dice il "soccorso di Paluello",  come in Toscana il
    "soccorso di Pisa".

    Stanza trentesima, verso 3.
    E' opinione che Tito Livio istorico fosse da Teolo.

    Stanza trentaduesima, verso 3.
    Quivi  dicono  che Antenore fondasse la sua prima citt chiamata "Urbs
    euganea", che poi  stato corrotto dagl'idioti in "Brusegana".

    Stanza trentatreesima, verso 7.
    La pelle della gatta del Petrarca s' conservata fino a' tempi nostri,
    e continuamente viene illustrata dai  versi  e  dai  componimenti  de'
    begli ingegni.

    Stanza trentaseiesima, verso 1.
    Descrive l'arciprete Gualdi amico suo.

    Stanza trentasettesima, verso 5.
    Le  rime  burlesche  in lingua padovana di Menone e Begotto sono assai
    note in tutto lo stato veneto.

    Stanza quarantunesima, verso 7.
    Non erano  veramente  ancora  signori  di  Rodi  i  cavalieri  di  san
    Giovanni,  ma furono poco dopo: e 'l poeta parla secondo quello che fu
    poi.

    Stanza quarantasettesima, verso 1.
    Il poeta fu poco amico d'Omero,  e disprezz le  sue  invenzioni  come
    rozze  e  di  cattivo costume: nondimeno,  per mostrare che conobbe il
    buono e 'l cattivo di quel poeta,  introduce questo  cieco  a  cantare
    all'omerica.

    Stanza cinquantunesima, verso 4.
    "Le  compagne mir" ecc.  Cos  stampato in tutte le copie: nondimeno
    il testo manuscritto di mano del poeta dice "Le campagne"  e  non  "Le
    compagne"; e cos dev'essere scritto e stampato, non ostante che anche
    si  possa  intendere  che  "Le compagne" significhi le stelle compagne
    della Luna. Ma il poeta vuol significare che la Luna mir in terra,  e
    non in cielo.

    Stanza cinquantasettesima, verso 1.
    Finge  il  poeta  ch'Endimione  donasse  a  Diana una benda bianca che
    portava armacollo fregiata di perle,  per adornare il dono che finsero
    i  poeti  antichi esserle stato donato da quel pastore,  e per mostrar
    che le femmine,  comunque innamorate,  sempre  vogliono  qualche  cosa
    dall'amante.

    Stanza sessantacinquesima, verso 7.
    Gli anacronismi, quando sono lontanissimi e cadono opportunamente come
    questo, parturiscono anch'essi il ridiculo.

    Stanza sessantottesima, verso 4.
    I  poveri  d'una  famiglia  hanno  sempre  per grazia che i ricchi gli
    vogliano riconoscere per parenti: perci che la povert  un argomento
    di demerito, e per questo i poveri sono sprezzati.

    Stanza settantunesima, verso 8.
    Vedi Livio, ch 'l poeta sta su l'istoria.


    CANTO NONO.

    ARGOMENTO.
    Questo canto par avere poco del comico,  e nondimeno tutto    comico:
    perci che tien sospeso l'uditore sino al fine; poi in aspettazione di
    cosa grave e seria finisce in un ridicolo.

    Stanza ottava, verso 2.
    Vedi l'Ariosto.

    Stanza decima, verso 1.
    Questi    Galeotto  figliolo  del signore della Mirandola,  di cui si
    favell di sopra nel canto Terzo.

    Stanza dodicesima, verso 5.
    Questo  il lino asbestino,  di cui favella  Plinio.  Gli  antichi  ne
    filavano tele incombustibili,  che,  quando si voleano imbiancare,  si
    gittavano nel foco; ed erano stimate al pari delle gioie pi preziose.
    Il cavalier Gualdi ne ha mostra in Roma tra le sue curiose anticaglie.
    E' pietra venata con certa lanugine per le vene,  simile all'allume di
    piuma che non si consuma nel foco.  Ma la maniera di filar tal materia
    noi non l'abbiamo,  bench forse non mancherebbe l'industria quando se
    ne trovasse quantit sufficiente e che ci fosse il premio.  "Tiglio" e
    "tiglioso" significa materia atta a filarsi.

    Stanza venticinquesima, verso 7.
    Questo fu accidente vero,  accaduto al signor Ippolito  Livizzani  nel
    giostrar contra il conte Alfonso Molza in Modana.

    Stanza quarantaquattresima, verso 1.
    Qui si descrive il ritratto d'un zerbino affettato romanesco,  nato di
    casa nuova,  arricchito per strada obliqua,  che fa del cavalierazzo e
    del bravo mentre conosce d'aver a fare con persona inferiore e di poco
    polso.

    Stanza cinquantottesima, versi 6-8.
    Questi versi dicevano prima cos:

    ... onde a veder correa
    la fiorentina e perugina gente,
    tratta da natural impeto ardente.

    Ma i vizii quanto pi si diffondono nel generale, tanto meno offendono
    i particolari; e per fu mutato.

    Stanza sessantasettesima, verso 2.
    La pantera  bellissimo animale; ma dicono che sia d'animo molto vile.

    Stanza settantaduesima, verso 5.
    Le  prodezze  di  don Chisotto della Mancia cavalier errante impazzito
    sono note per l'istorie delle sue geste.

    Stanza settantaseiesima, verso 1.
    Gli Aigoni e i Grisolfi erano in quel  tempo  capi  delle  fazioni.  I
    Grisolfi  erano  imperiali,  e  avevano  cacciati  gli Aigoni ch'erano
    ecclesiastici e guelfi: oggid si chiamano gl'Ingoni,  e  ce  ne  sono
    pochi; ma i Grisolfi sono annullati.

    Stanza settantaseiesima, verso 3.
    E' fama che nel monte di Vallestra sia un tesoro guardato dai diavoli;
    per  il  poeta  si  serve  dell'  opinione del vulgo a formare questo
    episodio.

    Stanza ottantesima, verso 5.
    Per questo fu finto che quando  Tognone  cambi  lancia  non  cadesse,
    perch aveva la lancia incantata, e Melindo non l'avea.

    Stanza ottantunesima, verso 5.
    Il  maggior  segno  di  codardia   insuperbire e fare il bravo con le
    genti che non possono competere.  Vedi appresso il Boccaccio le  prove
    che faceva maestro Simone quand' era scolare.


    CANTO DECIMO.

    Stanza settima, verso 1.
    In quel tempo s'usava questa lingua, come si pu vedere dalle storie e
    dai versi de' litterati che fiorivano allora,  assai rozzi.  Ma qui il
    poeta picca coloro che oggid chiamano questa prima  lingua  del  buon
    secolo,  e  la  vorrebbero  rimettere  in  uso;  mostrando  loro  come
    riuscirebbe alla prova.  Le cose cadute dall'uso  vanit  il  volerle
    sostentare.  Il sale della satira  il condimento della comedia. Ma il
    poeta sfugg di  chiamare  questa  sua  invenzione  nuova  di  poetare
    "eroisatiricomica",  sapendo  quanto  il  nome di satira sia odioso in
    questi tempi e sospetto .a quelli particolarmente che dominano.

    Stanza decima, verso 8.
    Chiama gran re dell'oceano  il  re  Cattolico  per  lo  vasto  dominio
    ch'egli  ha nell'oceano,  che  dominato da lui dalle colonne d'Ercole
    fin sotto il polo antartico: onde a riguardo del mare il sole nasce  e
    tramonta ne' regni suoi.

    Stanza ventitreesima, verso 1.
    Chiama  Venere "moro" Libecchio,  perch nasce in Mauritania il chiama
    "cane",  perch quivi i popoli vivono  senza  politica,  e  il  chiama
    "senza fede", perch gli africani hanno sempre avuto per uso il mancar
    di fede.

    Stanza ventiquattersima, verso 3.
    Della   prigionia  di  Corradino  di  Svevia  seguita  ad  Astura  per
    tradimento del signore di quella terra leggi il Villani:  e  veramente
    quella  terra oggidi  distrutta e tutto il territorio  diserto,  che
    pare appunto vendetta celeste.

    Stanza ventiseiesima, verso 8.
    Chiama dea del mare Venere,  perch nacque dal mare,  e reina del mare
    la citt di Napoli perch domina tutto quel mare.

    Stanza ventisettesima, verso 3.
    Manfredi  principe  di  Taranto  e  poi  re  di  Napoli  fu  veramente
    innamorato della contessa di Caserta sua sorella.  Veggansi  l'istorie
    di  Napoli  e  le  lettere  di Paulo Manuzio ove porta uno squarcio di
    questa istoria.
    Qui alcuni hanno richiesto perch il poeta non sguiti a narrare  quel
    che   facesse  Manfredi  per  liberare  il  fratello  dalle  mani  de'
    Bolognesi.  E non s'avveggono che il poeta  finisce  la  favola  della
    Secchia alla quale  obbligato, e che questa  un'altra istoria, e che
    seguta la pace,  il lettore dee imaginarsi o che Manfredi non facesse
    altro o che  cominciasse  un'altra  guerra  da  s.  Neanco  il  Tasso
    descrive  ci  che  avvenisse  d'Armida  e  d'Erminia dopo la presa di
    Gerusalemme, perch erano cose fuora della favola proposta da lui.

    Stanza trentaseiesima, verso 2.
    Napoletanamente.

    Stanza quarantaduesima, verso 7.
    Versi romaneschi.

    Stanza cinquantatreesima, verso 7.
    Questa  quella sorta di ridicolo che propriamente  vien  chiamata  da
    Aristotile  nella "Poetica: Turpitudo sine dolore",  che fa nascere il
    riso dalle azioni: ma del riso che nasce dalle parole non  ne  favell
    Aristotile.

    Stanza sessantaesima, verso 7.
    Questi versi dicevano prima cos:

    n distinguendo ben dal fico il pesco,
    scusavanlo col dir: gli  romanesco.

    Ma fu giudicato troppo satirico e fu corretto.

    Stanza settantaquattresima, verso 1.
    Cava  il  ridicolo dalla cattiva pronuncia romanesca,  come di sopra a
    ottave 42. Ma qui  contrasegno d'un personaggio noto in Roma.

    Stanza settantaquattresima, verso 3.
    Questo fu veramente fiscal di Modana,  ma ne'  tempi  pi  moderni,  e
    scontrando  una volta certi banditi,  si cac ne' calzoni di paura: ma
    essi nol conobbero  e  'l  lasciarono  andare  cos  merdoso:  che  se
    l'avessero  conosciuto,  guai  a lui.  - E' nondimeno da avvertire che
    questa di Titta, come ho detto, fu veramente azione d'un romanesco; il
    quale vantandosi d'esser parente del papa,  non voleva esser  condotto
    prigione in Torre di Nona, ma in Castello Sant' Angelo.


    CANTO UNDECIMO.

    Stanza prima, verso 4.
    La favola d'Atteone convertito in cervo da Diana  notissima a tutti.

    Stanza quarta, verso 8.
    I  duellisti sfuggono quanto possono il tirarsi addosso le mentite per
    non divenire attori.

    Stanza sesta, verso 5.
    Diceva prima "poco dianzi".  Ma l'autore l'ha mutato per isfuggire  le
    dispute.  Perci che "dianzi" vuol dire "poco prima", e alcuni tengono
    che sia un reiterar lo stesso.  Con tutto ci l'autore  tiene  che  si
    possa  reiterar  l'istesso per significare un tempo assai prossimo,  e
    dire "poco poco prima" e per conseguenza "poco  dianzi".  Il  Petrarca
    disse "par dianzi", che fu quasi il medesimo.

    Stanza ottava, verso 8.
    Con  certe  buone  coltellate lev l'insolenza a un cocchiero di Roma,
    che  una dell'eroiche azioni che si possano contare in quella  corte,
    dove  l'insolenza  de'  cocchieri,  de'  birri,  de'  barilari  e  de'
    carrattieri non pu esser rappresentata con alcun superlativo.

    Stanza quattordicesima, verso 7.
    I visi che i pittori cavano dal  naturale  dilettano  sempre  pi  che
    gl'imaginati.

    Stanza diciassettesima, verso 1.
    Alcuni  s'hanno  creduto  che  il  poeta  fingendo  di burlare dica da
    dovero.

    Stanza ventesima, verso 1.
    Inventa tutti i mezzi che possano animare un cuor vile.

    Stanza ventiduesima, verso 5.
    Questo buon medico usa il rimedio che si suole usare con  gli  cavalli
    barberi che corrono al palio; i quali, per animarli maggiormente acci
    che non abbiano da correre con timidit, si sogliono abbeverar di buon
    vino.  Gli  spiriti  riscaldati  dal  calor  del  vino  non istimano i
    pericoli o non gli conoscono.

    Stanza ventiseiesima, verso 1.
    Qui il conte poeteggia assai meglio che  non  fece  nell'altro  canto,
    quando  non avea bevuto: perci che qui poeteggia commosso da furor di
    vino,  e l compone di suo natural talento.  Ennio,  Orazio e Torquato
    Tasso  non  sapeano  comporre,  se  prima non avevano ben bevuto: e 'l
    Tasso in particulare soleva dire che la malvagia sola era  quella  che
    lo faceva comporre perfettamente.

    Stanza trentaduesima, verso 1.
    A'  veri  paladini della poltroneria non bastano i rimorsi dell'onore,
    n la vergogna,  n i rinfacciamenti degli amici,  n  l'ingiurie  de'
    nemici, n l'esortazioni de' confidenti, n gli stimoli della dama, n
    il  calore del vino;  che finalmente vogliono anch'essere accompagnati
    da cinquanta difensori.

    Stanza trentaquattresima, verso 8.
    Questa e la salmeria del conte portatagli dietro in campo  da  un  suo
    padrino parziale.

    Stanza quarantunesima, verso 1.
    Nol poteva spedire a persona pi informata n pi diligente di me.

    Stanza quarantunesima, verso 5.
    Intende del cavalier Cassiano del Pozzo,  del principe Federico Cesi e
    del signor don Virginio Cesarini, famosi ingegni della loro et,  come
    altri ancora ne fanno fede.

    Stanza quarantunesima, verso 8.
    Il  poeta  ha mutato marchese,  perch il primo per comparire in scena
    aveva promessi certi guanti d'ambra,  che poi per esser  cosa  odorosa
    andarono  in fumo.  E realmente il luogo meritava d'essere occupato da
    un  altro  ingegno  mirabile,   come  quello   del   marchese   Sforza
    Pallavicino.  E  l'altro,  che  stimava  pi  due  paia  di guanti che
    l'immortalit, meritava d'esser levato da tappeto.

    Stanza quarantaquattresima, verso 7.
    Gli animi vili,  purch salvino la pancia,  non si  curano  di  perder
    l'onore.

    Stanza quarantaseiesima, verso 3.
    S'and  a  mettere  in  casa  d'un  cardinale suo paesano senza essere
    invitato, e convenne, volesse o no, ch'egli l'alloggiasse;  perci che
    non bastarono n parole n fatti a farlo uscire di quella casa.

    Stanza quarantaseiesima, verso 7.
    Il  manuscritto  dice:  "A  quel  becco  del  Tarco un marchesato".  E
    veramente fu vero ch'egli da un principe greco si fece investire  d'un
    marchesato nelle provincie del Turco,  e pag il titolo,  chi dice una
    mano di scudi, e chi dice una dozzina di salami.

    Stanza cinquantunesima, verso 4.
    Alcuni interpretano costei per una certa spagnuola detta  Dogna  Maria
    di Ghir,  che stette un tempo in Roma puttaneggiando,  e mand fallito
    questo eroe romanesco.

    Stanza cinquantasettesima, verso 1.
    La flemma nel petto de' poltroni resiste alla collera in  maniera  che
    prima  che  la  collera  si  riscaldi ci bisognano dieci guanciate.  E
    veramente succed un giorno che trovandosi il conte alla  finestra,  e
    passando due spagnoli, uno con la spada e l'altro prete, ed essendo la
    strada piena di sole,  egli chiamando un suo uomo di casa, disse: Mira
    come questi marrani godono d'andare al sole.  Gli spagnoli l'intesero:
    e  quel  dalla  spada sopra la voce marrano gli diede una mentita e lo
    sfid a venire a basso a duello: ma egli ridendosi di lui rispose  che
    aveva  burlato  e  che a Roma non si faceva quistione;  e non si mosse
    dalla finestra, veggendo che l'uscio era chiuso.

    Stanza sessantesima, verso 2.
    L'intacca di que' vizii ne'quali per l'ordinario  suole  incorrere  la
    plebe di Roma.

    Stanza sessantunesima, verso 3.
    Si  vituper  da se stesso: perch veramente fu vero ch'egli accus la
    moglie d'adulterio,  e la fece metter prigione insieme con l'adultero,
    ch'era persona assai vile.


    CANTO DUODECIMO.

    Stanza prima, verso 4.
    Il  vero testo stampato in Parigi e 'l manuscritto dell'autore dicono:
    "E mandava indulgenze per gli altari".  In Roma fu  corretto  per  non
    parer che si dileggiassero le azioni d'un papa e le sue indulgenze: ma
    si guast il ridicolo che cadeva a tempo.

    Stanza seconda, verso 2.
    Il cardinale Ottaviano degli Ubaldini era allora vescovo di Bologna, e
    fu egli veramente quello che s' interpose, e che tratt la pace.

    Stanza quarta, verso 2.
    Diceva prima con un poco pi di piccante: "De l'uno e l'altro esercito
    avocato".

    Stanza undicesima, verso 5.
    Motteggia  questi  poeti,  l'uno  d'aver  usato  "pietose" per "pie" e
    l'altro d'aver usato il "legno santo" per la "croce", facendo equivoco
    col legno d'India che guarisce il mal francese.

    Stanza sedicesima, verso 3.
    E' trasportato da persona a persona: perci che non fu l'Ubaldino,  ma
    un  altro dell'istesso ordine,  che ne' prati di Solera and un giorno
    dopo desinare a pigliar de' grilli.

    Stanza diciassettesima, verso 5.
    Innocenzo Secondo era allor papa;  ma non  era  gi  egli  nemico  de'
    Modanesi;   come   parve  che  poi  si  mostrasse  qualche  altro  suo
    successore.

    Stanza diciottesima, verso 4.
    E' un equivoco acuto.

    Stanza diciannovesima, verso 3.
    Un "quartaro" tiene due barili,  cio la quarta parte di una botte.  I
    "saghi"sono  una  certa  composizione  che  si fa di mosto bollito con
    farina, e s'usa in molte citt di Lombardia cominciando a Bologna.

    Stanza ventiseiesima, verso 8.
    Cos fatte memorie sono veramente piuttosto fumo di gloria che  gloria
    vera; mentre che l'altre azioni non corrispondano.

    Stanza quarantesima, verso 8.
    Ogn'anno veramente il giorno della festa di San Bartolomeo i Bolognesi
    dalle  finestre  del  palazzo del Legato gettano in piazza un porcello
    cotto con altri diversi animali vivi;  ma  essi  nondimeno  dicono  di
    farlo per altro rispetto.

    Stanza cinquantunesima, verso 1.
    Questo  cognome di famiglia antica di Padova oggid estinta.

    Stanza cinquantaduesima, verso 7.
    Parlano   questi   due  ciascuno  nel  linguaggio  suo  naturale,   ma
    villanesco. "Sorgo" in padovano significa la saggina.

    Stanza sessantottesima, verso 1.
    Barisone da Vigonza fu il fondatore della famiglia Barisoni di Padova.

    Stanza settantanovesima, verso 8.
    In Lombardia  per  Ogni  Santi  moltissime  famiglie  sono  solite  di
    mangiare un'oca, massimamente gli artigiani e la plebe.
