







                         traduzioni telematiche a cura di

        Rosaria Biondi, Nadia Ponti, Giulio Cacciotti, Vincenzo Guagliardo

                           (casa di reclusione - Opera)





                                   Italo Svevo.

                            CORTO VIAGGIO SENTIMENTALE.







                                      INDICE.


      1. Stazione di Milano:       pagina 3.

      2. Milano-Verona:            pagina 23.

      3. Verona-Padova:            pagina 55.

      4. Venezia:                  pagina 87.

      5. Alla stazione di Venezia: pagina 109.

      6. Venezia-Pianeta Marte:    pagina 131.

      7. Gorizia-Trieste:          pagina 138.














                              1. STAZIONE DI MILANO.


      Con dolce violenza il signor Aghios si stacc dalla moglie e  a  passo

      celere  tent  di  perdersi  nella  folla che s'addensava all'ingresso

      della stazione.

      Bisognava abbreviare quegli  addii  ridicoli  se  prolungati  fra  due

      vecchi  coniugi.  Ci  si  trovava bens in uno di quei posti ove tutti

      hanno fretta e non hanno il tempo di guardare il  vicino  neppure  per

      riderne, ma il signor Aghios sentiva costituirsi nell'animo proprio il

      vicino  che  ride.  Anzi  lui stesso intero diveniva quel vicino.  Che

      strano! Doveva fingere una tristezza che non sentiva, quando era pieno

      di gioia  e  di  speranza  e  non  vedeva  l'ora  di  essere  lasciato

      tranquillo  a goderne.  Perci correva,  per sottrarsi pi presto alle

      simulazioni. Perch tante discussioni?  Era vero ch'egli da molti anni

      non  s'era  staccato  dalla moglie,  ma un viaggio sino a casa sua,  a

      Trieste, ove essa due settimane appresso l'avrebbe raggiunto, era cosa

      di cui non valeva la pena di parlare.

      Se ne aveva  parlato  invece  da  molti  giorni  e  continuamente.  La

      decisione  era  stata  difficilissima proprio perch ambedue l'avevano

      desiderata e ambedue  per  raggiungerla  sicuramente  avevano  creduto

      necessario di tener celato il loro desiderio.

      Avrebbe  potuto piangere se si fosse trattato di un distacco per tutta

      la vita o almeno per gran parte di essa.  Ma cos poteva confessare  a

      se  stesso  che  s'allontanava giocondamente.  Tanto pi che sapeva di

      fare un piacere anche a lei.

      Negli ultimi anni la signora Aghios  s'era  attaccata  di  un  affetto

      appassionato ed esclusivo al figliuolo. Quando questi era lontano essa

      si  sentiva  sola anche accanto al marito e pi sola ancora perch del

      suo dolore non parlava,  sapendo che il signor Aghios ne avrebbe riso.

      Ma il signor Aghios sapeva di quel dolore, si offendeva di non poterlo

      lenire   e   fingeva  d'ignorarlo  per  non  seccarsi.   "Una  duplice

      costrizione!" pensava il signor Aghios che aveva letto  qualche  opera

      filosofica. "Duplice perch mia e sua!"

      Adesso  la  signora  Aghios  voleva  rimanere  ancora a Milano per non

      lasciare solo il figliuolo che doveva passare un esame importante.  Il

      signor  Aghios non dava gran peso agli esami che si possono ripetere e

      sapeva anche che il figliuolo, cui il soggiorno a Milano non spiaceva,

      li avrebbe ripetuti volentieri.  Ma adesso,  se voleva  partire  solo,

      anche  lui  doveva  insistere  perch  la madre restasse a tutelare il

      figliuolo in tanto frangente.  Cos la signora restava  a  Milano  per

      compiacere il marito,  ma il signor Aghios,  che l'animo della signora

      aveva accuratamente spiato, partiva offeso,  senza per dirlo,  perch

      altrimenti avrebbe compromesso la sua libert di viaggiare solo.

      Era  veramente  un  congedo  che  bisognava  abbreviare,  perch anche

      all'ultimo momento  la  signora  Aghios  era  capace  di  mutare  ogni

      disposizione  quando  avesse indovinato come stavano le cose.  Era una

      donna che non ammetteva di non fare il proprio  dovere.  E  il  signor

      Aghios  pens  che  il  lieve  rancore  che sentiva per la moglie,  un

      sentimento sgradevolissimo,  sarebbe sparito  non  appena  si  sarebbe

      trovato solo. Correndo fu gi pi giusto. La moglie prolungando quegli

      addii rivelava il suo rimorso di lasciarlo partire solo ed egli pens:

      "Come  onesta!  Non m'ama affatto,  ma fino all'ultimo vuol tenere le

      promesse fatte all'altare.  Si rammarica di non sapere fare quello che

      dovrebbe. Una grande pena per lei e una bella seccatura per me!".

      Ma  perch  il  signor  Aghios  si  sentiva  tanto pieno di gioia e di

      speranza al momento di poter finalmente abbandonare la  sua  legittima

      consorte?  Voleva forse andar a divertirsi e disonorare i suoi capelli

      quasi del tutto bianchi correndo dietro alle donne?

      Oh!  Non bisogna dire una cosa  simile.  Un  vecchio  intanto  non  sa

      correre e poi il signor Aghios non era corso dietro alle donne neppure

      quand'era  giovine.  Certo  dalla  sua  gioia e speranza non bisognava

      escludere del tutto la donna.  Era tanto piena quella gioia e speranza

      che la donna - la donna ideale,  mancante magari di gambe e di bocca -

      non poteva esserne assente.  Giaceva nell'ombra fusa con  molti  altri

      fantasmi,  parte importante degli stessi.  Ma la donna non  sempre la

      stessa nel desiderio.  E' vero che prima di tutto serve all'amore,  ma

      talvolta  la  si  desidera  per proteggerla e salvarla.  E' un animale

      bello, ma anche debole,  che se si pu si accarezza e se non si pu si

      accarezza ancora.

      Il  signor  Aghios  aveva bisogno di vita e perci viaggiava solo.  Si

      sentiva vecchio e ancora pi vecchio accanto alla vecchia moglie e  al

      giovine figliuolo. Quando aveva al braccio la moglie doveva rallentare

      il  passo  e  quando camminava accanto al figliuolo sentiva che questi

      doveva rallentarlo.  Lo circondavano di tutto il rispetto.  Dacch era

      stato  ammalato la moglie aveva conservato il fare dell'infermiera che

      aboliva ogni istinto di cavalleria da parte  dell'uomo.  Il  figliuolo

      poi  aveva  tutto  il  rispetto  per  il  padre,  ma  lo  educava e lo

      correggeva quando egli,  spinto dalla sua fervida fantasia,  inventava

      etimologie  non  basate  su  alcuna scienza o spostava o svisava fatti

      storici,  mentre il giovinetto,  che pur tanto aveva stentato a finire

      il  Liceo,  ricordava  il  suo greco e latino che il signor Aghios mai

      aveva conosciuti e sapeva - come sua madre -  esattamente  quello  che

      sapeva. E non  mica comodo di essere un padre che ha torto!

      Ma non era tutto qui, bench fosse abbastanza importante per il signor

      Aghios  di  essere  lasciato nei suoi vecchi anni interamente in pace,

      interamente cio compresa la sua  ignoranza,  nella  quale  viveva  da

      tanti anni da farne la base della vita.

      Ogni  malessere  che sentiva il signor Aghios lo diceva vecchiaia,  ma

      pensava che una parte di tale malessere gli  venisse  dalla  famiglia.

      Sta bene che vecchio come era non era mai stato, ma mai s'era sentito,

      oltre  che  vecchio,  anche  tanta  ruggine.  E  la  ruggine proveniva

      sicuramente dalla famiglia, l'ambiente chiuso ove c' muffa e ruggine.

      Come non irrugginire in tanta monotonia?  Vedeva ogni giorno le stesse

      facce,  sentiva le stesse parole, era obbligato agli stessi riguardi e

      anche  alle  stesse  finzioni,   perch  egli   tuttavia   accarezzava

      giornalmente  sua  moglie  che  certamente  lo  meritava.  Persino  la

      sicurezza di cui si gode in famiglia addormenta,  irrigidisce e  avvia

      alla paralisi.

      Si  sarebbe egli sentito pi forte all'aria rude fuori della famiglia?

      Il breve viaggio sarebbe stato un esperimento,  perch i  suoi  affari

      gli  avrebbero fornito il pretesto ad altri viaggi.  Certo non sperava

      di divenire tanto vivo come nel suo ultimo viaggio a Londra, ove aveva

      soggiornato varii mesi, vent'anni prima,  senza la moglie ch'era stata

      allora una giovanissima madre.

      Aveva  sofferto  allora orrendamente della solitudine.  C'era stata da

      lui un'impazienza irosa della sfiducia e dell'indifferenza di  cui  si

      sentiva  circondato.  Guardava con invidia e desiderio la vita intensa

      che lo circondava e respingeva.  Una volta,  nella stanza  di  lettura

      dell'albergo,  s'era messo a leggere solitario quando fu avvicinato da

      un bel ragazzo roseo,  di dieci anni  circa,  che  gl'indirizz  delle

      parole ch'egli non intese affatto, perch si capisce che l'inglese dei

      bambini    il pi difficile.  Il signor Aghios si commosse al trovare

      finalmente un  amico.  Gli  parl  e  parve  anche  che  il  fanciullo

      intendesse  perch  rispose  con  molte  pi  parole  di quelle avute.

      Disgraziatamente tutte in inglese! E per avvicinarsi a lui,  visto che

      la  parola  non  serviva,  il  signor  Aghios  gli  accarezz i biondi

      capelli.  Ma allora apparve alla porta della sala un signore che parve

      indignato  che  il  bambino  suo  avesse  da  fare  con uno straniero:

      "PHILIP! COME ALONG!" esclam e il bambino subito s'allontan, dopo di

      aver gettato un'occhiata spaventata sulla persona cui aveva dimostrato

      fiducia e da cui certamente poteva derivargli un pericolo,  visto  che

      con tanta premura da essa lo si allontanava.

      E  il  dolore iracondo della solitudine danneggi anche i suoi affari,

      perch il signor Aghios fin col considerare quali nemici tutti i suoi

      clienti.  E ci fu anche di peggio,  perch il sobrio  virtuoso  signor

      Aghios,  per sentirsi pi animato,  ricorse all'uso dell'assenzio, una

      bibita che sostituisce benissimo l'amicizia e la conversazione. Non ne

      prese troppo,  ma abbastanza da procurargli dei disturbi  nervosi  che

      cessarono quando, rimpatriato, rientr felice nella vita familiare che

      rese superfluo ogni altro stimolo da principio.

      Ma  il  dolore  ricordato non  sempre dolore.  Ora egli vi sentiva la

      vita intensa. Oh!  Se si avesse potuto ricreare tutta quell'impazienza

      e quel dolore!  Quale rinnovamento di vita! La vita non pu essere che

      sforzo, risentimento e attesa di gioia!  Egli era circondato da troppi

      amici,  che,  se anche talvolta lo ferivano,  non gli consentivano una

      vera ribellione.  Aveva bisogno di vivere fra ignoti e magari  nemici.

      Ricordava  con ammirazione la sua ribellione alla Granbretagna.  Aveva

      studiato questioni politiche ed economiche solo per poter aggredire il

      grande Impero, il quale aveva un'organizzazione quasi perfetta, ma non

      perfetta del tutto e non si sentiva  capace  del  piccolo  sforzo  per

      arrivare  alla  perfezione.  E  il  ritorno  in Italia fu anch'esso un

      viaggio animato dalle pi alte speranze.  Fra  l'altro  bagaglio  egli

      portava  seco  anche  un  piccolo pacchetto contenente un po' di terra

      raccolta a Londra nelle vicinanze di  un  terreno  roccioso.  Di  quel

      pacchetto,  che  il  signor Aghios teneva umido,  nessuno sapeva fuori

      dell'agente del dazio a Chiasso,  ch'era stato in procinto di  fermare

      il viaggiatore e mandare all'analisi quella terra.  Costui, pagato dal

      Governo,  stava per impedire la fortuna  d'Italia!  Il  signor  Aghios

      sorrideva  pieno  di affetto al ricordare la propria grande ingenuit.

      Anche l'ingenuit  vita, anzi, il vero esordio fresco fragrante della

      vita.  Bisogna sapere che al signor Aghios era stato raccontato che il

      Darwin   riteneva   che  la  roccia  della  Granbretagna  fosse  stata

      convertita in terra  fertile  da  un  vermicello  microscopico.  Bast

      quello  per  fargli  sperare  di  poter  promuovere  l'opera lenta del

      vermicello anche nel proprio paese.  Sparpagli quella terra su  certo

      terreno  carsico  in  Italia  e  si  sent  elevato  e  animato.   Non

      gl'importava che fosse ricordato il suo nome quando,  di l a  qualche

      secolo,  in Italia, a fior di terra non ci sarebbe stata della roccia.

      A tanta altezza si arrivava nella solitudine!  Adesso sorrideva di  se

      stesso.  Aveva vissuto troppo tempo in famiglia per poter intendere la

      propria passata grandezza.  La famiglia era come  un  velo  dietro  al

      quale ci si riparava per vivere sicuri e dimentichi di tutto. Ora egli

      ne  moriva  pieno  di  speranza.  Probabilmente  era una prova che gli

      avrebbe procurato una delusione.  E allora  si  sarebbe  accontentato.

      Nulla  ci  sarebbe  stato di perduto.  Egli sarebbe ritornato dietro a

      quel velo per vivere nella penombra,  protetto,  sicuro,  ma moribondo

      rassegnato.  Proprio cos! Come i moribondi che, abbacinati della meta

      vicina,  non conoscono altro sforzo che di trattenere la vita che vuol

      staccarsi  da  loro,  incapaci di vedere,  sentire o salutare le altre

      cose,   concentrati  come  sono  nel  lavoro  diventato  difficile  di

      respirare e digerire.

      Mancava  quasi  un  quarto  d'ora  alla  partenza  e  il signor Aghios

      rallent il passo.  Forse aveva dimostrata troppa fretta di  staccarsi

      dalla  moglie e gli doleva ch'essa avrebbe potuto risentirsene perch,

      certo, essa meritava tutto, anche riguardi.

      Un piccolo fox terrier venne esitante ad annusargli i piedi.  "Sei gi

      qui,  vecchio  amico?"  pens il vecchio.  Certo non era il primo cane

      ch'egli vedesse a Milano, ma era il primo che gli si accostasse dacch

      egli era solo.  E lo guard con affetto,  mentre  il  cane  arretr  -

      cercava  certo  il  suo  padrone - e poi saltell via guardando ancora

      un'ultima volta chi l'aveva spaventato,  le molli  orecchie  giovanili

      aderenti alla testa.  Il vecchio gli guard dietro ammirando. Il passo

      su quattro zampe  sempre pi ingenuo di quello  su  due.  Quello  del

      piccolo  giovine  cane,  che  ora  saltellava  ora  cercava,  con quei

      movimenti  non  ancora  bene  associati  delle  quattro   zampe,   era

      l'ingenuit  stessa.  E  il  signor  Aghios pens col cuore pesante ai

      grandi pericoli che la bianca bestia correva. "Guardati dal canicida!"

      pens.

      Grandi amici del viaggiatore  sono  i  cani.  Persino  in  Inghilterra

      somigliano  ai nostri e ci fanno ritrovare in essi un pezzo di patria.

      Non meglio educati  dei  nostri,  curiosi  come  questi  di  tutte  le

      porcherie sulla via,  invadenti, rumorosi, obbedienti quando conobbero

      la frusta,  affettuosi e sempre stupiti che chi li ama non accetti  di

      lasciar  passarsi  la  loro  lingua  sulla  faccia.  Parlano la stessa

      lingua.  E l'Aghios nella solitudine li  am  e  spi  scoprendone  il

      carattere  e  le  sue  cause.  Radicalmente  differenti  da  noi,  che

      guardiamo mentre essi annusano,   strano che fra noi e  loro  si  sia

      costituita una relazione tanto intima, nostra grande fortuna, dal cane

      basata  certo  su un malinteso.  Forse il gatto a noi s'accosta di pi

      perch a noi meglio somiglia e meglio ci conosce.  E il cane  deve  la

      sua  sincerit  al suo senso predominante,  l'olfatto.  Il suo modo di

      percepire gli fa credere che a questo mondo ogni tradimento sia subito

      scoperto perch egli non vede le superfici ingannevoli,  egli analizza

      proprio l'anima delle cose, il loro odore. Pu essere che anche il suo

      senso  lo  truffi  o  ch'egli spesso addenti degl'innocenti dall'odore

      sgradevole,  ma egli non lo sa e  se    impedito  nel  suo  proposito

      s'adatta,  ma ringhiando. Tante volte una legge superiore lo arresta e

      lo incatena e, senza convinzione, egli deve subirla; vi  abituato. Ma

      il proposito di tradire egli non pu accogliere,  pensando ch'egli col

      suo  senso  sarebbe  capace  di scoprirlo e tanto meglio dunque il suo

      padrone,  che non sarebbe il suo padrone se non avesse dei  sensi  pi

      perfetti dei suoi.

      Mondo  sincero  perci quello degli odori.  Pare per che si allontani

      dalla realt pi di quello delle linee e dei colori.  Il povero cane 

      sempre il truffato perch male informato.  Tuttavia qualche dolore gli

       risparmiato.  In nessun posto egli    straniero.  Il  suo  senso  

      essenzialmente socievole.  Ogni incontro casuale si fa subito intimo e

      al naso vengono offerte  per  la  verifica  le  parti  pi  recondite.

      Rifiutarle    una  vera  sgarbatezza  che  provoca  la  reazione  pi

      violenta.  Che vita pi naturale che non la  nostra!  Nella  vita  pi

      affollata di Londra un uomo  all'altro nient'altro che un impedimento

      a  procedere.  Come  fare?  Anche  se  il  signor  Aghios  fosse stato

      accettato quale dittatore della vita  di  societ,  egli  non  avrebbe

      saputo  imporre il sorriso reciproco di saluto fra sconosciuti.  Esso,

      imposto,  sarebbe divenuto una smorfia orrida  e  mai  avrebbe  potuto

      significare  un sincero saluto di fratello.  L'affetto  anch'esso una

      fatica;  e nessuno vi si  sottopone  per  regola;  il  vero  riposo  

      l'indifferenza.  Dai  cani,  diretti  dagli  odori,  l'indifferenza di

      fronte alla vita non c'  mai.  Non  sono  mai  semplici  indifferenti

      stranieri, ma sempre amici o nemici.

      Un  treno  non    una  cosa piccola,  ma il signor Aghios nella vasta

      stazione non trovava il suo.  Doveva pur esserci,  nella stazione,  in

      qualche  posto,  l'indicazione  necessaria per trovarlo,  ma il signor

      Aghios non la vedeva.  Di solito sua moglie  lo  dirigeva.  Il  signor

      Aghios fiut inutilmente  a destra e a sinistra.  Vide un facchino che

      gli correva incontro.  Era il  fatto  suo.  Gli  consegn  la  piccola

      valigetta  che  tanto  facilmente  avrebbe  potuto  portare  da solo e

      domand del treno.  Sent il bisogno di scusarsi: "E' leggera,  ma  mi

      pesa perch sono vecchio".

      Aveva  parlato  al facchino per farselo amico.  Gi sentiva il bisogno

      degli amici occasionali che non attentano  alla  propria  libert.  Il

      facchino,  un uomo tozzo e svelto,  sorrise e borbott qualche cosa in

      meneghino,  che il signor Aghios non intese.  Buona che c'era stato il

      sorriso  e il signor Aghios,  con buona volont e passo celere,  segu

      l'amico che, la valigetta in mano, lo precedeva correndo. Lo seguiva e

      gi l'amava.  Come era bella l'invenzione  delle  mance!  Specialmente

      delle  piccole,  quelle  che  non  dolgono.  Perci egli era piuttosto

      avaro, perch regalando molto in una volta,  il piacere era breve e si

      restava poi paralizzati per lungo tempo. Sua moglie era pi generosa e

      quando  trovava  un  bisogno  che non poteva essere lenito che con una

      somma grossa,  essa la dava.  Ma era un modo di  disporre  della  roba

      altrui,  perch  agli  altri  bisognava  poi  dire:  "Ho  disposto gi

      altrimenti di quanto vi spettava".  Egli era veramente  generoso  solo

      talvolta,  per  volont della moglie,  com'era molte altre cose ancora

      quando essa lo voleva.

      In viaggio bisognava conquistarsi degli amici,  perch  altrimenti  si

      percorre  questa  terra  ch'  la vera,  la grande nostra patria,  col

      cipiglio dello straniero. Ed il signor Aghios sfruttava le sue piccole

      mance da vero  avaro  e  voleva  con  esse  comperare  non  molta,  ma

      un'amicizia duratura. Perci cominciava col pagare un prezzo inferiore

      alla tariffa. Di solito l'altro non protestava, ma restava a guardare,

      interdetto, il poco denaro che teneva nella mano aperta. Allora appena

      il signor Aghios metteva in quella mano una moneta alla volta,  finch

      essa si chiudeva e sulla faccia del facchino appariva un sorriso. Cos

      quel sorriso,  che aveva tardato a nascere,  si  stampava  meglio  nel

      ricordo  del  signor  Aghios e gli appianava qualche miglio di strada.

      Talvolta, prima ch'egli arrivasse a dare tutta la mancia,  il facchino

      si stancava e se ne andava con una brutta parola.  Il signor Aghios se

      ne andava allora con la mancia in tasca,  ma aveva avuto  tuttavia  la

      sua  soddisfazione perch egli si divideva da un nemico bens,  ma non

      da uno straniero.

      Bisogn scendere per uno scalone sotto terra  e  risalire,  dopo  aver

      percorso  un corridoio,  alla banchina sulla quale bisognava aspettare

      il treno non ancora giunto da Torino.

      Il facchino domand al signor Aghios se doveva aspettare con  lui.  Se

      non  fosse  stato  necessario di parlare in meneghino il signor Aghios

      avrebbe trattenuto l'amico dell'ultima ora.  Cos invece lo conged  e

      rest   nella   solitudine   allietata   dall'ultimo  suo  sorriso  di

      ringraziamento.  S'erano guardati per un istante negli occhi  quasi  a

      dichiararsi  la  loro reciproca benevolenza.  E il signor Aghios,  per

      aumentare tale benevolenza, aggiunse alla mancia una sigaretta.

      Molta gente aspettava sulla banchina.  Accanto ad  una  colonna  erano

      accatastati molti poveri bagagli,  una sola valigia chiusa,  due ceste

      legate,  di cui una chiusa da un panno rosso e l'altra verde sbiadito.

      Una  donna  sedeva  sulla  valigia  con  un  poppante  in grembo e una

      fanciullina di dieci anni,  ben difesa  dal  freddo  da  un  vestitino

      consunto,  dormiva su una cesta,  la testa appoggiata sul fianco della

      madre.

      "Sloggiano?" pens il signor Aghios. Vide poi avvicinarsi un contadino

      che,  mentre correva,  esaminava dei biglietti ferroviari certo allora

      acquistati.  La  giovine donna ebbe un respiro vedendolo.  Doveva aver

      sofferto di esser rimasta sola  tanto  a  lungo.  Quello  non  era  un

      viaggio con tutta quella famiglia. Un'emigrazione, una fuga.

      Poi  il  signor  Aghios  non  guard  pi la gente che lo circondava e

      s'incant per qualche minuto a guardare il fumo che denso  usciva  dal

      camino  di una locomotiva fuori della stazione.  Il vento lo spingeva.

      Uscendo dal camino a nuclei,  veniva subito diminuito  a  diffuso  dal

      vento.  Ogni nucleo,  nell'atto che subiva tale distruzione, pareva si

      spogliasse e tradisse l'esistenza  entro  di  lui  di  una  testa,  un

      grugno, un essere animato. E tale testa, prima di disfarsi, spalancava

      degli occhi smisurati per guardare meglio e per guardare meglio finiva

      con  lo  spalancarsi  tutta.  Una  processione  di  teste spaventate e

      minacciose. "Poche linee di vita bastano a significare l'essenza della

      vita, la paura o minaccia" moralizz il signor Aghios.

      Il treno entr sbuffando  in  stazione.  In  quell'istante  il  signor

      Aghios sent la voce della moglie che lo chiamava: "Giacomo!".

      Si  volse  a lei e forse non seppe celare un gesto d'impazienza.  Egli

      l'amava com'essa meritava,  ma la sua  assenza  non  era  stata  lunga

      abbastanza per fargli desiderare di rivederla.  Proprio era bastato il

      suono della sua voce per strapparlo a quella lieta benevolenza ch'egli

      riversava su tutte le cose e persone.  Eppoi gli  portava  essa  forse

      l'annunzio che non poteva pi viaggiare solo?  Ma egli sarebbe partito

      tuttavia.

      La signora dovette indovinare parte  del  suo  stato  d'animo  perch,

      interdetta,  gli domand: "Ti secco tanto?" e fece l'atto di ritornare

      sui suoi passi. Fu un attimo brutto.

      Questo poi no,  il signor Aghios  non  l'avrebbe  ammesso.  Si  poteva

      pensare a questo mondo quello che si voleva, ma non bisognava rivelare

      quel  pensiero  tanto bello e giusto finch restava celato nel proprio

      animo e tanto ingiurioso quando sbucava alla luce del  sole.  "Non  ti

      avevo riconosciuta!" disse subito.  E, presala per la mano, l'attir a

      s. Essa si sottrasse all'abbraccio, perch era tanto bene educata che

      non avrebbe  ammesso  una  cosa  simile  in  pubblico.  Ma  fu  subito

      convinta, perch essa credeva al marito. Era una fede di cui il signor

      Aghios  in passato era stato beato.  Da qualche tempo lo seccava.  Era

      proprio un modo di semplificare troppo la  vita.  Ormai  anche  questa

      fede aveva qualche cosa di gelido come tutta la loro relazione.

      Sorridendo essa gli disse che non era per rivederlo un'altra volta che

      gli  era  corsa  dietro,  ma perch aveva dimenticato di dirgli che la

      signora Luisi lo pregava di avvertire il gioielliere  di  Venezia  che

      essa  tratteneva  il  filo  di  perle  offertole e che il signor Luisi

      avrebbe provveduto fra pochi giorni al pagamento.

      Poi,  sempre sorridendo,  gli domand: "Ricordi ancora quello che  hai

      nella tasca di petto?".

      L'Aghios  port  subito  la  mano a quella tasca e,  trovatala gonfia,

      ricord: "Non dubitare! Ci penso sempre".

      Ma qui essa non gli credette,  perch s'era accorta che per  ricordare

      di  avere  seco  una somma forte di denaro,  egli aveva dovuto toccare

      quella tasca.  E s'impensier,  per i denari e non per lui.  "Ho fatto

      tanto  male di lasciarti partire solo".  Si guard irresoluta in giro.

      Poi sospir: "Gi! ora non c' pi tempo".

      Erano ambedue contenti che non ci fosse pi tempo, ma il signor Aghios

      era anche adirato di sentirsi trattare quale un bambino.  "Pensi forse

      ch'io perder il denaro?" domand risentito.  "M'hai trovato distratto

      cos perch proprio pensavo di fare un giro per Trieste per vedere  se

      non potevo trovare il denaro pi a buon mercato per la rinnovazione di

      parte del nostro debito".  E mentre parlava guard ancora una volta il

      camino della lontana locomotiva donde continuava a  sbucare  del  fumo

      denso.  Non  era che fumo informe ora,  non teste,  non minaccia,  non

      spavento.

      "E' una leggerezza di viaggiare con tanto  contante  in  tasca"  disse

      ancora la signora con voce calda che domandava scusa.

      S!  Era una leggerezza.  Dal giorno prima avevano deciso di comperare

      un vaglia,  anche per rendere quella tasca pi leggera.  Ma  lo  aveva

      disturbato  di  andare  con  quel  denaro alla banca e aveva rimandato

      quell'operazione fino a quel giorno stesso. Poi, sul pi bello,  erano

      venuti  a trovare il figliuolo tre giovini che con lui studiavano.  Il

      vecchio s'era incantato a star a sentire i loro piani  per  l'avvenire

      ora  che avevano finiti gli studii.  Egli non avrebbe aperto bocca per

      paura  di  sentirsi  correggere  da  quei  dotti,   ma  ricordava  che

      all'uscita dalla scuola egli era stato pi timido,  esitante, pauroso.

      Uno di loro trovava la sua posizione gi fatta, ma riteneva che il suo

      intervento avrebbe significato  un  progresso  per  l'azienda  in  cui

      doveva entrare.  Il secondo,  poi,  che non trovava nulla di fatto dai

      suoi antenati,  con  tutta  calma  s'apprestava  all'emigrazione.  Gli

      spettavano  tante  cose  che  l'Italia non poteva fornirgli.  Il terzo

      invece manifestava un grande disprezzo per la politica,  ma pensava di

      dedicarvisi. Non aveva alcun partito ancora e aveva tempo di pensarci.

      Intanto  sarebbe  entrato in un ufficio governativo.  E il vecchio non

      s'accontentava di pensare che il mondo non fosse pi quello in cui era

      nato lui,  ma s'incantava a studiare quale dei due mondi avesse  avuto

      ragione.  Non c'era verso! Uno dei due aveva sbagliato. Forse egli non

      sapeva meglio, ma in sua giovent gli avevano spiegato che sulla terra

      non ci fosse gioia abbastanza per contentare  tutti  ed  egli  l'aveva

      creduto e,  uscito dalla scuola,  timidamente aveva bussato alla porta

      del mondo per  domandare:  "C'  un  posticino  anche  per  me?  Potr

      conquistarlo?". Questo era il mondo d'allora, quando a questo mondo si

      era  in  meno.  Che  dopo il mondo si sia allungato e allargato?  E il

      vecchio era stato tenuto al suo posto e impedito di andar a  comperare

      il vaglia dal rancore di essere nato in un mondo pi difficile.

      "Gi,  adesso non c' pi tempo.  Sta sicura che per il denaro non c'

      pensiero.  Addio!" e le offerse il bacio dell'addio.  Essa  si  lasci

      baciare sulla guancia e lo baci poi anche lei sulla guancia.  Egli si

      guard d'intorno cercando di  trovare  un  altro  segno  d'affetto  da

      darle.  Trov!  Le  prese  la  destra  e  la  port  alle labbra.  Era

      lietissimo di aver trovato.  La solitudine  a  cui  s'avviava  sarebbe

      stata abbellita da tale congedo.

      Egli  s'accinse  di  montare  sul  vagone  dimenticando di prendere la

      valigetta che il facchino aveva deposta a terra.  Essa  la  sollev  e

      gliela porse ridendo molto. Per scusarsi il signor Aghios mormor: "E'

      il facchino che l'ha lasciata l. Non trovavo il treno...".

      La  signora  Aghios  rise ancora: "E come arriverai a Trieste senza il

      facchino?".

      Era destino! dovevano dividersi in broncio.

      Il signor Aghios di malavoglia rispose: "Il difficile  di trovare  il

      treno. Poi non lo guido mica io".

      E la signora, sempre ridendo insistentemente: "Per fortuna!" disse.

      Non  c'era  pi  il  tempo di pensare ad una risposta.  Avrebbe subito

      potuto dire che neppure lei avrebbe saputo dirigere il treno,  poi che

      non  era  tanto  difficile  perch  c'erano  le rotaie e infine che la

      valigetta non conteneva niente d'importante, ma non disse niente.  Era

      meglio sorriderle ancora una volta e andare via in pace. Ma il rancore

      c'era  nell'animo  suo  ed  era male.  Salt esitante nel vagone.  Nel

      corridoio del vagone era  difficile  di  muoversi,  ma  con  decisione

      giovanile il signor Aghios, con la valigetta in mano, si fece posto ed

      arriv alla prossima finestra che aperse.  Il treno in quel momento si

      mise in moto.

      Il signor Aghios chiam la moglie che aveva continuato a  guardare  la

      porta per la quale egli era sparito.  Essa corrispose vivamente al suo

      saluto. La banchina era ormai deserta.  Egli per un istante storn gli

      occhi  dalla moglie per guardare il posto ove era giaciuto il bagaglio

      dei contadini. Quel bagaglio era sparito e chiss che fatica per farlo

      entrare nel vagone.  Poi ritorn con l'occhio alla  moglie  che  aveva

      levato  di  tasca il fazzoletto e gli faceva dei vivi segni di saluto.

      Corrispose al suo saluto mandandole un bacio.  La fine elegante figura

      della  moglie  che  da  vicino si scorgeva un po' disseccata dall'et,

      ora,  come il movimento del treno aumentava la distanza fra  di  loro,

      gli  appariva veramente graziosa con quel velo roseo che,  puntato sul

      cappello, si muoveva nella brezza. E,  avviandosi alla sua solitudine,

      guardando  quella  figura  snella,  volle  avere il pensiero preciso e

      sincero e pens: "Pi m'allontano da lei e pi l'amo". Poi si sent la

      coscienza tranquilla.  Per il momento,  insomma,  egli si  trovava  in

      ordine con la legge umana e divina,  perch egli,  sinceramente, amava

      la propria donna.

      Per vederla pi a lungo si sporse  dalla  finestra.  Vedeva  bene?  La

      moglie portava la mano al cuore con gesto esagerato. Non era possibile

      ch'essa,  una  persona  tanto equilibrata,  volesse far vedere a degli

      estranei un dolore esagerato perch la lasciava  sola.  Eppure  pareva

      che quel grande gesto fosse accompagnato da grida.

      Poi,  quando  non  la  vide pi,  indovin.  Con quel gesto essa aveva

      voluto fargli un'ultima raccomandazione di badare ai denari che  aveva

      nella tasca del petto. Meno male! Sorrise e, obbediente, per attenuare

      il  rimorso  che sentiva di amare la moglie pi che mai ora che non la

      vedeva affatto,  si tocc con grande energia la tasca  del  petto.  Il

      portafogli, gonfio delle trenta banconote da mille, c'era tuttavia.






                                 2. MILANO-VERONA.


      Ora  bisognava tentare di procurarsi un posto.  Intanto non era facile

      al vecchio signore di muoversi  in  quel  corridoio  mentre  il  treno

      filava  a tutta velocit,  sobbalzava e percorreva certe curve in modo

      da far sentire al corpo un'irresistibile attrazione ora da  una  parte

      ora  dall'altra.  Deciso  il  signor  Aghios  si  diresse  al prossimo

      compartimento domandando scusa a destra e sinistra.  E subito ebbe  la

      prima avventura amorosa.  Una graziosa giovinetta si fece in disparte,

      fin dove la parete lo permetteva,  per fargli posto e il signor Aghios

      la  guard  con  un  sorriso che volle paterno,  pensando per che non

      sarebbe stato male se lo scompiglio  in  quel  breve  spazio  l'avesse

      gettato su lei.  Ma il movimento del treno,  quasi a farlo apposta, lo

      inchiod sulla parete di faccia.  Continu a sorridere alla  signorina

      che  lo  guardava  ansiosa con grandi occhi azzurri temendo di vedersi

      capitare addosso il grosso uomo malsicuro.  Egli dovette  procedere  e

      allontanarsi sorridendo alle cieche forze fisiche che s'erano messe al

      servizio  della  morale.  Altre  volte  altrettanto ciecamente avevano

      promosso il piacere degli uomini,  come in quell'antica storiella  dei

      due  amanti chiusi da una valanga in una grotta provvista di alimenti.

      La sorpresa in primavera di trovare tre anzich  due  esseri  viventi.

      Impossibile! Le cose per maturarsi hanno bisogno di nove mesi.

      Arriv al compartimento cui aveva mirato, ma i posti vi erano occupati

      ad esuberanza. Anzi, da una parte, sedevano addirittura in cinque. Fra

      quei cinque una donna, elegante ma non bella, con uno di quei cappelli

      che coprono la fronte e anche una parte degli occhi. Essa s'era un po'

      stesa:  Le  sue  gambe  calzate  di  seta,  i  piedini piccolissimi in

      scarpine nere di lacca. Il signor Aghios,  che per sfuggire alla ressa

      del  corridoio  s'era  messo  in mezzo allo scompartimento arrivando a

      tenersi alla stanga di ferro che sosteneva la rete  dei  bagagli,  non

      fiss troppo la signora, perch dovette provvedere a tenersi in piedi.

      Ma  il  suo  disturbo  non  gl'imped di pensare che quei cappelli che

      coprivano la testa,  la fronte e gli occhi delle donne erano seccanti.

      La moda era fatta dalla maggioranza e perci bisognava ritenere che la

      massima  parte delle donne avesse le gambe fatte bene e male la testa.

      Poi il movimento del treno lo fece volgere alla  signora  e  s'accorse

      ch'essa  aveva  accondisceso  al  suo  desiderio non manifestato e che

      s'era levato il cappello che le giaceva ora  in  grembo.  No!  La  sua

      faccia non era bella, ma doveva esserlo stata. Una faccia ch'era stata

      alterata e consumata dalla vita,  ridotta a linee rigide,  prodotte da

      un duro scalpello, che la rendevano lunga.  I capelli bruni,  ricci ad

      arte,  le  coprivano  gli  orecchi.  Ma  il piedino era grazioso,  pi

      piccolo della piccola scarpina di lacca.

      Un giovinetto (il quinto su quel sedile) si  alz  e  offerse  il  suo

      posto al vecchio. "Grazie! Grazie! Ma perch?" disse il signor Aghios.

      "Posso rimanere qui".

      "Io  vado  in  corridoio" disse il giovinetto.  Non ebbe un sorriso di

      benevolenza pel vecchio cui usava tanta cortesia.  E usc pestando  il

      piede alla signora che non l'aveva ritirato in tempo.

      Il  signor Aghios s'assise sul breve spazio che gli era stato lasciato

      libero accanto alla finestra. Peccato che il giovinetto (lungo, bruno,

      rude) non aveva accompagnato  il  suo  dono  di  una  parola  gentile.

      Sarebbe stato tale un bell'esordio al viaggio!  Tuttavia non bisognava

      lagnarsi, perch il viaggio in piedi non sarebbe stato adatto alle sue

      vecchie membra.

      Per non disturbare il vicino ch'egli  non  aveva  neppure  veduto,  il

      signor  Aghios  rest  per qualche tempo nella stessa posizione in cui

      sul suo posto era caduto, la faccia verso la finestra.

      Dapprima pens alla vita in quella vettura e a quel giovinetto burbero

      e benefico.  Ecco!  In certe posizioni  difficile  di  conservare  la

      benevolenza. Persino ora che stava tanto meglio egli sentiva una certa

      antipatia  per  il  suo  vicino  che  lo  costringeva  d'aderire  alla

      finestra. Era proprio un momento in cui si sente che l'uomo con la sua

      pancia,  le larghe spalle e i duri gomiti  una bestia odiosa  per  il

      prossimo.  E'  una  crudele  lotta quella per lo spazio.  L'Aghios non

      volle perdere la sua gioia e releg la sua  benevolenza  in  un  sogno

      perch  non  tutta  andasse  distrutta.  Il treno futuro,  che avrebbe

      trasportata un'umanit pi evoluta,  sarebbe  stato  allungabile  come

      sarebbe   stato  di  bisogno  e  senza  per  questo  aver  bisogno  di

      arrestarlo.  Ogni vagone avrebbe comportato delle enormi  possibilit.

      Si  tocca  un  bottone ed i posti si moltiplicano.  E cos le Ferrovie

      dello Stato creerebbero dei cavalieri,  anzich come ora dei villani e

      non  ci sarebbe stato bisogno di accettare sorridendo un posto offerto

      villanamente.

      Col naso sui vetri il signor Aghios non pot finalmente fare a meno di

      vedere la campagna enorme che correva via.  Il raccolto era finito.  I

      covoni  di  fieno s'ergevano colossali,  la provvista per tutto l'anno

      per gli animali della cucina tanto semplice.  I campi erano oziosi  in

      aspettativa  di essere incaricati del nuovo lavoro.  E il signo Aghios

      pens ch'egli arrivava proprio in tempo coi suoi augurii per procurare

      un buon raccolto.  Ora  cominciava  a  decidersi  la  sorte  dell'anno

      prossimo.  Occorreva subito una lunga pioggia,  che poi cessi, dopo di

      aver ammorbidita la terra e resa disposta  al  lavoro.  Doveva  essere

      preparata a puntino: N troppo dura,  n troppo tenera.  E gli augurii

      del signor Aghios piovevano abbondanti,  mentre correva accanto a quei

      campi  a  sessanta chilometri all'ora e una volta con grande sforzo si

      volse non per vedere il piedino di quella signora  che  ancora  doveva

      trovarsi  per aria,  ma per inviare gli augurii anche dall'altra parte

      della ferrovia: "Producete, producete in grande abbondanza, perch chi

      vi lavora abbia il suo premio". Esit poi. Ricord la faccia triste di

      quel contadino che l'anno precedente gli aveva detto: "Abbiamo il vino

      triste quest'anno, perch ve n' di troppo". Ma che importa?  Augurare

      bisogna a questo mondo.  Nessuno pu togliere all'uomo tale diritto il

      cui esercizio allarga polmoni e cuore.  E' vero che l'augurio  finisce

      col  ricordare l'ironia di chi,  allontanandosi da un tavolo di gioco,

      augura la buona fortuna a tutti coloro che vi restano assisi, solo che

      a questo mondo l'evidenza non  tale e si pu sempre  credere  che  un

      grande sforzo della terra benefica debba produrre del bene.

      Si  raddrizz  e  vide  il piedino per aria.  Essa era la terza seduta

      dalla sua parte e direttamente non  poteva  scorgerne  la  faccia,  ma

      s'accorse  che  ora  poteva  scorgerla riflessa in modo curioso da una

      lastra che  copriva  la  fotografia.  Come  era  bella!  Completato  o

      sminuito  il deperimento suo dai riflessi del tramonto o fors'anche da

      qualche linea della fotografia che la lastra  copriva,  quella  faccia

      era tutta pensiero e bellezza.  Ricordava qualche ritratto celebre, ma

      il signor Aghios,  che ne aveva  visti  tanti,  non  sapeva  precisare

      quale.  Era in fondo solo un ritratto e neppure molto somigliante,  ma

      il signor Aghios era felice di viaggiare con esso.

      Nel breve tempo dacch aveva abbandonato  la  moglie,  questo  era  il

      secondo  suo desiderio,  cio il secondo tradimento e anche il secondo

      peccato.  Ogni ammirazione  per  una  donna    un  desiderio.  Le  si

      attribuisce  intelligenza  o  dolore  per  rendere pi saporite quelle

      labbra che si vorrebbero baciare.  Il peccato non gli  pesava  troppo.

      Quando si stava per arrivare ai sessant'anni - almeno il signor Aghios

      aveva  per  conto proprio tale esperienza e nella sua solitudine amava

      di generalizzare - si sa che il proprio organismo non  fatto  per  le

      grandi  resistenze.  Lo  stesso  fatto  che  anche se il peccato fosse

      dichiarato lecito,  si peccherebbe ora  meno  sovente  che  in  epoche

      anteriori, prova che tutto dipendeva da quello che si pu e si deve. E

      il  signor Aghios assurse anzi ad un pensiero altamente filosofico: Se

      il signor Iddio ci avesse fatti proprio allo scopo  di  vederci  agire

      proprio  come  lui  vuole,  non ci sarebbe stato scopo alla creazione.

      Egli ci fece,  eppoi stette a guardarci con curiosit e mai  con  ira.

      Perci il signor Aghios desiderava le donne degli altri,  senza averne

      rimorso.

      Si vantava invece che,  ad onta di  tale  desiderio,  egli  mai  aveva

      tradito  la moglie.  Com'era stato bravo,  essendo fatto cos,  di non

      averla effettivamente tradita. In questo momento in cui dalla famiglia

      si divideva  con  qualche  rancore,  ammetteva  anche  d'essere  stato

      sciocco.  Ma  per la donna - il signor Aghios lo sapeva - non  mai a

      buon mercato. Vuole i denari,  il cuore,  la vita.  Invece non costava

      nulla  di guardarla e desiderarla e questo,  certamente,  era troppo a

      buon mercato.  Perch la donna,  quand' bella,  d subito molto e  in

      primo luogo il sentimento dell'umanit allo straniero e a tutti. Altro

      che  il  saluto scimmiesco fra sconosciuti!  Bisogna trovarsi per vari

      mesi isolato in un paese ove  si  parla  una  lingua  incomprensibile,

      evitati  dal  prossimo solo perch non vi conosce e vi sospetta perci

      capace di furti e omicidii,  e scoprire ad un tratto  l'intimo  vostro

      nesso  con  tutti  costoro,  la  vostra appartenenza a quel paese,  il

      vostro innato diritto di cittadinanza nello stesso alla  vista  di  un

      occhio luminoso, di un piedino nervoso, di una capigliatura dal colore

      e dall'assetto sorprendente. Pi giovine allora, la prima sua occhiata

      era  stata un vero proprio inizio di una relazione sociale.  Un inizio

      entusiastico: Era come se fosse entrato nella casa di  un  intimissimo

      amico,  addobbata  per  farvi  onore,  con tanto di benvenuto stampato

      sulla porta.  Con quell'occhiata il signor Aghios diceva: "Ti  conosco

      perch    sei    bella".    E   l'inglesina   rispondeva   in   lingua

      intelligibilissima,  cio con un'occhiata.  "Come sei amabile  tu  cui

      piaccio  tanto.  Pi amabile di colui cui diedi tutto e che non sa pi

      che farsene".  Dopo un discorso simile il signor Aghios non aveva  pi

      bisogno  dell'assenzio,  perch  gli  pareva  di trovarsi nella patria

      ideale dove tutti s'intendono e s'amano.

      Era anzi comodo che l'inglesina non sapesse altro linguaggio.  Secondo

      il  signor  Aghios  di  allora,  quand'era  pi  giovine  e perci pi

      virtuoso,  questa era una grande comodit.  Perch  se  alle  occhiate

      fosse  seguita  la  parola,  si  sarebbe corso il pericolo di trovarsi

      trasportato di colpo da quella patria ideale al bosco pi pericoloso.

      Egli credeva cos di essere rimasto sempre un  monogamo  virtuoso  che

      poteva sopportare lo sguardo sincero della moglie.  Essa non c'entrava

      col suo mondo ideale.  Il reale era tutto suo.  Tutto  era  nettamente

      diviso,  perch  nei  suoi  sogni essa non entr giammai e adesso,  in

      viaggio, meno che mai, perch il signor Aghios volava come se il treno

      si fosse  mutato  in  un  aeroplano.  Una  sola  volta  a  lei  pens:

      "Poverina! Speriamo che a quest'ora neppure lei a me pensi".

      Oltre  alla  donna c'erano in quel compartimento sette uomini e finora

      il  signor  Aghios  non  li  aveva  visti.   Del  suo  vicino  dovette

      accorgersi.  Era  un  giovinotto pallido che si sarebbe potuto credere

      uscisse da una malattia,  perch tradiva la sofferenza mentre  il  suo

      organismo aveva le linee di quello di un uomo forte,  agile,  sano. Lo

      spazio non gli bastava.  Stendeva ora una gamba,  ora l'altra sotto il

      sedile  occupato  da  un  grosso signore che gli stava di faccia e che

      guardava traverso gli occhiali con una  calma  serena,  deciso  a  non

      fermare quelle gambe finch non l'avessero urtato.  Avanzavano come se

      volessero finire su lui in un calcio, eppoi passavano nello spazio fra

      le sue due grosse gambe senza neppure sfiorarle.  E il grosso uomo (il

      signor Aghios lo guard ora soltanto) aveva degli occhiali dalle lenti

      di  uno spessore sorprendente.  La luce vi si frangeva e mandava sulle

      sue palpebre una macchia azzurra luminosa che  dava  alla  sua  faccia

      l'aspetto  del  Mefistofele  del  teatro  lirico.   E  fra  quell'uomo

      tranquillo che aspettava il calcio per protestare e l'altro,  inquieto

      e sofferente, le simpatie del signor Aghios andarono intere al malato.

      Il  movimento  il sollievo del corpo dolorante;  si sposta come se al

      dolore volesse fuggire.  Ora il giovinotto cerc di muoversi in  altra

      direzione,  forse  perch  da quella parte sentiva la minaccia di quei

      grossi occhiali e del loro riverbero.  Guard dietro di s il  soffice

      cuscino  su  cui  avrebbe voluto poggiare la testa,  ma cui non poteva

      giungere proprio causa le grosse spalle del signor Aghios. E il signor

      Aghios intese quel desiderio come  se  gli  fosse  stato  detto  e  si

      strinse  e  volse  in  modo  che  quel capo stanco potesse arrivare al

      cuscino. Poi: "Guardi, guardi" disse con slancio,  "mi metter cos!".

      Si  gett  con  la  faccia  verso  la  finestra  e mise anche il petto

      parallela alla stessa.  L'altro,  pronto,  dopo di aver  mormorato  un

      fervido  grazie,  lasci  cadere  la  testa sul cuscino.  Poco dopo la

      rimise sulle mani,  le braccia poggiate sulle ginocchia.  Ma il signor

      Aghios, col naso sulla lastra, non lo vedeva pi, perch ogni suo atto

      gentile rendeva pi vivo il suo pensiero sul lieto viaggio, come se la

      locomotiva si fosse messa a correre pi dolce e pi forte.

      Ma  pure  questo  pensiero  non  era  abbastanza  libero,  perch egli

      continuava a discutere la propria libert  di  amare  le  donne  degli

      altri.  Con  chi?  Non  con  la moglie,  che nei suoi sogni mai apriva

      bocca, ma con quell'essere non precisabile, ma che pur deve esserci in

      qualche luogo,  nell'etere forse che si suppone sia  dappertutto,  che

      sovraintende alla legge morale.

      Oggid  era acquisito dalla scienza che le giovani e belle donne erano

      pi necessarie ai vecchi che ai giovani.  Naturalmente,  oltre che  la

      sorpassata  legge  morale,  perch a questa necessit sia corrisposto,

      c'era l'ostacolo che anche alle giovani e belle donne era concessa  la

      libert di disporre di s.  Forse contro ogni giustizia, perch per la

      loro giovinezza e per la loro bellezza  esse  alla  libert  non  sono

      preparate.  Oggetti  troppo  preziosi,  venivano distribuiti anche pi

      ingiustamente dell'oro stesso.  Si conquistavano anche con un paio  di

      mustacchi  bene  impomatati.  Ai vecchi non si concedevano che in casi

      rarissimi: Gerontomania.  Ma se si confermava quello  che  Woronoff  e

      Stirnach asserivano?  Meglio di loro,  sarebbe servita a ridestare nei

      vecchi organismi la  memoria,  l'attivit,  la  vita,  una  bellissima

      fanciulla   o,   pi  precisamente,   una  bellissima  fanciulla  alla

      settimana. Gi i vecchi ebrei pensavano cos e,  per tenere in vita re

      Davide,  gli offersero una bella fanciulla. Ma egli non volle toccarla

      e dovette miseramente perire.

      Volle essere giusto e non appena pens alla giustizia, il suo pensiero

      corse alla propria moglie.  Anch'essa con la  faccia  tuttora  fresca,

      l'aspetto  incantevole  come  sulla  banchina a Milano con quel nastro

      rosso che si moveva alla brezza  vespertina,  poteva  dare  a  qualcun

      altro (non a lui) un po' di vita e riceverne.  Invece essa invecchiava

      peggio di lui,  perch essa  poi  mancava  del  suo  libero  pensiero.

      Poverina!  Non  era  per  suo  l'ufficio  di darle tale pensiero.  In

      passato egli invece aveva fatto  del  suo  meglio  per  toglierglielo.

      Anzi,  appena sposati,  la sua morale era stata dura e imperiosa.  Che

      rimorso!  Non bisogna mai sgridare nessuno,  perch poi ci  si  pente.

      L'altro  resiste  ed    male.  Cede  o  si  foggia  secondo il nostro

      imperioso volere ed  peggio ancora. Ma se invece in lei tale pensiero

      fosse ora altrettanto libero che da lui? Poteva essere che,  come essa

      non  l'indovinava  in lui,  cos lui non lo scoprisse da lei.  Sarebbe

      forse anche lui apparso a lei miserevolmente credulo e perci  gelido,

      inerte? Se egli avesse potuto istruire suo figlio, ossia se suo figlio

      da  lui avesse accettato qualche istruzione,  egli,  al momento in cui

      avesse preso moglie,  gli avrebbe raccomandato: "Non  istruire  troppo

      tua moglie e non foggiarla a modo tuo, perch pu avvenire ti riesca".

      Suo figlio l'avrebbe guardato con quel suo aspetto glaciale che poteva

      anche  manifestare  un rispetto e avrebbe pensato: "Presuntuosi questi

      vecchi.  Credono tutti fatti  come  loro  e  a  tutti  raccomandano  i

      purganti  che  fanno  per loro".  Aveva gi detto cos una volta ed il

      male era che allora aveva avuto ragione.  Allora e poi mai pi,  ma il

      vecchio  aveva  ragione di credere che la frase venisse ripetuta molto

      di spesso.

      Ricadeva nel rancore!  Non apparteneva a quel treno ed egli respinse i

      fantasmi della moglie e del figlio. Egli voleva fare la vita sua, cio

      il suo viaggio.

      Il  treno  si ferm ad una stazione non importante,  di cui l'edificio

      doveva trovarsi dall'altra parte.  Dalla parte sua,  nell'erba,  c'era

      una  quantit  di  polli  che  continuavano  a  razzolare  senza quasi

      accorgersi del treno che in questo momento s'era fermato accanto  alla

      loro casa.  "Come sono saggi costoro!" pens il signor Aghios. "Questo

      treno a ore fisse appartiene alla loro vita.  Penseranno sia sempre lo

      stesso". Poi ricord che neppure fra uomini ci si intendeva, se non ci

      si spiegava,  com'era da lui e sua moglie,  con quel pensiero libero e

      superbo, ma segreto che com'era da lui poteva essere anche da lei,  e,

      con  grande piacere,  si dedic a studiare quello che i polli potevano

      pensare della loro relazione con l'uomo.  Gli pareva che uno dei polli

      dall'erba  gli  gridasse:  "Guai  a noi se l'uomo non ci fosse".  E il

      pollo doveva essere certo  della  benevolenza  del  padrone,  che  gli

      procurava il buon becchime,  che, quando ne era sgozzato, se ne andava

      da questo mondo con la convinzione che l'uomo suo amico doveva  essere

      ammattito.

      Ora s'accorse di stare pi comodo.  In quella piccola stazione il loro

      compartimento s'era addirittura vuotato e  non  vi  restavano  che  in

      quattro.  V'era  sempre ancora il forte giovinotto pallido,  che aveva

      approfittato di conciarsi nel cantuccio pi lontano dal signor  Aghios

      e sdraiarvisi allungando le gambe. Di faccia a costui c'era un signore

      che  s'era procurato un giornale in cui ficcava il naso in modo che il

      signor Aghios non poteva vederlo  in  faccia.  Proprio  di  fronte  al

      signor  Aghios  era  rimasto anche il grosso signore dagli occhiali di

      tante diottrie.

      Mancava l'unica  signora  che  c'era  stata.  Anch'essa  era  scesa  a

      popolare la piccola stazione. Senza quel piedino che s'era tenuto alto

      in  quell'adunanza,  i  quattro  uomini  rimasti  avevano perduto ogni

      contatto fra di loro.  Erano divenuti dei  veri  stranieri  scialbi  e

      muti.

      Il signor Aghios per un istante guard i suo "vis--vis". Scoperse poi

      che anche dietro di costui c'era una lastra che copriva una fotografia

      e  nella  quale  egli  scorgeva  la propria testa,  chiara come in uno

      specchio.  Si analizz accuratamente.  Irrimediabilmente  vecchio  con

      quella  fronte  troppo  alta ed i mustacchi non curati,  un po' troppo

      gonfi.  I mustacchi erano la prerogativa degli animali che  s'annidano

      nei  buchi  (cos  aveva detto quella canaglia di suo figlio);  devono

      servire ad avvisarli quando il buco  si  restringe  e  arrestarli  dal

      pericolo  di strangolarsi.  "Ho io l'aspetto di bestia?" si domand il

      signor Aghios esaminando le proprie fattezze.  E lui e la sua immagine

      si guardarono sospettosi.  Questi, s, ch'erano rapporti semplici! Era

      l'unico caso in cui guardando una fisionomia si sa con piena  certezza

      quello  ch'essa  esprima.  Eppure  quella fisionomia conservava il suo

      aspetto di bestia mustacchiata,  avvilita allo scorgersi  meno  bella,

      mentre  era  vero  che  il  signor Aghios si sentiva gonfiare il petto

      dalla superbia di aver scoperto in quel momento  quale  fosse  l'unico

      rapporto  intimo in tutta la grande vasta natura.  Solamente dubitava!

      Anche quello mancava?  E corrug tutta la propria faccia: Un gesto  di

      disprezzo alla propria fisionomia che gli fu prontamente restituito.

      Il  signore  grosso lo guardava,  anche lui diffidente,  con gli occhi

      ingranditi dalla lente.  "Io credo" disse  levando  il  fazzoletto  di

      tasca  "d'essermi imbrattata la faccia con l'inchiostro della macchina

      da scrivere". E arross. Doveva essere un timido.

      "Oh!  no!" esclam confuso il vecchio,  che guard la macchia bluastra

      dagli occhiali sotto gli occhi del suo interlocutore.  "Io guardavo me

      stesso in quella lastra.  Ho uno strano aspetto  io,  in  viaggio".  E

      guardando  meglio  le  guance  accuratamente  rasate  del grosso uomo,

      offuscate dal pelo denso della  barba,  aggiunse  mentendo:  "Non  v'

      traccia di macchie sulla sua faccia".

      Mentiva.  Bastava  indirizzarsi fra uomini una sola parola per correre

      il rischio di dover  dire  una  menzogna.  Si  era  nella  verit  fra

      sconosciuti  soltanto.  La  macchia  bluastra,  non  raggiungibile dal

      fazzoletto, perch vagante secondo le rifrazioni della luce,  c'era su

      quella faccia,  ma non bisognava parlarne.  Perci anche in viaggio si

      perdeva la propria libert.  Come di tutte le cose,  anche del viaggio

      la   parte   pi   bella   era  l'inizio.   Partendo  si  correva  via

      immediatamente  liberi  dal  groviglio  di  affari  e  affarucci   che

      gremivano la vita.  Per un istante si respirava liberi. Non si serviva

      da puntello a nessuno e nessuno pi vi  puntellava.  Ma  per  con  la

      prima parola gentile non meritata (la macchia su quella faccia c'era!)

      avveniva la ricostruzione del puntello che impacciava i movimenti.  Si

      dava e si domandava l'appoggio.  "Nessuno mi dir ch'io abbia  parlato

      cos per far piacere a quel coso grosso. Parlai cos perch sto meglio

      se dico cose gentili".

      Il  coso  grosso  disse  anche lui una cosa gentile: "Io non so perch

      ella dica di avere un aspetto strano. Non vedo in verit.  Davvero non

      vedo!".  Scandiva con pedanteria le sillabe. Era un altro puntello che

      si cacciava sotto la spalla del signor  Aghios.  Per  aveva  sofferto

      quando  la buona creanza l'aveva obbligato di costruire lui l'appoggio

      all'altro dicendo una menzogna.  Ora invece si sentiva sollevato dalla

      gentilezza  che  riceveva.  Rientrava  con  un sospiro di sollievo nel

      consorzio umano,  non accorgendosi che anche quel puntello poggiava su

      una  menzogna di cui non sentiva dolore,  non avendo potuto inventarla

      lui.  Eppure avrebbe dovuto ricordare che poco prima la propria faccia

      gli era apparsa strana, anzi bestiale, con quei mustacchi grossi.

      Ringrazi  e  avrebbe  volentieri  attaccato conversazione con chi gli

      aveva regalato un complimento.  Ma non  trov  l'argomento.  Le  prime

      parole  che  avevano  scambiate vertevano su una parte del loro corpo.

      Continuando cos si correva il rischio di somigliare ai cani.

      Il signor Aghios  guard  con  desiderio  verso  il  corridoio  ch'era

      tuttavia  affollato  e  ove  si  fumava,  ciarlava  e rideva.  Avrebbe

      scommesso che la sua bella fanciulla dagli occhi azzurri c'era  sempre

      ancora;  altrimenti  non  ci  sarebbe  stata  tanta gioia e gli uomini

      sarebbero  venuti  a   sedere   nel   compartimento   semivuoto.   Per

      poltroneria,  malgrado  il  desiderio,  non  si mosse.  Nel momento di

      stornare l'occhio dalla porta s'avvide  che  un'animata  conversazione

      s'era  sviluppata  nell'altro  canto  della vettura.  Uno dei giovini,

      quello ammalato, si teneva penosamente teso verso il suo interlocutore

      per arrivare a sentirlo  e  aveva  nella  sua  faccia  emaciata  tutta

      l'espressione di persona che viene costretta ad una fatica spiacevole.

      L'altro invece doveva gustare molto l'occasione di tenere una predica.

      Era un ragazzo circa dell'et del figlio del signor Aghios. Era biondo

      come  lui  e  con  lui  aveva un'altra somiglianza che stup il signor

      Aghios.  Parlava proprio di una cosa di cui  il  signor  Aghios  aveva

      recentemente  sentito  parlare  dal  figlio  suo.  Anche in viaggio si

      poteva scontrarsi nelle cose note che ingombravano la casa,  perch la

      moda  funestava  nello  stesso  tempo  le case e i treni.  Lo studente

      parlava dell'origine delle malattie nervose e della cura delle  stesse

      mediante  la  psicanalisi.  Il signor Aghios sent solo queste parole:

      "La malattia ha la sua prima origine in  una  ferita  morale  ricevuta

      nella  prima  infanzia  e di cui,  per non soffrirne,  si soppresse il

      ricordo.  Per avere tale importanza,  tale ferita  deve  essere  stata

      inferta proprio nella prima infanzia".

      Tutto  questo  il signor Aghios gi sapeva.  E quando il figliuolo suo

      gliel'aveva detta con aria dottorale,  come se fosse stata scoperta da

      lui, il signor Aghios aveva mitemente consentito. Anche lui vedeva che

      la  ferita  fatta in un organismo nel suo sviluppo si moltiplicava con

      lo  sviluppo.   Poi  l'ignoranza  del  bambino  dava  all'offesa   una

      importanza enorme.  Ora,  invece,  nella libert del viaggio il signor

      Aghios si ribell.  Come si poteva  asserire  una  cosa  simile?  Ogni

      ferita  doleva  ed ogni ferita - se ne aveva il tempo - incancreniva e

      si dilatava.  Non soffriva lui,  a quasi sessant'anni,  di ogni offesa

      altrui e di ogni proprio dubbio?  La carne, composta di tanta parte di

      liquido,  era sempre poco resistente e l'ignoranza poi ci accompagnava

      fino  all'ultimo  alito,  grande  abbastanza  per  indurci a concedere

      importanza a tutte le cose che non ne hanno veruna e  farcele  sentire

      pesanti,  affannose,  origine di malessere e malattia. Certo, il tempo

      ci voleva e il pi lungo tempo  quello  che  trascorre  dall'infanzia

      alla  morte.  Perci  si  potrebbe dire che le avventure dell'infanzia

      sono le  pi  lunghe  e  solo  perci  le  cattive  avventure  le  pi

      pericolose.  S'avverano  piccole nei piccini e s'evolvono a grandi per

      affliggere gli adulti.

      E  il  giovanotto  continuava  a  dire:  "Una  seconda  avventura  pu

      aggiungersi pi tardi ad inacerbire la prima,  ma mai pu assurgere ad

      un'importanza per s".

      Qui,  ad onta della sua lontananza dal predicatore,  la quale  avrebbe

      dovuto  impedirgli  d'intervenire  anche  per il rumore assordante del

      treno,  il signor Aghios s'apprest ad urlare la sua  protesta.  Aveva

      taciuto col figliuolo suo,  ma qui non c'era ragione di tacere.  Ci si

      trovava nella grande libert del viaggio.

      Ma in quel momento il giovanotto sofferente,  che aveva provato  delle

      difficolt per stare a sentire,  si lasci ricadere sul cuscino dietro

      di s,  allontanandosi da chi gli parlava e  disse:  "Ne  parler  col

      medico  condotto".  Era  stanco  e si coperse gli occhi.  La posizione

      faticosa gli aveva dato il sentimento del mal di mare.

      Il predicatore apparve per un momento stupito e offeso.  E  il  signor

      Aghios dovette trattenersi per non ridere.  Parlare di cose simili col

      medico condotto?  Certo il predicatore non  era  medico,  ma  non  era

      neppure  medico condotto e credeva perci di avere un maggiore diritto

      di parlare di scienza.

      Poco dopo il giovanotto si lev,  prese a mano la sua valigia  e  usc

      sul  corridoio  per  essere  pronto ad abbandonare il treno alla prima

      fermata. Alla fermata il signor Aghios lo segu per guardare due cose.

      Prima di tutto volle vedere se il giovinotto veramente scendesse o  se

      avesse voluto abbandonare un luogo ove era stato posposto ad un medico

      condotto.  Scendeva  realmente in una stazioncella piccola e il signor

      Aghios lo segu con l'occhio come si moveva lento e sicuro  e  spariva

      nella  casuccia,  la porta del piccolo luogo per la quale entrava cos

      la grande scienza della psicanalisi.  Poi il signor Aghios guard  nel

      corridoio  sperando  di  rivedere  la  giovinetta  dagli occhi azzurri

      ch'egli era stato in procinto di  abbracciare.  Non  c'era.  Che  cosa

      facevano  dunque  tutti  quegli  uomini  in piedi?  Essendo uscito sul

      corridoio il signor Aghios  volle  darsi  un  contegno  e  accese  una

      sigaretta in mezzo in mezzo a quegli uomini che, in piedi, aspettavano

      di arrivare alla meta. Egli non ambiva di parlare con loro, perch sul

      corridoio  si  sentiva come sulla via.  Non era nella propria societ,

      cio nel proprio compartimento. Guard fuori della finestra e cominci

      a contare i pali del telegrafo  come  andavano  via.  Poi,  per  lungo

      tempo,  non  li  cont  pi e fu consapevole di essere rimasto nel pi

      assoluto riposo di pensiero a guardare  senza  vedere.  I  pali  o  la

      campagna  o  una  parte  di  vita fuggono senz'essere visti o sentiti.

      Quando ritorn in s,  dubit che una cosa simile possa  esistere,  ma

      non ricord che ci fosse stato,  in quello spazio di tempo,  il menomo

      movimento della materia o del pensiero. E forse,  a riprova del riposo

      assoluto avuto,  ridestandosi il signor Aghios giunse al suo mondo con

      un giudizio sintetico: "Io sono un vecchio che non amerebbe nessuno  e

      da  nessuno  sarebbe  amato se non ci fossi io stesso che amo e da cui

      sono amato".  Bisognava rischiarare il mondo  a  cui  egli  ritornava.

      Sorrise,  perch non ci fu amarezza. Le cose erano cos e ne risultava

      una situazione comoda come la sua et esigeva.  Poi la sua  asserzione

      andava attenuata: Non si poteva dire ch'egli amasse qualcuno,  ma egli

      amava intensamente tutta la vita,  gli uomini,  le bestie e le piante,

      tutta roba anonima e perci tanto amabile. Anzi, se fra gli uomini non

      ci  fossero state anche le belle donne,  egli avrebbe potuto aspettare

      la morte con la serenit di un santo.  E finita la sigaretta,  ritorn

      al  suo  posto  con  la  coscienza  di aver chiuso un viaggio lontano,

      inserito nel corto viaggio che s'era appena iniziato.  Era  stanco  di

      quel viaggio e s'assise con un respiro di soddisfazione.

      Il  suo  "vis--vis" intendeva certamente d'annodare discorso,  perch

      teneva in mano un mezzo toscano e gliel'accenn  guardandolo  supplice

      coi  grandi  occhi  rischiarati  dagli  occhiali:  "Lei    uscito sul

      corridoio per fumare,  ma visto che il  signore  gi  me  lo  permise,

      avrebbe  niente in contrario di lasciarmi al mio posto a fumare questo

      mezzo toscano?".

      Grande  cosa  il  fumo!  Specialmente  in  un  compartimento  per  non

      fumatori.  Ecco  che  la  vita  sociale  per esso s'iniziava anche fra

      sconosciuti, come dai cani, sebbene meno entusiasticamente.

      Con eguale gentilezza il signor Aghios consent  e  volle  essere  pi

      gentile ancora,  aggiungendo alla gentile parola un atto gentile.  Per

      quanto non ne avesse voglia,  avendo fumato giusto allora,  trasse  di

      tasca  un'altra  sigaretta  e  disse  sorridendo:  "Del  mio  permesso

      profitter anch'io".  Poi,  per,  non trovava gli zolfanelli.  Doveva

      rovistare  tre  tasche  del  soprabito,  tre della giubba (non quattro

      perch quella interna di petto il signor Aghios trov tanto gonfia che

      subito ricord che v'erano i denari),  due del  panciotto  e  due  dei

      calzoni.  Intanto il grosso signore fu anche una volta molto gentile e

      gli porse uno zolfanello acceso.

      Addirittura commosso, il signor Aghios ringrazi. L'altro gli sorrise,

      ma nulla rispose essendo occupatissimo  col  suo  toscano  che  doveva

      essere un poco umido.

      Poi, per, la conversazione si ravviv perch il signor Aghios, avendo

      ricordato  che sua moglie sempre diceva che le donne ne avevano troppo

      poche di tasche e gli uomini di troppe,  si mise a ridere ad alta voce

      e dovette dare una spiegazione della sua ilarit.

      Il  grosso suo compagno di viaggio rise,  ma piuttosto per compiacenza

      che per  proprio  bisogno.  Poi  protest.  Non  vedeva  la  giustezza

      dell'osservazione:  "Io  so sempre tutto quello che ho in ogni singola

      tasca.  Vuole il  mio  biglietto?  Eccolo!  Il  mio  specchietto?  Gli

      occhiali per leggere?".  Anche quelli erano grossissimi.  Aveva grande

      ordine, forse necessario con quegli occhi difettosi. Aveva un mondo di

      cose quel signore,  come un armadio ambulante e tutte al  loro  posto.

      L'idea  era  buona  di  tenere  tanto ordine nelle tasche ed il signor

      Aghios si propose di adottarla. Anzi avrebbe messo in una delle tasche

      un bel registro contenente la pianta delle tasche  con  l'enumerazione

      degli   oggetti   contenutivi.   E   pens  con  buon  umore  e  senza

      risentimento,  che il suo  nuovo  amico  non  aveva  fatto  vedere  il

      portafogli.  Anche  lui  non  aveva  toccato  quella tasca.  E' un bel

      sentimento quello di sentirsi furbi.

      Poi,  per rassicurare anche meglio quel signore ch'egli non aveva riso

      di lui,  il signor Aghios escogit una gentilezza da usargli.  Ricord

      ch'era il vanto di tutti i fumatori di  toscani  di  saper  sopportare

      tanto  veleno.  In  verit egli non sentiva tanta ammirazione,  perch

      sapeva che il fumo del toscano non si usava lasciar andare ai  bronchi

      e  polmoni,  ma  si  espelleva subito,  non appena avutone in bocca il

      sapore. Ma valeva bene la pena di dire una bugia per garantire intorno

      a s  tutta  la  necessaria  gentilezza.  E  disse:  "Come  fa  lei  a

      sopportare tutto quel veleno?".

      Curioso!  L'altro  non  sent  tali parole quali un complimento.  "Non

      credo di avvelenarmi pi di lei con le sue Macedonia. Lei ne gett via

      una or ora e ne ha gi  accesa  un'altra.  Questo    il  terzo  mezzo

      toscano  che fumo oggi e fino a questa sera,  dopo il pasto,  non fumo

      altro.  So come vada con le Macedonia.  Scommetto che lei ne fuma  una

      quarantina al giorno!".

      Non era vero.  Questa ch'egli aveva in bocca, il signor Aghios l'aveva

      accesa  proprio  a  scopo  sociale,  altrimenti  egli  avrebbe  saputo

      restarne  senza per lungo tempo.  Ma la gentilezza!  Ment una seconda

      volta assentendo, ma ne fu subito consapevole.

      Strano! Con gli sconosciuti si mentiva disordinatamente, senza un vero

      scopo. Con lo sconosciuto non c'era mai un vero accordo. Anche con chi

      intimamente si conosceva c'era spesso la stonatura, ma non cos.  Cos

      era  un  grido  discorde,  come  nelle  orchestre quando ogni singolo

      suonatore tocca lo strumento per provarlo,  sentirlo e  regolarlo.  La

      menzogna   con  coloro  che  ci  conoscevano  s'adattava  a  tutte  le

      circostanze per essere  pi  credibile.  Nel  treno  che  correva  era

      suggerita  dal  capriccio,  mancava dello sforzo consapevole ch'era un

      fine lavoro mentale. Il signor Aghios si tocc la bocca per frenarla e

      toglierle quella libert.  Egli  voleva  traversare  il  mondo  serio,

      serio,  non falsificandolo con parole che somigliavano ai sassi che il

      monello gettava per il solo bisogno  di  moversi,  senza  preoccuparsi

      dove andava a finire,  magari nell'occhio del prossimo. Era dunque pi

      difficile di saper muoversi con dignit fra sconosciuti e  a  lui  era

      toccato  di sbagliare perch poco uso alla libert,  come quei cani di

      catena che appena liberi guastano il giardino.

      Ma c'era dell'imbarazzo nel suo animo e il signor Aghios,  per moversi

      e  svincolarsi,  aperse il finestrino e comper un arancio.  Una lira!

      Egli non aveva fame,  perch aveva mangiato  poco  prima  di  lasciare

      Milano. Ma non era male di avere un arancio in tasca per l'eventualit

      di essere colto dalla sete. Una lira, una lira intera!

      Il  fumatore di toscani era sempre occupato a tirare e sotto ai grossi

      occhiali gli occhi loscavano per  veder  meglio  il  sigaro.  Tuttavia

      doveva  aver  seguita  la  transazione  fatta dal signor Aghios perch

      mormor: "Un arancio una lira.  Almeno con questo prezzo  non  c'  da

      perdere tempo. Si d la lira e non c' resto".

      "N arresto del treno" disse il signor Aghios, pensando subito che con

      gli  sconosciuti  si  dicevano  pi  parole inutili che con gli amici.

      Allora si avrebbe dovuto tacere?

      Non aveva scrupoli l'altro,  perch si mise a parlare  abbondantemente

      dei   prezzi  bassi  di  cui  si  aveva  goduto  nella  sua  infanzia.

      Accarezzava  quei  prezzi  bassi  come  se  fossero  stati  suoi  cari

      congiunti  decessi.  E,  ad  onta degli scrupoli ch'egli aveva interi,

      anche il signor Aghios parl di sue lontane rimembranze. Dopo le prime

      parole si trov trasportato in tutt'altra  epoca,  quasi  dimenticando

      che s'era mosso per riscontrare dei prezzi.

      Una  luminosa mattina di agosto sulla bella strada che va da Tricesimo

      alla Carnia. Lui e un suo amico, un pittore, in una carretta tirata da

      un cavallo,  che ha il vizio ad ogni tratto di rallentare per  sentire

      quello  che  si  dice nel veicolo cui  legato.  Non vi sono frustate,

      perch nella vasta verde campagna friulana,  tra quelle colline che si

      sporgono  cariche  di  alberi,  nella quiete della mattina soleggiata,

      l'ira stonerebbe. I due giovini, nella loro gioia,  sono buoni e amano

      il cavallino che, insieme alla carretta, per una giornata intera costa

      due lire.

      "Non    molto,  ma neppure tanto poco",  disse dottoralmente l'altro.

      "Anche oggid in Brianza, ma d'inverno...".

      Il signor Aghios sub tranquillamente l'interruzione. Egli era ora col

      pensiero tutto in un piccolo luogo della  Carnia,  Torlano,  ai  piedi

      della Carnia, un luogo che a lui, che allora era capitato per la prima

      volta  in una parte nuova del Friuli,  sembrava non friulano e neppure

      italiano.  I  tetti  delle  case  erti,  vicini  alla  perpendicolare,

      sembravano fatti per coprire delle case nordiche. Il signor Aghios non

      ricordava  dettagli,  ma  ricordava tutto l'insieme nitido sorridente,

      con tanto colore italiano sulle linee quasi gotiche. Accanto a lui, il

      pittore guardava con gli occhi semichiusi  e  ambedue  associavano  la

      loro  ammirazione,  la  societ  pi  intima  umana.  C'era  anche  un

      ruscello,  imponente per certi strati  azzurri  nell'acqua  qua  e  l

      profondissima e per la foga dell'acqua, viva per la sua recente caduta

      di montagna. E di tutto questo il signor Aghios tacque, perch non era

      cosa che appartenesse al signore dai grossi occhiali.

      Ma  gli  raccont  che  in  quella perla del Friuli lui e il suo amico

      andarono a rassodare il loro entusiasmo ad una merenda. Fu una merenda

      a periodi. Dapprima un latte squisito, tinto da un po' di caff e pane

      casalingo ancora caldo e un burro autentico,  un po' ingenuo e  aspro.

      L'appetito aument e vennero due uova al tegame.  Poi un po' di salame

      tenerello,  perch anch'esso nato appena e non ancora cristallizzatosi

      nel  nuovo  assetto.  E  giovine  anche  il formaggio che segu,  e il

      vecchio signor Aghios sapeva che il formaggio vetusto  buono,  ma che

      il  giovanissimo  ha  pure  i suoi pregi.  La merenda fu chiusa da una

      bottiglia di vino di  Torlano.  Oh!  il  vino  di  Torlano!  Giallo  e

      luminoso di luce propria e vivo come l'acqua di Torlano,  scesa allora

      allora dalla montagna.  E il vecchio s'incant a ricordare quella roba

      giovine  e  quel  vino vecchio (aveva tre anni,  di quegli anni lunghi

      della montagna) e la propria fresca giovent resa geniale  dal  grande

      pittore  triestino,  sparito  tanto presto e che guardando il ponte di

      Torlano sapeva come Manet l'avrebbe ritratto.  Ma a Torlano,  dove  la

      montagna  incombeva,  il  ponte  non  avrebbe  potuto  restare  solo e

      giganteggiare.   Tutto  era  sparito.   Era  impossibile  che  Torlano

      esistesse  ancora,  quand'era morto il pittore che l'aveva baciato,  e

      lui era l molto simile a quanto era stato,  ma non pi simile di  una

      fotografia  ad  una  cosa  viva.  Ed ora,  che guardava indietro,  era

      immobile come una fotografia.  Pare che ricordare  non  sia  una  vera

      azione.  Il  ricordo  lo  si  subisce  immobile.  Chi  ricorda e chi 

      ricordato s'immobilizzano.

      Il suo compagno lo richiam al movimento del treno.  "E  il  conto  fu

      piccolo?". E infatti il vecchio sent, ritornando in s, la spinta del

      treno che lo fece piegare per innanzi.

      Aghios  sorrise.  "Non  basta  ancora.  Anche  il  cavallo ebbe la sua

      merenda: Granturco,  perch non c'era avena.  In un cortile vasto  (lo

      spazio a Torlano non manca) fu lavata accuratamente la carretta ch'era

      sudicia,  perch,  essendo  stata  guidata  dal pittore,  aveva finito

      talvolta fuori dalla strada carrozzabile".

      "Ebbene!" disse il grosso uomo.  "Io scommetto d'indovinare  a  quanto

      ammont il conto. Due lire o, tutt'al pi, due lire e cinquanta".

      "Ella sbaglia di una lira intera" disse il signor Aghios.

      L'altro  fece  atto  di non credere.  Parve anche fosse in procinto di

      protestare.  Poi s'accontent di far conti e mormor:  "Due  tazze  di

      latte, 'pane  volont'... quattro uova al tegame... due formaggi. Una

      lira e cinquanta a me pare poco".

      Al  signor  Aghios,  che  pur  tanto  amava la sincerit,  la protesta

      dell'altro parve scortese e anche  imprudente.  Che  cosa  poteva  lui

      saperne dei prezzi di Torlano nel milleottocento e novantatr?

      E  brevemente  aggiunse:  "Io  fui  tanto  stupito di tale conto,  che

      proposi al pittore di dare una lira intera di mancia,  nel quale  caso

      la merenda avrebbe costato proprio quello ch'ella dice.  Ma il pittore

      m'ingiunse di dare solo venti centesimi di mancia,  perch pretese che

      altrimenti il mondo si guastava. Io feci come egli disse. Cos truffai

      Torlano e, tuttavia, come si vide, il mondo si guast".

      Meno  male  che  il suo interlocutore a quest'osservazione dell'Aghios

      vivamente assent ed anche rise, perch una constatazione molto giusta

      fa sempre da ridere.  Volle per aggiungere la sua pezzetta  e  disse:

      "Chiss se anche Torlano  tanto guasta?".

      "Io  spero di no" disse l'Aghios fervidamente.  E non pens ai prezzi,

      ma a quell'acqua bene incanalata che cantava la sua  mite  canzone,  a

      quel  ponte  e  a  quelle  case  grandi abitate da gente semplice,  ma

      nutrita di buone cose.

      I due  s'erano  ormai  fatti  abbastanza  intimi  e  si  presentarono.

      "Ragioniere Ernesto Borlini".

      Il  Borlini  si  stup  nel  sentire  il  nome dell'Aghios.  "Greco?".

      "D'origine,  ma lontana".  Era da lungo tempo che l'Aghios non pensava

      al suo nome greco, perch chi lo conosceva accettava quel nome come se

      fosse stato italiano.  Certo nella sua vita,  causa quel nome,  spesso

      egli aveva rovistato  nel proprio animo curioso di  scoprirvi  qualche

      cosa del pi geniale dei popoli.  Tante volte aveva analizzato qualche

      propria parola per vedere se poteva  considerarla  arrivata  da  paesi

      lontani  e  tante  volte  aveva  accarezzato  una  propria  idea  come

      sorprendente,  nata in un cervello atteggiato altrimenti dai  cervelli

      dei suoi vicini. Adesso pens: "Se l'origine valesse qualche cosa, io,

      dunque,  mi  troverei in viaggio tutto l'anno".  Ma molta sua superbia

      era sparita dacch egli aveva accanto il figliuolo che ne  sapeva  pi

      di lui.

      Rapido  il  pensiero del vecchio si ripieg su se stesso.  Subito egli

      dovette ridere.  Somigliava egli a Dante o a Omero?  In complesso  non

      c'era niente da perdere scegliendo una nazione o l'altra. Umiliato dal

      proprio  riso,  pass  a  considerare le tabelle statistiche.  Delitti

      passionali e fazioni da una parte e dall'altra.  Nulla  da  guadagnare

      mettendosi di qua o di l. Eppoi quanti italiani non erano greci senza

      saperlo?  No! No! Anche lui, per trovarsi in viaggio, doveva pagare il

      biglietto ferroviario.

      "Ho piacere ch'ella non sia greco!" disse il Borlini.  "Io,  i  greci,

      non li posso soffrire".

      L'Aghios  ebbe  una  smorfia d'imbarazzo.  Che cosa poteva dire a quel

      grosso uomo che in quel momento gli aveva serrata la mano e che subito

      gli dichiarava che met del suo organismo gli era  odiosa?  Il  signor

      Aghios  si rassegn a pensare: "Se tu odii i greci io me ne infischio.

      Di te non so che il nome, Borlini, e m' odioso perch lo porti tu". E

      tacque. Non occorreva abbandonare la propria famiglia per litigare.

      I due cominciavano a conoscersi ed era una  intimit.  Improvvisamente

      il  signor  Aghios  fu  nettato  dal  suo disgusto da un suono strano,

      nuovo,  che interrompeva le tre,  quattro  o  pi  note  prodotte  dal

      procedere  del  treno.  Il giovinotto,  nel cantuccio,  ch'era rimasto

      immoto con una mano sugli occhi,  emise un vero gemito.  Il  gemito  

      veramente  un  suono d'intimit.  Tutta una via cambia d'aspetto se un

      suono simile vi  emesso in  modo  da  esser  sentito.  L'indifferente

      viandante  s'arresta  e  pensa: "Oh!  poverino!  Guarda quello che gli

      accade e pu domani accadere a me che ogni  giorno  passo  per  questa

      stessa via".

      L'Aghios e il Borlini,  stupiti, guardarono il gemente. Troppo a lungo

      tacquero e ci rese accorto il giovinotto che lo si osservava. Lev la

      mano dagli occhi e guard i due compagni di viaggio. Lo guardavano, il

      Borlini proprio chino per innanzi per accostarglisi meglio.

      "Sta forse male?" domand l'Aghios, subito fraterno.

      "Perch?" domand il giovinotto stupito.  Aveva dei begli occhi  bruni

      sotto una chioma quasi bionda.

      "Scusi  tanto!"  disse  l'Aghios.  "Ha  sognato  forse  e ha emesso un

      gemito".

      "Pu essere" rispose il giovine. "Ci mi avviene talvolta. Mi scusino.

      Io non sono malato. Pensavo a certa mia sventura e perci gemetti.  Mi

      compatiscano".  Chiuse gli occhi e si riadagi nel suo cantuccio. Poco

      dopo trasse a s la tenda e se ne coperse il capo.  Voleva una  grande

      oscurit   quel   disgraziato,   perch  nella  vettura  la  luce  era

      scarsissima. S'era gi al crepuscolo, eppoi il cielo s'era coperto.

      Il signor Aghios continu a guardarlo.  Oh!  quanto avrebbe desiderato

      di  poter  lenire  il  primo  dolore  in  cui  s'imbatteva in quel suo

      viaggio.  Un gemito,  poi,   il suono pi familiare che un uomo possa

      indirizzare ad un altro.  Lo s'intende subito. E' pi intelligibile di

      una parola,  perch sfuggito all'organismo che lo form e non lo volle

      come tutte le sue funzioni.  Cos il polmone respira e il cuore batte.

      E il suono va direttamente al cuore degli altri  che  sanno  anch'essi

      formarlo e perci l'intendono.

      Invece  il  Borlini  guardava  il dormente con quei suoi occhi rotondi

      sotto agli occhiali, con piena,  grande diffidenza.  Quando avvenne la

      solita  rivoluzione  all'arrivo a Verona e la gente di tutto il vagone

      si mosse,  uscendo a prendere aria sulla banchina della fosca stazione

      o per restare nella pi luminosa delle citt,  il giovinotto si dest,

      si lev e usc sul corridoio a guatare la penombra, la fronte poggiata

      sul vetro della finestra.

      Il Borlini si chin all'Aghios: "Chi geme in pubblico,  si  prepara  a

      domandare dei denari in prestito".

      Era  una  gentilezza e l'Aghios sorrise per ringraziare,  ma non sent

      gratitudine.  Se si doveva guardare con diffidenza un uomo che gemeva,

      allora  si faceva meglio di restare celato fra le proprie pareti e non

      moversi.  Sentire un gemito e diffidare?  Solo diffidare?  Era proprio

      come chi si mette a correre sentendo chiamare aiuto, perch il grido 

      in s un avvertimento di pericolo.

      Il  giovinotto  ritorn  al  suo  posto  e si sdrai nel suo cantuccio

      proprio nella posizione di prima.  Intanto  il  signor  Aghios  intese

      ch'egli  non  poteva  soccorrerlo  neppure  con  una parola.  La buona

      educazione imponeva cos.

      Quando si sorprende un gemito si deve fingere di non  averlo  sentito.

      Non  per niente si era un gentiluomo.  Tutto doveva continuare come se

      il gemito non fosse stato  emesso.  "Non  devi  intrudere"  ammon  se

      stesso il signor Aghios.






                                 3. VERONA-PADOVA.


      Ma prima di abbandonare Verona la vettura accolse tre nuovi ospiti che

      al  signor Aghios parve di riconoscere.  Il contadino,  la moglie e la

      figliuola ch'egli credeva  di aver visti alla stazione di Milano.  Gli

      pareva soprattutto di riconoscere il gonnellino, rigonfio molto, della

      fanciulla.  Questa gli pareva pi giovinetta di quella che aveva visto

      dormire alla stazione,  perch questa non poteva avere  neppure  dieci

      anni.  Ma non si poteva dirlo,  perch un bambino con gli occhi aperti

      non somiglia ad uno che li ha chiusi.  La madre era ben vestita con un

      fazzoletto  di  seta  annodato sul capo in luogo del cappello.  La sua

      faccina sotto a quel fazzoletto,  un po' incartapecorita  forse  dalle

      intemperie,  era ammorbidita dagli occhi azzurri,  serii,  ma vivi. Il

      contadino  era  privo  di  colletto,   ma  vestito  pulitamente   alla

      cittadina.  Quel  fazzoletto  sulla  testa  della contadina,  nitido e

      bianco,  era  adorabile.   La  donna  inchinavasi  agli  antenati  per

      sottomettersi al marito che non li curava.

      Il giovinotto nel cantuccio fu obbligato di ritirare le gambe. Lo fece

      senza  dire una parola,  ci che al signor Aghios parve scortese,  lui

      che voleva il suo viaggio soffuso  di  gentilezza.  Del  resto  a  lui

      pareva  d'imbattersi  in  conoscenti  e  avrebbe voluto aprire loro le

      braccia. Doveva per diffidare,  perch al signor Aghios mancavano due

      qualit:  L'orientamento  e  il  riconoscimento  delle  fisionomie.  A

      Milano,  dopo esserci stato tante volte,  non sapeva  andare  da  solo

      dalla stazione a piazza del Duomo ed era incapace di trovare sulla via

      chi  conosceva ed incapace di non salutare tutti gli sconosciuti.  Per

      essere sicuramente conosciuti da lui  bisognava  averlo  praticato  da

      molti anni. Come  tanto difficile di apprendere da vecchi una lingua,

      cos  egli  non  sapeva pi stampare nel suo cervello la fisionomia di

      gente  nuova.   Forse  era  la  stessa  deficienza   che   gl'impediva

      l'orientamento. Infatti, intorno al naso e agli occhi degli uomini, ci

      sono  delle  vie,  androne e piazze di cui,  per la loro minutezza,  

      difficile  d'intendersi.   Li  conosceva  o  non  li  conosceva   quei

      contadini?  I  biglietti ferroviari erano ora tenuti in mano,  fissati

      negligentemente col pollice sulle altre  dita  robuste  e  rudi  della

      donna,  mentre  a  Milano  li  aveva  tenuti  il  contadino.  Ecco una

      differenza e il signor Aghios fu pi dubbioso che mai.

      Anche il Borlini guard quei biglietti. Si chin all'Aghios,  come per

      dirgli  qualche  cosa d'importante,  e gli soffi nell'orecchio: "Quei

      biglietti sono di terza classe".

      Il treno correva da una decina di minuti e la  fanciulla  si  guardava

      intorno  come se cercasse qualche cosa.  Poi si pieg sul grembo della

      madre e mormor: "Mama, voio veder".

      Anch'essa aveva la testa coperta dal fazzoletto annodato al mento.  La

      faccia sua era rosea e fresca, gli occhi azzurri, pi chiari che della

      madre,  grandi,  la  cornea bianca,  luminosa anch'essa.  Parlavano il

      veneto ed era difficile fossero venuti da Milano.

      La madre si chin e disse: "Guarda alora.  No ghe xe gnente da veder".

      Parlava  a  bassa  voce.  Pareva  intimidita  dalla  compagnia di quei

      signori silenziosi.

      Il signor Aghios,  che  non  aspettava  di  meglio,  fece  posto  alla

      finestra:  "Vuol  vedere!  Ha  ragione!  Anch'io quando viaggio voglio

      vedere. La ponga qui".

      La bambina guard supplichevole la madre,  la quale  volse  il  guardo

      come a domandare consiglio al marito.  Questi sorrise: "Se sto sior xe

      tanto bon,  no vedo perch la picola  non  dovaria  godersela.  Z  no

      restemo tanto, perch ghe semo subito a...".

      E subito preso in braccio il piccolo fagotto di vestiti,  lo depose al

      posto lasciato libero dal signor Aghios.

      La piccina guard la campagna che fuggiva e per qualche minuto  stette

      silenziosa.  Poi ader con tutta la faccia al vetro e il signor Aghios

      sorrise perch intese che faceva cos per vedere meglio. Indi si volse

      al padre piagnucolando: "Mi voria veder".

      "E no ti vedi?" domand il padre stupito.

      "Mi no che no vedo!" esclam la fanciulla e volse alla madre i  chiari

      occhi,  resi  anche  pi  chiari  dalle  lacrime  che  cominciavano  a

      formarvisi. La madre accorse e sedette fra il padre e la bambina, cos

      che il signor Aghios dovette  spostarsi  ancora  una  volta  per  fare

      luogo,  fatica  che  gli  fu resa pi facile da un cordiale: "El scusa

      tanto!" del contadino,  mentre il Borlini lanciava un biasimo parlante

      traverso ai suoi occhiali.

      La madre domand: "Ma coss'ti vol veder? No ti vedi tuto?".

      La fanciulla scoppi in pianto: "No vedo el treno".

      Il  Borlini  scoppi in una risata e i genitori risero anche loro,  un

      po' imbarazzati dalla bestialit della figliuola.  Il solo  Aghios  fu

      commosso.  Egli solo sentiva e sapeva il dolore di non poter vedere se

      stesso come viaggiava.

      Il piacere del viaggio sarebbe tutt'altro se si avesse  potuto  vedere

      il  grande  treno  con  la  sua  macchina come procedeva traverso alla

      campagna, come un serpente veloce e silenzioso. Vedere la campagna, il

      treno e se stessi nello stesso tempo.  Quello sarebbe  stato  il  vero

      viaggio.

      Domand sorridendo: "E' la prima volta che la cara bambina viaggia?".

      "S!"  disse  pronta  la contadina.  "E se ghe ne parla z da quindese

      zorni de sto viagio".

      L'Aghios si commosse. Quindici giorni su questo viaggio e trovarsi poi

      in questa gabbia chiusa!  Nella mente giovinetta  il  viaggio  avrebbe

      dovuto   concedere   il   piacere  di  una  passeggiata  senza  fatica

      moltiplicato per infiniti numeri. Quale delusione!

      Poi venne il peggio.  Il controllore si present alla porta a rivedere

      i  biglietti.  Quelli  dei  tre ultimi venuti erano di terza classe ed

      essi dovettero sgombrare. E' vero che alla prossima stazione sarebbero

      discesi,  ma intanto  dovevano  cambiare  di  vagone.  Per  quanto  il

      controllore fosse abbastanza urbano, tuttavia la sua voce ebbe qualche

      accento  imperioso.  La bambina non pianse pi e si ficc timorosa fra

      padre e madre ch'erano gi in piedi.  L'Aghios domand al controllore:

      "Non  si  pu chiudere un occhio per una stazione sola?".  I contadini

      erano gi usciti dallo  scompartimento.  Il  controllore  cortesemente

      disse: "Io faccio il mio dovere".

      E  l'Aghios deplor di non aver avuto il coraggio di stampare un bacio

      sulla fronte della bambina, l,  sopra agli occhi chiari che avrebbero

      voluto  vedere  il  treno.  Lui,  di seconda classe,  per affetto alla

      terza.

      Il Borlini era tutto approvazione: "Ordine ci deve  essere".  L'Aghios

      non protest,  perch pensava a cappuccetto bianco come passava fra la

      gente sul corridoio.

      "Quella del treno mi piacque" disse il Borlini. "Tanti bambini tardano

      molto a intendere le cose. Vuol vedere il treno e c' dentro".

      Poi raccont di avere anche lui a casa  due  bambini,  uno  di  sei  e

      l'altro di quattro anni e mezzo.  Egli s'era sposato tardi.  "S! Dopo

      raggiunta la necessaria posizione".  Il secondo vedeva tutte  le  cose

      che non importavano,  le automobili che passavano lontane e non quelle

      che minacciavano di schiacciarlo e il palazzo alto e non la pietra  su

      cui incespicava.

      "Dovrebbe  essere  consanguineo  di  quella  bambina che non vedeva il

      treno" disse il signor Aghios.

      Il Borlini non parve approvare l'osservazione.  "Il mio  un  po'  pi

      fine per quanto bestia anche lui".

      Poi raccont che pochi giorni prima era con Pucci a passeggio e videro

      due  carabinieri  col  loro  mantello  un  po' minaccioso sotto a quel

      cappello  napoleonico.   E  il  bimbo  spaventato  domand   se   quei

      carabinieri  sapevano ch'essi non erano dei ladri.  "Si pu essere pi

      sciocchi di cos?" esclam il Borlini.

      Subito  l'Aghios  prese  interesse  al  chiacchierio  vuoto  del   suo

      compagno. Come si sentiva amico del piccolo Pucci dal cuore palpitante

      di  paura  d'essere  preso  per un ladro o forse di esserlo!  Il ladro

      poteva essere  preso  in  flagrante,  ma  non  c'era  una  prova  cos

      risolutiva per il non ladro. Era come la prova Wassermann. La negativa

      non era mai sicura. Il microbo del furto poteva esserci nel sangue, ma

      aspettare una buona occasione per dar segno di vita.

      Poi il Borlini, fra una tirata e l'altra del suo minuscolo toscano che

      gli  aveva  consumato  una  scatola intera di cerini,  disse ancora di

      Pucci,  che aveva paura di notte,  ma che si sentiva pi sicuro se gli

      permettevano di tener nel letto un giocattolo, per esempio la palla di

      gomma. "C' senso?" domand il Borlini. "E' per di buona razza" disse

      il  Borlini,  "e  somiglier  presto a suo fratello che non ha di tali

      grane".

      Strana asserzione!  Se non ci fosse stato l'obbligo della cortesia  il

      signor  Aghios,  per  la  propria esperienza di sessant'anni,  avrebbe

      potuto raccontargli che quando si nasce fatti in  un  modo,  si  resta

      cos.  Era  invece un grande disgraziato,  quel povero Paolucci ch'era

      nato in una famiglia che non faceva per lui.  L'Aghios  lo  intendeva,

      perch anche lui aveva sofferto di paure quando ancora la vita non gli

      aveva insegnato quanto minacciosa essa fosse.  Aveva sognato di quegli

      animalucci piccoli,  rapidi,  inafferrabili  e  schifosi,  roditori  e

      insetti quando ancora non aveva sospettato che prima o poi l'avrebbero

      raggiunto,  e di grandi oscurit prima di sapere che l'oscurit era la

      nostra meta.  E nel suo letto egli aveva portato con s un cavalluccio

      di  legno e dormendo lo stringeva al petto.  Finora egli aveva creduto

      d'aver fatto cos per bont,  attribuendo una vita bisognosa di calore

      a  quel  suo cavalluccio di legno che alla vita apparteneva per la sua

      forma ruvidamente sbozzata.  Ma la palla?  Quel Paolucci,  il suo vero

      fratello,  teneva in letto una palla!  Quella poi non aveva bisogno di

      calore,  con quella sua forma rigidamente rotonda che non  apparteneva

      alla vita. E quando l'aveva vicina si tranquillava e aveva meno paura!

      Ma  era  un  simbolo  quello;  s'attaccava  al  suo  divertimento  per

      dimenticare la vita (divertimento = diversivo,  pens  l'Aghios  senza

      che il suo figliuolo sentisse).  Come il piccolo Paolucci aveva potuto

      assurgere a tanta altezza! Ma ora, in tutta la sua vita,  che l'Aghios

      sinceramente  gli augurava lunga,  egli non poteva apprendere nulla di

      pi nuovo,  nulla di pi alto,  nulla  di  pi  amaro.  Perch  viveva

      ancora?  Il  fratello  suo!  Quale  avvenire lo aspettava!  Anche lui,

      quando non aveva saputo  simulare,  aveva  passato  la  sua  vita  fra

      sorrisi di scherno, correzioni imperiose o sprezzi. Per sua sfortuna e

      propria sventura il figliuolo suo non gli somigliava affatto, privo di

      paure,  accorto e abile, sentendo il divertimento come il suo destino.

      Non sospettava che cosa fosse la vita e non se ne curava, come se egli

      alla vita non avesse appartenuto.  La godeva dimenticandola.  Studiava

      poco, ma sapeva maneggiarsi. Sapeva anche poco, ma aveva sempre pronti

      molti  dati  precisi che gli davano facilmente la vittoria.  E aveva a

      disposizione molti libri  in  cui  sapeva  trovare  tutto  quanto  gli

      occorreva per discutere.

      E  per  lungo tempo il piccolo Paolucci fu il suo compagno di viaggio.

      Il Borlini ne disse ancora una parola: "Mentre suo  fratello  maggiore

      camminava  sicuro,  attaccato alla mano del padre,  Paolucci si faceva

      sempre trascinare.  Era come la moglie di Lot e guardava dietro a  s.

      Certo per vedere pi a lungo le cose".

      Paolucci  Borlini  poteva  diventare  un  grand'uomo  oppure un triste

      depravato o infine un uomo comunissimo  come  lui  stesso,  il  signor

      Aghios. Meno felice in tutti i casi. Anche per far valere delle grandi

      qualit  ci  voleva  dell'accortezza.  E non avendo questa,  si poteva

      vivere come se la si avesse avuta e traboccare per afferrare  le  cose

      di  cui  l'uso  non   concesso che per quella conquista che designano

      come legittima.  O infine poteva  adattarsi  di  vivere  la  vita  pi

      comune,  riservando il libero movimento delle grandi qualit nei brevi

      intervalli in cui viaggiava.

      Addio caro, piccolo fratellino.

      Eppure,  dopo di essersi congedato da lui,  il signor Aghios s'imbatt

      in  lui anche una volta.  Per dimostrare anche una volta la bestialit

      del bambino,  il Borlini raccont di aver sognato di asini e  cavalli,

      che gli correvano addosso minacciosi,  per dargli calci. E il Borlini,

      vantandosi, raccont ch'egli interruppe il racconto domandandogli: "Ti

      davano dei calci con le zampe anteriori o con le posteriori?". "Con le

      anteriori!" disse il bambino. "Ebbene!" disse il Borlini. "E' un sogno

      impossibile,  perch quegli animali non possono dare dei calci con  le

      gambe anteriori".

      Il signor Aghios rise,  ma pens: "Povero Paolucci! Una vera crudelt!

      Spezzare i sogni dei bambini con la scienza".

      E quando Paolucci definitivamente lo  abbandon,  egli  rest  proprio

      solo col Borlini. Molto solo! Ci furono dei momenti in cui egli rivide

      uno  per  uno  i simpatici veronesi che lo avevano abbandonato a Porta

      Vescovo   e   alla   Centrale   e    ripens    ai    due    contadini

      (quell'indimenticabile   donna   dagli   occhi  dolci  e  dalla  pelle

      bruciata!) e pens che il suo viaggio sarebbe stato ben pi  lieto  se

      uno  qualunque di costoro fosse rimasto al posto del Borlini.  Peccato

      che quel giovinotto, reso interessante da tanto dolore,  continuasse a

      dormire nel suo cantuccio.

      E bisogn parlare col Borlini. Stavano l, seduti a guardare, traverso

      la  finestra,  la  notte  oramai  completa,  e  cortesia voleva di far

      sentire la propria voce.  Disse subito una bugia lamentando  di  dover

      sobbarcarsi  alla  fatica  del  viaggio.  Aveva  preso  lo  slancio al

      complimento (che per  sua  natura    menzognero)  e  disse  la  bugia

      completa: Per lui il viaggio era una tortura.

      E  in  un  lampo  il  signor  Aghios evoc delle immagini che dovevano

      rendere vera quella bugia.  In prima linea la bambina di  poco  prima,

      che aveva immaginato il viaggio come qualcosa che meglio si senta e si

      veda.  Anche  lui  era come la bambina.  Il vero viaggio sarebbe stato

      quello con  la  diligenza  traverso  a  vere  vie  naturali  (chiamava

      naturali  quelle prive di ferro) e ai luoghi abitati,  con gli arresti

      non alle stazioni,  che in Italia mai davano l'immagine del  luogo  di

      cui  erano  la  porta d'ingresso,  ma davanti ad un'osteria del luogo,

      parte di esso, ove i cavalli si rifocillavano o cambiavano. Neppure in

      automobile la via,  il luogo,  la  gente  non  era  tanto  intimamente

      sfiorata dal viaggiatore.  E il viaggio, in compagnia del Borlini, era

      meno viaggio che mai.

      Il quale rispose all'osservazione dell'Aghios con una domanda: "Quante

      volte viaggia lei in un mese?".

      Ed il signor Aghios disse un'altra bugia: "Due o tre volte  al  mese".

      Era  gi la seconda volta - disse - che in un mese andava da Trieste a

      Milano.  Quest'ultima comunicazione era vera.  La prima volta su e gi

      con  la moglie;  la seconda volta si concludeva ora col suo ritorno da

      solo. Ma prima, da anni, non s'era mosso da Trieste.

      Il  Borlini  vivamente  stava  contando  aiutandosi  con  le  dita   e

      mormorava: "Lodi (sporgendo il pollice),  Vicenza (l'indice), Siracusa

      (il  medio),  Ancona,  Siena,  Perugia...".  Dieci  citt  e  l'Aghios

      guardava  quelle dita tozze che le segnavano e correva a vederne tutto

      l'aspetto in rapida sintesi: Lodi (non v'era stato,  ma ricordava  che

      la poverina non aveva saputo imporre il proprio nome alla sua squisita

      invenzione  attribuita  a Parma),  Vicenza (il Palladio,  le cui opere

      venivano spregiate da quel saputo  del  figliuolo  suo,  quei  palazzi

      marmorei  che  l'Aghios  vedeva  lucere nelle vie poco popolose in una

      giornata festiva di sole), Siena (oh! quel duomo risultato pi piccolo

      del proposito e piccolo per tenere tanta  bellezza.  Siena?  Diecimila

      fiorentini ammazzati in un giorno!),  Perugia (le volte, Assisi vicina

      e i campi verdi coi greggi bianchi,  tutto un paese che sta aspettando

      un altro santo). Ma il Borlini non lo lasci pensare pi oltre. "Dieci

      volte!"  esclam.  "Io lasciai Milano durante questo mese,  e siamo al

      venticinque,  ben dieci volte.  E non me ne dico stanco,  perch,  per

      essere ben fatto, il dovere dev'essere un piacere".

      Oh! Questa, poi, era grossa! Se il dovere fosse il piacere, allora non

      ci sarebbe merito. Egli, l'Aghios, aveva il vanto di aver tutta la sua

      vita  il vero dovere,  abbandonando i suoi cari pensieri,  le sue care

      fantasie,  il vero piacere.  Se lo avessero  lasciato  in  pace,  egli

      avrebbe percorso il mondo,  non per guardarlo, ma per trovare maggiore

      stimolo a staccarsene, abbellirlo e offuscarlo. Anche il figliuolo suo

      diceva che ognuno a questo mondo faceva quello che doveva e perci lui

      si  divertiva,  mentre  altri  (il  signor  Aghios)  soffriva.   C'era

      sicuramente una differenza! Ma dove?

      Non  protest.  Tutta  quella  conversazione non gli sembrava una vera

      conversazione. Perch avrebbe dovuto faticarsi a discutere?  Si moveva

      la bocca cos, per dar tempo al treno di procedere.

      "Ella    dunque  un viaggiatore di commercio?" domand tanto per dire

      qualche cosa.

      "Macch!" disse  il  Borlini  con  disdegno  per  chi  non  meglio  lo

      giudicava.   "Io   sono   l'ispettore   viaggiante   di   una  societ

      d'Assicurazioni".

      Il signor Aghios s'inchin,  come per congratularsi dell'alta  carica.

      Ispettore! Era tutt'altra cosa di commesso viaggiatore!

      Si vedevano in distanza,  sotto la montagna, le luci di una borgata ai

      piedi di una collina.  Luce tranquilla,  immota!  Del resto  una  luce

      lontana  sempre tranquilla,  sempre immota! pu soffiare il vento e,

      se  non  l'estingue,    come  quella  delle  stelle;  brilla  con  la

      tranquillit di un colore (se ce ne fossero di tanto brillanti). E per

      qualcuno in quella borgata doveva esserci il turbine. Ma la lontananza

       la pace.

      Ma bisognava intanto muovere la bocca e il signor Aghios  disse  delle

      altre  bugie,  senz'intenzione,  per mancanza di sorveglianza: "Io non

      amo di lasciar sola la mia vecchia moglie".

      "So che vi sono degli uomini fatti cos" disse  l'ispettore  guardando

      attentamente  il  signor  Aghios  come  se  avesse  voluto studiare un

      animale strano.

      E l'Aghios insistette nella bugia: "Badi ch'io alla citt non ci tengo

      affatto e che mi trovo altrettanto bene a Milano  che  a  Trieste.  La

      questione  che non so vivere solo".

      E  pens:  "Guarda,  guarda  pure,  ad  onta  di tanto occhiale non ci

      capirai nulla".  Stimo io!  Se quello che diceva doveva  contare,  era

      impossibile  d'indovinarlo.  E  disse  ancora ch'egli amava la vita di

      famiglia.  Cerc una parola pi intelligente per addobbare la bugia  e

      la  trov subito: Egli amava la vita di famiglia ove era necessario di

      pensare ora all'uno ora all'altro e mai  a  se  stessi,  alla  propria

      miseria.   Parlava   della  propria  miseria  in  un  momento  in  cui

      assolutamente non la sentiva, coi soldini in tasca pronti per le mance

      e il suo affetto per tutti i deboli in cui s'imbatteva, il suo affetto

      tanto grande da raggiungere anche delle  persone  che  non  aveva  mai

      visto, come l'indimenticabile Paolucci.

      Il  Borlini  brontol:  "La  mia  vita  di famiglia  tutt'altra cosa.

      Quando ci sono io tutti pensano a me e cos faccio anch'io, cio penso

      a tutti loro. Quando viaggio allora, naturalmente, lascio la libert a

      tutti,  ma spero che a me si pensi.  Io sono assorbito dagli affari  e

      non penso che a questi. Ma perch ci sono gli affari? Non forse per la

      famiglia? Quando penso agli affari, penso alla famiglia".

      L'Aghios  rimase  ammirato.  Quest'era  la presentazione del vero uomo

      normale!  Non gli era  simpatico.  L'uomo  normale  voleva  che  tutti

      pensassero a lui (e rivel il suo vero pensiero confessando, dapprima,

      che cos faceva anche lui,  per disdirsi, poi, con una spiegazione che

      annullava la  parola  sfuggita).  Forse  tutti  pensavano  a  lui  per

      augurargli la morte.  Come era migliore lui, che non domandava niente.

      Non gli pareva d'aver amato meno la propria  famiglia  perch  non  lo

      curava  abbastanza.  No!  Egli  l'amava meno perch sentiva il bisogno

      della famiglia maggiore, il mondo.

      Fu una vera antipatia per il suo interlocutore che lo trascin ad  una

      discussione.  Non  bisognava  permettergli  di  dire  delle cose tanto

      ingiuste con quel tono di predicatore sicuro di  s.  Seccamente,  con

      piena  sincerit,  egli  disse: "Io,  invece,  quando sono in famiglia

      penso a tutti loro e spero che quando sono  assente  tutti  pensino  a

      me". C'era la bugia nella seconda parte della dichiarazione, ma questa

      era risultata da un'istintiva modestia. Temeva di apparire troppo alto

      se  avesse  confessato  che  poco  prima egli aveva desiderato che sua

      moglie, durante la sua assenza,  non l'avesse ricordato.  Troppo alto?

      Dicendo  il suo intimo pensiero forse non avrebbe appartenuto tanto in

      alto.

      Il Borlini si mise a ridere, di un riso sonoro, a scatti, il rumore di

      un motore che s'avvia: "Ma  questa    poesia;  vera,  futile  poesia!

      Sarebbe ella forse un poeta travestito?".

      Dapprima   il   signor   Aghios  sent  la  prola  come  un'insolenza.

      Travestito?  Ma poi guard in se stesso con  curiosit.  Egli  credeva

      d'essere  un uomo che desiderava tante cose non permesse e che - visto

      che non erano permesse - le proibiva a  se  stesso,  lasciandone  per

      vivere  intatto il desiderio.  Egli poi non ne parlava neppure e stava

      facendo delle asserzioni che dovevano celare meglio - negandoli - quei

      desiderii.  Era perci un poeta travestito?  Se avesse cantato di quei

      desiderii  non  permessi  sarebbe  stato  un  poeta non travestito.  E

      negandoli? Se per negarli avesse saputo elevare la voce fino al canto,

      anche negandoli sarebbe stato un poeta. Che bestia quel Borlini!  Come

      pu travestirsi un poeta?  Tacendo?  Non  un travestimento infatti ma

      perch il silenzio pens l'Aghios.  Nella vita si  pu  essere  bestia

      quanto  si  vuole,  ma  non  un  poeta se non si sa cantare la propria

      bestialit.

      Disse con semplicit: "Non so neppure di quante sillabe si componga un

      endecasillabo".

      "Undici" disse il Borlini. "Lei,  greco,  lo deve sapere.  Si traveste

      ancora".

      "Ma  che  poeta"  disse l'Aghios,  ridendo un po' compiaciuto e un po'

      offeso.  "Pensi che io ora corro a Trieste senza moglie e senza figlio

      per un affare urgente".

      Non  poteva  aprir bocca senza dire qualche parola di troppo.  E trov

      una verit da dire e la disse subito,  come se una parola vera potesse

      cancellare la vergogna di una parola falsa: "Si figuri se  un piacere

      viaggiare cos, carico di denari". E si batt la tasca di petto.

      Il Borlini si mise a ridere pi a bassa voce, guardando con diffidenza

      verso  il  loro  compagno  che  ancora  sempre  sonnecchiava  nel  suo

      cantuccio: "Anch'io ne ho del denaro in  tasca,  e  molto.  Da  lei  

      un'imprudenza, da me una necessit".

      Il   Borlini  diventava  veramente  aggressivo  ed  il  signor  Aghios

      sconcertato tacque.  Dopo una pausa  alquanto  lunga  il  grosso  uomo

      riprese la parola in tono pi di convinzione.  Forse s'era pentito del

      suo tono troppo aggressivo.

      "Pensi quello ch'io faccio per la mia famiglia eppoi  mi  dica  se  in

      contraccambio  non  ho  il  diritto di esigere che tutti i suoi membri

      pensino costantemente a me.  Vi sono certi uomini a questo  mondo  che

      lavorano  come  me,  ma  nessuno pi di me.  Questi viaggi non possono

      essere considerati quali un riposo. Le pare?".

      Al signor  Aghios  pareva  che  fino  a  quel  momento  in  cui  aveva

      incontrato  il suo interlocutore,  il viaggio fosse stato veramente un

      riposo.  Ora,  costretto di dar continuamente ragione a  qualcuno  che

      egli  non amava,  si sentiva afferrato da una famiglia e per di pi da

      una  famiglia  che  non  amava.   Pot  perci  consentire  con  piena

      sincerit:  "No,  assolutamente non  un riposo!".  Non era un riposo!

      Per godere del riposo bisognava aspettare Padova, varie ore!

      "Pensi poi alla responsabilit che mi tocca assumere! Talvolta liquido

      io,  da solo,  un danno!  dall'a alla zeta!  Apprezzazione del danno e

      accordo  definitivo!  Naturalmente che so quello che faccio e mai ebbi

      ad incorrere in alcun rimprovero.  Oggi,  per esempio,  corro a Padova

      proprio  per una cosa simile.  Un grossissimo cliente ebbe un incendio

      ed esigeva centosettantacinque mila  lire.  A  Milano  proponevano  di

      mandare dei periti,  quegli ingegneri imbecilliti nella matematica. Io

      dissi al direttore di provare d'incaricare me della liquidazione e  mi

      ripromettevo  saldare tutto con centocinquanta mila lire e conservarmi

      la riconoscenza del cliente.  Il  direttore,  che  mi  conosce,  disse

      subito: "Va bene!  Tentiamo questa volta noi,  uomini d'affari,  senza

      ingerenza di quelle bestie di tecnici. Faccia lei!". Ed io partii dopo

      di aver messo nel mio portafogli centocinquanta pezzi da  mille  lire.

      Guardi qua!" e trasse dalla tasca di petto un portafoglio gonfio,  che

      aperse.  "Noi arriviamo a Padova troppo tardi per riscuotere un vaglia

      e perci mi carico di tutte queste banconote. Il cliente sar reso pi

      mite, se vede le banconote in natura", e il grosso uomo rise mostrando

      i suoi bei denti di carnivoro,  "eppoi, chiss che una parte di queste

      banconote non ritorni alla Societ?  Il vaglia invece   difficile  di

      frazionare  e  non si potrebbe offrirne una parte alla volta".  Qui il

      signor Aghios pot competere con  l'ispettore.  "Anch'io  per  la  mia

      famiglia  assumo volentieri qualunque responsabilit.  Nella mia tasca

      di petto ho..." esit per un istante, perch stava per dire la verit,

      cio trentamila lire; poi si ricredette e disse: "cinquantamila lire".

      "E non ha paura di portare tanti denari con  s?".  Il  signor  Aghios

      s'arrabbi:  "Se lei crede di saper difendere centocinquantamila lire,

      io ne sapr certo difendere cinquantamila!".

      L'ispettore si mise a ridere di un riso molto pi gradevole di prima e

      l'accompagn di un'occhiata d'ammirazione pel signor Aghios. "Una vera

      frase da poeta cotesta!" osserv.

      Il signor Aghios si sentiva  solleticato  nel  suo  amor  proprio,  ma

      tuttavia  era  in dubbio se aveva ragione di non offendersi.  Il poeta

      era un uomo che sapeva scrivere,  ci che il signor Aghios non  sapeva

      e,  non  sapendo  fare delle poesie,  il suo destino era di falsare la

      verit, vedere aria dove c'era una parete e sbattervi la testa. Fino a

      Padova non occorreva offendersi per;  perch convincere quel  signore

      che non avrebbe rivisto mai pi?

      Eppure  la  loro recente relazione doveva farsi pi gradevole.  Doveva

      dipendere dal fatto che l'ispettore pensava di  essersi  presentato  a

      sufficienza e che ormai poteva trattare con pi semplicit. Intanto si

      preoccup  del  denaro del signor Aghios.  "Non dica pi di avere quel

      denaro.  Capisco che sono stato io a fare il malanno.  Ma io  ho  buon

      naso  e  subito  compresi  che con lei non c'era pericolo.  Quello l,

      dorme della grossa". Ambedue si misero a guardare il biondino pallido,

      sempre immobile nel suo cantuccio.  Dormiva tranquillo e  giaceva  sul

      guanciale  come  un  pupazzetto di cera,  scosso dai sobbalzamenti del

      treno. Soltanto le narici del suo naso fine parevano allargate,  quasi

      per  uno  sforzo  di lasciar passare maggior quantit d'aria.  Da quei

      biondini trasparenti le narici sembravano delle piccole ali. Ma poi il

      signor Aghios ricord un suo cavallo imbolsito,  che tendeva le narici

      col  solito  sforzo  fuori  di posto dei malati e mormor: "Dev'essere

      enfisematico".

      Oramai il signor Aghios era accorato per il ricordo del suo  cavallino

      bolso.  Nella malattia le bestie somigliavano di pi all'uomo.  Solo a

      loro mancava la parola,  cio la bestemmia che pi attenua  il  dolore

      della malattia.  Povere bestie. Il cavallino soffriva e non lo sapeva,

      ma il suo affanno era molto umano.

      L'ispettore aveva acceso il suo  toscano  e  per  far  dimenticare  di

      essersi  vantato di una regola ferrea,  gett un complimento al signor

      Aghios: "In buona compagnia si fuma di pi.  E il signor  Aghios  fum

      soltanto per restituire il complimento.

      Poi l'ispettore predic e fu molto noioso,  ma la salvezza era a mano.

      Il treno faceva un rumore indiavolato e bastava cessare  dallo  sforzo

      di  stare  a  sentire  per  non sentire pi nulla.  Tuttavia il signor

      Aghios  sapeva  quello  che  l'ispettore  stava  dicendo.  Parlava  di

      politica  ed  asseriva che sarebbe bastato il buon volere di tutti per

      trarre l'Italia da ogni difficolt.  Circa quaranta  milioni  di  buon

      volere.  L'unanimit!  Era  troppo,  mentre  il  signor Aghios (che si

      sentiva greco) aveva osservato che quando due italiani si trovano allo

      stesso tavolo, avevano la gran voglia di lasciarlo per non sentire pi

      l'altro.  E lui stesso,  ch'era italiano per la nonna e la madre,  non

      avrebbe  voluto  saltar  fuori  dal treno per non vedere pi il signor

      ispettore?

      E,  mentre il signor ispettore parlava,  il  signor  Aghios  rest  ad

      analizzare il ricordo della propria nonna.  Com'era pallido.  Una sola

      frase che forse gli era stata ripetuta da altri: Il letto  una  buona

      cosa,  perch se non si dorme si riposa. Ed una fotografia sbiadita di

      donna grassa, cadente,  vestita a festa con vestiti impossibili che la

      stringevano  nella  vita e le lasciavano la gonna larga.  La frase era

      altrettanto sbiadita  e  il  signor  Aghios  non  sapeva  staccare  la

      fotografia dalla frase,  n la frase dalla fotografia.  Pareva insomma

      che la fotografia avesse parlato.  Perci quella  fotografia  era  pi

      espressiva  di  ogni  altra.  Poteva  avvenire  che  quella  donna  si

      rimettesse a discorrere.

      Ora il signor ispettore era arrivato  a  parlare  delle  elezioni.  Il

      signor  Aghios,  per  cortesia,  si  spost  in avanti per avvicinarsi

      all'oratore  e   sent   chiaramente   questa   frase:   "Il   voto...

      obbligatorio". Ritorn al suo posto subito.

      Tutto  era  obbligatorio  in questa vita,  anche di stare a sentire il

      signor ispettore.  Se si divideva la vita nella  parte  dedicata  alle

      azioni  e  alle parole obbligate e in quella riservata ai movimenti di

      libera iniziativa e ch'era quella che solo meritava il nome  di  vita,

      come questa era meschina in confronto di quella.  Il signor Aghios era

      partito anelante alla libert, ma sapeva che,  di l a qualche giorno,

      della  libert ne avrebbe avuto abbastanza e avrebbe ambito di riavere

      il suo giogo. Era cos! La schiavit non era solo un destino, ma anche

      un'abitudine.  Era bello avere la libert nel momento  in  cui  ci  si

      liberava,  come  aveva  fatto lui che lasciava chiacchierare il signor

      ispettore senza starlo ad ascoltare.

      Ma l'ispettore lo guard ed egli di nuovo per  cortesia  s'avvicin  a

      lui per udirne la parola e sent: "In Italia ci sono troppi capi".

      Il signor Aghios, rimessosi al suo posto, seppe subito dimenticare che

      in Italia ci fossero troppi capi.  Aveva guardato fuori della finestra

      donde era proibito di augurare il bene ed era stato colto  da  un'idea

      terribile:  "L'avvenire del mondo era di divenire tutto un'unica,  una

      sola citt. Addio campagne, addio boschi, addio prati.  Come avrebbero

      mangiato  tutti  costoro?   Chimicamente?   Oh!  disgraziati".  L'idea

      colossale gli era venuta dalla vista di tre case coloniche  con  altre

      tre pi in l e due prima e infine altre quattro.  Invadevano i campi!

      Egli vedeva come fra tutte queste case se  ne  sarebbero  messe  delle

      altre  e tutte in fila.  Ma per,  quando il mondo sarebbe stato tutta

      una citt,  lui,  sua moglie e persino suo figlio avrebbero  domandato

      poco  posto.  Era  giusto  di tranquillizzarsi con tanto egoismo?  Non

      sarebbe stato meglio di soffrire  per  i  posteri?  Il  signor  Aghios

      sorrise.  Il  mondo  era  costruito  tanto  bene che certi dolori sono

      impossibili.

      In seguito ad un altro richiamo dell'ispettore il signor Aghios arriv

      a sentire ancora: "In conclusione io  pretendo  che  il  cittadino  si

      scelga  un Governo,  eppoi non s'ingerisca di altro.  Questa  la vera

      libert!". S! Questa era la libert! Venticinque anni prima il signor

      Aghios s'era scelta la consorte.  Quale gioia  quando,  vincendo  ogni

      difficolt,  egli era arrivato a dirla sua,  trovando naturale che, in

      compenso,  egli appartenesse a lei.  Egli era stato  felicissimo.  Oh!

      tanto!  Nella  grande  libert  del viaggio egli tuttavia pens che se

      venticinque anni prima,  invece che sentire il  bisogno  di  sposarsi,

      egli  avesse  sentito  l'istinto del malfattore e l'avesse soddisfatto

      con un omicidio, certo a quest'ora, a forza di amnistie,  egli sarebbe

      stato del tutto libero, magari di viaggiare.

      Nel  pensiero solitario non c'era nulla di compromettente ed il signor

      Aghios con un sorriso continu a vedersi nella veste di un  malfattore

      liberato.  E' certo che,  abitudinario come egli era, avrebbe avuto un

      desiderio intenso di ritornare alla  galera,  come  fra  poco  avrebbe

      anelato  di  rimettersi sotto la protezione della moglie e soprattutto

      andare a proteggere quello  scervellato  di  suo  figlio,  insomma  il

      ritorno  alla  sua galera.  E del resto che cosa poteva rimproverare a

      quella  sua  cara  (oh!  tanto  cara!)  moglie?  Assidua  lavoratrice,

      economa,  bella,  aveva vissuto alla lettera per lui. Certo lo seccava

      (ed il signor Aghios sorrise di nuovo) che  quand'egli  trovava  bella

      una  donna,  essa subito interveniva a criticarne il naso o la figura.

      Eppoi essa lo accettava e amava com'era fatto,  ma  troppo  spesso  lo

      incitava  di  essere  meno  distratto  e  pi accorto.  Insomma veniva

      costantemente esrcitata una pressione  su  di  lui  ed  egli  ora,  in

      viaggio,   libero,   tentava  di  ritrovarsi  intero.   Certo,  doveva

      riconoscere che la pressione non era tanto grave quanto quella che  su

      lui tentava di esrcitare quel signor ispettore viaggiante...

      A  proposito!  L'ispettore,  che  per  parecchio  tempo  era rimasto a

      guardare fuori della finestra in  un  sogno  vago,  quasi  fosse  alla

      ricerca  di  ulteriori idee politiche,  s'era abbandonato sul sedile e

      dormiva russando leggermente.

      Di gusto il signor Aghios si mise a ridere e al  suono  del  suo  riso

      l'ispettore  non  si  mosse  affatto.  Era  un  bravo  uomo quest'uomo

      d'affari,  che si diceva tanto accorto e che dopo di  aver  raccontato

      pubblicamente  di  tener in tasca centocinquantamila lire si metteva a

      russare.  Il signor Aghios si sent sollevato,  come quando trovava la

      moglie in sbaglio di distrazione. Questo predicatore qui era veramente

      ridicolo!  La vendetta del signor Aghios sarebbe stata pi completa se

      gli fosse stato permesso di rubare quelle banconote. Sarebbe stata una

      grande soddisfazione di andarsene con quelle centocinquantamila  lire.

      Peccato  non  essere  un  ladro!  E  il  signor Aghios,  senza nessuna

      intenzione di attuarlo, studi il piano per arrivare a quel portafogli

      da cui avrebbe  preso  il  denaro  e  anche  le  carte  d'affari,  per

      distruggere  queste  ultime,  visto  che  bisognava  dare  una lezione

      completa a quel grand'uomo.  Era tanto semplice!  Bisognava sbottonare

      la  giubba  chiusa  da  un  bottone  solo  e,  arrivato al portafogli,

      estrarlo lentamente secondando il movimento del treno.

      Il biondino nell'altro cantuccio si agit,  come se nel  sonno  avesse

      avuto un incubo.

      Non  ce  ne sarebbe stato di bisogno,  perch il signor Aghios mai pi

      avrebbe proceduto ad attuare il  piano.  Il  suo  pensiero  era  tanto

      libero  precisamente  perch  ogni  attuazione ne era lontana.  Libero

      veramente,  il pensiero  non  pu  essere  che  quando  si  muove  fra

      fantasmi. Anche quella giubba e quel bottone in realt potevano essere

      pi duri di quanto egli sognasse.

      Il signor Aghios sorvegli il biondino, per non sognare neppure il suo

      delitto prima che l'altro non dormisse.

      Ma  allora un altro pensiero lo agit.  Si doveva essere vicinissimi a

      Padova.  E se l'ispettore avesse continuato a dormire?  Finch dormiva

      meno male, ma se si fosse destato e avesse continuato a procedere fino

      a Venezia? Altre prediche, gran Dio!

      In  quel  momento  per  buona fortuna venne il conduttore a rivedere i

      biglietti.

      Il biondino diede il suo  ed  anche  l'ispettore  si  dest  e  subito

      domand: "Quando arriviamo a Padova?".

      "Fra dieci minuti!" rispose il conduttore.

      Meno male. Dieci minuti di predica si potevano sopportare.

      Ma il signor ispettore s'era destato di malumore. Non aperse bocca per

      cinque minuti. Poi si rizz con risoluzione ferrea e trasse dalla rete

      la  sua  valigetta  che  pose  accanto  a  s.  Guard poi fuori della

      finestra e il signor Aghios guard anche lui nella  stessa  direzione,

      con  l'unica cortesia che l'ispettore gli permettesse.  Il cielo s'era

      coperto di nubi nere ed il sole del tramonto,  invisibile,  illuminava

      la  loro  parte  inferiore,  che  pareva  composta  di piante leggere,

      luminose  d'argento,   d'oro  e  di   qualche   metallo   sconosciuto,

      trasparente e irrorato di luce propria.

      "Piover" mormor l'ispettore di malumore.

      "Non sempre piove quando il cielo ha quest'aspetto,  denso e nero, con

      propaggini luminose" disse il signor Aghios,  tentando  di  ridare  il

      buonumore  all'ispettore o forse per incaraggiarlo ad andarsene,  come

      se la pioggia avesse potuto indurlo a fermarsi nel treno.

      Infatti l'ispettore parve contento.  "Lei se ne intende del  tempo"  e

      per la prima volta guard il signor Aghios con grande rispetto.

      "Non  tanto!"  disse  il  signor  Aghios con modestia.  "Per osservai

      spesso che il sole,  al momento di partire,  s'ammanta,  quasi volesse

      nascondervisi,  di dense nubi che poi,  quando non vi  pi bisogno di

      loro, spariscono".

      Il signor ispettore fece tre cose in una volta: Sbadigli,  sorrise  e

      disse:  "Poeta".  Soltanto  che  la "e" di poeta divenne una "a" larga

      come quella bocca.

      E quando l'ispettore dopo un breve  saluto  part,  il  signor  Aghios

      pens  che il maggior frutto del suo viaggio era la scoperta di essere

      un poeta.

      Allora,  da Padova a Mestre,  fu la piena  libert.  Il  biondino  nel

      cantuccio  continuava  a  dormire  e  cos il signor Aghios ebbe,  per

      essersi staccato dal signor ispettore, lo stesso senso di libert come

      quando s'era staccato dalla moglie.  E questa libert  si  precis  in

      parecchie  osservazioni.  Su  un campo vide lavorare insieme un uomo e

      una donna.  Non vide che una fisionomia sorridente di  giovine  donna,

      perch  la  corsa  del  treno  non  gli diede il tempo di vedere anche

      l'uomo.  Potevano essere brutti o belli,  ci non  importava.  Non  si

      poteva essere sicuri se erano sposati.  Quello che era certo,  era che

      lavoravano insieme,  ma che si amavano o meglio che  formavano  quella

      societ  sessuale  in  origine,  che  doveva degenerare in una societ

      d'interessi abbracciante il campo su  cui  lavoravano  e  la  casetta,

      molto lontana forse,  dove dormivano.  Che truffa colossale!  Venivano

      presi con dolcezza, avvolti nel loro proprio calore naturale e coperti

      di catene senza che se ne avvedessero.  Se il  signor  Aghios  non  si

      fosse  trovato  in viaggio,  dei due che lavoravano cantando sul campo

      non avrebbe osservato altro che l'aspetto della donna, per compiangere

      o invidiare il marito. Anche lui, coperto da catene, non sapeva vedere

      pi in l del naso,  mentre ora,  in viaggio,  assurgeva fino a vedere

      nel  destino dell'uomo quello di tutti gli animali domestici.  I polli

      non venivano mica trattati brutalmente. Anzi, veniva propinato loro il

      cibo che meglio loro si confaceva.  Il male era che ad un dato momento

      venivano sgozzati.

      Ed  una  seconda,  bench  orribile  visione  diede  ancora  la  prova

      dell'altezza del pensiero del signor Aghios. Una donna vecchia,  molto

      grassa,  faceva  da  cantoniera  poco  prima di Mestre.  Pareva che il

      petto,  molto grosso,  le rendesse difficile di  stare  eretta.  E  il

      signor  Aghios  seppe  indignarsi  di  quello che gli parve la massima

      ingiustizia fra le tante che facevano le leggi di  questo  mondo.  Gli

      organi  sessuali  secondari  della donna,  le piante pi deliziose del

      mondo,  troppo spesso degeneravano in modo da torturare coloro cui non

      servivano pi. Ed il signor Aghios ricord che, poco prima di partire,

      aveva   visto  una  cosa  simile  ed  era  passato  oltre  mormorando:

      "Ammazzarla!". Tanto il suo pensiero s'ingentiliva nella solitudine!

      Al momento di lasciare Mestre il biondino nel cantuccio si mosse, tese

      i bracci per sgranchirsi, come se fosse uscito da un sonno profondo, e

      mormor chiaramente: "Come i sogni sono belli! Peccato lasciarli!".

      Fu un'avventura enorme nel viaggio del signor Aghios di sentirsi  dire

      una  cosa  simile  da uno sconosciuto.  Veniva improvvisamente ammesso

      nell'intimit  di  un  proprio  simile  sconosciuto.  Con  costui  non

      occorreva mica fumare per accostarlo.

      Volle  ripagarlo  di  uguale moneta consegnando anche lui qualche cosa

      della  sua  intimit.  "Io  so  sognare  anche  senza  dormire"  disse

      sorridendo.

      "Eh!  s!" disse con tristezza il biondino,  "si pu! Quando la realt

      non  troppo forte e si pu dimenticare".  Guard sorridendo il signor

      Aghios.  Questo sorriso,  che seguiva a quelle parole,  certificava la

      loro relazione gi divenuta pi intima di  quelle  che  di  solito  si

      fanno  nell'ozio  del viaggio.  Si conoscevano intimamente.  Il signor

      Aghios era un uomo felice,  la cui realt spariva quand'egli  chiudeva

      gli occhi. Il giovinetto invece era un uomo torturato, che per obliare

      doveva abbandonarsi al sonno. Due destini o forse due caratteri.

      Il signor Aghios, nel suo sentimentalismo da viaggiatore ozioso, corse

      ad  aiutare:  "Voi,  giovini"  disse  "molto  spesso attribuite troppa

      importanza a cose che  non  ne  hanno.  Guardi!  Non  volendo  dormire

      troppo,  per  togliere  importanza  alla realt basta pensare una cosa

      sola: Che cosa sar di noi due di qui a cent'anni?  Non ci sar che la

      calma  e  perci   facile di anticiparla.  Di tutte le cose che a noi

      d'intorno si muovono,  non si muover che  questo  vagone,  perch  la

      Ferrovia dello Stato tarda molto a mettere in pace le cose".

      Il  biondino  rise  e aggiunse anche la sua approvazione ad alta voce:

      "S,  la Ferrovia dello Stato  molto economica".  Poi si raccolse per

      trovare  la  risposta  da  dare.  Infine  parve  ritirarsi nel proprio

      guscio,  come se fosse pentito di discutere con uno straniero,  e  con

      un'occhiata  molto  eloquente,  timida  e  supplice,  disse  al signor

      Aghios: "Per giudicare bisognerebbe lei sapesse tutto e non  si  pu".

      Guard fuori della finestra i primi canali della Laguna.

      Il  signor  Aghios ammon se stesso come talvolta soleva: "Bada di non

      intrudere!".  Volle anche informare il giovinetto che non  gli  teneva

      rancore  perch  non voleva confidarsi a lui e disse,  guardando anche

      lui fuori della finestra: "La  Laguna  qui  sembrerebbe  intaccare  la

      terra  ferma  ed    invece  la  terra ferma che aggredisce la laguna.

      Guardi quei piani fangosi screpolati che  giacciono  all'aria.  Neppur

      dieci anni fa erano ancora coperti di acqua".  E per lungo e per largo

      il signor Aghios raccont della lotta  secolare  fra  laguna  e  terra

      ferma  e  delle spese e fatiche che implicavano la conservazione della

      laguna.  Perci Venezia non poteva sopportare un secondo ponte con  la

      terra  ferma,  perch  ogni  piuolo  piantato  nel  fondo della Laguna

      adunava intorno a s la fanghiglia, che altrimenti sarebbe andata via,

      e costituiva una nuova aggressione alla Laguna.

      Era un nuovo vantaggio del viaggio per il signor Aghios.  Egli  sapeva

      da  lunghi  anni  la storia della Laguna moribonda,  che minacciava di

      finire,  come quella di Ravenna,  ma il male era che anche sua  moglie

      la  sapeva,  avendo  abitato  con lui a Venezia e sentito lui parlarne

      tante volte.  Il suo interlocutore invece,  bench certamente  veneto,

      della  Laguna  non  sapeva  nulla  e  stava  a  sentirlo con gli occhi

      spalancati,  mormorando a mo' di scusa: "Io,  a queste  cose,  non  ci

      pensai  giammai,  perch  ho  da  lavorare ogni giorno".  Ed il signor

      Aghios, sentendosi pervaso dalla gioia di poter raccontare,  insegnare

      e  inventare  (non era mica vero che fosse occorso di deviare tanti di

      quei fiumi per proteggere  la  laguna!),  non  pot  fare  a  meno  di

      ricordare che una persona  che lo conosceva pochissimo,  poco prima lo

      aveva designato di  poeta.  Come  si  scoprivano  cose  e  persone  in

      viaggio!

      Il  biondino  sospir:  "Dio  sa quello ch'io far a Venezia fino alla

      mezzanotte, l'ora del mio treno".

      "Anche lei parte alla mezzanotte?" domand il signor Aghios.

      "S" disse il biondino. "Vado per un affare a Gorizia e domani ritorno

      a Udine".

      "E allora vuole che attendiamo il treno insieme?  Io  devo  andare  in

      Piazza San Marco per una mezz'oretta.  Se vuole tenermi compagnia,  io

      la invito!".

      Il senso dell'ultima dichiarazione non ammetteva dubbio.  Parve che il

      biondino volesse sottolineare l'evidente significato. "Io la ringrazio

      della sua generosit, ma non vorrei disturbarla".

      Doveva conoscere bene il signor Aghios,  quel biondino. Con quella sua

      risposta aveva proprio messo la firma a  un  contratto  ed  il  signor

      Aghios  aveva la religione del contratto.  Quando egli aveva detto una

      parola vi si sentiva legato e inchiodato.  Ora egli la parola d'invito

      l'aveva detta e l'altro aveva fatto segno di averla intesa.  Non c'era

      la possibilit di ritirarsi.

      Perci il signor Aghios insistette. L'altro non ancora accett. Oramai

      ci si trovava in piena laguna.  Da lontano  si  vedevano  le  luci  di

      Murano   che   il  signor  Aghios  tanto  bene  conosceva.   Si  ferm

      dall'insistere per parlare al suo nuovo amico di  Murano  e  dei  suoi

      vetri.









                                    4. VENEZIA.


      Uscirono  dalla  stazione dopo di aver messo le loro due valigette nel

      deposito contro una sola ricevuta.

      Il signor Aghios aveva un piano ben definito.  Avrebbe  voluto  andare

      col  vaporino  fino  alla  Riva  del  Carbon  e  da  l  a piedi - per

      sgranchirsi un poco - a San  Marco.  Era  del  resto  l'unica  via  di

      Venezia che il signor Aghios avrebbe saputo camminare da solo e il suo

      compagno  era  a  Venezia per la seconda volta,  ma non ne sapeva gran

      che.

      Si avviarono dunque al  vaporino.  Gi  il  signor  Aghios  stava  per

      presentarsi alla cassa,  accompagnato dal suo nuovo amico che ormai lo

      seguiva senza aver ancora decisamente accettato il suo invito,  quando

      si  sent  chiamare:  "Signor  Aghios!".  Si  volse.  Era Bortolo,  il

      gondoliere  di  Murano.   Il  signor  Aghios  lo  salut  con   grande

      affabilit:  "Come  va?  Hai  venduto  la gondola,  che sei qui con LA

      VITA?".

      Il gondoliere, un uomo sulla cinquantina, alto e magro,  tutto nervi e

      muscoli,  la  faccia rugosa illuminata da due occhi azzurri giovanili,

      fu affettuoso e cortese e, prima di rispondere,  domand notizie della

      salute  del  signor  Aghios,  poi  della signora Eleonora e infine del

      figliuolo.  Poi,  appena,  dichiar che la gondola era  laggi  a  sua

      disposizione: "Vorla degnarse? Andemo a San Marco".

      Il signor Aghios rise e propose di fare le condizioni.  Domand quanto

      avrebbe dovuto pagare per avere la gondola a  disposizione  fino  alla

      mezzanotte, l'ora del suo treno.

      Bortolo  non  volle  fare delle condizioni.  Era sempre cos.  Poi era

      difficile di contentarlo quando aveva compiuto il suo servizio. Quella

      gondola era simile a un locale  di  divertimenti,  di  cui  il  signor

      Aghios aveva sentito parlare, dall'ingresso libero visto che si pagava

      all'uscita.

      Ma  come  sempre  il  signor  Aghios s'adatt.  Prima di parlare aveva

      preveduta la risposta,  ma aveva voluto parlare anche lui  per  essere

      meglio armato per il momento in cui si sarebbe arrivati al pagamento.

      Invit il suo giovine amico a seguirlo e,  guidati da Bortolo, scesero

      all'imbarcadero.  Bortolo salt in una peata,  poi in  una  gondola  e

      infine  in  un'altra  ch'era  la  sua.  Si  rizz  con l'aspetto di un

      generale su un campo di battaglia e  cerc  il  posto  necessario  per

      moversi  e  arrivare alla riva.  Grid a un suo vicino di moversi,  ma

      l'altro dimostr con parole vivaci di non poterlo fare. Infine Bortolo

      prese la sua decisione. Disse: "El sior Aghios xe abitu alla laguna e

      lo go visto far tuto el Tio della Canonica saltando de barca in barca.

      Lu po' (e si rivolse all'ignoto amico del signor Aghios) non  so  come

      che  el  se  ciama,  ma  so  che el xe zovine e el pol anca lu far sto

      salto.  Vegno a aiutarli".  Ritorn alla prima barca  ormeggiata  alla

      riva  e  s'inginocchi  a  poppa  per  offrire il suo braccio saldo in

      appoggio al signor Aghios che  con  facilit  mont  sulla  peata.  Fu

      seguito  dal  compagno un po' esitante.  Pi difficile fu il passaggio

      sul leggero sandalo che pur bisognava varcare.  Anzi il giovine fu  in

      procinto  di  cadere in acqua e trascinare seco Bortolo.  Fu un brutto

      attimo da cui Bortolo usc illeso e il  giovinotto  si  fece  male  al

      ginocchio che era andato a battere sull'orlo del sandalo.

      Bortolo  non finiva pi di esprimere il suo dispiacere per l'avvenuto.

      Diceva che non aveva saputo di aver  da  fare  con  un  uomo  che  non

      conosceva  le  barche.  "Me  dispiase  tanto.  So che dolor ch'el  de

      fracassarse l'osso sacro del zenocio".

      Il nuovo amico del signor Aghios s'era accomodato nella gondola  e  si

      fregava ancora il ginocchio.  Mormor: "Non fa nulla. E' stato proprio

      per colpa mia.  Avrei dovuto  far  meglio  attenzione".  E  al  signor

      Aghios,  che  anche  lui  s'informava come si sentisse,  disse che non

      valeva la pena di parlarne.

      Poi,  mentre la gondola s'avviava sull'acqua  trasparente,  illuminata

      dagli  ultimi bagliori dimenticati del sole gi sparito,  una sorpresa

      dolce,  una carezza,  venendo dal lungo viaggio traverso  la  campagna

      autunnale,  il  signor  Aghios  diede  ordine a Bortolo di portarli in

      piazza per la via pi breve. Al ritorno sarebbero passati per il Canal

      Grande.

      "Io mi chiamo Giacomo Aghios" disse il signor Aghios volgendosi al suo

      vicino.   Probabilmente  era  stato  spinto  a  questa   presentazione

      dall'osservazione  fatta  poco  prima  dal gondoliere di non sapere il

      nome del giovinotto.

      Questi strinse la mano portagli dall'Aghios ed esit per  un  istante.

      Ma  poi l'esitazione fu spiegata: "Strano!  Anch'io mi chiamo Giacomo.

      Giacomo Bacis. Il nome rivela la mia origine friulana. Anche il suo mi

      pare?".

      "No! No!" disse il signor Aghios ridendo di cuore. "Io discendo da una

      razza molto pi antica della celta".

      "Greca?" domand il Bacis ammirando.

      Il signor Aghios annu.  "E' comodo" disse "di appartenere ad un'altra

      razza.  Cos    come  se  ci si trovasse sempre in viaggio.  Si ha il

      pensiero pi libero.  E' cos che quando si tratta di modo  di  vedere

      italiano  io  non  sono  d'accordo  neppure  col modo di vedere greco.

      L'ultimo greco col quale fui d'accordo  Socrate".

      "Io" disse il Bacis,  "sono di quei friulani che sanno due lingue e un

      dialetto.  Sono  in viaggio anch'io".  Rise per la prima volta dopo la

      stazione di Milano di un riso  abbondante,  quasi  infantile,  che  lo

      port  subito  pi  vicino al cuore del signor Aghios,  il quale anche

      pens: "Com' intelligente il mio nuovo amico.  Immediatamente  intese

      intera  la  teoria  che  fa  del viaggiatore una persona di eccezione,

      mentre io per elaborare un concetto tanto semplice impiegai  quasi  60

      anni".

      Passato il Ponte della Ferrovia poterono gettare un'occhiata al grande

      canale.  La  modestia  della penombra crepuscolare su quell'acqua e su

      quei marmi ne rivelava il colore e la linea.  Subito entrarono nel rio

      dove le forme grandiose del canale si riducevano e variavano in motivi

      capricciosi  ch'erano  la continuazione,  anzi,  la integrazione della

      forte melodia che non aveva ancora liberato i loro  sensi.  Davvero  a

      Venezia  si  pu  credere  che di tutte le costruzioni grandiose siano

      avanzati dei pezzi e che tali pezzi siano serviti a costituire piccoli

      organismi,  che all'altro somigliano nel dettaglio e  ne  differiscano

      radicalmente nell'espressione.

      E la gondola della benevolenza (perch c'era lui,  il signor Aghios, e

      il suo nuovo amico che egli sottraeva ad una  grande  tristezza  e  il

      gondoliere  che  tanto  volentieri  per  lui vogava) procedeva nel rio

      oscuro,  misterioso,  allargantesi ora per una  vasta  marmorea  scala

      d'approdo,  ora  ristretto  fra  mura  sormontate  dal  verde,  ancora

      evidente nell'oscurit,  di alberi incredibilmente vivi  nell'ambiente

      dell'acqua salata e delle pietre.

      "Magnifico!" mormor il Bacis.

      All'Aghios  batt  il  cuore dalla compiacenza.  Era come se gli fosse

      stato indirizzato un ringraziamento vivissimo,  il pi fervido che  la

      nostra  lingua comporti.  E a sua volta egli mand un saluto riverente

      agli antenati pirati che sulle loro piccole piroghe erano corsi per il

      mondo a cercare oggetti preziosi per portarli nella loro strana casa e

      disporli in modo da renderli tutti egualmente preziosi.  Chi sa  donde

      era  venuta  quella pietra bianca che nel rio scuro segnava dinanzi ad

      una  porta  l'altezza  dell'acqua.  Era  possibile  che  in  mezzo  al

      combattimento  il  pirata  si  fosse  fermato a guardare quella pietra

      intensamente,  ricordando  la  propria  abitazione  dormente  nel  rio

      tranquillo  e  si fosse caricato del grosso oggetto solo per disegnare

      sulla casa gi completa una linea nuova?

      Il signor Aghios aveva una nozione molto superficiale della storia  di

      Venezia e di Venezia stessa.  Perci con tanta facilit la sua scienza

      si convertiva in un sentimento. Anche dagli altri greci ogni ignoranza

      aveva creato il premio.  Egli sapeva il nome di  qualche  palazzo,  ma

      specialmente  sapeva  la  differenza  fra  palazzi  giacenti nei rii e

      quelli del Canalazzo dall'unica  facciata  adorna;  magnifici  quelli,

      alcuni  per  tronfi,  in lotta con la magnificenza del loro contorno,

      mentre nei rii i palazzi erano quadrati e completi e s'adagiavano  nel

      contorno,  sua parte evidente.  Non conosceva Venezia, ma la teoria su

      Venezia.

      Poi il signor Aghios si  dimostr  veramente  incapace  Cicerone.  Era

      stato  preso da un vivo desiderio del Rio di Noal,  ch'egli non vedeva

      da vari anni e,  in mezzo ai tanti rii per  cui  passarono  e  persino

      quando giunsero dinanzi alla Salute e a San Marco,  continu a parlare

      di quel rio ampio,  tranquillo e modesto,  che non era stato addobbato

      da  nessun  altro  che  dalla  propria  vita  tranquilla,  la  propria

      necessit di bellezza.

      "Andiamoci!" propose a mezza voce il Bacis.

      "Non  si  pu"  disse  sospirando  l'Aghios.  "Adesso  sono  le  otto.

      Perderemo sicuramente una mezz'ora in piazza. Poi ci vorr, con questo

      benedetto  Bortolo,  pi di un'ora per arrivare alla stazione e infine

      bisogner anche mangiare qualche cosa, perch di notte con quel nostro

      treno non troveremo nulla fino a Trieste".

      Del resto e nell'intimo dell'animo suo il signor Aghios lo  riconobbe.

      Non  sarebbe  stato  bene  di vedere quella sera il Rio di Noal.  Cos

      desiderato da lontano,  posto al disopra della piazzetta e della vista

      su San Giorgio,  diventava una cosa enorme. Lo adornava il desiderio e

      anche l'impossibilit di raggiungerlo.

      E davanti al palazzo dei dogi il signor Aghios parl ancora dell'unico

      ponte di legno che fosse a  Venezia,  situato  anche  quello  nel  SUO

      rio...  Poi egli stesso s'avvide che non era possibile di continuare a

      parlare del Rio di Noal a chi non l'aveva mai visto e stava  guardando

      la Chiesa di San Marco intento e raccolto.

      Poi il signor Aghios parl del quarto d'ora terribile di Venezia,  non

      durante la guerra,  ma molto  prima,  alla  caduta  del  campanile,  e

      descrisse  il  terrore  che  aveva  provocato  lo  stato  del Palazzo,

      l'allontanamento della Biblioteca e la chiavatura delle mura che danno

      sul Rio della Canonica,  fasciature che  rappresentavano  il  pericolo

      enorme e anche un dolore come di mal di denti.

      Il  signor  Aghios  propose  al Bacis di lasciarlo dinanzi alla chiesa

      intanto ch'egli avrebbe fatto un salto alle Mercerie per  eseguire  la

      sua missione. E avviandosi il signor Aghios con piena sincerit pens:

      "Egli vedr Venezia meglio se lasciato solo.  Gi io, il poeta, non so

      dire nulla che valga a comunicare le mie impressioni. La storia non la

      so, lo stile non conosco. Dunque?".  E ammir che bastava la compagnia

      prolungata  di  un  solo  uomo  per  togliergli  la grande libert del

      viaggio.  Ci poteva essere meno libert che quella di essere costretto

      di  parlare  di  cose  che non si sapevano?  E poi pens: "Non sarebbe

      perci stato meglio di dividersi dal suo nuovo  amico?".  Gli  sarebbe

      stato doloroso,  perch egli era l'uomo dalle affezioni improvvise.  E

      si lev dal dubbio pensando che per lui era meglio di passare la notte

      con persone che conosceva. Si tocc la tasca di petto.

      Il signor Meuli, un uomo sulla cinquantina tuttavia biondo,  ma calvo,

      grosso e curvo,  era nella sua bottega occupato a fare qualche cosa di

      simile al  bilancio  della  giornata  in  compagnia  di  un  commesso.

      Esaminava  delle  annotazioni  minute  su  un  piccolo pezzo di carta,

      intanto che  il  commesso  contava  dei  brillantini  sciolti  in  una

      scatolina di velluto.

      Vedendo  entrare  l'Aghios  non  sospese il lavoro,  ma tenendo sempre

      d'occhio la cartina e il commesso gli domand:  "Qual  buon  vento  ti

      porta?".

      Il  signor  Aghios  gli  disse la missione da parte della moglie.  Gli

      portava cos un affare di oltre centomila lire,  ma non parve  che  il

      Meuli  ne  fosse  molto  felice.  Anzi  assunse  lui  un  faruccio  di

      protezione e dichiar: "Sono ben contento di non essermi impegnato con

      quel vezzo di perle.  Allora resta stabilito cos!  Metto in  disparte

      quel  vezzo di perle per l'amica di tua moglie e non se ne parli pi".

      Poi: "Ti fermi a Venezia?".  L'Aghios gli rispose che doveva partire a

      mezzanotte.

      "Con quel treno merci?" esclam il Meuli stupito.

      "Non  si poteva fare altrimenti.  Arrivai a Venezia alle 20 e il treno

      celere per Trieste era partito alle 18.  Io  debbo  essere  a  Trieste

      domattina di buon'ora".

      Il  Meuli  lo guard ridendo.  La persona dell'Aghios gli pareva tanto

      lenta, che gli pareva impossibile fosse spinta a tanta fretta.

      L'Aghios usc da quella bottega un po'  stupito  di  aver  trovato  il

      Meuli pi curvo del solito e anche pi cereo.  "Che stia male?  Era un

      uomo  tanto  occupato  a  far   denari   che   poteva   anche   morire

      senz'accorgersene".

      Gi  la morte era il presupposto della vita e quando si trattava di un

      uomo come il Meuli non bisognava dolersene troppo.  Non  che  l'Aghios

      gli  augurasse  la  morte,  tanto pi che il posto lasciato libero dal

      Meuli sarebbe stato occupato da un altro Meuli,  ma questo  Meuli  qui

      non  aveva  nessuno  che  lo  avrebbe  rimpianto  troppo  acerbamente.

      Lasciava alcune povere sorelle che finalmente  con  la  sua  morte  si

      sarebbero arricchite.

      Il Meuli era stato compagno di scuola nelle elementari a Trieste.  Poi

      aveva cominciato una sua vita avventurosa  traverso  tutto  il  mondo.

      Egli  non  amava  parlarne  molto,  ma  si  diceva ch'egli fosse stato

      persino aguzzino  di  schiavi  sull'isola  di  Giamaica.  Insomma  era

      ritornato  a  Trieste  senza  un  soldo  e scalcinato.  Portava con s

      qualche cosa d'altro: Sapeva parlare correntemente sette lingue  senza

      saperne scrivere una sola. Il signor Aghios, che pur sapeva l'inglese,

      rimase  stupito  al  sentirlo  discorrere  in  quel  linguaggio con un

      cliente.  Come pronunzia pareva che la parola  uscisse  da  una  bocca

      anglo-sassone.  Era  probabile ch'egli non conoscesse che quelle poche

      parole che proprio gli occorrevano, per salutare e imbrogliare, ma era

      tuttavia meraviglioso per il signor Aghios che studiava da tanti  anni

      l'inglese  e  che  quando  apriva la bocca era come se l'avesse tenuta

      chiusa perch nessuno l'intendeva.

      Il moderno pirata aveva portato  a  casa  anzich  il  sasso  con  cui

      addobbare  la  propria  casa,  sette  lingue  con  cui costruirla.  Ma

      bisognava trovare il modo di sfruttare le sette lingue  in  luogo  ove

      non fosse domandato di saperle anche scrivere. E con occhio da uccello

      da  preda  il Meuli scoperse il punto del globo pi internazionale del

      mondo,  piazza San Marco.  Bisognava calare col.  Ma non era  facile,

      perch  sarebbe  stato grave arrivarci cos e senza un soldo in tasca.

      Qui intervenne l'Aghios con una di quelle sue  buone  azioni  che  gli

      scaldavano  la  vita: Regal al Meuli alcuni suoi vestiti,  un paio di

      stivali e della biancheria e contribu anche a rifornirgli le tasche.

      Passarono degli anni e il Meuli fece la  carriera  chiacchierando  con

      gli  stranieri  un centinaio di parole per ogni lingua e vendendo loro

      dapprima dei merletti e poi dei brillanti.  Un bel  giorno  il  signor

      Aghios  ebbe  per  un  istante  l'animo  pieno  di gratitudine per sua

      moglie.  Ci gli avveniva qualche volta.  S'accorgeva  d'aver  pensato

      poco  a  lei  e  nello stesso tempo ch'essa per lui assiduamente aveva

      lavorato. Quella volta per il caso volle ch'egli si trovasse in tasca

      pi denaro del solito.  Decise di darle in regalo un vezzo  di  perle.

      Non  s'intendeva  affatto di quegli oggetti il signor Aghios,  ma ebbe

      una trovata: il Meuli era tale suo vecchio amico e  gli  doveva  tanto

      ch'egli di lui poteva fidarsi.  Gli commise perci l'acquisto e quando

      il gioiello arriv lo present  senz'altro  alla  moglie.  La  signora

      Eleonora  grad  il  dono,  ma  nello stesso tempo in cui ringrazi il

      marito volle saperne il prezzo e url  subito  che  il  Meuli  l'aveva

      truffato.  Quel  vezzo di perle rappresenta un'adunanza di perle gobbe

      dalla gobba di tutte le varie grandezze e in tutte le direzioni.

      Il signor Aghios s'adir e corse a Venezia. Riebbe con facilit i suoi

      denari, ma non gli bast e volle delle spiegazioni dal Meuli, il quale

      infine,  con una certa tristezza,  gli disse che  i  gioielli  non  si

      comperavano per lettera.  Specialmente per le perle non bastavano pesi

      e  misure.   Ricevendo  un  ordine  simile,   l'animo  di  un  vecchio

      gioielliere naturalmente accettava il raro dono che la Provvidenza gli

      offriva.

      Finch  l'affare non fu liquidato,  del beneficio antico che il signor

      Aghios gli aveva reso non fu parlato,  ma una volta il Meuli  ard  di

      vantare  la  sua  grande correttezza per cui subito aveva accettato di

      annullare un grande  affare  conchiuso.  Il  signor  Aghios  non  pot

      sopportare  in silenzio una cosa simile e gli ricord il suo beneficio

      che al Meuli aveva reso possibile di CALARE a Venezia ad afferrare  il

      suo  bottino.  Il  Meuli  socchiuse  gli  occhi  come se avesse voluto

      costringerli ad un grande sforzo per penetrare nella notte dei  tempi.

      Si  ricord e sorridendo disse: "Era a quel tuo beneficio ch'io dovevo

      la preferenza che volevi accordarmi?  A  questo  mondo  la  pi  bella

      posizione  quella di essere un beneficato".

      Il  signor  Aghios rimase incantato dall'osservazione acuta e conserv

      la sua amicizia all'amico sconoscente. Costui,  evidentemente,  almeno

      in  una  lingua,  sapeva  dire  delle  cose fini.  Per,  quand'ebbe a

      trattare con lui degli affari,  tenne gli occhi aperti.  Cos fra loro

      due  tutto  fu  chiaro  e la loro amicizia non s'offusc per la brutta

      avventura.

      Il Bacis era nel mezzo della piazza tuttavia ammirando e  l'Aghios  lo

      raggiunse.

      "Adesso"  propose  "c'imbarchiamo  sulla nostra gondola e facciamo una

      gita magnifica fino alla stazione".

      S'avviarono.  Della storia di Venezia l'Aghios sapeva  con  precisione

      una  cosa:  L'incendio  del  palazzo  ducale e la sua data.  Era stato

      rifatto in furia? Avviandosi alla piazzetta l'Aghios pens: "Dovr pur

      verificare  se  sono  bene  informato".  Dinanzi  a  quella  leggiadra

      costruzione,  una  festa  che  nessuno  penserebbe  contenere anche la

      tristezza dei piombi e dei pozzi,  l'Aghios fece osservare al Bacis la

      disformit  fra finestre e finestre e il grande balcone al centro.  La

      parte pi ricca era quella  ch'era  stata  risparmiata  dall'incendio.

      Avevano  voluto  risparmiare  nella  ricostruzione o avevano inventato

      qualche cosa di nuovo?  Certo  non  avevano  cercato  di  celare  tale

      disformit,   perch   appariva   gi   dalla  posizione  della  nuova

      costruzione.  Oh!  come l'Aghios amava quel palazzo in cui gli  pareva

      che si fosse sposata Venezia sontuosa e Venezia modesta! Ecco un'opera

      ch'era  diventata  intera per effetto di una forza naturale: Il fuoco.

      Ed un ministro d'Italia aveva proposto di rifare  il  palazzo  com'era

      prima dell'incendio, ma chi accanto al palazzo era cresciuto vi si era

      rifiutato. Oggid, se vi fosse un incendio a Venezia o altrove, non vi

      sarebbe  altra  salvezza  che ritornare al disegno antico come si fece

      col campanile,  ma prima?  Prima  l'incendio  non  poteva  essere  che

      un'occasione  a  variazioni  sull'antica pianta,  viva ancora tanto da

      saper ricrescere.

      Montarono in gondola aiutati dall'uomo del bastone,  sempre  pronto  a

      Venezia  in  tutti i traghetti.  Il pesante signor Aghios fu ben lieto

      dell'aiuto e benefic sorridendo il buon uomo che  si  dimostr  molto

      servizievole. Quando fu seduto accanto al Bacis gli disse: "Quest'uomo

      del  bastone  una vera necessit di Venezia e,  come tante altre cose

      di Venezia, a chi non la conosce pare superflua".

      Come  passarono  il  signor  Aghios  disse  i  nomi  dei  palazzi  che

      conosceva.  Pi volte fu corretto da Bortolo, che dall'alto seguiva la

      conversazione come se fosse stato seduto  in  gondola.  Il  mezzo  pi

      lento  di  locomozione di questo mondo  la gondola a un remo,  perch

      una parte della forza  del  gondoliere  va  spesa  nell'arresto  e  si

      procedeva lentissimi, non pi presto che in un museo.

      Al  signor  Aghios  non  import  affatto di dover apparire - causa le

      correzioni del barcaiolo - meno dotto.  Egli aveva nel suo animo altre

      ricchezze  di  cui  non  gl'importava  di  parlare.  Nel  silenzio del

      Canalazzo s'imprimeva indelebile nel suo animo quella notte oscura, ma

      dalla luce ancora sufficiente per vedere le tante cose che brillavano.

      E fra tutte brillava anche quella barca della benevolenza con Bortolo,

      giovanile e sicuro,  infitto perpendicolare a poppa e quel  giovinotto

      accanto  a lui,  cui egli aveva saputo procurare una mezz'ora di svago

      dal suo grande dolore.  Non di pi,  perch poco prima il Bacis  aveva

      emesso  un  sospiro  che  somigliava ad un singhiozzo.  L'Aghios aveva

      trasalito a quel suono di dolore.  Rimase un momento incerto se doveva

      usare una parola di conforto,  ma poi prefer di tacere. Non bisognava

      intrudere.

      Ora  il  Bacis  s'era  abbandonato  nella  gondola  come  poco   prima

      nell'angolo del vagone ferroviario. E per lungo tempo tacque. Sorprese

      e  commosse  il  signor  Aghios  con  una  perorazione che doveva aver

      pensato per lungo tempo: "Certo io non  sono  la  compagnia  che  lei,

      signore,  meriterebbe. E' questa la giornata pi triste della mia vita

      e non dimenticher mai pi ch'ella, con la sua bont, volle rendermela

      pi sopportabile.  Se lei non fosse intervenuto io m'aggirerei  adesso

      attorno a quella triste, tristissima stazione".

      "Eh!  No la xe tanto trista quela stazion!" intervenne Bortolo di buon

      umore. "Basta saverse orizontar! Da rente ghe xe un boteghin de vin de

      quelo..." e stacc dal remo la destra  per  portarsela  alla  bocca  e

      stamparvi un bacio.

      Il giovinotto non rispose.  Anche il signor Aghios tacque,  per quanto

      gli dolesse di non saper premiare neppure con una parola lo  sfozo  di

      divertirli fatto dal povero Bortolo.

      "Vedr"  disse  improvvisando "che alla giornata pi triste della vita

      ne seguono altre lietissime".

      "Non  possibile!" disse vivacemente il Bacis.

      "Eh!  i zovini credi  sempre  d'essere  in  ultima  malora!"  borbott

      Bartolo.  "Dacch  mondo  xe mondo a quell'et se se copa una volta al

      giorno".

      Quest'intervento  era  meglio  riuscito  del  primo.  Con  un  sorriso

      l'Aghios  si  rivolse al gondoliere: "Eppure fra voialtri gondolieri i

      suicidii sono rari anche da giovani".

      Il gondoliere ci pens un istante  prima  di  rispondere  e  si  curv

      innanzi per un colpo vigoroso del remo. Poi, rizzandosi, conferm: "Xe

      proprio  vero!".   Si  sporse  ancora  una  volta  innanzi,   lento  e

      riflessivo.  Poi sciando: "Noi povareti semo tanto abituai a  difender

      la nostra vita che non la demo via per gnente".

      Con  vigore,  ma  a  bassa  voce  in  modo  da  non  esser sentito dal

      gondoliere,  il Bacis avvicinandosi  all'orecchio  del  signor  Aghios

      disse:  "Anch'io  sono un POVARETO,  ma il mio dolore  tale che della

      vita che sempre difesi io non so pi che farmene".

      Era un dolore iroso che in quelle parole si manifestava. L'Aghios per

      poco pens a quel dolore, ma subito,  spaventato,  a se stesso.  Aveva

      fatto  bene  di  accollarsi  un  compagno  simile,  che  poteva magari

      ammazzarsi a lui da canto.  Oh!  Quanto gli sarebbe stata pi cara  la

      compagnia della moglie!

      Anche  lui  con voce bassa,  ma angosciata,  disse al Bacis: "Io spero

      bene che in mia compagnia ella non si abbandoner ad alcun atto contro

      la propria vita".

      "Oh!  sia tranquillo!" assicur il Bacis: "Ho promesso d'essere domani

      a  Udine  e  certamente  domani  sar  a  Udine.  Poi...  io non muoio

      volentieri.  Prima di tutto la speranza l'ho  tuttavia.  Lei    stato

      tanto  gentile  con  me  che  le  racconter tutto quando saremo soli.

      Vedr!  Io amo e ho tradito l'amore.  Non  sarebbe  neppure  un'azione

      decente quella di sparire ora.  Le racconter tutto. Gi, rivelando il

      mio segreto a  lei,  io  non  comprometto  nessuno.  Lei  domani  avr

      dimenticato il mio nome e tutta l'avventura".

      Il  signor  Aghios  non protest.  Egli sapeva che del viaggio poco si

      ricorda.  Pssano fisionomie e s'accumulano  confuse  in  un  cantuccio

      della memoria, diventando collettivit, nazioni, sessi, mai individui.

      Come nel sogno,  ch'era tanto difficile da ricordare,  perch piombava

      nella notte oscura in un lampo di magnesio in cui s'agitavano  cose  e

      persone.  Ecco,  in  un  vagone si discorreva e tutto quanto si diceva

      aveva un sapore di teoria vaga, in quella vettura tanto simile a tutte

      e passando traverso un paesaggio che a quella vettura non apparteneva.

      Vero : Vent'anni prima una giovinetta,  ch'egli non aveva mai  vista,

      s'era gettata durante la notte dal vapore in una cabina del quale egli

      aveva dormito.  Per il fatto d'essere stato in quel piroscafo egli non

      dimentic pi il nome di  quella  giovinetta  e  la  immaginava  come,

      caduta  in acqua e forse tuttavia galleggiante,  guardava allontanarsi

      il piroscafo illuminato che l'abbandonava alla  notte  e  alla  morte.

      Alla  mattina c'era stata una inchiesta a bordo ed egli nel rispondere

      aveva balbettato,  sentendosi colpevole di aver dormito quando avrebbe

      potuto  procurare  il  soccorso  alla  giovinetta  forse  gi  pentita

      dell'atto inconsiderato e che forse,  prima di essersi rassegnata alla

      morte,  aveva  anche domandato aiuto ad alta voce.  Ma qui c'era stata

      l'avventura rara e importante ch' la  morte.  Tutto  il  resto  aveva

      dimenticato.  Certo  non  le  sue osservazioni sulle belle donne,  sui

      cani,  sui gatti e  persino  sugli  uomini.  Non  la  fisionomia!  Era

      difficile  (almeno  a lui) di ricordare una linea e invece facilissimo

      di ritenere un'espressione.

      Il Bacis aveva richiuso gli occhi e s'era abbandonato sul cuscino.  Il

      ricordo troppo vivo del proprio dolore l'aveva allontanato da Venezia.

      E  il  signor  Aghios lo lasci tranquillo e si abbandon alle proprie

      riflessioni. Costui aveva amato e tradito!  In quelle parole c'era una

      tale sintesi di avventura umana che al signor Aghios parve di trovarsi

      di  nuovo  a  guardare  sul destino umano da un treno lanciato a piena

      velocit e di non arrivar a vederne altro che quella  parte  comune  a

      tutti i mortali.

      Nel  grande  silenzio della Laguna,  dove egli non scorgeva altra vita

      che quella rinchiusa in quella gondola,  ch'era in certo modo  non  la

      vita  stessa,  ma  l'occhio  che  la  guardava,  il signor Aghios pot

      raffigurarsi,  ad onta dei palazzi granitici fra cui passava e che non

      necessariamente  implicavano  la  vita,  l'assenza di vita su tutto il

      pianeta. Pochi giorni prima egli aveva letto in un giornale che oramai

      si riteneva che quando  la  terra  era  gi  abitabile,  per  un  caso

      qualunque era stata infettata di vita da un altro pianeta.  Dopo tutto

      si spiegava: I piccoli animali arrivati quaggi liberamente si  misero

      ad  amare  e  tradire  e  invasero  tutto,  il  mare  e la terra,  per

      svilupparsi e continuare ad amare e tradire in ogni loro stadio.

      "Mi stago atento de no far sussuro col remo  per  no  sveiarve"  disse

      Bortolo, cui era duro di star zitto per tanto tempo.

      S!  Non  era giusto di traversare muti la Laguna e nello stesso tempo

      di dimenticarla. Si passa dinanzi a Palazzo Pesaro, bruno tempio dalle

      pietre quadre, ma consacrato all'arte, e ad alta voce il signor Aghios

      menzion il nome di Umberto Veruda, il grande pittore triestino il cui

      capolavoro vi dormiva.

      Il Bacis aperse gli occhi per un istante e li richiuse subito.  Ma  il

      signor  Aghios  da  quel  ricordo  si  sent  vivificato.   La  Laguna

      apparteneva a tutti i veneti ed anche a lui.  Era il pertugio per  cui

      essi arrivavano al grande mondo.

      Perch  da  tanta altezza egli improvvisamente scese tanto in basso da

      ricordare di nuovo il Meuli,  l'uomo dalle  sette  lingue?  Forse  pel

      desiderio  di  svagare  il  suo  compagno,  che  non  pareva ormai pi

      accessibile alle cose belle fra cui si  movevano  e,  senza  farne  il

      nome,  raccont la sua avventura col Meuli,  cio il beneficio che gli

      aveva reso e come ne era stato compensato.

      "Scometo" disse Bortolo "che de quela figura ludra de..".  E nomin un

      altro gioielliere.

      L'Aghios protest, ma Bortolo insisteva: "Mi lo conosso! El xe proprio

      capaze de un'azion simile".

      "Ma  insomma  non  pu  essere  lui,  visto che non  triestino" disse

      l'Aghios impaziente.  Per nulla al mondo avrebbe voluto  lasciare  una

      calunnia come traccia del suo passaggio per il Canalazzo.

      "El xe de Corf, ancora pezo" si lasci sfuggire Bortolo.

      L'Aghios rise di tanta ingenuit, in persona che certamente lavorava e

      anche parlava per vedersi aumentata la mancia.

      "E  lei  tratta  tuttavia con quell'individuo?" domand il Bortolo con

      vivo interesse.

      "Altro che! E ben volentieri!  E' un buonissimo gioielliere;  ha delle

      bellissime  cose  ed io gli raccomando tutti i miei amici avvertendoli

      di stare in guardia".

      "El devi aver tanti amizi castri" disse Bortolo,  dando alla  gondola

      un bello slancio, puntando il remo al fondo del canale.

      L'Aghios rise di cuore. Poi spieg al Bacis ch'egli era stato conquiso

      dalla  bella,  calma  filosofia  del  Meuli.  "E' una grande scoperta,

      quella di mettere a frutto  un  beneficio  avuto".  L'Aghios  rise  di

      cuore: "Io do, eppoi do ancora, ecco che i conti si pareggiano".

      "Lei    un uomo straordinario" disse il Bacis con voce profonda.  Non

      richiuse pi gli occhi,  ma parve immerso in  riflessioni  profonde  e

      quando  l'Aghios  gli  fece  vedere il palazzo Labia sottrarsi per una

      modestia veramente eccessiva al Canalazzo e gli raccont che,  secondo

      una  leggenda,  attorno ad esso,  nel rio,  doveva esserci sepolto del

      vasellame d'oro, che ad ogni banchetto vi veniva gettato,  il Bacis lo

      degn di un'occhiata distratta.

      Allo  sbarco  l'Aghios  domand a Bortolo quanto gli dovesse.  Bortolo

      dichiar d'affidarsi nella generosit del signore.  Quando  il  signor

      Aghios  ebbe fatto quanto stava in lui per apparire generoso,  Bortolo

      osserv: "Tuto va ben, ma Ela no ga pens che a sta ora me toca tornar

      solo soleto fino a Muran.  Merito qualche cosa anche  per  questo".  E

      visto  che  il signor Aghios non pareva molto convinto della giustezza

      dell'osservazione,  Bortolo osserv: "Prometo de passar per el Rio  de

      Noal e de telegrafarghe. Mi no sapevo gnanca che el sia tanto belo. Lo

      guardar  per  la  prima volta".  Questo piacque al signor Aghios e lo

      stimol a maggiore generosit.

















                           5. ALLA STAZIONE DI VENEZIA.


      La stazione era pressoch vuota.  Al restaurant vi erano occupati  tre

      tavoli  e da gente che non pareva accingersi al viaggio visto ch'erano

      privi di bagagli.  Non una donna.  Dietro il banco alla cassa ve n'era

      una sola e vecchia.

      Del  resto  il  signor  Aghios era ansioso di sentire le confidenze di

      Bacis ed era tutt'intento  ad  un'attivit  negativa:  Impedire  a  se

      stesso  di  fare  un  cenno  o  dire  una  parola  che  potesse essere

      interpretata come un incentivo al Bacis di fare tali  confidenze.  Non

      c'era  pi  tempo  di  guardarsi  d'attorno.  Il  signor Aghios non si

      trovava in viaggio,  ma in una casa.  Se nel frattempo  il  giovinotto

      avesse deciso altrimenti, egli non avrebbe cercato di farlo desistere.

      Era un sacrificio,  dopo di aver gi sacrificato qualche cosa al Bacis

      e alla sua tragedia.  Ma non bisognava fare errori,  perch gli errori

      che  si  commettono  in  viaggio sono irreparabili.  Le persone che si

      assistono non si rivedono pi e non v' pi riparazione possibile.

      Un momento perdettero col cameriere.  Il signor  Aghios  ordin  della

      carne fredda e del vino.  Avevano ancora molto tempo perch, bench la

      gondola fosse stata contrattata fino alla  mezzanotte,  Bortolo  aveva

      fatto  in  modo  di  liberarsi dal suo fardello alle undici.  Il Bacis

      accett un pezzo di pane e un pezzo di carne che il signor Aghios  gli

      porse,  ma  non ne ingoi che qualche boccone sollecitatovi pi volte.

      Invece vuot quasi senza accorgersene molti bicchieri di vino, proprio

      nel   corso   del   discorso   cui   i   bicchieri   servivano   quasi

      d'interpunzione.  Per  imitazione  e  lui pure senza accorgersene,  ne

      bevette molto anche l'Aghios.

      Non c'era pericolo che l'Aghios perdesse le confidenze. Fu un fiume di

      parole da cui fu investito. Da bel principio irruenti parole,  come se

      fossero giaciute contenute da troppo tempo in gola.

      "Io avrei gi parlato in gondola.  Ma c'era quel gondoliere.  Dio mio!

      Che uomo  insopportabile!  Certamente  disturbava  cos  per  rendersi

      gradevole  e  farsi  aumentare  la mancia.  Io avrei voluto levarmi in

      piedi senza ch'egli se  ne  accorgesse,  avvicinarlo  e  spingerlo  in

      acqua".

      Il  signor  Aghios era tutt'intento ad esaminare la faccia che gli era

      rivolta e ch'egli vedeva per la prima volta con tanta  esattezza.  Era

      una  faccia  d'adolescente  su  cui  stonava l'ira energica che gli si

      manifestava e che faceva lampeggiare i suoi occhi azzurri, grandi, ben

      disegnati, sani perch la cornea ne era nivea, senz'alcuna trasparenza

      di sangue o di fiele. I capelli biondi, abbandonati,  di cui un riccio

      ricadeva   sulla  fronte  cos  che  il  Bacis  aveva  il  bisogno  di

      allontanarveli con la mano, a volte in quella luce rosseggiavano.  Una

      lieve  peluria  copriva  il  labbro  ed  era strano che da una persona

      vestita di un abito netto,  accuratamente ripassato e una  camicia  di

      bucato, la barba non fosse fatta da varii giorni, forse un segno della

      tragedia che gli veniva raccontata.

      Il signor Aghios non pot trattenersi dal difendere il povero Bortolo:

      "Poverino! Fa quello che pu!".

      Il  Bacis  prima  di  ammetterlo  dovette  pensarci  un  momento.  Poi

      riconobbe che il signor Aghios aveva ragione e mormor: "Certo  ognuno

      a  questo mondo fa quello che deve.  Forse anch'io cos e certo allora

      sarei meno infelice".

      "Anch'io" pens il signor Aghios e,  per esserne sicuro,  trangugi un

      bicchiere  di  vino.  Poi  non  fu  facile al signor Aghios di seguire

      parola per parola tutto il racconto del Bacis.  Il Bacis era costretto

      ad abbassare la voce per non essere sentito dagli altri.  Poi, come il

      tempo pass, la stanza si vuot del tutto e di stranieri non vi rimase

      che la vecchia signora dietro al banco e abbastanza lontana  da  loro.

      Allora il Bacis di tempo in tempo elev di troppo la voce e fu peggio.

      Un  timpano vecchio come quello del signor Aghios,  per ragioni ovvie,

      non sa percepire il suono  lieve.  Ma  non  sa  nemmeno  analizzare  e

      disarticolare  il  grido  forte  se  vi  impreparato.  Per l'effetto

      dell'esposizione non fu danneggiato da tale sua sordit. Il grido e il

      pianto possono perdere del loro effetto se la parola che li accompagna

      non  adeguata.

      L'insieme del racconto fu da lui  inteso.  Non  si  tratttava  di  una

      storia troppo complicata. Il Bacis era un milanese di origine friulana

      che  a  17  anni era stato chiamato da un cugino della madre a Torlano

      nella Carnia  per  essergli  d'aiuto  nella  direzione  di  un'azienda

      agricola.  Ora questo cugino aveva una sola figliuola, Berta, e da bel

      principio,  per una tacita intesa di cui anche il  giovinotto  sapeva,

      egli  avrebbe dovuto sposarla e succedere nella propriet dell'azienda

      che amministrava.  Il giovinotto non l'amava.  Sentiva anche una certa

      antipatia  per  il carattere imperioso e presuntuoso della giovinetta,

      ma spintovi dall'interesse, ch' tanto potente in tanti giovani cuori,

      amava l'azienda e la giovinetta dello stesso amore.

      "Probabilmente il suo fisico non le piaceva" disse  il  signor  Aghios

      che  sapeva  la  vita.  "Quando una donna non piace  sicuro che ha un

      carattere disgustoso".

      "Pu essere!" disse il Bacis con una certa fretta di eliminare un'idea

      che gli toglieva il corso del suo pensiero. Ma poi non seppe procedere

      senza aver proprio distrutta quell'obbiezione che gli si attaccava  ai

      piedi  e  gl'impediva  il  passo.  "Prima  ch'io  amassi  Anna io amai

      un'altra donna...".

      "Chi  Anna?" interruppe il signor Aghios.

      "Anna  la nipote del padre di Berta.  Quella che m'imped  di  tenere

      gli  occhi  chiusi e di sposare Berta senz'accorgermi ch'io non sapevo

      amarla. Ma non sapevo amare Berta proprio per il suo carattere.  Prima

      di  Anna  io  amai  un'altra,  non so quando,  proprio nella mia prima

      infanzia,  ma so che anche  quest'altra  era  debole,  debole,  dolce,

      dolce,  bisognosa  di  protezione  e  pi  disposta al pianto che alla

      lotta".

      "Insomma sottile,  sottile"  disse  il  signor  Aghios  che  intendeva

      benissimo  avendo  avuto  gli stessi gusti.  Non s'accorgeva il signor

      Aghios di restare ostinatamente  fermo  nella  sua  prima  idea  e  di

      correre perci il pericolo di fermare il racconto del Bacis.

      "Sottile,  sottile! S, anche sottile" disse il Bacis arrendendosi. Il

      signor Aghios sospir soddisfatto di aver indovinato.

      Il giovinotto aveva visto spesso Anna accanto alla fidanzata,  ma  non

      se  ne  era  subito  innamorato.  Era una bambina,  una vera bambina a

      quattordici anni.  Di adulta c'era in  lei  la  grande  soggezione  ai

      ricchi parenti,  un calcolo dunque da persona molto ragionevole.  Ma a

      quindici anni anche tale soggezione divenne ancor pi da adulta,  cio

      s'ammant  di  un  po' di tristezza e divenne dolorosa per certi lievi

      scoppi di ribellione subito repressi,  ma non  abbastanza  prontamente

      per  sfuggire  ai  parenti  che  perci  la odiavano.  Era vestita pi

      dimessamente di prima,  ma ogni straccio sul suo  corpicino  diventava

      importante.

      Il  signor  Aghios  aveva gi bevuto abbastanza per sentirsi capace di

      conservare tutta la libert di cui aveva goduto quasi tutto il  giorno

      anche di fronte ad un interlocutore tanto veemente.

      Con  l'esperienza  di chi molto am e desider,  ma nello stesso tempo

      con la parola pacata del vecchio ch' simile all'uomo oggettivo chiuso

      nel laboratorio con gli elementi che rub alla vita,  osserv: "Questi

      stracci appiccicati alla donna amata diventano una sua estensione.  E'

      come porre su una fiamma un  pezzettino  informe  di  metallo.  Quando

      s'arroventa  emana  la  stessa  o anche una maggiore luce della fiamma

      stessa.  C' una differenza per.  Tutti vedono la luce.  Non tutti la

      bellezza di quegli stracci. Grande differenza!".

      Il  Bacis tracann un bicchiere di vino per poter restare col pensiero

      al proprio discorso. Ma con l'Aghios un bicchiere non bastava,  perch

      era un uomo che in viaggio voleva vederci chiaro.

      "Perci  io  credo  che  quegli stracci siano piuttosto simili a certi

      colori la cui bellezza  sentita dai soli artisti o  dagl'intenditori.

      Gi!  E' evidente!  Solo chi ama  un intenditore".  E anche il signor

      Aghios bevette per premiarsi di tanta acutezza.

      "Ma tutti dicevano  che  Anna  coi  mezzi  pi  semplici  era  vestita

      splendidamente".

      Poi  il Bacis fu anche pi irruente per non dar tempo al signor Aghios

      d'intervenire.

      Ma ora parl chiaramente e sempre  con  la  stessa  bassa  voce  quasi

      vergognandosi di se stesso, cos che il signor Aghios percep ogni sua

      sillaba.

      "Chi era Anna? Una serva. Chi ero io? Non sapevo di essere uno schiavo

      disgraziato.  Venivo gi trattato quale il figlio del padrone.  Non si

      poteva ragionevolmente pretendere ch'io rinunziassi all'alta posizione

      che mi veniva regalata.  Perci io decisi di  godere  Anna  e  sposare

      Berta.  Con  lento  proposito.  Ogni mattina levandomi il mio problema

      era: Che cosa far io oggi per conquidere Anna?  Senza che altri se ne

      accorgesse  io  la  circuii  delle  mie  attenzioni.   Fu  facilissimo

      ottenerla! Non ci fu altra difficolt che di trovarla sola, scavalcare

      un davanzale. Ancora adesso non capisco!  Tutti a Torlano l'ammiravano

      per  la  sua modestia,  la sua ritenutezza,  la sua religione.  Questa

      facilit forse m'attacc tanto a lei,  fu la mia sventura  e,  se  Dio

      m'aiuta,  sar la sua salvezza.  Perch si fid di me, cos subito? Fu

      ingannata dalla sincerit della mia carne?  Sa spiegarlo lei  ch'  un

      filosofo?".

      La  mente intorpidita del signor Aghios fu scossa da quelle parole del

      Bacis: Sincerit della  carne.  Un  turbine  d'idee  sorse  da  quelle

      parole.  Era  la  sincerit delle bestie la sincerit della carne,  ma

      anche da esse  questa  sincerit  non  durava  che  un  attimo  e  non

      rappresentava  un  impegno.  Il  Bacis  aveva  per  macchiato  quella

      sincerit,  perch in quel medesimo  istante  egli  aveva  pensato  di

      simulare.  Anche  quella  sincerit  da  lui  non  aveva servito che a

      tradire meglio.

      "A me lei d del filosofo nello stesso istante in  cui  ella  fabbric

      questa  terribile  idea della sincerit della carne contraddetta dalla

      falsit di un'altra  parte  del  corpo  ch'  anch'essa  carne,  carne

      evoluta!".

      "Io  non  ho tempo di pensare a tali cose" disse il Bacis stringendosi

      nelle spalle.  "Io non penso mai;  io ricordo  per  soffrire.  Avvenne

      proprio come le dico.  Essa mi sent sempre sincero ed io sempre seppi

      di tradirla. Io non credo di aver saputo fingere.  Il mio volere fermo

      di  sposare  la fortuna,  non me ne lasciava il tempo.  Se avevo anche

      sempre pronte le parole per avvisarla ch'essa doveva  restare  l'umile

      serva  mia  e  di  mia moglie.  Pensavo proprio di dirle che di giorno

      avrebbe potuto continuare a servire mia moglie e qualche notte avrebbe

      dovuto accogliermi nel suo letto.  Per qualche tempo solo,  finch  ne

      fossi stato ben sazio. Non dissi tutto ci solo perch tutto mi pareva

      sottinteso.  Non  c'era  fretta.  E  se  non ci fosse stato questo mio

      sciocco cervello ch' fatto altrimenti  di  quello  che  dovrebbe,  io

      avrei  potuto fare la mia vita pi lieta e pi comoda per sempre.  Non

      Anna mi rese infelice, ma questo mio stupido cuore".

      E il Bacis continu dicendo che in quel torno di tempo gli  capit  la

      notizia  che suo fratello,  cassiere in una banca,  aveva commesso una

      cattiva azione che avrebbe potuto costare la vita alla loro madre.  La

      madre  supplice  si  rivolse  a  lui  pregandolo  di  procurare lui le

      diecimila lire che occorrevano per  salvare  l'onore  della  famiglia.

      Egli senz'altro comunic la cosa al padre di Berta che gi considerava

      suo padre.  Costui diede subito le diecimila lire,  ma volle che Berta

      ne fosse informata e sapesse che  tale  importo  andava  in  deduzione

      della  dote.  Cos  egli  si trov d'essere ufficialmente fidanzato di

      Berta. "Non ci furono molte parole n con Anna per divenirne l'amante,

      n con Berta per divenirne il fidanzato.  L'anticipazione  sulla  dote

      era  proprio  da  Berta  la  stessa  cosa  che  Anna  m'aveva concesso

      permettendomi di godere del suo corpo.  Cos io passai  tutti  i  miei

      giorni  con  Berta e tutte le mie notti con Anna.  Il grande casamento

      vastissimo  e  disadorno  in  cui  vivevamo  era  proprio  fatto   per

      organizzarvi  la  mia  doppia  vita.   Ad  un'ala  c'era  l'ufficio  e

      l'abitazione della famiglia di Berta. Al di fuori dell'ufficio dormivo

      io in una stanza a pianoterra. All'altra ala,  circondata da stanze in

      cui dormivano famigli e serve stanchi del lavoro della giornata, c'era

      la stanza di Anna.  Avevamo tre cani di guardia,  che m'accompagnavano

      festosamente  ma  muti  nella  mia  corsa  da  una  parte  della  casa

      all'altra.  E  di giorno io ad Anna non pensavo.  Quando l'intravedevo

      umile, intenta alle sue faccende,  pensavo: 'Aspetta!  Godr di questa

      tua  umilt  questa  notte.  Adesso non c' tempo di pensarci'.  E con

      Berta poco o nulla si parlava d'amore.  Ma ci  trovavamo  uniti  nello

      stesso pensiero di allargare il nostro possesso. Gi! Quello che nelle

      vostre citt  l'avidit di denaro,  da noi in campagna  l'avidit di

      terra. E quando si parlava delle nostre conquiste future (volevamo far

      salire sui colli il nostro possesso tutto in  pianura)  Berta  diceva:

      'Quando  Ugo  (mio  fratello)  ci restituir le quindicimila lire...'.

      Essa non dimenticava le quindicimila lire!".

      Al signor Aghios parve che dapprima si fosse parlato di sole diecimila

      lire. Volle rettificare, ma poi gli parve cosa inconferente.

      In tutte le loro speculazioni di terra e di prodotti erano guidati  da

      un vecchio contadino,  Giovanni,  assurto per la sua astuzia e fedelt

      al rango di consigliere.  Riceveva la stessa paga come quando irrorava

      del  suo sudore i campi (e non pi),  ma era l'anima dell'azienda.  Il

      signor Aghios tese l'orecchio, perch il Bacis dedicava tante parole a

      quell'umile uomo che si capiva doveva finire  per  giocare  una  parte

      importante nell'avventura che gli veniva raccontata.  Era avido come i

      padroni,  ma solo per loro.  Un vero cane fedele.  Il padrone  era  il

      padrone  e quando s'abitu a considerare anche il Bacis quale padrone,

      pi padrone di tutti perch, pi giovine,  doveva rimanere suo padrone

      per  l'eternit  della  sua  vita,  s'invest dei suoi interessi anche

      quando potevano collidere con quelli del  suo  legittimo  padrone,  il

      padre  di  Berta,  e Berta stessa che quale donna non poteva essere la

      prima nel comando.

      Presto Anna si sent madre. Lo disse al Bacis senza domandare nulla ed

      anzi giocondamente, nella certezza che ci fosse un nuovo anello della

      catena che li univa.  Non le era stata detta una parola in contrario e

      innocentemente  essa  pensava che tutto dovesse svolgersi nel modo pi

      naturale.  Il Bacis non ne fu molto turbato.  Il suo primo pensiero fu

      anzi  che  ormai  si  sovessero  accelerare  le  pratiche  per  il suo

      matrimonio con Berta. Dopo,  quale padrone,  avrebbe potuto facilmente

      far  crescere  quel bastardo all'ombra del casone senza riconoscerlo e

      senza  curarsene.  Un  bambino  che  non  si  ama  costa  in  campagna

      pochissimo.  Poi cresce e produce. L'unica seccatura fu che la giovine

      madre fu meno amorosa. Si sottometteva per vero,  grande amore.  Ma se

      poteva  si  sottraeva  e,  se  lasciata  libera,  domandava  di essere

      risparmiata.

      "Gi!" interruppe il signor Aghios.  "Madre natura cre il piacere per

      garantire la riproduzione.  Una volta garantita questa,  se il piacere

      tuttavia persiste  per dimenticanza come dagli insetti  certi  colori

      che persistono talvolta anche quando la stagione dell'amore  passata.

      Non si pu mica essere tanto precisi in un'azienda tanto vasta".

      "Pu  essere sia cos" disse seccamente il Bacis.  "Ma anche qui ci fu

      una dimenticanza. Perch madre natura dimentic di spegnere l'incendio

      anche da me?".

      "Oh! bella!" disse l'Aghios e furono parole dettate dal vino. "A madre

      natura non sarebbe mica spiaciuto che voi aveste  procurato  un  bimbo

      anche alla Berta.  Essa ha sempre a fare.  Siamo in tanti! Non elimina

      che chi non serve pi".

      "Mai!  Mai!" grid il giovane con  veemenza.  "Berta,  la  nemica,  la

      sprezzatrice di Anna!".

      Il signor Aghios rimase scosso. Egli ora sapeva come la storia sarebbe

      finita.  Il Bacis stava dinanzi a lui,  acceso, innamorato, disperato,

      il vero ultimo capitolo  del  romanzo.  Non  avrebbe  pi  bisogno  di

      sentire altro.

      Il Bacis continu il suo racconto con una certa fretta di finire. Anna

      dopo  averlo respinto quale amante,  in un certo modo,  lo priv anche

      del suo amore,  del suo grande amore che s'era  manifestato  prima  di

      tutto  nella  sua  assoluta discrezione e nella sua rassegnazione alla

      parte ch'egli  le  aveva  attribuita.  Poi  lo  trad  confidandosi  a

      Giovanni.  Giovanni,  da cane fedele, parl col Bacis e gli propose di

      far sposare la fanciulla da un giovanotto loro contadino,  ma  zotico,

      nato apposta per quella parte.

      "Ci avvenne" disse il Bacis "nove giorni or sono".  Cont sulle dita:

      "S! proprio,  luned facevano gli otto giorni.  Pare impossibile!  Io

      allora  ero ben altro uomo,  perch ringraziai Giovanni e consentii al

      suo piano.  La mia metamorfosi cominci la sera stessa  quando  bussai

      alla  porta  della  giovinetta e non mi fu aperto.  La chiamai ed essa

      venne fino alla porta per dirmi a bassa voce  due  volte:  'No!  No!'.

      Dovetti  retrocedere  ed i cani ringhiarono perch,  non aspettando di

      vedermi tanto presto,  credettero non fossi io.  Mi  coricai,  ma  non

      seppi  dormire  e  alla  mattina  mi  domandai: 'Perch non la truffai

      ancora?  Perch non le promisi di sposarla purch  mi  aprisse  quella

      porta?'. Cos m'avviai alla decisione nuova senza saperlo.

      Alla  mattina  Giovanni  mi raccont di essere gi d'accordo con Anna.

      Adesso bisognava affrettarsi di togliere Anna dai lavori di casa e  di

      porla  al  lavoro  sui  campi,  alla destra del fiume,  per metterla a

      lavorare accanto a Luigi. Fra contadini si fa presto. L'erba  soffice

      e si arriva ancora in tempo per dare un nuovo padre al  nascituro.  Al

      sole  io  non  ricordavo  pi  le  angoscie  della  notte  e fui anche

      d'accordo. Era facile di ottenere un ordine simile dalla Berta,  anche

      perch  durante  la  vendemmia  c'era  bisogno del lavoro femminile ai

      campi. Ma per fortuna, non ricordo per quale ragione, la Berta domand

      di poter tenere la cugina in casa  per  soli  due  giorni  ancora.  Io

      invece  non  ebbi bisogno che di una notte sola per sapere quale fosse

      il mio dovere.  Mi coricai zufolando e pensando: 'M'attenderai  invano

      questa  notte  e quando sarai dell'altro io non ci penser pi e andr

      la mia via alla ricchezza e all'indipendenza'".

      Fu invece una notte terribile.  Egli rivide  nell'oscurit  Anna  come

      l'aveva vista durante la giornata, pi dimessa che mai, priva anche di

      quegli  straccetti  ch'egli su di lei tanto ammirava.  E nell'oscurit

      egli intese quella povera animuccia tutta  come  mai  prima.  Con  lui

      l'intese  e  forse  pi profondamente l'Aghios,  che stava a sentire e

      temeva di aver gli occhi offuscati da lacrime.  Essa non era altro che

      madre,  madre  del  suo  bambino  e  non aveva altro pensiero a questo

      mondo.  Stava per abbandonarsi a Luigi sperando di preparare un  posto

      qualunque  a  quel  bambino  a  questo  mondo.   Non  era  lei  che  a

      quell'abbraccio  s'abbandonava,  era  lui  che  a  quell'abbraccio  la

      spingeva.  Poi  essa  avrebbe  partorito,  sarebbe  ridivenuta bella e

      amante.  E il Bacis  subito  comprese  che,  nella  sua  posizione  di

      padrone,  gli sarebbe stato facile di riaverla.  Ma non gli importava,

      non era quello che gl'importava.  Digrignava i denti all'idea che quel

      bifolco di Luigi avrebbe potuto prendergliela. E non per gelosia (egli

      assicurava  al signor Aghios),  ma perch non ammetteva che un bifolco

      tale potesse divenire l'arbitro della vita di Anna.  Che cosa  sarebbe

      divenuta  la  dolce  Anna nelle mani di un simile individuo?  Ed egli,

      ora,  voleva lui  prenderla  fra  le  braccia  e  portarla  dolcemente

      traverso la vita. Egli non pi la desiderava. Egli oramai l'amava.

      "Quando  il desiderio s'accumula perde il suo aspetto e diventa amore.

      Tante cose  a  questo  mondo  accumulandosi  mutano  d'aspetto"  disse

      sentenziosamente il signor Aghios.  Non trov subito il paragone e non

      fu contento di quello che trov.  "Guardi,  la lietezza che produce il

      vino diventa ubbriacatura".  Poi, riflessivo: "E' vero che pare che il

      desiderio  sia  pi   furioso   dell'amore   che   viene   dalla   sua

      accumulazione".

      "Io non so" disse il Bacis stringendosi nelle spalle.  "Per il momento

      e finch non potei parlare con Anna,  io fui pi furioso in amore  che

      nel  desiderio.  Adesso  non so nemmeno io come io mi sia.  Saltai dal

      letto perch in quello stato di abbiezione non potevo  vivere  per  un

      solo  istante.  Dovevo  nettarmi verso Anna.  Mi vestii e saltai dalla

      finestra.  I cani ringhiarono perch non erano usi  a  vedermi  uscire

      tanto tardi. Ma a me non importava d'essere scoperto e camminai per la

      campagna col mio solito passo pesante.  Arrivato dinanzi alla porta di

      Anna bussai.  Essa dall'altra parte sussurr: 'Perch vieni?  Sai bene

      che non posso'. Cercai di spiegarle il motivo della mia visita. Volevo

      solo  parlarle.  Ma  essa  non  mi  credette e sussurr che parlare si

      poteva anche di giorno.  Aperse quando ad alta voce dichiarai  che  se

      tuttavia  avesse rifiutato di aprire,  io avrei abbattuta la porta con

      un colpo di spalla.  Allora aperse,  ma  per  lungo  tempo  il  nostro

      colloquio  rimase  violento,  pi  simile  ad  una  lotta  che  ad  un

      abbraccio.  Io profondevo su lei tutte le parole pi dolci che  mi  si

      erano accumulate nell'anima, ma essa non mi credeva, perch pare che -

      senza  neppur  accorgermene  -  io ne avessi usate di simili anche nel

      desiderio,  usando di tutti i mezzi per sottometterla pi presto.  Poi

      seppi  anche  di un'altra causa che le impediva di credermi.  Giovanni

      aveva parlato con lei e l'aveva convinta che non era pensabile che  un

      padrone  come me rinunziasse ad ogni sua fortuna per una servetta come

      era lei.  Mi credette solo quando vide che  m'accingevo  ad  andarmene

      senza  domandarle  niente.  Ero  dunque  venuto  solo  per convincerla

      dell'amore mio.  Credette perci nel mio amore quando s'accorse che da

      me  non  c'era  desiderio.  Strano,  nevvero?".  E  il Bacis bevette e

      tacque. L'Aghios,  ostinato nel vino,  avrebbe voluto sostenere il suo

      punto  e  asserire che l'Anna s'era accorta d'essere amata solo quando

      aveva sentito che il desiderio da lui s'era tanto  accumulato  ch'egli

      non  poteva  pi sperare di saziarlo in un abbraccio.  Ma non trov le

      parole.  Il Bacis aveva anche lui bevuto molto.  Le sue  guance  erano

      accese e i suoi bei capelli biondi,  lisci, avevano invaso la fronte a

      furia d'essere scossi dalla testa che accompagnava  coi  movimenti  la

      parola  come  se  avesse  voluto  costringerla  in un ritmo.  Gli fece

      compassione e non aperse bocca finch il Bacis non gli disse con  voce

      che  si sforzava di rendere pacata: "Mi pare che ora potremmo uscire e

      metterci nel nostro treno".

      "Non c' furia" disse  l'Aghios  dopo  di  aver  guardato  l'orologio.

      Attese  ancora per un istante,  ma poi ansioso domand: "Ma poi?  Come

      fin?".

      "Ancora non fin" disse il Bacis. "Se nella notte io avessi incontrato

      la Berta o suo padre,  per aumentare la  tranquillit  che  gi  avevo

      conquistata con le mie dichiarazioni ad Anna,  avrei subito dichiarato

      loro la mia risoluzione di sposare questa e non altri.  Non mi bastava

      mai la tranquillit che adoravo.  Ma non li incontrai.  Li rividi alla

      luce del sole e fui prudente. Forse tale differenza di contegno si pu

      spiegare col fatto che da tanto tempo io dedicavo la  notte  all'amore

      per ritornare ai miei interessi di giorno. Io non dissi loro altro che

      desideravo  di  fare una corsa a Udine per salutare mia madre e subito

      partii per Milano".

      "Perch a Milano?" domand l'Aghios trasognato.

      "Per riavere quelle quindicimila lire che m'erano state  prestate  dal

      padre  della  Berta  in acconto della dote" disse il Bacis stupito che

      l'altro non ricordasse.  "Come potevo io ora non sposare la  Berta  se

      prima non saldavo quel debito?".

      L'Aghios  pronto causa il vino a tradire ogni movimento del suo animo,

      si mise a ridere  di  cuore.  Ricordava  che  nel  pomeriggio  s'erano

      trovati  in  tre in una vettura e tutt'e tre avevano avuto delle somme

      di denaro in tasca: L'ispettore centocinquantamila (forse meno, perch

      era un uomo disposto alla vanteria), lui non cinquanta,  ma trentamila

      e  il Bacis quindicimila (a meno che non fossero solo diecimila).  "In

      banconote?" domand quando il riso gli permise di parlare.

      "Io non ebbi quel denaro" disse il Bacis  con  tristezza,  "e  Dio  sa

      quando l'avr. Mio fratello Ugo che me le deve non pu restituirmele e

      s'accinge invece a sposarsi. Anche lui ebbe nel frattempo un'avventura

      molto simile alla mia".

      "Con due donne?" domand l'Aghios, che oramai di ogni avventura vedeva

      in  piena  luce  solo  i  dettagli  meno  importanti.  E subito pens:

      "Dev'essere una malattia di famiglia".

      I suoi  ricordi,  come  la  sua  percezione,  rimasero  chiari  e  non

      dimentic  che  il  Bacis  rispose  che  si trattava di una sola donna

      bastevole ad impedire al fratello di  pagare  il  suo  debito.  "Gi!"

      pens l'Aghios che non dimenticava neppure la propria esperienza. "Una

      sola donna basta per impedire tante cose".

      Poi  l'Aghios  fin col pagare il conto.  Con la mancia cinquanta lire

      per un po' di carne fredda e due pezzi di pane!  Salirono  nell'ultima

      vettura  di un lunghissimo treno,  la sola vettura adibita al servizio

      di  persone.   L'Aghios  si  sentiva  tanto  sicuro  nelle  gambe   da

      ridiscendere  dall'altissimo  vagone  per  andare a prendere a nolo un

      cuscino.  Lo pag ed era gi in procinto di  allontanarsi  quando  gli

      venne  la  buona idea di prendere uno di quei cuscini anche per il suo

      compagno di viaggio.

      Glorioso risal;  scelse fra due compartimenti quello che  meglio  gli

      piacque  e  offerse  l'ultimo  suo  dono al Bacis.  Costui non avrebbe

      dimenticato mai pi quella gondola, quella cena e quel cuscino,  tutti

      doni di una persona ch'egli vedeva per la prima volta.  Ma neppure lui

      avrebbe mai pi  dimenticato  il  Bacis,  la  Berta  grassa  e  l'Anna

      sottile.   Ma   neppure  Giovanni,   quella  pianta  uomo  che  cresce

      dappertutto con un bell'istinto di servitore utile.  Anzi,  il  signor

      Aghios si coric pensando solo a Giovanni e a tutti i Giovanni ch'egli

      in  sua  vita  aveva  conosciuti.  Avevano rinunziato a tutte le altre

      fortune  che  ci  potevano  essere  a  questo  mondo  e  s'associavano

      indissolubilmente  partecipandovi  nel modo pi modesto.  Per essi non

      esistevano speranze in evoluzioni  pazzesche  che  li  avrebbero  resi

      padroni  e  non  esempi  di  fortune  fatte  per iniziative coraggiose

      indipendenti.  Essi restavano attaccati  al  padrone  come  la  pianta

      arrampicante all'albero.  Nella sua mente fosca,  prossima a chiudersi

      nel sonno,  il signor Aghios pens che Darwin non aveva inteso  tutto.

      Non  un  animale aveva prodotto l'umanit,  ma da ogni singolo animale

      era discesa una data specie di uomo.  Tutti i Giovanni di questo mondo

      erano  risultati per lenta evoluzione da quegli uccelli che sulle rive

      del Nilo  nettavano  i  denti  ai  coccodrilli.  Forse  i  coccodrilli

      soffrivano  di carie e il pasto di quegli uccelli era,  in proporzione

      di quello del coccodrillo,  pi abbondante di  quello  che  i  padroni

      lasciavano ai Giovanni.

      Stava  per  prendere sonno quando un pensiero addirittura imperioso di

      benevolenza gli fece riaprire gli occhi.  Guard il  suo  compagno  di

      viaggio.  Alla  fioca  luce  che  c'era  nella vettura lo vide giacere

      sull'altro banco,  parallelo al suo,  i biondi capelli lucenti giacere

      come  lui,  abbandonato  sul  cuscino.  Con  la differenza per che si

      teneva gli occhi coperti con una  mano.  Forse  sotto  a  quella  mano

      piangeva.  Ed il signor Aghios pens: "Guarda questi due uomini. Io ho

      in tasca il doppio (e forse il  triplo)  di  quello  che  occorre  per

      salvare da tanta angoscia quest'uomo. Non posso per darglieli, perch

      altrimenti,  almeno  per  altri  tre mesi,  dovrei continuare a pagare

      degl'interessi esosi.  Insomma io non voglio  pagare  deg'interessi  e

      voglio invece ch'egli soffra sposando Berta e faccia soffrire questa e

      specialmente quella povera Anna,  che sta per cadere in mano di quella

      bestia di Luigi,  ch'  appoggiato  da  quel  mostro  in  natura  ch'

      Giovanni, l'ideale dei servitori".

      "Senta Bacis!" chiam e l'altro lasci cadere la mano dagli occhi e lo

      guard.  "Io,  certo,  non c'entro coi suoi affari, visto che non ho i

      mezzi per aiutarla.  Ma per  il  momento  non  c'  che  una  premura:

      Impedire  che  Anna faccia un passo precipitoso.  Non c' urgenza.  Il

      bamboccio  ancora lontano. Perch non si confida con suo zio?  Quando

      non  si  pu  pagare,  non  si  pu pagare e non si paga.  E' ridicolo

      credere di essersi venduto per aver preso  a  prestito  dieci  o  (sia

      pure) quindicimila lire. Si resta debitori e amici come prima. L'altro

      conteggia  gl'interessi  e  pu  farlo.  Poi nella vita,  prima o poi,

      capita il colpo di fortuna. Si paga e si  pi liberi di prima, quando

      pure si era liberi per propria risoluzione.  Il colpo di  fortuna  pu

      capitare  a  lei o pu capitare a me.  Sarebbe una gran bella cosa per

      lei che capitasse a me.  Le  giuro  che  verrei  subito  a  Torlano  a

      liberarla del suo impegno. Io avrei ora trentamila lire in contanti, a

      Trieste,  naturalmente  (e  si tocc la tasca di petto),  ma non posso

      dargliene neppure una parte perch mi occorrono tutte  subito  domani.

      Anzi,    per  consegnare  dinanzi  ad un notaio quei denari ch'io ora

      faccio questo viaggio,  che sarebbe stato ben noioso se io non  avessi

      incontrato lei".

      L'altro ringrazi a mezza voce e ricopr gli occhi con la mano quasi a

      difenderli  dalla  luce.  Il  signor  Aghios  si  sent  profondamente

      amareggiato.  Era certo ch'egli non poteva dare quello che gli  veniva

      chiesto,  ma  era  ben  doloroso  che  il suo viaggio,  intrapreso per

      cospargere la Lombardia,  il Veneto e il Friuli della sua benevolenza,

      finiva  (la  notte  era il riposo e non contava per il viaggio) con un

      atto d'egoismo come in qualche breve  favola  di  religiosi.  Lui  era

      l'uomo ricco,  l'altro il povero, lui la bestia, l'altro (visto ch'era

      il povero) l'intelligente, quello che vedeva il mondo com' nella vera

      luce, dove c'erano da difendere tutt'altri beni che la vile moneta.

      Eppoi un'altra cosa l'amareggiava.  Se egli avesse  presa  con  s  la

      moglie,  forse  tutto avrebbe potuto accomodarsi.  Lui era l'avaro che

      non dava che le mance piccole,  ma la moglie dava proprio  quello  che

      occorreva...  se consentiva. Raccontandole tutta la storia come stava,

      essa,  forse,  si sarebbe  commossa.  Si  avrebbe  potuto  offrire  al

      poverino le diecimila lire (quindicimila in nessun caso).

      Scoppi. Si rizz, trasse di tasca il proprio biglietto da visita e lo

      porse  al  Bacis.  "Se  non trova di meglio venga da me a Trieste o mi

      scriva.  Non perda ogni speranza ed intanto impedisca alla povera Anna

      di commettere delle bestialit".

      Anche  l'altro  si  rizz.  Ma  fu  come  un  atto  di  cortesia senza

      convinzione. Mormor: "Grazie. Verr a Trieste". Si ricoric e riport

      la mano agli occhi non appena il signor Aghios accenn a sdraiarsi  di

      nuovo.










                             6. VENEZIA-PIANETA MARTE.


      Il  signor  Aghios  era  ormai  pi  tranquillo.  Solo gli bruciava lo

      stomaco per  il  tanto  vino  bevuto.  La  sua  coscienza  era  oramai

      tranquilla  come  se egli gi avesse dato il denaro.  In sostanza egli

      l'aveva dato,  perch avrebbe patrocinato con la moglie la  parte  del

      Bacis. Ora toccava alla moglie di comportarsi bene anche lei.

      Ma  non  subito  s'addorment.  E'  una cosa impossibile per un essere

      previdente di addormentarsi in un treno che s'accinge a  correre.  Per

      essere pi sicuro il signor Aghios s'aggrapp al suo giaciglio, ma ci

      implic  uno sforzo e non  una cosa facile di addormentarsi nell'atto

      di fare uno sforzo. Poi finalmente il treno si mosse. Assunse un passo

      piuttosto lento e pesante.  Il rumore maggiore fu dato dapprima  dalla

      propagazione  del  moto  dalla  cima  alla  coda del grande convoglio,

      perch fra i singoli vagoni fu uno sbattersi inquietante, tanto che il

      signor Aghios si rizz per star a sentire.  Per  quietarlo  il  Bacis,

      senza  levare  la mano dal volto,  mormor: "Ci avviene perch questo

      treno manca del freno Westinghouse".

      Non occorreva la parola rassicuratrice,  perch oramai il treno  s'era

      avviato  ed  aveva assunto un passo tranquillo.  Molto tranquillo.  Il

      signor Aghios pot abbandonare  ogni  sforzo  e  abbandonarsi  al  suo

      giaciglio.  In  un  treno  che  procedeva  con  quel  passo si avrebbe

      certamente  dormito  tranquilli.  La  musica  che  proveniva  da  quel

      movimento  era  fortemente  ritmica  e  non  violenta come da un treno

      celere: Una vera ninna-nanna. E lungamente il signor Aghios segu quel

      suono o meglio da quel suono fu inseguito nella pace  che  precede  il

      sonno.  Esistono  dei  sonni di tutte le gradazioni e il suo grado pi

      basso  quando i sensi non si sono ancora staccati  dalla  realt.  Il

      signor  Aghios  traverso le ciglia sentiva l'esistenza di quella fioca

      luce nella vettura e anche quel corpo del Bacis  dagli  occhi  coperti

      dalla mano,  giacente a meno di un metro di distanza dal proprio. E il

      sonno da lui  cominci  quando  quella  musica  l  fuori  cominci  a

      significare qualche cosa. Diceva: "Tutto va bene, tutto va bene". E il

      signor  Aghios  non  si  sentiva  d'intervenire  per  far terminare la

      monotona ripetizione. Era tanto bello di addormentarsi al suono di una

      missiva tanto bella e tanto vera. Tutto andava bene infatti.  Il Bacis

      gli  voleva  bene,  avendo  subito  voluto  rassicurarlo su quei suoni

      scomposti provenuti dal primo sobbalzo del treno.  Tutto andava bene e

      si poteva finire.

      Ma  ancora  una  volta  il suo sonno fu interrotto.  L'arrivo a Mestre

      somigli alla fine del mondo.  Pareva come se una macchina potente  si

      fosse messa a movere della ferramenta accatastata. L'Aghios spaventato

      si rizz. Arriv a vedere il Bacis tranquillo e immoto, la mano sempre

      sulla faccia, eppoi, tranquillizzato, lasci ricadere la testa pesante

      sul guanciale mormorando: "Manca il freno Westinghouse".

      Quando  sogn  il  signor  Aghios?  Certo  non subito dopo abbandonato

      Mestre. Presso Gorizia, quando, alle quattro della mattina,  il signor

      Aghios  si  dest,  la  distanza    lunga  e  il  sogno sarebbe stato

      dimenticato come ogni altro sogno  che  certamente  allieta  anche  il

      sonno  pi  profondo.  E'  piuttosto  da  supporsi che il sogno si sia

      prodotto in qualche stazione poco prima di Gorizia, quando il sonno fu

      meno profondo e qualche cellula desta pot sorvegliare e  ritenere  il

      sogno.

      Chiss poi se il sogno fu proprio quello che il signor Aghios ricord.

      Quando   ci  si  desta  da  un  sogno,   subito  interviene  la  mente

      analizzatrice per connetterlo e completarlo.  E' come se volesse  fare

      una  lettera  da un dispaccio.  Il sogno  come una sequela di lampi e

      per farne un'avventura bisogna che il lampo divenga luce permanente  e

      sia  ricostituito  anche  quando  non  si  vide perch non illuminato.

      Insomma il ricordo del sogno non   mai  sogno  stesso.  E'  come  una

      polvere che si scioglie.

      Insomma il signor Aghios era avviato verso il pianeta Marte,  sdraiato

      su un carrello che si moveva traverso lo  spazio  come  sulle  rotaie.

      Egli  vi  era sdraiato bocconi e invece di pavimento il carrello aveva

      delle assi su cui,  dolorante,  poggiava il suo corpo.  Una delle assi

      passava sul suo petto e rendeva pi pesante la tasca che vi era. Sotto

      a  lui  c'era lo spazio infinito e al di sopra anche.  La terra non si

      vedeva pi e Marte non ancora, n si vide mai.

      Il signor Aghios si sentiva molto libero,  molto pi che in piazza San

      Marco  e  anche  troppo.  Si guardava d'intorno e non vedeva altro che

      spazio luminoso. Dove esercitare la sua libert se non v'era nulla che

      fosse schiavo? E a chi dire la propria libert? Per sentirla bisognava

      pur poter vantarsene. Anche nel sogno il signor Aghios era riflessivo.

      Pens: "Io non sono solo,  perch c' la mia libert con  me.  La  mia

      sola noia  quella tasca di petto che duole".

      Ma  pi  che  si procedeva nello spazio,  pi solo il signor Aghios si

      sentiva. Giacch andava al pianeta Marte egli pens, per il sentimento

      d'onnipotenza che il sognatore sente,  ch'egli avrebbe potuto foggiare

      quel  pianeta  a sua volont.  Previde quel pianeta.  Ebbene,  egli lo

      avrebbe popolato di gente che avrebbe inteso  la  sua  lingua,  mentre

      egli non avrebbe intesa la loro.  Cos egli avrebbe comunicata loro la

      propria libert e  indipendenza,  mentre  loro  non  avrebbero  potuto

      incatenarlo con le proprie storie, che certo non mancavano loro.

      Una  voce  proveniente  dalla  stazione  di partenza gi tanto lontana

      domand: "Mi vuoi con te?".  Doveva essere la  moglie.  Ma  il  signor

      Aghios  voleva  la  libert;  finse  di  non aver sentito e anzi ader

      ancora meglio al suo carrello per  celarsi.  Cos  prosegu  a  grande

      velocit,  che non si percepiva causa la mancanza di cose e di aria e,

      correndo, pens: "Voglio che mio figlio non rimanga solo".

      Poi la voce fioca, lontana di Bacis gli domand: "Mi vuole con lei?".

      Aghios pens che l'intervento  di  Bacis  l'avrebbe  privato  di  ogni

      libert.  Appassionato com'era,  con lui non si poteva parlare d'altro

      che dei fatti suoi.  Gli aveva gi pagato la gita in  gondola  ed  era

      ridicolo  volesse  ora  fare un simile viaggio a spese sue.  Andare al

      pianeta Marte per parlare di Torlano? Non ne valeva la pena. Il signor

      Aghios si strinse meglio al carrello per continuare a celarsi.

      Una voce dolce, musicale, ma vicinissima domand: "Io sono pronta alla

      partenza, se mi vuoi".

      In sogno una parola e il suo suono dipinge intera la  persona  che  la

      emette.  Era Anna, la fanciulla bionda, alta, dalle linee dolci, salvo

      le mani abituate al  grande  lavoro.  Quell'Anna  che  s'era  lasciata

      ingannare dalla sincerit della carne.

      Il  cuore  paterno  dell'Aghios  si  commosse fino alle sue pi intime

      fibre.  Egli la voleva con s per allontanarla da Berta e da  Giovanni

      che la umiliavano e anche dal Bacis del quale non c'era da fidarsi, il

      traditore che l'aveva ingannata con la sincerit della carne.

      E subito essa fu con lui, sul carrello, sotto a lui, coperta da quegli

      stracci  che  l'adornavano,  ma  che  ricavavano ogni bellezza dal suo

      corpo  morbido,   giovanile,   non  ancora  sformato   dall'incipiente

      maternit.  I  capelli  biondi  svolazzavano  nell'aria,  che per essi

      c'era,  sotto a loro.  Ora non avrebbe pi potuto esserci  del  dolore

      alla  tasca  del  petto.   Ma  un  greve  peso  v'era  tuttavia.  Anna

      probabilmente vi si era afferrata per sentirsi sicura.

      E si procedette cos, senza parole, mentre il signor Aghios pens: "E'

      la mia figliuola. Le insegner a non fidarsi pi di alcuna sincerit".

      Ora il motore del carrello doveva fare un chiasso  indiavolato.  Tutto

      lo  spazio  ne  era  pieno.  E  l'Aghios si domand: "Ma perch la mia

      figliuola ha da giacere cos sotto a  me?  E'  il  sesso?  Io  non  la

      voglio". E url: "Io sono il padre, il buon padre virtuoso".

      Subito  Anna fu seduta lontano da lui,  ad un angolo del carrello,  in

      grande pericolo di scivolarne nell'orrendo spazio  e  l'Aghios  grid:

      "Ritorna,  ritorna,  si  vede  che  su  quest'ordigno non si pu stare

      altrimenti".  E Anna obbediente ritorn a lui come  prima,  meglio  di

      prima.  E  lo  spazio  era  infinito  e perci quella posizione doveva

      durare eterna.

      Uno schianto! Si era arrivati al pianeta?

      Infatti il treno, fermandosi,  sembrava volesse distruggere se stesso.

      Il signor Aghios salt in piedi.  Soffocava, ma arrivava a ravvisarsi.

      Fra quel carrello e questo treno  c'era  una  confusione  da  cui  era

      impossibile estricarsi.  E la stessa confusione c'era fra la gioia che

      aveva provato poco prima e la vergogna che ora  lo  pervadeva.  Ma  la

      bont del signor Aghios era infinita anche verso se stesso. Pens: "Io

      non ci ho colpa". E subito sorrise.

      Egli  aperse  una  finestra  e  l'aria  si  fece respirabile.  Vide la

      campagna vuota: Una luce immota brillava dalla casa di  un  contadino.

      Tuttavia abbattuto dal grande sonno, la stanchezza del doppio viaggio,

      il  signor  Aghios ebbe ancora il tempo di guardare il giaciglio vuoto

      del Bacis, eppoi anche il posto ove era giaciuta la sua valigetta.  Il

      Bacis  se ne era andato discretamente,  senza destarlo.  Dovevano aver

      gi passato Gorizia.

      Senza convinzione, con la testa sul cuscino, l'Aghios pens: "Peccato!

      Se ci fosse stato  gli  avrei  dato  subito  le  diecimila  lire  (non

      quindici)".  Sorrise! Era bello di non poter pagare. Rimorsi non ebbe.

      La sua avventura,  la pi forte che avesse avuta durante la vita,  non

      usciva  dalla  vita  del  suo  pensiero  solitario  e perci non aveva

      importanza. Tuttavia se il Bacis fosse venuto da lui a Trieste,  egli,

      d'accordo con la moglie, avrebbe tentato di aiutarlo in piena virt.

      E  s'addorment  profondamente  dopo  di  aver tratto sotto la propria

      testa anche il cuscino del Bacis.  Si sentiva perfettamente  bene.  Il

      vino  era  stato smaltito nella corsa traverso gli spazi siderei e non

      lo turbava pi.




                                7. GORIZIA-TRIESTE.


      Si dest che albeggiava,  squassato da  un'altra  fermata  del  treno.

      Salt in piedi. Era una stazione abbastanza considerevole. Gorizia!

      Ma  dove era dunque disceso il Bacis?  E l'Aghios fece con facilit la

      sua teoria su quell'abbandono.  Certo il Bacis aveva  rinunziato  alla

      speranza di trovare quel denaro da quel suo parente a Gorizia e doveva

      esser disceso a Udine.  Chiss quello che avrebbe fatto! Forse avrebbe

      finito  col  decidersi  di  sposare  Berta  per  poter,   da  padrone,

      proteggere  meglio Anna.  Vedeva oramai quella storia tanto da lontano

      che ogni  accomodamento  gli  pareva  possibile.  In  fondo  Anna  era

      l'oggetto  dell'amore  e  tale  doveva rimanere.  Cara!  Cara!  Quegli

      straccini, che la vestivano tanto bene, non doveva abbandonarli.

      Verso le sette,  quando  il  treno,  con  quel  suo  passo  stanco  di

      nottambulo  che  rincasa,  cominci  ad arrampicarsi sul Carso,  in un

      istante di noia, non sapendo che farsi nella sua solitudine, il signor

      Aghios trasse di tasca il portafogli e palp le banconote.  Sorrise ai

      propri sensi ingenui che sentivano un dimagrimento del pacchetto. Cosa

      vuol dire curarsi troppo di una cosa! Per rassicurarsi si chiuse nella

      vettura,  cal  le  tendine  e  si  mise  a  contare  accuratamente le

      banconote.  Non ve ne erano che quindici!  Il Bacis ne aveva trafugato

      proprio quindici. Oh! Quale canaglia!

      Il primo movimento dell'Aghios fu di correre al campanello di allarme.

      Vi pose persino la mano,  ma dopo,  da persona timida, esit davanti a

      quella minaccia di persecuzione  penale.  E  cos  ebbe  il  tempo  di

      ragionare.  Che  scopo  c'era  di  arrestare quel treno lento,  che si

      batteva al di sopra di Barcola,  sobborgo di Trieste,  per raggiungere

      il  ladro  ch'era  disceso  in  una  stazione non precisabile prima di

      Gorizia e da l s'era avviato col suo bottino verso  Torlano  ove  non

      c'era  ferrovia?  Nessunissimo,  perch  il  conduttore  del treno non

      avrebbe mai acconsentito di cambiar rotta e  portare  lui  e  tutti  i

      vagoni sgangherati verso la Carnia.

      Il signor Aghios si morse le dita.  Era tutto ira e vergogna. Vergogna

      di essersi lasciato turlupinare a quel modo.  Addio  sentimento  della

      libert  del viaggio,  addio benevolenza.  Somigliava ad una di quelle

      figure sintetizzate tanto bene nelle nubi nere e minacciose,  ma  egli

      non ricordava n le nubi,  n i cani e neppure le belle donne,  i suoi

      aggradevoli monti compagni di viaggio. Alla stazione di Tries (nota)


      NOTA.

      Cos, in modo inconcluso,  termina questo come molti altri racconti di

      Italo  Svevo.  Si  tratta  sicuramente  di  una  scelta  poich questo

      scrittore ,  come lo defin Eugenio Montale,  "largo  e  inconclusivo

      come la vita".
