GLI ETRUSCHI
di ROMOLO A. STACCIOLI
Enciclopedia Tascabile "Il Sapere" edito dalla Newton Compton.
VERSIONE ELETTRONICA - PER I NON VEDENTI - CURATA DA EZIO GALIANO
REVISIONE DI MARILENA MARCHINI
Prefazione.
  L'opinione comune s'ostina a ritenere gli Etruschi un popolo
misterioso, vissuto come fuori del tempo (e dello spazio), scom-
parso lasciando dietro di s enigmatiche testimonianze d'una ci-
vilt senza confronti.
  Diversi fattori hanno contribuito al nascere e all'affermarsi d'u-
na siffatta convinzione, del tutto senza senso, irrazionale e fanta-
stica, antistorica e antiscientifica. Talune indubbie peculiarit del
mondo etrusco, le perplessit - e le incomprensioni - dei Greci e
anche dei Romani, insieme al fascino di certe sopravvivenze ar-
cheologiche, alla suggestione di paesaggi singolarmente attraenti
e in parte ancora incontaminati; i modi stessi della "riscoperta" e
delle prime ricerche, avventurose e romantiche, possono spiegare
il fenomeno. Ma ci non significa che si debba rimanere in una di-
mensione onirica, ormai del tutto anacronistica. Di fronte al gusto
per il mistero, alle sollecitazioni del romanticismo, alle fantasie
della letteratura, stanno infatti le conquiste della scienza, i risulta-
ti di indagini e di studi plurisecolari, l'evidenza delle testimonian-
ze archeologiche; la stessa realt storica dell'antico mondo italico
e mediterraneo nella quale la vicenda etrusca s'inserisce (e si
chiarisce) perfettamente, traendone luce e contribuendo ad arric-
chirla.
  Passando dal vago al concreto, dall'indeterminato al definito,
dal fantasioso al reale, si pu tranquillamente affermare che pos-
sediamo un quadro sufficientemente certo e completo della civil-
t etrusca - molto pi che per qualsiasi altro popolo dell'Italia an-
tica, a parte i Romani - nelle sue caratteristiche di fondo e nelle li-
nee essenziali del suo sviluppo. Compresi gli aspetti relativi ai pre-
sunti "misteri", da quello delle origini a quello della lingua a quello
della fine, che maggiormente attirano la fantasia e sollecitano le
velleit (e le presunzioni) dei dilettanti e dei falsi profeti.
Tutto il resto fa parte di ci che si deve ancora "scoprire", delle
indagini che sono ancora da condurre,delle "ricostruzioni" che sono
ancora da fare. E magari,dei problemi che occorrer affrontare,con
senso storico e spirito pratico. Scientificamente,cio senza indul-
gere a quelle fantasie che sono proprio l'opposto delle "verit"
che,nonostante tutto, ognuno ricerca e desidera acquisire.
1. Le origini.
Gli Etruschi non sono documentati, come tali, in nessun'altra parte
del mondo che non sia l'Etruria: ossia quella "regione" d'Italia,
compresa tra il mare Tirreno e i fiumi Tevere e Arno, nella quale
essi sono storicamente e incontrovertibilmente attestati. Ci significa
che essi non sono mai arrivati da fuori come una "nazione" gi formata
e culturalmente definita. Quindi  inutile (e assurdo) affannarsi a 
ricercare il luogo della loro presunta provenienza: sarebbe come 
chiedersi da dove siano "arrivati" in Francia i Francesi o gli Inglesi
in Inghilterra.
Ne deriva che l'origine degli Etruschi deve essere ricercata in Italia.
O meglio, che il problema delle origini etrusche va impostato non gi
nel senso della provenienza, bens in quello della formazione.
Cio nel senso d'un processo graduale di evoluzione, trasformazione,
integrazione, d'elementi diversi (etnici, culturali, linguistici) interni
ed esterni, che ha avuto come esito finale la "nascita", in Etruria, del
popolo etrusco e della sua peculiare civilt: una realt nuova, prima 
inesistente. Questo  l'unico dato certo che possediamo. Il resto, ossia
tutto quello che ha concorso a formare e a determinare quel processo
(le componenti, le derivazioni, i contrasti, le convergenze, i modi e i tempi),
rimane da indagare come argomento di ricerca scientifica, aperto, complesso,
difficile e delicato. Tenendo ben presente che la "nazione" etrusca quale noi
la conosciamo nei suoi aspetti etnici, culturali, politici, economici, sociali,
eccetera non pu identificarsi con alcuna delle componenti che hanno 
contribuito a formarla. Seppure ce ne fosse bisogno - e solo per fare qualche 
esempio - lo dimostra la stessa componente linguistica, che ci presenta l'etrusco 
largamente interessato da influenze e commistioni con il greco e le altre 
lingue dell'Italia antica; ci che suggerisce, quanto meno, un lungo processo
di contatti reciproci e di sviluppi comuni. E lo dimostra pure l'onomastica,
che nella variet e nella diversa provenienza dei tanti nomi propri personali, 
ci rivela la presenza di una popolazione almeno entro certi limiti composita 
e fino a un certo periodo suscettibile di ulteriori integrazioni.    
 Stando cos le cose, appare chiaro che la situazione  ben pi
complessa, articolata e sfumata di quanto non apparisse agli anti-
chi i quali avevano invece tutto risolto con l'idea della migrazio-
ne. Con la stessa idea cio con la quale essi spiegavano l'origine
di quasi tutti gli altri popoli che insieme agli Etruschi componeva-
no il mosaico etnico dell'Italia prima dell'unificazione roma-
na, avendo per essa il modello del grande fenomeno migratorio
rappresentato, proprio per l'Italia, tra l'ottavo e il settimo secolo a.C.,
dalla colonizzazione greca.
2. Le teorie degli antichi.
  Le teorie accreditate presso gli antichi facevano concordemen-
te arrivare gli Etruschi, in Italia, dall'Oriente, poco prima dell'i-
nizio dei tempi storici. L'unica divergenza riguardava il popolo
a cui gli Etruschi erano collegati e dal quale sarebbero derivati.
 Secondo lo storico greco del quinto secolo a.C. Erodoto, si sarebbe
trattato dei Lidi che, in seguito a una carestia, avrebbero abbando-
nato la loro patria, in Asia Minore, e sarebbero giunti in Italia alla
guida di Tirreno, figlio del re Atys, dal quale avrebbero poi preso
il nome di Tirreni o Tyrseni (che era quello col quale effettiva-
mente i Greci chiamavano gli Etruschi).
  Secondo gli altri due storici greci Ellanico e Anticlde, rispetti-
vamente del quinto e del quarto-terzo secolo a.C., si sarebbe trattato
invece dei Pelasgi, giunti in Italia dopo aver variamente navigato per
il Mare Egeo (secondo Ellanico) e dopo aver colonizzato le isole egee di
Imbro e di Lemno (secondo Anticlde).
  La tesi che prevalse nell'antichit fu tuttavia quella di Erodoto.
Al punto che l'origine lidia degli Etruschi divenne un luogo co-
mune. Cos Virgilio, nell'Eneide, usa i due termini, Lidi ed Etru-
schi, indifferentemente, mentre gli abitanti di Sardi, l'antica capi-
tale della Lidia, erano definiti ufficialmente, in et romana, fra-
telli e consanguinei del popolo etrusco.
  Ci fu per, nella stessa antichit, una voce discorde: quella di
Dionisio d'Alicarnasso, un altro storico greco vissuto nell'et di
Augusto, il quale, dopo aver respinto l'identificazione degli Etru-
schi con i Lidi o con i Pelasgi, sostenne che essi erano autoctoni,
e, per rinforzare la sua tesi, asser d'aver ascoltato quell'opinione
proprio presso gli Etruschi i quali - osservava- non chiamavano
se stessi Tirreni bens Rasenna.
  Dionisio rimase per inascoltato e la sua teoria non ebbe segui-
to. Soltanto ai nostri tempi essa  stata ripresa in considerazione,
quando, anche sulla scorta di quella voce discorde, gli studiosi si
sono riproposto il problema delle origini etrusche. Sono state al-
lora riprese le antiche teorie e a conforto dell'una o dell'altra sono
stati invocati i dati offerti dalla documentazione archeologica, uti-
lizzandoli per in maniera parziale e fondamentalmente preconcetta.
  I sostenitori moderni dell'origine orientale hanno cos tentato di
ricollegare l'ipotetica migrazione dei Lidi alla diffusione in Etruria
della civilt orientalizzante, documentata nel corso del settimo se-
colo a.C. dalla vistosa presenza di oggetti (ma anche di usi, costu-
mi, idee) provenienti dai paesi del bacino orientale del Mediterra-
neo. Ma la prova non ha retto a un triplice ordine di considera-
zioni: l'influsso culturale dell'Oriente non riguarda soltanto l'E-
truria ma anche la Grecia e altri paesi del bacino occidentale del
Mediterraneo; la tradizione antica colloca l'arrivo in Italia dei Tir-
reni nel tredicesimo secolo a.C. e dunque in un periodo molto lontano da
quello della civilt orientalizzante; questa infine si manifesta
in Etruria con un passaggio graduale dalla fase culturale prece-
dente, rispetto alla quale non c' dunque quel cambiamento radi-
cale e istantaneo che ci sarebbe stato con l'avvento d'un popolo nuovo.
  Quanto alla tesi dell'autoctonia, s' cercato d'accreditarla con-
siderando gli Etruschi un relitto di antichissime genti neolitiche
appartenute a un'originaria unit mediterranea ed emarginate dal
sopraggiungere degli Italici indoeuropei. A questa tesi s' ten-
tato di dare forza sottolineando l'isolamento della lingua etrusca
nel contesto delle altre lingue dell'Italia antica e attribuendo agli
Italici la novit del rito funebre della cremazione (rispetto a quel-
lo dell'inumazione) documentato dalle scoperte archeologiche.
Ma l'area interessata dalla cremazione corrisponde proprio a quel-
la che in piena et storica era occupata dagli Etruschi e non dagli
Italici (i quali, peraltro, come unit etnica e linguistica, sono una
invenzione moderna).
3. Le ipotesi dei moderni.
  Questo per quanto riguarda le teorie degli antichi. Ma per risol-
vere il loro insolubile contrasto se n' poi escogitata una terza, ri-
velatasi anch'essa del tutto inconsistente. Essa ipotizzava una di-
scesa degli Etruschi dal settentrione attraverso le Alpi e si basava
su due argomentazioni: una, di carattere archeologico, riguardava
certe affinit tra le culture dell'et del ferro in Etruria e nell'Euro-
pa centrale; l'altra, d'origine storica, aveva a che fare con una
notizia di Tito Livio, secondo la quale la popolazione alpina dei
Reti (stanziata tra la valle dell'Adige e il Tirolo) sarebbe derivata
dagli Etruschi (e per convalidare tale rapporto s'invocava l'ana-
logia tra il nome di Reti e quello di Rasenna che, come s' visto,
Dionisio d'Alicarnasso riconosceva quale nome nazionale de-
gli Etruschi).
  A parte l'infondatezza di questo ingenuo raffronto, per demoli-
re la tesi settentrionale  bastato osservare che Livio non parla
affatto dei Reti come del relitto d'una migrazione ma piuttosto
come del risultato d'un fenomeno di emarginazione di genti d'o-
rigine etrusca della pianura padana nelle valli alpine, incalzate dal-
l'invasione dei Celti. Quanto ai punti di contatto tra le culture del
ferro, essi si riscontrano non soltanto in Etruria, ma anche in altre
regioni della penisola italiana e pure fuori d'Italia.
  Alla resa dei conti, non resta altro che l'indiscutibile constata-
zione della continuit culturale, sul suolo etrusco, tra l'et del bron-
zo e l'et del ferro. Ci che, se da un lato ricaccia sul piano delle
fantasie ogni possibile idea d'invasione e di migrazione, conduce,
dall'altro, proprio a quel concetto di lenta e graduale formazione
al quale correttamente s'affida l'indagine sulla nascita del po-
polo etrusco. Alla quale, per concludere - sia pure provvisoria-
mente - debbono certamente aver contribuito elementi provenienti
dal mondo egeo-anatolico, come forse  adombrato nel racconto
di Erodoto che, come spesso avviene nelle tradizioni degli anti-
chi, contiene almeno un fondo di verit non in contrasto con le no-
stre possibili ricostruzioni. Un piccolo gruppo di navigatori orien-
tali deve essere approdato, in un certo momento, sulle coste di
quella che sarebbe poi diventata l'Etruria (cos come dovette av-
venire nel Lazio, secondo quanto rivela la leggenda dell'arrivo
dei Troiani di Enea). E potrebbe anche essere stato quel gruppo di
navigatori a portare con s almeno il nucleo fondamentale della
futura lingua etrusca, dato che innegabili consonanze e probabil-
mente una vera e propria parentela genetica collegano all'etrusco
la lingua egea documentata nell'isola di Lemno (quella dei Pela-
sgi di Anticlde!) prima della conquista ateniese, alla fine del sesto se-
colo a.C.
  Tutto ci anche alla luce di certe fonti egiziane relative al fa-
raone Ramsete terzo (1197-1165 a.C.) le quali, riferendo d'un tenta-
tivo d'invasione dell'Egitto da parte di genti indicate come po-
poli del mare, menzionano tra quelle i Turuscia, che alcuni stu-
diosi propongono d'identificare con i Tyrsenoi della tradizione
greca, ossia con i Tirreni/Etruschi. I quali dunque (o almeno una
parte di essi), respinti dagli Egiziani e ripreso il mare, sarebbero
alla fine approdati sulle coste d'Italia.
  Non si tratta che di spunti, certamente suggestivi e tali in ogni
caso che non possono essere n ciecamente accettati n aprioristi-
camente respinti. Anche perch essi ci riportano a un periodo del-
l'antica storia mediterranea, quale  quello della fine del secondo mil-
lennio a.C., che  comunque contraddistinto da un'intensa attivit
marinara e da sicuri movimenti di popolazioni che accompagna-
rono e seguirono (e fors'anche determinarono) la crisi e il crollo
dei vecchi imperi e in particolare del mondo miceneo.
  Ma tutto questo pu aver fatto parte della preistoria degli Etru-
schi. La storia ci assicura che essi divennero una realt concreta,
nuova rispetto a qualsiasi precedente, al termine di complesse vi-
cende svoltesi per intero nella regione d'Italia che da essi prese
poi il nome.
4. La storia.
I primordi.
  Gli Etruschi fecero la loro comparsa alla ribalta della storia
quando i Greci, nell'ottavo secolo a.C., cominciarono a dar vita, nel-
la penisola italiana e in Sicilia, ai loro stanziamenti commerciali e
poi alle vere e proprie colonie di popolamento. Le pi antiche
menzioni di quelli che gli stessi Greci chiamavano Tirreni (Tyrre-
noi o Tyrsenoi) riguardano anzi proprio l'azione di disturbo da
essi svolta sul mare nei confronti dei coloni: lo storico Eforo, ad
esempio, scrive che i Greci che nella seconda met dell'ottavo seco-
lo fondarono le prime colonie siciliane, a Naxos presso Taormina,
e a Megara Hyblaea, non lontano da Siracusa, non lo avevano fat-
to prima perch temevano le scorrerie dei Tirreni.
  Siano pi o meno esatte queste notizie, non v' dubbio che al
tempo della colonizzazione greca gli Etruschi erano i meglio or-
ganizzati e i pi intraprendenti e dinamici di tutti i popoli che si
trovavano lungo la fascia costiera tirrenica: gi largamente pre-
senti sul mare che, non a caso, ancora i Greci chiamarono col loro
stesso nome (Mare Tirreno) e da tempo in contatto con genti che
abitavano lontano, dall'Italia meridionale alla Sardegna. La ri-
prova sta nella fondazione degli avamposti greci a Pitecusa
(Isola d'Ischia), verso il 770 a.C. e a Cuma, sulla terraferma cam-
pana, intorno al 730, nella zona pi lontana raggiunta dai coloni
rispetto alle loro regioni di provenienza. Evidentemente, si tratta-
va dei luoghi pi adatti (e al tempo stesso sicuri) per entrare in
rapporto diretto con gli Etruschi a scopi commerciali: prima di
tutto, per potersi approvvigionare dei metalli di cui essi largamen-
te disponevano. In altre parole, la colonia di Cuma e, prima anco-
ra, l'emporio di Pitecusa, presuppongono l'esistenza d'interlocu-
tori validi, organizzati e affidabili i quali, d'altronde, rendevano
anche rischiosi ma soprattutto inutili eventuali stanziamenti pi
settentrionali. L'archeologia,- da parte sua, ci rivela che al mo-
mento dell'arrivo dei Greci, tutti i luoghi in cui avranno poi sede
le grandi citt dell'Etruria storica - sugli estesi pianori tufacei di
Veio, di Cere, di Tarquinia, di Vulci; sulle alture isolate a dominio
del mare o di laghi costieri, di Populonia e di Vetulonia; sui colli
pi interni a controllo d'importanti itinerari naturali, di Volsini
e di Volterra - erano gi occupati da nuclei di villaggi strutturati
in sia pur embrionali sistemi organici e in via di progressiva
concentrazione e unificazione. Quei villaggi erano nati agli inizi
dell'et del ferro, nel secolo nono a.C., a seguito d'una generale rior-
ganizzazione del territorio e del popolamento caratterizzata dal-
l'abbandono dei vecchi abitati preistorici della tarda Et del bron-
zo e dalla scelta di siti pi adatti all'agricoltura, allo sfruttamento
delle miniere e agli scambi. Questa novit era parte d'un fenome-
no pi vasto che in quel medesimo periodo interess gran parte
della penisola italiana manifestandosi con l'emergere in regioni
diverse di culture locali alle quali sono da ricondurre le origini
dei popoli storici dell'Italia. Una di quelle culture che, con termi-
ne convenzionale,  stata chiamata villanoviana (dal nome del-
la localit bolognese di Villanova dove nel secolo scorso fu per la
prima volta individuata), riguard l'area geografica della futura
Etruria, o di quella che a ragione gli studiosi chiamano la grande
Etruria: vale a dire, l'Etruria propria, costituita dai territori com-
presi fra il Tevere e l'Arno, pi le zone d'espansione corrispon-
denti all'Emilia orientale, da una parte, e dall'altra, alla Campania
attorno a Capua e nel Salernitano, da Pontecagnano fino al Vallo
di Diano. In questa cultura (e nella nuova organizzazione terri-
toriale verificatasi in concomitanza colla sua fase iniziale), si pu
riconoscere il primo manifestarsi del processo di formazione che
in quella stessa area geografica condurr alla nascita della na-
zione etrusca.
  Si pu dire dunque che con la cultura villanoviana, nel nono se-
colo a.C. ebbe inizio la storia etrusca. Il periodo  quello stesso al
quale con significativa coincidenza riconduce la memoria stori-
ca che gli stessi Etruschi ebbero della propria vicenda. A questa,
infatti, veniva assegnata una durata di dieci secoli, non tutti della
stessa lunghezza ma scanditi dall'apparizione di prodigi e di fe-
nomeni celesti, con l'ultimo secolo che sarebbe cominciato, se-
condo gli Aruspici del tempo, nell'et di Augusto. Sempre al nono se-
colo  possibile far risalire, sia pure indirettamente, le testimo-
nianze relative alla lingua. Le pi antiche iscrizioni etrusche co-
nosciute sono databili agl'inizi del settimo secolo a.C. e, quand'anche
si trattasse - per improbabile casualit - proprio delle prime in as-
soluto ad essere state redatte, non si pu nemmeno lontanamente
supporre che esse siano contemporanee alla prima apparizione
della lingua nei territori dell'Etruria. Si deve invece ragionevol-
mente pensare a un periodo pi o meno lungo durante il quale la
lingua fu parlata senza essere scritta, fino al momento dell'intro-
duzione della scrittura resa possibile dall'adozione dell'alfabeto
trasmesso agli Etruschi dai coloni greci di Ischia e di Cuma. Dato
poi che nelle prime iscrizioni conosciute i segni alfabetici greci
appaiono gi pienamente adattati alle esigenze fonetiche dell'e-
trusco, evidentemente a seguito d'un processo di definizione e di
consolidamento protrattosi per qualche tempo, si pu arguire che
l'introduzione della scrittura in Etruria deve essere avvenuta non
molto dopo la met dell'ottavo secolo a.C. Di conseguenza, il perio-
do in cui la lingua fu parlata senza essere scritta pu facilmente ri-
salire al secolo precedente.
  Sulla base della documentazione archeologica (peraltro quasi
esclusivamente proveniente dalle necropoli), i villaggi villano-
viani appaiono organizzati con caratteri di stabilit e in forme di
societ indifferenziate, con un'economia di sussistenza fondata
sull'utilizzazione in comune delle risorse agricole e dell'alleva-
mento e su modeste attivit artigianali di tipo domestico. Agl'ini-
zi dell'ottavo secolo, soprattutto nei villaggi della fascia costiera,
questa struttura egualitaria cominci a modificarsi per iniziativa di
singoli individui volti a sfruttare risorse e attivit a proprio van-
taggio, accumulando le ricchezze da esse derivanti. Di particolare
rilievo furono l'occupazione del suolo e la gestione degli scambi
commerciali, specialmente per mare, i quali ultimi, con l'im-
portazione di merci di lusso, di costumi e di tecnologie avanzate,
contribuirono ad aumentare le differenziazioni. Nel corpo sociale
cominciarono allora ad emergere e ad affermarsi gruppi elitari,
che, disponendo di mezzi sempre pi cospicui, acquisiti anche
con la forza, cio con guerre e attivit di conquista, finirono col
trasformarsi in ceto dominante, diventando protagonisti del-
l'incontro coi Greci. Da questo deriv una vera e propria accele-
razione dei processi di sviluppo e di stratificazione sociale gi in
atto, con l'adozione di modelli culturali pi avanzati (sia nelle
manifestazioni del potere sia nello sfruttamento delle risorse e
della produzione) che portarono alla nascita delle aristocrazie e
all'affermarsi della civilt urbana.
5. La nascita delle citt.
  Nelle vicende di trasformazione e di evoluzione proprie del-
l'ottavo secolo a.C. i centri pi vivaci e vitali rimasero quelli della
fascia meridionale costiera: prima di tutti Veio, Tarquinia e Vulci,
poi anche Cere e Vetulonia (o, pi esattamente, i sistemi di vil-
laggi che in quelle citt avevano iniziato a trasformarsi). Lo svi-
luppo di tali centri s'accompagn al progresso - e all'organizza-
zione - delle loro attivit marinare, gi praticate in maniera disor-
ganica e occasionale e in forme pi vicine alle avventure pirate-
sche che ai normali rapporti di scambio (del resto in accordo coi
princpi delle societ primitive che non facevano in proposito
distinzioni nette).
  Tali attivit furono almeno in parte in diretto antagonismo con
quelle dei Greci ma la rivalit greco-etrusca sul mare non imped
il proseguimento dei proficui contatti e soprattutto il perdurare e
l'intensificarsi del profondo influsso della cultura greca su quella
etrusca.
  In questo ambito, a cominciare dall'ultimo quarto dell'ottavo se-
colo a.C. e per tutto il secolo successivo, si diffuse in Etruria la ci-
vilt orientalizzante che, pur qualificandosi come un fatto eli-
tario, proprio del ceto aristocratico emergente, sostituendosi alle
ultime manifestazioni della cultura villanoviana, determin un
generale mutamento del gusto e del costume. Ma, conseguenza
degli apporti e delle influenze che al seguito dei commerci, e con
gli oggetti importati, provenivano dalle regioni del Vicino Orien-
te (e in particolare dall'area siro-cipriota) furono anche - e so-
prattutto - le novit tecnologiche (come il tornio del vasaio e le
tecniche per la lavorazione dell'oro e dell'avorio, direttamente
importate da artigiani orientali e greci che s'insediarono, inte-
grandosi, nelle comunit locali), l'introduzione della coltivazione
della vite e dell'olivo, la diffusione della scrittura, l'adozione di
nuove forme d'organizzazione militare, l'introduzione di nuovi
tipi di unit abitative e residenziali.
  In un clima diffuso di ricchezza e di lusso, di fastosit e di ma-
gniloquenza, protagoniste della storia di questo periodo, fin dai
primi decenni del settimo secolo, furono le grandi famiglie dei prin-
cipi (come li chiamano le fonti letterarie romane). Cio l'aristo-
crazia del potere e della ricchezza, il cui rango era evidenziato dai
corredi funebri delle tombe (che in questo periodo assunsero for-
me monumentali), sia per la quantit sia per la qualit e il valo-
re anche simbolico degli oggetti: dalle armi ai troni, ai carri da pa-
rata, dai monili d'oro e d'argento agli avori, ai vasi e ai profumi.
  Le novit portarono tuttavia anche nuove esigenze per soddi-
sfare le quali - cos come per superare la conflittualit pi o meno
latente delle famiglie aristocratiche in gara tra loro - non restava
che passare alle forme proprie dell'organizzazione urbana propo-
ste anch'esse dai modelli provenienti dal mondo greco. Cos, nel-
la seconda met del settimo secolo a.C., mentre permanevano piccoli
abitati sparsi e secondari, quasi sempre dominati da potenti nu-
clei di famiglie gentilizie, nei luoghi dove s'era progressiva-
mente concentrata la vita in comune, gli antichi agglomerati di
villaggi andarono trasformandosi in vere e proprie citt. Si tratt
prima di tutto di Cere (in etrusco, probabilmente Caisri o Chisra
o Chaire, donde il latino Caere, l'odierna Cerveteri); quindi di
Veio (in latino Veii) e di Tarquinia (in etrusco Trchuna), che gi
erano stati centri di prima grandezza nel periodo villanoviano;
poi di Vulci (in etrusco Velch) e Vetulonia (in etrusco Vetluna).
Quindi il fenomeno si estese alle regioni dell'Etruria centrale in-
terna e infine in quella settentrionale. Variamente favorite dalla loro
posizione, s'affermarono cos Populonia (in etrusco Pupluna)
che, direttamente sul mare, controllava l'isola d'Elba ricca di fer-
ro, Roselle (in latino Rusellae) presso Grosseto, che sfruttava la
via naturale di comunicazione rappresentata dalla valle dell'Om-
brone; Volsini (in etrusco Velzna) sulla rupe orvietana, a dominio
della confluenza del Paglia nel Tevere; Volterra (in etrusco Vla -
thri) che controllava la Val di Cecina fino al mare; Fiesole (in la-
tino Faesulae) protesa verso i valichi appenninici per la Pianura
Padana. Praticamente, era l'intera Etruria che s'avviava prepo-
tentemente a un periodo di splendida fioritura.
6. L'apogeo.
  Sul finire del settimo secolo a.C. le citt dell'Etruria, prime fra tutte
quelle meridionali, iniziarono una vicenda che le vide per circa
un secolo e mezzo tra le protagoniste della grande storia mediter-
ranea. La vitalit e il dinamismo che le caratterizzarono si tradus-
sero in un accentuato sviluppo delle attivit produttive che, non
pi limitate a soddisfare le richieste pure crescenti del mercato in-
terno, vennero destinate in misura notevole ai mercati esterni. Poi
(e per conseguenza), in un progressivo incremento delle attivit
mercantili nelle quali, accanto allo smercio delle materie prime
(come i metalli) e l'intermediazione di manufatti acquisiti altro-
ve, s'afferm la vendita di quello che veniva prodotto per l'espor-
tazione: sia nel settore agricolo, con la superproduzione dell'o-
lio e specialmente del vino, sia nel settore artigianale, con la fab-
bricazione su larga scala delle ceramiche, i vasi che noi chiamiamo
etrusco-corinzi, a imitazione della celebre e ricercata ceramica
di Corinto, e quelli che chiamiamo buccheri, proposti anche in
sostituzione dei vasi greci di metallo dei quali ripetevano le forme
e l'aspetto esteriore. Queste attivit posero in tutta la sua ampiez-
za il problema degli sbocchi commerciali. Cos, per assicurarsi
mercati e vie di comunicazione, le citt economicamente e politi-
camente pi forti e intraprendenti, quali Cere, Veio, Vulci, dopo
essersi assicurate il possesso delle zone interposte tra i loro centri
urbani e i litorali antistanti e avervi creato scali portuali ed empo-
ri, dettero vita a precisi e arditi programmi espansionistici. Que-
sti, per via di mare e per via di terra, ebbero di mira le regioni pi
vicine come il Lazio, o quelle strategicamente pi importanti
come la Campania (che continuava ad offrire le migliori possibi-
lit d'incontro col mondo greco) ma anche quelle pi lontane
come la Liguria e la Provenza, ancora sprovviste d'una autonoma
rete commerciale. Senza contare le mete gi battute dai part-
ners (e concorrenti) greci e fenicio-punici quali la Sicilia, la Sar-
degna, la Corsica e persino l'Africa settentrionale.
  L'espansione avvenne in forme e modi diversi. Nel Lazio, con
l' imposizione di una supremazia politica o comunque con l'ac-
quisizione di un saldo controllo delle leve del potere, delle princi-
pali vie di comunicazione e dei pi importanti nodi di traffico, sia
marittimi (come Anzio) sia terrestri (come la valle del Tevere): ad
esempio, a Praeneste (l'odierna Palestrina), all'ingresso della val-
le del Sacco, a Satricum, presso Aprilia, sulla via Pontina, e so-
prattutto a Roma che dominava un importante passaggio del Te-
vere, dove nel 616 a.C., secondo la tradizione peraltro sostanzial-
mente confermata dall'archeologia, s'insedi la dinastia d'ori-
gine etrusca dei re Tarquini.
  In Campania, l'espansione avvenne attraverso l'intensificazio-
ne dei contatti gi da tempo in atto con gli antichi centri di cultura
villanoviana che subirono un processo di vera e propria etru-
schizzazione, come, ad esempio, Capua (l'odierna Santa Maria Ca-
pua Vetere), sul Volturno, e Pontecagnano, presso Salerno. In que-
sta regione tuttavia, l'affermazione etrusca, mentre favor i rap-
porti con l'ambiente ellenico d'estrazione ionica (attraverso la
citt di Poseidonia, legata a Sibari e quindi alla metropoli della
Ionia asiatica, Mileto), provoc pure l'accendersi di rivalit e con-
trasti con l'altra e pi antica componente del mondo greco in Ita-
lia, quella euboico-calcidese che proprio nell'area campana ave-
va creato gli avamposti e i capisaldi della sua presenza.
  In Liguria e in Provenza, infine, l'espansione si tradusse nella
creazione di scali marittimi e di empori ai quali facevano capo le
rotte provenienti dall'Etruria propria e le vie naturali dell'entroterra.
  La fase di prepotente dinamismo esterno delle citt etrusche
che caratterizz tutto il sesto secolo a.C. non fu senza risvolti nelle
situazioni interne, nelle strutture sociali come nell'organizzazio-
ne politica e istituzionale. Lo sviluppo e il controllo delle attivit
produttive e soprattutto commerciali, infatti, furono progressiva-
mente sottratti al ceto aristocratico e organizzati in forme e struttu-
re comunitarie. In particolare, furono creati appositi centri di scam-
bio, o porti franchi, secondo il modello degli empori greci,
fuori ma non lontano dalle citt, gestiti da queste e garantiti dalla
presenza di speciali santuari. Tutto questo port alla nascita d'un
nuovo ceto basato sul censo, originato dalle attivit imprendito-
riali e mercantili e variamente integrato da elementi di provenien-
za esterna (come fu per il gruppo di Greci arrivati a Cere da Co-
rinto, con l'esule Demarato, circa la met del settimo secolo). Tale
ceto, definibile in termini moderni come classe media, divenne
presto - anche per la concomitante respinta ai margini della so-
ciet degli elementi subalterni - il nerbo della popolazione urba-
na e fin per condizionare, pur tra profondi contrasti con la vec-
chia classe dirigente, la vita delle citt. Queste, divenute ormai
autentiche citt-stato, sul modello della polis greca, erano ognuna
a capo d'un esteso territorio che controllavano saldamente dopo
averne sistematicamente smantellate le strutture decentrate delle
superstiti residenze gentilizie e dei piccoli potentati locali (ci
che provoc anche un certo spopolamento delle campagne e un
riflusso di popolazione nelle citt). Rimaste indipendenti l'una
dall'altra, bench, dalla seconda met del sesto secolo, avessero dato
vita a una sorta di confederazione (o Lega) tuttavia quasi sol-
tanto a carattere religioso, esse continuarono a sviluppare autono-
mamente le loro iniziative politiche ed economiche. Ma la man-
canza d'intese e di programmi comuni port spesso a diversit e
contraddizioni d'atteggiamenti, specie nei confronti dei nemici
esterni, e a vicende anche pericolosamente differenziate, fino alle
guerre fratricide.
7. Gli scontri con i Greci.
  Le fonti storiche greche ci parlano per il sesto secolo a.C. di acce-
se rivalit internazionali per il controllo delle rotte marittime,
dandoci notizia di vere e proprie battaglie navali - le prime che si
conoscano, in Occidente - tra Greci ed Etruschi. Cos, ad esem-
pio, nel caso dei ripetuti scontri menzionati da Strabone, da Dio-
doro Siculo, da Pausania, avvenuti tra la fine del secolo e gli inizi
del successivo, al largo delle isole Eolie, tra i coloni di Lipari pro-
venienti da Rodi e da Cnido ed Etruschi non meglio identificati.
Cos, prima ancora, nel caso della battaglia combattuta l'anno
535 a.C. circa, nelle acque del Mare Sardo, della quale c'informa
Erodoto: uno degli episodi pi salienti, forse, di tutta la storia etru-
sca, provocato dall'intrusione greca nello stesso mare di casa
degli Etruschi e, in particolare, dalla fondazione, intorno al 565
a.C., della colonia di Alale (Aleria) sulla costa orientale della
Corsica dirimpettaia dell'Etruria. Protagonisti di quest'impresa
erano stati i profughi della citt di Focea, nella Ionia asiatica, che
per sfuggire alla minaccia persiana s'erano trasferiti a pi riprese
in Occidente e, attorno al 600 a.C., s'erano stabiliti alle foci del
Rodano fondandovi Massale (Marsiglia). Gli scali marittimi e le
stazioni commerciali che i Massalioti s'erano affrettati a installa-
re nel Golfo del Leone e sulle coste del Mar Ligure avevano gi
messo in crisi il commercio etrusco fiorente in quelle regioni fin
dallo scorcio del settimo secolo, finendo per stroncarlo quasi del tutto,
visto che dopo il 580 circa, nei numerosi scavi archeologici in
quelle regioni e nei relitti di navi naufragate lungo le coste an-
tistanti, non si trovano pi i buccheri, i vasi etrusco-corinzi e
le anfore vinarie di provenienza etrusca un tempo tanto abbon-
danti.
  Quando finalmente l'ultima ondata di Focei provenienti dalla
madre patria occupata dai Persiani si stabil in Corsica, gli Etru-
schi furono costretti a reagire. A muoversi fu Cere, la citt in quel
momento forse pi forte e vitale, la quale per meglio rintuzzare i
nuovi antagonisti s'alle con Cartagine, anch'essa seriamente
danneggiata nei suoi interessi commerciali dall'intrusione focea.
L'alleanza condusse allo scontro armato al quale presero parte ses-
santa navi dei Focei e altrettante di Etruschi e Cartaginesi. Stando
sempre a Erodoto, a vincere furono i Greci ma la vittoria rimase
senza frutto poich - scrive lo storico - quaranta delle loro navi
furono distrutte e le restanti rese inservibili, sicch essi torna-
rono ad Alale, presero a bordo i figli, le donne e quanto dei loro
beni potevano trasportare e, lasciata la Corsica, partirono verso
Reggio.
  La battaglia del Mare Sardo, nonostante le perplessit solleva-
te da alcuni studiosi, pu essere presa per indicare l'apogeo della
vicenda etrusca che si protrasse a tale livello ancora per poco pi
di mezzo secolo. A questo periodo sembra pertanto da riportare il
passo dello storico romano Tito Livio secondo il quale la poten-
za dell'Etruria era tanto grande che la gloria del suo nome riempi-
va non solo la terra ma anche il mare, per tutta la lunghezza del-
l'Italia, dalle Alpi allo stretto di Messina: una constatazione let-
terariamente enfatizzata ma che trova riscontro nella notizia attri-
buita da Servio a Catone secondo la quale quasi tutta l'Italia era
stata sotto il dominio degli Etruschi.
  In realt, la situazione era a quel tempo, sinteticamente, la se-
guente:
  Nel versante centro-settentrionale, assicuratasi una sostanziale
libert d'azione nel medio e alto Tirreno e consolidati, nell'ambi-
to di vere e proprie sfere d'influenza, i rapporti di reciprocit e
d'alleanza con Cartagine, alla quale lasciarono libero campo in
Sardegna, gli Etruschi, da una parte, avevano riorganizzato, d'in-
tesa con Marsiglia, la loro rete commerciale lungo le coste a nord
dell'Arno, appoggiandola alla nuova base portuale di Pisa e ad
empori fissi, come quello appositamente creato a Genova intorno
al 500 a.C.; dall'altra, s'erano sostituiti ai Greci in Corsica dove
nella stessa Alale si stabilirono con una colonia verosimilmen-
te da identificare con quella che lo storico Diodoro Siculo chia-
ma, in greco, Nicea (Nikaia). Quindi, per opera delle citt setten-
trionali e interne (Volsini, Chiusi, Volterra, Perugia), avevano dato
luogo a una vigorosa penetrazione nei territori transappenninici
della Pianura Padana, segnatamente in Emilia, in Romagna e nel
Polesine, con la rapida etruschizzazione degli antichissimi cen-
tri villanoviani, come quello di Felsina (Bologna), e con la fon-
dazione di vere e proprie citt coloniali, come a Marzabotto,
nell'alta valle del Reno, e a Spina, nel delta del Po (dove fu pure
rivitalizzato l'emporio veneto di Adria). La presenza degli Etru-
schi nell'alto Adriatico era tanto forte che le fonti storiche ci par-
lano di una loro spedizione (insieme a Umbri e Dauni) contro
Cuma, in Campania (peraltro fallita) nel 525 a.C. Si deve aggiun-
gere che le scoperte archeologiche pi recenti hanno attestato
un'ulteriore sicura presenza etrusca anche a nord del Po, almeno
nel Mantovano.
  Nel versante centro-meridionale, mentre perdurava per via di-
retta o indiretta la loro egemonia sul Lazio, gli Etruschi avevano
potenziato gl'insediamenti della Campania, da Capua alle zone
periferiche del golfo partenopeo, nella valle del Sarno e attorno al
golfo di Salerno dove, in concomitanza col declino del vecchio
centro villanoviano di Pontecagnano, fior quello di Fratte e da
dove verosimilmente partivano le spedizioni navali verso il basso
Tirreno e lo Stretto che portarono ai ripetuti scontri coi Liparesi.
A conferma di tale situazione, stanno, da una parte, la menzione
nelle fonti, dei ripetuti attacchi contro la greca Cuma, e, dall'altra,
l'attribuzione agli Etruschi d'una autentica talassocrazia, o do-
minio del mare, che nella storiografia greca finisce col diventare
addirittura un luogo comune.
  Si deve dunque concludere che effettivamente, tra la met del
sesto e i primi decenni del quinto secolo a.C., le citt etrusche, ricche e
potenti, estese e popolose, culturalmente evolute, affermarono in va-
rio modo con la loro multiforme attivit un vero primato su buona
parte della penisola italiana.
8. La crisi.
  Il prodigioso periodo di fioritura dell'Etruria non poteva dura-
re a lungo, a causa della fragilit del sistema. Le singole citt-
stato infatti continuarono ad operare ognuna per proprio conto,
con iniziative frammentarie e occasionali, senza programmi di
largo respiro e in assenza di qualsiasi coordinamento. La disunio-
ne portava facilmente alle rivalit, senza che avesse effettivo (e
duraturo) successo nessuno dei pur certi tentativi egemonici mes-
si in atto all'interno della Lega dalle citt pi importanti. S'aggiun-
gano i travagli istituzionali sfociati nell'instaurazione di regimi
repubblicani dominati da ristrette oligarchie che non furono in
grado di risolvere gli insorgenti e sempre pi acuti conflitti socia-
li. Fu cos che quelle citt si trovarono ad essere del tutto incapaci
d'affrontare con qualche possibilit di successo l'emergere, gi
sulla fine del sesto secolo, di gravi problemi e l'affacciarsi di pesanti
minacce esterne.              
  Una prima crisi si present come contraccolpo degli eventi che,
con l'occupazione della Ionia da parte dei Persiani, in Asia Mino-
re, e con la distruzione, nel 510 a.C., di Sibari ad opera della riva-
le Crotone, in Italia, provocarono il crollo del sistema commercia-
le ionico in cui gli Etruschi erano inseriti come interlocutori privi-
legiati. Nello stesso tempo, la fine a Roma della monarchia etru-
sca dei Tarquini (tradizionalmente fissato allo stesso anno 510),
determin la rottura dell' equilibrio politico-economico creato nel
Lazio e, di riflesso, nell'Etruria meridionale. Di qui il riesplodere
delle lotte tra quelle citt (Cere, Vulci, Volsini, Chiusi) che gi al-
tre volte s'erano violentemente contesa la supremazia sulla stessa
Roma e sul territorio da essa controllato. In particolare, dell'im-
provviso vuoto di potere nel Lazio, tent d'approfittare Chiusi
che col suo re Porsenna riusc ad affermare una sua precaria ege-
monia. Ma questa s'esaur presto per la reazione dei Greci di
Cuma che, alleatisi coi Latini, inflissero ad Ariccia, intorno al 505
a.C., una pesante sconfitta all'esercito chiusino. Dopo di che ces-
s ogni ulteriore velleit degli Etruschi di riconquistare nel Lazio
il terreno perduto.
  La fine del dominio sul Lazio non fu senza conseguenze per
la presenza etrusca in Campania, dove Capua aveva intanto rag-
giunto il suo momento di massima fioritura. D'altra parte, proprio
quella perdurante e forte presenza nella regione e in specie la pres-
sione esercitata dalle navi etrusche nel Tirreno meridionale, pro-
vocarono l'intervento della nascente potenza di Siracusa.
  La situazione precipit all'inizio del terzo decennio del quinto seco-
lo quando i Siracusani, dopo essersi sbarazzati dei Cartaginesi (scon-
fitti nel 480 a.C. nella battaglia campale di Himera) ed essersi as-
sicurato il predominio sulle citt greche della Sicilia e dello Stret-
to, rivolsero le loro mire proprio alla Campania, correndo in aiuto
di Cuma minacciata dagli Etruschi. Scrive in proposito Diodoro
Siculo:
  Quando era arconte ad Atene Akestoridos e consoli a Roma
Cesio Fabio e Tito Verginio - (l'anno 474 a.C.) - giunsero a Ge-
rone, signore di Siracusa, ambasciatori da Cuma in Italia per chie-
dergli aiuto nel combattere i Tirreni che dominavano il mare. Man-
date come aiuto triremi capaci, i comandanti di queste navi, giunti
a Cuma, danneggiarono molte navi dei Tirreni e avendoli vinti in
una grande battaglia, li umiliarono.
  La sconfitta subita nelle acque di Cuma fu probabilmente per
gli Etruschi il pi grave degli eventi negativi succedutisi a partire
dall'ultimo decennio del sesto secolo. Di fatto, per le sue immediate
conseguenze e per gli effetti di lunga durata, essa segn la fine del
loro apogeo e l'inizio di una fase di declino che, pur con alterne
vicende, si rivel inarrestabile.
9. Il declino.
  Il blocco del Tirreno meridionale effettuato, dopo la vittoria di
Cuma, dai Siracusani che posero un loro presidio nell'isola d'I-
schia, provoc l'isolamento e quindi il deperimento di Capua e de-
gli altri centri dell'Etruria campana. Ma colp anche, direttamen-
te, gli interessi delle citt marittime dell'Etruria meridionale che,
incapaci di reagire e abbandonata ogni velleit di rivincita, finiro-
no col ripiegare su se stesse chiudendosi ai grandi traffici com-
merciali, mentre i mercanti greci lasciavano i loro gi fiorenti em-
pori (come l'archeologia ha mostrato con certezza che successe a
Gravisca, il porto di Tarquinia, dove il santuario emporico greco
installatovi agli inizi del sesto secolo a.C. appare dopo il 470 a.C. in
completo abbandono).
  Siracusa, che intanto s'andava affermando come la principale
potenza dell'Occidente, non s'arrest al Tirreno meridionale, ma
spinse le sue flotte fin nel mare interno degli Etruschi mirando
in particolare al distretto minerario di Populonia che sul finire del
sesto secolo a.C., con il controllo esercitato sull'Elba, aveva gran-
demente potenziato la sua attivit metallurgica.
  Ancora Diodoro Siculo scrive in proposito che nell'anno 453 a.C.: 
i Siracusani, eletto ammiraglio Faillo, lo inviarono in Etruria.
Questi, armata la flotta, saccheggi per prima l'isola chiama-
ta Aithalia (ossia l'Elba) ma avendo preso danaro dagli Etruschi,
torn in Sicilia senza aver compiuto nulla d'importante. I Siracu-
sani, condannatolo per tradimento, lo mandarono in esilio e invia-
rono contro gli Etruschi un altro ammiraglio, Apelle, al comando
di sessanta triremi. Questi, dopo aver saccheggiato le coste del-
l'Etruria, si trasfer nell'isola di Kyrnos (la Corsica) che a quei
tempi era soggetta agli Etruschi, e avendo devastato la maggior
parte dei centri dell'isola, s'impadron dell'Elba e torn in Sicilia
con gran numero di prigionieri e non poche ricchezze.
  Mentre perdurava la lunga eclissi di Cartagine, citt come Cere,
Vulci, Tarquinia, la stessa Populonia e Roselle (che nel corso del
sesto secolo a.C. s'era praticamente sostituita a Vetulonia) erano dun-
que assolutamente incapaci di contrastare le spedizioni siracusa-
ne e d'impedire le scorrerie e i saccheggi sul loro stesso litorale.
D'altra parte, proprio nel 474 a.C., con un evidente riflesso della
sconfitta etrusca a Cuma, sulle rive del Tevere s'interrompeva con
una tregua quarantennale la lunga serie di guerre combattute con-
tro Roma da Veio: ci che sanciva la rinuncia da parte di questa
della sua tradizionale politica espansionistica sia nel Lazio che
nella Campania dove, nella seconda met del quinto secolo, nel breve
volgere di qualche decennio, Capua (423 a.C.) e le altre citt etru-
sche sarebbero cadute, una dopo l'altra, nelle mani dei Sanniti.
  Il declino dell'Etruria s'inser in un pi generale momento di
recessione che tocc tutta l'Italia centro-meridionale, turbata dal-
le irrequietezze e dai movimenti delle popolazioni umbro-sa-
belliche dell'entroterra appenninico. La documentazione viene dal-
l'archeologia che, per tutta la seconda met del quinto secolo a.C., ri-
vela un diffuso abbassamento del livello di vita, con una drastica
riduzione delle importazioni, la contrazione e lo scadimento della
produzione locale, la diminuzione delle attivit urbanistiche ed
edilizie e un marcato regresso culturale denunciato dalla rarefa-
zione delle iscrizioni e dalla provincializzazione delle manife-
stazioni artistiche. La crisi peraltro invest solo marginalmente le
citt dell'Etruria tiberina interna come Volsini e Chiusi che pro-
prio nel quinto secolo poterono intervenire pi volte a rifornire Roma
di grano in occasione di ripetute carestie. Ma essa non tocc affat-
to le citt dell'Etruria settentrionale. Arezzo, Cortona, Volterra,
Fiesole e Perugia presero anzi il posto delle declinanti consorelle
meridionali affidando le loro fortune alle immense possibilit di
sfruttamento offerte dai mercati dell'Italia padana (e perfino delle
regioni transalpine) e dai traffici nell'Adriatico attraverso i quali
gli Etruschi stabilirono un nuovo fecondo rapporto col mondo
greco. Si trattava in questo caso di Atene che, nel momento della
sua splendida fioritura dell'et classica, nell'Adriatico trov per
le sue esportazioni in Occidente la via alternativa a quella tirreni-
ca preclusa dall'incontrastato dominio di Siracusa. Proprio la ri-
valit tra le due grandi citt greche consent alle languenti citt
dell'Etruria meridionale di reinserirsi in qualche modo nel gioco
della grande politica internazionale. Quando infatti, alla fine del-
lo stesso quinto secolo, gli Ateniesi decisero d'attaccare Siracusa, chie-
dendo l'appoggio dei suoi nemici tradizionali, inviarono amba-
scerie non solo a Cartagine ma anche in Etruria dove - come ci
informa Tucidide - alcune citt promettevano di combattere al
loro fianco.
  Quindi, posto dagli Ateniesi l'assedio navale alla citt siciliana,
nell'estate del 414 a.C. dall'Etruria vennero tre navi a cinquanta
remi. Si tratt di un contributo non trascurabile nonostante le ap-
parenze, visto che le pur antiquate pentecontere, lente e pesanti,
potevano imbarcare fino a cinquecento uomini ognuna. Sta di fat-
to che il contingente etrusco riusc a conseguire, in un circoscritto
scontro a terra coi Siracusani, uno dei pochi successi di tutta la
spedizione conclusasi con la disfatta di Atene. Ce ne parla sempre
Tucidide che scrive: Gilippo (comandante dell'esercito siracu-
sano) giunse prontamente sul molo con una parte delle sue trup-
pe. Gli Etruschi che per conto degli Ateniesi lo presidiavano, ve-
dendo che giungevano in ordine sparso, si precipitarono contro di
loro e gettandosi per primi, li cacciarono spingendoli in fuga ver-
so la palude chiamata Lisimelia. I Siracusani e i loro alleati non
tardarono a giungere con forze pi consistenti, ma anche gli Ate-
niesi intervennero ad aiutare gli Etruschi, temendo di perdere le
navi. Si giunse allo scontro armato, gli Ateniesi vinsero e misero
in fuga il nemico uccidendo un certo numero di soldati. Gli Ate-
niesi di propria iniziativa eressero un trofeo per ricordare la vitto-
ria riportata dagli Etruschi su quel gruppo di opliti che avevano
fatto fuggire verso la palude e per l'altra vittoria che essi stessi
avevano ottenuto nei confronti del resto dell'esercito.
10. Minacce e attacchi su due fronti.
 Mentre il quinto secolo a.C. volgeva al termine, due nuovi gravissi-
mi pericoli s'affacciarono ai due estremi del mondo etrusco: a
Nord, la pressione delle trib celtiche penetrate da tempo in Italia
attraverso le Alpi, che invest ora direttamente le citt dell'Etruria
padana; a Sud, l'incipiente espansionismo di Roma la quale, sca-
duta la tregua del 474 a.C., riprese con determinazione la guerra
contro Veio.
  Di fronte a questi due pericoli, la reazione degli Etruschi fu,
come sempre, priva di qualsiasi coordinamento. Non solo, ma l'e-
sasperato particolarismo, la ristrettezza di vedute e le mai sopite
rivalit, impedirono di valutare con esattezza la reale portata della
minaccia. Cos, quando Veio venne prima attaccata e sconfitta da
Roma che s'impadron di Fidene, suo avamposto sulla riva sini-
stra del Tevere, e poi assediata dall'esercito romano, nessuna del-
le citt sorelle intervenne in suo aiuto. C' anzi da ritenere che
l'aiuto le fu deliberatamente negato, per iniziativa di quelle citt
che, come Cere, intrattenevano con Roma rapporti d'affari e in ogni
caso di buon vicinato. Sicch, all'inizio del quarto secolo (396 a.C.),
Veio fin conquistata e distrutta mentre il suo territorio veniva in-
corporato in quello dello Stato romano.
  Nello stesso anno della caduta di Veio (ma il sincronismo  so-
spetto), le fonti storiche ricordano l'occupazione da parte dei Gal-
li della prima citt dell'Etruria padana: una non meglio precisa-
ta Melpum che alcuni pensano di localizzare nei pressi di Milano
o persino d'identificare con essa. Una dozzina d'anni dopo torna-
rono ad affacciarsi sul mare etrusco le navi di Siracusa che, risol-
levatasi dalla prostrazione in cui l'avevano ridotta la guerra pure
vittoriosa contro Atene e poi le sconfitte inflittele dalla rediviva
Cartagine, proprio allo scadere del quinto secolo, conclusa la pace con
la citt punica, nel 392 a.C., torn alle sue mire espansionistiche
nel Tirreno.
  Nel 384 a.C., mentre Cere era impegnata a difendersi da un'im-
provvisa scorreria dei Galli - forse quella stessa che, dopo aver in-
vestito Chiusi, arriv ad occupare Roma, richiesta d'aiuto da par-
te dei Chiusini - una flotta siracusana si diresse ancora una volta
verso il distretto minerario dell'Etruria. Prima mise a sacco il san-
tuario di Pyrgi che di Cere era il porto principale; poi, raggiunta
probabilmente la Corsica, vi stabil un presidio militare (se a que-
sto momento  da riferire, come sembra, la notizia isolata della
fondazione nell'isola di un Porto Siracusano, peraltro destinato
a non lunga vita).
  Le iniziative di Siracusa per questa volta non si limitarono al
Tirreno. Esse si rivolsero anche all'Adriatico dove sconvolsero i
traffici etrusco-ateniesi, gi compromessi dalla dilagante invasio-
ne celtica nell'entroterra padano. La rivitalizzazione da parte dei
Siracusani del vecchio emporio veneto di Adria segn la crisi del-
l'etrusca Spina che perse le sue prerogative di principale centro
commerciale della regione.
  Nell'Etruria meridionale intanto, due fatti nuovi vennero, in
modo contrapposto, a caratterizzare il quarto secolo a.C. Da una parte
ci fu la progressiva emarginazione di Cere che, sia pure pacifica-
mente, fin col soccombere all'alleata Roma alla quale cedette il
suo antico ruolo dopo averla variamente appoggiata e aiutata
(come quando, al tempo del sacco dei Galli, in virt dei patti di
ospitalit, ne aveva accolto i profughi con i sacerdoti, le vestali
e i simboli sacri) e mentre continuava ad ospitare i giovani delle
nobili famiglie romane che vi si recavano a perfezionare i loro
studi. Da un'altra parte, ci fu invece il ritorno di Tarquinia.
Grazie a un'accorta politica d'intenso e sistematico sfruttamento
delle risorse agricole del suo territorio, ampliato e potenziato con
un'efficace opera di colonizzazione interna, Tarquinia riusc a
superare la crisi che l'aveva lungamente abbattuta e a rifiorire,
con ricchezza e potenza. Tanto da affermare la propria suprema-
zia nella Lega, sostituendosi a Volsini e a Chiusi, e da permettersi
d'intervenire anche pesantemente negli affari delle altre citt: ad
esempio a Cere, dove tolse il potere dalle mani di un anacronisti-
co re, e ad Arezzo, dove stronc una rivolta popolare ristabilen-
do l'ordine aristocratico. Ma l'accresciuta potenza e la sua stessa
posizione geografica (insieme al vuoto di potere determinato dal-
l'eclissi di Cere), portarono Tarquinia a una situazione d'inevita-
bile antagonismo con Roma. Specie dopo che questa, fra il 383 e
il 373 a.C., aveva stabilito suoi avamposti a Sutri e a Nepi, cio ai
limiti dello Stato tarquiniese.
11. Le guerre con Roma.
  La guerra fra Tarquinia e Roma scoppi nel 358 a.C., mossa
dalla citt etrusca appoggiata dai suoi alleati Falisci e anche da
Cere costretta a un voltafaccia antiromano. Stando alle notizie
non sempre chiare delle fonti romane, le operazioni ebbero inizio
nel territorio falisco e furono dapprima favorevoli agli Etruschi
che tolsero a Roma le due piazzeforti di Sutri e di Nepi, e si spin-
sero, nel 356, fino alle saline alle foci del Tevere. Poi, nel 354, si
svilupp la controffensiva romana che indusse Cere ad abbando-
nare il campo e a chiedere la pace, previa la completa sottomis-
sione. Dopo la defezione di Cere, la guerra, trascinatasi stanca-
mente senza episodi di rilievo, si concluse nel 351 senza vincitori
n vinti, con una tregua quarantennale che sanciva lo status quo.
  Mentre dunque sul fronte meridionale Roma imponeva la sua
definitiva presenza e lo scontro finale era soltanto rinviato, sul
fronte settentrionale finiva l'Etruria padana. Nella seconda met
del quarto secolo infatti l'onda celtica travolse tutti i centri etruschi
della regione, compreso quello pi importante di Felsina (Bolo-
gna), occupata dai Galli Boi. Forse solo Spina riusc a conservare
in qualche modo la sua fisionomia, visto che vi sono state rinve-
nute iscrizioni etrusche databili ancora nel terzo secolo a.C. Essa re-
st per completamente emarginata e talmente immiserita che
quando, nel 325 a.C., tramontate le fortune di Siracusa, Atene si
riaffacci sulla scena adriatica, essa invi una sua colonia mer-
cantile ad Adria, ignorando l'approdo spinetico che pure era stato
un tempo il suo pi valido interlocutore. L'occupazione celtica non
fu tuttavia uniformemente livellatrice. Specie nelle zone montane
dell'Appennino tosco-emiliano essa fin anzi col dare vita a centri
misti gallo-etruschi che mantennero a lungo, entro certi limiti,
rapporti di natura commerciale con le citt dell'Etruria propria.
  Alla fine del quarto secolo a.C. gli Etruschi erano ormai ridotti en-
tro i confini originari, peraltro gi gravemente intaccati a Sud
dall'espansione romana. Ripiegati su se stessi, furono presi quasi
soltanto dalle beghe interne, dalle rivalit e dalle lotte intestine;
con le citt meridionali contrapposte a quelle settentrionali per la
supremazia nella Lega che da Tarquinia pass probabilmente per
qualche tempo (o forse meglio, torn) a Volsini. Poi, giusto allo
scadere del secolo, nel 311 a.C., si riaccese la guerra contro
Roma. Ancora una volta l'iniziativa dovette essere degli Etruschi,
ma protagoniste dello scontro furono ora le citt centro-setten-
trionali, con alla testa Volsini subito affiancata da Vulci e poi da
Arezzo, da Cortona, da Perugia e da una incerta Tarquinia, svin-
colatasi dalla tregua appena scaduta. Ancora una volta non era
per tutta l'Etruria a muovere contro Roma la quale, peraltro,
avendo vittoriosamente conclusa la guerra contro i Volsci e le cit-
t latine ed essendosi assicurata l'alleanza di Capua e delle altre
citt campane, pur essendo impegnata contro i Sanniti, pot rivol-
gersi al fronte etrusco con ben altre forze e possibilit che nel pur
recente passato. Cos, fra il 310 e il 308 a.C., gli eserciti etruschi
vennero pi volte battuti dalle legioni che si portarono subito al-
l'offensiva aggirando di sorpresa lo schieramento nemico attesta-
to sulla frontiera tarquiniese e spingendosi per la prima volta in
profondit, fin nel cuore dell'Etruria interna.
  Nel 308 a.C., mentre Tarquinia s'era gi sottratta alla lotta ac-
conciandosi a rinnovare la tregua, Cortona, Arezzo e Perugia s'ar-
resero accettando condizioni umilianti (che consentirono poi a
Roma d'intromettersi nelle loro faccende interne, come avvenne
ad Arezzo dove, nel 302 a.C., un intervento romano pose fine a
una sedizione popolare contro il governo degli aristocratici)
Volsini e Vulci furono ridotte all'impotenza. E perci davvero
singolare che proprio a questo momento si riferisca una notizia di
Tito Livio per molti versi sconcertante. Essa sembra denotare,
nonostante tutto, una ancora non completamente spenta vitalit
dell'Etruria, visto che parla d'una squadra navale etrusca che nel
307 a.C. sarebbe accorsa in Sicilia in aiuto di Siracusa ancora una
volta duramente impegnata contro Cartagine. La singolarit della
notizia  ancora maggiore se si considera l'imprevisto rovescia-
mento dei tradizionali schieramenti, anche se non si sa chi furono
esattamente gli Etruschi recatisi in Sicilia: non senza qualche fon-
dato motivo, qualcuno ha potuto pensare che piuttosto che di sol-
dati regolari inviati da una qualsiasi citt, quegli Etruschi fos-
sero dei mercenari assoldati dai Siracusani.
  L'anno 302 a.C. la guerra etrusco-romana, non ancora definiti-
vamente conclusa, torn a riaccendersi, per protrarsi, con una se-
rie pressoch ininterrotta di campagne annuali, fino al 280 a.C.: i
Romani quasi sempre all'attacco, gli Etruschi costretti alla difen-
siva e a rinchiudersi spesso nelle loro citt fortificate (e proprio
allora dotate di nuove mura o convenientemente rinforzate). Ma
la guerra usc presto dall'ambito del conflitto pur sempre loca-
le, per inserirsi in una pi vasta dimensione italica. Gli Etru-
schi infatti ripresero decisamente le armi in occasione della gran-
de coalizione antiromana promossa dai Sanniti che coinvolse an-
che i Sabini, gli Umbri e i Galli.
  Quando per, nel 295 a.C., Roma affront gli eserciti dei coa-
lizzati annientandoli nella battaglia campale di Sentino, nelle Mar-
che, le citt etrusche rimasero piuttosto defilate. Non per questo
poterono sottrarsi alle conseguenze della vittoria romana. Ancora
una volta esse furono costrette a cedere, una dopo l'altra, chieden-
do tregua alla pi forte nemica: prima Perugia e Chiusi seguite da
Arezzo; poi Vulci e Volsini, quindi Roselle assediata e presa
d'assalto dai Romani nel 293 a.C.
  L'ultimo sussulto ci fu qualche anno dopo, nel 283 a.C., allor-
ch al lago Vadimone, nei pressi di Orte, gli eserciti etruschi, rin-
forzati da contingenti di Galli, combatterono l'ultima grande bat-
taglia che si concluse con l'ultima definitiva sconfitta. Tra il 281
e il 280 a.C. s'arresero per sempre le irriducibili Vulci e Volsini
mentre le citt settentrionali s'affrettarono a rinnovare i preceden-
ti trattati di pace. Tutte infine dovettero sottoscrivere patti asso-
ciativi o federativi (dal latino foedus, trattato), in forza dei qua-
li mantenevano una formale indipendenza, con lo status giuridico
di alleate (sociae), mentre, di fatto, accettavano la supremazia
di Roma, ponendosi nei confronti di questa in un rapporto di so-
stanziale sudditanza.
12. L'Etruria federata.
  La capitolazione delle citt etrusche e il loro ingresso forzato
nell'alleanza con Roma segn l'inizio dell'ultimo periodo della
storia etrusca: quello che si suole definire dell'Etruria federata.
Ma, essendo la federazione tra Roma e le citt etrusche parte
integrante della pi grande federazione che legava a Roma la
maggior parte delle comunit e dei popoli dell'intera penisola (con
rapporti e vincoli d'alleanza che non erano reciproci tra le diverse
componenti ma soltanto bilaterali tra ognuna di queste e la citt
egemone), la storia dell'Etruria divenne storia parziale di un mon-
do pi vasto che era quello dell'Italia via via sottomessa e pro-
gressivamente unificata da Roma. Essa fin pertanto per confon-
dersi con la storia che, pur continuando ad esser comunemente
chiamata romana, pi giustamente dev'essere intesa come sto-
ria dell'Italia avviata a diventare romana.
  A fondamento del nuovo ordine imposto all'Etruria stavano
dunque i vincoli federali derivanti dai trattati. Questi ebbero, a
seconda dei casi, clausole speciali e diverse, particolarmente dure
per le citt che pi direttamente s'erano opposte a Roma e pi lun-
gamente e duramente avevano lottato contro di essa. Includenti
tra l'altro anche l'imposizione di tributi e il controllo sulla pub-
blica amministrazione, quelle clausole arrivarono in qualche caso
fino alle menomazioni territoriali. Cos fu, ad esempio, per Vulci,
per Tarquinia e per la stessa Cere (che nel 293 a.C., nel clima del-
la generale guerra antiromana, s'era ancora una volta ribellata), le
quali subirono la confisca di ampie porzioni del loro territorio co-
stiero dove, quasi sempre nei medesimi luoghi dov'erano stati i
porti che tanto avevano contribuito alla loro antica prosperit,
Roma fond nel corso del terzo secolo a.C. (a partire dal 273 a.C.) le
colonie marittime di Fregenae, Alsium, Pyrgi, Castrum Novum,
Graviscae e Cosa. Vulci dovette cedere inoltre lembi del territo-
rio interno dove furono costituite le prefetture di Statonia e di
Saturnia. Tarquinia, per parte sua, fin col perdere il controllo an-
che di gran parte del territorio rimastole dove i centri minori, fa-
voriti da Roma, andarono progressivamente acquistando una com-
pleta autonomia.
  Quanto a Cere, ridotta al rango di prefettura, venne definitiva-
mente integrata nello Stato romano con la concessione di una cit-
tadinanza che, priva dei principali diritti politici, come quello
del voto, si configur come poco pi che onoraria.
  Al di l di questi casi particolari, i trattati imponevano a tutte le
citt di rinunciare a qualsiasi iniziativa politica autonoma; di rico-
noscere come propri gli amici e gli alleati di Roma e i suoi nemi-
ci; di fornire alla stessa Roma aiuti ogni qualvolta essa ne facesse
richiesta, specialmente in occasione di guerre e con contributi di
uomini e mezzi; di coordinare con gli interessi romani ogni loro
attivit, anche di natura produttiva e commerciale; di garantire il
mantenimento dei propri ordinamenti istituzionali fondati sul po-
tere delle oligarchie aristocratiche (impegnate a loro volta al man-
tenimento dei patti); di accettare (o addirittura richiedere) l'inter-
vento di Roma in caso di gravi turbamenti sociali e di conflitti interni.
  A prescindere da questa pesante condizione di sovranit limi-
tata, il sistema federativo consentiva in cambio alle singole citt
di continuare a vivere la loro vita locale, sostanzialmente libera
e autonoma, regolata e ordinata secondo i princpi e le usanze del-
la tradizione nazionale, di mantenere le proprie leggi, la propria
lingua e la propria religione in un'atmosfera di tranquilla emargi-
nazione e di generale conservazione. Gli unici turbamenti furono
in diversi momenti e in vari luoghi le rivolte sociali provocate non
gi dalle convulsioni di un paese costretto ad adeguarsi alla nuo-
va situazione determinata dalla conquista romana, bens dal-
l'instabilit connaturata al tradizionale assetto delle istituzioni e
delle strutture politico-sociali, il cui mantenimento rientrava pe-
raltro, come s' detto, nei patti imposti da Roma.
  La definitiva consacrazione del nuovo ordine - e, insieme, la
verifica della completa operativit dei trattati - si ebbero prima
della met dello stesso secolo terzo, a nemmeno vent'anni di distan-
za dalla conclusione delle guerre. Si tratt d'un altro evento dram-
matico, paragonabile a quello che, con la distruzione di Veio, al
principio del secolo precedente, aveva dato inizio al cedimento
dell'Etruria.
  Quando, nel 265 a.C., a Volsini, gli esponenti dell'oligarchia
dominante, estromessi dal potere da una rivolta della classe su-
balterna, si rivolsero al Senato di Roma, in forza dei patti, per es-
sere reintegrati nelle leve del comando, l'intervento romano fu
immediato e drastico. Un breve assedio si concluse infatti con la
conquista e la distruzione della citt cui segu la deportazione de-
gli abitanti in una nuova sede che ebbe l'antico nome, sopravvis-
suto fino ai nostri giorni in quello dell'odierna Bolsena (la nuova
Volsini voluta dai Romani). La distruzione di quella che pu esse-
re considerata la capitale morale dell'Etruria in quanto sede
della Lega e del santuario nazionale (violato, saccheggiato e
distrutto dai Romani mentre il suo culto veniva trasferito a
Roma), fu l'evento che sanc il fatto compiuto dell'irreversibile
dominio romano.
  Dopo la pacificazione, mentre Roma, conclusa vittoriosamen-
te nel 246 a.C. la prima guerra punica, si sostituiva a Cartagine
nel controllo del Tirreno e occupava la Corsica, antica meta del-
l'espansionismo etrusco, l'Etruria fu per qualche tempo la natura-
le base delle operazioni militari romane contro i Liguri che ave-
vano sempre resistito a ogni serio tentativo di penetrazione etru-
sca. Poi, nel 225 a.C., ci fu un episodio che vide per l'ultima volta
gli Etruschi impegnati - ma con Roma - contro il tradizionale ne-
mico che veniva dal Nord. I Galli s'erano infatti spinti con una
massiccia incursione fin nel cuore dell'Etruria e un esercito etru-
sco raccolto in fretta per arrestarli sub una rovinosa sconfitta nei
pressi di Chiusi. Le conseguenze sarebbero state certamente assai
gravi se i Romani, accorsi prontamente, non avessero annientato
i Galli, discesi verso il mare lungo la valle dell'Ombrone, in una
sanguinosa battaglia combattuta presso Talamone.
  Non molti anni dopo, la federazione fu messa a dura prova
dall'invasione dell'Italia da parte di Annibale. La seconda guerra
punica (218-202 a.C.) tocc l'Etruria soltanto marginalmente, du-
rante la discesa dell'esercito cartaginese lungo la valle tiberina,
ma l'impressione suscitata dalla disfatta subita dai Romani al Tra-
simeno, in territorio etrusco, nel 217 a.C. fu tanto forte che nelle
citt etrusche si risvegli qualche malsopito desiderio di rivinci-
ta. Ci furono dei movimenti di simpatia nei confronti di Annibale
e qualche seria agitazione che costrinse i Romani a rafforzare i
loro presidi o, come ad Arezzo, a prendere ostaggi. Poi prevalse
ovunque il partito lealista; i patti furono rispettati e l'Etruria dette
il suo contributo prezioso prima alla resistenza e poi alla riscossa
romana; in particolare, quando, nel 205 a.C., forn aiuti massicci
a Scipione per l'allestimento della sua spedizione africana.
  Tito Livio scrive in proposito che le citt etrusche si comporta-
rono ognuna secondo le proprie possibilit e ne elenca detta-
gliatamente i contributi: Cere dette frumento e viveri di vario ge-
nere; Tarquinia tele di lino per le vele delle navi; Roselle, Chiusi
e Perugia fornirono legname per la costruzione degli scafi e fru-
mento; Volterra frumento e pece per le calafature; Populonia fer-
ro; Arezzo, infine, che pi d'ogni altra era stata sospettata di sim-
patie filopuniche, appront grandi quantit di armi (3000 scudi e
altrettanti elmi e 100.000 giavellotti), strumenti e attrezzi da lavo-
ro e 100.000 moggi di grano e rifornimenti d'ogni sorta da servire
per quaranta navi.
  Cos, alla fine dello stesso secolo che aveva visto al suo inizio
gli ultimi disperati tentativi di proseguire la guerra nazionale e
ad appena sessant'anni dalla distruzione di Volsini, l'Etruria con-
trib con tutto il peso del suo ancor notevole potenziale produtti-
vo alla definitiva affermazione romana nel Mediterraneo. Quel
contributo continu - nonostante alcuni sussulti di ribellione su-
bito repressi da Roma (come nel caso della soppressione nel 186
a.C. del culto di Bacco, ritenuto sovversivo) - per tutto il suc-
cessivo secolo secondo, in occasione delle tante guerre che condussero
Roma alla conquista dell'impero. Non senza che l'Etruria stessa
ne traesse in cambio concreti vantaggi, soprattutto di carattere
economico. Ad approfittare dell'incessante espansione di Roma
che finiva col riflettersi positivamente anche sugli alleati, furo-
no soprattutto le citt settentrionali - Chiusi, Cortona, Perugia, Fie-
sole, Volterra e specialmente Arezzo -che meno duramente avevano
patito l'avvento del nuovo ordine e pi realisticamente l'avevano
accettato, cercando di adeguarvisi nel modo migliore e svilup-
pando un complesso di attivit agricole, commerciali e imprendi-
toriali che consent loro di raggiungere una notevole prosperit. 
Le citt meridionali invece - Vulci, Tarquinia, Cere - che pi    
fortemente avevano sofferto l'intrusione di Roma, non riuscirono
a inserirsi tra le beneficiarie della situazione. Furono anzi tra quel-
le che subirono le peggiori conseguenze della grave crisi che nel
corso dello stesso secondo secolo a.C. invest gran parte dell'Italia cen-
tro-meridionale proprio come contraccolpo negativo delle conquiste 
esterne di Roma.
  La massiccia importazione in Italia di schiavi catturati nei
paesi sottomessi o acquistati nei mercati dell'Oriente e destinati
prevalentemente al lavoro nei campi, sconvolse l'economia agri-
cola sulla quale le citt meridionali in gran parte si reggevano. I
piccoli appezzamenti di terra a conduzione familiare vennero pro-
gressivamente abbandonati e svenduti ai grandi latifondisti roma-
ni (che li convertirono alle monocolture pregiate della vite e del-
l'olivo) e i vecchi proprietari andarono rifluendo nelle citt accre-
scendone oltre misura la plebe dei diseredati e dei disoccupati la
cui turbolenza fin per accrescere gli antichi e sempre irrisolti con-
trasti sociali. N alla crisi posero rimedio i tentativi di riforma
agraria promossi a Roma al tempo dei Gracchi. Quei tentativi fu-
rono infatti boicottati e fatti fallire dalla reazione della classe se-
natoria che trov appoggio anche nell'aristocrazia terriera e nei
coltivatori diretti dell'Etruria settentrionale i quali, sfiorati ap-
pena dalla crisi, s'opposero con forza a qualsiasi progetto innovatore.
13. L'Etruria romana.
  All'inizio del primo secolo a. C., mentre gli aristocratici andavano
sempre pi integrandosi nel mondo romano, anche con l'acquisi-
zione della cittadinanza (tanto che gi nel 130 a.C. un Marco
Perperna, etrusco, era stato eletto console a Roma), un rivolgi-
mento profondo e generale invest tutt'intero l'ordinamento ro-
mano dell'Italia e le strutture stesse dello Stato repubblicano, an-
dando a toccare direttamente anche l'Etruria. Fu nel 91 a.C., con
la secessione da Roma degli alleati dell'area sabellica e con la
cruenta guerra che ne deriv. Le citt etrusche non seguirono gli
insorti, nonostante qualche agitazione dei partiti nazionalisti
(come a Fiesole), che provoc l'intervento delle truppe romane.
Ma proprio per impedire che la rivolta s'estendesse soprattutto al-
l'Etruria, Roma si decise a concedere i diritti di cittadinanza agli
alleati rimasti fedeli. Cos, tra il 90 e 1'89 a.C. gli Etruschi potero-
no giovarsi di quella concessione che, a parte le esitazioni delle
classi dirigenti timorose di perdere con essa il loro potere, fu ac-
colta con generale favore. Ma si verific allora un'autentica rivo-
luzione. Il radicale cambiamento dello stato giuridico degli abi-
tanti, ormai finalmente equiparati tra loro nei diritti politici, in
quanto tutti cittadini romani, provoc nelle citt etrusche - di-
ventate nel giro d'un decennio, tra l'80 e il 70 a.C. altrettanti mu-
nicipi romani - il crollo dei regimi conservatori e l'avvento al po-
tere dei partiti popolari. Questi poi entrarono direttamente e a
pieno titolo nella lotta politica di Roma schierandosi automati-
camente con la fazione omologa, guidata da Caio Mario. L'Etru-
ria sub perci le pesanti vendette di Silla quando questi, vinti i
Mariani, divenne padrone dello Stato: Arezzo, Populonia, Fiesole
e Volterra, che con Mario s'erano maggiormente esposte, vennero
occupate e saccheggiate e i loro territori parzialmente confiscati
per essere assegnati a nutrite colonie di veterani sillani (che acce-
lerarono cos il processo di romanizzazione e la diffusione del la-
tino). Arezzo e Volterra, inoltre, furono private del diritto di voto
appena acquisito con la cittadinanza.
  Un tentativo di rivalsa si ebbe nel 78 a.C. alla morte di Silla e si
manifest, tra l'altro, specialmente a Fiesole, col massacro dei
coloni sillani, ma ogni ulteriore velleit fu prontamente stroncata
dai nuovi governanti di Roma. Poi, dopo aver appoggiato il fallito
tentativo d'insurrezione antisenatoria di Catilina che nel 63 a.C.
trov in Etruria molti partigiani e arruol truppe a Fiesole e ad
Arezzo, le citt etrusche si ritrassero in attesa degli eventi che an-
davano sempre pi compiendosi al di sopra di esse. Dopo le disa-
strose esperienze precedenti, esse non fecero, al tempo delle lotte
tra Pompeo e Cesare, alcuna scelta di campo decisa; ciononostan-
te dovettero acconciarsi a ricevere altre colonie di veterani, invia-
te a Volterra, a Roselle, ad Arezzo, a Fiesole, sia dai primi sia dai
secondi triunviri. Infine, quando scoppi la guerra tra gli eredi di
Cesare, Perugia, nella quale s'era rifugiato il fratello di Marco
Antonio, Lucio, venne assediata nel 41 a.C. dall'esercito di Otta-
viano, conquistata e messa a ferro e fuoco.
  Una decina d'anni dopo, le citt etrusche, come tutti i municipi
dell'Italia ormai romana, scelsero decisamente la parte di Otta-
viano giurando solennemente nelle mani di questi come in quelle
del loro campione. La vittoria di Ottaviano nella battaglia di
Azio contro Cleopatra e Antonio e la conclusione delle guerre ci-
vili furono quindi salutate con entusiasmo anche dagli Etruschi,
esausti dopo tante vicissitudini. E col ritorno della pace e dell'or-
dine, la vita prese a rifiorire nelle antiche citt mentre rinasceva-
no le usanze e le tradizioni nazionali andate dimenticate o ri-
maste interrotte.
 La funzione storica di quelle citt poteva per dirsi terminata
  per sempre e il loro mondo si dissolveva in quello nuovo dell'Ita-
lia unita al quale esse consegnavano la loro preziosa eredit. In-
tanto, la realt storica degli Etruschi veniva geograficamente con-
sacrata, per la prima volta in senso unitario, con una delle regioni
in cui la stessa Italia venne suddivisa da Augusto: la regione settima,
alla quale tocc di perpetuare, fino alla fine del mondo antico, il
nome glorioso dell'Etruria.
14. La religione.
  Alla base della religione etrusca stava l'idea fondamentale che
la natura dipendesse strettamente dalla divinit. Ne conseguiva
che ogni fenomeno naturale era espressione della volont divina.
O meglio, un segnale che la divinit stessa inviava all'uomo il
quale, a sua volta, doveva fare del tutto per capirlo, scoprirne il si-
gnificato e adeguarsi ad esso. Comportarsi cio secondo il volere
divino. Tutto il resto era coerente con questi princpi, a comincia-
re dalla stessa concezione della divinit. Questa, nel suo fonda-
mento iniziale, era essenzialmente misteriosa e coincideva con
forze che stavano sopra la natura. In pratica, si trattava di esseri
soprannaturali, vaghi e incerti nel numero, nel sesso, nelle attribu-
zioni e nelle apparenze. Almeno alle origini; giacch su una tale
concezione primitiva s'innest a un certo punto e in parte si so-
vrappose l'influenza di altre religioni e segnatamente di quella
greca che condusse alla graduale individualizzazione delle divi-
nit. Poi, anche attraverso la diffusione di racconti mitologici e
all'introduzione di veri e propri culti provenienti dal mondo gre-
co, all'assimilazione delle principali divinit cos individuate,
con gli di dell'Olimpo.
15. Le divinit.
  Il processo di assimilazione delle divinit etrusche agli di del-
l'Olimpo greco inizi nel corso del settimo secolo a.C. e giunse a
compimento nel successivo secolo sesto quando  definitivamente
documentata una serie di corrispondenze precise, evidenziate
dalla comunanza delle immagini, degli attributi e delle prerogati-
ve. Cos, Tin o Tinia appare assimilato a Zeus, ossia a Giove, Tu-
ran ad Afrodite, ossia Venere; Turms a Hermes (Mercurio); Fu-
fluns a Dioniso (Bacco); Sethlans a Efesto, (Vulcano). E ancora,
tra le divinit meno esclusivamente etrusche, Uni a Hera (Giuno-
ne); Menerva ad Athena (Minerva); Maris ad Ares (Marte); Ne-
thuns a Poseidon (Nettuno), ecc.
  Nello stesso tempo, nuovi di vennero direttamente importa-
ti dal mondo greco conservando il loro nome appena etruschiz-
zato, come nel caso di Artemis, ossia Diana, diventata Aritimi; di
Apollon (Apollo), diventato Aplu; di Herakles (Ercole), diventato
Hercle; di Castor e Pollux (Castore e Polluce, i Dioscuri) diven-
tati Castur e Pultuce, eccetera.
  Accanto a tutte queste divinit, continuarono per ad essercene
di quelle che, evidentemente per via della loro specificit locale,
non trovarono alcun confronto con divinit greche. Tali, ad esem-
pio, la dea Northia, probabilmente del fato, e quel dio Veltuna o
Velta (in latino Vertumnus o Voltumna) che, secondo Varrone, sa-
rebbe da considerare come una sorta di dio "nazionale" degli Etru-
schi. Come tale era venerato nel santuario della Lega a Volsini
(Orvieto) che i Romani chiamavano Fanum Voltumnae.
  Tuttavia, al di l di qualsiasi mascheramento greco, conti-
nuarono soprattutto ad esistere numerose divinit minori, ti-
piche delle concezioni ancestrali, di solito connesse col fato e
spesso riunite in gruppi (o collegi) di tre, nove o dodici mem-
bri. Purtroppo le nostre conoscenze si limitano a qualche cita-
zione degli autori romani (Varrone, Plinio, Seneca, Marziano Ca-
pella, Arnobio) che parlano di di superiori e avvolti nelle te-
nebre, in numero di dodici, sei di sesso maschile e sei di sesso
femminile (che si alzano e si coricano insieme); poi di di con-
senti o complici o ausiliari, consiglieri di Tinia, spietati e sen-
za nome, anch'essi in numero di dodici; di di folgoratori, in nu-
mero di nove, identificati in seguito con altrettante divinit mag-
giori (come Giunone, Minerva, Marte, Saturno, Vulcano), ai
quali Tinia poteva delegare la sua prerogativa di scagliare i fulmi-
ni; e ancora di di nascosti e di Penati, divisi in quattro classi
di divinit, del cielo, della terra, delle acque e delle anime uma-
ne, eccetera.
16. Il comportamento degli uomini.
  Quanto al rapporto intercorrente tra gli di e gli uomini, la con-
vinzione d'una costante influenza delle forze soprannaturali sul
mondo e sulle azioni umane non poteva che condurre al pi com-
pleto annullamento dell'uomo di fronte al volere divino, oscuro e
soverchiante. Il rapporto si traduceva cos, di fatto, in un monolo-
go della divinit al quale l'uomo, privato della possibilit d'agire
autonomamente, rispondeva con un comportamento obbligato:
quello che aveva come punto di partenza l'affannosa ricerca della
volont divina e come fine la scrupolosa osservanza di essa. Per
far ci occorrevano prima di tutto degli strumenti di conoscenza
e, prima ancora, di ricerca dei segni attraverso i quali la volont
divina si manifestava: i fulmini e certe particolarit o imperfezio-
ni delle viscere di alcuni tipi di animali, fenomeni veri o presunti
ed eventi insoliti o prodigiosi (boati improvvisi, suoni strani, mo-
stri, comete). Doveva poi essere disponibile un codice che con-
sentisse la corretta interpretazione dei segni stessi: per capire
ad esempio, se si trattava della manifestazione della collera o del-
la soddisfazione divina, di semplici avvertimenti o di veri e propri
presagi. Era quindi necessario un prontuario di norme precise e
costanti che per ogni segno indicasse il comportamento atto a
soddisfare e comunque a seguire la volont degli di. Infine, oc-
correva che ci fosse qualcuno particolarmente esperto degli stru-
menti di conoscenza, del codice d'interpretazione e delle norme
di comportamento; che conoscesse cio la dottrina nel suo com-
plesso e potesse farsi perci intermediario tra il mondo degli di e
quello degli uomini.
  Nell'insieme delle operazioni che via via e ogni volta riguarda-
vano i diversi e successivi momenti del riconoscimento, dell'in-
terpretazione e del rispetto dei segni si traduceva la pratica re-
ligiosa nella quale, a sua volta, si risolveva e s'esauriva la religio-
ne degli Etruschi. Ouesta era dunque nient'altro che un susseguir-
si di atti e di formalit ritualistiche, osservate scrupolosamente e
minuziosamente compiute. Con una tale intensit e una cos co-
stante applicazione da colpire i contemporanei e gli antichi in ge-
nere che non esitarono a parlare degli Etruschi come di un popolo
religiosissimo o, secondo quel che scrive Tito Livio, come di
un popolo che fra tutti gli altri si dedic particolarmente alle pra-
tiche religiose in quanto si distingueva nel saperle coltivare
17. La dottrina.
  La dottrina che si riferiva al riconoscimento dei segni, alla
loro interpretazione e al soddisfacimento della volont divina, era
indicata, in latino, coll'espressione etrusca disciplina, traducibile
come scienza etrusca (purtroppo non sappiamo come la chia-
massero gli Etruschi). I fondamenti di tale scienza e, in ogni
caso, i suoi princpi ispiratori, erano fatti risalire dagli Etruschi al-
l'intervento rivelatore della stessa divinit che si sarebbe servita a
tale scopo d'intermediari, quali il fanciullo dall'aspetto di vec-
chio, Tagete, e la ninfa Vegoia. Questi personaggi semidivini avreb-
bero letteralmente dettato agli uomini, ciascuno, una parte delle
verit soprannaturali e insegnato il modo di avvicinarsi ad esse,
con la pratica e i metodi dell'arte divinatoria. Secondo quel che
riferisce Cicerone, la rivelazione divina dette luogo a una vera e
propria sacra scrittura della quale per a noi  rimasto quasi
soltanto il ricordo. A parte le citazioni e talora la trascrizione di
interi brani, che si ritrovano negli autori romani i quali poterono
utilizzare nelle loro opere compendi e versioni, anche integrali,
redatte in latino da scrittori etruschi romanizzati del primo secolo a.C.
Soltanto un testo originale che  possibile ricollegare agli scritti
sacri si  salvato dal naufragio della letteratura etrusca giungendo
fino a noi: un manoscritto su tela di lino conosciuto col nome di
Mummia di Zagabria perch custodito nel museo di quella citt
che lo acquis alla fine del secolo scorso dopo che era stato ritro-
vato in Egitto ridotto in bende usate per avvolgere una mummia
d'et tolemaica o romana. Si tratta di un calendario rituale eviden-
temente portato con s in Egitto da qualche immigrato etrusco,
nel quale figurano elencati i mesi e i giorni dell'anno in cui dove-
vano compiersi specifici atti di culto in onore di determinate divi-
nit, con l'indicazione delle cerimonie, dei sacrifici e delle offerte
da fare, delle istituzioni per le quali invocare l'intervento divino,
eccetera.
  Quanto alla natura della sacra scrittura, si sa che sulla base
del loro contenuto, si distinguevano tre grandi gruppi di libri
che nella versione latina erano detti, rispettivamente, Aruspicini,
Fulgurales e Rituales.
  I Libri Aruspicini, attribuiti all'insegnamento di Tagete, tratta-
vano dell'interpretazione ai fini divinatori delle viscere degli ani-
mali. I Libri Fulgurales contenevano, per lo stesso scopo, la dot-
trina dei fulmini ed erano fatti risalire alla rivelazione della
ninfa Vegoia. I Libri Rituales riguardavano le norme di compor-
tamento da seguire nelle varie circostanze della vita pubblica e
privata: di essi facevano parte i Libri Fatales, sulla suddivisione
del tempo e i destini e i limiti della vita degli uomini e degli Stati,
i Libri Acherontici, sul mondo dell'oltretomba e i riti di salvazione,
e gli Ostentaria, sull'interpretazione dei prodigi e dei fenomeni
naturali.
  Depositaria e responsabile della letteratura sacra ed esperta della
disciplina era la casta sacerdotale, espressione del ceto aristo-
cratico, che rivendicava tale privilegio nel ricordo degli antichi
lucumoni ai quali era fatta risalire la tradizione della rivelazio-
ne divina e in qualche caso la stessa dettatura dei testi. A garan-
zia dell'ortodossia e per la continuit del sapere, la professione di
sacerdote si tramandava di padre in figlio e coloro che erano ad
essa destinati venivano educati e istruiti a tale scopo fin da bambini.
  I sacerdoti erano normalmente riuniti in collegi e venivano in-
dicati con nomi diversi a seconda del settore del quale erano esper-
ti: con i termini di netsvis e trutnvt, ad esempio, tradotti in latino
con haruspex e fulguriator, erano chiamati l'"interprete delle vi-
scere" e quello dei fulmini. Un nome speciale (cepen) designa-
va quelli che erano espressamente addetti al culto, tra i quali il ce-
pen spurana (in latino sacerdos publicus) era quello che presiede-
va al culto ufficiale della comunit e dello Stato.
  Probabilmente ogni tipo di sacerdote aveva un particolare co-
stume e propri attributi che ne indicavano anche esteriormente la
sfera di competenza: costume proprio degli aruspici era, ad esem-
pio, il mantello frangiato e il berretto conico. Tutti pero avevano
come segno distintivo della loro casta il lituo, una sorta di scet-
tro dall'estremit superiore ricurva che un tempo era stato tra gli
attributi del re o del capo che riuniva insieme l'autorit politica
e quella religiosa.
18. L'arte divinatoria.
  Lo strumento di conoscenza per l'approccio ai segni con cui
il volere divino si manifestava era la divinazione: un'arte che gli
stessi di avevano insegnato agli uomini e che poggiava sul fon-
damento teorico della corrispondenza magica tra macrocosmo e
microcosmo, cio tra mondo celeste e mondo terrestre:il mondo
degli di e quello degli uomini. I due mondi erano tra loro intima-
mente connessi in una sorta di partecipazione mistica e si corri-
spondevano nell'ambito di un preciso e preordinato sistema uni-
tario. All'interno di questo sistema, erano fondamentali la defini-
zione e la partizione dello spazio e prima di tutto dello spazio ce-
leste, ossia del cielo, sede degli di.
  Lo spazio celeste era concepito come suddiviso in sedici parti
(o caselle), quattro per ognuno dei quadranti risultanti dall'i-
deale congiunzione dei quattro punti cardinali mediante due rette
perpendicolari incrociantisi al centro. Secondo la terminologia
latina, che riflette fedelmente la dottrina etrusca, la retta Nord-
Sud era chiamata cardine (cardo), quella Est-Ovest, decuma-
no (decumanus). Facendo centro nel punto d'incrocio delle due
rette e volgendosi verso Sud, lo spazio che dalla linea orizzonta-
le Est-Ovest era compreso verso mezzogiorno costituiva la parte
anteriore del cielo, mentre lo spazio compreso verso settentrio-
ne costituiva la parte posteriore. Considerando invece la linea
verticale Nord-Sud, lo spazio compreso verso Oriente costitui-
va la parte sinistra (considerata di buon auspicio), lo spazio
compreso verso Occidente costituiva la parte destra (ritenuta
sfavorevole).
  Nelle sedici caselle erano collocate le sedi o dimore delle di-
vinit, secondo un ordine che collocava gli di superiori, forte-
mente personalizzati e tendenzialmente favorevoli, nelle regioni
orientali del cielo, soprattutto nel settore Nord-Est; gli di della
terra e della natura verso mezzogiorno; quelli infernali e del fato,
paurosi e inesorabili, nelle tristi regioni dell'occidente, segnata-
mente nel settore Nord-Ovest, considerato come il pi nefasto.
  Dal momento che nello spazio celeste si trovavano le sedi degli
di, il cielo era la fonte d'informazione pi autorevole e diretta.
Esso costituiva quindi il primo e fondamentale ambito d'osserva-
zione per ogni pratica divinatoria. Tenendo infatti presente la ri-
partizione della volta celeste e la collocazione delle singole casel-
le, si poteva riconoscere, dalla posizione dei segni che si mani-
festavano in cielo o dal punto dal quale essi provenivano, a quale
divinit fossero da riferire il singolo segno e il messaggio da
esso inviato e, in via preliminare, anche se si trattasse di buono o
di cattivo auspicio. Pur senza escludere il verificarsi di altri even-
tuali e pi occasionali fenomeni, il segno pi frequente e dun-
que pi osservato nel cielo era quello rappresentato dal fulmine.
Esso era pure considerato il pi importante in quanto prerogativa
di Tinia, divinit suprema, che poteva lanciarlo oltre che dalle sue
tre caselle, anche da tutte le altre, delegando la propria funzio-
ne a divinit diverse, a seconda delle circostanze.
  L'osservazione dei fulmini - o cheraunoscopia - fu sempre al
primo posto nella divinazione etrusca, e l'arte di servirsene (in la-
tino ars fulguratoria), cio la capacit di trarre da essa tutte le in-
formazioni possibili, fu unanimemente riconosciuta dagli antichi
come una specifica e ineguagliabile prerogativa dei sacerdoti
etruschi, i pi abili di tutti nell'arte d'interpretare i fulmini,
come assicura Seneca.
  Esistevano per altre forme di divinazione; soprattutto l'epato-
scopia (in latino haruspicina), ossia l'osservazione del fegato de-
gli animali.
  Questa pratica ebbe importanti e illustri precedenti nel mondo
orientale, segnatamente mesopotamico, ma in Etruria essa assun-
se un ruolo talmente spiccato da trasformarla agli occhi degli
estranei in una caratteristica nazionale e da farla assumere nel
mondo romano come l'arte divinatoria per eccellenza. Il suo uso
generalizzato e costante si spiega con la possibilit di farvi ricor-
so ogni volta che ci fosse ritenuto utile o necessario, senza do-
ver attendere altre forme di prodigi dipendenti invece dal caso.
La sua importanza - e la sua giustificazione - sta nel fatto che,
sulla base del solito principio di corrispondenza tra macrocosmo
e microcosmo, nel fegato degli animali s'immaginava che fosse
riflessa la suddivisione della volta celeste. Anche se questa, in ve-
rit, trovava corrispondenza, sulla terra, in qualsiasi altra superfi-
cie che fosse adeguatamente individuata, consacrata e delimitata.
All'interno di questo spazio sacro (che in latino veniva chia-
mato templum), in virt della mistica corrispondenza tra tempio
celeste e tempio terrestre, potevano essere compiute le stesse
operazioni riguardanti l'osservazione del cielo.
  L'idea della corrispondenza cielo/terra nell'ambito di un ordi-
ne cosmico venuto dopo il caos primordiale e voluto da Tinia,
giungeva a tal punto che essa trovava estrinsecazione anche nella
suddivisione dei campi e delle propriet, pubbliche e private. Di
qui l'importanza, la sacralit e l'inviolabilit dei confini e dei cip-
pi che li delimitavano. Agli stessi princpi era anche collegata
l'origine dell'edificio templare derivato dalla sovrapposizione
della cella, dimora della divinit, a un pronao o terrazza augura-
le destinata all'assunzione degli auspici, dove la cella corrispon-
deva alla parte posteriore dello spazio sacro e il pronao alla
parte anteriore: donde l'orientamento abituale dei templi verso
Sud o Sud-Est, ossia verso i quadranti favorevoli e di buon auspicio.
19. L'interpretazione dei fulmini.
  L'osservazione e l'interpretazione dei fulmini (che in latino,
con una parola derivata dall'etrusco venivano chiamati, in tal
caso, manubiae), era regolata da una casistica alquanto comples-
sa e a noi nota solo in piccola parte. Grande importanza avevano
il luogo e il giorno in cui essi apparivano, ma anche la forma, il
colore e gli effetti provocati. Le varie divinit che avevano la fa-
colt di lanciarli disponevano, ciascuna, di un solo fulmine alla
volta mentre Tinia ne aveva a disposizione tre, di colore rosso san-
guigno. Il primo era il fulmine ammonitore che il dio lanciava
di sua spontanea volont e veniva interpretato come avvertimen-
to. Il secondo era il fulmine che atterrisce ed era considerato
manifestazione d'ira, ma Tinia poteva lanciarlo solo col parere
favorevole degli Di Consenti. Il terzo, che richiedeva ugual-
mente il consenso di altre divinit superiori e misteriose, era il
fulmine devastatore, motivo di annientamento e di trasfor-
mazione: Seneca scrive che esso devasta tutto ci su cui cade
e trasforma ogni stato di cose che trova, sia pubbliche sia private.
  I fulmini erano variamente classificati a seconda che il loro
avviso valesse per tutta la vita o solamente per un periodo de-
terminato oppure per un tempo diverso da quello della caduta. E,
ancora, a seconda che avessero lo scopo di consigliare e convin-
cere oppure di sconsigliare e dissuadere circa un atto da compiere
e soltanto pensato, o anche quando servissero ad informare sul
buono o sul cattivo esito di un atto gi compiuto. C'era poi il ful-
mine che scoppiava a cie1 sereno, senza che alcuno pensasse o
facesse nulla, e questo, sempre stando a quel che dice Seneca, o
minaccia o promette o avverte; quindi quello che fora, sottile
e senza danni; quello che schianta; quello che brucia, eccetera. Ma
Seneca parla anche di fulmini che andavano in aiuto di chi li os-
servava, che recavano invece danno, che portavano un bene effi-
mero, che esortavano a compiere un sacrificio trascurato o a scio-
gliere un voto, e cos via. Con un tale groviglio di possibilit, d'im-
plicazioni, di sfumature, di interconnessioni, di circostanze che
solo i sacerdoti esperti potevano sbrogliare; magari con l'aiuto dei
prontuari che suggerivano la retta interpretazione e indicavano
gli atti e i riti occorrenti per poter approfittare dei buoni presagi o
per annullare quelli cattivi, per ottenere i benefici promessi o per
allontanare le minacce. Plinio il Vecchio arriva ad affermare che
un sacerdote esperto poteva anche riuscire a scongiurare la ca-
duta di un fulmine o, al contrario, riuscire con speciali preghie-
re, ad ottenerla. Una convinzione, questa, che doveva essere dif-
fusa e radicata, visto che ancora nel quinto secolo della nostra era, col
cristianesimo ormai imperante, ci furono degli aruspici che, come
c'informa Zosimo nelle sue Storie, servendosi delle formule dei
loro lontani predecessori, pretesero di fermare i Goti che assedia-
vano Narni facendo cadere fulmini sopra di essi.
  Resta da dire che dopo la caduta di un fulmine c'era l'obbligo
di costruire per esso una tomba: un piccolo pozzo, ricoperto da
un tumuletto di terra, in cui dovevano essere accuratamente se-
polti tutti i resti delle cose che il fulmine stesso aveva colpito,
compresi gli eventuali cadaveri di persone uccise dalla scarica.
Luogo e tomba venivano indicati a Roma con la parola biden-
tal la cui incerta etimologia nasconde una probabile origine etru-
sca, in connessione col termine bidens che, a sua volta, potrebbe
aver indicato o l'animale adulto, e quindi fornito della seconda den-
tizione, sacrificato al momento dei riti del seppellimento, oppure
il forcone quale immagine del fulmine che nelle rappresentazioni
figurate era reso con due punte o con due gruppi contrapposti di
punte. Naturalmente, il luogo e la tomba erano considerati sacri
e inviolabili ed essendo ritenuto di cattivo auspicio calpestarli (an-
che inavvertitamente), erano recintati e accuratamente evitati dalla
gente, quali nefasti e da sfuggire, come scriveva nel primo secolo d.C.,
il poeta romano Persio originario dell'etrusca Volterra.
20. L'interpretazione delle viscere.
  Le viscere degli animali di cui si servivano gli Aruspici (dette
in latino exta, donde il nome di extispicium dato dai Romani al-
l'osservazione di esse) erano di diverso tipo: polmoni, milza, cuo-
re ma specialmente fegato (in latino iecur o hepas, donde hepato-
scopia). Esse venivano strappate ancora palpitanti dal corpo degli
animali appena uccisi ed espressamente riservati alla consulta-
zione divinatoria e quindi distinti da quelli immolati per il sacrifi-
cio. Si trattava in genere di buoi e talvolta anche di cavalli ma so-
prattutto di pecore. Dovevano essere perfettamente sani e veniva-
no utilizzati soltanto se si mostravano docili nel seguire il sacer-
dote; altrimenti occorreva sostituirli.
  Delle viscere dovevano essere prese in considerazione la for-
ma, le dimensioni, il colore e ogni minimo particolare, special-
mente gli eventuali difetti. Quando non rivelavano alcunch d'ap-
prezzabile per la divinazione, erano ritenute mute e inutilizza-
bili; erano invece adiutorie quando indicavano qualche rimedio
per scampare a un pericolo (avvelenamento, incendio, cadute);
regali se promettevano onori ai potenti, eredit ai privati, ecc.,
pestifere quando minacciavano lutti e disgrazie.
  L'osservazione era assai pi minuziosa e completa nel caso del
fegato, dato che in esso, per l'aspetto generale e per la particolare
conformazione, veniva riconosciuto il tempio terrestre pi di-
rettamente e naturalmente corrispondente al tempio celeste. La
sua importanza era del resto connessa alla credenza diffusa pres-
so gli antichi (e sopravvissuta in locuzioni e modi di dire in uso
ancora oggi) che esso fosse la sede degli affetti, del coraggio, del-
l'ira e della stessa intelligenza.
  Ritenuto che nel fegato fosse esattamente proiettata la divisio-
ne della volta celeste, si trattava di riconoscere a quale delle ca-
selle di quella corrispondessero, nel fegato, le irregolarit, le im-
perfezioni, i segni particolari o anche le regolarit, e quindi pren-
dere in considerazione i messaggi della divinit che occupava
la casella interessata. Per meglio riuscire nell'intento - cos come
(e forse in primo luogo) per l'istruzione dei giovani aruspici - ve-
nivano utilizzati degli appositi modelli di fegato, in bronzo o in
terracotta, sui quali erano riprodotte le varie ripartizioni e scritti i
nomi delle diverse divinit.
  A detta di Cicerone, per la consultazione era di particolare im-
portanza prima di tutto il "processo piramidale", considerato il
capo del fegato. Esso era segnale di buon auspicio se appariva
grosso e prominente, di auspicio infausto se rudimentale e appena
sporgente (e tanto pi buono o cattivo quanto pi o meno accen-
tuate erano le due diverse condizioni). Se poi, per avventura, esso
fosse mancato del tutto, il responso allora era di quelli classificati
come pestiferi. Pure importante era l'osservazione delle stria-
ture caratteristiche della superficie dell'organo (che indicavano,
secondo i casi, perdite o guadagni), dell'estremit dei lobi (che,
se di colore rosso, erano indizio di siccit) e del fiele contenuto
nella vescica (che, se abbondante, era segno di cattivo augurio).
21. L'osservazione dei prodigi.
  La fama d'insuperabili interpreti di viscere e di fulmini, della
quale godevano gli Etruschi era completata da quella che li rite-
neva anche esperti e scaltriti conoscitori del significato d'ogni ge-
nere di prodigi. Essendo questi di varia natura, ne esisteva una
classificazione come al solito dettagliata e puntigliosa, accompa-
gnata dall'indicazione della finalit cui ognuna delle categorie
contemplate era rivolta. Il romano Varrone, che desumeva evidente-
mente da fonti etrusche, riferisce che tra i prodigi (chiamati in la-
tino col nome complessivo di ostenta, donde i libri ostentaria che
ne trattavano), si distinguevano, con sottili sfumature,l'ostentum
propriamente detto, che prediceva il futuro; il prodigio, che in-
dicava il da farsi; il miracolo, che manifestava qualcosa di stra-
ordinario; il mostro (in latino monstrum), che dava un avvertimento.
  Tra i prodigi pi frequenti erano annoverati la pioggia di san-
gue (che era la sabbia rossastra dei deserti africani portata ancora
oggi, con l'acqua piovana, nelle nostre regioni tirreniche dai venti
di scirocco), la pioggia di pietre e quella di latte, i bambini o gli
animali che nascevano di sesso incerto o deformi, gli animali che
parlavano o che si comportavano in modo strano, i terremoti, le
trombe d'aria, la grandine, le comete, le statue che sudavano, ecc.
In molti casi, il primo atto che doveva esser compiuto nel verifi-
carsi di un prodigio era quello di punire o di toglier di mezzo il
portatore dell'auspicio, se questo era infausto, oppure di trattarlo
con particolari attenzioni, se l'auspicio era ritenuto favorevole (fino
al punto che gli animali parlanti, ritenuti portavoce della divi-
nit, venivano allevati a cura dello Stato!).
  In aggiunta alle manifestazioni di carattere straordinario (o ri-
tenute tali), ossia oltre i veri e propri fenomeni, nelle categorie
dei prodigi rientravano anche fatti, o semplici realt, del tutto na-
turali. Specialmente nel campo degli animali e in quello dei vege-
tali. C'erano perci alberi e animali felici o infelici, cio por-
tatori di cattivo o di buon auspicio (come lo erano, ad esempio, i
cavalli bianchi), piante commestibili e con linfa bianca che porta-
vano bene e piante selvatiche e di linfa scura che portavano male.
C'erano polli sacri dei quali si prendeva in speciale considerazio-
ne il modo in cui mangiavano, mentre degli uccelli si osservava il
numero, il colore, il verso, il volo, la provenienza. La casistica era
infinita e le evenienze ossessionanti. Ad esse tutti prestavano in
genere molta attenzione, magari per tradizione o per rispetto della
comune opinione. Salvo coloro che ostentavano incredulit o scet-
ticismo. Sicch, mentre da un lato c'erano magistrati che si dimet-
tevano in blocco (come successe a Roma, nel 152 a.C.), avendo
appreso che la caduta di una colonna sormontata da una statua da-
vanti al tempio di Giove era stata interpretata alla maniera etrusca
come sicura predizione di morte per coloro che rivestivano cari-
che pubbliche, dall'altro lato, c'era, sempre a Roma, il vecchio
Catone che non cessava di stupirsi per il fatto che gli aruspici non
scoppiassero a ridere ogni volta che s'incontravano tra di loro.
22. Le pratiche rituali.
  Dal momento che con le arti divinatorie veniva raggiunta la co-
noscenza del volere divino, si trattava di dare attuazione a tutto
ci che ne derivava dal punto di vista del comportamento. Occor-
reva cio agire sulla base delle norme prescritte dalla disciplina
e oggetto della trattazione specifica dei libri rituali. Tali norme,
sia che toccassero gli individui sia che riguardassero le comunit,
si traducevano e sostanzialmente s'esaurivano, in una serie inter-
minabile di pratiche, di cerimonie, di riti. Essendo per tutto rigi-
damente codificato e meccanicamente ripetuto, sempre allo stesso
modo per le medesime circostanze, si finiva per scadere nella pura
esteriorit e nel semplice formalismo: non senza ragione s' potu-
to parlare della civilt etrusca come di un'antica e matura civilt
cerimoniale. Ci perch la normativa che dettava e regolava le
pratiche di culto, per via dei suoi stessi princpi informatori e de-
gli inevitabili risvolti che essa aveva nelle diverse implicazioni
della vita quotidiana, toccava aspetti non soltanto della sfera reli-
giosa ma anche di quella civile, con un coinvolgimento totaliz-
zante: ogni azione umana - osservava il commentatore dell'Enei-
de, Servio - veniva compiuta "in conformit della disciplina".
  All'atto pratico, le norme si concretizzavano, caso per caso, nel-
la puntuale e circostanziata determinazione dei luoghi, dei tempi e
dei modi nei quali e coi quali doveva essere eseguito quello che
veniva chiamato il servizio divino (aisuna o aisna, da ais che
significa dio); nell'indicazione delle persone alle quali l'azione
competeva e, naturalmente, prima di tutto, della divinit alla qua-
le essa era dedicata e dello scopo al quale era rivolta.
  I luoghi dovevano essere circoscritti, delimitati e consacrati; i
tempi regolati dalla successione cronologica delle feste e delle
cerimonie previste ed elencate nei calendari sacri; i modi rispetta-
ti fin nei minimi particolari, tanto che, qualora fosse stato sbaglia-
to od omesso un solo gesto, tutta l'azione avrebbe dovuto essere
ripresa da capo.
  Quanto alle forme pi propriamente di culto, esse non erano
sostanzialmente diverse da quelle in uso presso gli altri popoli
contemporanei. Cos pure non erano diversi, in generale e salvo
una pi accentuata osservazione di tipologie e di motivi arcaici, i
santuari, i templi, gli altari, gli strumenti e le suppellettili sacre.
Nelle funzioni trovavano ampio spazio la musica e la danza; le
preghiere potevano essere d'espiazione, di ringraziamento o d'in-
vocazione; i sacrifici cruenti riguardavano, volta a volta, partico-
lari categorie di animali (bovini, ovini, suini, volatili); le offerte
incruente comprendevano prodotti della terra, vino, focacce e al-
tri cibi preparati. Particolarmente diffusa, tanto a livello di reli-
giosit ufficiale quanto a livello di religiosit popolare, era l'u-
sanza dei doni votivi. Nel primo caso poteva trattarsi di statue o
altre opere d'arte, di oggetti particolarmente preziosi, di prede di
guerra e di edifici sacri (dall'edicola al grande tempio); nel secon-
do caso i doni erano solitamente piccoli oggetti, per lo pi di ter-
racotta (ma anche di bronzo, di cera e perfino di mollica di pane)
che i fedeli compravano nelle apposite rivendite presso i santuari.
Eseguiti in serie, col procedimento a stampo da matrici, essi
consistevano in statuine raffiguranti la divinit venerata o, simbo-
licamente, gli stessi offerenti, oppure riproduzioni di parti del
corpo umano corrispondenti a quelle che s'intendeva porre sotto
la protezione divina o per la cui avvenuta guarigione si voleva
rendere grazie. Non mancavano le riproduzioni di offerte che
magicamente sostituivano quelle reali: animali, frutta, cibi, le stes-
se immagini delle divinit, al posto delle statue vere, e perfino mo-
delli di templi o d'altri edifici sacri, in luogo di quelli realmente
costruiti.
23. Il culto dei morti.
  Tra le pratiche di carattere religioso, un posto tutto particolare
occupavano quelle che avevano come destinatari i defunti. Nei
primi tempi, esse erano legate alla concezione (comune alle altre
civilt preclassiche del mondo mediterraneo) della continuazione
dopo la morte di una speciale attivit vitale del defunto. A tale
concezione s'accompagnava l'idea che quell'attivit - e dun-
que una certa sopravvivenza del morto o meglio della sua indivi-
dualit o entit vitale - avesse luogo nella tomba e fosse in
qualche modo congiunta alle spoglie mortali. Dato per che tutto
dipendeva dalla collaborazione dei vivi, i familiari del defunto
erano tenuti a garantire, agevolare e prolungare per quanto possi-
bile la sopravvivenza, con adeguati provvedimenti. Il compi-
mento di questa incombenza era sentito come un vero e proprio
obbligo religioso non disgiunto dal timore di punizioni divine o di
vendette da parte del defunto qualora esso fosse stato disatteso o
trascurato.
  La prima esigenza da soddisfare era quella di dare al morto una
tomba, che sarebbe diventata la sua nuova casa; subito dopo veni-
va quella di fornirgli un corredo di abiti, di ornamenti, di ogget-
ti d uso, e, insieme, una scorta di cibi e di bevande di cui egli si sa-
rebbe servito, simbolicamente e magicamente, anche soltanto alla
vista. Il resto era un arricchimento e poteva variare a seconda del
rango sociale del defunto e delle possibilit economiche degli ere-
di, e anche in relazione alle usanze e alle mode dei luoghi e dei tem-
pi. Si poteva cos foggiare la tomba nell'aspetto sia pure parziale
o soltanto allusivo della casa, e dotarla di suppellettili e arredi, veri
o riprodotti in figurazioni o anche in modellini miniaturistici, e
magari affrescarla sulle pareti con scene della vita quotidiana o
dei suoi momenti pi significativi e qualificanti che s'immagina-
va potessero perpetuarsi, magicamente, al servizio del defunto. Si
poteva riprodurre attraverso una maschera l'immagine del de-
funto o della sua parte essenziale, il volto, per ancorare meglio ad
essa lo spirito minacciato dal naturale disfacimento del corpo.
Si potevano deporre accanto al morto statuine raffiguranti fami-
liari e servitori messi, sempre simbolicamente, in sua compagnia
e al suo servizio.
  Quanto alle pratiche proprie dei funerali, esse andavano, come
altrove, dall'esposizione del cadavere al compianto pubblico, con
le lamentazioni di donne appositamente prezzolate, dal corteo fu-
nebre al banchetto davanti alla tomba. Sempre in occasione dei
funerali, e fors'anche delle ricorrenze anniversarie della morte, si
dava luogo a delle vere e proprie azioni sceniche che avevano
lo scopo di trasmettere al defunto, magicamente, almeno una par-
te della vitalit che esse esprimevano. Si trattava perci di azio-
ni che sprigionavano forza e vigoria fisica, come i giochi e le gare
atletiche, e perfino sangue, come i combattimenti cruenti nei qua-
li  probabile che si debba riconoscere l'origine dei ludi gladia-
tori, riferita non a caso dagli antichi agli Etruschi.
  Tutte queste pratiche, insieme alle cerimonie e ai riti che dove-
vano essere compiuti in onore di divinit connesse con la sfera fu-
neraria, facevano parte di un autentico culto dei morti, implicito
nella concezione stessa della "sopravvivenza" e della tomba come
dimora perpetua del defunto e perci luogo sacro da rispettare e
venerare. Il culto dei morti equivaleva poi a quello degli antenati
e, in particolare, del capostipite al quale facevano soprattutto rife-
rimento le famiglie gentilizie che ad esso - cos come all'ostenta-
zione della ricchezza nei corredi funebri e nella monumentalit
del sepolcro - affidavano un ruolo non secondario per l'afferma-
zione del loro prestigio e della loro potenza.
  La situazione cambi tuttavia con il tempo. Specie dal punto di
vista delle concezioni di fondo. Infatti, per effetto delle suggestio-
ni provenienti dal mondo greco, nel corso del quinto secolo a.C., alla
primitiva fede nella sopravvivenza del morto nella tomba, si
sostitu l'idea di uno speciale regno dei morti. Questo fu iden-
tificato col mondo sotterraneo e ad esso venne esteso il principio
di corrispondenza mistica - e quindi di unit - intercorrente tra il
mondo celeste e quello terrestre. Immaginato sul modello dell'A-
verno (o Acheronte) greco, il regno dei morti era governato
dalla coppia divina di Aita (o Eita) e Phersipnai (Ade e Persefone
greci); era popolato da spiriti di personaggi illustri e di antichi
eroi e soprattutto da demoni, maschili e femminili. Tali erano Cha-
run, sorta di deformazione bestiale del greco Caronte, raffigurato
con in mano un grande e doppio martello; Tuchulcha, ancora
pi mostruoso, col naso adunco, le orecchie d'asino, i capelli fatti
di serpenti e le carni livide; Vanth, alata, di gelida bellezza e con
in mano il rotolo del destino; Culsu, anch'essa alata e con in mano
una fiaccola.
  Le ombre dei morti andavano a finire in questo mondo con
un lungo viaggio (la discesa agli Inferi) e il loro destino era
quello di un soggiorno senza fine, statico e monotono, uguale per
tutti, in una condizione di sostanziale tristezza, dominata dall'an-
goscia e dallo spavento che incutevano i demoni e dai tormenti
che questi infliggevano. A mitigare una concezione cos pessimi-
stica, in prosieguo di tempo e sempre per influenza greca, inter-
vennero altre credenze - e nuove forme di culto - che caratteriz-
zarono l'ultima fase della civilt etrusca. Secondo lo scrittore cri-
stiano Arnobio, infatti, nei Libri Acherontici che trattavano espres-
samente del mondo dei morti e della sorte dell'uomo dopo la vita
terrena, erano previsti riti di suffragio e offerte alle divinit infere
che potevano consentire alle anime il conseguimento di uno
speciale stato di beatitudine. Proprio come predicavano le teorie
di salvazione che dalla Grecia e dalla Magna Grecia si diffusero
in Etruria, soprattutto nel ceto aristocratico, con i misteri dioni-
siaci. Le pratiche religiose in onore di Dioniso o Bacco (l'etrusco
Fufluns o Pacha), erano segrete e strettamente riservate agli ini-
ziati che attraverso di esse potevano entrare nella possessione
del dio e in tal modo garantirsi, fin da vivi, una sorte felice nell'al-
dil: quella che durante le cerimonie del culto era prefigurata dal-
lo stato d'abbandono raggiunto con l'ebbrezza provocata dal vino.
  Si trattava ancora una volta di idee che, lungi dal riferirsi a un
qualsiasi principio superiore di carattere etico (quale sarebbe sta-
to, ad esempio, quello d'un compenso al bene compiuto durante
la vita terrena), si rifacevano ai concetti propri della spiritualit
primitiva che riponeva la sua fede nell'efficacia dei riti e nella
validit delle operazioni magiche. Vi si pu tuttavia riconosce-
re il tentativo di risolvere il problema del destino ultimo dell'uo-
mo, ben pi vivo e sentito che nel passato, con soluzioni che,
sebbene fossero importate dall'esterno, erano consonanti con le
tradizioni e le tendenze locali ma in un senso meno materialisti-
co d'un tempo. Tant' vero che le anime beatificate furono as-
similate ad entit divine alle quali, in relazione alla loro prove-
nienza, fu data una qualifica che in latino venne resa con l'espres-
sione dei animales.
  Le nuove concezioni segnarono un deciso rafforzamento del
culto degli antenati che finirono col diventare le divinit della fa-
miglia e della casa. Come tali esse furono oggetto di un vero e pro-
prio culto domestico - il culto familiare per eccellenza - col
quale, in un periodo di forti contrasti sociali e poi di progressiva
emancipazione dei ceti subalterni, le grandi famiglie, ormai pros-
sime alla loro integrazione nella classe dirigente dello Stato ro-
mano, intesero ribadire e perpetuare la dignit e il prestigio del
loro status sociale, la nobilt delle origini e la loro potenza. Men-
tre la tomba di famiglia diventava il monumento-sacrario della
stirpe e della sua storia.
24. L'arte.
Finalit, condizionamenti e tendenze
  L'arte etrusca nacque dalla vita quotidiana e rimase sempre so-
stanzialmente vincolata al soddisfacimento delle esigenze da quel-
la proposte. Essa fu pertanto strettamente legata, da un lato, alla
struttura sociale, dall'altro, alla sfera delle concezioni religiose e
dell'ideologia funeraria. Non a caso - cio non soltanto per le for-
tuite circostanze della loro conservazione e della loro riscoper-
ta - le testimonianze che essa ha lasciato provengono nella stra-
grande maggioranza dalle aree dei santuari e da quelle cimiteriali.
Questo significa che, tranne poche eccezioni, si tratt di un'arte
dalle caratteristiche di tipo artigianale (o di artigianato artistico)
con tutto quello che ci comporta e pur tenendo presente che la
distinzione tra arte e artigianato non sempre trova valida rispon-
denza nel mondo antico. In ogni caso, non si pu parlare per l'arte
etrusca di un fenomeno autonomo - cio di un'arte per l'arte
come si dice - n di finalit estetiche, e solo raramente ci si trova
di fronte a manifestazioni che si potrebbero dire di grande arte,
frutto meditato del lavoro di particolari individualit e opera per-
sonale di artisti consapevoli o di scuole ben definite e caratteriz-
zate come tali.
  S'aggiunga il condizionamento dell'arte greca che fu sempre
presente nella maggior parte dei temi, dei tipi, degli schemi com-
positivi e dei canoni stilistici. Al punto che, una volta superata la
fase dei primordi ancora legata alle tradizioni d'origine preistori-
ca o alle suggestioni ornamentalistiche del periodo orientaliz-
zante, le successive fasi di sviluppo, a partire dal primo arcai-
smo e fino alla tarda et ellenistica - cio dalla fine del settimo secolo
a quasi tutto il primo secolo a.C. - ripeterono praticamente quelle del-
l'arte greca.
  Il condizionamento fu tuttavia di natura prevalentemente for-
male ed esteriore. Essenzialmente decorativa, attenta al particola-
re e generalmente di sapore incolto e popolaresco; tesa alla spon-
taneit e all'immediatezza, disorganica ed espressiva, portata al-
l'enfatizzazione e alla tensione drammatica; conservatrice ma an-
che incostante, discontinua e incoerente: proprio per queste sue
naturali tendenze (oltre che per la necessit di selezionare i mo-
delli onde adattarli ai propri scopi), l'arte etrusca seppe trovare
una sua via di fronte all'insegnamento dei Greci. Sicch il con-
fronto, pi che soffermarsi sulla qualit, riguarda la diversit de-
gli atteggiamenti e delle realizzazioni, cio il modo di reagire de-
gli artisti etruschi alle sollecitazioni e ai modelli che giungevano
dal mondo greco. A seconda delle necessit e delle epoche, e quin-
di in relazione alle caratteristiche delle varie fasi dell'arte greca.
Cos, dei modelli via via disponibili, gli Etruschi alcuni li ignora-
rono altri li assunsero facendoli propri e talvolta rielaborandoli,
magari insistendo su motivi che nella stessa Grecia ebbero scarso
rilievo o furono presto superati. Quanto ai canoni stilistici, ci fu-
rono momenti di consonanza e di partecipazione, come nel perio-
do arcaico (e specialmente nei confronti dell'arte ionica) del sesto se-
colo a.C.; momenti di ripulsa e di rigetto o, pi semplicemente, d'in-
comprensione, come nel periodo classico, tra il quinto e il quarto seco-
lo a.C.; momenti di sudditanza e di pedissequa imitazione,
come nel periodo ellenistico, dal terzo al primo secolo a.C.
  Non mancarono tuttavia atteggiamenti estranei, se non antiteti-
ci, alle concezioni figurative greche, soprattutto quando queste non
erano congeniali alle tendenze espressive etrusche e quindi non
sentite e incomprese. E furono proprio quelle tendenze, insieme
alle finalit pratiche del quotidiano, che indussero gli Etruschi a
trascurare, o a relegare in secondo piano, certe forme d'espressio-
ne artistica, come l'architettura e la statuaria, e a privilegiarne al-
tre, come la coroplastica, ossia l'arte della creta, la bronzistica, a
quella connessa, e le cosiddette arti minori, come la piccola pla-
stica, la ceramica, l'oreficeria, la toreutica. Con risultati spesso di
notevole perfezione tecnica e non di rado d'elevato valore formale.
25. L'architettura.
  Fatta eccezione per le mura di fortificazione (e per le porte che
in esse s'aprivano) elevate con tecniche diverse, a difesa delle cit-
t, l'architettura degli Etruschi si risolse pressoch interamente 
nell'unica tipologia edilizia della casa: sia stata questa l'abitazio-
ne domestica (la casa degli uomini), il tempio (la casa delle divi-
nit), o la tomba (la casa dei morti). Sono infatti questi tre tipi edi-
lizi i soli esempi d'architettura superstiti nei territori dell'Etruria,
n di altri v' traccia nelle fonti scritte o figurate.
  Purtroppo, delle abitazioni domestiche e dei templi non sono
rimasti che gli avanzi dei muri di fondazione o delle parti basa-
mentali, che di per s consentono di ricostruire solo le piante
degli edifici. Ci per via dell'uso di materiali leggeri e facilmente
deperibili, quali i mattoni crudi e il legno, nell'elevato dei muri,
contro l'impiego della pietra (tufo vulcanico, travertino, arenarie)
nelle parti inferiori. Una ricca documentazione  invece rimasta
delle tombe, per via delle finalit stesse dei monumenti desti-
nati a durare, sia come dimora perpetua dei defunti sia come me-
moria perenne delle loro famiglie; donde l'uso di scavarli sotto-
terra oppure di costruirli interamente di pietra o di ricavarli inta-
gliando pareti rocciose.
  L'architettura che conosciamo  dunque pressoch esclusiva-
mente funeraria. Ma essa  anche un'architettura in negativo,
visto che nella maggior parte dei casi fu realizzata con l'escava-
zione e l'intaglio piuttosto che con la vera e propria costruzione.
Essa fu per cos strettamente legata alla vera architettura, attra-
verso l'imitazione e la ripetizione delle sue forme essenziali, ester-
ne e interne, che pu valere utilmente a ricostruire, almeno nel-
la sostanza, le caratteristiche degli edifici andati irrimediabilmen-
te perduti. Soprattutto per quel che riguarda la casa, dal momento
che la tomba, intesa come dimora del morto, veniva realizzata sul
modello dell'abitazione dei vivi.
26. Le tombe e le case.
  I pi antichi esempi di tombe d'aspetto monumentale ripeto-
no solitamente il tipo del sepolcro a pianta circolare largamente
attestato nel mondo mediterraneo, costruito con grandi blocchi di
pietra e coperto con la falsa cupola ottenuta dalla progressiva
sporgenza verso l'interno dei filari dei blocchi, fino alla chiusura
costituita da un'unica pietra o lastra terminale. Questo tipo di tom-
ba si ricollegava all'esemplare pi antico di abitazione rappresen-
tato dalla capanna di forma circolare o ellittica. Quando questa
venne abbandonata, si pass alla tomba scavata sottoterra, prima
a un solo ambiente poi a pi camere. Il nuovo tipo, variamente
presente nei diversi luoghi a seconda delle epoche,  riconducibi-
le a una planimetria caratterizzata da un ambiente centrale acces-
sibile da un lungo corridoio al di l del quale si disponevano gli
altri ambienti. Questo era lo schema stesso della casa quando, sul
finire del settimo secolo a.C., alla capanna rettangolare, eventualmen-
te suddivisa in due nel senso della lunghezza, si sostitu il tipo
d'abitazione caratterizzato da due o tre ambienti affiancati e pre-
ceduti da una sorta di atrio o vestibolo oppure da una corte sco-
perta disposta in senso trasversale.
  Di un tale tipo di casa sono stati rinvenuti importanti resti negli
scavi dell'abitato di Acquarossa, presso Viterbo, riferibili a un pe-
riodo compreso tra la fine del secolo settimo e la fine del secolo sesto a.C.,
quando il medesimo schema appare fedelmente ripetuto nelle
tombe a camera sormontate dai grandi tumuli di terra nella necro-
poli di Cere. A un'epoca pi recente, cio al quinto secolo a.C., si da-
tano invece i resti di case ritrovati a Marzabotto (la citt colonia-
le sull'Appennino tosco-emiliano), i quali ci documentano una
fase evolutiva del tipo. Lo schema di queste case risulta infatti ca-
ratterizzato dalla successione, su un unico asse longitudinale, di un
corridoio di penetrazione dalla strada, di una corte centrale con
un grande vano sul fondo e di diversi ambienti, affiancati sui lati
del corridoio o della stessa corte.
  Anche di questo schema si ritrovano puntuali esempi nelle
grandi tombe gentilizie coeve, formate da pi camere disposte at-
torno a un ambiente centrale. Esso ci si presenta poi con forme an-
cora pi evolute in altri resti di abitazioni, d'et ellenistica, rinve-
nuti nella citt di Roselle, organizzati attorno a veri e propri cor-
tili, che negli esempi pi ricchi sono porticati. Tutto induce perci
a ritenere che gli antichi non avevano torto nell'attribuire agli Etru-
schi l'invenzione della casa ad atrio, ampiamente diffusa a Roma
e nel mondo italico ed egregiamente documentata, nelle fasi fina-
li della sua evoluzione, a Pompei.
  Per quanto riguarda l'aspetto esterno delle case, cio la parte
pi propriamente architettonica, non c' che da rifarsi all'archi-
tettura funeraria. In particolare, alle tombe a dado delle necropoli
di Cerveteri e di Orvieto che, a partire dalla fine del sesto secolo a.C.
furono interamente costruite in superficie con filari di blocchi squa-
drati di pietra, e a quelle che poi le imitarono, fino in epoca molto
avanzata, tutte intagliate nella roccia tufacea delle necropoli ru-
pestri del Viterbese. Sulla base del fondamentale principio di cor-
rispondenza tra la casa e la tomba, si pu legittimamente attribui-
re alle case lo stesso aspetto esterno di quelle tombe, sia pure per
linee generali e soprattutto dal punto di vista dei volumi e delle
proporzioni. Ne deriva che le costruzioni dovevano essere carat-
terizzate da un prevalente orizzontalismo, cio da uno sviluppo
molto pi accentuato in estensione che in altezza, e che esse do-
vevano essere preferibilmente tra loro affiancate e adiacenti, riu-
nite in isolati che s'affacciavano sulle strade con prospettive ret-
tilinee e continue.
  Per quel che riguarda la tecnica edilizia, i resti a disposizione ci
documentano il largo impiego dei mattoni crudi d'argilla, essic-
cati al sole, disposti in filari ed eventualmente combinati con
montanti e travature di legno e poggiati su uno zoccolo di blocchi
di pietra squadrata o di grossi ciottoli; oppure l'uso di murature
leggere, formate di pietre minute chiuse entro intelaiature lignee
e rivestite all'esterno da un'intonacatura d'argilla. Quanto alle
coperture, sono documentati fin dalla fine del settimo secolo a.C. i tet-
ti a due spioventi rivestiti di tegole, ma accanto ad essi, anche sul-
la scorta delle gi ricordate tombe a dado,  lecito pensare a co-
perture in piano, a terrazza.
27. Il tempio.
  Oltre a quest'architettura domestica e funeraria, piuttosto sem-
plice e modesta, e forse in assenza d'una vera e propria edilizia
pubblica (della quale non sappiamo praticamente nulla), il solo
altro edificio che si conosca del mondo etrusco  il tempio: l'uni-
co, o di gran lunga il principale, che sembra aver comportato un
certo impegno di tipo architettonico. Anche in questo caso ci si
trova di fronte per a soluzioni piuttosto elementari. Almeno da
quel che risulta dagli scarsi resti monumentali e, indirettamen-
te, da riproduzioni e modelli (come i piccoli tempietti votivi di
terracotta, certe urne cinerarie e certe facciate di tombe rupestri) o
da rappresentazioni figurate. Ma anche da notizie di fonti lettera-
rie romane tra le quali soprattutto il trattato sull'architettura di
Vitruvio che, a proposito d'un certo tipo di tempio, parla di ordi-
namenti tuscanici, cio etruschi.
  Mettendo insieme questa eterogenea documentazione e lascian-
do da parte gli esempi pi antichi che s'identificano con la casa ad
unico ambiente rettangolare (se mai, arricchito di un piccolo por-
tico a due colonne sul davanti) e quelli che seguono da vicino il
modello di tempio greco, l'edificio templare etrusco appare an-
ch'esso derivato dal tipo di casa ad ambienti affiancati e preceduti
da un vestibolo. Definitosi nel corso del sesto secolo a.C. e rimasto
poi sostanzialmente inalterato, tale edificio era caratterizzato da
una pianta quasi quadrata, occupata per met da una cella tripar-
tita (oppure da un ambiente centrale fiancheggiato da due "ali") e
per l'altra met da un pronao, con colonne, generalmente compre-
so tra i prolungamenti dei muri laterali della cella. La copertura
era a tetto displuviato, assai basso, ampio e pesante, molto spor-
gente sui muri laterali e sulla facciata dove dava luogo a un fron-
tone triangolare aperto e munito all'interno, in corrispondenza del
pronao, d'un tettuccio spiovente sul davanti.
  Tutta la costruzione era realizzata in muratura leggera, con l'im-
piego dei mattoni crudi e del legno, mentre le fondazioni e la par-
te basamentale (ed eventualmente le colonne) erano di pietra. Alla
struttura lignea del tetto era legato un complesso ed elaborato si-
stema di elementi di rivestimento in terracotta, che ad una funzio-
ne primaria di protezione contro gli agenti atmosferici ne aggiun-
geva una secondaria di carattere decorativo mentre assolveva ad
un esplicito intento di comunicazione ideologica. I diversi ele-
menti erano infatti variamente ed opportunamente figurati, in ri-
lievo e anche in tutto tondo, e completati da una dipintura forte-
mente policroma. Ottenuti per lo pi con un tipo di lavorazione in
serie mediante uso di matrici o stampi, oppure, ma pi limitata-
mente, con singoli interventi di modellazione e di ritocco, questi
elementi (gi presenti sullo scorcio del settimo secolo a.C. in edifici
privati d'una certa importanza) si fissarono anch'essi in maniera
canonica nel corso del sesto secolo. I pi importanti erano le lastre
di copertura delle travi (dette in latino antepagmenta) con una de-
corazione a bassissimo rilievo consistente in scene figurate e col-
locate in modo da formare fregi continui; poi le lastre pi com-
plesse (dette, sempre in latino, simae), che davano luogo a una sor-
ta di cornice in aggetto, formate da una sezione orizzontale liscia
che poggiava sulle travi oblique dei frontoni e da una sezione ver-
ticale che rimaneva in vista, e decorate con motivi ornamentali;
quindi le lastre, pure figurate in rilievo, poste alle testate delle
grandi travi longitudinali interne che sostenevano il tetto sporgen-
do vistosamente in facciata entro la gabbia frontonale. Veniva-
no poi gli elementi pi propriamente plastici: le antefisse, col-
locate sull'orlo del tetto e applicate alle tegole curve terminali
d'ogni filare, che dal semplice diaframma con una palmetta di-
pinta arrivarono presto alle teste in rilievo (soprattutto di satiri e
menadi), libere oppure circondate da un nimbo a conchiglia, e
alle figure intere, sempre in rilievo e anche a gruppi; e gli acroteri,
grandi elementi pure a rilievo, traforati, con motivi vegetali oppu-
re a tutto tondo, con figure isolate o in gruppo, collocati ai vertici
del triangolo frontale, sulla fronte degli spioventi e anche sulla li-
nea di colmo del tetto.
  Con questa complessa, varia e ricca serie di rivestimenti fittili,
gli Etruschi dettero alle loro costruzioni una forte impronta di ric-
chezza e d'esuberanza, sottolineata e accentuata dalla fantasia dei
motivi e dalla loro ritmica ripetizione, dall'estesa e vivace poli-
cromia, dal gioco continuo delle luci e delle ombre e dalla frasta-
gliatura dei contorni. Basso, pesante, largo e tozzo - secondo la
testimonianza di Vitruvio - sovraccarico dell'apparato di rivesti-
mento, il tempio etrusco era tutto dominato dagli elementi plasti-
ci e cromatici. Quella che restava in secondo piano era la parte ar-
chitettonica, completamente soverchiata e come ridotta a mera
funzione di supporto. In sostanza, nemmeno l'edificio templare,
vincolato, forse per motivi rituali, a una sostanziale elementariet
ed uniformit tipologica nella disposizione planimetrica, nelle
proporzioni delle parti e nella distribuzione interna, muoveva da
un concetto architettonico, come invece fu nel caso degli ela-
borati e codificati ordini dell'architettura greca. N questi fu-
rono accolti nel mondo etrusco che invece dall'architettura greca
deriv in maniera eclettica e incongruente singoli aspetti e motivi
esteriori, sempre variamente ed estrosamente alterati. Quanto al
cosiddetto ordine tuscanico, in realt esso si ridusse a un tipo di
colonna col fusto liscio, il capitello a cuscino bombato e la base
circolare, molto simile alla colonna cosiddetta proto-dorica con la
quale potrebbe aver avuto comuni e antiche matrici mediterranee.
  Si deve aggiungere che nel tempio fu anche assente qualsiasi
concetto di spazio, sia nel senso greco dell'edificio inteso come
volume inserito nello spazio naturale, sia e ancor meno, nel senso
romano, dell'organismo che crea spazio - spazio interno - esso
stesso. Ne risult una pura e semplice architettura di facciata, con
un'unica veduta frontale e scarso o nullo interesse per ogni solu-
zione architettonica della parte posteriore trattata al massimo come
ripetizione semplificata di quella anteriore, essendo d'altro canto
le vedute laterali, comunque separate, ridotte al puro aspetto de-
corativo. Ci forse anche in rapporto alla gi accennata origine ri-
tuale del tempio, derivato dalla sovrapposizione della cella a una
terrazza augurale da dove si prendevano gli auspici secondo le
norme della disciplina che, tra l'altro, escludeva dall'osserva-
zione la parte posteriore della terrazza stessa.
28. La scultura.
  Le tendenze di fondo della produzione artistica degli Etruschi
- immediatezza ed espressivit, ricerca dell'effetto e rapidit d'e-
secuzione - trovarono forse la pi eloquente manifestazione nella
scultura. Questa fu infatti essenzialmente frutto del lavoro di
plasticatori, cio di artisti che si dedicarono in particolar modo
alla modellazione della creta, sia che le loro opere fossero desti-
nate a rimanere nella creta stessa trasformandosi, attraverso un
delicato procedimento di cottura, in quelle che perci chiamiamo
terrecotte, sia che esse dovessero essere poi fuse nel bronzo, attra-
verso il passaggio per la fase intermedia della cera. Ci non signi-
fica che nella produzione scultorea degli Etruschi manchino i la-
vori in pietra. Questi furono invece sempre presenti, a partire dal-
la seconda met del settimo secolo a.C. quando si datano le statue del
tumulo della Pietrera di Vetulonia che costituiscono il primo
esempio di grande scultura, e fino alla fine del ciclo artistico del-
l'Etruria caratterizzato dalla cospicua produzione di sarcofagi la-
pidei e di innumerevoli urne cinerarie in travertino e in alabastro
Manc piuttosto la statuaria, ossia la scultura per eccellenza: quel
la che, tratta fuori dal blocco informe di pietra o di marmo, nasce
per via di togliere, come diceva Michelangelo, e si contrappo-
ne all'opera modellata in creta che nasce per via d'aggiungere.
Essa rest fondamentalmente estranea alla cultura artistica degli
Etruschi e prima ancora alla loro sensibilit. Non  senza signifi-
cato il fatto che nella stessa lavorazione della pietra fu del tutto
ignorato il marmo, nonostante fossero disponibili i pregiati giaci-
menti delle Alpi Apuane, rimasti inutilizzati fino all'et romana.
Furono invece preferiti i materiali leggeri, quali i tufi, le arenarie
gli alabastri, cio le pietre che si prestavano a un trattamento faci-
le e immediato e che nella lavorazione e soprattutto nella resa
consentivano di non allontanarsi troppo dagli effetti propri della
lavorazione della creta. Senza tuttavia che nella produzione lapi-
dea, salvo rare eccezioni, siano state mai raggiunte quell'origina-
lit e quella freschezza d'espressione che nella creta furono inve-
ce tutt'altro che rare.
  La sostanziale assenza d'un autentico senso scultoreo condi-
zion anche la produzione delle opere in rilievo su pietra, pure am-
piamente documentate, soprattutto nel settore funerario: dalla lun-
ga serie dei cippi e delle urne cinerarie arcaiche di Chiusi (con
scene di funerali, di banchetti, danze e gare atletiche) alle numero-
se stele, pure del periodo arcaico, di Fiesole e di Volterra e a quel-
le pi recenti di Felsina (con raffigurazioni del defunto, della sua
vita terrena e del suo viaggio agli Inferi); fino alle innumerevoli
urne cinerarie d'et ellenistica, di Perugia, di Chiusi, di Volterra
(con scene tratte dalla mitologia greca e dall'epica o allusive alla
vita e al viaggio del defunto nell'aldil).
  In tutte queste opere, il rilievo attinge piuttosto alle caratteristi-
che della pittura che a quelle della scultura, sia pure con le varia-
zioni di gusto e di stile che contraddistinsero le diverse epoche.
Cos, nel periodo arcaico, esso fu concepito in senso prevalente-
mente disegnativo e realizzato con un'esecuzione molto bassa,
raffinatamente miniaturistica e descrittiva e con effetti d'insisten-
te linearismo. In et ellenistica esso mosse invece da intenti pre-
valentemente coloristici e venne reso con un'esecuzione da vero e
proprio altorilievo, privilegiando composizioni agitate e affolla-
te, dagli effetti chiaroscurali anche assai accentuati. In ogni epoca
poi, gli effetti pittorici furono completati e sottolineati dall'uso, an-
che piuttosto vivace, del colore la cui importanza era tale che esso
non s'aggiungeva alla forma ma a quella era intimamente legato,
al punto che senza il colore la forma stessa sarebbe stata inconce-
pibile.
  Per quel che riguarda i motivi ispiratori, mancando quelli pro-
fani (eventi storici, celebrazione di benemerenze civiche o di
doti atletiche, scene di genere, ecc.), essi erano tratti quasi esclu-
sivamente dalla sfera sacrale e da quella funeraria e furono condi-
zionati da finalit ben precise. L'attenzione fu infatti tutta con-
centrata nel soggetto e nel suo significato, mentre furono escluse
le ricerche formali e ignorati i problemi estetici e della finitura ar-
tistica. Gli scultori etruschi rimasero insomma estranei al proces-
so razionale attraverso il quale gli artisti greci arrivarono alla con-
quista della forma figurativa e alla teorizzazione di canoni d'e-
spressione. A confermarlo sta lo scarso interesse che essi mostra-
rono per il nudo: l'indagine anatomica nelle loro opere fu quasi
sempre sostituita dal gusto per le superfici lineari e le larghe volu-
metrie, come nel caso esemplare del famoso Sarcofago degli spo-
si di Cerveteri; oppure si risolse in virtuosismi calligrafici, tal-
volta capaci di avvivare e muovere le masse, come nel caso del-
l'altrettanto celebre Apollo di Veio, ma restando tuttavia fatti
isolati e privi di conseguenze. Sicch in Etruria non nacque alcu-
no stile originale n si costitu una qualsiasi scuola.
  Tutto quello che dal punto di vista della forma e delle conce-
zioni stilistiche  dato di cogliere, qua e l, nelle opere della scul-
tura etrusca non fu che il riflesso delle conquiste dell'arte greca
condivise e seguite con una certa partecipazione nella fase ioni-
ca del periodo arcaico; incomprese e banalizzate, tra conserva-
torismi e attardamenti, nel periodo classico; imitate e ridotte a
esercitazioni manieristiche, nella fase ellenistica.
29. L'Apollo di Veio.
  A riprova di tutto quello che s' detto, vale la pena di ricordare
che l'unico nome di artista etrusco giunto fino a noi  quello d'un
coroplasta, il veiente Vulca (che nel sesto secolo a.C. fu chiamato a
Roma per eseguire le statue di culto del tempio di Giove sul Cam-
pidoglio) e che  stata proprio la coroplastica a esprimere col gi
menzionato Apollo di Veio il capolavoro non soltanto della
scultura ma di tutta l'arte etrusca.
  Oggetto - fin dal momento della sua scoperta, nel 1916 - d'ap-
passionate discussioni sulla sua essenza e sulla sua originalit, la
statua dell'Apollo appare al di fuori d'ogni inquadramento. Pur
denunciando la sua derivazione da modelli greci, essa  la pi
eloquente testimonianza dell'individualit dell'opera d'arte etru-
sca. Lo stile ionico che ne costituisce il sostrato e quello atti-
co che vi s'aggiunge con nuovi elementi, appaiono al tempo stes-
so superati e rivissuti con profonda e intensa originalit. Il rendi-
mento  vigoroso e tagliente, lontano dalle morbidit ioniche, ca-
ratterizzato dal gusto per la linea elegante e insieme incisiva e
ricca di forza: ne scaturisce un'immagine pervasa di vibrante ten-
sione, manifestazione di potenza fisica e di impeto dinamico, non
senza una sorta di astrazione dalla quale emerge il volto geome-
trizzato, raffinato ed arguto.
  Con l'Apollo facevano gruppo varie altre statue i cui resti, in-
sieme alle altre terrecotte del rivestimento architettonico del tem-
pio di cui tutte facevano parte, rivelano la pi alta e originale per-
sonalit artistica a noi nota del mondo etrusco per la quale s' giu-
stamente parlato di un maestro dell'Apollo. Ma le statue di Veio
furono un fenomeno isolato. Esse costituirono certamente un pun-
to fermo della produzione artistica degli Etruschi ma non furono
la conclusione d'un processo e nemmeno il termine iniziale di un
nuovo corso; rimaste, come furono, senza conseguenze nelle ope-
re successive e perfino senza riflessi di rilievo nelle opere minori
contemporanee.
  Per quel che riguarda il resto della produzione scultorea, pur-
troppo non c' giunto molto, di sicuro, delle statue di culto che gli
scrittori romani ci assicurano numerose e tutte di terracotta. Quan-
to alle sculture devozionali raffiguranti fedeli e divinit, che si ri-
trovano a migliaia nei depositi dei santuari, assai raramente esse
s'elevarono al di sopra d'una produzione standardizzata e fatta in
serie. Non conosciamo poi nulla della scultura in legno, che pure
notizie indirette c'inducono a ritenere molto diffusa. Fortunata-
mente si sono salvati invece alcuni grandi bronzi (la Chimera di
Arezzo, il Marte di Todi, il lampadario di Cortona, la stessa Lupa
Capitolina) che sono importanti, vista la fama di bronzisti della
quale gli Etruschi godettero nel mondo antico. Databili tutti tra la
fine del secolo quinto e i primi decenni del secolo quarto a.C., essi ci 
riportano, confermandole, alle considerazioni gi fatte. In pi ci offro-
no elementi per delineare un panorama figurativo che in quel pe-
riodo fu di profondo disorientamento essendo rimasta l'Etruria
estranea al processo creativo dell'arte greca classica. Segno della
crisi fu il contrasto tra la suggestione delle forme classiche, accol-
te sia pure superficialmente nell'imitazione passiva delle novit
stilistiche, e la persistenza di motivi e di formule antiquate, deri-
vanti dall'assuefazione e dall'istintiva fedelt all'eredit del pas-
sato. Proprio questo giustapporsi senza fusione delle novit e del-
la tradizione, insieme alla sempre viva tendenza all'espressione
spontanea, fantastica e disorganica - e dunque anticlassica - furo-
no le caratteristiche della fase pi avanzata della produzione figu-
rata in Etruria. La quale s'esaur nell'eclettismo del successivo
periodo ellenistico, peraltro ravvivato dall'adesione a novit
certamente pi congeniali allo spirito etrusco quali erano - tra le
caratteristiche dell'ellenismo - il rifiuto dei canoni classici, la li-
bert strutturale, il senso del realismo, il colorismo e certa enfa-
tizzazione barocca.
  Dall'accoglimento dei modelli ellenistici dipese almeno in
parte anche la fioritura, in quest'ultimo periodo, del ritratto inteso
per non come rappresentazione fisionomica ma piuttosto come
tipizzazione. Anche in presenza di una forte caratterizzazione, le
singole notazioni non furono dirette all'evidenziazione indivi-
duale ma sfumarono deliberatamente nella genericit del tipo.
Sicch, piuttosto che di ritratto si deve parlare di rappresentazio-
ne allusiva del personaggio; ci che, ancora una volta, rispondeva
alle esigenze funzionali e concrete dell'ideologia funeraria. Cos
era stato all'inizio, con l'uso delle maschere funebri, poi, almeno
a Chiusi, con la moda dei caratteristici vasi ossuari del settimo seco-
lo a.C. - i cosiddetti canopi - dal coperchio foggiato in forma
di testa umana (alla quale s'aggiunsero talvolta le braccia e altri
particolari anatomici); cos alla fine, con la diffusa presenza della
figura del defunto rappresentato disteso sui coperchi di urne e sar-
cofagi, ma con l'attenzione quasi esclusivamente rivolta alla testa
e il corpo modellato o scolpito in maniera spesso del tutto approssimativa.
30. La pittura.
  A giudicare dai ritrovamenti, la pittura ebbe in Etruria connota-
zioni prevalentemente funerarie e pi precisamente tombali. O al-
meno, noi la conosciamo in questa dimensione. Pur essendoci in-
fatti resti di lastre fittili dipinte (come quelle provenienti da Cer-
veteri) che a guisa di pannelli dovevano decorare interni di edifici
sacri e forse anche di abitazioni, la quasi totalit delle pitture giunte
fino a noi proviene dalle necropoli. Soprattutto da quella tarqui-
niese dei Monterozzi che con le decine di tombe dipinte, databili
dal sesto al primo secolo a.C., sembra attribuire a Tarquinia un vero pri-
mato nel settore. Ma altre tombe dipinte si trovano a Veio, a Chiu-
si, a Cerveteri, a Vulci e ad Orvieto. Ci significa che anche in que-
sto campo la destinazione delle opere ebbe la prevalenza su qual-
siasi altra motivazione e che insomma anche la produzione pitto-
rica rispose a esigenze primarie che trascendevano in partenza il
puro fatto artistico.
  Come per ogni altra manifestazione del mondo figurativo etru-
sco, nemmeno nel caso della pittura  dunque possibile parlare di
un'arte fine a se stessa; n, per conseguenza, di impostazioni teo-
riche e di problemi formali, a cominciare da quello fondamentale
relativo alla trasformazione del disegno colorato in una vera e pro-
pria pittura tonale. Quanto alle finalit, messe da parte quelle re-
lative alla semplice "decorazione" destinata ad abbellire e impre-
ziosire le camere sepolcrali, esse furono strettamente connesse
alle concezioni relative al mondo dei morti e alle esigenze di pre-
stigio e di ostentazione delle famiglie gentilizie cui le tombe di-
pinte appartenevano. La realizzazione delle pitture, che per certi
versi potrebbe essere definita accidentale, rispondeva a un fine
carico d'un preciso significato che presupponeva e sottintendeva
una sorta di codice d'espressione e quindi d'interpretazione o
di lettura.
  Nel periodo pi antico, fin verso la met del quinto secolo a.C., in
base al principio magico-religioso della partecipazione mistica
tra mondo dei vivi e mondo dei morti, le pitture avevano l'intento
di ricreare - e di perpetuare - a favore del morto, quella che veni-
va ritenuta la sua dimora definitiva, l'ambiente e i modi della vita
terrena. Soprattutto i momenti pi significativi, sereni e piacevoli
e specialmente quelli pi qualificanti in ordine allo status sociale
della famiglia. Allo stesso modo, anche gli elementi secondari
(fregi, cornici, zoccolature, pannelli), che a prima vista sembrano
puramente decorativi, furono in realt indirizzati a ricostruire
l'ambiente domestico al quale, come alla casa vera e propria, allu-
devano ancor pi direttamente gli elementi architettonici (tra-
vature, soffitti, frontoncini), spesso evidenziati e sottolineati dal
rilievo.
  Tra i momenti e le scene di vita da rappresentare, le preferenze
andarono prima di tutto al simposio - il convito, destinato secon-
do la moda greca, al vino, alla piacevole conversazione, al gioco,
all'amore - essendo quella la scena pi fortemente capace d'e-
vocare e di fissare in perpetuo il rango sociale del defunto. Per
tale motivo essa veniva raffigurata sulla parete principale della
tomba che era quella di fondo. Accanto al simposio (e raramen-
te in alternativa ad esso) erano poi rappresentate le scene di movi-
mento, la caccia, le gare atletiche, i giochi, in quanto, oltre che ri-
ferirsi ai momenti di vita reale, erano ritenute suscettibili di tra-
smettere al morto qualcosa della vitalit e della forza che esse na-
turalmente esprimevano.
  Il carattere fortemente realistico delle raffigurazoni venne meno
quando, tra il quinto e il quarto secolo a.C., fu abbandonata l'idea della 
sopravvivenza dell'entit vitale del morto nella tomba e s'afferm
quella della trasmigrazione dell'anima nel regno delle om-
bre. Le pitture furono allora volte a rappresentare il destino del-
l'uomo al di l dell'esistenza terrena e le scene furono pi o meno
direttamente riferite al mondo dell'oltretomba, tenebroso e fanta-
stico, popolato di eroi mitologici, di divinit infernali e di demo-
ni, accanto ai quali si collocavano i defunti, circondati da un alone
nero e rappresentati nel loro viaggio agli Inferi oppure a banchet-
to nell'Averno. Nello stesso tempo, trasformatasi la tomba in mo-
numento e sacrario della famiglia, le raffigurazioni dei defunti
mirarono all'individualizzazione dei personaggi, indicati coi loro
nomi e con gli attributi delle loro cariche pubbliche, accompa-
gnati dai parenti e dai servi e con frequenti richiami genealogici
che esaltavano l'orgoglio nobiliare della stirpe.
  Dal punto di vista formale e stilistico, la concretezza delle esi-
genze e delle finalit port a realizzazioni legate da schemi gene-
ralizzati, diventati presto tradizionali e di moda e perci per-
sistenti e ripetuti. A prescindere, ovviamente, da fatti occasionali
connessi con le possibilit e il livello sia dei committenti sia degli
artisti; questi ultimi certamente scelti tra i pi rinomati ma diversi
tra loro per preparazione culturale e capacit creative, per tempe-
ramento e fonti d'ispirazione.
  Le raffigurazioni si disponevano generalmente in scene conti-
nue e in grandi fregi descrittivi e narrativi. Esse non tenevano con-
to della partizione delle superfici parietali ma anzi, con il loro ac-
centuato orizzontalismo, tendevano a dilatare gli spazi angusti
delle camere sepolcrali. Solo a partire dal quarto secolo a.C., ai fregi
continui si sostituirono i pannelli con scene a s stanti e i gruppi
di figure isolate, in coincidenza coll'affermarsi delle nuove con-
cezioni sul mondo dei morti e col diffondersi dei cartoni, ossia
dei modelli grafici provenienti dal mondo greco.
  L'impianto compositivo era piuttosto semplice, con un certo
prevalere del gusto per le composizioni binarie, fondate sulla
simmetria e l'opposizione delle figure. L'ambientazione era in
genere soltanto allusiva e resa con pochi elementi rappresentativi
talvolta indugiando in particolari descrittivi anche di carattere na-
turalistico. Raramente essa divent dominante e in ogni caso non
si tradusse mai in una vera e propria visione spaziale. La figura
umana rest quindi assolutamente prevalente, tanto da superare
spesso i limiti del fregio per invadere in altezza buona parte della parete.
  Nell'ambito d'una impostazione grafica e compositiva cos co-
mune e ripetuta, non mancarono caratteristiche e particolarit tali
da distinguere le diverse realizzazioni. Cos, a raffigurazioni d'u-
na certa grandiosit se ne accompagnarono altre contrassegna-
te da minuzia descrittiva ed episodica; a soluzioni ingenue e per-
fino banali si contrapposero invenzioni di grande perizia e raffi-
natezza; all'infittimento delle figure s'altern la spaziatura scan-
dita da elementi ritmici, per lo pi vegetali, che rientravano nella
figurazione diventandone parte integrante.
  Il rendimento delle immagini fu dapprima, e lungamente, basa-
to sul disegno completato dal colore. Questo era impiegato con
criteri convenzionali che assegnavano, ad esempio, il rosso bruno
alle carni degli uomini e il bianco a quelle delle donne, mentre il
rosso scuro e il bruno venivano dati agli elementi di rappresenta-
zione strutturale, quali mensole, travi, colonne e capitelli. L'ac-
coppiamento disegno-colore si realizzava in maniera assai sem-
plice, con la coloritura uniforme delle superfici delimitate da una
netta e pesante linea di contorno, nera e pi o meno continua, che
disegnava le figure dando a esse corposit e consistenza. La stes-
sa linea divideva inoltre le superfici interne d'una figura in settori
diversi dalla cui colorazione regolare e totale scaturiva, per giu-
stapposizione o per contrasto, un notevole effetto cromatico. I co-
lori erano piuttosto limitati nelle tonalit e nella gamma: in un pri-
mo tempo furono il rosso, il nero, il bianco (talvolta anche il gial-
lo); poi a questi s'aggiunsero il verde e il blu. Sempre essenziale
rimase la funzione del contorno lineare. Esso non scomparve del
tutto nemmeno quando, nel periodo pi tardo e sotto l'influenza
delle conquiste della grande pittura greca, s'allegger notevol-
mente e, da limite della composizione e sostegno dell'immagine,
pass a farsi suggeritore di volumi e a scorporarsi per lasciare il
compito di creare le figure al colore, a sua volta stemperato in toni
tendenti alle mezze tinte diluite e sfumate, all'ombreggiatura e al
chiaroscuro.
  La fatica di staccarsi dalla tradizionale impostazione disegnati-
va delle loro opere fu comunque tale per i pittori etruschi che non
di rado le espressioni coloristiche convissero senza fondersi con
quelle disegnative. Come nel caso, emblematico, delle coppie con-
viviali raffigurate nella Tomba degli Scudi a Tarquinia, databi-
le alla seconda met del quarto secolo a.C., in cui ai volti femminili
realizzati esclusivamente in termini coloristici, s'affiancano le fi-
gure maschili (e gli stessi corpi di quelle femminili) espressi an-
cora in termini puramente disegnativi.
  Dal punto di vista stilistico, le formule furono quanto mai varie
e a volte interpretate con accenti del tutto personali. Anche nella
pittura, com' ovvio, emersero le peculiarit che contraddistinse-
ro l'intera produzione figurata degli Etruschi; ma in questo caso,
e soprattutto durante il periodo arcaico, esse assunsero un'eviden-
za tutta particolare. Tipiche furono la predilezione per le compo-
sizioni sbrigliate e la propensione alla vivacit e al movimento, la
sottolineatura arguta dei tipi e l'accentuazione del caratteristico, il
gusto per le enfatizzazioni e le esagerazioni espressive. Ne deri-
varono, insieme, freschezza e vivacit, espressioni di forme in-
composte, violente e perfino aggressive; mai per scadenti nel
bozzettismo. Anche perch si cominciava spesso con un dise-
gno preparatorio, a volte continuo e sommario, per delimitare solo
l'insieme della scena e dei gruppi; a volte tormentato e dettaglia-
to, fino a tracciare la sagoma delle figure e i particolari interni. Il
processo creativo avveniva dunque con una certa gradualit che
segni di pentimento e varianti grafiche, di quando in quando ri-
scontrabili rispetto al disegno originario, rendono ancora oggi
evidenti, mentre denotano l'autonomia dell'artista nei confron-
ti dei modelli. La spontaneit dell'opera era peraltro agevolata e
addirittura richiesta dalla tecnica a fresco delle pitture che per
sua natura  rapida e immediata e perci congeniale al tempera-
mento etrusco.
  Naturalmente, pure nella pittura fu sempre costante il condizio-
namento e la sudditanza formale ai modelli greci. Anche se forse
pi che in altre espressioni artistiche, rimase in essa dominante
quella sorta di assuefazione che alle novit provenienti dall'ester-
no opponeva tutto il peso della tradizione. In ogni caso, dopo le
prime esperienze, vissute nel quadro della cultura orientalizzante
sotto gli influssi dell'arte cretese e corinzia, si pass alla parteci-
pazione diretta al grande movimento internazionale del sesto secolo
improntato allo stile ionico; quindi, nei primi decenni del quinto seco-
lo, alle timide innovazioni suggerite dallo stile severo attico.
Poi, dopo un lungo periodo caratterizzato dalla persistenza di sche-
mi e formule arcaiche, s'arriv, nel corso del quarto secolo, ai riecheg-
giamenti manieristici della grande pittura classica, dove la pura
imitazione si sostitu a qualsiasi velleit di ricreare dall'interno le
formule superficialmente acquisite. Infine, l'esperienza pittorica
degli Etruschi si concluse con l'eclettismo iconografico e stilisti-
co del periodo ellenistico, fra il terzo e il primo secolo a.C. quando, rotto
ogni rapporto con l'eredit del passato, s'introdussero anche mo-
tivi di decorazione secondaria (fregi d'armi, elementi architet-
tonici, teorie e combattimenti di animali fantastici, ecc.), derivati
dalle scuole macedoni e asiane attraverso la mediazione di Taran-
to, nei quali soprattutto furono messi in atto, sia pure come palli-
do riflesso di ben altre conquiste, tentativi stilistici di carattere il-
lusionistico, prospettico e coloristico.
31. Le arti minori.
  La produzione artistica degli Etruschi, come s' gi accennato,
per le sue intrinseche caratteristiche fondamentalmente artigia-
nali, per la destinazione delle opere, per i condizionamenti ideo-
logici e sociali, per la mentalit stessa dei committenti e degli
esecutori, sarebbe tutta da ricondurre, salvo rare eccezioni, nella
sfera di quella che viene comunemente chiamata arte minore.
Ma ci non avrebbe alcun significato giacch, a prescindere dalla
constatazione che talvolta quest'arte minore riusc ad elevarsi
fino a livelli di grande arte, comunque la si voglia considerare,
 certo che essa si configura nel suo insieme come la tipica espres-
sione artistica del mondo etrusco. E che essa trasse la sua forza e
la sua efficacia espressiva proprio da quei motivi di spontaneit,
d'immediatezza, di disorganicit, d'incoerenza che porterebbero,
erroneamente, a una valutazione riduttiva e dequalificante. Tutta-
via, avendo gi detto di quella che viene considerata la grande
arte, occorre almeno accennare ad altre categorie di opere che, a
questo punto, di minore hanno soltanto le dimensioni. Tant'
vero che tra di esse  possibile trovare manifestazioni fra le pi si-
gnificative e originali di tutta l'arte etrusca e che sono proprio
queste opere, pi ancora che quelle di proporzioni maggiori, a of-
frirci nel loro complesso - e in maniera pi sicura e diretta - la
misura del gusto dominante e delle capacit inventive delle bot-
teghe e dei singoli maestri. In esse, insomma, si riassumono e si
evidenziano tutte le caratteristiche che qualificano e distinguono
la produzione figurata degli Etruschi.
  Un posto di rilievo fu occupato dalla piccola plastica, di terra-
cotta e di bronzo. Si tratt d'una produzione che non andava oltre
il fine dell'esteriorit decorativa e del servizio alle esigenze devo-
zionali, ma in essa ebbero modo d'esprimersi pi evidenti i carat-
teri di libert, di vivacit, di spontaneit; accentuati nelle fasi pi
antiche, e generalmente nella produzione in terracotta (nella qua-
le prevalsero le tendenze primitive antistilistiche e schemati-
che), maggiormente contenuti nei periodi successivi e soprattutto
nella produzione in bronzo, di solito pi raffinata e portata alla
scrupolosit dei ritocchi e alle minuzie dei particolari.
  Alla produzione in bronzo appartenne anche il vasto settore de-
gli arredi e delle suppellettili di lusso (candelabri, tripodi, incen-
sieri), specialmente notevole durante l'et arcaica, nel sesto e quinto se-
colo a.C., quando s'affermarono le botteghe di Vulci, ma vivo e
vitale fino ad epoca tarda. Mentre per nel periodo arcaico l'orna-
mentazione figurata era frutto d un processo creativo originale,
pur nell'ambito delle dominanti influenze ioniche, nel periodo
pi tardo essa fin con l'orientarsi decisamente verso l'imitazione
dei modelli greci, classici ed ellenistici, sicch l'adozione di sche-
mi stranieri in funzione strettamente decorativa si tradusse in
un semplice fenomeno di moda, interessante piuttosto la storia
del gusto che quella dell'arte.
  Accanto alla produzione assai estesa dei bronzi fusi, partico-
larmente importante fu la lavorazione dei bronzi laminati, con
oggetti decorati da figurazioni ottenute dapprima con la tecnica
dello sbalzo (cio con la martellatura a freddo del metallo dal ro-
vescio, in modo da far risaltare il disegno in rilievo al dritto), e poi
sempre pi spesso in quella dell'incisione. Questa venne special-
mente impiegata per decorare le superfici di specchi, teche, cofa-
netti, ecc. e fu caratterizzata dalla pesante e larga linea di contor-
no disegnante le figure che solo tardi e a stento perse di consisten-
za e corposit riducendosi in qualche caso fino al graffito.
  Ci furono poi la ricca produzione degli intagli, in avorio e in
osso (particolarmente fiorente e raffinata nei periodi orientaliz-
zante ed arcaico), e quella delle gemme incise sulle pietre dure a
rilievo negativo. Quanto alla produzione degli oggetti in legno,
essa  andata irrimediabilmente perduta, ma stando alla predile-
zione degli Etruschi per i materiali leggeri, dovette essere sempre
molto abbondante.
32. La ceramica.
  Un'altra produzione di particolare rilievo fu quella della cera-
mica. Essa trov nella fabbricazione del bucchero, tra la met cir-
ca del secolo settimo e i primi decenni del secolo quinto a.C., il suo aspetto
pi originale e interessante, tanto da potersene parlare come della
produzione di una ceramica nazionale. Ci soprattutto per quel
che riguarda lo speciale modo di fabbricazione e di cottura dei
vasi che determinava l'inconfondibile e caratterizzante colore
nero lucido delle superfici. Ma anche per la tipologia vascolare e
per la decorazione, dato che i condizionamenti della ceramica
greca che portarono all'imitazione di forme particolarmente for-
tunate e all'estrema sottigliezza delle pareti (nella fase pi antica
del bucchero sottile, prodotto a Cere, a Tarquinia, a Vulci), la-
sciarono pur sempre un certo margine all'inventiva e al gusto per
le forme particolari e bizzarre. Nell'ultima fase di produzione poi,
nei primi decenni del quinto secolo, si arriv al bucchero pesante di
Chiusi, con grandi vasi figurati e decorati anche in rilievo, dall'a-
spetto un po' greve e dalle pareti assai spesse. Quanto alle decora-
zioni, esse furono dapprima incise e graffite con semplici motivi
ornamentali di tipo geometrico o animalistico, ma non manca-
rono quelle plastiche, applicate, e quelle eseguite a stampo, fino
alle scene figurate, a rilievo, degli esemplari pi tardi.
  A differenza del bucchero, la ceramica dipinta fu invece pres-
soch interamente d'imitazione nei confronti di quella greca i cui
prodotti originali furono sempre assai apprezzati e diffusissimi
in Etruria. Senza contare che nell'et arcaica ci furono cerami-
sti greci che operarono direttamente nelle stesse citt etrusche, in
particolare a Cere e a Vulci, dando vita a fiorenti botteghe locali.
  Dopo l'iniziale produzione di vasi nello stile geometrico, tra
gli ultimi decenni del secolo settimo e la met del secolo sesto a.C., si
pass cos a quella molto diffusa e largamente esportata dei vasi
cosiddetti etrusco-corinzi, nello stile orientalizzante della ce-
ramica di Corinto, con le caratteristiche file di animali in fasce so-
vrapposte. Nella seconda met del sesto secolo subentr la produ-
zione dei vasi che imitavano la ceramica greco-orientale, soprat-
tutto ionica; quindi, a partire dalla fine dello stesso secolo, quella
che imitava la ceramica attica, prima nella tipica tecnica delle fi-
gure nere e poi, nel corso del quinto secolo, delle figure rosse. Questa
produzione continu anche nel quarto secolo a.C., con varie deriva-
zioni e con l'innesto delle influenze provenienti dalle fabbriche
della Magna Grecia che portarono, tra l'altro, all'uso delle sovra-
dipinture, dei ritocchi, dei colori diluiti e che, agl'inizi dell'et el-
lenistica, dettero vita alla singolare produzione volsiniese dei
grandi vasi rivestiti di vernice argentata. Infine, a partire dal terzo se-
colo a.C., si generalizz la produzione dei vasi interamente verni-
ciati di nero, con elementi di decorazione, anche figurata, a rilie-
vo o stampigliata.
  Resta da dire delle oreficerie che furono tra i prodotti forse pi
originali e riusciti dell'artigianato etrusco, specialmente nel perio-
do compreso tra la met del secolo settimo e la fine del secolo sesto a.C.
che vide l'ineguagliabile fioritura delle botteghe orafe di Vetulo-
nia e di Vulci. Oltrech della ricchezza e della prosperit dell'E-
truria, le oreficerie danno ancora oggi la misura del gusto, della
fantasia e delle capacit tecniche degli artigiani. In esse, dietro
l'intensa sollecitazione delle manifestazioni del lusso e della raf-
finatezza dell'Oriente mediterraneo, ebbe modo di trionfare la na-
turale propensione degli Etruschi per il sovraccarico e gli effetti
enfatici, con l'esuberante incontro e il fantasioso sviluppo dei mo-
tivi ornamentali figurati, vegetali e geometrici, e con l'impiego
perfetto e vario delle diverse tecniche di lavorazione, spesso com-
binate insieme. Tali tecniche andavano dall'incisione allo sbalzo,
dalla fusione alla filigrana, ma un ruolo tutto particolare ebbe
quella della granulazione che mediante l'applicazione di minu-
scoli granellini d'oro saldati tra loro sulla superficie di laminette
pure d'oro o sulle figurine ottenute a sbalzo, valorizzava fino al li-
mite massimo lo splendore del metallo, moltiplicando l'inciden-
za della luce su di esso e ottenendone raffinatissimi effetti decorativi.
  La perfezione tecnica e stilistica della splendida fioritura del-
l'oreficeria orientalizzante e arcaica non fu pi raggiunta nei pe-
riodi successivi. I nuovi spunti d'ispirazione dell'et classica ed
ellenistica, pur presenti e operanti, si trovarono infatti di fronte al-
l'irrisolto problema del contemperare la sobriet suggerita dai
modelli greci e la tendenza all'esibizione e alla fastosit decorati-
va propria del gusto locale. Anche in questo caso si ripropose
dunque il contrasto tra le influenze formali del mondo greco e le
ricorrenti esplosioni dell'espressivit etrusca. La quale, attra-
verso la fase finale della sua produzione artistica, si consegn alla
nuova arte dell'Italia romana lasciandole in eredit soprattutto il
filone popolaresco e provinciale: quello che riaffiorir pi tar-
di, fino ad imporsi all'arte ufficia1e, dopo i primi due secoli della
nostra era, al tempo delle grandi rivoluzioni formali dell'impero
romano avviato al declino.
33. La lingua.
  Tra gli aspetti meno conosciuti del mondo etrusco, uno dei pi
fortemente problematici  quello della lingua. Non si tratta tutta-
via di un problema di decifrazione, ossia del valore fonetico da
dare a dei segni sconosciuti. Infatti i segni usati dagli Etruschi per
scrivere la loro lingua non furono altro che le lettere dell'alfabeto,
simili a quelle utilizzate nello stesso periodo, e solo con qualche
variante, dai Romani (e dai Latini in genere): quindi, in sostanza,
simili a quelle che usiamo ancora oggi. Gli Etruschi - come i La-
tini - le derivarono dall'alfabeto greco (in particolare da quello
euboico dei coloni di Ischia e di Cuma) e le adottarono con po-
chissime modifiche per adeguarle alle proprie esigenze fonetiche.
In sostanza, ne rifiutarono alcune (come quelle che rendevano il
suono della vocale o e delle consonanti sonore b e d) perch non
avevano i suoni corrispondenti; altre le impiegarono diversamen-
te (come quella per la consonante gutturale sonora g, inesistente
in etrusco, che fu presa invece per indicare la gutturale sorda c);
altre, conservate in un primo momento, le lasciarono poi cadere
nell'uso. Inoltre, essi presero una lettera dall'alfabeto (pure gre-
co) di Corinto, per esprimere un suono particolare di sibilante e
un'altra ne aggiunsero, ma soltanto verso la met del sesto secolo a.C.
(forse desunta dal sistema grafico dell'area sabina) per indicare il
suono della f che non era presente nel greco.
  Il processo di adattamento dell'alfabeto, almeno per quel che
riguarda le operazioni essenziali, non dovette durare a lungo e,
dato che le iscrizioni etrusche pi antiche finora ritrovate (a Cer-
veteri e a Tarquinia) sono databili - come s' gi detto - agli ini-
zi del settimo secolo a.C. (intorno al 700 a.C.), si deve dedurre che
gli Etruschi appresero l'alfabeto e cominciarono a scrivere nel
corso del precedente secolo ottavo. L'andamento della scrittura -
come quello offerto dal modello greco -era sinistrorso, volto cio
da destra verso sinistra; e tale rimase, generalmente, fino alla fine
della vicenda storica degli Etruschi mentre i Greci (come pure i
Romani) abbandonarono presto tale modo di scrivere passando
all'andamento destrorso che  ancora quello dei nostri giorni.
  Tenuto conto di quanto detto e delle evoluzioni grafiche inter-
venute nel corso dei secoli (come pure di certe peculiarit o va-
rianti areali) e badando a non prendere per una o il segno O che
equivale invece al theta (th) greco, o per una m il segno M che ha
invece il valore di sibilante (qualcosa di simile alla s), i testi etru-
schi si leggono tutti, senza eccessiva difficolt. Il problema sta nel
capirli. Della lingua infatti ignoriamo gran parte del vocabolario
e soprattutto la struttura e il modo di funzionare. N ci sono molte
possibilit di ricorrere a confronti con altri idiomi del mondo an-
tico, dato che l'etrusco  praticamente isolato, come gi sapevano
i contemporanei e come esplicitamente dichiara Dionisio d'Ali-
carnasso quando scrive che gli Etruschi erano a nessun altro po-
polo simili per lingua.
 L'isolamento tuttavia non  assoluto. Non mancano somiglian-
ze e correlazioni e persino comunanze con altre lingue del mon-
do mediterraneo e, in particolare, con il greco, il latino e le lingue
italiche del gruppo umbro-sabellico. Rimane il fatto che l'etrusco
non rientra, per struttura e modo di essere, in nessuno dei grup-
pi linguistici a noi noti; non ha rapporti di parentela o di affinit
con altre lingue conosciute; non ha dunque alcuna possibilit d'es-
sere inquadrato entro uno schema a noi familiare che valga a chia-
rirne il sistema e il funzionamento.
  Per spiegare l'isolamento sono state avanzate diverse ipotesi
che in genere considerano l'etrusco come una sorta di relitto
linguistico, sopravvissuto alla diffusione degli idiomi indoeuro-
pei, ma il problema di fondo resta insoluto. Cos, dato per sconta-
to che non conosciamo la lingua e che mancano sostanziosi aiuti
esterni, per riuscire a capirne qualcosa non rimane che tentare le
vie interne. Cio basarsi sull'analisi e lo studio anche compara-
to dei documenti, aiutandosi coi pochi elementi interpretativi for-
niti dalle fonti classiche e dalle pressoch insignificanti bilingui, e
servendosi per quanto possibile dell'esame delle evidenze archeo-
logiche (soprattutto quelle fornite dalle immagini) e dalle even-
tuali corrispondenze di formule ed espressioni in testi greci, latini,
umbri contemporanei e di presumibile contenuto analogo. Con la
consapevolezza che qualsiasi risultato non potr che essere par-
ziale, episodico e circoscritto.
  Purtroppo, i documenti cui s'affidano le nostre possibilit di
conoscenza (e, prima ancora, d'indagine) hanno caratteristiche
piuttosto negative, soprattutto sul piano della qualit. Andati in-
fatti perduti tutti i testi di carattere letterario, da quando, gi nel-
l'antichit, la lingua etrusca non fu pi parlata n compresa, resta-
no solo i testi epigrafici, ossia le iscrizioni. Queste sono rilevanti
quanto al numero (circa diecimila), al punto da costituire il grup-
po di gran lunga pi ingente di testimonianze scritte delle lingue
dell'Italia antica prima della latinizzazione, ma estremamente mo-
deste quanto alla lunghezza e al contenuto. Per la stragrande mag-
gioranza, si tratta di brevi e monotone iscrizioni di carattere fune-
rario, votivo e dedicatorio, e di ancor pi brevi e semplici didasca-
lie di rappresentazioni figurate. Sicch, a parte l'abbondanza dei
nomi propri, di persone o di divinit, non ci sono che piccole frasi
e poche "formule" ripetute con un linguaggio stereotipo e con un
repertorio lessicale circoscritto ad alcuni aspetti del mondo reli-
gioso e di quello dei morti e a pochi fatti riguardanti la vita privata
e familiare.
  Si deve dire peraltro che iscrizioni siffatte si traducono in gene-
re senza eccessiva difficolt, anche perch spesso le formule che
vi si trovano sono analoghe a quelle in uso presso i Greci e i Ro-
mani. La loro comprensione per serve a ben poco:  stato giusta-
mente osservato che sarebbe come se per comprendere una qual-
siasi lingua moderna, altrimenti ignota, non avessimo a disposi-
zione altro che le formulette degli ex-voto o le epigrafi delle lapi-
di mortuarie. Infatti, quando s'ha a che fare coi pochi testi appena
un po' pi lunghi e complessi, anche se si riesce quasi sempre ad
afferrarne il senso, sfugge il significato preciso di molte parole e di
intere frasi.
  Nelle iscrizioni funerarie, difficolt di questo tipo s'incontrano
quando, al di l delle indicazioni anagrafiche essenziali, ci sono
parti che ricordano episodi specifici della vita e della carriera del
defunto e che citano oggetti, riti e cerimonie del mondo dei morti.
Pur riuscendo a distinguere tali parti e a riconoscerle con suffi-
ciente approssimazione, non  possibile arrivare, ad esempio, a
circoscrivere il valore di certi termini tecnici. Lo stesso vale
per le iscrizioni di carattere religioso: quando le brevi e semplici
formule usuali diventano pi lunghe e articolate, si presentano
subito difficolt e incertezze; ad esempio, nei casi di prescrizio-
ni liturgiche e d'indicazione di cerimonie, di sacrifici, di offerte.
  Stando cos le cose, risulta evidente che la situazione riguar-
dante la lingua etrusca , allo stato dei fatti, piuttosto complessa,
sfumata e articolata. Tanto che la stessa ricorrente domanda se
l'etrusco sia stato o no svelato - e, insomma, se l'etrusco si ca-
pisce o non si capisce - non corrisponde alla giusta impostazione
del problema, se non in modo grossolano e approssimativo. Lo di-
mostra l'impossibilit di rispondere a essa, n in modo affermati-
vo n in modo negativo. Pi giusto  invece domandarsi fino a che
punto l'etrusco si capisce, e la risposta non pu essere che parzia-
le, possibilista e dinamica, nel senso che, pur rimanendo la so-
stanziale ignoranza della struttura della lingua, si pu dire che
di essa sappiamo ormai molto (e via via sempre qualcosa di pi),
ma molto altro ci  ancora ignoto.
  Quanto alle conoscenze, nel campo della fonetica ci sono noti
tutti i suoni fondamentali, sostanzialmente uguali a quelli del lati-
no e del greco, e anche certe peculiarit che sono, oltre alla gi ac-
cennata mancanza di suoni corrispondenti alla vocale o e alle con-
sonanti b, d, g; la presenza di alcuni suoni aspirati, quali quelli resi
dalle lettere ch, th, ph e dalla lettera h (in pochi casi e per lo pi al-
l'inizio della parola); la coesistenza di due suoni di sibilante indi-
cati da due lettere diverse; la mancanza di suoni consonantici dop-
pi, tranne quello (peraltro molto limitato e presto scomparso) del-
la n. Siamo a conoscenza inoltre di frequenti mutamenti di vocali,
soprattutto la a e la i che si trasformano in e (come ad esempio in
ramatha-rametha); di assimilazione di vocali in sillabe vicine
(come nel caso di Cluthumustha, dal greco Klutaimnestra); di una
generale tendenza all'uniformit del timbro vocalico (come nel
caso di fuflunsul).
  Sappiamo, ancora, di fenomeni legati all'evoluzione della lin-
gua, dalle fasi pi antiche a quelle pi recenti: la caduta della vo-
cale atona, cio senza accento (come in lautn da lautun) provoca-
ta dalla forte accentazione della sillaba iniziale, che  un' altra ca-
ratteristica dell'etrusco e che determina una forte riduzione del
vocalismo con la formazione di complessi gruppi consonantici
(come nel caso di trutnvt); la sonorizzazione delle consonanti
che precedono le vocali cadute; la tendenza alla riduzione dei dit-
tonghi a una sola vocale (come nel caso di eth da eith) e il passag-
gio dei dittonghi ai in ei (come in eiser da aiser), au ed eu in av ed
ev; la trasformazione delle consonanti occlusive sorde in aspirate
(c in ch, t in th, p in ph) e delle aspirate in spiranti ( ph in f ).
  Molto pi parziali, frammentarie e superficiali sono invece le
conoscenze che riguardano il campo della morfologia, ossia del-
l'organizzazione formale del sistema linguistico. Sappiamo co-
munque di un ampio uso dei suffissi, cio di quegli elementi che
aggiunti alla radice di una parola servono a modificarne il signifi-
cato (ad esempio: Uni = Giunone, Unial = di Giunone). Il fenome-
no  tale da determinare con frequenza un vero e proprio accumu-
lo di suffissi che modificano via via il senso della parola di base
(ad esempio, Unialthi, cio Uni-al-thi = nel-di-Giunone, ossia nel
santuario di Giunone) talch si pu classificare l'etrusco come
una lingua agglutinante. Legati a quest'uso appaiono: la forma-
zione del femminile (lautni = liberto, lautnitha = liberta), del plu-
rale (murs = sarcofago, mursl = sarcofagi), dell'aggettivo (suthi =
tomba, suthina = tombale, funerario), dell'avverbio (ci = tre, ciz =
tre volte), dei derivati (fler = sacrificio, offerta, flerchva = rito sa-
crificale o complesso delle offerte) e la stessa declinazione no-
minale. In questa infatti, al caso tematico o nominativo si con-
trappongono i casi obliqui caratterizzati da desinenze o suffissi
che indicano funzioni genetivali o di appartenenza, di attribuzio-
ne, di destinazione, di locativo, eccetera. (spur = citt, spural = della
citt, spurethi = nella citt, spureri = per la citt, eccetera.)
  Altre conoscenze si hanno al riguardo dei pronomi personali
(mi = io, mini = me), dei pronomi e degli aggettivi dimostrativi
(ca o eca = questo), degli avverbi (thui = qui, ich = come), delle
congiunzioni di tipo enclitico (-c = e: equivalente al latino -que).
Sono state poi individuate numerose radici verbali, sempre carat-
terizzate da suffissi che, con sfumature a volte difficilmente pre-
cisabili, specificano azioni diverse, specialmente del passato (sval-
ce = visse, ha vissuto; svalthas = avendo vissuto, dalla radice
sval- = vivere) e anche in senso passivo (zichuche =  stato scritto,
rispetto a zichunce = scrisse, ha scritto).
  Una conoscenza acquisita con notevole margine di sicurezza
riguarda il sistema numerale che appare di tipo decimale, simile al
latino, e con le cifre indicate, pure come in latino (e in greco), con
segni tratti in parte dall'alfabeto. Lo stesso si pu dire per i nomi
delle prime sei unit (thu = uno, zal = due, ci = tre, huth = quattro,
mach = cinque, sa = sei) mentre per le restanti unit e per le deci-
ne permangono lacune e incertezze, come nel caso di cezp e di
semph che dovrebbero valere per sette e otto, o viceversa. Inoltre
nurph  con molta probabilit nove e zathrum certamente venti.
Le altre decine si formavano col suffisso -alch (cialch = trenta, da
ci, tre) mentre oltre le decine si usavano il sistema additivo, fino
al sei (ci cialch = trentatr) e quello sottrattivo, mediante il suffis-
so -em, dal sette al nove (eslem zathrum = diciotto, cio due da venti).
  Per quel che riguarda la sintassi, cio le funzioni proprie della
struttura e della costruzione della frase, non si pu negare che ci si
trova di fronte a uno degli aspetti pi sconosciuti dell'etrusco. Al
punto che piuttosto che di conoscenze, sia pure relative, si deve
parlare di impressioni che farebbero pensare all'uso di frasi
brevi, coordinate pi che subordinate, costruite in maniera appa-
rentemente analoga a quella del latino, con il verbo in fondo, il ge-
nitivo prima del nome reggente, eccetera.
  Quanto infine al vocabolario, dato il tipo di documenti disponi-
bili, le parole note riguardano soprattutto il mondo religioso e
l'ambito funerario, i rapporti di parentela e gli elementi relativi
all'organizzazione sociale e politica. Le poche altre di diverso ge-
nere, sono del tutto occasionali. Si tratta quasi esclusivamente di
una sessantina di termini citati da autori greci e romani che ne
danno la traduzione o almeno la spiegazione, in greco o in latino.
Talvolta sono riportati nella forma originaria, talaltra in forma
grecizzata o latinizzata (drouna = comando, potere; aisar = dio;
aclus = giugno; capys = falco). Ci sono poi parole di sicura origi-
ne greca, come quelle che si riferiscono a certi tipi di vasi (qutun
da kothon, thina da deinos, aska da askos) o ai nomi del vino e
dell'olio, importati in Etruria dalla Grecia (vinum, come in latino,
da oinos; eleiva da elaiva). Quindi le parole comuni al vocabola-
rio di altre lingue italiche, specialmente il latino, l'osco e l'um-
bro (nefs etrusco e nepos latino = nipote; cletram etrusco e kletra
umbro = carrello). Infine, le parole etrusche passate nel vocabola-
rio latino (antemna, persona, favisa, mundus, histrio, atrium) al-
cune delle quali, com' facile constatare, sono sopravvissute fino
ai nostri giorni e restano addirittura in uso con lo stesso significa-
to presso di noi.
FINE.
