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RIME
DI MADONNA GASPARA STAMPA.



ALLO ILLUSTRE MIO SIGNORE

Poi che le mie pene amorose, che per amor di V. S. porto scritte in diverse lettere e rime, non han possuto, una per una, non pur far pietosa V. S. verso di me, ma farla n anco cortese di scrivermi una parola, io mi son rissoluta di ragunarle tutte in questo libro, per vedere se tutte insieme lo potranno fare. Qui dunque V. S. vedr non il pelago delle passioni, delle lagrime e de'tormenti miei, perch  mar senza fondo; ma un piccolo ruscello solo di esse; n pensi V. S. ch'io abbia ci fatto per farla conoscente della sua crudelt, perch crudelt non si pu dire, dove non  obligo, n per contristarnela; ma per farla pi tosto conoscente della sua grandezza ed allegrarla. Perch, vedendo esser usciti dalla durezza vostra verso di me questi frutti, congeturer quali saranno quelli, che usciranno dalla sua piet, se averr mai che i cieli me la faccino pietosa: o obietto nobile, o obietto chiaro, o obietto divino, poi che tormentando ancora giovi e fai frutto. Legga V. S. dunque, quando aver triegua delle sue maggiori e pi care cure, le note delle cure amorose e gravi della sua fidissima ed infelicissima Anassilla; e da questa ombra prenda argomento quali ella le debba provare e sentir nell'animo; ch certo, se accader giamai che la mia povera e mesta casa sia fatta degna del ricevere il suo grande oste, che  V. S., io son sicura che i letti, le camere, le sale e tutto racconteranno i lamenti, i singulti, i sospiri e le lagrime, che giorno e notte ho sparse, chiamando il nome di V. S., benedicendo per sempre nel mezzo de'miei maggior tormenti i cieli e la mia buona sorte della cagion d'essi: percioch assai meglio  per voi, conte, morire, che gioir per qualunque. Ma che fo io? Perch senza bisogno tengo V. S. troppo lungamente a noia, ingiuriando anco le mie rime, quasi che esse non sappian dir le lor ragioni, ed abbian bisogno dell'altrui aita? Rimettendomi dunque ad esse, far fine, pregando V. S., per ultimo guiderdone della mia fedelissima servit, che nel ricever questo povero libretto mi sia cortese sol di un sospiro, il quale refreschi cos lontano la memoria della sua dimenticata ed abbandonata Anassilla. E tu, libretto mio, depositario delle mie lagrime, appresntati nella pi umil forma che saprai, dinanzi al signor nostro, in compagnia della mia candida fede. E, se in recevendoti vedrai rasserenar pur un poco quei miei fatali ed eterni lumi, beate tutte le nostre fatiche e felicissime tutte le nostre speranze; e ti resta seco eternamente in pace.



RIME D'AMORE


1.

Voi, ch'ascoltate in queste meste rime,
in questi mesti, in questi oscuri accenti
il suon degli amorosi miei lamenti
e de le pene mie tra l'altre prime,
ove fia chi valor apprezzi e stime,
gloria, non che perdon, de'miei lamenti
spero trovar fra le ben nate genti,
poi che la lor cagione  s sublime.
E spero ancor che debba dir qualcuna:
- Felicissima lei, da che sostenne
per s chiara cagion danno s chiaro!
Deh, perch tant'amor, tanta fortuna
per s nobil signor a me non venne,
ch'anch'io n'andrei con tanta donna a paro?


2.

Era vicino il d che 'l Creatore,
che ne l'altezza sua potea restarsi,
in forma umana venne a dimostrarsi,
dal ventre virginal uscendo fore,
quando degn l'illustre mio signore,
per cui ho tanti poi lamenti sparsi,
potendo in luogo pi alto annidarsi,
farsi nido e ricetto del mio core.
Ond'io s rara e s alta ventura
accolsi lieta; e duolmi sol che tardi
mi fe'degna di lei l'eterna cura.
Da indi in qua pensieri e speme e sguardi
volsi a lui tutti, fuor d'ogni misura
chiaro e gentil, quanto 'l sol giri e guardi.


3.

Se di rozzo pastor di gregge e folle
il giogo ascreo fe'diventar poeta
lui, che poi salse a s lodata meta,
che quasi a tutti gli altri fama tolle,
che meraviglia fia s'alza ed estolle
me bassa e vile a scriver tanta pita
quel che pu pi che studio e che pianeta,
il mio verde, pregiato ed alto colle?
La cui sacra, onorata e fatal ombra
dal mio cor, quasi sbita tempesta,
ogni ignoranza, ogni bassezza sgombra.
Questa da basso luogo m'erge, e questa
mi rinnova lo stil, la vena adombra;
tanta virt nell'alma ognor mi desta!


4.

Quando fu prima il mio signor concetto,
tutti i pianeti in ciel, tutte le stelle
gli dier le grazie, e queste doti e quelle,
perch'ei fosse tra noi solo perfetto.
Saturno digli altezza d'intelletto;
Giove il cercar le cose degne e belle;
Marte appo lui fece ogn'altr'uomo imbelle;
Febo gli emp di stile e senno il petto;
Vener gli di bellezza e leggiadria;
eloquenza Mercurio; ma la luna
lo fe'gelato pi ch'io non vorria.
Di queste tante e rare grazie ognuna
m'infiamm de la chiara fiamma mia,
e per agghiacciar lui rest quell'una.


5.

Io assimiglio il mio signor al cielo
meco sovente. Il suo bel viso  'l sole;
gli occhi, le stelle, e 'l suon de le parole
 l'armonia, che fa 'l signor di Delo.
Le tempeste, le piogge, i tuoni e 'l gelo
son i suoi sdegni, quando irar si suole;
le bonacce e 'l sereno  quando vuole
squarciar de l'ire sue benigno il velo.
La primavera e 'l germogliar de'fiori
 quando ei fa fiorir la mia speranza,
promettendo tenermi in questo stato.
L'orrido verno  poi, quando cangiato
minaccia di mutar pensieri e stanza,
spogliata me de'miei pi ricchi onori.


6.

Un intelletto angelico e divino,
una real natura ed un valore,
un disio vago di fama e d'onore,
un parlar saggio, grave e pellegrino,
un sangue illustre, agli alti re vicino,
una fortuna a poche altre minore,
un'et nel suo proprio e vero fiore,
un atto onesto, mansueto e chino,
un viso pi che 'l sol lucente e chiaro,
ove bellezza e grazia Amor riserra
in non mai pi vedute o udite tempre,
fr le catene, che gi mi legro,
e mi fan dolce ed onorata guerra.
O pur piaccia ad Amor che stringan sempre!


7.

Chi vuol conoscer, donne, il mio signore,
miri un signor di vago e dolce aspetto,
giovane d'anni e vecchio d'intelletto,
imagin de la gloria e del valore:
di pelo biondo, e di vivo colore,
di persona alta e spazioso petto,
e finalmente in ogni opra perfetto,
fuor ch'un poco (oim lassa!) empio in amore.
E chi vuol poi conoscer me, rimiri
una donna in effetti ed in sembiante
imagin de la morte e de'martiri,
un albergo di f salda e costante,
una, che, perch pianga, arda e sospiri,
non fa pietoso il suo crudel amante.


8.

Se cos come sono abietta e vile
donna, posso portar s alto foco,
perch non debbo aver almeno un poco
di ritraggerlo al mondo e vena e stile?
S'Amor con novo, insolito focile,
ov'io non potea gir, m'alz a tal loco,
perch non pu non con usato gioco
far la pena e la penna in me simle?
E, se non pu per forza di natura,
puollo almen per miracolo, che spesso
vince, trapassa e rompe ogni misura.
Come ci sia non posso dir espresso;
io provo ben che per mia gran ventura
mi sento il cor di novo stile impresso.


9.

S'avien ch'un giorno Amor a me mi renda,
e mi ritolga a questo empio signore;
di che paventa e non vorrebbe, il core,
tal gioia del penar suo par che prenda;
voi chiamerete invan la mia stupenda
fede, e l'immenso e smisurato amore,
di vostra crudelt, di vostro errore
tardi pentite, ove non  chi intenda.
Ed io cantando la mia libertade,
da cos duri lacci e crudi sciolta,
passer lieta a la futura etade.
E, se giusto pregar in ciel s'ascolta,
vedr forse anco in man di crudeltade
la vita vostra a mia vendetta involta.


10.

Alto colle, gradito e grazioso,
novo Parnaso mio, novo Elicona,
ove poggiando attendo la corona,
de le fatiche mie dolce riposo:
quanto sei qui tra noi chiaro e famoso,
e quanto sei a Rodano e a Garona,
a dir in rime alto disio mi sprona,
ma l'opra  tal, che cominciar non oso.
Anzi quanto averr che mai ne canti,
fia pura ombra del ver, perci che 'l vero
va di lungo il mio stil e l'altrui innanti.
Le tue frondi e 'l tuo giogo verdi e 'ntero
conservi 'l cielo, albergo degli amanti.
colle gentil, dignissimo d'impero.


11.

Arbor felice, aventuroso e chiaro.
onde i due rami sono al mondo nati,
che vanno in alto, e son gi tanto alzati,
quanto raro altri rami unqua s'alzro:
rami che vanno ai grandi Scipi a paro,
o s'altri fr di lor mai pi lodati
(ben lo sanno i miei occhi fortunati,
che per bearsi in un d'essi miraro),
a te, tronco, a voi rami, sempre il cielo
piova rugiada, s che non v'offenda
per avversa stagion caldo, n gelo.
La chioma vostra e l'ombra s'apra e stenda
verde per tutto; e d'onorato zelo
odor, fior, frutti a tutt'Italia renda.


12.

Deh, perch cos tardo gli occhi apersi
nel divin, non umano amato volto,
ond'io scorgo, mirando, impresso e scolto
un mar d'alti miracoli e diversi?
Non avrei, lassa, gli occhi indarno aspersi
d'inutil pianto in questo viver stolto,
n l'alma avria, com'ha, poco n molto
di Fortuna o d'Amore onde dolersi.
E sarei forse di s chiaro grido,
che, merc de lo stil, ch'indi m' dato,
risoneria fors'Adria oggi, e 'l suo lido.
Ond'io sol piango il mio tempo passato,
mirando altrove; e forse anche mi fido
di far in parte il foco mio lodato.


13.

Chi dar penne d'aquila o colomba
al mio stil basso, s ch'ei prenda il volo
da l'Indo al Mauro e d'uno in altro polo,
ove arrivar non pu saetta o fromba?
e, quasi amara e risonante tromba,
la bellezza, il valor, al mondo solo,
di quel bel viso, ch'io sospiro e clo,
descriva s, che l'opra non soccomba?
Ma, poi che ci m' tolto, ed io poggiare
per me stessa non posso ove conviene,
s che l'opra e lo stil vadan di pare,
l'udranno sol queste felici arene,
questo d'Adria beato e chiaro mare,
porto de'miei diletti e di mie pene.


14.

Che meraviglia fu, s'al primo assalto,
giovane e sola, io restai presa al varco,
stando Amor quindi con gli strali e l'arco,
e ferendo per mezzo, or basso or alto,
indi 'l signor che 'n rime orno ed essalto
quanto pi posso, e 'l mio dir resta parco,
con due occhi, anzi strai, che spesso incarco
han fatto al sole e con un cor di smalto?
Ed essendo da lato anche imboscate,
s ch'a modo nessun fess'io difesa,
alla virtute e chiara nobiltate?
Da tanti e ta'nemici restai presa;
n mi duol, pur che l'alma mia beltate,
or che m'ha vinta, non faccia altra impresa.


15.

Voi, che cercando ornar d'alloro il crine
per via di stile, al bel monte poggiate
con quante si fe'mai salde pedate,
anime sagge, dotte e pellegrine,
in questo mar, che non ha fondo o fine,
le larghe vele innanzi a me spiegate,
e gli onori e le grazie ad un cantate,
del mio signor s rare e s divine:
perch soggetto s sublime e solo,
senz'altra aita di felice ingegno,
pu per se stesso al cielo alzarci a volo.
Io per me sola a dimostrar ne vegno
quanto l'amo ad ognun, quanto lo clo;
ma de le lode sue non giungo al segno.


16.

S come provo ognor novi diletti,
ne l'amor mio, e gioie non usate,
e veggio in quell'angelica beltate
sempre novi miracoli ed effetti,
cos vorrei aver concetti e detti
e parole a tant'opra appropriate,
s che fosser da me scritte e cantate,
e fatte cnte a mille alti intelletti.
Et udissero l'altre che verranno
con quanta invidia lor sia gita altera
de l'amoroso mio felice danno;
e vedesse anche la mia gloria vera
quanta i begli occhi luce e forza hanno
di far beata altrui, bench si pra.


17.

Io non v'invidio punto, angeli santi,
le vostre tante glorie e tanti beni,
e que'disir di ci che braman pieni,
stando voi sempre a l'alto Sire avanti;
perch i diletti miei son tali e tanti,
che non posson capire in cor terreni,
mentr'ho davanti i lumi almi e sereni,
di cui conven che sempre scriva e canti.
E come in ciel gran refrigerio e vita
dal volto Suo solete voi fruire,
tal io qua gi da la belt infinita.
In questo sol vincete il mio gioire,
che la vostra  eterna e stabilita,
e la mia gloria pu tosto finire.


18.

Quando i'veggio apparir il mio bel raggio,
parmi veder il sol, quand'esce fra;
quando fa meco poi dolce dimora,
assembra il sol che faccia suo viaggio.
E tanta nel cor gioia e vigor aggio,
tanta ne mostro nel sembiante allora,
quanto l'erba, che pinge il sol ancora
a mezzo giorno nel pi vago maggio.
Quando poi parte il mio sol finalmente,
parmi l'altro veder, che scolorita
lasci la terra andando in occidente.
Ma l'altro torna e rende luce e vita;
e del mio chiaro e lucido oriente
 'l tornar dubbio e certa la partita.


19.

Come chi mira in ciel fisso le stelle,
sempre qualcuna nuova ve ne scorge,
che non pi vista pria, fra tanti sorge
chiari lumi del mondo, alme, fiammelle;
mirando fisso l'alte doti e belle
vostre, signor, di qualcuna s'accorge
l'occhio mio nova, che materia porge,
unde di lei si scriva e si favelle.
Ma, s come non pu gli occhi del cielo
tutti, perch'occhio vegga, raccontare
lingua mortal e chiusa in uman velo,
io posso ben i vostri onor mirare,
ma la pi parte d'essi ascondo e celo,
perch la lingua a l'opra non  pare.


20.

Il bel, che fuor per gli occhi appare, e 'l vago
del mio signor e del suo dolce viso,
 tanto e tal, che fa restar conquiso
ognun che 'l mira, di gran lunga, e pago.
Ma, se qual  un cervier occhio e mago,
potesse altri mirar intento e fiso
quel che fuor non si mostra, un paradiso
di meraviglie vi vedrebbe, un lago.
E le donne non pur, ma gli animali,
l'erbe, le piante, l'onde, i venti e i sassi
farian arder d'amor gli occhi fatali.
Quest'una grazia agli occhi miei sol dassi
in guiderdon di tanti e tanti mali,
per onde a tanto ben poggiando vassi.


21.

- S'io, che son dio, ed ho meco tant'armi,
non posso star col tuo signor a prova,
ed  la sua bellezza unica e nova
pronta mai sempre a tante ingiurie farmi,
come a tuo pro poss'ora io consigliarmi,
e darti il modo, con che tu rimova
per via di preghi, di consiglio o carmi?
Ti bisogna aspettar tempo o fortuna,
quel saldo ghiaccio, che nel cor si trova,
che ti guidino a questo; ed altra via
non ti posso mostrar, se non quest'una. -
Cos mi dice, e poi si vola via;
ed io mi resto, al sole ed a la luna,
piangendo sempre la sventura mia.


22.

Rivolgete talor pietoso gli occhi
da le vostre bellezze a le mie pene,
s che quant'alterezza indi vi viene,
tanta quindi pietate il cor vi tocchi.
Vedrete qual martr indi mi fiocchi,
vedrete vte le faretre e piene,
che preste a'danni miei sempre Amor tiene,
quando avien che ver'me l'arco suo scocchi.
E forse la piet del mio tormento
vi mover, dov'or ne gite altero,
non lo vedendo voi, qual io lo sento;
cos pensosa io meno, e men voi fiero
ritornerete, e cento volte e cento
benedirete i ciel che mi vi diro.


23.

Grazie, che fate mai sempre soggiorno
negli occhi ch'amo, e quei poi de le prede,
che fan tante di noi, vostra mercede,
fanno il tempio d'Amor ricco et adorno,
quando scherzate a que'bei rai d'intorno
co'pargoletti Amor, che v'hanno sede,
fate fede a colui de la mia fede,
che 'n tante carte omai celebro ed orno.
E, se di Grazie avete il nome e l'opra,
fatemi graziosi que'due giri,
ch'a lo splendor del sol stanno di sopra.
E, poi c'hanno adescato i miei desiri,
fate (cos mai morte non li copra)
che non mi lascin preda de'martri.


24.

Vengan quante fr mai lingue ed ingegni,
quanti fr stili in prosa, e quanti in versi,
e quanti in tempi e paesi diversi
spirti di riverenza e d'onor degni;
non fia mai che descrivan l'ire e'sdegni,
le noie e i danni, che 'n amor soffersi,
perch nel vero tanti e tali frsi,
che passan tutti gli amorosi segni.
E non fia anche alcun, che possa dire,
anzi adombrar la schiera de'diletti
ch'Amor, la sua merc, mi fa sentire.
Voi, ch'ad amar per grazia ste eletti,
non vi dolete dunque di patire;
perch i martir d'Amor son benedetti.


25.

-Trmi - dico ad Amor talora - omai
fuor de le man di questo crudo ed empio,
che vive del mio danno e del mio scempio,
per chi arsi ed ardo ancor, canto e cantai.
Poi che con tanti miei tormenti e guai
sua fiera voglia ancor non pago od empio,
o di Diana avaro e crudo tempio,
quando del sangue mio sazio sarai? -
Poi torno a me, e del mio dir mi pento:
s l'ira, il rimembrar pur lui, mi smorza,
che de'miei non vorrei meno un tormento.
Con s nov'arte e con s nova forza
la bellezza ch'io amo, e ch'io pavento,
ogni senso m'intrica, offusca e sforza.


26.

Arsi, piansi, cantai; piango, ardo e canto;
piangero, arder, canter sempre
(fin che Morte o Fortuna o tempo stempre
a l'ingegno, occhi e cor, stil, foco e pianto)
la bellezza, il valor e 'l senno a canto,
che 'n vaghe, sagge ed onorate tempre
Amor, natura e studio par che tempre
nel volto, petto e cor del lume santo:
che, quando viene, e quando parte il sole,
la notte e 'l giorno ognor, la state e 'l verno,
tenebre e luce darmi e trmi suole,
tanto con l'occhio fuor, con l'occhio interno,
agli atti suoi, ai modi, a le parole,
splendor, dolcezza e grazia ivi discerno.


27.

Altri mai foco, stral, prigione o nodo
s vivo e acuto, e s aspra e s stretto
non arse, impiag, tenne e strinse il petto,
quanto 'l mi'ardente, acuto, acerba e sodo.
N qual io moro e nasco, e peno e godo,
mor'altra e nasce, e pena ed ha diletto,
per fermo e vario e bello e crudo aspetto,
che 'n voci e 'n carte spesso accuso e lodo.
N fro ad altrui mai le gioie care,
quanto  a me, quando mi doglio e sfaccio,
mirando a le mie luci or fosche or chiare.
Mi dorr sol, se mi trarr d'impaccio,
fin che potr e viver ed amare,
lo stral e 'l foco e la prigione e 'l laccio.


28.

Quando innanti ai begli occhi almi e lucenti,
per mia rara ventura al mondo, i'vegno,
lo stil, la lingua, l'ardire e l'ingegno,
i pensieri, i concetti e i sentimenti
o restan tutti oppressi o tutti spenti,
e quasi muta e stupida divegno;
o sia la riverenza, in che li tegno,
o sia che sono in quel bel lume intenti.
Basta ch'io non so mai formar parola,
s quel fatale e mio divino aspetto
la forza insieme e l'anima m'invola.
O mirabil d'Amore e raro effetto,
ch'una sol cosa, una bellezza sola
mi dia la vita, e tolga l'intelletto!


29.

Mentr'io conto fra me minutamente
le doti del mio conte a parte a parte,
nobilitate, bellezza, ingegno ed arte,
che lo fan chiaro sovra l'altra gente,
tale e tanto piacer l'anima sente,
che, sendo tutte le sue virt sparte,
mi meraviglio come non si parte,
volando al ciel per starci eternamente.
E certo v'anderia, se non temesse
che restasse il suo ben da lei diviso,
e men beato il suo stato rendesse;
perch 'l suo vero e proprio paradiso,
quello che per bearsi ella si elesse,
 'l mio dolce signor e 'l suo bel viso.


30.

Fra quell'illustre e nobil compagnia
di grazie, che vi fan, conte, immortale,
s'erge pi d'altra e vaga stende l'ale
del canto la dolcissima armonia.
Quella in noi ogni acerba cura e ria
pu render dolce, e far lieve ogni male;
quella, quand'Euro pi fiero l'assale,
pu render queto il mar turbato pria.
Il giuoco, il riso, Venere e gli Amori
si veggon l'aere far sereno intorno,
ovunque suoni il dolce accento fuori.
Ed io, potendo far con voi soggiorno,
a l'armonia di quei celesti cori
poco mi curerei di far ritorno.


31.

Chi non sa come dolce il cor si fura,
come dolce s'oblia ogni martre,
come dolce s'acqueta ogni desire,
s che di nulla pi l'alma si cura,
venga, per sua rarissima ventura,
una sol volta voi, conte, ad udire,
quando solete cantando addolcire
la terra e 'l cielo e ci che fe'natura.
Al suon vedr degli amorosi accenti
farsi l'aere sereno ed arrestare
l'orgoglio l'acque, le tempeste e i venti.
E, visto poi quel che potete fare,
creder ben che tigri orsi e serpenti
arrestasse anche Orfeo col suo cantare.


32.

Per le saette tue, Amor, ti giuro,
e per la tua possente e sacra face,
che, se ben questa m'arde e 'l cor mi sface,
e quelle mi feriscon, non mi curo;
quantunque nel passato e nel futuro
qual l'une acute, e qual l'altra vivace,
donne amorose, e prendi qual ti piace,
che sentisser giamai n fian, n fro;
perch nasce virt da questa pena,
che 'l senso del dolor vince ed abbaglia,
s che o non duole, o non si sente appena.
Quel, che l'anima e 'l corpo mi travaglia,
 la temenza ch'a morir mi mena,
che 'l foco mio non sia foco di paglia.


33.

Quando sarete mai sazie e satolle
del lungo strazio mio, de le mie pene,
luci, assai pi che 'l sol chiare e serene,
ch'ora illustrate il vostro amato colle?
Quando fia che non sia di pianto molle
il petto mio, ch'a gran pena sostiene
l'anima fuggitiva, or che la spene,
ch'era s poca, ancora Amor ne tolle?
Quando fia che vi vegga un d pietose,
e duri la piet vostra, e non manchi
tosto, come le lievi e frali cose?
O non fia, lassa, mai, o saran bianchi
questi crin prima, e quei sensi amorosi,
accesi or s, saranno freddi e stanchi.


34.

Sai tu, perch ti mise in mano, Amore,
gli stral tua madre, ed agli occhi la benda?
Perch quella saetti, impiaghi e fenda
i cor di questo e quel fido amatore;
e con questi non possi veder fuore
de'colpi tuoi la crudelt stupenda,
s che pietoso affatto non ti renda,
o almen non tempri l'empio tuo furore.
Che, se vedessi un d la piaga mia,
o non saresti dio, ma cruda fra,
o pietoso o men aspro ti faria.
Non vorrei gi che tu vedessi in cera
i raggi del mio sol; ch ti parria
forse a l'incontro picciola e leggera.


35.

Accogliete benigni, o colle, o fiume,
albergo de le Grazie alme e d'Amore,
quella ch'arde del vostro alto signore,
e vive sol de'raggi del suo lume;
e, se fate ch'amando si consume
men aspramente il mio infiammato core,
pregher che vi sieno amiche l'ore,
ogni ninfa silvestre ed ogni nume
e lascer scolpita in qualche scorza
la memoria di tanta cortesia
quando di lasciar voi mi sar forza.
Ma, lassa, io sento che la fiamma mia,
che devrebbe scemar, pi si rinforza,
e pi ch'altrove qui s'ama e disia.


36.

Cesare e Ciro, i vostri fidi spegli,
in cui mai sempre, signor, vi mirate,
poi ch'a seguir le lor chiare pedate
par che ciascun di lor v'infiammi e svegli,
perch, s come  stato questi e quegli
essempio di clemenzia e di pietate,
solo in questa virt v'allontanate
da que'due chiari ed onorati vegli?
Perch non ste voi mite e clemente
a me vostra prigion, vostra fattura,
come fr essi a l'acquistata gente?
Anzi forse voi ste di natura
mite con tutti, e meco solamente
d'aspra e spietata. Oh mia somma sventura!


37.

Altero nido, ove 'l mio vivo sole
prese da prima il suo terreno incarco;
onde per va pi leggero e scarco
di quel che da tutt'altri andar si suole;
i'vorrei dir, ma non so far parole
di tanti e tanti pregi, onde sei carco;
perch lo stil a l'alta impresa  parco,
e via pi a chi t'onora entro e ti cole.
Perci mi taccio, e prego 'l ciel che sempre
ti serbi un questo lieto e vago stato,
in queste care e graziose tempre;
e renda ognor pi chiaro e pi lodato
il tuo signor e mio, e ch'i'mi stempre
sempre nel mio bel foco alto e pregiato.


38.

Qualunque dal mio petto esce sospiro,
ch'escono ad or ad or ardenti e spessi
dal d che per mio sole gli occhi elessi,
ch'a prima vista a morte mi ferro,
vanno verso il bel colle, ove pur miro,
bench lontana, e vanno anche con essi
i miei pensieri e tutti i sensi stessi;
n val s'io li ritengo o li ritiro,
perch la propria loro e vera stanza
son que'begli occhi e quella alma beltade,
che prima mi destr la desianza.
O pur sieno ivi accolti da pietade!
di che non spero, poi che per usanza
vi suol sempre aver luogo crudeltade.


39.

Se con tutto il mio studio e tutta l'arte
io non posso accennar pur quanto e quale
 'l foco mio dal d che 'l primo strale
m'avent Amor ne la sinistra parte,
come volete voi signor, che ex parte
l'altrui voglie amorose e l'altrui male
con questa forza stanca e cos frale
i'dica in vive voci, o scriva in carte?
Datemi o 'l ciel pi stile o voi men pena,
ond'abbia o pi vigor o men martre,
s che la vostra voglia resti piena.
E, se ci non si pu, vostro desire
adempiete da voi, ch'avete vena,
stile ed ingegno eguale al vostro dire.


40.

Onde, che questo mar turbate spesso,
come turba anco me la gelosia,
venite a starvi meco in compagnia,
poi che mi ste s care e s presso:
cos fiero Austro ed Aquilon con esso
men importuno e men crudo vi sia;
cos triegua talor Eolo vi dia,
quel ch'a me da l'amor non m' concesso.
Lassa, ch'io ho da pianger tanto e tanto,
che l'umor, che per gli occhi verso fore,
 poco o nulla, se fosse altrettanto.
Voi mi darete voi del vostro umore
quanto mi basti a disfogar il pianto,
che si conviene a l'alto mio dolore.


41.

Ahi, se cos vi distrignesse il laccio,
come, misera, me strigne ed affrena,
non cerchereste d'una in altra pena
girmi traendo, e d'uno in altro impaccio;
ma perch'io son di foco e voi di ghiaccio
voi sete in libertade ed io 'n catena,
i'son di stanca e voi di franca lena,
voi vivete contento ed io mi sfaccio.
Voi mi ponete leggi, ch'a portarle
non basterian le spalle di Milone,
non ch'io debile e fral possa osservarle.
Seguite, poi che 'l ciel cos dispone:
forse ch'un giorno Amor potria mutarle;
forse ch'un d far la mia ragione.


42.

Tu pur mi promettesti amica pace,
Amor, il d che tua serva divenni,
mostrandomi i begli occhi, i guardi e i cenni,
ove tua madre alberga e si compiace.
Ed or, quasi signor empio e fallace,
poi ch'una volta il tuo giogo sostenni,
ad or ad or nove saette impenni,
ed accendi una ed or un'altra face;
e mi trafigi e mi consumi il core
col mezzo de l'orgoglio di colui,
che tanto gode, quanto altri si more.
Cos, misera me, tradita fui,
giovane incauta, sotto f d'Amore;
e doler mi vorrei, n so di cui.


43.

Dura  la stella mia, maggior durezza
 quella del mio conte: egli mi fugge,
i'seguo lui; altri per me si strugge,
i'non posso mirar altra bellezza.
Odio chi m'ama, ed amo chi mi sprezza:
verso chi m' umle il mio cor rugge,
e son uml con chi mia speme adugge;
a cos stranio cibo ho l'alma avezza.
Egli ognor d cagione a novo sdegno,
essi mi cercan dar conforto e pace;
i'lasso questi, ed a quell'un m'attegno.
Cos ne la tua scola, Amor, si face
sempre il contrario di quel ch'egli  degno:
l'uml si sprezza, e l'empio si compiace.


44.

Se tu vedessi, o madre degli Amori,
e teco insieme il tuo figlio diletto,
l'accese e vive fiamme del mio petto,
a quali altre fr mai pari o maggiori;
se tu vedessi i pelaghi d'umori,
che, dapoi che 'l mio cor ti fu soggetto,
merc del vago e grazioso aspetto,
per questi occhi dolenti verso fuori;
so ch'avresti piet del mio gran pianto
e de la fiamma mia spietata e ria,
che per sfogar talor descrivo e canto.
Ma voi ferite, e poi fuggite via
pi che folgor veloci, ed io fra tanto
resto col pianto e con la fiamma mia.


45.

Io vo pur descrivendo d'ora in ora
la belt vostra e 'l vostro raro ingegno,
e 'l valor d'altro stil, che del mio, degno,
se non quant'ei pi d'altro mai v'onora;
n, perch'io m'affatichi, giungo ancora
di tanti pregi vostri al minor segno,
conte, d'ogni virt nido e sostegno,
senza cui la mia vita morte fra.
Cos, s'io prendo a scriver, il mio foco
 tanto e tal, da ch'egli da voi nasce
che s'io ne dico assai, ne dico poco.
Questo e quello il mio cor nutrisce e pasce
e questo e quel mi d martir e gioco:
cos fui destinata entro le fasce.


46.

Alto colle, almo fiume, ove soggiorno
fan le virtuti e le Grazie e gli Amori,
dal d che dimostraste al mondo fri
chi fa me, chi fa lui chiaro et adorno,
asserena tu 'l fronte, alza tu 'l corno,
tu con nove acque, e tu con novi fiori,
or che fa, colmo anch'ei di novi onori,
il signor vostro e mio a voi ritorno.
E, poi che fia con voi, per cortesia
oprate s ch'a me ritorni tosto;
ch viver senza lui poco pora.
Cos stia 'l verno a voi sempre discosto,
cos Flora e Pomona in compagnia
vi faccian sempre aprile e sempre agosto.


47.

Io son da l'aspettar omai s stanca,
s vinta dal dolor e dal disio,
per la s poca fede e molto oblio
di chi del suo tornar, lassa, mi manca,
che lei, che 'l mondo impalidisce e 'mbianca
con la sua falce e d l'ultimo fio,
chiamo talor per refrigerio mio,
s 'l dolor nel mio petto si rinfranca.
Ed ella si fa sorda al mio chiamare,
schernendo i miei pensier fallaci e folli,
come sta sordo anch'egli al suo tornare.
Cos col pianto, ond'ho gli occhi miei molli,
fo pietose quest'onde e questo mare;
ed ei si vive lieto ne'suoi colli.


48.

Come l'augel, ch'a Febo  grato tanto,
sovra Meandro, ove suol far soggiorno,
quando s'accosta il suo ultimo giorno,
move pi dolci le querele e 'l canto,
tal io, lontana dal bel viso santo,
sovra il superbo d'Adria e ricco corno,
morte, tma ed orror avendo intorno,
affino, lassa, le querele e 'l pianto.
E sono in questo a quell'uccel minore:
che per quella, onde venne, istessa traccia
ritorna a Febo il suo diletto olore;
ed io, perch morendo mi disfaccia,
non pur non torno a star col mio signore,
ma temo che di me tutto gli spiaccia.


49.

Qual sempre a'miei disir contraria sorte
fra la spiga e la man mi s' trasmessa,
s che la gioia, che mi fu promessa,
tarda tanto a venir per darmi morte?
Le mie due vive, due fidate scorte
il signor mio, anzi l'anima stessa,
l'imagin, che nel cor m' sempre impressa,
perch non batte omai, lassa, a le porte?
L'alma allargata a questa nova speme
che ristretta nel duol prendea vigore,
mancher tosto certo, se non viene.
E saran de'miracoli d'Amore,
ch'un'ombra breve di sperato bene
tolga altrui vita, e dia vita il dolore.


50.

Poi ch'Amor mi fer di crude ponte,
vostra merc, qual ste vivo e vero,
v'ho scolpito nel fronte e nel pensiero,
s che nessun sembiante pi s'affronte.
Il viso stesso, il proprio stesso fronte,
il proprio ciglio umilemente altero,
gli occhi stessi, i due sol de l'emisfero,
le stesse grazie e le fattezze conte;
in questo il mio ritratto  dissimle:
ch, qual mi ste, vi mostra alteretto,
l dove ste a tutti gli altri umle.
Ora, per far ch'anch'io v'abbia perfetto,
per far ch'anch'io pur v'abbia a voi simle,
emendate anche meco un tal difetto.


51.

Vieni, Amor, a veder la gloria mia,
e poi la tua; ch l'opra de'tuoi strali
ha fatto ambeduo noi chiari, immortali,
ovunque per Amor s'ama e disia.
Chiara fe'me, perch non fui restia
ad accettar i tuoi colpi mortali,
essendo gli occhi, onde fui presa, quali
natura non fe'mai poscia, n pria;
chiaro fe'te, perch a lodarti vegno
quanto pi posso in rime ed in parole
con quella, che m'hai dato, vena e ingegno.
Or a te si convien far che quel sole,
che mi desti per guida e per sostegno,
non lasci oscure queste luci e sole.


52.

Beate luci, or se mi fate guerra
voi, donde pu venir sol la mia pace;
se 'l viver mio a voi, luci alme, spiace
e la mia vita in voi solo si serra;
mi converr (e chi nol crede s'erra)
o viver sempre in guerra aspra e tenace,
o tosto tosto l'anima fugace,
lasciato il corpo, se n'andr sotterra.
E cos rimarrete senza poi
soggetto, ove possiate essercitare
la crudeltade vostra, Amor e voi.
Io ne verr al fine a guadagnare;
ch, morend'un senza peccati suoi,
felicemente suol al ciel poggiare.


53.

Se d'arder e d'amar io non mi stanco,
anzi crescermi ognor questo e quel sento,
e di questo e di quello io non mi pento,
come Amor sa, che mi sta sempre al fianco,
onde avien che la speme ognor vien manco,
da me sparendo come nebbia al vento,
la speme che 'l mio cor pu far contento,
senza cui non si vive, e non vissi anco?
Nel mezzo del mio cor spesso mi dice
un'incognita tma: - O miserella,
non fia 'l tuo stato gran tempo felice;
ch fra non molto poria sparir quella
luce degli occhi tuoi vera beatrice,
ed ogni gioia tua sparir con ella.


54.

Se non temprasse il foco del mio core
l'umor, che verso per gli occhi s spesso,
io avrei visto gi di morte il messo,
e l'alma ad ubidirla uscita fore;
perch la speme omai cede al timore,
ed ogni cosa mia soggiace ad esso,
poi che si vede a mille segni espresso
che chi pu farlo vuole il mio dolore.
Dunque, s'io vivo,  merc del mio pianto;
s'io moro,  colpa de le crude voglie
del mio signor, in vista dolce tanto.
Ei mi leg s ch'altri non mi scioglie,
ei vuol aver de la mia morte il vanto.
O poco chiare ed onorate spoglie!


55.

Voi, che 'n marmi, in colori, in bronzo, in cera
imitate e vincete la natura,
formando questa e quell'altra figura,
che poi somigli a la sua forma vera,
venite tutti in graziosa schiera
a formar la pi bella creatura,
che facesse giamai la prima cura,
poi che con le sue man fe'la primiera.
Ritraggete il mio conte, e siavi a mente
qual  dentro ritrarlo, e qual  fore;
s che a tanta opra non manchi niente.
Fategli solamente doppio il core,
come vedrete ch'egli ha veramente
il suo e 'l mio, che gli ha donato Amore.


56.

Ritraggete poi me da l'altra parte,
come vedrete ch'io sono in effetto:
viva senz'alma e senza cor nel petto
per miracol d'Amor raro e nov'arte;
quasi nave che vada senza sarte,
senza timon, senza vele e trinchetto,
mirando sempre al lume benedetto
de la sua tramontana, ovunque parte.
Ed avvertite che sia 'l mio sembiante
da la parte sinistra afflitto e mesto;
e da la destra allegro e trionfante:
il mio stato felice vuol dir questo,
or che mi trovo il mio signor davante;
quello, il timor che sar d'altra presto.


57.

A che, signor affaticar invano
per ritrarvi e scolpirvi in marmi o in carte,
o gli altri c'hanno fama di quest'arte,
o 'l chiaro Buonaroti o Tiziano,
se scolpito qual ste aperto e piano
v'ho nel petto e nel fronte a parte a parte,
s che l'imagin d'indi unqua non parte,
perch siate voi presso o pur lontano?
Ma forse voi volete esser ritratto
in sembiante leale e grazioso,
qual ste a tutti in ogn'opra in ogn'atto;
dove, lassa, ch'a pena dirvel oso,
vi porto impresso, qual vi provo in fatto,
un pochetto incostante e disdegnoso.


58.

Deh perch non ho io l'ingegno e l'arte
di Lisippo e d'Apelle, onde potessi
il viso, che per sole al mondo elessi,
dipinger e scolpir in qualche parte,
poi che non posso ben ritrarr'in carte,
com'avrian con lo stile ritratto essi,
le mie due stelle, la cui luce impressi
pria s nel cor, che d'indi non si parte?
Perch'io rimarrei sol con un tormento
d'amar e sospirar, e 'l cor saria
d'ogni altra cura poi pago e contento;
dov'or piango l'acerba pena mia,
e piango ch'atta a pinger non mi sento
al mondo il mio bel sol quanto devria.


59.

Quelle lagrime calde e quei sospiri,
che vedete ch'io spargo s cocenti
da poter arrestar il mar co'venti,
quando avien ch'ei pi frema e pi s'adiri,
come potete voi coi vostri giri
rimirar non pur queti, ma contenti ?
O cor di fre tigri e di serpenti,
che vive sol de'duri miei martri!
Deh prolungate almen per alcun'ore
questa vostra ostinata dipartita,
fin che m'usi a portar tanto dolore;
perci ch'a cos sbita sparita
io potrei de la vita restar fuore,
sol per servir a voi da me gradita.


60.

Quinci Amor, quindi cruda empia Fortuna
m'affligon s, che non so com'io possa
riparar questa e quell'altra percossa,
che mi dnno a vicenda or l'altro or l'una.
Aer, mar, terra, ciel, sol, stelle e luna,
con quant'ha pi ciascuna orgoglio e possa
a danno mio, a mia ruina mossa,
lassa, mi si mostr fin da la cuna.
E quel ch' sol il mio fido sostegno,
per accrescermi duol, fra s brev'ora
partirassi da me senza ritegno.
Almen venisse acerba morte ancora,
mentr'io dolente mi lamento e sdegno,
da le man di tant'oste a trarmi fra!


61.

Chi mi dar soccorso a l'ora estrema,
che verr morte a trarmi fuor di vita
tosto, dopo l'acerba dipartita,
onde fin d'ora il cor paventa e trema?
Madre e sorella no, perch la tma
questa e quella a dolersi meco invita,
e poi per prova omai la lor aita
non giova a questa doglia alta e suprema.
E le vostre fidate amiche scorte,
che di giovarmi avriano sole il come,
saran lontane in quella altera corte.
Dunque i'porr queste terrene some
senza conforto alcun, se non di morte,
sospirando e chiamando il vostro nome.


62.

Or che torna la dolce primavera
a tutto il mondo, a me sola si parte;
e va da noi lontana in quella parte,
ov' del sol pi fredda assai la sfera.
E que'vermigli e bianchi fior, che 'n schiera
Amor nel viso di sua man comparte
del mio signor, del gran figlio di Marte,
daranno agli occhi miei l'ultima sera,
e fioriranno a gente, ove non fia
chi spiri e viva sol del lor odore,
come fa la penosa vita mia.
O troppo iniquo, e troppo ingiusto Amore,
a comportar che degli amanti stia
s lontano l'un l'altro il corpo e 'l core!


63.

Questo poco di tempo che m' dato,
anzi di vita, avanti il partir vostro,
voi devreste, o del mondo unico mostro,
essermi pur ad or ad or a lato;
acci che poi, essendo dilungato
dal felice e natio terreno nostro,
prenda vigor dal vago avorio ed ostro
il mio poi, senza voi, misero stato.
Perch, se vi partite, ed io non prenda
prima vigor da voi, converr certo
ch'a morte l'alma subito si renda.
E, dove al monte faticoso ed erto
d'onor poggiate, temo non offenda
questa macchia il candor del vostro merto.


64.

Voi che novellamente, donne, entrate
in questo pien di tma e pien d'errore
largo e profondo pelago d'Amore,
ove gi tante navi son spezzate,
siate accorte, e tant'oltra non passate,
che non possiate infine uscirne fore,
n fidare in bonacce o 'n second'ore;
ch come a me vi fian tosto cangiate.
Sia dal mio essempio il vostro legno scorto,
cui ria fortuna allor diede di piglio,
che pi sperai esser vicina al porto.
Sovra tutto vi do questo consiglio:
prendete amanti nobili; e conforto
questo vi fia in ogni aspro periglio.


65.

Deh, se vi fu giamai dolce e soave
la vostra fidelissima Anassilla,
mentre serrata, s che nullo aprilla,
teneste del suo cor, conte, la chiave;
leggendo in queste carte il lungo e grave
pianto, a cui Amor per voi, lassa, sortilla,
mostrar almen di piet una scintilla,
in premio di sua f, non vi sia grave.
Accompagnate almen con un sospiro
la schiera immensa de'sospiri suoi,
che mille volte i ciel pietosi udro.
Cos sia sempre Amor benigno a voi,
quanto a lei fu per voi spietato e diro;
cos non sia mai cosa che v'annoi.


66.

Ricevete cortesi i miei lamenti,
e portateli fide al mio signore,
o di Francia beate e felici ore,
che godete or de'begli occhi lucenti.
E ditegli con tristi e mesti accenti
che, s'ei non move a dar soccorso al core,
o tornando o scrivendo, fra poche ore
resteran gli occhi miei di luce spenti;
perch le pene mie molte ed estreme
per questa assenzia ormai son giunte in parte,
dove di morte sol si pensa e teme.
E, s'egli avien che 'ndarno restin sparte
dinanzi a lui le mie voci supreme,
al mio scampo non ho pi schermo od arte.


67.

Chi porter le mie giuste querele
al mio signor, al gran re franco appresso,
d'ogni rara eccellenza essempio espresso
e, fuor ch'a me, a tutti altri fedele?
Aure de'miei sospir, voi che le vele
de'miei caldi disir gonfiate spesso,
sarete il mio secreto e fido messo,
onde 'l mio stato a lui sol si rivele.
E, se la lunga e faticosa via
vi sbigottisce, venga con voi anche
la poca e nulla omai speranza mia.
E, s'egli avien ch'ancor essa si stanche,
quando dinanzi a l'idol nostro fia,
tornate a me, ch'anch'io conven che manche.


68.

Chiaro e famoso mare,
sovra 'l cui nobil dosso
si pos 'l mio signor, mentre Amor volle;
rive onorate e care
(con sospir dir lo posso),
che 'l petto mio vedeste spesso molle;
soave lido e colle,
che con fiato amoroso
udisti le mie note,
d'ira e di sdegno vte,
colme d'ogni diletto e di riposo;
udite tutti intenti
il suon or degli acerbi miei lamenti.
I'dico che dal giorno
che fece dipartita
l'idolo, ond'avean pace i miei sospiri,
tolti mi fr d'attorno
tutti i ben d'esta vita;
e restai preda eterna de'martri:
e, perch'io pur m'adiri
e chiami Amor ingrato,
che m'invol s tosto
il ben ch'or sta discosto,
non per questo a pietade  mai tornato;
e tien l'usate tempre,
perch'io mi sfaccia e mi lamenti sempre.
Deh fosse men lontano
almen chi move il pianto,
e chi move le giuste mie querele!
ch forse non invano
m'affligerei cotanto,
e chiamerei Amor empio e crudele,
ch'amaro assenzio e fele
dopo quel dolce cibo
mi fe', lassa, gustare
in tempre aspre ed amare.
O duro tsco, che 'n amor delibo,
perch fai s dogliosa
la vita mia, che fu gi s gioiosa?
Almen, poi che m' lunge
il mio terrestre dio,
che s lontano ancor m'apporta guai,
il duol che s mi punge
non mandasse in oblio,
e l'udisse ei, per cui piansi e cantai:
men acerbi i miei lai,
men cruda la mia pena,
men fiero il mio tormento,
che giorno e notte sento,
fra per la sua luce alma e serena;
e sariami 'l dispetto
dolce sovra ogni dolce alto diletto.
S'egli  pur la mia stella,
e se s'accorda il cielo,
ch'io moia per cagion cos gradita,
venga Morte, e con ella
Amor, e questo velo
tolgan, ed esca fuor l'alma smarrita;
che, da suo albergo uscita,
voler lieta in parte,
dove s'avr mercede
de la sua viva fede,
fede d'esser cantata in mille carte.
Ma, lassa, a che non torna
chi le tenebre mie con gli occhi adorna?
Se tu fossi contenta,
canzon, come sei mesta,
n'andresti chiara in quella parte e 'n questa.


69.

Mentre signor, a l'alte cose intento,
v'ornate in Francia l'onorata chioma,
come fecer i figli alti di Roma,
figli sol di valor e d'ardimento,
io qui sovr'Adria piango e mi lamento,
s da'martr, s da'travagli doma,
gravata s da l'amorosa soma,
che mi veggo morir, e lo consento.
E duolmi sol che, s come s'intende
qui 'l suon da noi de'vostri onor, ch'omai
per tutta Italia s chiaro si stende,
non s'oda in Francia il suono de'miei lai,
che cos spesso il ciel pietoso rende,
e voi pietoso non ha fatto mai.


70.

O ora, o stella dispietata e cruda,
ch'io vidi dipartir la gloria mia,
lasciando di beata ch'era pria
la vita mia d'ogni suo bene ignuda!
Da indi in qua per me si trema e suda,
si piagne, si dispera e si disia:
e sar meraviglia, se non fia
che morte tosto queste luci chiuda.
Che, del lor fatal sol restate senza,
altra luce giamai mirar non ponno,
che lor non sembri notte e dipartenza.
Dunque o lor tosto, Amor, rendi il lor donno,
o, per non soffrir pi s dura assenza,
tosto le chiudi in sempiterno sonno.


71.

Quando pi tardi il sole a noi aggiorna,
e quando avien che poi pi tardi annotte,
quand'ei mostra il crin d'r, quando la notte
mostra la luna l'argentate corna,
il mio cor lasso a'suoi sospir ritorna,
a le voci, a le lagrime interrotte;
s l'ha tutte ad un segno ricondotte
l'assenzia di colui che Francia adorna.
E s caldo disio di rivederlo
fra tutt'altri martr mi preme e punge,
che non so come omai pi sostenerlo.
E duolmi pi ch'egli  da me s lunge,
ch'a poter richiamarlo ed a poterlo
mover a pita il mio gridar non giunge.


72.

La mia vita  un mar: l'acqua  'l mio pianto,
i venti sono l'aure de'sospiri,
la speranza  la nave, i miei desiri
la vela e i remi, che la caccian tanto.
La tramontana mia  il lume santo
de'miei duo chiari, due stellanti giri,
a'quai convien ch'ancor lontana i'miri
senza timon, senza nocchier a canto.
Le perigliose e sbite tempeste
son le teme e le fredde gelosie,
al dipartirsi tarde, al venir preste.
Bonacce non vi son, perch dal die
che voi, conte, da me lontan vi feste,
partr con voi l'ore serene mie.


73.

Deh foss'io certa almen ch'alcuna volta
voi rivolgeste a me l'alto pensiero,
conte, a cui per mio danno i cieli diro
s da'lacci d'Amor l'anima sciolta.
L'acerba pena mia nel petto accolta,
l'empia merc del dispietato arciero,
i sospir, che 'n amor sola mi fro,
avrian triegua talor o poca o molta.
Ma 'l sentirmi patir carca di fede,
senza muover pietade a chi mi strugge,
a chi contento i miei tormenti vede,
s le speranze mie tronca et adugge
che, se Dio di rimedio non provede,
l'alma per dipartirsi freme e rugge.


74.

La gran sete amorosa che m'afflige,
la memoria del ben onde son priva,
che mi sta dentro al cor tenace e viva,
s che null'altra pi forte s'affige,
sovra ogni forza mia move et addige
la vena mia per s muta e restiva,
e fa che 'n queste carte adombri e scriva
quanto aspramente Amor m'arde e trafige.
Chi fa qual noi parlar la muta pica?
chi 'l nero corvo e gli altri muti uccelli?
La brama sol di quel che li nutrica.
Per s'avien ch'io scriva e ch'io favelli,
narrando l'amorosa mia fatica,
non son io no, son gli occhi vaghi e belli.


75.

Fa'ch'io rivegga, Amor, anzi ch'io moia,
gli occhi, che di lontan chiamo e sospiro,
fuor de'quai ci ch'io veggio e ci ch'io miro
con questi miei mi par tenebre e noia.
Quante fiamme or vome Etna, arser gi Troia
in quell'incendio dispietato e diro,
a petto a le mie fiamme, al mio martiro,
son poco o nulla, anzi son pace e gioia.
E se 'l sol de le luci mie divine,
chi 'l crederia? tornando non lo smorza,
sento che 'l mio incendio  senza fine.
Oh mirabil d'Amor e nova forza!
ch dove avien ch'un foco l'altro affine,
qui solo un foco l'altro vince e sforza.


76.

Quando talor Amor m'assal pi forte,
e 'l desir e l'assenzia mi fan guerra,
e questa e quel vorria pormi sotterra,
preda d'oscura e dispietata morte.
Io mi rivolgo a le mie fide scorte,
onde, bench lontan, virt si sferra
tal che la nave mia, che dubbiosa erra,
subito par ch'al lido si riporte;
s che quanto ho d'Amor onde mi doglia,
tanto ho onde mi lodi, poi ch'io sento
ch'una sol man mi leghi, una mi scioglia.
O gioia amara, o mio dolce tormento,
io prego il ciel che mai non mi vi toglia,
e sia 'l mio stato or misero, or contento.


77.

O de le mie fatiche alto ritegno,
mentre ad Amor ed a Fortuna piacque,
conte gentil, a cui giamai non nacque
bellezza egual, valor, sangue ed ingegno;
se 'l vostro cor di maggior donna degno
una volta in me sola si compiacque,
se fin gli scogli d'Adria, i lidi e l'acque
san che voi ste il mio solo sostegno,
perch senza mia colpa e mio difetto,
se non d'esser pi ch'altra fida stata,
m'avete tratta fuor del vostro petto?
Questa  la gioia mia da voi sperata?
 questo quel che voi m'avete detto?
questa  la f che voi m'avete data?


78.

Gli occhi onde mi legasti, Amor, affrena,
s che non veggan mai altra bellezza,
altra creanza ed altra gentilezza
di belle donne onde la Francia  piena;
acci che quanto ora  dolce ed amena,
non sia piena di lagrime e d'asprezza
la vita mia, ch'ogn'altra cosa sprezza,
fuor che la luce lor chiara e serena.
E, s'egli avien che sia lor mostro a sorte,
obietto che sia degno esser amato,
ed accenda quel cor tenace e forte,
ferisci lui col tuo stral impiombato,
o con quel d'oro dona a me la morte,
perch viver non voglio in tale stato.


79.

La f, conte, il pi caro e ricco pegno
che possa aver illustre cavaliero,
come cangiaste voi presto e leggiero,
fuor che di lei d'ogni virt sostegno?
A pena vide voi 'l gallico regno,
che mutaste con lei voglia e pensiero;
ed Anassilla e 'l suo fedele e vero
amor sparir da voi tutti ad un segno.
E piaccia pur a lui, che mi governa,
che non sia la ragion di questo oblio
novella fiamma nel cor vostro interna!
O, se ci , acerbo stato mio!
o doglia mia sovra ogni doglia eterna!
o fidanza d'Amor che mi trado!


80.

Prendi, Amor, de'tuoi lacci il pi possente,
che non abbia n schermo, n difesa,
onde Evadne e Penelope fu presa,
e lega il mio signor novellamente.
A pena ei fu dagli occhi nostri assente,
per gir a l'alta ed onorata impresa,
che, noi scherniti e sua f vilipesa,
rivolse altrove la superba mente.
E, quasi in alto pelago sommerso
d'oblivione, a la sua Anassilla
non ha degnato mai scriver un verso.
O Nerone, o Mezenzio, o Mario, o Silla,
chi fu di voi s crudo e s perverso,
d'amor gustata pur una scintilla?


81.

Questo aspro conte, un cor d'orsa e di tigre,
che 'n cos vago e mansueto aspetto
per forza di valor e d'intelletto
a la strada di gloria par che migre,
non so per qual cagion guasti e denigre,
col mancarmi di f, s degno effetto,
e l'ali di sua fama col difetto
d'infedelt renda restive e pigre.
Almen gli foss'io presso, onde potessi
dimostrargli il suo fallo e 'l dolor mio,
s che fido e pietoso lo facessi!
Ma i'son qui, lassa, colma di desio,
e i miei lamenti a l'aure son commessi:
egli in Francia si sta colmo d'oblio.


82.

Qui, dove avien che 'l nostro mar ristagne,
conte, la vostra misera Anassilla,
quando la luna agghiaccia e 'l sol favilla,
pur voi chiamando, si lamenta ed agne.
Voi, dove avien che l'Oceano bagne,
la notte, il giorno, a l'alba ed a la squilla,
menando vita libera e tranquilla,
mirate lieto il mar e le campagne.
E s l'assenzia e 'l poco amor v'invola
la memoria di lei, la vostra fede,
che pur non le scrivete una parola.
O fra tutt'altre mia miseria sola!
o pena mia, ch'ogn'altra pena eccede!
Ci si comporta, Amor, ne la tua scola?


83.

Oim, le notti mie colme di gioia,
i d tranquilli, e la serena vita,
come mi tolse amara dipartita,
e converse il mio stato tutto in noia!
E, perch temo ancor (che pi m'annoia)
che la memoria mia sia dipartita
da quel conte crudel che m'ha ferita,
che mi resta altro omai, se non ch'io moia?
E vo'morir, ch rimirar d'altrui
quel che fu mio quest'occhi non potranno,
perch mirar non sanno altri che lui.
Prendano essempio l'altre che verranno
a non mandar tant'oltre i disir sui,
che ritrar non si possan da l'inganno.


84.

O sacro, amato e grazioso aspetto,
o pi che 'l chiaro sol lucenti lumi,
o sangue illustre, angelici costumi,
o alto ingegno, altissimo intelletto,
o colmi di prudenzia e di diletto,
d'eloquenzia profondi e larghi fiumi,
o finalmente, ond'io pi mi consumi,
d'ogni grazia e virt, conte, ricetto,
qual contra a'miei disir stella empia e cruda
gi mi vi tolse, ed or vi tien discosto
contra la f che voi mi deste pria?
O morte dunque queste luci chiuda,
od apritele voi tornando tosto;
perch cos non so quel ch'io sia.


85.

Quando talvolta il mio soverchio ardore
m'assale e stringe oltra ogni stil umano,
userei contra me la propria mano,
per finir tanti omai con un dolore.
Se non che dentro mi ragiona Amore,
il qual giamai da me non  lontano:
- Non por la falce tua ne l'altrui grano:
tu non sei tua, tu sei del tuo signore,
perch dal d, ch'a lui ti diedi in preda,
l'anima e 'l corpo, e la morte e la vita
divenne sua, e a lui conven che ceda.
S ch'a far da te stessa dipartita,
senza ch'egli tel dica o tel conceda,
 troppo ingiusta cosa e troppo ardita.


86.

Piangete, donne, e poi che la mia morte
non move il signor mio crudo e lontano,
voi che ste di cor dolce ed umano,
aprite di pietade almen le porte.
Piangete meco la mia acerba sorte,
chiamando Amor, il ciel empio, inumano,
e lei, che mi fer, spietata mano,
che mi vegga morir e lo comporte.
E, poi ch'io sar cenere e favilla,
dica alcuna di voi mesta e pietosa,
sentita del mio foco una scintilla:
- Sotto quest'aspra pietra giace ascosa
l'infelice e fidissima Anassilla,
raro essempio di fede alta amorosa.


87.

Prendi Amor i tuoi strali e la tua face,
ch'io ti rinunzio i torti e le fatiche,
le voglie a'propri danni sempre amiche,
la guerra certa e la dubbiosa pace.
Trova un novo soggetto e pi capace,
cui 'l tuo foco arda e la sua rete intriche,
ch'io per me non vo'pi che mi si diche:
- Questa per altri indarno arde e si sface.-
Io son dal grave essilio tuo tornata,
e son resa a me stessa, e non men pento,
merc di lui che m'ha la via mostrata.
E ne'miei danni ho pur questo contento,
ch'almen, s'io fui da te s mal trattata,
alta fu la cagion del mio tormento.


88.

Lassa, chi turba la mia lunga pace?
chi rompe il sonno e l'alta mia quiete?
chi mi stilla nel cor novella sete
di gir seguendo quel che pi mi sface?
Tu, Amore, il cui strale e la cui face
ogni contento uman recide e miete;
tu ber mi desti del tuo fiume Lete,
che pi mi nce, quanto pi mi piace.
Ahi, quando fia giamai ch'un giorno possa
voler col mio voler, resa a me stessa,
del grave giogo periglioso scossa?
Quando fia mai che la sembianza impressa
dentro a le mie midolle e dentro a l'ossa
mi smaghi Amor, e'miei martr con essa?


89.

Ma che, sciocca, dich'io? perch vaneggio?
perch s sfuggo questo chiaro inganno?
perch sgravarmi da s util danno,
pronta ne'danni miei, ad Amor chieggio?
Come, fuor di me stessa, non m'aveggio
che quante ebber mai gioie, e quante avranno,
quante fr donne mai, quante saranno,
co'miei chiari martr passo e pareggio?
Ch l'arder per cagion alta e gentile
ogni aspra vita fa dolce e beata
pi che gioir per cosa abietta e vile.
Ed io ringrazio Amor, che destinata
m'abbia a tal foco, che da Battro a Tile
spero anche un giorno andar chiara e lodata.


90.

Voi, che per l'amoroso, aspro sentiero,
donne care, com'io, forse passate;
ed avete talor viste e provate
quante pene pu dar quel crudo arciero;
dite per cortesia, ma dite il vero,
se quante ne son or, quante son state,
a l'aspre pene mie paragonate,
agguaglian un de'miei martr intero.
E dite se vedeste mai sembianza
pi dolce in vista e pi spietata poi
del signor mio, ne l'amorosa stanza.
Cos talvolta amor dia tregua a voi,
mentr'ei con questa dura lontananza
sfoga in me tutti ad uno i furor suoi.


91.

Novo e raro miracol di natura,
ma non novo n raro a quel signore,
che 'l mondo tutto va chiamando Amore,
che 'l tutto adopra fuor d'ogni misura:
il valor, che degli altri il pregio fura,
del mio signor, che vince ogni valore,
 vinto, lassa, sol dal mio dolore,
dolor, a petto a cui null'altro dura.
Quant'ei tutt'altri cavalieri eccede
un esser bello, nobile ed ardito,
tanto  vinto da me, da la mia fede.
Miracol fuor d'amor mai non udito!
Dolor, che chi nol prova non lo crede!
Lassa, ch'io sola vinco l'infinito!


92.

Quasi quercia di monte urtata e scossa
da ogni lato e da contrari venti,
che, sendo or questi or quelli pi possenti,
per cader mille volte e mille  mossa,
la vita mia, questa mia frale possa
combattuta or da speme or da tormenti,
non sa, lontani i chiari lumi ardenti,
in qual parte piegar ormai si possa.
Or m'affidan le carte del mio bene,
or mi disperan poi l'altrui parole;
ei mi dice: - Io pur vengo; - altri: - Non viene. -
Sia morte meco almen, pi che non suole,
pietosa a trarmi fuor di tante pene,
se non debbo veder tosto il mio sole.


93.

Qual fuggitiva cerva e miserella,
ch'avendo la saetta nel costato,
seguta da due veltri in selva e 'n prato,
fugge la morte che va pur con ella,
tal io, ferita da l'empie quadrella
del fiero cacciator crudo ed alato,
gelosia e disio avendo a lato,
fuggo, e schivar non posso la mia stella.
La qual mi mena a miserabil morte,
se non ritorna a noi da gente strana
il sol degli occhi miei, che la conforte:
egli  'l dittamo mio, egli risana
la piaga mia; e pu far la mia sorte,
d'aspra e noiosa, dilettosa e piana.


94.

A che, conte, assalir chi non repugna?
a che gittar per terra chi si rende?
a che contender con chi non contende?
con chi avete mai sempre fra l'ugna?
Sapete che co'morti non si pugna;
ch lo splendor d'un cavalier offende,
e 'l vostro pi, che l'ali oggimai stende
dove non so s'altrui chiarezza aggiugna.
Guardate che la fama de le tante
vostre vittorie poi non renda oscura,
signor, quest'una sola, e non ammante.
Io per me stimerei mia gran ventura
l'esser veduta al vostro carro innante;
ma voi del vostro onor abiate cura.


95.

Menami, Amor, ormai, lassa! il mio sole,
che mi solea non pur far chiaro il giorno,
ma non men che 'l d chiara anco la notte,
tal ch'io sprezzava il ritornar de l'alba,
s di quest'occhi la sua vaga luce
disgombrava le tenebre e la nebbia.
Ed ora pi non veggio altro che nebbia,
poi che l'usato mio lucente sole,
con la sua e del mondo altera luce
lume facendo in altra parte e giorno,
vuol che mai non si rompa per me l'alba,
perch da me non fugga unqua la notte.
Deh discacciasse il vel di questa notte,
il vel di tanta e s importuna nebbia,
e a l'apparir del suo ritorno l'alba
mi rimenasse il mio bramato sole,
s che lieta vedessi ancora un giorno,
pria che chiudessi in tutto esta mia luce!
Ben fra chiara e graziosa luce,
che procedesse a s beata notte;
ben fra chiaro e desiato giorno,
e disgombrato di tempeste e nebbia,
che mostrasse a quest'occhi il lor bel sole,
spuntando tra le rose e tra i fior l'alba.
Pur ch'innanzi che 'l ciel mi renda l'alba,
morte amara non spenga la mia luce,
invidiando a lei l'amato sole;
e chiusi gli occhi in sempiterna notte,
ne vada, lassa, a star fra quella nebbia,
dove mai non si vede chiaro giorno.
Tu dunque, Amor, che fai di notte giorno,
e puoi condurmi in un momento l'alba
e via cacciar de'miei martr la nebbia,
e di tenebre oscure trar la luce,
rompi omai 'l vel di questa lunga notte,
et adduci a quest'occhi il mio bel sole.
Vivo sol, che solei far chiaro il giorno,
mentre la luce mia non vide nebbia,
perch non meni a la mia notte l'alba?


96.

Deh perch, com'io son con voi col core,
non vi son, conte, ancor con la persona,
com'io vorrei, tanto 'l disio mi sprona,
tanto mi stringe il signor nostro Amore?
Ch, mirando talor l'aspro furore
sovra di voi, quando arde pi Bellona,
di qualche cavalier, che la corona
cercasse porsi di s alto onore,
vedendo scender qualche colpo crudo,
o pregherei Amor che lo schifassi,
o io del corpo mio li farei scudo.
Ma 'l ciel pur fiero a le mie voglie stassi,
n m'ode, bench 'l duol, che dentro chiudo,
rompa per la pietate i duri sassi.


97.

O gran valor d'un cavalier cortese,
d'aver portato fin in Francia il core
d'una giovane incauta, ch'Amore
a lo splendor de'suoi begli occhi prese!
Almen m'aveste le promesse attese
di temprar con due versi il mio dolore,
mentre, signor, a procacciarvi onore
tutte le voglie avete ad una intese.
I'ho pur letto ne l'antiche carte
che non ebber a sdegno i grandi eroi
parimente seguir Venere e Marte.
E del re, che seguite, udito ho poi
che queste cure altamente comparte
ond' chiar dagli espri ai lidi eoi.


98.

Conte, il vostro valor ben  infinito
s che vince qualunque alto valore,
ma verissimamente  via minore
del duol, ch'amando io ho per voi patito.
E, se non s' fin qui letto et udito
de l'infinito cosa unqua maggiore,
questi sono i miracoli d'Amore,
che vince ci che 'n cielo  stabilito.
Tempo gi fu, che l'alta gioia mia
di gran lunga avanzava anco il mio duolo
mentre dolce la speme entro fioria:
or ella  gita, ed ei rimaso  solo,
dal d che per mia stella acerba e ria
prendeste, ahi lassa! verso Francia il volo.


99.

Io pur aspetto, e non veggo che giunga
il mio signor o 'l suo fidato messo
al termin che da lui mi fu promesso:
lassa! ch 'l mio piacer troppo s'allunga.
Ond'avien che temenza il cor mi punga,
che qualche intoppo non gli sia successo;
o ch'ei sol pensi in me quanto m' presso,
e l'assenzia il suo cor da me disgiunga.
Il che se fosse, io prego morte avara
che venga in vece sua, poi ch'ei non viene,
a trarmi fuor di tma e vita amara.
Ma se giusta cagion me lo ritiene,
io prego Amor, ch'ogni fosco rischiara,
ch'apra la via, ond'io vegga il mio bene.


100.

O beata e dolcissima novella,
o caro annunzio, che mi promettete
che tosto rivedr le care e liete
luci e la faccia graziosa e bella;
o mia ventura, o mia propizia stella,
ch'a tanto ben serbata ancor m'avete,
o fede, o speme, ch'a me sempre ste
state compagne in dura, aspra procella;
o cangiato in un punto viver mio
di mesto in lieto; o queto, almo e sereno
fatto or di verno tenebroso e rio;
quando potr giamai lodarvi a pieno?
come dir qual nel cor aggio disio?
di che letizia io l'abbia ingombro e pieno?


101.

Con quai degne accoglienze o quai parole
raccorr io il mio gradito amante,
che torna a me con tante glorie e tante,
quante un non vide forse il sole?
Qual color or di rose, or di viole
fia 'l mio? qual cor or saldo ed or tremante,
condotta innanzi a quel divin sembiante,
ch'ardir e tma insieme dar mi suole?
Osar io con queste fide braccia
cingerli il caro collo, ed accostare
la mia tremante a la sua viva faccia?
Lassa, che pur a tanto ben penare
temo che 'l cor di gioia non si sfaccia:
chi l'ha provato se lo pu pensare.


102.

Via da me le tenebre e la nebbia,
che mi son sempre state agli occhi intorno
sei lune e pi, che 'n Francia fe'soggiorno
lui, che 'l mio cor, come gli piace, trebbia.
 ben ragion ch'asserenarmi io debbia,
or che 'l mio sol m'ha rimenato il giorno;
or c'han pace le guerre, che d'attorno
mi fr, qual vide Trasimeno e Trebbia.
Sia ogni cosa in me di riso piena,
poi che seco una schiera di diletti
a star meco il mio sol almo rimena.
Sia la mia vita in mille dolci, eletti
piaceri involta, e tutta alma e serena,
e se stessa gioendo ognor diletti.


103.

Io benedico, Amor, tutti gli affanni,
tutte l'ingiurie e tutte le fatiche,
tutte le noie novelle ed antiche,
che m'hai fatto provar tante e tanti anni;
benedico le frodi e i tanti inganni,
con che convien che i tuoi seguaci intriche;
poi che tornando le due stelle amiche
m'hanno in un tratto ristorati i danni.
Tutto il passato mal porre in oblio
m'ha fatto la lor viva e nova luce,
ove sol trova pace il mio disio.
Questa per dritta strada mi conduce
su a contemplar le belle cose e Dio,
ferma guida, alta scorta e fida luce.


104.

O notte, a me pi chiara e pi beata
che i pi beati giorni ed i pi chiari,
notte degna da'primi e da'pi rari
ingegni esser, non pur da me, lodata;
tu de le gioie mie sola sei stata
fida ministra; tu tutti gli amari
de la mia vita hai fatto dolci e cari,
resomi in braccio lui che m'ha legata.
Sol mi manc che non divenni allora
la fortunata Alcmena, a cui st tanto
pi de l'usato a ritornar l'aurora.
Pur cos bene io non potr mai tanto
dir di te, notte candida, ch'ancora
da la materia non sia vinto il canto.


105.

Son pur questi i begli occhi e quelle, c'hanno
vinto il sol tante volte, alme bellezze;
son pur queste le grazie e le vaghezze
che luce e vita a la mia morte dnno.
E tuttavia son s pronte a l'affanno
le voglie mie ed a'tormenti avezze
di tanta assenzia omai, che l'allegrezze
ritornar a star meco pi non sanno:
quasi 'l gran re, che di sospetto pieno,
fuggendo il crudo zio, per lunga usanza
si fece natural cibo il veleno.
Qui fa bisogno, Amor, la tua possanza,
che del primo dolor mi sgombri il seno,
s che tanta mia gioia or v'abbia stanza.


106.

O diletti d'amor dubbi e fugaci,
o speranza che s'alza e cade spesso,
e nasce e more in un momento istesso;
o poca fede, o poco lunghe paci!
Quegli, a cui dissi: - Tu solo mi piaci, -
 pur tornato, io l'ho pur sempre presso,
io pur mi specchio e mi compiaccio in esso,
e ne'begli occhi suoi chiari e vivaci;
e tuttavia nel cor mi rode un verme
di fredda gelosia, freddo timore
di tosto tosto senza lui vederme.
Rendi tu vana la mia tma, Amore,
tu, che beata e lieta pi tenerme,
conservandomi fido il mio signore.


107.

Or che ritorna e si rinova l'anno,
passato il verno e la stagion pi fresca,
l'amoroso desir mio si rinfresca,
e la mia dolce pena, e 'l dolce affanno.
E qual i novi umor gravidi fanno
gli arbori, onde lor frutto a suo tempo esca,
tal umor nel mio petto par che cresca,
al qual poi pensier dolci a dietro vanno.
Ed  ben degno che gioia ed umore,
or ch'egli  meco la mia primavera,
mi rinovelli e mi ridesti Amore.
Oh pur non giunga a s bel giorno sera!
oh pur non cangi il bel tempo in orrore,
dipartendo da me l'alma mia sfera!


108.

Poi che m'ha reso Amor le vive stelle,
che mi guidano al ciel per dritta via,
e ne le molte mie gravi tempeste
m'hanno mai sempre ricondotta in porto
di questo chiaro e fortunato mare,
ch'indarno turban le procelle e i venti;
udite, benigne aure, amici venti,
e voi, occhi del cielo, ardenti stelle;
mentre qui sovra questo altero mare,
da la mia lunga e faticosa via,
la mercede d'Amor, tornata in porto,
lodo di lui gli strazi e le tempeste.
Voi, voci, voi, sospir, voi le tempeste
ste, voi ste i graziosi venti,
che dimostrate poi s dolce il porto,
quando il sol arde e quando ardon le stelle;
voi ste la sicura e dritta via,
che ci guidate de'diletti al mare.
Qual d'eloquenzia fia s largo mare,
e s scarco di nubi e di tempeste,
che possa dir senza arrestar fra via,
mentre stan quete le procelle e i venti,
la gioia che mi dan le mie due stelle,
or c'hanno il mio signor ridotto in porto?
Dolce sicuro e grazioso porto,
che del mio pianto l'infinito mare
m'hai acquetato al raggio de le stelle,
ch'ovunque splendon fugan le tempeste,
s ch'io non posso pi temer ch'i venti
turbin s cara e dilettosa via!
Menami, Amor, omai per questa via,
fin che quest'alma giunga a l'altro porto,
ch'io non vo'navigar con altri venti,
n di questo cercar pi largo mare,
n nel viaggio mio vo'ch'altre stelle
mi sieno scorte, e sgombrin le tempeste.
Aspre tempeste ed importuni venti
non m'impediran pi del mar la via,
or che le stelle mie m'han mostro il porto.


109.

Gioia somma, infinito, alto diletto,
or che l'amato mio tesoro ho presso,
or che parlo con lui, che 'l miro spesso,
m'ingombrerebbe certamente il petto,
se 'l cor non mi turbasse un sol sospetto
di tosto tosto rimaner senz'esso,
per quel ch'io veggo a qualche segno espresso,
ch sol apre Amor gli occhi a l'intelletto.
E, se ci , io vo'certo finire
questa misera vita in un momento,
anzi ch'io provi un tanto aspro martre;
perch conosco chiaramente e sento
che senza lui mi converria morire,
ch' l'appoggio, a cui 'l viver mio sostento.


110.

Chi pu contar il mio felice stato,
l'alta mia gioia e gli alti miei diletti?
O un di que'del ciel angeli eletti,
o altro amante che l'abbia provato.
Io mi sto sempre al mio signor a lato,
godo il lampo degli occhi e 'l suon dei detti,
vivomi de'divini alti concetti,
ch'escon da tanto ingegno e s pregiato.
Io mi miro sovente il suo bel viso,
e mirando mi par veder insieme
tutta la gloria e 'l ben del paradiso.
Quel che sol turba in parte la mia speme,
 'l timor che da me non sia diviso;
ch 'l vorrei meco fin a l'ore estreme.


111.

Pommi ove 'l mar irato geme e frange,
ov'ha l'acqua pi queta e pi tranquilla;
pommi ove 'l sol pi arde e pi sfavilla,
o dove il ghiaccio altrui trafige ed ange;
pommi al Tanai gelato, al freddo Gange,
ove dolce rugiada e manna stilla,
ove per l'aria empio velen scintilla,
o dove per amor si ride e piange;
pommi ove 'l crudo Scita ed empio fere,
o dove  queta gente e riposata,
o dove tosto o tardi uom vive e pre:
vivr qual vissi, e sar qual son stata,
pur che le fide mie due stelle vere
non rivolgan da me la luce usata.


112.

Se voi poteste, o sol degli occhi miei,
qual ste dentro donno del mio core,
veder coi vostri apertamente fuore,
oh me beata quattro volte e sei!
Voi pi sicuro, e queta io pi sarei:
voi senza gelosia, senza timore;
io di due sarei scema d'un dolore,
e pi felicemente ardendo andrei.
Anzi aperto per voi, lassa, si vede,
pi che 'l lume del sol lucido e chiaro,
che dentro e fuori io spiro amor e fede.
Ma vi mostrate di credenza avaro,
per tormi ogni speranza di mercede,
e far il dolce mio viver amaro.


113.

Deh foss'io almen sicura che lo stato,
dov'or mi trovo, non mancasse presto,
perch, s come or  lieto ed or mesto,
sarebbe il pi felice che sia stato.
I'ho Amore e 'l mio signor a lato,
e mi consolo or con quello, or con questo;
e, sempre che di loro un m' molesto,
ricorro a l'altro, che m' poi pacato.
S'Amor m'assale con la gelosia,
mi volgo al viso, che 'n s dentro serra
virt ch'ogni tormento scaccia via:
se 'l mio signor mi fa con ira guerra,
viene Amor poi con l'altra compagnia,
vera umilt ch'ogni alto sdegno atterra.


114.

Mille volte, signor, movo la penna
per mostrar fuor, qual chiudo entro il pensiero,
il valor vostro e 'l bel sembiante altero,
ove Amor e la gloria l'ale impenna;
ma perch chi cant Sorga e Gebenna,
e seco il gran Virgilio e 'l grande Omero
non basteriano a raccontarne il vero,
ragion ch'io taccia a la memoria accenna.
Per mi volgo a scriver solamente
l'istoria de le mie gioiose pene,
che mi fan singolar fra l'altra gente:
e come Amor ne'be'vostr'occhi tiene
il seggio suo, e come indi sovente
s dolce l'alma a tormentar mi viene.


115.

Quelle rime onorate e quell'ingegno,
pari a la belt vostra e al gran valore,
rivolgete a voi stesso in far onore,
conte, come di lor soggetto degno;
o trovate di me pi altero pegno,
se pur uscir da voi volete fore,
perch a s larga vena, a tanto umore
son per me troppo frale e secco legno,
e non ho parte in me d'esser cantata,
se non perch'amo e riverisco voi
oltra ogni umana, oltra ogni forma usata.
S chiara fiamma merta i pregi suoi;
in questa parte io deggio esser cantata
fin ch'io sia viva, eternamente, e poi.


116.

Lodate i chiari lumi, ove mirando
perdei me stessa, e quel bel viso umano,
da cui vibr lo stral, mosse la mano
Amor, quando da me mi pose in bando.
Lodate il valor vostro alto e mirando,
ch'al valor d'Alessandro  prossimano:
sallo il gran re, sallo il paese strano,
che di voi e di lui vanno parlando.
Lodate il senno, a cui non  simile
nel bel verde degli anni; e, quel che 'n carte
vedr famoso, il vostro ingegno e stile.
In me, signor, non  pur una parte,
che non sia tutta indegna e tutta vile,
per cui s vaghe rime sieno sparte.


117.

A che vergar, signor, carte ed inchiostro
in lodar me, se non ho cosa degna,
onde tant'alto onor mi si convegna;
e, se ho pur niente,  tutto vostro?
Entro i begli occhi, entro l'avorio e l'ostro,
ove Amor tien sua gloriosa insegna,
ove per me trionfa e per voi regna,
quanto scrivo e ragiono mi fu mostro.
Perch ci che s'onora e 'n me si prezza,
anzi s'io vivo e spiro,  vostro il vanto,
a voi convien, non a la mia bassezza.
Ma voi cercate con s dolce canto,
lassa, oltra quel che fa vostra bellezza,
d'accrescermi pi foco e maggior pianto.


118.

Bastan, conte, que'bei lumi, quelli,
ch'al sol raggi, a Ciprigna alma beltate,
ad Amor arme, a me la libertate
furr da prima che mirai in elli,
a far ch'arda per voi sempre e favelli,
s che l'intenda la futura etate,
senza cercar con pure rime ornate
d'aggiunger nove al cor piaghe e flagelli.
Ch col vostr'alto procacciarmi onore
si strigneria, se si potesse, il laccio,
s'accresceria, se si potesse, ardore.
Ma di questo e di quel son fuor d'impaccio,
ch quanto arder e strigner puote Amore,
io son stretta per voi, conte, e mi sfaccio.


119.

Io non mi voglio pi doler d'Amore,
poi che, quant'ei mi d doglia e tormento,
tanto il signor, ch'io amo e ch'io pavento,
cerca scrivendo procacciarmi onore.
O di tutte bellezze e grazie il fiore,
nido di cortesia e d'ardimento,
come posso bramar che resti spento
cos famoso e cos chiaro ardore?
Anzi prego che 'l ciel mi doni vita,
s che dovunque il sol nasca e tramonte,
sia la mia fiamma entro tai versi udita:
e dica alcuna, ove d'amor si conte:
- Ben fu la sorte di costei gradita,
scritta e cantata da s alto conte.


120.

Se qualche tema talor non turbasse,
o qualche sdegno, il mio felice stato,
sarebbe il pi tranquillo, il pi beato
di qualunque altra donna altr'uomo amasse.
Ch, s'avien pur che 'l mio signor mi lasse,
talor a qualche degna opra chiamato,
dentro il mio core e bello ed onorato,
qual egli  meco, il suo sembiante stasse;
s che avendo mai sempre in compagnia
tutto quel che pi amo e pi mi piace,
turbarmi Amor o sorte non poria,
s'egli, che nel mio pianto si compiace,
con qualche nova e strana fantasia
non turbasse o rompesse la mia pace.


121.

Chi vuol veder l'imagin del valore,
l'albergo de la vera cortesia,
il nido di bellezza e leggiadria,
la stanza de la gloria alta e d'onore,
venga a veder l'illustre mio signore,
dove si trova ci che si disia,
fino il mio cor e fino l'alma mia,
che gli di gi, n poi mi rese, Amore.
Ma, s'ella  donna, non s'affissi molto,
ch rester subitamente presa
fra mille meraviglie del bel volto.
Ivi Amor ha la rete sempre tesa,
indi saetta, ed ivi giace occolto,
quando vuol far qualche maggior impresa.


122.

Quando io movo a mirar fissa ed intenta
le ricchezze e i tesor, ch'Amore e 'l cielo
dentro ne l'alma e fuor nel mortal velo
poser di lui, ch'ogn'altra luce ha spenta,
resto del mio martr tanto contenta,
s paga del mio vivo, ardente zelo,
che la ferita e 'l despietato telo,
che mi trafige il cor, non par che senta.
Sol mi struggo e mi doglio, quando penso
che da me tosto debba allontanarse
questo d'ogni mia gloria abisso immenso.
A questo l'alma sol non pu quetarse,
a ci grida ed esclama ogni mio senso:
- O tante indarno mie fatiche sparse!


123.

O tante indarno mie fatiche sparse,
o tanti indarno miei sparsi sospiri,
o vivo foco, o f, che, se ben miri,
di tal null'altra mai non alse ed arse,
o carte invan vergate e da vergarse
per lodar quegli ardenti amanti giri,
o speranze ministre de'disiri,
a cui premio pi degno dovea darse,
tutte ad un tratto ve ne porta il vento,
poi che da l'empio mio signore stesso
con queste proprie orecchie dir mi sento
che tanto pensa a me, quanto m' presso,
e, partendo, si parte in un momento
ogni membranza del mio amor da esso.


124.

Signor, io so che 'n me non son pi viva,
e veggo omai ch'ancor in voi son morta,
e l'alma, ch'io vi diedi non sopporta
che stia pi meco vostra voglia schiva.
E questo pianto, che da me deriva,
non so chi 'l mova per l'usata porta,
n chi mova la mano e le sia scorta,
quando avien che di voi talvolta scriva.
Strano e fiero miracol veramente,
che altri sia viva, e non sia viva, e pra,
e senta tutto e non senta niente;
s che pu dirsi la mia forma vera,
da chi ben mira a s vario accidente,
un'imagine d'Eco e di Chimera.


125.

Vorrei che mi dicessi un poco, Amore,
c'ho da far io con queste tue sorelle
Temenza e Gelosia? ed ond' ch'elle
non sanno star se non dentro il mio core?
Tu hai mille altre donne, che l'ardore
provan, com'io, de l'empie tue facelle:
or manda dunque queste a star con quelle,
fa'ch'un d n'escan dal mio petto fore.
- Io ho ben - mi dic'ei - mille persone
a chi mandarle; ma nessuna d'esse
ha, qual tu, da temer alta cagione.
Le luci ch'ami son le luci stesse,
che, per dar gelosia e passione
a tutto il mondo, la mia madre elesse.


126.

Cos m'acqueto di temer contenta,
e di viver d'amara gelosia,
pur che l'amato lume lo consenta,
pur che non spiaccia a lui la pena mia.
Perch' pi dolce se per lui stenta,
che gioir per ogn'altro non saria;
ed io per me non fia mai che mi penta
di s gradita e nobil prigionia;
perch capir un'alma tanto bene,
senza provarvi qualche cosa aversa,
questa terrena vita non sostiene.
Ed io. che sono in tante pene immersa,
quando avanti il suo raggio almo mi viene,
resto da quel ch'esser solea diversa.


127.

Su, speranza, su f, prendete l'armi
contra questa crudel nemica mia,
importuna e spietata gelosia,
che cerca quanto pu di vita trarmi;
diasi uscita a'sospir, verghinsi carmi,
s che si sfoghi tanta pena ria;
trovisi dolce e grata compagnia,
s che possa il dolor men danno farmi.
E, se questo non basta, un altro amore
si prenda, e lassi questo onde ora avampo,
e cos vinca l'un l'altro dolore.
Perch'ogni fra in selva, in prato, in campo
cerca per natural forza e vigore
di tentar ogni via per lo suo scampo.


128.

S'io 'l dissi mai, signor, che mi sia tolto
l'arder per voi, com'ardo in fiamma viva;
s'io 'l dissi mai, ch'io resti d'amar priva,
e resti il cor del suo bel laccio sciolto.
S'io 'l dissi mai, che 'l lume del bel volto,
di cui convien ch'ognor ragioni e scriva,
a la mia luce di tutt'altro schiva
non si mostri giamai poco n molto.
S'io 'l dissi mai, che gli uomini a vicenda
tutti, e li di, fortuna disdegnosa
a mio danno, a ruina ultima accenda.
Ma s'io nol dissi, e non feci mai cosa
degna del vostro sdegno, omai si renda
la vita mia, qual fu, lieta e gioiosa.


129.

O mia sventura, o mio perverso fato,
o sentenzia nemica del mio bene,
poi che senza mia colpa mi conviene
portar la pena de l'altrui peccato.
Quando si vide mai reo condannato
a la morte, a l'essilio, a le catene
per l'altrui fallo e, per maggior sue pene,
senza esser dal suo giudice ascoltato.
Io grider, signor, tanto e s forte,
che, se non li vorrete ascoltar voi,
udranno i gridi miei Amore o Morte;
e forse alcun pietoso dir poi:
- Questa loc per sua contraria sorte
in troppo crudo luogo i pensier suoi.


130.

Qual fu di me giamai sotto la luna
donna pi sventurata e pi confusa,
poi che 'l mio sole, il mio signor m'accusa
di cosa, ov'io non ho gi colpa alcuna?
E, per farmi dolente a via pi d'una
guisa, non vuol ch'io possa far mia scusa;
vuol ch'io tenga lo stil, la bocca chiusa,
come muto, o fanciul piccolo in cuna.
A qual pi sventurato e tristo reo
di non poter usar la sua difesa
s dura legge al mondo unqua si do?
Tal  la fiamma, ond'hai me, Amor, accesa,
tal  il mio fato dispietato e reo,
tal  'l laccio crudel, con che m'hai presa.


131.

Poich da voi, signor, m' pur vietato
che dir le vere mie ragion non possa,
per consumarmi le midolle e l'ossa
con questo novo strazio e non usato,
fin che spirto avr in corpo ed alma e fiato,
fin che questa mia lingua aver possa,
grider sola in qualche speco o fossa
la mia innocenzia e pi l'altrui peccato.
E forse ch'averr quello ch'avenne
de la zampogna di chi vide Mida,
che son poi quel ch'egli ascoso tenne.
L'innocenzia, signor, troppo in s fida,
troppo  veloce a metter ale e penne,
e, quanto pi la chiude altri, pi grida.


132.

Quando io dimando nel mio pianto Amore,
che cos male il mio parlar ascolta,
mille fiate il d, non una volta,
ch mi fere e trafigge a tutte l'ore:
- Come esser pu, s'io diedi l'alma e 'l core
al mio signor dal d ch'a me l'ho tolta,
e se ogni cosa dentro a lui raccolta
 riso e gioia,  scema di dolore,
ch'io senta gelosia fredda e temenza,
e d'allegrezza e gioia resti priva,
s'io vivo in lui, e in me di me son senza?
- Vo'che tu mora al bene ed al mal viva -
mi risponde egli in ultima sentenza -
questo ti basti, e questo fa'che scriva.


133.

Cos, senza aver vita, vivo in pene,
e, vivendo ov' gioia, non son lieta;
cos fra viva e morta Amor mi tiene,
e vita e morte ad un tempo mi vieta.
Tal la sua sorte a ognun nascendo viene,
tal fu il mio aspro e mio crudo pianeta;
di s rio frutto in sitibonde arene,
senza mai sparger seme, avien ch'io mieta.
E s'io voglio per me stessa finire
con la vita i tormenti, non m' dato,
ch senza vita un uom non pu colpire.
Qual fine Amore e 'l ciel m'abbia serbato
io non so, lassa, e non posso ridire;
so ben ch'io sono in un misero stato.


134.

Queste rive ch'amai s caldamente,
rive sovra tutt'altre alme e beate,
fido albergo di cara libertade,
nido d'illustre e riposata gente,
chi 'l crederia? mi son novellamente
s fattamente fuor del cor andate,
che di passar con lor le mie giornate
mi doglio meco e mi pento sovente.
E tutti i miei disiri e i miei pensieri
mirano a quel bel colle, ove ora stanza
il mio signor e i suoi due lumi alteri.
Quivi, per acquetar la desianza,
spenderei tutta seco volentieri
questa vita penosa che m'avanza.


135.

Quanto  questo fatto ora aspro e selvaggio
di dolce, ch'esser suole, e lieto mare!
Dopo il vostro da noi allontanare
quanta compassione a me propria aggio,
tanto ho invidia al bel colle, al pino, al faggio,
che gli fanno ombra, al fiume, che bagnare
gli suole il piede ed a me nome dare,
che godono or del vostro vivo raggio.
E, se non che egli  pur quell'il bel nido,
dove nasceste, io pregherei che fesse
il ciel lui ermo, lor secchi e quel torbo:
per questo io resto, e prego voi, o fido
del mio cor speglio, ove mi tergo e forbo,
a tornar tosto e serbar le promesse.


136.

Chi mi dar di lagrime un gran fonte,
ch'io sfoghi a pieno il mio dolor immenso,
che m'assale e trafige, quando io penso
al poco amor del mio spietato conte?
Tosto che '1 sol degli occhi suoi tramonte
agli occhi miei, a'quali  raro accenso,
tanto ha di me non pi memoria o senso,
quanto una tigre del pi aspro monte.
Ben  'l mio stato e 'l destin crudo e fero,
ch tosto che da me vi dipartite,
voi cangiate, signor, luogo e pensiero.
- Io ti scriver subito - mi dite -
ch'io sar giunto al loco ove andar chero; -
e poi la vostra fede a me tradite.


137.

Prendete il volo tutti in quella parte,
ove sta chi pu dar fine a'miei mali
col raggio sol de'lumi suoi fatali,
o sospir, o querele al vento sparte.
E con quanta eloquenzia e con quant'arte
vi detter colui c'ha face e strali,
dite a la vita mia pietose quali
d provo, quando egli da noi si parte.
E se con vostri umili modi adorni
potrete far pietoso il vago aspetto,
s ch'a star oggimai con noi ritorni,
non tornate pi voi, ch'io non v'aspetto:
rimanetevi pur in que'soggiorni,
e venga a me con lui gioia e diletto.


138.

Sacro fiume beato, a le cui sponde
scorgi l'antico, vago ed alto colle,
ove nacque la pianta ch'oggi estolle
al ciel i rami e le famose fronde,
ben fr le stelle ai tuoi desir seconde,
ch 'l s spesso veder non ti si tolle
e 'l far talor la bella pianta molle,
ch'a me, lassa, s spesso si nasconde.
Tu mi di nome, ed io vedr se 'n carte
posso con le virt che la mi rende,
al secol, che verr, famoso farte.
Oh pur non turbi il ciel, cui sempre offende
la gioia mia, i miei disegni in parte!
Altri ch'ella so ben che non m'intende.


139.

Fiume, che dal mio nome nome prendi,
e bagni i piedi a l'alto colle e vago,
ove nacque il famoso ed alto fago,
de le cui fronde alto disio m'accendi,
tu vedi spesso lui, spesso l'intendi,
e talor rendi la sua bella imago;
ed a me che d'altr'ombra non m'appago,
cos sovente, lassa, lo contendi.
Pur, non ostante che la nobil fronde,
ond'io piansi e cantai con pi d'un verso,
la tua merc, s spesso lo nasconde,
prego 'l ciel ch'altra pioggia o nembo avverso
non turbi, Anasso, mai le tue chiar'onde
se non quel sol che da quest'occhi verso.


140.

O rive, o lidi, che gi foste porto
de le dolci amorose mie fatiche,
mentre stavan con noi le luci amiche,
che sempre accese ne l'interno porto,
quanta mi deste gi gioia e conforto,
tanto mi ste ad or ad or nemiche,
poi che 'l mio sol (lassa, convien che 'l diche!)
voi e me ha lasciato a s gran torto.
Io cangerei con voi campagne e boschi
e colli e fiumi, l dove dimora
chi partendo lasci gli occhi mei foschi,
e di tornar non fa pensier ancora,
non ostante, crudel, che ben conoschi
che, se sta molto, converr ch'io mora.


141.

Sovente Amor, che mi sta sempre a lato,
mi dice: - Miserella, quale or fia
la vita tua, poi che da te si svia
lui che soleva far lieto il tuo stato? -
Io gli rispondo: - E tu perch mostrato
l'hai a questi occhi, quando 'l vidi pria,
se ne dovea seguir la morte mia,
subito visto e subito rubbato? -
Ond'ei si tace, avvisto del suo fallo,
ed io mi resto preda del mio male:
quanto mesta e dogliosa, il mio cor sallo!
E, perch'io preghi, il mio pregar non vale,
per ci che a chi devrebbe, ed a chi fllo,
o poco o nulla del mio danno cale.


142.

Rimandatemi il cor, empio tiranno,
ch'a s gran torto avete ed istraziate,
e di lui e di me quel proprio fate,
che le tigri e i leon di cerva fanno.
Son passati otto giorni, a me un anno,
ch'io non ho vostre lettre od imbasciate,
contro le f che voi m'avete date,
o fonte di valor, conte, e d'inganno.
Credete ch'io sia Ercol o Sansone
a poter sostener tanto dolore,
giovane e donna e fuor d'ogni ragione,
massime essendo qui senza 'l mio core
e senza voi a mia difensione,
onde mi suol venir forza e vigore?


143.

Quando fia mai ch'io vegga un d pietosi
gli occhi, che per mio mal da prima vidi
in queste rive d'Adria, in questi lidi
dov'Amor mille lacci aveva ascosi?
Quando fia mai che libera dir osi,
dato bando a'miei pianti ed a'miei gridi:
- Or ti conforta, anima cara, or ridi,
or tempo  ben che godi e che riposi? -
Lassa, non so; so ben che ad ora ad ora
ho cercato placar o lui o morte,
e n questa n quello ho mosso ancora.
Tal , misera, il fin, tal  la sorte
di chi troppo altamente s'innamora:
donne mie, siate a l'invescarvi accorte.


144.

Ricorro a voi, luci beate e dive,
a voi che ste le mie fide scorte,
da poi che 'l cielo, Amor, fortuna e sorte
sono ai soccorsi miei s tardi e schive.
Se per me in voi si spera e 'n voi si vive,
come avien che per voi pur si comporte
a star lunge da me quest'ore corte,
che 'l mio ben la piet vostra prescrive?
Deh non state oggimai da me pi lunge!
Fate che questo breve spazio sia
concesso a me d'avervi sempre presso;
ch l'ardente disio tanto mi punge,
che certo finir la vita mia,
se non m' 'l vagheggiarvi ognor concesso.


145.

Liete campagne, dolci colli ameni,
verdi prati, alte selve, erbose rive,
serrata valle, ov'or soggiorna e vive
chi pu far i miei d foschi e sereni,
antri d'ombre amorose e fresche pieni,
ove raggio di sol non  ch'arrive,
vaghi augei, chiari fiumi ed aure estive,
vezzose ninfe, Pan, fauni e sileni,
o rendetemi tosto il mio signore,
voi che l'avete, o fategli almen cnta
la mia pena e l'acerbo aspro dolore:
ditegli che la vita mia tramonta,
s'omai fra pochi giorni, anzi poch'ore
il suo raggio a quest'occhi non sormonta.


146.

Come posso far pace col desio,
o farvi tregua, poi ch'egli pur vuole,
non essendo qui nosco il suo bel sole,
tranquillo porto e sole al viver mio?
Egli fa giorno al suo colle natio,
come a chi nulla o poco incresce e duole
o 'l morir nostro o 'l pianto o le parole:
lassa, ch'io nacqui sotto destin rio!
L dove converr che tosto ceda
a morte l'alma o tosto a noi ritorni
la belt ch'al mio mal non par che creda.
Tal qui, fra questi d'Adria almi soggiorni,
io misera Anassilla, d'Amor preda,
notte e d chiamo i miei due lumi adorni.


147.

- Or sopra il forte e veloce destriero -
io dico meco - segue lepre o cerva
il mio bel sole, or rapida caterva
d'uccelli con falconi o con sparviero.
Or assal con lo spiedo il cignal fiero,
quando animoso il suo venir osserva;
or a l'opre di Marte or di Minerva
rivolge l'alto e saggio suo pensiero.
Or mangia, or dorme, or leva ed or ragiona,
or vagheggia il suo colle, or con l'umana
sua maniera trattiene ogni persona. -
Cos, signor, bench'io vi sia lontana,
s fattamente Amor mi punge e sprona,
ch'ogni vostr'opra m' presente e piana.


148.

Se 'l cielo ha qui di noi perpetua cura,
e partisce ad ognun, come conviene,
che maraviglia , s'a me diede pene,
e mi di vita dispietata e dura?
e se 'l mio sol di me poco si cura?
se mi vede morir e lo sostiene?
Ei vince il sol con sue luci serene,
illustre e bel per studio e per natura.
A lui convien regnare, a me servire,
vil donna e bassa; e parmi ancora troppo
ch'egli non sdegni il mio per lui patire.
Queste ragioni ed altre insieme aggroppo
meco talor, per dar tregua al martre
col desir sempre presto e 'l poter zoppo.


149.

S come tu m'insegni a sospirare,
arder di fiamma tal, che Etna pareggia,
pianger di pianto tal, che se n'aveggia
omai quest'onda e cresca questo mare,
insegnami anche, Amor, tu che 'l puoi fare,
come men duro il mio signor far deggia,
come, quando adivien che piet chieggia,
possa placarlo al suon del mio pregare.
Ch'io ti perdono e danni e strazi e torti,
che tu m'hai fatto e fai, tanti e s gravi,
ch'io non so come il ciel te lo comporti;
perch non fia pi pena che m'aggravi,
pur ch'io faccia pietosi e faccia accorti
gli occhi che del mio cor hanno le chiavi.


150.

Larghe vene d'umor, vive scintille,
che m'ardete e bagnate in acqua e 'n fiamma,
s, che di me omai non resta dramma,
che non sia tutta pelaghi e faville,
fate che senta almeno una di mille
aspre mie pene chi mi lava e 'nfiamma,
n di foco che m'arda sente squamma,
n d'umor goccia che dagli occhi stille.
- Non son - mi dice Amor - le ragion pari;
egli  nobile e bel, tu brutta e vile;
egli larghi, tu hai li cieli avari.
Gioia e tormento al merto tuo simle
convien ch'io doni. - In questi stati vari
io peno, ei gode; Amor segue suo stile.


151.

Piangete, donne, e con voi pianga Amore,
poi che non piange lui, che m'ha ferita
s, che l'alma far tosto partita
da questo corpo tormentato fuore.
E se mai da pietoso e gentil core
l'estrema voce altrui fu essaudita,
dapoi ch'io sar morta e sepelita,
scrivete la cagion del mio dolore:
"Per amar molto ed esser poco amata
visse e mor infelice, ed or qui giace
la pi fidel amante che sia stata.
Pregale, viator, riposo e pace,
ed impara da lei, s mal trattata,
a non seguir un cor crudo e fugace".


152.

Io vorrei pur ch'Amor dicesse come
debbo seguirlo e con qual arte e stile
possa sperar di far chi m'arde umle,
o diporr'io queste amorose some.
Io ho le forze omai s fiacche e dome,
s spaventosa son tornata e vile,
che, quasi ad Eco imagine simle,
di donna serbo sol la voce e 'l nome:
n, perch le vestigia del mio sole
io segua sempre, come fece anch'ella,
e risponda a l'estreme sue parole,
posso indur la mia fiera e dura stella
ad oprar s ch'ei, crudo come suole,
s'arresti al suon di mia stanca favella.


153.

Se poteste, signor, con l'occhio interno
penetrar i segreti del mio core,
come vedete queste ombre di fuore
apertamente con questo occhio esterno,
vi vedreste le pene de l'inferno,
un abisso infinito di dolore,
quanta mai gelosia, quanto timore
Amor ha dato o pu dar in eterno.
E vedreste voi stesso seder donno
in mezzo a l'alma, cui tanti tormenti
non han potuto mai cavarvi, o ponno;
e tutti altri disir vedreste spenti,
od oppressi da grave ed alto sonno
e sol quei d'aver voi desti ed ardenti.


154.

Straziami, Amor, se sai, dammi tormento,
tommi pur lui, che vorrei sempre presso,
tommi pur, crudo e disleal, con esso
ogni mia pace ed ogni mio contento,
fammi pur mesta e lieta in un momento,
dammi pi morti con un colpo stesso,
fammi essempio infelice del mio sesso,
che per ci di seguirti non mi pento.
Perch, volgendo a quei lumi il pensiero,
che vicini e lontani mi son scorta
per l'aspro, periglioso tuo sentiero,
move da lor virt, che 'l cor conforta
s che, quanto pi sei crudele e fiero,
tanto pi facilmente ei ti comporta.


155.

Due anni e pi ha gi voltato il cielo,
ch'io restai presa a l'amoroso visco
per una belt tal, che, dirlo ardisco,
simil mai non si vide in mortal velo;
per questo io la divolgo, e non la celo,
e non mi pento, anzi glorio e gioisco;
e, se donna giamai grad, gradisco
questa fiamma amorosa e questo gelo;
e duolmi sol, se sar mai quell'ora,
che da me si disciolga e leghi altronde
la belt ch'ogni cosa arde e inamora.
E, se Morte a chi prega unqua risponde,
la prego che permetta, anzi ch'io mora,
che non vegga d'altrui l'amata fronde.


156.

Mentr'io penso dolente a l'ora breve,
che del suo lume fien mie luci prive,
questi lidi lo sanno e queste rive,
io mi disfaccio com'al sol la neve;
e quel che par che pi m'annoi e aggreve,
 che 'l termine mio tant'oltra arrive,
e che prima di vita non mi prive
morte, a tutt'altri grave, a me sol lieve.
Ch, s'io morissi innanzi a tanta doglia,
l'anima andrebbe altrove consolata,
lasciando qui la sua terrena spoglia;
ma fortuna ed Amor m'hanno lasciata,
perch morend'ognora pi mi doglia,
questa vita penosa che m' data.


157.

A che pur dir, o mio dolce signore,
ch'esca frutto da me di lode degno,
a che alzarmi a s gradito segno,
a che scrivendo procacciarmi onore,
se da quel d, ch'entrar mi fece Amore
con l'arme de'vostr'occhi entro 'l suo regno,
voi movete lo stil, l'arte, l'ingegno,
sensi, spirti, pensier, voglie, alma e core?
Se da me dunque nasce cosa buona,
 vostra, non  mia; voi mi guidate,
a voi si deve il pregio e la corona.
Voi, non me, da qui indietro omai lodate
di quanto per me s'opra e si ragiona:
ch l'ingegno e lo stil, signor, mi date.


158.

Deh lasciate, signor, le maggior cure
d'ir procacciando in questa et fiorita
con fatiche e periglio de la vita
alti pregi, alti onori, alte venture;
e in questi colli, in queste alme e sicure
valli e campagne, dove Amor n'invita,
viviamo insieme vita alma e gradita
fin che 'l sol de'nostr'occhi alfin s'oscure.
Perch tante fatiche e tanti stenti
fan la vita pi dura, e tanti onori
restan per morte poi subito spenti.
Qui coglieremo a tempo e rose e fiori,
ed erbe e frutti, e con dolci concenti
canterem con gli uccelli i nostri amori.


159.

Quella febre amorosa, che m'atterra
due anni e pi e quel gravoso incarco
ch'io sento, poi ch'Amor mi prese al varco
di duo begli occhi, onde l'uscir mi serra,
potea bastare a farmi andar sotterra,
lasciar lo spirto del suo corpo scarco,
senza voler ch'oltra i suoi strali e l'arco,
altra febre, altro mal mi fesse guerra.
Padre del ciel, tu vedi in quante pene
questo misero spirto e questa scorza
a tormentare Amor e febre viene.
Di queste febri o l'uno o l'altra smorza,
ch due tanti nemici non sostiene
donna s frale e di s poca forza.


160.

Care stelle, che tutte insieme insieme
con Cupido e Ciprigna vaghe e pronte
deste il mio cor a quell'altero conte,
che per premio m'ha poi tolto la speme,
poi che vedete ch'ei, che nulla teme,
contra voi, contra me alza la fronte,
vendicate le vostre e le mie onte
con vendette pi crude e pi supreme.
E questo sia non che 'l mio cor mi renda,
ma mi dia il suo, e rendami la spene,
e cos si dia otta per vicenda.
Fate che 'n quelle ond'io son or catene
presa e legata, il conte i'leghi e prenda;
questo strazio al superbo si convene.


161.

Verso il bel nido, ove restai partendo,
ove vive di me la miglior parte,
quando il sol faticoso torna e parte,
mai sempre l'ale del disir io stendo.
E me ad or ad or biasmo e riprendo,
ch'a star con voi non usai forza ed arte,
sapendo che, da voi stando in disparte,
ben mille volte al d moro vivendo.
La speme mosse il mio dubbioso piede,
che deveste venir tosto a vedermi,
per arrestar questa fugace vita.
Osservate, signor, la data fede:
fate, venendo, questi lidi, or ermi,
cari e gioiosi, e me lieta e gradita.


162.

Se 'l fin degli occhi miei e del pensiero
 'l vedervi e di voi pensar, mia vita,
poi l'un mi tolse l'empia dipartita
ch'io fei da voi per non dritto sentiero,
l'imagin del sembiante vostro vero
mi sta sempre nel cor fissa e scolpita,
qual donna in parte, ove sia pi gradita
che gemme oriental, oro od impero.
Ma, perch l'alma disiosa e vaga,
troppo aggravata d'amorosa sete,
di questo sol rimedio mal s'appaga,
fate le luci mie gioiose e liete,
signor, di vostra vista, e questa piaga
saldate, che voi sol saldar potete.


163.

Quando mostra a quest'occhi Amor le porte
de l'immensa bellezza ed infinita
de l'unico mio sol, l'alma invaghita
de le sue glorie par che si conforte.
Quando poi mostra a la memoria a sorte
quelle di crudelt mai non udita,
tutta a l'incontro afflitta e sbigottita
resta preda ed imagine di morte.
E cos vita e morte, e gioie e pene,
e temenza e fidanza, e guerra e pace
per le tue mani, Amor, d'un luogo viene.
N questo vario stato mi dispiace,
s son dolci i martri e le catene;
ma temo che sar breve e fugace.


164.

Occhi miei lassi, non lasciate il pianto,
come non lascian me tma e spavento
di veder tosto a noi rubato e spento
il lume ch'amo e riverisco tanto.
Pregate morte, se si pu, fra tanto
che mi venga essa a cavar fuor di stento;
perch morir a un tratto  men tormento,
che viver sempre a mille morti a canto.
Io direi che pregaste prima Amore
che facesse cangiar voglia e pensiero
al nostro crudo e disleal signore;
ma so che saria invan, perch s fiero,
cos indurato ed ostinato core
non ebbe mai illustre cavaliero.


165.

S'una vera e rarissima umiltate,
una f pi che marmo e scoglio salda,
una fiamma ch'abbrucia, non pur scalda,
un non curar de la sua libertate,
un, per piacer a le due luci amate,
aver l'alma al morir ardita e balda,
un liquefarsi come neve in falda
mertan per tempo omai trovar pietate.
io devrei pur sperar d'aprir lo scoglio,
ch'intorno al core ha il mio signor s sodo,
ch'altrui pregare o strazio anco non franse.
Ed io ne prego ardente, come soglio,
Amor e lui, che m'hanno stretto il nodo,
e san quanto per me si piange e pianse.


166.

Io accuso talora Amor e lui
ch'io amo; Amor, che mi leg s forte;
lui, che mi pu dar vita e dammi morte,
cercando trsi a me per darsi altrui;
ma, meglio avista, poi scuso ambedui,
ed accuso me sol de la mia sorte,
e le mie voglie al voler poco accorte,
ch'io de le pene mie ministra fui.
Perch, vedendo la mia indegnitade,
devea mirar in men gradito loco,
per poterne sperar maggior pietade.
Fetonte, Icaro ed io, per poter poco
ed osar molto, in questa e quella etade
restiamo estinti da troppo alto foco.


167.

Poi che disia cangiar pensiero e voglia
l'empio signor, ch'onoro ed amo tanto,
senza curar de'fiumi del mio pianto,
e del mancar de la mia frale spoglia,
io prego morte, che di qua mi toglia,
perch non abbia questo crudo il vanto;
o prego Amor, che mi rallenti alquanto,
poi che de'doni suoi tutta mi spoglia;
s che o morta non vegga tanto danno,
o viva e sciolta non lo stimi molto,
allor che gli occhi altro mirar sapranno.
Dunque o sia falso il mio temere e stolto,
o resti sciolta al rinovar de l'anno,
o queti il corpo in bel marmo sepolto.


168.

Che bella lode, Amor, che ricche spoglie
avrai d'una infiammata giovenetta,
che t' stata s fida e s soggetta,
seguendo pi le tue che le sue voglie,
se per te cos tosto si discioglie
da la catena, che l'aveva stretta,
la qual le piace s, s le diletta,
ch'a penar dolcemente par l'invoglie?
Non conviene ad un dio l'esser s lieve,
massimamente quando il cangiar stato
non  diletto altrui, ma doglia greve.
Ma tu pur segui il tuo costume usato,
e fai la gioia mia fugace e breve,
ritogliendomi il ben che m'hai donato.


169.

A che pi saettarmi, arcier spietato?
Se tu lo fai per mostrar la tua forza,
io ho gi tutto dentro e ne la scorza
questo misero corpo arso e 'mpiagato.
Se tu lo fai per farmi un d placato
chi la mia libert mi lega e smorza,
tu speri invan, perch tua poggia ed orza
nulla rileva il suo legno ostinato.
Egli si pasce del mio crudo strazio,
quanto  maggior, e de l'aspre mie pene,
non pur che mai ne sia pentito e sazio;
ed in una gran tma mi mantiene
che, fatto d'altra donna, in breve spazio
mi torr le sue luci alme e serene.


170.

Fammi pur certa, Amor, che non mi toglia
tempo, fortuna, invidia o crudeltade
la mia viva ed angelica beltade,
quella ch'appaga e queta ogni mia voglia;
e dammi quanto sai tormento e doglia:
che tutto mi sar gioia e pietade;
tommi riposo, tommi libertade,
e, se ti par, tommi anco questa spoglia:
che per certo io morr lieta e contenta,
morendo sua, pur che non vegga io
ch'ella sia fatta d'altra donna, o senta.
Questa sol tma turba il piacer mio,
questa fa ch'a'miei danni non consenta,
e fa la speme ritrosa al desio.


171.

Voi potete, signor, ben trmi voi
con quel cor d'indurato diamante,
e farvi d'altra donna novo amante;
di che cosa non , che pi m'annoi;
ma non potete gi ritormi poi
l'imagin vostra, il vostro almo sembiante,
che giorno e notte mi sta sempre innante,
poi che mi fece Amor de'servi suoi;
non potete ritrmi quei desiri,
che m'acceser di voi s caldamente,
il foco, il pianto, che per gli occhi verso.
Questi mi fien ne'miei gravi martri
dolce sostegno, e la memoria ardente
del diletto provato, c'han disperso.


172.

S'una candida fede, un cor sincero,
una gran riverenza, una infinita
voglia a servir altrui pronta ed ardita,
un servo grato al suo signor mai fro,
devrebbe pur, signor, l'affetto vero
e la mia fede esser da voi gradita,
se i vostri onor pi cari che la vita
mi fr mai sempre, e pi ch'oro ed impero.
Ma poi che mia fortuna mi contende
merc s giusta, poi che a s gran torto
a schivo il servir mio da voi si prende,
ci ch'a voi piace paziente porto,
sperando pur che Dio, che tutto intende,
vi faccia un d de la mia fede accorto.


173.

Cantate meco, Progne e Filomena,
anzi piangete il mio grave martre,
or che la primavera e 'l suo fiorire
i miei lamenti e voi, tornando, mena.
A voi rinova la memoria e pena
de l'onta di Tereo e le giust'ire;
a me l'acerbo e crudo dipartire
del mio signore morte empia rimena.
Dunque, essendo pi fresco il mio dolore,
aitatemi amiche a disfogarlo,
ch'io per me non ho tanto entro vigore.
E, se piace ad Amor mai di scemarlo,
io pianger poi 'l vostro a tutte l'ore
con quanto stile ed arte potr farlo.


174.

Una inaudita e nova crudeltate,
un esser al fuggir pronto e leggiero,
un andar troppo di sue doti altero,
un trre ad altri la sua libertate,
un vedermi penar senza pietate,
un aver sempre a'miei danni il pensiero,
un rider di mia morte quando pro,
un aver voglie ognor fredde e gelate,
un eterno timor di lontananza,
un verno eterno senza primavera,
un non dar giamai cibo a la speranza
m'han fatto divenir una Chimera,
uno abisso confuso, un mar, ch'avanza
d'onde e tempeste una marina vera.


175.

Quasi uom che rimaner de'tosto senza
il cibo, onde nudrir suol la sua vita,
pi dell'usato a prenderne s'aita,
fin che gli  presso posto in sua presenza;
convien ch'innanzi a l'aspra dipartenza
ch'a si crudi digiuni l'alma invita,
ella pi de l'usato sia nodrita,
per poter poi soffrir si dura assenza.
Per, vaghi occhi miei, mirate fiso
pi de l'usato, anzi bevete il bene
e 'l bel del vostro amato e caro viso.
E voi, orecchie, oltra l'usato piene
restate del parlar, ch 'l paradiso
certo armonia pi dolce non contiene.


176.

Se voi vedete a mille chiari segni
che tanto ho cara, e non pi, questa vita,
quant' con voi, quant' da voi gradita,
ultimo fin de tutti i miei disegni,
a che pur con nov'arte e novi ingegni
darmi qualche novella aspra ferita,
tramando or questa, or quella dipartita,
quasi ogni pace mia da voi si sdegni?
Se volete ch'io mora, un colpo solo
m'uccida, s ch'omai si ponga fine
ai dispiacervi, al vivere ed al duolo;
perch cos sta sempre sul confine
di morte l'alma, e mai non prende il volo,
pensando pur a voi, luci divine.


177.

Poi che tu mandi a far tanta dimora,
empia Fortuna, in s lontan paese
il chiaro e vivo raggio che m'accese,
empia ed aversa a'miei disiri ognora,
conveniente e giusto e degno fra
che tu mi fossi almen tanto cortese,
che quest'ore s brevi avesse spese
qui meco tutte lui che m'innamora;
s che 'l cor e gli orecchi e gli occhi insieme
prendesser cibo a sostenermi in vita
quel lungo tempo poi ch'ei fia lontano,
Ma tu stai dura, ed io mi doglio invano,
dal ciel, da te e poi d'Amor tradita;
per l'alma di ci sospira e geme.


178.

Perch mi sii, signor, crudo e selvaggio,
disdegnoso, inumano ed inclemente,
perch abbi vlto altrove ultimamente
spirto, pensieri, cor, anima e raggio,
non per questo adivien che 'l foco, ch'aggio
nel petto acceso, si spenga o s'allente;
anzi si fa pi vivo e pi cocente,
quant'ha da te pi strazi e fiero oltraggio.
Ch, s'io t'amassi come l'altre fanno,
t'amerei solo e seguirei fin tanto
ch'io ne sentissi utile, e non danno;
ma per ci ch'amo te, amo quel santo
lume, che gli occhi miei visto prima hanno,
convien ch'io t'ami a l'allegrezza e al pianto.


179.

Meraviglia non , se 'n uno istante
ritraeste da me pensieri e voglie,
ch vi venne cagion di prender moglie,
e divenir marito, ov'eri amante.
Nodo e f, che non  stretto e costante,
per picciola cagion si rompe e scioglie:
la mia fede e 'l mio nodo il vanto toglie
al nodo gordiano ed al diamante.
Per non fia giamai che scioglia questo
e rompa quella, se non cruda morte,
la qual prego, signor, che venga presto;
s ch'io non vegga con le luci scorte
quello ch'or col pensier atro e funesto
mi fa veder la mia spietata sorte.


180.

Certo fate gran torto a la mia fede,
conte, sovra ogni f candida e pura,
a dir che 'n Francia  pi salda e pi dura
la f di quelle donne a chi lor crede.
Se, come Amor ch'i pensier dentro vede,
e passa ov'occhio uman non s'assicura,
penetraste anco voi per mia ventura
ove l'imagin vostra altera siede,
voi la vedreste salda come scoglio,
immobilmente appresso del mio core,
e diporreste meco il vostro orgoglio.
Ma voi vedete sol quel ch'appar fuore;
per questo io resto, misera, uno scoglio,
e voi credete poco al mio dolore.


181.

Diversi effetti Amor mi fe'vedere
poco anzi; or mi pascea di gelosia,
dimostrandomi quanto lieve sia
creder suo quel ch'a molte pu piacere;
or mi pascea di speme e di piacere,
mostrandomi la f mai sempre pria
salda e costante de la gloria mia,
e le promesse sue secure e vere.
Per questo or fra tempeste, or fra bonaccia
guidai la barca mia dubbia e sicura,
vedendo Amor or fosco, or chiaro in faccia.
Or la speranza pi non m'assicura,
e la temenza vuol ch'io mi disfaccia.
Dir pi non oso, e sallo chi n'ha cura.


182.

La vita fugge, ed io pur sospirando
trapasso, lassa, il pi degli anni miei,
n di passarli ardendo mi dorrei,
a la cagion de'miei sospir mirando;
se non che non so punto il come o 'l quando
den le mie gioie dar luogo agli omei;
ch forse a poco a poco m'userei
ad andar le mie pene sopportando.
Anzi, misera, io so che sar tosto,
ch per partenza o per cangiar volere
il fin de'miei piacer non  discosto.
E, perch'Amor mel faccia prevedere,
non  per questo il mio petto disposto
a poter tanta doglia sostenere.


183.

Deh consolate il cor co'vostri rai
questo almen poco spazio, che m'avanza
de la vostra vicina lontananza,
ch'io non vedr con gli occhi asciutti mai.
Lasciate i vostri amati colli e gai,
a voi s cara e a me nemica stanza,
colli, c'hanno imparato per usanza
a farmi oltraggio s sovente omai.
Gi senza voi non fia manco fiorita
la chioma de'bei colli, dov'io forsi
rester, senza voi, senza la vita.
Che cosa , conte, a la pietate opporsi,
se non negare a chi dimanda aita
i suoi pietosi, i suoi dolci soccorsi?


184.

Io non trovo pi rime, onde pi possa
lodar vostra belt, vostro valore,
e contare i tormenti del mio core;
s cresce a quelli e a me manca la possa.
E, quasi fiamma che sia dentro mossa,
e non possa sfogar l'incendio fore,
questo interno disio cresce 'l dolore,
e mi consuma le midolle e l'ossa;
s che fra tutti i beni e tutti i mali,
ch'Amor suol dar, io ho questo vantaggio,
che quanti sien ridir non posso, e quali.
Dunque, o tu, vivo mio lucente raggio,
dammi vigore, o tu dammi, Amor, l'ali,
ch'io saglia a mostrar fuor quel che 'n cor aggio.


185.

Io penso talor meco quanto amaro
fora il mio stato, se per qualche sdegno,
o per stimarsi il mio signor pi degno,
mi ritogliesse il suo bel lume e chiaro;
e mi risolvo che 'l vero riparo,
quando ad essaminar ben tutto vegno,
per finire i miei mal tutti ad un segno,
saria di morte il colpo aspro ed avaro.
Ch, s'io restassi in vita, gli occhi e 'l core,
la speranza, il disio mi farian guerra,
che prendon sol da lui sca e vigore;
dove, s'io fossi morta e posta in terra,
si porria fin ad un tratto al dolore,
ch' vita morte che pi morti atterra.


186.

- Che fia di me - dico ad Amor talora, -
poi che del mio signor gli occhi sereni
lasseran questi miei di pianto pieni,
fatto esso d'altri infin a l'ultim'ora?
- Che fia di me - mi rispond'egli allora, -
ch'arco e saette e faci e teme e speni
tengo in quegli occhi, e tutti altri miei beni,
n mai ritrarli io ho potuto ancora?
D'indi soglio infiammar, d'indi ferire;
or, se come tu di', ce li ritoglie,
caduta  la mia gloria e 'l nostro ardire. -
In queste amare e dispietate voglie
restiam noi due, ed ei segue di gire
carco e superbo de le nostre spoglie.


187.

Se gran temenza non tenesse a freno
la mia lingua bramosa e 'l mio disio,
s ch'io potessi dire al signor mio
come amando e temendo io vengo meno,
io spererei che quel di grazie pieno
viso leggiadro, onde tutt'altro oblio,
quant' 'l mio stato travagliato e rio,
tanto lo fesse un d chiaro e sereno;
e quello, onde m'avinse e strinse, nodo
non cercherebbe, lassa, di slegarlo,
allor che pi credea che fosse sodo.
Ma per troppo timor non oso farlo;
cos dentro al mio cor mi struggo e rodo,
e sol con meco e con Amor ne parlo.


188.

Quasi vago e purpureo giacinto,
che 'n verde prato, in piaggia aprica e lieta,
crescendo ai raggi del pi bel pianeta,
che lo mantien degli onor suoi dipinto,
subito torna languidetto e vinto,
s che mai non si vide tanta pita,
se di veder gli usati rai gli vieta
nube, che 'l sol abbia coperto e cinto;
tal la mia speme, ch'ognor s'erge e cresce,
dinanzi a'rai de la belt infinita,
onde ogni sua virtute e vigor esce.
Ma la ritorna poi fiacca e smarrita
oscura tma, che con lei si mesce,
che la sua luce tosto fia sparita.


189.

Lassa, in questo fiorito e verde prato
de le delizie mie, fra s fresca erba,
onde, la tua merc, vo s superba,
Amor, poi che 'l mio sol m'hai ritornato,
per quel ch'a certi segni m' mostrato,
un empio e venenoso aspe si serba,
per far la vita mia di dolce acerba
e avelenarmi il mio felice stato.
Il che se de'seguir, prego che priva
mi faccia morte e di vita e di senso,
prima che questa tma giunga a riva;
perch'a dover provar dolor s immenso,
assai meglio  morir che restar viva,
se le provate mie doglie compenso.


190.

Acconciatevi, spirti stanchi e frali,
a sostener la perigliosa guerra
e 'l colpo, che fortuna empia disserra,
da noi partendo i lumi miei fatali.
Quanti avete fin qui tormenti e quali
sofferti, poi che crudo Amor n'atterra,
son sogni ed ombre, a lato a quei che serra
questa seconda assenzia strazi e mali.
Perch contra il dolor mi fece ardita
un poco di virt, che aveva allora
che fece il mio signor l'altra partita;
or, essendo mancata quella ancora,
ed essendo cresciuta la ferita,
altro schermo non ho, se non ch'io mora.


191.

Comincia, alma infelice, a poco a poco
a ricever di fiera sorte il colpo,
a cui pensando sol mi snervo e spolpo,
ed in guai si converte ogni mio gioco.
L'alta cagion del nostro chiaro foco
partir tosto, di che, lassa, io scolpo
Amore, e 'l crudo mio signor incolpo,
s veloce a cangiar pensier e loco.
S che, quando si parte e torna il sole,
non vegga l'occhio tuo di pianto asciutto,
poi che, dove si pu, cos si vuole;
ch'un cor saldo e costante vince il tutto,
e morte alfine, o 'l tempo, come suole,
ti trarran fuor di vita e fuor di lutto.


192.

Amor, lo stato tuo  proprio quale
 una ruota, che mai sempre gira,
e chi v' suso or canta ed or sospira,
e senza mai fermarsi or scende or sale.
Or ti chiama fedele, or disleale;
or fa pace con teco, ed or s'adira;
ora ti si d in preda, or si ritira;
or nel ben teme, ed or spera nel male;
or s'alza al cielo, or cade ne l'inferno;
or  lunge dal lido, or giunge in porto;
or trema a mezza state, or suda il verno.
Io, lassa me, nel mio maggior conforto
sono assalita d'un sospetto interno,
che mi tien sempre il cor fra vivo e morto.


193.

Se quel grave martr che il cor m'afflige,
non temprasse talor cortese Amore,
gi mi sarei di vita uscita fuore,
e varcato averei Cocito e Stige;
ma, perch quant'ei pi m'ange e trafige,
tanto la gioia poi tempra l'ardore,
tenendo sempre fra due, lassa, il core,
n al s, n al no l'alma s'affige.
Cos d'ambrosia vivo e di veleno,
n di vita o di morte sta sicura
l'anima, ch'or s'aviva ed or vien meno.
O strana, o nova, o insolita ventura,
o petto di dolor e noia pieno,
o diletto, o martr, che poco dura!


194.

- Chi dar lena a la tua stanca vita -
talor dentro nel cor mi dice Amore, -
or che chi ti suol dar lena e vigore
s'apparecchia di far da te partita?
Pensando a ci, s a lagrimar m'invita
questo vero e giustissimo dolore,
che sarei gi di vita uscita fore,
se non che 'l raggio di chi pu m'aita.
E rimango pregando o lui o Morte:
lui, che non parta, o lei, che a me ne vegna,
s ch'ei vegga presente tanta pita.
Ma al mio gridare e al mio pregar s forte
di risponder n questa n quel degna,
e la sua aita ognun di lor mi vieta.


195.

Voi vi partite, conte, ed io, qual soglio,
mi rimango di duol preda e di morte,
e questa o quello ingiurioso e forte
user contra me l'usato orgoglio.
N potr farmi a'colpi loro scoglio,
non avendo con me chi mi conforte,
il vostro viso e le due fide scorte,
che ne'perigli per iscudo toglio.
Deh, foss'io certa almen che di due cose
seguisse l'una: o voi tornaste presto,
o fossero anche in voi fiamme amorose!
Ch mi sarebbe schermo e quello e questo
in far meno l'assenzie mie penose,
e 'l vostro dipartir meno molesto.


196.

Ecco, Amor, io morr, perch la vita
si partir da me, e senza lei
tu sei certo ch'io viver non potrei,
ch saria cosa nova ed inaudita.
Quanto a me, ne sar poco pentita,
perch la lunga istoria degli omei,
de'sospir, de'martr, de'dolor miei
sar per questo mezzo almen finita;
mi dorr sol per conto tuo, che poi
non avrai cor s saldo e s costante,
dove possi aventar gli strali tuoi;
e le vittorie tue, le tante e tante
tue glorie perderanno i pregi suoi,
al cader di s fida e salda amante.


197.

Chi 'l crederia? Felice era il mio stato,
quando a vicenda or doglia ed or diletto,
or tma, or speme m'ingombrava il petto,
e m'era il cielo or chiaro ed or turbato;
perch questo d'Amor fiorito prato
non  a mio giudicio a pien perfetto,
se non  misto di contrario effetto,
quando la noia fa il piacer pi grato.
Ma or l'ha pieno s di spine e sterpi
chi lo pu fare, e svelti i fiori e l'erba,
che sol v'albergan venenosi serpi.
O f cangiata, o mia fortuna acerba!
Tu le speranze mie recidi e sterpi:
la cagion dentro al petto mio si serba.


198.

Se soffrir il dolore  l'esser forte,
e l'esser forte  virt bella e rara,
ne la tua corte, Amor, certo s'impara
questa virt pi ch'in ogn'altra corte,
perch non  chi teco non sopporte
de'dolori e di tme le migliara
per una luce in apparenza chiara,
che poi scure ombre e tenebre n'apporte.
La continenzia vi s'impara ancora,
perch da quello, onde s'ha pi disio,
per riverenza altrui s'astien talora.
Queste virtuti ed altre ho imparate io
sotto questo signor, che s s'onora,
e sotto il dolce ed empio signor mio.


199.

Signor, ite felice ove 'l disio
ad or ad or pi chiaro vi richiama
a far volar al ciel la vostra fama,
secura da la morte e da l'oblio;
ricordatevi sol come rest'io,
solinga tortorella in secca rama,
che senza lui, che sol sospira e brama,
fugge ogni verde pianta e chiaro rio.
Al mio cor fate cara compagnia,
il vostro ad altra donna non donate,
poi che a me s fedel nol deste pria.
Sopra tutto tornar vi ricordate,
e, s'avien che fia quando estinta io sia,
de la mia rara f non vi scordate.


200.

Al partir vostro s' con voi partita
ogni mia gioia ed ogni mia speranza,
l'ardir, la forza, il core e la baldanza,
e poco men che l'anima e la vita:
e rest sol, pi che mai fosse ardita,
l'importuna ed ardente disianza,
la quale in questa vostra lontananza
mi d, misera me! doglia infinita.
E, se da voi non vien qualche conforto
o di lettra o di messo o di venire,
certo, signor, il viver mio fia corto;
perch in amor non  altro il morire,
per quel ch'a mille e mille prove ho scorto,
che aver poca speranza e gran disire.


201.

-  questa quella viva e salda fede,
che promettevi a la tua pastorella,
quando, partendo a la stagion novella,
n'andasti ove gran re gallico siede?
O di quanto il sol scalda e quanto vede
perfido, ingrato in atto ed in favella;
misera me, che ti divenni ancella
per riportarne s scarsa mercede!
Cos l'afflitta e misera Anassilla
lungo i bei lidi d'Adria iva chiamando
il suo pastor, da cui 'l ciel dipartilla;
e l'acque e l'aure, dolce risonando,
allor che 'l sol pi arde e pi sfavilla,
i suoi sospir al ciel givan portando.


202.

Poi che per mio destin volgeste in parte
piedi e voler, onde perdei la spene
di riveder pi mai quelle serene
luci, c'ho gi lodate in tante carte,
io mi volsi al gran Sole, e con quell'arte
e quella luce, che da lui sol viene,
trassi fuor da le sirti e da l'arene
il legno mio per via di remi e sarte.
La ragion fu le sarte, e i remi fro
la volont, che a l'ira ed a l'orgoglio
d'Amor si fece poi argine e muro.
Cos, senza temer di dar in scoglio,
mi vivo in porto omai queto e sicuro;
d'un sol mi lodo, e di nessun mi dog1io.


203.

Ardente mio disir, a che, pur vago
de'nostri danni, in parte stendi l'ale,
ov' cui de'miei strazi poco cale,
e del mio trar fuor di quest'occhi un lago?
Ben si pu del mio stato esser presago
il partir de la speme fiacca e frale,
e la memoria, che s poco assale
quel de le voglie mie tiranno e mago.
Egli a novi diletti aperto ha 'l seno,
e di me s fedele ha quella cura,
che di chi non si vede e'si pu meno.
Dunque tu di tornar a me procura,
ch 'l turbar la mia pace e '1 mio sereno
 troppo intempestiva cosa e dura.


204.

Virtuti eccelse e doti illustri e chiare,
ch'alzate al cielo il mio real signore,
sol co'passi di gloria e d'alto onore
gi giunto in parte, ove non ha pi pare;
voi, voi sol voglio volgermi ad amare,
temprando il mio focoso e cieco amore,
guidato sol da tenebre ed errore,
ove ambedue potr forse annoiare.
Or, racquistato alquanto del mio lume,
potr specchiarmi in quel bel raggio ardente,
che da prima m'elessi per mio nume;
e di cibo miglior pascer la mente,
dove io pasceva i sensi per costume
di cosa, che si fugge via repente.


205.

Quel disir, che fu gi caldo ed ardente
a bellezza seguir fugace e frale,
l'alta merc di Dio, prese ha gi l'ale,
ed  rivolto a pi fido oriente,
seguendo del mio conte solamente
quella interna bellezza e senza eguale,
che con fortuna non scende e non sale,
e del tempo e d'altrui cura niente.
Da qui indietro il suo sommo valore,
la cortesia e 'l saggio alto intelletto,
d'alte opre vago e di perpetuo onore,
saran pi degna fiamma del mio petto,
e pi degno ricetto del mio core,
e de le rime mie pi degno oggetto.


206.

Canta tu, musa mia, non pi quel volto,
non pi quegli occhi e quell'alme bellezze,
che 'l senso mal accorto par che prezze,
in quest'ombre terrene impresso e involto;
ma l'alto senno in saggio petto accolto,
mille tesori e mille altre vaghezze
del conte mio, e tante sue grandezze,
ond'oggi il pregio a tutti gli altri ha tolto.
Or sar il tuo Castalio e 'l tuo Parnaso
non fumo ed ombra, ma leggiadra schiera
di virt vere, chiuse in nobil vaso.
Quest' via da salir a gloria vera,
questo pu farti da l'orto a l'occaso
e di verace onor chiara ed altera.


207.

Poi che m'hai resa, Amor, la libertade,
mantiemmi in questo dolce e lieto stato,
s che 'l mio cor sia mio, s come  stato
ne la mia prima giovenil etade;
o, se pur vuoi che dietro a le tue strade,
amando, segua il mio costume usato,
fa'ch'io arda di foco pi temprato,
e che, s'io ardo, altrui n'abbia pietade;
perch mi par veder, a certi segni,
che ordisci novi lacci e nove faci,
e di ritrarmi al giogo tuo t'ingegni.
Serbami, Amor, in queste brevi paci,
Amor, che contra me superbo regni,
Amor, che nel mio mal sol ti compiaci.


208.

Amor m'ha fatto tal ch'io vivo in foco,
qual nova salamandra al mondo, e quale
l'altro di lei non men stranio animale,
che vive e spira nel medesmo loco.
Le mie delizie son tutte e 'l mio gioco
viver ardendo e non sentire il male,
e non curar ch'ei che m'induce a tale
abbia di me piet molto n poco.
A pena era anche estinto il primo ardore,
che accese l'altro Amore, a quel ch'io sento
fin qui per prova, pi vivo e maggiore.
Ed io d'arder amando non mi pento,
pur che chi m'ha di novo tolto il core
resti de l'arder mio pago e contento.


209.

Io non veggio giamai giunger quel giorno,
ove nacque Colui che carne prese,
essendo Dio, per scancellar l'offese
del nostro padre al suo Fattor ritorno,
che non mi risovenga il modo adorno,
col quale, avendo Amor le reti tese
fra due begli occhi ed un riso, mi prese;
occhi, ch'or fan da me lunge soggiorno;
e de l'antico amor qualche puntura
io non senta al desire ed al cor darmi,
s fu la piaga mia profonda e dura.
E, se non che ragion pur prende l'armi
e vince il senso, questa acerba cura
sarebbe or tal che non potrebbe aitarmi.


210.

Veggio Amor tender l'arco, e novo strale
por ne la corda e saettarmi il core,
e, non ben saldo ancor l'altro dolore,
nova piaga rifarmi e novo male;
e s il suo foco m' proprio e fatale,
s son preda e mancipio ognor d'Amore,
che, perch l'alma vegga il suo migliore,
ripararsi da lui n vuol n vale.
Ben  ver che la tela, che m'ordisce,
sempre  di ricco stame; e quindi aviene
che ne'suoi danni il cor pre e gioisce;
e 'l ferro  tale, onde a ferirmi or viene,
che si pu dir che chi per lui perisce
prova sol una vita e sommo bene.


211.

Qual sagittario, che sia sempre avezzo
trarre ad un segno, e mai colpo non falla,
o da propria vaghezza tratto o dalla
spene c'ha da ritrarne onore e prezzo,
Amor, che nel mio mal mai non  sezzo,
torna a ferirmi il cor, n mai si stalla,
e la piaga or risalda apre e rifalla;
n mi val s'io 'l temo o s'io lo sprezzo.
Tanto di me ferir diletto prende,
e tal n'attende e merca onor, ch'omai,
per quel ch'io provo, ad altro non intende.
Il vivo foco, ond'io arsi e cantai
molti anni, a pena  spento, che raccende
d'un altro il cor, che tregua non ha mai.


212.

Che farai, alma? ove volgerai il piede?
qual sentir prenderai, che pi ti vaglia?
Tornerai a seguir Amor, che smaglia
ogni lorica, quando irato fiede?
o, stanca e sazia de le tante prede
fatte di te ne l'aspra sua battaglia,
t'armerai s che, perch'ei pur t'assaglia,
non ti vincer pi qual suole e crede?
Il ritrarsi  sicuro, e 'l contrastare
 glorioso; e l'sca, che ci mostra,
 tal, che pu nocendo anco giovare.
Non perde e non vince anco uom che non giostra;
in queste imprese perigliose e rare
si potria far maggior la gloria nostra.


213.

Un veder trsi a poco a poco il core,
misera, e non dolersi de l'offesa;
un veder chiaro la sua fiamma accesa
negli altrui lumi e non fuggir l'ardore;
un cercar volontario d'uscir fore
de la sua libert poco anzi resa;
un aver sempre a l'altrui voglia intesa
l'alma vaga e ministra al suo dolore;
un parer tutto grazia e leggiadria
ci che si vede in un aspetto umano,
se parli o taccia, o se si mova o stia,
son le cagion ch'io temo non pian piano
cada nel mar del pianto, ov'era pria,
la vita mia; e prego Dio che 'nvano.


214.

La piaga, ch'io credea che fosse salda
per la omai molta assenzia e poco amore
di quell'alpestro ed indurato core,
freddo pi che di neve fredda falda,
si desta ad or ad ora e si riscalda,
e gitta ad or ad or sangue ed umore;
s che l'alma si vive anco in timore
ch'esser devrebbe omai sicura e balda.
N, perch cerchi agiunger novi lacci
al collo mio, so far che molto o poco
quell'antico mio nodo non m'impacci.
Si suol pur dir che foco scaccia foco;
ma tu, Amor, che 'l mio martr procacci,
fai che questo in me, lassa, or non ha loco.


215.

Qual darai fine, Amor, a le mie pene,
se dal cenere estinto d'un ardore
rinasce l'altro, tua merc, maggiore,
e s vivace a consumar mi viene?
Qual ne le pi felici e calde arene,
nel nido acceso sol di vario odore,
d'una fenice estinta esce poi fore
un verme, che fenice altra diviene.
In questo io debbo a'tuoi cortesi strali,
che sempre  degno ed onorato oggetto
quello, onde mi ferisci, onde m'assali.
Ed ora  tale e tanto e s perfetto,
ha tante doti a la bellezza eguali,
che arder per lui m' sommo, alto diletto.


216.

D'esser sempre sca al tuo cocente foco
e sempre segno a'tuoi pungenti strali,
d'esser sempre ministra de'miei mali
ed aver sempre i miei tormenti a gioco,
io non mi doglio, Amor, molto n poco,
poi che dal d, che 'l desir prese l'ali,
mi son fatti i martr propri e fatali,
e libertade in me non ha pi loco.
Pur che tu mi conservi in questo stato,
dov'or m'hai posta, e sotto quel signore,
onde il cor novamente m'hai legato,
o mi fia dolce, o torner minore
quanto son per provar, quanto ho provato
la sua rara bellezza e 'l suo valore.


217.

A che bramar, signor, che venga manco
quel che avete di me disire e speme,
s'Amor, poi che per lui si spera e teme,
i pi giusti di lor non vide unquanco?
Che vuol dir ch'ogni d divien pi franco,
quel che di voi desir m'ingombra e preme?
La speme no, che par ch'ognor si sceme,
vostra mercede, ond'io mi snervo e 'mbianco.
- Ama chi t'odia, - grida da lontano, -
non pur chi t'ama, - il Signor, che la via
ci aperse in croce da salire al cielo.
Riverite la sua possente mano,
non cercate, signor, la morte mia,
ch questo  'l vero et a Dio caro zelo.


218.

Dove volete voi ed in qual parte
voltar speme e disio che pi convegna,
se volete, signor, far cosa degna
di quell'amor, ch'io vo spiegando in carte?
Forse a Dio? Gi da Dio non si diparte
chi d'Amor segue la felice insegna:
Ei di sua bocca propria pur c'insegna
ad amar lui e 'l prossimo in disparte.
Or, se devete amar, non  via meglio
amar me, che v'adoro e che ho fatto
del vostro vago viso tempio e speglio?
Dunque amate, e servate, amando, il patto
c'ha fatto Cristo; ed amando io vi sveglio
che amiate cor, che ad amar voi sia atto.


219.

Ben si convien, signor, che l'aureo dardo
Amor v'abbia aventato in mezzo il petto,
rotto quel duro e quel gelato affetto,
tanto a le fiamme sue ritroso e tardo,
avendo a me col vostro dolce sguardo,
onde piove disir, gioia e diletto,
l'alma impiagata e 'l cor legato e stretto
oltra misura, onde mi struggo ed ardo.
Men dunque acerbo de'parer a vui
esser nel laccio aviluppato e preso,
ov'io s stretta ancor legata fui.
Zelo d'ardente caritate acceso
esser conviene eguale omai fra nui
nel nostro dolce ed amoroso peso.


220.

Signor, poi che m'avete il collo avinto
di s tenace nodo e cos forte,
poi che a me piace, ed Amor vuol ch'io porte
nel cor voi solo e nullo altro dipinto,
a voi convien per quel gentil instinto,
che natura e virt v'han dato in sorte,
volger pietoso le due fide scorte
verso chi di suo grado avete vinto.
Carit, pace, fede ed umiltate
sian le nostr'armi, onde si meni vita
rado o non mai menata in altra etate.
E sia chi dica: - O coppia alma e gradita,
ben avesti le stelle amiche e grate,
s dolcemente in un voler unita!


221.

A mezzo il mare, ch'io varcai tre anni
fra dubbi venti, ed era quasi in porto,
m'ha ricondotta Amor, che a s gran torto
 ne'travagli miei pronto e ne'danni;
e per doppiare a'miei disiri i vanni
un s chiaro oriente agli occhi ha prto,
che, rimirando lui, prendo conforto,
e par che manco il travagliar m'affanni.
Un foco eguale al primo foco io sento,
e, se in s poco spazio questo  tale,
che de l'altro non sia maggior, pavento.
Ma che poss'io, se m' l'arder fatale,
se volontariamente andar consento
d'un foco in altro, e d'un in altro male?


222.

- Dimmi per la tua face,
Amor, e per gli strali,
per questi, che mi dn colpi mortali,
e quella, che mi sface,
onde avien che non osi
ferir il mio signore,
altero de'tuoi strazi e del mio core,
in sembianti pietosi?
- Ove annider poi -
mi risponde ei, - s'io perdo gli occhi suoi?


223.

Cos m'impresse al core
la belt vostra Amor co'raggi suoi,
che di me fuor mi trasse e pose in voi;
or che son voi fatt'io,
voi meco una medesma cosa ste,
onde al ben, al mal mio,
come al vostro, pensar sempre devete;
ma pur, se al fin volete
che il vostro orgoglio la mia vita uccida,
pensate che di voi ste omicida.


224.

L'empio tuo strale, Amore,
 pi crudo e pi forte
assai che quel di Morte;
ch per Morte una volta sol si more,
e tu col tuo colpire
uccidi mille, e non si pu morire.
Dunque, Amore,  men male
la morte che 'l tuo strale.


225.

Io veggio spesso Amore
girarsi intorno agli occhi chiari e vaghi,
dolci del mio cor maghi,
de l'amato e gradito mio signore.
Quinci par che saetti,
e sian gli strali suoi gioie e diletti;
queste son armi, che dnno altrui vita
in luogo di ferita.


226.

Sapete voi perch ognun non accende,
e non empie d'amore
l'infinita belt del mio signore?
Per ch'ognun, com'io, non la comprende,
a cui per sorte  dato
vedervi quel, ch'a tant'altri  vietato;
ch, se non fosse ci, le pietre e l'erbe
spirerebbero ardore,
e girian di tal fiamma alte e superbe.


227.

Se tu credi piacere al mio signore,
come si vede chiaro,
Amor empio ed avaro,
poi che non gli hai pur tcco l'alma e 'l core;
e, come  anche degno,
poi che con gli occhi suoi mantieni 'l regno;
perch vuoi pur ch'io moia?
Per dargli biasmo e noia?
biasmo d'esser crudele,
avendo uccisa donna s fedele;
noia, perch, se vive del mio strazio,
chi lo far poi sazio?


228.

Il cor verrebbe teco,
nel tuo partir, signore,
s'egli fosse pi meco,
poi che con gli occhi tuoi mi prese Amore.
Dunque verranno teco i sospir miei,
che sol mi son restati
fidi compagni e grati,
e le voci e gli omei;
e, se vedi mancarti la lor scorta,
pensa ch'io sar morta.


229.

Qual fosse il mio martre
nel vostro dipartire,
voi 'l potete di qui, signor, stimare,
che mi fu tolto infin il lagrimare.
E l'umor, che, per gli occhi uscendo fore,
suol sfogarmi 'l dolore,
in quell'amara e cruda dipartita
mi neg la sua aita.
mio misero stato,
d'altra donna non mai visto o provato,
poi che quello, ond'Amor  s cortese,
nel maggior uopo a me sola contese!


230.

Signor, per cortesia,
non mi dite che, quand'andaste via,
Amor mi neg 'l pianto
perch, vedendo in me gi spento il foco,
l'acqua non v'avea loco
per temperarlo alquanto;
anzi dite pi tosto che fu tanto
in quel punto l'ardore,
che disecc l'umore;
e non potei mostrare
l'acerba pena mia col lagrimare,
per ci che 'l corpo mio, d'ogni umor casso,
o rest tutto foco, o tutto sasso.


231.

Le pene de l'inferno insieme insieme,
appresso il mio gran foco,
tutte son nulla o poco;
perch'ove non  speme
l'anima risoluta al patir sempre
s'avezza al duol, che mai non cangia tempre.
La mia  maggior noia,
perch gusto talor ombra di gioia
merc de la speranza,
e questa varia usanza
di gioir e patire
fa maggior il martre.


232.

Se 'l cibo, onde i suoi servi nutre Amore,
 'l dolore e 'l martre,
come poss'io morire
nodrita dal dolore?
Il semplicetto pesce,
che solo ne l'umor vive e respira,
in un momento spira
tosto che de l'acqua esce;
e l'animal, che vive in fiamma e 'n foco,
muor come cangia loco.
Or, se tu vi ch'io moia,
Amor, trammi di guai e pommi in gioia;
perch col pianto, mio cibo vitale,
tu non mi puoi far male.


233.

Beato insogno e caro,
che sotto oscuro velo m'hai mostrato
il mio felice stato,
qual potr ingegno chiaro,
quant'io debbo e vorrei, giamai lodarte
in vive voci o 'n carte?
Io per me far fede,
dovunque esser potr mia voce udita,
che, sol la tua mercede,
io son restata in vita.


234.

Deh, far mai ritorno agli occhi miei
quel vivo e chiaro lume,
ond'io vivo e quei veggon per costume?
Potran mai le mie lagrime e gli omei
far molle chi di lor si pasce e vive,
che sta da me lontano, e non mi scrive?
Aspro e selvaggio core,
quest' la f d'Amore?


235.

Conte, dov' andata
la f s tosto, che m'avete data?
Che vuol dir che la mia
 pi costante, che non era pria?
Che vuol dir che, da poi
che voi partiste, io son sempre con voi?
Sapete voi quel che dir la gente,
dove forza d'Amor punto si sente?
- O che conte crudele!
o che donna fedele!


236.

Spesso ch'Amor con le sue tempre usate
assal la vostra misera Anassilla,
vi prenderia di lei, conte, pietate
in vederla et udilla;
perch le pene sue, i suoi cordogli
rompono i duri scogli;
ma voi state lontano,
ed ella piange invano.
Veggano Amore e 'l ciel, che 'l tutto vede,
la vostra rotta e la sua salda fede.


237.

S'io credessi por fine al mio martre,
certo vorrei morire;
perch una morte sola
non occide, consola.
Ma temo, lassa me, che dopo morte
l'amoroso martr prema pi forte;
e questo posso dirlo, perch io
moro pi volte, e pur cresce il disio.
Dunque per men tormento
di vivere e penar, lassa, consento.


238.

Con quai segni, signor, volete ch'io
vi mostri l'amor mio,
se, amando e morendo ad ora ad ora,
non si crede per voi, lassa, ch'io mora?
Aprite lo mio cor, ch'avete in mano,
e, se l'imagin vostra non v' impressa,
dite ch'io non sia dessa;
e, s'ella v', a che pungermi invano
l'alma di s crudi ami
con dir pur ch'io non v'ami?
Io v'amo ed amer fin che le ruote
girin del sol, e pi, se pi si puote;
e, se voi nol credete,
 perch crudo ste.


239.

Dal mio vivace foco
nasce un effetto raro,
che non ha forse in altra donna paro:
che, quando allenta un poco,
egli par che m'incresca,
s chiaro  chi l'accende e dolce l'sca.
E, dove per costume
par che 'l foco consume,
me nutre il foco e consuma il pensare
che 'l foco abbia a mancare.


240.

Deh, perch soffri, Amor, che disiando
la mia vivace fede
resti senza mercede,
anzi di vita e di me stessa in bando?
S'io amo ed ardo fuor d'ogni misura,
perch si prende a gioco
l'amor mio e 'l mio foco
chi mi vede morir e non ha cura?
Gli orsi, i leoni e le pi crude fre
move talor pietade
di chi con umiltade
nel maggior uopo suo merc lor chiere;
e quella cruda voglia,
che vive di martre,
allor suol pi gioire,
quand'avien ch'io pi sfaccia e pi m'addoglia.


241.

Donne, voi che fin qui libere e sciolte
degli amorosi lacci vi trovate,
onde son io e son tant'altre avolte,
se di saper che cosa sia bramate
quest'Amor, che signor ha fatto e dio
non pur la nostra, ma l'antica etate,
 un affetto ardente, un van disio
d'ombre fallaci, un volontario inganno,
un por se stesso e 'l suo bene in oblio,
un cercar suo malgrado con affanno
quel che o mai non si trova, o, se pur viene,
avuto, arreca penitenzia e danno,
un nutrir la sua vita sol di spene,
un aver sempre mai pensieri e voglie
di fredda gelosia, di dubbi piene,
un laccio che s'allaccia e non si scioglie,
quando altrui piace, un gir spargendo seme,
di cui buon frutto mai non si ricoglie,
una cura mordace, che 'l cor preme,
un la sua libertate e la sua gioia
e la sua pace andar perdendo insieme,
un morir, n sentir perch si moia,
un arder dentro d'un vivace ardore,
un esser mesta e non sentir la noia,
un mostrar quel ch'uom chiude dentr'e fore,
un esser sempre pallido e tremante,
un errar sempre e non veder l'errore,
un avilirsi al viso amato innante,
un esser fuor di lui franca ed ardita,
un non saper tener ferme le piante,
un aver spesso in odio la sua vita
ed amar pi l'altrui, un esser spesso
or mesta e fosca, or lieta e colorita,
un ogni studio in non cale aver messo,
un fugir il comerzio de le genti,
un esser da s lunge ed altrui presso,
un far seco ragioni ed argomenti
e disegni ed imagini, che poi
tutti qual polve via portano i venti,
un non dormire a pieno i sonni suoi,
un destarsi sdegnosa ed un sognarsi
sempre cosa contraria a quel che vuoi,
un aver doglia e non voler lagnarsi
di chi n'offende, anzi rivolger l'ira
contra se stesso e sol seco sdegnarsi,
un veder sol un viso ove si mira,
un in esso affissarsi, bench lunge,
un gioir l'alma, quando si sospira,
e finalmente un mal che unge e punge.


242.

Da pi lati fra noi, conte, risuona,
che voi st'ito, ove disio d'onore
sotto Bologna vi sospinge e sprona,
per mostrar ivi il vostr'alto valore:
valor degno di tanto cavaliero,
ma non degno per di tant'amore.
Io, quando a la ragion volgo il pensiero,
godo meco, e gioisco, e vo lodando
che cos prode amante i ciel mi diro.
Ma quando poi ritorno al senso, quando
penso ai perigli, onde la guerra  piena,
che Marte a'figli suoi va procacciando,
di timor in timor, di pena in pena
meno questa noiosa e mesta vita
(mentre voi foste qui, dolce e serena),
me accusando ch'io non fossi ardita
di finir con un colpo i dolor miei,
anzi che voi da me fste partita.
Felice  quella donna, a cui li di
han dato amante men illustre in sorte,
e men vago di spoglie e di trofei;
col qual le sue dimore lunghe e corte
trapassa lieta, avendol sempre a lato,
fido, costante, valoroso e forte.
Felice il tempo antico e fortunato,
quando era il mondo semplice e innocente,
poco a le guerre, a le rapine usato!
Allor quella beata e queta gente,
sotto una amica e cara povertate,
menava i giorni suoi sicuramente.
Allor le pastorelle inamorate
avean mai sempre seco i lor pastori,
dai quai non eran mai abbandonate.
Con lor dai primi matutini albori
scherzavan fin al dipartir del sole,
lietamente cogliendo e frutti e fiori.
Ed or di vaghe rose e di viole
tessevan vaghe ghirlandette e care,
come chi sacri altari onora e cole.
N le quiete lor potea turbare
l'mpito de le guerre amaro ed empio,
che l'umane allegrezze suol cangiare:
guerre che fan di noi s crudo scempio,
guerre che turban s l'umano stato,
guerre suggetto d'ogni crudo essempio.
Ben fu fiero colui, per cui trovato
fu prima il ferro, causa a tanti mali,
quanti il mondo prova ora ed ha provato.
Le guerre e le battaglie de'mortali
erano tutte in quella et novella
contra i semplici e poveri animali;
contra'quali il pastor, la pastorella
con rete in spalla e con lacci e con cani
givan cingendo questa selva e quella.
Ma poi quegli appetiti ingordi, insani
di posseder l'altrui robe e l'avere
da l'antica piet si fr lontani.
Quindi si comincir prima a vedere
le crude guerre e strepiti de l'armi,
che fan, misere noi, tanto temere.
Allor sonare i bellicosi carmi
s'udiro per citade e per campagne,
contra'quai ogni stil convien che s'armi
Di lor convien ch'io mi lamenti e lagne:
la lor mercede, il mio signor m' lunge;
per lor non  chi, lassa, m'accompagne.
Voi, se zelo d'Amor pur poco punge,
cavalier onorati, se si trova
alcun, cui Marte dal suo ben disgiunge,
dimostrate in altrui la vostra prova,
perdonate cortesi al signor mio,
in cui morir e viver sol mi giova.
L'aspetto suo devria sol far restio
l'mpito d'ogni cruda ed empia mano,
senza che lo chiedessi umilment'io;
la qual con quanto posso affetto umano,
con quanta posso estrema cortesia
(e giunga il prego mio presso e lontano)
prego ch'ardito alcun di voi non sia
d'offender per un poco un signor tale,
e turbar seco ancor la vita mia.
E voi, conte, voi, animo reale,
provato e riprovato in ogni impresa,
deh, se di me pur poco ancor vi cale,
quando sar l'aspra battaglia accesa,
andate cauto, ed abbiate rispetto
a me, tutta per voi dubbia e sospesa.
E pensate che sia nel vostro petto
l'anima mia con la vostr'alma unita,
quasi in suo proprio e suo alto ricetto.
E s come pensaste a la partita,
pensate, conte, omai anco al ritorno,
se voi cercate di tenermi in vita;
ch'io vi vo richiamando notte e giorno.


243.

Dettata dal dolor cieco ed insano,
vattene al mio signor, lettera amica,
baciando a lui la generosa mano.
E digli che dal d, che la nimica
mia stella me lo tolse, il cibo mio
 sol noia, dolor, pianto e fatica.
Ben fu 'l ciel al mio ben contrario e rio,
ch'a pena mi mostr l'amato obietto,
che, misera, da me lo diparto.
O brevi gioie, o fral uman diletto!
o nel regno d'Amor tesor fugace,
subito mostro e subito intercetto!
Il bel paese, che superbo giace
fra 'l Rodano e la Mosa, or mi contende
la suprema cagion d'ogni mia pace.
Mentre ivi il mio signor gradito intende
a l'onorate giostre, a'pregi, a'ludi,
di cui s chiara a noi fama s'estende,
io, misera, che 'n lui tutti i miei studi,
tutte le voglie ho poste, essendo lunge,
conven che disiando agghiacci e sudi.
E s fiero il martr m'assale e punge,
ch'io mi vivo sol d'esso e vivrommi anco
fin che 'l ciel, conte, a me vi ricongiunge.
Voi, qual guerrier vittorioso e franco,
ferite altrui con l'onorata lancia;
io son ferita qui dal lato manco.
O per me poco aventurosa Francia!
o bel paese, avverso a'miei disiri,
che 'mpallidir mi fai spesso la guancia!
Dovunque avien che gli occhi volga e giri,
non vi trovando voi, conte, mi resto
senza speranza, preda de'sospiri.
Voi prometteste ben di scriver presto,
non possendo tornar, per porger sca
fra tanto al mio disir atro e funesto:
non possendo tornar, per porger sca
da la memoria vostra la mia fede,
e che del mio dolor poco v'incresca.
 questa de l'amor mio la mercede?
e de la vostra fede  questo il pegno?
Misera donna ch'ad amante crede!
Credetti amar un cavalier pi degno
e 'l pi bel che mai fosse, ed or m'aveggio
che la credenza mia non giunge al segno.
Empia fortuna, or che mi pi far peggio,
rottemi le promesse di colui,
senza cui, d'ogni mal preda, vaneggio?
Io non spero giamai che, come fui
vostra, conte, una volta, non sia sempre;
cos non foste voi, conte, d'altrui!
Non so perch la vita non si stempre,
non so com'or con voi ragioni e scriva,
afflitta s de l'amorose tempre.
Ma, lassa, che dich'io? perch mi priva
s 'l duol del vero mio conoscimento,
ch'io tema d'una f tenace e viva?
Non ste voi quel pieno d'ardimento,
di senno e di valor, ch'a mille prove
trovato ho fido cento volte e cento?
Perch debb'io temer ch'essendo altrove,
da me partito a pena, in voi s tosto
novo amor a'miei danni si rinove?
Deh, dolce conte mio, per quelle e queste
fra noi ore lietissime passate,
ond'io mi piacqui e voi vi compiaceste,
pi lungamente omai non indugiate
a scrivermi due versi solamente,
se 'l mio diletto e la mia vita amate.
Ch, non potendo veder voi presente,
il veder vostre carte dar certo
qualche soccorso a l'affannata mente.
Questo al mio grand'amor  picciol merto,
ma sar nondimeno ampio ristoro
al faticoso mio poggiar ed erto.
Ben felice  lo stato di coloro,
che per buona fortuna e destro fato
han sempre presso il lor caro tesoro!
Misera me, che m' 'l mio ben vietato,
allor che pi bramava e pi devea
essergli caramente ognor a lato!
La mia fortuna instabilmente rea
mi vi di tosto e tosto mi vi tolse,
che maggior danno far non mi potea.
Ma voi, se dentro il vostro cor s'accolse
giamai vera piet di chi v'adora,
di chi pi voi, che la sua vita, volse,
non fate, com'ho detto, pi dimora
di scrivermi e poi far tosto ritorno,
se non volete comportar ch'io mora,
come sto per morir di giorno in giorno.


244.

De le ricche, beate e chiare rive
d'Adria, di cortesia nido e d'Amore,
ove s dolce si soggiorna e vive,
donna, avendo lontano il suo signore,
quando il sol si diparte, e quando poi
a noi rimena il matutino albore,
per isfogar gli ardenti disir suoi,
con queste voci lo sospira e chiama;
voi, rive, che l'udite, ditel voi.
Tu, che volando vai di rama in rama,
consorte amata e fida tortorella,
e sai quanto si tema e quanto s'ama,
quando, volando in questa parte e 'n quella,
sei vicina al mio ben, mostragli aperto
in note, ch'abbian voce di favella:
digli quant' 'l mio stato aspro ed incerto,
or che, lassa, da lui mi trovo lunge
per ria fortuna mia e non per merto.
E tu, che 'n cave e solitarie grotte,
Eco, soggiorni, il suon de'miei lamenti
rendi a l'orecchie sue con voci rotte.
E voi, dolci aure ed amorosi venti,
i miei sospir accolti in lunga schiera
deh fate al signor mio tutti presenti.
E voi, che lunga e dolce primavera
serbate, ombrose selve, e ste spesso
fido soggiorno a questa e a quella fra,
mostrate tutte al mio signore espresso
che non pur i diletti mi son noia,
ma la vita m' morte anco senz'esso.
Ei si port, partendo, ogni mia gioia,
e, se, tornando omai, non la rimena,
per forza converr tosto ch'io moia.
La speme sola al viver mio d lena,
la qual, non tornand'ei, non pu durare,
da soverchio disio vinta e da pena.
Quell'ore, ch'io solea tutte passare
liete e tranquille, mentre er'ei presente,
or ch'egli  lunge son tornate amare.
Ma, lassa, a torto del suo mal si pente,
a torto chiama il suo destin crudele,
chi volontario al suo morir consente.
Lassa, io devea con mie giuste querele
far che non andasse, o far ch'andando
non desse al vento senza me le vele;
ch'or non m'andrei dolente lamentando,
n temenza d'oblio, n gelosia
non m'avrebber di me mandata in bando.
Emendate, signor, la colpa mia
voi, ritornando ove 'l vostro ritorno
pi che la propria vita si disia.
E, se rimena il sole un d quel giorno,
non pensate mai pi da me partire,
ch'io non vi sia da presso notte e giorno,
poi ch'io mi veggo senza voi morire.


245.

Musa mia, che s pronta e s cortese
a pianger fosti meco ed a cantare
le mie gioie d'amor tutte, e l'offese,
in tempre oltra l'usato aspre ed amare
movi meco dolente e sbigottita
con le sorelle a pianger e a gridare
in questa aspra ed amara dipartita,
che per far me da me stessa partire
hanno Fortuna e 'l mio signor ordita.
E, perch forse non potrem supplire
noi soli a tanta doglia, in parte al pianto
queste rive e quest'onde fa'venire:
onde, che meco si compiacquer tanto
de la cara presenza di colui,
ch'or lunge sospirando io chiamo e canto.
Questi, Amor, son gli usati frutti tui,
brevissimi diletti e lunghe doglie,
ch'io provo, che tua serva sono e fui.
Ch, come toglie agli arbori le foglie
tosto l'autunno, cos di tua mano,
se si dona alcun ben, tosto si toglie.
Tu mi donasti, ed or mi tien lontano
quanto ben tu puoi darmi, e quanto vede
di caro il sol, tornando a l'oceno.
E, bench'io sia sicura di sua fede,
bench'io riposi in quanto m'ha promesso,
ne le dolci parole che mi diede,
quando 'l disio m'assale, ch' s spesso,
non essendo qui meco chi l'appaga,
la vita mia  un morir espresso.
Donne, cui punge l'amorosa piaga,
di lassar dipartir l'amato bene
non sia alcuna di voi che sia vaga;
perch son poi maggior assai le pene
di quel ch'altri si crede o che s'aspetta,
qualor l'amara disianza viene.
Niuna cosa a noi piace o diletta,
se non v' quel che ne la fa piacere,
quel ch'ogni nostra gioia fa perfetta.
Io quel che voglio non posso volere,
se quel ch'amo non ho presso o dintorno,
quel che le noie mie torna in piacere.
Tu, che fai ora a Lendenara giorno,
almo mio sole, ed a me notte oscura,
sole, a cui sempre col pensier ritorno,
de l'alta fede mia sincera e pura
tien'almen la memoria che si deve,
che durer fin che mia vita dura.
E, se degna piet ti move, in breve
scrivi o vieni o manda, s ch'io sia
scema di cura dispietata e greve.
Ch tanto durer la vita mia,
quant'io sar sicura d'esser cara
e d'esser presso a chi 'l mio cor desia,
il mio cor, ch'ora alberga in Lendenara.



RIME VARIE


246.

Sacro re, che gli antichi e novi regi,
quanti sono o fur mai eccelsi e degni,
per forza di valor propria e d'ingegni
vinci, e te stesso e tutto 'l mondo fregi,
ed a'pi chiari spirti ed a'pi egregi,
a'pi felici e pi sublimi ingegni
la via d'alzarsi al ciel, scrivendo, insegni
con la materia de'tuoi tanti pregi,
volgi dal tron de la tua maestade
sereno il ciglio, onde queti e governi
popoli e regni, a la mia umiltade;
ch, se tu aspiri a'miei disiri interni,
spero, vil donna, a la futura etade
far con tant'altri i tuoi gran fatti eterni.


247.

Alma reina, eterno e vivo sole,
prodotta ad illustrar imperi e regni,
e congiunta al maggior re, ch'oggi regni,
cara s che con voi vuole e non vuole,
date a l'ingegno mio rime e parole,
onde possa adombrar con quai pu segni
quanto la vostra altezza e pregi degni
il mondo tutto riverisce e cole.
Lasciate ch'a la fama e agli scrittori,
che parleran di voi s chiaramente,
io donna da lontan possa andar dietro;
lasciate ch'io di s famosi allori
m'adorni il crin a la futura gente.
Oh qual grazia mi fia, se questo impetro!


248.

Tu, che traesti dal natio paese
le nostre muse tutte ed Elicona
l dove regge il Rodano e la Sona
il maggior re che viva e 'l pi cortese;
ed or con voi son tutte ad una intese
insieme col gran figlio di Latona
a celebrar quella real corona,
e le sue tante e gloriose imprese,
chiaro Alamanni, io vorrei ben anch'io
venir in parte di cotanto onore,
e lodar lui con voi e poi voi anco;
ma s'oppone a l'immenso mio disio
l'esser io, donna e vil, preda d'Amore.
Lo spirto  pronto, ma lo stil  stanco.


249.

Alma fenice, che con l'auree piume
prendi fra l'altre donne un s bel volo,
ch'Adria ed Italia e l'uno e l'altro polo
tutto di meraviglia empi e di lume,
bellezza eterna, angelico costume,
petto d'oneste voglie albergo solo,
deh, perch non poss'io, come vi clo,
versar, scrivendo, d'eloquenzia un fiume?
Ch spererei de la pi sacra fronde,
cos donna qual sono, ornarmi il crine,
e star con Saffo e con Corinna a lato.
Poi che lo stil al desir non risponde,
fate voi co'be'rai, luci divine,
chiare voi stesse e questo mar beato.


250.

Voi n'andaste, signor, senza me dove
il gran troian ferm le schiere erranti,
ov'io nacqui, ove luce vidi innanti
dolce s, che lo star mi spiace altrove.
Ivi vedrete vaghe feste e nove,
schiere di donne e di cortesi amanti,
tanti, che ad onorar vengono, e tanti,
un de li di pi cari al vero Giove.
Ed io, rimasa qui dov'Adria regna,
seguo pur voi e 'l mio natio paese
col pensier, ch non  chi lo ritegna.
Venir col resto il mio signor contese;
ch, senza ordine suo, ch'io vada o vegna
non vuol Amor, poi che di lui m'accese.


251.

Mentre, chiaro signor, per voi s'attende
a poggiar nel camin ch'al ciel vi mena
per via di lingue e di scienzie e vena,
che 'l vostro nome in tutto il mondo stende,
io, donna e vil, cui desir egual prende,
e l'acque di Castalia ho viste a pena,
vorrei venirvi dietro, e non ho lena,
ch la bassezza mia tant'opra offende.
Per mi resto, e di lontan sospiro
i nobil frutti de l'ingegno vostro,
che con tant'altri gi tant'anni ammiro.
Quei son la vera porpora e 'l ver'ostro,
gli archi e le statue, se ben dritto miro,
che rendon chiaro e caro il secol nostro.


252.

Se voi non foste a maggior cose vlto,
onde 'l vostro splendor, Venier, sormonte,
avendo s gran stil, rime s pronte,
e de'lacci d'Amore essendo sciolto,
vi pregherei che 'l valor e 'l bel volto
e l'altre grazie del mio chiaro conte
a la futura et faceste cnte,
poi che 'l poterlo fare a me  tolto;
e faceste ancor cnto il foco mio
e la mia fede oltra ogni fede ardente,
degna d'eterna vita, e non d'oblio.
Ma, poi degno rispetto nol consente,
vedr, tal qual io sono, adombrarn'io
una minima parte solamente.


253.

Speron ch'a l'opre chiare ed onorate
spronate ognun col vostro vivo essempio,
mentre d'ogni atto vile illustre scempio
con l'arme del valor vincendo fate,
poi che di seguir io vostre pedate
per me l'ardente mio desir non empio,
voi, d'ogni cortesia ricetto e tempio,
a venir dopo voi la man mi date;
s che, come ambedue produsse un nido,
ambedue alzi un vol, vostra mercede,
e venga in parte anch'io del vostro grido.
Cos d'Antenor quell'antica sede
e questo d'Adria fortunato lido
faccian de'vostri onor mai sempre fede.


254.

Zanni, quel chiaro e quel felice ingegno,
che splende in voi, e quel sommo valore,
di cui non ha, per quel che s'ode fuore,
Adria pi ricco e pi leggiadro pegno,
io quanto posso umle a inchinar vegno,
serva di cortesia, serva d'Amore,
dogliosa sol che in cos santo ardore
non van le forze del disir al segno,
perch, a ridir per via di rime a pieno
quanto io v'onoro e quanto  'l vostro merto,
ogn'altro stil, che 'l vostro, verria meno.
Voi sol col passo saldo e passo certo
in questo d'Adria e fortunato seno
salite al monte faticoso ed erto.


255.

Conte, quel vivo ed onorato raggio,
che splende fuor del vostro chiaro ingegno
per via di rime, ed  gi giunto a segno,
che o l'ha con pochi, o non ha alcun paraggio,
 frutto sol del vostro santo e saggio
petto, d'ogni virt nido e sostegno;
ch'io per me propria, se a stimarmi vegno,
non pur per darne altrui, lume non aggio.
E, se talvolta vo spiegando in carte
oscure e basse qualche mio martre,
Amor, che me lo d, dammi anche l'arte.
Voi per voi sol potete al ciel salire,
cigno gentil, s ch'altri non v'ha parte:
cos potess'io il vostro vol seguire!


256.

Quel lume, che 'l mar d'Adria empie ed avampa
di s bei frutti e di s degni effetti,
che natura ed Amor, conte, in voi stampa,
 lume proprio de la vostra lampa,
e frutti de'vostr'alti e bei concetti,
e non reflesso degli oscuri obietti
di me misera, afflitta e lassa Stampa.
E, se vostra infinita caritade
me bassa e grave di terreno peso
di cos rare lode empie ed ingombra,
alfin ritorna in voi la chiaritade,
che di nessuna indegnit ripreso,
fate sparir la lode altrui qual ombra.


257.

O inaudita e rara cortesia,
donar i pregi del suo proprio onore
ad una donna uml, che 'l proprio core,
non pur altro, non ha che di lei sia!
Ben v'avea fra tutti altri alzato pria
a chiaro segno il vostro alto valore,
senza nova cercar gloria e splendore
per questa disusata e rara via;
s che non resti modo alcuno in terra,
ond'uom possa poggiar per farsi chiaro,
non cerco da l'illustre Vinciguerra.
O spirto, in mille guise eccelso e raro,
qual vena d'eloquenzia petto serra,
che possa gir a le tue lodi a paro?


258.

Signor, da poi che l'acqua del mio pianto,
che s larga e s spessa versar soglio,
non pu rompere il saldo e duro scoglio
del cor del fratel vostro tanto o quanto,
vedete voi, cui so ch'egli ama tanto,
se, scrivendogli umle un mezzo foglio,
per vincer l'ostinato e fiero orgoglio
di quel petto poteste aver il vanto.
Illustre Vinciguerra, io non disio
da lui, se non che mi dica in due versi:
- Pena, spera ed aspetta il tornar mio. -
Se ci m'aviene, i miei sensi dispersi,
come pianta piantata appresso il rio,
voi vedrete in un punto riaversi.


259.

Se quanta acqua ha Castalia ed Elicona
beveste tutta e s felicemente,
chiaro signor, che poi le vene spente
restasser secche ad ogn'altra persona,
come poss'io, quando desio mi sprona
a dir di voi s caldo e s sovente,
sperar di pur adombrar solamente
quanto di voi si stima e si ragiona?
Anzi, perch non pur i versi miei
non posson dir quant'io v'onoro e clo,
ma mille Lini meco e mille Orfei
o voi dite di voi, o di me solo
sappia il mondo ch'io vlsi e non potei
alzarmi pigra a s gradito volo.


260.

Io vorrei ben, Molin (ma non ho l'ale
da prender tanto e s gradito volo),
portar, scrivendo, a l'uno e l'altro polo
l'alta cagion del mio foco immortale;
ch l'opra e la materia  tanta e tale,
ed io son s dal mal vinta e dal duolo,
che a ci non basto, e voi bastate solo,
od altrui stile al vostro stile eguale.
Voi far fiorir potete esternamente
il colle ch'amo; voi farlo, lodando,
novo Parnaso a la futura gente.
Io vo ben ci talor meco provando,
quando mi detta il mio desir ardente;
ma forse scemo sue lode cantando.


261.

Tu, ch'agli antichi spirti vai di paro,
e con le dotte ed onorate rime
rischiari l'acque e fai fiorir le cime
del colle, ove si sale oggi s raro,
movi il canto, Molin, canoro e chiaro,
se mai movesti; e 'l mio colle sublime
fa'fiorir fra le cose al mondo prime,
poi ch'a me il ciel di farlo  stato avaro.
A me di solo amarlo, e l'amo quanto
si puote amar; ma 'l celebrarlo poi
 d'altro stil incarco, che di donna.
Qui convien sol la tua cetra e 'l tuo canto,
chiaro signor; tu sol descriver puoi
questa del viver mio salda colonna.


262.

Voi, che fate sonar da Battro a Tile,
onde il sol viene a noi, onde si parte,
quel chiaro stil, che 'l cielo vi comparte,
che pu d'orrido verno far aprile,
o a soggetto men basso e men vile
le vostre rime, in tutto 'l mondo sparte,
rivolgete o pregate Amor ex parte
che faccia me a voi non dissimle;
s che, qual sono i vostri versi gai,
sia egual la materia, e regni e viva
quanto il sol gira, e quanto ne sperai.
Ch, s'ella  di valor in tutto priva
e quei s chiari, indegna opra dirai,
d'Adria felice ed onorata riva.


263.

Dotto, saggio, gentil, chiaro Bonetto,
la cui bont il bel nome ancor pareggia,
e l'alta cortesia, che signoreggia
il nobil cor, ch'a ogniun vi rende accetto,
saper bramo io dal vostro almo intelletto,
che le cose segrete in Dio vagheggia
quale  pi, il danno o l'util che si veggia
il mondo trar da l'amoroso affetto.
Ditemi ancor perch fu Amor dipinto
gi dagli antichi, e da'moderni ancora
si pinge faretrato, ignudo e cieco.
Questo dubbio da voi mi sia distinto,
che nel mio cor gran tempo gi dimora,
merc de l'ignoranzia ch' ognor meco.


264.

 s gradito e s dolce l'obietto
del mio foco, signor, e tanto e tale,
che di soffrir ardendo non mi cale
ogni acerbo martr, ogni dispetto.
Duolmi sol ch'io non sia degno ricetto
di tanto bene e a tanta fiamma eguale,
e che 'l mio stil sia infermo, stanco e frale
a portar l'opra, ove giunge il concetto.
E sopra tutto duolmi che la ria
mia fortuna s'ingegna s sovente
a dilungar da me la gloria mia.
Che mi giova, signor, che fra la gente,
illustre, come dite, e chiara io sia,
se dentro l'alma mia gioia non sente?


265.

Il gran terror de le nimiche squadre,
che sotto il pi felice imperadore
fren s spesso il tedesco furore,
fatto ribelle a la sua santa madre,
come hai potuto tu, celeste Padre,
veder degli anni suoi nel pi bel fiore,
fra donne imbelli, empia merc d'Amore,
cader per man servili, indegne et adre?
Marte il suo bellicoso orrido carme
cangi in sospiri omai, e con lui chiuda
sotterra i suoi trofei, l'insegne e l'arme;
o d'esse almen la bella amica ignuda
Venere sua, come pi degna, n'arme,
poi ch'ella  pi di lui sanguigna e cruda.


266.

Se da'vostr'occhi, da l'avorio ed ostro,
ond'Amor manda fuor faci e quadrella,
se dai tesor de l'anima, ch'ancella
nacque d'alto valor nel divin chiostro,
ci ch'io scrissi e cantai mi fu dimostro,
per lor d'ogn'atto vil tornai rubella,
e, se merc di quelle e merc d'ella,
col tempo avaro e con gl'ingegni giostro,
a voi deve ogni lingua dotta e chiara
rendervi lode, poi che 'n voi s'accoglie
virt, che 'l fosco mio sgombra e rischiara.
A voi de'morte, che tutt'apre e scioglie,
non esser come agli altri empia ed amara,
e 'l mondo ornarvi il crin di doppie foglie.


267.

- Grazie, che fate il ciel fresco e sereno,
quando v'aggrada, e tu, che l'innamori,
sacratissima madre degli Amori,
al cui bel raggio ogn'altra ombra vien meno,
spargete con cortese e largo seno
nembo odorato di grazie e di fiori
sopra questi chiarissimi pastori,
che me di gioia et Adria han d'onor pieno;
s che non turbi il lor felice stato
fortuna avversa o torbida procella,
e sia sempre, come or, dolce e beato. -
Tal pregando Anassilla, pastorella
d'ardente zelo e 'l cor caldo e 'nfiammato,
le Grazie udrla e la pi chiara stella.


268.

A voi sian Febo e le sorelle amiche,
schiera gentil, che col vivace ingegno,
con l'arte e con lo stil giungete a segno,
ove non giunser le memorie antiche.
Voi le pi gravi cure e le nimiche
voglie acquetate, voi l'ira e lo sdegno;
voi ste dolce altrui triegua e ritegno
ne le lunghe, penose, aspre fatiche.
Io de la interna mia cura e vivace,
fin ch' durato il vostro dolce dire,
ho, la vostra merc, trovato pace.
Cos piaccia ad Amor di stabilire
questa mia breve gioia; e chi mi sface
tenga mai sempre queto il mio disire.


269.

Amica, dolce ed onorata schiera,
schiera di cortesia e d'onestade,
soggiorno di valore e di beltade,
di diporti e di grazie madre vera,
io prego Amor e 'l ciel ch'unita, intera
ti conservi in felice e lunga etade,
e questi giochi e questa libertade
veggan tardi, o non mai, l'ultima sera.
Cosa non possa mai perversa e ria
turbar per tempo alcun o disunire
cos dolce e gradita compagnia.
A me si dia per grazia di gioire
con lei molt'anni e con la fiamma mia,
che sovra il ciel mi fa superba gire.


270.

Rivolgete la lingua e le parole
a dir di cosa pi degna e pi chiara
che non sono io, schiera onorata e cara,
onde tanto Elicona s'orna e cle.
Come la luna il lume suo dal sole
prende, onde poi la notte apre e rischiara,
io, cui natura  stata in tutto avara,
splendo quanto il mio sol permette e vuole.
A lui dunque si de'tutta la lode,
perch, s'ei non mi d del suo vigore,
non  chi mova la mia lingua e snode.
La mia vita in lui vive ed in me more,
di lui sol parla, pensa, scrive et ode.
Oh pur mi serbi in questo stato Amore!


271.

Voi, ch'a le muse ed al signor di Delo
caro pi ch'altri, quasi unico mostro,
la via d'andar a lor m'avete mostro,
pensier cangiati innanzi tempo e pelo;
e, di Morte schernendo il crudo telo,
chiaro poggiate a quel celeste chiostro,
ov'io con voi d'alzarmi indarno giostro,
ch pur m'atterra il peso grave e 'l gelo;
fate col vostro stil palese e note
le vostre lode e a tutto 'l mondo e 'l saggio
senno e valor, ch'ogn'altro par ch'adombre,
perch'io per me, Michiel, cosa non aggio
d'esser cantata da le vostre note,
che tempo e morte tosto non la sgombre.


272.

Deh, perch non poss'io, qual debbo e quale
voi m'imponeste, al mio stil porre i vanni,
s che 'l vostro bel nome, dagli inganni
del tempo tolto, al ciel spiegasse l'ale,
coppia onorata, a cui null'altra eguale
si vede, o vedr mai dopo mill'anni,
per virtute e valor salita a'scanni,
ove raro o non mai si salse o sale?
Felice Serravalle, a cui per sorte
si diede l'esser retta e governata
da s gran donna e s degno consorte!
Felicissima me, se fosse nata
o con voi prima, o con voi fin a morte
vivesse questa vita che m' data!


273.

Perch Fortuna, avversa a'miei disiri,
quasi smarrita e stanca navicella
da lunga combattuta e ria procella,
come a lei piace mi rivolva e giri,
e meco pi ad or ad or s'adiri,
e mi percuota in questa parte e 'n quella,
n lassi l'empia e di piet rubella
che da'suoi colpi il cor punto respiri,
io pur, Balbi, nel mal mi riconforto,
poi che ho le vostre ornate rime amiche,
onde malgrado suo vivr mill'anni.
Queste a la speme mia mostrano il porto,
queste contra de l'aure aspre e nemiche
saran dolce ristoro de'miei danni.


274.

Anima, che secura sei passata
per questo procelloso mar, per questa
vita mortal senza provar tempesta,
dagli onori e dal volgo allontanata,
ed or con quella angelica brigata
ti vivi vita eterna in gioia e 'n festa,
lassata qui tutta confusa e mesta
la giovent da te retta e guidata,
pianga il tuo dipartir, la lontananza
del buon Socrate suo celeste e santo
tutta Italia e tutta Adria in ogni stanza;
ed io per me, se non che mi fa tanto
pianger Amor per lui, che non m'avanza,
colmerei l'urna tua col mio gran pianto.


275.

Qual a pieno potr mai prosa o rima
la vostra cortesia lodar e l'arte,
quella, ch'a me di lode d tal parte,
questa, ch'orna ed illustra il nostro clima?
Voi ste sol, signor, se 'l ver si stima,
cui altri non pareggia; in voi ha sparte
le grazie il ciel, ch'altrove non comparte
in questa nostra etade o ne la prima.
Voi ste il Sol, ch'ogn'altra luce avanza;
da voi si prende qualitate e lume
e tutto quel di ben, che splende in nui.
Felice me, poi c'ho trovato stanza
ne la vostra memoria, per costume
usa a far viver dopo morte altrui.


276.

Ben posso gir de l'altre donne in cima
fin dove il sole a noi nasce e diparte,
poi ch'io son scritta da le vostre carte,
Emo, e polita da la vostra lima.
Il chiaro Achille ebbe la spoglia opima
d'onor fra gli altri gran figli di Marte,
non perch fusse tale egli in gran parte,
ma perch Omero lui alza e sublima.
In me  sol amor, e disianza
di ber de l'acque del Castalio fiume,
ove voi spesso ed io ancor non fui.
Se questo onesto mio disir s'avanza,
se un d m'infonde Apollo del suo nume,
andr lodando queste rive e vui.


277.

Porgi man, Febo, a l'erbe, e con quell'arte,
che suol render altrui salute e vita,
il mio buon Emo e 'l Tiepol nostro aita,
due che tengon di noi la miglior parte;
e l'empia febre e le reliquie sparte,
onde han la faccia pallida e smarrita,
sia da lor, tua merc, tosto bandita,
se disii presso noi famoso farte.
S vedrai poi d'incensi e d'odor vari
e di votive tavole e di segni
carco il tuo tempio e'tuoi sacrati altari;
et udrai mille e mille chiari ingegni
dir le tue lode e i fatti egregi e chiari,
onde fra gli altri di lodato regni.


278.

Ninfe, che d'Adria i pi riposti guadi
sacre abitate, e tu, dea degli Amori,
che da quest'acque prima uscisti fuori,
care s che 'l tuo Cipro men t'aggradi,
a'modi adorni a meraviglia e radi,
a la maggior belt ch'oggi s'onori,
al soggetto pi degno di scrittori,
pur che sia stil ch'a s gran segno vadi,
a la Barozza, a cui nulla  seconda,
dei pi ricchi tesor, che 'l mar vostro aggia,
ornate il crin e l'aurea treccia bionda.
E lungo questa erbosa e chiara spiaggia
canti l'una di voi, l'altra risponda,
la vostra donna bella, onesta e saggia.


279.

Felice cavalier e fortunato,
a cui tocc fra tutti gli altri in sorte,
aver s bella e s nobil consorte,
e di s chiaro ingegno e s pregiato,
voi potete obliar, standole a lato,
i gravi assalti di fortuna e morte,
perch'ella pu con le due fide scorte
render tranquillo il ciel fosco e turbato.
Coppia gentil, dopo mill'anni e mille
de'vostri veri pregi e vero onore
splenderanno fra noi chiare faville.
Ed ancor fia chi dica pien d'ardore:
- Alme felici, poi che 'l ciel sortille
a s bel nodo ed a s santo ardore!


280.

Le virt vostre e quel cortese affetto,
che mostrate, Guiscardo, avermi a parte,
e quel vergar de l'onorate carte
in lode mia s chiaro e s perfetto,
hanno tanto poter dentro al mio petto,
che con quanto si pu mai studio od arte
io son vlta ad amarte ed onorarte,
quasi di vero onor nido e ricetto.
Ma con quel sol e non altro disio,
che prescrive onestate, e che conviensi
al voler vostro ed a lo stato mio;
perch l'amar con questi frali sensi
 amor breve; e spesse volte  rio,
ch n'ancide la strada, ond'al ciel viensi.


281.

Quel, che con tanta e s larga misura
felice ingegno il nostro alto Fattore
vi di, Guiscardo, e quel raro valore,
che de'pi chiari il vivo raggio oscura,
quel vago stil, quella cortese cura,
che a lodarmi s v'infiamma il core,
non per mio merto, a tanta opra minore,
ma per mia rara e mia sola ventura,
e sopra tutto quello amor, che tanto
mostrate avermi, che l'amato move,
e fa uno il voler quando  diviso,
son cagion che v'onori ed ami, quanto
pu donna chiaro ingegno, stile e viso;
per quanto onest detti ed approve.


282.

Quel gentil seme di virtute ardente,
che germogliar nel vostro ingegno intende
fin da'primi anni, ed or tal frutto rende,
che n' pieno Adria omai tutto, e lo sente,
con quel disio, che s fervidamente
spiegate in carte, che di me vi prende,
s viva fiamma nel mio cor accende,
ch'a la vostra  minor o poco o niente.
 ben ver ch'l disio, con ch'amo voi,
 tutto d'onest pieno e d'amore,
perch'altramente non convien tra noi.
Appagate di questo il vostro core,
spirto gentil, e fate noto poi
ne'vostri versi questo santo ardore.


283.

S'io non avessi al cor gi fatto un callo
e patteggiato dentro col pensiero
non dar pi luogo al despietato arciero,
mal trattata da lui quanto egli sallo;
di farmi entrar ne l'amoroso ballo
novamente, e pi crudo che 'l primiero,
per farmi uscir dal mio preso sentiero,
e commetter del primo un maggior fallo,
avrian forza i vostr'occhi e quel cortese
atto e tante altre grazie e la beltade,
onde natura a farsi onor intese.
Ma, per aver di me giusta pietade,
tanto ho di voi, non pi, le voglie accese,
quanto permette onor et onestade.


284.

- Pastor, che d'Adria il fortunato seno
di tanti onori e tanti pregi ornate,
e de le rive sue chiare e pregiate
avete omai, cantando, il mondo pieno;
pastor, ch'alto saper chiudete in seno
ne la pi verde e pi fiorita etate,
e, da radici uscendo alte e lodate,
fate col canto il ciel fosco e sereno,
deh potess'io del vostro almo splendore
venir in parte e di quei chiari effetti,
ch non temerei morte o tempo oscuro.
Cos, lodando il suo saggio pastore,
Anassilla dicea, di dolci aspetti
ripieno il cielo, a l'aer chiaro e puro.


285.

Mentre al cielo il pastor d'alma beltate
Coridon alza l'una e l'altra Stampa,
e mentre l'una e l'altra arde ed avvampa
di far lui chiaro a questa nostra etate,
in note di vivace amor formate,
d'amor, che solo in gentil cor s'accampa,
dice Anassilla al sol volta, che scampa
le forze avendo a pi poter legate:
- Deh, perch stil, vaghezza ed armonia
d'alzar lui non ho io, rime e concento,
a segno ove pastor mai non  stato?
Perch a voglia s santa e cos pia
non risponde il poter, che in un momento
faria lo stato mio chiaro e beato?


286.

Qual  fresc'aura, a l'estiv'ora ardente,
a la stanca e sudata pastorella,
qual  a chi dorme in riva erbosa e bella
il mormorar d'un bel cristal corrente,
qual di sol raggio in bel prato ridente
a fior che langue a la stagion novella,
qual certo porto a dubbia navicella,
ch'esce fuor di tempesta aspra e repente;
tal fu il vostro apparir gradito tanto,
Priuli nostro, a nostre luci meste,
e le rime ch'agli altri han tolto il vanto.
Quell'a noi stesse ne fu caro, e queste,
dopo il dipor del terren vostro manto,
ne faran chiare ovunque amor si deste.


287.

Chiunque a fama gloriosa intende
per via di chiaro stil, d'alto intelletto,
talor basso e vilissimo soggetto,
per essaltarlo poetando, prende.
Omero, che per tutto fama stende,
alz cantando un animal negletto;
e Virgilio, la lingua saggio e 'l petto,
de la zanzala, al ciel, scrivendo, ascende.
Tal di noi, basso tema, fate vui,
che 'l nostro nome, indegno ch'uom riguardi,
alzate s che non fia mai che moia.
A voi, Priuli saggio, ceda lui,
che Mantov'orna e i bei campi lombardi,
e chi cant Micena insieme a Troia.


288.

Cercando novi versi e nove rime
per poter far le lodi vostre cnte,
Apollo, sceso gi dal sacro monte,
l'orecchie mi tir ne l'ore prime.
- Altro ingegno, altro stile ed altre lime,
- mi disse - o d'eloquenzia un maggior fonte
ti converrebbe a poter stare a fronte
con soggetto s degno e s sublime.
Un mar, che non ha fine e non ha fondo,
cerchi solcar, cercando di lodare
il riverendo a null'altro secondo.
A tutt'altri le stelle fro avare,
quando mandr s chiaro spirto al mondo,
a cui han dato ci che si pu dare.


289.

Soranzo, de l'imenso valor vostro
e de l'alte virt tante e s nove
raggio s vivo e s possente move
e di s chiaro lume il secol nostro,
che, volend'io vergar carta ed inchiostro,
s come son or qui, sien note altrove,
la grandezza de l'opra mi rimove,
e ritarda lo stil quel che m' mostro,
io vinco ben tutt'altre di disio
in amarvi e onorarvi come deggio;
ma l'opra  tal, che vince il poter mio.
Onde maggior virtute a chi pu chieggio
da pagar tanto e s devuto fio,
o vo'tacer di voi per non far peggio.


290.

Questo felice e glorioso tempio
de la pi chiara dea ch'oggi s'onori,
poi ch'io non ho condegni incensi e fiori,
(colpa del duro mio destino ed empio)
dietro a voi, che di morte fate scempio,
fra i pi famosi e pi saggi scrittori,
dotti figli d'Esperia, almi pastori,
di queste basse rime adorno ed empio.
Ch, se m'avesse il cielo alzata dove
alzato ha lei, alzato ha 'l vostro stile,
o me lodata, o paghi e'disir miei!
Voi dunque in rime disusate e nove
fate udir il suo nome a Battro e Tile,
e tutto quel ch'io vlsi e non potei.


291.

Signor, s'a quei lodati e chiari segni
il vostro ingegno, i vostri studi e l'arte
v'hanno alzato, e 'l vergar di tante carte,
a'quai s'alzro i pi chiari e pi degni,
come poss'io, come i maggiori ingegni,
entrando in tanto mar con poche sarte,
quanto si vuol, quanto si de'lodarte,
s che di nostro dir tu non ti sdegni?
Certo il disire e debito mi sprona,
e via pi la vostr'alta cortesia,
che talvolta di me pensa e ragiona.
Ma l'opra  tal, tal  la penna mia,
tal di voi parla e sente ogni persona,
che, credend'io d'alzar, v'abbasseria.


292.

Voi, che di vari campi e prati vari
con la penna metendo biade e fiori,
mostrate ognor fra i pi saggi scrittori,
ond'uomo si diletti ed onde impari;
o degli ingegni al mondo eletti e rari,
di mille edere degno e mille allori,
il cui splendor non fia che discolori
l'invido oblio o gli anni empi ed avari,
quante grazie vi rendo, Ortensio, poi
che senza merto mio, per vostri scritti,
n'andr famosa dagl'Indi agli Eoi
con tant'altre lodate e chiari invitti,
che per la vostra penna e pregi suoi
di morte o tempo non temon despitti.


293.

S'una sola eccellenzia suol far chiaro
chi la possede, e voi n'avete mille,
gradito cavalier, quai voci o squille
potran mai gire a'vostri merti a paro?
Voi ne l'et pi verde con quel raro
giudicio restingueste le faville
d'Inghilterra e di Francia, ove sopille
non puot alcun di quanti unqua provro.
Voi di grandezza, voi di cortesia,
voi di presenzia, voi di nobiltate
v'alzate a segno, ov'altri non fu pria.
Cantin di voi le penne pi lodate;
che io, quanto potr la penna mia,
vi far chiaro a la futura etate.


294.

Mille fiate a voi volgo la mente,
per lodarvi, Fortunio, quanto deggio,
quanto lodarvi e riverirvi io veggio
da la pi dotta e la pi chiara gente;
ma da l'opra lo stil vinto si sente,
con cui s male i vostri onor pareggio;
onde muta rimango, ed al ciel chieggio
o maggior vena o desir meno ardente.
Io dir ben che, qualunque io mi sia
per via di stile, io son vostra mercede,
che mi mostraste s spesso la via;
perch 'l far poi del valor vostro fede
 opra d'altra penna che la mia,
e 'l mondo per se stesso se lo vede.


295.

Signor, che per s rara cortesia
con rime degne di futura etate
s dolcemente cantate e lodate
l'alto mio colle, l'alta fiamma mia,
io priego Amor che, se spietata e ria
vi fu giamai la donna che ora amate,
ferendo lei di quadrella indorate,
la renda a'desir vostri molle e pia.
E prego voi che 'l vostro chiaro stile,
lasciato me suggetto senza frutto,
si volga al signor mio chiaro e gentile;
o per me son quasi un terreno asciutto,
sono una pianta abbandonata e vile,
colta da lui, e suo  'l pregio in tutto.


296.

Non aspett giamai focoso amante
la disiata e la bramata vista
di quel, per cui vers lagrime tante;
non aspett giamai anima trista,
e distinata nel profondo abisso,
la faccia del Signor di gloria mista;
non aspett giamai servo, ch'affisso
fosse a dura ed acerba servitute,
a la sua libert 'l termine prefisso;
non disi giamai la giovintute
cara e gioiosa un uom gi carco d'anni,
in cui tutte le forze son perdute;
non disi giamai d'uscir d'affanni
un, cui fortuna aversa afflige e preme,
carco e gravato d'infiniti danni;
non aspett giamai un uom, che teme
vicin a morte, la sua sanitate,
di cui era gi giunto a l'ore estreme;
non aspett giamai le luci amate
di dilettoso caro e dolce figlio
benigna madre e carca di pietate;
non aspett giamai di gran periglio
s disiosa uscir nave, a cui l'onde
e nemica tempesta dier di piglio;
quant'io le carte tue care e gioconde,
Mirtilla mia, Mirtilla, a le cui voglie
ogni mia voglia, ogni disir risponde;
Mirtilla mia, con la qual mi si toglie
ogni mia gioia ed ogni mio diletto,
restando preda di perpetue doglie;
col cui leggiadro e grazioso aspetto
mi si rende ogni bene, ogni piacere
dolce, amoroso, caro, alto ed eletto.
Ch, non potendo te propria vedere,
veder i frutti del tuo vago ingegno
 quanto di conforto io posso avere.
Per, tosto ch'io vidi il caro pegno
de l'amor tuo, ver'me, l'amiche carte,
de la memoria tua perpetuo segno,
quel piacer, che pu dar a parte a parte
cosa dolce e gradita, ho sentit'io,
s ch'a gran pena io lo potrei contarte.
Quel c'ha turbato alquanto il gioir mio,
 stato entr'esse il legger e 'l vedere
cosa tutta contraria al mio disio,
che la Mirtilla mia, degna d'avere
prospero corso e vera e dolce pace,
sia stata astretta per febre a giacere.
Questo per fra 'l mezzo mal mi piace,
che la merc di Dio vi ste presto
convaluta del mal aspro e tenace.
Or attendete a conservar il resto
del tempo, che da me sarete lunge,
s ch'anco a me non sia 'l viver molesto.
Perch'un sol duol due corpi insieme punge,
s come un solo amor ed una fede
ed una volunt due cor congiunge.
E, se talor di voi cerca far prede
qualche cura noiosa, adoperate
quell'estrema virt, che 'l ciel vi diede,
e fra tanto di me vi ricordate.


297.

- Di chi ti lagni, o mio diletto e fido,
sovra questo famoso e chiaro lido,
ove fan nido tante onorat'alme
felici ed alme?
- Io mi lagno, signor, di due begli occhi,
onde eterna dolcezza avien che fiocchi,
n par che tocchi a lor, n dia lor noia,
perch'io mi moia.
- Per le saette mie, per la mia face
che 'l tuo languir a gran torto mi spiace
ma, s'egli piace a chi vuol che ti sfaccia,
che vi ch'io faccia?
- Vo'che tu, che sol pi soccorso darmi,
tu, che sei nostro dio, tu, ch'hai fort'armi,
onde aitarmi, o tempri il duro core
o 'l mio dolore.
- Mille fiate e mille mi son messo
per saettar quegli occhi e gir lor presso;
ma 'l lume stesso s m'ingombra, ch'io
non son pi dio.
- Or se tanto essi, e tu s poco vali,
perch non cedi lor l'arco e gli strali
e faci ed ali e 'l tuo carro e 'l tuo regno,
come a pi degno?
- Io cederei di grado, pur che loco
mi desser que'begli occhi, e strali e foco,
ond'apro e cuoco; ma lor non aggrada
che seco vada.
- Com'esser pu ch'Amor voglia legarse
e farsi servo altrui, n possa farse,
e son s scarse quelle vive stelle,
che stii con elle?
- Elle hanno a schivo che di lor vittoria
abbia io, stando con lor, parte di gloria,
perch d'istoria  men degno colui
ch' con altrui.
- Dunque senza speranza e senza aita,
poi ch' la deitade tua finita,
sar mia vita il tempo che m'avanza
in disianza?
- Cos fia, lasso! ed io la face e l'arco
e le saette mie gitto ad un varco,
poi che son scarco, merc di quel lume,
d'ogni mio nume.
- Piangiamo insieme, l'un la deitate,
l'altro la sua perduta libertate,
senza pietade di colei, che sola
tutto n'invola.
- Io volo al cielo. - Io resto fra quest'onde.
- Io Giove. - Io chiamer chi non risponde.
Aure seconde, fate al mondo chiara
cosa s rara.


298.

Felice in questa e pi ne l'altra vita
chi fugge, come voi, prima che provi,
la miseria del secolo infinita;
prima che dentr'al cor si turbi e movi
per tanti inaspettati uman cordogli,
e poi d'uscirne al fin loco non trovi.
Felice anima, tu, che qui ti spogli
e de le nostre pene non ti dogli!
di questi affetti miseri e terreni.
Tutti i tuoi d saran lieti e sereni,
senz'ira, senza guerra e senza danni,
di pace, di riposo e d'amor pieni.
Felice chi si fa, sotto umil panni,
di Cristo, signor suo, devot'ancella,
n prova i nostri maritali affanni!
E, gli occhi alzando a la divina stella,
lascia quest'aspro e periglioso mare,
ch'aura giamai non ha senza procella!
Felice chi non ha tant'ore amare,
n sente tutto 'l d pianti e lamenti
o di troppo volere, o poco fare!
Qui s'odon sol al fin con gran tormenti
o querele di figli o di consorte,
e mai de l'esser tuo non ti contenti.
Infelice colei, ch'a questa sorte
chiama la trista sua disaventura,
ch'in vita sa che cosa  inferno e morte!
Questa  una valle lagrimosa e scura,
piena d'ortiche e di pungenti spine,
dove il tuo falso ben passa e non dura.
Infelici noi povere e meschine,
serve di vanit, figlie del mondo,
lontane, aim, da l'opre alte e divine!
Altre per far il crin pi crespo e biondo
provan ogn'arte e trovan mille ingegni,
onde van de l'abisso l'alme in fondo.
Infelice quell'altra move a'sdegni
il marito o l'amante, e s'affatica
di tornar grata e far che lei non sdegni.
Ad altri pi che a se medesma amica,
quella con acque forti il viso offende,
de la salute sua propria nimica.
Infelice colei, che sol attende
da mezzo d, da vespro e da mattina,
e tutto 'l giorno a la vaghezza spende;
per parer fresca, bianca e pellegrina
dorme senza pensar de la famiglia,
e negli empiastri notte e d s'affina!
Infelice quest'altra de la figlia
grande, che per voler darle marito,
senza quietar giamai, cura si piglia!
E, perch al mondo ha perso l'appetito
non fa se non gridar, teme e sospetta
de l'onor suo che non gli sia rapito.
Infelice qualunque il frutto aspetta
de'cari figli, e sta con questa speme,
lagrimando cos sempre soletta!
Questo l'annoia poi, l'aggrava e preme,
che misera da lor vien disprezzata,
e di continuo ne sospira e geme.
Infelice chi sta sempre arrabbiata,
e col consorte suo non ha mai posa,
mesta del tutto, afflitta e sconsolata!
Tropp'accorta al suo mal, vive gelosa,
e col figliuolo suo spesso s'adira,
non gusta cibo mai, mai non riposa.
Infelice quest'altra, che sospira,
ch sa che 'l suo marito poco l'ama,
e di mal occhio per mal far la mira!
Alcuna in testimonio il cielo chiama,
che sa di non aver commesso errore,
e pur talor si duol de la sua fama.
Infelice via pi chi porta amore,
e di vane speranze e van desiri
si va pascendo il tormentato core!
Altre pene infinite, altri martri,
che narrar non si sanno, il mondo apporta,
mill'altre angosce e mill'altri sospiri.
Felice chi sue voglie ha vlte e sparte
al sommo Sole, al ben del paradiso,
e qui con umilt pon cura ed arte!
A voi convien, che 'l bel leggiadro viso
celate sotto puro e bianco velo,
avere il cor da uman pensier diviso.
Felice voi, che, d'amoroso zelo
accesa, v'aggirate al vero Sole,
che luce eternamente in terra e 'n cielo!
Voi correte qua gi rose e viole,
sar del viver vostro il fin beato,
ch'altro non  di chi tal vita vuole.
Felice voi, che avete consacrato
i vaghi occhi divini, il bel crin d'oro
a chi s bella al mondo v'ha creato!
 questo il ricco, il caro e bel tesoro,
quest' la preziosa margherita,
onde, di palme al fin cinta e d'alloro,
vittoria porterete a Cristo unita.


299.

Alma celeste e pura,
che, casta e verginella
stata tanto fra noi, sei gita al cielo,
dov'or sovra misura
ti stai lucente e bella,
di pi perfetto accesa e maggior zelo,
perch nel mortal velo
rade volte altrui lice
unir perfettamente
al suo Fattor la mente,
s trista  del nostro arbor la radice,
e s forte n'atterra
questa del senso perigliosa guerra;
tu vagheggi or beata
quell'infinito Sole,
di cui quest'altro sole  picciol raggio;
e la voglia appagata
hai s, ch'altro non vuole,
giunta a l'ultimo fin di suo viaggio;
e la noia e l'oltraggio
e l'ombra di quel male,
che sostenesti in vita,
 per sempre sbandita,
salita in parte, ove dolor non sale,
ove si vive sempre
col primo Amor in dilettose tempre.
Ben pu gradirsi altero
il nostro sesso omai
per tanta donna e tanto a Cristo amica,
che, mancato il primiero
valor, spenti que'rai,
ch'illustrar gi la santa schiera antica,
in questa et nemica,
dove 'l vizio governa,
sia stata una di noi,
che tutti i pensier suoi
abbia rivolto a quella luce eterna,
e qui fra queste rive
sia vissa sempre come in ciel si vive.
Adria si lagna parte
del tuo da lei partire,
parte s'allegra, poi ch'al ciel sei gita;
ch, s'udirte e parlarte
le ha tolto il tuo morire,
or che sei sempre al sommo Ben unita,
potrai chiedergli aita,
quando il bisogno fia;
certo soccorso e fido
per lo tuo chiaro nido,
s che sicuro e glorioso sia,
e fin quanto il sol giri
ciascun lo tema, riverisca e ammiri.
Da que'superni chiostri,
ov'or sicura siedi,
tutta raccolta in chi di s ti prese,
gli ardenti sospir nostri
a temprar talor riedi
con le voglie d'amor pi vive e accese.
Mira, madre cortese,
i tuoi diletti figli
e la lor mesta casa,
or senza te rimasa
a le terrene noie ed a'perigli;
e siale, ancor lontana,
scorta e pi che mai fida tramontana.
Se 'n te, quant' disio, fosse valore,
potresti leggiermente
alzarti al ciel fra quella santa gente.


300.

Alma onorata e saggia, che tornando,
dopo s lungo corso, onde venisti,
vergine e pura qual dal ventre uscisti,
lasciato hai noi piangendo e disiando,
ed or davanti al tuo principio stando
a cui vivendo ancor qua gi t'unisti,
de le degne opre tue mercede acquisti,
e d'esser gita lui mai sempre amando,
mira dal cielo i tuoi diletti figli
qual del tuo dipartir cordoglio prema,
et Adria, che con lor t'onora ed ama.
Quelli non  chi pi guidi o consigli
senza il tuo senno, e questa resta scema
di chi le mostri ognor come Dio s'ama.


301.

Casta, cara e di Dio diletta ancella,
che, vivuta fra noi tanti e tant'anni,
ti sei sempre schermita dagli inganni
di questa vita neghittosa e fella,
ed or semplice e pura verginella
sei gita a volo a quei superni scanni,
vero porto ed eterno degli affanni,
d'ogni nostr'atra e torbida procella,
Adria ha visto e veder spera ancor segno
de la tua santa e gloriosa vita,
e fiorir frutti del tuo santo ingegno;
e de'tuoi dolci figli insieme unita
la schiera, che ti fu s caro pegno,
pur te sospira mesta e sbigottita.


302.

Quelle lagrime spesse e sospir molti,
che mandan fuor i tuoi figli diletti,
poi che salisti al regno degli eletti,
alma felice, che dal ciel n'ascolti,
sien da la vera tua pietate accolti
qual si conviene a'lor ardenti affetti;
e quei pensier or casti e benedetti
sieno a la cura lor, se mai fr, vlti.
E, s come qua gi fosti lor guida
e madre e scorta, cos su dal cielo
sii lor la vera tramontana e fida;
s che tutti infiammati di quel zelo,
che per dritto sentier a te ne guida,
di quest'ombre qua gi squarciamo il velo.


303.

Quando quell'alma, i cui disiri ardenti
sempre resse virtute ed onestate,
finito il corso di sua lunga etate,
sal al cielo, i mortai lumi spenti,
l'eterno Re de le ben nate genti
raccolse lei ne la sua maestate,
e quelle squadre angeliche e beate
empiro il ciel di non usati accenti.
- Vieni, diletta virginella e pura
- s'udia dolce cantare, - a crre il frutto
de la tua castit, lieta e sicura.
Vieni, fedel, ch disdiceva in tutto
star s raro miracol di natura,
s gentil pianta, in un terreno asciutto.


304.

Di queste tenebrose e fiere voglie,
ch'io drizzai ad amar cosa mortale,
seguendo il van disio fallace e frale,
che s rio frutto di sue opre coglie,
s'avien che la tua grazia non mi spoglie,
poi che per me la mia forza non vale,
temo che l'aversario empio infernale
non riporti di me l'amate spoglie.
Dolce Signor, che sei venuto in terra,
ed hai presa per me terrena vesta
per combatter e vincer questa guerra,
dammi lo scudo di tua grazia, e desta
in me virt, s ch'io getti per terra
ogni affetto terren, che mi molesta.


305.

Quelle piaghe profonde e l'acqua e 'l sangue,
che nel tuo corpo glorioso io veggio,
Signor, che, sceso dal celeste seggio,
per vita al mondo dar restasti essangue,
che nel mio cor, che del fallir suo langue,
vogli imprimer omai per grazia chieggio,
s ch'al fin del viaggio, che far deggio,
non trionfi di me l'inimico angue.
Scancella queste piaghe d'amor vano,
che m'hanno quasi g condotta a morte,
pur rimirando un bel sembiante umano.
Aprimi omai del regno tuo le porte,
e per salir a lui dammi la mano;
perch a ci far non giovano altre scorte.


306.

Signor, che doni il paradiso e tolli,
doni e tolli a la molta e poca fede
(per opre no, ch'a s larga mercede
sono i nostri operar deboli e folli),
da'tuoi alti, celesti e sacri colli,
ov' 'l soggiorno tuo proprio e la sede,
china gli occhi al mio cor, che merc chiede
del suo fallir co'miei umidi e molli.
E, perch suol la tua grazia sovente
abuondare, ove il fallo  via maggiore,
per mostrar la tua gloria maggiormente,
nel petto mio, ricetto d'ogni errore,
entra col foco tuo vivo ed ardente,
e, spento ogn'altro, accendivi il tu'amore.


307.

- Volgi a me, peccatrice empia, la vista -
mi grida il mio Signor che 'n croce pende;
e dal mio cieco senso non s'intende
la voce sua di vera piet mista,
s mi trasforma Amor empio e contrista,
e d'altro foco il cor arde ed accende;
s l'alma al proprio e vero ben contende,
che non si perde mai, poi che s'acquista.
La ragion saria ben facile e pronta
a seguire il suo meglio; ma la svia
questa fral carne, che con lei s'affronta.
Dunque apparir non pu la luce mia,
se 'l sol de la tua grazia non sormonta
a squarciar questa nebbia fosca e ria.


308.

Purga, Signor, omai l'interno affetto
de la mia coscienzia, s ch'io miri
solo in te, te solo ami, te sospiri,
mio glorioso, eterno e vero obietto.
Sgombra con la tua grazia dal mio petto
tutt'altre voglie e tutt'altri disiri;
e le cure d'amor tante e i sospiri,
che m'accompagnan dietro al van diletto.
La bellezza ch'io amo  de le rare
che mai facesti; ma poi ch' terrena,
a quella del tuo regno non  pare.
Tu per dritto sentier l su mi mena,
ove per tempo non si pu cangiare
l'eterna vita in torbida, e serena.


309.

Volgi, Padre del cielo, a miglior calle
i passi miei, onde ho gi cominciato
dietro al folle disio, ch'avea voltato
a te, mio primo e vero ben, le spalle;
e con la grazia tua, che mai non falle,
a porgermi il tuo lume or sei pregato:
trmi, onde uscir per me sol m' vietato,
da questa di miserie oscura valle.
E donami destrezza e virt tale,
che, posti i miei disir tutti ad un segno,
saglia ove, amando il nome tuo, si sale,
a fruire i tesori del tuo regno;
s ch'inutil per me non resti e frale
la preziosa tua morte e 'l tuo legno.


310.

Dunque io potr, fattura empia ed ingrata,
amar bellezza umana e fral qual vetro,
e l'eterna e celeste lasciar dietro
de la somma Bont, che m'ha creata,
e poi m'ha da la morte liberata
e da l'inferno tenebroso e tetro,
se del fallir mi pento qual fe'Pietro,
poi che tre volte gi l'ebbe negata?
Dunque io potr veder di piaghe pieno
il mio Fattor, per me sospeso in croce,
e d'amor e di zel non venir meno?
Dunque non drizzer pensieri e voce,
ogn'altro affetto uman spento e terreno,
solo a'suoi strazi, a la sua pena atroce?


311.

Mesta e pentita de'miei gravi errori
e del mio vaneggiar tanto e s lieve,
e d'aver speso questo tempo breve
de la vita fugace in vani amori,
a te, Signor, ch'intenerisci i cori,
e rendi calda la gelata neve,
e fai soave ogn'aspro peso e greve
a chiunque accendi di tuoi santi ardori,
ricorro, e prego che mi porghi mano
a trarmi fuor del pelago, onde uscire,
s'io tentassi da me, sarebbe vano.
Tu volesti per noi, Signor, morire,
tu ricomprasti tutto il seme umano;
dolce Signor, non mi lasciar perire!