STORIA DELLA LETTERATURA FRANCESE
di GIACINTO SPAGNOLETTI
Enciclopedia Tascabile "Il Sapere" edito dalla Newton Compton
VERSIONE ELETTRONICA - PER I NON VEDENTI - CURATA DA EZIO GALIANO
REVISIONE DI AMEDEO MARCHINI
INTRODUZIONE.
Il campo delle ricerche relative alla letteratura francese
si  talmente allargato, con una mole eccezionale di studi
condotti principalmente nelle universit, e non solo, della
Francia, che la possibilit di stendere appena un profilo di
quella letteratura dalle origini ad oggi, si presenta abbastanza 
ardua, anche perch continuamente vengono alla ribalta, non solo
per quanto riguarda il passato, autori e correnti letterarie 
nuove prima poco studiate.
Questo profilo vorrebbe essere, in qualche modo, una
continuazione ideale di quelle tante immagini complessive
che furono sino a qualche decennio fa patrimonio di grandi 
critici come Attilio Momigliano (per la nostra letteratura),
Concetto Marchesi (per quella latina), Gennaro Perrotta 
(per quella greca), e cito soltanto tre autori di storie
letterarie che sono stati per me di guida nel corso degli studi;
naturalmente ci esula da una predilezione personale,
e sottolinea invece quella che fu, per alcuni decenni,
un'occasione straordinaria di incontro tra una mente critica e 
un'intera storia letteraria, sollecitazione che ha avuto
il suo massimo fulgore sino a tutti gli anni '40 e '50. E va
anche considerata la ragione di fondo che ha reso possibile
l'univocit di un autore, in confronto alle tante storie letterarie
che oggi si giovano di molti studiosi, che non tacciono 
talvolta tendenze tra loro contrastanti.
Le difficolt di ottenere una sintesi, tuttavia, non tolgono
nulla all'idea che in un panorama cos esteso si possa rimandare 
ad altri studi che nella bibliografia abbiamo tentato d'indicare.
Il problema di fondo, per chi contempli nel suo insieme
lo svolgimento della letteratura francese, resta comunque,
al di l della variet dei generi letterari tutti pi o meno
frequentati (spesso seguendo la tradizione classica), l'alternarsi 
del principio razionale e di quello irrazionale, motivo
ricorrente in ogni secolo a partire dal Rinascimento. Questo
fenomeno, con i problemi che ne conseguono, studiato
da vari critici (e in Italia riportato particolarmente a grande 
chiarezza problematica da Giovanni Macchia), risponde
all'indole di una letteratura, talvolta senza presupposti obbliganti 
con il pensiero filosoflco e con le tendenze prevalenti in un'epoca. 
Pi d'una volta, parlando di letteratura francese, la si 
definita Il paradiso della ragione, ma occorre tener presente 
il suo esatto contrario, come dimostra uno studio del critico succitato.
Rabelais, per far subito l'esempio maggiore nel Rinascimento, 
non nasce come reazione alla Pliade, bens da una
allucinante esperienza umana, portata fino al paradosso,
per un istintivo bisogno di comicit, pi ancora che da una
forte affermazione di princpi letterari. Propositi che fanno 
dei suoi capolavori un amalgama dove vengono in contrasto,
sino a comporsi in una sorta di appello al lettore,
le convinzioni borghesi e il loro esatto contrario. E ci che
resta di una grande lezione pedagogica controcorrente sar
assai meno il riso bernesco o folenghiano, quanto il bersaglio, 
volta a volta, che il riso liberatore riesce a colpire,
per un istintivo appello alla libert di giudizio, a cui l'uo-
mo non potr mai rinunciare.
Tutto ci accade perch c' spesso, anche in epoca di
classicismo rigoroso, in questa letteratura, l'esigenza di
non accettare sempre le regole o i canoni dominanti. Altro
esempio opportuno: il trionfo che per l'intero Seicento riesce 
ad ottenere la razionalit, nel secolo che fu detto d'oro, 
adoperando disciplinate macchine logiche (cfr. Descartes e 
i suoi seguaci): e trovando perci in Corneille e in Racine,
e pi tardi negli enciclopedisti, da Montesquieu a Diderot, 
interpreti irraggiungibili.
Ma a stravolgere questo panorama che si direbbe composto 
per l'eternit, come una religione profana, si muovono 
a contrasto, saltando spesso sopra le righe, i de Sade, 
i Restif de la Bretonne, e quel Rousseau che obbedisce
a una propria ispirazione antiborghese nel suo vasto repertorio letterario.
E anche nel Romanticismo, in un'epoca in cui lo sconfinare 
nel sentimento parrebbe escludere ogni irrazionalit,
ecco apparire l'astro corrusco di Nrval, scrittore per molti
versi irriducibile a ogni logica precostituita.
Si avrebbe anche il diritto, da parte di lettori esigenti, di
chiedersi, oltre ci a cui abbiamo accennato, quale sia la
differenza sostanziale fra la letteratura francese e le altre
dell'Europa occidentale. Riducendo al minimo ogni argomentazione,
nessun serio rapporto con la letteratura inglese, che ha 
una sua linea di sviluppo del tutto indipendente.
Pi ragioni di vicinanza le ritroviamo con la nostra letteratura 
(che fu maestra di quella francese nell'anticipato Rinascimento 
italiano). Ma tutto ci si ferma al Romanticismo, a 
partire dal quale - ed escludendo i grandi nostri
autori, da Leopardi al Manzoni e al Belli - la situazione
si capovolge. Saranno gli autori francesi a dettare alcune
regole e comportamenti espressivi essenziali. Sta in ci la
modernit assoluta della letteratura francese. Difatti senza 
Baudelaire e Flaubert non si potrebbe spiegare l'andamento 
conclusivo del secolo scorso, il trionfo del Naturalismo, che
da noi si chiamer Verismo, e il viaggio obbligatorio che molti
dei nostri poeti e romanzieri faranno spesso a Parigi, assieme 
ad artisti bramosi d'un totale rinnovamento; una necessit che 
diventa anche, talvolta, sudditanza.
Per quanto concerne il problema in s, non si tratta solo
di rispetto o di ripudio della tradizione. E sappiamo anche
che l'avvento delle avanguardie letterarie e artistiche (a
partire dagli impressionisti presenti anche nelle cronache di
poeti come Baudelaire), riflette una ricerca totale e quasi
una rivoluzione creativa che nel nostro secolo diventer impellente.
A tutte queste ragioni pensiamo di aver dato qualche risposta,
augurandoci anche che l'ultimo capitolo, dedicato
ai recuperi e a suggerimenti di lettura, sia proficuo ai fini
di un ulteriore chiarimento generale. In esso, pi che le
opere acclamate di taluni autori importanti, abbiamo preferito
segnalare romanzi e raccolte poetiche, diari e autobiografie,
che oggi costituiscono un panorama segreto, in vista di
auspicabili riconoscimenti d'ordine storico e scolastico.
NOTA.
Dove nelle traduzioni di brani non sono indicati gli autori, s'intende
che la versione  opera nostra. Inoltre per facilitare la lettura dei testi
originali, al titolo in francese si  voluto aggiungere, quando  
necessario, quello nella nostra lingua.
CAPITOLO 1. Origini. Medioevo
Il latino introdotto dai Romani, dopo la conquista della
Gallia, era la lingua rustica (o volgare) parlata dai soldati
e dal popolo: sottoposta alle pi svariate influenze dell'elemento 
indigeno e alla corruzione naturale del tempo, questa 
lingua gi ibrida perdette a mano a mano le sue caratteristiche 
originali, tanto che, a partire dal secolo settimo, assunse 
il nome di romana, sempre pi differenziandosi e
particolarizzandosi nei dialetti che se ne originarono. Le
due branche principali di questa lingua rimasero il romano
vallone o lingua d'oil, delle province a nord della Loira,
e il romano provenzale o lingua d'oc, di quelle meridionali. 
Accanto a questi due idiomi, resi vitali da un antagonismo 
storico durato tre secoli, altri minori dialetti (il bourguignon, 
il picard, il normand, il francais) dominarono al
nord, finch, dopo il trionfo della dinastia capetingia, il
francese, o idioma dell'Ile-de-France, pot prevalere e 
gareggiare letterariamente con i dialetti meridionali (il 
languedocien, il gascon, il limousin, il provencal), dando 
origine alla lingua nazionale di Francia.
Trascurando i primi atti pubblici scritti nella primitiva
lingua d'oil (come i Patti di Strasburgo dell'842, stretti fra
Carlo il Calvo e il fratello Lodovico il Germanico contro
Lotario), si considerano generalmente come primi documenti 
letterari una Cantilena di S. Eulalia (Cantilne de s.te Eulalie) (881),
di cui restano quattordici versi, la Vita di S. Lger (Vie de saint Lger)
e una Passion du Christ, di poco posteriori; la Vie de saint Alexis,
che appartiene allo stesso ciclo di racconti religiosi,  gi del 1040.
Alla lingua d'oil si deve, tra la fine dell'11esimo secolo e il 
13esimo - cio nel periodo pi rigoglioso del feudalesimo - lo sviluppo e
l'affermazione dell'importantissima letteratura epica e 
cavalleresca francese, che si divise in tre grandi cicli di chansons 
e di romans: il ciclo francese, dedicato alle imprese di
Carlo Magno e dei suoi paladini; il ciclo brettone, a carattere
amoroso ed eroico, che ha per protagonisti il re Art
e i cavalieri della Tavola Rotonda; e infine il ciclo classico,
detto anche di Alessandro, dove si raccolgono le antiche 
leggende greco-romane e orientali. I poemi del ciclo
francese, detti chansons de geste, sono scritti in versi (decasillabi
i pi antichi e endecasillabi o alessandrini i pi recenti), 
raggruppati in strofe o lasse varie per lunghezza
e per rima. Indubbiamente la pi bella e importante fra
tutte  la Canzone di Orlando (Chanson de Roland) (secolo 11esimo) 
che narra la tragica fine di Orlando a Roncisvalle,
grande epopea nazionale, dove l'entusiasmo religioso, 
l'amor patrio, la fedelt cavalleresca sono espressi con una
verit umana degna dei poemi omerici.
Ecco un passo altamente drammatico, che precede di
qualche istante il sacrificio supremo di Orlando:
Il conte Orlando giaceva sotto un pino.
Verso la Spagna ha rivolto il suo viso.
Di molte cose il ricordo l'assale.
Di tante terre ch'egli, il valoroso, conquist
della dolce Francia, degli uomini della sua schiatta
di Carlomagno, suo signore, che lo nutr;
non pu non piangere e sospirare.
Ma non vuole dimenticare se stesso
confessa i suoi peccati, implora da Dio piet:
Vero Padre, che non mentisti mai
e risuscitasti san Lazzaro dalla morte
e salvasti Daniele dai leoni
ora salva l'anima mia da tutti i pericoli
per i peccati che commisi nella vita.
A Dio ha offerto il suo guanto destro.
San Gabriele lo ha preso con la sua mano.
Sul suo braccio ha lasciato cadere la testa;
giunte le mani  andato alla morte.
(traduzione di G. Macchia)
Di questo capolavoro dell'epica francese, rivelato nel
suo testo autentico solo nel 1837 da Francisque Michel, si
 attribuita la paternit a un certo Turoldo (o Throulde),
cantore normanno vissuto alla fine del secolo 11esimo, che
probabilmente non fu che il compilatore, sia pure ispirato, e
certo non privo d'influssi letterari classici, del rcit 
conosciuto e cantato con molte varianti gi nella met del 
medesimo secolo nelle regioni di sud-ovest della Francia. 
certo tuttavia che questa e le altre chansons de geste furono 
riunite nel secolo 13esimo in tre gruppi principali: quelle
del re Carlomagno, dei suoi pari e dei suoi vassalli; quelle
di Garin de Montglane e dei suoi discendenti; e infine
quelle di Doon de Mayence; e divise in tal guisa sono state tramandate.
Materia romanzesca e spirito avventuroso ed erotico si
mescolano invece nei romanzi del ciclo brettone, di cui
vanno ricordati la leggenda di Tristano e Isotta, una delle
pi belle epopee d'amore che siano mai state concepite
(Gaston Paris), e da cui fu ispirato il noto dramma musicale 
di Wagner; e altri poemi di re Arturo (Lancelot, Ivain, Perceval, 
eccetera) di grande suggestione poetica e religiosa. 
Assieme ai romanzi d'avventura e a quelli, cui si 
accennato, di argomento antico, quest'epopea courtoise,
fiorita nelle corti, manifesta, per la prima volta nel 
Medioevo, le aspirazioni mistiche ed erotiche di una societ
gi protesa verso le pi squisite raffinatezze della vita e
della cultura, ed ebbe perci grande influenza in tutta la
letteratura occidentale.
Non minore sviluppo ottenne, in lingua d'oc, la poesia
trovadorica, detta anche gaia scienza. Le forme adoperate, 
dalla canzone al sirventese, dalla tenzone alla pastorella,
dall'alba alla ballata, destinate ad accogliere, e non
solo in Provenza, le pi dotte e raffinate espressioni d'amore, 
raggiunsero nei versi di Guillaume de Poitiers (1072-1126), 
di Jaufr Rudel, di Bernard de Ventadorn, e specialmente di 
Bertrand de Born (morto circa il 1210) un'indubbia eleganza 
e musicalit, ma soggiacquero ai caratteri
della scuola, e quindi ad una certa monotonia di temi, ben
prima che la Crociata contro gli Albigesi disperdesse gli 
ultimi rappresentanti dell'arte trovadorica.
Affermatasi, come si  detto, in quasi tutte le parti della
Francia come lingua letteraria, dopo le chansons de geste
e i romans courtois, la lingua d'oil viene adoperata in ogni
genere letterario: nella poesia didattica e satirica dei bestiari,
dei fabliaux, dei poemi allegorici, nella poesia drammatica,
e in quella lirica delle canzoni, delle odi e delle ballate; 
oltrech, come si vedr, nella prosa delle chroniques e
dei sermons. Senza dubbio si deve alla graduale emancipazione
della borghesia se, accanto, e quasi in opposizione,
alla poesia cavalleresca vennero a porsi ben presto i 
fabliaux (favolette satiriche), improntati ad un realismo 
sovente sfacciato, che riflettono gli aspetti quotidiani del
mondo feudale, e i grandi poemi allegorici e didattici dei
secoli 13esimo e  14esimo, primo fra tutti il Romanzo della Volpe
(Roman de Renart) e il Romanzo della Rosa (Roman de la Rose). 
Contro l'idealismo mistico del tempo si dirigono gli
strali degli anonimi autori del Roman de Renart, raccolta
di ventisei poemetti, i cui personaggi sono gli animali, e gli
eroi la volpe e il lupo: l'una, simbolo dell'inganno e 
dell'ipocrisia, ormai dilaganti nel mondo; l'altro, della violenza,
che s'accompagna sempre alla frode. Materia amorosa
e didattica svolge invece il lunghissimo Roman de la Rose,
che viene considerato il capolavoro della poesia allegorica
medievale. Esso consta di due parti molto diverse, sia per
il tempo in cui vennero composte, che per lo spirito che le
anim. La prima (4000 versi), pubblicata intorno al 1230,
opera di Guillaume de Lorris, si presenta come un'ars
amatoria, in cui si svolgono tutte le vicende e le peripezie
di un amore contrastato, intorno al simbolo essenziale della rosa.
Meno ricca di immaginazione e pi carica di simboli  la 
seconda parte, scritta pi di quarant'anni dopo da
Jean de Meung, il quale trasforma il romanzo amoroso in
una specie di enciclopedia e di satira universale. L'opera,
che nel suo tempo ebbe un enorme successo, fu utilizzata
o imitata in mille modi, non solo dai poeti satirici e didattici, 
ma anche da Dante, da Marot e da Spenser. Che le
due parti dell'opera siano tanto diverse e perfino contrastanti,
 stato osservato da tutta la critica moderna. Ad
esempio Jean de Meung scrive per una societ ben diversa 
(da quella nella quale era vissuto il suo predecessore) 
allora in formazione, la grassa borghesia del commercio e
dell'industria, nemica dei pregiudizi aristocratici, dell'amore 
cortese e dell'ipocrisia, mettendo a servizio di essa
una filosofia materialistica e realistica, superiore a quella
dei fabliaux per una grande forza spirituale. Primo nel
Medioevo, l'autore innalza sopra ogni cosa la natura: l'amore
non  l'uso cortese e raffinato di Guillaume de Lorris,
ma la potenza generatrice per cui si perpetua la vita
(qui si pensa a Lucrezio anche se pare che Jean de Meung
non lo conoscesse); per la natura tutti gli uomini sono
uguali, e la nobilt  solo nella virt (A.M. Speckel).
Il pi antico dramma che si conosca in lingua francese
 la Rappresentazione di Adamo (Reprsentation d'Adam)
(12esimo secolo), cui seguono, nel secolo successivo, il Jeu de
saint Nicolas di Jean Bodel e il Miracolo di Teof lo (Miracle
de Thophile) di Rutebeuf; sono rimaste, del 14esimo secolo,
inoltre, quarantatr rappresentazioni drammatiche, tutte
appartenenti al genere dei Miracoli di Nostra Signora (Miracles 
de Notre-Dame): i temi sono tratti dalla vita della
Vergine e dei Santi, e, se sono un esempio di meravigliosa
ingenuit popolare, troppo spesso hanno scarso valore artistico. 
Pi importanti sono senza dubbio i mystres,
drammi religiosi, messi in scena dalle Confrries de la Passion, 
in cui vengono raccontati con molto rilievo drammatico
episodi del Vecchio e del Nuovo Testamento, leggende
di Santi e momenti della Passione. Nel 15esimo secolo ai miracles 
e mystres, si aggiungono, articolando il sacro al profano, 
moralits, farces, soties, sermons joyeux e monologues: 
si  agli albori della poesia drammatica e del teatro moderno.
Intorno alla met del Duecento, a Douai, Rouen, Arras
e in altri centri, dove si bandiscono pubbliche gare poetiche,
fiorisce la lirica borghese e popolare, in netta opposizione 
a quella aulica e cortigiana. Il primo e pi celebre
autore di canzoni fu Rutebeuf (morto circa il 1225), parigino
povero, pio e dal cuore ardente, del quale sono rimasti 
numerosi versi a carattere religioso, bacchico e satirico.
Notevole poeta drammatico e lirico fu anche Adam de la Halle,
vissuto alla corte di Roberto secondo d'Artois e autore
di un famoso Congedo (Cong). Degli altri rimatori della
stessa epoca, sono da ricordare Guillaume de Machaut,
Philippe de Vitry, reputato dal Petrarca il maggior poeta
del tempo, Jean Froissart, Eustache Deschamps, autori di
numerose ballate, canzoni e dits; Christine de Pisan, italiana 
di nascita, che effonde nelle Cento ballate di amante e
di amica (Cent ballades d'amant et d'amie) la sua anima
dolce e malinconica; Alain Chartier, e, per ultimo, il dotto
e raffinato Charles d'Orlans, che ebbe vita politica agitatissima,
senza saperla tradurre in slancio lirico originale.
Sembra di riscontrare, fino alla met del secolo 14esimo, una
specie di contraddizione fra l'arte del poeta e l'intensit
delle sue emozioni. Villon sar il primo che comporr 
quest'antinomia (Paul Van Tieghen).
Tra la seconda met del Trecento e la prima met del
Quattrocento,  indubbiamente a Villon che spetta la palma 
della poesia. La sua esistenza agitata e colpevole
(1431-1470?), che si svolse dapprima a Parigi, dove egli ottenne 
la licence e la matrise s-arts, e poi, dopo una 
condanna a morte per omicidio, fughe e rapine, a Blois, 
alla corte di Orlans, e infine, come sembra, in Borgogna, 
fu dedicata nei momenti migliori alla poesia. Si 
distinguono, nei 2500 versi lasciatici, un Piccolo testamento 
(Petit testament) (1456), un Grande testamento (Grand testament) (1465),
detto semplicemente Le testament, e poche liriche isolate: ma
questo basta a comporre il ritratto di un'anima condannata 
a soffrire e a far soffrire, eppure, di fronte alla poesia pura 
e sincera, tormentata e devota.
Convenzionale il quadro, scrive opportunamente Vittorio Lugli,
assai comuni anche i motivi, spesso trattati nel 
Medioevo (specie la devozione alla Madonna e l'orrore
della morte), ma tutto  rinnovato, ravvivato da una ricca
anima di uomo e di poeta. Anche fuori delle ballate, il
discorso  sempre pieno dello spirito di Villon, della sua
vibrazione lirica. L'amore per la madre, oltre che nella 
celebre ballata, si esprime con tenerezza ed energia: So che
mia madre morr...; la miseria morale  un tormento, cui
il poeta si abbandona... Il pensiero della morte diviene orrore
fisico, tragica ossessione, con lo spettacolo dei carnai
nei cimiteri, col presagio della fine sul patibolo. Il tema
ritorner con maggiore evidenza ne La ballata degl'impiccati.
Dalla Ballata degli impiccati,  caratteristica questa 
dolorosa invocazione:
Umani fratelli che dopo di noi vivrete,
Non siate crudeli verso di noi,
Giacch, se avrete piet di noi,
Dio ve ne sar riconoscente con la sua grazia.
.....
Di Villon non fu compresa immediatamente la grandezza se non quando,
col Romanticismo, vennero in evidenza criteri nuovi di giudizio, 
da far sentire la qualit e la validit di poeta: la sincerit
estrema, il grado della passione, l'appello alle protezioni 
del Cielo, siano essi, come  il caso di Villon, Santi o Madonne.
All'inizio del secolo 13esimo, Si trovano gi delle eccellenti
chroniques storiche: alla quarta Crociata e alla presa di
Gerusalemme ne dedic una Geoffroy de Villehardouin
(morto nel 1213), del quale non si sa se pi ammirare la 
modernit del pensiero o la semplicit dello stile; mentre nella
Histoire de saint Louis di Jean, sire de Joinville (1224-1319),
les saintes paroles et les bons faits del grande Santo 
sono descritte con un candore amabile e penetrante. Le chronigues 
si moltiplicano nel secolo 14esimo e nel 15esimo, accoppiando 
non di rado alla qualit letteraria il pregio storico e 
documentario: l'interesse per le Crociate e l'Oriente si alterna
a quello per i grandi avvenimenti del tempo, come nell'immensa 
storia della guerra dei Cento anni scritta da Froissart o 
nei Mmoires de Commines (1445-1509), quest'ultimo 
fu al servizio di Luigi 11esimo e ne narr le guerre e le 
imprese politiche, dando il primo esempio veramente moderno
di analisi storica e politica. Accanto alla storia, prendono
degno posto nella stessa epoca l'eloquenza politica e
quella religiosa; mentre la prima si afferma dopo la riunione
degli Stati Generali (1302), la seconda interpreta mirabilmente,
specie nei sermons dei grandi predicatori san Bernardo e 
Maurice Sully, quest'et di trapasso dai puri
valori religiosi del Medioevo alle ricerche umanistiche e
scientifiche, che caratterizzano il Rinascimento.
CAPITLO 2. Il Rinascimento
Preceduta, come in Italia, da un fervore di scoperte erudite, 
orientate verso l'antichit greco-romana, dal fanatismo 
filologico e poi, a mano a mano, da una matura 
consapevolezza scientifica, frutto delle grandi scoperte 
geografiche e dell'invenzione della stampa, l'epoca della 
Renaissance assume in Francia aspetti pi riflessi, sia nel campo
della cultura come in quello dell'arte, dove, in seguito alle
guerre in Italia e all'afflusso degli artisti e letterati italiani
alla corte di Carlo ottavo, di Luigi 12esimo e di Francesco primo, 
si afferma nettamente l'influenza italiana.  per questo che nel
Cinquecento in Francia si avverte meno il distacco dalla
cultura medievale, che si prolunga nelle opere dei principali 
scrittori del secolo.
Legate allo spirito dell'Umanesimo, ma non ancora
sciolte dai lacci didattici ed allegorici del Medioevo, sono
le scuole di poesia della fine del Quattrocento, in cui vengono 
ammirati, assieme a maestri come Marot e Scve,
mediocri rimatori come Chastellain, Molinet, Meschinot,
eccetera. Clment Marot (1496-1544), nato a Cahors e formatosi
all'ombra della scuola dei grands rhtoriqueurs, diventa
poeta di corte presso Margherita di Navarra, la colta autrice 
dell'Eptamerone (Heptamron), e poi presso Francesco primo, 
viene in Italia in seguito a burrascose vicende politiche
e religiose e muore, ancora in giovane et, a Torino,
lasciando gran copia di elegie, epistole, rondeaux ed epigrammi 
di delicata fattura, in cui l'imitazione di Ovidio e
Marziale  gi un segno di raffinata eleganza rinascimentale.
Rappresentante dell'cole lyonnaise, Maurice Scve
(1510-1564) oppone nel lungo poema Delia (Dlie) (1544,
comprendente 449 epigrammi amorosi scritti per Pernette
du Guillet) una diversa sensibilit poetica, frutto di una
concezione filosofica di tipo platonico e petrarchesco; che
si continua, forse con maggior sincerit, nella breve ma 
intensa opera di Louise Lab (1525-1565). Lionese, figlia di un
ricco cordaio di origine italiana, la Lab ebbe un'educazione 
raffinata nella propria citt, all'avanguardia allora per
le arti e le lettere. Celebre per la sua bellezza, ma anche
per la sua dottrina, si circond dei migliori ingegni della
sua citt. Rimatrice d'amore, come da noi la Stampa,
scrisse a lungo di questa sua passione per il poeta Olivier
de Magny, seguace della Pliade, e pubblic il Contrasto
dell'Amore e della Follia, e un Canzoniere che le merit
l'appellativo di Saffo lionese. Tutta la sua poesia 
riecheggia l'esperienza petrarchesca, ma come accade in Italia,
gi nel Cinquecento al Petrarca si guardava come a un
autore, e, insieme, a un modello da imitare liberamente.
Esauriti i temi e i modi di espressione del Medioevo, sotto 
l'influenza dei modelli antichi e dei poeti italiani, la lirica 
francese si raccoglie, nella seconda met del Cinquecento, 
sotto l'insegna della nuova scuola, la Pliade, sorta da
una brigata di sette poeti (Ronsard, Du Bellay, Belleau,
Jodelle, Daurat, Baf e Ponthus de Thiard), essa si propone 
di trasformare la lingua poetica nazionale, difendendola 
dai poeti mediocri e cortigiani ed elevandola, sulla traccia 
degli antichi (Omero e Pindaro vengono presi per guida), 
ad altezze sublimi. Ai propositi, espressi teoricamente
nella Difesa e illustrazione della lingua francese (Dfense
et illustration de la langue francaise) da Du Bellay (1549),
i poeti della Pliade, e principalmente il maestro Pierre de
Ronsard (1524-1585), risposero con energico slancio: imitando 
gli antichi, con una lingua copiosa e ricca, in tutti i generi 
letterari, dalla tragedia alla commedia, dall'epica all'ode. 
L'epica fu affrontata con la Franciade da Ronsard,
ma poco felicemente; il teatro con Cleopatra (Clopatre) e
Didone (Didon) da Jodelle; pi fortunati e ispirati, fra
tanti tentativi di traduzione e di adattamento, furono i cultori 
della lirica, Ronsard stesso e Du Bellay, che rinnovarono 
la lingua poetica, variando i ritmi e gareggiando in
nobilt d'espressione con gli antichi e con gli italiani. Le
odi, le elegie, le egloghe di Ronsard, riunite in Elgies,
Mascarades, Bergeries (1565) e nella Raccolta di nuove
poesie (Recueil de nouvelles posies) (1569), pi che i 
petrarcheschi Amours, dnno una piena misura della grazia
e della leggerezza dell'arte del poeta; come all'Olive del
Du Bellay  certamente da preferirsi la raccolta dei Regrets
et antiquits de Rome, dove l'autore canta, con gusto quasi 
romantico, la poesia delle rovine. Riguardo alle Antichit 
di Roma del Du Bellay, possiamo far nostre alcune 
considerazioni di Carlo Cordi: Attraverso la memoria di
una civilt che rimane esemplare nella storia del mondo, il
poeta sente nel contrasto la lotta del tempo, il valore 
dell'Eternit dinanzi all'orgoglio umano, ma anche avverte,
con commozione profonda, quale valore possa recare 
l'immortalit bramata alle industriose fatiche di un popolo 
intero.... Questa raccolta  dunque il primo dei poemi romani
che avranno tanta importanza nella tradizione classica 
francese, dal Corneille al Racine a tutto il Settecento
e allo stesso Parnasse. Motivi che troveremo espressi con
maggiore aderenza alle ragioni del tempo da Chateaubriand 
in Lettera su Roma, che nel Romanticismo assume una parte 
a s di rinvio al passato non pi medioevale ma classico, e perci antico.
In quanto a Ronsard, tutta la lirica francese gli  debitrice, 
per il grande fervore, non privo di grazia, che accende 
l'animo del poeta nei riguardi di Cassandra Salviati, 
celebrata in Amori (Amores), sonetti tutti diversi dal grandioso 
ma anche enfatico impianto storico-mitologico delle Odi. 
Il poeta amoroso conclude la sua straordinaria attivit 
con Sonetti per Elena, dedicati a Hlne de Surgres, e
gli Ultimi versi, che son quanto di meglio ci abbia tramandato la Pliade.
Un uguale rinnovamento formale e di temi si ha nella
prosa del Cinquecento. Il romanzo cavalleresco cede il
passo ai contes e alle nouvelles, dove si comincia a
sentire l'influenza di Boccaccio;  diviene naturalistico
con Rabelais. Eccellono nell'eloquenza Michel de l'Hspital
e saint Francois de Sales, Montaigne nella filosofia e nella
saggistica, cui seguono pensatori come Etienne de la Botie,
Pierre Charron e Jean Bodin. Rivivono sotto la penna di
magnifici traduttori, come Amyot, le grandi opere classiche;
e l'oratoria, con la Satire Mnippe, si avvia allo
splendore del secolo successivo.
Francois Rabelais (nato nei pressi di Chinon tra il 1493 e
il 1494, morto nel 1553), benedettino, medico, professore di
anatomia, poi curato di Meudon, spirito erudito e curioso,
pieno di zelo verso la scienza, ma tracotante e sboccato,
ha lasciato con la Vita inestimabile di Gargantua (Vie inestimable 
de Gargantua) e con i Fatti e detti eroici del grande Pantagruel 
(Faits et dits hroiques du grand Pantagruel) (1534) un'opera 
satirica e pedagogica, di grande sapore umano e di vivacissima
scrittura, che attacca ogni istituzione del tempo, dalla 
monarchia alla magistratura, dal clero agli Ordini religiosi
e alle scuole, unendo in modo mostruoso una morale fine ed 
ingegnosa e una sudicia corruzione (La Bruyre).
Non si pu non concordare con Mario Bonfantini 
nell'affermazione delle pi singolari qualit lirico-grottesche 
e nelle mirabili anticipazioni di ogni ordine, ricordando 
che Rabelais oltre al vecchio romanzo popolare 
anonimo (da cui trasse motivi d'ispirazione) ebbe certo 
presente anche il Morgante del Pulci e il Baldus di Teofilo Folengo. 
Pare che il suo primo scopo fosse semplicemente quello 
di far ridere, sfruttando le smisurate dimensioni 
del figliolo di Gargantua, pel quale egli immagin il 
nome di Pantagruel, e di sfogare insieme i pittoreschi 
umori della sua bizzarra fantasia. Ma su questa materia 
popolare gi si innestano vivacissimi motivi satirici e una 
caratteristica visione violentemente realistica del mondo...
Per dare un'idea della vivacit e della ricchezza di motivi 
rabelaisiani, baster ricordare solo il brano in cui Mastro 
Intruglia d le sue regole e consigli sul matrimonio; e
Pantagruel gli risponde cos:
Per me, disse Pantagruele, l'avere e il non avere-moglie dev'essere
inteso in questo modo: che aver moglie vuol dire averla per l'uso cui
la natura l'ha destinata, cio per l'aiuto, lo svago e la compagnia 
dell'uomo; il non averla vuol dire non impoltronirsi attorno alle sue
sottane, non contaminare per lei l'unico e supremo amore che l'uomo deve
a Dio, non trascurare i doveri ch'egli naturalmente deve alla patria, alla
Repubblica e agli amici, non trascurare gli studi e gli affari per
compiacere continuamente alla moglie...
(traduzione di A. Frassineti)
L'originalit, quindi, di Rabelais, non consiste solo 
nell'obbedire alle tentazioni del riso, ma si apre a inedite e
sorprendenti ricerche sulla realt dell'uomo, e sul suo 
destino: e l'opera, in effetti, acquista perci un carattere che
la letteratura mondiale raramente ha attinto, l'aggettivo
rabelaisiano vuol significare molte cose insieme, non 
ultimo il senso della profezia, in ci avvicinandosi, misteriosamente,
a quello che sar il carattere evocativo del profondo cos 
come si riscontra nella nostra letteratura moderna 
nell'intera opera leopardiana. Due nomi, di per s
molto diversi, Rabelais e Leopardi, che svettano nei cieli della
poesia per vie dissimili, e spesso contrarie, ignote l'una all'altra.
Pensatore sereno e raffinato  invece Michel Eyquem de
Montaigne (1533-1592), di cui vanno ricordati numerosi
viaggi all'estero, specialmente in Italia. I tre libri dei Saggi
(Essais), pubblicati in edizione definitiva nel 1588, rivelano,
in modo metodico e unitario, la sua concezione di bonario
scetticismo; ma vanno presi come un'immensa miniera di 
osservazioni parziali, di assaggi, di moralit, dove
si esprime amaramente l'umanit del Rinascimento in tutte
le sue forme pi sottili. Scritti in una lingua efficace, dotati 
di uno stile personalissimo, pieno di colore, di forma, di
movimento, questi saggi aprono degnamente nella letteratura 
francese la serie delle grandi ricerche morali, sfuggendo 
ad una classificazione filosofica in senso stretto, per 
l'ineguagliabile accento umano e artistico con cui vengono
affrontati i pi disparati argomenti.  di eccezionale acutezza
l'osservazione di Vittorio Lugli, relativa al passaggio
negli Essais dalle prove della giovinezza al consolatorio
equilibrio della maturit: L'uomo, pieno di miseria (come 
per Pascal), non si eleva per Montaigne trovando in s
una grandezza pi che terrena. L'ossequio alla verit 
cristiana  in lui umilt, riconoscimento di un mistero che
tanto lo trascende, s che se ne ritrae, senza averne profonda 
cura o turbamento. E la sua fede - a ogni modo -  si fa 
pi leggera con gli anni: la vecchiaia lo porta a un
trepido epicureismo, che un poco ci stupisce. Il suo accordo 
tra la vita goduta e il mistero della morte serenamente
accettata,  cosa ben rara,  il segreto della sua umana saggezza.
A proposito di tale sublime virt,  opportuno ricordarsi
di questo folgorante giudizio di Sergio Solmi:
...mentre la grazia dei giansenisti  concetto attivo, in quanto esiste
pure un momento in cui essa, discendendo sul vecchio Adamo, lo modifica
rinnovandolo ab imis, la rivelazione di Montaigne non compie alcuna 
funzione, se non quella igienica di distrarci dal pensiero delle cose
impensabili. Mentre la grazia  diretta comunicazione con Dio, concreto 
intervento salutare, la rivelazione di Montaigne non ci d alcuna 
partecipazione, neppure per via di mistico intuito, alla realt assoluta.
Il suo eracliteismo  su questo punto totale...
Si  detto che il nostro autore non abbia mai voluto essere
un filosofo, e sarebbero tante le affermazioni da citare,
ma conta di pi, per noi moderni, questo tipo di filosofia
spicciola, che sembra aggirare i grandi temi, mentre
ce ne d virtualmente non solo un'accurata descrizione,
ma un giudizio che ha vinto tutti gli ostacoli del tempo;
giungendo a noi nella forma smagliante della ricerca,
dell'esame concreto, dell'esperienza vissuta in prima persona.
Con l'opera di saint Francois de Sales (1576-1622), che gi
s'affaccia nel secolo 17esimo, si pu dire che il Rinascimento
esprime l'altra sua faccia spirituale e religiosa, che non
avr nulla da temere dall'opera disgregatrice della Riforma,
rappresentata in Francia da Giovanni Calvino. Nato nei 
pressi di Annecy, e divenuto vescovo di Ginevra, il
Santo ha una personalit artistica di prim'ordine, che s'afferma,
tra l'altro, nella stupenda Introduzione alla vita devota 
(Introduction  la vie dvote) (1608) e nel Trattato dell'amore 
di Dio (Trait de l'amour de Dieu) (1616), ambedue rimasti famosi
per la larghezza della dottrina, l'entusiasmo poetico
e lo stile vivido e immaginoso.
CAPITOLO 3. Il secolo d'oro
Nella letteratura francese, il secolo 17esimo  l'et classica
per eccellenza. La cultura e l'ammirazione degli antichi ha
ormai raggiunto un grado tale di raffinatezza e di equilibrio
da permettere ai maggiori spiriti del tempo una uguale 
padronanza nell'azione e nel pensiero, nell'erudizione e
nell'arte: su questo piano i valori dello spirito acquistano
una concretezza e una forza, che li rendono eminentemente 
razionali e morali, anche quando non sono in gioco
questioni di pensiero e di moralit. La ricerca dell'ordine
e della chiarezza domina nella prima met del secolo, che
va dalla morte di Enrico quarto (1610) al regno molto personale 
di Luigi 14esimo (1661) o, se si vogliono segnare due momenti
letterari pi tipici, dalla riforma di Malherbe all'apparizione
delle Provinciali (Provinciales) (1590-1656): a
questa esigenza razionalistica si accompagnano, senza per
annullarsi, uno spirito cristiano di moralizzazione e di
verit, e uno spirito mondano, di dialogo e di scambio
del pensiero. Sono gli aspetti che faranno dell'opera di
Descartes, di Pascal e di Corneille un mirabile concerto,
dove si udiranno le note pi profonde e interiori dell'uomo.
All'inizio del secolo 17esimo Si  stanchi della lingua e della
poesia troppo erudite di Ronsard e dei suoi discepoli:
Francois de Malherbe (1555-1628), nato a Caen e vissuto
fino all'et di 50 anni ad Aix come segretario del duca di
Angoulme, poi alla corte di Enrico quarto e di Maria de' Medici, 
fu il riformatore rigoroso e pertinace che si imponeva
nell'arte del verseggiare.
Ne fa testo questa nostra breve citazione da Le lagrime
di San Pietro. Il poeta qui si riferisce ai martiri della fede:
Oh l'invidia che nutro per l'innocente schiera
Di color che, massacrati da atroci mani,
Videro fin dal mattino la loro bella giornata interrotta!
Il ferro che li uccise concesse loro
Che se di far bene il tempo non ebbero,
Non avessero tempo neppur di fare il male.
...
Furono bei gigli che, migliori della natura,
Unendo alla purezza il roseo fiotto
Che dal loro petto trasse il coltello criminale,
Prima che dell'inverno la tempesta e l'uragano
Al loro delicato candore potessero recar offesa,
Se ne andarono a rifiorire nell'eterna primavera.
(traduzione di D. Dall'Avo)
Disse Boileau di lui: Enfin Malherbe vint..., a significare 
la necessit della sua riforma, basata sulla chiarezza
del pensiero, sulla semplicit della forma e sulla purezza
della lingua. Lirico razionale e poco dotato di immaginazione,
Malherbe lasci, fra tante odi, stanze, sonetti ed epigrammi,
qualche autentico capolavoro di poesia, come le Stanze 
a Du Perier (Stances  Du Perier) (1601) e la famosa Ode sur 
la mort de Henri quarto.
Questo suo lavoro di epurazione e di chiarificazione viene 
continuato dalla Socit polie, dall'Htel de Rambouillet 
e infine, con maggior rigore scientifico, dall'Acadmie
Francaise, fondata da Richelieu nel 1635. Se la Socit polie
ebbe un carattere mondano e aristocratico, e uno squisito 
carattere di critica letteraria e del costume 1'Htel de
Rambouillet (aperto ai suoi amici da Catherine de Vivonne, 
perch si radunassero a discutere), spett all'Acadmie
il singolare compito di dirigere, attraverso le lettere, 
l'opinione pubblica e di farla confluire nel dominio della 
letteratura. Compito dunque davvero storico, che ebbe come
prima tappa la compilazione del Dizionario francese, edito nel 1694.
Fuori dai salons e dall'Acadmie, si agitano per proprio
conto i seguaci delle varie scuole e dottrine religiose. Fra
questi i pi ardenti furono i giansenisti, che si radunarono
nella famosa abbazia di Port-Royal.  in quel tempo che
Blaise Pascal, genio precocissimo delle matematiche, nato
a Clermont-Ferrand nel 1623, per difendere i suoi amici di
Port-Royal, presso i quali si era ritirato a meditare sul
problema religioso, pubblica sotto pseudonimo le lettere
Provinciales contro i Gesuiti, una delle opere pi tormentate 
della letteratura cristiana; medita poi intorno ad una
Apologia della religione cristiana (Apologie de la religion
chrtienne) per la quale raccoglie un materiale immenso:
sono le note, gli appunti e le meditazioni, conosciute dopo
la sua morte sotto il titolo Pensieri (Penses), autentico 
capolavoro della prosa francese, dove si ritrova accanto allo
spirito agostiniano uno dei maggiori sforzi fatti da un'anima 
moderna nel cercare in s e nell'universo la Verit pacificatrice.
Pascal anticip in tutta l'estensione del termine
il pensiero moderno, e non solo quello di carattere religioso. 
La sua capacit di analisi, rimasta proverbiale,  sempre 
tesa alla ricerca delle pieghe che talvolta l'animo umano 
non svela interamente. Ed  perci tanto pi singolare
l'immensa congerie dei pi svariati interventi sulla psicologia, 
da dare anche all'aggettivo pascaliano un significato
che trascende perfino l'opera che ci sta dinnanzi, gigantesca 
e insieme minuziosa, e febbrile.
Tra la prima e la seconda met del secolo grandeggia
l'opera drammatica di Pierre Corneille di Rouen (1606-1684).
A lui si deve indubbiamente la scoperta e la consacrazione 
del teatro come grande genere letterario e sociale.
Per quasi cinquant'anni egli impone, con la chiarezza dello
stile e la forza del verso, una serie di tragedie in cui, alle
passioni rappresentate, una straordinaria verit poetica e
una precisa coscienza morale danno sublimit di accenti
umani. Dal Cid (1636), suo capolavoro, all'Horace e al
Cinna (1640), dal Polieuto martire (Polyeucte martyr)
(1642), che conclude magnificamente questo ciclo romano
e cristiano al Rodogune (1644) e all'Oedipe (1650), il
dramma degli eroi corneliani, ognuno partecipe di un fato
e ognuno allo stesso tempo signore della propria volont,
si inserisce come un momento indimenticabile nella storia
del teatro universale. Si ricorder altres di Corneille la
grande traduzione in versi dell'Imitation de Jsus-Christ,
per la quale egli impieg sei anni di lavoro.  del Lugli la
seguente osservazione, riguardante il Cid: Corneille punta
sul dibattito intimo, riduce l'azione all'essenziale, stretta
in ventiquattro ore (come gi voleva il gusto francese),
raccolta in una acuta crisi di anime. Se l'avventura  
romanzesca, amorosa, veemente, dando al lavoro una eterna
giovinezza, la vita profonda  la lotta tra l'amore e il 
dovere, il contrasto intimo, la vicenda morale: come sar 
ormai nella tragedia francese, che nel Cid  gi costituita, definita.
La seconda met del secolo raccoglie i frutti meravigliosi
della prima, superandola, in certo senso, in perfezione formale.
Luigi 14esimo attira alla corte i maggiori geni del tempo, 
li protegge, non cessando mai di fornir loro occasioni
e pretesti per nuovi capolavori; e mentre architetti famosi
innalzano per lui Versailles, e pittori e scultori di talento
ne adornano le sale e i giardini, Boileau, Molire, Racine
celebrano letterariamente la sua gloria. Prima di trattare di
costoro, converr accennare all'opera singolare di due
scrittori diversi da essi, bench molto legati allo spirito del
tempo: La Rochefoucauld e La Fontaine. Ambedue condussero 
una vita molto agitata, e si consolarono poi al fuoco 
della meditazione e della poesia. Di La Rochefoucauld (1613-1680) 
sono rimaste famose le Rflexions o Sentences et maximes morales, 
apparse nel 1665, scritte in uno stile tersissimo, e dedicate 
ai pi svariati problemi morali, una delle opere che 
pi contribuirono a formare il gusto nazionale e a dargli
un carattere di perspicuit e di precisione (Voltaire). 
La Fontaine (1621-1695) cre con le sue Fables, pi che 
con i suoi Contes et nouvelles, un genere raro e prezioso
di poesia tra malinconica e sorridente, nella quale, 
dietro la parola degli animali (ad ognuno dei quali  
conservato il carattere vero e tradizionale) si scorge
la parola dell'uomo che volta a volta irride e rimpiange
bonariamente costumi e situazioni di ogni tempo. La favola 
cos non  pi un divertimento o una innocua finzione,
ma, come dice lo stesso autore, un dramma dai cento diversi 
atti, che ha per scena l'universo.
Di fronte ad un poeta ingenuo e cordiale come La Fontaine, 
si erge un teorico acuto ed illuminato come Boileau.
Poeta e critico, ha tracciato nell'Art potique (1674) la 
legislazione pi felice dello spirito classico. Gli si rimprovera
il torto di aver misconosciuto la vecchia poesia nazionale
e di aver disprezzato i predecessori di Malherbe; ma nessuno,
in un'epoca cos vasta e complessa come la sua, fu pi
fine giudice del bello, pi severo nel combattere l'affettazione
o l'enfasi, l'erudizione pedantesca, la falsa poesia e il preziosismo,
in una parola tutto ci che allontana dall'umanit e dalla ragione.
Nell'Art potique si riflettono i valori pi puri del sicle
d'or, e quindi la poesia di Molire e di Racine. 
Jean-Baptiste Poquelin (1622-1673) detto Molire, parigino, vissuto
dal 1658 fino alla morte alla corte del Re Sole, trascina
sulle scene nel modo pi impareggiabile gli uomini e i
costumi del suo secolo, ora assecondandone il gioco, ora
dipingendoli con amara verit, e sempre rimanendo fedele,
pur nel comico abbandono, ai suoi canoni artistici, alle
sue idee e alla sua morale. Delle trenta commedie che ha
lasciato, alcune: Il borghese gentiluomo (Le bourgeois
gentilhomme, Les fourberies de Scapin, Le malade imaginaire, eccetera)
sono commedie di intrigo; altre: Le preziose ridicole 
(Les prcieuses ridicules), La scuola delle donne
(L'cole des femmes), La scuola dei mariti (L'cole des
maris), Le donne saccenti (Les femmes savantes), eccetera, sono 
commedie di costume; e infine, altre ancora, veramente
immortali: Il Misantropo (Le misanthrope), Il tartufo 
(Le tartufe), L'avaro (L'avare), eccetera, si devono considerare
commedie di carattere. Perfetto nella tecnica della rappresentazione,
purissimo e vario nella lingua, irresistibile nella
caricatura o nella buffoneria, Molire rimane, come dissero 
i suoi contemporanei, contro i quali non poco egli dovette 
combattere per imporre la sua arte, un contemplatore
e un pittore della natura umana; fuori del suo secolo egli
 un poeta tra i pi genuini e sorridenti, e anche una guida
inimitabile nel nostro bisogno di capire la vita. Ogni uomo 
che sappia leggere  un lettore di Molire (Sainte-Beuve).
Molire si afferm nel comico, come Racine nel tragico;
ma mentre la tradizione e gli esempi della commedia erano
in Francia poverissimi e mediocri o di derivazione straniera, 
la tragedia aveva avuto di recente un poeta della forza
di Corneille. Lo sforzo che fa Racine  di trovare, accanto
a Corneille, un posto degno nella comprensione e nell'ammirazione 
del pubblico. Proveniente da Port-Royal, Jean Racine (1639-1699),
port nel teatro la sua energia passionale, il gusto 
infallibile di un'arte tormentata e umana,
quanto quella di Corneille era stata sovrumana ed eroica;
e vinse la sua battaglia, come, nella tragedia greca, Euripide 
fin per porsi accanto a Sofocle. Opere come Andromaque (1667),
Britannicus (1669), Bajazet (1672), Mithridate (1673),
Iphignie (1674) e Phdre (1677), suscitarono di
volta in volta i commenti pi disparati; ma la Phdre cadde;
per dodici anni, Racine, addolorato, tacque; poi tornando 
al teatro, pi forte dopo lunghe meditazioni religiose, 
impose, questa volta in modo incontrastato, la semplicit e
la grandezza degli ultimi capolavori (Esther e Athalie).
L'adesione incondizionata che per tutta la giovinezza
Racine mantenne per il giansenismo, fa poi da sfondo etico, 
com' stato rilevato da molti, alla sua opera tragica.
Ne  testimonianza una brillante dichiarazione che Boileau
pronunci su di lui: La ragione di solito guida gli altri 
alla fede. Ma  la fede che ha guidato Racine alla ragione.
E Sainte-Beuve, dal canto suo, per avvalorare la grandezza
di Racine, usc in questo famoso giudizio: Athalie  bella
come l'Edipo Re, con in pi la presenza del vero Dio.
Dopo Racine sembra che l'arte drammatica si esaurisca,
e difatti si accomiata dalle scene francesi, per ritornarvi,
dopo la pausa dell'Illuminismo, nell'epoca romantica. Il
posto del teatro  tenuto, come si vedr, dal romanzo. Nel
Seicento questo genere viene coltivato, anche sotto forma
epistolare, con varia fortuna. Ad imporlo, per la prima
volta, all'ammirazione dei contemporanei e dei posteri,
con la Princesse de Clves, fu Madame de La Fayette
(1634-1693); seguirono le Storie o Racconti del tempo 
passato (Histoires o Contes du temps pass) del Perrault, e 
molti altri romanzi, ben inferiori per all'eccellenza stilistica e
psicologica della Princesse.
Vicina, come spirito, al romanzo e alla novella,  la 
letteratura epistolare, che tocca vette non pi raggiunte in 
seguito, nell'arte di Madame de Svign (1626-1696), autrice di
una raccolta di Lettres, dove si specchiano in modo mirabile
l'educazione e la cultura del tempo: inferiori letterariamente
sono i Mmoires e gli Entretiens sur l'ducation
des filles di Madame de Maintenon; ma eccellenti i Mmoires 
di Saint-Simon, pur nella trasandatezza della forma,
e quelli del cardinale de Retz, esempi felici di un genere,
fra storico e documentario, che avr grandi sviluppi
nella letteratura francese.  stato detto di Saint-Simon:
Nessuno come lui ha parlato di patria, d'imposte, di
campagna, di contadini, artigiani, mercanti, di tutti quei
miseri costretti a smontare l'armatura delle loro case rovinate
per venderla a prezzo vile. Nessuno ha osato parlare
al re della salvezza della sua anima, e accusarlo di lasciarsi
sedurre dal fasto e dalla gloria, a spese dell'ordine e della
pace (Fransois-Regis Bastide). Questo fa di Saint-Simon,
oltre tutto, non solo il grande scrittore che tutti hanno 
ammirato, ma nessuno ha eguagliato, nella sconvolgente 
capacit di dire tutto, ma un vero personaggio nella cittadinanza 
della letteratura universale.
Quest'epoca, di cos vaste proporzioni letterarie e artistiche,
non poteva non trovare nell'eloquenza la sua palestra pi opportuna.
Trionfarono gli oratori sacri, e fra tutti 
Jacques Bnigne Bossuet (1627-1704), nato a Dijon e 
vissuto a Parigi, non lontano dalla corte, dove fu chiamato
pi tardi ad educare il Delfino. Predicatore, storico, 
polemista ardentissimo, l'aquila di Meaux, come fu chiamato 
dal vescovato ottenuto col, fu un maestro impareggiabile,
sia per la bellezza e la sublimit dello stile, che per
la profondit del pensiero e la perfetta conoscenza del
cuore umano. Le sue Orazioni funebri (Oraisons funbres)
(di Henriette de France, di Anne de Gonzague, di Louis de Bourbon, 
del Principe di Cond), hanno tutti i caratteri delle grandi 
opere di poesia, per lo slancio emotivo e la disciplina 
dello stile; come il Discours sur l'histoire universelle e 
il Trait de la connaissance de Dieu, occupano un posto 
unico non solo nella storiografia e nella trattatistica religiose,
ma nella prosa francese. Pi debole, ma dotato di un'intelligenza
sottile e innovatrice, Francois de Salignac de 
la Mothe-Fnelon (1651-1715), di Cambrai, vescovo, teologo, oratore 
e filosofo, si pu considerare appartenente ad un'epoca diversa, per il
carattere pratico impresso alle idee e per l'inquietudine
dello spirito. Le Fables, i Dialogues des morts, e specialmente 
le famose Aventures de Tlmaque (1699), che contengono 
molte allusioni e critiche al regno di Luigi 14esimo,
segnano compiutamente lo sviluppo delle sue teorie pedagogiche, 
sulle quali si formarono molte generazioni di educatori; 
ma gli scritti religiosi, le lettere, i dialoghi filosofici
e letterari rivelano l'aspetto complesso della sua personalit 
(la sua parziale adesione al quietismo rec la condanna
dell'Explication des maximes des saints). A completare il
vasto quadro dell'attivit moralistica e letteraria di questa
met del secolo, baster accennare all'opera di Jean de la
Bruyre, parigino (1645-1696), scrittore incisivo e penetrante,
che alla traduzione dei Caratteri di Teofrasto (Caractres 
de Thophraste) aggiunse la pittura di caratteri del 
suo tempo, in una lingua varia, precisa e mordente, che annuncia 
gi il Settecento. Il secolo d'oro non poteva avere una 
conclusione letteraria pi classica e tipicamente francese.
CAPITOLO 4. I1 Settecento: l'et dei lumi
Annunciata da una Querelle, rimasta famosa, fra gli antichi
e i moderni, alla quale presero parte, a favore dei
moderni, Perrault, La Motte-Houdar e Fontenelle; e Racine 
e Boileau a favore degli antichi, l'et dei lumi - come 
fu chiamato il Settecento - accentr il gusto e lo spirito
letterario non pi sulla nozione e l'esperienza della verit 
e della bellezza, ma su quelle dell'utile. Quasi tutti gli
scrittori di quest'epoca, i quali cominciano a disertare le
corti per radunarsi nei salons, da cui vengono quasi soggiogati,
intendono riformare con le loro opere la societ.
Buona parte di essi, fiduciosi nella ragione e nel progresso,
si propone, scrivendo, fini pi o meno pratici. Per conseguenza,
l'originalit del secolo  nelle opere storiche,
scientifiche, giuridiche e di polemica sociale; la religione 
trascurata dalle classi pi elevate e diviene oggetto di polemica 
in quelle intellettuali; e se verso la fine del secolo
scoppia la Rivoluzione, per gli spiriti geniali del tempo essa 
 gi fatta e scontata venti, trenta, quarant'anni prima,
in senso morale e culturale.
In quest'atmosfera di ricerca e di attesa, la prima volont 
del poeta  quella di servire a qualcosa; e perci la lirica
decade, senza d'altronde perdere il gusto tradizionale della
forma; acquista per il sentimento della natura e una certa
grazia e leggerezza bucolica; mentre si fa via via pi precisa 
l'influenza dello spirito inglese. I nomi dei poeti del 
Settecento sono quasi dimenticati, tranne quello di Voltaire,
che per si impose nel genere epico, didattico e satirico; e
quello di Andr Chnier (1762-1794), che grandeggia sulla
fine del secolo, solitario. Si accenner di sfuggita ai due
aspetti della sua poesia: l'ispirazione classica e il sentimento
pre-romantico. A questo genio maturo, stroncato dalla
Rivoluzione, guarderanno pi tardi diverse generazioni di
poeti francesi, ammirate dai nuovi ritmi, dalla ricchezza di
simboli ed immagini e dall'inquieta sensibilit dell'autore
delle Elgies e dei Jambes.
Col nome di Chnier si  toccato l'estremo di un'epoca
anche cronologicamente. Rifacendoci alle sue origini, ci si
trova di fronte l'opera di Montesquieu. Le sue Lettres Persanes (1721) 
fanno sentire alle radici lo spirito filosofico ed enciclopedico,
il nuovo soffio di libert che  succeduto allo spirito
classico. La satira delle istituzioni vi si alterna
con quella dei princpi morali e religiosi; ma l'originalita
che sta nella lucidit delle idee non deve fare dimenticare
l'influenza enorme che queste teorie ebbero sulla coscienza
religiosa di tutto il secolo, incoraggiando lo scetticismo e
il materialismo gia prossimi ad accamparsi in ogni settore
culturale. Meglio si rivelano le qualit storiche e di 
osservazione di Montesquieu, che nella vita (1698-1755) fu un
magistrato preciso e scrupoloso, nelle Considrations sur
les causes de la grandeur et de la dcadence des Romains (1744)
e specialmente nell'Esprit des lois (1748), dove per
la prima volta si afferma il principio della divisione dei poteri.
Lo spirito rivoluzionario di Montesquieu viene assunto,
arricchito, e in un certo senso ingigantito, dall'opera 
vasta, ardita e curiosa di Francois-Marie Arouet, detto Voltaire,
il genio certamente pi settecentesco che abbia avuto
la Francia. Nato a Parigi nel 1694, dopo una educazione
contraddittoria, si dette alla satira politica e al teatro; visit 
l'Inghilterra, la Prussia, dove fu accolto da Federico secondo,
e si ferm infine, all'apice della sua gloria, a Ferney, nei
pressi di Ginevra, non cessando mai di scrivere e di 
interessarsi ai problemi e ai fatti pi significativi del tempo.
Mor a Parigi nel 1778. Non c' genere letterario che Voltaire
non abbia coltivato: la tragedia (Zaire, Mrope), la
storia (Histoire de Charles 12esimo, Le sicle de Louis 14esimo),
il romanzo e la novella (Candide, Zadig, Micromgas, eccetera),
la critica (Il tempio del gusto, Le temple du got), l'epica
(La Henriade, Pome de Fontenoy), la lirica, e soprattutto
la filosofia (Lettres philosophiques, Dictionnaire philosophique, 
Saggio sui costumi, Essai sur les moeurs, eccetera),
sprigionando sempre dai suoi scritti, assieme all'irreligiosit 
divenuta poi proverbiale, le pi svariate idee, i richiami
culturali e sociali pi impensati. Ambizioso, pieno di vanit,
superficiale per tre quarti della sua opera, rester di
Voltaire, per, la chiarezza penetrante dello stile, che non
ha eguali nel suo tempo.
Ad accrescere l'influenza dei nuovi princpi, e a render
popolari queste teorie, non manc un'opera corale: L'Encyclopdie o 
Dictionnaire raisonn des sciences, des arts e des mtiers 
(i cui primi volumi apparvero nel 1751). Vi si accinsero
a dirigerla D'Alembert e Diderot, coadiuvati da
Montesquieu, Voltaire e Rousseau e da altri famosi scrittori,
Buffon, Condorcet, Condillac, Helvtius, D'Holbach,
Turgot, Necker, Marmontel. Vera macchina da guerra al
servizio delle dottrine filosofiche del Settecento, come fu
definita, malgrado le esagerazioni, il fanatismo materialistico 
e gli errori dottrinali, l'Encyclopdie port tuttavia
notevoli benefici alla conoscenza scientifica, e non pu essere 
trascurata nella storia del pensiero umano. Nello stesso 
periodo, per, rimase nell'ombra, ed  doveroso oggi
metterlo alla luce, quel grandioso insieme di ricerche storiche, 
condotte dai Benedettini della Congregazione di S. Mauro, che 
va sotto il nome di Histoire littraire de la France.
Accennando all'Encyclopdie, si sono ricordati Rousseau e Diderot.
Sono forse questi gli scrittori pi singolari
e genuini del secolo; essi acquistano alla letteratura francese 
nuove dimensioni logiche e fantastiche, di cui occorre
tener conto, anche se non si potr non sottolineare, 
specialmente per l'opera di Diderot, lo spirito scettico e 
inquieto che sta alla base del suo travaglio letterario.
Dei due, Rousseau  certamente il pi tormentato. Nato
a Ginevra (1712-1778) e dotato di un temperamento fantastico 
e sognatore, proclive alle utopie, Jean-Jacques Rousseau 
condusse senza dubbio una vita agitata; quest'inquietudine 
si rivers in gran parte delle opere, nelle quali egli
propugn, come  noto, il ritorno allo stato di natura, e
riconobbe nella Natura la sola divinit cui obbedire. Sogliono
essere isolate nella sua produzione le opere pedagogiche, 
Giulio o la nuova Eloisa (Julie ou la Nouvelle Hloise) (1761) 
e l'Emile (1762); ma a parte l'originalit degli
spunti di pensiero, gli aspetti della sua arte squisita, e tutta
dettata dal sentimento, si ritrovano pi abbondantemente
nelle Confessions e soprattutto nelle Fantasticherie di un
passeggiatore solitario (Rveries d'un promeneur solitaire),
appartenenti agli ultimi anni della sua vita, a cui guardarono
pi tardi i romantici come a libri precorritori del loro gusto.
Del tutto conscio dell'autenticit della sua testimonianza
umana, nelle Confessioni Rousseau stesso ha premesso, ad
uso del lettore futuro, questa clamorosa affermazione:
Questo  l'unico ritratto d'uomo, copiato esattamente dal vero e con
ogni fedelt che esista e che forse esister mai. Chiunque sia, tu che il
mio destino o la mia fiducia rendono arbitro di questo scritto, ti 
supplico, per le mie sventure, per le tue viscere e in nome di tutta la
specie umana, di non distruggere un'opera utile e unica, che pu servire 
quale prima pietra di paragone per lo studio degli uomini che indubbiamente
resta ancora da affrontare...
(traduzione di F. Filippini)
Di Denis Diderot, nato a Langres (1713-1784), si ricorderanno 
i romanzi Jacques il fatalista (Jacques le fataliste),
La suora (La religieuse), qualche satira riuscita Il nipote di
Rameau (Le neveu de Rameau), i drammi, I figli naturali
(Le fils naturel), Il padre di famiglia (Le pre de famille),
dove il gusto del paradosso, l'eleganza delle idee, l'acutezza
dell'analisi si fanno ammirare, anche quando sono fini
a se stessi; ma  forse nella vasta Correspondance che si
ritrova per intero quest'uomo, complesso e semplice ad un
tempo, appassionato sognatore e freddo realista, critico
cui si devono importanti scoperte nel campo della pittura,
della musica e del teatro.
Sui princpi che stanno alla base dell'Enciclopedia, Diderot, 
consapevole fino in fondo nonch parte dirigente in senso 
assoluto, volle gi a lavoro iniziato dire quanto fosse
importante il compito (senza dubbio un dovere per tutti gli
intellettuali) di dar vita a un nuovo corso delle conoscenze
umane. Sono importanti queste sue dichiarazioni a proposito 
della ragione, autentica anima del suo travaglio ma anche 
dei suoi risultati definitivi:
La ragione , nei confronti del filosofo, ci che la grazia  in rapporto
all'anima del cristiano. La grazia spinge il cristiano ad agire; la 
ragione rende plausibile il filosofo...
Questi forma i suoi princpi su un'immensa quantit di osservazioni
particolari. Al contrario, la gente adotta ogni essenza dei princpi 
senza pensare alle ricerche che l'hanno prodotta: si crede che ogni
principio esista in s e per s, mentre il filosofo attinge ogni massima
alle proprie fonti; egli ne indaga le origini; egli ne riconosce il valore
in quanto tale, e l'adopera nel modo a lui pi conveniente...
Non c' bisogno di sottolinearlo, queste osservazioni sono alla
radice di ogni scienza attuale e ventura.
Su un piano di ingenuit e di abbandono naturalistico,
tuttavia, qualunque opera di Voltaire, di Rousseau o di
Diderot viene superata dal romanzo Paul et Virginie (1787)
di Bernardin de Saint-Pierre (1737-1814), che per primo
far risuonare nella narrativa francese la nota esotica. Ma
non  il solo capolavoro del romanzo francese del Settecento. 
Quando esso non si consacra, come troppo spesso
accade, alla descrizione di intrighi o di frivolezze, quando
non si abbandona ad un'acuta analisi della societ (come
I legami pericolosi, Les liaisons dangereuses di Laclos) o
quando infine non giunge al sadismo, come nell'opera del
marchese de Sade, il romanzo dell'epoca esprime, talora
con curiosa anticipazione, taluni stati d'animo che si 
ritroveranno nel Romanticismo e nel naturalismo del secolo 19esimo.
La figura di Donatien-Alphonse-Francois, detto marchese 
de Sade (Parigi, 1740-Charenton-Saint-Maurice, 1814),
la cui vita rappresenta una tale altalena di azzardi e di 
meditazioni intellettuali, tra violente esperienze erotiche, 
fughe, e prigionia, si esprime anche nei gesti, clamorosi. Fu
uno dei pochissimi, nella Bastiglia ormai ridotta a uno
sparuto gruppo di ospiti, ad alzare la voce: Ancora
uno sforzo, francesi, per incitare quanti si apprestavano
a distruggere quell'infame simulacro dell'ancien rgime.
Quasi tutte le sue opere (Justine, o le disavventure della
virt, 1791; La filosofia nel boudoir, 1795; Le 120 giornate 
di Sodoma, 1782-1785, ma editato solo nel 1931-1935) sono
state composte nella lunghissima prigionia o nei rari intervalli
della sua libert. Non meno interessanti, ai fini della 
sua filosofia, le oltre 250 lettere ritrovate da Gilbert
Lely nel castello di Cond-en-Brie, dove erano state custodite,
senza mai essere lette, dai discendenti di Sade.
Si  molto discusso se il romanzo francese del Settecento - ma 
le opere narrative di de Sade sono l a smentire una
dipendenza tanto stretta - abbia come presupposto ed insieme
come svolgimento, una nutrita ispirazione filosofica.
Non sempre, come abbiamo gi fatto intendere, il pensiero
morale e religioso, l'atteggiamento filosofico, e ogni altra
ipoteca teorica, sono entrati nel vivo dei romanzi del tempo. 
Questo non si  difatti verificato, a parte de Sade, nei
capolavori di Diderot e di Laclos. Segno che perfino ai
philosophes dovevano apparire strane, per i lettori dell'epoca,
intrusioni del genere.
 essenziale anche ricordare l'opera complessiva di
Nicolas-Edme Restif de la Bretonne (Sacy, Yonne, 1734-Parigi, 1806),
che raggiunge nell'autobiografia Monsieur Nicolas una 
spregiudicatezza di analisi non disgiunta da una acuta 
conoscenza degli ambienti popolari e letterari dell'epoca.
Il pitecantropo di Balzac, come poi venne definito, 
sostanzialmente il vero grande concorrente di Rousseau:
questi d alle lacrime di consolazione un valore romantico,
mentre Restif  tutto inteso al raggiungimento del suo scopo,
quello di dimostrare la vacuit, l'orrore e il disordine
dei tempi nei confronti dell'et d'oro precedente di alcuni
decenni, che dette origine alla sua patriarcale visione
della vita. Nella sua carriera stravagante, minacciata sempre 
dalla fame, un mestiere s'era sovrapposto all'altro, l'operaio 
era salito sulle spalle del contadino, come lo scrittore si 
sed timidamente su quelle del tipografo, senza riuscire 
a liberarlo dalla condizione pi prossima e dalla mentalit 
pi remota. Se a ci aggiungiamo le tristi vicende coniugali
e le ossessioni sessuali, sapremo come spiegarci quelle 
brusche oscillazioni, quasi da pagina a pagina, tra un'umilt
disarmante e una volont di potenza, tra le ambizioni smisurate del
riformatore e i compromessi quotidiani che dov accettare col pubblico.
Ma torniamo un momento su uno dei capolavori del secolo, 
Les liaisons dangereuses di Pierre-Ambroise-Francois Choderlos de 
Laclos (Amiens, 1741-Taranto, 1803), che fu ufficiale d'artiglieria
durante la rivoluzione e giacobino ad oltranza. Les liaisons ora
citate non sono che i legami tra spirito di verit e 
satira di costume, a cui si abbandonano i giovani della 
nobilt francese, con la complicit di talune madames d'alto 
bordo. A lungo considerato un romanzo appena piacevole, 
Les liaisons (uscite nel 1782) acquistarono col tempo il
carattere d'una fedelissima rappresentazione dell'epoca, che
doveva giungere alla sua sconsacrazione definitiva con la Rivoluzione.
Per fare qualche altro esempio di straordinario vigore
narrativo, si accenner alla Manon Lescaut dell'abate Prvost, 
all'Obermann di Snancour (gi, per, esorbitante
dal Settecento), ai racconti di Marivaux, al Gil Blas di Le Sage.
Sia Marivaux che Le Sage hanno anche un posto ragguardevole 
nella produzione drammatica di questo secolo. Marivaux (1688-1763), 
che fu creatore di molte commedie fortunate: La sorpresa 
dell'amore (La surprise de l'amour), Il giuoco dell'amore e 
del caso (Le jeu de l'amour et du hasard), I giuramenti indiscreti 
(Les serments indiscrets, eccetera) condotte con sottigliezza 
e delicato fervore, e Le Sage, che porta in Turcaret molto 
dello spirito spagnolo, annunciano l'arte spigliata di un genio comico
come Beaumarchais (1742-1799). Le barbier de Sville e Il matrimonio 
di Figaro (Le mariage de Figaro), commedie satiricamente, 
ma anche poeticamente felici, fruttarono al loro autore 
un immenso successo. Esse sono tuttora una chiave per capire 
lo spirito del tempo e quello slancio riformatore che non 
manc a nessuno scrittore francese prima e durante la Rivoluzione.
Gli aspetti drammatici della vita e della societ della
Francia si ritrovano, per, pi che nel teatro, nell'arte oratoria,
che in questo periodo tocc qualche volta le vette
della grande eloquenza. Le tocc certamente con Mirabeau. 
La parola di Mirabeau  colorita e veemente e attinge il 
suo tono e la sua forza alle cose da dire, a differenza
di quella dei suoi predecessori seicenteschi, umanistici e 
talora enfatici. Ancora oggi la si ammira nelle pagine sul 
Diritto della pace e della guerra (Droit de paix et de guerre),
sulla Sanction royale, eccetera. Contro Mirabeau lott, talvolta
con successo, l'abate Maury, grande difensore degli interessi 
della monarchia e dei diritti della Chiesa. Famosi oratori
vede per tutta quest'epoca: Vergniaud, Danton, Robespierre, 
Cazals, Barnave, che trascinarono uomini e folle.
Chiusi nel silenzio delle biblioteche, ma non meno importanti 
storicamente, sono i trentasei volumi dell'Histoire
naturelle di Buffon (1707-1788), consacrati all'osservazione
dei fatti e all'analisi delle esperienze naturali, che rappresentano 
indubbiamente il pi grande sforzo fatto da uno scrittore 
francese, dopo l'Umanesimo, per ricondurre all'unit del
pensiero e all'entusiasmo vivificante della poesia l'arida 
materia della scienza. Sono forse il messaggio pi alto
e maestoso del pensiero settecentesco.
CAPITOLO 5. L'Ottocento. Dal Classicismo al Romanticismo
Nel passaggio dal Settecento all'Ottocento, devono 
tenersi presenti molte condizioni e stati d'animo storici, che
influenzeranno il pensiero e la fantasia degli scrittori: il
declino del materialismo e del cosmopolitismo settecentesco, 
l'esperienza delle utopie sociali e della Rivoluzione,
l'attrazione verso problemi morali e religiosi, lo spirito 
nazionale, l'individualismo borghese. Individualismo, religiosit
e storicismo contraddistinguono la nuova letteratura,
anche senza tener conto degli elementi pratici dovuti alle
scuole e all'influenza dei grandi spiriti. Quando si parla di
Romanticismo, si toccano gli estremi di questo rinnovamento 
interiore, che s'effettua in tutta l'Europa, ma parte
sostanzialmente dalla Francia con l'opera di Chateaubriand 
e di Madame de Stal. Cessate di guardare alla Grecia e a Roma,
dice quest'ultima agli scrittori del suo tempo, 
cercate le fonti di ispirazione nella storia nazionale,
nelle vostre tradizioni, nelle vostre leggende. Ispiratevi
alla religione, affinch la vostra arte acquisti in profondit
e in sensibilit. Ben al corrente dello sviluppo della filosofia
e dell'arte tedesca, Madame de Stal (1766-1817) ne
volgarizz lo spirito nei quattro libri Della Germania (De
l'Allemagne) (1810), concludendo con l'affermare la 
supremazia dell'ispirazione sulle regole, del sentimento sulla
ragione, dell'individualismo e della libert sull'autorit.
Nemico di Napoleone, oltre alla Stal, fu anche
Francois-Ren de Chateaubriand (1768-1848) nato a Saint-Malo, 
che in giovent si spinse fino in America, visse poi
in patria i primi anni della Rivoluzione, sino a quando,
emigrato a Londra e gi in preda ad una crisi spirituale,
non decise di darsi tutto alla causa della restaurazione.
Mor a Parigi dopo essere stato ambasciatore e ministro
degli Esteri sotto i Borboni. L'opera sua, appassionata,
fantasiosa, eloquente, dotata di potenza descrittiva e di
musicalit, fu spesa nell'apologia del cristianesimo 
(Le gnie du christianisme, 1802), interpretato con rara efficacia
letteraria, e nell'illustrazione romanzesca (Atala, Ren) di
alcuni passi del libro della sua grande immaginazione. Il
successo di queste opere fu enorme (Ren ebbe tanti 
ammiratori e imitatori quanto il Werther di Goethe), ma 
ancora pi rivelatrici della coscienza religiosa di Chateaubriand 
sono i volumi che seguirono, Les martyrs (1809),
Itinerario da Parigi a Cerusalemme (Itinraire de Paris 
Jrusalem), e infine il capolavoro, Mmoires d'outretombe, 
uscito postumo, dove si rivela l'anima di questo
genio inquieto e tenace, vero rinnovatore del gusto estetico
e del sentimento storico e religioso.
Trascurando i difensori dell'autorit, Louis de Bonald,
Joseph de Maistre vigoroso e severo autore delle Serate di
S. Pietroburgo (Soires de Saint-Ptersbourg) e dell'Histoire 
de l'Eglise Galicane, e Xavier de Maistre, cui si devono
il brillante Viaggio intorno alla mia camera (Voyage autour
de ma chambre), e Il lebbroso della citt d'Aosta (Le lpreux de 
la cit d'Aoste), e venendo ai romantici, si pu distribuire
il loro movimento in due cenacoli: il primo, detto
dell'Arsenal tra il 1823-1824, e il secondo, intorno ad Hugo,
nel 1828.  in quest'ultimo, per, che si combatte a fondo
la battaglia contro i classicisti, i quali, dopo il 1830, spariscono
dalla scena letteraria. Singolare fu la battaglia che si
accese in quello stesso anno intorno al dramma Hernani.
Lo spirito romantico si diffonde allora in Francia, con
l'opera di Lamartine, Hugo, de Vigny, Musset, George
Sand, Balzac e Dumas padre, mentre appartato rimane
Stendhal, le cui opere narrative non verranno apprezzate
che molto pi tardi.
Con il Romanticismo entr l'inquietudine nella letteratura 
francese, e la spinta primitiva, anche senza esaurirsi,
devi verso nuovi aspetti, a distanza di appena vent'anni
dalla sua affermazione. Alla met del secolo, gi si assiste,
con il Parnasse e il romanzo realista, ad un ripiegamento
del Romanticismo sui propri motivi, e quindi alla liquidazione 
del movimento stesso.
Esso viene illustrato, per, fin dal nascere, da Victor
Hugo, nato a Besancon (1802-1885), che lasci orme 
indimenticabili nella lirica, nel teatro e nel romanzo. 
Dalle Odi e ballate (Odes et ballades) (1826) ai drammi Cromwell (1827),
Hernani (1829), Il re si diverte (Le roi s'amuse) (1832) 
e Ruy Blas (1838), ai romanzi Notre-Dame de Paris (1831)
e Les misrables (1862), si pu seguire il flusso continuo 
della fantasia di Hugo, ora animata dalla leggenda,
ora dalle idee politiche, ora dalla storia, ora dal fermento
sentimentale dell'autore, ma forse, pi che ai drammi e ai
romanzi, per comprenderla appieno, occorre rivolgersi alle
migliori opere liriche: Le foglie d'autunno (Les feuilles
d'automne) (1831), Le voci interiori (Les voix intrieures),
I castighi (Les chtiments) (1853), La leggenda dei secoli
(La lgende des sicles) (1859).
Tuttavia, fra tante opere compiute e divenute subito popolari, 
il poeta fa risaltare in una poesia dedicata ad
Olympio, sorta di suo alter-ego spirituale, una malinconia
tipicamente romantica che venne poi imitata da Lamartine
e da Musset (il primo in Le Lac, e il secondo in Souvenir).
Malinconia non va intesa qui nel senso moderno, che  vicino
a certi aspetti della depressione, bens come espressione 
dell'interiorit pi fulgida dell'autore, una specie di
propria fotografia ideale, nella quale si riscontrano anche
dei tratti di leggerezza e di umano fervore, che furono 
l'espressione tipica di Hugo.
Citiamo da Tristesse d'Olympio questo passo:
I campi non erano del tutto neri, i cieli non erano cupi.
No, la luce si espandeva con tutto il suo azzurro illimitato
Distesa sulla terra,
L'aria risentiva di effluvi e i prati di verdura
Quando rivide i luoghi che tante ferite gli avevano inferto
Il suo cuore se ne sent ricolmo!
Ispirazione e ricchezza di sentimento non mancano
neanche ad Alphonse Lamartine (1790-1869), nato a Mcon, 
tipico esponente del Romanticismo della prima maniera, 
che cant con profonda e dolce malinconia le ebbrezze 
dell'amore ideale, della natura e di Dio, nelle Prime
meditazioni (Premires mditations) (1820) e nelle Nuove
meditazioni (Nouvelles mditations) (1823); si analizz con
ardore nel romanzo Graziella (1851), e infine tocc temi
filosofici e religiosi in Jocelyn e in La caduta di un angelo
(La chute d'un ange), ma con minore risultato artistico. A
questa vena morale e religiosa doveva obbedire anche la
poesia di Alfred de Vigny (1797-1863), nato a Loches da
nobile famiglia, a cui la critica, che poco lo conobbe nel
suo tempo, guarda oggi come al poeta pi significativo e
completo della prima stagione romantica.  una poesia, la
sua, di idee, ricca, profonda e dotata di uno slancio morale 
e religioso (vedi la raccolta postuma dei Destini, Destines,
o anche i Pomes antiques et modernes, 1825), che
talvolta diviene disperato o rassegnato, tanta  la solitudine 
da cui parte e a cui arriva. Altra natura  quella di Alfred 
de Musset (1810-1857), parigino, autore, oltre che di
versi famosi al suo tempo, di squisite composizioni teatrali
(Fantasio, Non si giuoca con l'amore, On ne badine pas
avec l'amour, eccetera) e di singolari Confessions d'un enfant
du sicle (Le confessioni di un figlio del secolo, 1836), 
dove viene descritto, attraverso vicende di passione e di 
sogno, il cosiddetto mal du sicle. De Musset  certo, fra 
tutti, il poeta che all'amore, alla melanconia e alla morte si
 avvicinato con pi passione, ma non con quella forza
morale che talvolta Hugo e Vigny hanno fatto sentire. La
poesia di questo tempo ha tutto un colore melanconico ed
ebbro, e perci si rischia di confonderla in una sola vaga
latitudine. Alcuni poeti (come Grard de Nerval e Maurice
de Gurin) per tendono, sia pure in modo incerto, lo
sguardo al futuro; e saranno perci apprezzati a parecchi
anni di distanza (specialmente il primo, superbo esteta irrazionale).
Il caso di Stendhal (Henri Beyle)  singolare: vissuto in
piena et romantica (1783-1842), egli ebbe pochi e non felici
contatti con i milieux letterari francesi, preferendo alla
sua patria, e soprattutto alla sua citt (Grenoble), l'Italia,
dove, dopo alterne vicende insieme politiche e letterarie,
fin per trasferirsi.  uno scrittore ricco di slanci e di 
passioni, celate in uno stile freddo, da cancelleria, come fu
detto; e perci i suoi romanzi (Le Rouge et le Noir, La
Chartreuse de Parme, eccetera), pur cos pregni di psicologia
romantica, si affacciano ad un'altra et: il realismo. 
Specialmente nell'ultimo grande romanzo, che ha un titolo
quasi enigmatico, La Certosa di Parma, il proposito polemico 
gi cos vivo e scattante nel protagonista de Il Rosso e il Nero,
Julien Sorel, si muta e si riversa nell'osservazione di
tutta un'epoca, incerta e insieme avventurosa, quella
che  come l'immagine medesima, talvolta quasi trasparente,
dell'autore. Nella Certosa, scrive Mario Bonfantini,
Stendhal ha trasfuso tutti i suoi ideali d'arte e di vita:
l'ormai lontano miraggio di gloria dell'epopea napoleonica... l'amore 
profondissimo per l'Italia contemporanea e per la vagheggiata
Italia del Rinascimento.
Lo scrittore pi rappresentativo del primo Ottocento rimane 
per molti Honor de Balzac (1799-1850), fecondissimo 
romanziere (si ricordano Eugnie Grandet, Le pre Goriot,
Csar Birotteau) dall'immaginazione viva e potente, 
dall'impareggiabile arte caricaturale, nella quale vibra
sempre una grande conoscenza della vita. Balzac si pu
considerare tanto romantico quanto realista: egli per 
appartiene, in ogni caso, alla grande famiglia dei creatori di
caratteri, e perci ha un posto di prim'ordine nella letteratura
francese del secolo scorso. Ci che veramente colpisce
oggi, alla rilettura dei suoi romanzi,  insieme uno spirito
di fedelt assoluta alla condizione sociale, rappresentata
con un'energia stilistica senza pari, e la capacit di raffigurare
ogni situazione, come il lettore la desidererebbe seguendo il
percorso delle circostanze e la psicologia dei personaggi,
impressa dall'autore.
Mentre Balzac non ha mai l'aria di raccontare qualcosa
per s, e neppure di rivolgersi a un solo ascoltatore (ne ebbe 
decine di migliaia, fedeli lettori), Stendhal ha sempre
davanti a s il proprio Io in ascolto, talora anche divertito,
ma regolarmente commosso dalle ardite fantasie a cui lo
scrittore lo prepara e poi lo sottopone. E non  forse l'ultimo 
dei motivi per cui questo grande narratore, che avrebbe 
voluto essere subito riconosciuto, fu scoperto tanti anni dopo.
Il passo pi risoluto tra la prima e la seconda met 
dell'Ottocento vien fatto dalla poesia. E qui  giusto soffermarsi
sul Parnasse, solitamente un movimento trascurato.
I poeti, che pi o meno meritano il nome di parnassiani,
cominciarono a raggrupparsi verso il 1860.
Il primo tentativo di documentarne l'attivit fu fatto da
Catulle Mends, nel 1861, con la rivista Revue fantaisiste,
durata solo nove mesi. Vi apparvero poesie di Gautier,
Banville, Baudelaire, Villiers de l'Isle-Adam e di Mends
stesso, allora giovanissimo. Successivamente Lecomte de
Lisle appoggi il movimento con numerosi articoli critici,
che ne precisavano le finalit ancora oscure. Nel 1865,
L'Art, diretta da Xavier de Ricard, definiva la poetica del
gruppo nella necessit, per i nuovi poemi, di una fattura
impeccabile, in opposizione ai sussulti epilettici del 
Romanticismo, in nome di un'ispirazione pi ferma e serena.
Al posto de L'Art, che cessava le pubblicazioni, l'editore
Lemerre nel 1866 raccoglie in un primo volume, dal titolo
Le Parnasse contemporain, il meglio della produzione lirica 
di tale tendenza. Accanto ai maestri, gi nominati, si
raggrupparono i giovani poeti: Louis Mnard, Hredia,
Coppe, Mends, L. Dierx, Sully-Prudhomme, Verlaine e
Mallarm. Alla prima serie del Parnasse, accolta con successo,
segu nel 1871 un nuovo volume, dove figurano ancora dei 
giovani principianti, come France, Mrat, Plessis,
Charles Cros, e altri non sempre fedeli allo spirito parnassiano.
Quest'ultimo man mano si rese pi teorico, come un
corpo di precetti stabiliti: purezza della forma, 
impassibilit dell'anima del poeta, al cui travaglio creatore
l'arte deve associarsi in maniera viva ma non tumultuosa
e disgregatrice, e infine culto della parola, che finir poi
in Mallarm per essere divinizzata.
Tra il Parnasse cui  legato specialmente il nome di 
Leconte de Lisle (1818-1894), dove, come s' detto, fu adottato
il principio dell'arte per l'arte e decretata l'impersonalit e
l'impassibilit del poeta, e Charles Baudelaire, parigino
(1821-1867), sono molti i legami e le affinit; ma il genio di
Baudelaire (I fiori del male, Fleurs du mal, 1857), super
i caratteri della scuola, situandosi in una zona personalissima: 
la sua poesia, essenzialmente cristiana, anche quando
affonda le sue radici nel male e nel disordine,  forse la
pi plastica, la pi pura e musicale di tutto il secolo.
Della drammatica esistenza, e della tormentatissima vicenda
intellettuale del poeta,  testimonianza viva questo
sonetto, La Musa malata:
Che c' stamane, mia povera musa?
Che occhi incavati da immagini notturne!
Come a tratti il tuo viso riflette,
freddi e taciturni, l'orrore e la follia!
 il succubo verdastro o il roseo folletto
che t'inculca paura e amore dalle urne?
 l'incubo che con pugno dispotico e tenace
t'inabiss nel Minturno favoloso?
Magari il tuo seno fosse sempre percorso
da pensieri forti, sprizzando odore di salute,
e il tuo sangue cristiano a fiotti ritmici colasse
come suoni numerosi di sillabe antiche,
sotto l'alterno regno del padre dei canti,
Febo, e del grande Pan, re delle messi!
(traduzione di C. Rendina)
Il problema della creazione artistica, per Baudelaire,
non  solo un problema di lacrime, come in tanti romantici,
o di impassibilit, o di tecnica letteraria, ma di coscienza 
e di profondo dibattito interiore. Queste doti si rivelano
non solo nel suo capolavoro, I fiori del male, libro che fu
trascinato in tribunale per offesa al buon costume, e ne
usc vittorioso - ma nei Poemetti in prosa (originariamente
Le spleen de Paris), una delle pi grandi anticipazioni
poetiche di tutti i tempi. Difatti, se nelle Fleurs prevale, in
maniera talvolta organizzata, la drammaticit di un dissesto
interiore che dev'esser compreso per venir risolto (l'autore 
chiede aiuto al lettore complice), nei Poemetti, strano 
miscuglio di rappresentazione realistica e di memoria,
di nostalgia e di cronaca dell'attualit, si  come coinvolti
in una sorta di costante e affettuosa elegia, una delle note
pi struggenti che non aveva sempre potuto emergere nelle
Fleurs. Il Baudelaire della maturit e, diciamo, della sua
vecchiaia, si offre non pi come un essere lacerato e dolorante,
n come un uomo offeso, desideroso di riscatto, ma
come un sognatore sottile. E in questo senso l'arte sublime
di Baudelaire raggiunge il suo trionfo definitivo.
Pi costante nell'ascoltare il proprio cuore e descriverne
i mutevoli palpiti, ma talvolta artificioso,  Paul Verlaine
(1844-1896), che ha al suo attivo una vasta produzione lirica:
Poemi saturnini (Pomes saturniens), Feste galanti (Ftes
galantes), La bonne chanson, Sagesse, eccetera, e al cui nome
 legata la nascita del Symbolisme, il secondo grande 
movimento della poesia di quest'epoca. Si penserebbe che,
data la vastit dell'opera, moltissime siano le corde fatte
risuonare dal poeta; ma presto si viene a scoprire che tale
impressione  imprecisa. Sin dalla prima giovinezza, Verlaine
 un poeta dai grandi traumi alternativi, nel senso
di generare, talvolta, emozioni tragiche da episodi o 
vicende contingenti. La sua capacit di effondersi non  quindi
sempre intesa a una reale conoscenza intima, come in Baudelaire,
bens deriva dalla enorme necessit di creare fantasmi,
anche tragici, al posto di autentiche passioni. E a
questo proposito si ricorder che persino le sue effusioni
religiose, e cattoliche in senso stretto, fanno parte di questa
scena interiore, che, lo abbiamo appena detto, pur nella
grande maestria formale, non tocca mai la coscienza
morale dell'autore. Grandissimo  invece il Verlaine che
non vuole dimostrare nulla, n di se stesso dare drammatiche
rappresentazioni, quello ad esempio delle Ftes galantes.
A Verlaine s'accompagn, per brevi ma intensissime 
vicende umane e letterarie, Arthur Rimbaud (Charleville,
Ardenne, 1854-Marsiglia, 1891), a cui molti critici hanno
riconosciuto un'anima di veggente. La poesia in Rimbaud
si fa bruciante espressione di vita e di verit, e s'innalza ad
altezze incredibili; ma con risolutezza il poeta l'abbandona, 
a soli vent'anni, fuggendo in Africa, e votandosi al
suo destino di meteora.
Della sua libera e drammatica vicissitudine di viandante,
Rimbaud ci offre questo eccezionale passaggio:
Sensazione
Nei sentieri andr, la sera estiva e celeste,
punto dai grani, a pestar l'esile erbatura:
sognante, ai piedi ne sentir la frescura,
lascer il vento bagnarmi la nuda testa.
Non dir parola, non penser pi a niente:
ma infinito mi salir l'amore in fondo
al petto, e andr nella Natura vagabondo
ben lontano, - come con donna lietamente.
(traduzione di G.P. Bona)
Parlare, solo in breve, di Rimbaud  gi un azzardo.
Non c' scrittore di tutto l'Ottocento che faccia sentire,
come lui, sino a una totale spinta metafisica, il rapporto
sempre vivo ma al tempo stesso misterioso tra il poeta e
la Parola. Di qui a considerare la sua opera come una
grande meteora, che conquista gli spazi ma che poi scompare, 
il passo  breve. Ricordiamo i due titoli fondamentali:
Una stagione all'inferno (Une saison en enfer) (1873) e
Les Illuminations (a cura di P. Verlaine, 1886). Ma ricordiamo 
anche che quella meteora cui abbiamo accennato cess di 
scrivere a soli vent'anni. Accett infatti di far da
agente commerciale in Abissinia, per conto di una grossa Compagnia.
Rimbaud, come si vede,  insondabile; basterebbe il proposito 
stesso di cambiare la letteratura per farla diventare
vita, in un'et in cui era azzardato rincorrere tale sogno. 
Da quel momento in poi, da mercante d'armi e di schiavi,   
in cui volle portare all'estremo la sua stessa energia 
creativa in quel cantuccio d'Africa, Rimbaud resta uno sconosciuto, 
ma non un altro che si  sovrapposto a lui.  sempre il
Rimbaud di Parigi e di Londra e dei vagabondaggi estremi,
questa volta per senz'altra scrittura che poche lettere.
Sar, infine, Mallarm (1842-1898) a riproporre lo stesso
slancio, freddamente, ermeticamente, con una assolutezza
e un fervore che non hanno eguali nella sua epoca. Il Simbolismo 
per lui diventa qualcosa di pi di una scuola letteraria: un
modo di concepire la poesia, dal quale poco si discosteranno 
i poeti del nostro secolo, in Francia e altrove.  stato 
detto: Temperamento lucidamente cerebrale, la
caratteristica pi evidente e profonda della sua poesia sta
nello sforzo di accogliere la musicalit allusiva del Simbolismo 
in forme quasi classicamente precise. Ma non  tutto.
Mallarm, infatti, osa spingere la Parola verso traguardi 
inusitati, e che non torneranno mai pi a essere abituali.
 una condizione naturale per lui abitare l'Invisibile, 
l'Inaccessibile, il Mistero, servendosi di quello che  un 
patrimonio comune a tutti, la lingua, ma tale condizione non
si muta mai in vanagloria, n in certezza definitiva. Lo
sperimentatore spinge l'azzardo sino al confine estremo
delle proprie possibilit, e ne lascia testimonianza con una
severit che la poesia in seguito negher a se stessa. La 
Parola viaggia senza scomporsi verso l'Inaudito e l'Inosabile,
ma con un punto di ritorno che  la culla dove nascono le
emozioni primarie, la verginit della visione, il sogno perfetto.
Da uno dei suoi capolavori, Il pomeriggio d'un fauno,
offriamo al lettore l'inizio del poema:
Egloga
Il Fauno
Quelle ninfe, le voglio perpetuare.
Cos chiaro
il leggero incarnato che nell'aria
assopita da folti
sonni volteggia.
Dunque ho amato un sogno?
Il mio dubbio, di notte antica ammasso,
termina in un rameggio sottile
che, rimasto lo stesso bosco vero,
prova, ahim! ch'ero solo
a offrirmi per trionfo il fantasioso
errore delle rose...
(traduzione di L. Frezza)
Un posto a s si deve attribuire a Frdric Mistral, poeta
provenzale, nato a Maillane nel 1830, e ivi morto nel 1914.
Discepolo e amico di Joseph Roumanille, il primo dei poeti 
provenzali dell'Ottocento, fond assieme con lui nel
1854 il Felibrige, che ebbe come organo ufficiale l'Armana
prouvencau. Questa scuola letteraria, divenuta poi famosa,
si proponeva la risurrezione, su basi artistiche, della
lingua provenzale e dei vari dialetti della Linguadoca. Il
tentativo si allarg successivamente ai poeti catalani, chiamati
a fraternizzare con i felibres, per celebrare le comuni tradizioni
romanze. L'entusiasmo di Mistral per questa unione si 
ritrova nell'inno Chant de la coupe, di pura ispirazione 
conviviale e trovadorica.
La carriera poetica di Mistral ha inizio in Li Provencalo, 
la prima antologia dei nuovi lirici provenzali: l'influenza 
di Roumanille  preponderante. Ma  con il poema Mirio (Mirella),
apparso ad Avignone nel 1859, e salutato con entusiasmo 
da Lamartine, che Mistral dette interamente la misura 
della sua arte legata ai temi rustici e alle leggende 
della Provenza: questa terra rivive in una delicata
storia d'amore, ricca di episodi pittoreschi e paesani, che
s'intrecciano al modo di un'epopea. L'opera, divenuta 
rapidamente popolare, fu poi musicata da Gounod (1864). I
successivi poemi di Mistral (Calendau, 1867; Nerto, 1884;
I poemi della rosa, Lou poumo du rose, 1897) e il suo
unico tentativo teatrale (La rino Jano, 1890), non riescono 
a raggiungere che in rari momenti la semplice commozione 
e l'altezza poetica di Mirio. Quando Mistral si allontana 
dal candore sentimentale e dall'abbandono religioso di cui 
 pervaso il capolavoro della giovinezza, scade nell'artificio
letterario, reso ancora pi evidente da una lingua ritrovata.
Ma nei ricordi di infanzia e di giovinezza, pubblicati nel
1906 sotto il titolo Moun espelido, e nella raccolta felice
delle liriche e dei poemetti (Lis Isclo d'or, 1875; Lis
oulivado, 1912) il patetico slancio del poeta, intrecciato 
sovente a temi religiosi tradizionali, tocca indiscutibili altezze.
A Mistral infine si deve il grandioso dizionario Tresor du
felibrige (1878-1886), indispensabile per la conoscenza del
materiale linguistico della moderna Provenza.
Il romanzo, sulle orme del realismo balzachiano, affronta 
non poche difficolt per l'attitudine prevalente di descrivere 
la realt senza dominarla dall'interno, ma si salva
con l'opera di Flaubert e di Maupassant, e parzialmente
con quella di Zola, dei Goncourt e di Daudet. In questi il
romanzo non  soltanto, anche forse quando vuol essere,
una rappresentazione della natura e di noi stessi in vista
del perfezionamento fisico e morale della nostra specie,
secondo l'espressione di Proudhon. 
In Flaubert (Rouen, 1821-Croisset, 1880), come era 
stato, prima del naturalismo, in Mrime, scrittore sobrio, 
preciso, attento, l'arte del narrare diventa ricerca 
interiore secondo un metodo di realismo integrale, 
ma non per questo meno artistico ed efficace.
Ma su Flaubert occorre indugiare un po'. Dopo una giovinezza
dedicata a slanci romantici e ad esotiche fughe della 
fantasia, che si tradussero pi tardi in un viaggio in
Oriente (ottobre 1849-maggio 1851) e in vaghi abbozzi 
letterari (Memorie d'un folle, Mmoires d'un fou), pi tardi
rifiutati, egli si rifugi nella citt natale, dove si ridusse a
vivere ritirato, dedicandosi esclusivamente all'arte dello
scrivere, da lui sentita come una necessit vitale e un'intima,
seppure dolorosa, salvezza. Si pu seguire il cammino
dello scrittore, tenendo presente da una parte la sua anima
appassionata e sognatrice, che non finir mai di abbandonarsi,
anche nella vita, alle illusioni romantiche, e dall'altra
un'acuta e talora morbosa coscienza di tali stati d'animo 
provvisori che conducono fuori della realt.
Documento rivelatore del romanticismo flaubertiano 
la Tentation de saint Antoine, rifatta ben tre volte e 
finalmente pubblicata nel 1874. Ma il conflitto, cui si  
accennato, prende corpo tra il 1850 e il 1856 in maniera singolare,
durante la composizione del romanzo Madame Bovary.
La vittoria  del secondo Flaubert, quello realista, come 
risulta dalla figura dell'eroina che l'autore, pur identificandola
curiosamente con se stesso (madame Bovary c'est moi) guarda 
con occhio disincantato e impietoso. Si tratta di una giovane 
donna, moglie di un medico di provincia, che cerca di 
evadere con l'adulterio da una vita mediocre e finisce suicida.
Attorno all'eroina e ai suoi due amanti, sono altri 
personaggi, tra cui non si pu dimenticare il farmacista 
Homais, caratteristica figura di volterriano e di 
positivista che crede nel progresso scientifico come nella 
sola arma di rinnovamento della vita umana.
Questa storia crudele e banale, raccontata con estrema
maestria, frutt all'autore un processo per oltraggio al 
pudore rimasto famoso nella letteratura francese. Nel 1862
apparve Salamb: il metodo realistico  applicato qui ad
un episodio della storia cartaginese, rivissuto sulle cronache
antiche, ma non si allontana dai suoi fini, che appaiono 
talora scoperti quando all'analisi delle vicende viene 
sostituito il compiacimento di scene di violenza e di sangue.
L'arte di Flaubert, che sta per sfiorare la retorica, ritorna
a farsi genuina e limpida nella Education sentimentale
(1869), romanzo poco romanzesco, come  stato definito,
se si guarda alla costruzione narrativa piuttosto debole, o
alla figura del personaggio principale, Frdric Moreau,
dominato da un amore che non pu mai appagarsi e si 
trascina nel tempo senza una plausibile ragione; ma romanzo
intimamente compiuto e assai suggestivo per il calore 
poetico che emana, nel vasto quadro degli avvenimenti 
contemporanei suscitati alla memoria dalla diretta esperienza
dell'autore. Dopo la pubblicazione dell'ultima stesura della 
Tentation, sono i Tre racconti (Trois contes): Un cuore
semplice (Un coeur simple), Hrodias e La lgende de saint
Julien l'Hospitalier, apparsi nel 1877, a dare la misura
definitiva della sua arte meravigliosa e umana. Ancora una
volta, a temi contemporanei e di modesto interesse, egli 
alterna temi storici o leggendari, ma unico  il gusto del 
racconto, inconfondibile lo stile portato ad una maestria 
linguistica e rappresentativa degna della migliore tradizione
classica. Un aspetto assai singolare di Flaubert si rivela 
infine nell'ultima opera, lasciata incompiuta (e pubblicata
postuma nel 1881): Bouvard et Pcuchet.  la caricatura
di due testardi ignoranti che si impegnano metodicamente
in opere e azioni pi grandi di loro, e privi intimamente di
amore della vita e del sapere fanno collezioni di esperienze
di vita e di scienza. Il realismo di Flaubert qui fa la prova
pi ambiziosa e crudele, giacch, alla fine, l'immagine 
dell'uomo viene deformata e isterilita senza rimedio; ma il
racconto trae uno slancio morale dagli errori e dalle 
bestialit rappresentate. Quasi per contrasto, sfogliando la
vasta Correspondance (9 volumi; pubblicati nel 1933), si 
scoprono le qualit dell'uomo Flaubert, buono, generoso, 
entusiasta, e cos impegnato nel proprio lavoro da umiliarsi ed esaltarsi
volta a volta nelle pi spossanti ricerche filologiche e storiche.
La serenit di Flaubert, ottenuta a prezzo di tanti sacrifici di
stile, diventa impassibilit in troppe opere di Emile 
Zola (Parigi, 1840-1902), battagliero teorico della scuola
naturalistica. Si rivel al grosso pubblico nel 1877 con il
romanzo L'Assommoir, e da allora crebbe la sua rinomanza 
di teorico e caposcuola del naturalismo. Durante l'affare 
Dreyfus prese viva parte al processo, in difesa dell'accusato,
aggiungendo alle polemiche letterarie quelle politiche
e sociali. Zola  in sostanza uno scrittore polemico, per cui
l'arte  spinta a dar vita a teorie scientifiche, di stampo
positivista. Inizia la sua attivit con un realismo moderato
(Contes  Nino, 1864; Les mystres de Marseille, 1867);
poi, sotto l'influenza di Taine, di Claude Bernard, concepisce 
il romanzo come dimostrazione dei rapporti dell'uomo 
con il suo ambiente e i suoi antecedenti biologici. 
Questo assunto, ancora vago in Thrse Raquin e in
Madelaine Frat, diventa programmatico nella lunga serie dei
Rougon-Macquart, histoire naturelle et sociale d'une famille
sous le second Empire, venti romanzi che apparvero
tra il 1871 e il 1888. A ragione fu definita da J. Lematre
un'epopea pessimista dell'animalit umana. Al centro
dell'azione c' sempre qualche cosa di inanimato che si
mette a vivere di una vita sovrumana e terribile, che 
personifica la forza naturale e sociale, all'infuori di ogni 
influenza non solo divina, ma morale e spirituale.  senza
dubbio migliore scrittore nei racconti a sfondo fantastico
(cfr. Il sogno, Le rve).
In Alphonse Daudet (1840-1897), prevale la vena impressionistica
e comica; essa sbocca in un romanzo indiavolato
come Tartarin de Tarascon. In Guy de Maupassant (Chateau 
de Mirome-snil, Normandia, 1850-Parigi, 1893) autore del 
famoso Palla di sego (Boule de suif), di Bel Ami e
di Pierre et Jean, eccelle la vena psicologica e passionale,
con risultati talora sorprendenti di colore e di stile.
Cari alle generazioni tra l'80 e il principio del Novecento
furono inoltre i romanzi di Pierre Loti e di Paul Bourget,
i primi di ambiente esotico, i secondi ricchi di penetranti
analisi psicologiche, di carattere antimaterialistico. Scrittore 
tormentato, e infine liberato dalla fede,  Joris-Karl 
Huysmans (Parigi, 1848-1907) nel quale si ritrova tutta
l'inquietudine di quest'epoca di trapasso, che dalle ultime
propaggini romantiche, attraverso il naturalismo e il positivismo,
dovr sboccare nell'idealismo dei primi anni del Novecento.
Certamente  la letteratura narrativa della seconda parte
dell'Ottocento il settore pi ibrido e inquieto. Gli storici,
i filosofi, i critici, gli oratori, e infine i drammaturghi, che
rinnovano e approfondiscono gli schemi gi forniti a sufficienza
dal Settecento, si giovano volta a volta delle mutate
prospettive del costume e del pensiero, spesso anticipandole 
con balenante acutezza. Fra gli storici, possiamo distinguere
una scuola pittoresca o descrittiva, che fa capo al
Thierry (1795-1856) e a Jules Michelet (1798-1874), una
scuola filosofica, rappresentata dal Guizot (1787-1874),
dal Mignet, dal Taine, autore delle famose Origines de la
France contemporaine, e infine da Ernest Renan, di cui
sono noti gli studi sull'ebraismo e sul cristianesimo. Vero
storico moderno, accurato nell'indagine e imparziale nel
giudizio,  Adolphe Thiers (1797-1877), il cui nome  legato 
ad un'ottima storia della Rivoluzione francese.
Alla critica letteraria doveva consacrare il meglio della
sua attivit il pi acuto, forse, fra i letterati dell'epoca 
romantica: Charles-Augustin de Sainte-Beuve (1804-1869), cui
si devono magistrali e coloriti ritratti di scrittori, e i giudizi
pi sagaci sulla produzione letteraria del tempo. Cominci
con lo studio della medicina, che ben presto abbandon
per la letteratura, attratto nel cerchio delle nuove idee 
romantiche, dall'entusiasmo verso Hugo, da lui esaltato in
alcuni articoli critici sul Globe come l'alfiere delle nuove
tendenze letterarie.
Esord come critico (Quadro della poesia francese al
16esimo secolo, Tableau de la posie francaise au 16esieme sicle,
1827-1828) e come poeta (Posies de Joseph Delorme, 1829;
Consolations, 1830). Fu per un momento sansimoniano
sotto l'influenza di Leroux, poi, dopo aver difeso l'ateismo 
settecentesco, sub l'influenza di Lamennais e 
dell'abate Gerbet. L'eco di questi contrasti spirituali si ha nel
romanzo Volutt (Volupt, 1834), con il quale, praticamente,
dava l'addio alla sua sfortunata carriera di poeta e
romanziere, per riserbarsi quella del critico.
La sua attivit fu multiforme e rinnovatrice: contro il
dogmatismo dei classicisti alz il vessillo della critica liberale, 
non pi su schemi moralistici o tradizionali, ma sulle
ricerche storiche e psicologiche. Devoto all'idea della verit,
per giungervi oltrepassa anche il dato estetico.  suo il
pensiero: Il vero, il vero soltanto; e che il bello e il buono
vengano dopo. Ma, quanto pi egli esercita la sua curiosit
e il suo spirito d'indagine sulla vita e sulla storia, tanto 
pi  costretto a tralasciare le idee e rivolgersi all'uomo,
al carattere, l'unica realt che veramente lo interessi. Cos,
nella sua opera pi vasta ed organica (Histoire de Port-Royal, 
5 volumi, Parigi 1840-1860), dedicata allo sviluppo
del giansenismo, mentre segue il filo della narrazione storica,
indugia variamente su questa o quella figura, dandoci
in definitiva una galleria di personaggi la cui fisionomia 
ritratta in modo indimenticabile. Nata da un corso di lezioni
tenute all'Universit di Losanna nel 1837, e arricchita 
da successive ricerche, questa storia di Port-Royal 
appartiene, senza dubbio, ai grandi monumenti storici del 
secolo scorso. Port-Royal, scrive l'illustre critico Thibaudet,
 il pi gran libro di storia e di critica letteraria. Certo 
non  scevro di artificio.  evidente lo sforzo dell'autore 
per concentrare tutto il secolo diciassettesimo sulla famosa 
abbazia, e se i ritratti sono la grande seduzione di
Port-Royal, possono anche essere rifatti in un senso 
completamente diverso, come non manc di fare l'abate Brmond.
L'altra sua opera unitaria  quella Chateaubriand
et son groupe littraire (1860), frutto anch'essa di un corso
di conferenze tenuto a Liegi nel 1848. Egli rest per quasi
40 anni legato al giornalismo letterario, passando dal Globe 
al Constitutionnel, che pubblic la serie delle Causeries
du lundi, dal Moniteur al Temps. Gli articoli furono riuniti 
a poco a poco in numerosi volumi: Portraits littraires
(1832-1864); Ritratti di donne (Portraits de femmes, 1844);
Portraits contemporains (1846); Conversazioni del luned
(Causeries du lundi, 1851-1872); Nuovi luned (Nouveaux
lundis, 1863-1870). Da ricordare anche lo studio su Virgilio (1857).
Come Balzac, a cui si pu in certo senso paragonare per
la fecondit degli interessi umani, egli tent di instaurare
non una comdie, ma una histoire naturelle des sprits.
Ma a tanto sforzo programmatico e scientifico non doveva
rispondere la parte migliore dello spirito di Sainte-Beuve,
che si ribell sempre alle catalogazioni, quanto pi tendeva
a riconoscerle necessarie.
Nello stesso settore della critica, inaugurato da Chateaubriand, 
da Madame de Stal, riuscirono ad affermarsi anche il Girardin,
il Nisard, il Taine, e in un secondo tempo, il Paris, il Claretie, 
il Brunetire, il Lematre e il Faguet.
Conservano ancora il prestigio, che il tempo non ha indebolito, 
della verit poetica e della fantasia, taluni autori
drammatici, che suscitarono, al loro tempo, entusiastici
consensi (si allude qui a Eugne Scribe, autore di vaudevilles
e di sottili commedie, a Emile Augier, a Dumas figlio,
a Victorien Sardou e a Edmond Rostand, autore del celebre
Cyrano de Bergerac). Con Henry Becque, verso la fine
del secolo, il teatro assume la sua funzione di critica del costume.
CAPITOLO 6. Il Novecento
I primi cinquant'anni di questo secolo vedono, oltre il
perpetuarsi di molti modelli e il diluirsi di taluni stati 
d'animo tipicamente ottocenteschi, il pullulare di scuole letterarie
completamente diverse nello spirito e nelle forme. La
Francia non perde la sua funzione di fucina di novit e di
nuovi tentativi tecnici. E se  troppo presto per dare un
giudizio di insieme sulla produzione letteraria corrente, 
alcune figure pi tipiche gi indicano, attraverso la variet
d'espressioni e l'originalit del lavoro creativo, i caratteri
dell'epoca, consumata da un travaglio formale, quale nessun
secolo ebbe, e nello stesso tempo ebbra di chiarificazione 
in ogni senso e direzione della vita letteraria.
La poesia, dopo le gelide e segrete difficolt a cui l'aveva 
spinta il genio di Mallarm, prende slanci e colore metafisici
nell'opera di Paul Valry (1871-1945), s'incanta nei
ritmi delicati ed elegiaci di Francis Jammes (1868-1938),
rompe in forme dionisiache e mistiche, d'una colorita
drammaticit, in Paul Claudel (1868-1965), uno dei maggiori 
poeti cattolici del Novecento, per sfociare nell'irrazionalit 
del movimento surrealista, in cui si trov impigliata.
Vissuto quasi sempre nella capitale, Valry da giovane
fu discepolo e amico di Mallarm. Dopo aver pubblicato
alcune poesie di gusto simbolista, si applic a studi metodologici 
(Introduction  la mthode de Lonard de Vinci, 1894), e 
per meglio intendere l'atto della creazione artistica
e i suoi rapporti con lo spirito, rinunci ad ogni attivit
poetica e letteraria per vent'anni. In realt questo silenzio
non  infruttuoso, se nel frattempo il poeta, che si  dedicato 
alle scienze matematiche, riporter il rigore logico di
queste in un campo dominato, come la poesia, dall'immaginazione,
dal sentimento e dall'irrazionalit. Il nuovo incontro 
con la poesia avviene nel 1917 e porta il titolo di
un poema, La giovane Parca (La jeune Parque), dove 
trasposto simbolicamente il dramma interiore di Valry,
sempre proteso a ridurre a chiarezza le oscurit dello 
spirito.  questa l'immagine di una coscienza intellettuale che
nell'atto del creare indovina l'origine di ogni turbamento
e lo sottopone alle leggi della ragione. Assieme ad un 
Album di versi antichi (Album de vers anciens) le nuove poesie
riunite vedono la luce nel 1922 col titolo di Charmes
(particolarmente notevole la lirica Il cimitero marino, Le
cimetire marin, in cui il poeta, movendo dalla meditazione 
della morte, approda e si immerge, esaltandosi, nell'oceano 
dell'universo e dell'eternit).
Le idee estetiche di Valry si ricavano dai numerosi volumi 
e opuscoli pubblicati tra il 1920 e il 1940 (Posie et pense 
abstraite, Discours sur l'Esthtique, Analecta, Mmoires 
d'un pme, Littrature, eccetera), ma non possono
andar divise da altri scritti teorici e dialoghi filosofici
(Monsieur Teste, Eupalinos, L'anima e la danza, L'me et la danse), 
dove egli introduce personaggi veri e immaginari
in continua dialettica spirituale, con un giuoco estremo di
intelligenza, che lo fa assomigliare a certi classici della 
letteratura greca. L'ultima opera di Valry, Il mio Faust
(Mon Faust), pubblicata postuma, evoca forse meglio d'ogni
altra la figura di questo poeta solitario e raffinatissimo dell'intelletto.
Di questo poeta, civilissimo e insieme molto tormentato,
riportiamo uno dei sonetti pi famosi: La dormiente
Quali segreti in cuore brucia la bella amica
Anima la cui dolce maschera aspira un fiore?
Di quai vani alimenti il suo ingenuo calore
Fa questa radiazione di una donna assopita?
Soffio, sogni, silenzio, calmo moto di vita,
O pace, tu trionfi pi forte di un dolore
Quando l'ampiezza e l'onda grave d'un tal sopore
Cospirano sul seno d'una tale nemica.
Tu, dormiente, ammasso d'ombre chiare e abbandoni,
Il tuo sacro riposo  s colmo di doni,
Cervetta con languore presso un grappolo stesa,
Che, malgrado l'assenza dell'anima perduta,
La tua forma dal puro ventre, nella voluta
D'un fluido braccio,  desta. E la mia vista, tesa.
(traduzione di D. Valeri)
In opposizione a Valry, sono da considerare Paul Claudel, la
cui eccezionale visione religiosa dell'esistenza si traduce 
in opere di vasto respiro, come L'annuncio fatto a
Maria (L'annonce faite  Marie), mistero in quattro atti e
un prologo, pubblicato nel 1912, e Alfred Jarry (1873-1907), 
la cui dissacrante operazione antiborghese (Ubu re,
Ubu roi e Ubu incatenato, Ubu enchain, 1900), unita a
un prodigioso realismo rabelaisiano sembra la continuazione 
dell'ultima opera di Flaubert, Bouvard et Pcuchet. Oltre
che Jarry, come pi tardi venne riconosciuto, va ricordato 
il genio originale e anticipatore di Lautramont
(pseudonimo di Isidore Ducasse, conte di Lautramont,
 Montevideo, 1846-Parigi, 1870).
I suoi Canti di Maldoror, di cui nel 1868
usc solo la prima parte, rappresentano nel loro insieme il
grande balzo dell'arte analitica della poesia verso territori
ancora inesplorati, derivante da una profonda e talvolta
profetica auscultazione dell'Io. A ci si aggiunga il moto
convulsivo di una prosa tra le pi personali dell'epoca.
Al centro delle fosche vicende degli Chants - poema in
prosa in sei canti - tra figurazioni infernali di stragi e
di sangue, visioni allucinate di animali e di oggetti ingigantiti 
in un'atmosfera d'incubo, si colloca la figura di Maldoror, 
incarnazione del Male nelle sue manifestazioni pi
fantasticamente mostruose. Egli fu buono durante i suoi
primi anni, quando visse felice; ma il tramonto di quell'et
dell'oro coincide con la fine dell'infanzia e con l'arrivo 
della coscienza. Scopre cos di essere nato cattivo. Per
una fatalit straordinaria. Invano si sforza di nascondere
il proprio carattere. Quella sua innaturale concentrazione
provoca la rottura definitiva: ogni giorno il sangue gli 
sale alla testa, finch, non potendo pi sopportare l'ambiguit 
della sua vita, egli si abbandona al male, che  per
lui una dolce atmosfera. La sua  una sfida contro gli
uomini e contro la coscienza maledetta dell'Eterno, la
divinit colpevole di aver creato questi esseri immondi. 
Molto si  parlato delle fonti a cui si possa collegare 
l'ispirazione degli Chants (de Sade, Milton, eccetera). Manca 
tuttavia un richiamo certo, tranne quello alla terra d'origine.
Naturalmente Lautramont figura ai primi posti nella li-
sta dei precursori del Surrealismo.
Accanto a Lautramont, ma con caratteri del tutto dissimili,
gli storici della letteratura collocano Jules Laforgue
(Montevideo, 1860-Parigi, 1887), autore de I lamenti, Les
complaintes, e L'imitation de Notre-Dame la Lune, in versi,
e delle prose filosofiche, Moralit leggendarie (Moralits 
lgendaires). L'importanza di Laforgue sta nell'avere
anticipato tanto la poesia di Apollinaire, di cui ora tratteremo,
quanto quella dei Surrealisti. In Italia la sua influenza 
si avverte nell'opera di Gozzano e di Palazzeschi,
e in genere di tutti gli altri poeti crepuscolari.
Ma non  il solo autore la cui influenza si estese, oltrech 
in Francia, in altri paesi d'Europa. Ad esempio, non
si possono trascurare poeti di sottile incanto interiore 
come Paul Fort (che piacque molto al nostro Renato Serra),
Francis Jammes, Maurice Maeterlinck (scrittore fecondissimo
sia nel teatro che nella prosa e nella poesia) Ricorderemo 
di lui almeno qualche titolo: Pellas et Mlisande, 1892, 
poi musicata da Debussy, L'uccello blu (L'oiseau bleu). 
Frequentato dai nostri poeti crepuscolari fu anche 
Emile Verhaeren (1855-1916).
Figlio naturale di una aristocratica dama baltica e di un
ufficiale italiano, Guillaume Apollinaire (Roma, 1880-Parigi, 1918),
 stato l'interprete maggiore del passaggio della
poesia francese dall'Otto al Novecento, e ci non solo per
la molteplice capacit di toccare i punti estremi della rivolta 
e del rispetto verso la tradizione, ma per il dono sapiente 
di trasferire nella sua musicalissima voce i drammi, le
passioni e in genere tutti sentimenti quotidiani di cui prima
non era cos evidente l'importanza. E ci a causa del trionfo
prima del Parnasse e poi del Simbolismo. Queste caratteristiche
di modernit e insieme di ossequio alla tradizione, sono 
evidenti nelle raccolte principali di Apollinaire:
Alcools (1913) e Calligrammes (1918) (quest'ultima pubblicata
poco prima di morire).
 di Carlo Cordi questo illuminante giudizio su Alcools:
Il poeta dichiara nel suo cubismo la necessit di dare il
senso dei volumi e dello spazio, superando l'impressionismo 
in una pi sicura consistenza evocativa. Allo stesso
modo cominciano gi ad accentuarsi nelle varie tendenze
programmatiche quegli atteggiamenti che pi ampiamente
saranno compresi sotto il nome di Surrealismo. Ma prima
di parlare di questo movimento non sar vano mettere nel
debito rilievo il tono estremamente confidenziale che per la
prima volta entra di prepotenza nella nuova poesia francese
l'elegia del passato e la trasfigurazione del sentimento in
autentico e corrosivo gioco psicologico. Il poeta non si 
abbandona mai all'effervescenza della sua natura sempre cos
disponibile all'avventura, ma crede che nel disordine della
realt viva un segreto elemento di ordine a cui obbedire.
Ci  testimoniato soprattutto dai Calligrammes.
Anche Blaise Cendrars (1887-1961), bench non originario 
della Francia, dalla natia Svizzera era giunto a Parigi
attraverso varie avventurose peripezie in Asia e altrove.
Pasqua a New York (Les Pques  New York) usc nel
1912, mentre l'anno successivo fu pubblicata La prose du
transsibrien et de la petite Jehanne de France. Si pu 
parlare di una simbiosi vita poetica-avventura umana; alla
quale non furono estranei scrittori sucsessivamente emersi
quali Jean Cocteau (1889-1963), che fu anche pittore e
commediografo, Jean Giono (1885-1970), autore di numerosi
romanzi e prose autobiografiche (Colline, Un de Baumugnes, Regain),
e il segreto e sottile spirito indagatore che fu 
Max Jacob (1876-1944), morto in un campo di concentramento.
Il movimento che doveva poi trionfare, dopo un effimero 
successo del Dadaismo (di cui animatore fu Tristan Tzara, 
di origine romena, 1896-1963, autore di Sette manifesti
dada, 1924, e L'uomo approssimativo, L'homme approximatif, 
apparso nel 1930), fu, come abbiamo gi anticipato, il Surrealismo.
Il termine surrealista appare per la prima volta come
sottotitolo di un dramma di Guillaume Apollinaire, 
Les mammelles de Tirsias (1918).
Il Manifesto del nuovo movimento, che segu immediatamente
quello effimero intitolato a Dada, fu lanciato
da Andr Breton nel 1924. Una prima definizione pu essere 
quella di Breton stesso: Automatismo psichico attraverso 
cui ci si propone di esprimere sia verbalmente, sia
per iscritto, sia in ogni altro modo, il reale funzionamento
del pensiero. Dettato del pensiero, nell'assenza di ogni
controllo, al di fuori di ogni preoccupazione estetica e morale.
Ma il gruppo letterario sorto intorno a Breton
(1896-1966) pretende degli antecedenti e precursori in ogni
letteratura e in ogni secolo, e si estende alle arti figurative
e alla musica, nonch ad ogni atteggiamento del pensiero,
dovunque si ritrovi un'immaginazione libera o una ricerca
filosofica priva di controlli e di limitazioni. In particolare
il Surrealismo si accosta alla psicanalisi e ad ogni pi
avanzato tentativo di invenzione verbale, sia nella poesia
che nel romanzo. Intorno al 1940, il movimento si  esaurito, 
e non ne restano che le conseguenze ben riconoscibili in ogni arte.
 di Franco Fortini questa lucida affermazione su Paul
Eluard (nato a Saint-Denis, Parigi, 1895-Charenton-le-Pont, 1952), 
che sottolinea il rapporto, che non si sospetterebbe,
tra il modernista engage e il passato romantico: non
escludendo l'influenza del Simbolismo fin de sicle. Il 
nostro critico sottolinea, in particolare, il passaggio senza
nessuna alterazione profonda dalla musicalit della elegia
tardo-simbolista all'invettiva o all'inno sociale, in nome di
una unit dell'uomo minacciata ma sempre difesa e promossa.
Fecondissima  la produzione di Eluard, talvolta
affidata a rarissime (oggi) plaquettes, di cui lo stesso autore 
non sempre tenne conto; ecco i titoli pi significativi:
Una lezione di morale, Une lecon de morale, Poter dire
tutto, Pouvoir tout dire, Le Phnix, Poesia ininterrotta,
Posie ininterrompue. Nel periodo della Resistenza, svetta
altissima la poesia Libert, che venne poi tradotta tanto
nel corso che alla fine della guerra in tutti i paesi che avevano 
combattuto il nazi-fascismo. Riportiamo qui l'inizio:
Sui miei quaderni di studente
Sul mio banco e sugli alberi
Sulla sabbia sulla neve
Ho scritto il tuo nome
Su ogni pagina letta
Su tutte le pagine bianche
Pietra sangue carta o cenere
Ho scritto il tuo nome
Sulle immagini dorate
Sulle armi dei guerrieri
Sulla corona dei re
Ho scritto il tuo nome
...
 la libert, dunque, il referente di queste reminiscenze
del poeta, durante il pi tragico momento dell'ultima storia francese.
Al romanzo e alla prosa d'idee legano il fascino della loro 
ricca personalit scrittori diversi e per tanti aspetti 
contrastanti, da Anatole France a Maurice Barrs, da Andr Gide 
a Marcel Proust. Gide e Proust sono forse i maestri
nient'affatto effimeri di tutta quest'epoca travagliata e 
divisa, che ha gi visto guerre, smarrimenti, delusioni, in
ogni parte di Europa e soprattutto nella sensibile anima
francese, cos pronta a svelarsi e ad interrogarsi nel 
profondo. Ricercatore fanatico della verit, dovunque essa si
trovi, capzioso e mordente, ma sempre instancabile nei
propri tentativi, Gide (Parigi, 1869-1951) pu essere preso
a simbolo di tutta la letteratura d'oggi, come 
Proust (Parigi, 1871-1922) pu essere considerato lo storico delle
supreme illusioni della poesia: ricercare con l'arte il tempo perduto.
La ricerca interna di moralit e di spirito sociale fu 
l'impegno costante di Gide, della sua attitudine protestante a
voler entrare nel vivo di ogni problema, di spiegarsene le
ragioni, di annunciarne le conseguenze. Un maestro, perci,
della ricerca intesa quale prima necessit della scrittura, 
e insieme un robusto creatore di personaggi romanzeschi 
(L'immoraliste, 1902; La porta stretta, La porte troite, 1909;
I sotterranei del Vaticano, Les caves du Vatican, 1914); e
il romanzo pi rappresentativo, I falsari (Le fauxmonnayeurs, 1925),
che dette luogo a vivaci dispute sull'avvenire stesso della 
narrativa di stretta osservanza alla realt vissuta.
Non meno significativo, pur nella disuguaglianza dei 
risultati sono il poeta de I nutrimenti terrestri (Les nourritures 
terrestres) e di Paludi (Paludes), il commediografo di
Sal, Oedipe, Persphone, il memorialista delle grandi 
inchieste politico-sociali e dei viaggi in Africa e in Russia,
Viaggio al Congo (Voyage au Congo), Ritorno al Ciad (Le
retour du Tchad), Ritorno dall'URSS (Retour de l'URSS),
opera che poi fu contraddetta da un successivo saggio di
esame delle effettive condizioni di vita in Unione Sovietica.
Resta tuttavia a primeggiare, in tanta abbondanza di
titoli e di temi, il Journal, comprendente il periodo
1889-1939; e le memorie importantissime di Se il grano
non muore (Si le grain ne meurt...), dove l'analisi si fa
non solo pi insinuante e precisa, ma supera gradualmente
l'entit del diario, chiamando in causa eventi e segrete 
vocazioni, tipiche espressioni del grande Gide, senza pi 
bisogno d'invenzione letteraria. Rester, alla fine, di tanto
fervore, quella sua scienza di scrutarsi fino in fondo, una
impareggiabile conquista delle lettere francesi contemporanee.
Il grande pilastro della moderna prosa francese, che si
ricongiunge a Saint-Simon, alla memorialistica del Settecento, 
a Constant e a Balzac, per l'arditezza delle scoperte
interiori e sociali,  rappresentato da Marcel Proust. Esiste
su di lui una bellissima biografia di George D. Painter, ma
non sono trascurabili neppure le preziose indagini di 
Giovanni Macchia (fra le altre, L'angelo della notte). Nel 
mettere in rilievo la grandezza dell'autore di Alla ricerca del
tempo perduto ( la recherche du temps perdu), le cui date 
di pubblicazione sono comprese tra il 1913 e il 1927,
Macchia non trascura il rapporto essenziale con le ragioni
del suo tempo, di enorme interesse, data la perpetua ricchezza
di indagine contenuta nella Recherche: La sua "inattualit" prova 
non il suo tramonto, ma come tutto sia ancora confuso, dispersivo,
ergotante, intorno a noi, oggi. Non c' vera ricchezza.
L'apparenza vince sulla sostanza, sul sacrificio. 
E perci la Recherche  una terribile pietra di paragone.
In Francia, in questi ultimi anni si  molto gridato e 
programmato... Banditori di se stessi, i romanzieri hanno 
ferito, torturato, semidistrutto il romanzo per illusori 
assalti a nuove terre, con astri nascenti che poi si 
spegnevano come fuochi fatui.
Prima della descrizione dell'opera, che per necessit sar
sommaria, abbiamo voluto anticipare un giudizio globale
su di essa, perch forse ci sta pi a cuore chi abbia letto
Proust che non colui che debba ancora conoscerlo. Parliamo 
adesso un po' di questa straordinaria galoppata nell'Io
di Marcel (protagonista della Recherche) e del lungo corso
delle vicende storiche francesi, che ebbero momenti drammatici, 
come si ricorder, nel famoso affaire Dreyfus,
episodio importante della stessa opera proustiana. Valgono 
a questo proposito le osservazioni tante volte fatte 
sull'infanzia dell'autore, sulla sua famiglia, sull'indimenticabile
domestica, sui vicini di casa, che danno luogo a due
cts: quello di Swann e l'altro dei Guermantes: due mondi 
separati, abitati da decine di personaggi, che dopo la
Grande guerra si confonderanno in una mediocre mescolanza 
sociale, dando vita perci ad una implacabile necessit, 
quella, per Marcel, di ritrovare il tempo perduto. 
Dalla storia, dalle vicende private, fra galanteria e
omosessualit, dalle abitudini, che finiranno per mutarsi,
di Marcel e dei suoi amici, l'autore ricava figure di 
autentica poesia, destinata a imprimersi nella memoria dei
lettori, non meno delle digressioni abbastanza frequenti
sull'arte, sulla moda, sui costumi e comportamenti, di cui
abbonda la Recherche, senza mai entrare sul terreno della filosofia.
Non  lontana, in ultima analisi, da questo straordinario
rincorrere vite e ambienti mondani, la psicanalisi: non
quella canonica di Freud e di Jung, bens l'altra che viene
assumendo qualit determinante di giudizio e di riflessioni
dalle analisi medesime. E in realt la Recherche potrebbe
essere, tutto sommato, la sinuosa, instancabile psicanalisi di Marcel.
Trascurando altri numerosi brani, che potrebbero avvalorare 
la veridicit di quanto stiamo dicendo, riportiamo
solo l'inizio e la fine del capolavoro proustiano:
Per molto tempo, mi sono coricato presto la sera. A volte, non appena 
spenta la candela, mi si chiudevan gli occhi cos subito che neppure
potevo dire a me stesso: M'addormento. E, una mezz'ora dopo, il
pensiero che dovevo ormai cercar sonno mi ridestava; volevo posare il
libro, sembrandomi averlo ancora fra le mani, e soffiare sul lume; 
dormendo avevo seguitato le mie riflessioni su quel che avevo appena letto
ma queste riflessioni avevan preso una forma un po' speciale; mi 
sembrava d'essere io stesso l'argomento del libro: una chiesa, un quartetto
la rivalit tra Francesco primo e Carlo quinto. La convinzione 
sopravviveva per qualche attimo al mio risveglio, e non offendeva la mia
ragione, ma mi pesava sugli occhi come scaglie, ed impediva loro di 
rendersi conto che la candela non era pi accesa. Poi cominciava a farmisi 
inintelligibile, come i ricordi di un'esistenza anteriore dopo la 
metempsicosi...
...Se almeno mi si fosse lasciato abbastanza tempo per compiere la
mia opera! Non avrei mancato di segnarla col sigillo del Tempo, la cui
idea oggi mi s'era imposta con tanta forza, e sotto tal sigillo avrei
descritto gli uomini, anche se questo avrebbe potuto farli rassomigliare
ad esseri mostruosi, esseri come occupanti nel tempo un posto ben 
altrimenti considerevole accanto a quello cos angusto che  riservato
loro nello spazio: un posto, al contrario, prolungato a dismisura, poich
simultaneamente essi toccano, giganti immersi negli anni, epoche da loro
vissute a tanta distanza l'una dall'altra - e tra le quali tanti giorni
sono venuti a interporsi - nel Tempo.
(traduzione di N. Ginzburg)
Accanto a Gide e a Proust, ma non sempre vicini nello
spirito, vanno considerati i romanzieri Giraudoux e Mauriac 
(quest'ultimo singolarmente impegnato nel problema religioso),
Daniel-Rops e Georges Bernanos, mentre a mano a mano si perdono 
nel ricordo delle cronache letterarie i tanti fautori e i discepoli
dei vari movimenti e indirizzi, che non finiscono di apparire
e scomparire nella nostra epoca.
Il libro pi popolare di Georges Bernanos (1888-1948)
resta il Diario di un parroco di campagna (Journal d'un
cur de campagne) (1936), dal quale possono essere ricavate 
le principali caratteristiche dell'autore: la richiesta di un
cattolicesimo vergine, riconducibile per i francesi 
all'epopea di Giovanna d'Arco, la sincerit dei rapporti umani
che viene invocata come diritto alla conoscenza reciproca,
lo stato di grazia che si raggiunge infine dimenticando passioni
e turbamenti, con l'acquisto di una verit creaturale.
Motivi che ritornano, talvolta ingranditi, in opere quali
Monsieur Ouine, I grandi cimiteri sotto la luna (Les grands 
cimitires sous la lune), e in particolare nel suo romanzo 
pi lucido e consapevole, Sotto il sole di Satana
(Sous le soleil de Satan).
Prima che iniziasse il grande dramma della seconda
guerra mondiale, fu l'Esistenzialismo a determinare le sorti 
della letteratura, come si disse pi tardi engage. Il maggiore
sforzo di assumerlo a tema centrale della sua opera si deve 
a Jean-Paul Sartre (Parigi, 1905-1980), certamente
uno dei protagonisti pi irriducibili di tutto il secondo
dopoguerra: implacabile non solo nell'esplorare, assieme
ad un ateismo attivo e niente affatto consolatorio, le 
vicissitudini negative del tempo, ma in grado di distruggere
certezze secolari, abbandoni retorici e, in una parola, tutto
il patrimonio culturale della borghesia, in nome di una
forte coscienza del Nulla come premessa e fine di ogni 
discorso sull'uomo. Nel romanzo La nausea (La nause) (1938),
unica opera moderna priva assolutamente di trama, in 
L'et della ragione (L'ge de raison), Le sursis (Il rinvio), 
La morte nell'anima (La mort dans l'me), come
nelle opere autobiografiche (Les mots, 1965), uno dei libri
magistrali di Sartre, nei saggi filosofici e letterari, e nel
teatro, l'arte sartriana rifulge non per lo stile inteso nel
modo consueto, bens per la forza di rappresentare ogni 
situazione, ogni contrasto da cui pu scaturire una verit.
A Sartre si affianc, per qualche tempo, nella comune
battaglia esistenzialista, Albert Camus (1913-1960), 
romanziere e drammaturgo indubbiamente pi dotato del
suo amico filosofo. Difatti i suoi libri non offrono mai -  e qui
 il caso di citarne almeno tre: Lo straniero (L'tranger), 
La peste, La caduta (La chute) - la possibilit di intervenire,
come sovente accade, sul testo, ponendosi accanto all'autore, 
ma acquistano la singolare purezza di romanzi-trattati, nei 
quali non c' da sottrarre n da aggiungere nulla:  la 
ricerca dell'uomo, nella mutevole successione degli eventi, 
che si identifica con la purezza del dettato, lo stile che 
si fa grazia oppure acuta sofferenza, alla maniera di quei 
classici del pensiero e della narrativa, fra il Sei e il Settecento,
di cui Camus ha conservato la forza esemplare.
Non si potrebbe dire altrettanto, per quanto riguarda la
classicit, di un grande scrittore quale Samuel Beckett
(irlandese di origine, nato a Dublino nel 1906), inteso a 
restituirci, con un'arma pi flessibile e tuttavia tagliente, la
totale discordanza tra l'azione e il personaggio, punto di
partenza per giungere in altro modo allo stesso jeu final di
Sartre: il Niente. Nei suoi titoli fondamentali, tra romanzi
e drammi, Molloy, Malone muore (Malone meurt), L'innominabile 
(L'innommable), opere di narrativa, Aspettando Godot 
(En attendant Godot), 1952, Finale di partita (Fin de partie), 
Oh i bei giorni (Oh les beaux jours), pices teatrali, si 
libera un riso insieme feroce e mansueto, in grado di
ritornare sempre daccapo, laddove non si pensava
pi di giungere, davanti al baratro di una tremenda verit
che si spalanca sotto di noi: chi siamo? dove andiamo?
Nell'intervallo tra il trionfo dell'esistenzialismo e la pi
recente letteratura, periodo corrispondente agli anni Quaranta 
e Sessanta, si afferma con grande interesse da parte
della critica il cosiddetto nouveau roman, seguito dalla
cole du rgard (l'oggettivit pura), con le opere di Alain
Robbe-Grillet, Michel Butor, Nathalie Sarraute, Claude Simon, 
Marguerite Duras, almeno ai suoi inizi, e, venendo
pi vicino ai nostri tempi, Marguerite Yourcenar, Georges
Perec, Michel Tournier. Sono indubbiamente fra le personalit
pi vive che hanno mosso le acque stagnanti del romanzo, 
qualche volta suggerendo i nomi di alcuni classici del passato.
Prima di chiudere questa breve rassegna - che vede la
poesia gradualmente spegnersi, a parte le personalit di
Ren Char e di Yves Bonnefoy,  giusto occuparsi dell'ultimo 
grandissimo scrittore francese, Louis-Ferdinand Cline, 
pseudonimo di L.F. Destouches (1894-1961). In lui
l'empiet del realismo, che talvolta non risparmia neppure
il narrante, tocca vertici straordinari. Fin dall'inizio
(Voyage au bout de la nuit, 1932) fu chiaro che a Cline
la lurida realt interessava solo se avesse potuto trasformarsi 
nell'autentico protagonista del suo narrare: la lingua. 
Di essa ci sono note caratteristiche minori, quali l'insistenza 
sui dettagli, le ripetizioni, i puntini; senonch 
proprio dal grande amalgama del linguaggio che la realt
finisce per affiorare in tutta la sua evidenza. Cline  stato
accusato, a buon diritto, di antisemitismo e di fascismo.
Ma a queste storture del suo istintivo vagabondaggio 
intellettuale, si contrappone violentemente la necessit di 
esprimere in tutta la sua forza e il suo disinganno la realt: 
sia essa autobiografica che sociale o politica. Fondamentali
della sua ricerca ininterrotta restano titoli quali Morte a
credito (Mort  credit), Mea Culpa, Bagatelles pour un massacre,
Nord, Rigodon, testimonianze di un modo di andare a fondo e di
risorgere con l'usage de la parole, di riprendere volto e sembianze
umane, dopo le tante esperienze di malessere, follia e alienazione.
Abbiamo detto testimonianza, ma la letteratura, nel suo tempo, 
che cos'altro ?
CAPITOLO 7. Riscoperte e suggerimenti di lettura
Il quadro che finora abbiamo delineato segue, anche se
sinteticamente, il percorso della letteratura francese, sino
al trionfo dell'Esistenzialismo, prima, e del nouveau roman, 
poi. Accanto a quest'ultimo - ma trattandolo esuleremmo dal 
nostro esame, per necessit ristretto - si afferm la nouvelle
critique, i cui rappresentanti maggiori (Jacques Derrida, 
Michel Foucault, Roland Barthes) non solo hanno accompagnato 
lo sviluppo della letteratura pi recente, ma le hanno 
impresso, con le loro idee, un moto accelerato, di cui si
discuter a lungo, e che ebbe il suo apice tra gli anni Settanta e Ottanta.
Ci che desideriamo ora porre in evidenza dinanzi allo sguardo
del nostro lettore  una serie di opere, narrative per lo pi,
che nel corso del tempo sono sparite dalle librerie, e che
formano invece il corredo quasi segreto di un lettore ideale
della pi recente letteratura francese. Quasi sempre si 
tratter di titoli che andrebbero ricercati in biblioteca;
ma per ci che ci riguarda, ha scarsa importanza. La letteratura
non si arricchisce, seguendo solo i titoli pi recenti bens ha
bisogno di recuperi che siano realmente in grado di formare
a loro volta un panorama ex lege.
Cominceremo con uno dei pi illustri scrittori fra il secolo 
scorso e l'attuale: Anatole France (Parigi, 1844-Saint 
Cyr-sur-Loire, 1924). Si trascureranno i libri che oggi possiamo 
considerare d'occasione, seguendo la moda del tempo, quali Thais,
composto dietro decadenti suggestioni alessandrine, oppure la 
satira del mondo erudito, Il delitto dell'accademico Sylvestre Bonnard. 
Senza dubbio la personalit di France ebbe due costanti linee di
svolgimento: nell'una, quella ufficiale, si legge lo spirito
scettico e pessimistico, che rifiuta qualsiasi verit precostituita, 
perfino quella scientifica in auge ai suoi tempi.
Era questa la maniera di France che traduceva la sua 
fisionomia arguta e sottile, di mandarino un po' infinto, 
come diceva Renato Serra. L'altra linea, rimasta un po'
troppo in ombra, riflette il sentimento delle cose non 
godute, delle esperienze non fatte, il rimprovero ai libri e
l'abbraccio dolente e muto dell'umanista alla vita che 
passa e fa a meno di lui. Si resta quasi sorpresi, a un certo
punto, di sentire in bocca all'autore dell'Isola dei pinguini
(famosissimo allora) affermazioni come le seguenti: Amo
la vita, la vita di questa terra, la vita com', questa porca
vita. L'amo brutale, vile e grossolana: l'amo sordida,
sporca, sciupata: l'amo stupida, imbecille e crudele: l'amo
nelle sue brutture, i suoi cattivi odori, le sue corruzioni e
le sue infezioni. Quando sento che mi sfugge, tremo come
un vile e divento pazzo di disperazione.
Ed  per tanta devozione alla vita, che ci piace sottolineare
l'importanza evocativa e poetica di due scritti 
autobiografici: Il libro di Pierre (1883), e La vita in fiore (1922); 
tutto il contrario dei sali ideologici e satirici sparsi
ne L'isola dei pinguini. Quel France a cui guardiamo con
ammirazione, che si volge indietro a descrivere gli anni
dell'adolescenza, i suoi peccati e le sue illusioni, fa tutt'uno, 
a ben vedere, coi cinque volumi de La vie littraire, ritratti 
e recensioni di contemporanei.
Tutt'altra fu la parabola di Antonin Artaud (Marsiglia, 
1896-Ivry-sur-Seine, 1948), scrittore, commediografo, regista 
teatrale, e perfino attore cinematografico, un volto che
i fedeli non dimenticheranno. L'ultima volta che Artaud
comparve in pubblico fu una sera del 1947, al teatro
Vieux Colombier di Parigi. Da poco dimesso dal manicomio 
di Rodez, dove era stato internato per dieci anni,
l'attore e poeta di cui pochi ricordavano l'attivit drammatica, 
le teorie sul teatro e i versi pubblicati nel primo
dopoguerra, rimase a lungo slla scena nell'atteggiamento
di un sopravvissuto, al quale si chiede di parlare, di narrare 
la propria esperienza. Non era l per uno spettacolo o
per una recita di versi sia pure dedicata a pochi amici. Era
venuto per testimoniare il dolore della sua vita, quel nodo 
d'asfissia centrale, che non si era mai sciolto e doveva
condurlo, di l a qualche mese, al suicidio.
Gide ci ha lasciato nel suo Diario una descrizione allucinante 
di quell'apparizione di Artaud:
Del suo essere materiale non sussisteva altro che l'espressivit. La sua
figura alta e dinoccolata, il suo viso consumato da una fiamma 
interiore, le mani da annegato, ora tese verso un soccorso impossibile, 
ora contratte dall'angoscia, ora strette intorno al viso per nasconderlo 
o rivelarlo, tutto in lui narrava l'abominevole miseria umana, una sorta 
di dannazione senza scampo, senz'altra fuga che in un lirismo forsennato
che giungeva al pubblico attraverso balenii di oscenit, di imprecazione
e di bestemmia.
L'autore del Teatro della crudelt e del Teatro e il suo doppio 
aveva viaggiato moltissimo. Testimonianza eccezionale del 
suo modo di guardare e di immergersi nella realt, resta 
il reportage Al paese dei Tarahumara, uno dei pi bei racconti
moderni della letteratura di viaggio, ambientato nel Messico.
Giunto nel cuore del grande Stato americano, si inoltr da solo
nel paese dei Tarahumara, una trib di indii, i cui riti e il
cui pensiero, minato dagli allucinogeni, secondo Artaud, sono 
pi antichi del Diluvio, come testimoniano i segni della loro
religione iniziatica. Questi segni si ripetono nella natura, sulle 
rocce, dovunque gli di hanno lasciato il medesimo incanto 
intelligente: sembianze umane torturate e patetiche, simboli 
ossessivi, teste di animali divoranti, enormi denti fallici: tutte
forme passate dal loro principio, man mano, alla realt.
Ovunque, racconta Artaud nella prima delle sue prose
folgoranti, mi sembr di leggere una storia di concepimento 
nella guerra, una storia di genesi e di caos.
Altra meteora, nel firmamento letterario francese, fu
Raymond Radiguet (Saint Maurdes-Fosss, Seine, 1903-Parigi, 1923).
Autentiche espressioni del suo genio narrativo
sono due romanzi, Il diavolo in corpo (Le diable au corps), 
Il ballo del Conte d'Orgel (Le bal du Comte d'Orgel). 
Ma  il poeta che noi vogliamo invece ricordare, pressoch 
sconosciuto, tranne una raccolta apparsa postuma
nel 1925, Le gote in fiamme. Scritte tra il 1917 e il 1921,
cio fra i quattordici e i diciotto anni (a venti anni lo scrittore
moriva, compianto dagli amici Cocteau e Jacob), queste 
liriche rappresentano il sentimento genuino della pi
incauta adolescenza, insieme misteriosa e febbrile. Esse
corrispondono infatti, punto per punto, alle esaltazioni e
alle precoci stanchezze proprie dell'et breve. Felicit, ti
ho riconosciuta solamente / al rumore fatto quando te ne andasti,
dice una di esse.
E in molte, l'apparizione di Venere serba una traccia di
furtiva malinconia, di incantevole giuoco dei sensi finito
troppo presto: O dea, devi rassegnarti alla smentita / di
un allievo comune....
Sappiamo che gli autori preferiti da Radiguet furono
Ronsard e Chnier, Malherbe e La Fontaine e Tristan l'Hermite: 
in fondo, poeti appresi sui banchi di scuola.
Le mie poesie, confessa l'autore, sono l'espressione
naturale di quel miscuglio di pudore e di soppiatteria, che
 specifico dell'et in cui furono scritte. Ma il candore
del letterato sub la profonda scossa di uno dei pochi poeti
dell'adolescenza che abbia avuto il nostro secolo; e tanto
bast per rendere preziosa questa esperienza, che doveva
tradursi in pieno nei due romanzi citati.
Radiguet  poeta di pochissimi temi, le adolescenti in bicicletta,
i ragazzi che vanno a scuola, il mito dell'estate, gli
svaghi della villeggiatura, ma ognuno diventa una favola
leggera e capricciosa, ai limiti della realt, che pure non
sfugge all'attenzione dell'autore. Un dono che pi tardi s'
cercato di spiegare in mille modi, aggiungendo o togliendo
al mistero della grazia quell'elemento di consapevolezza
critica che  proprio del nostro secolo.
Riprendendo il discorso su Sartre e l'esistenzialismo, vale 
la pena innanzitutto di chiedersi ci che quasi tutti i suoi
critici hanno voluto indagare: Sartre  nato filosofo o
scrittore? In sostanza,  lo scrittore che ha preceduto il 
filosofo, oppure quest'ultimo che ha continuato l'altro?
Comunque, chi si  dato la pena di indagare le origini
di Sartre, deve esser rimasto non poco sorpreso nel trovarsi 
di fronte ad un documento cos eloquente e definitorio,
come il racconto L'angelo del torbido (L'ange du morbide), 
pubblicato a diciott'anni, nella Revue sans titre, nel
lontano 1923. Un racconto che sta l a provare la sconcertante
identit di spirito e di materia tra il Sartre appena
uscito dal liceo e il maturo e famoso autore degli Chemins
de la libert. Di rado, anzi, la carriera di uno scrittore 
offre una fedelt cos combinata. Baster accennare alla 
materia, appunto: l'ambiente depresso di un sanatorio sui
Vosgi, dove una ragazza ammalata passa i suoi ultimi
giorni a contatto degli strani impulsi di un professore 
(lontana anticipazione di quei due professori ben conosciuti
dal pubblico, il Roquentin de La Nause e il Delarue degli
Chemins); finch, dopo le prove estenuanti di una passione 
tutta cerebrale, basata principalmente sul fatto di
amare una tisica, l'uomo non abbandona il campo, vinto 
dalla nausea e dalla paura di una crisi sopportata dalla
poveretta, mentre era sul punto di essere posseduta. Quello 
che pi sorprende qui ancora  il linguaggio, lo stesso
linguaggio greve e smagliato, sinuoso e crudele, privo di
immagini o tutto rientrato nel giro di immagini grigie:
qualcosa di mezzo fra il resoconto lucido di un clinico e
l'esaltata discettazione di un sognatore.
Appare evidente, dunque, che Sartre aveva incominciato
ad adoperare coscientemente le sue carte di scrittore assai
prima di orchestrare la sua dialettica nei trattati L'imaginaire 
e L'essere e il nulla (L'Etre et le Nant), e assai prima 
di far combaciare ogni dramma o narrazione in una 
situazione filosofica. Quello che a noi pare un esperimento
letterario ha tutto il carattere di un messaggio. La crisi del
Sartre maturo  tutta presentita ed espressa, sia pure con
molta ingenuit, e in quei motivi psicologici che s'irradiano 
dalla personalit del professore non leggiamo soltanto 
la descrizione della sconfitta, dell'chec che sar portata
poi all'esaltazione in quasi tutte le opere narrative, e 
particolarmente nelle ultime, ma il lucido esame di un gioco
psicologico che, dilatato e scoperto con incredibile forza
da taluni racconti de Il muro (Le mur), sar sfruttato in
tutto il Sartre che conosciamo, filosofo o saggista, 
drammaturgo o narratore.
Mente affatto compagno d'idee di Sartre, Michel Leiris
(Parigi, 1901-1990) esord come poeta nell'ambito surrealista 
(Simulacre, 1925; Le point cardinal, 1927), operando a
stretto contatto di gomito con Aragon e Breton; ma gi
nel suo Secondo Manifesto quest'ultimo lo d per perduto
alla causa del movimento in compagnia di altri critici e
poeti (Bataille, Desnos, Vitrac), che una tara qualsiasi,
scriveva il pontefice Breton nel '30, ha allontanati da una
prima definita attivit.
In effetti la tara qualsiasi per Leiris consisteva in un
profondo risveglio di coscienza letteraria autonoma e nella
piega che aveva preso la sua attivit di studioso, decisamente 
avviata all'etnologia. Nel '33 cominciarono i suoi
viaggi di studi nell'Africa nera, seguiti pi tardi da altri
nelle Americhe, salvo a ritornare nel continente nero. 
Durante quest'attivit il rigore dello scienziato non ha mai
fatto perdere lo smalto alla prosa dello scrittore, conferendole 
anzi, di libro in libro, un'incisivit e una eleganza 
impareggiabili. Si pu dire che lo stile di Leiris per molti
aspetti ricorda quello dei moralisti francesi del Seicento.
Uguale coraggio egli dimostra nell'andare a fondo alla 
ricerca di un se stesso spoglio da ogni inganno.
La prima delle due opere che vorremmo segnalare, Et dell'uomo,
 un saggio autobiografico cominciato all'et
di trentaquattro anni e stampato alla vigilia della seconda
guerra mondiale. Tutti questi suoi brandelli di vita, legati
l'uno all'altro da una emozione o da uno scacco, Leiris li
osserva ora come oggetti da rigattiere, pezzi della pi varia
provenienza di cui occorre conoscere il valore. Tutti insieme
non riescono a fare quadro significante; presi isolatamente, 
analizzati con lucida sincerit, possono costituire una 
liberazione estetica e umana.
Non meno interessante  il secondo volume, Notti senza notte, 
che raccoglie in una successione fantasmagorica
centinaia di sogni della pi varia indole. L'inventario non
si  limitato a questo libro, e cos tutta l'opera letteraria
di Leiris  una sorta di autobiografia perpetua, rischiarata
almeno da tre scienze (la psicanalisi, l'etnologia e la linguistica), 
che hanno fecondato buona parte della nuova letteratura 
francese ed europea, richiamando l'attenzione di critici 
come Sartre, Butor e Blanchot. Ma la parola pi
giusta, a proposito del lavoro di Leiris, l'ha detta forse il
suo grande collega Levy-Strauss: Si avrebbe torto, scrive 
l'autore di Antropologia strutturale, a vedere in esso
un giuoco poetico. E in effetti non di giuoco si tratta,
bens di una profonda esperienza vitale, riscattata dalla
poesia. A fornirle la veste migliore nella nostra lingua ha
contribuito la squisita intelligenza di Andrea Zanzotto, un
traduttore d'eccezione.
A dare rilievo e vivacit non comuni alla nuova prosa
francese, contribuiscono quattro grandi dame, ognuna
delle quali esigerebbe un'attenzione particolare. Esse sono:
Nathalie Sarraute (Ivanovo, Voznesensk, Russia, 1902),
Marguerite Yourcenar (pseudonimo di Marguerite Cleenewerck 
de Crayencour, Bruxelles, 1903-Mount Desert, 1987), 
celebre autrice tra l'altro, delle Memorie di Adriano
e de L'opera al Nero, Simone de Beauvoir (Parigi, 1908-1986), 
e infine Marguerite Duras (Saigon, 1914), ben nota
per i suoi successi che vanno dalla Diga sul Pacifico a 
L'amante. Ci limiteremo a segnalare, pertanto, le due scrittrici
che ci sembrano pi singolari ai fini di una riscoperta:
la de Beauvoir e la Sarraute.
Quest'ultima si pu considerare, a buon diritto, una
scrittrice d'avanguardia, nel movimento del nouveau roman, 
atteggiamento che non ha molto in comune con la
vecchia avanguardia parigina, svolgendosi in un ambito
che potrebbe essere definito di fredda e scientifica seriet,
tanto appare lontano dai colpi di scena e dalle brillanti improvvisazioni.
In sostanza, di cosa si tratta? Un gruppo di scrittori 
diversamente impegnati (Butor, per esempio,  un neoromantico,
che d un rilievo enorme ai sentimenti) ha dichiarato 
guerra alla psicologia tradizionale, impostando le 
ricerche del romanzo sul potere dimostrativo che hanno gli
oggetti e i gesti pi semplici, per giungere al massimo 
grado di autenticit di ci che si narra. Le domande che erano
nell'aria da molti anni (in parte enunciate dalla critica stilistica)
vengono ora trasferite sul piano tecnico della creazione: dov'
il posto del romanziere, dentro, fuori o accanto 
ai personaggi? E ammesso, come la consuetudine vuole, 
che egli sia dappertutto, in che misura riuscir a 
cogliere i rapporti che necessariamente potranno sfuggirgli?
Fissato il posto del narratore, anche i legami tra lui ed i
personaggi diventano pi evidenti. Fin qui la scuola dello
sguardo. Ma queste precisazioni teoriche preludono ad
una rivoluzione pi integrale, ad una rimessa in gioco di
tutti i valori che concorrono all'atto del narrare.
I Tropismi della Sarraute (1939) sono importanti per
l'assoluta devozione che dimostrano verso la psicologia.
La sua novit, confluita in tre opere (Ritratto di ignoto,
Tropismi, Conversazione e sottoconversazione), sta nel
proporre un uso d'indagine psicologica che potrebbe 
sembrare tanto estremo quanto inutile ai fini del romanzo.
L'autrice tiene a chiarire che non si tratta di una psicologia
di tipo classico, basata sull'analisi dei sentimenti e dei
caratteri, ma di uno studio dei movimenti psicologici in
formazione, allo stato nascente. Sartre parla di movimenti 
esitanti, ameboidi: il tutto dell'uomo che poi non  nulla.
Nel rappresentarci i due personaggi principali di Ritratto
d'ignoto - due semplici e comuni borghesi, un vecchio e
sua figlia nubile - nella successione banale degli atti 
quotidiani, l'autrice ricorre a un terzo personaggio che li 
osserva. E sceglie per l'occasione una specie di letterato 
rilkiano (cfr. i Quaderni di Malte Laurids Brigge), il quale,
quasi per scommessa, conduce un'analisi poliziesca dei 
gesti, delle parole degli altri due, mitigando talora l'orrore
con una delicata ed effimera curiosit da dilettante filosofo
di quartiere. Ci che interessa costui non  la storia del
vecchio e di sua figlia, la loro possibilit di azione o di 
riscatto, ma il loro comportamento, il loro modo di vedere
e di esprimersi ad un certo livello di libert privata. Cos,
spietatamente, si mette al loro fianco e, quando si allontana,
non fa che ragionare sulla tetra malattia che gli  familiare.
Altra  l'attitudine di frugare negli atti e nelle coscienze
umane propria di Simone de Beauvoir. Vissuta fin dalla
tarda adolescenza a fianco di Sartre, e divenuta poi la
compagna della sua vita, la de Beauvoir affronta la societ
e non pi o soltanto l'individuo in quanto tale, pur possedendo
una straordinaria capacit di analisi. All'interno
della sua vasta e capillare autobiografia (incominciata con
le Memorie di una ragazza per bene, e proseguita con La
forza dell'et), La forza delle cose s'impone come la parte
pi viva e interessante.
Il fatto che qui vengano messi a fuoco quasi vent'anni
di lucida esperienza intellettuale e politica, il faticoso ventennio
che va dalla liberazione di Parigi al 1963, basterebbe 
da solo a raccomandare il libro all'attenzione dei lettori. 
Il volume si apre con le inebrianti prospettive della 
liberazione. L'autrice, nel giugno del '44, non  pi giovane,
ha compiuto i trentasei anni. Svolgendo minuziosamente
la trama della sua maturit, essa viene spiegando sotto i
nostri occhi gli avvenimenti e i problemi che occuparono
via via la scena europea, e in particolare quella francese.
Ed ecco l'ebbrezza del dopoguerra, i fermenti provocati
dall'epurazione, le lotte dei gruppi politici e letterari, la
nascita e il trionfo dell'Esistenzialismo, l'irrigidimento 
della battaglia ideologica, il Patto Atlantico e la guerra di
Corea, la fine dello stalinismo e la sanguinosa svolta 
ungherese, la rivolta dei popoli nord-africani sino alla 
logorante conclusione della guerra algerina e all'ascesa di 
de Gaulle... Tutti questi avvenimenti, che la de Beauvoir vive
accanto a Sartre, mescolati alla ripercussioni e ai dibattiti
intellettuali, formano un panorama di un'evidenza e di
una precisione tali da porre queste memorie sotto un 
profilo storico prima che su un piano di rievocazione biografica.
L'aspetto pi sorprendente del libro, tuttavia, non 
quello storico, ma quello umano e letterario che vi  sotteso.
La de Beauvoir non sfugge d'altronde al problema della
condizione femminile. Sa di essere una donna che racconta, 
proprio una donna a cui ripugnano profondamente
le storie femminili specie se romanzate. Il suo bisogno di
verit la porta fuori dei binari dove corrono le solite ansie
e le delusioni, gli scoraggiamenti e le esaltazioni del secondo sesso 
(che poi diverr il titolo di un suo famoso saggio), e dove un tempo 
non troppo lontano passavano gli impeti del messaggio femminista, i facili
ricorsi al vittimismo. Per lei esser donna vuol dire 
innanzitutto partire da una condizione precisa per operare delle scelte.
Il libro, alternando la forma del diario a quella della
narrazione diretta, ci pone a stretto contatto dell'ambiente
di Sartre. Quanti volti e quanti personaggi! Genet, Queneau, 
Merleau-Ponty, Leiris, Camus; e, fuori della letteratura, 
lo scultore Giacometti, attori e registi come Dullin,
Vidolt, Jouvet; la stregata apparizione di Boris Vian e dei
giovani esistenzialisti del Tabou, Juliette Grco, e decine 
di altri nomi del giornalismo, della politica, delle arti.
Quanta gente da aiutare a rivelarsi o da cui difendersi. Ma
la figura che campeggia a tutto tondo e quella da cui 
difficilmente la mente del lettore si distrae , senza dubbio,
Sartre. Al di l dei riferimenti obbligati per ogni memorialista
che si rispetti, qui Sartre, possiamo dire,  presentato
in carne e ossa, nel pieno della sua giornata umana, e non
fa difetto all'autrice quella perspicacia che conferisce a un
ritratto il giusto equilibrio tra il peso delle azioni normali
e le decisioni di ordine storico.
Il caso di Pierre Drieu La Rochelle (Parigi, 1893-1945)
scoppi in Francia nel '61. All'indomani dell'uscita di
Racconto segreto (Rcit secret), seguto dal diario e dal 
testamento spirituale, scrittori della sua generazione e giovani 
critici, amici e nemici di colui che era stato uno dei
maggiori intellettuali collaborazionisti durante l'occupazione,
si ritrovarono in mano il filo interrotto del suo destino. 
Perch Drieu si era ucciso nel lontano marzo del 1945? 
Bisogno di espiazione, desiderio di sottrarsi alla 
vergogna di un processo politico oppure fatalit biologica che
egli portava in s dai tempi della prima giovinezza?
La riabilitazione di Drieu trov unanimi uomini come
Mauriac e Paulhan, Malraux e Emmanuel Berl, Benjamin
Crmieux e altri, da tempo ormai separati da lui per fede,
convinzioni politiche ed esperienze intellettuali. Una tale
unanimit doveva ripetersi solo a proposito di Cline,
morto di indigenza nella sua casupola di Meudon, nel 1961. 
Escludendo gli altri libri pubblicati, dal grosso romanzo 
Gilles al Racconto segreto, fermiamoci su Lo stato civile, 
il meno noto fra i tre.  un primo abbozzo di autobiografia 
che risale al 1921, dove sono gi presenti tutti i
temi decisivi della vita di Drieu: la paura e il coraggio, il
sogno e l'azione, la patria e l'internazionalismo, il sesso e
la religione, scoperti nella dimensione profonda della prima et.
Specie negli anni fra il '20 e il '30 la presenza di Drieu
La Rochelle sulla scena letteraria francese, dominata allora 
da Gide e dal gruppo della Nouvelle Revue Francaise,
ebbe momenti esaltanti, paragonabili solo a quelli di un 
altro singolare personaggio che anim la letteratura americana
negli stessi anni. Francis Scott Fitzgerald. Oggi si vede 
chiaramente che la letteratura non appariva ad essi entro
le misure ordinarie, ma come affermazione vitale e veicolo
di passioni, un'avventura da correre in tutti i sensi. Ne 
Lo stato civile sono ricordati i numi tutelari di questa religione 
della vita, da Whitman a Nietzsche, da D'Annunzio a
Barrs. Essi entrano in un quadro familiare di violenza
inebriante, sin da quando Drieu, a sedici anni, cominci
a domare la ribellione delle sue forze animali.
Questa forma di sbaraglio nichilista nata in guerra, si
mut nel primo dopoguerra in un'esaltazione vitale. Fra i
trenta e i quarant'anni Drieu fece esperienze d'ogni genere: fu
il dandy acclamato dei salotti dell'alta borghesia 
parigina, poi un fortunato romanziere, partecip all'attivit
della NRF, Si dette alle pi spericolate avventure erotiche e
coniugali, viaggi in ogni parte del mondo, esord come
autore teatrale. Dalle pagine dei libri emerge il gusto 
esasperato dell'intelligenza che rimbalzava nella mondanit e
da questa nel frastuono delle idee, lasciandolo ogni volta
incredulo e insoddisfatto. Lo scrittore acclamato sembrava
portare su di s il peso dell'intelligenza come un privilegio
e insieme una condanna.
In realt, come scriveva in quegli stessi anni il suo amico
Ramon Fernandez, a proposito del libro Socialismo fascista, 
ogni forma di adesione politica di Drieu prendeva 
l'aspetto di un'espressione artistica, di un gioco estetico 
affascinante e pericoloso. Ed  di Julien Benda questo giudizio
significativo: Egli odia il chierico che si chiude fra
quattro mura per evitare i pericoli della realt. Il suo culto
dell'eroismo per si accompagna ad una vera tenerezza per
gli umili. Questo fascista ha il cuore socialista. Qui sta il
suo dramma: dramma di gran classe.
Michel Butor (Mons-en-Baronel, Lilla, 1926) appartiene
a pieno titolo al nouveau roman. Ne L'impiego del tempo,
il romanzo di cui ora vogliamo segnalare l'importanza, il
metodo che Robbe-Grillet adopera pi volentieri spazialmente
 adattato alla dimensione cronologica.
Il protagonista, Jacques Revel,  un impiegato francese
che va a lavorare per un anno presso la sede centrale della
ditta da cui dipende, a Bleston, una citt tipicamente inglese.
Fin dal primo momento, egli sente l'ostilit di quanto 
lo circonda. La pioggia, le facciate delle case, i bambini
sudici, i quartieri deserti, la Slee, le stazioni, le baracche
e i giardini, creano un malefico incanto, che giunge 
all'estremo, quando Revel visita l'interno della Cattedrale 
Vecchia. Ma il vero motore dell'ossessione, poco dopo, diventa
un romanzo giallo, comprato per caso, che descrive un
omicidio avvenuto a Bleston stessa. L'autore, che ha 
firmato con uno pseudonimo,  vittima di un incidente 
automobilistico. Revel comincia a sospettare dei suoi amici,
finch in preda a questa diffidenza perde una dopo l'altra
due occasioni sentimentali. L'odio verso la citt si sfoga
col racconto minuziosissimo del tempo trascorso, intercalato 
da quei pochi episodi quotidiani che separano il 
protagonista dalla sua definitiva partenza.
Il libro, come si sar capito,  il diario di uno smarrimento
psicologico, condotto secondo una tecnica estremamente
raffinata, vera sfida alla pazienza di chi legge, non
meno del romanzo giallo al quale vorrebbe aderire. Il 
risultato  una immensa vegetazione di avvenimenti e di
pensieri, di oblio, di riflessioni, di tentativi, per dirla col
personaggio che racconta: un'impalcatura di ipotesi che ha
per sola giustificazione, appunto, l'impiego del tempo.
Concludiamo la nostra rassegna, incentrata su suggerimenti 
di letture e riscoperte, con lo scrittore forse pi 
incandescente delle ultime generazioni, Michel Tournier 
(Parigi, 1924), entrando nel vivo del suo romanzo Il Re degli
Ontani, Le Roi des aunes (1970). L'autore immagina che
un operaio francese, certo Tiffauges, un vero gigante come
statura, venga preso prigioniero dopo il crollo della 
Repubblica nella seconda guerra mondiale e condotto nella
lontana Prussia orientale, dove comincia per lui una 
seconda vita, quasi sotto forma di rigenerazione spirituale.
Giacch le circostanze lo mettono in grado di uscire dalla
servit di un campo di concentramento e di rendersi utile
ai tedeschi, egli scopre qual  la sua vocazione intravista
fin da ragazzo, quella di essere un orco, di custodire i 
segreti della terra e specialmente le creature pi indifese, i bambini.
Se il mio eroe  un orco, spiega l'autore, questo 
avvenuto perch un giorno ho saputo che il 19 aprile di ogni 
anno venivano arruolati i ragazzi tedeschi nella Hitlerjugend, 
ovvero che per il compleanno si faceva offerta a Hitler di 
mezzo milione di giovani tedeschi e di mezzo milione di 
giovani tedesche. Cos ho cominciato a pensare
ad Abel Tiffauges, a qualcuno che avesse il gusto della
carne fresca e che fosse in grado di trovare in Germania
la piena realizzazione della propria mostruosa natura.
Mostruosa fino a un certo punto. I veri mostri sono
quelli che egli conosce nell'immensa riserva di caccia di
Rominten e poi nella fortezza di Kaltenborn: gli scienziati
e gli ufficiali agli ordini di Gring, i selezionatori della
razza pura, demoni nuotanti in un paradiso di armi e di
emblemi araldici, impazienti di intonare il canto dell'Apocalisse,
al momento della strage suprema. Quanto a lui,
Tiffauges, si accontenta di trarre partito da questo paese
di essenze pure, rivelatosi come la terra promessa con le
sue foreste innalzantisi al pari di canne d'organo, popolata
di nere paludi, di torbiere in mezzo alle quali giace il
mitico Re degli Ontani cantato da Goethe.
Bibliografia essenziale:
Per la bibliografia della letteratura francese, cfr. il Manuel 
bibliographique di G. Lanson (Parigi, 1931) e il Manuel de bibliographie 
littraire pour la 16ieme, 17ieme, 18ieme, sicles francais di 
Madame J. Giraud (ivi, 1939), che si completano, per la parte antica 
e moderna.
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origines  1900, 10 volumi, ivi, 1905-1948; G. Lanson, Histoire de la
littrature francaise, ivi, 1914; J. Bdier e P. Hazard, Histoire de la 
littrature francaise, ivi, 1923; E. Faguet, Histoire de la posie 
francaise de la Renaissance au Romanticisme, ivi, 1923-1936; L. Dubech,
Histoire gnerale illustre du thtre, ivi 1931-1933; J. Calvet e 
altri, Histoire de la littrature francaise, ivi, 1931- 1946; A.
Thibaudet, Histoire de la littrature francaise de 1789  nos jours, 
Parigi, 1936; P. Van Tieghem, Histoire littraire, de l'Europe et de
l'Amrique, Parigi, 1941; idem, Histoire de la littrature francaise,
ivi, 1949; Carlo Cordi (a cura di), Dizionario di centouno capolavori
della letteratura francese, Milano, 1967; G. Macchia, La letteratura 
francese (volumi 1-2: Dal tramonto del Medioevo al Classicismo, 
Firenze, 1970; volume 3, Dall'Illuminismo al Romanticismo, ibidem 1974)
- nuova edizione, volume. 1, Dal Medioevo al Settecento, Milano, 1987);
B. Romani, Storia della letteratura francese, Roma, 1971; Autori vari,
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Per i Fabliaux J. Bdier, Les fabliaux, tude de littrature populaire
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H. Omont, Fabliaux, dits et conts en vers francais du 12ieme sicle, 
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E in particolare, su Hugo: cfr. le monumentali edizioni Hetzel (Parigi,
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bibliografia, si veda il nono tomo della Bibliographie des auteurs modernes
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Per il Simbolismo e il Decadentismo e oltre, fino alla Letteratura
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P. Martino, Parnasse et symbolisme, ivi, 1925; B. Croce, in Poesia e
non poesia, Bari, 1935; C. Bo, Mallarm, Milano, 1945; P. Valry,
crits divers sur Mallarm, Parigi, 1951; M. Luzi, Studio su Mallarm,
Firenze, 1952; G. Michaud, Ma1larm, l'homme et l'oeuvre, ivi, 1953;
J.P. Richard, L'univers immaginaire de Mallarm, Parigi, 1962.
Su Valry: J.H. Pariz, Essai sur la pense et l'art de Valry, Parigi,
1946; G. Coben, Explication du Cimetire marin, Parigi, 1946; 
B. Croce, in Nuove pagine sparse, Napoli, 1949; H. Mondor, Prcocit 
de Valry, Parigi, 1957.
Su Gide: A. Naville, Bibliographie da crits de Andr Gide, Parigi,
1949; J.J. Thierry, Bibliographie, in appendice al volume Gide, Parigi,
1962; M. Savage, A.G., ivi, 1962; G.D. Painter, A.G., Milano, 1969;
C. Martin, La maturit d'A.G., Parigi, 1977.
Su Proust: G. Picon, Lecture de P., Parigi, 1963; G. Poulet, L'espace 
proustien, ivi, 1964, traduzione italiana, Lo spazio di Proust, 
Napoli, 1972; G.D. Painter, Proust, 2 volumi., Londra, 1959-1965, 
traduzione italiana, Proust, Milano, 1970; G. Deleuze, Marcel Proust 
e i segni, Torino, 1967; L. Spitzer, Marcel Proust e altri saggi di
letteratura francese moderna, Torino, 1971; G. Macchia, L'angelo della
notte, Milano, 1979; idem, Proust e dintorni, ivi, 1989.
FINE

