
    traduzioni telematiche a cura di
    Rosaria Biondi, Nadia Ponti, Giulio Cacciotti, Vincenzo Guagliardo
    (casa di reclusione - Opera)

    Sofocle.
    EDIPO RE.
    EDIPO A COLONO.
    ANTIGONE.


    INDICE:
    EDIPO RE: pagina 2.
    EDIPO A COLONO: pagina 127.
    ANTIGONE: pagina 280.








    EDIPO RE.

    PERSONAGGI:
    EDIPO,  UN  SACERDOTE,  CREONTE,  CORO  DI  VECCHI  TEBANI,   TIRESIA,
    GIOCASTA, UN MESSO DA CORINTO, UN SERVO DI LAIO, UN NUNZIO.

    PROLOGO.
    (L'azione  si  svolge in Tebe,  davanti alla reggia.  Sui sedili posti
    intorno agli altari sorgenti di fronte al palazzo, in cui dimora il re
    Edipo,  si prosterna una folla di Tebani di  tutte  le  et  e  d'ogni
    condizione,  con  in mano ramoscelli d'ulivo avvolti in bende di lana.
    Spicca tra la folla un'alta austera figura di vecchio  sacerdote,  che
    ha  accompagnato  i supplicanti dal loro sovrano.  Si odono,  vicine e
    lontane,  voci lamentose e grida:  il popolo di Tebe,  che,  sotto  i
    duri  colpi  di una terribile peste,  disanimato reagisce gemendo.  Si
    apre a un tratto la porta centrale della  reggia.  Il  re  Edipo,  nel
    colmo della virilit e del potere, si avanza e rivolge paternamente la
    parola ai sudditi adunati).

    EDIPO:
    Figli, nuova prole di Cadmo antico,
    perch sedete su questi seggi
    con ramoscelli supplici? Dovunque
    profumi e canti inondano la citt,
    e gemiti ad un tempo: cos che io,
    colui che tutti chiamano il famoso
    Edipo, sono venuto di persona
    tra voi, figli, spiacendomi udir nuove
    dagli altri. Ma tu, o vecchio, dimmi, - a te
    si conviene parlar per tutti: - quale
    timore o desiderio vi ha sospinti?
    Voglio darvi ogni aiuto, che crudo sarei
    a non ascoltare i vostri voti.

    SACERDOTE:
    Ascoltami, Edipo, re del mio paese.
    Tu ci vedi prostrati presso i tuoi
    altari e vedi l'et nostra: c'
    chi non ha forze ancora per un lungo
    volo e chi  grave d'anni; sacerdoti
    - lo sono anch'io, di Zeus - e giovinetti
    scelti; e un'altra folla con suoi rami
    supplici innanzi ai due templi di Pallade
     adunata o alla cenere fatidica
    dell'Ismeno. Ch tutta la citt,
    come vedi tu stesso, ondeggia e il capo
    non sa pi rialzare dai sanguigni vortici
    procellosi, disfacendosi
    nei fruttiferi germi della terra,
    nelle bovine mandrie al pascolo,
    negli sterili parti delle donne.
    La dea che reca il fuoco, la terribile
    peste, invade, e sconvolge Tebe nostra,
    e la casa di Cadmo, ecco,  ormai vuota,
    e di lamenti e gemiti il nero Hade
    si arricchisce. Se noi, questi figlioli
    e io, innalziamo preci accanto al tuo
    focolare, non  certo perch
    ti si giudichi pari a un nume, ma
    il primo di noi tutti, cos nelle
    sciagure della vita, come nelle
    contingenze volute dagli di.
    Chi altri, se non tu, da poco giunto
    nella citt di Cadmo, ci scioglieva
    dal tributo alla fiera cantatrice?
    E tu potesti compiere quest'opera
    non perch pi degli altri avessi appreso
    da noi o da noi fossi ammaestrato;
    ma, come dice, come crede ognuno,
    con l'aiuto di un dio tu ridonasti
    a noi la vita. Orbene, Edipo, o nostro
    sommo capo, noi tutti, prosternati,
    ti scongiuriamo: trovaci un rimedio,
    sia che tu debba udirlo dalla voce
    d'un nume o che lo apprenda da un mortale,
    poich anche i consigli degli esperti
    danno i frutti migliori. O tu, il pi saggio
    degli uomini, ridonaci la vita
    una seconda volta! Pensa: Tebe
    ti chiama salvatore per il tuo zelo
    d'altri d; ma fa che non rimanga
    in noi vivo il ricordo del tuo regno
    per esser stati sollevati ed essere
    poi di nuovo caduti. Risolleva
    la citt con fermezza! E come allora
    con buono auspicio a noi desti fortuna,
    sii uguale ora a te stesso. Che se tu
    di questa terra rimarrai sovrano,
    come ora sei, pi bello  dominarla
    ricca d'uomini, invece che deserta;
    una terra o una nave ove nessuno
    dimori sono meno che niente.

    EDIPO:
    Sventurati figlioli, i desideri,
    che voi qui mi recate, non mi sono
    davvero ignoti. So fin troppo bene
    che tutti siete infermi e che tra voi
    non c' nessuno infermo come me,
    giacch il vostro dolore tocca un solo,
    uno di voi, e nessun altro; invece
    l'anima mia si duole per il paese,
    per me e per te. N ora mi avete scosso
    dal sonno, ma ho versato molte lacrime,
    sappiatelo, cercando mille vie
    di scampo nei meandri del pensiero.
    E del solo rimedio, che scopersi
    dopo lunghe ricerche, mi servii:
    mandai Creonte, mio cognato, il figlio
    di Menoiceo, alla dimora pitica
    di Febo, per sapere con quali opere
    o con quali parole mi sarebbe
    concesso di salvar Tebe. Se anzi
    calcolo il tempo che pass da quando
    intraprese il viaggio, sto in angustie.
    Che far? Oltre il verosimile egli
    mi tarda. Ti assicuro che, al ritorno
    di lui, seguir gli ordini del nume;
    sarei malvagio se non lo facessi.

    SACERDOTE:
    Ottimamente; e proprio ora costoro
    (Indica alcune delle persone presenti)
    segnalano l'arrivo di Creonte.
    (Appare da sinistra Creonte con una corona d'alloro sul capo).

    EDIPO:
    O re Apollo, un destino di salvezza
    egli ci rechi: gli sfavillano gli occhi!

    SACERDOTE:
    Pare lieto; se non fosse, non verrebbe
    di lauro pien di bacche incoronato.

    EDIPO:
    Lo sapremo tra poco. Ora pu udirmi.
    (Ad alta voce, con impazienza)
    Principe, mio cognato, ehi la!, figliolo
    di Menoiceo, quale responso rechi?

    CREONTE:
    Propizio. Anche le cose intollerabili
    sono buone per me se hanno lieto fine.

    EDIPO:
    Ma il responso del nume? N fiducia
    n timore m'infondono i tuoi detti.

    CREONTE
    (A Edipo, presso cui  giunto)
    Sono pronto a parlarti qui, in presenza
    di costoro o, se vuoi, dentro la reggia.

    EDIPO:
    Parla dinanzi a essi, che per loro
    pi che per la mia vita mi tormento.

    CREONTE:
    Eccoti ci che dal nume ho udito.
    Re Apollo ci comanda chiaramente
    di scacciare un miasma sorto in Tebe:
    n vuol si nutra un essere incurabile.

    EDIPO:
    Con quale espiazione e qual malanno?

    CREONTE:
    Con l'esilio, o espiando con la morte
    l'omicidio, il cui sangue ci travaglia.

    EDIPO:
    E il disavventurato chi sarebbe?

    CREONTE:
    Di questa terra Laio fu sovrano
    prima che tu reggessi Tebe, o sire.

    EDIPO:
    Lo so dagli altri, ma non lo conobbi.

    CREONTE:
    Poich fu ucciso, il dio vuole si punisca
    l'omicida, chiunque egli abbia ad essere.

    EDIPO:
    E dove sar mai? Dove trovare
    la riposta traccia d'un delitto antico?

    CREONTE:
    Qui, disse il nume: ci che si ricerca
    si trova, e sfugge ci che si trascura.

    EDIPO:
    Nella reggia, o in campagna, o in un paese
    straniero Laio venne trucidato?

    CREONTE:
    Disse che andava a interrogare il nume;
    ma, partito, non fece pi ritorno.

    EDIPO:
    Nessun messo o compagno di viaggio
    fu testimone? e non parl a nessuno?

    CREONTE:
    Solo uno, inorridito, con la fuga
    pot salvarsi e dir solo una cosa.

    EDIPO:
    Quale? Assai cose pu indicarne una
    sola, se offra un barlume di speranza.

    CREONTE:
    Narr che dei predoni lo assalirono,
    e fu ucciso da molti, non da un solo.

    EDIPO:
    E a tanta audacia si sarebbe giunti,
    senza che qui il denaro nulla ordisse?

    CREONTE:
    Lo pensammo, ma in mezzo a tanti mali
    nessuno corse a vendicare Laio.

    EDIPO:
    Che cosa vi ha impedito di indagare,
    quando il regio potere venne meno?

    CREONTE:
    Ben altri guai la Sfinge ci imponeva
    enigmatica! e non ce ne curammo.

    EDIPO:
    Ma tutto dall'origine di nuovo
    io scoprir, ch degnamente Febo
    e anche tu degnamente vi curaste
    dell'ucciso. Or con voi mi scorgerete
    vendicare a buon dritto questa terra
    e il dio. Voglio disperdere s grande
    impurit, non per i lontani amici,
    ma per me stesso. Ch chiunque sia
    l'uccisore di Laio, anche me presto
    ugualmente egli potrebbe colpire;
    ond' che sovvenendo il morto io giovo
    anche a me stesso. Via, figlioli, in piedi!
    Con voi prendete i ramoscelli supplici,
    e a raccolta si chiamino i Cadmei.
    Non lasceremo nulla d'intentato:
    o saremo felici con l'ausilio
    del nume, o tutti quanti periremo!

    SACERDOTE:
    Ritorniamo, figlioli! Noi venimmo
    a lui per quello che ora ci promette.
    Febo, che ci invi le profezie,
    corra a salvarci, sterminando il morbo!

    (Edipo  si  ritira nella reggia con Creonte.  La folla,  preceduta dal
    vecchio sacerdote,  lentamente se ne va.  Entra in Orchestra  il  Coro
    formato da quindici anziani, tra i pi autorevoli di Tebe).




    PARODO.

    CORO:
    Dolce sonante messaggio di Zeus, quale giungi da Pitho raggiante d'oro
    alla superba
    Tebe? Si tende nell'ansia il mio spirito e freme sgomento:
    soccorrimi, salvami, Delio!
    Pieno di sacro terrore mi rendi.
    Prove ignote mi attendono, o tornanti nel giro degli anni?
    Dimmelo, o voce immortale, figlia dell'aurea Speranza!

    Prima te invoco, figliola di Zeus, Athena immortale
    e tua sorella, proteggitrice
    nostra, che un nobile trono ha nel mezzo dell'agora, Artemide
    e Febo, infallibile arciere, oh,
    tutti apparite a scamparmi da morte!
    Quando la prima sciagura moveva contro Tebe, la fiamma
    del male vi piacque disperdere: e dunque accorrete!

    Innumerevoli mali, ahi, sopporto!
    Tutti i miei uomini languono infermi,
    n ho una lancia che il morbo allontani.
    Si spengono in germe i prodotti della nobile
    terra mia e le donne, nei parti, non sorgono
    libere fuor dei loro gemiti strazianti.
    Gli uni sugli altri celeri come alati ruinano
    con maggior furia del fuoco, sul lido
    del nume occidentale.

    Innumerabili! E Tebe perisce.
    E le mortifere spietate schiatte
    non sepolte, non piante, giacciono al suolo.
    Qui e l s'aggirano spose e canute
    madri; intorno alle are sollevano grida
    e implorano che abbiano fine i loro crudi dolori.
    Odi il peana unirsi a voci di lamento.
    Aurea figlia di Zeus, deh, non tardi
    il tuo sereno ausilio !

    E' Ares, il micidiale,
    che disarmato m'investe
    e in mezzo ad alte grida ora mi brucia!
    Fa che di corsa torni indietro, lungi
    da Tebe, volto all'immenso
    talamo d'Anfitrite,
    o verso l'inospite lido
    della marina tracia;
    ch ci che illeso lascia la notte
    viene il giorno ad annientarlo.
    Ma tu che reggi i fiammeggianti
    baleni, tu devi distruggerlo
    Ares, o padre Zeus, con la tua folgore!

    O re Liceo, le tue frecce
    indomabili dalle auree
    corde degli archi scaglia in nostro aiuto,
    e i lumi di Artemide fiammanti.
    Con sue fiaccole trascorre
    ella i monti della Licia!
    E te dalla mitra dorata,
    che il nome a questa terra
    presti, anche invoco, o Bacco, o rosso
    dio degli "evo"!, compagno
    delle Menadi: ardendo,
    ah, vienimi accanto con una
    fulgida torcia contro il nume inviso!

    PRIMO EPISODIO.

    (Riappare  Edipo,  uscito  dalla  reggia.  Egli  si  rivolge talora al
    Corifeo, talaltra ai vecchi del Coro nel loro insieme,  quasi parlasse
    all'intero popolo di Tebe).

    EDIPO:
    Tu invochi ausilio, e conseguir potresti
    ci che chiedi, difesa e lenimento
    ai tuoi mali, se, udendomi, volessi
    non rigettar le mie parole e aiuto
    mi dessi nella lotta contro il morbo.
    Ti parler come se io fossi estraneo
    a codesto discorso, e anche al fatto,
    poich da solo, senza indizio alcuno,
    non potrei molto a lungo investigare.
    Dopo il delitto a voi piacque di accogliermi
    cittadino tra voi; ora come re
    a voi tutti, Cadmei, ben alto io grido:
    chiunque tra voi sappia da chi Laio
    di Labdaco fu ucciso, io gli comando
    di palesarlo, pur se egli forse tema,
    parlando, di dover trarre un'accusa
    contro se stesso, ch non soffrir
    null'altro di spiacevole e potr
    senza rischio lasciare il suo paese.
    Ch se a qualcuno  noto che l'autore
    fu un altro, o d'altra terra, non lo taccia,
    poich ne avr mercede e gratitudine.
    Ma se non parlerete e alcun di voi,
    in timor d'un amico o di se stesso,
    non vorr udirmi, allora  necessario
    intendere bene quello che far.
    Proibisco a tutti gli uomini di questa
    terra, che ora m'appartiene e che governo,
    di ricevere costui, chiunque sia,
    di parlargli, o con lui pregare i numi,
    o anche far sacrifici, o porgergli acqua
    lustrale; e ordino a tutti di respingerlo
    dalle loro case, giacch  un abominio
    sinistro a noi, com'ebbe a rivelarmi
    dianzi il pitico oracolo del dio:
    cos difendo il nume e l'uomo ucciso.
    E auguro al colpevole, sia ch'egli
    resti nell'ombra, perch solo, o abbia
    complici molti, di finir sua vita
    grama, lo sciagurato!, nell'affanno!
    E s'egli dividesse con me il desco
    nelle mie case, e non ne fossi ignaro,
    io soffra ci che ora ho imprecato agli altri.
    Tutto questo v'impongo di eseguire
    per me stesso, per il dio, per questa terra,
    che, in tal maniera, sterile perisce,
    negletta dagli di. Poich, quand'anche
    il castigo dei numi non solesse
    tener dietro alla colpa, a voi spettava
    di non lasciare a lungo inespiato
    il delitto, e di fare attente indagini,
    ch ottimo l'ucciso era e sovrano.
    Ora che il suo potere a me pervenne,
    e miei sono il suo talamo e sua moglie,
    - forse una comunanza pur di figli
    sarebbe tra noi sorta, se la prole
    non gli veniva meno, ma sul capo
    invece la sciagura, ahi, gli  piombata; -
    spinto da tutto questo lotter
    per lui come se fosse stato mio
    padre e con ogni mezzo cercher
    di scoprir l'assassino e vendicare
    il figliolo di Labdaco, disceso
    da Polidoro, e, prima anche, da Cadmo
    e dal vetusto Agenore. A coloro
    che non eseguiranno ci che impongo,
    auguro che nessun frutto gli di
    mandino dalla terra, n figlioli
    dalle loro donne, e muoiano consunti
    dal morbo che ora ci travaglia, e anzi
    da un morbo pi terribile. Ma a quanti
    di voi, Cadmei, non spiacciono queste mie
    parole, sia sempre alleata Dike
    e con Dike gli di tutti, per sempre.

    CORO:
    Come mi hai stretto in imprecazioni,
    non indugio a parlarti, o re: ti accerto
    ch'io non uccisi, n so dirti il nome
    dell'omicida. Febo, che ordinava
    la ricerca, doveva palesarlo.

    EDIPO:
    E' giusto, ma nessuno pu costringere
    i numi a operare contro voglia.

    CORO:
    Buona mi sembra allora un'altra prova.

    EDIPO:
    Se ne hai pur una terza, non tacerla.

    CORO:
    Conosco un re che vede come il re
    Febo, mirabilmente: egli  Tiresia.
    Se lo interroghi, o sire, apprendi tutto.

    EDIPO:
    Ho pensato anche a questo: per consiglio
    di Creonte due messi ho a lui spedito.
    L'indugio mi stupisce da gran tempo.

    CREONTE
    Altre voci sono corse, vaghe e antiche.

    EDIPO:
    E quali? Io porgo orecchio a ogni voce.

    CREONTE:
    Dissero Laio vittima di viandanti.

    EDIPO:
    L'ho appreso anch'io; ma chi lo testimonia?

    CORO:
    Se c' un teste, soltanto che abbia un poco
    di timore, vedrai che parler.

    EDIPO:
    Le parole non turbano chi freddo opera.

    CORO:
    Ma c' colui che lo dovr scoprire:
    ecco il vate divino qui condotto
    dai tuoi servi: a lui solo  innato il vero.
    (Guidato  da  un  fanciullo  e seguito da due servi di Edipo,  appare,
    vecchio, cieco e stanco, il vate Tiresia.)

    EDIPO:
    Tiresia, tu che investighi ogni cosa
    - le cose che si possono rivelare
    e le arcane; le cose della terra,
    come quelle del cielo, - tu sai bene,
    anche senza vedere, da qual morbo
    la nostra citt sia straziata: o principe,
    tu solo puoi difenderla e salvarla!
    Per che Febo, se non l'hai gi appreso
    dai messaggeri, a noi che lo mandammo
    a consultare, disse che in un solo
    modo ci si sarebbe liberati:
    uccidendo o bandendo dal paese
    gli uccisori di Laio, dopo averli
    con sicurezza rintracciati. Or dunque,
    non negarci l'aiuto e a noi rivela
    gli auspici che puoi trarre dagli uccelli
    o usando un'altra via di vaticinio.
    Salva te stesso, e la citt, e me pure,
    e allontana il contagio che a noi viene
    dall'ucciso. In te tutti confidiamo:
    non c' miglior fatica per un uomo
    di giovar come pu, come sa, agli altri.

    TIRESIA:
    Ahi, ahi, com' terribile sapere,
    quando a chi sa non giovi! E io sapevo,
    ma me n'ero scordato: ch altrimenti
    non mi sarei lasciato condurre qui.

    EDIPO:
    Che cosa avviene? Tu mi sembri affranto.

    TIRESIA:
    Fammi tornare a casa! Dammi ascolto!
    Sar minore il peso per entrambi.

    EDIPO:
    Non sei n giusto, n cortese verso
    il paese nato, se tu non parli.

    TIRESIA:
    Gli  che nemmeno a te giova il tuo dire.
    E perch non mi tocchi simil sorte...

    EDIPO:
    Rimani, in nome degli di! Tu sai!
    Te ne preghiamo, supplici ai tuoi piedi!

    TIRESIA:
    Folli voi siete, ma non parler:
    non voglio rivelare i mali tuoi.

    EDIPO:
    Che dici? Dunque tacerai, sapendo?
    Vuoi tradirci? Vuoi perder la citt?

    TIRESIA:
    Non voglio affliggere me, n te. Domandi
    inutilmente: non ti dir nulla.

    EDIPO:
    O tra i cattivi pessimo, - poich
    davvero irriteresti anche un macigno, -
    tacerai sempre, ostile, irriducibile?

    TIRESIA:
    La mia natura mi rinfacci, e, ignaro
    di quella che in te abita, mi biasimi.

    EDIPO:
    Chi non si adirerebbe, udendo cose
    che suonano ignominia a Tebe nostra?

    TIRESIA:
    I fatti parleranno, anche se io taccia.

    EDIPO:
    Per questo appunto devi palesarli.

    TIRESIA:
    Ho parlato gi troppo, e, se t'aggrada,
    datti pure anche all'ira pi selvaggia.

    EDIPO:
    Ebbene, sappi allora che non voglio
    celarti quello che mi viene in mente.
    Io penso che il delitto l'abbia ordito
    ed eseguito tu, pur senza uccidere
    con le tue mani. E se non fossi cieco,
    te solo anche di questo incolperei.

    TIRESIA:
    Ah, s, davvero? E io ti dico: osserva
    il bando che hai tu stesso promulgato
    e guardati da oggi di parlare
    a costoro o a me, giacch sei tu
    l'empio che contamina questo nostro suolo!

    EDIPO:
    Cos impudentemente parli? E come
    puoi credere di sfuggire al mio castigo?

    TIRESIA:
    Sono gi in salvo: ho in me, possente, il vero.

    EDIPO:
    Chi te lo apprese? L'arte tua no, certo.

    TIRESIA:
    Tu, che mi hai spinto, e non volevo, a dire...

    EDIPO:
    Che? Ridillo: cos capir meglio.

    TIRESIA:
    Non hai udito? O fingi perch io parli?

    EDIPO:
    Ripeti, che non ho capito bene.

    TIRESIA:
    Sei tu che hai ucciso: tu, che fai ricerche.

    EDIPO:
    Ma non ti allieterai del doppio oltraggio.

    TIRESIA:
    Debbo dir altro che ti accresca l'ira?

    EDIPO:
    Di' quel che vuoi: saranno parole vane.

    TIRESIA:
    Dico che tu non sai d'aver commercio
    infame con le pi care persone,
    e che non vedi il male che t' accanto.

    EDIPO:
    Credi proprio di uscirne sempre illeso?

    TIRESIA:
    Senza dubbio, se il vero pu qualcosa.

    EDIPO:
    Per ogni altro, ma non per te, che hai ciechi,
    oltre gli occhi, gli orecchi, e anche la mente.

    TIRESIA:
    Oh, sciagurato! Tu mi oltraggi come
    ti oltraggeranno tutti tra non molto.

    EDIPO:
    Ti nutrono le tenebre: non puoi
    nuocere a me, n a chi contempla il sole.

    TIRESIA:
    Non ti far cadere la mia mano,
    certo, ma Apollo, cui sta molto a cuore.

    EDIPO:
    Debbo a Creonte o a te queste invenzioni?

    TIRESIA:
    Creonte? Ti danneggi da te stesso.

    EDIPO:
    Ricchezza, regia autorit, eccellenza
    nell'arte, quanta invidia suscitate
    in questa umana vita aspra di lotte,
    se a causa del potere ch'ebbi in dono
    dalla citt, potere che non chiesi,
    anche il fido Creonte, il buono amico
    dei primi tempi, occulto mi vien sotto
    e mi vuol rovesciare, subornando
    questo mago tessitore di frodi,
    insidioso mendicante, il quale
    vede solo nei guadagni, ma nell'arte
    sua nacque cieco!
    (Di nuovo si rivolge a Tiresia)

    Infatti, dimmi, via,
    in che cosa ti mostri degno vate?
    Perch non suggerivi nessun mezzo
    per liberare i tuoi concittadini
    dalla funesta Cagna cantatrice?
    E non era un'impresa per il primo
    venuto decifrare l'enigma: spirito
    profetico occorreva, che tu mostri
    di non aver appreso n da uccelli,
    n da numi. Ma io, Edipo, colui
    che non sa nulla, seppi farla smettere,
    la Cagna, sol guidato dall'ingegno,
    e non da un'arte appresa dagli alati;
    io, io, s, che tu cerchi di scacciare,
    pensando di sederti presso il trono
    di Creonte. Ma lacrime dovrete
    versare tu e l'altro, che tramava insidie
    per togliere da Tebe il mio contagio.
    Se cos vecchio poi non mi sembrassi,
    certo a tue spese avresti raddrizzato
    le folli idee che volgi nella mente!

    CORO:
    Ispirate dall'ira sono a noi parse
    tanto le sue, quanto le tue parole,
    Edipo! E non di questo abbiamo bisogno,
    s di veder qual  il modo pi acconcio
    per adempiere l'oracolo del nume.

    TIRESIA:
    Quantunque tu sia re, posso risponderti
    con la stessa franchezza da te usata,
    solo ch'io voglia. Io non da te dipendo,
    ma da Lossia, n tu mi troverai
    incluso fra i protetti da Creonte.
    E ti dico - poich ti piacque schernire
    gli anni e la cecit mia - che tu vedi,
    eppure non scorgi il male in cui ti trovi,
    n scorgi dove, n con chi dimori.
    Sai chi ti ha procreato? Sai che i tuoi,
    quei di sotterra e quelli ancora al mondo,
    ti detestano? Un giorno con un duplice
    colpo ti scaccer da questo suolo
    la Maledizione dall'incedere
    orrendo di tua madre e di tuo padre;
    e tu che ora dritto guardi, vedrai solo
    tenebre. E delle tue grida qual porto,
    qual Citerone non risuoner,
    tra breve, quando alfine capirai
    l'imeneo, senza approdo per la tua
    casata, cui sei giunto, navigando
    felicemente? E una moltitudine
    d'altri mali non sai, che a te medesimo
    e ai figli tuoi t'uguaglieranno. Ora lancia
    pure a tua posta tutto il fango contro
    Creonte e le mie labbra, ch a nessuno
    toccher tra i mortali peggior sorte.

    EDIPO:
    E dovr tollerare che in tal modo
    mi si parli? Ma quando te ne andrai?
    Che cosa aspetti dunque a ritirarti?
    Abbandona all'istante questa casa!

    TIRESIA:
    Mi trovo qui perch tu mi hai chiamato.

    EDIPO:
    Non lo avrei fatto, se avessi supposto
    di dover ascoltare tante follie.

    TIRESIA:
    Questa  la nostra sorte: siamo folli
    per te, saggi per chi ti ha messo al mondo.

    EDIPO:
    Frmati! Hai detto? A chi debbo la vita?

    TIRESIA:
    Ti dar vita e morte questo giorno.

    EDIPO:
    Sempre parole oscure ed enigmatiche!

    TIRESIA:
    Credi? Ma non sei tu il vate sovrano?

    EDIPO:
    Mi schernisci, perch mi trovi grande.

    TIRESIA:
    Il tuo successo fu la tua rovina.

    EDIPO:
    Che importa, se salvai questa citt?

    TIRESIA:
    Andiamocene. Guidami, ragazzo!

    EDIPO:
    Oh, s, ti guidi! Con la tua presenza
    troppa noia mi dai: se ti allontani,
    se ne andr con te anche ogni mio tormento.

    TIRESIA:
    Me ne andr, ma solo quando avr finito
    di dirti quello che ti devo dire.
    Il tuo cipiglio non mi turba affatto,
    e non mi uccider. Ascolta, ascolta:
    quell'uomo che da tempo tu ricerchi
    con minacce e ordinanze sulla fine
    di Laio, odimi bene,  qui: straniero
    - tutti credono - qui domiciliato;
    ma poscia apparir ch'egli  di Tebe,
    n si rallegrer di tal ventura,
    ch, da veggente divenuto cieco,
    e da ricco mendico, in altra terra
    si recher, tastando col bastone
    il suolo. E apparir che ai suoi figlioli
    egli  a un tempo fratello e padre, figlio
    e insieme marito di sua madre,
    e inoltre che si giacque con la stessa
    donna che fu del padre, e ch'egli solo
     del padre uccisore. Ora entra in casa,
    rifletti molto, e se concluderai
    che t'ho detto menzogne, annuncia a tutti
    che non m'intendo pi d'arte profetica.
    (Si allontana,  sempre accompagnato dal fanciullo.  Nel  tempo  stesso
    Edipo rientra nella reggia).


    PRIMO STASIMO.

    CORO:
    Chi  colui che la divinatrice
    rupe delfica diceva
    compisse con mani omicide
    i pi tremendi misfatti?
    E' tempo ch'egli muova il piede
    e fugga pi celermente
    di furiosi destrieri;
    poich armato col fuoco gli  sopra
    balenando il figliolo di Zeus,
    e spaventoso lo seguono
    le infallibili Erinni.

    E' apparsa corrusca sopra gioghi
    carichi di neve una voce
    dal Parnaso: Tutti  ricerchino
    l'omicida sconosciuto!
    Erra entro boschi selvaggi
    egli, e per antri e per rupi,
    come un toro solitario:
    ramingando, dovunque egli porta
    il suo duolo, e invano procaccia
    fuggir gli oracoli delfici
    che gli volano intorno.

    Un'ansia orrenda orrenda
    il saggio augure in cuor mi suscit:
    credere non so; non so
    oppormi; non so quel che debba dire.
    Le speranze a voi mi traggono, ma non vedo luce alcuna.
    Qual contesa ebbero mai
    i Labdacidi o il figliolo
    di Polibo l'ho ignorato
    sempre, ieri come oggi.
    Io non ho dunque una prova,
    da cui muovere contro il nome
    glorioso e a tutti caro
    del re Edipo, e perch possa farmi vindice
    delle morti misteriose dei Labdacidi.

    Ma Zeus e Apollo intendono,
    sanno tutte le cose dei mortali;
    se tra gli uomini invece
     pi di me stimato un indovino,
    pu il giudizio essere iniquo: col suo solo accorgimento
    l'uomo supera l'altrui.
    Io per me sol quando avessi
    bene scorta l'esattezza
    di chi biasima, approverei.
    Fu dinanzi agli occhi nostri che un d
    la fanciulla alata
    contro lui si mosse, ed egli
    saggio apparve, e nella prova molto piacque;
    cos ch'io non posso crederlo colpevole.


    SECONDO EPISODIO.

    (Appare Creonte, profondamente turbato).

    CREONTE:
    Cittadini, mi giunsero all'orecchio
    le gravi accuse che mi muove Edipo,
    accuse intollerabili, e per questo
    sono venuto qui. Se egli, nelle presenti
    sciagure, crede ch'io gli abbia arrecato
    con parole o con fatti nocumento,
    non desidero vivere pi a lungo
    sotto s infame accusa. Poich il danno,
    che tale discorso mi cagiona,
    non  davvero piccolo, ma immenso,
    se io m'acquisti una fama di malvagio
    in Tebe, presso te, presso gli amici.

    CORO:
    Lanciarono quest'oltraggio, ma fu l'ira
    a suggerirlo, credi, non la mente.

    CREONTE:
    Non si disse che il vate fu dai miei
    turpi consigli indotto alla menzogna?

    CORO:
    S, ma ignoro con quale intenzione.

    CREONTE:
    E pronunciarono contro me l'accusa,
    con fermo sguardo e animo ben saldo?

    CORO:
    Quel che fa chi comanda io non lo vedo.
    (Edipo   esce   dalla  reggia  e  s'avvicina  a  Creonte,   camminando
    speditamente, crucciato e scuro in volto).

    EDIPO:
    Oh, guarda! E come mi sei qui venuto?
    Quale intrepida faccia, se tu ardisci
    recarti ove dimoro, mentre a tutti
    manifesto che mi vuoi sopprimere
    e spogliarmi del regno! Oh, per gli di,
    non tacere, suvvia! Forse hai deciso
    di far questo, perch stimi ch'io sia
    vile o pazzo? Credevi non sapessi
    e non sventassi le nascoste insidie?
    E non ti sembra una sballata impresa
    senza ausilio di popolo e di amici
    mirare a un trono, ove si giunge solo
    quando si abbiano consensi e larghi mezzi?

    CREONTE:
    Ti ho lasciato parlare; ora ti prego
    di volermi ascoltare e giudicare.

    EDIPO:
    Lo so che parli a modo; ma mi annoia
    udire le perfidie di un nemico.

    CREONTE:
    Senti ci che ti dico di costui.

    EDIPO:
    Non negarmi per che sei malvagio.

    CREONTE:
    Se credi che ostinarsi senza qualche
    causa sia bene, tu non pensi giusto.

    EDIPO:
    E neppure tu, se credi si possa
    nuocere impunemente a un congiunto.

    CREONTE:
    Nuocerti? Ebbene mostrami di quale
    offesa a buon diritto puoi dolerti.

    EDIPO:
    Non fosti tu, o m'inganno, a persuadermi
    che urgeva far venire il sommo vate?

    CREONTE:
    Anche ora sono dello stesso avviso.

    EDIPO:
    Quanto tempo trascorse da che Laio...

    CREONTE:
    Laio? Che cosa fece? Non comprendo.

    EDIPO:
    ...scomparve, ucciso, senza lasciar traccia?

    CREONTE:
    Anni e anni trascorsero: un gran tempo.

    EDIPO:
    Il vate allora non vaticinava?

    CREONTE:
    Era ugualmente saggio e onorato.

    EDIPO:
    E non fece di me cenno alcuno?

    CREONTE:
    In mia presenza nessun cenno, mai.

    EDIPO:
    Su quella morte non compiste indagini?

    CREONTE:
    Certo, ma furono tutte infruttuose.

    EDIPO:
    Allora perch tacque il sommo vate?

    CREONTE:
    Lo ignoro; non saprei che cosa dirti.

    EDIPO:
    Anche le cose tue ti sono ignote ?

    CREONTE:
    Quali? Te le dir se le conosco.

    EDIPO:
    Accordatosi con te, egli assicura
    che io sono l'uccisore ricercato.

    CREONTE:
    Se dice questo, tu lo sai. Mi sembra
    giusto per che adesso anch'io ti interroghi.

    EDIPO:
    Fai pure. Ma io non sono un assassino.

    CREONTE:
    Dimmi: tua moglie non  mia sorella?

    EDIPO:
    Come potrei rispondere negando?

    CREONTE:
    Non dividi con essa ogni potere?

    EDIPO:
    Lei ottiene da me quello che vuole.

    CREONTE:
    E io non sono a voi pari, al vostro fianco?

    EDIPO:
    Senza dubbio, e per questo sei malvagio.

    CREONTE:
    No, se rifletti a quanto sto per dirti.
    Primamente considera: tu credi
    sul serio che ci sia chi preferisca
    le ansie del regno ai sonni indisturbati,
    quando pu soddisfare ogni sua brama
    senza noie? Impossibile. Io per me
    non desidero affatto esser sovrano,
    ma vivere piuttosto da sovrano,
    come chiunque, che abbia fior di senno.
    Non ho forse da te ci che desidero?
    N temo nulla. Invece, governando,
    dovrei sovente agire contro voglia.
    Come dunque potrei desiderare
    un regno a preferenza di un potere
    senza limiti e crucci? Chi  cos cieco
    da ricercare guadagni, che non siano
    gli onori uniti a qualunque altro bene?
    Di tutti oggi mi allieto, mi amano tutti;
    chi ha bisogno di te mi cerca e spera
    d'ottenere merc mia quello che vuole.
    Quale utile mi avrei cambiando stato?
    Non pensi che sia folle chi  malvagio?
    E' un piano assurdo, credimi, codesto:
    io non sopporterei di unirmi a uno,
    che volesse attuarlo. Ne vuoi prove?
    Rcati a Delfo e chiedi se l'oracolo
    ti  stato riferito esattamente,
    e quando tu ti avveda che ai tuoi danni
    ho tramato col vate, non tardare
    a condannarmi a morte, con la tua
    giusta condanna e, insieme, con la mia.
    Ma muovermi non devi accuse gravi
    per tuoi vaghi sospetti, poich  ingiusto
    senza motivo credere i cattivi
    buoni e i buoni cattivi. Inoltre pensa
    che disfarsi di un fido amico  quasi
    rinunciare alla vita, ch' pur dolce.
    Lo apprenderai col tempo certamente,
    ch il tempo mette in luce chi  dabbene,
    ma il perverso si scopre in un sol giorno.

    CORO:
    Sagge cose egli ha detto, come colui
    che ama esser cauto, o re: chi troppo corre
    nel dar consigli non  mai sicuro.

    EDIPO:
    Ma quando di nascosto e celermente
    mi si tendono agguati,  giocoforza
    che anch'io decida con prontezza: se
    star quieto ad attendere, i suoi piani
    trionferanno, e falliranno i miei.

    CREONTE:
    E che cosa vuoi fare? Esiliarmi?

    EDIPO:
    Io voglio la tua morte, non l'esilio.

    CREONTE:
    E sia, ma prima dimmi perch mi odi.

    EDIPO:
    Perch non sei disposto a obbedire.

    CREONTE:
    Credo che non ragioni.

    EDIPO:
    Oh, s, per me!

    CREONTE:
    Anche per me dovresti.

    EDIPO:
    Tu sei perfido.

    CREONTE:
    Se non mi vuoi comprendere...

    EDIPO:
    Non cedi.

    CREONTE:
    Ai tuoi ordini insani.

    EDIPO:
    O Tebe! O Tebe!

    CREONTE:
    Anch'io sono di Tebe, non tu solo!

    CORO:
    Principi, deh, cessate: vedo uscire
    molto opportunamente dalla reggia
    Giocasta. E' necessario ora comporre
    questa vostra contesa in sua presenza.
    (Sopraggiunge Giocasta).

    GIOCASTA:
    Ma perch sollevare, o sciagurati,
    tale insensato alterco? E non vi punge
    vergogna, mentre la citt  cos inferma,
    di suscitar mali privati? Se
    tu non rientri, o Edipo, nella reggia,
    e tu, Creonte, nella tua dimora,
    grande dolore nascer da un nulla.

    CREONTE:
    Giocasta, Edipo, il tuo consorte, vuole
    prepararmi due mali, entrambi orribili:
    o il bando, o la cattura e poi la morte.

    EDIPO:
    Non lo nego; ma sappi che l'ho colto
    a ordire insidie contro me nell'ombra.

    CREONTE:
    Male m'incolga, io muoia maledetto,
    se infondate non sono queste accuse!

    GIOCASTA:
    Nel nome degli di, tu devi credergli,
    Edipo, prima per la riverenza
    dovuta a un sacro giuramento, e poi
    per me e per i cittadini qui presenti.

    CORO:
    Sappi volere, fa senno, cedi, o principe,
    ti prego!

    EDIPO:
    Ed in che cosa debbo cedere?

    CORO:
    Devi rispetto a chi
    non era un bimbo e ora che ha giurato  grande!

    EDIPO:
    Sai quel che chiedi?

    CORO:
    S.
    EDIPO:
    Dimmelo chiaro.

    CORO:
    Non si deve disonorare l'amico
    che ha giurato, con una vaga accusa.

    EDIPO:
    Ti dico allora che se chiedi questo
    chiedi ch'io muoia ucciso o sia scacciato.

    CORO:
    No, no, per Elio, principe dei numi!
    In odio a essi, abbandonato, misero,
    orribilmente muoia, se io lo penso!
    Questa terra che langue mi d pena,
    ohim, infelice!, e temo non si aggiungano
    a quelli vecchi nuovi mali ancora.

    EDIPO:
    Se  cos, vada pure, anche se io debba
    essere spento o bandito con infamia.
    Non i suoi, ma i tuoi detti mi commuovono;
    avr per lui solo odio, ovunque sia.

    CREONTE:
    Ti arrendi con rancore, non c' dubbio;
    per te ne dorrai, dopo la collera:
     un'indole la tua, che giustamente
    anche a chi l'ha diviene intollerabile.

    EDIPO:
    E non mi lasci? Non vai via?

    CREONTE:
    S, andr;
    solamente da te misconosciuto.
    (Si allontana, rammaricato e deluso).

    CORO:
    Donna, perch tardi a ricondurre costui
    in casa?

    GIOCASTA:
    Prima narra ci che accadde.

    CORO:
    Sospetti vaghi, nati
    da parole; ma quel ch' ingiusto spiace.

    GIOCASTA:
    Da parole d'entrambi?

    CORO:
    S.

    GIOCASTA:
    E dicevano?

    CORO:
    Con tanti mali, basta, oh, basta, io credo,
    che il discorso rimanga ov'ebbe fine.

    EDIPO:
    Uomo dabbene, vedi a che sei giunto
    rintuzzando il mio spirito, e fiaccandolo?

    CORO:
    Non  la prima volta, o re, ch'io dico
    che mi parrebbe d'essere davvero
    compiutamente folle, se io potessi
    disgiungermi da te, che la mia dolce
    patria, cos provata, hai tratto in salvo.
    Torna a essere la nostra buona guida!...

    GIOCASTA:
    O mio signore, narrami, ti prego,
    quale origine ha avuto s grande ira.

    EDIPO:
    Ti dir, - ch ti onoro pi d'ogni altro,
    donna, - le insidie ordite da Creonte.

    GIOCASTA:
    Cos vedremo se l'accusa  giusta.

    EDIPO:
    Uccisore di Laio egli mi dice.

    GIOCASTA:
    Di sua scienza o per averlo appreso?

    EDIPO:
    Mi ha condotto un malefico profeta:
    e, quanto a s, si proclama innocente.

    GIOCASTA:
    Se altro non devi dirmi, tranquillzzati.
    Porgimi ascolto e imparerai che nessuno
    tra i mortali  di spirito profetico
    dotato. In breve te ne fornir
    qualche prova. Una volta giunse a Laio
    un oracolo, - non proprio da parte
    di Febo, ma dai suoi molti ministri. -
    L'oracolo diceva che il re Laio
    sarebbe stato ucciso da un figliolo,
    nato da me e da lui. Ebbene, stando
    a quello che si narra, di ladroni
    stranieri egli fu vittima, cadendo
    nel punto in cui tre strade confluivano.
    E non erano trascorsi ancor tre giorni
    dal d che nacque il figlio, allorch Laio,
    strettamente legate le caviglie
    ai piedini del bimbo, ordin fosse
    gettato sopra un monte inaccessibile.
    Cos Febo non volle che l'oracolo
    si adempisse, e il figliolo non uccise
    suo padre, e il padre - orribile sgomento
    ch'egli ne aveva al pensiero! - non fu ucciso
    dal figlio. Or vedi come esattamente
    dagli oracoli tutto fu previsto!
    Non curartene, credimi, ch il dio,
    quando voglia, da solo mostrer
    le sue intenzioni senza fatica.

    EDIPO:
    Come, o donna, mi turbano, mi sconvolgono
    lo spirito queste tue parole!

    GIOCASTA:
    Perch dici cos? Di che mai temi?

    EDIPO:
    Laio fu ucciso - se non erro, hai detto -
    presso un incrocio triplice di strade.

    GIOCASTA:
    Era questa la voce, ancora non spenta.

    EDIPO:
    In quale luogo accadde la sciagura?

    GIOCASTA:
    Nella Focide, proprio dove s'incontra
    la via di Delfo con la via di Daulia.

    EDIPO:
    Quanto tempo sarebbe ora trascorso?

    GIOCASTA:
    La notizia mi pervenne poco prima
    che tu fossi creato re di Tebe.

    EDIPO
    O Zeus, che cosa vuoi fare di me?

    GIOCASTA:
    Non comprendo perch questo interessi.

    EDIPO:
    Ti prego, non interrogarmi. Laio
    quale aspetto, quanti anni aveva allora?

    GIOCASTA:
    Alto, il capo coperto da incipiente
    canizie: non da te molto dissimile.

    EDIPO:
    Me infelice! Ignorandolo, a me stesso
    forse imprecavo dianzi orribilmente.

    GIOCASTA:
    Che cosa dici? Temo di guardarti.

    EDIPO:
    Sono anch'io preso da un terrore folle
    che il vate sia veggente! Ma rispondimi!

    GIOCASTA:
    Chiedi pure, sebbene io sia sconvolta.

    EDIPO:
    Umilmente viaggiava o con gran sguito,
    Laio, come s'addice a un sovrano?

    GIOCASTA:
    Cinque uomini; tra essi era un araldo;
    egli era trainato da un solo carro.

    EDIPO:
    Ahi, che il vero si mostra! E chi ti diede
    cos minuti ragguagli e cos esatti?

    GIOCASTA:
    Un servo: il solo che pot salvarsi.

    EDIPO:
    Forse che questi  ancora nella reggia?

    GIOCASTA:
    No: quand'egli fu ritornato e vide
    in te il potere e ormai spento Laio,
    mi supplic, prendendomi la mano,
    che ai campi lo inviassi a pascolare
    i nostri armenti, lungi il pi possibile
    dalla vista di Tebe. Accondiscesi;
    ch un servo cos fido meritava
    un favore pi grande anche di questo.

    EDIPO:
    Non potresti chiamarmelo qui sbito?

    GIOCASTA:
    Sicuro. Ma perch lo vuoi vedere?

    EDIPO:
    Non chiedere. Ho parlato troppo. Temo
    d'avere detto anche questo, non volendo.

    GIOCASTA:
    Verr, sii certo. Ma penso che anch'io
    sia degna di conoscere i tuoi crucci.

    EDIPO:
    Non te ne priver, poich in terribili
    ansie mi trovo. E a chi potrei parlare
    meglio che a te col nembo che imperversa?
    Polibo di Corinto fu mio padre
    e la dorica Merope mia madre.
    Ero col stimato il cittadino
    pi autorevole, quando odi che cosa
    mi avviene, degno, s, di meraviglia,
    ma non di cos vivo accoramento.
    Un tale, gi ubriaco, in un banchetto,
    trincando a gola piena osa chiamarmi
    figlio presunto di mio padre. Onde io,
    accasciato, quel giorno mi contenni
    a fatica; ma, dopo, ricercati
    e mia madre e mio padre, non potei
    tacere, e volli interrogarli. Grande
    fu il loro sdegno contro chi mi aveva
    oltraggiato; cos ch'io mi allietai
    di entrambi. Ma l'offesa tuttavia,
    che intorno dilagava, m'era sempre
    molestissima. Allora, all'insaputa
    di mia madre e di mio padre, mi reco
    a Delfo e di l Febo mi rimanda
    senza rispondere alle mie richieste;
    ma invece mi rivela altre sciagure
    orribili, tremende. Senti: era
    destino che accoppiare mi dovessi
    con mia madre, e una prole insopportabile
    a vedere nascesse poi da me;
    e di mio padre, cui dovevo la vita,
    diventassi assassino! A tali oracoli,
    misurando dagli astri la distanza
    di Corinto, fuggii dove non mai
    mi capitasse di vedere compiuti
    quegli abomini. Ed ecco che pervengo
    nei luoghi stessi, ove tu mi hai detto
    che fu ucciso il re Laio. Odi, Giocasta;
    la verit ti narro. Quando fui
    non lungi da quel triplice sentiero,
    un araldo e un uomo, come quello
    di cui parlavi, ch'era sopra un carro
    trainato da puledri, mi si fecero
    incontro, e tanto chi guidava, quanto
    il vecchio, mi volevano a ogni costo
    fuori di quella strada. Pieno d'ira
    io percuoto l'auriga, che cercava
    spingermi altrove. A quella vista il vecchio,
    scorgendomi passare presso il carro,
    con un doppio staffile in mezzo al capo
    mi coglie. Ma non s'ebbe ugual moneta:
    prontamente con un bastone agli ordini
    di questa mano, piombo sopra di lui,
    lo rovescio in un attimo dal carro,
    lo stendo a terra, e uccido tutti gli altri. -
    Ora, se qualche parentela unisce
    quello straniero a Laio, chi sarebbe
    pi di me sciagurato? chi pi in odio
    ai numi? Ahim, nessuno, sia straniero,
    sia cittadino potr pi ospitarmi,
    o parlarmi, ma tutti mi dovranno
    respingere dalle loro case, proprio
    come vogliono le maledizioni,
    che contro me lanciai io solo, sol io!
    Io contamino il letto dell'ucciso
    con le mie mani che gli hanno dato morte.
    E non sono un malvagio dunque? impuro
    in ogni cosa, se conviene ch'io fugga
    lungi dai miei, senza mai pi vederli,
    lungi dalla mia patria? e se bisogna
    ch'io celebri le nozze con mia madre
    e che Polibo uccida, il padre mio,
    da cui m'ebbi la vita e fui nutrito?
    Forse non colpirebbe il segno chi
    dichiarasse, volendo giudicarmi,
    che questi casi a una troppo cruda
    sorte si debbano riferire? Ah, no,
    no, santa maest dei numi, che io
    non veda mai quel giorno! che io scompaia
    lontano dai mortali, prima che una
    cos grande sciagura mi contamini !

    CORO:
    Il tuo racconto mi spaventa, o re.
    Ma c' un uomo da udire: abbi speranza!

    EDIPO:
    E' l'unica speranza che mi resta:
    Il pastore, e lo attendo con grande ansia.

    GIOCASTA:
    Quale sicurezza ti dar, giungendo?

    EDIPO:
    Ecco: se egli dir le stesse cose
    da te dette, non sar pi infelice.

    GIOCASTA:
    Quali cose importanti hai da me udito?

    EDIPO:
    Egli narrava - tu mi hai detto dianzi -
    che dei ladroni furono gli assassini.
    Se egli confermer questo, potr
    essere certo di non avere ucciso,
    giacch uno solo non  uguale ai molti;
    se parler d'un solo viandante,
    senza dubbio su me ricadr il fatto.

    GIOCASTA:
    Tenne questo discorso egli, sii certo;
    n potr rigettare le sue parole,
    non da me sola udite, ma da tutta
    la citt. E se anche si scostasse un poco
    dal racconto di prima, o re, giammai
    dimostrer che Laio, destinato,
    secondo Lossia, a un'orrenda morte
    per mano di suo figlio, per come
    era stato predetto dall'oracolo.
    Nessun dubbio che il povero mio figlio,
    spento assai tempo prima, non uccise.
    Cos che almeno per le profezie
    vorrei togliermi di dosso ogni incertezza.

    EDIPO:
    Dici giusto; comunque invia qualcuno
    per il servo che attendo: non scordartene.

    GIOCASTA:
    Sbito mander; ma ritiriamoci.
    Non saprei fare cosa a te sgradita.
    (Entra con Edipo nella reggia).


    SECONDO STASIMO.

    CORO:
    Possa avere sempre in me
    l'augusta santit delle parole
    e di tutte le azioni sottomesse
    alle sublimi leggi
    dell'etere celeste, che l'Olimpo
    soltanto hanno come padre.
    Non sono opera umana,
    n le addormenter giammai l'oblo,
    ch in esse  un nume grande e sempre giovane. -

    Genera la superbia
    il tiranno e, quando  di molte cose
    non opportune e inutili ricolma,
    sale in scoscesi vertici,
    da cui rovina in un profondo abisso,
    ove non pu valersi
    dei piedi infermi. Ma
    l'utile gara alla citt non tolgano
    i numi, assidui nostri protettori! -

    Chi negli atti e nei discorsi
    gonfio d'orgoglio procede,
    non temendo Dike e senza
    venerare le pie dimore
    degli di, lo colga un triste
    destino per la sua misera
    protervia, se far guadagni illeciti,
    o ad empie azioni non rinuncer,
    o ardir di toccare le cose sacre.
    E qual uomo potrebbe non difendersi,
    ove ci accada, con l'ira?
    Se al delitto si plaude, non sono vane
    queste mie sacre danze?

    Non andr pi all'intangibile
    ombelico della terra,
    non in Abai, n in Olimpia
    a venerare il nume,
    se non s'avverino gli oracoli
    esemplarmente per tutti.
    O tu, che tutto puoi, re sommo, o Zeus,
    se tale nome ti si conviene,
    nulla sfugga all'eterna tua possanza!
    Poich gli antichi oracoli di Laio
    ora non contano pi nulla,
    non rifulgono pi i templi di Apollo
    e ogni fede viene meno.


    TERZO EPISODIO.

    (Appare Giocasta, accompagnata da alcune ancelle).

    GIOCASTA:
    O principi di Tebe, ho deciso
    di recarmi a pregare nei loro templi
    i celesti, portando con me incensi
    e ghirlande. Ch troppo Edipo ha l'animo
    gonfio d'affanni di ogni sorta, n
    spiega le cose nuove con le antiche,
    come chi ha senno, ma a chiunque porge
    ascolto, solo che narri di vicende
    paurose. E siccome i miei consigli
    non servono a rimuoverlo, da te
    mi reco prima, o Apolline Liceo,
    che mi sei pi vicino, con le offerte
    votive, a implorare questa grazia:
    donaci qualche pura via di scampo,
    ch atterriti anche noi siamo, a guardarlo,
    il buon pilota folle di terrore!

    (Giunge da sinistra un Messo.)

    MESSO:
    Mi potreste voi dire, ospiti, dov'
    la reggia del re Edipo? O, meglio ancora,
    se lo sapete, dov' proprio il re?

    CORO:
    Straniero, ecco la reggia. ed egli  dentro;
    questa  sua moglie, madre dei suoi figli.

    MESSO:
    Oh, sia felice la perfetta moglie
    di lui e sempre con felici viva!

    GIOCASTA:
    Ugual sorte ti tocchi, o forestiero:
    l'augurio tuo te ne fa degno. Ma
    che cosa ti serve o ci vuoi narrare?

    MESSO:
    Buone nuove per te, per la tua casa.

    GIOCASTA:
    Quali? A nome di chi tu sei venuto?

    MESSO:
    Io vengo da Corinto. Ho nuove, che
    ti daranno gioia; forse anche dolore.

    GIOCASTA:
    Duplice e occulto loro potere! Parla!

    MESSO:
    Gli abitanti dell'Istmo eleggeranno
    re, a quel che udii proprio a Corinto, Edipo.

    GIOCASTA:
    Perch? Non  sovrano il vecchio Polibo?

    MESSO:
    No, ch si giace, morto, nel sepolcro.

    GIOCASTA:
    Polibo, morto?

    MESSO:
    Certamente, e se
    non dico il vero, tocchi a me la morte!

    GIOCASTA:
    (Rivolta a un'ancella del sguito)
    O ancella, presto, corri dal padrone,
    narragli tutto! - Oracoli dei numi,
    che cosa siete ormai! Fu per paura
    di uccidere quest'uomo che la via
    dell'esilio, ora  molto, Edipo scelse.
    Ed ecco che egli muore non ucciso.

    (Ritorna Edipo)

    EDIPO:
    Giocasta mia carissima, perch
    mi hai tu fatto venire dalla reggia?

    GIOCASTA:
    Odi quest'uomo e vedi a che sono giunti
    i venerandi oracoli dei numi!

    EDIPO:
    Chi  mai costui ? Che cosa deve dirmi ?

    GIOCASTA:
    Egli viene da Corinto con la nuova
    che Polibo, tuo padre, non  pi.

    EDIPO:
    Come, o straniero? Dimmelo tu stesso.

    MESSO:
    Se questo ho da annunziarti prima, sappi
    che se n' andato, Polibo, che  morto.

    EDIPO:
    Per qualche insidia, o colto da un malanno?

    MESSO:
    Basta un nonnulla a far cadere un vecchio.

    EDIPO:
    Cos che un morbo ha ucciso l'infelice?

    MESSO
    E i molti anni che egli aveva contato.

    EDIPO:
    Ahi, ahim! Perch dunque consultare
    il focolare profetico di Delfo,
    o donna, e il volo di chiassosi uccelli
    su nel cielo, quand'io, secondo i loro
    preannunzi, mio padre avrei dovuto
    uccidere? Ora  morto egli,  sotterra;
    e io non ho toccato nessun'arma...,
    se pur non l'ha consunto il desiderio
    di me, ch solo in tal caso potrei
    esserne l'uccisore. Sia comunque,
    con gli inutili oracoli d'accanto
    presso l'Hade ora Polibo si giace.

    GIOCASTA:
    Da gran tempo ti dico queste cose.

    EDIPO:
    Hai ragione: il terrore mi sviava.

    GIOCASTA:
    E dunque non pensare pi a nessuna!

    EDIPO:
    Il talamo materno mi sgomenta.

    GIOCASTA:
    Ma perch sgomentarsi, se in bala
    della fortuna sono i casi umani,
    che l'uomo non potr mai preconoscere?
    E' pi saggio affidarsi alla ventura,
    come si pu; n tu temere le nozze
    con tua madre. Non giacquero molti in sogno
    con la loro madre? E vivono sgomenti
    forse per i loro sogni? No, se vogliono
    condurre la vita senza troppi affanni.

    EDIPO:
    Bene avresti tu detto, se mia madre
    non vivesse; ma vive e mi  impossibile
    non temere, pur dandoti ragione.

    GIOCASTA:
    Grande occhio aperto  la paterna tomba!

    EDIPO:
    S, grande; ma ho paura di chi vive.

    MESSO:
    Qual  la donna che vi fa terrore?

    EDIPO:
    Merope, o vecchio, che abit con Polibo.

    MESSO:
    E che cosa di lei pu sgomentarvi?

    EDIPO:
    Un pauroso oracolo divino.

    MESSO:
    Un oracolo? E' lecito conoscerlo?

    EDIPO:
    Sicuro. Lossia profet che un giorno
    con mia madre accoppiarmi avrei dovuto,
    e lordarmi del sangue di mio padre.
    Per questo da lunghi anni vivo qui,
    lontano da Corinto, con fortuna
    prospera, non lo nego; ma  pur dolce
    vedere gli occhi dei nostri genitori!

    MESSO:
    Per questo hai preferito allontanarti?

    EDIPO:
    E per non essere parricida, o vecchio.

    MESSO:
    Che indugio a liberarti dal timore,
    se cos ben disposto son venuto?

    EDIPO:
    Oh, ne avresti una degna ricompensa!

    MESSO:
    Altro non bramo, fuorch di trarre qualche
    giovamento da un tuo ritorno in patria.

    EDIPO:
    Non sar mai che io viva con mia madre.

    MESSO:
    Tu non sai quel che fai, figliolo;  chiaro.

    EDIPO:
    Che cosa dici, o vecchio? Presto, parla!

    MESSO:
    Se per queste ragioni non ritorni.

    EDIPO:
    E se fossero veridici gli oracoli?

    MESSO:
    Temi di diventare impuro forse?

    EDIPO:
    Questo  l'eterno mio terrore, o vecchio!

    MESSO:
    Sappi che  senza base il tuo terrore.

    EDIPO:
    E come? I miei genitori sono quelli.

    MESSO:
    Ma Polibo non era un tuo congiunto.

    EDIPO:
    Come dici? Non fu mio padre Polibo?

    MESSO:
    Tuo padre? Allora anch'io sono tuo padre!

    EDIPO:
    Tu non sei nulla: a lui debbo la vita.

    MESSO:
    No; nessuno dei due ti ha generato.

    EDIPO:
    E perch allora mi chiamava figlio?

    MESSO:
    Dalle mie mani un giorno ti ebbe in dono.

    EDIPO:
    Dalle tue mani? Se mi amava tanto!

    MESSO:
    La mancanza di figli lo indusse a ci.

    EDIPO:
    Tu mi avevi comprato, oppure trovato?

    MESSO:
    Sul Citerone ti rinvenni a caso.

    EDIPO:
    Ti trovavi a passare per quei boschi?

    MESSO:
    Vi conducevo al pascolo gli armenti.

    EDIPO:
    Eri dunque pastore di qualcuno?

    MESSO:
    S, figlio, e tuo salvatore divenni.

    EDIPO:
    Mi hai trovato in pericolo di vita ?

    MESSO:
    Le giunture dei tuoi piedi lo sanno.

    EDIPO:
    Ahim! Tu accenni a un antico male!

    MESSO:
    Ti sciolsi le caviglie traforate.

    EDIPO:
    Che grave oltraggio ebbi ancora in fasce!

    MESSO:
    Tanto, che da quel male tu ti nomini.

    EDIPO:
    Fu mio padre, o mia madre? Dimmi tutto.

    MESSO
    Non lo so; ben lo sa chi a me ti diede.

    EDIPO:
    Non dicevi di avermi rinvenuto?

    MESSO:
    Ma da un altro pastore mi sei giunto.

    EDIPO:
    E da quale pastore? Non puoi dirlo?

    MESSO:
    Era un servo di Laio, a sentir lui.

    EDIPO:
    Forse del vecchio re di questa terra?

    MESSO:
    Precisamente: egli era un suo pastore.

    EDIPO:
    Vive egli ancora? Non potrei vederlo?

    MESSO:
    Pi di me lo saprete voi del luogo.

    EDIPO:
    C' tra voi qui presenti, a me vicino,
    chi conosce il pastore, che ha indicato
    il messo, per averlo visto qualche
    volta nei campi o in citt? Parlate!
    Questo  il momento di fare chiara luce.

    CORO:
    Credo sia proprio l'uomo che tu prima
    andavi ricercando. Ma Giocasta,
    che ci ascolta, lo sa meglio di noi.

    EDIPO:
    Giocasta, senti? L'uomo che ti feci
    chiamare  l'uomo di cui parla il messo?

    GIOCASTA:
    Che? Di chi ha detto? Non te ne occupare.
    Tempo perduto! Vane ciance! Scordale!

    EDIPO:
    Ti sbagli! Io non trascurer, con tali
    indizi, di conoscere la mia origine.

    GIOCASTA:
    Nel nome degli di, non far ricerche,
    se ami la vita. Basta il mio dolore.

    EDIPO:
    Tranquillzzati! Se anche i miei bisavoli
    fossero stati servi, tu sei nobile!

    GIOCASTA:
    Non far ricerche! Ascoltami! Ti prego!

    EDIPO:
    Non posso! E' necessario vedere chiaro.

    GIOCASTA:
    Ti amo e ti suggerisco ci ch' il meglio.

    EDIPO:
    E' un meglio che m'affligge da gran tempo.

    GIOCASTA:
    Misero! Oh, tu non sappia mai chi sei!

    EDIPO:
    E il pastore? Nessuno lo conduce?
    Ella gioisca intanto di sua stirpe.

    GIOCASTA:
    Ahi, ahi! Oh, sciagurato! E' questo il nome
    che ora ti si addice, e non ne avrai pi un altro!
    (Si allontana, per rientrare quasi di corsa nella reggia).

    CORO:
    Edipo, perch mai Giocasta, spinta
    da un immenso dolore, se n' andata?

    EDIPO:
    Non me ne curo affatto. E' giunta l'ora
    di conoscere a chi debbo la vita.
    Certo costei, superba come tutte
    le donne, si vergogna dei miei poveri
    natali. E che perci? Non sar mai
    che io, stimando me stesso figlio della
    Fortuna, che d il bene, mi ritenga
    disonorato. Ecco mia madre! I mesi
    e gli anni, che con me sono cresciuti,
    mi hanno fatto ora piccolo, ora grande.
    Ecco da chi sono nato! E poich questa
     l'origine mia, n potrebbe essere
    alcun'altra, perch non indagare?


    TERZO STASIMO.

    CORO:
    Se io leggo con animo esperto il futuro,
    no, per l'Olimpo, non sar, o Citerone,
    che tu non gioisca domani
    al plenilunio, allorch ti chiameremo conterraneo
    di Edipo e a lui quasi nutrice
    e madre, esaltandoti nei cuori come chi reca gradite
    offerte ai nostri sovrani. Nulla di questo ti spiaccia,
    Febo soccorritore!

    Figlio, quale ninfa immortale, accostatasi
    a Pane, che vaga per i monti, o giacendo
    con Lossia, ti gener?
    Ogni angolo fiorito di pascoli anch'egli frequenta.
    Ma il dio che governa Cillene,
    o fors'anche Bacco, che in luoghi alpestri dimora, rinvenne
    te appena nato da una delle ninfe Eliconie, sue compagne di gioco.


    QUARTO EPISODIO.

    (Lentamente avanza,  guardando come smarrito intorno a s,  un vecchio
    pastore.  Sono  con  lui  due servi,  mandati poco prima da Giocasta a
    chiamarlo).

    EDIPO:
    Se devo anch'io congetturare qualcosa,
    o vecchi, intorno a un uomo sconosciuto,
    mi sembra di vedere proprio il pastore,
    che da tempo cerchiamo. La sua lunga
    vecchiaia non discorda dall'et
    del messo: inoltre i servi che lo guidano
    sono certo miei. Ma tu che l'hai gi visto,
    meglio di me dovresti riconoscerlo.

    CORO:
    S, s, lo riconosco. Era di Laio.
    Pastore, ma il pi fido uomo che avesse.

    EDIPO:
    Straniero di Corinto, allora dimmi:
    questo  l'uomo di cui parli ?

    MESSO:
    S, questo.

    EDIPO:
    Ora a te, vecchio! Guardami e rispondimi!
    Tanti anni fa tu appartenevi a Laio?

    SERVO:
    S, ma non mi compr: mi allev in casa.

    EDIPO:
    Che facevi? Qual vita conducevi?

    SERVO:
    Fui pastore di armenti quasi sempre.

    EDIPO:
    Dove ti era pi grato dimorare?

    SERVO:
    Sul Citerone, o in altro luogo vicino.

    EDIPO:
    Hai tu mai visto in quei luoghi quest'uomo?

    SERVO:
    A far che cosa? e di quale uomo parli?

    EDIPO:
    Di questo qui. Non l'hai mai visto?
    (Indicando il Messo).

    SERVO:
    Cerco nella memoria; ma non credo.

    MESSO:
    O signore, nessuna meraviglia.
    Sapr ben io destare i suoi ricordi,
    se non rammenta. Certo egli non pu
    avere scordato che sul Citerone
    pascolarono un giorno insieme due
    sue greggi e una mia, e fummo accanto
    ben tre semestri, dalla primavera
    al sorgere di Arturo. Con l'inverno
    io guidavo la mia greggia nelle mie
    stalle, egli le sue nelle stalle di Laio.
    Forse che non  vero ci che io dico?

    SERVO:
    Verissimo: ma sono ormai tanti anni!

    MESSO:
    Dimmi adesso: ricordi di avermi
    dato in quel tempo un bimbo da allevare?

    SERVO:
    Che cosa? E perch mai questa domanda?

    MESSO:
    Eccolo, o amico, il bimbo di quel tempo!

    SERVO:
    Quando la smetterai con queste chiacchiere?

    EDIPO:
    Lascialo stare, o vecchio! Non le sue
    parole, ma le tue sono biasimevoli.

    SERVO:
    E che fallo ho commesso, o mio buon re?

    EDIPO:
    Taci del bimbo, di cui ti si chiede.

    SERVO:
    Perch egli non sa nulla, e ciancia a vuoto.

    EDIPO:
    Allora parlerai con le cattive.

    SERVO:
    Abbi piet, rispettami, sono vecchio!

    EDIPO:
    Legategli le mani al dorso, presto!

    SERVO:
    Infelice! Perch? Che vuoi sapere?

    EDIPO:
    Gli hai dato o non gli hai dato questo bimbo?

    SERVO:
    S, gliel'ho dato, e fossi morto sbito!

    EDIPO:
    E' quello che ti spetta, se tu menti.

    SERVO:
    Ma se io parlo, peggior sorte mi tocca.

    EDIPO:
    Costui, mi pare, vuol temporeggiare.

    SERVO:
    Gliel'ho dato; l'ho detto gi da un pezzo.

    EDIPO:
    Da chi lo avevi avuto? Era o no il tuo?

    SERVO:
    Non era il mio; me l'aveva dato un tale.

    EDIPO:
    Forse uno di costoro? O quale casa?

    SERVO:
    Nel nome degli di, non chiedere altro.

    EDIPO:
    Sei perduto, se tu mi fai ripetere.

    SERVO:
    Apparteneva a Laio, ecco, il bambino.

    EDIPO:
    Era suo schiavo? o proprio un figlio suo?

    SERVO:
    Ahim! Questa  la cosa orrenda a dirsi!

    EDIPO
    E per me a udire! Ma bisogna udirla!

    SERVO:
    Dicevano che fosse un suo figliolo;
    per nessuno meglio della tua
    consorte, che ora  in casa, pu saperlo.

    EDIPO:
    Forse lei te lo ha dato?

    SERVO:
    O re, l'hai detto.

    EDIPO:
    Con quale ordine?

    SERVO:
    Farlo scomparire!

    EDIPO:
    Snaturata !

    SERVO:
    Temeva infausti oracoli.

    EDIPO:
    Quali?

    SERVO:
    Egli avrebbe ucciso i genitori.

    EDIPO:
    Perch l'hai consegnato a questo vecchio?

    SERVO:
    Per piet, mio signore: io pensavo
    che lo avrebbe condotto in altra terra,
    nella sua terra; invece lo salv
    per i pi grandi mali; ch se tu
    sei proprio quello che quest'uomo afferma,
    ti assicuro che sei nato infelice.

    EDIPO:
    Ohi, ohim! Tutto si appalesa chiaro.
    Alma luce del sole, che io ti veda
    anche una volta, l'ultima! E' ormai certo
    che io nacqui da persone, dalle quali
    non dovevo mai nascere, convissi
    con gente, a cui m'era vietato unirmi.
    (Rientra correndo nella reggia. Il messo di Corinto se ne va,  uscendo
    da sinistra; l'altro pastore anch'esso si allontana da destra).


    QUARTO STASIMO.

    CORO:
    Oh, umane generazioni,
    come simile al niente
    mi sembra la nostra vita!
    E chi, quale uomo raggiunge
    una felicit diversa
    da quella che egli sogna?
    chi poi non ne scorge il tramonto?
    M' d'esempio la tua sorte,
    quel che a te  toccato, o misero
    Edipo, e nessuna cosa umana
    io chiamer felice!

    Arciere invitto, scagliando
    oltre il segno il dardo, egli ebbe
    la felicit piena,
    o Zeus! Trionf della vergine
    dalle unghie adunche, dai carmi
    profetici, e contro la morte
    stette quale torre a difesa.
    E' da allora che ti chiamano
    mio sovrano, o Edipo, e immensi
    onori suol tributarti
    la nostra grande Tebe.

    E ora chi  pi di lui misero a udire?
    e in affanni pi crudi e tormentosi
    per cos grave rivolgimento?
    Ahim, diletto, insigne Edipo,
    lo stesso porto bast al figlio e al padre
    per approdarvi, dopo asceso il talamo?
    Come mai, come mai i solchi
    paterni ti hanno cos a lungo,
    e in silenzio, o infelice, sopportato?

    Ti scopr il Tempo onniveggente; sbito
    condannando le infauste nozze e te,
    che eri insieme sposo e figlio.
    Ahim, o figliolo di Laio!
    Oh, non t'avessi, non t'avessi mai
    veduto! Ora alti gemiti prorompono
    dalle mie labbra. A essere giusti,
    fu per te ch'ebbi un respiro
    e mi fu dato chiudere gli occhi al sonno.


    ESODO.

    (Sopraggiunge un Nunzio dalla reggia).

    NUNZIO:
    O voi di questa terra, pi d'ogni altro
    sempre onorati, quali infamie udrete,
    quali strazi vedrete, quanto duolo
    dovrete sopportare, se vi prema
    fedelmente ancor oggi delle case
    di Labdaco! Per io credo che
    non l'Istro, non il Fasi basterebbero
    con la loro onda purificatrice
    a lavare questa reggia, tante sono
    le vergogne che cela! E altre, ahim,
    assai presto alla luce appariranno,
    volute, non imposte dal destino.
    N mali io mi conosco che pi affliggano
    di quelli che si mostrano voluti.

    CORO:
    Anche le cose a noi gi note sono
    tali da suscitare grande compianto:
    quale fatto nuovo devi ora narrarci?

    NUNZIO:
    Prestissimo si pu dire e intendere:
    spento  il divino capo di Giocasta!

    CORO:
    Oh, sventurata! Come accadde? Narra.

    NUNZIO:
    Da s tronc i suoi giorni. Ma di quanto
    avvenne quel che pi addolora  lungi
    dai vostri occhi, per vostra buona sorte.
    Pur vedr, ricordando, di narrarvi
    i patimenti estremi della misera.
    Quand'ebbe, folle d'ira, attraversato
    il vestibolo, si precipit,
    strappandosi i capelli con entrambe
    le mani, verso il letto nuziale.
    Giuntavi, sbarra con furia le porte,
    grida il nome di Laio, da gran tempo
    estinto, e nei suoi gemiti ricorda
    il figlio da tanti anni procreato,
    uccisore del padre: all'assassinio
    ella sopravviveva, la genitrice,
    madre d'infausta prole ai suoi figlioli.
    E si scioglieva in lacrime sul letto,
    dove una doppia prole era da lei
    nata, un marito da un marito e figli
    da un suo figlio. Ma come poi la morte
    lei incontrasse, non so pi, ch Edipo,
    gridando, di gran corsa entra e ci vieta
    col suo contegno di occuparci ancora
    di quella sventurata: lui dovemmo
    guardare che correva in ogni parte.
    Irrompe qua, ruina l, ci chiede
    una spada, domanda ove si trovi
    la moglie, ahi, non la moglie, s la donna
    che aveva accolto nel materno grembo
    i figli e il padre, duplice semenza.
    E a lui furibondo forse un dmone,
    nessuno, certo, di noi presenti, mostra
    il luogo. Grida ancora orribilmente
    e, come se taluno lo guidasse,
    contro la doppia porta ecco fa impeto,
    ne forza i battenti, li rimuove,
    la scardina e si avventa oltre la soglia.
    A un laccio scorgiamo dentro sospesa
    Giocasta. Non appena il disgraziato
    la vede, mugolando orrendamente
    discioglie l'alto nodo. Allorch a terra
    il cadavere giacque, altre terribili
    violenze ci appaiono: egli strappa
    le fibbie d'oro, che ornavano le vesti
    della spenta regina, le brandisce
    e si percuote le orbite degli occhi,
    gridando che cos non scorgerebbero
    pi i mali ch'egli aveva sofferto o fatto,
    e che, nel buio ormai, non pi vedrebbero
    quelli che bisognava non vedere,
    n riconoscerebbero coloro,
    che egli desiderava riconoscere.
    In tal modo imprecando, sollevava
    le palpebre, e non una, ma parecchie
    volte si percuoteva. Nello stesso
    tempo le sue pupille sanguinanti
    gli solcavano le gote e non stillavano
    vermiglie umide gocce, ma piuttosto
    una sanguigna grandine sgorgava,
    mischiandosi con una nera pioggia. -
    Questi i mali da entrambi scaturiti,
    per recar danno, insieme confusi, a entrambi
    gli infelici, al marito e alla moglie.
    Se la loro felicit di un tempo,
    cos a lungo durata, giustamente
    felicit si poteva chiamare,
    in questo giorno luttuoso  gemito,
     sciagura, ed  morte, ed  vergogna:
    puoi servirti di tutti i nomi, usati
    per esprimere il male e i suoi tormenti.

    CORO:
    E adesso ha qualche pausa il suo dolore?

    NUNZIO:
    Egli grida che si aprano le porte
    e a tutti i Cadmei venga mostrato
    il parricida, quello che la madre...
    - oh, non posso ripetere le cose
    sacrileghe, che gli escono dalle labbra! -
    e che egli getter se stesso fuori
    di Tebe, e che non vuol pi trattenersi
    nella reggia, ora che  maledetto
    per le sue stesse maledizioni.
    Ma gli occorre un sostegno e una guida,
    ch il male  pi grande delle sue forze.
    Anche tu lo vedrai: si aprono adesso
    le porte della reggia: tu vedrai
    presto tale spettacolo da vincere
    anche il cuore pi ostile e pi crudele.
    (Riappare  Edipo  con  il  volto  sanguinante  e le orbite degli occhi
    vuote).

    CORO:
    O strazio, terribile a vedere,
    pi terribile di quanti io gi
    ne vidi! Che insania, o infelice,
    ti ha sorpreso? Quale dmone mai
    si scagli con rara furia
    contro il tuo triste destino?
    Ahi, ahi, misero! Ma io non posso
    guardarti! e vorrei molte cose
    richiedere sapere osservare!
    Quale ribrezzo m'infondi!

    EDIPO:
    Ahi, ahi, ahiahi! me sciagurato!
    In che luogo ora mi porto? Dove,
    errando, la mia voce si perde?
    In quale abisso, ahim, caddi!

    CORO:
    In cos crudele sciagura, che nessuno
    pu udirla o riguardarla senza un brivido!

    EDIPO:
    Ahi, detestata
    nube che mi circondi d'ineffabili tenebre,
    spinta da un vento di sciagura, indomita!
    Ohim!
    Anche una volta: ohim! Come trafiggono
    queste punte e il ricordo dei miei mali!

    CORO:
    Qual meraviglia se in cos grandi affanni
    raddoppi il pianto e soffri immensamente?

    EDIPO:
    Ahi, mio diletto,
    ancora mi sei fido! Tu mi assisti e non lasci
    di curarti di me, che pi non vedo.
    Ahi, ahi!
    Tu non mi ti nascondi, e nelle tenebre
    chiaramente mi suona la tua voce.

    CORO:
    E' orribile! Come hai potuto spegnere
    gli occhi tuoi? Quale dmone lo volle?

    EDIPO:
    Apollo  stato, Apollo, o amici,
    a darmi cos tristi, cos tristi torture!
    Ma gli occhi miei da solo li colpii, sciagurato!
    Perch vedere, se
    nulla di dolce non potrei pi scorgere?

    CORO:
    Accadde proprio come ora hai detto.

    EDIPO:
    Che cosa pi mi resta ora
    da guardare, da amare,
    da ascoltare piacevolmente, o amici?
    Presto, presto, di qui allontanatemi!
    Allontanate una cos gran rovina,
    l'uomo pi maledetto, o amici, e ai numi
    tra i mortali il pi inviso!

    CORO:
    Per la tua mente e per le tue sciagure
    ti compiango, e vorrei mi fossi ignoto!

    EDIPO:
    Muoia chi tolse le aspre vaganti
    catene che avvincevano i miei piedi e credette
    liberarmi, salvarmi, con un atto sgradito.
    Se allora fossi morto,
    n a me, n ai miei darei s gran tormento!

    CORO:
    Anch'io vorrei quel che tu vuoi!

    EDIPO:
    Non sarei certo stato
    parricida, n sposo
    sarei di chi mi diede alla luce.
    Ora gli di mi abominano: figlio
    di empii, che giacque con la genitrice!
    Se c' un male pi grande di ogni male,
    questo ebbe in sorte Edipo!

    CORO:
    Ma non lodo lo scempio di te stesso:
    meglio morire anzich vivere cieco!

    EDIPO:
    Quello che feci, credi,  il meglio che io
    potessi fare, e lascia i tuoi consigli!
    Sai tu dirmi con quali occhi, giungendo
    nell'Hade, avrei potuto rivedere
    mio padre o anche la povera mia madre?
    Verso entrambi mi sono reso colpevole
    d'azioni degne, oh, s, d'altro castigo
    che non sia quello di finire appesi
    a un nodo scorsoio. O credi proprio
    che la vista dei miei figlioli, nati
    cos come sono nati, potrebbe essermi
    molto desiderabile? No, certo,
    non voglio pi guardarli coi miei occhi;
    n la citt, le torri, i simulacri
    santi dei numi! Sciagurato, io,
    l'uomo pi insigne che vivesse in Tebe,
    io stesso mi privai di queste cose,
    ordinando che tutti respingessero
    il sacrilego, quello che gli oracoli
    designavano impuro e della stirpe
    di Laio. E come, dopo aver scoperto
    in me simile infamia, avrei potuto
    fissare gli occhi nel volto di costoro?
    Oh, no, no, mai! Anzi, soggiungo che,
    se attraverso le orecchie si potesse
    chiudere la sorgente dell'udito,
    anche questo avrei fatto, per serrare
    meglio in me stesso il mio corpo infelice
    e non vedere e non udire pi nulla;
    ch dolce  avere la mente fuor dei mali.
    (Una pausa).
    O Citerone, perch mi hai raccolto,
    senza uccidermi sbito e impedirmi
    di rivelare ond'ero nato? Oh, Polibo!
    Corinto! Oh, vecchia casa, che chiamavo
    paterna! Quale splendido alla vista
    ricettacolo d'ogni male avete
    cresciuto! Perch  ora indubbio che sono
    un figlio esecrabile di gente
    esecrabile. O triplice sentiero,
    o fonda valle, o selva, o passo angusto
    nell'incrocio stradale, voi che il mio
    sangue, versato dalle mani mie,
    beveste, il sangue di mio padre, forse
    di me vi ricordate ancora? Quali
    delitti io non commisi, voi presenti,
    e quali altri non ne commisi, dopo
    essere giunto in questi luoghi! Oh, nozze,
    oh, nozze, voi mi avete generato,
    per riprodurre ancora il seme stesso,
    e per mostrare padri, fratelli, figli,
    e spose e mogli e madri, consanguinei
    tutti, e ogni pi sudicia lordura,
    di cui gli uomini possano imbrattarsi!
    Ma poich delle cose immonde  bello
    tacere, nascondetemi, nel nome
    degli di, fuori di questa vostra terra!
    Presto! Presto! Uccidetemi! Gettatemi
    in mare, dove pi non mi si veda!
    Venitemi vicino, non abbiate
    a sdegno di toccare un infelice!
    Datemi ascolto, non temete: i miei
    mali sono tali che nessuno
    fuor di me li saprebbe sopportare.

    (Giunge Creonte).

    CORO:
    A fare ci che tu chiedi, ecco Creonte;
    pure consigli potr darti, essendo
    ora il solo custode del paese.

    EDIPO:
    Ohim! Che gli dir? Quale fiducia
    da parte mia potr sembrargli giusta?
    Sono stato con lui assai cattivo.

    CREONTE:
    Non sono venuto, o Edipo, per schernirti,
    n per rimproverare le tue colpe.
    Ma voi, se alcun rispetto non avete
    pi delle umane generazioni,
    vergognatevi almeno della fiamma
    che nutre l'universo, del re Elio,
    e senza veli non mostrate un essere
    cos impuro, che n la terra, n
    la sacra pioggia, n la luce mai
    accoglier non potranno. Conducetelo
    sbito a casa! La piet vuole
    che i famigliari soprattutto vedano
    soli e odano i mali dei congiunti.

    EDIPO:
    In nome degli di, poich mi strappi
    da quello che da te aspettavo e vieni
    come l'uomo pi buono, a me, il peggiore
    degli uomini, ti prego di ascoltarmi:
    solo per il tuo bene parler.

    CREONTE:
    Che vuoi, cos implorandomi, ottenere?

    EDIPO:
    Cacciami senza indugio ove nessuno
    mi scorga salutato da un mortale.

    CREONTE:
    L'avrei fatto, ma prima voglio udire
    dal nume come debba comportarmi.

    EDIPO:
    La parola divina  chiara ormai:
    annientare l'empio, il parricida: me!

    CREONTE:
    S,  stato detto: ma i nuovi eventi
    impongono si consulti ancora il nume.

    EDIPO:
    Chiedere consigli per un miserabile?

    CREONTE:
    Avrai fede anche tu nel nume, adesso.

    EDIPO:
    A te mi raccomando anche, e ti supplico
    di porre in una tomba, che ti sembri
    degna, quella ch' in casa: in tal maniera
    compirai ci che devi a un tuo congiunto.
    Per me vorrei che questa mia citt
    paterna, mentre vivo, non mi avesse
    mai pi come abitante. Lascia che io
    abiti i monti, ov' il mio Citerone,
    che mio padre e mia madre mi assegnarono,
    appena nato, sepolcro a me il pi adatto,
    perch vi muoia come a loro piacque
    che io vi morissi. Ma purtroppo so
    che nessun morbo, n alcun'altra cosa
    mi uccider, perch sopravvissuto
    non sarei a una morte certa, se
    non mi attendesse qualche nuova orribile
    sciagura. Ma si volga ove gli aggrada
    ora il destino. Quanto ai miei figlioli,
    di quelli maschi non darti pensiero,
    o Creonte: sono uomini, e dovunque
    si troveranno, non soffriranno mai
    la mancanza dei mezzi necessari
    alla vita. Per le mie figliole,
    tanto misere, tanto sventurate,
    per le quali non fu mai nessun desco
    allestito in un luogo ove io non fossi,
    e di quel che toccavo esse avevano parte;
    datti cura di loro, te ne prego,
    e soprattutto lascia che le tocchi
    con le mie mani e insieme con esse pianga!
    Suvvia, signore,
    sei di nobile stirpe tu! Concedimi
    di toccarle; cos mi potr illudere
    di averle come quando le vedevo!
    Che cosa dico?
    Nel nome degli di, non odo forse
    quelle care figliole, che si sciolgono
    in lacrime? Creonte ha forse avuto
    piet di me, facendo qui venire
    quelli tra i nati miei che prediligo?
    Non dico il vero?

    CREONTE:
    S, volli procurarti questa gioia,
    sapendo quanto a te fossero care.

    (Condotte da un servo di Creonte,  le due  piccole  figlie  di  Edipo,
    Antigone ed Ismene, si avvicinano al loro padre cieco).

    EDIPO:
    T'auguro ogni fortuna! e poich le hai
    condotte qui, il buon dmone non cessi
    di vegliare sul tuo capo e ti risparmi
    le sciagure che a me sono toccate. -
    O figlie, dove, dove siete? Qui,
    qui, venitemi presso, accanto a queste
    fraterne mani, a cui dovete se oggi
    vi appaiono in tal modo gli occhi, un tempo
    lucenti, di colui che  vostro Padre.
    Figlie, senza vedere, n indagare,
    divenni padre in quello stesso grembo,
    onde anch'io nacqui. E piango per voi due,
    - ahi, non mi sar pi dato di scorgervi! -
    pensando al resto dell'amara vita,
    che dovrete condurre in mezzo agli uomini.
    A quali riunioni cittadine,
    a quali feste non vi recherete
    senza tornare a casa vostra, molli
    di pianto, invece di partecipare
    con gioia agli spettacoli? E poi, quando
    all'et delle nozze voi sarete
    giunte, chi sar mai, chi sar mai
    colui che arrischier, povere figlie,
    di prendere con s tali vergogne,
    che, come ai genitori, anche saranno
    luttuose a voi due? Non lo vedete?
    Non c' sciagura orribile che manchi.
    Uccisore del padre, il padre vostro,
    fecondatore della genitrice,
    onde egli stesso era uscito alla vita,
    e dallo stesso grembo, ond'egli nacque,
    ebbe anche voi... Cos sarete sempre
    oltraggiate. E chi mai vi sposer?
    Certo nessuno, o figlie: voi dovrete
    sterili e senza nome consumarvi. -
    Figlio di Menoiceo, unico padre
    a queste due rimasto, poich noi,
    che le abbiamo procreate, siamo entrambi
    periti, non lasciarle andare mendiche
    sole errabonde, queste creature
    della tua stessa stirpe; fa che i loro
    mali non possano uguagliare i miei.
    Abbi piet di loro: sono tanto
    giovani, sono prive di ogni cosa,
    fuorch di te, del tuo aiuto. Dammi
    la tua mano, e acconsenti, o generoso! -
    E a voi, figliole, se gi aveste senno,
    di consigli sarei largo; ma ora
    invocate dai numi solo questo:
    che io conduca i miei giorni ove vorranno
    i casi della vita, e che la vita
    vostra sia pi felice della mia!

    CREONTE:
    Ora bastano le lacrime: su, ritorna a casa, adesso.

    EDIPO:
    Obbedisco contro voglia.

    CREONTE:
    Tutto  bello a tempo e luogo.

    EDIPO:
    Torner, ma a condizione...

    CREONTE:
    Di', se vuoi che la conosca.

    EDIPO:
    Che mi scacci fuori di Tebe.

    CREONTE:
    Solo il nume pu accordarlo.

    EDIPO:
    Ma agli di sono troppo odioso.

    CREONTE:
    Presto allora ti esaudiranno.

    EDIPO:
    Acconsenti?

    CREONTE:
    Non mi piace dire quello che non penso.

    EDIPO:
    Conducimi via di qui, dunque!

    CREONTE:
    Vieni; ma lascia le figlie.

    EDIPO:
    Queste, oh, no, non me le togliere!

    CREONTE:
    Ogni cosa vuoi ottenere?
    Pensa che quel che ottenesti nella vita ti ha lasciato!
    (Rientra lentamente nella reggia sorreggendo Edipo. Con essi rientrano
    le figliolette di Edipo e gli uomini del seguito).

    CORO:
    Abitanti della patria Tebe, contemplate Edipo!
    Chiari a lui furono gli enigmi celebri; uomo assai potente
    fu; da tutti fu guardato con invidia il suo destino.
    Ora vedete in qual tempesta di sciagure orrende  giunto!
    Prima di stimare felice un mortale, occorre attendere
    di vederne il giorno estremo, per sapere se ha varcato
    dell'umana vita il termine, senza aver nulla sofferto.

    FINE DELLA TRAGEDIA.



















    EDIPO A COLONO.

    PERSONAGGI:
    EDIPO, ANTIGONE, UN OSPITE, CORO DI VECCHI DELL'ATTICA, ISMENE, TESEO,
    CREONTE, POLINICE, UN NUNZIO.


    PROLOGO.

    (L'azione  si svolge nel demo attico di Colono,  non lontano da Atene,
    di cui si scorgono le torri e l'acropoli.  La  scena  rappresenta  una
    strada,  che attraversa un fittissimo bosco,  sacro alle Eumenidi.  Al
    limite estremo del bosco s'innalza una rupe,  il  cui  chiaro  profilo
    risalta  singolarmente  sul  verde cupo della foresta.  Ai piedi della
    rupe si erge una statua di Colono,  eroe dal quale il paese ha  tratto
    il  nome.  Mattino  inoltrato  di  una  giornata della buona stagione.
    Solitudine e  silenzio,  rotto  soltanto  dal  canto  di  innumerevoli
    usignoli.  Appaiono Edipo e la figlia Antigone: dall'incedere nobile e
    maestoso il primo,  sebbene vecchio,  cieco,  stanco,  avvolto  in  un
    logoro  peplo;   l'altra  ancor  giovine,  dolce  e  insieme  energica
    all'aspetto.  Antigone guida il padre,  traendolo  per  mano  e  quasi
    sorreggendolo).

    EDIPO:
    Figlia d'un cieco vecchio, dove siamo giunti,
    Antigone? E' campagna o una citt
    questa, e di quali uomini? Quest'oggi
    chi accoglier con suoi piccoli doni
    l'errante Edipo, che cos poco chiede,
    ancora meno ottiene, e tuttavia
    solo di questo si appaga? Oh, di appagarmi
    m'insegnano l'arte il lungo soffrire, gli anni
    parecchi, e, terzo, il non ignobile animo!
    Ma via, figliola, se tu scorgi qualche
    angolo, dove possiamo riposarci,
    angolo profano o situato presso
    un bosco sacro, fermami e qui fammi
    sedere, poich  tempo si richieda
    ove mai siamo. E' giusto che la gente
    del paese ragguagli noi stranieri
    e noi ci si uniformi a ci che udremo.

    ANTIGONE:
    Lontano, o Edipo, o padre sventurato,
    per quel che vedo, si ergono, a difesa
    della citt, le torri; e questo  un luogo
    sacro, se non m'inganno, ricoperto
    di lauri, viti, olivi; tra le fronde
    usignoli gorgheggiano con spessi
    battiti d'ali. Ora piega qui le membra,
    su questa scabra pietra, poich lungo
    per un vecchio  il cammino che hai percorso.
    (Fa  sedere il padre sopra una sporgenza rocciosa al margine del bosco
    e si mette a guardare intorno).

    EDIPO:
    Ah, s, che io sieda! E tu tieni d'occhio il cieco.

    ANTIGONE:
    Non temere: maestro mi fu il tempo.

    EDIPO:
    (Dopo una pausa).
    E non sai dirmi ancora dove siamo?

    ANTIGONE:
    Il paese m' ignoto: scorgo Atene...

    EDIPO:
    Lo dicevano tutti i viandanti.

    ANTIGONE:
    Vuoi che mi rechi a chiedere notizie.

    EDIPO:
    Figliola mia, va pure, se c' gente.

    ANTIGONE
    Certo,  abitato; ma non credo occorra
    muoversi. Vedo un uomo a noi vicino.
    (Rivolta verso qualcuno che si avvicina rapidamente).

    EDIPO:
    Viene forse verso di noi correndo?

    ANTIGONE:
    Anzi ti  gi di fronte; ci che credi
    dovergli dire, digli pure:  qui.

    EDIPO:
    Ospite, da costei, che per entrambi,
    per me e per s, vede, poc'anzi udivo
    che tu giungi opportuno a osservare
    e a dirci cose che non conosciamo...

    OSPITE:
    (Con forza).
    Prima di chiedere altro, esci di dove
    siedi: quel luogo non si pu calcare!

    EDIPO
    Che luogo  dunque? A quale nume  sacro ?

    OSPITE:
    Non si pu violare soffermandovisi;
    le terribili figlie della Terra
    e dell'Erebo vi hanno loro stanza.

    EDIPO:
    Le pregher, se io ne oda il nome santo.

    OSPITE:
    Onniveggenti Eumenidi le chiama il popolo;
    ma altrove hanno altro nome.

    EDIPO:
    Accolgano propizie il vecchio supplice
    perch non lascio pi il luogo, ove ora siedo!

    OSPITE:
    Hai detto?

    EDIPO:
    E' il segno della mia sventura!

    OSPITE:
    Non ardirei scacciarti senza un ordine
    della citt, cui debbo riferire.

    EDIPO:
    Ospite, per gli di, ti prega un misero
    errabondo, consenti che io ti chieda...

    OSPITE:
    Chiedi, e vedrai che non ti stimo indegno.

    EDIPO:
    In quale paese, dimmi, ci troviamo?

    OSPITE:
    Odimi e apprendi quello che io conosco.
    E' un paese, all'intorno, tutto sacro:
    il nume venerando Poseidone
    e Prometeo, il Titano, portatore
    del fuoco, lo proteggono: il terreno,
    che ora tu premi,  detto "soglia bronzea"
    di questa nostra terra, ed  sostegno
    di Atene; i campi prossimi si gloriano
    di avere a capostipite codesto
    (Indica la statua di Colono)
    nostro Colono cavaliere, donde
    traggono il nome tutti gli abitanti.
    Tale, ospite, il paese, di cui chiedi,
    molto pi che per le lodi dei suoi uomini
    onorato per il culto che essi ne hanno.

    EDIPO:
    E ci sono abitanti in questa terra?

    OSPITE:
    S; da questo dio traggono il nome.

    EDIPO:
    Hanno un monarca, o il popolo  sovrano?

    OSPITE:
    Re del paese  il re stesso di Atene.

    EDIPO:
    Chi  mai questi, che ha forza e senno insieme?

    OSPITE:
    Teseo, figlio di Egeo, l'antico re.

    EDIPO:
    Se uno di voi messaggero da lui andasse!

    OSPITE:
    Per dirgli? ovvero a prendere quali accordi?

    EDIPO:
    Se un poco egli mi soccorra avr grande utile.

    OSPITE:
    Quale soccorso pu attendersi da un cieco?

    EDIPO:
    Sar veggente ogni nostra parola.

    OSPITE:
    Senti, ora, ospite, come ti conviene
    evitare gli errori. Tu all'aspetto
    sei di nobile stirpe, ma sei anche
    assai misero. Attendi nello stesso
    luogo, dove prima mi apparisti, mentre
    mi reco a raccontare il nostro incontro,
    non in citt, ma agli uomini di questo
    demo, ch a essi spetta di decidere
    se tu puoi soffermarti o ti  vietato.
    (Si allontana).

    EDIPO:
    Figliola mia, l'ospite ci ha lasciati?

    ANTIGONE:
    Parla pure di quello che ti aggrada
    tranquillamente: ti sono sola al fianco.

    EDIPO:
    (Dopo una breve pausa, raccolto e come trasfigurato nella preghiera).
    Dee venerande dai terribili occhi,
    poich prima mi assisi in un recinto
    vostro, giungendo in questa terra, siate
    a Febo e a me clementi. Quando il nume
    vaticin le mie molte sciagure,
    ne predisse la fine dopo lungo
    tempo, giunto ch'io fossi in un paese,
    in cui dee venerande asilo e stanza
    ospitalmente mi darebbero. Ivi
    cesserebbe la mia vita affannosa,
    apportatrice d'ogni bene a quelli
    che mi avessero accolto e di sventura
    a chi volle scacciarmi, esiliarmi.
    Anche mi prometteva, chiari segni
    del vaticinio, o un terremoto o un tuono
    o un baleno di Zeus. Ora mi avvedo:
    un fedele presentimento, certo
    inspirato da voi, mi ha qui condotto,
    verso questo recinto; ch altrimenti
    nel mio peregrinare non avrei
    incontrato per prime io, sobrio,
    voi, astemie, n mi sarei seduto
    sull'orlo di questa rozza e sacra
    pietra. Vi piaccia dunque di concedermi,
    adempiendo l'oracolo di Apollo,
    il transito agognato, o dee, la fine
    del mio vivere, a meno che non sembri
    ancora poco a voi questo continuo
    disumano inaudito mio soffrire!
    Ors, dolci figliole dell'antico
    Erebo! O Atene, e tu, che dalla augusta
    Pallade hai nome, la pi illustre di ogni
    citt, suvvia, lasciatevi commuovere
    da Edipo: egli  una misera parvenza
    d'uomo, ormai, privo del suo corpo, un'ombra!

    (Alla spicciolata compaiono dei vecchi del luogo,  che si  avvicinano,
    guardando  in ogni angolo.  Sono i quindici vecchi Coloniati,  i quali
    formano il Coro).

    ANTIGONE:
    Taci, ch scorgo approssimarsi alcuni
    vecchi a esplorare il luogo, ove tu siedi.

    EDIPO:
    Far silenzio, ma tu guida il mio
    piede fuori della strada, e dentro il bosco
    nascondimi, finch non avr inteso
    ci che diranno:  necessario udire,
    per comportarci, dopo, saggiamente.
    (Si alza e, guidato da Antigone, si nasconde nel bosco).



    PARODO.

    CORO:
    (Con ansiosa agitazione. Parlano ora uno, ora un altro, un po' tutti).
    Osserva! Ma chi era? E' nascosto?
    Dove si  messo in salvo il pi sfrontato
    di tutti quanti gli uomini?
    Procura di vederlo,
    figgi lo sguardo ovunque!
    Vagabondo, vagabondo quel vecchio! Per certo
    non di qui, poich non avrebbe
    mai calcato il sacro recinto
    delle terribili Vergini,
    al cui nome noi tremiamo
    e passiamo oltre senza
    guardare,
    senza respiro, muti,
    schiudendo solo le labbra
    della mente. Ed ecco che uno,
    appena giunto, dicono, tutto
    irride, n ancora mi  dato,
    per quanto io scruti
    nel recinto, snidarlo, il sacrilego!

    (Uscendo dal nascondiglio,  appare Edipo,  sorretto da  Antigone,  sul
    limitare del bosco).

    EDIPO:
    Sono io, che vi vedo alla voce,
    come vedono i ciechi.

    (I vecchi dapprima indietreggiano, poi a mano a mano si riaccostano).

    CORO:
    Ohim, ohim,
    orribile a scorgere, orribile a udire!

    EDIPO:
    Non guardatemi come un sacrilego!

    CORO:
    Zeus protettore, quel vecchio chi  mai?

    EDIPO:
    La mia sorte non  la pi bella
    certo, o capi di questo paese.
    Lo vedete: non mi muoverei
    con gli occhi degli altri, cos,
    stretto al fianco di piccoli,
    (indicando Antigone ed ergendo la sua persona)
    io, grande.

    CORO:
    Ahi, dimmi, non sei forse nato
    con gli occhi spenti? Dolorosa e lunga
    la tua vita m'appare.
    Ma io non voglio che tu
    sia maledetto ancora.
    (Edipo ha fatto alcuni passi,  mantenendosi sempre sul margine estremo
    del bosco).
    Tu ti avanzi,
    tu ti avanzi ormai troppo. Non spingerti
    nella valle erbosa boscosa
    silente, dove sgorgano dolci
    rivi entro una pura conca:
    ospite sciaguratissimo,
    attento!
    Torna indietro! Allontnati!
    Ci separa un gran tratto:
    o infelice vagabondo,
    mi senti? Se tu vuoi parlarci,
    dal luogo vietato esci, presto!
    Parla qui, dove a tutti
     concesso parlare: non prima !

    EDIPO:
    O figliola, che cosa faremo?

    ANTIGONE:
    Padre mio, ci che piace a costoro:
    cedere e, se occorre, obbedire.

    EDIPO:
    E tu dammi la mano.

    ANTIGONE:
    Ecco: a te!

    EDIPO:
    Non fatemi male, ora, ospiti,
    se, in voi confidando, esco fuori.

    CORO:
    Nessuno dal luogo ove sei
    ti trarr, o vecchio, per forza.

    EDIPO:
    (Fa ancora con piede malfermo qualche passo).
    Ancora di pi?

    CORO:
    S, pi avanti!

    EDIPO:
    Non basta ?

    CORO
    Conducilo pi avanti,
    fanciulla: tu mi comprendi.

    ANTIGONE:
    Seguimi, seguimi, padre,
    col passo cieco, dove io ti porto.
    ...

    CORO:
    Straniero in terra straniera,
    deciditi, o misero, a odiare
    ci che la citt detesta,
    a venerare ci che ama.

    EDIPO:
    E guidami, dunque, fanciulla,
    dove, mostrandoci pii,
    possiamo parlare e udire,
    senza opporci alla necessit.

    CORO:
    Frmati, ora! Non oltrepassare
    la soglia addossata alla roccia.

    EDIPO:
    Cos?

    CORO:
    Basta; come ti ho detto.

    EDIPO:
    Mi siedo?

    CORO:
    S, siedi; di fianco;
    sull'orlo roccioso, ecco, pigati.

    ANTIGONE:
    Lascia a me, padre: tranquillo
    sul mio passo regola il tuo...
    EDIPO:
    Ahi, povero me!

    ANTIGONE:
    ... e appoggia il vecchio tuo corpo
    a questo mio braccio amoroso.

    EDIPO:
    Ahi, sorte, che rende folli!
    (Si siede.)

    CORO:
    Ora che hai tregua, o infelice,
    parla: di chi sei tu figlio?
    Chi sei che, ricolmo di mali,
    qui giungi guidato? Di dove?

    EDIPO:
    Ospiti, io sono senza patria, ma...
    (Interrompe bruscamente il suo dire).

    CORO:
    Perch adesso taci, o vecchio?

    EDIPO:
    No, no, non mi chiedete chi sono io;
    no, non mi rivolgete altre domande!

    CORO:
    E perch?

    EDIPO:
    Stirpe orrenda!

    CORO:
    Ma quale?

    EDIPO:
    (Incerto, si rivolge ad Antigone).
    Ahi, figlia mia, che dir?

    CORO
    Di quale stirpe sei? da quale
    padre, ospite, sei nato?

    EDIPO:
    Povero me! Che far, figlia mia?

    ANTIGONE:
    Parla! Hai toccato ora il limite estremo.

    EDIPO:
    S, parler, ch non posso sottrarmi.

    CORO:
    Troppo indugiate! Sollecita, via!

    EDIPO:
    Noto vi  un figlio di Laio?

    CORO:
    (Inorridendo)
    Ohi, ohim!

    EDIPO:
    Noti vi sono i Labdacidi?

    CORO:
    O Zeus!

    EDIPO:
    Noto vi  il misero Edipo?

    CORO:
    Sei tu?

    EDIPO:
    Non vi spaventino queste parole!

    CORO:
    Ahi. ahi !

    EDIPO:
    Fui disgraziato!

    CORO:
    Ahi, ahi!

    EDIPO:
    (Ad Antigone)
    O figliola, che cosa avverr?

    CORO:
    Fuori, fuori, dal nostro paese!

    EDIPO:
    E la vostra promessa di asilo?

    CORO:
    Nessun castigo fatale colpisce
    chi a un'offesa risponde offendendo,
    e un inganno che sofferti inganni
    ricambi  giusto che arrechi dolore.
    Lascia il luogo ove siedi!
    Via, presto, presto, fuori della mia terra,
    che non si aggravi la colpa,
    che la mia patria ha per te!

    ANTIGONE:
    O nostri buoni ospiti,
    poich da questo mio
    vecchio padre non vi piacque ascoltare
    gli orrori che egli dovette
    subire, abbiate, ve ne supplico, ospiti,
    piet di me infelice;
    per mio padre soltanto io vi scongiuro:
    vi scongiuro fissandovi negli occhi
    coi miei occhi non spenti, com'io fossi
    del vostro sangue stesso: deh, piet
    di lui vi prenda:  tanto sventurato!
    Noi siamo nelle vostre mani come
    nelle mani di un dio col nostro affanno.
    Siate, siate clementi: concedete
    questa insolita grazia!
    (Antigone,  che ha finora  diretto  la  parola  a  tutti  i  Coloniati
    presenti,  ora  la  indirizza  al Corifeo,  accentuando la preghiera e
    contenendo a stento le lacrime).
    Per ci che t' pi caro ti scongiuro:
    figlio, moglie, un prezioso oggetto, un dio!
    Guarda pure tra gli uomini: nessuno,
    se un nume lo perseguiti,
    troverai che si salvi!


    PRIMO EPISODIO.

    CORO:
    Figlia di Edipo, sappi che ugualmente
    tuo padre e te per la vostra sciagura
    noi compiangiamo, ma il timore dei numi
    ci vieta di parlarti in altro modo.

    EDIPO:
    Quale vantaggio allora da una fama,
    da un nome glorioso che si espande
    senza scopo, se dicono che Atene
     la pi pia delle citt, la sola
    capace di salvare un infelice
    d'altra terra, la sola anche capace
    di proteggerlo? Dove per me  questo?
    Non mi togliete voi da questo luogo
    per scacciarmi, atterriti dal mio solo
    nome? Ch, certo, non vi fa sgomento
    il mio corpo, e nemmeno le azioni
    mie, le azioni che non volli, che io
    dovetti subire, come tu vedresti
    se potessi parlarti di mia madre
    e di mio padre, per i quali orrore
    ti devo incutere, oh, lo so bene!
    E come potrei essere malvagio
    io, per natura? Ho ricambiato il male
    prima sofferto, cos che, se avessi
    coscientemente freddamente agito,
    cattivo non sarei neppure in questo
    caso. Ma invece sono giunto dove
    sono giunto, ignorando tutto, mentre
    quelli per cui soffrii volevano che io
    perissi e ne erano ben consapevoli.
    Nel nome degli di vi prego dunque,
    ospiti: come mi faceste uscire,
    prima, di qui, cos, ora, salvatemi:
    n vi avvenga di fare oltraggio ai numi,
    voi che li tenete in onore. I numi,
    non scordatelo, guardano i mortali
    pii, come guardano gli empi, e nessun sacrilego
     mai loro sfuggito.
    (Rivolto al Corifeo).
    Odimi, segui
    il volere degli di, non offuscare
    con atti empi la gloria di Atene,
    citt felice, e se pur dianzi il supplice,
    tranquillizzato dalle tue parole,
    accoglievi, ora salvami e proteggimi,
    e non spregiarmi contemplando questo
    volto, che fa ribrezzo. Qui pervenni
    senza macchia, innocente; ho da recare
    un beneficio ai cittadini: quando
    mi trover davanti al tuo sovrano,
    chiunque sia colui che ora  tua guida,
    ascoltandomi, tutto apprenderai:
    frattanto non mostrarti senza cuore.

    CORO:
    E un dovere per me dar peso, o vecchio,
    agli argomenti che hai voluto addurre
    con parole non lievi; lascer
    quindi che i nostri principi decidano.

    EDIPO:
    E dove, ospiti,  il re di questa terra?

    CORO:
    Nella citt del padre egli abita;  andato
    da lui quell'uomo, che a me dianzi venne.

    EDIPO:
    Credete che di un cieco tanta cura
    si prenda da venire qui di persona?

    CORO:
    Non appena avr udito il tuo nome.

    EDIPO:
    E chi glielo potrebbe far conoscere?

    CORO:
    Lunga  la strada, e spesso le parole
    dei viandanti con rapidit
    si diffondono. Se egli le ode, certo
    verr. Il tuo nome  corso sulle labbra
    di tutti, cos che, anche se egli, torpido,
    riposi, partir, udendolo, sbito.

    EDIPO:
    Ah, giunga senza indugio e cos rechi
    una sorte felice al suo paese
    e a me. L'uomo prode anche a s giova!

    ANTIGONE:
    (Ha scorto sulla strada,  la quale unisce Atene  a  Tebe,  una  figura
    femminile sopra una giovenca).
    O Zeus, che dire? Che penser, padre?

    EDIPO:
    Antigone, figliola...

    ANTIGONE:
    Io scorgo... scorgo
    una donna: si avanza verso noi:
    cavalca una giumenta etnea: sul capo
    ha un cappello tessalico, che il viso
    le copre, riparandola dal sole.
    Che dire?
    E' lei? O non  lei? M'illudo forse?
    Sono tra il s e il no: che debbo dire,
    o misera?
    Ma  proprio lei, coi suoi limpidi occhi
    mi carezza man mano che procede,
    e mi dice che il volto  solo suo,
    di lei, non ho pi dubbio, s, d'Ismene.

    EDIPO:
    Hai detto?

    ANTIGONE:
    E' qui tua figlia, mia sorella:
    quando l'udrai, la riconoscerai.

    (Scesa  dalla  cavalcatura,  che  affida  a un servo,  suo compagno di
    viaggio,  Ismene fa alcuni passi e si getta  tra  le  braccia  di  sua
    sorella e di suo padre).

    ISMENE:
    Padre! Sorella! Oh, duplice letizia
    che provo a salutarvi! Come a pena,
    con grande affanno, vi ritrovo ancora
    e a pena fra le lacrime vi scorgo!

    EDIPO:
    Figlia, tu, qui?

    ISMENE:
    O padre sventurato!

    EDIPO:
    Sangue mio, creatura!

    ISMENE:
    Quale vita!

    EDIPO:
    Sei riapparsa, figlia?

    ISMENE:
    E con dolore.

    EDIPO:
    Toccami!

    ISMENE:
    Ecco, ora abbraccio due persone.

    EDIPO:
    Me e Antigone?

    ISMENE:
    E tra voi, io, terza, misera?

    EDIPO:
    Chi ti ha spinto a cercarci?

    ISMENE:
    Il mio amore.

    EDIPO:
    Desideravi rivedermi?

    ISMENE:
    E anche
    portarti alcune nuove, accompagnata
    da un fido servo, l'unico rimastomi.

    EDIPO:
    E i giovani fratelli dove sono?

    ISMENE:
    Sono dove sono: orride cose devo dirti.

    EDIPO:
    Oh, come in tutto simili ai costumi
    dell'Egitto, la loro indole e il loro
    tenore di vita! E' noto che col
    gli uomini se ne stanno in casa a tessere,
    le donne invece vivono sempre fuori
    e procacciano il cibo alla famiglia.
    Cos di voi, figlioli, quelli che
    avrebbero dovuto sottoporsi
    ai pi duri travagli se ne stanno
    come fanciulle nubili entro casa,
    mentre voi due vi sobbarcate al peso
    dei miei dolori. L'una fin da quando
    usc di fanciullezza con un corpo
    pi forte, sempre al mio fianco, meschina
    qua e l conduce il suo povero vecchio,
    spesso per aspre selve, senza pane,
    a piedi nudi, sferzata dalla pioggia
    o dal sole, e anche dopo crudi affanni
    non si cura degli agi della casa,
    purch il padre abbia il cibo.
    (A Ismene)
    E tu, figliola,
    sei corsa a me altra volta per recarmi,
    all'insaputa dei Cadmei, gli oracoli
    divini intorno alla mia sorte, guardia
    mia fida tu, dal giorno dell'esilio.
    E ora che notizie rechi, o Ismene,
    a tuo padre? Per una missione
    hai lasciato la reggia? Senza un grave
    motivo tu non saresti qui,  vero?,
    senza qualche notizia paurosa.

    ISMENE:
    Quel che ho penato, o padre, per cercarti,
    per rintracciarti, non lo narrer,
    ch non voglio soffrire due volte, prima
    per i guai reali e poi per il racconto
    d'essi. Del resto, io sono qui, soltanto
    perch tu sappia i mali che travagliano
    ora i tuoi sventurati figlioli.
    Dapprima ebbero un solo desiderio,
    di lasciare allo zio Creonte il trono
    e non contaminare la citt:
    avevano, a udirli, davanti agli occhi
    il remoto sterminio della stirpe,
    abbattutosi sulla tua sciagurata
    casa; e invece, adesso, o perch indotti
    da un nume, o dalla loro pervertita
    mente, questi tre volte sventurati
    con furia si contendono il potere
    e la sovrana autorit. E il pi giovane
    d'anni, il pi impetuoso, ha rovesciato
    di trono Polinice, suo fratello
    maggiore, e lo ha bandito dalla patria.
    E questi poi, secondo ci che quasi
    tutti dicono a Tebe, esule in Argo
    cinta di monti si  recato, dove
    si procaccia una nuova parentela
    e amici e uomini d'arme a lui ben fidi,
    credendo che Argo in breve e con onore
    s'impossessi del suolo dei Cadmei
    o ne innalzi la gloria fino al cielo.
    Queste non sono, padre, vane ciance,
    ma terribili fatti. Delle tue
    pene non so che dirmi: quando i numi
    vorranno alfine prendere piet di esse?

    EDIPO:
    Forse speravi che gli di mi avrebbero
    finalmente aiutato e anche salvato?

    ISMENE:
    S, padre; per gli oracoli recenti.

    EDIPO:
    Quali, o figlia? Che cosa predicevano?

    ISMENE:
    Che i Tebani ti avrebbero cercato,
    per la loro fortuna, vivo e morto.

    EDIPO:
    Fortuna? Chi pu attenderla da un cieco?

    ISMENE:
    Dicono riposto in te il loro trionfo.

    EDIPO:
    Ridotto un nulla, ora sarei potente?

    ISMENE:
    Gli di ti hanno prostrato, ora t'innalzano.

    EDIPO:
    Bello: innalzare vecchio chi cadde giovane!

    ISMENE:
    Ebbene sappi che verr Creonte
    proprio per questo, e sar qui tra breve.

    EDIPO:
    Perch, figliola? Io non ho ben compreso.

    ISMENE:
    Ti vogliono presso la loro terra; avranno
    cos te senza che tu la calpesti.

    EDIPO:
    Con quale vantaggio, se io dovr star fuori?

    ISMENE:
    Guai se trascureranno la tua tomba!

    EDIPO:
    Non occorre che un dio lo affermi,  chiaro.

    ISMENE:
    E per questo ti vogliono vicino
    dove tu non disponga di te stesso.

    EDIPO:
    Avr terra tebana nel sepolcro?

    ISMENE:
    Non lo consente l'omicidio, o padre.

    EDIPO:
    Ed essi allora non mi avranno mai!

    ISMENE:
    Grave sciagura ne deriverebbe!

    EDIPO:
    Per quali impreveduti avvenimenti?

    ISMENE:
    Per la tua ira, se cerchino la tua tomba.

    EDIPO:
    Chi te le ha dette queste cose, o figlia?

    ISMENE:
    I messi che tornarono da Delfo.

    EDIPO:
    E Febo avrebbe alluso proprio a noi?

    ISMENE:
    L'hanno detto i messi ritornati a Tebe.

    EDIPO:
    Nessuno dei miei figli ne sa nulla?

    ISMENE:
    Sono cose note a entrambi, e molto bene.

    EDIPO:
    E ci malgrado quei due miserabili
    hanno preferito il trono al nostro affetto!

    ISMENE:
    Mi rattristi, ma come contraddirti?

    EDIPO:
    Oh, che gli di non spengano la fatale
    loro contesa, e solo da me dipenda
    l'esito della lotta, in cui si trovano
    ora impigliati con le lance in pugno!
    Senza dubbio colui che trono e scettro
    ha oggi non vi resterebbe, e l'esule
    non farebbe mai pi ritorno in patria.
    Quando io, ch'ero loro padre, venni posto
    fuori di Tebe con mio gran disdoro,
    forse essi cercarono di difendermi,
    di trattenermi, o invece non permisero,
    e l'uno e l'altro, che mi si scacciasse,
    che al bando mi si condannasse? Tu
    vorrai dirmi che allora io non bramavo
    altro e che la citt mi favoriva.
    Ma non  vero, poi che quando il primo
    giorno, nel quale pi sconvolto avevo
    l'animo e assai dolce mi sarebbe
    stato morire e anche essere lapidato,
    nessuno apparve a soddisfarmi in questo
    mio desiderio; invece poi, pi tardi,
    quand'ebbe requie il mio folle dolore
    e comprendevo ormai che la mia collera
    troppo severamente aveva punito
    le mie passate colpe, proprio allora
    d'ogni sua terra la citt mi espulse
    a forza, dopo tanto tempo, e quelli
    ch'erano miei figli e avrebbero potuto
    giovare al padre loro, non lo vollero,
    non una sola piccola parola
    spesero in mia difesa, e io dovetti
    partire, esule e misero per sempre.
    E se ora un pane non mi manca e ho asilo
    sicuro e soccorrevole piet
    filiale, a queste due lo debbo, che,
    pur essendo due vergini, si prodigano
    con ogni loro mezzo, mentre gli altri
    due, trascurando il padre, hanno preferito
    conquistarsi uno scettro e un trono e avere
    autorit regale sulla terra.
    Ma non mi avranno mai loro alleato,
    n mai si rallegreranno di questo
    loro dominio: non ne ho dubbio alcuno,
    ora che ho conosciuto i nuovi oracoli
    recatimi da Ismene, e ho presenti
    quelli antichi assai vivi nella mia
    memoria, che per opera di Febo
    avranno compimento. Dopo questo,
    inviino pure a me Creonte o altro
    potente cittadino, ch se voi,
    ospiti, mi vorrete sovvenire
    con le dee venerande protettrici
    del vostro demo, alla citt di Atene
    darete un salvatore prezioso
    e ai miei nemici numerosi mali.

    CORO:
    Edipo, tu sei degno di piet,
    tu e le tue figliole, e poich ti offri
    salvatore di questa nostra terra,
    senti che cosa ti potr giovare.

    EDIPO:
    Seguir i tuoi consigli. Di', carissimo.

    CORO:
    Sacrifica alle dee, verso cui prima,
    calpestandone il suolo, ti recavi.

    EDIPO:
    In quale modo? Ospiti, istruitemi.

    CORO:
    Si devono prima attingere con mani
    pure i libami a una fonte perenne.

    EDIPO:
    E poi, quando avr l'onda immacolata?...

    CORO:
    Artistici crateri troverai
    l: incoronane gli orli e le anse duplici.

    EDIPO:
    Occorrono dei rami? o lana? o che altro?

    CORO:
    Lana appena tosata di agnellina.

    EDIPO:
    Comprendo; e il rito come debbo compierlo?

    CORO:
    Mesci i libami volto a oriente.

    EDIPO:
    Li mescer coi vasi di cui parli?

    CORO:
    Tre per cratere, e vuota tutto l'ultimo.

    EDIPO:
    Per riempirlo infine di che cosa?

    CORO:
    D'acqua e di miele, senza aggiungere vino.

    EDIPO:
    Indi? fatti i libami al suolo ombroso?...

    CORO:
    Tre volte nove, a destra e a sinistra,
    poni rami d'olivo, e cos prega.

    EDIPO:
    Ti ascolto: m'interessi vivamente.

    CORO:
    Dirai loro che, come noi "Benevole"
    le chiamiamo, cos con animo benigno
    esse accolgano il supplice, che reca
    salvezza: ecco che cosa chiederai
    tu stesso, o un altro in tuo luogo, parlando
    misteriosamente a bassa voce;
    poi ritrati senza rivoltarti.
    Quando il rito avr avuto compimento,
    potr accostarmi a te fiducioso;
    se no per te dovrei temere, ospite.

    EDIPO:
    Figlie, avete ascoltato questa gente?

    ANTIGONE:
    S; comanda; attendiamo ora i tuoi ordini.

    EDIPO:
    Io non posso da solo camminare,
    privo di forze, con questi occhi senza
    pi luce, la mia duplice sciagura.
    Una di voi, figliole, vada a compiere
    il sacrificio, ch io ritengo basti
    uno spirito solo anche per molti
    altri a compierlo, purch vi si accinga
    di buon volere. Via, non indugiate,
    ma vedete di non abbandonarmi;
    non potrei senza guida fare un passo.

    ISMENE:
    Ebbene, ci andr io; ma non so dove
    n in qual modo troverei quel luogo.

    CORO:
    Dove io t'indico, ospite, nel bosco;
    l, poi, da un servo avrai suggerimenti.

    ISMENE:
    Vado; tu resta, Antigone, a custodia
    di nostro padre: quando si hanno angustie
    per chi ci diede la vita, se ne deve
    disperdere pur l'amara rimembranza.
    (S'inoltra nel bosco.)

    CORO:
    Triste un antico male gi sopito
    risvegliare, o straniero;
    tuttavia mi arde la brama d'apprendere...

    EDIPO:
    Che  questo?

    CORO:
    ... l'invitto pietoso cordoglio
    che nelle sue spire ti tiene.

    EDIPO:
    No, per questa ospitale accoglienza
    fa che io taccia gli obbrobri sofferti.

    CORO:
    Ma se tutti ne parlano, ovunque...
    La verit conoscere vorrei!

    EDIPO:
    Ohim!

    CORO:
    Sii cortese, te ne prego.

    EDIPO:
    Ahi! Ahi!

    CORO:
    Non opporti, e anch'io ti sovverr.

    EDIPO
    Mali inauditi ho sopportato,
    mio malgrado, o stranieri;
    gli di lo sanno: io non ne volli alcuno.

    CORO:
    Ma come?

    EDIPO:
    Con orribili nozze me ignaro
    Tebe avvinse a una triste consorte.

    CORO:
    Con tua madre hai diviso, siccome
    udii, l'innominabile letto?

    EDIPO:
    Ahi ahi, morte mi  udir tali cose,
    o stranieri; e queste, da me nate...

    CORO:
    Che dici ?

    EDIPO:
    ...due figliuole, doppia infamia...

    CORO:
    O Zeus!

    EDIPO:
    ...uscite da un solo grembo dolorante!

    CORO:
    Discendono dunque da te, e...

    EDIPO:
    ...e sono sorelle del padre!

    CORO:
    Ohi!

    EDIPO:
    Ohi! Cagione d'infiniti mali!

    CORO:
    Hai sofferto...

    EDIPO:
    ...sciagure inobliabili!

    CORO:
    Che hai fatto?

    EDIPO:
    Nulla, credi.

    CORO
    E allora?

    EDIPO:
    Un dono
    mi ebbi dalla citt beneficata,
    che non avrei dovuto avere, o misero !

    CORO:
    S, misero, certo, ch hai ucciso...

    EDIPO:
    Dicevi?... Che vuoi ora apprendere?

    CORO:
    Tuo padre...

    EDIPO:
    Ahi, mi ferisci nuovamente!

    CORO:
    E' vero?

    EDIPO:
    Ho ucciso, senonch qualcosa...

    CORO:
    Che cosa?

    EDIPO:
    ...mi giustifica.

    CORO:
    Ossia?

    EDIPO:
    Ecco:
    senza avvedermene giunsi all'omicidio;
    quindi, innanzi alla legge io sono puro!

    (Giunge Teseo).

    CORO:
    Il figliolo di Egeo, Teseo, da te
    richiesto, ora  tra noi per ascoltarti.

    TESEO:
    Da ci che tanti tante volte mi hanno
    narrato del cruento martirio dei tuoi occhi,
    io ben ti riconosco, o figlio
    di Laio; ma pi note oggi mi sono
    le tue molte sciagure, dopo quello
    che mi fu concesso apprendere per via.
    Le tue vesti, lo squallido tuo volto
    chiaramente ci dicono chi sei,
    cosicch io soffro nel vederti e senza
    indugio ti domando, o sventurato
    Edipo, quale preghiera tu desideri
    rivolgere alla citt e a me,
    tu e l'infelice che ti guida. Dimmi.
    Solo dure richieste a un diniego
    potrebbero costringermi. Anch'io crebbi,
    ricordo bene, come te, in paese
    straniero, e nell'esilio pi d'ogni altro
    anch'io dovetti spesso rischiar la vita,
    lottando aspramente; ond' che all'ospite,
    come ora tu sei, bisognoso d'ausilio,
    io porgo sempre aiuto, ch so bene
    d'essere un uomo, e a nessun uomo  dato,
    nemmeno a noi, contare sul domani.

    EDIPO:
    Teseo, la nobilt del tuo sentire
    permette che io risponda brevemente
    al tuo breve discorso. Chi sono io,
    e di qual padre nato, e da quale terra
    giunto, l'hai detto tu poc'anzi; a me
    resta farti conoscere soltanto
    un desiderio, un desiderio grande.

    TESEO:
    Proprio di questo ti richiedo: parla.

    EDIPO:
    Vengo a offrirti il povero mio corpo.
    Non vale nulla, a vederlo, ma d frutti
    della stessa bellezza assai pi belli.

    TESEO:
    Quale frutto ti vanti di recare?

    EDIPO:
    Col tempo lo saprai; non ora, io credo.

    TESEO:
    Questa offerta si paleser?...

    EDIPO:
    ...quando morir, se mi seppellirai.

    TESEO:
    Alla morte tu pensi, e non consideri,
    e oblii, il tempo che te ne divide.

    EDIPO:
    In essa per me tutto si raccoglie.

    TESEO:
    Oh, ben piccola grazia mi domandi!

    EDIPO:
    Ma dovr derivarne un'aspra lotta.

    TESEO:
    Quale lotta? Di me o dei figli tuoi?

    EDIPO:
    Essi mi vogliono a viva forza in Tebe.

    TESEO:
    Non  bello per te l'esilio, allora.

    EDIPO:
    Ma contro il mio volere mi scacciarono.

    TESEO:
    Tu vaneggi! Nei guai l'ira non giova.

    EDIPO:
    Cessa e ascoltami, prima di ammonirmi.

    TESEO:
    Parla, dunque, se no conviene che io taccia.

    EDIPO:
    Mali infiniti, orribili, ho sofferto.

    TESEO:
    Alludi ai mali antichi della stirpe?

    EDIPO:
    No, ch tutti gli Elleni parlano d'essi.

    TESEO:
    Quale dolore ti strazia pi che altr'uomo ?

    EDIPO:
    Questo mi accadde: dalla patria i figli
    mi bandirono, e ora io non posso pi
    ritornarvi, perch sono parricida.

    TESEO:
    E ti richiedono senza offrirti asilo?

    EDIPO:
    Una voce divina li spinge a questo.

    TESEO:
    Gravi danni l'oracolo minaccia?

    EDIPO:
    S: saranno battuti in questa terra.

    TESEO:
    Come di Tebe diventerei nemico?

    EDIPO:
    O figliolo carissimo di Egeo,
    ai soli numi  ignota la vecchiaia,
    sconosciuta  la morte; le altre cose
    tutte sconvolge il tempo onnipossente.
    La gagliarda del corpo e della terra
    viene meno, muore la fede, la perfidia
    mette i suoi germi e uno stesso spirito
    non sempre unisce le persone amiche
    e le citt tra loro. A chi pi presto,
    a chi pi tardi spiace quel che prima
    piaceva, per tornare di nuovo accetto
    poi. Se i Tebani ora vivono con te
    in sicura amicizia, innumerabili
    giorni e notti nel suo corso procrea
    il tempo, e verr d nel quale lance
    tebane per un futile motivo
    distruggeranno la concordia d'oggi.
    Il mio freddo cadavere, dormente
    sotterra, allora potr bere il caldo
    sangue tebano, se ancora Zeus  Zeus
    e Apollo  di lui figlio verace.
    Ma poich non mi aggrada rivelare
    misteriosi oracoli, consenti
    che io mi fermi dove ho cominciato.
    Tu tieni fede alla parola data,
    e non mai ti avverr di dover dire
    che queste contrade abit indarno
    Edipo, se gli oracoli non mentono.

    CORO:
    (A Teseo)
    O re nostro, da tempo egli promette
    queste e simili cose alla citt.

    TESEO:
    E chi dunque potrebbe rigettare
    tanta benignit, che a noi dimostra
    un uomo siffatto? Anzitutto, quale
    alleato, egli ha comune con noi
    il nostro focolare, sempre; inoltre,
    supplice degli di qui giunto, a questa
    terra offre, e a me, non piccolo tributo.
    Io gli debbo rispetto e i benefici
    suoi non posso respingere; anzi, asilo
    in questa terra gli voglio assicurare.
    E se all'ospite  pi grato restare
    qui, la custodia della sua persona
    a te sar affidata; che se invece
    tu preferisca, o Edipo, di seguirmi,
    potrai sempre decidere e agire
    col mio consenso, come tu vorrai.

    EDIPO:
    Zeus, benedici un uomo cos saggio!

    TESEO:
    Dunque decidi. Vuoi forse seguirmi?

    EDIPO:
    Se potessi! Ma proprio questo  il luogo...

    TESEO:
    ...nel quale che farai, me consenziente?...

    EDIPO:
    ...nel quale punir chi mi ha scacciato.

    TESEO:
    Grande il premio di questo tuo soggiorno! ...

    EDIPO:
    ...se saprai mantenere le tue promesse.

    TESEO:
    Abbi fede in me: non ti tradir.

    EDIPO:
    Con te inutili sono i giuramenti.

    TESEO:
    La mia parola a vincolarmi basta.

    EDIPO:
    Come farai?

    TESEO:
    Che cosa temi adesso?

    EDIPO:
    Verr gente...

    TESEO:
    Provvederanno questi.

    EDIPO:
    Lasciandomi...

    TESEO
    So quello che ho da fare.

    EDIPO:
    Chi teme  indotto a...

    TESEO:
    Ma il mio cuore non teme.

    EDIPO:
    Tu non sai le minacce!

    TESEO:
    Ma so bene
    che nessuno di qui, se io non lo voglio,
    sapr strapparti. Molte le minacce
    e le parole vane, quando l'uomo
     irato; ma allorch la mente torna
    in se stessa, scompaiono via tutte.
    E quelli che hanno osato dire parole
    terribili sul tuo ritorno, io so
    che troveranno il mare interminabile
    e tempestoso, se l'affronteranno.
    Ti esorto dunque a vivere sereno,
    pur se non credi fare assegnamento
    sulle mie decisioni, perch Febo
    qui ti ha condotto. Tuttavia sono certo
    che, anche durante la mia assenza, il mio
    nome terr lungi da te ogni male.
    (Si allontana).


    PRIMO STASIMO.

    CORO:

    Di cavalli, ospite,  ricca
    la terra, a cui sei giunto, incomparabile
    dimora, questa biancheggiante
    Colono, ove trepido effonde
    pi che altrove il suo duol l'usignolo,
    celato entro verdi recessi,
    che l'edera cupa riveste
    nell'inaccessibile opaca
    selva del dio dalle copiose frutta,
    ignota al sole e ai venti d'ogni turbine:
    Dioniso gioioso ivi si aggira
    perennemente con le dee nutrici.

    Del narciso i bei corimbi
    vi fioriscono sotto la celeste
    rugiada, in eterno, alle due
    grandi dee antica corona,
    e il croco dorato. Inesauste
    insonni errabonde sorgenti
    donano linfe al Cefiso:
    trascorre ogni giorno, e feconda
    egli celere i campi con pure acque,
    tornando all'ampio seno della terra.
    I cori delle Muse amano il luogo
    e Afrodite dalle briglie d'oro.

    Ivi  un albero che in Asia
    non ho mai udito fiorisse
    e nemmeno nella grande
    isola dorica di Pelope,
    albero invitto che da s rinasce,
    terrore delle lance nemiche;
    in questa terra pi che altrove alligna,
    vita dei figli nostri:  il glauco olivo.
    Non avverr che un condottiero nemico,
    giovane o carico d'anni, lo distrugga,
    ch Zeus Morio sempre vigile
    lo contempla senza posa
    e Athena dagli occhi ceruli.

    E un'altra lode alla nostra
    citt madre, ecco, ora innalzo:
    la pi alta, sommo orgoglio
    per lei, dono di un dio grande:
    i destrieri suoi belli e il suo bel mare!
    O figlio di Crono, le desti,
    tu, Poseidon, re nostro, un s gran vanto,
    a questa terra prima che a ogni altra offrendo
    il morso domatore dei cavalli.
    E il remo agile, saldo nelle mani,
    sopra le onde prodigioso
    balza e a gara rincorre
    le Nereidi innumerevoli.


    SECONDO EPISODIO.
    (Si  scorge  lontano Creonte,  che si avvicina con una buona scorta di
    uomini armati).

    ANTIGONE:
    O paese, esaltato con tali inni
    di lode, spetta a te ora mostrarti
    degno delle bellissime parole!

    EDIPO:
    Che cosa avviene, o figlia mia?

    ANTIGONE:
    Creonte
    si approssima non senza uomini, o padre.

    EDIPO:
    Vecchi miei cari, in voi solo ripongo
    l'ultima mia speranza di salvezza.

    CORO:
    Non dubitare! Animo! Se io sono vecchio,
    vecchia non  la forza del paese.

    CREONTE:
    Nobile gente, che dimori in questa
    contrada, scorgo nei tuoi occhi un sbito
    timore nato per la mia presenza.
    Ora ti prego di essere tranquilla
    e di usarmi, parlando, cortesia.
    Non mi sono recato qui per farti
    alcun male, ch vecchio sono io,
    e m' ben noto come sia possente
    e grande, se altra ne fu mai nell'Ellade,
    questa citt. Mi hanno mandato, e debbo
    persuadere costui, carico d'anni,
    a seguirmi nel suolo dei Cadmei;
    n qui sono giunto per voler d'uno solo,
    ma inviato per ordine di tutti
    i cittadini, perch, a lui congiunto,
    meglio che a ogni altro a me si conveniva
    piangere le sue sciagure.
    (Rivolto a Edipo)
    Dunque, ascolta,
    misero Edipo: fa ritorno in patria!
    Ti chiama, e a ragione, tutto il popolo
    dei Cadmei e, tra costoro, e pi d'ognuno,
    io, che sarei degli uomini il pi crudo,
    se il tuo dolore non fosse anche mio,
    quando, o vecchio, ti scorgo, sventurato,
    straniero ramingare senza cibo,
    sorreggendoti al braccio d'una sola
    tua figlia. Ohim, non avrei mai creduto
    che ella cadesse in tanta abiezione,
    la misera, cos pronta a curarti,
    sempre in cerca di pane, cos giovane,
    senza nozze, votata a essere vittima
    di violenze turpi! Non  dunque
    un'ignominia, questa di cui parlo,
    me infelice!, per te, per me, per tutta
    la famiglia? Ma poich  vano ormai
    celare miserie ben palesi a ognuno,
    ora ascoltami, in nome dei tuoi patrii
    di, ti supplico, Edipo, torna a Tebe,
    ove potrai nascondere tanti obbrobri,
    torna alla tua paterna casa e a questa
    citt ospitale da' un addio dal cuore:
    ne  senza dubbio degna, ma la terra
    ove sei nato, sopra le altre occorre
    tu veneri, la tua nutrice antica!

    EDIPO:
    Uomo disposto a ogni audacia e abile
    a trarre fuori, da tutto, un artifizio,
    che abbia parvenza di discorso onesto,
    perch mi tendi un nuovo agguato e vuoi
    prendermi anche una volta nell'insidia,
    in cui assai mi dorrebbe di cadere?
    Allorch io vacillavo sotto il peso
    dei lutti domestici, e una grande
    gioia l'esilio mi avrebbe recato,
    non ti piacque largire questa grazia
    a me che la desideravo; quando
    invece il mio furore ebbe una tregua
    e dolce mi sarebbe stato vivere
    nella casa paterna, fosti tu
    che mi scacciasti, che mi desti il bando,
    e non mostravi allora che ti fosse
    cos gradita questa parentela
    nostra. Adesso che vedi una citt
    darmi asilo amicizia e assistenza
    con il popolo tutto, ecco, ti affanni
    a strapparmene, e celi il tuo cuore duro
    sotto le carezzevoli parole.
    Ebbene, dimmi, quale piacere  questo
    di porre affetto in chi non vuol saperne?
    Come se alcuno, cui ti rivolgessi
    per un favore, caldamente, e nulla
    ti desse, n volesse sovvenirti,
    e poi, quando tu fossi rassegnato
    alfine e privo di ogni desiderio,
    ti offrisse le sue grazie; forse che,
    dimmelo, non le troveresti insipide?
    Tali le tue offerte, buone a parole,
    tristi di fatto. Ma non basta: voglio
    palesare la tua perfidia a tutti.
    Tu non sei gi venuto a rilevarmi
    perch io ritorni nella reggia, ma
    per costringermi a vivere nei pressi
    di Tebe, affinch questa poi divenga
    incolume, se Atene la minacci.
    Nulla otterrai per altro, o solo questo:
    nel suolo ove son nato abiter,
    sempre desideroso di vendetta,
    il mio spirito, e i figli avranno in sorte
    della mia terra quanto  necessario
    per esservi sepolti. Non conosco
    forse meglio che tu non lo conosca
    quello che avviene in Tebe? Oh, s! L'ho appreso
    da labbra pi veridiche: da Febo
    e dallo stesso Zeus, suo genitore.
    Sovraccarico giungi di menzogne,
    finemente temprata  la tua lingua,
    ma dalle tue parole avrai pi danno
    che vantaggio. Lo so, non ti convinco;
    ma ora vattene e lasciaci tranquilli;
    pur rimanendo in tale stato, noi
    vivremo bene, ch altro non vogliamo.

    CREONTE:
    Supponi forse che derivi un danno
    maggiore a me che a te da questo alterco?

    EDIPO:
    Vedere che non convinci me, n questi
    a noi vicini,  per me un gaudio immenso.

    CREONTE:
    Misero, il tempo non ti rinsavisce,
    e vivi ancora, onta all'et pi tarda?

    EDIPO:
    Scaltra hai la lingua; ma non so di alcuno
    che sia giusto e di tutto parli bene.

    CREONTE :
    Altro  dire molto, altro  dire cose acconce.

    EDIPO:
    Necessario il tuo dire e scarno sempre.

    CREONTE:
    Ma non per quelli che hanno la tua saggezza!

    EDIPO:
    Vattene! Te lo ingiungo anche per gli ospiti.
    Non spiarmi! Qui io debbo rimanere.

    CREONTE:
    Non a te, parlo a essi. E' inopportuno
    quel che hai detto a un congiunto, e se in mie mani...

    EDIPO:
    Chi potr prendermi, se li ho al mio fianco?

    CREONTE:
    Pur se non ti abbia con me, soffrirai.

    EDIPO:
    Con quale atto vorresti minacciarmi?

    CREONTE:
    Una delle tue figlie  gi in mie mani;
    tra breve all'altra toccher uguale sorte.

    EDIPO:
    Ohim!

    CREONTE:
    Presto altri "ohim!" dovrai gridare.

    EDIPO:
    Tu mi hai preso mia figlia?

    CREONTE:
    E voglio l'altra.

    EDIPO:
    (Al Coro)
    Ospiti, che farete? Tradirete
    me, non cacciando sbito quest'empio?

    CORO:
    (A Creonte)
    Fuori, straniero! Vattene all'istante!
    E' iniquo ci che hai fatto, ci che fai.

    CREONTE:
    (Rivolto agli uomini del suo sguito)
    Uomini! E' l'ora di strappare questa
    a viva forza, se vuol riluttare.

    ANTIGONE:
    (Tentando di fuggire)
    Misera, dove fuggo? Dov' un uomo,
    che mi sovvenga, o un dio?

    CORO:
    Che fai, straniero?

    CREONTE:
    Non voglio il vecchio, ma costei, che  mia.

    EDIPO:
    Capi!

    CORO:
    O straniero,  iniquo ci che fai!

    CREONTE:
    E' giusto!

    CORO:
    E come?


    CREONTE
    Costoro sono miei.

    EDIPO:
    Ahim, citt!

    CORO
    (A una guardia di Creonte)
    Che fai tu, straniero?
    Su, lasciala, o presto
    verremo alle mani!

    CREONTE:
    Indietro!

    CORO:
    Con tali minacce, oh, no, mai!

    CREONTE:
    Non farmi male, o avrai guerra con Tebe.

    EDIPO:
    Cose gi dette!

    CORO:
    (Alla guardia, di cui sopra)
    Lasciami qui sbito
    questa fanciulla.

    CREONTE:
    No, non ti appartiene.

    CORO:
    Lasciala, dico.

    CREONTE:
    (Alla stessa guardia)
    E io ti ordino di andare!

    CORO:
    Su, avanti, accorrete! Qui, a me, cittadini!
    Si oltraggia Colono, la nostra Colono,
    usando violenza!

    ANTIGONE:
    Mi si trascina, ohi misera! Ospiti, ospiti!

    EDIPO:
    Dove sei, figlia?

    ANTIGONE:
    A forza muovo i passi.

    EDIPO:
    Stendimi le tue mani.

    ANTIGONE:
    Ma non posso.

    CREONTE:
    (Alle guardie del sguito)
    Non la portate via?

    EDIPO:
    Ohim, infelice!

    (Le guardie trascinano via Antigone).

    CREONTE:
    Ecco fatto; cos non potrai muoverti
    pi coi tuoi due bastoni, e, poich vuoi
    trionfare della patria e dei congiunti,
    dai quali ebbi l'ordine di compiere
    quel che ho compiuto, pur essendo re,
    siine il trionfatore. Ma col tempo,
    ne sono certo, ti avvedrai che anche ora,
    come gi nel passato, non hai fatto
    ci che a te conveniva, per seguire
    contro il volere dei tuoi, la tua folle ira,
    sempre cagione d'ogni tua sciagura.
    (Si accinge ad andarsene.)

    CORO:
    Frmati qui, straniero!

    CREONTE:
    Non toccarmi!

    CORO:
    Riconsegna le giovani, e andrai.

    CREONTE:
    Un tributo pi grande tu vuoi imporre
    ad Atene, ch prender pure altri.

    CORO:
    A chi miri?

    CREONTE
    Condurr via costui.

    CORO:
    Sei crudele!

    CREONTE:
    Sar sbito fatto.

    CORO:
    Se il re nostro non te lo impedir.

    EDIPO:
    O impudenza, e tu ardiresti toccarmi?

    CREONTE:
    T'ingiungo di tacere.

    EDIPO:
    Oh, non avvenga,
    che mi rendano muto queste dee!
    Devo ancora imprecare a te, il pi vile
    d'ogni uomo, se hai strappato a un cieco l'unico
    occhio che mi serviva per vedere
    e, mentre era indifeso, l'hai condotto
    a forza via! Possa Elio onniveggente
    dare a te e ai consanguinei una vita
    nella vecchiaia simile alla mia!

    CREONTE:
    Lo vedete, abitanti di Colono?

    EDIPO:
    S, ci vedono, e pensano che, oltraggiato
    con fatti, mi difendo con parole.

    CREONTE:
    Sono debole e solo, ma non posso
    frenare l'ira pi oltre e voglio prenderlo.
    (Si getta su Edipo con l'intenzione di trascinarlo via).

    EDIPO:
    Ohim, infelice!

    CORO:
    Di quanta impudenza
    di prova, o straniero,
    se credi far questo!

    CREONTE:
    Lo credo.

    CORO:
    E allora non siamo pi in Atene.

    CREONTE:
    Chi  giusto, pur se  debole, trionfa.

    EDIPO:
    Udite quali cose dice...

    CORO:
    ... che egli
    non compir.

    CREONTE:
    Lo sa soltanto Zeus !

    CORPO:
    Un nuovo oltraggio?

    CREONTE:
    Conviene rassegnarsi.

    CORO:
    Ohi, popolo tutto! O capi
    del nostro paese, accorrete! Via, presto! Costoro
    varcano ogni confine!

    (Giunge di corsa Teseo).

    TESEO:
    Ma che cosa  questo grido? Che succede? Perch mai
    un cos grande clamore mi ha interrotto, mentre intorno
    all'altare di Poseidone, protettore di Colono,
    ero intento ai sacrifici? Informatemi. Sono corso
    qui per questo, e i miei piedi sanno bene con quale fretta!

    EDIPO:
    Carissimo - oh, alla voce ti ravviso! -
    duramente costui mi vilipende.

    TESEO:
    Come? E chi  mai quest'uomo? Presto, parla.

    EDIPO:
    Creonte  l'uomo che tu vedi. Or ora
    l'una e l'altra figliola mi ha rapito.

    TESEO:
    Che cosa hai detto?

    EDIPO:
    Le onte che ho sofferto.

    TESEO:
    (Agli uomini del sguito)
    Uno di voi, ma sbito, si rechi
    accanto a quell'altare e ordini a tutti
    di interrompere i sacrifici e correre,
    a piedi o, se hanno cavalli, a briglia sciolta,
    nel punto ove convergono le due
    strade dei viandanti, e impediscano
    che le giovani siano tratte lontano
    s che per lo straniero, che ha subito
    una tale violenza, io divenga
    causa di riso. Va, presto, obbedisci
    senza indugio. A costui
    (indicando Creonte)
    provvederemo:
    certo se avessi con me tutta l'ira,
    di cui s' reso degno, dalle mie
    mani non uscirebbe senza danno.
    Ma conviene applicargli ora le leggi,
    solo quelle, e non altre, che, venendo
    tra noi, gli piacque di recarci. Eccole:
    (Sempre rivolto a Creonte)
    ti sar vietato d'uscire da questa terra,
    finch non mi abbia ricondotto
    le due giovani donne in questo luogo.
    Il tuo contegno offende me, offende
    quelli da cui sei nato, e la tua patria.
    Rammenta sempre che sei giunto in una
    citt, dove si onora la giustizia,
    dove nulla si compie che non sia
    per l'innanzi fissato nelle leggi;
    e proprio qui credevi si potesse
    irrompere, e rapire quanto ci serve,
    e impadronirsene anche a ogni costo?
    Pensavi forse che la mia citt
    non avesse pi un uomo, o fosse schiava,
    e non contasse nulla il mio volere?
    Perverso non ti crebbe, ne sono certo,
    Tebe che non alleva cittadini
    senza legge e a te lode non darebbe,
    se sapesse che un figlio pone la mano
    su ci che  mio, su ci ch' degli di,
    strappando a forza sventurati supplici.
    Ove dovessi calcare la tua terra,
    giammai, pur ritenendomi in diritto,
    userei violenza a chicchessia,
    n con me lo trarrei, senza aver prima
    interrogato il capo del paese,
    chiunque fosse, e, ospite, saprei
    vivere come a un ospite s'addice
    coi cittadini. Tu fai disonore
    alla tua patria, di ben altro degna:
    i molti anni tuoi ti hanno reso vecchio
    e, insieme, insensato. L'ho gi detto
    pur dianzi, ora lo ripeto: siano qui
    ricondotte al pi presto le due giovani,
    se contro il tuo volere non ti piaccia
    eleggere in Colono il domicilio.
    E guarda bene che le mie parole
    mostrano compiutamente il mio pensiero.

    CORO:
    Ora vedi a che sei giunto, ospite? Sembri,
    tu, di stirpe regale, un uomo onesto,
    e cogliere ti lasci in male azioni.

    CREONTE:
    Non ho detto che d'uomini sia priva
    questa citt, figlio di Egeo, n
    feci inconsideratamente, come
    tu affermi, quel che feci, supponendo
    che in Ateniesi non sarebbe mai
    sorta, per gente del mio sangue, tale
    tenerezza da spingerli a fornirle,
    contro il nostro volere, il nutrimento.
    Credevo che un impuro, un parricida,
    un empio, reo di nozze incestuose,
    non avrebbe trovato mai qui asilo.
    Ben sapevo che proprio in questa terra
    l'Areopago saggissimo ha sua stanza,
    e ai fuggiaschi l'Areopago vieta
    di dimorare qui coi cittadini.
    Ecco perch sulla mia preda posi
    le mani; n l'avrei fatto, se quegli
    non avesse lanciato le sue tristi
    orrende maledizioni contro
    me, contro la mia stirpe: ero io l'offeso,
    e l'offesa, offendendo, ricambiai.
    Sinch duri la vita non invecchia
    lo spirito, e soltanto per i morti
    non esistono affanni. Agisci dunque
    come ti piace: io sono troppo solo:
    sarei debole pur se difendessi
    cose giuste. Ma guarda che, anche vecchio,
    non temer, se occorra, starti a fronte.

    EDIPO:
    Spudorata arroganza! E a chi mai credi
    di fare ingiuria, a me, vecchio o a te stesso?
    Contro me dalle tue labbra hai scagliato
    gli omicidi e le nozze e le sciagure
    che dovetti subire, mio malgrado,
    infelice, perch cos piaceva
    agli di, forse irati da gran tempo
    con la mia stirpe. Ma nessuna colpa
    a me potrai tu ascrivere dei mali
    arrecati a me stesso e ai miei congiunti.
    Infatti, dimmi, se mio padre un giorno
    apprese da un oracolo che i figli
    suoi lo avrebbero ucciso, ti pare giusto
    di attribuire l'omicidio a me,
    non generato ancora da mio padre,
    n concepito da mia madre, a me
    inesistente? E se, per mia sciagura,
    gli occhi alla luce, come accadde, aprii,
    e alle mani venni con mio padre
    e l'uccisi, ignorando appieno quello
    che mi facevo e la persona cui
    lo facevo, ti sembra ragionevole
    imputarmi un'azione involontaria?
    Quanto alla madre, a tua sorella, e alle
    sue nozze (oh, miserabile!), di cui
    senza vergogna parli e mi costringi
    a parlare, assai presto ti dir
    quali nozze sono state: non mi posso
    tacere, se tu proprio accenni a questo
    sconcio argomento. S, da lei sono nato,
    ella mi ha partorito, me infelice,
    ma non io, ma non lei lo sapeva,
    e, datami la vita, poi mi diede
    per suo sommo disdoro anche dei figli.
    Se non che c' una cosa che io so bene:
    questa: che tu di tuo libero arbitrio,
    contro me, contro lei lanci ignominie,
    mentre io cos come la feci sposa
    senza volerlo, mio malgrado parlo
    di tali onte. E so bene ancora che
    per queste nozze non avr mai fama
    di cattivo, e nemmeno per la morte
    data a mio padre, morte di cui sempre
    mi rimproveri con amari oltraggi.
    Ma rispondi a un solo mio quesito.
    Se uno si accostasse, qui, a un tratto,
    per troncar la tua vita d'uomo dabbene,
    forse che gli domandi se  tuo padre
    o non l'uccidi sbito? Rispondi.
    Se la vita ti  cara, ho da supporre
    che tu lo puniresti prontamente,
    senza pensare alla giustizia. Ebbene,
    anch'io sono caduto in questi mali,
    spintovi dagli di, e sono certo
    che l'anima di mio padre, qualora
    mi udisse, non potrebbe contraddirmi.
    Ma poich sei iniquo, tu credi che ogni
    cosa sia bella a dirsi, tanto quelle
    che si possono dire, come quelle
    ch' opportuno tacere, e insolentisci
    contro me innanzi a questi cittadini.
    E ti pare bello tributare lodi
    al re Teseo, ad Atene, alle sue leggi,
    dimenticando, dopo il panegirico,
    un piccolo argomento: che se c'
    un paese che sappia venerare
    gli di come si deve, nessun altro
    supera in questo Atene. E da qui proprio
    cercavi di strappare me vecchio e povero
    e supplice, carpendomi le figlie!
    Ma ora chiamo, invoco queste dee,
    e con le mie preghiere le scongiuro
    di darmi aiuto e mettermisi al fianco:
    cos vedrai da te se questa terra
    ha uomini che sappiano difenderla.

    CORO:
    O re, l'ospite  buono, e le sciagure
    sue terribili degne di soccorso.

    TESEO:
    Bastano le parole! I rapitori
    fuggono, mentre, burlati, noi parliamo.

    CREONTE:
    Che vorresti ordinare a un indifeso?

    TESEO:
    Mi indicherai la strada da questa
    parte; anzi, procedendo, mi sarai
    guida, perch se in qualche luogo avessi
    nascosto le fanciulle, ti sia dato
    palesarcelo; ch se i rapitori
    fossero lontano, non ce ne dorremo:
    altri avr cura d'inseguirli in modo
    che della fuga non sapranno ai numi
    mostrar mai gratitudine. Va innanzi;
    dunque, e rifletti che, se in potere tuo
     caduto qualcuno, anche tu sei
    ora in nostro potere, e che la sorte
    mentre davi la caccia ti ha sorpreso.
    Quello che con la frode iniquamente
    si acquista non si salva; sono certo
    che aiuti in tale impresa non avrai,
    ma che devi aver fatto assegnamento
    cos come sono certo che da solo
    non ti saresti inerme abbandonato
    a cos audaci e impudenti prepotenze,
    per le tue belle azioni su qualcuno.
    Onde vigilo a che la nostra citt
    non divenga pi debole d'un uomo
    solo. M'intendi, o ti si parla invano
    come quando ci ordivi le tue trame?

    CREONTE:
    Oh, non ho nulla, proprio, da ribattere
    a te, nella tua patria; ma anche noi
    sapremo a casa nostra far qualcosa.

    TESEO:
    Minaccia, ma cammina! Tu rimani,
    e sii pur certo, o Edipo, che, se prima
    io non morir, desister solo quando
    avr ricondotto a te le tue figlie.
    (Si allontana preceduto da Creonte).

    EDIPO:
    Zeus benedica l'animo tuo nobile,
    o Teseo, e le tue giuste premure.


    SECONDO STASIMO.

    CORO:
    Fossi io l dove gli avversi
    guerrieri tra breve irrompendo
    saranno tutto un bronzeo fragore,
    presso le pitiche sponde
    o lungo la fulgida via,
    ove le auguste dee ai sacri riti
    sovraintendono per i mortali,
    sulla cui lingua una chiave
    d'oro hanno posto gli Eumolpidi!
    L, penso, il fiero Teseo
    e le vergini sorelle,
    ricondotte, alzeranno al cielo il grido
    della vittoria.

    O non piuttosto a ponente
    gi dalle montagne nevose,
    lasciati i pascoli d'Ea,
    ruineranno a cavallo
    o su velocissimi carri?
    Sar preso! Terribile  la furia
    dei vicini e il vigore
    dei Teseidi. Sprizza lampi
    ogni briglia; da ogni parte
    trasvolano i cavalieri,
    devoti ad Athena equestre
    e al dio del mare che la terra avvolge,
    figlio di Rhea.

    Combattono o indugiano? La mente
    accoglie il presagio
    che presto si udranno novelle
    di chi pat mali e offese
    assai crude dai propri congiunti.
    Oggi avremo vittoria, l'avremo,
    da Zeus! Profetizzo un trionfo.
    Oh, fossi una colomba, come il nembo
    rapida! In cielo, dall'alto,
    da una nube, ecco, rivolgo
    intorno gli occhi, sopra questa mischia.

    O Zeus, sommo re degli di,
    cui nulla si cela,
    fa che gli abitanti del nostro
    paese con foga vincitrice
    riabbiano, nell'imboscata
    ben condotta, la preda, e anche tu,
    o Pallade, augusta sua figlia!
    E invoco Apollo, nume cacciatore,
    e la sorella, che insegue
    maculati agili cervi:
    piet di noi vi prenda e di Colono!


    TERZO EPISODIO.

    CORO:
    Ospite errante, non potrai davvero
    rimproverare chi per te osservava
    d'essere falso profeta: le fanciulle
    sono qui di nuovo e in buona compagnia.

    (Giungono Antigone e Ismene accompagnate da Teseo e da una schiera  di
    uomini armati).

    EDIPO:
    Dove? Dove? Tu dici? Hai detto?

    ANTIGONE:
    Padre,
    padre! Oh, se un nume ti facesse vedere
    il generoso che ci riconduce!

    EDIPO:
    Figlia mia, siete tutt'e due?

    ANTIGONE:
    S, padre,
    per la forza di Teseo e dei suoi prodi.

    EDIPO:
    O figlia mia! Venitemi vicino!
    Che io vi tocchi! Non ci contavo pi!

    ANTIGONE:
    Ti siamo vicino. E' una gioia accontentarti.

    EDIPO:
    Ma dove, dove siete ?

    ANTIGONE
    Accanto, entrambe.

    EDIPO:
    Care, oh, care!

    ANTIGONE:
    Come ogni figlio al padre!

    EDIPO:
    Oh, miei sostegni!

    ANTIGONE
    Poveri sostegni
    di un derelitto!

    EDIPO:
    I miei pi cari beni!
    E anche s'io morr, ora che mi siete
    vicino, non sar pi completamente
    infelice. Figliole, sorreggetemi
    a destra e a manca! Strette a vostro padre,
    fate che io scordi questo disperato
    solitario mio vagare di prima.
    Ditemi quello che vi accadde, in breve:
    brevi discorsi bastano a chi  giovane.

    ANTIGONE:
    E' qui presente il nostro salvatore;
    conviene ascoltare lui, padre: cos
    mi sbrigo, come tu volevi, presto.

    EDIPO:
    Ospite, non ti rechi maraviglia
    se mi sono attardato con le mie
    figlie, apparsemi fuori d'ogni speranza!
    A te solo, lo so, debbo la gioia,
    che dal loro ritorno mi deriva:
    tu, tu solo le hai tratte a salvamento!
    Ti ricolmino i numi d'ogni bene,
    te e questa terra, poich solo in essa
    ho conosciuto uomini generosi
    buoni sinceri. Credimi, sapevo
    - e appunto per questo ti ringrazio -
    che a te solo, e a nessun altro mortale,
    di quello che ho debbo essere debitore.
    Consentimi di stringerti la mano,
    fa che ti baci in volto... Ma che cosa
    vado farneticando? Come posso,
    sciagurato che sono, come posso
    volere che tu tocchi un uomo lordo
    d'ogni infamia? No, no, non sar mai.
    Nessuno pu comprendere le mie
    sciagure, o solo chi le abbia sofferte.
    Accetta le mie grazie cordiali
    e - ti prego - continua lealmente
    ad aiutarmi come nel passato.

    TESEO:
    Per me non  causa di meraviglia
    che a lungo, ritrovando le figliole,
    abbia parlato, o che ti sia piaciuto
    di riudire la loro voce prima
    della mia, pieno di felicit.
    Nulla di grave in questo. A noi non preme
    illustrare la vita con parole,
    ma con fatti. E tu vedi come abbiamo
    tenuto fede ai nostri giuramenti.
    Ti ho ricondotto vive le due figlie,
    non toccate in alcun modo dalle stolide
    minacce, n mi sembra che si debba
    spendere molte parole per narrarti
    come potemmo vincere: saprai
    tutto da loro, dalle loro labbra.
    Invece un'altra nuova, giunta mentre
    ritornavo tra voi, mi sembra debba
    interessarti: non richiede lungo
    discorso, ma  ben degna d'attenzione,
    ch all'uomo accorto nulla deve sfuggire.

    EDIPO:
    Figlio di Egeo, che cosa avviene? Parla,
    poich m' ignoto quello che vuoi dirmi.

    TESEO:
    Ci narrano che un uomo, non gi tuo
    concittadino, ma congiunto, stia
    supplice proprio a quello stesso altare
    di Poseidone, ove compivo un rito
    quando dovetti precipitarmi qui.

    EDIPO:
    Di dov'? Perch  in tale atteggiamento?

    TESEO:
    So questo solo: dicono vorrebbe
    da te un breve colloquio non spiacevole.

    EDIPO:
    E quale mai? Perch, supplice, prega?

    TESEO:
    Dicono che  venuto per parlarti
    e per tornare in patria pi sicuro.

    EDIPO:
    Per questo scopo pregherebbe il nume?

    TESEO:
    Vedi se in Argo tu non abbia qualche
    congiunto, che desideri parlarti.

    EDIPO:
    O carissimo, basta !

    TESEO:
    E che cosa hai?

    EDIPO:
    Non domandarmi.

    TESEO:
    Ma che cosa? Dimmi.

    EDIPO:
    Da quel che hai detto so chi  il supplicante.

    TESEO:
    Chi  mai l'uomo, di cui dovrei dolermi?

    EDIPO:
    Mio figlio, o re! Lo odio. La sua parola
    mi darebbe un tormento inaudito.

    TESEO:
    Non potresti ascoltarlo e non far nulla
    di ci che chiede? Ed  un tormento questo?

    EDIPO:
    Troppo, o re, m' sgradita la sua voce:
    non costringermi a cedere, ti prego.

    TESEO:
    Ma egli  in atto di supplice, e bisogna
    temere l'ira del nume protettore.

    ANTIGONE:
    Porgimi orecchio, o padre, anche se cerco,
    giovane come sono, di consigliarti.
    Permetti che quest'uomo sodisfaccia
    all'animo suo nobile e al nume,
    com'egli vuole; e per noi due concedi
    che venga qui nostro fratello. Puoi
    esserne certo: egli non cambier
    in nulla i tuoi propositi, ove ardisca
    chiedere cose che ti rechino danno.
    Nessun male a udire uno che discorre.
    Le parole rivelano talvolta
    buoni pensieri. Sei suo padre, infine:
    e, se anche dei pi orribili misfatti
    egli si fosse macchiato, non potresti
    con altro male ricambiargli il male
    avuto. Tu ricevilo. Non sei
    solo ad avere figli tristi e pronti
    all'ira: quando vengano dolcemente
    persuasi da persone dilette,
    addolciscono l'indole. Ricorda
    pi che i mali presenti, quelli antichi,
    quelli che per tuo padre e per tua madre
    hai sofferto; considerando bene
    ogni cosa, dovrai senza alcun dubbio
    ammettere che talora sono funesti
    gli effetti della collera. Tu stesso
    ne hai chiare prove nei tuoi occhi spenti.
    Cedi, o padre, suvvia: non sembra bello
    che debba insistere nelle sue domande
    chi chiede il giusto, e che chi ha ricevuto
    un favore non sappia ricambiarlo.

    EDIPO:
    Figlia, mi pesa la letizia ch'io
    vi procuro, lasciandomi piegare
    dalle vostre parole. Dunque, sia
    come a voi piace! Solo, ospite, devi
    promettermi che non consentirai
    di farmi catturare da nessuno.

    TESEO:
    Queste cose una volta, non due volte,
    mi basta udirle, o vecchio. Non mi piace
    menar vanto, ma sarai sempre salvo,
    finch un dio curer la mia salvezza.
    (Si allontana).


    TERZO STASIMO.

    CORO:
    Chi si affanna dietro a ogni
    bene e sprezza una modesta
    sorte in verit mi sembra
    compiutamente insensato,
    poich spesso i lunghi giorni
    ci procurano vicende
    molto prossime al dolore,
    mentre pi non scorgi il gaudio
    non appena, ecco, tu varchi
    i confini di saggezza.
    Ma c' un sollievo
    per tutti uguale, allor che non con danze,
    n con cetre o imenei esce dall'Hade
    la Morte, a porre il termine.

    Non nascere mai  la sorte
    pi bella di tutte, e un'altra
    anche  bella: se si nasce,
    tornar sbito ove si era.
    Quando cessi giovinezza
    con le sue lievi follie,
    chi rimane senza affanni?
    quale sciagura non ci attende?
    Ire, invidia, alterchi, lotte,
    omicidi e, detestabile,
    ultima giunge
    la impotente, la burbera vecchiaia
    senza amici, che aduna i mali estremi
    pi dolorosi agli uomini.
    Questo misero  in essa, non io solo,
    e, come d'ogni lato una scogliera
    boreale  dalle onde flagellata,
    cos con violenza
    i terribili flutti
    dei suoi mali lo assalgono senza posa
    da ogn'intorno, o dai luoghi ove tramonta
    il sole, o dai paesi
    onde sorge, o da quelli del meriggio
    o dai monti Rifei carichi di tenebre.


    QUARTO EPISODIO.

    (Appare Polinice, che si avvicina turbato e sottomesso).

    ANTIGONE:
    Arriva, a quel che vedo, lo straniero,
    o padre, e versa lacrime dagli occhi
    profusamente, insolite in un uomo.

    EDIPO:
    Chi  mai costui?

    ANTIGONE:
    Quegli cui pensavamo
    or non  molto:  il nostro Polinice.

    POLINICE:
    Ahim, che far prima? Dovr piangere,
    o sorelle, i miei mali o le sventure,
    che ho innanzi agli occhi, dell'antico padre?
    Con voi qui alfine lo ritrovo in una
    terra straniera, esule, ricoperto
    d'una lurida veste, sull'annoso
    corpo invecchiata a logorargli i fianchi,
    e sopra il capo dalle vuote occhiaie
    all'aure ondeggia la sua chioma incolta.
    N discorda da simile squallore,
    io credo, il cibo che egli trae con s
    per il suo povero ventre! Sciagurato
    che sono, troppo tardi me ne avvedo,
    e per queste tue privazioni
    mi sento il peggiore degli uomini,
    e mi confesso: non occorre che altri
    te lo dica! Ma Zeus, sul trono, vuole
    in ogni atto vicina la Clemenza;
    accoglila anche tu, padre, ch innocue
    sono ora ed espiabili le vecchie
    colpe. Tu taci?
    Dimmi, o padre, qualcosa; ch'io ti senta
    vicino! Vuoi che me ne torni, privo,
    cos, d'una qualsiasi risposta,
    dispregiato, ignorando le cagioni
    di tanta ira? Figliole di quest'uomo,
    o sorelle, cercate almeno voi
    che nostro padre rompa il suo silenzio
    ostile inesorabile e non voglia
    rimandare me, supplice di un dio,
    senza degnarmi di una sua parola.

    ANTIGONE:
    Digli tu stesso quali sono, o misero,
    i bisogni che ti hanno qui sospinto.
    Con un lungo discorso, che riesca grato,
    o irriti, o commuova, si pu indurre
    a parlare pur chi  senza favella.

    POLINICE:
    Saggio consiglio; tuttavia mi giova
    chiedere prima la protezione
    del dio che supplicavo quando il vostro
    re mi tolse all'altare per mandarmi
    da voi, e mi concesse di rivolgere
    a voi le mie parole, di ascoltarvi
    e quindi allontanarmi senza tema:
    ci che appunto vi chiedo mi accordiate,
    ospiti, e voi, sorelle e padre mio.
    E ora ti dir perch mi trovo
    al tuo cospetto, o padre. Sono stato
    messo al bando da Tebe, poich volli
    per diritto di nascita sul tuo
    possente trono assidermi. Il fratello
    mio pi giovane, Eteocle, mi ha scacciato
    senza addurre un motivo, senza avermi
    vinto n con la forza n con le opere:
    egli ha con s il favore dei cittadini,
    grazie all'Erinni tua massimamente,
    come pensano con me tutti i profeti.
    Allorch giunsi nella dorica Argo
    e genero di Adrasto vi divenni,
    mi unii con saldi patti a quanti sono
    nell'Apia terra principi e guerrieri,
    uomini di gran fama e di coraggio,
    per formare un esercito di sette
    schiere e muovere insieme contro Tebe,
    a morirvi in difesa del mio giusto
    diritto e a scacciare gli usurpatori.
    Mi chiederai perch son qui venuto.
    Per recarti le mie calde preghiere,
    padre, e degli alleati, che, squassando
    lor sette lance, a capo delle sette
    schiere, hanno circondato tutta quanta
    la pianura di Tebe. Tu vedessi
    Anfiarao! Duce vigoroso eccelle
    nella guerra e nelle arti multiformi
    del vaticinio. Gli  secondo Tideo,
    etolo, figlio d'Eneo; vengono presso,
    terzo, l'argivo Eteoclo; Ippomedonte,
    quarto, dal padre suo Talao mandato;
    Capaneo, che minaccia di atterrare
    e di dare alle fiamme la citt
    di Tebe, sesto, il figlio di Atalanta
    balza, Partenopeo, l'Arcade, degno
    di sua madre, che, tardi procreatolo,
    e fino allora vergine gli impose
    quel nome; infine, settimo, io, tuo figlio,
    se credi, o figlio della mala sorte,
    comunque figlio tuo chiamato, guido
    le invitte schiere d'Argo contro Tebe.
    Per queste mie sorelle, per la stessa
    tua vita, o padre, noi ti supplichiamo,
    ti scongiuriamo: spegni la tua grave
    collera contro me, ora che affronto
    Eteocle per punirlo dell'esilio
    che mi tolse la patria. Se dobbiamo
    credere agli oracoli divini,
    vincer quello che favorirai.
    Per le patrie sorgenti, per i numi
    della tua della mia stirpe ti prego
    di lasciarti convincere, di cedere:
    io sono, come tu sei qui, mendico,
    esule; entrambi siamo d'altra terra,
    costretti a riverire chi pu darci
    asilo, d'un medesimo destino
    miseri schiavi entrambi. Ed egli frattanto,
    ahim, sovrano nella nostra casa
    si pavoneggia, e di noi due si beffa.
    Ma se tu favorisci il mio disegno,
    con lieve sforzo in breve lo travolgo.
    Nella tua reggia allora ricondurre
    ti potr, e potr viverti da canto,
    dopo averlo scacciato. Certamente
    gloriarmi potrei di un tale trionfo
    se tu mi sovvenissi; ch se invece
    mi respingi, per me non c' pi scampo.

    CORO:
    In ossequio a colui che l'ha inviato
    non congedarlo, Edipo, senza avergli
    prima risposto come si conviene.

    EDIPO:
    Uomini, che abitate questa terra,
    se da Teseo, cui parve doveroso
    mandarlo ad ascoltare le mie parole,
    costui non mi venisse, egli giammai
    avrebbe udito la mia voce. E ora
    se ne andr soddisfatto, ma udr cose
    che non allieteranno la sua vita.
    Quando avevi tu, pessimo, lo scettro
    e il trono che ora detiene tuo fratello
    in Tebe, forse che non lo scacciasti
    questo tuo padre, forse non facesti
    un esule, di lui privo di patria,
    non lo spingesti forse a indossare
    questi poveri cenci, la cui vista
    ora che ti trovi nei suoi stessi mali,
    ti strappa le lacrime? Oh, non occorre
    piangere quei mali: debbo sopportarli
    sino al mio giorno estremo, ricordando
    che tu fosti assassino di tuo padre.
    Poich tu m'hai ridotto in cos dura
    miseria; tu, tu mi hai scacciato e mi hai
    forzato a mendicare a frusto a frusto
    qua e l ramingo, il pane di ogni giorno.
    Se non avessi messo al mondo queste
    due figlie, che sostentano la mia vita,
     per ci ch' in te, sarei morto da tempo!
    La mia salvezza sono esse, le mie
    nutrici sono, e uomini, non donne,
    nel condividere con me i miei tormenti.
    Da un altro invece, non da me, voi siete
    nati. Per questo il nume sul tuo capo
    figge lo sguardo, e non ancora forse
    cos come tra poco, se le schiere,
    di cui dicesti, muovano contro Tebe.
    Tu non espugnerai Tebe, e cadrai
    lordo di sangue come tuo fratello.
    Tali sono le maledizioni
    che ho scagliato da tempo contro voi
    e che ora in mio soccorso nuovamente
    vi lancio: imparerete a onorare
    cos quelli che vi hanno generato
    e a non recare oltraggio a un cieco, padre
    di rampolli siffatti! In altra guisa
    si sono comportate le mie figlie!
    Vedi ora perch le Maledizioni
    ti hanno in loro bala, sia che tu preghi
    supplice, o sieda sul bramato trono:
    Dike dai tempi pi remoti esiste
    e regola con Zeus le eterne leggi.
    Ora vattene, figlio detestato,
    senza padre, il peggiore fra i cattivi,
    e con te reca le imprecazioni
    che invoco sul tuo capo: tu non possa
    giammai con l'armi assoggettar la terra
    nata, n ad Argo far ritorno, cinta
    di monti, e possa invece essere ucciso
    da tuo fratello, mentre uccidi lui,
    che ti ha scacciato. Voglio maledirti
    cos, l'orrida Tenebra invocando
    anche, paterna, perch t'ingoi a s
    e l'Eumenidi invoco e invoco Are,
    che ha gettato tra voi questo implacabile
    odio. E adesso che mi hai udito, vattene!
    Riferisci ai Cadmei, di' agli alleati
    fedelissimi quali sono i doni
    che porge Edipo ai suoi cari figlioli!

    CORO:
    Polinice, non posso rallegrarmi
    del tuo viaggio: torna presto indietro!

    POLINICE:
    Ahi, viaggio fatale! Quale sciagura!
    Oh, miseri alleati! Io non credevo,
    mentre si usciva d'Argo, che un s pieno
    insuccesso ci fosse riserbato,
    da indurmi a non parlarne con alcuno.
    E poich non potrei farli tornare
    i miei compagni, incontro alla mia sorte
    silenziosamente muover.
    Figlie di Edipo, mie sorelle, voi
    che le orribili maledizioni
    del vecchio padre udiste, almeno voi,
    nel nome degli di ve ne scongiuro,
    quand'esse avranno compimento e il piede
    vi sar dato posare ancora in patria,
    siatemi pie, non mi disonorate,
    negandomi una tomba e i funerali.
    Risplender di pi la vostra gloria,
    se alle cure per quest'uomo, vi piaccia
    aggiungere la grazia che vi chiedo.

    ANTIGONE:
    Una sola preghiera, o Polinice!

    POLINICE:
    Antigone carissima, di' pure.

    ANTIGONE:
    Torna al pi presto indietro, se non vuoi
    distruggere te stesso e la tua patria.

    POLINICE:
    Ma come! Ripiegando mi sarebbe
    impossibile uscire un'altra volta.

    ANTIGONE:
    Un'altra volta, o figlio, tu vorresti
    cedere all'ira? E con quale tuo vantaggio?

    POLINICE:
    E' vergogna l'esilio; pure  vergogna
    essere beffati da un fratello minore.

    ANTIGONE:
    Oh, come guidi al segno le paterne
    funeste profezie sul vostro eccidio!

    POLINICE:
    Lo ha voluto: a noi cedere non conviene.

    ANTIGONE:
    Infelice ch'io sono! e chi potr
    seguirti conoscendo i vaticni?

    POLINICE:
    Un condottiero tace le notizie tristi
    e diffonde solo quelle liete.

    ANTIGONE:
    Sei dunque irremovibile, figliolo?

    POLINICE:
    E tu non trattenermi! Gi mi tarda
    percorrere la strada di sciagure
    e di morte indicatami dal padre
    e dall'Erinni sue. Zeus vi protegga,
    sorelle, se per me, spento, farete
    quel che vi chiesi, poich nulla ormai
    per la mia vita potreste compiere.
    Lasciatemi partire. Addio! Mai pi
    mi rivedrete vivo.

    ANTIGONE:
    Me infelice!

    POLINICE:
    Non ti dar pena!

    ANTIGONE:
    Corri a morte certa,
    e vuoi, fratello, che non me ne dolga?

    POLINICE:
    Morr se  necessario.

    ANTIGONE:
    No, obbedisci!

    POLINICE:
    Chiedi ci che conviene.

    ANTIGONE:
    Se mi manchi,
    sar sventuratissima!

    POLINICE:
    Gli eventi
    sono in bala dei numi. Vogliano questi
    non farvi male, poich tutti sanno
    che voi non meritate di soffrire.
    (Si allontana).

    CORO:
    Inaudite orrende sciagure
    queste che vengono a noi ora dall'ospite cieco!
    O  forse la Moira che incalza?
    Non sono mai vani i decreti
    dei numi; potrei dimostrarlo.
    Il Tempo tiene fisso lo sguardo
    sui casi dell'uomo in eterno:
    un d ne rivela taluno,
    qualche altro ne scopre il domani.
    (Si ode lontano rumoreggiare il tuono)
    Ma l'etere, o Zeus, rumoreggia!

    EDIPO:
    Figliole, uno di costoro presto qui
    rechi Teseo, il migliore degli eroi.

    ANTIGONE:
    O padre mio, perch di lui tu chiedi?
    (Il tuono di nuovo rumoreggia pi vicino).

    EDIPO:
    Zeus l'alato rimbombo del tuono manda,
    che nell'Hade mi chiama. Fate presto!
    (Si odono a intervalli tuoni sempre pi fragorosi).

    CORO:
    Per il cielo, ecco, rintrona un grande
    indicibile fragore lanciato da Zeus. Oh, spavento,
    che mi ricerca al sommo i capelli
    e il cuore mi sconvolge! Balena
    ancora una volta la folgore.
    Ahim, che avverr? Sono tutto
    un brivido. Quando scoscende
    dall'alto il fulmine, un crudo
    corteo di mali lo segue;
    ahim, infinito etere, o Zeus!

    EDIPO:
    Ecco il termine, o figlie, gi previsto
    del mio vivere, ed  prossimo e certo.

    ANTIGONE:
    Come lo sai? Ne hai qualche chiaro segno?

    EDIPO:
    Nessun dubbio, figliole. Non tardate;
    mi si conduca il re di questa terra.

    CORO:
    Oh, oh, guarda, ancora
    da ogn'intorno m'avvolge e mi penetra
    il fragore del tuono! Piet,
    piet, se tu rechi alla madre
    Terra, o dio, qualche lugubre evento.
    Deh, siimi propizio e non darmi,
    perch un uomo esecrabile i miei
    occhi hanno scorto, una triste mercede!
    Sommo Zeus, io t'invoco!

    EDIPO:
    Teseo non giunge ancora? Figlie mie,
    al suo ritorno sar vivo e in me?

    ANTIGONE:
    Che vorresti avere saldo nella mente?

    EDIPO:
    Premiarlo delle cure a noi largite,
    e tener cos fede a una promessa.

    CORO:
    Ehi, ehi, figlio, figlio,
    corri, affrttati, lascia ogni indugio!
    Se anche tori consacri al marino
    iddio Poseidone sull'ara
    che nel mare si protende, fa presto!
    L'ospite vuole offrire una buona
    mercede per il bene che si ebbe
    a te, a noi, alla nostra citt!
    Corri, corri, signore!
    (Sopraggiunge Teseo).

    TESEO:
    Quale concorde grido di voi tutti
    e dell'ospite echeggia cos alto
    e acuto? Una folgore  scoscesa
    da Zeus o un rovescio procelloso
    di grandine? E' legittimo supporlo
    quando imperversa un dio in modo siffatto.

    EDIPO:
    Desiderato qui giungi, o signore,
    e condotto da un nume a te propizio.

    TESEO:
    Figlio di Laio, ancora eventi nuovi?

    EDIPO:
    Si spegne la mia vita, e a te, a Colono,
    debbo adempiere tutte le promesse.

    TESEO:
    Da qual segno del fato lo arguisci?

    EDIPO:
    Di loro stessi araldi, me lo annunziano
    i numi con loro segni stabiliti.

    TESEO:
    Ma come si palesano questi, o vecchio?

    EDIPO:
    Con tuoni frequentissimi e saette
    scagliate da una mano invincibile.

    TESEO:
    Ti credo: molte sono le profezie
    tue veraci. Che cosa conviene fare?

    EDIPO:
    Figlio di Egeo, voglio tu sappia quali
    doni alla tua citt sono riserbati,
    non toccati dagli affanni di vecchiaia.
    Ma prima ho da condurti, senza alcuna
    guida che mi sorregga, dove alfine
    conviene che io muoia: non rivelerai
    ove si celi o in quale terra si trovi
    il mio sepolcro, se tu brami che esso
    sia sempre per te aiuto pi valido
    degli innumeri scudi e delle lance
    di alleati vicini. Quello poi
    che dev'essere segreto, e le parole
    non debbono profferire, ti sar
    chiaro quando tu sia con me, tu solo,
    in quel luogo, ch non ne farei motto
    con alcuno di questi cittadini,
    nemmeno con le mie figlie che adoro.
    Serbalo con te, e quando per te l'ora
    estrema della vita giunga al tuo
    successore trasmettilo, e ciascuno
    lo trasmetta agli eredi suoi nel tempo
    senza fine. Cos ti sar dato
    vivere tranquillo nella tua citt,
    e non temere rapine dai Cadmei.
    Troppi sono gli Stati temerari
    che aggrediscono pur anche se sian retti
    con saggezza, e gli di scorgono tardi,
    ma scorgono assai bene chi, spregiando
    le leggi dei celesti, ad azioni
    forsennate si volge. Evita sempre,
    figlio di Egeo, questi gravi danni;
    ma di consigli tu non abbisogni.
    E andiamo, spinti dai divini indizi,
    incontro al luogo della morte, senza
    esitare! Seguitemi, figliole:
    in modo nuovo ora divengo guida
    vostra, come gi voi del cieco padre.
    Avanti! Non toccatemi! Da me
    rintraccer la sacra tomba, dove
    sar sepolto, in questa terra. Avanti!
    Procedete di qua, s s, di qua.
    E' la strada, per cui mi guida Ermete
    e la dea di sotterra. O luce, nera
    tenebra, un tempo tu mi appartenevi,
    eri anche mia, e adesso, ecco, mi avvolgi
    l'ultima volta il corpo. Io m'incammino
    a nascondere nell'Hade la restante
    mia vita. O tu, degli ospiti il pi caro,
    tu, e il tuo paese, e i tuoi uomini, siate
    felici avventurati, e nella vostra
    gioia di me talora vi sovvenga!
    (Con  il capo erto e con le braccia tese,  si allontana maestosamente,
    seguito dalle figlie e da Teseo).


    QUARTO STASIMO.

    CORO:
    Se venerar m' dato con mie preci
    la diva occulta e te,
    signore delle tenebre,
    Aidoneo, Aidoneo, fa che senza soffrire,
    fa che senza lamenti
    l'ospite mio raggiunga
    il regno ampio delle ombre,
    ove tutto si cela, nella stigia dimora.
    Immeritati mali ti colgono talvolta,
    ma un giusto iddio pu ridonarti il gaudio.

    O sotterranee dee, o invitto mostro,
    che presso il limitare
    levigato dall'uso
    ti accovacci e dagli antri, invincibile guardia
    dell'Hade, ringhi, come
    suona l'antica fama!
    Ti scongiuro, o figliolo
    della Terra e del Tartaro,
    fa che libero accesso
    il mostro lasci all'ospite diretto verso il campo
    dei morti. Invoco te, Sommo immortale!


    ESODO.

    (Giunge trafelato un Nunzio).

    NUNZIO:
    O cittadini, se volessi in breve
    dire tutto, vi direi: Edipo  morto!.
    Ma i mirabili portenti avvenuti
    richiedono un assai lungo discorso.

    CORO:
    Che cosa? Edipo  morto?

    NUNZIO:
    Puoi pensarlo
    lontano dalla vita ormai per sempre.

    CORO:
    Narra. Ha sofferto il misero? E dai numi
    ebbe l'aiuto che egli si attendeva?

    NUNZIO:
    Causa di maraviglia  soprattutto
    questo. Allorch si mosse - eri anche tu
    fra i presenti e l'hai visto coi tuoi occhi -
    nessuno dei suoi cari lo guidava,
    ma ci guidava lui. Giunto alla soglia
    rupestre che per bronzei gradini
    nel suolo si sprofonda, sost in una
    delle vie, che s'incrociano in quel punto
    numerose, non lungi dal cratere
    concavo, ove sono chiusi i fidi pegni
    di Teseo e Piritoo e della loro
    eterna e immutabile amicizia.
    Fermatosi nel mezzo tra il cratere
    e la rupe di Thorico, tra il pero
    selvatico incavato e il sepolcro
    di marmo, si sedette; poi discinse
    i suoi luridi cenci. Chiam accanto,
    gridando, le figliole, e ordin loro
    di cercargli e portargli acqua corrente
    per lavacri e libami. Esse ben presto
    sopra il colle di Demetra, che s'erge
    verde di fronte, ascesero e al padre
    recarono l'acqua, lo lavarono, quindi,
    come il rito prescrive, lo vestirono.
    E mentre egli appariva soddisfatto
    di quel che aveva compiuto e d'ogni suo
    desiderio appagato, Zeus tuon
    di sotterra. Le vergini lo udirono
    rabbrividendo, caddero in ginocchio
    vicino al padre, e piansero colpendosi
    al seno ripetutamente e alzando
    acuti lunghi gemiti. Come egli
    ode quelle improvvise amare grida,
    serra al petto le giovani figliole
    e dice loro: O figlie, da quest'oggi
    senza padre voi siete. Con me quello
    che gi fu mio perisce. Non avrete
    pi la cura del mio sostentamento,
    cura penosa, o figlie, mi  ben noto!
    Ma solo una parola baster
    a compensarvi di tanti travagli:
    l'amore mio, che vince ogni altro amore,
    poich certo nessuno vi ha pi amato
    di quest'uomo, di cui siete ormai prive,
    nella vita per sempre!. A quell'addio
    padre e figlie tra loro si abbracciavano
    e piangevano singhiozzando. Allorch i gemiti
    ebbero fine e nessuna voce pi
    s'udiva nel silenzio, sopraggiunto,
    un subitaneo grido chiam Edipo
    cos forte che a noi tutti si rizzarono
    i capelli. Oh, terrore! Un dio pi volte
    in vario tono grid: Edipo, Edipo,
    a te, a te parliamo! perch ancora
    non ti poni in cammino? Troppo indugi!.
    Quand'egli sente che lo chiama un nume,
    grida gli si avvicini il nostro re
    Teseo, e, avutolo accanto, esclama: O amico,
    deh, porgi la tua mano, antico pegno
    di fede, alle mie figlie, e voi figliole,
    porgete a lui le vostre. Una promessa
    ti chiedo: che giammai tu le abbandoni,
    se non contro tua voglia, e che per loro
    tu sempre faccia quel che ad esse torni
    utile, a parer tuo. Quegli contiene
    la sua commozione e nobilmente
    giura all'ospite che sapr osservare
    la promessa richiesta. Non appena
    ebbe fatto ci, Edipo, accarezzando
    con le cieche sue mani le figliole,
    esclama: E ora, o figlie,  necessario
    vi facciate coraggio e ve ne andiate,
    poich non vi  concesso di vedere
    o di udire pi oltre. Allontanatevi
    al pi presto; con me rimanga Teseo
    e osservi quello che accadr. Noi tutti
    obbedimmo, e con gemiti seguimmo,
    piangendo, le due giovani figliole.
    Di l a poco, voltatici a guardare,
    non ci fu dato pi scorgere quell'uomo
    in nessun luogo: era rimasto Teseo
    che teneva una mano innanzi agli occhi
    come se un indicibile prodigio
    pauroso gli fosse apparso ed egli
    reggere a quella vista non avesse
    potuto. Dopo qualche istante, al suolo
    noi lo vedemmo prosternarsi e insieme
    rivolgere alla Terra la preghiera
    e all'Olimpo dei numi. Come poi
    sia morto Edipo, non potr nessuno
    dei mortali narrarlo, fuor di Teseo.
    Non fu certo colpito dalla folgore
    infiammata di Zeus, n rapinato
    dalle onde divenute tempestose
    in quel momento. Un dio forse a guidarlo
    nell'Hade ivi pervenne, oppure l'accolse
    squarciandosi propizia, la dimora
    degli inferi ove cessano gli affanni.
    Non seguito da gemiti o soffrendo
    per crude malattie disparve Edipo.
    E, se a qualcuno sembri folle il mio
    discorso, non mi curo di convincerlo.

    CORO:
    E le figlie, e quelli che hanno voluto
    accompagnarlo, dove sono rimasti?

    NUNZIO:
    Non lontano. Chiarissimi se ne odono
    i lamenti. Tra breve saranno qui.
    (Una pausa. Giungono Antigone e Ismene).

    ANTIGONE:
    Ahi, ahi, compito nostro,
    veracemente, ora  piangere del padre
    il delitto fatale consanguineo,
    onde a noi senza posa
    derivarono un tempo crudi mali
    cui si aggiungono gli eventi inauditi
    dianzi visti e sofferti.

    CORO:
    Quali eventi?

    ANTIGONE:
    Miei cari,  facile immaginarlo.

    CORO:
    E' partito?

    ANTIGONE:
    Nel modo meno comune e pi bello.
    Non Ares, non la furia
    delle onde l'ha preso;
    lo hanno tratto con s le regioni oscure
    verso il misterioso suo destino.
    Su noi  scesa, misera me!,
    una tragica notte.
    Come, in lontane terre
    o vagando per il mare, troveremo
    il difficile pane di ogni giorno?

    ISMENE:
    Non so. Vorrei che l'Hade
    micidiale col vecchio
    padre prendesse pure me,
    ahim, ch intollerabile
     la vita che resta.

    CORO:
    O figlie senza pari,
    rassegnarsi conviene.
    Troppo vi sconvolge il dolore,
    sorelle irreprensibili.

    ANTIGONE:
    Ma c' dunque un rimpianto
    anche dei guai? Le cose pi ingrate a ognuno, grate
    mi erano, se stringevo il corpo annoso.
    Padre, padre mio caro,
    pur se ti avvolge eternamente il buio
    della terra, avrai tutto l'amore mio
    sempre e d'Ismene.

    CORO:
    Che cosa ottenne?

    ANTIGONE:
    Quello, che egli desiderava.

    CORO:
    Ossia?

    ANTIGONE:
    Fin i suoi giorni nella terra straniera
    pi diletta, e ora si gode
    fra le ombre la sua pace
    eternamente, e ai suoi lascia un cordoglio,
    che vuol lacrime, poich questi miei
    occhi sempre ti piangono,
    o padre, e io non so spegnere
    una s grande angoscia.
    Tu volevi morire in suolo straniero,
    ma cos non avesti le mie cure!

    ISMENE:
    Ahim! quale destino
    attende, o cara, entrambe,
    senza pi il padre nostro?

    CORO:
    Se egli ha felicemente
    concluso la sua vita,
    cessate il pianto, o figlie,
    ch tutti hanno le loro pene.

    ANTIGONE:
    Sorella, ritorniamo!

    ISMENE:
    E perch mai?

    ANTIGONE:
    Ho un desiderio.

    ISMENE:
    Quale?

    ANTIGONE:
    Visitar la dimora...

    ISMENE:
    Di...?

    ANTIGONE:
    ...nostro padre, ahim!

    ISMENE:
    Ma non si pu. Non vedi forse...?

    ANTIGONE:
    Tu mi rimproveri?

    ISMENE:
    Oh, non vedi...

    ANTIGONE:
    Che cosa?

    ISMENE:
    Mor lontano da tutti e insepolto.

    ANTIGONE:
    Sulla sua tomba portami e uccidimi!

    ISMENE:
    Ahi, sventurata! E come
    sola sopporter, se tu mi manchi,
    la mia povera vita?

    CORO:
    O care non temete?

    ANTIGONE:
    Dove fuggo?

    CORO:
    Anche prima...

    ANTIGONE:
    Che cosa?

    CORO:
    ...voi trovaste uno scampo.

    ANTIGONE:
    Penso...

    CORO:
    Che puoi pensare?

    ANTIGONE:
    Come tornare a casa
    non so.

    CORO:
    Non darti pena.

    ANTIGONE:
    Quali affanni!...

    CORO:
    ...Ora e prima.

    ANTIGONE:
    S, grandi, un tempo, e ora anche pi grandi!

    CORO:
    Un pelago di mali sterminato!

    ANTIGONE:
    Ahi, dove andremo, o Zeus?
    Quali speranze ancora pu donarmi la sorte?
    (Appare Teseo).

    TESEO:
    Cessino i vostri gemiti, o sorelle!
    Piangere  grave colpa, quando tutti
    traggono vantaggio dal favore degl'inferi.

    ANTIGONE:
    In ginocchio ti supplico, o Teseo!

    TESEO:
    E che cosa vorreste, figliole?

    ANTIGONE:
    Vogliamo vederla
    coi nostri occhi, la tomba paterna!

    TESEO:
    Ma a nessuno  concesso accostarsi!

    ANTIGONE:
    Che dici, o signore di Atene?

    TESEO:
    Figlie, a me vostro padre ordin
    che nessuno a quel luogo si avvicini
    o invochi la sua sacra tomba,
    ormai sua dimora in eterno.
    Se l'ordine eseguo, il mio regno
    sar immune per sempre dai mali.
    Al dio l'ho promesso e al ministro
    di Zeus, Horco, che tutto comprende.

    ANTIGONE:
    Se questo egli volle, cos
    sia fatto. Ma a Tebe consenti
    che noi ritorniamo, a impedire,
    ove nulla lo vieti, la strage
    dei nostri fratelli.

    TESEO:
    Ci andrete, e con tutto me stesso
    far quel che a voi giovi e riesca
    pur gradito a colui che vi fu
    padre e ora giace sotterra.

    CORO:
    Via, smettete, abbiano fine questi
    interminabili cupi lamenti:
    le promesse verranno adempiute.

    FINE DELLA TRAGEDIA.





    ANTIGONE.

    PERSONAGGI:
    ANTIGONE, ISMENE, CREONTE, EMONE, EURIDICE, TIRESIA,  UNA GUARDIA,  UN
    NUNZIO, UN SECONDO NUNZIO, CORO DI VECCHI TEBANI, SERVI, UN FANCIULLO.


    PROLOGO.

    (A  Tebe,  davanti  alla  reggia  dei  Labdcidi,  dove  da  poco si 
    reinsediato  Creonte.  Sorge  timidamente  l'alba.  L'esercito,   che,
    guidato da Polinice,  aveva posto l'assedio a Tebe,   stato costretto
    alla fuga il giorno prima. Sono in scena Antigone e Ismene,  figlie di
    Edipo).

    ANTIGONE:
    Compagna di tristezze, Ismene, mia
    dolce sorella, conosci tu quale
    tra le sciagure che dobbiamo a Edipo
    Zeus risparmi ai nostri amari giorni?
    Poich nessun dolore, o danno, o infamia,
    o maledizione io non ho visto
    che non siano miei e tuoi nel tempo stesso.
    E che sorta di bando il nuovo duce
    ha, come dicono, reso noto a tutto
    il popolo di Tebe? Lo conosci?
    Te ne hanno parlato? o tu non sai che cosa
    ordisce l'odio contro i nostri cari?

    ISMENE:
    A me nessuna notizia  giunta, o Antigone,
    n gradita, n spiacevole, dei nostri
    cari da quando a entrambe due fratelli
    furono strappati, in un solo giorno uccisi
    dalle loro stesse mani. Prima dell'alba,
    col favore delle tenebre, l'esercito
    degli Argivi scomparve, e io da allora
    nulla ho saputo lieto o triste che sia.

    ANTIGONE:
    Lo immaginavo, e appunto per questo ti ho
    fatta uscire: ho da parlarti sola.

    ISMENE:
    Che c'? Sembri turbata da un pensiero.

    ANTIGONE:
    Non t'inganni; ma sai quel che Creonte
    ora ci prepara? Vuol che sia sepolto
    uno solo dei nostri due fratelli;
    senza onore di tomba l'altro. Eteocle
    sotterra egli ha deposto, con giustizia,
    cos dicono tutti, e in ossequio
    alle leggi e al costume, perch sia
    onorato tra i morti; mentre al misero
    cadavere del nostro Polinice,
    nessun Tebano, egli ha bandito, deve
    dar sepoltura o lacrime. Comprendi:
    non rimpianto, insepolto, ghiotta preda
    degli uccelli che spiano dall'alto,
    insaziati sempre! Ecco che cosa,
    se ho udito il vero, ordina il buon
    Creonte a te e a me, gi, anche a me;
    e chiaramente lo verr qui a dire
    egli in persona a chi non lo sapesse;
    n vuole che sia tenuto in nessun conto
    l'editto, anzi chi mostri d'ignorarlo
    finir lapidato dai Tebani.
    Questo ti stanno apparecchiando. E ora
    dovrai mostrare se tu sei bennata
    o vile bench di nobile stirpe.

    ISMENE:
    Se  cos come tu, misera, dici,
    fare o non fare a me sembra lo stesso.

    ANTIGONE:
    Vuoi starmi al fianco? Vuoi rischiare con me?

    ISMENE:
    Rischiare? Ma che cosa pensi, dunque?

    ANTIGONE:
    Mi darai mano a seppellire il morto?

    ISMENE:
    Proprio questo ardiresti contro il bando?

    ANTIGONE:
    E' mio fratello, e tuo, che tu lo voglia
    o no. Non potrei mai tradirlo, intendi?

    ISMENE:
    Ma Creonte non vuole, o sciagurata.

    ANTIGONE:
    Egli non pu strapparmi ai nostri cari.

    ISMENE:

    Ahim! Pensa, o sorella, come  morto
    nostro padre, odiato e disprezzato
    dovunque. Non appena ebbe scoperto
    le sue colpe, da s, con le sue stesse
    mani, si strapp gli occhi! E poi sua madre,
    la madre sua, che era sua sposa, doppia
    parola d'onta, fece della sua vita
    scempio, impiccandosi a un laccio. Ora - terza
    ignominia - in un sol giorno i due nostri
    fratelli, ah, sciagurati!, eccoli uccisi:
    l'uno all'altro ha dato comune morte
    con mano reciproca! Pensa adesso
    quale orribile fine toccherebbe
    a me e a te rimaste sole al mondo,
    se osassimo contrastare alla forza
    della legge, beffandoci del bando
    e del potere di chi regge Tebe.
    Donne, povere donne siamo nate,
    conviene ricordarlo, e tali essendo
    non possiamo competere con uomini.
    Pi potenti di noi sono i signori
    nostri;  insensato quindi trasgredirne
    gli ordini, pur se fossero pi tristi.
    Mi perdonino quelli di sotterra,
    ma ci sono costretta: non vorr
    disobbedire a quelli che governano.
    Compiere cose pi forti di noi  stolto.

    ANTIGONE:
    Mi guardo dall'importelo, sta certa;
    anzi ti dico che se poi volessi
    cambiar pensiero, non lo gradirei.
    Credi quel che ti piace: io gli dar
    sepoltura, e sar bello per me
    nel compiere questo anche morire. Cara
    a lui, che  a me cos caro, giacer
    presso lui, dopo avere consumato
    un sacrosanto crimine, ch ai morti
    dovr essere grata molto pi a lungo
    che non ai vivi. Infatti rimarr
    sotterra eternamente. E tu disprezza
    pure le sante leggi degli di.

    ISMENE:
    Non le disprezzo, ma non ho in me forza
    di oppormi a quel che vuole la citt.

    ANTIGONE:
    Inutili pretesti i tuoi: da sola
    seppellir l'amato mio fratello.

    ISMENE:
    Te infelice! Mi colmi di sgomento.

    ANTIGONE:
    Nessun timore. Pensa a te piuttosto.

    ISMENE:
    Sii cauta, almeno, e non svelare agli altri
    il tuo disegno: anch'io far lo stesso.

    ANTIGONE:
    No, parla pure; ti detester
    di meno se a tutti lo rivelerai.

    ISMENE:
    Hai cuore ardente, mentre intorno  gelo.

    ANTIGONE:
    Compio cose gradite a chi pi amo.

    ISMENE:
    Se tu riuscissi; ma ti perdi in sogni.

    ANTIGONE:
    Desister solo quando io sia esausta.

    ISMENE:
    Non conviene agognare l'irraggiungibile.

    ANTIGONE:
    Tu con questi discorsi diventerai
    mia nemica e nemica a buon diritto
    del morto. Non frapporti; lascia che io
    con la mia folle temerariet
    m'accinga a questa dura impresa: nulla
    di cos grave avverr, ne sono certa,
    che mi vieti una morte gloriosa.

    ISMENE:
    Se hai deciso, va pure; ma ricorda
    che quello a cui t'accingi  un gesto folle,
    e che sempre, comunque, mi sei cara.

    (Antigone  risoluta si avvia da sola verso la campagna,  mentre Ismene
    rientra con il viso contratto  dal  dolore  nella  reggia.  Da  destra
    avanza il Coro,  formato da quindici nobili Tebani,  consiglieri della
    Corona, convocati d'urgenza dal nuovo re).


    PARODO.

    CORO:
    Fulgido raggio di sole, il pi bello che mai risplendesse
    a Tebe dalle sette porte,
    ecco, sorto infine tu sei, occhio dell'aureo giorno,
    brillando sopra le dircee sorgenti
    e i guerrieri dai candidi scudi venuti qui d'Argo,
    carichi d'armi, hai fugato e costretto a pi celere corsa.
    Polinice, perduto in contese
    assai aspre, guidava l'esercito,
    che, levando acutissime grida,
    piomba sopra Tebe come un'aquila,
    avvolto in ala bianca di neve,
    con infinite armi
    e criniere equine negli elmi.

    Libratasi sui nostri tetti, apr le fauci e con lance
    bramose di strage recinse
    la settemplice bocca di Tebe; indi sparve senza che fosse
    ancora sazia di sangue l'ingorda gola,
    prima che fiamma di torce investisse le torri. Alto rombo
    leva Ares sui fuggiaschi, baluardo all'avverso dragone.
    Poich Zeus ha in isdegno iattanze
    di lingua superba, vedendo
    irrompere guerrieri a fiumane,
    orgogliosi nelle armi dorate
    sonanti, vibra il fulmine e atterra
    dagli spalti raggiunti
    chi voleva gridare vittoria.

    Percosso cadde a terra rimbombando
    con in mano la torcia, egli che prima
    era corso all'assalto
    come nembo travolgente,
    senza cogliere nel segno;
    e ad altri eroi altre sorti coi suoi colpi il grande Ares assegnava,
    fiero alleato.
    Sette duci davanti alle sette
    porte da pari a pari lasciarono
    a Zeus trionfante un tributo
    d'armi bronzee, ma non i due miseri,
    che, figli d'un unico padre,
    d'una unica madre, incrociate
    le lance, ebbero morte comune.

    Ora  giunta qui Nike gloriosa,
    che ama Tebe, citt ricca di carri.
    E' finita la guerra!
    Poste in oblo le battaglie,
    muoviamo verso tutti i templi con danze notturne,  guidate  da  Bacco,
    che scuote
    il nostro suolo.

    Ma ecco il nostro re Creonte,
    figlio di Menoiceo,
    per i nuovi eventi dovuti
    ai numi, signore di Tebe.
    Chi sa quali propositi ha in cuore,
    se ha creduto adunare qui noi vecchi
    con un'ordinanza comune.


    PRIMO EPISODIO.

    (Creonte,  visto  dal Coro mentre usciva dalla reggia,  arriva con una
    scorta d'onore).

    CREONTE:
    Cittadini, gli di hanno voluto
    che Tebe nostra, nave da ogni lato
    minacciata dai flutti, si salvasse
    e raddrizzasse il suo cammino, onde io
    solo voi con messaggi ho qui adunato,
    prima perch sapevo che fedeli
    al trono di Laio sempre foste, poi
    perch foste fedeli anche quando
    Edipo resse la citt e, lui morto,
    rimaneste devoti ai suoi figlioli.
    Ora poich questi in un sol giorno,
    schiavi di un duplice fato, che volle
    spingerli a dare e a ricevere colpi,
    con onta obbrobriosa sono periti,
    ogni loro potere e ogni trono
    passa a me, consanguineo dei morti.
    Di un sovrano  impossibile conoscere
    tutto l'animo, il cuore, la mente, prima
    che egli nell'esercizio del governo
    dia prove di saper amministrare
    e fare leggi. Per me chiunque regga
    una citt, se non si ispiri ai pi
    aggi consigli, e pauroso tenga
    chiusa la lingua, io l'ho stimato sempre,
    e anche oggi lo stimo, un miserabile.
    Quello poi che alla patria preferisca
    un amico mi sembra anche pi abbietto.
    Io per mio conto - e Zeus che tutto vede
    mi sia testimone in ogni tempo -
    non tacerei davvero se scorgessi
    non gi la salvezza, ma la sciagura
    muovere verso i miei concittadini,
    n terrei per amico uno che fosse
    nemico della mia terra. So bene
    che ogni nostra salute  in lei riposta,
    e, se la nave compia il suo cammino
    fuori dei turbini, avremo buoni amici.
    Seguendo tali norme, mi propongo
    di rendere pi grande la mia patria.
    Come primo atto di governo, un bando
    ho emanato sui due figli di Edipo,
    impartendo questi ordini: a Eteocle,
    morto in difesa della sua citt,
    con le armi in pugno, valorosamente,
    sia data sepoltura e gli siano rese
    le onoranze e le offerte che sotterra
    raggiungono i migliori nostri morti.
    Quanto al fratello, - Polinice, dico, -
    che la terra dei padri e i numi protettori,
    tornando dall'esilio si prov
    d'incendiare da cima a fondo e volle
    saziarsi di sangue e fare schiavi
    i suoi concittadini, col mio bando
    ordino a tutti che resti insepolto,
    senza onori o compianto; egli non deve
    avere tomba, e il cadavere sia cibo
    degli uccelli e dei cani, e faccia orrore.
    E' questo il mio pensiero: non sia detto
    mai che ai giusti io preferisca i perversi.
    Coloro invece che la nostra terra
    mostreranno di amare, cos in vita,
    come dopo la morte, avranno onori.

    CORO:
    Figlio di Menoiceo, Creonte, ho udito
    in qual maniera a te piacque disporre
    di chi  amico o nemico a Tebe nostra.
    Con te  la legge e di essa puoi servirti
    tanto per i morti, quanto per chi vive.

    CREONTE:
    Sui miei ordini dunque vigilate.

    CORO:
    Incarica di questo chi  meno vecchio.

    CREONTE:
    Il morto ha i suoi custodi, da me scelti.

    CORO:
    E allora quale incarico vuoi darci?

    CREONTE:
    Di non usare piet coi trasgressori.

    CORO:
    E chi vuoi che desideri la morte?

    CREONTE:
    Questo infatti sarebbe il solo premio.
    Tuttavia non mi  ignoto che il guadagno
    suole accendere speranze rovinose.

    (Sopraggiunge, trafelata, una Guardia).

    GUARDIA:
    Signore, io non dir che arrivo ansante
    dopo rapida corsa e che leggero
    ho avuto il piede. Spesso per la strada
    indugiavo a pensare e mi voltavo,
    determinato a ritornare indietro.
    Una voce nel cuore mi sussurrava:
    Meschino, perch vai dove per certo
    un castigo ti attende, appena giunto?
    Sciagurato, che fai? Ti fermi ancora?
    E se Creonte apprender da altri
    la cosa, come non dovrai dolerti?.
    Cos pensando, procedevo a passi
    lenti e tardi. Una strada, anche se breve,
    percorsa come ho detto, diventa lunga.
    Da ultimo decisi di recarmi
    qui al tuo cospetto, e se anche non avr
    nulla da dirti parler ugualmente.
    Sono aggrappato all'unica speranza
    che mi tocchi soltanto il mio destino.

    CREONTE:
    Non comprendo il perch di un tale timore.

    GUARDIA:
    Innanzi tutto  bene che tu sappia
    una cosa: io non ho commesso niente,
    n conosco il colpevole; per questo
    sarebbe ingiusto che fossi punito.

    CREONTE:
    Quanta circospezione, e come bene
    cerchi pretesti a tua discolpa! Certo
    hai qualcosa di nuovo da narrare.

    GUARDIA:
    Molto s'indugia a dar brutte notizie.

    CREONTE:
    Che aspetti, dunque, e non te ne vai sbito?

    GUARDIA:
    Te lo dico senz'altro. Un tale diede
    sepoltura al cadavere e fugg,
    sparsa che ebbe sul corpo arida polvere
    e resi al morto onori a lui spettanti.

    CREONTE:
    Che cosa? Chi ha potuto osare tanto?

    GUARDIA:
    Non so. Non c'era, in terra, alcuna traccia
    di vanga, n di zappa; duro e asciutto
    il suolo, senza fenditure o impronte
    di carri. Nessun segno del colpevole.
    Quando il primo custode del mattino
    ci mostra l'accaduto, fummo colti
    da penoso stupore. Era scomparso
    il morto non sepolto: al posto suo,
    uno strato lievissimo di polvere,
    gettata, avresti detto, per scongiuro.
    N apparivano intorno orme di fiere
    o di cani venuti a dilaniarlo.
    Corsero a un tratto fra di noi cattive
    parole, e i custodi si accusavano
    l'un l'altro, e anche molto presto alle mani
    sarebbero venuti, n presente
    c'era alcuno capace d'impedirlo.
    Ciascuno era per gli altri reo, nessuno
    reo confesso, e a tutti ignoto il fatto.
    Pronti eravamo con le nostre mani
    a brandire ferri arroventati, o anche
    a passare sul fuoco, o a giurare
    sugli di che nessuno era colpevole,
    o sapeva chi avesse consigliato,
    tanto meno compiuto, quell'azione.
    Vana apparendo infine ogni ricerca,
    parla un tale, che a tutti per paura
    fece chinare il capo verso terra,
    perch non sapevamo contraddirlo,
    n sapevamo come uscire illesi,
    se avessimo seguito i suoi consigli.
    Secondo lui, occorreva dire tutto
    a te, nulla celarti. La proposta
    venne accolta, e la sorte, come vedi,
    ha condannato me, infelice, a compiere
    una s bella impresa. Eccomi quindi
    dinanzi a te, mio malgrado e tuo
    malgrado, certamente, ch nessuno
    ama chi porta pessime notizie.

    CORO:
    Signore, non dobbiamo questo a un dio?
    Me lo chiedo, ascoltando, da gran tempo.

    CREONTE:
    Finiscila, ti prego, se non vuoi
    che il tuo fantasticare mi ricolmi
    di collera. Oltre che vecchio, mi sembri
    palesemente insano, quando affermi,
    supponendo le pi stolide cose,
    che del morto hanno cura gli di. Forse
    per onorarlo pi d'ogni altro hanno dato
    essi una tomba a uno, che voleva
    incendiare i templi e i colonnati
    e le offerte votive e il patrio suolo,
    e sovvertire le leggi? Si  mai visto
    che ai cattivi gli di facciano onore?
    E' impossibile. C' invece dell'altro.
    Io so di alcuni i quali, conosciuti
    i miei ordini, li hanno tollerati a stento,
    ne hanno mormorato spesso, e in segreto
    han crollato la testa, senza offrire,
    come sarebbe stato doveroso,
    il loro collo al giogo, in obbedienza.
    Costoro senza dubbio hanno adescato
    col denaro le guardie, e le hanno spinte
    a compiere il delitto. Non c' cosa
    fatale pi della moneta: annienta
    citt, costringe gli uomini a lasciare
    le loro case, affascina e sconvolge
    anche nobili spiriti, e li rende
    colpevoli di azioni disoneste;
    ha suggerito sempre ogni perfidia;
    disposta sempre a orrendi sacrilegi.
    Ma quelli, che hanno compiuto per mercede
    un crimine siffatto, o prima o poi
    sconteranno la pena a caro prezzo.
    Apprendi bene intanto questo: come
     vero che profondamente Zeus
    venero, e sul suo nome ora lo giuro,
    se voi non troverete chi ha sepolto
    il morto con le sue mani e dinanzi a me
    non lo trascinerete prontamente,
    il solo Hade per voi non baster,
    ma vi far impiccare vivi, in attesa
    che vi decidiate a rivelare
    il delitto commesso. Imparerete
    in sguito cos da chi convenga
    prendere denaro e come non sia bello
    ricercare vantaggi in ogni cosa.
    I lucri disonesti hanno sovente
    recato danni, e quasi mai giovato.

    GUARDIA:
    Consenti una parola, o vado sbito?

    CREONTE:
    Altre parole? Ahim, quale fastidio!

    GUARDIA:
    T'infastidiscono l'anima o l'orecchio?

    CREONTE:
    Che serve precisare dove io soffra?

    GUARDIA:
    Il reo ti fa soffrire, io ti d noia.

    CREONTE:
    Sei proprio un chiacchierone nato e insulso.

    GUARDIA:
    Ma non sono colpevole di nulla.

    CREONTE:
    S: per denaro tu ti sei venduto.

    GUARDIA:
    Credere vere delle ombre  molto triste.

    CREONTE:
    Ciancia pure sui miei sospetti; ma
    se non mi mostrerete i rei, vedrete
    che noie danno illeciti guadagni.
    (Rientra nella reggia).

    GUARDIA:
    Magari si trovasse il reo! Ma sia
    che lo si trovi o no (dalla fortuna
    questo dipende), non mi rivedrai
    pi qui, te lo assicuro. E poich ne esco
    incolume, fuori d'ogni mia speranza
    e d'ogni mia aspettazione, debbo
    immensa gratitudine agli di.
    (Esce).


    PRIMO STASIMO.

    CORO:
    Molte sono le cose mirabili al mondo,
    ma l'uomo le supera tutte.
    Anche oltre il mare spumeggiante,
    col vento impetuoso del sud,
    egli procede e trascorre sotto onde
    rigonfie, che mugghiano intorno.
    E affatica la Terra, suprema
    divinit, non mai stanca, immortale,
    d'anno in anno volgendo gli aratri
    e sommuovendola con prole equina.

    E le famiglie gioiose degli uccelli
    egli insegue e depreda.
    Progenie di fiere selvagge,
    di creature marine,
    usando reti cattura
    l'acuto ingegno dell'uomo.
    Con la sua astuzia anche doma
    le belve agresti e montane,
    e aggioga il crinito cavallo
    e il toro dei monti instancabile.

    La parola, l'alato pensiero,
    i civili costumi conosce,
    e sa fuggire i colpi che gli inospiti
    geli lanciano, a cielo
    sereno, e le scroscianti
    piogge. Sagace affronta
    senza tema il futuro.
    Solo all'Hade non potr
    opporre scampo veruno,
     pur sapendo guarire
    mali senza rimedio.

    E quantunque egli trovi espedienti
    saggi e utili oltre ogni speranza,
    ora va verso il male, ora verso il bene.
    Se rispetta le leggi
    della patria e dei numi,
    fa grande la citt.
    Ma ne  la rovina,
    se orgoglio lo spinge al male.
    Non mi stia mai accanto,
    non parli mai con me,
    chi agisce in tal maniera.
    (Appare Antigone a lato della Guardia allontanatasi poc'anzi)
    Portento divino! Io stupisco;
    ma non posso negare che questa
    sia proprio la giovane Antigone.
    O infelice
    figlia d'un padre infelice,
    di Edipo! Che avviene? Ti portano
    prigioniera. Forse non hai
    obbedito alle leggi? T'hanno colta
    mentre un atto insensato compivi?


    SECONDO EPISODIO.

    GUARDIA:
    Eccola. e' questa,  questa la colpevole
    di tutto. E' stata colta proprio mentre
    lo seppelliva. Ma dov' Creonte?

    CORO:
    (Addita Creonte, che esce dalla reggia).
    Torna in buon punto dalla reggia adesso.

    CREONTE:
    Che cosa c'? Perch arrivo in buon punto?

    GUARDIA:
    Signore, non conviene mai all'uomo
    giurare che una cosa non avvenga.
    Infatti, la seconda opinione
    urta sovente con l'idea di prima.
    Pensa che avrei giurato di non pi
    tornare al tuo cospetto, allontanandomi
    dianzi, al diluviar della tua collera.
    E invece rieccomi, con gioia
    immensa (ch non c' gioia pi grande
    di quella che a noi viene, al di l d'ogni
    speranza), contro il mio stesso volere
    di poco prima, e mi accompagna questa
    giovane, colta mentre si accingeva
    a compiere riti funebri sul morto.
    Non c' stato bisogno questa volta
    di estrarre a sorte; a me, soltanto a me
     toccata la fortuna inattesa.
    Ora, o signore, che hai nelle tue mani
    la colpevole, interroga a tua posta,
    fa che confessi. Giusto  ormai che
    libero io mi ritenga e lontano da ogni male.

    CREONTE:
    Sia pure cos; ma come  stata presa?

    GUARDIA:
    E' presto detto, seppelliva il morto.

    CREONTE:
    Rifletti a quel che dici, e sii preciso.

    GUARDIA:
    L'ho vista coi miei occhi compiere ci
    che era vietato. Non ti sembra chiaro?

    CREONTE:
    Come potesti coglierla in flagrante?

    GUARDIA:
    Te lo racconto. Quando ritornai
    sul luogo, sopraffatto dalle tue
    terribili minacce, assieme alle altre
    guardie mi misi a spazzare via la polvere
    che copriva il cadavere. Con cura
    traemmo fuori il corpo decomposto;
    poi ci sedemmo in cima a una collina,
    al riparo dal vento, che recava
    il fetore del morto. Ognuno di noi
    spronava l'altro a fare buona guardia
    con vivaci rimbrotti, se appariva
    stanco. Questo dur per molto tempo,
    finch a mezzo del cielo il fiammeo disco
    del sole non fu giunto. Era di fuoco,
    intorno, l'aria. A un tratto ecco si leva
    dalla terra e raggiunge il sommo cielo
    un furioso turbine di vento
    con vortici di polvere. Riempie
    la pianura di s, squassa e devasta
    la chioma delle piante che l erano,
    e ottenebra l'etere infinito.
    Sopportavamo ad occhi e bocca chiusi
    il flagello divino. Allorch, dopo
    lungo tempo, ne uscimmo illesi, questa
    fanciulla apparve davanti a noi. Alzava
    gemiti dolorosi come quelli
    d'un uccello che scorga nel suo nido
    il giaciglio deserto dei suoi piccoli.
    Vicino a quel cadavere, le sue
    grida presto divennero acutissime
     e si unirono a maledizioni
    contro chi aveva commesso il sacrilegio.
    Quindi con mani pronte ella raccolse
    da intorno arida polvere,
    e, sollevando in alto un ben costrutto
    vaso di bronzo, incoron tre volte
    di libami l'amato estinto. A tale
    vista, noi tutti ci lanciammo sopra
    la giovane dolente e l'afferrammo,
    senza che lei comunque si turbasse.
    Poi le chiedemmo ci che aveva fatto
    e che faceva proprio in quell'istante.
    Essa non si mise a negare, causando
    in me letizia e amarezza insieme,
    dal momento che sia cosa assai grata
    uscir fuori dei mali, e molto ingrata
    quando chi si ama vi rimanga dentro.
    Ci non di meno, questi miei pensieri
    contano meno della mia salvezza.

    CREONTE:
    (Indica Antigone).
    Ora a te, dico a te, che guardi il suolo:
    confermi o neghi quanto egli ha narrato?

    ANTIGONE:
    Confermo in pieno; non lo nego affatto.

    CREONTE:
    (Rivolto alla Guardia)
    Puoi anche andare dove pi ti piace
    adesso tu, libero da ogni accusa.
    (Ad Antigone)
    E tu rispondi in breve, senza ciance:
    conoscevi i divieti del mio bando?

    ANTIGONE:
    S, li sapevo: erano noti a tutti.

    CREONTE:
    E hai osato violare le leggi?

    ANTIGONE:
    Si, certo, perch Zeus non ha voluto
    imporre a me divieti, e Dike, quella
    che dimora coi numi di sotterra,
    per l'uomo non ha mai fissato norme
    simili. D'altro canto, io non credevo
    che editti umani avessero s grande
    forza da conferire a un mortale
    la facolt di violare leggi
    divine, non mai scritte, ma immutabili.
    Poich non  da oggi, non da ieri,
    che esse vivono: sono eterne e a tutti
    ignoto il tempo in cui furono sancite.
    Per queste leggi, che al volere dell'uomo
    non cedono tremebonde, io non sono
    in verit colpevole di nulla.
    Creatura d'un giorno, ben sapevo
    che, col tuo bando o senza, prima o poi,
    sarei morta, e se ci innanzi tempo
    avviene,  tutto e solo a mio vantaggio.
    Chi, come me,  dannato a vivere sempre
    nel vortice di mali innumerabili,
    stima la morte un gran sollievo. Quindi,
    il destino che tu mi serbi  cosa
    per me da poco. Che se invece avessi
    lasciato il figlio di mia madre, morto,
    senza tomba, oh, per questo s che avrei
    grandemente sofferto! Ti parr
    folle, ma guarda che non sia piuttosto
    insano colui che mi stima tale.

    CORO:
    Indomabile figlia d'un indomo
    padre ci sembra questa giovane. Ella
    non ha imparato a cedere ai suoi mali.

    CREONTE:
    Gi, ma sappi che i pi rigidi spiriti
    sono quelli che si fiaccano pi presto.
    Vedi il ferro:  un assai duro metallo
    temprato al fuoco; tuttavia si rompe
    pi sovente d'ogni altro e va in frantumi.
    So di cavalli indocili, che un freno
    piccolo basta a rendere mansueti.
    Disdice sempre la superbia a quanti
    debbono condurre la vita sottostando
    al volere degli altri. Consapevole
    di violar le leggi era questa
    temeraria, e osa menar vanto
    dell'azione compiuta, ed esultarne.
    Ma udite bene: io non sar pi uomo
    e diverr costei uomo in mia vece,
    se l'onta non avr pena adeguata.
    E ove foss'anche figlia di una nostra
    sorella e a noi legata da pi stretta
    parentela che i membri della nostra
    famiglia, cos lei, come la sua
    consanguinea non potranno scampare
    a una sorte funesta, ch colpevole
    anche l'altra ritengo d'aver dato
    nascostamente sepoltura al morto.
    (Ai servi)
    Conducetela qui. L'ho vista in casa
    poc'anzi: era smarrita, aveva perduto
    il dominio di se stessa. Succede
    non di rado che l'animo di chi
    ordisce nell'ombra qualche tenebroso
    inganno, si riveli fraudolento
    prima che il fatto sia compiuto. In ogni
    modo, pi detestabile  chiunque,
    colto in flagrante, giunga a gloriarsi
    della gravissima colpa commessa.

    ANTIGONE:
    Che vuoi di pi? Mi hai presa: eccomi: uccidimi!

    CREONTE:
    Non dubitare: avendo questo, ho tutto.

    ANTIGONE:
    E perch indugi allora? Delle tue
    parole nemmeno una mi piace;
    e cos sar sempre. Similmente
    a te le mie opere sono odiose.
    Credo per che non avrei potuto
    conseguire una gloria pi insigne
    di quella che ho acquistato seppellendo
    un mio fratello. Siine certo: tutti
    questi (indica i vecchi del Coro) giudicherebbero degnissimo
    di plauso ci che ho fatto, se il terrore
    non ne tenesse serrata la lingua.
    Per molteplici cause la tirannide
     felice, e, tra queste, anche perch
    pu fare e dire ci che pi le aggrada.

    CREONTE:
    Pensi cos tu sola tra i Cadmei.

    ANTIGONE:
    Perch gli altri ti temono e non parlano.

    CREONTE:
    Tu sola, dico, e non ne hai vergogna.

    ANTIGONE:
    Non  colpa onorare i consanguinei.

    CREONTE:
    Che altro era dunque chi da lui fu ucciso?

    ANTIGONE:
    D'uguale sangue; gli stessi, i genitori.

    CREONTE:
    Ma per lui sarebbe empio onorare l'altro.

    ANTIGONE:
    Chi tra i morti ora giace  d'altro avviso.

    CREONTE:
    No, ch tu non distingui il giusto e l'empio.

    ANTIGONE:
    Quando mor, era fratello, non schiavo.

    CREONTE:
    L'uno predatore, l'altro difensore.

    ANTIGONE:
    Hade per essi impone leggi uguali.

    CREONTE:
    Ma  iniquo trattare l'empio come il giusto.

    ANTIGONE:
    Questi pensieri ai morti piaceranno?

    CREONTE:
    Il nemico, anche morto, non  amico.

    ANTIGONE:
    Io nacqui per ricambiar amore, non odio.

    CREONTE:
    Scendi dunque sotterra, e ama pure
    i morti; io ti assicuro che, me vivo,
    nessuna donna prender il mio posto.

    (Ismene esce dalla reggia).

    CORO:
    Ecco Ismene dinanzi alla reggia;
    per amore di Antigone piange.
    Tra le ciglia una nube sfigura
    il volto infiammato;
    la bella guancia  inondata di lacrime.

    CREONTE:
    Tu, che, celata in casa, mi succhiavi
    il sangue come vipera, senza che io
    me ne avvedessi, senza che sapessi
    di nutrire due femmine malvage,
    desiderose della mia rovina,
    dimmi un poco: non hai per caso
    partecipato a un pio seppellimento,
    o sostieni di non saperne nulla?

    ISMENE:
    Vi ho preso parte, se costei consente:
    uguale colpa avr la stessa pena.

    ANTIGONE:
    (Con molta vivacit)
    Non lo permetter Dike; tu menti.
    Sai bene che io con me non ti ho voluto.

    ISMENE:
    Non mi vergogno nella tua disgrazia
    di solcare con te flutti perigliosi.

    ANTIGONE:
    I morti e Hade sanno di chi  l'opera.
    Costei che ama a parole non mi  cara.

    ISMENE:
    Sorella, no, non ritenermi indegna
    di morire con te e di onorare il morto.

    ANTIGONE:
    Non ti voglio compagna: a te non spetta
    ci che tu dici. Basta la mia morte.

    ISMENE:
    Priva di te, detester la vita.

    ANTIGONE:
    Rivolgiti a Creonte, che ti  caro.

    ISMENE:
    Ma perch mi tormenti senza scopo?

    ANTIGONE:
    Sapessi con che strazio ti derido!

    ISMENE:
    E non potrei fare per te qualcosa?

    ANTIGONE:
    Salva la vita: io non te lo impedisco.

    ISMENE:
    Misera! Fammi morire insieme con te.

    ANTIGONE:
    Solo io scelsi la morte; tu la vita.

    ISMENE:
    Non ti tacqui per le mie ragioni...

    ANTIGONE:
    ...che piacquero a taluno, e non ad altri.

    ISMENE:
    Pure  comune ad ambedue la colpa.

    ANTIGONE:
    Fatti cuore: tu vivi. Io da gran tempo
    invece sono morta, e servo i morti.

    CREONTE:
    Queste ragazze,  chiaro, sono folli,
    l'una da poco, l'altra da quando nacque.

    ISMENE:
    O signore, pu darsi; ma rifletti:
    talvolta i mali tolgono di senno.

    CREONTE:
    Tu l'hai perduto, unendoti ai cattivi.

    ISMENE:
    Sola, senza costei, non potr vivere.

    CREONTE:
    Smettila di parlarne: essa  gi morta.

    ISMENE:
    Ucciderai la sposa di tuo figlio?

    CREONTE:
    I solchi di altre egli coltiver.

    ISMENE:
    Credimi: infrangi un'armonia perfetta.

    CREONTE:
    Detesto per i miei figli male femmine.

    ISMENE:
    Emone caro, come ti di offende!

    CREONTE:
    Troppo mi annoi con queste nozze.

    CORO:
    Vuoi davvero strapparla al tuo figliolo?

    CREONTE:
    Hade spezzer tutto in vece mia

    CORO:
    Mi sembra ormai decisa la sua morte.

    CREONTE:
    Per me e per te  decisa, certo.
    (Rivolto ai servi)
    Schiavi,
    portatemi via sbito costoro.
    D'ora innanzi conviene anche legarle
    e a entrambe togliere ogni libert.
    Anche i pi arditi fuggono, vedendo
    Hade da presso incombere sulla vita.
    (Antigone e Ismene escono con gli uomini del sguito di Creonte).


    SECONDO STASIMO.

    CORO:
    Felici quelli che in vita non hanno provato il dolore!
    Quando una casa  squassata dai numi, nessuna sciagura
    la risparmia; e col volgere del tempo si espande su tutta la stirpe.
    Simile all'onda del mare,
    che sospinta dai soffi di Borea
    s'inturgida, trascorre gonfia sui cupi recessi marini,
    ne sommuove dal fondo l'oscura
    rena: percosse dai venti
    scatenatisi, mugghiano e gemono le sponde all'intorno.

    Io vedo da tempo remoto sopra i Labdacidi un cumulo
    di sciagure, e alle vecchie, dei morti, aggiungersi quelle dei vivi;
    n alcuna generazione libera l'altra, anzi un dio
    senza scampo, diresti, l'assale.
    Ora che dall'estrema radice
    si era diffuso un chiarore nella casa di Edipo, d'un tratto
    ecco a spegnerlo un pugno di polvere
    cruenta, dovuta agli di,
    e parole imprudenti e una folle accecante passione.

    L'orgoglio umano, o Zeus, non potr mai
    ridurre la tua potenza:
    non la doma il sonno, che ogni cosa assopisce,
    n la vicenda rapida
    dei mesi. Fuori del tempo tu governi
    e dell'Olimpo moderi
    l'abbagliante fulgore.
    Dalle et pi lontane
    vige eterna una legge:
    a ogni eccesso dell'uomo
    tien dietro celermente la sventura.

    Non c' dubbio che sia per molti un bene
    l'errabonda speranza,
    ma per molti  un inganno d'insani desideri:
    nel cuore ignaro penetra
    sino a che l'uomo non si bruci il piede.
    Saggiamente qualcuno
    sentenzi nel passato:
    Il male sembra un bene
    molto spesso ai mortali,
    che i numi vogliono perdere.
    Prossima  allora la rovina estrema.
    (Rivolto a Creonte)
    E' qui Emone, il tuo figlio pi giovane.
    Non lo turbano forse la sorte
    toccata ad Antigone,
    sua sposa promessa, e il dolore
    per le svanite speranze di nozze?


    TERZO EPISODIO.

    CREONTE:
    Lo sapremo ben presto, assai meglio
    che non dagli indovini, da lui stesso.
    (Rivolto a Emone)
    Figlio mio, tu non giungi,  vero, qui,
    furente di rancore contro tuo
    padre per la sentenza irrevocabile,
    che merit la tua promessa sposa?
    Non ti siamo cari, in ogni caso, sempre?

    EMONE:
    Padre, sono tuo, e tu coi tuoi consigli
    saggi, che io seguir sempre, mi guidi.
    Non ci sono per me nozze che io stimi
    maggiormente del tuo retto volere.

    CREONTE:
    Hai detto giusto, figlio mio: conviene
    imprimere nel cuore che ogni cosa
    al volere paterno  sottomessa.
    Per un solo motivo all'uomo  grato
    allevare e tenere in casa figli
    obbedienti: perch questi, come
    gi il loro padre, colmino di mali
    il nemico e onorino l'amico.
    Quello invece, che genera figli
    inutili, non altro a s procaccia,
    se non sollecitudini ai nemici.
    grande piacere. Guarda, figlio mio,
    di non perdere il senno per la gioia
    che una donna potrebbe procurarti,
    e ricrdati che  freddo l'amplesso
    d'una sposa cattiva, a te vicina
    nella tua casa, poich non esiste
    piaga maggiore d'un cattivo amico.
    Devi dunque tenere lontana da te
     costei come nemica, e lascia pure
    che nell'Hade si accoppi con chi vuole.
    Avendola sorpresa in manifesta
    rivolta contro gli ordini che diedi,
    lei sola in tutta la citt, non voglio
    che i Tebani mi chiamino mentitore:
    la dovr far uccidere. E invochi
    sino alla noia Zeus, dio consanguineo!
    Ch, se io sopporto la disobbedienza
    nella cerchia ristretta della mia
    famiglia, non dovr poi consentirla
    agli estranei? Soltanto chi dia prove
    d'energia nel governo della casa,
    sapr reggere un popolo equamente.
    Chi per orgoglio violi le leggi
    o mediti d'imporsi ai governanti,
    non potr mai da me ricevere lode.
    Si deve obbedienza cieca all'uomo,
    chiunque sia, prescelto quale capo
    dal popolo tutto, tanto nelle cose
    piccole, come in quelle giuste e in quelle
    che non sembrino tali. Di chi fosse
    devoto in modo simile non potrei
    non fidarmi e sarei certo che un giorno,
    se divenisse capo, egli saprebbe
    comandare cos come gi seppe
    obbedire, e quand'anche si trovasse
    preso nella tempesta di una guerra,
    giusto e forte alleato rimarrebbe.
    L'indisciplina  il pi grande dei mali:
    devasta le citt, sconvolge e annienta
    le famiglie, disperde e mette in fuga
    gli eserciti alleati, mentre invece
    la disciplina pu salvare le genti,
    quando siano con saggezza governate.
    E' necessario rispettare le leggi
    sancite, e in nessun modo lasciarsi mai
    piegare da una donna: ch se proprio
    non ci fosse possibile evitarlo,
    meglio  che un uomo ci travolga: almeno
    non si dir che hanno vinto delle femmine.

    CORO:
    Se gli anni non ci offuscano la mente,
    assennato ci sembra il tuo discorso.

    EMONE:
    Padre,  certo che i numi, quando accesero
    nello spirito umano la ragione,
    ci donarono un bene inestimabile.
    Dal canto mio, non credo d'essere in grado
    di giudicare le tue parole; ma
    non affermo con questo che nessuno
    potr mai darci un buon suggerimento.
    Penso che, come figlio, solo in una
    cosa potr giovarti: compiere qualche
    indagine, cercando di sapere
    quel che si dice o trama o disapprova.
    La tua presenza fa paura all'uomo
    del popolo; quindi egli non esprime
    davanti a te giudizi che stima
    a te sgraditi e che io odo nell'ombra.
    Cos ho saputo come la citt
    compianga questa giovane e la creda
    pi d'ogni altro innocente e certo indegna
    di un'orribile morte per un atto
    glorioso: essa, alla fin fine, ha dato
    sepoltura a un fratello ucciso in guerra,
    per impedire che cani  voraci
    e uccelli facessero scempio di lui.
    E non merita forse un alto premio?,
    ecco quel che si dice di nascosto
    silenziosamente. Padre mio,
    quanto a me, non esiste un altro bene
    pi grande della tua felicit.
    Nessun vanto maggiore per i figli
    della gloria d'un padre avventurato,
    e di quella dei figli per un padre.
    Non avere dunque, in te, solo un pensiero;
    non supporre che quello che dici,
    e solamente quello, giusto sia.
    Coloro che credono di possedere,
    unici al mondo, e senno ed eloquenza
    e un'anima nobile, assai spesso,
    a chi attento li osservi, un grande vuoto
    palesano. Da nessuno, in verit,
    e neppure dall'uomo pi sapiente,
    pu essere giudicata cosa turpe
    apprendere molto e non sembrar caparbio.
    Osserva quel che avviene lungo i fiumi
    gonfi d'acqua a ruina: tutti gli alberi
    che cedono alla corrente conservano
    i loro rami; gli altri, che non cedono,
    con le radici vengono rapinati.
    Similmente il nocchiero che tiene tesa
    e immobile la scotta sulla nave,
    naviga finch questa non affonda;
    quindi continua con la chiglia in aria.
    Cedi al tuo sentimento, o padre; revoca
    gli ordini dati. E' vero, io sono pi giovane
    e ignoro se siano buoni i miei consigli:
    ritengo anch'io che l'uomo, per natura
    ricco di sapienza, valga pi
    d'ogni altro; ma siccome questo assai
    di rado avviene, credo non sia male
    giovarsi di chi parli saggiamente.

    CORO:
    (Rivolto a Creonte)
    Signore, egli ti ha detto cose giuste:
    ascoltalo !
    (Rivolto a Emone)
    E pure tu ascolta lui;
    poich avete parlato bene entrambi.

    CREONTE:
    Altro non ci mancava; all'et nostra
    apprenderemo a essere saggi, udendo
    le tenere parole di un ragazzo...

    EMONE
    ...che a giustizia soltanto si  ispirato.
    Son giovane, lo so; ma qui conviene
    tenere  presenti le opere, non gli anni.

    CREONTE:
    Eccone una: onorare chi si ribella.

    EMONE:
    Ma non chi fa del male; questo  tutto.

    CREONTE:
    Di tale morbo costei ci sembra inferma.

    EMONE:
    Non  di questo avviso il nostro popolo.

    CREONTE:
    Dovr prendere gli ordini dal popolo?

    EMONE:
    Ora s che mi sembri un gran fanciullo!

    CREONTE:
    Dovrei regnare come piace agli altri?

    EMONE
    Non vi  citt dove solo uno imperi.

    CREONTE:
    Quella  citt che a buon diritto  nostra.

    EMONE:
    Saresti un gran sovrano nel deserto.

    CREONTE:
    Per quella donna,  chiaro, egli combatte.

    EMONE:
    Se una donna tu sei: solo a te penso.

    CREONTE:
    Per muovere lite a un padre, o sciagurato?

    EMONE:
    S, perch non rispetti la giustizia.

    CREONTE:
    Io difendo le mie prerogative.

    EMONE:
    No, calpesti gli onori degli di.

    CREONTE:
    Essere infame, schiavo di una donna!

    EMONE:
    Ma non di passioni obbrobriose.

    CREONTE:
    Tu parli solo per difendere lei.

    EMONE:
    E anche te, e anche me, e i numi inferni.

    CREONTE:
    Viva, sii certo, non potrai sposarla.

    EMONE:
    Se lei morir, morir con lei qualche altro.

    CREONTE:
    Trascendi sino a minacciar la morte.

    EMONE:
    Non minaccio: combatto ordini insani.

    CREONTE:
    Ti coster la tua saggezza, o folle!
    EMONE:
    Chiamerei te cos, ma sei mio padre...

    CREONTE:
    Schiavo di donna, non mi lusingare.

    EMONE:
    Parli da solo e a nessuno porgi ascolto.

    CREONTE:
    Ah, s! Ma, per gli di d'Olimpo, sappi
    che di queste tue censure e offese
    non potrai rallegrarti.
    (A un servo)
    Porta qui
    la femmina odiosa, perch muoia
    sbito sotto gli occhi del suo sposo
    promesso, lui presente, a lui vicina.

    EMONE:
    Non la farai morire in mia presenza,
    siine pure certissimo, n tu
    ti rivedrai dinanzi in nessun luogo
    questo mio volto. E impazza, impazza pure
    con coloro che sanno sopportarti.
    (Emone si allontana di corsa).

    CORO:
    Se n' andato, o signore, a precipizio,
    mosso dall'ira. E' grave all'et sua
    sentire l'anima preda del dolore.

    CREONTE:
    E vada pure, e faccia e pensi quello
    che vuole, anche oltre ogni potere umano:
    morte avranno le giovani ugualmente.

    CORO:
    Pensi che tutt'e due debbano morire?

    CREONTE:
    Non quella che ha le mani monde,  giusto.

    CORO:
    E quale morte tu riserbi all'altra?

    CREONTE:
    Vorr che sia portata in un sentiero
    deserto e sia rinchiusa in una fossa
    di pietra, entro una rupe, e abbia cibo
    appena sufficiente a evitare
    il sacrilegio: la citt non deve
    essere contaminata. Nella grotta
    essa non mancher di pregare Hade,
    il solo dio che onori, e otterr
    certamente da lui di non morire.
    E almeno allora imparer, io credo,
    che venerare i morti  vana impresa.
    (Creonte rientra nella reggia).

    TERZO STASIMO.

    CORO:
    O Amore indomabile, Amore
    che irrompi sulle tue prede
    e vegli la notte su tenere
    guance di donna
    e corri gli oceani e infiammi silvestri dimore,
    non un solo immortale o effimero
    potrebbe sfuggirti, e ognuno che t'abbia in bala n' sconvolto.

    Tu rendi ingiusti anche i giusti
    e li trascini alla rovina;
     opera tua questa lite
    di consanguinei:
    trionfano gli occhi radiosi della bellissima
    sposa, potenti come le leggi
    pi antiche e supreme. Invincibile muove il gioco Afrodite divina.

    (Appare Antigone con le mani legate tra due servi di Creonte).

    Per questo spettacolo anch'io
    mi sento tratto al di fuori
    delle leggi, e non posso frenare
    pi oltre le lacrime. Ecco:
    Antigone va verso il talamo
    nuziale dove tutti hanno riposo.


    COMMO.

    ANTIGONE:
    Cittadini di Tebe, contemplate:
    questo che compio  l'ultimo
    viaggio; per l'ultima volta
    vedo il fulgore del sole;
    indi mai pi. Me ancora viva Hade che tutto sospisce
    trae sulla spiaggia
    di Acheronte. N seppi imenei,
    n gioia mi diede alle nozze il canto dell'epitalamio.
    Sar in eterno sposa di Acheronte.

    CORO:
    Ma piena di gloria, col plauso
    d'ognuno, tu vai verso il luogo
    dei morti. Non domata dal male,
    non toccata da colpi di spada,
    di tua volont, tu soltanto
    mentre vivi discendi nell'Hade.

    ANTIGONE:
    Non m' ignota la fine dolorosa
    che ebbe l'ospite frigia,
    figlia di Tantalo, in vetta
    al Sipilo: un germoglio
    di pietra, tenace com'edera, l'avvolse. E ora si strugge in pianto,
    cos raccontano,
    sempre sotto la pioggia e la neve,
    e dalle ciglia grondanti lacrime le inondano le membra.
    Mi si appresta una tomba non dissimile.

    CORO:
    Lei era una dea, di stirpe
    divina; noi siamo mortali.
    Sar tuttavia grande onore
    che di te, non pi viva, si narri:
    In vita e in morte Antigone ebbe
    il destino dei semidei.

    ANTIGONE:
    Ahim, tu mi deridi! In nome degli di,
    attendi almeno che io muoia
    prima di offendermi!
    O patria mia, o felici
    nostri concittadini!
    O sorgenti di Dirce, o bosco sacro
    di Tebe guerriera, vi prego,
    siatemi testimoni che m'avvio
    senza pianto di amici, iniquamente,
    verso uno strano carcere, che  nuova tomba insieme!
    Misera me!
    Non sar sulla terra, n fra le ombre;
    non in mezzo ai viventi, e non coi morti.

    CORO:
    Troppo audace, o figliola, sei giunta
    a dar forte di cozzo nel trono
    maestoso di Dike! Ma tu forse
    espii qualche errore paterno.

    ANTIGONE:
    Questo  appunto il pensiero che implacato mi strazia:
    l'orribile sorte paterna,
    la sorte misera
    di tutti quanti noi
    gloriosi Labdacidi.
    Ahi, talamo materno sciagurato!
    Oh, amplessi fatali di mia
    madre col padre mio, che era suo figlio!
    Da quali genitori ebbi la luce!
    Presto sar con loro, nubile e maledetta!
    Oh, quanti affanni
    anche dalle tue nozze, o Polinice!
    La tua fine ha troncato la mia vita.

    CORO:
    Non c' dubbio: onorare gli estinti
     cosa pia. Ma colui che ha in mano
    il potere punisce i ribelli.
    Ti ha perduto il tuo spirito indomito.

    ANTIGONE:
    Sola, senza compianto, senza nozze,
    mi si trascina, n si indugia, ahim!
    Io non vedr mai pi
    l'alma luce del sole:
    nessun amico pianger mai questa
    mia sorte dolorosa.


    QUARTO EPISODIO.

    CREONTE:
    (Riapparso da poco, si rivolge alle guardie).
    Che cosa avviene? Non sapete dunque
    che ognuno prima di morire, potendo,
    non cesserebbe dalle gemebonde
    querimonie? Portatela via! Presto!
    Rinchiudetela dentro una profonda
    tomba, come vi ho detto, dove sola
    rimanga e abbandonata; e muoia pure,
    se le aggrada; se preferisce vivere,
    viva pure sepolta entro il ricovero.
    Da parte nostra nei suoi riguardi
    vogliamo essere immuni da ogni colpa.
    Solo le vieteremo di trascorrere
    i suoi giorni con gli altri sulla terra.

    ANTIGONE:
    O sepolcro, mia stanza nuziale,
    eterna mia prigione sotterranea,
    verso te m'incammino e verso quelli
    che mi furono cari, gi da tempo
    periti e in gran numero raccolti
    tra i morti da Persefone. Ultima io
    tra questi, e di gran lunga la pi misera,
    scendo sotterra prima che la vita
    abbia toccato la fine. Ma, discesa
    nei regni bui, potr sperare almeno
    che la mia venuta non sia sgradita
    a mio padre, e anche a te, madre, e a te,
    fratello mio diletto. Quando voi
    moriste, io vi lavai con queste mie
    mani, composi i vostri corpi in una
    tomba e offrii libagioni. Ora vedi
    quale mercede mi tocca, o Polinice,
    per avere sepolto il tuo cadavere.
    Tuttavia non mi pento. Opera buona
    per i saggi  onorare i propri morti.
    Se fossi stata madre e avessi avuto
    dei figli, o mio marito ucciso stesse
    marcendo, a una tale impresa io mai
    non mi sarei per certo avventurata.
    Qual  la legge che mi d ragione?
    Ove il mio primo sposo fosse morto,
    avrei potuto averne un altro, e se anche
    mi fosse morto il figlio avrei potuto
    averne un altro da un secondo sposo;
    ma mio padre e mia madre da gran tempo
    riposano nell'Hade, sicch ormai
    per me non pu pi nascere un fratello.
    E' questa la ragione che mi ha mosso
    a onorarti pi di tutti e a compiere
    un gesto, che Creonte ha poi chiamato
    criminale oltrech folle ardimento,
    o fratello amatissimo. Cos
    con le mani legate mi trascina,
    prima che mi fossero note le gioie
    delle nozze, che fossi unita a un uomo
    e avessi nutrito un bimbo mio!
    Senza pi amici, sventurata, scendo,
    mentre sono ancora viva, in una tomba.
    Quale divina legge ho violato?
    A che giova levare ora lo sguardo
    ai numi? Chi pu essermi vicino?
    Per avere onorato la piet
    mi sono guadagnata il nome di empia.
    Ma se questo al giudizio degli di
    sembra bello, scontata la mia pena
    mi riterr colpevole. Per altro,
    se colpevoli fossero costoro,
    auguro che la sorte loro appresti
    sofferenze non pi grandi di quelle,
    cui mi hanno iniquamente condannato.

    CORO:
    Anche adesso  sconvolta da raffiche
    di furiose tempeste.

    CREONTE:
    E' per questo che chi la conduce
    con tanta lentezza dovr poi pentirsi.

    ANTIGONE:
    Ahim, sento che a tali parole
    vicina  la morte!

    CREONTE:
    Non udrai da me nulla che induca
    sul serio a contrarie fallaci speranze.

    ANTIGONE:
    O Tebe, citt dei miei avi,
    o numi progenitori,
    mi trascinano senza pi indugio!
    Guardate, o signori di Tebe,
    l'ultima figlia superstite
    dei vostri re, guardate quale onta
    io sopporto, e da quali persone
    mi viene, per la mia piet.
    (Antigone si allontana, trascinata dalle guardie).


    QUARTO STASIMO.

    CORO:
    Anche a Danae tocc cambiare la luce
    del cielo con le tenebre d'un carcere di bronzo:
    chiusa entro un talamo oscuro soggiacque alla Necessit.
    (Rivolto ad Antigone, che si allontana riluttando)
    Discendeva da numi, o figlia, o figlia,
    e aveva nel grembo il seme di Zeus fluente d'oro.
    Ma tremendo  il potere del destino;
    n ricchezze o armi o mura o nere navi, battute
    dalle onde, ti possono salvare.

    Soggiacque al fato anche l'iroso figlio
    del sire degli Edoni Driante, che l'offeso
    Dioniso volle chiudere entro un carcere di pietra.
    In tal modo perdette a stilla a stilla
    la violenza estrema di quella sua folla,
    e s'accorse che aveva schernito un nume
    con l'impedire le grida alle Menadi, irritando
    le Muse, amatrici dei flauti.

    Dalle rupi Simplegadi, tra due mari, si allungano
    le scogliere del Bosforo e si stende la tracia
    inospitale citt di Salmidesso.
    Ares, ivi onorato,
    scorse un giorno i due figli
    di Fineo con l'orrenda piaga, aperta
    dalla matrigna crudele nelle occhiaie, che gridavano
    vendetta. A entrambi essa aveva tolto gli occhi
    con mani sanguinanti e spole aguzze.
    (Sempre rivolto ad Antigone, ora quasi scomparsa)
    Struggendosi, infelici, la loro misera sorte
    essi piangevano, figli di nozze sciagurate.
    Eppure la madre loro discendeva
    dagli antichi Erettidi:
    in caverne lontane,
    tra i nembi impetuosi di suo padre
    Borea, cresciuta, figlia di numi, cavalcava
    per rupestri sentieri. Ma le eterne
    Moire su lei erano piombate, o figlia!
    (Antigone esce).


    QUINTO EPISODIO.

    (Sopraggiunge Tiresia, guidato da un fanciullo).

    TIRESIA:
    O signori di Tebe, eccoci infine
    arrivati, la guida e io. Abbiamo
    fatto insieme la strada, ma con gli occhi
    d'uno solo che servivano a entrambi.
    Altro modo non c' per chi sia cieco.

    CREONTE:
    Vecchio Tiresia, quali nuove porti?

    TIRESIA:
    Te le dir, ma tu devi obbedirmi.

    CREONTE:
    Ho sempre seguito i tuoi saggi consigli.

    TIRESIA:
    Per questo guidi la nave con fermezza.

    CREONTE:
    E ne ho tratto vantaggio, ti assicuro.

    TIRESIA:
    Ma cammini di nuovo sopra un filo.

    CREONTE:
    Che c'? Mi fai tremare di spavento.

    TIRESIA:
    Ascolta e apprendi indizi che la mia
    arte mi suggerisce. Ero seduto
    sopra il mio vecchio seggio augurale,
    nel luogo ove si adunano gli uccelli
    per me come in un porto, e mi perviene
    uno strano clamore, ecco, di alati,
    che in modo incomprensibile e funesto
    stridevano come fossero dei barbari.
    Mi avvidi presto che coi loro artigli
    l'un l'altro si dilaniava a sangue:
    me ne rendeva certo l'assordante
    rombo delle ali. Colto da terrore,
    ordinai sbito olocausti di fuoco
    su altari ardenti: ma da quelle offerte
    non si levava al cielo alcuna chiara
    fiamma: colava il grasso delle cosce
    sopra l'arida cenere e fumando
    sfrigolava; nell'aria si struggeva
    il fiele e, ormai non pi avvolti nel grasso,
    giacevano nella brace ignudi femori.
    Tali vani responsi di funesti
    sacrifici li ho appresi dal fanciullo
    che mi segue, a me guida, come io sono
    guida agli altri. Sciagure gravi incombono
    per causa tua sulla citt di Tebe:
    tutti gli altari e tutti i focolari
    sono stati dai cani e dagli uccelli
    insozzati con innumerevoli brani
    di carne tolta all'infelice corpo
    del figliolo di Edipo. Ond' che i numi
    non gradiscono pi da noi preghiere
    unite ai sacrifici, n la fiamma
    che s'alza dalle cosce delle vittime:
    e gli uccelli non levano pi fausti
    clamori, ch si sono rimpinzati
    della carne e del sangue di un cadavere.
    Pensa a ci che ti dico, o figlio. Tutti
    possono errare, ma chi ha errato mostra
    di non essere n insano n infelice,
    se ne cerca i rimedi e non si ostina
    nell'errore. Di solito il testardo
     anche inetto. Dammi ascolto: cedi
    a un morto; non trafiggere un cadavere.
    A che pro incrudelire sopra quelli
    che non vivono pi? Per il tuo bene
    soltanto mi preoccupo, e per questo
    ti consiglio. Non vi  cosa pi bella
    d'un saggio ammonimento, specie quando
    solo per nostro utile ci viene dato.

    CREONTE:
    O vecchio, tutti come arcieri hanno preso
    la mira su quest'uomo: sono il vostro
    bersaglio; e non volete risparmiarmi
    neppure l'arte profetica. E' una stirpe,
    quella dei vati, che da molto tempo
    mi ha venduto e lasciato! Torno a dirvi:
    guadagnate, comprate pure l'elettro
    di Sardi, se vi aggrada, e anche l'oro
    dell'India, ma quel morto non avr
    mai una tomba. Ove le stesse aquile
    di Zeus gradissero portare dei pezzi
    di quella carne, come cibo, al trono
    di Zeus, bene, vi dico, senza tema
    di profanazioni, impedirei
    con ogni mezzo tale sepoltura.
    Io so bene che mai nessun uomo
    potr contaminare i numi. E ora,
    o mio vecchio Tiresia, voglio dirti
    un'altra sola cosa: anche i pi astuti
    cadono turpemente, quando fanno
    con bella maestra turpi discorsi,
    per brama inconfessata di guadagno.

    TIRESIA:
    Ahim!
    C' qualcuno che sappia, che consideri...

    CREONTE:
    Che cosa? Quale sentenza ci propini?

    TIRESIA:
    ...come sia la saggezza il pi gran bene?

    CREONTE:
    E il peggiore dei mali la stoltezza?

    TIRESIA:
    Proprio di questo male sei malato.

    CREONTE:
    Non voglio ricambiare l'offesa a un vate.

    TIRESIA:
    Eppure lo fai, dicendo che ti mento.

    CREONTE:
    I vati appetiscono parecchio il denaro.

    TIRESIA:
    E i tiranni, guadagni vergognosi.

    CREONTE:
    Ma non sai che tu parli al tuo sovrano?

    TIRESIA:
    Anche so che per me tu reggi Tebe.

    CREONTE:
    Abile vate sei, ma non sei giusto.

    TIRESIA:
    Tu mi spingi a dire ci che io non volevo.

    CREONTE:
    Parla pure, se vuoi, ma non per lucro.

    TIRESIA:
    Non per lucro di te si pu parlare.

    CREONTE:
    Sappi per che io sono irremovibile.

    TIRESIA:
    E allora anche tu sappi che il sole
    non compir parecchi dei suoi celeri
    giri prima che tu veda qualcuno
    nato da te, proprio da te, cadavere
    in cambio di altri morti. Non hai forse
    fatto chiudere sotterra chi viveva
    quass? Non hai gettato in una tomba
    spietatamente un'anima? E non tieni
    d'altro canto qui sopra, ben lontano
    dai numi inferni, ai quali esso appartiene,
    profanato, insepolto, senza onori
    un misero cadavere? Non 
    nel tuo diritto di far questo, e i numi
    superni qui non entrano: la tua
     violenza illecita. Per essa
    ti spiano le Erinni, inesorabili
    dell'Hade e degli di vendicatrici,
    s che tu cadrai presto negli stessi
    mali che agli altri hai cagionato. Odi
    quel che ti dico ancora e vedi se
    per amore di lucro io vaticino.
    Non passer gran tempo e a casa tua
    uomini e donne si udranno gemere.
    Io vedo le citt tumultuare
    piene di odio per i figli straziati,
    cadaveri insepolti preda ai cani,
    alle fiere, agli uccelli, che nel ventre
    danno loro un sepolcro, e intorno effondono,
    nella patria e nei sacri focolari
    dei morti, un puzzo nauseabondo ed empio.
    Poich tu l'hai voluto, questi dardi
    come arciere ti lancio nella mia
    ira con mano ferma, e sono certo
    che sentirai tra poco quanto brucino!
    (Al fanciullo,  che lo ha accompagnato e che   stato  sempre  al  suo
    fianco)
    O ragazzo, torniamo a casa. Costui
    sfogher la sua collera con altri
    pi giovani di me. Cos potr
    imparare a tener calma la lingua
    e accogliere pensieri non insani.
    (Si allontana).

    CORO:
    Signore, il vate se n' andato, dopo
    aver lanciato vaticni orribili.
    Io so bene, da quando i miei capelli
    neri in bianchi sul capo si tramutano,
    che egli non ha predetto mai menzogne.

    CREONTE:
    Anch'io lo so, e ne provo turbamento.
    E' terribile cedere, non meno
    che resistere e far che la proterva
    anima cozzi contro la sventura.

    CORO:
    Figlio di Menoiceo, prudenza occorre.

    CREONTE:
    Che debbo fare? Dimmi. Obbedir.

    CORO:
    Rcati senza indugio a liberare
    dal carcere sotterraneo la giovane,
    e al morto insepolto d una tomba.

    CREONTE:
    Questo tu mi consigli? Vuoi che io ceda?

    CORO:
    Senza perdere tempo, l'ho gi detto.
    Le sventure che mandano gli di
    ai colpevoli, giungono veloci.

    CREONTE:
    Ahim! Con quale pena mi distacco
    dalle mie decisioni! Eppure devo
    farlo. E' stolto lottare col destino.

    CORO:
    Va, dunque, e non incaricare gli altri.

    CREONTE:
    Vado sbito. Andate, andate, o servi,
    coloro che sono qui, che non ci sono,
    correte presto con in mano le asce,
    sulla collina a noi di fronte. E io
    che mi sono ricreduto, di persona,
    io, che l'ho imprigionata, liberarla
    voglio. Mi accorgo che le leggi eterne
    dei numi vanno sempre rispettate.
    (Esce).


    QUINTO STASIMO.

    CORO:
    O dio dai molti nomi, orgoglio della
    vergine Cadmea, stirpe
    di Zeus altisonante, tu che l'inclita Italia
    proteggi e nei recessi
    ospitali di Demetra governi,
    Bacco, che in Tebe hai stanza,
    madre delle Baccanti,
    presso l'Ismeno e il luogo, ove l'orrendo
    drago gett il suo seme;

    te sulla rupe dalla doppia cima
    vede il fulgore fumoso
    delle torce agitate dalle ninfe coricie
    e la fonte Castalia;
    te dei monti Nisei mandano le balze
    cinte di edera e il lido
    verdeggiante di pampini,
    tra gli "evo" dei sacri inni immortali
    quando visiti Tebe,

    che sopra ogni altra onori
    insieme con tua madre,
    folgorata da Zeus.
    Ora che  tutta inferma,
    sali col passo purificatore
    sopra le cime del Parnaso o indugia
    sullo stretto gemente dell'Euripo.

    Tu che guidi le danze
    degli astri sfolgoranti,
    e moderi le voci
    notturne, di Zeus figlio,
    vieni, o Signore, e siano con te le Tiadi.
    Deliranti esse danzano l'intera
    notte, invocando il tuo nome, o Dioniso!


    ESODO.

    (Giunge un Nunzio).

    NUNZIO:
    Voi, che abitate presso le dimore
    di Cadmo e di Anfione, non esiste
    vita d'uomo siffatta, che io potrei
    lodare o biasimare finch duri.
    La sorte innalza o abbassa senza tregua
    chi  felice e colui che  sventurato,
    e nessuno pu predire ai mortali
    ci che il destino ha in serbo. A parer mio,
    Creonte un tempo era degno d'invidia,
    egli che aveva salvato questa terra
    di Cadmo dai nemici e ne era ormai
    assoluto signore e la reggeva
    da solo, prosperando per la nobile
    sua prole. Ora niente pi, tutto  perduto.
    Quando l'uomo, per sua colpa fa getto
    delle sue gioie, non mi sembra vivo,
    ma piuttosto cadavere vivente.
    Aduna pure, se vuoi, grandi ricchezze
    in casa, vivi pure con la pompa
    di un sovrano, se a queste non si unisce
    l'intima gioia, non acquisterei
    per un'ombra di fumo tutto il resto:
    sulla terra non c' bene pi grande.

    CORO:
    Quali notizie ci porti dei sovrani?

    NUNZIO:
    Morti, e i vivi sono causa di loro morte.

    CORO:
    Chi ha ucciso? Chi la vittima? Su, parla.

    NUNZIO:
    E' morto Emone, e non per mano d'altri.

    CORO:
    E' stato il padre? O forse  suicida?

    NUNZIO:
    Suicida: furente contro il padre.

    CORO:
    O vate, come hai preveduto tutto!

    NUNZIO:
    Per adesso dobbiamo pensare al resto.

    (Esce  dalla  porta centrale della reggia Euridice,  che lentamente si
    avvicina).

    CORO:
    Vedo che a noi si approssima la misera
    Euridice, la moglie di Creonte.
    Forse ha udito parlare di suo figlio
    dalla reggia, o viene qui per caso.

    EURIDICE:
    Concittadini, stavo per uscire
    diretta verso il tempio della dea
    Pallade, e avevo appena appena tolto
    i chiavistelli della porta, aprendone
    i battenti, allorch giunse fino a me,
    attraverso parole da voi dette,
    un suono di domestiche sciagure.
    Non vi dico il terrore che provai:
    perdetti i sensi e caddi resupina
    in braccio alle mie donne. - Dite, dite,
    vi prego, vi scongiuro, ripetete
    il vero, anche se triste. Chi l'udr,
    non  certo inesperta di mali.

    NUNZIO:
    Venerata regina, fui presente
    ai fatti che m'accingo a raccontare,
    e da me tu saprai soltanto il vero.
    A che pro lusingarti con parole,
    che sarebbero poi presto smentite?
    La verit non dev'essere taciuta. -
    Dunque, tenendo dietro, come guida,
    al tuo consorte, lo condussi verso
    l'estremo lembo della piana, dove
    giaceva insepolto e lacerato
    dai cani, Polinice. Con lavacri
    di purissima acqua lo aspergemmo
    sbito, e nel tempo stesso supplicammo
    Ecate, dea dei trivi, quindi Plutone,
    che ci fossero benevoli e la loro
    collera trattenessero. Poi con rami
    prima divelti, componemmo un rogo,
    ove bruciammo i resti del cadavere,
    e con terra del luogo ergemmo un alto
    sepolcro. Fatto questo, ci avviammo
    verso la grotta, che accoglieva Antigone,
    antro di pietra e talamo funereo
    della giovane ormai sacrata ad Hade.
    Ed ecco che qualcuno lamentose
    lontane grida ode, provenienti
    proprio da quella tomba senza onore.
    Ne informammo Creonte. Egli si accosta,
    tende a lungo le orecchie e percepisce
    una flebile voce desolata.
    Piangendo allora disperatamente
    urla: Misero me! Forse che io sono
    profeta? Forse il pi amaro cammino
    di tutta la mia vita sar questo?
    La voce che odo  di mio figlio, oh, quanto
    cara voce! Correte, servi! Ors,
    circondate la tomba, rimuovete
    le pietre dell'ingresso, penetrate
    al di l della breccia, e osservate
    se la voce che sento  di mio figlio,
    o se sono preda di un divino inganno.
    Obbedimmo a quegli ordini del nostro
    disperato signore, e ci mettemmo
    a guardare. Nel fondo del sepolcro,
    appesa per il collo con un laccio
    intessuto di lino, apparve a noi
    la giovane. E il suo promesso sposo
    in languido abbandono si avvinghiava
    a quella cara vita, e lamentava
    la morte della sua dolce compagna,
    la crudelt del padre e il disgraziato
    amor suo. Non appena scorge Emone,
    Creonte verso lui si scaglia e sbito
    rompe in un grido altissimo e lo chiama
    piangendo: Figlio mio, che cosa hai fatto,
    o infelice? Che decisione  questa?
    Quale folla ti prende? Ti scongiuro,
    ti supplico, esci fuori, o figlio mio!.
    Ma quello con occhi sbarrati lo fissa,
    gli sputa in volto, e pieno di disprezzo
    estrae la spada dalla doppia guardia
    e investe il padre. Il padre retrocede
    e si salva fuggendo. Allora egli,
    accecato dall'ira, in un baleno
    rivolge contro se stesso la spada,
    l'affonda in mezzo al petto; mentre spira,
    abbandonatamente stringe al cuore
    la sua vergine amata e, rantolando,
    una vermiglia onda di sangue lancia
    sulle pallide gote di costei.
    Ora giace morto accanto a una morta.
    Avr trovato i riti nuziali
    certo nell'Hade! prova luminosa
    che a tutti, e anche ai re, sciagure grandi
    porta di solito la stoltezza.

    (Euridice,  dopo la narrazione del  Nunzio,  esce  senza  dir  parola,
    chiusa nel suo cupo dolore).

    CORO:
    Che vuol dir questo? E' ritornata in casa
    senz'aprire bocca la regina, senza
    pronunciare parola buona o triste.

    NUNZIO:
    Anch'io stupisco; voglio nondimeno
    sperare che essa, udita la sventura
    toccata al figlio, creda disdicevole
    effondersi in lamenti innanzi a noi.
    Senza dubbio vorr che nella reggia
    le ancelle piangano il lutto di famiglia.
    Non la ritengo ignara di saggezza
    al punto da commettere qualche eccesso.

    CORO:
    Non so; ma penso che siano sempre indizio
    di cose gravi tanto l'eccessivo
    silenzio, quanto le incomposte grida.

    NUNZIO:
    Entrando nella reggia, apprenderemo
    ben presto se nel suo cuore di madre
    straziato non celi qualche oscuro
    disegno. Tu hai ragione: ella si  chiusa
    in un silenzio troppo pauroso.
    (Se  ne  va.  Entra  Creonte con servi e il cadavere del figlio tra le
    braccia).

    CORO:
    Ecco il re che avanza;
    tra le braccia sorregge un'insigne
    prova, se dirlo mi  lecito,
    che non d'altri  la colpa, ma sua.


    COMMO.

    CREONTE:
    Errori, ahim, di mente dissennata,
    ostinati, fatali!
    Voi tutti, contemplate:
    uccisori e uccisi consanguinei!
    Ahim, consigli miei sciaguratissimi!
    Figlio mio, cos giovane sei morto,
    ohim! ohim!
    Hai lasciato la vita
    non per la tua, ma per la mia folla!

    CORO:
    Ahi, come tardi scorgi la giustizia!

    CREONTE:
    Ahim!
    Ora comprendo con chiarezza: un dio
    pesantemente mi ha colpito in testa!
    Per vie crudeli mi ha spinto; ha sconvolto,
    calpestato ogni mia felicit.
    Ahim, travagli inutili dell'uomo!

    (Arriva un secondo Nunzio, uscito dalla reggia).

    SECONDO NUNZIO:
    O re, quali sventure mostri, e quali
    ancora non conosci! Con le mani
    ne tocchi una: l'altra  nella reggia.

    CREONTE:
    Che cosa dici? Nuovi mali ancora?

    SECONDO NUNZIO:
    Tua moglie non  pi: non ha saputo
    sopravvivere, e s' data la morte.

    CREONTE:
    Ahi, ahim, non placato asilo di Hade,
    perch vuoi dunque perdermi?
    Quali, o nunzio di morte,
    quali, quali notizie tu mi porti?
    Ero morto, e di nuovo, ecco, mi uccidi.
    (Rivolto al Nunzio)
    Mio caro, che vuoi dire? Quale mai,
    ahim! ahim!
    altra morte cruenta
    di donna ora si aggiunge alle altre morti?

    CORO:
    Vedi da te; non  pi nella reggia.

    (Dalla porta centrale della reggia, ora dischiusa, viene portato sulla
    scena con una macchina il cadavere di Euridice).

    CREONTE:
    Ahim!
    S, vedo anche quest'altro male, o misero!
    Quale nuovo destino mi attende ancora?
    Ho tra le braccia il mio figliolo, morto
    da poco, e innanzi a me un altro cadavere!
    Oh, oh, madre infelice! Oh, figlio mio!

    SECONDO NUNZIO:
    (Additando il cadavere di Euridice)
    Costei con un acuto ferro accanto
    all'ara si trafisse, e l'ombra
    della morte le scese sbito negli occhi.
    La fine gloriosa di Megareo
    rimpiangeva morendo, ucciso prima
    del fratello, e ti augurava ogni male,
    chiamandoti assassino dei suoi figli.

    CREONTE:
    Ahim! Ahim!
    Io tremo di spavento. In mezzo al petto
    piantatemi una spada a doppio taglio!
    Me sventurato, ahim!
    Da ogni lato mi travolgono sciagure.

    SECONDO NUNZIO:
    Eri accusato da questa morta
    d'avere ucciso entrambi i suoi figlioli.

    CREONTE:
    In che modo ha troncato la sua vita?

    SECONDO NUNZIO:
    Si colp di sua mano sotto il fegato,
    quando fu certa che era morto il figlio.

    CREONTE:
    Me sciagurato! Solo a me, a me solo
    la colpa del delitto, e a nessun altro.
    Sono io, s, io, che ti ho trafitta, o misera!
    Non ci sono pi dubbi. O servi, presto
    conducetemi via di qui, ma presto!
    Non vivo pi, non sono pi nessuno.

    CORO:
    Ti gioverebbe allontanarti? Certo,
    pi breve  il male e meglio si sopporta.

    CREONTE:
    Venga, oh, s, venga,
    delle mie sorti presto appaia quella,
    che nel modo migliore mi conduca
    l'ora estrema! Oh, s, venga,
    e per me pi non nasca un nuovo giorno!

    CORO:
    Questo spetta al futuro: ora c' il presente.
    Al futuro provveder chi deve.

    CREONTE:
    Ogni mio desiderio  in quel mio voto.

    CORO:
    Non fare voti, ch non  concesso
    ai mortali evitare la propria sorte.

    CREONTE:
    Presto, portate via quest'uomo insano!
    Figlio mio, io non volevo ucciderti!
    Neppure te, mia sposa! Oh, me infelice!
    Non so chi di voi due debba guardare
    per sostenermi!... Tutto  ormai finito.
    Di un orrendo destino sono vittima.
    (Sorretto dai servi,  entra nella reggia.  Scompare anche la  macchina
    col cadavere di Euridice).

    CORO:
    Sorgente di ogni gioia  la saggezza.
    Bisogna con gli di non esser empii.
    Le parole orgogliose e tracotanti
    cagionano mali immensi ai superbi,
    che duramente
    imparano da vecchi a rinsavire.
    (I vecchi del Coro si allontanano).
    FINE.
